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Joseph Conrad

La linea d’ombra

NOTA DELL'AUTORE

Questa storiache pur nella sua brevitàlo riconoscoè un'operaabbastanza complessanon intendeva trattare il

soprannaturale. Però più di un critico è stato propenso a leggerla inquesto modocogliendovi un tentativoda parte mia

di dare il più ampio sfogo all'immaginazione trasportandola oltre i confinidel mondo in cui vive e soffre l'umanità. Ma

in realtà la mia immaginazione non è fatta di stoffa tanto elastica. Credoche se tentassi di mettervi la tensione del

soprannaturale fallirebbe miseramente e mostrerebbe una sgradevole lacuna.Non avrei mai potuto fare un simile

tentativoperché tutto il mio essere morale e intellettuale è permeatodall'invincibile convinzione che tutto ciò che cade

sotto il dominio dei nostri sensi si trova nella natura eper quantoeccezionalenon può essere diverso nella sua essenza

da tutte le altre manifestazioni del mondo visibile e tangibile di cui noisiamo parte consapevole. Il mondo dei vivi

contiene già abbastanza meraviglie e misteri così com'è: meraviglie emisteri che agiscono sulle nostre emozioni e sulla

nostra intelligenza in modi così inesplicabili da giustificare unaconcezione della vita quasi come uno stato incantato.

Nosono troppo saldo nella consapevolezza del meraviglioso per essereaffascinato dal puro soprannaturaleche

(consideratelo come volete) non è altro che un artificiol'invenzione dimenti insensibili all'intima delicatezza del nostro

rapporto con i morti e con i vivinelle loro innumerevoli moltitudiniunaprofanazione dei nostri ricordi più teneriun

oltraggio alla nostra dignità.

Qualunque sia la mia naturale modestianon scenderà mai tanto in basso dacercare aiuto per l'immaginazione

in quelle vane chimere comuni a tutte le età e che in se stesse sonosufficienti per riempire di indicibile tristezza tutti

coloro che amano l'umanità. Quanto all'effetto di sconvolgimento mentale omorale su una mente comunequesto sì è

un argomento legittimo da studiare e descrivere. L'essere morale del signorBurns riceve un duro colpo dal rapporto col

suo defunto capitanoe questonel suo stato morbososi trasforma in purafantasia superstiziosa fatta di paura e

animosità. Questoche è uno degli elementi della storianon ha niente disoprannaturalenienteper così direche esca

dai confini di questo mondochein tutta coscienzacontiene giàabbastanza mistero e terrore.

Forse se avessi pubblicato questo raccontoche avevo in mente da tantotempocol titolo di Primo Comando

nessun lettore imparziale o critico o altrivi avrebbe trovato una qualcheallusione al soprannaturale. Non mi soffermerò

qui sulle origini del sentimento che mi ha suggerito il vero titoloLalinea d'ombra. Prima di tuttolo scopo di questo

scritto era di presentare certi fatti che sicuramente erano associati alcambiamento dalla gioventùspensierata e fervida

al periodo più autoconsapevole e travagliato dell'età più matura. Nessunopuò dubitare che dinanzi alla suprema prova

di un'intera generazione io non fossi chiaramente consapevole del carattereminuto e insignificante della mia oscura

esperienza. Non ci potrebbe essere nessun confronto. Lungi da me un'idea delgenere. Ma c'era un sentimento di

identitàper quanto in scala enormemente diversacome fra una singolagoccia e l'amara e burrascosa immensità di un

oceano. E anche questo era molto naturale. Perché quando cominciamo ameditare sul significato del nostro passato

sembra che esso riempia tutto il mondo della sua profondità e grandezza.Questo libro fu scritto negli ultimi tre mesi

dell'anno 1916. Di tutti gli argomenti di cui uno scrittore di racconti èpiù o meno consapevole dentro di séquesto è

l'unico a cui a quell'epoca trovai possibile accostarmi. La profondità e lanatura dello stato d'animo con cui lo affrontai è

meglio espressa forse nella dedica che adesso mi colpisce come una cosaestremamente sproporzionatacome un altro

esempio della grandezza sopraffattoria della nostra stessa emozione su noistessi.

Avendo detto già troppopasserò adesso a qualche osservazione sul semplicemateriale della storia. Quanto al

luogoesso appartiene a quella parte dei mari d'Oriente da cui nella miavita di scrittore ho tratto il maggior numero di

ispirazioni. Dall'affermazione che per molto tempo avevo pensato a questoracconto col titolo di Primo Comandoil

lettore può arguire che riguarda la mia esperienza personale. E di fatti sitratta di esperienza personale vista in

prospettiva con l'occhio della mente e colorata di quell'affetto che non sipuò fare a meno di sentire per quegli eventi

della propria vita di cui non si ha motivo di vergognarsi. E l'affetto ètanto intenso (faccio appello qui all'esperienza

universale) quanto la vergogna e quasi l'angoscia con cui ci si ricorda diqualche sfortunato episodiofino ai semplici

errori nel parlareche si sono commessi nel passato. L'effetto dellaprospettiva nella memoria è di far apparire le cose

più grandiperché quelle essenziali spiccano isolate in mezzo allecircostanze degli insignificanti fatti quotidiani che

naturalmente sono svaniti dalla mente. Ricordo con piacere quel periodo dellamia vita in mare perchéiniziato sotto

cattivi auspicialla fine si trasformò in un successo da un punto di vistapersonalelasciando una prova tangibile nelle

parole di una lettera che gli armatori della nave mi scrissero due anni dopoquando diedi le dimissioni dal mio comando

per tornare a casa. Dimissioni che segnarono l'inizio di un altro periododella mia vita in marela sua fase terminalese

così si può direche a suo modo ha colorato un'altra parte dei mieiscritti. Allora non sapevo quanto fosse vicina la fine

della mia vita in maree perciò non provai alcun doloretranne che nelsepararmi dalla nave. Mi spiacque anche

rompere i rapporti con la compagnia che possedeva quella nave e che sicompiacque di accogliere cordialmente e dare

la propria fiducia a un uomo che era entrato al loro servizio in modo casualee in circostanze molto avverse. Senza

togliere merito alla serietà del mio intentoadesso sospetto che la fortunaabbia avuto una parte non piccola nel successo

della fiducia riposta in me. E non si può fare a meno di ricordare conpiacere l'epoca in cui i propri sforzi migliori

furono assecondati da un colpo di fortuna.

Le parole «Degno del mio imperituro rispetto» che ho scelto per il mottodel frontespiziosono citate dal testo

stesso del libro; esebbene uno dei miei critici abbia pensato cheriguardassero il velieroè evidentedato il posto in cui

si trovanoche si riferiscono all'equipaggio di quella nave: estraneicompleti per il loro nuovo capitano e che pure glifurono così vicini durantequei venti giorni che parvero trascorrere sull'orlo di una lenta e agonizzantedistruzione. E

quellofra tuttiè il ricordo più grande! Di sicuro è una gran cosaaver comandato un pugno di uomini degni del proprio

imperituro rispetto.

1920

J.C.

I

... D'autres foiscalme platgrand miroir

e mon désespoir.

Baudelaire

Soltanto i giovani hanno momenti simili. Non sto parlando dei giovanissimi.No. I giovanissimiin effettinon

hanno momenti. È il privilegio della prima giovinezza di vivere in anticiposui propri giorniin quella bella continuità di

una speranza che non conosce né pause né introspezione.

Ci si chiude alle spalle il piccolo cancello della fanciullezza e si entra inun giardino incantatodove anche le

ombre splendono di promesse e ogni svolta del sentiero ha una sua seduzione.Non perché sia una terra inesplorata. Si

sa bene che tutta l'umanità è passata per quella stessa strada. È ilfascino dell'esperienza universale da cui ci si aspetta

una sensazione non comune o personale: un pezzetto di se stessi.

Riconoscendo le orme di chi ci ha precedutosi va avantieccitati edivertitiaccogliendo insieme la buona e la

cattiva sorte - le rose e le spinecome si suol dire - il variegato destinocomune che ha in serbo tante possibilità per chi

le merita oforseper chi ha fortuna. Già. Si va avanti. E il tempoanchelui va avanti; finché dinnanzi si scorge una

linea d'ombra che ci avvisa che anche la regione della prima giovinezza deveessere lasciata indietro.

Questo è il periodo della vita in cui è probabile che arrivino i momenti dicui ho parlato. Quali momenti?

Momenti di noiaeccodi stanchezzadi insoddisfazione. Momentiprecipitosi. Parlo di quei momenti in cui chi è

ancora giovane è portato a compiere atti avventaticome sposarsiall'improvvisoo abbandonare un lavoro senza motivo

alcuno.

Questa non è la storia di un matrimonio. Non ero arrivato a tanto. Il mioattoper quanto avventatoaveva più

le caratteristiche del divorziodella diserzione quasi. Senza una ragioneplausibile per una persona di buon sensomollai

il mio lavoro - lasciai il mio posto - abbandonai la nave di cui la cosapeggiore che si potesse dire era che era una nave a

vapore e perciòforsenon meritava quella cieca fedeltà che... Comunquenon serve cercare di metter delle pezze a

quello che io stesso anche allora sospettai essere poco più di un capriccio.

Accadde in un porto dell'Oriente. La nave era una nave dell'Orientenelsenso che allora aveva quel porto di

armamento. Trafficava fra isole oscure su un mare blu trapunto di scogliconla bandiera rossa della Marina mercantile

britannica sul coronamento a poppa e la bandiera armatoriale in testad'alberorossa anch'essama con un bordo verde e

una mezzaluna bianca. Il suo armatore era un araboe per di più un Syed.Ecco perché c'era un bordo verde sulla

bandiera. Era a capo di un grande Casato di arabi degli Strettima unsuddito tanto fedele al composito Impero

britannico come se ne potevano trovare a levante del Canale di Suez. Non sicurava affatto della politica mondialema

godeva di un grande potere occulto presso la sua gente.

Per noi era indifferente chi fosse l'armatore. Aveva bisogno di ingaggiaredei bianchi per la parte marittima dei

suoi affarie molti di quelli che lui ingaggiava per questo lavoro nonavevano mai posato gli occhi su di luidal primo

all'ultimo giorno. Io stesso non lo vidi che una voltaper puro casosu unmolo: un vecchietto scurocieco da un occhio

con una veste nivea e delle pantofole gialle. Si lasciava baciare la mano dauna folla reverente di pellegrini malesiai

quali aveva fatto del benein termini di cibo e denaro. La sua elemosinahosentito direera molto estesacopriva quasi

l'intero Arcipelago. Ma non si dice che «l'uomo caritatevole è l'amico diAllah»?

Un armatore arabo eccellente (e pittoresco)sul quale non c'era bisogno discervellarsiuna più che eccellente

nave scozzese - perché tale eradalla chiglia in su -ottima per tenere ilmarefacile da puliremaneggevole in tutti i

sensiese non fosse stato per la sua propulsione internadegna dell'amoredi qualsiasi marinaio. Ancor oggiper la sua

memoriaconservo un profondo rispetto. Per quel che riguarda il genere ditraffici nel quale era impegnata e il carattere

dei miei compagni di bordonon avrei potuto essere più soddisfatto nemmenose vita e uomini fossero stati fatti su mia

ordinazione da un mago benigno.

E all'improvviso abbandonai tutto. Me ne andai in quel modoper noiirragionevolein cui un uccello vola via

da un comodo ramo. Fu come sea mia insaputaavessi udito un sussurro ovisto qualcosa. Bahforse! Il giorno prima

mi andava tutto benissimo e il giorno dopo era sparito tutto: il fascinoilsaporel'interessela soddisfazionetutto. Era

uno di quei momenticapite. Mi aggredì la precoce malattia della tardagiovinezza e mi portò via. Via da quella nave

voglio dire.

Eravamo solo quattro bianchi a bordocon un numeroso equipaggio di calasci edue sottufficiali malesi. Il

Capitano mi guardò fisso come si domandasse cosa mi tormentava. Ma era unmarinaioeanche luiera stato giovaneun tempo. Poi sotto i folti baffigrigio-ferro venne a nascondersi un sorrisoe osservò chenaturalmentese iosentivo di

dovermene andare non mi poteva trattenere con la forza. E ci si accordò chesarei stato liquidato l'indomani mattina.

Mentre uscivo dalla sala nauticaimprovvisamente aggiunsecon un tonostranopensierosoche mi augurava di trovare

quello che ero così ansioso di andare a cercare. Un'espressione pacata ecriptica che sembrava penetrare più a fondo di

quanto avrebbe potuto fare qualsiasi arnese duro come il diamante. Credo cheavesse proprio capito il mio caso.

Ma il secondo di macchina mi affrontò diversamente. Era un giovane scozzesevigorosocon il viso liscio e gli

occhi chiari. Dalla scaletta della sala macchine emerse prima la sua facciarossa e onesta e poi tutto l'uomo robusto; le

maniche della camicia rimboccatesi asciugava lentamente i massicciavambracci con una manciata di stracci. Gli occhi

chiari esprimevano un amaro disgustocome se la nostra amicizia si fossemutata in cenere. Disse grevemente: «Ah!

Certo! L'ho sempre pensato che avresti finito per scappare a casa e sposartiqualche stupida».

Nel porto era tacitamente risaputo che John Nieven era un terribile misoginoe l'assurdità della sua sortita mi

convinse che aveva deliberatamente voluto essere sgradevole - moltosgradevole - che aveva voluto dire la cosa che

riteneva più offensiva. La mia risata suonò come una scusa. Solo un amicopoteva essere tanto arrabbiato e abbassai un

po' la cresta. Anche il direttore di macchina considerò la mia azione da unpunto di vista tutto suoma con spirito più

benevolo.

Era giovane anche luima molto esilecon un'ombra di barba bruna lanuginosaintorno alla faccia smunta. Per

tutto il giornoin mare o in portolo si vedeva camminare in fretta su egiù per il ponte a poppacon un'intensa

espressione spiritualmente rapitacausata dalla continua percezione disgradevoli sensazioni fisiche nella sua economia

interna. Perché era un dispeptico cronico. Il mio caso per lui era moltosemplice. Disse che non si trattava che di fegato

in disordine. Ma senza dubbio! Mi consigliò di rimanere per un altro viaggioe nel frattempo prendere una certa

specialità farmaceutica in cui lui credeva ciecamente. «Ti dirò io quelloche farò. Comprerò due bottigliedi tasca mia

per te. Ecco. Più di così non posso fareti pare?».

Credo che al più piccolo segno di un mio cedimento avrebbe perpetratoquell'atto crudele (o generoso). Ormai

peròio ero più insoddisfattodisgustato e intestardito che mai. Quegliultimi diciotto mesicosì pieni di esperienze

nuove e variatemi sembravano uno spreco desolato e prosaico di tempo.Sentivo - come posso esprimerlo? - che non

potevo trarne alcuna verità.

Quale verità? Avrei fatto molta fatica a spiegarlo. Probabilmentese miavessero costrettosarei semplicemente

scoppiato a piangere. Ero abbastanza giovane per farlo.

Il giorno dopocol Comandanteregolammo la faccenda alla Capitaneria diporto. Era una grande stanza

spaziosafresca e biancain cui la luce schermata del giorno splendevaserena. Lì dentro tutti - funzionari e pubblico -

erano vestiti di bianco. Lungo il passaggio centrale solo le massiccescrivanie levigate luccicavano scuree le carte

sparse sopra erano azzurre. Dall'altodegli enormi ventilatori mandavanoun'aria leggera attraverso quell'interno

immacolato e sulle nostre teste sudate.

L'impiegato dietro la scrivania a cui ci avvicinammo mostrò tutti i denti inun sorriso amichevole che mantenne

finchéin risposta alla sua domanda fatta meccanicamente«Sbarco ereimbarco?»il mio Capitano rispose: «No!

Sbarco e basta». E allora il suo sorriso svanì lasciando il posto aun'improvvisa solennità. Non mi guardò più finché non

mi porse i miei documenti con un'espressione addoloratacome si fossetrattato del mio passaporto per l'Ade.

Mentre li mettevo via fece sottovoce una domanda al Capitano che gli risposeallegramente:

«No. Ci lascia per andare a casa».

«Oh!»esclamò l'altroscuotendo con afflizione la testa per la miatriste condizione.

Non l'avevo mai visto fuori dall'ufficioma si sporse dalla scrivania perstringermi la manocon aria

compassionevolecome di fronte a un povero diavolo che sta per essereimpiccato. Temo di aver sostenuto senza garbo

la mia partecon i modi induriti di un impenitente criminale.

Prima di tre o quattro giorni nessuna nave postale sarebbe partita perportarmi in Inghilterra. Essendo ormai un

marinaio senza naveche aveva rotto per qualche tempo i rapporti con il mare- divenutoquindiin potenzaun

semplice passeggero -forse sarebbe stato più appropriato che andassi astare in albergo. E ce n'era anche unoa un tiro

di schioppo dalla Capitanerianon altoma in qualche modo simile a unpalazzonell'esibizione dei suoi bianchi

padiglioniadorni di colonnecircondati da tappeti erbosi ben pareggiati.Là dentro mi sarei davvero sentito un

passeggero! Gli gettai un'occhiata ostile e diressi i miei passi verso laCasa del marinaio.

Camminavo al solesenza badarcie all'ombra dei grandi alberi dell'Esplanadesenza godermela. Il calore

dell'Oriente tropicale scendeva fra i rami fronzutiavviluppando il miocorpo vestito di abiti leggerie aderendo alla mia

insoddisfazione ribellecome per derubarla della sua libertà.

La Casa del marinaio era un grande bungalow con un'ampia veranda e ungiardinettodall'aspetto curiosamente

suburbanodi cespugli e qualche albero che lo separava dalla strada.Quell'istituzione aveva qualcosa in comune con un

circolo residenziale privatoma con un sapore leggermente governativo inpiù. Infatti veniva amministrata dalla

Capitaneria e il suo direttore veniva ufficialmente designato come Capocambusiere. Era un ometto avvizzito e infelice

chemesso in divisa da fantinoavrebbe fatto la sua parte alla perfezione.Ma era ovvio che in un momento o l'altro

della sua vitain qualche vesteaveva avuto un legame col mare.Probabilmente nella definitiva veste del fallimento.

Avrei pensato che il suo fosse un impiego facilissimose non avesse spessoaffermato che quel lavoroper una

ragione o per l'altrasarebbe statoprima o poila causa della sua morte.Il che era piuttosto misterioso. Forse

istintivamentetutto era un peso per lui. Quel che era certo è che sembravadetestare l'aver gente per casa.Al mio ingresso là dentro pensai che dovevaessere contento: c'era un silenzio di tomba. Non si vedeva nessuno

nei soggiorni e anche la veranda era desertatranne che all'altra estremitàin cui un uomo sonnecchiava abbandonato su

una sedia a sdraio. Al rumore dei miei passi aprì un orribile occhio dapesce stracco. Non lo conoscevo. Mi ritirai da lì

eattraversata la sala da pranzo - un luogo molto spoglio con un ventilatoreimmobilesospeso sopra la tavola posta al

centro -andai a bussare a una porta su cui una targa di lettere nere diceva«Capo cambusiere». Come risposta al mio

bussare giunse un lamento pieno di irritazione e tristezza: «OhDio! OhDio! Cosa c'è adesso?»e io entrai senza

esitare.

Era strano che una stanza simile si trovasse ai tropici: poca luce e ariastantia vi regnavano sovrane. Quel tale

aveva appeso alle finestreche erano chiusedelle ampissime e polverosetende di pizzo da pochi soldi. Pile di scatole di

cartonecome quelle che usano le modiste e le sarte in Europaingombravanogli angoli echissà comesi era procurato

il tipo di arredamento che avrebbe potuto uscire da qualche rispettabilesoggiorno dell'East End di Londra: un divano di

crine di cavallo con le poltrone uguali. Scorsi dei sozzi coprischienaleall'uncinetto gettati su quegli orribili mobiliche

ispiravano orrore e meraviglia perché non si riusciva a indovinare qualemisterioso accidenteo necessità o fantasiali

avesse raccolti lì. Il loro proprietario si era tolto la giubba einpantaloni bianchi e maglietta con le maniche cortestava

acquattato dietro lo schienale della poltrona strofinandosi i magri gomiti.

Nell'udire che ero venuto per restare gli sfuggì un'espressione di sgomentoma non poté negare che c'era un

mucchio di stanze libere.

«Benissimo. Mi può dare quella che avevo l'altra volta?».

Emise un debole lamento da dietro una pila di scatoloni sul tavoloche forseavevano contenuto guanti

fazzoletti o cravatte. Mi domando cosa ci tenesse lui. C'era odore di coralloin putrefazioneo di polvere d'Orientedi

esemplari zoologiciin quel suo buco. Oltre quella barriera vedevo solo lacima della sua testa e due occhi infelici

puntati su di me.

«È solo per un paio di giorni»dissiper rincuorarlo.

«Non potrebbe pagare in anticipo?»propose con ardore.

«Certo che no!»sbottai appena fui in grado di parlare. «Non ho maisentito una cosa simile! Che infernale

sfacciataggine...».

Si prese la testa fra le mani: un gesto di disperazione che calmò il miosdegno.

«Ohpovero me! Povero me! Non esploda in questo modo. Lo chiedo a tutti».

«Non ci credo»dissi seccamente.

«Behho intenzione di farlo. E se voi signori accettaste tutti di pagare inanticipo riuscirei a far pagare anche

Hamilton. Viene sempre a terra senza un soldo epersino quando ne hanonsalda i conti. Non so più cosa fare con lui.

Mi insulta e dice che non posso sbattere in strada un biancoqua. Così selei accondiscendesse...».

Ero stupefattoe anche poco convinto. Sospettavo quel tale di impertinenzagratuita. Gli dissi con enfasi

marcata che prima avrei visto lui e Hamilton impiccati e gli chiesi diaccompagnarmi nella mia stanza senza aggiungere

altre sciocchezze. Allorada non so dovetirò fuori una chiave e mi fecestrada fuori dalla sua tana; passandomi davanti

mi lanciò in tralice un'occhiata ostile.

«C'è nessuno che conosco?»domandai prima che se ne andasse dalla miastanza.

Aveva ripreso il suo solito tono insofferente e afflitto e rispose che c'erail capitano Gilesdi ritorno da un

viaggio nel Mare di Sulu. C'erano anche altri due ospiti. Fece una pausa epoi aggiunse chenaturalmentec'era

Hamilton.

«Ahgià! Hamilton»dissie la miserabile creatura se ne andò con unultimo sospiro.

La sua impudenza mi rodeva ancora quandoall'ora di colazioneentrai nellasala da pranzo. Era là al suo posto

a sorvegliare i servitori cinesi. La colazione era apparecchiata a un solocapo della lunga tavolae il ventilatore

muoveva pigramente l'aria torridasoprattutto su quella nuda distesadesolata di legno lucido.

Eravamo in quattro intorno alla tovaglia. Uno era lo sconosciuto che pisolavasulla sedia. Entrambi gli occhi

erano adesso parzialmente apertima sembravano non vedere niente. Eraprostrato. L'eminente persona accanto a lui

con le basette corte e il mento rasato con curanaturalmenteera Hamilton.Non ho mai visto nessuno così pieno di

sussiego per la posizione che la Provvidenza si era compiaciuta diassegnargli nella vita. Mi avevano detto che mi

considerava un volgare dilettante. Al suono che emisi tirando indietro la miasediasollevò non solo gli occhima anche

le sopracciglia.

A capotavola c'era il capitano Giles. Scambiai qualche parola di saluto conlui e mi sedetti alla sua sinistra.

Corpulento e pallidocon la grande cupola splendente della sua fronte calvaocchi scuri e sporgentipoteva essere

qualsiasi cosa tranne un marinaio. Non ci si sarebbe sorpresi di venir asapere che era un architetto. A me (so quanto sia

assurdo) sembrava un fabbriciere. Aveva l'aspetto di un uomo da cui ci siaspettano consigli giudiziosipareri morali

con forse un paio di luoghi comuni buttati lì per l'occasionenon per undesiderio di abbagliarema per convinzione

sentita.

Sebbene molto conosciuto e apprezzato nel mondo della marina mercantilenonaveva un impiego regolare.

Era lui che non lo voleva. Occupava un posto specialetutto suo. Era unesperto. Un esperto in - come definirla? - in

navigazione intricata. Si pensava che conoscesse più di ogni uomo al mondo iposti più remoti e appena segnati sulle

carte dell'Arcipelago. Il suo cervello doveva essere un vero archivio discogliposizionirilevamentisagome di punte di

terraforme di coste oscureprofili di innumerevoli isoledeserte e no.Qualsiasi nave che dovesse andare a Palawan

per esempioo da qualche parte lì vicinoavrebbe voluto il capitano Gilesa bordoin comando temporaneo o «perassistere il comandante». Si diceva cheper tali serviziricevesse in anticipo l'onorario da un'importante società di

armatori cinesi. Oltre a ciòera sempre pronto a prendere il posto dichiunque desiderasse passare un periodo di riposo a

terra. Non era mai accaduto che un armatore avesse da ridire su un simileaccordo. Infattinel portoera opinione

comune che il capitano Giles fosse bravo quanto i più bravise non un po'di più. Ma per Hamilton era un «dilettante».

Credo che per Hamilton la generalizzazione «dilettante» comprendesse tuttinoianche se suppongo che nella sua mente

facesse qualche distinzione.

Non cercai di attaccar discorso con il capitano Gilesche non avevo vistopiù di due volte in vita mia. Ma

naturalmentelui sapeva chi ero. Dopo un po'chinando il suo testone lucidoverso di memi rivolse la parola per primo

nel suo modo cordiale. Vedendomi lìdissesi immaginava che fossi venuto aterra in licenza per un paio di giorni.

Era un uomo che parlava a bassa voce. Io alzai un po' la mia per dire che no:avevo definitivamente lasciato la

nave.

«Libero cittadino per un po'»fu il suo commento.

«Credo di potermi definire cosìdalle undici»dissi.

Sentendoci parlareHamilton aveva smesso di mangiare. Posò delicatamente ilcoltello e la forchettasi alzòe

borbottando qualcosa su «questo caldo infernale che toglie l'appetito»uscì dalla sala. Quasi immediatamente lo

udimmo lasciare la casa giù per i gradini della veranda.

Al che il capitano Giles osservò tranquillamente che l'amico se ne eraandato di sicuro per farsi dare il mio

posto. Il Capo cambusiereche fino a quel momento era rimasto addossato almuroavvicinò il suo muso da capra

infelice alla nostra tavola e si rivolse a noi mestamentecon lo scopo discaricarsi della sua eterna lagnanza contro

Hamilton. Quell'uomo lo teneva sui carboni ardenti con la Capitaneria per viadei suoi conti non pagati. Si

raccomandava a Dio perché ottenesse il mio impiegoanche se in realtà cosac'era da aspettarsi? Tutt'al più un sollievo

temporaneo.

«Non ha di che preoccuparsi»dissi. «Non otterrà il mio posto. Il miosostituto è già a bordo».

Rimase sorpreso e mi pare proprio che alla notizia gli si allungasse il muso.Al capitano Giles sfuggì un

risolino soffocato. Ci alzammo e uscimmo nella verandalasciando che dellosconosciuto inerte se ne occupassero i

cinesi. L'ultima cosa che vidi fu che gli avevano messo un piatto davanti condentro una fetta di ananas e restavano

dietro di lui a guardare cosa sarebbe successo. Ma l'esperimento era fallito:l'uomo restava insensibile.

A bassa voceil capitano Giles mi confidò che si trattava di un ufficialedi uno yacht di un qualche rajah

arrivato nel nostro porto per entrare in bacino di carenaggio. Doveva averne«vista di vita» la notte primaaggiunse

arricciando il naso in un modo intimo e confidenziale che mi piacqueimmensamente. Perché il capitano Giles godeva di

grande prestigio. Gli venivano attribuite meravigliose avventure e unamisteriosa tragedia nella sua vita. E nessuno

aveva niente da dire contro di lui. Proseguì:

«Me lo ricordo la prima volta che è sbarcato quiqualche anno fa. Sembraieri. Era un bravo ragazzo. Oh!

questi bravi ragazzi!».

Non potei trattenermi dal ridere forte. Sembrò stupitopoi si unì allarisata. «No! No! Non intendevo questo»

esclamò. «Ciò che intendevo è che alcuni di loro qui rammolliscono moltorapidamente».

Scherzosamente suggerii che la prima causa era il caldo bestiale. Ma ilcapitano Giles si rivelò in possesso di

una più profonda filosofia. Le cose lì in Oriente erano rese facili per ibianchi. E fin qui tutto bene. La difficoltà

consisteva nel continuare a conservarsi bianchie alcuni di questi braviragazzi non sapevano come fare. Mi diede

un'occhiata indagatrice econ un tono benevoloda vecchio ziodi punto inbianco mi chiese:

«Perché ha lasciato il suo posto?».

Mi venne subito una rabbia tremendaperché è facile immaginarsi quanto siaesasperante una domanda simile

per uno che non lo sa. Dissi a me stesso che avrei dovuto mettere a tacerequel moralista e a luiad alta vocecon un

tono di sfida cortese:

«Perché...? Lo disapprova?».

Era troppo sconcertato per far altro se non mormorare confuso: «Io!... Inlinea generale...»e poi mi lasciò

perdere. Ma si ritirò in buon ordinecoprendosi sotto un'osservazionegoffamente spiritosa cheanche luistava

rammollendosi e che quellaquando era a terraera l'ora della sua piccolasiesta. «Pessima abitudine. Pessima

abitudine».

Il candore di quell'uomo avrebbe disarmato una suscettibilità ancor piùgiovanile della mia. Perciò quando il

giorno dopoa colazionepiegò la testa verso di me per dirmi che la seraprima aveva incontrato il mio ex capitano

aggiungendo sottovoce: «Gli dispiace molto che lei se ne sia andato. Nonaveva mai avuto un secondo che gli andasse

così bene»gli risposi sinceramentesenza affettazioneche in tutti igiorni passati in mare non mi ero mai trovato così a

mio agio su nessun'altra nave o con nessun altro comandante.

«E allora?»mormorò.

«Non le hanno dettocapitano Gilesche voglio andare a casa?».

«Sì»disse benevolo. «Una cosa simile l'ho già sentita dire spesso».

«E con questo?»esclamaipensando che fosse l'uomo più ottuso e senzaimmaginazione che avessi mai

incontrato. Non so cos'altro avrei dettoma proprio allora entrò Hamiltonfortemente in ritardoe si sedette al suo solito

posto. Perciò mi limitai a borbottare:

«Comunquequesta volta la vedrà fare».Hamiltonmagnificamente sbarbatofece un rapido cenno al capitano Gilesma non ebbe la compiacenza di

alzare neanche le sopracciglia verso di me; e quando aprì bocca fu solo perdire al Capo cambusiere che quello che c'era

nel suo piatto non era cibo da presentare a un gentiluomo. L'individuo a cuisi era rivolto sembrava troppo abbattuto

anche solo per gemere. Alzò soltanto gli occhi al cielo sul ventilatore e fututto.

Il capitano Giles e io ci alzammo da tavolae lo sconosciuto vicino aHamilton seguì il nostro esempio

destreggiandosi con difficoltà per mettersi in piedi. Il poveretto avevacercato di ficcarsi in bocca un po' di quel cibo

indegnonon perché avesse famema credo solamente per riacquistare ilrispetto di se stesso. Madopo aver lasciato

cadere la forchetta un paio di volte e non aver ottenuto alcun successocomplessivoera rimasto seduto immobile con

un'aria molto mortificata in aggiunta a uno sguardo orribilmente vitreo. Atavola sia Giles che io avevamo evitato di

guardare dalla sua parte.

Sulla veranda si fermò di colpo con lo scopo di rivolgerci ansiosamente unlungo discorso che io non riuscii

assolutamente a capire. Suonava come un'orribile lingua sconosciuta. Maquando il capitano Gilesdopo solo un attimo

di riflessionegli rispose con cordiale familiarità: «Sìcerto. Suquesto punto ha proprio ragione»sembrò davvero

molto gratificatoe si allontanò (camminando persino quasi diritto) percercare una sdraio più lontana.

«Cos'è che cercava di dire?»chiesi disgustato.

«Non lo so. Non bisogna mai infierire contro il prossimo. Di sicuro si sentegià abbastanza disgraziato e

domani si sentirà ancora peggio».

A giudicare dal suo aspetto sembrava impossibile. Mi chiesi quale specie dicomplessi bagordi lo avesse ridotto

in quello stato indicibile. La benevolenza del capitano Giles era guastata dauna curiosa aria di compiacimento che non

mi piacque. Dissi con un risolino:

«Behci sarà lei a occuparsi di lui».

Fece un gesto come a rifiutare tale onoresi sedette e prese un giornale.Feci lo stesso. I giornali erano vecchi e

poco interessantiriempiti soprattutto di deprimenti descrizionistereotipate delle celebrazioni per il primo giubileo della

regina Vittoria. Probabilmente saremmo rapidamente scivolati in un pisolinopomeridiano tropicale sedalla sala da

pranzonon si fosse alzata la voce di Hamilton. Era ancora lì a finire dimangiare. I due ampi battenti della porta erano

sempre spalancatie non poteva rendersi conto di quanto le nostre sediefossero vicine alla porta. Lo si udì rispondere a

voce alta e altezzosa a qualche affermazione azzardata del Capo cambusiere.

«Non intendo subire pressioni. Saranno ben contenti di avere un gentiluomoimmagino. Non c'è fretta».

Seguì un concitato bisbiglio del cambusiere e poi si udì di nuovo Hamiltonintervenire con disprezzo ancora

accresciuto.

«Cosa? Quel giovane coglione che si crede chissà chi perché è stato pertanto tempo il primo ufficiale di

Kent?... Ridicolo».

Giles e io ci guardammo. Dato che Kent era il nome del mio ex comandanteilsussurro del capitano Giles«È

di lei che parla»mi sembrò puro fiato sprecato. Il Capo cambusiere dovevaessere fermo sul suo puntoquale che fosse

perché si udì di nuovo Hamiltonancora più arrogantese possibileeanche molto accalorato:

«Sciocchezzebuon uomo! Non ci si mette in competizione con unvolgare dilettante come quello. C'è tutto il

tempo che si vuole».

Poi ci fu uno spostarsi di seggiolepassi nell'altra stanza e piagnucolosesuppliche del cambusiereche

inseguiva Hamiltonpersino fuori di casa attraverso l'ingresso principale.

«È un uomo estremamente insolente»osservò (oziosamente pensai io) ilcapitano Giles. «Molto insolente.

Non è che lei lo abbia offeso in qualche modovero?».

«Mai parlato con lui in vita mia»risposi di cattivo umore. «Non siriesce a capire cosa intenda con mettersi in

competizione. Ha cercato di avere il mio posto dopo che l'avevo lasciato enon l'ha ottenuto. Ma questo non si chiama

competere».

Il capitano Giles pensosamente soppesò nella sua grossa testa benevolaquesta possibilità. «Non l'ha ottenuto»

ripeté molto lentamente. «Noera anche improbabilecon Kent. A Kentdispiace moltissimo che lei lo abbia lasciato. La

ritiene anche un buon marinaio».

Gettai via il giornale che avevo ancora in mano. Mi tirai su con la schienasulla sedia e sbattei il palmo aperto

della mano sul tavolo. Mi sarebbe piaciuto sapere perché continuava abattere su quel tastoche era affar mio

assolutamente mio. Era davvero esasperante.

Il capitano Giles mi ridusse al silenzio con l'assoluta equanimità del suosguardo. «Non c'è niente per cui si

debba arrabbiare»mormorò tollerantecon l'evidente desiderio di spianarel'infantile irritazione che aveva sollevato. Ed

era un uomo dall'aspetto così inoffensivo che cercai di spiegarmi quantopiù mi era possibile. Gli dissi che non volevo

più sentir parlare di ciò che era morto e sepolto. Era stato molto bellofinché era duratoma adesso che era finito

preferivo non parlarne e neanche pensarci. Avevo deciso di tornare a casa.

Ascoltò tutta la tirata nell'atteggiamento caratteristico di chi tendel'orecchiocome per cogliere da qualche

parte una nota falsa; poi si raddrizzò e parve ponderare sagacemente lafaccenda.

«Sìme l'ha detto che intendeva andare a casa. Qualcosa in vista lì?».

Invece di rispondergli che non erano affari suoidissi risentito:

«Nienteche io sappia».

In effetti avevo già considerato quel lato piuttosto oscuro della situazioneche mi ero creato lasciando

improvvisamente il mio impiego più che soddisfacente. E non ne ero tantoentusiasta. Morivo dalla voglia di dire che ilbuon senso non aveva niente a chevedere con il mio atto e che perciò non meritava l'interesse che il capitanoGiles

sembrava rivolgergli. Ma adesso stava fumando una corta pipa di legnoesembrava così innocentetontoe banaleche

non valeva la pena di sconcertarlo con la verità o con il sarcasmo.

Soffiò una nuvola di fumopoi mi sorprese con un brusco: «Già pagato ilbiglietto?».

Sopraffatto dalla spudorata pertinacia di un uomo con cui era piuttostodifficile essere villanirisposi con

esagerata mitezza che non l'avevo ancora fatto. Pensavo che ne avrei avutotutto il tempo l'indomani.

E stavo per andarmeneper sottrarre il mio intimo a quei fatuiimmotivatitentativi di provare di quale stoffa

fosse fattoquando lui depose la pipa in una maniera molto significativacapitecome se fosse giunto il momento

critico e si appoggiò di traverso sopra la tavola che c'era in mezzo a noi.

«Ah! Non l'ha ancora pagato!». Abbassò la voce con fare misterioso. «Behallora penso che lei debba sapere

che qui sta succedendo qualcosa».

Mai in vita mia mi ero sentito più distaccato dagli accadimenti terreni.Liberato dal mare per un po'del

marinaio conservavo la mentalità di assoluta indipendenza da tutti gliaffari di terra. In che modo potevano riguardarmi?

Osservavo l'animazione del capitano Giles più con derisione che concuriosità.

Alla sua domandachiaramente introduttivase il cambusierequel giornomiavesse parlatorisposi di no. Del

restoanche se ci avesse provatonon sarebbe stato per nulla incoraggiato.Non ci tenevo affatto che quel tale mi

parlasse.

Senza rilevare la mia petulanzacon aria di grande sagaciail capitanoGiles cominciò a raccontarmi

minuziosamente una storia a proposito di un soldato indigeno dellaCapitaneria. Una storia senza capo né coda. Quella

mattina si era visto un soldato indigeno passare per la veranda con in manouna lettera. Dentro a una busta della

Capitaneria. Com'è abitudine di questi tizil'aveva mostrata al primobianco che aveva incontrato. Che era il nostro

amico della sdraio checome sapevonon era in condizione di interessarsi anessuna faccenda sotto la luna. Era riuscito

solo a fare un gesto per allontanare l'indigeno. Questidopo aver vagato perla verandas'era imbattuto nel capitano

Giles cheper un caso straordinariosi trovava lì...

A questo punto si fermò per lanciarmi un'occhiata penetrante. La letteraproseguìera indirizzata al Capo

cambusiere. Ma il capitano Ellisil Capitano di portocosa poteva volercomunicare al Capo cambusiere? Che

comunqueandava ogni mattina a rapporto nel suo ufficioa prendere ordini oaltro? Non era passata più di un'ora da

quando era tornato e già un soldato indigeno della Capitaneria lo cercavaper dargli un biglietto. Ma di cosa si trattava?

E iniziò a fare delle ipotesi. Non poteva essere per questa cosae neancheper quella. Quanto all'altra ancora

era impensabile.

La fatuità di tutto ciò mi lasciava a bocca aperta. Se quell'uomo non fossestato in fin dei conti una persona

simpatica l'avrei sentito come un insulto. Invecemi dispiaceva solo perlui. Qualcosa di profondamente serio nel suo

sguardo mi impedì di ridergli in faccia. E anche di sbadigliargli in faccia.Lo fissavo solo stupito.

Il suo tono si intensificò di mistero. Non appena ricevuto il bigliettoiltizio (intendeva il cambusiere) si era

precipitato a prendere il cappello ed era schizzato fuori di casa. Ma nonperché il biglietto lo chiamasse alla Capitaneria.

Non era andato lìnon era rimasto fuori abbastanza. In pochissimo tempo eratornatosempre a precipizioaveva gettato

via il cappello e si era aggirato senza sosta per la sala da pranzo gemendo ecolpendosi la fronte. Tutti questi fatti

queste manifestazioni impressionanti erano state osservate dal capitanoGiles. Sembrava che da allora non avesse fatto

che pensarci su.

Cominciai a provare per lui una profonda compassione. Ein un tono checercai di rendere il meno sarcastico

possibiledissi che ero contento che avesse trovato qualcosa che gli tenesseoccupate le ore del mattino.

Con la sua disarmante semplicità mi fece osservarequasi fosse un affarerilevantecom'era strano che lui si

fosse trovato a trascorrere la mattinata in casa. Di solito era fuori primadi colazionein giro per vari ufficia incontrare

i suoi amici al portoeccetera. Alzandosinon si era sentito tanto bene.Niente di particolarema sufficiente per renderlo

pigro.

Tutto ciò con uno sguardo fissosostenuto cheunito alla generale inanitàdel discorsodava l'impressione di

una lieve e tediosa follia. E quando accostò un po' la sedia e abbassò lavoce nella nota più bassa del misteromi balenò

l'idea che un'alta reputazione professionale non era necessariamente unagaranzia di mente sana.

Allora non sospettavo neppure di non sapere in cosa consistesse esattamentela salute mentale e quanto fosse

una questione delicata etutto sommatoirrilevante. Con l'intenzione di nonurtare i suoi sentimentilo guardai

ammiccando in maniera molto interessata. Ma quando ricominciò per chiedermicon aria misteriosa se mi ricordavo che

cosa era appena accaduto fra il nostro cambusiere e «quel Hamilton» grugniisolo un acido assenso e voltai la testa

dall'altra parte.

«Sìma si ricorda ogni parola?»insistette con molto tatto.

«Non lo so. Non sono affari miei»sbottaimandandooltre a tuttoa vocealtail cambusiere e Hamilton

all'inferno.

Intendevo essere molto energico e drasticoma il capitano Giles continuava afissarmi pensieroso. Niente lo

poteva fermare. Proseguì per sottolineare che ero coinvolto in prima personain quella conversazione. E siccome io

cercavo di mantenere un atteggiamento di disinteressedivenne decisamenteimplacabile. Avevo udito cosa aveva detto

quell'uomo? Sì? E allora cosa ne pensavo? Voleva saperlo.

Siccome l'aspetto del capitano Giles faceva escludere il sospetto di subdolamaliziaarrivai alla conclusione

che fosse semplicemente il più rozzo idiota sulla terra. Mi disprezzai quasiper la mia debolezza di cercare di illuminareil suo comune comprendonio. Iniziaia dire che non pensavo niente di niente. Hamilton non era degno neanche di un

pensiero. Ciò che un simile insolente fannullone... - «Sì! è propriocosì»intervenne il capitano Giles - ... pensava o

diceva era al di sotto del disprezzo di qualsiasi uomo rispettabilee io nonintendevo prestarvi la minima attenzione.

Questo atteggiamento mi sembrava talmente semplice e ovvio che fui davverostupito nel vedere che Giles non

faceva nessun segno di assenso. Una stupidità così totale era quasiinteressante.

«Cosa vorrebbe che facessi?»chiesi ridendo. «Non posso mica attaccarbriga con lui per l'opinione che ha di

me. Certo che ho sentito il modo sprezzante con cui allude a me. Ma il suodisprezzo non mi tocca. Non l'ha mai

espresso davanti a me. Persino poco fa non sapeva che lo potevamo sentire. Mirenderei solo ridicolo».

L'inguaribile Giles continuò a tirare dalla sua pipa imbronciato. Tutt'a untratto il suo voltò s'illuminò e:

«Lei non mi ha capito»disse.

«Davvero? Sono molto contento di saperlo»risposi.

Con crescente animazione ribadì che non l'avevo capito. Assolutamente. E conun tono in cui

l'autocompiacimento aumentavami disse che c'erano poche cose che sfuggivanoalla sua attenzionee che era abituato

a rifletterci sopra edi solitocon la sua esperienza della vita e degliuominiarrivava alla conclusione giusta.

Questo piccolo autoelogio calzava naturalmente a pennello con la laboriosainanità di tutta la conversazione.

Tutto l'insieme rafforzava in me quell'oscura sensazione che la vita nonfosse che uno spreco di giornisensazione che

quasi inconsciamentemi aveva strappato da una comoda posizionelontano dauomini che mi piacevanoper sfuggire

alla minaccia del vuoto... e trovare l'inanità alla prima svolta. Avevo difronte un uomo di carattere e di riconosciute

realizzazioni che si rivelava un assurdoterribile chiacchierone. Eprobabilmenteera così dappertuttoda est a ovest

da cima a fondo della scala sociale.

Fui preso da un grande scoraggiamento. Un torpore spirituale. La voce diGiles continuava compiaciuta; la

voce stessa della vuota presunzione universale. E non ero più adirato perquesto. Non c'era niente di originaleniente di

nuovodi sorprendentedi istruttivoda aspettarsi dal mondo: nessunaopportunità di scoprire qualcosa su se stessi

nessuna saggezza da acquisirenessuna gioia da godere. Era tutto stupido esopravvalutatoproprio come il capitano

Giles. E così sia.

Il nome di Hamilton improvvisamente mi giunse all'orecchio e mi risvegliò.

«Pensavo che avessimo chiuso con lui»dissicol più grande disgustopossibile.

«Sìma considerando che cosa ci è appena capitato di udire penso che leidovrebbe farlo».

«Dovrei farlo?»mi tirai su sulla sedia sbalordito. «Fare cosa?».

Il capitano Giles mi guardò sorpresissimo.

«Ma come! Quello che le ho appena consigliato di tentare. Andare a chiedereal cambusiere cosa c'era in quella

lettera della Capitaneria. Chiederglielo fuori dai denti».

Per un po' rimasi senza parole. Ecco qualcosa di inaspettato e abbastanzaoriginale da essere tutto sommato

incomprensibile. Mormorai sopraffatto dallo stupore:

«Ma pensavo fosse Hamilton che lei...».

«Esattamente. Non lasci fare a lui. Faccia quello che le dico. Affronti quelcambusiere. Lo farà saltareci

scommetto»insistette il capitano Gilesagitandomi davanti solennemente lapipa che bruciava senza fiamma. Poi fece

tre rapide tirate.

La sua aria di trionfante acutezza era indescrivibile. Eppure l'uomo rimanevauna creatura stranamente

simpatica. La benevolenza emanava da lui in modo ridicoloindulgentesolenne. Irritante anche. Ma con la freddezza di

chi ha a che fare con l'incomprensibilegli feci notare che non vedevo unasola ragione per espormi a subire

un'umiliazione da parte di quel tale. Era un cambusiere molto insoddisfacentee anche un povero disgraziatoma

piuttosto avrei preferito strozzarlo.

«Strozzarlo»ripeté il capitano Giles in tono scandalizzato. «Leservirebbe a molto!».

A un'osservazione così fuori luogo non si poteva certo rispondere. Ma ilsenso dell'assurdo stava infine

iniziando a esercitare il suo ben noto fascino. Sentii che non dovevo piùpermettere a quell'uomo di parlarmi. Mi alzai

osservando seccamente che lui la sapeva troppo lunga per meche non riuscivoproprio a capirlo.

Prima che avessi il tempo di allontanarmi parlò di nuovo con un tono mutatoin ostinazione e tirando

nervosamente dalla pipa.

«Behlui - comunque - è un poveraccio che non conta niente. Leiglielochiedasoltanto. Tutto qui».

Quel nuovo tono mi colpìo meglio mi fece fermare. Ma la salute mentaleriaffermò il suo potere e lasciai

immediatamente la veranda dopo avergli rivolto un sorriso senza gioia. Conquattro passi mi trovai nella sala da pranzo

ora ripulita e vuota. Ma in quel breve lasso di tempo mi vennero varipensieridel tipo che Giles si era voluto prendere

gioco di mecon lo scopo di divertirsi a spese mieche io probabilmentesembravo uno sciocco e un ingenuoche della

vita sapevo molto poco...

Con mia grande sorpresa la porta che mi stava di fronte sul lato oppostodella sala da pranzo si spalancò. Era la

porta contrassegnata dalla scritta «Capo cambusiere» e proprio lui uscì dicorsa dalla sua tana soffocante e meschina

con quella sua aria assurda di animale braccatoper dirigersi alla porta delgiardino.

Ancora oggi non so cosa mi indusse a gridargli: «Ehi lei! Aspetti unmomento!». Forse fu l'occhiata di traverso

che mi lanciòforse ero ancora sotto l'influenza della misteriosa serietàdel capitano Giles. Insommafu un impulso di

qualche tipoun effetto di quella forza che è nascosta nelle nostre vite ele modella in un modo o nell'altro. Se quelleparole non mi fossero sfuggitedalle labbra (la volontà non c'entrava per nulla) la mia esistenza sarebbestata

sicuramente ancora quella di un uomo di marema avrebbe seguito un corso cheoggi non so concepire.

No. La mia volontà non c'entrava affatto. Infattinon appena ebbi emessoquelle fatali parole me ne pentii

subito. Se quell'uomo si fosse fermato e mi avesse affrontatoavrei dovutobattere in ritirata. Perché non avevo nessuna

intenzione di continuare lo stupido gioco del capitano Gilesné a spesemiené a quelle del cambusiere.

Ma a questo punto si risvegliò l'antico istinto umano della caccia. Poichélui aveva fatto finta di esser sordoio

senza pensarci un attimomi precipitai lungo il lato della tavola dalla miapartee gli tagliai la strada proprio davanti

alla porta.

«Perché non risponde quando le si rivolge la parola?»chiesi aspramente.

Si appoggiò contro lo stipite della porta. Sembrava molto abbattuto. Lanatura umanatemonon ha solo lati

buoni. Ne ha molti di cattivi. Sentivo crescermi dentro la rabbiasoloperchécredola mia preda sembrava così infelice.

Che miserabile pezzente!

Senza tanti complimenti lo aggredii. «So che stamane è giunta qui unacomunicazione ufficiale da parte della

Capitaneria di porto. Non è forse vero?».

Invece di risponderecome avrebbe potutoche mi facessi gli affari mieiincominciò a spiegare in un tono

piagnucolosoma sfacciatoche non era riuscito a trovarmi da nessuna partequella mattina. Non potevo mica

pretendere che mi corresse dietro per tutta la città.

«E chi gliel'ha chiesto?»gridaima proprio in quell'istante aprii gliocchi e capii il recondito significato delle

cose e dei discorsi la cui vacuità mi aveva tanto sconcertato e infastidito.

Dissi che volevo sapere cosa c'era in quella lettera. La mia durezza nel tonoe nel comportamento era solo a

metà simulata. La curiositàa voltepuò essere un sentimento moltoviolento.

Si rifugiò in una ritrosia stupida e biascicata. Borbottò che la cosa nonpoteva interessarmi. Gli avevo detto che

tornavo a casa. E dato che tornavo a casa non capiva perché lui avrebbedovuto...

Era quella la direzione del suo argomentaretanto futile da essere quasi uninsulto. Un insulto all'intelligenza

voglio dire.

In quella regione crepuscolare fra la giovinezza e la maturitàin cui mitrovavo allorasi è particolarmente

sensibili a questo genere di insulti. Temo di dover confessare che trattaimolto rudemente quel cambusiereche non era

in grado di affrontare niente e nessuno. Colpaforsedell'abitudine alledroghe o alle sbronze solitarie. E quando persi il

controllo al punto da insultarlocrollò e cominciò a strillare.

Non voglio dire che la sua fosse una grossa rimostranza. Fu solo unastarnazzante confessione cinicadebole

penosamente debole. Neanche tanto coerentema a ogni modoin un primomomentoriuscì ad ammutolirmi. Distolsi

gli occhi da luiin giustificabile indignazionee sul vano della portadella veranda scorsi il capitano Giles che

sopraintendeva quietamente alla scena chese mi posso esprimere in questomodoera opera sua. La nera pipa fumante

risaltava nel suo grosso pugno paterno. Come pure il luccichio della pesantecatena d'oro dell'orologio attraverso il petto

sulla sua giubba bianca. Emanava un'aria di sagacia virtuosa abbastanzaintensa perché qualsiasi anima innocente

corresse da lui fiduciosamente. E io corsi da lui.

«Roba da non credere»esclamai. «Era l'avviso che cercano un capitano peruna nave. C'è sicuramente un

comando vacante e questo qui si è messo la cosa in tasca».

Il cambusiere gridò con accento di grande disperazione: «Mi farà morire!Lei sarà la mia morte».

La potente sventola che diede alla sua fronte sciagurata fu anch'essa moltoforte. Ma quando mi girai a

guardarlo non c'era più. Era scappato via da qualche partee questaimprovvisa scomparsa mi fece ridere.

Qui si concludeva l'incidentealmeno per me. Il capitano Gilesinvececongli occhi fissi sul luogo in cui

prima c'era il cambusiereincominciò a tirare la sua smagliante catenad'oro finché dal profondo della tasca uscì

finalmente l'orologiocome la solida verità esce da un pozzo. Solennementelo ripose e solo allora disse:

«Sono soltanto le tre. Farà a tempose non ne perdes'intende».

«A tempo per cosa?»chiesi.

«Santo Dio! Per la Capitaneria. Bisogna indagare».

A rigoreaveva ragione. Ma non ho mai provato gusto a indagareasmascherare la gente e a tutto il lavorio di

quel generesenza dubbio eticamente meritorio. E la mia opinionesull'episodio era puramente etica. Se qualcuno

doveva essere la causa della morte del cambusierenon vedevo perché nonavrebbe dovuto essere il capitano Giles

stessouomo maturo e ragguardevolee residente fisso. Mentre ioinconfrontomi sentivo un semplice uccello di passo

in quel porto. Infattisi poteva dire che avessi già rotto i ponti.Borbottai che non intendevoche non contava niente per

me...

«Niente!»ripeté il capitano Gilesdando qualche segno di quietaposataindignazione. «Kent mi aveva

avvertito che lei era un tipo strano. Fra poco mi dirà che un comando perlei non significa nientee dopo tutto il disturbo

che mi sono preso!».

«Il disturbo!»mormoraisenza capire. Quale disturbo? Tutto quel chericordavo era di essere stato disorientato

e annoiato dalla sua conversazione per un'ora buona dopo colazione. E lui lochiamava prendersi un gran disturbo.

Mi stava guardando con un autocompiacimento che sarebbe stato insopportabilein qualsiasi altro uomo. E

all'improvvisocome girando la pagina di un libro si rivela una parola cherende chiaro il senso di tutto quello che c'era

primacapii che quella faccenda aveva anche un altro aspettooltre a quelloetico.Ma non mi mossi lo stesso. Il capitano Giles perse un po' la pazienza. Conuno sbuffo iroso della sua pipa voltò

le spalle alla mia esitazione.

Ma non era esitazione da parte mia. Ero stato messose così mi possoesprimerementalmente in folle. Ma non

appena mi accorsi che questo stantioinfruttuoso mondo del mio scontentoconteneva una cosa come la possibilità di un

comandoriacquistai la capacità di movimento.

C'è un bel tratto dalla Casa del marinaio alla Capitaneriama con la parolamagica «Comando» in testa mi

trovai improvvisamente sulla banchinacome se fossi stato trasportato lì inun batter d'occhidavanti a un portale in

pietra bianca lavoratain cima a una fuga bianca di gradini bassi.

Tutto sembrava scorrere rapidamente verso di me. La grande rada alla miadestra fu solo un guizzo di blue il

freddo atrio nella penombra mi inghiottì sottraendomi al caldo e allosplendore di fuori di cui non ero stato consapevole

fino al momento in cui non entrai.

L'ampia scalinata interna s'insinuò da sola in qualche modo sotto ai mieipiedi. Il comando è una potente

formula magica. I primi esseri umani che notai distintamente da quando mi eroseparato dalla schiena corrucciata del

capitano Giles furono i marinai della lancia a vapore del portoche oziavanosullo spazioso pianerottolo su cui dava

l'arcatacoperta da una tendadell'Ufficio d'arruolamento.

Fu lì che la baldanza mi abbandonò. L'atmosfera di ufficialità ucciderebbequalsiasi cosa che respiri aria di

slancioestinguerebbe la speranza e anche la paura nella supremazia dellacarta e dell'inchiostro. Passai con passo

pesante sotto la tenda che il timoniere malese della lancia del porto alzòper me. Non c'era nessuno nell'ufficioa parte

gli impiegatiche scrivevano in due file industriose. Ma il commissario caposaltò giù dal suo posto elevato e percorse

velocemente le spesse stuoie per venirmi incontro nell'ampio passaggiocentrale.

Aveva un nome scozzesema la carnagione era intensamente olivastrala barbacortanera come l'ebanoe gli

occhineri anch'essiavevano un'espressione languida. Mi chieseconfidenzialmente:

«Vuole vederLo?».

Dato che tutta la leggerezza di spirito e di corpo mi aveva abbandonato alcontatto con l'ufficialitàguardai lo

scriba senza brio e chiesi a mia volta stancamente:

«Cosa ne dice? Serve a qualcosa?».

«Caspita! Lui ha chiesto di lei due volte oggi».

Questo enfatico Lui era l'autorità supremail Sopraintendente di marinailComandante del portouna persona

molto importante agli occhi di ogni imbrattacarte di quella stanza. Ma questoera niente in confronto all'opinione che lui

aveva della sua grandezza.

Il capitano Ellis si considerava una specie di (pagana) emanazione divinailsostituto di Nettuno per tutti i mari

circostanti. Se non erano proprio le onde a essere governate da luiaspiravaa governare il destino dei mortali le cui vite

si giocavano sul mare.

Questa edificante illusione lo rendeva inquisitore e autoritario. E siccomeaveva un temperamento collerico

c'era chi lo temeva veramente. Era temibilenon in virtù del posto cheoccupavama a causa delle sue presunzioni

illegittime. Non avevo mai avuto a che fare con lui prima di allora.

Dissi: «Ah! Se ha chiesto di me due volteforse è meglio che vada dalui».

«Devedeve andarci!».

Il commissario capo mi fece strada con fare affettato girando attorno a tuttoil sistema di scrivaniefino a una

porta alta e imponenteche aprì con un gesto deferente del braccio.

Entrò deciso (ma senza lasciare andare la maniglia) edopo aver lanciato unfugace sguardo riverente

attraverso la stanzami invitò silenziosamente a entrare con un cenno delcapo. Scivolò fuori immediatamente e chiuse

la porta dietro di me con estrema delicatezza.

Tre ampie finestre davano sul porto. Non si vedeva che l'azzurro intenso delmare scintillante e l'azzurro più

pallido del cielo luminoso. Nelle profondità e nelle distanze di quelleazzurre tonalità il mio occhio colse la macchia

bianca di un grande bastimento appena arrivato e in procinto di ancorarsinella rada esterna. Una nave dalla patriadopo

forse novanta giorni di mare. C'è qualcosa di commovente in una nave chearriva in porto dal mare e ripiega le sue

bianche ali per riposare.

La cosa successiva che vidi fu il ciuffo dei capelli argentei che sormontavala rossa faccia liscia del capitano

Ellisfaccia da apopletticose non avesse avuto un aspetto così fresco.

Il nostro vice di Nettuno non aveva la barba sul mentoe non si vedeva iltridente ergersi in qualche angolo al

posto dell'ombrello. Ma in mano teneva una pennala penna ufficialemoltopiù potente della spadanel fare o disfare la

fortuna di semplici uomini che si affannano. Con la testa girata sopra laspalla seguiva il mio procedere.

Quando gli fui ben a tiroper tutto saluto mi apostrofò con un «Ma dov'èstato fino adesso?» da far scuotere i

nervi.

Siccome questo non lo riguardava non feci il minimo caso alla sua sparata.Dissi semplicemente che avevo

sentito dire che c'era bisogno di un capitano per una nave a velaed essendoun marinaio di navigazione a vela pensavo

di far domanda...

Mi interruppe. «Cosa? Al diavolo! Lei è l'uomo giusto per quelpostoanche se ce ne fossero venti altri a

volerlo. Ma non abbia timore. Hanno tutti paura a prenderlo. Ecco come stannole cose».

Era molto irritato. Con innocenza dissi: «Davverosignore? Mi domandoperché».«Perché?»sbuffò. «Paura delle vele. Paura di un equipaggiobianco. Troppe seccature. Troppo lavoro. Troppo

tempo lontani da qui. Vita comoda e sedie a sdraio è il loro genere. E ioseduto qui con davanti il cablogramma del

Console generalementre l'unico uomo adatto al posto non si trova da nessunaparte. Cominciavo a pensare che anche

lei volesse tirarsi indietro...».

«Non ci ho impiegato molto ad arrivare in ufficio»obiettai con calma.

«Eppure lei qui ha una buona reputazione»grugnì selvaggiamente senzaguardarmi.

«Sono molto contento di sentirlo dire da leisignore»dissi.

«Sìma quando c'è bisogno di leinon la si trova. Lo sapeva di non farsitrovare. Quel vostro cambusiere non

oserebbe trascurare un messaggio che viene da questo ufficio. Dove diavolo siè cacciato per quasi tutto il giorno?».

Mi limitai a sorridergli gentilmentesembrò ricomporsi e mi invitò adaccomodarmi. Mi spiegò che siccome a

Bangkok era morto il capitano di una nave britannicail Console generale gliaveva telegrafato di mandargli un

marinaio competente per prenderne il comando.

Sembrava che nella sua mente io fossi l'uomo giusto fin dal primo momentoanche seper salvare le

apparenzela notificazione indirizzata alla Casa del marinaio fosse intermini generali. Era già stato preparato un

contratto. Me lo diede da leggere e quando glielo restituii dicendo che neaccettavo le condizioniil vice di Nettuno lo

firmòlo timbrò con la sua augusta manolo piegò in quattro (era unfoglio azzurro di carta protocollo)e me lo porse:

un dono dal potere straordinarioperchéquando lo misi in tascami giravaun po' la testa.

«Questa è la sua nomina al comando»disse con una certa gravità. «Unanomina ufficiale che impegna gli

armatori alle condizioni che lei ha accettato. Dunquequando è pronto apartire?».

Dissi chese era necessariosarei stato pronto quel giorno stesso. Mi presein parola con grande prontezza. Il

piroscafo Melita partiva per Bangkok quella sera verso le sette.Avrebbe chiesto ufficialmente al suo comandante di

darmi un passaggio e di aspettarmi fino alle dieci.

Poi si alzò dalla sua sedia ufficialee anch'io mi alzai. La testa migiravanon c'erano dubbie sentivo una

pesantezza nelle membra come se fossero diventate più grosse da quando miero seduto su quella sedia. Feci un inchino

di commiato.

Nei modi del capitano Ellis divenne visibile un sottile cambiamento come seavesse lasciato da parte il tridente

da vice di Nettuno. In realtàera solo la sua penna ufficiale che avevadeposto nell'alzarsi.

II

Mi strinse la mano. «Beneeccola capitanonominato ufficialmente sotto lamia responsabilità».

E s'avviò con me verso la porta. Come sembrava lontana! Mi muovevo come unoche ha i ceppi alle caviglie.

Ma finalmente la raggiungemmo. La aprii con la sensazione che fosse tutto unsognoe alloraall'ultimo momentopiù

forte della differenza d'età e di posizionela solidarietà degli uomini dimare ebbe il sopravvento. Ebbe il sopravvento

nella voce del capitano Ellis.

«Addio e buona fortuna»disse così di cuore che potei solo guardarlo congratitudine. Poi mi girai e usciiper

non rivederlo mai più in vita mia. Non avevo fatto ancora tre passinell'ufficio vicino chedietro la mia schienaudii una

vocerudeforte e autoritaria: la voce del nostro vice di Nettuno.

Si stava rivolgendo al commissario capo chedopo avermi fatto entraredoveva essere rimasto a bighellonare

nei paraggi.

«Signor R.si assicuri che la lancia del porto sia in pressione peraccompagnare il capitano a bordo del Melita

alle nove e mezzo questa sera».

Rimasi stupito dall'accento sconcertato del «Sissignore» di R. Miprecedette di corsa fuori sul pianerottolo. La

mia nuova dignità pesava ancora così lievemente su di me che non mi eroreso conto di essere ioil Capitanol'oggetto

di quell'ultima grazia. Era come se improvvisamente mi fossero spuntate leali ai piedi. Sfioravo appena il pavimento

lucido.

Ma R. era colpito.

«Perbacco!»esclamò sul pianerottolomentre l'equipaggio malese dellalancia a vapore stava a guardare con

volti di pietra l'uomo per il quale doveva restare in servizio fino a tardilontano dal giocodalle donneo dalle semplici

gioie domestiche. «Perbacco! La sua lancia personale. Ma che cosa gli hafatto?».

Mi fissava con una curiosità piena di rispetto e io ero confuso.

«Era per me? Non ne avevo la minima idea»balbettai.

Annuì molte volte. «Sìe l'ultima persona a cui l'ha data prima di leiera un duca. Perciòvede!».

Penso che si aspettasse che svenissi lìper terra. Ma avevo troppa frettaper abbandonarmi a esibizioni emotive.

I miei sentimenti erano già in un tale turbinio che questa strabiliantenotizia non sembrava fare la minima differenza.

Cadde nel ribollente calderone del mio cervello e la portai via con me dopoun breve ma cordiale scambio di saluti con

R.

Il favore dei grandi proietta un'aureola intorno al fortunato oggetto dellaloro scelta. Quell'uomo eccellente

chiese se poteva fare qualcosa per me. Mi conosceva solo di vista e sapevabenissimo che non mi avrebbe più

incontrato. Come gli altri marinai del portoero solo un soggetto perscritture ufficialiper la compilazione di modulicon tutta l'artificiosasuperiorità di un uomo di penna e calamaio sugli uomini chefuori dalle sacremura degli edifici

ufficialisi scontrano con la realtà. Che fantasmi dovevamo essere per lui!Meri simboli da far giostrare nei libri e nei

pesanti registri - senza cervelloné muscoliné perplessità; qualcosa discarsamente utile e decisamente inferiore.

E lui - l'orario d'ufficio era finito - voleva sapere se mi poteva essereutile in qualcosa!

Avrei dovutopropriamente parlandoavrei dovuto essere commosso fino allelacrime. Ma non ci pensai

nemmeno. Era solo un'altra manifestazione miracolosa in quel giorno dimiracoli. Mi accomiatai come se fosse lui un

mero simbolo. Levitai giù per le scale. Levitai fuori dall'ufficiale eimponente portale. Proseguii levitando lontano da lì.

Uso questa parola invece di «volare»perché ho la netta impressione chesebbene trasportato dal mio

entusiasmo giovanilei miei movimenti fossero abbastanza controllati. Aquella fetta di umanità là fuoricosì

eterogeneabiancascuragiallaintenta ai propri affarimi presentaicome un uomo che camminava piuttosto calmo. E

sì che niente nel campo dell'astrazione avrebbe potuto eguagliare il mioprofondo distacco dalle forme e dai colori di

questo mondo. Eraper così direassoluto.

E tuttaviaimprovvisamentericonobbi Hamilton. Lo riconobbi senza faticasenza scompormisenza trasalire.

Eccolo làche andava lemme lemme verso la Capitaneria con la sua impettitae arrogante dignità. Anche da lontano si

notava la sua faccia rossa. Fiammeggiavalaggiùdal lato in ombra dellastrada.

Anche lui mi aveva visto. Qualcosa (forse un'inconscia esuberanza di buonumore) mi spinse a fargli cenno con

la mano in modo elaborato. Questa mancanza di buon gusto mi sfuggì prima chemi rendessi conto di esserne capace.

L'impatto con la mia impudenza lo fece arrestare di bottocome avrebbepotuto fare un proiettile. Credo

proprio che barcollasseanche seper quanto potei vederenon caddedavvero. In un attimo lo oltrepassai e non voltai la

testa. Avevo dimenticato la sua esistenza.

Per quel che riguarda la mia consapevolezzai successivi dieci minutiavrebbero potuto durare dieci secondi o

dieci secoli. La gente avrebbe potuto cadere a terra morta intorno a melecase crollarei cannoni spararenon me ne

sarei accorto. Pensavo: «Per Giovelo ho avuto». Loera ilcomando. E mi era giunto in modo assolutamente imprevisto

anche dai miei modesti sogni a occhi aperti.

Mi accorsi che la mia immaginazione aveva percorso canali convenzionali e chele mie speranze erano sempre

state senza grandezza. Avevo concepito un comando come il risultato di unlento corso di promozionial servizio di

qualche compagnia molto rispettabile. La ricompensa di un servizio fedele.Behil servizio fedele andava bene. Uno lo

presta naturalmenteper amor proprioper amore della naveper amore dellavita che si è sceltonon per amore della

ricompensa.

C'è qualcosa di sgradevole nel concetto di ricompensa.

Ed eccoora avevo il mio comandol'avevo in tascain modo inequivocabilema assolutamente inaspettato. Al

di là delle mie fantasieal di fuori di ogni aspettativa ragionevoleeanche malgrado l'esistenza di una specie di oscuro

intrigo per tenerlo lontano da me. È vero che l'intrigo era di poco contoma contribuiva al senso di meravigliacome se

fossi stato appositamente destinato a quella nave che non conoscevodaqualche potere più alto dei prosaici agenti del

mondo commerciale.

In me cominciò a farsi strada uno strano senso di esultanza. Se avessilavorato dieci anni o più per raggiungere

quel comando non avrei provato niente di simile. Ero un po' spaventato.

«Restiamo calmi»mi dissi.

Fuori della porta della Casa del marinaio c'era il miserabile cambusiere chesembrava aspettarmi. In cima alla

scala dai pochi e ampi gradinicorreva avanti e indietro come se fosse statotenuto alla catena. Un cagnaccio preso dalla

disperazione con la gola troppo secca per abbaiare.

Mi dispiace ammettere che prima di entrare mi fermai. C'era stata unarivoluzione nella mia natura morale.

Aspettò a bocca apertasenza respirarementre io lo guardai per mezzominuto.

«E lei pensava di potermene tener fuori»dissi con aria maligna.

«Lei diceva che tornava a casa»guaì miseramente. «Era lei che lodiceva. Lei».

«Mi chiedo cosa dirà il capitano Ellis di questa scusa»proferiilentamente con un sottointeso sinistro.

Intantola mascella inferiore continuava a tremargli e la sua voce era comeil belato di una capra malata. «Lei

mi ha denunciato? Mi ha rovinato?».

Né la sua angoscia né la totale assurdità della scena riuscirono adisarmarmi. Era il primo tentativo di farmi del

malealmeno il primo che avessi scoperto. Ed ero ancora abbastanza giovaneancora troppo al di qua della linea

d'ombraper non essere sorpreso e indignato di cose simili.

Lo guardai inflessibile. Che soffrail pezzente. Si colpì la fronte e ioentraiinseguito fin nella sala da pranzo

dal suo strillo: «Ho sempre detto che lei sarebbe stata la mia morte».

Quel guaito non solo mi raggiunsemaper così diresi propagò fino allaveranda facendo uscire il capitano

Giles.

Stava davanti a me sulla soglia in tutta la banale solidità della suasaggezza. Sul petto gli brillava la catena

d'oro. In mano stringeva la pipa accesa.

Gli tesi la mano con calore ed egli sembrò sorpresoma alla fine risposeabbastanza cordialmentecon un lieve

sorriso e quell'aria di chi la sa lungache tagliò di netto i mieiringraziamenti come avrebbe fatto un coltello. Non credo

che sia uscita più di una parola. E anche per quell'unicaa giudicare dallatemperatura della mia facciaero arrossito

come per una cattiva azione. Fingendo un tono distaccatogli chiesi comediavolo avesse fatto a scoprire quel giochetto

che si era svolto sotterraneamente.Mormorò compiaciuto che erano poche lecose che accadevano in città di cui lui non vedesse il lato nascosto.

Quanto a quella Casaerano circa dieci anni che ci andava e veniva. Nientedi quel che vi si svolgeva poteva sfuggire

alla sua grande esperienza. Non era stato un disturbo. Nessun disturbo.

Poi nel suo quieto tono smorzato volle sapere se mi ero lamentato formalmentedell'azione del cambusiere.

Dissi che non l'avevo fattoanche sea dir il veronon è che mi fossemancata l'occasione. Il capitano Ellis mi

aveva aggredito nella maniera più ridicola perché non mi si trovavaquand'ero necessario.

«Buffo vecchio»intervenne il capitano Giles. «E lei cosa gli harisposto?».

«Che mi ero recato da lui non appena ricevuto il suo messaggio. Nient'altro.Non volevo far del male al

cambusiere. Mi vergognerei a colpire un tale bersaglio. No. Non ho fattonessuna rimostranzama credo che lui pensi

che l'ho fatta e io glielo lascio credere. Si è preso una paura che nondimenticherà tanto prestoperché il capitano Ellis

lo spedirebbe con un calcio nel bel mezzo dell'Asia...».

«Aspetti un momento»disse il capitano Gileslasciandomi all'improvviso.Poiché mi sentivo molto stanco

soprattutto mentalmentemi sedetti. Prima che potessi iniziare un corso dipensieri era di nuovo davanti a mea

mormorare una scusa per aver dovuto andare a rassicurare quel poveretto.

Lo guardai sorpreso. Ma in realtà ero indifferente. Mi spiegò che avevatrovato il cambusiere disteso a faccia in

giù sul divano di crine di cavallo. Ma adesso stava bene.

«Non sarebbe morto di paura»dissi con disprezzo.

«Noma avrebbe potuto prendere una dose eccessiva da una di quellebottigliette che tiene nella sua stanza»

commentò serio il capitano Giles. «Quel dannato sciocco ha già tentato diavvelenarsiuna voltaun paio di anni fa».

«Davvero?»dissi senza scompormi. «In ogni modo non sarebbe una granperdita».

«Ahse è per questolo si può dire di molti».

«Non esageriamo!»protestairidendo un po' irritato. «Mi chiedo cosafarebbe questa parte del mondo se lei

smettesse di occuparsenecapitano Giles. In un solo pomeriggio ha procuratoun comando a me e salvato la vita al

cambusiere. Ma perché lei si sia tanto interessato a noi due non riescoproprio a capirlo».

Il capitano Giles tacque un istante. Poi gravemente:

«A dir la veritànon è un cattivo cambusiere. Perlomeno è capace ditrovare un buon cuoco ecosa che vale

ancor di piùdi tenerlo dopo che l'ha trovato. Mi ricordo i cuochi chec'erano prima che venisse lui...».

Probabilmente avevo avuto un gesto di impazienzaperché si interruppe perscusarsi di trattenermi lì con le sue

chiacchierementre sicuramente avevo bisogno di tutto il mio tempo perprepararmi.

Quello di cui avevo davvero bisogno era di essere lasciato solo per un po'.Afferrai l'occasione al volo. La mia

camera era un tranquillo rifugio in un'ala apparentemente disabitatadell'edificio. Non avendo assolutamente niente da

fare (dato che non avevo disfatto i bagagli)mi sedetti sul letto e miabbandonai alle impressioni del momento. Agli

influssi inaspettati...

E per prima cosa mi meravigliai del mio stato mentale. Perché non erosorpreso di più? Perché? Eccomi qua

investito di un comando in un batter d'occhinon nel solito corso dellevicende umanema quasi per incanto. Avrei

dovuto essere stordito dallo stupore. Ma non lo ero. Assomigliavo aipersonaggi delle fiabe. Non c'è mai niente che li

stupisca. Quando una zucca si trasforma in una carrozza di gala tuttaaddobbata per portarla al balloCenerentola non

batte ciglio. Vi entra tranquilla per andare incontro al suo fortunatodestino.

Il capitano Ellis (una specie di fata piuttosto rude) aveva tirato fuori uncomando dal cassetto quasi altrettanto

inaspettatamente che in una fiaba. Ma un comando è un'idea astrattaesembrava una specie di «prodigio minore»

finché non mi balenò l'idea che implicava l'esistenza concreta di una nave.

Una nave! La mia nave! Era miauna cosa da possedere e di cui aver curapiù mia di qualsiasi altra cosa al

mondoun oggetto di responsabilità e dedizione. Era là che mi aspettavasotto un incantesimoincapace di muoversidi

viveredi andare nel mondo (finché non arrivavo io)come una principessastregata. Il suo richiamo mi era arrivato

come se venisse dalle nuvole. Non avevo mai sospettato la sua esistenza. Nonsapevo com'eraavevo a mala pena udito

il suo nomeeppure per una certa parte del nostro futuro eravamoindissolubilmente legatiper nuotare o affondare

insieme!

Un improvviso fremito di impazienza ansiosa mi corse nelle vene e mi diedeuna tale sensazione dell'intensità

della vita come non avevo mai sentito primané ho sentito dopo. Scopriiquanto ero uomo di marenel cuorenella

mente eper così direnel corpo: un uomo esclusivamente di mare e di navi;il marel'unico mondo che contassee le

naviun banco di prova di virilitàdi caratteredi coraggiodi fedeltàe d'amore.

Fu un momento straordinario. E anche unico. Saltai giù dal letto e mi misi acamminare a lungo avanti e

indietro per la stanza. Ma quando entrai nella sala da pranzo mi comportaicon sufficiente padronanza di me stesso. Però

non riuscii a toccar cibo.

Avendo dichiarato l'intenzione di raggiungere a piedinon in carrozzailmolodevo rendere giustizia al

disgraziato cambusiere che si diede da fare per trovarmi dei coolies peril bagaglio. Si allontanaronoportando con sé

appesi a un lungo palotutti i miei averi terreni (tranne un po' di denaroche avevo in tasca). Il capitano Giles si offrì di

accompagnarmi.

Prendemmo il viale cupo e in ombra attraverso l'Esplanade. C'era abbastanzafresco lì sotto gli alberi. Il

capitano Gilescon un'improvvisa risatacommentò: «So chi staringraziando il cielo di averla vista per l'ultima volta».

Immagino che si riferisse al cambusiere. Fino all'ultimo quel tipo si eracomportato con me in maniera

scontrosa e spaventata. Espressi la mia meraviglia che avesse cercato digiocarmi un brutto tiro senza alcun motivo.«Non capisce che lui voleva soltantoliberarsi del nostro amico Hamilton facendolo passare di soppiatto

davanti a lei per quell'incarico? Sarebbe stato l'unico modo per toglierselodai piedicapisce?».

«Buon Dio!»esclamai sentendomi in qualche modo umiliato. «Possibile? Madeve essere proprio stupido!

Quel supponentespudorato perdigiorno! Ma come! Lui non poteva... Eppure ciè quasi riuscitoperché la Capitaneria

aveva l'obbligo di mandare qualcuno».

«Eh sìuno stupido come il nostro cambusiere qualche volta può esserepericoloso»dichiarò sentenzioso il

capitano Giles. «Proprio perché è uno stupido»aggiunseammannendoun'ulteriore lezione col suo tono pacato e

compiaciuto. «Perché»continuò come se enunciasse una verità di fede«nessuna persona di buon senso correrebbe il

rischio di essere cacciata via a calci dall'unico posto che gli impedisce dimorir di fame soltanto per liberarsi di una

semplice seccaturaun piccolo fastidio. Non le pare?».

«Behno»ammisitrattenendo la voglia di ridere davanti a quellaserietà un po' misteriosa nel consegnare le

conclusioni della sua saggezza come se fossero il prodotto di operazioniproibite. «Ma quel tipo sembra un po' matto.

Anzi deve esserlo».

«Quanto a questocredo che al mondo lo siano un po' tutti»annunciòpacatamente.

«Non fa delle eccezioni?»domandai solo per sentire la risposta.

Rimase zitto per un po'e poi venne al dunque in maniera molto efficace.

«Come si fa! Kent lo dice persino di lei».

«Davvero?»replicaisubito profondamente amareggiato nei confronti delmio ex capitano. «Nell'attestato di

servizio scritto da luiche ho in tascanon se ne fa cenno. Le ha datoqualche esempio della mia follia?».

Il capitano Giles spiegò in tono conciliante che era stata soltantoun'osservazione amichevole in riferimento al

mio improvviso abbandono della nave senza un motivo chiaro.

Mormorai scontroso: «Oh! L'abbandono della sua nave»e cambiai la miaandatura. Si teneva al mio fianco

nella profonda oscurità del viale come fosse un suo preciso dovere vedermilasciare la colonia come persona

indesiderata. Ansimava un po'il che in un certo senso era piuttostopatetico. Ma io non ero impietosito. Al contrario. Il

suo affanno mi dava una specie di piacere maligno.

Poi divenni più indulgenterallentaie dissi:

«Ciò di cui avevo veramente bisogno era di cimentarmi in qualcosa di nuovo.Sentivo che era arrivato il

momento. E questo è davvero così folle?».

Non rispose. Stavamo uscendo dal viale. Sul ponte sopra il canale una figurascura ed esitante sembrava

aspettasse qualcosa o qualcuno.

Era un poliziotto malesea piedi nudiin uniforme azzurra. Il galloned'argento del suo berretto rotondo luccicò

debolmente alla luce del lampione della strada. Guardò timoroso dalla nostraparte.

Prima che lo raggiungessimo si voltò e si incamminò davanti a noi indirezione del molo che era a poche

centinaia di metri di distanza. E qui trovai i miei coolies accoccolatisui talloni. Tenevano ancora il palo sulle spallee

tutti i miei beni terrenisempre legati al palogiacevano al suolo in mezzoa loro. Fin dove arrivava lo sguardo lungo la

banchina non si vedeva anima viva all'infuori del poliziotto indigenoche cisalutò.

Pare che avesse trattenuto i coolies come individui sospetti impedendoloro l'accesso al molo. Ma a un mio

segno ritirò l'embargo alacremente. Pazienti i due uomini si alzaronoinsieme con un leggero grugnito e trotterellarono

avanti sulle tavole; io mi preparavo a congedarmi dal capitano Gilescheaveva l'aria di chi sta portando a termine la sua

missione. Non si poteva negare che non l'avesse compiuta fino in fondo. Ementre cercavo una frase adattasaltò fuori

con:

«Prevedo che non starà con le mani in mano. Avrà un sacco di faccende dasbrogliare».

Gli chiesi che cosa glielo facesse pensare. Rispose che era la sua esperienzacomplessiva del mondo. Una nave

a lungo lontana dal suo portogli armatori irraggiungibili per telegrafoel'unico uomo che potesse spiegare come

stavano le cose morto e sepolto.

«È anche leiin un certo sensoalle prime armi»concluse in tono chenon ammetteva replica.

«Non insista»dissi. «Lo so anche troppo bene. Mi piacerebbe tanto cheprima di partirepotesse trasmettermi

una piccola parte della sua esperienza. Ma siccome non si può fare in dieciminutisarà meglio che non cominci

neanche a chiederglielo. E poi c'è la lancia che mi aspetta. Ma non misentirò davvero tranquillo finché la mia nave non

sarà al largonell'Oceano Indiano».

Osservò di sfuggita che da Bangkok all'Oceano Indiano il tratto non eratanto breve. E a quel mormoriocome

al fioco lampo di una lanterna ciecami apparve per un attimo l'ampiacintura di isole e di scogli tra quella nave

sconosciutache era miae la libertà delle grandi distese d'acqua delglobo.

Ma non sentivo nessuna apprensione. Ormai l'Arcipelago mi era abbastanzafamiliare. Un'estrema pazienza e

un'estrema attenzione mi avrebbero accompagnato attraverso quella regione diterre spezzatedi deboli brezzedi acque

mortefino a dove avrei finalmente sentito la mia nave correre sulle ondeinclinandosi al grande soffio dei venti

regolariche le avrebbero dato la sensazione di una vita vasta e piùintensa. La strada sarebbe stata lunga. Tutte le strade

che portano dove desidera il cuore sono lunghe. Ma questa stradachel'occhio della mia mente vedeva su una cartain

modo professionalecon tutte le sue complicazioni e difficoltàera peròin un certo senso abbastanza semplice. Si è

uomini di mare o non lo si è. E io non avevo dubbi di esserlo.

L'unica parte a me sconosciuta era il Golfo del Siam. E lo dissi al capitanoGiles. Non che mi preoccupasse più

di tanto. Apparteneva alla stessa regione di cui conoscevo bene la naturanella cui anima mi sembrava di aver scrutato afondo negli ultimi mesi diquell'esistenza con cui adesso avevo rottoall'improvvisocosì come ci sisepara da qualche

compagnia affascinante.

«Il Golfo... Eh sì! Uno strano lembo di marequello»disse il capitanoGiles.

Stranoin questo contestoera una parola vagae la frase tutta interasembrava l'opinione espressa da una

persona cauta che teme una querela per diffamazione.

Non indagai sulla natura di tale stranezza. Non c'era davvero il tempo. Maproprio all'ultimo istante mi diede

spontaneamente un avvertimento.

«In qualsiasi caso si tenga sul lato di levante. Quello di ponente èpericoloso in questo periodo dell'anno. Non

si lasci tentare da niente per cambiarlo. Non troverebbe che guai da quellaparte».

Sebbene non riuscissi a immaginare che cosa poteva tentarmi per coinvolgerela mia nave fra le correnti e gli

scogli della costa maleselo ringraziai del consiglio.

Prese con calore la mano che gli tendevo e la fine della nostra conoscenzagiunse improvvisa con le parole

«Buona notte».

Fu tutto quello che disse: «Buona notte». Nient'altro. Non so cosa volessidire ioma la sorpresa me la fece

inghiottirequalsiasi cosa fosse. Restai leggermente senza fiato e poi conuna specie di fretta nervosaesclamai: «Ah!

Buona nottecapitano Gilesbuona notte».

I suoi movimenti erano sempre posatima la sua schiena si era allontanata unbel po' lungo la banchina deserta

prima che io mi riprendessi a sufficienza per seguire il suo esempio efacessi un mezzo giro in direzione del molo.

Però i miei movimenti non erano controllati. Mi precipitai giù per gliscalini e saltai nella lancia. Prima ancora

che mi fossi sistemato a bordo la piccola affilata imbarcazione guizzò viadal molo con un improvviso turbinio dell'elica

e un breve ed energico sbuffo di vapore dal fumaiolo di ottone che rilucevavagamente al centro dello scafo.

L'indistinto rimescolio a poppa era l'unico suono al mondo. La riva giacevaimmersa nel silenzio del sonno più

profondo. Guardai la città allontanarsi immobile e muta nella calda nottefinché il brusco richiamo«Ehi della lancia!»

mi fece ruotare in fretta con la faccia rivolta in avanti. Eravamo sotto unbiancospettrale piroscafo. Le luci brillavano

sui ponti e negli oblò. E la stessa voce gridò dall'alto: «È il nostropasseggero?».

«Sì»urlai.

L'equipaggio era stato ovviamente sul chi vive. Sentii gli uomini correre adestra e a sinistra. Il moderno spirito

della fretta si manifestò sonoramente negli ordini di «Gettate il cavo» -«Ammainate la scala laterale» e nel pressante

invito rivolto a me: «Su prestocapitano! Ci hanno fatto ritardare di treore per lei... Dovevamo partire alle settelo sa!».

Salii a bordo e dissi: «No! Non lo so». Lo spirito della fretta moderna siera incarnato in un uomo sottilecon

lunghe braccialunghe gambe e una barba grigia tagliata corta. La manoossuta era calda e asciutta. Dichiarò

febbrilmente:

«Non avrei aspettato cinque minuti di più. Mi sarei fatto impiccarepiuttosto - comandante del porto o no».

«Questi sono affari suoi»dissi. «Non le ho chiesto io di aspettarmi».

«Spero che non pretenda di cenare»sbottò. «Questa non è una pensionegalleggiante. Lei è il primo

passeggero che abbia mai avuto in vita mia e spero proprio che sia anchel'ultimo».

Non ci fu una risposta a questa comunicazione tanto ospitalee in veritàlui non se l'aspettavaperché scappò

via sul suo ponte di comando per far partire la nave.

Durante tutti e quattro i giorni che mi ebbe a bordo non abbandonòquell'atteggiamento semiostile. Visto che la

sua nave aveva subito un ritardo di tre ore a causa mianon potevaperdonarmi di non essere una persona più

importante. Non che lo esprimesse apertamentema quel sentimento dicontrariata meraviglia affiorava continuamente

nei suoi discorsi.

Era un tipo assurdo.

E anche un uomo di grande esperienzache gli piaceva ostentarema eraimpossibile immaginare un contrasto

maggiore col capitano Giles. Mi avrebbe anche divertitose avessi avutovoglia di divertirmi. Ma non ne avevo voglia.

Ero come un innamorato che non vede l'ora di arrivare all'appuntamento. E nonmi curavo dell'ostilità degli uomini.

Pensavo alla mia nave sconosciutae come divertimento mi bastavae anchecome tormento e occupazione.

Si era accorto del mio stato d'animoera dotato di sufficiente acume perpercepirloesornionamentesi

beffava delle mie preoccupazionicome usano fare i vecchi malevoli e cinicinei confronti dei sogni e delle illusioni dei

giovani. Iodal mio cantomi trattenevo dal chiedergli com'era la mia naveanche se sapevo chefacendo scalo a

Bangkok circa ogni mesedoveva conoscerla di vista. Non volevo esporre lanavela mia nave!a qualche offensivo

commento.

Era il primo uomo veramente poco simpatico con cui ero mai venuto a contatto.La mia formazione era ben

lontana dall'essere compiutaanche se non lo sapevo. No! Non lo sapevo.

Sapevo solo che non gli piacevoe che un po' mi disprezzava. Perché?Evidentemente perché la sua nave aveva

subito un ritardo di tre ore per colpa mia. Chi ero io perché si facesse unacosa simile per me? E che per lui non era mai

stata fatta. Era una specie di sdegnata gelosia.

La mia impazienzamescolata alla pauraera arrivata al grado più alto.Com'erano stati lenti i giorni della

traversatae come finirono in fretta. Un mattino prestoattraversammo labarrae mentre il sole sorgeva in tutto il suo

splendore su quelle piatte distese di terratagliammo le innumerevoli ansedel fiumepassammo sotto l'ombra della

grande pagoda dorata e giungemmo alla periferia della città.Davanti a noiadagiata sulle due rivela capitale orientale che non aveva ancora subito ilconquistatore bianco:

una distesa di brune case di bambùdi stuoiedi fogliedi uno stilearchitettonico fatto di vegetalisorta dal suolo bruno

sulle sponde del fiume fangoso. Era stupefacente pensare che in tantichilometri di abitazioni umane non ci fosse più di

un paio di chili di chiodi. Alcune di quelle case di rami e d'erbacome inidi di una specie animale acquaticaerano

attaccate alle rive basse. Altre sembravano cresciute sull'acquaaltreancora fluttuavano in lunghe file ancorate proprio

in mezzo al fiume. Qua e làin lontananzasopra l'affollata moltitudinedei tetti bassi e brunitorreggiavano grandi

costruzioni in muraturail Palazzo Realei templisfarzosi e sbrecciatiche si sgretolavano sotto il sole a picco

tremendofortissimoquasi palpabileche sembrava penetrare nel petto colrespiro delle narici e infiltrarsi nelle membra

attraverso ogni poro della pelle.

Proprio alloraper una qualche ragionela ridicola vittima della gelosiadovette fermare le macchine. La nave

risaliva lenta il fiume portata dalla marea. Senza badare alle novità diciò che mi circondavapercorrevo il ponte

perduto nell'ansia di astratte elucubrazioniun intersecarsi difantasticheria romantica e un esame molto pratico delle

mie capacità. Perché per me si avvicinava il momento di vedere la mia navee di dimostrare il valore nella suprema

prova della mia professione.

All'improvviso mi sentii chiamare da quell'imbecille. Mi faceva segno perchélo raggiungessi sul ponte di

comando.

Non che ci tenessi moltoma siccome sembrava che avesse qualcosa di specialeda dirmisalii la scaletta.

Mettendomi la mano sulla spalla mi fece girare leggermente su me stessomentre con l'altro braccio mi

indicava qualcosa.

«Ecco! Quella è la sua navecapitano»disse.

Sentii un colpo nel pettouno solocome se il cuore avesse cessato dibattere. C'erano circa una decina di navi

ormeggiate lungo la rivae quella che intendeva lui restava seminascostadalla poppa della sua vicina. «Le passiamo

davanti tra un istante»disse.

Com'era il tono? Canzonatorio? Minaccioso? O semplicemente indifferente? Nonriuscii a decifrarlo. In quella

inaspettata manifestazione di interesse sospettai la malizia.

Se ne andòe io mi appoggiai alla battagliola del ponte di comando perguardar fuori. Non osavo alzare gli

occhi. Eppure bisognava farloe infatti non potei farne a meno. Stavotremandomi pare.

Ma appena gli occhi si posarono sulla mia navetutta la paura svanì.Scomparve rapidacome un brutto sogno.

Con la differenza che un brutto sogno non si lascia dietro un senso divergognache io invece per un momento provai

per i miei ingiusti sospetti.

Sìeccola lì. La vista del suo scafodell'attrezzaturami riempì dicontentezza. Quella sensazione del vuoto

della vita che mi aveva reso così inquieto negli ultimi mesiperdeva la suaamara plausibilitàla sua malefica influenza

per dissolversi in un flusso di emozione gioiosa.

Vidialla prima occhiatache era un veliero di gran classeuna creaturaarmoniosa nelle linee del suo bel

corponell'altezza proporzionata dei suoi alberi. Qualsiasi fosse la suaetà e la sua storia aveva conservato lo stampo

della sua origine. Era una di quelle navi chein virtù di come sono stateprogettate e rifinitenon sarebbe mai

invecchiata. In mezzo alle sue compagne ormeggiate alla rivatutte piùgrandi di leisembrava una creatura di razza: un

puledro arabo in un branco di cavalli da tiro.

Con tono equivoco e sgradevole una voce dietro di me disse: «Spero che nesia soddisfattocapitano». Non

girai neanche la testa. Era il capitano e qualsiasi cosa intendesse direopensasse della mia navecapii checome certe

donne rareera una di quelle creature cheper il solo fatto di esisteresuscitano un piacere non egoista. Si sente che è

bello stare in un mondo in cui ci sono loro.

Da lei irradiava quell'illusione di vita e di carattere che affascina nelleopere più belle che escono dalle mani

degli uomini. Un'enorme trave di legno di teak oscillava sul boccaportomateria senza vitain apparenza più pesante e

più grande di ogni altra cosa a bordo. Quando cominciarono ad abbassarlalostrappo del paranco mandò un fremito che

percorse la nave dalla linea di galleggiamento fino ai pomi d'alberosu peri nervi sottili delle sartiecome se avesse

rabbrividito sotto il peso. Sembrava crudele caricarla così...

Mezz'ora doponel mettere piede per la prima volta sul suo ponteebbi lasensazione di un profondo

appagamento fisico. Niente poteva eguagliare la pienezza di quel momentolacompiutezza ideale di quell'esperienza

emozionante che mi era toccata senza la fatica preliminare e il disincanto diun'oscura carriera.

Il mio sguardo corse rapido su di leil'avviluppòappropriandosi dellaforma che rendeva concreto l'astratto

sentimento del mio comando. In quell'istante molti dettagli di cui s'accorgeun uomo di mare furono evidenti ai miei

occhi. Quanto al restola vidi disancorata dalle condizioni materiali delsuo essere. La riva a cui era ormeggiata era

come se non esistesse. Che cos'erano per me tutti i paesi del globo? In ogniparte del mondo bagnata da acque navigabili

la nostra reciproca relazione sarebbe stata la stessae più intima diquanto le parole di una lingua possano esprimere.

Ogni scenaogni episodioal di fuori della nostra relazionenon sarebbestato che uno spettacolo passeggero. Persino la

gialla brigata dei coolies affaccendati intorno al boccaportoprincipale aveva meno consistenza della materia di cui sono

fatti i sogni. Chi mai infatti si sognerebbe dei cinesi?...

Andai a poppasalii sul casserettodovesotto la tendaluccicavano gliottoni degli accessori simili a quelli di

uno yachtle lustre superfici delle battaglioleil vetro degli osteriggi.Al dritto di poppadue marinaiintenti a pulire

l'apparato del timonementre i riflessi ondeggianti della luce correvanogiocosamente sulle loro schiene curvecontinuarono il loro lavorosenzaaccorgersi di me e dell'occhiata quasi affettuosa che rivolsi loro passando per

dirigermi verso l'imboccatura della scala che portava alla cabina.

Le porte scorrevoli erano completamente spalancate. Il gomito della scalettanascondeva la vista

dell'anticamera. Da sotto saliva un sommesso canticchiare che si interruppebruscamente al rumore dei miei passi che

scendevano.

III

La prima cosa che vidi là sotto fu il busto di un uomo cheper così diresporgeva all'indietro da una delle porte

ai piedi della scala. Mi guardò con gli occhi sbarrati. In una mano tenevaun piattonell'altra un tovagliolo.

«Sono il vostro nuovo capitano»dissi con calma.

In un attimoun batter d'occhisi era liberato del piatto e del tovaglioloe con un balzo aprì la porta della

cabina. Non appena passai nella saletta si dileguòma solo per riapparirefulmineamenteabbottonandosi una giacca che

si era infilato con la rapidità di un attore del varietà.

«Dov'è il primo ufficiale?»chiesi.

«Nella stivacredosignore. L'ho visto scendere dal boccaporto di poppadieci minuti fa».

«Digli che sono a bordo».

Il tavolo di mogano sotto l'osteriggio luccicava nella penombra come unascura pozza d'acqua. La credenza

sormontata da un grande specchio con la cornice dorataaveva il ripiano dimarmo. Sopra vi erano posate una coppia di

lampade argentate e altri oggettievidentemente in mostra per la sosta nelporto. La saletta era rivestita di pannelli di

due tipi di legnonel semplicesquisito stile dell'epoca in cui la nave erastata costruita.

Mi sedetti sulla seggiola imbottita a capotavolala poltrona del capitanosopra la quale era sospesa una piccola

bussola di controllo: muto richiamo a una vigilanza incessante.

Su quella poltrona si erano succeduti molti uomini. Quel pensiero mi siaffacciò improvvisovividocome se

ognuno di loro avesse lasciato un po' di se stesso tra le quattro mura diquelle adorne paratie; come se una specie di

anima composital'anima del comandoavesse improvvisamente sussurrato allamia dei lunghi giorni in mare e dei

momenti d'ansia.

«Anche tu!»sembrava dire«anche tu assaporerai la pace e l'inquietudinein una penetrante intimità con te

stessooscuro come eravamo noieppure sovrano di fronte ai venti e ai mariin quella immensità che non riceve

improntanon conserva memoria e non tiene conto delle vite umane».

Dal fondo dello specchio con la cornice dorata anneritanella calda penombrafiltrata dalla tenda del ponte

vidi il mio volto sorretto fra le mani. E guardavo la mia immagine riflessacon l'assoluto distacco della distanzapiù con

curiosità che con altri sentimenti. Al piùforseun po' di simpatia perquest'ultimo rappresentante di quella che per

intenti e scopi comuni era una dinastiache continuava non nel sanguecertoma nell'esperienzanell'addestramento

nella concezione del doveree nella benedetta semplicità del suo modotradizionale di considerare la vita.

Fui colpito che quell'uomo dallo sguardo quietamente fissoche io guardavocome se fosse me stesso ma anche

un altronon fosse del tutto una figura solitaria. Aveva il suo posto in unalinea di uomini che non conoscevadi cui non

aveva mai sentito parlarema che erano modellati dalle stesse influenzelecui anime nei confronti del lavoro della loro

umile vita non avevano segreti per lui.

Improvvisamente sentii che c'era un altro uomo nella salettain piedi un po'in disparteche mi guardava

attentamente. Il primo ufficiale. Dei lunghi baffi rossi ne caratterizzavanola fisionomiache mi colpì per la sua

combattività ma (strano a dirsi) spettrale.

Da quanto tempo stava lì a guardarmia soppesarmicogliendomi in quellostato indifeso di sogno a occhi

aperti? Sarei rimasto più turbato se non avessi notato che la lancetta lungadell'orologio posto in cima alla cornice dello

specchioproprio di fronte a menon si era quasi mossa.

Non potevano essere passati più di due minuti da quando ero entrato nellacabina. Tre al massimo... Perciòper

fortunanon aveva potuto osservarmi per più di una frazione di minuto.Ciononostante mi rammaricai per l'accaduto.

Ma non feci trasparire nulla quando mi alzai senza fretta (bisognava che lofacessi senza fretta) e lo salutai con

assoluta cordialità.

Nel suo atteggiamento c'era qualcosa di riluttante e nello stesso tempovigile. Il suo nome era Burns.

Lasciammo la saletta e ispezionammo insieme la nave. In piena luce il suoviso sembrava molto magropatitoquasi

smunto. Mi sembrava in un certo senso indelicato guardarlo troppo spessomentre luial contrarionon mi staccava gli

occhi di dosso. Occhi verdognolicon un'espressione interrogativa.

Rispondeva alle mie domande con una certa prontezzama mi parve di cogliereun tono di reticente contrarietà.

Il secondo ufficialecon tre o quattro uominiera occupato a prua. Il primoufficiale mi disse il suo nome e io

passandogli accantogli feci un cenno di saluto. Era molto giovane e midiede l'impressione di un pivello.Quando ritornammo giù mi sedetti aun'estremità di un profondo divano semicircolareo megliosemiovale

rivestito di felpa rossache si estendeva lungo tutto il lato poppiero dellasaletta. Il signor Burnsinvitato ad

accomodarsisi lasciò cadere in una delle sedie girevoli attorno al tavolotenendo gli occhi fissi su di me in modo più

insistente che mai. Aveva l'espressione stranita di uno che crede che siatutta una finzionecome se si aspettasse che mi

alzassiscoppiassi a rideregli dessi una manata sulla schiena e sparissidalla saletta.

C'era nell'aria una strana tensione che cominciava a farmi sentire a disagio.Cercai di reagire contro quella vaga

sensazione.

«È solo la mia inesperienza»pensai.

Di fronte a quest'uomo chea quanto potevo giudicareera molto più vecchiodi memi resi conto di quello che

mi ero già lasciato alle spalle: la mia giovinezza. Magra consolazione! Lagiovinezza è una gran bella cosauna grande

forzafin tanto che non ci si pensa. Sentii che stavo diventandoautoconsapevole. Equasi involontariamenteassunsi un

tono di pensosa gravità. «Vedo che ha tenuto la nave molto in ordinesignor Burns»dissi.

Avevo appena pronunciato quelle parole che già mi stavo chiedendo con rabbiaperché diavolo le avevo dette.

Come tutta risposta il signor Burns sbatté le palpebre. Cosa cribbiointendeva?

Feci ricorso a una domanda che avevo in mente da un bel po' - la domanda piùnaturale in bocca a qualsiasi

marinaio che si imbarchi su una nave. La impostai (maledizioneall'autoconsapevolezza) in un tono allegro e dégagé:

«Suppongo che sia in grado di tenere il mareno?».

Di solito a una domanda simile si poteva rispondere o con accenti dilamentoso rincrescimento o con un

orgoglio visibilmente repressotipo: «Non per vantarmima vedrà». Cisono dei marinaipoiche sarebbero stati

brutalmente espliciti: «Una bestiaccia pigra»o apertamente deliziati:«Vola». Due sole alternativepur con quattro

modi.

Ma il signor Burns ne trovò una terzatutta suachese non altroavevail merito di fargli risparmiare fiato.

Di nuovo non disse nulla. Corrugò solo la fronte. Ed era una frontecorrucciata. Aspettaima non venne altro.

«Cosa c'è?... Non lo sadopo quasi due anni che è su questa nave?»losollecitai pungente.

Per un momento sembrò trasalire come se si fosse accorto della mia presenzasoltanto in quell'istante. Durò

solo un attimo. Assunse un'aria indifferente. Ma immagino pensasse che erameglio dire qualcosa. Disse che una nave

proprio come un uomoaveva bisogno di un'occasione per mostrare il meglioche sapeva fare e che da quando era a

bordo luil'occasione non si era mai presentata. Almeno lui non laricordava. L'ultimo capitano... Tacque.

«È stato così sfortunato?»chiesi francamente incredulo. Il signor Burnsmi tolse gli occhi di dosso. Noil

defunto capitano non era un uomo sfortunatonon si poteva dire cosìmasembrava che non volesse fare uso della sua

fortuna.

Il signor Burns - uomo dagli stati d'animo enigmatici - fece questadichiarazione con un'espressione inanimata

e fissando di proposito il rivestimento del timone. L'affermazione stessa eraoscuramente allusiva.

«Dov'è morto?»chiesi tranquillamente.

«In questa salettaproprio dov'è seduto lei»rispose il signor Burns.

Repressi uno stupido impulso di balzare in piedi matutto sommatomiconsolai nell'udire che non era morto

nel letto che doveva diventare il mio. Feci notare al primo ufficiale che iovolevo solo sapere dove aveva seppellito il

suo capitano.

All'imbocco del Golfodisse il signor Burns. Una tomba spaziosaunarisposta sufficiente. Ma il primo

ufficialeche visibilmente cercava di vincere qualcosa dentro di séunaspecie di curiosa riluttanza a credere nel mio

avvento (a ogni buon contocome un fatto irrevocabile) non si limitò aquestosebbene in veritàsembrasse desiderarlo.

Come compromesso con i suoi sentimenticredosi rivolgeva ostinatamente alrivestimento del timonetanto

da sembrare un uomo che parla da solosenza tuttavia rendersene conto.

Raccontò che alla settima campana della guardia del mattino aveva radunatotutti gli uomini sul cassero e

aveva detto che avrebbero fatto bene a scendere per dare l'addio al capitano.

Quelle parolepronunciate di malavogliacome a un intrusobastarono perfarmi avere una vivida evocazione

di quella strana cerimonia: i marinaiscalzia capo scopertoche siaccalcavano timidi nella salettauna piccola folla

schiacciata contro la credenzapiù a disagio che commossale camicieaperte sui petti abbronzatii volti battuti dalle

intemperietutti intenti a guardare l'uomo che stava morendo con la stessaespressione di serietà e di attesa.

«Era cosciente?»chiesi.

«Non parlavama mosse gli occhi per guardarli»rispose il primoufficiale.

Dopo aver aspettato un momentoil signor Burns aveva fatto uscirel'equipaggio dalla salettama aveva

trattenuto i due più anziani perché stessero col capitano fintanto che luisaliva sul ponte col suo sestante per «fare il

punto». Si stava avvicinando mezzogiorno e voleva assolutamente calcolare lalatitudine esatta. Quando ritornò giù per

riporre il sestantetrovò che i due uomini si erano ritirati nel vestibolo.Attraverso la porta aperta aveva visto che il

capitano giaceva tranquillo sui cuscini. Se n'era «andato» mentre il signorBurns faceva i suoi rilevamenti. Appena

prima di mezzogiorno. Non si era quasi mosso.

Il signor Burns sospiròmi guardò in modo indagatorecome a dire: «Nonse ne va ancora?»e poi

distogliendo i suoi pensieri dal suo nuovo capitanoli rivolse ancora alvecchio cheessendo mortonon aveva autorità

non intralciava nessunoed era molto più facile da trattare.

Il signor Burns continuò a parlare di lui per un bel po'. Era un uomosingolareil capitano - di circa

sessantacinque anni -grigio come il ferrovolto durocaparbio e noncomunicativo. Teneva la nave in ozio sul mareper ragioni imperscrutabili.Qualche voltadi nottesaliva sul pontefaceva ammainare una velaDio solosa perché o

per cosapoi tornava giùsi chiudeva nella sua cabinaa suonare per oreil violinofino all'albaaddirittura. Passava

infatti la maggior parte del tempo a suonare il violinodi giorno o dinotte. Ogni volta che gli saltava il ticchio. E per

giuntamolto forte.

Tanto che un giorno il signor Burns si fece coraggio e protestò seriamente.Né lui né il secondo ufficiale

riuscivano a chiudere occhio durante i loro turni di riposo sottocoperta peril rumore... E come si poteva pretendere che

restassero svegli mentre erano in servizio?si era lamentato. La risposta diquell'uomo severo era stata che se a lui e al

secondo ufficiale non piaceva quel rumoreerano padronissimi di fare ibagagli e sbarcare. Quando venne proposta

questa alternativa la nave si trovava a seicento miglia dalla terra piùvicina.

A questo punto il signor Burns mi guardò con curiosità. Incominciavo apensare che il mio predecessore fosse

un vecchio notevolmente singolare.

Ma le cose più strane dovevo ancora sentirle. Saltò fuori che queltaciturno marinaio di sessantacinque anni

austerocuporudeabbronzato dal ventosalato dal marenon era solo unamante dell'artema anche delle donne. A

Haiphongdove erano arrivati dopo una serie di inutili peregrinazioni(durante le quali per due volte avevano rischiato

di perdere la nave)si eraper usare le parole del signor Burns«impegolato» con una donna. Il signor Burns non aveva

avuto conoscenza diretta di quell'affarema ne restava traccia evidentesotto forma di una fotografia presa a Haiphong.

Il signor Burns l'aveva trovata in uno dei cassetti nella cabina delcapitano.

A tempo debitoanch'io vidi quello strabiliante documento umano (dopo logettai persino in mare). Lui sedeva

con le mani posate sulle ginocchiacalvotozzogrigioispidofacevapensare un po' a un cinghiale; e al suo fianco

torreggiava una maturatremendafemmina bianca con rapaci narici eneglienormi occhiuno sguardo fatale a buon

mercato. Si era camuffata con un volgare costume semiorientale. Sembrava unamedium di infimo ordine o una di

quelle donne che per pochi soldi leggono la fortuna con le carte. Eppurefaceva colpo. Una strega professionistadei

bassifondi. Era una cosa incomprensibile. C'era qualcosa di tremendo nelpensiero che lei fosse l'ultimo riflesso del

mondo di passione per l'anima feroce che sembrava guardarvi dal voltosardonicamente selvaggio di quel vecchio

marinaio. Tuttavia notai che lei teneva in mano uno strumento musicale - unachitarra o un mandolino. Làforsestava

il segreto della sua malia.

Per il signor Burns quella fotografia spiegava perché la navesenza caricofosse stata tenuta a soffocare

all'ancora per tre settimane in un pestilenziale porto caldissimo esenz'aria. Stavano lì a boccheggiare. Il capitanoche

ogni tanto faceva qualche breve apparizionebofonchiava al signor Burnsimprobabili storie di lettere che stava

aspettando.

Dopo essere scomparso per una settimanaimprovvisamente era salito a bordonel cuore della notte e aveva

salpato verso il mare aperto ai primi squarci dell'alba. Con la luce delgiorno era apparso stravolto e malato. C'erano

voluti due giorni solo per allontanarsi da terra enon si sa comeeranoandati a urtare leggermente contro uno scoglio.

Comunquenon ci furono fallee il capitanogrugnendo «non importa»informò il signor Burns che aveva deciso di

portare la nave a Hong Kong e metterla in bacino di carenaggio lì.

La notizia gettò il signor Burns nella disperazione. Perché bordeggiarefino a Hong Kongcontro un violento

monsonecon una nave non sufficientemente zavorrata e un rifornimentod'acqua incompletoera un progetto proprio

folle.

Ma il capitano ringhiò perentorio: «Prenda quella rotta»e il signorBurnssgomento e furibondoprese e

mantenne quella rottastrappando le velesforzando gli alberisfiancandol'equipaggio - quasi fuori di sé nell'assoluta

convinzione che il tentativo era impossibile e destinato a finire in unacatastrofe.

Nel frattempo il capitanochiuso nella sua cabina e incuneato in un angolodel divano per resistere ai tremendi

sbandamenti della navesuonava il violinoo perlomeno ne faceva uscirecontinuamente dei rumori.

Se compariva sul pontenon parlavae non sempre rispondeva quando erainterpellato. Era evidente che era

malato in qualche modo misterioso e che stava iniziando il tracollo.

Man mano che passavano i giorni i suoni del violino diventavano sempre piùfievolifinché all'orecchio del

signor Burnsche stava nella saletta ad ascoltare fuori della portadell'alloggio del capitanonon giunse che un debole

scricchiolio.

Un pomeriggioal colmo della disperazioneirruppe nella stanza e fece unatale scenatastrappandosi i capelli

e gridando orribili imprecazioniche riuscì a vincere lo sprezzante spiritodi quell'uomo malato. I serbatoi dell'acqua si

stavano vuotandoe in quindici giorni non avevano percorso cinquanta miglia.La nave non ce l'avrebbe mai fatta a

raggiungere Hong Kong.

Era come correre disperatamente verso la distruzione della nave e degliuomini. Era di un'evidenza

indiscutibile. Il signor Burnsperso ogni ritegnoaccostata la sua faccia aquella del capitano gli gridò letteralmente:

«Leisignoresta per lasciare questo mondoma io non posso aspettare chelei sia morto per mettere la barra al vento.

Lo deve fare lei stesso e lo deve fare immediatamente!».

L'uomo sul divano ringhiò manifestando tutto il suo livore: «Così iostarei per lasciare questo mondoeh?».

«Sissignorenon le restano molti giorni quaggiù»disse il signor Burnscalmandosi. «Basta guardarla in

faccia».

«In facciaeh?... Benemetta la barra al vento e vada al diavolo».

Burns volò sul pontemise la nave col vento in poppapoi ridiscesecomposto ma risoluto.«Ho dato la rotta per Pulo Condorsignore»disse.«Quando lo avvisteremose lei sarà ancora tra noimi dirà

in quale porto desidera che io porti la navee io lo farò».

Il vecchio gli lanciò un'occhiata di selvaggio disprezzo elento eimplacabilepronunciò queste atroci parole:

«Se fosse per mené la nave né uno solo di voi raggiungerebbe mai unporto. E spero che così avvenga».

Burns ne fu profondamente scosso. Credo che in quel momento fosse addiritturaatterrito. Sembra però che

riuscisse a produrre una risata così sonora che fu la volta del vecchio dirimanere atterrito. Si raggomitolò su se stesso e

gli voltò le spalle.

«E non era via di testaallora»mi assicurò Burns tutto agitato.«Intendeva dire quello che aveva detto».

Questo fu praticamente l'ultimo discorso del defunto capitano. Poi dalle suelabbra non uscirono che frasi

sconnesse. Quella notte usò le forze che gli restavano per gettare in mareil violino. Nessuno lo vide compiere

effettivamente quell'atto madopo la sua morteil signor Burns non riuscìa trovare lo strumento da nessuna parte. La

custodia vuota era ben in vistama sulla nave il violino sicuramente nonc'era. E dove poteva essere finito se non in

mare?

«Ha gettato il suo violino in mare!»esclamai.

«Sì»gridò il signor Burns agitato. «E io credo che se fosse statoumanamente possibileavrebbe cercato di

trascinare la nave giù con sé. Non aveva mai avuto l'intenzione diriportarla in patria. Non scriveva agli armatorinon

scriveva mai neanche alla sua vecchia mogliené aveva intenzione di farlo.Aveva deciso di tagliare i ponti con tutto.

Ecco come stavano le cose. Non gli importava degli affaridei nolidelletraversatedi nulla. Aveva in mente di andar

vagando per il mondo fino a quando avrebbe perso la nave con tuttol'equipaggio».

Il signor Burns sembrava un uomo scampato a un grande pericolo. Ci mancavapoco che esclamasse: «Se non

fosse stato per me!». E la trasparente innocenza dei suoi occhi sdegnati erastranamente sottolineata dall'arrogante paio

di baffi che continuava a torcereorizzontalmentecome per allungarli.

Avrei potuto sorridere se non fossi stato occupato dalle mie sensazionichenon erano quelle del signor Burns.

Ero già l'uomo al comando. Le mie sensazioni non potevano essere le stessedi nessun altro a bordo. In quella comunità

io mi ergevocome un sovrano nel suo regnoin un rango per conto mio.Intendo un sovrano per diritto ereditarionon

un semplice capo di stato elettivo. Ero stato mandato lì a governare da unagente così remoto e così imperscrutabile per

loroquasi come la Grazia di Dio.

E come membro di una dinastiasentendo un legame quasi mistico con i mortiero profondamente

scandalizzato del mio immediato predecessore.

Quell'uomo era stato in tutte le cose essenzialitranne l'etàun uomoproprio come me. Eppure la fine della sua

vita era stata un vero atto di tradimentoil tradimento di una tradizioneche a me sembrava altrettanto categorica di

qualsiasi altra norma sulla terra. Anche in maredunqueun uomo potevacadere vittima di spiriti maligni. Sul volto

sentii il respiro dei poteri sconosciuti che forgiano i nostri destini.

Per non lasciar durare troppo il silenziochiesi al signor Burns se avevascritto alla moglie del capitano. Scosse

la testa. Non aveva scritto a nessuno.

Di colpo s'incupì. Non aveva mai pensato di scrivere. Aveva passato tutto iltempo a sorvegliare il carico della

nave effettuato da uno stivatore cinese che era un furfante. Con questadichiarazione il signor Burns mi diede il primo

barlume sulla vera anima del primo ufficiale che abitava disagevolmente nelsuo corpo.

Meditòpoi continuò con cupa foga.

«Sì! Il capitano è morto appena prima di mezzogiorno. Nel pomeriggio hoesaminato le sue carte. Al tramonto

gli ho letto il servizio funebre e poi ho diretto la nave a nord e l'hoportata qui in porto. L'ho-portata-in-porto-io».

Picchiò un pugno sul tavolo.

«Dubito che sarebbe potuta venire da sola»osservai. «Ma perché non siè diretto a Singapore invece?».

I suoi occhi esitarono. «Il porto più vicino»mormorò imbronciato.

Avevo formulato la domanda con assoluta innocenzama la risposta (ladifferenza nella distanza era

insignificante) e l'atteggiamento del signor Burns mi diedero la chiave dellanuda verità. Aveva portato la nave nel porto

in cui si aspettava di essere confermato nel suo comando temporaneo permancanza di un capitano qualificato che gli

potesse passare avanti. Mentre Singaporeera la sua logica congetturasarebbe stata piena di marinai qualificati. Ma il

suo ingenuo calcolo non aveva tenuto conto del cavo telegrafico che passavaproprio sul fondo del Golfo nel quale

aveva portato la nave che riteneva di aver salvato dalla distruzione. Da quiil sapore amaro del nostro colloquio. Lo

sentivo sempre più distintamenteed era sempre meno di mio gradimento.

«Sentasignor Burns»esordii molto fermamente. «Sarà meglio che sappiache non sono corso dietro a questo

comando. È stato spinto sulla mia strada e io l'ho accettato. Sono qui primadi tutto per portare la nave in patriae può

star sicuro che a questo fine baderò che chiunque qui a bordo faccia il suodovere. Questo è tutto quel che ho da dire

per il momento».

A questo punto era già in piedima invece di congedarsirestava lì con lelabbra che gli tremavano di sdegnoa

guardarmi fisso come sesecondo la decenza comunea me non restasse altroda fare che svanire dalla sua vista

oltraggiata. Come tutti gli stati emotivi molto semplici mi commoveva. Midispiaceva per luisentivo quasi della

simpatiafinché (vedendo che non sparivo) parlò in tono di forzatoritegno:

«Se non avessi una moglie e un figlio a casapotrebbe star sicurosignoreche le avrei chiesto di lasciarmi

andare nello stesso momento in cui lei è salito a bordo».

Gli risposi con assoluta calma come se si trattasse di una remota terzapersona.«E iosignor Burnsnon l'avrei lasciata andare. Lei ha firmato ilcontratto di arruolamento come primo

ufficialee finché non scade al porto finale di congedo mi aspetto checompia il suo dovere e mi dia il beneficio della

sua esperienza al meglio delle sue capacità».

Un'incredulità pietrificata si attardava nei suoi occhima si spezzòdavanti al mio atteggiamento amichevole.

Con un leggero colpetto in alto delle braccia (in seguito avrei imparato aconoscerlo bene quel gesto) si precipitò fuori

dalla cabina.

Avremmo potuto evitarci quel piccolo battibecco senza colpi gravi. Nontrascorsero molti giorni che proprio il

signor Burns mi implorava ansioso di non lasciarlo a terramentre io glipotevo dare solo risposte evasive. Tutta la

faccenda prese una piega piuttosto tragica.

E questo spiacevole problema non era che un episodio marginaleuna semplicecomplicazionerispetto al

problema più generale di come fare uscire quella nave - che era miacon lesue attrezzature e i suoi uominicol suo

corpo e il suo spirito che ora sonnecchiava su quel fiume pestilenziale -dicome farla uscire in mare aperto.

Il signor Burnsquando ancora faceva le funzioni di capitanoavevaaffrettatamente firmato un contratto di

noleggio chein un mondo idealesenza raggirisarebbe stato un eccellentedocumento. Nel momento stesso in cui gli

diedi una scorsaprevidi guai futuri a meno che la controparte fosseeccezionalmente onesta e disposta al

patteggiamento.

Il signor Burnsa cui espressi i miei timoridecise di adombrarsene. Miguardò col suo solito sguardo

incredulo e disse amaro:

«Non sta forse cercando di dimostrare che mi sono comportato come unostupidosignore?».

Gli risposicon la mia sistematica cortesia che sembrava sempre accrescerela sua sorpresache non volevo

dimostrare niente. Lasciavo la cosa al futuro.

Ecom'era abbastanza prevedibileil futuro portò un sacco di guai. C'eranodei giorni in cui ripensavo al

capitano Giles con un sentimento non lontano dall'odio. La sua maledettaperspicacia mi aveva cacciato in quel posto e

con l'avverarsi della sua profezia che non mi «sarei trovato con le mani inmano»la cosa aveva l'aria di un brutto tiro

giocato a bella posta alla mia giovane innocenza.

Sì. Mi ritrovai tra le mani una serie di complicazioni tutte preziosissimecome «esperienza». La gente ha una

grande opinione dei vantaggi dell'esperienza chein questo sensovuolsempre dire qualcosa di sgradevolein

opposizione al fascino e all'innocenza delle illusioni.

Devo dire che le mie le stavo perdendo rapidamente. Ma su queste istruttivecomplicazioni non mi soffermerò

più di tanto. Dirò solo che si potevano riassumere tutte in un'unicaparola: ritardo.

Un'umanità che ha inventato il proverbio: «Il tempo è denaro»capirà ilmio tormento. La parola «ritardo»

entrò nel talamo segreto del mio cervelloe lì risuonò come una campanamartellante che spacca i timpaniintaccò tutti

i miei sensiassunse una colorazione neraun gusto amaroun significatofunesto.

«Mi dispiace molto di vederla così preoccupato. Proprio molto...».

Furono le uniche parole umane che sentii in quei giorni. Eabbastanzaappropriatamentevenivano da un

medico.

Un medico è per definizione umano. Ma quell'uomo lo era per davvero. Il suonon era un discorso

professionale. Non ero ammalato. Ma altri sì ed è per questo che venivasulla nave.

Era il dottore della nostra Legazione enaturalmenteanche del nostroConsolato. Si occupava della salute

dell'equipaggioche complessivamente era scarsa eper così direvacillante sull'orlo del collasso. Sì. Gli uomini

stavano male. E perciò il tempo non era solo denaroma anche vita.

Non ho mai visto un equipaggio così serio. Infatti il dottore osservò: «Misembra che abbia un insieme di

marinai molto rispettabili». Non solo non erano mai ubriachima nonvolevano neanche scendere a terra. Facevo

attenzione di esporli il meno possibile al sole. Venivano impiegati in lavorileggeri sotto le tende del ponte. E il dottore

umano mi lodò.

«Le sue disposizioni mi sembrano molto giudiziosecaro capitano».

È difficile esprimere quale conforto mi venisse da quella dichiarazione. Lasua pienotta faccia rotonda

incorniciata da basette chiareera la personificazione di una dignitosabonarietà. Era l'unico essere umano al mondo che

sembrava interessarsi minimamente a me. A ogni visitaaveva presol'abitudine di sedersi per una mezzoretta nella mia

cabina.

«Finché non riuscirò a portare la nave in mare»gli dissi un giorno«immagino che l'unica cosa da fare sia di

vegliare su di loro come fa leivero?».

Piegò la testa esocchiudendo gli occhi sotto i grandi occhialimormorò:

«Il mare... indubbiamente».

Il primo membro dell'equipaggio colpito seriamente fu il cambusiereil primocol quale avevo parlato sulla

nave. Fu portato a terra (con i sintomi del colera) e morì alla fine diquella stessa settimana. Poimentre ero ancora sotto

la sorprendente impressione di quel primo affondo vibrato dal climailsignor Burns crollò esenza dire una parola a

nessunosi mise a letto in preda a una violenta febbre.

Credo che in parte si fosse roso tanto da ammalarsi e che il clima avessefatto il restocon la rapidità di un

mostro invisibile acquattato nell'arianell'acqua e nel fango della riva delfiume. Il signor Burns era una vittima

predestinata.Lo trovai che giaceva supinocon uno sguardo truce e risentito;emanava calore come una stufetta. Non rispose

quasi alle mie domande e brontolò solo: «Non era consentito che per unavolta un uomo si prendesse un pomeriggio di

libertà per un forte mal di testa?».

La sera stessamentre sedevo nella saletta dopo cenalo sentii borbottarein continuazione nella sua cabina.

Ransomeche sparecchiava la tavolami disse:

«Temosignoredi non poter dare al primo ufficiale tutta l'attenzione dicui avrà bisogno. Per la maggior parte

del mio tempo dovrò stare a pruain cucina».

Ransome era il cuoco. Il primo ufficiale me lo aveva indicato il primogiornoritto sul pontea braccia conserte

sull'ampio pettoche guardava il fiume.

Lo si notava anche da lontano per la figura ben proporzionataper qualcosadi molto marinaresco nel

portamento. Più da vicino gli occhi quieti e intelligentiil voltodistintola disciplinata scioltezza dei modi lo rendevano

una personalità attraente. Quandoin aggiuntail signor Burns mi disse cheera il miglior marinaio della naveespressi

la mia sorpresa che nel fiore degli anni e con un simile aspetto s'imbarcassecome cuoco su una nave.

«Dipende dal cuore»aveva detto il signor Burns. «Ha qualcosa che non va.Non deve sforzarsi troppo se non

vuole rischiare di rimanerci secco».

Ed era l'unico che non era stato toccato dal climaforse perchéportandosiin petto un nemico mortalesi era

allenato ad avere un controllo sistematico delle emozioni e dei movimenti. Equesto traspariva dai suoi modiuna volta

saputo il suo segreto. Dopo la morte del povero cambusiere chein quel portodell'Orientenon poteva essere sostituito

da un biancoRansome si era offerto di fare il doppio lavoro.

«Posso farlo benissimosignore»mi aveva assicurato«basta che lofaccia con calma».

Ma ovviamente non si poteva pretendere che si assumesse anche il compito diaccudire gli ammalati.

D'altrondeil dottore ordinò perentoriamente di sbarcare il signor Burns.

Sorretto sotto le braccia da un marinaio per parteil primo ufficialepercorse il barcarizzo più scuro in volto che

mai. Lo circondammo di cuscini entro la carrozzellaed egli fece uno sforzoper dire con voce rotta:

«Adesso - ha ottenuto - ciò che voleva - buttarmi fuori - dalla nave».

«Non si è mai sbagliato tanto in vita suasignor Burns»dissitranquillosorridendogli debitamente; e il calesse

si allontanò per portarlo a una specie di sanatorioun padiglione dimattoniche il dottore aveva nel terreno della sua

residenza.

Andai a trovare il signor Burns ogni giorno. Passati i primissimi giorniincui non riconosceva nessunomi

riceveva come se fossi andato per rallegrarmi di vedere un nemico schiacciatooppure per ingraziarmi una persona a cui

era stato fatto un terribile torto. Oscillava fra l'uno e l'altroa secondadei suoi lunatici stati d'animo in quella sua stanza

da malato. E qualunque fosseriusciva a trasmettermelo anche durante ilperiodo in cui sembrava troppo debole persino

per parlare. Io lo trattavo con immutata cortesia.

Improvvisamenteun giornoin mezzo a tutta questa pazzia scoppiò una crisidi panico assoluto.

Se lo lasciavo in quell'orribile luogo sarebbe morto. Se lo sentivane eracerto. Ma non avrei avuto il coraggio

di lasciarlo a terra. Aveva moglie e figlio a Sydney.

Da sotto le lenzuola tirò fuori le braccia consunte e si afferrò le maniscarne. Sarebbe morto! Sarebbe morto

qui...

Cercò disperatamente di mettersi a sederema ci riuscì solo per un attimoe quando ricadde all'indietro pensai

che sarebbe davvero morto lì e all'istante. Chiamai l'infermiere bengalese euscii in fretta dalla stanza.

L'indomani mi tormentò ancora ripetendo le sue suppliche. Gli risposi inmodo evasivoe lo lasciai che

sembrava il ritratto della disperazione più nera. Il giorno successivoentrai con riluttanzae mi aggredì subito con una

voce molto più forte e con un'abbondanza di argomentazioni quasistupefacente. Perorò la sua causa con una specie di

vigore follee infine mi chiese se mi sarebbe piaciuto avere sulla coscienzala morte di un uomo. Voleva che gli

promettessi che non sarei salpato senza di lui.

Dissi che prima dovevo assolutamente consultare il dottore. Allora si mise agridare. Il dottore! Mai! Sarebbe

stata la sua condanna a morte.

Lo sforzo lo aveva sfiancato. Chiuse gli occhima continuò a vaneggiare abassa voce. Io lo avevo odiato fin

dall'inizio. Anche l'altroil defunto capitanol'aveva odiato. Avevadesiderato che lui morisse. Aveva desiderato che

tutto l'equipaggio morisse...

«Perché vuole mettersi in combutta con quel malefico cadaveresignore? Siperderà anche lei»concluse

sbattendo con aria assente gli occhi vitrei.

«Signor Burns»gridai molto alterato«ma di cosa cribbio staparlando?».

Sembrò tornare in séanche se era troppo debole per sussultare.

«Non so»disse languido. «Ma non lo chieda al dottore. Lei e io siamomarinai. Non lo chieda a luisignore.

Verrà forse il giorno in cui anche lei avrà moglie e figlio».

E di nuovo supplicò che gli promettessi di non lasciarlo a terra. Tenni duroe non glielo promisi. Più tardi

questa fermezza mi parve criminaleperché la mia decisione era già presa.A quell'uomo strematoche non aveva forza

sufficiente neanche per respirare e che era preda di un terrore devastanteera difficile resistere. Eper di piùaveva

trovato le parole adatte. Lui e io eravamo marinai. Aveva fatto appello allacosa giustaperché io non avevo altra

famiglia. Quanto all'argomento che avrei avuto anch'io moglie e figlio (infuturo) non aveva forza. Sembrava

semplicemente bizzarro.Non potevo immaginare appello più forte e piùassorbente di quello della navedi quegli uomini invischiati in

quel fiume da stupide complicazioni commercialicome in una trappolamortale.

Comunqueavevo quasi aperto un varco per uscire. Fuori nel mare. Il mareche era purosicuro e amico.

Ancora tre giorni.

Con quel pensiero che mi sosteneva e confortava tornai alla nave. Nellasaletta la voce del dottore mi accolse

cordiale edopo la voceapparve la sua grande figurache proveniva dallacabina libera di diritta dove si trovava

l'armadietto dei medicinali della navesaldamente assicurato alla cuccetta.

Non trovandomi a bordo era andato lìdisseper controllare la scorta dimedicinalidi bende ecc. Era tutto in

ordine e non mancava niente.

Lo ringraziai. Avevo proprio pensato di chiedergli di farlodato che entroun paio di giornicome lui sapeva

uscivamo in maredove tutti i nostri guaidi qualsiasi naturasarebberofinalmente finiti.

Mi ascoltò serio e non rispose. Ma quando gli aprii la mia mente riguardo alsignor Burnssi sedette vicino a

me eposandomi amichevolmente la mano sul ginocchiomi pregò di pensare acosa mi esponevo.

Quell'uomo aveva forze sufficienti per sopportare solo di essere mossonient'altro. Non avrebbe retto a un

ritorno della febbre. Avevo davanti a me una traversata di circa sessantagiorniche iniziava con una navigazione

complicata e che con ogni probabilità sarebbe finita con un tempo orribile.Potevo correre il rischio di affrontarla da

solosenza primo ufficiale e con un secondo ufficiale che era quasi unragazzo?...

Avrebbe potuto aggiungere che ero anche al mio primo comando. Probabilmentel'aveva pensatoperché si

interruppe. E io l'avevo ben presente.

Mi consigliò in tutta franchezza di telegrafare a Singapore per farmimandare un primo ufficialeanche se

dovevo ritardare la partenza di una settimana.

«Neanche un giorno»replicai. Solo a pensarci mi venivano i brividi. Gliuomini sembravano tutti abbastanza

in formaed era ora di portarli via da lì. Una volta in mare non temevonulla. In quel momentoil mare rappresentava

l'unico rimedio a tutti i miei guai.

Gli occhiali del dottore erano puntati su di me come due fanali chefrugassero la sincerità della mia decisione.

Aprì la bocca come per ribatterema la richiuse senza dir nulla. Ebbi unavisione così vivida del povero Burns esausto

indifesoangosciatoche mi commosse più della realtà da cui mi eroallontanato solo un'ora prima. Era purgata dai lati

negativi della sua personalitàe non le resistetti.

«Senta»dissi«a meno che lei non mi dica ufficialmente che non puòessere mossodarò disposizioni per farlo

portare a bordo domanie condurrò la nave fuori dal fiume dopodomanimattinaanche se dovrò ancorarla fuori dalla

barra per un paio di giorni per prepararla per il mare».

«Oh! Darò io stesso le disposizioni»rispose subito il dottore. «Hodetto quello che ho detto solo come amico

per il suo beneha capito come?».

Si alzò in tutta la sua dignitosa semplicità e mi diede una calda strettadi manopiuttosto solennepensai. Ma

era un uomo di parola. Quando sul barcarizzo apparve il signor Burns portatoin barellail dottore era al suo fianco. Il

programma era stato cambiato solo perché il trasporto era stato rimandatoall'ultimo momentola mattina stessa della

nostra partenza.

Era passata da poco un'ora dal sorgere del sole. Dalla riva il dottore misalutò agitando il grosso braccio e

s'incamminò subito alla sua carrozzellache lo aveva seguito vuota fino alfiume. Il signor Burnstrasportato attraverso

il casserosembrava assolutamente senza vita. Ransome scese per sistemarlonella cabina. Io dovevo restare sul ponte

per badare alla naveperché il rimorchiatore si era già impadronito dellanostra gomena.

Lo scroscio degli ormeggi che sferzavano l'acqua produsse in me un totalecambiamento di sentimenti. Era

simile al sollievo imperfetto di quando ci si sveglia da un incubo. Ma quandola prua della nave scivolò giù per il fiume

lontano da quella squallida città orientalenon sentii l'ebbrezza che miattendevo da quel momento tanto contrastato. Ci

fuindubbiamenteun allentarsi della tensione che si tradusse in un sensodi spossatezzacome dopo un combattimento

inglorioso.

A mezzogiorno circa gettammo l'ancora un miglio fuori della barra. Ilpomeriggio fu molto impegnativo per

tutto l'equipaggio. Guardando il lavoro dal casserettodove rimasi tutto iltempovi scorsi un po' del languore delle sei

settimane passate nel calore fumante del fiume. La prima brezza l'avrebbesoffiato via. Per il momento era calma piatta.

Giudicai che il secondo ufficiale - un giovanetto imberbe con una faccia pocopromettente - non eraa voler essere

benevolidi quella stoffa preziosa di cui è fatto il braccio destro delcapitano. Ma fui lieto di coglierelungo il ponte

principalequalche sorriso sui volti di quei marinai che non avevo avutoancora il tempo di guardare con attenzione.

Liberato dai mortali affanni degli affari di terrami sentivo in famigliacon loroeppure un po' estraneocome si può

sentire fra i suoi un vagabondo assente da tempo.

Ransome andava avanti e indietro fra la cucina e la cabinarapido e leggero.Era un piacere guardarlo. L'uomo

indubbiamente aveva grazia. Di tutto l'equipaggio era il solo chein portonon fosse stato malato un giorno. Ora che

sapevo che aveva quel cuore indocile nel petto potevo riconoscere il frenoche metteva alla naturale agilitàda marinaio

dei suoi movimenti. Era come se si portasse addosso qualcosa di molto fragileo di esplosivo e ne fosse sempre

consapevole.

Ebbi occasione di rivolgermi a lui una o due volte. Mi rispose con la suapiacevole voce tranquilla e con un

lieve sorriso leggermente malinconico. Il signor Burns sembrava riposare.Pareva non stesse tanto male.Dopo il tramonto salii di nuovo sul pontedovetrovai solo un vuoto immobile. Non si riusciva più a

distinguere la crosta sottile e informe della costa. La tenebra era sortatutt'intorno alla nave come una misteriosa

emanazione delle acque mute e solitarie. Mi appoggiai al parapetto e porsil'orecchio alle ombre della notte. Non un

suono. La mia nave era come un pianeta lanciato vertiginosamente sull'orbitadesignata in uno spazio di infinito

silenzio. Mi afferrai alla battagliola come se il senso dell'equilibrio mistesse completamente abbandonando. Che

assurdità.

«Ehi sul ponte!»chiamai nervosamente.

E l'immediata risposta«Sissignore»ruppe l'incantesimo. Il marinaio diguardia salì la scaletta di corsa. Gli

dissi di riferire immediatamente il più piccolo segno di brezza in arrivo.

Scendendodiedi un'occhiata al signor Burns. In effettinon avrei potutoevitare di vederloperché la sua porta

era aperta. Era così emaciato chein quella cabina biancasotto unlenzuolo bianco e con la testa smagrita sprofondata

nel cuscino biancosolo i suoi baffi rossi catturavano gli occhicomequalcosa di artificiale: un paio di baffi presi da un

negozio e messi in mostra làsotto la cruda luce senza ombre della lampadaalla parete.

Mentre lo fissavo con una specie di stuporediede segno di vita aprendo gliocchi e persino muovendoli verso

di me. Un movimento impercettibile.

«Piatta bonacciasignor Burns»dissi rassegnato.

Con voce inaspettatamente chiara il signor Burns iniziò un discorsosconnesso. Il tono era molto stranonon

perché alterato dalla malattiama di natura diversa. Sembrava una voce nonterrena. Quanto al contenutomi parve di

capire che era colpa del «vecchio» - il defunto capitano - in agguatolaggiùin fondo al marecon intenzioni malvage.

Era una storia fantastica.

Ascoltai fino alla finepoientrato nella cabinagli posai la mano sullafronte. Era fresca. Delirava solo per

estrema debolezza. Improvvisamente sembrò rendersi conto della mia presenzaecon la voce ritornata normale -

naturalmentemolto debole -chiese con rammarico:

«Non c'è alcuna possibilità di prendere il maresignore?».

«A cosa servirebbe lasciare la presa della terrasignor Burns»risposi.«Solo per andare alla deriva?».

Sospiròe lo lasciai alla sua immobilità. La sua presa sulla vita eratanto debole quanto quella sulla salute

mentale. Ero oppresso dalle mie responsabilità che non potevo dividere connessuno. Andai nella mia cabina per cercare

sollievo nel sonno di qualche orama ancor prima che chiudessi gli occhi ilmarinaio di guardia scese per segnalarmi

una leggera brezza. Sufficiente per prendere il maredisse.

E non era niente di più che appena sufficiente. Disposi gli uominiall'argano a manoordinai di mollare le vele

e bordare quelle di gabbia. Ma quando la nave si era girata per prendere ilventoil vento non c'era quasi più.

Ciononostante orientai i pennoni e misi tutta la velatura fuori. Non avevointenzione di rinunciare al tentativo.

IV

Con l'ancora sollevata a prorae vestita di vele fino ai pomi d'alberolamia nave stava immota come un

modellino di veliero posato tra i luccichii e le ombre di un marmo levigato.Era impossibile distinguere la terra

dall'acqua nell'enigmatica stasi delle immense forze del mondo. Un'improvvisaimpazienza si impossessò di me.

«Non risponde al timone per nulla?»chiesi irritato al marinaio le cuiforti mani scurestrette alle caviglie della

ruotarisaltavano chiare nell'oscuritàcome un simbolo della pretesadell'umanità di dirigere il proprio destino.

«Sissignore. Viene al vento adagio»rispose.

«Metti la prua a sud».

«Sì. Sissignore».

Misuravo il casseretto. Non si sentiva che il suono dei miei passifinchél'uomo parlò di nuovo.

«Prua a sudadessosignore».

Sentii una leggera stretta al petto prima di far sapere la prima rotta delmio primo comando alla notte

silenziosamadida di rugiada e scintillante di stelle. C'era qualcosa diconclusivo in quell'atto che mi impegnava alla

vigilanza incessante del mio compito solitario.

«Mantienila così»dissi finalmente. «La rotta è per sud».

«Sudsignore»fece eco l'uomo.

Mandai sottocoperta il secondo ufficiale e la sua guardia e restai io avegliarea percorrere il ponte nelle

freschesonnolente ore che precedono l'alba.

Dei soffi leggeri venivano e andavanoe quand'erano abbastanza forti dasvegliare l'acqua nerail mormorio

lungo i fianchi mi attraversava il cuore in un delicato crescendo di piacereper poi svanire rapidamente. Ero

amaramente stanco. Anche le stelle sembravano stanche nell'attesadell'aurorache finalmente vennecon un chiarore di

madreperla allo zenitcome non avevo mai visto prima ai tropicipriva displendorequasi grigiache stranamente

ricordava più alte latitudini.Dopo il tramonto salii di nuovo sul pontedove trovai solo un vuoto immobile. Non si riusciva più a

distinguere la crosta sottile e informe della costa. La tenebra era sortatutt'intorno alla nave come una misteriosa

emanazione delle acque mute e solitarie. Mi appoggiai al parapetto e porsil'orecchio alle ombre della notte. Non un

suono. La mia nave era come un pianeta lanciato vertiginosamente sull'orbitadesignata in uno spazio di infinito

silenzio. Mi afferrai alla battagliola come se il senso dell'equilibrio mistesse completamente abbandonando. Che

assurdità.

«Ehi sul ponte!»chiamai nervosamente.

E l'immediata risposta«Sissignore»ruppe l'incantesimo. Il marinaio diguardia salì la scaletta di corsa. Gli

dissi di riferire immediatamente il più piccolo segno di brezza in arrivo.

Scendendodiedi un'occhiata al signor Burns. In effettinon avrei potutoevitare di vederloperché la sua porta

era aperta. Era così emaciato chein quella cabina biancasotto unlenzuolo bianco e con la testa smagrita sprofondata

nel cuscino biancosolo i suoi baffi rossi catturavano gli occhicomequalcosa di artificiale: un paio di baffi presi da un

negozio e messi in mostra làsotto la cruda luce senza ombre della lampadaalla parete.

Mentre lo fissavo con una specie di stuporediede segno di vita aprendo gliocchi e persino muovendoli verso

di me. Un movimento impercettibile.

«Piatta bonacciasignor Burns»dissi rassegnato.

Con voce inaspettatamente chiara il signor Burns iniziò un discorsosconnesso. Il tono era molto stranonon

perché alterato dalla malattiama di natura diversa. Sembrava una voce nonterrena. Quanto al contenutomi parve di

capire che era colpa del «vecchio» - il defunto capitano - in agguatolaggiùin fondo al marecon intenzioni malvage.

Era una storia fantastica.

Ascoltai fino alla finepoientrato nella cabinagli posai la mano sullafronte. Era fresca. Delirava solo per

estrema debolezza. Improvvisamente sembrò rendersi conto della mia presenzaecon la voce ritornata normale -

naturalmentemolto debole -chiese con rammarico:

«Non c'è alcuna possibilità di prendere il maresignore?».

«A cosa servirebbe lasciare la presa della terrasignor Burns»risposi.«Solo per andare alla deriva?».

Sospiròe lo lasciai alla sua immobilità. La sua presa sulla vita eratanto debole quanto quella sulla salute

mentale. Ero oppresso dalle mie responsabilità che non potevo dividere connessuno. Andai nella mia cabina per cercare

sollievo nel sonno di qualche orama ancor prima che chiudessi gli occhi ilmarinaio di guardia scese per segnalarmi

una leggera brezza. Sufficiente per prendere il maredisse.

E non era niente di più che appena sufficiente. Disposi gli uominiall'argano a manoordinai di mollare le vele

e bordare quelle di gabbia. Ma quando la nave si era girata per prendere ilventoil vento non c'era quasi più.

Ciononostante orientai i pennoni e misi tutta la velatura fuori. Non avevointenzione di rinunciare al tentativo.

 

IV

Con l'ancora sollevata a prorae vestita di vele fino ai pomi d'alberolamia nave stava immota come un

modellino di veliero posato tra i luccichii e le ombre di un marmo levigato.Era impossibile distinguere la terra

dall'acqua nell'enigmatica stasi delle immense forze del mondo. Un'improvvisaimpazienza si impossessò di me.

«Non risponde al timone per nulla?»chiesi irritato al marinaio le cuiforti mani scurestrette alle caviglie della

ruotarisaltavano chiare nell'oscuritàcome un simbolo della pretesadell'umanità di dirigere il proprio destino.

«Sissignore. Viene al vento adagio»rispose.

«Metti la prua a sud».

«Sì. Sissignore».

Misuravo il casseretto. Non si sentiva che il suono dei miei passifinchél'uomo parlò di nuovo.

«Prua a sudadessosignore».

Sentii una leggera stretta al petto prima di far sapere la prima rotta delmio primo comando alla notte

silenziosamadida di rugiada e scintillante di stelle. C'era qualcosa diconclusivo in quell'atto che mi impegnava alla

vigilanza incessante del mio compito solitario.

«Mantienila così»dissi finalmente. «La rotta è per sud».

«Sudsignore»fece eco l'uomo.

Mandai sottocoperta il secondo ufficiale e la sua guardia e restai io avegliarea percorrere il ponte nelle

freschesonnolente ore che precedono l'alba.

Dei soffi leggeri venivano e andavanoe quand'erano abbastanza forti dasvegliare l'acqua nerail mormorio

lungo i fianchi mi attraversava il cuore in un delicato crescendo di piacereper poi svanire rapidamente. Ero

amaramente stanco. Anche le stelle sembravano stanche nell'attesadell'aurorache finalmente vennecon un chiarore di

madreperla allo zenitcome non avevo mai visto prima ai tropicipriva displendorequasi grigiache stranamente

ricordava più alte latitudini.La voce del marinaio di vedetta chiamò daprua:

«Terra di prua a sinistrasignore».

«Ricevuto».

Appoggiato al parapetto non alzai mai neanche gli occhi. Il movimento dellanave era impercettibile. In quel

momento Ransome mi portò il caffè del mattino. Dopo averlo bevuto guardaiavanti enella striscia immobile di luce

luminosissimacolor arancione pallidovidi la terra profilarsi piattacomefosse ritagliata nella carta nerae che

sembrava galleggiare sull'acqualeggera come il sughero. Ma il sole nascentela mutò in semplice vapore scuroin

un'ombra incertadensatremula nel rovente riverbero.

La guardia finì di lavare i ponti. Scesi sottocoperta e mi fermai alla portadel signor Burns (non sopportava che

fosse chiusa)ma esitai a parlargli finché non mosse gli occhi. Gli diedila notizia.

«Avvistato Capo Liant all'alba. A circa quindici miglia».

Allora mosse le labbrama non sentii nullafinchéavvicinato l'orecchiocolsi lo stizzoso commento: «Questo

è strisciare... Senza fortuna».

«Sempre meglio che star fermi»osservai con rassegnazionee lo lasciai aquali che fossero i pensieri o le

fantasie che ossessionavano la sua inguaribile prostrazione.

Più tardi quella mattinaquando fui sostituito dal secondo ufficialemigettai sul letto e per quasi tre ore trovai

davvero l'oblio. Era così perfetto che svegliandomi mi domandai dov'ero. Poigiunse l'immenso sollievo del pensiero: a

bordo della mia nave! In mare! In mare!

Attraverso gli oblò vidi un orizzonte imperturbatodardeggiato dal sole:l'orizzonte di un giorno senza vento.

Ma la sua vastità da sola fu sufficiente a darmi un senso di evasioneriuscitauna momentanea ebbrezza di libertà.

Entrai nella saletta con un cuore più leggero di quanto lo fosse da moltigiorni. Ransome era presso la

credenzaaffaccendato a preparare la tavola per il primo pranzo in maredella traversata. Voltò la testa e qualcosa nei

suoi occhi fece sbollire il mio leggero entusiasmo.

Istintivamente chiesi: «E adesso cosa c'è?»non aspettandomi affatto larisposta che mi fu data con quella

specie di contenuta serenità che era caratteristica dell'uomo.

«Temo che non abbiamo lasciato tutti i malanni dietro di noisignore».

«No? Cosa succede?».

Allora mi disse che durante la notte due degli uomini erano stati assaliti dauna febbre violenta. Uno scottava e

l'altro aveva i brividima pensava che fosse grosso modo la stessa cosa. Eanch'io. La notizia fu un brutto colpo. «Uno

che scottal'altro con i brividihai detto? Nonon abbiamo lasciato imalanni dietro di noi. Stanno molto male?».

«Abbastanzasignore». Gli occhi di Ransome guardavano fissi i miei. Ciscambiammo un sorriso. Quello di

Ransome un po' malinconicocome al solitoil mio indubbiamente piuttostotorvoin accordo con la mia esasperazione

segreta.

«C'era un po' di vento questa mattina?»chiesi.

«Non direi propriosignore. Però ci siamo mossi sempre. La terra davanti anoi sembra un po' più vicina».

Proprio così: un po' più vicinamentre se avessimo avuto solo un po' piùdi ventosolo un po' di piùa

quest'oraavremmo potutoavremmo dovutoessere all'altezza di Liant eaumentare la distanza fra noi e quel lido

infetto. E non si trattava solo di distanza. Mi sembrava che un vento piùforte avrebbe spazzato via l'infezione che si era

attaccata alla nave. Era ovvio che si era attaccata alla nave. Due uomini.Uno che scottaval'altro con i brividi. Provai

una vera riluttanza ad andarli a vedere. A cosa serviva? Il veleno è veleno.La febbre tropicale è la febbre tropicale. Ma

che avesse steso i suoi artigli su di noi in mare mi sembrava un arbitriobell'e buono. Stentavo a credere che fosse

qualcosa di peggio che l'ultima disperata zampata del male dal quale stavamoscappando nel pulito respiro del mare. Se

solo quel respiro fosse stato un po' più forte. Comunque contro la febbrec'era il chinino. Andai nella cabina libera dove

c'era l'armadietto dei medicinali per prepararne due dosi. Lo aprii con lastessa fede di chi apre un reliquiario

miracoloso. La parte superiore era occupata da una serie di bottiglietuttecon le spalle quadrate e uguali l'una all'altra

come piselli. Sotto quella fila ordinata c'erano due cassettistivati ditutte le cose possibili e immaginabili: confezioni

incartatebendescatole di cartone con le etichette regolamentari. Unodegli scomparti del cassetto inferiore conteneva

la nostra provvista di chinino.

Ce n'erano cinque bottiglietutte tonde e della stessa grandezza. Una erapiena per un terzo. Le altre quattro

erano ancora avvolte nella carta e sigillate. Ma non mi aspettavo di trovareuna busta lì sopra. Una busta quadratache

apparteneva alla cancelleria di bordo.

Da come era messa potei subito vedere che non era chiusa enel prenderla enel voltarlami accorsi che era

indirizzata proprio a me. Conteneva mezzo foglio di carta di un blocchettoche spiegai con la strana sensazione di aver

a che fare con il misteroma senza agitarmicome capita nei sogni diincontrare e fare cose straordinarie.

«Mio caro capitano»iniziavama corsi a vedere la firma. Era del dottore.La data era quella del giorno in cui

tornando dalla mia visita al signor Burns all'ospedaleavevo trovatol'ottimo dottore che mi aspettava nella saletta. Era

quando mi aveva detto di aver ammazzato il tempo ispezionando per mel'armadietto dei medicinali. Che bizzarro!

Mentre aspettava che arrivassi da un momento all'altro si era divertito ascrivermi una letteraeal mio arrivosi era

affrettato a cacciarla nel cassetto dei medicinali. Un comportamentopiuttosto incredibile. Mi rivolsi al testo

meravigliato.

In una grande calligrafiafrettolosa ma leggibileil buono e simpaticodottoreper gentilezza ocom'è più

probabileper l'irresistibile desiderio di esprimere la sua opinioneconcui non aveva voluto spegnere le mie speranzeprimami avvertiva di nonconfidare troppo nei benefici effetti di un cambiamento dalla terra al mare.«Non volevo

aggiungere alle sue preoccupazioni anche lo scoraggiamento delle suesperanze»scriveva«ma temoparlando da

medicoche non sia ancora giunta la fine dei suoi guai». In breveprevedeva che avrei dovuto lottare contro un

probabile ritorno della malattia tropicale. Per fortuna avevo una buonaprovvista di chinino. Dovevo affidarmi a quello

somministrarlo costantementefin quando la salute della nave sarebbecertamente migliorata.

Accartocciai la lettera e la ficcai in tasca. Ransome portò due abbondantidosi agli uomini a prua. Quanto a me

non andai subito sul ponte. Mi fermai invece sulla soglia della stanza delsignor Burns per dargli anche quella notizia.

Fu impossibile capire l'effetto che ebbe su di lui. All'inizio pensai chefosse rimasto senza parole. La testa era

sprofondata nel cuscino. Mosse comunque le labbra a sufficienza perassicurarmi che stava rimettendosi in forze:

affermazione spudoratamente non vera a giudicare dalle apparenze.

Quel pomeriggio presi il mio turno di guardia come una cosa naturale. Unagrande calma surriscaldata

avviluppava la nave e sembrava tenerla immobile in un'atmosfera infuocatacomposta di due sfumature di azzurro.

Deboli e caldi sbuffi mulinavano senza nerbo dalle vele. Eppure si muoveva.Doveva essersi mossaperchémentre il

sole tramontavaavevamo doppiato Capo Liant e l'avevamo lasciato dietro dinoi: un'ombra sinistra che si ritraeva negli

ultimi bagliori del crepuscolo.

La serasotto la cruda luce della sua lampadail signor Burns sembravaessere venuto un po' più alla superficie

delle sue coltri. Era come se si fosse sollevata la mano che lo aveva tenutopremuto. Alle mie poche parole rispose con

un discorso che in confronto era lungo e filato. Faceva valere con forza leproprie ragioni. Se riusciva a non farsi

soffocare da quel caldo stagnantedisseera sicuro che in pochissimi giornisarebbe stato in grado di salire in coperta ad

aiutarmi.

Lo ascoltavo col timore che questo sfoggio di energia lo lasciasse senza vitadavanti a me. Ma non posso

negare che la sua buona volontà aveva qualcosa di confortante. Diedi unarisposta adattama gli feci notare che l'unica

cosa che ci potesse essere veramente d'aiuto era il vento: un bel vento.

Scosse spazientito la testa sul cuscino. E non fu per nulla confortantesentirlo incominciare a borbottare pazzie

sul capitano defuntosu quel vecchio sepolto a 8°20... di latitudineproprio sulla nostra rottain agguato all'entrata del

Golfo.

«Sta ancora pensando al suo vecchio capitanosignor Burns?»dissi.«Credo che i morti non provino nessuna

animosità verso i vivi. Non gliene importa nulla di loro».

«Lei non lo conosce quello lì»disse debolmente con un sospiro.

«No. Io non lo conoscevo e lui non mi conosceva. Perciòin ogni casononpuò avere nessun rancore contro di

me».

«Sì. Ma a bordo ci siamo tutti noi»insistette.

Sentii l'inespugnabile forza del buon senso insidiosamente minacciata daquella raccapricciante e insana

fissazione. E dissi:

«Non deve parlare troppo. Si stancherà».

«E c'è anche la nave»continuò in un sussurro.

«Non una parola di più»dissi entrando e mettendogli la mano sulla frontefresca. Il che per me era la

dimostrazione che quella atroce assurdità era radicata nell'uomo e non nellamalattia cheevidentementelo aveva

svuotato di ogni forzafisica e mentaletranne che di quell'idea fissa.

Nei giorni che seguirono evitai di dare a Burns qualsiasi spunto diconversazione. Passando davanti alla sua

porta gli lanciavo soltanto una parola di saluto rapida e cordiale. Credo chese ne avesse avuto la forzapiù di una volta

mi avrebbe chiamato per farmi entrare. Ma non ce l'aveva. Un pomeriggioperòRansome osservò che il primo ufficiale

«sembrava riprendersi magnificamente».

«Ti ha detto qualcosa di sconclusionato ultimamente?»chiesi connoncuranza.

«Nossignore». Ransome rimase sconcertato dalla domanda direttama dopo unapausaaggiunse sereno:

«Stamattinasignoremi ha detto che gli dispiaceva di aver dovutoseppellire il nostro vecchio capitano fuori del Golfo

proprio sulla nostra rottasi potrebbe dire».

«E a te questo non sembra abbastanza sconclusionato?»chiesi guardandofiducioso quell'uomo dal volto

quieto e intelligenteappena adombrato da un velo di preoccupazione per lasegreta malattia che si annidava nel suo

petto.

Ransome non avrebbe saputo dirlo. Non ci aveva pensato. E con un lievesorriso si allontanò per badare alle

sue incombenze che non finivano maicon la sua solita guardinga alacrità.

Passarono altri due giorni. Eravamo avanzati di poco - un piccolissimo tratto- dentro al più ampio spazio del

Golfo del Siam. Pur restando aggrappato all'entusiasmo del mio primo comandogettatomi in grembo per l'intervento

del capitano Gilesprovavo tuttavia un senso di inquietudinecome se unatale fortuna dovesse essere pagata in qualche

modo. Avevo passato in rivistaprofessionalmentetutte le mie possibilità.Ero abbastanza competente. Almenocosì

credevo. In complesso sapevo di essere preparatocome può saperlo solo unuomo che persegue un mestiere che ama.

Quel sentimento mi sembrava la cosa più naturale di questo mondo. Naturalequanto respirare. Pensavo che non avrei

potuto vivere senza quello.

Non so cosa mi aspettassi. Nient'altroforseche quella speciale intensitàdi vita che è la quintessenza delle

aspirazioni giovanili. Qualsiasi cosa mi aspettassidi certo non miaspettavo di essere assalito dai cicloni. La sapevo unpo' più lunga: nel Golfodel Siam non ci sono cicloni. Ma non mi sarei nemmeno aspettato di trovarmilegato mani e

piediin quel modo senza speranza che mi si veniva rivelando man mano che igiorni passavano.

Non che il diabolico incantesimo ci tenesse sempre fermi. Delle correntimisteriose ci trascinavano di qua e di

làcon una forza furtiva resa manifesta dal mutar d'aspetto delle isoledisseminate lungo la costa orientale del Golfo. E

c'erano anche dei ventiincostanti e traditori. Suscitavano speranzesoloper gettarle nel più amaro disappunto

promesse di avanzatache finivano in perdita di terrenosi spegnevano insospirie morivano in una muta immobilità in

cui erano le correnti a determinare la direzionela loro direzione nemica.

L'isola di Koh-ringuna grande cresta nerasollevata fra un mucchio diisolettestesa sull'acqua

vetrosa come un tritone fra i pesciolinisembrava essere il centro delcerchio fatale. Pareva impossibile allontanarsene.

Giorno dopo giorno la si continuava a vedere. Più di una voltaallo spiraredi una brezza favorevolenel rapido

declinare del crepuscolone presi il rilevamento pensando che sarebbe statal'ultima volta. Vana speranza. Una notte di

venti incostanti avrebbe annullato i progressi del favore temporaneoe ilsole nascente avrebbe fatto riaffiorare il nero

rilievo di Koh-ringche appariva più spogliainospitale e cupa che mai.

«Parola miaè come se fossimo stregati»dissi una volta al signor Burnsdal mio solito posto sulla soglia della

cabina.

Era seduto sulla sua cuccetta. Stava progredendo verso il mondo dei vivianche se non si poteva proprio dire

che l'avesse ancora raggiunto. Scosse la testa fragile e ossuta in un cennodi assenso pieno di misteriosa saggezza.

«Ohsìcapisco quello che vuol dire»replicai. «Ma non penserà iocreda che un morto abbia il potere di

sconvolgere la metereologia di questa parte del mondo. Anche se sembra chesia davvero completamente sballata. Le

brezze di terra e di mare si sono come frantumate. Non ci si può contare perpiù di cinque minuti di fila».

«Non manca molto ormai perché io possa salire in coperta»mormorò ilsignor Burns«e allora vedremo».

Se la intendesse come una promessa che avrebbe ingaggiato un corpo a corpocon il male soprannaturaleio

non lo saprei dire. Non era comunque il tipo di assistenza di cui avevobisogno. D'altra parteio ero vissuto in coperta

praticamente giorno e notte per cogliere qualsiasi occasione per portare lamia nave un po' più a sud. Il primo ufficiale

lo si vedevaera ancora estremamente debole e non del tutto libero dalla suaidea fissache a me sembrava solo un

sintomo della sua malattia. In ogni modoil sentimento di speranza di uninfermo non andava scoraggiato. Dissi:

«Sarà più che il benvenutoglielo assicurosignor Burns. Se continua aristabilirsi di questo passosarà presto

uno degli uomini più in forze della nave».

Questo gli fece piacerema la sua estrema magrezza convertì il suo sorrisosemilusingato in una spettrale

esibizione di lunghi denti sotto i baffi rossi.

«Gli altri non miglioranosignore?»chiese asciuttocon un'espressionedi evidente apprensione sul volto.

Gli risposi solo con un gesto vago e mi allontanai dalla porta. Il fatto erache la malattia giocava con noi in

modo altrettanto capriccioso dei venti. Andava da un uomo all'altro con toccopiù o meno pesanteche lasciava sempre

il segno dietro di séfacendo traballare alcuniabbattendo altri per unpo' di tempoabbandonando l'unotornando

all'altrocosicché tutti ormai avevano un aspetto malaticcio e negli occhilo sguardo apprensivo da animali braccati.

Intanto Ransome e iogli unici due rimasti indenniandavamo in mezzo a loroa distribuire assiduamente chinino. Era

un combattimento su due fronti. Il tempo avverso ci attaccava di fronte e lamalattia ci premeva alle spalle. Bisogna dire

che gli uomini erano molto bravi. Affrontavano di buon grado la faticacostante di orientare i pennoni. Ma nelle loro

membra non c'era agilità e mentre li guardavo dal casserettonon potevoscacciare dai miei pensieri l'orribile

impressione che si muovessero in un'aria appestata.

Giùnella sua cabinail signor Burns era progredito a tal punto che nonsolo riusciva a star sedutoma anche a

sollevare le gambe. Stringendosele con le braccia tutt'ossacome unoscheletro animatoemetteva profondi sospiri

d'impazienza.

«La cosa importante da faresignore»mi diceva tutte le voltequandogliene davo la possibilità«la cosa più

importante è di far passare alla nave gli 8°20... di latitudine. Passatiquelli siamo a posto».

All'inizio gli sorridevo soltantosebbeneDio solo lo sanon avessi piùtanta voglia di sorridere. Ma alla fine

persi la pazienza.

«Ahcerto. La latitudine 8°20.... È dove ha seppellito il suo capitanovero?». Poiseveramente: «Non pensa

signor Burnsche sia ora di finirla con tutte queste sciocchezze?».

Roteò verso di me gli occhi profondamente incavati con uno sguardo diinvincibile caparbietà. Ma si limitò a

mormorareabbastanza forte perché lo potessi sentirequalcosa su: «Nonsorpreso... trovare... che ci gioca qualche altro

tiro bestiale...».

Uscite come queste non erano proprio salutari per la mia stabilità.L'affanno delle avversità cominciava ad

avere un certo effetto su di me e contemporaneamente provavo disprezzo perquella oscura debolezza del mio animo.

Dissi sdegnosamente a me stesso che ci voleva ben di peggio per intaccareminimamente la mia forza d'animo.

Allora non sapevo quanto presto e da quale inaspettata direzione sarebbestata attaccata.

Fu il giorno dopo stesso. Il sole era sorto al di sopra delle spallemeridionali di Koh-ringche era ancora

aggrappatacome una scorta maleficaal nostro fianco di sinistra. Eraodiosa alla mia vista. Durante la notte avevamo

fatto rotta verso tutti i punti cardinaliorientando continuamente i pennoniper raccogliere quelli che temo fossero per la

maggior parte sbuffi immaginari di vento. Poiverso l'albaper un'ora ci fuun'inspiegabilestabile brezza che ci soffiò

dritta in faccia. Non c'era senso in tutto ciò. Non si conciliava né con lastagionené con la secolare esperienza dei

marinai com'è conservata nei libriné con l'aspetto del cielo. Solo unamalevolenza mirata poteva spiegarla. Ci spinse atutta velocità in una direzionemolto lontana dalla nostra giusta rotta ese fossimo stati nello spirito adattoa un viaggio

di piaceresarebbe stata una brezza deliziosacon lo scintillio del marerisvegliatocol senso del moto e l'insolita

sensazione di fresco. Poiall'improvvisocome se fosse stanca di continuarequel misero scherzocaddeper morire del

tutto in meno di cinque minuti. La prua ruotò verso il lato di sbandamento;il mare acquetato assunsenella bonacciala

lucentezza di una lastra di acciaio.

Scesi sottocopertanon perché intendessi riposarmi un pocomasemplicemente perché in quel momento non

sopportavo quella vista. L'instancabile Ransome era indaffarato nellasaletta. Al mattino era diventata sua abitudine

farmi un rapporto informale sulla salute a bordo. Si voltò dalla credenzacol suo solito sguardo piacevole e quieto. Non

c'erano ombre sulla sua fronte intelligente.

«Ce ne sono molti che stanno piuttosto malestamanesignore»disse intono calmo.

«Cosa? Tutti fuori combattimento?».

«Solo due in realtà sono in cuccettasignorema...».

«È stata la notte scorsadeleteria per loro. Non abbiamo fatto che tesaree alare tutto il benedettissimo tempo».

«Ho sentitosignore. Avevo pensato di venire ad aiutaresolo che sa...».

«Assolutamente no. Non devi... E oltre a tutto i marinai dormono sui pontila notte. Non fa bene».

Ransome assentì. Ma gli uomini non si potevano accudire come bambini.D'altronde non li si poteva biasimare

se cercavano il fresco e l'aria che si poteva trovare sul ponte. Luibenintesonon lo faceva.

Erasicuramenteun uomo ragionevole. Eppure non si poteva dire che glialtri non lo fossero. Gli ultimi giorni

per noi erano stati come l'ordalia del fuoco. Non era possibile prenderselacon la loro normaleimprudente umanità che

cercava di trarre il meglio dai momenti di sollievoquando la notte portavaun'illusione di fresco e la luce delle stelle

ammiccava attraverso l'aria pesantemadida di rugiada. Inoltrela maggiorparte di loro era così indebolita che per

combinare qualcosa bisognava raccogliere alle manovre chiunque fosse appenain grado di camminare. Nonon aveva

senso rimproverarli. Ma credevo fermamente che il chinino fosse il nostrotoccasana.

Credevo nel chinino. Ci facevo affidamento. Con le sue virtù medicinaliavrebbe salvato gli uominila nave

rotto l'incantesimoreso poco importante il passare dei giornilecondizioni del tempo una preoccupazione passeggera.

Come una polvere magica che operi contro malefici occultiavrebbe messo alsicuro la prima traversata del mio primo

comando contro i diabolici poteri della bonaccia e della pestilenza. Loconsideravo più prezioso dell'oro ea differenza

dell'orodi cui ovunque sembra non ce ne sia mai abbastanzala nave neaveva una scorta sufficiente. Andai per

prenderlo con lo scopo di distribuirepesandolele dosi. Stesi la mano conla stessa sensazione di chi sta per cogliere

un'infallibile panaceapresi una bottiglia nuovatolsi l'involucronotandomentre lo facevoche le estremitàsia in

cima che in fondonon erano sigillate...

Ma perché riferire tutti i rapidi passi di quella spaventosa scoperta?Avrete già indovinato la verità. C'era

l'involucroc'era la boccettacon dentro la polvere biancaqualche speciedi polvere! Ma non era chinino. Un'occhiata

era più che sufficiente. Ricordo che nel momento stesso in cui prendevo inmano la boccettaprima ancora di

armeggiare con l'involucroil peso della cosa che avevo in mano mi avevadato un istantaneo presentimento. Il chinino

pesa come una piuma; e i miei nervi dovevano essere esasperati da unastraordinaria sensibilità. Lasciai cadere a terra la

boccetta che andò in frantumi. La robaqualsiasi cosa fossesembravasabbia sotto la suola delle scarpe. Afferrai la

bottiglia successiva e poi l'altra ancora. Bastava il peso a raccontarne lastoria. Caddero una dopo l'altrainfrangendosi

ai miei piedinon perché le gettassi a terra per la costernazionemaperché mi scivolavano fra le ditacome se la

scoperta fosse troppo pesante per le mie forze.

È proprio vero che la grandezza stessa di uno sconvolgimento mentale ciaiuta a sopportarloproducendo una

specie di insensibilità momentanea. Uscii dalla cabina storditocome se mifosse caduto qualcosa di pesante sulla testa.

Dall'altra parte della salettaattraverso la tavolaRansomecon unostraccio in manomi guardò a bocca aperta. Non

penso di aver avuto l'aspetto di un matto furioso. È possibile che sembrassidi frettaperché istintivamente mi slanciai

verso la scala per salire sul ponte. Un esempio questo di addestramento chediventa istinto: in marele difficoltài

pericolii problemi di una nave si devono affrontare sul ponte.

A questo fattocome se appartenesse all'ordine naturalereagivo d'istinto;il che può essere preso come prova

cheper un attimodevo essere stato derubato della ragione.

Sicuramente avevo perduto il mio equilibrio interiorepreda dell'impulsoperché ai piedi della scala mi voltai e

mi lanciai sulla soglia della cabina di Burns. Il suo aspetto stravoltocalmò il mio disordine mentale. Era seduto sulla

cuccettail suo corpo sembrava lunghissimola testa gli cascava un po' dilatocon un'aria di affettato compiacimento.

Con la mano tremantein cima a un avambraccio non più grosso di un robustobastone da passeggiobrandiva un

lucente paio di forbici che proprio davanti ai miei occhi cercava dicacciarsi in gola.

Rimasi inorridito fino a un certo puntoma era più una specie di effettosecondariosenza dubbio non

abbastanza forte da farmi gridare qualcosa come: «Si fermi!»... «Diosanto!»... «Cosa sta facendo?».

In realtà stava semplicemente abusando delle sue forze che ritornavano in unmalfermo tentativo di arrestare la

folta crescita della sua barba rossa. Un grande asciugamano giaceva spiegatosul suo gremboe una pioggia di peli

ispidicome pezzetti di filo di rameci cadeva sopra a ogni sforbiciata.

Volse verso di me la sua faccia più grottesca delle fantasie di pazzeschisogniuna guancia tutta cespugliosa

come una fiamma gonfial'altra denudata e incavatacon il lungo baffointatto che spiccavasolitario e feroce. E mentre

mi fissava come folgoratocon le forbici spalancate fra le ditagli gridaila mia scopertacon diabolica cattiveriain

quattro parolesenza commento.V

Udii il tintinnio delle forbici che gli erano sfuggite di manoosservai ilrischioso protendersi di tutta la persona

oltre la sponda della cuccetta per raccoglierlee poitornando al mio primointentoripresi la mia corsa verso il ponte. Il

luccichio del mare mi riempì gli occhi. Era sgargiante e desertomonotono esenza speranza sotto la volta vuota del

cielo. Le vele pendevano immote e flosceanche le pieghe delle lorosuperfici allentate non si muovevano più che se

fossero scolpite nel granito. L'impetuosità del mio arrivo fece sobbalzareleggermente l'uomo che era al timone. In alto

un bozzello cigolò inspiegabilmente: non c'era ragione al mondo perché lofacesse. Era una nota stridula come quella di

un uccello. A lungomolto a lungoaffrontai quel mondo vuotoimmerso in uninfinito di silenzioattraverso il quale il

sole si riversava e spandeva luce per qualche scopo misterioso. Poi udii lavoce di Ransome al mio fianco.

«Ho rimesso a letto il signor Burnssignore».

«Ah sì?».

«Behsignoresi era alzato improvvisamentema quando ha lasciato lasponda della cuccetta è caduto. Non mi

sembra però che sia stordito».

«No»dissi ottusamentesenza guardarlo. Ransome aspettò un momentopoicautocome per non offendere

disse: «Non penso che ne andrà persa molta di quella robasignore. Con lascopa posso raccoglierlaquasi tuttae poi

possiamo setacciarla per togliere i vetri. Me ne occupo immediatamente. Nonritarderà la colazioneneanche di dieci

minuti».

«Ahsì»dissi amaro. «La colazione può aspettareraccogli ognibriciola di quella roba maledetta e poi gettala

tutta fuori bordo!».

Ritornò il silenzio profondoe quando guardai sopra la mia spallaRansome- l'intelligente e sereno Ransome -

era svanito dal mio fianco. L'intensa solitudine del mare agiva come unveleno sul mio cervello. Quando volsi gli occhi

alla navene ebbi una macabra visione come di una bara galleggiante. Chi nonha sentito raccontare di navi trovateper

casoche andavano alla derivacon tutto l'equipaggio morto? Guardai ilmarinaio al timoneebbi l'impulso di parlargli

e il suo volto assunse un'espressione d'attesa come se avesse indovinato lamia intenzione. Ma invece scesi sottocoperta

pensando di stare un po' solo con la grandezza dei miei guai. Ma attraversola sua porta aperta il signor Burns mi vide

scenderee mi si rivolse imbronciato: «Ebbenesignore?».

Entrai. «Non c'è niente che vada bene»risposi.

Il signor Burnsinsediato di nuovo nel suo lettonascondeva la guanciairsuta nel palmo della mano.

«Quell'accidente mi ha portato via le forbici»furono le sue successiveparole.

La tensione che provavo era così grande che forse fu un bene che il signorBurns avesse sollevato quella

lamentela. Sembrava molto seccato e borbottò: «Pensa che io sia pazzo ocosa?».

«Nonon credosignor Burns»dissi. In quel momento lo considerai unmodello di padronanza di sé. Concepii

addirittura a quel riguardo una specie di ammirazione per quell'uomo che (aparte l'intensa materialità di ciò che restava

della sua barba) era andato tanto vicino a essere uno spirito disincarnatoquanto possa esserlo un uomo vivo. Notai il

setto nasale affilato più del naturalele profonde cavità delle tempieelo invidiai. Era ridotto in un tal stato che

probabilmente sarebbe morto presto. Beato lui! Così vicino all'estinzionementre io dovevo sopportare dentro di me un

tumulto di dolorosa vitalitàdi dubbioconfusioneautorimproverie unastrana riluttanza ad affrontare l'orrenda logica

della situazione. Non potei fare a meno di mormorare: «Mi sento come sestessi per diventare iomatto».

Il signor Burns mi fissavaspettralemaa parte questosplendidamentecomposto.

«Ho sempre pensato che lui ci avrebbe giocato qualche tiro infernale»dissecon una particolare enfasi sul lui.

Restai scioccatoma non avevo né la mentené il cuorené lo spirito perdiscutere con lui. La mia forma di

malattia era l'indifferenza: la strisciante paralisi di una prospettiva senzasperanza. Perciò mi limitai a guardarlo. Il

signor Burns continuò:

«Eh? Come no! Non ci vuole credere? Behe questo come se lo spiega? Comepensa che sia potuto

accadere?».

«Accadere?»ripetei macchinalmente. «Ah sìin nome di tutti i diavolidell'inferno com'è potuto accadere?».

E in veritàpensandoci benesembrava incomprensibile che fosse andataproprio così: le bottiglie vuotate

riempite di nuovoreincartate e rimesse al loro posto. Una specie dicomplottoun tentativo sinistro di ingannareuna

cosa che assomigliava a una vendetta subdola - ma di che? Oppure uno scherzodiabolico. Ma il signor Burns possedeva

una teoria. Era semplicee la espose solennemente con voce cavernosa.

«Immagino che a Haiphong gli abbiano dato una quindicina di sterline perquella piccola partita».

«Signor Burns!»gridai.

Annuì grottescamente sopra le sue gambe sollevatesimili a due manici discopa in pigiamacon degli enormi

piedi nudi in fondo.«Perché no? Quella roba è molto costosa da questaparte del mondoe nel Tonchino ne erano a corto. E a lui

cosa gliene importava? Lei non l'ha conosciuto. Io sìe l'ho sfidato. Nontemeva né Dioné il diavoloné gli uomininé

il ventoné il mareneanche la sua coscienza. Credo che odiasse tutti etutto. Ma penso che avesse paura di morire.

Credo di essere stato l'unico che gli abbia mai tenuto testa. Quando stavamale l'ho affrontato in quella cabina in cui

vive lei adessoe allora l'ho soggiogato. Pensava che l'avrei strozzato. Sel'avesse avuta vinta luisaremmo rimasti a

scontrarci con il monsone di nord-estfintanto che fosse vissuto e anchedopoper secoli e secoli. A recitare la parte

dell'Olandese Volante nel Mare della Cina! Ah! Ah!».

«Ma perché avrebbe dovuto rimettere le bottiglie a posto?...»cominciai.

«Perché no? Perché avrebbe dovuto buttarle via? Il loro posto è nelcassetto. Appartengono all'armadietto dei

medicinali».

«Ma erano avvolte nel loro involucro»gridai.

«Behgli involucri c'erano. Lo ha fatto per abitudineimmaginoe quantoal riempirle di nuovoc'è sempre un

mucchio di roba che mandano in pacchi di cartache dopo un po' si sfascia. Epoichi può dirlo? Immagino che lei non

l'abbia assaggiatasignore? Manaturalmentelei è sicuro...».

«No»dissi. «Non l'ho assaggiata e ormai è tutta in mare».

Dietro di me una voce sofficeeducata disse: «L'ho assaggiata io. Sembravaun miscuglio di tutti i generi

dolciastrosalaticciodisgustoso».

Uscendo dalla dispensaRansome si era fermato un momento ad ascoltarecom'era giustificabile che facesse.

«Uno sporco tiro»disse il signor Burns. «L'ho sempre detto che cel'avrebbe giocato».

La misura della mia indignazione era senza limiti. E anche il dottore cosìgentilecosì comprensivo. L'uomo

più comprensivo che avessi mai conosciuto... invece di scrivere quellalettera ammonitricela raffinatezza estrema della

comprensioneperché non aveva fatto un'ispezione come si deve? Mainrealtàera ingiusto biasimare il dottore. Le

dotazioni erano in ordinee l'armadietto dei medicinali è un affarepredisposto d'ufficio. Non c'era niente in effetti che

potesse far sorgere il minimo sospetto. La persona che non potevo perdonareero io. Non si dovrebbe mai dare niente

per scontato. Il seme di un rimorso che sarebbe durato per sempre era statogettato nel mio petto.

«Sento che è tutta colpa mia»esclamai«miae di nessun altro. Eccocosa sento. Non mi perdonerò mai».

«Ma questo è ridicolosignore»disse il signor Burns con foga.

E dopo lo sforzo cadde esausto sul letto. Chiuse gli occhiansimante; questafaccendaquesta sorpresa

abominevoleaveva scosso anche lui. Quando mi voltai per andarmene scorsiRansome che mi fissava con lo sguardo

vuoto. Si rendeva conto di cosa ciò significassema riuscì a tirar fuoriil suo piacevolemalinconico sorriso. Poi arretrò

di un passo nella sua dispensae io mi precipitai di nuovo sul ponte pervedere se si era levato un po' di ventoun

respiro sotto il cieloun fremito dell'ariaun segno di speranza. Lamortale immobilità mi si parò di nuovo davanti. Non

era cambiato nullatranne che al timone c'era un uomo diverso. Dall'aspettomolto malato. Si reggeva in piedi a stentoe

sembrava afferrarsi alle caviglie della ruota invece che tenerle in una presasalda.

«Non sei in condizioni di star qui»dissi.

«Ce la posso faresignore»rispose debolmente.

E in realtànon aveva niente da fare. La nave non aveva abbriviosufficiente per governare. Giaceva immobile

con la prua volta a ponentel'eterna Koh-ring visibile a poppamentrealcune isolettepuntolini neri nel grande bagliore

nuotavano davanti ai miei occhi smarriti. All'infuori di quei pezzetti diterra non c'era macchia nel cielonon c'era

macchia sul mareneanche l'ombra di un vaporenon un fil di fumouna velauna barcaun movimento umanonon un

segno di vitaniente!

La prima domanda era: che fare? Cosa si poteva fare? Ovviamente la prima cosaera dirlo agli uominie lo feci

quel giorno stesso. Non volevo che la cosa si risapesse da sola. Li avreiaffrontatie a questo scopo vennero radunati sul

cassero. Poco prima di farmi avanti per parlare con loromi resi conto chela vita può riservare dei momenti tremendi.

Nessun reo confesso deve essersi mai sentito tanto oppresso dal senso dicolpa. Ecco perchéforsemostrai un volto

duro e usai un tono di voce tagliente e freddo mentre facevo la miadichiarazione che non potevo fare più niente per i

malatiper quanto concerneva le medicine. Sapevano che non erano mai mancatetutte le cure che era stato possibile

dare.

Se mi avessero fatto a pezzi li avrei giustificati. Il silenzio che seguìalle mie parole fu quasi più duro da

sopportare di uno scoppio d'ira. Ero schiacciato dall'infinita profonditàdel rimprovero contenuto in quel silenzio. Main

realtàmi sbagliavo. Con voce che stentaii a mantenere fermacontinuai:«Suppongomarinaiche abbiate capito cosa

ho dettoe che sappiate cosa significhi».

Si udirono una o due voci: «Sìsignore... abbiamo capito».

Erano rimasti in silenzio semplicemente perché pensavano di non dover direniente; e quando dichiarai che

intendevo far rotta su Singaporee che la migliore possibilità per la navee per gli uomini era nello sforzo che tutti noi

malati e sanidovevamo compiere per farla uscire da questi guairicevettil'incoraggiamento di un basso mormorio di

assenso e di una voce più forte che esclamò: «Ci sarà certo un modo peruscire da questo maledetto buco».

Questo è un estratto dagli appunti che scrissi a quell'epoca.

Finalmente abbiamo perso di vista Koh-ring. Sono molti giorni ormai che credodi non essere rimasto più di

due ore sottocoperta. Rimango notte e giorno sul pontenaturalmentee lenotti e i giorni si susseguono sopra di noise

lunghi o brevichi lo sa? Si perde completamente il senso del tempo nellamonotonia dell'attesadella speranza e deldesiderioche è uno solo: portarela nave a sud! Portare la nave a sud! L'effetto è curiosamente meccanico: ilsole sorge

e tramontale notti scorrono sulle nostre teste come se qualcuno sottol'orizzonte stesse girando una manovella. È la

cosa più meschina e senza senso!... e fino in fondo a questa recitamiserabile devo andarevagando e vagando per il

ponte. Quante miglia ho percorso sul casseretto di questa nave! Un ostinatoperegrinare di assoluta irrequietezza

interrotto da brevi escursioni sottocoperta per dare un'occhiata al signorBurns. Non so se sia un'illusionema sembra

che riprenda corpo di giorno in giorno. Parla pocoperchéin realtàlasituazione non si presta a osservazioni oziose.

Noto la stessa cosa negli uomini quando li guardo muovere o riposare suiponti. Non si parlano. Ho pensato che se ci

fosse un orecchio invisibilecapace di cogliere i sussurri della terraconsidererebbe questa nave il luogo più silenzioso

che ci sia...

Noil signor Burns non ha molto da dirmi. Sta seduto sulla sua cuccetta conla barba tagliatai baffi

fiammeggiantie un'aria di silenziosa determinazione sul volto bianco comeil gesso. So da Ransome che divora tutto il

cibo che gli viene datofino all'ultima briciolama pare che dormapochissimo. Persino la nottequando scendo a

riempirmi la pipanoto cheanche se sonnecchia sdraiato sul dorsohaancora un'aria molto risoluta. Dall'occhiata di

traverso che mi dà quando è sveglio sembra come seccato di essereinterrotto in qualche arduo calcolo mentale; e

quando emergo sul pontei miei occhi ritrovano l'ordinata disposizione dellestellesenza nuvoleinfinitamente

monotone. Eccoli là: stellesolemarelucetenebraspaziograndidistese d'acqua; la formidabile Opera dei Sette

Giorniin cui l'umanità sembra essersi smarrita senza essere statainvitata. Oppure adescata. Come me che sono stato

adescato in questo tremendo comandoinseguito dalla morte...

Di nottel'unica fonte di luce sulla nave era quella delle lampade dellabussolache illuminava le facce degli

uomini che si avvicendavano al timone; per il resto eravamo immersi nellatenebraio che camminavo avanti e indietro

sul casseretto e i marinai stesi sui ponti. La malattia li aveva ridottitutti in un tal stato che non si potevano osservare i

turni di guardia. Quelli che potevano camminare rimanevano tutto il tempo inserviziostesi a riposare nell'ombra del

ponte principalefinché la mia voce alzata per un ordine li rimetteva inpiedi sulle gambe indeboliteun gruppetto

vacillanteche si muoveva pazientemente intorno alla navecon a malapena unmormorioun sussurro fra loro. E ogni

volta che dovevo dare un ordine era con una fitta di rimorso e di pietà.

Poi verso le quattro del mattino brillava una luce a pruain cucina.Indenneserenoattivol'immancabile

Ransome dal cuore indocile preparava il primo caffè per gli uomini. Prestome ne avrebbe portato una tazza sul

casserettoed era allora che mi concedevo un paio d'ore di vero sonnobuttandomi sulla sedia a sdraio. Sicuramente

qualche breve pisolino me lo facevo quando mi appoggiavo un momento alparapettocompletamente esausto; ma

onestamentenon me ne rendevo contotranne che nella dolorosa forma disoprassalti convulsi che mi capitavano anche

mentre camminavo. Ma dalle cinque circa fin dopo le sette mi abbandonavoapertamente al sonno sotto le stelle che si

spegnevano.

Dicevo al timoniere: «Chiamami se c'è bisogno»e mi lasciavo cadere sullasedia e chiudevo gli occhicon la

sensazione che sulla terra per me non ci fosse più sonno. E poi non sapevopiù niente finchéa un certo puntofra le

sette e le ottosentivo un tocco sulla spallaguardavo in su la faccia diRansome checol suo lieve sorriso melanconico

e i suoi grigi occhi amichevolisembrava teneramente divertito dai mieipisolini. Di tanto in tantonel momento del

primo caffèveniva su il secondo ufficiale a darmi il cambio. Non chefacesse molta differenza. Di solito era piatta

bonacciaoppure dei deboli venti così mutevoli e fugaci che per loro nonvaleva la pena di toccare neanche un braccio

dei pennoni. Se il vento rinforzava un pocoil marinaio al timone avrebbesicuramente gridato: «Tutte le vele a collo

signore!»e mi avrebbe fatto balzare in piedicome a uno squillo ditromba. Erano quelle le parole chepensavomi

avrebbero fatto risorgere anche dal sonno eterno. Ma non accadeva spesso. Daallora non ho mai incontrato delle albe

così immote. E se capitava che lì ci fosse il secondo ufficiale (di solitoun giorno su tre era senza febbre) lo trovavo

seduto sull'osteriggioin stato di semincoscienzaper così diree con unosguardo ebetefisso su qualche oggetto lì

vicino: una cimauna gallocciauna cavigliaun golfare.

Quel giovane era piuttosto fastidioso. Anche nella sofferenza rimaneva unbambinone. Sembrava

completamente istupidito; e quando il ritorno della febbre l'avrebbe dovutoriportare giù nella sua cabinasicuramente

succedeva che lì non l'avremmo trovato. La prima volta che accaddeRansomee io ci allarmammo molto. Iniziammo

una ricerca silenziosa e finalmente Ransome lo trovò raggomitolato neldeposito delle veleche si apriva sull'andito con

una porta scorrevole. Ai rimproveri borbottò imbronciato: «Lì fa fresco».E non era vero. Lìera solo buio.

I difetti fondamentali del suo volto non venivano migliorati dal suo coloritolivido uniforme. Non era così per

molti altri dell'equipaggio. I guasti della malattia sembravano idealizzareil carattere complessivo dei lineamenti

facendo risaltare l'insospettata nobiltà di alcunila forza di altri einun casorivelando un aspetto essenzialmente

comico. Si trattava di un uomo bassorossiccioattivocon naso e mento daPulcinellache i suoi compagni chiamavano

il «Francesino». Il perché non lo so. Sarà stato anche francesema nongli ho mai sentito pronunciare una sola parola in

francese.

Vederlo arrivare a poppa al timoneera un sollievo. I pantaloni di telagrezza azzurririvoltati sul polpaccio un

po' più su da una parte che dall'altrala camicia a scacchi pulitailberretto di tela biancoevidentemente opera sua

costituivano un insieme di eleganza particolaree la persistente vivacitàdell'andaturaanche quandopovero diavolo

non poteva fare a meno di barcollarela diceva lunga sul suo spiritoindomito. C'era poi un uomo che si chiamava

Gambril. L'unico marinaio brizzolato della nave. Dal viso del genere austero.Ma se i loro voltiche deperivano

tragicamente sotto i miei occhili ricordo tuttii loro nomi sono quasitutti svaniti dalla mia memoria.Le parole che ci scambiavamo erano poche epuerili in confronto alla situazione. Dovevo farmi forza per

guardarli in faccia. Mi aspettavo di trovare sguardi di rimproveroma non cen'erano. L'espressione di sofferenza nei

loro occhi era già abbastanza dura da sopportare. Ma quella non la potevanocontrollare. A parte ciòmi chiedo se era la

tempra delle loro anime o l'armonia della loro immaginazione a renderli cosìstraordinaricosì degni del mio imperituro

rispetto.

Quanto a mené il mio animo era così tempratoné la mia immaginazionepropriamente sotto controllo.

C'erano dei momenti in cui sentivo non solo che sarei diventato mattoma chelo ero già; e allora non osavo aprir bocca

per paura di tradirmi con qualche urlo da demente. Fortunatamente avevo soloordini da daree un ordine ha un influsso

stabilizzante su chi lo deve dare. Inoltreil marinaiol'ufficiale diguardia che era in meera abbastanza sano di mente.

Ero come un falegname pazzo che sta costruendo una cassa. Anche se fosseconvinto di essere il Re di Gerusalemmela

cassa che costruisce sarebbe sempre una cassa fatta secondo le regole. Quelche temevo era che mi sfuggisse

involontariamente una nota acuta a sconvolgermi l'equilibrio. Fortunatamenteancora una voltanon c'era bisogno di

alzare la voce. La minacciosa quiete del mondo sembrava sensibile al piùpiccolo suono come una volta acustica. Il tono

da conversazione era sufficiente per portare una parola da un capo all'altrodella nave. La cosa terribile era che l'unica

voce che udivo era la mia. Di nottesoprattuttoriecheggiava solitaria frale superfici delle vele immobili.

Il signor Burnsche restava ancora a letto con quell'aria di segretadeterminazioneaveva sempre da lamentarsi

di qualcosa. I nostri colloqui erano affari di cinque minutima piuttostofrequenti. Mi tuffavo continuamente sotto

coperta alla ricerca di fuocoanche se non consumavo molto tabacco in quelperiodoma la pipa mi si spegneva sempre

perchéin veritànon avevo la mente abbastanza tranquilla nemmeno perconcedermi una fumata decente. Eppure

durante quasi tutte le ventiquattr'oreavrei potuto accendere i fiammiferisul ponte e tenerli accesi finché la fiamma non

mi avesse bruciato le dita. Invece correvo sempre giù. Era un cambiamento.Era l'unico diversivo in quella tensione

incessante; enaturalmenteattraverso la porta apertail signor Burns ognivolta mi vedeva andare e venire.

Con lo sguardo sbarrato dei suoi occhi verdognolisopra le ginocchiaraccolte fin sotto il mentoera una

presenza misteriosa esapendo la folle idea che aveva in testanon miattraeva molto. Però ogni tanto dovevo parlargli

e un giorno si lamentò che la nave era molto silenziosa. Se ne stava lì perdelle oredissesenza sentire un suonoal

punto che gli pareva di non poter più resistere.

«Quando capita che Ransome sia a pruain cucinatutto è così silenziosoin questa nave che si direbbe che son

morti tutti»borbottò. «L'unica voce che sento qualche volta è la suasignoree non basta a rallegrarmi. Cos'hanno gli

uomini? Non ce n'è uno che possa dar la voce al posto di manovra?».

«Neanche unosignor Burns»dissi. «Non c'è fiato da sprecare a bordo diquesta nave. Si rende conto che ci

sono delle volte in cui non posso radunare più di tre uomini per farequalcosa?».

Chiese rapido ma timoroso:

«Non è mica morto qualcunosignore?».

«No».

«Non deve succedere»dichiarò il signor Burns con convinzione. «Nonbisogna lasciarglielo fare. Se ne

agguanta unoli agguanta tutti».

Al che gridai adirato. Credo di aver addirittura bestemmiato tanto quelleparole erano conturbanti. Erano un

attacco a quel poco di autocontrollo che mi era rimasto. Nella mia vegliasenza sosta di fronte al nemico ero stato

aggredito da immagini già abbastanza fosche. Avevo avuto visioni di una naveche andava alla deriva nella bonaccia

cullata dai venti lievicon tutto l'equipaggio che moriva lentamente suiponti. Si sapeva che accadevano queste cose.

Il signor Burns oppose al mio scoppio un silenzio misterioso.

«Senta»dissi. «Lei stesso non crede a quel che dice. No di certo. Èimpossibile. Non è il genere di cose che io

ho il diritto di aspettarmi da lei. La mia posizione è già abbastanzabrutta senza che io debba essere afflitto anche dalle

sue stupide fantasie».

Rimase impassibile. Dal modo in cui la luce gli cadeva sulla testa non erosicuro se avesse sorriso debolmente

o meno. Cambiai tono.

«Ascolti»dissi. «La situazione si sta facendo talmente disperata che perun momento ho pensatovisto che

non riusciamo ad andare a suddi cercare di dirigermi a ovest e tentare diraggiungere la rotta del postale. Potremmo

sempre farci dare il chinino da loroalmeno. Cosa ne pensa?».

«Nonono»gridò. «Non lo facciasignore. Non deve smettere neancheper un momento di tener testa a

quella vecchia canaglia. Se lo faràsaremo perduti».

Lo lasciai. Era insopportabile. Era come un indemoniato. La sua protestatuttaviaera fondamentalmente

giusta. Di fattila mia idea di fare rotta verso ovestnella eventualitàdi incrociare un ipotetico piroscafonon reggeva a

un esame più ponderato. Dal lato in cui eravamo noic'era abbastanza ventoalmeno di tanto in tantoper continuare a

lottare verso sud. Abbastanzaalmenoper tener viva la speranza. Ma seavessi usato quelle folate capricciose per

veleggiare via verso ovestin qualche regione in cui non si trovava unsoffio d'aria per giorni e giornicosa sarebbe

accaduto? Forse la mia terrificante visione di una nave che si facevatrasportare dalla corrente con una ciurma morta

che qualche marinaio orripilato avrebbe scoperto dopo varie settimanesarebbe divenuta realtà.

Quel pomeriggio Ransome mi portò una tazza di tè. Mentre aspettavacolvassoio in manoosservò col tono

più autentico della simpatia:

«Se la sta cavando benesignore».

«Sì»risposi. «Sembra che tu e io siamo statidimenticati».«Dimenticatisignore?».

«Sìdal demone della febbre che è salito a bordo di questa nave»dissi.

Ransome mi diede una delle sue rapide occhiate piacevoliintelligentie sene andò col vassoio. Mi resi conto

di aver parlato in modo simile al signor Burns. Ne fui seccato. Eppurespessonei momenti più neri mi lasciavo andare

verso i nostri guai a un atteggiamento più adatto alla lotta contro unnemico in carne e ossa.

Sì. Il demone della febbre non aveva ancora steso la sua mano né su Ransomené su me. Ma poteva farlo in

qualsiasi momento. Era uno di quei pensieri contro cui bisognava lottarechebisognava tener lontano a tutti i costi. Era

insopportabile contemplare la possibilità che Ransomeil custode dellanavevenisse colpito. E cosa ne sarebbe stato

della mia nave se fossi stato abbattuto iocon Burns troppo debole perreggersi in piedi senza aggrapparsi alla cuccetta e

il secondo ufficiale ridotto a uno stato di istupidimento permanente? Eraimpossibile immaginarloomegliotroppo

facile.

Ero solo sul casseretto. Poiché la nave non aveva abbrivio sufficienteavevo mandato via il timonierea sedersi

o sdraiarsi da qualche parte all'ombra. Le forze degli uomini erano talmenteridotte che qualsiasi sforzo non necessario

doveva essere evitato. Era l'austero Gambril dalla barba brizzolata. Se neandò abbastanza prontamentema era così

indebolito dai ripetuti attacchi di febbrepoveraccioche per scendere lascala del casseretto dovette girarsi di fianco e

tenersi attaccato con entrambe le mani al tientibene di ottone. A guardarlosi spezzava semplicemente il cuore. Eppure

non stava né molto meglio né molto peggio della mezza dozzina di poverevittime che potevo radunare sul ponte.

Era un pomeriggio terribilmente senza vita. Per parecchi giorni consecutiviall'orizzonte erano apparse delle

nubi bassebianche masse con scure spire posate sull'acquaimmotequasisolidepur cambiando sottilmente aspetto in

continuazione. Verso seradi regolasparivano. Ma quel giorno attesero iltramonto del sole cheprima di sprofondare

parve infiammarsi e ardere tetramente in mezzo a loro. Sopra la cima deinostri alberi riapparvero puntuali e monotone

le stellementre l'aria rimaneva stagnante e opprimente.

L'immancabile Ransome accese le luci della chiesuola e scivolòtutto inombrafino a me.

«Perché non scende e cerca di mandar giù un bocconesignore?»suggerì.

La sua voce sommessa mi fece sussultare. Ero rimasto a guardar fuoriappoggiato al parapettosenza dire

nientesenza sentire nienteneanche la mortale stanchezza delle membrasoggiogato da quel malefico incantesimo.

«Ransome»chiesi a bruciapelo«da quanto tempo sono sul ponte? Stoperdendo la nozione del tempo».

«Quattordici giornisignore»disse. «Sono stati quattordici giornilunedì scorso da quando abbiamo

abbandonato la fonda».

Nella sua voce pacata si avvertiva una certa tristezza. Aspettò un momentopoi aggiunse: «Per la prima volta

pare che dovremmo avere un po' di pioggia».

Notai solo allora la grande ombra che si stendeva sull'orizzontenascondendocompletamente le stelle basse

mentre quelle altequando guardai in susembravano brillare su di noiattraverso un velo di fumo.

Come fosse giunta lìcome si fosse arrampicata così in altonon losapevo. Aveva un aspetto sinistro. L'aria

non si muoveva. Al rinnovato invito di Ransome scesi nella saletta per«cercare di mandar giù un boccone»per dirla

con le sue parole. Non so se il tentativo avesse grande successo. In quelperiodoimmagino di essere vissuto

sfamandomi nel modo usuale; ma adesso il ricordo è che in quei giorni la miavita si sostentasse di invincibile angoscia

come una specie di droga infernale che eccita e consuma contemporaneamente.

È l'unico periodo della mia vita in cui ho provato a tenere un diario. Nonon l'unico. Anni dopoin condizioni

di isolamento moralemisi sulla carta i pensieri e gli avvenimenti di unaventina di giorni. Ma questa era la prima volta.

Non mi ricordo come incominciòné come mi capitarono in mano taccuino ematita. È inconcepibile che li abbia cercati

di proposito. Penso che mi abbiano salvato dalla insana mania di parlare dasolo.

In entrambi i casiabbastanza stranamenteintrapresi una cosa del generein circostanze in cui non speravo

come si usa dire«di venirne fuori». Né contavo che il diario durasseoltre la mia morte. Questo dimostra che era un

bisogno puramente personale di sollievo intimo e non un'esigenza di egotismo.

A questo punto devo darne un altro esempiotratto dalla parte scarabocchiataquella sera stessaqualche riga

sparsache ai miei stessi occhi adesso appare irreale.

Sta succedendo qualcosa nel cielocome una decomposizioneuna corruzionedell'ariache pure rimane

immota come sempre. Dopo tutto sono semplici nuvoleche non è detto cheportino vento o pioggia. Strano che io ne

sia così turbato. Mi sento come se tutti i miei peccati mi avessero messoallo scoperto. Ma forse sono turbato perché la

nave resta ancora immobilesenza controllo; forse perché non posso farnulla per impedire alla mia immaginazione di

correre sfrenata fra immagini disastrose del peggio che si può abbattere sudi noi. Che cosa accadrà? Probabilmente

nulla. O tutto. Forse sta arrivando un furioso turbine di ventoil colpo digrazia. E sul ponte ci sono cinque uomini con

la vitalità e la forzadiciamodi due. Tutte le nostre vele potrebberoesserci strappate. Abbiamo spiegato tutte le vele fin

da quando ci siamo aperti un varco alla foce del Menamquindici giorni... oquindici secoli fa. Mi sembra che tutta la

mia vita prima di quel giorno fatidico sia infinitamente remotail ricordoevanescente di una giovinezza spensierata

qualcosa dall'altra parte di un'ombra. Sìle vele possono benissimo venirstrappate. E questo sarebbe come una

condanna a morte per gli uomini. Non abbiamo abbastanza forze a bordo perfissare un altro corredo di vele; è un

pensiero incredibilema vero. O potremmo anche venir disalberati. Ci sononavi che sono state disalberate dalle raffiche

solo perché non sono state manovrate con sufficiente rapiditàe noi nonabbiamo neppure la forza di controbracciare i

pennoni. È come essere legati mani e piedi in attesa di farsi tagliare lagola. E quel che più mi spaventa è che sonoriluttante ad andare sul ponte adaffrontare la situazione. Lo devo alla navelo devo agli uomini che sono làsul ponte -

alcuni dei quali prontia una mia parolaa impiegare gli ultimi residuidelle loro forze. E io mi ritraggo. Dalla semplice

visione. Il mio primo comando. Adesso capisco quello strano senso diinsicurezza nel mio passato. Ho sempre

sospettato di non essere all'altezza. E adesso ne ho la prova. Mi tiroindietro. Non valgo niente.

In quel momentoo forsesubito dopomi resi conto che c'era Ransome nellacabina. Qualcosa nella sua

espressione mi sgomentòma non riuscivo a individuare di cosa si trattasse.

«È morto qualcuno!»esclamai.

Questa volta fu lui a sembrare sgomento.

«Morto? Noche io sappiasignore. Sono stato nel castello di prua solodieci minuti fae non c'era nessun

morto lì allora».

«Mi hai fatto spaventaredavvero»dissi.

Era molto gradevole ascoltare la sua voce. Spiegò che era sceso per chiuderel'oblò del signor Burns nel caso

avesse iniziato a piovere. Non sapeva che ero in cabinaaggiunse.

«Com'è fuori?»gli chiesi.

«Neronerissimosignore. Si sta preparando qualcosa di sicuro».

«Da quale parte?».

«Tutt'intornosignore».

«Tutt'intorno. Eh già!»ripetei oziosamentecon i gomiti sul tavolo.

Ransome si attardava nella cabina come se avesse qualcosa da faremaesitasse a farla. Improvvisamente

chiesi:

«Pensi che dovrei essere sul ponte?».

Rispose prontoma senza alcuna enfasi o intonazione particolare: «Penso disìsignore».

Mi alzai di scattoed egli si fece da parte per lasciarmi uscire. Mentreattraversavo il corridoio sentii la voce di

Burns dire:

«Chiudi la porta della mia stanzaper favorecambusiere».

E Ransome piuttosto sorpreso: «Certamentesignore».

Pensavo che tutti i miei sentimenti si fossero intorpiditi fino a unacompleta indifferenza. Ma trovai che stare

sul ponte era arduo come sempre. La tenebra impenetrabile circondava la navecosì da vicino che a stendere la mano

fuori bordo pareva di poter toccare qualche sostanza non terrena. Si avevaun'impressione di terrore inconcepibile e di

inesprimibile mistero. Le poche stelle in cielo spandevano una luce fiocasolo sulla navesenza alcun luccichio

sull'acquain raggi staccati che foravano un'atmosfera diventata caliginosa.Era qualcosa che non avevo mai visto

primae non c'era segno della direzione da cui sarebbe sopravvenuto uncambiamento quale che sia. Era

l'accerchiamento di una minaccia che veniva da tutte le parti.

Al timone non c'era ancora nessuno. L'immobilità di tutte le cose eraassoluta. Se l'aria era diventata nerail

mareper quel che ne sapevo ioavrebbe potuto essere diventato solido. Nonserviva guardare in qualche direzionealla

ricerca di qualche segnoper capire l'avvicinarsi del momento. Quando fossearrivatola tenebra avrebbe sommerso

silenziosamente quel poco di luce che le stelle irradiavano sulla navee lafine di tutto sarebbe venuta senza un sospiro

movimentoo mormorio di sortae tutti i nostri cuori avrebbero cessato dibatterecome orologi senza carica.

Era impossibile scuotersi di dosso quel senso di fine imminente. La calma chemi invase era già un

preannuncio di annientamento. Mi diede una specie di confortocome se la miaanima si fosse all'improvviso

riconciliata con un'eternità di cieca quiete.

Solo l'istinto del marinaio sopravviveva intatto nel mio dissolvimentomorale. Scesi per la scaletta sul cassero.

La luce delle stelle sembrò morire prima che arrivassi in fondoma quandochiesi piano: «Siete lìmarinai?»i miei

occhi riuscirono a distinguere delle ombre sorgere intorno a memolto pochemolto indistinte; e una voce parlò: «Tutti

quisignore». Un'altra corresse sollecita:

«Tutti quelli che possono servire a qualcosasignore».

Le due voci erano molto tranquille e pacatesenza traccia di eccitazione oscoraggiamento. Voci molto

naturali.

«Dobbiamo cercare di imbrogliare bene la vela di maestra»dissi.

Le ombre sgusciarono via da me senza una parola. Quegli uomini erano ifantasmi di se stessie su un cavo

non dovevano pesare più di quanto pesi un grappolo di spettri. Se mai unavela fu imbrogliata da pura forza spirituale fu

sicuramente quella velaperchéa essere precisimuscoli per quellamanovra sulla nave non ce n'erano piùtantomeno

in quello sparuto manipolo di noi sul ponte. Naturalmentepresi io stesso ilcomando del lavoro. Gli uomini si

trascinavano dietro di me di cavo in cavoinciampando e ansimando.Faticavano come Titani. Era da almeno un'ora che

eravamo intenti a quel lavoro e il nero universo non aveva mai dato un suono.Quando l'ultimo serrapennoni fu fissatoi

miei occhiabituati all'oscuritàdistinsero forme di uomini esausti che sipiegavano sulle battagliolecrollavano sui

boccaporti. Uno era curvo sull'argano di poppaboccheggiantein cercad'aria. E io mi ergevo in mezzo a loro come

torre fermainaccessibile alla malattiasensibile solo al dolore della miaanima. Aspettai un po'lottando contro il peso

dei miei peccaticontro il sentimento della mia indegnitàe poi dissi:

«Adessomarinaiandiamo a poppa a bracciare il pennone di maestra. Ètutto quello che possiamo fare per la

naveper il resto dovrà affidarsi alla sua sorte».VI

Mentre andavamo tutti sumi venne in mente che ci voleva un uomo al timone.Alzai la voce non molto al di

sopra di un sussurro enella luce a poppasilenziosamentesenza unlamentoapparve uno spirito in un corpo

consumato dalla febbrela testa dagli occhi incavati illuminata contro latenebra che si era ingoiata il nostro mondoe

l'universo. Il nudo avambracciosteso sulle caviglie superiori della ruotasembrava risplendere di luce propria.

A quell'apparizione luminosa mormorai:

«Tieni la barra al centro».

L'apparizione rispose in tono di paziente sofferenza:

«Barra al centrosignore».

Poi scesi sul cassero. Era impossibile dire da che parte sarebbe venuto ilcolpo. Guardare intorno alla nave era

come guardare dentro a un baratro nero e senza fondo. L'occhio si perdeva ininconcepibili abissi. Volevo assicurarmi

che i cavi fossero stati raccolti e non ingombrassero il ponte. Cosa che sipoteva fare solo tastando col piede. Nel mio

cauto avanzare urtai contro un uomo nel quale riconobbi Ransome. Possedevaun'inalterata solidità fisica che mi si

manifestò al contatto. Era appoggiato all'argano del cassero e taceva. Fucome una rivelazione. Era lui la figura

accasciatain cerca d'ariache avevo notato prima che andassimo sulcasseretto.

«Hai aiutato alla vela di maestra!»esclamai a bassa voce.

«Sìsignore»rispose la sua voce tranquilla.

«Marinaio! Ma cosa ti ha preso? Non devi fare queste cose».

Dopo una pausa assentì. «Immagino di no». Dopo un altro breve silenzio:«Adesso sto bene»aggiunse in

frettafra l'ansimare rivelatore.

Non riuscivo a udire né a vedere nessun altro; ma appena alzai la voceuntriste mormorio di risposta riempì il

cassero e delle ombre sembrarono muoversi qua e là. Ordinai che tutte ledrizze fossero sistemate sul ponte in modo da

facilitare la manovra.

«Ci penso iosignore»si offrì Ransome col suo tono naturalegradevoleche dava conforto e muoveva anche

a compassionein un certo senso.

Quell'uomo avrebbe dovuto essere a lettoa riposaree il mio dovere erasemplicemente quello di mandarvelo.

Ma forse non mi avrebbe ubbidito. Non ebbi la forza d'animo di provare. Tuttoquello che dissi fu:

«Vacci pianoRansome».

Tornato sul casseretto mi avvicinai a Gambril. Alla luceil suo voltoincavato di ombreera tremendoe

sembrava ridotto a un definitivo silenzio. Gli chiesi come si sentivamaquasi non mi aspettavo risposta. Perciò rimasi

meravigliato della sua relativa loquacità.

«Questi attacchi mi lasciano debole come un gattinosignore»disseconservando distintamente quell'aria di

non consapevolezza verso qualsiasi cosa tranne il proprio compito che untimoniere non dovrebbe mai perdere. «E

prima che possa raccogliere le forze ecco che arriva un altro febbrone e miributta a terra».

Sospirò. Non era il tono di uno che si lamentama bastarono quelle nudeparole a provocarmi un'orribile fitta di

rimorso. Che mi ammutolì per un po'. Consumata quella sensazione tormentosachiesi:

«Ti senti abbastanza forte per non farti prendere la mano dalla barra se lanave abbriva indietro? Non sarebbe il

caso di spaccar qualcosa nel timone proprio adesso. Abbiamo già abbastanzadifficoltà da affrontare così com'è».

Risposecon solo una sfumatura di stanchezzache era abbastanza forte pertenerla. Poteva promettermi che la

nave non gli avrebbe tolto la ruota dalle mani. Di più non poteva dire.

In quel momento apparve Ransome vicinissimo a meche dalle tenebre uscivaimprovvisamente alla luce

come se fosse stato appena creato con quel volto composto e quella piacevolevoce.

Ogni cavo era sistemato sul pontedissepronto per la manovraper quantosi potesse esserne sicuri tastando

col piede. Era impossibile vedere qualcosa. Il Francesino si era messo divedetta a prua. Diceva di sentirsi ancora

abbastanza in gamba.

Su questoun leggero sorriso alterò per un istante il nitidofermo disegnodelle labbra di Ransome. Coi suoi

grigi occhi limpidi e seriil suo temperamento serenoera un uomoassolutamente impagabile. L'anima salda quanto i

suoi muscoli.

Era l'unico uomo a bordo (a parte meche però dovevo mantenere la mialibertà di azione) che avesse forza

muscolare sufficiente su cui poter contare. Per un attimo pensai che avreifatto meglio a chiedere a lui di tenere il

timone. Ma la terribile consapevolezza di quel nemico che si portava in pettomi fece esitare. Data la mia ignoranza

della fisiologia mi venne in mente che avrebbe potuto morire all'improvvisoper l'agitazionenel momento cruciale.

Mentre questa macabra paura tratteneva le parole che avevo sulla punta dellalinguaRansome fece due passi

indietro e svanì dalla mia vista.Provai subito un senso di smarrimentocomese mi avessero tolto un sostegno. Anch'io mi mossi in avanti

fuori dal cerchio di lucedentro la tenebra che si ergeva davanti a me comeun muro. Con un passo la penetrai. Doveva

essere così la tenebra prima della creazione. Si richiuse dietro di me.Sapevo di essere invisibile all'uomo che era al

timone. E anch'io non vedevo niente. Lui era soloio ero solotutti gliuomini erano soli là dove si trovavano. E anche

ogni forma era sparita; alberiveleattrezzaturebattaglioletuttocancellato nella terribile uniformità di quella notte

assoluta.

Il bagliore di un lampo sarebbe stato un sollievointendo fisicamente. Avreipregato perché ci fossese non mi

avesse trattenuto la paura del tuono. Nella tensione di quel silenzioopprimente mi sembrava che il primo fragore mi

avrebbe ridotto in polvere.

E il tuonocon ogni probabilitàsarebbe scoppiato presto. Rigido in tuttoil corpo e quasi senza respirare

aspettavo in un'attesa orribilmente spasmodica. Non accadeva niente. C'era daimpazzire. Ma un dolore sordo

crescentenella parte inferiore del visomi fece capire chechissà daquanto tempostavo digrignando i denti come un

forsennato.

È straordinario che non mi fossi accorto del rumore che facevo; ma non me neero accorto. Con uno sforzo che

assorbì tutte le mie facoltà cercai di tener ferma la mascella. Richiedevamolta attenzione ementre ero così impegnato

fui disturbato dal suono curioso e irregolare di un debole picchiettare sulponte. Si udivano colpetti singolia coppiein

gruppo. Mentre mi chiedevo cosa fosse quella misteriosa diavoleriaricevettiun leggero colpo sotto l'occhio sinistro e

sentii un'enorme lacrima scorrermi giù per la guancia. Gocce di pioggia.Enormi. Foriere di qualcosa. Tac. Tac. Tac...

Mi girai erivolgendomi con decisione a Gambrilgli raccomandai di «tenerstretta la ruota». Ma non riuscivo

quasi a parlare dall'emozione. Il momento fatale era venuto. Trattenni ilrespiro. Il picchiettio era cessato tanto

inaspettatamente quant'era incominciatoe ci fu un momento rinnovato diintollerabile attesa; qualcosa di simile al giro

ulteriore della ruota della tortura. Non penso che avrei mai gridatomaricordo di essere stato convinto che non ci fosse

altro da fare se non gridare.

All'improvvisocome faccio a esprimerlo? Behall'improvviso la tenebra sitramutò in acqua. È l'unica

immagine che renda l'idea. Uno scroscio d'acquaun acquazzonearrivafacendo rumore. Si sente che si avvicina sul

mareanche nell'ariadirei. Ma questo era diverso. Senza un sussurropreliminaresenza un frusciosenza un tonfo

senza neanche il minimo impattofui istantaneamente fradicio fin nelle ossa.Una cosa non tanto difficile visto che

indossavo solo il pigiama. In un attimo i capelli furono pieni d'acqual'acqua mi scorreva sulla pellemi riempiva il

nasole orecchiegli occhi. In una frazione di secondo ne ingoiai non soquanta.

Gambrilpoine era addirittura soffocato. Tossiva da far pietàla tossespezzata dei malatie lo vedevo come si

vede un pesce in un acquario alla luce di una lampada elettricaformaelusiva e fosforescente. Solo che lui non guizzò

via. Ma accadde qualcos'altro. Si spensero tutte e due le lampade dellachiesuola. Immagino che l'acqua fosse entrata

dentro a forzabenché non lo pensassi possibilevisto che il coperchio eraa tenuta stagna.

L'ultimo barlume di luce nell'universo se n'era andatoinseguito da unasommessa esclamazione di

smarrimento da parte di Gambril. Avanzai a tentoni fino a lui e gli afferraiil braccio. Era consunto in modo

impressionante.

«Non fa niente»dissi. «Non ti serve la luce. Tutto quello che devi fareè di tenere il vento alle spallequando

viene. Hai capito?».

«Sìsìsignore... Ma preferirei vederci»aggiunse nervosamente.

Intanto la nave era rimasta immobile come una roccia. Il rumore dell'acquache si rovesciava a torrenti giù

dalle vele e dai pennoniche si riversava dal casseretto sulla copertaeracessato di botto. Gli ombrinali gorgogliarono e

singhiozzarono ancora per un po'e poi il silenzio assolutounitoall'immobilità assolutadichiararono che l'incantesimo

non ancora spezzato della nostra impotenzaera sempre lìsospeso sull'orlodi qualche esito violentoin agguato nel

buio.

Mi mossi in avantifebbrilmente. Non avevo bisogno della vista perpercorrere con totale sicurezza il

casseretto del mio primo comando nato sotto cattiva stella. Ogni centimetroquadrato dei suoi ponti era impresso

indelebilmente nella mia mentefino alle venatureai nodi del tavolato.Ciononostanteimprovvisamenteinciampai su

qualcosae atterrai lungo disteso sulle mani e sulla faccia.

Era qualcosa di grosso e di vivo. Non un canesembrava più una pecora. Manon c'erano animali a bordo.

Come aveva potuto un animale... Era un orrore supplementare e fantastico acui non potevo resistere. Avevo ancora tutti

i capelli ritti quando mi rialzaispaventato a morte; non come può esserespaventato un uomo il cui giudiziola cui

ragione cercano ancora di resisterema spaventato completamentesconfinatamenteeper così direinnocentemente

come un bambino.

Potevo vederLaquella Cosa! La tenebradi cui così grande parte si eraappena tramutata in acquasi era un po'

diradata. EccoLa lì! Ma non mi venne il dubbio che potesse essere il signorBurns che usciva a quattro zampe dalla

scaletta finché non tentò di alzarsi in piedi; e anche allora fu primal'idea di un orso ad attraversarmi la mente.

Ringhiò come un orso quando lo afferrai alla vita per sorreggerlo. Si eraavvolto in un enorme cappotto di lana

troppo pesante per lo stato in cui era ridotto. Sentivo appena il suo corpomagro come un chiodoperso dentro alla

stoffa spessama il suo ringhio aveva profondità e sostanza: maledetta navemutacon una ciurma di pusillanimi

sempre in punta di piedi. Perché non potevano pestarli con energia mentrebracciavano? Non c'era più in tutto il branco

un solo miserabile pivello capace di lanciare un grido durante lemanovre?«Non serve rintanarsisignore»mi attaccò direttamente. «Non puòsvignarsela da quella vecchia canaglia

assassina. Non è questo il modo. Deve andargli incontro arditocome hofatto io. Ardimento ci vuole. Gli mostri che se

ne fa un baffo dei suoi dannati trucchi. Scateni un bel putiferio».

«Buon Diosignor Burns!»dissi adirato. «Ma cosa combina? Come le èsaltato in mente di venire in coperta

in questo stato?».

«Soltanto quello! Ardimento. L'unico modo per spaventare quel vecchiostrafottente farabutto».

Lo spinsi contro il parapettoche ringhiava ancora. «Si afferri qui»dissi rude. Non sapevo cosa fare di lui. Lo

lasciai in frettaper andare da Gambrilche aveva chiamato debolmente perdire che gli sembrava di sentire un po' di

vento sull'alberatura. Effettivamenteanche le mie orecchie avevano colto undebole agitarsi di vele bagnatemolto in

alto sopra di noiil tintinnio di una scotta allentata...

Nella mortale immobilità dell'aria che mi circondavaquesti erano rumorisinistrimolestiallarmanti e nella

mia memoria si affollarono tutti gli esempi che avevo udito di alberi digabbia divelti quando sul ponte non c'era

abbastanza vento per spegnere un fiammifero.

«Non riesco a vedere le vele altesignore»dichiarò Gambril tremante.

«Tieni fermo il timone. Andrà tutto bene»dissi per infondere fiducia.

Quel poveretto si era perso d'animo. Io non stavo tanto meglio. Era giunto ilmomento culminante della

tensione e fu alleviato dall'improvvisa sensazione che sotto i miei piedi lanave andasse avantiquasi da sola. Udii

chiaramente il gemito del vento nel sartiamei sordi schiocchidell'alberatura superiore messa sotto sforzomolto prima

che potessi sentire il minimo soffio d'aria sulla mia faccia rivolta a poppaansiosa e priva della vista come quella di un

cieco.

Improvvisamenteuna nota risonante più forte ci riempì le orecchielatenebra iniziò a sferzare i nostri corpi

gelandoli. Tutti e dueGambril e iotremammo violentemente negli indumentidi cotone leggero che ci si erano

appiccicati addosso inzuppati.

«Così va benemarinaio»gli dissi. «Non devi far altro che tenere ilvento alle spalle. Sei sicuramente in grado

di farlo. Anche un bambino potrebbe governare la nave con un mare liscio comequesto».

«Sì! Un bambino sano»mormorò. E mi vergognai di essere statorisparmiato dalla febbre che aveva rubato le

forze a tuttitranne a meper rendere più amaro il mio rimorsopiù acutoil sentimento della mia indegnitàpiù pesante

da sopportare il senso di responsabilità.

La nave aveva preso quasi subito un forte abbrivio sull'acqua calma. Lasentivo scivolare senza altro rumore

che un misterioso fruscio lungo i fianchi. A parte ciò non aveva alcunmovimentoné beccheggio né rollio. Era una

fissità scoraggiante che durava ormai da diciotto giorni; maimai per tuttoquel tempoavevamo avuto vento sufficiente

a sollevare la più piccola increspatura sul mare. La brezza si rinforzòall'improvviso. Pensai che era ora di togliere di

torno il signor Burns. Mi dava ansia. Lo consideravo un pazzo che avrebbepotuto benissimo iniziare a vagare sulla

nave e rompersi una gamba o finire in mare.

Fui davvero contento di trovare cheabbastanza sensatamenteera rimastoaggrappato là dove l'avevo lasciato.

Però stava borbottando fra sé in maniera sinistramente minacciosa.

Era scoraggiante.

«Da quando abbiamo lasciato la rada non abbiamo mai avuto tanto vento comequesto»osservai in tono

pratico.

«Ed è anche abbastanza energico»brontolò assennatamente. Eral'osservazione di un marinaio perfettamente

ragionevole. Ma subito aggiunse: «Era ora che salissi in coperta. Horisparmiato le forze per questosolo per questo. Lo

capiscesignore?».

Dissi di sìe proseguii suggerendo che sarebbe stato consigliabile cheadesso scendesse a riposare.

La sua risposta fu un indignato: «Andare sottocoperta! Neanche per ideasignore».

C'era da star allegri! Era un terribile impiccio. E improvvisamente si mise adiscutere. Sentivo la sua folle

agitazione anche nel buio.

«Lei non sa come affrontarlosignore. E come potrebbe? Tutto questosussurrare e camminare in punta di piedi

non serve. Non può sperare di sgaiattolare via da un animale malvagiofurboe allerta come quello. Lei non l'ha mai

sentito parlare. Che sarebbe sufficiente a farle rizzare i capelli in testa.No! No! Non era pazzo. Non era più pazzo di

me. Era solo malvagiotanto malvagio da far paura quasi a tutti. Glielo dicoio cos'era. Nient'altro che un ladro e un

assassinofin dentro l'anima. E lei crede che adesso sia diverso perché èmorto? Non lui! La sua carcassa giace duecento

metri sotto il marema lui è sempre lo stesso... a 8°20... di latitudinenord».

Sbuffò con aria di sfida. Notai con stanca rassegnazione che mentre luifarneticava la brezza era diventata più

leggera. Ricominciò.

«Avrei dovuto gettare quel miserabile in mare giù dalla battagliola come uncane. Solo per un riguardo agli

uomini... Si figuri dover leggere il Servizio Funebre per una bestia comequella!... "Il nostro fratello scomparso"...

Ridere avrei dovuto. Proprio quello che non sopportava. Credo di esser statoil solo ad avergli mai riso in faccia.

Quando si ammalò era questo che spaventava quel... fratello... Fratello...Scomparso... Meglio chiamare fratello un

pescecane».

La brezza era caduta così all'improvviso che l'abbrivio della nave fecesbattere pesantemente le vele bagnate

contro gli alberi. Il maleficio della mortale immobilità ci aveva di nuovoafferrati. Sembrava non esserci scampo.

«Toh!»esclamò il signor Burns con voce sbigottita. «Di nuovo senzavento!».Mi rivolsi a lui come se fosse stato sano di mente.

«È quanto ci capita da diciassette giornisignor Burns»dissi con grandeamarezza. «Uno sbuffopoi bonaccia

e fra pocovedràla nave girerà su se stessa con la prua fuori rottarivolta verso non so che diavolo».

Prese la parola alla lettera. «Quel vecchio diavolo che ci abbindola»gridò con voce lacerantee scoppiò in una

risata così forte come non ne avevo mai sentito prima. Era uno scoppioprovocantebeffardocon una stridula nota

acuta di sfidada far rizzare i capelli. Indietreggiai stupefatto.

Immediatamente sul cassero ci fu una grande agitazionecon mormorii disgomento. Sotto di noi una voce

gridò angosciata nel buio: «Chi è che è impazzito?».

Forse pensavano che fosse il loro capitano! Precipitazione non è la parolache si potesse applicare alla velocità

massima con cui quei poveri ragazzi potevano muoversima in un temposorprendentemente breve ogni uomo capace di

reggersi in piedi sulla nave aveva trovato la strada per il casseretto.

«È il primo ufficiale»gridai. «Qualcuno di voi lo regga...».

Mi aspettavo che la scena finisse in una specie di lotta spaventosa. Ma ilsignor Burns tagliò netto la sua risata

stridula di derisione e si rivolse a loro gridando furioso:

«Ah! Figli di cani! Avete ritrovato la linguaeh? Pensavo che foste muti.Benee allora ridete! Ridete: vi dico.

Allora: tutti insieme. Unoduetre: ridete!».

Seguì un momento di silenziodi silenzio così profondo che si sarebbesentito cadere uno spillo sul ponte. Poi

la voce imperturbata di Ransome pronunciò garbatamente queste parole:

«Credo che sia svenutosignore...». Il piccolo capannello di uominirimasti immobilisi mise in motocon

bassi mormorii di sollievo. «Lo tengo sotto le braccia. Qualcuno lo prendaper le gambe».

Sì. Fu un sollievo. Per un po' avrebbe taciuto... per un po'. Non avreisopportato un altro scoppio di quell'insano

riso stridulo. No di certo; e proprio allora Gambrill'austero Gambrilcioffrì un'altra prestazione vocale. Incominciò a

chiamare per il cambio. La sua voce gemette penosamente nella tenebra:«Qualcuno venga a poppa! Non ce la faccio.

La nave sta per muoversi di nuovo e io non riesco...».

Mentre mi precipitavo io stesso a poppafui investito da una violentaraffica di vento che l'orecchio di Gambril

aveva sentito avvicinarsi da lontano e che gonfiava le vele di maestrafacendole sbattere ripetutamente con un rumore

soffocato cui si mescolava il sordo lamento dell'alberatura. Feci appena atempo ad afferrare il timone mentre il

Francesinoche mi aveva seguitoresse Gambril che stava accasciandosi. Losollevò via da lìlo esortò a star fermo

dov'erae poi venne a darmi il cambiochiedendo con calma:

«Come devo governarlasignore?».

«Dritto in fil di ruotaper adesso. Ti procuro subito un lume».

Ma andando a prua incontrai Ransome con in mano la lampada di ricambio per lachiesuola. Quell'uomo

notava tuttobadava a tuttodove compariva spargeva conforto attorno a lui.Passandomi accanto notò con tono

rasserenante che stavano uscendo le stelle. Era vero. La brezza stavaspazzando il cielo fuligginosoaprendosi un varco

nell'indolente silenzio del mare.

Si era infranta la barriera di terribile immobilità che ci aveva circondatoper così tanti giorni come se fossimo

stati maledetti. Lo sentivo. Mi lasciai cadere sul banco dell'osteriggio. Untenue orlo bianco di schiumasottile

sottilissimos'infrangeva lungo i fianchi della nave. Il primo da secoli esecoli. Avrei gridato dalla gioiase non fosse

stato per il senso di colpa che segretamente rimaneva avvinghiato a tutti imiei pensieri. Ransome era in piedi davanti a

me.

«Cosa ne è del primo ufficiale»chiesi ansioso. «Ancora privo disensi?».

«Beh! È stranosignore». Ransome era evidentemente sconcertato. «Non hadetto una parolae gli occhi sono

chiusi. Ma a me sembra più un sonno profondo che qualcos'altro».

Accettai questa opinione come la meno preoccupante di altreoa ogni buoncontocome la meno importuna.

Deliquio prolungato o sonno profondoil signor Burnsper il momentodovevaessere lasciato a se stesso. Ransome

improvvisamente osservò:

«Credo che lei abbia bisogno di una giaccasignore».

«Credo di sì»dissi con un sospiro.

Ma non mi mossi. Ciò di cui sentivo di aver bisogno erano nuove membra.Braccia e gambe sembravano

assolutamente inutilicome se fossero consumate. Non facevano nemmeno male.Ma mi alzai lo stesso per infilarmi la

giacca quando Ransome la portò su. E quando suggerì che era meglio«portare Gambril a prua»dissi:

«D'accordo. Ti aiuterò io a portarlo giù sul ponte».

Scoprii che ero ancora in grado persino di aiutare. Sollevammo Gambril inmezzo a noi. Cercò virilmente di

aiutarsi anche da séma per tutto il tempo non fece che chiedere in modopenoso:

«Non mi lascerete andare quando arriviamo alla scaletta? Non mi lascereteandare quando arriviamo alla

scaletta?».

La brezza continuava a rinforzare e soffiava sul serioproprio sul serio.All'albaper mezzo di cauti

spostamenti del timoneriuscimmo a far sì che i pennoni di trinchetto sibracciassero in croce da soli (il mare si

manteneva calmo) e poi provvedemmo a tesare i cavi. Dei quattro uomini cheavevo con me durante la notteora ne

vedevo solo due. Non indagai sugli altri. Avevano ceduto. Speravo solotemporaneamente.I nostri vari compiti ci tennero occupati a prua per ore e ore:i due uomini rimasti si muovevano molto

lentamente e dovevano riposare spesso. Uno di loro osservò che «ognidannata cosa sulla nave sembrava cento volte più

pesante del suo vero peso». Questa fu l'unica lamentela pronunciata. Non socosa avremmo fatto senza Ransome.

Lavorava con noiin silenzio anche luicon un lieve sorriso congelato sullelabbra. Di tanto in tanto gli mormoravo:

«Va piano». «Fa con calmaRansome»e ne ricevevo in risposta una rapidaocchiata.

Quando avevamo fatto tutto quello che potevamo per la salvezza della navescomparve nella sua cucina. Dopo

un po'andando a prua per dare un'occhiatalo vidi attraverso la portaaperta. Sedeva ritto sul cassone davanti ai

fornellicon la testa appoggiata all'indietro contro la paratia. Aveva gliocchi chiusie le sue mani capaci tenevano

aperto il davanti della sua leggera camicia di cotonedenudando tragicamenteil petto possenteche si sollevava in

dolorosi e stentati respiri d'affanno. Non mi udì.

Mi ritrassi silenziosamente e tornai direttamente sul casseretto per dare ilcambio al Francesinoche ormai

aveva un aspetto molto malato. Mi diede la rotta con grande formalità ecercò di allontanarsi con passo baldanzosoma

due volte prima di uscire dalla mia vistabarcollò vistosamente.

E allora rimasi tutto soloa governare la mia naveche correva col vento inpoppa beccheggiando di tanto in

tantoe anche rollando un po'. Ben presto davanti a me apparve Ransome conun vassoio. La vista del cibo mi rese

subito avido. Prese il timone mentre io mi sedevo sul carabottino di poppaper mangiare la mia colazione.

«Sembra che la brezza abbia fatto fuori il nostro equipaggio»mormorò.«Li ha messi tutti fuori

combattimentotutti».

«Sì»dissi. «Credo che tu e io siamo gli unici due uomini sani nellanave».

«Il Francesino dice che gli è rimasta ancora un po' di forza. Non so. Nonpuò essere tanta»continuò Ransome

col suo sorriso melanconico. «Bravo omettoquello. Ma supponiamosignoreche il vento giri quando siamo vicini a

terracosa faremo con la nave?».

«Se il vento cambiasse di colpo quando siamo vicini a terraci manderebbe asbattere contro la costa o ci

strapperebbe gli alberi o tutte e due le cose insieme. Non potremmo farniente per la nave. Sta correndo via con noi

adesso. Tutto quel che possiamo fare è manovrare il timone. È una navesenza equipaggio».

«Sì. Tutti fuori combattimento»ripeté Ransome quietamente. «Ogni tantovado a dar loro un'occhiata a prua

ma c'è ben poco che io possa fare per loro».

«Ioe la navee tutti a bordosiamo in grande debito con teRansome»dissi con calore.

Fece come se non mi avesse uditoe governò in silenzio finché fui pronto adargli il cambio. Mi affidò la ruota

raccolse il vassoio ecome battuta di commiatomi informò che il signorBurns era sveglio e sembrava avesse

l'intenzione di salire sul ponte.

«Non so come impedirglielosignore. Non posso fermarmi tutto il tempo giùda lui».

Era evidente che non poteva. E di fatti il signor Burns comparve sul pontenel suo enorme cappotto invernale

trascinandosi a fatica fino a poppa. Lo guardavo venire avanti con veroterrore. Averlo intorno a delirare sugli

stratagemmi di un morto mentre dovevo governare una nave che correva aprecipizio piena di uomini che stavano

morendo era una prospettiva piuttosto terrificante.

Ma le sue prime osservazioni furono molto assennatetanto nel contenuto chenel tono. Sembrava non

ricordare la scenata notturna. E se la ricordava non si tradì una solavolta. Non parlava neanche molto. Si sedette

sull'osteriggio conall'inizioun aspetto disperatamente malatoma ognifolata di quella brezza fortedavanti alla quale

quel che restava del mio equipaggio era crollatosembrava infondergli unafresca sferzata di vigore. Si poteva quasi

vedere il processo.

Per provare la sua salute mentale allusi di proposito al defunto capitano.Con gran piacere notai che il signor

Burns non mostrava un indebito interesse per l'argomento. Ripercorsebrevemente il vecchio racconto delle iniquità di

quella crudele canaglia con un certo gusto vendicativo e poi inaspettatamenteconcluse:

«Credo propriosignoreche il suo cervello abbia iniziato a non funzionarealmeno un anno prima che

morisse».

Una magnifica ripresa. Non potevo riservarle tutta l'ammirazione chemeritavaperché dovevo rivolgere tutta

la mia mente al timone.

In confronto al languore disperante dei giorni precedenti questa era unavelocità vertiginosa. Due frange di

schiuma fluivano dai masconi; il vento cantava in una nota forte che in altrecircostanze per me sarebbe stata

l'espressione della gioia di vivere. Ogni volta che la vela di maestragiàimbrogliatasi metteva a sbatterefin quasi a

cadere a brandelli nelle sue stesse manovreil signor Burns mi guardava conapprensione.

«Cosa vorrebbe che facessisignor Burns? Non possiamo né serrarla néspiegarla. Spero solo che quella

vecchia tela cada a pezzi da sola e la faccia finita. Questo fracassobestiale mi esaspera».

Il signor Burns si torse le manie all'improvviso sbottò:

«Come farà a portar la nave in portosignoresenza uomini permanovrarla?».

Non seppi rispondere.

Eppurecirca quaranta ore dopo ci entrò. Per merito della terribile risataesorcizzante del signor Burnsil

maligno spettro era stato scacciatoil malefico incantesimo rottolamaledizione tolta di mezzo. Ora eravamo nelle

mani di una Provvidenza benevola e vigorosa che ci spingeva avantivelocemente....

Non dimenticherò mai l'ultima nottebuiaventosa e stellata. Io governavo.Il signor Burnsdopo aver ottenuto

da me la promessa solenne di dargli una pedata se accadeva qualcosasiaddormentò profondamente sul ponte vicinoalla chiesuola. I convalescenti hannobisogno di dormire. Ransomela schiena appoggiata contro l'albero di mezzana e

una coperta sulle gamberestò perfettamente immobilema non credo cheabbia chiuso occhio un solo momento.

L'incarnazione dell'esuberanzail Francesinoancora sotto l'illusione diavere delle riserve di energiaaveva insistito per

unirsi a noi; ma rispettoso della disciplinasi era sdraiato nel punto piùlontano possibile del casserettoaccanto alla

rastrelliera dei buglioli.

E io governavotroppo stanco per sentir ansiatroppo stanco per pensiericoerenti. Avevo momenti di tetra

esultanza e poi il mio cuore sprofondava nella disperazione al pensiero diquel castello di prua all'altro capo del ponte

scuropieno di uomini brucianti di febbre - alcuni moribondi. Per colpa mia.Ma pazienza. Il rimorso poteva aspettare.

Io dovevo governare.

Nelle ore piccole il vento si indebolìpoi cadde completamente. Verso lecinque ritornòabbastanza teso per

permetterci di puntare sulla rada. L'alba trovò il signor Burns che sedevaincuneato tra rotoli di cavi sul carabottino di

poppae dalle profondità del suo cappotto governava la nave con mani ossutee bianchissime; mentre Ransome e io

correvamo lungo i ponti a mollare tutte le scotte e le drizze. Poi ciprecipitammo alla punta estrema del castello di prua.

Il sudore della fatica e di puro nervosismo sgorgava copioso dalle nostreteste mentre ci affannavamo per mettere le

ancore in posizione di lancio. Non osavo guardare Ransome mentre lavoravamofianco a fianco. Scambiavamo brevi

parole. Lo sentivo ansimare vicino a me ed evitavo di volgere gli occhi dallasua parte per paura di vederlo cadere e

spirare nell'atto di spremere le sue forze - per cosa? In realtàper unconsapevole ideale.

Il consumato marinaio che era in lui si era destato. Non aveva bisogno diordini. Sapeva cosa fare. Ogni sforzo

ogni movimento era un atto di coerente eroismo. Non spettava a me sorvegliareun uomo così ispirato.

Quando alla fine tutto fu prontolo udii dire: «Non sarà meglio che scendaa liberare gli strozzatoisignore?».

«Sì. Vai»risposi. E anche allora non lo guardai. Dopo poco la sua vocesalì dal ponte principale:

«Ai suoi ordinisignore. Tutto pronto qui al salpa ancore».

Feci segno al signor Burns di portare la barra sottovento e poi calai leancore una dopo l'altralasciando che la

nave si prendesse quanta catena voleva. Ne prese la maggior parte di tutte edue prima di arrestarsi. Le vele allentate

venendo a collo cessarono il loro frastuono esasperante sopra la mia testa.Regnava sulla nave una profonda quiete. E

mentre indugiavo a pruaun po' stordito da quella pace improvvisacaptaiappena qualche lamento e l'incoerente

borbottio dei malati nel castello di prua.

Siccome sull'albero di mezzana avevamo alzato il segnale di richiesta diassistenza medicaprima ancora che la

nave fosse completamente ferma si affiancarono tre lance a vapore cheprovenivano da diverse navi da guerra. Si

arrampicarono a bordo non meno di cinque medici militari. Rimasero in gruppoa osservare in lungo e in largo il ponte

principale desertopoi guardarono in altoma nemmeno qui si vedeva un uomo.

Mi avviai verso di loro: figura solitaria in pigiama a righe azzurre e grigiecon in testa un casco di sughero

imbiancato a calce. La loro irritazione era estrema. Si erano aspettati deicasi chirurgici. Ognuno di loro si era portato

gli strumenti per incidere. Ma presto superarono il loro disappunto. Nonerano passati cinque minuti che una delle lance

a vapore filava verso riva per chiedere una grossa barca e qualche infermieredell'ospedale per portar via l'equipaggio.

La grossa lancia a vapore tornò alla nave da guerra per prelevare i suoimarinai che serrassero le mie vele.

Uno dei chirurghi era rimasto a bordo. Uscì dal castello di prua con ariaimpenetrabilee notò il mio sguardo

indagatore.

«Non c'è nessun morto lìse è questo che vuole sapere»disseflemmatico. Poicon tono meravigliato

aggiunse: «Tutto l'equipaggio!».

«E molto gravi?».

«E molto gravi»ripeté. I suoi occhi vagarono su tutta la nave. «Santocielo! E quello cos'è?».

«Quello»dissi guardando a poppa«è il signor Burnsil mio primoufficiale».

Il signor Burnscon quella testa da moribondo che si muoveva sul gambo delsuo collo sottileera uno

spettacolo davanti a cui chiunque si sarebbe stupito.

«Va anche lui all'ospedale?»chiese il dottore.

«Ohno»dissi giocosamente. «Il signor Burns non può andare a terrafinché non ci va l'albero maestro. Sono

molto orgoglioso di lui. È il mio unico convalescente».

«Lei sembra..»iniziò il dottore guardandomi fisso. Ma lo interruppirabbioso:

«Non sono malato».

«No... Ma l'aspetto è strano».

«Behvedesono rimasto diciassette giorni sul ponte».

«Diciassette!... Ma avrà pur dormito».

«Immagino di sì. Non lo so. Ma sono certo di non aver dormito nelle ultimequaranta ore».

«Fii!... Andrà subito a terrano?».

«Non appena possibile. A terra ho da sbrigare un mucchio di faccende».

Il medico mi lasciò andare la manoche mi aveva preso mentre parlavamotirò fuori il suo ricettarioci scrisse

sopra rapidamentestrappò la pagina e me la diede.

«Le consiglio vivamente di farsi fare questa prescrizione a terra. A menoche non mi sbagli di grosso questa

sera ne avrà molto bisogno».

«Che cos'è?»chiesi sospettoso.«Un sonnifero»rispose il medicoseccamente; e dirigendosi con aria interessata verso il signor Burns si mise a

parlare con lui.

Quando andai sottocoperta a vestirmi per scendere a terraRansome mi seguì.Si scusavama anche lui

desiderava essere sbarcato e liquidato.

Lo guardai sorpreso. Aspettava la mia risposta con aria ansiosa.

«Non vorrai mica lasciare la nave!»esclamai.

«In realtà sìsignore. Voglio andar via a riposare tranquillo da qualcheparte. Qualsiasi parte. L'ospedale andrà

benissimo».

«MaRansome»dissi«non sopporto l'idea di separarmi da te».

«Devo andare»mi interruppe. «Ne ho il diritto!». Ansimavaeun'espressione di determinazione quasi

selvaggia passò sul suo volto. Per un istante fu un altro essere. E sotto ilvalore e la prestanza dell'uomo vidi l'umile

realtà delle cose. Per lui la vita - questa precaria e dura vita - era undono prezioso che temeva di perdere.

«Certo che ti liquiderò se lo desideri»mi affrettai a dire. «Ti chiedosolo di restare a bordo fino a questo

pomeriggio. Non posso lasciare il signor Burns completamente solo sulla naveper delle ore».

Si addolcì subito e mi assicurò con un sorriso e con la sua gradevole vocenaturale che lo capiva perfettamente.

Quando tornai in coperta tutto era pronto per portare via gli uomini. Ful'ultima prova ordalica di quell'episodio

cheanche se non lo sapevomi aveva maturato e temprato il carattere.

Fu terribile. Passarono l'uno dopo l'altro sotto i miei occhi - ognuno diloro un rimprovero vivente della specie

più amaratanto che sentii risvegliarsi in me una specie di ribellione. Ilpovero Francesino aveva improvvisamente

ceduto. Venne trasportato senza sensi davanti a mela sua comica facciaorrendamente arrossata e come gonfiatache

respirava a fatica. Sembrava più che mai Pulcinellaun Pulcinellavergognosamente ubriaco.

L'austero Gambrilinveceera temporaneamente migliorato. Insistette percamminare sulle sue gambe fino alla

battagliolanaturalmente con qualcuno che lo aiutava al suo fianco. Ma almomento di essere calato fuori bordo

improvvisamente fu preso dal panico e iniziò a gemere pietosamente:

«Non permetta che mi mollinosignore. Non permetta che mi mollinosignore!». Mentre io gli gridavo con

accenti rassicuranti: «Sta tranquilloGambril. Non ti molleranno! Non timolleranno!».

Senza dubbio era molto ridicolo. I marinai della nave da guerrache eranosul nostro pontesogghignavano

tranquillamentee Ransome stesso (già lì pronto a dare una mano) per unmomento passeggero accentuò il suo

malinconico sorriso.

Me ne andai a terra sulla lancia eguardando indietrovidi il signor Burnsritto accanto al coronamentocon

ancora addosso il suo enorme cappotto di lana. La luce viva del sole facevarisaltare in modo sorprendente quel che

c'era in lui di strano e di misterioso. Sembrava un orribile ed elaboratospaventapasseri piantato sul casseretto di una

nave colpita dalla morteper tener lontani gli uccelli marini dai cadaveri.

La nostra storia aveva già fatto il giro della città e tutti a terra simostrarono molto comprensivi. La Capitaneria

mi dispensò dal pagare i diritti di portoe siccome nella Casa del marinaioc'era l'equipaggio di una nave che aveva fatto

naufragio non ebbi difficoltà a trovare tutti gli uomini che volevo. Maquando chiesi se potevo vedere un momento il

capitano Ellis mi venne dettocon tono compassionevole di fronte alla miaignoranzache il nostro sostituto di Nettuno

era andato in pensione ed era rimpatriato circa tre settimane dopo che avevolasciato il porto. Perciò la mia nominaa

parte le pratiche di ordinaria amministrazionedoveva essere stata l'ultimoatto della sua carriera.

Sbarcandofui stranamente colpito dal passo scattantegli occhi vivacilaforte vitalità di chiunque incontrassi.

Ne rimasi molto impressionato. E fra quelli che incontrai c'eranaturalmenteil capitano Giles. Sarebbe stato davvero

straordinario non incontrarlo. Quando era a terrauna prolungata passeggiatanel quartiere degli affari della città lo

teneva regolarmente impegnato tutte le mattine.

Scorsi fin da lontano il luccichio della catena d'oro dell'orologio che gliattraversava il petto. Irradiava

benevolenza.

«Cosa mi tocca sentire?»indagò con un sorriso da "vecchiozio"dopo avermi stretto la mano. «Ventun giorni

da Bangkok?».

«Tutto qui quello che ha sentito?»dissi. «Deve venire a pranzo con me.Voglio che lei sappia esattamente in

che guaio mi ha messo».

Esitò quasi un minuto intero.

«Va beneverrò»decise infine con condiscendenza.

Entrammo nell'albergo. Scoprii sorpreso di avere un grande appetito. Poisulla tovaglia sparecchiatagli

snocciolai tutta la storia da quando avevo preso il comandoin ogni suoaspetto professionale ed emotivomentre lui

fumava tranquillo il grosso sigaro che gli avevo offerto.

Quindi giudiziosamente osservò:

«Deve sentirsi ben stanco a quest'ora».

«No»dissi. «Non stanco. Le dirò io come mi sentocapitano Giles. Misento vecchio. E devo esserlo. Tutti voi

qui a terra mi sembrate una banda di sbarbatelli che non hanno mai conosciutouna preoccupazione al mondo».

Non sorrise. Aveva un'aria insopportabilmente esemplare. Dichiarò:

«Passerà. Ma è verosembra davvero più vecchio».

«Aha!»dissi.

«No! No! La verità è che nella vita non si deve dare troppo peso a nullané in bene né in male».«Vivere a mezza velocità»mormorai con cattiveria.«Non tutti possono farlo».

«Sarà abbastanza contento adesso se potrà continuare a procedere persinocon quel passo»ribatté con la sua

aria di consapevole virtù. «E c'è un'altra cosa: un uomo deve saperaffrontare la sua cattiva sortei suoi errorila sua

coscienza e tutto quel genere di cose. Contro cos'altro si dovrebbecombattere altrimenti?».

Rimasi zitto. Non so cosa mi lesse sul voltoperché improvvisamente michiese:

«Comenon sarà mica scoraggiato?».

«Dio solo lo sacapitano Giles»fu la mia risposta sincera.

«Non c'è niente di male»disse con calma. «Imparerà presto a nonscoraggiarsi. Un uomo deve imparare tutto

ed è quello che tanti di questi giovanotti non vogliono capire».

«Io non sono più un giovanotto».

«No»concesse. «Parte presto?».

«Vado direttamente a bordo»dissi. «Tirerò su una delle mie ancore edarò mezzo cavo all'altra non appena il

mio nuovo equipaggio verrà a bordoe partirò domattina all'alba».

«Davvero?»grugnì il capitano Giles in segno di approvazione. «Così sifa. Ci riuscirà».

«Che cosa si aspettava? Che mi sarei preso una settimana di riposo aterra?»dissi irritato dal suo tono. «Non

c'è riposo per me finché la nave non sarà al largo nell'Oceano Indianoeanche allora ce ne sarà poco».

Tirò una boccata dal sigaro con aria incupitacome trasfigurato.

«Sìtirate le sommeè proprio così»disse in tono assorto. Era comese un pesante sipario si fosse alzato

lasciando scoperto un inaspettato capitano Giles. Ma fu solo per un istanteil tempo necessario perché aggiungesse:

«Nella vita c'è ben poco riposo per tutti. Meglio non pensarci».

Ci alzammolasciammo l'albergoe con una calda stretta di mano ci separammoper stradaproprio quando

per la prima volta da quando ci conoscevamocominciava a interessarmi.

Quando tornai sulla nave la prima cosa che vidi fu Ransome sul cassero sedutoquietamente sulla sua cassetta

da marinaio accuratamente legata.

Gli feci cenno di seguirmi nella salettadove mi sedetti per scrivere unalettera di raccomandazioni per lui a un

tale che conoscevo a terra.

Appena finita la spinsi attraverso il tavolo. «Può esserti utile quandolascerai l'ospedale».

La prese e se la mise in tasca. I suoi occhi guardavano lontano da me - nelvuoto. Il volto era ansiosamente

teso.

«Come ti senti adesso?»chiesi.

«Non mi sento male adessosignore»rispose rigido. «Ma ho paura di quelche può capitare...». Il melanconico

sorriso gli tornò sulle labbra per un istante. «Ho ... ho una fifa tremendaper il mio cuoresignore».

Mi avvicinai tendendogli la mano. I suoi occhiche non mi guardavanoavevano un'espressione tirata. Come di

un uomo che tenda l'orecchio a un segnale d'allarme.

«Non vuoi che ci stringiamo la manoRansome?»chiesi con delicatezza.

Uscì in un'esclamazione di sorpresasi fece di fuocomi strinse forte lamano esubito doporimasto solo nella

salettalo ascoltai salire cautamente la scalagradino dopo gradinocon lapaura mortale di destare improvvisamente

l'ira della nostra comune nemica che era suo duro destino portareconsapevolmente nel suo petto leale.