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EDMONDO DE AMICIS

 

 

AMORE E GINNASTICA

 

 

 

Al canto di via dei Mercanti il segretario fece una profondascappellata all’ingegner Ginoniche gli rispose col suo solito: - Buongiornosegretario amato!- poi infilò via San Francesco d’Assisi perrientrare in casa. Mancavano venti minuti alle nove: era quasi certo d'incontrarper le scale chi desiderava.

A dieci passi dal portone intoppò sul marciapiedi il baffutomaestro di ginnastica Fassiche leggeva delle prove di stampa: questi sisoffermòe mostrandogli i foglidisse che stava scorrendo le bozze d'unarticolo sulla sbarra fissa della maestra Pedaniscritto per il «NuovoAgone»giornale di ginnasticadel quale egli era uno dei principaliredattori.

- È giusto- soggiunse- quello che dice. Non ci ho dadare che qualche ritoccoqua e là. Ah! È veramente una maestra di ginnastica.Non dico per scrivere: ciascuno ha le sue facoltà. E poinella ginnasticacome scienzail cervello d'una donna non sfondasi sa. Ma come esecutricenonce n'è un'altra. Giàmadre natura l'ha fabbricata per quello: le ha dato leproporzioni schelettoniche più perfette che io abbia mai visteuna cassatoracica che è una maraviglia. L'osservavo giusto ieri nella rotazione delbustoche faceva per esperimento. Ha la flessibilità d'una bambina di diecianni. E mi vengano a dire i signori estetici che la ginnastica sforma ilbel sesso! Quella maneggia i manubri come un uomoe ha il più bel braccio didonnase lo vedesse nudoche si sia mai visto sotto il sole. La riverisco.

Cosí egli troncava bruscamente ogni discorso per imitare ilcelebre Baumannil grande ginnasiarcacom'egli lo chiamava; che era il suoDio. Il segretario rimase pensieroso.

Quel feroce maestro Fassisenza saperlolo andavatormentando da un pezzo con tutti quei ragguagli descrittivi delle forze e dellebellezze della maestraa cui egli già troppo pensava. Ora quelle due immaginidel busto roteante e del braccio nudo gli crebbero l'agitazione con la quales'avviava sempre verso la scalaquando sperava d'incontrarvi la sua vicina.

Salí i primi scalini a passi lenti e leggericon l'orecchiotesoe quando fu sul primo pianerottoloudendo sopra uno stropiccio di piedisi sentí salire il sangue alle guance. Erano la maestra Pedani e la maestraZibelli che scendevano insiemecome di solitoper andare alla scuola. Egliriconobbe la voce di contralto della prima.

Quando si trovaron di frontea metà della seconda branca discalail segretario si fermòlevandosi il cappelloe invece di guardar laPedanivinto dalla timidezzaguardòcome faceva semprela sua compagna; laqualeanche questa voltacredette d’esser lei la cagione del suo turbamentoe lo incoraggiò con un sorriso amorevole. E tennero uno dei soliti dialoghettistupidi di quelle occasioni.

- Cosí presto vanno alla scuola? - balbettò lui.

- Non è tanto presto- rispose con voce dolce la maestraZibelli; - sono a momenti le otto e tre quarti.

- Credevo… le otto e mezzo

- I nostri orologi vanno meglio del suo.

- Può darsi. C'è una nebbia questa mattina!

- La nebbia precede il buon tempo.

- Qualche volta... Speriamo. E… al piacere di rivederle!

- A rivederla.

- A rivederla.

Arrivato a capo della scalail segretario si voltòrapidamente e fece ancora in tempo a lanciare un'occhiata ladra alla bellaspalla e al braccio poderoso della Pedaninel momento che la Zibellisenza chela sua amica se ne avvedessesi voltava a lanciare a lui uno sguardosorridente.

Allora egli prese una risoluzione. Nonon poteva continuarein quella maniera; quella nuova sciocca figurach’egli aveva fatto inpresenza di leigli dava l'ultima spinta. Non gli era possibile regger piùoltre con quel tormento di desiderio in corpoinasprito ogni giorno daquegl'incontrinei quali non gli riuscíva neppure di procurarsi il gusto diguardarla. Era deciso: avrebbe mandato la lettera che teneva da una settimanasul tavolino: voleva una sentenza di vita o di morte

Arrivato al secondo pianoaprí l'uscío con un movimentorisolutoe andò difilato verso la camera di suo zioil commendatore Celzanipadrone di casaper rimettergli le pigioni dell'altra sua casa di Vanchigliaeandar subito dopo a rilegger l'ultima volta la lettera che doveva decidere delsuo destino. Ma a un passo dall'uscioudendo due voci nella cameras'arrestòe messo l’occhio al buco della serraturavide in compagnia del padrone unuomo bassotto e grassocon un largo viso imberbe e rugoso di ragazzoinvecchiato e enfiato ad un trattoe una piccola parrucca nera messa pertraversoch'egli conosceva da un pezzo. Era il direttore generale delle scuolemunicipali chepassando ogni mattina per via San Francesco per andareall'uffiziosaliva ogni tanto a salutare il commendatorecol quale avevastretto amicizia intimaotto anni primaquando quegli era assessore supplentedell'istruzione pubblica. Non di menoessendo diventato diffidente di tuttidopo che aveva il segreto di quella passione nel cuoreil segretario si mise aorigliare all'uscíocol sospetto che parlassero di lui. Si tranquillò un pocoudendo che il direttore discorrevasecondo la sua consuetudinedelle grandi edelicate difficoltà della propria caricaper ciò che riguardava le maestre.

- Lei capisce- diceva con voce asmatica e lenta- vanno adar lezioni in famiglie nobilihanno conoscenze fra i deputati e i senatorialcune sono anche in relazione con alti funzionari del Ministero. Bisogna andareadagio. Qualche volta son perfino appoggiate dalla casa di Sua Maestà. Si fapresto a sollevare un vespaio. È una caricalei lo sache richiede un tattouna delicatezza... che pochi hanno. Si tratta di mandare avanti una famiglia daduecento cinquanta a trecento fra signorine giovani e maturemaritate e vedoveprovenienti da tutte le classi socialie con loroun corpo di direttriciche... sarebbe più comodo aver da fare con le trenta principesse di casaHohenzollern. S'immagini i pensieri che mi dànno fra amorimalattiematrimonilune di mieleesamipuerperirivalitàcontrasti con superiori eparenti... Creda chealle volteio darei del capo nel muro.

E andava avanti cosísulle generali. Il segretariorassicurato del tuttosi trasse in disparte ad aspettare. Uscíto appena ildirettoreentrò dallo zioch’era ancora seduto sulla poltronaravvoltonella veste da cameracoi suoi gravi e dolci occhi azzurri fissi alla vôltacome assorto in contemplazioni celestie resogli conto del suo operatoglimise sul tavolino i biglietti di banca. Quegli fece un cenno d’approvazionecon la sua bella testa biancasenza parlarecom’era suo usoe volti dinuovo gli occhi per ariasi rimise a pensare. Allora il segretario se n’andòin punta di piedientrò nella sua cameracavò da un cassetto chiuso unalettera di quattro facciate scritte con perfetta calligrafiala rilesse conprofonda attenzionela rimise nella busta con gran riguardovi attaccò unfrancobollo con molta curauscí di casa senza farsi sentiree arrivato alcanto della stradadopo esser rimasto un po’ incerto con la mano alzatadavanti alla buca delle letterevi lasciò cadere la sua. Poi tirò un lungorespiro. Il dado era tratto. Non c'era più che a rimettersi a Dio.

 

Il segretario Celzani passava di pochi anni la trentina; maaveva la compostezza d'aspetto e di modi d'un uomo di cinquantauna figura dinotaio da commedia o di precettore di casa patrizia clericale. Rimasto orfano daragazzoera stato raccolto da uno zio maternoparroco di villaggiochel'aveva tirato su in sagrestia e poi messo in seminario per farlo prete; mamorto il parrocolasciandogli un po’ di peculiol'aveva levato di seminarioe preso in casa sua lo zio Celzanivedovo senza figliuoliper fargli fare dasegretario e da fattore di campagna: ufficio in cui egli metteva una probità euno zelo veramente esemplari. Andava in chiesafrequentava dei pretie diprete gli eran rimaste certe mosse e certi atteggiamenticome quello di tenerspesso una mano nell'altra serrate sul pettol'avversione ai baffi e alla barbae l’abitudine di vestir tutto di scuroma non era bigottoe si vantava senzamentire d'essere patriotta e liberale. Ciò non ostantea cagione della suaapparenzatutti gl'inquilini della casa lo chiamavano da anniper celiadonCelzani. E pure trovando in lui un'ombra leggiera di ridicololo stimavano egli volevano benepoiché era cortese e servizievoletimidamente rispettosocon tuttie sempre eguale; non avendoquando la sua pazienza era messa allapiù dura provaaltra esclamazione più risentita di quella di: «Dio grande!»ch'egli metteva fuori alzando gli occhi al cielo e allargando le bracciainatto d'invocazione. Ma v’era un lato della sua natura che nessuno conosceva.Sotto quell’aspetto composto di prete travestito si celava un temperamentofisico vivacissimouna forte sensualità contenutanon per ipocrisiama inparte per timidezzain parte per sentimento di decoroe dissimulata per lopiù da un'aria di profonda meditazione. A veder per la strada quell’uomovestito di neroun po’curvocoi capelli scuri spioventicol viso lisciocon due occhi cosí piccoli che quando sorrideva non si vedevan piùcon unnaso lungo e sottile di ascetacon un’andatura come s’egli studiasse difarsi piccoloe sempre con lo sguardo rivolto a terraa dieci passi davanti asénessuno avrebbe mai pensato che non sfuggisse alla sua vista né un piedinoscoperto sul montatoio d'una carrozzané una fotografia libera in una vetrinané una coppia tortoreggiante sotto un portonené alcuna cosa od immagine chepotesse eccitare i sensi. Un osservatore non avrebbe potuto riconoscere il suotemperamento che dalla grande bocca mobileche pareva formata di dueserpentelli vermiglie da certe ondate di sangue cheal passar di certipensierigli coloravano per un momento il collo e la faccia. Certola buon’animadello zio prete non avrebbe potuto seguirlo in ogni suo passo; ma la suacondotta era cosí dignitosamente prudenteche anche chi conosceva meglio lesue abitudini non iscopriva nulla che gli potesse far sospettare ch’egli nonfosseanche per quel riguardoquel che pareva. Del restoegli era una diquelle nature nella loro sensualità non volgarile quali non si abbandonano alvizio perché non vi si appaganoe son fatte per non trovare appagamento che inun possesso unicosicuro ed onestonon scompagnato dall’affetto: naturepiù che semplicemente sensualiamoroseche aspettano e cercanofrenandosisenza grande sforzofin che non trovino incarnato un certo ideale fisico emoraleche covano in mente; nel quale sono forse più difficili a contentarsi d’altriuomini più freddi e più raffinatia cui non fa velo il fumo della passione.

 

Ora egli avea trovato quest'ideale nella maestra Pedanilombardavenuta tre mesi primasul cominciar di dicembread abitare con lasua collega Zibelli in un quartierino al terzo piano di quella casadi fronteall'uscio del maestro Fassiil quale l'aveva tirata là per assicurarsi megliola sua cooperazione preziosa al «Nuovo Agone». Quell'alta e robusta giovane diventisette anni «larga di spalle e stretta di cintura» modellata come unastatuache spirava da tutto il corpo la salute e la forzae che sarebbe statabellissima se non avesse avuto un nasino non finito e un’espressione di viso eun'andatura un po’ troppo viriligli aveva fattofin dal suo primo apparirel’effetto d'una persona lungamente desiderata e aspettata. Era il tipo cheaveva accarezzato nei suoi sogni ardenti di seminaristala figura che avevavagheggiato confusamente per tutto il corso della sua calda gioventù castigata.La prima volta che era salito in casa sua a prender da lei la pigione anticipatadel trimestrenon gli era riuscito di contare i biglietti da cinque ch’essagli aveva messo in fila sul cassettone. Da quel giorno la sua passione eraandata crescendo a vampate. E appena egli ebbe compresodal contegno di leiilsuo carattere vigoroso e calmorepugnante a ogni civetteriache quasi non lelasciava avvertire l'impressione prodotta dalla propria personae non davasperanza alcuna né di leggerezze né di capricciil pensiero di lui andòdiritto e risoluto al matrimoniocome all’unico modo possibile di conseguirela soddisfazione dei suoi desideri. Non ostante il suo ardoreper altroegliprevedeva le difficoltà che avrebbe ragionevolmente opposto lo zio al suomatrimonio con una maestra sola e senza fortuna; ma a sperare che il no nonsarebbe stato assoluto lo confortava in parte il fatto d'una passione singolaredi cui pareva acceso il commendatorela sola ch'ei gli conoscesse: uno spiritoattivissimo di propaganda in favore della ginnastica educativach’egli avevapromosso in tutti i modi durante il suo breve vice-assessorato dell'istruzione;dalla qual propaganda s'era poi sdatoma serbando una viva e costante simpatiaper tutti gli spettacoli ginnastici di scuolecollegiistitutiaccademie edesamidi cui non perdeva uno soloessendo invitato a tutti come uno dei primie più benemeriti fondatori della Palestra di Torino. Era appunto questasimpatia per la ginnastica che gli aveva fatto ridurre d'un terzo la pigione almaestro Fassiconosciuto da lui alla Palestra molti anni primae accordar lostesso favore alla signorina Pedanimaestra di ginnastica in vari istitutinota per la sua valentía d'insegnante e per i suoi articoletti vivaci neigiornali tecnici. Il segretario pensava che lo stesso sentimento che gli avevafatto calar la pigione all'inquilina gli avrebbe fatto scemar l'opposizione allasposa. Da questa partedunquenon era la difficoltà più terribile. La piùterribile era quella di arrischiarsi a dichiarare aperto a lei la sua passione;al che s’era formidabilmente opposta per tre mesi la sua invincibiletimiditàcagionata sopra tutto dalla considerazione della grande inferioritàch'egli riconosceva in sérispetto alla maestradal lato dei pregi esterioridella persona. Da tre mesiconoscendo appuntino l'orario di tutte le suelezioniegli s'ingegnava ogni giorno e più volte al giornod'uscire o dirientrare in casa in quei dati momentiper incontrarla per le scale ed aprirleil suo cuore; e cento volte l'aveva incontrata; ma non una gli era venuto fattodi cacciar dalla bocca altro che le più usuali e scipite parole. E non gliserviva prepararsi prima la fraseinghiottire in furia due bicchierini diCalusoo cercare il coraggio nel sentimento della onestà dei suoi fini: quandosi trovava di fronte a quell’alta e forte ragazzache o stesse sullo scalinodi sopra o su quel disottogli pareva sempre che lo dominasse come una figuracolossaletutto il suo ardimento fittizio cadeva senza che il più delle volteegli osasse nemmeno di staccare lo sguardo di torno alla sua bella vita o dallesue spalle stupende per sollevarlo fino al suo viso. Non era forse neppurriuscito a farle indovinare la propria passionetanto era tranquilla e sempreuguale la disinvoltura di giovanotto con la quale essa lo salutava e gliparlava. E cosí egli viveva ruminando il suo amoreaggiungendo ogni giornol'eccitamento d'una nuova immagine a una interminabile collezione diatteggiamentidi suoni della vocedi mossedi guizzi della personach’egliaveva in capo e che passava a rassegna di continuomeditandoli ad uno ad uno eassaporandoli con una voluttà e con un tormento crescentiche non gli davanpiù pace. Finalmentenon ci potendo più reggereaveva scritto la lettera.

La casa si prestava ai maneggi e ai segreti d'una passioneamorosa. Era una delle più vecchie case di Torinoun antico conventodicevano: senza soffittesenza terrazzini sul cortilecon due sole scale malrischiarate: su ciascuna delle quali non eran che sei quartierila più parteassai piccolie abitati tutti da gente tranquilla. Sulla scala del padron dicasaal primo pianoabitava l'ingegner Ginonicon la sua famigliacon laquale la Pedani era in relazione per essere stata maestra elementare d'una dellefigliuoleche allora era alunna della scuola Margherita. Stavano sullo stessopiano due vecchie sorelle agiatetutte di chiesascrupolose a segno che nonalzavan mai gli occhi in viso ad un uomoe buonissime in fondo; le quali avevanda prima salutato la Pedani cortesemente e poi smesso di salutarladopo che pervia delle persone di servizio avevan saputo che essa frequentava un corso dianatomia e fisiologia applicate alla ginnasticafatto dal dottor Gamba. Alsecondo pianoin faccia al commendatoreabitava un vecchio professor diletterecerto cavalier Padalocchivedovo e pensionatoun linguista terribiledicevanoma di maniere compitissime; il quale s'accompagnava qualche volta conla Pedani su per la scalaparlandole dei suoi malanni. Il terzo piano era tuttoscolastico e ginnasticoe i due quartieriper la vita che vi si menavaeransenza dubbio i più bizzarri della casa: quello delle maestre principalmenteacagione delle differenze grandi che correvano fra di loronell'indole e nellavitale quali facevan parere strano che si fossero decise a mettersi insieme.La Zibelli aveva trentasei anni ed era anche nel fisico l’opposto della suaamica. Alta essa pure; ma magrae stretta di spalle; un viso bellinoma troppopiccoloe già appassito: non aveva che i contorni apparenti d'un corpo benfattograzie al gusto con cui si vestivae dal suo modo di buttare i piedi sicapiva che i suoi ginocchi erano troppo intrinseci amici. Doveva esser stata unagiovinetta assai simpatica: aveva avuto dei capelli castagni bellissimi: la suagloria era d’aver innamoratoalla scuola Domenico Bertiun giovaneprofessore di fisicail quale arrossiva interrogandola; ma la gloria eraanticae i capelli s’eran diradati. Le amarezze della lunga vita di ragazzaper cui non era natale avevan messe due pieghe aspre agli angoli della boccae un che di torbido negli occhi che rivelava un’anima malcontenta. Il fondoera rimasto buonocon questo; ma l'umore irritabile e mutevole lo guastava.Essa aveva fatto amicizia con la Pedani fin da quando questa era entrata nellasua sezione municipalepresa subito da una simpatia di sorella maggiore perquella bella ragazzona incurante di sé e delle cose domestichecon la qualeaveva comune l’entusiasmo per la ginnastica; e le si era stretta anche meglioper soffocare con l’affetto un principio di gelosia e d'invidia che sentivaper la sua opulenta bellezza. Per questoanzile aveva proposto di far casafra duee vivevano insieme da due anni. Ma col crescere della familiarità s’erapresto turbata la buona armonia. La prima discordia era nata l’anno avantinell’occasione del grande congresso ginnastico di Torinonel qualedeterminandosi la divisione fra le due scuole obermannista e baumannistalaPedani s'era gittata risolutamente nella secondach’era la più arditael'altra era rimastacome voleva l'indole sua più femmineanella prima. Poierano sorti altri dissensi da cause più gravi. La Zibelli s'innamorava ognimomentocon una incredibile facilità a credersi corrispostaper uno sguardoper una frase gentile od equivocaper il più piccolo atto di cortesia d'unmaestrod'un superiored'un parente d'una sua alunna; e semprein questeaccensioni subitanee della fantasiatrovava o le pareva di veder sorgere trasé e il supposto amante la sua bella amicache sviasse l'attenzione di luidalla sua personaattirandola sulla propriaforse involontariamentema perquesto appunto con suo più vivo dispetto. E allora seguivano dei bruttiperiodidurante i quali essa non la poteva soffriree attaccava questioniinterminabili per un lume messo fuori di postoperché quella si levava troppoprestoperché si faceva aspettare a tavolaper tutti i più futili pretesti;irritata anche più del non trovare alcuna presa alla sua stizza in quell'animosano in corpo sanoin cui circolava la vita rapida e calda e pareva che l’operositàcontinua ed allegra soffocasse ogni senso per i piccoli screzi della vitadomestica. Poi la Zibelli s'incapricciva d'un altroe fin che l'illusioneduravatornava con essa all'amicizia espansiva e protettrice dei primi giorniaiutandola a vestirsidivertendosi del suo disordinecompiacendosi quasi dell’ammirazionecon cui la vedeva guardata. Senonchévia via che le delusioni si succedevanocom’ella credevaper cagion di leile manifestazioni della sua acrimonia s’andavanfacendo più fortie duravan più a lungo. Oraquando era in uno di questiperiodinon le si accompagnava più per andar a scuolasparlava di lei coivicinistava delle intere giornate senza aprir bocca o la contradicevaferocemente dalla mattina alla sera. Ma sempre senza riuscire a metterla incollera. Nelle discussionil’amica le dava ragione quando l’avevaragionava pacatamente nel caso contrarionon dando importanza altro che alfondo della cosae quando la Zibelli le teneva il bronciosi contentava diguardarla ogni tantoin atto di curiositàseguitando a fare gli affari suoinaturalissimamenteimmutabile nella sua amicizia virilesenza tenerezze esenza grillila quale non dava moltoma pretendeva poco. L'ultima rottura eraseguita a cagione del maestro Fassiche aveva ispirato alla Zibelli una caldasimpatiae di cui le continue conferenze con la Pedani a proposito dellaginnastica la indispettivano acerbamente; ed essa avrebbe compito allora ilproponimentofatto molte voltedi piantar la casase la forza dell'abitudineun resto di bontà e il non avere alcun pretesto confessabilenon l’avesserorattenuta. Ma più di tutto aveva poi giovato a ritenerla la persuasione che ilsegretario si fosse innamorato di lei. E non soltanto era rimastama eratornata con l'amica alle tenerezze di prima.

Ma neppure a questo la Pedani aveva badato. Essa viveva d'unsolo pensiero: la ginnastica; non per ambizione o per spassoma per profondapersuasione che la ginnastica educativadiffusa ed attuata com'essa ed altril'intendevanosarebbe stata la rigenerazione del mondo. Alla predilezione diquell'insegnamento l’aveva sempre portata il suo carattere maschioavversotanto ad ogni mollezza e sdolcinatura dell'educazioneche nei componimentidelle alunne essa cancellava inesorabilmente tutti i vezzeggiativie nontollerava nemmeno i più usuali dei nomi di battesimoconsacrati dal calendariodei Santi. Ma dopo il nuovo impulso dato alla ginnastica dal ministro De Sanctise la propaganda potente del Baumannla sua era diventata una vera passionechele aveva procacciato una certa notorietà nel mondo scolastico torinese. Oltread insegnar ginnastica nella sezione femminile Monvisodov’era anche maestraordinariaessa insegnava alla scuola Margheritaall'Istituto delle Figlie deimilitariall'Istituto del Soccorsoe alle bimbe dei soci della Palestradandoda per tutto all'Insegnamento la mossa vigorosa del proprio entusiasmo. Parevaveramente nata fatta per quell'unica cosa. Non riusciva soltanto ad eseguireper suo piacerei più difficili esercizi virili alla sbarra fissa e alleparallele: era anche riuscitacon lo studiouna insuperabile maestra diteoriaammirata da tutti gl'intendenti per la rara prontezza nel variar gliesercizidei quali si era fatta di suo caporazionalmenteinnumerevolicombinazioniper la singolare vigoria del comandoche rendeva i movimentiprontifacili e simultaneiper il colpo d’occhio acutissimoa cui nonsfuggiva la più piccola irregolarità di atteggiamento o di mossa anche nelleschiere di alunne più numerose. Seguiva allora un corso d'anatomia allaPalestra; ma n'aveva seguito già un altro con gran diligenzadue anni avantiaiutandosi con molte letture; di modo che poteva fondare e regolare il suoinsegnamento sopra una cognizione più che mediocre dell'organismo umano edell'igiene. Alla prima occhiata riconosceva se una ragazza avesse attitudine ono alla ginnasticaesaminava i corpi mal formaticercava le spalleasimmetrichei petti gibbosigli addomi prolassatile ginocchia torteestudiava di correggere ciascun difetto con un ordine particolare d’esercizi. Aquesto si dedicava con zelo materno: si sforzava di persuader le madridell'efficacia del suo metodoquando riluttavano; faceva una guerra implacabileai busti troppo stretti e ai vestiti troppo stringati; teneva un quadro dellastatura e del peso di certe alunne per accertarsi degli effetti della sua cura;s’era comperato a sue spese un dinamometro per misurare la loro forza; andavafacendo dei piccoli risparmi per comprarsi un apparecchio da misurar lacapacità polmonare; avrebbe voluto che s’inventassero dei congegni permisurar la bellezza del portamentola destrezzala facoltà d’equilibrioogni cosa. E oltre alle sue lezionis'occupava di problemi tecnici specialiteneva dietro ai vari congressi regionali dei maestri di ginnasticaregistrandone le deliberazionileggeva quante opere straniere sulla materia lecapitassero alle mani tradottee non perdeva un numero dei dieci giornaliginnastici d'Italiadi parecchi dei quali era corrispondente. Uno dei suoiarticoli sull'utilità pratica del saltoscritto con garbo e con forzaavevadestato l'ammirazione del maestro Fassie dato occasione alla loro amicizia; laqualeperaltroera da parte del maestro un po’interessatapoichépieno diidee e di cognizioni nella sua scienzaegli mancava affatto di stilecome il Marechaldi Emilio Augiere anche un po’ di grammatica; e la Pedani provvedevamirabilmente alla sua deficienzaconvertendo i suoi appunti in articoliaiquali egli metteva con mano franca la propria firma. Ma la Pedaniche nonscriveva per la glorianon se ne curava. Tutta dedicata alle sue scuoleingiro tutti i giorni ai quattro angoli di Torinoa tavolino a studiare quandonon era in girooccupata da sé sola in esperimenti ginnastici quando nonstudiava sui libriessa esercitava infaticabilmente il suo apostolato per larigenerazione fisica della razza senza avvedersi né dei mille sguardi che siavvolgevano da ogni parte intorno al suo bellissimo corponé delle invidie edelle gelosie che suscitava. Tanto che chi la conosceva da vicino la consideravacome una natura di donnamisteriosarefrattaria all'amoree quasi privad'istinto sessualee l'ingegner Ginonia cui piaceva di scherzar con leilachiamava «la vulneratrice invulnerabile». E pareva ch'ella giustificasse quest’ideacon la nessuna o pochissima cura che prendeva del suo abbigliamentose non perla pulitezzache serbava irreprensibile. Usciva un giorno col cappellino messodi sbiecoun altro col cappotto sbottonato o con gli stivaletti da casacamminava a passi troppo lunghisi lasciava sfuggir delle note di voce maschileche facevano voltar la gente stupitae pronunciava un’erre quadruplicata chedava lo stridore d'una raganella. Ma invano. Tutti questi difetti e anche ilnasino non finito scomparivano nella bellezza poderosa e trionfante del suocorpo giovanile di guerriera.

Avevanolei e la Zibelliuna donna di servizio fra tutt'eduee una stanza che serviva di salotto comune. Da una parte del salotto c'erala camera della Pedanidall'altra quella della sua amicadiversissime fralorocome le indoli delle due persone. Quella della Zibelli era tenuta conmolt'ordineornata di quadretti a pastello dipinti da lei in altri tempied'una profusione di lavori d'uncinetto e di traforodi fiori finti di carta edi cuoiodi paralumidi guernizioni e di ninnolifatti pure dalla sua mano;fra cui vari scaffalini coperti di tendine ricamatenei quali eran mescolati ailibri scolastici molti romanzi francesi; poichésecondo le luneessa sichiudeva rigidamente nella scuola e nella pedagogiacome in un chiostrointellettualeper dimenticare il mondo e le sue tentazionio si buttava contutta l'anima alle letture di fantasia. Nella camera della Pedaniall'oppostoc'era sempre l'arruffio d'un magazzino di rigattiere: vestiti gettati qua e là;delle bluse da ginnasticadi rigatino oscuroappese a dei chiodi; in un cantoun bastone Iägerdue paia di manubri sotto il lettodegli zoccoli daesercizio a piè dell’armadioe sparpagliati un po’ da per tutto numeri del«Nuovo Agone»del «Campo di Marte»della «Palestra di Padova»del «GymnasteBelge» e d'altri giornali della stessa famiglia. A capo del lettoaccanto a uncalendario scolastico stracciatopendeva dal murodentro una cornice doratauna iscrizione calligraficaregalatale dalle sue alunnedi due versi delParini:

 

Che non può un'alma ardita

Se in forti membra ha vita?

 

La libreria era un monte di volumi scuciti sopra un tavolocoperto da una gazzettauna collezione tutta ginnastica di prontuaridimanualid'atlantidi letteratura meloginnicadi opuscoli sull'igienesulnuotosul velocipedismoe di pubblicazioni del Club alpino; poiché la suapassione per la ginnastica abbracciava tutte le discipline fisiche del genereumano. Ma quello che dava alla sua camera un aspetto curiosissimo era un grannumero di ritrattitolti i più da giornali illustrati e appiccicati allepareticome in una bottega di venditor di stampe. Oltre al Baumannchecampeggiavac'erano i ginnasti italiani più benemeriti: il Gallo di Veneziail Pizzarri di Chioggiail Ravano di Genova; sopra questiil RavesteinilNestore dei ginnasti tedeschi; Firmino Lampièrel'«uomo vapore»; unafotografia del Bargossi; un ritratto in oleografia di Ida Lewisdecorata dellamedaglia d'oro dal Congresso degli Stati Uniti per aver salvato dei naufraghi;ed altri a decine. Questo strano bazar le serviva da camera da letto e dascrittoioe perfino da palestra e da scuolapoiché lí faceva ogni giorno isuoi esercizi appena levata e dava le sue lezioni particolari. Ed era anche unsecondo salotto per tutt’e dueperchéquando erano in buon accordociveniva ogni momento la Zibelliattirata dalla bizzarria di quel disordineafar quattro chiacchiere con la sua amica.

Erano lí appunto tutt'e duealle sette della seradopoaver desinatosedute a un piccolo tavolino rischiarato da un lume di benzinaela Pedani sfogliava sotto gli occhi dell’amicache le teneva un bracciointorno al collola Ginnastica degli anelli del dottor Orsolatoquandovenne la portinaia a portar la lettera del segretario.

La Pedani la fece entrare nella sua camera per ripeterleancora una volta quello che le andava dicendo da un mesedi non torturare piùla sua bambina. Aveva una figliuola che ingobbivadiceva leie s’eralasciata persuadere da un bottegaio ortopedico del vicinato a metterle un bustodi lastrine metallicheil qualepremendola troppo al costatola facevasoffrire e strillare come un'indemoniata. La Pedani voleva che la mamma buttassevia quello strumentocagione possibile d'una consunzione polmonaree cheaffidasse la bimba a lei per la cura ginnastica. Ma quella non ci credeva. Eanche questa volta le diede la risposta solita:

- Ah! ci vuol altro che la sua ginnasticasignora maestra!

- Mi fate pietà- le rispose la Pedani..

Poiuscita la portinaiaguardò la soprascritta dellaletteradi cui non riconosceva i caratteri. La Zibelli si alzò come peruscirema l'incertezza del suo passo mostrava cosí poca voglia d’andarseneche la Pedani le disse di rimanere. D'altra parteessa non faceva segreti nécon lei né con altri.

Aperta la bustaguardò la firmae cominciò a leggeresenza dare alcun segno di maraviglia. Solo quando ebbe finitosorrisetentennando il capocon gli occhi fissi sul fogliocome se per la prima voltale si chiarissero alla mente i vari indizi che le avrebbero dovuto far prevederequel caso.

La Zibellipunta dalla curiositàma trattenuta da quelsilenzionon osò far domande; ma seguí con l'occhio tutti i suoi movimenti.L'altra s'alzòbuttò sbadatamente la lettera nel cassetto del tavolino deilibrie avvicinatasi all'armadioprese il suo cappello. La Zibelli si ricordòche la sua amica doveva andare al Club alpino a sentire una conferenza dellacontessa Palazzi-Lavaggi sulle ascensioni alpine delle donne. Un'idea lebalenò; ma per stornare ogni sospettodisse sorridendo:

- Ah! tu fai dei misteri.

- Non è un mistero- rispose la Pedani con indifferenza; -te lo dirò poi -. E si mise il cappellino alla carlona.

La Zibellischerzandol'accompagnò fino all'uscios'andòad accertare che la serva era in cucinarientrò lesta nella camera dell'amicapigliò la lettera nel cassettoguardò la firmae impallidí. Poi lesse lalettera interae fu presa da una tal fiammata di rabbia che si guardò intornocon la tentazione di rompere e di calpestare ogni cosa. Anche quello le portavavia! Oh la nefasta creatura! Essa l’avrebbe in quel momento crivellata a colpidi spillo. E ciò che l’arrabbiava di più era chesebbene nella lettera nonfosse nessun accenno al matrimoniosi capiva però dalla gravità quasi comicad’ogni frase che non era una dichiarazione d’amore fatta alla leggieraconuno scopo di semplice galanteria; ma una lettera ruminata e ponzatalo sfogo d’unapassione che durava da un pezzoe con un proposito serio. E lei s'era potutailludere in quel modoe aveva fatto da comodino a tutti e due! Sbatté ilfoglio nel cassettofece due o tre giri per la cameracome se quell’aria lasoffocasse e avendo bisogno subito d’una vendettadatasi in fretta unaravviata ai capelliuscí di casaattraversò il pianerottoloe picchiòall'uscio del maestro Fassiaccomodando alla meglio un viso ridente.

Le aperse la signora Fassi con un viso arcigno che avevapreparato per ricevere la Pedani; mavedendo leisi rasserenòe la feceentrare in una piccola stanza con le pareti bianche e nudenella quale quattroragazzetti facevano un baccano d’inferno intorno a una tavola mezzoapparecchiata. La Zibelli sapeva di trovare nella signora Fassi un'alleatasicura contro la Pedanila cui familiarità con suo marito le spiaceva anchepiù che non dicesse. Era una donna sui quarantacon un seno enorme che leimpicciava le braccia e con una gran bocca che perdeva le labbravestita semprein casa come una bracina; la quale metteva tre quarti d'ora a scendere e a salirle scalesoffermandosi a parlare con voce piagnucolosa con quanti incontravaein particolar modo col segretarioche risapeva i fatti di tutti dalla boccasua. Era molto gelosa dei robusti trentotto anni di suo maritoe pareva cheavesse un concetto maraviglioso della sua rozza bellezza di caporalonela qualenon consisteva in altro che nella fierezza delle impostature e in due foltibaffi che gli andavano dalla bocca alle orecchie. Ma lo temeva puree non osavaper questo di far degli sgarbi aperti alla rivale.

La Zibelli disse d’esser venuta per isvagarsi un pochinofece l’allegraaccarezzò i bimbigirò per la stanzaaspettando il momentoopportuno. Il quale le parve giunto quando la signora Fassi le domandò sequella sera era sola in casa.

- Sola- rispose. - Maria è uscita. Del resto.. ora nonbada più a me. Ci ha ben altro.

E vista la curiosità della Fassinon potendosi piùcontenerecon un tuono forzato di scherzosenza parlar della letteraleaccennò l’amore del segretario.

Quella rimase con la bocca aperta: la cosa le parevaincredibile. Poi disse:

- Come lo sa?

- Lo so- rispose la maestra.

- Ma... per sposarla?

La maestra fece un segnocome per dire che non c’eradubbio.

- Il segretario è matto- disse la Fassicon dispetto malcelato. - Ma... e lei?

- Lei- rispose la Zibelli- per orafa l'indifferenteMadirà dieci síl'un dietro l'altro.

- Bah! - esclamò la signoradopo un momento di riflessione.- Il signor Celzani ci penserà prima un par di volte.

- Ma cosa vuol che pensi don Celzani! - ribatté la Zibelli;e certa di deporre il seme in buon terrenobuttò là come alla sbadata alcuneparoleche quella raccolse e registrò nel più profondo della memoria.

- Don Celzani è un ingenuo; per lui una ragazza di trent’annie una di quindici son tutt'uno. Non conoscendo lui il mondocrede che non loconosca nessuno. Scommetto che non sa neppure che prima di venire a TorinoMaria è stata maestra in mezza dozzina di comuni. - E si mise a ridere. - Si sale avventure delle maestre nei villaggi; di leipoin'han parlato anche igiornali. C'è perfino la storia di una compagnia di bersaglierinientemeno.Ah! ci son dei belli originali a questo mondo!

E trascinata dalla rabbia stava per dire di peggioquandos'udí una forte scampanellatai ragazzi ammutolirono a un trattola signoracorse ad apriree il maestro Fassi entròmolto eccitatocon la «Gazzetta diTorino» nella mano. Tornava allora da Chieridove andava due volte lasettimana a dar lezione di ginnastica al liceo e alla scuola tecnica.

Salutata appena la Zibellisi voltò verso sua mogliemostrando il giornale stretto nel pugno:

- Ne vuoi sapere una nuovaun asino d'un maestro di balloche salta su con un articolo nella «Gazzetta di Torino»offeso con me perchénell'«Agone» della settimana passata ho detto che il ballo è una diramazionedella ginnastica? Ma sai che ci vuol tutta! Ma le ho fatto un onore che nonmerita all'arte delle pirulette. Te lo concerò io in un altro articolohai davedere in che manieraquello sgambettino presuntuoso -. E seguitò a declamareabbozzando l'articolomentre faceva dei nastri per la stanza. - È tempo unavolta di cantarla chiara a questi ignoranti. Loro non fanno una differenza almondo tra un maestro di ginnastica e un acrobata di circo. Ma il maestro diginnastica è un uomo di scienzao signori! Egli deve conoscere la ginnasticateorical’anatomia applicatala pedagogial'igienela storia dellaginnasticala costruzione di attrezzi e palestree la tecnologia; e dev'essereartista! Pezzi d’asininon sanno che ci vuol la vita d'un uomo soltanto perimparare e tenere a mente tutti gli esercizi? Che si potrebbero scrivere centovolumi solamente sull’installazione degli attrezzi? E poivedete a che cosadeve ricorrere un maestro di ginnastica!

E cavò di tasca un fogliosul quale da un professore dimatematica di Chieri s'era fatto cercare per mezzo di formole algebriche ilnumero dei cambiamenti di posizione nell’esercizio delle bacchette.

Questa era la sua grande smaniadi render la ginnasticaquanto più possibile complessa e difficilenon solo nel concetto altruimanel proprio. Non avevacome la Pedanialcun ideale del bene dell'umanità:adorava la sua scienza per le soddisfazioni che vi trovava e vi speravail suo orgoglio. Oltre che a Chieriinsegnava al liceo e alla scuola tecnica diCarmagnolaa un ginnasio e a un liceo di Torinoagli Artigianelli e allaSocietà di ginnasticae da per tutto s'adoperava a inculcare la sua ideaLaprima nazione del mondoaveva detto un grande uomosarà quella che avrà piùsaluteossiaquella che farà più ginnastica. A questa scienzadunquesoggiungeva luidovevano convergere tutti gli sforzi dei grandi ingegnideigovernidella società intera; questa doveva esser messa in cima a tutte lescienzee la classe dei maestri di ginnastica diventar l’aristocrazia dellanazioneE intanto cercava la celebrità per tutte le viecovando molte ediverse ambizioni; delle quali era principalissima quella d'inventare unattrezzo e di dargli il proprio nome.

E ricascò addosso al ballerinorimproverandosi di averprofanatoa proposito del balloil nome di ginnasticacome lo profanavano lecompagnie acrobatiche che s'appropriavano l’aggettivo; e si scagliò contro ilgoverno chenon ostante le istanze del secondo congresso della federaziones'ostinava a non voler proibire ai saltimbanchi di vituperare la scienzaGiàa tutto si sarebbe riparato adottandocom'egli aveva propostola denominazionepiù nobile e più logica di «istruzione fisica». Poi domandò bruscamentealla Baumann: - Che novità?

La moglie gli sciorinò la novità: don Celzani che volevasposare la maestra Pedani. Madicendo questonon vide punto sul viso delmarito l’espressione di gelosia che s’aspettava. Infatti egli non sentivaper la Pedani che l'ammirazione d'un meccanico per una bella macchinae nonaveva mai avuto altro pensiero su di lei che quello di servirsene pe’suoi finiambiziosi.

Gli spiacque nondimeno quella notiziaprevedendo chemaritataessa gli sarebbe sfuggita di manoed egli sarebbe rimasto senzastile. Ma non espresse questo pensiero.

- Pazzie! - disse invece- Una vera maestra di ginnasticanon deve prender maritodeve conservarsi come un soldatolibera dell’anima edel corpo. La maestra Pedani deve consacrarsi tutta alla sua missione. E la suamissione non è di far dei figliuoliè di raddrizzare quelli degli altri. Nonfarà questa asineria. Io la persuaderò.

Poi domandò di scatto: - Ma come mai quel santificetur haavuto la faccia d'innamorarsi d'una cosí bella ragazza?

La signora Fassi arrischiò qualche osservazione sullabellezza; trovavaper esempioche don Celzani aveva l'aria più distinta dilei. E poi la Pedani era una ragazza senza sentimentosi vedeva. Anche laZibelli fece i suoi appunti. Aveva una bella vitaecco tutto. Del restonessuna finezza di fattezze: era troppo grossa; mancava di grazia; in casaurtava tutto; aveva il passo d'un’elefantessa.

Il maestro scrollò le spalle- Tutto questo non contaun'acca- disse. - La Pedani non è pane per i suoi denti; lasciando stare chelui è un ciuchinoe lei una ragazza di talento.

- Talento! - esclamò la moglievoltandosi verso la Zibelli.- Mio marito le corregge gli articoli.

La Zibelli sapeva la verità su questa faccenda; ma mostròdi crederesorridendo. E disse con gravità:

- Non ha sintassi. Scrive a salti.

- Questo è vero- osservò il maestro. - Anziper quel cheriguarda il giornalismosarebbe meglio che si contentasse d'una parte piùmodestache la mettesse meno in vista. C'è delle questioninel campo dellaginnasticache una donna non può e non deve affrontare. Mainsomma... donCelzani non la sposeràvoi vedrete. Gli metterò io una pulce in un orecchio.So io come si fa abbassare la coda a questi chiericotti...

Lo interruppe una scampanellata. Era la Pedani chetornatadal Club alpinodove non c'era stata conferenzaveniva a prender l’amica.Entrò nella stanza e non si volle sedere. Era colorita di rosa dall’ariafrizzante della seraansava un pocodilatando le narici e sollevando il largopettoe tutta la sua persona spiccava in nero sulla parete bianca con talearditezza e vigoria di contorniche la signora Fassi dovette volger la parolaai ragazzi per rompere il silenzio ammirativo cagionato da quella vista.

- Ti vengo a prendere- diss’ella alla Zibellimettendoquattro erre nell'ultima parola; e chi l'avesse sentita senza vederlal’avrebbecreduta piuttosto un maritoche un'amica.

La Zibelli si mossee scambiate altre poche parole coipadroni di casauscirono tutte e duela Pedani per l'ultimariempiendo per unmomento con le sue belle spalle tutto il vano dell'uscio mezzo aperto.

- Tutto sommato- disse il maestrofissando ancora l'usciodopo che era uscita- non si può dire che don Celzani abbia gli occhi nelsedere.

E sua moglie soggiunse con un sorriso astuto: - Non l'haancora sposata.

 

Il segretario stette penosamente incerto tutto quel giorno ela mattina dopose dovesse aspettare una risposta per iscrittooppure farsicoraggio e chiederla a voce. Finí col farsi coraggioe al tocco e tre quartiora in cui sapeva che di domenica la maestra usciva sola per andare allaPalestrasi piantò dietro all'uscio di casa suaspiando pel buco della chiavequando ella fosse comparsa sul pianerottolo. A vederlo in quell'atteggiamento sisarebbe preso per un uomo appostato per commettere un assassiniotanto tutta lasua persona era agitata e la respirazione affannosa. Un rumore lo scosseeglicacciò fuori il capoma lo ritrasse subito; non era che il vecchio professorPadalocchichiuso nel suo gran cappotto impellicciatoe tutto curvocheuscivatossendoper la sua solita passeggiata igienica.

Ma un momento dopo egli sentí il passo della PedaniDiogrande! L'occasione era perduta. La maestraraggiunto sul pianerottolo ilvecchioche le fece un grande salutosi soffermò e attaccò discorso con lui.

Ogni parola della loro conversazione cadde come un pesoenorme sul cuore del povero innamorato. Il signor Padalocchi si lamentò d'unnuovo incomodo: aveva la respirazione incompleta.

- Perché- gli domandò la Pedani- non fa un po’ diginnastica polmonare?

Quegli sorriseella insiste. - Glielo dico sul serio. Nonc'è di meglio per dilatare il petto. Provi a fare tutti i giorniappenalevatodelle inspirazioni ed espirazioni lunghe e ripetute... in questamaniera.

E le fecee il segretario ebbe un'ondata di sangue allatesta.

- Ne faccia dieci o venti dapprima- continuò la maestra-e n'aggiunga tutti i giornise puòuna decina. Le assicuro che a capo di duesettimane si sentirà molto meglio. È un esercizio di effetto immancabile. Ione faccio ogni mattina cento e trenta.

Il professore parve persuaso e la ringraziò.

- Faccia la prova- ripete la Pedani- e me ne riparlerà.E poi... le impresterò io un libroche contiene tutti i precetti. A rivederla.

Ciò dettoaffrettò il passo. Il segretario speròd'indovinare un barlume dell'animo di lei dal modo come avrebbe guardato l'usciodi casa suapassandovi davanti; ma essa passò senza guardar l'uscio. E questolo sgomentò. Era nondimeno ancora in tempo a raggiungerla sotto il portonenonfoss’altro che per interrogarla con gli occhi; ma nell'atto di slanciarsifuorisi sentí gridare in viso: - Oh dolce segretario!...

- Dio grande! Era 1'Ingegner Ginoniil quale venivacometutti gli annia pregare il padron di casasuo vecchio amicodi scenderequella sera da lui per un piccolo trattamento di famiglia che soleva fare nelgiorno natalizio dei suoi gemelli. Anche il secondo colpo era fallito. Non glirestava più che aspettar la sentenza dalla posta.

 

C'era poca gentequella serain casa Ginoni. Il professorPadalocchi non aveva potuto venirela Zibelli non aveva volutoil padron dicasa non compariva: nella sala da pranzointorno a una gran tavola ovalecoperta di fruttiere piene di dolci e di bottiglie di vini sardi e sicilianinon c'era che la famigliala maestra Pedanie tre piccole amiche dellafigliuolacon la loro nonnache stavan di casa sull'altra scala. Ma lagioventùch'era la maggioranza della riunionele dava grazia e allegrezzaformandovi una bella corona di teste bionde sotto alla luce calda d'una riccalampada a gasche indorava ogni cosa. La bimbadi cui la Pedani era ancoramaestra di ginnastica alla scuola Margheritaaveva tredici annie pareva ilritratto del figliuolo più piccolosuo gemelloalunno di terza ginnasiale. Ilfigliuol maggiore - Alfredo - di ventun'annostudente di matematicaall'Università e velocipedista chiarissimoera un biondino arditocon duebegli occhi malignigià disinvolto come un uomo rotto al mondo; e s’eramesso a sedere cosí vicino alla maestrache questa aveva dovuto farsi un po’indietroper non strisciarlo con la spalla e col fianco. Egli era l'idolo di sua madreche non aveva ancora quarant'anni: una acciuga elegante e indolentecon un grannaso aristocraticobenevolaquando non l'urtavano nell’amor cieco che avevaper quel figliuolo. Il più simpatico della famiglia era l’Ingegnerebell'uomo sulla cinquantinagrigioridentelavoratoregran parlatoregrancelioneamante della vita largama senza fumo. Marito e moglie avevano unasimpatia cordiale per la Pedaniin parte per l'originalità rispettabile delsuo carattere e più perché la loro bimba l'adorava; e non dissentivano da leiche per un’avversione dichiarata alla ginnasticanata da che un loro nipotealunno d'un collegio convitto di Milanoanni primas'era rotto un bracciocadendo dalle pertiche d'ascensione.

- Amici- le soleva dire il Ginoni incontrandola su per lescale; - ma fino alla soglia della palestra.

Oppure: - Abbasso la ginnastica! - e ogni volta che sitrovavano insiemela stuzzicava facetamente su quell'argomento.

E la conversazione cadde líanche quella sera. Fra l'altrecoseper criticare il nuovo metodo d'insegnamentol'ingegnere raccontava diaver visto l’anno prima eseguire i passi ritmici alle Figlie dei militaridell'istituto di San Domenicodov'era andato per visitare i locali. Sílospettacolo gli era piaciuto. Quelle cento e cinquanta ragazze grandicon queibei vestiti neri e azzurrie con quei piccoli grembiali bianchischierate inun vasto cortileche si movevan tutte insieme al comando d'una maestracon deimovimenti graziosi di contraddanzafacendo un fruscio cadenzato che pareva unamusica di bisbigli; tutte quelle belle braccia e quelle piccole mani per ariaquelle grosse trecce saltellanti sulle nuche rosee e sui torsi snelliqueitrecento piedi arcati e sottilie la grazia indefinibile di quelle mosse cosítra il ballo e il saltocon quelle vesti lungheche davan loro l’aspetto diun corpo di ballo pudibondoera nuovo e seducente senza dubbio. MaDio mio!Quante parole metteva fuori quella maestra per farle muovere! Chiacchierava piùlei di quello che esse movesseroeran dei comandi interminabili da generale dibrigatauna complicazione faticosa di coreografia. E poiun movimentorattenuto e misurato a centimetriinsufficiente per quei corpi fatti e pieni divitauna combinazione d’esercizi compassaticercati con la pennaper servirdi spettacolo a commissioni e a invitati. A lui sarebbe venuto voglia di troncarla rappresentazione a metàe di sguinzagliarle tutte in un prato fioritocomeuna mandra di puledre.

Ma la Pedanisu questoera d’accordo con lui. Essa erabaumannista appunto perché il Baumann faceva guerra alla ginnasticacoreografica e voleva per le ragazze una scuola più virile.

- Allora- disse l'ingegnere- per farla arrabbiare ledirò male del Baumann.

- Io lo difenderò- rispose la maestra. - Si provi.

- No- disse luisorridendo- non lo farònon sonoabbastanza enciclopedico perché ora la ginnastica abbraccia tutte le scienze -.E citò un conferenziere della Filotecnica chesere innanzidovendo trattardella ginnasticaaveva fatto prima una corsa sterminata a traverso allafilosofiaall’etnologiaall’antropologiae messo sottosopra tutto loscibile umano; poi aveva finito coi manubri.

- La ginnastica- rispose tranquillamente la Pedani- harelazione con tutte le scienze.

- E come no? - ribatte l'ingegnere. - Anziè la chiave ditutte. Ora dicono che un ragazzo che trova difficoltà a risolvere un problemanon ha che a fare un quarto d'ora d'esercizio alle parallelepoi si rimette atavolinoe tutto è fatto

- Il signor ingegnere scherza- disse la Pedanialzando unaspalla- io non rispondo più.

- Non scherzo- rispose il Ginonicontinuando a scherzare- Non s'è anche detto che la ginnastica darà il gambetto alla medicina? Mi parche sia il maestro Fassi che ha scritto che ci son certi esercizi cheequivalgono a certe ricette. Bel tipo quel maestro Fassi! È anche luicredoche trova delle trasformazioni maravigliose nella musculatura dei suoi alunnidalla mattina del lunedí alla sera del sabato. Per esempioegli ha un'idealedi società originalissimo: la gente saltellante per le stradecapre eparallele in tutte le piazzela lotta obbligatoria in tutti gli uffiziesercizi degli arti superiori nei salotti...

- Non dica di piùingegnere- disse la Pedani- perchè mirincresce davvero di sentire un uomo come lei mettere in ridicolo una cosa tantoseria. Come si fa a scherzare sulla ginnastica mentre abbiamosu trecentomilaiscritti alla levaottantamila riformati per inattitudine fisica! Mentreabbiamo i ginnasi pieni di giovanetti scoloritiche hanno petti e braccia dibambinie su dieci ragazze della miglior società non se ne trovan due senzaqualche difetto di costituzione!... Oh! è un triste scherzo!

- Domando perdono- rispose 1'ingegnere - Io non combatto laginnastica... ginnastica. Io l'ho con questa nuova ginnastica scientifico-letterario-apostolico-teatraleche hanno inventata per dar delle feste e degli spettacoliper fabbricare deigrandi uomini e moltiplicare i congressie per menare la lingua e la pennamille volte più che non le braccia e le gambe. Non è mica questacredolaginnastica che difende la signorina.

- Non la difendo- rispose questa- perchè non esisteperchè non è altro che un'invenzione di loro signori. Io non conosco altro cheuna ginnastica ragionatafondata sulla conoscenza dell’anatomiadellafisiologia e dell'igieneche dà all'infanzia la forzal'agilitàla graziala saluteil buon umoree rialza tutte le facoltà morali e intellettuali. Iocredo a questi effetti perchè sono provati e li vedo; credo quindi che laginnastica sia la più utilela più santa delle istituzioni educative dellagioventùe quelli che la combattonomi scusi... mi fanno penami paionogente accecatanemici incoscienti dell'umanità.

L’ingegnere rise un poco del leggero tono declamatoriodelle ultime parole: - Nosignorina- disse poi - non sono nemico di chi senzaconsultare il medico come si dovrebbe far sempre e non si fa maimette a farginnastica dei ragazzi che hanno delle infermità e dei difettie che si fannodel male; mi comprende? Sono anche nemico di chi fa nascere fra i robusti e ideboli delle gare d'amor proprioche ai deboli costano delle rotture di collo;nemico di chi riduce la ginnasticache dovrebb'essere un sollievo dellospiritoa un artificio teorico che occupa e affatica la mente come un altrostudio qualunque. E questo è quel che succede. E sono anche nemico delleesagerazioni. Credo che i buoni effettiche sono innegabilidella ginnasticasi esagerino iperbolicamenteingannando il mondo. Mi permetta di assicurarleper esempioche nessun esercizio e nessun attrezzo avrebbe mai dato a lei lafiorente salute e la conformazioneche ella si può vedere nell'armadio aspecchio.

Il figliuolo maggiore approvòfacendo l’atto di batter lemani. Negli occhi alla Pedani passò il lampo d'un sorriso. Ma si rifece subitoseria. - Sempre cosí- rispose; - io dico delle ragionilei degli scherzi.Non le dico più che una cosa. La Germania e l'Inghilterrache sono le dueprime nazioni d'Europasono quelle che fanno più ginnastica. Il popolo grecoche fu il primo dell'antichitàera il popolo più ginnastico del mondo -. Esoggiunse con un sorriso: - Lei lo sa: Aristodemoperchè gli abitanti di Cumach'egli aveva assoggettatinon potessero più ribellarsi alla sua tiranniaproibí loro di far la ginnastica.

- L'avrà fatto per amicarseli- rispose l'ingegnere.

La maestra tacque un momento. Poi disse con vivacità: - Perfortunanon la pensan tutti come lei.

Lei non conosce il nostro mondo. L’idea si fa strada daogni parteanche in Italia. Lo sa lei che abbiamo delle centinaia di societàdi ginnastica? Che ci sono dei signori appassionati che profondono il loropatrimonio per fondar palestreche c'è un gran numero di medici giovani checonsacrano alla ginnastica tutti i loro studie delle centinaia di maestri cheimparano apposta le lingue straniere per studiare la letteratura ginnasticauniversalela quale conta migliaia di volumiscritti da scienziati eminenti?

L'ingegnere fece un gesto vagosenza rispondereperché eraoccupato da qualche momento a far dei cenni col capo al suo figliuolo maggioreil quale si avvicinava tanto alla maestra e la bruciava con gli occhi in unmodoche era una vera indecenza.

- Abbasso Baumamn! - disse infineper dir qualche cosa

Ma quando le toccavano il Baumannla Pedani non ammettevacelie. Saltò su. Il Baumann era benemerito del paeseera il fondatore d'unanuova ginnastica che avrebbe dato immensi fruttiun grande ingegnoun grandottoun creatore di caratteri. Essa l’aveva conosciuto al Congresso: era unafigura di uomo predestinato a grandi cose: vicino alla sessantinapareva ungiovane; aveva una fronte superbail gesto fulmineola parola scultoriaun’eloquenzadominatrice di soldato e d'apostolo. Il Baumanndatigli i mezziavrebberifatto una nazione. Non foss’altro che per la riforma che voleva fare dellaginnastica femminilele donne d'Italia gli avrebbero dovuto innalzare unastatua.

L'ingegnere fece insieme una piruletta e un frullo con unamano. La signora Ginoni prese allora la parolacon la sua voce indolente: -Eppurecara maestrala ginnasticaper le ragazzeha anche i suoiinconvenienti. I maestri di ballo osservano che toglie la grazia e abitua amovimenti scomposti. Cosí i maestri di pianoforte dicono chequando tornandalla palestrale signorine non san più sonare. Anche i professori di disegnosi lamentano.

- È gelosia di mestiere- rispose la maestra; - lo credasignora. È impossibile che faccia danno al ballo o a qualunque arte l’esercizioginnasticopoiché per effetto appunto di quest’esercizio la sinovia si versapiù abbondante nelle articolazioni mobili delle ossa e rende tutti i movimentipiù facili e più liberi... Vede? Anche il suo figliuolo mi dà ragione. Aproposito- soggiunsevoltandosi verso lo studente- debbo ringraziarla delsuo bel regalo.

Il giovane diede un guizzo; ma non arrossí punto: ci volevaaltro. Peròavrebbe preferito il silenzio. E con molta disinvoltura disse asua madre che aveva mandato alla maestrasupponendo che le dovesse piacereilpiano d'un ginnasio grecocopiato da lui in biblioteca

La signora sorrise a fior di labbra. E disse alla Pedani:

- Domenica scorsaAlfredo ha vinto il premio d'una bandieraalle corse dei velocipedi.

La Pedani si fece raccontare: essa si occupava con curiositàdi quelle gareconosceva i nomi dei vincitori solitiandava qualche volta allapistae benché non fosse mai montata sopra un velocipedediscorreva dibiciclidi tricicli e di biciclette con piena cognizione della materia. Maquesta voltaraccontandole le vicende della sua corsanella quale egli avevacavallerescamente aspettato che si rialzasse il suo competitore cadutoilgiovane le si strinse addosso per modocivettando col capo e con gli occhichesuo padre non poté a meno di fargli un cenno severoche egli non vide.

- Vede dunque- disse la maestra all'ingegnerefacendosi unpo’in dietro con la seggiola- anche il suo studente è con noi. Siamo dunquein maggioranza per la ginnasticain questa casa. Il Fassiio e la mia amicail signor Padalocchi che fa ginnastica polmonaresuo figlioil commendatorCelzani…

Al nome di Celzani l'ingegnere diede una risata- Ah! Quantoal commendator Celzani- disse- lo lasci stare.

- Come? - domandò la Pedani. - Non va forse a tutti i saggidi ginnastica che si dànnodal primo all'ultimoalla Palestraa scuoleaistituti?... La sua approvazione vuol dir molto. Non mi potrà negare laserietà del commendator Celzani.

- Io non la nego; tutt’altro! - rispose il Ginoni con brio;- tanto più che è mio buon amico. Anzidico che è una delle più venerandecanizie di Torino. Soltanto… - e qui guardò furtivamente le bimbe grattandosiil mentocome se cercasse un modo di spiegarsi senza farsi capire da loro. Male bimbeoccupate a spartirsi i confettinon gli badavano. - Soltanto... -ripreseil suo culto per la ginnastica è troppo parziale. Veda un po’ s'eglisi cura più che tanto della ginnastica maschile. E poidà troppo piùimportanza alla seconda età che alla prima. Peròè ammirabile la puntualitàcon cui va a quegli spettacoli e l'attenzione che vi presta. Egli ci trovaproprio degli alti godimenti... intellettuali. E n'esce tutto gravecoi suoidolci occhi azzurri socchiusiimmerso in profondi pensieri. Ah! se si potesseroscrivere! Io lo conosco. E non è il solo. Egli è un tipo. La ginnasticafemminile è stata un ritrovato impareggiabile per questi signoriuna veraconsolazione della loro vecchiaiauna sorgente di delicatissime deliziecerebralidi cui noi profani possiamo farci appena una lontanissima idea. Ilcommendator Celzani non ha che vedere con la ginnastica scientificalo creda ame. Citi delle altre autoritàsignorina.

- Un giorno citerò lei- rispose la maestraper tagliarequel discorso- perché io la persuaderò e lei si farà iscrivere allaPalestra.

Tutti risero

- Jamais de la vie!- esclamò l'ingegnere.- O se andrò allaPalestranon sarà che per veder lei alle parallele.

- E n’avrà da vedere- rispose la ragazza; - sa chesolamente alle parallele ci son cinquecento movimenti?

L'ingegnere stava per rispondere con uno scherzo un po’fuor di luogoquando suonò il campanello e un momento dopo entrò ilsegretario.

Fu un colpo di scena.

Veniva a portar le scuse dello zioche non poteva uscir dicasaa causa d'un raffreddore. Entrato senza pensare che potesse esser lì lamaestraal vederlaebbe come il senso d'una forte scossa elettrica; e perquanto grande fosse il timore di farsi scorgereegli non poté vincere sulprimo momento il violento bisogno di cercar sul viso di lei l'impressione dellasua lettera; e la fissò dilatando smisuratamente i suoi piccoli occhiefacendo una faccia stranissimatremante in tutti i muscolie accesa d'un vivorossorea cui succedette una pallidezza di coleroso.

Quella faccia rivelò in un lampo ogni cosa al signor Ginoni;il quale guardò subito la maestrache si lasciò sfuggire un sorrisoindefinibilenon espresso dalla bocca né dagli occhima quasi diffuso sulviso immobilecome il riflesso esteriore d'una immagine comica.

Il segretario fece la sua imbasciatamovendo a stento legrosse labbracome se fossero appiccicate con la colla.

«To'to'to'»disse intanto fra sé l'ingegnereassaporando la sua scopertae porta al segretario una seggiola su cui eglisedette come sopra un mucchio di spinegli offerse un bicchiere di Malvasiach'egli prese e si tenne sul petto con un atteggiamento pretesco.

E sul momento il signor Ginoni concepí e cominciò a porrein atto un disegno di faceta persecuzione. - Giustosegretario amato- glidisse- lei è caduto nel bel mezzo d'una discussione di ginnastica. Sidiscuteva con la signora maestra. Ci deve dire anche lei che scuola appartiene.È della scuola del Baumann? È della scuola... che altra scuola c'èsignorinaPedani?.... Obermann! È della scuola dell’Obermann? Quali sono le sue ideeintorno agli effetti della ginnastica sulle funzioni del cuore?

La maestra alzò gli occhi al soffitto. Il segretarioatterritosi levò in fretta il bicchiere dalla bocca e guardò l'ingegnere.Poi trangugiò il vino d'un sorsoe risposealzandosiconfuso: - Il signoringegnere vuole scherzare. Mi rincresce di non potermi tratteneredebbo risalirsubito dal commendatore…

- Oh nosignore! - disse il Ginoni- Non le permetto discappare in questa maniera. D'altra parte...non può andarsene ora perchéilportone di casa rimanendo aperto fino alle undicinon si sa mai chi si possaincontrare per le scalee leida buon cavaliere e da cortese segretarioè indovere di accompagnar fino all'uscio la signorina Pedani.

Il segretario risedette subito; ma lo studente fece un attodi dispettopoiché sperava d'esser lui l'accompagnatore.

- Io non ho paura di nessuno- disse con voce virile lamaestra.

- Non basta- rispose il Ginoni- non aver paura; bisognafarla agli altrie lei… non è nel caso.

Lo studente sviò la conversazione interrogando la Pedanisulle grandi feste che erano state annunziate per il Congresso ginnastico diFrancoforteed essa gli diede dei ragguagli. Dovevano essere le più bellefeste che si fossero mai celebrate in Germania: vi sarebbero intervenutirappresentanti di tutti i paesi d'Europa fra i quali molti dell'Italia. Essainvidiava quei fortunati suoi colleghi che avrebbero visto quello spettacolounico al mondo e fatto conoscenza dei più illustri «ginnasiarchi» degli Statitedeschiil Klossil Niggeleril Dannebergil famoso padre della ginnasticaJahn Tum Vatere tanti altri; mentre leipur tropponon avrebbe nemmenopotuto procurarsi i loro ritratti.

Mentre essa parlavail segretario la dardeggiava conocchiate di fiancogeloso a morte dell'apparente familiarità con cuis'intratteneva col giovanee sconsolato ad un tempo di veder tutti i suoipensieri e sentimenti volti alla ginnastica con tanto ardoreda non lasciarluogo a sperare che le potesse capire un’altra passione nel cuore. Luccicavaciò non ostante nei suoi piccoli occhi un barlume di speranzal'aspettazionetrepidante e impaziente insieme del momento d’andarseneper accompagnarla.

Balzò dalla seggiola quando vide la Pedani alzarsi peruscire.

Ma l'ingegnere fu feroce.

- Ora che ci penso- dissementre tutti s'alzavano- ilsignor segretario è cosí timido con le signore che è capace di lasciar lamaestra al secondo piano. La accompagnerò anch'io.

Dio grande! Quella fu per don Celzani come una ceffata d'unamano di ghiaccio; ma non osò rifiatare. E mentre tutti si salutavanoe lostudente stringeva la mano alla maestraegli osservò un moto sfuggevole sulviso di leicome se quegli le avesse dato una stretta troppo forte; e fu per ilpover uomo una seconda ceffata. Uscirono tutti e tree saliron lentamente lescale quasi oscure. L'ingegnere seguitò a dir barzellettee il segretarioconsuo gran dolorenon trovò una parola da dire. Andò su a faticasoffermandosiquando il Ginoni e la maestra si soffermavanoe restando un po’indietro ognitanto per divorare con gli occhi quella bella personae quasi per cavare unarisposta dalle sue formeo per pugnalar con lo sguardo la schiena del suoaguzzino. Quando furono davanti all'usciodove non arrivava la luce del gasl'ingegnere accese un fiammiferola maestra tirò il campanello. Il segretariostette pronto per cogliere e interpretare lo sguardo del saluto; e infattirientrandoessa lo guardò.

Maohimè! lo sguardo non disse nulla. E nel punto stessoche si spegneva il fiammiferosi spense la sua speranza.

L'ingegnere indovinò dal suo silenzio la tristezza di unadelusione efatto più libero dall’oscuritàgli disse a bruciapelo: -Segretario carolei è innamorato della maestra.

Il segretario scattònegòsi stizzísi mostròmaravigliato e offeso di quello scherzo.

- E perché mai? - domandò il Ginonitra il serio e ilfaceto. - Sarebbe forse un disonorequando fosse? È una bella e onestaragazzae originalissimanon della solita stampa. Perché non mi dice laverità? Sono suo buon amicoe le potrei dare dei buoni consigli. Sono ungentiluomo e rispetto gli affetti.

Don Celzani stette un po’in silenzionel buio; poi risposecon voce commossa: - Ebbene…è vero.

- Alla buon’ora- disse l'ingegnere- e viva lasincerità. Intanto lei ha avuto una delusionesi capisce. Ma non si scoraggi.Io conosco le donne. Conosco il carattere della maestra. È una di quelle mineche hanno la miccia lunga e nascostache brucia per un pezzo senza darne segno;ma poi scoppiano tutt’a un trattoquando meno uno se l’aspetta. Abbia unacostanza di ferro e una pazienza da santoe un giorno... Perché lei le fa lacorte pour le bon motif non è vero?

- Mi stupisco- rispose don Celzani- io ho delleintenzioni oneste

- Ma è quello che voglio dire- disse l'ingegnererimessoal faceto da quel malinteso- Ebbenesenta un consiglio. Le donne come quellanon vanno prese d'assalto direttobisogna girarvi attorno. Essa ha unapassione: la ginnastica. Ebbene: convien pigliarla pel manico di quellapassione. Lei deve farsi socio alla Palestraesercitarsistudiar la materianei libriparlarglieneentrarle in grazia in questa maniera. Questo è ilprimo consiglio che le do; poi ne verranno degli altri. Per oraagli attrezzi!E coraggio.

Don Celzaniincerto se quegli parlasse da senno o per burlanon rispose.

Intanto erano arrivati all'uscio del commendatore.

- Buona notte- disse l'ingegnere. - Sono galantuomo eterrò il segreto.

Il segretario gli rispose un «buona notte» fioco ediffidentee rientròpentitissimo di aver parlato.

Pentito e scorato. Gli balenò ancora una speranzaquandoentrò nella sua cameranell’atto che accendeva la candela sul comodino. Chisa! Forse essa gli aveva scritto quel giornoe la lettera sarebbe arrivata lamattina dopo. Poteva ben presagire che letterapur troppo; maqualunque fossegli sarebbe parsa meno dura di quella indifferenza muta che lo schiacciava.

Con questo pensiero si svestítendendo l’orecchio;poiché la sua camera era sotto a quella della Pedanie non c’essendo che unsolaio leggieroegli sentiva tutti i più piccoli rumori. Ma subito non sentìnulla: essa doveva essere al tavolino a studiare. Gli venne un sospetto allorae con questo una nuova speranza: aveva forse fatto male a non esprimerenettamente nella sua dichiarazione il proposito del matrimonio: lei aveva forsecreduto egli non le chiedesse che una corrispondenza d’amore. Quale erroreaveva commesso! Eppure la lettera gli pareva cosí chiara!... Dio grandequantoera bella! Non l’aveva mai vista bene come quella seraseduta col bustoerettocome un'imperatrice sul tronocon quell'ampio petto fremente di vitasul quale egli avrebbe rotolato il capo a costo di bruciarselo come in unbraciere. La luce della grande lampada dava alla sua carnagione un talesplendore di gioventùda far pensare che si dovesse ringiovanir d'un anno aogni bacio che vi si stampasse. Egli aveva osservato sulla tavola la sua mano unpo’ ingrossata dagli esercizi ginnasticima lunga e bellapiena di forza edi graziae vi si sarebbe gettato su come un avvoltoio sopra una tortora. Ahnocertoegli non le piaceva; doveva essere una ben altra forma d'uomol'ideale di lei! Eppure si sentiva dentro la piena della passione che colmatutti i vuotiche eguaglia tutte le differenzee sfida ogni paragone. Ilcervello gli bruciava come una girandola accesa. Al primo rumore che sentí disoprabalzò a sedere sul letto e fissò gli occhi infiammati al soffittotrattenendo il respiro. Mai quei rumori gli avevano agitato il sangue comequella sera. Egli li conosceva tuttie seguitava con essi tutti i movimenti dilei. Rimuove la seggiolagira per la camera buttando i panni qua e làapre echiude l'armadiomette il candeliere sul tavolino da nottelascia cadere unostivalettoun altro... Ah! miseria della vita! Era proprio quello il momento incui il povero don Celzani sentiva più forte il rancore contro la naturachepareva lo avesse scolpito apposta per il ministero ecclesiasticoe avrebbe datoventi anni di vita per cambiar viso. Ma poipoco a pococol prolungarsi dellaveglial’esasperazione dei desideri si stancava e si raddolciva in unsentimento di tristezza affettuosa ed umiledurante il qualeabbandonando lapersona adorataegli si contentava con la fantasia degli oggetti di leicheaveva sentiti cadere a uno a uno; e gli pareva che gli sarebbe bastato di averquellidi palparlibaciarliaddentarliper uno sfogoE non dormí quasiquella nottee si svegliò prima dell’albaper aspettare il rumore solitoche gli soleva ridestare tutta la violenza dei desideri acquietati dallastanchezza. E infattiall’ora precisa in cui la Pedani soleva saltar giùegli sentí il tonfo dei piedi nudi sull'impiantitoche lo scosse tutto; sentíil fruscio usato ch’ella faceva per vestirsipoi il rumor sordo dei manubritirati di sotto al letto; poiché ogni giornoappena levatafaceva un po’d'esercizio. E quell'ultima immagine di quelle braccia gagliarde che scattavannell'aria sopra il suo capogli diede finalmente l'impulso a una risoluzioneardita. Voleva abbreviare il martirio dell'incertezzaaspettarla all’uscitadelle otto e mezzoe domandarle una risposta.

L'aspettòinfattieper sua fortunaessa scese sola.

Egli le andò incontrola salutò e le domandò con vocetremante: - Non ha nulla da dirmi?

La maestra risposetranquilla: - Síuna cosa sola. Ho daringraziarla dei suoi buoni sentimenti.

- Null’altro?

- Nosignor segretario- rispose essa con garbo-null'altro.

E discese.

Allora incominciò per lui una sequela di giorni tristissimi;perché aveva bensí deciso di ritentare la prova con una domanda formale dimatrimonio; ma capiva che il farlo subito dopo quello smaccosenza prepararsiil terrenosarebbe stata una follia. E intanto gli piovvero dispiaceri sudispiaceri.

Il primo fu che la maestra Zibellidi punto in biancoglitolse il saluto. Se ne sarebbe afflitto meno se avesse saputo ch’essa eraentrata allora in una delle sue fasiin cuidelusa dal mondosi chiudevatutta in una specie d'entusiasmo forzato pel suo ufficio di maestraleggendolibri di scuola anche per la stradaper non vedere la gioventù e l'amore chele passavan d’accantopedantemente zelante dei suoi doveririgida con lealunnecoi parenticon le colleghecol mondo intero

Ma don Celzaniche non sapeva questoe ignorava la veracagione dello sgarbobuono e gentile com’era con tuttinon supponendo in leiche un moto improvviso di antipatiane fu punto nel più vivo del cuore.

Poi trovò strana la condotta del maestro Fassi.

Costuiincontratolo per la scalagli mostrò le bozze d'unarticolo intitolato Berlino spende mezzo milione all'anno per la ginnasticanel quale faceva un confronto con l'Italia interache spendeva la metà; e poivoltando bruscamente il discorso sulla Pedani: - Gran bel pezzo di donna! -esclamò- Quella sarebbe degna di sposare il più bell'uomo d'Italia.Scommetto che lei non regge con le braccia tese i due manubri che quella tienecon una mano sola. Chi avrà da sposarlafarà bene a far prima i suoi conti.

Che discorsi eran quelli? Egli non si sentiva offeso dalparagone delle forze: il suo solo pensiero era la disparità della bellezza: pelrestoaveva la coscienza tranquilla. Ma lo inquietava il sospetto che ilmaestro conoscesse le sue intenzioni.

Un altro giorno gli ritoccò quel medesimo tasto - Holasciato su la Pedaniche sta studiando una nuova combinazione col bastoneJagerper le ragazze. È tutta allo studiolei; non ha distrazioni amorose.Anche perché non trova chi le convengaforse. Giàanche nell'amoresimiliacum similibuslei che sa il latino. Ma dove pescare chi le faccia il paio?Essa disprezza gli uomini di mezza tacca. E se avrà la sbadataggine di legarsia un di questi... povero lui!

E guardò fisso il segretario. Ma anche questa volta egli siturbò pel timore che il maestro gli leggesse nell’animonon per le paroleche gli disse; le qualial contrarioacuivano tutti i suoi desiderie lerimasticava poiquasi con un senso di voluttà.

Ci fu di peggioperò. Due o tre voltementre seguitava laPedani giù per le scaleegli vide uscir sul pianerottolo lo studente Ginonicon un viso su cui si leggeva il proposito d'un assalto; e ogni voltaal vederluiquegli fece un atto di stizza e rientrò in casa. Una mattina lo vide chepedinava alla lontana la maestrain via San Francesco d’Assisi. E n'ebbe unvero dolore. La gioventùla grazia e la sfacciataggine di quel biondino glimettevano lo sgomento nell'anima. E prese a invigilarlo ogni giorno.

Ma il dispiacere più grave l’ebbe dalla moglie del maestroFassi. Costei lo cercava da vari giorni: lo incontrò una sera sotto il portonee lo fermò. - Come va il signor Fassi? - domandò lui.

Con la sua voce piagnucolosacome uscente da un pettooppresso dal peso delle appendiciessa rispose glorificandosecondo il solitole grandi occupazioni di suo marito. - È su che lavorache fa un confronto fragli stipendi dei maestri di ginnastica della Svezia e quelli dell'Italia.Perché è una vergogna che deve finire. Dire che con gli studi che ci voglionoi maestri di ginnastica son pagati come impiegatuccie nemmeno il titolo diprofessoriche hanno tutti quei che insegnano a scarabocchiare. Quando cipensocol suo ingegno e con la sua presenzache altra carriera avrebbe potutofare! Perché lei non ha un'idea degli studi di quell'uomo. E ancorache èdisturbato in tutte le maniereda faccendeda visite. C'è quella maestraPedani che ogni momento è lia domandar aiuti e consigli. Mi dica leiunaragazza giovanecon un uomo ancor nel fiorese è decente quella libertà; enotando che ci son io: si figuri se non ci fossi! Vada a giudicar le ragazzedall'aria che si dànno. Quella parrebbe la dignità in persona. Giàunasignorina che in piena scuolacome fece l’anno passato al corso d’anatomiacol pretesto di non aver intesos’alza per domandare al professore: «Signorprofessoredov'è il nervo della simpatia?...» è giudicata.

E visto con un rapido sguardo l'effetto che produceva in donCelzanitirò avanti con l'aria di dir delle cose che non lo riguardassero: -Del restoci sarebbe ben altro da dire. Queste maestre giovani che prima divenire a Torino hanno girato per mezza dozzina di comuni... Si sa le avventuredelle maestre nei villaggi. C'è una certa storia di una compagnia dibersaglieriche ha fatto del chiasso. Quello che mi stupisce è che l'abbianoaccettata a Torino. Ma certo è che in città la conosconoe che è iscrittasul libro nero. Bastail mio parere è che non andrà molto tempo che nevedremoo ne sapremodelle belle.

Dopo di questodisse male d’altri vicini; ma il segretarionon udí altroe benché diffidasse della sua linguaquando quella lo lasciòrimase tutto sconvolto. L'idea d'un brutto passato di quella ragazza gli dava un’amarezzaindicibileuna gelosia feroceuna tortura che lo straziava. Quella compagniadi bersaglierisoprattuttolo incalzò con le baionette ai fianchi per unasettimana. E soffriva di più perché da vari giorni non gli riusciva divederlaesmanioso di saperedi liberarsi da quell'orribile dubbiononvedeva a chi si potesse rivolgerenon sapeva da che parte battere il capo. Unamattinafinalmentela incontròe una gran parte dei suoi sospetti svaní alprimo vederla. NoDio grandenon era possibile: tutta quanta la sua personadalla fronte ai piedismentiva la calunnia; tutto quel bel corpo spiraval'alterezza d'una verginità vigorosauscita intatta e trionfante da ognibattagliacome un’armatura fatata. Ma un’ora dopo i sospetti rinacqueroelo riprese l’affanno di prima.

Ma intervenne un fattoin quei giorniche lo spinse a unarisoluzione improvvisa.

Incontrato una mattina il maestro Fassiquesti gli disse exabruptocome continuando un discorso avviato: - Quella Pedanichespartana! Ho visto dal mio camerino: ci ha là una povera diavola che va aimparare i passi ritmicie lei le fa lezione con tanto di finestra spalancatacon questa grazia di temperatura! È una sua idea fissache bisogna far laginnastica all’aria viva.

Il segretario fece tra sé un ragionamento rapidissimo: sedal camerino del maestro si vedeva nella camera della Pedanitanto meglio vi sidoveva vedere dall’abbaino del soppalcoposto sopra la finestra del camerino.Appena fu solorientrò in fretta in casaprese la chiave del soppalcosalía lunghi passi le scaleaperse l'uscios’avanzò curvo sotto alle travibasse del tettoin mezzo alle legnaai rottami di mobiliai mucchi diformelleandò fino all'abbainos'arrampicò e si distese quant'era lungosopra una catasta di fascinottisporse il viso nel vuotoe mise un’esclamazionedi piacere. La finestra della camerache restava nell’altro muro della casaera spalancata; la Pedani stava col fianco verso la finestravolta di fronteall’alunna; che non si vedeva. La sua voce sonora di contralto arrivavadistintissima fin sul tetto.

- Ma no- diceva- in questo modo lei non mi fa il mezzopasso semplice saltellando; mi fa un lungo passo saltellato. Non c'intendiamo.Rifaccia.

Il segretario sentí il passo dell’alunna invisibile.

- No- ripete la maestra- è ancora troppo esagerato

Oh la bella voce profondacaldavibranteche avrebbe fattoimmaginare un corpo ammirabile anche a chi l’avesse intesa a occhi chiusi!

La Pedani parve scontenta anche della seconda provaperchéscrollò il capo con vigore. E afferrata impazientemente con le due mani lagonnella neraper scoprire il movimento dei piedi: - Stia attenta! - disseedeseguí.

- Dio grande! - gemé il segretario. Egli vide balenare soprai suoi stivaletti una bianchezza che l'abbarbagliò come un raggio di solegittatogli negli occhi da uno specchioe il sangue gli diede un giro come sel'avessero capovolto. Fu un momento solo; ma bastò.

Egli non sentí più gli altri comandisaltò giù daifascinottisi scosse di dosso con le mani tremanti le foglie secche e ifuscellie sempre con quella visione biancheggiante negli occhiriattraversòquasi correndo il soppalcoscese le scale a passi risolutierientrato incasa e sedutosi a tavolinosi prese il capo fra le mani e raccolse i suoipensieri. Aveva irrevocabilmente deciso di tentare il colpo supremo con unaaperta ed esplicita domanda di matrimonio.

 

Senonché egli aveva un doverea cui sentiva di non potermancare: quello di rivolgersi prima allo zioper chiedere la sua approvazione ei suoi consigli; anche per questa ragioneche la domanda fatta col suoconsensoe forse da lui stesso in personaavrebbe avuto tutt’altraefficacia. La passione lo accecava a tal segno in quel momentoche il consensodi lui non gli si presentava nemmen più come dubbioso. Alla peggioegli nonavrebbe detto un no risolutoavrebbe titubatoci avrebbe pensatogli avrebbeinsommadato una speranzache poi non gli sarebbe più bastato il cuore ditogliergli. Preparò dunque il suo discorsoe quando n'ebbe bene in mente ilprimo periodo e l'orditura generalein aspetto gravecon una mano nell'altrastrette sul pettosi recò nella stanza del commendatoregli sedette davantiechiesto il permesso di parlarelentamentecon la voce tremolantefissandogli occhi sulle ginocchia di luigli spiattellò il suo segreto.

Il commendator Celzani era un uomo che non si stupiva dinulla perché dava pochissima importanza alle cose di questo mondo. Ma quandosentí di che si trattavanon poté a meno di alzare dalla poltrona la maestosatesta biancaper guardar negli occhi il nipote: poi si riabbandonò sullaspallierarinvoltandosi nella veste da camerae stette a sentire il restoconlo sguardo errante sulle pitture a fresco della volta. Il segretario aveva avutola fortuna di coglierlo in un momento di ottima disposizione d'animo perchédoveva andare quel giorno con un ispettore di Milano a vedere un saggio diginnastica femminile all'Istituto del Soccorso. D'altra parterapito come eraquasi sempre nelle delizie d'un mondo fantasticonel quale era impaziente dirientrare ogni volta ch’era forzato ad uscirneegli non contradiceva mainessunoe riserbandosi a non far nulla poi o tutto il contrario di ciò che glialtri aspettavanonon rifiutava mai né un consenso né una promessa. Quandosuo nipote ebbe finitosi guardò prima le unghie nitidissime e poi lepantofole ricamatee mormorò qualche parola vaga che non era un consentimentoesplicitoma nemmeno una disapprovazione. Voleva dire soltanto che si dovevaprocedere con cautela. Senza dubbiola signorina ispirava simpatia e avevatutto l'aspetto e il contegno d'una persona degna di stima. Ma (e questa era lameta del suo giro di frasi) prima di fare un passoegli credeva conveniente diprocedere alla ricerca d’altre informazioni. E mentre il nipote lo guardava inaria interrogativa ed inquietaeglimasticando le parole e guardando per ariabuttò là il consiglio di ricorrere al suo amico cavalier Pruzzidirettoregenerale delle scuole municipaliil qualecertodoveva essere al caso di daredei ragguagli minuti e sicuri intorno a qualunque «soggetto» del personaleinsegnante. E il consiglio parve eccellente a don Celzani. Il commendatorecontò sulle ditae gli fissò il sabato successivo come il giorno piùopportuno: gli sarebbe bastato per presentarsi un suo biglietto di visita. Ilcavalier Pruzzi era un uomodel quale si poteva esser certi chequalunqueresultamento avesse avuto l'affareavrebbe mantenuto il segreto con ladelicatezza più scrupolosa. Detto questocome se si fosse trattato d’unacosa di secondaria importanzapassò a un altro discorso.

La grande contentezza che ebbe don Celzani di quel mezzoconsenso fu profondamente amareggiata nei giorni seguenti dal ridestarsi deitristi sospetti che gli aveva messo in cuore la signora Fassi; i qualiingrandirono man mano e si fecero cosí terribili nella sua immaginazionecheil giorno fissatoegli salí le scale interminabili del Palazzo di Città conl'animo di un malato che va dal medico a udire la sua sentenza di morte. Oltrechesebbene conoscesse il cavalier Pruzzi come un bonissimo uomoe fosseconosciuto da luigli ripugnava di dovergli confessare la sua passione e i suoipropositi; poiché non avrebbe potutosenza confessarlirivolgergli le domandedelicate ch'eran necessarie.

Entrò timidamente nel modesto ufficio del direttoreche erauna piccola stanzarischiarata da una finestra solacon degli scaffali ingirosu cui si vedevano scritti in grandi caratteri i nomi di tutte le scuoledi Torino. Il direttore stava coi gomiti sul tavolino e le mani nella parruccacurvo sopra un mucchio di carte. Al vederlo cosí piccolo e grassocon quellabuona faccia imberbe e flosciasulla quale errava perpetuamente il pensieroinquieto della sua «enorme responsabilità»il segretario riprese un po’ d’animo

Quegli lo ricevette con un viso pien di rughe sorridentisomigliante a una maschera di terra cotta che si screpolasse. E lo fece sederedavanti a séprese il biglietto dello zioe lo invitò a parlare.

Il segretario fu un po’ stupitoesponendogli a paroletentate e confuse lo scopo della sua visitadi non vedergli dare il piùpiccolo segno di maraviglia. Egli non fece che dondolare il capo e atteggiare ilviso a quella espressione particolare di serietàche vuol dire:

«Signorein questo momento entro in carica».

Quando don Celzani ebbe finitosi passò una mano sulciuffetto della parruccae disse gravemente: - La cosa è delicata. - Poidomandò nome e cognome della maestrae a quale sezione appartenesse.

Inteso tuttosi mise le due mani sugli occhie stette un po’raccolto in quel modocome ricercando i connotati fisici e morali dellasignorina in mezzo a quel piccolo esercito femminile ch’egli portava quasieffigiato viso per viso nella sua memoria lucidissima.

- Eh diamine! - esclamò a un trattoscoprendo il visostupito di non aver ritrovato subito una figura cosí originale; e squadrò conuno sguardo lento il segretariocome per raffrontare la sua persona con quelladi lei. Poi si grattò leggermente la punta del naso con la punta dell'indice. Edisseinchinando un po’il capo: - Mi rallegro... - Ma troppo tardi: donCelzani aveva capito il risultato del raffronto. Non ne fu puntoper altroestette aspettando con ansietà.

- Dunque- cominciò a direcol fiato cortoil direttoreprendendo sul tavolino un foglietto di cartache si mise poi a piegare e aripiegaresenza guardare il segretario- lei vorrebbe delle informazionicom'è naturale.... di ordinecome suol dirsiprivato. Ma... non è cosífacile di darglienecome lei suppone. Pensi un po'con cinquecentoinsegnanti...come si fa a sapere… E poiun monte di cose per la testadisopraccapidi noie. Giustoabbiamo un inverno dei più disgraziatiunvisibilio d’assenze in tutte le sezioni... Si direbbe che tutte le maestremaritate si son date la parola per accrescere la popolazione in questo mese.Queste benedette famiglie d'insegnanti... quando è malata la maestramancaanche il maestroquando è malato il maritomanca la mogliequando è malatoil bimbomancano tutti e due. Non parliamo delle signorineche si raffreddanoper un filo d'aria… E poi ci sono gli impedimenti a data fissa. Guardi qui lasezione Savoia- e mostrò uno stato delle assenze: - è un ospedale. Come vuolfare? Mandar sempre il medico di città ad accertarsi a domicilio... Apriticielo! Oltre che non è sempre conveniente. Ci dovrebb'essere l’ammenda perogni assenza abusiva. Ma come si fa? O ci son dei dubbio si ascolta il cuoreo si... Le assicurocaro signor Celzaniche è un affare serioserioserioassai. E qui mise fuori un anelitocome dopo una corsa. Il segretario fece unatto rispettoso per richiamare il direttore all’argomento.

- Ah! - disse questi- lei è qui per le informazioni.Appuntocome le dicevosi figuri il da fare che c’è a invigilare dellecentinaia di signorinela più parte delle quali son giovanimolte... anchetroppe... bellinevivacimoltissime indipendentisparpagliate per una grandecittànei sobborghia duea tre miglia fuor della cinta. Si fa il possibilecertocome vuole il decoro. Main sommanon possiamo avere un corpo dipolizia per i corteggiatori delle maestre. E neppure si possono violare iconfini... d'una libertà ragionevole. È una cosa delicatissima. E non puòimmaginare le denunziele vendette copertegl'intrighi... Riceviamo dei mucchidi lettere cieche. - E qui gli mancò il fiato un momento - ... Ci son dellepersoncine che ci fanno disperareanche senza loro colpaper colpa di madrenaturache le ha fatte come sonoche attirano gli occhi. E non dico del restodei lamenti senza fine che ci piovono dalle famiglieper una votazioneingiustaper un rimprovero non meritatoper la scuola troppo fredda o troppocaldaper le tossiper gli orecchioniper le malattie d’occhi. E poisignore offese per una parolamaestre che si credon perseguitatedirettrici...queste benedette direttriciche son come le madri badesse dei tempi andati… Eaggiunga un ginepraio di questioni per ogni esame di concorsoper ognitrasferimentoper ogni distinzioneper ogni castigo... Immagini ledifficoltàmio caro signoreimmagini la delicatezzaimmagini il tatto che civuole.

E fece punto con un sospirone.

- Signor cavaliere- osservò timidamente il segretario-le informazioni...

- Vengo alle informazioni- riprese il direttore. - Certosarebbe molto più facile dare informazioni d’un maestro. In questo caso nonsi tratta che di dire: è un galantuomo o noè monarchico o è repubblicanoha o non ha debitibeve o non beve. Io li ho tutti in mentedomandi pure... Macome si fa per le maestre? Come si fa? È una cosa complessaè un argomento...spinoso. Oltrechéanche sapendobisogna andare guardinghi. Hanno dei padrihanno dei fratellihanno delle relazioni. Alle volte uno ha compiuto un atto digiustiziae due giorni dopo trova a una cantonata uno sconosciuto con tanto dibarbache gli pianta due occhiacci in viso… mulinando un randello. C'è ancheil risico di qualche brutto tiro. Noti pure che per nulla ricorrono ai giornali.E i giornalivedaper mei giornali sono una calamità in queste quistionitanto è il male che fanno; i giornali mi fanno paura: io glielo dicofrancamentenon per mema per l'interesse dell’amministrazione e delladisciplinami fanno paura. Veda che ufficio è questocaro signoreveda cheresponsabilità ho sulle spalleveda che razza di conti ho da rendere alpubblico e alla mia coscienza.

Detto questoansandoabbandonò un momento la nuca sullaspalliera del seggiolone.

Un sinistro sospetto passò per l’animo del segretario: cheil direttore non volesse parlare per non esser costretto a dirgli delle cosegravissimedi quelle che non si possono né scusare né attenuare. E levandosiin piedi per obbligarlo a dargli il colpo di grazia:

- Insomma- gli disse con voce commossama risoluta- midicase sa qualche cosaqualunque cosa sia. Quali informazioni può darmidella maestra Pedani? Gliele domando schiette e preciseanche in nome di miozio.

- Ma io... - rispose il direttore- non so nulla. Una ottimainsegnante. Questo glielo posso accertare. Quanto al resto...

Don Celzani fece di tutta la sua persona un puntointerrogativo.

- Non c'è nulla da dire- soggiunse il direttore.... che iosappia. Ci sarebbe... Ma non c'è. Mi spiego: ci sarebbe da dire quello che sipuò dire d’ogni bella ragazza.... che ha della gente attorno... forse; deivagheggiatori. Lei m'intende.

Don Celzani gli domandò se sapesse qualche cosa di positivos'ella avesse mai dato argomento a censure sulla sua vita privatase nonconstasse nulla all’Autorità riguardo alla sua condotta nei comuni ruralidov'era stata.

- Ma se le dico che non soche non ci consta- rispose ilcavaliere. - Se mi constasse.. rispose il cavaliere - trattandosicome è ilcasod'un affare gravee d'un amicoparlerei. Ma non ho tanto in mano...Piuttosto?

- Piuttosto? - domandò il segretario.

- Piuttosto- continuò il direttore- io direise mipermettesse un consiglio da amico: le informazioni negative dell’autoritàcontan poco in queste cosevada per altre vie: cerchi notizie della famigliache è lombardadi Bresciase non erro; proceda cauto; in questi affari non siva mai troppo a rilento. Anzi…

- Anzi…? - ripete don Celzani

- Anzi- disse il direttorequasi con un movimento bruscodi sincerità- se ho da dirle aperto l'animo mio... che cosa vuole? unamaestra... Le maestresecondo il mio modo di pensaredovrebbero esser lasciatea far le maestre. Hanno una missione: si dovrebbero lasciare a quellacome lemonache. Ciascuno per la sua viaE poi… non si sa mai certo… Perdoni se leesprimo liberamente il mio pensiero… Ma questo è fuor del discorso. Ripeto:nulla constaossia… Ripeto anche… s'informi altrove... e vada con prudenza.Glielo consiglio per il bene che voglio a casa Celzani. E... non ho altro dadire.

Un nuovo sospetto balenò a don Celzani: una manovra segretadello zio cheper levarsi il fastidio di un rifiuto o la noia di persuaderlo aindugiareavesse indotto il direttore a tenerlo sulle corde con parole vaghe.Tentò nondimeno un'ultima prova- Lei conosce la mia situazione- disse-può immaginare lo stato… del mio cuore: mi dà la sua parola d'onore che m'hadetto tutto quello che sa?

In quel punto entrò un usciere con un pacco di lettere e distampe.

- Ma che vuol che le dia la mia parola- rispose ildirettorerifiatando forte- con questa farraggine di affarilei vedechenon ho un minuto di respiroe non so da che parte rifarmiDio buono! Tuttoquello che potevo dire... ho cercato di dirglielo... e lei sa che sonoaffezionato allo zio. A rivederladunquee... segua il mio consiglio.

Poiper compensarlogli disse piano. - Una bella signorinaperò! Ohper questouna gran bella signorina! - E lo spinse con bel garbo nelcorridoio.

In conclusioneal povero don Celzani rimasero coi nuovidubbi gli antichi timorie tornò a casa cosí scontentoafflitto ed ansiosoche non si curò neppure d’andare a render conto della visita al commendatore.E il fatto che questi non gliene chiedesse contoquella sera stessaloconfermò nel sospetto ch’egli avesse lavorato sott'acqua a suo danno. E nerimase sdegnato e angosciato. Ma quella divina bianchezza che aveva visto dall’abbainogli brillava sempre davanti agli occhi come un focolare di luce elettrica eadispetto di tutto e di tuttiil suo amore divampava a quella visione piùostinato e più ardente.

Eppurecon quelle informazioni vacue del direttoreeglicapiva bene che lo zio aveva un pretesto più che ragionevole per negargli ilconsenso che gli bisognava. Egli ne dovette convenirebenché non avesse persoogni sospetto d'una macchinazionequando ne parlarono insieme il giorno dopo. Ealloranon sapendo a che altro filo attaccarsiebbe l'idea arrischiata diconfidarsi all'ingegnere Ginoni: l’andò a trovare e gli espose il caso suochiedendo consigli. L'ingegnere si maravigliò. Che bisogno c'erad'informazioni? Non si vedevano scrittee le migliorisul viso di lei? Perparte suaegli avrebbe messo la mano sul fuoco. Del restosapeva qualche cosa:era brescianaorfanafigliuola d'un medico militaremorto da molti anni;aveva un fratelloonesto negoziantestabilito nella Nuova Granata. Questenotizie fecero piacere a don Celzani- E che altre informazioni vuol chiedere?continuò il Ginoni. - Vuol mandare una circolare a tutti i sindaci dei comunidov'è stata maestra? Cose da ridere. Una ragazza è sempre un mistero; non c'èche fidarsi al suo viso e all'ispirazione del proprio cuore. Piuttosto... midica un po'.. segretario amatoa che punto siamo quanto a corrispondenza?

Don Celzani fece un viso cosí sconfortatoabbassando gliocchi a modo del prete davanti all'altareche l'ingegnere ne dovette ridereen’ebbe pietà ad un tempo. E gli disse: - Senta... e se io mettessi unaparolina in suo favore!... Eh?.. Che ne dice?… Si può dare una miglior provad’amicizia? Se io scrutassi un poco il cuore di lei?

- Scruti… - rispose mestamente il segretario.

- Scruteremo- disse l'ingegnere- Chi sa mai! Nel cuoredelle donne non ci vede chiaro che l’esaminatore disinteressato. Lasci fare ame e viva allegro.

E si propose di far davvero quel che aveva promessonon soloper curiosità del caso psicologicocosí singolare per la singolarità delledue personema perché da alcuni giorni sospettava che il suo figliuoloconquella faccia che egli sapevafermasse per le scale la maestra; la quale sidoveva essere astenuta fino allora dal farne lagnanza a luinon per altro cheper non dargli un dispiacere: gli pareva atto di buona politica paterna ilmettere tra il figliuolo e lei un impedimento.

La mattina seguenteuscendo casatrovò sul pianerottolo laPedaniferma con la sua camerieraalla quale suggeriva certi eserciziginnastici per curare i geloni. Il Baumann era stato il primo a trovare che laginnastica fra i banchi poteva prevenire questo malanno. Essa la sapeva lungasull'argomento.

Alla vista del padronela cameriera rientròe quegli fecealla maestra il solito saluto scherzoso: - Abbasso la ginnastica!

Essa rispose con lo stesso tuono: - Abbasso i fautori dellinfatismo e della rachitide!

L'ingegnere risee s’avviò con lei giù per le scale. Poile domandò a bassa vocesoffermandosi: - Ma come mai lei può esser cosítranquilla mentre c'è dei disgraziati che soffrono morte e passione per causasua?

Essa lo guardò fissoe gli domandò: - Chi gliel'ha detto?

- Colui che gliel'ha scritto.

- In tal caso- disse con indifferenza la maestra-discorriamo d'altro

- Come! Nemmeno ne può sentir parlare? - domandòl'ingegnere. - Neppure un senso di pietà? A tal segno indurisce i cuori laginnastica?

Noessa risposenon aveva il cuor duro: l’aveva occupato.Era dominata da una sola passione e aveva deciso di consacrarvi tutta la suagioventù. In ogni casonon avrebbe legato la sua vita se non ad un uomo chevolesse dedicar la propria allo stesso scopo. E disse con semplicità: - Quelloche sposerà mefarà della gran ginnastica.

L'ingegnere rise sotto i baffiesquadrando la maestra conun’occhiatadisse: - Lo credo. - Poi domandò: - Dunqueil destino dellosventurato è irrevocabilmente deciso?

- Da me- riprese quella- non dipende il destino dinessuno. E basta cosí.

- Amen! - mormorò il Ginoni.

Scesero in silenzio gli ultimi scalini

- Eppure- disse l'ingegneresotto il portone- lei cipensa ancora.

- Oh giusto! - rispose la Pedani- pensavo a tutt’altracosa. Pensavo che alle bambine sono concessi troppo pochi movimenti degli artiinferiori. Guardi!

L'ingegnere diede in una risataelasciandolaesclamò: -Abbasso Sparta!

E quellavoltandosi: - Abbasso Sibari! - e infilò ilmarciapiedi a grandi passi.

Don Celzani fu ferito all'anima dalla rispostapure un po’raddolcitache gli riferí l'ingegnere; e non lo confortò punto l’esortazioneche questi gli fece a non desistereripetendogli il paragone della mina con lamiccia lungache sarebbe scoppiata più tardiindubitabilmente. Ricadde allorain uno stato tormentoso e compassionevole. Continuò a spiar la maestra quandoscendeva o rientravaper incontrarla o seguirlae la disperazione dandogli oramaggior coraggiole lanciava ogni volta un lungo sguardo indagatore esupplichevole accompagnato da una scappellata di mendicanteche chiedeva unsorriso per amor di Dio. Ella si manteneva sempre la stessa con luisalutandocon garboindifferente senza ostentazionenon mostrando d'avvedersi ch'eglis'appostava dietro l'usciodietro i pilastriagli angoli dei muriinportieriae che stava fermo un pezzo a contemplarladopo ch’era passata.Capivaperaltroche la passione del pover'uomo si veniva infiammando ognigiorno di più. Ma v’era a questo una cagione nuovach’ella non sospettava.La riputazione di lei andava crescendo. Un suo articolo su Pier Enrico Lingilfondatore della ginnastica svedesepubblicato nel «Nuovo Agone»curioso perl'argomento e per una certa vivacità evidente e brusca di stilespecie nelladescrizione degli esercizi sulla scala a ondulazione e sulla spallieraerastato riprodotto da un giornale politico di Torino e aveva fatto un certorumore. Una sera essa tenne una conferenza alla Filotecnica sulla istituzioned'una speciale ginnastica curativa per certe deformità dei ragazzispiegandosenza presunzione pedantescauna assai rara conoscenza dell'anatomia; e igiornali ne parlaronoaccennando con parole di simpatia alla sua personaallasua voce bella e stranae al suo modo singolare di porgerecon dei gestivigorosi e composti insiemeche strappavan gli applausi. Tutto questo la facevamolto ricercare per lezioni privatee le venivano a casa delle maestreaspiranti a far dei corsi di ginnasticanon c’essendo corsi aperti allaPalestra in quei mesidelle ragazze cheavendo dei difettinon volevano fargli esercizi con l’altredelle insegnanti già patentate che cercavanospiegazioni ed aiuti. E don Celzani ne incontrava ogni momento per le scaleesentiva ripetere quel nome con ammirazione da loro e da altridentro e fuori dicasa. Ora questa celebrità nascente di lei dava un'esca nuova al suo amoreunnuovo stimolo mordente e squisito ai suoi desideri. Egli sentiva una piùraffinata voluttà a immaginarsi possessore sicuro di una donna conosciuta eammiratapensava che sarebbe stato doppiamente felice nell'oscurità suad'averla quando tornava da una conferenza applauditadi impadronirsi di quelleforme che tanti altri avrebbero carezzate con gli occhi e desiderate; gli parevaanzi che quella felicità gli sarebbe stata tanto più dolce e profonda quantopiù egli fosse rimasto piccolo e nullo accanto a leinient’altro che maritoa cert'oreanche dimenticato per tutto il resto della giornatatenuto come unservitoreuno strumentoun sollazzoun buon bestione di casa. Ah! Dio grande.E questo gl'infocava il cuore anche più forte: che colla sua zucca soda d'uomomeditativonon privo di certa finezza pretinaegli aveva letto a fondonell'indole di leie capiva chequando ella avesse fatto il passoera donnada rimanergli rigidamente fedelenon foss’altro che pel sentimento delladignità propria e per forza di ragioneper quanto l’avesse tenuto al disotto di sé in ogni cosa. Ch’egli ci fosse arrivatosoltanto; e poiche glisarebbe importato delle canzonature e delle insidie! Sarebbe stato sicuro delfatto suoavrebbe ben saputo custodire il suo tesoro alla barba del mondointiero. Se ne rideva delle satire del maestro Fassi!

Giustocostui continuava a dargli delle bottate ogni voltache l'incontravama con un sentimento nuovo di acrimonia contro la Pedanilaqualediventando chiaralasciava lui nell'ombra; oltredichéoccupata inaltrogli restringeva sempre più la collaborazionedi cui aveva bisogno. Eglis'era in quei giorni tirato addosso con gli articoli provocanti dell'«Agone»un nuvolo di nemici. Assalendo tutti gli avversari della ginnasticaaveva dettoche i ballerininon esercitando che gli arti inferioriavevan delle gambeatletiche ma dei petti di pollo; aveva accusato i maestri di scherma di faringrossare l'anca e la spalla destra a scapito delle giuste proporzioni di tuttoil corpo; se l'era presa coi maestri di pianofortedicendoli causa principaledella vita troppo sedentaria delle ragazzee coi bendaggistiche osteggiavanla ginnastica perché screditava i loro istrumenti di tortura; aveva perfinostuzzicato gli speziali e i droghieri scrivendo che calunniavano «la nuovascienza» perché aveva fatto scemar la vendita dell'olio di merluzzo; e datutte le parti gli eran venute acerbe rispostea cuida sé solosi trovavaimbarazzato a risponderee appunto in quella congiuntura difficile la Pedaniquasi l'abbandonava. Il Fassi sfogava il suo dispetto col segretariosenzadirne il vero perchétacciando la maestra d'ambiziosa e d'ingrataquantunqueper interesseserbasse ancora con lei le migliori relazionie il segretariodifendendolaegli diceva peggio. Un giornofinalmentevennero a parolesecche. Spingendo il maestro la maldicenza più in là del solitodon Celzanigli rispose risentito: - La signorina Pedani è un'onesta ragazza.

- Poh! - disse il Fassi- se avessi voluto!

- Ah! non è vero! - esclamò don Celzani indignato.

Quegli stette per rispondere una grossa insolenza; ma ilpensiero della pigione ridotta gliene ritenne mezza fra i denti. - Le auguro-si contentò di dirgli- di non farne l'esperimento a sue spese.

Il segretario ribattési separarono di mal garboed'allora in poi non si salutarono più che freddamente.

 

Ma anche quella disputa crebbe fuoco al suo amore. Erandunque tutti d'accordo per calunniarla e per contrastargliela; lo zioilmaestrosua moglieil direttorela Zibellimentivano tutti; ebbenee luil'avrebbe amata a dispetto di tutti. E l'amava più che maidi fattitrovandoanzi nella severa eguaglianza della sua condotta verso di lui e perfino in ognisuo atteggiamento o movenza nuova ch'egli scoprisseuna riprova dell’onestàdella sua vita. Un altro eccitamento gli si aggiunse. Avendo dei muratoricherifacevan l'ammattonato del pianerottolodisteso un'asse sulla parte smossa perservir di ponte agl'inquiliniera per lui una vera voluttàuscendo di casa atempoveder passare su quell'asse la Pedanie misurar l'incurvatura del legnosotto il suo passola quale gli davain certo modola sensazione indiretta epure dolcissima del suo peso. E una mattina gli toccò una gran fortuna. L'asseera stata buttata da parte: egli uscí in tempo dall'uscio per rimetterla alposto mentre la maestra stava per passaree lo fece con un atto violento perfar vedere la sua forza. Ella non ne approfittòsuperando il passo d'un saltomanel saltarestrisciò col vestito la sua faccia chinaproducendoglil'effetto d'una sferzata voluttuosae lo ringraziò con un sorrisoche lo resefelice per più giorni. Fu una realtà o un'illusione?

Dopo quel giornoegli credette di veder nei suoi occhiqualche cosa di nuovoun barlume di benevolenzache gli parve il principio diun mutamento durevole; e cominciò a scrutar quel viso con ardore insolitocomeun astronomo la faccia del soleora accertandosiora dubitandotanto ilmutamento era leggero. Poteva arrischiarsi a far la sua domanda? Era troppopresto? Ma che altro incoraggiamento c’era da sperare?

Gli venne allora in aiuto l'ingegner Ginoni con una idealuminosa. Incontrandolo una sera in Via San Francesco: - Segretario amato- glidisse- se lei è un uomo finodeve fare una cosa. C'è nelle vetrine delBerry una fotografia del barone Maignoltquello che vinse a piedida Parigi aVersaillesun velocipedista famoso. La signora Pedani è grande ammiratrice delbarone. Lei dovrebbe andar a prendere il ritratto e portarglielo. Che ne dice?Vedrà che farà colpo. Ma badi: non basta regalar le fotografie; bisognaemulare i fotografati. Faccia una corsa di resistenza da Torino a Moncalierieche ne parli la «Gazzetta del Popolo»: avrà fatto di più che con dieci annidi sospiri.

Don Celzani non disse né sí né no; ma la sera aveva giàcomprato e rimesso la fotografia alla donna di servizio delle maestre. Eglisperava ben poca cosa da quell'atto. Nondimenoaspettò la mattina dopo laPedaninon foss'altro che per ricevere un freddo ringraziamento. Essadiscendeva con la Zibelli. Questavedendo luitirò dritto senza salutare. LaPedani si fermòe gli disse con vivacità insolitafacendogli il più belsorriso ch’ei le avesse mai visto: - Ah! Signor segretariocom'è statogentile! Come ha fatto a indovinare il mio desiderio?.

Don Celzani gongolò.

E la maestra gli disse ancora allegramenteandandosene: -Non so come sdebitarmi. Mi comandise la posso servire in qualche cosa.

Ah! barbara! Ma don Celzani andò al terzo cieloebeatoallucinatoparendogli d’aver fatto un passo gigantescogiudicò venuto ilbuon momento. Zio o non zioinformazioni o non informazioniegli non ci potevapiù reggeredoveva far la sua domanda formale al più prestofin che il ferroera caldo. Solamente era in dubbio se la dovesse fare a voce o per iscrittoetenne in sospeso la decisione. Frattantosi mise a elaborare con profonda curala formoladi cui si sarebbe servito nei due casi... Ma mentre la stavaelaborandofu prevenuto.

Da vari giorni la Zibelli aveva rifatto la pace con l'amicaed era seguito nella sua vita un mutamento nuovo. Aveva trovato un giorno sottoil portone un giovane maestro di ginnasticaex sergente del Genio biondo eelegantech’essa aveva sentito parlare una volta con molto garbo aun'adunanza della Società della Cassa degl'insegnanti. Egli andava dal maestroFassidi cui era amico. Le aveva fatto una grande scappellata e le si eraaccompagnato su per la scalaparlandole con una particolare espressione dirispetto e di simpatia. S'eran poi ritrovati due giorni dopo in casa del Fassiassentedove la moglievisto che si conoscevanonon aveva fattopresentazioni; e come il giovane era maestro all’ergastolo La Generalalaloro conversazione aveva preso un certo colore sentimentalespiegando egli inche maniera fossero cessate in quella casa le risse sanguinosele ribellioni ealtre violenzeper virtù della istituzione della ginnasticala quale servivadi sfogo all’esuberanza di vita ed all’orgoglio dei fortidiventatisdegnosidopo la vittoria pubblica degli esercizidi opprimere i deboliriconosciuti. E continuando il discorsole aveva chiesto spiegazioni econsiglie l’aveva ascoltata con cosí viva e gentile attenzionech’essa n’erarimasta commossa. Da questocon l'usata prontezzale era rinata l'illusione d’unamoree insieme l’allegrezzala cordialitàl’amicizia; s’erarappattumata con la Pedanisoffocando anche l'invidiache la incominciava amorderedelle sue glorie ginnastiche; s’era rifatta buona alla scuolaavevabuttato la cappa nera della pedagogianella quale stava rinchiusa da un pezzoe ricominciato a leggere libri di letteratura e a scrivere perfino dei versi dinascostotrascurando l’amministrazione della casadi cui soleva addossarsitutte le cure. A questa nuova disposizione d’animo dovette la Pedani di esserincaricatail primo giorno del mesedi portare essa medesima i denari dellapigione al segretario; ciò che entrava nelle incombenze della sua amica. Essane rimase un po’ stupitaappunto perché si trattava d’andare da donCelzani. Ma la Zibellibenché l’avesse sempre amara con luinon n’erapiù gelosa- Va'- le disse anzi scherzandodopo averle dato i denari nellabusta- lo farai felice.

La Pedani prese nello scaffale la Ginnastica medica delloSchreberche aveva promesso al cavalier Padalocchied usci. Sonò all'uscio diquesto: il quale la ricevette con molti complimentiepreso il librole dissedi risentire qualche miglioramento dopo che faceva le inspirazioni e leespirazionie allora la maestra gli consigliò di provare la rotazione dellebracciaspiegandogli anatomicamente l’azione speciale dell’esercizioginnastico delle estremità superiori sulle funzioni degli organi del petto.

Mentre ella dava queste spiegazioniil segretariosolo incasaseduto a tavolino nello scrittoio del commendatorestava cercando da unpezzocon la penna in manole frasi più importanti della sua domanda solenneparlata o scritta che dovesse essere. E dava del capo in difficoltà seriepoiché si trattava di armonizzare bellamente una dichiarazione d’amoreappassionato con la gravità d’una richiesta di matrimoniola qualedimostrasse d'esser stata preceduta da una lunga meditazione e decisa con interae tranquilla coscienza; e occorreva pure di farci entrarecon moltadelicatezzaun cenno delle sue condizioni di fortunanon dispregevoliebalenar la speranza d'una futura eredità dello ziobenché questi avesse aGenova e a Milano una falange di nipotini. Egli cercavascrivevacancellavanon mai soddisfattoturbato anche un poco dal pensiero cheessendo il primodel trimestresarebbe venuta da lui la Zibellich'era la factotuma portar lapigione: visita che lo avrebbe messo nell'impicciodopo che quella gli avevalevato il saluto. Nondimenola prima frase era assicurata oramaiedimmutabile.

Cominciava: «Signorinavengo a fare un passo decisivo nellavita d'un uomo...»ed egli finiva appunto di arrotondare il primo periodoquando il campanello sonò. «Ecco la Zibelli»disse tra sécon dispettoepreparò un viso contegnoso per riceverla.

In quel momento s’affacciò all'uscio la vecchia servaedisse: - Signor segretarioc'e la maestra Pedani per la pigione.

Don Celzani saltò in piedicon le fiamme al viso. Non gliriuscí di dire: «Fate entrare»; non poté fare che un gesto.

La Pedani entròe la serva richiuse l'uscio.

L’apparizione della maestra gli produsse l’effetto comed'un mutamento improvviso d'ogni cosa intorno a sé: la stanza cambiò luceimobili si spostaronoi contorni degli oggetti si confuserotutto s'alterò aisuoi occhicome segue ai paurosi nei duelli. Corse qua e là in cerca d'unaseggiolabalbettando: - S’accomodis’accomodi- e andò a pigliare lapiù lontana: la mise accanto al tavologli parve troppo vicinala scostògli parve messa di sbiecola voltòaccennò a lei di sedersi senza guardarlasedette lui di traversoepresa la busta dalla sua manonon trovò altro dimeglioper avere il tempo di ricomporsiche prendere a contare i biglietti congrandissima attenzionecome se sospettasse d'esser truffato.

Poi disse con le labbra tremanti: - Va bene- e prese unfoglio di carta bollata per scrivere la ricevuta.

Ma nel cominciare a scriveregli cozzarono con una taltempesta nel capo la tentazione di coglier quel momento per far la domandae iltimore che il momento fosse inopportuno e pericolosoche invece di scriver sulfoglio le parole solitescrisse: «Signorinavengo a fare un passodecisivo...»

Se n’accorsearrossístracciò il foglione prese unaltroricominciò a scriveresempre con quella tempesta nel capo; la vista glisi velavala mano gli ballavale parole gli sfuggivanola fronte gli sibagnava di sudore. La maestra lo guardavatranquilla e seria. Essa non ridevadi nulla; non aveva senso comico. S'egli l'avesse osservata in quel puntononle avrebbe visto negli occhi che una leggera espressione di curiositàcompassionevolecome quella con cui si guarda un malato d’alienazionementale. Quando alla fine riuscí a metter la firmala sua risoluzione era giàpresa.

Piegò il foglioe ritenendolo in mano per trattener leis'alzò in piedie di rosso si fece pallido. Poi cominciò: - Signorina!...

Che cosa seguí allora nella sua mente? Forse una sincopeimprovvisa del coraggioforse il pensiero improvviso che sarebbe stato meglioavviar prima il dialogo sopra un altro argomentoperché la dichiarazione nonparesse troppo repentina ed ardita. Fatto sta che invece di dire quello cheaveva preparatomutato tuono tutt’a un trattomandando giù la saliva per lagola seccamormorò umilmente: - Signorina…se ha bisogno di qualcheriparazione...

Questa volta alla ragazza sfuggí un sorriso. Rispose di notutto era in ordine nel suo quartierino; lo ringraziò della cortesia. Ealzandositese la mano per prendere la ricevuta.

Il momento era giunto: o subito o non più. Il segretariotirò indietro il foglioe rinunziando a dir le parole preparate perché laconfusione non gliele lasciava ritrovaresi slanciò con disperato coraggiocontro al pericolo.

- Signorina! - ripeté...

Accade qualche volta anche ai non timidiquando parlandominati da una forte commozionee tanto più se in una lingua che non hannofamiliareche il loro linguaggioil tuonoil gestotutto deviainvolontariamente dal sentimento che vogliono esprimerein modo che mentrequesto è sincerosempliceumilel’espressione esce enfaticatormentatapredicatoriastonatafalsacome se un altro parlasse in luogo lorosenzacomprenderlie quasi col proposito di farli fallire al loro scopo. Questoavvenne al povero don Celzani.

Battendosi una mano sul pettogonfiando troppo la vocefacendo la ruota con lo sguardo intorno alla maestra come per seguire il volocircolare d'una farfallae movendo in cento modi strani le grosse labbra comese le avesse intorpidite dal freddo:

- Signorina! - declamò. - Io ho una cosa da dirle. Mipermetta. Mi perdoni. So che questo non è il luogo. Ma vi sono dei momentivisono dei sentimentinei quali l'uomo onestoquando è un affetto onestosiapure davanti a Dioè impossibiletutto si deve diretutto si può scusareè un dovere lasciar dire. Io già mi sono spiegato. Lei conosce il miosentimento. Maimai fu leggerezzafin dal primo giorno. Mai. Sempre hocoltivato quel pensiero. Giammai nella mia coscienzase ho arditoDio m’étestimoniola più pura intenzioneil più sacrosanto scopol'affezione ditutta la vitase anche non l'ho scrittoeccomi a dirlosignorina. La suamano!... Forse non è il modo; ma parlo a un'anima bella. Il frutto è maturo.Meditai. È un galantuomo che parla. Concorde è lo zio. Creda a questo cuore.Non è più vita la mia. Non domando che la sua mano. Una sola parola! Pronunciala mia sentenza.

(«Pronuncia» fu un lapsus linguae).

Detto questoansandopiantò gli occhi dilatati in visoalla maestracon un'espressione quasi di terrore. La maestrache aveva sorrisoalle prime parole e ascoltato con serietà le ultimecorrugò la fronte quandoegli ebbe finitosuffusa d'un leggero rossoreche sparve subito. Poifissandolo sguardo sopra un almanacco appeso alla paretecon una intonazionenaturalissima che faceva un curioso contrasto a quella del segretarioe con unavoce cheabbassandosidiventava baritonale: - Vedasignor segretario-rispose- Io non so trovar giri di parole per dir certe cose... come sidovrebbero dire. Dico franco il mio pensiero. Lei perdonerà. Non ho che aringraziarla delle sue buone intenzioni. Anzimi tengo onorata. Ma…se avessiavuto un'ideal'avrei manifestata subitodopo la sua letteraperché avevocapito quel che c'era sottinteso. Le dico che mi tengo onoratasinceramente.Peròecco la cosa: davvero io non ho vocazione pel matrimonio. Per le mieoccupazioni ho bisogno d’esser libera; ho deciso d'esser libera. E poi…. hoventisette anni: se avessi avuto altre inclinazionile avrei secondate da unpezzo. Cosícché... Insommaio non so trovar delle frasi. Mi rincrescelaringrazio: ecco tutto. Favorisca la ricevuta.

A quelle parole l'amore trafitto urlòe la naturalezza glivenne.

- Ah nosignorinano! - esclamò don Celzani agitandosi. -Lei dice cosí perché non sa. Non sono come gli altriio; cosa crede? Io levoglio bene sul serioè un pezzo che penonon vedo altroio: come si fa?Dice: voglio esser libera. Che m'importaa me? Non sarei mica un padrone. Ahlei non mi capisce: io sarei il suo servitorenon pretenderei nullanon sonnientestarei sotto i suoi piedisarei troppo felicematto! Lei non miconoscecome sonoche mi fa perder la testache le darei il mio sangue e lasalute dell'anima… Dio grande! Non mi dica di no! Abbia misericordia d’ungalantuomo!

E ciò dicendo allargò le braccia e si chinò davanti a leisollevando il viso supplichevolecome il Sant'Antonio del Murillo davanti alBambino.

La maestramaravigliata di tanto calore di passione inquell'uomolo guardò un momentodiede un'occhiata all'uscioe lo tornò aguardarecon una vaga espressione di rammarico. Pareva che pensasse: «Peccatoch'egli non sia un altro!» - Ma capí subito che il suo silenzio poteva esseremale interpretatoe s'affrettò a direcol tuono più amichevole che le fupossibile:

- Basta cosísignor Celzani. Io le ho già detto il miosentimento. Lei ha buon cuore. Troverà un'altra che corrisponderà al suoaffettocome merita. Lei s'inganna sul conto mio: io non sono come forses'immagina. Io non son tenera. Ho il cuore d'un uomoio. Non sarei una buonamoglie. Veda che son sincera. Si faccia una ragione... e mi dia il foglio. Nonè conveniente che mi fermi un momento di più.

Don Celzani restò lí come pietrificato. Ma il terrore dirimaner solo in casacon la disperazione di quel rifiuto nel cuorelo riscossesubitoe gli fece fare un ultimo tentativo sconsolato di preghiera:

- Pigli tempo a risponderealmeno! Ci pensi ancora! Non midica di no per sempre!

La Pedani fu presa da un principio d'impazienzae facendo unpasso avantiallungò la mano per pigliar la ricevuta. Per istinto ilsegretario le afferrò la manoe fu come una vertigine: cadde ginocchioni d'uncolpo eaccecatosupplicandos'avviticchiò furiosamente alle ginocchia dileistrofinando il viso convulso contro la sua veste. Fu un baleno però: duemani gagliarde sciolsero le sue dita incrocicchiatee con una spinta virilmenteimpetuosa lo misero in piedi d'un balzosbalordito.

- Signor Celzani- disse severamente la maestrama conaccento più di fastidioche di sdegno- queste cose con me non si fanno -. Esoggiunse dopo una pausa: - Sia detto una volta per sempre.

Ma il segretario quasi non sentí. Il dolore immenso delrifiutola vergognail terrore dell'avvenire erano per un momento soffocati inlui dalla sensazione profonda e violenta di quell’abbracciorivelatoremisterioso di tesori che superavano le sue fantasiee che gli lasciavano comelo stupore d'un contatto sovrumano.

Si risentí vedendo la Pedani avvicinarsi all'uscio e a passivacillanti e impetuosi la raggiunse; ma si fermò a un passo da lei. Essa avevagià la mano sulla maniglia dell'uscio: la ritirò guardando lui con un sorrisod'indulgenzae poi gliela porse con un atto rigoroso di camerataper toglierea quella concessione ogni senso di tenerezza. Il segretario capíe le diede lasuamorta.

Essa si rifece seriae disse: - Siamo intesidunque... Maipiù.

Egli ripeté macchinalmentecome uno stupido. - Mai più.

E non l'accompagnò. Attraversando l'anticamerala maestrasentí un lamento lungo e sordocome un gemito soffocato tra i pugnie unostrepito precipitoso di piedisimile allo scalpitio d’un giumentoimbizzarrito; e uscí scrollando il capopietosamente.

Dopo quel giorno don Celzani fu un altro. Non aspettò piùla maestra per le scalesi mise a fumare dei sigari Virginiabazzicò ilvicino caffè del Monvisofrequentò il teatro Alfieriprese un'andatura piùdisinvoltasi diede alla sua opera di segretario con una operosità non maivedutacome se le proprietà del commendatore si fossero triplicate tutt'a untrattoe spinse la bizzarria fino a cambiare il suo eterno cravattino di setanera con una cravatta di color turchinoche gli dava un’aria addiritturabaldanzosa. Tutti gli inquilini notarono quella trasformazione. Lo sentivanoqualche volta solfeggiare per le scalelo vedevan salire o scender a piccolisaltilo incontravano per la strada in compagnia di giovani della sua etàcoiquali non l’avevano mai vistogesticolantecon una faccia nuovacon mosse eimpostature di prete spretatoche volesse dissimulare il suo carattere antico.Il solo ingegner Ginoni conobbe il perché di quel mutamentoe se ne presespasso: diceva al segretarioincontrandolo:

Cadde l'incantoe a terra sparso è il giogo;

oppure:

Alfin respiroo Nice

Bravo segretario!

E questi gli rispondeva con un gesto comicocome per dire:«Tutto è passato». E cosí durò per tutto il mese di marzo.

Dopo di che… ricadde più perdutamente innamorato di prima.

Ma come si faDio grande! Ai primi giorni della nuovastagione la Pedani aveva messo su un vestito di lanetta color marroneguernitocon una straliciatura di seta nerasemplicissimouna miseria che poteva costartrenta lire con la fatturae che aveva fors'anche dei difetti di taglio; ma lasarta vera e maravigliosa era la persona che lo riempiva e lo tiravainformandolo ai più seducenti contorni che avesse mai trovato uno scultore diDee. V'erano adesso delle giornatequando essa tornava dalla ginnasticadelleore in cui l’ariail solel’esercizio fatto mettevano nella sua carne comeuno splendore caldo di giovinezza maturala freschezza d'un corpo di nuotatriceuscita allora dall’acquaqualche cosa che si effondeva intorno come lafragranza inebriante d'un albero in fiore. E passando accanto a don Celzani apassi svelti gli diceva: - Buon giorno - con una nota d’oboespiccata eprofondache pareva un grido involontario di voluttàtroncato a mezzo. Ilpovero don Celzani resistette a tre o quattro di questi incontripoi perdettela testa: lasciò il caffè Monvisoil teatrogli amicii sigari Virginialecorse per Torinoe i baldi atteggiamenti; e della sua audace ribellione d'unmese non gli rimase altro segno che la cravatta turchina.

Ma durante quel mese aveva meditatoe frutto delle suemeditazioni fu cheentrando nel nuovo periodocambiò di tattica amorosasisforzò di dare alla sua passione l’apparenza d’una tranquilla amicizia. Nonpiù appostamentinon più sguardi supplichevoliné saluti trepidantinésilenzi d’adoratore. Egli fermava la maestra su per le scale e le siaccompagnavaattaccando discorso a qualunque propositoragionando del tempodegli orari scolasticid'una riparazione da farsid'un inquilinod'unabazzecolapur di parlare e d'intrattenerladi abituarla alla sua compagniadipersuaderla bene ch’essa poteva star con lui d’ora innanzi senza che egliricadesse nelle dichiarazioni passate. E vi riuscí. Essa sospettava bensíconfusamente che sotto quel novo contegno si nascondesse un pensierounproponimento lontano; mainsommas’era quetatoe gli si poteva discorreretanto più chelevato da quel suo matto amoreera una persona educata e unbuon diavoloche non le spiaceva. In tal modo s'incominciò a stabilir fra lorouna certa familiarità.

 

E questo avvenne più agevolmente per effetto d'una nuovadichiarazione di guerra della maestra Zibelliche lasciava da capo uscir solala sua amica. Era seguito questo lepido caso: che le due amiche essendosiincontrateper la prima volta tutt’e due insiemein Piazza Solferinocolmaestro biondo della Generalail quale le aveva fermates’era dopo pocheparole chiarito l'equivocoche quegli aveva fino allora scambiato la Zibellicon la Pedaniconosciuta da lui soltanto di fama e ammirata per i suoiarticoli; e la Zibelli aveva visto rivolgere immediatamente all’altramaraddoppiatigli ossequi e l'ammirazione di cui era stata essa prima l’oggetto.Messa sottosopra da questa scopertadopo aver passato dei giorni orribiliastiando l’amica dalla mattina alla seras'era data con grande ardore allareligioneandava in chiesa ogni mattinaaveva stretto amicizia con le signoredivote del primo pianomesso un velo nero sul visovoluto far di magro ilvenerdí e il sabatoe dedicato tutti i suoi ritagli di tempo a libri asceticiche leggeva forte anche di notte. Con questo si rincrudí pure in quei giorniacagione d'un avvenimento straordinariola gelosia ch'essa cominciava a sentireda un po’ di tempo dei trionfi ginnastico-letterari della sua nemica. Eraallora a Torino il ministro dell'istruzione pubblicaGuido Baccelli. Eglicapitò una mattina inaspettatocol sindaco e con l’assessoreseguito da unfolto corteoalla scuola Margheritamentre la Pedani faceva la lezione diginnastica. Un’altra avrebbe perso la bussola. Essa non si turbò eschieratetutte le sue allievefece eseguire i passi ritmici con una tal varietàprecisione e vigoria di comandicheun po’ per questo e un po’ per effettodella sua bella personail ministro le prodigò i più caldi elogiintavolandocon lei una conversazione su metodi ginnastici inglesidella quale uscí anchepiù ammirato che degli esercizi. Il fatto fu riferito dai giornalichestamparono il suo nomee fu una gloria. E non ne ingelosí soltanto la Zibelli:il maestro Fassi andò in bestia. In quei giorni appunto la Pedani era anchestata nominata maestra di ginnastica delle monache Vincenzine del Cottolengo.Una successione cosí inaudita di fortune cominciava a non esser piùcomportabilené si poteva spiegare che con qualche protezione segreta. Ora ilmaestro si ficcò in capo che chi le faceva aver tutti quei favori fosse ilcommendator Celzaniper sollecitazione del nipote. E non poté trattenersi dalfare uno sfogo con costui.

- È una vergogna- gli disse un giorno senza preamboli-che mentre ci sono dei professori di ginnastica che sudano da vent’anni aglistudi senza aver mai potuto ottenere un favoree neppure il compenso dellanotorietàci sia chi si fa largo e ottiene tutti gli onori per la sola virtùdella gonnella. È un mercimonio schifosoche denunzierò per le stampe.

Il segretario finse di non capire. Ma quella finzione nonfece che riaffermare il maestro nella sua ideatanto chepur conservando perinteresse un’apparenza d’amicizia con la Pedaniegli tolse a lui il salutoe sua moglie fece lo stessoE cosí eran già trecheper causa dellamaestragli avevan dichiarato la guerra.

Ma don Celzaniostinato e intrepidocontinuava a colorireil suo disegnocercando di guadagnarsi la buona amicizia di lei. Le fece ungiorno un vero piacere portandole un numero del «Ginnasta triestino»venutogli a mano per casoche conteneva un articolo sulla danza pirrica. Leportò un'altra volta un numero della «Tribuna»che riceveva lo zionellaquale era riferita la risposta negativa data dall'ufficio d'igiene del municipiodi Roma a tutte le direzioni delle scuoleche l’avevano interrogato intornoalla maggiore o minor convenienza di tener gli alunni nella posizione di bracciaconserte. La maestra gradí molto l’offertadicendo che aveva già trattato l’argomentoin un articolo. Ma il segretario le preparava ben altre sorprese. Era tentato daun po’ di tempo d'intavolare con lei certi discorsiai quali s’andavaapparecchiando; ma non osava. Un giorno osò. Avendogli essa detto chefrequentava un corso d’anatomiaegli le rispose timidamente: - L’anatomia…Lei fa beneperchésenza quello studionon si può conoscere il valore...fisiologico dei singoli eserciziesenza di questogli esercizi non sipossono classificare... fisiologicamenteche è l’ordine più utile.

La maestra lo guardò con stuporee approvò. Era un primopasso. Un altro giorno si fece anche più animo e le domandò che cosa pensassesulla quistione degli attrezzi.

Anche questa domanda la stupí gradevolmente. E gli rispose:non stava con coloro che ne volevano abusaremirando a convertire le palestrein circhi acrobaticiciò che spaventava le famiglieed era veramente unpericolo; ma dava torto anche agli esageratori della parte oppostache livolevano addirittura abolire. Dove si sarebbe andati per quella via? A unaginnastica bambinescacon cui non sarebbe stata punto educata nei fanciulliquella facoltà specialeche è il coraggio fisicoa tutti necessaria; senzala quale non si riesce più tardi in nessun esercizio civile e arrischiatosenon a prezzo di sforzi penosi e di figure ridicole.

Don Celzani approvò con ripetuti cenni del capo. - Sonopersuaso anch'io - dissecercando le parole- che l'intero sviluppo di tuttele membra non si può ottenere se non con l'aiuto degli attrezzi. Si possonlasciare da parte quelli di cui si può contestare l'utilità; ma quelli chehanno un'utilità... antropologica dimostratasecondo mesono indispensabili.

- Alla buon’ora! - esclamò la maestraguardandolo concuriosità. - E non è di parere che riguardo al numero e al modo degli attrezzisarebbe bene di lasciar libero ogni insegnante di seguire il proprio genio e lapropria persuasione?

- Non ci può esser dubbio- rispose don Celzanicongravità. - Se non si fa questosi toglie all'insegnante ogni incoraggiamento astudiare per farsi delle combinazioni da sé in ordine alle varieclassificazioni; - e le contò sulla punta delle dita-... anatomicapedagogicacollettivaindividualee via dicendo; e allora chi farebbe piùesperienze e ricerche?....

La maestra tornò a guardarlo con maraviglia e con piacere adun tempo. E punta da maggior curiositàsoffermandosi per la scala: - Qualisarebbero- gli domandò- gli attrezzi che lei giudicherebbe indispensabili?

- Gli attrezzi che io giudicherei indispensabili- risposedon Celzani col tono d'un ragazzo catechizzatorimettendosi a contar sulledita- sarebbero… le pertiche d’ascensione… la trave d’equilibrionontroppo elevata da terrache è inutile... la sbarra fissa... s'intende leparallele e il piano inclinato... Tutt’al piùlascerei da parte qualcheesercizio... l’altalena di salvataggioper esempio.

- Come? - domandò con vivacità la maestra- anche lei èdi quelli che trovan pericolosa l'altalena di salvataggio?

- Noho sbagliato- rispose il segretario- l’altalenadi salvataggioveramentesi dovrebbe lasciare. Infattiche pericolo c'è?...Qualche piccolo storcimentoalla peggio. Siamo d'accordo anche su questo.

- Siamo dunque d’accordo su tutto! - esclamò la maestrasoddisfatta. - Dico beneche non si può aver buon senso e pensarla altrimenti-. Poiripresa dalla curiositàmentre eran già sotto il portoneglidomandò con un sorriso singolare: - È un pezzo che s'è dedicato a questistudi?

Il segretario arrossí e fece un gesto indeterminatosenzadir nulla. Ma dopo quel giorno ritornò sull’argomento ad ogni incontroIlcommendatore possedeva dei libri di ginnasticaavuti in dono dagli autoridurante il suo vice-assessorato dell'istruzione pubblicadei pacchi di numeridel «Ginnasta aretino»che gli aveva mandato anni addietro un amico toscano:don Celzani leggeva ogni cosaper prepararsi certe domande e certe risposteecosí poteva sostener la conversazione. Aveva finalmente trovato il gancio eammirava la perspicacia dell'ingegnere. Oraquand’eran su quei discorsilamaestra si soffermava ogni quattro scalinied egli aveva cosí un agiodelizioso di ammirarlacome non l'aveva mai avutoe imparava a memoria tuttele pieghetutti i bottonitutte le fettucce di quel terribile vestito colormarrone; scopriva dei piccoli movimenti abituali di leiche non aveva maiosservatistudiava i suoi denti bianchi uno per unofaceva con l’occhio deiveri viaggi d’esplorazione intorno alle sue formecosí profondamente assortoalle volte in quelle indagini amoroseche dimenticava di rispondereorispondeva a casaccio. Senonchèin questo giocoegli perdette ben prestoquella padronanza di sèche era necessaria ai suoi fini. A poco a pococominciò a pensare che fosse rivolta a lui la simpatia che essa mostrava perl'argomento delle loro conversazioni; gli pareva d’esser salutatoguardatoascoltato in tutt’altro modo da quello di prima; risentiva dei fremiti sottolo sguardo ch’ella gli fissava negli occhinell’esporgli le sue ragioni; fudue o tre volte sul punto di tradirsidi afferrare il suo bel braccio per ariaquando accennava un movimento alla trave di sospensione. Si contenneperò. Maprese tanto coraggio da decidersi a una nuova provapiù accortamente preparatadell’altrada tentare il primo giorno di maggioquando ella fosse tornata incasa sua a portar la pigione. Credeva che questa volta non gli avrebbe piùpotuto dare una ripulsa assoluta. Un legame c'era fra loro. L'idea chesposandoluiella avrebbe avuto un conlocutore intelligente per le sue conversazioniprediletteuno specchio riflettore perpetuo della sua passione dominanteunaspecie di segretario intellettualegli pareva che dovesse avere un gran pesosulla sua determinazione. Ed egli aveva in serboper darle l'ultima spintalarivelazione d'un piccolo secretocheper certa vergognateneva gelosamentenascostoda un po’ di tempoa tutta la casa.

Maahimè! non era più un segreto per tutti. Il giornoprima di quello fissato da lui per far la sua terza dichiarazionelo studenteGinonientrando in casa all’ora di desinarediede una notizia che feceprorompere tutti in una risata.

- Papà- disseincrociando le braccia sul petto- ne vuoisapere una incredibile?.. Don Celzani va alla Palestra!

Ma alla risata succedettero esclamazioni d'incredulità.Eppureegli l'aveva visto entrare alla Palestrasul corso Umbertoall'oradell'entrata degli altri soci. Non c'era ombra di dubbio.

 

Le speranze fondate da don Celzani sul primo di maggio furonomandate a monte da un avvenimento imprevisto. Il commendatorecheper scansarle visite dei suoi pigionalisoleva ogni primo del mese passar la giornata difuoristette in casa quel giornoribadito come sempre sulla sua poltronacomese li aspettasse. Don Celzaniche aveva fatto tutti gli apparecchi perl'assalton'ebbe una stizza da addentarsi le mani. Sperò fino alle undici ch’eglisi decidesse ad andarsene; poi perdette ogni speranzae prese a girar per lecamere col diavolo in corpo. Ma un pensiero consolante gli balenò a un certopunto: che lo zio avesse curiosità di veder un po’ da vicino la Pedanie didiscorrer con leipoiché non eran corsi fra loro che dei saluti di scala; eche questo fosse un indizio di buone intenzioniDopo la visita al direttorelozio non gli aveva più parlato dell’affare; ma don Celzani capiva che egli nonignorava la persistenza risoluta della sua passione. Chi sa! Forse egli avevadavvero quel disegno. E allora il suo dispetto si cangiò in impazienza. Sarebbevenuta come l'altra volta al tocco e mezzo. Al toccoil commendatore era sedutonello scrittoiocon la maestosa testa bianca abbandonata sulla spalliera dellapoltronae gli occhi azzurri al soffitto. Fosse politica o altroquando laserva annunziò la Pedaniegli fece l'atto di andarsene e di cedere il posto alnipote: poi cambiò idea.

La maestra entròe parve che non le spiacesse di trovar làil padrone di casaforse perché questi rendeva impossibile una nuovadichiarazione ch’essa temeva.

Il commendatore era coi suoi pigionali d'una rara compitezzae usava col bel sesso delle forme straordinariamente rispettose e dignitose. S’alzòs'inchinò con gli occhi chiusi davanti alla ragazzaerimettendosi a sedereinsistè perché sedesse lei pure. Il segretario prese i denari e scrisse laricevuta con le mani malfermelanciando continui sguardi di sotto in su a tuttie due. Era preso da una commozione di ragazzocome se la Pedani avesse fatto lasua prima entrata nella famigliae si dovesse concludere il matrimonio inquella seduta.

- Ebbenesignorina- domandò il commendatore con dignitàtemperata da un sorriso cerimoniosoquando il segretario ebbe rimesso il foglioalla maestra- come va la ginnastica?

Era evidente che voleva farla parlar lungamente. La maestrarispose che era sempre alle stesse: una quantità di pregiudizi da vincere neiparenti delle alunnee anche nelle autorità; per il che gl'insegnanti dovevansostenere una lotta continuaa scapitos'intendedell'insegnamento

- Nella ginnastica femminile sopra tutto- disse ilcommendatoregravemente

- Nella femminile sopra tutto- ripete la Pedanianimandosi- per un mondo di riguardi… non fondati. Ella lo saprà. Io nondico che si possa subitocon le idee di adessoattuare il concetto deibaumannisti avanzatidi non fare alcuna differenza fra la ginnastica maschile ela femminile. Ma al punto a cui si vuol ridurre questa… è veramente troppo.

Il commendatore fece un cenno d’assenso con le palpebre. Ilmalesecondo luiera che s'insegnava la ginnastica per dar saggi neglispettacoli e nelle occasioni di visite ufficiali: per questo si andava all’eccessonella compassatura e nella riservatezza dei movimenti.

- Non è vero? - domandò la maestra con vivacità. - Èquello che io dico sempre. - Einfervorandosi nel discorsodimentica affatto oincredula di quello che l'ingegnere le aveva dettocon l'ingenuità d'unamonomanepremette il tasto prediletto dell’ex assessore. - Dicono: le ragazzenon debbono fare i movimenti che fanno i maschi. Ma io rispondo: o queimovimenti sono igienici o non lo sono. Se lo sonocome si possono omettere perdei riguardi che non si appoggiano sopra alcuna ragione seria? Perché il puntoè questo. Le ragazze non hanno da far ginnastica che davanti alle loro maestreo alle loro madri. Dunquesoppressi gli spettacoli che guastan tuttoèrimossa ogni difficoltà.

Il commendatore approvò. Veramentesecondo la sua ideaglispettacoli andavan lasciati stare; ma non lo disse. Si restrinse a fare un’osservazionegenerale sul grande bisogno che v’eraspecialmente per le ragazzed’unaginnastica più energicapiù conforme a quella ch’era in voga in Germania.La generazione nuovaa suo giudiziolasciava molto a desiderare.

Aveva toccato la corda più viva della maestra.

- Se lascia a desiderare! - esclamò questa. - E ancora cheleisignor commendatorenon è al caso di farsene un'idea precisa. Ma noi chele vediamo bene le nostre ragazzeche abbiamo il dovere di esaminarleditastarlenoi tocchiamo con mano l’assoluta necessità che lei dice. Se leipotesse vedere...

Il commendatore socchiuse gli occhi e prestò una profondaattenzione.

- Se lei vedesse- continuò la maestra- che poverosangue! Non dico di quelle che hanno dei veri difetti d'organismo. Ma ce n'è ungran numero che hanno una costituzione abbastanza buonasenza alcun vizioorganiconè alcuna infermità spiegata; eppure metton pietà. Sono cresciutein frettama s’è soltanto allungato lo scheletro: il sistema muscolare nonsi è svolto in proporzione. Non hanno spallenè braccianè petto. Non è ilcaso davvero di temer le pressioni... sul davanticome temon le mamme. Per ilpiù piccolo sforzo sono anelantisudano; ce n'è che svengono. Paion bambineuscite di malattia. Fa dispetto vedersi metter delle restrizioni monacaliall'insegnamento per ragazze similiche non dovrebbero far altro che ginnasticadalla mattina alla sera!

- Quali restrizioni le son postegeneralmente? - domandò ilcommendatoreguardandosi le unghie.

- Ma!... d'ogni specie- rispose la Pedani. - Voglionoristrettissimo l'esercizio d'abduzione e sollevazione delle gambe e... che soio. Poialle parallele e al volteggioe anche alla sbarra fissanessuno degliesercizi in cui sia necessario sollevare gli arti inferiori... Per legrandicellenon salita alla cordanè alla pertica. Domando io! - E tiròavanti.

Il commendatore ascoltavacon gli occhi azzurri fissi allavôltacome immerso in una contemplazione celestemovendo lentamente il capoin segno d’assenso.

- E con questo- continuò la maestra- ciò che ciappassiona sempre più per le nostre ideeè il vedere che progressi siottengono anche con quel poco che ci è permesso. Lei non può credere ilmutamento che si nota dopo un mese di ginnastica nelle ragazze dai dodici anniin sue tanto più in quelle che son magre e anemiche per malattie soffertenell'infanzia o per linfatismo acquisito. In un mesesi allarga il rossoredelle guanceche era soltanto un cerchiettole braccia s’arrotondanoildorso si raddrizzai muscoli si rilevano... Alle voltea guardarle di dietronon si riconoscono piùpaiono donnine fattehanno acquistato quella eleganzae sveltezza dei movimentiche formano la vera bellezza estetica; specialmentenegli arti inferiori... uno sviluppo da far rimanere sbalorditi. È veramenteuna cosa consolante.

Síera consolante anche per il commendatoreche seguitavail corso dei suoi pensieri. E fece una domanda che parve scaturire da unaprofonda meditazione.

- Oltre a questo- disse- ella avrà anche delleparticolari soddisfazioni da quelle poche che hanno per la ginnasticaun'attitudine fisica eccezionale e un ardore eguale al suo; perchésopra ungran numeroce n'ha da esseresicuramente. - Esocchiusi gli occhitornò afissarli in altocome per assaporar la risposta.

- Ahquesto si! - rispose la maestra eccitandosi. Ce nesono! Ed iooramaile conosco alla prima occhiatala prima volta che sipresentanoche non è poi tanto facile. Perché non son mica sempre quelle piùasciutte e d'apparenza più svelteche hanno le migliori attitudini. Questederivano dalla struttura più o meno armonica delle membra. Ci sono dellegrasseper esempioche si crederebbero pesanti e impacciatee hanno inveceuna agilitàun'elasticità da fare stupire. Bisognerebbe che il signorcommendatore potesse vederenelle ore di ricreazionealle Figlie deimilitari...

Il commendatore chiuse gli occhi.

- Perchè- seguitò la maestra- il regolamento dellaginnastica può restringere i movimenti fin che vuole; ma poifuor dellalezionele più brave fanno quello che vogliono. Ce n'ho una dozzinaa SanDomenicotra i quattordici e i diciotto anniche potrebbero dar spettacolo inun teatrodelle vere acrobateche fanno dei giri sulla sbarra fissada dar levertiginidei salti con la pedana d'un metro e mezzo d'altezza dei volteggi…- E soggiunse con un sorriso: - Fortuna che non c'è spettatori. Ma le dicodelle braccia e delle gambe d'acciaiodei vitini che scattano come molle: unabellezzale assicuro. E dire che si potrebbero ridurre tutte cosí!... Sarebbeuna benedizione!

Sísarebbe stata una benedizione; il commendatore n’erapersuaso più di chi che sia. E dopo una breve meditazioneriscotendosi tutt'aun trattodisse il suo pensiero: - Speriamosignora maestrache a poco a pococi si verrà. Le buone idee finiscono sempre con vincere. Intantole resistenzecedono da tutte le parti. E lei prosegua con costanza il suo apostolatoche faun'opera santa per il bene delle nostre povere bambine: gliene dobbiamo tuttiesser grati.

La maestra s’alzòringraziando; s'alzò egli pureeprevenendo il nipotel’accompagnò garbatamente fino all'usciodove le feceun inchino profondo.

Il segretarioche per tutto quel tempo era rimasto in piediin disparteimmobilenon perdendo una sillaba della conversazionee spiando avicenda i due visigongolava al pensiero che la maestra doveva aver fatto allozio un’eccellente impressione.

Questiritornato indietrosi fermò in mezzo alla stanzaepassandosi una mano sulla canizie maestosadisse con accento paternoquasiparlando tra sè: - Una simpatica signorina!

E rimase come assorto nel suo pensiero.

- Dunque- domandò trepidando don Celzani- lei nonavrebbe più da fare alcuna obiezione?

Lo zio parve che non capisse subito quello che voleva dire.Poiquando capírispose trascuratamente:

- Per me… nessuna. Solamente- soggiunseguardando ilnipote da capo a piedi- hai il suo consenso?

Questi prese il suo atteggiamento di chiericocon una manonell’altrae abbassando gli occhi sfavillantirispose con voluta umiltà: -Lo spero.

- Vedremo- disse lo ziosquadrandolo ancora una voltaerisedutosi sulla poltronacolla nuca alla spalliera e gli occhi socchiusisisprofondò da capo nei suoi pensieri

Don Celzani fu felice. La viadunqueera interamenteliberae dopo quella visita la maestra doveva essere anche meglio disposta diprima. Egli contava di far avanti una domanda di provacon le debite cauteleepoi la mossa supremaquando la prima fosse stata bene accolta. Questa la potevafar dove si fosse. Cercò dunque l'occasione per le scale. Ma fu sfortunato. LaZibelli aveva rifatto con l'amica la sua centesima riconciliazioneprovocata dauna delle cause solite. Lo studente Ginonivisto respinti i suoi assaltisuccessivi dalla Pedaniin parte per far rappresagliain parte per certagrossa malizia di ragazzonecon la quale credeva di spremer l'amore daldispettos'era messo a far delle piccole cortesie alla Zibelli: non una cortespiegatama una specie di «asineggiamento»semiseriodelle conversazioniamichevoliqualche mazzettodelle strette di mano espressivequando laincontrava sola. E pur senza dar gran peso a quelle dimostrazionila Zibellinon sospettandone il perchèle gradiva come una carezza al suo amor propriouna ricreazioneun pascolo piacevole dato alla sua fantasia. Per questoritornata in buona con la Pedaniogni volta che sapeva di non incontrare ilgiovanele si riaccompagnava uscendo e rientrandocome per l'addietro. DonCelzani fallí dunque per cagion sua varie appostature.

Una voltamentre egli stava per cogliere la bella tuttasolauscí di casa il professor Padalocchi e la fermòper lagnarsi dellasolita difficoltà di respiroe dirle che la rotazione delle bracciasuggeritagli da lei lo affaticava troppo. Dopo aver un po’ pensatola maestragli consigliò la lettura ad alta vocedicendogli che l’acceleramento dellarespirazione in questo esercizio era calcolato in 126: badasse però di leggerecon una cravatta larga: ne avrebbe risentito un vantaggio. Il segretario speròche fosse finita; ma il terribile vecchio chiese degli schiarimenti suimovimenti di flessione della ginnastica Schrebere allora egli rinunciò al suoproposito.

L’aveva un’altra volta quasi raggiuntasolaa pièdella scalarientrando in casaquand'eccoti dietro l'ingegner Ginonicherientrava pure. Dopo che don Celzani era ricascato nella sua passionequegliaveva ripreso a far con lui la sua parte di protettoretra benevolo ecanzonatorio. Ma questa volta gli diede un dispiacere.

- Signorina Pedani- disse con la maggior serietàmettendouna mano sulla spalla al segretario- le faccio la presentazione d'uno dei piùassidui e valenti acrobatici della Palestra di Torino.

Don Celzani fremènegòarrossendoacceso di dispetto; sisarebbe voluto nasconderee augurò il malanno in cuor suo all'impertinente. Mala maestra fece un’esclamazione di lieta maravigliaguardandolocome percercare i cambiamenti che la ginnastica aveva prodotti nella sua persona. Inquel momentoappuntoegli stava nel solito atteggiamento pretesco; ma a leiparve di vedergli un che di più vivo negli occhi.

Nondimenodubitò d'uno scherzo.

- Vede che non lo può negare due volte- disse l'ingegnere- Credasignora maestrache il fatto d'aver mandato don Celzani alla Palestrasarà la più maravigliosa delle sue prodezze!

Quel don ferí un'altra volta nel vivo il Celzani. Maegli vide in viso della ragazza un sorriso cosí sincero di compiacenzasenz’ombradi canzonaturache si racconsolò. Síil momento era giuntoegli avrebbefatto bene a non tardare nemmen più d'un giorno. E la sera stessainfattiprima di notteall’ora in cui sapeva che la Zibelli era fuoripreso ilpretesto d’andar a vedere se s'era fatto un certo guasto nel tubo dell'acquapotabilesalí in casa della Pedani.

Sperava d’esser ricevuto nella sua camera. Essa loricevette invece nel salottoin piedi. Vestiva la «blusa» da ginnasticadirigatino turchinoche le disegnava mirabilmente le spallee una gonnellabiancacon una macchietta d'inchiostro sopra il ginocchio. Aveva per la primavolta l'aspetto un po’imbarazzatociò che stupí don Celzani; ma l'imbarazzonon derivava tanto dalla visita di luidella quale indovinava lo scopoquantodalla certezza assoluta ch'ella avevacome se la vedesseche la donna diservizioappostata dietro all'uscionon avrebbe perduto una sillaba dei lorodiscorsi. Fu quindi costretta a esser breve e quasi dura nelle parolecercandodi temperare quella durezza coll'espressione del viso.

- Signorina- disse piano don Celzanitremandodopo averparlato ad alta voce del tubo-... vengo per volta a domandarle... se è sempredella stessa idea.

Essa lo guardò con aria benevoladiede un'occhiataall'uscioe ripetecon leggero accento di rammaricole sue stesse parole: -Sempre della stessa idea...

Don Celzani impallidí. E domandò più piano: -Ir...removibile?

La maestra tornò a guardar verso l'uscioe chinando un pocoil viso in atto di pietàrispose: - Sí.

Il segretario si passò una mano sulla fronte e sbarrò gliocchi. Quella risposta l'aveva paralizzato: non trovava parole. Il silenzio siprolungava. Non si poteva restar cosí. La maestrache neppure sapeva che cosadirefece un atto d'inquietudineche egli notò.

-... Allora- disse- me ne vado…

Essa non rispose. Egli si mossee quando fu vicinoall'usciovoltando indietro il viso stravoltocon un accento disperato cheavrebbe fatto scoppiar dal ridere uno spettatore indifferente: - Dunque-disse- nel tubo dell'acqua potabile non c'è niente da fare!

Quel contrasto ridicolo tra la voce e la parola toccò nelcuore la ragazza più di qualunque supplicazione: ella fu tentata di dirgliqualche cosa per consolarlo. Ma la coscienza le vietò d'illuderloE dissesoltantocon un sorriso affettuoso e pietoso ch'egli non vide: - NosignorCelzani... non c'è nulla da fare.

Quegli rispose con un singhiozzo nella gola: - Tantirispetti! - ed uscí.

 

E allora si disperòperché allora l’amava con tutta l’animacon un misto di sensualità ardente e di tenerezza infantileavvivatecontinuamente dal pensiero di quell’abbraccio che l’aveva inebriatodalricordo dei loro colloqui familiaridi tante trepidazionidi tante speranzedi tanti disinganniche gli parevan la storia di metà della sua vita. E nonsognò nemmeno di ribellarsi alla propria passionecome l'altra voltaperchésentiva che non era più possibile. Noa prezzo di qualunque tormentodovevacontinuare a vederlaa parlarlea strisciarle intorno come un caneamettersele tra i piedi a ogni passoa sentire il suo profumo di gioventù e lasua voce profondaa godere almeno della sua pietàa torturarsil'immaginazioneil cuore e la carne sotto i suoi occhi. E i tormentis'inasprironoed egli se li cercò. Coll’avvicinarsi dell'estateellaalleggerí ancora il suo abbigliamentomettendo le sue forme in una evidenzache lo facea delirare. Egli risalí sul soppalcoa inginocchiarsi tra lapolvere e le foglie secchecol viso all’abbainoe la vista di leiche davaallora le sue lezioni col busto scopertomostrando nude le larghe spalle e lebraccia stupendelo martoriava; e anche quando non la potea vederestava allevolte un'ora a sentir la sua vocee quei comandi: «Pronasupinapalme inavantipalme indietroslancio simultaneo delle braccia» gli risonavan nell’animacome esclamazioni d’amore. Egli non dormiva piùla notteper raccoglieretutti i rumori di sopraal più lieve dei quali sussultava come se si fossesentito i suoi piedini sul corpo. E s'affaticava il cervelloin queldormiveglia febbrilea immaginare astuzie e industrie temerarie per poterlavedere: dei buchi nel solaiodei traforamenti di muridelle combinazioni dispecchidei nascondimenti impossibili. E al punto d'eccitamento a cui eraarrivatonon si guardava più dai vicini per appostarla: uscivaentravarisaliva a tutte l’orela seguitava per la stradal’aspettava nel cortilepigliava tutti i più futili pretesti per parlarlele offriva ogni specie distrani serviziin presenza di chi che sianon più con l'aria d'unpretendentema d'uno schiavofaticandola con uno sguardo fiammeggiantemaumileche non chiedeva amorema compassioneripetendo come l'eco ogni suaparolaabbracciando in un solo sentimento di smisurata ammirazione la suapersonail suo ingegnola sua fama crescentela più comune e più vuotadelle sue frasi. E si frenava ancora in sua presenza; ma non più quand’erapassata: si metteva allora una mano sulla boccaguardandola di dietroesoffocava a quel modo il grido dell’amore e del desiderioche usciva in unsospiro lamentevole e sordo. E non osava quasi piùcome altre voltefermar1'immaginazione sulla felicità d'un possedimento interopoichétolto appenal'ultimo velo al suo idolo vivogli si apriva alla mente un tale abissoluminoso di voluttàch’ei ne rifuggiva di volo per terrore della pazzia. Ealloraper quietarsiricorreva ai pensieri dell’affettoimmaginava la casanuova di sposodisponeva i mobilisi rappresentava delle scene affettuosevedeva una culla bianca... Ma la passione lo assaliva subito anche in quelrifugio: egli vedeva un’altra culladieciventiun popolo uscito dal suoamplessoe non gli bastava ancorae si tormentava ancora la fantasia su quellapersona che gli rimaneva sempre davantifresca e potentecome l'immagine dellagiovinezza immortale e della voluttà eterna. E questo ardore cresceva di giornoin giorno nella familiarità amichevole ch’ella gli veniva rendendocredendolo rassegnato al suo rifiuto. La giornata intera non gli bastava più aquella varia e vertiginosa successione di fantasticheriedi corse all'abbainodi conversazioni di cinque minuti guadagnate con mezz’ora d’attesad'impetiimprovvisi e solitari di tenerezza e d’angoscianei quali soffriva e godevaquasi di soffrire. La sua mente rifuggiva dal lavorola sua memoria s’offuscavaper tutti i suoi affarila sua vita si disordinavala sua salute stessa s’andavaalterandoil suo viso pigliava una espressione nuovabizzarrafanciullescaspauritaunita a quella d'una grande bontà ingenua ed attonitacome d'un uomorapito nell'adorazione perpetua d'un fantasma fuggente nell’aria.

L'ingegner Ginoniche seguitava con occhio curioso edaccorto questo crescit eundoincontrata una mattina la maestra Pedaninel cortilesi fermò a cinque passi davanti a leie le fece scherzosamente unatto minaccioso con la canna. Poi s’avvicinòe tradusse l’atto in parole:

- Ah! spietata signorina! Ma non sa lei che il povero donCelzani si va perdendo per cagion sua?

La maestra non capí.

- Ma positivamente- continuò l'ingegnere- egli vaperdendo la cuccuma - E disse quello che aveva inteso dal commendatore. Da un po’di tempo la segreteria non camminava piùl’amministrazione andava a rotta dicollogl'inquilini dell’altra casa di Vanchiglia eran venuti a far il diavolocol padrone perchè non ricevevan più risposta ai loro richiamiil bravosegretario s’era fatto multare due volte per aver tardato a pagar le tasse diregistro. - Ecco- soggiunse- a che cosa conduce la ginnastica! Ecco ifunesti effetti dell’esercizio del sistema muscolare sulle funzioni delcervello! - Ancora tre giorni addietro il povero don Celzani s’era lasciatoinfinocchiare miseramente nella vendita di ottocento miriagrammi di fascine e dilegna dei poderi dello ziofacendo uno sbaglio d’addizione che costava alcommendatore centododici lire e settantacinque centesimi. Il commendatore gliaveva fatto un partaccioneera fuori dei gangheri. Se don Celzani gliene facevaancor unaegli aveva deciso di dispensarlo ipso fatto dai suoi servizie di mandarlo a spasimare in casa d'un altro. E lei«fredda di corvulneratrice»aveva il coraggio di rovinare in quella maniera un poverogalantuomo!

La Pedani non sorrise: la cosa le rincresceva davvero. E lodissefissando gli occhi a terracome assorta in un pensiero. - Mi rincresce- Poi soggiunse: - Io non ci ho nessuna colpaperò.

- Questo è il male! - rispose l'ingegnereridendo. -Perchèse ci avesse colpasarebbe obbligata a riparare. E allora... veda unpo'quanti beni! Il segretario non perderebbe la testail commendatore nonperderebbe il segretario. Povero segretario! Un cuor d'oroin fondoun uomoonestola miglior pasta di abatino fuorviato che Dio abbia messo in terra.Solamente ha la disgrazia di aspirare... alla perfezione delle lineee laperfezionesi sanon la raggiungono che i privilegiati. - Qui diede in unarisata. - Ah! Che prodigio! Dire che lei ha mandato don Celzani alla cavallina!

La maestra pensava.

- Basta- soggiunse il Ginoni- purché dal salto dellacavallina non passi a quello del ponte di Po!

- Ohsignor ingegnere! - disse la Pedani con un sorriso; manon senza inquietudine. - Il signor Celzani non è uomo da far queste cose.

- Ehsignorina- rispose il Ginoni- l’uomo anche piùmite e più ragionevole del mondoper sé stessoè come dell'acqua in unbicchiere: che trabocchi o nodipende dal grado di forza della polvereeffervescente che ci mette dentro la passione.

Detto questola salutòe quella s'avviò per le scalepensierosa.

Ma uscí ben presto da quel pensieropoiché la sua passionesovrana riceveva in quei giorni un alimento potentissimo dalle notizie chegiungevano d’ora in ora delle grandi feste del Congresso ginnastico diFrancoforte. Ogni giornale che gliene recava nuovi particolaririnfiammava ilsuo entusiasmo. Essa vedeva l’arrivo delle rappresentanze alla cittàricevute dal borgomastro e da una folla immensa di cittadini; vedeva la granprocessione trionfale di quattordicimila ginnasti d'ogni paese del mondogiovanettiuomini canutiuomini sul fiore degli annisventolanti centinaia distendardiaccompagnati da duemila cantanti delle società coraliche s’avanzavanoper le vie coperte di bandieresotto gli archi trionfalifra le case decoratedi corone e di ghirlandesotto una pioggia di fiori; vedeva la palestrasmisuratacon la statua colossale della Germaniae gli attrezzi innumerevolie ventimila spettatoriplaudenti a miracoli di forzadi destrezza e d’ardire;si rappresentava la maschia figura del Melleril vincitore del primo premioche agitava la sua corona di quercia fra gli urrà frenetici d'un popolo; siraffigurava quell'esercito di gagliardi sparsi per la città anticadoveappariva ad ogni passo il ritratto di Jahn Turn Vatermescolati fraternamentealla cittadinanzaaffollati intorno ai ginnasiarchi più celebria scrittoria dottia medicia riformatoriragionanti in venti lingue diverse di tuttociò che essa amava e ammiravainebriati tutti dall'idea rigeneratrice dellarazza umanadal soffio di gioventù e di grandezza che spirava nell’aria comea un grande spettacolo antico di Corinto e di Delfo. Oh! Come tutto questo erabello e grande! Il pensiero di poter concorrere anche per poconel suo angustocampoa preparare al proprio paese delle giornate simili diffondendo la fedenegli effetti maravigliosi dell’educazione fisica ed eccitando altri adiffonderla come il verbo d'un’età nuovale accendeva l’animaleilluminava tutte le facoltàle triplicava le forze al lavoro. In quei giorniappunto stava preparando un discorso a quel proposito da pronunciare al prossimocongresso nazionale degli insegnanti primariche si doveva inaugurare a Torinoe avendo avuto ottimo successo una raccolta di vari articolipubblicata dal«Campo di Marte»nei quali essa aveva caldeggiato l'istituzione in ognigrande città d’un corpo di pompiere volontariesi apparecchiava a tenere unaconferenza su quell’argomento nella sala della scuola Archimede. E intantoriceveva da molte parti incoraggiamentilettere di congratulazioneproposte equesiti di filoginnici appassionati; e a tutti rispondeva. Certoil più forteimpulso a tutto questo lavoro glielo dava la ferma e calda persuasione di fardel beneche era viva in lei fin dalla prima giovinezza; ma col crescere dellanotorietà e del plauso pubblicovi si cominciava a mescolare una compiacenzaprima non conosciutaun'idea d’ambizione ch’ella non voleva confessare asè stessae con questa un altro senso nuovoil turbamento che dà la primacoscienza della rinomanzauna certa amarezza di non saper in chi versare ilsoverchio della sua vitalità intellettuale e moraleil quale l'agitavavinceva la forza nativa della sua temprae faceva che si sentisse più donna diquello che si fosse sentita mai. Per leiche non aveva mai sognato d'usciredalla più modesta oscuritàquel po’ di rumore che si faceva in un angolodel mondo intorno al suo nomeera la gloriae la gloria è solitudine. Equando sentiva questa solitudinedurante le interruzioni del suo lavoroneigiorni in cui l'amica non le parlavail suo pensiero andava qualche volta alpovero don Celzaninon come a un amantema come a un amicoe allora ellastava per un momento con l’asticciuola della penna appoggiata al labbro disottoe con un leggero sorriso di benevolenzarivolto alla sua immagine.Quegli l’amavasenza dubbioed essa capiva che la sua era una di quellepassioni che han materia da ardere per tutta la vita.

Soltanto...

Tenne la sua conferenza sulle pompiere volontarie. Avevascelto male la serata; c'era poca gentefra cui una trentina di signore e ungruppo di studenti; ma riportò fra quei pochiper la singolarità del soggettoe per la vivezza originale dell'esposizioneun caloroso successo. Uno dei primiche le corsero a stringer la mano fu il giovane Ginonicon tanto di facciafrescacome se nulla fosse accaduto fra loro; anzicon un sorriso scintillantein cui ella lesse con rammarico la risurrezione del suo capriccio. Infattialveder lei per la prima volta in pubblicoammirata e applauditala suapassioncella aveva ripreso fuoco per la miccia della vanità. L'idea deglisquisiti godimenti d'amor proprio che egli avrebbe assaporatiquando fosseriuscito a vincerlaogni volta che l'avesse vista e udita a quel modoglidiede come un solletico irresistibile. Enon conoscendola a fondosi decise auna nuova mossa da giovanotto impetuoso e leggeroche crede nell’onnipotenzadell’assalto alla baionetta.

Il giorno dopoall'ora in cui soleva uscir solaeglil'aspettava sul pianerottolo del primo piano. Piovevala scala era buia; quindipropizia. Per aver un modo d'entraturaegli aveva comperato dal Berry unritratto del Melleril vincitore del primo premio di Francofortedel qualeinpochi giornis'eran diffuse migliaia di fotografie in tutta l'Europa.

Quando la sentí discenderesalí verso di lei.

Essa era veramente bella quel giornoancora un po’eccitatadal piccolo trionfo della sera innanzitutta vestita di scurocon un grandecappello nero che incoronava mirabilmente la sua forte e snella persona.

Il giovane si levò il cappelloe con allegra disinvolturamettendole davanti la fotografia:

- Signorina- le disse- mi permette di offrirle unritratto che forse è curiosa di vedere?

Essa avvicinò il viso con diffidenza; maappena letto ilnomemise un’esclamazione di piacere:

- Meller!

Epreso il ritrattosi accostò al muro per vederlo megliosotto quel po’ di luce che veniva dal finestrino della scala. Il giovane le sistrinse al fiancocome per guardare egli puree sporgendo il mento sopra laspalla di leicominciò a dar delle spiegazioni a bassa vocesegnando conl'indice della mano destra: - Questo è un vero tipo tedesco. Guardi lastruttura del cranioguardi che bocca. Eppurese non si sapessenon sidirebbe che è il primo ginnastico della Germania. Non pare piuttosto unpacifico professore di letteratura? Non mi vorrà mai dire una parolaconsolante? Sarà sempre cosí indifferente con me? Avrà sempre un cuore...

Il passaggio da una domanda all’altra era stato cosínaturaleche la maestra non v’aveva subito posto mente; ma lo avvertí bene emeglio sentendosi la guancia di lui contro la suae un braccio intorno allavita.

Si svincolò con una brusca mossaindignatadicendo: -Signor Ginoniquesto è un agguato ignobile!

Il giovane si tirò indietroper farle una risposta comicama la rattenne e si rabbuiò vedendo apparire in capo alla scala la facciastravolta del segretarioil quale veniva giù lestamentecon un ritratto delMellerlui pure! Nondimenoegli non fu scontento di trovare una scappatoiaalla sua brutta figura. - Che cosa fa lei qui? - domandò al segretarioche s’erafermato e lo fulminava con gli occhi. - Non vien mica a riscuotere la pigione?

Il segretario non seppe far di meglio che ripetere fremendole parole della maestra: - È un ignobile agguato!

- Caspita! - riprese il giovanementre la maestra sen'andava lentamente- È un'eco perfettasalvo la trasposizione dell’aggettivo.Soltantobadile parole dette da lei io le piglio in tutt’altro senso.

- E osa ancora?... - esclamò il segretarioquasi fuor disè. - Se non fosse il rispetto che ho per il suo signor padre..

- Oh per carità! - interruppe lo studente. - In queste cosenon c’entra nè il signor padre nè la signora madre. Son vent'anni che sonoslattato. Qui non ci sono che due uomini... Ma... per non sciupare il fiatomidica: lei è uno di quei segretari che si battono?...

- Si! - rispose ad alta voce don Celzanipigliandoun'impostatura troppo tragica per l’occasione. - Sono uno di quelli che sibattono.

- E allora basta cosí- disse il giovane risoluto- avràl’onore di rivedermi. - E voltate le spallerientrò in casa sua.

Un’ora dopo l'ingegnere Ginoniinformato d’ogni cosadalla Pedaniprendeva il cappelloseccatoe saliva le scale per andar dalsegretariocol fine di prevenire ogni passo del suo figliuolo. In fondobenché spiacentissimo dell’offesa fatta alla signorinaconsiderava laprovocazione del giovane come una ragazzata; ma da uomo di mondoche conoscevai riguardi dovuti all’amor proprio d'un giovanotto vivocapace d'intestarsi avoler condurre a fondo la cosala voleva accomodare all’amichevolenon giàritrattando la provocazione in nome di luima proponendo una conciliazioneperla quale si facesse un passo avanti dalle due parti.

Si presentò dunque al segretarioche trovò solocoi modicordiali d'un amico. Ma queglieccitato sempre dalla passioneeccitatissimoallora dalla gelosialo ricevette con un sussiegodi cui l'ingegnere duròfatica a non ridere.

Affabilmentequesti gli disse che era stato informato dallamaestrae che era venuto per comporre la contesa da buoni amici. Deplorava l’attodel figliuoloma il duello sarebbe stato una pazziaun’assurdità ridicoladi cui non c’era neppur da discorrere. Bisognava sopire la cosaimmediatamente. - Andiamocaro segretario- disse- la maestra Pedani è fuordi quistione; io posso farein nome di mio figlioper quel che riguarda lasignorinale più ampie scusecom'è di dovere. Ma per ciò che riguarda lei…non ci fu che un po’ di vivacità dalle due parti. Lei non ha che a mostrareun po’ di buon voleree la cosa non avrà seguito alcunone rispondo io.

Ma don Celzani non era più il don Celzani d'una volta.Stette su.

- Io sono stato offeso- disse.

- Andiamo- rispose l'ingegnere- le parole più gravi chesi sian pronunciate sono «ignobile agguato»e le ha dette lei. Chi ha piùgiudizio più ne metta. Lei ha quindici anni di più. Non è il caso di staresui puntigliche diavolo!

Ma il segretario l'aveva a morte per quel certo bracciointorno alla vita. Questo era il puntonon la provocazione; per questo era didifficile accomodamento- Pretende forse che io m'umilii?- domandòrizzandola cresta.

- Ma di che umiliazioni mi va parlando! - esclamòl'ingegnere. - Non si tratta di questo. Si tratta di salvar l’amor propriod'un giovanottoche ha lanciato una provocazione: non la vuol capire! Si trattadi fare in maniera che non sia costretto a darci seguito. Non ha che da dire chele rincresce d’aver pronunciate quelle due parolee le rispondo io che tuttoè finito. Oh santo Iddio! Ma è per punto d’onore o per gelosia che è tantoduro?

Don Celzani rispose solennemente: - Per l'uno e per l'altro.

L'ingegnere lo guardò... e perdette la pazienza. - Noncredevo- dissecontenendosi a stento- che l'amore le avesse vuotato ilcervello a questo segno. Ma dunque lei cerca un duello?

Quegli alzò il capoe rispose con tuono veramente eroico: -Non lo cercoma non lo temo.

- E allora le dirò che è matto nel mezzo della testa-gridò l'ingegnere esasperato- e che se le piglieràsaran sue!

E uscí sbattendo l'uscio con violenza.

 

Un’altra scena tragicomica seguiva poche ore dopo al pianodi sopracagionata dal medesimo fatto. La Pedani essendo rientrata in casaall'ora di mettersi a tavolacol viso un po’ turbatola sua amicache eraallora in buon accordo con leigliene domandò il perchèamorevolmente. Pocotempo addietroella non avrebbe rifiatato; ma ora che cominciava a sentire ilbisogno di aprir l'animoraccontò per filo e per segnosenza un sospetto almondoquello che era accadutoesprimendo la sua inquietudine per ciò che nepoteva seguire. Alle prime parolela Zibelli ebbe un colpo al cuore: dissimulònon di menoe stette a sentir fino all'ultimo. Ma non potè rispondere unaparolatanto la rabbia la soffocava. Anche lo studente! Ma era nata per la suadannazione quella malaugurata creatura! E chi sa da quanti mesi duravaquell'amorea cui da qualche settimana ella serviva di divagazionee forse distimolo! Non terminò di mangiaredisse che non si sentiva bene. Ma se non sisfogavaschiattava. E non si potendo sfogareper dignitàsu quell'argomentone cercò un altrocon impazienza febbrile. Finita in fretta la sua cenalaPedani aperse sulla tavola ancora apparecchiata un atlante del Baumanne presead esaminar le figure. La Zibelli passeggiava per la stanzamordendosi lelabbra. A un trattosi fermò dietro alle spalle dell'amicae dandoun'occhiata ai disegniesclamò: -

- Che atteggiamenti da pagliacciDio mio!

Stuzzicata da quella partela Pedani si risentiva subito esempre. Rispose: - Ma trovate una volta una critica nuovase potete! Non fateche ripetere da anni e anni le stesse dieci parole!

- È perchè son sempre giuste- ribatte la Zibelli. - Epoifin che farete i sordi e starete sempre in adorazione del gran capoacrobatacome gli artisti pagati d'una compagnia!

Era un'impertinenza; ma la Pedani non pigliava mai nulla persènon vedeva che l'argomento contrario. - Gran capo acrobata! - esclamòconun sorriso ironico. - Ha più buon senso e talento il Baumann in un dito mignolodi quel che n'abbian nel cervello tutti gli obermannisti passatipresenti efuturi. La quistione è giudicata.

- Ah non ancora! - rispose la Zibellifacendo una spallata.- Il Baumann è un grande sconclusionatoche fadisfàsenza aver nemmenoun'idea chiara e fissa del proprio metodoe mette il mondo sossopra per farrumore. Non è altro!

- Il Baumann- disse pacatamente la Pedani- ha dato unaginnastica all'Italiache non l'aveva.

- Come si può dir questo- rispose la Zibelli- mentre nonha fatto che esagerare tutto quello che c'era e voltare il modello incaricaturache è la cosa più facile di questo mondo?

- Oh! è un'indegnità! - esclamò la Pedani. - E chifral'altre coseha insegnato pel primo al vostro Obermann la ginnastica fra ibanchi? E come potete parlare voi in nome dell'Obermannche era progressistache sarebbe baumannista orase vivessesenza un dubbio al mondoperchè avevatalentomentre voi non siete nemmeno conservatorie degenerate ancora da lui?

La Zibelli diventò lividae smise di ragionare. - Ebbene-rispose- se anche fossetutto è preferibile all'andare avanti con voialtricon la vostra ginnastica da Alcidi di piazzapericolosa pei fanciulliindecente per le ragazzebrutale e ciarlatanesca per tutti.

Quando l’amica dava in escandescenzela Pedani ritornavapadrona di sé

- Ebbene- rispose con trascuranza- lasciate che cirompiamo la testa noie tenetevi la vostra ginnastica da marmocchi. Non vifarete la bua e salverete il pudore

Questo fece uscir la Zibelli dalla grazia di Dio.

- Non voglio esser derisa... per giunta! - gridò. - Sonostanca d'essere ingiuriata! È un pezzo... Oh! non ne posso più! non ne possopiù!

E uscí sbatacchiando l'uscio con tutta la sua forzaelasciando la Pedani col suo atlante davantipiù stupita che offesa. Ma anchepiù stanca che mai di tutti quei mutamentidi tutte quelle sfuriatedi cuinon sospettava che vagamente la cagionema chediventando sempre piùfrequentile rendevano oramai insopportabile quella convivenza.

 

Tutto andò sempre più a traversoin quei giornianche perdon Celzani. Egli non vide i padrini dello studenteperchè l’ingegnere avevarigorosamente proibito al figliuolo di dar corso alla cosa; maincontrando duegiorni dopo la signora Ginonich'era sempre stata gentile con luifino afargli portar qualche volta a braccetto su per le scale la sua magrezzaindolenteebbe il dolore di non vedersi restituito il saluto. E sarebbe statooffeso anche di più dell'affronto se avesse saputo che quella brava signora nonl'aveva diretto all’offensore del figliuoloma all'innamorato della maestracome quello che intralciava al suo adorato Alfredo una conquista galantesullaquale ella sarebbe stata lieta di chiudere i suoi occhi materni! Ebbe poi ilcolpo di grazia quello stesso giornoricevendo il medesimo affrontodall'ingegnere Ginoniche gli passò accanto in via San Francescosenza neppurvoltarsi a guardarlo. Era dunque rotta ogni relazione con tutta la famigliaequesto crebbe ancora lo stato d’eccitamento morboso della sua passione.

Ebbe altri dispiaceri il giorno di poi. Fra l’altre ragazzeche salivano a prender lezioni private di ginnastica al terzo pianov’era unaspecie di zingarella coi capelli cortifigliuola d'una venditrice di pomate edi saponettee maestra di ginnastica essa purela quale andava dalla Pedani afarsi fare delle «combinazioni» di passi ritmiciche poi dava per sue; edessendo molto appassionata per l'artee un po’ strambafaceva continuiesperimentidovunque fossecon le gonnelle alla manocome se avesse il ballodi San Vito. Ora le signorine divote del primo pianoavendola sorpresa duevolte sul pianerottolomentre dava dei saggi a calze scoperte a un'altraallieva della Pedaniscandalizzate e furiosemandarono a chiamare ilsegretario perchè impedisse quelle indecenzee gli dissero che «non si sapevapiù che cosaper causa della Pedanifosse diventata la casa»Il segretariopunto nel suo amoree già mal dispostorispose con male parolequelle lorimpolpettaronoegli alzò la vocee allora lo misero all'usciominacciandodi ricorrere al padronee ordinandogli di non salutarle mai più. Gli seguíanche di peggio nei giorni seguenti. Il professor Padalocchi lo incaricò diandar a pregare in nome suo il maestro Fassiche a una cert'ora cessasse di farsaltare e giocar coi manubri la sua figliuolanzaperché lo disturbavano neisuoi studi di lingua. Il segretariogià irritatonon fece 1'ambasciata coiriguardi dovutie si lasciò sfuggire la parola baccano. Il maestro andò sututte le furie. Chiamar baccano degli esperimenti scientificile preparazionipratiche e ragionate ch’egli faceva delle proprie lezionitorturandosi ilcervello per il bene dell'umanitàgli pareva il non plus ultra dell’audaciaespalleggiato dalla moglierimbeccò il segretario in tutte le regolealludendo con impertinenza alla Pedani; poi lo mise all’usciominacciandoloe s'andò a lagnare col professore; il qualeaccusando don Celzani d’averadempito male l'incarico e compromesso un professore con un marranoloredarguísi offese delle sue risposte e non lo guardò più in faccia.

Era dunque in rotta con tuttioramaisu quella scala. Ma c’eradi più. Delle sue distrazioni e della sua irritabilità avevano motivo dilagnarsi da un pezzo anche gl'inquilini dell’altra parte della casa; e poichéla notizia del suo innamoramentocausa di quella gran mutaziones'era diffusatutti parlavano alto e basso di luisenza riguardi. Insommal’ostinatezza diquel pretucolo fallito a voler una ragazza che non lo volevapareva unapetulante pretensioneun indizio d’orgoglio ridicoloo d'imbecillimentoaddirittura. E non gli facevan neppur l’onore di chiamarlo amore il suo:doveva essere una brutta passionaccia di seminarista invecchiatoe gli sileggeva negli occhi; raccontavano anzi di tentativi brutali ch'egli aveva fattocon la signorina su per le scalegli davan del porcolo guardavan pertraverso; poi cominciarono a fargli dei piccoli sgarbia cui egli rispose conaltri sgarbi; lo inasprirono fino al punto che diventò egli stesso provocatore.Allora vari inquilini si lagnarono per lettera al commendatorealcuni di essiaccennando all’amore scandalosoalla persecuzione sfacciata che faceva allamaestraa scene che seguivan per le scale e sotto il portonetaliche lemadri di famiglia non potevan più uscire con le loro ragazzesenza correrrischio di doversi coprire il viso col ventaglio. Fecero tantofra tutticheun giorno il commendatore perdette finalmente la pazienzae decise di far alnipote l'ultima intimazionequando fosse rientrato pel desinare. Non avrebbenon di meno usato le parole più gravi perchè era disposto al buon umore da unaletterina della Pedaniche lo invitava per due giorni dopo a un saggioginnastico delle Figlie dei militarinel quale si riprometteva di far delleosservazioni profonde. Ma s’indispettí al veder comparire il segretario collafronte fasciatapallido e impolverato. Gli domandò che cosa aveva. Egli lodisse. Alla Palestra (dove continuava a andareanche dopo persa ogni speranzaper domare i suoi nervi) essendosi lanciato (per disperazione) a un eserciziotroppo ardito sulla trave d'equilibriogli era fallito un piedeed era cadutogiùpicchiando del capo in una delle travi di sostegno. Il commendatores'irritò anche di quelloche chiamò una pagliacciata. Poi gli disse fuor deidenticon una severità che non aveva mai mostrata con luiche era stancodella sua negligenzadella sua vita disordinata e indecorosae delle lagnanzeche gliene venivan da ogni partee che lo scandalo doveva avere una finee chese nello spazio d'una settimana non avesse visto radicalmente mutata la suacondottaegli l’avrebbe cacciato fuori di casa. Aveva già messo gli occhisopra un altro.

Detto questoe avvisatolo che voleva desinar sololopiantò.

 

E allora egli cadde nell'ultima disperazionela quale nonlasciò più che un dubbio nella sua mente sconvolta: se dovesse partir perGenova e imbarcarsi per l’Americao rimanere a Torino e profondere il suopiccolo patrimonio in bagordi e pazzieper istupidirsi e dimenticare. In ognimodose ne doveva andar subito da quella casadove la vita non era piùtollerabile. In silenzioapparecchiò le sue robe fino a notte inoltrata. Poisi buttò vestito sul letto. Ma non potè dormire. Acceso dalla febbretesel'orecchio per l'ultima volta ai rumori usati. E quella notte i rumori furoncontinui. Il tanto aspettato Congresso dei maestri s'era aperto da unasettimana: il giorno dopo era appunto quello fissato per la discussione delquesito della ginnasticasul quale la Pedani doveva pronunciare il suodiscorso: essa era agitatascendeva da letto a ogni pocovi risalivatornavaa scenderegirava per la camera. Egli sentiva i suoi piedi nudi. E fu quellaper lui una tortura dei sensi atrocissima; ma sopraffatta da un grandesentimento di tenerezzada un rammarico profondo di dover abbandonar per semprequella cameradi non aver a udir mai più quei rumori familiari al suoorecchioche egli amava oramaiperché gli ricordavano tante notti insonnitanti desideritante fantasietante tristezzee che non avrebbe mai piùdimenticaton'era certo. Riandò nella mente il passatosi levò ritto sulletto per sentir meglio i suoi passi e i suoi sospirila invocòle parlòpiansesi morse i pugnipassò una notte di condannato a morte. All’alba silevò stanco e sbattuto: la ferita al capo gli doleva. Stette incerto tutta lamattina se dovesse accomiatarsi da lei con una lettera o andare in persona.Decise d’andare in persona. E al tocco e mezzo salí le scale.

La maestra era sola in casae un po’ triste. Dopo lascenata che aveva fatto per lo studentela Zibelli le rendeva la vita amara conuna nuova stranezza: pareva che volesse sfogare la sua passione sulla tavola:voleva spendere e spandere in ghiottoneriemetteva le spese di cucina per unaviasulla quale non si poteva andare avanti; e pure mangiando con l'aviditàd'uno struzzosi lagnava d'ogni cosaattaccava liti indiavolate per una salsaandata a maleper il pane troppo cottoper la carne troppo duraper l'acetosenza gusto. La Pedani non ne poteva veramente più. Quel serpente le avevaavvelenato anche quella mattinatanella quale avrebbe avuto tanto bisogno diserenità di spiritoper prepararsi al suo discorso. Morsaoltre che dall’altraanche dalla gelosia del suo prossimo trionfola Zibelli non aveva potutoresistere al supplizio di vederla fino all'ultimo momentoe dopo averle fattouna delle scene solitesferzando la sua ambizione e presagendole un fiascosen’era andata senza desinare. La Pedani stava nel salottinodando l'ultimapassata al suo manoscrittogià abbigliata per il Congressoche cominciavaalle due e mezzoAveva un vestito nero senza guarnizioniche la stringeva comeuna magliae la faceva parer più bianca di carne e più alta di statura; e l’agitazionedell’animo dava al suo viso una espressione di sensitivitàche non avevamostrata mai. Era solae non ostante l’aspettazione dell’ora desiderata eil bel sole che le empiva d’oro la stanzaera malinconica.

Alcune amiche che la dovevan venire a prendere per farleanimonon eran venute. Quella solitudine le pesava: ella non aveva mai tantodesiderato la compagnia. Fece dunque un atto quasi d’allegrezza quando le fuannunziato il segretario.

Questi entrò col cappello in manonotò il vestito nero emise un sospiro. Con quella fronte bendatapallidoavvilitotriste come unacassa da mortoera veramente una figura da far compassione.

Non si volle sedere.

La maestra gli domandò subito che cos’avesse al capo

- Caduto alla Palestra- rispose. E soggiunse che veniva asalutarla per l'ultima volta.

La Pedani credette che partissecome ogni annoper lacampagna. E gli domandò: - Non viene neppure al Congresso?

Il segretarioche aveva visto il biglietto d'invito dalloziose n'era dimenticato. Ebbenesísarebbe andato prima al Congressol’avrebbevista ancora una volta nella piena luce della sua bellezza e del suo trionfoesarebbe partito poicon quell'ultima immagine davanti agli occhi. Ma non dissequesto; la ringraziò soltanto del biglietto ch'essa gli porse.

- Parto…- disse poicon voce commossa- Son venuto asalutarla…. per sempre.

La maestra lo guardòe capí ogni cosa. Ma non trovòparola da dirgli. Infattiche gli poteva dire? Ella sentiva che qualunque piùlieve esortazione a rimanere sarebbe stata una lusingaquasi una promessae lasua schietta natura non le consentiva di farlaperché non l'avrebbe potutafare che con la determinata intenzione di mantenerla. Scansò i suoi occhiguardò verso la finestraimbarazzata. Poivedendo che teneva lo sguardobassotornò a guardar luimeditando. Essa sapeva tutto e tutto le tornò allamente in quel punto.

L’aveva trovato in quella casa assestatooperosotranquillobuonobenvoluto da tutti. Egli aveva cominciato a perder la paceper lei. E tutto era derivato di lí. La maestra Zibelli s’era inimicata perla prima con luiil maestro Fassi l’aveva preso in odioi Ginoni gli avevanvoltate le spallelo studente lo voleva sfidareil professor Padalocchi non losalutava piùle signorine del primo piano l’avevan messo alla portatuttigl'inquilini gli avevan dichiarato guerrail commendatore lo voleva cacciar dicasal'aveva cacciato forseed egli se n'andava solo e ramingo. E quantodoveva aver sospirato prima ch’ella se ne avvedessee poi sofferto deidisinganni e delle umiliazionie quanto la doveva amare per ostinarsi a quelmododopo tanti rifiuti di leie a dispetto di tuttie con tanto dannoproprio! E infineper leis'era rotto la testa. E guardò la sua fasciatura.Ecome avviene soventefu ciò che v'era di comico in quel povero capofasciatoe nell'immagine che le si presentò di lui ruzzolante giù dalle travid'equilibrioquello che diede l'ultima mossa alla sua pietàe la spinse perla prima volta fino a un sentimento di tenerezza. Ma il povero don Celzanichenon le leggeva nell'animonon vide che il sorriso che esprimeva il penultimodei suoi pensierie lo credette una canzonatura. E quello fu il suo colpo dimorte.

- Ah! - esclamò con accento d’angoscia disperataalzandogli occhi e allargando le braccia- questo poi non dovrebbe... Lei mi fa troppapena in questo momento!

- Ohsignor Celzaniche cosa crede? - domandò con slanciola maestrabalzando verso di lui.

Ma una musica di voci allegre risonò in quel punto nell’anticamerae un drappello di maestre vestite in gala e ridenti irruppero nel salottoedato appena uno sguardo al segretarios’affollarono intorno alla Pedanifacendo un coro di saluti e d’esclamazioni. Erano le compagne che venivano aprenderla per condurla al Congressoerano la sua passioneil mondola gloriache gliela strappavano che gli rapivano anche la consolazione dell’ultimoaddio.

Don Celzani diede ancora un ultimo sguardo d’adorazionepura in quel momentoa quella bella creatura a cui non avrebbe parlato maipiùe ribevendosi le lacrimeuscínon veduto.

Il Congresso sedeva nel Palazzo Carignanonell'aula ancoraintatta dell’antico Parlamento subalpino. V’erano forse quel giorno più ditrecento congressistitra maestre e maestrisparsi senz’ordine sugli scannirivestiti di vellutopochi dei quali eran vuoti. Uno spettacolo nuovo offrivaquel salone illustre dove era risonata la voce dei più grandi campioni dellarivoluzione d'Italia nei momenti più terribili e più gloriosi della nostrastoriaoccupato ora da una folla d’insegnanti elementariche rappresentavanoanche nell’aspetto e nei panni tutti i ceti sociali. Eppure non si prestavaallo scherzo il raffrontopoiché faceva pensare che il Parlamento italiano sitrovava allora molto lontanoin una città dove pochi anni prima sarebbe parsoun sogno a chi sedeva làch’ei si potesse trovare pochi anni dopo. Sopraquegli scanni dove i torinesi avevan visto biancheggiar delle canizie venerandee dei crani spelati di legislatorisi rizzavano da tutte le parti penne e fioridi cappellini di maestredisposte in file o in gruppida cui s'alzava uncinguettio di nidi di passere. Al posto di Garibaldi sedeva un vecchio maestrodi campagna col gozzo. Sullo scanno del conte Cavour si dondolava un giovanottoimberbecon un garofano all’occhiello. La presidenza era tenuta da un grossomaestro pretenapoletano. Si riconosceva a primo aspettodalla varietà deivisiche quello non era un congresso regionalema formato di maestri d’ogniprovincia d'Italia; fra i quali predominavan le capigliature e le carnagionibrune delle terre meridionali. Sui banchi alti c’era un gran numero disignorine variamente vestite: maestre patentatema senza impiegointervenutecome spettatriciper curiositàmolte con dei fogli davanti e con la penna inmano per pigliar degli appuntie in mezzo a loro dei ragazzi e delle ragazzineloro fratelli e sorelle. Due alti uscieri col panciotto giallo e le calzebianche giravano per l’aula. Le tribune erano affollate d’altri insegnanti edi parenti dei congressistie si vedevano nelle prime file alcune delle piùillustri autorità ginnastiche di Torinodei professoridei medicideirappresentanti di giornali. Non c’era ancora stata una adunanza cosí pienané un’agitazione cosí viva.

Quando don Celzani entrò nell’antica tribuna pubblica laseduta era già aperta da quasi un’ora. Appena sedutoegli cercò la Pedani.Non la trovò subito. Vide invece la Zibelli in uno dei banchi più bassidifaccia alla presidenzain mezzo ad altre due maestrech’egli non conoscevae risalendo con lo sguardo su pei banchi di dietrotrovò il profilocaporalesco del maestro Fassiche aveva intorno un grosso drappello di maestridi ginnastica di Torino; quasi tutti visi d'antichi militarifra i qualiriconobbe la testa bionda del maestro della Generala. Madov’era lei? Dopoaver cercato un altro po’alla venturala ritrovò finalmenteriscotendosituttoin uno dei banchi più alti di destra dove avevan seduto i MassariiBoggioi Lanzala più fedele pattuglia del grande ministro. Era in un postovicino al finestronein mezzo allo stuolo vivace delle maestre ch’eran venutea prenderla a casae che le facevano intorno come una scorta d’onore. La lucedel sole che entrava pel finestrone accendeva tutta la parte destra del suocorpo serrato nel vestito nero. Aveva delle carte davantidiscorreva con levicinepareva un po’agitata. Il segretario pose un pugno sull'altro sopra ilparapettoappoggiò il mento sui pugnie rimase immobile cosíguardandolaconfortato da un’ultima speranza: che una volta solaalzando gli occhi versoquella parteella avesse incontrato il suo sguardo. Sarebbe stato l'ultimoaddio. Poi tutto sarebbe finito. Di nessun’altra cosa si curava. Comeentrandonon aveva nemmen guardato quell'aula storica che non aveva mai vistacosí non sentí neppure una parola dei discorsi che allora vi risonavano.

La discussione s’aggirava ancora intorno al tema che eragià stato trattato il giorno avanti: sull'opportunità d'introdurre nellescuole gli esercizi di lavoro manuale. Aveva parlato primacon grande dolcezzauna maestrina venetafacendo vedere un modo trovato da lei d'insegnare a fardei canestrini con nastri di cartae un saggio dell’opera sua andava girandodi mano in mano per i banchidove le maestre si provavano a rifare il lavoro.Poi aveva parlato un maestro calabresecon una voce cantante e lamentosamostrando una grossa cesta piena di lavori fatti nella sua scuolafra i qualic'era anche un paio di scarpe. Dopo di luiavendo parlato alcuni oratoridissenzientila discussione s’era accalorata e inasprita. Una bella maestrache faceva da segretariodovette rileggere una parte del verbale dell'altraseduta. V'era in un banco dell'estrema sinistra una schiera di giovani maestrilombardi arditi e battaglieriche il presidentecon tutta la sua pazienzasacerdotalenon riusciva a racquetare. Due maestridalle parti opposte dell’aulasi scambiarono delle parole acri. In sommauna gran parte del tempo se n'andavain quistioni di prammatica parlamentaregli oratori sentivano l'influsso dell’aurapolitica della salaparlavano con troppa enfasimostravan un amor proprioeccitabile. Don Celzani fu un momento distratto da una grossa voce che gridòsolennemente: - I rappresentanti di Milano non hanno alcun mandato imperativo -.Poi lo riscosse di nuovo una salva d'applausi fatta in onore d'una maestralaqualecon voce di sopranoaveva detto che se si fosse adottato il lavoromanuale nelle scuolesarebbe stato giusto un aumento proporzionato distipendio. Poi seguí un nuovo arruffio. Infine un maestro piccolo e grassoconpoche parole lucide e piene di buon sensorimise la pacee il presidente potèporre ai voti un ordine del giornoper alzata di mano. Duecento braccias'alzaronofra cui si videro moltissimi guanti di donnaabbottonati fino algomito; un applauso seguí la votazionee si passò all'altro tema che eran le Modificazionida proporsi nell'insegnamento della ginnastica.

L'annunzio del tema fece dare uno scossone a don Celzanichecredeva che la Pedani parlasse subito. E nel volger gli occhi da quella parteegli vide comparir nella tribuna in faccia alla suaproprio sul capo dellamaestrail viso ridente dell'ingegner Ginoni.

Ma la sua aspettazione fu delusa. Altri parlarono primamaestri e maestre. La discussioneda principios’aggirò con molto disordinesul lato tecnico dell'argomentoal qual proposito si sfoggiò una fraseologiatecnologicadi cui i profani non capirono nullae si sentí il cozzo delle duescuolee i nomi del Baumann e dell'Obermann proferiti in mezzo a un grandetumultodominato per un momento da una voce cavernosa che gridò: - Torino chefu la culla della ginnasticane sarà la tomba! - Un maestro richiamòl'attenzione del Congresso sulla opportunità di riformare il linguaggio nonabbastanza italiano del regolamento di ginnasticaesponendo il parere che siproponessero certi quesiti all’Accademia della Crusca. Don Celzani credeva cheil maestro Fassi avrebbe parlato; e infatti egli s'agitavaapprovava edisapprovava violentementegridando: - No! - Mai! - Questa è grossa! - Un po’di buon senso! - ma non domandò la parola. Un maestro di ginnastica dimostròla necessità di migliorare le condizioni dei suoi colleghich'erano pagati dalGovernoma senz’aver alcuno dei diritti degli altri impiegatiche sitrovavano in uno stato precariosottoposti all'arbitrio dei presidi di liceo edi ginnasioi quali aprivano il corso in ritardonon li ammettevanocomesarebbe stato giustonelle Commissioni per le esenzioniconcesse quasi semprea capriccioe non li spalleggiavano nella disciplina. Quindi la discussiones'imbrogliò e s'infiammò da capo in una controversia di metodonella quale siudirono accenti di tutte le parti d'Italia. Il segretario cominciava a temereche la Pedani non avrebbe più parlatoe si preparava con grande amarezza arinunciare a quell'ultima voluttà di sentir la sua vocedi vedere applaudito eonorato il suo idolodi portar via la propria disperazione quasi dorata dalraggio di quella gloria. Ogni nuovo maestro che parlavagli premeva chefinissegli pareva che prolungasse apposta il suo supplizioed egli ne contavale parole fremendo. Finalmentedopo un breve discorso d'una maestra toscana chesi fece applaudire citando a nostra vergogna il piccolo Belgiodove si offrivanventicinquemila lire di premio all'autore d'un buon libro sulla ginnasticailpresidente disse ad alta voce: - La parola è alla signora Maria Pedani.

Don Celzani scattòcome se lo avesse avvolto una fiamma.

Corse prima un sordo mormoriopoi si fece un grandesilenzioil quale significava che la maestra era conosciuta per famae ildiscorsoaspettato: tutti i visi si voltarono verso di lei.

Al primo vederla in piedieretta con tutto il busto sopra ilbancoalta e possentecol bel viso ovale pallidoma risolutos'intese unnuovo mormoriocome un commento favorevole alla sua personail quale subitocessò. Un secondo senso di stupore destarono le prime note della sua voce bellae stranaquasi virilema armoniosache corrispondeva perfettamente al corpopoderoso e svelto. Essa cominciò col dire che nessun miglioramento si sarebbeconseguito sia nell’attuazione della ginnastica che nella condizionedegl'insegnantise al Governoai municipia tutte le autorità non si fossefatta sentirecome in altri paesila forza imperiosa della voce della nazioneprofondamente persuasa dei benefizi di quell'insegnamento e fermamente risolutaa volerli. Il primo debito di tuttie in particolar modo degli insegnantieradunque di far propaganda di quell'idead'inculcarla nella ragionenellacoscienzanel cuore del popolo di tutte le classi. Essa parlava lentamente daprimacorrugando la fronte in segno d'impazienza quando la parola non levenivae facendo un atto dispettoso quando s'imbrogliava in un periodocomeper lacerare la rete che l’avvolgevaed esprimere il suo pensiero a ognicosto.

- Anche per la ginnastica- proseguí dicendo- l'Italiaaveva fatto come per tant'altre cosecomeper esempioper l'istruzionemilitare delle scolaresche: c'era stato da principio un grande entusiasmodalqualea poco a pocos’era caduti nella più vergognosa trascuranzafino agettare il ridicolo sull'idea e sui suoi devoti. Ma alla ginnastica accadeva dipeggio. Era sorto contro di questa e s’andava ingrossando un esercito dinemicidei quali le autorità scolastiche subivan la forzaper modo chel'insegnamento tendeva a diventare una vana mostrauna miserabile imposturaanzi un’aperta irrisione. L'ignoranzauna vile paura di pericoli immaginaril'infingardaggine nazionalela perfidia di certe genti interessatechegiungevano con inaudita sfacciataggine fino a addebitare alla ginnastica leinfermità e i difetti organici della gioventù che essa aveva per istituto dicorreggerecongiuravano insieme. E sarebbe stata una cosa incredibile se non sifosse veduta ogni giorno. - Nemici della ginnastica- disse- sono dei coltiprofessoriacciaccosi a quarant’anni come ottuagenariappunto per avertroppo affaticato il sistema cerebrale a danno dei muscoli. Nemiche dellaginnastica son delle madri di fanciulle senza carne e senza sanguefuture madrianche esse d’una prole infeliceper non aver mai esercitato le forze delcorpo. Nemici della ginnasticadei padri di giovinetti cheper l’eccessodelle fatiche della mentecadono in consunzionecontraggono malattie cerebraliterribilisi abbandonano all'ipocondria e meditano il suicidio! Nemici ederisori della ginnastica a mille a millementre la crescente facilità dellalocomozione e i raddoppiati comodi della vita già tendono a renderci inerti efiacchi; mentre la rincrudita lotta per l’esistenza richiede a tutti ognigiorno un maggior dispendio di forza e di salute; nemici della ginnastica mentresiamo una generazione miserasfibrata e guastache fa rigurgitar gli ospedalie gli ospizi di deformità e di dolori! Quale cecità! Quale insensatezza! Qualevergogna!

Le ultime parole furono accolte da uno scoppio di applausi.La Pedani prese animoe incominciò a fare un confronto del discredito e dellafrivolezza della ginnastica in Italia con l’onore in cui era tenuta pressoaltre nazioni. Qui commise l’errore di diffondersi un po’ troppo incitazioni statistichee qua e là si manifestò un principio di opposizione.Due o tre gruppi di maestre si misero a bisbigliare tra loro per distrarrel'uditorio. Don Celzani sentí il maestro Fassiche non guardava mai l’oratriceesclamar due o tre volte con dispetto: - È fuori dell'argomento! - Son cose chesi sanno! - Una volta esclamò forte: - Bella novità! - tanto che molti sivoltarono. Ma la Pedani uscí in tempo dal mal passoaccennando alle recentifeste di Francoforte con un periodo veramente felicein cui l'uditorio vide perun momento davanti a sé la grande palestra riboccante del fiore della gioventùgermanicae sentí come la vampa di quel gagliardo entusiasmo passar sopra ilsuo capo. La maestra s'accendeva nel visospiegava la voce con una sonoritàpotentetagliava l'aria col gestosenza smodarecol vigore d'una sacerdotessaispirata. E si sentiva tutta l'anima sua in quella sincera eloquenzas'indovinava tutta la sua vita consacrata a un'ideauna gioventù che era comeuna lunga adolescenza severaaffrancata dai sensirepugnante a ogni specie diaffettazione sentimentale o scolasticasemplice di costumi e di modipurificata e fortificata da un esercizio continuo delle forze fisichedel qualeerano effetto manifesto la sua salute fiorentela mente limpida e l’animaretta ed ardita. E quando con l'ultimo tratto ella fece passare nell'aula lafigura del vecchio Augusto Ravensteinfondatore della prima palestra del suopopoloseguito dal corteo dei grandi ginnasiarchi tedeschibenefattori dimilioni di fanciulli e benemeriti della potenza e della gloria della Germaniascoppiò un’altra acclamazione fragorosache scosse lei e tutta l’assembleae la interruppe per un po’ di tempo; durante il quale le sue compagne le sistrinsero intorno afferrandole i panni e le manie affollandola dirallegramenti.

E allora essa corse fino alla finecon crescente fortuna.Ritornando sull’argomento fondamentale del suo discorsoinsistette sullanecessità che tutti gl'insegnanti s'adoprassero a persuadere le famigliealtrettanto che ad ammaestrare gli alunni. Alle maestre più che ad altrispettava quell'ufficioperchéesercitata dalle donneavrebbe avuto maggiorefficacia la propaganda in favore d'una disciplina in cui esse non potevanoeccelleree che rimoveva il sospetto dell’ambizione.

- Rivolgiamoci alle madri- disse- facciamo loro vederetoccar con mano gli effetti meravigliosi della educazione fisicache sonoevidenti e infallibili come i resultati d'una scienza esatta; persuadiamo loroche la ginnastica è la forza e la salutee che salute e forza sono serenitàbontàcoraggio e grandezza d'animo! E se non bastano il ragionamento e l’esempiopreghiamoleleviamo loro di manocon amorosa violenzai fanciulli e lefanciulle deboli ed esanguisupplichiamole perché ce li lascino salvare dallemalattiedalla infelicitàdalla morte. Oh! se potessimo trasfondere in tuttel'indomabile ardore che è in noi! E prima d’ogni cosaabbiamo fede in noistessiuna fede ardente e invincibile che la nostra idea sarà un giorno l'ideadi tuttie che un nuovo sistema d’educazione rifarà il mondoSíio locredo come credo nell’esistenza del sole che ci illumina. Una nuovaeducazionefondata sopra un esercizio perfezionato delle forze fisichedell'infanzia e della gioventùpreverrà innumerevoli miserierisparmieràall'umanità innumerevoli dolorifalcerà mille vizi alla radiceagevoleràalle generazioni che saranno più buone perché più fortie più giusteperché più buonela soluzione dei grandi problemi attorno a cui s'affannanoinutilmente ora le nostre menti malate e le nostre forze esaurite. Io credoocolleghiin questa umanità nuovache innalzerà ai grandi apostoli dellaginnastica delle colonne di bronzo; ci credola vedola salutol’adoroevorrei che tutti considerassero come la più santa gloria umana quella di viveree di morire per essa!

A quella chiusa si scatenò una tempesta; tutti balzarono inpiedibattendo le mani e gridando; la Pedanipallida e trafelatasi dovettealzar tre volte per ringraziare. Le ultime parole erano state dette veramentecon vigore d’entusiasmo apostolico e avevano scosso le fibre di tutti. Quandol’acclamazione pareva finitaricominciò; tutti i filoginnici dell’assembleae delle tribune erano in visibilio. Due o tre oratori che sorsero dopo di leinon furono quasi più intesi. Quando la seduta fu chiusascoppiò un nuovoapplausoe la Pedani discese dal suo banco fra due ali di visi sorridenti e dimani tesein mezzo a un gridio assordante di congratulazioni e di evviva.

L'immagine d'una creatura umana che godesse l'ultima orad'ebbrezza sulla soglia d'un palazzo incantatoprima d’esser precipitata perun trabocchetto in carcere eternabasta a mala pena a dare un'idea dello statod’animo in cui il povero segretario aveva udito quel discorso e quegliapplausie visto accendersi a poco a poco e quasi grandeggiare la figura dellamaestra.

Quando ella ebbe finitoegli si guardò intornocome se siriavesse da un sognoe sentí tutto a un tratto una cosí violenta stretta ditristezza e di pietà per se stessoche dovette fare uno sforzo per trattenereil pianto. In quel punto si sentí chiamare da una voce conosciuta:

- Signor Celzani! - e voltatosivide le mille rughesorridenti del cavalier Pruzziancora tutto vibrante d’entusiasmosotto lasua parrucca messa di sbieco. - Ha sentitoeh- gli disse questisporgendoinnanzi la pancia tonda- che maestre abbiamo a Torino? Non si può dire che ilMunicipio spenda male i suoi denari! - E fosse per puro effetto d’entusiasmoo c’entrasse anche il pentimento delle reticenze meditatecon le qualiinquell'occasione memorabileaveva tenuto sulle corde il segretario e gettato unvelo misterioso sulla ragazzafatto è che vuotò il sacco delle loditrattenendo per il bavero don Celzaniche voleva uscire. Non era informato cheda poco tempo- diceva- del passato della maestra Pedani. Essa aveva un lungoordine di benemerenze. Aveva reso un servigio al provveditor degli studi diMilanoresistendo intrepidamente alla popolazione d'un villaggio che non lavoleva perchè gliel'avevan mandata d'ufficioecostretta ad andarsenev’eraritornata con la scorta di una compagnia di bersaglierie v’era rimastapartita questacon fermezza ammirabile. S'era fatta onore nell’estizione diun incendionel comune di Camina. Avevanello stesso comunesalvato unragazzo da un torrenteguadagnandosi la menzione onorevole del valor civile. -Che gliene pare? - disse in finedopo ripreso il fiato- Ora ha fatto onore aTorinoperdianain faccia a tutta l'Italia. Abbiamo dei fastidiè veroabbiamo delle grandi responsabilità; maqualche volta almenosi èricompensati! - E soggiunserivolto verso l’aula già quasi vuota: - Mabravama bravama brava.

Ma il segretario non gli badò quasie lo lasciò subito.Discese le scale mezzo rintontito. Nell’atrio trovò una folla in cerchioeindovinando che c'era nel mezzo la Pedanis'avvicinò. Era leiin fatticircondata e festeggiata; egli riconobbe le penne verdi del suo cappellino.

Mentre s’alzava in punta di piedi per vedere il suo visosentí dietro alle spalle la voce del maestro Fassievoltandosilo vide chedeclamava in un crocchiocol viso lividotorcendosi rabbiosamente i lunghibaffi. - In conclusione- diceva- non ha fatto altro che battere la campagna.Grandi citazionigrande rettorica; ma in materia di scienza? - E l'accusava diplagio.

- Vada per le idee- gridava; - ma le frasima le parolem'ha portato viasenza degnarsi di pronunciare il mio nome; ma vi dico leparole una per unacome se le avesse stenografate. Accidentiche disinvoltura!Fidatevi un po’delle conversazioni familiariOra si farà strada di sicuro.Sentirete che chiasso quei cretini di giornalisti! Oh che bel mondo diciarlatani!

La Pedaniintantostentava ad aprirsi il passo. Quando lafolla degli ammiratori si fu un po’ diradatal'ingegnere Ginoni si feceavanti con impetoe le dissestringendole le mani: - Sublime! M'ha quasiconvertitonon le dico altro! - Poi s’avanzò per complimentarlastrascicando i piediil professor Padalocchi. Poi venne il direttore. Nonfinivan più. Finalmente non le rimasero intorno che una ventina di maestrementre molti altri la guardavano di lontano; e alloranon vistoil segretariola poté vedere. Non gli era parsa mai cosí bellacosírisplendentecosísuperba! Pareva che tutto il suo corpo vibrasse dentro a quel semplice esuccinto vestito nerocome se le corresse un fremito continuo da capo a piedi;il rossore le era tornatoquel bel rossore delicato e diffuso che succede allapallidezza delle grandi commozioni gradevolie che è come il pudore gioiosodella gloria; il suo viso aveva un'espressione di gentile bontà femmineacheil Celzani non le aveva mai vedutae che dava ai suoi occhi e alla sua bocca ea tutta la sua persona una nuova forza di seduzione. Ed egli la guardòestaticopreso da un sentimento strano e dolorosocome se fosse giàlontanissima da luidi là da un immenso fiumesul culmine d'una collinadietro alla quale dovesse sparire per sempre.

Quando ella si mosse col suo drappello di maestreilsegretario si nascose dietro un pilastro. E di lí vide una scena inaspettata.Mentre la Pedani stava per metter piede fuor del portonele comparve davanti lamaestra Zibelli e le gittò le braccia al collo piangendoe la baciò piùvolte con ardore. Don Celzani non udì le sue parolema comprese cosí pernebbia che era stata vintae che venivamossa da un impulso del cuorearender le armie a chieder perdono di qualche cosa. La Pedani l'abbracciò equella s'allontanò subitovoltandosi a mandarle un saluto appassionato con lamano.

La Pedani uscí sulla stradaed egli la seguitòa moltadistanza.

Andava innanzi lentamenteprecedutafiancheggiataseguitada uno stuolo di maestre giovanii satelliti consueti dei trionfatoriche lefacevano intorno un cicaleccio festosoavvertendola di scansar le carrozze elanciando occhiate qua e làcome per attirar su di lei l'attenzione deipassanti. Tratto tratto una di esse s’accomiatavaun’altra sopraggiungeva es'univa al gruppo. Svoltarono in via Santa Teresae tirarono avantia destra;il povero Celzani sempre dietro.

Síla voleva vedere fin che avesse potuto: poi sarebbeandato a prender la sua roba e partito da Torino. Per dove? Non sapeva. PerGenovaforseper imbarcarsi. Dio l'avrebbe guidato. Purché andasse lontanoasoffocare la sua passione in una dura vita di lavoroa dimenticarese fossestato possibileose non altroa soffrir meno. Poichéveramentealladisperata vita cui era ridotto non gli bastavan più le forze dell’anima. Edopo quel trionfoegli si sentiva più miseramentee per cosí direpiùbassamente infelice che non fosse stato maipoiché non aveva sentito perl'addietro che la differenza esteriore ch'era fra lei e lui; ma la riconoscevaora troppo superiore a sè anche per lo spirito: ella non aveva soltantoinnalzato sé stessa alla gloriaaveva precipitato lui nella polvere. La vedevatra pochi anni celebrecercata da tuttiamatasposata forse da un uomo belloillustre e potente. Gli pareva allora un'insensatezza ridicola quella di averosato di chiederle la manod'importunarlad'inginocchiarsi davanti a lei e d’abbracciarlei ginocchi. E questo ricordo appuntola sensazione che gli si ridestava diquell’abbraccio gli bruciava il sangue e il cervello. E intanto la divoravacon gli occhidi lontano. Ora una carrozzaora un gruppo di gente glielanascondevae poi essa riapparivae gli riappariva ogni volta più grandepiùformosapiù trionfanteper fargli entrar più addentro nel cuore lacerato lapunta della disperazione.

Le amiche l’accompagnarono fino al portone. Egli siarrestò all'angolo di via San Francesco. Di là aspettava di vederla sparireper semprecome in un abisso.

Ma quando vide le amiche lasciarla e lei entrare in casaunarisoluzione improvvisa lo spinseun bisogno irrefrenabile di dirle addio ancorauna volta. Fece la strada di corsaentrò nel cortilesi mise dietro a unpilastroe la vide avviarsi verso la porta interna e salire a passi lentivoltandosi ogni tanto a guardare indietrocome se le paresse d'avere smarritoqualche cosa o rimpiangesse la compagnia che l’aveva lasciatae sentisseripugnanzadopo quel trionfo clamoroso fra tanta gentea ritornare in casacosí sola per quella scala nera e solitaria.

Le andò dietro in punta di piediadagio adagio. Quando fual secondo pianerottolonon poté più reggeresi slanciò sula raggiunse.Essa si voltòsi trovaron di fronte l'una all'altro nel buiolei sopra unoscalino più alto.

- Il signor Celzani? - domandò la maestra.

Egli ruppe in un singhiozzoe mormorò: - Son venuto a dirleaddio!

Ma non aveva finito di dirloche si sentí una mano vigorosasulla nuca e due labbra infocate sulla boccae nella gioia delirante che loinvase in quell'immenso paradiso oscuro dove si sentí sollevato come da unturbinenon poté cacciar fuori che un grido strozzato:

- Oh!... Dio grande!