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Emilio De Marchi

 

Demetrio Pianelli

 

 

parte prima

 

LORD COSMETICO

 

I

 

Verso mezzodí Cesarino Pianellicassiere aggiuntovideentrare nell'ufficio il cassiere Martini piú pallido del solitocol visostravoltocon un telegramma in mano.

«Ebbene?» gli domandò«che notizie mi dà?»

«Bisogna che io parta immediatamente. È moribonda!»rispose il Martinicon un groppo alla gola che gli mozzò le parole.

Povero diavolo! L'aveva sposata da poco piú di un anno edopo un anno di tribolazionie quasi di agonia continua la poverina morivaconsunta a Nervidove il medico l'aveva mandata a passare l'inverno.

«VadavadaMartiniresto io. Si faccia coraggiovedrà.La gioventú si aiuta sempre.»

«Dovrei avvertire il commendatorema la corsa parte alledodici e quarantacinque e non ho tempo. Gli scriverò appena potrò. GuardiPianellichiudo in questa cassa i valori principali e lascio a lei la chiave diquest'altra cassa. Vuole che gliene faccia la consegna? Saranno dieci o dodicimila lire in tutto.»

«Se lei si fida di meper conto mio non ho bisogno diconsegna» soggiunse il cassiere aggiuntotutto commosso e premuroso.

«Mi fa una carità. Tenga conto del movimento di cassa ebasta.»

«Si fidi di me: vadanon perda tempo» disse premurosamenteil Pianelliconfrontando il suo orologio con quello elettrico del cortile.

«Se c'è bisognomi telegrafi.»

«Si faccia animo; fin che c'è vitac'è speranza.»

«Grazie» balbettò il Martini.

Strinse la mano al Pianellisforzandosi di ingoiare le suelagrime e se ne andò.

«Povero diavolo!» mormorò l'altrotornando al suo posto.«Se c'è un galantuomogli càpitano tutte.»

 

Era il giovedí grasso.

Cesarino Pianellidetto anche lord Cosmeticocassiere aggiunto alla Postasi ricordò che per le due e mezzo aveva datoconvegno al Pardial Caffè Carinie cercò di sbrigare in fretta le quattrofaccende della giornata. Era un giorno di mezza vacanza anche per luiche perparte sua conosceva magnificamente l'arte di prendersela.

Quel giorno aveva promesso a sua moglieBeatricedicondurla sul balcone del Gran Mercurio a vedere le maschere.

«Ci vediamo stasera?» domandò il Buffoletticacciando latesta nel finestrino dei pagamenti.

«Síma non prima delle undici.»

«Meni tua moglie?»

«Sí.»

«Mi ha promesso l'Argo della Ragione cheverrà a fare una lunga descrizione della festa sul giornale. Dammi il nomedella tua signora.»

«Beatrice. Se questo signor Argo ci onoraavròpiacere di presentargliela.»

«Guarda che i giornalisti sono pericolosi.»

Il Pianelliche scrivevafumava e parlava tutto in unavoltamandò in aria un soffio lungo di fumo con una smorfietta della boccacome se volesse dire: “Bahsoffio in viso ai giornalistiio.”

«Viene anche il commendatore?»

«Sono stato a invitarlo; è raffreddatoma cercherà di nonmancare.»

«A rivederci.»

«Addiobambino.»

Il circolo Monsù Travet era stato promosso e messo inpiedi da questo Cesarino Pianelli nei primi giorni di carnevaleper offrireagli impiegati di diverse amministrazioni e alle loro egregie famiglie il mezzodi divertirsi e di far quattro salti in economia.

La proposta ed il piccolo programma avevano trovato appoggionon solo tra gli impiegati della Posta - eccettuatinaturalmentei pezzi piúgrossi - ma anche tra molti impiegati del Municipio e di Banche privatecheavevano versato in mano al Pianelli le venti lire di primo ingresso e via via lecinque lire mensili per tutti i mesi dell'inverno.

Era un modesto principio: ma si sperava che il circolo nondovesse morire cosíe potesse col tempo trasformarsi in un club di riunioniseralio in un casino di letturao in un sodalizio di mutuo soccorsoin unacooperativao in qualche diavolo di questo genere.

Non erano le grandi idee che mancavano a Cesarino Pianelliche se avesse avuto centomila lire alla mano...

Ma il primo suo torto era di non averle. Se però glimancavano i denari gli stava a pennello il titolo che gli avevano regalato di lordCosmeticoappunto per le sue arie di grandezza e di sufficienzaper laeleganza del suo modo di vestireper i colletti in piedicolle cravattecostose haute nouveautéper i polsini che parevano di porcellanaepiú ancora per la lucentezza della chiomatirata a furia di cosmetico in duepezze profumate sopra le tempie e aperta in due ventagli meravigliosi dietro leorecchie.

Non piú giovanissimoanzise si deve direpiú vicino aiquaranta che ai trentacinquesapeva ancora colla carnagione bianca e fine ecolla sua aristocratica magrezza resistere agli urti del tempo e aspirare altitolo di eterno bel giovine. La barba nera e crespamorbidadivisa in duepiccole punte sul mentofiniva col dargli quel carattere contegnoso ediplomatico che in questi tempi di americanismo insorgente non si trova piú chenei grandi camerieri del Covaultimi custodi delle tradizioni dei Palmerstondegli Ubnerdei Visconti-Venosta.

Era un magro giovedí grasso. Piovigginava. Tuttavia lestrade formicolavano lo stesso della solita gente che ha sempre voglia di vederqualche cosa anche quando non c'è niente da vedere e chein mancanza dimegliosi contenta di vedere sé stessa. Qualche balcone addobbatoqualchestrillo di mascherottoqualche carrozza coi campanellidavano di tempo intempo delle illusioni di giovedí grassoma intanto piovigginavamalinconicamente.

Il Pianelli trovò il Pardicom'erano d'accordosedutodavanti a un tavolino del Caffè Carinisotto i portici meridionali.

Melchisedecco Pardifabbricatore di nastri di seta con dittaal ponte dei Fabbriuomo già sulla cinquantinagrasso d'una grassezza flosciae linfaticabuono d'animonon ingenuo negli affariche soffiava forte dallecanne del naso nel grosso bavero del suo paltò color nocciuolaera detto anchePardone per la sua leale bonarietà e per la sua pancia.

Oltre il merito di saper fare molto bene il suo mestiereaveva quello d'essere il marito della bella Pardinauna vespa tutt'ossi espiritocon occhi tremendiche da ragazza lavorava in fabbrica per dieci soldial giornoche aveva saputo farsi sposare dal padrone e chea credere alleciarlefabbricava ancora molto bene i suoi nastri a parte.

Palmira Pardi e Beatrice Pianelli s'erano trovate a passareuna vacanza insieme a Tremezzo sul lago di Comoall'albergo Bazzonidove piúd'una volta capitarono i rispettivi mariti colla solita corsa del sabato.

In campagna le amicizie sono presto fatte tra gentesimpatica. Chi non avrebbe voluto bene a quel buon uomo grassocosí finoconoscitore del vino di Piemonte? Sempre d'un umorepiene le tasche dibiglietti di bancaavrebbe sempre voluto pagar luitanto da obbligare lordCosmeticoper non restare mortificatoa far portare il marsala o il bordò o aimprovvisare un trattamento di dolci alle signore sulla terrazza.

«È un pezzo che mi aspetti?»

«Un momento. Ho ricevuto stamattina il tuo biglietto.»

«Dunque? Me le puoi dare queste duemila lire?»

«Signore Iddio!» rispose il Pardigrattandosi l'orlo di unorecchio. «Come puoi avere bisogno di duemila lire?»

«M'è capitata una disgrazia in un pagamento.»

La voce del Pianelli si affievolí un poco. Si vedeva l'uomonon abituato a dire bugie.

«Di' che hai giuocatoinvecee che hai perduto e amen

«Chi ti ha detto che ho perduto?»

«Palmira.»

L'occhio di Cesarino s'incantò un momento nell'aria.

«E mi ha detto che hai giuocato col tenore...»

«Benesího giuocato e ho perduto. È una disgrazia anchequesta che capita a chicchessia.»

«Se tu mi avessi detto che in questo vostro Circolo sigiuocanon avrei dato le mie venti lire di buon ingresso.»

«Non è che si giuochianzi è proibito; ma quando passauna cert'orase c'è chi tentanon si è obbligati a essere sant'Antonio.»

«Io non so che gusto da bestia ci trovate in questemaledette carte.»

«Ognuno ha i suoi gustiSecco. Tuper esempiopreferisciandare a dormire all'ora delle galline e c'è chi ama provare delle emozioni.»

«Tua moglie lo sa?»

«Che c'entrano le donne?» disse lord Cosmetico affettandoun sublime disprezzo per le donne.

Il Pardiche pareva un uomo sulle spinedopo aver cercatoil cameriere cogli occhicomandò una birra.

Cesarino volle un assenzio.

«Ebbeneche cosa mi rispondi?» chiese dopo un lungo epenoso silenzio il Pianellimentre lasciava cadere a goccia a goccia l'acquachiara nel suo bicchiere d'assenzio verdognolo.

Il Pardi tentennò il testonegonfiò le ganasce ecoltremito di una ragazza che resiste a care tenerezzerispose:

«Mi rincresce ve'ma questa volta non posso propriodavvero.»

Cesarinoche non si aspettava un rifiutoindovinò subitoda chi il buon ambrosiano aveva ricevuta l'imbeccata. Con uno di quei risolinisardonici con cui lord Cosmetico soleva soffiare la sua grande superiorità dispiritodomandò:

«Te l'ha detto anche questo tua moglie?»

«Uff!» fece il buon Pardonevoltandosi per due terzi suigomiti a guardare nella piazza dove la folla andava agglomerandosi e crescendo.Il Pianelli era stato buon indovino. Palmira aveva proibito assolutamente didare piú un soldo a questa gente bislacca e bisognava ubbidire.

«Sentiti faccio anche una cambialese vuoi.»

«Che cambiale! Non possoperché non ne ho.»

«Saison debiti d'onore!»

«Che onore d'Egitto! l'onore è quando si lavora e si pagail lavoro degli altri.»

«C'è onore e onorePardie spiace sempre di fare unacattiva figura.»

Cesarino pregò ancora una volta cogli occhi piccini eaddolorati in cui si agitava una grande paura. Ma il Pardi si voltò a guardarele maschere.

Un piccolo raggio di soleallargandosi attraverso all'ariabagnataentrò in una luce biancastra e diluita a rallegrare un poco il Caffèmentre nell'altro lato della piazzaal comparire della prima mascherata collabandasi rianimava un po' di rumore.

Seguí un altro bell'istante di silenzioduro e arcigno dauna partetedioso e incomodo dall'altradurante il quale il Pianelli pensò sedoveva inghiottire l'orgoglio e commuovere l'amico col racconto di tutta laverità.

E la verità era questa: le due mila lire perdute al giuococol celebre tenore Altamura non erano che il fondo di cassa raccolto per lefeste del Circolo. Per una boria da lord Cosmetico il Pianelli aveva pagato inpronti contanti il suo debito d'onoremanon avendone di suois'era servitodel denaro degli amici. Ora cominciavano i guaii sospettile diffidenze eaveva ragione di dire: “Spiace sempre di fare una cattiva figura....”

Ora si trattava non piú d'un debito di giuocoma di stimadi fiduciadi delicatezzae a Cesarino bruciava piú che se avesse ricevutauna coltellata nella carne.

«Ti pago gli interessi» provò a soggiungere.

«Non ne hoe quando non ne ho è come spremere l'acqua daun sasso» rispose con una certa furia di uomo seccato il buon MelchisedeccoPardidetto anche Secco o Pardone.

«Scusa...» si affrettò a dire coi denti stretti lordCosmeticoche credeva d'aver pregato fin troppo. «Ti chiedo un prestitononti chiedo mica l'elemosinaper tua regola.»

«Non....»

«Scusaho creduto di rivolgermi a un amico prima che a unusuraio.»

«Ma se....»

«Scusati dico. Tu hai ricevuto gli ordini e fai bene aeseguirli.» E qui lord Cosmetico tracciò in mezzo al suo discorsofunebre un risolino ancora piú sardonico e tagliente del primo. Poi soggiunsealzandosi: «Scusa il disturbo e procura di dormire i tuoi sonni tranquilli.»

Pardone lo guardò con un occhio piccolo e cruccioso. Checosa voleva dire il signore?

Coll'aria alta e principesca che sapeva assumere nei grandimomentilord Cosmetico gettò i sei soldi dell'assenzio sul vassoio e uscídritto dritto in un pezzo come se avesse ingoiata una canna di fucile.

Stette un momento sulla soglia a contemplare l'unghia lungadel dito mignoloche era il suo modo di riflettere nei momenti piú gravi epensò di passare di làal Caffè Campariin cerca di un certo Guerrinidetto anche il Bòtolache prestava volentieri al trenta per cento. Ma lapiazza era cosí piena di gente in quel momento...

Pardoneappoggiato colle gomita grasse al tavolino e allasediaseguitò a guardare le maschere cogli occhi gonfi e imbambolati.

Una grande commozione saliva e scendeva dentro di luifacendo quasi le onde nella carne floscia del suo corpo di buon ambrosiano.

Egli aveva obbedito a Palmiracol dar nullae Palmira nonragionava male. Casa Pardi non era il pozzo di san Patrizio. Né questa era laprima volta che Cesarino parlava di prestiti e di cambiali.

Prima trecento lirepoi cinquecentopoi ottocentoadessoduemila... eh! eh! ce ne vogliono dei nastri per far tanti denari...

Se il signor Pianelli voleva fare il lord e mandare in lussola moglienon era bello niente affatto che i conti li facesse pagare agliamici. Son giusto i tempi di mungere un povero industrialecoi prezzi che sifanno della seta!…

“Cambiali!” tornava a pensare il povero Pardonetuttoarruffato ancora della violenza fatta al suo buon cuore. “Quando non si ha chelo stipendio di un travettouna moglie bellagiovineambiziosa e trefigliuoli da mantenerele cambiali si possono dare alla lavandaia insiemealla... alla... dei marmocchi.”

Pardonegonfio ancora come un boaripeté tre o quattrovolte questo monologoguardando senza veder nulla le maschere e la gente che siagitava verso l'arco della Galleria Vittorio Emanuele.

Finalmente ordinò al piccolo un'altra birra.

“Che cosa aveva voluto dire il signore colla frase: cercadi dormire i tuoi sonni tranquilli? Voleva alludere a Palmira e al tenore?”

Egli era buono come un angelobuono due voltema non trevolte; e il signor Cesarino aveva torto di vendicarsi di un rifiuto col lanciarelà delle frasi in aria senza senso. Stupidello!

Si voltò ancora una volta verso i portici nella speranza divedere ancora il Pianelli. Aveva bisogno di farsi spiegare quella frase. Erastato una bestia a non chiedere subito una spiegazione...

Girò gli occhi in su e in giúma il Pianelli se ne eragià andato. Pardone avrebbe dato ora non duema quattro mila lire e una tazzadi sangue per avere la chiave di quelle maledette parole.

Sentendosi morir di setetracannò d'un fiato il suo shopdi Viennae si nettò i baffi bagnati di spuma col dosso della mano bianca egrassoccia.

 

Il Pianellicol suo risolino sarcastico raffreddato sullelabbrarisalí i portici meridionali fino all'altro capo dove era la sede delCircoloin alcune sale di angolo tra la piazza del Duomo e la via CarloAlberto.

“Imbecille!” diceva mentalmentepensando al povero Pardi.“Invece di obbedire alla mogliedovresti proibirle di cantare dei duettitroppo teneri col tenore.”

Trovò le sale del Circolo aperte e ancora in quel disordineaffaccendato che precede una festa. C'erano in mezzo agli operai il Migliorettie Adone Bianchiche in maniche di camicia aiutavano i tappezzieri a collocarealcune grosse ghirlande di edera e di fiori di carta intorno alle pareti delsalone da ballo.

Il Bianchiche allora faceva le parti di brillante nellefarse del Filodrammaticoquando vide il Pianelligli andò incontrolo tiròin disparte e gli disse colle sue solite declamate freddure:

«Odifellone. C'è stato il maestro Cappelletti a dire chese non gli paghi gli arretratiegli non canta nei coricioè emigra col pianoe coll'orchestrina a Porta Genova. Aspetta la risposta fino alle cinque: dopo siritiene sciolto da ogni obbligo con noi. Questa è bellaPalamede! che sidovesse ballare senza suonatori? Volametti le ali ai piedi e il cimiero intesta e ferma il felloneo si va tutti quanti sull'Uomo di Pietra.Questa è una. C'è stato poi anche il padrone del Caffè Carini a dire che hasete.»

«Cioè?» chiese il Pianelliche ascoltava col viso durorosicchiando lentamente la sua bellissima unghia lunga.

«Ha contato cento storie. Vorrebbe almeno qualche accontoper il servizio dei mesi scorsi. Pare insomma che stasera voglia far scioperoanche lui. Io gli ho detto che non sono cassierené figlio di cassierema cheti avrei parlato. Pazienza i suonatori! ma se mancano anche i sorbettinumi delcieloche fia di noi?»

Le declamazioni del Bianchi non riuscirono a far ridere ilPianelliche disse con un accento freddo e monotono: «Vorrei sapere chi èquell'imbecille che si diverte a organizzare queste stupide commedie. Si sondati la parola d'ordine...»

Il Pianelliin apparenza tranquillofaceva ogni sforzo persoffocare lo spavento che tutte queste notizie suscitavano nel suo cuore. Diconti e conterelli e proteste ne aveva ricevuti anche durante la giornata e sivedeva una mano che si divertiva a seminare il sospetto e lo scredito.

Si sapeva ch'egli aveva giuocato e perduto: si sapeva forseche egli aveva pagato coi denari del fondo socialee forse gli stessi socimandavano avanti i creditori per metterlo con le spalle al muro.

Se non pagava prima di sera il Cappellettiil Carini e glialtri; se la festa per colpa sua non aveva luogoegli avrebbe dovuto confessareagli amici e ai nemici che non c'erano piú denari. Era una brutta figura chenon voleva fareDio santo!

Qualunque altro anche meno superbo di lui avrebbe inorriditoall'idea di dover confessare ai propri colleghi un cosí indelicato abuso difiducia. Ecco perché aveva pregato e supplicato tanto il Pardi... ma avevafatto i conti senza... le donne. Credeva d'indovinare da chi partiva la mossa.Ohle donne!

Beatrice aveva il torto d'essere stata la piú bella e lapiú elegante in tutte le feste di quel carnevale e non si offende senzapericolo una donna magra e galante collo spettacolo della propria felicità. LaPardioltre a essere per sua natura invidiosa e vespaabituata a vincere e atrionfareavendo trovato forse della freddezza e del sarcasmo nel bel Cesarinofaceva vedere che le magre non perdonano. Cosí almeno egli andava argomentando:ma tutte queste considerazioni finirono coll'irritare un carattere già per séstesso sanguigno e sospettosoinclinato già naturalmente ad esagerare ilvalore e la portata delle cose. Gli pareva di scorgere una vasta e misteriosacongiura di tutto Milano contro luicontro sua mogliecontro i suoifigliuoli...

Non potendo piú stare alle mossediscese a volo le scaledel Circoloritraversò i portici nel momento che ferveva il corso mascheratoe invece di piegare verso il Carrobiocioè verso casadove lo aspettavaBeatricesvoltò nel piazzale deserto del Palazzo di Corte e per il passaggiodei Rastrelli arrivò in cinque minuti alla Posta.

Ve lo aveva portatopiú che un pensierol'istintoossiaquella forza di gravitazione che tira un corpo che cade verso il luogo del suoequilibrio.

Anche qui il portiere gli consegnò una busta gialla. Era unconto della Società del gas con una noterella del direttoreche minacciava letenebrese non si dava corso alle vecchie quietanze.

Cesarino sentí proprio venire addosso il buio come un uomoche sprofonda nell'acqua. Era la congiura. Era la parola d'ordine. Era qualcunoche si divertiva bestialmente a tormentarlo per il gusto di vederlo soffrire.

Se avesse avuto tempo di scrivere a suo suocero... Ma il buonuomo stava fino a Melegnano e i denari occorrevano subito. Poiché c'erano deimaligni interessati a comprometterloa questi egli voleva rispondere col denaroin mano. Sonavano le quattroquando entrò nel locale della cassa. Non c'eranessunogli sportelli erano chiusi. Il portiere aveva chiuso anche le gelosiedella stanza che stava immersa in una mezza luce grigiadentro la qualedominavanonella loro massiccia riquadraturale due casse di ferrod'uncolore verdastro lucidoa grosse borchie ribadite sulla lamiera. Quelle duecasse erano piene di denari.

Il Pianelliche nella sua paurosa disperazione sentiva quasiattraverso alla grossezza del metallo la presenza del demonio che lo tentavacominciò a soffrire d'inquietudinemosse qualche passo per la stanzasiasciugò la fronte madida di sudoreandò a vedere se il portiere era ancora dilànella corsíaoltre l'assito: non vide nessunoaccostò l'usciogiròlentamente la chiavee si trovò solo in compagnia di quei due mostri di ferroche lo chiamavano colla voce potente del loro ventre.

Non voleva commetterecome si diceuna porcheria.

Piú d'una volta aveva assistito allo spettacolo miserevoledelle altrui prevaricazionie troppo bene conosceva le conseguenze d'unacattiva azione per giocare alla cieca una carta cosí pericolosa.

Il Martini s'era fidato di luicome un uomo si può fidaredi un fratelloe per quanto l'occasione lo tentasseper quanto laresponsabilità ufficiale non fosse suaper quanto un'irregolarità si potessesempre giustificare colla scusa che non v'era stata regolare consegnaperquanto insomma un uomo che affoga non abbia rimorso di attaccarsi a un altrouomoanche per affogare con luicon tutto ciò egli sentiva troppo altamentedi sé per scendere fino al punto di coprire un abuso con una malvagia azione.

La sua idea non era di tradire un povero diavoloné ditoccare i conti di cassa: ma solamente di approfittare dell'assenza del Martiniper provvedere provvisoriamente a una dura necessità. Con un migliaio di lirealla mano egli poteva far tacere sul momento i piú feroci creditorismorzare isospettirifare per un giorno il suo credito in faccia agli amicidare degliacconti al Carinial Cappellettialla Società del gassventarescombuiarela trama invisibile di tanti invidiosiche odiavano in lui l'uomo di spiritol'uomo sarcasticoil talento superiore e perfino il marito d'una delle piúbelle donne di Milano. Colla fantasia suscettibile degli orgogliosi egli credevaveramente a una segreta persecuzione di tutti quanti contro di luie poichénon c'era per il momento altro rimedio...

 

Appoggiò la fronte ardente alla parete d'una delle casseestette un momento a godere il senso di freschezza che usciva dal metallo e arespirare l'acre odore della vernice. Poicome se due mani non sue operasseroper luiaprí uno sportello e riempí il vano colla persona. Allineate indoppia fila erano le ciotolette di ferro con dentro i biglietti di vario colore:alcune erano piene d'oroaltre piene d'argento. Qui lo assalí un fortesentimento d'onestàe ricuperando la padronanza di sécrollò il capo comese dicesse: “Che diavolo! Non sei qui per rubare.” Prese il portafoglilevò un biglietto di visitacol suo nome stampatovi scrisse colla matita:“Prelevate lire mille”mise il biglietto in una ciotola al posto di duealtri biglietti di cinquecentoche collocò nel portafogli. Chiuse senza furiacolla regolare precisione delle altre voltefece un'altra giravolta per lastanzaper sgranchire le gambee canterellando un'ariettauscí dalla corsiachiamando apposta: «Gerolamo...»

Il portiere si fece chiamare due voltefinalmente comparvedalla parte della scala con un inaffiatoio in mano. Pianelli si fermò a dargliqualche ordinein tono alquanto ruvido: ma poi si rabboní d'un tratto esoggiunse: «Non devo pagarti dei sigari?»

«Síi cinque virginia di stamattina.»

Il Pianelli mise una lira nella mano del portiere e se neandò senza aspettare il resto. Superbo síma generoso! Uscí che giàcominciava ad imbrunire. La giornata era tornata bigia e noiosa. Molta genteveniva dal centro con aria poco contentae qua e là luccicava qualche ombrelloaperto sotto la luce che mandavano fuori le vetrine illuminate. Il signorPianelli saltò in una vettura e in men di mezz'ora pagò il CariniilCappellettila Società del gasmostrandosi né corrucciatoné allegromacolla naturalezza dell'uomo che sa fare una giusta economia del suo tempo. Gliavanzarono ancora trecento lirecolle quali avrebbe potuto offrire qualchealtra soddisfazione agli increduli; ma pensò di farsi vedere anche al Circolodove gli operai finivano di dare l'ultima mano ai preparativi.

 

Mentre Cesarino correva col cuore in bocca a questo modo perla cittàsua moglie Beatricea casanon finiva mai di specchiarsi nel suobel vestito lucido di surah color perla e s'immerse tanto nei preparativi dellasua toeletta che dimenticò il corsole mascheree perfino l'ora del pranzo.

Madame Josephine aveva preparato questo gran vestito per unacontessa Castiglioni: ma aveva dovuto ripigliarlo per un improvviso lutto difamiglia. Stava per mandarlo a Roma a un'attrice che doveva recitare al Vallenella stagione di quaresimaquando capitò a Beatrice di vederlo nelle manidell'Elisala giovine maggiore della sartae se ne innamorò. Non era un capoalla portata della sua borsama affascinatacommossane parlò a Cesarino contanta eloquenza che costuicon un pensiero dei suoimeditò e combinòsegretamente una bella improvvisata; cioè si fece cedere per le due sere delgiovedí e del sabato grasso il vestito mediante un compenso serale esenza dirnulla primalo fece trovare bell'e disteso sul letto di sua moglie.

Quando Beatrice si trovò davanti quello splendoregettò ungran grido di gioiabuttò le braccia al collo del suo Cesarinoe fu a un pelodi perdere i sensi per la contentezza. Quasi piangeva anche luiil grand'uomoper la consolazione. La Elisa con quattro tagli adattò il giro della vita eorlò il corpo e la sottana d'un pizzo doréd'un bellissimo effettoprovincialecome allora usavano.

Beatrice non avrebbe mai voluto uscire di camera per ilpiacere che provava nel mettersi e nel togliersi quel vestito. Per quanto fulungo il giovedí in casa Pianelli si mangiò poco e con disordine. Perlevarseli dai piedii ragazzi furono mandati dai signori Grissinii vicini dicasa. Tutto il dí fu un andare e venire di gente e di roba. In cucina non siaccese il fuoco; Beatrice si contentò d'inghiottire in fretta qualche uovosbattuto nel vino con qualche biscotto bagnato dentroe di rosicchiare in piedidei pezzi di cioccolata col pane. Cesarinotutto occupato nei preparativi dellafesta nelle sale del Circolo pranzò al caffè.

Tornò verso le nove di sera per vestirsi. Non trovando piúposto nella stanza da lettotutta seminata e ingombra di pizzidi fioridiblondedi guantidi stivaletti e di scatole aperte sul lettosulle sediesulpavimentoil signor Pianelli dovette prendere le sue robe e far toeletta in unostanzino a cui dava il nome di studio.

Intanto cercava di calmare i nervi scossi dalle emozionidella giornata e di farsi una persuasione ch'egli né aveva rubatoné era suaintenzione di rubare. Scongiurata una brutta tempestaegli avrebbe domani odopo riparato al disordine e stoppata la bocca a tutti i malevoli che avevanocreduto di rovinarlo. Il suo caro suocero di Melegnano lo avrebbe aiutato inquest'opera di riparazioneo egli l'avrebbe fatto saltarecome si dicefinché non avesse pagato il resto della dote di Beatrice.

Cesarino stava accarezzando un magnifico nodo di cravattache gli era uscito fresco dalle mani come se fosse modellato dalle mani di unartistaquando Beatricepreceduta dal fruscío strisciante dello strascicoaccompagnata dall'Elisaentròsplendida come una principessanel bellissimovestito nuovoche le fasciava la vitala radice delle braccia solide e ilpetto ampio colla morbida e tesa precisione di un guanto. Le spalle nude d'uncandore molle di latte spiccavano sulla lasagnetta di pizzo doré che orlava lesinuosità e le ondulazioni profonde del suo busto di surahaperto fin dove ladecenza si accorda colla bellezza (un punto metafisico in cui le donne non sonotutte d'accordo). Al collo non aveva che un semplice vezzo di perlevecchiotesoro di casache morivano nel loro pallore nella candida morbidezza dellacarne; le braccia erano nude dalle spalle al gomitodove arrivavano glialtissimi guanti di Svezia su cui brillavano i braccialetti... Ma la granbellezza della donna erano i capelliquei molti capelli foltid'un biondocaricoche s'intrecciavano in nodi contorti a guisa d'un turbante sul candoredi porcellana della carnagioneper cui Beatrice Pianelli aveva veramente unagrande rassomiglianza colle belle bambole grandi che vengono dalla Germaniacome se ne vedono nelle vetrine del Pino e del Caprottibelle e lucide difuorivuote o piene di stoppa di dentro. Questa somiglianza aveva fatto trovareper lei il soprannome di bella pigotta con cui solevanocolla chiara edespressiva concisione morale del dialetto lombardoindicarla i buoni amici e lemeno buone amiche di lord Cosmetico.

Cesarinoche in materia di buon gusto era un giudiceincontentabilefece girare due volte Beatrice sopra sé stessaaggiustò quaaccarezzò làmosse una treccia nei capellistese le mani alla vita che nongli pareva ancora troppo bene attillata.

«Caro testento quasi a respirare» disse Beatrice tirandoun gran fiato.

Arabellala figliuoletta di quella gente felicegirando collume in mano si specchiava nella sua bella mamma. Da bambina giudiziosa promisedi stare in casa colla Cherubina a curare i suoi fratellini e per contentarliavrebbe fatto il zabaglione. Naldoun marmottino di quattro anniera giàtutto felice nella speranza di poter leccare il frullo.

 

Bellissima riuscí la festa del giovedí grasso al Circolo MonsùTravet per concorsoper calore e per allegria. Beatrice Pianelliche l'Argodella Ragione paragonò a una Giunone di diciott'anni uscente da unanuvolagustò il suo quarto d'ora di gloria.

Le signorela Pardi per la primariconobbero nel taglio enella guarnizione del vestito una mano straordinariasi guardarono negli occhicon quella fredda meraviglia che è piú vicina alla compassione cheall'invidia. Ciò non impedí che si facessero passare di mano in mano la bellapigotta colle piú tenere esclamazioni di ammirazione e di benevolenza.

Cesarino si dimenticava mentre seguiva cogli occhi estasiatiil trionfo di Beatrice: e volendo sputar miele per il fiele che avevainghiottitocercò di mostrarsi affabilegentilearrendevole con tuttispecialmente con coloro dell'amicizia dei quali egli dubitava di piú.

Pardone non si lasciò vedere. O s'era già seccatoabbastanza di quel Circolo o non voleva incontrarsi con Cesarino Pianelli. Maanche senza di lui la festa non fu meno chiassosa e brillante. Il vino di Baroloe qualche bottiglia di Sciampagna aiutarono a far dimenticare i pensieri cattiviche ciascuno non aveva potuto lasciar fuori dell'uscio: ma Cesarino se li trovòsul cuscino del letto al suo primo svegliarsi il giorno dopo. Si ricordò delMartinidel suocerodei denari che non aveva piú e saltò dal lettocoll'intenzione di correre subito a Melegnano: ma rifletté che per l'assenzadel cassiere egli non avrebbe potuto per quel giorno allontanarsi dall'ufficio.Non volendo perdere un tempo che andava facendosi sempre piú preziosocol capoancor pieno di sonnouscí di casa e mandò al signor Isidoro Chiesa diMelegnano questo telegramma:

 

“Mi occorrono subito mille lire. Portale tu. Gravedisgrazia.

Beatrice.”

 

Poi si recò all'ufficio e vi stette fin verso le dieci. Maparendogli d'essere sulle spinepregò il Miglioretti di prendere un momento ilsuo postocorse a casa a vedere se il suocero era arrivato o se aveva mandatoun telegramma. Non trovò nulla. Restò a casa a mangiare un bocconementreBeatrice cominciava a sciogliersi dal suo sonno profondo di donna stanca. Poitornò di nuovo alla Posta verso mezzodí.

Non era ancora in fondo della via del Pescequando vide sulportone della Posta il Martini. Vederlo e trasalire fu una cosa sola. I polsidel capo picchiarono cosí forteche vollero rompere il cranio.

Ebbe appena il tempo di ricomporsie di prendere un'aria dipremurosa compassione.

«Come mai? Non è partito?» mormorò.

Il Martini stese la mano all'amicodiede una languidastrettavoltò via la faccia e si portò due volte il fazzoletto agli occhimormorandooper dir giustomovendo le labbra a una parola senza suono chevoleva dire: È morta!

«È morta?» domandò con vivo rincrescimento il Pianelliabbassando la testa.

«Stamattina alle quattro...» balbettò colle labbratremanti il Martini. «Son tornato per chiedere al commendatore tre giorni dilicenza e aspettavo anche lei per regolare la consegna. Voglio portarla aMilano....»

L'emozione soffocò le parole in gola al pover'uomochefaceva di tutto per non farsi vedere a piangere dalla gente.

Il Pianelli sentí alla sua volta farsi il cuore piccino. Inquel momento avrebbe dato mezzo del suo sangue per evitare una consegnada cuidoveva risultare un ammanco di mille lire. Gli faceva orrore non meno il suopericolo che l'idea di dare a un povero diavolo già cosí tribolato un colpo diquella sorte.

«La trovo in ufficio verso le tre?»

«Síci sono...» rispose il Pianelli. «Ecco ilcommendatore.»

Vedendo venire il direttoreil Martini gli andò incontromentre il Pianellicorrendo viacercò di sfuggire a quel penoso dialogo.Entrò in ufficio con passo confuso e legato. Gettò il cappello su una sediail bastone sul tavoloe si fregò la fronte colle manitre o quattro voltecome se togliesse delle ragnatele dagli occhi.

Era mezzodí. Il Martini sarebbe venuto alle tre. In tre oreegli non poteva inventarle le mille lirea meno di credere che il suocero silasciasse commuovere all'ultimo momento: a meno di credere che Gesú glielemandasse per compassione de' suoi figli. Per Dio! (queste imprecazioniscattavano come tante scintille dall'anima sua spaventata). Per Dio! se gliavessero lasciato ventiquattro ore di tempo! Pensò di tornare ancora in cercadel Pardi; ma dove trovarlo? e poinoda quell'asino che si lasciava guidaredalla moglie... Degli altri suoi amici o non si fidavao non voleva inchinarsia nessunoo erano povera genteche stentavano a sbarcare essi stessi illunario col misero stipendio.

Nella cassa in cui egli cominciò a rovistarec'erano molticonti correnti e molti mandati di pagamento già firmati dal Martini col vistodel commendatoretra i quali uno a favore del capomastro Inganniin conto dialcune riparazioni per ingrandimento e adattamento dei locali d'ufficioper lasomma complessiva di duemila lire precisa.

La formola del mandato era stata scritta dal Pianelli alcunigiorni prima colla cifra in tutte lettere “due mila” e nel margine i quattronumeri “2000” d'una linea magra e lunga com'era la scritturina nervosa delcassiere aggiunto. Non si trattava di voler falsificare un documentoné dirubare un quattrino a nessuno; ma solamente di evitare a sé una miserabilefigurae al Martini un colpo mortaledi guadagnare tempodi non precipitarein due in un abisso senza luce e senza fondo. Eravamo al quindici del mese.Prima della fine non si sarebbe fatta la verifica dei mandati e lo scandaglio dicassa. Bastava per il momento che il Martini credesse in buona fede a un mandatodi lire tremila già pagato al capomastro Inganni e partisse coll'animo quietolasciando a lui Pianelli il tempo necessario per rimettere il denaro e perrifare il mandato... Con una goccia di acqua clorata sulla punta d'una pennanuova si potevano sostituire facilmente due piccolissimi tratti e cambiare collastessa mano il due in treil 2 in 3...

Non l'avrebbe mai fattonemmeno per salvare la vita dei suoifigliuolise si fosse trattato di mettersi del denaro non suo in tasca: nonvoleva che guadagnare ventiquattro ore di tempoe salvare con un ripiegomomentaneo la vita e l'onore di due famiglie. Il mandato era líche gli occhilo divoravano. La penna vi passò sopra asciutta una voltadue voltequasi perprovare. Due zampe di mosca potevano evitare un terribile scandaloforserisparmiare un delitto. Il non farlo era quasi una crudeltà verso quei poveriinnocenti. Il mandato Inganni l'aveva pagato luie il Martini certo non avevané temponé voglia di stare a riscontrare ad una ad una tutte le parcelleparziali e di verificare la somma. Egli non voleva fare per ora che uno stato dicassa per poter ripartire e star via tre o quattro giorni coll'animo piúsollevato. Quando avesse ritrovato e rimesso il denaro in cassail Pianelli erauomo capace di confessare tutto all'amico e d'implorarne il perdono. Ogni piúonesto uomo può trovarsi per dodici ore in una suprema necessitàe l'onestàdi quarant'anni di vita non la si distrugge mica in ventiquattro orecon duesgorbietti di penna. Ciò che salva l'uomo è l'intenzione.

Uno ha il senso dell'onestàun altro non l'ha. Il primoverrà sempre a galla per quanti sforzi tu faccia per affondarlo: il secondoprecipiterà sempre come un sasso nell'acqua.

Cesarino si sentiva uomo integro nella sua coscienzaeseun caso maledetto l'aveva tratto a sporcarsi le mani di fangobisognava dargliil tempo di lavarsele. Quel fango ripugnava anche a luiin nome di Dio santo!..Non c'è nessun gusto a fare il ladro.

Queste considerazioni andavano assediandolostringendolo inmezzopungendolo con mille puntealle quali sentiva di non saper piúresistere. Si asciugò ancora una volta la testa bagnata di un sudore freddo.Poiintinta la penna nella boccetta del cloropassò leggermente colla puntadi metallo sulla coda del numero fataleaggiustò coll'inchiostro il numero ela lettera... e vi gettò subito molta sabbia sopracolla furia spaventatadell'omicidache cerca di nascondere le tracce del sangue…

«DioDio...» balbettòalzandosicolle membra rotte eindolenzitecome se avesse voltata la grossa pietra di un sepolcro. Anche ilfar male è una grossa fatica per chi non c'è avvezzo.

Tornò presso la cassarimise tutti i mandati a postostracciò il suo biglietto di visita in cento pezzettiche buttò nel cestinoma poi si abbassò a raccoglierli tuttise li cacciò in tascachiuse bene...e uscí sulla ringhiera a respirare dell'aria.

 

Il Martini aveva detto alle trema entrò in ufficio alleduecon passo rotto e frettoloso.

Il Pianelliche aveva già preparato un prospetto di cassagli andò incontro di nuovo con aria di compassione dicendo:

«O bravo....»

L'amicopallido come un mortonon seppe nascondere unaforte agitazione che imbarazzava il suo contegno e i suoi movimenti. Avevalasciato all'alba il letto della sua povera mortadopo una notte passata inginocchio ad assistere agli strazi di una lunga e dolorosa agonia. La sua poveraEmilia non voleva morire a venticinque anni!

Si era attaccata colle braccia lunghe e stecchite al collodel suo Arturo e non finiva mai di chiamare fra i singhiozzi della morte la suapiccola Teresa. Sono notti spaventose che ti portano via la vita: un pezzo dinoi se ne va con chi muore.

Era partito subito la mattinalasciando la sua morta in manoad alcuni parenti e si preparava ora a tornare per riportarne a Milano il corpo.

Il commendatoreuomo di cuore e discretonon fecedifficoltàanzi gli diede licenza per una settimanamatiratolo un momentoin dispartegli disse sottovoce:

«Però ha fatto regolare consegna al Pianelli?»

«Ieri non ho avuto tempo. Son tornato anche per questo.»

«Male! Non vorrei che avesse dei dispiaceri. Ho sentitodelle voci... Bastanon perda tempoe non si esponga a certi pericoli... Sevuole che mandi il Miglioretti....»

«Grazievedrò....»

Il Martini uscí dall'ufficio del commendatore col cuore unpo' inquieto. Carattere delicato e scrupolosoquel semplice rimprovero glibruciava sul cuore come un carbone accesoese un gran dolore piú crudele nonavesse occupata e riempita di sé tutta la sua esistenzasarebbe bastato questodubbio per amareggiargli la vita.

Il Pianellifingendo che alcuno lo chiamasse allo sportelloandò a sedersi al suo postoprese la penna e si pose a copiare una tabella.Copiòcopiò forse dieci minuti una lunga fila di numerimaterialmenteinforza di quell'abilità automatica che acquista la mano di chi scrive moltochesa andare da sé e quasi ragionare da sé anche quando il cervello è assente.

Il Martini aprí la cassa grandedi cui aveva lasciato lachiavee chiuso in un freddo silenzioche si poteva interpretare come lo statod'animo d'un uomo che ha il cuore irrigiditomosse e rimosse molte carte emolti valori.

Poi passò alla cassa piccolache aveva lasciato nelle manidell'aggiunto.

Il Pianelli si mossequasi per uno scatto internoe disse:

«Veda se tutto è in ordine.»

«Non c'è dubbio...» balbettò freddamente il Martini.

Il Pianelli tornò al suo posto e riprese a scrivereascrivere. Ma gli occhi vedevano rosso.

Il Martini seguitava a rovistarea muovere carteariscontraresempre chiuso nel suo cupoinsopportabile silenzio. Pareva un uomoincontentabileo non mai abbastanza soddisfatto.

L'altro scriveva sempre i suoi numeri infiniti color sanguecol cuore duro come un sassolinosempre in attesa d'un giro di chiave chechiudesse per sempre al buio il documento della sua miseria.

Quell'insistenza eccezionalein un uomo che aveva mostratoil giorno prima di fidarsi cosí pienamente di un amicogli diceva già cheanche la buona fede del compagno era stata preventivamente scossa da una vocemisteriosainsidiosada quella stessa voceche da due giorni andava seminandoil discredito e la diffidenza.

Passò ancora un quarto d'orache al Pianelli parve unsecolo. Finalmente il Martinicon una voce velata che si sentiva preparata consuprema faticadomandò:

«Si ricordaPianelliquanto abbiamo pagato al capomastroInganni?»

«Io credo tremila...» esclamò il Pianellisaltando inpiedi e correndo con una premurosa sollecitudine verso il compagno.

«Mi risulterebbero meno....»

«C'è il mandatoveda....»

«Lo vedo...» disse il Martini con un filo di voceabbassando gli occhi e cercando di frenare il tremito da cui furono prese le suemani.

«Perché?» chiese il Pianelli con voce stridulaquasi disfida.

«Nullascusi...avrò sbagliato io.»

Il Pianelli voltò dall'altra parte la faccia. Poi disse:

«Vedremo alla fine del mese....»

«Scusi...» tornò a dire il Martinimentre andava facendodei piccoli conti sull'angolo di un cartone disteso sul banco.

«Non le pare?» tornò a chiedere il Pianellinascondendoin parte la faccia colle mani nell'atto che egli fece per accendere un sigaro.

Il Martini gettò la penna con un movimento disperato.Riprese il mandatolo agitò tra le ditae fatta una mezza girata per lastanzacurvo nelle spalle sotto il peso della disgrazia e del tradimentosifermò al tavolo del Pianellilasciò cadere il mandatovi pose un ditovipicchiò sopra tre volte coll'unghiasenza poter parlarecollo spaventodipinto nel suo viso d'uomo morente.

Cesarino finse di non capire. Voltò e scosse due volte ilcapocoll'aria di chi domanda una spiegazionema le orecchie parevano duepezze rosse e la pelle fina e lucida del viso si stirò sugli zigomi irritati.La bocca gli si riempí di saliva amara.

Il Martinicon uno sforzo estremoappoggiandosi colla manoa una sediapoté soltanto soggiungere:

«Pianelliper caritàanche lei è padre di famiglia....»

«Che cosa?» osò ancora una volta chiedere col suo cipigliodi ragazzetto insolente lord Cosmetico.

«Abbia pietàPianelli. Sono un povero uomo anch'io....»

«Che cosa?»

«Perdoni...» balbettò ancora una volta il Martini. «Sobene che io sono il solo mallevadore della cassa: ma speravo di avere in lei unamico....»

«Martiniper carità...» scoppiò tutto a un tratto a direCesarinoche non poté piú resistere al doloroso invito dell'amicizia. «Percarità...per i miei figliuoli...per la sua bambina...per la sua poveraEmilianon mi tradisca. È verofu il bisognol'insidia de' miei nemici. Fradue ore avrà il denaro...»

«Aspetto fino a stasera. Il commendatore mi ha giàrimproverato d'aver abbandonato la cassa senza una regolare consegna. Hopromesso per questa sera di rendergli i conti.»

«Fino a stasera almeno.»

«Se il commendatore non vorrànon insisterò....»

«Stasera prima delle otto...»

«A casa mia?»

«Dove crede...vado subito a Melegnano in cerca di miosuocero. Non mi comprometta.»

«Non sono io che la compromettoper amor di Dio....»

«Ho dei nemici che mi vogliono male. Abbia pazienza...nonmi faccia fare una cattiva figura.»

«Vede che io soffro non meno di lei. Vengo da un letto dimorte e mi fa trovare un tradimento....»

«Lei ha ragione; sono un miserabile... Ma non mi tradisca.Se non trovo il denaro per questa serale rilascerò una dichiarazione... e miammazzerò.»

«Cerchi di salvare il suo onore...» disse ancora ilMartinimentre il Pianellipreso in furia il soprabito e il cappellouscivarapidamente dall'ufficio.

 

II

 

Io non conoscevo il signor Cesarino Pianelli che per averloincontrato qualche volta sulle scalee i nostri rapporti non andavano piú inlà del buon giorno e della buona seracome avviene tra casiglianichetrannele scalenon hanno piú nulla di comune.

Mi fece quindi molta meraviglia di vedermelo la sera delsabato grassoverso le settecomparire sull'usciovestito in grande abitonero da ballocol suo paltò sul braccioil gibus in manopallido pallido...

«Lei? In che posso servirla? Venga avanti» gli dissiinvitandolo a entrare.

«Due parolegrazie. Sento da mia moglie che questa sera vaanche la signora Lucia alla festa....»

«Símia sorella mi ha tanto pregato....»

«Volevo pregarla di accompagnare anche mia moglie. Un affarepressante non mi permetterà di tornare prima delle undici.»

«S'immaginivolentieri: sarò lieto di essere il suocavaliere.»

Il Pianelli stette un momento sopra pensierocome seagitasse in testa un'altra questione spinosapoi soggiunse:

«Scusi tanto... ci rivedremo» estrettami la manose neandò via come se fuggisse davanti a un pericolo.

Il Comitato ordinatore del Circolo non aveva guardato aspendereo per dir meglioa comandareperché la festina del sabato grassoriuscisse ancor piú splendida e piú allegra delle altre volte.

Tra i festoni d'edera che giravano lungo le paretisostenutida borchie e da mascheroni di carta pesta doratapendevano dei piccolilampadari di Veneziailluminati da candele di cera.

Tra un lampadario e l'altro brillavano degli specchi invecchie cornici rococò circondati da ghirigori di mussolina gialla. Sullascalasui pianerottoli e per la gran sala da ballo era stato disteso un tappetonuovo che ammorbidiva i suoni e dava ai piedi un senso voluttuoso di benessere:e nei vaninei rientri delle finestre non mancavano giardiniere di fiorifreschicon qualche statuetta di gesso o di terra cotta che ricordavano allalontana qualche divinità dell'antico Olimpoil tutto preso a nolo da unaddobbatore di teatri. Ogni signora (le ragazze eran poche e non brillavanotroppo per freschezza) riceveva all'entrare una bellissima camelia e uncartoncino bristol coll'elenco delle danze stampate in oro; e tra le signore ven'erano di giovanidi fresche e di quelle che combattevano l'ultima battagliala Waterloo della loro giovinezza.

Nella sala il formicolío della gente già verso le undiciera grande. Nel rimescolamento dei colori vivitra i luccicori delle gemmedell'orodegli occhinell'agitarsi di tante spalle e di tanti ventaglicresceva il cicalío fitto e caldomisto a scoppi di risaa piccoli applausi ealle declamazioni aleardiane del Bianchiche faceva la parte del brillantedella compagnia.

Per quanto la folla fosse tenuta in soggezione da qualcheillustre personaggio (tra cui spiccava la pancia del commendatore Malvanocapo-divisione al Ministero delle Finanzecolla rotonda metàuna baronessanapoletana)si sentiva d'essere a una festa di famiglia in cui gli elementiomogenei si fondevano volentieri e si aiutavano nell'unico sforzo di stareallegri.

C'eraper quel che mi ricordoil Porti del Municipio collesue eterne due ragazzeche da dodici anni trascina su tutte le feste e chehanno fatto un collo lungodicono i malignia furia di cercarsi un marito.

C'era il cavaliere Balzalottidel Demaniouomo già sullacinquantinama ancora fresco e morbido come il burrosempre amabile ecerimonioso colle signorealle quali pagava volentieri qualche sorbetto. Gliera toccata la disgrazia e la fortuna di sposare una moglie bruttasempremalatariccache passava due terzi dell'anno in campagna; ed era naturale checercasse qualche compenso nel vedere a ballare e nel pagare qualche sorbettoalle altre.

C'era la Pardina col suo Pardoneche questa volta s'eralasciato trascinareche usciva per tre quarti dalle falde del frac. Stava inpiedi per combattere il sonno tremendo che gli offuscava gli occhima nonvedeva l'ora d'esser sotto le coltri. C'era il ragioniere Quintinaun gobbettoeleganteterribile fredduristache girava in mezzo alle gonne a far dellamaldicenza. Né mancavano i giovinotti di spiritotra cui il CasatiilPensotti e molti altri del Club Alpino.

Tranne le poche commendatoresseche soffiavano laprosopopeale altre signorequasi tutte milanesiappartenevano al ceto mediodegli stipendiati a mille e ottoa due milaalcune delle quali avevanolasciato a casa una nidiata di ragazzi e il popò in letto colla nonna. Nonc'era da meravigliarsi che vi fossero dei guanti lavati in mezzo a molti guantifreschi.

Quasi tutti gli uomini erano in fracin guanti bianchi ecravatta bianca. Solamente qualche modesto commessoche non aveva osato fare laspesacercava di stare colla schiena al muro in atto contrito e vergognosocome a un merlo a cui abbiano strappata la coda.

«Anca lú a Milan?» mi chiese la Pardinapassandovia e battendomi il suo ventaglio di piume sul naso. Era a braccetto del celebretenore Altamuraun romano di Romache aveva cantato al Dal Vermenellastagioneil Trovatore con grande successo.

Il Migliorettidopo aver fatto un giro di valzer collaPianellila condusse a postoe infilato il mio bracci o mi tirò verso la saladel buffetasciugandosi il collole guance e la testa con duefazzoletti.

«Bella síma di ghisae per di piú balla fuori ditempo.»

«E dire che si sta tanto bene seduti.»

«È suo marito che vuole che balliè lui che le insegna.Hai visto i leoni marini di mister Pike? Suo marito le insegna anche a parlaremilanesee ci riescepovera foca. Ma di tanto in tanto le scappa di boccaancora qualche “propri de bôn” di Melegnanoche guasta il meccanismo dellabambola.»

«Jesusche lingua! beviavrai sete...» dissiversandoglidell'acqua in una tazza.

Mentre io e il Miglioretti si rideva in fondo alla sala delCaffèvedemmo venire colla sua testa lucida e rasa e cogli occhi fuori dellafronte il Bianchiche ci domandò se avevamo trovato Cesarino Pianelli.

«Io l'ho visto» dissi.

«Quando?»

«In prima sera.»

«Che cosa ha detto?»

«Niente.»

«C'è in aria un guaio serio....»

Il Bianchi abbassò un poco la voce eappoggiata la puntadel mento a tre dita della manosocchiudendo gli occhi in atto di piaaspirazioneripeté:

«Molto serio.»

Fatto quindi un piccolo segno colla manoci trasse nel vanodi una finestra presso una terrazzache dava sulla piazza del Duomo.

«Un guaio serio?»

«Ho trovato il Martini tutto disperato.»

«Gli è morta la moglie....»

«Pazienza la moglie! mi ha detto che contro il Pianelli èspiccato un mandato di arresto.»

«Viavia!» esclamammo a una voce io e il Miglioretti.

Il Bianchiche col marmo della sua bella fronte rispecchiavai lumi della salaallungò il collonascose le mani sotto la coda della faldagirò la testa nell'aria come un bruco che va al bosco e disse cogli occhichiusi:

«Io l'ho detto che quel figliuolo doveva finire cosí... Sitratta di sottrazione con falso in scrittura.»

«Diavolo!» esclamammo a una voce.

«Io non credo il Pianelli un ragazzo capace di una cattivaazionema sono le necessità che spingono l'uomo ad approfittare dellecircostanze. Il Pianelli ha perduto questi denari al giuoco esiccome è giàpieno di debiti fin sopra i capellipagò il debito di giuoco coi nostridenari. Visto che si cominciava a dubitare di luicomprò la nostra fiducia coidenari dell'ufficioe tutto ciò sempre nella speranza di guadagnar tempo e ditrovare un santo protettore. Ma buco via buco fa buco - dice l'abbaco - e afuria di scavare la terra per turarli i buchila terra ti manca sotto ipiedi... Povero diavoloha moglie e figliuoli....»

«E non c'è nessun mezzo d'aiutarlo?»

«Aveva promesso di portare il denaro per staserama ormaiè la mezzanotte e non si vede comparire. Il Martini a buon conto ha riferitotutto al capo d'ufficio e il documento è adesso in mano al procuratore delre.»

«Ma come ha fatto?»

«Ehcome ha fatto...» disse il Bianchiritirando nellespalle la testa. «Si fa presto a dirlo... Quando si vuol fare il lord senzaavernemandare in lusso la mogliepigliarsi tutti i capriccidarsi le arie diprincipenon ascoltar pareri da nessunofare il passo piú lungo dellagamba....»

«Zitto....»

Toccammo il predicatore in fretta col gomito per farlotacere. Cesarino Pianellipallido come uno spettronel suo elegante vestitonero entrava in quel momento col passo legato del sonnambulo.

L'orchestrina cominciò il gioioso valzer di Strauss: “Vinodonna e canto”.

Cesarinouscito dall'ufficiodopo il vivo colloquio colMartininon aveva perduto tempo in tutto il venerdí. Saltò nel tram di PortaRomana e di là arrivò a prendere quello di Melegnano per correre in cerca delsignor Isidoro Chiesasuo suoceroche gli doveva ancoradopo dieci annigliinteressi della dote di Beatrice.

Il signor Isidoro era una volta uno dei piú clamorosiaffittaiuoli del Lodigianoma da molti anni non viveva che di reminiscenze.

Grande e solenne declamatore delle sue abilità tecnichechiacchierone terribilepersuaso che al mondo non c'era uomo piú furbo di luicolla testa sempre piena e calda di progetti e di riformeaveva trovato inCesarino Pianelli il genero del suo cuore.

Una certa somiglianza di carattere e di tendenze impediva aciascuno di loro di conoscere i difetti dell'altrocome capiterebbe a duetrombettieri sulla fierachesuonando l'uno troppo vicino all'altrol'uno nonsente le stonature dell'altro.

Questi due uomini avevano una stima illimitata dei loroingegni e nel conseguimento dello scopo comune si aiutavano in una manieramirabile a rovinarsi. Da un pezzo in qua vivevano prestandosi a vicenda unagrande opinionecon cui cercavano di fare ancora una certa figura nel mondocome due spiantati che hanno in due un solo vestito di galache si prestanonelle grandi circostanze.

Il signor Isidoroquando vide Cesarino scendere dal tramgli andò incontro coll'allegria del cane che rivede il padrone. L'avvocatoFerriani gli aveva scritto che per continuare una certa causa di cui Cesarinoera informatooccorrevano almeno settecento lire: e Cesarino le aveva promessequalche mese prima. Il buon suocero credette in coscienza che venisse aportarle... Del telegramma non parlò neppure.

Si può immaginare se il loro colloquio fu consolante.Cesarinoirritatonervosouscí in paroleche volevano quasi dire che ilsignor Isidoro Chiesa l'aveva imbrogliato. E il signor Isidoro rimproverava allasua volta il genero d'aver mancato di parola e quasi voleva essere rimborsatodelle spese fatte sulla sua promessa.

Si lasciarono col veleno negli occhi.

Tornato in cittàil Pianelli saltò nella prima vettura chegli capitò davanti e si fece condurre a casa del Martini. Non lo trovò né acasa né alla Posta. Alloratemendo che Beatrice cominciasse a pensar malerientrò a casa sua a pranzoun po' tardie inventò delle scuse. Mangiò pocoe sempre sopra pensieri. Dormí poco e agitato tutta la nottema sicuro in cuorsuo che un migliaio di lire si trovano subito in Milanobasta a cercarle. Venneil mezzodívennero le due del sabato. Aveva pregato tre o quattro amiciinutilmente. Tutti erano dolentissimima si sa gl'impegni...le speseglianni cattivi...Una volta si spinse fino al Ponte de' Fabbri nella speranza ditrovare il Pardi per via e toccargli il cuoremanon sentendosi il coraggio disalire su in fabbricaandò a riflettere nella solitudine dei bastioni.

Solocol capo bassocol passo molle dell'uomo che va aspassopiú irritato che tristesotto i nudi ippocastani ancora rattrappitidal freddoCesarino lanciava di tempo in tempo un'occhiata sdegnosa sullacittàsua grande creditriceche si distendeva col suo anfiteatro di casedicupoledi campanili raccolta intorno al gran fantasma del Duomoal di làdegli ortinel chiaro sfondo d'un bellissimo cielo di marzo.

Aveva scritto al Martiniper invocare altre ventiquattroorema il tempo passava senza profitto.

Per un migliaio di lire un uomoche in un anno ne contava amilioniun Cesarino Pianelliconosciuto come la bettonicaera costretto astendere la mano come se cercasse la carità. Vergogna!

Provava in fondo al cuore un amaro corruccio esto per direun senso d'odio contro il Pardiil Martiniil suocerogli amici del Circolochesenza accorgersiegli accusava come gli autori principali della suarovina.

Era quasi giunto presso l'Ospedale dei Croniciin un luogodel bastione umido e malinconico come la febbrequando fu scosso dai suoipensieri da un disperato gridare e vide passare un carro di contadini addobbatod'un lurido lenzuolocon una bandiera trecolori in altopieno di villani inmascherache col viso tinto e con delle scope in mano strillavano la loro goffaallegria. Allora si ricordò ch'era il sabato grasso.

Quei poveri gonzipassando e traballando sul loro carrorusticolo salutarono col segno di chi invita a mangiar i gnocchie loinvitarono ad andare con loro al corso di gala.

Lord Cosmetico avrebbe per un giorno cambiata volentieri lasua sorte con loro. Sentí suonare le due e mezzo all'orologio dell'Ospedale. Inquella triste Rotonda c'era forse qualche malato che non avrebbe nellasua miseria cambiata la sua sorte con lui. Nel suo pensiero il signor Cesarinosi paragonava a questo e a quello con un senso d'invidiache aveva qualche cosadi nuovo e di cruccioso nel suo cuore.

Eppureperseverando nell'opinione che un Cesarino Pianellinon sarebbe affogato in un bicchier d'acquagli pareva di sentirsi ancora dellaforza in riserva. Egli poteva transigere una volta coi puntigli personali eandare in cerca di suo fratello Demetriocol quale era in discordia da dieci ododici anni per vecchie ragioni d'interesse. Poteva anche cercare di un suo ziocanonico del Duomo.

Seguendo il filo invisibile dei suoi pensierivenne per lestrade spopolate di San Barnaba e dell'ospedalepassò il Naviglio al ponte dilegno e si lasciò condurre fino a San Clementedove da molti anni il suofratello Demetrioun orso della Bassaabitava tre stanzette sopra le tegolenella casa dei Mazzoleni.

La portinaia gli disse che il signor Demetrio era ancora alleCascine Boazze per fuggire i rumori del sabato grasso. Combinazioni! Le CascineBoazze sono quasi sulla strada tra Milano e Melegnanoe Cesarino v'era passatodavanti il giorno prima.

Si fermò sulla porta a pensare se doveva riprendere il trame tornare indietro.

In faccia sorgeva il bigio e grave palazzo arcivescovile doveabitava lo zio canonicouomo rigoroso e papistail quale non aveva mai volutoriconoscere un nipote mezzo repubblicanomezzo framassoneche leggeva il Secolonon andava a messa e faceva battezzare i figliuoli piú per rispetto umano cheper convinzione. Cesarino si fece coraggio.

Entrò nel silenzioso cortile dell'Arcivescovadoche nel suoprofondo e squallido raccoglimento faceva uno strano contrasto colla coloritabaldoria che rumoreggiava sul corsodi cui arrivavano le voci come onde morteche morivano contro le livide pareti. Chiese al portinaio del canonico Pianellie gli fu indicato un uscio in fondo al portico a destradietro le duegigantesche statue di Aronne e di Mosèbianchi e solitari abitatori di quelmorto recinto.

Sonò un campanello davanti all'uscio che gli fu indicato evenne ad aprire una donna di servizio.

«Monsignore?»

«È malato...» rispose sottovoce la donnariempiendo ilvano dell'uscio colla sua persona per paura che il seccatore si facesse avanti.

«Non si potrebbe parlargli?»

«Impossibilegli hanno messo un senapismo.»

«Si tratta... Son suo nipote Cesarino...»

«Proverò.»

La donna richiuse l'uscio in faccia al signor nipotecherimasto solo sentí quasi entrare nell'anima quello sgomento fuggevole e quellacompunzione fredda che lo assaliva da ragazzo le prime volte che la mammal'aveva condotto a confessarsi.

Al di là di quei muri umidi e massicciche conservano quasiun senso corrucciato dell'antico splendoresentiva il frastuono del carnevale ein mezzo agli strilli il dolore acutospaventevoledei conti da rendere.

«Ha detto che oggi non può ricevere...» venne a dire laLudovicache camminava senza far rumore.

«I preti son sempre preti!» mormorò fra i denti Cesarinoavviandosi verso la piazza. A chi poteva ricorrere? Non al Bianchinon alMigliorettipoveri diavoliche stentavano a finire il loro mese. Pensò unmomento al cavaliere Balzalottiun vecchio e assiduo adoratore platonico diBeatrice. Se Cesarino fosse stato un marito come se ne dànno... ohnon avrebbestentato a trovare un migliaio di lire!

Col cuore schiacciato si lasciò attirare dal baccanalecherumoreggiava sul Corso al di là del Duomo e di cui vedeva il flusso e riflussoi carri e i colori al di sopra della calca nera agglomeratapigiata sotto ibalconi pieni di ragazzedi mascherine.

Sentí il bisogno di cacciarsi anche lui nella folla perriposare un istante dal suo pensiero tormentosopungentee giunse nel fittodella gente nel momento che una mascherata di cuochi versava da un'immensacazzeruola grossi mestoloni di una polvere giallache voleva essere risotto.

La mascherata era bellariccabrillante e suscitò un càdel diavolo nel crocevia tra il Campo Santoil Corso e Santa Radegonda.

Dalle finestredai balconi decorati di tappeti e di fiorile mascherinele damine avvolte nei bigi cappucci strillavano come spiritellidannatilottando furiosamente a colpi di coriandolidi gettonidi confetti.

La folla si agitava come l'acqua del mare in tempesta inmezzo agli scogli.

Cesarinoalzando gli occhi a un balcone d'angolo sopra lapasticceria Bajriconobbe anche al di sotto della mezza mascherina la Pardilapiú magra delle donneche strillava dentro un cappuccio colla furia di unfollettoagitando le braccia come due bastoni di scherma.

Si fermò a guardarla. Egli aveva troppo offesa quella donnaambiziosadi cui avrebbe potuto essere un fortunato adoratorecome pretendevad'esserlo ogni buon corrispondente della ditta Pardi e C.

Egli l'aveva offesa col panegirico non richiesto della suafelicità domestica e con una satira non dimenticata sulle donne magre. Il buonCesarino soffriva oggi le conseguenze d'essere stato troppo onesto amico delsignor Melchisedecco... Cosí va il mondo.

Risalendo la correntegli riuscí di portarsi fin verso iportici della Galleriae di salvare le costole nella bottega del Campari. Sirifugiò in un angolo del Caffèaccese una sigaretta e ingoiato in fretta unassenziorimase a osservare tranquillamente la folla dei pazzi chefarneticavano negli ultimi palpiti del carnevaletranquillo e freddo inapparenzacome soleva fare qualche volta al bigliardo quando la fortuna gli eranemica. Egli lasciava vincere la fortunama si riservava di rifarsene in finecon un colpo maestro.

Seduto davanti a luiquasi nel mezzo del Caffèsolitario eraccolto come un filosofoil signor Guerrinidetto il Bòtolaleggeval'articolo di fondo della Perseveranzasillabando colle labbra le parolee movendo la testa ad ogni principio di riga.

Era un omaccio di mezza etàcorto di gamberotondopaffutocon due liste di barba nera che gli cascavano in bocca. Vestiva come unmodesto padre di famigliache per economia porti i calzoni non troppo lunghi eun cilindro vecchio e lavato per risparmiare il pane dei suoi figliuoli.

Cesarino tirò uno sgabello vicino al noto usuraio ecominciò un discorso sottovoceche il buon uomo aveva poca voglia diascoltare.

«Ma lei vuole il pegno in mano e l'uomo in prigione» dissecon dispetto una volta Cesarino.

«Io non voglio nientecaro lei. È lei che vuole. Cerchiuna garanzia.»

«Quando voglio impiccarmi spendo meno.»

«Questo è vero» soggiunse il Bòtola senza cessare dileggere il suo giornale.

Il corso era sul finire. All'imbrunire uscirono i primi lumidalle botteghe e nella profondità della via Torino verso il Carrobiosivedevano discendere a poco a poco le fiammelle dei lampioni. Seguendo la fiumanadella gente che rincasavaCesarino si lasciò trascinare anche lui verso casain mezzo al frastuono dei mattidei carridelle trombettetra banchetti ebotteghe e bazar illuminatipieni di maschere ridenti e costumi di pagliacci.Milanoche gridavastrillavache si preparava all'orgia delle cene e deiveglioninon aveva un migliaio di lire per salvare dalla vergogna un poveropadre di famiglia.

Con tutto questo Cesarino non si arrendeva. Sperava ditrovare al Circolo in principio di sera un'anima meno avara: o di commuovere ilPardio sua moglieo almeno il Martiniottenendo un altro giorno di respiro.

A casa figurarsi se Beatrice ebbe il tempo di badare a lui!L'Elisala signora GrissiniArabella se l'erano pigliata in mezzo e aiutavanoa vestirlacome si veste la madonna. I maschietti erano andati col Ferrucciodella portinaia al teatrino d'un oratorio.

Cesarino si vestí in galauscí subitocon un pretestoraccomandò di nuovo a noi sua moglieportò un biglietto a casa di Buffolettiche stava laggiú alle Grazie: tornò indietro in cerca del Martiniche eragià partito da Milanovenne una volta verso le nove al Circolotornò unaseconda volta a mezzanotte...

Il servitore d'anticamera gli consegnò un bigliettino delMartini che diceva:

“Ho aspettato fino alle nove. Consegno tutto alcommendatore. Si giustifichi con lui.”

Lord Cosmetico era spacciato.

 

 

III

 

Stavo in estasi a contemplare dall'uscio una quadrigliaincui la signora Pianelli girava come un arcolaio ingarbugliatoquando sentii unamano leggera sulla spalla.

«Scusiho ancora bisogno d'un favore.»

«In ciò che posso...» balbettaispaventato dal terroreche vidi in fondo agli occhi del povero Cesarinomentre mi seguiva in un angolodel salotto.

«Ricevo adesso una letterain cui mi si dice che un miocommilitone è in fin di vita alla Casa di Salute. Il poveretto è solosenzaparentie siccome mia moglie desidera rimanerecosí se non le rincresce diaccompagnarla ancora a casa dopo la festa....»

«Si figuri» risposi«fin che resta mia sorella sono a suadisposizione.»

«Vai proprioCesarino?» domandò la signora Beatricesopraggiungendo in quel punto tutta lieta e scalmanata.

«Il signore è tanto gentile... Può essere ch'io rimangaalla Casa di Salute tutto il giorno di domani. A buon conto tu non aspettarmi.»

Pianelli pronunciò queste parole con una freddezzaspaventosa. Ecome se avesse ancora da aggiungere qualche cosarestò unmomento a guardarsi la punta delle dita cogli occhi stretti e addolorati.

Io guardai in viso alla bella bambola per vedere se al disotto della fredda vernice di biscuit passava un'ombra di un sospettodiapprensione. Ma il volto sodo e grandegli occhi aperti e ripieni di una gioiainfantile non diedero alcun segno. Essa non si accorse nemmeno del palloregiallognolo e funebre che scese ad un tratto sul volto del marito.

Cesarino alzò ancora un momento gli occhieinduritoirrigidito nel tremito che gli scoteva i nervisoggiunse:

«Tornerò forse a mezzodí.»

«Addionon strapazzarti troppo.»

Queste furono le ultime parole che Beatrice disse a suomarito.

L'avvenente tenore Altamuracol suo sonoro accento romanovenne a invitarla per il cotillon e la ricondusse in sala.

Cesarino uscí correndo dall'altra parteverso la scala.

Alte grida chiesero il galoppo finale e l'orchestrinaaizzata da un marsala di seconda qualitàattaccò subito Fra tuoni e lampi...

Fu una scintilla in una polveriera.

Alle prime battute dieci coppie si urtarono nel mezzo dellasalacome barchette sbattute da un improvviso uragano nelle strette dighe delporto.

Quando fu possibile di mettere un poco d'ordinele coppie acinque per volta cominciarono a discendere nel campo coll'elasticità e collacalorosa foga dei cavallini ammaestrati di un circochi con in testa uncappelluccio di arlecchinochi con una mascherina sul viso o con un naso dicarta o con qualche altro segno della follía in capo.

Allo squillo di un campanelloche era stato affidatoall'autorità morale del cavaliere Balzalottile cinque coppie danzanti siagglomeravanofacevano ingorgo alla porta d'uscita per rubare un posto: eintanto era un tiepido intreccio di corpiche avevano nel sangue i tuoni e ilampi. Il cavaliere Balzalotticonficcato sullo stipitericeveva sulla panciaquelle morbide ondate di belle donnine e godevavispo come il pesce nell'acquafresca e chiara.

Uscivano da un'altra porta altre cinque coppieprecipitandocome trottole sotto i colpi di una frusta invisibileforse la frusta deldiavolo.

Le care donninetrascinaterapiteportate di pesocoicapelli o scomposti o scioltiaspirate dai gorghi vorticosi dell'ultima danzapalliduccie di gioiaalleggerite ancor piú del solito dalle spume del vinod'Astiche gonfiava i cervelliscendevano nella danza e vorticavano comepagliuzze in balía di una dolce bufera.

Che sa mai del suo destino una pagliuzza?

E che ne sa la donna?

«Se si squarciassero i muri» disse la Quintinala mogliedel gobbetto eleganteal Bianchiche le faceva una corte per ridere. «Se sicontinuasse a volare cosí nello spazio del cielo?»

«O gaudio!» gridò il Bianchi con un guaiolo di gattoinnamorato.

Fu una risata generale. Ordine e soggezione e serietà nonera piú il caso di pretendere in quelle ore bruciate.

«Ip! ip! ip!» gridavano i piú pazzibattendo coi piedi lenote del terribile galoppo.

«Ip! ip! ip!» gridava il Garofolettitirando con tutta laforza de' suoi robusti trent'anni la Pianelliche rotolava fuori di tempo comeuna valanga.

Aveva anch'essa in testa un cappellino aguzzo pieno dicampanelliche le faceva comparire la testa quasi colossale.

Sotto i trabalzi del suo passo pesanteil corpo di Giunonefremeva nelle strette fasciature dell'abito di rasoche mandava lefosforescenze della madreperla. Essa irradiava un calore di fornaceansimavasgocciolava sudore da tutti i capellima voleva gridare anche lei ipipipper mostrarsi briosa e pazzerella come le altrecome piaceva al suo Cesarinosenza che l'ombra d'un pensiero cattivo passasse a ottenebrare il candore latteodella sua bontà.

Al cessare della musica fece uno strano effetto il batteredella pioggia furiosa contro i vetri.

 

Cesarino era disceso in furia dalle scalein furia traversòi portici e la piazza semibuia della Corteverso piazza Fontanasenza quasisentire la pioggia che veniva giú fitta e gelata.

Era l'ultima corsa.

Aveva pregato e supplicato fin troppo. La gente voleva la suamorte.

Non si uccide un uomo soltanto col ficcargli un coltello nelcuorema anche col metterlo nella necessità di perdere l'onor suo. Questoaveva fatto il Martini. Una volta che il commendatore aveva nelle mani la provadella sua colpa era come mandare un uomo in galera. Un Pianelli in galera per lamiseria di un migliaio di lire? Questo poi noperdio!

Questo “no” risuonò nell'oscurità del suo pensieroproprio nel momento ch'egli usciva dalla via Alciato e rasentava il palazzo diGiustizia. In un baleno gli passarono per la mente tutti i processi celebri cheaveva letto sul Secolo e che soleva discutere cogli amici sempre congrande animazione. Una volta o due la sorte l'aveva chiamato a far parte dellagiuría e aveva potuto vedere da vicino tutto l'apparato di un processo col reoin gabbia su una panca di legnocogli angeli custodi ai fianchi e il pubblicoin facciail grossol'avido mostro dalle cento testeche succhia cogli occhil'anima e i pensieri d'un poverettone conta con ferina voluttà tutti itremitii sudorii moti inconsultiridendo degli sforzi che fa peraggrapparsi nell'agonia dell'onor suo a ogni sterpoa ogni fil d'erba che ildestino gli manda sottomano.

“È cattiva la gente!” pensava torbidamentementrecorreva per le viuzze bistorte del Zenzuino e del Pasquirolodue strade dicatacomba.

Finalmente sbucò sul gran corso Vittorio Emanuele.

Si arrestò un momento per far tacere l'affanno e gli acutidolori di milza. Soltanto allora si accorse che l'acqua l'aveva tutto inzuppato.

Se la sentiva scorrere come una biscia fredda lungo il filodella schiena.

Qua e làrasente ai murisi vedevano dei gruppi di genteche tornavano dalle feste sotto gli ombrelli lucidi e grondanti. Qualche pierrotubbriaco proclamava in mezzo alla strada la révolutionsorreggendosi a fatica nell'aria coi larghi gesti.

Venivanodai crocicchi buirisa e strilli di mascherine chescivolavano innanzituffando le belle scarpette di seta nelle pozze e neiruscelli.

Il Caffè dell'Europasull'angolo della via Passarellanonaveva ancora chiusi i suoi battenti. Molti vagabondi vi si erano rintanaticontro il maltempotra i quali qualche vecchio impenitente in cerca di belleavventurequalche trasognato celibatario che non trovava piú la maniera didivertirsi e qualche operaio vestito cogli abiti di lavoroche stentava adigerire l'unto di una cena straordinariaguastata da un vinaccio cattivo.

Cesarino entrò nel Caffè e ordinò un punch moltoforte.

Intanto si guardò indosso. Pareva appena pescato nelle acquedi un fosso. Gli portarono il punch acceso d'una fantastica fiammaazzurrognolache egli trangugiò quasi col fuoco vivo sulle labbraarroventando il cielo della bocca e tutti gli spiriti: poi ne comandò subito unaltro insieme all'occorrente per scrivere.

Quando si trovò in mano la pennaappoggiò la testaall'altra mano e cominciò a fregare la fronte per diradare una gran nebbia.

Sul punto di scrivere al Martini la dichiarazione che gliaveva promessasentiva la penna diventare pesante e rovente tra le dita.

Come può un uomo dichiarare di suo pugno sopra un bianco elucido biglietto di lettera che egli è un ladro e un falsario?

Se invece si fosse rivolto direttamente al commendatoreinvocandone la misericordia? ma si ricordò che un giorno questa brava personagli aveva detto:

«Pianellilei spende molto.»

Che cosa aveva risposto il signor Pianelli al signorcommendatore?

«commendatorespendo del mio.»

Ora gli ripugnava di mettersi in ginocchio a recitare il confiteor.

Intanto le idee si aggrovigliavano e la volontà si smarrivain fumo. L'uomo di talento si smarriva nella crescente nebbia de' suoi pensiericome l'alpigiano colto dalle nebbie improvvise del suo monte. I fumi del punchche fermentavano nello stomacoirradiando vampe di calorecircondavano latesta d'una fantastica tenebríain cui balenavano delle fiamme e delle punteazzurrognole.

Guardò l'orologio. Erano le tre e mezzo dopo la mezzanotte.

Prese un giornale che trovò sul tavolinone scorse infretta le pagine illustrate senza capire nulla di quelle grandi figuresenzaquasi veder nulla; lo buttò viagirò uno sguardo scemoaggrondato per lasalaappoggiandosi colle due mani sul divanosi sbottonò il soprabitol'abitoil panciotto anchee stette un minuto in un atteggiamento tral'estaticoil tragico e l'ubbriacoprovando nella reazione alcoolica deldoppio beverone ingoiato un'acuta e dolce vertigineun senso di chi cadedall'alto nel vuotocome prova chi si lascia dondolare cogli occhi chiusi sopraun'altalena.

Improvvisamenteparendogli che il tempo gli mancassedavantibuttò i denari contati sul vassoiosaltò in piedi. Sulla porta siracconciò un poco i vestitiguardò in su e in giú per la lunghezza delCorsoaccese un mozzicone di sigaroche trovò nel fondo di una tascaeinvece di piegare a mancina verso il Duomoche era la strada piú naturale perandare a casapiegò a dritta verso il ponte del Naviglio.

Le goccie cadevano ancora a ventofitterabbiose.Quantunque i vestiti leggeri della festa e le scarpe basse di pelle inverniciatafossero un costume poco opportuno per affrontare uno scroscio di quella forzapure il signor Pianellidetto lord Cosmeticoquasi per il gusto di fare undispetto a sé e a qualcuno fuori di sécominciò a discenderepasso passoverso il pontemasticando il suo sigaro amaro e insieme una risoluzione piúacre ancoracoll'aria indifferente del giovinotto che va a spasso a pigliare ilfresco.

I ciottoli battuti e slavati uscivano dal terriccio coi varicoloricome un rozzo mosaicomentre i lastricatitirati lucidi come specchiscendendo in linee parallele per tutta la lunghezza del Corsoriflettevano ladoppia fila delle fiamme a gasfino alla barriera di Porta Venezia.

Anche in questa parte non un'anima viva in quell'ora. Buietutte le finestre e anche al disotto del bollichío dell'acqua cadente sisentivasto per direquel silenzio gravido di sonno che è proprio delleultime ore della nottein cui sogliono riposare anche i malati e si assopisconoi moribondi.

 

Il Pianelli invece andava a spasso.

Scherzi a partequando fu sul ponte si domandò se aveva ilcoraggio di annegarsi nel Naviglio.

Aveva sofferto già abbastanza la mortificazione delpitoccare l'elemosina per sentirsi ancora la forza di affrontare lo scandalo diun processo per truffa e falso. Era già straccoannoiatonauseato della vitae della gente.

Si accostò al parapettofissò l'occhio nelbiancheggiamento turbolento dell'acquache rimbalza e scaturisce dalla chiavicae manda tra le due portaccie del sostegno l'ululato d'una bestia feroce. Aquesto rumore si mescolava il friggío dell'acquache traboccava dalle grondaiee ribolliva sul lastrico.

Tutt'insieme quell'acqua faceva uno scroscio ampioassordanteche toglieva i sensi e la ragione. Egli e l'acqua erano già unacosa sola. Non aveva piú un filo asciutto indosso. I panni gli si raggrinzivanosulle carnile scarpette macerate zampillavano fontanelleil cappello era unaspugna. Si sentiva gonfia d'acqua la testa e l'anima.

Tratto da un impeto cieco di disperazionediscese a corsa lastradetta alzaiache passa sotto il ponte e rasenta il pelo dell'acqua. Qui nonc'è che un passochi voglia farla finita colla vita.

La gente voleva la sua morte: la voleva anche lui. Ma quandofu sottoal buioun pensieroche fin qui aveva cercato di non lasciarsivederee che se ne stava rintanato nella parte piú oscura del cuoreributtatole cento volte da una passione piú avara e piú dispettosacome se a un trattoricuperasse una giovanile energiaurtòrovesciò ogni altra considerazione euscí con tutto il suo disperato entusiasmo a fermare un pover'uomo dall'ultimopasso.

E quei poveri figliuoli?

E la sua cara Arabella?

Questa veniva quasi piú avanti degli altri bambini nella suachiara biondezzanella sua bellezza alta e sottile.

Egli era uscito per andare a una festa da ballo senza quasiguardarli in faccia quei figliuoli e non poteva morire senza vederli ancora unavolta.

Non poteva morire cosí come un gatto senza provvedere inqualche manieranon al proprio onore (questo era perduto per sempre)maall'onorealla protezione di quei poveri figliuoli. La sua morte doveva almenoesser utile a qualcuno.

Quattro ore sonarono nel fitto dell'oscuritàore gravicupesolenni come quattro parole piene di minacciache fecero sul capodell'infelice l'effetto di spietate martellate.

Il Pianelli capí che era l'ora di tornare a casa etra ilchiaro e il fosco de' suoi pensieri in disordineritornò sul ponteecolpasso frettoloso di chi ha paura di perdere un trenorisalí di nuovo tutto ilCorsoritraversò piazza del Duomoalzò gli occhi alle finestre illuminatedel Clubdove si ballava ancora: scese per via Torinopassò davanti SanGiorgiosenza vederesenza udire i pochi matti che strillavano e barcollavanovestiti da maschera: passò imperterrito quasi sui piedi di due questuriniaccovacciati nel rientro di una portae venne fino in Carrobionon so secacciato o se tirato da un ultimo pensierosoltanto in questo vivomortoindurito nel resto della sensazionefatta ancora piú rigida dai sudoridell'ebbrezza alcoolicache gli si congelavano indosso.

Trasse dal taschino la chiavetta ingleseaprí il portelloentrò nell'andito della casa suarintracciò nel buio la solita stradalasolita scalache prese a salire energicamente col corpo piú sveglioritrovando nelle svolte dei pianerottoli le idee abituali di tutte le sere.

Abitava al terzo piano un quartierino quasi nuovoche avevadue balconi verso strada.

Per una scaletta di legno si salivaoltre il suopianerottoloa un terrazzino aperto sul tetto per il medesimo uscio del solaio.Su quel terrazzino Cesarino Pianelli aveva un poco di botanica. L'uscio delsolaiodi legno massicciocome al solito era rimasto aperto e Cesarino se laprese ancora mentalmente contro il guattero dell'osteriaun animale che nonaveva le mani per chiuderequando andava lassú a prendere il carbone. L'uscionesbatacchiato dalla forza del vento che entrava per l'abbainomandava di trattoin tratto dei cupi rimbombi nella torre della scala. Cesarino alzò gli occhi evide in mezzo a due nere travi una pezza piú chiara di cielo.

Introdusse dolcemente la chiave nella toppa e sospinse ilbattente.

Giovedíun brutto cane volpinoche egli aveva raccolto pervia la notte d'un giovedí santosi mosse nel suo giaciglioposto in un angolodell'anticameramandò un guaiolo; mariconosciuto il padronesi accoccolòdi nuovo a dormire.

Camminando sulla punta dei piedisi avvicinò all'usciodella stanza da letto: e ascoltò.

Beatrice era tornata e dormiva da una mezz'oraprofondamentecullata dall'eco delle danze.

Tornò indietrosempre sulla punta dei piedientrò nellostanzino che serviva da studioche aveva la finestra sopra un cortiletto dipassaggio tra la bottega del lattivendolo e l'osteria.

Accese una candelabuttò in terra il gibus pesante d'acquae si strappò di dosso il soprabito e l'abito nero a falde.

Con una salvietta si asciugò un poco i calzonile maniilcollo e indossò un gabbano che trovò sul letto.

Stracco e mezzo malato si abbandonò sopra una poltrona estette lí tutto intormentitotutto d'un pezzo.

La casa e la città tacevano ancora in quell'ora cieca cheprecede il giorno: e l'unico rumore era lo sbattacchiare villano dell'uscionedel solaioche agitava un suo arpione di ferro pendente.

Fissò gli occhi nella fiamma bianca della candela postasulla sponda della scrivaniadalla quale si irradiava un cerchietto di luminosestelluccie. Portò le mani agli occhi. Erano lagrime.

Tristomaledetto destino che per qualche migliaio di lire unuomo dovesse perdere la vita! E quest'uomo aveva esposto tre volte il petto allefucilateed era stato a Roma nel settanta. Cesare Pianelli aveva due medagliecommemorative e un congedo militare onorevolissimo.

Ebbenea quest'uomo non si davano nemmeno tre giorni perordinare le ideeper accomodare un debito.

Sonarono le quattro e tre quarti a una graziosa pendolina dinichel posta sul caminetto.

Nella stanza vicinanon divisa dallo studietto che da unsemplice assito aperto in altodormivano i suoi figliuoletti minoriMario dicirca sei anni e Naldo di quattro anni e mezzodue bei bambiniche avevano gliocchi del babbo e la carnagione bianca della mamma.

Arabelladi dodici anni e mezzodormiva in una camerettapiú lontana.

Cesarino amava immensamente i suoi figliuolie sebbene livedesse attraverso lo specchio falso delle sue grandi idee e della suaambizionel'affetto suo non era per questo meno vivo e sincero. Arabellaspecialmente era il suo cuoreperché ragazzaperché la primaperchébellissima. Questa bambina d'un biondo chiarocon magnifici occhi neri pieni diriflessicresceva a precipizio con una personcina aristocraticamobilenervosa come la natura del babboma d'animo dolcissimo come la mamma. Che cosasarebbe stato di questi ragazzi fra ventiquattro ore? Come avrebbe potuto unpovero padre sopportare lo sguardo pieno di lacrime di quella bambinaintelligente? E che cosa avrebbe dato loro da mangiare il povero padre? E chiavrebbe sposata la figlia di un uomo processato per falso e uscito di prigione?

E chi avrebbe dato pane ed educazione a' suoi maschietti?

Il mondo è cattivo. Il mondo è canepeggio dei cani.

L'uscione del solaio agitato dal vento seguitava asbattacchiare innanziindietro. Parevano insulti quei colpi!

Cesarino si profondò ancora un poco nelle sue meditazionietrovò che proprio uno solo era il rimedio ai suoi mali.

Andò alla scrivania e scrisse di seguito:

 

Illustrissimo signor commendatore

 

“Il sottoscrittodopo quasi venti anni di onorati servigiresi alla patriasi trova nella dolorosa circostanza di non poter restituireentro ventiquattro ore la somma di lire mille. Poiché non si è credutonecessario di concedergli un lasso maggiore di tempoprovvede egli stesso alsuo castigo.

“Valga questa mia dichiarazione quale giustificazione pelsignor ragionier Martini e valga il mio sacrificio a espiare un delitto che nonera nelle mie intenzioni di commettere. Spero che non si farà processo ad unmorto e si vorrà almeno salvare l'onore de' miei figli.

“In quanto ai danni ho incaricato mio fratello Demetrio diregolare la partita collo stesso signor ragionier Martini.

“Con osservanza

Cesare Pianelli.”

 

Prese quindi un altro foglio e scrisse in alto:

 

A mio fratello Demetrio.”

 

E piú sotto:

 

“Prego mio fratello a voler regolare col signor ragionierMartini un conto di lire 1000 (mille)di cui mi dichiaro suo debitoree nellostesso tempo di voler provvedere perché siano protetti i diritti dei mieifigliuolitanto per riguardo alla mia pensionequanto per la intera esazionedella dote di mia mogliedi cui è qui allegata una promessa scritta di miosuoceroil signor Isidoro Chiesa di Melegnano. Si procuri che i miei figli nonsappiano mai come morí il padre loro.”

 

E senz'altro firmòsuggellò le letterescrisse gliindirizzi e sollevò la testa come se si svegliasse da un gran sogno.

Naldo mormorava in sogno delle parole ridenti.

Il cuore irritato e superbo del padre fu scosso da quellavoce tenera e balbettanteche si svolgeva dalla vaga delizia d'un bel sogno. Ilpovero uomo strinse la testa fra i pugni. Bagnò ancora una volta la penna ecominciò a scrivere:

“Cara Beatrice...”

Ma un fiume di lagrime gli tolse la vista della carta.Soltanto a scrivere il nome di questa donnatutte le forze dell'anima sirisvegliarono in un impeto sdegnoso di coraggioin una quasi feroce esigenza divita.

Egli non osava dire a sé stesso che forse soltanto perquesta donna era venuto insensibilmente all'orlo del precipizio: non osavaaccusare sua moglierenderla complice delle sue disgrazie. Ciò che egli avevafatto per leii regaliil lussolo splendore della vitanon era statochiesto dalla povera donna: ma Cesarino l'aveva dato spontaneamentecometributo dovuto alla bellezza e alla bontà di sua mogliedi cui egli eraciecamente innamorato e ciecamente geloso...

All'idea che i morti non possono vedere le cose di quae cheBeatricevivendopoteva essere il tesoro di un altro uomoCesarinorabbrividíbuttò via la pennasi picchiò la fronte con pugni duri estretti.

Quali tentazioni gli passavano nel sangue? Non aveva maicreduto a certi delitti se non come conseguenza di delirii frenetici e di pazzeallucinazioni: ma ora si sentiva pigliato egli stesso da una forza invisibileche tentava di trascinarlo di lànella stanza vicinaaccanto al letto dellabella donna addormentataancora suatutta sua...

Capiva già come si possa afferrare un coltello e uccidereuccidersi...

Balzò in piedi inorridito. Tremava in tutto il corpo difebbre freddamentre la fronte pareva una fornace. Non piangeva piú. Siguardò una volta nello specchio ed ebbe paura di sé. La testa pareva giàcalcinatale labbra induritegli zigomi tesila fisionomia coperta deilineamenti della mortei capelli irtitesiirritatil'occhio vitreo di uomopazzo...

Era già pazzo forse? questa poteva essere ancora una mezzasalute. A un pazzo si perdonano molte coseche non si perdonano ad un mortoeun pazzo può ancora risuscitare. Ma ragionava ancora troppo per essere matto.La macchina logica del suo cervello funzionava ancora troppo regolarmente e glidimostrava che pel ladro e pel falsario non c'è che il codice penale...

Un impeto di nausea urtò a questa ripetuta idea lo stomacola vertigine lo colsetrasudò copiosamente per tutto il corpoe sentí quasiun rovesciamento di tutti i visceri. Anche questo male passò presto: non potevané impazzirené moriremio Dio!

Bisognava ch'egli si distruggesse proprio colle sue mani.

Soffiò sul lume e rimase al buioraccoltocolla testa trale maniquasi a pregustare il gran buio eterno in cui stava per gettarsi.

Quando si scosse da quella profonda contemplazionevide cheun primo albore del giorno biancheggiava già sui vetri. Si alzòaprí lafinestra che dava sul cortilettoguardò giú nella fonda oscurità dellepareti ancora umide e sgocciolanti di pioggia. Il vento fresco e leggerodell'alba rompeva qua e là la nuvolaglia del cielo e cominciava ad asciugare itegoli. La luna usciva ancora a tempo per spargere sui tetti bagnati un raggiodella sua luce tremula e falsauna luce che faceva male al capo.

Cesarino sentí la nausea della vita e misurò ancora unavolta coll'occhio la terribile profondità in cui stava per gettarsi capofitto.Ma in quel punto uscí e si mosse nel cortile un lume. Alcune voci simescolavano al tonfo sonoro del secchio del lattivendolo. Non era piú a tempo agettarsi dalla finestra. Sentí che sonavano la diana alla caserma di SanFrancescoa cui rispose piú lontanaforse dal castellola diana dellacavalleria.

Queste due squille vive nel gran silenzio dell'orasollevarono un nuvolo di idee e di memorie del tempo felice ch'egli avevaservito nei lancieriquandoper esempiocacciando la testa fuori della tendasi vedeva all'orizzonte dietro i pioppi del Ticino la striscia argenteadell'alba.

Al di sopra dei tetti per la vastità dell'aria si moveva earrivava anche il rumore sordo dei carrichesul fare dell'albaportano allacittà le verzurela legnail fieno; e veniva insieme anche qualche toccod'Avemaria di una parrocchia ruralelontana lontanainsieme ai fischi dellastazione di Porta Genova.

Cesarino fu quasi respinto indietro da quei suoni di vita:chiuse in fretta la finestra.

Dopo aver cacciata la testa nel bugigattolo dove dormivano ifigliuolidopo aver respirato l'odore caldo della loro vita di cui lo stanzinoera pienovolle dare un bacio alla sua Arabella.

Passò nell'altra stanzettaleggermenteper non svegliarela bambina. Non piangevanon pensavanon soffriva nemmeno piú: ma erano lampie bagliori di idee in mezzo alla nera oscurità di una ragione che un sensoindomato di orgoglio trascinava alla disperazione. La stessa disperazione peròpigliava già forma di sacrificio. Non è santo olocausto la morte di un padreche si uccide per salvare l'onore dei figli?

Arabella dormiva soavemente nel suo letto composto e bianco.I capelli di lino scendevano sopra le piccole spalle che brillavano nella pocaluce dell'alba. Il seno piccolo e commosso forse da un sogno palpitava dellavita che si sogna a dodici anni. Le labbra semiaperte mandavano fuori un alitopuromisto al profumo delle carni intiepidite nelle coltri.

Quel mondo cattivo e senza caritàche voleva oggi cacciarein prigione il padreavrebbe fra non molti anni sospinto colle stesse mani lafigliuola al vizio e alla vergognagiovandosi della sua fragilità morale. Oche cosa può essere (pensa il mondo) la figlia di un ladro e di un falsariomorto in prigione?

L'uscione del solaio sbatacchiò due colpi che fecero tremarela casa.

“Vengo.”

Si chinò sulla testolina della figliuolalasciò checadessero le ultime lagrime sopra i suoi capellil'adorò un ultimo istanteerisolutosempre con passo leggeroandò in cucinapresso la cassa dellalegna.

C'era un cassettofrugòrimestò un pezzo colle maniscelse qualche cosache osservò attraverso alla luce nascente della finestrae passò davanti all'uscio di Beatrice.

Ascoltò.

Essa dormiva col fiato pesante.

Davanti a quell'usciomentre stava col pugno strettosentícome un coltello in mezzo al cuore.

Non c'era piú tempo da perdere. In anticamera Giovedí simosse un poco e si lamentò.

“Dormipovera bestia!”

L'uscio che dava sul pianerottolo era rimasto aperto. Loriaccostò senza far rumore e corse a precipizio su per la scaletta del solaio.

 

Arabella sognava d'essere nella chiesuola delle monacheoccupata a ornare di fiori una statuetta della madonna. Da qualche tempo essa sipreparava alla prima Comunione e il suo cuore era pieno di visioni: quando fusvegliata bruscamente da un forte abbaiare. Alzò un poco la testain preda aduno strano spavento; portò la mano al cuoredove sentiva uno schiacciamentocome un chiodo premutogirò gli occhi intorno.

I vetri cominciavano ad imbianchire nella luce mattutina. Lecampane di San Sisto sonavano l'Avemaria. Lasciò cadere ancora la testastancadel bel sonno della fanciullezzae si addormentò un'altra volta.

Il canecolle quattro gambe tese rigidamente sugli scalini ecol corpo quasi indurito dall'emozione seguitò un pezzo a urlare nell'ombracontro l'uscione aperto del solaio. Ficcava gli occhi nel buio della soffittama non osava fare un passo né avantiné indietrocome setranne la vocelapovera bestia fosse istecchita nelle sue costole.

 

IV

 

Demetrio Pianellila mattina della prima domenica diquaresimaverso le setteandava a sentire la sua messa alla vicina chiesa diSant'Antonioquandogiunto all'angolo di San Clementesi incontrò inFerruccioche correndo e ansando gli domandò con lo spavento negli occhi enella voce: «È lei il fratello del sor Cesarino?»

«Eh?» esclamò Demetrioaccartocciando la pelle dellafacciain una smorfia d'uomo che stenta a capire.

«Vengail sor Cesarino s'è ammazzato.»

«Chichi? chi sei?» balbettò Demetrio agitando le mani.

«Mi manda mio padre.»

«Chichi? chi è tuo padre?»

«Il portinaio del Carrobioil Berretta. L'hanno trovatomorto stamattina sul solaio.»

Ferruccio tremava come una foglia nel dire queste parole.

Demetrio vide dapprima innanzi a sé un gran buiopoi gliparve di perdere l'equilibrio. Al buio successe un bagliore fosforescente comequando uno ti lascia andare una terribile frustata attraverso la faccia. Poi simosse per una forza istintiva e prese a galoppare dietro al ragazzo chevoltandosi di tempo in tempocercava di raccontare la storia. «Come ammazzato?da quando si è ammazzato? perché si è ammazzato? Chi? Cesarino? Ohpoverome...o Signoreo Madonna Santissima.» E quanta fu lunga la strada da SanClemente al Carrobioil povero Demetrio non seppe dir altro.

La voce era corsa in Carrobio e già cominciava a radunarsiun po' di gente.

«Che cosa c'è?»

«Si è impiccato!»

«Chi?»

«El Poncin del Carrobi!» disse un parrucchiere a unabella sartina che andava a scuola.

«Ehi reverissi!»

La bella biondina cercò di farsi largo tra la gente raccoltadavanti alla porta. Dalla bottega del fornaio vicino erano usciti i lavoranti.Unoil piú magrovestito soltanto di una camicia e di un paio di calzoni ditelacon le maniche rimboccate fino alle spalle (con quel freschino) cercòd'infarinare un poco la bella bionda.

«Per te sími trucidereibellezza» disse il magruzzo inpianellea cui la brezza gonfiava la camicia sulla schiena.

«S'è impiccato il padrone di casaperché non sapeva dovemettere i denari.»

Uno nominò lord Cosmetico e subito corse la voce che s'eraammazzato un inglese.

«Dove?»

«All'albergo della Gran Brettagna.»

Dalle finestre molte donne in cuffia e in casacchino biancodomandavanorispondevanofacevano esclamazioni: «Cara Madonna! Signorchescènna! Ehisora Rachèlla!...»

Arrivò Ferruccioche precedeva Demetrio. Si fece largonella folla e gridò:

«È qui.»

Intanto giungeva anche un delegato della polizia con alcuneguardie.

Svegliato al bisbiglio e al rumore dei passi su e giú per lascalami vestii in fretta e scesi anch'io in corte a vedere. Il Berrettasmorto come una rapami raccontò il caso. Il guattero dell'osteriasalito trale cinque e le sei a prendere un cesto di carboneaveva dato del capo in duegambe. Corse giú senza animasenza una goccia di sanguecontò la cosa alBerretta che mandò a chiamare le guardie. In silenzio andarono supassando inpunta di piedi davanti all'uscio dei Pianelli che dormivano ancora. Ilmacellaioun giovinotto tarchiato e forte come un toroprese in braccioGiovedíche seguitava ad abbaiare contro l'usciocon una mano gli strinse ilmuso per farlo tacere e se lo portò via. La povera bestia si dibatteva nellestrette come un'anguilla.

Il Berretta stava facendomi vedere la mano con cui avevaaiutato a distaccare il mortoche teneva aperta in arialontana dal corpocome se non fosse piú suaquando sopraggiunse il signor Demetrio.

Era la prima volta che vedevo questo bravo signoreche nonsomigliava per nulla a suo fratellonon tanto per esser egli piú vecchioquanto per la espressioneper il colorito del viso e per il modo di vestire.Mentre Cesarino era ciò che dicesi a Milano una cartinadi pelle fina ebiancasempre elegantepulito e aristocraticoquesto signor Demetrio avevaall'incontro l'aria di un vecchio fabbro vestito coi panni della festa. La pelleera cotta dal solerugosa: la fronte bassa coperta dai capelliche uscivanoquasi a foggia di un tettucciodi un colore rossiccio e duri come lesinecom'erano i baffi duri e rasatiche coprivano un poco il labbro.

Nelle orecchie arricciate come frasche di cavoliqua e làrosicchiate dal geloportava anellini d'oro secondo il costume dei contadinidella Bassa Lombardiache credono con ciò di evitare il mal d'occhi. Scarso diparoledalle poche sillabe che ci scambiammo a' piedi della scalami accorsiche stentava a metter fuori certe consonanti.

«Dov'è?» chiese con gli occhi gonfiperduti nel vuoto.

«Importa che in casa non sappiano nullase si può. Poveragente!» gli dissi.

Facemmo i quattro passi che conducevano alla scuderia. Lungoil murotra le ruote di una carrozza c'era una stuoia stesa sul selciatodallaquale uscivano due scarpette lucide da ballo. Non osammo varcare la soglia. Colcapo basso e col cuore pieno dei mille pensieriche ispira sempre la vista d'uncadaveresi stava lí come impauritiquando un rumoroso battere dipantofolette chiamò la mia attenzione e mi fece guardare in su.

Arabellacoi capelli scioltiuscita sul terrazzino versocortebatteva nell'aria le scarpette da ballo della mammacanticchiando nellachiara allegria di una fresca mattina di marzo. E rientrò canticchiando.

«Che cosa si può fare per ingannare la famiglia?» chiesicommosso al signor Demetrio.

Egli guardò a destraa sinistrain terranei cantuccidella cortecome se cercasse quel che si doveva fare. Siccome Cesarino avevadetto che non sarebbe tornato per tutto il giornocosí c'era tempo dipreparare una pietosa bugia. Poi si sarebbe fatto credere a' suoi che un maleimprovvisouna congestioneun gran freddol'avevano portato via.

Il signor Demetrio a questa mia idea disse di sí col capo.Di suo soggiunse:

«Si potrebbero mandare alle Cascine.»

Entrarono i portantini dell'Ospedale che i casigliani avevanofatto venireposero il morto nella barellacalarono le tendine eprecedutidalle guardiecon dietro una processione di gentepresero la via Torino versol'Ospedale.

 

Il giorno dopoun'ora prima di serauna carrozza funebrefatta come una scatolatirata da un cavallo nerousciva dalla portadell'Ospedale Maggiorequella che dà sul Naviglioedisceso il pontesiavviava lentamente per la strada deserta di San Barnaba verso il bastioneeverso il vecchio cimitero di Porta Vittoriadetto il Foppone.

Piovigginava.

Dietro la carrozzache lagrimava nerocopertoquasisepolto da un grande ombrellocinque o sei passi lontanocome se avessevergogna di farsi vedereveniva Demetrio. Non un prete davanti; non un amicointorno.

S'era fatto di tutto per portar via il suicida in segretezzanell'ora che gli amici vanno a pranzo. I giornalitranne unoavevan taciuto lacosa e non era stato nemmeno impossibile di far credere a Beatrice e ad Arabellache la morte fosse conseguenza di una sincopedi una congestione. Cesarinoandava soggetto a forti mali di capo: gli strapazzi del carnevaleil correrel'affannarsil'agonia di un vecchio amico... Insomma un po' per unocoll'eloquenza che in queste circostanze la carità spontaneamente suggeriscesi diede alla povera donna la tremenda notiziavestita alla meglio di una santabugia; e fatta venire una carrozzaDemetriocolle belle e colle buone riuscía condurre la vedova e i ragazzipiú storditi che persuasialle CascineBoazzein casa di un parente. Egli tornò subito a Milano.

Ora cogli occhi fissi al cerchio della ruota che giravainnanzi a luidopo due giorni di corsadi affannodi stordimentocominciavaa riordinare un poco la matassa arruffata de' suoi pensieri. Era un sognodoloroso da cui non poteva svegliarsi. Colle tristezze nuove si mescolavano lereminiscenze vecchie della sua vita passatai dissidî domesticii lunghi guaiche lo avevano diviso da suo fratello.

Demetrio era nato dalla prima moglie di Vincenzo Pianelliunbuon affittaiuolo per il tempo suofinché durò la fortunama un uomoassolutamente incapace di resistere ai tempi difficili che vennero poi.

Finché visse la mamma di Demetriotanto tanto il buon sensonaturale di questa donna e il suo grande spirito di economia avevano aiutato atenere insieme la barca; ma quandomorta leipà Vincenzo fece la sciocchezzadi sposare un'altra donnapiú giovane di lui una ventina d'anniaddio buonsensoaddio economia! La sposinacolla testa piena di farfalleaveva sposatoil vecchio Vincenzo colla speranza di fare un gran partito e portò in casa illussola voglia di spendereil gusto dei cappellinidei vestiti di setamentre la prima mogliepovera donnas'era sempre contentata di vestire di lanae di cotone e non aveva messe le scarpe di pezza che due o tre volte in tutta lasua vita.

Vincenzoche aveva allora in affitto un grosso fondo su queldi San Donatosi accorse subito che la barca cominciava a far acqua da tutte leparti; ma era tanto innamorato della sua Angiolinache non sapeva dir di noleandava dietro ogni passocome un cagnolinoe si istupidiva a poco a poco inestasi a contemplarlaquasi che la vecchia Teresache ora dormiva in uncantuccio del camposanto e che aveva lavorato tanti anni per luinon fosse maiesistita.

Dopo nove mesi di quel nuovo matrimonionacque Cesarinoeil figlio della povera Teresa caddecome si dicedallo scanno.

Cesarino divenne l'idolo di pà Vincenzo. Per lui ci volleuna balia fatta venire apposta da Varallo Pombiache son cosí belle e famosee cosí furono risparmiate le fresche bellezze della mammina.

Padrino al battesimo fu il cavaliere Menoriniragioniere eamministratore dei Luoghi Piiche aveva sempre mostrato per l'Angiolina unaspeciale tenerezza.

Per Cesarino furono tutte le carezzetutte le speranze.Demetrioche aveva già dieci o dodici anniabbandonato all'educazione deibifolchi e dei famiglicrebbe come si può crescere tra le vacche e i cavalli.Fu un miracolo se imparò a leggere e a scrivere.

Man mano che Cesarino diventava grandecrescevano ancora ledifferenze. A sentire il pàegli solo aveva ereditato tutto il talento di casaPianelli; egli doveva fare il dottore o l'avvocato.

Appena ebbe raggiunta l'etàfu collocato a Milanonelcollegio Calchi-Taeggi; mentre Demetriodopo essere stato qualche anno a Lodipresso un ragioniere a imparare quattro contifu presto richiamato a casa asopraintendere alla stalla delle vacche e alla “casera” del formaggio.

Solamente nelle vacanze Cesarino passava qualche dí a casa.

Tutto lindo e ripicchiato nella sua divisa di panno nero coibottoni d'argento e coi ricami d'orocoi ricciolini pettinati e scompartitisulla frontes'imbatteva in Demetrio che usciva dallo stallonecolle gambenude fino al ginocchioi piedi in grossi zoccoli di legnocon in mano unaforconacol corpo sordido e pregno di quel grasso odore che stilla dai lettimarci.

Era un miracolo se questi due fratelliincontrandosisidicevano un “ciao” a mezza bocca. Stavano a guardarsi un istantesorpresiquasi meravigliati l'uno dell'altroe si voltavano le spalle. Per fortuna allacascina Cesarino si fermava pocoperché il resto delle vacanze andava apassarlo colla mammina sul lago di Como.

La bella Angiolina dopo otto anni di matrimoniopresa dallamalariacurata malemorí in preda a una terribile febbre d'infezione.

Pà Vincenzo rimase indietro piú stupido e piú rovinato diprima. Cominciarono i sequestri: l'Ospedale diede la disdetta d'affittoe dapadroni i Pianelli divennero servitori.

Quando sarebbe toccato anche a Cesarino di dare una mano asalvare la casa che barcollavasempre per consiglio del cavalier Menorinifucollocato in un battaglione d'istruzioneda dove uscí col grado di caporalemaggiore. Poi scoppiò la guerra del '66 e addio casa! Il peso dei debitideiprotestidei sequestridel padre vecchiomalatorimbambitocadde di nuovosulle spalle del povero bifolcoche non per nulla era nato prima. Mentre lacasa si sfasciava da tutte le partiera bello (belloper modo di dire) vedereil vecchio pà Vincenzo seduto fuori dell'uscioal solecolla bocca apertacon una berretta di maglia a righe rosse in capocol fiocchino ritto come sidipinge la fiamma dello spirito santole mani sulle ginocchiagli occhiperduti nell'aria e nel verde pacifico dei pratiin mezzo a un milione dimosche che se lo mangiavano vivo.

Demetrio vendette il canterano di maggiolino della sua mammae coi quattro stracci si ridusse a Milanodove un suo zio pretedon GiosuèPianellicanonico in Duomogli procurò un posto provvisorio di scrivano nellacancelleria della Curia arcivescovile.

C'era appena di non morir di fameanche dopo aver vendutotutto ciò che s'era potuto sottrarre alle mani del fisco. A Milano il vecchioPianelli trovòse non altromeno mosche. Tirarono innanzi tre annicampandocolla misericordia di Diosu qualche ultimo boccone della dote di mamma Teresafinché non piacque al Dio delle misericordie di chiamare pà Vincenzo inparadiso a trovare la sua bella Angiolina.

Quando si trattò di farlo portar viaDemetrionon sapendoa che santo ricorrereandò a trovare lo zio preteun brontolone sempre incollerache gli prestò cinquantasette lire dietro regolare ricevuta. Demetrionon aveva voluto ascoltare il consiglio di don Giosuè e mandare il vecchioall'Ospedale: cosí gli toccarono in corpo anche le spese del funerale.

 

Eran cose passate da un pezzo: ma queste memorie ripassavanoora davanti agli occhi di Demetriocome se la ruota della carrozzagirandonesvolgesse il filo. Né i guai finiron lí.

Cesarinoche si trovava in quel tempo a Palermoscrissesubito a Demetrio per chiedergli i conti ed i residui della sua partepatrimoniale. E a lui di rimando il fratello rispose che il padre era statosepolto con le cinquantasette lire prestate dallo zio prete; che di roba nonc'era piú l'ombra; che le spese di malattia le aveva pagate lui; che eraridicolo parlar di conti e di residui.

Cesarino tornò a scrivere che sua madre Angiolina avevaportato cinquemila lire di dote e chese egli era stato tanto buono erassegnato finora a non domandare i contiorasul punto di lasciare ilservizio militare per farsi una carrieranon poteva piú trascurare i suoidiritti.

Demetrio tornò a rispondere al signor sergente-furierech'egli non sapeva nulla di dote; che se anche c'erano state le cinquemila lireil fallimento se l'era mangiate. Venisse e vedesse che cosa era rimasto di casaPianelli.

Il contrasto si fece ancora piú vivoallorché Cesarinolasciato il serviziovenne a Milano in cerca d'un impiego. La sua grande ariadi superioritàresa ancor piú altera e imponente da un certo pigliosoldatescocominciò ad irritare fin dal principio il fratello bifolcocheaveva sul libro vecchio della memoria tutti gli arretrati delle passatemortificazioni.

Poiché non c'era piú né babbo né mammadisse al sorsergente piú d'una verità che gli stava da un pezzo in golasenza troppocondirla. Cesarinogià fin d'allora molto lord Cosmetico rispose con unrisolino ironico di schifo e con un proverbio del paeseche tradotto in linguapovera veniva quasi a dire: da una zucca non può nascere che una zucca.

A questa ingiuriache andava a colpire la santa memoria disua madreDemetrio chiuse l'uscio sul muso all'ex-sergentee da quel dí -cioè da dieci o dodici anni in qua - non si eran parlatinon si eran guardatipiú in viso.

Demetrio sollevò un momento gli occhi alla cassa e sisforzò di perdonare sinceramente a quel poverino. La morte paga tutti i debiti:cioè non tutti... pur troppo...

Pur troppo eran passati gli annidurante i quali Demetriolasciato l'impiego provvisorio della Curiaera entrato col grado di terzobollatore all'ufficio del Bollo straordinariocollo stipendio di mille etrecento lire: poiper speciale protezione del cavalier Balzalottiera statoassunto al grado di commesso gerente in uno dei tanti uffici del registro concento lire di aumento.

Cesarinosempre coll'aiuto e colle raccomandazioni delvecchio cavalier Menorinicol suo bel congedo in regola e colle sue medagliecommemorativenon stentò a trovare un impiego. Entrò dapprima nel personaleviaggiante delle Poste sui battelli a vapore del lago di Como; poi ottenne unposto di ufficiale a Melegnanodove fece conoscenza coi Chiesae dopo qualcheanno venne traslocato a una Sezione dei vaglia a Milanocon lo stipendio diduemilacinquecento lire.

Cosí egli dimostrò a suo fratello bifolco che un uomo dispirito non ha bisogno della carità di nessuno.

Con duemilacinquecento lireun bell'uomodi talentoeleganteun regio impiegatoeducato in un collegiopoteva aspirare a un belmatrimonio...

Non passò molto che una bella domenica Milano potécontemplare sul Corso lord Cosmetico che dava il braccio alla sposa vestita ingran lusso d'un abito di seta color tortorella e in testa un cappellino bianco apiume che si poteva vedere da Monza.

Beatrice Chiesa doveva portare nel grembiale quarantamilalire di doteoltre alle prerogative di una solida salute e di una bellezzasenza risparmio. Ma al momento di sborsare i soldi il sor Isidoro non mise fuoriche tre o quattromila lireriservandosi con un'obbligazione di pagaregl'interessi sul resto. Di queste tre o quattromila lire la maggior parte era incorredo di biancheriail vecchio fondo delle guardarobe di casa Chiesacioèpiú distintamente ottantaquattro camicie da donna di tela nostrale fabbricatain casa fin dai tempi dei bisnonni (roba che adesso non si fabbrica piú cosíbuona); centoventi paia di calze di filotutta roba anche questa nata epreparata in casa; venticinque tovaglie grandiquasi nuoveper trenta personeche avevano servito qualche volta ai grandi pranzi di casa Chiesae piú diduecento tovagliolini di tela egualeben grandi da imbacuccare un uomo; quattrodozzine di lenzuola di tela nostrale del 1840 e una grande quantità difoderette e di asciugamani.

I coniugi Pianelli menarono subito una vita in grande.

Non si nasce lord Cosmetico senza avere il gusto delle bellecose e non si sposa una bella donna senza il desiderio di comparire e di farlacomparire.

Già il primo anno si cominciò a spendere senza giudiziodando fondo a quel migliaio di lire che il babbo aveva anticipato sulla dote.

In casa Pianelli non si conoscevano le famose grettezze dimamma Teresache metteva in disparte i gusci e i mezzi solfanelli!

A desinare erano sempre due piatti con frutta e dolci: acolazione si beveva fior di vin di Marsala: la sera si passava al Caffè Biffiin Galleriao ai giardini pubblicio a teatro. D'autunno o era un viaggio suilaghi o un mese di campagna a Erba o a Besana Brianza... E per questa strada ilpovero Cesarino aveva finito coll'andare in carrozza.

«Eccola qui la carrozza!» mormorò Demetrioalzando dinuovo gli occhi sul carro funebrechepassata la chiesetta di San Barnabainfilava l'altra via quasi deserta della Pace.

Ma di tutto questo che colpa avevano quei poveri figliuoli?

È vero ch'egli avrebbe potuto stringersi nelle spallelavarsene le mani e fingere di non conoscere nessuno; ma son cose che si dicono.

C'era di mezzo il nome della famigliac'erano di mezzo gliinnocenti e non è religione solamente il sentire la messa la festa e ilconfessarsi a Pasqua.

Ecome se questi pensieri gli cadessero addosso insiemeall'acqua che veniva dal cieloDemetrio andava rannicchiandosi sottol'ombrellomentre la carrozzapassata la Rotonda dei Cronicientrava nelterreno molle e fangoso del bastione.

Síuna grande responsabilità gli cadeva sul capo!

Era proprio necessario ch'egli accettasse questa dolorosaeredità senza qualche beneficio d'inventario? Come poteva colle suemillequattrocento lire all'anno pensare alla vedova e a tre figliuoli? Lalettera di Cesarinoche egli andava rotolando in fondo alla tasca del suopaltòparlava di un grosso debito di mille lire verso il signor Martini...Grazie! Eppure se c'era un debito sacro era questonel quale era compromessol'onore di tutta la famiglia e la memoria di un povero padre. Nella sua letteraaridascritta sul tamburo della disperazioneCesarino parlava di diritti apensionee della dote di sua moglie; ma alla Posta non riconoscevano questidirittie in quanto alla dote di Beatricechi conosceva il signor IsidoroChiesasapeva che il buon uomo non aveva di grande che la blatera e lapresunzione...

Ecco come uno va fuori dei fastidi e vi lascia dentro chiresta.

Come se di impicci e di strozzamenti non ne avesse avutiabbastanza in tutta la sua vita! Come seper non averne piúegli non avessegiurato di morir solo e vivere intanto nel suo guscioin una soffitta sopra letegolelontano dagli uomini e dalle donne.

La carrozza funebre svoltò un'altra volta e uscí da PortaVittoria. Dopo le ultime case del sobborgolaggiúpresso il vecchio fortemilitarela strada si fece piú molle e fangosa. Da lontanodietro gli alberiumidi e grondanti di pioggiavenivano sopra gli umidi sbuffi d'un vento gelatoi tocchi d'una campanaforse da Calvairate.

Il luogo non è mai bello per sé con quelle siepi mozzeconquella lunga cinta di camposanto che si accompagna alla stradacon quell'acquamorta che inverdisce nei fossi. C'era di piú l'ora bigia e triste e lagiornataccia che andava oscurandosi nella nebbia della bassa pianura. Ditristezza traboccò anche il cuore di Demetriochedopo due giorni di scosse edi irritazionenel punto che tiravano Cesarino dal carrosentí al disotto deivecchi rancori irrugginiti agitarsi un sentimento molle e fraterno di carità edi compassione.

Povero figliuolopovero martire...cosí giovane...andavaripetendo una voce in fondo al cuoreal disotto di quel gran mucchio direminiscenze dolorose e cattive che pesavano sulla coscienza come un sacco dichiodi pungenti.

Due lagrime dure spuntarono nell'angolo degli occhistagnarono nella pupilla e gonfiarono la testa di vapori.

I becchinitoltasi la bianca cassa di larice sulle spallesi avviarono attraverso ai cumuli di terra per un campo melmoso sotto lapioggerella. Demetrio li seguí. Stette a vedere la cassa scomparire nella bucasentí la terra molle cadere sul legno. Data una robusta scossa ai pensieri chegli tiravano il capo sul pettodisse con un sospiro: Amen.

Ritornò in città ch'era già buiosenza mai accorgersi chedietro di luicol muso bassocamminava un cane. Traversò stradestradettepiazze e vicoletti col suo passo pesante di bifolcocrollando di tanto in tantola testa come un cavallo stanco di portare il basto. Giunse in San Clementeenell'androne buio della portasentí una voce che lo chiamava per nome.

«Che cosa c'è ancora?» esclamò con un fare di uomoseccato.

«Sono dell'Ospedale. Ho portato i vestiti e le scarpe deldefunto. Se il signore volesse favorire la sua buona grazia...»

Demetrio masticò tre o quattro parole senza sensosi tiròverso la portaeal lume del lampione a gasguardò nel borsellino.

«L'hoo propi miss in la cassa come on bombon»continuò la voce dell'uomo che parlava nel buio.

Bisognò dare una lira anche a costui.

 

 

Parte Seconda

 

LE TRIBOLAZIONI DI UN POVER’UOMO

 

I

 

Beatrice rimase una settimana alle Cascine e tutto quel temponon fece che piangere e disperarsi. Trovava crudele che non le avessero lasciatovedere almeno una volta il suo Cesarinoe ne incolpava la ruvida ostinazione diDemetrio. A poco a poco però le cure e le parole della buona gente chel'avevano ospitatala vista della campagnale ciarle spensierate dei bambinidissiparono il primo spaventoe richiamarono il suo cuore ad altri pensieri.Demetrio le scrisse una volta che aveva bisogno di parlarle e che l'aspettava aMilano.

Quando si trovò di nuovo in casa sua e che girò gli occhiintornoprovò ancora la vertigine del sentirsi come isolata in cima a unapianta: non sapeva che cosa fareche cosa diredove mettere le mani.

Cesarinonella sua adorazionesoleva risparmiarle fin lafatica di pensare. Previdenteprecisominuziosoe in molte cose fin troppodonnicciuolaoltre all'andamento della casasi incaricava lui delle scarpettedei vestitini dei ragazzidella loro istruzionee dava il suo parere sultagliosul colore dei vestiti della moglie. La sua morte improvvisa fu quindiper la povera donna come se le tagliassero via le due braccia.

Non sapendo a che santo raccomandarsiappena arrivatamandò a chiamare il cognato.

Demetrio dal canto suo si grattò in testa con tutte e due lemanie si raccomandò al suo angelo custode. Sentiva bene di non essere troppodesideratoper quanto mandassero a cercarlo.

Cesarinoparlando di luine aveva sempre fatta una pitturacome di uomo avaro e bigottocapace di mangiare le mila lire altrui sottol'apparenza della religione: e sua moglie non pensava diversamente.

In quanto ai ragazzi o non lo conoscevanoo non potevanovolergli bene.

E con questi bei precedenti egli doveva andar fin laggiú inCarrobio a predicare l'economial'ordinea mettere forse la bambina a far lasartai bimbi a bottega... e tutto ciò con qualche migliaio di lire di debitisacrosanti da pagaree coll'obbligo di tenere nascosto a quei meschini i motiviche avevano spinto un padre di famiglia alla disperazionee la morte rabbiosache aveva fatto. Egli avrebbe potuto rispondere:

“Non vi conosco...”

Oppure:

“Non ho tempo!”

Ma bisognerebbe in certi casi avere un sasso al posto delcuoreo credere che al disopra delle tegole non ci sia che ariafumoenient'altro.

In questi pensieri fece tutta la stradasforzandosiinutilmente di preparare un esordio alla sua predica.

Stava per andar suquando il Berrettail portinaio:

«Ehi! ehi!» lo chiamò indietro.

Si voltò e vide in compagnia del sarto un uomo di mezz'etàscuro di pelletorbido come il temporalecon due folti sopraccigli nericheil Berretta presentò come el sor ragionatt.

«L'è lui il fratello del defunto?» domandò la degnapersonaaggrottando i sopracciglidi carbonementre colle mani dietro la schiena faceva girare una bella cannacolla punta d'avorio.

«Perché?» chiese Demetriocon un piede su un gradinol'altro su un altro.

«Dimando se l'è lui...» tornò a dire con impazienza ilsignor Maccagnicon un viso d'uomo nauseato.

«Sísono io....»

«Me ne congratulo tanto» continuò l'altro dimenando ilbastone come una coda. «Quel caro suo fratello non poteva farmi un serviziopiú bello.»

Qui prese la parola il Berretta chepiú scialbo del solitonel suo panciotto di fustagno pieno di filaccecolla suggezione naturale di chiparla alla presenza di un'autoritàspiegò come el sor ragionatt nonfosse altro che il padrone di casa.

«Proprio un bel servizio!» seguitò quella brava personache possedeva tre o quattro case in Milano«proprio un bel servizio. Nonbastava non pagare l'affitto e tirare in lungo con delle scuse: no: bisognavaanche dare uno scandalofare parlare le gazzette e deprezzare lo stabile.Qualcuno me li deve pagare i danninon c'è santie io guardo lui....»

Demetrio mosse due volte il capo e guardò con un certostupore el sor ragionatt come per dire: Che ci entro io?..

«L'è inutile che adesso mi faccia gli occhi... Io guardolui. Sono tre semestri in arretrato che devono essere pagati subitoo metto ilsequestro sulla mobiliaio. Roba da ridere! non posso farmi pagare dai mortieguardo i vivi. Come se a Milano mancassero i fossi per annegarsi. Bisognavaproprio impiccarsi in casa miafar parlare la gentedeprezzare lo stabile. Sícon quelle poche tasse...»

«Ma capisce che io....»

«È un pezzo che mi si mena per le belle salecaro miosignor riverito!» tornò a replicare quel bravo signoreingrossando la voce egli occhi«e iose non pago le tassel'esattore non s'impiccanolui! Sonotre semestri che si tira avantiora con una scusaora con un'altra e titup etitep...» qui el sor ragionatt imitò benissimo la voce d'un bambinoviziato. «Roba da ridere! Son cinquecento lire per semestree di parole ne hopiene le... i... Ci vuol altro che rompere la testa tutti i momenti colleriparazionie non essere mai contentie il suoloe la tappezzeriae lastufae il caminettoe l'inglese e la francese. L'è finita adesso. Son millee cinquecento lire che mi vengono ese per Pasqua non vedo i rispettivimettoil sequestro e chiamo lui responsabile.»

Il Berrettaspaurito di questa grossa voce che minacciava ilsequestroche per un portinaio timido e bisognoso è come dire una baionettanel ventrealzò un poco le mani verso il signor Pianellicome se volessedire:

“Paghi un po'fuori dei piedi....”

«Anch'io devo vedere come stanno le cose...» osò direDemetrio.

«Le cose stanno come dico io. Pasqua è quicorpo di uncane! e quando non si ha da fare il signore si lascia staresi paga primaesoprattutto non si deprezzano gli stabili... Uomo avvisato.»

«Io vedrò.»

«Uomo avvisato!» replicò il padronevoltando le spalle.Fece quattro passi fino in fondo al porticosi voltò e gridò ancora aDemetrio: «Uomo avvisato!»

Quando Demetrio non fu piú a tirola tempesta si scatenòsul Berrettache non aveva chiuso coll'arpione l'uscio del solaio.

«C'è la mamma?» chiese lo zio ad Arabella che venne adaprire l'uscio.

«È ancora a letto.»

«Quando siete tornati?»

«Ieri.»

«Chi vi ha accompagnati?»

«Il sor Paolino.»

«Va a dire alla mamma che son qui.»

«Resti servita in sala.»

Arabella condusse lo zio in un gabinetto celeste pallidoecorse a svegliare la mammachestanca del viaggio e dell'emozionedormivaancora.

A Demetrio tremavano un poco le gambe. Tre semestri inarretratooltre il resto!

«Mamma!» disse sottovoce la bambinamettendo una maninaleggiera sulla fronte di lei. «C'è qui lo zio Demetrio.»

«È qui?» esclamò Beatricebalzando viacome se leavesse detto: c'è una biscia nel letto. «È venuta la Cherubina?»

«Non ancora.»

«E i ragazzi? Sei buona di vestirli? E il lattivendolo èvenuto?»

«Nemmeno lui.»

«Manda Ferruccio a chiamarlo e a prendere il pane.»

«È già andato alla stamperiaquesta mattina.»

«Benevengo io.»

Arabella entrò nello stanzinodove Mario e Naldo cicalavanoin letto sotto le coltrifacendo padiglione con le gambe. Non sapevano capireperché papà fosse morto e che roba fosse la morte. Per Naldoil minorelamorte era qualche cosa di somigliante ad un cavastivaliche si vedeva dietrol'uscioappoggiato al muroterminato in due corna di legno.

Demetrio ebbe ad aspettare un bel pezzo prima che sua cognatafosse visibile. Non perdette però il suo tempo. Era una settimana che andavaraccogliendo conti e conterellisenza quelli che gli portavano a casaspontaneamente i creditori nella speranza che egli potesse pagare. Oltre algrosso debito verso il Martini - che bisognava pagare per il primo- oltre aduna nuvola di debituccivenivano ad aggiungersi ora questi tre semestri dellapigione. Un abissoinsomma!

Guardandosi intornorestò meravigliato del lusso delgabinetto. Tanto di tappeto in terracandelabri di bronzo dorato sul caminopoltrone di vellutospecchierestipetti di vetro... Sopra un tavolino posto inmezzo alla sala erano schierati i ritratti di famiglia in piccole cornici dilegno traforato. Cesarino era rappresentato in quattro o cinque guise: - indivisa militarein borghesecolla barbasenza la barbasempre elegante. Ilpiú grande di questi ritratti lo riproduceva in abito nerocol largo sparatobianco sul pettocon i piccoli favoriti alla lorde la sigaretta nella puntadelle dita. I ragazzi facevano diversi gruppetti - fra cui uno di Naldo cheusciva da una cesta di vimini con su scritto: “Pacchi postali.”

Un pianoforte verticale era posto di sbieco nel cantuccio trala finestra e il caminetto. - Arabella da un anno prendeva qualche lezione dalmaestro Bonfantil'organista di San Sistoe faceva già qualche progresso. Madi tanto in tanto anche la mamma metteva le mani sul cembaloper quantointendesse la musica come una testuggine.

Di contro alla specchierain una cornice d'oro ovalespiccava un grande ritratto ad olio di Beatriceopera d'uno scolaro delCremonaamico intimo di Cesarino.

L'artista della scuola nuova s'era sbizzarrito nei gialliela bella lodigiana impettitacolle braccia nudee con curve enfaticheinmezzo a una nuvola cenerognolaguardava dall'alto con un'aria di regina che nonera nell'indole dell'originale.

Demetrio andava mentalmente facendo i conti di quel che sisarebbe potuto ricavare a vendere tutta quella roba a un onesto rigattieredatoe concesso che fosse già pagata.

Arabella venne a dirgli che la mamma stava vestendosi.

Dietro di leicoi piedi nudiquasi nascosto tra le pieghedella gonnellaNaldo fissò gli occhi in faccia allo ziocon espressione dipauramentre Mario spiava dallo spiraglio dell'uscio.

Rimasto solo tornò a riflettere dolorosamente.

Purtroppo aveva avuto ragione nel giudicare Cesarino unatesta leggieratroppa ragione; ah sí! ci sono dei torti che non si darebberovia per tutte le ragioni della giurisprudenza rilegata in oro e marocchino.

Mentre egli stava seduto sullo scrimolo d'una sediacome setemesse di schiacciare della roba non pagatasentí un non so che di morbidoche gli spazzolava le gambe.

Era Giovedíla brutta bestiacciache egli aveva giàcacciata a colpi di piedi nella codail giorno che i Pianelli erano andati alleCascinee chedopo una settimana di vita vagabondaviste dalla strada lefinestre aperteveniva anche lui a cercare qualche cosa per far colazione.

Questo intese dire la povera bestia col suo mugolío pietosoe col trepido dimenare del suo soldo di coda; ma lo zio gli disse chiaramente:

«Puoi fare il tuo testamentoanimale del presepiose nonhai altri santi. Non ne ho del pane per i tuoi denti.»

Giovedíinterpretando secondo il proprio cuore le parolebrontolate dallo ziosi pose ad abbaiare. Era l'unico mezzo datogli dallanatura per commuovere l'animo della gente.

«Crepa!» disse Demetrio.

Beb!” abbaiò di nuovo il cagnettoponendo lezampe sporche sui pochi calzoni dello zio e mostrando in una doppia fila tutti isuoi denti bianchissimi.

«Scoppia in mezzocane del diavolo!» brontolò di nuovoDemetrioschiaffeggiandogli il muso col fazzoletto di cotone turchinocheadoperò per ripulirsi le ginocchia.

In quel momento l'uscio si aprí e comparve madamain unagrande vestaglia bianca di flanella.

Demetrio si agitòsi alzò un pocotornò a sederechinògli occhi sul tappeto e balbettò un “riverisco” quasi inintelligibile.Anche Beatrice si sentiva confusa e imbarazzata di trovarsi a tu per tu con quelfamoso cognatoche Cesarino aveva sempre dipinto come un orsacchiottounintollerante bigottomolto abile nel far scomparire le mila lire.

Nei pochi giorni ch'era stata alle Cascineaveva ricevutouna visita del papàil sor Isidoro di Melegnanoche la mise in guardia e lecomandò di non fidarsi troppo dei raggiri di suo cognato.

Si può pensare se con questi precedenti ella potesse fargliuna grande accoglienza. Demetriodal canto suopersuaso per esperienza che labellissima donna era una testa d'ocache aveva aiutato a spingere Cesarinosull'orlo del precipizioimpacciato per indole e per abitudine a trattare colledonnenon sapendo da che parte cominciarepassò due o tre volte il fazzolettosugli occhi e sotto il naso e finalmente domandò:

«Come sta Paolino?»

«Sta bene e mi ha detto di salutarvi.»

«Sta bene anche la Carolina?»

«Sísta bene anche lei.»

«Mi avete fatto chiamare?»

«Son tornata ieri e non ho nessuno a Milanoin questomomento. Non è nemmeno venuta la Cherubinastamattina. Volevo far avvisarel'Elisa sarta che siamo tornate e ordinare i vestiti di lutto. Nella confusionenon ho avuto tempo di pensare a nullae ho dovuto farmi prestare qualchefazzoletto nero dalla Carolina.»

«I vestiti di lutto li avete già ordinati?»

«Non ancorasicuro. Non potrei mettere il piede fuoridell'uscio.»

«Scu... scusate» riprese con un tremito nervoso Demetrio«e questi vestiti sono proprio ne...ne... nec...essari?»

Beatrice lo guardò con aria stupefattacome se avessedomandato se è proprio necessaria l'aria per vivere.

«Dico questo perché è una spesa... e se si potesserisparmiare qualche spesa.»

«Comerisparmiare? che cosa direbbe la gente?»

«Certo fu una disgraziae voi avete il dovere di piangerequel povero uomo; ma di spese ce ne son già troppe....»

«Prendete un caffèDemetrio?» interruppe Beatrice.

«Grazienon ne piglio mai!» rispose bruscamente ilcognatochecontinuando il discorso di primasoggiunse: «Mi sono spaventatocara voi.»

«Di che cosa?»

«Dello stato delle cose. Non c'è piú stipendionon c'èdiritto a pensionee ci saranno a quest'ora quasi seimila lire di debiti.»

«Non è possibile...» disse freddamente e con un leggierosorriso ironico Beatriceper fargli capire che non era disposta a lasciarsiabbindolare.

Demetrioa questa risposta cosí fredda e categoricaalzògli occhi e li fissò un istante in viso alla sua cara cognatacontraendo lelabbra a un tremito nervosoche pareva un sorriso sardonico.

«Non è possibile» tornò a dire Beatrice nella suamatronale tranquillità.

«Voi non siete obbligata forse a sa... sapere e siete dacompatire. Ma qui c'è un fascio di conti... Cesarino aveva le idee troppograndi.»

«Bel capitale! Bisognava vivere con decorosi sa.»

«Lasciamo il decoroper carità!»

«Si saun regio impiegato... Non tutti possono rassegnarsia vivere di pane di segale o di polenta....»

«Nono... che segale e che polenta! Adesso è morto e noidobbiamo pregare per l'anima suama vi confesso che sono spaventato. Ci sonotre semestri dell'affitto che bisogna pagare per la Pasquao il padrone metteil sequestro. C'è un vecchio conto dell'orefice Boffiche mi ha portato luistesso all'ufficio... Aspettate; perché non diciate che invento tutto per ilgusto d'inventareho portato con me tutte le pezze giustificative. Quando hannosaputo che Cesarino era morto e che iosuo fratellom'incarico un poco dellefaccendei creditori si son mossi tutti come le moschese la pigliano con mepretendono che io abbia a pagare... Io? con che cosa pagare? e che c'entro io?»

Demetriotratto il suo fascio di cartaccesciolse lo spagoche le legava insiemee cominciò a spiegarle sulle ginocchia.

«Arabella!» chiamò la voce chiara e argentina di Beatrice.

«Che cosa vuoimamma?» dimandò la bambinache stavafuori in sentinella.

«Portami il caffè.»

Demetrio frugò un pezzo nella tasca di sotto e trassel'astuccio degli occhiali. Ne uscí un paio con grosso cerchio d'osso ch'egliappoggiò alla punta del suo naso color patataassicurando le grossespranghette tra l'orecchio e il ciuffo rossiccio dei capelli. Inarcò lesopraccigliae contraendo la pelle della boccacome se provasse della nauseacominciò a leggere sopra una pagina:

«EccoAngelo Boffiorefice e bigiottiere. Per braccialettod'oro con zaffirolire 150....»

«È un braccialetto che Cesarino ha voluto regalarmi fin dalNatale dell'anno passato.»

«Fu pagato?»

«Io credo di sí.»

«Il signor Boffi dice di no....»

Beatrice cominciò a guardarsi intornocome se cercasse untestimonio. Non vide che gli occhi amorosi di Giovedíche la contemplavano consoave tenerezza.

Vedere il povero cane e sentirsi tutta rimescolare fu unpunto solo. Ruppe in un singhiozzostese le braccia alla bestiache le saltòin gremboe si rannicchiò a piangere anche lui.

«Dove sei stato fin adesso? o povero Jeudio Jeudi...dov'è il tuo padrone?»

Giovedí rispondeva alla sua manieramugolando.

Demetrio chinò il capolasciò cadere la mano sul ginocchioe aspettò che la padrona e il cane finissero di piangere.

Cogli occhi fissi nel vuotoil pover'uomo pensava al numerodei gradini che Beatrice doveva fare per discendere dal suo trono di cartapestafino alla triste realtàche la circondava da tutte le parti.

«Non fu pagato questocome non furono pagati gli altri»riprese a dire con un tono uguale e freddodopo un istante. «C'è qui un altroconto del signor Cena parrucchiere per... per... saponi e profumerie... lire56... Diavoloquesto non è nemmeno pane di segale.»

Beatrice arrossísi rizzò sulla sua personae tornò aguardare il cognato orangoutancon una espressione di sarcasmo e di paura.

Demetriosempre a capo bassocol coraggio inesorabile epietoso del chirurgo che opera sulla carne vivascorrendo uno dopo l'altro queibenedetti contiseguitò:

«C'è un conto anche dal pizzicagnolocirca duecento lire;c'è quello della sarta Schincardiun'ottantina di lire anche qui. C'è persinoun vecchio conto del pasticciere Dragoniche risale nientemeno che al battesimodi Naldo e che non fu mai pagato. Anche questa non è polenta... Conto delcalzolaio Bianchi in lire... cin... cin... quecento settantasei... Unabagattella!.. Conto non quietanzato De Paoli per tap... tappezzeria... dicetappezzerie? duecento quarantacinque e settantanove c...entesimi.»

Man mano che leggevala fronte del bifolco si rimpicciolivanella contrazione delle ciglia in un gruppetto di grinzesulle quali veniva acadere a foggia di tettuccio il piovente duro e diritto dei capelli.

Arabella entrò col vassoio del caffè e col bricco in mano.Con la prontezza della sua intelligenza essa aveva già capito che in quel suozio ruvido e bifolco c'era l'angelo custode travestito da ortolano. La scomparsaimprovvisa del papàla fuga precipitosail modo misterioso in cui avevasentito parlare alle Cascinele poche frasi udite all'entrare in salaavevanogià detto alla povera tosetta che una grande disgrazia stava sulla suacasa e che forse lo zio Demetrio meritava di essere ascoltato.

Dalla cucina veniva un gran chiasso di voci e un granpicchiamento.

«Che fanno quei matti?» chiese Beatrice.

«Dicono che hanno fame e picchiano sulla cassa della legna.Il lattivendolo non è venutoe nemmeno il fornaio.»

«Hai mandato Ferruccio?»

«Ma non c'è...» rispose Arabella con una leggeraimpazienzain cui si sentiva il tremito del pianto.

«Bene; di' loro che stiano quieti che adesso vengo subito.»

«Settimo: Conto non quietanzato del farmacista....»

«ScusateDemetrio» interruppe questa volta con un attod'impazienza Beatrice «io non so nulla di questi conti che dite voi....»

«Non volete dire con ciò che me li invento io....»

«Non sono in grado di dire se questi conti siano o non sianostati pagati. Lasciateli qui che li farò vedere a mio padre....»

«Non cerco di meglio... Ma non vorrei che questi poverifigliuoli andassero di mezzo. Pensiamociper carità. Tiriamo i remi inbarca... Che cosa può fare il signor Chiesa per voi e per la vostra famiglia?»

«C'è ancora tutta la mia dote. Son quarantamila lirenonun quattrino. Vostro fratello non ha sposato una contessama nemmeno la figliadella serva.»

«Può il signor Isidoro mantenere oggi le sue promesse?»

«Adesso subito forse noperché è in causa coll'Ospedalema fra sei mesifra un anno?»

«Da quanti anni dura questa causalo sapete? quante voltefu già perduta? quante migliaia di lire furono sprecate in questa benedettaquestione?»

«Mio padre è un uomo di buona fede e trovò sempre degliavvocati di poca coscienza.»

«Lo sonon facciamoci illusioni....»

«Che cosa volete dire? che debbo forse mandare i mieifigliuoli a fare il ciabattino?»

Beatrice aveva letto un romanzoLo Sparviero e la Colombain cui una giovine bella e ricca ereditiera lottava contro le insidie d'ungesuita che agognava alla sua eredità. Ebbenele pareva il caso suo. “Perfortuna” pensava “so quel che vali! ma non ci riuscirai...”

E si sforzavanella sua semplicità di spirito di reagire edi tirarsi su impettita con tutta la personacome faceva nel suo palchettoquando il marito la conduceva al teatro Dal Verme.

Demetrio sentí una gran tentazione di buttarle in viso iconti e di andarsene. Ma gli venne in mente il povero Cesarino disteso sotto unastuoia; gli venne in mente l'obbligo morale che egli si era assunto verso ilMartini per salvare l'onore al nome dei Pianelli; gli risonò nell'orecchio lavoce aspra del padrone di casa; sentiva nello stesso tempo il chiasso chefacevano quei ragazzi di làpicchiando nella cassa della legna... Pensò cheil sor Isidoro era un pazzofallito dieci volte per la sua cocciutaggine nelfar cause a tutto il mondoe che sua cognata era una testa d'oca.

Per tutte queste ragionidopo aver trangugiato molto fielein silenziomentre Beatrice finiva di sorseggiare il suo caffèrilegato collospago il fascio dei contili collocò sul tavolinoe disse con un tono di vocein cui si sentiva lo sforzo di dominarsi:

«Se io volevo dare qualche consiglioprego mia cognata acredere che non lo facevo per mio interesse. Chiamato in un momento tristeiopensavo che fosse mio dovere di coscienza di mettervi al fatto dello stato dellecose: non vi ho detto tutto... perché è inutile che sappiate tutto. Amen! Iovorrei vedere qui vostro padre in luogo mio a pagare questi conti; ma forse ilsignor Chiesa dirà che i vostri figliuoli portano il nome Pianelli e che nontocca a lui di salvarli dalla miseria e dalla fame....»

«Che cosa dite?» esclamò Beatrice irritata.

«Lasciatemi finire e poi vi toglierò l'incomodo per sempre.È inutile farsi delle illusioni. Voi non avete piú un soldo della vostra dotenon avrete un soldo di pensione e con sei o sette mila lire di debiti dovreteprovvedere a voi e ai vostri figliuoli.»

Beatrice tornò a sorridere ironicamente. Il vecchio bifolcocredeva forse che ella si lasciasse infinocchiare da queste declamazioni.Sbagliava di grosso.

«Io ero venuto per dire che bisognava pensare seriamentesubitoradicalmenteai casi nostrio tanto vale prendere i ragazzi e mandarlia suonare l'organetto.»

«E che cosa bisognerebbe fare? sentiamo» provò a direBeatrice con aria quasi di sfida.

E intanto si paragonava nella sua mente alla gatta chedifende i suoi piccini dalle unghie d'un brutto cagnaccio.

«Punto primosi cominci a vendere tutto quello che non ènecessario.»

«Vendere!» esclamò Beatricespalancando tanto d'occhi.

«Sívendereo restituire quello che non si puòpagare....»

«Ah sí?» disse con un sorrisetto ironico la povera donna.

«Punto secondobisogna restringersi nelle speselasciarele apparenzenon curarsi tanto della gente e rivoltare le manichecome sidice...»

«Ah sí?» tornò a dire Beatricepallidamovendosi da unapoltrona all'altra.

«Non è il caso di mandare questi figliuoli a fare ilciabattino; ma certo saremmo tutti mattise pensassimo di farne fuori degliavvocati. Via viaqui c'è della robavoi avete portato della roba....»

«Ah chiedo scusa!» interruppe questa volta Beatrice con unimpeto straordinario di energia«della roba mia la padrona sono io....»

Demetrioche nel calore e nello zelo del suo cuore s'eraabbandonato quasi all'illusione d'essere arrivato a tempo a far del beneaquesta brusca interruzioneal modo obliquo con cui lo guardava la donnacapídi essere stato prevenuto. Perdette l'equilibriosi scoraggiòmasticò ancoraun fiume di cose amareraccolse i suoi nervispianò le sue rughe irritate econ una voce che cercava d'essere fredda per non essere velenosasoggiunse:

«Scusatequesti debiti io non posso pagarli....»

«Lo sonon è la prima volta che non potete pagare i vostridebiti....»

Questa era la frase che il signor Isidoro aveva messa inbocca a sua figlia nel caso preveduto che Demetrio si fosse fatto avanti coisoliti raggirie alludeva alla famosa dote di mamma Angiolina.

Demetrio ricevette il colpo in pieno pettochiuse gli occhiimpallidí sotto la scorza dura e nera del suo viso color patatamosse una manoquasi volesse col gesto aiutare la parola a venire fuori; ma un groppo di piantostizzoso e furibondo lo strozzava alla gola... Col dito secco segnò tre volteil fascio dei conti che lasciava sul tavolinosi rannicchiò nelle spallesempre con la bocca impiombata dall'ira e dal doloree uscí dalla salettasenza dir nulla.

Un grimaldello non avrebbe potuto aprire quella sua boccaimpiombata di dolore e di sdegno.

Uscítraversò la cucinasmarritomal praticodell'appartamentopassò in mezzo ai due bimbi seminudi che picchiavano estrillavano di famee finalmente trovò l'uscio dell'anticamera.

Fu un miracolo se si ricordò di prendere il cappello e ilbastone. Fu pure un miracolo se non cadde dalla scala. Il Berretta lo chiamò dinuovo: «Ehi! ehi!» dal fondo dello stanzino.

Ma egli non sentí o non volle sentire. Uscí; prese lastrada a man destra verso il centronon pensando nulla e non ripetendo nelfondo piú oscuro del suo pensiero che una parola sola:

“Asino!”

In questa parolache rappresenta un animale sciocco epazienteconcentrava tutta l'irail dispettoil dolorela vergogna dell’offesaricevutae la vergogna della sua incapacità morale.

Per via TorinoSan GiorgioZecca Vecchiauscí alBocchetto e andò in ufficio.

Lavorò meccanicamentecome al solitosenza sbagliaresenza parlare; se non chedi tanto in tantocome al girare di un quadrantescoccava in lui quell'unica parola in cui era andata concentrandosi tutta la suadialettica:

“Asino!”

 

II

 

Il giorno dopocome se non fosse accaduto nulla di diversosi alzòsi vestí e colla solita puntualità uscí per andare all'ufficio. Laprecisione e l'uguaglianza delle sue abitudini era taleche il signor Pianelliserviva di orologio agli studenti e alle sartineche affrettavano il passoquando l'incontravano al disotto del Cordusio. La sua strada era sempre lastessa tutti i giorni: piazza del Duomopiazza dei MercantiCordusioBocchetto: da una parte delle botteghe nell'andaredall'altra nel tornare.Sotto i portici meridionali comprava un sigaro virginia (l'unico vizio)che eragià preparato in un astuccio di carta e ch'egli metteva in tasca per fumarnemezzo a colazionemezzo dopo pranzo.

Stretto nei soliti panni color cioccolatasempre quelli mapuliticol bastoncino infilato in una tasca del paltòandava col suo passopesante di contadinourtando spesso il muro colla spalla come un carro che escatratto tratto dalle sue rotaie.

Veniva dunque quel giornotutto raccolto nelle sue grinzequandoarrivato davanti al mercante Simonettasentí qualche cosa di morbidosdrusciargli le gambe. Era ancora quella bestiaccia di Giovedí col pelo sporcoe arruffatocogli occhi malatiche gli teneva dietro da cinque minuti senzache egli se ne accorgesse.

«Marcia via!» dissealzando un poco il piede per farloscappare.

Il canetiratosi indietro un passosi fermò col muso inalto a guardare l'uomocon occhi pieni di malinconiadimenando il suo soldo dicoda lungo un dito.

Quando Demetrio si mosse per continuare la sua stradalabestia seguitò a pedinargli dietro come se seguisse il suo padrone. Demetrio sifermò un'altra volta sull'angolo degli Speronari e il cane si fermò anche luie tornò a dimenare il suo soldo di codaguardando sempre con quegli occhi...

Allora Demetrio finse di entrare nella porta del fioristamavide che il cane gli andava dietro. Pensò se c'era vicina una chiesa con doppioingresso per fargli perdere la tracciama di chiese non ce ne sono in queltratto... La bestia poteva anche essere arrabbiata: arrabbiata o nonon volevaavere a che fare con lei e con nessun altro di quella casa...

Guardò in su e in giú se vedeva una guardiaunsorveglianteun'autorità per farlo menar viama non vide un canetranne ilsuo.

E questoduroostinatogli andava dietro colla costanza diuna bestia che non mangia da due giorni.

Provò ad affrettare il passoa correre: e il cane dietro acorrere anche lui.

Lo zio si fermò la terza voltatrasse il suo lungofazzoletto di cotone turchinofece un grosso nodo a uno dei capilo alzò comeun flagello; ma Giovedífacendo arco della schiena e piagnucolandovenne adaccosciarsi ai suoi piedi.

Che doveva fare? ammazzarlo?

Giunto finalmente sotto il portone del Demaniopicchiò neivetri del portinaio e avvertí il Ramella con dei segni. Il Ramella guardòattraverso i vetri dell'antiportocapí di che si trattava e venne fuori.Quando il cane vide in aria l'aspergesfuggí come il diavolo.

Demetrio giunse in ufficio con qualche minuto di ritardoun'ora prima del suo capoil cavalier Balzalotti. Arrivato al suo postocheera un tavolo accanto a una finestradifeso contro i colpi d'aria da un vecchioe logoro paraventotolse prima di tutto il sigaro di tascalo guardò allaluce se c'era tutto e lo collocò come una preziosa reliquia sopra lo sportodella finestra.

Aprí il cassetto e controllò i due panini nel cartoccio.Fece una rapida ispezione al suo cappello rotondovi picchiò su con unbuffetto per spazzare via un filo di polverelo tuffò delicatamente in unacustodia di carta fatta apposta e lo collocò nella sua vestina sull'ometto. Poiaprí un altro cassetto e trasse fuori le due manichette di tela lucida ch'eglimetteva per scrivere. Se le infilò: diede una nervosa e rapida fregatina allemanichiudendo gli occhiaccartocciando tutte le rughe della faccia. Poicominciò la diligente pulizia degli occhiali.

L'egregio cavalier Balzalotti da qualche tempocome forses'è già dettoaveva fatto venire il Pianelli nel suo ufficio e se ne servivacome di copista per una lunga relazione intorno all'esazione sulla tassa dibollo e registroche doveva essere presentata per Pasqua al Ministero delleFinanze.

Il tavolone del cavalierepieno pieno di carte e diallegatiera posto nel mezzo della paretesotto un bel ritratto del retradue campanelli elettricipoco lontano dalla bocca del calorifero.

Il Pianelliuomo pazientediscretodi poche paroleeracome se non ci fosse. Copiavaricopiavascriveva sotto dettaturacon unacalligrafia grossa e precisasenza fare tante questioni di lingua e digrammaticacome pretendono certi chiacchierini saputellicheper essere statibocciati alla quarta ginnasialecredono di saperne di piú dei loro superiori.

Demetrionon molto forte anche lui nelle questionidiròcosífilologichecopiava tutte le parole ciecamentesenza discuterle maisenza mai cercare se avevano un senso o se dovevano averlo. Egli non si sarebbemai permessoper esempionemmeno una timida osservazione sui molti laondeche il cavaliere seminava ne’ suoi periodi e nelle sue relazioni al Ministeroe fingeva di non capire lo scherzoquando qualche burlone degli altri ufficigli domandava notizie del cavalier Laonde.

Tutte queste buone qualità d'uomo discreto e modesto gliavevano guadagnato la stima e sarei per dire quasi l'affezione del suo capocheuna volta gli aveva ottenuta una piccola gratificazione e prometteva di farequalche cosa di piú per l'avvenire.

Demetriodal canto suosi era affezionato alla sua sedia dipelle sotto la finestrache rappresentava dopo tante burrasche un porto sicuroe tranquilloove egli poteva riparare la vecchia carcassa della sua barca.

Sul cuoio lucido di quella sedia erano rimaste le infossaturedi due o tre generazioni di impiegatiche avevano tratto di là il pane deiloro figliuoli e le spese capricciose delle mogli; egli che non aveva némogliené figlisperava di uscirne coi calzoni meno stracciati.

In Carrobio non si sarebbe lasciato piú vedere nemmeno se velo avessero tirato con le corde di Valenza.

Il Signore era testimonio ch'egli non si era rifiutato diversare una goccia d'olio sopra una piaga: ma non voleva essere né odiatonémaledetto. Stava cosí bene nel suo guscio...

Data un'altra fregatina alle manise le portò alla testa ecarezzò due o tre volte coi palmi le due gote come se si asciugasse la faccia epresa la pennadopo averla provata sull'unghia grossa del pollicericominciòa copiare al punto dov'era rimasto il giorno prima: avvegnaché non sembri acodesto Eccelso Ministero poco retribuito il reddito imponibilenonché glialtri cespiti tassativamente indicati nella precitata Circolare del 10 ultimoscorsoN. di protoc. 54657Posiz. 32N. di partenza 307e oltracciòavvegnaché non abbia a patire detrimento l'organica esazione come laonde....

«Signor Pianelli» disse il vecchio portiere Caramellachesonnecchiava le dodici ore al giorno in anticamera «c'è un signoreunvecchioche vuol parlarle.»

«Chi è?»

«È un vecchioun uomo....»

«Gli avete detto che non ricevo in ufficio? sta per venireil cavaliere....»

«Dice che ha bisogno... Pare un mezzo matto....»

«Sarà uno dei soliti» soggiunse Demetrioche da unasettimana vedeva passare la processione dei creditori. “Questo lo mando aMelegnano dal sor Isidoro” pensò. «Non voglio impiccarmi per... Fateloentrare un momento» soggiunse a voce alta.

«Per questo son già bello ed entrato» esclamò il vecchiomezzo mattovenendo innanzi da sé come se fosse il padron di casa.

Era un uomo sui settant'annid'aspetto campagnuolotarchiato e vigorosovestito di un abito grigio sciupatocon due grandiocchialoni sopra un viso color del mattone e con un nodoso bastone in mano di unbel legno giallocontorto come una radice.

Fece tre passi avanticadendo tre volte sulla gamba destrache aveva piú corta della sinistra esenza levarsi il cappello di testafissando in faccia a Demetrio i grandi vetri dei suoi occhialidisse con vocesguaiata:

«È lei quello che chiamano il Demetrio?»

«Sissignore» rispose Demetrio non senza un piccolo sorrisoironico.

«Allora mi siedoperché sono stanco come un asino.»

«Si accomodima faccia presto.»

«Son già sedutograzieobbligato. Non guardi se ci ho unvetro rotto nel mezzo. È una memoria che conservouna grazia ricevuta dallamadonna. È stata una cavalla che aveva mangiata della cattiva stoppiasprrang... mi regalò un calcio qui nell'occhio. Si è rotto il vetroma latestaohsí!.. testa di bronzocorpo del diavolo!»

«Ho l'onore? faccia presto....»

«Eccol'onore veramente è una parola troppo di lusso perun uomo che non ha avuto nemmeno il tempo stamattina di farsi lustrare glistivali. Son venuto a piedi da San Donato a Milanoe c'era un fango altocosí....»

«Sentasi sbrighi....»

«Stia comodocaro il mio carissimo sor Demetrioche in un paterave e gloria la minestra è cotta. So bene che i regi impiegatinon hanno mai troppo tempo da perdere coi signori contribuenti. So da un pezzoquel che significhi un regio impiegato.»

Il vecchiotto color mattone accompagnò queste parole con unsuo gesto favoritoche consisteva nel porre il dito indice alla codadell'occhiosporgendo un poco le labbra e aguzzando lo sguardo a una sopraffinaespressione di mariuoleria.

«Non mi levo il cappello perché sono sudato e poi noi siamoamericani. Sono stato a casa sua a cercarloe non ho trovato che un vecchiosordo come una campana. La portinaia mi ha detto: “È già andato all'ufficio.”Allora io ho pensato: “Poiché siamo in piazza Fontanaapprofittiamo dellacircostanza e facciamo colazione” e sono andato al Biscionedove unavolta ho mangiato una eccellente busecca alla milanese. Una volta c'eraanche del vin buono - parlo di trent'anni faquando il Biscione non eradiventato ancora un grand hôtel. Ci andavo tutte le settimanefin daquando viveva mio padrejesus per luianzi ho passato al Biscionela mia prima notte di matrimonio. C'è da farne un quadretto. La mia poveraMarianna non era mai stata al Biscione... ah! ah! sicchés'immagini chepaura!.. Basti dire che è scappata su per la ringhiera in camicia....»

«Scusi» interruppe aspramente Demetrio«chi è lei? checosa vuole? non ho tempo di stare a sentire le sue fanfaluche.»

«Ecco un parlar chiarocorpo del diavolo! Se si trattadunque di farle quell'onore che diceio sono il Chiesa di Melegnano.»

«Il sor Isidoro?» esclamò Demetrio un po' mortificato econfuso.

«SíIsidoro Chiesauomo libero per la grazia di Dio e chenon mangia il pane di nessuno.»

«Se avessi saputo... non ci siamo mai incontrati.»

«Non abbiamo mai avuto quest'onore... Son venuto aMilano per discorrere di quella faccenda; anzi per far piú presto ho portatocon me tutto l'incartamento talis et qualis come me l'ha consegnato ieril'avvocato Ferriani... Conosce l'avvocato Ferriani? un bravo giovanesveltocome un uccellinoun poco storto di gambema diritto di cervello. Questi nanisquanis alle volte hanno un talento! Anche la vite è stortae fa buon vino.Transeat! Da questo incartamento ella potrà farsi un'idea precisa dellecosecome le ho raccontate al povero Cesarino. Io sono uno che ama le cosechiaresebbene ne abbia ricevute di quelle che non le ha sofferte nostroSignore sulla croce. Ma un Chiesa non si umilia né per centoné per duecentoné per mille marenghi. Un Chiesa non si vende.»

Il mezzo matto cominciava a gridare e ad agitare il suobastone bistorto in aria.

«Io non so nulla...» disse Demetrio umile e paziente.

«Si tratta di un capitale di ottanta mila lire chel'Ospedale mi deve sacrosantocome è vero che ho ricevuto il battesimo. Leisaprà benissimo la storia di quel capitaletto: c'è da farne una tragedia. Iosono salito sul fondo di Melegnano l'anno mille e ottocento cinquantaseil'annodel colèraai tanti di novembre.»

«Senta....»

«L'avvocato Ferrianiche non è un'ocadice e sostiene cheho tutte le ragioni. Negli articoli del capitolato c'era una clausola checontemplava appunto la restituzione di quel precarioper cui io ho diritto a unrisarcimentosí o no? Si tratta di ottanta mila lirenon un quattrinoe inqueste c'è la dote di mia figliache vuol dire il pane de' suoi figlisanguedel mio sangue. Pazienza ancora se i denari andassero a sollievo dei poveri; malei sa meglio di me che in queste pie amministrazioni è un rubamento e unmangiamento generale. Mangia l'ingegneremangia il ragionieremangial'economomangia l'avvocato che fa le causemangia il giudice che fa lesentenzemangia la Corte d'Appello che le rivede e su suladro via ladro faladroè tutta una consorteria birbona.»

«Scusi....»

«E iobestiami son sempre fidato. Ma dice bene quel nanisquanis del mio avvocato: la pazienza dei popoli è la mangiatoia deitirannie sento anch'io che un po' di catastrofe universale di tanto in tantoci vuole....»

«Ma senta....»

Il vecchio infervorato non lasciava il tempo di aprire labocca.

«Se io esagero» continuòinarcando le sopracciglia emovendo quei due grandi specchi ustori che aveva sugli occhi«se io esageromi possa cadere un fulmine sul colloe restar quiin nomine patrisfiliiet spiritus. È tutta una lega di moderati birboni....»

Proprio in questo momento entrò il cavalier Balzalottichesi fermò un istante a dare un'occhiata al predicatore.

«Tutta gente che vende la pancia al Governo. Rubano iministrirubano i segretari generalirubano i capi divisionee giú giú finoall'ultimo guattero del regno d'Italiacon Depretis alla testaè una ladreriadi mutuo soccorso....»

A queste parole pronunciate in presenza di un superioreDemetrio scattò come un razzo e alzando la voce anche lui con una furia caina(perché ogni pazienza ha il suo limite) dimostrò al signor Isidoro Chiesa diMelegnano che non è alle persone di buon senso che si fanno certi discorsieche un pubblico ufficio non è un'osteria. Il suo tempo era preziosoe se nonaveva nulla di piú bello di queste fanfalucheandasse a contarle al suoavvocato. - Nell'eccitazione dell'ira il volto di Demetrio si fece rosso come lacresta del galloe i duri muscoli guizzarono sotto la pelle infiammata come ungruppo di biscie. Il cavalier Balzalottiche finiva di dare l'ultima occhiataalla Perseveranzagli fe' segno d'aver pazienza e di lasciarlo dire.

«Lei» soggiunse il Chiesa col suo bel risolino sardonico«lei parla cosíperché anche lei mangia alla greppia. Ma lasciamola lí. Nonsono venuto per cercare la carità a nessunoma soltanto per far valere deidiritti.»

«Che diritti?»

«Suo fratello prima di morire mi aveva promesso settecentolire per vedere di finire questa causa.»

«E cosí?»

«Ci ho qui ancora la letteranella quale Cesarino mi dicevadi andare avantidi fare i primi passi coll'avvocatodi battere il ferromentr'era caldo; che in quanto ai denari li avrebbe trovati luianzi mandò luistesso un acconto di duecento lire all'avvocato Ferriani. Io sono andato avantiho battuto il ferroe per Dionon si lascia neanche un malfattore impiccato amezzo sulla forca. L'avvocato ha sulla garanzia di Cesarino e nell'interesse deiminorenni smosso della polvereversato dell'inchiostroha unto le mani aqualche cancelliere per far correre la cosaha fatto spese in scritturazioni ecarta bollata; ma se non ha le settecento lire promesseè come aver messo lepezze e l'unguento su una gamba di legno.»

«E viene a contarle a me queste cose?» gridò Demetrio inpreda a una convulsione nervosache non seppe piú dominare alla presenza delsuo capo ufficio.

«Non è lei il fratello di suo fratello?»

«Io non ho promesso niente a nessuno.»

«Lei è il tutore dei minorenni.»

«Io sono il tutore di nessuno....»

«C'è un'obbligazionecorpo del diavolo! e a un Chiesa diMelegnano non si dànno ad intendere delle ciarle.»

Il vecchio strillava come un'oca: e a lui di ripicco l'altro:

«A un Chiesa di Melegnano io dico che non lo conosco.»

«Dunque il signor Demetrio non crede alle mie parole...»strillò di nuovo il vecchioalzandosi e picchiando in terra il suo bastonebistorto.

«Io credo che lei è un gran buon uomo.»

Queste parole furono come un secchio d'acqua sopra un granfuoco che divampa; che non lo smorzama lo umilia per un momentofacendolostridere quasi irritato in mezzo a un nugolone di cenere.

Cambiando il tono chiassoso in un tono sibilante ecanzonatorioil Chiesa cominciò a dire con un sorrisetto di acerba ironia:

«Ah! io sono un gran buon uomo?!»

«Vada da mio fratello a farsele dare le sett...tecento lire.Io non vivo di grassazione per sua regola!» gridava l'uno: e l'altro sempresorridente:

«Ah! io sono un gran buon uomo» e appoggiato al bastonediritto come le sue ideecominciò a dondolare il capo a destra e a sinistra.«Ah! io sono....»

«E se l'avvocato ha speso duecento lire in bollisi facciabollare anche lui per quattrocento... e vada fuori dei piedi che ho già latesta come un cavagno.»

Lo zoppoquasi sospinto dalle mani lunghe e ossute di quelloche dicevano il Demetriostordito forse di quella accoglienzacominciò aritirarsi a poco a poco verso l'usciogirando sopra sé stesso come una vite ditorchio che infili il pavimentomandando terribili lampi e fosforescenze dalledue grandi invetriate.

«Ah! io sono....»

Giunto sulla soglia si drizzò tuttobrandí il pomo delbastone colle due mani e picchiando forte in terra gridò compiendo la frase conun gesto di sfida:

«Ci rivedremoFilippo!»

 

III

 

Demetrioappena il vecchio matto se ne fu andatosi volsetutto mortificato verso il cavalier Balzalotti econ voce tremante un po' perdispetto e un po' per soggezionebalbettò qualche scusa.

«È troppo buonoPianelliglielo dico sempre: e sa checosa significa a Milano essere troppo buono?»

Cosí prese a dire il cavalier Balzalottiche a quella scenas'era divertito mezzo mondo e che non era troppo in vena di lavorare quellamattina.

«È troppo ingenuo leitroppo poco pratico del mondo. Nontocca a me dare dei pareriperché il proverbio dice: metà pareri e metàdenari; ma se mi avesse dimandato in principiogli avrei detto: Se ne lavi lemani. Che diavolo! non conosceva anche prima come stavano le cose?»

«Saci si trova implicati... Una povera famiglia....»

«Segno di buon cuorema il buon cuore in certi casi nonbasta. Ci vuole il bastone in certi casi. A me non me ne viene in tasca nientefiguriamocima mi rincresce vedere un galantuomo nell'acqua fino alla gola. Leisi mangerà il fegatobutterà via quei pochi risparmi messi in disparte per lafebbre e infine si farà odiare e maledire. È il solitocreda a me.»

«Comincio bene ad accorgermi» mormorò Demetrio.

«Altro che! La gente riceve piú volentieri una bastonatache un beneficioe poi che gente! È un pezzo che conosco i coniugi Pianelli esaprei dire cento storie di lord Cosmetico e della bella pigotta

«Didi?»

«Come? non sa che mezza Milano li chiama cosí? bisognaproprio cader da un abbainocaro Pianelliper pigliare a occhi chiusi certematasse da dipanare. Non dico che suo fratello non fosse un giovinotto allegro esimpatico: tutt'altro. Non per nulla uno si fa chiamare lord Cosmetico. Non diconemmeno che sua cognata non sia una bella donna; posso anche giurare che pochecontesse hanno due spalle e due braccia piú ben fatte. Suo fratelloda buonfarfallonesi abbruciò le ali a questa candela. Lei lo sa meglio di me. Illusso non era mai abbastanza: casa Litta addirittura. E quando un impiegato nonha che il suo magro ventisette del mesecreda a mecioèlo sa benissimo cheèdirò cosícome la botte delle Danaidi. Festeteatriscampagnateperlevestito di rasodiamanti. Ohè! Ci si rovinano i principispecialmente quandosi vuole star sull'orgoglio e non far parlare la gente. Con tutto ciò la gentenon ci crede lo stessoe quando non trova la somma in una manierarifà iconti in un'altrain partita doppia d'entrata ed uscita....»

Il cavaliereche durante questa predichetta aveva continuatoa spazzolare colla manica la sua bella calotta di vellutogiunto al maliziosoepilogosocchiuse gli occhi piccini e mise in vista i magnifici avorî dellasua dentiera Winderling.

Demetrioche udiva per la prima volta e da una personacotanto autorevoleamica del suo beneciò che formava probabilmente da cinqueo sei anni la cronaca del Carrobiorimase incantatoa bocca apertacome ilvillano innanzi a quei quadri detti dissolventiche sfumano l'uno nell'altro.

«Il buon cuore è una bella cosama alle volte il cuore èbuono per i merli. È una settimana che io vedo venire innanzi e indietro gented'ogni colore e d'ogni faccia. Che cosa ha speso a quest'ora? e quanto gli restaancora da pagare? e quando avrà pagato tutti i debiti vecchichi pagherà inuovi? perchénon si lusinghi che sua cognata possa rassegnarsi a una vita disacrifizio e di lavoro. Non so nemmeno se sappia cucire insieme un paio dicalze... Dietro di lei c'è questo vecchio gufocome credo aver capitoche ècapace di minacciare un processolo spoglieranno della camiciadiranno che hatradita la vedova e gli orfani derelitti e in fine si farà canzonare dallagente.»

Demetriocome imparasse per la prima volta i principî d'unascienza nuova e meravigliosastava a sentirecon tanto d'occhi aperticomeimpiombato coi piedi sul pavimento.

«Canzonare è una parolaper non dir peggio. Perché» quiil cavaliere abbassò un tantino la voce e fece un passetto verso il subalterno«perchése non si offendemi capiscela gente è cattivasi sae potrebbesupporre che lei pensa alle spese chi sa con quali intenzionio che - che soio? - che lei ci abbia quasi il suo interesse....»

Le orecchie di Demetrioa queste parolediventarono rossecome il fuoco; e la fiammache scese tra pelle e pelle fin sulle guancegiallognoleandò a spegnersi sulla linea del naso. Un piccolo tremito invasetutta la personae le mani si apersero nell'aria quasi automaticamentesenzache il povero ignorante sapesse lí per lí rispondere una parolanemmeno ungrazieper degli avvertimenti che lo arrestavano sull'orlo di un abisso.

Tutto aveva pensatotranne a questo casoche la gentepotesse supporre quello che forse supponeva già e che era nei suoi diritti disupporre.

Sicuro che era cosí! il lussola tranquillitàl'ironiacon cui l’aveva accolto sua cognata dovevano avergli aperto gli occhise eglinon fosse stato una vecchia talpa ciecaignorante di tutte le cabale del mondoun bestionesciocco e paziente come un cammelloe come un cammello semprerassegnato di portare la casa degli altri sulla gobba.

Tanto per giustificarsi un poco davanti al suo superiore ebenefattoredopo aver masticato un pezzo le paroleprovò a dire:

«E quei poveri figliuoli?»

«Ecco» soggiunse il morbido consigliere «ai figliuoliforse è il caso di pensarci un poco; ma è inutile ingannare con false caritàdei poverettia cui non si ha da poter lasciare che gli occhi per piangere. Ifigliuoletti vorrei metterli in qualche orfanotrofioin qualche istituto dibeneficenza. Non è questo che manca a Milanoe io stesso per quanto possoesser utilese crede... conosco il presidente degli orfanotrofi e luoghi piiannessi.»

«Leilei è troppo...» balbettò Demetrioagitando lamano stesa nell'aria.

«In quanto poi alla bella vedovina - scusiPianellise mipermetto di parlarle col cuore in manoda padre - in quanto a leivorreilavarmene a tempo le maniin due acquese non basta unae lasciarladiròcosíal suo angelo custode...le parlo da amicoda padreese credeancheda suo superiore....»

Gli occhi di Demetrio si trovarono pieni di lagrime primaancora ch'egli sapesse perché piangesse. La voce paterna del suo capolaragionevolezza de' suoi consiglilo stato d'irritazione in cui l'aveva lasciatoquell'altro vecchio pazzo ein mezzo a tutto ciòpiú forte di tutto ciòunimprovviso sentimento della sua materiale e rustica ignoranzafinironocoll'avvilirlo.

In che modo aveva sempre vissuto fino adessoper nonaccorgersi di ciò che era scritto sulle cantonate di Milano?

Un sentimento di pietosa confidenza lo condusse a fareinnanzi al cavaliere tutta la confessione de' suoi imbarazzi. Tenne gelosamentenascosto il motivo che aveva spinto Cesarino a finirla colla vita; ma fececapire ch'egli non poteva rifiutarsi di pagare qualche grosso debito d'onoreper salvarese non altroil nome di quei poveri figliuoliche infine sichiamavano Pianelli... Avrebbe fatto tesoro dei preziosi consigli: ese glipermetteva di approfittare qualche volta della generosa protezionesarebbevenuto forse ad importunarlo...

«Ma venga quando vuole: se posso levare una spina da unpiedenon sto a farmi pregare... per bacco!»

 

Beatricecostretta di nuovo a provvedere a tante incombenzealle quali prima soleva pensare suo marito o la Cherubinasi sentivaimbarazzata nella sua incapacità e nella sua gran vestaglia a nastri azzurri.Non sapeva dove mettere le maniné come muoverleedato fondo alle ultimeventi lire rimasteper disordinein un cassettino dei pettinisi trovòimprovvisamente senza un soldo.

Il sor Isidoropassando da Milanoandò a trovarla;consumò i resti del pranzo del giorno primavuotò l'ultima bottiglia dibarolo rimasta in dispensae se ne andò dopo aver fatto giurare a sua figliache non avrebbe piú ricevuto in casa quel mascalzone che rispondeva al nome diDemetrioun asino calzato e ritto in piediche aveva osato dire che un IsidoroChiesa era un gran buon uomo.

Demetrio non c'era bisogno di cacciarlo via. Ci pensò lui anon lasciarsi vedere. Dopo il suo colloquio con Beatricedopo la scenata colChiesadopo la predica amorosa del capo ufficiobisognava essere un granbabbuino per lasciarsi tirare ancora in Carrobio.

Dopo tre o quattro giorni i ragazzinon abituati a far senzadi certe formalitàcominciarono a gridarea picchiarea piangere.

Arabellasmorta come un linotacevasi muoveva per lacasacomprimeva un certo che sulla bocca dello stomacoedi tanto in tantoandava sul balcone a dare un'occhiata per il lungo di tutta via Torinose maivedessein mezzo al viavai immenso di tanta gente e di tante carrozzeun uomoche somigliasse un poco allo zio Demetrio.

Beatrice fece chiamare Ferruccio un paio di volteun belragazzo sveltoche faceva il tipografo nella stamperia dell'OsservatoreCattolico. Arabella gli aveva promesso una grammatica francese e il belricciolone correva come una frecciaquando sentiva la sua voce in cima allescale.

Ma dal momento che non c'erano piú quattrini in manoilfornaioil lattivendoloil pizzicagnolo non davano piú nulla ai signoriPianelli.

Demetrio aveva dato delle belle parole a tutti; ma i signoribottegai non ne volevano piú di belle parole. Ferruccio tornò con la cestavuota.

Beatrice si fece restituire da Arabella un piccolo cinquefranchi d'oroche il babbo le aveva regalato per il suo compleanno: ebene omalesi tirò innanzi un altro paio di giorni. Ma la povera donna si sentíabbandonatae le venne da piangere.

Uscívestita come potécon l'idea di andare a parlare alDirettore delle Postee lasciò in casa Arabella sola a custodire i ragazzi.

Il commendatore era andato a Roma. Sulla scala s'incontròcol signor Martiniche finse di non conoscerla.

Timida ed imbarazzatanon osò cercare del Buffoletti o diqualche altro amico di suo marito. Passò invece dalla via del Manganodoveabitava l'Elisa sartae salí fino al terzo piano per ordinarle i vestiti dilutto. Poiun pensiero le suggerí di andare in cerca della Pardi e dichiederle un prestito di qualche centinaio di lire; ma l'Elisa sarta avevariferite le ultime parole dette dalla Pardina sul conto della sora Pianellietra le due vecchie amiche di Cernobbio c'era oggi dell'aria cattiva.

Passò il giovedí e tutto il venerdí senza che venisseanima viva.

Pioveva. L'aria e le case avevano di lassú un aspetto grigioe triste sotto l'acquerugiola silenziosache stillava senza forza sui muriimpregnando il cielo di vapori stagnanti.

Arabella contava le ore sui battiti del suo cuore e correvaper la ventesima volta a guardare dal balcone nella strada.

Passavano carritramcarrozzecarriole a manocon quelfrastuono pieno e grosso di una città che vive benemangia benedigeriscebene.

Passò un fiume di genteuominidonnesoldatipretiragazziin tutti i sensi: passò un funerale colla musica in testa...passòun carro pieno di masserizie... Un cavallo spinto a corsa scivolò e cadde sullezampe davanti. Accorse molta gentefu tirato in piedipartí zoppicandolagente si diradòla grossa fiumana riprese il suo corso solitoma lo zioDemetrio non si lasciava vedere.

Una volta sola il cuore della bambina si risvegliò a unbattito di speranza e fu nel vedere Giovann dell'Orghenun poveraccioche lo zio Demetrio aveva mandato una volta a casa con un biglietto. Sperò chevenisse ancora da parte sua: ma Giovann dell'Orghen voltò e scomparvedietro San Giorgio.

Si ritrasse dal balcone tutta fredda e stillante acqua estava per chiamare ancora Ferruccioquando una forte scampanellata ridestòimprovvisamente un grido di speranza e di gioia nei poveri bambiniche stavanoper addormentarsi nella gelida malinconia di quella giornata piovosa e senzaminestra.

Era il maestro di pianoforte.

Il Bonfanti dalla strada aveva veduto Arabella sul balcone edera venuto suprima per fare una visita di condoglianza e poi per sapere quandola scolara avrebbe ripigliate le lezioni. Egli era in credito d'una ventina dibiglietti e non osava dire: pagatemi; ma sperava chelasciandosi vederefosseun mezzo per non essere dimenticato del tutto.

Le altre volte il povero Cesarinoche era un fanatico diVerdipregava il maestro dopo la lezione di rimanere a mangiare la minestra. IlBonfanti non credeva d'avvilirsi restandoe pagava poi generosamente col sonaree col cantare a memoria mezzo il Trovatore e mezza la Traviata. Era anchequesta un'occasione di mettere le mani sul pianoperchédal giorno che ilpovero maestro era andato all'ospedale col vaiuoloaveva dovuto vendere anchequel poco cembalo e le tirava verdiil pover'uomoverdi come il sambuco. Datre mesi l'organo di San Sisto era in riparazione: e si può dire che eglivivesse sulle Benedizioni di San Lorenzo.

«Se la signorina non si sente di prender lezionevado io dilàse permettono....»

E colla confidenza del vecchio amico di casail maestropassò nel salottino e cominciò ad arpeggiare sulla tastiera tanto per farvenire l'ora solita che il riso andava in tavola. Egli speravacoll'ingenuitàdell'artistache la signora Beatrice avrebbe continuato le buone tradizioni delsuo povero maritoanche in considerazione di quella ventina di biglietti chenon erano mai stati pagati. Solo chenelle battute d'aspetto e nei breviintervalli tra un arpeggio e l'altrogli pareva d'intendere un gran silenzionon solo in cucinama in tutta la casamentre le altre volte c'era quel dolcetintinnío di posate.

Non sapendo come spiegare questo insolito ritardoil maestroprovò a cantarecolla sua voce stanca di vecchio baritonol'a-solo del reFilippo.

 

Dormirò sol nel manto mio regal...

 

«Scusimaestroc'è la mamma che si sente male...» vennea dire Arabella.

«Ohse avessi saputo... Che cosa ha?»

«Un po' d'emicrania.»

«È il tempo. Allora ci rivediamo martedí?»

«Glielo saprò direnon so...» balbettò Arabellaarrossendo.

«Ad ogni modonon esca per ora dagli arpeggi. Adagiocontia voce altae giú bene i polpastrelli.»

Arabella cogli occhi gonfi di pianto disse di sí col capo.

«Me la salutila signora mammina.»

 

Il Bonfantidiscepolo della classica scuola del Pollinieraancora di quei vecchi maestri che sanno distinguere l'arte dalla ginnastica edall'acrobatismoe rideva di chi vanta la forza e la precisione come il nonplus ultra d'un bravo pianista.

«Che mi fa la forza e la precisione?» diceva. «Anche unalocomotiva ha della forza e della precisione; ma una locomotiva non sarà maiuna grande pianista.»

L'interpretare una pagina di musicail saperla colorire èquestione di sentimentoe il sentimento non si esprime se non colla delicatezzadel tocco; e il tocco non si acquista che col metodo e colla pazienza. Tuttal'arte è nei polpastrelli! In virtú di questo metodoteneva i suoi allievisei mesi e anche un anno sulle cinque noteche il Thalberg (il celebre Thalbergch'egli aveva conosciuto a Monza nella villa del viceré Raineri) aveva definitodiscorrendo con lui le senk vertú teolegal de la musik.

Dopo le cinque note bisognava aver pazienza e diligenza sullescale. Dopo tre anni di studiil Bonfantisi vantava che i suoi allievi nonsapevano ancora suonare nientenemmeno una mazurchettamentre i maestriguastamestieriper secondare l'ambizione delle scolare e delle mamminefannosuonare il pezzo concertato quando l'allievo non sa ancora mettere giú ipolpastrelli.

In questa maniera egli procurava di tenere alta la bandieradella buona scuola e delle tradizioni classicheanche a dispetto dei tempicheadagio adagio lo lasciavano morire di fame.

Discese le scalesi fermò un momento sulla porta astrologare il tempoe mormorò:

«Potevo almeno farmi dare un ombrello.»

E andò a fare quattro passi.

 

IV

 

Demetrio abitava tre stanzucce poste all'ultimo piano d'unavecchia casa di via San Clementealle quali si accedeva per una scalettasemibuia a giravoltecome quella di un campanile.

Una volta giunti lassú si aveva il compenso dell'aria ed'una grande occhiata sopra i tetti. Una piccola ringhiera menava a unterrazzino esternosul quale dal giorno che il nuovo padrone era venuto adabitare in quella casa si distingueva una giovine vite del Canadàche tenevail piede in un barile.

Nella bella stagione verdeggiavano e serpeggiavanoavviluppati ai ferri alcuni rami di fagioloche aprono i bei campanellibianchirossiviolettie mandano i filamenti a carezzare il muro; da alcunitrespoli piovevano sul tettuccio sottostante dei ciuffi spessi di garofano.

Ma piú che i fioriDemetrio amava le erbele erbesemplicivestite soltanto di verdele tredescansieche sembrano capellisciolti d'una bella donnale felci magre e lunghei muschi morbidi come ilvellutol'edera coi suoi capriccied anche il rosmarinoanche l'insalatadalle coste dure...il verdeinsommain tutte le sue modeste e ricchevarietàquel benedetto verdeche par fatto per il riposo del corpo edell'anima.

Nato anche lui nel bel mezzo dei prati lombardi e da unagente abituata chi sa da quanti anni a rovistare nell'erbaaveva nel sanguel'istinto fantastico della natura verde e silenziosadella quale sapevaintendere le voci piú misteriose; era un vero appetito d'erbache gli facevacostruire in tre o quattro cassette di legno sopra le tegole bruciate uncampionario di quella naturach'egli sognava quasi tutte le notti.

Quando voleva poi pigliarsi una boccata d'ariaandava apassare la domenica alle Cascine Boazzepoche miglia fuori di porta Romanaquasi sotto il campanile di Chiaravallela terra classica del verdedelle marcitedelle praterie color smeraldolunghelarghedistese a perdita d'occhiosprofondate tra i filari dei salici grigi e dei pioppi tremolanti.

Suo cugino Paolino Bottapresso il quale si era ricoveratala famiglia di Cesarino dopo la disgraziaera figlio d'una sorella di suamadre. Si volevano un gran benefin dal tempo che i Pianelli abitavano a SanDonatoun fondo limitrofo: e ora si rivedevano sempre volentieri senza bisognodi dirselo.

Nei lunghi pomeriggi domenicalii due cuginicolle spalleappoggiate al muro di un pollaio e coi prati distesi davanti fin che l'occhiopoteva correrestavano a discorrere un gran pezzo di coltividi concimidipiantedi riforme agrarieche non c'era nessun obbligo di eseguire.

Oppure pigliavano la canna e andavano a pescare nei canali onello stagno presso la chiesafinchéfatto quasi buioil regio impiegatopigliava il treno a Rogoredo e rientrava in città stracco e colla testa pienadi erba come una cascina. Al taglio dei fieni il delicato profumo dell'erbasecca lo accompagnava fin sotto le lenzuolae svegliandosi la mattinanetrovava ancora dei fascetti nelle scarpe.

La prima stanza dietro l'uscioche serviva d'anticamera e dasalottoconteneva un canteraleun tavolinoalcune sedie e una vecchiapoltrona di vacchettaa schienale dirittoa grosse borchie d'ottoneridottamagra anch'essa dall'età e dall'astinenza. Nell'altra stanza c'era uninginocchiatoio di vecchio stile con su un crocifisso vecchio vecchio anche lui.Erano i pochi avanzi salvati dal naufragio della sua casa. La tetra stanzucciaserviva di ripostiglio e a un caso di cucina; ma di solito Demetrio usciva amangiared'inverno a una trattoria in via degli Spadarie d'estatecol beltempoora quiora là fuori di portao alla Samaritanao all'Orcelloo al Gineproe qualche volta fino a Sesto o alla Cagnola.

Dalle tre finestre e dalla ringhiera si guardava in uncortile stretto e profondo come una torredi cui non vedevi la fine; ma davantil'occhio spaziava sopra una moltitudine di tetti e di tettuccisovrappostiaccavallati l'uno all'altrod'un uniforme colore bruciaticciocon unamoltitudine di abbaini e di soffitte sporgentidi altane apertedi comignolidi tutte le foggedi tutti i coloricolle bocche nerespalancatesbadiglianticon cappelletti in capodi ferroa guisa d'elmidi visieredicuffiedi ombrelle: una folla insomma di figure che nella luce del crepuscolo enelle notti chiare di luna parevano assumere un atteggiamentoun sentimento divita.

Eravamo già alla seconda domenica di quaresima e la stagionefavorita da un marzo galantuomo si avviava allegramente a braccio dellaprimavera.

Il sole entrava vivo e festante per le tre finestrelle. Super le tegole scorreva l'aria fresca mattutina equa e làda qualche balconealto o da qualche terrazza usciva un ramettino verde di sambuco.

Demetrioinfilato l'agostava rattoppando una delle taschede' suoi calzoni della festaingegnandosi da sé come deve fare chi ama la robae non può spenderecanticchiando sottovoce e sollevando di tratto in trattogli occhi al magnifico campanile delle Oreche gli stava davantidi un belcolore rossicciocolle sue leggiere e vaghe ornamentazioni di terra cottacheusciva da un mucchio di tetti disordinati come un bel soldato diritto. Oppure siarrestava incantato a contemplare la magnificenza del Duomodi cui vedeva unamembraturaun ricamo di marmo sul fondo celesteche sfumava tremolantepercosí direnella nebbiolina rosea del mattino. Sonarono le seiquando entrò Giovanndell'Orghen col solito pentolino del latte e col pane fresco dellacolazione.

Era detto Giovann dell'Orghenperché tirava imantici a Sant'Antonio e in altre chiese. D'origine era svizzero tedesco. Venutoa Milano dietro la carriola del padre arrotino nel quarantottoera rimasto quicome un ciottolone delle sue montagne che l'acqua abbia menato in giú. Aldisotto del linguaggio milanese viveva ancora qualche reminiscenza del suovecchio terteufelche Demetrio fingeva di capire tanto per farglipiacere. Il nostro galantuomo aveva fatto nella sua vita il giardinierel'arrotinoil guatteroil sacrestanoedivenuto vecchiosordodebole digambes'era ridotto a tirare i mantici e a trasportare i contrabassi e ivioloncelli degli allievi che vanno al Conservatorio... Era insomma una speciedi artista anche luiridotto dalla miseria dei tempi a vivere in una soffittasotto il colmo del tettodue scalette piú in alto di Demetrio.

«A che ora c'è la messa a Sant'Antonio?» gridò costui.

«Alle dieci e mezzo» rispose il sordoche sapeva pigliarele parole al volo. «Viene a dirla un vescovo missionario chinese colla codache è a Milano per la liberazione dei moretti.» Giovann dell'Orghenrise all'idea di quel vescovo colla coda. «Oggi non tiro i manticiperché stosul campanile a suonare le campane a festa. Sentirà tra poco che concerto.Altro che Verdi!»

E il buon diavolo tornò a riderealzando la faccia pulitacolla barba appena fatta e colla pelle quasi lucentesotto un magnificocappellino di pagliao magiostrinacome diconopreludio di primavera.

«Gli ho portato il latte bianco e il pane cotto nel forno»disse ancora collocando la roba sulla tavola «e vado subito perché il pretem'ha promesso anche la cioccolata.»

«Addiouomo felice!» gridò Demetrio e pensòquandol'altro fu uscito: “Che gli manca per essere felice? Se avesse una camicia dipiúforse gli nascerebbero in cuore dei pensieri d'ambizione. Se anche glimanca un paio di scarpenon ha rispetti umani lui: va in ciabatte... Chi sicontenta è beatoriccoè tutto quello che vuole. In fondo è il mio sistema:e non c'è mestiere piú stupido che il pretendere di raddrizzare le gambe aicani.”

Dopo la gran predica del cavalier Balzalotti si era persuasoanche di piú che a lavar la testa agli asini si butta via ranno e sapone. InCarrobio non s'era piú lasciato vedere. Venne qualche creditore in ritardo edegli lo mandò difilato a Melegnanodal sor Isidoro Chiesada quel talentone.“Che! che! voleva giusto mangiarsi il fegatoperderci salute e denaricompromettere la sua dignità e il suo onore per gli occhi di uno... di una bellapigotta! Bel nome se si vuole; bisogna proprio dire che c'è della gente cheha nulla da fare a questo mondose passa il tempo a inventare questi titoli!Nononon voleva saperne egli di partita doppia... Grazie tantesor Demetrioriveritouna bella figura!” E arrossiva ancora a pensarci. A casa sua egliaveva i suoi vasitre gabbie di canarini e faceva conto di adottare anche unatortorella. Le bestie almeno capiscono la ragioneefin che possonoti simostrano riconoscenti. Ma le donne...queste donne... Alla larga! Non avevatempo di giuocar alla bambola lui!

Accese un fornellino a spiritovi collocò un ramino conun'oncia di burrolevò da un armadietto un paio d'uova portate dalle Cascinee quando furono spumanti le tolsepose sul fornello il pentolino del latte.Invitò Amorettoil piú giudizioso dei suoi canarinia tenergli compagnia.Aprí lo sportello d'una gabbial'uccellino saltò sulla tavola e cominciò abeccare.

 

Intantoper non perdere tempo e per mandare innanzi un po'di bene per l'animaaprí il suo vecchio Kempis e cominciò a scorrerlo cogliocchi al disopra del piattello. Era un volumetto molto sciupato e gonfiotenutoinsieme a stento da una vecchia rilegatura di pelle con qualche avanzo dei fregid'oro che le mani di molti ladri del Paradiso avevano slavato o graffiato neiduecent'anni o quasi dalla stampa del vecchio libro. Demetrio l'aveva caroperché era stato della sua mammache lo aveva ereditato dalla suae tutti viavevano pescatocome in un gran marequalche consolazione. Nella sua vecchiastampa il librodove Demetrio lo apersediceva:

Confesserò contro di me la mia injustitia: confesseròavanti a Teo Signorela mia debolezza.

Giovann dell'Orghen cominciò a scampanare a Sant'Antoniocolla pazza fiducia di un sordo.

E il libro:

Sovente è picciol cosa quella che mi abbatte et contrista.

“Questo è vero” pensò Demetrio“noi ci lasciamospesso deviare ed affliggere da un'ala di mosca.”

I canarinieccitati dalla musica delle campanecinguettavano e gorgheggiavano per cinquanta.

Mi propongo di fortemente operare et invece basta unamediocre tentatione perché io pruovi massima angustia....”

Demetrio credette di leggere un rimprovero nelle parole delvecchio libroe socchiuse un poco gli occhicome se volesse discendere collosguardo fino in fondo alla coscienza. Quando li riapríne vide innanzi duealtriche stavano osservandolo in un modo strano e indiscreto.

«Chi ti ha insegnata la stradabrutta bestiaccia?»

Beb” rispose Giovedíche credette di sentirenella voce dello zio un sentimento piú umano a suo riguardo. E indovinògiusto. Questo nuovo sentimento di maggior tolleranza verso la piú bruttabestia del mondo era nato nel cuore di Demetrio una mattina cheessendo egliandato a far mettere un piccolo segno sulla fossa del povero Cesarinovi avevatrovato Giovedíumido di guazzacolle zampe nel terriccio ed il muso sullezampein atto di fare compagnia a qualcuno.

Alzando il viso al disopra della tavolaDemetrio credette divedere di nuovo le quattro zampe del cane brutte di terra. Non ebbe piú cuoredi dir delle insolenze ad una bestiache veniva ad implorare un boccone dipane. Giovedí non aveva nulla da venderequasi nemmeno la codaed era dacompatire se abbaiava per fame.

Gli buttò dunque un boccone di pane frescoche il canelasciò cadere in terra e non toccò come se fosse veleno. Invece non cessò dalguardareco' suoi due occhi di bestia affettuosa e intelligenteora lo zioora l'usciocol corpo in preda ad una viva inquietudine.

Subito dopo Demetrio sentí un passetto sulla scalaquindil'uscio si aprí e comparve Arabella.

 

«Sei tu?» esclamò lo ziolasciando cadere la forchettanel ramino.

La povera tosettavestita d'un modesto abito bigiocol velo in testa e un fazzolettino di lutto al collopallida in mezzo a tantonerovenne avanti colle mani raccolte sul libretto da messa e fece un cenno delcapocome se volesse dire: “Sono io”.

Ma la voce non uscí. Essa tremava di vergogna e disoggezione.

«Che cosa vuoi? chi ti ha accompagnata?»

«Ferruccio.»

«Siedi.»

«Zio!» soggiunse la fanciullaaprendo i suoi larghi occhidi velluto«è proprio in collera con noi?»

«Sono in collera con nessunoma sto a casa mia» siaffrettò a dire lo zio senza tante cerimonie.

«Non ci abbandoni per caritàzioper carità!...»

La voce di Arabella s'intenerí e rasentò il piantocontroil quale ella faceva di tutto per resistere.

Lo zio rispose con una ruvida alzata di spalle e brontolò:

«Non sono....»

«Se abbiamo sbagliatozio» continuò quella voce piena dilagrime «ci perdoni per questa volta. La mamma non fa che piangere.»

«È lei che ti manda qui?» gridò lo zio con una esagerataruvidezza.

«Nonon sa che sono venuta. Ho detto che andavo a messa conFerruccioche aspetta qui sulla scala. È venuto anche Giovedí.»

Beb!” soggiunse il cane a sentire il suo nomeguardando ora la ragazzaora lo zio.

«Povera mammaha quasi la febbre. Va compatita se non èpratica. È il nonno che le ha detto di far cosíma adesso si accorge anchelei che aveva ragione....»

«Chi aveva ragione?» chiese con un sogghignetto sarcasticoDemetriomostrando i denti.

«Leizio....»

«Ah! lo so bene. Grazie tante.»

«Non abbiamo piú nulla da mangiare. I bottegai non cidànno piú nulla. Ieri e ieri l'altro ho provveduto alla megliofacendovendere da Ferruccio la medaglia de' miei esamima non si può andare avanticosízionon si può. I ragazzi fanno compassione.»

La voce di Arabella andò morendo in un singhiozzocontro ilquale ebbe ancora la forza di reagireforse per la paura che il pianto non lelasciasse il tempo di dire tutto quello che era venuta per dire.

«Per amore del nostro povero papàzionon ci tolga la suabenevolenza....»

Il cane venne anche lui a posare le due zampe sulle ginocchiadi Demetrio.

Capiva anche lui che la fanciulla cercava di intenerire lozio: la voce piagnucolosa della bimba faceva tremare la povera bestia.

Demetrio si contrasse nella sua scontrosità come una fogliasecca. I nervi del viso guizzarono sotto la dura corteccia. Non era piú ilcredenzonel'allocco d'una voltae non per nulla il cavalier Balzalottiavevagli insegnata l'arte di stare al mondo. Le donne quali piú quali menosono tutte commediantispecialmente certe donne...

«Giàsono io che vi faccio patire la fame!» brontolòagitandosi sulla sedia. «Si dirà anche questa. Io sono il ladroil pedanteil tirannoe se vi dò un buon parere è per fare il mio interessesi sa. Ioho le olle in cantina piene di marenghi... Vieni avantimangia!»

Demetrio aveva versatocolla mano convulsail latte nellascodellache spinse colla mano fino all'orlo del tavolomettendo vicino unpane.

«E lei?» balbettò la fanciulla.

«Mangianon far smorfie. Già... gli altri hanno grandichiacchieremaquando si tratta di tirar fuori un quattrinostanno aMelegnanogli altri. Ed io sono il ladroil tradi...ditore... Mangia dunquenon farmi scappar la santa pazienza.»

Arabella si avvicinò al tavolo e cominciò a mangiarecomese lo facesse soltanto per obbedienza e per non irritare di piú lo zio.

Ma alle prime cucchiaiate di latte caldo le sue guancie sifecero rosee e gli occhi brillarono di una gioia intensa nel fissare il fondodella scodella.

Demetrio cercava di tirarsi in mente tutte le raccomandazionifattegli dal suo superiore; ma in quel momento non poteva vedere che tre poverifanciulli quasi morti di fame.

Si è o non si è cristianieper quante fossero le colpedi quella donnasi deve lasciar morire su una strada tre poveri innocenti?

Arabella lasciava cadere nella scodellina anche le suelagrime e se le mangiava poi col pane.

Demetriofatte due o tre giravolte per la stanzettaseguitò come se parlasse a sé stesso:

«Perché non dovrei aver volontà di aiutarvi? Ah! dunqueio ho men cuore del vostro cane... L'ho provata anch'io la miseria e so chesapore ha: ma contro la miseria non c'è che un rimedio: volontà di lavorare erisparmiorisparmio e volontà di lavorare. Tu hai nominato tuo padre... Sesapeste tutto... Se fosse qui lui a vedere....»

«Ahziozio!..» proruppe la bambinaportandosi a untratto il fazzoletto agli occhie lasciando traboccare quel gran fiume dipianto che aveva trattenuto fin qui.

«Cosa?»

«So tutto....»

«Cosa sai?»

«Mi dica che non è vero.»

«Che cosa ti hanno detto?...»

«Che il povero papà s'è ammazzato....»

«Chi?»

Demetrio strinse i due pugni in ariacon un rapido movimentod'iracome se volesse scagliarsi contro l'assassino che aveva parlato. Gliocchi cominciarono a veder malee il cuore... sentí che il cuore andava inpezzi sotto i colpi di quei singhiozzoniche minacciavano di soffocare lapovera tosetta.

Colla gola strettastrozzata da un'adirata passionesiappoggiò colle mani alla sponda della sediadove stava la fanciulla e aspettòche finisse di piangere. Ma vedendo che non poteva smetterealzò lentamenteuna manoche pareva inchiodata sul legno della sediae la posò dolcementesulla testa di Arabella.

Questa sentí tutto il significato di quella tenera carezza eil cuore volle scoppiare. Nemmeno lo zio seppe trovare una parola da dire inquel momentotanto il dolore gli stringeva lo stomaco. Gli occhi si riempironodi lagrime dure e cristallineche egli tolsepassandovi sopra con forza ilgrosso fazzoletto di cotone.

Arabellaquando poté parlareraccontò chestando unasera sul pianerottolo a prender acqua alla pompasentí sulla scala di sopraFerruccioche indicando l'uscione del solaioraccontava a un altro ragazzo cheil sor Cesarino si era impiccato lassú. Aveva creduto di morir di spavento; macapí subito che la mamma non ne sapeva nulla e che la gente cercava dinascondere la verità. Non era morta ancoraperché la Madonna Addoloratal'aiutava...ma non ne poteva piú.

«Nozio Demetrionon ne posso piú» esclamòaggrappandosi colle braccia al collo dello zioaccostando la sua faccia pallidae lagrimosa a quella accigliata e ruvida dell'uomo. «Non ne posso piú... e ilcuore mi si spezzerà davvero se non ci aiuta. Lei mi dirà tuttocom'èstato... Ah Signore! il mio povero papà! mi dica che non è vero... Che cosaabbiamo fatto di male noi al Signore? O MadonnaMadonna!»

Arabella pronunciò il nome della Madonna con due gridi pienidi una disperata protestae subito dopo Demetrio se la sentí venir meno nellesue bracciacome se morisse lí lí.

«Arabellapovera figliuola mia» uscí a dire una vocecheDemetrio stentò a riconoscere per suatanto veniva dal profondo dell'animo.

Ecome se veramente si snodasse in lui uno spirito nuovoforteoperativofece sedere la fanciullane asciugò il viso grondantel'appoggiò alla tavolacorse a un armadio a prendere dell'acetone bagnò lafronte e i polsila rincorò con paroline d'amore sussurrate all'orecchiovolle infine che prendesse un granello di zucchero tuffato nel rhum; equandovide che il sangue rifluiva alle guanciecorse di làfiní di vestirsipresealcuni denariil cappelloil bastoneuna cesta di viminie rincorata dinuovo la tosetta:

«Andiamo» disse «ne parleremo con comodo. Non dir nullaper ora. Fu una disgrazia per tutti... L'aria ti farà bene... Vuoi appoggiarti?Asciuga gli occhi.»

E uscirono.

Giovedí correva innanzima ad ogni svolto di scala sivoltava indietro a guardare lo zio e la nipotee gridava: beb!

Sulla porta trovarono Ferruccioal quale Demetrio consegnòla cesta e i denari e diede alcuni ordini per la spesa. Per strade secondarie siavviarono finalmente verso il Carrobio. Demetrio però si guardava sempreintorno con sospettoper paura d'imbattersi per caso nel cavalier Balzalottiche gli aveva dato quei tali consigli.

 

V

 

La prima battaglia era vinta: ma il giorno stesso cheDemetrio ripose il piede in casa di sua cognata volle assolutamente pattichiaririmedi prontie cominciò a operare colla terribile inesorabilità delchirurgo che taglia fin che c'è malesenza badare agli strilli dell'ammalato.Beatrice dovette mordere il freno e rassegnarsi. A Demetrio importava poco dilei. Era venuto non per leima per i figliuoli. I conti erano presto fatti.Cesarino non aveva lasciato dietro di sé che una piccola pensione militareun'ottantina di lire all'anno. La dote di Beatrice era ancora in ariamentre ilbuon babbo non aveva piú credito per un quattrino. Tra debiti grossi e minutic'erano cinque mila lire da pagare al momentooltre quello verso il Martinienon c'erano tutti; poi bisognava vivere e vestirsi in cinque persone. A questibisogni Demetrio non poteva far fronte che con qualche suo piccolo risparmiomesso in disparte e col suo stipendio...

Cominciò subito a venderea venderesenza misericordiatutto ciò che non era strettamente necessario; placò l'ira del padrone di casacon una prima anticipazionee rilasciò qualche cambialetta ai bottegai. Maerano goccie nel mare. Per far fronte al grosso dei debiti e specialmente aquello segreto verso il signor Martiniscrisse a suo cugino delle CascineBoazzeuomo di gran cuore e ben provvedutoche mise a disposizione del parenteun libretto della Banca Popolare.

Paolinocome s'è vistoamava Demetrio come un fratello ese ne serviva spesso negli affari suoispecialmente per il buon collocamentodei capitali o per l'esazione delle cedole di rendita o per altre operazioni diquesto generein cui Demetrio aveva una certa praticaccia. Nel mandargli illibretto della BancaPaolino gli scrisse anche una lettera piena di maiuscole:

 

Caro cugino

L'opera che fai per i Figli di tuo fratello è santa e saràBenedetta in cielo. Io ricordo sempre i benefici che ho ricevuti dalla Tua buonamammadunque metti che in questa circostanza i miei denari siano Tuoi e me lirestituirai quando Potrai e non stare a Ringraziarmi. Salutami la signora tuacognata anche a nome di Carolina.

Tuo aff.mo cugino

Botta Paolino.”

 

La quale signora cognatadopo il breve soggiorno deiPianelli alle Cascineera rimasta impressa nella mente del lungo Paolinocheda qualche tempooltre al mangiare di poca vogliasi sentiva addosso un certolasciatemi stareche la Carolina attribuiva ai soliti effetti della primavera.La buona sorellaun donnone tutta affezione e tenerezzasempre malata digambeavrebbe voluto che il figliuolo pigliasse della magnesia; ma Paolinocapiva che i suoi mali non si potevano guarire colle medicine. Con la testapiena di progetti e col cuore ancora pieno di speranze e di paurecolse al volol'occasione di fare un po' di bene alla famiglia di quella donnachecome sidissegli era rimasta impressa negli occhi...

Demetrio seguitò a vendere. Il pianoforte prese la via dellascala e produsse un trecento lirecolle quali si poté ristabilire il creditodel fornaio. La musica è una bella cosama dopo pranzo. Altre cinquanta lirefurono raccoltevendendo ad un orefice la pendolina e qualche candelabro dibronzo. Un minutiere offrí venticinque lire di una gran pipa di schiuma dimarenuovacon delle donne nudecheoltre allo scandalonon serviva aniente.

Demetrio pigliava i denari con una mano e li spendevacoll'altra coll'idea di riempire dei buchi. Beatrice assisteva come unasonnambula a quel mercato che trasformava la sua casa in una bottega dirigattiere. Venivan su certi figuristavano a contrattare un pocoe poiquadritavolinicornicimasseriziepigliavano la strada della scala... Eraun sogno per la misera donnaun sogno dal quale non riusciva mai a svegliarsi.Se faceva tanto di lamentarsidi opporsi un pocodi difendere una cosetta suail cognato era líostinatoduroinesorabile come un aguzzino:

«Ricordatevi che mi avete chiamato voi» diceva. «O comandoioo comandate voi. Se non vi piacepiglio il mio cappello e me ne vado....»

E poiché non c'era da sperare salute in altri santibisognava mordere il frenotacereinghiottire e procurare di nasconderequalche cosa al furore morboso da cui pareva invasato quel terribile uomo.

E cosí fece coll'aiuto della Pardialla quale scrisse unalettera pietosaraccontandole tutte le sue miseriee invocandone l'alleanza. Alei mandò di nascosto qualche gioielloqualche preziosa memoria e siraccomandò come si prega la Madonna.

La Pardinache in fondo era una donna di cuoresentí unagran compassione della poveretta.

Forse parlava in lei anche un piccolo rimorso per il male cheaveva fatto a Cesarino. Promise insomma di far tutto ciò che era nelle sue maniper aiutare la vedova disperata. Mandò subito qualche denaro di nascostoperché la tribolata creatura potesse comperarsi almeno una spilla di lutto.

Ma la piú gran scena scoppiò una mattinaun venti giornidopo la morte di Cesarinoquando l'Elisa sarta portò a Beatrice e allafigliuola i vestiti di lutto.

Per caso c'era anche Demetrioche accolse la bella biondinacon una faccia di spauracchio.

«Che roba è? chi l'ha comandata?» dimandò bruscamentementre cercava di guardare nella scatola.

L'Elisala bionda Elisaa cui stava bene la lingua di portaTicinese in bocca:

«Cosa gh'è?» esclamò. «Semm al dazi?»

«Son ciarle inutili» gridò subito Demetrio per farlafinita. «Io non ho ordinato nulla: dunque porti indietro questa roba.»

«Come porti indietro?»

«Síindietro... Non ho comandato nulla....»

«Ma io non so nemmeno chi sia lei.»

«Se non lo sase lo faccia dire. Io non pago se non ciòche ordino.»

Beatrice accorse al battibecco e cercò di dimostrare che sitrattava di un modesto vestito di luttoche aveva ordinato lei: ma Demetrio nonvolle sentire ragioni.

«O pago ioo pagate voi: o comando ioo comandate voi.Questa roba io non la ricevo: la porti indietro e faccia presto.»

Beatrice portò il fazzoletto agli occhi e scappò viaesclamando:

«È troppo! non ne posso piú.»

Il dialogo continuò sulla porta tra la bella biondina dagliocchi di falco e l'orso della Bassa. Quella cercava di farsi avanti: e questifaceva di tutto per chiuderle l'uscio sul naso. Dopo un mezzo minuto diginnastical'Elisache aveva tutte le ragioni per perdere la pazienza e chedalle lagrime della sora Beatrice aveva capito all'ingrosso con chi aveva a chefareaprí le valvole a una eloquenza che non ha niente a che fare con quelladi Demostenema che macina piú di dieci molini a vapore.

Demetrioirritatoostinato in quella grande impresa diriordinamento e di economianon ripeteva che due frasi:

«Non pago niente...non ho ordinato niente...»

Seguitava ad alzare la vocecercando di aiutarsi sempre piúcolle mani per cacciar via quella vespachetolta la scatolona dalle manidella piccinacontinuava invece a farsi avanti urtando Demetrio nella pancia.Seguí un duetto in due chiaviche tirò l'attenzione di tutto il vicinato.

Per un poco furono monosillabi: chi? io? lei? sí? via? (eintanto le finestre si popolavano di gente). E il dialogo durò cosí unpezzetto. Ma quando Demetrio uscí fuori col titolo di sora pettegolaaddiofuil diluvio universale! L'Elisa salí sugli acuti e cantò una litania in cuientravano tutte le bestie dell'arca di Noèdallo scorpione ai pipistrelli. Ilpovero uomo fu paragonato a un moccoloa un cero pasqualea una cartapecora dimessale stracciatoa un cavastivalia una sedia sgangherataa cento cosel'una piú metaforica dell'altrache nella fantasia della giovane e nella furiadel momento servivano benecome serve bene qualunque cosa venga alle mani in unmomento di rivoluzione. Non era una donnama una trombetta.

Demetrio perdette subito la voce sotto quel diluvio. Vedendoche le scale e i pianerottoli si riempivano di gente e dalle finestre delcortile uscivano teste e cuffienon volendo prolungare lo scandalocon unospintone piú forte degli altri cacciò fuori la ragazzachiuse l'usciogiròla chiaveementre l'Elisa faceva su per le scale la casa del diavolosuscitando la curiosità e i commenti dei vicini egli tornò in cerca diBeatriceeagitando nell'aria le due dita del suo eterno dilemmagridòancora una volta con voce racusa e scassinata:

«O comando ioo comandate voi: o pago ioo pagate voi: omi voleteo non mi volete...o restoo vado via....»

Beatricesoffocata dalle lagrime e dalla passione corse avestirsi e uscí di furiasbattendo gli usci dietro di sé.

 

VI

 

“Mostri di donne!” non cessava dal ripetere Demetriodopo questa scenacciastringendosi il capo nelle mani.

Di queste scenepiú o meno rumorosene scoppiava una o unae mezzo quasi ogni settimanae non ci volle che la testarderia del chirurgo perresistere agli strillialle lagrimeall'odioche la cura suscitava nellavittima.

Quando non ne poteva piústava a casa e si facevadesiderare per tre o quattro giorni. Subito arrivava un bigliettinoo venivaArabella in persona a rabbonirloa chiamarlo indietro sul campo di battagliadovequando non si moriva di disperazionesi moriva di fame.

E questa vita durò tutta la quaresimauna vera quaresima diGaleazzo!

Da una parte era un continuo studio per risolvere il problemadei bisogni quotidiani - quelli del pane e della minestra- e per avviare lafamiglia sopra un sistema razionale e possibile.

Dall'altra invece era uno sforzo segreto e continuo didistruggeredi contraddiredi nasconderedi trafugare roba.

La conseguenza era un odio crescente tra questi due partitiche sarebbe stato pur tanto pietoso se avessero potuto intendersicompatirsiaiutarsi.

Beatrice dovette ad ogni modo cederecedere sempreericevere le bastonate da quella mano di ferroche ogni mattina portava in casail pane per i suoi figliuoli.

Quando si sentiva soffocarecorreva a sfogarsi da Palmirache era sempre pronta a compatirlaa darle ragionea suggerirle nuoviespedienti.

«Oltre a non volere che io porti il lutto per mio maritopretende che mangi quello che non mi va giú. Se c'è un pesce marcio o delformaggio che cammina da sépur di risparmiare un quattrinolui ce lo porta acasa. Non vuole nemmeno che tenga una donna di servizio. Devo fare da Marta e daMaria e guai se non avessi Arabella! ma vedessi com'è ridotta a quest'ora lapovera ragazza! una candela.»

«Tuo padre permette? non dice niente?» chiedeva Palmirache s'interessava con una certa furia sdegnosa a queste miserie.

«Mio padre scrive continuamente di trovargli un capitale perfinire una lunga causa contro l'Ospedale. Demetrionon è vero?potrebbeaiutarloma non vuole. Quando fosse finita questa causaio potrei ritirare lamia dote che è di quarantamila lire e ricuperare la mia indipendenza....»

«E ci vuole una somma grossa?»

«Ma notrecento o quattrocento lire.»

«Vuoi che ne parli a mio marito?»

«Ma guai se Demetrio lo sapesse!»

«Non gli faremo saper nulla. Vorrei esser io ne' tuoi panniguarda! tu sei troppo buona. Io non ho figlima se ne avessisento che sareiuna ienauna tigre....»

La magra e nervosa Pardina fece tintinnare co' suoi fremititutti i braccialetti e tutte le catenelle d'argento e di ferrodi cui avevacariche le braccia. Non aveva cattivo cuoree messa sul puntiglio di farla direai signori uomininon ebbe requiefinché non trovò la persona caritatevole eprudente disposta ad offrire le tre o quattro centinaia di lire che occorrevanoper rimettere in moto la causa. Questa persona non fu Melchisedeccoche eratroppo facile a ciarlarema un signore molto rispettabile.

La Pardi andò un giorno a trovare apposta questa bravapersona in casa sua e fece presente il caso della povera Beatrice...

«Lo conosco: so di che cosa si tratta... Guarda un po'povera signora...» disse il buon benefattoreraccogliendo il pensiero in unadelicata riflessioneche gli faceva stringere le labbra e tentennare il capo.

E dopo avere riflesso ben benesoggiunse:

«Sicuro che è il caso di continuaredi fare qualchesacrificiomolto piú che non si tratta di una gran somma. Se non ci fosse dimezzo quest'altropotrei trovare anch'io il mezzo... Se si potessero fare lecose in gran segretezza. Capiscemia caraio sono il capoegli un subalternoe le convenienze d'ufficio....»

«Beatrice ha tutto l'interesse a tener segreta questacongiura.»

«Benem'informerò primaparlerò coll'avvocato: e vedròse è possibile far del bene a quella poverina... Spiace sempre di vedere unabella donna a piangere.»

Si combinò cosí bene il pasticcioche qualche giorno dopoPalmira portava in una busta in gran segretezza le prime lire cento da parte diuna persona influenteuna vera capacità amministrativadella quale disse ilnome in un orecchio. Beatrice fu contenta di sentire che un uomo di tantaautorità trovasse che suo padre aveva ragionee lo incoraggiasse a continuarenella sua causa per rivendicare i suoi vecchi diritti: anzi dava i primi denariche essa mandò subito a Melegnano. Demetrio non si accorse di nulla. Giorno enotte il suo pensiero era in caccia di nuove economieo d'un nuovo ripiego perfar argine alla vita.

Un giorno il cavalier Balzalotti lo prese in disparte e glidisse:

«SentaPianelli: c'è un mio amico di Novara che devepassare a Milano tre o quattro mesi pei lavori del Censo e mi scrive ditrovargli una stanzetta o duein una posizione centraledove ci sia un lettoun cassettoneun tavoloquattro sedie; non ama dormire negli alberghiesarebbe disposto a pagare venticinque o trenta lire al mese. M'è venuto inmente che forse si può combinare in casa di sua cognata.»

«Altro che!» esclamò Demetrioa cui sorrise subito l'ideadelle venticinque o trenta lire al mese. Era un mezzo anche questo peralleggerire la barcaper otturare dei piccoli buchi. «Altro che! anzi laringrazio infinitamentesignor cavaliered'aver pensato a noi. C'è modo difare un ingresso separatoe le stanzette non potrebbero essere piú allegre.»

«Benissimoio scriverò subito al mio buon amico di Novara.Se devo anticipare qualche cosa....»

«Checheche... mi canzona....»

«Va bene» disse il cavaliereche pareva un poco soprapensiero. E dopo un momento soggiunse: «È lei che mi aveva raccomandato unragazzo per l'Orfanotrofio?...»

«Cioèsarei ben contento se ci fosse un posto.»

«Faccia la dimanda. Diavolose c'è un caso degno diconsiderazione è il suo. Faccia la dimanda e l'appoggeremo. Sono anch'io delConsiglio.»

«Davvero? questa è una carità.»

Demetrio accolse tutti questi avvenimenti come altrettantisegni della Provvidenza. Il buon uomoabituato a vivere in una soffittaeralontano le mille miglia dall'immaginare quel che sa fare l'arte di stare almondo.

A questa combinazionecioè che si potevano appigionare duestanze e trarne qualche profitto non ci aveva ancora pensato. Se gli riuscivapoi di mettere un ragazzo nell'Orfanotrofioera un altro peso di meno. Certoche per riuscire nelle cose bisogna muoversi e non aspettare che il bene venga atrovarti a casa. E un'altra buona massima è di tener da conto la gentespecialmente i superioriche hanno il mestolo di tante minestre in mano. Lasuperbia è il cavallo dei ricchi: la povera gente è fin troppo onore quando vaa piedi.

 

VII

 

Anche Arabella in mezzo alle scosse della sua casa uscivaquasi trasfigurata. Non piú bambina oramaiperché aveva già troppo soffertoe non abbastanza donna perché non aveva ancora sofferto abbastanzala suafigura pareva diventata piú grande nella malinconiagli occhi chiari siriempivano ogni momento di pensieriuna piccola ruga guizzava spessonell'infossatura dei sopraccigli e la meschina era sempre in sospensioneinattesain paura o di qualche nuova disgraziao di una baruffao di un bruttoincontro.

Il piangeresenza lasciarsi scorgereil mangiare poco emale fingendo d'averne abbastanzail dormire affannosoe quando non dormivaquel continuo rotolare nel lettoquel sobbalzare improvviso a un improvvisoabbaiamento... Quante volte le pareva di udire la voce di Giovedí lamentarsisulla scala! e insieme un'altra voce d'uomo che cerca la caritàche siraccomanda!

Per quanto lo zio Demetrio avesse cercato di attenuare latriste impressione del fattovelando e negando molti particolaripure essa nonaveva piú dubbio che il suo babbo si era ucciso lassú in quell'orrido solaiotra quelle travi nere sotto il tettodietro quell'uscio massiccio che il ventoscoteva spesso la notteriempiendo la casa di terrore. Nel buio essa non vedevache quell'apertura nera spalancata davanti come una tetra voraginepiena diragnatele e di sordidezze nefande: e guai se sfinita di forze si addormentavanella lugubre immagine di quelle travi incrocicchiate! Un grido la facevatrasalire; balzava sul letto al suo stesso gridocolla fronte in sudorecolcuore in frantumistava a sentirele pareva che qualcuno passeggiasseleggermente per la stanzagirando intorno al lettorimestando nei cantucciinquietobisognoso di qualche cosafinché una voce sommessaoper dirmeglioun fiato d'anima errabonda le traversava il corpicciuololasciandovi ibrividi della morte.

Se ella avesse potuto dare tutto il suo sangue per arrestarequell'anima in penaper far tacere quella voce chesibilandole parlava dicose incomprensibili nel buco delle orecchienon avrebbe esitato un minuto.

Aspettava con ansietà il giorno della sua prima comunione.Forse Dio in quel dí avrebbe avuto pietà di leiavrebbe ascoltato i suoivoti. Se fosse stata piú grandeavrebbe voluto rinunciare subito alle cose delmondofarsi tagliare i capelli - quella bellezza di capelli -vestirsi dineroandare negli ospedalinelle missionidovunque insomma si può fare delbenenon per séma per dare un sollievo a quell'anima vagabondache nontrovava requie. A furia di pensarcifu essa che persuase zio Demetrio a pagareil debito verso il Martini e a rivolgersi per questo al signor Paolino delleCascine. Col tempo avrebbe pagato col suo lavoro quel debito. E quasi subito leparve che la povera anima fosse piú sollevata. Forse ella aveva indovinato ciòche andava da lungo tempo sussurrando e se ne consolò; a poco a poco imparò adascoltarla e le parve di capire un'altra volta che aveva bisogno di una messa.Cosí si abituò ad averne meno paura. Un prete le aveva detto che un atto dipentimento sincero in extremis può salvare l'anima del piú feroceassassinoe che le buone opere dei vivi sono tante leve per i poveri morti.Dunque c'era speranza che l'anima del suo papà potesse salvarsi: per lui essaoffriva a Dio il beneche avrebbe potuto fare e godere quaggiú.

Una domenicacoi denari prestati dal signor Paolinosipresentò insieme allo zio all'uscio del Martiniche abitava una modesta casain via Larga. Strada facendomentre si attaccava al braccio dello zionon siscompagnò mai da quello spirito che l’immaginazione eccitata e quasi ossessatrascinava con sé dappertuttoanche in mezzo alla folla e in piena luce dimezzodí. Piú d'una volta dovette fare un gran sforzo di volontà e diraziocinio per non voltarsi a guardarlo.

Demetriotutto chiuso e conturbato ne' suoi pensieri per ildifficile passo che stava per compierenon sentí due o tre volte il braccio diArabella guizzare sul suo e tutta la sua personcina vibrare come un filo presodalla corrente. Quasi non vedeva due passi innanzicome se la soggezione e lavergogna d'incontrarsi col Martini facessero una nuvola davanti agli occhi.Pensava a quel che egli avrebbe potuto diresenza riuscir mai a mettere insiemedue mezze parole in un'idea. Solamente la coscienza in fondo pareva direbrontolando: “Si fa presto ad ammazzarsi: la vergogna e la penitenza toccano achi resta.”

«C'è il signor Martini?» chiese Demetrio a una vecchiettache venne ad aprire con in braccio una bambina di pochi mesi. Erano la madre ela figliuola del disgraziato.

«Che cosa desidera?» chiese la vecchina con un farecerimoniosoinvitandoli a entrare.

«Avrei del denaro da consegnargli» balbettò Demetrio.

«Vengano avanti. Vado ad avvertirlo.»

Rimasti un momento soli in anticameraDemetrio disse adArabella:

«Lasciami andar innanzi solo. Aspettami qui....»

E a quell'uomo coraggioso tremavano le gambe.

Quando tornò la vecchiaArabella stese le mani allapiccinae con quel dirittoche ogni donna ha sui debolila tolse in braccionel suo guancialetto e andò a sedersi presso la finestra per contemplarla benenegli occhi. Essa aveva molte cose a dire a quella piccina. Appoggiò il viso alvisino e nascose cosí le lagrime. Demetrio intanto era passato di là. Lavecchia Martinicontenta delle carezze che la ragazza dava alla sua piccinavenne a fare delle confidenze. La sua Mimi era nata sotto cattiva stella: lamamma morí nel metterla al mondoe ora il governo mandava via il papàlontanofino in Sardegna. Era un trasloco senza promozionesenza miglioramentodi stipendioper colpa d'un birbone che l'aveva traditosotto la mascheradell'amicizia...

«Ne ha passate quel povero martire in questi quattro mesi!»continuò la vecchietta intenerendosi «ne ha patite piú che Gesú in croce. Ilgoverno ha riconosciuto la sua buona fedela sua innocenzasta bene; ma civuole un esempioe il meno che possono fare è di mandarlo via per qualchetempo collo stesso soldo. Ma i denari perduti ha dovuto rimetterli: e ora nonpuò condurre una vecchia e una bambina fino in alto mare. Dovrà fare due case;lasciar me colla piccina e colla baliae andarsene solo colle sue malinconie...Questo si guadagna a fare il galantuomo.»

Mentre la buona donna sfogava il suo corrucciocontando perla centesima volta una storia che non poteva levarsi dal cuoreArabella tuffavasempre piú il viso nel guancialettoa cui si stringeva colle braccia come secercasse un appoggio per non cadere.

Demetrio passò in un salottinosparso di roba in disordinedove trovò il Martini tutto occupato a riempire delle casse. I due uominis'incontravano per la prima volta.

«Ho il piacere...?» mormorò il padrone di casa per avviareuna presentazione.

Aveva ragione la sua mamma: i colpi della vita avevanodimezzato il disgraziato.

Demetriodopo aver fissato gli occhi in un angolo in terracome se cercasse la paroladisse parlando al muro:

«Io sono...io sono il fratello di Cesarino Pianellivengoa pagarle un debito che....»

E per finire la frase trasse il portafogline levò duebiglietti da cinquecentoche collocò sopra alcuni libri della scrivaniaagitando la testa sotto la violenza di piccoli scatti nervosi.

Il Martiniche non si aspettava quella visitacòltoall'improvvisoassalito in mezzo alle sue dolorose preoccupazioni da una folladi piú dolorose rimembranzenon seppe sul momento che cosa dire.

«La cosa... veramente... Io non so se devo...» balbettò.

«Non possiamo pagare il danno moralequesto no: ma se leipuò perdonare a quel poverettoanche per la pace de’ suoi figliuolifaun'opera di carità.»

Un urto di passione soffocò le sue paroleche finirono inun gesto lento e supplichevole.

Il Martini chinò il capo e socchiuse gli occhi. Stese lamano e strinse fortemente quella di Demetrioparlandogli vivacemente cogliocchi negli occhi. Sapeva che anche Cesarino aveva lasciata la famiglia in graviimbarazzi ed esitava ad accettare; ma Demetrio lo persuase a non dir di nonontanto per la cosa in séquanto per la pace dei vivi e dei morti. Poisoggiunse:

«C'è qui una sua figliuola che vuol essere quasi perdonataper il riposo di una pover'anima. Se permette....»

Andò all'usciofe' un segno ad Arabellache sulle primenon ebbe la forza di muoversi. Alzò il viso inondato dal guancialettoesentendosi chiamaresi alzòconsegnò la bimba alla vecchiettache laguardava con un senso di meravigliae dopo tre o quattro passi involti elegatisul punto di varcare la sogliasi sentí come presa alla vita evivamente trasportata dalla forza invisibile che l'accompagnava. Corsequasivolò incontro a quel signore pallido vestito di nerogli gettò le braccia alcollo con affettuoso abbandonosi attaccò a lui con tutta la forzarovesciando indietro la testasocchiudendo gli occhisospirando: «Ciperdoni....»

La vecchierella sull'uscio crollava il capo nella suacuffietta biancacol guancialetto dimenticato sulle braccia.

Lo zio e la nipotesenz'altre spiegazioniuscirono daquella casa piú consolatie strada facendo l'una si attaccava al bracciodell'altro con un senso di piú domestica intimità. Non si dissero una parolafino a casa: ma due persone non avevano mai parlato e non s'erano mai capitetanto.

Prima di andare a lettoquella stessa notteArabella sichiuse nella sua stanza e scrisse una lunga lettera a Paolino delle Cascinesuobenefattore. Finiva col dirgli: “Non cesserò mai di pregare il buon Dio e ilmio Angelo custodeperché possano essere esauditi tutti i voti del suo cuore.Ella ha fatto una grande carità a mea’ miei fratellinialla miadisgraziata mammaal mio povero papà”.

E mentre scriveva il nome del suo povero papàle parve diudire un fruscío nella stanza e vide la fiamma della candela piegarsi da unaparte quasi mossa da un sottile alito di vento.

 

 

Parte Terza

 

PAOLINO DELLE CASCINE

 

I

 

Paolino delle Cascine da qualche tempo pensava di mettere ilcapo a partito e di prendere moglie una volta per sempre.

Giàè un passo che bisogna faree piú ci si pensamenoci si riesce. Gli anni passavano anche per lui e ad aspettar troppo si arrischiapoi di mettere i buoi dietro al carro.

Era in questi riflessiquando capitòcome s'è vistoimprovvisamente la vedova Pianelli. Sulle prime non fu nulla; ma passata lasorpresae specialmente quando ella fu partitaegli cominciò a sentire ilcuore in disordinea vedere l'immagine di quella donna dappertuttocome unluminello bianco dopo che si è guardato nel soleche ti resta nella pupillache vedi sempre anche nel buioanche a chiudere gli occhianche a cacciare latesta sotto un cuscino.

Quest'apparizione imbrogliò i suoi progetti. Tutte le altreragazze dei dintornisulle quali da un pezzo in qua andava raccogliendo ilpensierodivenneroal confronto della bellissima vedova di Milanofigurescialbe di camposanto.

Quella donna l'aveva commossogli aveva rotto il cuore conquel suo piangere sfrenatocon quelle scene di tenerezza e di dolore. Quandoessa si tirava vicini i ragazzie se li stringeva al cuorePaolino scappavasempre nei prati a piangere anche lui come un ragazzo.

Ora che Beatrice non c'era piúsentiva una specie dicaverna di dentro. Prova a ragionarese puoiin queste faccende!

Capiva anche lui che una cosa è prendere moglie secondo leregole di natura e un'altra è sposare una vedova con tre figliuoli. Per quantoun uomo sia ben provveduto del suoper quante ragioni il cuore metta all'ordinedel giornotre figliuoli son sempre tre figliuoli. La gente vuol parlareePaolinoanimo già non troppo coraggiososi sentiva impaurito dal pensierodelle ciarle che si sarebbero fatte.

Ma ormai non sapeva pensare ad altro. Non mangiava piúusciva la mattina col cappello tirato sugli occhiprendeva una strada qualunqueattraverso i pratiandava un gran pezzocoi piedi nell'erbacol capo nellenuvolefinchésentendosi isolato nella silenziosa solitudinesi metteva asedere sul margine di una riva o d'una goraall'ombra d'un salicecogli occhifissi al bigio orizzontedove tra due fusti esili di pioppo si disegnava nellosfondo nebbioso di Milano la guglia sottile del Duomo.

La sua esistenza era làtra quei due tronchisu quellaguglia sottile.

Non si può dire il bene che gli aveva fatto la letterina diArabella. Se la teneva sempre con sénel portafoglisul cuoree nei momentid'estasi la leggeva dieci volte di filaa voce altaprovando quasi un senso difreschezzaun refrigerio ai suoi tormenti nelle parole dell'innocenza. Dioparla spesso per la bocca dei fanciulli. Anche Sant'Ambrogiodice la storiafunominato arcivescovo per la bocca di un bambino.

Ma a momenti di gioia succedevano altri momenti disfinimentodi tristezzadi disperazione. Egli era un matto a credere cheBeatrice volesse rimaritarsio anchedato il casoche volesse sposare unvillano delle Cascineprendere sul serio un Paolino qualunqueuna donna comeleiabituata alla vita di Milanouna donna molto eleganteuna donna ancorgiovane e frescauna donnainsommache poteva ben sposare un conteunbanchiereun consigliere di prefettura.

La nessuna voglia di mangiare in un uomoche di solitodivorava il suo pane di quattro soldi per antipastorese pensierosa la buonasorella Carolinache una seracoltolo solo nell'ortolo tirò sotto uncapanno di zucche e cominciò a dirgli colla sua flemmatica bontà:

«Tu hai qualche dispiacerePaolino.»

«Io no.»

«Sítu hai qualche dispiacere che non vuoi dire.»

«Ti dico di no.»

«C'è qualcuno che ha detto male di te o che ti invidia?»

«Chi vuoicara te?»

«Hai venduto male le bestie?»

«Tutt'altro.»

«Ti fan male le scarpe?»

«Mi vanno benissimo» disse Paolinomettendo innanzi unpiede grande come un basamento.

«Allora è segno» soggiunse la sorellaposando le manigiunte sul grembiale «è segno che vuoi prender moglie.»

Paolinoappoggiate le due braccia ai ginocchi e il volto aidue pugni strettidisse con un piglio sgarbato:

«Nel casonon sarei io il primo.»

«Avresti dovuto già farlo. Hai fissato l'occhio suqualcheduna?»

Paolino tentennò il capo e fissò gli occhi in fondo infondo sopra una siepe di sambucoche cominciava allora a vestirsi di verde.

«È la Teresina dei Bareggi?»

Paolino disse di no col capo.

«Allora è la figlia del fattore di casa Prinetti.»

«Perché dev'esser quella?»

«Perché viene tutte le domeniche a messa alla Colorina.»

«La voglio bella o niente.»

«Che cosa vuol dire bella? Non è il manico d'oro od'argento che fa bella una scopa.»

«Ah brava!» gridò Paolino ridendo «tu paragoni una mogliea una scopa.»

«Nofaccio per dire che non bisogna guardare agliaccessoriquando ci sia il principalecioè salutereligione e voglia dilavorare. Queste signore della giornatache escono dalle monacheche mettonole mani sotto il grembiale tutte le volte che hanno bisogno di traversare lacorteche svengono se vedono uccidere un capponeche non sanno spennacchiareuna gallinasono buone per i signori milanesiper i signori impiegati. Tu haibisogno di legno forte e stagionato.»

Paolinostringendo tra i due indici la canna del nasolanciò di sottecchi un'occhiata alla sorellaper indovinare se parlava a casoo di proposito.

«È di Lodi questa tua bellezza?»

«No.»

«Di Melegnano?»

«Nocioè no e sí.»

«Di San Donato?»

«Oibò.»

«Di Milano?»

«Sícioè....» Paolino tirò un sospirone.

«La conosco io?»

«Diavolo!...»

«Uhm!»

La Carolinachesotto alla sua pacifica bontà era avvedutae furbafinse di non sapere orientarsiper rendere la sua meraviglia ancorapiú meravigliosaquando Paolino mettesse fuori il nome di Beatrice. Per labuona donna questo matrimonio sarebbe stato naturalmente una disgrazia.

Paolino capí il significato della reticenza e tagliò corto:

«Se non indoviniè segno ch'io son matto da legare. Nonparliamone piú.»

Lí in terra c'era un pezzo di mattone. Paolino lo raccolselo palleggiò un momento nelle mani e con un'energia vera da matto disperato lotirò in una siepe di mortellafacendo correre e cantare tutte le galline chepascolavano nell'insalata nuova. Capiva benissimo che una donna saggia eprudente non poteva consigliare a un buon figliuolo di sposare una vedova contre ragazzi. Capiva benissimo che il matto era lui e perciò si sarebbe lapidatocolle sue mani.

Voltò via e non si lasciò piú vedere per ventiquattro ore.

Finalmente pensò di parlarne a Demetrioil solo che potevadargli un consiglio sincero e disinteressato. Demetrio gli voleva benesiconoscevano da un pezzoerano due fave dello stesso guscio. A parlare non si fapeccatoe le passioni bisogna tirarle fuori e metterle all'ariase si vuoleche perdano le pieghe. Senza dir nulla alla Carolinail giorno preciso diPasqua di Risurrezionescappò a Milano.

O sarebbe risuscitato anche lui: o se doveva essere sepoltomeglio morto e sepoltoche vivere infilato sopra uno spillo.

 

II

 

Lo stesso giorno di PasquaDemetriodopo aver scritte eriassunte le spese della sua azienda domesticausciva di casa con animoscoraggiato. La sera prima aveva dovuto ancora alzare la voce con sua cognatache non voleva permettere che Mario entrasse nell'Orfanotrofiodovedicevanon vanno che i figli dei ciabattini. Era stata una nuova scena dolorosadisgustosain cui Demetrio aveva dovuto ingrossare la voce e quasi bestemmiareil nome di Gesú Cristo. La pazienza ha i suoi limiti. Anche a lui piangeva ilcuore di dover mostrarsi duro e inesorabilee magari avesse potuto mantenerlitutti a biscotti e gelatine! madavanti alla necessitàdavanti al pericolo dimorir di famebenedetto l'Orfanotrofiobenedette le raccomandazioni deibenefattori!

Scorrendo la lista delle spese fatte durante quella tristequaresimasentiva scorrere l'acqua fredda nella schiena.

Oltre al debito grosso verso il cuginoche un giorno ol'altro bisognava pur pagareDemetrio nella sua miseria aveva dato fondo adaltre tre mila lire suemesse in disparte per l'avvenirefrutto di pazienti elunghe economievere gocce di sangue stillato da una vita poverasenzapiacerisenza passionisenza capriccieconomizzando il quattrino giorno pergiornosul caffèsul tabaccosul companaticosul filo e sui bottoni deisuoi vestiti.

Pasqua era qui. Domani egli doveva trovarsi col padrone dicasa e regolare un'altra scadenzao il padrone avrebbe sequestrato il letto ela pentola della minestra. Dove trovarle cinquecento lire lí sulla mano?

E s'adirava di piúperchémentre egli si struggeva ilcuore in questa maniera per salvare un pagliericcio agli orfanelliquellastupida donnaquella maledetta donnacontinuava a congiurare sotto mano controdi luinon capiva bene in che modoma era una congiura in cui entrava laPardil'Elisa sartail sor Isidoroil diavolo... E pazienza gl'intrighi! Essafaceva di tutto per rivoltargli contro l'animo dei figliuoli.

Mario aveva già dichiarato con una strana insolenza che eglinon voleva entrare in gabbia coi ciabattini. Essa metteva odio e antipatiadapertutto contro di luifin presso i bottegai e presso i vicini di casa cheincontrandolo sulle scalesi tiravano un passo indietro e lo guardavano incagnesco come si guarda l'aiutante del boia.

“AhSignore Iddio!” pensava col capo basso “ci vuolproprio una gran fede per resistere! Aveva ragione il cavaliere: io mi mangeròil fegatomi ridurrò in camicia e mi farò maledire. Se non fosse per queipoveri ragazziche non hanno colpaa quest'ora sarei già scappato in America.”

Veniva su verso la piazza Beccariaurtando sotto le scossedel suo pensiero il muroquando si sentí a un tratto arrestare da due bracciache caddero dure e rigide sulle sue spalle come due timoni di carrozza.

«Sei tua Milanooggi?»

«Sono venuto a confessarmi in Duomo» rispose Paolinoridendo.

«Segno che hai dei peccati grossi.»

«Hai fatto colazione?»

«Non ancora.»

«Allora vieni con me al Numero Cinque in piazzaFontana e la faremo insieme.»

Paolino delle Cascine era vestito come un signorecon unostiffelio di panno neroaperto sopra un panciotto di velluto rossigno afraschetteuna cravatta bianca a bolle rossei suoi guanti neriil suocappello rotondo di feltro inglesee una magnifica catena d'oro a grossi anelliche attraversava la bottoniera.

«Ti sei già messo in abito d'estate e ti sei fatto raderecome uno sposino» disse Demetrio.

«Primavera innanzi viene...» cantarellò il buon Paolinocacciando il suo lungo braccio nel braccio del cugino per tirarlo verso piazzaFontana. «Sono stato a casa tua e mi hanno detto che eri appena uscito... Checosa mangiamo? s'intendepaga Paolino.»

Entrarono nella trattoria. Un cameriereche non aveva ancorafinito di preparare le tavoleli fece passare in una salettina appartatastesein fretta una tovagliaementre andava collocando i piatti e le posatepresea recitare la litaniache comincia di solito dall'osso buco e va a finire agliscaloppini coi funghi.

Paolino non era di quegli uomini che si contentano di ciòche viene offerto. Un uomo non fa un viaggio apposta sul fresco la mattina diPasquanon invita un caro parente per mangiare un osso buco qualunque.

«Tu comincerai» disse al cameriere«a portare un belpiatto di salame misto scelto; intanto dirai al cuoco che faccia andare unrisottino coi funghima...» e finí con una scrollatina delle dita in ariache diceva tutto. «Poi potremo discorrere di scaloppinise piacciono a questosignore...» e rivolgendosi a Demetrio dimandò: «Che te ne pare?»

«Me ne intendo cosí poco» rispose Demetrio con un attoraccolto di umiltà.

«Scaloppini dunque e una frittatina rognosa doré? E vino?»chiese di nuovorivolgendosi a Demetrio che si schermí.

«Mi garantisci il Valpolicella?»

«Valpolicella vecchioBaroloCaneto...» esclamò ilcameriere con una serietà superficialeche nascondeva la voglia di scherzare.

«Ma forse è meglio il bianco la mattina... C'è delMontevecchia? porta quello....»

Il cameriere uscí.

«Caro il mio caro Demetrio!» esclamò Paolinoquandofurono seduti l'un contro l'altromettendo ancora le braccia sulle spalle al disopra del tavolo. «Avevo paura di non trovarti.»

«Ti ringrazio ancora di quel libretto della Banca che haimesso a mia disposizione.»

«SentiDemetriose fai di questi discorsi a tavolame nevado.»

«Se non vuoi essere ringraziatoamen. La caritàresta....»

«Io sono in collera con te. Tu navighi in un mare didifficoltàe non hai confidenza nell'unico nipote di tua madre.»

«Vedi se non ho avuto confidenza....»

«Io ti ho portato un altro libretto della Banca Popolare emi devi giurare che lo adoprerai come se fosse tuo....»

«Caro tenon posso accettare....»

«Stia quietosignor Pianelliche non intendo di regalareil mio denaro a nessuno. Servizio per servizioaspetta un pocoche metteròfuori il mio conto. Intanto farai piacere a trovarmi un buon impiego per unaventina di mille lireche riceverò dopo la riscossa del frumento. Sento parlarbene delle Azioni zuccheri... Fai tu; mi contento anche di pocoquando sia unimpiego sicuro. In secondo luogo verrai una festa alle Cascine e mi aiuterai afare il bilancio... Quei numeri a me fanno venire il balordone... In terzoluogo... ma di questo discorreremo dopo il salame.»

Paolino riempí il bicchiere del cugino e il suo d'un vinettotrasparente color dell'ambra.

«Alla tua saluteDemetrio....»

«Alla tua.»

Paolino vuotò tutto il bicchiere d'un fiato come uomo che habisogno o di smorzare la polvere o di riscaldare il coraggio. Sul punto di fareun gran discorso al suo confidentesentiva che il cuore gli sfuggiva da tuttele parti. Tuttavia fece un bell'onore al piatto di salameversò un altrobicchierestendendo ancora una volta le braccia al di sopra del risottofumantee quando giunti a mezzo degli scaloppini gli parve di essere sicuro insellauscí fuori di punto in bianco con questa bomba:

«Che cosa direbbe mio cugino Demetrio se gli dicessi che hovoglia di prender moglie?»

«Bravo!» esclamò Demetrio con una vivacitàalla qualenon era estranea l'allegria del vin bianco. «Ben fatto! e perché hai aspettatotanto? ne’ tuoi pannico’ tuoi denari....»

«Colla mia bellezza...» esclamò Paolino con uno scoppiod'ilaritàabbandonandosi con tutta la persona sul dosso della sedia e alzandole lunghe braccia in aria.

«Lasciamo stare la bellezzache per gli uomini non conta:ma tu sei nato per essere papà.»

«Assassino di strada!» soggiunse l'altro guardandolo nelbianco dell'occhio.

«Chi è? chi è?» si affrettò a chiedere Demetrio. «Laconosco anch'io?...»

«Io non ho detto che ho trovata la sposama che vogliotrovarla.»

«È una parabolasi sa.»

«NonoDemetrionon è una parabola; e devi aiutarmi tu acercarla.»

«Io?»

Demetrio lasciò cadere la forchetta sul tondo e guardòfisso in viso il suo compagno.

«Sissignoreleisignor Demetrio Pianelli...» confermòPaolinomovendo a guisa d'ariete un dito lungo a grossi nodicome se volesseconficcare il cugino sulla sedia.

«Iovolentieri: tu sei un galantuomoun ricco signorenonvecchio... Sei piú giovane di me.»

«Son del quarantotto? io non mi ricordo nemmeno.»

«Sei anche un bell'uomo.»

Paolino tornò a sghignazzaremostrando tutti i suoitrentadue denti bellissimi e sani.

«Non dico con ciò che tu sia un astro...» aggiunseDemetrio ridendo.

Da quanto tempo non rideva piú il meschino! Quel pocofocherello di gioiache l'educazioneil mestierei casi e l'invidia degliuomini avevano quasi soffocato sotto la ceneresi rianimava oggi al soffiodell'amicizia. Nella gioia semplice e calda di PaolinoDemetrio sgranchival'anima intirizzita; dimenticava i suoi guaii suoi debitiil padrone di casasua cognata...tuttoper un momentoe sollevando il bicchiere sopra latavolaesclamò:

«Allorabevo alla salute della sposa!»

«Pianobisogna prima sapere se lei è contenta.»

«Dunque c'è una lei.»

«C'è e non c'è. Per fare gli gnocchi ci vuole la farinasi sa; ma bisognerebbe sapere prima se lei è contenta di sposare unoscarafaggio simile.»

«È una contessa?»

«Cosa mi vai contessando....»

«Perché non devi essere sicuro?»

«È ciò che vado dicendo anch'io; ma ho paura....»

«Segno dunque che sei in... innamorato.»

«Corpo del diavolo!» esclamò Paolinopicchiando un granpugno sul tavolo«ho fin vergogna a dirlo. È vero. E dire che non ho maicreduto che si potesse perdere la testa per una sottana. Va làfarfallonebrucia anche tu le ali doratebirbonaccio!»

La faccia di Paolino delle Cascineilluminata anche dairiverberi del vino biancos'era fatta lucida e rubiconda.

Demetriolontano le cento miglia dall'immagine dove sarebbeandato a finire quel gran discorsosoggiunse:

«Difatti sei diventato magro.»

«Quando ti dico che è una birbonata. Io scherzavo glialtrimi parevano cose impossibilicose che si scrivono sui romanzio che simettono sul teatro tanto per fare il duetto:

di quell'amordi quell'amorch’è palpito...

 

Riveriscograzie del palpito. Provassiè una scottaturache non si guarisce col chiaro d'uovo sbattuto. Tu perdi la fameperdi ilsonnoti muoiono le gambesudi sotto il cappellovai di quadi làcome unmattoparli senza pensaresenza capiree ti viene fino in nausea il vino. Chime l'avrebbe detto in principio di quaresima quando tu me l'hai condotta alleCascine? E veramente fin che restò a casa miaio non sonon mi accorsi.Quando ricevi una fucilata non la senti cosí subito: il dolorela botta vennefuori dopo la sua partenza. Io la vedo in tutti i cantoni quella donna! Pare cheDio mi abbia levata l'aria respirabile. Mi dò del mattodel cento volte matto;ma non c'è verso che io possa togliermi dagli occhi la sua figura. Cominciai asentire un dolorequisotto le costolee una mancanzacome se mi avesserotagliato un bracciopoi una voglia di nullaun affanno di respirounapalpitazione di cuoreuna voglia di piangere....»

A questo punto gli occhi di Paolino si velarono di lagrimeinghiottí un singhiozzopicchiò un gran pugno sulla tavola e voltò la facciadall'altra parte.

Demetrionon sicuro d'aver ben udite le parole del cuginoaprí la bocca a un oh! che non vennee restò come incantato.

«Lo so che sono uno scarafaggio in suo confronto»continuò Paolino guardando in aria «e voglio che tu glielo dica. Se è noaddio! mi sarò strappato il dente. Ma se le buone intenzioni di un galantuomovalgono ancora qualche cosatu potrai dimostrarle che Paolino Botta non ha maiingannato nessunoe che se promette di dare un padre ai poveri figli diCesarinoè come se giurasse sul calice della messa. Dille pure che venendoalle Cascine non dovrà fare la massaia: grazie a Dio ho di che far fare lasignora a mia moglie e mandarla in carrozza. In quanto ai suoi figliuoli sarannomiei e hai una prova in questa lettera di Arabella che tengo sempre nelportafogli e che avrò baciato cento volte a quest'ora. Se anche stentasse arassegnarsi a vivere in una cascinal'anno venturo scade il mio affitto e ioposso andare a vivere dove voglio... Io non so che cosa non son pronto a fareper quella... per quella celeste.»

Un altro singhiozzo troncò a mezzo la frase che Paolinofiní con un gesto della mano in ariasimile a una benedizione.

«Tu vuoi parlare di Be... Beatrice...» chiese trepidandoDemetrio per paura d'ingannarsi ancora.

«Eh!...» gridò Paolinoalzando le due mani.

«O santa pace! tètè....»

«Son matto?»

«Nonotutt'altroanzi... ma guardatètè....»

«Non è possibile?»

«Io non avrei mai pensato; ohgiusto! Una vedova con trefigliuoli....»

«Ma se ti dico....»

«Sísímagarie sia lodato Dio! non sai che fareicantare una messa a San Celso coi rivestiti?»

«Ah tu trovi?»

«Che c'è una Provvidenza... tètè. Ma tu conosci beneBeatrice? Capisco che nelle tue condizioni scompariscono certi difetti. MagariJesus!»

«Tu mi dài qualche speranza?»

«Dammi la manoPaolino.»

«Tutte e dueDemetrio.»

«Se tu non sei l'angelo mandato dal cieloio non so checosa sono gli angeli....»

Demetrio colla voce piena di lagrime strinse al disopra dellatavola le due mani di Paolinoche dopo riempí i bicchieri e fece rinnovare illiquido.

I discorsi divennero subito piú fittipiú caldipiúintimi.

Demetrioman mano che vedeva la possibilità el'opportunità del progettosi sentiva alleggerire lo stomaco da un gran pesoda quel gran peso che minacciava di schiacciarlo. Sísívedeva proprio nellamano lunga di Paolino la mano di quella Provvidenzadi cui non aveva maidisperato. Non era un matrimonio che si potesse fare dall'oggi al dimani:bisognava preparare il terrenoe concedere tempo al dolore della vedovanza.Intanto però era per Demetrio un bellissimo aiuto l'alleanza di un uomo comePaolino delle Cascine; e questi dal canto suo nell'alleanza di Demetrio sisentiva tolto dal cuore quel sasso anche luiche non lo lasciava piú vivere.

I due cugini se la intesero. Demetrio avrebbe scritto allaprima occasione propizia; ma prima dovette promettere d’accettare un altromigliaio di lire come anticipazione delle future spese. Non accettò veramenteche cinquecento lire per far tacere il padrone di casa.

Intanto era venuto mezzodí. Paolino pagò il contosalutòDemetrioche rimase solo a prendere il caffè.

Il signore delle Cascinecoll'anima gonfia di contentezzatraversò svelto come un uccello piazza Fontanalasciando svolazzare le faldedel suo abito di pannopiegò verso porta Romana fino alle Due Spadedove aveva lasciato il cavallo.

Era felice d'aver parlato e si godeva quella felicità comeun’anticipazione del resto.

Demetriorimasto seduto davanti alla chicchera del caffèseguitò un pezzo a rimestare nella bevanda cogli occhi fissi ai vetriassortoin un pensiero senza contorni - tètè - nel quale si moveva un'altra ideapiú piccina e piú lucenteda cui prendeva lume tutta la riflessione.

“Tètè.”

In mezzo alle sue tribolazioni egli non aveva mai disperato;però non se l'aspettava cosí presto.

Ma che diavolo aveva in sé quella benedetta donnaperchégli uomini dovessero diventar matti per lei?

E senza cessare dal girare il cucchiaino nella chiccheraseguitòcogli occhi fissi ai vetri:

“Che diavolo?”

Cesarinouna testa fantasticaun romanticosi capiva! maPaolino delle Cascine bastava guardarlo in faccia per vedere che non era unpoetatutt'altroanzi era un uomo positivoquadrato nella base: eppure ancheluia sentirloaveva perduto l'appetitoil vino gli pareva cattivogli sivelavano gli occhigli dolevano le costolegli tremavano le gambee quelladonna gli toglieva l'aria. Anche luitètè...

Collo sguardo quasi ciecosperduto nei fumi della bellacolazionecol pensiero inchiodato a quel punto interrogativo che gli eraspuntato per la prima volta in cuoretornò a chiedere:

“Che diavolo ha questa donna?”

In mezzo alle sue tribolazioniin mezzo ai suoi parenticonun morto da portar viacon tanti debiti da pagarecon tante amarezze dainghiottirein una lotta d'ogni minuto colla miseriacol panecoi creditoricolle prevenzionicoi pregiudizicolle antipatieegli non aveva avuto tempodi cercare in sua cognata la donna. Per lui essa non era che un debitoil piúgrossoil piú pesantequello che non si poteva pagare in nessuna maniera eche tirava con sé tutti gli altri: ma al disotto del debito c'era la donna. Chediavolo aveva dunque mai questa donna...?

Il tocco profondo e vibrato d'un orologio che gli stava sulcapo lo svegliò dalle sue meditazioni e gli richiamò alla mente che non avevaancora sentita la messa.

Uscí in frettatraversò in quattro passi la piazzaFontanae presa la via dell'Arcivescovadoper la porticina secondariadallagran luce esterna si rifugiò nell'ombra alta e solenne del Duomoin fondo allaquale uscivano i colori sanguigni e violetti di una vetriatatocchi e animatidelicatamente dal sole.

Lo spirito alquanto scosso ed esaltato di Demetrio siraccolse in quella grande cornice di ombre e di colori profondie sotto quellealte vôlte intrecciatenelle quali il pensiero corre senza perdersi. Làdentro anche l'anima prende la forma di tempio: si svolge e si esaltagiganteggiafortificandosi nelle solide basi della fede.

Demetrio si appoggiò a un pilastroe si raccolse perascoltare una messa ch'egli vedeva da lontano tra una selva di colonne. Maunpoco per l'eccesso del bereun poco per la novità delle cose uditestentò aformulare un atto di fede con attenzione. Se Paolino gli toglieva questa spinadal cuoreegli avrebbe fatta cantare non una ma dieci messe. Questo matrimoniosarebbe stato la liberazione di un povero uomo incatenato.

In quanto a Beatrice non era donna da pensarci troppo. Unabuona vita in campagnaal di sopra degli stenticon buona tavolabei vestiticavalli e carrozzaun buon papà per i figliuolie poi la pacela sicurezzaper sempre... altro che! non sono fortune che càpitano a tutte. Anzi di solitocàpitano a chi le merita meno. Se c'è una povera ragazza bravaonestaditalentonon trova un cane: invece queste sans-souciqueste bellepigotte coll'anima di stoppa trovano sempre chi le veste e chi le faballare...

«Oratefratres» disse il pretevoltandosi indietrocolle braccia aperte.

Demetrio si accorse di essere in chiesa e cercò diraccogliere la mente al mistero della Santa Elevazione. Ma non era colpa sua sela testa usciva dai finestroni. ”Che diavolo hanno addosso queste benedettedonne?” Pensandoci un pocoe cercando di dare lí per lí una risposta allaquestionegli pareva di non aver mai guardata bene sua cognatae di conoscerlasoltanto attraverso a un velo di dolore e di antipatia: e allora si guastanoanche le piú belle cose. Se invece avesse potuto considerarla con animo serenocome Paolino; se invece di torturarsi l'animo e il corpo per risolvere tutti igiorni la questione della fame avesse potuto anche lui darsi il lusso e il buontempo di fare all'amore...

«Et ne nos inducas in tentationem» recitò la vocesonora del celebrantecome se rispondesse direttamente al soliloquio diDemetrio.

Questi tornò da capo a rimproverarsi e cercò di ripigliaresé stessoche usciva troppo di chiesa per correre dietro a pensieri senzacostrutto. Ma prima che la messa fosse terminatauna stranairresistibiledialettica che spettegolava dentro di luilo condusse un'altra volta a cercarela risoluzione d'un quesitoche s'imponeva alla sua volontà e a tutti i suoiproponimenti: “Che diavolo aveva dunque quella benedetta donna?”

 

III

 

Il giovedí dopo Pasqua Arabella doveva fare la sua primacomunione.

Lo zio Demetrio si svegliò piú presto del solitoe saltògiú in fretta. Per la circostanza tirò fuori da un cassettone un certoredingotto di panno nero bleuche scosse fuori della finestra per liberarlo datutto il pepe che aveva dentroe trasse dall'astuccio anche un vecchio cilindroche non usciva da molti anni a vedere il soleancora bellose si vuolemagiú di moda... Mise al collo un fazzoletto biancosi fece la barbae primadelle sette corse in Carrobio con un vivo desiderio di esserci. Non si fermòche un momento in via delle Asole dall'Albizzatidove comperò alcune immaginicol pizzo e un angelo di biscuit colla piletta dell'acqua santa perregalarlo alla nipotina.

Demetrio non era avaro. Anche a lui piaceva fare dei regalise avesse potuto spendere. Bel merito di farsi voler benequando si hanno idenari del signor Paolino delle Cascine! A lui invece era sempre toccata lamaledetta sorte di tribolare per gli altriper farsi odiare. Ma poiché daqualche parte questa fortuna stava per arrivarevoleva far vedere che anche luisapeva essere grande e generoso. Non c'è mestiere piú bello che fare lo ziod'America.

A Beatrice non aveva detto ancor nulla dei grandi discorsi diPaolino; ma farse era arrivato il momento di lanciare una prima parola. In ungiorno di festa e di pacein cui di solito si mettono in disparte i rancori e icorruccinon era difficile trovare il momento per avviare un discorso di tantaimportanza.

Arrivò in Carrobio mentre i ragazzi stavano vestendosi.Trovò Mario e Naldo in cucina che s'impegolavano le mani e la faccia collucidocon cui cercavano di rendere pulite le scarpe. Lo zio arrivò a tempo adar loro una mano.

«È verozioche Arabella oggi diventa il tabernacolodello Spirito Santo?» disse Mario. «L'ha detto il predicatore ieri sera.»

«Sicuro.»

«Naldo non voleva credere.»

Il piccolo miscredente si pose a ridere. Gli pareva unaparola cosí strana questo tabernacolo...

In quella entrò Ferruccio. Anche il bel ricciolone dovevapresentarsi per la prima volta alla Sacra Mensa e s'era lavato il muso e le maniin un modo straordinario. La signora Grissini gli prestò per la circostanzaunvestito d'un suo figlio morto vent'anni innanzie cosí aggiustato con certiguantini bianchiche gli squarciavano e gli indurivano le dieci dita dellemaniFerruccio venne a cercare Arabella.

Essa gli aveva promesso un bel cravattino bianco. Lafanciullasentendosi chiamarevenne un momento in cucinaavvolta in unanuvoletta biancacioè in un vestitino a blonde leggiere con pizzi volanticonun velo appuntato nei capelli. Se avesse potuto vederla il suo papàche eratanto ambizioso di quella sua bellezza! Che caro angiolino con quei capellicolor del linosciolti sulle spalle! Lo zio Demetrio sentí una mano che glicarezzava il cuoreuna mano di velluto.

Arabella si fermò il tempo di mettere la cravatta aFerruccioche lasciò farestando ritto in mezzo alla stanza. Le piccole manidella fanciulla si agitarono un pocoil nodo fu fattoaccomodato: aggiustòanche la capigliatura cespugliosa del ragazzo coll'aria materna di chi dà duescappellottini.

«Sta raccolto e pensa alla tua mamma» gli disse.

Ferruccio rispose di sí col capo. Se egli aveva capitoqualche cosa della Santa Eucaristialo aveva imparato in quei giorni daArabellache accesa di carità non voleva che Ferruccio per ignoranzacommettesse qualche sacrilegio. Il ragazzotto era capace anche di far colazioneprima di ricevere il Signore. Ma ora aveva capito bene quel che doveva fare.

«To'ti ho portato un angiolino» disse lo zioscartocciando il suo bel regalo.

Arabella lo accolse con un piccolo grido di gioia:

«Com'è bello! Troppo bellozio... Grazie!»

Si alzò sulla punta dei piedi e baciò lo zio sulla fronte.

Demetrio a quel contatto di piuma sentí una freschezzaineffabile per tutta la vita e insieme un profumo di... come dire? un profumo dianima.

A San Lorenzo ripigliarono a suonare a festa.

«Prestoragazziche non c'è tempo da perdere.»

Demetriocaduto in mezzo a quella brigatella di ragazzisentiva al di sotto della roccia indurita scorrerecome un fiumeuna profondacommozione che cercava modo di uscire. Se non che la vecchia e scontrosavolontà faceva forza e premeva giú. L'uomo selvatico chiudeva strettamente labocca per non dare adito all'emozione e cercava di mutare la compunzione in unsenso di corrucciata impazienza.

«Fate prestodunque» tornò a ripetere. «La mamma non èpronta?»

A lui il destino non aveva mai concesso una giornata serenanemmeno nella fanciullezza. Arabella era la prima ragazzina che osasse alzare lebraccia a lui e baciarlo sul viso. Nella sua povera vitasecca come una sieped'invernonon era mai passata una sola farfalla.

Naldo volle che lo zio gli allacciasse una scarpetta.

Lo zio lo fece sedere sul tavolo e prese in mano la gambettadel bambino.

Mentre egli stava ancora tutto intento a infilare la stringanegli occhielliBeatriceavvertita da Arabella che non c'era tempo da perderevenne tutto ad un tratto in cucina a prendere un secchiello d'acqua.

Non aveva sentito che Demetrio fosse lí; e venne come sitrovavacosí in sottaninocolle braccia e colle spalle scopertecosí comes'era distaccata dalla catinella.

Vedendo suo cognatosi confusesorrisebalbettò qualcheparola di scusale sue spalle diventarono di fuocoe tornò indietro ridendolasciando sulla soglia il secchiello vuotoche Mario portò in stanza pienod'acqua.

Demetrionon sapendo se dovesse ridere e chiedere scusaoche cosa fareseguitò a infilare la stringa negli occhielli con unacontrazione del viso rigida e durache gli indolenziva i muscoli e gli zigomidella faccia.

Una settimana primaquell'apparizione bianca e rosa non gliavrebbe fatto alcun effetto: ma adessodopo che quell'asino di Paolino eravenuto a contargli cento storie d'incantesimi e di stregheriequell'apparizionepareva quasi una risposta a una dimandafatta già piú volte a sé e allaquale non si era mai sentito obbligato di rispondere. Un gran calorecome sefosse dall'uscio divampata una fiammatainviluppò il suo corpo. Sentí lafiamma al visoil suo corpo tremò e vibrò un pezzo come il filo di unparafulmine dopo lo scoppio. Qualche cosa come una nebbia si stese tra lui e laluce del sole.

«Andiamoandiamo…» disse cacciando avanti i duemaschietti e la bambinaai quali si aggiunse da basso Ferruccio.

Il Berretta per la circostanza s'era messo in abito d'estatee andava alzando le mani come se volesse dire qualche cosaquantunque fossecerto di non aver nulla da dire.

«Sor Demetrio...» disse salutandoaggiungendo anche unarisatina.

Stettero ai piedi della scala ad aspettare la mamma ch'erasempre in ritardo. Finalmente quella benedetta donna si sbrigòchiuse l'uscioe venne giú correndomentre infilava i guanti.

Aveva indosso un vestito non interamente di luttoma il piúscuro di quanti aveva potuto sottrarre all'avida avarizia di suo cognato. Intesta non aveva che un velo grandeaccomodato colla grazia che le lombardesanno dare al velocon molte pieghe che si annodavano quasi da sé sopra unaspalladove scintillava un grosso B di metallo bianco.

Beatrice cercò d'essere la prima a salutare suo cognato pernon portare in chiesain un giorno come questoun senso cattivo di avversionee di antipatia. Arabella diede il braccio alla mamma e andò avanti. In mezzo simisero i ragazzi e in fondo chiudevano la processione Demetrio e il Berrettache non sapeva dove collocare quelle benedette mani.

Dal Carrobio alla parrocchia di San Lorenzo sono quattropassiche Demetrio percorse senza pensare letteralmente a nulla. Alzò unmomento gli occhi alle famose colonne romaneavanzo delle terme di MassimilianoErculeomentre il Berretta gli diceva che stavano benema che impedivano ilpasso. Due o tre volte cercò con un'occhiata rapida e fuggitiva la madre e lafiglia che camminavano innanzi... Ma non pensò nulla di preciso. Solamente sisentiva un poco riarsa la pelle della faccia.

 

Nel cortile che sta davanti all'insigne basilica trovaronodelle conoscenze: il maestro Bonfantiche doveva far cantare un suo mottettoeGiovann dell'Orghenvenuto per tirare i mantici. In tutta Milanoche ègrandenon c'era una mano piú grande di quella di Giovann dell'Orghencheessendo sordonon si lasciava menar via il capo dalle onde della musica.

«Che figuretta! tutta la mammina» disse il maestroall'Arabellache nell'abito largo di pizzi pareva ingrandita.

C'erano anche i coniugi Grissinii vicini di casa.

La Signora Barberina a veder Arabella si sentí venir lelagrime agli occhi e non poté dire che una frase:

«El mè angiolin

Il signor Grissiniarchivista in riposoassiduo lettoredella Storia della Rivoluzione francesestava in un certo riserbocomechi ha le sue idee a partepur rispettando quelle degli altri.

La facciata della chiesa era addobbata di festoni bianchiazzurriroseicon orlature d'argentoe in mezzo a queste un gran cartelloinvitava le anime giovinette a pascersi del pane degli angeli.

Era una giornata proprio d'aprilepiena di quel sole cheschiude l'animo alle speranze della stagione.

Passata la soglia della chiesali accolse un tiepido profumodi rose e di gigli. Sotto la gran tazza della cupolache copre la rotondaerano state preparate le Sacre Mensein mezzo a cespugli di sempreverdi e difiori.

L'altar maggiore brillava nella luce del sole chepassandoattraverso a tende biancheandava a sbattere sopra un padiglione bianconelquale cozzavano i diversi bagliori dei candelieridei vescovi d'argento e deifregi d'oro del tabernacolo.

Anche sull'altar maggiorenegli spigolisulle gradinatedappertuttovasicespugli verdirosegigli.

Sopra quella festa allegra di colori chiari giravano le brunearcate di quel massiccio tempio alla romanacolle sue profonde tribune e coibalaustri e le forti costolature di pietra.

Sebbene la cerimonia non fosse ancora cominciatagià moltetestine bionde e nere erano abbassate in un pio raccoglimentoi maschi da unapartele bambine dall'altra. Arabella colla mamma passò a sinistra. Demetriocoi maschietti e col Berretta a destrain mezzo alla folla che andava raccogliendosi.

 

Arabella in tutti i suoi passi sentivasi seguita dall'ombradel suo papà. Aveva promesso di offrire tutti i meriti e tutte le indulgenzedel Sacramento in sollievo dell'anima sua: ed oranel momento che il Signorestava per discendere fino a leila povera orfanella avrebbe voluto offrire ilcuore in olocausto.

Venti ragazzi sulla cantoria intonarono il Salutaris ostiaTutte le testoline raccolte intorno alla Mensa si piegarono avvolte nell'ondamistica di quelle voci bianche. Arabella sola guardava l'altare e pregavafissacogli occhi quasi allucinati. Diceva colla voce del cuore: “Prenditi lamia vitafammi morire adessoma salva l'anima sua” e quasi le pareva disentire una mano fresca e leggiera posarsi sulla spalla. L'anima era lí dietrocome una persona che aspetta con pazienza.

L'organodopo aver accompagnato i celebranti col suonoripieno delle sue canne maggioriattenuò a poco a poco le vociintrodussesuoni teneri e palpitanti di flauto e di voce umana. Globuli d'incenso sisvolsero e si colorirono nel raggio obliquo del soleche traversava lo spazio eandava a risplendere sui marmi colorati del pulpito.

Demetriointeneritocercò cogli occhi Arabella perassociarsi a lei nei frutti del Sacramento.

Dietro la fanciulla vide Beatrice e accanto un'altra signoramagrache riconobbe per la Pardi.

Beatricecol libro delle preghiere aperto nelle manicollatesta e le larghe spalle diritteavviluppata anche lei dalla dolce commozionedi quelle voci biancheleggevaalzando di tanto in tanto le larghe palpebre.Il velonelle sue ombre molli e oscureattenuava un poco la materialità dellasua bellezza di provinciane alleggeriva un poco la corporaturala sollevavainsomma verso quel che i poeti chiamano l'ideale. Chiudeva il librotenendovidentro l'indicerecitava un gloria colle labbraabbassando un poco latesta fino a toccare col naso il velluto cremisi della sua Via al Cielotornava a rialzare il capoa riaprire gli occhi sereni e buoni verso l'altare.

Che avesse ragione Paolino?

La Pardi non stava mai tranquillaepiú di una voltadavero diavolo tentatorecercò di far ridere Beatrice sul conto di quelbellissimo suo cognato in redingotto. Dioche bellezza!…

Beatrice una volta le fece segno di finirla. La diavolessas'inginocchiò in terra e si raccolse in una fervida preghiera.

Il Signore stava per discendere in mezzo agli innocenti.

I ragazzi del coro cominciarono un soave: O sacrumconviviuma sole vociche richiamò la mente di Demetrio dalle stranedivagazioni in cui cominciava a perdersi.

Stese in terra il suo fazzoletto di cotonefresco di bucatos'inginocchiò e strinse l'anima sua a pensieri piú casti e religiosi.

“C'è una grande Provvidenza al di sopra delle nostretegoledelle nostre miserie e della nostra presunzionee soltanto chi la negaè indegno di meritarsela.

“È questa fede nella forza superiore che sorregge ilpovero zoppo nel momento che perde il suo bastoneche trae a riva il naufragonell'atto che la sua barca sta per affondareche versa la consolazione nellalampada del cuore.

“Tu fa il bene per il bene e lascia che Dio aggiusti ilconto. Dio è un ricco cassiere che non scappa mai.

“Non è l'arte del saper vivere che fama il viver beneanche sbagliando.

“Il bene che tu fai nella buona intenzione e nella caritàdel prossimo non si perde mai. Se hai speso tutto il tuo denaro per isfamare gliinfelicise ti sei spogliato quasi ignudo per vestire gli orfanellise haiasciugato le lagrime della vedova....”

Demetrio alzò un momento la testa e lanciò un'occhiataancora a quella donnache spiccava sopra il fondo marmoreo del pulpito...

“Se hai fatto del beneringrazia Dio che ha volutoprocurarti le occasioni e t'ha preferito al ricco e al potente.

“Non invidiare dunque la fortuna del tuo vicinosalva iltuo credito intatto per l'eternitàe non lasciarti deviare dalleconcupiscenze.”

«Zio Demetrioè adesso che Arabella diventa untabernacolo?» chiese Naldo pian pianino con una voce commossa.

Arabella aveva nel cuore il suo Signore e se lo tenevaardente e stretto colle mani. Tutto l'essere suo era una fiammauna soavissimafiamma d'amoreche s'irradiava visibilmente attraverso le rosee carni e allanebbia del velo. Beatrice sentí gli occhi riempirsi di lagrimee con quegliocchi lucenti andò a cercare gli altri figliuoli quasi per trarli anch'essinella dolce comunione degli spiriti. Demetrioche s'era tolto Naldo in braccioperché potesse vedere piú benesentí a quello sguardo correre una scintillaper tutto il corpoe gli parve che la chiesa si riempisse di fiammelle e difrantumi di vetro.

“Che cosa era venuto a dire quel benedetto Paolino?”

 

Nell'uscire di chiesa egli provò una dolce vertiginecomese il profumo di tutti quei fiori lo avesse soavemente inebbriatoo fosseveramente disceso anche in lui uno spirito santo a rischiarare le povere paretidella sua vita interiore.

Mammafigliuoli e amici s'incontrarono di nuovo davanti lachiesa in mezzo al gran bisbiglio della gente che usciva.

I bambini saltarono al collo di Arabellasi baciaronofecero un lieto chiasso.

Beatrice col viso ancor fresco di lagrime venne lei per laprima a stendere la mano al cognato e disse qualche parola per avviare la paceparola che Demetrio non afferrò.

«Sísísí...» egli seguitava a ripeteree rideva diquel riso che non esce dalla bocca e par che indurisca le mascelle. Sentivaanche lui una punta come quella d'un bastone schiacciato tra una costola el'altra. «Sísísí...» tornò a dire in seguito a qualche cosa cheBeatrice gli domandò e di cui non arrivò ancora a prendere il senso.

Quel gran sole di fuori lo abbagliavalo stordiva; scosse ilcapo per togliersi d'addosso la vertiginee gli parvefra tanti veli bianchiche lo circondavanodi trovarsi perduto in mezzo a una nuvola.

Scambiati i saluti e i complimenti coi Grissinicolla Pardicol Bonfantila nostra brigatellacoi ragazzi davanti in crocchiosi avviòverso il centro. Lo zio Demetrio voleva pagare a tutti la colazione al caffèBiffi in Galleria. I ragazzi parlarono tutti insieme (c'era anche Ferruccio)saltando intorno all'Arabellache col Signore in corpo mandava la contentezzaattraverso alla nuvola bianca del suo velo.

Demetrio camminava a fianco di Beatricedistaccatosuiciottoliper lasciare tutto il marciapiede a lei; e pareva soltanto occupato acurar le carrozzeche sbucavano da tutte le parti.

«Che bella giornata!» disse egli dopo un bel trattoalzando gli occhi e facendo un mezzo giro sulle gambe.

«Bello essere in campagna!» osservò Beatrice.

«Proprio davvero... Guardate alle carrozze!»

Camminarono un altro poco in silenzio. Demetrio una volta sispecchiò in una vetrina e non si riconobbe subito. Non era abituato a portareil cilindro e a far da cavalier servente a una bella signora. Beatrice osservòper conto suo che la cerimonia non poteva essere piú commoventeche pareva ungiardino la chiesa.

«Proprio davvero!» esclamò Demetriomentre si domandavain cuor suo se non era il momento di buttar fuori il nome di Paolino e di tirareil discorso sul famoso argomento; ma appunto in quel momento uscí una carrozzada una delle vie laterali e lo zio corse a prendere Naldo. Beatrice si trovò afianco di Arabellache si attaccò al braccio della sua bella mammetta.

«Ho pregato tanto anche per temamma.»

«Brava.»

In quel benedetto crocevia della piazza del Duomoda dove siirradiano gli omnibus e i tramlo zio prese per mano anche Mario e gridò alledonne: attente alle carrozze! Pareva il capitano che salva la nave dagli scoglie gli deve esser passata questa idea nella mente.

Entrarono nella Galleria.

Non c'era molta gente in quell'ora mattutina - lo zioosservò che l'orologio in cima all'arco segnava le otto e mezzo. - Il belmosaico del pavimentoquasi sgombrospiccava in tutta la nitidezza de' suoimarmi e de' suoi arabeschi nel chiaro riverbero che il cupolone di vetrotoccodal solesbatteva nel vasto ambientesui cristalli dei negozisui globisugli ori delle dittesugli stucchi delle pareti liscie come specchisu tuttociò che poteva prendere e rimandare la luce in un giuoco di luci. Una frescaarietta volava attraverso ai bracci dell'edificioche pulito e splendidosipreparava a una nuova giornata della sua vita rumorosa ed elegante.

Beatriceche da molti mesi non poneva il piede in quelmagnifico salone pubblicosollevò con un sospiro un monte di meste ricordanzema si lasciò subito prendere dalla curiosità delle belle botteghedovebrillavano i gioiellile porcellanei ventagligli specchi e le avrebbe fattepassar tuttese i ragazzi non avessero reclamato. Oltre la fameDemetriovoleva esser all'ufficio per le nove. Entrarono subito al Biffi che rimesso afresco da poco tempo con stucchi nuovispecchi nuovivelluti nuovipareva unpezzo di paradiso. Sedettero a un tavolino presso uno dei grandi cristalli chedànno sull'ottagonoda dove si può vedere il vasto piazzale pubblicocontutte le botteghe in girocon sopra la tazza immensa e trasparente dellacupolaun vero barbaglio per chi ci va una volta tanto.

Beatrice si rimirò subito nello specchio di frontebadò asedersi benelieta in cuor suo - senza dirlo a sé stessa - perché i camerieris'erano voltati tutti al suo entrare. Al Biffi era venuta l'ultima volta colpovero Cesarino la vigilia di Natalema s'era angustiata per un ufficiale dicavalleriache non aveva mai cessato di fissarla come se avesse volutobruciarla cogli occhi. Cesarino finí coll'accorgersene e nel tornare a casal'aveva fatta piangere.

«Pren... prendete un caffè e latte?» domandò Demetrioguardando in terra.

«Un caffè e pannavolentieri» rispose Beatrice.

«Alloraunoduetrequattrocinque e sei caffè epanna» disse al camerierecontando col dito teso gl'invitati«del pane equattro paste....»

E sedette in faccia a Beatricesenza accorgersi che tre oquattro camerieri in fondo alla sala sbirciavanoridendo sotto i bei baffiilredingotto e il cilindro ancor nuovo fiammante.

Mentre si aspettavalo zioche aveva il cuore contentoprese un'orecchia di Naldo tra le dita e la tirò. Poi si voltò a guardar fissoin faccia all'Arabellacome se pretendesse una risposta a una domanda che nonaveva fatto. Guardò in alto il cupolonee una volta l'orologio del caffè checonfrontò col suo: quella donna la vedeva in ombra davantila sentivapresentela pensavama non avrebbe osato guardarla per paura... Paura di che?Lo sa Dio...

Finalmente arrivò un gran vassoio pieno di chiccheredipanettidi paste dolci e lo zio ebbe a occuparsi a distribuirea versareafar le parti giuste. A Beatrice offrí una bella veneziana fresca esiccome essa esitava ad accettare: «Andiamoandiamo» disse con una certafuria screanzata«che sciocchezze!» E nel dir queste parole sentí di nuovouna vampa di fuoco pigliargli il corposalire al colloalle orecchieallaradice dei capelli.

Per fortuna capitò che Ferruccio lasciasse cadere uncornetto intero di pane nella chicchera. Ciò sollevò l'ilarità di tuttianche di Beatriceanche del sor Demetrioe il tempo passò presto. Invece dichiamare il cameriereil signor zio andò al banco a pagarecosa che non siusa piú in un caffè rispettabilee serví anche questo a divertire quei bravigiovinotti.

«Bisogna che io me ne vada... finite con comodo» tornò adire. «Ci rivedremo piú tardistasera....»

I ragazzi gridarono:

«Riveriscozioriverisco... grazie.»

Egli uscí in fretta in frettasenza capire ciò che glidiceva la cognata. Aveva bisogno d'aria... Passò davanti al cristalloguardònel caffèvide un gruppo di gentema vide annebbiatosalutò colla manoecol suo passo di bifolco che cammina nel molletraversò verso SantaMargheritaportato come un pezzo di legno galleggiante dalla correntedell'antica abitudinenon piú chiaro a sé stesso di quel che sia un pezzo dilegno. Una sola parola con un senso umanouscí da quel garbuglio di sentimentiche egli portò all'ufficioe prese nel fondo del suo silenzio la cadenza di unbastone che picchia addosso a un sacco di cenci. Questa parolach'egli ripetécento volte nel breve tratto di strada fino alla porta del Demanioera il nomedel suo migliore amico: AhPaolino! AhPaolino!

 

IV

 

Per tre o quattro giorni si sentí male e di malavoglia. Unvecchio disturbo di cuorech'egli credeva di aver superato colla regolacollatranquillitàcon una moderata cura di digitalinasotto le scosse di tantiavvenimenti tornò a farsi sentire. Per qualche notte stentò a chiuder occhio.Stava in letto al buioincantato a contemplare le stelle che brillavano nellacornice della finestrasenza pensare a nulla di precisocome perduto in ungran desertosorpreso di trovarvisinon sostenuto che da una segreta speranzadi uscirne. Gli era capitato come a chi viaggia sui monti. Va e vasu e giúper greppi e bricchearrivava colle scarpe e colle gambe rotte in cima a unarupe da dove improvvisamente gli era apparso uno stupendo panoramauna stesasenza fine di paesidi fiumidi laghidi pianure verdich'era belloincantevole di contemplareanzi valeva la pena di sedersi un poco a tirare ilfiato davanti a quel quadroma non bisognava fermarsi troppo. Il luogo erascoscesosoffiavano venti cattivie stava per scendere la notte. Giúgiú infrettasor Demetrio...

 

Paolino intantoche non era uomo da stare un pezzo sullepunte di un pettinepassati alcuni giornilanciò a Milano questa lettera:

 

Caro Demetrio

“Poche parole. Io ti avevo detto di scrivermi un Si o un Noe dopo una settimana non mi scrivi niente

“Ho parlato anche con Carolina che s'è lasciata persuaderee m'incoraggia.

“I miei interessi non mi permettono piú di aspettare. Nondico di combinare subitolasciamo pure tempo al tempoma avrei piacere che tuacognata venisse a cognizione della qui allegata lettera che ho fatto vedereanche alla Carolinae dice che va bene. Per ora mi contento di una Promessadiuna Speranza. Se invece è colpo di spada venga colpo di spada. Ma in ogniContiguità non posso continuare in questo stato letale anche per la salutedell'anima e quella del corpo.”

 

La lettera allegata diceva:

 

Stimatissima signora Beatrice!

“Non è uno sconosciuto che osa rivolgersi a Lei peresprimere i sentimenti che da molto tempo nutre il suo Cuore in vista e inriguardo alla Sua Persona. Mio cugino Demetrio è incaricato di esporre per medi che si trattadonde non istarò a ripetere le ragioni e le speranzeche miconducono oggi a scriverle una letterala qualese sarebbe accolta conIndulgenzasarà il giorno piú bello della mia vita.

“So che io non avrei dovuto essere tanto temerariod'innalzare gli occhi fino alla Sua Persona circondata da tante attrattivealconfronto della quale io non sono che un uomo indegno; ma....”

 

E sempre su questo tono apriva tutte le porte del cuore.Esponeva le sue oneste intenzionila gioia dei parentiove si fosse potutostringere un nodo indissolubilee le curele tenerezze di cui avrebbecircondati i poveri orfanelli.

La buona sorella Carolinaalla quale lesse la minuta dellaletterasuggerí una frase“porgere grato orecchio”che le era rimasta inmente fin dal tempo del collegio.

Non contento ancoraPaolino volle far sentire lo scrittoanche a don Giovannicurato di Chiaravalleun vecchietto di molto buon sensopraticoche propose una chiusa: “voglia dunque alla stregua di questeconsiderazioni perdonare la mia improntitudine”.

Per quanto Paolino non entrasse molto bene nel significato diquesta “stregua” accettò e introdusse anche la frase del buon vecchiettoper dare anche a lui la sua parte di responsabilità.

Trascrisse la lettera su un bel foglio quadrato coll'aiutodella falsarigasenza una macchiasenza una cancellatura e mandò il suoletterone aperto a Demetrioperché vedesse e giudicasse anche lui.

Demetrio lesse una volta con una faccia tra l'irritato el'indifferente.

Ognuna di queste parole scritte colla calligrafia commercialedel cugino era un chiodo che egli doveva ribadire nel cuore di Beatrice. E nonse ne sentiva piú voglia.

Gli parve che il signor cugino avrebbe potuto sbrigarsi dasésenza bisogno d'ambasciatori. Egli non faceva il portalettere per nessuno.In un atto subitaneo e irragionevole di stizza fece volare i fogliche andaronoa finire sotto la sedia. Capí subito però che era fuori di casa. Si stupíegli stesso della sua impazienza. Che diavolo aveva indosso? Raccolse ifogliettili nettò dalla polvere soffiandovi soprae nel metterli sotto uncalamaio disse a mezza voce: “vedremo” : quel tal “vedremo” con cui disolito i nostri buoni superiori procurano di non farci veder nulla.

 

V

 

Una mattina Beatrice vide entrare in casa Palmira tuttaspaventata.

«Che cosa c'è?»

«Tacilasciami sentire» disse la Pardiansandoporgendol'orecchio all'uscio.

Quando fu sicura che nessuno l'inseguivatrasse un sospiro.

«Jesus» disse«che corsa! quel bestione è capacedi farmi una figura in istrada.»

«Chi?»

«Mio maritoSecco. Mi fa la guardia. Vengo dalla Posta doveho ritirata una lettera. Eccola quinon ho avuto tempo di leggerla.»

«È sempre Altamura?»

«Giàmi scrive da Barcellona. Fa furore anche là... Stavoper aprire la letteraquando vidi sbucare Secco dal portone della Corte. Eralà in sentinella. Ci deve essere della gente che gli soffia nelle orecchie. Nonmi sono fermata ad aspettarlonaturalmente: ma giú per la via del Pescesuper i Viscontigiú per San Satirovolta per l'Unione. Il pancione non puòcorrere tanto e io sfido un cervo. Ma è capace d'aver presa una carrozza. Tacisenti: non si è fermata una carrozza davanti la tua porta? Scusava avedere.»

Beatrice andò alla finestra. Alla porta non c'era niente.

«Mi rincrescerebbe anche per teperché Secco se si montala testa non ragiona piú. Ma la deve pagarelo stupidone. Oggi gli faccio unascena da far correre le guardie.»

«ScusaPalmira» provò a dire Beatrice «se però titrovasse la lettera di Altamura? non ti parte che avrebbe ragione?»

«È per questo che son corsa. Ma non voglio scene inistradanon ne voglio. Non mi lascio imporreveh! Se non dimanda scusafacciofagotto e me ne vado.»

«Dove vuoi andarecara te?»

«In nessun sitosi sa» rispose con un gorgheggio dimascherina la moglie del buon Melchisedecco. «Quando mi vede fuori deigangheriabbassa subito le ariediventa un agnello. Bisogna fare cosí cogliuomini. Non mostrare mai d'aver paura. È perché noi donne non andiamod'accordo; mase ci mettessimonon sai che in ventiquattro ore cambiamo lalegge del mondo?»

Beatrice stava a sentire incantataquasi impaurita di questefamose massime. Il coraggio e lo spirito di Palmira l'intimidivano. Non capivacome vi potessero essere donne cosí temerarieda tentare la pazienza e lefurie di un povero uomo a quel modo.

«Scrive chefinita la stagione di quaresimatornerà inItalia... Ohbravo!...»

Palmira agitò nell'aria il foglio e se lo portò alla bocca.

«Sísíva benema tu sei troppo...» provò di nuovo adire con lento accento di rimprovero la buona Beatriceche faceva con Palmirala parte del buon Angelo.

«Troppo che cosa?» saltò su la Palmiraguardandola cogliocchi socchiusi. «Cara la mia innocentina! non tutte hanno l'arte dispennacchiare la gallina viva senza farla gridare. O che tu sei diversa dallealtre?»

«Che cosa credi?» esclamò Beatricearrossendo.

«Io non voglio saper nientenon sono il tuo confessore.Lasciami vedere se non è giú ancora a far la guardia.»

Palmira andò a spiare dietro le gelosie socchiuse e guardòa destra e a sinistra. Quando fu certa che Melchisedecco non c'erastracciò incento pezzetti la letterache seminò per la stanzae soggiunse:

«Vado intanto che ho la furia addosso. Son passata di quianche per dirti una cosa che ti riguarda. Ieri ho trovato il cavaliereche miha detto di dirti che ha visto l'avvocatoche la causa è a buon puntoche tuopadre ha cento ragioniche ha bisogno di parlarti.»

«Davvero?» esclamò Beatrice con un piccolo grido e con unsaltino di gioia. «Questa è una bella notizia.»

«Verrebbe egli da tema ha paura di trovare qui quel tuocome si chiama?.. quel del redingotto. Che cosa fa quella tua bellezza?»

«Dove posso trovarlo?»

«A casa suaforse... Sai dove sta? in via Velascanellaporta dei bagni. Se ci vai domenicalo trovi certo. Ci sarà anchel'avvocato....»

Palmira era già a mezzo della scalaricacciata dalla furiache l'aveva condotta. Uscí nella via nel momento che passava il tram di PortaGenova. Fece segno colla mano al conduttoresaltò su svelta come una gattasedette a sinistrae trasse il portamonete per pagare.

Quando alzò le palpebre si trovò seduta in faccia al signorMelchisedecco Pardifabbricante di nastri con ditta al ponte dei Fabbriche inuna posa di Napoleone a Sant'Elena la divorava cogli occhi.

Palmira aveva ragione di dire che suo marito le faceva laguardia.

Dal giorno che Cesarino Pianellio per leggerezza o pervendettaaveva buttata fuori la prima parolina ironicail buon Pardone non erastato cogli occhi chiusi.

Conosceva le tendenze di sua moglie e non s'illudeva.

Egli l'aveva levata da un telaio di nastri col vestito dicotonecoi piedi negli zoccoli; l'aveva sposatal'aveva vestita di setacoperta d'oro e l'amava ancora dopo dieci anni di matrimoniocolla forza lentacostantevigorosa dei temperamenti linfatici.

Palmira non negava mica che il suo Secco fosse buono: anzi incerti momenti guai a toccarglielo! non amava il male in séma per la varietàcolpa dell'argento vivo che aveva indosso e della sua nessuna educazione difamiglia.

Il buon Pardone portava pazienzala compativa fin dove puòarrivare un marito. Lasciava che andasse in mascherache gettasse i coriandolidal balconeche ridessescherzasse pure cogli uomini; andava anche lui adivertirsiquando avrebbe preferito dormire nel suo letto.

Non rifiutava nemmeno di infilare il frac e di dormirein piedi alle feste da ballo dove Palmira faceva il diavolo... Maohe! nonvoleva che la gente dicesse che il signor Pardi dormiva troppo della grossa.Scherzarefare il diavolofin che si vuole: ma il signor Pardi era lui... Sebisognavac'erano anche dei buoni pugni...

Queste cose all'incirca scattavano fuori da quel paiod'occhicon cui cercava di divorare sua mogliese la signora Palmira avesseavuta la compiacenza di lasciarsi divorare.

Egli sapeva che c'era un tenore di mezzo. Lo aveva visto allafesta a far le smorfie del Trovatore a Palmirae fin quipazienza! èil loro mestiere di far le smorfie. Ma egli aveva ogni ragione di credere chetra Barcellona e la via dei Fabbri continuasse una corrispondenza segreta. Unavolta sulla scala aveva trovato per caso una fascetta di giornale con un bollospagnuolo... o almeno gli parve spagnuolo. Certo non era dei nostri. Seppe poida un impresarioa cui aveva garantita una cambialeche il signore “diquella pira” mandava in visibilio gli spagnoli col suo famoso do.Niente di maleera questo il suo mestiere; ma corrispondenze segretenoperDio!non ne voleva di corrispondenze segrete. Anzi l'amico impresario eraincaricato d'avvertirlo nel caso che l'altro passasse da queste parti: piacereper piaceresiamo al mondo per aiutarci. Ma il buon Pardone si fidava ancorapiú degli occhi suoi. A tempo perso pedinava la mogliealla lontanasenzafarsi scorgeree la colse proprio sul punto che usciva dal portone della Posta.

Che cosa andava a fare alla Posta la signora Pardi? e non cisono i portalettere pagati per questo? C'era una letteral'aveva vista cogliocchi suoic'era... Doveva essere in una di quelle due tasche.

E ingrossava ancora di piú gli occhicome se volesseguardare sotto i panni.

Palmirarigidafreddaindifferentecolse il momento cheil tram rallentò la corsa per ingombrosi alzònon aspettò che la carrozzafosse fermacon un salto andò giúe infilò subito una via a sinistraversocasamentre il signor Melchisedecco andava sonando e risonando il campanelloper farlo fermare. Non era uomo da far salti; del resto non c'era bisogno dicorrere. Forse era meglio che gli passasse un poco la scalmana...ma sentivache questa volta erano pugni. Non ne voleva di corrispondenze. Per lacorrispondenza di fabbrica bastava lui.

Palmira capí che il temporale era grosso: affrettò ilpassos'infuriò piú che potécorse su per la scalapassando in mezzo alfrastuono dei duecento telai che lavoravano al primo pianospinse l'uscioentrò come una bombafacendo trasalire la donna di serviziopassò in camerae cominciò a spogliarsistrappandosi di dosso la roba come se si facesse abrani colle mani equando il signor Pardicon comodocomparve sull'uscio ecominciò a guardarla ancora con quegli occhioni di bovenon gli lasciò iltempo di aprire la boccamagià quasi mezza svestita e spettinataattraversò la stanzatrascinandosi dietro la robae lo investí con taleuragano di ignominieche Pardone chiuse gli occhi e si appoggiò colle grossespalle all'uscioquasi volesse impedir alla voce di uscire. Il rumore deiduecento telai non riusciva a coprire quella voce irritata di furia francese.Essa gli buttò sul viso un guantolasciò cadere e passeggiò sul vestitolofulminò senza pietà con quei suoi grandi occhi di carbonepieni di scintillee di sanguefinchédisfatta quasi dalla sua stessa convulsionesi aggrappòcolle braccia nude al collo del suo buon Pardonerovesciò tutta la testaindietro col gran volume dei capelli lisci e neri sciolti sulle spalleesospiròatteggiandosi a vittima.

«Son quiammazzamima dimmi prima che cosa ti ho fatto.Ammazzami quiin casa tuama non voglio che tu mi faccia delle figure inistrada. Se non vuoi che io esca di casalegami alla gamba del lettochiudimidentro a chiavema non rendermi ridicola in faccia alla gente. Sono stufastufastufa; e se dura un pezzo ancora questa vitami butto nel Naviglio. Nonsono una stupida per non capire che tu mi vieni dietro ad ogni passo... Ebbeneparla... chi è il mio amante?»

«Quella lettera…?» chiese il povero uomosoffiando lasua grossa emozione e tremando in tutto il corpo.

«Vedicome sei stupido? è tutto qui? eccola la famosalettera. To'leggilac'è ancora il bollo fresco. È arrivata ieriguarda...Modena... Leggi e guarda come sei imbecille colla tua gelosia.»

Il buon Melchisedecco voltò e rivoltò la letterinachePalmira trasse dalla tasca del suo vestito rimasto in terra in mezzo allastanza. Era una lettera di Eloisauna cuginamaritata a un tenente diguarnigione a Modenauna lettera di complimenti e di piccole commissioni.

Melchisedecco chinò il capo e stette un momento pensoso.Poidissimulando la sua incredulità e il suo profondo affannosoggiunse conun tono raddolcito di tenerezza e d'indulgenza:

«Se anche sono un poco gelosonon ti faccio torto. Se mivolessi bene....»

«E non te ne voglio forse? sentiadesso... cose da farpiangere di rabbia. E non sono sempre qui in casa con te come un cagnolinoafare i conti dei rocchetti e delle matasse? e quando mi lamento io di questavita? e non dico sempre che il Signore mi ha voluto bene e che sono statafortunata? e non conservo forse sempre per memoria l'ultimo paio di zoccoli cheho lasciato ai piedi della scala quella notte che tu mi hai detto che mi volevibene? Ti ricordi? tua madre non voleva che tu mi sposassie noi ci siamosposati lo stesso... ti ricordi? quella nottein quella stessa stanza... Oh no!non meriti nemmeno che io te ne parli. Allora sí mi volevi bene; ora perchésono diventata vecchiasono la vespala biscial'ingratal'infame... Ohètroppo! io morirò di crepacuore....»

E la povera Palmira piangeva davvero un fiume torrenziale dilagrimeingannando quasi sé stessa. Le spalleil colloil visos'infiammarono sotto la violenza di quel piangere dilagatoa cui il buonMelchisedecco non sapeva come porre un argine. Egli mormorò qualche parolacercò di giustificare ancora una volta piú dolcemente la sua condottapromisedi non farlo piúdocilemortificato come un bambinoe tornò in fabbrica colcorpo rotto dal pentimento.

“Mi sarò ingannato” diceva dentro di sé“macorrispondenze non ne voglio.”

Il frastuono dei duecento telai in mezzo ai quali eglicercava un sollievo all'affanno che gli gonfiava il polmonenon valse a romperenella sua testa lo stampo di quella frase imperativa ch'egli seguitava suomalgrado a ripeter coi denti stretti. Dovette dare degli ordiniscrivere unafatturama i denti dopo quasi un'ora vibravano ancora della scossa ricevutaedella frase rotta e stritolata egli masticava ancoradopo quasi un'oraqualcheestremo monosillabo.

“Non ne voglio io delle....”

 

VI

 

Per alcuni giorni Beatrice visse nel pensiero e nellasperanza di quella causache doveva rendere l'indipendenza a lei e ai suoifigliuoli. Non potendo piú resistere al desiderio di sapere quel che l'avvocatopoteva aver detto in proposito al cavalier Balzalottiuna domenicamentre iragazzi erano a spasso nei giardini pubblici con Demetriouscí di casafeceuna corsa fino in via Velascatrovò facilmente la porta dei bagnichiese delcavalierele fu indicata una scala e suonò a un uscio del primo piano.

Dopo due minuti sentí un passo misurato accompagnato dalloscricchiolío delle scarpe e l'uscio si aprí.

«Oh chi vedo! la mia cara e buona signora Beatrice. Bravaarrivata a proposito. Avevo giusto detto alla signora Pardi di avvertirla. Vengaavanti. Come sta? oh poverinala trovo pallidina pallidina... Ma!» e tirò unsospirone. «Forse a venir dalla strada troverà un po' oscuro qua dentro... Perdi quaaspettichiudo l'uscio con un giretto di chiaveperché sono in casasolo e stando di là non si sente chi entra. Sicuroio vivo sempre solo come ungiovinottoen garçoncon una vecchia Perpetuache alla festa ha diecimesse da sentire e non so quante indulgenze da acquistare.»

Con tutte queste cose comuni il bravo signore procurò diconfondere un improvviso affannoda cui parve còlto nel trovarsi tutto a untratto davanti una delle piú formose bellezze di Milano.

«Scuseràcavalierese ho fatto la sfacciata» balbettòBeatrice anch'essa in soggezione di trovarsi alla presenza di una persona ditanto riguardo.

«Giustobrava! si accomodi...» soggiunse il cavalierebattendo tre colpetti sulla mano della signora Pianelli.

Il salotto dove l'introdusse era arredato con molto lussospecialmente di cornicie immerso in una calda e allegra penombra per via didue grandi trasparenti a fogliami colorati che ricordavano le foresteimbalsamate del lontano oriente. La fece sedere sopra un canapècorse aprendere uno sgabellino che le mise ai piedicon un fare cerimonioso comesemprema un po' piú timido e piú imbrogliato del solito.

Forse il buon benefattore non si aspettava cosí presto lavisita. Forse non aveva ancora formato in testa un pianoe còlto cosíall'impensata era in paura o di far troppoo di far troppo poco. Le donne! ledonne non si sa mai come vanno pigliate. Sono un po' come le anguille. A dir laveritàcoll'avvocato Ferriani non aveva ancora parlato. Non sapeva nemmenodove stesse di casa questo signor avvocato. Se aveva anticipato una piccolasomma (un centinaio di lirette)oltre che per le insistenze della Pardil'aveva fatto per un sensodiremo cosídi carità.

«Io devo ringraziarlacavalieredi molte cose.»

«Di nulla mi deve ringraziare. Sarei venuto io stesso a casasuacara la mia signorase non sapessi che Demetrio è contrario a questacausa. La Palmira - un bel tomo se ce n'è - mi ha contate le prodezze di questosignor Demetrio. Povera Beatrice! è stata una gran disgrazia.»

Il cavaliere si passò la punta delle dita sugli occhi perdissipare una certa nebbiolina.

«Ella ha avuta la bontà di parlare col signor avvocato.»

«Dovevo trovarmi ierima c'è stato un contrattempo. Peròprima di partire lo vedrò senza fallo. Sono chiamato a Roma dal Ministroi peraffari di ufficio e può essere che di là possa aiutare ancor meglio lafaccenda. Conosco dei deputati....»

«Lei fa una grande opera di caritàcavaliereai mieifigliuoli e al mio povero papà…»

«E non a lei? oh guarda che cattiva!.. e io che ci tenevotanto alla sua riconoscenza....»

Il cavaliere rise di gusto e sedette su un tombolo di vellutocolle ginocchia contro le ginocchia di Beatricevoltando le spalle allefinestre.

Dallo sfondo rosso-bruno della tappezzeria la figura dellavedova Pianelli avvolta nel suo gran velo a larghe pieghe usciva con un non soche di maestoso e di regaleche poteva intimidire anche un vecchio marinaiomolto navigato nelle acque dolci delle avventure. Ma il cavaliere sapeva chealdisotto di quella prospettivac'era una donna molto buonamolto fatuamoltobambolamolto bisognosatimida forse per esperienzama non piú fortificatadelle altre.

Questa donna aveva cominciato coll'accettare delleanticipazioni.

Ora non c'era piú il marito geloso a far la guardiaequell'altro guardiano dell'abbaino era un povero balordofurbo come unagiraffagià sfiduciato e stracco di portare la croce.

Queste riflessioniuscendo da diverse particonfluivano inun momento come allo sbocco di un usciolinofacendo tutt'insieme un ingombroche non ne lasciava uscire nessuna. Il cavaliere le pensò in blocco e tanto pertastare terrenosoggiunse:

«Demetrio le avrà parlato di quel mio buon amico diNovara.»

«Difatti.»

«Gli scriverò domani che l'ho servito da principe.Cospettinanon càpita a tutti di poter dormire uscio a uscio con una bellapadronacome la mia cara signora Beatrice.»

«Lei vuol scherzare» interruppe Beatrice con un sorriso dicompiacenza.

Non era la prima volta che il cavaliere si permetteva questegalanteriee non era nemmeno la prima lei a riderne e a pigliarle per quel chevalevano.

«Mi farò pagare profumatamente la mediazione.»

Quiposando una manina delicata sul ginocchio di leicontinuò pesando sulle parole:

«Per me... confesso... che non potrei chiudere occhio.»

Beatriceche non vedeva piú in là dello scherzosorriseabbassando gli occhi e mormorò:

«Caro lei....»

«Non crede che ne perderei il sonno? sarei costretto a dirrosari tutta la notte... Non è la prima volta che la mia cara signora Beatricenon mi lascia dormire.»

«Oh... no» fece Beatriceprotestando per celia.

«Davverosa...» tirò dritto il cavaliere che mentre siavanzava per tastare terrenonon si accorgeva di sprofondare nel molle.«Naturalmente ho sempre saputo rispettare le convenienze. Una donna maritatasi saimpone dei doverispecialmente quando ha un marito vivogelosoche nondorme. Ma se avessi potuto parlarecome possiamo parlare adessoquiin cameracaritatis senza far torto ai mortiho avuto anch'io il mio poema. Siricorda questo carnevale? Tornavo a casa qualche volta da quelle benedette festeche parevo un uomo matto. Lei ride... capisco che son ridicolo: ma di chi è lacolpa? di chi sono certi occhionieh? Pensi l'effetto che mi ha fatto l'altrogiorno a sentire dalla Pardi che la povera mia signora Beatrice era caduta intante angustieche non aveva quasi piú pane per i suoi figliuoli e che sidisperava sotto la sferza di un villanzone...: tantonon è qui a sentire epossiamo chiamarlo col suo nome. Povera martirepovera pecorella! io non so diche cosa sarei capace per toglierla da questo letto di spine. Ohnon mi credeniente?»

«Che cosa?» domandò quasi stupidamente Beatricecome senon avesse ascoltato nulla.

«O crede che tutti gli uomini siano egoisti a un modo? cosígiovanecosí bella...» sospirò il cavaliere.

Un singhiozzo breve e rottomescolandosi alle paroletradípiú che non fosse nelle intenzionii sottintesi e l'agitazione dell'oratore.

Beatriceche quasi rideva ancoraalzò le palpebre ecredette di scorgere delle vere lagrime negli occhi lustri del suo benefattoreche sprofondando sempre piú nel mollecercò di trarre a sé la bella maninala imprigionò nelle sue colla tenerezza con cui si prende e si carezza una cosaviva.

Beatrice s'irrigidí un poco e si ritrasse con un movimentoscontroso.

«Io vorrei essere un re per dare a questa bellezza il tronoche merita.»

Sorpreso anche luiassalitotrascinato come una pecoradalla potenza cieca della sua passioneil povero signore non ponderava piúnon connetteva piú. I consigli della vecchia prudenzache aveva semprepredicato di prendere le lepri col carroquesta volta non arrivavano piú finoa due orecchie intontite dal sangue e dalla vertigine.

Beatrice impallidí e cercò di alzarsi. Matrattenutadelicatamenteficcò i grandi occhi stupiti in quegli occhietti lucidi che laaffrontavano con violenzacon seteguardò paurosamente intorno a sésisentí solachiusa dentroin casa altruiin balía altruisi smarrísupplicò con un gemito...

«Senti... Non sei tu libera e padrona di te? non posso iofare del gran bene a te ed a' tuoi figliuoli?...»

Beatrice si coprí il volto colle mani. Le pareva di scenderein una gola tenebrosa e senza fondo.

«Noforse?» ripeteva la vocina rasente al suo orecchio.

Nell'impeto del ribrezzo essa ritrovò l'energia: si alzòcon un gesto duro del braccio respinse l'insistenza di quel bravo signore. Gliocchi le si riempirono di un'insolita vitala bocca si contrasse a un tremitodi sdegno e di sarcasmo. Poicome vinta alla sua volta dall'eccesso nervosodella sua energiacadde di nuovo a sedere econ la faccia dentro ilfazzolettosi pose a piangere dirottamente come una bambina battuta.

Il cavalieresquilibratopentitovergognosoma nonistupidito del tuttocapí d'esser fuori di strada. Il cavallo gli aveva toltola mano e prima di ribaltare del tutto cercò di mettere avanti le mani. Avevavoluto fare della poesiaalla sua età: male. Beatrice non era certamentevenuta per sentire a recitare dei sonetti. Bisognava pigliarla lungagirare laposizione. L'amore non si accende come un pagliaio e non c'è nulla che mandipiú fumo di un fuoco mal fatto. Non volendo perdere tutti i frutti della suacarità e delle sue intenzionisi mise a sedere a fianco della povera disperatae con un tono tra l'offeso e il sostenuto cominciò a dire:

«Ma che bambina! ho detto cosí per... Che diamine! capiscoche ho torto. Metta che abbia voluto confessarle un peccatoecco. Andiamoasciughi questi occhionimi dia la manina e mi assolva. Che cosa c'è dapiangere? lei è in casa di un gentiluomo e conosco troppo bene gli obblighi diospitalità per... Che diavolo! Làvianon mi dia questo rimorso d'averlafatta piangere cosí. E che lagrimoni! Discorriamo dei nostri affari. Che cosasi diceva? ahdella causa e dell'avvocato. L'ho visto e mi ha detto che oramainon c'è piú nulla a sperare. È una barca scassinata che fa acqua da tutte leparti....»

Per spiegare come un uomo avveduto cadesse cosí subito incontraddizione con ciò che aveva detto cinque minuti primabisognavaimmaginare che il cavaliere parlavasícolla boccama il pensiero correvadietro a un altro ordine di ideedi meraviglia in meraviglia. Quel piangeresfrenatoquell'atto di ribellione quasi matronale in una donna abbastanzasciocchinanota lippis et tonsoribus (anche la frase latina veniva acacciarsi in mezzo)in una donna che nella bella Pardina - una vespain legacol diavolo - aveva una cosí grande confidenza: che accettava con tantasemplicità delle elemosine e veniva in persona a pagare i debiti della suagratitudinetutto ciò era un fatto cosí strano e inesplicabile anche per unatesta lucida e praticache il povero signore cadde di confusione in confusione.Non restava che di toccare un altro tastoquello della prosae non perdettetempo. Lí accanto c'era uno stipetto con qualche inezia elegantee vi misesubito la mano.

Beatricepassato il primo impetocapí di essere caduta inun tranelloe credette di vedere in questo gioco la mano di Palmira.

Le parole del cavalieretogliendole l'ultima illusionel'irritarono e le diedero la forza di reagire.

Ma nell'alzarsinel ritrarre il braccio a sé viderisplendere un non so cheun oggetto d'oroun braccialetto...

Un gran buio invase gli occhi suoiun gran tremito in tuttoil corpo le fece temere di venir menodi stramazzare in terra. Si appoggiòcolla mano alla sponda di una poltronaabbassò il capo avvilitaincapace findi piangerefin di muovere le labbra a un suono di protesta. Una volta fece iltentativo di togliersi dal polso quel segnoquell'anello massiccio; non poté.Non ci vide abbastanzanon ebbe la forza di far scattare la molla.

Il suo protettore pregòsupplicòperché non gli facesseil torto di rifiutare un segno innocente della sua amicizia. Non si sarebbeparlato piú di queste cose. Non gli rifiutasse questa consolazione: non glivolesse male: gli concedesse il piacere di esserle utile. Per lui era un bisognodel cuore.

Nominò ancora l'avvocatoil deputatoil suo buon amico diNovaramentre l'accompagnava docilmente verso l'uscio: cercò di ridere e difarla ridere...

Beatrice disse una volta di sísenza capir bene a che cosadiceva di sí.

Di tutte le belle parole del suo benefattore non afferrò cheun rumore sordoe non vedeva l'ora che l'uscio si aprisse.

Aveva bisogno d'ariasi sentiva soffocare…

Il cavaliere la tenne ancora un momentino prigioniera sullascalapicchiò ancora una volta sulla bella manina...

Finalmente la povera donna si trovò in istrada nella pienaluce del solecome se fosse volata dalle scale. L'istinto piú che la volontàla condusse sulla via di casa sua; ma fece forse cento passi senza vedereinnanzi a sé che un baglioresenza sentire che un gran frastuono di un grossofiume che passa. Era possibile? e il suo povero Cesarino non veniva adifenderla? Che tradimentoche bassa insidiache vergogna!.. Come tornaredavanti a’ suoi figliuolidavanti alla sua Arabella? per chi l'avevano presa?che opinione aveva la gente di lei? quando aveva lei autorizzato la gente agiudicarla cosí? O era una vendettauna stupida congiura di Palmira che volevaabbassarla al suo livello? E i denari presi per amor di suo padre come potevaora restituirli? a chi ricorrere adesso? in chi fidarsi? Come raccontare questecose a Demetrio?

Einseguita da questi fantasmiandò di via in via senzaveder nessunofinchésentendosi venir menosi rifugiò nella chiesa diSant'Alessandrocercò un angolo oscuro presso una cappellavi s'inginocchiòquasi cadde sul marmo freddo dei gradinie raggomitolandosi in sé stessanascose la sua vergogna e il suo cocente dolore.

 

VII

 

Oltre alle novità che Demetrio osservava in sé stesso (valea dire una continua distrazione e quasi sospensione di volontà)c'era qualchecosa anche fuori di luiche non cessava di risvegliare la sua meraviglia.Lasciamo stare che l'aria gli pareva diventata piú lucida e trasparente: maanche la gente mostravasi come per miracolo piú affabilepiú ossequiosa versodi lui.

Il Ramellail portinaio dell'ufficioche non si scomodavamai se non presso le feste di Nataleora aveva cento cose da raccontare alsignor Pianellie correva anche a tener l'uscioquando lo vedeva passare.Sapendo che il cavalier Balzalotti doveva andare a Roma per la discussione delnuovo organicoil galantuomo si raccomandava al bravo signor Pianelliperchévedessecercasse di mettere una buona parola. Quando si hanno cinque figliuolida mantenere e la donna che allattava compatito anche un povero padre difamiglia se si raccomanda. Il sor Pianelli era quel tal uomoche aveva colcavalierediremo cosí una entratura per la quale...

«Che entratura?» esclamava Demetrio ridendo.

Capiva i bisogni: ma che entratura? Il suo mestiere era dicopiare e basta.

Un altro giorno s'incontrò nel Quintinail gobbetto notoper la sua lingua lungache non era nemmeno della sua sezione.

«Ohcaro Pianellicome sta?» prese a cantare colla suavoce chiara quel simpaticoneandandogli incontro e fermandolo a metà dellascala. «Lei è bene il fratello del povero Cesarino?! Ohguarda! eravamo tantoamici! Oh dica: è vero che il cavaliere va a Roma?»

«Sí.»

«Vorrebbe farmi la gentilezza di ricordargli una certaistanza che gli ho presentata? sasenza farsi scorgeredica cosí: Ilragionier Quintina chiede se ella ha ricevuto quella tal carta… Mi fa un granfavore. E in quello che posso anch'iocomandi: son qui alla terza sezione.»

«Bella anche questa!» ruminò Demetrio nell'andar su. «Siaccorge ora ch'io sono al mondoe pare che m'abbia tenuto a battesimo. Vuoldiventare cavalierelo so; e incarica me di toccare il tempo al meccanismo.»

Quel giorno stessoo il giorno doporicevette la visita delBianconidurante le ore in cui il cavaliere era a far colazione al CaffèSanquirico.

«Come vaBianconi? Non ci vediamo mai. Che miracolo?»

Era costui un buon diavolo sulla cinquantinatutto bianco dicapellicol viso ancora colorito e frescolavoratore instancabilema pieno diuna grande soggezione per tutto ciò che riguardava un po' da vicino isuperioriil ministeroquelli che comandano. Non aveva osato presentarsi alcavalieree anche adessosebbene l'avesse veduto uscire dalla portatemevasempre di averlo alle spalle.

Avanzandosi in punta dei piedicon un dito sulla bocca postocome un uncinodisse con un fiato spento di voce:

«Va a Roma il...?»

E segnò coll'indice mezzo nascosto dall'altra mano lapoltrona vuota del cavaliereverso la quale non osava quasi volgere il capo.

«Síperché?» chiese Demetriola voce del quale impauríil pover'uomoche si volse a dare un'occhiata all'uscio.

«È perché» continuòsenza distaccare il dito dallabocca «vorrei che gli dicessi una parolina....»

«O bravopoiché ci seispiegami un po' questo bel giuoco.A sentirviio ho l'organico in saccoccia....»

«Nononon si sa mai... Una parolina...» ecolle duemani congiunte come due alipareva che il Bianconi volesse covarla quellaparolina cosí miracolosa.

«Per mese mi capitala dirò: ma non capisco....»

 

A toglierlo d'imbarazzo il cavaliere non si lasciò vedereper qualche giornoo comparve un momento in gran furiatutto occupato del suofascio di carte da portare a Romae in continui colloqui con questo equest'altro pezzo grosso dell'amministrazione. Del Pianelli non si curò piúche della gamba del tavolo. Ciò avvenne il lunedí dopo il tenero colloquio conBeatrice. La sera il bravo signore partí col diretto e buon viaggio!

Demetrio rimasto solo e con poco da fare si preparò a godereuna mezza vacanza. Egli aveva sempre davanti un bel panorama e nessuno potevaproibirgli ora di stare seduto coi ginocchi nelle mani o coi pollici tuffati neitaschini del panciottoin estasi dietro la processione de' suoi pensieri.

L'intensità di questa contemplazione era taleche qualchevolta dimenticava l'ufficioil tavolinola sediae zufolandosenzaaccorgersiun'ariettafacendo saltare una gamba sull'altranon si svegliavada quei sogni che alle acute trafitte che gli dava il cuoio duro della sediaoa un certo dolore duro delle mascelle.

Intanto la lettera di Paolino continuava a rimanereschiacciata da un calamaio e da un “vedremo”. Egli non intendeva di rubare anessunoma credeva lecito di aggiornare la praticacome si dicenello stiledel mestiere.

In mezzo alle gioie delle dolci visioni e tra gli indugidella volontàrespinta ma non strozzata parlava però sempre la voce dellacoscienza onesta e ragionevole. “Che diavolo aveva indosso? e che gli saltavain mente? che nuova bestia ruggiva in lui? che cosa intendeva di fare? tagliarele gambe a Paolino? opporsi alla bontà della provvidenza? tradire una poveradonnarovinare leiségli innocenti? rendersi stupidoridicolo? far riderei polli colle sue contraddizioni? e che cosa erano queste scalmane? ohèsignorDemetriodove si va? si diventa matti? mancherebbe anche questa; oltre altradimento farsi dei carichi di coscienza....” E il piú bello era questochesi accorgeva soltanto adesso che sua cognata era una donna e una bella donna pergiunta. Che talento! aveva avuto bisogno che venissero dalle Cascine perdirglielo. Una commedia da burattini addirittura…

E nella evidenza del contrasto si metteva a rider fortecomese si trattasse di un babbeo fuori di lui. Il suono della sua voce lo richiamavaalle cose e alle idee di questo mondo. Si alzavaaggiustava colle due mani latesta e le gambe ingranchitedava una giravolta per la stanzae viapigliavail cappellovia a sciorinare la malinconia all'aria e al sole di piazzaCastelloa cercare una salutare distrazione alle baracche del Tivolidove simostrano le piú grandi meraviglie dell'universo. Le piante vestivano il primoverde. Sull'orlo dei vialiancora umidi e freschicresceva un'erba tenera chefaceva piacere al cuorecome se quel poco verdeserpeggiante nell'aridoanfiteatro di una grande città tutta polvere e sassifosse un ricordo dellabuona madre naturache comincia fuori dei bastioni. Nello sfondo nitido dipiazza d'Armi spiccava l'arco della paceco’ suoi cavalli neri sul marmobiancoe dietro l'arco uscivano le cime nevose delle prealpi lontane e delMonte Rosache nei giorni asciutti si rivela ai milanesi come l'idea un po'confusa d'un mondo migliore.

Demetrio si distraeva volentieri dietro le evoluzioni deicavalliche manovravano davanti il castelloe stava a sentire le leggende deisaltimbanchidelle sonnambule che vendono la fortuna che non hannodeglispacciatori di mastici e di quanti concorrono e cooperano alla grande fabbricadel buon appetito. Quante miserie ha il mondo! che pietà gli facevano queipoveri bambini dei saltimbanchiscialbi di famee tremanti sotto il sole dimaggio! E c'è della gente che prende gusto a popolare il mondo di morti difamedi tisicidi ladroncellidi pidocchiosi... Anche lui aspirava a questagloria della propagazione degli stracci! che amore? egoismoniente altro cheegoismo! “Con questa logica si può giustificare il ladro e l'assassino che tipianta il coltello nel cuore. Approfittare della confidenza di un amico pertradirloper tagliargli le gambe... beh! azione infameazione da ragazza chedice: dammi indietro la mia pigottache non gioco piú. Egoismopassionaccia sporcadesiderio bestiale. L'amore è grandel'amore è bellol'amore è poeticoè generoso l'amore...”.

E via sempre di questo passo a voltare e a rivoltare laquestione. Ed ebbe la pazienza di continuare due o tre giorni in questa stranamaledetta battaglia. Ma il buon senso c'è per qualche cosa: passata la terzanaun dopopranzoprese la lettera di Paolinola mise in una bella busta di cartae con passo risolutodi prussiano ch'entra in Parigiandò in Carrobio aperorare la causa del piú onestodel piú buonodel piú generoso degliuomini.

Le tentazioni non bisogna allattarlema cercare distrozzarle in cuna. Dente strappato non duole piú.

 

VIII

 

«La mamma è in letto» disse Arabella.

«Si sente male?»

«Son già tre giorni.»

«Perché non mi avete avvisato?»

«Non ha voluto. Credo che abbia la febbre. Ieri e ieril'altro s'è tenuta in piedima oggi l'ha presa un tal mal di capoche nonpuò quasi tener gli occhi aperti.»

«Oh diavolo!»

Demetrio fece un mezzo giro per l'anticamera per lasciare iltempo all'idea di venire avanti e di stendersi.

«È venuto il dottore?»

«Non l'ha voluto.»

«Chi c'è di là?»

«C’è la signora Grissini.»

L'uscio della stanza si aprí e venne fuori col suo passinosenza rumore la buona signoratutta grazia e tutta ossicheagitando i duebei trucioletti di capelli infilzati nella lattuga della cuffiadisse:

«Sicuroè malata: pare una piccola reumatichettina....»

«Guarda!» esclamò Demetrio.

«Ma non credo che sia cosa seria. Le ho fatto prendere unmezzo citratino... Signore! io credo che la poveretta abbia bisogno di un vittopiú nutriente e specialmente di avere il cuore in pace. Ne ha patite tantequest'annocaro Iddio!»

«Se... se potessi....»

Demetrio stette un momento a riflettere che cosa doveva dire;ma che cosa poteva fare egliperché Beatrice avesse un vitto piú sostanziosoe il cuore in pace?

«In confidenza» soggiunse la signora GrissinitirandoDemetrio verso la finestra«in questi giorni sono andata avanti io... Spese cene furonoe quella poverina era senza denari. Non volle ad ogni costo che iomandassi a chiamar lei. Io lo faccio volentierima devo naturalmente dir nientea mio maritoche dice sempre che non ragiono.»

Demetrio non fiatò. Trasse il portafoglivi pescò dentroe tirò fuori un biglietto di cinquanta lire che consegnò alla signoraGrissini. Erano sempre i denari del buon cugino che facevano la spesa.

«Le dica che stia di buon animo. Ero venuto per parlarle diun progetto che forse le farà piacere. Tornerò dimani.»

«Io credo che la poverina sia malata di patema d'animo.»

«Crede?»

«Non fa che piangere....»

«Lei intanto si paghi delle sue spese. Verrò dimani.»

«Oh giustonon ho detto per questo.»

«Nonoche diamine! ho caro che sia curata da una bravapersona. Se Naldo volesse venire con meho posto di metterlo a dormire.»

«È una buona ideaper alleggerire la barca.»

Demetrio rimase lí con un'orecchia tra le ditasoprapensieromentre la signora Grissini entrava nella stanza della malata. Quandotornò le chiese:

«Ebbene?»

«Ha detto di condurre pure Naldo e di farsi vedere dimani.»

Naldo andò volentieri collo “zio Demetrio” che aveva tregabbie di canarinie senza essere invitato andò dietro volentieri ancheGiovedí che si vedeva un po' troppo trascurato.

«Anche questa va a capitare...» andava ripetendo Demetriomentre il bambino seguitava a tempestarlo di dimande sulle cose che vedeva nellebotteghe e nella strada.

Pensò di scrivere a Paolino che per il momento non era ilcaso di parlare a Beatrice del noto progetto per non agitarla troppo. Tornò acollocare la lettera del cugino sotto il calamaio e disse un altro “vedremo”meno aspro e meno pesante del primo. Quel dí pranzò in casa colla compagniadel nipotino e del caneaiutandosi con qualche frusto di carne e con una fettacalda di polenta che mandò a prendere da Giovann dell'Orghen dalfruttaiuolo della piazza. Alle uova fritte pensò il cuoco di casa.

Naldo sedé in capo alla tavolatra lo zio e Giovedí.

Demetrio tuffava la forchetta nel piatto e faceva un bocconeper uno. Già cominciavano i lunghi tramonti di maggio. Il sole scendeva a pocoa poco dietro la punta del campanile delle Oreche col suo cono di rame facevaquasi da spegnitoio a un grosso fuoco rossiccioche andava languendo a poco apoco nelle linee lunghe dei tetti. Incontro agli ultimi bagliori del crepuscolouscivanosi disegnavano i corpi bruni dei fumaiolidelle torrettedeiterrazzi fioritida dove venivano voci chiare di donne e di ragazzi.

Demetriotoltosi sulle gambe il bambinostette acontemplare un pezzo lo spegnersi dei vari coloriil fuggire della luce daipiú alti colmiil vagare delle nuvolelo spuntare delle prime stellerispondendo superficialmente alle cento dimande di Naldoma col pensierolontanolontanopiú lontano delle stelle. Pensava che tutto avrebbe potutoessere conchiuso e finitoe invece aveva ancora una notte da dormire sul suodente guasto. Peccato! era una notte di inutile patimento. Perchétanto faessere sinceri con noi stessiegli pativa troppo in quella sospensione d'animoin quella lotta tra il dovere e... che cosa?

Aveva un nome questa nuova e stravagante malinconiache gliera saltata addosso come una febbrecome la pellagra?

 

Naldovedendo che lo zio Demetrio non rispondeva piúsiaddormentò a poco a poco nelle sue braccia. Lo ziomuovendosi tutto d'un pezzoe camminando quasi seduto per non risvegliarlolo collocò adagino sul letto.Chiuse le finestreaccese una candelae cominciò a preparare un lettuccio a’piedi del suocon due scranne accostateun guanciale e una coperta ripiegatain due. Quando gli parve che la nanna ci fosse (e gli veniva quasi da ridere nelpensare in quel momento a sé)si preparò alla difficile e complicata impresadi svestire il bambino che pareva un sacco di stracci. Gli tolse le scarpelecalzettelo voltòlo rivoltò sul lettoin cerca degli occhielli e deibottoniedopo molta pazienzagli riuscí di pigliarlo sulle braccia nonvestito che di una camiciuolache non vestiva quasi niente.

Quel fagottello pesante di carni tiepide e bianche in cui sisentiva correre il sangue: quel respiro dolce che usciva attraverso a un sonnodi bronzoche aveva la forza di tirar giú la testa del ragazzomettendo inluce la bella attaccatura del collo - la bellezza della mamma: - quei piccolipiedi roseiliscisenza una rugache visti contro la fiamma della candelaparevano due garofani sfogliati: quelle molli infossature nel bianco delle carniin cui pareva di scorgere l'impronta delle dita del Creatore: quel profumo dibontà che hanno i bimbitutto suscitò nel sasso sterile dell'uomo selvaticoun sussulto di tenerezza.

«Vuoi bene alla mamma?» sussurrò all'orecchio del bimboaddormentato. «Naldovuoi bene alla mamma?»

Naldo rispose con una leggera increspatura delle labbraconun sorriso che stentava a sprigionarsi dal sonno:

«Ci.»

«Anch'io!» pronunciò una voce forte di uomo che soffre.

Che gioia s'egli fosse stato il padre di quel bambino!

Oggi capiva ancor meno come il povero Cesarino avesse potutodesiderare le fatue vanità della vitaquando il Creatore l'aveva fatto padronedi queste preziose realtà.

 

“Quale ricchezzaquale gioiaquale gloria piú superbaper un uomo che il sentire la sua stessa vita palpitare al di fuori di sé in unaltro essere uscito da séche non morirà in noima consegnerà ad altriesseri che verranno la parte nostra immortalein una catena che forse va afinire nelle mani di Dio?

“Piú avrai mortificato in te le forze generose e fecondedella vitapiú avrai vissuto di te e piú sentirai al volgere dell'età laribellione di tutti i sensi a questa cupa condanna della solitudine e dellamorte. Non è soltanto un grido d'amore che ti risvegliama un desideriounbisogno di paternitàpiú grande ancora dell'amoreun bisogno e un desiderioche non si estinguono nelle onde della voluttàma insorgono in nome dellanaturati comandano di vivereo almeno di non morire tutto in una volta e nonfare di te stesso il tuo lugubre cataletto....”

Erano questipiú che i pensierii gridi che uscivano dalprofondo del suo cuorementre stava accomodando il bambino nel lettuccio. Siallontanò in punta di piedinascose un poco la fiamma della candela e stetteun momento ad ascoltare il molle respiro dell'addormentato.

Provò a scriveree mise sulla carta quattro parole per direa Paolino che Beatrice era molto malata.

Ma rifletté che non conveniva per il momento e che erameglio scrivere dimanidopo aver parlato con lei.

Soffiò sul lume eseduto nel suo gran seggiolone divacchettastette a contemplare la luna che versava una poetica luce nellastanzucciamentre egli cercava di reagire a quei terribili ragionamentiinterniche da qualche tempo non gli lasciavano piú pace. Si ricordò che inmezzo alle tribolazioni non aveva ancora fatta la sua santa Pasqua!

Demetrio era uomo piosinceramente convinto di tutto ciòche gli aveva insegnato la sua povera mamma fin da ragazzo e sapeva che ildiavolo va in giro la notte come la volpe: e se trova un pollaio apertocioèuna coscienza sprovvista di grazie e di sussidi spiritualifa il diavolocioèil suo mestiere. Glielo diceva anche fra’ Gioachinol'ultimo frate conversoche egli aveva conosciuto da ragazzo nell'abbazia di Chiaravallesopravvissutovecchio e solo nel convento come un'ombra dopo la soppressione dell'ordine.

Era un bel vecchio con una barba lungabiancala testa rasae lucidache sapeva cento storie di miracoli e contava volentieri le burle cheil diavolo soleva fare ai santi eremiti del deserto.

Anche fra’ Gioachino soleva dire:

«Chi tiene i catenacci irrugginiti non faccia conto neppuredella porta.»

Forse per questo egli pativa da qualche tempo in qua le piústravaganti suggestionie sentiva gridi e schiamazzi nella coscienzapropriocome quando la volpe entra nel pollaio. Dimani mattina avrebbe lasciato Naldo incustodia di Giovann de l'Orghene prima dell'alba sarebbe andato aSant'Antonioin cerca di don Giuseppe Biassonniun vecchio prete un po'rustico che raspava la coscienza come un paioloma dava una salutare energiaallo spirito. E fece cosí. Disse tutto al prete lo stato dell'animo suocontòle tentazioniprovando il piacere di chi si toglie d'addosso una camicia sporcae se ne mette una di bucato.

Don Giuseppe non fece complimenti:

«Sicuro che saresti un bel birbone» gli disse «se per unatua golosità mettessi tutta una famiglia nel caso di morir di fame. Se silascia parlare la passionene sa sempre piú di un avvocato. Ti dirà che tuhai dei meritiche puoi fare meglio degli altriche il bene è di chi se lopigliati tirerà a vedere la terra promessati metterà tutto il mondo aipiediprecisamente come fece Satana a nostro Signore. Io non ti dico altro: osi serve alla giustizia o si serve agli appetiti nostri; o si vuole il regno diDio o si vuole quello delle tenebre. In due scarpe non si può tenere il piede.E il bene cessa di essere benequando lo si adopera per foderare il tabarellodel diavolo.»

Demetrio avrebbe voluto che il vecchio rustico seguitasse unpezzo a sgridarloa strapazzarlo cosí.

Sotto i colpi dei rimproveri sentiva le ossa slogate andare aposto.

Una vera pace venne dietro all'assoluzione e quando egliuscí dalla chiesasi sentí un altro uomo. Non tornò a casama corsedifilato in Carrobio per conoscere come la malata aveva passata la notte e perconsegnare la famosa lettera di Paolinonel caso che Beatrice volessecominciare a pensarci.

 

Dopo molte giornate di belloil tempo era scurocon densinuvoloni di temporale in ariacon spessi e forti colpi di vento che facevanosbattere le gelosie. Non tardò molto che si mise a piovere allegramentetantoche Demetrio arrivò in Carrobio coll'ombrello grondante.

«Come sta la mamma? ha dormito?»

«Megliosí. Mi ha detto quando veniva lo zio Demetrio diavvertirla.»

«Non ho molto tempo.»

«Vado subito.»

Demetrio collocò l'ombrello grondante in un cantucciolasciò il cappello sulla sedia e stette ad aspettare in piediin mezzo allastanzacolle mani nelle manichegli occhi incantati sui mattoni.

«Vengazio...» disse Arabella con un cenno della manofacendo spiraglio dall'uscio.

Demetrio si mosse e chiese:

«Si può?»

Beatrice non rispose subito e lasciò a Demetrio il tempo diaccorgersi ancora una volta di un gran martellamento di cuore.

«Avanti pure.»

La stanza da letto dava sulla corte e risentiva la tristezzadella giornata piovosa tra i muri bigi e i tetti neri e lucenti. Le tendine dimussolinaingiallite di polvererendevano ancora piú spenta la luce.

Beatrice stava nella parte a sinistra del suo lettomatrimonialeverso la parete piú lontana dalla finestra. La destra era liberaintattacome l'aveva lasciata il povero Cesarino.

«Come va?»

«Sto meglioè un po' di febbre.»

«Guardaforse il tem... forse il tempo.»

Demetrio fissò gli occhi sulla finestra. Pioveva fittodigustobattendo sui vetri; e tratto tratto passava nella furia del vento unlampo.

«Piove come se non fosse mai pio... piovuto» tornò a direDemetriodritto verso la finestrasenza voltar la testa verso Beatricecomese fosse venuto a strologare il tempo e non per altro.

Seguí un istante di silenziodopo il quale Beatrice prese adire:

«Avete avuta la pazienza di condurre Naldo con voi....»

«Pover patanèll!...» disse lo zio con un movimentoquasi uno scatto del capo. E soggiunse: «Pensavo che si potrebbe mandare Marioalle Cascine. La Carolina è meglio di una mamma... Anzi ci ho qui una letteradi Paolino.»

E slacciati i bottoni dell'abitoDemetrio cacciò la manonella tasca di sottochinandosi giú giúcome se pescasse in un pozzo.

«Sedetevi.»

«Comodissimo.»

«Devo parlarvi di una cosa...» tornò a dire con vocetremolante Beatricefacendo violenza alla sua timidezza.

«Se sapeste Demetrio che cosa mi è capitato!»

«Che cosa?...»

«Ah Signoreche spavento! sono ben malata per questo.»

«O di... diavolo!...»

Demetrioche aveva già la lettera di Paolino in manosivoltò verso il letto e appoggiò le mani sulla sponda. Beatricesul punto diconfessare al cognato il suo gran spropositoprovò un senso di ribrezzo e siraccolse nelle coltricome se volesse sprofondare e scomparire nel letto.L'occhio di Demetrio passò rapidamente sulla persona di lei e andò a figgersinella testa di un Cristo coronato di spine che pendeva a capo del letto.

«Diavolo!» ripeté con un filo di voce. «Che cosa vi ècapitato?»

«Come posso dirlo?… Mi pare che andrei piú volentieriincontro alla morte.»

«Alla... alla morte?»

Demetrio crollò una volta il capo a destrauna volta asinistracome se cercasse una spiegazione alle due pareti e tornò a figgeregli occhi sul quadroevitando di guardare addosso alla malata.

Beatrice cominciò a singhiozzare e a bagnare il cuscino dilagrime.

«Ma io non capiscocara voi....»

«Se non promettete prima di perdonarmi....»

«Io perdonarvi?»

«Vi giuro che non l'ho fatto con cattiva intenzione.»

«Che cosa non avete....»

«Fu per compassione di mio padre che insisteva tanto. Hofatto male a non parlarvene primama sapevo che eravate contrario a dar denaroa quel povero uomo. Mi sono fidata della Pardi... oh povera me!»

«Cioè... volete dire che avete dato del denaro a vostropadre....»

«Sí.»

«E che l'avete tolto a prestito da qualcuno....»

«Nono.»

«Avete forse firmata qualche carta?»

«Nonoè un tradimentoun infame tradimento...»proruppe con un grido soffocato la povera donna.

«Un...?»

Demetrio abbassò lo sguardo dalla cornice e cercò nel voltodella donna una spiegazione a questo enigma.

«Quando penso alla figura che m'hanno fatto farenon socome sia ancora viva.»

Per quanto andasse a immaginareDemetrio non poteva capire.Era cosí ingenuo ed ignorante delle cose del mondoche fuori del suo libro nonsapeva né leggere né indovinare.

Beatricequando ebbe asciugate una o due volte le lagrimein mezzo ad un gran garbuglio di cose uscí a dire:

«Mi hanno mancato di rispetto....»

«Vi hanno....»

E Demetrio alzò un dito e con questo in aria tornò achiedere:

«Chi... chi vi ha mancato di rispetto?»

«Ahsapeste! mi hanno creduta una donna di quelle... Ahpovera me! poveri i miei figli!»

«Chi?!»

Demetrio ripeté questo “chi?!” con un accento aspro efieroe andò avanti due passi nella stretta del letto fin quasi addosso allamalata. Credeva bene di aver capito questa volta. Sapeva che c'è della genteche ci sono dei bricconi a questo mondoi quali non hanno nessun rispetto peruna povera donna. Sapeva quello che il mondo infame andava dicendo sul conto diquesta donnasenza un motivo. Non aveva creduto anche lui a mille ciarle privedi fondamento? Chi le aveva mancato di rispetto?

Tutte queste domande cozzarono come tante palline di ferroscosse in un bicchieresotto un cipiglio di sfida. Non strepitavanon siagitava mica. Voleva soltanto sapere chi aveva osato mancare di rispettochiaveva creduto che sua cognata fosse una donna di quelle...

«Demetrio» continuò ellaalzandosi un poco sul cuscino esostenendosi sulle braccia «se vi conto tuttoè perché sento che soltantovoi potete aiutarmi in questo momento: ma non voglio che per colpa mia voidobbiate avere poi dei dispiaceri. Il danno materiale è poca cosa: locompenseròlavoreròguadagneròdovessi vendere anche il letto....»

«Sísíma voi dovete...» insisteva Demetrio stringendoun pugno tutto pieno di spigoli.

«Abbiate pazienzalo sbaglio fu tutto mio. Capisco cheavrei dovuto essere piú prudentecredere meno alla gente. Ma ci sono andata incasa come si va nella casa di un benefattore; voi stesso mi avete parlato sempredi lui con una grande opinione. Chi doveva immaginare che quel signorealla suaetà... Insomma fui ingannatama la colpa è mia. Avrei dovuto credere aivostri consigli. Quando sono uscita da quella casa mi pareva che la gentedovesse leggermi in viso la mia vergogna e mi pareva di sentire la voce diCesarino che diceva: “Bravabegli esempi che dài alla tua figliuola!” Ahche notti ho passato mai ieri e ieri l'altro! Che cosa non ho pensato anche divoiDemetrio! Dicevo: egli mi ha sempre parlato del cavaliere come di unapersona molto rispettabile; gli ha raccomandato Mario per l'Orfanotrofio: gli hasubaffittato due stanze... MaSignore! che anche Demetrio aiuti a tradirmi?dove sono? in mano di chi sono? Capiscoforse sono una donna viziata dallabuona fortunauna donna poco praticapoco avvedutama quando ho dato provaGesú miodi non essere una donna onesta? Se venisse qui il mio poveroCesarinoguardateDemetrio» e nel dir cosí si pose quasi a sedere sulletto«se egli potesse uscire dalla sua fossavi giurerebbe sul capo de' mieifigliuoli che io non ho mai traditonemmeno col pensieroi miei doveri dibuona mogliee dal dí che egli è morto voi sapete che non ho fatto chepiangere e pregare.»

E tornando a rompere in un gran piantosoggiunse:

«Diteloditelo a quel signore... ditelo alla gente... nonaiutate anche voi a tradire una povera donna... Fatelo almeno per compassionede' miei figliuoli....»

Beatricedopo questo sfogolasciò cadere la testa di nuovosul guanciale colla pesantezza di persona sfinita. I suoi capelli in disordinenel bianco delle coltrispiccavano come una massa d'oro. Ora che aveva parlatoe detto il suo peccatole pareva di sentirsi quasi guarita. Nessuno l'aveva maiveduta cosí bella.

Demetrioirrigidito nei muscoliritto in piedi come unpilastrocolle mani schiuse ad un gesto che pareva indurito nell'ariadopoaver capito tuttoanzi troppofiní col non capir piú nulla.

Aveva davanti a sé un bianco fantasma confuso dentro unanuvolasentiva nelle orecchie il rumore d'una voce compassionevole; ma fattostupido e farnetico dalla sofferenzacol cuore soffocato da uno sdegnotremendocogli occhi offuscatistava lí che non sentiva nemmeno la terrasotto i piedi.

È lungo dire tutto ciò che precipitò nel suo cuore inquell'istantetutto ciò che il pianto e il rimprovero di quella donna eccitòin lui di terribile e di spaventoso tutto ciò che l'ira persuase di fare.

Ma piú che dall'ira fu vinto dalla sua debolezza.

La sua faccia somigliava a una maschera che piange.

Era questa l'arte del saper vivere: questo il sugo dei pareridisinteressati: questo lo zelo per la pace di un uomo ingenuo caduto dalletegole... O scempiaggine! o cattiveria umana!

Egli per il primocolla sua presunzione di far meglio deglialtri e di aver ereditato tutto il buon senso di casa Pianelli aveva accolte levoci della malignitàaveva sospinta una povera donna nelle fauci del lupo.Però con questi bei servigi s'era procacciata una speciale benemerenzaforseuna promozione nell'organico... to' to'... anche questo spiegava le riverenzedel Ramellagli amplessi del Quintinale umili raccomandazioni del Bianconi.

Dioche vergognache abbiezioneche mortificazione allanostra superbia! che avvilimentoche castigo!

Sentiva quasi la vita rompersi e scassinarsicome un vecchioorologio a cui la mano di un pazzo strappi la catena e faccia sonare tutteinsieme le ore. Corse colla mano in cerca del fazzolettoperché la testa glisi gonfiava e gli occhi s'imbambolavano. Crollando il caposi mosseandò finsotto la finestraappoggiò la fronte riarsa ai vetricontro i quali battevala pioggia fredda e sottilee pianse col singhiozzo addolorato e raucodell'uomo che non piange da un pezzo.

«Perché piangetevoi?.. Non ne avete colpalo so. Anchevoi avrete agito in buona fede... Io non vi accuso di questoDemetrio. Abbiatepazienza.» Cosí sorse a dire con tono compassionevole la cognata.

Quando fu dissipato quel gran fumo che gli velava il lumedegli occhiquando finalmente poté parlareegli si voltò con un moto prontoe risoluto:

«Sentite» esclamò con una voce diversa di prima «èdetto che io sono un povero imbecille» e siccome Beatrice voleva contraddireegli gridò: «nonono: è verolo sonolo sono. Se non lo dice nessunolodico io: io sono un imbecilleun bestione» insistéportando i due pugnistretti alla fronte «un mammaluccosono.»

Beatrice voleva di nuovo protestare.

«Noabbiate pazienzalasciatemi dire. Io sono anche unimbecille presuntuosoche dò pareri agli altri e non ne tengo per me. Ègiusto che porti la pena della mia asinità; ma sentiteBeatricecom'è veroche stamattina ho fatto la santa Pasqua» soggiunse alzando le due mani giunte«io sarei il piú vergognoso degli uominise questa ingiuria che vi hannofatta non la ricacciassi in gola....»

«Sentite....»

«In golain gola...» tornò a ripetere quasi fuori di sémostrando i pugni alla terra «in gola a quell'impostore....»

«Per caritàcaro Demetrio» supplicava la malatasollevandosi ancora un poco a sedere sul letto.

«Ad uno ad uno gli farò ringoiare i buoni consigli che miha dato. Ah io sono un uomo ingenuoio mi mangerò il fegatomi faròmaledire!?.. Glielo farò mangiar io il fegato a quel....»

Ed aizzato dalla sua passione continuò a passeggiare su egiú per la camera come forsennato.

Arabellachiamata da quella voce stridulacorse e stette asentire all'uscio col cuore in tempesta. Eravamo alle solite? Lo zio Demetrionon aveva mai gridato a quel modo.

«Sentite una voltaDemetrio. Ora mi fate pentire d'averavuto confidenza in voi. Abbiate pazienzavenite quasedetevi un momentoperl'amor di Dio. Non voglio che voi crediate il male piú grande che non sia.»

Demetrioquasi condotto da quella voce molle e insinuanteandò a sedersi su una scranna appoggiata al muroe si raccolse in séconaria sdegnosa e spossatacurvò il corpo sulle gambeappoggiando la faccia aidue pugni stretti.

Beatricecon un candore pieno di umile contrizioneprese araccontare distesamente la sua visita al cavalieree perché vi era andataecome avesse risposto alle sue insistenzee cometornata a casasi togliessed'addosso quel braccialetto che le bruciava le carnie come finalmentericorresse a luiDemetrionon per essere vendicatama soltanto per restituireal suo adoratore i denari ed il regaloperché di questa roba non ne volevapiú sapere. E rigirando l'avventura un poco allo scherzomettendo nella voceun filo sottile d'ironiafiní col dire:

«Io per meme ne rido di quel vecchio sciocco e galantedel quale non ho mai cercata la protezione: ma voi potreste avere dei dispiacerigrossi. Egli è potenteè vostro superioreenon potendo vendicarsi su dimeavrebbe gusto di vendicarsi su di voi.»

«Si vendichi...» sentenziò Demetrioalzandosi sullapersona. E voleva dire: “Se vuole anche il mio sanguese lo pigli...” ma lavista quasi improvvisa di quella donna che lo guardava cogli occhi grandil'abbagliò: tornò ad abbassare il caposi restrinsesi contorse nella suascontrosa debolezzae sentendosi quasi moriremandò col cuore un'ardenteinvocazione a quel Signore che aveva ricevuto nel petto la mattina.

 

Il colloquio fu interrotto da Arabella che entrò leggermentecon una medicina. La fanciulla era pallidasconvoltae le sue mani tremavanocome se avesse indosso la febbre.

Dietro di lei entrò anche la signora Grissini; cosídopoqualche sconnessa parola di complimentoDemetrio prese congedo e uscígraffiando l'usciopromettendo che si sarebbe lasciato rivedere presto. Avevabisogno di respirare l'aria libera.

Fece le scaletrovò la solita strada di casa sua quasi permiracolocome se camminasse in sognosollevato una spanna dal suolo. La testagirava come un arcolaio che gira al soleproiettando ombre strane e sgangheratesul fondo della sua coscienza.

“Che talentosor Pianelli!” andava declamando una vocein fondo a quel testone enorme che gli pesava sulle spalle“che bel talento!e che furberiaMeneghino! valeva la pena di scendere dall'abbaino a predicarela morale agli altri e di credersi quasi l'incarnazione del buon sensoper farein fondo queste belle figure!”

E i bei consigli del suo benamato superiore? qui il bellotoccava il sublime. “Povero Pianellilei è troppo ingenuo” la vocecarezzevole e insinuante del cavaliere gli rinasceva nelle orecchie e gli davala baia; “lei ha troppo buon cuore e il cuore è buono per i merli. Io leparlo come padrecome superiore: non sta nemmeno della sua dignità....”

«Ahsíproprio?» esclamavafermandosi sui due piedi inmezzo alla gente. Per fortuna e per grazia di Dio il cavalier Balzalotti non eraa Milano e forse in quel momento lí dava a sua eccellenza il Ministroi i suoipreziosi consigli: altrimenti egli sentiva che avrebbe fatto uno scempioe poi finismundi. Che gli importava adesso della sua vita? si poteva cadere piú bassodi cosíanche andando in prigione?

“Non sta della mia dignità il patire la fame e la miseriacoi disgraziatima è della dignità tuao birbonetendere la trappola a unapovera donnatirarla in casa colle bellechiudere la chiave dell'usciofar lemoine del gattonetentarla un po' colle dolciun po' colle bruscheprovarnela virtú coi regalucci? Ah birbonaccio!”

Durante le ore che rimase all'ufficionei primi due giorniche tennero dietro al colloquio con Beatricenon fece che ripeterequest'orazionesogghignando dal suo posto alla poltrona vuota del cavalierelaquale nella sua matronale tranquillità pareva rispondere: Io non c'entro.

Lavorò pococonfusamenteevitò d'incontrarsi coi colleghi- birbonacci anche loro!

“Vengano adesso a implorare la parolina! Venga il signorBianconicaro anche lui con quel fare di gattamorta! Non c'è piú da fidarsiin questo mondonemmeno dei piú vecchi amici.”

Una volta il Ramellavedendolo passarecorse ad aprire laporta e a far le riverenze.

«Stia comodo» gli disse Demetrio con un sorriso amaro egonfio «adesso è finita l'entratura.»

«Cosa?» domandò il portinaioche non aveva capito.

«Uuh!» rispose con voce nasale Demetriorincagnando lafaccia.

“Non c'è piú da fidarsi di nessuno... Cara anche quellasignora Palmira co’ suoi buoni consiglico’ suoi segreti protettori. Belregalo che ha fatto all'amica del suo cuore! e adesso bisogna trovare subitocento lire da restituire al buon benefattoree bisogna farlo subitopertelegrafo se occorreperché certi denari bruciano le mani. Dove trovarle centolire? non le avrebbe chieste certamente a Paolino questa volta... A proposito.Non doveva egli consegnare una lettera di costui a Beatrice? L'aveva collocatasotto il calamaio... anzi l'aveva presa una volta con séma la lettera nonc'era piúné quiné làné in fondo alle tasche. Che l'avesse perduta? Lasua testa aveva ora ben altro da pensare che alle scalmane del signor Paolino. Eperché non veniva lui a proteggere l'onore della sua fiammama stavacomodamente alle Cascine ad aspettare la manna dal cielo? oltre al resto dovevatoccare anche a lui la parte del mediatoreper farsi odiare forse anche dalcugino? perché questa è la regola: piú un uomo si strugge per fare del bene epiú diventa antipatico e odioso. È meglio nascere con un ramolaccio al postodel cuoreguardare a sépensare a séfare il proprio interessepigliarsi ipropri comodisoddisfare i propri appetiti. Egoistiegoistiviva la vostrafaccia!”

Per due o tre giorni non fece che predicare a sé stessodentro di sé a questo modo con una violenza morbosafuggendo la faccia degliuominifinché una volta si domandòstringendo la testa nelle manise avevail cervello a posto.

Naldo aveva voluto tornare dalla sua mamma. Rimasto ancorsolo in cima alle scalettenella morta solitudine dei tegoliDemetrio avevatutto il tempo di torturarsi da sévittima di una forza alla quale non sapevaresistere.

Ma il dispetto furiosoa poco a poco vinto dalla stanchezzastessa dei nervicominciò a cedere il posto a un'altra riflessione se puremeritava questo nome un lembo di serenoche usciva or sí or no in mezzo allanuvolaglia di tante brutte cose.

Quel lembo di sereno era Beatrice.

In fondo all'aspra battaglianell'abisso della sua vergognail pover'uomo si sentiva avvicinato non uno ma cento passi a quella donna.

Qualche cosa che non si sa definirequalche cosa che tipiglia e ti stringe i sensi del cuoredandoti in mezzo alle sofferenzedell'agonia una goccia di dolcezzaseguitava a invadere l'anima.

Egli viveva di quella goccia. Capiva come si possa accettareanche di morire per inebriarsi una volta di quella dolcezza e come si possamorire volentieri una volta gustata.

Essa lo aveva chiamato una volta caro Demetrio; aveva stesoverso di lui le bracciasupplicando ancora la sua protezione. Aveva con dueparole perdonate tutte le amarezze sofferte da lui e le offese a cui l'avevaesposta la sua grossolana ignoranza.

Beatrice nella sua bontà semplice e mite era passata inmezzo alle calunniecome uno spirito che le cose del mondo non possono toccare.

Non era una donna sublimené per ingegnoné per arte distare al mondoné per tante altre cose che dànno poi il frutto che s'èvisto: era una buona creaturaonesta per indoleaffezionata alla sua genteche chiedeva soltanto un po' di pace e un sorriso; ed egli aveva visto questadonnacoi capelli scomposticogli occhi lucenti verso di luinel suo granletto biancomentre cercava di intenerirlocon una voce supplichevole darompere in due pezzi un ciottolo del selciato... Ah no! non si potevan covaridee d'odio e di vendetta con quella voce nel cuore...

Questa voce lo svegliava nel pieno della notte. Si metteva asedere sul lettonel buiocogli occhi fissi alle stelle e procurava diricrearsi davanti il bianco e stupendo fantasma. Finí col non poter dormirepiú. Il mattino lo sorprese piú d'una volta pallidointirizzito sulla spondadel letto. O se la eccessiva prostrazione gli faceva posare un momento il caposul cuscino e gli velava la pupillaquanti fantasmi lividi e lucenti assalivanoil suo spirito! Visioni morbide e morbose avviluppavano il suo pensieroglitoglievano la forza di raccapezzarsi.

“O Signore Iddioabbiate misericordia di un povero uomo!…”esclamava in mezzo ai sogni nell'ombra.

Da quelle visioni cadde in un letargo febbrileche divenneben presto una febbre bella e buonapoi un febbrone brucianteche gl'impiombòle palpebre e lo tenne inchiodato in letto quasi una settimana.

 

 

Parte Quarta

 

DALLA SONNAMBULA

 

I

 

Da quindici giorni Paolino non aveva ricevuto che un'asciuttacartolina di Demetrionella quale gli diceva che Beatrice era malatache anchelui era malatoche quindi non era il momento di parlare dei noti progettieniente altro.

Che significava tutto ciò? e non poteva il cugino scrivereuna riga di piúrinfrancare la speranza di un poverettomalato anche lui diun male che i medici non sanno guarire? Qui sotto ci doveva essere del mistero:e probabilmente quella cartolina non era che una staffetta di battaglia perduta.Non mai come ora gli pareva di essere stato temerario e illuso. Sarebbe statopiú strano che Beatrice avesse risposto subito: «sísívolentieri». SeDemetrio non fosse stato anch'egli un illuso per necessitàavrebbe potutoaprirgli gli occhi alla bella prima.

Chi sa quante risate avevano fatte a quest'ora a Milano sulconto di Paolino delle Cascine!

Provava a rileggere la sua famosa lettera e ad ogni frasesentiva anche lui la voglia di ridere. E Milanouna città che non manca diburloninon si lasciano scappare le occasioni di ridere.

“So che io non avrei dovuto essere tanto temerariod'innalzare gli occhi sino alla Sua Persona”diceva la letterae gli parevadi veder Beatrice a ridere. Altro che porgere grato orecchio!… - Piú sottoc'era un'altra frase che diceva: “voglia dunque alla stregua di questeconsiderazioni...”e qui gli pareva veder Beatrice intenta a cercare sulvocabolario il significato di quella strana parolache egli aveva volutointrodurre per contentare don Giovanni.

Erano già sonate le dieci e Paolino non si lasciava vederequella mattina.

La buona Carolinache aveva il figliuolo sul cuoreandòsupicchiò all'uscioapríe trovò suo fratello ancora a lettonellastanza quasi buiaavvoltolato nelle coperte come un eroe trafitto nelle pieghedel mantello.

«Ti senti malePaolino?» chieseaprendo un poco leimposte.

«Lasciatemi stare; sími sento male.»

«Devo far venire il dottor Fiore?»

«Fa venire il diavolo. Che non si possa star quieti unamezz'ora?»

«Son già le diecicaro mio: e se ti senti male....»

«Allora sto benissimo.»

Paolinoche riempiva colla persona tutta quanta la lunghezzadel lettosi rotolò sul fiancofacendo stridere le foglie secche delpagliericcio e scricchiolare la lettiera; e voltò la faccia al muro.

La Carolinache era la madre della pazienza e che conosceval'arte di medicare le piaghe coll'olio d'ulivoprese una sediavi si appoggiòpiú che non si sedette sopracongiunse le mani sul grembialone e cominciò adire:

«Non far cosínon sta proprio bene. È quasi un tentare laprovvidenza.»

«Bella provvidenza!»

«Non ti ha scritto Demetrio che essa era malata e che sisentiva poco bene anche lui?»

«Tre righe in quindici giorni.»

«Roma non fu fatta in un giorno e non si può dire ad unadonna: Son quila mi piglicome se si trattasse di un bicchierino di rosolio.Si saanche lei deve fare i suoi conti.»

«Doveva dirmi almeno se ha consegnata la mia lettera.»

«Gliel'avrà datacari angeli custodi!.. Stanotte ho fattoun sogno....»

«Bravacontami i tuoi sogni adesso!»

«Tu sei padrone di non credere a’ miei sogniquantunqueio pensi chese Dio li mandaavrà il suo scopo. Anche Giacobbe....»

«Oh caraanche la storia sacra!»

«Ti ricordi la povera Marietta dell'Acquabella? una nottesognò che il suo figliuolo soldato in Sicilia era malato di vaiolo: la mattinanon giunse il telegramma ch'era morto?»

«Storie del medio evo!» ribatté sgarbatamente Paolinochecominciava a non credere piú a niente.

«Saranno idee vecchiema alle volte le idee vecchie fannocorrere le nuove.»

«Ebbeneche cosa ti sei sognata? Sentiamo anche questa»disse Paolinosollevandosi un poco sul letto e guardando la sorella con un faretra il disgustato ed il burlesco.

«Mi pareva dunque che Beatrice fosse ancora qui alle Cascinecoi suoi figliuolinella stanza qui sottoche era la suava bene? Lapettinavo come solevo far tutte le mattinepigliando in mano quella bella massadi capelliche pare un bandolo di linoun profluvioche vanno fino in terraquando è seduta. La stavo pettinandoquando mi rimase in mano una ciocchettadi quei capelli. E proprio in quella mi svegliai.»

«O che bel sogno! o che bel sogno!» cantarellò Paolinolasciandosi cadere sul cuscino e ridendo di mala voglia.

«Aspetta un pocoche sentirai. Mi svegliova bene? e miviene in mente di entrare nella stanza qui sottodove non sono mai entrata dopola partenza di Beatrice e di Arabella. Apro per caso il cassettino dellatavolettae guarda che cosa trovo....»

La Carolina cacciò la mano in una delle grandi tasche delsuo grembialonesvolse un cartoccio e tirò fuori un filzolino di capellibiondiproprio di quel biondo come non ce n'è un altro al mondo.

Paolino si rizzò sul gomito e aprí gli occhi e la boccadavanti a quel filzolinoche la sorella teneva sollevato in aria.

«Ti paiono i suoi?»

Paolino li prese tra le ditali palpòcrollò il capoforse per asciugare nell'aria una sciocca commozione che gli penetrava il cuoree tornò a piombare sul cuscino.

«Ai sogni si può credere e non credereperché non sonoarticoli di fede. Ma io dico che il Signore ha tante strade per andare a Roma eche alle volte bisogna lasciarsi guidare dai piccoli segnali. A furia di piccoligrani i frati di Chiaravalle facevano seicento moggia di frumento. Un parere tel'ho dato ieri mattina.»

«Quale?»

«Che tu andassi a Milano in cerca di Demetrio.»

«Nomai: per farmi dire la brutta verità sulla faccia?»

«E allora non resta che tentare un'altra strada. Tu diraiche sono anche queste cose del medio evo: ma pazienzaparlo con buonaintenzione. Sta per cominciare la stagione dei grossi lavorie se ti ammaliionon posso arrivare dappertutto. Sento già le mie gambe che gridano vendetta incielo. Tu hai tutti i diritti d'avere la tua famiglia: è naturalenon sei unuomo per niente. Il mio ideale - te l'ho detto - sarebbe stato che tu sposassiuna buona e brava ragazza delle nostreanche un pochino piú alla mano: maalcuoretu dicinon si comandae non so che cosa dire.»

La Carolina aggiunse qui un sospiro che forse sollevò in leidelle vecchie reminiscenzee continuò:

«Il peggio che tu possa fare adesso è di rimanere in questostato d'incertezza....»

«E dunque? Vuoi che faccia una divozione alla Madonna diCaravaggio?» domandò Paolino con un sorrisetto quasi da miscredente.

«Anche una divozione non sarebbe fuori di luogoperché laMadonna ha patito anche lei e sa compatire. Ma non è di questo che parloadesso. Ti ricordi quella volta che ho perduto il mio anello di diamante? Chidiceva che me l'avevano rubato; chi diceva che lo avevo perduto per via; chiquestochi quello; e per una settimana ho voluto impazzire inutilmente. Allorami venne in mente di far interrogare madama Anitache sta a Milano in contradadi San Raffaelloquasi sotto il Duomo; e come se la cara creatura lo vedesse inuno specchiomi fece rispondere: “Cerchi l'anello e l'hai nella mano! Guardanel guanto”. Sono andata a vedere e c'era proprio come essa aveva detto.»

«Mi ricordo. E cosí?»

«Io dico: come madama Anita ha potuto indovinare allorapotrebbecoll'aiuto di questi capellitrovati per miracoloindovinare ancora.Molte mie compagne di scuola hanno saputo con questo sistema quando dovevanomaritarsi e chi dovevano sposare. Sarànon sarà magnetismoio non vogliodeciderema tentare non nocet e se ne sentono di quelle che fannorestare incantati. Anche il dottor Fioreche non è una donnetta - anzi stentaa credere anche le cose necessarie - dice che la scienza non sa definirema chequalche cosa c'è. Se fossero proprio cose del medio evonon si vedrebberoannunciate fin sulla quarta pagina della Perseveranzache tu dici ungiornale serio. Va bene? Madama Anita è una buona creaturabella come unamadonnache soffre come un'anima del purgatorio quando la fanno parlare; ma sepuò far del bene non si rifiuta. Sento che fa anche un monte di carità. Èdiscreta e una volta sveglia non si ricorda piú. Tu potresti andare a Milanosabato per la piazzae quando hai sbrigate le tue faccendese non haiproprio il coraggio di vedere Demetrioprovi a sentire madama Anita. Bòtte nonte ne dà. Le metti questi capelli in mano e stai a sentire ciò che ella tidirà - va bene?»

Paolino rimasto a sentire con quel magico filzolino dicapelli tra le ditas'era lasciato trascinare a poco a poco dal discorso di suasorella in una specie di incantesimo dal quale non avrebbe voluto piú uscire.

Non disse né síné noper il momentoper noncompromettersie la Carolina gli lasciò tutto il tempo di riflettere. Rimastosolodopo aver gustate in silenzio le parole amorose e incoraggianti dellasorellaportò i capelli di Beatrice alla bocca e mormorò con un raggio disperanza in faccia:

«Dite un po' di chi siete....»

 

 

II

 

Al sabatoBassanoil cavallantinoebbe ordine di prepararela carrozza grande coi due puledri castagnie fu pronto per le sette e mezzo.

Cogli alti stivalonida cui uscivano fascetti di pagliacoibaffi rossi rasati come il pelo di una spazzolacol suo bel cilindro di pellescura e la nappina di cuoio alla postiglionaBassano aspettò una mezz'ora ilpadrone seduto sul cassero dopo aver infilato le grosse dita di bifolco in unpaio di guanti di refegrandi come due sacchi di meliga.

Nella vasta cortecinta all'intorno dai fienili e dallestalleera un vivo movimento dì donnedi ragazzidi oche e di galline. Dilà cantava un gallodi qua muggiva una manzettain fondo strideva un secchioluccicante al sole; era anche una magnifica giornata di maggio

Intorno al carrozzone padronale cominciarono a raccogliersi ibambiniche s'incantavano a guardare come se non avessero mai vista unacarrozzacoi nasi mocciosicoi piedi nudi nella melma. Tratto tratto uscivanoa dare un'occhiata anche le donneche facevano il bucato sotto il portico dellalegnaia.

Il signor padrone non finiva mai di farsi la barba.

La Carolina collocò tra i piedi del cavallantino un cesto diviminida cui uscivano da una parte il collo di una bottiglia piena di pannatappata con erba frescae dall'altra il collo di un'anitra viva.

La povera bestialegata sul fondo del cesto con ramettini disalicesalutava da lontano le sue dolci compagne che piú fortunate di leiperil momentodiguazzavano fuggendo per l'acqua verdognola della gora sottol'ombra deliziosa dei pioppi.

«Sapete dove sta: in Carrobio.»

«Sílo so.»

«Le dite di scusaree che la saluto tanto tantoe che semi sentirò bene andrò presto a trovarla.»

In quella comparve Paolino vestito benecolla sua grandecatena d'oro grossa come un dito. Siccome s'era fatto tagliare anche i capelliil cappello di feltrodiventato un po' largocadeva ed andava ad appoggiarsisulle orecchie come sopra due mensole. Aveva nelle mani un fascio di carteunportafogli pieno di biglietti di bancaqualche libretto della Banca Popolare epareva confusodistrattosbalordito.

Carolina lo aiutò a mettere le carte a posto e gli dissesottovoce:

«Tieni a mentecontrada di San Raffaellonumero 13.»

Egli salí in carrozzasi rannicchiò in un angoloicavalli si mosseroi ragazzi corsero dietro alla carrozza fino alla stradaprovinciale e tutto rientrò nell'ordine solito alle Cascine. Ma alla poveraCarolina il cuore batteva come il martello di un magnano.

Chi sa come finirebbe questa storia! e se madama Anita nonpoteva dargli una consolazione? Che cosa era saltato in mente a Demetrio dicondurre quella benedetta donna alle Cascine! Al tempo delle streghe si sarebbedetto che l’avevano stregato quel ragazzo.

Strada facendoPaolino finí di mettere a posto i contiidenarii libretti: ma il suo pensiero era fissoinchiodato a un piccoloinvolto di cartadi cui sentiva il gruppo nel taschino del panciotto. Sempre inpaura di averlo dimenticato o persovi portò la mano dieci o dodici volte inuna mezz'ora. Da quel gruppocome da un bottone di fuocosentiva un raggio dicalore scendere per le costole fino alla sede del cuore. Era un calore chebruciavama senza dolore.

Man mano che si avvicinava alla grande cittàlo assaliva losgomento come se egli venisse a darle il fuoco; cercava di non pensare a madamaedi pensare invece alla sua Beatrice. A volte non sapeva piú distinguere traqueste due donneche s'incarnavano in una sola cosa di genere femminilepostain mezzo alle case di Milanoper la quale egli si era mossoe della qualeaveva una gran paurama non sarebbe per questo tornato indietro. La grandecittà l'attirava come una voragine. Quel non so che di sacro e di paurosochehanno per un bambino le storie degli spiriti e delle fateinvestí il nostroinnamorato al comparire delle prime case del sobborgo. Passato il dazio di portaRomanaquando la carrozza cominciò a correre solennemente e a sonare sulselciato della cittàgli parve che Milano gli cadesse sul capocrepitandocome un castello di carte.

Giunti presso il teatro CarcanoBassano fermò i cavallidavanti alla porta del Vismaragrosso negoziante di risocol quale Paolino erain continui affari. Il padrone discese e passò nello studio a stringere uncontratto per qualche centinaia di sacchi. Nel trattare esagerò a posta iprezzi dei generi per dar luogo a una viva discussioneper mettere molteparolemolte cose estraneemolti sacchi di riso tra lui e quella donnaa cuitra poco doveva parlare di Beatrice.

Nell'uscire da quella casa si sentí meglio: anzi gli parvedi essere tornato un essere ragionevoleun uomo di questo mondoe procurò diconservarsi talesforzandosi di osservare le costruzioni del Milano nuovo chesorgevano come per incantoe i grandi rettifilie le botteghe di lussoe ilmovimento dei tram e il via vai della gente affacendatache pensa a farquattriniche lavorache produceche non bada tanto alle ciarlechese la gode senza tante fisime.

“Gran cittadonenon c'è che dire. Milano è sempreMilano” andava ripetendo tra sé di man in mano che si avvicinava al centro.“Mi piacerebbe che venisse qui Federico Barbarossa a vedere che cosa èdiventato Milano. Non pèrdono il tempo questi birboni: non hanno ancora il gasche già vogliono la luce elettrica: non hanno finita una casache la buttanogiú per farne una piú grande e piú bella. E i marenghi corrono in un Milanodove c'è anche della gente che sa farli saltare.”

«Dove andiamo?» domandò Bassanoarrestando i cavalliquasi davanti alle porte del Duomo.

«Tu vai per le tue faccende e mi aspetti per le quattro alleDue Spade

Paolino scese di carrozza e infilò diritto l'arco dellaGalleriamentre Bassano voltava i cavalli verso il Carrobio.

Dopo aver gironzolato un quarto d'orafermandosi davantialle belle botteghe senza veder nulla al di là dei vetriuscí con un fare diindifferente dal braccio destro che mette verso San Raffaellosempre agitatodal suo segreto spasimo: cercò cogli occhi la casa che sorgeva ove adesso sorgeun palazzoe quasi acciecato da una passione vergognosainfilò una porticinavide a piedi di una scaluccia un cartello con sotto una manosegui quella manocoll'indice teso per tre o quattro pianerottolitra due pareti giallastrescrostate dall'umido e dal nitrosi fermò sopra un pianetto semibuiopregnod'un acre odore di minestradavanti a un uscio mezzo di legno e mezzo di vetroriparato da una tenda di cotoneche il venticello fresco delle camere internesollevava di tempo in tempo.

Qui posò leggermente la mano sul cordone e dietro il mortotintinnío d'un campanello di lattasentí una voce maschia e profonda chediceva:

«I miei coturnismorfia.»

Di lí a un poco l'uscio si aprí e comparve un uomo di mezzastaturatarchiatocon un barbone nerocolla zucca rasa e lucida nel mezzocome un mappamondoche s'inchinò gravemente e disse con voce di bassoprofondo:

«Servitor suo.»

Aveva sui piedi un paio di pantofole di corda che smorzavanoogni rumore dei passi. Costui aprí un altro uscio e introdusse con un gestolargo e ossequioso il cliente in un gabinetto vicinoavendo prima laprecauzione di chiudere bene le porte dietro di sé. Paolino si levò ilcappello e passò la mano sulla testa sudata.

 

«È per malattieper cose perduteper sintomi o segreti dicuore? »

«Vorrei sapere» biascicò Paolino con una voce che tradivala grande apprensione «vorrei sapere di una malatasícioèd'una donna.»

Gli mancava il coraggio di metter fuori subito il nome diBeatricema sperava di trovarlo in seguitoalla presenza della buona signora.

«Sua moglie?» tornò a chiedere il signore delle pantofoleche era forse il medico o il segretario di madama.

«Nossignore.»

«Una parente?»

«Noo almeno un poco.»

«Un'intima relazione .Lei non ha bisogno di tradire isegreti del cuore. La chiaroveggenza degli spiriti immaterializzati basta a séstessa. Si accomodi.»

Il mago (per chiamarlo col nome che si presentò alla mentedi Paolino in mezzo al guazzabuglio dei pensieri)senza far rumorecome secamminasse sull'ariascomparve per un usciolino segreto che cigolòdolorosamente dietro di lui.

Paolino sentí di nuovo la sua vocedivenuta piú cavernosache parlava ancora di coturni e un'altra intrecciata alla suache pareva quelladi una donna piangente.

Guardò un momento intornosenza ardire di movere un piededal posto dove il bravo signore l'aveva lasciato.

Era un gabinetto di poca ampiezza e poco bene rischiarato dauna finestra che dava sopra un tettuccio sconnessoseminato di erbaggi e dicocci bianchi. Per passare non c'era che un piccolo spazio tra una sedia e unagrossa tavola di noce posta sotto la finestra e tutta piena di libroni legati incartapecora con su un orologio a polveretra due colossali corni di bufaloimperniati su piedestalli di legno neri. Sopra una mensola attaccataall'impostauna civetta imbalsamata stava a guardare cogli occhi gialli.

Paolino andava osservando tutte queste minuzie per distrarsiper tornare un uomo ragionevole. Che cosa voleva direper esempioquel pugnalelungoacutissimoposto su una tazza di bronzo tra due zampini di lepre comequelli che si usano per spolverare le scrivanie? E quella testa da morto infaccia all'usciolinobianca e lustra come l'avoriocome una specie di sorrisosui denti?

La finestra a piccoli quadretti di un vetro verdognolo eaffumicato sbatteva una luce languida e scialba sulla tappezzeria raggrinzatacoperta in gran parte da lunghe filze di vecchie carteforse letterericetteconsultimemoriali infilzati nei rametti di ferrodi cui erano pieni anche gliusci e gli stipiti.

Mentre Paolinoper fortificarsi nella realtà delle coseandava osservando di qua e di làvide di sotto al tappeto che copriva latavola uscire un bel gatto d'Angorastender le zampeallungarsifar arcodella schienasbadigliare come chi si alza allora dal letto.

«Se il signore vuol passare...» disse improvvisamente lavoce grave del cerimonierecomparso da un altro usciolinoche Paolino avevacreduto un armadio.

Scosso da quella voceandò dietro alla guida. Passaronosotto una tendasalirono due gradini di legno posti di sbieco nello spessore didue muri maestri e si trovarono nella sala dei consultimolto piú grandemaimmersa come il gabinetto in quella luce d'aria sporcache dava alle cose unaspetto stanco e addormentato.

Stavano nel mezzo due canapèl'uno di fronte all'altroacapo dei quali era una poltrona granderovesciata come un lettuccio. In terranel mezzoc'era un tappeto colla figura di una bestia feroceche Paolino nonseppe capire se fosse un leone o un pantera. Anche qui molte filze dicorrispondenze con sopra un dito di polvere e molte tabelle piene di numeri e dighirigori.

Sulla pietra del camminoin compagnia di alcune scimmie e dialcune cicogne imbalsamatespiccava il gesso d'una Venere vestita anch'essa dipolvere.

L'uomo delle pantofole di corda tornò a dire:

«Si accomodi» e sparí ancora sotto la tenda.

Paolinoafferrato colle mani nervose alla tesa del suocappellocome se si attaccasse a una sponda per non caderesedette sull'orlodi un canapèprovando una durezza dolorosa in tutte le giunture e unimprovviso rammollimento di cuore e di cervello.

Sopra un tavolinodentro un piattovide molti cartellinistampatiche dicevano:

Anita d'Arazzoimpareggiabile sonnambulaassistita dalcelebre professor Fagiano di Sinigallia: dà infallibilmente consulti tutti igiorni dalle dieci alle tree ogni venerdí in lettoper malattiaansietàcose smarritedeviazioniaffanni di cuorepassionipatemi morali e simili.Medium approvato dalle principali società spiritiche d'Europanonché munitadi speciale diploma di S. M. la Regina Isabella e di altri governi.Esercitazioni magnetichepsicografichechiromantiche e chirografiche. - Percuriosità L. 3. Per malattie prezzi da convenirsi. Con una ciocca di capelli sifa qualunque consulto. Deposito di ètere delle fate per rigenerare i capellidar loro il primitivo colore senza macchiare la lingeria.

Paolino lesse tre o quattro di questi avvisi stampati senzaaccorgersi ch'erano tutti eguali. Passata la prima impressionecominciava aprovarenel trovarsi in quel luogouna non leggera compiacenzaquasi un sensod'orgoglio del proprio coraggio misto a una dolce curiosità di cose piacevoli enuove. O scienzao non scienzaegli era lí per Beatriceper discorrere dileinel cuore di quel Milano birbone ch'era tutto pieno di lei. L'immagine dilei entrava in quell'aria incantata quasi rivestita di un nuovo fascinonon diquesto mondo. Non si sarebbe meravigliato di vederla comparire a un cennoa unmovimento di tenda...

«Ha con sé lettere o anelli o capelli dell'inferma?» uscíancoraa dimandare il professore Fagiano.

«Ho dei capelli.»

«Me li favorisca.»

Paolino trasse dal taschino il prezioso cartoccietto e glieloconsegnò con una certa esitanzacome se avesse paura di perderlo per sempre.

«È la prima volta che interroga sulla paziente?»

«La primasissignore.»

«Ammonisco che il medium soffre e si adira ove si accorge diessere ingannato e condotto a spasso. Chi non dimanda brevemente e sinceramentearrischia di buttar via i suoi denari. Qui non ha luogo inganno o ciarlataneriacome sulle fierema tutto si fa sulle basi piú rigorose secondo la pratica delcelebre Charcot della Salpétrière di Parigi. Stia comodo.»

Paolino voleva quasi giustificarsi. Infatti è pazzia divoler tentare la scienza col falsoe specialmente quando si paga.

Dopo un lungo agitarsi della tenda - forse madama finiva divestirsi - uscí col professore madama Anitatutta vestita di bianco e coicapelli sciolti sulla schiena.

Fece un sorriso caro e grazioso al signoree senza diraltrocon una certa sollecitudine di non far perdere tempoandò a sedersianzi a distendersi sulla poltronadopo aver accomodato i capelli un po' di quae un po’ di là sulle spalle. Distese anche le gambeappoggiò i piedinisopra uno sgabellolasciò cadere le braccia allentate lungo le coscie esocchiudendo gli occhidisse:

«Fa pureMarco.»

Paolino nel veder quella povera donna cosí distesa per causasuacome se si preparasse a un suppliziocominciò a soffrire nel suo buoncuore e si attaccò ancora piú stretto alla tesa del cappello.

Madama Anitaoltre. ad essere una bellissima donnaavevadei tratti cosí gentilidegli sguardi cosí dolcidei sorrisi cosícommoventiche guadagnava subito la simpatia dei suoi clienti. Si dicevach'ella fosse una contessa di Pesaronipote d'un cardinaled'una famigliaantichissimama decaduta da un pezzo per molte traversie.

A Milano non le volevano bene soltanto le bottegaie e ledonnette del popoloma c'erano delle contesse e delle marchesineche lescrivevano lettere piene di affetto e di riconoscenza e che le regalavanoanellibraccialetticollane. Si diceva anche che la macellaia di via delTorchioper gratitudine d'essere stata guarita da un pericolo di flemonelemandava a casa per tutto il tempo che madama rimaneva a Milanoogni domenicaun piatto di vitello e di frittura mista della piú scelta. Quelle poche cheerano state ammesse ai consulti segreticontavano cose meravigliose dellesofferenze e delle chiaroveggenze suequando il magnetizzatore la dominava conpiú forzala buttava in terra con un gesto del ditocon un dito la sollevavarigida e stecchita come un bacchettoe come un bacchetto la poneva a giaceresulla sponda di due sedie di legno.

Anita volle che il professore collocasse ancora un piccolocuscino sotto le reni e che socchiudesse un po' le imposte. Fattosi piú oscuroPaolinoattaccato con gli occhi al bianco di quella bella persona distesadacui pareva che emanasse un chiaroreprovò un piccolo stringimento alla gola eun sentimento di vertigine. Sospirò come un ragazzo che piange in sogno. Quasinon distingueva piú tra questa donna e quell'altra...

Il magnetizzatore aggiustò un poco la testa della donnacolle manicome si farebbe con una bambina morta che si mette nella baralesussurrò qualche buona parola di incoraggiamento. Si collocò diritto davantipresso lo sgabellosi concentrò nella barbainarcò le cigliaguardandoverso un angolo della stanza: abbassò quello sguardo severo sulle scarpetterosse della donnarisalí con quello sguardo lentamente su tutta la personaloarrestòlo aguzzò come una lesinalo conficcò qua e là nella carne vivaed allargando d'un tratto le mani a un gesto di sacerdote che celebrarestòlícome stecchitocolle mani nell'aria.

L'operazione era cominciata. Paolino non respirava nemmeno.

Seguirono i passi magnetici: ed allora Anita mandò unsospiro che parve un gemito. Le mani del magolunghemagrea nodicomequelle di uno scheletrocolle unghie lunghe e tagliate a punta di mitrauscivano con mezzo braccio nudo fuori dalle maniche della camiciaagitandosisnodate come due proboscidi. Quindi presero a tremolare col battito leggero emutabile dei pipistrelli e a sonare nell'aria delle variazioni. Quando il magoebbe tanto in mano da poter essere sicuro del fatto suodistese il gestocostruí un bellissimo arco e sull'arco un catafalco.

Paolino non batteva occhio.

Poi l'uomo si voltò di fianco per tirare una cordainvisibilee tirò un pezzoalternando una mano all'altracome se cavasse unsecchio dal pozzo. E dalla corda il birbone seppe ancora cavar fuori unarcobaleno che disegnò sul suo capo bellochiaroche gli splendeva negliocchiche lo faceva sorridereche lasciò Paolino ancora piú affascinato.

La povera madama Anita intanto seguitava a sospirareacontorcersi. Erano tali gli stiramenti del suo povero corpoe i gemitipiagnucolosi che le uscivano di boccache Paolino incominciò a intenerirsi e asoffrire con lei.

«Ci vedi?» chiese il dottore con una voce di uomo chedorme.

«Poco» rispose Anita con un sospiro che usciva di sotterra.

«Che cosa vedi?»

«Un muro.»

«Essa vede un muro» soggiunse il dottorevolgendosi versoil signore.

Questi schiuse un poco la boccacome se facesse uno sforzoper parlaree rimase così.

Con un movimento rapido e quasi stizzosol'altro ripeté trevolte sulla testa della paziente un gran nodo di Salomonelo strinselospremé nelle palme come uno strofinaccioe ne spruzzò il sugo nelle narici diAnita con tre buffetti della dita.

Girando mollemente il braccio sinistrocinse e chiuse nelcircuito magnetico anche la testa di Paolinosi impadroní di non so qualfluidopigliandolo coll'atto lesto di chi piglia un pesce che scappa dallacestae disse:

«Metta pure i capelli del soggetto tra le dita dellapaziente e faccia con piena confidenza d'animo quelle domande che crede.»

E sparílasciando solo Paolino con quella donnaaddormentata.

Sulle prime a costui venne un'idea stranacioè d'infilarl'uscio e di scappare: ma non si fidò; e poi bisognava pagare. Che cosadoveva dire? come poteva muovere le mandibole che parevano scassinate? lasonnambula lo aspettava in silenziosenza dare nessun segno di impazienzasenza mandare un sospiro. Pareva mortamorta davvero. Paolino palpitandointrodusse e intrecciò delicatamente alle sue dita la ciocchetta dei capelliche Anita strinsee cominciò a palpare sempre cogli occhi chiusi e colla testarovesciata indietrocoi piedi allungati sullo sgabello.

Dopo un bel momento di silenziodimandò con un vocinoteneroamorosotutto affetto e compatimento:

«Te vuoi sapere?»

«Se mi vuol bene...» balbettò in fretta Paolinoarrossendo come un ragazzo che si lascia cogliere sulla pianta dei fichi.

«Vedo bene che tu l'adori come le viscere del cor.»

Paolino chinò la testa. La voce armoniosa e molle di Anitasollevò tutto quel mucchio di coseche da qualche mese in qua egli era andatocollocando nel cuore.

«Forse che ti pare freda?» chiese ancora col suobell'accento di Verona la nipote del cardinale. «Ma non aver pauranonpasserà la bela luna d'agosto e tu sarai felice appien. Dammi la mane.»

Paolino stese la mano alla donnache la strinse fra le sue el'appoggiò sul suo petto altotenero e caldo. Tenendolo a quel modoprigionieroseguitò:

«Tu sei un ragazzo timidopien de passionma in amor cevuole pazienzao no se fa niente. C'è chi le fa la corte.»

«Chi?» poté finalmente con un supremo sforzo di volontàpronunciare il pover’uomocome se movesse un macigno.

«Uno che le sta molto vicin. Ma la bela luna di agosto saràfavorevole a teperché chi piú ama de cor ha sempre rason. Procura intanto debever tre volte nello stesso bicchier e trova il mezzo di condurla qui che latoccherò colla mane riscaldata dal tuo calor. Esponi intanto tutta la fiammadel tuo ardente affetto e lascia pure cadere le lacrime del tuo cordoglio. Ioleggo nel bianco libro del vostro destinche sta a me davantila vostra belafelicità vostra di voiquando divenuti insieme amanti e sposiriposeretenell'angolo del domestico fogolar. Oh la soave gioia! Questi capeli mi diconouna dona freda in apparenzama ardente carattere nella confidenza d'amor. Beatol'uomo che poserà la testa sul suo sen.»

«Sei stanca?» dimandò improvvisamente la voce delprofessore.

«Vedo ancora un muro.»

«Segno che il medium non ha piú la visione o che uninvidioso spirito s'interpone a che la signoria vostra pigli la conoscenza dellaverità. C'è forse della gente che invidia la felicità di questo bravosignore?» chiese per conto suo il professore alzando la voce.

Anita non rispose.

«Parla!» comandò il barbonelanciando in viso alla donnadue pugni d'aria.

«Ahi! Ahi!» esclamò lamentandosi Anita.

«Abbiamo anche dei mezzi coercitivi che costringono le forzesuperiori. Non ha che a guardare la tariffa.»

«Nopuò bastare» si affrettò a dire Paolinosbalorditomentre la donna andava ripetendo:

«SignorMadonnache affanno!»

«Parla...» ripeté quel feroce tiranno.

«La lasci stare» osò dire Paolino.

«Alle volte basta un passaggio.»

Il dottore tentò un ultimo sforzo.

Si sollevò sulla punta dei piedi e alzò le mani aperte comedue ventagli.

«NoMarconoMarco...» strillò la poverettacontorcendosi come una indemoniata.

«NoMarco...» pregò anche Paolinoche si sentiva venirvoglia di piangere.

Il dottore corse sopra la pazientesoffiò due volte sul suoviso e la svegliò.

«Graziepoverin» disse la donna sorridendo.

«Quanto devo?» chiese Paolinoavviandosi verso l'uscio.

«Vedremo la clessidra. »

L'orologio a polvereposto sul tavolino innanzi agli occhionesti del capo di mortodisse con precisione molecolare che il signore nondoveva che tre liresalva la sua buona grazia.

«Quando vossignoria desiderasseci abbiamo anche la tavolapsicografica» aggiunse il dottore nell'accompagnarlo.

«Grazie.»

«Marco!» chiamava Anita nell'altra stanza.

«Sta zittavengoangelo. La tavola psicografica segna colsemplice contatto della mano in cinque minuti tutte le risposte che sidesiderano. È uno dei piú forti argomenti per dimostrare l'esistenza di Dio el'immortalità dell'anima. Profondi filosofispeculatori metafisici ebenefattori dell'umanità hanno scoperto che la terra e il cielo sono popolatidi spiriti buoni e di spiriti mali - (per di qua signore) - di spiriti superiorie di spiriti inferiorie quando un soggettoprevia una calda aspirazione alCreatore di tutte le cose visibili e invisibiliinvita nel raccoglimento delsuo pensiero con sommissione uno di questi spiriti o l'anima eterna di un caroestintosia ombra di grande illustre o vuoi poeta o condottiero di eserciti oanima di parente sepolto...»

Paolino andava grattando l'uscio per aprirlo.

«...lo spirito tratto dalla simpatia e dalla coercizione nonpuò a meno... A rivederlasignoria.»

L'uscio si chiuse ai calcagni di Paolino chefermatosi unmomento sul pianerottolo per ricuperare il senso delle cose umane prima didiscendere la scalasentí dietro di sé un tabusso indiavolatoin cuientravano ancora i coturni.

 

 

III

 

Demetrioimmerso nella sua febbre ardentecol cervello inburrascapassava di sogno in sognol'uno piú stravagante dell'altro. Una manoprepotente andava agitando e scrollando il libro della sua vitafacendonecadere e sparpagliandone le paginele memoriefino i piccoli segni.

Una volta vide la sua povera mammache pareva vivanellasua persona mal ridotta dall'età e dalle fatichevestita di una sottanapoverella poverella di cotonecoi piedi in due zoccoli alticoi capelli duricascanti come lische sopra le tempie ossute e giallastre. Veniva dall'orto conun cavolo sotto il braccio e Demetrio le disse: “Non faticate troppotanto èlo stesso. Vi farete canzonare e maledire.”

La povera donna masticò delle parole grosse che non poteronouscire dalla boccae indicò il cielo col dito.

Un'altra volta era Cesarinocolle gambe diventate sottilidentro i calzoni neri raggrinziti dalla pioggiache seguitava a discorrered'una carrozzasenza che Demetrio potesse capire che carrozza volesse dire.

Si voltava nel lettoapriva un poco le palpebre pesanti eimpastatericonosceva la sua stanzetta piena di solesentiva l'allegro cicalíodei canarini sulla ringhierala realtà gli stava davantima ne provava unimmenso fastidio: tornava a chiudere gli occhiricadendo di bel nuovo in unalanterna magica di cose straneremotemisteaccavallate l'una sull'altrachesfasciandosicadevano con forti picchi sulla sua testa.

E allora rivedeva pà Vincenzo correr dietro la sua bellaAngiolinache si era incaponita a non rispondergli. Il povero vecchio piangevacome un ragazzofinché non usciva dietro una siepe il signor Isidoro colle suegrandi impennate fosforescenticol suo bastone bistorto in manoa ridere conun fare insolente e sguaiato.

Dava una scossa al capoe questa volta non era piú unfantasmama Giovann dell'Orghen in carne ed ossa che da alcunigiorni si era preso in cura il malato.

Questi si alzava un pocotrangugiava una tazza di acquafresca che il suo infermiere teneva in manogli faceva socchiudere un poco leimpostelo ringraziava confusamente della sua carità e ricadeva di nuovo inaltre dolorose fantasticaggini. Poi nacque con don Giosuè una questioneperché lo zio prete voleva la restituzione delle trentasette lire prestate pelfunerale di pà Vincenzo...

La mente non distingueva piúper esempiotra la bellaAngiolina e Beatricetra lui e pà Vincenzo.

Pareva una lunga storia solala vecchia storia di ca'Pianellil'eterna storia degli uomini stupidi e delle donne belle senzagiudizio.

Tuttavia in fondoquasi al di sotto di quel letto di bracesul quale credeva di giaceresi faceva via un sentimento diverso dagli altriche aveva in sé un certo senso di bontàquasi una punta di dolcezzae chedava al suo soffrire un non so che di nobile e di gentile. Era il pensieronascosto o sottinteso di Beatrice.

La voce chiara e buona di questa donna parlava continuamentenell'anima sua e nel corpo malatocome la voce di una fontana perenne tra iclamori di un popolo in rivoltadi una fontana che non cessa mai di versare lasua acqua limpida e chiaraanche quando la gente cattiva e furibonda ha piúsete di sangue che di acqua. Mentre egli faceva ogni sforzo per accostarsi aquella fontanain cui si concretava il suo pensiero d'amorevedeva venireavanti Arabella nella luce del volto pallido e degli occhi pensierosi. Non erauna luce di questo mondo che veniva a dissipare le ombre de’ sognima unfuoco d'anima vivacome irraggia dalle carni degli innocenti.

Sbarrò gli occhie disse:

«Sei proprio tu?»

«Síson io» disse Arabellache sedeva ai piedi delletto.

«Credevo di sognare.»

«Come si sentezio?»

«Mi pare di star meglio. È un pezzo che sei qui?»

«Un paio d'ore. Dormiva cosí quietoche non ho osato farmisentire.»

«Che giorno è?»

«È sabato.»

«Diggià? Mi pare di aver fatto un gran sogno. Come stanno acasa?»

«Bene. Alla mamma pesa che lei resti qui solola notte.»

«C'è quel buon uomo che mi cura.»

«Se potessi star qui con lei....»

Demetrio la ringraziò con un sorriso.

«Adesso credo che il piú grosso sia passato. Non fu quianche un dottore?»

«Sítre volte. L'ho fatto chiamare io.»

«Tu sei una cara....»

Lo zio Demetrio allungò la mano e strinse un poco il bracciodella fanciulla. Si sentiva la testa piú sgombragli occhi meno brucianti euna dolce stanchezza nelle ossache cominciavano adesso a riposare nel letto.Dopo aver ordinate le sue memoriedimandò:

«È guarita la mamma?»

«È guarita. Mi ha detto che verrà a trovarlo appena sisentirà piú benezio. Adesso ha paura di disturbarlo.»

«Dille che non s'incomodi.»

«Ha bisognocredodi parlarle.»

«Di che cosa?» domandò Demetrio.

«Non so....»

Arabella cercò di nascondere il turbamento. Una istintivaprudenza le suggerí di non far parola allo zio di ciò che il suo cuore credevadi aver indovinato. Non dissecioèche la Carolina delle Cascine era stata aMilanodopo quindici o venti anni che non vedeva il Duomoe che aveva tenutoun gran discorso in segretezza colla mammala quale da quel momento pareva unadonna risuscitata.

Per intrattenere lo zio raccontò invece ridendo cheFerrucciodopo la sua prima comuniones'era meritata la benevolenza d'un piobenefattoreche lo faceva studiare da prete. Non vestiva ancora l'abitomastudiava già il latino. Il Berretta era a un tal colmo di felicitàche da unasettimana non dava piú un puntocome se il figliuolo fosse già diventatoarcivescovo.

Raccontò ancora ch'era stata a trovare la piccola Martini.Il signor Martini aveva scritto che non si trovava male nella sua nuovaresidenzama vedeva l'ora e il minuto di tornare a Milano. Mandava a salutareanche lo zio Demetrio.

«Gli scriverò qualche volta.»

«Sarei cosí contenta se fosse mia quella bambina!»

«Tu saresti bene una buona mammetta.»

Tra questi discorsi e con le cure del povero sordoDemetrioricuperò a poco a poco il senso delle cose ed insieme una certa pace orassegnazione di spiritoche gli fece sembrar buono il letto.

Una volta volle rivedere i suoi canarini. Arabella che avevaimparato a farsi conoscere anche da loroportò di qua le gabbiele collocòsul tavolinoaprí gli sportelli ementre gli uccellini le volavano addossosulle spallesulla testasulle maniessa gettava piccoli gridi di gioia.

Un altro giorno essa portò allo zio Demetrio delle roserubate alla Madonna delle monacheche celebravano il mese di Maria conmolt'abbondanza di fiori. Sedeva ai piedi del lettocon una calza o un ricaminoin manodiscorrendo di molte coseche uscivano come per incanto dalla suatestolinanella quale lo zio Demetrio si specchiava come un uomo vanitoso.Quella bambinaper esempioconosceva tutta la geografia come il Paternostere gli faceva piacere di stare a sentir da lei la faccenda degliequinoziche proprio egli non capiva ancora bene come siano fatti.

Quando si sentiva Ferruccio - non ancora vestito d'abate-zufolare sulla scalaArabella raccomodavaancora una voltale pieghe dellettodava un baciouna carezza allo zioe usciva col suo passettod'uccellinolasciando un senso di lieta freschezza nell'aria.

Nella soave spossatezza della convalescenzaDemetrio sidivertiva a ripensare la graziosa figurina della ragazzaquegli occhi diun'acqua cosí limpidaa pronosticare l'avvenirea immaginare quel che egliavrebbe fatto di quella bambinase fosse stata sua.

Come aveva promessoBeatrice mantenne la parola e si fecevedere anche lei una festa dopo la messa.

Demetrioavvertitol'aspettò tutta la mattina con unbattito di cuoreche egli fingeva di non ascoltare. Volle però che la camerafosse pulita e fresca e fece collocare ai piedi del letto la vecchia poltronacon su un cuscino. Poi stette ad aspettarla cogli occhi chiusiin una soaveleggerezza d'animo e di corpo.

Sentí sonare tutte le ore e tutti i quarti a tre o quattrocampanili vicinie quando suppose ch'ella poteva essere in cammino per venireda luiavrebbe quasi voluto che non venisse piú.

La luce entrava mite nella stanza attraverso alle gelosieverdi avvicinate ma non chiusedietro le quali scendeva come una tela lo sfondoazzurronetto e denso d'un bel cielo di maggio. Il mattone della stanzainnaffiato largamentemandava buon odore di fresco e di pulizia. Demetrioapriva gli occhi un momentorisaliva lentamente lungo la striscia di sole chedallo spiraglio della finestra veniva a battere sulla coperta e sul noce rossodel lettovia luminosa popolata di pulviscoli d'oroe quindi tornava achiuderli nell'assopimento delizioso del suo pensieropregustando l'idealitàdi quel desiderioche ogni minuto di piú si acuiva in un senso di spasimo.

Riconobbe subito la voce di Beatrice in fondo alle scalementre chiedeva alla portinaia un'indicazione: sentí tutti i passi ch’ellafece per venire sueman mano che si avvicinavacresceva il suo spasimo.

Due colpetti all'uscio furonoper il debole convalescentecome due colpi di martello sul capo.

«Avanti...» disse parlando nelle lenzuola per confondere lasua commozione.

«Dove siete venuto a nascondervicaro voi?» disse Beatriceentrando«io avrei paura a stare qui di notte.» Era vestita come il dí dellaprima comunione di Arabella. «Come state?» Venne avanti fino al letto eguardò dall'alto della sua persona sul malato che sorrise. «Mi ha dettoArabella che state meglioè vero?» Demetrio fece un movimento del capo perassentire e inghiottí la parola. «Sarei venuta prima a trovarvima mi sentivofiacca anch'io... e poi ci sono state tante cose...» Beatricechiamata daun'altra ideafece un mezzo giro nella stanzaandò a spiare tra le gelosie esoggiunse: «Una volta suè un bel sito e si gode una bella vista. O i beicanarini!...» E tornando verso il lettoriprese: «Che è statoDemetrio? visiete forse angustiato troppo per quella sciocchezza? Se sapevo di farvi troppomalenon vi avrei detto nulla. Anch'io forse mi sono esaltata piú del bisognoe a mente fredda ho riflettuto che non valeva proprio la pena. È un vecchiostupido che ha la mania delle conquiste e diventa la burletta di tutti. Ma sulleprimecapite anche voicòlta cosí all'improvvisocome una passera nellatagliola....»

Beatrice si pose a ridere come una donna sollevata di cuore.Era vispa piú del solitopiú colorita in visostraordinariamente vivace comeDemetrio non l'aveva vista mai.

«Sedetevi...» le disseaccennando cogli occhi la poltrona.

«Che bella poltrona! è vostra? sembra quelladell'arcivescovo. E come ci si sta bene...» soggiunsemettendosi a sedere eabbandonando la persona sullo schienale. «Dovreste regalarmela.»

«Pigliatela.»

«Dico per celia... Nonoson venuta invece per parlarvi diuna cosa seriache voi sapete già. Eravate forse già venuto apposta perparlarmenema io vi ho confusa la testa colle mie storie.»

«Oggi a me domani a te» mormorò Demetriotanto per direqualche cosasenza badare se la sentenza che gli usciva di bocca tornava piú omeno a proposito.

«Avrete già capito di che cosa si tratta.»

«Di che cosa?» dimandò ingenuamente Demetrioche in quelmomento non era ancora entrato nell'idea di Beatrice.

«Non avevate una certa lettera da consegnarmi?»

«Ah!» esclamò rimpicciolendo gli occhi«è vero... l'hopersa.»

«E io l'ho trovata.»

«Do... dove l'avete trovata?»

«Indovinate.»

«Manon saprei....»

«Tra la sponda e la coperta del letto.»

Beatrice non seppe trattenere un altro trasporto di ilarità.

«To'...» disse Demetriosocchiudendo quasi del tutto gliocchimentre imponeva a sé stesso di non essere troppo imbecille.

«Trattandosi di uno sposoè quasi un augurio....»

«E... avete... letto?»

«Naturale.»

«Megliogiàla lettera era per voi. E avete... aveteanche pensato?»

«Non vi so direcaro voi. Mi pare una cosa cosí strana!»

«Che cosa?» soggiunse l'altrostiracchiando le parole persostenere un dialogoche minacciava di cascare d'ambo le parti.

«L'idea che io possa rimaritarmi.»

«Ebbene?» continuò Demetriopesando e compesando leparolementre si tirava la coltre piú sopra la bocca.

«Ho voluto prender tempo a riflettere e per questo non sonovenuta a trovarvi primaperché temevo che me ne parlaste....»

Beatrice disse queste parole cogli occhi bassiseguendocolla punta del suo parasole le screpolature dell'ammattonato. Seguí un po' disilenzio.

«E adesso avete deciso?» chiese finalmente il malato.

«Adesso non so. Se devo rimaritarmi non lo faccio per memaper i miei figliuoli. Non posso fare un matrimonio di slancio come si dicenédi poesiasi saè naturale; ma devo riflettere a molte cosedico bene?L'offerta del signor Paolino fa onore al suo buon cuore. È un galantuomounuomo di gran cuore e penso che se il povero Cesarino legge nelle mie intenzioninon può che approvarmi. Anche la sua posizione è buona. Dicono che sia moltoricco. Anche l'idea di andare in campagna non mi dispiace. Ho patito tanto inquesto brutto Milanaccioche mi sembrerà d’essere un uccello fuori digabbia. Penso anche a quel povero uomo di mio padreche invecchia e peggioratutti i dí. Non c'è piú nulla a sperare nelle sue cause e anche il sognodella dote è sfumato. Voi non potreste continuar sempre nei vostri sacrificiepoi dovete pensare anche ai casi vostri. La Carolina... vi ho detto che è stataa Milano? Sicurofu a trovarmi ieri l'altro dopo forse vent'anni che non simoveva dalle Cascinee me ne disse tante che mi ha quasi persuasa. Poveradonna! Un gran cuore anche lei....»

«Che cosa vi ha detto la Carolina?» interruppe Demetrio convoce soffocata dall'emozione.

«Che cosa si diceva? Ah...! mi ha detto che voi avete giàdovuto ricorrere piú d'una volta per grosse somme a Paolino per far fronte amolte spese. Il matrimonio metterebbe un bel saldo a tutto....»

«È vero» esclamò con improvvisa eccitazione Demetrio.

Le sue guance s'infiammarono un momentopoi d'un trattoimpallidirono.

«È vero» seguitò «a questo non ci avevo pensato. Ilmatrimonio salda tutto. Va benissimoe poi?»

«E poi siamo rimasti intesi che prima dell'agosto ilmatrimonio non si abbia a fare anche per rispetto ai morti e per riguardo allagente. Paolino....»

«È stato a Milano anche lui?»

«Síieri....»

«O bello... bello...» esclamò Demetriocon uno scoppionervoso d'ilarità.

«Perché ridete?»

«Cosíper nulla... So che egli è tanto innamorato....»

«È buono... Mi ha fatto già un mucchio di regali.»

«Sísí... non guarda a spendere...» soggiunse Demetrioridendo sempre e asciugando col lenzuolo l'umore che l'immensa soddisfazione glispremeva dagli occhi. «E che cosa ha detto Paolino?»

«Ha detto che il matrimonio si può fare in campagnaepreferisco anch'io cosí. Ma per questo bisogna che la sposa scelga il suodomicilio legale in campagnatre mesi prima del matrimonionel Comune dovevuol maritarsi. Paolino mi ha detto di chiedere a voi che passi si possonofare.»

«Io non saprei che passi...» fece Demetrio con un sorrisomorto e penoso.

«Nel qual caso si sceglierebbe il Comune di Chiaravallecheè a quattro passi dalle Cascine.»

«Benissimo.»

«Cosí si possono fare le cose quiete.»

«Giusto.»

«Paolino ha detto anche che vi scriverà e verrà eglistesso a trovarvi.»

«Mi farà piacere.»

«Dovrò poi ringraziarvi anche voi.»

«Di che cosa?»

«Di aver pensato al mio bene e a quello de’ mieifigliuoli.»

Demetrio questa volta non aprí boccama sollevò unosguardo umile e quasi pauroso.

«E ora pensate a guarire» soggiunse Beatricealzandosi.

La sua persona pareva quasi ingrandita nell'angustia dellastanza. Raccolse i lembi del velose lo aggiustò un poco nei capellialzandole bracciae fece qualche passo per uscire. Ma si ricordò di essere venutaanche per un altro motivo importante.

«A Paolinonaturalmentenon ho detto nulla di quell'altrastoria.»

«Quale?»

«Quella del braccialetto e del cavaliere. È una storianoiosa e stupida che è meglio lasciar cadereanche per voinon vi pare?Solamente fatemi il piacerecon vostro comodoquando sarete guaritodiconsegnare al portinaio di quel signore il suo regaloche io non voglioassolutamente tenere (Beatrice levò da una tasca del vestito l'involtino e locollocò sul tavolino) e se non vi disturbadi unire anche le cento lire.Queste ve le restituirò alla prima occasionerisparmiando qualche spesainutile: ma a Paolino non dite nullacome se non fosse capitato nulla; enemmeno a quel signore non dite nulla: capirà da sé.»

«Va bene...» disse Demetrio con voce fredda e asciutta.

«Ve lo lascio qui il prezioso regalo?»

«Sílasciatelo lí....»

«E che ne dite voi?»

«Di che cosa?»

«Di questo matrimonio.»

«Benebenissimotutto bene....»

Beatrice si fermò ancora un poco a parlare di ArabelladeiGrissini e di cose indifferenti: diede ancora un'occhiata alla bella vista:passò anche sulla ringhieralasciando l'ammalato solo nel suo letto di spine:rientrògli raccomandò di nuovo di guarir prestoe se ne andò via quasi difuriachiamata dall'improvviso pensiero dei figliuolich'erano rimasti in casasoli e l'aspettavano per la colazione.

E cosí la bella storia finivacome doveva finire.

 

Chi aveva detto a lui d'innamorarsi? che colpa aveva quellapovera donna s'egli era pazzo? di tutti i suoi tormenti e di quel gran malechegli faceva il cuore gonfioBeatrice non s'era manco accorta. Quel po' di benech'egli aveva fatto a lei e a’ suoi figliuoli era stato saldato dai denari diPaolino. Eccosignor Demetriocome vanno le cose del mondo. Un'altra donnaforse...ma che altra donna! è il mondo fatto cosíè la sorte degliingenuiera il suo destinoil suo pianeta... Non valeva la pena di voler maleper questo a una povera creaturache pensava al bene de' suoi figliuolienemmeno a un galantuomo che operava con sincerità e con bontà d'intenzioni.Fossero felici tutti quanti! A lui rimaneva il suo tormentola sua brace nelcuore. La ruota della fortuna non gira senza schiacciare qualcuno.

Egli ricuperava la sua vecchia libertàrientrava nel suogusciotornava alle sue erbe - povere erbe tanto dimenticate- a’ suoicanarinia rattoppare le sue scarpea trascriver protocolli e rapportiprecisamente come primaforse piú sicuro di primacome un uomo che si destada un sogno di tre mesidurante i quali abbia vissuto una vita diversa estravagante.

Provava il senso di chi torna al suo paese dopo unlunghissimo giro per il mondocolle scarpe rottebisognoso di riposaredichiudere l'uscio di stradadi rivedere i vecchi mobili ricoperti di polvereinattesa che le mani e la testa rientrino nelle vecchie abitudinidalle qualiforse sarebbe stato meglio non uscire.

Ecco i pensieri che lasciò dietro di sénell'uscirequella donnae che vennero a sedersi sul letto del malato.

Ma al disotto di questa stanca rassegnazioneDemetriosentiva un gran vuotocome se nell'uscire quella donna avesse portato con séqualche cosa di cui un uomo non può far senza per vivere. Non era il cuoreno:il cuorea furia di colpisi indurisce e impara a resistere. Ciò che lopungeva era un pensiero che non avrebbe saputo mettere in cartama che egliriassumeva all'ingrosso in una parola: la fede... Síegli aveva creduto per unmomento di esser buono a qualche cosa in questo mondo. Colla sua fede avevaabbracciato i dolori di una povera famigliasollevata un'anima dal purgatoriosalvato dal disonore il nome di una famigliacreato il sentimento di quelladonna... Oh síquella donna l'aveva in certa qual guisa creata lui. La gentenon aveva che scherno e disprezzo per la povera bambola; ed egli s'era illusoper un momento che la bambola avesse sangue e lagrime e sentimento... e che glivolesse infine un poco di bene.

E invece nullanullanemmeno una parola di carità.

Essa era venuta piú per sbrigarsi di una convenienza e di unbraccialetto che per chiedergli un consigliopiú per pregarlo a fare dei passiper leiche non per consolare un povero malato.

Si vedeva che la felicità era seduta come in un trono nelsuo cuore: le gotegli occhila vocei movimenti mandavano fuori lacontentezza da tutte le parti.

Essa stendeva avidamente le mani all'occasione per paura cheil momento la portasse via. Aveva ragioneciò forse era giusto e naturale inquella donna... ma una parola di carità costa cosí poco! E invece nienteniente per lui.

 

Demetrio si sollevò e si pose quasi a sedere sul letto:sentendo mancare il respirochiuse strettamente gli occhiabbandonando latesta senza forza sul cuscinoe lasciò che queste idee monche e cozzanti traloro finissero d'agitarsi.

Beatrice era morta per luiera morta e sepolta nel cuore chel'aveva creata.

Tranne la sua mammanessuno gli aveva voluto bene a questomondo. Eppure egli non aveva mai fatto male a nessunoanzi ogni occasione erastata buona per lui per lavorareper struggersiper far mortificazioni esacrifici.

Povero illusopovero scemo!

Il mondo ama piú le apparenze che la sostanzae non c'ènulla che piú offenda la gente incapace di bene quanto la vista del bene chefanno gli altri.

Non potendo difendersi dal bene che ricevonogli uominicercano di non accorgersene e di dimenticarsene prestofin che giunge opportunoil momento di vendicarsi con un piccolo trionfo d'ingratitudine.

Ohla sua povera fede! síera questa che moriva in quelprofondo abbattimento di tutte le forzein quella crisi nervosa di malinconia.

Ora che l'idillio della sua vita era finito e che il lumedell'ultima illusione erasi spento come un razzo nelle tenebrenon gli rimanevache di morire.

 

Morire! - questa brutta parola risonò come un fischio nellesue orecchie attutite dal male. - Gesú di misericordia! che idea gli passavaora per il capo? anche a luianche a lui lo spettro della morte dovevapresentarsi come una liberazione? che avesse perduta veramente ogni fede nellecose di questo e dell'altro mondo? che Dio e la sua mamma lo avessero proprioabbandonato del tutto? Ah Cesarino!

Spalancò gli occhi per bere la luce del giorno e perliberarsi da quel tremendo incubo che lo trascinava a rivedere suo fratellodisteso sotto una stuoia fra le ruote d'una carrozza: e gli occhi andarono aposarsi sopra la tazza di vetroin cui Arabella aveva collocate le belle rosedi maggio.

Fisso in quei fiori lasciò che le lagrime colassero un granpezzo in silenziocome se dentro di lui si sciogliesse veramente qualche cosadi duro e di irrigidito.

 

IV

 

Il cavalier Balzalotti ritornò dal suo viaggio ufficialecoll'animo pieno di nobile soddisfazione. Era stato ben accolto dal segretariogeneralecol quale ebbe l'onore di pranzare un paio di volte nella compagnia diquattro o cinque competenze specialiche seppero far tesoro della pratica e deilumi che il cavaliere aveva attinto nel lungo maneggio degli affari.

Portò a casa un buon organico e la certezza che il prossimonumero della Gazzetta Ufficiale avrebbe registrato qualche cosa di dolceper il cuore d'un vecchio funzionariol'unica ambizione del quale era semprestata quella d'essere la prima vittima del dovere.

Quando Demetriospenti i lumi e sceso il sipario del suomodesto idilliotornò a uscire di casa e a riprendere la solita stradadell'ufficio (piazza del Duomopiazza MercantiCordusioBocchetto)ilcavaliere era già tornato da alcuni giorni. Avendo inteso che il Pianelli eramalatocolse l'occasione per chiamare al suo posto di segretario particolare ilBianconiliberandosi cosí d'un vicino che poteva diventare troppo fastidiososenza però farsene un nemico.

In mezzo ai gravi affari d'ufficioBeatrice gli era uscitadi mente: ma non disperava di prendere la lepre col carro. Al signor DemetrioPianelli il nuovo organico assegnava una piccola promozione con qualchevantaggio di stipendiouna quarantina di lire all'annopoca cosa per unmilionarioma che per un povero impiegatello rappresentano circa undicicentesimi al giornogiusto il prezzo del sigaro e della scatola dei zolfanelli.

Il Bianconi fermò Demetrio sulla scala per dargli questenotizie. Il galantuomo era un po' contento e un po' malcontento. Gli piaceva dauna parte d'essere stato chiamato dalla confidenza del suo superiorema nonavrebbe voluto dall'altra parte che Demetrio se ne offendesse o pensasse cheegli avesse brigato quel posto. Il buon uomo amava essere in pace con tutti.

«Io non ho toccato niente delle tue carte: anzibisogna chetu mi dia qualche istruzione e la chiave dei cassetti.»

A Demetrio la notizia non fece né caldoné freddo. Andavaa poco a poco istruendosi nell'arte di saper vivereche consisteparenelprendere le cose come Dio le manda e nel lasciarle andare come il diavolo leporta.

In Carrobio non s'era ancora lasciato vedere. Perchéaffrettarsi a correre dove non c'era piú bisogno di lui? non era forse saldatoogni conto di dare ed avere?

In quanto all'impiegosedersi qua o là per lui adesso eracosa indifferente. Il Caramella lo trasse in un cantuccio e gli pagò la solitamesatalire 122 e centesimiin un biglietto da cento e in altre poche lire dicarta sudiciach'egli prese e cacciò in tasca come se si trattasse di unfazzoletto da naso. Passò senza parlarema neppure senza impazienzanellastanza d'ufficiodove aveva fabbricato i suoi magnifici sogni e fissò unmomento gli occhi sulla poltrona lucida e vuota del cavalierealla quale avevapredicato tante sciocchezze... E quasi gli venne da ridere. Andò al suo tavoloe si preparava ad aprire i cassetti per fare il suo piccolo San Michelequandovide entrare il Quintina in compagnia del Bianconi e di un certo Caravaggioarchivistacon una lista in mano e una penna sull'orecchio.

«Oh! ecco il signor Pianelli» disse il Quintina con la suavoce di clarinetto. «Lei non può mancare nella nostra lista.»

«Che lista?» chiese Demetrio freddamentementre cercavad'infilare la chiavetta nella serratura.

«Si tratta di offrire un modesto pranzo al nostro cavalierBalzalottiche è stato in questi giorni insignito d'una distinzione che sipuò dire guadagnata col sudore della fronte.» Il piccolo ragioniere strizzòun occhio verso i colleghi con un sorrisetto un poco malizioso. E continuò:«Dobbiamo a lui l'approvazione del nuovo organicodico poco? se adesso andremoin carrozzaè merito suo. Mascherzi a parteho già raccolto undici bellefirmevede? aggiunga anche la sua e faremo cosí la cena degli apostoli. IlGiuda sarò io.»

A questa facezia il Quintina fece seguire una risataclamorosa come il suono di due pantofole sbattutee ripetendo un suo movimentoabitualemosse le gambe nell'atto che tirava un poco i calzoni sui fianchi.

Demetrio rispose anche lui con un sorriso pieno di sarcasmoe disse tranquillamente:

«Io non firmo niente.»

«Cheche...» esclamò il Quintina«lei non farà questotorto a un commendatore della Corona d'Italia.»

«Io non firmo niente» ripeté Demetrio senza andare incollerama con accento d'uomo persuaso di quello che fa.

«Perché non vuoi firmare se ci stanno gli altri?» saltòsu a dire il Bianconia cui quel rifiuto pareva una cosa orribile. «Ho firmatoanch'io...» soggiunse con un tono di voce flebile e pietosoin cui si sentivatutta la grandezza del sacrificioche era di sette lire a testa.

«Perché... perché io son diverso dagli altri.»

«Questa sí che è bella!» proruppe con una risata ilQuintinafacendo scorrere la cannuccia dietro l'orecchiocome se grattasse pergusto. «Vorrei sapere che cosa ha di diverso da noi il signor Pianelli.»

«Della mia coscienza sono giudice io....»

«Che cosa c'entra la coscienza in questa faccenda?»soggiunse il Quintinacompiendo un giro della stanza con le mani nelle taschedei calzonich'egli tirava sui fianchimandando fuori abbasso due scarpette dasignorina. «Non siamo venuti per sporcar d'inchiostro la coscienza di nessuno;che bell'originale!»

Demetrio gettò sul pettegolo un'occhiata di ghiacciomossedue dita in aria come se stesse per dire qualche cosa e tornò ad infilare lachiavetta nel buco.

«Non si tratta di una grande somma!» provò a direl'archivistaun giovanotto piccolosmortocon poche setole di barba e con dueocchiali fini e lucenti sugli occhi.

«Se non puoi pagare adessometti almeno la firmatanto chesi possa dire che ci siamo tutti...» suggerí con benevolenza il buon Bianconiche nella sua bonarietà soffriva di vedere un amico cosí fuori di strada.

«Non è per non pagare... Che diavolo! io sono ricco...GuardaBianconi. Ho appena riscossa la mesata... la vedi qui?»

E Demetrio stese la mano irritata da un fremito mal compressod'iracon dentro le sue centoventidue lire e centesimigualcite come un pezzodi fodera.

«Sappiamo che ella è ricco...» cantarellò il gobbettofacendo sonare le dita nell'aria.

«Sí... caro il mio signor...»

Demetrio finí la frase con un'altra occhiata lunga einsolente. Poi si mosse d'un tratto come se lo assalisse un'idea luminosa:

«A leiche ride e che cantaguardi: posso regalarle alsignor cavaliere....»

«commendatorecommendatore...» corresse burlescamentel'altro.

«Posso regalare al signor commendatore cento lire...guardi!» e con un colpo di mano andò a mettere il biglietto da cento sullascrivania del suo superiore. «Ed anche qualche cosa ancora gli posso regalare»soggiunsecavando di tasca un involtinoripiegato in una carta e legato con unnastrino rossoche collocò sul biglietto. «Ma su quella lista il mio nome nonlo metto: e mo' è con... contentosor...» e in luogo del nome sostituí unasmorfia della facciache gli fece raggrinzare tutta la pelle del naso.

«Con... contentissimo...» strillò il gobbettoagitando legambe.

Demetrio aveva preso con sé il famoso braccialettocoll'intenzione di consegnarlo al portinaio della casa dei bagni in via Velascacome aveva consigliato Beatricee come se il regaluccio lo rimandasse leisenz'altrosenza rinvangare il passato e far scene e scandalidi cui oggi sisentiva ancora meno il bisogno.

Ma fuorviato dai discorsistuzzicato dall'ironiapunzecchiante del Quintina e dalle insistenze banali del Bianconipiú per uncapriccio di resistenza che non per un partito presofu tratto a commettere unospropositoche forse non era nel suo programma e nemmeno secondo i dettami diquell'arte di saper vivere ch'egli voleva adottare per sistema.

«So bene che al signor Pianelli non mancano i fondi»seguitò a dire il Quintinasocchiudendo con malizia gli occhi e mettendo fuorila voce in una cantilena canzonatoria.

«Lei è un uomo spiritoso» rispose Demetrio con un sensodi schifo «ma io potrei dimostrarle che pensa e che dice delle cose stupide.»

«Ma che storie? ma che vuol dimostrare? ma mi faccia ilsanto piacere di non fare il matto.»

«Se non firmoè perché ho le mie ragioni.»

«Ma se le tenga....»

«E le mie ragionicaro il mio caro signor spiritososonpronto anche a stamparle.»

«E lei le stampi...» rimbeccava senza perder fiato l'omettopiccinoche saltava come un uccello in una gabbia.

«E il mio pane è guadagnato colle mani pulitesa...» emostrava i due palmi «pulite piú delle sueche se le lava tutte le mattinecol sapone inglese.»

«Adesso sei fuori di tePianelli» s'arrischiò a dire ilBianconiagitando con una certa furia le manimentre il Caravaggiopreso inmezzomoveva la testa ora a destra ora a sinistracome un gatto che guarda unpendoloo anche un uomo che non capisce niente.

«Lasciatelo cantareè matto; gli è andata la rugiada allatesta. Starei frescose volessi perdere il mio tempo con un professore dilingua....»

Demetrio sentí la punta della freccia a fior di pellesicontrasse come un legno nel fuocoe dopo un gran garbuglio di consonantidacui la sua lingua ingrossata dall'ira stentò a districarsidisegnò colpollice una certa curvacome se abbozzasse un gobbetto nell'ariae mormorò:

«Io non ho certe fortune....»

L'altro divenne lividoi suoi occhi si velarono e sirimpiccolironola bocca umida di saliva si atteggiò a un sorriso mordaceincui l'ometto maligno cercò di nasconderecome dentro a una mascherail cuporisentimento dell'animo offeso.Da quella smorfia lunga e indurita tra le pieghedella pelle uscí una voce piú falsa del solitoche doveva sembrar nuova ancheal suo padrone:

«Sentasor Pianellii miei non si sono ancora appiccati aitravicelli dei solaie iofirmando qui le mie sette lirenon ho paura di farmangiare a un benefattore i suoi denari.»

«Ah! aspetta... brutto assassino....»

Demetrio stese la manoafferrò un grosso calamaio di peltroe fece l'atto di buttarlo in viso al mostro maldicente; ma il Bianconi glifermò con una mano il braccioponendogli l'altra sullo stomacointanto che ilQuintina rideva sugli acuti d'un riso fatuo e insolentefacendo il verso d'unagallina che canta.

In quella entrò il commendator Balzalotti e tuttiammutolironorestando ciascuno al suo postofermo nella sua posizionecome lestatue di terra cotta che si ammirano al sacro Monte di Varese.

«Che cosa c'è?» chiese il commendatore Filippo Balzalotticolla sua voce flemmatica di buon padre di famigliaarrestandosi un poco sullasoglialindo nel suo abito nerocol panciotto bianco di piquélucidopulito come uno sposinocon una espressione di bontà e di indulgenza sparsacome una spalmata di vernice sulla superficie della sua faccia di canonico.

«Politicadella brutta politicacommendatore» siaffrettò a dire il Quintinache non era uomo da perdere troppo facilmente lestaffe.

Il Bianconia cui tremavano le polpe delle gambeperaiutare a porre un cerotto si fece un coraggio da leone e disse:

«Come impiegato anziano ho l'onorecommendatoredi farparte di un comitato d'onore incaricato d'invitarla a un modesto banchetto inonore della... del....»

«Della ben meritata onorificenza di cui sua Eccellenza ilMinistroi volle onorare la signoria vostra» continuò l'archivista tutto d'unfiatocome se sonasse una trombetta.

«Oh! oh!» esclamò tutto confuso il commendatore«checosa vien loro in mente? un banchetto a me? non sono un ministroi.»

«A questo penseremo in seguito» fu pronto a dire ilQuintinaa cui stava bene la lingua in bocca. «Intanto è un vivo bisogno delnostro cuore di manifestarle la compiacenza della quale siamo compresi tuttiquanti per una delle poche distinzioniche si possono dire veramentemeritate.»

«Questo síè veroproprio...» aggiunsero gli altri due.

Demetriodopo aver soffiato nella chiavetta per liberarladai fondi di cartaera tornato a rosicchiare intorno alla serraturacurvoquasi nascosto dietro la scrivania.

Il commendatore che lo aveva adocchiato subitocapí ch'eglinon faceva parte della commissione.

«Loro hanno una grande bontà e una grande indulgenza perme. Ammettiamo dunque che il ministroi abbia voluto ricompensare non i meritirealima la buona volontà e la devozione a quelle idee liberali di ordine e diprogressoche hanno sempre informata la mia vita.»

«Benissimo...» esclamarono con tre voci diverse i treambasciatori.

Tenne dietro una battuta d'aspettodurante la qualeDemetrioinnocentementesoffiò nella chiavettatraendone quasi un piccolofischio; e tornò a rosicchiare come un topo che fa il buco per passare.

«Li prego dunque di farsi interpreti presso i loro egregicolleghi dei sentimenti della mia gratitudinee dicano pure chepoiché glianni mi dànno questo dirittopreferirò sempre essere il loro padre piuttostoche il loro superiore.»

«Questi sentimenti onorano l'illustre uomo piú di qualunquecommenda» concluse di nuovo il Quintina. «Dunque se non le dispiacecommendatoresabato alle sei avremo l'onore di venire a prenderla collacarrozza a casa sua.»

«Non si disturbino: se mi dicono il luogo dellariunione....»

«Non permetteremo mai.»

«Benecome vogliono. Cercherò di fare onore alla bellacompagnia e al cuoco.»

Risero tutti e quattro piú forte del bisognoquasi per fareil coro finalementre il bravo uomo stringeva la mano all'unoall'altro eall'altro.

Demetriomentre gli altri se ne andavanoriuscí con unenergico ma…ledet…tissimo! ad aprire il cassetto indurito dove avevachiuse le sue manichettela fodera del cappelloun boccaletto di vetrounbicchierequalche altra cosuccia suae sí preparò a far fagotto.

Il commendatore finse di non accorgersi di lui. Dal contegnodel Pianelli non poteva capire s'egli era informato o no della delicata faccendae non osava rompere il silenzio per non guastar l'aria. Demetriodal canto suoera quasi sul pentirsi d'essersi lasciato trasportare un po' troppo; ma nonpoteva piú far sparire il biglietto e l'involtino senza dare nell'occhio osenza provocare una questioneche adesso gli era diventata indifferente. Eintanto questi due uominifingendo di non accorgersi l'uno dell'altrostavanolí sospesicome ai due estremi di un'altalena in bilicodove uno non puòcaderese non fa cadere anche l'altroe nessuno dei due può andarsene finchéla trave resta in bilico.

È da queste posizioni incomodepiú che da istinti malvagiche gli uomini sono tratti qualche volta a farsi del male.

Il commendatoreattaccato il cilindro al chiodostavatirando la punta ai guantimentre davain piediuna prima occhiatasuperficiale alle soprascritte delle lettere e al fascio degli affari. L'occhioandò naturalmente a cadere anche sul biglietto da cento e sull'involtino. Noncapí a tutta primaprese in mano il misterioso pesostracciò coll'unghia unlembo della cartavide un che di lucidoruppe ancora di piú l'involucrocapíarrossí come una ragazza còlta dalla mamma con un libro disonesto inmanoinfuriò dentro di séun tremito nervoso lo presesmosseper farqualche cosadella cartamentre una parola furibondaattraversando tuttaquella fiammata di vergogna e di sdegnogli venne due volte sulla punta dellalingua:

“Tanghero!” avrebbe voluto gridare contro quell'imbecillegaglioffoche pretendeva di dargli una lezione in ufficio. Ma la bella dentieradi Winderling non lasciò uscire che un suono smorzato come l'onda morta di untamburo. Demetriocollocato il cassetto in terraandava voltando e rivoltandole robe suecome se facesse un'insalata di stracci. Sentiva quasi al disopradella testa passare lo sdegno di una cosí grande dignità ferita proprio nellasua poltronaeper quanto rassegnato a prendere le cose come il ciel le mandanon era ancora cosí maestro nell'arte del saper vivereperché un restodell'antica soggezione non gli facesse fastidio e balenío agli occhi. Quandogli parve di aver finitoraccolto il suo fagottellosi avviòcome se non cifosse nessuno nella stanzaverso la porta d'uscitadiretto al suo nuovoufficio.

Il commendatorein piedidietro la scrivanialo lasciòandare un pocoincerto anche lui di fingere di non esserci e quindi bevere ilfiasco nella sua pagliao se non era il caso invece di toccare il tempo aquesto tanghero dalle orecchie rosicchiateche si permetteva di dargli unalezione in ufficio. Tra i due estremi scelse un terzo terminesecondo lavecchia tattica dell'uomo oculato; cioèquando vide che l'altro stava peruscire:

«NehPianelli» disse con una voce d'uomo sostenuto símanon in furia«senta una parola.»

Demetrio si voltò e venne con tre passi lentiin preda anch’essoa un tremito convulsoverso la scrivania del suo superioree interrogò conuna faccia di uomo che ha il sole negli occhi.

«È lei che mi ha raccomandato un ragazzo perl'orfanotrofio?»

«Difattiuna volta...» balbettò.

«È figlio di un suo fratelloeh?»

Demetrio disse di sí col capoe inghiotti una goccia disaliva.

«La ringrazio tanto: mi ha fatto fare una bella figura nelConsiglio. Di che male è morto il padre di questo ragazzo?»

Demetriocome se gli saltasse in corpo un razzofece unaltro passoquasi un saltocollocò la roba su una sedia e domandò:

«Perché?»

«Dimando a lei di che male è morto il padre di questoragazzoperché doveva informarmi: era dover suoe non permettere che unapersona rispettabile andasse a raccomandare a persone rispettabili il figlio diuno che si è impiccato per debiti. Che cosa crede? che gli orfanotrofi sianofatti pei figli dei ladri e dei falsari?»

Demetrionon piú cosí ingenuo come una voltacapíbenissimo che il signor commendatore esagerava di proposito un fattoinconcludente per darsi della forzaper nascondersi in una nuvola temporalescadi sdegnoper vendicarsi insomma del vivopicchiando sopra un morto. Vollegiustificarsiperò senza andare in furiae disse:

«Scusilei sapeva benissimoanzi meglio e prima di mecom'erano andate queste coseese si ricordami ha dato in questo precisoposto anche dei preziosi consigli. Se c'è qualcuno che deve lamentarsiscusicavalieredovrei essere ionel casoperché...perché... chi ha fatta lapiú brutta figura in questa faccendachi è stato il piú minchione sonoio....»

«Che mi sta a contare...» interruppe con un bruscomovimento delle mani il commendatore.

«Noscusilei si lamenta che le ho mancato di riguardo»tornò a dire Demetrio sospinto a poco a poco da una fiumana di cattivi umoriche non sentivano piú la forza degli argini «e io mi permetto di chiedere alei e al suo buon amico di Novara chi si è fatto piú giuoco della semplicitàdella debolezza... e dei bisogni di una povera gente cheappunto perché poverae debolepoteva meritare del... della compassione.»

Sospintotrascinatotravolto dalla reazione della suavirtúDemetrio trovò d'aver dette piú parole che non avesse in mente didirema le pronunciò senza declamazionequasi sottovocecon un tono e ungesto che conservavano ancoraalla lontanaun'apparenza di rispetto.

«Guardi come parla...» comandò con un alto sussiego ilcommendatoree indicando la porta col ditoaggiunse: «Mi vada fuori deipiedi.»

«Andavo bene: è lei che mi ha chiamato indietro per ilgusto d'insultare un povero orfanello. Siccome non ha potuto oltraggiare l'onoredi una donna onestacrede di vendicarsene....»

Demetrio alzò le mani colle dieci dita aperte.

«Escadico...» l'altro gridòquanto è permesso digridare a un superiorefacendosi smorto e agitandosi tutto nel piccolo spaziotra il muro e la scrivania.

Demetriosempre sospinto da una violenza che non sapeva piúimbrigliarefatto un altro passo avantiseguitò:

«Crede di vendicarsene col gettare l'infamia sul capo de'suoi figliuoli.»

«Per Dio...» tornò a dire il commendatoreagitando lecarte con un moto convulso: ma non voleva d’altra parte col gridar troppoesagerare lo scandalofar correre gentecompromettersi in faccia aisubalterni. «Faccia il piacere» tornò a dire con un tono piú dimesso«seha delle ragioninon è questo il luogo.»

«L'offesa ch'ella ha fatto a quella donna è cosí vile...»soggiunse Demetrio appuntandogli in faccia un dito.

«Di che cosa mi parla?» interruppe il commendatore agitandosotto il naso del Pianelli il foglio della Perseveranzastropicciatocome un fazzolettoquasi avesse voluto pulir l'aria e far scomparire quellebrutte parole. «Che provocazione è questa? escale torno a dire. Che mi vienea contare a medi quella sua pettegola?»

Demetrio lasciò cadere una mano con un colpetto secco sullaspalla del commendatore e gli disse:

«Badi a non offenderla di piúper il suo bene....»

«Checheche... è una minaccia?» balbettò ilcommendatorefacendo gli occhi grossi e spaurititirandosi piú che poté sulmuro.

«Badi» e il Pianelli lo fissò coll'occhio cattivo «ionon ho mai date lezioni sull'arte di saper viverema posso insegnare a lei e aqualcuno piú bravo di lei come si rispetta una povera donna.»

«Ehidi là...Bianconi; bravovenga qui.»

Il Bianconiche stava dietro l'uscio ad ascoltare con ungran dolore ai ginocchiquando capí che il Pianelli perdeva la testa deltuttoentròlo prese sotto il bracciolo tirò indietro:

«Andiamonon dir piú asinerie... Tu ti senti male....»

«C'è della gente che dice che io faccio dei guadagnicheho dei segreti protettori» gridò con una voce falsa e lacerata il Pianelliche non era piú in grado di misurare la portata e l'estensione delle parole.«Questi sono i miei guadagni. Ma dovessi anche mangiare i chiodi delle scarpeavrò sempre il diritto di insegnare a leie a chiunque piú bravo di leiilrispetto che si deve a una donna onesta.»

«Lo meni fuori a respirare dell'ariaBianconi. È matto; habevuto.»

«Taci dunque... finiscila» predicava il Bianconi.

«A lei e a chiunque piú bravo di lei» tornò a ripetere ilpovero diavolo dalla soglia dell'uscioattirando l'attenzione dei portieri edegli impiegati piú vicini.

Non era Demetrio Pianelli che strillavama qualche cosa oqualcheduno dentro di luiche aveva bisogno di uscire come il diavolo dal corpodi un ossesso.

Era l'uomo mortoche risuscitava colla corona di spine ditutti i patimentidi tutti gli stranguglioni inghiottitidi tutte le amarezzedi tutte le vergognedi tutti i tedî sofferti in una lotta superiore alle sueforze cogli uominicolle donnecoi vivicoi mortie (piú terribile ditutto) con sé stesso.

L'uomo morto uscivacome evocato ancora una volta dal nomedi quella donna che altri osava insultare in sua presenza: usciva da unapparente letargo di cinismo a protestaree a vendicarsi un momento perricadere forse per sempre nel buio della sua fossache non si sarebbe schiusamai piú.

Se ne accorse egli stesso quandotirato dal Bianconiattraversò l'anticamera in mezzo a un gruppo di personeche lo guardavano concuriosità e che gli parvero ombre.

Si fermò un momento sulla scalasi svegliòsto per diredal suo sognoe cominciò soltanto allora a capire quello che il poveroBianconi andava ripetendo:

«Che ti salta in mente? sei matto? la ti gira? chediavoleria... A un capo d’ufficioa chi ti dà il pane... E che te ne importaa te delle donne? lasciale nel loro brodo le donne... Hai tortohai fatto male:giàsi vede che non sei guarito: dovevi stare a letto ancora qualche giorno...Va a casaPianellilascia passare la scalmanarifletti: cercherò di fare letue scusedirò che sei malatoche è stato un equivocoche hai creduto unacosa e invece era un'altra. Anzi dovresti scrivere subito una bella lettera alcavalierevoglio dire al commendatore....»

Mentre il buon Bianconi cercava di salvare un amico dalprecipizioil commendatorevedendo che la cosa minacciava di propalarsi neicorridoi e negli uffici (dove c'è sempre il bell'umore che ha gusto di riderealle spalle dei superiori) si rivolse ad alcuni impiegati accorsi a vedereeridendo come meglio poteva al disopra della sua rabbia e della sua pauradisseloro:

«È nientegrazievadano pure. Ha creduto che gli sivolesse fare un tortoperché ho chiamato il Bianconi al suo posto: è unoriginaleun misantropoha la mania della persecuzione. Che asino! Aveva anchebevuto. ScusiCaravaggioapra un poco la finestra. C'è un puzzo d'acquavitenon sentono? TuCaramellaportami una tazza d'acqua. E io piú asino di lui adargli ascolto. Se gli passa coll'aria frescabenese no... se no…»

«Mi sono accorto anch'io poco fa che non era compos sui»disse il Quintina che in questa commedia godeva piú che a teatro.

Amico della Pardiaveva saputo da lei come e qualmente ilcavalier Balzalotti non rifiutasse i suoi consigli e i suoi benefici alla bellacognata del brutto cognatocome Beatrice andasse a trovarlo in casa all'oradella dottrina cristiana e come per questa via il Pianelli avesse avuta unapromozione nell'organico...

Il piccolo gaudente andava ora a fantasticare quel che potevaessere accaduto nel retroscenaper far nascere in pieno ufficio uno scandalo diquella sorta; non vedeva chiaroma intanto godeva in prevenzione dell'affannocon cui il vecchio gattone cercava di coprire le suediremo cosítenerefragilità.

«Altro che compos sui!» esclamò il commendatore«non poteva quasi stare in piedi. Se tornanon lo si lasci entrare: non nevoglio di ubbriachi in ufficio. Farò un buon rapporto... Tornino al lavoro:grazievadano pure… Chi sa che anche questo non aiuti ad aguzzare l'appetitoper sabato...»

«Eh! eh! eh!» rise col suo verso di gallina il furbogobbettocheuscito di lífece un giro per gli uffici a contare l'allegrastoriella.

Ricordò i sorbetti che il cavalier Balzalotti soleva pagarealla bella pigotta le sere di carnevaletra una polka e l'altramentreCesarino Pianelli si divertiva a falsificare i conti di cassa. Ma il piú comicoera l'amico di Novaraquesto misterioso personaggioche doveva confortare dibiscottini la solitudine della povera vedovella... mentre l'orso della Bassasarebbe stato fuori a far la guardia...eh! eh! - Erano discorsi a spizzicoascatticon molti vuoti in mezzodentro i quali la fantasia di ciascuno potevaintrodurre tanto un granello di pepecome uno spicchio d'agliodiscorsi che ilgobbetto metteva in rilievo nell'aria con tutti i segni cabalistici della suamano nervosa e rachiticarannicchiandosi nello scrignostirando le gambe neicalzonigrattandosi la barbetta sul collomandando dal ventre rotondo e grassoun nitrito di cavallo... he! he! - che andava a finire in un cocodé di gallinache fa l'uovo.

 

Il giorno dopoun venerdíun telegramma del Ministerosospendeva il signor Demetrio Pianelli dall'impiego fino a nuovo ordine. Altelegramma doveva seguire una lettera ministeriale.

Ed il giorno dopoil sabatoebbe luogo al Giardinod'Italia il pranzo che gli impiegati offrivano al commendatore.

 

V

 

Non fu piccola compiacenza del commendator Balzalotti ditrovarsi una volta in mezzo ai suoi colleghi e dipendentidavanti ad una tavolaguarnita di fioridi pesci in biancodi frutta frescadi trofei e di bombonsin carta d'oro e d'argento.

Per un matto che ti manca di rispetto ci sono sempre centosavi che ti rendono giustiziae guai se l'uomo superiore perdesse l'appetitoper ogni mosca che egli trova nella minestra! Per i matti c'è il suo rimedio.

Oltre al Quintina - che per la circostanza s'era messo ilfrac - e gli altri impiegati della sua sezioneavevano voluto rendere unatestimonianza di stima e di amicizia al vecchio collega anche molti capid'ufficiogià commendatori o sul punto di cuocere. C'era tra gli altriilcavalier Taglidei Pesi e Misuresempre rauco; il commendator Ranacchi dellaPrefetturaper gli uffici provincialiun bel barbone sotto una bella testa; il“gavaliere” o “gommendadore” Lojacomo“naboledano”mandato quassúalle “Ibodeghe”nerorotondograveoscurocon forti sopracigli eprofonde rughein cui pareva sepolta tutta la perequazione catastale.

Non mancavas'intendeil bravo e noto pubblicista invitatodal Quintina ed incaricato di grattare un po' di formaggio sui maccheroni.

Erano fra tuttiventidue o venticinque brave persone disolida costituzione ufficialetutte rispettabilio per titolio per servigio per barbao per testa pelataoltre ai pesci piccoli. Il Bianconi tra questicol suo testone bianco e colla sua faccia di galantuomo sano e modestoperquanto gli facessero peso fin dal principio quelle benedette sette lireanticipate (e aveva sentito all'ultimo momento che in queste non era compreso ilvino di bottiglia); per quanto gli dispiacesse di non vedere cogli altri ancheil Pianelli- benedetto anche lui con quella sua pettegola! - cercava però dimostrarsi contentoentusiasmatocommosso della circostanza e per nonisbagliare seguitava a sorriderea dir di sía far inchiniad aprire usci atutti.

Il Caramellail Rodella e qualche altro usciere in divisaerano incaricati di custodire i cappelli e i bastoni in anticameradi indicarela stradadi annunciare i pezzi piú grossidi introdurli in un salotto chedava sopra un balconedove a poco a poconella democratica eguaglianzadell'appetitosi confondevano i gradi e si umiliavano le prosopopee.

Il commendatorevispo come un pesce nell'acqua chiararicevevaringraziavastringeva mani di quamani di làdichiarandosi semprepiú mortificato e confuso di man in mano che cresceva il numero degli invitati.Il balcone dava sopra un giardinetto a pergolatidov'erano preparate altretavolee sul vasto piazzale della Stazione centraleche si perdeva in unaleggiera nuvola bigia di polvere. Gl'invitatiparte in piedi sul banconeparteseduti su piccoli canapèstretti e addossatiaspettavano con una segretacuriosità di stomaco il momento di mettere i piedi sotto la tavola; e quando ilcameriere venne ad annunciare che il risotto era in tavolafu uno scoppio disoddisfazione. Quindi cominciarono le cerimonie a chi doveva passare il primodall'uscio. Il commendatore Balzalotti voleva che passasse prima il cavalierTagli: questi non avrebbe mai permesso: gli onori al santo della festa.

«Pregoprego....»

«Noprima la provincia....»

«Noprima il catasto....»

«Avanti i giovani....»

«Avanti il senno....»

Il povero Bianconi si tirò in fondo in fondo in un cantuccioad aspettare che la processione finisse di passare. Non abituato a ritardare ilpranzo fino alle sei - che divennero come nulla le sei e mezzo - avrebbedivorato volentieri anche una celebrità o una competenza amministrativa perplacare i rimorsi di coscienza.

E con tutto questo c'era ancora della gente chedavanti a unrisotto di cui andava l'odore fino alla stazione di smistamentostavasull'uscio a cantare: prego... prego…

«Stiamo vicini noi due» disse sottovoce al Caravaggiosmorto anche lui come una pergamena per la gran fame.

Quando piacque al Signoresedettero tutti a tavola e tuttituffarono il capo nel risotto.

In principiocome suole accadere a questi pranzici fudella freddezza e dello stento. La soggezione reciprocadei piccoli verso igrandidei grandi verso i moltiquei piatti alti e pieni che nascondono lavistaquei camerieri di dietroimpalatiche ti guardano nel collo dellacamiciaquesto e altro fa che ogni pranzo ufficiale abbia a cominciare colgelato e coi pezzi duri. Anche questa volta il piú gran rumore lo fecero icucchiai e le forchette: tanto che il Bianconiabituato in famiglia in mezzoalle sue tre ragazze burlone e a due marmocchietti indiavolatiosò pensare colcapo basso:

“Non manca che la marcia funebre.”

Il commendatore chedal capo della tavolasentiva una certaresponsabilità quasi di padre di famigliaprocurò subito di rivolgere laparola ora al commendator Ranacchiora all'egregio pubblicista (che mangiavacome se avesse dovuto pagare)ora al suo collega del demanio; ma anche luiperquanto navigatosi sentiva compresointimidito. A casa aveva buttato sullacarta quattro periodi di ringraziamentoquattro parole all'ambrosianaper ognieventualità; e ora se le masticava insieme al risotto: anzi c'era una bellafrase che gli sfuggiva e che egli andava cercando cogli occhi nell'angolo infondo al salonedove su un piedistallo stava un gran pellicano imbalsamato.

Dopo il vin bianco le faccende cominciarono a procederemeglio: e meglio ancora dopo il barolo.

Anche il Bianconi dovette convenire che a casa sua di quelbarolo non ne bevevano le sue ragazzee liberata un poco la coscienza dagliscrupoli e dai pregiudizicominciò a sentirsi un poco parente anche di quegliillustrissimiche sedevano all'altro capo della tavola e che avevano certamentestudiato piú di lui. Anche l'archivistanella sua magrezza nervosasentivagli effetti del vin bianco e dava di quei calci sotto la tavola... Quando ilBianconicollo zuccone bassomormorava una facezia sul conto di qualcuno o diqualche cosail Caravaggioche schizava l'elettricità dagli occhialiuscivaa ridere con tali scoppiettii di pollo d'India che piú di una volta i magnatipiegarono il capo per vedere quel che succedeva “là abbasso”.

Il Bianconi diventava rosso fin sotto alla radice de’ suoicapelli infarinatie cercava di nascondere la faccia col cartellino del menuch'egli leggeva per la quarta volta senza capir nulla di quel francese stampatoin oro.

«Almeno i piatti dovrebbero stamparli in ambrosiano!» disseal suo vicinoquando fu passata la tempesta. «Cosí non si sa nemmeno quel chesi mangia: è come pranzare al buio. Sai tuper esempioche cosa sono i cornichons...?»

«Cornicioni...» disse il Caravaggioscoppiettando come unlegno secco sul fuoco.

«Cornicioni in insalata. Eccellenti! Scommetto che sonlumache: qualche cosa coi corni dev'essere....»

Venne in tavola un gran piatto di marbré condecorazione di gelatinaburro e tartufiun vero monumento da far risuscitareil martire che se l'avesse meritato sulla sua tomba.

«Se invece di tante statue di bronzo e di marmo» dissel'archivista al suo vicino «si innalzassero sulle piazze di questimonumenti....»

«E fosse permesso al popolo di tirarne via di tanto in tantouna bella fetta» continuò il Bianconi. «Cristianino! faccio il martireanch'io.»

Visto che a casa sua di queste polente non ne mangiava maisi fece coraggio e tirò sul piatto un bel poligonomentre il Caravaggiosgambettando sotto la tavolalo raccomandava alla speciale protezione di santaLuciache conserva la vista agli uomini di buona volontàet hominibusbonae voluntatis...

«Parla latino adessoche mi farai sciogliere lagelatina....»

«Pehpehpeh...» rideva co’ suoi scoppiettii di pollod'India il Caravaggio.

«Ci vuol dell'iniziativa a questo mondo» disse il Bianconia cui il barolo dava quasi un'aureola di bontà. «Poteva esser qui anche queltestardo di un Pianelli» esclamò con sincero rincrescimentoquando scopríche in mezzo alla polenta di gelatina c'erano dei fegatini di pollo.

«Com'è stata questa faccenda?»

«È stata... è stata....» Il Bianconi lanciò un'occhiatafino all'altro lato della tavoladove il suo capo gustava anche lui i suoifegatini di polloe soggiunse: «Non parliamo di morti a tavola.»

«È vero» continuò l'archivista in mezzo al crescentefrastuono delle ciarle e delle posate «è vero che il... andava in casadella....»

«Guardaanche i pistacchi...» disse il Bianconiche nonvoleva quei discorsi.

«Che lei sia andata piú volte da lui... in viaVelasca....»

«Guardaanche un chiodo di garofani.»

«Pare poi che non s'intendessero sul conto... Bolletta nonquitanzata... peh! peh! peh!...»

«Ehilà abbassoè uno scandalo...» gridò quel delcatastoche aveva già votate tre bottiglie.

«Brutto maccabeo!» grugní il buon Bianconaccio col viso inbracedando un pizzicotto alla coscia del compagno. «Va a stuzzicare l'ecoanimale!»

«I napolitanii napolitanicaro commendatore» gridava ilcommendator Ranacchi bel rosso in faccia rivolto al barone delle Ipoteche«inapolitani ebbero sempre una posizione privilegiata nel catastoe si può direche non hanno pagato mai niente.»

«Niente è troppo» obbiettò il commendatore Balzalotti chenon voleva che un'affermazione cosí recisa a tavola offendesse il chiarissimocollega delle Ipoteche.

Costui avvolto nel tovagliolocome in una togaspianò letrecento rughe che solcavano il testone torbido e neroe mormorò in mezzo alfrastuono qualche cosa di cui il Bianconi non poté afferrare che una “gongruabereguazione.”

«Senza un buon catasto non sarà mai possibile nemmeno unacongrua perequazione.»

«Basterebbe un'imposta reddituale.»

«Baie sonore! vediamo quel che ci costa già l'esazionedella ricchezza mobile.»

«È un altro paio di maniche. La terra non si puònascondere.»

«Ci vorrebbe un sistema di tassazione....»

«Ma che sistema!»

«Sicuroun sistema in ragione della presunta produttivitàdel terreno.»

«Mancherebbe anche questaoltre al flagello dellaconcorrenza americana.»

«Che concorrenza d'Egitto!»

«Americana e non d'Egitto.»

«Ahah! ohoh!»

Le parole s'incontravanos'intrecciavano al di sopra deibicchieri e delle bottigliescoppiando in calde risatein cui tutte leopinioni politico-amministrative di quei bravi signori si conciliavano in unapiena soddisfazione reciproca. Solo il barone delle Ipoteche pareva annuvolarsie sprofondarsi sempre piú in mezzo al baccanalee gonfiava certi occhibianchimovendo il capo ora a destra ora a sinistra come volesse dire: “adessovi mangio tutti...”

«Signori!» sorse improvvisamente a dire il Quintina collasua voce squillante.

Si fece subito un gran silenzio.

«Signori! questa non è una cerimonia ufficiale diadulazionema una lieta e viva testimonianza di stima e di rispetto verso unuomoil quale...verso un uomoche sua eccellenza il ministro Depretis havoluto in questi giorni onorare di un attestato specialeconcedendogli leinsegne di commendatore della Corona d'Italia. Propongo quindi un brindisi alcommendatore Balzalotti.»

«Vivabravobene!»

I bicchieri si alzaronosi toccaronosi vuotarono.

Il commendatore si alzò. Di nuovo un gran silenzio.S'inchinò a destraa sinistrapassò un momento il fazzoletto sugli occhiedando un'occhiata al suo pellicano imbalsamatoincominciò a dire:

«Se dovessiamici e colleghirispondere adeguatamente alleespressioni vostreio non potrei trovare nessuna parola che sapesse esprimereil pensier mio. Avvegnachécome ben disse pur dianzi il mio buon amicocavalier Quintina - con quella cortesia che lo distingue e della quale sento ildovere di ringraziarlo - qui non si tratta della solita cerimonia ufficiale cheal levar delle mense non lascia dietro di sé alcun ricordo. No: qui voi voletenon tanto onorare in me il capo d'ufficioche fa debolmente e come può ildover suoquanto il vostro compagno di lavoro....»

«Benissimo!» dissero tutti insieme con quel bisbiglio di esseche vuol approvare senza interrompere.

«Laonde io vi ringrazio non come pubblico funzionariomadirò cosícome vostro collaboratorecome vostro commilitone.»

«Bene!»

«Sua eccellenza il Ministro non ha certo voluto premiare unapersona cheper quanto zelante e volonterosanon ha ottenuto dalla natura nédoti straordinarie d'ingegno....»

«Oh...» protestò il pubblico.

«...né ha recato alla pubblica amministrazione servigistraordinari: ma io sono persuaso che ha voluto premiare in me - e con me anchevoi - la fedeltà a quei principii d'ordine e di progresso che informano lospirito delle nostre istituzioni liberali....»

«Bravo!» gridarono a una voce con una salva di applausi.

«Bbenne!» soggiunse dopo gli altri il barone delleIpotechecolla cupa sonorità d'un trombone in ritardo.

Il commendatoredolcemente acceso e sorridentebrandí ilcoltellino del formaggio e alzandolo in aria soggiunse:

«Imperciocchéo signorinon è né la forza degliesercitiné i baluardi delle fortezzené le difese alpinené le trincereferrate dei nostri porti che potranno mantenere la pacesalvare il paesefavorire il miglioramento delle classi meno abbientidiffondere i lumi dellapubblica istruzioneecc.; ma bensí l'unitàla concordial'ordine neiprincipiil'ordine nelle amministrazioni localiil disinteresse deifunzionari....»

«Un po' anca mo'....»

Tutti si voltarono a questa brusca interruzionemoltiriseroe cercarono chi aveva parlato. La frase poco rispettosa era sfuggitadalla bocca del Bianconiche credeva in coscienza di sussurrarla in un orecchioal Caravaggio. Ma fosse l'allegriafosse il vino biancofosse il diavolocheha sempre gusto di rovinare un galantuomouscí una voce falsaa contrattempoche tutti poterono sentire. Rossoinfocato in visocolle orecchie scarlatteil povero Bianconi si rannicchiò sulla sedia e avrebbe voluto sprofondare incantina.

L'oratoreturbato un momentonon si smarríma alzando unpo' la voce rincalzò:

«La giustizia nei superioriil rispetto nei subalterniinuna parola un'armonia di sentimenti in quell'unico idealein cima al qualesiede il benessere del paese....»

«..issimo.»

«Nel ringraziarviadunquecari amici e colleghipermettete che unisca agli auguri per voi e per le vostre famiglie un augurioanche a quell'illustre magistrato che regge questa provinciail quale si ècompiaciuto di mandare un suo rappresentante nella persona del mio buono evecchio amicoil commendator Ranacchiun vecchio avanzo delle patriebattaglie....»

Il Ranacchi si mosse sulla sedia e fece molti gesti pieni dimodestia.

«...e a quell'alta mentea quell'integro statistaa quelveterano delle lotte parlamentari che regge con prudenza antica il timone degliaffari interni: per arrivare infine ove arrivano sempre i voti di tutti gliitalianiche non sanno distinguere piú il trionfo del progresso da quellodella dinastia che ne tien alta la bandiera....»

«Vivaviva!»

«Bravissimo!»

«Molto bene! Proprio toccata la nota giusta.»

«M'è piaciuto quell'appello ai principii.»

«Mi congratulobravo!»

Il commendatore ricevette tutti questi mirallegristringendotutte le mani che lo assalivanosorridendo a tutti ringraziando; poi laconversazione continuò animata fino ad ora tarda.

Il povero Bianconi non aspettò il caffè per prenderl'uscio. Quando mai era venuto! il pranzo gli si cambiava in tossico. Tantaprudenzatanta cautelatante umiliazioni per non contraddireper noncompromettere quella piccola gratificazione a Natalee ora una frasedueparoleuna sciocchezza gli faceva forse perdere il frutto di tre anni di buoniservigi.

“Aspetta ora che ti aggiusti nel nuovo organico”seguitava a brontolare dentro di sémentre andava verso casa grondon grondoni“non ti manderà mica in Sardegna per questoma se speri di maritare le tuefiglie cogli avanzamentistai fresco. Non ti ha risparmiata la sassatae comeha sottolineata quella frase: il rispetto dei subalterni... Sequell'asino di Pianelli fosse venutoforse avrei avuto un altro postoavreibevuto un bicchiere di meno....”

E voltando nella porta di casasalendo le scalecacciandosiin lettonon cessò mai di pigliarsela con qualcunoche non era sempre ilBianconi; anzi spesso confondeva sé stesso con quell'asinoche egliconsiderava quasi come la causa involontaria della sua disgrazia.

 

Al telegramma ministeriale tenne dietro una letterain cuisi diceva che“avendo avuto riguardo ai precedenti incensurati dell'applicatoDemetrio Pianelliaccogliendo le generose insistenze della parte offesaS.E.il Ministro si limitava a traslocare il nominato Pianellisenza promozioneall'ufficio del Bollo e Registro di Grosseto (Maremma toscana) a cominciare dalprimo agosto prossimo venturocol qual giorno avrebbe datata pure la decorrenzadell'assegno mensile”.

In parole meno solenni era un castigo di due mesi disospensione dall'impiegodurante i quali il nominato Pianelli avrebbe dovutovivere con qualche economiavendere qualche superfluitàpreparare il baule eriflettere sulla necessità che un regio impiegato abbia in ogni circostanza aconservare un contegno corretto e come si deve.

Il Caramellache gli portò la letteralasciò anche ilfagotto delle sue poche robe. Non mancava nullané il boccalettoné ilbicchierené il paio di manichette di tela; mancavano soltanto le cento liredella sua mesata di maggio.

«Andremo a Grosseto!» declamò Demetriodopo aver letto eriletto il ministeriale documentoaccompagnando la lettura con moltitentennamenti del capo. “GrossetoMaremma toscana: sarà aria buona...Bisognerà mettere nel baule anche una buona dose di chinino. Impareremo cosíanche il bel linguaggio toscano.”

E crollando la testagli venne voglia di ridere.

Sígli venne voglia di riderenon capiva perché. In unaltro momentoin altro stato d'animo forse avrebbe sofferto atrocemente diquella punizione: oragli veniva da riderecome di una commedia. Che maleinfine? morir quimorir làtanto per luiadessoera la stessa cosa. Eraquesta anche un'occasione per vedere un po' di mondoal di là dei suoiprati... Che gl'importava ora di Milano e delle sue magnificenze? Fino i suoidintornifin anche quei prati verdi che formavano la sua deliziaoggi glierano diventati antipatici.

“Andiamo a Grosseto!” ripeteva tra sénella quietasolitudine della sua stanzettamentre a Sant'Antonio ribattevano le novelediecile undicimentre tutti i suoi colleghi erano già in ufficio a lavorareciascuno al suo posto; ed egli invecepacifico e beato come un signore che vived'entratase ne stava a casa a fumare i piccoli mozziconi di sigaroche andavapescando in fondo alle taschea far il conto di quel che avrebbe dovuto vendereper tirar là quei due mesi con ventidue lire e centesimie poi un altro mese aGrosseto prima della scadenzaoltre alle spese del viaggioe a qualchedebituccio arretrato... “Andiamo a vedere Grosseto!...”

Se egli fosse stato pittoreoh! che bei quadrettini dadipingere! Meglio ancora se avesse dovuto scrivere un romanzetto.

I letterati vanno alle volte a cercare argomenti inverosimilie strani nel mondo delle nuvole e non si accorgono che hanno sottomano deicasetti curiosi da far morire la gente dalle risa... e anche da far piangere.

Piangeva egli forse? mai piú. Gli passava soltanto per gliocchi una nube di malinconia. È una sciocchezza piangere perché il signorMinistro si compiace di traslocarti a Grosseto. Poteva forse per un giorno o duefar dispiacere di romperla cosí bruscamente colle vecchie abitudini; il vedereil cappello attaccato al chiodoil bastone appoggiato al muroin un cantonecoll'aria di roba stufa di stare in casa; ma non c'erano motivi per piangere. Cisi fa l'osso anche al far niente.

Non dava nemmeno torto al suo superiore. Guai se un capo d’ufficionon provvedesse energicamente a salvaguardare - come dicono - il prestigiodell'autorità!

Come mai un Pianellidi natura cosí impacciato e scontrosoe cosí duro di linguaavesse potuto cantare a quel bravo signore delle coseche non si devono mai dire a un superiorespecialmente quando sono vereera unmistero anche per lui. Non sapeva ripensare neppure quello che gli era uscito dibocca in quel momento. S'era frenato un pezzo colle corde e colle catene: maquando quel bravo signore osò insultare Beatrice e chiamarla pettegolaallorail cuore scattò come una molla.

Non era dunque morta del tutto quella donna nel suo cuore; onon era morto del tutto il suo cuore per lei?

Misterimisteri.

Se un resto d'illusione si muoveva ancora in luiil Ministroprovvedeva ora energicamente a togliergli fin l'ultima speranza. La bella storiaera finita del tutto. T-o-tto... finito.

Ora aveva piú tempo di far delle belle passeggiate suibastioni e in piazza Castelloe di stare a sentire le cicalate delle sonnambulee dei venditori di mastice. Aveva anche il tempo di leggere un giornale e dioccuparsi di politicacome un uomo che vive di renditacolla differenza cheper vivere e tirar là tutto il tempo stabilito dal signor Ministro bisognavavendere qualche cosa. E cominciò dall'orologio. Era un vecchio orologiod'argentodi quelli che diconsi a cipollagrande come uno scaldalettomad'una solidità e precisione che gli orologini moderniintisichiti anche lorocome i padroninon conoscono piú. Pà Vincenzo l'aveva ereditato dal padresuoche l'aveva ricevuto in pagamento da un delegato austriacoil quale allasua volta...insomma era un magnifico orologio tedescoche dopo aver segnatemolte ore belle e brutte ai vecchi di casacontinuava a segnare al nuovo eultimo padrone un tempo inutile.

Dopo aver tentato due volte di venderlo come orologiospaventato del poco o nulla che gli offrivano nelle bottegheprovò aspacciarlo come oggetto antico e fu piú fortunato. Un rigattiere che sta dicasa in San Vito al Pasquiroloche forse era sulla traccia d'un oggetto similedopo un lungo tirare si rassegnò a dare trentacinque lireuna somma favolosain confronto di ciò che gli offrivano gli altrima lo acquistò come robafuori d'usonon come orologio. Demetrio nel venir via provò un senso dirincrescimento e di doloreche finía furia di pensarciin un altro sensopiú profondo e misterioso di mortificazione. Si paragonò al suo vecchioorologio di Vienna e si accorse che anche lui era un oggetto fuori d'usocolladifferenza - sempre qualche differenza! - che per trentacinque lire nessunol'avrebbe voluto. La grossa cipolla riempiva di solito un taschino delpanciottopremendo sulle costole a sinistrafacendo un grosso e un duro che ilcorpo era abituato a sentirecome una parte di sé stesso. Ora quel taschinovuoto e floscio che pendeva giúdava un senso di freddo e di mancantecome secoll'orologio avesse levata una costola; e piú volte nei movimenti didistrazione le due mani andarono a frugare sull'orlo della tascairritate dinon trovar subito la chiavetta di ottoneche sporgeva attaccata a duecordicelle di seta. Piú melanconico di notte. Nelle ore di veglia - e adessogli capitava spesso di non poter dormire - era solito sentire il tic tac delvecchio amicoche vegliava con lui nell'alta e oscura solitudine sopra i tettie che gli teneva una cara compagnia. Non è il caso di dire che in quel tic tacingrossato dalla cassa armonica del tavolinoegli sentisse la voce dei vecchiche avevano scaldato l'orologio col calore del loro corpo e che avevano da unpezzo finito di battere il loro tempo: questo potrebbe essere della poesia e delromanticismo. Ma è certo che egli vegliava volentieri colla sua “vecchiacipolla”e nell'accordo dei palpiti tornava a rivivereguardando nel buiomolte pagine della sua vita passatarisuscitando immagini lontaneche davanoquasi il senso d'una vita vissuta in un altro mondo.

Anche questo: t-o-to... finito!

Eppure in fondo a questa catastrofebenché si sentissequasi schiacciato dalle sue stesse rovine- va a spiegare anche questimisteri... - non gli dispiaceva d'aver cantatoalmeno una voltauna bellaverità a un potente. Gli era caradolceconsolante l'idea d'aver osato alzarela voce -lui solo in mezzo ad una bega di ipocriti e di maliziosi - perdifendere l'onestà di una povera donna. - Egli solo aveva avuto il coraggio dirispondere alle perfide malvagità del Quintinaalle offese del commendatoreparlando chiarochiamando gobbo il gobbovile il vilesollevando di pesoquasi sulle sue braccia l'onestà di Beatrice al di sopra del fango. Cesarinonon era uscito dalla sua fossa ad aiutarlo; e nemmeno il signor Paolino delleCascine s'era fatto vivo in quel momento.

Di quell'opera buona e di coscienza il merito spettava a luisolo; nulla di piú giusto quindi che ne godesse egli solo l'intima e gelosaconsolazione.

A questa coscienza si appoggiava come a un bastonee se nefaceva quasi uno scudo. Nonon avrebbe cambiata la sua coscienza orgogliosa conquella del suo superiore e de' suoi adulatori. Paolinopiú fortunato di lui aldi fuoridi dentro non era né capacené degno di certe convinzioni.

Egli sí; c'è il suo tornaconto anche a soffrire per lagiustizia.

Con questa orgogliosa sicurezza di séqualche giorno dopola burrascacome se nulla fosse accadutoandò passino passino in Carrobiomontò le note scalesuonò il campanello. Sentí un passo piú greve delsolitola chiave girò nella toppae i due cugini si trovarono in faccia l'unoall'altro.

«O Demetrio!» esclamò Paolinoaprendo le braccia estringendo poi la testa del cugino nelle mani grandi come foglie di zucca.

«Beato chi ti può vederePaolino!»

«Vuoi dire che merito d'essere bastonato? Hai ragione. Tusei stato molto malato e non mi son lasciato mai vedere. Ma se sapessi quantecose in questa testa....»

«Sappiamo tutto.»

Demetriomentre deponeva il cappello e il bastonediedeascolto al cuore e si rallegrò di sentirlo quieto e rassegnato. Il passo piúdifficile è quello della sogliadice il proverbio: ed egli l'aveva fatto

«C'è Beatrice?»

«È di là. È venuta in questo momento la sua sarta.»

«E i ragazzi?»

«Son presso la signora Grissini. Aspettano Ferruccio cheoggi s'è vestito da prete.»

«Son venuto a disturbarvi?»

«Birbantetu fai delle maligne supposizioni.»

Paolino prese il buon cugino sotto il braccio e lo trascinònel salottodov'era ancora stesa la tovaglia.

«Qui si pranza.»

«Abbiamo finito. Sono scappato a Milano per combinare lafaccenda del domicilio legale. È necessario che Beatriceper non perder temposi stabilisca subito in campagna. Abbiamo scelto Chiaravalle.»

«Lei dunque ci ruba la signora Beatrice» disse Demetrio conun tono di recitativo d'opera. Ascoltò di nuovo il suo cuore: e gli parve dinon sentirlo piúcome l'orologio.

«Questo andare e venire è noioso per tutti. La voce delmatrimonio è corsae i vicini vogliono dire ciascuno la sua. Un po' dicampagna farà bene anche ai ragazzi.»

«Va beneva bene.»

Sedettero davanti alla tavola dov'erano rimasti gli avanzidel pranzo. Non era piú il piatto di carne bollita o di pesce stantíoo ilpezzo di vecchio formaggio che un certo Demetrio soleva portare a casa nellacestalesinando sul quattrino: ma si vedevano molte bottiglie in tavoladeipiatti non troppo pulitidei cartocci di dolcie un mezzo panettone.L'abbondanza cacciata dall'uscio era tornata dalla finestra.

«E dunquesei proprio contentoPaolino?»

«Se io sono contento?» ripeté il cuginocome se tornasseindietro per prendere la corsa. «BeviDemetrio.»

«Non bevograzie.»

«Un gocciolino....»

«Mi farebbe male.»

«È un vino bianco dolce che faccio io.»

«Un'altra volta...» insisté Demetriovoltando di sotto insu il bicchiereper non voler assaggiare il vino dell'altrui felicità.

«Verrai un giorno alle Cascine. Sento anch'io che sono unmostro d'ingratitudine. Tu mi dimandi se io sono contento...capisco: è unrimprovero.»

«Che rimprovero!»

«È un rimprovero giusto e meritatoperché io avrei dovutodarti subito questa notiziascriverti una parolafarmi vivo una volta. Ma seti dicessi che ho perduto la testa?»

«Capisco... del resto....»

«Dopo che ho sofferto tutte le pene del purgatorio - come tiho contato - dopo che senza Beatrice mi pareva che sarei morto asfissiatoquelgiorno che la Carolina tornò a casa colla fausta notizia che tutto eracombinatoche essa aveva detto di síche era contentaecceteraecceteracrederesti che io son rimasto freddo e indifferente come questa bottiglia?»

Paolino prese la bottigliala collocò con un colpo in mezzoalla tavolaindicandola col dito. I due cugini rimasero un momento immobili acontemplarla.

«Misteri del cuore umano!» esclamò Demetriousando unafrase di un suo vecchio ragionamento.

«E cosí fu per due o tre giorni. Uscivo di casa la mattinaandavo in campagnaper istintocome un ciecoche ha gli occhi aperti e non civedescorgevo gli uomini alla lontanama non capivo quel che mi dicevano.Tratto tratto mi arrestavo di botto per chiedermi se ero io che dovevo sposareBeatrice - alle Cascine la chiamavano la bella vedovina. - Non poteva essere cheun sogno anche questo come ne avevo fatti altre volteche poi sfumavano alcantare del gallo? Per accertarmi che non era un sognotoccavo colla mano isassile piantemi davo dei pizzicottifacevo fin dei salti al sole pervedere se con me si moveva anche l'ombra del mio corpo....»

«Ah! ah! ah!» proruppe Demetrio con una risata largaapertaesagerata apposta per spaventare qualche cosa che si moveva in lui.

«BeviDemetrio....»

«Nocaro...e poi?»

«E poi cominciai a capire qualche cosa. La Carolina anche inquesta faccenda mi aiutò come si aiuta un bambino da latte. Se avessi dovutomuovermi e fare da memorivo vergine e martirecaro Demetrio.»

Paolino vuotò il bicchiere del suo vin bianco dolce.

«La Carolina mi condusse a Milano una volta per lapresentazione- tu eri malato con una gran febbre quel giorno - mi insegnòquel che dovevo direprecisamente come si fa alla dottrina cristiana: “Chi viha creato e messo al mondo?” scelse lei dall'orefice il primo regaloe mitirò su per queste scale come si tira - scusa il paragone - un vitello per leorecchie....”

«Ah! ah!» tornò a ridere Demetrio. «E poi?»

«Una volta seduto vicino alla sposa mi pareva di essere uncampanile in suo confronto: io non sentivo che sonar campane nelle orecchie.Parlò sempre la Carolinache ha tutte le chiavi delle guardarobe e anchequella del mio cuore. Per mese mi facevano un salassogiuro che non mi venivauna goccia di sangue. A poco a poco la lingua si snodò. Due giorni dopo vennelei alle Cascine....»

«Ah sí?»

«A casa mia sono piú a posto. L'ho condotta a vedere gliasparagii meloni novelliil molinoil torchio dell'olio e cosí ho potutosalvare l'onore delle armi. Un'altra volta son venuto solo a Milano - tucominciavi a star meglio - e a furia di mescolare le carte il gioco s'impara.AhDemetrio!..» soggiunse lasciando cadere un gran colpo di mano sulle spalledel cugino «quando verrà quel giornotu vedrai Paolino volare come unafarfalla. Giugnoluglioagosto: s'è fissato per il matrimonio il 24giornodi san Bartolomeo.»

Paolinocolto da una improvvisa tenerezzaalzò gli occhial soffittoe non li abbassò finché fu sicuro di essere un uomo e non unragazzo piagnulone.

Demetriorannicchiato in sé stessoquasi rimpicciolitonelle spalle- fatte sottili dalla malattia - andava grattando coll'unghiadell'indice il tessuto della tovaglia. Passò un momento di silenzionel qualescoppiò come un fuoco di festa una risata di donna allegra. L'uscio dellastanza si aprí e Beatricecon indosso un magnifico vestito di seta colorulivoappuntato con spillicorse di qua a prendere le forbicichiedendo scusaalla bella compagnia; entrò e scomparve come una visione nel morbido fruscíodel lungo strascico fosforescente.

Paolino abbassò gli occhi. Demetrio sollevò i suoi. Queiquattro occhi s'incontraronosi fissaronosi parlarono. Quelli di Paolinoparevano dire: “Hai visto? ho ragione di perdere la testa?”

Gli occhi di Demetrio avevano invece un'espressione acuta diinvidia e di gelosia. La bocca gli si riempí di un fiotto di saliva amarachesi sforzò di inghiottire. Si spaventò come se gli venisse addosso il malcaduco. Abbassò in fretta gli occhiche sentí asciutti e quasi bruciatinell'orbitae gli parve di vedere una chiazza sanguigna scorrere come unamacchia di vino sul bianco della tovaglia.

Paolino non era tal uomo da accorgersi di questi piccolifenomeni psicologicie tutto pieno de' suoi pensieri non aveva posto per ipensieri degli altri. Il caso aiutò l'uno e l'altro a levarsi da quelsilenzioso imbarazzo. I due maschietti entrarono in furia ad annunciare cheFerrucciovestito da pretinoveniva su per le scale.

I voti del Berretta erano compiutie il piccolo ricciolonetosato come una pecorella e vestito di roba larga e regalataveniva a farsivederea salutare i vicini prima di entrare in seminario. Il Berrettapiúfelice egli del papaandava mostrando quel suo figliuolo in nicchio e in vestetalare a tutti gli inquilinichea seconda degli umorigliene dicevano dibelle e di brutte.

La signora Grissinitutta commossaArabellaMarioNaldoun po' mortificatiBeatricel'Elisa sartaDemetrio stesso in curiositàein fondomezzo nascosto dall'uscioanche Paolinouscirono a vedere questonuovo chiamato da Dioche col ciuffo tagliatocoi capelli rasi dietro leorecchieveniva su coperto da un enorme e peloso cappello a tre puntenon suocol passo impacciato nelle pieghe della vestecolla bocca apertacolle maniancor nere d'inchiostro di stampache non sapeva dove collocare.

Il Berrettanel suo solito panciotto di fustagno sparso difilaccieesprimeva la sua paterna contentezzaridendo in faccia a tutti ealzando ora una mano ora l'altracome una marionetta.

Arabella per un po' fu presa anche lei dalla curiosità e nontolse gli occhi da quel gran cappello: ma assalita a un tratto da una stranacommozionesi attaccò al braccio dello zio Demetrio. Ferruccioil belricciolone che essa aveva istruito nel catechismoil suo piccolo cavalierserventequando fu in cima alla scala si levò il cappellaccio e si atteggiòin una posizione stanca e umiliata di brutto martire in vergogna. Pareva unuccello spennacchiato. Quella sua testa rasaquasi ignudada cui uscivano leorecchie come due manichi d'una marmittaquell'annientamento morale e fisico diun bel ragazzotrasse dal petto della fanciulla un tale scoppio d'ilaritàcheper vergogna essa nascose il volto nel panciotto dello zio Demetrio. Questi latrasse in un cantuccio dell'anticamerae stava per dirle che non bisognavaridere: ma quando le sollevò la testavide che invece erano singhiozzie chela faccia era un torrente di lagrime.

«Ah poverina!» balbettò lo zio Demetrio. «Cominci maleanche tu....»

La curiosità della gente fu in quel momento sviata da unaltro grande personaggioche montava le scalecon un catafalco in testa. Iragazziguardando tra i ferri del pianerottolonon potevano discernere chifosse e che cosa fosse.

«Chi è?» «Che roba è?» «È Giovann dell'Orghen.»«Che cosa porta sul capo?» «Guarda... che diavoleria...!»

Demetrio si avvicinò a Beatrice e le disse con una voce diumiltà e di preghiera:

«L'altro giorno mi avete manifestato il desiderio che fossevostra: l'ho fatta aggiustare alla meglioe non potendo regalarvi altro per lacircostanza....»

Giovann dell'Orghen veniva su col passo pesante delsordoportando sulle spalle e sul capo come un'enorme cuffia la vecchiapoltrona di vacchetta a grosse borchiel'ultima memoria della mammasalvatadal naufragio di ca' Pianelli. Il piú felice uomo del mondo rideva sotto quelcatafalcocome un santo nello splendore della beatitudine. L'Elisa dovettefuggire in camera a buttarsi colla bocca sul cuscino per non farsi sentire. Efece ridere anche la signora Pianelli sulla magnifica idea di regalare a unasposa una poltrona di arcivescovo.

 

Parte Quinta

 

ALLE CASCINE

 

I

 

Son passati molti giorni dalla partenza di Beatrice daMilano. Con lei sono andati i maschietti e la casa è chiusa. Arabellaper nonperdere il vantaggio delle scuoleresterà a Milanoin casa dei Grissini finoai primi di agosto.

Alle Cascine sono in moto a imbiancarea raccomodarea farbelle le stanze degli sposi.

Demetrio ha desiderato che gli lasciassero Giovedí a farglicompagnia e oranelle lunghe giornate vuotesi occupa a vendere ciò che nonpotrebbe portar viaa radunare quattro soldi per il viaggioa mettere insiemeuna valigia di robaa stendere un resoconto delle spese fatte co’ suoi e coidenari degli altri.

È una vera liquidazione in piena regola. Il suo libretto dirisparmio è sfumatoe non resta a sperare se non che gli angeli registrino ilsuo credito nel libro d'oro delle buone opereche si scontano in paradiso.

Frugando e rifrugando nella vecchia guardarobagli venne trale mani anche un involto dimenticato pieno di polvere. Lo svolse e vide cheerano gli abiti del povero Cesarinocome glieli avevano portati a casa una seradall'Ospedalecon un paio di scarpette da ballo raggrinzate dall'umido.

Sciolse la robala sciorinò all'ariafacendo ballare ledue gambe dei calzoni di panno gualcitocrollandovi sopra il capo fin troppostanco di far riflessioni sulle cose di questo mondo birbone.

Non volendo speculare sulla miseria umanadiede la roba a Giovanndell'Orghena cui ogni cosa andava benecercando di spremere da tantemiserie qualche sugo di carità.

Giugno fu lungo e caldo. Lunghe e calde tennero dietro legiornate di lugliofatte ancora piú lunghe dalle notti brevi e poco dormite.Il suo cuore si faceva sentire con piccole punturee spesso egli dovevamettersi a sedere sul letto per respirare una boccata d'aria notturnacheentrava dalle finestre aperte.

Paolino gli scriveva spesso per dargli cento commissioncelle.Ora si trattava dei materassiora di una Madonna da collocare in capo al lettoo di piccole altre operazioni di ufficiotra cui bisognò cercare subito anchel'atto di morte di Cesarino.

Demetrio non si rifiutò di rendere questi piccoli servigi.Egli tornava volentieri il cammello di casaun cammello un po' stancomasempre disposto a portare i fastidi degli altri. Veramente questa volta sitrattava di consolazioni e di felicità; ma è un peso anche il portare lafelicità degli altri.

Nelle ore disoccupate andava a spassoo ai giardinipubblicia rimirare i cigni del laghettoe i bei fagiani in gabbiao astudiare storia naturale in faccia alle bestie del Museo. Oppure scendeva lungoi bastioni a contemplare le costruzioni nuove dei sobborghi e i grandi quartieriche spuntano come funghi in questa Milanodove il nuovo divora l'antico.

Case nuovemiserie nuove! egli sarebbe andato cosívolentieri in cima a una montagna!

Evitava di passare per le stradeche potevano suscitare inlui tristi ricordanzeo dove supponeva di poter incontrare un compagnod'ufficio. Quella parte di Milano che sta tra il Carrobioil Bocchetto e lapiazza del Duomo era come se non esistesse piú nella sua topografia. Siabituava già a considerarla come lontanaperdutasprofondata.

Cosí il cuore stava zitto e cosí poteva dormire la notte.

Quando Paolino gli scrisse che faceva conto sul migliore de’cugini per avere un testimonio all'altarerispose che non poteva accettare. Losposo tornò a insistere: egli si scusò col dire che lo spettacolo di unmatrimonio lo commoveva troppo. Mise davanti anche qualche ragione di ufficiomagra scusa che non poteva persuadere nessuno; ma non accettòa nessun patto.

In quanto a Beatrice la sua storia è ancora piú semplice. AChiaravallecolla prospettiva del famoso campanile davanti agli occhicollavista aperta dei prati che sembrano uno smeraldo nel vivo sole d'estatecon ungiardinetto pieno di fioricoi frequenti inviti della buona Carolinaingegnosanell'inventare nuovi regali e dolci sorpresesi capisce che la vita dellapovera vedova dovesse scorrere liscia come l'olio. I ragazzi avevano trovatal'Americae stavano tutto il giorno nei mucchi del fienonei campi o sullecascine. Qualche volta essa faceva una scappata a Milanodove aveva lasciata larobaper vedere la sartaper comperare un capo di biancheria.

Bassano la conduceva in carrozza e si fermava davanti allebotteghe. I commessi di negozio correvano ad aprire la portae colla carrozzapiena di scatole e di cartocci essa tornava a casa qualche volta senza vederArabella.

Aveva accettato di fare quel passo per il vantaggio de' suoifigliuoli: tutte le condizioni erano buone e favorevoli. Perché non avrebbedovuto approfittarne? Paolino non poteva essere piú gentilepiú delicatopiú affezionato di cosí. Tra i regali che le aveva fatto c'era una spilla colritratto miniato del povero Cesarinotolto da una fotografiach'egliaccompagnò con queste parole: Io sarò il padre de' suoi figliuoli.

L'aria liberala buona vita sostenuta dalla contentezzafinirono col dare l'ultima mano a una bellezza già sul maturareforse nontroppo agilené troppo delicata per un occhio cittadinoma procedente balda etrionfante alla conquista di un ampio possesso.

L'indole lenta e pacificaadattata al genere di vita chestava per offrirle il nuovo maritosi manifestò subito in questa secondaaurora della sua felicitàin un'aria consolata e riposatache traspariva dalcristallo nitido de' suoi occhi di bamboladai movimentidalle parole. Avevatrepidato all'idea di maritarsi a Milano la prima volta; nella compagnia nervosadi Cesarino ella aveva riportati trionfi faticosi e difficili: in Milano avevatrovato la passionele spine e la croce. Benedetta la mano che la riconducevanell'aria nativain una casa senza muriin un'abbondanza senza confinidove ipensieri non costano nientedove i desiderii son sempre pagatidove lamortificazione diventa quasi un piacere.

Le settimane passavano come un incanto nella quietaaspettativa d'un avvenire chiaroma senza noiosi splendorinella pacesilenziosa dei pratiche mandavano già qualche profumo del fieno agostanoneldolce e sicuro riposoche aggiusta le ossa e riconcilia coll'esistenza. Dallasua finestrastando in lettoessa vedeva tutto quel gran verde fino allastrada provinciale che biancheggia nel mezzo. Non era piú il rumore assordantee faticoso della cittàma una quiete deliziosaimmensanon rotta che daqualche gallina chiocciante e dal ronzare degli insetti.

Il dottor Fiore di Chiaravalle abitava nella medesima casa.Vecchio fortesui sessant'annicon una barba che pareva una spumas'eraofferto a Paolino come cavalier servente e guardia del corpo. Accompagnavavolentieri la sposina alle Cascine; veniva a tenerle compagnia la sera e sipermetteva con un sorriso maliziosoche si perdeva nella barbadi darle anchequalche consiglio pratico sulla condotta che una sposa giovanebella e vedovadeve tenere con un marito un po' troppo nuovo.

Anche don Giovanniil vecchio curatonon nascondeva la suasoddisfazione morale d'aver acquistata una nuova pecorella. Se la incontravasulla piazza della chiesa o in una stradanon risparmiava di congratularsi delsuo bell'aspettodi chiedere notizia di tutta quanta la famigliadi Paolinodi Mariodi Naldodella Carolinadel signor Demetrio - che non si lasciavapiú vedere.

Si fermava coi piedi nell'erba o nel fango a strologare iltempo verso Milanoverso Lodiverso il Varesottocolla presa di tabacco nelleditasenza risolversi mai a fiutarlanon risparmiando le notizie storichesull'abbazia e sui monaci di Chiaravalleai quali dobbiamo il bonificamentodelle terre e il primo incanalamento delle acquecon altre notizie sul famosocampanileda dovenarra la storiaFrancesco Ire di Franciaassistette allacelebre battaglia di Marignanovinta dal maresciallo Gian Giacomo Triulzicheriposa nell'atrio di San Nazzarodove è scritto: Qui numquam quievitquiescit...

Il buon pastore non avrebbe mai finito di istruire la suapecorella. Un giornotra le altre cosetradí anche un segreto.

«Non è un segreto di confessione e posso dirlo. Sa che ilsignor Paolino è stato anche da me a chiedere un consiglio e che una volta miha portato anche una certa lettera? In quella lettera c'è una frase che non èdel signor Paolino. A lei a indovinare!» e fiutato il grosso spolveroscappòvia ridendo verso la canonica.

Chi mandava razzi di gioia da tutti i pori era - e lo sicapisce - il sor Isidoro Chiesa di Melegnanoil padre della sposauomo liberoche non si vendeva né per trentané per quaranta. Fu l'ultimo a sapere lanotizia del matrimonioperché il sor Isidoro era temuto anche alle Cascinecome lo spauracchio. Maappena parve necessario metterlo a parte del segretofu come se egli l'avesse saputo cent'anni prima di venire al mondo.

Nessuno avrebbe tolto dalla testa a un Chiesa di Melegnanoche quel matrimonio l'aveva pensato e combinato lui fin dal principioecominciò a sonare la tromba nelle orecchie della gente. Paolino delle Cascineera noto nei dintorni come un uomo ben provvedutoper ciò il vecchiofantastico poté vantarsi che un Chiesa non si perdeva nella polvere. Alasciarlo direegli non era soltanto il padre di sua figlia - la piú belladonnasans diredella provincia di Milano - ma quasi anche Paolino loaveva fatto lui.

Se Paolino aveva due bellissimi puledrichi glieli avevafatti comperare? Se aveva potuto guadagnare cinque lire e mezzo per fascio sulfienochi aveva dato un consiglio a tempo? Isidoro Chiesauomo libero... Orasí che l'avrebbero sentito i signori della procura generalei signori dellagreppia!

Molti avevano dubitato di un Chiesamolti avevano dettoch'era uno spiantato o un mezzo matto: molti avevano creduto che un IsidoroChiesa si lasciasse menar via dal Lambro. Viveva a Milano qualcunoil qualeaveva osato dire una volta che il signor Isidoro Chiesa di Melegnano era un granbuon uomo... Ecco venuto il giorno di vedere chi era un Chiesa di Melegnano.

Sotto il sole cocente di lugliosull'ora fresca delpomeriggioil caro suoceromandando lampi dalle vetriatecol suo passo zoppoed il suo bastone bistorto in ispallasoleva tre o quattro volte per settimanafare una visita al suo buon figliuolo delle Cascine.

Veniva per la via corta dei prati col naso rivolto verso leCascinecome un bracco che fiutava la predaentrava nella cortesi asciugavala fronteil colloil nasogli occhiali grondantitirava un fiatotracannava una tazza di latte e piú volentieri una bottiglia di quel vino dolceche sappiamoe fatto sedere Paolinocominciava sempre da capo la storia delsuo famoso capitolato di ottantamila lire che l'Ospedale gli doveva sacrosantecom'è vero che un Isidoro Chiesa ha ricevuto il santo battesimo... Egli erasalito sul fondo di Melegnano l'anno 1856... ai tanti di novembre... cosevecchie: ma Paolino doveva aiutarlo.

Lo lasciavan direscappando un po' per uno: non c'era altrorimedio. Parigi vale una messa - ha detto un celebre re di Francia -: Beatricevaleva questa messa cantata. La buona Carolina non aveva che un rimedio perfarlo tacere e non risparmiava mai di metterlo in praticaquando la testa stavaper iscoppiare.

Fatti saltare in un tegame quattro ettogrammi di lombo consalsa di pomidorotirava il vecchio lupo affamato a sederemettendogli davantiinsieme al tegame un pane di una libbrauno stracchino intero e un fiasco divernaccia dolce. Sazio e gonfio come un boail vecchio finiva semprecoll'addormentarsi sulla sediain mezzo a un nugolo di moschea cui nondispiace l'unto. Quando si rivegliavadi solito si ritrovava di nuovo aMelegnanoin casa suacome se durante il sonno lo avesse trasportato in ariail carro del profeta Elia.

 

Paolino continuava ad essere un uomo felicequantunquecominciasse ad accorgersi che a questo mondo non ci sono soltanto rose sullesiepi e anche le rose piú belle hanno le spine.

Punto primo: il sindaco mise avanti qualche difficoltà percelebrare il matrimonio civile in agostodimostrandocoll'atto mortuario diCesarino in una mano e coll'articolo 57 del Codice Civile nell'altrache unavedova non può rimaritarsi prima che siano trascorsi i dieci mesi dalloscioglimento del primo matrimonio.

Seccato da questo contrattempo e non troppo contento neppuredelle risposte che gli scriveva Demetriodubitando quasi che costui avesse unmotivo per essere in collera - la Carolina l'aveva sempre conosciuto per unragazzo permaloso e testardo - pensò di parlargli a vocedi fargli presente ilsuo casodi leggergli il segreto negli occhi.

Non avendo troppo tempo da disporreandò direttamente doveera sicuro di trovarlocioè all'ufficioe chiese di lui al vecchio Caramellache stava leggendo in anticamera.

«El non c'è piú» rispose il portiere col tono rigido d'uncritico che sa quel che dicesenza togliere gli occhi dal giornale che avevanelle mani.

«Dov'è?»

«So io dove l'è? qui non c'è piúdunque....»

«Perché non c'è piú?»

«Perché l'è stato sospeso dall'impiego.»

«Sospeso? quando?»

«Ch'el me lasci passare.»

Lo squillo d'un campanello chiamava con insistenzae ilvecchio rustico scomparve dietro un uscio.

Paolino se ne venne via lentamenteripetendo ad ogni gradinodella scala:

“O bellao bellao bella.”

Quando fu in fondocapí di non aver capito nienteenonvolendo andarsene cosítornò di sopraaspettò che il Caramella tornasse inanticameralo tirò in disparteefacendogli scivolare nella mano unbiglietto da due liregli chiese sottovoce:

«Ho bisogno di sapere com'è stata questa faccenda.»

La goccia d'olio fece subito il suo effetto.

«Caro lei» disse il vecchietto con una voce menoarrugginitain un italiano piú di confidenza«c'è stato del ciar e scurun benedetto omm!»

«Con chi?»

Il Caramella si guardò un momento intorno etirando con unainsolita affabilità il signor fittabile (lo giudicò subito per tale) in unandito piú scuroabbassando le palpebre sugli occhiprese a dire sottovoce:

«L'è sempre la storia che el pesce grosso el mangia elpiscinin. Il signor qui... il mio capo... sa... il cavaliere... ilcommendatore...» e indicava un uscio dietro di sémovendo il pollice dietrola spalla «l'è una brava personama el g'ha il suo lato deboleghe piaccionoun poco le donnette... Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra.»Il Caramella citò il testo con grande serietà. «Pare che tra lui e ilPianelli ci fosse un qui pro quomi capisce? a proposito di una suacognataalla quale il qui... (e indicava l'uscio) el ghe facevaparegliocchi del gatto. Io poi non sola contano in mille maniereci sarebbe stato dimezzo anche un braccialettoper conseguenza; ma chi le sa queste cose?.. il...qui intendeva di pagare il contoil Pianelli non ne voleva sapereetiramollase ne son dette un sacco in ufficioche non ci sta nemmeno per ladignità del funzionario. Il Pianelli gridava come un disperatoavrà avuto lesue ragioni: l'altronaturalesi è o non si è superiorie detto fatto el meciappa la pennael te me scrive al Ministeroe in quattro e quattr'otto te melo confezionano a Grossetto nel napoletano. Conosco da un pezzo il Pianelli edininguardi! so come la pensa: è un po' ostinato anche lui nelle sue ideetie murma metterei la mano nel fuocofigurarsi! Ma intanto chi ha avuto haavuto. Questa l'è la favolacaro el mio signore.»

Il Caramella strinse le labbracacciò indietro le gomitaaprí le mani come due ventagli e lasciò che “quel signore” tirasse lui lamorale della favola.

Paolinoa intendere queste novitàrimase un momento abocca apertacoll'aria goffa del campagnolo che vede per la prima volta ilsanto Duomo. Balbettò qualche monosillaboetirando la parola colle cordedimandò:

«Questa cognataè forse....»

«Dev'essere una donna del buon tempo. Prima ha fattoammazzare il maritoadesso fa perdere l'impiego al cognato. Ci dicono la bellapigotta....»

«La bella....»

«L'è sempre la storia del cherchè la fam. Questiuomini hanno passata l'età del giudizio e devono aver cambiati anche i primidenti: ma ha cominciato Adamo a sbagliare il primo bottone (e sí che non eravestito) e sarà sempre cosí.»

Il Caramella cominciava a ridere del suo riso amaro dicritico incontentabilequando un altro squillo di campanello lo chiamò nellastanza del commendatore.

«Vadomi chiama il qui…» disse e sparí.

Paolino discese per la seconda volta le scalenon vedendodavanti a sé che una nuvola biancacol passo vacillante del convalescente cheesce per la prima volta di casa dopo un mese di febbre. Colla testa grossaincapace di concepiretraversò Milano e si trovò per miracolo o permisericordia di Dio sulla porta del cugino in San Clemente.

«Non c'è» disse la portinaia. «Va e viene come untramvai.»

«Non va piú all'ufficio?»

«Io non so: non ha piú ore.»

Paolino guardò la facciata della casacome se cercasse unconsiglio alle finestreenon avendo piú nulla a faretornò alle Cascine.

Che viaggio! Chi si raccapezzava? Demetriol'impiegoilcommendatorela bella pigottala scena in ufficioerano altrettantifantasmi che si mescolavano e si connettevano con lo strano contegno del cuginocol suo ostinato rifiutocolla sua calcolata freddezzache faceva un vivocontrasto coll'entusiasmo del primo giornoquando s'era parlato per la primavolta al Numero Cinque in piazza Fontana e che s'era vuotato il primobicchiere alla salute della sposa.

Demetrio oggi non voleva bere piú del suo vinorifiutava diassistere ad un'intima cerimonia di famiglianon si lasciava piú vedere alleCascinenon apriva la bocca sulla sua disgrazia. Nemmeno Beatrice parevainformata di questa dolorosa faccenda. E la storia di questo braccialetto? cheopinione aveva la gente di questa donna? aveva essa ammazzato il primo marito?..che... che... diavoleria?.. Che Demetrio fosse innamorato anche lui? non parevapossibiledal momento che l'innamorato era quell'altro... Ma potevano essereinnamorati tutti e due. Niente di stranodal momento che s'era innamorato anchelui alla distanza di quattro miglia. O santi Apostoli! e come la chiamavano aMilano? La bella pigotta? che villaniache scherzoche scempiaggine!Che tutto quello che era accaduto fin qui fosse uno scherzo di cattivo genere?ch'egli fosse la burletta di quella donnala quale dopo aver ammazzato unmarito volesse sposare un altro per...

O che pensieri! diventava matto a immaginare questeatrocità?…

«CarolinaCarolina» disseentrando in casa col cappellosul cucuzzolocogli occhi strabuffaticol passo dell'uomo che ha perduto ilcentro di gravità. «Carolina.»

«Che cosa c'è? che cosa è accaduto?» esclamò la sorellalasciando cadere una matassa di filo che stava dipanando dall'arcolaio.

«Vieni di sopra....»

«Vengosanta Maria! ma che cosa è accaduto?»

«Tacinon far scene. Chiudi l'uscio» disse Paolino quandofurono in camera.

Gettò il cappello sul lettosedette anche lui sul lettosiasciugò col fazzoletto la testa.

«Ti senti male? parlain nome di quella benedetta Madonna»pregava la buona sorellaa cui tremavano le gambe in prevenzione.

Paolinodopo aver soffiato come un manticecominciò araccontare quel che aveva udito a Milanodi Demetriodel commendatorediBeatricedel braccialetto; equando gli parve di aver detto tuttosiabbandonò senza fiato sul cuscino.

«È tutto qui?» esclamò Carolinaalzando le mani alcielo. «Credevo che ti avessero rubato il portafogli. Si vede che sei cresciutosempre in mezzo alle oche. Che caso! Si sauna bella donna dà sempre daparlare alla gente. Potrebbe essere anche Sant Orsola e ci sarà sempre lalingua che si diverte a mettere male. Che importa a te se a Milano la chiamanocome la chiamano? è tutt’invidia che parla.»

«E il braccialetto?»

«Il braccialetto sarà un regaluccio di un adoratore. L'haforse accettato? Caro miose non volevi questi fastidi dovevi contentarti disposare una donna come le altre....»

«Sei qui colle tue sciocchezze» saltò su a dire Paolinocon un tono aspro e dispettosonon volendo concedere che la sorella potesseaver ragione su questo argomento.

«Vuoi la donna bella? e allora non bisogna pretendere che lagente si strappi gli occhi dal capo per farti piacere. Il mio povero parere tel'avevo dato....»

«Vuoi finire di fare la Perpetua?»

«Ecco il pagamento d'essermi occupata tanto di te. Non parlopiú.»

«Ma se....»

«Non parlo piústa sicuroanima mia.»

«Tu vuoi sempre....»

«Amennon mi intrigherò piú.»

E coll'animo punto e addolorato la povera donna scese incucina a preparare il pranzo. Quando mai qualcuno in quarant’anni l'avevachiamata Perpetua? Alle Cascine essa era la mammala provvidenzalaconsigliera ascoltata da tutti e non c'era grosso fastidio in una casadi cuiella non sapeva sciogliere i gruppi e trovare il capo come in una matassa difilo. Doveva essere proprio luiPaolinoil suo cuoreil suo cuccoachiamarla Perpetua! Paolino non era piú il buon ragazzo di una volta: quelladonna l'aveva stregato e cambiato di bianco in nero. Sempre inquietodistrattostizzosorabbiosoinsofferente e svogliato negli affarifreddo fin nelle cosedi religionesarebbe stato peggio naturalmente andando avanti. Quel giorno chela signora Beatrice fosse diventata la padrona di casail posto della poveraCarolina doveva essere dopo la servaper non dire dopo la scopa.

Questi malinconici pensieri passavano come uno stormo dicorvi nell'animo suomentre colla mestola in mano davanti al camino aspettavacogli occhi tuffati nella pentolache la minestra finisse di cuocere.

A tavola i due fratelli mangiarono di poca voglia e quasisenza parlare. Néper quanto si voltassero nel lettociascuno per le ragionisueriuscí la notte a togliersi di dosso le spine che la bella rosa avevaseminato nelle lenzuola.

 

Demetrio intanto seguitava a vendere.

Non restava quasi piú che il letto per dormirequalchesediai pochi vasile gabbie. Le erbele lunghe tredescanziele piccoleederei bei ciuffetti di musco languivano di setes'impoverivano nellapolvereessiccavano di malinconia come il loro padrone.

La valigia era preparata.

Non potendo portare con sé anche i compagni della suasolitudinepensò di dare la libertà ai canarinirendendo cosí felici dalfondo della sua tristezza quelle piccole creature.

Collocò le tre gabbie sul davanzale della finestracoglisportelli aperti verso lo spazio e sedette ad aspettare che i canarini sisprigionassero da loro stessi.

Giovedíche in questi ultimi giorni s'era attaccato alpadronevenne a sedersi accantocol muso in ariacogli occhi vaganti oraverso lo zioora verso le gabbie.

La giornata di fin di luglio si avvicinava al suo tramonto.Lunghe e taglienti lame d'oro immobili nell'aria immobile mandavano nel lentospegnersi del crepuscolo un chiarore caldo come un riverbero di rame infocatomentre dai tetti neri e bruciati esalava la vampa di una gran giornata di sole.

Era arrivato il tempo di andarsene. Sentendo ogni giornoquasi ogni oraquasi ogni minuto diminuire le ragioni della vitanel tediosoozio forzato che somigliava all'inerte agonia di un condannato a morteDemetrioanticipava di qualche giorno la sua partenza anche per sottrarsi alle insistenzedi Paolinoche gli scriveva continuamente delle cartoline enigmatiche. Stradafacendoavrebbe potuto fermarsi un paio d'ore a San Donato dov'era sepolta lasua povera mammaper dirle addioo a rivederciper attingere un po' di forzadavanti all'erba che la ricopriva. Gli sorrideva anche l'idea di una fermata aGenova al cospetto del mare che non aveva mai vedutonella speranza di farmorire nell'immensità dello spettacolo i suoi piccoli pensieri e i suoi piccolidolori.

Chi sa se avrebbe potuto vivere lontano dal suo paesetragente sconosciutain un mestiere ingratovedovo (non c'è altra parola)vedovo per sempre di quella donnache aveva suscitate e sconvolte tutte leforze piú oscure e piú chiuse della sua esistenza?

Fu ridestato da un vivissimo cinguettío.

Qualcuno dei canarini era già uscito dalla gabbia e stavasulla soglia dello sportellinodavanti all'aria vuotain atto di curiosità edi trepidazione. Altriagitati da una voglia quasi convulsasaltavano di legnoin legnoarruffando le piumegirando il collospiando coll'occhietto piccoloe rubicondo attraverso ai ferricome se non si fidassero delle cose.

Il loro padrone soleva tutte le volte che apriva glisportelli avvicinare le imposte e piú d'uno aveva dato della testa nel vetrocome la dànno gli uomini di buona fede nelle piú trasparenti illusioni. Sicapisce come non si fidassero troppo.

Fu Giallino il primoun novello che Demetrio proteggeva piúdegli altri con qualche parzialitàche dopo aver sollevato il becco allagrande aria del cielodopo aver gridato di gioiasollevò le ali... ma ebbepaura.

Il suo cuoricino batteva con precipizio: due volte tentòabbandonarsima la paura del vuotospaventoso anche per luilo tenneaggrappato al legnetto. Amorettocolle penne miste di verdegli diede quasiuna spinta. Demetrio sentí un frullo d'alaguardò attraverso ai ferruzzi escorse Giallino ansante e spaurito nella conca di un tegolo.

«Ingrato anche tu...» mormorò sorridendo.

Amoretto gli tenne dietro e andò a posarsi sul cappello diferro di un fumaiolo.

Il Marchesino - cosí chiamato per il suo garbo - saltòsulla gabbia e volò di qua e di là per la stanzaseguíto dagli occhi diGiovedífinché venne a posarsi sulla spalla del padrone. Demetrio lo presedelicatamente nel palmolo fece saltare sul dito e presentandolo a Giovedícominciò a dire:

«Dunque si parte tutti quanti dimani. Mandiamo avanti questosignore a preparare gli alloggi?...»

E dopo aver accarezzato il canarino sulle alisporse la manonel vuoto e gli diede la libertà. L'uccellino con un volo frettoloso esgomentato andò a cadere sulla gronda di un tetto.

La femmina lo seguígli volò d'appresso e sulla gronda siconcertarono sul da fare. Qualche altro era già partito senza dir nulla.

Le nubi d'oro cominciavano a scolorire.

Sempre seduto in faccia alla finestraDemetrio contemplavale gabbie vuoteassortoimmerso nel malinconico silenzio di quelle piccolecase desertevelando gli occhi d'una riflessione piena di mestizia. Si sentivamalato ancorad'un male che non è febbrema che filtra come una febbreghiacciata nelle midolle delle ossa.

Giovedíposata una zampa sul ginocchiofece sentire ch’egliera lí.

«Sítu ci seitu non vai via senza di metu sei fedelefino alla morte: tu vuoi bene a chi ti ha fatto un po' di bene!»

La bestia rispondeva socchiudendo gli occhiattraverso aiquali brillava un lume di tenerezza.

Demetrio gli strinse il muso nelle mani e seguitò anche luia parlargli cogli occhicarezzandolo.

Il silenzio dei tetti spopolati penetrava il cuore. Alchiaror sanguigno era succeduta una luce languida di un azzurro verdognoloincui svanivanocome piume di un immenso ventagliostrisce lunghe di cirribianchi e altissimi.

L'uscio si aprí lentamente.

Amor di Dio! era lei...

 

Era proprio Beatriceun poco accesa per la fatica delsalire. Era lei nel suo velo grande cascante sulle spallenel quale spiccavanoi bei colori del viso ovalela bianchezza del collo e la grandezza degli occhi.

Giovedíconosciuta la padronale corse incontrospiccandosalti di gioiaabbaiandopiagnucolando e tornò verso Demetriosoffiandonella polveregonfiando le narileccandogli i piedi.

«Che... che miracolo?» mormorò Demetrioalzandosi erimanendo immobile colla mano appoggiata alla sedia. «Siete a Milano?»

«Síper questa notte... Son venuta a prendere Arabella chefa gli esami dimani. Ma devo prima parlarvi.»

Beatrice trovò Demetrio molto abbattuto e invecchiatoe luis'umiliò al cospetto di una signora che pareva cresciuta di nobiltànell'eleganza degli abiti nuovi e signorili.

«Che cosa è accaduto?» chiese ella per la primamentreabbracciava con una rapida occhiata la povertà della stanza in disordine e lavaligia fatta e pronta sopra la tavola.

«Che cosa?» chiese distrattamente Demetrio fingendo di noncapire il senso della domanda.

«Sono venuta apposta anche per questoe non voglio partiresenza conoscere la verità.»

«Quale verità? sedetevi.»

Demetrio mandò avanti una sediadove Beatrice si pose asederementre egli tornava ad appoggiarsi colla vita alla tavola.

«Paolino aveva bisogno di parlarviè venuto a Milanoandò a cercarvi all'ufficio e ha sentito...»

«Che cosa?» chiese con un filo di voce Demetrioabbassandogli occhi.

«Ha sentito che avete avuta una brutta scena col cavalierein seguito alla quale siete stato licenziato. È vero?»

«Non licenziato» mormorò languidamente con un tenuesorriso.

«O vi hanno traslocato in un paese lontano: è vero? Perchénon avete seguíto il mio consiglio? Avete forse voluto difendermi troppo... ev'è capitato male.»

«Troppo? non si difende mai troppo una povera donnainsidiatacalunniata» esclamò Demetrio con un tono vibrato e caldo di voce.«Voi non ne avete nessuna colpa.»

«Povera mecome sono disgraziata!» scoppiò a direBeatriceportando in fretta e furia il fazzolettino agli occhi. «Paolino ètornato a casa tutto fuori di séha fatto una scena colla Carolinavuole cheio gli spieghi questo mistero del braccialettosuppone non so qualitradimenti... Che gli devo direper amor di Dio? Questo matrimonio si dovevafare in agosto e invece s'è scoperto che non si potrà fare prima dell'inverno:anche questa circostanza aiuta a rendere Paolino inquieto e di malumore.Scrivetegli voiper caritào lasciatevi vedere una volta. Voi solo potretedimostrargli che io non ho avuta nessuna colpa in tutta questa scena dolorosadissiperete tutti i suoi sospettidistruggerete le calunnie della gentecattiva.»

«Io?» esclamò Demetrio come se parlasse a sé stesso.

Appoggiato colle mani alla tavolafissò uno sguardo gentilee carezzevole su quella povera donnache aveva ancora una volta tanto bisognodi lui: e provò in fondo al cuore ancora una volta una vanitosa compiacenzaunsoave orgoglio di sé.

Per un bizzarro ritorno d'impressioni gli venne in mente laprima volta ch'egli s'era incontrato in Beatricein casa suanel salottoelegantee che la povera donnadall'alto del suo trono di cartapestaavevadisprezzato i consigli d'un galantuomo: quante cose da quel giorno in poi!quante mortificazioniquanta pazienzaquanta rassegnazione c'era voluto pernon perdere i frutti di una buona intenzione!

Chi aveva vinto? La gente che giudica all'ingrosso potevacredere che avessero vinto gli altricioè i potenti e i fortunati; ma il suocuoredavanti a quella bella creatura che piangeva e supplicavaseduta innanzia lui nella luce blanda d'un tramonto di estateesultava ancora nella coscienzadi un trionfo appassionatoche Dio non concede né ai potentiné aifortunati.

Beatrice non era salita per la seconda volta alla modestasoffitta per consolare le malinconie di un abbandonato: ma veniva come unaregina a mendicare consolazione e consigli a un vecchio e dimenticato romito. Dichi la vittoria dunque?

Ecco quello che passò rapidamente e senza ordine nel suocuorementre Beatrice finiva di piangere.

Il signor Paolinonell'estasi della sua fortunaallavigilia di un ineffabile godimentonon aveva saputo resistere all'insidia delmale. Una parola sinistrauna voce in ariaraccolta nell'anticamera d'unufficioera bastata come una goccia d'aceto a corrompere il latte della suafelicità; il sospettola diffidenzal'ingiuria si mescolavano già ad unamore tutto fatto di bisogni e di ciechi desideriia un amore che non resistealle prove dure e tiranniche della vita. Se un povero impiegatello destituito etraslocatoche aveva dovuto vendere il letto per mettere insieme i denari delviaggioavesse in quel momento ritirata la mano dalla testa di quella donna:avesse - obbedendo a una ruvida istigazione dell'invidia e della passione -rifiutata una spiegazione a un uomo che non la meritava piúche cosa sarebbestato di Beatrice e de' suoi figliuoli? che cosa sarebbe stato di Paolino?

Questa paurosa apprensione egli lesse bene negli occhilagrimosi di Beatricequando si alzarono verso di lui quasi in atto di invocaremisericordia. Se egli fosse stato un uomo cattivo... ma che cattivo? se eglifosse stato soltanto una persona rispettabile come il suo superioreo ungalantuomo dei soliti sul genere di Paolinoavrebbe ben saputo trarre da questogruppo di circostanze almeno l'interesse dei suoi sacrifici.

È bene o male essere un po' diversi dagli altri?

«Beatrice» dissedistaccandosi dalla tavola eavvicinandosi due passi. Si fermò davanti a lei in una attitudine tranquilla dipadre indulgente e amorosoelasciando sgorgare l'onda delle parole secondol'ispirazione del cuoresoggiunse: «Io scriverò al signor Paolinonon soloper difendere la vostra innocenza e per risolvere tutti gli equivoci che possonoessere natiin mezzo a tante ciarle; ma gli dirò anche quanto si faccia tortoe quanto divenga indegno di voi con delle diffidenzeche ingiuriano una donnaonesta non meno delle insidie di chi la tenta coi piccoli regali.»

Beatricescossa dal suono vibrato con cui Demetriopronunciò queste parolealzò gli occhi e stette a sentire senza batterepalpebra. Le fece subito piacere l'energia con cui suo cognato prometteva didifenderla. Era venuta apposta per avere in lui un valido avvocato difensore.Guai se Paolino si fosse intiepidito e avesse mandato a monte ogni cosa! cheavrebbe dovuto fare co’ suoi tre figliuoli? e la vergognae le ciarle dellagentee la nuova miseria piú grande se non piú spaventosa della vecchia? Eccocosa dicevano i suoi occhimentre Demetriofisso alla linea ancora luminosadel lontano tramontocolle mani giuntequasi appoggiate alla boccacon unavisibile tensione di tutti i nerviseguitava:

«Gli dirò che non vi meritaperché non ha avuto fedeprecisamente in ciò che voi avete di piú prezioso e di piú nobilela vostraonestà. Questo sentimentoquesta preziosa ereditàvoianche poveralalascerete in dote alla vostra Arabella» il nome della fanciulla fu come ungruppo che fermò un istante il discorso «e il signor Paolino non ci hacreduto. Anch'ioè veroho diffidato una voltaanch'io ho accoltoleggermente le voci della maliziama erano diverse circostanzee non viamavo... allora... come dice di amarvi quest'uomo che vi manca di rispetto....»

Beatrice aprí un poco la bocca a un fiato di sorpresa.

Perché si corrucciava tanto suo cognato?

Demetrio si accorse anche lui d'essersi lasciato trasportareun po' troppo. Si fermòabbassò gli occhi verso di leistentando le paroleche si sprofondavano nella golaparlando insomma attraverso al singhiozzo:

«Gli scriverò» disse«gli scriverò dimani da Genova...Addiostate bene... Aggiusterò tutto: addio!.. siate felice....»

Beatricequasi sollevata da luis'alzò lentamente senzatogliere gli occhi dal viso di suo cognatochedopo averla commossa in modostraordinariosi commoveva anche lui fino alle lagrimee diceva parole straneagitando la mano nervosa e smarrita davanti alla boccatremando in tutta lapersona magra e rannicchiata come un uomo che cerca di fuggire da un tremendodisastro.

Che aveva quel povero uomo? che fosse ancora ammalato? chegli rincrescesse di partire e di lasciare la sua gente?

Furono tre o quattro questioniche si presentarono insiemein quel momento all'intelletto non sublime della povera donnacheabituata avivere di séincapace di supporre mali lontani diversi dai suoie pursentendosi cagione delle lagrime di Demetriostava lí in piedivittimaanch'essa della sua meraviglialontana ancora molti passi dalla veritàincapace di andarle incontro.

«Voi partite dimani? È proprio vero? È per causa mia chevi tocca di partire?» chiese con un naturale tremito di voce.

«Non per causa vostra... È il destino cosí. È forsemeglio per me....»

Rimasero un altro mezzo minuto l'uno in faccia all'altrasenza poter parlareegli combattendo una estrema e violenta battaglia colle suelagrimeessa quasi stordita dal suo stesso non capire.

Seguitava ad interrogare quel poverino cogli occhi grandiincantatisenza un'idea chiara di quel che desiderasse sapere da luimaagitata da un senso misterioso di pietà e di paura.

Demetrio con la faccia piú stravolta che rallegrata da unsorriso d'uomo malatoagitò ancora la mano nel vuotocome se cercasse diravvivare un discorso rimasto spezzato.

«Che cosa avetepovero Demetrio?»

A questa dimanda e piú che alle parole al suono inteneritodella vocecome se tutta la vita gli rifluisse nel cuoreaffascinato e trattodalla sua stessa debolezza e da una vertigine soavesi abbandonò verso quellatenera compassione di donnacome un bambino impauritoche corre a rifugiarsinella gonna della madre. La stanza si riempí della luce ch'egli aveva negliocchiin cui guizzavano le scintille del crepuscolo; la pregò ancora unavoltasigillando la bocca colle ditadi compatirlodi andar via: la spinseanzi un poco verso la portaallungando il braccio e la mano con cui tenevanervosamente stretta la piccola mano di leisi attaccòper non andare interraalla sponda della sediavi si rannicchiòvi si rimpicciolí sopraegridando piú che pronunciando: «Andate via... per carità...» lasciòirrompere senza piú nessun freno quel torrente amaro di doloriche lorendevano cosí debole e vile.

 

A uno scoppio cosí improvviso di lagrimedalle quali uscivauna confessione non meno impreveduta che imbarazzanteil volto di Beatrice sioffuscò forse per la prima volta in vita sua di una nuvola di cupa tristezza.Sulle prime non osò credere; si sforzò anzi di non capire ciò che diventavasempre piú evidentecioè che Demetrio l'amava. Si guardò intornocome secercasse di orizzontarsi in quel mondo di affezioni e di afflizioni nuove che ilpiangere di Demetrio andava suscitando vicino a lei. Si chinò un poco verso ilmeschinoprovò a parlarema che cosa doveva dire? Avrebbe voluto che ciò nonfossegliene rincresceva: che poteva fare lei? quando aveva dato un motivo aquesto uomo di credere? All'urto di queste varie questioniche balzavano ecozzavano nella sua testasentí anch'essa una gran voglia di piangerecomeuna fanciullina cheuscita troppo lontana da casa suasi trova còlta dallasera e comincia a temere di perdere la strada.

Si sarebbe detto che la violenta necessità di non mostrarsidura e cattiva coll'unico uomo che le aveva fatto tanto benespremesse quantoc'era di buonodi caritatevoledi delicato nel suo cuore. Provò un fortesoffocamento di respiroil petto le si gonfiòil cuore cominciò a batterecon immenso dolorecome se qualche cosa si rompesse in leicome se in questoprimo sforzo intelligente della sua vitadalla bambola uscisse la donna.

Certo qualche cosa di vivo e di caldo sgorgava da quelpatimento.

«PerdonatemiBeatricesono malatonon so piú quello chemi dico e quello che mi faccio. Sono quattro mesi che soffro cosísenzaparlare mai con nessuno: e sarei partito cosísenza piú vedervise voi nonvenivate quassú a cogliermi in un momento di malinconia.»

Demetrio parlava senza alzare la testa dalle mani.

«Per amore dei vostri figliuoliche ho amato come sefossero mieinon fate nessun conto delle mie parolenon dite nientedimenticatevi anche voi... Non ricordate se non quel po' di bene che ho volutoai figli di Cesarino... Andate via....»

«Io non potrò mai dimenticare quello che avete fatto perme...» provò a dire la donnacon una voce che risonò anche al suo orecchioin un tono piú caldo e diverso dal solito. «Avete detto bene: è il destino...Abbiate pazienzaDemetrio.»

«Sísísí!» esclamò Demetriosollevando la testa esporgendo sulla sedia le due mani giuntecome se volesse rinnovare unapreghiera. «Sono uno sciocco... lo so: addionon vogliatemi male.»

E cercò di sorridere per togliere al discorso quanto vipoteva essere di penoso e d'imbarazzante per lei.

«Abbiate pazienza...» ripeté meccanicamente Beatriceavviandosi verso l'usciotremandostentando il passocome se due forzecontrarie si disputassero la sua pigra volontà.

Sulla soglia si fermòchinò la testa quasi contro lostipitesoffrendo della sua ignoranza che non le suggeriva nulla da direnemmeno una parola di cortesia e di carità verso un uomo che aveva sacrificatotutto per leiil suo panela sua pacela sua libertàil suo cuoresoffrendo in silenziosenza chiedere mai nulla per sé. Si fece improvvisamentepallida...

Demetrioaccovacciatopiú che seduto sulla sedialacontemplava coll'avidità con cui il morente segue l'ultima striscia di lume chetremola nella sua pupilla. Poi chinò un poco la testa. La credeva partita...

Beatriceappoggiata colla mano all'usciosi volse ancorauna volta e con una voce ancora piú commossa esclamò:

«Mi perdonateDemetrio? vi ricorderete ancora dei mieifigliuoli? volete che vi mandi Arabella? Il Signore compenserà le vostre buoneintenzioni...fatevi coraggio: non datemi questo rimorso di sapere chementreio sono felicevoi soffrite tanto. Scrivete qualche volta e se possiamo farequalche cosa per voi....»

Di mano in mano che ella parlavalasciando che le paroleuscissero naturalmenteegli sentiva ritornare il calore della vita e il sensodelle cose. Nella luce quasi estinta del crepuscoloDemetrio vide avanzarsi dinuovo quella donna e sopraffarlo colla grandezza della di lei persona.

Una mano si posava sulla sua testada cui scese un brivido ainvadere il corpo. Sentí ancora un bisbiglio confuso di parolee un'ondatiepida che lo travolgeva: e credette che fosse arrivato l'ultimo momento dellavita.

Quando si rivegliòsi trovò steso in terra ai piedi dellasedia.

Un raggio di lunaentrando dalla finestra apertadisegnavasull'ammattonato i graticci delle gabbie vuote.

 

Quando Beatrice venne via dalla casa di Demetrio era quasibuioecamminando tra la gentesi sentí come sola e perduta in una grandecittà. La scena straziante a cui aveva assistitola miseria di quella stanzalassúl'abbattimento fisico e morale del cognatol'idea del castigo chepercagion suase non proprio per colpa suacadeva addosso al povero disgraziatola paura che Paolino tirasse da tutto ciò un pretesto per non mantenere la suapromessa e la lasciasse sulla stradalei e i figliuoliquesti furono glispaventi che l'accompagnarono a casa.

Una volta arrivata e chiusa dentrosentí anche lassú ildoloroso silenzio d'una casa abbandonata che si sfascia. Della poca roba salvatadalle mani dei creditoriparte era andata alle Cascineparte giaceva indisordine accatastata ai muri. Di intatto non rimanevano che la stanza da lettodove avrebbe dormito forse per l'ultima volta in compagnia di Arabellachefiniti gli esamidoveva seguire la mamma a Chiaravalle. La ragazzache inquesto matrimonio della mamma rappresentava una parte passiva di silenziosaprotestaandava cercando una scusa per rimanere a Milano presso i Grissinioin collegio presso le monacheche d'estate conducono le allieve al mare. Ma ilsignor Paolino si lamentava già della mancanza della figliuolae non era ilmomento di disgustarlo anche in una piccola cosa.

Che brutta notte passò per l'ultima volta nel suo lettogrande la vedova! Arabellaquantunque provasse un piccolo brivido nelle ossaquando entrò a occupare il posto del suo povero papàtuttaviavinta dalsonno facile della sua etàverso le undici si addormentò. Ma la mamma contòtutte le ore e tutti i quarti senza poter raccogliere un'ombra di sonno. Troppecose uscivano dal cuorecome il sangue cola da una fresca ferita.

Ma piú ancora che il cuorela testa andava mulinando eannaspando pensieri sopra pensierireminiscenzecasi sopra casiimmaginiscomparse da un pezzorisuscitando morti e viviavvicinando le cose piúsecondariecon tal precipizioche piú di una volta si sollevò dal cuscino esi passò la mano sulla fronte. Quella testacosí poco abituata a rifletteresoffriva sotto la matassa delle cose che il destino le imponeva di dipanare.Ella lesse e rilessesi può dire da capotutto il libro della sua vita. Sirivide fanciulla in collegio a Lodipresso le Dame inglesinon fra le primeenemmeno fra le ultime della sua classe; da Lodi tornò a Melegnano ancora atempo per godere gli ultimi raggi della fortuna di suo padre; fu per alcuni anniuna corte bandita.

Prima che venissero i giorni tristieccola a Milano abraccio di Cesarino.

Il suo noviziato di sposa fu pieno di care novità e di dolcisorprese.

Cesarinoquantunque facile a irritarsi e di gusti difficilinon aveva mai risparmiato sacrificiperché sua moglie facesse una buona figuranella società.

Agli anni felici erano seguiti i mesi della espiazione.Ricordò il primo incontro con Demetrioil piangereil soffrire ch'ella avevafatto sotto il suo bastone. In casa era la miseria e la fame; di fuori ilfallimento di suo padrel'insidia dei protettorile trappole delle falseamiche.

Essa aveva vissuto piú in quei pochi mesi che in tutti glianni prima. Ed oramentre stava per tirare il fiato e ricomporre la suafortunaecco una nuova tribolazione.

Quantunque Paolino parlasse soltanto del braccialetto e delcavaliereera evidente che il contegno scontroso e freddo del cugino avevafatto nascere in lui il sospetto che anche Demetrio avesse del fuoco al cuore.

Forse tra lor due s'erano già dette delle parole viveenulla era di piú naturale che Paolino s'ingelosisse e mandasse a monte ilmatrimonio. Ella dunque era chiamata a scegliere tra questi due uominiossianon era piú nemmeno il caso di scegliere. Il suo destino non poteva essere cheuno soloquello di salvare un pane ai suoi figliuoli. Era dover suo didimostrare a Paolino che mai aveva pensato a Demetrioche nessuno gli era statoal mondo piú antipatico e piú odioso...

In questa lotta di due uominiper non dire di due ombresimescolava nei brevi sopori della fantasia un'altra ombraquella di Cesarinoche pareva quasi contento che tutto andasse a monte senza che Beatriceimmersanel superficiale dormiveglia delle ore mattutinepotesse afferrarne il motivo.

Sentí Arabella che parlava in sogno.

Suonavano in quella tre ore a San Lorenzo. La bambinache siera addormentata sopra una paurosa sensazionee che continuava anch'essa ne'suoi sogni a leggere il piccolo libro della sua vitaa un certo punto balzò asedere sul lettoesterrefattae gridò:

«Nopapànopapà... Mandate via quel cane... Mandatevia quel cane....»

«Arabellache hai? che cosa dici?» dimandò la mammabalzando anch'essa a sedere sul lettostringendo la ragazza nelle braccia.

Questa si lasciò prendere e cercò un rifugio nel seno dellamamma. I cuori di quelle due donne battevano e balzavano insieme sotto i colpidella paura.

Rimasero abbracciate fino alla mattinatremando insieme esospirando lo spuntar del dí. Beatrice pensò che gli spaventi d’Arabelladerivassero da qualche bisogno che la pover'anima del suo Cesarino avesse nelmondo di làe invitò la figliuola a togliersi subito dalle lenzuola perandare insieme fino al cimitero a pregare e a salutare ancora una volta il papàprima di lasciar Milano. Demetrio aveva fatto porre un piccolo sasso sullafossaapprofittando di quello stesso che era servito per papà Vincenzo e chepassato il termine decennaleegli avrebbe dovuto rimettere pagando di nuovo ilposto.

Nel bisogno di fare qualche economiasperò che il buonvecchio non se ne avrebbe avuto a malee fece collocare la pietra con le altreparole sulla fossa del suo figliuolo predilettocompiendo cosí quell'opera dimisericordia e di perdonoche era cominciata per lui quasi trent'anni prima.

Le due donne stavano ancora vestendosiquando una fortescampanellata le fece trasalire. Chi poteva essere a quell'ora? Beatrice si feceil segno della croce e andò a dimandare all'uscio.

«Sono ioil Berretta...» disse la nota voce del portinaio.

«Che cosa c'è?» dimandò aprendo la porta. «M'avete fattoun tal spavento!»

«C'è abbasso un signore che desidera parlare a leisoraBeatrice.»

«Un signore? non vi ha detto il suo nome?»

«Noo forse non ho capito.»

«Non lo conoscete?»

«Non mi è faccia nuova: pare un po' esaltato. Gli deveessere accaduta una disgrazia…»

«Ditegli che veniamo subito abbasso...» soggiunse Beatricecon un tremito nella voce.

S'era ridotta quasi ad aver paura dell'aria e andò aimmaginare che fosse qualche altra disgrazia.

Quand'ebbero finito di vestirsimadre e figlia disceseroquelle benedette scaleforse per l'ultima volta. Arabella pareva una candela.

Sotto il porticoa’ piedi dei gradinipasseggiava unsignore grassocheal veder la signora Pianellile andò incontro colla furiad'un uomo disperato. Beatrice riconobbe in lui il signor Melchisedecco Pardiilmarito della bella Palmirae capí dalla sua faccia smorta e stravolta cheaveva poco dormito anche lui.

Anche luicome Demetrio Pianellicome Paolino delleCascineera un'anima in pena per grazia di una donnaperché questi benedettiuominigrandi e grossiche sembrano a vederli i padroni del mondobastatoccarli con un dito sul cuore e si smontano come le macchinette.

 

I coniugi Pardi stavano una mattina facendo colazionequandola donna di servizio consegnò alla signora una lettera arrivata allora alloradalla posta.

Le letterelo ricordiamoda qualche tempo in qua eranodiventate gli spauracchi del signor Melchisedeccoil qualesebbenedopo lascena che abbiamo vistonon avesse piú motivo di lagnarsi di sua mogliepurenon poté nascondere un certo cipigliointanto che Palmira dava un'occhiataalla soprascritta.

Ma questa volta fu un cipiglio inutile. Palmiraspinta lalettera verso di luicosí come era arrivata in tavolagli disse:

«Leggi tu.»

Seccoun po' mortificato d'essersi lasciato cogliere indiffidenza e in gelosiacrollò il testonealzò le spalle e mormoròmentreripuliva il piatto con una mollica di pane:

«Che bisogno?»

«Noleggi. Dici sempre che io sono la donna deimisteri....»

«Che cosa ho detto?»

«Non è necessario parlare. Apriguarda dunque.»

«Se è per capriccio tuo....»

Il buon Pardone confuso e quasi commosso per questostraordinario attestato di confidenzaaprí la letterache veniva da Milanomentre cogli occhi buoni carezzava quella sua cara traditora.

«È la signora Pianelli che ti scrive» dissedopo averscorsa superficialmente la lettera.

«Oh!» fece Palmira senza alzare gli occhi dal piatto con untono di freddezza glaciale. «Che cosa vuole la signora delle Cascine?»

«T'invita al suo matrimonio per giovedí mattina.»

«Che onore!» declamò Palmiracorrugando la fronte in unosforzo come di concentrazioneche ella procurò di nascondere con un altrosforzo dei muscolimentre cercava di schiacciare nei palmi una noce controun'altra.

«Se accettidice che manderà la carrozza a prendertimercoledí seraperché tu possa assistere alle presentazioni e a un piccolotrattenimento....»

«Anche la carrozza! vuol proprio farmi morire d'invidia!Conosci tu il suo Paolino?»

«Non ho questo bene.»

«Una pertica con in cima un gran pomo d'Adamo.»

Palmira rise ella per la prima d'una ilarità sfrenata edeccessivasforzandosi di coprire un altro movimento del cuore e seguitò:

«Per sposare di questi lampioni non vale la spesa di andarefuori del dazio. Di lampioni è pieno Milano.»

Secco rise lui di gusto questa volta alla pittura del sorPaolinoe in cuor suo si consolò d'essere qualche cosa di piú d'un lampione.Lo spirito mordace e pittoresco di Palmira aveva sempre avuto il merito dipiacere al buon fabbricante di nastrisorto anche lui dal popoloa cuipiacciono i paragoni semplici e coloriti.

Confrontando in mente la bella e pacifica signora Pianelliche egli aveva conosciuto a Cernobbio e alle feste del Circolo Monsù Travetnella sua beata e pacifica compostezzacolla sua faccia rotonda di bamboccionaa quest'altra donnina magra e spiritosache rosicchiava davanti a lui unamaretto con una delicata nervositàil buon Pardone non poté a meno di fareanche lui il suo paragone.

“Non basta” pensò “che una donna sia bella eprosperosa come una gallina. La bellezza va e viene ein quanto a pesovale dipiú un cannone. Ciò che dà vita e illuminazione a una donna è lo spirito.Una donna senza spirito” seguitò nella sua pigra fantasia di buon ambrosiano“è come un caffè buonoma freddo.”

Secco non sarebbe stato capace di mettere in carta questeideema le espresse cogli occhicon cui avvolse teneramente la sua caratraditorasoffiando il ridere dalle ganasce gonfiementre ripensava alparagone della pertica con in cima un pomo d'Adamo.

«Che ne dicidunque? debbo accettare?»

«Direi di sí. Se t'invita è segno che ha gusto d'avereanche te.»

«Non ne ho nessuna voglia» soggiunse Palmiracontinuando aschiacciar nocisenza far altro che tormentare la pelle delicata delle suemanine da contessa. Ma forse aveva bisogno di quel tormento fisico perschiacciarvi dentro un pensiero piú duro e piú aspro.

«Se non c'è motivonon bisogna mai disgustare la gente»raccomandò il buon negozianterompendo con un colpo solo delle sue manigrassoccie e forti due belle nociche mise in venti frantumi sul piatto diPalmira.

«Non ho nemmeno un vestito adatto» seguitò a dire Palmiracome se si compiacesse di porre degli ostacoli ai propri passi.

«Per questo siamo in un Milano....»

In questi discorsi la colazione finí. Secco si alzòacceseuna grossa pipa di ciliegio e andò in fabbricain mezzo al movimento de' suoiduecento telaiche mandavano un chiasso di cento pettegole. Quando l'uscio fuchiuso sull'onda sonora che entrò a invadere il salottoPalmira afferrò confuria la lettera rimasta aperta sulla tavolala scorse in furia con uno sguardofreddo e lucentemordendosi le labbra sottiliavvicinò le prime e le ultimeparole di ogni rigatraendone un senso che era sfuggito al suo segretario; sicontorse quasi su se stessa come una foglia seccae mormorò qualche cosacheandò a morire negli abissi imperscrutabili della sua coscienza di donna vana ecapricciosa.

Si alzòaccese una sigaretta etolto dal caminetto ungiornale di modeandò a rannicchiarsi in una poltroncina posta sotto lafinestra che dà sul Navigliocogli occhi apparentemente fissi alle bellesignore del figurinoma in realtà perduti in una contemplazione lontana moltopiú bella e affascinante.

Dalla fabbrica arrivava ancora fino a leiper quantosmorzatoil continuo tric-tracche assordavaintontiva le orecchie e l'animae sul quale tesseva anch'essa le sue giornate tutte d'un coloretrascinandosidietro la vita lunga ed uguale come un nastro ordinariosenza una emozionetediatapienagonfia della sua stessa fortuna di agiata borghesesempre inlotta o colla tenera bontà di suo maritoo colle tentazioni de' suoi pensieri.

Era piú felice forse quando lavorava di làin fabbricaeche poteva almeno sfogare l'umoretirando uno zoccolo nella schiena a qualcuno.

Per quanto non invidiasse né il temperamentoné il “lasciatemistare” di Beatriceper quanto non credesse alle sue massime di donnapacificadoveva però confessarecon un piccolo risentimento d'invidiachequella bambocciona era piú fortunata di lei.

Anche un Paolino qualunqueche abbia cavallicarrozzaunastalla pienatre o quattro cascine popolate di oche e di gallineè qualchecosa di piú allegro e di piú vario che il passare la vita in una vecchia equasi lurida casa del Terraggiocolla prospettiva del Naviglio melmosochemanda su ogni sorta di malanninel perpetuo stordimento di una fabbrica chefila nastri e noianoia e nastri.

Quel che rispondesse a Beatrice non si sa: sembra però chevincessero la tentazioneil capriccio e la curiositàperché il mercoledíun'ora prima di serauna carrozza di tipo campagnuoloa due cavallisiarrestò davanti alla fabbrica del signor Melchisedecco Pardi. Palmira partísola alla volta delle Cascine.

Secco arrivò appena a tempo per sporgere il capo dallafinestra dello studio e a gridare:

«I miei complimenti; portami i confetti.»

La sera andò a far la solita partita a tresette ai TreScanni ed ebbe un monte di carte belle. In una mano sola accusò undicipuntie due volte di seguito i tre assi.

«Caro leilo faccio arrestare» saltò su a dire il signordelegato Brogliodella vicina Sezione di Sicurezzache non mancava mai alsolito tavolino. «Questo si chiama rubare e non vincere. Faccio prestosa: hole mie guardie in via Lanzone e lo butto in cella a passare la notte.»

«Allora sípovera signora Palmira...» disse il compagnoche vinceva col fortunato mortale.

Secco ridevasoffiando la contentezza dalle gote gonfieepicchiando con tremendi colpi le carte sul tappeto verde.

«Fortunato nel giuocosfortunato in amore.»

«Tre assi...» accusò per la terza volta il signor Pardichiudendo gli occhi e appoggiandosi coi gomiti grassi alla tavola per ridere inequilibrio.

Il delegatoche perdeva già la terza partitamormorò:

«Tre assassini!» evolgendosi al ragazzo dell'osteriaglidisse: «Guarda se c'è un agente lí di fuori....»

Il Pardi tornò a casa piú tardi e piú caldo del solito.Entrò nell'andito buio al lume di un cerino e prese le lettereche trovònella cassetta ai piedi della scala.

La donna di servizio uscí col lume emormorata la buonanottese ne andòlasciandolo solo nella deserta camera nuziale. Al di sottodella calda allegria che suscitava il Valpolicella dei Tre Scannilavista di quel letto vuoto a man sinistra destò uno strano sentimento opresentimento di malinconiacome se Palmira non fosse andata per un giorno adivertirsi a uno sposalizioma gliela avessero portata via morta.

Era anche questo un effetto del bicchiereche eccitava inquel buon uomo linfatico e grasso i pensieri pateticiche fanno piangerementre gli altri ridono e cantano volentieri quando li rischiara un po' di lumenluminis.

Fece passare alcune lettere; buttò in disparte le solitefatturegli avvisi commercialie si fermò a contemplare una piccola bustaattratto da una scrittura grossa a spina di pesceche gli parve di riconoscere.Stando in piedi col cappello tondo quasi sugli occhiil sigaro spento in boccae il bastone sotto il braccioruppe la carta e lesse su un biglietto di visitadel cavalier Lanzetti le seguenti parole:

“Dimani scade la nostra cambiale; non si potrebberinnovarla? Gli affari sono stagnantie m'è mancato anche il baritono. Potreiintanto offrirle un palco per tutta la stagione.”

E piú sottoconficcato nel piccolo angolo rimasto libero:

«Per sua normaAltamura è a Milano già da una settimana.L'ho saputo soltanto ieri.»

Tornò a leggere da capo: “Dimani scade la nostra cambialeecc..”

E piú sotto: “Per sua normaAltamura....”

Gli occhi del signor Pardi si sollevarono e andarono aguardaresenza fermarsi troppoil posto del letto a mano sinistra. Collocò ilbastone sulla tavolavi pose sopra il cappelloe data una rapida e paurosaocchiata alla portatornò a leggere la terza volta il bigliettoavvicinandolopiú che poté alla fiamma della candela. Lo buttò sulla tavola con unaespressione di schifo. Era una trappola: ci voleva poco a capirla.

L'egregio cavalier Lanzetti - oggi sono cavalieri anche gl’impresarie i suggeritori - avendo bisogno estremo che la cambiale fosse rinnovatacercava di farsi dei meritiinventando un Altamura a Milanomentre Altamuracantava a Madride la Gazzetta dei Teatri annunciava la sua prossimapartenza per Montevideo.

“Un cantante che fa la stagione a Madrid non passa daMilano per andare in Americacaro signor cavaliere dalle cambiali insolvibili.Sarà per un'altra volta. Io ti posso regalare anche tre cambialima non voglioche tu mi creda cosí gambero da bevere... da ritenere che il signor Altamura èa Milano già da una settimana....”

Il Pardi rideva con sé stessomovendo tre o quattro passinella stanzafermandosi a rimirare con attonita attenzione la gamba di unasediastringendo nelle dita in un fascetto solo i peli dei baffi e del piccolopizzo di barba; poi girava sui tacchidava un'altra occhiata di volo alletto...

Palmira non era quasi mai uscita di casa tutto quel tempo. Daqualche mese in qua si mostrava docilediscretasaviatollerante. Lettere nonne riceveva piúe nemmeno giornalidopo la gran burrasca di quel giorno chel'aveva còlta sulla porta della Posta. Essa non voleva nemmeno andare alleCascineal matrimonio della signora Pianelliper non fare la spesa di unvestito nuovo: era stato lui a cacciarla viaperché prendesse una boccatad'ariapovera diavola...

Stava ancora concludendo il suo ragionamento che già la manoaveva apertooperando per conto suoun cassettonein altodove Palmirateneva i fazzolettile gioie d'usole lettereil borsellino. Quando siaccorse di commettere una stupida ed inutile indiscrezionespinse e chiuse conviolenzaintascando sbadatamente la chiave.

Non era il caso di credere che prima di andare alle CascinePalmira avesse a incontrarsi con... qualcuno.

Impossibile. Come poteva sapere questo qualcuno che ilmatrimonio della signora Pianelli era fissato pel giovedí mattinae che ilsignor Paolino avrebbe mandata la carrozza a prendere Palmira il mercoledí?

Ad ogni modo bisognava sempre supporre che Altamura fosse aMilanomentre la Gazzetta dei Teatri dava per certo che egli avevaaccettata una scrittura per l'America del Suddove i mariti non fannocomplimenti e piantano fior di coltelli nel cuore ai Trovatori.

Che diavolo gli passava mai per il capo? Ecco in qual manieraun uomo può esser felice per tre assi a tresettee cinque minuti dopodiventare il piú disperato degli uomini per l'ombra di un'idea. Frugando nelletasche della giaccaper una morbosa inquietudine e quasi curiosità delle manivi trovò una chiavetta. Da qual parte questa chiave? Non si ricordava giàpiú.

Stette a guardarla con grossi sopraciglifinché gli vennein mente ch'era la chiave del cassettone. Aprí di nuovo il cassetto in altocercòfrugòtrovò una letteracorse presso la candela. Era la letteradella signora Beatrice ch'egli aveva aperta e letta a Palmiraun gentile invitoe non altroa meno di credere che anche Altamura fosse stato invitato alleCascine...

Ma se Altamura non era a Milanonon poteva essere nemmenoalle Cascine. Se era in Americanon poteva essere in Italia. È vero che perpoter dire che un uomo canta in America bisognerebbe essere là a sentirlomad'altra parteper credere la metà di quel che gli passava per il capobisognerebbe ammettere che l'uomo è una bestia ferocee la donna la madredelle bestie ferociche il mondo è una tana di tradimentiche non c'è piúné leggené fedee che gli assassini di strada sono i piú galantuominiperché almeno mettono a rischio la pelle.

In queste riflessioni spasmodichecolle quali il poverogeloso procurava di assopire i suoi sospetticominciò a svestirsi. Si levò lagiaccache appese al solito chiodoe caricò l'orologio.

Portò l'orologio all'orecchio per sentirne i battiti:lanciò uno sguardo disperato all'altra parte del letto. Era mezzanotte. Palmiradoveva essere arrivata da cinque ore almeno alle Cascine. Finite lepresentazioni e il trattamento dell'acqua dolcea quest'ora forse dormivainsieme alla sposa...

Coll'orologio in manocogli occhi fissi al quadrantecolpanciotto slacciato sul pettoil Pardi seguiva ansiosamente il movimento quasiinvisibile dell'indicecome un dottore che conta i battiti di un moribondo. Sefosse stato sicuro di poter trovare il Lanzetti al Biffidove andava di solitosarebbe uscito a cercarlo.

Non era ancora deciso se uscir di casao se buttarsi adormire in santa pacecherimessa la giacca e col cappello sugli occhipassava in fabbrica a far qualche cosa per ingannare il tempo. Non si dorme conun ferro rovente che t'infila il cuore. Entrato nel vasto cameronedove stavanoschierati in due grossi corpi i suoi duecento telai con una stretta corsía nelmezzoombre grandi e grottesche svolazzarono su per i muri al passare dellacandela.

A mezzo della corsíache metteva al bugigattolo dellostudiosi fermòepremendo coll'unghia l'orlo e le croste della candelatornò a rifare il suo ragionamentomescolandovi ancora la geografiala Gazzettadei Teatri e la probabilità che il mondo sia una tana di ladri e diassassini. La testaridiventando pesantepiombava di nuovo sul pettoenell'ombra della nottenella fredda e livida compagine de' suoi duecento telaiche l'avviluppavano come in una rete dura di ferro e di nodi scorsoiun'accusacupa e solennesviluppandosi dal fondo piú cieco della sua vitasaliva con ungran turbamento del sangue fino alla sede del pensiero. Che fossero giàd'accordo? Che si trovassero già abbracciati in un sicuro nascondiglio? Si puòdiventare ubbriachi pel sangue che va alla testa.

 

L'alba trovò il signor Pardi curvo sui mastri e sul librocampionarioassopitopiú che addormentatoin una dolorosa stanchezzacolcorpo mezzo intirizzito dal fresco delle ore mattutine. Alzò la testa. Seavesse potuto guardarsi in uno specchio e vedere il colorito scialboi capelliduri e arruffatil'occhio cinericcio e spentoavrebbe creduto d'essere moltomalato.

Tuttavia la luce chiara e onesta del sole che entravarubicondo per le sei grandi finestresbattendo sui congegni bruniti deicilindri e dei pettinidissipò molti dei fantasmi che lo avevano assalito lanotte. Rilesse ancora una volta il biglietto del cavalier Lanzetticercò eritrovò nel cassetto segreto della scrivania la raccolta della Gazzetta deiTeatrich'egli leggeva attentamente dal marzo in poiinteressandosi almovimento di tutto il personale mimico-lirico-danzante del paesee ritrovòfacilmente una notiziagià segnata con matita rossache diceva:

“Il celebre Altamura accettò per l'agosto un lauto impegnoal teatro dell'Opera di Montevideodove l'esimio artista ha lasciatoindimenticabili impressioni nell'intelligente colonia dei nostri connazionali.Auguriamo al nostro illustre amico larga messe di allori e di pesetas.”

“Anch'io” mormorò il Pardiassociandosi di cuoreall'augurio. “Ecco la prova stampata della bugia che farò scontare al centoper cento al signor Lanzetti.”

Intascò il giornaleaccese il sigaroche gli teneva allamattina il posto del caffè neroementre le operaie cominciavano a entrare infabbricauscí coll'intenzione di trovare in qualche buco l'impresario e difarsi spiegare l'intreccio di quest'opera buffa.

Non erano ancora sonate le settequandovenendo per la viastretta di San Simonenella corrente rumorosa dei muratori e degli operaicheogni mattina inondano Milanosbucò nel largo crocevia del Carrobiogià vivoe agitato come deve essere il cuore di una città grande piena di affari e diinteressiche non ha troppo tempo per dormire.

Sapeva che i Pianelli abitavano in Carrobioanzi si ricordòd'aver veduto Palmira uscire da una porta presso il droghierequel giorno che iconiugi Pardi s'erano trovati col tempo in burrascasedutil'uno in facciaall'altranel medesimo tramvai.

I piediche non sempre ragionano male come il cervelloprocura di far credereve lo portarono diritto.

«Abitano qui i signori Pianelli?» chiese al portinaio.

«Abitavano» rispose il Berrettatenendo sollevata unascopa in mano come un campanello. «Però c'è la signora Beatrice. In quanto alsignor Cesarinosaprà bene che....»

«La signora è in campagna?»

«Oggi è a Milano. È arrivata ieri a prendere la figliuolache deve fare gli esami.»

«Ieriva bene: ed è partita» seguitò a dire il Pardisforzandosi di correggere gli spropositi di fatto che diceva il sarto.

«Nonoè a Milano» confermò il Berretta. «Ha quiancora quasi tutta la roba.»

«Che c'entra? deve sposarsi stamattina.»

«Ah... io non so.»

«Insommac'è o non c'è?»

«Chi?» domandò il Berrettache si lasciava stordire perpocosollevando gli occhi in faccia a questo signore grassoche pareva incollera.

«Avete detto che la signora Pianelli è a Milano» riprese adire il signor Pardi colla pazienza di un professoreche torna a spiegare unproblema astruso.

«Sídiavolo! le ho portata ieri sera l'acqua per lavarsila faccia.»

«Fate il piacere di andar su e ditele...» il Pardi pescònel taschino del panciotto quei cinque soldi che occorrono per far correre unuomo «ditele che c'è un signore che desidera parlar con lei subito subito.»

«Vado in un momento.»

Secco si lasciò cadere coll'abbandono pesante dell'uomostanco su di una sedia e si appoggiò al tavoloin mezzo ai ritagli e allefilaccienella luce miope e sonnolenta che mandano a Milano le finestre deiportinaisenza pensar nulla di precisoma ripetendo solo con una espressionesforzata e quasi di sprezzo: “fare gli esami!” frase checaduta come unciottoletto negli addentellati dei suoi discorsi interniurtava e guastava ilmeccanismo del raziocinio.

Il Berretta tornò a dire che la signora Beatricedovendouscire per alcune spesesarebbe venuta dabbasso tra cinque minuti.

Il Pardi non risposee dopo aver guardato il portinaio conun'aria di compatimentocome se il Berretta non sapesse quel che veniva acontaresi raccolsesi appoggiò colle braccia sui ginocchi e procurò di nonpensar piú nullafinché non fosse uscita questa signora Beatrice. Avessedovuto aspettare non cinque minutima cinquanta secolinon sarebbe uscito dilí senza aver parlato coll'amabile sposina.

Il portinaio venne a contare delle storie in cui entravaancora Cesarinoil solaiola travela mano... che so io? tutte parole che nonarrivavano fino alle orecchie di quell'uomo immerso fino ai capelli in unaprofonda oscuritàe che sentiva sé stesso come un sacco imbottito di stoppa.

Di fuori il Carrobio mandava i suoi gridii suoi strepitiisuoi rombi di carri pesantiaccalorandosi nella vita crescente della giornata.Dalla porta entravano e uscivano uominidonneragazzi. Chi consegnò unachiavechi ritirò una letterauna donnicciuola in cuffia si lamentò delgattoche andava sempre davanti al suo uscio... che era una sporcizia. Unfornaio lasciò tre panini sul tavolo del sarto e se ne andò urtando nei vetricol cavagno.

Nella corte strideva a brevi intervalli il manubrio dellapompacon un tonfo di roba pesante; risonavano voci di donnepiagnistei dibambini... Tutti questi particolarioccuparonodistrassero un momento la suaattenzione durante il buon quarto d'ora che la signora Pianelli si feceaspettare. Erano sottili ricami sopra un fondaccio senza colore. La vita esternaarrivava onda morta fino al suo capoma non aveva la forza d'entrarvi.

Se avessero gridato al fuocose la casa fosse crollata allesue spalleil signor Pardi non si sarebbe mosso di lí prima d'aver veduto eparlato colla signora Pianelli. Se essa era arrivata il giorno prima a Milanocome poteva aver invitato Palmira a prender parte alle presentazioni difamiglia? Che il matrimonio fosse andato a monte?

«È qui» disse finalmente il Berrettache stava insentinella per farsi vedere degno dei suoi cinque soldi.

Il Pardi si alzò di scatto e corse a incontrarla ai piedidella scala. Lo spingeva un'ultima speranza: che non fosse lei. BeatricePianellipallidaun po' abbattuta in visoscendeva col suo passo tranquillotenendo raccolto un lembo del vestito.

«È lei?» esclamò colla sua voce chiara e armoniosa. «Semi avesse detto il nome... Mi rincresce di averla fatta aspettare.»

Pardi salí un gradino e le si collocò davanti col pugnostrettocome se si preparasse a una lottatremando visibilmente in tutto ilcorpoe pure sforzandosi di mostrarsi educato e gentile in mezzo agli aculeidella sua sofferenza.

«Scusi: Palmira....»

«Che cosa?»

«Non è qui?»

«No» rispose Beatrice con candore.

«Non è oggi il giorno che lei deve sposarsi?»

«No» essa tornò a dire con semplicitàcon una notacantata.

«Ma allora....»

Si dominò. Voltò la testa indietro verso la corte per dartempo al respiroalzò una mano mezza chiusacome se volesse continuareun'argomentazione impossibile.

«Difatti il matrimonio si doveva fare in agostoe se erapossibile anche in fin di luglio. Ma non fu possibileperché c'è un articolodi legge che lo impedisce.»

«Ah! un articolo di legge...» ridisse il Pardi adoperandola frase già fattatanto per dire qualche cosae per tenere avviato ildiscorsoper non lasciarla scappare quella donnavolendo sapere da lei ilrestoe non trovando in tutto il suo vocabolarioin quel momentodue altreparole per tirare innanzi la conversazione.

«Scusi...lei non ha scritto la settimana scorsa a Palmirauna lettera?»

«No.»

«Ma sí!» gridò il Pardiagitando e allungando la manoverso Beatrice. «Non si ricorda piú.»

«Che lettera?»

«L'ho vistal'ho letta io... una lettera....»

Beatrice raccolse il pensiero a riflettere.

«Una lettera con cui lei invitava Palmira alle Cascine adassistere al suo matrimonio per stamattina.»

«Non è possibilecaro lei.»

«Ah! non è possibile?»

Seccocome se le forze lo abbandonassero del tuttodisceseall'indietro il gradino e piombò sulle gambealzando le braccia grossecongiungendo i due pugni collo sforzo di chi si attacca a una gronda e fa levasui muscoli per non cadere dall'altezza di un tetto.

Beatricenon ancora vicina all'idea che dava al signor Pardiun'aria cosí stravoltalo interrogò cogli occhi curiosi. Non era possibilech'ella avesse invitato Palmiral'amabilela malignal'invidiosa Palmiraauna festa di famiglia.

«Però» prese a dire il Pardi con l'affanno di chi ha lostomaco rotto dalla nausea«però ella ha mandato una carrozza aprenderla....»

«Quando?»

«Ieriieri sera. Ohper Diol'ho vista io....»

Il Pardi s'infuriò contro quella stupida donnache noncapiva nullae che stava ad osservarlo con gli occhi d'una bambola.

Beatrice s'impauríentrò nell'ideacapí che Palmira neaveva fatta una delle suedivenne smortabalbettò qualche parola a fior dilabbrae finí col dire:

«Scusiio non so proprio niente....»

«Mi perdoni...» disse il Pardiallentando a poco a poco lebraccia e chinando la testa sul pettopiegando il collo robusto e le larghespalle al peso enorme che scendeva lentamente a comprimerlo. «Mi perdoni...»balbettò.

Colla mano irritata tastò qua e là sul corpofinchétrovò la tasca del fazzolettolo strappò fuorilo strinse nel pugno come uncenciolo compresse due volte nell'angolo degli occhischiacciandolo poi sullabocca quasi per strozzarvi un gridoetirandosi ancora un passo indietro perlasciar passare Beatricetornò a dire:

«Mi scusi tanto....»

Beatrice discese gli ultimi gradinie nel passar davanti aquell'uomoche pareva fulminatolo guardò con un senso di sincera e paurosacompassione. Avrebbe voluto salvare Palmira o la buona fede di suo marito. Maper la seconda volta in poche ore si vergognò della sua povertà di spirito. Sisentí incapacetroppo ignorante delle battaglie della vita. Fece un piccolosaluto colla testascappò piú che non uscisse sulla stradae col cuore pienodi dolori e di spaventi si mescolò al vivo movimento della cittàche coprecol suo frastuono le piccole e le grandi tragedie degli uomini.

Arabella l'accompagnava in silenzio. Il cuore dellafanciullaancora pieno delle brutte visioni della nottenon pigliava partealla vita esteriore della cittàche essa traversò come un'ombra sdegnosa ecorrucciata. Il matrimonio della mammaquel dover accettaretacendoundestino cosí contrario alle sue previsionieoltre a questoun sensoconfusodirò cosídi gelosia che nasceva in lei col pensiero del suo poveropapàmisto a un altro senso di ripugnanza e di antipatia per un uomo chedoveva benedire come un benefattoretutto ciò la rendeva triste d'unamalinconia taciturna e irritatache rendeva alla sua volta taciturna e irritatala mamma. Non si scambiarono quattro parolecammin facendo: e tra una parola el'altra ciascuna passò una fitta matassa di pensieriche si attaccavano alpassato e all'avvenireai vivi e ai mortiche sono la storia sacra dell'animanostra. Una volta sola la ragazza uscí a dire improvvisamentecome conclusionedi una riflessione compiutasi nella sua testa:

«Di'mammase tu sposi il signor Paolinonon potrei iorestare collo zio Demetrio?»

La mamma non rispose nullama di lí a un poco le sigonfiarono di lagrime gli occhi.

Giunsero cosí al cimitero. Arabellagià pratica del sitoritrovò subito il piccolo monumento. Mentre la mammainginocchiata sulla terrasabbiosa del vialesfogava il suo pianto nelle mani giunteArabella perdevasilontano cogli occhi verso un cielo lontanoche andava coprendosi di nuvolonibianchi di temporale. Il soffio fresco che mandavano quelle nuvole dissipò apoco a poco come dolce lavacro quell'ultima nebbia di sogni cattivi che eranegli occhie la compassione amorevolela compassione che scalda il cuore eche fonde tuttola trasse piú vicina alla sua mammache poco fa avevaconturbata colle sue parole. Pensò che la poverina non sapeva ancora com'eramorto il papà e perché avesse voluto morire cosí: e in questa sua coscienzasentí su quella donna inginocchiata a' suoi piedi una superiorità moralequasi una forza fisica di consolarladi dominarla. Si accostòle prese latesta tra le manila baciò sui capellicol fazzolettino aiutò ad asciugarele molte lagrime che le bagnavano il visoma senza piangere essasenzaparlare. E rimase cosí un quarto d'oranel silenzioso e lento abbandono deldolore che non pensanell'aspro ed energico godimento della vita che soffre.

Si mossero piú consolate e piú in pace. Nell'uscirequandofurono sul ponticello che traversa il canaleun uomo mal vestitoconsuntodalla miseriastese il cappellosupplicando con una neniain cui le parole sispezzavano come singhiozzi. Sui piedi trascinava due scarpe non suecolor dellapolvererigide nelle rughe e nelle infossaturesulle quali cascavano abrandelli certi calzoni floscimal sostenuti da un corpo sconnesso efebbricitante. Era il maestro Bonfanti.

Un'altra malattia gli aveva dato l'ultimo colpo. Tocco daparalisi nelle dita e nella linguaegli non poteva piú né sonarenécantaree tanto per trascinarsi vivo alla sepolturastendeva il cappello aipassantisulla porta dei cimiteriscrollando la sua febbre intermittentesonnecchiando tra un'Avemaria e l'altra sulle sue artistiche reminiscenze. Aquell'uomoche aveva sempre tenuta alta la bandiera del classicismodiscepolodel Polliniquasi amico del Thalbergnon restava nemmeno la forza dilamentarsie la figura stessa andava ogni giorno scomparendo nel pelo selvaticodella barba e nella sordidezza della povertà.

Arabella si attaccò stretta stretta al braccio della mammaquando riconobbe nel vecchio pezzente il suo buon maestro di pianofortee leparve che il cuore le cascasse nel petto. Il Bonfanti andava raccontando a furiadi singhiozzi la sua dolorosa storiaagitando colla mano paralizzata ilcappellocome se lo sventolasse per l'allegria. Gli buttarono una monetad'argentolo salutarono colla manoe partirono in fretta.

Tornarono in città a braccettosempre in silenzioma nonpiú in collera come prima. Purtroppo di miseria ce n'è per tuttie chi silamenta della sua fa torto un poco a quella degli altri.

 

II

 

Il Pardi si ricoverò in un caffè vicinodove rimase forseun'ora cogli occhi aridifermi sulla vetrinaintentoin apparenzaa guardaredi fuori la gente che va e viene come le figure di una grande lanterna magicama in fatto non vedeva chiaro una spanna in là.

Stava lícome un sacco di roba che quattro matti piglino abastonateaspettando che si stancassero di battere. In meno di dieci ore sisentiva invecchiato di dieci anni. Aveva la febbreovvero qualche cosa diardente e di mordente che lo scoteva di dentro. Tratto tratto portava allelabbra la tazza d'acquatrangugiava un sorso per bagnare la lingua e la golaper isforzarsi d'inghiottire il veleno che gli faceva amara la bocca ed acre ilsangue.

“Vergognosasgualdrinacanagliaccia!” diceva una voceinterna; ma di fuori non appariva nullacome se egli fosse al caffè adaspettare l'ora d'una partenzaa far passare un tempo lungo e noiososemprefisso cogli occhi ai vetrinon vedendo al di là che un movimento torbido econfuso come un fiume d'acqua sporca che passa gorgogliando. “Una letterafalsauna carrozzauna congiura! sgualdrina! l'ammazzerò.”

Che cosa doveva fare intanto? Per sua volontà non si sarebbemai mosso dal canapè e dal tavolinoa cui si sentiva appoggiatoperchétemevaalzandosidi cadere in terra come uno straccio.

Aspettava quasi che gli avvenimenti gli dessero la leva el'aiutassero a ritornare a casa. Se Palmira aveva intenzione di ritornarenonsarebbe venuta prima di mezzodíperché la commedia avesse tutta lanaturalezza che richiedeva la circostanza. Traditora! scellerata! dopo tutto ilbene ch'egli aveva fatto a quella ragazza! L'avevasi può direlevata daltelaioin zoccoli e in vestito di cotonea dispetto della sua povera mammachedopo aver fatto ogni sforzo per opporsi al matrimonioera morta quasi incollera col figliolosenza riconoscere la nuora. Ecco ora il castigo! Glielodiceva sempre la mamma: “mangierai il pane che ti meriti!” Mostrod'ingratitudine! se gli avesse cercato l'anima e il cuore glieli avrebbe dati.Non ci era capriccio ch'egli non si sforzasse d’indovinare e di contentareprima che nascesse. Pardi stava attaccato al quattrinoal telaioal filo ealle matassealle continue seccaggini del mestierelottando colla mano stancacontro l'enorme concorrenza della novitàcontro le esorbitanti pretese dellamano d'operacontro l'invasione dell'articolo forestiero; se Pardi si logoraval'anima e il corpo in un lavoro da bestiaalzandosi la mattina prima del solestrozzando il boccone in gola come un manovalementre avrebbe potuto viveremodestamente del suo in campagnao contentarsi di un mediocre guadagno; sePardi faceva questi sacrificiera per leiper la sgualdrinaper lacanagliaccia. Ah povero uomo! ah poveri morti!

La vista della signora Pianelliche nel tornare dal cimiteropassò davanti al caffèlo scosse da queste mortali angosciesi alzòtraversò la piazzae come per forza di magía si trovò a casa.

«È tornata lei?» chiese alla donna di servizioche stavapreparando i due posti della colazione sulla tavola.

«Non ancora.»

«Non ti ha detto quando sarebbe tornata?»

«No. Ma non l'aspetto prima di sera. Tornerà probabilmentein compagnia degli sposi.»

Pardi mandò dalla gola un respiro raucoche avrebbe potutoessere un ruggito umano: lanciò uno sguardo bieco sulla fantescache non siaccorse di nullatraversò il pianerottolopassò di làin fabbricarisalíla lunga corsía in mezzo al vespaio dei rocchetti girantidei pettinidellecalcole saltellantiprovando nel rumore aspro del lavoro un sollievo al doloredell'anima sua; uscí dall'altra parte. Per una scaluccia di legno scese nelsotterraneo della piccola motriceparlò col fochista di cose inconcludentieper la stretta privata del vicino magazzino di legna si trovò di nuovo inistradaall'aria apertasul ponte del Naviglioa contemplare l'acquaverdognola e quasi stagnantea strologare il tempocolle mani nelle taschecome un vagabondosempre in ansietà di veder spuntare da qualche parte unacarrozza a due cavallicon dentro leio sola o accompagnata da qualcuno.

E se non fosse tornata piú? quando si ha il cuore e lapazienza di ordire dei tradimenti cosí sottili e cosí ben preparatinon devemancare nemmeno il coraggio di abbandonare la propria casa per sempre e l'uomoche ha fatto carne del suo cuore per fare di una brutta sgualdrina una signoradegna di una buona famiglia.

“Mangerai il pane che ti meriti!”

Era sempre la voce della sua povera mammadonna avvedutadilunga esperienzache aveva letto negli occhi della “nera” (la chiamavanocosí in fabbrica) la forza di dieci diavolial punto chequando il matrimonioera diventato un obbligo di coscienzacon tutti i suoi scrupolila poveradonna aveva offerto una grossa somma per aggiustarla e per mandar via la strega.

“Mangerai il pane che ti meriti!” soleva dire doponeipochi mesi che campò; e non ci volle che la santità di un vecchio prete perpersuadere la moribonda a ricevere Palmira ai piedi del letto.

Eran cose di dieci anni fa e parevano capitate ieri.

Secco riviveva in essese le sentiva ritornare in gola coiflussi del sangue sconvoltomentre trascinato dalla sua inquietudinecondottoper mano dalla sua curiositàandava di strada in strada col passo delbuontemponenei quartieri piú solitari di Porta Genovafermandosi acontemplare gli avvisile stampele piccole mercanzie delle ultime botteghedel borgofinchéva e vasi trovò seduto sopra una panchina del bastionedavanti alla tetra costruzione del Carcere cellulareche usciva col suo colorbigio dal verde degli orti circostantiasserragliato da lunghi muri di cintacolla lunga serie di finestre ferrate e incassate negli stipiti massicci digranito.

Chiusi dentroquasi stretti nelle braccia del ferratoedificiostanno ladrifalsificatoriaccoltellatoriassassiniin attesadella galera. Sommando tutto questo malegli pareva ancora poco in confrontodel male che aveva fatto a lui quella donna. E un ladroun accoltellatore glipareva quasi un galantuomo al confronto del profumato seduttorechefortedelle sue note voluttuose e del suo accento romanescosenza un granellod'amorema per una civetteria di palcoscenicoo per ingannare il tempo tra unascrittura e l'altraviene e pianta un coltello avvelenato nel cuore di ungalantuomo che lavora e che del suo lavoro fa vivere un centinaio di onestioperai. Se una povera donna porta via quattro bottoni dalla fabbricao unmatassino di setai signori giudici trovano nel Codice che essa merita almenosei mesi o un anno di reclusione; ma questi assassini dell'onorequesti ladridi donne altruiquesti scassinatori della pace delle famiglie vanno tronfidelle loro conquiste come gli zulú e i pellirosse si vantano delle cuticagnestrappate ai nemici.

E non c'è giornalistao romanziereo librettista d'operache non trovi ciò molto bello e naturale e romanticocome se il rubare unadonna all'uomo che l'ama non sia qualche cosa di piú che rubare una pecora alpastore che la mantiene.

Che! che! peggio per te se hai lasciata aperta la gabbia:peggio per te se vuoi fare il marito geloso e amoroso: peggio per te se sei natostupidocol groppone grossoa portare pesi e dolori: il mondo è deglielegantidegli ingegnosidei furbidei romanzieridei giornalistideicantantidegli avvocati chiacchieroniche stendono la mano d’uno all'altrofanno una catenaallacciano il globosoffocano i diritti dei poveri dispiritocreano una opinione falsa del bene e del malesono ladri e giudicicomandano come i domatori delle fiere nei circhilusingandosi della propriaforza; ma guai se la belva un dí s'accorge che la forza è sua!

Pardi mandò ancora un sordo gemitoadocchiando collosguardo corrucciato a destra e a sinistra se vedeva gente.

Il bastione era deserto. Nella chiara luce del meriggio gliantichi ippocastani versavano un'ombra densa e quieta sulla strada polverosa esull'erba corrosa dello spaltodove passeggiava con passo svogliato e colfucile a tracolla la guardia di finanza.

La cittàcolla moltitudine delle casedei campanilideicamini biancheggiava davanti a lui nel caldo bagliore del sole di lugliomandando una voce confusa d'immenso alveare umanovoce che veniva a finirecontro il massiccio edificio del carcereche opponeva nella sua tetraggine unsilenzio di tomba.

Melchisedecco sognava cogli occhi aperti e abbagliati ungiorno di rivoluzione. Gli pareva che dalle cento finestre del carcere uscisseroi malviventiarmati di coltelli e di sbarretorma cenciosa e brutache andavaa bruciare e rovinare Milano.

Il buon negoziante dal temperamento acquoso oggi capiva anchel'incendio e la rovina. Egli che predicava tanto sugli scioperi e sullaprepotenza del signor operaiooggi si sarebbe messo alla testa di un esercitodi malfattori per punire i galantuomini del male che gli faceva soffrire unadonna. Eglisíeglicolle sue mani avrebbe gettato petrolio e fuoco nelTeatro della Scalaper il gusto di abbruciare un covo di ladri elegantichenon ti rubanonola borsama ti rubano la pacel'onorela stima dellagente.

Sonava mezzodí a tutti i campanili della cittàquando fuscosso dal rumore di una carrozza che passava a corsa dietro di luisollevandouna nuvola di polvere.

Il legno scendeva verso Porta Genova al trotto di duecavallimaquando parve al Pardi di riconoscerloera già troppo lontano. Aun certo punto la carrozza si fermò. Un signore discesestrinse una mano cheuscí dal finestrino e uomo e carrozza scomparvero nella nuvola di polvere.

Pareva un sogno d'uomo infermo che ha preso molto sole sulcapo.

Secco si restrinse in un gruppoe finí di soffrire quel cheè dato di poter soffrire a un uomo. Poi si mosse come se fosse ad un trattoguarito. La sua risoluzione era presa. Si volse ancora una volta verso ilcarcere eparlando cogli occhigli disse qualche cosaforse un arrivederci.

Palmira non rientrava a Milano senza qualche batticuore.Strada facendo l'aveva assalita il sospetto che suo maritopreso a un lacciocosí volgare e teatraleriflettendo sulla cosanon la trovasse naturaleosentisse qualche notizia in contrarioo s'incontrasse per caso in qualchepersona che sbadatamente tradisse la verità. Perciò prima di entrare in cittàsi era fatta condurre alle Cascine per poter dire di esserci stataper prenderecognizione esatta della posizioneper parlare a Beatrice e mettersi d'accordocon leiper avere in lei una difesa e una testimonianza qualora ce ne fossebisogno. Alle Cascine sentí che la Pianelli era a Milano per gli esami diArabella e che il matrimonio non si sarebbe celebrato cosí presto.

Questa scoperta fu un primo colpo di fulmine. I casi sonmille e Secco poteva incontrarla per via. Si fece portare rapidamente a Milanocoll'ansia d'un capitano che teme di aver perduta una battagliae che siaffrettain mancanza d'altroa coprire la ritirata. Le parve lieta la musicadel tric-trac che l'accolse all'entrare in casa sua. Avrebbe voluto che Seccouscisse subito a salutarla per leggergli negli occhi. Non era uomo che sapessenascondere un pensiero. Ella capiva subito al suo grosso respiro quando c'era inaria una tempesta. In quel momento si sentiva il coraggio di mentire fino allaperdizione dell'animasenza battere palpebrasicura già in cuor suo di potercompensare il tradimento e la bugia con un entusiasmo nuovo e straordinario dibene. La coscienza formulava già un caldo e sincero proponimento di penitenza edi ravvedimentoappoggiato al giuramento di non tentar piú in nessun modo lapazienza di Dio e quella del piú buono dei maritidi non uscire piú colpensiero dal suo gusciodi espiare insomma con una vita raccolta le aspre eterribili sfrenatezze della colpa.

Pensando queste cose in un fascioper quanto si possapensare col cervello in fiammesalí a corsa le scale.

«Non c'è lui?» chiese alla donnaentrando colla furia diuna gazzella inseguita.

«L'aspettava a colazione. Vedendo che non venivasaràandato alla trattoria.»

«Mi aspettava stamattina?»

«Gli ho detto che probabilmente sarebbe tornata stasera.»

«Non v'è stato nessuno?» tornò a chiedere Palmiramentresi strappava i guanti rovesciandone la pelle sulle dita.

«Nessuno.»

«Ieri sera è uscito.»

«Fino alle undici stette fuori.»

«Era di buon umore? non ti ha parlato di... di unfallimento?»

Palmiraa cui crescevano le astuzie in boccacercava ognimezzo per scandagliare senza farsi scorgere.

«È andato a dormire: non ha detto nulla.»

In questi discorsi Palmira entrò nella stanza da letto.Trovò sul tavolino alcune letteredei manifesti e la famosa lettera diBeatrice. Questa si ricordò d'averla chiusa nel cassettone. Come si trovavaancora intorno? Nel cassetto non trovò la chiave. La cercò lí vicinosottoil mobilee chiamò di nuovo la Cherubina. La donna non sentícome al solito.Allora colla punta delle forbici provò a movere il cassettofacendo leva nellaserratura e trovò i fazzolettii pizzile gioie in gran disordine. Anche illetto era rimasto intatto come si prepara la seracolla coltre rimboccata e ilcuscino da notte. Cherubinache non aspettava la sua padrona prima di seranonera ancora entrata in camera. A ognuna di queste scoperte il suo cuore si facevastretto di spavento.

Pardi mandò a dire che non lo aspettassero a pranzoperchédoveva trovarsi alla Camera di Commercio con un suo corrispondente.

Palmira rimase in una penosa incertezza. Mangiò poco e dimala vogliaconcentratainquietanervosasforzandosi di preparare un sistemadi risposte che potessero in ogni eventualità confonderese non persuadereilsuo giudice.

Il contegno di suo marito e le traccie di disordine chetrovò nella sua roba parlavano già come una minaccia.

Secco non rientrò che verso le novetranquillo inapparenzama con una faccia che non era la sua. Passò direttamente infabbricasenza chiedere di sua mogliee si chiuse nello stanzino che servivadi studio. Aspettò che l'uomo della fabbricachiusi gli usci e spento il fuocodella motricepassasse a consegnargli le chiavi.

«Di' alla Cherubina» soggiunse«che venga un momento dame.»

«Buona serasignor padrone» disse quell'uomo nero.

«Sta bene...» rispose Secco con voce copertae stava persoggiungere qualche altra cosa che alludesse al suo destino e all'avvenire deisuoi buoni operaima non gli riuscí di formulare una parola.

Prese invece a riordinare le sue cartene fece molti pacchicome se si preparasse a sloggiare di lí. Al lume di una piccola bugiach'eglicollocò sullo scrittoiosigillò alcune letterevi scrisse sopra il nome dialcuni suoi vecchi amicicoi quali s'era trovato nella giornata per regolare levarie partite dei suoi interessidistrusse molte carte inutilicome seobbedisse a una interna suggestione piú forte e piú prepotente della volontàe della ragione.

L'unica frase chiara che gli tornava di tempo in tempo nellamentee ch'egli leggeva piú che non scrivesse sopra una specie di cartelloera la grande profezia di sua madre: “Mangerai il pane che ti meriti!” Eraun pane ben duroscottante come carbone acceso: ma le profezie dei morti vannodiritte al loro scopo. “Mangerai il pane che ti meriti!”

La Cherubinacon un lumicino a petrolio in mano venne per lalunga corsíamandando fasci di luce nelle viscere e nelle trame deimeccanismichedopo aver strillato tutto il giorno l'interesse del signorMelchisedecco Pardiparevano dormire in una rotta stanchezza. Chi avrebbe mossodimani quei duecento rocchetti e quei duecento pettini? La mano che soleva tuttele mattine dar vita e moto alla materia sarebbe stata lorda di sangue: e colsangue non si fabbrica il pane della gente onesta. Erano larvefrantumi dipensiero che lo accompagnavano nel lavoro materiale della sua liquidazione.

«Mi rincresce mandarti fuori a quest'ora» disse allaCherubina «ma avrei bisogno che tu recapitassi subito questa letteraall'avvocato Piazzache sta fino in via della Stella. Sai dov'è?»

Era un pretesto per mandare lontano la donna di servizio.

«Farò una passeggiata. Si sente malesignor padrone?»

«Perché?»

«Ha una certa faccia.»

«Ho mangiato maleal solito... Dov'è la signora?»

«S'è ritirata nella sua stanza. Aveva una forte emicraniaanche lei. Avrà preso del sole.»

«Giàè la stagione. To'va e torna.»

Pardi stette ad ascoltare finché gli parve che la Cherubinafosse partita. La casa era tutta occupataparte dalla fabbricapartedall'appartamento civile euna volta uscita la Cherubinanon restarono che ipadroni. Il macchinistache dormiva in un bugigattolo lontanodall'appartamentofino a mezzanotte soleva smaltire la polvere del carboneall'osteria. Quando il portello si rinchiuse dietro la CherubinaSecco trassedal di sotto di un vecchio stipo una cassa di ferri che servivano per leaggiustature. Erano limescalpellipunteruoli nuovi e frustiin mezzo a unaminutaglia di chiavi e di chiodi rugginosi. Chiuse gli occhiprese a caso unarnese coll'impugnatura di legnolo ficcò nella tasca della giaccasoffiòsul lume eal debole riverbero dei lampioni di stradadiscese lentamentecolcorpo pesantecolle vene chiuseil passaggio tra i telaiche gli parveinterminabileuscí sul pianerottolo buiofissò gli occhi nel buio perfettodella scala esospinto da una forza che non era già piú suaentrò in casa.

Nel salotto da pranzo non c'era nessuno. Sul tavolo in mezzoalla stanza splendeva una lampada con grosso globo di vetro. Buttati sul tappetodel tavoloi guanti di Palmiracoi diti arrovesciati in un gestod'irritazioneattirarono subito la sua attenzione.

Palmira era nella stanza da lettodivisa dal salotto da duepiccole portine di vetroattraverso alle quali egli vide chiaro.

«Sei tuSecco?» chiese la sua voce acuta e carezzevole.

Non rispose. Come avrebbe potuto? Nel momento che seguíilpiú gran rumore lo fece il pendolo dell'orologio a sveglia posto sul caminetto.

«Ah sei tu!..» esclamò Palmiraaprendo un pochino leimposte e rinchiudendo subito dopo aver spiato nel salotto. «Vengo subito.»

Pardi vide qualche cosa di molto bianco e voltò le spalle.

Barcollandoandò ad appoggiarsi colle due mani al marmo delcaminetto e vi si attaccò colla paura di un sonnambulo che si accorgedopolungo camminared'essere sopra il colmo di un tetto. Era egli venuto proprioper ucciderla? Possibile che un uomo diventi di punto in bianco il carneficedella donna che ama? Quella voce acuta e carezzevole avviliva il suo coraggio.Egli la aveva già troppo uccisa col pensiero perché avesse a insanguinarsianche le mani.

Essere ammazzati non è sempre il piú crudele dei castighi.

Alzati gli occhi al muros'incontrò nella faccia asciutta esevera di sua madreche stava a guardarlo dal mezzo d'una cornice ovale collatinta slavata e giallastra che pigliano le vecchie fotografie. Colle labbrasottili e taglientinell'atteggiamento di chi mastica amarola vecchia devotapareva ripetere la sua profezia:

“Mangerai il pane che ti meriti....”

Anzi gli parve nella grossezza del sangue che i due zigomiangolosi della vecchia si colorissero.

Palmira non uscí subito. Egli sentí che si agitava nellastanzamovendo robachiudendo e aprendo cassettonigorgheggiando sottovocecome nei momenti allegri. Cantava? si può cantare cosí vicini alla morte? eravenuto egli proprio per uccidere?

Le discussioni ostinatele feroci accusele maledizionilecondannele prove che da ventiquattro ore era andato raccogliendo e accumulandosul capo di quella donnaciò che aveva vistociò che aveva patitoconsciamente e inconsciamentetutto ciòin una parolache in ventiquattroore era andato a precipitare nel fondo senza luce della sua esistenza sicoagulò in un nodoe credette d'essere lui il morente. Quel Lassú è buono equalche volta toglie la forza e la ragione: qualche volta nella sua misericordiafa morire a tempo.

Palmira lo provocava col suo insolente gorgheggio dimascherina. Qualche cosa di spaventevole stava per accadere nella casa di suopadre. Si può cantare cosí quando si torna dalle braccia d’un amante coltradimento in corpo? ch'ella fosse innocente? che tutto fosse un terribileinganno del sangueun gioco falso della gelosa passione?

«Ebbenecome vail mio vecchio?» chiese Palmira entrandoe accostando le portine.

Pardi si appoggiò col gomito alla pietra e si voltò disbieco a guardarla. Essa indossava un abito da notte tutto biancofatto dipizzi leggeri con in testa una cuffia alla brettonepure tutta bianca e dipizzoda cui le trecce nere d'ebano uscivano attorcigliate sulle spalle un po'scoperte e sul collo.

Palmira con uno sguardo buttato là capí subito che il tempoera grosso. Venne piú presso la tavola e ridendocome se nulla fossesoggiunse:

«Ho da contarti una bella commedia. Sai che sono andata pernulla alle Cascine? Il matrimonio non ha potuto aver luogo stamattinaperchéall'ultimo momento s'è scoperto che si opponeva un articolo del Codice civile.(Erano le poche notizie che aveva potuto raccogliere alle Cascine). Sicchéfigurati la disperazione di Beatrice. Essa è partita subito e dev'essere ancoraa Milano. Povero signor Paolino!...»

Palmira afferrò un guanto e cominciò a stracciarlo colleunghiementre ripeteva il suo elettrico gorgheggio di mascherina.

Il cuore di Pardone si sollevò come una marea. Non siaspettava questa coincidenza colla verità. Era lí invece in attesa della bugiapiú sfrontata che dovesse far traboccare il vaso dell'ignominia e dargli ilcoraggio della vendetta.

Palmiraaccesa dalla luce lattea che s'irradiava dal globoe ingentilita dalla nuvola bianca che la circondavaridendo sempre persostenere colla voce l'enorme fatica della sua parte scabrosaseguitò:

«Sicuroun articolo di legge che non permetteparea unavedova di rimaritarsi prima che sia trascorso un dato tempo. È naturale. Ilsignor Paolino non può accettare un'eredità senza benefizio d'inventario.»

Pardone si voltò del tutto e si appoggiò colla schiena allapietra del camino. Le due mani nelle tasche della giacca - con una delle qualistringeva sempre l'impugnatura - il capo un po' curvo avantiaffascinato daquella voce che diceva la veritàeccitato piú che dal risentimentoda unatrepida speranza che il brutto sogno si dissipasse da sédopo un garbuglio disuoniche egli trasse a stento dalla strozzachiese appuntando un dito versoPalmira:

«Tu hai dormito alle Cascine?»

«Sí» disse Palmirasollevando gli occhicoll'estremo efreddo coraggio di chi lotta per la vita. «Síperché?» ebbe forza diripetereingrandendo quei terribili occhicon cui soleva vincere sempre.

«In compagnia della signora Pianelli?»

«Nose ti dico che era a Milano. Fu un pasticciotidico.»

«Difatti l'ho trovata in istrada.»

«Chi?»

«La Pianelli....»

«Ahsí?»

Il povero cuore di Palmira batteva come un maglio: ma gliocchi parevano specchi pieni di lampi.

«Mi ha parlato di questo articolo di legge....»

Palmira ruppe in un gorgheggio nervosoe finí di lacerareil suo guanto.

«Ne capitano di belle alle Cascineveh!»

«E mi ha detto anche che ella non ti ha mai scritto.»

«Che cosa non mi ha scritto?» chiese affilando la puntadello sguardo.

«Che non ha mai mandato carrozze a prenderti.»

«La bugiarda!.. Non è vero che tu l'hai trovata.»

«È veroPalmira» declamò con enfasi il Pardisollevando la mano al ritratto «è vero com'è vero che questa è mia madre.»

A sentir nominare la vecchia suoceraPalmira ebbe un brividoquasi di ribrezzo e di paura: e cominciò a impallidire.

«Beatrice ha voluto ingannarti per non dirti che aveva fattouna meschina figura. E veramente c'è da scrivere una farsetta tutta da riderecon Meneghino sindaco senza sapere il codice.»

Pardi ebbe ancora un momento di esitazione. O egli era unpazzo o quella donna era maestra di ogni iniquità.

«Perchésignor mio?» saltò su ad un tratto Palmiracambiando tono e pigliando l'offensiva con un cipiglio di falco stuzzicato«avrebbe forse dei dubbi che io sia andata alle Cascine? siamo alle solite?»

«Palmiraper caritàlasciami parlare. Tu sei partitastamattina dalle Cascine?» «Síperché?»

«Sola?»

«Solain carrozzas'intendecol carrozziere... coicavalli....»

«Sei entrata sola in Milano?»

«Sola....»

Palmira corrugò la fronte e una piccola vena azzurra sigonfiò e palpitò nell'infossatura dei sopracigli.

«Benesei una bugiarda!...»

Pardi si avanzò due passicurvocoll'occhio gonfio.

«Seccoperché?.. ti giuro....»

«Non giurare!.. Un uomo era con te.»

«Non è vero!»

«L'ho visto io a Porta Genova. Tu hai passata la notte conlui....»

«NonoSecco... Gesú e Maria! Cherubina!»

«Gridachiama i vivi e i morti. È finita: pagherai in unasola volta il conto delle tue sporche bugie.»

«PardiPardi...perdonami per questa volta. Ti diròtutto... Nono…ti hanno ingannato....»

Palmiraquando ebbe capito che quell'uomo forte e inferocitonon credeva piú alle sue paroles'era messa in difesagirando sempre intornoal tavolo facendo della lucerna una specie di scudo. Essa mirava a scivolargli echiudersi con chiave nella camera da lettoprima ch'egli potesse inseguirla: dilà avrebbe gridato al soccorsoavrebbe chiamato la gente e le guardiedi cuiil buon Pardi aveva una grande soggezione. Se riusciva a porre tra lei e suomarito un uscio e qualche minuto di tempo era salvaperché le furie del toronon duravano di piú. Ma questa volta il giuoco non riuscí. Pardi ricevette inviso il colpo secco delle portinema lo strascico delle vesti impedí che ibattenti si richiudessero. Pardi le sfondò. Nell'urto violento caddero i vetricon gran fracasso. Palmira capí che voleva ammazzarla: lo capí dagli occhispiritati e rigati di sangue.

«PardiPardi... che cosa fai? per la tua mamma....»

Pardifuori di séandava dietro come un pazzo frenetico aquella figura bianca che scivolavagli davanti. Coi capelli sciolticogli occhispaventatipallida come una mortaPalmira guardò se era il caso di affrontareil nemicodi avviticchiarsi al suo collod'avvilirlocome le altre voltecolle strettecoi bacicolle lagrime.

Era tardi: non aveva piú davanti un uomo.

«Parditu vuoi ammazzarmi» continuò a strillare. «Ohimél'anima mia! Aiuto... Gente! ah brutto assassino!»

Prese una seggioletta di paglia ch'era lí e la gettò nellegambe del suo assalitore.

Pardi scavalcò l'ostacolo e ridusse la donna tra il letto eil muro.

Palmira non ebbe piú né uscita né scampo. Afferrò perultima difesa un cuscino del letto e con questo affrontò il nemicourlandoparole dilaniate; ma il suo giudice era troppo fortee aizzato da troppi demoniper ascoltare una confessione. Soffocò le stridabuttando la donna bocconi sullettopremendola alla nuca colle dita e colle unghie dentro la bella massa dicapelli nericome farebbe un leopardo pien di fame sopra un agnelloe colladestra che trasse di tasca cominciò a menar colpi su quel gracile corpoalfiancoalla testaciecocol sangue negli occhifinché quel povero corpo sisfasciò quasi sotto la sua manoscivolò dalla sponda e con un tonfo di robamorta andò a piombare nell'angolo della stretta.

A quel tonfo Pardi si risvegliò come da una ossessione.

Aprí gli occhi alla vista esterioresi vide la mano e ilbraccio chiazzati di sanguebuttò via l'arnesaccio che aveva in pugno erantolando nell'affanno della respirazionefuggípassando per la scala buiaattraverso l'intricato labirinto della fabbricaprecipitò per l'angustascaluccia nel sotterraneo della macchinaurtando due volte la testa nei travidi ferroe senza cappellocolla testa ferita e sanguinolentacol pugnostretto come se brandisse sempre lo strumento del delittomormorandomeccanicamente la profezia della mammaandò a consegnarsi alle guardie di viaLanzone.

Chiamato in fretta il signor delegato Brogliochecome alsolitofaceva la partita ai Tre ScanniPardiin uno stato da farpietà ai sassigli disse singhiozzando:

«Mi mandi al Cellulareho ammazzato mia moglie.»

 

III

 

La notizia dell'atroce fatto del Ponte dei Fabbri corse lacittà quel giorno stesso che Demetrio Pianelli preparavasi a partire per la suanuova residenza; ma non arrivò fino al di sopra dei tetti. Quel dí Demetrioebbe molto da fare. Aggiustò i conti col padrone di casaal quale lasciò illetto e il cassettone in pagamento: a Giovann dell’Orghen regalò legabbie e qualche vecchio paio di scarpe: il resto diede a uno stracciaiuolo. Persé riempí una cassetta e una valigia. La giornata passò come un sogno inqueste molteplici occupazioni e venne l'ora del pranzoche non aveva ancorainghiottito una goccia d'acqua.

Mandò Giovann dell’Orghen a comperare del panedelsalame cotto e un fiaschetto di vinoe sedettero tutti e tre - il terzo eraGiovedí- l'uno sulla cassal'altro sulla valigiail cane in terra nel mezzodella stanza spogliaa celebrare l'ultima cena. La compagnia non guastava lamalinconia de’ suoi pensieriperché il sordo non l'obbligava a parlare e ilcane non l'obbligava a stare attento. Si trovava cosí solo senz'essere isolato.

Finito il pranzomandò Giovann dell’Orghen aportare una lettera a Beatriceda consegnare al signor Paolino delle Cascine erimase una mezz'ora a contemplareper l'ultima voltacol cuore ammalinconitoma non tristela stesa dei tettigià rosseggianti nel sole di tramontodisseminati in cento strutture intorno all'antico campanile delle Orecoifumaioli dalle mille bocche apertecogli abbainile altane verdeggianticheera insomma da molti anni il mondo delle sue solitarie escursioniquando dallafinestra correva cogli occhi lungo le grondedentro i soffittitra le buiearmature dei tetti...

Dunqueaddio tegoleaddio abbainiaddio campanile delleOreaddio vecchio duomo di Milanoche piú si guarda e piú diventa bellopiú diventa grandecome se ognuno vi aggiungesse per frangia i suoi pensierimigliori. AddioMilanocittà piú buona che cattivache dà volentieri damangiare a chi lavorama dovecome in ogni altro paese del mondochi non safingere non sa regnare.

Mezz'ora dopo egli era alla stazione.

In un angolo della sala d'aspettoseduto sulla sua valigiaattende senza impazienza che aprano lo sportello di terza classe della linea diGenova. La stazione va gradatamente rischiarandosi della luce bianca che mandanoi rari fanali elettricimentre nel cielodietro le piante dellacirconvallazioneresiste ancora come un braciere ardente l'ultimo raggio delcrepuscolo.

Non è una partenza allegrama non può dire nemmeno disentirsi turbato e rotto il cuore come supponeva. C'è nelle stesse sofferenzeun limiteoltre il quale non si sente o non si capisce piú nullama sottentraquasi l'abitudine al doloreda cui si vaa seconda dei casio versol'indifferenzao verso la rassegnazione. Demetrioascoltando il suo cuoresisentiva piú vicino a questa che a quella.

Qualche cosa di dolce era stillato nella sua vitaescendevasottilissimo filo di consolazionein mezzo alle vecchie amarezzedella sua esistenza. Se si sforzava di rintracciare da qual vena misteriosascaturisse in lui questa goccia soavissima e fresca di ristorogli pareva diricordarsi d'averla sentita fluire dalla fronte quel momento che Beatricetornando verso di luiaveva collocato la mano sul suo capo.

Quell'atto di pietàquella mano leggeraferma un mezzominuto sul capo di un uomo malatoaveva guarito molti mali. Beatrice certo nonimmaginava il bene che gli aveva fatto. È la forza della pietà e della caritàche provoca i miracoliche dice al paralitico: Prendi il tuo letticciuolo ecammina; al povero Lazzaro: Sorgi dalla tua fossa. Ebbenevecchio e tribolatoDemetrio Pianelli dalle scarpe rotte (notò che veramente le sue scarpe nonerano in molto buon arnese)tu non sei forse l'ultimo degli scribacchini delregno d'Italia. Sua Eccellenza non lo saprà mai e non ti farà cavaliere perquestoma tu hai fatto piangere sulla tua disgrazia gli occhi di una bellacreatura; hai saputo far vibrare il suo cuore e schiudere quanto di piú teneroe di piú delicato v'era in lei. O Demetrio o Matteo o Carlambrogiochi sa chetu non sia passato inutilmente nella vita di questa donna?

Eran questi all'ingrosso i concetti fondamentali di quellaconvinzioneche lo rendeva docile e rassegnato al suo destino: e vi sisprofondò tanto col capoche non vide Arabellase non quando la ragazzettagli pose la mano sulla spalla. Dietro di leitrascinando un paio di scarpe nonsueGiovann dell’Orghen si fermò a far riverenza al sor Demetrio cheandava a vedere il mare. Il piú felice degli uomini avea indossonon ancoraben distesi dal solegli abiti del povero Cesarino.

«Come hai saputo che partivo stasera?»

«La mammaquando son tornata dagli esamimi ha detto: “Sai?lo zio Demetrio va via.” “Dove va?” chiesi naturalmente. “È statotraslocato in un altro ufficio dal governo.” “E non mi ha detto niente? Nonti credo. A me l'avrebbe dettoin un orecchioma l'avrebbe detto.” Se lamamma avesse voluto accompagnarmivenivo subito a trovarlae non l'avreilasciato partire. Mi son fatta accompagnare sul tardi dal Berretta. Non era giàpiú in casa. Allora ho pregato Giovann dell’Orghen di accompagnarmialla stazione. È proprio vero? Lei va viacosí senza dir nulla?...»

Arabellaun poco affannata per la corsa fattaparlava conun'eccitazione piú di dispetto che di rammarico.

«Che ti può fare adesso lo zio Demetrio? lascialo andarvia» egli disse sorridendo.

«Lo so benelo so bene...basta!»

Arabella alzò gli occhi sul quadrante dell'orologio e ve litenne fissi come se facesse dei conti sulle ore. Vestita dell'abitino nero cheaveva indosso agli esamicon scarpe a bottoni lucidi che le serravanodelicatamente il collo del piedecon in testa un tocco d'astrakanda cui sisvolgevano a onde i capelli chiarila bianchezza della sua carnagione spiccavain mezzo a tutto quel nero; gli occhi profondi e intelligenti guardavano moltolontanoal di là delle cosecome fanno tutti gli occhi che pensano.

«Lo so bene» ripetéseguitando l'idea che le passavadavanti. «Non avrei creduto che dovesse finire cosí. Povero papà!»

«La mamma lo fa per il vostro bene» fu presto a direDemetrioche nella voce quasi severa della fanciulla credette di intendereun'altra voce che si corrucciasse in lei.

Non mai Arabella gli era parsa cosí somigliante al poveroCesarino come quella sera che la rivedeva nell'abito elegante e nella lucebianca dei fanali. Il suo profilo suscitò la memoria del giovinetto collegialeche un altro Demetrio bifolco incontrava ai tempi della mamma Angiolinaquandoi piedi in due zoccoli di legno e una forcona in ispallausciva dalla stalladei buoi.

Giovann dell’Orghen intantovestito degli abiti di undisertoreandava ramingando davanti a tutti gli sportelliguardando in terrase mai la Provvidenza avesse lasciato cadere un mozzicone di sigaro. Demetriostava accostando nei suoi rapidi confronti il passato al presentei vivi aimortiquando s'intese l'ululato di Giovedíche i guardiani chiudevano nelloscompartimento riservato ai cani che viaggiano.

Povero Giovedí!.. non voleva distaccarsi dal suo padrone.

Arabellache aveva sognato nella notte il verso del caneebbe un brivido in tutta la persona. Tratta dalla successione delle ideesoggiunse:

«Stamane la mamma mi ha dimandato se io sapevo com’eramorto il mio povero papà. Essa non sa ancora tutta la verità....»

«Risparmiatele questo dolore... E in quanto a teArabellaabbi pazienza. Vedrai che ti troverai bene alle Cascine. Paolino è buono esarà per voi un secondo padre. Ci sono delle necessitàfigliuola miaci sonodelle necessitàcredi a meinnanzi alle quali è religione chinare latesta.»

«Lo sopovero zio!» esclamò con pieno abbandono laragazzaalzando il braccio sul collo di Demetrioche sedeva piú basso.

Colla maniera con cui circondò il collo e con cui gli presela manogli fece capire ch'essa non aveva bisogno d'altri commentie chesapeva tutto. Le anime semplici sono anche le piú trasparenti. Essa tornò asollevare gli occhi lucenti al quadrante dell'orologiomentre Demetrioabbassava i suoi sulle rughe delle sue vecchie scarpe. Stettero cosí forse unminutosenza parlaredurante il quale risonarono ancora le lamentele diGiovedí chiuso in gabbia. S'intesero cosí senza parlarestringendosi trattotratto la mano con un battito di tenerezza.

Arabella dopo un po' di temponel consegnare allo zio unabusta che pareva una letterariprese a dire:

«La mamma la prega d'accettarlo per sua memoria. È il suoritratto.»

«Ringraziala» balbettò lo ziosenza alzare gli occhi.

Arabella disse di sí con un colpo delle palpebre. Durante iltempo che lo zio Demetrio stette allo sportello a comperare il bigliettoessasedette sulla valigiaabbandonando le mani sulle ginocchiaassorta in unagrande quantità di coseche non avevano ordinema che la trascinavano collaforza di una correntedi cui sentiva nella testa il frastuono.

La stazione era andata di mano in mano popolandosi di genteche si aggirava frettolosa nella luce scialba e biancastra che pioveva daiglobiin mezzo al sordo rotolío delle carriole che menavano i bauli e allevoci sonore e imperiose che annunciavano le partenze. I treni in arrivofischianti e rumoreggianti sotto la tettoiail picchiar dei ferriil suonodelle cateneil bisbigliolo scalpiccío di tante persone mosse e sospinteanch'esse da pensierida voglieda inquietudini proprieo dalla forza dellecosetutto ciò bastò a distrarre Arabella dai pensieri indeterminatimistidi presentimenti e di risentimenticoi quali essa cominciava troppo presto lastoria della sua giovinezza. Guai se gli occhi avessero la vista del futuro! Adistrarla tornò indietro lo zio Demetrioche colla piccola ombrella sotto ilbraccio e il biglietto in mano le fece capire ch'era giunta l'ora d'andarsene.

Giovann dell’Orghen prese la valigia e si avviò versola scala d'ingresso. Arabella si attaccò al braccio dello zio e lo accompagnòfin sulla soglia. Era pallidissimama non piangeva per non conturbare conlagrime inutili la malinconia del viaggiatore. Questicol corpo in preda apiccole scossecolle rughe del volto tese a uno sforzo supremodisse ancoraqualche cosa colla manomosse le labbra a un discorso che non volle uscireelí sulla sogliasotto gli occhi del controllorebaciò sulla fronte Arabellamettendole la mano sulla testacome aveva fatto la sua mamma con lui. E sidivisero senza piangere.

Demetrioquando si trovò solo nel suo scompartimento diterza classeimmerso nella poca luce d'un torbido lampadino giallognolopotéabbandonarsi interamentecon minor soggezione di sé stessoalla piena deivarii pensieriche in quell'epilogo della sua oscura tragedia uscivano da centoparti a invadere l'anima.

Sentendosi la testa calda come un fornelloquando il trenocominciò a muoversi nella crescente oscurità della seraappoggiò la facciaal finestrino e stette a bevere l'aria con le labbra apertecogli occhi fissi aun cielo non ancora chiuso del tutto agli ultimi respiri del crepuscolo.

Passando sul cavalcavia del vecchio Lazzarettoda dove lacittà si apre ancora alla vista del viaggiatore in tutta l'ampiezza del corsoco’ suoi bianchi edifici- e già splendevano di lumi case e botteghe - lasalutò con un sospiro. Poi il trenoaffrettando la corsacominciò a batterela bassa campagna nelle umide e fitte tenebre della notteassecondando collesorde scosse il correre tumultuoso dei pensieri.

Non era una campagna ignotaanzi erano gli stessi pratisuoidov'era natodov'era cresciuto ragazzo. Oltre il quarto o il quintocasello cominciò a riconoscere anche al buio i vecchi fondi di casa Pianelliepiú in là San Donatoe tra una macchia bruna di pioppi il fabbricato chiattoe lungo del cascinaleda dove una volta un Demetrio bifolco usciva coi piedinegli zoccoli e coi calzoni rimboccati fino al ginocchio. In una bassuranascosta da un muro sormontato da un tettuccio a triangoloriposava daventicinque anni una donnauna povera donnache inutilmente anch'essa avevalavorato per il bene de' suoi. “Ciao mamma...” disse unavoceche un Demetrio irritato e sordo non volle ascoltare. Un tratto ancora eil treno avrebbe rasentato uno stagnoall'orlo del quale appare la stupendaabbazia di Chiaravalle: ed eccola infatti uscire quasi dall'acqua lividaavenir addosso nella sua nera e solenne costruzionecolla stupenda macchina delcampanile impressa come un'ombra sull'aria oscura; e piú in quasegnato daalcuni lumi rossicciil solido edificio delle Cascinela reggia del signorPaolino. A quella chiesa quante volte aveva accompagnato la sua mamma nei tempiche meno si pensava alle miserie del mondo!

C'eranoin quell'antico convent o degli angoli cosí tiepidie santicon certe figure lunghe e patetiche su per i muri: c'erano dei corridoicosí lunghi con cento cellette che davano sul verde luminoso delle praterie:c'era insomma in quella vecchia badia del medio evo un tal senso di riposochesolo a pensarci il cuore se ne immalinconiva. Peccato non esserci vissutotrecent'anni prima! peccato non esserci due braccia sotto terra.

In quella chiesa Beatrice avrebbe detto il suo un'altra volta. Ributtato da questi pensieriDemetrio si ritrasse dalfinestrinoappoggiò la testa nell'angolo delle due pareti di legnochiuse gliocchi come se si atteggiasse a dormire; e mentre il treno lo portava viasbattacchiandolouna canzone ancora in fondo al cuore sussurrò in tono quasidi canzonatura “T-o-to... finito.”

 

 

Parte sesta

 

GLI ALTRI

 

Milano non si accorse menomamente della partenza del signorDemetrio Pianelli epassato qualche temponessuno pensava nemmeno ch'eglifosse al mondo. Solamente il buon Bianconiche era successo al tronodiscorrendo qualche volta col vecchio portiere Caramellalo nominòscrollandovi dietro il capo in aria di compassionepicchiando coll'indice lafronte per indicare che in quella testa c'erano delle idee dure come le noci. Ilcommendatore Balzalotticon tante faccende tra le manifece mettere laposizione del signor Pianelli a protocolloun librone che fa una ventina dimigliaia di atti all'annoe passò ad un altro numero.

Milano si occupò invece per una settimana della sanguinosatragedia del Ponte dei Fabbri. I giornali s'incaricarono di fornire i piúminuti particolariinventando naturalmente quello che non potevano saperedescrivendo la casala fabbricala mortail vivola catastrofeil sanguele voci che correvano nel quartiere intorno al carattere e ai rapporti fra i dueconiugi Pardi. Chi dava ragione al maritochi trovava il castigo una pazzia nonnecessaria. Chi diceva che il Pardone - conosciuto dalle sue parti per un buonpastore - sarebbe stato condannato a venti anni: chi invece assicurava chesarebbe stato assolto e mandato a casa. Corse anche qualche scommessa tra isoliti frequentatori dei Tre Scanni; ma in queste faccende tutto dipendepur troppodal modo col quale il processo viene orditodall'umore dei giuratie fors'anche da quello delle loro mogli.

Chi sentí un gran colpo fu Beatrice. Il pensiero che inquella tragedia era in qualche maniera implicata anche lei; che una sua parolaforse aveva deciso della vita di Palmira: la terribile fine di una donnache inmezzo ai suoi difettiin fondo cattiva non erae non voleva male a suo marito:tutto ciòin mezzo a molte altre scosse moralirattristò tanto il suo cuoreche s'ammalò.

Dieci giorni stette in lettoma guarí benissimo nel riposoe nella verde quiete di Chiaravalle. Arabella fu una dolce infermiera; il dottorChiodo prestò le cure piú amorose e non risparmiò le visite alla sua bellavicina di casa. Paolinoa cui la lettera di Demetrio aveva fatto un gran benemandò dalle Cascine i brodi piú delicati e le prime alucce di pollo.

Don Giovannidurante la convalescenzasi lasciò vedereanche lui diverse volte e sedette a intrattenerla colla storia della vecchiaabbaziadei frati di Chiaravalledi San Bernardo fondatore dell'Ordinedell'eretica Guglielminachedopo essere stata sepolta come una santa nelcimitero della Certosaun bel giorno scoprono che è un'anima dannataladisseppelliscono e bruciano il corpo sulla piazza di Sant'Ambrogio. Cose checapitano ai morti!

 

Beatrice ristoravasi in mezzo a queste cure. Rifiorídaccapomentre le piante andavano perdendo a poco a poco le foglie. Paolinoricuperata la confidenza di primaandava segnando sul taccuino americano igiorni che lo separavano dal gran giorno. Demetriouomo onesto e sinceronellaprima lettera consegnata ad Arabella e poi in altre che scrissedalla sua nuovaresidenza (dove dice di non trovarsi malaccio)ha saputo toccare la notagiusta. Non si dubita dell'onestà di una donna come si dubita del vino degliosti. L'uomo si uccide nell'onore- scriveva il buon cugino - la donna nelpudore. Se a questo mondo non ci sforziamo di far tacere la maldicenza el'invidia della gente per ascoltare di tanto in tanto la voce sola eirragionevole del cuorefiniremo col non credere piú a nullanemmeno al paneche si mangiae allora la vita diventa un inferno e chi trionfa è sempre ilpiú bugiardo e il piú sfacciato.

Andiamo avanti con confidenza e verrà giorno che i buonitorneranno ancora buoni a qualche cosa - cosí scriveva il cugino.

Si può immaginare che questi consigli furono altrettantegoccie d'olio refrigerante sull'animo del buon Paolinoche un momento avevadubitato anche lui delle cose del mondo. Ma ogni giorno piúcioè ogni passoch'egli fa verso il sospirato giornola realtà che lo aspetta gli pareirraggiungibile. Tutte le volte che torna da quella benedetta casa verso leCascinedubita ancora che sia un sogno. La gioiail desideriolaimmaginazione crescono a tal punto che il cuore non può contenere tutta lafelicità; il piacere tocca lo spasimol'aspettazione si cambia in paura. Grandestino che non si possa essere felici nemmeno in mezzo alla felicità! qualchecosa di guasto ci deve pur essere nel meccanismo del mondo - cosí pensava allasua volta Paolino delle Cascine. E pare anche a noi.

 

Passò anche quel mite autunno. La terra si coprí di fogliemorteedietro la siepe degli alberi nudila guglia sottile del duomo diMilano riapparve nell'aria pura degli ultimi giorni di novembre. Poicominciarono le nebbiechecome un mare di vaporenascondono i prati.Seguirono lunghi giorni piovosi. Finalmente la campagna è tutta coperta dineve. Dal bianco strato e dall'orlo delle fosseche mostrano la nera crostadella terrai mozziconi delle piante capitozzate sporgono le braccia corte eintirizzite a un roseo sole di gennaio. Il cielo è bianco e nettoma tira daiprati un'arietta sottilefrescache frusta le orecchie dei cavalli e passa icoturni di Bassanoche dalle Cascine va colla carrozza a prendere la sposa aChiaravalle. Il gran giorno è arrivato.

Il cavallantino è in gran tenuta: cilindro di pellenappinanuova fiammanteguanti di lanafazzoletto bianco al collocon due cocchesvolazzantidi cui si servedi tanto in tantoper asciugarsi i baffi dallabrina.

Con lui viene il sor Isidoro Chiesail padre della sposal'uomo libero per eccellenzavestito di nuovoche manda dagli occhiali nuovitutta la gioia fosforescente dell'uomo che trionfa. Avrebbe potuto esserci ancheun altro signorea cui il governo ha cambiato la greppiae allora si sarebbepotuto dimostrarestrada facendoche un Chiesa di Melegnano non è soltanto ungran buon uomo.

«Ci rivedremoFilippo!» aveva promesso un Chiesae ilgiorno era venuto.

 

Le Cascine sono in festa fin dall'alba. Cominciano adarrivare le carrozze dei parenti e degli amici. S'era detto di fare una cosamodestasenza rumoretra parenti intimi; ma un Chiesa di Melegnano avrebbecreduto di buttare la figlia ai canise non avesse trascinato alla festa mezzaprovincia di Lodi. E non contento ancorapagò il campanaro perché rompesse itimpani alla gente. Le belle campane della badia annunciano ai popoli il lietoavvenimento e mettono una nota allegra nell'aria fredda ed abbagliante dellecampagne coperte di neve. Non manca un raggio di sole sul celebre campanilechetorreggia dignitosamente coi suoi archi brunicolle sue colonninecolla suasvelta piramidesotto un pittoresco cappuccio bianco.

Arrivano tre o quattro carrozzein mezzo a un rumorosotintinnare di campanellitra gli evviva dei ragazzi e gli spari dei fucili dacaccia. La buona Carolinache non sa covare risentimentifinisce di darel'ultimo tocco ai capelli della sposamentre l'Elisafatta venire apposta daMilanoaggiusta le pieghe del vestito. I maschietti Mario e Naldovestiti comesposini essi puresaltanogridano cogli altri ragazzi sotto il portichetto.Dalle Cascine sono accorse tutte le ragazze curiose che hanno potuto scapparviae fanno colle vecchie spettinate una siepeun muro di gente innanzi allacasa.

Beatrice sente che gli occhi le si gonfiano di pianto. Incerti momenti le par di sognarein certi altri le tornano in mente lecircostanze che accompagnarono il suo primo matrimonioe a volte non sadistinguere tra adesso e allora. Lo stesso chiassolo stesso tintinnare dicampanellie sopra ogni altro rumore la stessa voce stridente del babbochepredicache rideche comanda. Ogni momento le pare di vedere il suo Cesarinospuntare in cima alla scalabelloelegantenell'abito frescocol cravattinobianco...

Asciugati gli occhi e ricomposto l'animopallida e ancorapalpitantescendepassa tra una doppia fila di personeche gridano: «Viva lasposa!»

Le ragazze curiosele vecchie spettinatei vecchi massaiche stanno sulla portafanno ressasporgono il capoecongiungendo le maniin orazioneesclamano con la sincera ammirazione della povera gente: «Gesusse l'è bèla!»

Le carrozze partono tutte insieme verso la chiesa. SolamenteArabellaindugiando sulla scalas'è fermata a casa. Ritta dietro i vetridella finestraessa stende il suo sguardo molle e afflitto sulla pianura tuttacoperta di nevepensa ai mortipensa ai lontani e riempie l'avvenire colleombre del suo passato.