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Ciò ch'è in fondo al bicchiere

di Giovanni Verga

Quando la signora Silverio tornò insieme al marito - da Nuova YorkdaMelbournechi lo sa? - tutti videro ch'era finita per leipovera Ginevra.Metteva del rossetto; portava ancora la pelliccia nel mese di maggio; veniva acercare il sole e l'aria di mare alla Riviera di Chiajadalle due alle quattronella carrozza chiusacome un fantasma. Ma ciò che stringeva maggiormente ilcuore era la macchia sanguigna di quell'incarnato falso nel pallore mortaledelle sue guancee il sorriso con cui rispondeva al saluto degli amici - queltriste sorriso che voleva rassicurarli. Ancheil Comandante non si riconosceva più: aveva la barba quasi grigiale spallecurvee delle rughe che dicevano assai su quella faccia abbronzata d'uomo dimare. Indovinavasi ciò che avessero dovuto fargli soffrire i farfalloni chesvolazzavano un tempo intorno alla sua bella Ginevraadesso che non era piùgeloso di leied era tornato a prendersela sotto il braccio pietosamentechinando il capo a tutti i suoi capricciquasi sapesse che la poveretta non neavrebbe avuti per molto tempo... Dopo eraripartito subitoper ordine superioredicevasi; e dicevasi pure che l'ordined'imbarcare l'avesse chiesto colla stessa sollecitudine con cui un tempo avevadesideravo di non lasciare la moglie e il Dipartimento di Napoli. Essadisperatamentes'attaccava alla vita colle manine scarnepovera donnaeaffaticavasi a menare a spasso i suoi guai e i suoi terrori segretiai balliin teatrocome ripresa dalla febbre mondana - e forse era la stessa febbre chela teneva in piedisotto le armitorturandosi delle ore dinanzi allo specchioper strascinarsi poi col fiato ai denti sino al suo palchettoo per passaresoltanto da una sala da ballo. - Ma così felicesotto la carezza dei binoccoliche si puntavano sul suo petto anelantee sembravano scaldarle il sangue nellevene! Così grata a quell'anima buona che venisse a farle un briciolo di corte!- Senza cadere in tentazioneno! La tentazione ormai era lontanae le avevalasciato i lividori sulle carni. - Tanto che sorrideva al maritoquando egliera ancora lìcome a dirgli: - Vedichemale c'è?... - Aveva preso un quartiere invia di Chiajaper stare notte e giorno in mezzo al rumore e al movimento dellacittà; perché gli amici venissero a trovarla più facilmenteall'uscire dalteatro o prima di pranzoe riceveva specialmente il mercoledì sera. Suo maritostesso me ne aveva fatto cenno al caffèprima di partiredimenticando le sueprevenzioni contrarie e forse anche i suoi sospetti: - Venga a trovarlapoveraGinevra. Le farà tanto piacere -. Ellaaccoglieva con gran festa tutti quanti. Appena mi videmi corse incontro colsuo bel sorriso che innamoravastendendomi le mani.Era proprio tornata la bella signora Silverio che ci faceva perdere latesta a tutti noi della Regia Marinaquando i disinganni e le amarezze nonavevano ancora spento il suo bel sorriso civettuoloe messo qualcosa di duronella linea delle sue labbra. - Ho lasciato tutto lìle noiele cose tristi!- pareva dire; e faceva un gesto grazioso col braccio esileaccennando lontanoallorché tornavano nel discorso i ricordi malinconici.Al primo vederlasotto il gran paralume chinese vicino al quale stavapiù volentierinon mi parve nemmeno tanto patita. Dei pizzi superbi davano unacerta vaporosità alla sua figurina snellae dei grossi filari di perle lecoprivano interamente la scollatura del vestito. Ripeteva sovente: - Adesso stobene. Son guarita interamente -. Sorridevaanche delle sue paure. Soleva rammentarle soltanto per far capire che le avevanolasciato una grande indulgenza per tutte le debolezze e tutti gli errori umani.- E i tradimenti anche! - mi dissespalancando gli occhionie accennando colmuovere del capo e col sorriso che mi accusavano. - Sapete che sono stata moltomalecaro d'Arce? Ho creduto di fare il gran viaggio! Torno da lontanoadesso... di laggiùdove si sa tuttoe tutto si perdona!... -Si volse a cercare la sua amica Maioe la pregò lei stessa di offrirmiil thè. Da lontano vidi i suoi occhi fissi su di noinel breve istante chescambiammo un profondo inchino cerimonioso. Poi la bella Maio tornò araccogliere gli omaggi altrui come una regina. Quandoandai a posare la tazza vuota sul tavolinettoal quale la signora Ginevraappoggiava di tanto in tanto la manocoll'aria un po' stanca e affaticataellami chiese a bruciapelofissandomi in viso quegli occhi luminosi:- Così? Non avete più nulla da dirviné voi né lei?- Ahimèno. - Oooh! - esclamòridendo- oooh!... - E inzuccherò senzapietà il thè dell'Ammiraglio. La contessaArdilio le offrì di aiutarla. Ella accettò subito per venire a sedere accantoa me su di un canapè d'angolo. - Abbiamomolte cose da dirci; ma è meglio non parlarneè vero? A che serve oramai?Siamo perfettamente ragionevoli tutti e due... Allora... quando seppi il tortoche avete fatto alla parola datami... il giuramento del marinaiovirammentate?... - E sorridevapovera Ginevra. - Però non ve ne volli... né avoiné a lei... Ebbi dei torti anch'io... Ma voi sapevate che non erolibera... - Allora mi parlò francamente diAlviseil solo che non potesse farsi vivo fra i suoi amici. - Anch'io hobisogno di perdonolo so!... Ora tutto ciò è passato... lontano tanto!...Vedete come ve ne parlo?... - Tornava a farequel gesto vagotirando in su i guanti lunghissimi. Tutta la sua civetteriariducevasi adesso a una cura gelosa di nascondere le sue povere carnimortificate. E di colui pel quale aveva sentito forse più trionfante la vanitàdella sua bellezzaquando appariva in una festacolle spalle e le braccianudesoltanto per luidiscorreva adesso tranquillamentecon una certa amaradisinvoltura. Solamente non lo chiamava più pel suo nome di battesimo:- Povero Casalengo... Un buon amico e un uomo di mondo... Dei pochi chesappiano pigliarlo com'èil mondo!... - Rammentavaancora gli altripassando in rivista delle memorie che accendevano dei puntiluminosi nelle sue pupille. D'un solo non fece mottoforse perché era ancoratroppo presente dinanzi ai suoi occhiquando parevano oscurarsi a un trattoepareva come delle ombre livide le lambissero il viso emaciato.Ma tornava subito gaia e sorridenteoccupandosi dei suoi invitatifacendosi in quattro per pensare a tutti. Si avventurò sino all'uscio delsalotto ove fumasicol fazzoletto alla boccacon quella gaiezza che rendevacosì ospitale la sua casa. - Nonomipiace anzi! Fumerei anch'iose non mi facesse tossire -. Avrebbe chiuso gliocchie si sarebbe lasciata soffocare per far piacere agli altried averetutte le sere la casa piena di gente sana e allegra che la facessero illudered'esser sana e allegra lei pure. Aveva inchiodato Sansiro al pianoforteeminacciava di fare un giro di valzer. - No!con leino! giammai! - mi disse respingendomi con le braccia tese.Sembrava proprio rivivere nel suo elementoe parlava insino di«lasciarsi andare» a bere «qualcosa di forte» eccitandosicolle guance giàaccese e il sorriso ebbrolei che aspirava soltanto delle lunghe boccated'etere «per tenersi su». Peròdi tanto in tantoalla sfuggitaguardavasifurtivamente negli specchie l'occhiata ansiosaquasi smarritatradival'interno sbigottimento. Tutt'a un trattomentre mesceva il thè a deigiovanotti ch'erano giunti tardivenne meno fra le braccia di Serravalletuttadi un pezzocome un cencio. Nondimenoappena si riebbe alquantocercò dirassicurare amici ed amiche che le si affollavano intornovolgendo la cosa inscherzobianca come il suo vestitofacendosi vento col fazzolettobalbettandocol sorriso smorto: - Ah!... lacolpa è di Serravalle!... Non posso vedermelo accanto senza cadergli fra lebraccia... È destinatopovero Serravalle!... Si rammentaquella volta che siballava insieme in casa Maio? - Fu l'ultimasua festapovera donna. A poco a poco gli amici dileguarono quasi tutti; e ciòla rattristiva assaiquantunque non lo dicesse. Chiedeva di loro ai pochifedeli che continuavano a farle visitadi tanto in tanto. Un giorno che lerecai il saluto di Alvise provò un gran piacere. - AhCasalengo... sirammenta!... - mormorò lieta. Volle anchesapere a chi Casalengo facesse la cortein quel tempoe le sfavillavano gliocchi alle piccole maldicenze che si fanno sottovoce nei circoli mondani.- Coluisì!... sa vivere! - ripetée accennava pure col capoassorta. Mi era grata del tempo che rubavo«all'altra mia amica» per dedicarlo a leie mi chiamava «il suo buonfratello». - Fratellonon è vero? - ripeteva colla sua grazia maliziosa. Ec'era quasi un rimasuglio di rancore involontario nella carezza della parolaaffettuosa. Alcune voltequando mi dicevaquelle cosespecie sull'imbrunireche provava una gran tristezza e mi avevapregato di non lasciarla mai solaal vedere i suoi occhi luminosiil sorrisoancora dolce che le rianimava il viso e pareva dissiparne le ombremi sentivoriprendere irresistibilmente da quella moribondacon un'immensa dolcezza amara.Essa preferiva quell'oral'angolo del salotto riparato dal paraventochinesela mezzaluce che dissimulava il suo pallore e il suo male. Era il suopudore e l'ultima sua civetteria. Nell'ombra sentiva che il suo profumo e la suavoce ancora dolce mi parlavano meglio di leidella Ginevra che avevo conosciutaun tempo. - Colei lo sa che sietequi... che fate un'opera buona... per meritarvi il paradiso? -Come diceva quelle parole! Come esse sonavano e penetravano! Comeattiravano verso di lei quell'anelito frequente e quelle povere mani febbrili!- No... non mi fiderei più degli amici... e delle amiche! Ho imparato aspese miecaro d'Arce! - Una sera che avevatossito più del solitoe parlava più tristereggendosi il capo col braccioappoggiato al tavolinomi disse guardandomi fissochina verso di menellostesso tempo che schermivasi dalla luce colla mano aperta:- Noi non siamo stati mai... nulla. Ecco perché mi siete rimasto fedele-. Le si era fatta la voce un po' roca.Tutto ciò che le veniva alla mente e sulle labbra aveva la stessa velaturastancae un abbandono che avvinceva me pure. Senza quasi avvedermene le avevopreso la manoed essa me la lasciòcalda ed inerte. Allorasenza guardarmiquasi senza volerlomi confidò il segreto di ciò che aveva sofferto laggiùlontana da tuttiin paese straniero. Una storia semplice e dolorosasenzadrammasenza neppure l'ombra di una rivale. Colui pel quale aveva abbandonatala sua casa e la sua patria non l'amava più: ecco tutto. - Amore... chi lo sa?Anch'io avevo amato Casalengo... o m'era parsoprima di lasciarlo perquell'altro... Per una parola che ci suoni meglio all'orecchioper un'occhiatache lusinghi il nostro vestito nuovoper una frase musicale che ci facciasognare ad occhi aperti... Ecco perché ci perdiamoe ciò che formaquest'amore. Quando egli non ebbe più dinanzi altre seduzioni con cuiconfrontare la miaquando non temé più altri rivali... Una mattinasull'albatornò pallido e fosco. Aveva perduto. Giuocava da un pezzoda chenon mi amava più. E si voleva uccidere perché non poteva pagare... Non perme... Lui che aveva tutte le delicatezzetutta la poesiatutta la nobiltàdell'animo. E l'ultima rottura fra di noil'ingiuria che non poté perdonarmifu quando gli offrii d'aiutarloio ch'eroparte di luiche vivevo soltanto per luiche gli avevo sacrificato ben altroche non sapevo cosa farmi del mio denaro... Mi lasciava appunto per questoperché egli non ne aveva più. L'onore degli uomini è così fatto. Poiquand'egli fu partitocolui che aveva detto di non poter vivere senza di melasciandomi sola e moribonda in un albergo... mio marito ebbe pietà di me - luiche non mi amava più e non doveva più amarmi... Pagò un altro debito d'onoreanche lui... - Parlava calmacon un filo divoceinterrompendosi di tratto in tratto e lasciando morire in un soffio certeparole. Le passò sul volto un sorriso che la fece sembrare più pallida.- Povero d'Arce! V'ho intronate le orecchie per narrarvi le solitestorie. Cose che succedono a tutti... Lo sappiamo e torniamo a cascarci. Alloravuol dire che dev'essere cosìnon è vero? Anche voi... -Nel luglio e l'agosto stette meglio. Però non si lasciò indurre a mutarpaese per qualche tempo. Il silenzio e la quiete della campagna le facevanopaura. Volle piuttosto andare alla festa di Piedigrotta. S'era fatto fareapposta un vestito elegantissimoe aveva combinato una carrozzata allegranella quale ero invitato io pure. - La Maiono! - mi disse sfavillante. Tuttoquel chiasso e quel movimento l'eccitavano assai. Tornòstanchissima e si mise a letto per due o tre giorni. Dopo si strascinò ancoraun pezzo fra letto e lettuccio. La tristezza delle giornate autunnali lapigliava lentamente. Se non mi vedeva all'ora solitami teneva il broncioquasi avessi mancato a una tacita promessa. Faceva spesso dei progetti perl'avvenire; s'illudeva più facilmenteora che le fuggiva la terra sotto ipiedie che non aveva più la forza di strascinarsi sino al canapè. Cosìtenacemente s'attaccava al mio braccioche le parlavo anch'io di Sorrento e diNizzacol cuore stretto. Ella diceva di sìdi sìtutta contentatornandoad affermare col capotornando a sorridere come una bambina.Consultava insieme a me delle guide e dei giornali di modee avevafissato l'epoca del viaggio: - Dopo il carnevaleappena tornerà la primavera.Tornerò a rifiorire anch'iovedrete! tutti v'invidieranno la vostra bellaamica... Amicaveh! - Aveva ordinato degliabiti da ballo per quell'inverno. Si faceva bella ancora per me. Diceva «cheerano le sue prove generali». Una sera si fece trovare in abito da ballopresso un gran fuoco. Com'era contentapovera Ginevra! Quel sorriso ingenuonella bocca e negli occhi che le mangiavano il visomi mise un brivido neicapelli: lo stesso brivido che mi faceva trasalire quando l'udivo gemeresottovoce nella stanza accanto per abbigliarsi - e quel giorno che la camerierami chiamò spaventatacercando colle mani tremanti la boccettina d'etere soprala tavoletta. Essapure in quel momentocoprivasi colle mani il misero pettoscarno... Una volta mi disse: - Quantosaremmo stati felici... allora... di poterci vedere liberamentecome adesso!...- In dicembre peggiorò rapidamente. Non sialzò più dal letto; non parlò più di viaggi. Il parlare stesso la stancava.La baraonda e l'allegria fragorosa del Natale napoletano le davano noia.Sembrava distaccarsi a poco a poco da ogni cosa. Peròvoleva ancora che andassi a vederla spessopiù che potevoe lagnavasi chetutti l'abbandonassero. Stava poi ad ascoltarmiimmobileguardandomi fisso.Alle volte i suoi occhi si offuscavanoquasi guardassero dentro se stessao inun gran buioe il viso le si affilava maggiormentecon un'espressioned'angoscia vaga. Dopo sembrava ritornare da lontanocon una cert'aria smarrita.Mi sorrideva dolcementequasi per scusarsi dell'involontaria distrazionema inmodo che stringeva il cuore. In quei giornitornò a Napoli suo maritochiamato per telegrafo. Essa volle festeggiare conlui l'ultima sera dell'annoe invitò pochi amici. Le avevano apparecchiato untavolino accanto al lettoe dei fioriun gran numero di candele nella camera.Era raggiantepoverettae sembrava proprio una bambinasparutafra le gale ei pizzi della cuffia e del corsetto. Ci salutava col capo ad uno ad unoalzandoverso di noi la coppa nella quale aveva fatto versare un dito di champagnee beveva cogli occhi alla nostra salutesenza accostarvi le labbracomesapesse ciò che si trova in fondo al bicchierecome anche i nostri auguri larattristassero. Infine si lasciò vincere dalla comune gaiezza; parve chetornasse a sorridere a una vaga speranzae sorrideva a tuttia tutti noicogli occhi e le labbracol viso pallido e magro. Ilcapo d'anno le recai dei fioriun gran fascio di rose che ero andato a cogliereper lei a Capodimonte. Ella si levò giuliva a sederee le volle sul lettotutte. Ripeteva: - Quante! quante! - scegliendo le più belleimmergendovi lemani... Era tanto contenta! Mi mostrò iregali che le avevano mandato gli amicie le amiche... - tutti quanti! - Lacamera n'era pienasulle mensolesul canapèda per tutto. Ella indicava aduno ad uno il nome del donatore. Dalla gioia mi pose un braccio intorno alcollodicendomi: - Ma nessuno come voi!...nessuno! Voi siete il mio caro fratellonon è vero? E mi vorrete sempre benecosìsempre sempre... perché non fummo mai altro!... Un momento... ci fu ilpericolo... Vi rammentate? Ma era scritto lassù!... lassù... -In quel momento portarono il regalo del marito: un magnifico abito daballo che la cameriera spiegò trionfante sulla poltrona. Ella indovinò ladelicata e pietosa intenzione d'illuderla che c'era nella scelta del donoe nefu scossa profondamente. Non disse nulla; gli occhi le si fecero più grandi epiù lucentie tornò a coricarsitirandosi la coperta fino al mento.Mi lasciò senza dirmi addiopovera e cara Ginevra! L'ultima volta chela vidiin presenza del marito e di due o tre altriella sembrava già nonfosse più di questo mondo. Non mi disse nulla; non sembrò nemmen accorgersi dime. Stava zittachiusacogli occhi sbarrati e fissi. Il Comandante rispondevaper lei qualche parolacolla voce raucai capelli arruffatila barba incoltapallido anche luie col viso gonfio dalle notti insonni. Un momento appenaudendo la mia voceella volse su di me quegli occhi che non guardavano e nondicevano più nulla: e tornò a rivolgerli altroveindifferente. Li attiravaadesso soltanto una striscia di luce che moriva sulle tendine istoriate.Fu l'ultima volta che la vidi. Dopol'uscio delle sue stanze rimasechiuso per tutti. Erano arrivati dei parenti da Venezia e da Genova. Gli amicierano tornati a chiedere di lei o a lasciare il loro nome alla porta: tutticoloro che avevano ballato in quella casa e vi avevano passato delle ore liete.Parecchi ci avevano perduto anche la testaun tempoe parlavano di lei chemorivaa voce bassaprima di tornare al Circolo o al teatrofacendosi piccinidinanzi al marito che ripigliava il suo posto in casa suaall'ultima orainvecchiato in un meserispondendo alle condoglianze e alle strette di manocollo sguardo chiuso e la mano gelida. Seppich'era morta dall'invito per assistere ai funerali. Nelle sale dove essa ciaveva ricevuti festanteera una gran follae molti fioricome il primo giornodell'annosulle mensolesui tavolinisul pianoforte. C'erano tuttora gliavanzi delle candele dei candelabri posti dinanzi agli specchi dove ella s'eraguardata. Le sue amiche misero dei fiori sulla bara. La signora Maio soffocava isinghiozzi con un fazzolettino di pizzo. Primadi morire aveva detto che voleva una semplice bara coperta di raso biancoe unasemplice lapide col suo nome. Non ci furono discorsi sulla tomba. La suaorazione funebre fu fatta da Casalengoche venne a trovarmi la sera stessaperparlarmi di lei. - Povera Ginevra! - e nondisse altro.