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Henry James

Il carteggio Aspern e altri racconti

2

IL CARTEGGIO ASPERN

I

Mi ero confidato con la signora Prest; senza di leiin veritàavrei fattoben pochi passi avanti: la

fruttuosa ideainfatticadde dalle sue labbra amiche. Fu lei a trovare lascorciatoia e a sciogliere il nodo gordiano. Si

ritiene che con difficoltà la donna assurga a una visione ampia e liberadelle cose e delle azioni; eppure a voltecon

tranquilla serenitàriesce a escogitare piani di un'audacia alla quale nonattinge nessun uomo. «Semplice: fatevi

prendere come inquilino». Non credo che sarei mai arrivato a una talesoluzione senza aiuto. Cincischiavocercando di

aguzzare l'ingegnoe mi chiedevo con quali arti avrei potuto avvicinarlequando la signora Prest saltò fuori con il suo

felice suggerimento: il modo migliore per avvicinarle era di frequentare laloro casa. In realtà non conosceva le

signorine Bordereau molto meglio di me; anzi avevo portato dall'Inghilterraalcuni circostanziati dementi sul loro conto

che le giungevano del tutto nuovi. Molto tempo addietro il loro nome erarisuonato accanto a uno dei più grandi nomi

del secoloe ora conducevano un'oscura esistenza a Veneziapovereschiveinaccostabilisegregate in un vecchio

palazzo in rovina: ecco in sostanza l'impressione che si era fatta la miaamica. Lei stessa abitava a Venezia da una

quindicina d'annie qui aveva fatto un mondo di benema la cerchia dellasua benevolenza non aveva mai coinvolto le

due americanetimidemisteriose esecondo certe supposizionipocorispettabili - si credeva che nel lungo esilio

avessero smarrito le qualità nazionali oltre a esserecome alludeva ilnomedi una qualche remota ascendenza francese

-riluttanti a chiedere favori e poco desiderose di ricevere attenzione.Durante i primi anni del suo soggiorno veneziano

la signora Prest aveva fatto il tentativo di incontrarlema questo erariuscito soltanto nei confronti della piccolacome

soleva chiamare la nipote (in seguito scoprii che di fattoin termini dicentimetriera lei la più alta delle due). Avendo

saputo che la signorina Bordereau era ammalata e sospettando che fosse instato di bisognoera andata a trovarle per

offrire aiuto e non averle sulla coscienzase ci fosse stata una situazionedi sofferenzadi sofferenza americana in

particolare. La «piccola» l'aveva ricevuta nella grande sala venezianafredda e opacail salone centrale della casacon il

pavimento di marmo e il soffitto a scure travi trasversalie non l'avevaneppure invitata ad accomodarsi. Non era certo

un resoconto incoraggiantedesideroso com'ero di accomodarmi in frettae lofeci notare alla signora Prest. Rispose

tuttaviacon grande profondità: «Ahma c'è una differenza: io andavo afare un favorevoi andate a chiederlo. Se sono

persone orgoglioseavete un asso nella manica». Eper cominciaresioffrì di mostrarmi la loro casa - di recarci lì in

gondola. Le raccontai che ero già andato a guardarla una dozzina di voltema accettai perché mi affascinava gravitare

intorno a quel luogo. Mi ci ero recato il giorno dopo il mio arrivo a Venezia- mi era già stato descritto in Inghilterra

dall'amico verso il quale ero debitore di precise informazioni sul fatto chepossedessero o meno l'epistolario - e lo avevo

assediato con lo sguardo in attesa di formulare una strategia. A quanto nesapevoJeffrey Aspern non era mai stato in

quella casama sembrava che per qualche arzigogolata ragione nascosta viindugiasse l'eco morente del timbro della sua

voce.

La signora Prest non sapeva nulla del carteggioma era partecipe della miacuriositàcome del resto

aveva sempre a cuore le gioie e i dolori degli amici. Mentre scivolavamonella sua gondolasotto il socievole tettuccio

con la bella immagine di Veneziasu entrambi i latiincorniciata dallefinestre apribilimi accorsi che si divertiva del

mio fervore e giudicava un bel caso di ossessione la mia brama dell'eventualepreda. «Si direbbe che vi aspettiate di

trovarvi la risposta all'enigma dell'universo»disse. Negai l'accusalimitandomi a rispondere cheavessi dovuto

scegliere fra la preziosa soluzione dell'enigma e un fascio di lettere diJeffrey Aspernnon avrei avuto dubbi su quale

dei due mi avrebbe appagato di più. Fingeva di voler sminuire il suo genio eio non mi curavo di difenderlo. Non si

difende un dio: il dio è di per se stesso una difesa. Oggiper giuntadopoun periodo relativamente lungo di oscurità

egli si libra alle sublimi altezze della nostra letteratura davanti agliocchi di tutti; è parte della luce che illumina il nostro

cammino. Mi limitai a dire che senza dubbio non era un poeta per donne; alche lei rispose acutamente che lo era stato

almeno per la signorina Bordereau.

Che strano scoprire in Inghilterra che fosse ancora viva! Come se mi avesserodetto che vivevano

ancora la signora Siddonsla regina Carolina o la famosa Lady Hamilton. Misembravano infatti personaggi di una

generazione estinta. «Perbaccodeve essere vecchissimaalmenocentenaria»avevo commentatomaconfrontando le

datemi ero reso conto che non necessariamente aveva superato il limitenormale della vita. Era tuttavia di veneranda

etàe la relazione con Jeffrey Aspern si collocava nella sua primagiovinezza. «È la sua giustificazione»disse la

signora Prest in tono semisentenziosoeppure in qualche modo vergognosa diparlare con accenti così poco in armonia

con quelli autentici di Venezia. Come se una donna dovesse giustificarsi diaver amato il divino poeta! Non soltanto era

stato una delle menti più brillanti della sua epoca - e in quegli anniquando il secolo era giovanece n'erano state molte

come tutti sanno - ma anche uno degli uomini più geniali e più avvenenti.

La nipotesecondo la signora Prestera di minore antichitàe siarrischiò la congettura che fosse

soltanto la pronipote. Era possibile; conoscevo soltanto una parte delleinformazioniassai limitate peraltroraccolte dal

mio correligionario nel culto del poetal'inglese John Cumnorche non leaveva mai incontrate. Il mondocome ho

dettoaveva riconosciuto Jeffrey Aspernma io e Cumnor lo avevamoriconosciuto meglio di tutti gli altri. Ormai le

moltitudini si affollavano al suo tempio; ma di quel tempio noi due ciconsideravamo i sacerdoti eletti. Ritenevamo - a3

ragionecredo - di aver fatto più di ogni altro per la sua memoriasoltanto per aver gettato un po' di luce sulla sua vita.

Non aveva di che temere da noi perché non aveva di che temere dalla veritàche solaa tanta distanza di tempoci

interessava stabilire. La morte precoce era stata l'unica macchia scurapercosì diresulla sua famase altre non ne

avesse portate alla luce l'epis tolario nelle mani della signorina Bordereau.C'era stata l'impressioneintorno al 1825che

egli «l'avesse trattata male»proprio come c'era stata l'impressione chenello stesso modo magistrale avesse «dato il

benservito»per dirla con il popolino di Londraad altre gentildonne.Tutti questi casi io e Cumnor li avevamo vagliati a

uno a unoe non avevamo mai mancato di assolverlo in tutta coscienza da ognigrossolanità. Io forse lo giudicavo con

più indulgenza del mio amico; in ogni caso mi sembrava che nessuno sisarebbe potuto comportare con maggior onestà

nelle specifiche circostanzequasi sempre difficili e pericolose. Metàdelle donne del suo tempoper dirla liberamente

gli si era buttata fra le braccia ementre divampava il furore - con tantomaggior impeto in quanto molto contagioso -

non erano mancati gli incidentialcuni dei quali gravi. La fama odierna nonlo consacrava poeta per donnecome avevo

detto alla signora Prestma la situazione era stata ben diversa quando allacanzone si era unita h viva voce dell'uomo

una vocestando a tutte le testimonianzefra le più affascinanti maisentite. «Orfeo e le Menadi»: ecco naturalmente la

conclusione scontataquando per la prima volta avevo sfogliato la suacorrispondenza. Quasi tutte le Menadi erano state

irragionevoli e molte di loro insopportabili. Mi colpiva che fosse stato piùgentile e più premuroso di quanto non sarei

stato io al suo posto - se mai mi fossi potuto figurare in tale impiccio.

Era certamente stranopiù strano di ogni stranezza - e io non sprecheròspazio nel tentativo di

spiegarlo - aver negletto l'unica fonte vivente di informazioniattardatasifino a giungere ai nostri tempimentre fra

mille relazioni e in mille direzioni ci eravamo imbattuti in meri echifantasmi e polvere. Eravamo convinti che se ne

fossero andati tutti i contemporanei di Aspern; non eravamo riusciti afissare nessuno sguardo da lui fissato; non

avevamo indirettamente percepito nel contatto con una vecchia mano lasensazione che l'avesse stretta anche la sua. Più

morta di tutti sembrava la povera signorina Bordereaueppure solasopravviveva. Ci vollero mesi perché esaurissimo la

sorpresa di non esserci imbattuti prima in lei; lo spiegavamo in sostanza conil fatto che se ne era rimasta appartata.

Dopo tutto la poveretta aveva le sue buone ragioni. Ma era straordinario cheun riserbo così impenetrabile fosse

possibile nella seconda metà del diciannovesimo secolo - l'età deigiornalidei telegrammidelle fotografiedelle

interviste. Non si era neppure molto adoperata per proteggere il suoisolamento: non si era nascosta in una tana

inesploratama si era audacemente insediata in una città spettacolare. Ilsegreto della sua incolumità era evidentemente

l'esistenza a Venezia di cose ben più curiose. E in qualche modopergiuntal'aveva aiutata il casocome mostrava per

esempio il fatto che alla signora Prest non fosse mai capitato dinominarmelasebbene cinque anni prima avessi

trascorso - sotto il suo naso per così dire - tre settimane. La mia amicainvero non ne accennava spesso con nessuno;

sembrava aver dimenticato che fosse ancora viva. La signora Prestnaturalmentenon aveva l'ansia del letterato. Che

l'anziana gentildonna vivesse all'estero non bastava a spiegare il fatto diessere riuscita a eluderci in quel modovisto

che le ricerche ci avevano portato - più e più volte - non soltanto percorrispondenzama di persona - in Franciain

Germaniain Italianei quali paesisenza contare l'importante soggiorno inInghilterrasi erano consumati molti dei

troppo pochi anni della vita di Aspern. Ci rallegrava pensare almeno che intutte le nostre dichiarazioni - non manca

credochi ritiene che abbiamo esagerato - avessimo soltanto sfiorato e conil massimo tatto la relazione con la signorina

Bordereau. Per una curiosa coincidenzase anche avessimo avuto il materiale- e spesso ci eravamo chiesti che cosa ne

fosse stato -quell'episodio sarebbe stato il più difficile da trattare.

La gondola si fermòed ecco il vecchio palazzo. Era infatti un edificio diuna classe che a Venezia si

fregia di questo nome solenne anche quando versa in grave sfacelo. «Cheaffascinante! É grigio e rosa!» esclamavano i

miei compagnie questa è la descrizione più esauriente. Non era propriovecchiosoltanto due o tre secolie non aveva

tanto un'aria di decadenza quanto di tranquilla rassegnazionequasi avessetradito la sua vocazione. Ma l'ampia facciata

con il balcone di pietra da un'estremità all'altra del piano nobilecioèdel piano più importanteaveva una sua

architettura con quegli archi e quei pilastri; negli spazi intermedi lostucco che lo rivestiva era rosato nel pomeriggio di

aprile. Si affacciava su un canale pulitomalinconicopiuttosto solitarioche ai due lati aveva una stretta rivaovvero un

comodo marciapiede. «Chissà perché... non ci sono abbaini di mattoni;quest'angolo mi è sempre sembrato più olandese

che italianopiù adatto ad Amsterdam che a Venezia. È stranamente lindoper ragioni tutte sueepur potendo arrivarci

a piedinon ci pensa quasi nessuno. Considerando dove si trovaèscorbutico come una domenica protestante. Forse la

gente ha paura delle signorine Bordereau. Le considereranno due streghe»concluse la signora Prest.

Non ricordo quello che le risposi - era immerso in altre due riflessioni. Laprima era chese la vecchia

gentildonna abitava in una casa tanto grande e imponentenon poteva versarein miseria eperciònon sarebbe stata

tentata dalla possibilità di affittare un paio di stanze. Espressi questotimore alla signora Prest che mi diede una risposta

assai lineare. «Se non abitasse in una casa grandecome potrebbe averestanze in più? Se non avesse tanto spaziovi

mancherebbe il pretesto per avvicinarla. Inoltre una grande casa quiinquesto quartier perdunon prova assolutamente

nulla: è del tutto compatibile con uno stato di indigenza. Vecchi palazziin sfacelose li cercate un po' fuori manosi

hanno per cinque scellini all'anno. Quanto alle persone che vi abitano... nofinché non avrete esplorato la società

venezianacome ho fatto ionon capirete lo squallore della loro vitadomestica. Vivono di niente perché non hanno

niente di cui vivere». L'altra idea balenatami in mente era collegata a unalto muro spoglio che sembrava racchiudere un

terreno su un lato della casa. Spoglio lo definiscoma era istoriato contutte le chiazze che piacciono ai pittoribrecce

aggiustateintonaco sbriciolatosporgenze di mattoni rosati dal tempomentre dalla sommità del muro sbucavano

alcuni alberi sottili e i pali di certi traballanti tralicci. Era ungiardinoevidentemente collegato con la casa.

All'improvviso capii cheproprio perché adiacente alla casami offriva unpretesto.4

Ero intento a osservare tutto questo da sotto il riparo del felze (ognicosa era avvolta nel fulgore dorato

di Venezia)quando la Signora Prest mi chiese se intendessi entrarementrelei sarebbe rimasta ad aspettarmioppure se

sarei ritornato un'altra volta. In un primo momento non seppi decidere -indubbiamente un segno di debolezza da parte

mia. Volevo continuare a crogiolarmi nell'idea che forse ci avreimesso piedee temevo di dover affrontare una sconfitta

perchécome feci osservare alla mia compagnasarei rimasto privo di frecceal mio arco. «Perché privo di frecce?»mi

chiesementre me ne stavo seduto esitando e rimuginando. Desiderava sapereperchéneppure in quel momentoprima

di prendermi la briga di diventare il loro inquilino - cosa forsemaledettamente scomodaanche se fossi riuscito nel mio

intento - non ricorrevo alla semplice soluzione di mettere un bel po' diquattrini sotto il loro naso. In tal modo avrei -

chissà? - ottenuto quello che volevo senza passare notti insonni.

«Mia cara signora»esclamai«scusate l'impazienza del mio tono quando miazzardo a dire che

probabilmente avete dimenticato le circostanze - di sicuro ve ne ho fattapartecipe - che mi hanno spinto ad affidarmi

alla vostra perspicacia. La vecchia non accetta che si parli delle suereliquie e dei suoi ricordi; sono oggetti intimi

delicatipersonalieDio la benedica!non ha la percezione di quello chesuccede oggi. Se cominciassi facendo

risuonare quella notacertamente sciuperei tutto. Posso arrivare alla predasoltanto se non la metto in guardiae non la

metto in guardiasoltanto ingraziandomela con arti diplomatiche. L'ipocrisiae la doppiezza sono le mie uniche

possibilità. Me ne rammaricoma non esiste bassezza che non commetterei peramore di Jeffrey Aspern. Per prima cosa

devo prendere il tè con leiquindi affronterò il nodo». E le raccontai dacima a fondo quello che era accaduto a John

Cumnorquando le aveva rispettosamente scritto. La prima lettera non avevaricevuto la minima attenzionee la

seconda aveva avuto una breve risposta assai brusca: soltanto sei righe dimano della nipote. "La signorina Bordereau la

incaricava di dire che non capiva che cosa egli si proponesse disturbandole.Non avevano 'reliquie letterarie' del signor

Aspern ese le avessero avutenon si sarebbero sognate di mostrarlea nessuno per nessun motivo. Non riusciva a

immaginare di che cosa parlasse e gli chiedeva di lasciarla in pace".Non volevo certamente essere trattato così.

«Allora»disse la signora Prest dopo un attimocon intento provocatorio«forse non hanno davvero

nulla. Se lo negano con tanta decisionecome fate a esserne sicuro?».

«John Cumnor ne è sicuroe mi ci vorrebbe molto tempo per raccontarvi comesia arrivato a tale

convinzione o forte presunzione - così forte da contrastare con la bugia nonincomprensibile della vecchia signora. Si

basa inoltre sulla prova interna fornita dalla lettera della nipote».

«Prova interna?».

«Il fatto che lo chiami signor Aspern».

«Non capisco che cosa dimostri».

«Dimostra familiaritàe la familiarità depone a favore del possesso diricordidi oggetti tangibili. Non

posso dirvi quanto mi turbi quel «signor»... comesuperando l'abisso deltempoporti l'eroe vicino a me... e neppure

quanto acuisca il mio desiderio di incontrare Juliana. Voi non dite "ilsignor" Shakespeare».

«Lo fareise avessi una scatola piena delle sue lettere?».

«Sìse fosse stato il vostro amante e qualcuno le volesse».

E - aggiunsi - John Cumnor ne era così convinto - una convinzione rafforzatadal tono di quelle parole

- che sarebbe venuto di persona a Venezia a tentare l'impresase non fossestato cheper guadagnarsi la fiduciaavrebbe

dovuto negare di essere l'autore della letteravisto che sicuramente leanziane signorine avrebbero nutrito dei sospetti

malgrado la dissimulazione e il cambiamento del nome. Se di punto in biancogli avessero chiesto se fosse il loro

mortificato corrispondentegli sarebbe stato disagevole mentirementre perfortuna io non avevo quell'impaccio.

Iniziava una nuova mano del gioco... potevo protestare senza mentire.

«Ma dovrete assumere un nome falso»obiettò la signora Prest. «Julianavivesìfuori del mondoma

avrà senz'altro sentito parlare degli studiosi del signor Aspern. Forsepossiede quello che avete pubblicato».

«Ci ho pensato»replicai e trassi dal taccuino un biglietto da visita consopra nitidamente stampato un

nom de guerre opportunamente scelto.

«Siete uno spendaccione... accentua la vostra immoralità. Perché nonl'avete scritto a matita o a

penna?»disse la mia compagna.

«Così sembra più genuino».

«Avete certamente il coraggio della curiosità. Ma sarà un pasticcio con lacorrispondenza; le lettere

non vi verranno recapitate sotto questa maschera».

«Le ritirerà la mia banca e io andrò ogni giorno a raccoglierle. Saràl'occasione per una breve

passeggiata».

«Non ne farete altre? Non verrete a trovarmi?».

«Ve ne sarete andata da Venezia per la stagione calda assai prima che cisiano risultati. Mi preparo ad

arrostire per tutta l'estate... e anche per tutto il lungo aldilàdirete!Nel frattempo John Cumnor mi bombarderà con

lettereindirizzate al mio falso nomepresso il domicilio della padrona».

«Riconoscerà la calligrafia»suggerì la mia compagna.

«Potrà alterarla sulla busta».

«Che coppia impagabile! Non vi viene in mente che possano sospettarvi diessere un suo emissario

anche se negherete di essere il signor Cumnor?».

«Certamentee scorgo soltanto un modo per evitarlo».

«E quale sarebbe?».5

Esitai per un attimo. «Corteggiare la nipote».

«Ah!»esclamò la mia compagna. «Aspettate di vederla».

II

«Sfrutterò il giardino... sfrutterò il giardino»mi dicevo cinque minutipiù tardimentre aspettavo al

primo piano nella lunga sala ombrosadove la lama di luce che filtrava dallepersiane chiuse faceva scintillare

vagamente il pavimento nudo di scagliola. Il luogo era suggestivoeppureappariva in qualche modo freddo e

guardingo. La signora Prest se ne era scivolata via in gondoladandomiappuntamento in capo a mezz'ora a un approdo

vicino; dopo aver tirato il filo di ferro arrugginito di un campanelloerostato ammesso in casa da una cameriera

piccolinacon i capelli rossi e il volto biancogiovanissima e non bruttacon gli zoccoli scalpiccianti e uno scialle

avvolto a mo' di cappuccio. Non si era limitata ad aprire la porta dall'altocon il solito sistema a carrucolatutto cigolii

pur avendo prima guardato giù da una finestra del primo pianolasciandocadere la cauta sfida che in Italia precede

l'atto di ammissione. Mi irritava in genere quella sopravvivenza di manieremedievalieppure da appassionato

antiquarioanche se così specializzatome ne sarei dovuto compiacereimmagino; ma deciso com'ero a essere

conciliante a ogni costo fin dalla sogliatolto di tasca il falso bigliettoda visitalo levaiquasi fosse un richiamo

magicoverso il suo volto sorridente. Ebbe invero un simile effettoperchécome ho dettola portò fin dabbasso. La

pregai di consegnarlo alla padronadopo aver scritto in italiano le parole:«Potresteper gentilezzaricevere per un

attimo un signoreun viaggiatore americano?». La piccola cameriera non eraostile - tanto di guadagnatoforse. Arrossì

sorrise; sembrava a un tempo spaventata e compiaciuta. Capivo che il mioarrivo era una faccenda importanteche in

quella casa le visite erano rare e che lei era il t ipo da gradire unambiente più movimentato. Quandodietro a mechiuse

con una spinta la pesante portasentii di aver messo piede nella fortezza emi ripromisi fermamente di tenercelo.

Scalpicciava attraversando il pavimento di pietra della sala umida delpianterreno esenza essere invitatola seguii su

per l'alta scalinata - ancora più pietrosasembrava. Secondo leicredoavrei dovuto aspettarla al pianterrenoma non era

questa la mia ideae mi piazzai nella sala. All'estremità di questasgusciò verso impenetrabili regionimentre mi

guardavo intorno con il cuore che batteva come l'avevo sentito fare nellesale d'aspetto dei dentisti. Il salone aveva

un'aria di cupo splendorema doveva tale caratteristica quasi esclusivamentealla nobile forma e alla bella architettura

delle portealte come il portone di una facciata solenneche conducendonelle varie stanze ricorrevano a intervalli su

entrambi i lati. Erano sormontate da vecchi stemmi dipintisbiaditie qui elìnegli spazi fra l'una e l'altrapendevano

quadri scuriparticolarmente bruttinotaiin cornici brunite e sciupateeppure più piacevoli delle tele stesse. Tranne

varie sedie dal fondo di pagliadisposte contro la paretela solenne etetra visuale aveva ben poco da offrire per

produrre un bell'effetto. Evidentemente la sala serviva soltanto dacorridoioe assai di rado anche a quello scopo. Posso

aggiungere chequando si riaprì la porta attraverso la quale si erainvolata la servettai miei occhi si erano già abituati

alla scarsa luce.

Non intendevo dichiarare con giaculatorie personali che sarei stato io acoltivare il suolo del

disordinato recinto sottostante le finestrema probabilmente così sifigurò la gentildonna che da lungi veniva verso di

me sul pavimento spoglio e luccicantementre ioandandole rapidamenteincontroesclamavo avendo cura di parlare in

italiano: «Il giardinoil giardino... fatemi il piacere di dire che èvostro!».

Si fermò bruscamenteguardandomi perplessaquindi in inglesein tonofreddo e tristerispose:

«Nulla qui è mio».

«Ohsiete inglese! Che gioia!»esclamai con schiettezza. «Ma il giardinoappartiene di sicuro alla

casa».

«Sìma la casa non appartiene a me». Lungamagrapallidainfagottatain una vestaglia dal colore

spentoparlava con semplicità e mitezza. Non mi chiese di accomodarmicomenon lo aveva fatto con la signora Prest

anni prima - se era lei la nipote - e rimanemmo in piedil'una di fronteall'altronel salone vuoto e pomposo.

«Vorreste allora avere la bontà di dirmi a chi debbo rivolgermi? Miconsidererete orribilmente

indiscretotemoma sappiate che devo avere un giardino... parolad'onoredevo!».

Il suo viso non era giovanema era innocente; non frescoma limpido. Avevagrandi occhi opachi

una grande chioma incolta e belle mani lungheprobabilmente non pulite. Leavvinghiò in modo quasi convulsomentre

con aria confusa e allarmata prorompeva: «Ohnon portatecelo via; ci piacetanto!».

«Ne avete l'uso allora?».

«Ohsì. Se non fosse per quello... !». Ed ebbe un sorriso vago e spento.

«Non è un piacere squisito? Ecco perchévolendo stare a Venezia peralcune settimaneprobabilmente

per tutta l'estatee dovendo fare del lavoro letterario - scrivereleggere- sicché devo essere tranquillo ese possibile

stare molto all'aria aperta -ecco perché sento che un giardino mi èdavvero indispensabile. Mi appello alla vostra

esperienza»continuai con il sorriso più ingraziante che potevo azzardare.«Non posso dare un'occhiata al vostro?».

«Non sonon capisco»mormorò la poverinapiantata lìmentre il suosmarrito stupore doveva

vedersela - non senza un certo sgomentomi parve - con la mia stravaganza.

«Soltanto da una finestravoglio dire - solenni come quelle che avete qui -se mi permettete di aprire

le persiane». E m'incamminai verso il fondo. Quando arrivai a metà stradami fermai in attesaconvinto che mi avrebbe

accompagnato. Ero stato necessariamente assai precipitosoma nello stessotempo mi sforzavo di darle l'impressione d6

un'estrema cortesia. «Ho cercato camere ammobiliate dappertuttoma sembrache sia impossibile trovarne con il

giardino. In un luogo come Venezia i giardini naturalmente sono rari. Èassurdo per un uomodiretema non riesco a

vivere senza i fiori».

«Di quelli laggiù non vale la pena parlare». Si avvicinò come sepurdiffidandofosse stata tirata da

un filo invisibile. Proseguiie lei continuò ad avanzare quasi mi seguisse:«Ne abbiamo alcunima sono comunissimi.

Costa troppo coltivarli; ci vuole un uomo».

«Perché non potrei essere io l'uomo?»chiesi. «Lavorerò senza compensoanzi prenderò un

giardiniere. Avrete i più bei fiori di Venezia».

Protestò con un tremolio della voce che avrebbe potuto essere un singulto dirapimento per il mio

disinvolto progetto. Quindi boccheggiando disse: «Non vi conosciamo... nonvi conosciamo».

«Mi conoscete quanto vi conosco io; anzi molto di piùperché sapete comemi chiamo. E se voi siete

ingleseio sono quasi un compatriota».

«Non siamo inglesi»disse la mia compagna fissandomi quasi consottomissionementre spalancavo

le persiane fra le due colonnine dell'ampiaalta finestra.

«Parlate la lingua splendidamente: mi consentite di chiedervi di dovesiete?». Visto dall'altoil

giardino era davvero trascuratoeppure con una sola occhiata ne intuii lepossibilità. Non diede risposta tanto era

smarrita nella sua gentile vacuitàe io esclamai: «Non mi direte che sieteanche voi americana».

«Non lo so. Una volta lo eravamo».

«Una volta? Non avrete certamente cambiato?».

«Era tanti anni fa. Non siamo nientesembra».

«Tanti anni che abitate qui? Non mi sorprende; è una vecchia casasplendida. Tutti voi userete il

giardinoimmagino»continuai«ma vi assicuro che non vi saròd'impiccio. Me ne starò in un angolinoquietoquieto».

«Tutti noi lo usiamo?»fece eco in tono vagosenza avvicinarsi allafinestrama guardandomi le

scarpe. Sembrava mi considerasse capace di buttarla fuori.

«La vostra famiglia... tutti quelli che siete».

«C'è soltanto un'altra persona oltre a me. È molto anziana. Non scendemai».

Provo ancora un brivido per quella precisa identificazione di Juliana;malgrado ciòtuttavianon persi

la testa. «Soltanto un'altra persona in tutta questa grande casa!»esclamai fingendomi non soltanto stupitoma

scandalizzato. «Cara signoraavrete allora spazio disponibile!».

«Disponibile?»ripeté... quasi assaporando la gioia squisita e insolitache le dava sentire la propria

voce.

«Di sicuro non vivrete - due donne tranquillelo vedo che siete tranquilla- in cinquanta stanze!».

Quindi con una esplosione di esultante speranza le chiesi in modo diretto:«Non potreste affittarmene due o tre per un

buon prezzo? Sarei sistemato!».

Avevo fatto vibrare la nota che esprimeva il mio intento non è quindinecessario che riproduca tutta la

melodia. Finii con il far credere alla mia interlocutrice di esseredisinteressatosebbene naturalmente non tentassi di

convincerla di non essere eccentrico. Dovevo condurre alcuni studiribadii;mi serviva la tranquillità; i giardini mi

davano gioia e invano ne avevo cercato unoa destra e a sinistrain città;mi sarei adoperatoprima che passasse un

mesea ricoprire di fiori la vecchiacara casa. Credo che siano stati ifiori a far pesare la bilancia dalla mia parte: scoprii

infatticon l'andar del tempoche la signorina Tina - cosìcon una certaincongruenzasi chiamava quella zitella alta e

tremebonda - aveva al loro riguardo una brama insaziabile. Se parlo dellabilancia che pendeva dalla mia parteintendo

dire cheprima di andarmenemi aveva promesso di sottoporre alla zia la miarichiesta. Chiesi chi fosse sua zia e lei

rispose: «La signorina Bordereaunaturalmente!»con aria sorpresaquasisi aspettasse che lo sapessi. Erano

contraddizioni simili a questa a renderecome osservai in seguitolasignorina Tina gradevolmente imprevedibile e

interessante. Era cura delle due signore vivere in modo da non fare parlaredi sé il mondo né da esserne sfiorateeppure

non avevano mai accettato del tutto l'idea che di loro non si dicesse nulla.Nella signorina Tinain ogni modonon si era

estinta una grata propensione al contatto umanoe un contatto di tipolimitato ci sarebbe statose fossi andato ad abitare

in quella casa.

«Non abbiamo mai fatto nulla di simile; non abbiamo mai avuto un inquilino oqualcuno che abitasse

con noi». Ecco quello che ritenne opportuno farmi presente. «Siamopoverissimeviviamo malissimo... quasi di nulla.

Le stanze sono spoglie... quelle che potreste prendere non hanno nulladentro. Non so come potreste dormirvi

mangiare».

«Con il vostro permessonon avrei difficoltà a mettervi un lettoalcunitavoli e qualche sedia. C'est la

moindre des choses e questione di una o due ore. Conosco un ometto dalquale potrei noleggiare per una sciocchezza

quello che mi serve per così poco tempoquello che userei; il miogondoliere può occuparsi del trasporto. Naturalmente

in questa grande casa ci sarà una seconda cucina e il mio domesticoun uomoabilissimo» - questo personaggio era stato

evocato lì per lì - «potrà farmi una bistecca. Ho gusti e abitudini moltofrugali; vivo di fiori!». Mi azzardai quindi ad

aggiungere chese erano così povereavevano un motivo in più peraffittare le stanze. Erano cattive amministratrici...

non avevo mai visto un tale spreco di risorse.

Intuii in un attimo che nessuno aveva mai interpellato in quel modo la miabuona signora - con una

fermezza divertita che non escludeva la sollecitudineanzi ne era ilfondamento. Avrebbe ben potuto dirmi che la miai7

sollecitudine era un'impertinenzama questo per fortuna non le venne inmente. La lasciai con l'intesa che avrebbe

sottoposto alla zia la mia richiesta e che sarei potuto tornare il giornosuccessivo per conoscere la loro decisione.

«La zia rifiuterà; giudicherà l'intera faccenda assai louche!»dichiaròla signora Prest poco dopo

quando avevo ormai ripreso il posto in gondola. Era stata lei a ficcarmil'idea in testa e adesso - che poco attendibili

sono le donne! aveva l'aria di considerarla con sfiducia. Indispettito dalsuo pessimismofinsi di nutrire ottime speranze;

arrivai al punto di vantarmi con la previsione di un sicuro successo. Al chela signora Prest sbottò: «Capisco quello che

vi frulla in testa! Vi lusingate di averle fatto in cinque minuti una taleimpressione che quella muore dalla voglia di

avervi e siete sicuro di poter contare su di lei per convincere la vecchia.Se entrate lì dentrolo considererete un trionfo»

Lo considerai infatti un trionfoma soltanto per il letteratoin ultimaanalisinon per l'uomoprivo di

una tradizione di conquiste personali. Il giorno dopoquando tornailaservetta mi condusse direttamente attraverso la

lunga sala checome primasi apriva in un'ampia prospettiva ed erapiù luminosa questa voltail che considerai di buon

auspicio - fino alla stanza dalla quale era emersa colei che mi aveva accoltonella precedente visita. Era un salotto

spazioso e trascuratocon un bel soffitto dipintosotto il qualeaccanto auna finestrasedeva da sola una strana figura.

Rivivo oraquasi con la stessa trepidazionele emozioni successive chemarchiarono la mia coscienza: chiudendosi la

porta alle mie spalleero davvero a faccia a faccia con la Juliana di alcunedelle liriche più squisite e note di Aspern. Mi

abituai a lei in seguitoseppure mai del tuttoma mentre se ne stavadavanti a meil cuore prese a battere come se a mio

beneficio avesse avuto luogo il miracolo della resurrezione. La sua presenzasembrava in qualche modo contenere ed

esprimere quella di luie nell'istante in cui la vidigli fui vicino comenon gli ero mai stato prima e non sarei mai più

stato dopo. Sìricordo le mie emozioni nel loro ordinecompreso perfino uncurioso piccolo tremore che mi prese

quando vidi che la nipote non era lì. Con leiil giorno primaavevo presouna certa confidenza mapur avendo tanto

desiderato quel momentoero quasi sopraffatto al trovarmi da solo con unareliquia terribile come la zia. Era troppo

stranatroppo risuscitata in senso letterale. Poi mi fu di freno lapercezione che non eravamo in realtà a faccia a faccia

in quanto sugli occhi portava una orribile visiera verde che le serviva quasida maschera. Per un attimo credetti che

l'avesse indossata di propositoper studiarmi da capo a piedi senza che iopotessi raggiungerla. Nello stesso tempo mi

venne da pensare che dietro si celasse un'orribile testa di morto. La divinaJuliana come un teschio ghignante... la

visione indugiò per poi dileguarsi. Mi venne quindi da pensare che eratremendamente vecchiacosì vecchia che la

morte avrebbe potuto prenderla in qualsiasi momentoprima che io avessiavuto il tempo di raggiungere il mio fine. Il

pensiero successivo apportò una rettificarischiarando la situazione.Sarebbe morta la prossima settimanasarebbe

morta l'indomani... allora sarei potuto balzare sui suoi averi e saccheggiarei suoi cassetti. Nel frattempo sedeva lì senza

muoversisenza parlare. Minuta e rattrappitase ne stava china in avanticon le mani in grembo. Vestiva di nerola testa

avvolta in un vecchio pizzo neroche le nascondeva i capelli.

Mentre rimanevo in silenziosopraffatto dall'emozionefu lei a parlare perprimae la sua

osservazione fu precisamente la più inaspettata.

III

«La nostra casa è molto lontana dal centroma il rio è proprio commeil faut».

«È l'angolo più delizioso di Venezia; non riesco a immaginare nulla dipiù incantevole»mi affrettai a

rispondere. La voce dell'anziana signora era sottile e fiocama aveva unmormorio gradevoleraffinatoe c'era del

miracoloso nel pensiero che quella particolare nota fosse risuonatanell'orecchio di Jeffrey Aspern.

«Accomodatevi lìprego. Sento benissimo»disse in tono sommessoquasiavessi gridatoe la sedia

che mi indicò era a una certa distanza. Ne presi possessoassicurandola diessere pienamente consapevole della mia

intrusionedi non esserle stato debitamente presentato e di non poter cheaffidarmi alla sua indulgenza. Forse l'altra

signorala signora che avevo avuto l'onore di incontrare il giorno primaleaveva spiegato la faccenda del giardino.

Ecco quello che in senso letterale mi aveva dato il coraggio di compiere unpasso così poco convenzionale. Mi ero

innamorato a prima vista del posto - forse lei vi era così abituata da nonsapere quale impressione potesse fare su un

estraneo - e davvero mi era parso il caso di arrischiare. Ricevermi con tantagentilezza era il segno che non avevo del

tutto errato i miei calcoli? Poterlo pensare mi avrebbe reso assai felice. Ledavo la mia parola d'onore di essere una

persona perbene e innocua; come coinquiline del palazzoper così diresisarebbero a mala pena accorte della mia

presenza. Se mi avessero lasciato godere il giardinomi sarei conformato aogni regolaa ogni restrizione. Sarei stato

per giunta felice di darle referenze e garanzie; sarebbero state ottime aVeneziain Inghilterrain America.

Mi ascoltò immobile e in silenzio. Sentivo su di me il suo sguardopenetrantesebbene potessi vedere

soltanto la parte inferiore del viso sbiancato e grinzoso. A prescindere dalprocesso della vecchiaia che tende ad

affinareil volto possedeva una delicatezza che doveva essere stata notevoleun tempo. Probabilmente aveva avuto

capelli biondi e una bellissima carnagione. Smesso che ebbi di parlarerimase in silenzio per qualche momentoquindi

esordì: «Se siete così amante dei giardiniperché non andate sulla terraferma dove ce ne sono di assai più belli?».

«Ohè l'accostamento!»risposi sorridendoe con un volo di fantasia:«È l'idea di un giardino nel

mezzo del mare».

«Non è nel mezzo del mare; non si vede neppure l'acqua».

Rimasi con lo sguardo fisso per un attimochiedendomi se non intendessedenunciarmi per truffa.

«Non si vede l'acqua? Macara signoraposso arrivare in barca fino allaporta».8

Si mostrò incoerente replicando in tono vago alle mie parole: «Sìseavete una barca. Io non ce l'ho;

sono passati molti anni da quando sono stata su una delle gondole».Parlava quasi si riferisse a un'imbarcazione remota

e curiosanota a lei soltanto per sentito dire.

«Permettetemi di assicurarvi che sarebbe un grande piacere mettere la mia alvostro servizio!»risposi.

Avevo a malapena finito di parlare e già mi rendevo conto del dubbio gustodel mio discorsetto chefacendomi apparire

troppo zelantetroppo animato da oscuri motiviavrebbe potuto danneggiarmi.Ma la vecchia rimase impenetrabile; mi

turbava il suo atteggiamento che suggeriva come mi capisse meglio di quantoio non capissi lei. Non mi ringraziò per

quell'offerta in qualche modo stravagantema osservò che la signoraincontrata il giorno prima era sua nipote; sarebbe

arrivata fra poco. Le aveva chiesto di proposito di starsene lontana perqualche tempo... aveva le sue ragioni per

incontrarmi da solo la prima volta. Ricadde nel suo silenzio mentre io rimuginavo su quelle ragioni innominatesu che

cosa sarebbe potuto saltar fuori ancora e se fosse il caso di avventurarmi aesprimere qualche ponderata osservazione in

lode della sua compagna. Arrivai al punto di dire che sarei stato incantatodi rivedere la nostra amica lontana: era stata

così paziente con metenuto conto che con ogni probabilità le ero apparsobizzarrodichiarazione questa che suscitò un

altro discorsetto capriccioso da parte della signorina Bordereau.

«Ha modi eccellenti; l'ho tirata su io!». Ero sul punto di dire che cosìsi spiegava la grazia naturale

della nipotema mi fermai in tempoe un attimo dopo la vecchia continuò:«Non m'importa chi siate... non voglio

saperlo; vuol dire tanto poco al giorno d'oggi». Aveva tutta l'aria diessere una formula di congedoforiera dell'invito a

togliermi di tornoadesso che si era divertita a guardare in faccia unsimile mostro di indiscrezione. Fui perciò assai

stupito quando con un tremito morbido e venerabile aggiunse: «Potete averetutte le stanze che volete... se mi darete

molti soldi».

Esitai un attimo soltantoabbastanza a lungo per valutare il significatospecifico di quella condizione.

Pensai anzitutto che avesse in mente una cospicua somma; quindi ragionai cheprobabilmente la sua idea di una

cospicua somma non corrispondeva alla mia. Tale riflessioneritengonon fucosì palese da diminuire la prontezza della

mia risposta: «Vi pagherò con piaceree naturalmente in anticipoqualunque cifra riteniate opportuno chiedermi».

«Mille franchi al meseallora»disse istantaneamentementre lasconcertante visiera verde continuava

a celare la sua espressione.

La cifracome si diceera esorbitantee la mia logica aveva sbagliato. Lasomma da lei indicata era

esagerata per i criteri veneziani in simili affari; c'erano molti palazzivecchi fuori mano che a quelle condizioni avrei

potuto averetutti per meper un anno. Ma ero pronto a spendere nellamisura concessa dalle mie risorsee la decisione

fu presto presa. Le avrei pagato con il sorriso sulle labbra quello che michiedevama in tal caso mi sarei rivalso

impossessandomi della mia «preda»senza nulla in cambio. Mi avesse chiestocinque volte di piùmi sarei mostrato

all'altezza della situazionetanto mi sarebbe parso odioso mettermi acontrattare con la Juliana di Aspern. Era già

abbastanza bizzarro discutere con lei di quattrini. L'assicurai che il suomodo di vedere coincideva perfettamente con il

mio e che il mattino seguente avrei avuto il piacere di metterle in manol'affitto di tre mesi. Accolse questo annuncio

con evidente compiacimentosenza dare segno di ritenere che dopo tuttosarebbe stato opportuno invitarmi prima a dare

un'occhiata alle stanze. Non le venne in mente; dal canto mio volevosoprattutto lasciarla serena. Era stato appena

concluso il nostro piccolo accordoquando si aprì la porta e sulla sogliaapparve la più giovane. Vedendo la nipotela

signorina Bordereau esclamò quasi con esultanza: «Ce ne darà tremila...tremila domattina!».

La signorina Tina rimase immobilemuovendo lo sguardo paziente dall'unaall'altro; quindi con un

filo di voce chiese: «Tremila franchi?».

«Franchi o dollari?»mi chiese la vecchia a questo punto.

«Penso che abbiate detto franchi»dissi con un sorriso risoluto.

«Molto bene»disse la signorina Tinaquasi avesse percepito che la suadomanda sarebbe potuta

apparire esosa.

«Che ne sai tu? Non sai niente»osservò la signorina Bordereaunon con acredine ma con una

benevolenza strana e fredda.

«Sìdi soldi... sicuro di soldi!»si affrettò ad ammettere la signorinaTina.

«Sono certo che avrete le vostre branche di sapere»mi presi la libertàdi dire in tono gioviale. C'era

un che di doloroso nella piega che aveva preso la conversazione a propositodi dollari e franchi.

«Da giovane ha avuto un'ottima educazione. Me ne occupai io stessa»dissela signorina Bordereau.

Quindi aggiunse: «Ma da allora non ha imparato più nulla».

«Sono sempre stata con te»replicò mite la signorina Tinacertamente senza intenzione di fare un

epigramma.

«Sennò...!»dichiarò la zia con maggior forza satirica. Evidentementeintendeva dire chesennòsua

nipote non se la sarebbe cavata affattoma il senso dell'osservazione andòperduto con la signorina Tinasebbene fosse

arrossita sentendo rivelata a uno sconosciuto la sua storia. La signorinaBordereau proseguì rivolgendosi a me: «A che

ora verrete domattina con i soldi?».

«Prima èmeglio è. Se vi va benearriverò a mezzogiorno».

«Sono sempre quima ho i miei orari»disse la vecchiaquasi non sidovesse dare per scontata la sua

disponibilità.

«Vi riferite alle ore in cui ricevete?».

«Non ricevo mai. Ma vi vedrò a mezzogiorno quando verrete con i soldi».9

«Benissimosarò puntuale». E aggiunsi: «Posso stringervi la mano persuggellare il nostro

contratto?». Pensavo che ci volesse qualche piccola formalità; mi sareisentito più a mio agiocerto com'ero che non ce

ne sarebbero state altre. Inoltresebbene la signorina Bordereau non sipotesse più definire attraente e ci fosse nella sua

decrepita antichità qualcosa che imponeva le distanzesentivol'irresistibile desiderio di tenere nella mia la mano che

Jeffrey Aspern aveva stretto.

Per un minuto non risposee vidi che la mia proposta non era riuscita aincontrare la sua

approvazione. Non si abbandonò a gesti di ripulsacome quasi mi aspettavo;si limitò a dire con freddezza:

«Appartengo a un'epoca che non aveva questa usanza».

Mi sentii piuttosto mortificato. «Sarà lo stesso farlo con voi!»esclamaiallegramente rivolto alla

signorina Tina. Le strinsi la manomentre lei assentiva con un rapidobrevecenno. «Sìsìper mostrare che è tutto

concordato».

«Porterete i soldi in oro?»chiese la signorina Bordereaumentre miavviavo alla porta.

La guardai per un attimo. «Non avete un po' di pauradopo tuttoa tenerein casa una tale somma?».

Non che fossi sconcertato dalla sua aviditàma lo ero dal divario fra untale tesoro e gli scarsi mezzi per proteggerlo.

«Di chi dovrei avere paurase non ho paura di voi?»chiese lugubre erattrappita

«Ahallora mi premurerò di fare il guardiano e vi porterò orosepreferite».

«Grazie»rispose la vecchia con dignitàchinando lievemente il capo asignificare evidentemente che

mi congedava.

Uscii dalla stanza pensando che sarebbe stato ben difficile circuirla. Mentreme ne stavo di nuovo

nella salavidi che la signorina Tina mi aveva seguito; immaginaicheavendo la zia trascurato di invitarmi a dare

un'occhiata alle stanze a me destinatefosse suo intento porre rimedioall'omissione. Ma non si offrì di farlo; si limitò a

rimanere lì con un sorriso fioco ma non languidoe con un'aria digiovinezza sventata e inespertain contrasto quasi

comico con l'aspetto scialbo della persona. Non era inferma come la ziamami parve più intimamente fatuaperché la

sua era una labilità interioreil che non era il caso con la signorinaBordereau. Attesi per vedere se si sarebbe offerta di

mostrarmi il resto della casama non la incalzaivisto che da quel momentoprogettavo di trascorrere in sua compagnia

quanto più tempo possibile. Lasciai passare un minutoinfattiprima diespormi.

«Ho avuto più fortuna di quanta sperassi. È stata gentile a vedermi. Forsele avete detto una buona

parola».

«È stato il pensiero dei soldi»disse la signorina Tina.

«Glielo avete suggerito voi?».

«Le ho detto che forse sareste stato munifico».

«Che cosa vi ha indotto a pensarlo?».

«Le ho detto chesecondo meeravate ricco».

«Che cosa ve lo ha fatto credere?».

«Non lo so; il vostro modo di parlare».

«Santo cielodovrò parlare diversamente ora»replicai. «Purtroppo nonè così».

«Secondo mea Venezia i forestieri in generale spesso danno moltoper qualcosa che dopo tutto non è

granché». Sembrava che facesse questa osservazione per confortarmidesiderosa di ricordarmi chese ero stato

generosonon ero l'unico stolto. Insieme camminammo lungo la sala ementre ne assaporavo le splendide proporzioni

dissi che temevo non avrebbe fatto parte del mio quartiere. Le miestanze erano per caso quelle che si aprivano nella

sala? «Nose andate di sopraal secondo piano»rispose quasi desseper scontato che sapessi il luogo destinatomi.

«E ne deduco che lì vostra zia vorrebbe sistemarmi».

«Ha detto che i vostri appartamenti dovrebbero essere del tutto a séstanti».

«Sarebbe certamente un'ottima cosa». Ascoltavo con rispettomentre midiceva che al piano di sopra

sarei stato libero di scegliere a piacimento; che c'era un'altra scalamasoltanto dal piano nel quale ci trovavamoe che

per passare da lì al giardino o per risalire al mio alloggioavrei dovutoattraversare il salone. Questo era un immenso

vantaggio; prevedevo che sarebbe stato il cardine dei miei rapporti con ledue signore. Quando le chiesi come trovare in

quel momento la strada per salirela signorina Tina rispose con un accessodi quella socievole timidezza che

costantemente contrassegnava i suoi modi:

«Forse non la troverete. Non credo... a meno che non venga con voi».Evidentemente non ci aveva

pensato prima.

Saliti al piano superiorevisitai una lunga fila di stanze vuote. Lemigliori si affacciavano sul giardino;

da altre si vedeva la laguna azzurra al di sopra dei tetti di tegole grezzedelle case antistanti. Erano tutti locali polverosi

perfino cadenti per la lunga incuriama mi resi conto che con qualchecentinaio di franchi avrei potuto renderne

abitabili tre o quattro. Il mio esperimento cominciava a rivelarsidispendiosoeppure ora che mi ero quasi installatonon

volli angustiarmi con quel pensiero. Accennai alla mia compagna alcune coseche avrei sistemato lì dentroma con

maggior precipitazione del solito mi rispondeva di fare come meglio migarbava: sembrava desiderosa di mettere in

chiaro che le signorine Bordereau avrebbero avuto un remotissimo interessealle mie faccende. Intuivo che era stata la

zia a istruirla di assumere quel tono; tanto vale dire a questo punto che inseguito arrivai a distinguere perfettamente

(così credevo) fra le cose che diceva di sua iniziativa e quelle imposteledalla vecchia zia. Non prestò attenzione alla

sporcizia delle stanze e non si attardò in spiegazioni o scuse. Era unsegnomi dissiche Juliana e la nipote - che

delusione! - erano persone disordinate in sintonia con il basso livello dipulizia degli italianima in seguito riconobbi10

che un inquilinoil quale si era aperto di forza un varconon aveva locusstandi quale critico. Ci affacciammo a molte

finestreperché non c'era altro da osservare nelle stanzeeppuredesideravo indugiare. Le chiesi che cosa potessero

essere varie cose distinguibili in lontananzama sembrava che non nericonoscesse nessuna. Era evidente che il

panorama non le era familiare - pareva che non lo vedesse da anni - e pocodopo mi accorsi che era troppo preoccupata

da qualcos'altro per fingere interesse. All'improvviso disse (l'osservazionenon le era stata suggerita):

«Non so se per voi fa lo stessoma i soldi sono per me».

«I soldi?».

«I soldi che porterete».

«Mi fate venire voglia di trattenermi qui per due o tre anni!». Parlavo contutta la benevolenza

possibilesebbene avesse cominciato a darmi sui nervi che quelle donne cosìvicine ad Aspern continuassero a tirar

fuori tanto costantemente la questione pecuniaria.

«Sarebbe ottimo per me»rispose quasi allegramente.

«Mi stuzzicate nell'onore!».

Parve non capirema continuò: «Vuole che io abbia di più. Pensa di esserevicino a morire».

«Ahnon prestospero!»esclamai con genuino trasporto. Avevo ben presoin considerazione la

possibilità che distruggesse i documenti il giorno in cui avesse sentitoprossima la fine. Credevo che fino ad allora vi

sarebbe rimasta attaccata ed ero convinto che continuasse a rileggere ogninotte le lettere di Aspern e che almeno le

premesse contro le labbra avvizzite. Non so che cosa avrei dato per vederequei rituali. Chiesi alla signorina Tina se la

venerabile congiunta fosse gravemente malatae rispose che era soltantomolto stanca - aveva vissuto così a lungo. Lei

stessa lo diceva - voleva morire per cambiare. I suoi amici erano tutti mortida moltissimo tempo; o sarebbero dovuti

rimanere lorooppure sarebbe dovuta andarsene lei. Era una cosa che sua ziadiceva spesso; non era affatto rassegnata...

rassegnata alla vita.

«Ma non si muore quando ci garbavero?»chiese la signorina Tina. Mipresi la libertà di chiedere

perchése di fatto c'erano abbastanza soldi per duenon ce ne dovesseroessere più che a sufficienza nel caso fosse

rimasta da sola. Dopo aver considerato per qualche attimo quel difficileproblemarispose: «Sapetesi preoccupa molto

per me. Secondo leiuna volta rimasta solastupida come sononon sapròcavarmela».

«Avrei detto che foste voi a prendervi cura di lei. È molto orgogliosatemo».

«Come! L'avete già capito?»esclamò la signorina Tina con un barlume digioiosa sorpresa.

«Sono rimasto chiuso insieme a lei per un bel po' di tempo. Mi ha fatto unagrande impressionemi ha

incuriosito. Non mi ci è voluto molto per fare questa scoperta. Non avràmolto da dirmimentre abiterò qui».

«Nocredo di no»confermò la mia compagna.

«Ritenete che abbia sospetti su di me?».

Gli occhi onesti della signorina Tina non diedero a vedere che avevo colpitonel segno. «Non direi...

visto che vi ha accettato con tanta facilitàdopo tutto».

«Con tanta facilitàdite? Si è premunita contro ogni rischio. Ma in chemodo potrei approfittarmi di

lei?».

«Non dovrei dirvelose lo sapessino?». E prima che avessi il tempo direplicaresorridendo

mestamenteaggiunse: «Secondo voiabbiamo dei punti deboli?».

«È proprio quello che chiedo. Basta che ne accenniatee io li rispetteròreligiosamente».

Mi guardò con quell'aria di curiosità timidama piena di candore e perfinoappagata che aveva avuto

nei miei confronti fin dal primo momentodopo di che aggiunse: «Non c'èniente da dire. Siamo così tranquille. Non so

come passino i giorni. Non abbiamo una vita».

«Lasciatemi credere di potervene dare io un poco».

«Ohnoi sappiamo quello che ci serve. Va tutto bene».

C'erano mille cose che desideravo chiederle: in che modo vivesseroseavessero amicivisitatori

parenti in America o in altri paesi. Ma giudicai prematuro scandagliaredovevo rinviarlo a un'altra occasione. «Non

siate orgogliosa»mi accontentai di dire. «Non nascondetevi sempre».

«Ohdevo stare con la zia»rispose dopo avermi guardato. Ecosìdicendobruscamentesenza

nessuna cerimonia di commiatoscomparve lasciandomi a ritrovare la stradafino al piano di sotto. Indugiai per qualche

tempo aggirandomi nel deserto luminoso della vecchia casainondata di solerimuginando sulla situazione. Neppure la

scalpicciante piccola serva venne a occuparsi di mee riflettei chedopo tuttoquel trattamento denotava fiducia.

IV

Forse era cosìeppuresei settimane più tardiverso la metà di giugnoquando la signora Prest si

accinse a emigra re come ogni annoio non avevo fatto nessun apprezzabileprogresso. Fui costretto a confessarle di non

aver ottenuto nessun risultato degno di questo nome. Il primo passo era statoinaspettatamente rapidoma non c'erano

indizi che ce ne sarebbe stato un altro. Ero a mille miglia dal prendere iltè in compagnia delle padrone di casa - un

privilegiocome ricordai alla mia buona amicache entrambi ci eravamoprefigurati. Mi rimproverava di non essere

abbastanza intraprendente e io rispondevo cheanche per essereintraprendentici voleva l'occasione buona: ci si può

infilare attraverso una brecciama non si può buttar giù un muro senza ilminimo appiglio. Replicò che attraverso la11

breccia da me aperta poteva passare un esercito e mi accusò di sciuparetempo prezioso piagnucolando nel suo salon

quando invece avrei dovuto portare avanti la battaglia sul campo. Vero è cheandavo da lei spessissimo (sfogavo senza

remore il mio scoraggiamento) - tutto per la teoria che mi sarei consolatoper la mancata vittoria in casa. Ma cominciavo

a provare la sensazione che non mi consolava l'essere perpetuamente schernitoper i miei scrupolisoprattutto perché

ero sempre all'ertae fui piuttosto contento quando la mia ironica amicachiuse la casa per l'estate. Si era aspettata di

divertirsi al dramma dei miei rapporti con le signorine Bordereaued eradelusa che i rapportie di conseguenza il

drammanon venissero a capo di nulla. «Vi porteranno alla rovina»midisse prima di andarsene da Venezia. «Vi

porteranno via tutti i soldi senza mostrarvi un brandello di lettera». Credodi essermi dedicato alla faccenda con

maggiore concentrazione dopo la sua partenza.

Era un fatto che fino a quel momentotranne che in una breve occasionenonavevo avuto alcun

contattoneppure per un attimocon le mie strampalate padrone di casa.L'eccezione si era verificata quandoin

adempimento alla promessaavevo portato loro i terribili tremila franchi.Avevo allora trovato nell'atrio la signorina

Tinache aveva preso i quattrini dalla mia mano con tanta prontezza daimpedirmi di vedere sua zia. La vecchia signora

aveva promesso di ricevermima evidentemente non ci aveva pensato due voltea rompere quel voto. I soldi erano in

una borsa di camosciodi rispettabili dimensionidatami dal mio banchieree la signorina Tina dovette allargare le mani

per prenderla. Lo fece con grande solennitàsebbene io cercassi di dare untono scherzoso alla faccenda. Non fu con

animo giocosoe tuttavia con un candore prossimo alla radiosità chesoppesando i soldi sulle palmechiese: «Non vi

sembrano troppi?». Le risposi che l'avrei misurato dal piacere che ne avreitratto. Alloraallontanandosi rapidamente da

me come aveva fatto il giorno primamormorò in un tono diverso da quellousato fino a quel momento: «Piacere

piacere... non c'è piacere in questa casa».

Dopo di che non la vidi per un lungo intervallo di temposorpreso che lecomuni incombenze

quotidiane non assecondassero gli incontri. Non c'era altra spiegazione senon che si premurasse con tutte le forze di

evitarli; la casa per giunta era così grande che eravamo persi l'uno perl'altra lì dentro. Nei miei andirivieni ero solito

cercarla speranzosamente mentre attraversavo la salama non miricompensava neppure una rapida sbirciatina alla coda

del suo abito. Sembrava che non mettesse mai il naso fuori dell'appartamentodella zia. Chissà che cosa ci faceva lì

settimana dopo settimanaanno dopo annomi chiedevo. Non mi ero mai trovatodavanti una strategia di isolamento

così rigorosa; non sembravano tanto due creature che vivessero ritirate...quanto due creature braccate che si fingessero

morte. Pareva che le due signore non avessero mai visite e contatti con ilmondo. Io almeno ero convinto che nessuno

sarebbe potuto entraree che la signorina Tina non sarebbe potuta usciresenza che io me ne accorgessi. Giunsi a fare

un passo per il quale disprezzai me stesso. Visto che la cosa non si sarebberipetutainterrogai il mio cameriere sulle

loro abitudini facendogli capire che mi sarebbe interessata ogni informazionefosse riuscito a racimolare. Ma racimolò

incredibilmente poco per essere quel veneziano sveglio che era: c'è però dadire chedove si digiuna in perpetuoci

sono pochissime briciole sul pavimento. Le sue capacità erano d'altrondesufficientisebbene non eccelse come le avevo

descritte nel primo colloquio con la signorina Tina. Aveva aiutato il miogondoliere a portare un intero carico di mobili

euna volta trasportati questi articoli all'ultimo piano della casa edistribuiti intorno come suggeriva la nostra congiunta

saggezzadiede all'organizzazione domestica tutta la dignità compatibilecon il fatto che fosse affidata esclusivamente a

lui. In breve creò intorno a me un ambiente comodo nella misura consentitadalle mie mediocri prospettive. Sarei stato

felicese si fosse innamorato della cameriera della signorina Bordereau oseandandogli male la storial'avesse presa in

avversione; entrambi gli avvenimenti avrebbero provocato una qualchecatastrofee la catastrofe avrebbe portato a un

abboccamento. Mi ero fatto l'idea che fosse una ragazza socievole; avendolavista sfrecciare qui e lì intenta alle

faccende domesticheero certo che fosse accessibile. Ma da quella fonte nonattinsi nessun pettegolezzoe in seguito

appresi che l'affetto di Pasquale si era fissato su un oggetto che lo rendevaincurante delle altre donne. Era solita venirlo

a trovare una fanciulla con il viso incipriatoun abito di cotone giallo ela vocazione a prendersela con calma.

Esercitavaquando le garbaval'arte di infilare perline - questi ornamentivengono fatti a profusione a Venezia; le

perline poi le traboccavano dalle tasche e io le trovavo sul pavimento dellemie stanze - e teneva d'occhio la possibile

rivale in quella casa. Non spettava a me fare pettegolezzi domestici e nonfiatai mai con la cuoca della signorina

Bordereau.

Consideravo una prova della decisione della vecchia di non avere a che farecon me il fatto che non mi

avesse mai mandato la ricevuta della somma pagata per l'affitto di tre mesi.Per qualche giorno rimasi all'erta in attesa

poiquando ormai vi avevo rinunciatosciupai un bel po' di tempo arimuginare per quale ragione avesse trascurato una

formalità così indispensabile e abituale. In un primo momento ebbi latentazione di inoltrarle una richiesta; dopo di che

in contraddizione con quanto ritenevo giusto nel caso specifico - accantonail'idea per la considerazione generica di

dovermene stare tranquillo. Se la signorina Bordereau mi avesse sospettato didoppio fineavrebbe avuto meno sospetti

qualora mi fossi condotto da uomo di affarieppure decisi di non farlo.Forse giudicava un'impertinenza la propria

omissionela considerava una tangibile ironiaper dimostrare di sapercircuire chi tentava di circuirla. Se tale ipotesi era

correttafacevo bene a dar mostra di non badare ai suoi trucchetti. La verainterpretazione della faccendacome in

seguito dedussiera soltanto il desiderio della poveretta di mettere inchiaro che godevo di un favore tanto rigidamente

limitato quanto liberalmente elargito. Mi aveva dato una parte della suacasama non avrebbe aggiunto a ciò neppure un

frammento di carta con sopra il suo nome. Consentitemi di dire che non ne fuiafflitto neppure all'inizioperché tutta la

situazione aveva il fascino della bizzarria. Prevedevo un'estate in armoniacon il mio cuore da letteratoe la sensazione

di giocare una buona carta eradopo tuttoassai maggiore che non lasensazione di essere io giocato. A Venezia ci vuole

pazienza per tutto esiccome adoravo il luogomi sentivo ancora di più inarmonia con il suo spirito per avervi devoluto12

cospicue risorse. Quello spirito mi teneva perpetua compagnia e sembravaguardarmi dall'immortale volto redivivo del

grande poeta - illuminato dal suo genio - suggerendomi le mosse. Lo avevoinvocato ed era giunto; si librava davanti a

me per buona parte del tempo; sembrava che il suo spirito luminoso fosseritornato sulla terra per assicurarmi che

considerava la faccenda sua non meno che mia e l'avrebbe portata aconclusione con animo fraterno e amico. Sembrava

che dicesse: «Sii buono con leipoverinaaveva alcuni pregiudizi naturali;dalle tempo. Per quanto ti possa sembrare

stranoera molto attraente nel 1820. Non siamo nel frattempo insieme aVenezia? Esiste luogo migliore per incontrare

gli amici cari? Guarda come la città splende nell'estate che avanza; comeluccicano e si fondono il cieloil marel'aria

rosatai marmi dei palazzi». La mia eccentrica aspirazione individualeconfluiva nella generale atmosfera romantica e

nella gloria generale - sentivo addirittura un legame misticounafratellanza morale con quanti in passato erano stati al

servizio dell'arte. Si erano adoperati per la bellezzaper una fede: chealtro facevo io? Di questo elemento erano pervasi

gli scritti di Jeffrey Asperne io mi limitavo a portarlo alla luce.

Nei miei andirivieni indugiavo nella sala; ero solito fissare - per iltempo consentito dalla discrezione

- la porta che conduceva verso la parte della casa della signorina Bordereau.Chi mi avesse osservato avrebbe forse

concluso che cercavo di gettarvi un incantesimo e tentassi qualche bizzarroesperimento di ipnotismo. Mi limitavo

invece a pregare che la porta si aprisseo a pensare al tesoro cheprobabilmente si celava dietro. Se ora ritorno a quel

tempomi sembra singolare non avere mai dubitatoneppure per un attimochele sacre reliquie fossero lìnon avere

mai mancato di assaporare la gioia di trovarmi sotto lo stesso tetto. Infondo erano sottomanonon mi erano sfuggite

ancorae in qualche modo saldavano una continuità fra la mia vita el'illustre esistenza che le aveva toccate agli albori.

Mi smarrivo in questa contentezza al punto di ritenere - nella mia tranquillastravaganza - che anche la povera signorina

Tina risalisse a quel tempo e continuasse a risalirvicome ero solitoesprimermi. Ed era così per quella gentile zitella

ma non fino a Jeffrey Aspernche conosceva soltanto per sentito direproprio come lo conoscevo io. Ma lei aveva

vissuto con Julianaaveva visto e maneggiato tutti i ricordi e - pur essendoottusa - era stata sfiorata da qualche

conoscenza esoterica. Ecco quel che era la vecchia: una conoscenza esoterica;ecco l'idea che faceva esultare il mio

cuore di critico. Batteva letteralmente più in fretta in certe seratequandodopo essere stato fuorimi fermavo con la

candela nel salone pieno di echi prima di salire a coricarmi. In queimomentinella quietedopo la lunga inquietudine

della giornatami pareva che nell'aria si librassero i segreti dellasignorina Bordereauindugiasse più vivido il miracolo

della sua sopravvivenza. Erano queste le impressioni acute. Le percepivoanche in altra formacon un maggior tocco di

reciprocitàdurante le ore che trascorrevo in giardinoguardando al disopra del libro verso le finestre chiuse della

padrona di casa. A quelle finestre non compariva mai un segno di vita;sembrava che le due signoreper timore di

esporsi al mio sguardoseppur fugacepassassero le giornate al buio. Maquesto serviva soltanto a sottolineare che

avevano cose da nascondere; ed era quanto desideravo dimostrare. Le persianeimmobili divennero espressive quanto

occhi volutamente serratie mi consolavo all'idea che probabilmente miadocchiasseropur rimanendo invisibili.

Mi proposi di trascorrere nel giardino quanto più tempo possibile pergiustificare il quadro della

passione orticola che avevo tracciato in origine; e non soltanto vi spendevodel tempoma (al diavolo! dicevo) vi

spendevo preziosi quattrini. Non appena ebbi sistemato le mie stanze e poteidedicare alla faccenda opportuna

considerazioneesaminai il luogo con un bravo esperto e presi accordi permetterlo in ordine. Mi rincresceva farlo

perchépersonalmentelo preferivo così com'eracon le sue erbacceilricco groviglio selvaticol'incantevole

trasandatezza tipicamente veneziana. Dovevo essere coerentemantenere lapromessa di inondare la casa di fiori. Io per

giunta mi aggrappavo alla piacevole fantasia di aprirmi un varco per mezzodei fioridi riuscire nel mio intento grazie ai

loro fasci. Avrei abbattuto la vecchia con i gigliavrei bombardato la lorofortezza con le rose. Quella porta avrebbe

ceduto sotto la pressione dell'ammasso fragrante che vi avrei accatastatocontro. Il luogo invero era stato brutalmente

negletto. La capacità dei veneziani di ciondolare è delle maggiorie permolti giorni tutto quello che il giardiniere ebbe

a mostrare come segno delle sue cure fu una quantità sterminata di strame.C'era un gran daffare a scavare buche e

trasportare intorno il terriccioe dopo un po' divenni così impaziente chepresi ad accarezzare l'idea di farmi recapitare i

«risultati» dal primo chiosco di fiori. Ma avevo la certezza che le mieamiche osservassero attraverso le fessure delle

persiane il luogo dove non era possibile raccogliere quel tributotraendo di conseguenza conclusioni sulla mia sincerità.

Tenni a freno i moti del mio animo e alla fineseppure dopo un lungoritardonotai la comparsa dei primi germogli.

Incoraggiato da questoattesi con sufficiente serenità che simoltiplicassero. Nel frattempo giunsero e cominciarono a

dileguare i giorni della vera estateericordandolimi sembrano fra i piùfelici della mia vita. Mi adoperavo per

trattenermi sempre più a lungo nel giardinose appena non faceva troppocaldo. Feci sistemare un pergolato con un

tavolino basso e una poltrona; portavo fuori libri e cartelle - avevo semprequalcosa da scrivere - e lavoravo e aspettavo

e rimuginavo e speravomentre trascorrevano le ore doratee le piante siabbeveravano di luce e il vecchio palazzo

imperscrutabile impallidiva e poicon il declinare del giornocominciava arianimarsi e a tingersi di rossoe nella

mutevole brezza dell'Adriatico le mie carte frusciavano.

Considerando la misera soddisfazione che ne traevo all'iniziomi sorprendedi non aver provato

maggior uggia nel cercar di indovinare quali mistici rituali di tediocelebrassero nelle loro stanze buie le signorine

Bordereause quello fosse stato sempre il tenore della loro vita e comenegli anni precedenti fossero sfuggite alla

contiguità dei vicini. Presumibilmente allora avevano avuto altre abitudiniformerisorse; allora erano state giovani o

almeno di mezza età. Non c'era fine alle domande che si potevano fare su diloroe non c'era fine alle risposte che non si

potevano dare. Avevo conosciuto molti compatrioti in Europa e mi erano notigli strani modi che capitava loro di

assumerema le signorine Bordereau rappresentavano un tipo tutto nuovo diesule americano. Era anzi chiaro che non si

potevano più definire americane - me ne ero accorto nei dieci minutitrascorsi nella stanza della vecchia. Dal loro13

aspetto non si sarebbe potuto dire da dove venissero; da qualche partemoltotempo primaavevano perduto o

disappreso tutti i segni e le caratteristiche natie. Non un solo elemento siriconosceva o inquadrava in loro ea parte la

linguasarebbero potute essere norvegesi o spagnole. La signorina Bordereaudopo tuttoera in Europa da quasi tre

quarti di secolo; da alcuni versi indirizzatile da Aspern nel lasciarel'America per la sua seconda assenza- versi che io e

Cumnor avevamo datatodopo infinite congetturecon sufficiente certezza -pareva chegià alloraragazza di vent'anni

si trovasse sulla sponda straniera dell'oceano. Nella poesia ammetteva -speravo che non si trattasse soltanto di un modo

di dire - di essere ritornato per amor suo. Non avevamo lumi su come fossevissuta allora la signorina Bordereaunon

più di quanti ne avessimo sulle sue originiche ritenevamo essere del tipodi solito definito umile. Cumnor aveva

elaborato la teoria che avesse fatto la governante in qualche famigliafrequentata dal poeta e cheper tale sua posizione

ci fosse stato fin dall'inizio qualcosa di inconfessabile o meglio qualcosadi clandestino nei loro rapporti. Dal canto mio

avevo costruito una storia romantica che la voleva figlia di un artista -pittore o scultore - partito dal mondo occidentale

quando il secolo era ancora giovaneper studiare nelle antiche scuole. Eraessenziale per la mia ipotesi che questo

amabile giovanotto avesse perduto la mogliefosse rimasto povero e oscuro eavesse avuto una seconda figlia dal

temperamento assai diverso da quello di Juliana. Era anche indispensabilecheaccompagnato in Europa da queste

signorinevi si fosse stabilito per il resto di una vita ardua e triste.C'era l'ulteriore presupposto che la signorina

Bordereau avesse avuto in gioventù un carattere ribelle e sfrenatoperquanto generoso e affascinantee che avesse

sfidato con audacia fortunose situazioni. Quali passioni l'avevano devastataquali avventure e sofferenze l'avevano

incartapecoritaquale patrimonio di memorie aveva accantonato per ilmonotono futuro?

Mi chiedevo queste cose mentreseduto sotto il pergolatointessevo teoriesu di lei e le api ronzavano

fra i fiori. Incontestabilmente - giusto o sbagliato che fosse - la maggiorparte dei lettori delle poesie di Aspern (meno

ambigue dei sonetti di Shakespeare e quasi altrettanto divine) dava perscontato che Juliana non si fosse sempre attenuta

all'arduo sentiero della rinuncia. Aleggiava intorno al suo nome l'aroma diuna passione impenitenteil sentore che non

fosse stata esattamente la solita giovinetta irreprensibile. Era questo unsegno che il suo cantore l'aveva tradital'aveva

data in pastocome diciamo oggialla posterità? Certosarebbe statodifficile puntare il dito sul passo che insozzava il

suo buon nome. Non era abbastanza chiara una fama sicuramente immortalecollegata a opere imperiture per la loro

bellezza? Faceva parte della mia teoria cheprima di incontrare JeffreyAspernla giovinetta avesse avuto un amante

straniero - e una tragicascandalosa rottura. Aveva condotto con il padre ela sorella una vita scapigliatada esulicome

si usava un tempo negli ambienti artisticiquando l'estetica era soltantoquella accademica e i pittori che conoscevano i

migliori modelli di contadina e pifferaro portavano cappelli apunta e lunghe chiome. Inconsapevole delle splendide

occasionidelle opportunità dell'antesignano che ne punteggiavano ilcamminoera quella una società meno attenta di

quanto non siano le cricche attuali ai brandelli di roba vecchia e ai vecchicoccitanto che non parevache la signorina

Bordereau avesse raccolto o ereditato molti oggetti di una qualcheimportanza. Nella stanza in cui l'avevo vista non

c'erano invidiabili bric-à-brac con la loro provocatoria leggenda diessere costati un tozzo di pane. Una tale circostanza

suggeriva indigenzama si intrecciava felicemente con l'interessesentimentale che nutrivo da sempre per il primo

afflusso dei miei compatrioti in Europa. Quando gli americani andavanoall'estero nel 1820c'era un che di romantico

quasi di eroicose paragonato al perpetuo andirivieni di oggiquando lafotografia e altre comodità hanno annichilito la

sorpresa. La signorina Bordereau si era imbarcata con la famiglia su unbrigantino sussultante nell'epoca dei lunghi

viaggi e dei contrasti stridenti; aveva conosciuto emozioni in cima adiligenze gialletrascorso la notte in locande

sognando i racconti dei viaggiatorieraggiunta la Città Eternaerarimasta a bocca aperta davanti all'eleganza delle

perledelle sciarpedelle spille di mosaico di Roma. C'era qualcosa dicommovente in tutto questoe la mia

immaginazione spesso ritornava a quel periodo. Se bastava la signorinaBordereau a evocarmelocon tanta maggior

forzanaturalmentel'aveva evocatoin altri momentiJeffrey Aspern.Considerando il suo genio in termini criticiera

un fatto ben più importante che fosse vissuto prima dei giorni dei grandiesodi. Mi era accaduto di recriminare che

avesse addirittura conosciuto l'Europa; mi sarebbe piaciuto vedere quello cheavrebbe scritto senza quell'esperienza che

indubbiamente lo aveva arricchito. Ma poiché il suo destino aveva decisoaltrimentigli rimanevo accanto - cercavo di

valutare quale influenza avesse avuto su di lui il vecchio ordine generale.Non era soltanto lìtuttaviache lo osservavo;

i rapporti che aveva intrattenuto con il nuovo ordine speciale erano di uninteresse ancora più vivo. Dopo tutto dalla sua

patria aveva attinto il nutrimento per gran parte della sua vitae la suamusacome si diceva alloraera essenzialmente

americana. In origine lo avevo apprezzato per questo: che in un'epoca in cuila nostra patria era nuda e cruda e

provincialein cui della famosa «atmosfera»che si ritiene le manchinonsi sentiva neppure la mancanzain cui la

letteratura era solitaria e l'arte e la forma quasi impossibiliegli avessetrovato il modo per vivere e scrivere come un

grandeper essere libero e universale e per nulla timorosoper sentirecapire ed esprimere tutto.

V

Restavo di rado a casa alla sera perchése tentavo di applicarmi a qualcosanei miei appartamentila

luce della lampada attirava dentro uno sciame di insetti fastidiosie facevatroppo caldo per tenere le finestre chiuse. Di

conseguenza trascorrevo le ore tarde sull'acqua - i chiari di luna di Veneziasono famosi - o nella splendida piazza che fa

da ampio scenario alla stranaantica chiesa di San Marco. Sedevo davanti alcaffè Florian mangiando gelatiascoltando

la musicachiacchierando con i conoscenti: il viaggiatore ricorderà comel'immenso grappolo dei tavolini e delle sedie

si dilati a guisa di promontorio nel tranquillo lago della Piazza. L'interoluogonelle serate estivesotto le stellecon le14

voci e i passi lievi sul marmo - gli unici suoni nell'immenso porticato chelo racchiude -è una sala all'aperto dedicata

alle bevande rinfrescanti e alla degustazione ancora più sottile dellesquisite impressioni del giorno. Quando preferivo

non tenerle per mec'era sempre un turista vagabondonon più ingombratodal suo Baedekercon il quale discuterle o

qualche pittore addomesticato esultante per il ritorno della stagione deiforti effetti. La grande basilica con le sue cupole

basse e gli ispidi merletticon il mistero dei suoi mosaici e delle suescultureappariva spettrale nella soffusa oscuritàe

la brezza marina passavafra le colonne gemelle della Piazzetta e fra gliarchitravi di una porta non più sorvegliatacon

la morbidezza di un ricco tendaggio oscillante. In tali occasioni a volte ilpensiero ritornava alle signorine Bordereau:

peccato che fossero serrate nei loro appartamenti chenel luglio venezianoneppure la vastità veneziana riusciva ad

alleviare da un certo soffocamento. La loro vita sembrava lontana miglia emiglia dalla vita della Piazzae senza dubbio

era troppo tardi per indurre l'austera Juliana a mutare abitudini. Ma lapovera signorina Tina avrebbe gradito un gelato

di Florianne ero sicuro; a volte mi era perfino venuta l'idea diportargliene uno a casa. La pazienzafortunatamente

portò i suoi fruttie non fui costretto a fare nulla di tanto ridicolo.

Una seraverso la metà di lugliorientrai prima del solito - non ricordoper quale circostanza - e

invece di salire nei miei appartamentimi avviai verso il giardino. Latemperatura era molto alta; era una di quelle notti

che con gioia si sarebbe trascorsa all'aperto e non avevo nessuna fretta diandare a letto. Ero rientrato cullandomi in

gondola al lento tuffo del remo nei canali stretti e buie ora mi pervadevasoltanto il pensiero che sarebbe stato

piacevole allungarsi su una panca del giardino nell'oscurità profumata.Indubbiamente in fondo a questa aspirazione

stava l'odore del canale ementre entravoil respiro del giardinointensificò il mio desiderio. Era delizioso; la stessa

atmosfera che doveva aver vibrato ai frementi voti di Romeo ritto in mezzo aidensi fiori con le braccia levate verso il

balcone dell'amata. Guardai le finestre del palazzo per vedere se per casonon fosse stato seguito l'esempio di Verona -

Verona non è lontana; ma era tutto buiocome al solitoe immerso nelsilenzio. Forse nelle notti estive della sua

giovinezza Juliana aveva scambiato sussurri con Jeffrey Aspern dall'alto diuna finestrama la signorina Tina non era

l'innamorata di un poeta più di quanto fossi poeta io stesso. Questotuttavia non mi impedì di provare un moto di

esultanza accorgendominel raggiungere l'estremità del giardinoche la padronapiù giovane era seduta sotto il

pergolato. All'inizio distinsi soltanto una vaga figura; incredulo che mipotesse venire concesso un tale privilegio da una

delle due signoremi venne addirittura da pensare che qualche servettainnamorata fosse sgusciata lì dentro per andare a

un appuntamento con il suo diletto. Stavo per allontanarmi non volendospaventarlaquando la figura si levò in piedi e

io riconobbi la nipote della signorina Bordereau. Devo rendere a me stessogiustizia dicendo che non desideravo

spaventare neppure leie per quanto avessi auspicato una simile occasionesarei stato capace di ritrarmi. Era come se le

avessi teso una trappola rientrando prima del solito e invadendo - altrastranezza - il giardino. Levandosi mi rivolse la

parolae intuii chesicura della mia assenza quasi inveterataera suaabitudine prendere ogni notte un po' d'aria in

solitudine. Non c'era in verità nessuna trappola perché non avevo avutosospetti. In un primo momento interpretai le sue

parole come un segno di impazienza per il mio arrivomacome le ripeté -non le avevo colte con chiarezza - ebbi la

sorpresa di sentirle dire: «Ohcielocome sono contenta che siatearrivato!». Avevaal pari della ziala caratteristica di

uscirsene in frasi imprevedibili. Sbucò dal pergolato quasi volessegettarmisi fra le braccia.

Mi affretto ad aggiungere di essere sfuggito a quell'ardua prova; anzinonmi strinse neppure la mano.

Le era di sollievo vedermi e poco dopo mi spiegò il motivo: si innervosiva atrovarsi di notteda solaall'aperto. Le

piante e i cespugli sembravano così strani nell'oscuritàe c'eranoinnumerevoli fruscii misteriosi - non sapeva che cosa

fossero - simili alle voci degli animali. Rimase in piedi accanto a meguardandosi intornopiù sicura ormaima senza

mostrare interesse per me come individuo. Poi intuii quanto fosse pocoabituata a girovagare di notte e rammentai -

avevo provato la stessa stretta al cuore quando le avevo parlato prima divenire ad abitare lì - che era impossibile

sopravvalutare la sua semplicità.

«Parlate come se vi foste smarrita in un luogo sconosciuto»dissiallegramente. «Come riusciate a

starvene lontana da questo angolo delizioso quandoper giungervinon aveteche da fare tre passi è più di quanto sia in

grado di capire. Siete bravissima a nascondervi quando sono in casalo so;ma speravo che altre volte metteste il naso

fuori un pochino. Voi e vostra zia siete peggio delle monache carmelitanenelle loro celle. Vi spiacerebbe dirmi come

riuscite a vivere senz'ariasenza motosenza contatti umani? Non capiscocome facciate a condurre il comune mestiere

di vivere».

Mi guardò quasi avessi parlato una strana linguae la sua risposta fu cosìincongruente che provai una

punta di irritazione. «Andiamo a letto prestissimoprima di quantocredereste». Ero lì lì per dire che così si intensificava

il misteroquando aggiunse dandomi un po' di tregua: «Non vivevamo cosìappartate prima del vostro arrivo. Ma non

sono ma i uscita di notte».

«Neppure in questi profumati viali che vi sbocciano sotto il naso?».

«Fino a oggi non erano belli!». C'erano in queste parole un'allusionesottile e un paragone lusinghiero

tanto che mi parve di aver conquistato un vantaggio. Con la speranza diconsolidarlo se avessi recriminato apertamente

le chiesi - visto che giudicava bello il mio giardino - perché non mi avessemai ringraziato in nessun modo per i fiori

che da tre settimane le mandavo in gran quantità. Non mi ero scoraggiato;c'era un fascio di fiori al giornocome aveva

potuto osservarema ero stato allevato secondo le solite regolee unaparola di riconoscimento di tanto in tanto mi

avrebbe toccato nel punto giusto.

«Non sapevo che fossero per me!».

«Erano per tutte e due. Perché dovrei distinguere?».15

La signorina Tina rimase a riflettere quasi potesse trovare un motivoma nonne tirò fuori nessuno.

Chiese invece di punto in bianco: «Perché desiderate tanto conoscerci?».

«Devodopo tuttofare una distinzione. Questa domanda è di vostra zianon è vostra. Non me lo

avreste chiestose non vi avesse istigata».

«Non mi ha detto di chiedervelo»rispose la signorina Tina senzaconfusione. Era invero la più

bizzarra mescolanza di timidezza e schiettezza.

«Se lo sarà chiesto spesso e vi avrà manifestato la sua perplessità.Avrà insistito su questo punto fino a

inculcarvi l'idea che io sia un insopportabile ficcanaso. Parola d'onorecredo di essere stato molto discreto. Vostra zia

deve aver proprio smarrito ogni tradizione di socievolezza per scorgerequalcosa di insolito nell'idea che persone

intelligenti e perbeneche abitano sotto lo stesso tettoscambino di tantoin tanto qualche impressione! Che cosa

potrebbe esserci di più naturale? Veniamo dallo stesso paese e abbiamoalmeno alcuni gusti in comune poichéal pari di

voiamo molto Venezia».

La mia amica sembrava incapace di afferrare più di un concetto in unaproposizioneequasi in

risposta a tutto il mio discorsoparlò in frettacon fervore: «Non amoaffatto Venezia. Mi piacerebbe andarmene

lontano!».

«Vi ha sempre tenuta così relegata?»continuai per mostrarle che potevoessere incoerente quanto lei.

«Mi ha detto di uscire stasera; me lo dice spesso. Sono io che non vogliovenire. Non mi piace

lasciarla».

«È troppo debole? Si sta davvero spegnendo?»chiesi con maggioretrasportocredodi quanto non

volessi mostrare. Lo capii da come i suoi occhi si posarono su di menell'oscurità. Provai un po' d'imbarazzo eper

accantonare l'argomentoripresi in tono allegro: «Sediamoci insiemecomodamente da qualche parte... mentre mi

racconterete tutto di lei».

La signorina Tina non oppose resistenza. Trovammo una panchina menoappartatameno

confidenzialeper così diredi quella sotto il pergolato; ed eravamoancora seduti lì quando sentii suonare la mezzanotte

da quelle campane argentine di Venezia che vibrano con una solennità tuttaloro sopra la laguna e indugiano nell'aria

più a lungo dello scampanio in altri luoghi. Rimanemmo insieme più diun'ora e quell'incontro diede alla mia impresa

un bell'impulsocosì mi parve. La signorina Tina accettò la situazionesenza protestare; mi aveva evitato per tre mesi

eppure ora mi trattava come se quei tre mesi avessero fatto di me un vecchioamico. Se avessi volutoavrei potuto

dedurre chepur evitandomici aveva rimuginato un bel po' a farlo. Non sicurò del tempo che volava; non si preoccupò

che la tenessi così a lungo lontana dalla zia. Parlava liberamenteponendodomande e rispondendosenza approfittare di

certe pause lunghetteche intervallavano naturalmente la conversazioneperdire che a suo avviso avrebbe fatto bene a

rientrare. Sembrava quasi che aspettasse qualcosa - qualcosa che avrei potutodirle - e intendesse offrirmene l'occasione.

Ne ero tanto più stupito in quanto mi confidò che da molti giorni sua ziastava assai meno benecon sintomi piuttosto

insoliti. Si era indebolita sensibilmente; a tratti era del tutto priva diforze; eppure come non mai prima desiderava

essere lasciata sola. Per questo le aveva detto di uscire - di nontrattenersi neppure nella sua stanza che era attigua;

aveva definito la povera signorina Tina "un impicciouna noiaunafonte di esasperazione". Se ne stava seduta

immobile per ore di filaquasi dormisse; lo aveva sempre fattorimuginandoe sonnecchiandoma in tali momentiin

passatoaveva dato a tratti segni di vitadi interessedesiderosa che lacompagna le fosse vicino con il suo lavoro.

Quella triste creatura mi confidò che attualmente la zia era così immobileda far temere che fosse morta; per giunta non

mangiava quasi né beveva - non si capiva di che cosa vivesse. La cosaincredibile era che continuava ad alzarsi quasi

ogni giorno; il difficile era vestirlaportarla con la sedia a rotelle fuoridella stanza. Si aggrappava con tutte le forze alle

vecchie abitudiniproponendosi come dovere di andare a sedersi nel salonesebbene da anni ricevessero pochissime

visite.

Non sapevo bene che pensare di tutto questo - dell'improvvisa conversionealla socievolezza della

signorina Tina e dello strano fatto chequanto più la vecchia sentiva diavviarsi alla finetanto meno desiderava essere

accudita. La storia non stava in piedi; arrivai perfino a chiedermi se nonfosse una trappolail frutto di un piano per

indurmi a mostrare le mie carte. Non avrei saputo dire perché le miecompagne (soltanto per cortesia si potevano

definire tali) avessero questo scopo - perché dovessero tentare di fare losgambetto a un inquilino tanto lucroso. Restai a

ogni buon conto in guardia per non dare alla signorina Tina l'occasione ditornare a chiedermi quali fossero le mie vere

«mire». Poveretta! Prima che ci separassimo per la notteil mio animo eratranquillo sulle sue mire. Non ne aveva di

sorta.

Mi raccontò più cose di quante non avessi sperato; non occorreva essere unficcanasoperché

evidentemente per aprirsi le bastava sentire che ascoltavo con premura. Smisedi interrogarsi sul perché della mia

curiosità ealla finedescrivendo la vita brillante che avevano condottoanni primaera quasi ciarliera. Era la signorina

Tina a considerarla brillante; disse cheappena arrivate a Venezia moltimolti anni prima - trovai che era vaghissima

circa le date e la successione degli eventi -non c'era mai stata settimanasenza un qualche visitatore o un piacevole

passeggio in città. Avevano visto tutte le cose curiose; erano state alLido in barca - lo diceva come se io potessi pensare

che ci fosse un modo per andarci a piedi; vi avevano fatto una merendaportata in tre ceste e apparecchiata sull'erba. Le

chiesi chi avesse conosciuto e lei rispose cheohpersone simpaticissime -il cavaliere Bombicci e la contessa Altemura

con i quali avevano stretto grande amicizia! Anche alcuni inglesi c'erano - iChurtoni Goldy e la signora Stock-Stock

alla quale si erano molto affezionate; se ne era andatamortapoverina. Eracosì per gran parte della loro bella cerchia -

l'espressione era della signorina Tina -; rimanevano alcuni fedeli tuttaviail che era sorprendente considerando come li16

avevano trascurati. Fece il nome di due o tre signore venezianedi un certodottorebravissimotanto premuroso -

veniva in qualità di amico perché aveva lasciato la professione; dell'avvocatoPochintestache scriveva bellissime

poesie e ne aveva dedicata una alla zia. Erano persone che venivano atrovarle ogni annoper lo più al capo d'anno e un

tempo la zia era solita fare dei regalini - loro due insieme: cosucce cheleila signorina Tinafaceva di sua mano:

paralumi di cartasottobottiglie per le caraffe di vino a cenaoppurequegli affarini di lana che si mettono intorno ai

polsi quando fa freddo. Negli ultimi anni non c'erano stati molti regali; leinon sapeva che cosa faree sua zia aveva

perduto ogni interesse e non suggeriva più nessuno spunto. Ma la genteveniva lo stesso; se i buoni veneziani vi

prendevano a benvolereera per sempre.

C'era di che commuoversi per il candore di quel quadretto di passate gloriesociali; la merenda al Lido

era rimasta un ricordo vivido attraverso gli annie la povera signorina Tinaaveva evidentemente l'impressione di aver

avuto una folgorante giovinezza. Aveva dato una sbirciatina al mondoveneziano con le sue inveterate abitudini

pettegoleparsimoniosedomestichee per la prima volta notai come avesseacquisitoin quella contiguitàil vezzo del

cicaleccio familiarecantilenantequasi infantile del luogo. Capii che siera imbevuta di quel molle dialetto dalla

naturalezza con cui le salivano alle labbra i nomi squisitamente locali dicose e persone. Se quasi ignorava il loro

significatoancora di più ignorava il resto. La zia si era ritirata in sestessa - ne era un segno la caduta dell'interesse per i

centrotavola e i paralumi - e leiincapace di entrare in società o diricevere quelle persone da solaaveva un mondo di

ricordi vecchio e sorpassato. Se il suo tono non fosse stato così ammodosiavrebbe avuto l'impressione di essere

ritornati nella strana Venezia rococò di Goldoni e Casanova. Mi trovai aconsiderarla erroneamente come una

contemporanea di Jeffrey Asperntanto poco aveva in comune con i mieicontemporanei. Era possibile - conclusi - che

non ne avesse mai sentito parlare; poteva ben darsi che Juliana avesseevitato di sollevare davanti a quegli occhi

innocenti il velo che ricopriva il tempio della propria gloria. In tal casoforse non era al corrente dell'esistenza

dell'epistolariotale supposizione mi giungeva graditami dava nei suoiconfronti un senso di sicurezzafinché non

rammentai che io e Cumnor eravamo convinti che la lettera di sconfessione dalui ricevuta fosse di mano della nipote.

Se anche la era stata dettataovviamente doveva sapere di che si trattavasebbene l'intento fosse stato quello di negare

ogni legame con il poeta. Ritenevo comunque probabile che la signorina Tinanon avesse letto una sola parola delle

poesie. Se per giunta con la sua compagna era sempre sfuggita a intrusioni ericerchele erano mancate le occasioni per

ficcarsi in testa che qualcuno mirasse alle lettere. Nessuno avevamire sulle lettereperché nessuno ne conosceva

l'esistenza. L'infruttuoso sondaggio di Cumnor sarebbe rimasto un episodioisolato.

Al rintocco della mezzanottela signorina Tina si levòma si fermò sullasoglia di casa soltanto dopo

aver fatto due o tre volte il giro del giardino. «Quando vi rivedrò?»lechiesi prima che rientrasse; al che rispose con

prontezza che le sarebbe piaciuto uscire la notte successiva. Aggiunsetuttavia che non sarebbe venuta - era così lontana

dal fare le cose che le piacevano.

«Potreste fare alcune cose che piacciono a me»sospirai con sincerità.

«Ohvoi... non vi credo!»mormorò in risposta guardandomi diritto con lasua semplice solennità.

«Perché non mi credete?».

«Perché non vi capisco».

«È il momento giusto per avere fede». Non dissi altro eppure mi sarebbepiaciuto - perché mi avvidi di

averla disorientata. Non volevo in tutta coscienza passare per uno che leaveva fatto la corte. E proprio questo avrei

avuto l'aria di farese avessi persistito a supplicare una signora di«credere in me» in un giardino italiano in una notte

d'estate.

I miei scrupoli non erano del tutto infondati perché la signorina Tinaindugiavaindugiava: colsi in lei

la convinzione che non avrebbe rimesso piede in giardino entro breve tempo equindiil desiderio di protrarre il

momento presente. Insisteva per giunta a rendere confidenziale e nostra laconversazionee nell'insieme il suo

comportamento era quello di una donna del tutto priva di arti e notevolmenteottusa.

«Mi piaceranno di più i fiori ora che li dedicate anche a me».

«Come avete potuto dubitarne? Se mi dite quelli che preferiteve nemanderò un fascio doppio».

«Ohli preferisco tutti!». Quindi proseguì in tono familiare:«Studierete...leggerete e scriverete...

quando sarete nelle vostre stanze?».

«Non lo faccio di notte... in questa stagione. La luce delle lampade attiragli insetti».

«Avreste dovuto saperlo quando siete venuto».

«Lo sapevoeccome!».

«E d'inverno lavorate la notte?».

«Leggo moltoma non scrivo di frequente». Ascoltava come se questiparticolari fossero di raro

interesse e all'improvviso sul suo volto mite e insignificante lessi ilbalenio di una tentazione in contrasto con tutta la

prudenza che mi ero imposto. Ahsìsi sentiva al sicuro e io potevo farlasentire ancora più al sicuro! In un attimo mi

parve di non poter più aspettare... di dover tentare un sondaggio. Cosìproseguii: «In generale prima di addormentarmi

(a letto molto spesso; è una brutta abitudinema la confesso) leggo qualchegrande poeta. Nove volte su dieci si tratta di

un volume di Jeffrey Aspern».

L'osservai attentamente mentre pronunciavo quel nomema non vi lessisorpresa. Perché avrei

dovuto? Non era Jeffrey Aspern patrimonio di tutta l'umanità?

«Noi lo leggiamo - lo abbiamo letto»rispose tranquillamente.

«Per me è il poeta dei poeti... lo conosco quasi a memoria».17

La signorina Tina esitò per un attimoquindi prevalse la socievolezza. «Amemoria... non è niente»e

seppur fiocamente si illuminò. «La zia lo conosceva... lo conosceva»feceuna breve pausa mentre mi chiedevo quello

che avrebbe detto«lo conosceva perché veniva a trovarla».

«A trovarla?»controllando il tono.

«Era solito farle visita e portarla fuori».

Continuai a fissarla. «Mia cara signorama morì cento anni fa!».

«Beh»disse in tono arguto«mia zia ne ha centocinquanta».

«Misericordia!»esclamai. «Perché non me l'avete detto prima? Mipiacerebbe molto chiederle di

parlarmi di lui».

«Non ci tiene... non ve ne parlerebbe»replicò la signorina Tina.

«Non mi importa che ci tenga! Deve parlarmene... non è un'occasioneda perdere».

«Sareste dovuto arrivare vent'anni fa. Allora parlava ancora di lui».

«Che cosa diceva?»chiesi con fervore.

«Non lo so... che lui l'amava immensamente».

«E lei... non lo amava?».

«Diceva che era un dio». La signorina Tina mi diede questa informazione convoce piatta

inespressiva; il suo tonoche avrebbe potuto trasformarla in un banalepettegolezzomi turbò profondamentementre le

parole cadevano nella notte estiva; il loro suono sarebbe potuto essere illieve fruscio di una vecchia lettera d'amore che

veniva spiegata.

«Guardaguarda!»mormorai. E poi: «Ditemiper favore... possiede un suoritratto?

Malauguratamente sono assai rari».

«Un ritratto? Non lo so»disse la signorina Tina e in quel momento c'erasconcerto sul suo volto.

«Buona notteallora!»aggiunse e si volse per rientrare.

L'accompagnai fino all'ampio corridoio di pietra immerso nell'oscurità cheal pianterreno

corrispondeva alla nostra grande sala. Da un lato si apriva sulgiardinodall'altro sul canale ed era illuminato soltanto

dalla piccola lampadasempre lasciata lì perché la prendessi nel salire acoricarmi. Vicinosul tavolostava una candela

spenta che evidentemente la signorina Tina si era portata dietro. «Buonanottebuona notte!»replicai standole accanto

mentre si avviava a prendere il candeliere. «Lo sapreste di sicurose neavesse unovero?».

«Se avesse che cosa?»chiese la poveretta guardandomi in modo strano al disopra della fiamma della

candela.

«Un ritratto del dio. Non so che cosa darei per vederlo».

«Non so quello che ha. Tiene le sue cose chiuse a chiave». E la signorinaTina si allontanò verso la

scala con l'evidente sensazione di aver detto troppo.

La lasciai andare - non volevo spaventarla - e mi accontentai di osservareche la signorina Bordereau

non avrebbe messo sottochiave un oggetto così prezioso: qualcosa che avrebbeinorgoglito chiunquequalcosa da

appendere in un luogo di spicco nel salone. Di conseguenza non aveva nessunritratto. La signorina Tina non aveva dato

una risposta diretta ecandela in manovolgendomi le spalle salì due o tregradini. Si fermò quindi bruscamente

girandosi per guardarmi attraverso quello spazio immerso nell'ombra.

«Scrivete... scrivete?». C'era un tremito nella sua voce... faceva fatica atirarla fuori.

«Scrivo? Ohnon parlate di quello che scrivo io nello stesso giorno in cuiparlate di Aspern!».

«Scrivete di lui... scavate nella sua vita?».

«Questa è una domanda di vostra zia; non può essere vostra!»dissi conl'accento di una sensibilità

leggermente ferita.

«Ragione di più per rispondere. Vi spiace farlo?».

Pensavo di aver predisposto le menzogne che avrei raccontatomagiunto ilmomentoscoprii di non

averlo fatto. Adessoper giuntache si era aperta una breccia provavo unaspecie di sollievo a parlare con franchezza. In

fondo - forse era avventatofatuo addirittura - intuivo che in ultimaistanza la signorina Tina non mi sarebbe stata meno

amica. Così dopo un attimo di esitazione risposi: «Sìho scritto su dilui e cerco altro materiale. In nome del cielone

avete?».

«Santo Dio!»esclamò senza badare alla mia domandae si precipitòsu per le scale scomparendo alla

vista. Forse in ultima istanza avrei potuto contare su di leima in quelmomento era visibilmente allarmata. Prova ne fu

che riprese a nascondersitanto che per due settimane riuscì a sfuggirmi.Trovai che la mia pazienza scemava edopo

quattro o cinque giorniordinai al giardiniere di interrompere "gliomaggi floreali".

VI

Un pomeriggio finalmentesceso dalle mie stanze per uscirela trovai nella sala;era il nostro primo

incontro su quel terreno da quando ero arrivato nella casa. Non cercòaffatto di dare a vedere di trovarsi lì per caso;

nella sua onestaspigolosa timidezza ignorava tali arti. Per darmi lacertezza che mi aspettava si premurò di dichiararlo

aggiungendo tuttavia che la signorina Bordereau desiderava vedermi: miavrebbe condotto nella stanza subitose avessi

avuto tempo. Mi sarei trattenuto anche se fossi stato in ritardo per unappuntamento d'amoree mi precipitai a18

dichiararmi felice di rendere visita alla mia benefattrice. «Vuoleparlarvi... conoscervi»disse la signorina Tina

sorridendo quasi compiaciuta a quell'ideae mi condusse verso la porta dellastanza della zia. Mi fermai lì per un attimo

prima che l'aprisseguardandola un po' incuriosito. Le dissi che era per meuna grande soddisfazione e un grande onore

ma nello stesso tempo mi sarebbe piaciuto sapere da lei che cosa avesseindotto nella signorina Bordereau un

mutamento così deciso e subitaneo. Soltanto l'altro giorno non tollerava lamia vicinanza. La signorina Tina non fu

imbarazzata dalla mia domanda: aveva una inattesa riserva di serenità e dimotivi più o meno plausibiliquasi

raccontasse bugiema la stranezza era che al contrario attingeva dalla suasincerità. «Ohmia zia cambia; che terribile

monotonia... sarà stancacredo».

«Ma mi avete detto che sempre più voleva starsene da sola».

La signorina Tina arrossìquasi mi ritenesse troppo insistente. «Se non cicredete che vuole vedervi

non me lo sono inventata! Da vecchi si è spesso capricciosipenso».

«Proprio vero. Volevo soltanto sapere con chiarezza se le avete riportatoquello che vi dissi l'altra

sera».

«Quello che mi diceste!».

«Su Jeffrey Aspern... che cerco del materiale».

«Se glielo avessi raccontatocredete che mi avrebbe mandata a chiamarvi?».

«È proprio quello che desidero sapere. Se vuole tenerselo per séforse mimanda a chiamare per

dirmelo».

«Non parlerà di lui»disse la signorina Tina. Quindi aprendo la portaaggiunse in tono più sommesso:

«Non le ho detto nulla».

La vecchia sedeva esattamente dove l'avevo vista l'ultima voltanella stessaposizionecon la stessa

sconcertante benda al di sopra degli occhi. Il suo benvenuto fu di volgereverso di me il volto quasi invisibile

facendomi capire chementre sedeva in silenziomi vedeva con chiarezza. Nonaccennai a porgerle la mano; intuivo fin

troppo bene che quel gesto era stato irrimediabilmente bandito. L'imperativoera inequivocabile... la sua era una mano

troppo venerabile per essere toccata. C'era nel suo aspetto qualcosa di cosìarcigno - in parte a causa della visiera verde -

chementre me ne stavo lì a farmi valutared'un tratto non dubitai piùche sospettasse di mesebbene dal canto mio non

mi sfiorasse il sospetto di essere stato tradito dalla signorina Tina.L'istinto rimuginatore della vecchia le aveva fornito

la risposta; nelle lunghe ore silenziose mi aveva soppesato e avevaindovinato. Il peggio era che assomigliava

spaventosamente a chi all'occorrenzacome Sardanapaloavrebbe bruciato ilsuo tesoro. La signorina Tina spinse una

sedia dicendomi: «È il posto migliore». Mentre mi accomodavomi informaisulla salute della signorina Bordereau

esprimendo la speranza chemalgrado il caldofosse soddisfacente. Risposeche era abbastanza buona... abbastanza

buona; che era una grande cosa essere viva.

«Quanto a questodipende a che cosa lo confrontate!»replicai ridendo.

«Non faccio confronti... non faccio confronti. Se li facessiavreirinunciato a tutto molto tempo fa».

Mi piacque interpretare quelle parole alla stregua di una sottile allusioneal rapimento estatico che

aveva conosciuto in compagnia di Jeffrey Aspern - sebbenein veritàtaleallusione mal si accordasse con il desiderio

che le attribuivodi tenerlo sepolto nell'animo. Si accordava invece con lamia tenace convinzione che nessun essere

umano fosse stato più socialmente dotato di luie sembrava indicare che dinull'altro al mondo meritasse parlare per chi

si azzardava a parlare di ciò. Ma chi si azzardava! La signorina Tinasedette accanto alla zia fiduciosa che fra noi

sarebbe scaturito uno straordinario dialogo.

«Si tratta di quegli splendidi fiori»disse la vecchia. «Ce ne mandatetanti... avrei dovuto ringraziarvi

prima. Ma non scrivo lettere e non ricevo se non a lunghi intervalli».

Non mi aveva ringraziato mentre i fiori continuavano ad arrivarema siscostava da quella abitudine

fino a mandarmi a chiamarenon appena aveva cominciato a temere che nonsarebbero arrivati più. Lo notai; ricordai la

sua ingordigia quando si era trattato di strapparmi dell'oro e fra me e me micongratulai per la felice idea di sospendere

il mio tributo. Ne aveva sentito la mancanza ed era incline a fare qualcheconcessione per riaverlo. Al primo segno di

tale concessione non mi restava che andarle incontro. «Temo che non neabbiate avuti molti ultimamentema

ricominceranno subito... domanistasera».

«Ohmandatecene alcuni stasera!»esclamò la signorina Tina quasi sitrattasse di faccenda

importantissima.

«Che altro potreste farne? Non è virile trasformare la propria stanza in unpergolato»osservò la

vecchia.

«Non trasformo la mia stanza in un pergolatoma mi piace moltissimocoltivare i fioriosservarli. In

questo non c'è nulla di poco virile: ne hanno tratto piacere filosofiuomini di stato in ritiroperfinocredograndi

capitani».

«Sapreteimmaginoche potete venderli... quelli che non usate»continuòla signorina Bordereau.

«Non vi darebbero moltocredoma sarebbe sempre un profitto».

«In vita mia non ho mai badato al profittocome avrete capito bene. Se neoccupa il mio giardinieree

io non faccio domande».

«Qualcuna gliela fareistate pur certo!»disse la signorina Bordereaueallora sentii per la prima volta

lo strano suono della sua risatacome se il fioco spettro inquietodell'accento di un tempo tutto d'un tratto avesse fatto19

impertinentemente capolino. Non potevo abituarmi all'idea che fosse lavisione del profitto pecuniario a smuovere la

divina Juliana.

«Venite voi stessa a raccoglierli nel giardino; venite tutte le volte chevolete; venite ogni giorno. I fiori

sono lì tutti per voi»proseguii rivolgendomi alla signorina Tina epronunciando quell'affermazione veritiera con il tono

di uno scherzo innocente. «Non riesco a immaginare perché non scenda»aggiunsi rivolto alla signorina Bordereau.

«Costringetela a venire; salite a prenderla»disse la vecchia con miasoddisfazione. «Quel bizzarro

affare che avete costruito nell'angolo le andrà benissimo per sedervisi».

Quell'accenno al più elaborato dei miei rifugi ombrosivagamentesomigliante a un padiglioneera

irriverente; confermava l'impressione già avuta che nelle parole dellasignorina Bordereau ci fosse un guizzo di

petulanzala vaga eco della spavalda malizia dell'avventurosa giovinezzasopravvissuta in qualche modo alle sue

passioni e alle sue forze. Le chiesi tuttavia: «Perché non scendete anchevoi? Non vi farebbe bene sedervi all'ombra

nell'aria dolce?».

«Signorequando mi sposterò di quinon sarà per sedermi all'aria e nulladi quanto mi si agiterà

intorno sarà particolarmente dolcetemo! Sarà un'ombra molto scura. Ma cene vuole ancora»proseguì astutamente la

signorina Bordereauquasi a correggere le speranze che avrei potuto nutriredavanti a quel libero accenno all'ultimo

ricettacolo della sua mortalità. «Mi sono seduta lì molti giorni e ne hoavuti di padiglioni ai miei tempi. Ma non mi fa

paura aspettare di essere chiamata».

La signorina Tina si era attesa - lo sentivo - una rara conversazionemaforse la trovavada parte della

ziameno garbata di quanto non avesse speratotenuto conto che ero statoconvocato con intenzioni urbane. Quasi a

voler dare alla situazione una piega che avrebbe messo la sua compagna in unaluce più propiziami disse: «Non ve l'ho

detto che l'altra notte mi mandò fuori? Posso fare quello che mi piacevedete!».

«La compatite? Le insegnate a commiserarsi?»chiese con forza la signorinaBordereau prima che

avessi avuto il tempo di rispondere a quell'appello. «Fa una vita assai piùfacile della mia alla sua età».

«Ricordate che mi avete dato buoni motivi per considerarvi disumana»dissi.

«Disumana? Così i poeti definivano le donne cento anni fa. Non cimentatevi;non ci riuscirete

altrettanto bene!»proseguì Juliana. «Non c'è più poesia nel mondo...per quanto ne sappia almeno. Ma non intendo

avere un battibecco con voi»dissee ricordo bene il suono vecchio eartificiale delle sue parole. «Mi fate parlare

parlareparlare! Non mi giova affatto». Mi levai a questo punto e le dissiche non le avrei preso altro tempoma lei mi

trattenne rivolgendomi una domanda: «Ricordate che il giorno in cui vi vidiper la faccenda delle stanze ci offriste di

usare la vostra gondola?». E quando assentiisubito colpito dalla suavocazione a "sfruttare" la mia presenza e

chiedendomi che cosa si prefiggesselei saltò fuori: «Perché non portatefuori questa ragazza e le mostrate la città?».

«Zia carache cosa vuoi fare di me?»proruppe la "ragazza" conun tremito pietoso. «Conosco

benissimo la città!».

«Allora mostragliela tu!»disse la signorina Bordereau con un tocco dicrudeltà nell'implacabile forza

delle sue replicherivelandosi così una vecchia sarcasticaspietatacinica. «Non ci hanno raccontato che ci sono stati

cambiamenti di ogni genere in questi anni? Dovresti vederli e alla tua età -non sei giovanissimavoglio dire - dovresti

afferrare al volo le occasioni che capitano. Sei più che avanti negli annimia carae questo signore non ti farà del male.

Ti mostrerà i famosi tramontise ci sono ancora... ci sono ancora?Il sole è tramontato per me da tanto tempo. Ma non è

questa una buona ragione. Non sentirò la tua mancanzaper giunta; ti creditroppo importante. Portatela in Piazza; un

tempo era molto bella»continuò la signorina Bordereau rivolgendosi a me.«Che cosa ne hanno fatto di quella vecchia

chiesa buffa? Spero che non sia capitombolata giù. Mostratele i negozi; puòprendere dei soldipuò comprarsi quello

che le piace».

La povera signorina Tina si era alzatasgomenta e inermeementre stavamolìdavanti a sua ziauno

spettatore si sarebbe sorpreso vedendo come la nostra venerabile amica ciprendeva squisitamente in giro. La signorina

Tina protestava con confuse esclamazioni e mormoriima io mi affrettai adire chese mi avesse fatto l'onore di

accettare ospitalità nella mia imbarcazionemi sarei messo d'impegno pernon tediarla. Oppurese non gradiva molto la

mia compagnial'imbarcazione stessa con il gondoliere era a suadisposizione; l'uomo era un rematore eccezionalee lei

poteva avere piena fiducia. Senza rispondere in modo definito a questodiscorsettola signorina Tina distolse lo sguardo

da me volgendolo fuori della finestra quasi sul punto di piangeree ioosservai cheuna volta avuta l'approvazione della

signorina Bordereauavremmo facilmente raggiunto un'intesa. Avremmo sceltoun'ora - quella che preferiva - uno dei

prossimi giorni. Mentre facevo il mio inchino alla vecchia gentildonnalechiesi se mi avrebbe gentilmente concesso di

rivederla.

Per un attimo mi trattennequindi disse: «È essenziale alla vostrafelicità?».

«Mi rallegra indicibilmente».

«Siete straordinariamente compito. Lo sapete che lo sforzo per poco non miuccide?».

«Come posso crederlo quando vedo che siete più animatapiù brillante diquando sono entrato?».

«È verissimozia. Ti fa benecredo».

«Non è toccante la sollecitudine di ciascuno di noi a che l'altro sidiverta?»schernì la signorina

Bordereau. «Se mi ritenete animata ogginon sapete quello che dite; nonavete mai visto una donna piacevole. Che cosa

ne sapete voi di una compagnia brillante?»dichiaròma prima che potessirisponderlecontinuò: «Non cercate di farmi

complimenti; sono stata viziata. La mia porta è chiusama potete bussarequalche volta».20

Con queste parole mi congedò e io lasciai la stanza. Il chiavistello sichiuse alle mie spallema

contrariamente alle mie speranzela signorina Tina rimase dentro.Attraversai lentamente il salone eprima di avviarmi

al pianterrenoattesi un pochino. La mia speranza fu esaudita; dopo unminuto la mia guida mi seguì. «Splendida idea di

andare in Piazza»dissi. «Quando volete andarci... staseradomani?».

Era sconcertata - come ho detto - ma avevo già notatoe avrei osservatoaltre volte - chequando era a

disagiola signorina Tina non si allontanava agitandosi e sfuggendocome inun caso simile avrebbe fatto la maggior

parte delle donnema si avvicinavaper così direinvocandosupplice etenacedi essere risparmiata e protetta. Il suo

atteggiamento era una costante preghiera di aiuto e spiegazioneeppurenessuna donna al mondo sarebbe potuta essere

meno commediante. Bastava mostrarle un po' di gentilezza perché subitodipendesse incondizionatamente da voi

perché dileguasse la sua insicurezza e lei desse per scontata la massimaintimitàun'intimità innocenteche era tutto

quanto potesse concepire. Non sapeva -dichiarò - che cosa fosse preso allaziamutata tanto in frettadi sicuro dietro ad

architettare qualcosa. Risposi che doveva afferrare quel qualcosa ecomunicarmelo: saremmo andati a prendere il gelato

al Florian eascoltando la musicami avrebbe raccontato tutto.

«Ce ne vorrà del tempo perché sia in grado di "riferire"tutto!»disse con aria contritasenza

promettermi quella soddisfazione né per quella notte né per la successiva.Oratuttaviaero pazienteperché capivo che

bastava aspettare; infatti alla fine della settimanauna deliziosa sera dopocenala signorina Tina salì sulla mia gondola

chein onore dell'occasioneavevo fornito di un secondo rematore.

In cinque minuti scivolammo solennemente nel Canal Grandeal che lei emiseun mormorio estatico

che aveva il candore di quello del turista arrivato di fresco. Avevadimenticato lo splendore della grande via d'acqua

nelle chiare serate estivee come la sensazione di scivolare tra palazzi dimarmo e luci riflesse sollevasse l'animo e lo

disponesse all'abbandono. Ci lasciammo cullare di qua e di là esebbene lamia amica non si esprimesse con gridolini di

gioiaero certo della sua capitolazione. Era più che feliceera inestatico rapimento; si sentiva meravigliosamente libera.

La gondola si muoveva a lenti colpi per darle il tempo di assaporaree leiascoltava il tuffo dei remi che nei canali stretti

si faceva più sonoro e più liquido musicalmentequasi in una rivelazionedi Venezia. Quando le chiesi da quanto tempo

non si lasciasse cullare cosìrispose: «Ohnon lo so; da molto... daquando la zia si è ammalata». Non era questo l'unico

segno della sua estrema vaghezza nei confronti degli anni passati e dellalinea che contrassegnava il periodo della gloria

sociale della signorina Bordereau. Non potevo permettermi di trattenerlafuori a lungoma facemmo un notevole giro

prima di arrivare in Piazza. Non le posi domandeevitando di proposito ogniaccenno alla vita domestica e a quello che

desideravo sapere; versai invece nelle sue orecchie tesori di informazionisulle cose davanti e intorno a noi

descrivendole anche Firenze e Romadiscorrendo sulla bellezza e i vantaggidel viaggiare. Si abbandonava docile sullo

spesso cuscino di cuoiovolgendo coscienziosamente lo sguardo sulle cose chele indicavo e non accennòse non

qualche tempo dopoche probabilmente era tenuta a conoscere Firenze megliodi meessendoci vissuta per tre anni con

la sua parente. Alla finecon la timida impazienza del bambinodisse: «Nonandiamo in Piazza? È quella che voglio

vedere!». Diedi subito l'ordine di dirigerci direttamente lìdopo di cherimanemmo seduti in silenzio in attesa di

arrivare. Come trascorse un po' di tempotuttaviafu lei a prorompere disua iniziativa: «Ho scoperto il cruccio di mia

zia: ha paura che ve ne andiate!».

Rimasi a bocca aperta. «Che cosa glielo ha messo in testa?».

«Ha l'idea che non siate contento. Ecco perché è diversa adesso».

«Vuole vedermi più contento? È questo che intendete?».

«Behnon vuole che ve ne andiate. Vuole che restiate».

«Per via della pigioneimmagino»osservai con candore.

Il candore della signorina Tina non ne approfittò. «Sìcapite; cosìavremo ancora soldi».

«Quanto vuole farvi avere?»le chiesi con tutta l'allegria che provavo.«Dovrebbe precisare la somma

così rimarrei finché non la si raggiungesse».

«Ohnon lo vorrei. Non si è mai sentito che dobbiate darvi questodisturbo».

«Supponiamo che io abbia le mie ragioni per rimanere a Venezia?».

«Allora vi converrebbe stare in qualche altra casa».

«Che cosa direbbe vostra zia?».

«Non le andrebbe giù. Ma secondo me fareste meglio a rinunciare alle vostreragioni e andarvene

senz'altro».

«Cara signorina Tinanon è così facile rinunciare alle mie ragioni!».

Non diede a questo una risposta immediatama dopo un istante proruppe dacapo: «Credo di

conoscere le vostre ragioni!».

«Lo credo bene. L'altra notte per poco non vi ho manifestato il desiderioche mi aiutaste a realizzarle».

«Non posso farlo senza mentire alla zia».

«Mentirle?».

«Ebbenelei non acconsentirebbe mai al vostro desiderio. Glielo hannochiestoglielo hanno scritto.

La fa arrabbiare in modo spaventoso».

«Allora ha carte di valore?»esclamai in modo precipitoso.

«Ohha di tutto!»sospirò la signorina Tina con curioso languore e unimprovviso abbandono alla

tristezza.21

A queste parole mi pulsarono i polsiperché le consideravo una provapreziosa. L'emozione era troppo

intensa perché riuscissi a parlaree in quello spazio di tempo la gondolaraggiunse la Piazzetta. Una volta sbarcati

chiesi alla mia compagna se preferisse fare il giro della Piazza o andare asedersi davanti al grande caffè; al che rispose

che avrebbe fatto quello che desideravo io - ricordassi soltanto che avevapoco tempo. L'assicurai che ce n'era

abbastanza per fare entrambe le cosee facemmo il giro dei lunghi portici.Il suo umore ritornò lieto alla vista delle

splendenti vetrine: indugiava e si fermavamostrando ammirazione odisapprovazionechiedendomi che cosa ne

pensassi delle coseteorizzando sul prezzo. La mia attenzione vagavalontano; nella mia coscienza riecheggiavano le

parole di poco prima "Ohha di tutto!". Ci sedemmo infine nellacerchia affollata del Floriantrovando un tavolo libero

fra quelli sistemati nella Piazza. Era una notte stupenda ed erano uscititutti; la signorina Tina non avrebbe potuto

sperare in migliori auspici per il suo rientro in società. Capivo che le sueemozioni erano più profonde di quanto non

esprimesseche era sopraffatta dalle impressioni. Aveva dimenticato leattrattive del mondo e apprendeva di essere stata

defraudata spietatamente dei migliori anni della sua vita. Non era arrabbiatamaassaporando l'incantevole spettacoloil

suo volto avevamalgrado il sorriso di apprezzamentoil rossore di unasorpresa dolorosa. Non parlavasmarrita nella

consapevolezza delle occasioni per sempre perduteche sarebbero forse statea portata di manoe questo mi offrì lo

spunto per chiederle: «Un attimo fa volevate dire che vostra zia progetta ditrattenermi ammettendomi di tanto in tanto

alla sua presenza?».

«Secondo leifarà differenza per voi se talvolta la vedrete. Vuole a talpunto trattenervi che è disposta

a fare tale concessione».

«Quale vantaggioa suo avvisotrarrei da tali incontri?».

«Non lo so; sarà che sono interessanti»disse la signorina Tina consemplicità. «Glielo avete detto voi

che li trovavate tali».

«È vero; ma non tutti lo pensano».

«Nonaturalmente noaltrimenti anche altri tenterebbero».

«Allorase è in grado di fare tale riflessioneè anche in grado di farneun'altra: che io devo avere una

ragione speciale per non comportarmi come gli altripur con l'interesse chesuscitaper non lasciarla stare». La

signorina Tina non aveva l'aria di non aver afferrato quella proposizionepiuttosto arzigogolataperciò continuai: «Se

non le avete riferito quello che vi dissi l'altra seranon l'avràindovinato?».

«Non lo so... è sospettosissima».

«Non lo è diventata per una curiosità indiscretaper una persecuzione?».

«Nononon è questo»disse la signorina Tina volgendo verso di me ilviso turbato. «Non so come

dirlo; è per via di qualcosa nella sua vita - tantissimo tempo faprima cheio nascessi»

«Qualcosa? Che specie di cosa?»le chiesiquasi non ne avessi la minimaidea.

«Ohnon me l'ha mai detto». E sono sicuro che la mia amica fosse sincera.

La sua estrema limpidezza era quasi provocatoriae per un attimo pensai chesarebbe stata preferibile

una minore ingenuità. «Ritenete che abbia a che fare con le lettere e lecarte di Jeffrey Asperncioè con le cose che

possiede?».

«Direi proprio di sì!»esclamò la mia compagnaquasi si trattasse diuna felice intuizione. «Non ho

mai guardato nessuna di quelle cose».

«Nessuna? Come fate allora a sapere di che si tratta?».

«Non lo so»disse la signorina Tina in tono placido. «Non le ho mai avutein mano. Ma le ho viste

quando le faceva tirare fuori».

«Le fa tirare fuori spesso?».

«Ora noma una volta sì. Vi è molto affezionata».

«Sebbene siano compromettenti?».

«Compromettenti?»fece eco la signorina Tinaquasi fosse incerta sulsignificato. Mi pareva di essere

un corruttore di giovani innocenti.

«Mi riferisco ai ricordi dolorosi che forse contengono».

«Non credo che ci sia nulla di doloroso».

«Volete dire che non c'è nulla di pregiudizievole alla sua reputazione?».

A queste parole sul volto della nipote della signorina Bordereau comparveun'espressione perfino più

bizzarra del solito - una confessioneparevadi sgomentoun appellorivolto a me di comportarmi con franchezza e

generosità. L'avevo portata in Piazzale avevo fatto assaporare delizioseimpressionile avevo prestato un'attenzione

lusinghierae ora sembrava tutto un ingannoun allettamento per indurla arivoltarsi contro sua zia. Era di natura docile

capace di fare qualsiasi cosa per compiacere chi si fosse dimostrato gentilecon leima la gentilezza più grande era di

non calcare troppo la mano. Riflettendoci in seguitomi parve piuttostostrano che non sembrasse affatto risentita per la

scarsa considerazione dimostrata nei confronti del carattere di sua zia; cosadi pessimo gustose in palio non ci fosse

stato qualcosa di tanto vitale per me. Non credo che lo capisse veramente.«Volete dire che si comportò male?»chiese

dopo un attimo.

«Il cielo non voglia che io dica una cosa similee non sono fatti miei.Inoltrese mai fu così»aggiunsi

in tono conciliante«si trattava di un'altra epocadi un altro mondo.Perché non dovrebbe distruggere le carte?».

«Le ama troppo».

«Anche adessoquando forse è vicino alla fine?».22

«Forse lo faràquando ne sarà sicura».

«Ebbenesignorina Tinaè proprio quello che vorrei chiedervi diimpedire».

«Come posso impedirlo?».

«Non potreste portargliele via?».

«E darle a voi?».

Quelle semplici parole definivano la situazione con pungente ironiama erosicuro che non fosse nelle

sue intenzioni. «Voglio dire che potreste mostrarmele e farmele guardare.Non le voglio per me e neppure per qualcun

altro. Sarebbero di immenso interesse per tuttidi incommensurabileimportanza quale contributo alla storia di Jeffrey

Aspern».

Mi ascoltava nel suo solito modoquasi mi dilungassi su argomenti del tuttosconosciutie mi sentivo

meschino quanto il cronista di un giornale che si intrufola a forza in unacasa colpita dal lutto. Questo fu evidente

quandopoco dopodisse: «Un signore qualche tempo fa le scrisse usando lestesse espressioni. Anche lui voleva le

lettere».

«Lei gli rispose?»chiesivergognoso di non avere la rettitudine dellamia amica.

«Soltanto dopo che ebbe scritto due o tre volte. La fece infuriare».

«Che cosa diceva?».

«Che era un demonio»rispose la signorina Tina categoricamente.

«Usò questa espressione nella lettera?».

«Oh nolo disse a me. Ordinò a me di rispondere».

«Che cosa gli diceste?».

«Gli dissi che non esisteva nessun documento».

«Poveretto!»brontolai.

«Sapevo che esistevanoma scrissi quello che mi ordinò».

«Dovevate farlo naturalmente. Ma spero di non passare per un demonio».

«Dipenderà da quello che mi chiederete di fare per voi»disse sorridendola mia compagna.

«Ohse esiste la possibilità che lo pensiate voiallora le cose simettono male per me! Non vi chiederò

di rubareneppure di mentire... voi non sapete mentiretranne cheper iscritto. Ma la cosa principale è questa: impedire

che distrugga le lettere».

«Non ho nessun controllo su di lei. È lei che controlla me».

«Ma non controlla le gambe e le bracciano? Il modo per distruggere lelettere sarebbe naturalmente

bruciarle. E non può bruciarle senza il fuocoe non può procurarsi ilfuocose non glielo procurate voi».

«Faccio sempre quello che mi chiede»implorava la poveretta. «E poi c'èOlimpia».

Ero lì lì per dire che probabilmente Olimpia era corruttibilema nonritenni opportuno toccare quel

tasto. Mi limitai perciò a buttar lì che si sarebbe forse potuto manipolarequella fragile creatura.

«Tutti possono essere manipolati dalla zia»disse la signorina Tina.Ricordò quindi che la sua vacanza

era finita e che doveva rincasare.

Tesi la mano attraverso il tavolinoposandogliela sul bracciopertrattenerla un attimo. «Quello che

voglio da voi è la promessa generica di aiutarmi».

«Ohcome possocome posso?»chiese perplessa e turbata.Era per metà stupitaper metà spaventata

che la considerassi importanteche mi appellassi a lei per agire.

«Ecco la cosa principale: tenere attentamente d'occhio la nostra amica eavvertirmi in tempo prima che

commetta l'orrendo sacrilegio».

«Non posso tenerla d'occhio se mi ordina di uscire».

«Verissimo».

«E neppure quando lo fate voi».

«Misericordia! Avrà combinato qualcosa stasera secondo voi?».

«Non lo so. È molto scaltra».

«Cercate di spaventarmi?»chiesi.

Sentii che la domanda aveva avuto esauriente risposta quando la mia compagnacon aria meditabonda

quasi con invidia mormorò: «Ma lei le ama... le ama!».

Questa riflessioneripetuta con tanto trasportomi fu di grande confortoma per avere dell'altro

balsamodissi: «Seprima di morirenon intende distruggere gli oggetti dicui parliamoforse avrà lasciato qualche

disposizione nel testamento».

«Nel testamento?».

«Non ha fatto testamento a vostro favore?».

«Ha tanto poco da lasciare. Ecco perché le piacciono i soldi»disse lasignorina Tina.

«Mi è lecito chiederedato che discutiamo di tante cosedi che cosavivete voi due?».

«Con i soldi che vengono dall'America da parte di un signore - un avvocatocredo - di New York. Li

manda ogni trimestre. Non è molto!».

«Non avrà lasciato disposizioni al riguardo».

La mia compagna esitò - la vidi arrossire. «Credo che siano miei»dissee lo sguardo e il tono che

accompagnarono quelle parole tradirono a tal punto l'abitudine a non pensarea se stessa che la trovai quasi incantevole.23

Un istante dopo aggiunse: «Matanto tempo faci fu qui un avvocato unavolta. E vennero alcune persone a firmare

qualcosa».

«Probabilmente erano i testimoni. Non vi hanno chiesto di firmare? Allora»dedussi rapidamente

pieno di speranza«è perché siete la beneficiaria. Avrà lasciato a voitutti i documenti!».

«Se lo ha fattosarà a condizioni rigorosissime»replicò la signorinaTinalevandosi in frettamentre

il gesto dava alle parole un tocco di risolutezza. Sembravano sottintendereche il lascito sarebbe stato accompagnato da

una clausola predisposta a sottrarre gli oggetti agli sguardi indagatorieche mi sbagliavo molto se la giudicavo persona

capace di trasgredire una ingiunzione così assoluta.

«Naturalmente dovrete attenervi alle clausole»dissie lei non aggiunsenulla che potesse mitigare il

rigore di tale conclusione. Più tardituttaviaproprio prima di sbarcaredavanti alla sua portadopo un ritorno trascorso

quasi in silenziomi disse bruscamente: «Farò quello che posso peraiutarvi». Le fui grato per questo - eranei suoi

limitiuna buona cosa - ma la nottein un'ora di veglia preoccupatanon miimpedì di ricordare che avevo la sua parola

a corroborare l'impressione che la vecchia fosse piena di astuzia.

VII

La paura di ciò che avrebbe potuto farespinta da quel lato del suocaratteremi innervosì per giorni di

seguito. Dalla signorina Tina aspettavo un cenno; lo consideravo quasi un suodovere farmi sapere inequivocabilmente

se la signorina Bordereau avesse o no sacrificato i suoi tesori. Ma siccomenon lanciava segnalipersa la pazienza

decisi di sottoporre la situazione al vaglio della mia capacità diintuizione. Un pomeriggio sul tardi feci chiedere se

potessi rendere visita alle signoree il mio cameriere se ne tornò con unasorprendente novella. Senza la minima

difficoltà potevo presentarmi alla signorina Bordereau; era stata portatanella sala ed era seduta accanto alla finestra che

si affacciava sul giardino. Sceso che fuitrovai che questa descrizione eracorretta; la vecchia gentildonnaportata nel

mondo sulla sedia a rotelleaveva una certa aria - forse derivatale da untocco più gaio dell'abito - di essere di nuovo

pronta a intrattenersi con esso. Il mondo tuttavia non aveva ancoraincominciato ad affollarlesi intorno; se ne stava sola

soletta esebbene la porta fosse apertanon scorsi in un primo momento lasignorina Tina. Seduta a una finestra

immersa nell'ombra pomeridianariusciva a vedereattraverso una dellepersiane aperteil piacevole giardino dove il

sole estivo aveva nel frattempo seccato troppe piantee a scorgere la lucedorata e le lunghe ombre.

«Siete venuto a dirmi che terrete le stanze per altri sei mesi?»chiesementre mi avvicinavo

lasciandomi esterrefatto da un che di grossolano nella sua cupidigiaquasinon me ne avesse dato già sufficienti esempi.

Il desiderio di Juliana di rendere lucrosa la nostra contiguitàrappresentavacome ho già abbondantemente chiaritouna

nota falsa nell'immagine che mi ero fatta di colei che aveva ispirato versiimmortali a un grande poetama a questo

punto dichiaro senza riserve che dopo tutto le si doveva ampia indulgenza.Ero stato io a rintuzzare l'empia fiamma; ero

stato io a metterle in testa che aveva il mezzo per fare quattrini. Sembravache non ci avesse mai pensato; era vissuta

dispendiosamente per anni in una casa cinque volte troppo vasta per lei conuno stile di vita spiegabile soltanto partendo

dal presupposto che lo spazio di cui godevaeccessivo com'eranon lecostasse quasi nulla e che le sue entrateesigue

com'eranole lasciasseroper Veneziaun margine apprezzabile. Poiungiornole ero piombato addosso e le avevo

insegnato a calcolare; la mia commedia un po' folle sulla questione delgiardino mi aveva irresistibilmente messo nei

panni della vittima. Come tutti coloro che compiono il miracolo di mutareopinione a tarda etàJuliana aveva subito una

intensa conversione; aveva ghermito la mia allusione con artigli disperati etremuli.

Di mia iniziativa andai a prendere una delle sedie postea una certadistanzacontro la parete - non si

era data il minimo pensiero se dovessi stare in piedi o mettermi seduto - ementre la sistemavo accanto a leiesordii

allegramente: «Cara signorache immaginazione aveteche audaciaintellettuale! Sono un pover'uomo di lettere che

vive alla giornata. Come posso prendere palazzi su base annua? La mia vita èprecaria. Non so se fra sei mesi avrò il

pane per sfamarmi. Mi sono concesso un lusso una volta tantoed è statoimmenso. Ma decidere di continuare...?».

«Le stanze sono troppo care? In tal casoprendetene altre per gli stessisoldi»replicò Juliana.

«Possiamo sistemarepossiamo combinarecome dicono qui».

«Poiché me lo chiedetesìsono troppo caredi gran lunga troppo care.Evidentemente mi ritenete più

ricco di quanto non sia».

Mi guardò quasi fosse all'imboccatura della sua caverna. «Non si vendono ilibri che scrivete?».

«Non si compranovolete dire? Pocopochissimo... non quanti vorrei.Scrivere libria meno di non

essere un genio - e perfino in tal caso! - è l'ultima strada per attingerealla fortuna. Non si fanno più quattrini con le

belle letterecredo».

«Forse non scegliete argomenti piacevoli. Su che cosa scrivete?»proseguìimplacabile la signorina

Bordereau.

«Sui libri degli altri. Sono un criticoun commentatoresono in piccolouno storico». Mi chiedevo

dove volesse arrivare.

«Di quali altri in questo momento?».

«Ohdi scrittori migliori di me: i grandi scrittori soprattutto... i grandifilosofi e i grandi poeti del

passato; di quelli che se ne sono andatisono morti epoverettinonpossono parlare per sé».

«Che cosa dite di loro?».24

«Dico che a volte amarono donne molto perspicaci!»replicai per essereaffabile. Credevo di aver

calcolato il pericoloma le parolecadendo nell'ariami colpirono per laloro imprudenza. Le avevo buttate lìtuttaviae

non me ne rammaricavoperché forsedopo tuttola vecchia avrebbeaccettato di trattare. Sembrava ragionevolmente

ovvio che conoscesse il mio segreto; perché allora cincischiare? Masenzaaccogliere quelle parole come una

confessionesi limitò a chiedere:

«Ritenete giusto rivangare il passato?».

«Non credo di capire il significato di rivangare. Come possiamo attingervise non scaviamo un

pochino? Il presente lo calpesta con tanta rozzezza».

«Ohmi piace il passatoma non mi piacciono i critici»dichiarò lapadrona di casa con la sua aspra

compiacenza.

«Neppure a mema mi piacciono le loro scoperte».

«Non sono per lo più menzogne?».

«Sono proprio le menzogne che a volte si scoprono»dissi sorridendo allatranquilla impertinenza di

quelle parole. «Spesso si mette a nudo la verità».

«La verità appartiene a Dionon all'uomo; meglio lasciarla stare. Chi puògiudicarla? Chi può dire?».

«Siamo nelle tenebrelo so»ammisi«ma se rinunciamo a tentarechecosa ne sarà delle cose belle?

Che cosa sarà dell'opera cui ho appena accennatol'opera dei grandifilosofi e poeti? Tutte parole vanese non esiste un

metro per misurarle».

«Parlate come un sarto»disse la signorina Bordereau capricciosamentequindi in frettacon timbro

diversoaggiunse: «Questa cas a è bellissima; le proporzioni sonostupende. Oggi ho voluto riguardare questo lato. Mi

sono fatta condurre qui. Quando è arrivato il vostro uomo per sapere se viavrei ricevutostavo per mandarvi a

chiamare: volevo chiedervi se non intendeste prolungare il soggiorno.Desideravo rendermi conto di ciò che vi offro.

Questa sala è davvero solenne»proseguì con il piglio delbanditore d'astamuovendo leggermentecome intuivogli

occhi invisibili. «Non credo che vi sia capitato spesso di vivere in unacasa come questaeh?».

«Non posso permettermelo!».

«Quanto allora mi darete per sei mesi?».

Ero lì lì per esclamare - e l'aria di tormento sul mio viso denunciava unaripulsa morale - «NoJuliana

per luiper amor suono!». Ma controllandomi le chiesi con minoreslancio: «Perché dovrei rimanere così a lungo?».

«Pensavo che vi piacesse»disse la signorina Bordereau con la suaavvizzita dignità.

«Lo pensavo anch'io che mi sarebbe piaciuto».

Per un attimo non disse altroe lasciai che le mie parole le suggerisseroquello che potevano. Mi

aspettavo quasi di sentirla dire con una certa freddezza chese ero statodelusoera inutile continuare a discuteree ciò

malgrado la mia convinzione che lei avesse capito - non importa come ci fossearrivata - il motivo che rendeva ovvia la

mia delusione. Ma con mia estrema sorpresa finì per osservare: «Seavostro parerenon vi abbiamo trattato abbastanza

beneforse possiamo trovare il modo per trattarvi meglio». Questo discorsoaveva una sua incongruenza che mi fece di

nuovo rideree mi scusai dicendole che parlava quasi fossi un ragazzinoscontroso cheimbronciato in un angolodeve

essere "blandito". Non avevo lamentele da fare; che cosa avrebbepotuto superare il garbo della signorina Tina

nell'accompagnarmi in Piazza alcune sere prima? Al che la vecchia continuò:«Ve lo siete voluto voi!». Quindi in

diverso tono: «È una bravissima ragazza». Assentii con slancioe leiespresse la speranza che non lo facessi soltanto per

cortesiama che veramente mi piacesse. Io nel frattempo ero sempre piùperplesso su dove volesse arrivare la signorina

Bordereau. «Non ha un unico parente al mondotranne me». Descrivendo lanipote come amabile e priva di impicci

desiderava presentarmela come un parti?

Era assolutamente vero che non potevo permettermi di continuare a tenere lestanze a un prezzo

assurdo e che avevo già investito nella mia impresa quasi tutto il contanteaccantonato per intraprenderla. La mia

pazienza e il mio tempo non si erano affatto esauritima avrei dovutoattingervi con soluzioni veneziane più abituali.

Ero disposto a pagare al prezioso personaggio con il quale intrattenevorapporti pecuniari tanto conflittuali il doppio di

quello che avrebbe chiesto qualunque altra padrona di casama non erodisposto a pagarla venti volte tanto. Glielo dissi

con schiettezzae la mia schiettezza parve dare buoni fruttiperchéesclamò: «Molto beneavete fatto quello che vi ho

chiesto...avete fatto un'offerta!».

«Sìma non per mezzo anno. Soltanto di mese in mese».

«Devo pensarci allora». Pareva delusa che non volessi legarmi a un periodolungoe intuivo il suo

desiderio di rassicurarmi e nello stesso tempo di scoraggiarmidi dirmiseveramente: "Vi illudete di cavarvela con meno

di sei mesi? Vi illudete di arrivarein capo a quel tempoapprezzabilmentepiù vicino alla vittoria?". Per la testa mi

frullava insistentemente l'idea che avesse la fantasia di giocarmi unoscherzodi indurmi ad assumere un impegno

quando dal canto suo lei aveva già sacrificato il suo tesoro. Per un attimola mia ansia fu così acuta che per poco non

sbottai chiedendoglielo e mi trattenne soltanto - per tema che fosse unerrore - un'istintiva ripugnanza a compiere

l'estrema violenza dell'autosmascheramento. Era una vecchia strega cosìsottile che non ci si raccapezzava con lei.

Potete immaginare se chiarisse il dilemma il fatto cheproprio dopo averpromesso di vagliare la mia propostasenza

alcuna transizione formalesi togliesse di tasca con mano esitante unoggettino avvolto in carta bianca sgualcita. Lo

tenne lì per un attimoquindi riprese: «Vi intendete di curiosità?».

«Di curiosità?».

«Di antichitàdel vecchio ciarpame che oggi si paga tanto. Sapete definireun prezzo?».25

Pensai di intuire il seguitoma chiesi con ingenuità: «Volete acquistarequalcosa?».

«Novoglio vendere. Che cosa mi darebbe un amatore per questo?». Svolse lacarta bianca e mi fece

cenno di prendere un piccolo ritratto ovale. Lo afferrai sperando solamenteche le mie dita non tradissero l'intensità

della strettae lei aggiunse: «Me ne separerei soltanto per un buonprezzo».

Riconobbi alla prima occhiata Jeffrey Aspern e mi accorsi di arrossire.Poiché mi fissavaebbi tuttavia

il sangue freddo di esclamare: «Che viso interessante! Ditemi chi è».

«Un vecchio amicoun uomo di grande valore ai suoi tempi. Fu lui a darmeloma sono riluttante a

pronunciarne il nomeper paura che voicritico e storico quale sietenonne abbiate mai sentito parlare. So che il

mondo gira in frettae una generazione dimentica l'altra. Era famosissimoquando ero giovane io».

Forse era sorpresa della mia disinvolturama io ero stupito della suastupito chealla sua età e nel suo

stato di saluteavesse sufficienti energie per burlarsi di meper purogusto personalecon quel ritornelloche avesse la

voglia scherzosa di mettermi alla provadi stuzzicarmidi beffarsi di me.Così almeno interpretai il gesto di esibire la

reliquia: non credevo infatti che desiderasse davvero venderla o leinteressassero le informazioni che avrei potuto darle.

Desiderava invece farmela oscillare davanti agli occhi e metterci un prezzoproibitivo. «Rammento il viso: che

cruccio!»dissi voltando e rivoltando l'oggetto e guardandolo con ariacritica. Era un lavoro accuratoma non una

sublime opera d'artepiù grande della solita miniaturache rappresentavaun giovane dal viso molto belloin giacca

verde dal collo alto e un panciotto color camoscio. Colsi nel piccoloritratto la virtù della somiglianza e giudicai che

fosse stato dipinto quando il modello aveva circa venticinque anni. Esistonocome sanno tuttialtri tre ritratti del poeta

ma nessuno come quell'immagine elegante risaliva così addietro nel tempo.«Non ho mai visto l'originalechiaramente

un uomo di un'altra epocama ho visto altre riproduzioni di questo viso»proseguii. «Avete espresso il dubbio che la

mia generazione non abbia sentito parlare di questo signorema ne traggol'impressione che sia stato un uomo celebre.

Chi è? Non riesco a individuarlo... non riesco a definirlo. Non era unoscrittore? Sicuramente un poeta». Ero deciso che

fosse leinon ioa pronunciare per prima il nome di Jeffrey Aspern.

Avevo preso quella decisione ignorando il carattere risoluto della signorinaBordereau: le sue labbra

non formarono mai a portata del mio orecchio le sillabe che avevanosignificato tanto per lei. Non si degnò di

rispondere alla mia domandama tese la mano per riprendere il ritrattoconun gesto cheper quanto deboleera assai

perentorio. «Soltanto chi sapesse riconoscerlo potrebbe darmi il prezzo chevoglio»disse con una certa asciuttezza.

«Allora avete stabilito un prezzo?». Non le restituii l'incantevoleoggettonon già perché intendessi

vendicarmima perché mi ci aggrappavo d'istinto. Ci guardammo fissamentementre lo trattenevo.

«So il minimo che accetterei. Ho pensato di chiedervi quanto sarebbe ilmassimo che potrò avere».

Fece un movimentorattrappendosi come senello spasimo di terrore per averperduto il suo tesoro

fosse stata costretta a fare l'immenso sforzo di strapparmelo.Istantaneamente glielo posi in mano dicendo: «Mi

piacerebbe averloma con le vostre idee sarebbe ben al di sopra delle miepossibilità».

Girò la piccola incisione ovale mettendola a faccia in giùe la sentiitirare il fiato come dopo uno

sforzo o una fuga. Questo tuttavia non le impedì di dire un attimo dopo:«Comprereste il ritratto di uno sconosciuto

eseguito da un oscuro artista?».

«L'artista sarà oscuroma quell'oggetto è dipinto meravigliosamentebene»risposi per dare a me

stesso una ragione.

«È una fortuna che abbiate pensato di dire cosìperché il pittore eramio padre».

«Ciò rende il ritratto davvero prezioso!»replicai allegramentee possoaggiungere che la gioia

scaturiva in parte dalla conferma della mia teoria sulle origini dellasignorina Bordereau. Aspern naturalmente aveva

conosciuto la giovanetta andando a posare nello studio del padre. Osservaichese mi avesse affidato l'oggetto per

ventiquattro oresarei stato felice di cercare consiglioma per tuttarisposta se lo fece scivolare in tascain silenzio.

Questo mi convinse che non aveva nessuna sincera intenzione di venderlofinché era in vitasebbene forse le sarebbe

piaciuto sapere quale somma avrebbe potuto ottenere la nipotequalora loavesse lasciato a lei. «Spero comunque che

non lo cederete senza avvertirmi»dissi mentre lei rimaneva impassibile.

«Ricordatemi come un possibile acquirente».

«Vorrei i soldi in anticipo!»rispose con inattesa rudezzaquindiquasiavesse capito che avrei ben

potuto recriminare per quel tono e desiderasse cambiar discorsomi chiesebruscamente di che cosa chiacchierassi con

sua nipote quando uscivo alla sera.

«Parlate come se avessimo instaurato un'abitudine. Sarei certamente lieto sediventasse una piacevole

consuetudine. Ma in tal caso avrei degli scrupoli ancora più seri a tradirela fiducia di una signora».

«Fiducia? La fiducia di mia nipote?».

«Eccola qui... ve lo dirà lei stessa»dissi perché sulla soglia delsalotto era apparsa la signorina Tina.

«Avete fiduciasignorina Tina? Vostra zia desidera moltissimo saperlo».

«Non in leinon in lei!»dichiarò la più giovane delle duescuotendola testa con una mestizia che

non era né scherzosa né affettata. «Non so che cosa fare; si lascia andaread accessi di tremenda imprudenza. Si stanca

con facilitàeppure ha cominciato a vagare per la casaa trascinarsiintorno». E volse uno sguardo alla sua compagna di

giogo di molti anni con vacuo stuporecome se il costante contatto el'abitudine non avessero reso più facile

assecondarne di tanto in tanto la perfida ostinazione.

«So quello che voglio. Non perdo la testa. Ti piacerebbe crederlocigiurerei»disse la signorina

Bordereau con crudo cinismo.26

«Non credo che siate venuta qui da sola. La signorina Tina vi avrà dato unamano»mi intromisi per

conciliarle.

«Ha voluto farsi portare qui a tutti i costi e quando si mette!»disse lasignorina Tina con la stessa

apprensionecome se non si potesse dire quale altro servizio da leidisapprovato sua zia avrebbe potuto costringerla a

renderle.

«Grazie a Diosono sempre riuscita a far fare le cose che volevo! Lepersone con le quali sono vissuta

mi hanno accontentata»proseguì la vecchia parlando dalle ceneri spentedella sua vanità.

«Volete direimmaginoche vi hanno obbedita»mi intromisi piacevolmente.

«Che importa... quando vi amano».

«E proprio perché ti sono affezionata che voglio resisterti»disse lasignorina Tina con una risata

nervosa.

«Immagino che presto porterete la signorina Bordereau al piano di sopra afarmi visita»continuaial

che la vecchia rispose:

«Oh noposso tenervi d'occhio da qui!».

«Sei molto stanca; stasera starai sicuramente male!»esclamò la signorinaTina.

«Sciocchezzemia cara; sto meglio di come non mi senta da un mese a questaparte. Domani uscirò di

nuovo. Voglio trovarmi dove posso tenere d'occhio questo bravo signore».

«Non mi terreste meglio d'occhio nel vostro salotto?»chiesi.

«Dove avreste migliori possibilità di tener d'occhio me?»risposefissandomi con la visiera verde.

«Possibilità che non ho da nessuna parte! Vi guardo ma non vi vedo».

«L'agitate tremendamentee non va bene»disse la signorina Tina scuotendola testa con aria di

rimbrotto e di dissuasione.

«Voglio tenervi d'occhio... voglio tenervi d'occhio!»proseguì lasignorina Bordereau.

«Allora stiamo insieme il più a lungo possibile... non importa dove. Cosìavrete tutto l'agio».

«Vi ho visto a sufficienza per oggi. Mi basta. Ora rientrerò»disseJuliana. La signorina Tina con le

mani sullo schienale della sedia a rotelle prese a spingerema le chiesi dilasciar fare a me. «Sìpotete manovrarmi in

questo modo... in nessun altro!»esclamò la vecchiamentre si sentivaspinta in modo facile e sicuro sul pavimento

liscio e duro. Prima di raggiungere la porta dei suoi appartamentimiordinò di fermarmi per dare un'ultima lunga

occhiata alla nobile sala. «È una casa prodigiosa!»mormoròdopo di cheripresi a spingerla. Quando fummo entrati nel

salottola signorina Tina mi disse che a quel punto se la sarebbe sbrigatae nello stesso istante venne incontro alla

padrona la piccola donna dai capelli rossi. L'idea della signorinaTina era evidentemente quella di rimettere subito a

letto la zia. Confesso chemalgrado quell'incombenzami resi colpevoledell'indiscrezione di indugiare; mi tratteneva lì

la sensazione di essere vicino agli oggetti che agognavoprobabilmenteriposti in qualche angolo di quella stanza

sbiadita e scostante. Il luogoassai spoglionon suggeriva l'esistenza ditesori nascosti; non c'erano né nicchie buie né

angoli celati da tende né armadi massicci né cassapanche con bande diferro. Era per giunta possibileanzi probabile

che la vecchia avesse relegato le sue reliquie nella camera da lettoinqualche baule ammaccato spinto sotto il lettonel

cassetto di una toletta traballanteentro il fioco cerchio di luce dellalampada notturna. Volsi tuttavia lo sguardo su ogni

mobilesu ogni concepibile nascondiglioe notai che c'era una dozzina diaggeggi con cassettiin particolare una

vecchia ribalta altacon ornamenti di ottone in stile Imperoun ricettacoloin qualche modo malfermoma ancora

capace di conservare rari segreti. Non so perché quello stipo mi attirassetantovisto che non mi proponevo di forzarlo

ma lo fissai con tanta intensità che la signorina Tina se ne accorse e mutòcolore. Quel comportamento mi indusse a

pensare di avere ragione e chenon importa dove fosse stato primal'epistolario Aspern in quel momento languiva

dietro la dispettosa piccola serratura della ribalta. Riflettendo come unbanale pannello mi separasse dalle mie

aspirazionimi era difficile distogliere l'attenzione dall'opaco mogano delmobile machiamando a raccolta la prudenza

un po' allentatacon uno sforzo mi accomiatai dalla mia ospite. Per dare untocco di garbo a quello sforzo le dissi che

certamente le avrei fatto avere una valutazione del piccolo dipinto.

«Il piccolo dipinto?»chiese sorpresa la signorina Tina.

«Che cosa ne sai tumia cara?»chiese la vecchia. «Non darti pena; hofissato il prezzo».

«E quale sarebbe?».

«Mille sterline».

«Mio Dio!»esclamò la povera signorina Tina incapace di frenarsi.

«Di questo vi parla?»mi chiese la signorina Bordereau «Pensate! Vostrazia vuole sapere di che cosa

parliamo!». Con queste parole dovetti separarmi dalla più giovanesebbenemi sarebbe piaciuto immensamente

aggiungere: «Per l'amore del cielovenite questa notte nel giardino!».

VIII

La precauzionerisultò poinon era necessariaperché tre ore più tardiproprio mentre finivo di

cenaresulla soglia della stanza nella quale consumavo i semplici pastiapparvesenza essere annunciatala signorina

Tina. Ricordo bene di non aver provato sorpresa al vederlail che nondimostra che non credessi nella sua timidezza. La

quale era immensama non le avrebbe impedito di correre da mese ci fossestata una particolare ragione per essere27

audaci. Vidi che in quel momento l'animava una particolare ragionene eraspinta; la indusse addirittura ad afferrarmi il

bracciomentre mi levavo per accoglierla.

«La zia sta molto male; sta morendocredo».

«Neanche per sogno. Non abbiate paura!»le risposi con amarezza.

«Mandate a cercare un medico... vi prego! Olimpia è andata a chiamarequello che abbiamo da

semprema non ritorna; non so che cosa le sia accaduto. Le ho detto diraggiungerlo là dove si era recatose non lo

avesse trovato in casama evidentemente lo sta seguendo per tutta Venezia.Non so che cosa fare... sembra una che

affondi».

«Posso vederlaposso dare un parere?»chiesi. «Naturalmente saròlietissimo di chiamare qualcuno

ma non è meglio spedire il camerierecosì potrò stare con voi?».

La signorina Tina acconsentìe io mandai il cameriere a cercare il miglioremedico del quartiere. Mi

precipitai al piano di sotto con lei ecammin facendomi raccontò chenelpomeriggioun'ora dopo che le avevo

lasciatela signorina Bordereau aveva avuto un attacco di «oppressione»una terribile difficoltà a respirare. La crisi si

era poi placatama ne era uscita così esausta da non riprendersi; sembravaspenta e finita. Le ripetei che non era finita

che non lo sarebbe stata per un pezzo; al checon un'occhiata in tralicepiù lunga di ogni altra di cui mi avesse onorato

fino a quel momentola signorina Tina disse: «Che cosa volete direveramente? Non l'accuserete di fingere?». Non

ricordo la risposta che le diedima nel mio cuore temo di avere ritenuto lavecchia capace di qualsiasi manovra arcana.

La signorina Tina voleva sapere che cosa le avessi fatto; la zia le avevaraccontato di essersi infuriata con me. Dichiarai

di non aver fatto assolutamente nulla - ero stato fin troppo cauto; al che lamia interlocutrice replicò che la nostra amica

le aveva assicurato di aver avuto una scenata con me... una scenata chel'aveva sconvolta. Risposi un po' risentito che la

scena era stata lei a farla... che non riuscivo a immaginare per qualemotivo fosse arrabbiata con mea meno che non

fosse perché non potevo darle mille sterline per il ritratto di JeffreyAspern. «Ve l'ha mostrato? Ohsanto cielooh

povera me!»gemette la signorina Tina che sembrava incapace di controllarela situazionementre intorno a lei si

addensavano le forze del fato. Le risposi che avrei dato qualsiasi cosa peraverloma non possedevo mille sterline; mi

fermai davanti alla porta della signorina Bordereau. Avevo un'immensacuriosità di varcarlama ritenni mio dovere

avvertire la signorina Tina chese al vedermi l'ammalata si fossearrabbiataforse sarebbe stato meglio risparmiarglielo.

«Vedervi? Pensate che possa vedere?»chiese la mia compagnaquasi con indignazione. Pensavo di sì in realtàma mi

astenni dal dirloe piano seguii la mia guida.

Ricordo di averle chiestoquando per un momento mi trovai accanto al lettodella vecchia: «Non

mostra mai gli occhi? Non li avete mai visti?». Alla signorina Bordereau erastata tolta la visierina verdema - non era

destino che vedessi Juliana in berretto da notte - la parte superiore delviso era coperta da un pezzo di mussola sporca

simile a un merletto lì cadutouna specie di cappuccio improvvisatoavvolto intorno alla testachescendendo fino alla

punta del nasolasciava visibili soltanto le gote bianche e vizze e la boccacorrucciataserrata strettamente eper così

direpuntigliosamente. La signorina Tina mi scoccò un'occhiata sorpresasenza evidentemente capire la ragione della

mia impazienza. «Volete sapere se porta sempre qualcosa? Lo fa perproteggerli».

«Perché sono molto belli?».

«Ohoggioggi!». E la signorina Tina scosse il capo parlando sottovoce.«Ma una volta erano

magnifici!».

«Sìindubbiamente... abbiamo la parola di Aspern». E mentre tornavo aguardare gli addobbi della

vecchiaimmaginavo che fosse suo desiderio non dare adito a dubbi che ilgrande poeta avesse esagerato. Ma non

sprecai tempo a riflettere su Julianache respirava così fiocamente da farritenere vana ogni sollecitudine umana. Di

nuovo volsi lo sguardo intorno alla stanzafrugando con gli occhi gliarmadii cassettonii tavoli. La signorina Tina ne

captò subito la direzione e lessecredol'espressione degli sguardi masenza dare rispostasi allontanò irrequieta e

ansiosasicché mi sentii giustamente biasimato per aver mostratoun'avidità quasi indecente alla presenza della nostra

compagna in fin di vita. Diedi tuttavia un'altra occhiatasforzandomi diindividuare mentalmente da quale ricettacolo

avrebbe dovuto iniziare chi avesse desiderato mettere le mani sulle cartedella signorina Bordereau immediatamente

dopo la sua morte. La stanza era in un tremendo disordine; sembrava ilcamerino di una vecchia attrice. C'erano abiti

appesi alle sediestrani fagotti malandati sparsi qui e lìvarie scatoledi cartone impilate l'una sull'altrasghimbesce

bitorzolutescoloriteforse vecchie di cinquant'anni. La signorina Tinadopo un attimo colse di nuovo la direzione del

mio sguardo equasi indovinasse il mio giudizio davanti a quello spettacolo- dimentica che non era affar mio

giudicarlo affatto -forse per difendersi dall'imputazione di complicità inquel disordinedisse:

«A lei piace così; non possiamo spostare le cose. Ci sono vecchiecappelliere che possiede da quasi

tutta la vita». Aggiunse quindicon una punta di commiserazione per il miocruccio: «Erano lì». E indicò un bauletto

bassosotto un sofà dove c'era appena spazio sufficiente: uno stranoscrigno annosodi legno dipintocon manici

elaboraticinghie incartapecorite e un colore assai scrostato (da ultimo gliera stata data una mano di verde chiaro).

Evidentemente aveva viaggiato con Juliana nei tempi andatinei giorni dellesue avventureche aveva condiviso.

Avrebbe fatto una strana figura arrivando in un albergo moderno.

«Erano lì... non ci sono più?»chiesi sconvolto dal senso implicitodi quelle parole.

Stava per risponderema in quell'istante entrò il medico che la servettaera stata spedita a cercare e

alla fine aveva raggiunto. Il mio camerierea sua volta impegnato nel suogiroera ritornato insieme a loroscortandoli

con la sua amabilità veneziana. Salito anche lui fino sulla soglia della padronalo vidi sbirciare al di sopra della spalla

del medico. Gli feci subito cenno di allontanarsi perché la vista della suafaccia curiosa mi ricordava che anch'io avevo28

poco da fare lìammonimento questo confermato dall'occhiata scura rivoltamidal piccolo medico con l'aria di

prendermi per un rivale sceso in campo prima di lui. Era un signore bassograssodai modi spicciche indossava il

cappello alto degli uomini della sua professione e sembrava guardare tuttotranne la paziente. Non mi perdeva di vista

quasi si fosse convinto che anche a me avrebbe fatto bene una bella dose dimedicinasicché con un inchino lo lasciai

con le donnescendendo in giardino a fumare un sigaro. Ero nervoso; nonpotevo fare altro; non potevo andarmene.

Non sapevo esattamente quello chechissà?sarebbe potuto accaderemasentivo che era importante trovarsi lì. Mi

aggirai nei vialetti - era calata la notte tiepida - fumando un sigaro dopol'altro e studiando la luce alle finestre della

signorina Bordereau. Erano aperte adessolo vedevo; la situazione eramutata. La luce talvolta si muovevama non in

fretta; non faceva pensare alla precipitazione di una crisi. La vecchia stavamorendooppure era già morta? E se il

medico avesse detto che a quella tremenda età non c'era nulla da faretranne lasciarla andare in pace? Oppure si era

limitato ad annunciare con un'occhiata un pochino più convenzionale che eragiunta la fine della fine? Le altre due

donne andavano e venivano attendendo alle cure che incombono in taleoccorrenza? Mi turbava non poter essere più

vicinoquasi temessi che lo stesso medico si portasse via le carte. Morsi ilsigaro con forzamentre di nuovo mi assaliva

il pensiero che forse non c'erano carte da portare via!

Rimasi ad aggirarmi per un'ora e più. Davanti a una finestra cercai lasignorina Tina con la vaga idea

che forse sarebbe venuta lì a farmi un segno. Non vedeva nell'oscurità lapunta rossa del sigaro? Non capiva che ero

rimasto a gironzolare lì per conoscere il responso del medico? È la provatemodella grossolanità della mia ansia il

dare in qualche modo per scontato che in un momento similenel bel mezzo delmaggior capovolgimento che potesse

capitarlela povera signorina Tina avesse la mente sgombra per una cosa delgenere. Il mio cameriere scese a parlarmi;

non sapeva altro tranne che il medico se ne era andato dopo una visita dimezz'ora. Se era rimasto mezz'oraallora la

signorina Bordereau era ancora viva; non ci sarebbe voluto tutto quel tempoper attestarne il decesso. Lo mandai via

fuori di casa; in certi momenti - e quello era uno di tali momenti - miirritava percepire la sua curiosità. Se non era stata

la signorina Tinaera stato lui a fissare la punta del mio sigaro da unadelle finestre del primo piano; non poteva

conoscere i miei scopi e io non potevo spiegarglieli ma - sospettavo - covavasu di me fantasiose teorie cheaffascinanti

ai suoi occhimi sarebbero sembrate offensivese le avessi conosciute bene.

Alla fine decisi di salirema non superai il piano della sala. Laporta che conduceva agli appartamenti

della signorina Bordereau era apertamostrando dal salottino il fiocobagliore di una povera candela. Mi avvicinai con

passo leggero e nello stesso attimo comparve la signorina Tina che si fermòa guardarmimentre mi avvicinavo. «Sta

megliosta meglio»disseprima che glielo chiedessi. «Il medico le hadato qualcosa; si è svegliataritornata in vita

mentre lui era lì. Dice che non c'è pericolo immediato».

«Nessun pericolo immediato? Di sicuro ritiene che si tratti di cosa grave».

«Sìperché si è agitata. Le fa molto male».

«Succederà ancora perché è lei ad agitarsi. Ha fatto così questopomeriggio».

«Sìnon dovrà più uscire»disse la signorina Tinascivolandocome leaccadeva spessoin un

profondo distacco.

«Che senso ha fare un'osservazione del genere»mi permisi di chiedere«se riprenderete a trascinarla

qui e lì non appena ve lo ordinerà?».

«Non... non lo farò più».

«Dovete imparare a resisterle»continuai.

«Sìsìlo farò. Imparerò megliose mi dite che è giusto».

«Non dovete farlo per me... dovete farlo per voi stessa. Si ritorce tutto sudi voise siete spaventata e

depressa».

«Non sono depressa adesso»disse la signorina Tina in tono abbastanzaplacido. «È molto tranquilla».

«È di nuovo cosciente... parla?».

«Nonon parlama mi prende la mano. La tiene stretta».

«Sìho capito che è ancora forte da come ha afferrato il ritratto questopomeriggio. Ma se vi tiene la

mano con forzacome mai siete qui?».

La signorina Tina rimase in silenzio per un po'; sebbene avesse il voltoimmerso nell'ombra densa -

volgeva la schiena alla luce del salottino e io avevo lasciato la candelalontanovicino alla porta della sala -mi parve di

vederla sorridere con scaltrezza. «Sono venuta di proposito... ho sentito ilvostro passo».

«Eppure ho camminato in punta di piedipianopiano».

«Vi ho sentito».

«Vostra zia è sola adesso?».

«Ohno... Olimpia le siede vicino».

Dal canto mio ero dibattuto. «Perché non andiamo lì?». E con un cennoindicai il salottino; sempre di

più desideravo trovarmi sul posto.

«Non potremo parlare lì... ci sentirà».

Stavo per dirle che in tal caso ce ne saremmo stati seduti in silenziomaacutamente percepii che non

sarebbe stato possibileperché almeno una cosa desideravo immensamentechiederle. Suggerii di camminare un

pochino nella salatenendoci all'estremità opposta dove non avremmodisturbato la nostra amica. La signorina Tina

assentì incondizionatamente: sarebbe stata vicino alla portapronta aricevere il medico al suo ritorno. Attraversammo il

bel salone superfluodove sul pavimento di marmo - soprattutto perchéall'inizio non dicevamo parola - i nostri passi29

risuonarono più sonoramente del previsto. Arrivati che fummo in fondo alsalonecon l'ampia finestraeternamente

chiusacollegata con il balcone che sporgeva sul canalesuggerii di restarelìin quanto così avrebbe subito visto

arrivare il medico. Aprii la finestra e uscimmo sul balcone. L'aria delcanale sembrava ancora più grevepiù calda di

quella della sala. Il luogo era silenzioso e vuoto; il tranquilloquartiere era immerso nel sonno. Qui e lì riluceva una

lampada rimandando il suo riflesso nell'acqua nera dell'angusto canale; dalontano ci giunse la voce di un uomo che

rincasava cantandola giacca buttata sulla spalla e il cappellosull'orecchio. Questo non impediva che la scena fosse

molto comme il fautcome l'aveva definita la signorina Bordereau alnostro primo incontro. Poco dopolungo il canale

passò una gondola con il tonfo lento e cadenzato dei remie ascoltandol'osservammo in silenzio. Non si fermònon

portava il dottore eormai dileguatasidissi alla signorina Tina:

«Dove sono adesso... le cose che erano nel baule?».

«Nel baule?».

«Nella scatola verde che mi avete indicato nella sua stanza. Avete detto cheun tempo le carte erano

conservate lì; dalle vostre parole mi è sembrato di capire che le avesseriposte altrove».

«Ohsìnon sono nel baule».

«Posso chiedervi se avete guardato?».

«Sì ho guardato... per voi».

«Come per mecara signorina Tina? Volete dire che me le avreste datese leaveste trovate?»e la

domanda mi fece fremere.

Indugiò a rispondere e io aspettai. All'improvviso proruppe: «Non so quelloche avrei fatto... o non

avrei fatto!».

«Cerchereste di nuovo... in qualche altro posto?»

Aveva parlato con uno slancio stranoinaspettatoe continuò nello stessotono: «Non posso... non

posso... mentre lei è lì. È disdicevole».

«Sìè disdicevole»risposi in tono grave. «Che la poveretta riposi inpace». Le parole sulle mia labbra

non erano ipocrite; mi sentivo infatti redarguito e vergognoso.

Dopo un attimoquasi avesse capito e fosse dispiaciuta per mema nellostesso tempo desiderasse

farmi intendere che l'assillavoo almeno insistevo troppo su quel tastolasignorina Tina aggiunse: «Non posso

ingannarla in questo modo. Non posso ingannarla... forse sul letto dimorte».

«Santo cielonon ve lo chiederòsebbene mi senta in colpa!».

«In colpa?».

«Ho navigato battendo falsa bandiera». Sentivo di dover fare una completaconfessionedi doverle

dire che le avevo dato un nome inventato per paura che sua ziaavendosentito parlare di merifiutasse di accogliermi.

Oltre a spiegarle questoaggiunsi di aver avuto la mia parte nella letteraindirizzata loromesi primada John Cumnor.

Ascoltava con viva attenzionequasi a bocca aperta dalla sorpresaefinitoche ebbi la mia

confessionechiese: «Allora il vostro vero nome... qual è?». Lo ripetédue volte quando glielo ebbi detto

accompagnandolo con l'esclamazione: «Cielocielo!». Quindi aggiunse: «Mipiace di più quello vero».

«Anche a me»e sentii che la mia risata era mesta. «Uff ! Che sollievosbarazzarsi dell'altro».

«Così era un vero complotto... una specie di congiura?».

«Ohuna congiura... eravamo soltanto in due»replicailasciandonaturalmente fuori la signora Prest.

Rimase a riflettere; chissà?forse ci avrebbe definiti due individuispregevoli. Ma non era da lei e

dopo un attimo osservòquasi con rapimento candido e imparziale: «Quantodovete desiderarle!».

«Sìappassionatamente!». Sogghignaidevo ammetterlo. E l'occasione mispinse a continuare

immemore della compunzione di poco prima. «Come può aver spostato il bauleda sola? Come fa a camminare? Come

può esercitare quello sforzo muscolare? Come può sollevare e trasportare lecose?».

«Ohquando si vuole e quando si ha tanta forza di volontà!»disse lasignorina Tina quasi avesse

rimuginato fra sé la mia domanda e non avesse altra scelta se non darequella risposta... l'idea chenel cuor della notteo

in qualche momento quando nessuno era nei paraggila vecchia fosse statacapace di uno sforzo miracoloso.

«Lo avete chiesto a Olimpia? Non l'ha aiutata... non è stata lei a farloper l'altra?»chiesial che la mia

amica rispose con pronta sicurezza che la cameriera non c'entrava con quellafaccendasenza tuttavia ammettere

chiaramente di averle parlato. Pareva un pochino timidaun pochinovergognosa ora di mostrarmi come partecipasse

alla mia ansia e come pensasse a me. All'improvvisosenza nessun nessoimmediatodisse:

«Sapeteora che avete un nuovo nomemi sembrate una nuova persona».

«Non è nuovo; è un buon vecchio nomegrazie al cielo!».

Mi guardò per un momento. «Mi piace di più».

«Se non fosse cosìandrei quasi avanti con l'altro!».

«Davvero?».

Risi ancorama per tutta risposta replicai: «Certo che se può scorrazzarein quel modopuò benissimo

aver bruciato le lettere».

«Aspettate... aspettate»moralizzò la signorina Tina con aria dolenteeil suo tono non servì a lenire la

mia impazienza perchédopo tuttopareva accettare quella tremendapossibilità. Avrei imparato ad aspettaredichiarai

tuttaviain primo luogo perché non potevo fare altrimentie in secondoluogo perché avevo la sua promessafattami

l'altra nottedi aiutarmi.30

«Naturalmente la promessa non valese le carte non ci sono più»dissenon perché desiderasse tirarsi

indietroma soltanto perché voleva essere coscienziosa.

«Naturalmente. Almeno riusciste a scoprirlo!»borbottai fremendo di nuovo.

«Non avete promesso di aspettare?».

«Aspettare anche questo?».

«Che cosa allora?».

«Ahnulla»risposi piuttosto scioccamentevergognoso di dirle quello cheera implicito nella mia

accettazione dell'attesa... L'idea che forse avrebbe fatto qualcosa di piùche limitarsi ad appurare un fatto.

Non so se lo abbia intuito; in ogni caso parve riflettere se fosse opportunomostrarmi maggior rigore.

«Non ho promesso di ordire ingannivero? Non credo di averlo fatto».

«Che importa se lo abbiate fatto o menotanto non ci riuscireste!».

Molto probabilmente non avrebbe levato obiezionianche se non fosse statadistratta dalla gondola del

medico che sgusciava nel piccolo canale per avvicinarsi alla casa. Notai chearrivava di gran frettaquasi ritenesse la

proprietaria ancora in pericolo. Lo guardammo mentre scendevaquindirientrammo nella sala per andargli incontro.

Quando salìlasciai naturalmente che la signorina Tina se ne andasse conluichiedendole soltanto licenza di ritornare

più tardi per avere notizie.

Uscito che fui dalla casami allontanai a piedi fino ad arrivare in Piazzadove l'irrequietezza si rifiutò

di abbandonarmi. Ero incapace di starmene seduto; malgrado l'ora tardaalcuni indugiavano ancora ai tavolini davanti

al caffè: turbatofeci il giro della Piazza una mezza dozzina di volte. Miera di conforto l'aver ridato alla signorina Tina

la mia vera identità. Alla fine ripresi la via di casagradualmentesmarrendomi e inestricabilmente perdendomicome

mi capitava sempre a Venezia: era quindi passata da un bel po' la mezzanottequando raggiunsi la mia porta.

La sala al primo piano era buia come al solito enell'attraversarlala lampada non mi rivelò nulla di

interessante. Ero deluso: avevo detto alla signorina Tina che sarei ritornatoper avere notiziee pensavo che avrebbe

potuto lasciare lì un lume a mo' di segnale. La porta degli appartamentidelle due signore era chiusa; il che sembrava

indicare che la mia trepida amica si fosse coricataspazientita diaspettarmi. Rimasi nel centro della stanzapensando

sperando cheal sentirmisbirciasse fuoridicendomi anche che non sarebbemai andata a dormire con la zia in uno

stato così critico; sarebbe rimasta a vegliareseduta in vestaglia su unasedia. Mi avvicinai alla porta; mi fermai lì ad

ascoltare. Non percepii nullae alla fine bussai piano. Non ci fu risposta edopo un altro minuto girai la maniglia. Non

c'era nessun lume nella stanza: ciò avrebbe dovuto trattenermi dall'entrarema non ebbe questo effetto. Se con

franchezza ho confessato fino a che punto di molestia e indelicatezza miavesse condotto la brama di possedere il

carteggio di Jeffrey Aspernnon ha senso - credo - che esiti a confessarequest'ultima indiscrezione. La considero

l'azione peggiore da me commessaeppure non mancavano le circostanzeattenuanti. Ero profondamentema senz'altro

non disinteressatamenteansioso di avere notizie di Julianae la signorinaTina aveva accettato un abboccamento che mi

prefiggevocome punto di onoredi osservare. Si potrà obiettare chelasciando il salone al buio inequivocabilmente mi

scioglieva dall'obbligo: a questo posso soltanto replicare che non desideravoesserne sciolto.

La porta della stanza della signorina Bordereau era apertae scorgevo infondo il fioco bagliore di un

lumino. Non giungevano suoni; il rumore dei miei passi non risvegliònessuno. Avanzai nella stanza; indugiavo lì

tenendo in mano la lampada. Volevo dare alla signorina Tina la possibilitàdi raggiungermisecome non dubitavoera

ancora con la zia. Non feci nessun rumore per attrarre la sua attenzione; milimitavo ad aspettare che notasse la luce.

Non fu cosìe lo spiegai - in seguito accertai che era la spiegazionecorretta - con il fatto che si fosse addormentata. Se

si era addormentatanon si angustiava per la ziae tale conclusione avrebbedovuto farmi tornare indietro. Non fu così

sono costretto a ripeterloperché nello stesso momento cedetti aqualcos'altro. Non avevo un proposito precisonon

nutrivo cattive intenzionima mi sentii trattenuto lì dal senso acutoseppur assurdodi avere un'occasione unica. Di fare

che cosa non avrei potuto dirlodal momento che non meditavo di commettereun furto. Se anche avessi avuto questa

tentazioneavrei dovuto prendere atto che la signorina Bordereau nonlasciava spalancati la ribaltal'armadioi cassetti.

Non avevo né chiavi né strumenti né l'ambizione di scassinare i mobili. Mivenne tuttavia da pensare che in quel

momentonell'ora della libertà e della sicurezzaero solo e indisturbatovicino come non ero mai stato alla fonte delle

mie speranze. Levai il lume lasciando che la luce giocasse sui diversioggetti quasi potesse rivelarmi qualcosa. Nell'altra

stanza tutto era immobile. Se la signorina Tina dormivadormivaprofondamente. Lo faceva - creatura generosa - di

proposito per lasciarmi libero il campo? Sapendo che ero lìse ne stava insilenzio per vedere quello che avrei fatto...

quello che avrei potuto fare? Avrei potutose si fosse arrivati atanto? Sapeva meglio di me che non mi sarebbe stato

possibile.

Mi fermai davanti allo stipoboccheggiando vanamente e senza dubbiogrottescamente; che cosa

aveva da dirmi dopo tutto? In primo luogo era chiuso a chiave ein secondoluogoquasi sicuramente non conteneva

nulla che mi interessasse. Dieci probabilità contro unale carte eranostate distrutte ese anche non fosse stato così

l'astuta vecchia non le avrebbe poste in un simile posto dopo averle toltedal baule verde - non le avrebbe spostate

intenzionata com'era a metterle in salvoda un nascondiglio migliore a unopeggiore. In una stanza dove lei non poteva

più montare la guardiala ribalta era più in vistapiù esposta. Ilmobile si apriva con una chiavema c'era anche una

piccola maniglia di ottonesimile a un pulsante; la scorsi mentre vi giocavasopra la luce del mio lume. Nello spasimo

della crisi feci ancora qualcosa; mi parve di coglierein un guizzolapossibilità che la signorina Tina volesse farmi

capire. Se così non volevase desiderava tenermi lontanoperché non avevachiuso a chiave la porta di comunicazione

fra il salotto e la sala? Sarebbe stato un segno inequivocabile chedovevo lasciarle sole. In mancanza di tale segno31

inequivocabile voleva farmi entrare con uno scopo - uno scopo orarappresentato dall'intuizione supersottile che per

invitarmi aveva lasciato aperta la ribalta. Non aveva lasciato la chiave mapremendo il pulsanteil ripiano si sarebbe

probabilmente mosso. Assillato da tale possibilitàmi chinai vicinissimoper vedere. Non mi proponevo nullaneppure

assolutamente noabbassare il coperchio; volevo soltanto verificare la miateoriaverificare se il ripiano si sarebbe

mosso. Sfiorai con la mano il pulsante - sarebbe bastato un tocco a dirmelo -ementre lo facevo - è imbarazzante

riferirlo - guardai oltre la spalla. Fu un casoun istintoperché nonavevo sentito nulla in realtà. Per poco non lasciai

cadere il lume e certamente indietreggiai di un passoraddrizzandomi davantia quello che mi apparve davanti agli

occhi. Juliana se ne stava lìin vestagliasulla soglia della sua camerafissandomi; teneva le mani levateaveva alzato

l'eterna cortina che le copriva mezzo visoe per la primal'ultimal'unicavolta vidi i suoi occhi straordinari. Mi

scrutavano; erano comeper il ladro colto in flagrantel'improvvisoaccendersi di un fascio di luce; mi fecero

vergognare orribilmente. Non dimenticherò mai la sua figurina biancapiegatabarcollantecon la testa levatail suo

atteggiamentola sua espressione; neppure dimenticherò il tono con cuimentre mi giravo guardandolasibilò con furia

con passione:

«Furfante d'uno scrittorucolo!».

Non posso dire quello che balbettai per scusarmiper spiegarema miavvicinai per dirle che non

avevo intenzioni malvagie. Mi allontanò con un gesto delle mani vecchieritraendosi inorridita davanti a me. Subito

dopo vidi che era caduta con un rapido spasimo fra le braccia della signorinaTinaquasi su di lei fosse scesa la morte.

IX

Lasciai Venezia il giorno successivosubito dopo aver saputo che la miapadrona di casa non era

decedutacome avevo temuto al momentoper il colpo che le avevo inferto...eposso aggiungereper il colpo che lei

aveva inferto a me. Come avrei potuto mai immaginarla capace di scendere dalletto da sola? Non riuscii a vedere la

signorina Tina prima di andarmene; incontrai soltanto la donnaallaquale affidai un messaggio per la padrona giovane.

In tale messaggio accennavo che sarei stato via per alcuni giorni. Andai aTrevisoa Bassanoa Castelfranco; feci

passeggiate a piedi e in carrozzavisitando vecchie chiese ammuffite condipinti male illuminati; trascorsi ore e ore

sedutonel lato ombroso di piazzette sonnolentea fumare sulla soglia dicaffècon le loro mosche e le cortine gialle.

Malgrado questi passatempi meccanici e svogliatitrassi poca gioia dai mieiviaggi: avevo dovuto ingollare un amaro

calice e non riuscivo a sbarazzarmi del sapore. Che iella maledettacomedicono i giovaniessere pescato da Juliana nel

cuor della notteintento a esaminare la serratura della ribalta! Non erastato da meno credereper un bel numero di ore

dopo il fattodi averla probabilmente uccisa. L'umiliazione mi tormentavama dovetti buttar giù il rospo; dovetti

scrivendo alla signorina Tinaminimizzarlaoltre a spiegare l'atteggiamentonel quale ero stato colto. Poiché non mi

diede rispostanon sapevo che impressione avessi fatto su di lei.

Mi bruciava essere stato chiamato furfante d'uno scrittorucolopoichécertamente scrivevo e

altrettanto certamente ero stato indelicato. Per qualche momento fui convintoche l'unico modo per riscattare il mio

onore fosse di andarmene definitivamente e immediatamentedi sacrificare lemie speranze e alleviare le due poverette

per sempre dall'oppressione della mia vicinanza. Poi riflettei che miconvenivaprimatentare con una breve assenza:

dovevo già aver intuito (in modo inespresso e vago) chesparendocompletamenteavrei condannato all'estinzione non

soltanto le mie speranze. Forse sarebbe stato sufficiente restare nell'ombraabbastanza a lungo per convincere la vecchia

di essersi sbarazzata di me. Che desiderasse sbarazzarsi di me dopoquell'incidente - sempreché non fossi stato io a

sbarazzarmi di lei - non c'era dubbio; quella mostruosità notturna l'avrebbecurata dalla voglia di tollerare la mia

compagnia per amore dei dollari. Mi dicevoe continuai a dirmeloche dopotutto non potevo abbandonare la signorina

Tinapur constatando che ignorava i miei fervidi appelli di avere un qualchesegno sulla sua attuale situazione - le

avevo dato due o tre indirizzi poste restante nelle varie cittadine.Avrei costretto il mio cameriere a scrivermi le novità

ma era incapace di maneggiare la penna. Non potevo misurare dal silenzio ildisprezzo della signorina Tina... poco

altezzosa come era sempre stata? La ferita bruciava davveroeppurese avevoscrupoli a ritornarene avevo altri a non

farloe volevo apparire in una luce migliore. Il risultato fu che aldodicesimo giorno ritornai a Venezia ementre la

gondola urtava leggermente contro i gradini del palazzola trepidazione mimostrò che avevo fatto violenza su me

stesso standomene lontano.

Il mio voltafaccia per tornare era stato così improvviso da non aver neppuretelegrafato al mio

cameriere. Non mi venne quindi incontro alla stazione; sbucò fuori con latesta da una finestra in altoquando giunsi a

casa. «L'hanno messa sottoterraquella vecchia»disse nel saloneal pianterreno caricandosi in spalla la valigia con un

ghigno e un ammiccamentoquasi pensasse di rallegrarmi con quella novella.

«È morta!»esclamai con un'occhiata assai diversa.

«Pare di sìvisto che l'hanno seppellita».

«Allora è finito tutto? Quando è stato il funerale?».

«L'altroieri. Ma funerale non si potrebbe proprio chiamarlosignore:roba da niente - un piccolo

passeggio brutto di due gondole. Poveretta!»continuò l'uomoriferendosi evidentemente alla signorina Tina. Il suo

concetto dei funerali era che dovessero soprattutto divertire i vivi.

Volevo avere in generale notizie della signorina Tinacome stesse e dovefossema non gli posi altre

domande finché non fummo di sopra. Ora che era successoprovavorincrescimento soprattutto all'idea che la povera32

signorina Tina avesse dovuto sbrigarsela da sola dopo la fine. Che cosa nesapeva di tali faccendedei passi da fare in

casi del genere? Poverettadavvero! Potevo soltanto sperare che ilmedico l'avesse aiutata e che non fosse stata

trascurata dai vecchi amici di cui mi aveva parlato una voltala piccolaschiera dei fedelissimila cui fedeltà consisteva

nell'andarle a trovare una volta all'anno. Venni a sapere dal mio domesticoche due vecchie signore e un vecchio signore

si erano infatti raccolti intorno alla signorina Tina e le erano stati vicini- erano venuti a prenderla con la loro gondola -

nel tragitto fino al cimiterol'isoletta di tombe cintata di rossoche sitrova a nord della cittàin direzione di Murano.

Risultava da questi segni che le signorine Bordereau erano cattolicheunascoperta che non avevo mai fattovisto che la

vecchia non poteva andare in chiesa e la nipoteper quanto ne sapevonon ciandavaoppure andava in parrocchia alla

messa mattutinaprima che io mi svegliassi. Certamente anche i pretirispettavano il loro isolamento; non avevo mai

colto il guizzo della tonaca del curato. Quella seraun'ora dopomandai giù il cameriere con un messaggio di cinque

parole per chiedere se la signorina Tina mi avrebbe concesso alcuni momenti.Non si trovava in casa dove l'aveva

cercatami disse al ritornoma in giardino a passeggiare per rinfrescarsi eraccogliere i fioriquasi fossero stati suoi.

L'aveva trovata lì e sarebbe stata felice di vedermi.

Scesi e trascorsi mezz'ora con la povera signorina Tina. Aveva sempre avutol'aria di portare

ammuffiti abiti da luttoquasi avesse voluto consumare le gramaglie di undolore che non si sarebbe estinto maie in

questo particolare era immutata. Ma era chiaro che aveva piantopianto moltolacrime sempliciappagantiristoratrici

con una sensazione primordiale e differita di solitudine e violenza. Ma nonesibiva i modi e i vezzi del doloree fui

quasi sorpreso di vederla nella prima luce crepuscolarecon le manitraboccanti di splendide rosesorridermi con occhi

arrossati. Incorniciato dallo scialleil volto bianco sembrava più lungo epiù magro. Non dubitavo che avrebbe provato

per me un irriconciliabile disgustoche avrebbe ritenuto doveroso da partemia trovarmi sul posto per consigliarla e

aiutarlaesebbene la credessi incapace per natura di rancore e pococonsapevole dell'importanza dei suoi affarimi ero

preparato a vedere mutate le sue manierea scorgere l'aria di chiferito edestraniatoavrebbe potuto dire alla mia

coscienza: "Ebbeneche bravo a far chiacchiere!". Ma la veritàstorica mi costringe a dichiarare che il volto scialbo

della poveretta smise di essere scialbosmise quasi di essereinsignificantementre lietamente si volgeva verso

l'inquilino della zia morta. Il qualetoccato fin nel profondoritenne checiò semplificasse la sua situazionefinché

scoprì che non era così. Quella serafui gentile come di più non soesseree passeggiai con lei in giardino finché non

parve opportuno. Fra noi non ci furono spiegazioni di nessun tipo; non lechiesi perché non avesse risposto alle mie

lettere. Me ne guardai anche dal ripeterle quello che le avevo detto in queimessaggi; se preferiva farmi credere di aver

dimenticato in quale atteggiamento mi avesse sorpreso la signorina Bordereaue l'effetto che la scoperta aveva avuto

sulla vecchiaero ben disposto a lasciare stare le cose: le ero grato di nontrattarmi come se fossi stato io a uccidere sua

zia.

Passeggiammo a lungoma non ci fu un grande scambio fra noisalvo ilriconoscimento del suo lutto

leggibile nei miei modi e nella sua espressione di dipendere da mevisto chemostravo una certa sollecitudine. Nel petto

della signorina Tina non albergava l'orgoglio dell'indipendenza né vigermogliava la finzione della stessa; non aveva

assolutamente l'aria di sapere in quel momento ciò che ne sarebbe stato dilei. Mi astenni tuttavia dall'incalzarla con tale

domandaperché non ero certamente pronto a dirle che sarei stato io aprendermene cura. Ero cautonon ignobilmente

credoperché percepivo nella sua limitata conoscenza della vital'ingenuità di credermi disposto a occuparmi di leidato

che mostravo di compatirla. Mi raccontò come era morta la ziaserenamentealla finee come di ogni cosa si fossero poi

curati i suoi buoni amici... per fortunagrazie a me - disse sorridendo -c'erano soldi in casa. Ripeté che gli italiani

"perbene"quando vi hanno in simpatiavi sono amici per la vitaeuna volta esaurito l'argomentomi chiese del mio

girole mie impressionile mie avventurei luoghi che avevo visitato. Leraccontai quello che potevoinventandomelo

in parte lì per lìtemoperchésgomento come ero statoavevo recepitoben poco edopo avermi ascoltatoquasi

immemore della zia e dei dispiaceriesclamò: «Mio Diocome mi piacerebbefare queste cose... fare un viaggetto

divertente!». Per un attimo ebbi la sensazione che avrei dovuto proporlequalche iniziativaper esempio accompagnarla

dove le fosse piaciuto andaree osservai a ogni modo che sarebbe statopossibile organizzare una piacevole giterella

tanto per cambiare: ci avremmo pensatone avremmo parlato. Non accennai aidocumenti Aspernnon le posi nessuna

domanda per sapere quello che avesse accertato o che cosa ne fosse statoprima della morte di Juliana. Non che non

fossi sulle spine per saperloma ritenevo opportuno non mostrarmi di nuovoavido così presto dopo la catastrofe.

Speravo che lei stessa avrebbe detto qualcosama non ne fece cennoe inquel momento la cosa mi parve naturale. Più

tardituttaviaquella nottemi venne da pensare che il suo silenzio fossesospetto: visto che aveva parlato dei miei

spostamenti e di temi impersonali come il Giorgione di Castelfrancoavrebbeben potuto alludere a quanto mi stava a

cuorecome certamente ricordava. Era impensabile che l'emozione provocatadalla morte della zia avesse cancellato il

ricordo del mio interesse per le sue reliquie; mi agitai quindi all'idea cheforse la sua reticenza significava che di reliquie

non ce n'era neanche una. Ci separammo in giardino fu lei a dire che dovevamorientrare; ora che al piano nobile

abitava da solaebbi la sensazione di trovarmi (almeno in base ai criteriveneziani) in una diversa posizione e di non

poterci più scorrazzare a piacimento. Stringendoci la mano per la buonanottele chiesi se avesse qualche progetto di

massimase avesse riflettuto sul da farsi. «Sìsìma non ho ancoradefinito nulla»rispose in tono allegro. Come

spiegare quell'allegria? Forse che avrei dovuto essere io a decidere per lei?

Fui lieto il mattino successivo che avessimo trascurato le questionipraticheperché così avevo il

pretesto per rivederla immediatamente. C'era adesso una questione pratica datoccare. Dovevo comunicarle in modo

formale che non mi aspettavo naturalmente di essere tenuto come inquilino;dovevo mostrare interesse per la sua

situazione e le possibilità di affittare la casa. Ma non ero destinatocomeaccaddea discutere con lei più di un istante su33

questi due punti. Non le inviai nessun messaggio; mi limitai a scendere nellasala e lì a camminare avanti e indietro.

Sapevo che sarebbe uscita; si sarebbe subito accorta della mia presenza.Preferivochissà perchénon trovarmi con lei a

tu per tu in una stanza; i saloni e i giardini mi sembravano luoghi piùadatti per parlare. Era una mattinata splendida con

qualcosa nell'aria che annunciava il declino della lunga estate veneziana;una freschezza dal mare che faceva fremere i

fiori del giardino e creava una piacevole brezza nella casameno sbarrata ebuia di quando era viva la vecchia. Era

l'inizio dell'autunnol'inizio della fine dei mesi dorati. Sarebbe stataanche la fine del mio esperimento - o lo sarebbe

stata entro mezz'oraquando avrei appreso che il mio sogno era finito incenere. Dopo di ciò non mi sarebbe rimasto

altro che andarmene alla stazione; non potevo infatti - me ne avvidi allaluce mattutina - seriamente attardarmi lì a fare

da tutore a un esemplare attempato di femminile inettitudine. Se non avevasalvato l'epistolarioperché sentirmi in

obbligo verso di lei? Ebbi - credo - un lieve sussulto nel chiedermi quantoavrei dovuto riconoscerle - qualora avesse

avuto le lettere in quale misuraper così direavrei dovuto compensaretale cortesia. Non rischiavo con quel servizio

dopo tuttodi accollarmi il fardello di farle da tutore? Sementrecamminavo avanti e indietroquesta idea non mi gettò

nello sgomentofu soltanto perché ero convinto di non aver nulla daperdere.

La signorina Tina ci mise a comparire più di quanto non avessi previsto inbase ai miei calcolima

quando alla fine arrivòmi guardò senza sorpresa. Accennai al fatto chel'avevo aspettata e lei mi chiese perché non

l'avessi avvertita. Alcune ore più tardi mi congratulai di non averle dettoche avrebbe potuto percepire la mia presenza

grazie a un'affettuosa intuizione; mi fu di conforto il non aver giocato conla sua sensibilità neppure in quella tenue

misura. Quello che le dissi era virtualmente la verità: ero nervosissimopoiché mi aspettavo che decidesse del mio

destino.

«Il vostro destino?»disse la signorina Tina dandomi una strana occhiataementre parlavanotai in lei

un insolito mutamento. Sìera diversa da come era stata la sera precedente- meno naturale e meno serena. Il giorno

prima aveva pianto e ora non piangeva piùeppure mi parve meno sicura disé. Sembrava che durante la notte le fosse

capitato qualcosao almeno avesse pensato a qualcosa che la turbavaqualcosa in particolare che toccava il rapporto

con melo rendeva più delicato e complesso. Cominciava forse a rendersiconto che la mia posizione era diversa ora che

sua zia non c'era più?

«Mi riferisco alle nostre lettere. Ce ne sono? Ormai lo saprete».

«Sìce ne sono moltissimepiù di quante immaginassi». Rimasi colpitodal tremore della sua voce

mentre me lo diceva.

«Intendete dire che le avete lì... e che posso vederle?».

«Non credo che possiate vederle»disse la signorina Tina con unastraordinaria espressione di

supplica negli occhicome se la sua più grande speranza al mondo fosse cheio non gliele togliessi. Ma come poteva

aspettarsi da me un simile sacrificio dopo tutto quello che c'era stato franoi? La mia gioia nell'apprendere che

l'epistolario esisteva ancora fu tale chese la poveretta fosse caduta inginocchio supplicandomi di non nominarlo mai

piùl'avrei considerato un brutto scherzo. «Le homa non possomostrarvele»aggiunse lamentosamente.

«Neppure a me? Ahsignorina Tina!»proruppi con tono di infinitorammarico e rimprovero.

Arrossì e le lacrime le salirono agli occhi; mi avvidi dell'angoscia che lecostava prendere

l'atteggiamento impostole da un tremendo senso del dovere. Mi sentivo maledavanti a quel particolare ostacolotanto

più che mi sembrava di essere stato incoraggiato chiaramente a non tenerneconto. Ritenevo che la signorina Tina mi

avesse assicurato che se non ci fossero stati impedimenti maggiori... ! «Nonmi direte che le avete fatto una promessa

sul letto di morte? Che non avreste fatto nulla del genere... da questopensavo di essere al riparo. Ohpreferirei che

avesse bruciato senza tante storie tutte le lettereche dover ammettere untale tradimento».

«Nonon è una promessa».

«Che cos'è alloraper favore?».

Rimase senza parolema alla fine disse: «Tentò di bruciarlema glieloimpedii. Le aveva nascoste nel

letto».

«Nel letto...?».

«Fra i materassi. È lì che le mise dopo averle tolte dal baule. Noncapisco come l'abbia fatto perché

Olimpia non l'aiutò. Così mi ha detto e le credo. La zia glielo disse acose fatteperché lei non disfasse il letto... soltanto

le lenzuola. Per questo era fatto così male»aggiunse con semplicità lasignorina Tina.

«Lo direi proprio! E come cercò di bruciarle?».

«Non fece un vero tentativo; era troppo debole in quegli ultimi giorni. Mame lo disse... mi affidò

l'incarico. Ohfu terribile! Non riuscì più a parlare dopo quella notte.Poteva soltanto fare cenni».

«Che cosa faceste voi?»

«Le portai via. Le misi sotto chiave».

«Nella ribalta?».

«Sìnella ribalta»disse la signorina Tina arrossendo di nuovo.

«Le diceste che le avreste bruciate?».

«No di proposito».

«Di proposito per accontentare me?».

«Sìsoltanto per questo».

«Che favore è sedopo tuttonon intendete mostrarmele?».

«Ohnessuno. Lo so... lo so»disse sgomenta.34

«Credeva che le aveste distrutte?».

«Non so quello che credeva alla fine. Non potrei dirlo... era ormai fuori disé».

«Se non ci furono né promesse né assicurazioninon capisco che cosa vivincoli».

«Ohdetestava tanto l'idea... la detestava tanto! Era così gelosa. Ma eccoil ritratto... potete tenerlo»

annunciò la poverettatirando fuori di tasca il piccolo dipintoancoraavvolto come lo aveva avvolto la zia.

«Posso tenerlo... volete dire che me lo date?»boccheggiai mentrescivolava nella mia mano.

«Sì».

«Ma vale molto... una somma ingente».

«Bene!»disse la signorina Tina sempre con quella sua aria strana.

Non sapevo come interpretare la cosaperché era improbabile che intendessemercanteggiare come la

zia. Parlava quasi volesse regalarmelo. «Non posso prenderlo in dono»dissi«e non posso pagarvelo secondo l'idea che

del suo valore si era fatta la signorina Bordereau. Lo valutava millesterline».

«Non potremmo venderlo?»buttò lì la mia amica.

«Dio non voglia! Preferisco il ritratto ai soldi».

«Tenetelo allora».

«Siete molto generosa».

«Anche voi».

«Non so perché lo crediate»replicaie questo era vero. La buonacreatura infatti sembrava avere in

mente qualche succosa allusione che non afferrai assolutamente.

«Siete stato molto importante per me»disse.

Fissai il volto di Jeffrey Aspern nel piccolo dipintoanche per non guardarequello della mia

compagnache aveva cominciato a turbarmiperfino a spaventarmi un pochino -aveva assunto un'espressione strana

tesainnaturale. Non diedi risposta a quell'ultima dichiarazionemi limitaia interrogare in silenzio con i miei occhi

quelli incantevoli di Jeffrey Aspern - erano giovani e luminosieppure saggie profondi; gli chiesi che cosa mai

capitasse alla signorina Tina. Parve sorridermi con benevola derisione; forseavrebbe trovato divertente la situazione.

Per lui mi ero cacciato in un pasticcio... come se ne avesse bisogno! Per ununico momentoda quando lo avevo

conosciutonon si mostrò all'altezza della situazione. Ora però che tenevoin mano il piccolo ritrattosentivo che

sarebbe stato un oggetto prezioso. «È questo un allettamento per farmirinunciare alle lettere?»chiesi poco dopo con

intento perverso. «Per quanto lo apprezzisono le letteresapetechepreferireise mai dovessi scegliere. Ma di gran

lunga!».

«Come potete scegliere... come potete scegliere?»replicò lentamente lasignorina Tina afflitta.

«Capisco! Naturalmente non c'è nulla da dire se ritenete insormontabilel'interdizione che grava su di

voi. In questo caso probabilmente ritenete che separarvi dalle letteresarebbe un'empietà della peggior specieun vero

sacrilegio!».

Scosse la testasoltanto smarrita nella stranezza del caso. «Capireste sel'aveste conosciuta. Ho

paura»disse all'improvviso con un brivido«ho paura! Era terribilequando si arrabbiava».

«Sìlo vidi quella notte. Era terribile. Poi scorsi i suoi occhi. Mio Diocome erano belli!».

«Li vedo... mi fissano nell'oscurità!».

«Siete nervosa dopo tutto quello che avete passato».

«Oh sìmolto... molto nervosa».

«Non angustiatevi; passerà»dissi con gentilezza. Quindi rassegnatoperché mi sembrava di dover

accettare la situazioneaggiunsi: «Behcosì stanno le cose; non si potevaevitarlo. Dovrò rinunciare». A queste parole

tenendo gli occhi fissi su di mela mia amica emise un lieve gemitoe iocontinuai: «Se almeno le avesse distrutte

allora non ci sarebbe altro da dire. Non riesco a capire perchécon le sueideenon l'abbia fatto».

«Erano la sua vita!».

«Figuratevi se questo attenua il mio desiderio di vederle»replicai conaccenti non proprio così

disperati. «Ma non lasciatemi stare quiquasi volessi nel mio animotentarvi a commettere qualcosa di ignobile.

Capirete naturalmente che lascerò le stanze. Partirò subito da Venezia». Epresi il cappello che avevo messo su una

sedia. Impacciatieravamo ancora in piedi nel mezzo della sala. Avevalasciato dietro a sé aperta la porta dei suoi

appartamentima non mi aveva invitato ad andare in quella direzione.

Uno strano spasimo le contrasse il visomentre mi guardava prendere ilcappello. «Subito... cioè

oggi?». Le parole avevano un accento tragico... sembravano un gridodisperato.

«Ohno; non me ne andrò finché potrò esservi di un minimo aiuto».

«Soltanto un giorno o due... soltanto due o tre giorni»disse ansimando.Quindi controllandosi

aggiunse in tono diverso:

«Voleva dirmi qualcosa... l'ultimo giorno... qualcosa di molto particolare.Ma non ci riuscì».

«Qualcosa di molto particolare?».

«Qualcos'altro sulle lettere».

«Non intuite... avete qualche idea?».

«Ho tentato di pensare... ma non lo so. Mi sono venute in mente tantecose».

«Per esempio?».

«Che se voi foste un parentesarebbe diverso».35

«Se fossi un parente...?»mi chiedevo perplesso.

«Se non foste un estraneo. Allora sarebbe lo stesso per voi e per me. Quelloche è mio sarebbe vostro

e voi potreste fare quello che vi piace. Non potrei impedirvelo... e voi nonavreste nessuna responsabilità».

Tirò fuori questa amena spiegazione con precipitazione concitataquasidicesse cose imparate a

memoria. Mi diedero l'impressione di una sottigliezza che non colsi in unprimo momento. Ma un istante dopo il suo

volto mi aiutò a vedere meglioe allora si accese la più inverosimiledelle luci. Era imbarazzantee io piegai la testa sul

ritratto di Jeffrey Aspern. Che bizzarra espressione aveva il suo viso!«Tirati fuori come meglio puoimio caro!».

Riposi il ritratto nella tasca della mia giacca e dissi alla signorina Tina:«Sìlo venderò per voi. Non riuscirò

assolutamente a farmi dare mille sterlinema qualcosa di buono l'otterrò».

Mi guardò attraverso lacrime penosema parve sorridere mentre rispondeva:«Possiamo dividere i

soldi».

«Nonosaranno tutti per voi». Quindi aggiunsi: «Credo di sapere quelloche voleva dire la vostra

povera zia. Intendeva dare istruzioni perché l'epistolario fosse sepolto conlei».

La signorina Tina sembrò soppesare quel suggerimento; dopo di che risposecon singolare decisione:

«Oh nonon l'avrebbe ritenuto al sicuro!».

«Nulla potrebbe essere più sicurocredo».

«Si era messa in testa che se uno vuole scrivereè capace... !». E siinterruppe rossarossa.

«Di violare una tomba? Misericordiache cosa avrà pensato di me?».

«Non era giustanon era generosa!»esclamò la mia compagna conimprovviso slancio.

La luce che un attimo prima aveva rischiarato la mia mente si diffuse ancoradi più. «Non dite così;

noi siamo una razza orribile». Quindi proseguii: «Se ha lasciato untestamentoforse vi potrà dare un'idea».

«Non ho trovato nulla del genere... Lo distrusse. Mi voleva molto bene»aggiunse la signorina Tina

senza nessuna logicami parve. «Voleva che fossi felice. E se qualcunofosse stato gentile con me... voleva parlare di

questo».

Ero sgomento davanti all'astuzia che ispirava la buona signoraastuziatrasparente ecome si suol dire

trapunta con filo bianco. «State sicuranon intendeva dare disposizioni chefossero favorevoli a me».

«Nonon a voima a me. Sapeva che sarei stata contenta di vedervirealizzare il vostro progetto. Non

perché si preoccupasse di voima per sollecitudine verso di me»continuòla signorina Tina con la sua volubilità

inattesapersuasiva. «Avreste potuto esaminare le cose... usarle». Sifermò vedendo che avevo colto il senso del suo

condizionale... indugiò abbastanza a lungo perché dessi un segno che nondiedi. Doveva essere consapevoletuttavia

che il mio visosebbene mostrasse il più intenso imbarazzo mai dipinto suun volto umanonon aveva la durezza della

pietrama era pieno di compassione. Mi fu di conforto per lungo tempopensare che non avesse colto in me il minimo

segno di irriverenza. «Non so che cosa fare; sono troppo tormentatahotroppa vergogna!»continuò con veemenza.

Quindidistogliendo il volto e seppellendolo fra le maniproruppe in unfiotto di lacrime. Se lei non sapeva che fare

immaginatevi se lo sapessi io. Me ne rimanevo mutofissandolamentre nelgrande salone vuoto risuonavano i suoi

singhiozzi. Dopo un attimo mi affrontava di nuovo con gli occhi pieni dilacrime. «Vi darei tutto e lei - là dove si trova -

capirebbe... mi perdonerebbe!».

«Ahsignorina Tina... ahsignorina Tina»balbettai per tutta risposta.Non sapevo che farecome

dicoma a casaccio feci un movimento vagosconsiderato in conseguenza delquale mi trovai alla porta. Ricordo di aver

dettomentre me ne stavo lì: «Non si addicenon si addice!»in tonopensosobizzarrogrottescomentre guardavo

verso l'estremità opposta della sala quasi fosse di estremointeresse. Ricordo di essermi trovato al pianterrenoquindi

all'esterno. La mia gondola era lì e il gondolieredisteso sui cuscinisaltò su vedendomi. Balzai dentro e al suo consueto

«"Dove commanda?"»risposi in un tono che lo fecetrasecolare: «In un posto qualsiasiin un posto qualsiasi; fuori

nella laguna».

Mi allontanavo al tonfo dei remi e rimasi lì prostratogemendosommessamente fra mecon il

cappello tirato sulla fronte. In nome dell'assurdoche cosa intendevasenon offrirmi la sua mano? Ecco il prezzo... ecco

il prezzo! E pensava che la volessipovera creatura illusainfatuatastravagante? Dietro a me il gondoliere doveva

avere visto gli orecchi arrossati nella mia perplessitàimmobilecon ilvolto nascostosotto la tenda svolazzante senza

notare nulla mentre passavamo - chiedendomi se la sua illusionela suainfatuazione non fossero state opera della

sconsideratezza. Pensava che l'avessi corteggiata per avere le lettere? Nonon era così continuai a ripetermelo fra me

per un'oraper due orefinché non fui esaustose non convinto. Non sodove mi abbia condotto il gondoliere sulla

laguna; andavamo senza metaai colpi lenti e rari dei remi. Alla fine miresi conto di essere arrivato al Lidoben in là

sulla destra voltando la schiena a Veneziae gli chiesi di farmi scendere.Volevo camminaremuovermiscacciare

l'intontimento stuporoso.

Attraversai la sottile lingua di terra e raggiunsi la spiaggiapresi lastrada verso Malamocco. Mapoco

dopomi buttai di nuovo sulla sabbia tiepidanella brezzasull'erba seccae scabra. Mi venne da pensare di avere

commesso un grave tortodi avere ordito un inganno inconsapevolmentema nonper questo meno deplorevolmente.

Ma non le avevo dato motivo... decisamente no. Alla signora Prest avevo dettodi essere disposto a farle la cortema era

stato uno scherzo privo di conseguenzee non l'avevo mai detto alla miavittima. Ero stato gentile con lei perché mi

piaceva sinceramentema da quando in qua era un delitto essere gentili conuna donna di quell'età e di quell'aspetto?

Sono ben lungi dal rammentare con chiarezza la successione degli eventi e deisentimenti durante quel lungo giorno di

confusioneche trascorsi interamente a girovagaresenza fare ritornofinoa notte tarda; rammento soltanto che a tratti36

sentivo la coscienza pacificataa tratti la fustigavo con dolore. Non risiper tutto il giorno - questo lo ricordo bene; la

faccendaa prescindere dall'impressione che avrebbe fatto sugli altrinonmi sembrava affatto divertente. Forse avrei

fatto meglio a cogliere il lato comico. Non c'era comunque alcun dubbio -fosse o non fosse stata colpa mia - che non

potevo pagare quel prezzo. Non potevo accettare quella proposta. Per unfascio di lettere cenciosenon potevo sposare

una vecchia provincialeridicolapatetica. A dimostrazione che nonimmaginava che quell'idea mi sarebbe mai

balenataaveva deciso di suggerirmela lei stessa in quel suo modo praticologicoeroico - con una timidezza tanto più

sorprendente dell'audaciaal punto che sembravano venire prima le ragioni epoi i sentimenti.

Con l'avanzare del giorno arrivai a desiderare di non aver mai sentitoparlare delle reliquie Aspern e

maledissi la stravagante curiosità che aveva messo John Cumnor sulle lorotracce. Avevamoanche senza queste

materiale più che a sufficienzae la mia difficile situazione era il giustocastigo della più fatale delle follie umane: non

saper fermarsi in tempo. Facile dire che non era poi un tale guaioche lavia d'uscita era sempliceche dovevo soltanto

andarmene da Venezia con il primo treno del mattino dopo aver indirizzatoalla signorina un messaggio da affidare alle

sue maninon appena avessi sbaraccato dalla casa. Ad attestare la miadifficoltà stava il fatto chetentando di preparare

in anticipo un messaggio di mio gusto - l'avrei scritto non appena rincasatoprima di coricarmi -non riuscii a

escogitare altro se non "Come posso ringraziarvi per la rara fiducia cheavete riposto in me?". Non andava affatto bene;

pareva che dovesse seguire un'accettazione. Naturalmente potevo svignarmelasenza scrivere nullama sarebbe stato

brutalee persistevo nell'idea di escludere soluzioni brutali. Conl'attenuarsi della confusione mi smarrii a interrogarmi

sull'importanza che avevo attribuito alle cartacce di Juliana; mi divenneodioso pensarci ed ero stizzito sia con la

vecchia strega che per superstizione non le aveva distruttesia con mestesso per aver speso più quattrini di quanti non

potessi permettermi nel tentativo di controllare il loro destino. Non ricordoquello che fecidove andai dopo essermi

allontanato dal Lidoa che ora e in quale stato ritornai alla miaimbarcazione. Ricordo soltanto che nel pomeriggio

nell'aria dorata del tramontome ne stavo davanti alla chiesa di SanGiovanni e Paoloosservando la mascella quadrata

di Bartolomeo Colleoniil terribile condottiere tenacemente assisosull'enorme cavallo di bronzo in cima all'alto

piedistallo dove lo tiene la gratitudine dei veneziani. La statua èincomparabilela più bella di tutte le sculture equestri

salvo forse quella di Marco Aurelio in sellacon benigno atteggiamentodavanti al Campidoglio romano. Ma non

pensavo a questomi limitavo a fissare il trionfante capitanoquasi avesseun oracolo sulle labbra. A quell'ora la luce

vespertinasplendendo sulla sua truce determinazionelo rendestraordinariamente vivo. Ma continuava a guardare in

lontananzasopra la mia testail rosso sprofondare di un altro giorno - nelcorso dei secoli ne aveva visti tanti scendere

nella laguna - e se pensava a battaglie e stratagemmierano di una qualitàdiversa da quelli che potevo raccontargli io.

Non sapeva darmi suggerimentiper quanto lo fissassi. Fu prima o dopo quelmomento che per un'ora circa girovagai

per i piccoli canali con ininterrotto stupore del gondoliere che non mi avevamai visto così irrequieto e nello stesso

tempo così privo di meta e non poteva strapparmi altri ordini se non"Andate da una parte qualunque... dappertutto... in

ogni luogo"? Mi rammentò che non avevo pranzato ed espresse quindirispettosamente la speranza che avrei cenato

prima del solito. Durante il giornoquando avevo lasciato la gondola pergironzolareaveva avuto lunghi intervalli di

riposo; non ero quindi tenuto a pensare a lui e gli dissi che fino al giornosuccessivoper certi motivinon avrei toccato

carne. Che avessi perduto l'appetito era l'effetto della propostanient'affatto auguraledella povera signorina Tina.

Chissà perché fu proprio in quella occasione che più che mai mi colpì lastrana aria di socievole contiguità e di vita

domesticache rappresenta buona parte del fascino di Venezia. Senza strade eveicolisenza il frastuono delle ruote e la

brutalità dei cavallicon le sue stradine tortuose dove la gente siraccoglie insiemedove le voci risuonano come nei

corridoi di una casadove il passo umano si muove quasi a scansare glispigoli dei mobili e le scarpe non si consumano

maiil luogo ha il carattere di un immenso appartamento collettivoconPiazza San Marco che fa da salotto buonoe gli

altri palazzi e le chiese che fungono da grandi divani per riposaredatavole per intrattenersida superfici decorative. E

in qualche modo lo splendido domicilio comunefamiliaredomesticosonoroassomiglia anche a un teatro con gli

attori che scalpicciano sui ponti ein disordinato corteosaltellano lungole fondamenta. Mentre si è seduti in gondolai

marciapiedi che in certi punti costeggiano i canali assumono per lo sguardol'importanza di un palcoscenicocon la

stessa angolaturae le figure venezianenel loro andirivieni contro loscenario delle sbilenche casette da commedia

danno l'impressione di essere i membri di una infinita compagnia drammatica.

Mi coricai quella notte stanchissimosenza essere riuscito a comporre unmessaggio per la signorina

Tina. Fu questa incapacità cheil mattino successivoal risvegliomi reseconsapevole della determinazione di rivedere

la poverettanon appena avesse accettato di ricevermi? Era così in qualchemodoma vi contribuiva ancora di più il

fatto chedurante il sonnonel mio spirito si era verificato il piùbizzarro mutamento. Ne fui cosciente quasi subito dopo

aver aperto gli occhi: mi fece balzare dal letto con lo scatto di chi ricordadi aver lasciato socchiusa la porta di casa o

una candela accesa su una mensola. Ero ancora in tempo per salvare i mieibeni? La domanda mi gravava sul cuore

perché era accaduto che nell'inconscio arzigogolare cerebrale del sonnofossi ritornato a provare un attaccamento

appassionato al tesoro di Juliana. I pezzi che lo componevano erano piùpreziosi che mai e nel bisogno di

impossessarmene si era infiltrata una precisa ferocia. La condizione volutadalla signorina Tina non mi sembrava più un

ostacolo degno di considerazionee per un'ora quella mattina la mia compuntaimmaginazione la cacciò via. Assurdo

non riuscire a inventare qualcosa; assurdo rinunciare con tanta facilità eindietreggiare sconfitto davanti all'idea che

l'unico modo per impossessarmene fosse di unirmi a lei per tutta la vita.Forse non mi sarei liberatoma avrei potuto

avere quello che aveva lei. Devo aggiungere che non avevo escogitato nessunaalternativa quando mandai a chiedere se

mi avrebbe ricevutosebbene in realtà mi dilungassi a vestirmi per aguzzarel'ingegno. Quel fallimento era umiliante

ma che alternativa c'era? La signorina Tina mi fece sapere che potevo andaree mentre scendevo le scale e attraversavo37

la sala per raggiungere la sua porta - questa volta mi ricevette nelsalottino squallido della zia - sperai che non pensasse

a un augurale «sì» da parte mia. Aveva certamente capito la mia fuga delgiorno prima.

Me ne avvidinon appena entrai nella stanzama notai anche qualcosa che nonera nelle mie

previsioni. Il senso della sconfitta della povera signorina Tina avevaprodotto in lei un raro mutamentoma avevo

troppo pensato agli stratagemmi e alla preda per figurarmelo. Ora lopercepivoe mi è difficile descrivere la mia

sorpresa. Se ne stava nel mezzo della stanza con un'espressione mite;l'espressione di perdono e assoluzione la rendeva

angelica. La imbelliva; era più giovane; non era una vecchia ridicola. Queltrucco dell'espressionequell'incantesimo

dello spirito la trasfiguravano ementre ero intento a notarlonegli abissidella coscienza sentii sussurrare: «Perché no

dopo tuttoperché no?». Mi parve di poter pagare il prezzo. Maancora più distinta del sussurro giunse la voce della

signorina Tina. Colpito com'ero dalla diversa impressione prodotta su di menel primo istantenon capivo con chiarezza

quello che diceva; poi mi accorsi che mi diceva addio... aggiunse l'augurioche fossi molto felice.

«Addio... addio?»ripetei con un'intonazione interrogativa e probabilmentesciocca.

Mi avvidi che non aveva percepito il tono interrogativoaveva soltantosentito le parole; si era sforzata

ad accettare la separazione e le parole le giungevano all'orecchioconfermandogliela. «Partite oggi?»chiese. «Ma non

ha importanza. In qualunque momento ve ne andiate non vi rivedrò. Nonvoglio». E sorrise stranamentecon infinita

bontà. Era certa che il giorno precedente l'avessi lasciata inorridito. Comeavrebbe potuto non esserlovisto che non ero

rientrato prima di notte a contraddire tale ideaneppure come gesto disemplice formacome gesto di comune umanità?

E ora aveva la forza d'animo - la signorina Tina dotata di forza d'animo eraun concetto nuovo - di sorridermi nella sua

degradazione.

«Che cosa farete... dove andrete?»le chiesi.

«Non lo so. Ho compiuto il passo. Ho distrutto le lettere».

«Distrutte?». Rimasi in attesa.

«Sìperché avrei dovuto tenerle? Le ho bruciate la notte scorsaa una aunain cucina».

«Una a una?»feci eco freddamente.

«Ci è voluto molto tempo... erano tante». Mi sembrava che la stanzavorticasse intornomentre così

parlavae sui miei occhi per un attimo scese un'autentica oscurità. Quandopassòla signorina Tina era ancora lìma la

trasfigurazione era finita e lei era ritornata a essere una persona anzianainsignificantesquallida. Fu in questa veste che

parlò dicendo: «Non posso trattenermi con voi»e in questa veste mi volsele spallecome gliele avevo volte io

ventiquattro ore primae si diresse verso la porta della stanza. Qui fecequello che non avevo fatto io lasciandola -

indugiò abbastanza a lungo per lanciarmi un'occhiata. Non l'ho maidimenticatae talvolta ne soffrosebbene non fosse

di risentimento. Nonon c'era risentimentonulla di duro e vendicativonella povera signorina Tina. Quandoin seguito

le inviaiquale prezzo del ritratto di Jeffrey Aspernuna somma piùcospicua di quella che avevo sperato di ottenere

scrivendole di aver venduto il dipintola trattenne ringraziando: non me larimandò indietro. Le scrissi di aver venduto

il ritrattoma alla signora Prest confessai - la incontrai a Londraquell'autunno - che pendeva sopra la mia scrivania.

Guardandolola perdita mi sembra quasi insopportabile... la perdita dellepreziose letterevoglio dire.

DAISY MILLER

I

Nella cittadina svizzera di Vevey si trova un albergo particolarmente comodo.In realtà è uno dei tanti

alberghivisto che ospitare i turis ti è la risorsa del luogosituatocome ricorderanno molti viaggiatorisull'orlo di un

lago di un azzurro intensoche ogni turista è tenuto a vedere. La spondadel lago presenta un ininterrotto schieramento

di edifici similaridi ogni categoriadal "grand hotel"all'ultima modacon la facciata bianco gessole cento terrazzela

dozzina di bandiere sventolanti sul tettofino alla pensioncina dei tempiandati con il nome tracciato a lettere gotiche

sulla facciata rosa oppure gialla e il bizzarro padiglione estivo in unangolo del giardino. Uno degli alberghi di Vevey

tuttaviaè famosoclassico perfinoin quanto si distingue per la sua ariadi agiata dignità da molti vicini pretenziosi. In

questa regionedurante il mese di giugnoi viaggiatori americani sononumerosissimi; si può addirittura dire che in tale

periodo Vevey assuma alcune caratteristiche della località termaleamericana. Ci sono immagini e suoni che evocano la

visione e l'eco di Newport o di Saratoga: lo svolazzante andirivieni digiovanette all'ultima modail fruscio di balze di

mussolail fracasso di musica da ballo nelle ore del mattino eininterrottoil trillo di voci acute. Tutte queste cose si

colgono nell'eccellente locanda delle Trois Couronnes e nella fantasia siviene trasportati all'Ocean House o alla

Congress Hall. Alle Trois Couronnesperòva aggiuntoci sono variecaratteristiche che la distinguono nettamente da

questi suggestivi richiami: inappuntabili camerieri tedeschisimili asegretari di legazione; principesse russe sedute in

giardino; ragazzini polacchi che se ne vanno in giro tenuti per mano dalprecettore; la vista della cima innevata del Dent

du Midi e le torri pittoresche del castello di Chillon.

Chissà se fossero le analogie o le differenze a prevalere nella mente di ungiovane americano chedue

o tre anni faseduto nel giardino delle Trois Couronnesosservava intorno asépiuttosto oziosamentealcune di queste

graziose visioni cui ho accennato. Era una splendida mattina d'estatee daogni punto di vista il mondo doveva sembrare38

incantevole al giovanotto. Era giunto da Ginevrail giorno primacon ilvaporettoin visita alla zia alloggiata

nell'albergo - da tempo il giovane risiedeva a Ginevra. Ma sua zia aveval'emicrania - ce l'aveva quasi sempre - e ora

serrata nella sua stanzaannusava canforasicché egli era libero digironzolare. Aveva ventisette anni; quando gli amici

parlavano di luidicevano che era a Ginevra per "studiare". Quandoa parlane erano i nemici... madopo tuttonon

aveva nemici; era un giovanotto amabilesimpatico a tutti. In realtà dovreidire soltanto questo: quando certe persone

parlavano di luisostenevano chese si tratteneva così a lungo a Ginevraera per devozione a una signora lì residente -

una straniera più avanti negli anni di lui. Pochissimi americani - anzinessunosecondo me - aveva mai visto questa

signora sulla quale giravano varie storie curiose. Ma Winterbourne aveva unaffetto di vecchia data per la piccola

metropoli del calvinismo; da ragazzo vi era andato a scuola epiù tardiviaveva frequentato l'università: circostanze

queste che lo avevano portato a fare numerosissime amicizie giovanili. Moltedi queste le aveva conservate e ne era

molto soddisfatto.

Dopo aver bussato alla porta della zia e aver appreso che era indispostaaveva fatto una passeggiata in

città rientrando quindi per la colazione eormai finitaera intento abersi una tazza di caffè servitagli su un tavolino in

giardino da uno di quei camerieri con l'aria del diplomatico. Da ultimo dopoil caffèsi accese una sigaretta. Di lì a

pocolungo il sentieroarrivò un ragazzinoun moccioso di nove o diecianni. Il piccolominuto per la sua etàaveva

sul volto un'espressione maturaun colorito pallido e lineamenti appunti.

Portava pantaloni alla zuava e calzettoni rossi che mettevano in evidenza legambette magre;

indossava anche una cravatta di un rosso sgargiante. In mano teneva un lungobastone alpino e ficcava la punta aguzza

dove gli capitava: nelle aiuolenelle panchinenello strascico degli abitidelle signore. Si fermò davanti a Winterbourne

guardandolo con due occhietti luminosi e penetranti.

«Mi date una zolletta di zucchero?»chiese con una vocina acuta e asprauna voce immatura eppure

per qualche versonon giovane.

Lanciando un'occhiata al tavolino lì accantosul quale poggiava il servizioda caffèWinterbourne

notò che rimanevano parecchi pezzetti di zucchero. «Sìpuoi prenderneunama non credo che lo zucchero faccia bene

ai ragazzini».

Il ragazzino avanzò e scelse con cura tre delle concupite zolletteduedelle quali le seppellì nella tasca

dei pantalonimettendo prontamente in bocca l'altra. Infilòa mo' dilanciail bastone nella panchina di Winterbourne

cercando nel frattempo di spezzare con i denti il pezzo di zucchero.

«Accidentiè du-r-ro!»esclamò pronunciando l'aggettivo in un modotutto suo.

Winterbourne si era subito accorto che poteva avere l'onore di considerarloun compatriota. «Attento a

non rovinarti i denti»gli disse in tono paterno.

«Non posso rovinarmi i denti. Sono caduti tutti. Ho soltanto sette denti.Mia mamma li ha contati ieri

sera e subito dopo è caduto uno. Dice che mi picchierà se me ne cadono dialtri. Non posso farci niente. È questa

vecchia Europa. Colpa del clima se cadono. In America non mi cadevano. Sonoquesti alberghi».

Winterbourne era divertitissimo. «Se mangi tre zollette di zuccherostaipure sicuro che la mamma ti

darà un ceffone»disse.

«Allora dovrà darmi le caramelle»replicò il giovane interlocutore.«Non riesco a procurarmi

caramelle qui... caramelle americane. Le caramelle americane sono lemigliori».

«È i ragazzini americani sono anche loro i migliori?»chieseWinterbourne.

«Non lo so. Io sono americano».

«È uno dei migliorivedo!»disse ridendo Winterbourne.

«Tu sei americano?»continuò il vivace ragazzino. Ealla rispostaaffermativa di Winterbourne

aggiunse: «Gli americani sono i migliori».

Il suo compagno lo ringraziò del complimentoe il bimboche si era messo acavalcioni del bastone

rimase a guardarsi intornomentre attaccava la seconda zolletta.Winterbourne si chiese se fosse stato anche lui così

nell'infanzia; era stato infatti portato in Europa circa alla stessa età.

«Ecco che arriva mia sorella!»esclamò il ragazzino dopo un attimo. «Èamericana».

Guardando giù per il sentieroWinterbourne vide avanzare una bellissimagiovanetta. «Le ragazze

americane sono le migliori»disse in tono allegro al suo compagno.

«Mia sorella non è la migliore! Non fa altro che sbraitare contro di me».

«Sarà colpa tuanon suaimmagino»osservò Winterbourne. La giovanefrattantosi era avvicinata.

Indossava un abito di mussola bianca con innumerevoli balze e gale e fiocchidi un colore tenue. Non portava il

cappelloma in mano faceva ondeggiare un ampio ombrellinocon un grandeorlo di pizzo. Da restare a bocca aperta

tanto era bella. "Come sono incantevoli!"pensò Winterbourneraddrizzandosi sul sedile quasi si preparasse ad alzarsi in

piedi.

La giovane si fermò davanti alla panchina dove era seduto Winterbournevicino al parapetto del

giardinoche si affacciava sul lago. Il ragazzino frattantocon l'aiuto delbastone alpinoconvertito in un'asta per salto

saltellava nella ghiaia scalciandone non poca in aria.

«Randolphche cosa combini?»chiese la giovane.

«Salgo sulle Alpi. Ecco!». È spiccò un altro salto schizzando sassoliniintorno alle orecchie di

Winterbourne.

«Così vengono giù»osservò Winterbourne.39

«È un americano!»esclamò Randolph con la sua vocina aspra.

La giovanetta non prestò attenzione a tale annuncioma squadrò ilfratello. «Faresti meglio a startene

buono»si limitò a commentare.

Parve a Winterbourne di essere stato in qualche modo presentato. Si levò elentamente si mosse verso

la giovanebuttando via la sigaretta. «Abbiamo fatto amiciziaio e questoragazzino»disse molto compitamente. A

Ginevracome sapeva benissimoun giovanotto non poteva rivolgersiliberamente a una signorina giovane tranne in

certe rare occasionima qui a Vevey quali condizioni sarebbero state piùpropizie di quelle: una graziosa ragazza

americana che arriva e si ferma davanti a voi in un giardino. La qualegraziosa ragazza americanatuttaviasentendo

l'osservazione di Winterbournesi limitò a lanciargli un'occhiata; vols equindi la testa per guardareoltre il parapettoil

lago e le montagne di fronte. Winterbourne si chiese se non avesse osatotroppoma decise di avanzare ancora piuttosto

che ritrarsi. Mentre cercava qualcos'altro da direla signorina si volse dinuovo verso il ragazzino.

«Vorrei proprio sapere dove hai preso quel bastone»chiese.

«Me lo sono comperato !»replicò Randolph.

«Non verrai a dirmi che te lo vuoi portare in Italia!».

«Sicuro che me lo porterò in Italia!».

La giovanettaguardandosi la pettorina del vestitosi lisciò uno o duefiocchi. Quindi posò di nuovo

gli occhi sul panorama. «Secondo medovresti piantarlo da qualche parte»disse dopo un attimo.

«Andate in Italia?»si informò Winterbourne in tono assai deferente.

La giovane gli lanciò un'altra occhiata. «Sìsignore»rispose senzaaggiungere altro.

«Farete... sì... farete il Sempione?»proseguì Winterbourne un po'imbarazzato.

«Non lo so. Sarà qualche montagna. Randolphche montagnaattraverseremo?».

«Per andare dove?»chiese il ragazzino.

«In Italia»spiegò Winterbourne.

«Non lo so»disse Randolph. «Non voglio andare in Italia; voglio tornarein America».

«L'Italia è bellissima !»replicò il giovane.

«Si possono comperare le caramelle lì?»chiese Randolph a voce alta.

«Spero di no»disse sua sorella. «Ne hai avute anche troppe di caramelle;ne è convinta anche la

mamma».

«Non ne ho da un mucchio di tempo... da cento settimane!»strillò ilragazzino sempre saltando

intorno.

La giovane controllò le balze del vestito e di nuovo lisciò i nastri; pocodopo Winterbourne azzardò

un'osservazione sulla bellezza del paesaggio. Il suo imbarazzo diminuivaperché aveva cominciato ad accorgersi che lei

non era affatto a disagio. Non c'era stato il minimo mutamento nel suoincantevole incarnato; era evidente che non era

né offesa né turbata. Guardare altrove quando le rivolgeva la parola e nondimostrare di prestargli particolare attenzione

erano soltanto una sua abitudineun suo modo di fare. Eppurementre eglicontinuava a parlare e a indicare alcuni

scorci interessanti del paesaggioche sembrava le fossero nuovia poco apoco gli concesse qualche occhiata in piùed

egli notò che si trattava di uno sguardo direttonon ritroso. Non eratuttavia uno sguardo impudentecome si suol dire

perché i suoi occhi erano singolarmente franchi e limpidi. Erano occhibellissimi; anzi Winterbourne da tempo non

aveva visto nulla di più grazioso dei lineamenti di quella sua biondacompatriota: la carnagioneil nasogli orecchii

denti. Traeva grande piacere dalla bellezza femminile; si deliziava aosservarla e analizzarlae sul volto di quella

signorina aveva già fatto numerose osservazioni. Non era affatto insipidosenza essere proprio espressivoepur

essendo molto delicatoWinterbourne mentalmente gli rimproverò - con grandeindulgenza - una certa mancanza di

finezza. Riteneva ben possibile che la sorella del signorino Randolph fosseuna ragazza frivolauna civetta; aveva di

sicuro una sua vivacitàma in quel visino luminosodolcesuperficialenon c'era traccia di finzione o ironia. Prima che

passasse molto tempofu ben chiaro che era portata alla conversazione. Gliraccontò che sarebbero andati a Roma per

trascorrervi l'inverno: leisua madre e Randolph. Gli chiese se fosse unvero "americano"; non lo avrebbe mai detto

pareva più un tedesco - questo venne detto con qualche esitazione -soprattutto quando parlava. Winterbourne rispose

ridendo di avere incontrato molti tedeschi che parlavano come americanimadi non avere mai incontratoper quanto

ricordassenessun americano che parlava come un tedesco. Le chiese quindi senon sarebbe stata più comoda seduta

sulla panchina che lui aveva appena lasciato. Rispose che le piaceva stare inpiedi e passeggiarema subito dopo si

sedette. Gli raccontò di venire dallo stato di New York«se sapetedov'è». Altre cose Winterbourne le apprese dallo

sgusciante fratellinoche afferròtrattenendolo vicino per qualche minuto.

«Dimmi come ti chiamiragazzino»chiese.

«Randolph C. Miller»rispose l'altro con precisione. «È ti dirò come sichiama lei»e alzò il bastone

verso la sorella.

«Aspetta finché non te lo chiedono!»disse la giovanetta con calma.

«Sarei molto lieto di sapere il suo nome»disse Winterbourne.

«Si chiama Daisy Miller!»strillò il ragazzino. «Ma non è il suo veronome; non è il nome sul

biglietto da visita».

«È un peccato che tu non abbia un biglietto!»disse Miss Miller.

«Il suo vero nome è Anne P. Miller»prosegùì il ragazzo.

«Chiedigli come si chia ma»disse la sorella indicando Winterbourne.40

Ma a questo punto Randolphdel tutto indifferentecontinuò a dareinformazioni sulla propria

famiglia. «Mio papà si chiama Ezra B. Miller»annunciò. «Mio papà nonè in Europa; mio papà è in un posto più bello

dell'Europa».

Per un attimo Winterbourne credette che quell'espressione fosse statainsegnata al bambino per

alludere che Mr Miller si era involato verso le regioni celesti. Ma Randolphaggiunse immediatamente: «Mio papà è a

Schenectady. Ha una grossa ditta. Mio papà è riccoeccome!».

«Bene!»esclamò Miss Miller abbassando l'ombrellino e guardando il bordodi pizzo. Winterbourne

lasciò subito andare il piccolo che si allontanò trascinando il bastonelungo il sentiero. «Non gli piace l'Europa; vuole

tornare»disse la ragazza.

«A Schenectady?».

«Sìvuole andare direttamente a casa. Non ci sono ragazzi qui; ce n'è unaltroma va sempre in giro

con il precettore; non lo lasciano giocare».

«Vostro fratello non ha il precettore?»chiese Winterbourne.

«La mamma pensava di prenderne uno che viaggiasse insieme a noi. Una signorale ha parlato di un

insegnante molto bravo; una signora americana - forse la conoscete - MrsSanders. Mi pare che sia di Boston. È stata lei

ad accennare a questo insegnante e pensavamo di chiedergli di viaggiare connoi. Ma Randolph ha detto di non volerne

sapere di precettori che viaggiano con noi; ha detto di non volere averelezioni quando è in treno. È noi siamo in treno

per metà del tempo. C'era una signorina inglese che abbiamo incontrato intreno - mi pare si chiamasse Miss

Featherstoneforse la conoscete. Voleva sapere perché non dessi lezioni aRandolph - non gli impartissi "istruzioni"le

chiamava. Secondo mepotrebbe istruire lui me più di quanto non potrei fareio con lui. È molto sveglio.»

«Sìpare molto sveglio».

«La mamma gli troverà un precettore non appena arriveremo in Italia. Sipossono trovare buoni

insegnanti in Italia?».

«Ottimicredo».

«Oppure cercherà una scuola. Randolph dovrebbe proprio imparare di più. Hasoltanto nove anni.

Andrà all'università». È così Miss Miller continuò a parlare degliaffari di famiglia e di altri argomenti. Se ne stava

seduta con le graziosissime mani ornate di begli anelli scintillanti piegatein gremboe con i begli occhi che ora

fissavano quelli di Winterbourneora si posavano sul giardinosulle personeche passavano accantosullo splendido

paesaggio. Chiacchierava con Winterbourne quasi lo conoscesse da tanto tempoed egli lo trovava gradevolissimo.

Erano anni che non sentiva una ragazza chiacchierare tanto. Di quella giovanesconosciutavenuta a sedersi accanto a

lui sulla panchinasi sarebbe ben potuto dire che cicalava. Se ne stavatranquillaseduta con incantevole compostezza

ma le sue labbra e i suoi occhi erano in costante movimento. Aveva una vocemorbidaesilegradevolee il tono era

decisamente cordiale. Fece a Winterbourne la storia di tutti i suoi movimentie progetti in Europadi quelli della madre

e del fratelloe in particolare enumero tutti gli alberghi dove avevanoalloggiato. «La signora inglese in trenoMiss

Featherstonemi chiese se in America non vivessimo tutti in albergo. Lerisposi di non essere mai stata in tanti alberghi

come da quando ero arrivata in Europa. Non ne ho mai visti tanti... ci sonosoltanto alberghi». Ma Miss Miller non fece

questa osservazione con accento querulo; sembrava contentissima di tutto.Dichiarò che gli alberghi erano ottimiuna

volta che ci si abituava a quel sistemae che l'Europa era deliziosa. Non neera delusaneanche un po'. Forse perché ne

aveva sentito parlare tanto prima. Aveva una quantità di amiche e di amicicarissimi che vi erano venuti numerose volte.

È poi da sempre usava abiti e accessori di Parigi etutte le volte cheindossava un vestito di Parigi le sembrava di essere

in Europa.

«Una specie di berretto magico esaudisci-desideri»commentò Winterbourne.

«Sì»acconsentì Miss Miller senza soffermarsi sull'analogia. «Pensavosempre: "Se almeno fossi lì".

Ma non per i vestiti. Sono sicura che mandano in America le cose più carine:qui se ne vedono di orribili. L'unica cosa

che non mi piace è la vita di società. Non ce n'è affattooppure se cen'èchissà dove si nasconde. Voi lo sapete? Ci sarà

pure una vita di società da qualche partema non l'ho mai vista. Adoro lavita di societàe la mia era intensissima. Non

dico a Schenectadyma a New York. Trascorrevo gli inverni a New Yorke lìce n'è tantissima. Lo scorso inverno mi

sono state offerte diciassette cenetre di queste da parte di signori»aggiunse Daisy Miller. «Ho più amici a New York

che a Schenectady... più amici uomini e anche più amiche»riprese dopo unattimo. Fece un'altra breve pausa; guardava

Winterbourne con occhi vivaci e un sorriso lieveappena un tantino monotonoche esprimevano tutta la sua grazia. «Ho

sempre avuto molta compagnia maschile.»

Il povero Winterbourne era divertitoperplesso e decisamente incantato. Nonaveva maifino a quel

momentosentito una signorina giovane esprimersi in quel modo; mai tranne incasi in cui dire certe cose dimostrava

una certa leggerezza di comportamento. Avrebbe allora dovuto accusare MissDaisy Miller di una inconduitecome

dicono a Ginevraattuale o potenziale? Sentiva di essere vissuto troppo alungo a Ginevra e di aver perduto molto; non

era più avvezzo al tono americano. C'era da diretuttaviache da quandoaveva raggiunto l'età per apprezzare le cose

non aveva mai incontrato una giovane americana con caratteristiche tantospiccate. Era deliziosasenza dubbioe che

spigliata! Era soltanto una graziosa ragazza dello stato di New York...?Erano tutte così le ragazze che avevano una

numerosa compagnia maschile? Oppure era anche una giovane calcolatriceaudacepriva di scrupoli? Winterbourne

aveva smarrito l'istinto in queste cosee la ragione non lo aiutava. MissDaisy Miller sembrava innocentissima. C'era

stato chi gli aveva detto chedopo tuttole giovani americane eranoinnocenti fino all'esagerazionee c'era stato chi gli

aveva detto chedopo tuttonon lo erano. Era propenso a considerare MissDaisy Miller una ragazza leggerauna41

graziosa civetta americana. Non aveva mai avutofino a quel momentonessunarelazione con signorine di quella

categoria. Aveva conosciuto quiin Europadue o tre donne - più avantinegli anni di Miss Daisy Miller e

accompagnateper motivi di rispettabilitàdal marito - autentiche donnefacili - pericolose e terribili con le quali una

relazione rischiava di prendere una piega seria.

Ma quella giovinetta non era una donna facile in questo senso non era affattosofisticata; era soltanto

una civettina americana. Winterbourne era quasi compiaciuto di aver trovatola formula che si applicava a Daisy Miller.

Si appoggiò allo schienale del sedile; fra sé osservò che aveva il nasinopiù grazioso che avesse mai visto; si chiese

quali fossero le condizioni e i limiti rituali di un rapporto con unacivettina americana. Fu ben presto chiaro che avrebbe

appreso in fretta la lezione.

«Siete mai stato in quel vecchio castello?»chiese la giovane puntandol'ombrellino verso le mura

dello Chateau de Chillon luccicanti in lontananza.

«Sìtempo fapiù di una volta. Anche voi l'avrete vistoimmagino?».

«Nonon ci siamo stati. Muoio dalla voglia di andarci. Lo farò senz'altro.Non me ne andrei mai da

qui senza aver visto quel vecchio castello».

«È una gita molto piacevole e facile da fare. Potete andare in carrozzasapeteoppure prendere il

vaporetto».

«Si può andare in treno?»chiese Miss Miller.

«Sìsi può andare in treno»assentì Winterbourne.

«Il nostro accompagnatore turistico dice che si arriva diritti fino alcastello»continuò la giovane.

«Saremmo dovuti andarci la scorsa settimanama la mamma vi rinunciò.Soffre orribilmente di dispepsia. Disse che

non ce la faceva ad andarci. Neanche Randolph ci sente da quell'orecchio;dice che dei vecchi castelli non gliene

importa un fico secco. Ma andremo questa settimanapensose riusciremo aconvincere Randolph».

«A vostro fratello non interessano i vecchi monumenti?»chieseWinterbourne sorridendo.

«Dice che non gliene importa nulla dei vecchi castelli. Ha soltanto noveanni. Vuole stare in albergo.

La mamma ha paura di lasciarlo solo e l'accompagnatore non vuole restare conlui. Per questo non siamo andate in tanti

posti. Ma sarebbe un vero peccato non andare lassù». È Miss Miller indicòdi nuovo lo Chateau de Chillon.

«Si potrebbe organizzare tuttocredo. Non potreste trovare qualcuno chestiaper il pomeriggiocon

Randolph?».

Miss Miller lo guardò per un attimoquindicon tutta placiditàdisse:«Se almeno ci rimaneste voi!».

Winterbourne esitò per un istante. «Preferirei di gran lunga andare aChillon con voi».

«Con me?»chiese la giovane nello stesso tono placido.

Non si levò in piedi arrossendo come avrebbe fatto una ragazza a Ginevraeppure Winterbourne

consapevole di essere stato molto audaceritenne possibile che si fosseoffesa. «E con vostra madre»aggiunse in tono

di grande deferenza.

Ma parve che sia l'audacia sia la deferenza fossero sprecate con Miss Dais yMiller. «Non credo che la

mamma verràdopo tutto. Non le piace andare in giro di pomeriggio. Maparlavate sul serioun attimo fadicendo che

vi piacerebbe andare lassù?».

«Assolutamente sul serio»dichiarò Winterbourne.

«Allora possiamo organizzare. Se la mamma rimarrà con Randolphci resteràanche Eugeniocredo».

«Eugenio?»chiese il giovane.

«Eugenio ci fa da accompagnatore e da guida turistica. Non gli piace starecon Randolph; è l'uomo più

suscettibile che abbia mai visto. Ma è una guida meravigliosa. Starà a casacon Randolphcredose ci starà anche la

mammae noi potremo andare al castello».

Winterbourne rimase a riflettere per un istante con tutta la lucidità chegli era possibile: "noi" poteva

riferirsi soltanto a Miss Daisy Miller e a lui stesso. Il progetto sembravaquasi troppo bello per essere vero; aveva voglia

di baciare la mano della signorina. Lo avrebbe probabilmente fattorovinandoin tal modo il programmase in quel

momento non fosse comparso un altro personaggiopresumibilmente Eugenio. Unuomo belloaltocon basette

superbeuna giacca in vellutoda mattinae una splendente catena daorologiosi avvicinò a Miss Miller fissando con

sguardo penetrante il suo compagno. «OhEugenio!»esclamò Miss Millercon accento cordialissimo.

Eugenioche aveva squadrato Winterbourne da capo a piedifece un graveinchino alla giovane. «Ho

l'onore di annunciare a mademoiselle che il pranzo è in tavola».

Miss Millerlevandosi lentamentedisse: «SapeteEugenioandrò alcastello».

«Allo Chateau de Chillonmademoiselle?»chiese la guida. «Mademoiselleha organizzato tutto?»

aggiunse in un tono che a Winterbourne parve sfrontato.

Un tono che gettòanche a giudizio di Miss Milleruna luce lievementeironica sulla sua situazione. Si

volse a Winterbourne arrossendo un pocomolto poco. «Non vi tirereteindietro?»chiese.

«Non starò in pace finché non ci saremo andati!»protestò lui.

«Alloggiate in questo albergo?»proseguì lei. «E siete davveroamericano?».

L'accompagnatore fissava Winterbourne con insolenza. Al giovane almeno parveinsolente per Miss

Miller quel modo di guardare; sottintendeva l'accusa che lei"raccattasse" gli amici. «Avrò l'onore di presentarvi a una

persona che vi dirà tutto su di me»rispose sorridendoalludendo a suazia.42

«Beneci andremo prima o poi»disse Miss Miller. Erivolgendogli unsorrisosi volse. Aprì

l'ombrellino e si avviò verso la locanda accanto a Eugenio. Winterbournerimase a guardarla ementre lei si allontanava

sfiorando la ghiaia con le balze di mussolasi disse che aveva la tournuredi una principessa.

II

Promettendo a Miss Miller di presentarla a sua ziaMrs CostelloWinterbourne si era impegnato a

fare più di quanto non si sarebbe dimostrato attuabile. Non appena lagentildonna si fu rimessa dall'emicraniaegli andò

a renderle omaggio nei suoi appartamenti edopo le domande di rito sullasalutele chiese se avesse notato nell'albergo

una famiglia americana: madrefigliaun ragazzino.

«E un accompagnatore?»aggiunse Mrs Costello. «Ohsìli ho notati.Vistisentitievitati». Mrs

Costellovedovatitolare di un cospicuo patrimoniopersona di grandedistinzionespesso faceva intendere che

probabilmente avrebbe potuto lasciare un'impronta più profonda sui suoitempise non avesse tanto sofferto di

emicrania. Aveva un volto lungo e pallidoun naso nobileuna folta chiomadi capelli bianchi assai suggestivache

acconciava in cima alla testa in grandi ciuffi e rouleaux. Due figlierano sposati a New Yorkun altro era allora in

Europa. Questo giovanottooccupato in quel momento a divertirsi ad Amburgoviaggiava moltissimoma raramente - a

quanto pareva - visitava una qualsiasi città nel periodo in cui vi sitrovava sua madre. Il nipoteperciòvenuto a Vevey

appositamente per vederlale dedicava maggiori premure che non parenti piùstretticome diceva lei. A Ginevra

Winterbourne aveva assorbito l'idea che si debba sempre essere premurosi conle zie. Mrs Costelloche non lo vedeva

da molti annine fu assai compiaciuta ein segno di approvazioneloiniziò ai tanti segreti di quella supremazia sociale

che leicome gli fece capireesercitava nella capitale americana. Ammise diessere molto schizzinosa mase egli avesse

conosciuto New Yorksi sarebbe reso conto che era necessario esserlo. E ilquadro che gli fece dell'assetto

minuziosamente gerarchico di quella societàpresentandogliela sotto diverseangolatureparveall'immaginazione di

Winterbournedi una chiarezza quasi opprimente.

Dal tono capì subito che il posto di Miss Daisy Miller nella scala socialeera basso. «Non li approvi

temo»le disse.

«Gente ordinaria. Quel tipo di americano che è doveroso non... nonaccettare».

«Non li accetti?».

«Non possomio caro Frederick. Lo fareima non posso».

«La ragazza è molto graziosa»disse Winterbourne dopo un attimo.

«Naturalmente è graziosa. Ma è molto ordinaria».

«Sìcapisco quello che intendinaturalmente»disse Winterbourne dopoun'altra pausa.

«Ha quell'aria incantevole che hanno tutte»riprese sua zia. «Chissàdove vanno a pescarla; si veste

alla perfezione... nonon sai con quanto gusto si vesta. Chissà doveimparano ad averne tanto».

«Mazia caranon è dopo tutto una selvaggia comanche».

«È una signorina che tratta con troppa confidenza l'accompagnatore di suamadre».

«Confidenza all'accompagnatore?»chiese il giovane.

«Ohsua madre è ancora peggio. Trattano quella guida come un amico difamiglia... come un

gentiluomo. Non mi sorprenderei se prendesse i pasti con loro. Moltoprobabilmente non hanno mai visto un uomo dai

modi tanto distinticon abiti tanto eleganticosì simile a un gentiluomoin tutto e per tutto. Probabilmente corrisponde

all'idea che la signorina si è fatta di un conte. Alla sera si siede conloro in giardino. Penso che fumi».

Winterbourne ascoltava quelle confidenze con interesse; lo aiutavano avalutare Miss Daisy che

evidentementeera piuttosto scapigliata. «Ebbeneio non sono una guidaturisticaeppure è stata molto carina con me».

«Avresti dovuto dirmelo che la conoscevi»disse Mrs Costello con sussiego.

«Ci siamo semplicemente incontrati in giardino e abbiamo chiacchierato unpo'».

«Tout bonnement! Si puòper favoresapere quello che vi sietedetti?».

«Ho detto che mi sarei preso la libertà di presentarla alla miameravigliosa zia».

«Ti sono molto obbligata».

«L'ho fatto per garantire la mia rispettabilità».

«Chi garantisce la suase mi è lecito?».

«Sei crudele! È una ragazza molto perbene».

«Lo dici con l'aria di non esserne convinto»osservò Mrs Costello.

«È incoltama è graziosissima; in poche paroleè assai perbene. Perprovarti che parlo sul seriola

porterò allo Chateau de Chillon».

«Voi due soli? Direi che questo prova il contrario. Da quanto tempo laconoscevise mi è lecito

chiederteloquando hai predisposto questo interessante progetto? Non sei quida nemmeno ventiquattro ore».

«La conoscevo da mezz'ora!»disse Winterbourne sorridendo.

«Povera me!»esclamò Mrs Costello. «Che ragazza tremenda!».

Suo nipote rimase in silenzio per alcuni momenti. «Allora pensi davvero»prese a dire con slancio

ansioso di avere informazioni attendibili«pensi davvero che...». Ma feceun'altra pausa.

«Penso che cosa; signore?».43

«Che sia il tipo di ragazza che si aspetta di essere rapitaprima o poidaun uomo?».

«Non ho la minima idea di quello che queste signorine si aspettino da unuomo. Penso invece sul serio

che faresti meglio a non immischiarti con ragazzine americane incoltecomele chiami tu. Da troppo tempo vivi lontano

dalla patria. Farai di sicuro qualche grosso errore. Sei troppo innocente».

«Cara zianon sono poi tanto innocente»disse Winterbourne sorridendo earricciandosi i baffi.

«Troppo colpevole allora?».

Meditabondo Winterbourne continuò ad arricciarsi i baffi. «Non vuoi allorache quella poverina ti sia

presentata?» chiese alla fine.

«È vero - letteralmente vero - che andrà con te allo Chateau deChillon?».

«Ritengo che ne abbia tutta l'intenzione».

«Alloramio caro Frederickdevo declinare l'onore della sua conoscenza.Sono una donna vecchiama

non così vecchia - grazie al cielo! - da essere immune agliscombussolamenti».

«Ma non si comportano tutte così... Ie ragazze in America?».

Mrs Costello lo fissò per un attimo. «Vorrei proprio vedere le mie nipoticomportarsi in questo

modo!»dichiarò con aria cupa.

Questo parve gettare un po' di luce sulla faccenda; Winterbourne infattirammentò di aver sentito dire

che le sue graziose cugine di New York erano delle "tremendecivette". Se quindi Miss Daisy Miller oltrepassava gli

ampi margini di libertà concessi a queste ultimeprobabilmente da lei ci sipoteva aspettare di tutto. Winterbourne era

impaziente di incontrarla ancora ed era irritato con se stesso per non averesaputo giudicarla d'istinto in mo do corretto.

Sebbene fosse impaziente di vederlanon sapeva bene che cosa le avrebbedetto per spiegare il rifiuto

di sua ziama scoprì abbastanza in fretta che con Miss Daisy Miller nonc'era bisogno di usare la mano leggera. La

incontròquella serain giardinoche si aggirava nella tiepida luce dellestellecome una languida silfideagitando

avanti e indietro il più grande ventaglio che avesse mai visto. Erano ledieci. Aveva cenato con sua ziale aveva fatto

compagnia dopo cena e si era appena congedato da lei fino al mattinoseguente. Miss Daisy Miller parve molto contenta

di vederlo; dichiarò che quella era la serata più lunga mai trascorsa invita sua.

«Siete rimasta tutta da sola?».

«Ho passeggiato con la mamma. Ma si stanca a passeggiare».

«È andata a letto?».

«Nonon le va di coricarsi. Non dorme... neppure per tre ore. Chissà comeriesce a viveredice lei. È

nervosissima. Secondo medorme più di quanto non creda. È da qualche partein cerca di Randolph; tenta di mandarlo a

letto. Lui non ci sente di andarci».

«Speriamo che riesca a persuaderlo».

«Gli parlerà fino a sfiatarsima lui si spazientisce ad ascoltarla»spiegò Miss Daisy aprendo il

ventaglio. «Cercherà di convincere Eugenio a parlargli. Ma Randolph non hapaura di Eugenio. Eugenio è un

accompagnatore meravigliosoma non ha molta autorità su Randolph! Non credoche andrà a letto prima delle undici».

Pareva che Randolph riuscisse trionfalmente a prolungare la veglia perchépasseggiarono per qualche temposenza

incontrare la madre. «Mi sono guardata in giro per sapere di quella signoraalla quale volete presentarmi»riprese la sua

compagna. «È vostra zia». Dopo che Winterbourne ebbe ammesso lacircostanza ed espresso qualche curiosità per come

l'avesse appresalei gli disse di avere saputo tutto su Mrs Costello dallacameriera. Era una donna proprio comme il

faut; viveva ritirataportava sboffi bianchinon parlava con nessunonon cenava mai alla table d'hôte. Ogni due giorni

aveva l'emicrania. «Mi sembra una deliziosa descrizioneemicrania e tuttoil resto»disse Miss Daisy cicalando con la

sua vocina allegra. «Desidero conoscerla; me la immagino; so che mi saràsimpatica. È molto schizzinosa nello

scegliere le persone. Mi piace che una signora sia così schizzinosa; nonvedo l'ora di fare anch'io la schizzinosa. Be'io

e la mamma siamo schizzinose. Non parliamo con tutti... oppure sonoloro a non parlarci. È più o meno la stessa cosa

credo. A ogni modo sarò contentadavvero tantodi conoscere vostra zia».

Winterbourne era imbarazzato. «Ne sarebbe felicissimama temo che dovremofare i conti con quelle

sue emicranie».

La giovanetta lo guardò nella penombra. «Non avrà l'emicrania ogni giornoimmagino»disse con

commiserazione.

Winterbourne rimase in silenzio per un istante. «Lei dice di sì»risposealla fine non sapendo che dire.

Miss Daisy Millerfermatasirimase a fissarlo. Nell'oscurità la sua graziaera ancora visibile; apriva e

chiudeva il gigantesco ventaglio. «Non vuole conoscermi!»disseall'improvviso. «Perché non lo dite? Non abbiate

paura. Io non ne ho!»e diede in una risatina.

A Winterbourne parve di cogliere un tremito nella sua voce; ne fu commossoturbatomortificato.

«Mia cara signorina»protestò«non conosce nessuno. È la sua salutemalferma».

La giovane avanzò ancora di alcuni passisempre ridendo. «Non abbiatepaura»ripeté. «Perché

dovrebbe avere voglia di conoscermi?». Fece un'altra pausa; si trovavaaccanto al parapetto del giardino; davanti a lei si

stendeva il laghetto illuminato dalle stelle. Sulla sua superficie indugiavaun incerto chiarorein lontananza si

intravedevano nell'oscurità le forme dei monti. Daisy Miller scrutòl'inquietante panoramaprorompendo quindi in una

risatina. «Santo cielo! Che sussiego!»disse. Winterbourne si chiese senon fosse amaramente ferita e per un attimo si

augurò che la sensibilità della giovane gli consentisse di tentare dirassicurarla e confortarla. Aveva la piacevole

sensazione che fosse pronta a farsi consolare. Per un istante si sentìprontissimo a sacrificare la zia a parolead44

ammettere che si trattava di una donna altera e villanaa dichiarare che nonoccorreva darle retta. Maprima che avesse

il tempo di impegnarsi in questo pericoloso miscuglio di galanteria eirriverenzala signorinaripresa la passeggiata

diede in un'esclamazione di tono ben diverso. «Ecco la mamma! Scommetto chenon è riuscita a mandare a letto

Randolph». In lontananza si stagliò la figura di una donnaindistintanell'oscuritàche avanzava con movimenti lenti e

incerti. All'improvviso parve che si fermasse.

«Siete sicura che sia vostra madre? Riuscite a distinguerla con questobuio?».

«Riconoscerò mia madreno!»esclamò Miss Daisy Miller ridendo. «Tantopiù che ha il mio scialle.

Mette sempre le mie cose».

La signora in questionesmettendo di procedererimase a librarsi nellostesso punto dove si era

fermata.

«Temo che vostra madre non vi abbia visto. O forse»aggiunse pensando checon Miss Miller la

battuta fosse possibile«si sente in colpa per v ia dello scialle».

«Ohè vecchissimo!»replicò con serenità la giovane. «Le ho detto chepoteva metterselo. Non viene

qui perché vi ha visto».

«Allora sarà meglio che vi lasci».

«Ohnoavanti!»lo incitò Miss Daisy Miller.

«Vostra madretemonon approva che passeggi con voi».

Miss Miller gli lanciò un'occhiata seria. «Non si tratta di mesi trattadi voianzi di lei. Be'non lo so

di chi si tratti! Alla mamma non piace nessuno dei miei amici uomini. Ètimidissima. Se le presento un signoresi agita

da non credere. Ma io glieli presentoeccome!quasi sempre. Se nonpresentassi alla mamma i miei amici uomini»

aggiunse con la sua vocina morbidapiattamonotona«mi sembrerebbe di nonessere naturale».

«Per presentarmi dovete sapere come mi chiamo»replicò Winterbourne eglielo disse.

«Santo cielonon riesco a pronunciarlo tutto!»esclamò la sua compagnaridendo. Avevano nel

frattempo raggiunto Mrs Miller che si era accostata al parapetto delgiardinomentre si avvicinavanoevoltando loro le

spallefissava intenta il lago. «Mamma!»chiamò la giovane in tonodeciso. E a quella parola l'altra si volse. «Mr

Winterbourne»disse Miss Daisy Miller presentando il giovane con garbataschiettezza. "Ordinaria" l'aveva definita

Mrs Costelloeppure Winterbourne era sorpreso chepur ordinariaavesse unagrazia così singolarmente delicata.

Sua madre era minutasparutafragilecon occhi irrequietiun nasosottileun'ampia fronte ornata di

ciocche lievi e arricciatissime. Al pari della figlia era vestita consquisita eleganza; alle orecchie portava due enormi

brillanti. Per quanto poté notare Winterbournenon lo salutò e di sicuronon lo guardò. Daisy le era vicino

raddrizzandole lo scialle. «Che cosa stai curiosando qui?»le chiesemanel tono non c'era affatto quell'asprezza che

farebbe immaginare la scelta delle parole.

«Non lo so»rispose sua madre tornando a voltarsi verso il lago.

«Chi l'avrebbe detto che avresti voluto questo scialle!»esclamò Daisy.

«Be'... sì»rispose sua madre con una risatina.

«Sei riuscita a mettere a letto Randolph?».

«Nonon ne sono stata capace»rispose Mrs Miller con dolcezza. «Vuolestare con il cameriere a

parlare. Gli piace chiacchierare con quel cameriere».

«Ne stavo parlando con Mr Winterbourne»continuò la ragazza eall'orecchio del giovane il tono

parve quello di chi pronunciava quel nome da tutta la vita.

«Ohsì»intervenne Winterbourne. «Ho il piacere di conoscere vostrofiglio».

La mamma di Randolph rimase in silenziovolgendo la sua attenzione al lago.Ma alla fine parlò:

«Come farà a sopravvivere?».

«È sempre meglio che a Dover»disse Daisy Miller.

«Che cosa accadde a Dover?»chiese Winterbourne.

«Non voleva saperne di andare a letto. Rimase in piedi tutta la nottecredonel salotto dell'albergo. A

mezzanotte non si era ancora coricato: questo lo so di sicuro».

«Era mezzanotte e mezza»dichiarò Mrs Miller con blando slancio.

«Dorme molto durante la giornata?»chiese Winterbourne.

«Non moltocredo»rispose Daisy.

«Magari lo facesse! Non ci riescepare»disse sua madre.

«È un gran impiccio quel ragazzo»proseguì Daisy.

Seguì un breve silenzio. «Daisy Miller»disse la signora poco dopo«nonti metterai a parlare male di

tuo fratello!».

«È un impicciomamma»dis se Daisy ma senza l'asprezza di chi ribatte.

«Ha soltanto nove anni»insistette Mrs Miller.

«Non è voluto venire al castello. Ci andrò con Mr Winterbourne».

A questo annunciofatto in tono placidola mamma di Daisy non replicò.Winterbourne dava per

scontato che disapprovasse molto il progetto di quella gitama- si disse erauna persona semplice e malleabilee

qualche protesta deferente avrebbe attutito il suo dispiacere. «Sì»cominciò«vostra figlia mi ha gentilmente concesso

l'onore di farle da guida».45

Gli occhi irrequieti di Mrs Miller si fissaronocon aria implorantesuDaisy cheperòsi allontanò di

qualche passo canticchiando fra sé in tono sommesso.

«Andrete in trenoimmagino»disse sua madre.

«Oppure in battello»disse Winterbourne.

«Sìnaturalmentenon lo so»replicò Mrs Miller. «Non sono mai stataal castello».

«È un peccato che non ci andiate»disse Winterbourne ormai quasirassicurato che non si sarebbe

opposta. Eppure era preparato a sentirsi direcom'è nell'ordine delle coseche intendeva accompagnare la figlia.

«Abbiamo pensato tante volte di andarci»proseguì«ma sembra che non cisia possibile. Daisy

naturalmente... lei vuole andare in giro. Ma c'è una signora qui - non socome si chiama - dice chea suo parerenon

dobbiamo andare a visitare questi castelli; a suo avviso dovremmoaspettare di essere in Italia. Pare che ce ne siano

tantissimi lì»proseguì Mrs Miller con un'aria sempre più sicura.«Naturalmente vogliamo vedere soltanto i principali.

Ne abbiamo visitati parecchi in Inghilterra»aggiunse poco dopo.

«Ahsì! In Inghilterra ci sono castelli bellissimi»disse Winterbourne.«Ma Chillonquimerita di

essere visto».

«Be'se Daisy se la sente...»disse Mrs Miller nel tono di chi èconsapevole della grandiosità

dell'impresa. «Non c'è nullasembrache Daisy non abbia voglia di fare».

«Ohle piacerà»dichiarò Winterbourne sempre più desideroso di potercontare sull'onore di un tete-à-

tete con la giovinetta che davanti a loro continuava a passeggiarecanticchiando sommessamente. «Non siete disposta

signoraa venire anche voi?».

La madre di Daisy lo guardò per un attimo in tralice; quindiavviandosi insilenziosi limitò a dire: «È

meglio che vada da solacredo».

Winterbourne osservò fra sé che la maternità di Mrs Miller era di un tipoassai diverso da quella delle

vigili matrone che nella vecchia cittàdall'altra parte del lagosischieravano in prima linea sul fronte dei rapporti

sociali. Ma le sue meditazioni furono interrotte sentendosi chiamare in tonochiaro dalla figlia incustodita di Mrs Miller.

«Mr Winterbourne!»mormorò Daisy.

«Mademoiselle!».

«Non volete portarmi a fare un giro in barca?».

«Subito?».

«Certamente!».

«Annie Miller!»esclamò la madre.

«Vi supplicosignoradi lasciarla andare»disse Winterbourne confervore. Non aveva infatti mai

provato la gioiosa sensazione di guidare sotto le stelle d'estate unabarchetta con il carico di una ragazza giovanebella e

fresca.

«Non credo che voglia davvero andare»disse la madre. «Credo che dovrebberientrare».

«Sono sicura che Mr Winterbourne vuole portarmi»dichiarò Daisy. «Ècosì premuroso!».

«Vi porterò in barca fino a Chillon sotto le stelle».

«Non ci credo!»disse Daisy.

«Ma...»intervenne ancora la signora.

«Non mi rivolgete la parola da mezz'ora»continuò sua figlia.

«Ho avuto una gradevolissima conversazione con vostra madre».

«Beneportatemi in barca!»ripeté Daisy. Si erano fermati tuttie leisi volse a guardare

Winterbourne. Sul suo volto indugiava un sorriso incantevole; i begli occhisplendevano; agitava il grande ventaglio

avanti e indietro. "Noè impossibile essere più graziose"pensò Winterbourne.

«C'è una mezza dozzina di barche ormeggiate sul molo»disse indicandoalcuni gradini che dal

giardino scendevano fino al lago. «Se mi farete l'onore di accettare il miobraccioandremo a sceglierne una».

Daisy rimase lì sorridente; gettando indietro la testascoppiò in unarisatina. «Mi piace che i signori

siano così formali!»dichiarò.

«Vi assicuro che è un invito formale».

«Mi era prefissa di farvi dire qualcosa»proseguì Daisy.

«Non è molto difficilevedete. Ma temo che vi burliate di me».

«Non lo credosignore»osservò Mrs Miller in tono mite.

«Lasciatemi allora remare per voi»dis se il giovane alla ragazza.

«Che modo delizioso di dirlo !»esclamò Daisy.

«Sarà ancora più delizioso farlo ~

«Sìsarebbe delizioso»disse Daisy. Ma non accennò ad accompagnarlo; sene stava lì ridendo

nient'altro.

«Fareste bene - credo - a guardare l'ora»intervenne la madre.

«Sono le undicisignora»giunse dall'oscurità circostante una voce conaccento straniero. E

Winterbournegirandosiscorse il florido personaggio al servizio dellesignore. Doveva essere appena arrivato.

«OhEugeniovado a fare un giro in barca!»annunciò Daisy.

«Alle undicimademoiselle?»disse Eugenio con un inchino.

«Vado con Mr Winterbournein questo stesso istante».46

«Ditele che non può»intervenne Mrs Miller rivolgendosiall'accompagnatore.

«Meglio non uscire in barcamademoiselle»dichiarò Eugenio.

Se almeno quella graziosa giovanetta non avesse avuto tanta familiarità conla guidaauspicò

Winterbournema non disse nulla.

«Immagino chesecondo voinon stia bene!»esclamò Daisy. «Per Eugenionulla sta mai bene».

«Sono ai vostri ordini»disse Winterbourne.

«Mademoiselle intende andare da sola?»chiese Eugenio rivolto a MrsMiller.

«Ohnocon questo signore!»rispose la mamma di Daisy.

La guida squadrò Winterbourne per un attimo - questi pensò che sorridesse -quindisolennemente

facendo un inchinodisse: «Come desidera mademoiselle!».

«Ohsperavo che avreste fatto un gran chiasso! Non mi importa più diandare ormai».

«Farò io un gran chiassose non venite»intervenne Winterbourne.

«Ecco quello che voglio... un po' di chiasso!». E riprese a ridere.

«Il signorino Randolph è andato a letto!»annunciò l'accompagnatore intono freddo.

«OhDaisyallora possiamo rientrare»disse Mrs Miller.

Daisy si allontanò da Winterbourne guardandolosorridendo e agitando ilventaglio. «Buona notte»

disse. «Mi auguro che siate deluso oppure disgustato o qualcosa!».

La guardò prendendo la mano che gli offriva. «Sono sconcertato»rispose.

«Non vi impedirà di prendere sonnomi auguro!»disse lei prontamente escortate da Eugeniole due

signore si avviarono verso l'albergo.

Winterbourne rimase a guardarle; era davvero sconcertato. Indugiò per unquarto d'ora accanto al lago

rimuginando sui modi tutto d'un tratto confidenziali della giovane e sui suoicapricci. Ma l'unica conclusione alla quale

giunse fu che gli sarebbe piaciutoeccome!"tagliar la corda" conlei da qualche parte.

Due giorni più tardi tagliarono la corda per andare insieme al castello diChillon. L'attese nell'ampio

atrio dell'albergodove oziavano e osservavano accompagnatoricamerierituristi stranieri. Non era quello il luogo che

avrebbe scelto per incontrarla; era stata lei a designarlo. Scese le scalecon passo agile e leggeroabbottonandosi i

lunghi guantistringendo l'ombrellino chiuso contro la graziosa figuravestita alla perfezione in un abito da viaggio di

sobria eleganza. Winterbourne era un uomo di immaginazione ecome avrebberodetto i nostri vecchidi sensibilità;

mentre osservava il suo vestito esulla grande scalinatail passo breverapidosicurogli parve che ci fosse in serbo

qualcosa di romantico. Perché non immaginare di essere in procinto difuggire con lei? Uscirono insieme in mezzo a

quelle persone sfaccendate lì raccolteche la guardarono fissamente. Laragazza cominciò a chiacchierare non appena lo

ebbe raggiunto. Winterbourne avrebbe preferito andare a Chillon in carrozzama Daisy espresse il vivo desiderio di

andarci in vaporetto: dichiarò di avere la passione dei vaporetti. C'erasempre una brezza deliziosa sull'acqua e si

incontravano tante persone. La traversata non fu lungama la compagna diWinterbourne trovò il tempo di dire un

mucchio di cose. Per il giovane stesso quella breve gita assomigliava tanto auna scappatella - un'avventura - chepur

sapendo quanto Daisy fosse solitamente liberasperava che anche per leifosse così. Ma bisogna confessare che in

questo rimase deluso. Daisy Miller era animatissimadi ottimo umoremanient'affatto turbata o inquieta; non evitava il

suo sguardo né quello degli altri; non arrossiva né quando lo guardava néquando si sentiva guardata. La gente

continuava a osservarla con insistenzae Winterbourne era molto compiaciutodell'aria distinta della sua graziosa

compagna. Aveva avuto qualche timore che si mettesse a parlare ad alta vocea ridere troppo; perfinoforsea girare

per il vaporetto. Ma dimenticò tutte le sue paure; sedeva sorridendotenendole gli occhi puntati sul visomentresenza

muoversi dal suo postoDaisy snocciolava tutta una serie di riflessionioriginali. Era deliziosamente garrulacome non

aveva mai sentito. Era stato d'accordo nel definirla "ordinaria"ma lo era dopo tuttooppure vi si stava abituando? La

conversazione era prevalentemente di stampo oggettivocome dicono imetafisicima di tanto in tanto prendeva una

piega soggettiva.

«Perché mai siete così serio?»chiese tutto d'un tratto fissando i begliocchi in quelli di Winterbourne.

«Serio? Mi pareva di ridere con la bocca aperta da un orecchio all'altro».

«Avete l'aria di accompagnarmi a un funerale. Se quello è un sorrisoavetegli orecchi assai vicini».

«Dovrei mettermi a ballare una danza sfrenata sul ponte?».

«Fatelo vi prego. Io andrò in giro tendendo il cappello. Servirà a pagarele spese del viaggio».

«Non sono mai stato così contento in vita mia»mormorò Winterbourne.

Lo guardò un attimo prima di scoppiare in una risatina. «Mi piace farvidire queste cose. Siete un

miscuglio bizzarro!».

Una volta sbarcatinel castello prevalse decisamente l'ele mento soggettivo.Daisy saltellava rapida e

leggera sotto le volte dei salonifaceva frusciare le vesti lungo le scale achiocciolasi ritraeva svelta con un gridolino e

un fremito dall'orlo delle botoleprestava il grazioso orecchio a tuttoquello che le spiegava Winterbourne. Ma egli si

accorse che le antichità feudali l'interessavano ben poco e che le tenebrosetradizioni di Chillon le facevano soltanto una

blanda impressione. Ebbero la fortuna di aggirarsi per il castello senzaaltra compagnia che quella del custodee

Winterbourne concordò con questo personaggio di non fare le cose in frettadi lasciarli indugiare e sostare ovunque

desiderassero. Il custode diede un'interpretazione generosa al patto - dalcanto suo Winterbourne era stato generoso -

finendo per lasciarli praticamente soli. Le osservazioni di Miss Miller nonbrillavano per coerenza logica: trovava un

pretesto per tutto quello che voleva dire. Le aspre feritoie di Chillon lefornirono numerosi pretesti per porre di punto in47

bianco a Winterbourne una sfilza di domande su se stesso la sua famiglialasua vitai suoi gustile sue abitudinile sue

intenzioni - e per fornire informazioni su se stessa in relazione a queglistessi punti. Dei propri gustidelle proprie

abitudini e intenzioni Miss Miller era disposta a dare un resoconto assaipreciso e invero assai lusinghiero.

«Ne sapete di cose!»disse al suo accompagnatore dopo che questi le ebberaccontato la storia

dell'infelice Bonivard. «Non ho mai conosciuto nessuno che ne sapessetante!». La storia di Bonivard le era entrata da

un orecchio e uscita dall'altrocome si suol dire. Macontinuò Daisyeraun gran peccato che Winterbourne non

viaggiasse con loro e "andasse in giro con loro"; avrebberoimparato qualcosa in tal caso. «Perché non venite a fare da

precettore a Randolph?»chiese. Winterbourne rispose che nulla gli sarebbepiaciuto di più ma chepurtroppoaveva

altre occupazioni. «Altre occupazioni? Non ci credo!»proclamò MissDaisy. «Che cosa intendete dire? Non siete un

uomo d'affari». Il giovane ammise di non essere un uomo d'affarima avevaimpegni cheentro uno o due giornilo

avrebbero costretto a ritornare a Ginevra. «Che seccatura! Non ci credo!» eprese a parlare d'altro. Maalcuni momenti

dopomentre le faceva rilevare la forma aggraziata di un antico caminettolei sbottò di punto in bianco: «Non volete

dire che tornerete a Ginevra?».

«È un fatto triste che debba partire domani».

«Mr Winterbournevi considero orribile!».

«Ohnon dite cose tanto tremende! Proprio adessoalla fine!».

«La fine!»esclamò la giovane. «Io lo chiamo il principio. Ho mezza ideadi piantarvi qui e di tornare

diritta in albergo da sola». E nei dieci minuti che seguirono non fece altroche chiamarlo orribile. Il povero

Winterbourne era attonito; nessuna signorina gli aveva fatto ancora l'onoredi agitarsi tanto all'annuncio dei suoi

movimenti. La sua compagnadopo di ciòsmise di prestare attenzione allecuriosità di Chillon o alle bellezze del lago

ma aprì il fuoco sulla misteriosa maliarda ginevrina dalla quale - cosìpareva dare per scontato - si precipitava a tornare.

Come faceva Miss Daisy a sapere che c'era una maliarda a Ginevra?Winterbourneche negò l'esistenza di una tale

personanon riuscì a scoprirloed era divis o fra lo stupore per larapidità della sua induzione e il divertimento per la

franchezza delle sue frecciate. In tutto questo gli parve che la giovanefosse uno straordinario miscuglio di innocenza e

grossolanità. «Non vi concede mai più di tre giorni di fila?»gli chieseDaisy con ironia. «Non vi dà una vacanza

estiva? Nessuno lavora tanto da non poter piantare tutto per andarsene daqualche parte in questa stagione. Scommetto

chese vi tratterrete un giorno di piùverrà a prendervi in barca.Aspettate fino a venerdì: andrò al molo per vederla

arrivare!». Winterbourne cominciò a pensare di avere fatto un errore asentirsi deluso dall'umore della signorina. Se

aveva sentito la mancanza di un tocco personaleecco che adesso saltavafuori. E si palesò in modo deciso quandoalla

fine gli disse che avrebbe smesso di "stuzzicarlo"se le avessepromesso solennemente di scendere a Roma durante

l'inverno.

«Non è una promessa difficile da fare. Mia zia ha preso un appartamento aRoma e mi ha già chiesto

di andarla a trovare».

«Non voglio che veniate per vostra zia. Voglio che veniate per me». E fuquesta l'unica allusione che

l'avrebbe mai sentita fare sulla sua scostante congiunta. Dichiarò cheinogni casosarebbe certamente andato. Dopo di.

che Daisy smise di stuzzicarlo. Winterbourne prese una carrozza e alcrepuscolo fecero ritorno a Vevey: la giovane era

molto tranquilla.

Quella sera Winterbourne accennò a Mrs Costello di avere trascorso ilpomeriggio a Chillon con Miss

Daisy Miller.

«Gli americani... con l'accompagnatore?»chiese la signora.

«Per fortuna l'accompagnatore se ne è rimasto qui».

«È venuta da sola con te?».

«Da sola».

Mrs Costello annusò la bottiglietta di sali. «Ed è questa la giovane chevolevi presentarmi!»esclamò.

III

Winterbourneritornato a Ginevra il giorno successivo alla gita a Chillonsi recò a Roma verso la fine

di gennaio. Dalla ziagià sistemata lì da parecchie settimaneavevaricevuto un paio di lettere. «Quelle persone con le

quali eri tanto premuroso l'estate scorsa a Veveysono comparse anche quiaccompagnatore e tutto» scriveva. «Pare

che abbiano fatto molte conoscenzema l'accompagnatore continua a essere ilpiù intime. La signorinatuttaviasembra

essere intima anche con certi italiani di terza categoriacon i qualiimpazza in giro suscitando chiacchiere a non finire.

Portami quel grazioso romanzo di Cherbulieux - Paule Méré - e nonvenire dopo il 23».

Era nel corso naturale degli eventi che Winterbournearrivato a Romasiaccertasse subito presso la

banca americana dell'indirizzo di Mrs Miller e andasse a porgere i suoiomaggi a Miss Daisy. «Dopo quanto è accaduto

a Vevey sono certo di poter andarli a trovare»disse a Mrs Costello.

«Seconsiderato quanto succede - a Vevey e altrove -desideri mantenere icontattifai pure. Agli

uomini naturalmente è lecito frequentare chiunque. È un loro privilegio!».

«Che cosa succedeti prego... quiper esempio?».48

«La ragazza se ne va in giro da sola con i suoi stranieri. Su quanto succedepoirivolgiti altrove per

avere informazioni. Ha raccattato una dozzina dei soliti cacciatori di doteromani e se li porta dietro in casa di chi la

invita. Quando va a un ricevimentosi presenta insieme a un signore dai modiimpeccabili e dagli splendidi baffi».

«Dov'è sua madre?».

«Non ne ho la minima idea. Sono gente orribile».

Winterbourne ci meditò su un attimo. «Non sanno nulla... sono soltantoinnocenti. Sta' pure sicura che

non sono cattivi».

«Sono irrimediabilmente volgari. Se essere irrimediabilmente volgari sia onon sia essere "cattivi" è

un problema che lascio ai metafisici. Sono abbastanza cattivi da riusciresgradevoli in ogni casoe in questa nostra

breve esistenza è più che sufficiente».

La notizia che Daisy Miller era circondata da una mezza dozzina di splendidibaffi tenne a bada

l'impulso di Winterbourne di andare di filato a trovarla. Non che si fosseproprio illuso di avere fatto un'impressione

incancellabile sul cuore della giovinettama era seccato di apprendere unasituazione così poco in armonia con

l'immagine che da qualche tempo si insinuava nei suoi pensieri: l'immagine diuna fanciulla graziosissima che

affacciata a un'antica finestra romanasi chiedeva con trepidazione quandosarebbe arrivato Mr Winterbourne. Se

tuttavia decise di aspettare un pochino prima di rivendicare nei confronti diMiss Miller la propria legittima aspettativa

alla sua considerazioneandò ben presto a trovare due o tre altre amiche.Una di queste amiche era una signora

americana che aveva trascorso parecchi inverni a Ginevradove i suoi figliandavano a scuola. Era una donna squisita;

abitava in via Gregoriana. Winterbourne la trovò in un salottino cremisi alterzo pianoinondato dal sole meridionale.

Non era lì da dieci minuti quando giunse il domestico annunciando «MadameMila!». L'annuncio fu subito seguito dalla

comparsa del piccolo Randolph Miller chefermandosi nel mezzo della stanzarimase impalato a fissare Winterbourne.

Un istante dopo attraversò la soglia la sua graziosa sorellaquindidopoun notevole intervalloavanzò lentamente Mrs

Miller.

«Io vi conosco!»disse Randolph.

«Sono certo che conosci molte cose»esclamò Winterbourne prendendolo permano. «Come

procedono gli studi?».

Daisy era intenta a salutare con molta grazia la padrona di casamasentendo la voce di

Winterbournevolse rapidamente la testa. «Guarda un po'!»disse.

«Vi dissi che sarei venutolo sapete»replicò Winterbourne sorridendo.

«Be'non ci credevo»rispose Miss Daisy.

«Ve ne sono molto riconoscente»scoppiò a ridere il giovane.

«Sareste dovuto venire a farmi visita!».

«Sono arrivato soltanto ieri».

«Non ci credo!».

Winterbourne si volse con un sorriso di protesta verso la madre di Daisymala signora evitò il suo

sguardo esedutasiprese a fissare il figlio. «Noi abitiamo in un postopiù grande»disse Randolph. «È tutto oro sulle

pareti»

Mrs Miller si girò a disagio sulla sedia. «Lo dicevo chea portartidietroti saresti lasciato scappare

qualcosa!»mormoro.

«Io lo dicevo!»esclamò Randolph. «Lo dicevo a voisignore!»aggiunsescherzosamente dando a

Winterbourne un colpetto sul ginocchio. «Ed è anche più grande!».

Daisy si era immersa in una fitta conversazione con la padrona di casaeWinterbourne ritenne suo

dovere rivolgere qualche parola alla madre. «Spero che siate stata bene daquando ci siamo lasciati a Vevey».

Mrs Millera questo puntofinalmente lo guardò... guardò il suo mento.«Non molto benesignore»

rispose.

«Ha la dispepsia»disse Randolph. «Anch'io ce l'ho. Anche papà. Io cel'ho peggio di tutti!».

Questo annuncioinvece di mettere in imbarazzo Mrs Millerparve esserle disollievo. «Soffro di

fegato»disse. «Penso che sia il clima; è meno tonificante diSchenectadysoprattutto d'inverno. Non so se sappiate che

noi viviamo a

Schenectady. Stavo dicendo a Daisy che non avevo mai trovato nessuno come ildottor Davis e che

non credevo di trovarlo. Oh! A Schenectady è il primo; ne pensano tutti unmondo di bene. È sempre tanto occupato

eppure non c'era nulla che non avrebbe fatto per me. Diceva di non avere maivisto una dispepsia come la mia e si

prefiggeva di guarirla. Avrebbe tentato di tutto. Stava proprio per provareuna nuova curaquando siamo partiti. Mr

Miller voleva che Daisy visitasse l'Europa per conto suo. Ho scritto a MrMiller che non credo di poter tirare avanti

senza il dottor Davis. A Schenectady è il primoe anche lì ci sono moltimalati. Non riesco a dormire».

Mentre Daisy chiacchierava senza posa con la sua interlocutriceWinterbournevenne a sapere mo lti

pettegolezzi patologici dalla paziente del dottor Davis. Il giovanotto chiesea Mrs Miller se le piacesse Roma. «Devo

dire di essere delusa. Ne abbiamo sentito parlare tanto; forse ne abbiamosentito parlare troppo. Ma non era possibile

farne a meno. Ci hanno portati a immaginare qualcosa di diverso».

«Aspettate un poco e ve ne innamorerete».

«La odio ogni giorno di più»esclamò Randolph.

«Sembri Annibale bambino»disse Winterbourne.49

«Noche non lo sono»dichiarò Randolph a casaccio.

«Bambino non lo sei»disse sua madre. «Ma abbiamo visto luoghi»riprese«che metterei assai prima

di Roma». E in risposta alla domanda di Winterbourneosservò: «C'èZurigo. Secondo meZurigo è deliziosae non ne

abbiamo sentito parlare neanche la metà».

«Il posto più bello che abbiamo visto è la City of Richmond!»esclamò Randolph.

«Si riferisce alla nave»spiegò sua madre. «Abbiamo fatto la traversatasu quella nave. Randolph si è

divertito molto sulla City of Richmond».

«È il posto più bello che abbia visto»ripeté il ragazzino. «Solo cheandava nella direzione sbagliata».

«Andremo in quella giusta .prima o poi»disse sua madre con una risatina.Winterbourne espresse la

speranza che almeno sua figlia avesse trovato qualche diletto a Romae lasignora dichiarò che Daisy era entusiasta.

«Per via della vita di società... la vita di società è meravigliosa. Vadappertutto; ha conosciuto molta gente e

naturalmente va in giro più di me. Devo dire che sono stati tutticordialissimil'hanno subito accolta. E conosce molti

signori. Ohsecondo lei non c'è niente come Roma. Naturalmente per unaragazza è assai più piacevole se conosce

molti signori».

Nel frattempo Daisy aveva di nuovo rivolto l'attenzione su Winterbourne.«Stavo raccontando a Mrs

Walker come siete stato cattivo!»annunciò.

«Quali prove avete addotto?»chiese Winterbournepiuttosto seccato cheMiss Miller non

apprezzasse lo zelo di un ammiratore chedurante il viaggio a Romanon siera fermato né a Bologna né a Firenze

spinto soltanto da una certa impazienza sentimentale. Ricordò che una voltaun cinico compatriota gli aveva detto che le

donne americane quelle grazioseil che dava una certa latitudine all'assiomaerano nello stesso tempo le più esigenti del

mondo e le meno inclini alla riconoscenza.

«Sieste stato molto cattivo a Vevey. Non avete voluto fare nulla. Non sietevoluto restare quando ve

l'ho chiesto».

«Mia carissima signorina»esclamò Winterbourne con eloquenza«ho fattotanta strada fino a Roma

per sentirmi rimproverare?».

«Sentite quello che dice!»disse Daisy alla padrona di casa aggiustandoleun nastro dell'abito. «Avete

mai sentito nulla di così curioso?».

«Proprio tanto curiosomia cara?»mormorò Mrs Walker con il tono diparteggiare per Winterbourne.

«Be'non lo so»disse Daisy continuando a giocherellare con i nastri diMrs Walker. «Mrs Walker

voglio dirvi una cosa».

«Mamma»interloquì Randolph con quel suo modo brusco di terminare leparole«dobbiamo andare

te lo dico io. Eugeniosennòfarà un putiferio».

«Non ho paura di Eugenio»disse Daisy scrollando la testa. «SentiteMrsWalker»proseguì«verrò

al vostro ricevimentosapete».

«Sono felice di apprenderlo».

«Ho un abito delizioso».

«Ne sono sicura».

«Ma voglio chiedervi un favore... il permesso di portare un amico».

«Sarò lieta di conoscere qualsiasi vostro amico»disse Mrs Walkervolgendosi con un sorriso a Mrs

Miller.

«Ohnon sono amici miei»rispose la mamma di Daisy sorridendo timidamentenel suo solito modo.

«Non ho mai parlato con loro!».

«È un mio caro amico... Mr Giovanelli»disse Daisy senza alcun tremitonella vocina limpida e senza

un'ombra sul visino luminoso.

Dopo un attimo di silenzio Mrs Walker lanciò una rapida occhiata aWinterbourne. «Sarò lieta di

incontrare Mr Giovanelli»disse alla fine.

«È un italiano»proseguì Daisy con incantevole serenità. «È un miogrande amico - il più bell'uomo

del mondo - ad eccezione di Mr Winterbourne! Conosce molti italianima vuoleconoscere qualche americano. Ne ha

un'ottima opinione. È un uomo brillanteassolutamente squisito!».

Fu stabilito che questo brillante personaggio sarebbe venuto alla festa diMrs Walkerquindi Mrs

Miller si preparò a prendere congedo. «Torneremo in albergo»disse.

«Torna pure in albergomamma; io farò una passeggiata».

«Va a passeggio con Mr Giovanelli»annunciò Randolph.

«Andrò al Pincio»disse Daisy sorridendo.

«Da solamia cara... a quest'ora?»chiese Mrs Walker. Il pomeriggio siavviava alla fine - era il

momento della calca delle carrozze e dei pedoni contemplativi. «Non credoche sia opportuno»disse Mrs Walker.

«Neppure io»aggiunse Mrs Miller. «Ti prenderai la febbre; questo èsicuro come del fatto che sei

viva. Ricordati quello che ti diceva il dottor Davis!».

«Dalle qualche medicina prima che esca»disse Randolph.

Si erano alzati tutti; Daisymostrando nel sorriso i bei dentisi chinò adare un bacio alla padrona di

casa. «Mrs Walkersiete troppo sollecita. Non sarò da sola; vedrò unamico».

«Il tuo amico non ti impedirà di prendere la febbre»osservò Mrs Miller.50

«È Mr Giovanelli?»chiese la padrona di casa.

Winterbourne osservava la giovane; a questa domanda la sua attenzione sianimò. Se ne stava ritta

sorridendo e lisciando i nastri del cappello; lanciò un'occhiata aWinterbourne. Quindimentre guardava e sorrideva

rispose senza ombra di esitazione: «Mr Giovanelli... il bellissimo MrGiovanelli».

«Mia caragiovane amica»disse Mrs Walker prendendole la mano con gestosupplichevole«non

andate al Pincio a quest'ora a incontrare un bellissimo italiano».

«Ma parla inglese»intervenne Mrs Miller.

«Santo cielo!»esclamò Daisy. «Non voglio fare nulla di sconveniente.C'è un modo facile per

risolvere la cosa». Continuava a guardare Winterbourne. «Il Pincio èsoltanto a cento iardee se Mr Winterbourne fosse

cortese come dichiarasi offrirebbe di accompagnarmi!».

La cortesia di Winterbourne trapelò subitoe la giovane gli concessegraziosamente licenza di

accompagnarla. Scesero al pianterreno camminando davanti alla madre di Daisyeferma alla portaWinterbourne notò

la carrozza di Mrs Miller con dentro seduto il decorativo accompagnatore cheaveva conosciuto a Vevey. «Arrivederci

Eugenio!!»gridò Daisy. «Farò una passeggiata». Dalla via Gregoriana siraggiunge in fretta il bellissimo giardino

all'altra estremità del colle del Pincio. Siccome tuttavia la giornata erameravigliosa e intenso il traffico dei veicoli e

delle persone che passeggiavano e oziavanoi due giovani americaniprocedevano assai lentamente. La cosa riusciva

molto gradita a Winterbournemalgrado fosse consapevole della singolaritàdella sua situazione. La folla romanalenta

e oziosamente curiosascrutava intenta la graziosissima signorina stranierache gli dava il braccioe Winterbourne si

chiese che cosa mai avesse avuto in mente Daisy quando aveva proposto diesporsisenza essere accompagnataa

quell'apprezzamento. Secondo Daisyla sua missione era quella di consegnarlanelle mani di Mr Giovanellima

Winterbourneseccato e nello stesso tempo lusingatodecise che non avrebbefatto una cosa simile.

«Perché non siete venuto a trovarmi?»chiese Daisy. «Non riuscirete acavarvela».

«Ho avuto l'onore di dirvi di essere appena sceso dal treno».

«Dovete essere rimasto in treno un bel po' dopo che era arrivato!»esclamò la giovane con la sua

risatina. «Vi eravate addormentatoimmagino. Avete avuto il tempo di andarea trovare Mrs Walker».

«Conoscevo Mrs Walker...»prese a spiegare Winterbourne.

«So dove l'avete conosciuta. L'avete conosciuta a Ginevra. Me l'ha dettolei. E avete conosciuto me a

Vevey. È la stessa cosa. Sareste dovuto venire a farmi visita». Non glirivolse altre domande al di fuori di questae

incominciò a cinguettare di cose sue. «Abbiamo delle stanze splendide inalbergo; secondo Eugeniosono le migliori di

Roma. Ci fermeremo per tutto l'inverno... se non moriremo di febbre malarica;ci resteremocredo. È assai meglio del

previsto; ero convinta che sarebbe stato paurosamente tranquilloero sicurache sarebbe stato mostruosamente noioso.

Ero sicura che ci sarebbe toccato di andare in giro con qualche orribilevecchio che spiega i quadri e le altre cose. Ne

abbiamo avuto soltanto per una settimanae adesso mi diverto. Conoscotantissima gentee tutta simpatica. La vita

sociale è molto scelta. Ci sono persone di tutti i tipi: inglesitedeschiitaliani. Fra tutti preferisco gli inglesi. Mi piace il

loro stile di conversazione. Ci sono anche alcuni simpaticissimi americani.Non ho mai visto tanta ospitalità. Ogni

giorno c'è qualcosa da fare. Non ci sono molti ballima devo dire che ilballo non è tuttosecondo me. Mi è sempre

piaciuta la conversazione. Ne avrò un bel po' da Mrs Walker... le sue stanzesono troppo piccole per ballare». Quando

ebbero oltrepassato il cancello del PincioMiss Miller cominciò a chiedersidove potesse essere Mr Giovanelli.

«Andiamo direttamente lì davantidove si vede il panorama».

«Non sarò certo io ad aiutarvi a trovarlo»dichiarò Mr Winterbourne.

«Allora lo troverò senza di voi».

«Non vorrete lasciarmi!»esclamò Winterbourne.

Proruppe nella sua risatina: «Avete paura di perdervi o di essere investito?Ma ecco Mr Giovanelli

appoggiato a quell'albero. Osserva le donne nelle carrozze: avete mai vistonessuno tanto impudente?».

Winterbourne scorse a una certa distanza un ometto che se ne stava in piedi abraccia incrociate

stringendo il bastone da passeggio. Aveva un bel visoun cappello messo conarteil monocolo e dei fiorellini

all'occhiello. Dopo averlo guardato per un momentoWinterbourne disse:«Intendete parlare a quell'uomo?».

«Parlare a quell'uomo? Non penserete che voglia comunicare a gesti?».

«Cercate allora di capirevi pregoche intendo rimanere con voi».

Daisy si fermò per guardarlomentre sul suo voltoimmune dalleinquietudini della coscienzasi

vedevano soltanto gli incantevoli occhi e le allegre fossette.

"Che sfacciata!"pensò il giovane.

«Non mi piace come lo dite. È troppo imperioso».

«Vi chiedo scusa se ho usato il tono sbagliato. Il punto importante è farvicapire quello che voglio

dire».

La giovane lo fissò con maggiore gravitàma con occhi che erano ancorapiù belli. «Non ho mai

permesso a un uomo di darmi degli ordini o di interferire in quello chefaccio».

«È stato un errorecredo. A volte dovreste ascoltare qualche uomo...quello giusto».

Daisy rise di nuovo. «Non faccio altro che ascoltare uomini. Ditemi: MrGiovanelli è quello giusto?».

Il signore con i fiorellini all'occhiello aveva ormai scorto i nostri dueamici e si avvicinava alla

giovane con ossequiosa rapidità. Fece un inchino a Winterbourne e alla suacompagna; aveva un sorriso brillante e

occhi intelligenti; Winterbourne pensò che non fosse brutto. Tuttavia dissea Daisy: «Nonon è quello giusto».51

Daisyche evidentemente aveva il genio delle presentazionidisse a ciascunoil nome dell'altro e prese

a passeggiare in mezzo ai due. Mr Giovanelliche parlava inglese molto bene- Winterbourne in seguito venne a sapere

che si era esercitato nella lingua con molte ereditiere americane - lerivolse fatui complimenti; era assai compitoe il

giovane americanoche non diceva nullarifletteva sull'infinita bravuradegli italiani di sembrare tanto più garbati

quanto più sono acutamente delusi. Giovanelli aveva fatto conto su unincontro più intimo; non aveva pattuito un

incontro a tre. Ma si controllò con modi che lasciavano intendere progettiambiziosi. Winterbourne si compiaceva di

averlo saputo valutare. "Non è un gentiluomo"si disse il giovaneamericano"ne è soltanto una buona imitazione. Sarà

un maestro di musicauno scrittorucoloun artista di terz'ordine. Maledettala sua bella faccia!". Mr Giovanelli aveva

infatti un viso molto belloma Winterbourne era fieramente indignato che lasua deliziosa compatriota non sapesse

distinguere il gentiluomo vero da quello spurio. Giovanelli chiacchieravascherzavasi rendeva assai piacevole. Se era

un'imitazioneera fatta con molta bravuranessun dubbio. "Eppure unaragazza perbene dovrebbe capirlo!"si diceva

Winterbourne. Si ripropose quindi il dilemma se quella fosse una ragazzaperbene. Una ragazza perbene - sia pure una

frivola fanciulla americana - avrebbe dato appuntamento a uno stranieropresumibilmente di bassa condizione? In

questo caso l'appuntamento si svolgevasìalla luce del giornonell'angolo più frequentato di Romama non era forse

possibile considerare la scelta di tali circostanze una prova di estremocinismo? Per quanto possa sembrare singolare

Winterbourne era contrariato che la giovaneraggiunto il suo amorosonondimostrasse maggiore insofferenza verso di

lui e verso la sua compagniaed era anche contrariato di essere contrariato.Era impossibile considerarla una signorina

inappuntabile; le mancava una certa indispensabile delicatezza. Avrebbequindi di molto semplificato le cose riuscire á

trattarla come la destinataria di una di quelle passioni che i romanzierichiamano "passioni cieche". Se avesse avuto

l'aria di volersi sbarazzare di luiWinterbourne si sarebbe sentitoincoraggiato a considerarla con maggiore leggerezza

e riuscire a considerarla con maggiore leggerezza l'avrebbe resa assai menoinquietante. Ma in questa occasione Daisy

continuò a mostrarsi una combinazione imperscrutabile di audacia einnocenza.

Passeggiava da circa un quarto d'oraaccompagnata dai due cavalieririspondendocosì parve a

Winterbournein un tono di gioia infantile ai graziosi discorsi di MrGiovanelliquandoaccanto al sentierosi fermò

una carrozza che si era staccata dal flusso del traffico. In quello stessomomento Winterbourne scorse la sua amicaMrs

Walker - dalla cui casa era venuto via poco prima - cheseduta nel veicologli faceva cenno. Allontanandosi dal fianco

di Miss Millersi affrettò a obbedire a quella convocazione. Mrs Walkerrossa in facciaaveva un'aria agitata. «È

tremenda. Quella ragazza non deve comportarsi così. Non deve passeggiare quicon due uomini. L'hanno notata

cinquanta persone».

Winterbourne sollevò le sopracciglia. «È un peccato fare troppo chiassoper una cosa del genere».

«È un peccato lasciare che si rovini da sola!».

«È molto innocente».

«È molto pazza!» esclamò Mrs Walker. «Avete mai conosciuto qualcuno piùstolto di sua madre?

Dopo che ve ne siete andati tuttior oranon riuscivo a stare ferma a forzadi pensarci. Mi semb rava deplorevole non

fare almeno un tentativo per salvarla. Ho ordinato la carrozzainfilato ilcappello e sono venuta qui in gran fretta.

Grazie al cielo vi ho trovati!».

«Che cosa proponete di farci?» chiese Winterbourne sorridendo.

«Chiederle di salire in carrozzaportarla in giro per mezz'oraperché ilmondo capisca che non è del

tutto in balia di se stessae quindi riportarla sana e salva a casa».

«Non credo che sia un'idea molto felicema potete tentare».

Mrs Walker tentò. Il giovane raggiunse Miss Miller chelimitandosi a fareun cenno e a sorridere

all'interlocutrice nella carrozzaaveva proseguito con il suoaccompagnatore. Come seppe che Mrs Walker desiderava

parlarleDaisy ritornò sui propri passi con perfetta buona grazia e con MrGiovanelli al fianco. Dichiarò di essere

lietissima di avere l'occasione di presentare il gentiluomo a Mrs Walker.Eseguì immediatamente la presentazione e

dichiarò di non avere mai visto in vita sua niente di così grazioso come lacoperta da viaggio di Mrs Walker.

«Sono contenta che vi piaccia»disse la signora con un dolce sorriso.«perché non salite? Ve la

metterò addosso».

«Oh nograzie. L'ammirerò molto di più vedendola su di voimentre giratein carrozza».

«Venite con me».

«Sarebbe deliziosoma è incantevole così!»e Daisy lanciò un'occhiataluminosa ai due signori che le

stavano uno da una parte e l'altro dall'altra.

«Sarà incantevolebambina carama non è l'usanza qui»incalzò MrsWalker sporgendosi dalla sua

vittoria a mani giunte.

«Peccato! Dovrebbe esserlo! Se non camminassimorirei».

«Dovreste andare a passeggio con vostra madrecara»esclamò la signoradi Ginevra perdendo la

pazienza.

«Con mia madre!»proruppe la giovanee Winterbourne si accorse chesubodorava un'intrusione.

«Mia madre non ha mai fatto dieci passi in vita sua. E poisapete»aggiunse ridendo«non ho più cinque anni».

«Siete abbastanza grande per essere più ragionevole. Siete abbastanzagrandemia caraperché si

chiacchieri di voi».

Daisy guardò Mrs Walker sorridendo intensamente. «Si chiacchieri di me? Checosa intendete dire?».

«Salite in carrozzae ve lo dirò».52

Daisy volse uno sguardo rapido e inquieto da uno all'altro dei signoriaccanto a lei. Mr Giovanelli

faceva inchinilisciandosi i guanti e ridendo con molto garbo; Winterbournela ritenne una scena sgradevolissima. «Non

credo di voler sapere quello che intendete dire»replicò Daisy poco dopo.«Non credo che mi farebbe piacere».

Winterbourne si auguro che Mrs Walker si avvolgesse nella sua coperta e siallontanassema non era

donna da accettare colpi di testacome gli disse in seguito. «Preferiresteessere giudicata una ragazza impudente?»

chiese.

«Santo cielo!»esclamò Daisy. Guardò di nuovo Mr Giovanelliquindi sivolse a Winterbourne. Con

un lieve rossore sulle gote era graziosissima. «Mr Winterbourne ritiene»cominciò sorridendogettando indietro il capo

e squadrandolo da cima a fondo«cheper salvare la reputazionedovreisalire in carrozza?».

Winterbourne arrossì ed ebbe un attimo di profonda esitazione. Sembravacosì strano sentirla parlare

in quel modo della sua "reputazione". Dal canto suo doveva parlaresecondo le regole della galanteria. In quel caso il

gesto più galante era di limitarsi a dire la veritàe per Winterbournecome lo hanno fatto conoscere al lettore le poche

indicazioni che sono stato capace di darela verità era che Daisy Milleravrebbe dovuto seguire il consiglio di Mrs

Walker. Osservò la sua grazia squisita; quindi con grande gentilezza disse:«Ritengo che dovreste salire in carrozza».

Daisy scoppiò a ridere con violenza. «Non ho mai sentito nulla di tantobacchettone! Se questa è una

cosa sconvenienteMrs Walker»proseguì«allora è tutto sconveniente inme. Lasciatemi perdere. Arrivedercivi

auguro una buona scarrozzata!»e si allontanò con Mr Giovanelli che feceun saluto ossequiosamente trionfante.

Mrs Walker rimase a guardarla con le lacrime agli occhi. «Salitesignore»disse a Winterbourne

indicando il posto accanto a lei. Il giovane rispose di sentirsi in obbligodi accompagnare Miss Milleral che Mrs

Walker dichiarò che non gli avrebbe più rivolto la parolase le avesserifiutato quel favore. Era chiaro che parlava sul

serio. Winterbourne raggiunse Daisy e il suo compagno eoffrendo la manoalla giovanele disse che Mrs Walker

esigeva imperiosamente la sua compagnia. Si aspettava cheper tuttarispostala ragazza facesse qualche commento

pungentequalcosa che confermasse ancora di più quell"'impudenza"dalla quale Mrs Walker si era tanto adoperata per

dissuaderla. Si limitò invece a stringergli la manoguardandolo appenamentre Mr Giovanelli lo congedava con un

arabesco fin troppo enfatico del cappello.

Nel prendere posto sulla vittoria di Mrs WalkerWinterbourne non eradell'umore mig liore. «Non è

stata una mossa abile da parte vostra»le disse con candorementre lacarrozza rifluiva nella calca dei veicoli.

«In casi del genere non desidero essere abiledesidero essere schietta!».

«La vostra schiettezza è servita soltanto a offenderla e a sconcertarla».

«È andata a meraviglia. Se è tanto decisa a compromettersiprima lo sisameglio è. Si può agire di

conseguenza».

«Non aveva cattive intenzionicredo»aggiunse Winterbourne.

«Lo pensavo anch'io un mese fa. Ma è andata troppo in là».

«Che cosa ha fatto?».

«Tutto quello che non si deve fare. Civettare con tutti gli uomini cheraccatta; starsene seduta in un

angolino con italiani misteriosi; ballare per tutta la serata con lo stessocavaliere; ricevere visite alle undici di sera.

Quando arrivano i visitatorisua madre si ritira».

«Ma suo fratello»obiettò Winterbourne ridendo«sta levato fino amezzanotte».

«Deve essere edificante quello che vede. Mi hanno raccontato che in albergoparlano tutti di leiche

un sorriso corre fra i camerieri quando arriva un signore a chiedere di MissMiller».

«Che vadano sulla forca i camerieri!» sbottò Winterbourne con rabbia.«L'unica colpa della poverina»

aggiunse subito dopo«è di essere incolta».

«È maleducata per natura»dichiarò Mrs Walker. «Prendete questamattinaper esempio: per quanto

tempo l'avete conosciuta a Vevey?».

«Un paio di giorni».

«Figurateviallora! Fare una questione personale del fatto che ve ne sieteandato!».

Winterbourne rimase in silenzio per qualche momentoquindi disse: «Ho ilsospettoMrs Walkerche

voi e io siamo vissuti a Ginevra troppo a lungo!». E continuò chiedendolese ci fosse stata una ragione particolare per

farlo salire in carrozza.

«Desideravo chiedervi di interrompere il vostro rapporto con Miss Miller -di non corteggiarla - di non

darle altre occasioni di esporsi - in brevedi lasciarla sola».

«Non posso farlotemo. Mi piace moltissimo».

«Ragione di più per non assecondarla nello scandalo».

«Non ci sarà nulla di scandaloso nelle mie attenzioni verso di lei».

«Ci sarà nel modo con cui saranno accoltequesto è sicuro. Ma ho dettoquello che avevo sulla

coscienza»proseguì Mrs Walker. «Se desiderate raggiungere la signorinavi farò scendere. Eccoè il momento

buono».

La carrozza attraversava quella parte dei giardini del Pincio che sovrastanole mura di Roma e si

affacciano sulla splendida Villa Borghese. È delimitata da un ampioparapettofiancheggiato da vari sedili. Uno di

questia una certa distanzaera occupato da un gentiluomo e da una signorache Mrs Walker indicò con un movimento

della testa. In quello stesso momento i due si levarono per avvicinarsi alparapetto. Winterbourneche aveva chiesto al

cocchiere di fermarsiscese dalla carrozza. La sua compagna lo fissò per unattimo in silenzioquindimentre egli si53

levava il cappellosi allontanò con aria maestosa. Winterbournefermo inpiedisi era girato verso Daisy e il suo

cavaliere. Era evidente che non avevano occhi per nessuno; erano troppoassorti l'uno nell'a ltra. Quando raggiunsero il

muretto basso del giardinosi fermarono un istante a guardare l'ammasso dipini dalle chiome piatte di Villa Borghese

quindi Giovanelli si sedette con disinvoltura sull'ampio bordo del parapetto.Davanti a loro il sole al tramonto mandava

fasci luminosi attraverso la coltre delle nuvolee a questo punto ilcompagno di Daisy le tolse di mano l'ombrellino e lo

aprì. La giovane si avvicinò un pochino ed egli glielo ressepoisemprereggendolose lo appoggiò sulla spalla sicché

le due teste furono nascoste allo sguardo di Winterbourne. Il giovaneindugiò per un attimoquindi si avviò. Ma non si

diresse verso la coppia con l'ombrellino; si incamminò verso l'abitazione disua ziaMrs Costello.

IV

Si illuseil giorno successivoche non ci fossero sorrisi fra i camerieriquando alla fine andò a

chiedere di Mrs Miller all'albergo. La signora e la figlia non eranoperònelle loro stanzee il giorno doporipetendo la

visitaWinterbourne ebbe di nuovo la sfortuna di non trovarle. Ilricevimento di Mrs Walker ebbe luogo la sera del

terzo giorno emalgrado la freddezza del loro ultimo colloquioWinterbourneera fra gli ospiti. Mrs Walker era una di

quelle gentildonne americane cherisiedendo all'esterosi propongonoperusare la loro espressionedi studiare la

società europeae in questa occasione aveva raggruppato numerosi esemplariumani che servisseroper così direda

libro di testo. Daisy Miller non era ancora arrivataquando vi giunseWinterbournema dopo pochi attimi vide entrare

sua madre con aria timida e sgomenta. I capellisopra le tempie scoperteerano più arricciati che mai. Mentre si

avvicinava a Mrs Walkeranche Winterbourne vi si accostò.

«Vedo che siete venuto da solo»disse la povera Mrs Miller. «Sono cosìspaventata; non so che cosa

fare; è la prima volta che vengo da sola a un ricevimento:. Specie in questopaese. Volevo portare Randolph o Eugenio

o qualcunoma Daisy mi ha cacciata quilasciandomi a me stessa. Non sonoabituata ad andare in giro da sola».

«Vostra figlia non intende onorarci della sua compagnia?»chiese MrsWalker in tono maestoso.

«Daisy è vestita di tutto punto»disse Mrs Miller con l'accento dellostorico imparzialese non

imperturbabileche sempre usava per registrare i fatti della carriera dellafiglia. «Prima di cena era vestita di tutto punto

per venirema è arrivato un suo amicoquel signore - quell'italiano chelei vuole portare qui. Una volta messi al

pianofortepareva che non potessero staccarsene. Mr Giovanelli cantasplendidamente. Arriveranno fra poco

immagino»concluse Mrs Miller in tono fiducioso.

«Mi dispiace che venga... in tale modo»disse Mrs Walker.

«Gliel'ho ben detto che non aveva senso vestirsi di tutto punto prima dicena se intendeva aspettare tre

ore»replicò la mamma di Daisy. «Non vedevo il motivo di mettersi unabito come quello per starsene poi con Mr

Giovanelli».

«È orribile!»esclamò Mrs Walker girandosi e rivolgendosi aWinterbourne. «Elle s'affiche. Si

vendica perché mi sono azzardata a farle le mie rimostranze. Quandoarriverànon le rivolgerò la parola».

Daisy giunse che erano passate le undicima non erain tale occasionelasignorina che aspetta di

sentirsi rivolgere la parola. Avanzò con l'abito che le frusciavaradiosamente bellasorridendo e chiacchierandocon in

mano un grande mazzo di fioriaccompagnata da Mr Giovanelli. Tutti smiserodi parlare per voltarsi a guardarla. Si

diresse subito verso Mrs Walker. «Avrete pensato che non sarei venutatemo;per questo ho mandato la mamma ad

avvertirvi. Volevo che Mr Giovanelliprima di veniresi esercitasse inalcune canzoni; canta meravigliosamente

sapetee voglio che gli chiediate di cantare. Questo è Mr Giovanelli; vel'ho già presentato; ha una voce deliziosa e

conosce canzoni incantevoli. L'ho costretto di proposito a ripassarle questasera; ci siamo divertiti moltissimo in

albergo». Tutto questo Daisy lo snocciolò a voce chiaradolce e vivaceguardando ora la padrona di casaora la stanza

intornoe dandosi nel frattempo dei colpettini sulle spalle per aggiustarsigli orli dell'abito. «C'è qualcuno che

conosco?»chiese.

«Penso che vi conoscano tutti!»disse Mrs Walker in tono significativo esalutò molto

sbrigativamente Mr Giovanelli. Questo signore si comportò con galanteria:sorridevasi inchinavamostrava i denti

candidisi arricciava i baffiroteava gli occhieseguendo tutto quanto siaddice a un bell'italiano nel corso di un

ricevimento. Cantò con molto garbo una mezza dozzina di canzonisebbene MrsWalkerin seguitodichiarasse di non

essere riuscita in nessun modo a scoprire chi glielo avesse chiesto. Non erastata Daisy a impartirgli l'ordine. Seduta a

una certa distanza dal pianoforteDaisy chiacchierò con voce nient'affattoimpercettibile per tutta la durata

dell'esecuzionepur avendo professato pubblicamenteper così diregrandeammirazione per quella voce.

«È un peccato che queste stanze siano tanto piccole; non potremo ballare»disse a Winterbourne

come se lo avesse visto appena cinque minuti prima.

«Non mi dispiace che non si possa ballare. Io non ballo».

«Nonaturalmente non ballate; siete troppo compassato»disse Daisy. «Miauguro che vi siate

divertito a passeggiare in carrozza con Mrs Walker».

«Nonon mi sono divertito; preferivo camminare con voi».

«Abbiamo fatto coppia; è stato molto meglio. Avete sentito con qualeimpudenza Mrs Walker

insisteva per farmi salire in carrozza e piantare in asso il povero MrGiovanelli con il pretesto delle convenienze? Come

tutti la pensano in modo diverso! Sarebbe stato un gesto assai villano; dadieci giorni parlava di quella passeggiata».54

«Non avrebbe dovuto parlarvene affatto. A una giovane del suo paese nonavrebbe mai proposto di

passeggiare con lui per la strada».

«Per la strada?»dis se Daisy sgranando gli occhi graziosi. «Dove allorale avrebbe proposto di andare

a passeggio? Il Pincio non è una stradaegrazie al cielonon sono unagiovane di questo paese. Le signorine di questo

paeseda quanto ho capitofanno una vita uggiosissima. Non vedo perchédovrei mutare le mie abitudini per loro».

«Le vostre abitudinitemosono quelle di una civetta»disse Winterbournecon gravità.

«Sicuro che lo sono»esclamò lei tornando a dargli un'occhiata scherzosa.«Sono una tremenda

terribile civetta! Avete mai sentito che una ragazza graziosa non lo fosse?Ma mi diretesuppongoche io non sono

graziosa».

«Siete graziosissimama vorrei che civettaste con mecon me soltanto».

«Ah! Graziegrazie tantissime. Siete l'ultimo uomo con il quale penserei difarlo. Come ho avuto il

piacere di comunicarvisiete troppo compassato».

«Lo dite troppo spesso».

Daisy si abbandonò a una risata compiaciuta. «Se avessi la dolce speranzadi farvi arrabbiarelo direi

ancora».

«Non fatelo; quando sono arrabbiatosono più compassato che mai. Ma se nonvolete civettare con

mesmettete almeno di civettare con il vostro amico al pianoforte. La gentenon capisce queste cose».

«Pensavo che non capisse altro!»esclamò Daisy.

«Non lo ammette in una giovane donna non sposata».

«Mi sembra assai più decoroso in una giovane non sposata che in una vecchiasposata»dichiarò

Daisy.

«Quando frequentate la gente del postodovete adeguarvi ai loro costumi.Civettare è un costume

tipicamente americano; non esiste qui. Quandoperciòvi mostrate inpubblico con Mr Giovanelli e senza vostra

madre...».

«Santo cielo! Povera mamma!»interloquì Daisy.

«Se anche voi civettatenon lo fa Mr Giovanelli; ha altre intenzioni».

«Non fa la predica in ogni caso»rispose Daisy con vivacità. «E seproprio volete saperlonessuno dei

due civetta con l'altro. Siamo troppo buoni amici per farlo; siamo amicimolto stretti».

«Se siete innamoratiallora è un'altra storia»replicò Winterbourne.

Fino a quel punto lo aveva lasciato parlare con tanta franchezza cheWinterbourne non si sarebbe

aspettato di turbarla con quella frasema Daisy si alzò di scattoarrossendo visibilmente e lasciandolo a dirsi fra sé che

le civettine americane erano le creature più bizzarre del mondo. «MrGiovanelliperlomenonon mi dice cose tanto

sgradevoli»rispose lanciando al suo interlocutore un'occhiataccia.

Winterbourneattonitosi alzò con gli occhi sgranati. Mr Giovanelli avevafinito di cantare e

allontanatosi dal pianofortesi avvicinò a Daisy. «Non volete venirenell'altra stanza a prendere del tè»chiese

chinandosi davanti a lei con il suo miglior sorriso.

Daisy si volse verso Winterbournericominciando a sorridere. Era ancora piùperplesso perché quel

sorriso illogico non chiariva nullasebbene sembrasse dimostrareinveroche Daisy possedeva una dolcezza e una

gentilezza che la portavano istintivamente a perdonare le offese. Non è maivenuto in mente a Mr Winterbourne di

offrirmi del tè»disse stuzzicandolo un po'.

«Vi ho offerto dei consigli»replicò Mr Winterbourne.

«Preferisco un po' di tè debole!»esclamò Daisy allontanandosi con ilbrillante Giovanelli. Per il resto

della serata rimase seduta con lui nella stanza adiacentenel vano dellafinestra. Ci fu un'interessante esecuzione al

pianofortema nessuno dei due vi prestò attenzione. Quando Daisy andò acongedarsi dalla padrona di casaMrs

Walker pose coscienziosamente rimedio alla debolezza di cui si era resacolpevole all'arrivo della giovane. Voltandole

le spallelasciò che Miss Miller se ne andasse con tutta la grazia che leera possibile. Winterbournein piedi vicino alla

portase ne avvide. Daisy si volse pallidissima guardando sua madrema MrsMillerumilmente inconsapevole di

qualsiasi violazione delle consuete regole socialipareva anzi provarel'incongruo impulso ad attirare l'attenzione sul

fatto che lei le osservava rigorosamente. «Buona notteMrs Walker»disse«abbiamo avuto una serata deliziosa.

Vedetese permetto a Daisy di andare ai ricevimenti senza di menon voglioche se ne vada via senza di me». Daisy si

volse guardando con un viso pallido e grave le persone in cerchio davantialla porta; Winterbourne si accorse chein

quel primo momentoera troppo turbata e assorta perfino per provareindignazione. Dal canto suo egli era molto

commosso.

«È stato un gesto crudele»disse a Mrs Walker.

«Non rimetterà mai più piede nel mio salotto»replicò la padrona dicasa.

Poiché non l'avrebbe incontrata nel salotto di Mrs WalkerWinterbourne sirecava il più spesso

possibile nell'albergo di Mrs Miller. Le signore c'erano di radoma quandole trovavaera sempre presente il devoto

Giovanelli. Molto di frequente il piccoloraffinato romano era da solo nelsalotto con Daisyvisto che evidentemente

Mrs Miller era sempre dell'avviso che la discrezione fosse l'anima dellasorveglianza. Winterbourne notòin un primo

tempo con sorpresache in queste occasioni Daisy non era mai imbarazzata oseccata di vederloma ben presto gli

parve che la giovane non avesse più sorprese in serbo per lui; nel suocomportamento non restava che prevedere

l'imprevedibile. Non manifestava alcun disappunto che fosse stato interrottoil suo tête-à-tête con Mr Giovanelli;55

continuava a chiacchierare con la stessa freschezza e libertà con duesignori come con uno; nella sua conversazione

c'era sempre la stessa strana mescolanza di audacia e puerilità.Winterbourne osservava fra sé chese Daisy aveva per

Giovanelli un interesse autenticoera ben singolare che non si adoperasse dipiù per proteggere la santità dei loro

colloqui. E sempre di più gli piacevano l'innocente indifferenza el'inesauribile buon umore. Non avrebbe saputo dirne

la ragionema gli sembrava che quella ragazza non sarebbe mai stata gelosa.A rischio di suscitare nel lettore un sorriso

quasi di schernoposso affermare chenei confronti delle donne che loavevano interessato fino a quel momento

Winterbourne aveva spesso pensato fra le varie possibilità chedate certecircostanzeavrebbe potuto aver paura -

letteralmente paura - di tali signore. Aveva la piacevole sensazione che nonavrebbe mai dovuto aver paura di Daisy

Miller. Va aggiunto che questo sentimento non era del tutto lusinghiero versoDaisy Miller; faceva parte della sua

convinzioneo meglio della sua apprensioneche si sarebbe dimostrata unagiovanetta assai leggera.

Ma evidentemente Daisy aveva un grande interesse per Giovanelli. Lo guardavasempre mentre

parlava; gli diceva in continuazione di fare questo e di fare quello;costantemente lo "prendeva in giro" e lo oltraggiava.

Sembrava del tutto dimentica del fatto che Winterbourne avesse detto qualcosadi spiacevole al ricevimento di Mrs

Walker. Una domenica pomeriggio in cui aveva accompagnato sua zia a SanPietroWinterbourne scorse Daisy che

gironzolava per la chiesa in compagnia dell'inevitabile Giovanelli. Indicòsubito la giovane con il suo cavaliere a Mrs

Costello chedopo averli osservati per un attimo attraverso l'occhialinodisse:

«È per questo che sei così pensieroso in questi giornieh?».

«Non avevo la minima idea di essere pensieroso».

«Sei molto preoccupato; stai pensando a qualcosa».

«A che cosa mi accusi di pensare?».

«Alla tresca di quella signorinaMiss BakerMiss Chandlercom'è che sichiama? Miss Miller con

quel piccolo tirapiedi di barbiere».

«Chiami tresca una relazione così alla luce del sole?».

«È la loro follianon il loro merito».

«No»rispose Winterbourne con quella pensosità cui aveva alluso sua zia.«A mio avviso non c'è

nulla che si possa chiamare tresca».

«Ne ho sentito parlare da dozzine di persone; dicono tutti che sia infatuatadi lui».

«Sono di certo amici intimi».

Mrs Costello esaminò di nuovo la coppia con il suo strumento ottico. «Luiè molto bello. È facile

capire come stiano le cose. Lei è convinta che sia l'uomo più elegante delmondoil gentiluomo più fine. Non ne ha mai

conosciuto uno così; è perfino migliore del loro accompagnatore. Saràstato l'accompagnatore a presentarglielo; si farà

avanti per avere una bella provvigione se il suo compare riesce a sposare lasignorina».

«Non credo che pensi di sposarloe non credo che lui speri di sposarla».

«Sta' pur sicuro che lei non pensa a nulla. Vive di giorno in giornodi orain oracome facevano

nell'età aurea. Non riesco a immaginare nulla di più volgare»aggiunseMrs Costello. «Aspettati che da un momento

all'altro ti dica di essere "fidanzata"».

«Secondo me è più di quanto non si aspetti Giovanelli».

«Chi è Giovanelli?».

«Il piccolo italiano. Mi sono informato su di lui e sono venuto a saperealcune cose. A quanto pareè

un ometto rispettabilissimo. Nel suo piccolo è un cavaliere avvocatocredoma non si muove nelle cosiddette alte sfere.

Non è da escludere che sia stato l'accompagnatore a presentarlo. Chiaro cheè affascinato da Miss Miller. Se lei lo

considera il gentiluomo più fine del mondoeglidal canto suonon si èmai trovato in rapporti stretti con una signorina

più splendidapiù ricca e dispendiosa. E senz'altro gli sembrerà moltograziosa e interessante. Dubito che insegua il

sogno di sposarla; lo considererà un colpo di fortuna improponibile. Non hada offrire altro che una bella facciae nella

misteriosa terra del dollaro c'è un abbiente Mr Miller. Giovanelli sa di nonavere un titolo da offrire. Fosse stato almeno

un conte o un marchese! Probabilmente è attonito per come è statoaccolto!».

«Ne attribuisce il merito alla sua bella facciaconvinto che Miss Millersia una signorina qui se passe

ses fantaisies!».

«Vero è»continuò Winterbourne«che Daisy e la sua mamma non hannoancora raggiunto quello

stadio di - come dire? - di cultura in cui balena l'idea di accalappiarsi unconte o un marchese. Secondo mesono

intellettualmente incapaci di un tale progetto».

«Ahma il cavaliere non lo sa».

Dei commenti suscitati dalla "tresca" di DaisyWinterbourneraccolse sufficienti prove quel giorno a

San Pietro. Una dozzina di membri della colonia americana a Roma venne achiacchierare con Mrs Costelloseduta sul

seggiolino portatile alla base di uno dei grandi pilastri. Nel coro adiacentesi officiava il vespro fra splendidi canti e note

d'organo; nel frattempo fra Mrs Costello e i suoi amici si faceva un grandire che la povera piccola Miss Miller andava

davvero "troppo in là". A Winterbourne non piacevano affatto lecose che sentivama quandouscendo sulla grande

gradinata della chiesavide Daisysbucata prima di luiche saliva in unacarrozza scoperta con il suo complice e si

allontanava per le ciniche strade di Romanon poté negare a se stesso chela ragazza andava davvero molto in là. Era

dispiaciuto per leinon perché credesse che avesse perso la testamaperché era doloroso vederla inquadrata in una

posizione volgare nelle categorie del disordinelei che era graziosainermespontanea. Fece in seguito un tentativo di

accennarne a Mrs Miller. Incontròun giornosul Corso un amico- anche luiturista - appena uscito da Palazzo Doria56

dove aveva visitato la splendida galleria. L'amico per un momento gli parlòdel superbo ritratto di Innocenzo X del

Velazquezappeso in una saletta del palazzo; quindi gli disse: «Nellastessa salettaa propositoho avuto il piacere di

contemplare un quadro di tipo diverso: la graziosa americana che mi haiindicato la scorsa settimana». Rispondendo alle

domande di Winterbournel'amico gli raccontò che la graziosa americana -più graziosa che mai - sedeva con un

signore nella nicchia appartata dove è conservato il grande ritratto papale.

«Chi era il signore?».

«Un piccolo italiano con alcuni fiorellini all'occhiello. La ragazza èincantevolema l'altro giorno mi

era sembrato di capire da te che fosse una signorina du meilleur monde».

«Lo è!»rispose Winterbourne erassicuratosi che il suo informatoreavesse visto Daisy e il suo

compagno appena cinque minuti primasaltò su una carrozza per recarsi daMrs Miller. La trovò in albergoe lei si

scusò per riceverlo in assenza di Daisy.

«È uscita con Mr Giovanelli. È sempre in giro con Mr Giovanelli».

«Ho notato che sono molto intimi»osservò Winterbourne.

«Ohsembra che non possano vivere l'una senza l'altro!

È un vero gentiluomo comunque. Continuò a dire a Daisy che è fidanzata!».

«Che cosa dice Daisy?».

«Ohche non è fidanzata. Ma potrebbe ben esserlo!»riprese l'imparzialegenitrice. «Si comporta

come se lo fosse. Ma mi sono fatta promettere da Mr Giovanelli di dirmeloluise non lo fa lei. Dovrei scriverne a Mr

Millervero?».

Winterbourne rispose che sarebbe stato opportuno; l'atteggiamento di MrsMiller gli sembrava così

nuovo negli annali della vigilanza parentale che rinunciò al tentativo dimetterla in guardiaconsiderandolo del tutto

inutile.

Daisy non era mai in albergoe Winterbourne smise di incontrarla a casadelle comuni conoscenze

perché - se ne accorse - queste avvedute persone avevano ormai deciso cheandava troppo in là. Smisero di invitarla

lasciando capire agli europei ortodossi il loro desiderio di annunciare unagrande verità: Daisy Miller erasìuna

signorina americanama il suo comportamento non era emblematicoanzi eraconsiderato anomalo dai suoi stessi

compatrioti. Winterbourne si chiedeva che cosa provasse Daisy davanti a tuttaquella gente che freddamente le voltava

le spalle; a tratti lo irritava il sospetto che forse non provasse nulla. Sidiceva che era troppo leggera e infantiletroppo

incolta e sventatatroppo provincialeper avere riflettuto suquell'ostracismo o perfino per averlo notato. In altri

momenti si convinceva che in quella sua personcina elegante e irresponsabilesi annidasse una coscienza ribelle

appassionatarigorosamente attenta all'impressione che produceva. Sichiedeva se la sfida di Daisy scaturisse dalla

consapevolezza dell'innocenza o dal fatto di essere sostanzialmenteun'irresponsabile. Si deve ammettere che ostinarsi a

credere «nell'innocenza» di Daisy finì per sembrare a Winterbourne semprepiù una questione di capziosa galanteria.

Come ho già avuto occasione di direera arrabbiato con se stesso peressersi tanto arrovellato su quella signorina; lo

turbava di non riuscire a capire istintivamente fino a che punto quelleeccentricità fossero generichenazionali e fino a

che punto fossero personali. Non era riuscito a coglierne la verità sottonessuno dei due profilie ormai era troppo tardi.

Era "infatuata" di Mr Giovanelli.

Alcuni giorni dopo il breve colloquio con la madreincontrò Daisy in quellastupenda dimora di

desolazione lussureggiante nota come il Palazzo dei Cesari. La precoceprimavera romana riempiva l'aria di germogli e

profumie lo scabro terreno del Palatino era avvolto in una tenera verzura.Daisy passeggiava in cima a uno di quei

grandi cumuli di rovine arginati da marmo muschioso e lastricati coniscrizioni monumentali. Gli parve che Roma non

fosse mai stata così deliziosa. Rimase a osservare l'incantevoleremotaarmonia di linee e colori che all'orizzonte

chiudeva la cittàassaporando gli odori mollemente umidiconsapevole chela giovinezza dell'anno e l'antichità del

luogo si imponevano in una misteriosa mescolanza. Gli parve che Daisy nonfosse mai stata tanto graziosama questa

era un'osservazione che faceva ogni volta che la incontrava. Giovanelli leera accantoe anche Giovanelli aveva un'aria

insolitamente raggiante.

«Mi sembrate solo !»disse Daisy.

«Solo?» chiese Winterbourne.

«Ve ne andate sempre in giro per conto vostro. Non trovate nessuno chepasseggi insieme a voi?».

«Non sono fortunato come il vostro cavaliere».

Fin dall'inizio Giovanelli aveva trattato Winterbourne con squisita cortesiaascoltava le sue

osservazioni con aria deferente; rideva con scrupolo cerimonioso alle suearguzie; sembrava desideroso di dimostrare

che riteneva Winterbourne un giovanotto superiore. Non si comportava affattocome un corteggiatore geloso; aveva

ovviamente molto tatto; non aveva obiezioni a che ci si aspettasse da lui uncontegno umile. A volte Winterbourne

pensava addirittura che Giovanelli avrebbe provato un certo sollievo in unincontro a tu per tu con luiper dirglida

giovane intelligentechesanto cielo!egli sapeva bene che la signorinaera straordinaria e non si lusingava con

speranze illusorie - o perlomeno troppo illusorie - di matrimonio e dollari.In questa particolare occasione si allontanò

dalla sua compagna per cogliere un rametto di mandorlo in fiore che con curainfilò all'occhiello.

«So perché parlate così»disse Daisy fissando Giovanelli. «Perchépensate che vada troppo in giro

con lui!»e con un cenno del capo indicò il suo accompagnatore.

«Lo pensano tutti... se vi interessa saperlo57

«Naturalmente mi interessa saperlo !»esclamò Daisy in tono serio. «Manon ci credo. Fingono

soltanto di essere turbati. Non gliene importa nulla di quello che faccio.Inoltre non vado in giro troppo».

«Secondo mescoprirete che a loro importa. Ve lo faranno capire... in modosgradevole».

Daisy lo guardò per un attimo. «Quanto... sgradevole?».

«Non avete notato nulla?» chiese Winterbourne.

«Ho notato voi. Ma che eravate rigido come un ombrello lo notai la primavolta che vi vidi».

«Scoprirete che sono meno rigido di molti altri»disse Winterbournesorridendo.

«Come lo scoprirò?».

«Andando a fare loro visita».

«Che cosa mi faranno?».

«Vi volteranno le spalle con freddezza. Lo sapete quello che vuole dire.».

Daisy lo guardava intenta; cominciava ad arrossire. «Come Mrs Walker l'altrasera?».

«Esattamente!».

Guardò Giovanelli cheun po' distantesi ornava con i fiori di mandorlo.Quinditornando a posare lo

sguardo su Winterbournedisse: «Non dovreste permettere loro di esseretanto sgarbati!».

«Come posso evitarlo?».

«Dovreste dire qualcosa».

«Dirò qualcosa»e dopo una breve pausa aggiunse: «Dirò chesecondovostra madresiete fidanzata.

Me l'ha detto lei».

«Sìlo pensa»rispose Daisy con semplicità.

Winterbourne prese a ridere. «Lo pensa anche Randolph?».

«Secondo meRandolph non pensa niente». Lo scetticismo di Randolphstimolò ancora di più l'ilarità

di Winterbourne; si accorse che Giovanelli stava tornando da loro. Daisynotandolo anche leisi rivolse al suo

compatriota. «Dato che avete toccato l'argomentoio sono fidanzata...».Winterbourne la guardò: aveva smesso di

ridere. «Non ci credete!»aggiunse lei.

Rimase in silenzioquindi disse: «Sìci credo!».

«Ohnonon ci credete»rispose Daisy. «Be'io... non lo sono!».

La giovane e il suo cicerone si avviarono verso il cancello del recintoeWinterbourneche vi era già

entratopoco dopo si accomiatò da loro. Una settimana più tardi andò acena in una bellissima villa sul Celio earrivato

licenziò la carrozza presa a nolo. La serata era deliziosa e si ripromettevala gioia di rincasare a piedi passando sotto

l'arco di Costantinoaccanto ai monumenti fiocamente illuminati del Foro. Incielo c'era una luna calantecon una luce

non radiosavelata da una lieve cortina di nubi che parevano diffondere ilchiarore in modo uniforme. Di ritorno dalla

villa (erano le undici)nell'avvicinarsi alla fosca mole circolare delColosseoa Winterbourne venne in mentequasi

fosse un amante dell'insolitoche sarebbe valsa la pena di dare un'occhiataall'interno sotto il pallido chiarore lunare.

Girò di lato dirigendosi verso una delle arcate vuoteaccanto alla qualenotò che era ferma una carrozza apertauno dei

soliti calessi romani. Entrò fra le ombre cavernose dell'imponente monumentoper emergere nell'arena vuota e

silenziosa. Quel luogo non gli era mai sembrato tanto suggestivo. Una metàdel gigantesco circo era immersa

nell'ombra; l'altra si adagiava assopita nella penombra luminosa. Mentrestava lìcominciò a mormorare i famosi versi

di Byron dal Manfredimaprima di avere finito la citazionericordò che le meditazioni notturne nel Colosseose pure

sono raccomandate dai poetisono deprecate dai medici. L'atmosfera storicaera lìdi sicuromada un punto di vista

scientificol'atmosfera storica era un abominevole miasma. Winterbourneraggiunse il centro dell'arena per dare

un'occhiata più ampiacon l'intenzione quindi di ritirarsi in gran fretta.La grande croce nel mezzo era avvolta

nell'ombra; soltanto quando fu vicinoriuscì a distinguerla con chiarezza.Scorse allora due persone ferme sui bassi

gradini della base. Una di queste era una figura di donnaseduta; in piedidavanti a leistava il suo compagno.

Poco dopogli giunse distintonella tiepida aria notturnail suono di unavoce femminile. «Ci guarda

come forse tanto tempo fa i leoni e le tigri guardavano i martiricristiani!». Furono queste le parole che udì nell'accento

familiare di Miss Daisy Miller.

«Speriamo che non sia affamato»rispose lo scaltro Giovanelli. «Prenderàprima me; voi sarete il

dolce!».

Winterbourne si fermò in preda a una sorta di orrore eva aggiuntocon unasorta di sollievoquasi

che sull'ambiguità del comportamento di Daisy si fosse accesa una specie diluce improvvisae l'enigma fosse diventato

semplice da decifrare. Era una signorina che un gentiluomo non deve prendersila briga di rispettare. Rimase a

guardarlaa guardare il suo compagnosenza riflettere sul fatto di esserecon ogni probabilità ben visibilesebbene li

scorgesse vagamente. Era arrabbiato con se stesso per essersi dato tanta penaper giudicare correttamente Miss Daisy

Miller. Poimentre stava per farsi di nuovo avantisi trattennenon per iltimore di farle un'ingiustiziama per non

correre il rischio di apparire disdicevolmente esilarato dopo ched'untrattosi era dissipata ogni remora a essere cauto

nella disapprovazione. Si volse verso l'entratamanel farlosentì dinuovo Daisy che parlava.

«Perbaccoè Mr Winterbourne! Mi ha vista... e mi ignora!».

Che furba bricconcella era e con quanta finezza si atteggiava a innocenteoltraggiata! Ma non

l'avrebbe ignorata. Winterbourne avanzò di nuovomuovendo verso la grandecroce. Daisy si era alzata; Giovanelli si

levò il cappello. Winterbourne pensava soltanto alla folliada un punto divista sanitariodi gironzolare - lei così

delicata - in un nido di malaria. E se anche fosse stata una furbabricconcella?».58

Non era una ragione perché morisse di perniciosa. «Da quanto temposiete qui?» chiese quasi con

brutalità.

Deliziosa in quella lusinghiera luce lunarelo guardò per un attimo.«Tutta la sera»rispose poi. «Non

ho mai visto niente di così incantevole».

«Temo che non troverete incantevole la malaria»disse Winterbourne. «Ècosì che la si prende. Mi

stupisco»aggiunse rivolgendosi a Giovanelli«che voiun romanoabbiateincoraggiato tanta imprudenza».

«Ahnon ho paura per me»disse l'avvenente romano.

«Neanch'io... per voi! Mi riferisco alla signorina».

Giovanelli sollevò le belle sopracciglia e mostrò i denti brillanti. Maaccettò docilmente il rimprovero

di Winterbourne. «L'ho detto alla Signorina che era una graveimprudenzama è stata mai prudente la signorina?».

«Non mi sono mai ammalatae non intendo farlo!» dichiarò la Signorina.«Non ho l'aria robustama

lo sono! Dovevo vedere il Colosseo al chiaro di luna. Non voglio ritornare acasa senza averlo fattoed è stato

bellissimo. Non è cosìMr Giovanelli? Se c'è del pericoloEugenio puòdarmi qualche pillola. Ne ha di meravigliose».

«Vi consiglierei di rientrare in fretta a prenderne una»disseWinterbourne.

«È molto avveduto quello che dite»rispose Giovanelli. «Vado adaccertarmi che la carrozza sia

vicina». E si allontanò rapidamente. Daisy lo seguì insieme a Winterbourneche continuava a guardarla: non sembrava

affatto in imbarazzo. Winterbourne non disse nulla; Daisy cicalava sullabellezza del luogo. «Ho visto il Colosseo al

chiaro di luna!» esclamò. «Che gioia!». Notando il silenzio diWinterbournegli chiese perché non parlasse. Questi

senza risponderesi limitò a scoppiare a ridere. Passarono sotto una dellebuie arcate; Giovanelli era davanti con` la

carrozza. Daisy si fermò per un momentoguardando il giovane americano:«Avete creduto che fossi fidanzata l'altro

giorno?»chiese.

«Che importa quello che ho creduto l'a ltro giorno?»rispose Winterbournecontinuando a ridere.

«Che cosa credete adesso?».

«Credo che faccia assai poca differenza che siate fidanzata o meno!».

Nella fitta penombra dell'arcata sentiva fissi su di sé i deliziosi occhidella giovane; evidentemente

aveva intenzione di rispondere. Ma Giovanelli arrivò di corsa. «Prestoprestose rientriamo entro mezzanottesaremo

al sicuro».

Daisy prese posto nella carrozza e il fortunato italiano le si sedetteaccanto. «Non dimenticate le

pillole di Eugenio !»disse Winterbourne levandosi il cappello.

«Non m'importa se ho la malaria o no!»disse Daisy con una strana vocina.Il cocchiere diede un

colpo di frusta e si allontanarono sull'antico lastricato rattoppato.

Winterbourne-per fargli giustiziadicia mo così - non accennò a nessuno diavere incontrato a

mezzanotte Miss Miller con un signore al Colosseo; eppureun paio di giornipiù tardiil fatto che ci fosse stata era noto

a tutta la piccola cerchia di americani e commentato di conseguenza.Winterbourne concluse che fossero venuti a

saperlo all'albergo e cheal ritorno di Daisyci fosse stato uno scambio dibattute fra il portiere e il vetturino. Ma nello

stesso tempo il giovane era consapevole di non provare più rammarico chesulla piccola civetta americana

spettegolassero quei gretti domestici. Uno o due giorni più tardiquellastessa gente aveva una grave notizia da dare: la

piccola civetta americana era ammalata in modo allarmante. Quando la dicerialo raggiunseWinterbourne si recò

immediatamente all'albergo per saperne di più. Scoprì che lo avevanopreceduto due o tre amici comprensivie che nel

salone di Mrs Miller li intratteneva Randolph. «Andare in giro di notte:ecco quello che l'ha fatta ammalare»diceva

Randolph. «Va sempre in giro di notte. Come fa a piacerle... c'è un buiopestifero. Qui non si vede nulla di nottesalvo

quando c'è la luna. In America c'è sempre la luna!». Mrs Miller erainvisibile: almeno ora dava alla figlia il sostegno

della sua presenza. Era chiaro che Daisy era gravemente malata.

Winterbourne si recava spesso a chiedere sue notizie; incontrò una volta MrsMiller cheseppure

molto allarmataera - con sua grande meraviglia - controllata e composta ecome risultava chiaroun'infermiera

efficiente e assennata. Parlò per un bel po' del dottor DavismaWinterbourne le fece mentalmente il complimento

dicendosi chedopo tuttonon era un'oca mostruosa. «Daisy parlava di voil'altro giorno. Per metà del tempo non sa

quello che dicema credo che questa volta lo sapesse. Mi ha affidato unmessaggio; mi ha detto di dirvelodi dirvi che

non è mai stata fidanzata con quel bell'italiano. Ne sono felicissimaquesto è sicuro. Mr Giovanelli non è mai venuto da

quando Daisy si è ammalata. Pensavo che fosse un gentiluomo così squisitoma questa non la chiamo cortesia! Ha

paura che sia arrabbiata perché portava Daisy fuori di nottecosì mi hadetto una signora. Non mi abbasserei a

rimproverarlo. Daisyin ogni casodice di non essere fidanzata. Non soperché volesse farvelo saperema me l'ha detto

tre volte: "Bada di dirlo a Mr Winterbourne". Mi ha anche detto dichiedervi se vi ricordate della volta che siete andati a

vedere quel castello in Svizzera. Ma le ho detto che non avrei inoltratomessaggi del genere. Che non sia fidanzata

questosono proprio contenta di saperlo».

Macome aveva detto Winterbourneaveva assai poca importanza. Una settimanapiù tardi la

poveretta morì; era stato un caso assai grave di malaria. Daisy fu sepoltanel piccolo cimitero protestante in un angolo

vicino alle mura della Roma imperialesotto i cipressi e i fitti fioriprimaverili. Winterbourne era lì con numerose altre

persone in luttopiù di quante avrebbe lasciato supporre lo scandalosuscitato dalla giovane donna. Vicino a lui c'era

Giovanelli che gli si avvicinò ancora di più prima che Winterbourne siallontanasse. Giovanelli era pallidissimo ein

questa circostanzanon aveva fiori all'occhiello; sembrava che desiderassedire qualcosa. Alla fine disse: «Era la

ragazza più bella che avessi mai visto e la più amabile». E dopo un attimoaggiunse: «E anche la più innocente».59

Winterbourne lo guardò epoco doporipeté: «La più innocente?».

«La più innocente!».

Winterbourne ne fu afflitto e arrabbiato. «Perché diavolo l'avete portatain quel luogo letale?».

L'urbanità di Mr Giovanelli era imperturbabile. Abbassò lo sguardo per unattimoquindi disse: «Non

avevo paura per mee lei voleva andare».

«Non era una buona ragione!»dichiarò Winterbourne.

Lo sfuggente romano abbassò di nuovo lo sguardo. «Se fosse vissutanonavrei ottenuto nulla. Non mi

avrebbe mai sposatone sono sicuro».

«Non vi avrebbe mai sposato?».

«Per un momento lo sperai. Ma none sono sicuro».

Winterbourne lo ascoltava immobilefissando il rozzo tumulo fra lemargherite primaverili. Quando si

volse di nuovoMr Giovanelli si era allontanato con il suo passo lento eleggero.

Winterbourne partì da Roma quasi immediatamentemadurante la successivaestateincontrò di

nuovo sua ziaMrs Costelloa Vevey. A Mrs Costello Vevey piaceva molto. Inquel frattempo Winterbourne aveva

spesso pensato a Daisy Miller e ai suoi modi sconcertanti. Un giorno parlòdi lei con sua zia; le disse che gli rimordeva

la coscienza per averle fatto un'ingiustizia.

«Ti assicuro che non capisco»disse Mrs Costello. «In che modo la tuaingiustizia le ha fatto del

male?».

«Prima di morire mi mandò un messaggio che allora non compresi. Ma l'hocapito successivamente.

Avrebbe apprezzato la stima del prossimo».

«È un modo castigato per dire che avrebbe corrisposto l'affetto delprossimo?».

Winterbourne non rispose a quella domandama poco dopo disse: «Era giustal'osservazione che mi

facesti la scorsa estate: ero destinato a fare un errore. Da troppo tempovivo in paesi stranieri».

Ritornò tuttavia a vivere a Ginevra da dove continuano a giungere iresoconti più contraddittori sui

motivi del suo soggiorno: una versione assicura che «studia» molto -un'allusione per dire che gli interessa moltissimo

una brillante signora straniera.

IL DIARIO DI UN UOMO DI CINQUANT'ANNI

Firenze5 aprile 1874 - Mi avevano detto che avrei trovato molto mutatal'Italia: c'è spazio per i

mutamenti in ventisette anni. Ma per me ogni cosa è invariataal punto chemi sembra di rivivere la giovinezza; mi

ritornano tutte le impressioni dimenticate di quella stagione magica. Allorafurono molto forti; in seguito sono sbiadite.

Che cosa ne è mai stato? Che accade alle impressioni nei lunghi intervallidella coscienza? Dove vanno a nascondersi?

In quali stipiin quali anfratti inesplorati del nostro essere si annidano?Assomigliano alle righe di una lettera vergata

con l'inchiostro simpatico: tenete la lettera al fuoco per un po' e il gratotepore farà trapelare le parole invisibili. È il

tepore di questo sole dorato di Firenze a ricomporre il testo della storiad'amore della mia giovinezzaoggi spiegata

davanti a me come una nitida pagina bianca e nuova. Ci sono stati momenti inquesti ultimi dieci anni nei quali mi sono

sentito così prodigiosamente vecchiocosì spossato ed esaurito che avreiconsiderato uno scherzo di pessimo gusto un

accenno qualsiasi al fatto che fosse in serbo per me l'attuale sensazione digiovinezza. Non durerà comunque; per questo

è bene che ne faccia l'uso migliore. Eppure ne sono stupitolo confesso. Hocondotto una vita troppo seriama forse

questo conserva la giovinezza. In ogni caso i miei viaggi mi hanno portatotroppo lontanoho lavorato con troppa

intensitàsono vissuto in climi brutali a contatto con persone uggiose.Quando un uomoormai al suo cinquantaduesimo

annonon si è logorato materialmente - quando gode di discreta salutepossiede un discreto patrimoniouna coscienza

pulita e non un solo parente imbarazzante - suppongo cheper delicatezzasia tenuto a descriversi come un uomo felice.

Ma io - lo confesso - rifuggo da quest'obbligo. Non sono infelice: nonarriverò a dire questoo almeno a scriverlo. Ma la

felicità - una felicità positiva - dovrebbe essere diversa. Chissà semisurata in qualsiasi modosarebbe stata migliore

nel senso che oggi mi troverei in una situazione migliore. Ma certamenteavrebbe portato questa differenza: non mi

sarei ridottonell'inseguire immagini piacevolia dissotterrare un episodiosepolto da più di un quarto di secolo. Avrei

trovato gioie - come dire? - più vicine nel tempo. Avrei avuto moglie efiglinon sarei lì lì per commettere - come

dicono i francesi - un atto di infedeltà al presente. Naturalmente è statauna grande fortuna che io abbia avuto una via di

fugache non abbia compiuto un gesto di clamorosa follia. A prescindere dalpasso importante che si può fare a

venticinque anni dopo una lotta e uno sforzo violenti a prescindere da comela propria condotta possa apparire

giustificata dagli eventisuppongo che rimangano sempre una punta dirimpiantola percezione di una perditalatente

nella sensazione di essere stati fortunatila tendenza a chiedersi construggimento come sarebbe potuto essere. Tristein

questo casotristissimosenza dubbioil "come sarebbe potutoessere"; lieto e gradevoleinveceil "come è stato".

Eppure ci sono una o due domande che potrei chiedermi. Perchéad esempionon mi sono mai sposato? Perché non ho

mai provato per nessuna donna quello che provai per lei? Ahperché i montisono azzurri e il sole è tiepido? Una

felicità insidiata da congetture impertinenti - ecco lo scotto.60

6 - Sapevo che non sarebbe durato; sta già dileguandosi. Ma ho trascorso unagiornata deliziosa; ho

gironzolato dappertutto. Ogni cosa richiama alla memoria un'altra e nellostesso tempo perdura nel ricordo; la mia

immaginazione ritorna al punto di partenza dopo aver compiuto un ampiocerchio. C'è nell'aria quella fragranza che

ricordo bene; i fioricome un temposono raccolti in grandi fasci e mazzilungo tutta la base scabra di Palazzo Strozzi.

Per un'ora ho vagato nel Giardino dei Boboli; ci eravamo andati insiemenumerose volte. Rammentavo quelle giornate a

una a una; mi sembravano ieri. Ho ritrovato l'angolo dove sempre sceglieva disedersi - la panchina di marmotiepida

sotto il soledavanti alla cortina del leccioaccanto all'esuberante statuadi Pomona. Il luogo è rimasto intattotranne la

povera Pomona che ha perduto una delle sue dita affusolate. Sono rimastoseduto là per mezz'ora; strano quanto mi

sembrasse vicina. Il luogo era desertocioè era pregno di lei. Ascoltavoa occhi chiusi; riuscivo quasi a cogliere il

fruscio della sua veste sulla ghiaia. Perché facciamo tante storie sullamorte? Che cos'è in fondo se non una sorta di

perfezionamento della vita? Morì dieci anni faeppurementre sedevo nellaquiete assolataera una presenza palpabile

percettibile. Da lì mi sono recato nella galleria del palazzo e per un'orami sono aggirato di stanza in stanza. Gli stessi

grandi dipinti pendevano negli stessi punti; sopra si inarcavano gli stessicupi affreschi. Due volteun tempomi ero

recato lì con lei; aveva una grande sensibilità artistica. Ho indugiato alungo davanti alla Madonna della Seggiola. Il

volto della Vergine non somiglia affatto al suoeppure me la ricordava. Matutto me la richiama alla memoria. Una

volta rimanemmo a osservare il dipinto per mezz'ora; rammento ogni suaparola.

8 - Ieri ero di umore nero - nero e stufoe questa mattinalevandomiavevouna mezza intenzione di

andarmene da Firenze. Marisalendo la strada lungo l'Arnoguardando in su ein giù - il fiume giallo e le colline viola -

ho deciso di rimanereanzi non ho deciso nulla. Mi sono limitato a osservarela bellezza di Firenze eprima di esserne

sazioormai di nuovo di buon umoreera troppo tardi per partire per Roma.Ho gironzolato sul lungofiumee poco dopo

è accaduto qualcosa che mi ha ricompensato per essere rimasto. Mi sonofermato davanti a una gioielleria che in vetrina

esponeva molti oggetti di mosaico; sono rimasto lì per qualche minuto -chissà perchévisto che non so apprezzare il

mosaico. A un tratto mi è venuta accanto una ragazzina - una ragazzina dallefattezze italianearruffatache reggeva un

cesto. Mi sono voltato per allontanarmimanel girarmii miei occhi sonocaduti sul cesto. Era coperto da un tovagliolo

e sul tovagliolo era appuntato un pezzo di carta con sopra scritto unindirizzo. L'indirizzo ha trattenuto il mio sguardo -

era un nome che conoscevo. Era scritto con una calligrafia molto chiara -evidentemente da uno scrivano che

compensava con lo zelo la mancanza di bravura. Contessa Salvi-ScarabelliViaGhibellina - diceva l'intestazione. L'ho

guardata per un attimo in preda a un'improvvisa emozione. Subito dopo laragazzinapercependo il mio interesseha

levato verso di me con aria interrogativa due timidi occhi castani.

«Porti il cesto alla contessa Salvi?» ho chiesto.

La ragazzina mi ha fissato. «Alla contessa Scarabelli».

«Conosci la contessa?».

«Conoscerla?» ha mormorato la ragazzina con lieve sgomento.

«La vedivoglio dire?».

«Sìla vedo». E poidopo un istantecon un subitaneo lieve sorriso:«È bella!»disse. Era bella anche

lei mentre lo diceva. «Proprio così; ed è bionda o bruna?».

La bimba ha continuato a fissarmi. «Biondabionda»ha risposto guardandointorno a sé il sole dorato

a mo' di paragone.

«Ed è giovane?».

«Non è giovane... come mema non è vecchia... come...».

«Come meeh? È sposata?».

La ragazzina cominciava a farsi prudente. «Non ho mai visto il signorconte».

«Abita in via Ghibellina?».

«Sicuro. In un palazzo bellissimo».

Avevo ancora una domanda da farle e l'ho messa in rilievo con certe monete dirame: «Dimmi... è

buona?».

La ragazzina ha osservato per un istante quanto teneva nel piccolo pugnoscuro. «Siete voi a essere

buono».

«Ahma la contessa?»ho insistito.

La mia informatrice ha abbassato gli occhioni castani con un'aria diriflessione coscienziosa

impalpabilmente strana. «A me sembra di sì»ha risposto alla fine levandolo sguardo.

«Allora lo sarà di sicuro perché sei molto intelligente per la tua età».Edopo aver espresso questo

complimentomi sono allontanato lasciando la ragazzina a contare i soldi.

Sono ritornato in albergo stupito per come avevo appreso alcune cose sullacontessa Salvi-Scarabelli.

Sulla soglia ho trovato l'albergatore eaccanto a luiintento a parlargliun giovane che ho subito intuito essere un mio

compatriota.

«Chissà se potete darmi un'informazione»ho detto all'albergatore.«Sapete nulla del conte Salvi-Scarabelli?».

Con gli occhi bassiguardandosi gli stivalilentamente ha levato le spallecon un sorriso malinconico:

«Mi rammaricogentile signore...».

«Il nome non vi dice niente?».61

«Il nome lo conoscocertamente. Ma non conosco il signore».

Mi sono accorto che la domanda aveva attirato l'attenzione del giovaneingleseil quale ha volto su di

me uno sguardo di vivo interesse. Evidentemente quello che ha visto lo hasoddisfatto perché subito ha deciso di

parlare.

«Il conte Scarabelli è morto»ha detto con voce grave.

L'ho fissato per un attimo; era un giovane simpatico. «La vedova vive in viaGhibellina?»ho

osservato.

«Ritengo che si chiami così la via». Era un bel giovane inglesema ancheun tipo curioso. Si chiedeva

chi fossi e che cosa volessie mi concesse l'onore di farmi capire chesuquesti due puntiavevo un aspetto rassicurante.

Macome si addicevaesitava a parlare di una signora di sua conoscenza conun perfetto sconosciuto e non aveva l'arte

di nascondere tale esitazione. Mi è parso subito singolare chesebbene eglimi considerasse un perfetto sconosciutoio

non contraccambiassi quel sentimento. Forse lo avevo già visto primaoforse ero rimasto colpito dalla sua faccia

giovane e gradevole - ad ogni modo mi sono sentitocome dicono quiinsintonia con lui. Se l'ho già incontratonon

ricordo l'occasionee neppurea quanto parese la ricorda lui. Ne concludoche si tratti soltanto di quelle emozioni che

provo da tre giorni a questa parte. È stata quell'emozione a farmicomportare come se lo conoscessi da tempo.

«Conoscete la contessa Salvi?» ho chiesto.

Mi ha guardato per un po'quindisenza risentirsi della libertà della miadomandaha detto: «La

contessa Scarabellivolete dire?».

«Sìè la figlia».

«La figlia è una bambina».

«Sarà grande ormai. Deve avere - lasciatemi pensare circa trent'anni».

«Di chi state parlando?». Il mio giovane inglese cominciava a sorridere.

«Mi riferivo alla figlia»ho detto consapevole del suo sorriso. «Mapensavo alla madre».

«Alla madre?».

«A una persona che conoscevo ventisette anni fa - la donna più affascinanteche abbia mai incontrato.

Era la contessa Salvi - abitava in una bellissima casa antica in viaGhibellina».

«Una bellissima casa antica!»ha ripetuto il mio giovane inglese.

«Aveva una bambinae la bimba era biondissima come la madree madre efiglia avevano lo stesso

nome: Bianca». Mi sono fermato per guardare il mio compagno che è arrossitolievemente. «Bianca Salvi era la donna

più affascinante del mondo». È arrossito un po' di piùe io gli ho postouna mano sulla spalla. «Lo sapete perché vi

racconto tutto questo? Perché mi ricordate quello che ero io quando laconobbi - quando l'amavo». Il mio povero

giovanotto inglese mi ha fissato con una specie di sguardo imbarazzato eaffascinatoed io ho proseguito: «Ecco perché

vi racconto tutto questoma voi la riterrete una strana ragione. Mirammentate un me stesso più giovane. Non risentitevi

- ero un giovanotto affascinante. Così pensava la contessa Salvi. La figliapensa le stesse cose di voi».

Immediatamentecon gesto istintivoha levato la mano sul mio braccio.«Davvero?».

«Ahmi assomigliate in modo sorprendente!»ho detto ridendo. «Eraproprio il mio stato d'animo di

allora. Con tutte le forze volevo riuscirle gradito». Ha lasciato cadere lamanovolgendo lo sguardo lontano e

sorridendoma con un'aria di confusione ingenua che ha stuzzicato la miacuriosità su di lui. «Non sapete che cosa

pensare di me»ho aggiunto. «Non capite perché uno sconosciuto debbaall'improvviso rivolgervi la parola in questo

modo con la pretesa di leggervi nei pensieri. Senza dubbio mi considerereteun po' matto. Forse sono eccentricoma non

fino a questo punto. Sono vissuto in giro per il mondo seguendo la miaprofessione che è quella del soldato. Sono stato

in Indiain Africain Canada e ho vissuto molto da solo. Questo induce lepersonecredoa improvvisi sfoghi

confidenziali. Una settimana fa sono arrivato in Italiadove avevo trascorsosei mesiquando avevo la vostra età. Sono

venuto subito a Firenze - impaziente di rivedere la città in nome deiricordi. Mi sono sciamati addosso fittissimi. Mi

sono preso la libertà di accennarvene». Il giovanotto ha fatto un lieveinchinoin silenzioquasi spinto da un improvviso

rispetto. Raddrizzandosiha guardato per un attimo in lontananza il fiume ei monti. «È molto bello»ho detto.

«Ohè incantevole»ha mormorato.

«Così ero solito parlare. Ma per voi non significa nulla».

Mi ha lanciato un'altra occhiata. «Al contrariomi piace ascoltarvi».

«Facciamo una passeggiata allora. Se state anche voi in questa locandasiamo compagni di viaggio.

Cammineremo lungo l'Arno fino alle Cascine. Ci sono molte cose di lei che mipiacerebbe chiedervi».

Il mio giovanotto ha assentito con un'aria di fiducia quasi filialee perun'ora abbiamo gironzolato

lungo il fiume e gli ombrosi vialetti di quella campagna incolta. Abbiamoparlato a lungo: non soltanto sono ritornato

quiè l'intera situazione che si ripete.

«Vi piace molto l'Italia?» ho chiesto.

Ha avuto un attimo di esitazione. «Indicibilmente».

«Proprio così; non riuscivo a esprimerlo neppure io. Mi adoperavo perfarloero solito scrivere versi.

Quando parlavo dell'Italiadiventavo ridicolo».

«Anch'io sono ridicolo»ha detto il mio compagno.

«Mio caro ragazzovoi non siete ridicolo; noi siamo due personeragionevolisuperiori».

«Per chi viene la prima volta - come è per me - è una rivelazione».

«Ohricordo bene; non si dimentica mai. È un'introduzione alla bellezza».62

«Deve essere un grande piacere ritornarvi»ha detto il mio giovane amico.

«Sìper fortuna la bellezza è sempre qui. In quale forma la preferite?».

Il mio compagno è parso un po' confuso e alla fine ha detto: «Mi piaccionomolto i dipinti».

«Anch'io. E fra questi quali preferite?».

«Ohmoltissimi».

«Anche per me era cosìma alcuni erano prediletti».

Il giovane ancora una volta ha avuto una breve esitazionequindi ha ammessoche i pittori da lui amati

più di tutti gli altri erano i primitivi fiorentini.

Ne sono stato così colpito che mi sono fermato bruscamente.

«Esattamente il mio gusto!». Epassando la mano sotto il suo bracciohoripreso a camminare con lui.

Ci siamo seduti su una vecchia panchina di pietra alle Cascine; sopra di noiascoltando le nostre

parolesi ergeva un solenne Ermesdallo sguardo vuoto e le rughe accentuatedalla polvere del tempo.

«La contessa Salvi morì dieci anni fa»ho detto.

Il mio compagno ha ammesso di averlo sentito dire dalla figlia.

«Si risposò dopo che l'ebbi conosciuta»ho aggiunto. «Il conte Salvi eramorto prima che la

conoscessi - un paio d'anni dopo il matrimonio».

«Sìl'ho sentito dire».

«Che altro avete sentito?».

Il mio compagno mi ha fissato; era evidente che non sapeva altro.

«Era una donna molto interessante; ci sono moltissime cose da dire su dilei. Un giornoforseve le

racconterò. Anche la figlia è così affascinante?».

«Dimenticate che non ho conosciuto la madre»ha detto il giovanesorridendo.

«Vero. Continuo a fare confusione. La figlia... da quanto tempo laconoscete?».

«Soltanto da quando sono qui. Pochissimo tempo».

«Una settimana?».

Per un attimo non ha detto nulla. «Un mese».

«Proprio la risposta che avrei dato io. Una settimanaun mese - è lostesso per me».

«Penso che sia più di un mese»ha detto il giovane.

«Sono probabilmente sei mesi. Come l'avete conosciuta?».

«Per mezzo di una letterauna presentazione che mi diede un amico inInghilterra».

«L'analogia è perfetta. Ma l'amico che mi aveva dato la lettera per Madamede Salvi è morto da molti

anni. Anche lui l'ammirava moltissimo. Non so come non mi sia mai venuto inmente che forse sua figlia abitava a

Firenze. In qualche modo davo per scontato che fosse tutto finito. Nonpensavo alla bambina; non sapevo quello che ne

era stato di lei. Ieripassando davanti al palazzoho visto che eraabitatoma davo per scontato che fosse passato di

mano».

«La contessa Scarabelli lo portò al marito quale suo contributo almatrimonio»ha detto il mio amico.

«Mi auguro che lo abbia apprezzato. C'è una fontana nel cortile e più inlà un incantevole vecchio

giardino. Il salottino della contessa si affaccia su quel giardino. Lascalinata è di marmo bianco; làdove curvanella

pareteè infisso un medaglione d i Luca della Robbia. Prima di entrare nelsalottosi rimane per un momento in un vasto

spazio con un soffitto a volta; il pavimento è di piastrelle nude; i mobilisono soltanto tre sedie e sulle pareti intorno

pendono arazzi sbiaditi. Nel salottosopra il caminettoc'è un superboAndrea del Sarto. I mobili sono tappezzati di un

colore verde mare pallido».

Il mio compagno ascoltava.

«L'Andrea del Sarto è sempre lìmagnifico. Ma i mobili sono in rossopallido».

«Ahhanno cambiato allora... in ventisette anni».

«E c'è un ritratto di Madame de Salvi»ha proseguito il mio amico.

Sono rimasto in silenzio per un attimo. «Mi piacerebbe vederlo».

Ha taciuto anche lui; quindi ha chiesto: «Perché non andate a vederlo? Seconoscevate sua madre così

beneperché non fate visita alla figlia?».

«Quello che mi avete detto mi spaventa».

«Che cosa vi ho detto da spaventarvi?».

Ho guardato per un po' il suo volto ingenuo. «La madre era una donna moltopericolosa».

Il giovane inglese ha ripreso ad arrossire. «Non così la figlia».

«Ne siete sicuro?».

Non ha detto di esserne sicuroma subito ha chiesto in che modo fosse statapericolosa la contessa

Salvi.

«Non chiedetemelo perchédopo tuttodesidero ricordare soltanto il buonoche era in lei». Nel

rientrare l'ho pregato di rendermi il servizio di accennare il mio nome allasua amicadi dirle che avevo conosciuto sua

madre e che le chiedevo il permesso di andarla a trovare.

9 - Ho rivisto quel povero ragazzo una mezza dozzina di volteun giovanottodavvero amabile. Ai

miei occhi continua a rappresentarein modo straordinarioil me stessogiovane; la corrispondenza è perfetta sotto tutti i63

punti di vistatranne che è un ragazzo migliore di quanto non sia stato io.È evidente che nutre un acuto interesse per la

contessae con lei conduce la stessa identica vita che conducevo io conMadame de Salvi. Va a farle visita ogni sera

trattenendosi fino a notte inoltrata; questi fiorentini fanno oreincredibili. Ricordo cheverso le tre del mattinoMadame

de Salvi era solita mettermi alla porta. «Susu»diceva«è ora diandare. Se vi fermaste ancorala gente potrebbe fare

chiacchiere». Non so a che ora rientrima immagino che le serate glisembrino brevi così come apparivano a me. Oggi

mi ha portato un messaggio della contessa: un discorsetto pieno di grazia.Ricordava di aver sentito spesso sua madre

parlare di me - l'amico inglesecosì mi chiamava. Le erano cari tutti gliamici di sua madre e pregava di avere l'onore di

una mia visita. Era sempre a casa di sera. Il povero giovane Stanmer - èdegli Stanmer del Devonshireun'ottima

famiglia - ripeté il discorso parola per parolae naturalmente per lui nonha nessuna importanza che un povero soldato

provatocon i capelli bianchi e abbastanza anni da essere suo padrefacciavisita alla sua innamorata. Ma ricordo quello

che voleva dire per me quando andavano a trovarla altri uomini: su questopunto siamo diversi. Ma è soltanto perché

sono così vecchio. A venticinque anni non avrei avuto paura di un me stessodi cinquantadue. Camerino aveva

trentaquattro anni... e poi gli altri! Era sempre a casa alla seraearrivavano. C'erano antichi nomi di antiche casate

fiorentine. Ma mi permetteva di trattenermi dopo che se ne erano andatitutti; giudicava altrettanto degna una vecchia

casata inglese. Che straordinaria civetta!... Ma basta cosìcome erasolita dire. Volevo andare stasera a Casa Salvima

non me la sono sentita. Non so che cosa mi spaventi. Un tempo mi affrettavoad andare. Ho pauracredodell'aspetto

del luogodelle vecchie stanzedelle vecchie pareti. Andrò domani sera. Hoperfino paura degli echi.

10 - Assomiglia alla madre in modo straordinario. Entrandosono rimasto afissarlaattonito. Sono

appena ritornato; è mezzanotte passata; ho trascorso tutta la serata in CasaSalvi. Fa caldola finestra è aperta; posso

guardare il fiume che scivola sotto la luce delle stelle. Tanto tempo faquando rientravoero solito guardare fuori. Sulla

collina di fronte ci sono gli stessi cipressi.

Il povero giovane Stanmer era lìe c'erano anche tre o quattro altriammiratori; si sono levatitutti in

piedivedendomi entrare. Avevano parlato di meimmaginoe si percepiva lacuriosità. Ma perché parlare di me?

C'erano alcuni giovani; nessuno di loro era della mia generazione. Ma lasomiglianza con sua madre è sorprendente;

non riuscivo a darmene pace. Bella come sua madreeppure con gli stessidifetti nel viso; la stessa testa perfettala

stessa frontegli stessi occhi partecipiquasi pietosi. Il volto ha lastessa caratteristica del volto di sua madre; fra tutti i

visi che ho conosciuto era quello che più rapidamente di ogni altro passavada un'espressione di estrema gaiezza a una

di estrema quiete. Sui suoi lineamenti la quiete suggeriva la tristezza ementre si osservava quell'espressione con una

specie di sgomentochiedendosi quale tragico segreto simboleggiasseimprovviso si illuminava di un radioso sorriso

italiano. Staseratuttaviai sorrisi della contessa Scarabelli erano quasiininterrotti. Mi ha accolto con grazia squisita

come era solita fare sua madre; il giovane Stanmer sedeva nell'angolo delsofàcome era stata mia abitudine

osservandola mentre lei parlava. Sottilecon i capelli biondissimiindossava un abito nero lieve e vaporoso: un

particolare che completava la somiglianza. La casale stanze sono quasiesattamente le stesse; forse sono mutati alcuni

particolarima non incidono sull'impressione generale. Gli stessi preziosidipinti pendono alle pareti del salone; lo

stesso grande affresco scuro sulla volta del soffitto. La figlia non è piùriccacredodi quanto fosse sua madre. I mobili

sono logori e sbiaditi sono stato ammesso da un solitario domestico chedavanti a mesu per la solenne scalinata di

marmoreggeva un fioco lume.

«Ho sentito spesso parlare di voi»ha detto la contessamentre le stavoseduto accanto. «Mia madre vi

nominava spesso».

«Spesso? Ne sono sorpreso».

«Perché vi sorprende? Non eravate buoni amici?».

«Sìper qualche tempo... ottimi amici. Ma ero certo che mi avessedimenticato».

«Non dimenticò mai»ha detto la contessa guardandomi intenta esorridendo. «Non era quel tipo di

donna».

«Da nessun punto di vista assomigliava alla maggior parte delle donne»hodichiarato.

«Era incantevole»ha esclamato la contessa facendo frusciare il ventaglionell'aprirlo. «Ho sempre

avuto una grande curiosità di conoscervi. Mi ero fatta un'idea di voi».

«Buonami auguro».

Mi ha guardato ridendosenza rispondere: lo stesso trucco di sua madre.

«"Il mio inglese" era solita chiamarvi"il mio inglese"».

«Mi auguro che abbia parlato di me con bontà»ho insistito.

Continuando a riderela contessa si è stretta leggermente nelle spallebilanciando la mano avanti e

indietro. «Cosìcosì; ho sempre pensato che ci fosse stato un litigio fravoi. Non vi spiace se sono tanto schiettano?».

«Ne sono deliziato; mi ricorda vostra madre».

«Me lo dicono tutti. Ma non sono brillante come lei. Ve ne accorgerete davoi».

«Queste parole completano la somiglianza. Fingeva sempre di non esserebrillantein realtà...».

«In realtà era un angeloeh? Per sfuggire a pericolosi confrontiammetterò allora di essere brillante.

Così ci sarà una differenza. Ma parliamo di voi. Voi siete molto - comedire? - molto eccentrico».

«È quello che vi ha detto vostra madre?».

«Parlava in verità di voi come di un grande originale. Ma non sono tuttieccentrici gli inglesi? Tutti

tranne uno!». E la contessa indicò il povero Stanmer nel suo angolino suldivano.64

«Ohlo so bene quello che è».

«Docile come un agnello... come tutti gli altri»esclamò la contessa.

«Come tutti gli altri... sì. È innamorato di voi».

Mi ha guardato con improvvisa gravità. «Non ho obiezioni se parlate cosìdegli altrima ne ho se vi

riferite a lui».

«In questo si distingue»ho proseguito. «Ha paura di voi».

Con un subitaneo sorriso ha volto il viso verso Stanmer. Si era accorto cheparlavamo di lui e

arrossendosi è alzato per avvicinarsi a noi.

«Mi piacciono gli uomini che non temono nulla»ha detto la nostra padronadi casa.

«Lo so quello che volete»ho aggiunto rivolto a Stanmer. «Volete saperequello che dice di voi la

signora contessa».

Stanmer l'ha guardata negli occhi con aria grave. «Non me ne importa nulladi quello che dice».

«Fatti l'uno per l'altra. La signora contessa dice che non gliene importanulla di quello che pensate

voi»ho risposto.

«Riconosco lo stile della contessa!»ha esclamato Stanmer allontanandosi.

«Si sarebbe portati a credere che vogliate fare scoppiare una lite franoi».

L'ho guardato mentre si allontanava verso un'altra parte del salone; fermodavanti all'Andrea del Sarto

è rimasto a guardarlo con gli occhi levati. Ma non lo vedeva; ascoltavaquello che avremmo potuto dire. Spesso avevo

assunto anch'io quello stesso atteggiamento. «Non riesce a litigare con voiproprio come io non riuscivo a litigare con

vostra madre».

«Ma voi litigaste. Fra voi accadde qualcosa di doloroso».

«Sìfu dolorosoma non fu una lite. Un giorno me ne andai e non la vidipiù. Ecco tutto».

La contessa mi ha scrutato con aria grave. «Come lo chiama quando un uomo sicomporta così?».

«Dipende dalla situazione».

«A volte si tratta di lacheté»ha detto in francese.

«Sìe a volte di un atto di saggezza».

«E a volte di un errore».

«Non fu un errore nel mio caso». Ho scosso la testa.

Ha ripreso a ridere. «Caro signorevoi siete un grande originale.Che cosa vi aveva fatto la mia

povera mamma?».

Ho guardato il nostro giovanotto inglese chevolgendoci le spallefissavaancora il dipinto. «Ve lo

dirò un'altra volta».

«Non mancherò di ricordarvelo; sono curiosissima di sapere». Ha aperto echiuso il ventaglio un paio

di voltesempre con lo sguardo su di me. Che occhi hanno! «Ditemi»haproseguito«se mi consentite di farvi una

domanda indiscreta: siete sposato?».

«Nosignora contessa».

«Non è almeno questo un errore?».

«Ho un'aria molto infelice?».

Ha chinato un pochino la testa di lato. «Per essere un inglese... no!».

«Ahsiete perspicace come vostra madre»ho commentato ridendo.

«Mi dicono che siete un grande soldato»ha proseguito. «Siete vissuto inIndia. È stato molto

generoso da parte vostravenendo da tanto lontanoricordarvi della nostrapiccolacara Italia».

«Si ricorda sempre l'Italia. La distanza non conta. Ma ne ricordai convivezza il giorno in cui appresi

la notizia della morte di vostra madre».

«Un grande dolore! Non passa giorno che non la pianga. Ma che vuole?È una santa in paradiso».

«Sicuro »ho risposto e per un po' sono rimasto con gli occhi bassi.«Ma raccontatemi di voicara

signora»ho chiesto alla fine levando lo sguardo. «Anche voi avete avutoil dolore di perdere il marito».

«Sono una povera vedovacome vedete. Che vuole? Mio marito morìdopo tre anni di matrimonio».

Sono rimasto in attesa di sentirla dire che anche il defunto conte Scarabelliera un santo in paradiso

ma ho atteso invano.

«Lo stesso destino del vostro illustre padre».

«Sìmorì giovane anche lui. Non posso dire di averlo conosciuto; avevol'età che ha oggi mia figlia.

Lo piango ancora di più per questo».

Sono rimasto di nuovo in silenzio per un attimo.

«Fu in India»ho aggiunto poco dopo«che venni a sapere del secondomatrimonio di vostra madre».

La contessa ha alzato le sopracciglia.

«In India allora si viene a sapere tutto! La notizia vi rallegrò?».

«Poiché me lo chiedete... no».

«Lo capisco»ha osservato la contessa guardando il ventaglio aperto. «Nonmi risposerò in quel

modo».

«È quello che diceva vostra madre»mi sono azzardato a osservare.

Non era offesamalevandosiè rimasta a fissarmi per un istante.65

«Non ve ne sareste dovuto andare!»ha esclamato.

Sono rimasto per un'altra ora; è una casa molto piacevole. Due o tre degliuomini lì convenuti avevano

un'aria di grande urbanità e intelligenza; uno di loroun maggiore delgeniomi ha fornito in profusione informazioni

sulla nuova organizzazione dell'esercito italiano. Mentre parlavaiotuttaviaosservavo la padrona di casaintenta a

discorrere con gli altri e assai poco - ho notato - con il suo giovaneinglese. È affascinantepiena di franchezza e libertà

con quella inimitabile disinvoltura che sarebbe volgare in una donnainglese e che in lei è soltanto la perfezione di

un'apparente spontaneità. Mapur con tutta la sua spontaneitàè pungentecome la punta di uno spillo e sa benissimo

quello che vuole. Se non è addirittura una consumata civetta... Che cosaaveva in mente dicendo che non me ne sarei

dovuto andare? Il povero piccolo Stanmer non se n'è andato. L'ho lasciatolì a mezzanotte.

12 - Lo trovai seduto nella chiesa di Santa Croce dove ero finito persfuggire al sole cocente.

Nella navata indugiava una fresca penombra; se ne stava con lo sguardo fissosul fulgore delle candele

dell'altare maggioreintento a pensare - ne sono certo - alla suaincomparabile contessa. Mi sedetti accanto a lui edopo

un certo tempoquasi a evitare l'impressione di essere impazientemi chiesese avessi gradito la visita a Casa Salvi e

che cosa ne pensassi della padrona

«Penso moltissime cosema ve ne dirò una sola. È una sirena tentatrice.Sentirete il resto quando

usciremo dalla chiesa».

«Tentatrice?»ripeté Stanmer guardandomi in tralice.

È un giovanotto molto ingenuoma chi sono io per biasimarlo?

«Un'incantatrice»dissi«una maliarda!».

Si volse fissando le candele dell'altare.

«Un'artista... un'attrice»proseguii piuttosto brutalmente.

Mi scoccò un'altra occhiata.

«Penso che mi stiate già dicendo tutto».

«Nonoc'è dell'altro». E per un lungo intervallo rimanemmo in silenzio.

Quando alla fine propose di andarceneuscimmo nella strada dove le ombreavevano cominciato ad

allungarsi.

«Non capisco quello che intendete dire definendola un'attrice»disse sullastrada del ritorno.

«Immagino di no. Neppure io l'avrei capitose qualcuno me l'avesse detto».

«State pensando alla madre. Perché la riportate sempre nellaconversazione?».

«Mio caro ragazzol'analogia è grandissima; mi si impone di prepotenzaalla mente».

Fermandosirimase a guardarmi con il suo volto giovaneperplesso. Pensaiche avrebbe esclamato:

"Al diavolo l'analogia!"ma dopo un attimo disse invece:

«Che cosa prova?».

«Forse nullama suggerisce molte cose».

«Siate così buono da indicarne qualcuna»disse mentre riprendevamo acamminare.

«Voi stesso non vi fidate di lei»cominciai.

«Non c'entra... continuate con l'analogia».

«C'entra. Siete molto innamorato di lei».

«Anche questo c'entra?».

«Sìcome vi ho detto prima. Siete innamorato di lei e non riuscite acapirla. Proprio come accadeva a

me con Madame Salvi».

«Anche lei era una tentatriceun'attriceun'artista e tutto il resto?».

«Era la donna più leggera che abbia mai conosciutola più pericolosaperché la più squisita».

«Intendete allora dire che la figlia è una squisita donna leggera?».

«Sìne sono convinto».

Per qualche attimo Stanmer proseguì in silenzio.

«Visto che mi considerate un... grande ammiratore della contessa»dissealla fine«mi sorprende che

ne parliate con tanta libertà».

Ammisi di esserne sorpreso io stesso. «Per l'interesse che ho per voiamicomio».

«Ve ne sono immensamente obbligato!»disse il povero ragazzo.

«Naturalmente non siete contento. Ovverovi piace il mio interesse - non socome potrebbe non

esservi gradito ma non vi piace la mia libertà. È logicomacaro giovaneamicoio voglio soltanto aiutarvi. Se - ormai

tanti anni fa qualcuno mi avesse parlato come io parlo a voicertamente loavrei consideratodi primo acchitoun gran

bruto. Madopo qualche tempogliene sarei stato grato... avrei capito chedesiderava aiutarmi».

«Mi sembra che siate stato molto bravo ad aiutare voi stesso. Mi statedicendo di essere fuggito».

«Sìma a prezzo di infinita perplessità... di acuta sofferenzapotreichiamarla. Sarei lieto di

risparmiarvi tutto questo».

«Posso soltanto ripetere... che è un gesto molto generoso da partevostra».

«Non ripetetelo troppo spessoaltrimenti comincerò a credere che non lopensiate».66

«Pensoa ogni modoche vi stiate assumendo una grandissima responsabilitàcercando di distogliere

un uomo da una donna che - egli ne è convinto - può farlo molto felice».

Lo afferrai per il braccio e ci fermammocontinuando a parlare come duefiorentini.

«Desiderate sposarla?».

Distolse lo sguardo senza incontrare il mio. «È una granderesponsabilità»ripeté.

«Santo cielo! Io desideravo sposare la madre! Siete nella mia identicasituazione».

«Non vi sembra di forzare un bel po' l'analogia?.»chiese il poveroStanmer.

«Un po' piùun po' menonon fa differenza. Secondo mevoi siete nei mieistessi panni. Ma

naturalmentevi lascerò così acconciatose è questo il vostro desiderioe vi porgerò mille scusese volete».

Da qualche tempo guardava altrovema ora lentamente volse il viso aincontrare i miei occhi. «Siete

andato troppo in là per ritornare sui vostri passi: che cosa sapete dellacontessa?».

«Su questa... nulla. Ma sull'altra...».

«Non m'importa dell'altra!».

«Mio caro amicosono madre e figlia... sembrano due madonne di Andrea».

«Se si assomiglianoallora vi siete sbagliato sul conto della madreeccotutto».

Lo presi per il braccio e proseguimmo; non sembrava che ci fosse una rispostaadeguata a

quell'accusa. «Il vostro stato d'animo mi riporta alla memoria il mio intutto e per tutto»dissi poco dopo. «L'ammirate...

l'adorateeppure segretamente ne diffidate. Siete incantato dal fascinodella sua personadalla sua graziadal suo

spiritoda tuttoeppure nel vostro cuore alberga la paura».

«Paura?».

«Affiora sempre la diffidenza che nutrite; non potete liberarvi dal sospettochein fondosia una

donna dura e crudelee provereste un immenso sollievo se qualcuno viconvincesse che i vostri sospetti sono giusti».

Stanmer non diede una risposta direttama prima che raggiungessimol'albergodisse: «Che cosa

avete saputo su sua madre?».

«È una storia terribile».

Mi guardò di traverso. «Che cosa fece?».

«Venite stasera nella mia stanza e ve lo dirò».

Sarebbe venutodissema non venne. Proprio il comportamento che avreitenuto io!

14 - Ritornatoieri seraa Casa Salvivi ritrovai la stessa piccolacerchia di persone con qualche

signora in più. C'era Stanmer che si accaniva a parlare con una di loromariuscendovi assai malene sono certo. La

contessa... be'la contessa era meravigliosa. Mi accolse quasi fossi suoamico da dieci anniun amico con il quale il

tono familiare non avrebbe peccato di scarsa cerimoniosità. Mi fece sedereaccanto a sé e mi pose una dozzina di

domande sulla salute e il lavoro.

«Vivo nel passato»dissi. «Visito le galleriemi reco nei vecchi luoghinelle chiese. Oggi ho

trascorso un'ora nella cappella di Michelangelo a San Lorenzo».

«Sìè il passato. Sono cose molto vecchie».

«Risalgono a ventisette anni fa».

«Ventisette? Altro!».

«Mi riferisco al mio passato. Visitai con vostra madre molti di queiposti».

«I quadri sono bellissimi»mormorò la contessa lanciando un'occhiata aStanmer.

«Siete andata a vederli di recente? Avete visitato le gallerie con lui?».

Esitò un attimo sorridendo. «Mi sembra una domanda un pochino impertinente.Ma voi siete fatto

cosìcredo».

«Un pochino impertinente? Nomai. Come ho dettovostra madre mi fece piùdi una volta l'onore di

accompagnarmi agli Uffizi».

«Mia madre deve essere stata molto buona con voi».

«Così mi pareva a quel tempo».

«Soltanto a quel tempo?».

«Anche orase preferite».

«Fece dei sacrifici».

«Sacrificicara signora? Era liberissima. Il vostro compianto padreera morto... e vostra madre non

aveva ancora contratto il secondo matrimonio».

«Se intendeva risposarsiaveva ancora più motivi per essere cauta».

La guardai per un istante; i suoi occhi incontrarono i miei al di sopra delventaglio. «Voi siete molto

cauta?»chiesi.

Lasciò cadere il ventaglio con una certa violenza. «Sìsiete proprioimpertinente!».

«No. Ricordate che ho abbastanza anni per essere vostro padreche viconobbi quando avevate appena

tre anni. Mi è lecito rivolgervi queste domande. Ma avete ragione: si deverendere giustizia a vostra madre. Pensava

certamente di risposarsi».

«Non l'avete perdonata!»disse la contessa con gravità.

«E voi?»chiesi in tono più leggero.67

«Non giudico mia madre: è peccato mortale. Il mio patrigno fu molto buonocon me».

«Lo ricordo. Lo vidi molte volte... vostra madre già lo riceveva». Rimaseseduta con gli occhi

abbassati senza dire nullama poco dopo levò lo sguardo.

«Era stata molto infelice con mio padre».

«Non ho difficoltà a crederlo. E il vostro patrigno... è ancora vivo?».

«Morì... prima di mia madre».

«Si batté in altri duelli?».

«Fu ucciso in duello»disse la contessa con discrezione.

Pare quasi mostruososoprattutto perché non posso offrire alcunaspiegazionema quell'annuncio

invece di turbarmimi provocò una strana esaltazione. Dopo tanti anni nonnutro per il pover'uomo nessun risentimento

questo è certo. Naturalmente mi sono controllatolimitandomi a far notarealla contessa che il colpevole aveva avuto la

sua punizione. Penso tuttavia che da questo sentimento scaturissero le paroleche le rivolsi: speravocioèchea

differenza del matrimonio di sua madrela sua breve vita nuziale fosse statafelice.

«Se non lo ful'ho ormai dimenticato». Chissà se il defunto conteScarabelli fu ucciso anche lui in un

duello e se il suo avversario... È scritto da qualche parte che anche il suoavversario debba perire di pistola? Chi è di

quei signorimi chiedo. Spetta al povero piccolo Stanmer mettergli unapallottola addosso? Noil povero piccolo

Stanmerconfidofarà quello che feci io. Eppuresfortunatamente per luiquella donna ha una consumata abilità a

mostrarsi degna di fiducia. Ieri sera fu piacevolissima; davveroirresistibile. Così franca e liberaeppure così femminile

e tenera: una gaiezza piena di graziacon tutto il fascino di una squisitaeducazionema priva di rigidezza esoffuso in

tutte le sue maniereun non so che di pittorescamente semplice emeridionale. È un'italiana perfetta. Ma lo è in modo

genuino. Dopo la conversazione che ho buttato giùcambiò di postoe percirca mezz'ora i discorsi furono generali.

Stanmera dire la veritàparlò assai poco; in partecredoper la suatimidezza a usare una lingua straniera. Ero anch'io

così? Stavo sempre zitto? Sospetto di sìquando ero perplesso; il cielo sacome molto spesso la mia perplessità fosse

acutissima. Prima di congedarmiscambiai ancora qualche parola tête-à-tête con la contessa.

«Non ve ne andrete già da Firenzespero. Vi fermerete ancora un po'?».

Risposi di essere venuto soltanto per starvi una settimana e che la miasettimana era finita.

«Prolungo di giorno in giorno; mi interessa molto».

«È un momento bellissimo; sono felice che la nostra città vi piaccia».

«Firenze mi piace... e ho un interesse paterno per il nostro giovaneamico»aggiunsi lanciando

un'occhiata a Stanmer. «Ho molto affetto per lui».

«Bel tipo inglese»disse la contessa. «Ed è intelligentissimounottimo cervello».

Era lì in piedi sorridendomi e guardandomi con i suoi occhi chiari edespressivi.

«Non voglio lodarlo troppo per non dare l'impressione di lodare me stesso;mi ricorda moltissimo

quello che ero io alla sua età. Se la vostra bellissima madre dovessetornare in vita per un'oravedrebbe la somiglianza».

Mi rivolse un breve sguardo divertito.

«Eppure non vi assomiglia affatto!».

«Non mi conoscevate quando avevo venticinque anni. Ero molto bello! Ma nonsi tratta di questosi

tratta della somiglianza spirituale. Ero ingenuosincerofiducioso comelui».

«Fiducioso? Una voltaricordomia madre mi disse che eravate un uomo moltosospettoso e geloso!».

«L'umore sospettoso subentrò dopoma fondamentalmente non ero affattoportato a diffidare. Mi era

difficile immaginare che qualcuno mi volesse del male».

«Volete dire che Mr Stanmer è nella fase dell'umore sospettoso?».

«Voglio dire che la sua situazione è identica alla mia di un tempo».

La contessa mi diede una delle sue occhiate gravi.

«Avanti! Com'era... questa famosa situazione? Vi ho già sentitoaccennarne».

«Forse ve lo disse vostra madredato che di tanto in tanto mi fece l'onoredi parlarvi di me».

«Tutto quello che mia madre mi disse di voi è che eravate un triste enigmaper lei».

A queste parole naturalmente scoppiai a ridere - e rido ancora mentre scrivo.

«Ecco allora la mia situazione: un triste enigma per una donna moltobrillante».

«Intendete quindi dire che io sono un enigma per il povero Mr Stanmer?».

«Si sta scervellando per capirvi. Siete stata voi a dire che èintelligentericordatelo».

Volse lo sguardo su di lui efortuna volleil suo aspetto in quel momentoconfermava la mia

asserzione. Era abbandonato sulla sedia con un'aria indolente un pò troppoaccentuata per un salotto e gli occhi fissi sul

soffitto con l'espressione di chi si sia appena sentito porre un indovinello.Madame Scarabelli parve colpita da

quell'atteggiamento.

«Non vedete? Non riesce a decifra re l'enigma».

«Voi stesso avete detto che è incapace di pensare male. Sarei addolorata selo inducessi a pensare

male di me».

Mi guardò negli occhi - gravesupplice - la bella fronte candida.

Feci un inchinosorridendocon un'aria che avrebbe potuto significare:"Come sarebbe possibile?".

«Ho grande stima per lui»proseguì. «Voglio che pensi bene di me. Se miritiene un enigmafatemi

un favorevi prego. Spiegategli me stessa».68

«Spiegare voigentile signora?».

«Siete più vecchio e saggio di me. Fategli capire quello che sono».

Mi guardò intensamente negli occhi per un attimoquindi si volseallontanandosi.

26 - Non scrivo nulla da molti giornima in questo frattempo sono stato unamezza dozzina di volte a

Casa Salvi. Ho visto spesso anche il mio giovane amico; con lui hopasseggiato e chiacchierato molto. Gli ho proposto

di venire con me a Venezia per due settimanema non porge orecchio all'ideadi lasciare Firenze. Malgrado tutti i suoi

dubbi è molto felice; nella percezione della sua felic itàconfesso diaver rivissuto la mia. Al punto chel'altro giorno

quando mi chiese di raccontargli il torto fattomi da Madame Salvitenni afreno la sua curiosità. Lo avrei accontentato

gli dissise fosse stato propenso ad ascoltarema sembrava un peccatoinquel momentoindulgere in immagini

dolorose.

«Pensavo che voleste a tutti i costi non farmi pensare alla nostra amica».

«Ammetto di essere incoerentema ci sono varie ragioni per esserlo. Inprimo luogo - è ovvio - sono

esposto all'accusa di fare il doppio gioco. Professo ammirazione per lacontessa Scarabelli accettandone l'ospitalità;

nello stesso tempo mi adopero per avvelenarvi l'animo: non è questal'espressione corretta? Non riesco a prendere una

decisione nettasebbene siano altrettanto sinceri la mia ammirazione per lacontessa e il mio desiderio di impedirvi di

commettere una sciocchezza. In secondo luogopoimi sembrate nel complessomolto felice! Si esita a distruggere

un'illusione chefinché duraè così incantevolenon importa quanto siaperniciosa. Sono momenti rari nella vita. Essere

giovani e ardenti nel cuore di una primavera italiana e credere allaperfezione morale di una donna bellissima: che

meravigliosa situazione! Abbandonatevi alla corrente; rimarrò sulla sponda atenervi d'occhio».

«Il vero motivo è che non avete prove contro la povera signora. L'ammiratetanto quanto me».

«Ho appena ammesso di ammirarla. Non ho mai detto che sia stato un volgareincontro romantico. Lo

sa il cielo quanto l'abbia ammirata! Ètuttaviaun bel dilemma stabilirefino a che punto si sia tenuti per onore ad

ammonire un giovane amico contro una donna pericolosavisto che con talesignora si intrattengono rapporti di

cortesia».

«In tale caso romperei i miei rapporti».

Lo guardai e penso di aver riso.

«Siete per caso geloso di me?».

Scosse il capo con enfasi.

«Assolutamente no; mi piace vedervi lì perché il vostro comportamentocontraddice le vostre parole».

«Ho sempre detto che la contessa è affascinante».

«Altrimentinel caso di cui parlatemetterei la signora sull'avviso».

«Metterla sull'avviso?».

«Le accennerei che la considerate con sospetto e che vi proponete diadoperarvi per salvare dai suoi

inganni un giovane sempliciotto. Sarebbe più leale». E riprese a ridere.

Non è la prima volta che ride di mema non ci ho mai badatoperché hosempre capito.

«È quanto mi raccomandate di dire alla contessa?».

«Raccomandarvi!»esclamò ridendo di nuovo. «Io non raccomando nulla.Forse sono la vittima da

salvarema almeno non sono un complice del complotto. Per di più»aggiunse dopo un attimo«la contessa conosce il

vostro stato d'animo».

«Ve l'ha detto lei?».

Stanmer esitò.

«Mi ha supplicato di ascoltare tutto quello che potreste dire su di lei. Hadichiarato di avere una

coscienza pulita».

«Che donna squisita!».

È davvero una mossa astuta da parte sua assumere quel tono. Stanmerinseguitomi assicurò in modo

esplicito di non avere mai fatto il minimo cenno alle libertà nei confronti- come chiamarla? - della natura morale della

contessa. È stata lei a intuirle per conto suo. Con ogni probabilità miodia intensamenteeppure i suoi modi verso di me

sono sempre incantevoli! È davvero una donna squisita!

4 maggio - Per una settimana non mi sono fatto vedere in Casa Salvima misono trattenuto a Firenze

combattuto fra vari impulsi. Ce l'ho sulla coscienza di non essermiavvicinato di nuovo alla contessaeppure dal

momento che sa quello che provo per leiè guerra aperta. Senza scrupoli daparte di nessuno dei due. È libera di usare

tutte le sue arti per impigliare più strettamente il povero Stanmercome losono io di tagliare la fitta trama della sua rete.

In tali circostanze è naturale che non ci si debba incontrare con moltacordialità. Quanto alla fitta trama della sua rete

perchédopo tuttodovrei tagliarla? Sarebbe invero assai interessantevedere Stanmer ingoiato. Mi piacerebbe proprio

sapere comeuna volta divoratose la passerebbe con lei (a propositocheimmagini volgari ci suggerisce la curiosità!).

Che ponga termine alla storia come gli parecosì come io ho posto terminealla mia. La storia è la stessama perchéa

un quarto di secolo di distanzadovrebbe avere lo stesso dénoument?Che abbia il suo dénoument.

5 - Dannazione! Non voglio che quel povero ragazzo sia infelice.

6 - Ma il mio dénoument si è rivelato una soluzione felice?69

7 - Ieri nottesul tardivenne nella mia stanza; era eccitatissimo.

«Che cos'è che vi ha fatto?»chiese.

Gli risposi innanzi tutto con un'altra domanda. «Avete litigato con lacontessa?».

Ma si limitò a ripetere: «Che cosa vi fece?».

«Sedetevi e ve lo dirò». E lui si sedette accanto alla candela fissandomi.«C'era sempre un uomo lì... il

conte Camerino».

«L'uomo che sposò?».

«L'uomo che sposò. Ero molto innamorato di leieppure ne diffidavo. Erosicuro che mentisse; ero

convinto che potesse essere crudele. Nondimenoin certi momentiil suofascino faceva sembrare soltanto pedantesca la

consapevolezza dei suoi difetti efinché duravano quei momentiavrei fattoqualunque cosa per lei. Purtroppo non

duravano a lungo. Ma voi sapete quello che voglio dire; non descrivoforsela signora Scarabelli?».

«La contessa Scarabelli non ha mai mentito»esclamò Stanmer.

«Proprio quello che avrei detto a chiunque avesse fatto tale insinuazione!Ma non credo che mi

abbiate posto quella domanda spinto da una curiosità spassionata».

«Forse è soltanto curiosità di sapere!»disse quell'innocente

Non riuscii a trattenermi dallo scoppiare in una sonora risata. «Eccoinogni casola mia storia:

Camerino era sempre lì; sembrava un infisso della casa. Se in certi momentinon sopportavo la divina Biancain nessun

momento sopportavo lui. Eppure era un uomo molto gradevolecorteseintelligenteper nulla disposto a litigare con

me. Il guaio naturalmente era la mia gelosia. Non sotuttaviacon qualefondamento avrei potuto litigare con luiperché

non avevo diritti precisi. Non so che cosa mi aspettassinon so che cosafossi disposto a farecosì come stavano le cose.

Con il mio nome e le mie prospettive avrei potuto benissimo offrirle la miamano. Non sono sicuro che l'avrebbe

accettatanon sono affatto certo che lo volesse. Ma voleva - lo voleva conintensità - che mi attaccassi a lei. Sarei stato

capace di rinunciare a ogni cosa - all'Inghilterraalla carrieraallafamiglia - soltanto per dedicarmi a leiviverle vicino

vederla ogni giorno».

«Perché non l'avete fatto allora?»chiese Stanmer.

«Perché non lo fate voi?».

«Per essere una replica idonea alla mia la vostra domanda sarebbe dovutaessermi rivolta venticinque

anni fa».

«È vero e indubbio chea un certo momentoavrei potuto fare quello che hodetto. Ecco quello che

voleva: avere accanto en permanence un giovanotto inglese riccosensibilecredulorispettabile. Eppuredevo renderle

piena giustizia: credo onestamente che avesse dell'affetto per me». A questeparole Stanmer si levò per avvicinarsi alla

finestra; rimase per un attimo a guardare fuoriquindi si volse. «Lo sapeteche aveva più anni di me?»continuai.

«Madame Scarebelli ha più anni di voi? Un giornoin giardinosua madre michiese in tono arrabbiato perché detestassi

Camerino. Non mi ero infatti dato la pena di nascondere i miei sentimenti edera appena accaduto qualcosa che lo aveva

messo in evidenza. "Non mi piace"le dissi"perché piacetanto a voi". "Vi assicuro che non mi piace"rispose. "Ha

tutta l'aria di essere il vostro amante"rimbeccai. Erano parolebrutali certamentema le avrebbe dette chiunque altro al

mio posto. Le accolse con un'aria molto strana; impallidì ma non ne fuindignata. "Come può essere il mio amante dopo

quello che ha fatto?"chiese. "Che cosa ha fatto?" Esitò alungo prima di dire: "Ha ucciso mio marito". "Santo cielo!"

esclamai. "E lo ricevete?" Lo sa che cosa disse? Disse: "Chevuole?"».

«È tutto?»chiese Stanmer.

«No. Aggiunse che Camerino aveva ucciso in duello il conte Salvi e ammiseche a provocarlo era stata

la gelosia di suo maritoIl contea quanto parevaera stato un mostro digelosia; le aveva reso la vita orribile. Dal canto

suo egli non era stato affatto irreprensibile; aveva ferito mortalmente unuomo di cui si dichiarava amico e la faccenda

era diventata di pubblico dominio. Il gentiluomo in questione aveva volutosoddisfazione per l'onore oltraggiatoma per

questa o quella ragione (per farle giustizia la contessa non mi disse che suomarito era un codardo) non l'aveva ottenuta

Era arrivato prima il duello con Camerino; in un furioso accesso di gelosiail conte aveva schiaffeggiato Camerinoe si

ritenne che a questo oltraggio - non so con quale fondamento - si dovessedare riparazione prima che all'altro. Con un

incredibile accordo - gli italiani non hanno di sicuro il senso delle regoledel gioco - all'altro uomo fu concesso di fare

da secondo a Camerino. Fu un duello alla spada e il conteferito in modo chein un primo tempo non parve fatalemorì

il giorno successivo. Per il buon nome della contessa la storia venne messa atacere così bene che poco dopo correva

voce fra la gente che fosse stato l'altro gentiluomo ad avere il merito diaver infilzato con la sua lama il signor de Salvi.

Questo gentiluomo si compiacque di non contraddire quella versione checontinuò a resistere. Finché andava bene a lui

era tutto interesse di Camerino non smentire quella versione che lo rendevaassai più libero di continuare la sua intimità

con la contessa».

Stanmer aveva ascoltato con grande attenzione. «Perché non la smentì lei?».

Mi strinsi nelle spalle. «Sono costretto a credere che fosse per la stessaragione. Erocomunque

inorridito dall'intera storiaprofondamente turbato dalla mancanza didignità mostrata dalla contessa continuando a

incontrare l'uomo per mano del quale era caduto suo marito».

«Il marito era stato un vero bruto e nessuno lo sapeva»disse Stanmer.

«Il fatto che non lo si sapesse non faceva nessuna differenza. Che poi Salvifosse stato un bruto

questo è soltanto un modo per dire che sua moglie e l'uomo da lei in seguitosposato lo detestavano».70

Stanmer sembrava assai perplesso; i suoi occhi fissavano i miei. «Sìnonè facile scusare quel

matrimonio. Fu disdicevole».

«Che sospirone trassi quando mi giunse la notizia! Ricordo il luogo e l'ora.Lo seppi in Indiain una

base in collinasette anni dopo che me ne ero andato da Firenze. La posta miportò alcuni giornali inglesi e in uno di

questi c'era una corrispondenza dall'Italia con molte "informazioni sulbel mondo"come si suol dire. Lìin mezzo ai

vari scandali degli ambienti elevati e altre notizie gustoselessi che lacontessa Bianca Salvicelebre da alcuni anni per

essere il genio ispiratore del salotto più gradevole di Firenzestava perconcedere la mano al conte Camerinoun illustre

bolognese. Ahmio caro ragazzoche fuga fortunosa! Ero stato sul punto disposare una donna capace di tanto! Ma

l'istinto mi aveva messo in guardia e mi ero affidato al mio istinto!».

«"L'istinto è tutto"come dice Falstaff!». E Stanmer prese aridere. «Avete mai detto a Madame de

Salvi che il vostro istinto le era ostile?».

«Nole dissi che mi incuteva terroreturbamentoorrore».

«È quasi la stessa cosa. Che cosa vi rispose?».

«Mi chiese che cosa avessi. Definii scandalosa la sua amicizia con Camerino;mi rispose che il marito

era stato un bruto. Inoltre nessuno ne sapeva nullaquindi non era unoscandalo. Proprio la vostra argomentazione!

Rimbeccai osservando che era un ragionamento detestabile e che le mancavaogni senso morale. Ci fu una lite

accesissimae io dichiarai che non l'avrei vista mai più. Nella foga delmio dolore me ne andai da Firenze e mantenni la

promessa. Non la rividi mai più».

«Non è possibile che ne siate stato molto innamorato».

«Non lo ero più... tre mesi dopo».

«Se lo foste statosareste ritornato... tre giorni dopo».

«Cosìsenza dubbiosembra a voi. Quello che posso dire è che fu lagrande prova della mia vita. Da

militare quale sonoho avuto molte occasioni per guardare in faccia ilnemico. Ma non fu in quei momenti che mi servì

la risolutezza; fu quando lasciai Firenze in diligenza».

Stanmer fece il giro della stanza per due o tre voltequindi disse: «Noncapisco! Non capisco perché

vi abbia detto che Camerino aveva ucciso suo marito. Poteva soltantodanneggiarla».

«Temeva che sarebbe stata danneggiata di piùse lo avessi creduto il suoamante. Desiderava dirmi la

cosa che più di ogni altra sarebbe servita a persuadermi che non fosse ilsuo amanteche non avrebbe mai potuto

esserlo. Desiderava inoltre che le si riconoscesse la virtù di una grandefranchezza».

«Santo cielodovete averla ben analizzata!»esclamò il mio compagnosgranando gli occhi.

«Non c'è nulla di tanto analitico quanto una delusione. Ed ecco! SposòCamerino».

«Sìnon mi piace»disse Stanmer. Rimase in silenzio per un po'quindiaggiunse: «Forse non

l'avrebbe fattose foste rimasto».

Che modi innocenti! «Molto probabilmente avrebbe rinunciato allacerimonia»risposi in tono

caustico.

«Parola mial'avete analizzata!».

«Dovreste essermene grato. Ho fatto per voi quello che sembrate incapace difare voi stesso».

«Non vedonel mio casonessun Camerino».

«Forse fra tutti quei gentiluomini posso trovarne io uno per voi».

«Grazie!»esclamò. «Me ne occuperò di persona». E se ne andò...contentospero.

10 - È un piccolo incosciente ostinato; mi irrita vederlo che rimaneappiccicato. Forse cerca il suo

Camerino; lo lascerò comunque al suo destino. Il caldo diventainsopportabile.

11 - Mi sono recatoquesta seraa salutare la signora Scarabelli. Non c'eranessuno; era sola nel

grande salotto ombrosoilluminato soltanto da un paio di candelecon leimmense finestre aperte sul giardino. Vestita

di biancoera incantevole. Mi ha chiesto naturalmente perché non mi fossifatto vedere per tanto tempo.

«Ritengo che lo diciate soltanto per forma. Immagino che lo sappiate».

«Che! Che cosa ho fatto?».

«Nulla; siete troppo avveduta».

Mi ha guardato per qualche tempo. «Penso che siate un po' matto».

«Ahnosono fin troppo sano. Ho troppa ragionenon troppo poca».

«Avete in ogni caso quella che si dice un'idea fissa».

«Niente di male finché è buona».

«Ma la vostra è abominevole!»ha esclamato ridendo.

«È naturale che non abbiate simpatia per me o per le mie idee. Tuttoconsideratomi avete trattato con

sublime gentilezza; vi ringrazio e vi bacio la mano. Parto da Firenzedomani».

«Non vi dirò che mi dispiace!»ha detto ridendo di nuovo. «Ma sonofelicissima di avervi conosciuto.

Mi sono sempre chiesta che tipo foste. Siete una curiosità».

«Sìdovete considerarmi tale. Un uomo che riesce a resistere al vostrofascino! Il fatto è che non ci

riesco; questa sera siete incantevole. Ed è la prima volta che sono da solocon Voi».

«Come avete potuto trattare mia madre in quel modo?».71

«Trattarla in quel modo?».

«Come avete potuto abbandonare la donna più affascinante del mondo?».

«Non fu un caso di abbandono; ese anche lo fumi sembra che si siaconsolata».

In quel momento sono risuonati dei passi nell'anticamera; mi sono accorto chela contessa aveva

riconosciuto quelli di Stanmer.

«Non sarebbe accaduto»ha mormorato. «La mia povera mamma aveva bisognodi qualcuno che

vegliasse su di lei».

È entrato Stanmer interrompendo la nostra conversazione e guardandomi conaria quasi impertinente

mi è parso. Mi consideracredoun noiosone ficcanaso e uggiosoeparolamia!rimuginandoci soprami sorprendo

della sua docilità. Dopo tutto ha venticinque anni - madevo aggiungeremi irrita sul serio - per come rimane

appiccicato! Subito dopo giunsero due o tre italianifrequentatori abituali;la mia visita fu breve.

«Addiocontessa»ho detto. Mi ha teso la mano in silenzio. «Avetebisogno di qualcuno che vegli su

di voi?»ho aggiunto con voce sommessa.

Mi ha squadrato dalla testa ai piediquindiquasi con rabbia: «Sìsignore».

Per scongiurare la sua rabbiale ho trattenuto la mano per un istantequindi chinando la testa

venerabilevi ho posato un bacio. Credo di averla placata.

Bologna14 - Lasciai Firenze l'11 e da tre giorni sono qui. Una deliziosavecchia città italianama

senza il fascino del mio segreto fiorentino.

Scrissi le mie ultime annotazioni cinque giorni fatardi nella nottedopoessere rientrato da Casa

Salvi. Mi addormentai quindi sulla sedia; quando mi svegliaiera giàtrascorsa metà della notte. Invece di coricarmi

rimasi a lungo a guardare il fiume. Era una notte tiepidaquieta; nel cielosi vedevano le prime fioche striature dell'alba.

Poco dopo percepiisotto la mia finestraun passo lento eguardando inbassoriconobbi alla luce di un lampione

Stanmer che stava rientrando. Lo invitai a venire nelle mie stanze edopo unintervallocomparve.

«Voglio dirvi addio. Partirò in mattinata. Non datevi la pena di dirvidispiaciuto. Non lo sieteè ovvio;

devo avervi angariato a dismisura».

Non fece il tentativo di dirsi dispiaciuto; disse invece di esserefelicissimo di avermi conosciuto.

«La vostra conversazione»disse con i suoi piccoli modi innocenti«èstata molto suggestiva».

«Avete individuato Camerino?»chiesi sorridendo.

«Ho rinunciato alla ricerca».

«Un giornoquando scoprirete di aver commesso un grande errorericordateviche vi avevo

avvertito».

Rimase a guardarmi per un minuto quasi cercasse di anticipare quel giornosforzando la ragione.

«Vi è mai capitato di pensare che forse siete stato voi a commettere ungrosso errore?».

«Ohsì! Capita di pensare a tuttoprima o poi».

Così gli dissi; non gli dissi invece che quella domandasottolineata dalsuo volto giovane e ingenuo

ebbein quel momentopiù forza di quanta non ne avesse mai avuta prima.

Mi chiese quindi sevisto come erano andate le cosefossi statoparticolarmente felice.

Parigi17 dicembre - Una nota mandatami dal giovane Stanmervisto aFirenze; un breve appunto

assai significativodatato Romache merita trascrivere.

«Mio caro generalemi sta a cuore dirvi cheuna settimana faho sposatola contessa Salvi-Scarabelli.

Le vostre parole mi avevano sconcertato molto maun mese più tardituttofu chiarissimo. Le cose che comportano

rischi assomigliano alla fede cristiana: vanno viste da dentro. VostroE.S.

«P.S. - Al diavolo le analogiea meno che non riusciate a trovareun'analogia per la mia felicità!».

La felicità lo rende perspicace. Spero che duri a lungo. La perspicaciaintendonon la felicità.

Londra19 aprile 1877 - Ieri seraa casa di Lady H.ho incontrato EdmundStanmeril marito della

figlia di Bianca Salvi. Sapevo dall'altro giorno che erano arrivati inInghilterra. Un bel giovanotto con un viso contento

e fresco. Mi ha rammentato Firenze che non ho finto di aver dimenticatomaè stato piuttosto imbarazzante perché

ricordavo come avessi più volte denigrato quella donna. Ma non mi è parsoaffatto scostante; sembrava al contrario che

si rallegrasse dell'incontro. Gli chiesi se sua moglie fosse lì. Dovevofarlo.

«Ohsìè in un'altra stanza. Venite a incontrarla; desidero che laconosciate».

«Dimenticate che la conosco».

«Ohnonon l'avete mai conosciuta». E ha dato in una risatinasignificativa.

Non me la sentivo in quel momento di trovarmi la ci-devant signoraScarabelli; ho detto perciò che

stavo per andarmenema che mi sarei concesso l'onore di fare visita a suamoglie. Per un minuto abbiamo parlato

d'altroquindiall'improvvisointerrompendosi e guardandomimi ha posatola mano sul braccio. Devo fargli giustizia

ammettendo che ha un'aria beata.

«Avevate tortoparola mia!»ha detto.

«Mio giovane amicofiguratevi con quanta alacrità ve lo concedo».

Si è accennato a un altro argomentoma dopo un attimo ha ripetuto il gesto.72

«Avevate tortoparola mia».

«Sono certo che la contessa mi ha perdonato e in tal caso non dovresteportarmi rancore. Come ho

avuto l'onore di dirviandrò a farle visita immediatamente».

«Non alludevo a mia moglie; pensavo alla vostra storia».

«La mia storia?».

«Di tanti anni fa. Non fu un errore?».

L'ho guardato per un momento; è raggiantesenza dubbio.

«Non è un dilemma da risolvere in un'affollata riunione londinese».

E mi sono allontanato.

22 - Non sono ancora andato a fare visita alla ci-devant signora; hopaura di trovarla in casa. Le parole

di quel ragazzo mi rimbombano nelle orecchie. «Avevate tortoparola mia.Non fu un errore?». Avevo torto? Fu un

errore? Mi condussi con troppa cautelatroppa diffidenzatroppa logica?Aveva davvero bisogno che qualcuno

vegliasse su di leidi un uomo che l'aiutasse? Sarebbe stato un bene per luicrederle? La sua colpa fu soltanto quella di

essere abbandonata da me? La poveretta fu molto infelice? Che Dio mi perdonicome mi si affollano le domande! Se

rovinai la sua felicità di certo non ho fatto la mia. Forse avrei potutofarla... eh? Bella scoperta per un uomo della mia

età!