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Antonio Labriola

DA UN SECOLO ALL'ALTRO

I.

Nell'ultimo anno accademicoe precisamente dal novembre 1900 a questo giugno 1901io tenni alla Università un corso di lezioni sopra un tema di tanta ampiezza e di tale varietàche ciò che riuscii effettivamente a dire non poté a meno di lasciare nel numeroso uditorio come la impressione d'un piccolo frammento d'un gran tutto.
Cominciai a un di presso così:
Ripiglio tutti gli anni sempre con viva emozione e con gran piacere questo corso straordinario di filosofia della storia. I miei uditori potranno vedere e riconoscere essi stessi, come in queste lezioni nelle quali non rifuggo dalla oratoria e dall'intonazione pronta e facile della conferenza, io usi di uno stile di molto diverso di quello che è proprio al mio corso ordinario di etica e di pedagogia. In questo io mi attengo rigorosamente alla serrata tecnica della lezione, come si conviene ad argomenti che van trattati per compiere esplicitamente la funzione precisa dell'ammaestrare e dell'insegnare. Qui siamo, invece, nel più vasto campo della cultura; - qui si ha per mano una materia, che nessuno si argomenterebbe mai di disciplinare a scopo di esami, riconducendola a mezzo di esercizii professionali. Son poche - e poche devono essere - coteste materie, che segnano come la estensione, e direi quasi la espansione dell'Università oltre ai termini di ciò che è direttamente utilizzabile a intenti pratici immediati. Ed ecco che io, infatti, in cotesto corso mi lascio andare di buon grado ad una certa agile combinatoria di elementi, e di cose e di idee, che la stringata classificazione delle discipline suol sempre tenere quasi pedantescamente distinte e separate del tutto; uso in larga misura della libertà, della ricerca e della opinione; e, rifacendomi d'anno in anno di nuove letture e di nuovi studii, miro in queste lezioni all'ampiezza ed alla pienezza dell'esposizione: il che è ben diverso dalla pretta esattezza didattica.
E per questa volta il titolo stesso del corso dice chiaro, come la natura del soggetto giustifichi per se stessa il modo della trattazione. Mi fermerò sopra alcune caratteristiche del secolo decimonono per venire a dichiarare la configurazione del mondo civile in questo prossimo passaggio da un secolo all'altro(1). Non è, spero, chi s'aspetti da me per tale annunzio, che io narri a perdita di vista una infinita moltitudine di fatti. Suppongo la conoscenza di ciò che volgarmente ha nome di serie dei fatti storici, e suppongo, inoltre, qualcosa di più, e cioè dire l'abito negli uditori a tenersi orientati in punti di vista come questi: - lotte per la nazionalità - diffusione del principio liberale - la concorrenza economica e l'espansione coloniale - i paesi industriali e i paesi agricoli - il crescere dello spirito scientifico e la rinascenza cattolica; e così via. Né enumero, come se volessi fin d'ora rinchiudere in tanti canoni fissi la mia libera esposizione: - anzi ho scelto a caso alcune di quelle formule riassuntive, pur fermandomi di volta in volta sopra alcuni fatti caratteristici, e sopra certe date decisive, le quali segnano dei momenti di feconda transizione, io mirerò, in questa considerazione retrospettiva, alle grandi linee, alle grandi correnti, all'insieme, al senso delle cose. Farò, a un di presso, ciò che agl'ideologisti pare d'intender bene a modo loro, quando dicono di rappresentare lo spirito di un secolo. E noi realisti, di rimando diciamo, che in cospetto di una determinata configurazione del mondo civile, com'è questa della fine del secolo, noi ci mettiamo in atto di chi voglia intendere una situazione, riandando obiettivamente le ragioni, i modi e le condizioni del come essa s'è fatta.
Non uno dei miei passati corsi di filosofia della storia andrà per me ora sperduto: ma non uno ne ripeterò quest'anno. Totalizzo, quasi, i resultati di quelli in questa, dirò cosi, istantanea della fin di secolo. Ho spaziato per anni su campi svariati. Una volta, Vico ragguagliato alla scienza modernissima; un'altra volta un raffronto metodologico fra storia e filologia. Un anno mi fermai ad illustrare il variare dei rapporti fra chiesa e stato; un altro, a ripigliare in esame la preistoria del Morgan col raffronto coi più recenti studii. Due volte trattai documentariamente la storia del socialismo moderno da Babeuf alla Internazionale; e illustrai in un altro corso le origini della borghesia italiana, e la condizione d'Italia in sulla fine del secolo decimoterzo. Discorsi più volte della Rivoluzione Francese - il solo punto della storia, nel quale io mi senta in possesso, secondo la boriosa espressione degli eruditi, di una specifica competenza, - come per dare, e in compendio, l'avviata alla retta cognizione di ciò che costituisce l'essenziale, in buona o in mala parte che ciò si prenda, della società moderna. Tutto questo vasto materiale, che non intendo punto di riandare in ispecie, mi sta ora innanzi alla mente, come per illuminare la scena attuale del mondo civile, che io voglio tratteggiare nei suoi contorni, nel suo interiore assetto, e nell'intreccio delle forze che la configurano e la sorreggono. Per ogni elemento vivo bisogna aver presente - ciò è ovvio - indefiniti precedenti. E chi oserebbe, dunque, di segnare un punto unico d'approdo a tante serie? Trovandoci nel mezzo di un gran processo, come ardiremmo noi di credere, che una data di calendario faccia da indice alle molteplici e complicate fasi effettuali delle cause obiettive? Questa revisione, dunque, dello stato del mondo, dal punto di vista convenzionale del secolo che muore, ha un valore appena appena approssimativo, che solo un'approfondita analisi sociologica può riavvicinare a qualcosa di effettivo e di reale.
Al postutto, quale è il mezzo pratico per misurare la nostra cultura storica? Eccolo, è semplicissimo: - la nostra capacità ad intendere il presente. Recatevi nelle mani i giornali dell'ultima quindicina. Abbiate sott'occhi un passabile atlante geografico. Fate di aver libero maneggio delle ovvie cronache annuali riassuntive. Capite l'ultima notizia? Che cosa è questa guerra del Transwaal, questo ultimo atto di resistenze dei costumi e delle libertà endemiche contro l'universalismo inglese, questa ultima obiezione armata del villano(2) contro il capitale invadente? E la Russia che rifà a rovescio l'invasione mongolica? E di quanto bisogna retrocedere e di quanto bisogna addentrarsi per risolvere i fatti politici attuali nei momenti e nei moventi, di remota preparazione quelli e di intima impulsione questi?
Ma, per non anticipare di soverchio, non insisto negli esempii.
Mentre discorro, come per prepararmi ad afferrare in un rapido sguardo lo stato attuale delle cose del mondo civile usando della occasione del secolo che muore, io vi ho già detto implicitamente che, datando per aspetti così estrinseci le cose e i nostri pensieri sovra di esse, noi rendiamo semplicemente omaggio ad una illusione convenzionale. Il secolo non è né una contenenza, né un contenuto. Non è nemmeno una cornice: e non occorre di notare, che non risponde a nessuna rivoluzione naturale. Qual somma arbitraria degli anni civili che alla lor volta sono una certa tal quale approssimazione di un periodo naturale, sta lì a ricordarci una molto oscillante tradizione romana, ereditata forse da cosmologiche ideazioni e superstizioni etrusche. E poi cotesto periodo di anni fu riferito ad un'èra cristiana tardivamente fissata per argomentazione. Il nostro esame ci porterà a sostituire a cotesto, come ad ogni altro, convenzionale schematismo di periodi uniformi, se mai ciò è possibile, delle date interne, che siano indici dello sviluppo reale delle società. Il secolo del quale cerchiamo le caratteristiche, a spiegazione del presente, non comincia veramente in modo meccanico dalla prima pagina del calendario del 1801; ma chi sa mai dal 14 luglio 1789, o a un dipresso, e come altro piaccia di datare il vertiginoso erompere dell'èra liberale.
E qui basta della citazione e del ricordo delle mie lezioni.
Terminato che fu il periodo accademicoa parecchi dei miei cortesi uditori parve opportuno di consigliarmi che io pubblicassi integralmente quelle lezioni. A considerare la cosa materialmente non c'era certo difficoltà di sorta. Dai miei appunti di preparazioneda quelli degli uditorie dalla stenografia di alcune conferenzec'era da tirar fuori tanti prolissi volumi quanti ne può dare la recitazione di un intero corso.
Respinsi il gentile consiglio parendomi alquanto bizzarra l'idea.
A che proinveropubblicare delle lezioni? Ogni lezione comincia dall'inevitabile preamboloe termina con la chiusa obbligata. Tante volte si ripete: "come dissi già"; o: "come dirò in seguito". Si vanno di continuo aprendo delle parentesio per ispiegare un termineo per dare un qualche ragguaglio sopra un autore citatoo per colorire con qualche cenno biografico la figura di un personaggio storico del quale sia fatta menzione. Tutto ciò contraddice allo stile del libroturba l'attenzione del più paziente lettoree rende esosa a chiunque la dotta compilazione.
Ripensandoviho poidurante le vacanzemesso assieme queste pagineche rendono in semplici raggruppamenti di capitoli alcuni dei pensieri principali di quelle lezionisenza che dell'apparato e dello stile della lezione stessa rimanesse più nulla. Le momentanee allusionile inframmezzate e non brevi narrazionile dichiarazioni accessorie spesso lunghe: - tuttovia.
E pure questi capitoli rimangono dei frammenti. Chi volesse muovermi di ciò biasimo si provi a dirmi che via terrebbe luiil severo criticoper superare questo stato frammentario della nostra cognizione dell'ora presentee per integrarla nella totalità di una visione perfetta. La più savia e la più calzante delle obiezioniche siano state mai mosse contro ogni sistema di filosofia della storiaè quella del Wundt: noi non sappiamo dove la storia andrà a finire. Il che vuoi dire - se ben ho capito - che noi non l'abbiamo mai tutta sott'occhi come un qualcosa di compiutoa quella guisa che esaminiamo l'individuato organismo animale o vegetale. En attendant chechi sa maila totale retrospezione della vita del genere umano s'avveri nel cervello d'un fortunato e perfettissimo filosofo dell'avvenirecontentiamoci per ora di quella parziale visione che ci è dato di raggiungere presentemente. Quanto a medi questa mi tengo pago.


II.


L'èra liberaledunqueè il nostro obietto; e proprio in quanto essatra un secolo e l'altroci si presenta in questo resultato di una civiltànon più atavisticamente localenon più nazionale e mediterraneama internazionaleanzi interoceanica o panoceanica. Non è chi non sappiache alla fine del secolo decimottavo una sola naveuna sola volta all'annosalpava da Alapuko per Manillaa tenere i tenui rapporti commerciali fra i possidenti messicani e gli asiatici di quella Spagnagià fin da allora designata alla rovina qual potenza coloniale di vecchio stile. Ed ora le flotte commerciali e le flotte di guerra attraversano in ogni senso il Pacificonon più pauroso mare esterno ai varii ambiti di attività civile continentale. Se non fosse per la straordinaria dispersione delle infinite isoleivisu la immensa spianata liquidasorgerebberoquali appendici o diramazioni della vecchia Europa e della nuova Americatanti conglomerati umani di così poderosa vitalitàquanta ne hanno e ne covano per l'avvenire le giovanissime e modernissime colonie dell'Australia e della Nuova-Zelandache fanno oramai invidia a noi orgogliosi di nostre lunghe memorie. Ed ecco che lì sui margini asiatici del Pacificoproprio in questo momentoi varii potentati d'Europa si travagliano nella crociata cinesecrociata modernissima che non cinge più di sacra aureola dissimulati interessi mondanie sollecita di continuo i nostri pubblicisti a ripetere la vecchia domanda del padre Erodoto: quali le cause del dissidio fra l'Oriente e l'Occidente? Non piùcertol'invidia degli dèima sì le invidie fra gli uomini; perché la concorrenza è l'assioma della società liberalela quale vi si eserciterà attorno più furiosamente nel nuovo secolo.
L'èra liberale si annunziò dapprima con impeto di poesiaed ebbe la sua orgogliosa ideologia derivatasi spesso in multiformi utopie. Di qui la singolare attrattiva e il grande imbarazzo in chiunque legga e studii della Rivoluzione Francese: perché quella ideologia lìfinita allorae in breve temponella negazione di se stessaci fa come diffidenti a misurare l'importanza dei fatti storicidalle vedutedalle opinioni e dalle teorie di quelli che dei fatti stessi si pretesero gli autori. Comunicare a tutto il genere umano le stesse idee (mi sovviene di Condorcet) - innalzare tutte le nazioni a libere personalità politiche - sostituire alla guerra fra esse la pacifica gara - distruggere nell'uomo fatto cittadino ogni traccia di sudditanza e di soggezione; - ma dove andrei a finirese volessi intero ripetere tutto il tradizionale catechismo della democrazia? E dov'è che la democrazia è riuscitasia pure approssimativamentefuori che nella minuscola Svizzeracosì appartata dal grande intrigo della storia?
Ecco che nella parola intrigo si compendia tutta la somma degli impedimentipei qualidurante il secolo decimononoliberalismodemocrazia e principio nazionale hanno subito così variicosì frequenti e così potenti arresti.
Einnanzi tuttochi vorrà negare esser tuttora vivo e forte il divario fra popoli attivi e passivi? Dov'è che gli europeie loro derivati d'America nel rapido ciclo della conquista tecnico-capitalistica del mondoabbiano trovato emuli ed alleatifuori che nel Giappone: ed anche su questo punto mi rimetterei volentieri al più maturo giudizio dei posteri. Chi crederà maifuori che il Vambéryuomo dottissimo sìma affettoa mio crederedi artificiale chauvinisme turanicoche dall'accampamento ottomano si trarrà ancora una moderna nazione turca? E in che altro ha messo capo la kedhivale rinnovazione dell'Egittose non chetout courtnell'ingerenza del capitale europeotradotta poisenza complimenti- checché dica in contrario la fraseologia diplomatica - nel dominio prevedibilmente perpetuo dell'Inghilterra da Alessandria fin verso le fonti del sacro Nilo? Non una sola delle gentinon un solo dei varii conglomerati di gentinon un solo dei quasi popolisu i quali l'Islam esercitò per più d'un millennio la sua forte influenzas'è visto ad assorgere di recente a nuova vita per ispontanea e rigeneratrice appropriazione degli elementi che il mondo europeo è andato offrendo.
E poi non è forse l'Europa stessa suddivisa alla sua volta in un suo proprio Oriente ed Occidente? La linea di demarcazione non è certo assegnabile come in un tracciato topografico; e nessuno vorrebbe direcheal di là di essavegeti ancora sonnolenta la preistoria scitica e sarmatica. Ma è sempre vero che la Russiaal confronto di questi stati dell'Europa mediana ed occidentalesorti e svoltisi da costanti rivoluzioniche han rimescolato così spesso tutti gli elementi sociali dall'imo alla superficiee dalla periferia al centroe viceversarimane per noi come un qualcosa di stranieroche sa sempre di bizantino e di mongolico tuttora. La posizione attiva è sempre tenutaalla fin delle fini e nel tutt'insiemedai neo-germani e dai neo-latini: e ci troviamo perciò rimandati alla lunga tradizione della civiltà mediterranea anticacontinuatasi nella unità cattolica del Medioevo.
Qual maravigliadunquese la politica della conquistadella supremaziadella sopraffazionedell'intervento di paese e paesee della guerrao fatta o soltanto minacciatasia stata e rimanga l'inevitabile conseguenzail potente ausilio e l'istrumento decisivo della espansione capitalistico-borghese?
Il principio di nazionalitàvuoi per fenomeno di spirito democraticovuoi per fortunate circostanzeha compiutamente trionfato nell'Italiache nel suo recente assetto di stato unitario rimane di poco in qua dai suoi confini etnico-naturali. Per diverse viein diversi modicon minori garenzie democratichema con impeto immensamente superiore di fattività progressivae pur sempre nello stesso tempoè venuta a maturità di grande stato una Germania nuovapovera di confini naturali che male amalgama entro i suoi confini politici alcuni elementi stranierie lascia fuori del suo perimetro un numeroso popolo di tedeschi. E qui s'arresta il successo della nazionalità. Grecibulgariserbirumeni - si son redenti sì; ma son essi rispettivamente così pochiche non potendo esser leva da muover la storiarimangono manubrii dei più potenti. E la infelice dilacerata Poloniai finlandesi manomessi proprio sotto gli occhi della civilissima Europae i mezzo dispersi armenilasciati in balia della scimitarra micidiale? Il certo è che la dinamica politica che ha menato al presentee non invero semplicemente temporaneo assettole combinazioni etno-economico-politiche che formano gli statiha sfidato e sfida la vigorosa logica del principio nazionale: e l'Inghilterra non avrebbe tenuto per due secoli l'indiscusso dominio dei marie fino a pochi decennii fa il monopolio del commercio mondialeseda quando in su la fine del secolo diciassettesimo si venne isolando dal continente europeoavesse essa mai tollerato le sorgesse accanto nella vicina Irlandache ha così metodicamente stremata e depauperatauna nazione autonoma. L'Austria - ecco la classica e solenne smentita - s'è fatta qual è orae cioè libera dalla vieta tradizione del Sacro Romano Imperoproprio in principio del secolo decimononoè venuta ai suoi mezzani componimenti di stato moderno liberale proprio in fine di essoed entra nel nuovo secolo sfidante i preannunzii di prossima morte.

Tutto cotesto assetto politico degli statiche par fatto apposta per muoverecome muovealle incessanti proteste i caldi amatori del dritto di naturadella logica e della giustizianon sussisterebbe un sol giornose la compagine interiore delle società che offrono la materia su la quale si esercita l'arte di stato non fosse per se stessa piena di contrastie di continua sommossa dal perdurare e dall'intrecciarsi di tali contrasti. Per quanto da cento e più anni in qua sia stato fortee soprattutto precipitoso negli ultimi decenniilo spostamento della popolazione dalla campagna alla cittàpur permane la divisione fra rurali e cittadinicon le accentuate e spesso irreducibili differenze psicologiche che ne derivano. Per quanto i rapidi progressi della tecnica abbiano raccolto intorno alle fabbriche di piccoladi media e di grande portatainnumerevoli operai reggimentatida per tuttoed anche nei paesi della più fiorente industria modernasussistono infinite forme di artigianatoche dalla piccola bottega giù giù si perdono fino nei lavori domesticinei lavori promiscuie nella ricerca girovaga ed avventizia della occupazione. Ed anche qui delle pronunziate differenze psicologiche. Ma che giova di prolungare l'analisi d'un fattoche sta chiaro e dispiegato sotto gli occhi di tutti? Chi non vedediscerne e connota le castei cetile consortierele combriccole e le camorredei pretidei fratidei proprietariidei capitalistidei finanzieridei borsistidei commerciantidei professionistidegl'impiegatia venir giù giù ai parassitiai vagabondial servitoramee a tutte le specie e forme del canagliume e della mala vita? Per tali differenziazioni nel seno di una societàche non è più giuridicamente gerarchicama che è di fatto multiformemente articolatamal si formasalvo che nei casi di violente e repentine scossequella umanitaria opinione pubblicasenza della quale la democrazia non può sussistere. Si ripensi alle città anticheche sono fino ad ora l'esempio classico ed insuperato della psiche democratica entro l'angusta cerchia di una vera cittadinanza. Per tali ragioni nel liberalissimo secolo decimononol'azione politica dello stato s'è affermata e retta ancora cosi spesso su la violenzasu la corruzionee sul ripiego: sia che Napoleone IIInell'acquiescenza degli operai di città battuti dalla grande e media borghesia nelle giornate di giugnosi faccia l'imperatore dei contadini e dei soldatiaspettando al varco i capitalisti e loro parassiti; o che la scaltra oligarchia inglese disperda il moto cartista nelle dilazioni e nelle parziali concessioni; o che Bismarck acclimi ai mezzi costituzionali l'impetuoso moto socialistico tedesco.
Queste non liete riflessioni su gl'intralci che ha messo al moto ascensivo della democrazia il complicato intrigo politico di tutto un secolotrovano rincalzo in due altri fatti. Dov'èfino al momento presenteed anche nei paesi che pretendono di avernela vera cultura popolare? E d'altra parte non è forse veroche mentre la scienzaquanto a materiale si è strepitosamente cresciutae quanto ai metodisi è maravigliosamente raffinatae mentre la tecnica conquistatrice e combinatrice di forze estende a vista d'occhi il dominio dell'uomo su la naturain molti punti dell'orbe civile risorge il misticismoe in molti strati della società si fa di nuovo potente il cattolicismo? Potremmo noi passar sopra a tali considerazioni?

Due problemi di carattere più generale stanno a capo di tutta questa trattazionee penetrano per ogni parte il mio discorso.
Il primo è questo: si può mai misurare il progressoe alla misura quale stregua occorre?
Il secondo può avere la seguente formulazione: è egli mai possibile di prevedere l'esito dei presenti contrasti? Il che si riduce a riannodare la nozione del progresso ad un prossimo punto di approdo. S'intende da séed è anzi implicito al concetto della critica immanente ai contrasti della presente civiltàche il ragguaglio principalissimo è riposto nella aspettazione del socialismo.
Il secolo del quale vado facendo la commemorazioneebbe un carattere tutto specialeche lo differenziava singolarmente da tutti gli altri. Gli uomini che vissero per entro e durante cotesto periodo vennero come trasfigurando la nozione del tempo; e il numero decimonono)ossia la datadivenne un'idea: come a dire la persuasione del diritto a progredire. Tale persuasione era come formata già fra il '40 e il '50. Singolare ricordo di quella onnipotente Convenzione che aveva decretata l'abolizione di ogni altra èrae l'inizio di un nuovo periodo nella vita dell'uman genere!
Difatti per la prima volta gli uomini sentono che essi stessi fanno la storia per entro alla collettività organizzata. L'intelligenza umana fra i civili d'Europa che tengono il governo del mondoè venuta per la prima volta in contatto coi viventi in tutte le regioni dell'orbe terraqueoe s'è resa conto dei modi d'esistenza di molte generazioni di nostri antenati. La consapevolezza dell'essere nostro s'è venuta come rinforzandoavvalorandomoltiplicando. Per la veduta così allargatasi su i molteplici precedenti del nostro vivere attualela certezza dell'aver progreditol'aspettazione del progredire e la necessità del dover progredire han finito per raccogliersi in una persuasione che ha sicurtà di fede. In questa sicurtà s'impernia un nuovopiù profondo e più ampio senso di comunanza umanache determina in molti ciò che può oramai dirsi l'etica del socialismo: cioè il postulato della solidarietà contrapposto all'assioma della concorrenza.


III.


Sorretti dall'ambiguità del linguaggionoi riusciamo a contrapporre alla nozione meccanica del secolo (i cento anni) quella d'un periodo interno nel quale la società segua delle determinate direttivee presenti dei caratteriche sono i suoi principii. Quelle ambiguità linguistiche ci son familiariperchédicendo p. es.secolo di Leone Xnoi non pensiamo ad alcun numero d'anni precisi. Dura e materiale quasial contrarioè la espressione tedesca (Jahrhundert)e quella inglese che letteralmente ricorda i cento anni.
E il caso vuolechepochi anni innanzi che s'aprisse il primo foglio del calendario del 1801l'avvento dell'èra liberale fosse catastroficamente inaugurato dalla rivoluzione industriale inglesedal precipizio dell'Ancien Régime in Franciae dalla consolidata indipendenza americanache inaugura e fissa nella sua peculiarità ed autonomia la storia del Nuovo Mondo. La nuova Germania era già allora come avviatala Russia s'avvicinava al Mediterraneoriabilitato dalla spedizione d'Egittoe divenuto indispensabile di nuovo alla economia del mondo occidentale dal rassodato potere dell'Inghilterra su l'Indostan. E chi ami di guardare nei più sottili riflessi delle rivoluzioni intellettuali o estetiche l'affannoso divenire delle cose umane socialinon ha che a ripensare a questi nomi: SmithMaltusRicardoLavoisierLaplaceLamarkVoltaAvogadroKantBoppGoetheShelleyOwenSaint-SimonFourierHegel. Basterebbedunquedi aggiungere agli usuali anniche corrono fra le cifre rotonde 1800 e 1900un semplice trentennioper ritrovare di sotto ad una indicazione di mera cronologia esteriore l'indice di un periodo cherivelando caratteri proprii nella maniera della convivenzanon mi periterei di chiamar sociologico.
Ma tutte coteste cautele e riserveche servono a un di presso ad adombrare il divario fra le tabelle dei cronologisti e le esigenze della concezione sociologicanon varranno mai a liberarci da varii pregiudizii e presuppostichein modo più o meno esplicito o latentepesano su lo spirito non dei soli indotti. Molti sono p. es. tentati a credereche il discorrere di un'epoca liberale sia come inquadrare una serie di fatti particolari in una già nota prospettiva unica di tutto il genere umano. Spariscono così le differenze di attivi e di passividi Oriente e di Occidentedi avanzati e di arretratidi selvaggibarbari e civili tuttora coesistentie si perde di vista il relativo regressoossia la decadenzache è pur fenomeno d'indubbia realtà. E poifermandoci ai soli civilila cui continuità storica pare come accertata dalla costanza della tradizionealcuni trascorrono facilmente alla immaginazione dei grandi periodi designati da categorie così generaliche rimangono inoppugnabili perché anti-empiriche e inconcludenti. P. es.: Hegel: un solo libero - pochi liberi - tutti liberi; o il suo pendant latinoComte: teologia - metafisica - scienza.
Parlandoinsommadi un periodo liberalein quanto ciò s'attaglia solo ai popoli direttivi nella civiltà attualeio intendo innanzitutto e soprattutto di attenermi ai caratteri empirici di queste nostre societàin quanto derivano da altre (corporativefeudaliendemicheossia localipuramente etnicheteocratiche e così via) e si differenziano dalle altre parti del genere umanocheo non percorsero tutti i nostri stadiio ne han percorso degli altri in gran parte difformi. Queste stesse nostre società in nessun luogo sono così serrate di tipo ed omogenee di strutture da avere eliminato del tutto le tracce del passato. Ed ecco la prima ragione degli arresti ai quali accennai nell'altro paragrafo. In tutte queste società - per i contrasti che ad esse sono inerenti - si preparano condizioni future. Di qui la ragion d'essere del socialismo nel più lato senso della parola. Il socialismo è fin da ora realtà attiva in quanto indizio e segnacolo di lotta attuale; ma tutte le volte che esso assume un presagito futuro come stregua e criterio del presenteridiventa utopia.
Entro per ciò in una specie di apparente divagazionedella quale non s'avrà il senso che alla fine di questo paragrafo.

Seclum o seculumsaeclum o saeculum non vuol dire originariamente se non seminagione e quindi generazione. Sta in fondo la radice sache ci apparisce schietta in satussativussatorSaturnus: e poi se in sererein sevi (Ennio)in semen etc. I corrispettivi delle lingue ariane d'Europa (lituano sëti; antico slavo sejati; gotico saian; antico tedesco sâjan; tedesco moderno säen; inglese sow) documentano il derivarsi della parola seculum dalla radice sa (se) a significare il nascere per seme o per seminagione: dal che poi lo scindersi del significato in generatoe in generazione generante.
Basterà una breve scorsa nel campo della semasiologia (o semantica che dica il Bréal). Il significato originario è tutto ancor vivo in Lucrezio; p. es.saecla pavonum e saecla ferarum; cupide generatim saecla propagant; ut propagando possint procudere saecla. Da questo senso intuitivo si distaccano i varii traslatiche si derivano in varie metonimie. P. es. la durata di una generazione umana contata per trentatré anni: ex hac parte saecula plura numerantur quam ex illa (Livio)o la durata d'un regno: digna saeculo tuo (Plinio); e quindi l'insieme dei conviventi: hujus saeculi insolentiam vituperabat (Cicerone)e di quiper fina transizionei costumi e lo spirito d'un periodo di tempo: grave ne rediret saeculum Pyrrhae (Orazio); Cato rudi saeculo litteras graecas didicit (Quintiliano); nec corrumpere aut corrumpi saeculum vocaturnel qual luogo Tacitoche parla di germanicon una certa punta di novità preludia al senso cristiano della parolacome quando Prudenzio gravemente dice servientem corpori absolve vinclis saeculi. Il distacco massimo da ogni immediata derivazione di cosa sensibile è quando la parola è assunta a significare un tempo indeterminato: aliquot saeculis post (Cicerone)al che fa contrasto la fissazione tecnica a significare una determinata estensione di tempo: saeculum spatium annorum centum vocarunt (Varrone).

Comunque sia nata la immagine di cento anni destinati artificialmente a designare un doppio termine d'inizio e d'arrivosta il fatto che in questo modo di vedere si rivela un non trascurabile momento di psicologia sociale. Dato che non si viva più nella promiscuità o nell'orda primitivama che la società sia già articolata in genti ad ordinamento patrimoniale e patriarcale - come era indubbiamente quella degli antichissimi italici; - dato che in così fatta convivenza si trovino in domestico contatto avofigliuoli e nipoti (come tuttora nella Slavia meridionale)come di regola; la storia casalinga dà un che di frequentemente intuitivo al succedersi di tre generazioni di viventi negli stessi abiti e sensi. Non così le posteriori plebi antichenon così i proletarii moderni viventi nel giorno per giornosenza raccoglimento di gentilizia tradizione. Questa è ancor forte nelle sopravvissute aristocrazie o di rari proprietarii o di patriziati di cittàe non iscarsa nella più consistente borghesia. Una memoria viva di ciò che s'è svolto a un di presso da cento anni in qua nella propria famiglia costituisce nella maggioranza delle persone di mediocre cultura il punto di riferimento delle cose del mondo. Se io non guardassi alle vicende del secolo con l'occhio di persona avvezza alle discipline storichesaprei almeno di Napoleonedi Gioacchino Muratdei francesi a Napolidell'abolizione dei feudi e della introduzione del Codice Civile per averne sentito a parlare dal nonno e dalla nonna. La tradizione biblica è tutta contesta di tracce genealogichefino al posticcio preludio dell'Evangelo di Matteo. La medesima concezione è ancora viva nell'indimenticabile Ecateonel qualepare almenonon comincia ancora quel senso più complessivo degli accadimenti che più tardi fu così vivo nei greci in quanto si riferiva all'unitào della città o del popolo. Dove l'intuitivo fatto delle generazioni è così dominante quale unità dei ricordi l'immagine dell'albero si presenta da sésia che Omero (Il.VI146) dica:

Hoie per phyllon geneetoie de kai andron

che Jesus Sirach (1419)quasi parafrasasse Omero più ampiamenteenunci: "Come le verdi foglie sopra un bell'albero che altre cadono e altre crescono; così degli uominiche altri muoiono ed altri nascono".
Non mi addentrerò in dotte disquisizioni estranee in tutti i modi al mio assuntoper mettere in chiaro come sotto l'influsso di credenze etrusche al gran numero delle feste cerimonialivotiveespiatorie e trionfalisi venissero aggiungendo nell'antica Roma i ludi saeculares. Sono attestati la prima volta al 249 e la seconda al 146 a.C.il che farebbe il 505 e il 608 ab urbe condita (del calcolo varroniano)con poco divario dal cento sacramentale. Li celebra poi Augusto al 737 ab u. c. (ossia al 17 a. C. in ritardo di parecchi anni). Tengo per cose note l'arbitrio col quale il bizzarro Claudio sconvolse di suo capriccio la data per letificarsi dello spettacoloil fatto che Domiziano rimise a posto la seriee che Settimio Severo col quale cessa la diarchia e s'inaugura il periodo dell'impero militare-burocraticone ripigliò la celebrazione a 110 anni di distanza. Con gran pompa ebbero luogo gli ultimi giuochi celebrati (forse il 303 di nostra èra) dall'ultimo effettivo rappresentante del mondo anticoDioclezianoe la cerimonia non più fatidica ha trovato nell'ultimo notevole storico paganocioè in Zosimoil narratore romantico della tradizione sibillina. I decadenti son sempre coloristi.
Come e quando ai culti indigeni gentilizii e locali si venissero ad aggiungere nell'antica Roma nuovi motivi di superstizioni cerimoniali tratte da quelle vedute apocalittiche che si compendiano nei misteriosi libri sibillininé sappiamo né sapremo mai. Che i ludi saeculares avessero originariamente per obietto gli dèi inferie che la data ne dovesse essere fissata dagli Haruspicison risapute. Ma come e per quali vie si venne formando nelle menti romane quel singolare sincretismo di opinioni orientalipostplatoniche e semistoiche per cui le prosaiche vicende - che furono allora di ferocissime guerre civili - apparissero come un momento delle fasi dell'anno mondiale? Augustogià decretato imperatore da dieci anniconsenzienti i quindicemviri a interpretare i Sibillini quanto alle datementre tenta di reintegrare l'ordine morale con la legge de maritandis ordinibuscelebra sotto il vecchio titolo dei giuochi secolari la felicità dell'orbe nell'impero. Già i dieci mesi dell'anno mondiale erano penetrati nei libri sibillini. Non erano circoscritti in numeri d'anni assegnabili ma rivelati da segni e portenti. Avean dei prèsidi. Diana cedeva già il posto ad Apollinee si era così al decimo saeculum delle periodiche età dell'universocome avea seriamente annunziato l'auruspice Volcasio edotto dall'apparire della crinita cometa alla morte di Cesare. Non cantava Virgilio: "UItima Cumaei iam venit carminis aetas; Magnus ab integro seclorum nascitur ordo"?
Superstizionemitologiateologiastanchezza degli animibisogno di riposocorruzione d'ogni forma di vita spontaneapopolare impulsol'artifizio politicoe la stessa apprensione di quelle genti barbariche che cingevano l'ecumenico impero dei civili- tutto concorreva a consacrare come nell'accettata immagine di età cosmica il nuovo magistero imposto al gran caos etnografico del Mediterraneo. Rimando ai manuali quanto alle solenni feste augustee culminanti al terzo giorno in quella d'Apollinecome se il luminoso iddio avesse trionfato degl'inferi; e mi preme solo di ricordare che l'epicureoil decadentel'ex-repubblicano Oraziofu il primo poeta aulico del Sacro Romano Imperoil primo cantore di una ideache rimase definitivamente sconfitta solo per opera dei sanculotti.


Cotesta fantasia delle età del mondo non turba mai la pratica del conto civile degli anniné la trattazione annalistica del racconto storico. Bastava l'ab urbe condita o il post reges exactose la indicazione dei consolie così fu l'ultimo di questi (nel 542 dell'a. C. sotto Giustiniano) Flavio Basilio juniore assunto da alcuni cronisti a data negativa perché scrissero tanti anni dopo Juniore. A tale metodo s'adattarono gli scrittori cristiani- quando non usassero di altre ère civili dei paesi d'Oriente- e ci si adattarono per più di cinque secoliche son quelli in cui il cristianesimo s'è formato e svolto e fissato e stabilito come sistema di vita e di culturae s'è imposto a quasi tutte le regioni dell'impero. In quell'impero era nato e s'era consolidato: e quell'impero non era che l'ultimo periodo di quella età del mondo che la profezia biblica permetteva di ammettere. Datare dalla nascita di Cristo un nuovo periodo storico sarebbe stato come profanare il piano provvidenziale del mondoe come un anticipare il millennio. L'impero romanoossia l'ultima delle monarchie profetizzateavea perciò esistenza indefinita. Non starò qui a riferire come Eusebio di Cesarea usando del sincronismo di Giulio Africanoabbia costruito la cronaca del mondo spartendola nelle due serie da Mosè alla predicazione di Cristo per un versoe da Nino a Tiberio da un altro con Abramo a capoche non ha corrispettivo di storia profana. Lui s'arresta al 325contando per decadi la cronaca mondiale prolungata da S. Girolamo fino al 378al quale il profeta Daniele opportunamente interpretato dava modo di eternare l'impeto romano come la quarta monarchia che non ammette dopo di sé altro che la palingenesi. Non occorre mi indugi nei quattordici subperiodi simmetricamente posti da S. Agostino fra Abramo e Cristoe nelle sei età del mondo che gli parvero documentate dalle sei età della vita e nei sei giorni della creazione. Tutto cotesto garbuglio di escogitazioni trascendenticonvalidato dall'autorità di Sulpicio e rifermato nella cronaca del mondo di Isidoroebbe la sua codificazione nel manuale di Orosio. Che l'impero d'occidente cadanon monta: c'è quello d'Orientee poi viene la instauratio carolingia e poi quella degli Ottoni. Le preordinate età del mondo non soffrono alterazioneper il variare delle multiformi contingenze di tempi così ricchi di nuove forme di vita. Tutto è fermo e stabile da Adamo in poiperché la creazione del mondo ha la sua data! Il contare per decadi è così comodoe così il sommare le decadi in cento (C.). E quando la data della nascita di Cristo fu per congettura stabilitaspezzare il conto in due era del pari opportunoe quindi avanti e dopo Cristo. I cento sommari danno il mille: il pauroso milleossia il millennio dei millenariiai quali non so darein buona coscienzaalcun torto. Concepita in modo così materiale la necessaria concatenazione degli avvenimentidalla storia profana bisognava pure uscire in un determinato momento per entrare sensibilmente nel regno di Dio.
Ma io non sarei tornato su cotesto immane guazzabuglio di cosiddette ideese non mi premesse di fermarmi in alcune non inutili considerazioni. In quel gran tratto di tempo che per convenzione di comodo noi chiamiamo il Medioevodunquequei pochi e rari intellettuali che raccolsero e scrissero le memorie locali e generalipur datando le loro cronache dal padre Adamo e pure spartendo la cronologia in avanti e dopo Cristonon ebbero punto o assai raro sentore della peculiaritànovitàe originalità dei fatti che trattavano. Vissero idealmente in una romanità di loro fatturanella quale inquadrarono i nuovi fatti come gli accidenti di un impero continuamente esistentein cui elementi latinigermanici e in parte slavi si confondono sotto il magistero del Caesar sempre vivo. Tardi si sgroppano da questa illusionale comune coscienza indistinta i neo-germani e i neo-latini nella specifica circoscrizione di nazioni e subnazioni. Tardi si svincolano dei veri e propri reggimenti di stato dagli universali vincoli dell'impero e del papache era a sua volta o l'impero o il sopraimpero. La forma strepitosa di tale distaccocome quella che avvia alla rinascenza e alle prime fasi della storia modernae nella formazione dei comuni italianie nei fatti analoghi delle Fiandredelle città del Renodella lega anseatica e soprattutto della Provenzadove il motoprematuramente trascorso alla ribellione dalla cattolicitàfu spezzato dal regno di Francia aspirante al Mediterraneo. Cosìe per la formazione dei grandi statie nel costituirsi delle nazioni con organi letterarii proprii tratti dal volgaree nei tentativi di chiese nazionali e con la scissura protestantesi venne formando quella nuova coscienzaduplicatasi di Rinascenza e di Riformache ha cambiato negli intellettuali del secolo XVI la prospettiva storica. Nei rinnovatori dell'antico questo diveniva davvero l'antico. Per gli scovritori del Nuovo Mondopei contemporanei di Copernicopei rimaneggiatori dello scibileper gli audaci precursori di una scienza nuova della naturapei rappresentanti di tante nazioni oramai mature d'individualità propria cessava il senso di quella miscelache fu la romanità medievale. Affatto naturalistica è la spiegazione che dà Machiavelli della fine dell'impero romano. A poco andareJean Baudin comincia a fissare i primi canoni di una ricerca storica ristretta e legata alle condizioni obiettivee Giulio Cesare Scaligero introduce la tecnica cronologica come una vittoria della combinazione posta dalla mente sopra ogni simbolica di numeri e sopra ogni fantastico presupposto di preordinate età del mondo. La intuitiva riproduzione dell'antico da un cantoe il precisarsi del moderno dall'altrosollecitarono i dotti di professione a rinchiudere in un cosi detto evo-medio la serie di fatti fra la caduta dell'impero d'Occidente (476)della quale i contemporanei quasi non s'avvideroe un'altra datache varia secondo i gusti dalla presa di Costantinopoli (1453) alla scoverta d'America (1492) e all'apparizione di Lutero (1517). La scuola s'è impossessata di tal comodo ripiego di facile classificazione: la quale vale quel che può valere ogni sorta di ripiego.
Noi siamo ora assai lontani da Baudin e da Scaligerodalla Rinascenza in genere e dai suoi derivati. Le ricerche storiche son venute in tanta perfezione di metodo da avvicinarsi per molti rispetti alla scienza. Questo è uno dei maggiori vanti del secolo XIX. A nessuno viene più in mente ora di considerare sul serio come signoreggiante su la storia un tempo che faccia da trascendente distributore di atti e fatti. Il cresciuto e sempre crescente raffinamento della ricerca economicagiuridicaetnograficae antropologicaper non dire della geografiadella statisticadella linguistica e della mitologia e così di seguitoci permettono di vedere in sempre nuove e sempre più ricche prospettive e con più particolari contorni i diversi popoli e i diversi statinon più distanziati da noi dalle semplici date cronologichema dai momenti di una evoluzioneche qui troviamo spezzatalì più dispiegatae che poco per volta spezziamo. E se - come ho fatto io in queste pagine - datiamo una serie di considerazioni da un fatto determinatop. es.lo scoppio della Rivoluzione Francesenon ignoriamo più quanto di approssimativo c'è in cotesto taglioe non dubitiamo di dover tener desti tutti gli organi della osservazione e pronti tutti gl'istrumenti della critica per dare all'anatomica operazione il suo giusto valore. Quel taglio non ci dispensa dal considerare lo scoppio dell'89 come il resultato di tutta la civiltà romano-germanicacontinuatrice della antica civiltà mediterraneae non ci autorizza a dimenticate che non ha valore per l'universo mondo terraqueo (IndiaCinaGiapponeetc.) e nemmeno per quella Europache è di là dalla linea dove finisce l'azione diretta dell'èra liberale. Senza dubbio oggi le direttive della ricerca storica si assommano nei criterii sociologici; e questi culminano - a mio credere - nel materialismo economico. Ma anche qui i pericoli dei facili schematismi non son sempre facili ad evitare. Per questa sicurezza di metodica scientifica con la quale cerchiamo d'investire il passato facendolo rivivere della vita del nostro pensieronoi siamo diventati larghi d'indulgenza per le illusioni del passato stesso. Quella illusione medievale dell'impero indefinitamente prolungatopassando sopra ai pregiudizii teologici o esegetici che idealmente la sorreggevanocostituisce per noi una forte testimonianza sociologica. Ciò che veramente persisteva nei primi secoli eran le tradizioni di civiltà romana nelle quali il cristianesimo s'era svolto. I barbari invasori non furono nazioni di conquistatorima popolazioni cercanti sede. Bisanzio non ne acclimatò tanto malgrado la violenta dispersione etnica portata dalle invasioni unniche sul medio o inferiore Danubio? La sede vacante dell'impero d'Occidente non è un'illusioneperché il sistema di civiltà sopravvissutoe per esso nell'interregnoacclimatava altri barbari da quest'altra parte. La prolungata illusione d'un impero che si continui all'infinitofinché non venga l'instauratio magna della vera cristianità invadente tutti i rapporti della vita (p. es. Dolcino)è l'anima della concezione del mondo di quel Dante checontemporaneo della borghesia già avviata e della monarchia come reggimento politico giù tentatovive idealmente sotto un Cesare invocato.
L'apparizione della borghesia - o che si costituisca in comuni o in leghe di comuni o che si lasci guidare o contenere da un monarcato tendente ad esercitare amministrazione o giurisdizione accentrate - è oramai per noi l'inizio di quella caratteristica di eventi cui siamo autorizzati a dare il nome di storia modernain contrapposto alla incubazione medievalein contrapposto agli ereditati o riprodotti elementi dell'antico. Parlando di un secolo decimonono
- nel lato senso indicato di sopra- noi sappiamo dunque di occuparci dell'ultima e della più ampia e dispiegata fase dell'evo borghese.

Mi occorre dire dell'altro.
Quei romantici del cristianesimoche ingombrarono di loro nomi e di loro scritti i primi decennii della reazione succeduta al gran moto francesehanno accreditata nella letteratura la fatua idea d'una civiltà cristiana posta e saputa dagli autori stessi come distinta dalla civiltà pagana. Era un modo di combattere a ritroso la invadente borghesia in nome d'un cristianesimo fattizio e di un Medioevo transfigurantesi in poesia. Per ciò mi son fermato qui innanzi a ricordare come la storiografia cristiana dei primi secoli della vigorosa diffusione e del pratico trionfo della nuova fedementre seguiva qual mezzo di conto delle ère civili accettate e soprattutto di quella dominante dell' ab urbe condita (né gioverebbe qui di ricordare le altrep es. TroiaArgoi SeleucidiNabonassardella quale ultima usò Tolomeo anche lui seguace dei sincronismi riannodati al succedersi delle grandi monarchie)considerando il cristianesimo come l'oltre-storicos'adattò a considerare come permanente la civiltà profana contenuta dall'impero.
Infatti gli è solo in principio del VI secolo che Dionigimeritamente detto l'esiguonel rifare le tavole pasquali di Cirillo data il 1284 ab urbe condita (dcll'èra di Catone) per il 531 dopo Cristotrasferendo dal venerdì santo alla natività la data che forse per il primo avea argomentata Vittorino di Aquitania undici anni innanzi (465) alla caduta dell'impero d'Occidente. Quell'esiguo era un nordicoe fu detto lo Scita- tanto la confusione etnica massima fra le Alpi e il Danubio avea sconvolto- pur essendo in Roma abate di un monastero. Fu compilatore di diritto ecclesiasticomettendo assieme i così detti canoni apostolicile decisioni dei concilii e le decretali di Siriano e di Anastasio. Per fermose il cristianesimoche come fede avea sempre per obietto il di là da venirein quanto esso era diventato chiesaossia associazione e politicametteva il piede nelle cose del profano mondo per essere nell'interregno dell'indistruttibile imperoo il vice - o il vero - o il sopraimpero. E avea bisogno a ciòpiù che della datadel dritto e del potere economico. Quella data - che a me qui non importa di vedere se sia inesatta di 2 o 3 secondo il Mabillono di 8e così via - indicata col 531 per dire che ne trascorrevano 532 dal 753 (conto catoniano) dell'ab urbe conditafu diffusa dal venerabile Beda; epenetrata nei documenti carolingiebbe consacrazione ufficiale negli atti di Giovanni XIII (965-72) nel più confuso e disordinato tempo di nostra storia europea. I tecnici si occuperanno di dire come si datassero in quei tempi assai variamente gli annicosicché Carlo Magno ci apparisce incoronato imperatore ora il 799 ora l'800; e a me preme solo di dire come cotesta èra cristiana non sia stata nulla di sacramentale per la universalità dei fedeli. La cattolicissima Spagna ha contato fin verso il secolo decimoquarto dall'èra di Augusto (38 a. C.); e Bisanziocome per affermarsi nella sua differenza dall'Occidente già distaccatosisi tenne alla data della creazione del mondosapientemente fissata dal concilio costantinopolitano del 681 a 5509 anni avanti Cristo. Così continuarono tutte le chiese d'origine bizantino-ortodossa; così la Russia fino a Pietro il Grandeche introdusse il calendario occidentale di fattura giulianapassando sopra alla riforma gregoriana.
Fortunati i nostri padriche nella iscienza delle fasi effettive del genere umanolontani dal presentimento di tutto quel sapere che noi ora comprendiamo nei nomi di sociologiadi preistoria e similisi argomentassero di sapere la data della creazione del mondo. Da giovanetto io- per la pigrizia tradizionale che manteneva nell'ambito scolastico d'un paese di decaduti il vieto e l'obsoleto- ebbi per mano dei vecchi libri nei quali la storia era contata dalla creazione del mondotravagliandomi ad armonizzare Calvisio (3949 a. C.)Petavio (3938) ed Ussero (4004). Ignoravo allora che nelle dotte dispute di varii interpetri delle sacre carte ci fosse stata anche una scuola (ebraica invero) che fissò la creazione precisamente al 5 ottobre del 3761 a.C.
Di quanto si sia prolungata la nozione dei fatti storici accertati dalle scoverte della egittologia e delle antichità babilonesi presemiticheè cosa risaputa. Al certoper date di cronologia si risale a numerose epoche di preistoriaconfinabili per altri interiori criterii di successione. Più in là le epoche geologicheentro le quali incertamente collochiamo il primo apparir della vitae più in là ancora le ipotesi su la formazione del sistema solaree il tutto si dirama e contiene nell'universale concetto della evoluzione.
Sorridentinoi guardiamo indietro ai nostri padri che cercavano in un giorno di un anno dell'ovvio tempo la materiata creazione del mondo; e in tanta abbagliante luce di rivelazione interpretabilenon seppero con precisione l'anno di nascita del Salvatoree quella congetturata fu materialmente accettata come una qualunque.
La moderna idealizzazione del cristianesimo nei derivati filosofici del protestantesimo ha superato del tutto l'angusta nozione dì una verità religiosa che è un fatto di materiata narrazionepronunziando per bocca di Schleiermacher che è cristiano non il nato ma il rinato.


La chiesache come arbitra della cultura s'impossessava del calendario codificando l'èra e i secolis'acquetò lungamente a continuare il conto sommando gli anni della riforma giuliana (45 a. C.). Anche qui era e rimaneva sovrano il primo Caesare il tempo procedeva sotto la imperiale insegna. Mi guarderò bene di discorrere dei varii anni che la tecnica astronomia suole annoverare. Né occorre io spieghi per quali convenienze la cronologia civile si attenga all'anno equinozialeche ci è in un certo modo sensibile. Non importa qui di ricordare le fasi della cronologia greco-romana - le antiche notazioni delle vicende agricole - gli anni lunari - e i tentati riavvicinamenti al periodo equinoziale. Quale confusione regnasse quando Giulio Cesare ordinò la riformapiù che da ogni altra erudita testimonianza risulta dal fatto che si dové ricominciare da un anno di 455 (sostituito all'antico che era di 355); echiamando 24 marzo il giorno dell'equinoziosi costituì un anno in cifra rotonda di 366 con la nota differenza dall'effettivo periodo equinoziale che è in media di giorni 365ore 48minuti primi 48 e minuti secondi 46. Non fu riferito al 24 marzo lo inizio dell'annoma al I° gennaio che per vecchia tradizione doveva corrispondere al plenilunio di dopo il solstizio d'inverno. In tale autoritativa riforma derivossi per Sosigene di Alessandria quanto potea dare la tecnica astronomica dei greci non certo ignari della tradizionale sapienza egiziache probabilmente fin dal 1600 a. C. avea trovato un canone di correzione siderale alle inesattezze dell'anno civile (il cosi detto periodo Sotis che riappare nel decreto di Canopo).
Quello schema cesareo fu serbato per secoli nella cronologia tecnica e storica dell'Occidentee la Russia se ne libera soltanto ora per la prima volta. Già al tempo del concilio di Nicea (325 d. C.) l'equinozio di primavera era disceso dal 24 al 21 di marzo e il 1580 era all'11 di quel mese. Sorgeva d'ogni parte la domanda della riforma- la chiedesse quell'anticipato presentitore di cose nuove che fu Ruggiero Bacone o quel più prossimo a noi per senso di dubbiezze che è il cardinal di Cusa. In questo fermento di novità di calendario si svolge il genio di Coperniconon presago delle sovvertitrici conseguenze cui dovesse giungere la foga geniale di Giordano Bruno e la più rassodata scienza di Galileo e di Keplero. La decantata riforma gregoriana non fu che un componimento gesuitico al quale si adattò l'antica scienza di Sirleto e Clariosfidante la più radicale riforma del periodo teorico del geniale Scaligero. Furono aggiunti dieci giorni all'anno in corso (5-14) invece dei 13 che occorrevano a non offendere il concilio di Niceae furono rimandati i tre giorni di differenza al 17001800 e 1900nei qualicome è notorimase soppresso il bisestile. Di qui a 3600 anni ci troveremmo in errore di un giornose via via non si accetta la proposta di Mädler e di altri astronomi di lasciare inalterata la tradizione giuliana del bisestilesalvo a sopprimerne uno ogni 128 anniil che renderebbe approssimativamente coincidente l'anno civile con l'anno medio equinoziale.
L'accomodazione gesuitica della riforma gregoriana lasciava intatta la concezione tolemaica - perché l'intuitivo equinozio riman lo stessoo che la terra sia il centro dell'universoo che sia un povero pianeta nell'indefinito spazio - di un cosmo considerato come una stabile e conterminata contenenza. Per altre vie s'era messo lo spirito della ricerca. L'audaceintemperante e sovrabbondante Giordano Bruno s'era fatto l'araldo per tutta l'Europa civile della veduta copernicanadalla quale trasseper virtù d'immaginazione costruttiva con precorrenza di genio che mal s'adatta alla paziente dimostrazione dei particolarii dati più generali di quella intuizione cosmocentrica nella quale ora tutti ci adagiamo senza ambascia e senza travaglio. La vôlta del cielo dantesco rimane oranon che sfondatadispersa. L'irrelativo dell'universo senza contenenza sensibile rendeva relativa ogni umana misurazione per tempo e per spazio. Un anno dopo il martirio di Brunoche ebbe luogo in quel febbraio al quale la riforma gregoriana serbava il bisestileKeplero (1601) determinando l'orbita di Marte sconvolse dal fondo la nozione della perfettissima forma del circolo dominante nella natura per volontà di Aristotele. Galilei - continuatore del Benedetti - nell'assunto dell'inerziache preludia di lontanissimo al principio dell'energiaossia ad una data decisiva del secolo decimononoportò a compimento una lunga disputa durata dal cardinal di Cusa per più di 150 annicon questo esito che la meccanica dovesse fondarsi su i dati della osservazione e del calcolorinunziando ad ogni ricerca su la origine trascendente del moto. Il secolo decimosettimo è il periodo rivoluzionario della scienza della natura. Si elabora allora il concetto delle leggi naturalisia pure che non tutti raggiungono gli ardimenti di Spinoza o di Hobbese che le leggi considerino con gli assiomi posti da Dio. La relatività d'ogni misurad'ogni maniera di mutazioni per mezzo del tempo è cosi affermata dal circospetto Newton:

Tempusabsolutumverum et mathematicum in se et natura sua absque relatione ad externum quodvis acquabiliter fluitalioque nomine dicitur duratio. Relativum apparens et vulgare est sensibilis et externa quaevis durationis per motum mensuraqua vulgus vice veri temporis utitur: ut HoraDiesMensisAnnus (Phil. Nat.Def. VIIISchol.).

Da Newton a Kant corre tutto un secolonon di soli anni di contoma di intime transizioni e intensificazioni del pensiero. Quella ombratile eterna durata man mano si sfumae rimane la sola subiettività ossia relatività del tempo. Da GalileiKeplero e Newton corre altrettanto un secolo per giungere alla ipotesi Kant-Laplace (forse precorsa dal Buffon) su la origine del sistema solareche riduce gli assiomi posti da Dio nei momenti di un obiettivo e perciò immanente processo. Dove la finirei se volessi mettermi negl'infiniti particolari di tali confronti? L'importante èche divenendo sempre più chiara la nozione che il tempo è la subiettiva misura dei varii processila cui natura peculiare deve essere attestata dalla considerazione empirico-obiettiva del loro contenutoe del loro farsi e divenire - maturandosi cioè le premesse di quella veduta del mondo che il secolo decimonono ha condensato nel nome dell'evoluzionenasceva il bisogno di trovare alla storia le sue proprie date sociologiche.
A ciò volle frettolosamente e audacemente provvedere con la sicurezza di chi crede d'esercitare su le complicate faccende del mondo il magistero della ragionequella Convenzioneche decretò il novello calcolo dei tempi per l'èra della società rinnovellata. Gli è proprio quel codino di Hegel che disse come quegli uomini avessero pei primidopo Anassagoratentato di capovolgere la nozione del mondopoggiando questo su la ragione.
Non è già che mi prema gran fatto di scrivere invece del 1901e per far dispetto allo Scita Dionigiil 109 anno della repubblicaaspettando il 110 che comincerebbe il 23 settembre prossimo. Né mi sento tanta vaghezza di democratico romanticismo da gioire all'ideache se quel calendario fosse stato conservato a quella repubblica italiana che per ora non c'èio oggi non metterei la data del tal giorno di agosto ma bensì il tridì della prima decade del Fruttidoro sotto la insegna del marrobbio. Né difendo l'arida architettura di quel calendario poco facile alla memoria. Ma i motivi del decreto sono una singolare testimonianza della piena consapevolezza con la quale gli autori del gran moto distaccavano sé da tutto il passatoe ponevano una prima data a tutta la gran rivoluzione che tuttora esagita il mondo occidentale.

L'èra volgare è abolita.
L'èra volgare sorse in mezzo alle turbolenze precorritrici della prossima caduta dell'impero romanoe in un'epocaquando la virtù fece qualche sforzo per vincere le umane debolezze. Ma per diciotto secoli essa non è servita se non a fissare nella durata i progressi del fanatismol'avvilimento delle nazionilo scandaloso trionfo dell'orgogliodel viziodella stoltezza e le persecuzioni che macchiarono la virtùil talentola filosofia sotto despoti crudeli.
Perché mai la posterità dovrebbe vedere incisi su le medesime tavoleora da mano avvilita e perfidatal'altra volta da mano fedele e liberacosì gli onorati delitti dei re come la esecrazione alla quale essi sono oggi dannaticosì le furberie e l'impostura per gran tempo ossequiatecome l'obbrobrio che infine raggiunge gl'infami ed astuti confidenti della corruzione e del brigantaggio delle corti?
La rivoluzione ha ritemprata l'anima dei francesie di giorno in giorno essa educa alle virtù repubblicane. Il tempo apre un nuovo libro alla storiae nel suo nuovo cammino maestoso e semplice come l'uguaglianza deve incidere d'un nuovo e puro bulino gli annali della Francia rigenerata.
La rivoluzione francesefecondaed energica nei suoi mezzivastasublime nei suoi resultatisarà nella considerazione dello storico e del filosofo una di quelle grandi epoche collocate a guisa di grandi fanali sul cammino eterno dei secoli.
Il 21 settembre 1792 i rappresentanti del popolo etc...han proclamata l'abolizione del potere regio... Questo stesso giorno dev'essere l'ultimo dell'èra volgare... Il 22 settembre fu il primo giorno della repubblica. Quel giorno stesso a 9 ore18 minuti e 30 s. del mattino il sole arrivò al vero equinozio di autunnoentrando nella costellazione della Bilancia.
L'eguaglianza del giorno e della notte era segnata in cielo nello stesso istante in cui l'eguaglianza civile e morale era proclamata dai rappresentanti del popolo francesecome il sacro fondamento del suo nuovo governo. Così il sole ha richiamato ad un tempo i due poli e successivamente il globo interoe nel medesimo giorno ha brillato per la prima volta in tutto il suo splendore sul popolo francese la fiaccola della libertà che più tardi dovrà rischiarare tutto il genere umano.
Le sacre tradizioni dell'Egitto faceano usciresotto la medesima costellazionela terra dal caose in quel punto fissavano la origine delle cose e del tempo.
Il concorso di tante circostanze imprime un carattere religioso e sacro a questa epocache dovrà essere una delle più celebrate fra le feste delle generazioni future.
Tocca al popolo francese tutto di mostrarsi degno di se stessocol contare d'ora innanzi i suoi lavorii suoi piacerile sue feste civiche sopra una divisione del tempo creata per la libertà e l'uguaglianzacreata dalla rivoluzione stessa che deve onorare la Francia per tutti i secoli.

Quel calendario andò fuori uso col I° gennaio 1806. La data dell'abolizione dice tutto.
Durante il secolo decimonono la Rivoluzione Francese è stata continuata e combattutaè stata attenuata e sorpassata. Per i contrasti che la borghesia dovea vincere dell'antico ancor potentee di tutto quel nuovo che compendiamo sotto i nomi complessivi o di quarto statoo di moti operai o di socialismonel secolo decimonono il progresso s'è avverato se non per le tortuose vie dei compromessi.
Ed ora le apparenti divagazioni di questo capitolo hanno raggiunto il senso loro.


IV.


Il lettore che abbia pazientemente seguite fino in fine le pagine dell'altro capitolosi sentirà ora come liberato da un incubo. E sì che io mi son sforzato al massimo della sobrietànel contenermi in modesti confinimentre maneggiavo quel vario e multiforme apparato di erudizione il qualese fosse adoperato tutto e largamente come si conviene a scopi didatticiporterebbe allo sviluppo di molti volumi.
Cominciando quel corso- che qui rifaccionon già nel letterario andamento ma nei soli motivi- io ero soprattutto preoccupato del desiderio e del bisogno di sgombrate dalla mente degli uditori i pregiudizii tradizionaliverbalilinguistici e simbolisticii quali adombrano la schietta considerazione realistica della storia umana. Avevo innanzi agli occhi le più svariate commemorazioni del secolodal libro del venerando Büchner alla pastorale del reverendo cardinal Ferrari. I volumi recanti la rassegna dei trionfi della tecnica all'esposizione di Parigi trovavano uno strano e triste commentocosì nei lamenti dei democratici ricordanti le travagliate plebi o le nazionalità tuttora manomessecome nel ragionare di quei socialisti che cercavano qualche spiegazione al ritardato avvento del collettivismo che pochi anni fa ancora era apparso così prossimo non che ai focosi agitatori di stampo giacobinoperfinoforseai pensatori di così eccessiva cautela ed autocritica come C. Marx. Qua dei calorosi ecclesiastici francesi che annoverano le nuove glorie del papato cresciuto proprio nel secolo che i profani chiamano dei lumi e della scienza; e là dei freddi declamatori inglesi ed americaniche mettono soprattutto in rilievo il raggio d'azione economica dei loro rispettivi paesiproducenti quasi quasi la metà delle merci che circolano nel mercato mondiale. Il giusto orgoglio di nazione dominante in Europa per tanti aspetti e rispettied ora principalmente per un essor economico che muovea stupores'è venuto a riflettere e ad esprimere in molti libri tedeschi fin di secologravi spesso di troppa dottrina professoralee riboccanti di estremo chauvinisme di razzae di quello zelo statale monarchico il quale mena a fare ancora dei sovrani e dei loro governi come gli autori e promotori della società. Rara dappertutto la ricerca strettamente critica sul come s'avessero a collocare le ricordate vicendenon già nei tradizionali schemi della cronologia che annovera le somme degli annima nella esatta visione di una accertata concatenazione sociologica.
Ricordare - come ho fatto già - i contrasti perpetuatisi per tutto il secolo (popoli attivi e passivi - città e campagna - proletariato e borghesia - scienza e fede - chiesa e stato etc.) accentuandone debitamente e sinceramente la importanzami parve e mi pare il necessario punto di partenza alla considerazione del tutto. La relatività del progresso resulta da tali accenni descrittivi a modo di naturalissima conseguenza dei ricordati o deplorati arresti: ed essa stessa alla sua volta avvia a meglio intendere il valore specifico e tecnico di ciò che io chiamo la data sociologica. Alla quale non sarei potuto venire se non fossi passato attraverso alla critica di tutte le stravaganze profetiche e sibilline delle così dette età del mondo e di tutti i preconcetti di un qualsivoglia provvidenziale governo delle cose umaneche a queste assegni le sorti in un preordinato succedersi. Per questa dichiarazione realistica rimane come costituita la nozione obiettiva di un evo avente caratteri propriie tra questi spiccatissimo quello della nota dominante della consapevolezza del procedere. Dalla vita vissuta siam passati alla vita compresae in qualche modo anticipata dal pensiero e quindi capace d'essere in qualche modo voluta. Dal processo solamente attraversato o percorso siam giunti al processo valutatopresentitodesideratoagognatoossia alla persuasione del progresso. Chi vorrà ora tener per superflua la citazione che ho fatta del decreto convenzionale; o chi vorrà negare la somma di queste idee qui costituisca la filosofia del socialismo?

Certo i pregiudizii sopravvivonoe nella mania che è in molti di andar componendo degli accertati periodi delle multiformi manifestazioni storiche e nell'utopismo dell'attendere il prossimo o futuro avvenire. Come raffigurato fin d'ora in tutta la sua fisonomiae poi infine nelle sempre ondeggianti e di continuo rifatte classificazioni della sociologiale quali di straforo arrivano fino ad invadere il campo del giornalismoe il più delle volte riescono più a svisare che a raddrizzare i giudizii dei pubblicisti. Quante volte non abbiamo letto: - verrà l'associazionepoi il cooperativismoo che altro siasie da ultimo il collettivismo: e messi gl'ismi in filail resto fila da sé. Non fu estesa a tutto il genere umano la escogitazione francese di questo sacramentale schema: economia a schiavieconomia a servaggioeconomia a salariato? Chi si rechi quella formula in mano non capirà un solo fattoponiamodella vita inglese del secolo decimoquarto; - e dove vorrà collocare quella buona Norvegia che non ebbe mai né schiavi né servi? e che conto si renderà della servitù della glebache si fissa e sviluppa nella Germania d'oltre l'Elba proprio dopo la Riforma? e che spiegazione darà al fatto singolare che la borghesia europea inauguri una nuova schiavitù in America di schiavi a bella posta importati proprio nel medesimo tempo in cui essa percorre i primi stadii dell'èra liberale? e come si comporrà interpretativamente la economia della corporazione produttiva a privilegio? - per non dire da ultimo delle tante forme intermedie di regio patronatod'imperiale concessionee di monopolii patentatiche la produzione venne assumendo dal momento in cui corporazione e feudo (e suo fattizio surrogato nel fedecommesso spagnuolo) cominciarono a erodersi fino al definitivo stabilirsi della indisputata concorrenza?
I criterii - in poche parole - dell'analisi sociologica devono essere si i principii direttivi d'ora innanzi d'ogni ricerca storica: ma questa riman sempre legata alle impreteribili ragioni empiriche della rappresentazione del fattoe deve rifiutarsi a qualunque pretesa d'imperativi aprioristici.
Scrivo un breve volumenon un manuale enciclopedico. Per ciò appunto non occorre io torni sulle bislacche idee del Ferrariche cercava nei periodi dei 500 e 100 e 50 anni i mezzi per ricondurre ad una assegnabile periodicità il farsi e il disfarsi e il procedere e il progredire delle cose umane storiche- che del resto eran considerate su per le cime delle ovvie date di contestura mnemonica. E che dire dell'ingegnoso Rümelinche pur lui ha tentato di ridare all'ovvia nozione del secolo per il fatto delle periodicità demografiche un certo che di valore obiettivo? Rankeinesauribile così nella poderosità ed estensione della ricerca come nella vastità della produzionerivela nel fondo di quella qualunque filosofiache ha latente nello spiritoun certo tal quale ossequio al piano dei periodi storici. Ranke sta con un piede nell'ancien e con l'altro nel mondo borghese. Fu un protestante aulico-concistorialee insaputamente estese ai periodi della storia quel concetto del Beruf (un che di mediovuol dire la parolafra vocazione e missione)che sarebbeper chi ci credela insegna etico-politica degli Hohenzollern. Chi vuole pienamente esilararsi s'addentri nella lettura degli scritti di Ottokar Lorenznei quali apprenderà come il succedersi delle tre generazioni nelle famiglie direttive dei nobilidei guerrieri etc.combinato coi periodici e automatici incrementi della popolazione - combinando il tutto con la elastica dottrina della ereditarietà - bastino a dare la chiave del corso della storia.

Eliminate le tradizionali fantasmagoriee data ragione dei neosimbolismiposso d'ora innanzi usareoltre che degli altri termini di etàevoperiodoanche dell'ovvio secoloperché il contesto reca in sé la ragione obiettiva di ciò che si va esponendo; e quest'ultima parola (il secoloossia la somma di cento approssimativi anni equinoziali di tanto diversi dall'anno sideralecontati da un convenzionale I° gennaioda un era in qua escogitato dallo Scita in accordo al periodo giuliano corretto da papa Gregorio) dice ora quel che può dire una misura convenzionale unicadi una moltitudine di cose qualitativamente diverse e dinamicamente difformi.


V.

Mi fermo qui a considerare l'Italiain quanto essanella prospettiva generale del mondo cui ho accennato finora e alla quale mi attengorappresenta un determinato e particolare angolo visuale.
Non è già che io voglia abbandonare la veduta universalisticadalla quale fin dal principio ho preso le mosse per valutare ora il mondo intero alla stregua di ciò che praticamentee in modo esclusivoo gioverebbe o importerebbe all'Italia. Non intendo di comporre il vade-mecum del piccolo-borghese che valuti alle proporzioni delle finestre di casa gli spazii cosmici: - tanto più poi perché questo scritto di semplici considerazioni non deve contenere né consigliné suggerimenti di sorta.
Dico semplicemente questochecioèper il complesso delle condizioni che le son propriel'Italia è orientata in un certo modo rispetto alla concatenazione economico-politica del mondo civile attuale. Cotesto angolo visuale - certo più angusto di quello delle altre nazioni che han nome di grandi - non è cosa accidentale o arbitraria. Innanzi tuttoesso è proporzionale alle differenze che effettivamente corrono fra le condizioni italiane e quelle degli altri paesi; reca la misura effettuale di ciò che l'Italia è e può di fronte alle grandi correnti della storia attiva; e implica l'apprezzamento dell'esser nostro nazionale nell'insieme di ciò che è presentemente il mondo dei popoli direttivi.
Occorre di fermarsi su tale angolo visuale - il quale nasce naturalmente e quasi insaputamente in chi guardi per ragioni affatto pratiche tutto il mondo solo per rispetto all'Italia - appunto perché il punto di vista universalissimo in cui mi sono collocato senz'altro mi ha portato ad oltrepassare senza ragionamenti preparativi e senza transizioni i confini e i limiti della coscienza nazionale. Esaminando ora poi criticamente la orientazione d'Italia rispetto al resto del mondonoi verremo come ad apprezzare l'insieme del nostro paese alla stregua delle grandi correnti della storia attiva.
Il risorgimento italiano s'è svolto tutto per entro al secolo decimonono; ma ci si è svolto più nel senso della storia passiva che in quello della storia attiva. L'effettivamente attivo comincia il 1870; e questa osservazione basta da sola per ismentire il più gran numero delle affermazioni ottimistiche o pessimistiche che si fanno sul nostro paese sopra di una esperienza così breve e di così recente data.
Coi termini di attivo e di passivo io intendo di addurre degli estremi teorici di valore comparativoai quali si giunge per approssimazione e attraverso a molte transizioni. Che l'Italia dunque fosse in un certo senso e storicamente attiva anche nel tempo della sua preparazione all'unità nazionalee specie nei momenti delle rivoltee delle guerrenessuno vorrà negare: ma qui in questo discorsodove cerchiamo di ricondurre tutto al ragguaglio della fin del secolonoi dobbiamo considerare come relativamente passiva la condizione d'Italia in tutti gli anni anteriori al 1870nei quali le altre nazioni direttive posero le premesse e dettero la prima potente avviata alla presente espansione e gara veramente mondiale.

Dal 1870 in poi è corsa insistente l'opinioneripetuta anche da scrittori per altri rispetti degni di considerazioneche a risorgimento politico finito l'Italia sia riuscita inferiore all'aspettazione. Ma a quale e di chi? All'aspettazione forse si rinnovassero l'impero romanoi fasti dei comuni medievalio simili altre cosele quali non hanno ora più ragion d'essere al mondo? La verità vera è che l'Italiauscendo da secoli di effettiva decadenza e passando poi per la tensione cospiratoria e per l'ardore delle rivoltenon ha portato nel nuovo assetto una proporzionata esperienza di politica moderna; tant'è che fino ad ora la letteratura politica da noi presso che non esiste. La tradizione letteraria avea invece creato e mantenuto in essere l'ideao meglio l'illusione di una storia sola e continuativa di quante mai vicende si fossero svolte a memoria d'uomini su la unità geografica della penisola; e come cotesta storia unica di un solo subietto (un popolo italiano un po' creato dalla fantasia) fu tra i potenti motivi ideologici della riscossacosì a rivoluzione finita l'Italia è parsa troppo piccola al confronto della sua grande storia. A stato nuovo costituito con la capitale naturales'è finito per pigliar notizia più accertata e più tranquilla delle altre nazioni e a riconoscere che per grande stato siam troppo piccoli. Ed ecco a che si riduce: il non aver corrisposto all'aspettazione. Al rimpianto di ragione immaginaria s'è venuto sostituendo questo problema pratico: quante garanzie di stato moderno offre ora l'Italia in quanto a mantenere un posto di utile ed efficace concorrente nella gara internazionale? Non si tratta già di riportare la nostra esperienza di questi ultimi trent'anni ad un qualunque ragguaglio di sognate glorie o di aspettati strepitosi successima di rispondere al prosaico quesito formulabile così: la vecchia nazione italianacomponendosi a stato modernodi quanto s'è trovata adattabile e di quanto s'è trovata difettiva di fronte alle condizioni della politica mondiale in genere? Come ogni azione politica si riduce in un certo senso ad interpretazione operosa di condizioni datecosì il giudizio che si può fare effettivamente su l'Italia dal suo risorgimento in qua si riduce a vedere se la politica ha corrisposto ai datie fino a che punto ci sia stata libertà di scelta nel maneggio e nel governo dei dati stessi.
Di quanto bisogna tornare indietro per farsi un adeguato concetto delle condizioni d'Italia? I letteratiche furono per secoli i soli attivi rappresentanti della intellettualità italiana del lungo periodo della decadenzanon afferrano il senso di tale domandae cioè non intendono tutte le difficoltà di sociologia storica che essa implica. Data ed ammessa l'unità illusionale di una storia d'Italia attraverso un gran numero di secolile cose veramente decisive nelle vicende della civiltà appariscono in una mal composta narrazione come le variazioni e gli accidenti di un tipo immaginario. Come si può per tal via discernere il fattop. es.decisivoche l'Italia per secoli rimane divisa in due mondi: di qua il ciclo germano-romanicodi là il mondo bizantino-islamitico? Si vuol forse passar sopra il periodo islamitico della Siciliacome ad un fuori della storia; e parrà cosa indifferente che la dinastia ora regnante in Italia discenda dalla feudalità di uno stato di Borgogna?
Le tracce vere e positive di quella unità di temperamento e d'inclinazioni che costituisce il popolo nel senso storico della parolanoi non possiamo trovarle più in là del secolo undecimonel quale la nazione neo-latina apparisce costituita.

La nostra recente rivoluzione non consiste - come alcuni hanno con leggerezza affermato - nel giungere della borghesia al dominio su la società. Questa rivoluzione è stata fattasìprincipalmente sotto la direzione dello spirito borghese; ma la borghesia italiana esisteva da secolied aveva avuto non solo le sue gloriema la sua terribile caduta alla fine del secolo decimosestoe la sua prolungata decadenza fino alla Rivoluzione Francese.


VI.

Giova ora mi provi a racchiudere in una certa caratteristica complessiva ciò che più volte ho chiamato società modernae che più volentieri dirò società attualee ossia che è in atto... (3) .

NOTE:

(1) Parlavo nel novembre 1900.
(2) Buri vuol dire villano.
(3) L'A.travagliato da infermitàinterruppe a questo punto il proprio lavoroche non ebbe più agio di ripigliare [Nota del Croce].



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