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FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

di: Giuseppe Conti

I

I Francesi a Firenze

Pietro Leopoldo fatto irnperator d’Austria - Scambio di fidanzate -Ferdinando III granduca di Toscana - La Madonna di via del Ciliegio -Francia e Inghilterra - Napoleone Buonaparte e Lorenzo Pignotti - IlBuonaparte a Firenze - Seimila napoletani a Livorno - Due proclami e unordine del giorno - Pace fra la Toscana e la Francia - L’arrivo deiFrancesi a Firenze - Morte ai codini! - La partenza di Ferdinando III.

Se il Granduca Pietro Leopoldoin Conseguenza della morte del fratelloGiuseppe IInon fosse stato obbligato ad andai a Vienna il l° marzo1790per cingervi la corona imperiale d’Austriala Toscana avrebbeveduti giorni assai migliori di quelli che essa non videper la perditadi un sovrano di mente elevatadi somma abilità e diun'accortezza senza pari.

Pietro Leopoldoche non pensava di dover succedere al fratelloimperatoreaveva rivolte tutte le sue cure e la sua ambizione allaToscanache egli sinceramente amava come sua vera patria. Egli aveva inanimo di costituirla alla maniera inglesefacendone loStato più libero e più innanzi nel progressodi tutti gli altri d’Italia.Ma con la sua assunzione al trono d’Austriale buone intenzioni di luie le liete speranze concepite dai liberali rimasero delusesebbene glieffetti della rivoluzione francese andassero a mano a mano facendosistrada anche tra noi. Ed era appunto per questoche Pietro Leopoldoavrebbe voluto mettersi da sé alla testa del movimento che ogni giornopiù si rivelavaper dominarlo e dirigerlocon mano ferma e conintelletto sereno. Avrebbe voluto trarre vantaggio dai buoni effetti chepoteva recare la rivoluzione dell’ottantanoveimpedendone i danni e glieccessi.

Nel partire da Firenze per ViennaPietro Leopoldo destinò il tronodella Toscana al suo secondogenito Ferdinandoriserbando la coronaimperiale per il figliuolo maggiore Francesco.

L’imperatore volle che il figlio Ferdinandoquando avesse raggiuntol’età volutasalisse al trono della Toscana già ammogliato;perciò chiese per lui la mano d’una delle figlie di Ferdinando IV redelle due Siciliee gli fu concesso con giubilo la principessaprimogenita Maria Teresa. Nel frattempo il principe ereditario Francescorimase vedovo della principessa Elisabetta del Wurtembergmorta di partodando alla luce una bambinache poco le sopravvisse. Pietro Leopoldo perdistrarre il figliuolo immerso in un profondo doloregiacché egli avevasposata per amore la principessa Elisabettacome fanno i principi chesanno far prevalere i diritti del cuorepensò di dargli un'altra sposa;e ricorse anche per questa seconda nuora al re delle due Siciliecheaveva la fortuna d'aver per moglie quella perla della regina Carolinachegli regalò la bellezza di diciotto figliuolitutti nati in casa! AllaCorte di Napoli parve di toccare il cielo con un ditoper esserlecapitata questa seconda fortuna. Ma siccome la primogenita Maria Teresaera già stata destinata al futuro Granduca di Toscananacque in famigliaun po' di malumoretanto più che la secondaLuisa Amalia che sarebbetoccata al principe ereditario di Germaniaera "un po' difettosanella personabenché graziosissima come la sorella maggiore"; equestodalla astutissima madreera ritenuto un grave ostacolo per l’altadestinazione a cui veniva indicata la secondogenita. Perciòprofittandoessa della bellissima circostanza che a Vienna le sue figliuole non eranconosciutee che per conseguenza anche i due sposi se ne stavano a leiricorse ad uno strattagemma che le riuscì pienamente. La regina fece fareil ritratto delle due figliuolein miniaturacome usava allorae limandò tutt' e due all’imperatoreindirizzando al principe Francescoquello della figliuola maggiorecioè di Maria Teresa; ed a Ferdinandoquello di Luisa Amaliacolei che era piuttosto difettosa. D’altrondefece a dire la madrela corona d’imperatrice esige maggiori riguardi:per una granduchessaanche se aveva preso una brutta piega era più chesufficiente. Alla imperiale Corte di Vienna nessuno avverti il cambio; ecosì la fidanzata dell’uno diventò la fidanzata dell’altrosenzache nessuno se ne accorgessee senza danno del cuorepoiché ancora iquattro fidanzati non si conoscevano affatto.

Il 18 novembre 1790 si celebrarono a Vienna le nozze dei due principicon le due sorelle della Corte di Napoli; e dopo cinque mesicioè allafine di febbraio del 1791Pietro Leopoldo accompagnò in Italia ilfigliuolo con la sposafacendo con lui solenne ingresso in Firenze il dì8 aprileacclamati calorosamente dal popoloil quale par che sempre nonabbia altro da fare che applaudir chi viene; ma forse era più contento dirivedere il monarca filosofoche aveva destato in tutti tante lietesperanzeche di ricevere il figliuolo così giovane destinatogli persovrano.

Quando si riseppe la burletta del cambio delle due sposefu l’oggettod’un' infinità di commenti piacevoli nelle conversazioni e nei circolidelle varie Corti d’Europa; e lo stesso Pietro Leopoldo che ne rise dicuorescrisse alla regina Carolina che essa poteva rallegrarsene poichétutto era andato a seconda dei suoi desiderii.

Ferdinando III intantocompiuti i ventun' annoprese possesso delGranducato con un cerimoniale solennissimoil giorno di San Giovanni del1791 "alla vista del pubblico sotto la Loggia dell’Orcagna"con apparato mai più vedutocon l’intervento dell’amplissimo Senatoe del Municipio fiorentino. Mentre il popolo acclamante giurava fedeltàal sovranoquesti giurava sul Vangelo di osservare gelosamente i patticostituzionalimediante i quali tutti i granduchi ricevettero omaggio egiuramento di sudditanza dal popolo toscanoquantunque poi governasseroda despoti sempre.

Ferdinando III era un giovane principe buono e leale; ma non aveva néla fibra né la mente del padre. Per governare uno Statospecialmente intempi difficilila sola bontà e la lealtà non bastano: bisogna che ilprincipe sappia non solo quello che ha l’obbligo di fare per il pubblicobenema che altresì sappia scegliere con accortezza coloro che debbonocoadiuvarlo nel difficile compito. Le doti di Ferdinando IIIammirabili epreziose in un privato cittadino ma insufficienti e qualche volta fataliper chi deve stare sul tronolo condussero... a raggiungere prestolacasa paterna a Vienna.

Mentre gli avvenimenti d’Europa mettevano a soqquadro tutti gliStatiFerdinando aveva in animo di mantenere la Toscana neutrale; ma sitrovò poi vinta la mano dagli eventi.

Per colmo di sventura per luied anche per la Toscanal’imperatorePietro Leopoldo il 29 febbraio 1792a soli quarantacinque annimorì dicolica essendo rimasti inutili tutti i rimedii tentati nei tre giornidella malattia. Così mancò a Ferdinandoquell’appoggioprincipalissimo sul quale egli insieme col popolocontava sicuramente.

I clericali intantospaventati dalle simpatie ognor crescenti per larepubblica francesespecialmente nei giovaniprofittando della mortedell’imperatorespargevano ad arteper intimorire la gente piùmaturache i principii rivoluzionari avrebbero rovinato lo Statopoichécontrari alla religione. Ma queste scuse facevano poca breccia nell’animodei più. Si ricorse allora al ripiego dei miracolicominciando a parlarsul serio di fatti avvenuti ad Arezzo e in Casentino. Nell’estate del1796 si pensò di fare qualche cosa di simile anche a Firenze: perciò siprese a volo l’occasione che due ramoscelli di gigli selvatici fiorironospontaneamentealimentati dall’acquain un vaso presso un tabernacoloposto in via del Ciliegioora via degli Alfani. Indescrivibile fu lasorpresa dei bigottiche incitati dai preti cominciarono a sbraitare e adarsi motoper far credere che si trattasse d’un inaudito miracolo. Lavia del Ciliegio si parò subito di setinie vi si posero lumierepenzoloniriducendola quasi una chiesa. Baciapile e pinzocheregiorno enotte stavan davanti al tabernacoloove era dipinto un quadro su telarappresentante la Concezionecantando laudie dicendo rosarii senzariposo. Ma siccome il mondo è sempre stato mondocosì anche allora cifu chi profittò di quello stolto fanatismoartificialmente eccitato dachi ne aveva interesse. Perciò la via del Ciliegio se fu sempre affollatadi donnicciuole e di bigottilo fu anche di zerbini e di borsaioliiqualinella calca e al barlumetrovavano come sfogare i loro progetti ascapito del buon costume e della proprietà privata.

L’arcivescovo Martini uomo dottoe repugnante da ogni falsità chereca sempre più danno che utile alla religione veraincarico il dottoreAttilio Orlandinidirettore dell’Orto botanicouomo di somma dottrinae scevro da ogni prevenzionedi emettere il suo parere sulla fioritura diquei due gigli.

E l’Orlandini nel 25 agosto 1796dichiaròcon un parere scritto inlingua latinache quella rifioritura dei gigli era "un caso affattonaturale e non prodigioso". Ondeper levar lo scandalol’immaginedi quella Concezionealla quale dopo la fioritura dei gigli attribuironoguarigioni e miracoli che poi nessuno poté provarefu portata in unacappella del Duomo dove a poco a poco fu quasi dimenticataperché nonserviva più a nessuno scopo come quando era nel tabernacolo di via delCiliegio e ne rimase soltanto la devozione nelle persone sinceramentecredenti le quali anche oggi la veneranosenza le esagerazioni del 1796.

Però questi eran tutti imbarazzi che facevano sempre più impensierireil giovane Granducail qualeincapace per la mancanza di pratica e dellanecessaria avvedutezzanon sapeva da che parte voltarsi.

Egli cominciò pertanto una politica onesta ma pusillanimepiena diincertezze e di tentennamenti; e quel suo traccheggiare destò le gelosiedell’Inghilterrache temeva egli parteggiasse invece per la Francia. Ela perfida Albione lo mise perciò tra l’uscio e il murocostringendolo con intimazioniviolenze e minacce a dichiararsi per laFrancia o entrar nella Lega Europea contro di lei. il Granduca resisté atante prepotenze finché gli fu possibile; ma siccome un al flotta ingleses’avvicinava a Livorno con l’intento di impadronirseneil 28 ottobre1793 per evitare guai maggiori firmò un trattato col re d’Inghilterramediante il quale egli rinunziò alla neutralitàrompendo apertamente lesue relazioni con la Repubblica. Frattanto le continue vittorie deiFrancesied il terrore che generavano in Europa le notizie di tanti lorotrionfifece pentire Ferdinando di non aver mantenuta quella neutralitàche s'era imposta. onde per incarico suodal principe don Neri Corsinicome quegli che aveva molta pratica degli affari politicie godevain Francia molta stimafurono intavolate trattative col Governo franceseper tornare con esso in buon accordo; e condotte queste a buon punto furonpoi terminate a Parigi dal conte Carlettiinviato speciale di Ferdinandocd in suo nome tu firmato un trattato di pace nel dicembre del 1795.

Ma tutto questo non bastòperché il Direttorio ingiungeva aNapoleone di andare contro il Granduca di Toscana che è servo degliinglesi in Livorno. "Ite ed occupate Livorno; non aspettate che viacconsenta il Granducail sappia quando sarete padroni di quei porto".Questo fu il frutto dell’accordo!

Ferdinando III spaventato dalle notizie che da Parigi mandava don NeriCorsiniche aveva sorpreso qualche parola concernente questa faccenda edallo zelo di Napoleonedi cui comprese il finemandò a luiin Bolognaove si trovava col quartier generaleuna Commissione composta delprincipe Tommaso Corsinifratello di don Neridel marchese Manfredini edel poeta Lorenzo Pignottiaffinché mutasse proposito e prendesse unaltro giro lasciando in pace la Toscana. Napoleone accolse come amici etrattò con moltissima cortesia i tre commissariche gli venneropresentati dal commissario Salicetistato scolaro del Pignotti all’universitàdi Pisa. E quando il Maliceti gli indicò il PignottiNapoleoneconsemplicità piuttosto rara in luigli disse: "Mio fratello Giuseppeè stato vostro scolare a Pisae mi ha parlato spesso di voi; ed ilgenerale Cervoni mi ha lette molte delle vostre favole".

Da questa inaspettata cortesia il Pignotti tutto infatuato gli risposecon la 66a ottava del 2° canto della Gerusalemme liberataquella che comincia: "Signorgran cose in picciol tempo haifatte" che pareva stata scritta apposta per il generaleBuonaparte; e tanto il buon Lorenzo quanto i suoi compagni ne trassero ipiù lieti prognostici. Il Manfredini fu invitato a pranzo da Napoleonegli altri due dal Saliceti; e quindi tutt' e tre contenti come pasque perl’accoglienza ricevutae per le promesse ottenutetornarono a Firenzenel tempo stesso che Napoleone si dirigeva col generale Giovacchino Muratper Pistoia all’occupazione di Livorno. Da Pistoia il 26 giugno1796 Napoleone annunziava direttamente al Granduca la sua decisionedicendoglifra le altre coseche doveva nascondere il nero pensiero diconquistache il Direttorio era stato costretto a prender quella misuraper i continui reclami che riceveva dai cittadini francesi stabiliti aLivornole cui proprietà erano violate dagli inglesii quali ognigiorno insultavano "il paviglione della repubblica francese in quelporto". Perciò il Direttorio aveva deciso che a tutelare i propriinteressi a Livorno marciasse una divisione dell’armata posta sotto gliordini dello stesso Napoleone. Quindi dopo la consueta protesta chesarebbero stati rispettati i sudditi di S. A. R. ed i loro averic’erala canzonatura in forma di complimentodi dire cioèch’egliNapoleoneera incaricato dal Governo francesed’assicurare il Granducadal desiderio "di veder continuare l’amicizia" che legava laToscana a la Francia nella certezza che S. A. "avrebbe ancheapplaudito alla misura giusta utile e necessaria"presa dal Direttorio. Il Fossombroniministro degli esteri rispose che laToscana non aveva "nulla da rimproverarsi nella condotta lealesincera ed amichevole""" tenuta con la repubblica francese;e che il principe non poteva veder senza sorpresa il partito ordinato dalDirettorio protestando però che non si sarebbe opposto con laforza! Napoleone forse avrà riso: il fatto sta che il 27 giugnoarrivò alla porta di Livorno. Gli inglesi furono a tempo a scappareportando seco molti bastimenti carichi di mercanziedirigendosi inCorsica; e a Napoleone non dispiacque di occupar il 26 giugno 1796 lacittà senza sparare una fucilataconfiscando le sostanze napoletaneinglesi e russe. Intantogiacché era a Livornocon la scusa diossequiare il Granduca fece una corsa fino a Firenzedove arrivò la seradel 30 giugnoscortato da un reggimento di dragoni.

Ferdinando lo accolse con tutti gli onori dovutigli; ma un po'di tremarella l’avevapoiché con uomini di quella fattanon c’erada levarla mai pulita.

La lealtàla correttezza del Granduca fecero ottima impressione sull’animodel guerriero còrsoche in breve lasciò Firenzesenza però chepromettesse di levare i soldati francesi da Livornocome avrebbedesiderato Ferdinando. Ma siccome poi gli inglesi abbandonarono l’Elbaallora anch' egli nell’aprile del 1797consentì a ritirar le suetruppe da Livorno.

Ferdinandovedendo che passavano gli anni e le guerre non finivanopensònon foss’altro per mostrare che lui pure poteva avere una specied’esercito da far fronte a ogni eventodi chiamare "i suoi buonitoscani alle bandiereaumentando i corpi dei cacciatori volontari"e gastigando severamente gli agitatoriche da vario tempo eran venuti allspicciolata in Firenze a far propaganda per la repubblica francese.

Ma questo armare per mettersi in guardia e scacciare i fautori deifrancesinon gli attirò le costoro simpatietanto più che Napoleoneaveva la fissazione d’impadronirsi della Toscana.

I disegni di Napoleone non potevano esser maggiormente favoriti;poiché all’improvviso sbarcarono a Livorno 6000 napoletani per prenderei francesi alle spalle. Onde sdegnato fortemente il Direttorio colGranducae presa a pretesto tale occupazioneinviò in Toscana nel 1799una divisione per occuparla.

La rottura poi definitiva della pace con la Germania che travolse secoanche la Toscanaessendo il Granduca sospetto alla Francia per esserfratello dell’Imperatoredeterminò i governo francese di invaderlaaddiritturainviando a tale scopo il generale Gualtier con un forteesercito.

Ferdinando III badava a protestare simpatia alla Francia; ma quegliarmeggioni di Parigis’eran subito accorti che tra sovrano e ministrifacevano a chi aveva più paura dei francesie che la loro amicizia nonera sincera. Perciòtenendo fermo l’invio delle truppefinsero dicredercie d’esser commossi e riconoscenti alle proteste di FerdinandoIII. Intanto questiper evitare mali maggioriintimò risolutamente algenerale Diego Naselli che con i soldati napoletani occupava Livornodisgombrare immediatamente quella cittàpremendogli meno d’attirarsi leire del suocero che quelle del Direttorio. Il generale Naselli vista lamala paratatemendo anch' egli una guerra coi francesifece allestirebastimenti; e figurando d’andar via per non creare ulteriori imbarazzial genero del suo rechiedendo scusa della troppo lunga visita fatta aLivornofu lesto a tornarsene co' suoi donde era venutoimbarcandosi a'primi di gennaio del 1799

Come un fulmine a ciel sereno però giunse in Firenze il 24 marzo 1799un proclama "ai popoli della Toscana" emanato da Mantova delgenerale Scherer capo dell'armata d'Italia il 1° germinale (22 marzo)col quale egli deplorando che il Granduca non avesse prese le misureopportune per tempo onde liberare la Toscana dalla invasione dei nemici diessala Repubblica aveva stabilito di farla invadere dagli amici! Ilproclama chiudeva con queste parole: "Popolo della Toscana!conservati pacificoriposa con fiducia sulle disposizioni che sarannoprese per farti godere della tranquillità e dei benefizi di un governogiusto".

Da Bologna il giorno successivo venne un altro proclama dei generaleGaultierdestinato ad occupar la Toscanail quale assicurava i cittadiniche le truppe che egli conduceva non venivano altro che per preservar laloro cara patria "da tutti i mali che le si volevano attirare".Ed aveva anche il fresco cuore di dire: "Voi fremerete di sdegnoquando saprete che i nemici della Francia volevano inondare le vostrecittà"! Che è quanto dire che i toscani dovevan ballare dallacontentezzaperchéinvece di tedeschi venivano dei francesi. Quando sitratta di stranieri che valgano come amiciè una finzione ed unastoltezza il crederlo! Nello stesso tempo il generale Gaultier emanava unordine del giorno alle truppe destinate alla invasione cominciando così:"Soldati! Il generale in capo per la esecuzione degli ordini delGovernovi ha destinato ad occupare una delle più belle contraded'Italiaove i nostri nemici volevan portare il flagello dellaguerra". Una tenerezza simile per gente che non ci conosceva nemmenoma che sapeva soltanto che si stava in un discreto paeseche piacevatanto anche a loroera davvero commovente. Soggiungeva poi l'egregiogeneraleparlando sempre ai suoi soldatiche "il popolo toscano èdolce e pacifico" e che perciò lo trattassero meglio che potevanoperché questo avrebbe loro meritato "la confidenza degliabitanti". Ma prevedendo che qualcunoattratto da tante bellezzepotesse lasciarsi sedurre dall'idea ammaliatrice del saccheggioda uomoprudente minacciavanon foss'altro per non scomparire"di faretradurre ì colpevoli dinanzi al consiglio di guerraed il gastigo nonsarebbe stato lontano dal delitto". Questi proclami facevano uneffetto magico sui partigiani dei francesi; e il Granduca temendo che gliavversari facessero nascere dei disordinispinse la sua eccessiva bontàfino a fare affiggere sulle cantonate di tutte le stradeun manifesto cheannunziava l'arrivo delle truppe repubblicane. E quel manifestopurtroppoera così concepito:

NoiFerdinando III Granduca di Toscanaecc.ecc.

Nell'ingresso delle truppe francesi in Firenzeriguarderemo come unaprova dì fedeltàd'affetto e di gratitudine dei nostri buoni sudditise secondando la nostra sovrana intenzioneessi conserveranno unaperfetta quieterispettando le truppe francesi ed ogni individuo dellemedesimee si asterranno da qualunque atto potesse dar loro motivo dilamento. Questo savio consiglio impegnerà sempre più la nostrabenevolenza a loro favore.

24 marzo 1799.

FERDINANDO

FRANCESCO SERRATI

GAETANO RAINOLDI.

Verso mezzogiornofurono anche affissi di nuovo e dispensati aicittadini i due proclami del generale Scherer e del generale Gaulthierilquale era alla testa delle truppe che stavano per entrare in Firenze perl'appunto in quel giorno che era Pasquarecando l'olivo della pace sullapunta delle baionette.

La città aveva preso d'improvviso un aspetto di sgomentoquasi diterrorecome se fosse minacciata da un grave disastro. Per quanto le viefossero affollatepur nonostante vi regnava un relativo silenziochefaceva pena. Da un momento all'altrosi aspettava di sentire il rullo de'tamburi francesi. Tuttio almeno moltii quali erano i più paurosi econtrari al nuovo stato di coseche stava per impiantarsi nella pacificaed apatica cittàe che ne temevano le conseguenzecorsero a chiudersiin casafacendo provviste di viveri per più giorniquasi si temesse l’irromperdella piena.

Altrispecialmente i giovanisempre ansiosi di novitàpiù fidentinell'avveniree che per la loro età e per l'indole vivacesi sentivanoattratti dall'ignotoda cui eran divisi per poche oresi dirigevano agruppia mandateverso la porta a San Gallodalla quale dovevanoarrivare le temute soldatesche.

Giorno di Pasqua più triste e melanconico di quelloFirenze non avevapassato mai.

Le famigliei parentinon si riunirono in quell’annosecondo l’usatonon arrischiandosi alcuno di abbandonare la casa al sopraggiungere delnemicocome la maggior parte dei cittadini reputava l’esercitofrancese.

Molti nobili e signori si rifugiarono nelle loro ville fuori dellacittà; gli altri non uscirono dai loro palazzi. Quelle ore diaspettativaconvulse per i curiosiangosciose per gli altri che avevanpauranon passavano mai.

Finalmente nel pomeriggio comparvero alla spicciolata alcuni squadronidi cavalleriache si dirigevano verso il centro della cittàcoimoschetti impugnati come se entrassero in un paese vinto per valore o perforza d'armi. Quindi si videro calare dalla scesa del Pellegrinofuori diporta San Gallodiversi reggimenti di fanteriapreceduti da una turba divagabondiraccoltistrada facendodai paesetti e dai borghi di dovepassavano.

Il grosso dei francesi entrò in Firenze preceduto da un branco diragazzacci entusiasmati dalle manciate di soldi che via via buttavan lorogli ufficialiperché gridassero "morte ai codini!" comefacevanoa perdita di fiato. Appena arrivati alla porta a San Gallofecero prigionieri i soldati della compagnia che era stata mandata diguardiae li fecero portare disarmati in fortezza da Basso. Questo fu ilprimo saluto!

Dopo i guastatori e i tamburiveniva la musica e la bandiera franceseseguita da una lunga fila di cannoni e di carriaggi. La fanteria era stataposta in coda per lasciare il maggiore effetto all'artiglieriache suolpersuadere più che i fucili.

Il popoloche assisteva in scarso numero per le vie a quel nuovospettacolonon rispondeva alle grida di una turba di scioperaticheurlava e strepitava; ma guardava come intimorito quei soldati abbronzatidal solemezzi strappatilaceripolverosiche avevano tuttavia l'ariatrionfale del conquistatore.

I più sdegnosi cittadini se ne stavano a veder gl'invasoriquasi dinascostodietro i vetri delle finestremaledicendo alla stupidaragazzagliache per applaudire i francesi salutava loro col grido di"morte ai codini!".

In piazza della Signoria battezzata subito lì sul tamburocol nome di"Piazza Nazionale" o anche di "Piazza d'Armi" perchécominciarono ad andar d'accordo fin da principiosi accampò una partedelle truppe; ed altre andarono in Piazza di Santa Croce e di Santa MariaNovella.

Il generale Gualtier senza frapporre indugio prese alloggio al PalazzoRiccardi; e per cominciare a dimostrare al Granduca la gratitudine dellaFrancia per l'amicizia da lui manifestataprima anche di spolverarsil'uniforme emanò un decreto col quale ingiungeva alle truppe toscane dirimanere in quartieree di depositare le armi. Mandò quindi ad occuparemilitarmente tutte le porte della città; inviò una compagnia difucilieri con bandiera e musica a montare la guardia al Palazzo Pittioccupandone tutti gli sbocchi perché nessuno uscissee mandando infortezza quella toscana che smontava. Dei drappelli armati furon postialle case dei ministri esteri e toscani. Per colmo di gentilezzalamattina dopod'ordine dello stesso generale Gualtieril commissarioReinhard preceduto da un aiutante di camposi presentò al Granducachelo ricevé nel quartiere della Meridianaper presentargli un dispacciodel Direttorio che gli intimava la guerrasenza perder tempo in discorsie di lasciar Firenze dentro ventiquattr'oree meglio anche primaegli etutta la sua rispettabilissima famiglia. Quindi lo ringraziò di tutte legentilezze usate alla Franciache non avrebbe mai dimenticata la suadevozione; ma ora poteva andarseneperché non c'era più bisogno dilui!... Chi non ha testaabbia gambe!

Ferdinando IIIpallido ed affranto per il sopruso che riceveva dopoessersi sfegatato tanto a far l'amico della Franciaappena letto ildispaccio del Direttoriovoltò le spalle senza risponderee rientrònelle sue stanze.

Prima dell'alba del giorno 27 marzol'infelice sovranocon le lacrimeagli occhi abbandonò la reggia. L'ora di questa melanconica partenza erastata tenuta segreta per evitare probabili dimostrazioni in favore deldiscacciato principe. Ma lo scalpitìo del drappello degli ussari chedoveva scortarlo fino a Bolognaed il rumore delle pesanti carrozze daviaggio a sei cavalliove era la Corte e pochi fidati amiciseguite daicarriaggi dei baulifiancheggiati pure dalla cavalleriasvegliaronomolti cittadinii quali tutti timorosie presaghi di ciò che avvenivauscirono freddolosi dal lettorestando dietro i vetri delle finestre aveder partire l'infelice Granducain assetto più di prigioniero che disovrano.

Nel giorno stessofu piantato sulla piazza di Santa Croce e di SantaMaria Novella l'albero della libertàattorno al quale la sera furonfatte delle luminarieed i soldati mezzi ubriachi cantavano estrepitavanosenza infondere entusiasmo nella popolazioneche non s'eraancora convinta di tutto il benessere e di tutta la grande felicità cheì francesi le promettevano.

Non è facile che a Firenze ci si commuova così alla svelta. Ed inuovi arrivaticon tutte le loro chiacchierefuron sempre ritenuti dallagente di buon senso come invasori e mai come amici. Si desideravaèveroda tutti la libertà e l'indipendenza dal giogo austriaco; ma nonper questo s'intendeva d'uscir dal fuoco ed entrar nelle fiamme. Ilpopologià iniziato alle idee di libertà dal savio e franco regime diPietro Leopoldoaveva accolto con giubilo le nuove dottrinedell'ottantanove; ma intendeva di seguirle da se stesso ed in casa propriasenza che il nuovo vangelo gli venisse spiegato a baionetta in canna daisoldati francesiche vennero a invadere la Toscana. Gli amici veridiquesti scherzi non ne fanno!

II

La festa della libertà e i frutti dell'albero

Pio VI prigioniero - Il nuovo regime - Un bando del commissario - INuvoloni - L'albero della libertà - Feste ufficiali - Diciottomatrimoni - L'ortolana di Borgognissanti - Luminaria - Malcontento - Icontadini a Firenze Il prestito forzato - Requisizione di arredi sacri -Indignazione generale - La rivolta d'Arezzo - Viva Maria! - SanDonato e la Madonna - La rivolta di Cortona - Una feroce ordinanzae un'energica risposta - Cortona si sottomette - Gl’insorti a Siena - Labattaglia della Trebbia e la rivoluzione a Firenze - I francesi siallontanano dalla Toscana - Versi di un Pastor Arcade.

Come Ferdinando III non era stato buono a salvarsi per sémolto menolo fu per salvare Pio VIche s'era rifugiato in Firenzecredendo d'esserpiù sicuroe di sfuggire alle granfie di Napoleonevivendosene più omeno tranquillo nel convento della Certosa. Appena entrati i francesi inFirenzefurono poste sessanta sentinelle attorno al monasteroche venneguardato anche da uno squadrone di cacciatori a cavalloaffinché nessunoconfabulasse più col Ponteficeche si considerava già come prigionierodella Repubblica. Ed il giorno stesso della partenza del Granducaalcuniufficiali francesi imposero al papa di partire alla volta di Parmapoiché tali erano gli ordini del Direttorio. Per conseguenzala notteseguentePio VIcol cardinale Laurenzana arcivescovo di Toledomonsignore Spina arcivescovo di Corintomonsignor Caracciolo maestro dicameral'abate Marottiun medicoalcuni preti e pochi domestici sipreparò a partire alla volta di Bolognaper proseguire il viaggio fino aParmae di lì a Valenza nel Delfinatoove doveva star prigioniero.

La partenza che era stata tenuta segretissimaebbe luogo a mezzanotte.Le carrozze ed i furgoni erano preceduti da tre cacciatori a cavallo; aglisportelli della carrozza ov'era il Papa c'erano altri due cacciatoriconuna torcia accesa; seguiva il resto dello squadronee poi le carrozze deiprelati e dei servitori.

Dopo la partenza del Granduca e di Pio VIed instaurato così allasvelta il nuovo regimee dopo aver piantati gli alberipoiché non cipoteva esser repubblica senz'alberoche spesso avrebbe potuto esserquello di Giudas'incominciò a disfare il vecchio per rifare il nuovocon una confusioneammirabile. Una sola cosa di vecchio fu rispettata; efurono gli aggravi e le imposizioni d'ogni generele qualianzivenneroraddoppiate e triplicate sotto speciosi pretesti. Tutti i salmi finisconoin gloria! Ogni governo nuovo che via via si succededopo aver promessotante belle coseraddoppia subito le tasse. Pare che i nuovi governantiabbiano sempre avuto le mani di calamita per levare i quattrini d’addossoalla gente: ciò vuol dire che questa è una bella cosaaltrimenti non larispetterebbero tutti come fannocon tanto scrupolo.

Pur troppo in Italia è sempre stato così: si diffida di noi stessici si dà in testa e ci si maltratta indegnamenteper buttarsi poi inginocchio dinanzi agli stranieribruciando loro l'incenso sotto il nasopreparandosi a sempre nuovi soprusi.

I toscaniabituati da quasi tre secoli al giogo mediceonon avevanouna educazione politica che valesse a renderli accorti per discernere ilbene dal male nelle condizioni novissime ed inaspettate della invasionefrancese. Molti erano i malcontentie moltissimi i contrari. C'era peròla gente di buon sensoche consigliava di non opporsi apertamente ainuovi padronie di pigliare come suol dirsi la lepre col carro. Glisfaccendatiì ciaccionii chiacchieroni inveceche entran sempreavanti a tuttiche fanno più del necessarioche si danno moto perventiche sembrano gli inviati da Dio per illuminare le turbeguastavanol'opera dei più savi e dei più moderatigenerando una confusionestraordinariae facendo più male che bene.

Per porre un freno a quel disordine d'ideea quel moltiplicarsiistantaneo di partiti sotto diversa forma favorevoli o avversi allaFranciail commissario Reinhard ed il generale Gaultierordinarono peril dì 9 d'aprile la grandiosa festa della libertàcon la collocazionedell'albero in Piazza Nazionale. A Firenzequalunque sia il motivo chepuò tener discordi gli animiquando si bandisce una festa si può starsicuri che per quel giorno nessuno pensa ad altroe diventan tutti amici.Così avvenne il dì 9 aprile 1799.

Il 15 germinale (come registrava il nuovo calendario il giorno 5 diaprile) il Commissario francese fece affiggere un bando per invitare ifiorentini a piantare l'albero della libertàche era quanto diresecondo lui"di prendere impegno di unirsi ai principio dellaRepubblica franceseai suoi sacrifiziai suoi trionfi e alla sua gloriaper preparare la felicità dell'avvenire". Non c'è stato maiproclama di nuovi tempiche non abbia assicurata una futura felicitàlaquale dalla creazione del mondo in poi si va sempre cercandosenza saperechi debba mantener la promessa.

Il proclama però cominciava quasi con una specie di canzonaturasenon si fosse potuta prendere anche per un'insolenza. Infattiil cittadinoCommissario diceva subito cheessendo entrata l'armata francese senzatrovar resistenzaquesta armata aveva trovati i toscani especialmente gli "abitanti di Firenze" quali erano a lui stati dipinticioè: buoni e pacifici! E subito dopo ammoniva questi buoni epacifici abitantidicendo loro che avevan fatto beneperché così isoldati francesi"guerrieri terribili nelle battaglie" nonavevan fatto mostra che della loro amabilità. Parole dette colla vocegrossacome chi vuol far paura ai ragazzi.

Il buon senso dei fiorentini peròvalutava giustamente l'importanzadelle insolenti lodi e le spacconate delle minaccie. E per non mancare alsolito sarcasmoche in Firenze è quasi di ritocominciarono subito achiamare i francesi Nuvoloniperché ogni edittoogni manifestodei liberatoricominciava col sacrosanto Nous voulons.

Tutto ciò non toglie che il 9 aprileo 19 germinale che dir sivoglianon fosse atteso con una certa bramosia e curiositàper vederein che cosa consisteva la cerimonia alla quale si dava tanta solennitàquella cioè di piantar l'albero nel mezzo di Piazza. La curiositàmaggiore però era quella di assistere alla celebrazione affatto nuova estranadei diciotto matrimoni che si sarebbero celebrati attornoall'albero verdeggiante di foglie.

La mattina del giorno tanto aspettatola Piazza Nazionaleavevapreso un aspetto tutto nuovopoiché era decorata a guisa di circoequestrecon una teatralità straordinaria. Nel centro era statocostruito una specie d'anfiteatro in faccia alla Loggia dell'Orcagnaavendo all'intorno più ordini di gradini. Il recinto era coronato davarie statue allegoricheo rappresentanti numi ed eroi dell'antichità.La Loggia superbaera tutta parata d'arazzitolti dalle Gallerieedornata di festoni di lauro e di fiori e pennoni coi colori nazionalifrancesi. Grandi ghirlande rompevano qua e là la monotona dell'addobbo; esotto la volta dell'arcata centrale s'ergeva maestosa e severa la statuadella Libertà. Nella mano destra teneva una picca sormontata dalberretto frigioe la sinistra stesa accennava al livellosegno diuguaglianza cittadina. Sul piedistallo eran dipinte due figure di donna:una di gentile apparenza rappresentava la timida Etruriatenutaper mano dall'altraaustera matronasimboleggiante la bellicosarepubblica francese. Ai quattro pilastri della Loggia erano state appesedelle grandi tavole dipinte a marmosulle quali erano scritte sentenzefilosoficheconcernenti l'amore della patria e della libertàedincitanti i cittadini all'obbedienza delle leggispecialmente di quelleemanate dai Nuvoloni.

Sulla torre di Palazzo Vecchio sventolava la bandiera franceseed atutte le finestre eran tappeti tricoloriche stridevano in modostraordinario colla seria imponenza dell'antico Palagio dei Signori.

Alle tre pomeridiane (oggi bisognerebbe dire alle quindici) il generaleGaultier si mosse dal Palazzo Corsini in Lung'Arnodov'era andato adabitare lasciando il Palazzo Riccardiper recarsi alla festa che avevaattirato agli sbocchi della Piazza Nazionaleoccupata quasi tutta dalrecintotanta folla che pareva si schiacciasse contro l'impalancato.

Il generale col suo stato maggiorepreceduto da due reggimenti dipiemontesi e di cisalpini e seguito da un distaccamento di ussari e da unodi cacciatori a cavallofece sfilare tutta quella truppa per Via Maggiofino a San Felice; voltando poi per Piazza de' Pittioltrepassando ilPonte Vecchio per Por Santa Mariaentrò trionfalmente in Piazzaaccoltoda applausi assordanti.

Il commissario Gaultier con la cittadina sua mogliecircondato dalleprincipali autorità civili e militariaveva preso posto sopra un palcoeretto sulla gradinata di Palazzo Vecchio. Le altre autorità del Comune edelle vecchie e nuove istituzioniebbero posto intorno alla statua dellaLibertà.

Le due fortezze tiravan cannonate continue in segno di gioia; e tuttoun popoloalmeno per quel tempoesultava veramente. Le truppe andarono aschierarsi nell'anfiteatroi gradini del quale eran pieni zeppi dipatriotti che parevan pazzi dalla contentezzacredendo davvero ad un'èrafelice di vera libertà e di ben inteso progresso.

Appena ordinate al loro posto le milizievenne portato sulla piazza edintrodotto nel recinto un gran carro all'anticatutto storiatounaspecie di Carrocciotirato da quattro cavalli di frontee sulquale era il grande albero che doveva esser piantato.

Dietro a questo carro veniva un grosso cannone circondato da diciottocoppie di fidanzatiche dovevan darsi l'anello appena l'albero fossestato messo dagli operai nel mezzo della piazzaossia dell'anfiteatro.

Cerimonia curiosissima cotestache rimase famosa anche quando queglisposi diventarono col tempo nonnied alcuni forse anche bisnonni.

Gli sposi eran vestiti in abiti da festa secondo la nuova foggiafranceseavendo all'occhiello la coccarda della repubblica; le sposeavevano il vestito biancocol velo ed una ghirlanda di fiori in testa.

La cerimonia di quei diciotto matrimonifatta attorno all'albero dellalibertàappena che gli operai con molta fatica l'ebbero piantatoriuscì curiosissima; tutta la gente accorsa ammirò di più fra quellespose una certa Rosierabellissima ragazzache faceva l'ortolanain Borgognissantisul la cantonata di via de'Fossi.

Terminata la nuovissima funzionele spose che avevano tutte un velo euna ghirlanda di fiori in testa lasciarono andar libera a volo unacolombache ciascuna aveva tenuta legata per le zampe con un lungo nastrotricolorenon quale emblema di perduta innocenzaperché allora lecolombe avrebbero potuto prendere il volo anche un po' primama sivveroper bandire al mondo che per la Toscanada quel giorno incominciavacomedisse Pietro Feroni "oratore del popolo" un'èra novellaeriacquistavaa male agguagliarel'antica libertà spenta con Ferruccio aGavinana"ricuperando il libero reggimento dopo dugentosettantaanni". Ci voleva una faccia tosta di quella fattaper discorrer inquel modocon gli stranieri in casa!

Così dunque terminò la cerimonia dell'albero e dei matrimoniconsacrati attorno al medesimo da quelli sposi che afferraron l'idea dellanuova libertà franceseper emanciparsi dalle opposizioni dei reciprociparenticosì alla svelta e con una pubblicità taleche legalizzava ilsacro nodo.

La seraper coronar la festafurono fatte luminarie per tutta lacittà e banchetti all'apertocon brindisi pieni d'entusiasmo e di fedein un avvenire di felicitàche non arrivò maiper quanto il tempopassasse veloce come prima. Ma il fanatismo raggiunse quasi la pazzia;perché un manipolo di facinorosi tentò perfino di buttar giù la statuadi Cosimo Ilegandovi dei grossi canapi col fine di atterrarla e farnetante monete da distribuirsi ai poveri. Questa barbarie fu impedita quasiper miracolo da un egregio cittadino che riuscì a persuaderli a desistereda quella insensata impresa. Sulla piazza di Santa Croce e di Santa MariaNovella ove era stato pure piantato l'alberofuron fatti balli pubblicia cui presero parte molte donne del popoloverso le quali i soldati simostrarono amabili perché avevan trovato i fiorentini "buoni epacifici com'erano stati loro dipinti".

L'albero non fruttò la desiderata libertà; fruttò invece trentaseisuoceree qualche altra cosa di peggiocome vedremo.

A forza di edittidi manifesti e di Nous voulonsnon si puòpersuadere un popolospecialmente scettico come il fiorentinoa crederea ciò che non è. Per conseguenzaai cittadini amanti della veralibertà della patriaed ai quali non era dispiaciuta la partenza delGranducarincresceva ora il fare altezzoso dei Nuvolonichevenuti in sembiante d'amici dei liberalispadroneggiavano e comandavanocome se fossero entrati in Firenze per valor d'armie Firenze fosse unacittà di conquista.

Ed i contadinipoiché il contadino specialmente nelle rivoluzioni èstato e sarà sempre lo stessoprofittavano del malcontentoper varieragioni generalee la notte imbrattavano gli editti affissi in nome dellarepubblica e "attentavano" agli alberi della libertàconl'idea di promuover sommosse per rilevarne il saccheggio!

Allora la buona e pacifica città fu percorsa da pattuglie dicavalleria francesee da drappelli di fanteria per tutela degli alberi edei manifestise non della libertà. Per maggiore sicurezza poi fu dal mairenon più gonfaloniereordinato di tenere un lume acceso per tutta lanotte a coloro che volessero lasciar la porta di casa aperta fino dopo leotto di sera. Se però la plebaglia non s'abbandonò al saccheggioifrancesi spogliarono i musei e le gallerie; per mostrar forse cheappartenevano ad una nazione di artisti.

Le intemperanze dei francesiscontentarono non solo i partigiani diFerdinando III e dell'Austria ma anche i veri liberali. Infattidopotante promesse di benesseredi felicità e di libertànon potendo ilnuovo governo sostenere le spese enormi dell'armataricorse ai mezzistraordinari. Fra questiil primo fu quello di esigere alla sveltadaicittadiniseicentomila scudiche tanti rimanevano per coprire ilprestito forzato di ottocentomilaordinato per conto proprio daFerdinando III nel 1798e del quale non era stata pagata che la primarata. Quindil'immediata consegna degli utensili e vasellami d'oro ed'argento di uso sacronon strettamente necessari al cultoe giàparzialmente ordinata dallo stesso Granducache s'era veduto però malcorrisposto. 1 preti non intendevano affatto di privarsi di tali oggettiper quanto nel 24 dicembre 1798 fosse stata spedita al vescovi unacircolareonde esortarli a dare il buon esempio ed eccitare pretifratie monachea concorrere con alacrità e zelo al sollievo delle pubblichefinanzecosì tartassate per sopperire alle spese fatte per"l'armamento delle bande e per la creazione dei cacciatorivolontari". Ma fu fiato e carta sciupata. Vescovie clero fecero ilsordo. Amici carie borsa del pari!...

Il governo francese dunqueriportò in ballo la faccenda del prestitoe della consegna degli oggetti preziosiperché il bisogno stringeva enon c'era tempo da perdere. Giacché il Granducapel primoaveva avutoquella felicissima ideanon ostante che non gli riuscisse poi d'attuarlai francesi credettero ben fatto di sfruttare l'odiosità ch'egli s'eratirato addossoper trarla a lor vantaggio.

Cosicché il 1° maggioil Cellesi"segretario dellagiurisdizione"mandò fuori un editto per raccogliere gli argenti egli ori superflui nei luoghi destinati al cultopoiché anche"l'antico governo aveva dato l'esempio d'una raccolta d'argenteriasuperflua". Gli oggetti da consegnarsi dovevano esser portati entrotre giorni alla Zecca di Firenzeper farne tanta moneta.

Questa misura colpiva anche le sinagoghe e le chiese di altro ritoeccettuati soltanto gli spedali.

Si concedeva per uso ecclesiastico ad ogni chiesamonasteroconventoo luogo pioun ostensoriopurché non ne avessero un altro dimetallo!; i calici e le pissidi non aventi che la sola coppad'argentoe se in qualche chiesa fossero tutti d'argentose nelasciassero il minor numero possibile per l'uso di essa. Eran pure esclusidalla consegna "i piccoli vasi da olio santo e da crisma"gliornati uniti alle immagini o ad altri lavori che non potessero levarsisenza "deturpare l'opera": chedel restoavrebbero dovutoportare alla Zecca anche quelli. Ma ciò che non veniva esclusoerano"gli ornatibenché di sfogliadi quelli arredi di chiesache si riservano per le pompe e funzioni straordinarie".

Al governo francese piaceva la semplicitàspecialmente nelle taschedei cittadini! E mentre protestava una gran devozione per le reliquie deisantiingiungeva a tutte le chiese che ne possedevanodi levarle con ladovuta riverenza dai reliquiaritenersi le reliquiee i reliquiarisefossero stati d'argentomandarli alla Zecca. Anche negli atti dellareligionela repubblica amava la semplicità!

Nelle cattedrali poie nelle abbazienon era permesso che unpastorale soloe ciò che era strettamente necessario nei

pontificati. Se in qualche chiesa vi fossero oggetti d'argento reputatiopere d'artemeritevoli d'esser conservatiil rettore doveva farnerapportoprobabilmente per mandarli a conservare a Parigicome avvennedei molti quadridei cammeie degli oggetti in pietra dura dellegallerie.

Finalmente si ordinava senza tanti preambolia tutti coloro chepresiedevano o amministravano chiesemonasteri e luoghi piidisostituire al più presto le lampade e gli arredi d'argentocon altri"d'altra materia a piacimento"!

Se la chierica de' preti fosse stata d'argentoi francesi si sarebberofatta consegnare anche quella!

Questeche molti ritennero per vere esorbitanzespecialmente nellecampagneindignarono gli animi dei più; e cominciò allora il sordolavorìo dei preti e dei reazionari per sobillare le plebi.

Specialmente nell'aretinodove gli emissari austriaci trovarono ilterreno più adatto che altrove a sollevare le massequeste siribellarono al regime francese; e la rivolta a poco a poco assunse serieproporzioni. Ad Arezzo fu preso a pretesto della prima insurrezioneil 6di maggiotrentesimo anniversario della nascita di Ferdinando III. Inquel giorno i contadini della provincia aretinaai quali dai codini giubbilantis'era dato ad intendere che i tedeschi erano entrati in Firenzefeceronelle campagne intorno ad Arezzo fuochi di gioia. Molti di quei contadinientrarono in cittàe senza curarsianziprovocando il piccolo presidiofrancesee la scarsa guardia nazionalepercorsero le vie della cittàgridando Viva Maria- che non ci aveva nulla che fare - Viva_Ferdinando III; Viva l'imperatoreabbasso l'albero della libertà.

Poco dopo l'ingresso di quelle ciurme ignoranti di contadinicomparvein Arezzo una sdrucita carrozza guidata da un cocchiereche aveva accantoa sé una vecchiala quale teneva in mano una bandiera austriacachefaceva sventolare dove maggiore era la massa dei contadinieccitandolisempre più. Quella sozza folla fu così stupidamente idiotada credereche il cocchiere non fosse altri che San Donato protettore d'Arezzo e lavecchia la Madonnae che entrambi venivano ad annunziare la prossimaliberazione d'Arezzo! Parrebbero novelle questese non fosse purastoria!!

Allora non ebbero più limite le ingiurie ai francesie gli insultid'ogni genere ai patriotti. In brev'ora la città fu in preda allarivoluzione. Il popolo ubriacatotrascinato dai contadinisi armò comemeglio poté di fucilidi palidi forconidi falcidi scuri e dìtutto quanto forse atto a ferire.

La scarsa truppa francesetenne testa per un po' di tempo; ma vedendoche la folla s'imbestialiva sempre piùperché nella mischia aveva avutoanche un mortosebbene fosse morto anche un soldatola truppadiciamosi dette alla fuga.

Rimasta libera la cittàle bastonate ai pochi patriotti e le sassatea' vetri delle loro casepiovvero come la grandine. Furon distrutti tuttigli emblemi della repubblica e rimessi quelli del Granduca al grido di VivaMaria- al solito - Viva l'Austria. Furon messe fuorile bandiere del papaquella austriaca e perfino il vessillo della Madonnadel Conforto.

Da Arezzo l'insurrezione s'estese subito a Cortona; e il generalGualtierimpensierito della piega che prendeva la cosabadava afulminare da Firenze editti pieni di minacce e di terroreingiungendo colprimoin data del 10 fiorile(ossia del 9 maggio) agli abitanti diToscana di consegnare ai comandi di Piazza tutte le armi d'ogni genere chepossedevanocomminando pene severissime ai contravventoried ingiungendoai parroci di legger l'editto nelle chiese dopo la messa parrocchiale.

A queste ingiunzionisi rispondeva con l'aumentare la pertinacia dellarivolta; e le popolazioni del Casentinoinfiammate dai cenobiti diCamaldoli e di Vallombrosae dai mendicanti dell'Alverniapreserole armie per la Consuma scesi rapidamente al Pontassievefavoriti dallalocalitàimpedirono ai francesi inviati da Firenze di forzare il passo edi marciare sopra Arezzo.

Il commissario Reinhard il 29 fiorile (19 maggio) anno VII dellaRepubblica francese Una e Indivisibileemanò un 'nuovo edittoassegnando il termine agli abitanti di Arezzo e di Cortona asottomettersi. L'editto era basato sulla considerazioneche gli abitantidi quelle due città avendo "assunto" la coccarda d'una potenzain guerraincarcerato ed assassinato dei soldati francesistampatiproclami sovversivied essersi opposti al passo della legione polaccaausiliaria dell'armata della repubblicasi imponeva alle due città diliberare entro ventiquattr’ore dalla notificazione dell'editto icittadini toscani e francesi incarcerati nei fatti del 16 e 17 fiorileedi mandare a Firenze venti ostaggi scelti fra i possidenti e funzionaripubblici delle due città da rimanervi sotto la protezione delle leggiintanto che le truppe francesi occupassero militarmente tanto Arezzo cheCortona.

Passato questo tempo inutilmentele dette città e le comunitàcirconvicinesarebbero state dichiarate ribelli e ridotte all'obbedienzacon la forza delle armi. Il paragrafo VII poi conteneva questa esplicitacomminazione: "Tutti i proprietari nobili domiciliati nelle dettecittàtutti i preti aventi dei benefiziche non sono di quelli con curad'animei quali non usciranno subito da queste città dichiarate in statodi ribellione apertae non si recheranno a Firenzeverranno consideraticome capi di rivoltapuniti come talie i loro beni saranno confiscati aprofitto della repubblica".

Quest'editto inasprì sempre più gli animi dei rivoltosi.

Allora il generale in capite Macdonald emanò da Siena in datadel 3 pratile (23 maggio) questache giustamente fu detta feroce ordinanza:

"Art. 1. Nel corso di 24 ore dalla notificazione della presenterisoluzionele comunità d'Arezzo e di Cortona poseranno le armieinvieranno una deputazione al Generale in capite composta dei principalicittadiniper assicurarlo della loro commissione e per servired'ostaggio.

Art. 2. Mancando esse di conformarsi al precedente articolo nelladilazione prescrittasi manderanno delle colonne di truppe francesi e deicannoniper assoggettare i ribelli con la forza.

Art. 3. In caso di resistenzatutti gli abitanti saranno passati a fildi spadae le città date in preda al saccheggio e alle fiamme.

Art. 4. Le due città d'Arezzo e di Cortonasaranno distrutte e rase.

Art. 5. Sarà inalzata una piramide nel luogo che occupavanoconqueste parole: Le città d'Arezzo e di Cortona punite della lororibellione.

Art. 6. La presente risoluzione sarà stampatapubblicata ed affissain tutte le Comunità del territorio toscano. I generali comandanti lecolonne contro Arezzo e Cortona sono incaricati della suaesecuzione".

Nello stesso giorno il generale Macdonald emanò un altro editto contro"alcuni preti fanatici" che si univano "ai miserabiliagenti" dell'Austriaper rovesciare il regime repubblicano.

Per conseguenzastabiliva con quell'editto che ogni comunità cheinalberasse lo stendardo della rivolta sarebbe stata sottomessa con laforza; e che "i cardinaliarcivescovivescoviabbaticuratietutti i ministri del culto" sarebbero tenuti personalmenteresponsabili degli attruppamenti e delle rivolte.

E per farsi intendere anche più chiaramenteil bravo generale incapite intimava a tutti i preti di portarsi immediatamente nei luoghidella loro giurisdizione dove fosse scoppiata la rivolta per sedarla. E sefossero invece trovati con l'arme alla mano sarebbero statiper una voltatantogiova almeno sperarlofucilati senza processo. Ugual sorte sarebbetoccata agli altri ribelli arrestati in simili condizioni.

La risposta degli aretini ai proclami del Macdonald se fu ispirata alfanatismo più bizantinonon fu però meno energica ed arrogante. Inessafra le altre cosesi diceva chiaro e tondo al generale francese:"Voi in nome del governo francese ci avete fatto sempre delle bellepromesse; ma nemmeno una volta ci avete mantenuta la parola. Se eravamoliberiperché non lasciare a noi la scelta dei nostri rappresentanti?Era una volta in proverbio la fede greca; nelle vostre mani è divenutatale la fedefrancese"! Parole roventi cotestema dette concoraggio! La conclusione della risposta degli aretini conteneva un'apertasfidadicendo che la rabbia del generale non li spaventava: ed allaminaccia di erigere una piramidedove sorgeva la città d'Arezzorispondevano che più facile sarebbe stato agli aretini formarne una diteste di giacobini e dì soldati francesiponendovi in cima quella delcomandante Mesangeche era scappato con la compagniaappena scoppiata larivolta.

La chiusa poi era enfatica quanto mai. Dopo aver detto che gli aretininon s'inchinavano chea Dio e "alla grande protettrice Maria"in nome della quale peròcommisero ribalderie senza nomeconcludevanoammonendo il Macdonald: "Vergognatevi delle vostre insultantiminacce: e chinando gli occhi a terrariconoscete il vostro delitto;tremate che il Dio delle vendette non vibri sul vostro capo quel folgoreche oramai vi striscia intornoe che certo non isfuggiretese al lungoerrore non succede un pronto e sincero ravvedimento". Considerate daquali pulpiti si dovevan sentir tali prediche!...

Il Macdonald con le sue truppe si mosse allora da Siena e marciò primasu Cortonaavendo intenzione di continuar poi per Arezzo e sottometterecon le armi le due ribelli città. I cortonesi meno fermi degli aretiniappena furono in vista i soldati francesiandaron loro incontro; e fattoatto di sottomissione al generalefu ripristinato il governo francese erimessi gli alberi della libertà.

Il Macdonald non poté però continuare la sua marcia sopra Arezzoperché gli austro-russi gli davano da fare altrove.

Per conseguenza dové lasciar la Toscanadando così agio ai ribellidi continuare nelle loro imprese: le qualibenché

mascherate dai gridi di Viva Marianascondevano il fine delsaccheggio e delle maggiori bricconateche potessero aspettarsi da unamasnada di quella fatta.

La prima marcia degli insorti fu sopra Sienadove appena giuntiabbassarono l'albero della libertà in tutte le piazze e ne fecero unrogosul quale bruciarono tredici disgraziati ebreiaccusati dipartigianeria verso i francesiper avere un motivo di sfogare su di essila loro malvagità. Il più bestiale tra i condottieri di quella canagliaera un frate laico zoccolante del Monte San Savinoche con lasciabola in mano eccitava i suoi seguaci "bestemmiando come unforsennato" in onore di Dio e del principe. Fu saccheggiato il ghettoe la sinagogafracassate e vuotate le sette cassette dell'elemosina nellasagrestia del tempioe portati via gli argentiche ornavan la bibbia.

Questi barbari fatti di Sienae il tremendo rovesciotoccato daMacdonald alla Trebbia nei giorni 1718 e 19 giugno ebbero il lorocontraccolpo anche in Firenzedove la sera del 4 luglioin PiazzaNazionalevi fu una specie di rivoluzionenella quale il popolo bruciòtutti gli emblemi della repubblica. Le cariche di cavalleria furonoinsufficienti a frenare il furore della plebaglia istigata dai reazionari;ed i liberali si videro in pericolo.

Frattanto la disfatta della Trebbia determinò i francesi adallontanarsi dalla Toscana: e la notte del 5 luglioil generale Gaultiere il commissario Reinhardscortati da poca cavalleriasi diressero aLivornoseguiti da pochi patriotti che preferirono di esulare da Firenzepiuttosto che esporsi alle vendette dei reazionarii quali rialzaronsubito la crestaed incitarono i mercatinii facchinii conciatori e inavicellai del Pignonea molestare i giacobinio coloro come taliritenutii quali furon perseguitati con ogni manieradi danni e d’offese.

I reazionaricoraggiosi sempre quando il nemico non c'è piùdiffondevano a centinaia di copie una poesia fregiata dello stemma diFerdinando IIIdovuta al peregrino ingegno di un tal "Dott. G. P. L.Pastor Arcade" e intitolata "L'inganno dellalibertà schiarito ai popoli toscani".

Sarebbe afflizione troppo grande il riprodurre le venticinque strofe diquella poesia: ma per darne un'ideaessendo una caratteristica pitturadella scena su cui si svolgevano tanti fattibisogna pur riportarnesaltuariamente qualcuna:

Oh! che bella libertà

Ci portò la gran Nazione

Che con quindici persone

Conquistando il mondo va.

Oh! che bella libertà.

Una statuaun arboscello

Ch'apre i sensi il reo sentiero

Son quel nume lusinghiero

Che soldati ognun ci fa.

Oh! che insana libertà.

Mentre poi con tal follia

Farci liberi pretende

Tanti schiavi ella ci rende

Al suo orgoglio e vanità.

Che tiranna libertà.

Mentre tutti arbitri siamo

Con l'orpel de' Cittadini

I francesi han gli zecchini

Resta a noi la scarsità.

Oh! che scaltra libertà.

Nella gottica eguaglianza

Che ci portan questi eroi

La miseria è sol per noi

Lor han sol felicità.

Oh! che trista libertà.

Mangian ôrmangian argenti

Fan dei templi orride stragi

Vuotan fondachi e palagi

Per coprir lor nudità.

Che inumana libertà.

Ove appar questa canaglia

Porta fame e carestia

E la pace e l'armonia

In sussurri se ne va.

Che molesta libertà.

I più fintii più mendaci

Mai di lor formaro i cieli;

Traman danni i più crudeli

Mentre affettan amistà.

Che ingannevol libertà.

 

La poesiache circolava già in modo clandestino quando i francesierano ancora in Firenzeappena spariti si vendeva impunemente da unlibraio "dirimpetto alla chiesa della Madonna de' Ricci" nelCorso.

Ma con le satire soltanto non s’è mai levato un ragno da un buco!

 

III

Maria LuisaNapoleone I ed Elisa Baciocchi

Ultimi atti del commissario Reinhard - Il Senato fiorentino - Effettidella reazione - Selim III - Il generale Suwarow - La Sandrina Mari e gliaretini a Firenze - Il vescovo Scipione Ricci - Gli austro-russi - Sempre TeDeum - La morte di Pio VI - I francesi tornano in Toscana - Il regnod'Etruria - Lodovico di Borbone a Parigi - Proclama del generale Murat -Giuramento prestato al nuovo sovrano - Suo arrivo a Firenze - L'Apollo diBelvedere e la Venere dei Medici - Tristi condizioni del regno d'Etruria -Viaggio dei reali e morte del re Lodovico.

Appena gli ultimi soldati francesi ebbero lasciato in fretta e furiaFirenzefu affisso un avviso senza data - ciò dimostra che era statopronto da un pezzo - del commissario Reinhard col quale rammentava aifiorentini ch'erano "sottomessi al governo francese dal diritto dellaguerra; e che se era stata rispettata la loro religionele proprietà ele personelo dovevano soltanto alla loro pacifica commissione e allagenerosità franceseche non s'era obliata un istante". E dovevasialtresì "alla saviezzaalla purità e alla bontà dei Toscani"se era stato conservato il loro paesecioè se non era stato distruttoerigendovi una piramide sulle sue rovinecome avevano minacciato di faread Arezzo e a Cortona.

Per essere amicinon potevano parlar meglio davvero!

Nello stesso tempofu affissa l'ultima e "furibonda"ordinanza del su nominato Reinhardil qualealludendo ai fatti d'Arezzodiceva che "una ribellione provocata e feroce aveva invasa una parteconsiderabile della Toscananel mentre che l'armata francese era chiamatamomentaneamente a combattere altrove la causa generale della libertàd'Italia". La disinvoltura del Commissario francese èstupenda. Per non dire che le truppe del suo paese andavano a soccorrerele altreche ne avevan già toccate alla Trebbiadicevacon facciatostache andavano altrove a combatter per la libertàd'Italia!...

In conclusioneil signor Reinhardnella sua sconfinata bontàdecretava che tutti i cittadini che avevan servito il loro paese "ola causa della libertà" si riunissero in Livorno dove per sommagrazia sarebbero considerati come facienti parte del battaglione toscano.

I nobili e i preti della Toscana erano chiamati nientemeno responsabilidi tutti coloro che venissero "assassinatiarrestati e perseguitatisotto pretesto d'attaccamento ai francesi e ai loro principii". E permaggiore consolazione di quelli che avessero delle ideacce contro ipreziosi amici che momentaneamente s'allontanavano per la libertàd'Italiail compitissimo signor Reinhard ammoniva i pacifici e buonifiorentiniche gli ostaggi stati condotti in Francia risponderebbero testaper testadelle uccisioni o degli affronti che fossero commessi inToscana contro i patriotti.

Quest'ultima ordinanzaaltezzosa e provocantefinì di esasperare glianimie ci volle tutta la prudenza e l'ascendente dell'arcivescovoMartiniper impedire che la popolazione si sollevasse e trasmodassecontro i fautori di così prepotenti e sfacciati amicii quali sicomportavano molto peggio che nemici. Se almeno avessero avuto la lealtàe la franchezza di mostrarsi per quello che eranoognuno forse si sarebberegolato: ma venire come liberatori non cercatie proclamare poi neglieditti che i toscani erano sottomessi alla Francia dal diritto dellaguerra era una tale insultante provocazioneche ogni popoloanche dolcee pacifico come era stato dipinto nei precedenti proclami il popolotoscanose ne sarebbe giustamente offeso.

Da ciò nacque una tremenda reazione. I cittadiniindispettiti controi fautori dei francesi che trattavano i toscani come popoli conquistatimentre non costavan loro una sola cartucciae inaspriti dalle burbanzoseminaccearrestavano da se stessi e portavano alle Stinche o al Bargelloquei disgraziati che credendo alla libertàall'eguaglianza e allafratellanza franceses'eran lasciati illudere. Molti di quei patriottiche in buona fede avevan creduto in una nuova èra di libertà dellapatriafurono bastonati dai reazionaripartigiani d'altri predonistraniericioè degli austriaci; e così Firenzerimasta senza governoebbe un dicatti che il vecchio Senato fiorentinodi cui nessunorammentava più nemmen l'esistenzariprendessedopo la partenza deifrancesile redini dello Stato. Ed il primo atto di quel nucleo di genteinetta ed austriacanteche formò lì per lì una specie di governofuquello di mandare in tutta fretta come deputati ai generali austriaciilconte Cammillo della Gherardescail marchese Antonio Corsil'avvocatoGiuseppe Giunti e Carlo Pauerper pregarli ad accelerare la marcia delleloro truppe su Firenze. Nel tempo stessosi facevano premure all'armataaretina di venire a rimetter l'ordinepoiché gli eccessi dei"facinorosi avidi e audaci manomettevano le persone e le proprietàdei patriottiin varie guise ingiuriate dalla plebaglia". Perconseguenzanon cessava di raccomandare al popolo con l'editto del 6lugliodi cessare dagli arresti dei giacobininon perché ciòera indegno di gente liberama "per non turbare con tali attiarbitrarii l'amatissimo sovrano"che avrebbe reso loro il dolce suogoverno. E siccome il Senato prevedeva da un giorno all'altro il ritornodi Ferdinando IIIcosì esortava tutti a non permettere che la gioia ditanta aspettativa "fosse mista con i mali sempre inseparabili daldisordine e dalla confusione".

Il capitano Lorenzo Marigià uffiziale dei dragoni di Ferdinando IIIe capo dell'armata aretinacredendosi sul serio un altro NapoleonedaSan Donato in collinadov'era coi suoi prodi accampatofece sapereall'improvvisato governo di Firenze che egli avrebbe dato una rispostadecisa soltanto quando egli fosse sicuro che le fortezze sarebbero statecedute alle sue forzee le armi della guardia urbanastatacostituita lì per lì alla megliovenissero depositate fuori della portaa San Niccolò.

Al "superbo foglio di quel filibustiere" il Senato risposeche i toscaniessendo tutta una famiglianon c'era bisogno di far tantoil gradasso; quindi rinnovava la preghiera che gli aretini venissero aFirenze. Si intromise allora fra le due parti il cavalier Wyndhamincaricato d'affari ingleseil qualelasciato il campo degli aretinigiunse a Firenze il 6 di luglio.

Nel giorno stessoquel patriottico e dignitoso governocomposto deisenatori Cesare GoriAndrea Ginori e Federigo de'Riccistipulò conl'armata degli insorti aretinivera banda di malfattori guidata daufficiali austriaci e russiuna vergognosa convenzioneper la quale sidichiarava che il Senato fiorentino desiderava vivamente di averein Firenze l'armata aretina; di cedere ad essa le fortezzele portelecasermele munizionii cannonile armi ed altri oggetti militari; che aquei banditi fossero resi gli onori militari ben dovuti ad un'armataregolare che si espone per portarsi al soccorso di Firenze!; ditrovar giusto e conveniente che l'armata aretina non conoscesse altro capoche il suo comandantefinché non ne giungesse uno insieme allarmatatedescamaggiore di grado al comandante aretino. Questi ed altri pattitutti a favore dei facinorosi aretinifurono conclusi dal nuovo governofacendo arrossire i liberali veriche non intendevano libertà senzaindipendenza e senza intervento stranierodi qualunque nazione fosserogli invasoriche sotto mentite spoglie di amici venivano a darci laschiavitù e l'oppressionechiamati dai più vili e codardi cittadinivergogna del loro paese.

E tanto è veroche la Toscana faceva gola a tuttiche perfino ilsultano "Selim III Gran Signore dei TurchiOmbra di DioFratellodel Sole e della Lunacapo di tutti i redistributore delle coroneec." mandò anch'egli un proclama per dire che il Profeta avevapermesso che la Francia sterminatrice facesse le sue vendette per le colpedegli uomini; ed ora che il suo compito era eseguitoi turchi sarebberovenuti a darci la libertàpromettendoci "una primavera di delizia edi riso!...". Ma degno di riso sarebbe stato davverose non lo fossedi sdegnoil veder bandire dagli altari da alcuni preti fanatici eignoranti il proclama del sultanocome se si trattasse del vangelo di unnuovo apostolo!

E non fu soltanto il fratello del Sole e della Lunache s'intenerìper noivedendoci preda dei francesi; ma anche il generale Suwarow sicommosse per conto del suo governoalla nostra sorte; e anche luipoverettomandò un proclama che cominciava così: "Popoli d'Italiaarmatevi e venite a porvi sotto gli stendardi della religione e dellapatriae voi trionferete d'una perfida nazione". E dire che ilcomandante russo intendeva di alludere alla Francia!...

Il colmo dell'indignazione russa a nostro vantaggio è contenuta inqueste parole: "I francesi vi opprimono tutti i giorni con gravezzeimmense: e sotto il pretesto d'una libertà e d'una eguaglianzachimericheportano la desolazione nelle famiglie...." e via diquesto passo.

Poi che fu ammansita la tracotanza del fiero guerriero Lorenzo Mariilpatriottico e sapientissimo governo toscanonon sdegnò di trattare il 7luglio anche col prete Donato Landiqualificato commissario di guerradella armata aretinaper preparare gli alloggi e le vettovaglienecessarie a tale valorosa armatacostituita da una ciurmaglia di 5000ribelliper la maggior parte appunto aretini. Essi infatti entrarono inFirenze nel pomeriggio del giorno stesso dalla porta a San Níccolò innumero di 2500 fra fanti e cavalli guidati dalla celebre Sandrina Mariche a cavallo come un uomovestita metà da donna e metà da soldatoentusiasmava quel prode esercito. Il vero nome di lei era Cassandra Cinifiglia d'un macellaro di Montevarchi; ma ad Arezzo la chiamavano Sandrina.Fu poi sposata al capitano Lorenzo Mariil qualedopo essere statolicenziato con gli altri ufficiali toscani dai francesisi era messo allatesta dei rivoltosi aretiniilludendosi d'essere un condottiero d'eroi.

La Sandrinache montava un bellissimo cavallo biancoaveva a destrail cavaliere Wyndhamil gran Paciere inglesee a sinistra il barbutofrate zoccolante del Monte San Savinoche tutti prendevano per uncappuccinoessendosi lasciata crescer la barba onde dar più tono allasua insipida fisionomia. Eglidi motu proprio s'era dato il titolodi cappellano dell'armataper giustificare in qualche modo la suapresenza fra le bandedelle quali mostravasi degnocontinuando abestemmiare come un facchino. Il marito di quella specie di Giovannad'Arco in caricaturaera in uniforme di capitano con l’elmo da dragoneavea una tunica piena d'alamariricami e galloni; le spalline dorateedil petto fregiato di medaglie d'ogni speciecroci e tosonicome igiuocatori di prestigio o i ciarlatani d'un tempo. Pareva un di coloro checon gli specchietti vanno a caccia dell'allodole.

Poco dissimili dal condottiero erano gli ufficialiadorni d'assise enappe svariatissimefregiati tutti di coccarde toscaneaustriacherussepontificie e perfino della mezzaluna turca insieme agli scapolaricon la Madonna e l'immagine dei Santi.

E così ce n'era per tutti i gusti!

La figura più grottesca era sempre quella dello zoccolante truccato daPietro Eremitache fingeva di morire sotto il peso d'un'enorme croce cheappoggiava sulla coscia destrae che poi si seppe esser di sughero!

Altri 2800 aretiniprovenienti dal Pontassieveentrarono da portaalla Croce urlando tutti e schiamazzandocon un diavoleto strepitoso.

Il primo atto del comandante Mari fu quello di imporre al Senatofiorentino l'ordine di ribassare subito il prezzo del pane e di tutte levettovaglie.

Dopo tale ingiunzionel'impavido guerriero Mari ordinò che venissearrestato e rinchiuso nel Bargelloe quindi per intromissione dei parentie degli amiciin Fortezza da BassoScipione Riccigià vescovo diPistoiavenuto in odio per le rivelazioni da lui fatte sulle nefandezzeche si commettevano da certe monache di Pistoia e di Prato. Ma tanta erala stima che professava per il valoroso prelato "la gente illuminataed onesta"che anche l'arcivescovo ebbe a interessarsi della suasorte. E per dimostrare che roba fossero gli aretini insorti al grido di VivaMariabasta sentirlo dalla bocca stessa del vescovo Ricciil qualeraccontando le sue sofferenze durante l'empia prigioniacosì si esprime:"Io ho dovuto più volte gemere davanti a Dio per le orrendebestemmie e per le infami laidezze ch'ero costretto sentire continuamentein modo che gli orrori della carcere non mi avevano fatto mai tantoribrezzo. Il giuoco continuo e la perdita di grosse somme davano luogo afrequenti risse. La santificazione delle feste non ho mai saputodistinguerla in quella truppa. Quanto poi alle ruberie di cui non sifaceva scrupoloera strana cosa il sentire come tra loro medesimi era inproverbio il Viva Maria per segno d'aver con buona coscienzarubatoquasi che nominandola si garantissero della trasgressione delprecetto di Dioe non piuttosto la oltraggiassero con insultonell'offendere il suo divino figlio. Io non parlerò degli ammazzamentivolontari e proditorii che a sangue freddo si commettevanoperché tuttala Toscana ne è testimone. Dirò solo che la massima di molti preti efratiche per castigo del Signore furon cieche guide a tanti popolitraviatiera non solo favorevole a tali omicidicome se in così fareprestassero ossequio a Dioma taluni ancora ne gli animavane daval'esempioe si vantava inoltre di aver lordato del sangue di suoifratelli quelle mani medesimecon cui offriva il sangue dell'immacolatoagnello sparso per essi".

Questa sola testimonianza di Scipione Ricci basta per tuttese non cene fossero a migliaia.

Le bande aretine invasero la città: ed il dì 8 luglio la percorserotrionfalmentein unione alle truppe austriache e russe arrivate freschefresche a rioccupare il posto dei francesiper proclamare daccapo lasovranità di Ferdinando III. I due reggimenti di cosacchientrando inFirenze dalla porta al Pratopassarono di Mercato Vecchio; e rimasefamosa la stupida ingordigia di quei soldati quasi barbarii qualitraversando mercatoe vedendo agli ortolani i panieri delle zucchettinele prendevan per fichi e con le lancie le infilavano e le mangiavano senzaaccorgersi che erano zucche.... meno dure delle loro ma non meno sciocche.I più intelligenti infilavano invece i salamiche i pizzicagnolitenevano a mostra appesi sotto la tettoia della bottega.

Gli aretini che avevano sul petto e nel cappello immagini della Madonnaed abitinientrarono gridando " Viva Gesùe Viva Maria!". Ein questi due santi nomi prendevano e rubavano tutto quanto loro capitavasotto. I fiorentini che non si smentiscon mai neppur nelle disgrazieparafrasavano quelle religiose grida furfanteschedicendoquandovedevano quei branchi d'aretini:

Viva Gesù e Maria

E questa roba l'è mia!

Gli aretini se ne andarono mettendo l'assedio a varie cittàpercorrendo buona parte d'Italiadove però non c'erano più francesi.

Il 20 luglio arrivò a Firenze anche il generale Klenauche alloggiòal palazzo Riccardi. Egli abolì subito il bollo francese e rimise in usoquello di Ferdinando III.

Ricostituì poi la guardia cittadinadetta urbanache fucomposta di dodici compagnie di 120 uominila quale intervenne ad unagran rivista passata dallo stesso generale alle Cascineed alla qualeintervennero quei due reggimenti di cavalleria russa"armati dipicche con le quali avevano infilato le zucche e i salamie vestiti consuperbe uniformi che destarono meraviglia e stupore nel popolo che gliaccompagnò in fortezza gridando: Viva l'imperatore Paolo!".

Intanto fra il Senato ed il governo provvisorio di Arezzo nacque unaperto dissidiopoiché una deputazione aretinaguidata da NiccolòGamurriniera andata a Vienna ad umiliare ai piedi di Ferdinando III laproposta di separare dal resto della Toscana gli Stati occupati dagliinsorti. Ma siccome l'insurrezioneper il modo con cui era stata condottae per i furti e saccheggi ed altre infinite ribalderie fatte in nome di MariaSantissima e di San Donatoaveva dato luogo ad infinite lagnanzecheeran giunte anche a Viennacosì il Granducaper mezzo del suosegretario Luigi Bartolinifece rimettere ai deputati d'Arezzo undispaccio che cantava molto chiaro.

Quel dispacciodopo i soliti complimenti d'uso circa"l'ammirazionela gratitudine ed il plauso di S. A. per il coraggiofermezza e fedeltà di tutto quel popolo toscano" cioè aretino"che il signor Gamurrini aveva l'onore di rappresentare e che conl'assistenza di Dio e di Maria Santissima" che non ci pensavannemmeno "aveva diminuite le disgrazie cui soggiaceva ilgranducato"conteneva altresì l'esplicito volere della prefata A.S. la quale non ammetteva nessuna distinzione e separazionedovendo tuttii toscani essere uniti e sotto di lui.

Per dorare poi la pillolasi diceva che S. A. aveva presentato al suoimperiale fratello il signor Gamurriniil quale era stato fatto conoscerea tutta la reale famiglia.

Il governo provvisorio d'Arezzo fu costretto a fare buon viso a malafortuna; ed il 5 di settembre mandò fuori un avviso col quale annunziavache i felicissimi Stati di S. A. il granduca Ferdinando III erano statiliberati "dall'oppressione dell'usurpato governo francese" e che"le gloriose vittorie degli invitti eserciti imperiali e gliintrepidi sforzi delle combinate armi austro-aretine-russe" liavevano assicurati da ulteriori invasioni.

Dopo questa fanfaronatail governo provvisorio veniva a dire che S. A.pulitamente e bene "per il canale dell'inclito Senatofiorentino" gli aveva fatto sapere che i componenti quel governo sene potevano tornare a casa "e che dovessero cessare tutte le misureprovvisorie state preseripristinando tutto l'antico sistema politico edeconomico". Cessato così il potere di quei governanticelebraronoil termine della loro esistenza con una solenne funzione nel Duomo diArezzocantando un Te Deum solennissimo!

Il governo posticcio rimasto a Firenzecominciòper non sbagliaredal voler far quattrinipoiché i nuvoloni avevan lasciate lecasse vuote. Io non voglio dire come disse il Guerrazziche "dacchél'uomo nacque con mani fu ladro". No; l'ha detto luinon c'èbisogno di ripeterlo; ma è un fatto che fra chi andava e chi venivafacevano a chi portava via di più.

Quindi il governo rivolse un appello ai cittadinii quali non poteronocorrispondere che con poche migliaia di lireessendo già esausti. Fuallora intimatocon spirito di malvagia persecuzioneun imprestitoforzato agli ebreiche si dicevan possessori di grosse somme nascoste;ciò che non era punto veroperché anch'essi erano stati frugati bene enon maleed eran ridotti così al verdeche non parevan più nemmenoebrei.

Per conseguenzala delusione dei governanti fu completa.

Invece però di pensare a dare un assetto qualsiasi alle finanzeessisi diedero con una specie di voluttà feroce a far processi ai giacobini;ed in quindici mesifra prima e doposopra un milione d'abitantichetanti ne faceva la Toscanane furono intentati trentaduemila "pergenialità francese"! Molti cittadini per antichi rancori furonoanche messi alla gogna alla colonna di Mercatodove si mettevano soltantogli assassini ed i ladri.

Alla fine di luglio partirono le truppe russe ed i due reggimenti didragoni austriaci "Kaiser" e "Arciduca Giovanni". Fucantato anche allora in Firenze un altro Te Deum in Duomoconl'intervento del Senato e di settanta dame fiorentine vestite di nero ecol velo in capoper onorare il generale Klenau e... più che altro ilsuo stato maggiorecomposto di ufficiali delle più distinte famiglieepiuttosto bei giovani!

In questo tempo giunse la notizia della morte di Pio VIavvenuta aValenzanel Delfinatoil 29 agosto; e mentre che a Firenze si apprendevatale nuovagiunse l'altra dello sbarco a Livorno del re di Sardegna CarloEmanuele IV il quale "veniva colla pia consorte ad alloggiare nellaconsueta villa del Poggio Imperiale"; il Senato lo accolserispettosamente a nome di Ferdinando III; ma cercò di non compromettersi.

Il mesto monarca aspettava che gli alleati gli rendessero i suoi Stati;e nella tranquillità del Poggio Imperiale gli erano gradite le visite chegli faceva Vittorio Alfieri. Carlo Emanuele si trattenne in Firenze finoal giugno del 1800.

La vittoria di Marengo mutando a un tratto faccia alle coseriportò agalla Napoleone. Il Granducaimpensierito per le conseguenze che nepotevano derivareavendo saputo che l'inetto e stolto governo di Firenzeaveva daccapo eccitate le masse e specialmente gli aretini ad armarsirimandò subito da Vienna il senatore Bartoliniil qualecon i senatoriAmerigo Antinori e Marco Covonipiù invisi ai reazionaried il generaleSommariva comandante i presidii tedeschicostituì una nuova"Reggenza" la quale fu più fatale delle altre dueperchécommise arbitrii e vendette alla sua volta. Gli aretini poi dalla reginaCarolina di Napoliche passava da Firenze per andare a Trieste eranoeccitati sempre di più. Tutto questo giovò a Napoleoneil quale pensòsubito a rifarsi degli smacchi subìtioccupando il 18 ottobre I799Livorno e bombardando Arezzoed entrando poi di nuovo in Firenze con lesue truppeche portarono come trofeo di guerraotto bandiere tolte agliaretinidiciotto cannoni e trecento prigionieri.

Quando pareva che a poco a poco si mettesse un po' d'ordinela Toscanadopo nuovo alternarsi di governi provvisoriie di ritornare a ciò chepoc'anzivia via aveva lasciatoebbediciamo cosìla promozione. Essafu convertita in regno d'Etruriamediante il trattato di Lunevillepassando in dominio ai Borboni i quali cederono in cambio di essa aNapoleoneproprio come se fosse stata roba suaParma e Piacenzaperchéne ingrandisse lo Stato Cisalpino. Regnanti e console si barattavanprovincie e popolicome i ragazzi fanno dei giuocattoli.

E giacché li lasciavan farefacevan bene.

Il 15 ottobre 1800 i francesi rioccuparono la Toscana per conto dellaSpagna. La miseria era estremaspecialmente nel medio ceto a causa deimolti impiegati licenziati perché d'opinioni contrarie alla repubblicaedei commercianti che si trovavano in difficili condizioni per esser fermii portiai quali non approdavan più i bastimenti che portavano il grano.Cosicché i francesiper togliere una delle tante cagioni di malcontentopensarono di occupare tutta questa genteridotta senza aver da mangiarefacendo costruire un loggiato dalla parte esterna della porta alla Croceche fu di grande comodità quando nei giorni di mercato pioveva. Era peròdoloroso il vedere tante persone di civil condizione con le manisanguinanti perché non abituatela quella sorta di lavoroe che in abitipuliti si piegavano a far da manuali e da facchini.

Il 9 febbraio 1801 l'imperatore Francescofratello di Ferdinando IIIrinunziò per sé e per i suoi discendenti al Granducato di Toscana edalla parte dell'Isola dell'Elba che ne dipendeva.

Il 21 marzo fu istituito legalmente il nuovo regno d'Etruriasotto lo scettro dell'infante Lodovico di Parmae tutte le autoritàlaiche ed ecclesiastiche che ne furono informatevi si assoggettarono conuna specie di soddisfazione. Soltanto il colonnello De Fissougovernatoredi Portoferraiosostenuto e protetto dietro le scene dall'Inghilterrache per pigliareanche leiha sempre avuto un cuor di Cesaresirifiutò recisamente di riconoscere per sovrano il re Lodovico; ed allaintimazione di uniformarsi alle nuove disposizioniebbe il fegato dirispondere con lettera del 7 agosto 1801 che "non constando a luidella renunzia al Granducato di S. A. R. Ferdinando IIIArciducad'Austria e Granduca di Toscanaqui (in Portoferraio) non si attendononésenza farsi rei di ribellione in prima classe si possono attenderegli ordini del re d'Etruria sconosciuto al comando di Portoferraio".

Conchiudeva poi dicendo: "Se mai costà piacessesi pubblichipure che il Paviglione dell'Austriaco regnante è inamovibile da questiposti; sappia ciascuno che vien protetto da mano potente; che la GranBrettagna non ne permette l'abbassamento".

E così Portoferraio stette apparentemente fermo per Ferdinando IIIinsostanza per l'Inghilterrafino alla pace di Amiens.

I nobiliche dispregiavano i patriottirimasti sino allora nascostiin campagnatiraron fuori le cornaquando sentiron pronunziare di nuovola dolce parola sovranotanto più che di costui nessuno ne sapevanulla.

Questo re balzato all'improvvisogenerò lo scontento generale.

I veri liberali che non volevan sapere né di Ferdinandoné difrancesi né d'austriaciné di Borbonima intendevano solo di avere unagrande patria italianafurono contrariati di quest'altro atto arbitrariodel primo consoletanto più che il nuovo sovrano d'Etruria veniva da"una schiatta" così retrogradada tornare indietro d'un secolopiù che sotto il Granduca.

Agli altri partiti dei francesidegli austriaci e del nuovo reapparteneva tutta gente che era degna del dispotismo straniero. 1 nobili ei preti erano i più fanatici per Lodovico Borbonepoiché conoscevano lebigotterie del padreed erano certi che il venire dalla Spagna dovel'autorità del re era il solo diritto conosciutola canaglia plebeasarebbe stata oppressa quanto meritava. Sentimentidegni invero dionesti cittadini!

L’infante Lodovicoregalato da Napoleone alla Toscana ribattezzata"regno d'Etruria" aveva ventott'anniquando dal primo consolegli venne destinato il trono. Eglibenché fosse d'alta statura e dibell'aspettonon aveva nulla di regale. Aveva i capelli biondi come unafanciulla tedescae li portava pettinati all'índietro terminando in uncodino legato da un nastro neroche finiva con un fiocco. Aveva piùl'aria di melenso che di principee vestiva con molta trascuratezza. Suamogliepiccola e brunatozza della persona e di carnagione ulivastracon occhi neri vivacissimi e penetrantisenza istruzionema d'unasuperbia veramente spagnuolaera il tipo della donna da casa borghese.Per conseguenzasotto certi rispettipotevan dirsi una coppia e un paio.

Il 21 aprile 1801 i due nuovi regnanti della Toscana lasciaron Madridscortati da due reggimenti di cavalleria "vestiti a nuovo" finoal confine francesepoiché si recavano a Parigi a ricever scettro ecorona dalle mani del primo console. Gusti quelliche non poteva levarsiun altro console che non si chiamasse Napoleone.

Nella carrozza della futura regina venne messa una cassetta piena didecorazionida regalarsi alle dame della sua cortequando l'avrebbecostituita; e re Carlo IV vi fece anche aggiungere un sacco pieno di luigid'oro.

Napoleone preparava a Parigi accoglienze sfarzose agli sposi Borboni;ed aveva ordinato che fossero ricevuti con grande onore nelle città dellaFrancia. ove ad essi fosse piaciuto di fermarsi.

Infattiappena arrivati a Bordeaux la trovarono in festae quando lasera si recarono con le autorità al teatro che era tutto illuminatofurono accolti da grandi applausispesso però superati da fischisibilanti e acutissimi; cosicché una cosa bilanciò l'altra se non lasorpassò.

A Parigi arrivarono il 25 maggioed il giorno seguente si recaronoalla Malmaisonnome di cattivo augurioin un antico carrozzone tirato daquattro muli. Alla MalmaisonNapoleone li ricevé da regnante più che daconsolecircondato dal suo stato maggiore. L'infante e la moglieviaggiavano col titolo imposto loro da Napoleone stessocioèdi conte econtessa di Livorno. Appena Lodovico vide il primo consolel'abbracciò elo baciò come se fosse stato suo padre. Napoleone che non s'aspettaval'amplesso di quel fanciullonecredendo che avesse inciampatogli stesele braccia per sorreggerlo. I sovrani d'Etruria si trattennero a Parigivario tempo; e quell'ingenuo principe che Napoleone regalava alla Toscanadiede la maggior prova della sua pusillanimità il dì 3 giugnonellacircostanza della grande rivista fatta in suo onore davanti alleTuilleries. Nientemenoche cotesto tipo novissimo di sovranoavendo unaindecente paura dei cavallipreferì di stare a godersi lo spettacolo daun terrazzinomotteggiato e deriso dai generali e dagli ufficiali che siburlavan così per causa sua della Toscana e dei fiorentini che dovevanoossequiarlo come re!

Ma ciò non è tutto.

Questo sovrano buffonepoiché tale è il titolo che gli spetta nellastoriaprofittando della confidenza che a mano a mano prendeva coiconiugi Bonapartesmettendo la timidezza che gli era abitualefacevaspesso in loro presenzae dei familiaripare incredibilele capriolesul tappeto della salacome fanno i ragazzacci di stradao i pagliaccidelle arene!... Di piùinsegnava ai generali ed al seguito militare diNapoleonea cantare il Tantum ergo ed altri inni sacrifacendosideridere da quella gente fiera e guerrescache aveva tutt'altro dapensare che al Pange linguae.

E tanto si prendevano giuoco di luiche per scherno gli portavano ibalocchi che avevan servito ai piccoli. Beauharnaisperché con quelli sidivertisse!

Il 30 giugno 1801 i sovrani d'Etruria partirono da Parigi accompagnatie scortati da 260 ussari francesi che li accompagnarono fino a Parmadovesi fermarono per qualche tempo. Finalmente il 12 agosto arrivarono aFirenzecapitale d'un regnoche non si sarebbero mai sognati.

In questo frattempo il generale Muratcomandante delle truppe francesiin Firenzeemanò un proclama per annunziare ai toscani la gran fortunache stava per piombare loro addossocon l'arrivo del nuovo re. E anchequesto proclama contenevaper i veri ben pensanti che sapevan leggere trale righela solita beffarda canzonatura. Bastano infatti le prime parole:"Toscani! Voi siete distinti tra i popoli per il vostro attaccamentoalla Monarchia: un Re vi annunzia che egli viene a prendere le redinidello Stato".

Finché al governo francese piaceva di occupare la Toscana per contoproprioallora lodava i toscani perché eran repubblicani anche se erancodini; e dovevano esser repubblicani per forza: quando poi gli piaceva dimandare un recome voleva luiallora li lodava perché attaccati allamonarchia; quasi che i buoni e pacifici toscani non potesseronemmen mangiarese a Palazzo Pitti non c'era a sedere un re.

Il proclama di Murat continuando nella canzonaturadice che lavenerazione dei toscani per le istituzioni e per la memoria dei principiche inalzarono il paese al più alto grado di splendore (gli antichi tempidella repubblica il generale francese non li rammentava più) avrebberospinto il re Lodovico a continuare nell'opera della loro saviezzaed ilsuo avvenimento al trono presagiva tutti i successi gloriosi del regno deiMedicidai quali cavillosamente si voleva far discendere!

Ce n'erano ancora peròdelle belle parole nel proclama di Murateche ai liberali parvero tante staffilate. Di fattoaveva la disinvolturadi dire che egli si era sforzato di far godere i benefizi della paceeche erano state rispettate le proprietà e le personee che i toscani nonavevano sopportato che le pure spese per il mantenimento dell'armatadimostrando a lui un vero attaccamentociò che formava la suasoddisfazione. "Il nuovo re terminerà di cicatrizzare le piaghedella guerra".

Prima di venire a FirenzeLodovico mandò in sua vece il"marchese di Gallinella conte Cesare Venturacavaliere Gran Crocedel reale e distinto ordine di Carlo IIIgentiluomo di camera conesercizioe consigliere del consiglio di Sua Altezza Realeil signorinfante Duca di ParmaPiacenza e Guastalla"a prendere possesso insuo nome del regno della Toscanaricevendo nei modi solitigli omaggi ei giuramenti consueti.

Ed il 2 agosto ebbe luogo in Palazzo Vecchio la solenne cerimonia delgiuramento al nuovo Sovranoalla quale intervenne Murate il Magistratocivico fiorentino "come rappresentante il soppresso Consiglio deidugento".

L'avvocato regio Tommaso Magnanied il luogotenente del Senato OrlandoMalavolti del Beninoebbero l'audacia di pronunziare all'indirizzo delnuovo rein presenza del suo mandatario marchese di Gallinellacon tuttala filastrocca dei titoli alla spagnolacompreso quello di"gentiluomo di camera con esercizio"ipocrite e in quel momentoin ispeciemendaci parole. Ecco quelle pronunziate dall'avvocato regioMagnaninel "favellare agli astantisulle lodi del passato e delnuovo monarca".

"Bene a ragione avete manifestati finora col profondo vostrodoloreo clarissimi senatorio fedelissimi cittadinii grati sentimentidi un cuoreche è troppo giustamente oppresso dalla perdita dell'ottimodell'augusto Ferdinando IIIdel Reale Granduca di Toscanagià vostroclementissimo sovrano. Questo principedestinato a governare e felicitarealtri popoliprincipe magnanimogiusto e beneficodoveva benrisvegliare negli animi vostri i più teneri movimenti d'amore e digratitudine. Foste voi testimoni del di lui adorabile caratteree laToscana tutta poté riconoscere in esso quanto influisca alla felicitàdei popolila saviezzal'umanitàla giustiziadel sommo imperante.

La perdita però benché dolorosabenché sommava ad ottenere nellarisoluzione delle cose un efficace riparo".

Con queste lacrime di coccodrillo si rimpiangeva un buon uomo mandatovia come un servitore licenziato su due piedinon perché fosse chiamatoa felicitare altri popoli; ma perché i francesi non ce lo vollero piùper venirci loro. E l'insolenza della concione dell'avvocato regiorisaltava maggiore dal fatto che appunto il trattato di Lunevillecomeabbiamo vedutoconvertiva la Toscana in Regno d'Etruriae l'assegnavaall’infante Lodovicol'imperatore Francesco nel dì 9 febbraio 1801 anome del fratello granduca Ferdinandoper sé e suoi successoririnunziò alla Toscana ed all'isola dell'Elba: e l'imperatore stesso siobbligò di indennizzarlo in Germania di quanto perdeva in Italia. E lameschina indennità consisté nello spogliare l'arcivescovo di Salisburgodella potestà laica che esercitava insieme con l'ecclesiastica nella suadiocesie formarne un principato per Ferdinando IIIche assunse iltitolo di Elettorefacendoin tal guisacome si suol direquinta perdiscendere.

Così il cristianissimo imperatore diede un minuscolo esempio disoppressione di potere temporale. Ma in casa nostra costoro fanno idifensori della Chiesa!...

A queste spudorate parole si unì lo smacco delle altre ad elogio delnuovo padronedicendo: "Felici noiche vediamo rianimate le nostresperanze con l'avvenimento al trono di S..M. Lodovico PrimoInfante diSpagnanostro Re e Signore"!...

Ribadì il chiodo il Malevolti del Beninocominciando anche lui colpiagnucolare sulla "rimembranza dell'amara perdita fatta dell'amatonostro sovrano il serenissimo granduca Ferdinando IIIdestinato agovernare e felicitare altri popoli"e proseguiva: "la memoriadi un tenero padreche formò sempre la deliziala felicità deisudditie l'ammirazione delle Nazioni tutte d'Europanon poteva noneccitare vivamente la nostra tenerezzail nostro dolore; le di luisovrane beneficenzele regie di lui virtùil di lui dolce e generosocaratteresaranno eternamente scolpiti nei nostri cuorie semprerammenteremo con piacere il nostro benefattore".

E di fatti lo ricompensaron bene il loro padre e benefattore!

"Solamente" continuò con la sua faccia verniciata il DelBenino "poteva calmare il nostro cordoglio quel nuovo monarca che civiene annunziato; e S. M. Lodovico Primo poteva solo eccitare in noi isentimenti di gioia e di letizia". Ed ora bastano le citazioniperché si fa il viso rosso soltanto a leggerlequeste parole. I liberaliveri se non amavano Ferdinando perché soggetto all'Austrianon ebberomai la viltà di fingere un dolore che non sentivanocome facevano coloroche gli si eran sempre protestati affezionatissimi sudditi ed umilissimiservitori.

Che brava gente!

Avvenuta così la cerimonia del giuramentola città si preparò aricevere i nuovi sovraninon foss'altro per la curiosità di vederecom'eran fatti.

Giovacchino Muratil più bel generale dell'esercito franceseche lateneva più dai realisti che dai giacobiniaccompagnato da uno stupendostato maggiore di generali e d'ufficialied alla testa di tutta la truppafranceseandò a ricevere i sovrani davanti al parterre fuori di porta aSan Gallofacendo così un francesead un re di stirpe spagnolaglionori di casa in una città italiana.

Uno squadrone di dragoni francesi ed uno di polacchi - poichéscortavano il re d'uno Stato italiano! - aprivano il corteggio di mezzotrottoper far largo all'immensa follache spaventata si rifugiavacontro i muri delle case.

Il corteggio magnifico era chiuso da un plotone di cavalleria polaccapreceduta dalla fanfara. E con questo apparato francesespagnuolo epolaccoentrarono in Firenze i sovrani dei regno d'Etruriacome laToscanacon appellativo da Museosi era voluto dal dittatore di Franciache fosse chiamata.

Dagli etruschi veri ai toscani d'alloraci correva pocomatutt'insieme!...

Così entrò Lodovico di Borbone in Firenzedove non c'era mai stato edove veniva da reinsieme con la moglie ed il bambinoCarlo Lodovico.

La sera vi furono le solite illuminazioniil consueto giubbilelasolita gioia spontanea imposta con le notificazioni delle autorità cheeccitavano il pubblico sentimento a forza di editti e di paroloni.

Gli uomini di cui si circondò Lodovico di Borbonelo consigliarono aporre in oblio tutte le divergenze dei partiti e ad esortare i sudditialla concordia e a quella benevolenza di cui egli per il primo daval'esempio.

Ma coloro che secondo le promesse del Muratsi aspettavano dal sirespagnuolo il risarcimento delle piaghe della passata guerrastavanfreschi: perché il nuovo sovrano venne ben presto a noia a causa delle"imperiosità e delle dissipazioni della corte" che finivan dirovinare lo stato: ed anche perché essa riceveva gli ordini dallaFranciaciò che valse a riaccendere nel popolo il desiderio di riavereFerdinando III. Almeno si sapeva dove si cascava!

Ma di ciò non si preoccupava Napoleoneil quale tempestava di lettereil governo etrusco e d'ordini il residente francese a Firenzeper averecome senseria del trono d'Etruriaaltri oggetti preziosi delle nostreGallerie. La sua fissazione più tenace era 1a Venere de'Medicipoichévoleva effettuare un suo antico progetto di rapina velato dalle parvenzedi capriccio artistico.

Nel 1796 la celebre statua dell'Apollo di Belvedere fu portata perordine del liberatore d'ItaliaNapoleoneda Roma a Parigi come trofeo diguerra; e siccome egli soleva dire che aveva in mente di fare unmatrimonio tra l'Apollo e la Venere de'Medicicosì il senatore Mozziministro degli estericonsigliò il re d'Etruria di mandare nel 1802 aPalermo in deposito sotto la tutela e protezione del re Ferdinando IVlaVenere detta de'Medici insieme ad altri preziosi oggetti delle Gallerieper salvarli dalle rapaci mire dei francesi e più specialmente di quelgenio artistico del Bonaparte. Responsabile e custode di tali preziosioggetti fu il cavalier Tommaso Pucciniche si recò appositamente aPalermo. Ma Napoleone che considerava il re Lodovico quanto il terzo pièche non avevanon si diè per vinto; e mentre faceva mille moine ecarezze ad Averardo Serristorirappresentante etrusco a Parigiconquideva continuamente il re di Napoli insistendo per avere la famosaVenere. Il re aveva fatto sempre mille salamelecchi al cavalier Pucciniche teneva d'occhio gli oggetti della Galleria di Firenze depositati inPalermoe gli protestava che li avrebbe fatti gelosamente custodire peressere restituiti subito che gliene sarebbe fatta richiesta.

Ma un bel giorno il bravo Ferdinando IV di Napoli fece notificare alPuccini che la Venere de'Medici per ordine del Bonaparte e col pienoconsenso del re d'Etruria era già in viaggio per Parigi. Tutto questoperò fu un intrigo del Bonaparte con la complicità di Actonche fececredere al cardinal Pignattellireggente la Siciliache effettivamenteil governo d'Etruria era convenuto con Napoleone di cedergli la Venere.Intanto la statua partìe "Francia applaudìvedendo accrescere ilMuseo di Parigi colle spoglie di popoli più traditi che vinti".

Il cavalier Pucciniper la paura che anche gli altri oggetti preziosimercè le astuzie del Bonapartedovessero seguire la sorte della Venerescrisse subito a Firenze perché si pensasse al modo "di ritiraresollecitamente in Toscana gli altri monumenti con il loro Direttore (cheera lui stesso)cui non molto confacevasi l'aria di Sicilia".

A buon intenditor poche parole. Era quanto dire che avere affidati glioggetti preziosi dellaGalleria di Firenze al re delle due Sicilieeralo stesso che aver fatto il lupo pecoraio!

Questo smacco inasprì maggiormente i fiorentini; tanto più che imigliori vedevano che il governo del re d'Etruria riportava lo stato allepeggiori consuetudini del passato. Non prevalevano che i gesuiti ed ilcleroe si pose mano perfino a ripristinare il tribunale dellainquisizionegià soppresso da Pietro Leopoldo. L'arcivescovo Martiniche nel 1796 aveva tolto di mezzo lo scandalo dei miracoli dellaConcezione di Via del Ciliegioora aveva voltato bandiera anche lui; edera uno dei più caldi fautori di una stolta superstizione. Egli favorìla falsa credenza dell'apparizione nelle vicinanze di Villamagna di unamadre defunta alla propria figliuola; e la non meno stolta portentosamoltiplicazione dell'olio nel monastero di Santa Maria Maddalena. Nonsdegnò nemmeno di appoggiare le imposture di una certa Borsellicheabitava in Piazza San Marcola qualedandosi aria di profetessapretendeva indovinare i futuri eventispacciando le più grossolane foleagli ignoranti che a torme si recavan da lei. Fra le altrediceva cheessa era stata bastonata dal diavoloperché adorava certe immagini dirame a cui ella attribuiva i più strepitosi miracoli. Se. almeno fossestata vera quella bastonaturasarebbe stata la prima buon'azione deldiavolo!...

La polizia si preoccupò seriamente dei malcontento della gentesensatache biasimava con sdegno tali sconcezze in un paese che neipassati tempi era stato ammirato per la sua grande civiltà. Onde noncurando il falso bigottismo eccitato dai preti nella plebecercò ditroncare quello scandalo. Ma il Martini vi si oppose. Allora il rimediopiù efficace fu il dileggio e il disprezzo dei fiorentinii quali nonavendo ancora dimenticati i tristi effetti del fanatismo degli aretinimisero tanto in ridicolo l'arcivescovola Borsellii miracoli e quellistraccioni che ci credevanoi quali finirono tutti per smettere e non sene parlò più.

Questo darà un'idea di ciò che era ridotta Firenze sotto il nuovoregime del Borbone. I conventi eran pieni di ragazze che non avevanneppure l'età necessaria. ma che vi si rifugiavano più per aver damangiare e non far nullache per sentimento religioso. Gli scandali deiconventi peròdove formicolavano tante ciondolone senza voglia dilavorarefurono enormi; ed è meglio non parlarne!

La Toscanao diciamo anche l'Etruriaandava a rifascio; ed a questocontribuiva grandemente la salute del reil qualeessendo epilettico nonpoteva occuparsi degli affari di Stato. Cosicché il vero re d'Etruriaera... la reginala quale si intrometteva in tutte le faccende anche piùimportantie comandava a bacchetta. "Ella era vana e presuntuosa dispiritodi modi imperativi e prepotenti; i pregiudizi delle donne plebeesi accoppiavano in lei coi difetti delle più orgoglioseprincipesse". Di qui facile il credereche essa esercitasse sempre"amplissimo predominio sull'animo del debole marito"; il qualenon soddisfatto di non contar quasi nulla di fronte alla moglievolleanche attestarlo pubblicamente con uno speciale motupropriochiamandolacon quello "a parte dell'autorità sovrana" poiché il re stessodichiaravae quando lo dice lui bisogna crederciessere ella dotatadi rari meriti personali!

Ci si ritrova proprio il giullare che faceva le capriole dinanzi aNapoleonee pretendeva d'insegnareai generali del suo stato maggioreacantare il Tantum ergo!

Per dir la veritàa mandarci Lodovicoil Console ci fece un belservizio! È vero però che non era il primoe pur troppo non ful'ultimo!...

Il maggior tracollo della poca popolarità del governo di LodovicoBorbone fu dunque l'assoluta padronanza dello stato che prese la reginaMaria Luisa. Essasedotta nel suo volgare orgoglio dalla simulatacupidigia "di cortigiani e di cortigiane indegnissime" concesseil suo particolare favore al conte Odoardo Salvatico di Parma e allesorelle Paglicci "tra i bassi intriganti spregevoli". DelSalvatico basta questo ritratto: "Senza essere egli di cattivo cuoreera ignorante e da nulla; si lasciava condurre dai frati e dal Nunzio. Ilrovesciamento d'ogni buon ordinela total rovina delle finanzel'istallamento delle persone più inette nei più alti gradilalegislazione paralizzatatutto era effetto non della cattivitàma dellaincapacità di quest'uomo".

Nell'autunno del 1802 i sovrani d'Etruria s'imbarcarono a Livorno soprauna nave spagnuolaaccompagnata da una squadra stata loro appositamenteinviataper andare a Madrid ad assistere alle nozze del principe delleAsturie con una principessa di Napoli; e a quelle tra il principe diCalabria con una infanta di Spagna.

Partirono i sovrani con prospero vento; ma ben presto incolse loro unacosì fiera burrascache corsero serio pericolo. Per colmo di disdettala regina prima di giungere a Barcellona fu presa dalle doglie del partoe diede alla luce una bambina. Furon poi contenti quando si trovaronoriuniti a Madrid fra loro parentitutti d'una medesima razza!

Il re Lodovico peggiorò grandemente delle sue condizioni e dovétrattenersi fino alla fine dell'anno a Madridnon essendo in grado diporsi in viaggio. Finalmente il 29 dicembre la Corte Etrusca s'imbarcò aCartagena e giunse a Livorno il 7 gennaio I 803.

Non c'è da dire che avessero avuta furia a riportare in giù quelcamorro!

Ma gli strapazzi del viaggio fecero peggiorare ancora di più quelvacillante re: ed il magistrato civico di Firenze era ansioso di saperequando i sovrani amatissimi fossero tornati a Firenze per poterne dareintempo debitoconsolante avviso al pubblico.

Quel ritornonon punto necessariofu annunziato al popolo con unasdolcinata e vergognosa notificazione affissa il 12 gennaio 1803. Elo stupido documento merita d'esser riprodotto nella sua integritàperdimostrare a qual grado di abiezione era giunta Firenzerappresentata dapersone servili ed inetteche avevan perduto perfino la forma del gigliofiorentinolo stemma glorioso dell'antica cittàriducendolo a quellaspecie di granchiodi cui aveva tutta l'apparenza.

NOTIFICAZIONE

Il Gonfaloniere e Priori Rappresentanti la Comunità Civica di Firenzedopo di avere con altra loro notificazione augurato il felice ritornodelle Loro Maestà i Nostri Amatissimi Sovranisi riservarono di rendernoto anche al pubblico il giorno precisoin cui era luogo a sperare chefacessero il loro ingresso in questa Dominanteonde potesse ognunopermezzo di un'illuminazione alla Casa di propria abitazioneesternare lagioiail giubbilo ed il contento che seco traeva una così faustaricorrenza.

Essendo stati prevenuti pertanto che questo sì bramato avvenimentopossa effettuarsi nella sera del dì 13 stantesi fanno un dovere diavanzarne la presente loro partecipazioneacciò possan tutti gliabitanti con sentimento di filiale amore saziarsi nella vista di pegnocosì preziosoaugure di prosperi futuri eventiin cui sono riunititutti i voti. della Nazione Toscanaalla quale è toccata la sorte digoderne il Vassallaggio e la Protezione.

Dalla Cancelleria della Comunità di Firenzeli 12 gennaio 1803.

MICHELE ROTIGonfaloniere

VINCENZIO SCRILLICancelliere.

Due belle teste quel Roti e quello Scrilliper avere il coraggio discriver quella po' po' di roba ad un popolo che aveva un passato cosìdiverso dal presente!

La primaveranella quale eran riposte le speranze dei medici per unmiglioramento nella salute del re Lodovicogli fu invece fatale. E nonpoteva esser di menoperché era tornato il giorno 13secondo le vietesuperstizioni della Corte. Gli insulti epilettici si fecero più frequentie più gravi; a questi si aggiunse una febbre catarraleche lo spense lasera del 27 maggio 1803assistito fin da ultimo da monsignor Martini. Lareginadichiarata reggente per testamento del defuntodurante laminorità del figlioassunse subito la direzione del governo.

Il popolosempre egualedopo essersi continuamente lamentato delmalgoverno del Borboneappena questi morìdimenticando tutte le noiosequerimonie passatepensò di svagarsi andando in folla al Palazzo Pittigiacché non si spendeva nullaa vedere la salma del re esposta alpubblico.

Se non ci fosse stata per molti quella occasione per vedere il Palazzoe farsi un'idea del come stavano i regnantisarebbero morti con quellavoglia. E la seranelle case del medio ceto e del basso popolo non siparlava d'altro che della magnificenza delle saledella ricchezza dellamobiliadei quadridelle lumiere e perfino delle scale larghe comestrade.

Il morto non lo rammentavan quasi nessuno; ose ne parlavanoera permagnificare lo sfarzo dei viticci con le candele gialle accese attorno alferetro; per celebrare la ricchezza del baldacchino sotto il quale eraespostoe lo splendore della grande uniforme con cui era vestito ilmortodicendo che era un vero peccato che tutta cotesta bella robadovesse andar sottoterra.

Un altro svago la folla lo trovò la sera del trasporto alla chiesa diSan Lorenzofatto con pompa di soldatidi clerodi magistrati e diciambellani. Il cadavere fu messo in deposito nei sotterraneidove sonole tombe mediceee dopo alcuni anninel 1815fu trasportato in Spagna esepolto nell'Escuriale

 

IV

Maria LuisaNapoleone I ed Elisa Baciocchi

Primi atti della reggenza - Visita ai Santuari - Il pontefice Pio VII -Un sonetto - Napoleone imperatore - Feste e luminarie - La principessaCarlotta di Parma - Editto della reggente - Le sorelle Paglicci - Lacaduta del regno d'Etruria - Lo Stato torna in mano di Napoleone - Nuoviordinamenti amministrativi - Diecimila reclute - Buoni proponimenti -Elisa Baciocchi principessa di Piombino - La Semiramide di Lucca - ElisaBaciocchi granduchessa di Toscana - La disfatta di Mosca - Una canzonefrancese - I napoletani a Firenze - Il prossimo ritorno di Ferdinando III.

La regina reggente con atto di politica femminile credé di fare ungrande effetto facendo prendere subitodopo trascorsi quaranta giornidalla morte del padrel'abito di cavaliere di Santo Stefano al nuovo reCarlo Lodovicoche non aveva ancora quattro annie di dare in taleoccasione un pranzosotto le Logge dell'Orgagnaa cento bambini e acerto bambine del basso cetopermettendo loro di portarsi a casa gliavanziil tovaglioloil bicchiere e la posata.

Il minuscolo rein collo alla madreassisté a quel pranzostandosotto un baldacchino eretto sul terrazzino di Palazzo Vecchio. Le musichedei reggimenti fucilieri "Reale Toscano" e "Realeinfante" e la fanfara dei dragonitutti schierati sulla piazzasuonavano alternativamentenel tempo stesso che dalle due fortezze sisparava il cannone. Povera polvere !

Vi furon poi il palio dei barberiil corso delle carrozze e la corsadei cocchicon Te Deumfuochi e luminarietanto per far vedereche è proprio vero che "chi muore giace e chi vive si dàpace".

La regina fu molto biasimata per avere sospeso il luttoonde sfoggiarevesti ricchissime in quelle feste; ma essa ne fece pronta ammendariprendendo il lutto appena terminate: e per dar sempre più nel genio aiparrucconi che l'attorniavanoe fare impressione sul clero e su tutti gliabatucoli mondani e i farisei che bazzicavano a cortesi recòa guisadi volontaria espiazionea visitare il monastero di Vallombrosal'eremodi Camaldoli e il sacro monte della Vernaconducendo seco il conteSalvaticoil balì Antinorila duchessa Strozzi e la contessaArrighetti.

Quest'atto della sovrana reggente intenerì i cuori di tutti i bigottiche la sfruttavano con la scusa della religione e con l'orpello dellavirtù. Essi portavano ai sette cieli la mortificazione che Maria Luisa siera imposta recandosi in quei monasteri di fratie di volere essadegnarsi di prender parte a tutte le loro funzioni e intervenire a coroanche nelle ore di nottesedendo accanto al padre provinciale!... Espinse la sua umiltàpoverettafino a volere abitaretanto aVallombrosache a Camaldoli e alla Vernanello stesso quartiere delpadre abate. Tant'è veroche alla Verna c'è sempre una celletta eun'altra stanza dette "il quartiere della regina". Desideravaproprio di levarsi la voglia della vita fratesca!... Perfino alla suamensa volle che si assidessero il guardianoil provinciale e il padreabate. E perché questa mortificazione del corpo risguardasse lei solaordinò che le persone del suo seguito alloggiassero nella foresteria.Voleva esser sola a guadagnarsi il paradisonel convento dei frati!

Per compire il mazzo poiandò ad Arezzo a visitare il Santuario dellaMadonna del Confortonel cui nome gli aretini insorgendo avevan commessetante scelleratezze; ed andò anche a Cortona per venerare il corpo diSanta Margherita. Insommavollecon la sua presenza in quelle duecittàrendersi solidale della reazione del 1799. Ma il giusto Diovenneanche per lei.

Tornata a Firenzepretese di occuparsi da se stessa delle finanzedabuona massaiacon la scusa di volerle riordinare; ma in sostanza pervedere di prelevare sulle economie 250 mila lire l'anno. Essa dovécontentarsi di risparmiare per sé trecento lire il giornoattese lestrettezze incredibili in cui si trovava lo Statopoiché anchel'eredità che il defunto re aveva avuta poco tempo prima di morireperla morte del padreera stata più di scapito che di guadagnoper i gravioneri che portò seco.

Una cosa che non ci voleva appunto per la povertà. dello Statofu ilpassaggio da Firenze del pontefice Pio VIIche si recava a Parigi perincoronare imperatore Napoleone.

La reggenteal solitovoleva fare le cose alla grande; ma i ministriebbero a moderare la sua mania fastosafacendole replicatamente conoscereche c'eran più debiti che crediti: ocome diceva il popolosarcasticamenteeran "più i birri che i preti"!

Pio VII arrivò il 4 novembre 1804 a Cettinoluogo di confinee fuincontrato dal senatore Salvettidirettore generale delle postee da undistaccamento di dragoniche dalla reggente era stato colà inviato perscortare fino a Firenze il Ponteficeche fu ossequiato a Radicofani dalprincipe Tommaso Corsinimaggiordomo del re. Con esso eran pure il nunziopontificio a Firenze e i vescovi delle varie cittàper le quali sarebbepassato Pio VII. La regina andò ad aspettarlocon gran seguito di dame edi gentiluominialla Villa Orlandini a Poggio Torselli presso SanCascianodove spesso usava recarsi Maria Luisa.

Una di queste sue gite a San Cascianoavvenuta il 12 agosto 1804ispirò il dottor Francesco Guarducci "Pastore arcade e Accademicoetrusco" a dettare questo leziososmaccato e piuttosto bugiardosonettoche fa uggianon fosse altro per lo spreco delle letteremaiuscoleper dar più solennità al verso!

Donna Realche al Fiume Etrusco in Riva

I giorni fai tornar del Secol d'oro

Dell'Eroiche virtù sommo lavoro

Del benefico Nume imagin viva;

Al Tuo venir la Patria mia s'avviva

E t'offre quanto può; gemmeo tesoro

Non giànon Archio trionfale Alloro

Che a tanto grandeggar mai non arriva.

Ma in trionfo Ti dà l'umil suo cuore

Su cui Tu sai Regnar: dagli occhi suoi

Scorgiche per Te sola arde d'Amore.

Lascia al furor de' marziali Eroi

De' lauri sanguinosi il frale onore;

Tu più Nobil Trofeo vantar non puoi!

Per dire che Maria Luisa faceva tornare il secolo dell'oroe che lapatria del Pastor Guarduccicioè San Cascianole offriva l'umile suocuorementre negli occhi ardeva l'amore per leici vuole un coraggio daleoni!

Ma i pastori arcadidicevan quello e peggio. Non c'era da badarci.

Il Papa quando arrivò a Poggio Torsellisi soffermò al cancello chemetteva al viale della Villa Orlandinidove la regina e tutta la corteinginocchiatisi subito per non perder tempogli domandarono labenedizione. Quindi continuò per Firenzeseguìto da diciotto carrozzepiene di prelatidi segretaridi minutantidi camerieri segreti epalesidi cuochi e di servitori.

Sua Santità dopo il pomeriggio giunse a Firenze e scese alla chiesa diSanto Spiritoricevuto sulla porta da monsignor Martinimentre lecampane delle chiese scampanavano senza pietà e le artiglierie dellefortezze sparavano senza misericordia.

Non c'è bisogno di dire che fu cantato il Te Deum. La reginaintanto s'affrettò a tornare a'Pitti per ricevere l'augustissimo ospiteil qualeappena arrivato e preso possesso del suo quartiere al primopianoricompensò Maria Luisa di tante premure e di tanto onoreammettendola a baciargli il piede! Anche la corte fu ammessa a questoinvidiabile onore.

Per contentare il popoloche stipato giù nella piazza s'ammazzava perarrivar sotto il terrazzino implorando la benedizioneil ponteficedopopocoin piviale di teletta d'oro e con la mitria in capocomparve sottoil magnifico baldacchino eretto sul terrazzoe di lì diede la invocatabenedizione al popoloche si prostrò a un tratto tutto in ginocchionicome fosse rimasto fulminato.

Il giorno doponella Sala delle Nicchiefu da Pio VII amministrata lacresima al piccolo re Carlo Lodovico.

La mattina del dì 7il papa lasciò Firenze passando da porta alPratodiretto a Pistoia.

Egli fu ricevuto a Parigi con ogni sorta di distinzioni e d'onori; edil 2 dicembre 1804 nella chiesa di Nótre-Dame consacrava col crismaNapoleone Imperatorerivolgendo a Dio queste enfatiche parole:

"Dio Onnipotenteche avete stabilito Hazael per governare laSiriae Jehu re d'Israelemanifestando loro le vostre volontà perl'organo del profeta Elia; che avete ugualmente sparsa l'unzione santa deire sulla testa di Saulle e di Daviddepel ministero del profeta Samuelespandete per mezzo delle mie manii tesori delle vostre grazie e dellevostre benedizioni sopra il vostro servo Napoleoneche malgrado siamo noipersonalmente indegnioggi consacriamo Imperatore in vostro nome".

Pio VII ripassò da Firenze la sera del 6 maggio 1805entrando dallaporta a San Gallo e fu ricevuto con luminariearchi di trionfo ecannonate come se invece di uno Stato vicino a fallirefosse venuto inCalifornia. La reggenteal solitocon grande sfarzoandò a incontrarloa Cafaggiolo. Di lì il papa proseguì per Firenze; e mentre egli scendevaa Santa Maria Novella dove fu cantato l'eterno Te DeumMaria Luisaandò ad aspettarlo a'Pitti per riceverlo da Sovrana!

La regina reggente cominciava però ad accorgersi che i Ministri noneran più portati per la sua casa; e che cercavano di orientarsi di nuovoverso la Franciaed alcuni anche parteggiavano per il ritorno diFerdinando III.

Cosicché credé di operare con furberia accostandosi sotto sotto allaSpagna; e per ingrazionirsi con quella corte così stomachevolmentebigotta e falsacolse l'occasione dell'arrivo a Firenze della principessaCarlotta di Parmache s'era vestita monaca delle Orsolinee andava conaltre due monache a Roma per fondarvi un nuovo monasteroper farlesmaccate dimostrazioni: la prima fu quella d'andar fino a Cafaggiolo ariscontrarlacon un drappello di guardie a cavallo e con tale sfarzochecontrastava con la umiltà dell'abito della principessa; la secondad'andar con leivestita da monacaa girar per Firenze a visitare imonasteri; e quindi assistereinsieme con essadal terrazzino di PalazzoVecchiosotto un ricco padiglioneal passaggio della processione del CorpusDomini. E come se questo fosse pocodando ascolto ai vescovi che datanto tempo si lamentavano contro "il vestire sfacciato delledonne" che osavano andare in chiesa coi cappelli colle penneebbe ladisinvoltura di pubblicare questo curioso editto:

NoiCARLO LODOVICO II INFANTE DI SPAGNA E RE D'ETRURIA.

Le giuste doglianze de'nostri zelanti vescovi pervenuteci al tronocontro l'immodestia di vestirespecialmente del sesso femmininorestaormai scandalosa nelle chiese medesimead onta della loro vigilanzapredicazione e catechismoed hanno richiamato la nostra sovranaprevidenza a coadiuvarli per impedire e togliereper quanto da noidipendeun sì fatto intollerabile abuso.

Perciò col presente editto avvertiamo i nostri amatissimi sudditi adusare d'ora in avanti nella loro foggia di vestire la dovuta modestiacristianaspecialmente nelle chieseed a tralasciare in quellel'indecenteuso dei cappelli e di qualunque altro abbigliamento seducenteconsostituire inveceper il bene della societàla vera semplicità e lamodestianon escludendo da tale avvertimento sempre più le persone delteatrotanto per i balli che per la recita.

Attesa la fiducia dei nostri amatissimi sudditiabbiamo credutoespediente di restringere la nostra suprema autorità a questo sempliceavvertimentoconvinti che per loro equivarrà ad un comandosenzaobbligarmi ad addivenire ad ulteriori misure.

Dato da Palazzo Pitti

il 19 agosto 1807.

MARIA LUISAREGGENTE.

Mapovera donnafece come quello che lavava il capo all'asino: perseranno e sapone. Nel tempo che essa si dava da fare per mantenersi sultronoNapoleone e il re di Spagnafirmarono a Parigi un trattatoinvirtù del quale il regno d'Etruria tornava pari pari alla Franciaversoun compenso alla Spagna nel Portogalloche ancora Napoleone non avevaconquistato. Quello si chiamava trattar gli affari!

L'ultima consolazione che ebbe avanti il crollo del suo regnosulquale ormai non si faceva più illusionifu quella di vedere finalmenteuna delle sorelle Pagliccidopo tanto inutile brigaree tanto affannarsicon altri personaggi della Cortesposare il conte FerdinandoGuicciardinicolonnello dei cacciatori toscani.

Il matrimonio si celebrò nella cappella della villa di Castelloil 20ottobre 1807.

Queste Pagliccipettegole e intrigantiche erano le intime dellareginala qualecon grande scandalo delle dame di Corteportava alleCascine nella sua stessa carrozzanon furono ultima causa dell'antipatiache si acquistò Maria Luisa. Essa stava su tutti i chiacchiericci diqueste sorellele quali non avevano altra mira che di concluder qualchebel matrimonio fra i gentiluomini che frequentavano la reggiadiventandonemiche acerrimecon quelli che facevan loro la corte e poi le lasciavanoin assomettendo scandalie seminando zizzania. Per conseguenzaquandofinalmente il Guicciardini sposò la Margherita Pagliccialla regina piùche a leiparve di toccare il cielo con un dito. E spinta dalla sua ciecaaffezioneavrebbe voluto regalare agli sposi la villa di Castel Puccisei Ministri non l'avessero dissuasafacendole conoscere in ultimosiccomelei non voleva intendereche il regno d'Etruria c'era per oggi e non perdomani.

E più a proposito non poteva capitare la visita del cavalierD'Aubusson La Feuilladeplenipotenziario francese in Etruriail qualeil 23 novembre 1807 si presentò a leiche si trovava alla villa diCastelloper dirle che poteva lasciare la Toscana ed andarsenepoichéquesta non le apparteneva piùper il trattato stipulato in quei giorni aFontainebleau.

Maria Luisa ci pensò un pezzetto prima di partirema non ci furimedio. Quindi il dì 11 dicembre diresse un proclama al buon popolotoscano - poiché nonce n'è mai stato un altro che abbia avuto tantevolte di buono da tutti come quello toscano - col quale proclama essa loproscioglieva dal prestato giuramento di fedeltàsebbene nessuno vi sicredesse più obbligato. La reggente però fu l'unica sovrana che moltoscortesemente fosse fischiata da alcuni giovinastriquando fu fuor dellaporta a San Gallo; il popolobenché tanto buononon ne poteva più ditanti sconvolgimentie di questo fare e disfare di stranieriche parevasi dessero la mutauno mandando via l'altro.

È poi da considerareche nonostante le mezze difese dei partigianid'un governo retrogrado e faziosoMaria Luisadonna frivola e vanadilapidò l'erario pubblico in un lusso e in un fasto esagerato.

Dopo la morte del re le male spese non ebbero più freno. Nonconsiderando gli esorbitanti aggravi sopportati dalla misera Toscana innove anni di occupazioni stranierei quali assorbirono centosettemilioni di lire - cosa quasi incredibilese non fosse vera - la corteborbonica "montata con lusso parassito" accrebbe a dismisura ildissesto finanziario. "A tutti i momentii favoriti e le favoritecortigiane cospiravano a vuotare i regi scrigni". Ed il marcheseCorsinobile ma incapace ad amministrare la finanzametteva ogni cura afar sì che la Corte "non penuriasse di danaro erogabile inscioperaggine"aggravando sempre più i disgraziatissimi sudditiche eran ridotti all'estremo della pazienza. Ci vuol altro per governare ipopoliche andare a dormire nei conventi dei fratidesinare coi padriabatiandare a gironzar con le monachee proibire alle donne i cappellicon le penne!

Il successivo 12 dicembrei toscaniliberati da un governo didonnicciuoledi bigotti e di pettegolicome era stato quello dellareggentesalutarono quasi con sollievo il generale Reille che venne inFirenze a nome di Napoleonea prender possesso dello Stato. E il Senato ei Magistratiil giorno stesso giurarono daccapo fedeltà a luìfinchénon avrebbero dovuto fare altrettanto a un altro che fosse venuto in suavece. In otto anniera stato tutto un legger proclamigiurar fedeltà ecantar il Te Deum in Duomo per il regnante che via via i padroni cidavanoe pagar quattrini stando sempre con l'animo rimescolatoche nonvenisse di peggio.

E il peggio venneperché ancora non s'era a nulla.

I toscani inviarono a Napoleone a Milano una deputazione diragguardevoli cittadini per esortarlo a dare un assetto definitivo alloStatoe nello stesso tempo a rispettare questa volta i musei e legallerie. Si contentasse di guardare e non toccare. Fu tempo e fiatosprecato. Napoleone promise tutto ciò che vollero quegli egregicittadini; e per riscaldarli anche piùsi disse fortunato "che ipadri suoi dall'inclita Firenze traessero origine". A queste parolei deputati toscani gli avrebbero buttate le braccia al collo e loavrebbero baciato. Ma Napoleone non contento d'averli tanto confusifeceloro capire che la sua idea costante era di fare un gran regno italico.

Quella brava gente rimase così entusiasmatacosì commossa esbalordita da tali dichiarazioniche non trovava più nemmen la porta perandar via. Prima però che i deputati tornassero a Firenzela Toscanapulitamente e bene era stata annessa alla Francia. Con ordine del 18 marzo1808Napoleone ne dichiarò cessato il Consiglio di Stato e venne divisain tre prefetture con funzionari venuti da Parigi. Questo per far vedereche Napoleone manteneva la promessa di costituire il gran regno italico.Di piùnello stesso anno fece fare la prima coscrizione levando diToscana diecimila recluteche servirono in gran parte a sostituire ivuoti nell'esercito francese e a formare il 13° reggimento di fanteria eil 28° di cavalleria. La desolazione delle famigliela costernazione ditutti fu grandissima. Non c'era da rifiatare. Quei ragazzia diciottoannifuron presivestitio meglioinsaccati nelle ampie uniformie inquei calzoncioni dove ci si perdevanofurono mandati a raggiunger qua elà l'esercito francese.

La sola soddisfazionee non fu lieveche ebbe la Toscanafu quelladi sapereper bocca degli stessi scrittori francesiil che è tuttodireche le reclute toscaneconvertite in soldatisui campi dibattaglia si portarono da valorosi sempredestando l'ammirazione dellevecchie truppe agguerriteal fianco delle quali marciarono in terrestranieree per interessi non proprivi lasciaronopur troppoanche lavita.

Napoleone medesimo decorò di propria mano sul campo molti toscani inricompensa del loro valoresul quale fece sempre grande assegnamento. Eperché la Toscana diventasse francese in tutte le regoleNapoleone avevafirmato a Parigi fin dal 19 febbraio 1808 un decretoche imponeva inToscana l'applicazione del Codice Napoleonemandando poi a Firenze unaGiunta che doveva governare lo Stato per conto della Francia. QuellaGiuntache prese possesso il 26 giugno dello stesso annoera precedutadal generale Menonuomo inetto"avido e licenzioso".

Un altro bel servizio di Napoleone che ci voleva tanto bene!

Uno sfrontato editto di quella malaugurata Giuntadiceva nientemeno aitoscani queste parole:

"L'Imperatore e re vi chiama all'onore di far parte della granfamigliae vi associa al gloriosi destini dell'Impero che il suo genio hafondato. Napoleone il Grande vi adotta per suoi figliuolied i francesivi salutano col nome di fratelli. Questa adozione vi assicura gli effettidella benefica sollecitudine del nostro augusto Imperatore. Protettoredella religione e dei costumi egli vi vuole felici; vi dà un Codice cheè il frutto della saviezza e dell'esperienza de'secolii quali prendesotto la sua tutela le proprietà e le famiglie (sic); egli vuol vedersempre florida la vostra agricoltura e la vostra industria; egli vuolrendere alla Toscanaalla patria di Dantedi Galileo e di Michelangioloall'Atene d'Italial'antico splendore che le procurarono nei suoi giornipiù belli le letterele scienze e le artidelle quali fu essa la cunanel seno dell'Europa moderna. Giunti tra voi per ordine del più grandedegli eroi e dei sovraniil nostro primo scopo si è quello di farveloamare; basta a tal fine il solo farvelo conoscereed eseguir fedelmentele istruzioni che abbiano ricevute. Ma già i vostri sentimenti hannoprevenuto i nostri desiderio; voi venerateammirate ed amate con noi ilsuo nome augusto. Toscano! voi siete un popolo buonovirtuoso e fedele;l'Imperatore vi conosce e vi stima; abbandonatevi alla fiducia; taccianoomai le persone esagerate di ogni partitoe non nutrano alcuna speranza.Gli uomini dabbenesaggi ed imparziali si riuniscano quicome nel restodella Francia; non abbiano che un solo spiritoed un solo cuore; sianoessied insegnino a voiad essere degni figli di Napoleone!".

E cosìanche questa volta i toscani la pensavano secondo i desideriodel grand'uomo. Dapprimanel 1799eran secondo lui repubblicani; eperciò mandò i francesi ad occupar la Toscana; quando poi cedé questaalla Spagnaallora era ammirato dal loro attaccamento alla monarchia; evi mandò il re d'Etruria: fatto poi imperatore mutò registro; e capìadetta suache i toscani che erano "un popolo buonovirtuoso efedele" volevano tornare alla Franciaper essere "adottati comefigliuoli" dal "più grande degli eroi e dei sovrani".

Queste continue cabalefinirono per stancare addirittura i toscaniiqualiper uscirnenon vedendo altro mezzodomandarono a coluiche ipreti francesi avevano portato alle stelle dicendolo l'inviato da Diocheaccordasse loro una corte residente in Firenze tanto per vedere che cosaavrebbero ottenuto. E siccome le sorprese non eran finitecosì undecreto dell'Imperatore li contentò. Era predestinata a divenir sovranala sua sorella Elisanata nel 1776e fatta sposa nel I797 al tenente difanteria Felice Baciocchinobile corsoil quale con quel matrimoniodiventò colonnello di stiantoe fu felice di nome e di fatti.

Ma benché semplice tenenteil Baciocchi era noto per un giuocatorevalorosoforse più di quello che non lo fosse come soldato. Una voltadiventato cognato di Napoleonela strada agli onori era più che aperta elarghissima. Infatticome militarearrivò sollecitamente al grado dicolonnello; e come maritogiunse fino a diventare il principe consorte disua moglieessendo essa già stata nominata dal fratelloprincipessa diPiombino. Dopo due mesisiccome ogni prun fa siepefu aggiunto alpiccolo principato anche la repubblichetta di Luccacosa molto graditaalla signora Baciocchila quale aveva però mire più alte. Essaanchesenza l'aiuto del marito che non contava nullae che non era buono adaltro che a far pompa della sua uniformeo piuttosto livreasi mostròarditamente degna dei suoi nuovi destinie faceva la regnante sul seriocome se davvero fosse nataper modo di diresui gradini d'un trono.Presiedeva i consigli dei ministrifavoriva il commercio e spendeva assainei pubblici lavori. Per ciò i suoi devotissimi sudditi l'appellarono laSemiramide di Lucca. Quanto più la signora Baciocchi si affermava comesovranasia pure di terza classetanto più il principe consortesparivae faceva la figura di quei mariti delle levatriciche ricevonol'ambasciate per le chiamate della moglie che li mantiene.

Il pensiero fisso della signora Elisaera il trono di Toscana: paioncose da nullama era proprio così. Essa non cessava d'informare dellespese pazzedello sperpero delle finanze toscane che faceva la frivolaregina reggente Maria Luisa l'"augustissimo" fratelloche s'eragià incoronato re d'Italiasenza domandare il permesso a nessuno.

Queste segrete informazionila moglie del principe marito le mandavanon per altro che perché quanto più sciupava la regina d'Etruriamenorestava per leigiacché oramai era più che sicurache la Toscanapoteva star poco a diventar lo Stato della signora Baciocchila qualeandava prendendo pratica del trono esperimentando la sua abilità suquello minuscolo di Lucca.

E quando in forza di un imperiale decreto del 3 marzo 1809 la signoraElisa fu nominata Granduchessa di Toscananon stava più nella pelle.Gongolante di gioiamandò subito dalla reggia lucchese un pomposoproclama al buon popolo - cioè il toscanoche ora diventava suo -dicendo che l'altissimo ed augustissimo di lei fratello "colsuo vasto geniole aveva affidata la dolce cura" di accogliere ivoti della Toscana.

Come se qualcuno avesse cercato proprio lei! Ma oramai la Toscana eradi tutti e di nessuno; se la passavano da uno a un altrocome se icittadini non ci fossero stati nemmeno.

"Noi saremo" diceva il proclama con frase un po'arrischiataper una Granduchessa nuova "accessibile agli uomini di tutte leclassi": e prometteva che avrebbe soprattutto protetti e favoriti iministri del culto. Non c'è da dire se i preti ne gongolassero di gioia.Tutti i vescovi ed arcivescovi mandaron subito pastorali ai lorodiocesaniperché pregassero Dio affinché si degnasse di accogliere iringraziamenti dei sudditi della signora Baciocchiper avergliela dataper Granduchessa. E di nuovo si cantò il Te Deum in tutte lecattedrali anche per questa nuova sovrana: e Dioche da quei benedettisudditi si vedeva ringraziar sempre ogni volta che cambiavan padronelasciava fare. Contenti lorocontenti tutti.

Il male era che dopo il Te Deum di ringraziamentocominciavanoi malcontentise non degli unicerto degli altricon vicendevolescambio.

Sotto la signora Baciocchila Toscana non fu altro che una grandePrefettura francese. Ed il buon popolo toscano cominciava ad averne pienele taschedi tutto quell'andare e venire di sovrani che gli piovevan dalcielo quando meno se l'aspettavae che non aveva mai visti néconosciuti. A crescer poi questo malcontentocontribuì assai un'altraleva anticipata d'un annoper mandare nuove reclute in Russia a farsiammazzare per il bel viso dell'"altissimo e augustissimo"fratello della signora Baciocchi truccata da Granduchessa: il qualecolsuo vasto genio dissanguava la Toscanane portava via i tesori d'arteesostituiva i vuoti del suo esercito con la miglior gioventùcostretta aservire ed a morire per l'oppressore della patria.

Ma il rovescio di Mosca cambiò aspetto alle cosee Napoleone fucostretto il dì 11 aprile 1814 ad abdicare.

Come accade ai vintitutti voltaron le spalle al grande capitanocheebbe il solo torto di non comprendere che il genio della guerradi cuiegli era veramente dotatonon può accoppiarsi alla malafede come uomo diStatoné alla tirannia come monarca. Il più spregevole fra i beneficatida quest'uomo che lasciò nella storia una traccia cosi luminosafuGioacchino Muratsuo cognatoavendo sposata la sorella di lui MariaCarolinae che egli aveva creato re di Napolipoiché a lasciarlo fareavrebbe dato la corona anche al gatto di casa.

Muratdopo la ritirata di Moscasi accostò all'Austria con la qualefece alleanza col trattato del dì 11 gennaio 18I4ed in forza di essogli austriaciripassando s'intende da Firenzeandarono a Napoliadoccupare il posto che lasciavano i francesi.

Un proclama agli italianidiretto a nome del suo imperatoredall'austriaco generale Nugentdiceva che gli eserciti di S. M. venivanoa liberarli dal ferreo giogo sotto il quale avevan dovuto gemere per tantianni. Concludeva promettendo questa po' po' di fandonia: "Avretetutti a divenire una nazione indipendente!" Erano le stesse parole diNapoleone ai deputati toscaniin bocca d'un generale austriacoe checome le primenon ebbero altro significato che d'una ingiuriosa menzogna.

In questo mentre giunsero da Parigi anche a Firenze molte copie di unacanzone contro Napoleoneevidentemente scritte da legittimisti francesirifugiati in Russia. Ora che egli era cadutoveniva calpestato da quelpopoloche aveva reso grande e temuto come non fu mai.

Quella canzoneoggi rarissimache si cantava impunemente per le vieera intitolata: "La bravoure de Nicolas - sur l'air To-to caraboetc." - era stampata a Parigi nella Imprimerie De Dubiérue Saint Ferréole merita di essere riportata nella sua integrità:

 

S'exquivant de RussieAussi rapidement Que le vent; Sa Majestétransie Arrive incognitoEn traineau. Gaigaimes amischantons lerenom Du grand Napoléon C'est le héros (bis)des petitesmaisons. Courant à perdre haleineIl croit prendre à MoscouLe PérouO le grand capitaine! Il n'y voitventrebleuQue du feu. Gaigaimesamisetc. Il laisse son armée Sans painsans GénéralC'est égal;Elle est accoutumée A vivre de chevalPour regal. Gaigaimes amisetc. Son armée est en routeMais bientót l'aquilon Furibond Soufle etmet en déroute Chevauxsoldatscaissons Et canons. Gaigaimes amisetc.

A bon droit on s'étonne Qu'alors il n'áit pas fait Un décret Pourprolonger l'automne Et reculer verglas Et frimats. Gaigaimes amisetc. Dans cet état funéste Brave comme un César De hazard; Sansdemander son reste Napoléon le grand F.... t le camp. Gaigaimes amisetc. O campagne admirableLes destins sont remplisAccomplisSon arméeest au diable. Que n'en est-il autant Du brigand. Gaigaimes amischantons le renom Du grand Napoléon C'est le héros (bis)despetites maisons.

I

l 31 gennaio 1814guidate dal maresciallo di campo Minutoloentraronoin Firenze le truppe napoletane. Non ci mancavan che quelle!

La mattina dopoanche la signora Baciocchinon più Granduchessaebbe a fare come quelli che erano stati a Palazzo Pitti prima di lei:cioè far le valigie e andarsene alla sveltacome c'era venuta.

I francesiche all'arrivo dei murattiani furono tenuti comeprigionieri nelle fortezzepoiché quel che si fa vien resoappenaliberati dopo pochi giorni se ne partironoe buon viaggio.

Cominciarono intanto a far capolino le coccarde toscanee pur troppoanche quelle austriache gialle e nerepoiché i toscanifra i due malifuron costretti a scegliere il minoree desiderare il ritorno diFerdinando III: né potevano fare diversamente. Stremati di forzeesaustidi denarocon la migliore e più valida gioventù o morta in Russiaosempre sotto le armi nell'esercito francese di là dalle Alpinonpotevano profittare di quel momento per governarsi liberamentetanto piùche mancavano gli uomini di mente illuminatae che avessero in pettoanima sinceramente italiana.

Il Muratche aveva usata ogni maniera di lusinghe per cattivarsil'animo dei toscanicondonò perfino le somme da pagarsi per le guerresostenute dai francesicome se fossero state in pro nostro. Ma non valse;si cominciò con qualche subbuglio e qualche bastonaturacomplicata dadei lattoni dati alle truppe napoletaneed a gridare con sempre menopaura: "Viva Ferdinando III".

Per conseguenzasiccome Murat per timore di perdere il trono diNapoliche stava ritto sui puntellinon poteva sdegnarsi con l'Austriamandò a Parma il duca Di Gallo per sottoscrivere col conte De Mairrappresentante dell'Imperatore d'Austriae col principe Rospigliosicherappresentava Ferdinando IIIil trattato dei tre plenipotenziari firmatoil 20 aprile 18I4mediante il quale il granducato di Toscana tornava inpossesso di Ferdinando.

Così l'Austriatornò finalmente ad esserne la padrona.

E non si poteva dir nemmeno di male in peggiovenite adoremus!

V

La Toscana restituita a Ferdinando III

Illuminazione e festeggiamenti - Gaudio generale - Editti e proclami -Un discorso del principe Rospigliosi - Cambiamento ufficiale del governo -Il giuramento - La processione del Corpus Domini.

Un editto del duca di Rocca Romanaplenipotenziario in Toscana diGioacchino Muratordinò ai fiorentini in nome del suo rechenelle sere del 29 e 30 aprile 1814in segno di spontaneo giubbilo"per il fausto avvenimento" del ritorno della Toscana aFerdinando IIIsi facesse una solenne illuminazione"giacché erapiaciuto alla Divina Provvidenza di esaudire i preghi degli afflittitoscani".

E la mattina di quei due giornifurono affissi per la città varialtri edittiche concernevano tutti il definitivo cambiamento di governo.

"Per contrassegno di gratitudine al popolo fiorentino lo stesso redi Napoli ordinò che alle tre pomeridiane del 29 aprile fossero estrattealle Cascine in una bene intesa ed elevata tribunacento doti dicento lire l'una ad altrettante povere zittelle della città". Perquanto delle elevate tribune tutte ne avessero vedutenessuno però eraavvezzo a vederne una "ben intesa" e perciò parve forse unacosa anche più straordinaria; ed il popolo esultò a queste proved'affetto così tenerodategli per l'appunto quando Murat se ne andava.Non per questo però sarebbe tornato addietro; perché ognuno contava leore per affrettare il ritorno di Ferdinando. Ma non basta. Alle cinque emezzo del giorno medesimoe sempre per ordine di Muratalle Cascine fufatta "una corsa alla lunga con fantinocol premio di trentazecchini al primo cavallo e di venti al secondo". Premi simili oggifarebbero ridere; ma bisogna pensare che non era stato ancora inventato ilmiglioramento delle razze equine. Allora i cavalli eran come nascevano; enessuna società benemerita si dava pena di fare pateracchi fra i piùbaldi destrieri e le più avvenenti giumente.

La sera poicome fu impostovi fu illuminazione spontanea ditutta la cittàe vennero aperti "con passo gratis alpopolo"i due teatri della Pergola e del Cocomero.

Non c'è da direse ai fiorentini pareva d'esser tornati a nuova vita.Sembrava loro perfino impossibile tutto quel godi che pioveva loroquasi dal cielo: ma più impossibile che maiera il credere che lacuccagna dovesse durare a lungo.

La mattina successivaa rendere anche più gongolanti i fedelissimisudditi di S. A. I. e R.giunse desiata la voce del Sovranoil qualeparlava per bocca del suo ministro plenipotenziarioil principe donGiuseppe Rospigliosicavaliere del Toson d'orocavalier Gran Croce diSan Giuseppe e gran Ciamberlanoche alla sua volta scelse per portavoceun proclamascritto con impeto d'entusiasmo indicibile. Il Rospigliosi silasciò andare perfino ad una frase inverecondadicendo che la Toscanatornava all'Austriaalla quale di pieno diritto apparteneva!... Non s'eramai sentito di peggio! Altri proclami furono affissi in tutta la giornataed emanati dal Prefetto del dipartimento dell'Arnoe dal maire diFirenzeBartolommeicoi quali si annunziava che il giorno dopo1° dimaggioil principe Rospigliosi avrebbe preso possesso della Toscana innome di Ferdinando III. In tale circostanza si esortava il popolo "amantenere quel pacifico contegno sempre dimostrato in qualunque già statocambiamento di governo".

Una simile raccomandazione peròtradiva la paura che qualcuno non visi assoggettasse volentieri. È ben vero d'altrondeche non c'era dadubitar di nullaperché i fiorentini avevan preso tanta pratica inquindici anni ai cambiamenti di governoche in fatto di contegno potevaninsegnare agli altri. Ormai sapevano che queste cerimonie sisolennizzavano tutte nella stessa maniera. IlluminazioneTe Deumscampanìodi tutte le chiesecannonate dalle due fortezzee giuramento difedeltàfino a nuova occasione.

Da un importante diario ineditosi rileva che la sera del 30 aprile"fu ripetuta l'illuminazionee che tutto il popolo nella suaesultanzadiede a conoscere la sua obbedienza agli ordini sovraninonaccadendo il più piccolo sconcerto". C'era da figurarselo!

Il 1° maggio alla levata del soleil suono delle campane e lostrepito delle artiglierie "dettero il cenno del felice cambiamentodel governonel tempo stesso che s'inalzava lo stemma del real sovranosulla porta di Palazzo Vecchiodetto fino allora della Comune".

Non ostante che l'ora fosse poco propizia alle espansioni di giubbilopureil buon popolo fiorentino salutò con grande applauso lo stemma"del Real Sovrano tutto spolverato (lo stemma) e rimesso anuovo".

Alle nove una parte della truppa napoletana si schierò in Piazza dellaSignoria nel "salone grande" di Palazzo Vecchioed alle diecitutto il resto dei soldati napoletani partironocon lo stato maggioreper Napoliprendendo dalla Porta Romana.

A mezzogiorno ebbe luogo nel Salone dei Cinquecento la funzionedell'investimento di Ferdinando III.

Il salone era stato addobbato e preparato per ordine del marcheseGirolamo Bartolommeimaire di Firenze sotto la direzionedell'ingegnere Giuseppe Del Rossocol consenso in privato del"Segretario d'etichetta" Giuseppe Corsistato pregato dal maire.Soltanto "tre uomini dei teatri" furon posti agli ingressi"per assistere al passo delle persone e del popolo". Lacerimonia ebbe luogo senza veruna etichetta. E le persone che viintervennerotanto le dame che i nobili e i cittadinie le cittadineandavano a prendere il posto loro assegnato.

Rappresentava il Sovrano il principe Giuseppe Rospigliosiil qualeprese posto alla tavola situata sul ripiano del salonefra il duca diRocca Romana che faceva le veci di Murate il generale Starembergcomandante generale delle truppe austriache in Toscana.

Appena i tre cospicui personaggi furono riunitidalle fortezze diBelvedere e da Basso cominciarono a sparare le artiglierieper annunziareal popolo che andava compiendosi finalmente il cambiamento del governodicui da tre giorni sentiva parlare; e non aveva tant'occhi da leggerlo neinumerosi manifestieditti e proclami che da quarantott'ore si affiggevanoper la città. Alle cannonate si aggiunseal solitolo scampanìo ditutte le chiese. Gli evviva del popolosempre più buonofacevano ecoalle cannonate e alle campane "e vedevasi espresso in ogni volto ilcontento dei fedeli sudditi".

Tanto per parte del duca di Rocca Romanacedente a nome del Re diNapoliquanto per quella del principe Rospigliosiaccettante per ilgranduca Ferdinando IIIvennero pronunziati dei "discorsi dicircostanza": e dopo letto l'atto d'investimentoil duca di RoccaRomana con altro "brevissimo discorso" annunziò al popolo ilmutamento del Governo"ed il prossimo sperato felice ritorno diFerdinando III nei suoi Stati".

"È più facile comprendere che esprimere" dice il preziosodiario citatonon sospetto certamente di eccessiva italianità"l'esultanza del popoloed i replicati Viva fatti risuonarein tale felice momento; ed era commovente il vedere la maggior parte degliaffezionati sudditispargere lacrime di giubbilo e singhiozzare per veratenerezza". Dev'essere stata una bella musica!

Sciolta l'adunanza "i tre illustri soggetti" si separaronoetornarono a casa in carrozza a pariglia in mezzo ai rinnovati applausi.

La sera vennero incendiati diversi fuochi sulla torre di PalazzoVecchioe si aprirono i teatri al pubblicoche al solito si ebbe "il passo gratis" e non vi fu un posto vuoto!

Ma la cosa più imponente fu l'illuminazione della cittàfattabenché fosse la terza seracon una grandiosità "non maiusata". Il Ghetto "della Nazione ebrea" si distinse sopra atutti; e un immenso popolo "iva girando per le contradeecheggiando l'aere con gli evviva Ferdinando e i principicoalizzati".

Il passeggio del popolo durò quasi tutta la notte; e cosìterminò "un sì fausto giornotanto desideratoe che avrà epocanei fasti della Toscana".

Il seguente dì 2 maggio fu cantatotanto per mutareun altro TeDeumcon relativo sparo d'artiglierie dalle due fortezze.

La sera il principe Rospigliosi diede pranzo a tutte le autoritàlequali avevan voltato bandiera daccaponella sua abitazionealla Locandadella Nuova Yorckallora in Via de'Cerretanitra Via della Forcae Via de'Conti.

Nel Salone dei Cinquecento il giorno alle quattro erano state estrattecento doti di dieci scudi l'una a cento povere zittelleche se prendevanomarito con quella dote solapotevan dire di diventare cento povere mogli.

Fra tutte le feste fatte per insediamenti di nuovi principio direstituzione dello scettro ai vecchiil Te Deum era quello più invoga. Tanto è veroche la mattina alle dieci del dì 6 di maggione fucantato un altro in Duomoper solennizzare il giorno natalizio diFerdinando III; ed al cominciare di essofurono tirate le solitecannonate dalle fortezze.

Dopo il Te Deumper solennizzare sempre più quel faustissimogiornoil principe Rospigliosinel Palazzo della Crocetta in Via dellaColonnafece prestare da tutte le autorità il giuramento di fedeltàall'antico sovrano.

Tutti eran contenti e non c'era da dubitar di nulla; ma a scanso dicasie con la parvenza di render più solenne la cerimonianel palazzodella Crocetta furori mandate diverse truppele quali si schierarono perfare "spalliera" lungo le scalesui ripianialle porteprincipali ed a tutte le stanzeper quanto fosse stato stabilito che nondoveva esservi nessuna etichetta.... se non quella forse di un po' dipaura.

La direzione della funzione venne affidata al prenominato Segretariod'etichetta Corsicombinata avanti col consigliere Leonardo Frullaniilquale alla sua volta aveva ricevuto gli ordini per l'esecuzione di essadal Segretario di Statoduca Emilio Strozzi.

I biglietti d'invito alle autorità chiamate a prestare il nuovogiuramentofuron consegnati personalmente dal primo furiere Ranfagni e laSala del trono preparata dai tappezzieri addetti alla real guardarobageneralecon l'assistenza del "Banchelli" guardaroba delpalazzo della Crocetta.

La funzione cominciò alle undici e mezzoe terminò al tocco.

Sotto il sontuoso baldacchino eretto nella Sala del tronoin mancanzadel Sovrano fu posto il ritratto di luie fece lo stesso.

Il principe Rospigliosi rappresentante Ferdinando IIIsi assise alladestra di questofacendogli corte i ciambellani granducalio ciamberlanicome dicevano alloraed altre persone nobili invitate per mezzo delSegretario d'etichetta e del furiere di cortecon biglietto della RealeSegreteria di Stato.

Il furiere di turnonell'anticamerachiamava a mano a mano tutticoloro che erano stati invitatie che introdotti nella Sala del trono"salutavano con profonda riverenza il ritratto del Real Sovranocomese fosse stato luie quindi il suo rappresentante". Dipoi sidirigevano al tavolino sul quale era steso un ricco tappeto dove erano"aperti i sacri Evangeli". Era seduto a quel tavolino monsignorvicario Gaetano Niccoliniassistito da un cerimoniere dellaMetropolitanache stava in piedi da una parte.

I personaggiciascuno alla loro volta mettendo la destra sul Vangelopronunziavano la seguente formula: "lo giuro

fedeltà ed obbedienza a Sua Altezza Imperiale e Reale il granducaFerdinando III".

Fu un miracolo se nessuno sbagliò imbrogliandosi coi tanti giuramentiprestati innanzie dicesseroinvece di Ferdinando IIIdi giurarfedeltà al Direttorio di Franciao a Lodovico di Borboneo a MariaLuisa regina reggenteo a Napoleoneo alla signora Baciocchio a Muratche tanti erano stati in quindici anni i padronipassati dinanzi agliocchi dei fiorentini.

Il 21 di maggio"senza nessuna etichetta né corte"ma conla massima semplicitàfu dato il giuramento al Prefetto di SienaBianchi; al Sottoprefetto di PistoiaCercignani; a quello di VolterraGuidi; al Commissario d'Arezzoa quello di GrossetoBonci; ai componentil'amministrazione del debito pubblicoal Nomisegretario generale delPrefetto; al Fabbriniaiutante del Maresciallo di Palazzo; al Pistolesidirettore della Dogana di Livorno; al Cappellidirettore di quella diPistoia; e al professore Benvenutidirettore dell'Accademia delle BelleArti.

Dopo il giuramentoi Prefettii Sottoprefetti e i Commissarifuronoinvestiti di suprema autoritàper ricevere essi un tal giuramento nelleloro rispettive sedi dai maires ed altri impiegatidipendentidalla loro giurisdizione.

Ai maires del circondario di Firenze fu dato il giuramento dalPrefetto del dipartimento dell'Arno Giuseppe Stiozzi Ridolfi.

La prima festa solennedopo la restaurazione di Ferdinando IIIfuquella del Corpus Domini il 9 giugno 1814; ed il principeRospigliosi "tenne varie sedute col maire Bartolommei"con Monsignor Vicarioe col Comando Militare della Piazza come se sitrattasse d'un piano di guerraper concretare di comune accordo gliinviti da farsie l'ordinamento della processioneche fu eseguita colseguente ordine.

Apriva la marcia un caporale con quattro fucilieri del reggimento realeFerdinando; e quindi venivano le Compagnie e Confraternitesecondo illoro ordine; dopo di esse i vari cleri per grado di precedenza. Seguivaquello della Metropolitanai canonici della medesimai ciambellaniinvitatilo Stato maggiore militare e i sacerdoti paraticolbaldacchinoal quale facevano ala i granatieri del reggimento realeFerdinando. Dietro ad essoil principe Rospigliosi con alla destra ilPrefetto; ed alla sinistrainvece del maire Bartolommei che non sifece vedereprese il suo posto il Presidente della Corte d'Appello.

Intervennero pure il Presidente del Tribunale di prima istanzaicomponenti la Corte d'Appello nella loro precedenzai consiglieri diPrefetturai componenti il Tribunale di prima istanzagli aggiunti del mairei giudici di pacei commissari di poliziae gli uffiziali militarifuori di servizio.

Chiudeva la marcia un distaccamento militareed un corpo di Ulanitedeschi a cavallo.

Tutto "il militare" che era stato schierato sulla gran Piazzadel Duomo dalla parte così detta del Bottegonesubito dopo passato inprocessione il clero di San Lorenzosi pose in marciaavendo alla testai comandanti e tutta la banda militare con "i rispettivi istrumenti afiato e cassa". I cavalieri di Santo Stefano non in cappa magna néuniformeperché soppressi al tempo dei francesima in abito appuntoalla francesein memoria di chi li aveva soppressiportaron l'asta delbaldacchinocome in passato; e ciò per invito fatto loro dal principeRospigliosi; e furon diretti ed assistiti dai cerimonieri e Taù dellareligioneper le mute da farsi durante il corso della processioneallaquale prese parte "un copioso numero di nobiltà con torcia".

"Il militare" per tutto il tempo del corso medesimo formavauna doppia alacominciando dal clero di San Lorenzo fino a tutto ilrestante del convoiochiudendo infine un distaccamento di Ulanitedeschi a cavallo. Arrivato "tutto il treno suddetto" sullapiazza di Santa Maria Novellavenne data con le consuete forme labenedizione e quindi sciolto il convoio. avendo assistito a tuttociò personalmente il principe Rospigliosi e tutti i corpi rappresentantiil governo provvisorio.

Tutte le cariche presero posto in chiesa nei luoghi loro assegnati. Adestra dell'altar maggiore c'era l'inginocchiatoio e tappeto in terrapreparato per il Sovranoch'era in Germania; e di facciaal lato delVangeloquello del Rospigliosi. I granatieri facevano spallieradallaporta d'ingresso fino alle panche dell'uffizialità e della nobiltà contorcia.

Tutt'insieme fu una festa che al popolo andò molto a geniotanto piùche da diversi anni non vi aveva assistito.

Dopo la benedizione il principe Rospigliosi uscì di chiesa "senzaveruna etichetta" montò in carrozza e tornò alla sua abitazionealla locanda di Nuova Yorckallora in via de'Cerretanipassato ilCanto alla Paglia.

A poco a poco tutto ritorna: non c'è da sgomentarsi!

 

VI

I

l ritorno di Ferdinando III in Firenze

Preparativi - Il ricevimento - L'ingresso del Granduca in città -L'anfiteatro della piazza San Marco - In Duomo - A Palazzo Pitti -L'arrivo di Leopoldoprincipe ereditario - Sempre festeggiamenti - Il"grande appartamento".

Ma il giorno desideratoil giorno tanto aspettato da tuttieccettuaticoloroed erano pur troppo i menoche si scoraggiavano di fronte a tantadebolezza di un popolo che applaudiva sempre al giogofu il 17 disettembre 1814nel quale Ferdinando III avrebbe fatto il suo trionfaleingresso in Firenze.

Era un vero fanatismo.

Già fin dal dì 15 il Granduca aveva mandato da Bolognaper mezzo delprincipe Rospigliosi che si era recato lassù ad incontrarloalsegretario d'etichetta Giuseppe Corsigli ordini per la funzione del suoingresso in Firenze; ed il giorno seguenteil signor Gaetano Rainoldidirettore della reale Segreteria di Gabinettotenne formale sessione coni consiglieri Fossombroni e Frullanied il Presidente del Buon GovernoAurelio Puccinionde circolare gli ordini del Sovranoe dare tutte lenecessarie disposizioni. Nella mattina vennero affissi dappertuttoproclami e motupropriiche ristabilivano vari uffizi soppressi; e dallaSegreteria del Buon Governo fu affissa una notificazione per ilregolamento delle carrozze dei signori intimatinon invitatiallasacra funzione da farsi nella Metropolitana; e più che altro concernente"il pacifico contegno da tenersi dai sudditi all'arrivo del RealSovrano in cittàe suo tragitto al Real Palazzo". Nonostante tuttoil giubbilole lacrime di tenerezzagli evviva ed i singhiozzinonc'era proclama che non invitasse il Popolo a tenere un pacifico contegno.O dov'era tutta la bontà di quel popolo?

Il maireche da quel giorno riprese il suo titolo diGonfaloniereemanò un edittocol quale si "comandava eintimava" che all'arrivo del Sovrano fossero suonate tutte le campanee nella sera fosse fatta una "generale illuminazione". Piùspontanee di così le feste non si possono immaginare!

In vari punti della città si vedevano impastati sui muri dei fogli conlo stemma granducale sul quale era scritto "Viva Ferdinando"; difogli simili si servirono poi per i fanali della illuminazione.

Dalla Soprintendenza delle "Reali Possessioni" fu fattaannaffiare la strada da San Gallo fino alla Villa Capponi alla Pietradadove sarebbe partito il "Real Sovrano" affinché egli al suopassaggio non mandasse tanta polvere negli occhi ai sudditi fedelissimieal tempo stesso non apparisse in un nuvolo della stessa polvere a guisa dinume.

Non eran però terminate qui le disposizionigli edittileintimazioni e gli inviti. Dalla Segreteria di Stato vennero intimati tuttii capi di dipartimento a presentarsi al Sovrano al suo arrivo a Palazzo:ed un pari invito fu fatto agli arcivescovi e vescovi che s'eran recatialla capitaleper essere presenti all'arrivo di Ferdinando III. A queitempii pretirigavan molto dirittocol Granducaper quanto li tenessea bacchetta come subalternisebbene apparentemente fossero trattati conla massima deferenza! Non per nulla gli impiegati di Corte ed i camerierichiamavano il Granduca "il padrone".

L'avvenimento del ritorno di Ferdinando III suscitò la gara in tuttidel più smaccato zelo. Primi furono gli uffiziali "del nuovo corpodei Dragoni toscani"o cacciatori a cavallo i quali domandarono difar servizio come Guardie del Corpo: perciò furono intimati permezzo del supremo comando militarea guarnire le regie anticamerecontinuando il sistema praticato dal 1791 al I799.

Molti signori fiorentini andarono a complimentare S. A. I. e R. allasua villa di Cafaggiolodove si trattenne tutto il giorno 16 di settembrepredetto "per consacrarsi ad alte cure di Statovale a dire allascelta dei principali ministri". Ed i ministri prescelti furono ilcavaliere Vittorio Fossombroni"personaggio omai vantaggiosamentenoto all'Europa scientifica e diplomatica"il quale fu nominatoministro degli Affari esteri "ufficio che aveva conseguito sin dal1796ad intuito di Napoleonesagace conoscitore degli uomini". IlFossombroni fu anche eletto segretario di Stato. Don Neri Corsini vennedestinato agli Affari internie Leonardo Frullani alle Finanze.

Si recò a Cafaggiolo anche una deputazione della Accademia delle BelleArti per presentare il prospetto della grandiosa festa da essa preparatasulla Piazza di San Marcosupplicando il Sovrano ad accettare questadimostrazione d'affetto e di rispetto dei componenti l'Accademia medesima.

Il giorno seguentenon era appena spuntata l'aurora "che lapopolazione fiorentina era in moto per aspettare il sospirato arrivodell'amato sovranofacendo risuonare l'aria di dolci acclamazioni digioia". Era un giubbilo che avrebbe intenerito le pietre!

Una gran quantità di carrozze e di persone a cavallo "peranticipare il contento di vedere la reale altezza sua nel suo ingresso aFirenze"si recarono fuori della porta a San Gallo fino oltre ilPellegrino. Tutta la miliziatanto toscana che tedescafin dalle setteantimeridiane era già postata per tutta la strada che dovevatenere il Sovranoe schierata nell'interno del Duomoper il solenneServizio di Chiesa.

Alle otto Ferdinando III giunse con la sua comitiva alla deliziosavilla del marchese Pietro Roberto Capponi alla Pietraove fu ricevuto dalsuo nuovo ciambellano cavaliere Amerigo Antinori e dai due ciambellani disettimana Corsi e Aldobrandini.

Il Granduca appariva mestissimopoiché in quel momento gli tornavacerto alla memoriabenché fossero trascorsi dodici annila infelice suamoglie morta a Vienna di partoil 29 settembre 1802che avendoloconfortato nei primi anni del suo esiliocon tutta la soave delicatezzadell'animo suonon era ora con lui a dividere la gioia del ritorno negliantichi Stati.

Certi ricordiseppure carissimiin simili circostanzehanno tuttal'atrocità d'una pena!

Riposatosi alquantoe cambiatisi gli abiti da viaggio per vestire ilgrande uniformeFerdinando III prese posto in una muta a sei cavalli"infioccati a gala" in compagnia del maggiordomo maggioreprincipe Giuseppe Rospigliosie del gran ciambellano già senatoreAmerigo Antinori.

Seguiva quindi un'altra muta a sei cavalli con quattro ciambellani. Lamuta del Granduca era scortata da dodici uffiziali del nuovo corpo deiDragonii quali avevano ottenuta quella graziae alla portiera cavalcavail maggiore comandante il reggimento medesimo. Dalle fortezze rimbombavanole artiglieriea cui faceva eco il suono delle campane di tutte lechiesecon universale frastuono.

Alla porta a San GalloFerdinando fu ricevuto dal GonfaloniereBartolommeidai Priori e dal Magistrato civico. Il Gonfaloniere glipresentò le chiavi della città; ed essendosi preparato per fare un"ben inteso discorso" analogo alla circostanza"tale etanta fu l'emozione provata da esso e dal Sovranoche troncata ad ambeduela vocele sole lacrime di tenerezza del Gonfaloniere e Priori furonol'omaggio reso in nome di tutta la città". Cosicché "il beninteso discorso" nessuno lo udìe forse per questo tutti credetteroche sarebbe stato un gran bel discorso. Il silenzio è d'oro! Anche ilpopoloa detta dei cronistiera in preda alla più grande commozionepoiché"con unanime voce di giubbilo" festeggiò il feliceingresso del Sovrano nella "esultante sua bene amata patria"!...

Dopo il ben inteso discorso non proferitole lacrime del Gonfalonieredei Prioridel Magistrato civicoed il giubbilo del popoloprincipiò asfilare il treno consistente "in vari corrieri a cavallouniformemente vestiti; quindi il direttore delle Poste già senatorecavaliere Pietro Salvettiin un carrozzino a due cavalli in postae labanda detta dei Porti di Piazza elegantemente da sé stessivestiti". Dipoi seguiva un distaccamento di granatierila bandamilitareuna divisione di truppa toscana e tedesca; la muta del RealSovrano e quella dei ciambellanichiudendo un distaccamento di Ulanitedeschi a cavalloperché senza truppe stranierepareva che le festenon fossero italiane! Il corteggio prese di via San Gallovoltò in viadegli Arazzieri: ed arrivato in piazza San Marcofece il girodell'anfiteatro per godere la festa data dall'Accademia di Belle Arti.

Questo anfiteatro era formato di varie gradinate "a semicircoloadornate di verzura e fiori". Nel mezzo ergevasi una macchinatrionfale ornata ai quattro lati di varie pitture in bassirilievi. Ilprimo rappresentava la Religione seduta su varie rovine sacreel'Arno abbracciato dall'Abbondanza che si rallegra con esso. Cose da farescoppiare il cuore! Nel secondo la Pace che arde con una fiaccolaun mucchio d'armi sul quale due guerrieri quasi stanchi di fare ilguerrierogettano le loro spade che si cangiavano in aratri ed arnesiruraliné mancavano due bovi aggiogatie delle giovani coppie di ninfee pastori che ballavano. Nel terzo eran rappresentate le primarie cittàdella Toscanache prestano omaggio al Sovranoappoggiato presso il fiumeArno sull'urna liberale delle sue acque. Il quarto bassorilievoraffigurava il Dio del Commercioche consolava l'addolorata Toscanaadditando Livorno rinata alla navigazione e al commercio.

Sull'alto della macchina vedevasi il carro trionfale"ove eraassiso in statua colossale il Sovranotirato dalle quattro virtù: laVittoriala Concordiala Giustizia e la Pace". Un tiro a quattro daDei più che da sovrani.

Appena giunto Ferdinando IIIuna numerosa orchestra di suonatori e dicantanti diedero principio ad una cantata scritta espressamente per quellacircostanza straordinaria. "L'armonia del suonol'applausouniversale dei concorsi spettatorile cannonate" trascrivo le paroledel Diario "e il suono delle campanecommossero tanto il Sovranoche tutti potettero vedere che egli spargeva lacrime di tenerezza econsolazione". Fatto un giro nel circo senza quasi veder nulla dallasoverchia emozioneseguitò per via Larga fino al Duomo.

Alla porta della metropolitana fu incontrato da vari vescovi earcivescovi della Toscanaeccettuato quello di Firenze rappresentato dalvicario capitolare monsignor Niccoliniche era alla testa del clero e deicanonici. Il canonico Carlinisuddiaconoporse l'acqua santa al Sovranoche si trovò dinanzi ad un numero infinito di consiglieri di Statociambellaninobili e uffiziali"tanto esteri che nazionali"iquali erano andati ivi ad aspettarlo per fargli atto d'ossequio. Appenaentratoil popolo con un viva universale ha fatto conoscere il suoattaccamentofacendo da per tutto risuonare il nome di Ferdinando: e talefu la commozione del Sovranoche percorse tutta la chiesa"rasciugandosi col fazzoletto le abbondanti lacrime che la gioia e lariconoscenza le faceva spargere". Cantato il Te Deumilvescovo di Siena diede la benedizione; ed il Granduca tornò a'Pittiprendendo dal Canto alla Pagliada Santa Trinitavia Maggio e loSdrucciolo. Al corteggio del Sovrano si erano unite tutte le carrozzedella nobiltàdei consiglieri e di altre persone "che avevanol'onore dell'anticamera". Doveva essere un colpo d'occhio stupendo!"Oltre l'immensa quantità di popoloera meravigliosa la vaghezzadegli apparati e dei tappeti che ornavano tutte le finestre delle case ele botteghe piene zeppe di spettatori. A'Pitti il Granduca fu ricevuto daiquattro ciambellani principe don Tommaso Corsiniduca Ferdinando Strozzicomm. Alamanno De Pazzi e senatore Marco Covoni".

Passato subito nel quartiere detto delle StoffeFerdinando IIIsi affacciò alla terrazza per salutare il popolo che applaudivafreneticamentecon la sola compagnia del maggiordomo gran ciambellanoAntinori. Sfarzosissimo fu l'apparato di tutte le strade da porta a SanGallo al Palazzo; ed in alcuni punti formava un sorprendente colpod'occhio.

A mezzogiornoil Granduca diede udienza a tutte le autorità e carichedello Stato; ed in ultimo al generale conte di Staremberg con tuttal'ufficialità e lo stato maggiore della truppa toscana e tedesca.

Dopo il ricevimentoandò a pranzo col principe Rospigliosiconl'Antinorie con i ciambellani Badeck e Reinack: e nelle ore pomeridianesi recò al passeggio delle Cascine in una muta a sei cavallicon gliufficiali del nuovo Corpo dei Dragoni che gli facevano scortacon iquattro personaggi e i due ciambellani di settimana. Al ritornoandò perla città sempre con lo stesso treno fino a piazza San Marco per godere lospettacolo dell'illuminazionee quindi tornò al Palazzoove cenò conle cariche di corte.

Il giorno seguente18 settembrearrivò a Firenze alle sette e mezzodi sera anche l'arciduca LeopoldoPrincipe Ereditario di Toscanaaccompagnato dal marchese Araldo suo aio e dal conte Opizzoni sotto aio.In un'altra carrozza erano i precettori abate Biondi e abate Bossolal'aiutante di camera Nasie negli altri legni il resto del suoparticolare servizio. L'ingresso dell'arciduca Leopoldo fu festeggiato daun'immensa quantità di popolo.

Fu ripetuta quella sera l'illuminazioneed il Principe passò eglipure per l'anfiteatro seguitando per il Canto alla Pagliada San Gaetanoe dall'Albergo del Norddove è tuttora la locanda del Nordpresso ilponte a Santa Trinita. Quivi fu ricevuto da diversi cittadini pazzi per lacasa d'Austriache furon poi i codini del quarantottoi quali coitorcetti di cera "alla veneziana gli fecero treno fino alle scale delreal Palazzo".

Il Granduca con le sue cariche si recò ad incontrare il dilettofigliuolo al primo ripiano della scalae dopo averlo abbracciato ebaciatolo accompagnò fino in camera suadove si trattenne con lui finoalle otto.

Dopo cena l'Arciduca andò a lettoed il babbo andò invece al Teatrodel Cocomero oggi Niccoliniil teatro aristocratico della prosa; ove fuaccolto da triplicati applausi. Non c'eranoin quei giornipersone piùfelici dei fiorentini!

Il giorno appresso l'arciduca Leopoldo andò al "passeggio"delle Cascine a farsi vedere anche lui con muta a sei cavallisecondo ilconsueto. Tutta la gente che non lo conosceva accorreva a vederloperchéessendo andato via di due anniora era sviluppato in lunghezzama nonera un bel ragazzo. La sera alle sette e mezzo arrivarono anche learciduchesse Maria Luisa e Maria Teresa figlie del Granduca. Esse erano incarrozza a sei cavalliaccompagnate dall'aia e dalle dame.

In tiro a quattro seguivano le loro cameriste SchregelVennerDelGreco e Cautrer. Dietroin altre carrozzele persone di servizio e ledonne di guardaroba.

Sempre più affollato era il popolo a ricevere le Arciduchesseinonore delle quali ripeté l'illuminazione della città; e dall'albergo delPellicano un maggior numero di torce alla veneziana portate da diversiindividuirischiarò fantasticamente la strada fino a' Pitti. Il Granducaed il fratello andarono a riceverlee alle nove si riunirono a cena.

Tanto per la cittadinanza che per il Granduca e tutta la famigliacominciò una specie di carnevalinopoiché dopo le tre sered'illuminazione generale della città furono fatte il 25 e il 27 disettembre a spese del Comune le feste di San Giovanni che si solevan fareil 24 di giugno. Questo forse fu un pensiero gentile verso il Sovranoperrimetterlo in pari con gli arretrati dei quindici anni trascorsi fuori.

Firenzein quei giorniera piena di forestieriche andaron mattialla corsa dei cocchi fatta con le bighe alla romana in piazza di SantaMaria Novella.

Il Granduca con i principi in tre carrozze a parigliacon duecavallerizzi di sportello alla carrozza del Sovrano la quale era scortatada ufficiali dei dragoninon essendo ancora ricostituita la Guardia delcorpoandarono alla corsa dei cocchie presero posto alla consuetaterrazza sopra la loggia di San Paolino. L'anfiteatro della piazzarigurgitante di popoloanimato e festantepresentava un colpo d'occhiomagnifico. Prima di dare il segnale della corsa furono servitisecondol'usanza di corteabbondanti rinfreschi di gelati "ed acqueacconce".

Le persone di servizio dei sovrani con biglietti speciali del Maestrodella Real Casa assisterono allo spettacolo dal palco di Cortelasciandolibero lo spazio assegnato ai paggi e ai loro precettoriche ancora nonerano stati nominati.

La sera alle otto la Corte si recò al casino di San Marco per goderedella rinnovata festa dell'anfiteatro fatta pur quella a spese del Comuneche fece illuminare tutta via Larga (ora via Cavour) via del Cocomero (viaRicasoli) e la facciata della Torre del Magliolungo le mura in fondoalla strada che oggi si chiama via Lamarmora.

Come sorpresafu incendiato dopo "la cantata" un grandiosofuoco d'artifizio rappresentante il tempio della Gloria; e sottoin un beninteso e anche ben visto trasparente illuminatoapparì ilritratto del Sovrano circondato dalla Giustizia e dalla Clemenza. Glispettatori a tale impensata sorpresa applaudirono freneticamente. Ed ilSovrano sentì il dovere di commuoversisecondo il solitoquasi finoalle lacrime.

Lacrime di tenerezza eran cotesteche gli facevan benepoichésollevavano il suo cuore oppresso dalla gioia!

La domenica 25 settembrecome se tutte le feste fatte fino allora nonbastassero a manifestare l'esultanza dei fiorentini per il ritorno delpadroneil Comune terminò la ripetizione delle feste di San Giovannicon la corsa dei barberi dalla porta al Prato alla porta alla Croce.

La Corte vi andò con le carrozze di gala a sei cavallipreceduta dadue battistrada pure in livrea di galascortata dai soliti ufficiali deidragonie tutte le carichele quali in tre mute anch'esse di sei cavallie livree di galaprecedevan quella del Granduca e dei principi.

Alle quattro e tre quarti il sovrano e i principi presero posto alterrazzino in fondo a Borgognissanti "mentre molta nobiltà estera enazionale fece corte alla reale famiglia. Secondo il solito prima dellacorsa furon distribuiti abbondanti rinfreschi di gelati; ed alle LoroAltezze venivan offerti dai due ciambellani di servizio" ai quali perregola d'etichetta gli porgevano due paggi. Le cameriste e le persone nonnobiliper mezzo di speciali biglietti della Segreteria d'etichettaandavano sulla terrazza del magazzino dei foraggi e alle tre finestredella casa Puliti. Gli altri uffiziali e serventi nel palco dellaComunità.

La seraal Palazzo Pitti vi fu una gran festa che secondo il gergod'allora si diceva "grande appartamento". Nel quartiere delleStoffealle otto eran già riunite centotrentadue dame e più dicinquecento cavalieri esteri e nazionali. Il Sovrano si degnò di parlarecon tutte le dame e con diversi cavalieri di primo ordinecome fecel'Arciduca e le sorelle. Alle nove S. A. andò a giuocare con la marchesaMaddalena Capponicol principe Orazio Borghesee l'incaricato d'affaridi Svezia Lagenward. Le Arciduchesse fecero lo stessoammettendo al lorotavolino il generale conte di Staremberg e il senatore VittorioFossombroni. L'Arciduca girò le sale con l'aio marchese Aroldi e discorsecon le dame. Appena cominciato il giuoco fu sciolta l'etichetta didistinzione di postie tutta la nobiltà e uffizialità poté girare pertutte le regie anticamere fino al termine dell'"appartamento".Dalle nove in là furono sempre serviti raddoppiati rinfreschi di gelatid'ogni generecaffè e ponci.

Alle dieci e mezzo S. A. si alzòe l'"appartamento"terminò subito. Tutte le anticamere erano riccamente illuminate a ceracon sfarzo veramente regalee di una bellezza meravigliosa d'un valoreimmenso. Stupende le vesti delle donne e le gioie.

 

VII

Il Comune Fiorentino dal 1799 al 1814

Prima del 24 marzo 1799 - Per l'arrivo dei francesi - Imbarazzifinanziari - Spese per la festa della libertà - Il trattamento di tavoladel generale Gaultien - 13 uniformi nuove - Nuovi debiti e nuovi imbarazzi- Richiesta di 140 cavalli - In cerca di denaro - Gratificazioni allatruppa austriaca - Indennità per bestie requisite dai francesi - Nuovoimprestito di diecimila scudi - Vendita delle 13 uniformi - Imposizionedel Governo francese di 2 milioni e mezzo di franchi - Umiliazioni epreghiere - Riduzione della imposizione e pegno di garanzia per 300 milafranchi di gioie - Il marchese Catellini prigioniero in casa sua - Nuovaimposizione di 100 mila franchi - Minaccia d'arresto del Magistrato - TeDeum per il ringraziamento dell'anno - Cittadini che non possono piùpagare - Il Governo sospende il Magistrato perché impone le gravezze -Murat a Firenze - Pace conclusa fra l'Imperatore e Napoleone - Ossequi aMurat - Spese per le feste di San Giovanni - Illuminazioni e fuochi per lanascita d'una principessa d'Etruria - Spese in altre feste e illuminazioni- Grilli o locuste - E ancora illuminazioni – L’apparato della"Loggia de'Lanzi" - Cavalli che non corrono - Te Deum eilluminazioni per un nuovo cambio di Governo - Spese per la residenza delgenerale De Moulin - 30 doti a trenta ragazze - La grazia di poter parlareitaliano - Istituzione delle Rosiere - Nuove spese per lagranduchessa Baciocchi - Offerta di 50 cavalieri - Indirizzo a Napoleone -La Biblioteca Riccardiana - Ricostituzione della Magistratura civica - ConFerdinando III si torna alla calma.

Per necessità storica si son dovuti finora riguardare gli avvenimentidal 1799 al 1814 soltanto dal lato politico; ma non meno interessanteanzi sotto certi rispetti forse anche di piùsono quegli avvenimenti dallato amministrativo. Perciò un breve riassunto della vita del Comunefiorentino in quei quindici annicome documento di storia novissimadesunta dalle testuali deliberazioni del "Magistrato civico"servirà a darecon maggiore evidenzala caratteristica dì quel periodocosì disastroso e turbolento che traversò Firenze.

Fino al 24 marzo 1799 la "Comunità di Firenze" non avevavoce in capitolo che per far le spese occorrenti per le feste di SanGiovanniper la processione del Corpus Domini e altre; dovevaprovvedere alle stradealle fogneagli stabbioli dei maiali fuori diporta alla Crocealla nomina del primo norcino oppure allapensione di uno spazzino pubblico che aveva servito per cinquantacinqueanni "con fedeltàenergia e zelo" come se si fosse trattato diun ministro di Stato. Ma andato via Ferdinando III fu tutt’un’altracosa. Da una vita tranquilla ed apaticasi passò a un tratto a una vitad'agitazionee di scombussolìo generale. Per cominciar beneil 25 marzo1799 il magistrato civico s'adunò in fretta e furiaessendo presenti ilbrigadiere Orazio Morelli gonfaloniereLuigi Rilli Orsinil'auditoreGiovanni Brichieri - della prima Borsacioè dei priori nobili - GiuseppeFallaniGiuseppe Borri - della seconda Borsa cioè dei cittadini -Francesco GherardiUlivo Giannassi e Giuseppe Gherardini - priori dellaterza Borsa cioè dei possidenti. Tutti questi signori convenneroche"stante l'imminente arrivo in questa dominantedi un corpo ditruppe francesisi rendeva necessario di devenire all'elezione di piùdeputatiall'effetto che dai medesimi venissero prontamente procurati iquartieri per l'ufizialità e stato maggiore".

A quest'uopo elessero una commissione di dodici persone sotto lapresidenza del gonfalonieree ne nominarono un'altra di nove persoprintendere alla distribuzione delle razioni per la truppa francese.

Le due commissioniche furono avvertite dai priori delle tre borseche non avrebbero "potuto astenersi dall'accettare la suddettadeputazione"vennero altresì incaricate di render noto aiproprietari di case di dover dare alloggio a quegli ufficiali cheavrebbero presentato il biglietto della deputazionea tal fine istituita.

Gli stessi priori elesserotanto per gli alloggi quanto persoprintendere alla distribuzione delle razioniil signor GiuseppePanzanini.

La deliberazione più curiosa peròfu quella presa il giornoseguente26 marzo "dopo pranzo" - come è scritto nelprotocollo - con la quale prevedendo i signori priori - sempre di tutt'etre le borse - la urgente necessità nella quale si trovava "laComunità" di esser provvista di denaro per le spese occorrentiordinarono "farsi intendere al provveditore dell'Azienda deiPresti" che passasse immediatamente alla cassa comunale tutto ildenaro esistente nelle casse dei rispettivi prestiniuna esclusa néeccettuata.

Elessero quindi i signori Silvestro AldobrandiniMarco BartoliGiuseppe BaldovinettiVincenzo Gondi e Scipione Ganucciperché"con le loro buone maniere" istruissero il pubblico sullarettitudine delle intenzioni del Magistrato civico nell'emanare talidisposizioni; e ciò perché non restasse deluso da sinistreinterpetrazioni affatto aliene dei "provvedimenti pubblicati per laquiete e tranquillità di ciascheduno". Considerando poi "isignori adunati" che per provvedere con prontezza alle richiestedell'armata francese non poteva supplire la sola cassa della loroComunità affatto "esausta di denaro"; incaricarono icancellieri Domenico Baretti cassiere della Comunitàed il dottoreStefano Compostoff "secondo ministro della medesima" dipresentarsi "al cittadino ministro Reinhard" per ottenere da luila facoltà di far contribuireper una somma almeno di quarantamilascudile casse della zeccadella depositeriadei lottidella dogana"e con più analogia quella della Camera delle Comunità in cuipassano tutte le rendite degli altri comuni per dipendenza della tassa diredenzione" onde supplire a tutti i bisogni inerentiall'approvvisionamento dell'armata francese "stanziata nella dominante".

Il 28 marzo si adunò di nuovo il Magistrato ed elesse "icittadini" - poiché avevan già fatto l'orecchio a chiamarsi così -Ippolito Venturidottor Giovacchino CambiagiAngelo MezzeriavvocatoGiuseppe GiuntiGiuseppe Borri e Francesco Pauerallo scopo dipresentarsi "a nome di tutta la Comune" dal cittadino generaleGaultier per fargli conoscere che i corpi delle guardietanto a piedi chea cavallostati disarmati dai francesi al loro arrivoe mandati nellefortezze come composti di persone delle quali inutilinon se ne facevapiù nullavolesse rilasciarli nella sua piena libertàessendo queicorpi "composti di cittadini da rendersi utili in altri serviziallapatria ed alla cultura delle campagne" tanto più che si trattava diuna truppa volontaria "senza il benché minimo ingaggio".

Incaricarono altresì il cittadino gonfaloniere di rappresentare algoverno franceseche la sola Comunità di Firenze non poteva sopportarele spese dell'approvvigionamento delle truppe; e che essendo tali spesedirette "alla pubblica sicurezza universaledovessero essereripartite sul censo di tutte le altre comunità".

Frattanto elessero "col carattere di fornitore generale dei viveriin servizio dell'armata francese"il cittadino Giovanni Paolinisotto la immediata dipendenza del Gonfalonieree "col peso di dareidonei mallevadori per l'amministrazione di tale commissione".

Per lusingare poi i nuovi venutiil Magistrato civico facendosi onorecol sol di lugliogiacché era costretto ad obbediredeliberò con lamassima disinvolturae come se lo facesse di spontanea volontàdi dare.al governo francese"che aveva stabilito il buon ordine in tutta la dominanteun riscontro di riconoscenza e di gradimento universale con quelledimostrazioni solite praticarsi da tutte le altre nazioni costituite nellostato di libertà". Decretarono perciò di solennizzare il dì 7aprile di quell'anno 1799"con una festa nazionale di giubbilo nellaPiazza del Pubblico - come il Comune battezzò per proprio conto laPiazza della Signoria - con l'apposizione dell'albero dellaLibertàincaricando per la buona riuscita i seguenti soggetti: FilippoGuadagniAngiolo Mezzerie Giovanni Baldi col carattere dideputati"Carlo Mengoni "coi carattere di oratore perun'allocuzione al popolo"; e col carattere. di poeti "per unaraccolta" i cittadini Vincenzio PieracciGonnella e Falugi.

Il cittadino Giuseppe Manettifu eletto col carattere "diarchitetto alla festa": e con quello di operatorii cittadiniCastellan e Seignorett.

Con la speranza poi che il governo francese venisse in aiuto alla cassadel Comune mercè il concorso di quella della Camera delle comunitàscialarono alla grandestanziando dodici dotidi dieci zecchini l'una(112 franchi) "a dodici zittelle" che avessero pronta occasionedi maritarsisebbene poi i matrimoni fossero diciottoperché sei coppienon pretesero dote.

Tanto zelo però fu raffreddato alquanto da un ordine del cittadinogenerale Gaultier "imponente il trattamento di tavolaec.da farsiad esso e suo seguito dalla Municipalità di Firenze".

I cittadini priori dovettero striderci; e con partito di dieci votitutti favorevoli "autorizzarono il loro gonfaloniere per unagiornaliera prestazione" per il trattamento dell'egregio generale esuo seguitoe deputarono il cittadino Vittorio Hassiè d'eseguire un talordine a richiestae di fare tutte le spese occorrenti "con quelladecenza e proprietà" che si richiedeva a riguardo di tali persone.

Ma giacché doveva la Comunità pensare a dar da mangiare al generaleed al seguitocredettero bene i cittadini priori di spender qualcosaanche a vantaggio loro; perciò nel giorno stesso stabilironoche dovendoessi prender parte alla festa nazionale col loro cancelliere e primocoadiutorenon era conveniente di presentarsi "con la veste solitausarsi nel passato governo; ma di intervenirvi" con quella uniformedemocratica ammessa dagli altri governi in simili funzionida farsi aspese della comunità per dieci residenti unicamente al loro assessore edai due ministri sopraindicati"da unirsi alle altre spese" cheaccorrerebbero per la festa. Fu stabilito però che le tredici uniformisarebbero appartenute sempre

alla Comunità e passate in consegna al cittadino magazziniereBernardino Pratellesiper servire in altre simili eventualità; oalienarsi a profitto della medesimanel caso di dover cambiardaccapo padrone. I cittadini priori eran previdenti!

Per provvedere a queste spesepensarono "di moderare"l'entusiasmo per la festa nazionaleriducendo a sei zecchini la dote giàdeliberata per le dodici zittelle che avessero nel giorno della festanazionale pronta occasione di matrimonio.

E per maggiore economia stabilirono che l'abito uniforme bianco e lacuffia di cui dovevano esser fornite le spose a spese della Comunitàdopo la cerimonia del matrimonio attorno all'alberodovessero essererestituite.

Nel dì 30 aprile poia cose finiteil Magistrato civico"considerando che il cittadino Pietro Feroni" nell'occasionedella festa della libertà "si distinse con una dotta ed eleganteallocuzione fatta al pubblicoe considerando ugualmente come articolodi precisa convenienzadi contestare al medesimo un atto di pubblicagratitudine" deputarono il cittadino gonfaloniere Giuseppe Morelliacontentarsi di indirizzare all'eloquente oratore un biglietto diringraziamento "che contesti al medesimo la riconoscenza delpubblico".

Il Comune si trovò poi in serio imbarazzo per il cambioedovette ricorrere alla creazione di un cambio forzato con quelfrutto che fu poi stabilito coi "creditori cambistiper laconcorrente quantità di quindicimila novecento scudida repartirsi fradiversi possidenti più facoltosi"; i quali però eran sempre quelliche si ritenevano per giacobini. Gli austriacanti per quanto gravatianch'essilo eran però un po' meno.

In nuovi e gravi imbarazzi si trovò pure la Comunità alla fine dimaggio del 1799per non avere essa da far fronte agli impegni delprestito stato ordinato da Ferdinando III nel dicembre del 1798 al qualedovevan concorrere lo "Scrittoio delle fabbriche" lo Spedale diSanta Maria Nuovae "diversi particolari".

Ma siccome lo Scrittoio delle fabbriche non aveva denarolo Spedaleavanzava invece dalla Comunitàe i particolari erano in parte creditoried in parte livellari del Comunecosì il Magistrato pensò bene digravar la mano su questi ultimisequestrando loro le pigioni dei fondied altri beni che potessero possedere.

C'è da credere se il malcontento era giustificato!

La Comunità era ridotta a tali strettezzeche non avendo nemmeno dapagare al setaiolo Pacini e C.i drappi per i palii di San GiovannidiSan Pietro e di San Vittorionella somma di poco più di quattromilalirei priori furon costretti a stabilire il 25 maggio 1799 di dargli unacconto "di mille lireda pagarsi però quando la cassa dellaComunità sarebbe stata in grado di sopportare tale aggravio" che eraquanto dire che per il momento non c'era furia!

Per uscire un po' d'impiccioe tanto per andare avanti meno peggio evivere giorno per giornofu anticipata la scadenza delle rate della tassafondiaria; e quando nella cassa cominciò a sentirsi il suono di qualchesolitario scudopiombò come un fulmine a ciel sereno un ordine "delcittadino Macdonaldgenerale in capite dell'armata di Napoli"in data 2 giugno 1799 "per la pronta somministrazione dalla Comunitàdi Firenze di settanta cavalli da sellae settanta cavalli o muli datiro".

Il cittadino gonfaloniere "per la piena e sollecita esecuzionedegli ordini ricevuti" non vide altro mezzo che di fare una notaalsolitodi centotrenta cittadini più facoltosiche andavano diventandoinvecea forza d'aggravii più miserabilii quali dovesserosomministrare altrettante bestie.

E il Magistrato approvò con nove votitutti favorevoli!

Per render sempre più floride le condizioni del Comune gli egregicittadini Rutilio e M. Ranieri Orlandini che avevano dato a cambio allaComunità la somma di 2506 scudivedendo che le cose andavano di male inpeggionel 13 giugno domandarono l’immediato rimborso della somma daessi data in prestitoo l'aumento del frutto. Ed il Magistrato presocosì per il collodové portare dal quattro al sei per cento il fruttodel capitale medesimo!

Tutte risorse cotesteche rendevan sempre più facile e simpatico ilnuovo regime dei liberatori.

Quando poi si allontanarono le truppe francesiper assicurare "latranquillitàla quiete e la sicurezza" della città il Comune fucostretto a provvederesenza denari. E al solito se la cavò "conuna deliberazione del 24 giugno 1799 dichiarando ipsofacto comedescritti nel catalogo della truppa nazionale tutti i possidenti dellacittàsenza elezione alcunae i loro figli capaci di portarl'arme".

Furono iscritti pure gli impiegati e i loro figlie i pensionati.

Tutto questo "al fine di dimostrare alla nostra patria -servendo lo straniero - lo zelol'interessela fedeltà el'attaccamento dì cui ciascheduno è debitore verso la medesima"! Esiccome il Senato fiorentinosubentrato al governo franceseper fareonore alle deliziose truppe aretine ordinò uno spettacolo in onore diqueste al teatro del Cocomero nella sera del dì 8 lugliocosì laComunità dové pagare a Gaetano Grazziniimpresario di quel teatrolasomma di cinque zecchini per la spesa dell'illuminazione del teatro.

E la Comunitàche andava sempre più in rovinasi vide costretta adincaricare il cancelliere Domenico Baretti di adoprarsi col signor - nonsi diceva di già più cittadino - Giovanni Marcantelliall'effetto diraccogliere delle somme da darsi a prestito alla Comunità stessarivolgendosi "al signor Francesco Baldial signor Donato Orsi e adaltri banchieri di credito".

Ma nessuno correva a prestare al Comune; il quale fu costrettonientemeno che ad implorarecon partito dell'11 lugliodall'inclitoSenatol'autorizzazione di impegnare a favore di una persona da nominarsiche si era offerta di fare un prestito di- mille scudi"il fondo cheserviva di residenza al Magistrato comunitativo"! cioè il palazzodella parte guelfa in Piazza San Biagio.

E benché si trovasse il Comune in queste misere condizionipurnonostante il gonfaloniere Orazio Morelliche a quanto pareodiava ifrancesi ma amava i tedeschi - come se questi non fossero stranieri - ebbeil coraggio di proporre "di accordare agli individui della cavalleriatedesca una gratificazione di cinque paoli a testa per i comunied unmese di paga per ciascheduno degli ufizialiessendo stato considerato ilmerito della predetta truppa non meno che la riconoscenza di cui èdebitrice la città di Firenze alla loro sollecitudine e al disagio daessa sofferto nel pronto viaggio che ha intrapreso per giungereprontamente in Firenze".

Cose che fanno ira soltanto a leggerle!

Il 18 luglio cadde un altro tegolo sulla testa del Magistrato civicocon le istanze presentate da alcuni vetturali i quali esponevano di esserestati requisiti "con un respettivo loro numero di muli e cavalli inservizio dell'armata francesee da questa città condotti a forza invarie parti dell'Italia". Quindidi essere stati obbligati daifrancesi ad abbandonare le dette bestiee a ritornare "raminghi edesolati alle loro abitazioni". Perciò facevano istanza di essereindennizzati della perdita fatta. Dopo avere accertata la verità deifatti esposti dagli otto vetturali ricorrenti il Comune fu costretto apagare"per indennizzazione delle rispettive bestie loro requisitecon i legni e finimenti perduteucciseli e toltelinel servizioforzato dell'armata francese"e segnatamente in occasione dellabattaglia della Trebbiala somma di franchi 13.58574 pari alla monetad'allora a 2310 scudidi cui novecento ai signori Fratelli Fenzi.

Il signor Orazio Morelli tutto propenso per i tedeschi (ed al qualesarebbe stato benese non sembrasse un po' volgare l'auguriounattestato di riconoscenza scrivendoglielo dove eran soliti di scriverloloro col bastone di nocciuolo) nell'adunanza dei Magistrato dello stessodì 18 lugliodomandò "se piaceva ai signori adunati di eleggeredue soggetti della loro Comunità con l'espressa condizione di presentarsiai piedi di S. A. R. Nostro Signore - cioè Ferdinando III - percontestargli i sentimenti del giubilo universale" dimostratodal popolo fiorentino per i fausti avvenimenti delle armi austro -imperialie per le cure che si era dato di sollevarlo dal giogo pesantedelle armi straniere che avevano barbaramente invaso la Toscana. Ma laproposta del signor Orazio non andò a genio; e quando fu girato ilpartito "tornò negato": che era quanto dire che se qualcunovoleva andare a presentarsi ai piedi del Sovranoci andasse lui perché"i signori adunati" non si sarebbero mossi per ringraziarlo d'uncambio di stranieri.

Per non perder l'uso di farsi prestar denaroil Magistrato nellaseduta del dì 8 agosto incaricò il signor gonfaloniere di prendere aprestito da una o più persone la somma di diecimila scudi "al fruttopiù discreto della piazza" e ciò in vista degli urgentibisogni"e segnatamente per provvedere le armate austro – russe".Perché il bello era questoche tutte le migliaia di scudi che simacinavanotutti gli imprestiti che il Comune era costretto a concluderefacendosi anche strozzareservivano sempre per mantenere gli stranìeriche spadroneggiavano in casa nostraoltre poi al ringraziarli e dar lorole gratificazioni per lo zelo col quale accorrevano e per la noncuranzacon cui affrontavano i disagi del viaggio!

Dovevano stare a casa loroe così non si sarebbero strapazzati. Ilmale era che ci avevan conosciuto!...

Per vedere di realizzare qualche soldoi priori della primadellaseconda e della terza borsastabiliron di procederesenza la solennitàdell'incanto ma privatamentealla vendita di tutti gli abiti uniformiserviti in occasione della festa "così detta nazionale". Avevandurato poco!

Fra tanti rincalzila Comunità ebbe anche la disdetta di unaeccessiva mortalità nelle "truppe imperiali" stanziate inFirenze; poiché dal 25 settembre 1799 al 23 aprile 1800 "i cadaveriestratti dagli spedali militari dell'armata austriaca" ascesero a1812. Per conseguenza "conguagliati a 115 cadaveri il mese"furono dovute sborsare dalla esausta cassa comunalecon platonicaprotesta di rivalsa verso l'amministrazione militareventi scudi per ilpagamento del trasporto di quei cadaveri nel cimitero di Trespianoperparte del cottimante Niccola Martiniche li portava lassù suicarri come i maiali al mercato.

Per cercare di fare economia in tuttoil Magistrato civico si sarebbeattaccato ai rasoi: lo provi il fattoche per l'illuminazione compravadue o tre barili d'olio per volta; e di piùper non spender tanto nellarena che si spargeva nelle vieper tutto il corso delle carrozze e deibarberi in occasione di feste fu deciso che dopo la festa fosse ammassatadagli spazzini "e depositata in una buca da farsi nell'area del Pratoper quivi conservarla".

Di fronte a tanta miseriacapitò come un disastro più grande ilritorno dei francesi; i quali per non perder tempo imposero con decretodel 19 ottobre 1800 emanato dal general Dupontcomandante in Toscanaalla città di Firenze una contribuzione di due milioni e mezzo difranchi. Ma il magistrato"persuaso dell'impossibilità di poter collettaredagli abitanti della cittàestensivamente anche ad ogni cetoladetta somma"incaricarono il nuovo gonfaloniere marchese FrancescoCatellini da Castiglioneed altri sette rispettabili soggetti "dipresentarsi in corpo in forma di Deputazione pubblica" alluogotenente generale Dupont e fargli presente "con l'esposizione ditutti i fatti antecedentila povertà del paesele luttuosecircostanze in cui si ritrovava da molto tempo la decadenza del commerciola scarsità delle raccoltee per conseguenza l'impossibilità assolutadi supplire alla detta richiestapregandolo instantemente a volerlamoderare più equitativamente".

E il gonfaloniere coi "sette soggetti" si presentò algenerale Dupontil quale prese tempo a rispondere. Ventiquattro ore dopoil Magistrato civico ricevé una lettera del generale di brigata Gobert"capo dello stato maggiore dell'ala diritta"con la quale simanteneva ferma l'imposizione di due milioni e mezzo da repartirsi fra leseguenti classie cioè: sulle case più opulente della nobiltàdelcleroe del commercio; sul corpo della nazione ebreasulle proprietàdella coronale commende di Maltal'Arcivescovadoi capitolileabbazie e conventi della città.

E daccapo "si ingiunse" al gonfaloniere ed ai sette soggettidi presentarsi al generale Gobert per dimostrare al solito anche a lui lecircostanze luttuose della cittàgli aggravi da essa sofferti nel corsodi pochi annied insistere per la diminuzione della imposizione.

Finalmentedopo tante umiliazioni e preghierea chi veniva ad invaderdi nuovo il paesela contribuzione fu ridotta a un milione e centomilafranchi "con la condizione però che per garanzia dell'esito di taleimposta venisse effettuato un deposito in gioieper la somma ditrecentocinquantamila franchi". Varii gioiellieri si prestarono afare il detto deposito"con le debite solennità" con lacondizione però che per la garanzia dei loro depositi oltreall'obbligazione dei beni della Comunitàfossero ipotecati "tuttigli effetti e i beni della R. Corona". Ma il Magistrato non essendoautorizzato "a procedereal passo doloroso" della ipotecazionedei beni della coronarappresentarono al generale Dupont che gli piacessedi farglielo accordare per poterlo portare alla debita esecuzione.

Mentre il Comune imponeva le quote dell'imposizione ai cittadiniindicati nell'elenco dei facoltosi - come per ironia siseguitava a chiamarli- molti di essi badavano a tempestar di domande ilMagistrato per essere esonerati da un aggravio che non potevano affattosopportare.

Ma il generale Dupont chiedeva alla Comunità la nota dei contribuentitassati con l'intimazione ai morosi dell'arresto e dell'esecuzionemilitare. Questa terribile minacciafu poi commutata nellacontribuzione doppia!

Come Dio volleil milione e i centomila franchi furon raccolti; ma"per le laboriose operazioni" ci vollero dodici donzelli chefurono impiegati in tutte le oreanche non compatibilie perfino dinotte; e fecero un così attivo servizioche il Magistrato nel dì 11novembre 1800 stanziò a loro favore centoventi zecchini. Ma il Comuneebbe a spendere anche quarantanove scudi per far trasportar i denariraccolti "alle case di abitazione del commissario di guerra e deltesoriere delle contribuzioni". E di piùoccorse la spesa diseicentodue lire spese dal gonfaloniere per il mantenimento di seigranatieri francesi "attesa l'esecuzione militare da esso soffertanella casa di propria abitazione posta in Via Ghibellina". Con tuttala sua buona volontàil marchese Catellini fu tenuto come prigioniero incasa suafinché non fosse coperta la somma del prestitoe di più ebbea pagare i soldati che gli fecero la guardia! Nessuno era mai stato benecome alloracoi liberatori in casa!

Avuti i denariil governo provvisorio francese per certe circostanzepiuttosto graviche ne minacciavano la sicurezzapensò bene di prendereun po'il largo e di ritirarsi in luogo più cauto e sicuro.

E intanto il Comune si trovò a dovere organizzarelì per lìunbattaglione di guardie di sicurezza agli ordini del maggiore Vaccà.

I guai pareva che cominciassero allorae sempre più gravi.

Mentre la Comunità nel 28 dicembre 1800 si trovava nella dolorosacondizione di dover chiudere lo Spedale di Santa Maria Nuova permancanza d’assegnamentigiungeva il giorno stesso una lettera delgenerale Miollistornato a Firenze coi suoi francesiimponendol'immediato sborso di centomila franchi con la minaccia della carcere atutto il Magistrato nel caso di non adempimento!...

Una città così tartassatacosì oppressanon aveva nemmeno la forzadi ribellarsiperché tutta la gioventù valida era sotto le armiindossando la divisa degli oppressorie si trovava sparpagliata chi sadovead esporre la vita per essi!

Non essendo affatto possibile alla Comunitànonostante ilraddoppiamento e l'anticipazione della riscossione dei dazidi pagare lasomma domandataebbe a ricorrere ad alcuni mercanti per mettereinsieme un accontonon avendo nella cassa che 7250 franchi che offrìtutti alla cupidigia del generale Miollisrimanendo il Comune senza unsoldo.

E quei "mercanti" che furono i fratelli Salvettiil dottorCesare LamprontiFrancesco MorrocchiLorenzo Baldinii Fratelli Fenzied Ezechia Baraffaelspremendo alla loro volta le proprie casseriuscirono a mettere insieme la meschina somma di novemila ottocentofranchi. Milledugento - non avendo altro - ne diede la depositeria e peressa il signor Francesco De Cambray Digny.

Cosicché raggranellata alla meglio con tanti stenti e tanteumiliazioni la somma di diciottomila lireebbero anche a implorare chevenissero accettate come. accontoversando quella somma nelle mani delcittadino Delmartesoriere particolare del governo provvisorio.

E s'era anche ridotta la Comunità a pagare a sgoccioli anche i giandarmipassando al loro comandante Carlo Trieb ogni quattro giorni la pagaper gli uominise c'eran però i quattrini in cassa.

E nonostanteil buon Magistrato civico la sera del 31 dicembre 1800 siriunì nella canonica di San Lorenzo "di dove si portò assieme alMagistrato supremo nella chiesa di detto Santo" per assistere alsolenne Te Deum per il ringraziamento dell'anno!

Erano andate bene le cose!...

Il nuovo anno 1801lo cominciò anche meglio la Comunità. Dovésborsare al libraio Giovanni Nesti quarantacinque scudi e cinque lire perun conto di cartapenneceralacca e fattura di libri bianchioccorsiper il servizio delle truppe francesi. E per seguitare anche megliopervennero il primo gennaio due lettereuna del cittadino Delmainel'altra dell'aiutante Vincenzo Brihes "comandante e capo dello statomaggiore" dirette al ritiro della somma di centomila franchi esclusaogni speranza della minima dilazione!

Come se poi non bastassero tante angustiela Comunità doveva far buonviso e pagare le spese superflue ed inutili imposte dal governo francese.Così dovéfacendo proprio alla meglio e chiedendo anche scusaassegnare sole quaranta lire toscane ai custodi della LibreriaMagliabechi"per le fatiche da essi sofferte in occasione dellafesta data dal governo francese in morte della poetessa CorillaOlimpica".

E poi il 5 gennaio ebbe a sborsare tremila scudi per compra di cavallida sella in servizio delle truppe francesi; e di più pagare diecicambiali per la somma di altri milledugentoventiquattro scudioccorsinella precedente compra di ventotto cavalli sempre per le medesime truppe.

Ed avendo la Comunità ordinato un nuovo imprestito ai mercantituttifecero domanda di esserne esonerati; ed i primi furono Cesare GraziadioGinettauimposto per trecento scudie Gabbriello Bollaffi per egualsomma.

Fecero anche una simile istanza la prima delle suore delConservatorio della Pietàin Via del Mandorlo - dove oggi sorgel'istituto tecnico- Maria Anna Silvani vedova NeriIsabella Nerlivedova AlmeniLorenzo Adami già Lamifratelli Niccolini e Ubaldo Maggi;ma queste istanze poste a partito vennero tutte rigettate.

Vedendo poi i cittadini priori che essi facevano come l'asinocheporta il vino e beve l'acquapensarono "di avanzare unarappresentanza al governodiretta ad ottenere una gratificazione inricompensa delle maggiori incombenzeparticolari commissionied in vistapure delle quotidiane adunanze".

Girato il partitofu approvato con nove voti favorevoli ed unocontrario.

Una cosa veramente strana e curiosa fu quella che il governoprovvisorio con un avviso al pubblico in data 5 gennaio 1801disapprovavae condannava come ingiusta ed eccessivala nuova imposizione fatta dalMagistrato ai possidentiin ragione di lire diciotto per fiorino. Ma ilMagistrato ribatté nell'adunanza del giorno stesso quell'accusacon lestesse parole del Presidente del Buon governo quando questi parlò in nomedel Governo provvisorioallorché era stato costretto il 15 dicembre 1800a ritirarsi in più pacifica stazione.

Il Presidente del Buon governo aveva scritto al Magistrato civico inquesti termini; "Voi siete pertanto autorizzati a prendere tuttequelle misure necessarie per far fronte alle spese imperiose dellecircostanzele quali resteranno sempre da me approvate col mio Visto. Nonmancate però di renderne parte al governo".

Oltre a questoil Magistrato medesimo rifacendo tutta la storia dellaimposizione improvvisa di centomila franchiche furon per forza dovutisborsare in pochi giornideliberò "premessa solenne protesta dirispetto e di venerazione (poiché si era ridotti a tantoavvilimento)" di estendersi una memoria ragionata dalla qualeresultasse che trovandosi il magistrato oltremodo aggravato nella suarappresentanza col citato avviso a stampa del 5 gennaio 1801e nellacircostanza di dover corrispondere al pubblico sul punto interessantissimodella sua amministrazionedomandava in linea di giustizia un riparoall’offesa ed aggravio fatto al Magistratoeleggendo a questoeffetto l'avvocato Giuseppe Poschi con facoltà di presentarsi ovunqueoccorresse.

E intanto continuavano a piover le domande di coloro che chiedevanod'essere esonerati dalla contribuzione al prestito di centomila lire.

La risposta del governo provvisorio non si fece aspettare: ed infattil'assessore della Comunitàavvocato Pier Maria Tantiniadunato ilMagistrato comunicò ai signori priori la immediata loro sospensionedall'ufficio per ordine del governo; e la destituzione del cancellieredottor Vincenzo Scrilli nominando a succedergli il signor Orazio Bassigià cancelliere a Montepulciano.

Non mancava altro che farli fucilare!

Il Magistrato "per non restare ulteriormente compromessonell'opinione del pubblico" decise di presentare una supplica alprepotente governo per manifestargli il più sensibile rincrescimento diavere incontrata la disapprovazione del governo nella creazione di unadeputazione diretta a procurare i vantaggi possibili alla comunitàedimostrare le sue innocenti intenzioniimplorando lariabilitazione all'esercizio delle sue funzioni!

Per scontare quella specie di eroica deliberazioneil Magistrato fucostretto a prenderne un'altra un po’ più umile; e fu quella del 22gennaio 1801con la qualedopo aver sentito che era già arrivato inFirenze "il cittadino generale Murat" in sostituzione delMiollis"per non mancare in veruna parte a quei doveri ai quali puòobbligarli la loro rappresentanza" i signori priori deputarono illoro gonfaloniere marchese Francesco Catellini da Castiglioneinsieme adaltri "soggetti" di presentarsi in forma pubblica davantial generale Murat "a congratularsi del di lui felice arrivo inToscana" e passar seco i più rispettosi offici di commissionee dipendenza; premessi i quali dovevano assicurarlo della venerazione cheprofessava tutta la città alla repubblica franceseed alle suevittoriose armate; raccomandargli la quiete e la tranquillitàesortarloa non permettere che fossero capricciosamente licenziati i vecchiimpiegati; l'economia nelle spese e nella erogazione di nuovi impieghi pernon aggravare di più la disastrata finanza.

Il 28 gennaio stabilì il Magistrato di mandare una nuova deputazione aMuratper scongiurarlo a limitare le speseatteso "lo statoveramente calamitoso della città per il languore delle artidelcommercio e degli aggravi inseparabili dalle attuali circostanze".

Dopo tante e così umilianti preghieree come misura politicailgoverno fece affiggere un editto col quale si accordava ai reclamanticontro l'imposizione del prestitoaggravati e molestati dal passatogoverno per opinioni politichela condonazione della metà fino a nuovedeterminazioni.

E questo fu un po' di sollievo a tante angheriefino alloracontinuamente sofferte.

Le cose a poco a poco parvero calmarsi con la pace conchiusa fral'imperatore e la Repubblica francese. La mattina del 3 marzo 1801perordine dell'avvocato regio Bernardo Lessii rappresentanti dellaComunitàguidati dal gonfaloniere Niccolò Arrighisi recarono allaMetropolitana per assistere all'inno ambrosianoin ringraziamento della"fausta notizia ricevuta dal generale Berthier" della conclusapace.

Il Gonfaloniere e i priori intervennero alla cerimonia "in abitomagistrale" ma non comparvero né il cancelliere Scrilliné ilmarchese Girolamo Bartolommei e Averardo Medici "benchéintimati".

Tutte le deliberazioni successiveprese in seguito dal Magistratolofurono senza l'intervento del cancellierecontrarissimo ai francesiessendoa quanto pareun codino numero uno!

Il 28 marzoil Magistrato deliberò di eleggere quattro soggettiperchéin nome della Comunità si presentassero "a S. E. il signor generalein capo Muratper contestarle i sentimenti di venerazionedirispetto e di gratitudine con i quali il pubblico avrebbe sempreconservato la memoria di un soggetto che si era meritata la comuneestimazione".

I quattro "soggetti" presceltifurono Niccolò Arrighi nuovogonfaloniereil marchese Girolamo Bartolommei (che non era andato al TeDeum) il tenente Antonio Pratesied il signor CiprianoCarniani; e fu "ingiunto ai medesimi di adempire alla commissione conla maggior decenza e decoro possibileper corrispondere all'importanzadell'oggetto".

A leggere queste parole della deliberazionepare che il Magistratoinvece di quattro persone distinteavesse eletto quattro facchini!

Il 9 aprile il dottor Vincenzo Scrilli fu "ristabilito nel suoimpiego di cancelliere della Comunità civica di Firenze" e quello fuil segno che i tempi stavan per cambiar daccapo. Infattinel giornostessoil Magistrato approvava una lettera preparata fino dal 3 aprileda inviarsi al generale Murat per fargli "sentire l'universalgradimento per la ripristinazione del Governo provvisorio granducaleall'esercizio delle sue funzioni". Ecco perché era tornato loScrilli!

Un'altra promessa di Murat fu quella comunicata dalla "R.Segreteria di Finanza" il 23 aprile 1801con la quale si assicuravache d'allora in poi la Toscanaeccettuato il soldo alle truppe francesida esser pagato mensualmente al tesoriere dell'armata"sarebbe stataesente da ogni specie di requisizionee da ogni altro aggravio relativoalle forniture di vestiario".

Migliorate un poco le coseil Comune in quell'anno pensò anche allefeste di San Giovanniche non erano state fatte l'anno avanti; e funientemeno in grado di pagare al signor Ottavio Codibò dieci scudiperaver dipinto con oro e argento le striscie delle tre bandiere per i paliidi San Giovannidi San Pietro e di San Vittorio.

Il 2 agosto 1801 il Gonfaloniere coi priori del ceto nobilee iquattro della borsa dei cittadinicon l'intervento del Senato siriunirono nel salone di Palazzo Vecchio "volgarmente detto di LeoneX" per la solenne proclamazione del possesso del Granducato diToscanache diventava regno d'Etruriapresa dal marchese di Gallinellain nome di S. M. il Re Lodovico I Infante di Spagna e Principe ereditariodi Parmaecc.

I priori della borsa dei possidentiche erano stati troppo bene contutti i cambiamenti avvenutinon intervennero a quella funzione.

Cessate le spese per le imposizioni francesisi cominciò a spendere espandere per far le feste all'arrivo del nuovo re. Fu stabilito di farcorse di barberidi cocchie incendiar fuochi sulla torre di PalazzoVecchio; quindi di ossequiare e inchinare il nuovo sovranoe andare avarii Te Deuma messe cantate per l'onomastico del Reper il suoarrivo a Firenze; poi per il viaggio della real famiglia a Barcellonaequindi per la nascita della Principessaavvenuta appunto durante quelviaggio; per la qual fausta circostanza nelle sere del dì 1819 e 20ottobre 1802 fu illuminata la cupola del Duomo e fatti i soliti fuochi digioia sulla torre di Palazzo Vecchio.

E nuove messe cantate e Te Deum e fuochi e illuminazione dellacupola furon ripetute per il ritorno in Firenze dei sovrani e viadiscorrendospendendo centinaia di scudicome se le casse del Comunerigurgitassero di monete.

Nel 5 gennaio 1803 il Magistrato civicopreoccupato delle"pubbliche dimostrazioni di giubbilo da esternarsi in occasione delritorno e dell'ingresso nella città delle Loro Maestà" e delladegnazione del gradimento che dimostrarono per le filiali premureesternate loro dal Magistrato medesimoordinaronoche in aumento delledimostrazioni di gioia fosse illuminata la porta a San Frediano e per untratto fosse illuminato altresì il Borgo medesimo per mezzo di lampionipadelle ed altri vetri a riflessodisposti in quella forma che fossegiudicata più conveniente dall'architetto Giuseppe Del Rosso.

E perché la cosa riuscisse più decorosainvitarono ad una volontariasovvenzione tutti i ceti della cittàeleggendo col "carattere dicollettori" alcuni canonici nella classe del cleroaltri signorinella classe dei nobiliquattro avvocati per il ceto dei curialidue soggettiper il ceto degli impiegatiquattro negozianti per il ceto deimercanti e due israeliti per la nazione ebrea.

Ma con tutto questole spese furono piuttosto copiose. Ciò che sispendeva prima per le continue esorbitanti imposizioni del governofrancesenon solo andava ora in festein fuochi di discutibile gioiaenei frutti dei passati imprestiti e imposizionima vi si aggiungeva laspesa per gli alloggi delle truppe spagnuolee l'indennità in contantiper la pigione agli ufficiali ammogliaticiò che minacciava un deficitvistoso nell'amministrazione comunale. Tant'è veroche la Comunitàdeliberò nel 3 luglio 1806 di fare istanza alla Regina reggente divalersi della imposizione straordinaria di centomila scudiesonerando laComunità stessa dal rimettere l'importare al Monte comune.

E siccome le disgrazie non vengono mai solealla calamità delletruppe spagnuole da mantenerepoiché pareva proprio che la Toscana dal1799 in poi dovesse sempre far le spese alla gente di fuorisopraggiunsela invasione delle cavallette.

Ed il Magistratocon una deliberazione piuttosto stizzosapoiché lapazienza gli cominciava a scappareprotestò "di non poter pagarealcuna somma per l'estirpazione dei grilli o locuste; perchéessendo il Comune circoscritto dalle murale locuste non avrebberodato noia anche se fossero entrate in città. Perciò fu fatta istanzaalla reggente d'essere esonerati da qualunque spesa per estirpare i grillio cavallette che si volessero chiamare.

Il Magistratoper non sembrare ostile alla serenissima reggenteeracostretto però ad afferrare tutte le occasioni che gli si presentavanoper protestare la sua devozione e l'inalterabile attaccamento tanto a leiche al suo degnissimo ragazzoche aveva il titolo di re d'Etruriaereditato da quel portento ch'era stato suo padre Lodovico. Perciònel12 giugno 1807cogliendo "la fausta circostanza" del ritornodelle Loro Maestà la Regina reggente ed il piccolo rela Comunitàstabilì di ordinarecome aveva fatto nel 10 maggio 1806 quando le stesseLoro Maestà tornarono da Livornoche per dare un qualche contrassegno dipubblico gradimento e letizia fosse decentemente illuminata laporta a San Frediano per mezzo di lampioni e padelle ardenticome ancorail Borgo a San Frediano con simili padelle o fanali a proporzionalidistanze a spese della Comunitàquesto s'intende. Soltanto furisparmiata la spesa di 6851 lireoccorse nel 10 maggio 1806 per l'arcotrionfale alla porta a San Fredianoche nel 1807 fu risparmiatain vistaforse che questi ritorni eran troppo frequenti.

E per rendere ancor più splendida e possibilmente più spontanea ladimostrazioneil Magistrato invitòo megliointimò (come siusava di dire allora) i cittadini che avevan la fortuna di abitare dallaporta a San Frediano fino a'Pittidi illuminare le loro casese ilritorno delle preziose Loro Maestà fosse avvenuto di sera; e ad ornare lefinestre se accadesse di giorno. Di Piùi Priori deputarono ilGonfaloniere marchese Tommaso Guadagniil duca Ferdinando Strozziilcavalier Vincenzo Gondi Cerretani ed il signor Luigi Pratesiperché siportassero al Palazzo Pitti la sera dell'arrivoper felicitare in nomepubblico le Loro Maestà di essersi restituite alla capitale!

Pareva proprio che il Magistrato civico temesse che si perdessero perla strada!

Lo sfarzo della Corte dopo la morte di Lodovico Borbone aggravavasempre più la Comunità. Basti fra tanti esempiquello che la Reginareggente "con biglietto della Sua Real segreteria intima del dì 22giugno 1807" partecipò al dipartimento delle Finanze la suaapprovazione "al progetto di apparato della Loggia dei Lanzi per laFesta degli Omaggi" proposto dal Consigliere Guardaroba maggioreordinando nel tempo stesso che la Comunità di Firenze rimborsasse la R.Guardaroba della spesa occorsa per l'esecuzione dell'apparato medesimoericevere in consegna "tutte le macchine che la compongono perconservarsi ed adoprarsi in ogni successiva simile occasione".

Ma i signori Gonfaloniere e Priori non intendevanonell'interessepubblicodi addossarsi questo nuovo aggravio che ascendeva alla somma di21534 lire; perciò deliberarono di farne "delle umili dimostranze aSua Maestà" che tale festa non riguardava la sola Comunità"ma bensì l'universalità dello Stato"; e tanto era verochenel Motuproprio del 26 marzo 1782 tra gli spettacoli pubblici affidatialla Soprintendenza della Comunità con l'assegno d’un’annuaprestazionenon si fa menzione dell'ornato e apparato della Loggia deiLanzi. Tali spese restarono sempre a carico della R. Guardarobanonavendo la Comunità sopportata altro che quella "dell'ossatura deitrono" e dei parapetti davanti alla Loggia. Perciò imploravano da S.M. la degnazione di ordinare che dette spese tornassero a far caricocomein passatoalla R. Guardaroba. Se poi S. M. insisteva nel voler gravarela Comunità di questa nuova spesasarebbe convenuto alla Comunitàstessa di "devenire ad un supplemento d'imposizione sopra la massadei possidenti".

E siccome il Magistrato non poteva senza regia autorizzazione procederea tale aggraviocosì pregava la Maestà Suase desiderava la prontaesecuzione dell'ordine datodi autorizzare la Comunità ad eseguire ildetto supplemento d'imposizione.

Pendente il ricorso del Magistratoquestiper dimostrare lo zelonell'onorare la reggente ed ingrazionirsi presso di leiprese il 2 luglio1807 questa terribile deliberazione:

"I Prioriecc.; sentito che il maestro di postain occasionedella corsa del palio dei cocchi mandò un paro di cavalli non atti aldetto servizioma inviziati di restìocon grande indecenza ed insultoal pubblicoe con pericolo d'inconvenientinonostante gli avvertimentidatigli precedentemente di cambiarliallorché furono riconosciutiincapaci nelle provenon essendovi memoria che siasi fatta una corsa piùindecentecon mancar di rispetto mediante un tale atto del pubblico divari ceti ivi accorso allo spettacolo;

Ordinarono rappresentarsi un tal fatto all'Ill.mo signor Presidente delBuon Governoperché voglia degnarsi di far dare dal detto postiere diquesta dominante al pubblico quella soddisfazione che crederàconvenienteed intantosospesero il solito pagamento del nolo deicavalli posti alla corsa predetta".

E il Presidente del Buon Governo ordinò al "Ministro dellaPosta" Lorenzo Cappelli di presentarsi alla prima adunanza deiPrioriciò che avvenne il 16 luglioed introdotto alla loro presenza"fece le ordinate scuse e avvertito a non incorrere altra volta insimile mancanza" fu licenziato.

Quindiper sfoggiare sempre più in uno smaccato zeloil 4 novembre1807 i "signori Priori sì riunirono col Magistrato supremo nellestanze del Bigalloe si portarono nella chiesa Metropolitana oveassistettero alla messa cantata Per la ricorrenza del nome di SuaMaestà il re nostro Signore". Dicevan proprio cosìiPrioriparlando d'un fanciullo straniero!

Ma la sincerità di queste esagerate e sleali dimostrazioni fu smentitasenza alcun riguardo nell'adunanza del 21 gennaio 1808 (poco più di duemesi dopo)nella quale "dal signor Gonfaloniere fu rappresentato chele Comunità provinciali si erano distinte con feste pubblichesacre eprofanenella fausta circostanza di esser passata la Toscana sotto ildominio dell'Augusto Imperatore dei FrancesiRe d'Italia e Protettoredella confederazione del Renoonde sembrava opportuno che anche la lorocomunità esternasse i sentimenti di gioia e di pubblica soddisfazione perun tale avvenimento".

E dopo "maturo colloquio" si deliberò che nella mattina del2 febbraio 1808fosse cantata una solenne messa con Te Deum inrendimento di grazie all'Altissimo"per la conservazione eprosperità dell'Augusta Persona e famiglia del prelodato Monarca e nostroSovranonella Chiesa Basilica della SS. Annunziatacon l'interventodelle Magistrature solite comparire a simili solenni funzioni" e conl'invito "del militare tanto franceseche dei cacciatori urbani perrendere la funzione più decorosa".

Fu pure deliberato che la sera antecedente alla festa fosseroincendiate le solite macchine di fuochi d'artifizio alla Torre di PalazzoVecchio nel modo che si pratica la vigilia di San Giovan Battistaconfare ardere le solite fastella sulla Piazza detta del Granduca. Chefossero invitati l'Opera del Duomoi Corpi religiosi e rettori di chiesead illuminare la cupola del Duomoi campanili e torri in detta sera. Fudisposto altresì perché alla "sacra solenne funzione" fosseinvitato il Magistrato supremo ed altre Magistrature; e che fossero fattepremure al Generale comandante della Piazzaaffinché egli intervenissepersonalmente e con l'ufizialità di Stato maggiorealla funzione stessae di dare gli ordini per l'interventosulla Piazza della SS. Annunziatanel tempo della funzionedella truppa tanto francese che urbana "inquel numeroforma e modo che ad esso signor Generale parrà epiacerà".

E per dare un po' d'amaro dopo tutto quel dolceil Magistrato tornòsubito sull'affare del padiglione della "Loggia de'Lanzi"ordinato dalla già Regina reggente per la Festa degli Omaggiondecercare d'intenerire il nuovo governo francese ad esonerare la Comunitàda quella spesa. La risposta non si fece aspettaree fu breve e chiara."Si stia all'ordine del 25 giugno 1807 (quello della reggente) ed ilsenatore soprassindaco ne procuri il pronto adempimento". Stettefresco il Magistrato!

Poiper amore o per forzasi cominciò di nuovo a spendere per glialloggi delle truppe francesiche eran tornate a occupare Firenze. E comese queste maggiori spese non bastasserovi fu quella dei lavorioccorrenti al Palazzo Riccardiche fu scelto come sede dal generale DeMoulin; 77 scudi ai fratelli Salvettichincaglieriper quattro paia dicandelabri a tre lumi di plaqué d'argento per uso del generale;altri 4 scudi a Giovan Pietro Peratoner per cinque dozzine di foglie percandelierisempre in servizio del generale.

Il 20 marzo 1808 fu comunicato al Magistrato un ordinedell'Amministratore generale della ToscanaDauchydi riunirsi in PalazzoVecchio per recarsi col generale di divisione Fiorellacomandante latruppa toscanain compagnia del decano ed auditori dell'Alma RuotaFiorentinadel Magistrato superioredi quello de'Pupillidei Presidentidel Buon Governodel Supremo tribunale di giustizia e di otto individuiscelti fra la classe degli avvocati per portarsi sotto la Loggia de'Lanziad assistere alla lettura del Decreto Imperiale relativo allapubblicazione da farsi in Toscana del Codice Napoleoneda andare invigore il 1° maggio. La promulgazione del detto Codice fu fattasolennemente per mezzo d'uno dei pubblici banditorimontato sopra unpulpitoalla presenza di numeroso popolo e dei corpi militari sì dicavalleria che d'infanteria schierati su detta piazza. Il 22 marzo isignori Priori in nome del Magistrato si riunirono "nel Palazzo delloro signor Gonfaloniere" per dare una dimostrazione di giubbilo perl'arrivo in questa città di S. E. il Prefetto del Dipartimento e di tuttele primarie autorità costituite"in segno dell'esultanza e delrispetto che il Magistrato medesimo professava a detto signorPrefetto". Fu altresì ordinato che in detta sera fosse illuminato ilteatro della Pergola a spese della Comunità qualora l'Accademia deisignori Immobili "non volesse prestarsi a tale spesa".Stanziarono 240 scudi per trenta doti di 8 scudi l'una ad altrettanteragazzee di più si assunsero la spesa occorrente "per il vestiariouniforme" da farsi a ciascuna di dette ragazze in occasione dellapubblica comparsa che dovevano fare sotto la Loggia dei Lanzi e delpubblico pranzo che dovevano "ricevere in detto luogo in un giorno dadestinarsi".

E siccome la Comunità spendeva tanti denari inutiliper la falsa"dimostrazione di giubbilo" di un cambiamento che subiva ma chenon aveva desideratocosìfu ordinato "che gli alloggi anco deisemplici soldati fossero a carico degli abitanti (a meno che nonpreferissero di pagar la quota loro spettante in contanti) con quelliutensili e provviste che devono accordarsi a tutti i militariconcedendoai medesimi tutte le opportune facoltà di eseguire quanto sopranelmiglior modo possibile".

Dal 17 maggio 1808 non si parla più del gonfaloniere Guadagniperchéla Comunità fu riformata alla francese.

La prima adunanza del nuovo Consiglio comunale ebbe luogo il 28 ottobre1808nella sala dei Dugento in Palazzo Vecchio.

Il 24 marzo 1809 il Consiglio comunale si adunò "per affariinteressanti". In quell'adunanza fu data lettura d'una lettera delPrefetto che invitava il signor Maire "a far costruire (sic)nel Consiglio municipale un ringraziamento a S. M. I. e R. per il favorsegnalato fatto alla Toscana riunendo i tre nuovi dipartimenti inGranducatoaffidandone il Governo alla sua augusta sorellalaprincipessa Elisa".

Ma siccome non si vedevano che manifestieditti e lettere scritte infrancesequesta cosa urtò la suscettibilità della popolazioneche permezzo di don Neri Corsiniresidente toscano a Parigifece sentireremissivamentele sue lagnanze "con la veduta di favorire la quintaimpressione del Vocabolario di nostra armoniosa favella".L'effetto di questa rimostranzafu la emanazione di un decreto diNapoleonedatato dal Palazzo delle Tuileries9 aprile 1809col quale sistabiliva come una grazia speciale di poter parlare nella nostra lingua.

Il decreto diceva:

"La lingua italiana potrà essere impiegata in Toscana aconcorrenza colla lingua francesenei tribunalinegli atti passatidavanti notari e nelle scritture private".

E per abbondare nella benevolenza continuava:

"Noi abbiamo fondato e fondiamo col presente decreto - dicevaNapoleoneche con quel decreto pareva facesse miracoli - un premioannuale di 500 napoleonii di cui fondi saranno fatti dalla nostra listacivile e che verrà dato secondo il rapporto che ci sarà fattoagliautori le cui opere contribuiranno con maggiore efficacia a mantenere lalingua italiana in tutta la sua purezza".

Nell'adunanza del 20 ottobre 1809 fu stabilito che per solennizzareogni anno l'anniversario della incoronazione di S. M. l'imperatore e dellabattaglia d'Austerlitzvenisse stanziata la somma di 600 franchi perdotarsi una fanciulla onesta e poveraaffinché potesse scegliersi losposo a imitazione della Rosière de'Salency. E nel 25 novembre "funominata Rosiera" a pieni voti la fanciulla onesta Maria AntoniaCortid’anni 23orfanadomiciliata in Firenze in Borgo Tegolaiadiprofessione tessitrice di nastri e felpe.

Questa istituzione a causa degli eventinon durò che cinque anni; ecosì nel 1810 fu nominata Rosiera Maria Luisa Caterina del fu AndreaPapidel popolo di San Lorenzodomiciliata in Firenze in via Faenzaaln. 4709;

nel 1811 la fanciulla Barbera Alloridel popolo di San Fredianodomiciliata in via dell'Ortoal n. 3205;

nel 1812 la fanciulla Ester Paolettidimorante in Borgo San Fredianoal n. 3293;

nel 1813 Regina Maria Maddalena Mandòdimorante in piazza diSant'Ambrogioal n. 7017.

Il 15 dicembre fu deliberato di stanziare la somma di dodicimilafranchi per dare "una festa da ballo nel gran salone di PalazzoVecchio" per solennizzare la fausta ricorrenza del giorno onomasticodi S. A. I. e R. la Granduchessa di Toscana. E per riconoscenza di taledimostrazioneuna delle prime spese imposte alla Comunità dallagranduchessa Baciocchifu quellapareva oramai una fatalità!di 21000franchi per l'addobbo della loggia dell'Orcagna in occasione della Festadegli Omaggicome si continuava a chiamare con una certa ostentazionelafesta di San Giovanni.

Pareva proprio che le donne destinate da Napoleone all'onore del tronosi dessero la mano per far sprecare tanti denari nel padiglione sotto ilquale sfoggiavano la loro autorità!

La signora Baciocchi peròper quanto risguardava le legginon avevafacoltà di modificarne o di promulgarne alcuna. Certe cose le faceva dasé il suo augustissimo fratelloil qualedi quando in quandolusingaval'amor proprio dei fiorentini perché stessero zitti. Uno di questi colpidi scena Napoleone lo fece il 9 gennaio 1811 col decreto che ristabilival'antica Accademia della Crusca "particolarmente incaricata dellarevisione del dizionario della lingua italianae della conservazionedella purità della lingua medesima".

Per gli accademici fu stabilito un assegno annuo di 800 franchi; di1000 franchi agli incaricati della compilazione del dizionario; e di 1200al segretario.

11 22 gennaio 1813 alcuni membri del Consiglio Comunale per richiamarealla memoria i fatti inseriti nel pubblico giornale del Dipartimentousarono queste parole: "che la capitale dell'Imperopenetrata dagiusta indignazione contro il tradimento del generale prussianoesviluppando nelle attuali circostanze di una guerra contro i nemici delriposo d'Europa i sentimenti di amore verso il nostro Augusto Sovranoaveva offerto un reggimento di 500 uomini di cavalleria e con veropatriottico entusiasmo ha dichiarato che verun sacrifizio non le sarebbecostoso per sostenere l'onore nazionalelusingandosi non senza ragioneche il di lei esempio sarebbe seguitato da tutte le buone e fedeli cittàdell'imperoper rimettere in piede una imponente cavalleria volontaria inriparo della perdita occasionata dalle intemperie del clima".Dicevano inoltreche Firenzecome una delle buone cittànon potevaessere delle ultime ad imitare il luminoso esempio della buona città diParigie a dimostrare il suo zelo ed attaccamento verso l'eroeche intanti incontri aveva contraddistinta la sua affezione con segnalatibenefizidomandavano che si facesse un indirizzo a S. M. I. e R.supplicandola ad accettare l'offerta di cinquanta cavalieri armati edequipaggiati.

Il sottoprefettoincaricato dal prefetto dell'Arno di presiedere il"Corpo municipale di Firenze" prese la parola per dimostrareagli adunati tutto il piacere che provava di trovarsi in mezzo ad essi"i di cui lumi (diceva enfaticamente il sottoprefetto) vi hannosempre distinto nel quadro dei cittadini più scelti"!

Quindidopo aver dimostrato che se la capitale della Toscana "erameno ricca e meno popolosa di quella immensa metropoli che è Pariginonl'avrebbe ceduta ad essa in devozione verso S. M.ed avrebbe saputomostrare di essere degna di far parte " di quella gran famiglia cheil più grande di tutti gli eroi ha salutato il primo col titolo di grandeNazione"!

"Fiorentini! - esclamò più che mai incalorito il sottoprefettocome se credesse a quanto egli stesso diceva - Fiorentini! Voi che sietedistinti e sì celebri per le arti e per le scienze... Voiche per sìillustri titoli siete stati chiamati gli ateniesi dell'Italiaeccol'occasione in cui potete mostrare di meritare questo nome sul rapportoancora del valore e dell'onore nazionale".

Dopo aver tirato in ballo perfino Lorenzo de'Mediciil sottoprefettoconchiuse: "La città di Firenze cosa può far meno che dare in taleoccasione cinquanta cavalieri equipaggiati"? E come se nellecondizioni in cui si trovava il Comune l'equipaggiare lì per lìcinquanta cavalieri per mostrarsi i fiorentini i veri ateniesi d'Italiafosse una cosa da nullacon la solita burbanza il sottoprefetto dissechequella offerta era da considerarsi "come la più deboleespressione dell'attaccamento il più inviolabile" che Firenzenutriva per il suo Sovrano!

Per colmo di gentilezzail sottoprefetto esclamò: "Nella miaqualità di Presidente propongo che sia nominata una Commissione aseduta permanentela quale componga un indirizzo a S. M. ondesupplicarla ad accettare il numero precitato di cinquantacavalli"!

Fu sul momento nominata una Commissione composta dello stessosottoprefettodel maire Angiolo MezzeriPietro TorrigianiSpinello SpinelliAmerigo Marzi Medici e Alberti con l'incarico diredigere lo spontaneo manifesto che il sottoprefetto avevapropostoe anche per trovare il modo di pagare l'equipaggiamento deicinquanta cavalieri.

L'adunanza fu sospesa per riprendersi la seraonde compilare il famosoindirizzo. Il sottoprefetto però mise fuori lui il progetto d'indirizzoche aveva già preparatose non gli venne direttamente da Parigie chelesse agli adunati i qualinon c'è bisogno di dirlolo applaudirono el'approvarono mezzi pazzi dalla gioianon fosse altro per vedersirisparmiata la fatica di compilarlononostante che fossero stati nominatiapposta!

L'indirizzo fu questoche val la pena di riprodurre tale e qualecomedocumento del tempo.

Sire!

Non presagivanoo Sirei Vostri nemicicui più assai che il valoredel braccio e i calcoli profondi e combinati del genio accordò un'ombradi fuggitiva vittorial'aver per alleati un suolo ospitale e desertounCielo tetro ed inclemente. No! che nella Loro stolta e cieca ferocia nonpresagivano che questa sarebbe stata l'epoca del Vostro più splendido epiù gradito trionfo.

E qual altro momentoSireaveste giammai più caro e più bello pelVostro cuore di quelloin cui l'onore dei Vostri sudditiassiepandosiintorno a quel Trono incrollabileche il Vostro valore inalzòche ilVostro genio trascendente sostiene con uno slancio universale e spontaneosembra chiedervi a grandi grida il diritto di sviluppare senza conosceremisure o confinitutte quante pur sono le forze immense del Vostro Imperodi offrirvi tutti gli inesausti suoi mezzie di sottoporsiove l'uopo lochieggaanche a tutti i sacrifiziche il Vostro cuore vorrebbe purrisparmiareonde fare altapronta ed immancabile vendetta dei disastricui per l'inclemenza della stagione e del climae per la barbarieinconcepibile e rivoltante di un nemicoche festeggia ed illumina i suoitrionfi con l'incendio delle sue capitalila Vostra Nordica armata non haguari soggiacque!

Questa Epoca grandiosaperché gravida certamente di nuove Glorie perVoischiude agli occhi di V. M. uno spettacolo commovente per un lato edimponente per l'altrolo spettacolo cioè dell'amore che meritatedellaforza che possedete. In mezzo a questo toccante e sublime spettacoloiVostri occhi Paterni non ricercheranno indarno i Vostri sudditi Toscani.

La Vostra buona Città di Firenzesu cui versaste a piene mani ifavoricui conservaste l'antico non deturpato tesoro della sua linguaavrebbe creduto di essere ingrata se fosse stata l'ultima a comparire edistinguersi in questa gara di sforzi e di amore a farvi conoscere daquale alto e profondo senso di sdegno è stata all'Istoria dei Nordicitradimenti compresae a domandarviinsommadi dividere con le altrebuone Vostre Città l'onore di offrirvi un drappello di eletti Cavalieriche somiglino in valore quelliche Ella formava nei tempiin cui Ellaera l'Atene di Italianon meno pella cultura delle Lettereche pellosplendore delle sue Vittorie.

Armando il braccio di questi Giovani CavalieriNoi diremo Loro quantamesse di gloria possanoda Voi guidatiraccogliereed esigeremo da Essisull'Altare della Patria il Sacramento Solenne di spargere tutto il Lorosangue per Voie per vendicare e punire l'onta e l'obbrobrio del piùviledel più inaspettato dei tradimentiche l'Istoria dei Generaliribelli abbia offerto giammai.

Se il Vostro braccio formidabile e poderosooperando con piccoli mezzitalvolta grandissimi fattiha sbalordito i contemporanei con una serieprolungata d'inauditi prodigiche potranno per avventura sembrare aiposteri favolosiquali auspicati successi non dobbiamo dal VostroOlimpico genio sperare oggiche la tenera devozione dei Vostri suddititante forzee tanti mezzi a Vostra disposizione dispiega!

Ah sì! questi auguriio Sireche sono su i labbri e nel cuore ditutti quelli che governatenon torneranno vani. Le Nostre speranzeiNostri voticome il Nostro amoresono tutti in Voi e per Voichespingendoci agli alti destinicui le Vostre sublimi concezioni vichiamanofiaccherete in istanti il burbante effimero orgoglio d'unosciame insolente di schiavi e di Scitie mostrerete con nuove meraviglieall'Europa e alla perfida e dispettosa Albioneche sotto la guida di unabile Capitano e di un Gran Monarcapotente pell'amore dei suoi sudditiugualmente che per la forza immensa delle sue Armiuna perdita momentaneanon fa che preparare dei Trionfi brillanti e durevoli.

Non s'è mai sentito nulla di più tronfiodi più esageratodi piùfanfarone!

E i rappresentanti della città non ebbero a far altro che chinar latestafigurar d'esser contenti come pasquee firmarlo!

Una delle pochissime deliberazioni prese dal Magistrato nel verointeresse di Firenzefu quella del 17 marzo 1813risguardante ilpubblico incanto della Biblioteca Riccardianala qualecon sentenza deltribunale del dì 3 marzoera stata aggiudicata ad una società di libraiper il prezzo di novantottomila franchi.

Il Magistratorestò impressionatoe non a tortoda questo fattoche toglieva a Firenze "il prezioso deposito di libri e manoscrittiche arricchiscono la detta Biblioteca"come aveva già deplorato ilCorpo municipale fino dal 6 luglio 1812; e sentito che la società deilibrai MoliniLandiPiattiPagani e Tondini si contentava di unguadagno di diecimila franchie così la spesa totale sarebbe ascesa fracartespese di registro e di tribunale a franchi110698"ilConsiglioconsiderando che non vi può essere un mezzo più plausibile edefficace per assicurare alla città di Firenze i monumenti di scienza avantaggio dell'istruzione pubblica desiderati tanto dall'ImperialeAccademia della Crusca quanto dal voto generale dei dotti e letteratistabilì di proporre al Ministero dell'Interno l'acquisto (che fu poidebitamente e legalmente approvato) della Biblioteca Riccardianaimpegnando i fondi disponibili sul bilancio del 18I2".

Quindicome se l'unica cosa fatta proprio nell'interesse di Firenzedovesse esser subito scontatail Consiglionell'adunanza del 13 maggiofu costretto a considerare che essendo la città di Firenze ilcentro della Toscanae che la residenza della Corte di S. A. I. e R.Madama la Granduchessa e di molte principali autorità che non esistono inaltri dipartimenti sono tutte ragioni che l'obbligano ad un'attiva edestesa poliziafu stanziata la somma di 19000 franchi per l'esercizio diuna polizia vigilante.

Ma intanto il tempo passava e il corpo di cinquanta cavalieriequipaggiati da offrirsi all'Imperatore non si metteva assiemeperchénessuno correva ad arruolarsi volontario. E nella seduta del 21 maggio sifu costretti a imporre un supplemento di 3500 franchi per provvedere acompletare l'equipaggiamento dei cinquanta cavalieri e il reparto dellaspesa fu fatto tra i soliti contribuenti "descritti nei ruoliprimitivi" vale a dire quelli stessi che in tutte le occasioniquando si trattava di pagareeran sempre cercati. Il più bello fucheper mettere insieme i cinquanta guerrieri bisognò ricorrere ai coscritti!…

Finalmentetutto questo tramestìo di governidi regnantidiinvasionid'oppressionidi soperchieriadi insolenze e d'umiliazioniche aveva sdegnato anche i più liberaliebbe il suo termine; e purtroppo tutti si sentirono riavere al ritorno di Ferdinando III. Si tornòal Gonfaloniere che fu il marchese Girolamo Bartolommeiil qualeconvocata il 6 luglio 1814 "la Magistratura civica di Firenze"notificò ad essa l'editto del 27 giugno precedentecol quale venivaordinata la soppressione delle mairies e la ricostituzione dellaMagistratura civica.

 

VIII

Il granduca Ferdinando riprende i suoi usi

Udienze - La contessa d'Albany - Pietro Leopoldo e le donne fiorentineUna lettera della d'Albany - Viaggio del Granduca a Pisa e Livorno - Vitaintima del Sovrano - Veglione alla Pergola - Etichetta di Corte - Unaosservazione del generale Vettori - Festa a' Pitti.

Una delle prime e maggiori seccaturepoiché non si può dirediversamenteche ebbe a sopportare Ferdinando III appena tornato a fareil Granducafu quella delle udienze. Incaricati di governiministriesterimagistratipretisoldativescovigeneralile deputazioni deiteatri e della nazione ebrea di Firenze e di Livornonobilinegoziantie perfino i festaioli di San Lorenzotutti afflisserocon lapremura di ossequiarloil reduce sovrano.

Ma quelli che forse ci guadagnaron di piùfurono i setaioli GiuseppeBertiGiuseppe Tanghi e Francesco Barbantinii quali "umiliando alreal sovrano diverse pezze di drapperie da parati"ebbero laconsolazione di vedere che quei drappi incontrarono tanto il gusto delSovranoche ne diede loro una "buona ordinazione" principalfine della domandata udienza dei tre setaioli.

Fra le dame di gran nome ricevute da Ferdinando III vi fu la contessad'Albanyche nel dì 3 ottobre 1814 ebbe l'onore di presentare alGranduca le sue congratulazionitale e quale come avrebbe fatto unaregnante; poiché non poteva dimenticare la sua stirpe di regnantiautenticidiscendendo essa dagli Stuardi di Scozia.

Quella signora abitava in Firenze perché le faceva piacereed eraperciò nel suo diritto; ma nessuno come lei malmenò tanto le donnefiorentineincoraggiata forse dall'esempio di quel tipo unico di sovranoche fu Pietro Leopoldoil qualein fatto della istruzione di essenonne fece certamente un bel quadrocome apparisce dalla lettera che scrisseall'arciduchessa Cristina governatrice dei Paesi Bassi. In quella letteraPietro Leopoldoper dimostrare l'imbarazzo in cui si trovava non sapendocome fare a trattenere ed a svagare i granduchi di Russiache avevandeciso di venire a Firenzediceva che quividal più al menoallameglio o alla peggio tutti intendevano il francesepress'a poco come icamerieri di locanda; ma che non si sarebbero trovate cinque signore chel'avessero parlato speditamente. Era una cosa che faceva loro molto onore!

Se alcune persone istruite vi erano - scriveva sempre PietroLeopoldo - e con le quali la granduchessa di Russiaera persuasosisarebbe trattenuta con piacereera tra gli impiegati. Ma l'imbarazzomaggiore per il Granduca Pietro Leopoldo era quello che nessuna signoraanche nobilesapeva ballare!

Per conseguenzac'è da figurarsi come deve aver ricevuto con piacerel'avviso da Pietroburgo che i principi russi sarebbero venuti a Firenzegiacché non poteva offrir loro nemmeno un ballo.

E se volle levarsela pulita senza farsi scorger per sene farescomparirecome si sarebbero meritatole dameebbe a ricorrere alripiego di dare delle conversazioni "senza cerimoniale" facendo- come si dice oggi - un po' di musicacome in qualunque casa dimodesti botteganti riverniciati a nuovoo di appaltatori arricchiti chesi sforzanoma inutilmentedi passare per signori.

Col ripiego dunque della conversazione alla casalingadove si giuocavain varie stanze perché non "c'erano formalità" e coi balli alteatrotanto per far passar loro la seratasenza nemmeno una societàabbastanza distintaPietro Leopoldo si disimpegnò coi Granduchi diRussia che andaron via contenti come pasque. Ma fu più contento ilGranducapoiché finché stettero in Firenzestava sulle spine per nonsapere che cosa fare per tenerli allegri.

Tornando alla contessa d'Albanyessa dava una lusinghiera idea delledonne fiorentinee della società di quel tempoin una lettera ad unamico; lettera che molto probabilmente la seducente contessa non pensavamai che sarebbe andata alla posterità!

Ebbeneessa senza tanti complimenti dice chiaro e tondocon un'ariadi supremo disprezzoe fors'anco con un po' di frangia e di malignitàche le fiorentine del suo tempo "erano volgarissime eccettuata laFabroniche era la meno ignoranteperché aveva un marito che potevadirsi una biblioteca ambulanteed anche perché si trovava con tutti iforestieri che venivano a Firenzee frequentava pure quelle poche personeche sapevano leggere"! Poila contessa d'Albanycontinuando a fareil quadro della società fiorentinaun po' pettegolandoscriveva:

"La Pallavicini s'è un po' guastata col signor Settimanni (il suocicisbeo)che essa accusa d'esser troppo freddo. La Venturi è morta ierisera ed ha lasciato detto che vuole essere esposta per due giorni primad'esser sotterrata.

Io credo che suo marito si sia sentito riavere essendo liberato diquella donnache negli ultimi mesi della sua vita ha dato degli assaltiterribili alla sua avarizia: poiché essa aveva delle stranezzeincredibili. Gli aveva perfino fatta ammobiliare la camera di nuovo. edaveva cinque o sei letti di tutte le grandezze!

Cicciaporci sta meglio e la sua gotta va scomparendo; ma sua moglieperò è terribilmente noiosae mi secca coi suoi discorsi senzanominativi né verbied è una chiacchierona che non si cheta mai.

Quila prima condizione d'un patto di cicisbeismo è quella dirinunziare ad ogni occupazioneper dedicarsi interamente alla bellainsipida. Ho veduto la Zondadari che è molto ingrassata; ma più dauna parte che da un'altra: suo marito mi pare che non valga nulla. LaMastiani di Pisa sbircia tutte le donneperché vogliono imitarla tutte;ma disgraziatamente per loro non hanno la sua borsa.

Qui c'è sempre la smania di recitare; ora si deve rappresentare l’Oreste:la Pallavicini farà da Clitennestra; la FabroniElettra;e FabioOreste; ciò che è veramente ridicolopoiché laFabroniche è grossa e molto altasembra più essa la madre che laPallavicini.

Le fiorentine che sono delle stupide (dice proprio stupide lacontessa d'Albany) passano la loro vita attorno a una tavola di Faraoneper guadagnare o perdere qualche paolo. lo non ho mai veduto delledonne più insipide e più ignoranti".

Ma non s'è mai sentito nemmeno parlare con più cortesiaspecialmenteda una signora!...

Non è tutto però ancora.

La contessa d'Albany continuandoe da maestra del generedicenientemeno che le fiorentine "non sanno neppur far bene all'amore conpassione".

Questo poi!...

"A Firenze c'è la manìa degli spettacolie le donne (nondice neppur signore) non stanno bene che nei loro palchiperché sitrovano imbarazzate in societànon sapendo di che cosa parlare.

A Firenze bisogna cercare le persone col lumicino.... e non sitrovano".

Ci sarà stato dicerto un po' di vero; ma per stroncare comesi dice oggi una città intera cosìci vuole una bella faccia!

Se la signora contessa d'Albany così severa e spietata con le donnedel suo tempovivesse ora - cosa che poi in fine non sarebbenecessario - ma se vivessebisognerebbe che giudicasse in altra guisa lesignore d'oggile quali potrebbero rimproverare a lei ciò che essarimproverava alle loro antenate.

La coltura delle gentildonne fiorentine supera spesso quella degliuominie lo prova l'assiduità alle letture e alle conferenze in ogniramo della scienza e dell'arteche i più dotti letterati d'Italiavengono a tener quinella città ove più d'ogni altra anche la donnacoltiva gli studi.

Dove forse si sbizzarrirebbe di più la punta velenosa della contessad'Albanysarebbe contro le donne ricchema non ancora signoredi quellaclasse nuova che non ha avuto altro tempo che di far quattrini; ma èsperabile pensi in seguito ad istruirsiper quanto ci vorrà del tempoprima che anche i rampolli si siano orizzontali ed abbiano dimenticatal'origineimparando il gusto e l'eleganzail modo di comportarsie sidedichino oltre tutto allo studio. È vero che qualcosa anche questaclasse comincia a fare: non foss'altro va in pariglia e guida da sé!

Lasciando le digressioni e tornando a Ferdinando IIIbisogna dire cheegli se fu contento di rivedere i suoi amatissimi sudditi di Firenzesentì il dovere di riveder pur quelli di Pisa e di Livorno. A Pisa vi sirecò il 22 di novembre ed ebbe una tale accoglienzache lo commossequasi quanto al suo ritorno dall'esilio.

Il 29 andò a Livorno e fu acclamato ed applaudito come un padre.Questo di vero c'era: che Ferdinando III se non era proprio adattato afare il regnante politico come è necessariocome regnante benefico lo fuin modo esemplare.

Masiamo lì: con la bontà sola c'è da far poco quando s'ha unacorona in capo!

In quell'accoglienza dei Livornesi egli forse si rammentòdell'entusiasmo destato in essi dal glorioso padre suoquando saputo chec'era stato nel bagno penale un galeottola innocenza del quale venne agalla chiara e lampante dopo molti anni di ingiusta pena e di immeritataignominiaPietro Leopoldo essendo a Livorno andò a prender da sé stessoquel pover uomo e così com'eravestito da galeottose lo mise accantoin carrozza dandogli la destrae lo portò a girare per tutta la cittàoffrendo per il primo il più nobile esempio che un sovrano possa darediriabilitazione ad un infelice colpito da un'avversa sortee dallamalvagia cecità degli uomini.

Ferdinando fu lieto di tante festose dimostrazioni di affettoma nonfu scontentoper dire il verodi riprendere dopo tante emozioni le sueabitudini di maestosa semplicità e di elegante cavalleria. Spesso alteatro andava ad ossequiare le signore nei loro palchialle quali offrivaun mazzetto di fioritrattenendovisi piacevolmentecome quello che erauno dei principi più colti ed istruiti del suo tempo. Egli preferiva diemanciparsiquando potevadalla rigida etichetta di Corte; ed anchequando era al teatro in privatoe per suo proprio divertimentoordinavache le cariche di Corte e i ciambellani di serviziofossero in libertàdi presentarsi nel suo palco di ritirata "in abito di confidenzasenza spada e cappello tondo".

Ricominciò le sue gite accompagnato da un maggiordomo o da unciambellanoguidando da sé una bella pariglia di cavalli morelliedandando spesso a far visita inaspettatamente a molti signori nelle lorovillegodendo moltissimo se li trovava a tavolae rimanendo con essiaffabilmente e senza cerimoniefinché avessero finito di pranzare.

La di lui piacevolezza nel conversare e la squisitissima bontàtoglievano ogni imbarazzo a coloro che sul momento sentendo annunziar lasua visitastavan quasi per lasciar di mangiarecome se dal Sovranobuono e gioviale fossero stati colti in flagrante delitto.

Un altro gusto di Ferdinando III era quello di trovare coloro cheandava a visitarein giardino o giuocando o a godersi il frescoconversando e celiando come un semplice mortalesenza che mai apparissein lui l'ostentazione o lo sforzo di parere affabile.

Un altro diletto favorito del Granduca era la cacciaed andava spessoal Poggio a Caiano ed a Pratolinoin compagnia del suo maggiordomomaggiore principe Rospigliosie di due cacciatori.

Quando non andava al teatroe Ferdinando III rimaneva in casainvitava a conversazione alcune dame e signoridando loro"trattenimento di macchinecarte e lestezza di mano" dalrinomato prestigiatore Giuseppe De Rossi.

Di solito il Granduca desinava al tocco e mezzocioè dopo che avevadate le udienzeo era tornato da caccia; quindid'invernoandava al"passeggio" delle Cascine sempre a sei cavalli e battistradaealle sette e mezzo si recava al teatro della Pergola o a quello del"Cocomero" (ora Niccolini) dove spesso cenava.

Qualche volta andava anche al teatro Alfieriche allora si diceva diSanta Mariaed al teatro Nuovonel quale si tratteneva talvolta anche"al festino di ballo".

La prima grande festa da ballo alla quale Ferdinando III assisté fuquella del 26 dicembre 1814 data dagli accademici del teatro dellaPergolache si riaprì in quella circostanza dopo essere stato "connon indifferente spesa riattatoabbellito ed accresciuto".

Il Granducache ricevé l'invito d'onorare quella festadagliaccademici che si presentarono a lui nella mattina stessa del 26 dicembrevi andò la sera alle otto e mezzo in compagnia del solo principeRospigliosiambedue "in semplicissimo frak e con segno di mascheraal loro cappello tondo". Il segno di maschera consisteva nelmetter la maschera legata attorno al cappello tanto per far vedere cheanche il Sovrano si degnava dì prender parte al veglionenonmettendosela però al visociò che sarebbe stato per lui poco dignitoso.Egli percorse tutto il nuovo fabbricato e poi andò in platea mescolandosifrancamente alla folladove non c'era neanche un birro travestito omascherato per vigilare sulla sua preziosa personala quale non correvanessun pericolopoiché il popoloconquistato da quella completa fiduciain luied apprezzando il leale atto del Sovranosi costituiva eglistesso sua guardia e guardia onorata e fidata.

Ferdinando III parlò con molte personeche pur non conosceva"tanto nobili che del secondo ceto".

Alle undicidopo aver ringraziato gli accademici della bellissimariuscita della festae dei miglioramenti fatti al teatro che quella serailluminato da migliaia di candele di cera era meravigliososi accomiatòe tornò a Palazzo.

Il signorile modo di operare di Ferdinando si rivelava specialmentenella circostanza del soggiorno in Firenze di Principi stranieri che dallaCorte venivan trattati in modo superlativamente regale: e in questaoccasionel'andare al teatro richiedeva allora un'etichetta speciale.

Infattii reali ospiti venivano ricevuti allo smontare dalla carrozzadai due ciambellani di servizioed il cerimoniere "faceva loro lumein avanti".

A metà dello spettacolo si servivano i gelati e le confetturedallepersone addette alla "Riposteria e Confettureria" di Corte.

Oltre alle conversazioni in privatoil Granduca dava spesso dellefeste e dei ricevimenti in grande; ai quali invitava l'anticameraiministri esterii forestieri stati presentatila nobiltà e gliufficiali dell'esercito. Ed a proposito di questiil generale VincenzoVettoriche fu nominato comandante della Guardia il 9 novembre 1814feceosservare al segretario di etichetta che egli per quanto nobilenonpoteva consentire con l'ordine dato da Ferdinando III di non ammetterealle feste di Corte che i soli ufiziali appartenenti alla nobiltà:perchédiceva"tutti gli ufiziali indistintamente godono taleonorebenché di nascita non nobile".

Il Granducache non avrebbe commesso uno sgarbo nemmeno involontarioacconsentì che fosse modificato il suo ordine nel senso indicato dalgenerale Vettorie così anche le guardie del corponon in servizio e dinascita non nobileintervennero alle festepurché in uniforme rossa enon giornaliera. Le guardie del corpo novamente istituiteavevano la lorocaserma e le scuderie in fondo di via Guicciardinidove poi fu sottoFerdinando III costruito il rondò di destra uguale all'altro giàcominciato a tempo di Pietro Leopoldo. Alla caserma delle guardie delcorpo montavan la guardia i granatieri.

Ogni volta che vi era festa a Corte si ordinava per il servizio internodel palazzo un rinforzo d'anziani; (gli anziani era un corpo scelto chefaceva la guardia a' Pitti) e per la quiete all'esterno trenta teste digranatierioltre la guardia solitai quali in due pattuglie vigilavanoal buon ordine delle carrozze sulla piazza.

Prima che dalla segreteria del maggiordomo maggiore fossero mandati gliinvitiil Granduca approvava la nota degli invitati che lo stessomaggiordomo gli sottoponeva. I forestieri non presentati in antecedenzagli venivan presentati in una sala separataprima che intervenisse allafestala quale cominciavaper il solitoalle sette e tre quarti o alleotto.

Generalmente gli invitati ascendevano al numero di dugento odugentocinquanta; ed a seconda del loro grado aspettavano nelle varie salel'arrivo del Sovrano e delle Arciduchesse. Quindi cominciava il ballonella sala delle Nicchiee venivano continuamente serviti rinfreschi digelatiponcicaffècioccolata e "acque acconce".

Alla mezzanotte tutto era finitopoiché si conservava il sistematedesco di ritirarsi presto.

IX

Il Congresso di Vienna: nuovi torbidi

in Italia

Un patto d'alleanza e un trattato di pace - Don Neri Corsiniplenipotenziario della Toscana al Congresso di Vienna - Pretese sfatatedella reggente Maria Luisa - Sospensione del Congresso - Napoleone I aParigi - Il proclama murattiano per l'indipendenza d'Italia - Risposta delBellegarde - Ferdinando III ripara a Pisa - Dà ragione della sua partenza- La Sandrina Mari si fa distinguere - Proclami del Pgnattelli napoletanoe del Nugent tedesco - Ferdinando III torna a Firenze - La bravura deisoldati toscani - Ritorna la calmae ritornano molti oggetti d'arte daParigi.

La quiete che parve tornare con Ferdinando III era ancora di là davenirepoiché nuovi e gravi fatti la turbarono.

Nel dì 1° marzo 1814 era stato stipulato a Chaumont il pattod'alleanza contro Napoleonefra il re di Francia Luigi XVIIIche avevapreso il posto di luie le quattro potenze alleatecioè AustriaRussiaPrussia e Inghilterra.

Nel dì 30 maggio dell'anno medesimo fu altresì firmato a Parigi iltrattato di pace fra il re e le potenze stesse. Questi due trattati furonoconfermati nel memorabile Congresso di Viennache ebbe una grandissimaimportanzapoiché vi intervennero quasi tutti gli Stati d'Europa.

La prima seduta preparatoria di quel Congresso fu tenuta il dì 16settembre. E Ferdinando III si affrettòappena rientrato a PalazzoPittidi mandarvi come suo plenipotenziario il consigliere Don NeriCorsini. Egli sostenne energicamente e con rara fermezza le ragioni dellaToscana contro le pretese che accampava la già regina d'Etruriainfavore dell'infante Carlo Lodovicopatrocinate pure dallo spagnuolocavalier Gomez Labradorcon nota del 22 novembre1814.

Don Neri Corsininella seduta del 5 dicembrebasandosi sull'altrotrattato di Vienna del 3 ottobre 1735in forza del quale Francesco IIaveva ricevuto la Toscana in cambio della Lorenadopo spenta la famigliade'Medici con la morte di Gian Gastonedichiarò al Congressosenzatitubanzache la Toscana non aveva la vana ambizione di chiamarsi regno;e che su di essa nessuna ragione di dominio all'infuori di Ferdinando IIIpoteva da altri allegarsipoiché lo stesso Napoleoneallora relegatoall'Elbache aveva istituito il regno d'Etruriaera stato quello che poil'aveva annientato. Questo episodioper dir cosìdella vitadella Toscananon poteva alterarne affatto le ragioni giuridiche dipossessoil quale spettava unicamente a Ferdinando.

Il cavalier Labrador non voleva intenderla; e i rappresentanti dellealtre potenzeapprovando le ragioni esposte dal plenipotenziario Corsinioffrirono a Maria Luisa per il proprio figlioil Ducato di Luccama adessa parve troppo piccola cosa e lo rifiutòprotestando sempre per lareintegrazione nel suo regno.

A tagliar corto poi su tale questione e non occuparsene piùcontribuì il fatto improvviso della fuga di Napoleone dall'Elbala seradel dì 26 febbraio 1815che mise in convulsione tutti i congressistiche stavano appunto discutendo per relegarlo a Sant'Elena.

Il 10 marzo il Bonapartecoi suoi mille fidati soldati che con luieran partiti sopra sei piccoli naviglisbarcò a Cannes da dove mandò unfiero proclama all'esercito franceseeccitando i prodi che lo avevanoaccompagnato due volte sotto le mura di Viennaa Romaa BerlinoaMadrida Mosca e in Egittoa riprender le loro Aquile e cacciare"quel pugno di francesi arroganti" che s'imponeva alla Francia.

Il re Luigi XVIII prima di tutto pensò bene di scappare; e poi lasciòche le Corti europee congregate a Viennapiene di sbigottimento maldissimulato da un'alterigia che tradiva la pauraemanassero il 13 marzo1815 una dichiarazione dicendo che Napoleone con la sua fuga s'era postofuori della leggeed "aveva distrutto il solo titolo legale al qualesi trovava unita la sua esistenza". Perciò esse erano fermamenterisolute a mantenere il trattato di Parigi del 30 maggio 1814.

Erano tutti bei discorsima intanto a Parigi una settimana dopo virientrava Napoleonealla testa delle stesse truppe che il fuggente re gliaveva mandato contro per combatterlo!

Murat non sapendo che piega potesse prendere la faccenda del cognatoed impressionato dagli armamenti dell'Austria in Italiapensòcon pocosennodi giuocar la carta di diventar lui re d'Italialusingando ildesiderio dei liberali pei quali questo era il loro sogno accarezzato.

Per conseguenzail 30 marzo 1815 mandò da Rimini un"magniloquente proclama" in cui affermava che era venuta l'oranella quale dovevan compirsi gli alti destini d'Italiapoiché "laProvvidenza" che a quanto pare glielo aveva confidato in segretezza"chiamava gli italiani ad essere una nazione indipendente".

"Ed a qual titolo" esclamava il gran Giovacchino "popolistranieri pretendono togliervi questa indipendenzaprimo diritto e primobene d'ogni popolo? A qual titolo signoreggiano essi le vostre contrade? Aqual titolo s'appropriano essi le vostre ricchezze per trasportarle inregioni ove non nacquero? A qual titolofinalmentevi strappano i figlidestinandoli a servirea languirea morire lungi dalle tombe degliavi?"

"Nonosgombri dal suolo italico ogni dominio straniero!"

E via di questo passocome se gli italiani abboccassero ancora aqueste buffonate rettoricheche altro non nascondevano sennonché laconvinzione in chi le dicevadi parlare ad un branco di pecore: ma quelbranco di pecore aveva imparato a sue spese che tutte le premure di tantisuoi liberatori non erano motivate che dalla paura che altri stranieriprendessero quello che volevano invece prender loro.

Pochi giorni dopoe cioè il 5 aprileun contro-proclama piùampolloso che maipubblicato a Milano dal feldmaresciallo austriacoBellegardediceva agli italiani che la Germaniaossia l'Austria come sisottintendeva alloraera scesa con numerose truppe a sola difesad'Italia.

Quanta gente ci voleva bene! Pare impossibile!...

Scriveva il Bellegarde: "Il re di Napoli (ossia Murat) gettataalfin quella maschera che lo salvò nei momenti più perigliosisenzadichiarazione di guerradi cui non saprebbe allegare giusto motivocontro la fede di quei trattati coll'Austriaai quali soli egli deve lasua esistenza politicadi nuovo minaccia con la sua armata latranquillità della bella Italiatentando di riaccender per tutto colsimulacro della indipendenza italiana il fuoco devastatore dellarivoluzioneche gli spianò la strada dalla oscurità della classeprivataallo splendore del trono.

"Egli tanto straniero all'Italia quanto nuovo nella categoriadei regnantiaffetta cogli italiani un linguaggio quale appena usarpotrebbe con loro un Alessandro Farneseun Andrea Doriaun magnoTrivulzio".

Più sfatato di cosìil re Murat non poteva essere. E le moltitudinia questi proclami di due stranieri che facevano a gara a chi megliosarebbe riuscito a imbrogliarlerisposero "con derisioni edaborrimenti".

Frattanto Murat si dirigeva con una divisione di napoletani in Toscanadopo avere occupato gli Stati della Chiesa. Il Papa s'era già rifugiato aFirenzeed il Granduca che non aveva quasi finito di riprender gliantichi usiper misura di prudenzasapendo che i napoletani stavano perentrare in città da una parteil 5 aprile andò via dall'altra e sifermò a Pisasempre pronto però a proseguire per Livornodove alcuni"vascelli inglesi erano parati a riceverlo".

Ferdinando III nel partire "diede contezza" alle popolazionidel motivo della sua partenzadicendo che si allontanava dalle truppenapoletane che si accingevano ad entrare nella sua capitalementre il redi Napoli l'aveva assicurato del contrario. Il modo leale ed affettuosocol quale Ferdinando si rivolse ai sudditigli conciliò molte simpatie;e quando in numero di seimilae forse anche menofra "veliti elancieri" arrivarono i napoletani nei giorni 7 e 8 aprileil popololi ammirò "per l'eleganza delle montature e degli equipaggi"ma nessuno "confabulò con loroperché truppa d'un re consideratonemico del Sovrano".

Si volle soltanto distinguere la vetusta Sandrina Marila quale nelbel mezzo del ponte alle Graziealla vista d'un ufficiale napoletanopiuttosto atticciatogli si fece incontroe fattolo scendere da cavallolo abbracciò e lo baciò come un fratelloinvitandolo a casa sua la serastessaper stringere anche più la parentelasenza preoccuparsi affattodella gente che sentiva e scuoteva il capo in aria di disprezzo.

Il generale napoletano principe Pignattelli-Strongoli emanò subitoanche lui un proclamail quale ebbe il vanto almeno della cortesia.

Egli negava al generale tedesco Nugentche s'era imposto anche lui conun proclama ai soldati toscani perché lo seguisseroed a quellinapoletani perché disertasseroil diritto di opporsi alle truppe diMurat.

"Costui" diceva il principe Pignattelli parlando del Nugent"ha commesso il più grande attentato contro il diritto delle gentiforzando un corpo di bravi italiani a mescolarsi coi suoi oltramontani perfar la guerra ad altri italiani".

E al solito lodando i toscani "che per ingegno si distinguononella stessa Italia" il Pignattelli voleva tirarli dalla sua.

Il Nugent si fece contro ai napoletani per opporsi alla loro marcia; efermatosi al ponte alle Mossequando seppe che questi avevan giàoccupata la capitaleprese le mosse davvero per la strada di Pistoia. Imurattiani usciron fuoried imbattutisi negli austro-toscani sotto Campiil 13 e 14 aprile "sbigottirono"; e dopo uno scontroavendoavuto venti mortima molti prigionieri e disertoritornarono fino allemura di Firenze; quindi entrarono in città postando i cannoni alle portedi San Gallodel Prato e di San Frediano. Ma il giorno dopo lasciarono lacittàportandosi via le chiavi delle fortezze e delle porte al PratoSan Niccolò e San Fredianocredendo cosìstoltamentedi impedirel'ingresso ai tedeschi che erano a tre miglia di distanza. Quelle chiavifurono poi lasciate dal Pignattelli all'Incisae vennero dal podestà diquella terrarimesse per espresso al comando di Piazza di Firenze.

Il 18 i napoletani ripassarono il confine toscano mentre il Nugentinvececon tremila soldati tra fanteria e cavalleria tornò trionfante aFirenzecome se avesse vinto il mondo; edopo aver passate in rivista lesue truppe per le varie piazzeripartì per guerreggiare il re di Napoli.

Una grande quantità di truppe austriache calò intanto in Toscanatraversando Firenzementre il Granduca vi faceva ritorno trovando loStato nel massimo ordineper quanto il popolo e l'aristocrazia fossero dimille partiti.

Maiforsecome allora si facevan supposizioni le più strampalateesi concepivano speranze e desiderio più contradittorii. Ognuno sperava diguadagnare ad un possibile cambio di governo; ma fortunatamente lesommosse erano soltanto platoniche.

Muratche non venne neppure ammesso al Congresso di Vienna comeregnantefu dalle potenze condannato a sbalzare dal trono. Cosicchévistosi perdutoaccettò battaglia a Tolentino colle truppe austriache etoscane spedite nel Napoletano per riporre sul trono Ferdinando IV diNapoli. Murat ebbe la peggio perché non fu secondato "dalle legionitimide e molliguidate da ufficiali o inabili o traditori".

I toscani che non si trovarono alla battaglia di Tolentinoperchédisposti lungo il confine da Terracina e Ceprano fino a Rietisidistinsero grandemente "gareggiando d'intrepidezza e bravura coitedeschi". Deplorevole bravura perché usata contro i proprifratelli. Il loro "piccolo esercito era formato di reduci dallearmate napoleoniche; e quel che più monta era regolato da ufficialiesperimentati alle grandi campagnedi cui gli andati tempi non hannouguali".

Il capitano Gherardi di fanteria si distinse all'attacco di Aquila; ilcapitano dei dragoni Bartolozzi "si diportò valorosamente aPignattaro" ove si segnalò anche il capitano Banchipur de'dragoni. In varie occasioni spiegò singolare valore il capitano Bechid'artiglieriaed i maggiori di fanteriaCasanova e Palagi.

All'assedio di Gaeta destò l'ammirazione degli stessi avversariilcorpo dei cacciatoriappena appena costituitocomandato da GirolamoSpannocchi.

Gli ufficiali superiori TriebFabbroniBertini "ed altrirampolli delle grandi armate imperiali" diedero prove d'inestimabilevalore: mentre ebbe a deplorarsi la codardìa "di un Coppini e di unoStrozzii qualiappena cominciata la spedizionetolti a pretestoindegni motivida Acquapendente se ne tornarono addietro".

Detronizzato Murat con l'intervento degli inglesianche la Toscanatornò daccapo alla calma; e Ferdinando III poté finalmente occuparsidelle faccende del suo Stato.

E prima di tutto pensò anche lui di unirsi agli altri Statiper fartornare dai musei di Parigi gli oggetti d'arte portati via da Napoleoneappena che questo venne di nuovo liquidato e mandato a Sant'Elena.Ritornò dunque la Venere de'Medicidivorziata dall'Apollo di Belvedere;tornarono quadri e cammeima molti oggetti rimaseroo furon rubati enascosti durante il viaggio.

In questi affari non ci si guadagna mai!

 

X

Riordinamento della città

Sposalizio di Carlo Alberto

La nuova magistratura civica - Compenso all'interpetre della linguatedesca - I cartelli e i numeri delle strade - Dodici figliuoli! - Ilucchi - Nuove leggi e ordinamenti - Un palio di ciuchi - Dispensa daldigiuno quaresimale - I loggiati della porta alla Croce - Abusi repressi -Domanda di matrimonio - Congratulazioni municipali - Le berrette delmagistrato - Sponsali di Carlo Alberto di Sardegna con l'arciduchessaMaria Teresa - Feste nuziali - Gli sposi partono per Torino.

Ricostituita la Comunitài primi atti del Magistrato civico furonodiretti prima a riordinare le spese ed a scemare gli aggravi che daquindici anni si tolleravano di mala voglia; poi a provvedere alla puliziae all'igiene eccessivamente trascurateche avevano ridotto Firenze peggiod'un sobborgo o di un villaggio.

Ma come se fosse un destino che i denari del Comune dovessero essersempre spesio per un verso o per un altroa pro degli stranieriil dì31 maggio 1815 il Magistrato ebbe a stabilire a favore di Giovanni Davidla somma giornaliera di 5 paoliper il servizio assiduo da lui"prestato di giorno e di notte" dal dì 3 maggio di quell'annoin qualità di interpetre della lingua tedescaall'ufizio degli alloggimilitari.

I quali alloggifuron causaal solitodi spese per parte dellaComunitàche dal 1799 in poi non aveva fatto altro che spendere per letruppe di tutte le nazioni che erano venute in Firenze: francesiaretineaustro-russespagnuolenapoletanetedesche.

Sistemata anche la faccenda dell'interpetrela magistratura civicapoté pensare finalmente alla città. Ed infatti a forza di richiamare invigore vecchi edittie pubblicarne dei nuovicominciò a poco a poco ariordinarsi. Una delle prime spesediciamo così di civiltàfu quelladeliberata nel febbraio 1816 per far fare tredici cartelli per le scuolepubblichee dieci per le abitazioni dei chirurghi e delle levatrici.Quindiper cominciare a togliere tanti e tanti abusi che da anni e anninessuno si curava più di reprimerefu "ridotto a memoria delpubblico la proibizione più volte pubblicata"e a quanto pareinutilmente"di domar cavalli" o fare esercizi dei medesimi"sulla Piazza di Santa Croce"dopo che la Comunità aveva"graziosamente" ottenuto dal Governo"che non si facesseroin detta Piazza l'esercizio ed evoluzioni militari dal corpo dei dragonitoscaniper l'oggetto che non restasse devastato il suolo minutamenteinghiarato di detta piazza".

Quindi richiamarono alla osservanza delle prescrizioni la proibizionedi fare scorrere acque putride nelle strade e nelle piazzedi deporrepaglia e strami a marciree di mettere ingombri per le vie. Di piùilMagistrato provvide a rifare i cartelli coi nomi delle stradeperché deivecchi non era rimasto traccia; e così dei numeri delle case nonessendovene quasi più uno; perché allora i cartelli si facevano a biancoe lettere con lo stampino; e alle case i numeri eran neri sopra un fondocolor mattone.

C'è da figurarsiper conseguenzain quale stato era ridotta Firenze!

E per tornare a quei principio d'umanità e d'equitàche nei passatitempi parvero dimenticatinel dì 11 marzo 1816 venne partecipato alMagistrato un biglietto della R. Segreteria di Stato dal quale risultavache S. A. I. e R. si era degnata di accordare al signor Giovanni Ginori lacontinuazione del poco invidiabile "privilegio" dei dodicifigliuoli durante la vita del padrecioè l'esenzione da qualunque tassa.

Questa savia disposizione fu lodata da tuttima nessuno invidiò lasorte del signor Giovanni Ginoriche se acquistò il privilegio di nonpagar tasseaveva però l'obbligo di mettere a tavola tutti i giornidodici amatissimi rampolli!

E siccome la nuova Magistratura trovò distrutto molto di quello cheprima usavacosì fu costretta a rifarsi da una parte per riordinare ognicosa.

Onde nel 18 marzo 1816deliberò di rifornire i priori dell'abitoufficiale per le feste e cerimonie pubbliche; e stanziò la somma di Lire670 da pagarsi al signor Francesco Barsi per valuta di 236 braccia diterzanella da servire per i lucchi del Consiglio generale.

Non c'era stato cambiamento di Governosenza che il Magistrato avessepensato a farsi l'abito che il nuovo ordine di cose via via imponeva.

Cosìdopo tantee variate foggesi tornò ai lucchi di terzanellache davano ai priorialmeno in apparenzaquella maestà che avevano insostanza gli antichi priori della repubblicai quali pure portavano illucco.

Tra le misure di polizia urbanauna delle più importanti fu quellaadottata nel 21 giugno 1816con la quale il Gonfaloniere e i priori per"ovviare agli inconvenienti" che accadevano in occasione dellecorse dei barberiin cui alcune persone si facevan lecito di percuoterecon bastoni i cavalli che correvano"o fare spauracchi con gettarcappelli in ariao rilasciar cani per arrestare il corso a detti cavallipregarono il Presidente del Buon Governo affinché pubblicasse un ordine proibentei detti inconvenienticon la comminazione della carcere aitrasgressori".

E questo dimostrache i rompicolli ci son sempre statie non sononiente affatto una privativa dei nostri giorni.

Nel dì 15 luglio 1816per garantire il popolo contro la ingordaspeculazione di abietti commerciantifu deliberato di proporre al Governosevere misure contro i falsificatosi del segno dei fiaschied impedirecosì "la frode in danno della povera gente che comprava il vino allebettole e alle canove coi fiaschi di ingiusta misura".

Meno male che almeno una volta la voce dei truffati poté farsi udireda coloro che non hanno mai orecchi per i reclami giustie per lelagnanze contro i furfanti.

Per favorire poi in ogni modo i cespiti di onesto guadagno e disvagoil Magistrato nel 5 agosto 1816 accordò al signor Carlo Mazzuolied altri abitanti di Via Calzaiuoliil permesso di eseguire il 24d'agosto un palio di somari con fantinodando le mosse "dal collegiodi San Giovannino in Via dei Martellie la ripresa in Piazza del Granducada Via Vacchereccia".

E ciò fu concesso perché anche nel 1791 essendo stata fatta unasimile domanda da Francesco Brazzini e C. gli venne accordata.

Il mercato della paglia da cappelli che si teneva abitualmente sotto leLogge di San Paolofu deliberato nel dì 4 settembre 1816 di trasferirloalla primavera successivasotto le Logge di Mercato Nuovodove anch'oggiusa farsisebbene quel commercio non abbia più la importanza d'allora.

La Comunitàin quei tempi non era costretta soltanto ad occuparsidella amministrazione e della polizia della cittàma lo era altresì percose che col potere civile non avevan nulla che fare.

Bastifra tantequella di dover far premure ogni annoall'Arcivescovo perché con un pretesto o con l'altro ottenesse ladispensa dal digiuno quaresimale o di qualche vigilia. Ed anche il 22novembre 1816sentito il Magistrato civico "che era solitopubblicarsi dal Magistrato supremo soppressol'obbligo del digiuno nellavigilia della festa della Santissima ed Immacolata Concezione dellagloriosa sempre Vergine Mariafu stabilito che in mancanza di dettomagistrato supremosarebbe stato conveniente che si incaricasse laComunità dì tale pubblicazione ad esempio di ciò che le fu commessodall’I. e R. Governo relativamente alla pubblicazione del Perdononell'Oratorio di San Giovan Batta". Venne deliberato perciò che permezzo dei soliti trombi e banditorefosse pubblicato il dettodigiuno in ordine al voto fatto l'anno 1632 dal già monsignor arcivescovoNiccolini a nome di tutto il popolo fiorentinonel modo e forma cheveniva pubblicato dal soppresso Magistrato predetto.

Ma l'opera edilizia più importante che fu eseguita dopo il ritorno diFerdinando IIIfu quella dei loggiati della porta alla Croce.

Al tempo dei francesiper misura politica più che per altrofu postomano ad un portico in quella località nel fine di dar lavoro a tantidisgraziatispecialmente impiegati licenziatiche eran rimasti senzamangiare.

Ma quel lavoro che fu poi abbandonato per i continui cambiamenti digovernonel 18I7 venne ripreso in esame dal governo di Ferdinando ilquale volle dare all'idea dei francesi un maggiore sviluppofacendoun'opera più grandiosaveramente utile e più duratura. Studiata lacosaun benigno "quanto veneratissimo Rescritto" del Granducain data 8 gennaio 1817 imponeva addirittura la costruzione di un loggiatoo porticato fuori della porta alla Croce "a livello delle muraurbane". Il Magistrato civico incaricò di farne il disegno e lapianta gli ingegneri Kindt e Veraci; i quali sollecitamente presentarono iloro studi e con la spesa di 2628 scudi furono espropriate alcune casupoleinteressate non tanto nella costruzione del loggiatoquanto per ilpiazzale dinanzi ad esso. E nel 13 giugno 1817fu concesso "incottimo assoluto" al signor Luigi Casinila costruzione delporticato o loggiato col ribasso del 4 per centoe col patto che fosseroterminati i lavori dentro un anno dal contratto.

Considerando però che i lavori stessi avrebbero non soltantoingrandito ma veramente abbellita la località di porta alla Crocechesarebbe stata ornata "di un loggiato elegante e comodo" ilmagistratonel dì 5 febbraio 1818 deliberò di "umiliare unasupplica a S. A. I. e R." affinché si degnasse di comandare che lesentenze di morte non fossero più eseguite nel piazzone della porta allaCroce "ma venisse destinato altro locale".

Appena terminato puntualmente il lavoro dei loggiatiil magistratoavrebbe avuto in animo di erigere sulla piazza della porta alla Croce unastatua rappresentante Ferdinando IIIin memoria della benevola opera suaper aver sollevato tanti e tanti indigentiprocurando loro lavoro con lacostruzione del loggiatoil quale fu di tanto vantaggio per i mercati chesi tenevano fuori della porta alla Croce tutti i venerdì. Pareva propriodestinato che quel lavoro dovesse esser fatto per sollevar la miseria. Maa quanto pareper mancanza di fondio d'entusiasmo verso il principe odi riconoscenza per il benefattoreinvece della statuache sarebbecostata troppofu rimediato con proporre una iscrizione latina da apporsiall'esterno della porta.

Frattanto il magistratomentre attendeva la sovrana approvazione diquella propostadeliberò nel 20 agosto 1818 di solennizzare con unafesta popolare "l'ultimazione dei lavori fuori di porta allaCroce". E "nella lusinga della sovrana approvazione"stanziò la somma occorrente "per dare con tutta decenza un talespettacolo"questo fu deciso dovesse consistere in una corsa dicavalli sciolti "lunga un miglio" da farsi il 29 settembregiorno di San Micheledi cui si solennizzava annualmente la festa nellachiesa di San Salvicol premio di 100 lire al primo cavallo e di 40 alsecondo.

La vigilia della festa fu dal Gonfaloniere partecipato ai priori che S.A. I. e R. "con benigno rescritto del 4 settembre si era degnataapprovarne la celebrazione".

Fu quindi dallo stesso Gonfaloniere comunicato nel dì 20 ottobresuccessivo un biglietto della Segreteria di Stato col quale si annunziavache il Sovrano aveva approvato che a spese della Comunità "fosseapposta nella parte esteriore della porta alla Croce un'iscrizione latinaper eternare la memoria dei generosi soccorsi compartiti dalla sovranamunificenza alla classe degli indigenti per l'esecuzione di grandiosilavori diretti al pubblico comodo".

Ma siccome quei loggiati erano stati edificati nel territorio di altraComunitàquella cioè di Rovezzanocosìperché "fossetramandata ai posteri la memoria che erano stati costruiti a spese dellaComunità di Firenze" fu deliberato dal Magistrato nel 30 dicembre1818 che nell'interno dei due loggiati e precisamente "dirimpettoall'arco di mezzo di ciascuno fosse postoda una partelo stemma delComune di Firenze"con la semplice indicazione dell'anno dellaseguìta costruzionee dall'altra parte questa iscrizione:

A COMODO DEI MERCANTI

LA COMUNITÀ DI FIRENZE

EDIFICÒ L'ANNO 1818

Ferdinando III era propenso senza dubbio al bene materiale dei suoisudditima gli premeva anche il bene morale. Come il Magistratoappenarestaurato il governo granducaleaveva dato mano a togliere gli abusicontro la pulizial'igiene e la decenza della cittàegli Ferdinandos'era seriamente preoccupato della immoralità in cui aveva trovato ilcleroche col suo mal esempio corrompeva i costumi e l'indole deicittadini. Infatti si parlava impunementesenza riguardo e senza chenemmeno facesse un grand'effettodi amanti di pretipubblicamentericonosciute per talie di frati sfratati che convivevano con delleconcubine senza darsene il minimo pensiero.

Di questi fatti son pieni i rapporti del Commissario del Buon Governocon tale ricchezza di particolari piccantie chiarezza d'epiteti e dititolida far rimanere a bocca aperta i più increduli.

Ma la difficoltà di sradicare il male tutto ad un tratto appariva ognigiorno più per i mille intrighiper le paure che si mettevano al Sovranostuzzicando un tale formicolaioe per le minaccie sorde e velate di unascissura nel clero che avrebbe avute conseguenze incalcolabili.

Perciò Ferdinando IIIora che gli si presentava l'occasionepensò aprovvedere anche per ségiacché chi non sa acciuffar la fortuna a temponon la riprende più.

E qui bisogna tornare un po' indietro.

L'articolo 86 dell' "Atto finale del Congresso di Vienna" del1815conteneva questa clausola: "Gli Stati che hanno composto lainaddietro Repubblica di Genova sono riuniti in perpetuo alli Stati di S.M. il Re di Sardegna per essere con questi posseduti da essa in tuttasovranitàproprietà ed eredità di maschio in maschioper ordine diprimogenitura nelle due branche della sua Casa cioè: la branca realeela branca di Savoia-Carignano".

Consolidato così il regno di SardegnaCarlo Emanuele Duca diCarignanonei primi mesi del 1817accogliendo certe proposte che senzaparer talianzi sotto forma di amichevole consigliogli furono fattedopo il Congresso di Viennaintavolò delle trattative con Ferdinando IIIper il matrimonio della bellissima e buona arciduchessa Maria Teresasuafiglia sedicennecol principe Carlo Albertonato in Torino il 2 ottobre1798. Questa domanda che lusingò l'animo di Ferdinandoil quale vedevadischiusa per la figlia "la via di salire a splendido trono"ebbe lietissima accoglienza; tanto che questa unione fu ben vista anchealla Corte di Vienna"desiderosa di stringere legami di parentelacol futuro re di Sardegna". Piacque moltissimo al giovane Principel'Arciduchessa di Toscana: e questa si innamorò sinceramente di luicheera "prevenente della persona ed aveva un'aria fierae dimostrava ilfervido temperamento d'un giovane di diciannove anni chiamato ad altidestini".

La domanda della mano dell'arciduchessa Maria Teresa fu fatta dalmarchese Antonio Brignole-Sale incaricato sardoed il Granducal'accordòdimostrando lealmente la propria soddisfazione.

Ed uguale soddisfazione provarono "i popoli" della Toscana edin special modo i fiorentinii qualitanto gli uni che gli altripresentirono in questa auspicata unione un più lieto avvenire per lamisera Italia.

Il Magistrato della Comunità non poteva rimanere estraneo ad un fattocosì importante: perciò avendo sentito che era Stabilito il matrimoniotra S. A. I. e R. l'arciduchessa Maria Teresa figlia dell'"amatissimo Sovrano"e S. A. R. il Principe di Savoia eCarignanoerede presuntivo della Corona Reale di Sardegnae volendo ilMagistrato stesso contestare a S. A. I. e R. la consolazione egradimento "che provava il pubblico per una sì fortunata unionecapace di produrre i più felici resultati per i vincoli di amicizia eparentela che andavano a stringersi tra le due Reali Case efamiglie"; deliberò di deputare il marchese Tommaso Corsigonfaloniereil marchese Leopoldo Carlo Ginori-Lisci e il conte LuigiBellincini"due dei priori nobili" a presentarsi in nomepubblico a S. A. I. e R. per congratularsi di un sì fausto avvenimento.Com'è da credersiin una simile circostanzail Comune era costretto afar delle festequale pubblica dimostrazione di gioia. Per conseguenza isignori Priori pensarono prima di tutto a mettersi in grado di comparire.Si sa: il primo prossimo è sé stesso! Perciò nel successivo 28 marzodal signor Gonfaloniere fu rappresentato che non sembravagli completol'abito di cerimonia del Magistratospecialmente in occasione di comparsepubbliche per funzioni sacre e qualunque altra pubblicarappresentanza; "mentre non vi era con che coprire il capouniformemente". Onde ne seguiva "il mostruosoinconveniente" che alcuni intervenivano col cappello tondo edaltri con cappello a vèntie "in altre guise". Perciòproponeva chee per decenza e per uniformitàfosse dato a ciascuno deicomponenti il Magistratouna berretta di setao di vellutoanalogaall'abito di cerimoniacioè: di color cremisi con teletta d'oro per ilGonfalonierecorrispondente all'abito di costume; e di color nero per iPrioricorrispondente al luccoda usarsi soltanto nelle funzionipubbliche.

Applaudendo il Magistrato alle savie proposizioni del signorGonfaloniereil Magistrato stesso deliberò di ordinare che fossero fattea spese della Comunità le berrette nel modo propostocon quel disegno eforma che sarebbe stato trovato "il più analogo all'abito di costumee di cerimonia"; ed in quanto potesse far di bisogno perl'approvazione di una tal deliberazionenon essendo prescritto il detto finimentonel Regolamento della loro Comunitàordinarono i Priori doversenerender conto al signor Provveditore della. Camera della Comunità.

E curiosa la clausola di questa deliberazione del Magistrato che si faquasi scrupolo d'avere ordinate le berrette perché "quelfinimento" non era stato prescritto dal Regolamento! Come se sipotesse imporre ai Priori d'andare in lucco con la tubaoppuresenza nulla in testa!

È vero che non tutte le berrette sarebbero bastate a mettere in testaquello che non c'era; ma il Magistrato non doveva andar tanto in là.

Intanto avvicinandosi l'epoca del matrimonio dell'arciduchessa MariaTeresail Magistrato il 13 settembre 18I7 deliberò di autorizzare ilsignor Gonfaloniere a presentarsi a S. A. I. e R. l'augusto sovranoedoffrirgli in nome pubblico in tale circostanza la corsa del palio deicocchi sulla Piazza di Santa Maria Novella"o qualunque altradimostrazione di gioia pubblica che fosse piaciuta alla prefata S. A. I. eR. di accettareed ordinare".

Ed il signor Gonfaloniererappresentò a suo tempodi essersi"in sequela" della commissione ricevutapresentato in nome delmagistrato a S. A. I. e R. per offerirle in occasione delmatrimonio dell'arciduchessa Maria Teresa secondogenita con S. A.serenissima il Principe di Savoia Carignanola corsa del palio deicocchio qualunque altra dimostrazione di gioia Le fosse piaciutodi accettare e di comandare; e che la prefata S. A. I. e R. aveva graditogli omaggi del Magistratoed in seguitoda S. E. il signor consigliereFrullani direttore delle II. e RR. Finanze gli era stato partecipato vocalmenteche sarebbe stato di gradimento sovrano lo spettacolo dei fuochi di gioiasulla Piazza del Granducae dei soliti fuochi d'artifizio alla Torre diPalazzo Vecchiocon l’inalzamento di un globo aereostatico: e dellasolita illuminazione alla cupola della Metropolitana"senza che peraltro ne fosse stata fatta formale partecipazione in scritto né dall'I. eR. Segreteria di Finanze né da altro Dicastero; ma che il tutto sarebbestato eseguito a forma del concertato con la prefata E. S. nella sera deldì 30 settembregiorno stabilito per le nozze".

Ed infatti il 30 settembre 1817 si celebrò in Santa Maria del Fiore ilmatrimonio fra Carlo Alberto di Savoia Carignano e Maria Teresa di Toscanain presenza della cortedel corpo diplomaticodi tutte le magistraturedello Statoe di un'infinità di popoloche ammirava la giovane coppiaper la bellezza gentile della sposa e per l'aria fiera dello spososebbene velata da una leggera tinta di melanconia.

In tale circostanza era venuto a Firenze il principe Metternichche sitrovava a Livorno per avervi accompagnata la principessa Leopoldinad'Austria fidanzata a Don Pedro di Braganza "reggente" le coronedel Portogallo e del Brasile. Carlo Albertoaveva un'istintiva repugnanzaper l'Austria; e troppo giovane per poter dissimulare i propri sentimentisi mostrò col Metternich freddo e riservato. Per conseguenza ilcancelliere austriacoche era venuto per osservare e scandagliare come siimpostavano le cose a Corte con questo parentadorimase urtato dalcontegno del principe e lo ricambiò cordialmentema con arte di vecchiavolpedella più cordiale e sincera antipatiache si comunicò a tuttala Corte d'Austria. Antipatia chetrent'anni dopodoveva cominciare aparlar piuttosto forte con la bocca del cannone!

Gli sposi partirono da Firenze il dì 6 ottobre; e Maria Teresacommossa senza fine per dover lasciar la famigliasebbene innamoratissimadel suo Carlo Albertofu accompagnata dal padredalla sorella e dalfratello Leopoldofino al Covigliaio "in cima agli appennini doveaccadde la commovente separazione".

Anche il tranquillo popolo torinese la vide arrivare consoddisfazionecome se presago fosse delle beneficenze che ne avrebbe perlo avvenire raccolto.

Non era appena celebrato il matrimonio della figlia secondogenita delGranducache si cominciò a parlare di quello imminente dell'Arciducaereditario.

 

XI

Le nozze dell'arciduca Leopoldo

Ferdinando vuol dar moglie all'arciduca Leopoldo - La chiesta - Ilmagistrato in moto - Conclusione del matrimonio - Nozze per procura - LaCommissione granducale a Trento - L'arrivo della sposa - Il principeRospigliosi la prende in consegna - Cerimonie - Elargizionisussidi eamnistia - L'incontro alla villa di Cafaggiolo - La sposa a Firenze - Labenedizione nuziale alla Santissima Annunziata - Ingresso a Palazzo Pitti- Ricevimenti e presentazioni - Pranzo - Serata di gala - Feste popolari -Al Casino de' Nobili - A Pisa e Livorno.

Ferdinando III non nascondeva la sua contentezza per le nozze testécelebrateche ponevano la figlia sua nella più antica famiglia regnanted'Europae che forse un giorno sarebbe stata chiamata a grandi destinicome poi avvenne. Ma egli non avrebbe mai supposto che alla figliuoladiletta sarebbe toccata la gloria d'esser la madre del primo re d'Italia.

Questa contentezza gli fece anche riflettere che era ormai tempo dipensare alla successione del trono di Toscana.

Perciòvolendo raggiungere questo finestabilì di dar moglie alfigliuolo arciduca Leopoldoche aveva compiuto venti anni. Egli peròadiciassetteaveva fatto molto temere per la sua salute; anzicorse vocegli si desse una baliacome se fosse tornato bambinoonde vedere se conquella cura primitivail pericolo d'una disgrazia si potesse scongiurare.

E la cura fece miracoli: poiché cambiate abitudiniil giovanettoArciduca tornò sano e vegeto; finché non si fu costretti a divezzarloessendosi accorti che la balia gli dava il latte grosso! E la colpadallemale linguefu attribuita all'allievo!...

Nell'intento dunque di effettuare il desiderato matrimoniodopointavolate le preliminari trattative diplomaticheil Granduca inviò aDresda nell'agosto 1817 il conte Giovan Battista Baldellisuo ciambellanoe soprintendente del R. Ufizio delle Revisioni e Sindacati; a domandare lamano dell'arciduchessa Maria Anna Carolinafiglia del principeMassimiliano di Sassonia. Il conte Baldelli portò seco in qualità disegretario il "commesso del dipartimento degli affari esteri"Giuseppe Pistoi.

Frattanto il Magistrato nel dì 3 ottobre 1817dopo avere approvata laspesa di Lire 18 soldi 6 e danari 8 occorsa per la truppa che tenne ilbuon ordine sulla piazza granducale in occasione dei fuochi di gioia einalzamento del globo aereostatico la sera delle nozze di Carlo Alberto edi Maria Teresadeliberò anche alloracheavendo "sentito chepoteva esser prossimo il fausto avvenimento del matrimonio di S. A. I. eR. l'arciduca Leopoldo Gran Principe Ereditario di Toscana con unaPrincipessa della Real Casa di Sassonia" il Gonfaloniere sipresentasse "a tempo opportuno a S. A. I. e R. l'augusto sovranoed offerirlein nome pubblico in segno di omaggio quelle dimostrazioni di gioiache potessero essere preferibilmente gradite in sì faustacircostanza". Soliti complimenti di tutte le occasioni che paionfatti con lo stampino!

Il gonfaloniere adempì all'incarico ricevutoe nell'adunanza del 10novembre1817 lesse copia del biglietto dell'I. e R. Segreteria di Finanzedi detto giornocon cui si partecipava che il Granduca "con la suasovrana benignità" accettava l'offerta fattagli dalla"benemerita Comunità civica di Firenze" di dare nellacircostanza delle nozze dell'Arciduca ereditariouna festa nelle stanzedella fabbrica di San Matteo "detta del Buon Umore" e per darluogo alla esecuzione della gioia a tutte le classi della popolazionedidare contemporaneamente altra festa sotto le logge degli ufizi"mediante l'apertura di alcune sale per servire a balli ad usopopolare e campestre".

Durante le trattative del matrimonioFerdinando III fino dal 18ottobre aveva nominato il duca Ferdinando Strozzi maggiordomodell'arciduca Leopoldo e della sua futura sposa; ed il dì 3 o del mesestesso nominò pure maggiordama dell'Arciduchessa la principessa OttaviaRospigliosi.

Concluso poi definitivamente il matrimonio fra le due cortivennestabilito che le nozze si sarebbero celebrate per procura a Dresda il 28ottobre; e che una Commissione incaricata dal Granducasi sarebbe recataa ricevere a Trento la sposala quale fino in quella città sarebbe stataaccompagnata da alcuni personaggi e dame della Corte di Sassonia.

La Commissioneche ebbe da Ferdinando III l'onorevole e delicatoincaricoe che partì in due colonnela prima alla mezzanotte del 5novembre e l'altra il giorno seguentesi compose del principe e dellaprincipessa Rospigliosidel duca Strozzi e della marchesa FrancescaRiccardi.

Erano al seguito di essa: il segretario cappellano Enriciil chirurgoBoitiil cameriere Dupontl'ispettore di viaggio Ventinovela primacamerista Bonainila camerista Wagnerla donna di guardaroba Cusaniilfuriere Ceccheriniil camerazzo Santiniil corriere Mecattied ilcorriere Borgiotti.

Quindi: un cuocoun confetturieredue donne di servizio delle damedue camerieri dei cavalieriun guarda carrozzequattro staffieri dicortedue serventi di cortetre staffieri dei cavalierie tre facchinidegli uffiziali di corte.

Il dì 8 novembre la Commissione partì da Mantova alle sei di mattinaed arrivò alle cinque di sera a Roveredoove "dopo la tavola"si presentò al principe Rospigliosi il capitano del Circolo di Trentoper offrirgli la scorta e la guardia d'onore.

Il Rospigliosi accettò soltanto la scorta per la stradae rifiutògentilmente la guardia d'onore.

Alle otto pomeridiane partirono da Roveredo per Trento l'ispettore diviaggio ed il furiere; i qualiappena arrivativisitarono diverselocande per fissare gli appartamentie fu prescelta quella "dellaRosa".

Il 9 novembreal tocco dopo mezzogiornoarrivò a Trento laCommissioneche prese alloggio all'albergo suddettoed il maggiordomoRospigliosi"preso subito il suo carattere d'etichetta"ordinando che le tavole fossero servite come appresso:

Alla primaegli Rospigliosi e la principessa sua moglie; il ducaStrozzila marchesa Riccardi ed il segretario cappellano Enrici.

Alla secondala prima camerista Bonainiil chirurgo Boitilacamerista Wagnerl'ispettore Ventinoveil cameriere Dupontil furiereCeccherinie la donna di guardaroba Cusani.

I corrieri Mecatti e Borgiottiil confetturiere e il cuocoilcamerazzo Santinile cameriere e i camerieri dei signori presero postoalla terza.

Alla quarta gli staffieriil guardacarrozzei serventii facchini dicortee gli staffieri del Rospigliosi e dello Strozzi.

Il principe Rospigliosi andò a far visita al principe Vescovoche glirestituì la visita alla Locanda "della Rosa"e gli offrì lasua carrozza e la guardia d'onore alla portache vennerodal maggiordomodi Ferdinando IIIaccettate.

L'Arciduchessa sposa arrivò a Trento il dì 11 novembre col suoseguito in tre carrozzepreceduta da un ufficiale austriaco che eraandato ad incontrarla. Essa scese alla locanda "d'Europa"statain precedenza riccamente preparata per il suo ricevimento.

Il furiere della corte di Sassonia andò a dare avviso al principeRospigliosi dell'arrivo della sposa; e nel tempo stesso ad invitarlo alla"tavola di Stato della corte di Sassonia unitamente a tutto il suoseguito nobile".

Il Commissario toscano e il suo seguito si recarono a domandare udienzaalla "reale sposa"che fu con essi amabilissimae si poseroquindi a tavolacon le cariche sàssonimentre la principessa pranzòprivatamente nel suo quartiere con la sua dama d'onore.

Dopo il pranzoper ordine del maggiordomo Rospigliosifuronodispensati dal signor Ventinoveispettore del viaggiodiversi regalialle cameristeal cappellanoal medicoal furiere e ai camerieri dellacorte di Sassonia; mentre dal segretario Enrici furono offerti altriregali di pregio e di valorealle persone nobili del seguito dell'augustasposa.

Il giorno seguenteil principe Rospigliosi si recò all'albergo"d'Europa" a prendere in consegna la sposa. Eglicol segretarioEnriciche sedeva in faccia a lui dalla parte dei cavallimontò in unacarrozza di galapreceduta da due staffieri "di sua livrea"per far vedere che anche lui era un signore; e due della corte di Toscana:agli sportelli della carrozza altri due staffieri di corte.

Dopo pochi minutivi si recarono pure la principessa Rospigliosiilduca Strozzie la marchesa Riccardi. Dietro alla loro carrozzain piedistavano tre staffieri; uno di corteuno della casa Rospigliosi ed unadella casa Strozzi.

Appena giunta all'Albergola nobile Commissione venne introdotta dauna porta laterale nella sala dov'era stato eretto un trono con un sologradino; nel tempo stesso che dall'altra porta di faccia entrava la"reale sposa"che andò subito a sedersi sul tronoed entravapure il Commissario generale sàssonela Dama d'onore e il suoConsigliere privato.

Il Commissario fece leggere dal suo segretario "le plenipotenzedella Commissione inguntale (sic) da Sua Maestà il Re di Sassoniaper la consegna da farsi della reale sposa". Terminata la letturailCommissario toscano fece leggere alla sua volta l'atto di procura che loautorizzava a ricevere la principessa in consegna.

Dato così dai due rappresentanti ampio discarico dei rispettivimandatiil Commissario sàssone rivolse alla augusta sposa ed ai presentialcune paroledimostrando la sua gratitudine al re che lo aveva onoratodi sì nobile e delicato ufficio; dicendosi dolente di doversi separare dauna principessa che per le sue belle dotie le sue virtù "s'eraattirata l'affetto della sàssone nazione"ed implorò quindi dallareale sposa la grazia del bacio della mano "per sé e per tuttiquelli che avevano avuto l'onore d'accompagnarla nel suo viaggio"ciò che graziosamente venne concesso. Anche il principe Rospigliosi dissepoche paroleesprimendo press'a poco idee conformie domandando eglipure l'onore del bacio della mano "per sé ed i componenti il nuovoservizio toscano"ciò che naturalmente venne accordato.

Fatta quindi "la sua refezione" la principessacon lepersone del suo nuovo seguitopartì da Trento alla volta di Firenze.

Il granduca Ferdinando IIInella solenne circostanza del matrimoniodel gran principe Leopoldoordinò che fossero conferite a carico del suopatrimonio trecentoventi doti di quindici scudi l’una a fanciulle poveredel granducatodai quindici ai trentacinque anni.

Ordinò poi che fossero gratuitamente restituiti i pegni di panni lanifatti fino a tutto il mese d'ottobreed altri dentro certi limitid'oppignoramentoesclusi gli ori e gli argenti; e che venisse altresìfatta una gratuita distribuzione di pane alla classe indigente dellacittà.

Condonò poi la pena a tutti i disertoried a coloro che avevanprestato mano alla diserzionepurché i primi si consegnasseroimmediatamente ai rispettivi corpi. Un simile indulto fu promulgato aicontrabbandieri ed ai condannati per risse o delitti similipurchéfossero di esclusiva competenza della Polizia.

Tutto ciò preveniva sempre più gli animi a favore della principessasposala qualealle sei e mezzo di sera del sabato 15 novembre arrivòalla villa di Cafaggiolo dove ebbe la grata sorpresa di trovarvi ilGranducal'arciduca sposoe l'arciduchessa Maria Luisache lariceverono "con vera tenerezza e vollero assistere alla suarefezione". Dopo la quale se ne tornarono a Firenze con la solacompagnia del cavallerizzo maggiore.

La mattina dopodomenicaalle sette la sposa e la sua cortepartirono dalla villa di Cafaggiolo. dirigendosi alla villa Capponi allaPietra per cambiare d'abitied unirsi ai sovraniche ivi l'attendevanoper fare solenne ingresso in Firenze.

Arrivata alle nove e mezzo alla villa del marchese Pier RobertoCapponivenne da questi offerto ai sovrani ed alla principessa sposa un dejounée(a quei tempi a corte lo scrivevan così il francese)e dopo le diecipartirono alla volta di Firenze in questo ordine:

un picchetto di cacciatori a cavallo;

due battistrada con livrea di corte;

una muta con i ciambellani di serviziosenatore AldobrandinimarcheseFerdinando Riccardiconte Alessandro Opizzoni e cavalier LorenzoMontalvi;

un'altra muta con le cariche di corte: principe RospigliosisenatoreAmerigo Antinoribalì Niccolò Martelli e duca Strozzi.

In un'altra mutaerano i sovranicol Granducal'Arciduchessa sposal'Arciduca e l'arciduchessa Maria Luisa.

Otto guardie del corpo comandate dal brigadieree il cavallerizzo allosportello.

Dietro alla muta dei sovraniveniva quella delle dame di corte nellaquale vi erano la principessa Rospigliosila marchesa Riccardilacontessa Elisabetta D'Elcie la baronessa Eleonora Gebsattel.

Gli staffieri e tutto l'altro servizio erano in livrea giornaliera.

Giunte le carrozze al Pellegrino "lo sparo dell'artiglieria ed ilsuono delle campanediedero il fausto annunzio del prossimo arrivo dellareale sposa".

Immediatamente dai frati della Santissima Annunziata venne scoperta laMadonna. L'Arcivescovo paratosi degli abiti pontificati si recòall'altare nella cappella dell'Annunziata "vagamente apparata edarricchita di lumi"per attendervi i sovrani e la cortei quali vientrarono passando dalla piccola porta della cappellaessendo smontatidalla parte dei chiostripreceduti da sole due guardie del corpo.

Dopo la messa dell'Arcivescovoil quale impartì agli sposi labenedizione nuzialefu cantatomanco a dirloil Te Deum "eseguitodai professori della reale cappella di corte". Terminata così lasolenne cerimonia degli sponsalicon lo stesso treno i sovrani ed ilseguito passando per Via de' ServiPiazza del Duomoil Canto allaPagliada San GaetanoSanta TrinitaVia Maggio e lo Sdruccioloandarono a' Pitticontinuando sempre a suonar le campane di tutte lechieseed a sparare le artiglierie delle fortezze. Superbo era l'addobbodelle finestre delle case lungo lo stradale con tappeti ed arazzi variatie di pregio. Quella festa di colorilo scampanìo incessante e il sordorombo del cannonefecero un effetto straordinario sull'animo commossodella giovane principessache si vide accolta con spontanea cortesiacongentilezza squisitada una folla così enorme come se fosse nata in mezzoa quel popolo.

Essa rimase subito colpita dal modo signorilmente civile col quale ifiorentini le facevano gli onori di casaaccogliendola con tantaespansione ed affettuosa simpatia. "La serenità della giornatachepoteva paragonarsi alle più belle di primaverafavori l'ingressodell'augusta sposa" e ad infondere il brio in tutta la popolazioneche accorse in folla a salutare la giovane principessadi cui tuttiammirarono la grazia e la bellezza.

Le Loro Altezze furono ricevute a piè della grande scala dalle carichedi corte: si soffermarono brevemente nella Sala detta delle Aquileperricevere i complimenti dai consiglieri e dalle dame di corte; e quindi siritirarono nei loro quartieri.

Al tocco cominciò la noia del ricevimento dei ministri esterideipersonaggi più importanti e dell'Arcivescovocoi quali si trattenneromezz'oracioè fino all'ora della mensaalla quale quei personaggi pureassistetteroessendovi stati invitati dal maggiordomo maggiore. Viintervennero perciògl'incaricati di Viennad'Inghilterradi Franciadi Russiadi Svezia e di Danimarca: il principe e la principessaRospigliosiil senatore Antinoriil balì Martellila signora CaterinaMartelliil duca Strozziil principe e la principessa Corsiniil duca ela duchessa d'Albail principe Borghesiil principe e la principessaAldobrandini; i consiglieri: Fossombronidon Neri CorsiniFrullaniPontenaniDegli AlessandriNutiGiunti e Galilei; la principessa diDiekeshsteinil ministro Bardoxyil marchese Ferdinando Riccardie lamarchesa Francesca Riccardiil senatore Bartolommeiil senatoreAldobrandiniil conte Baldelliil marchese Tommaso Corsiil conteOpizzoniil cavalier Lorenzo Montalviil colonnello Gherardila signoraEmilia Gherardila contessa D'Elcila baronessa Gebsattell'arcivescovodi Firenzeil cavaliere Brancadoried il conte e la contessa Hitroff.

La tavola fu servita "per cinquanta coperti" con la massimaeleganza e profusione. I paggi ed i camerieri servivano ciascuno quattropersone; e due guardie del corpo scortarono le prime vivande dalla cucinaalla tavola reale.

La sera vi fu grande appartamento nel quartiere "delleStoffe" con invito a tutta l'anticameraai forestieri già statipresentatie alla nobiltà "dei due sessi" ammessa al Casinodei nobili.

Alle sette cominciarono ad arrivare i primi invitati; ed il segretariod'etichetta. i furieri e gli uscieri vigilavano alla

ammissione delle differenti classi di essi nelle rispettive anticamere.

Avanti che comparissero nella Sala i principi sposil'incaricatod'affari della corte d'Inghilterraper mezzo del gran ciambellanopresentò al Granduca moltissimi gentiluominidamecolonnelli edufficiali inglesi.

Lo stesso fu fatto dal ministro di Spagnache presentò il console diGenova e l'intendente generale dell'armata di Spagna. L'incaricato diVienna presentò il governatore di Milanoil governatore di Lucca emadama Grimaldiveneta.

Alle sette e tre quarti comparvero "nell'appartamento" ireali sposi che trovarono riuniti nelle differenti anticamerea secondadel grado socialecentoquindici dame e trecentotrenta cavaliericompresii forestieri ed i paggi.

L'impressione che fece in tutti la giovane principessa sàssone fueccellenteessendo stato "mirabile" il contegno da lei tenutoin quella "sua prima comparsaavendo con franchezza e buonamanieraprima parlato con tutte le dameniuna eccettuatae quindicon i ministri esteriforestiericonsiglieri ed altre persone distintedelle due prime anticamere". Quelle delle altre si contentarono divederla; ma per una "prima comparsa" deve essere stata una bellafatica anche a trattenersi con due anticamere sole.

È vero che a corte rimasero contenti della principessaperché sipresentò con buona maniera; quasi che invece di venire da unacortefosse venuta dalle montagne di Santa Fiora!

Alle novela famiglia reale si pose a tre diversi tavolini a giuocareed immediatamente fu sciolta l'etichettarestando libero l'ingresso atutta la nobiltà e uffizialità nelle anticamere e stanze annessevagamente illuminate "ed incontinenti" (sic); furonserviti copiosi rinfreschi di soli gelati e acque "di piùqualità".

Alle dieci e un quarto finì l' "appartamento"ed il sovranoe i principi passarono "nell'interno del quartiere" dove erastata già preparata la tavolaalla quale furono invitati soltanto ilprincipe Rospigliosiil senatore Antinoriil balì Martelli e la suaconsortela contessa D'Elci; il marchese e la marchesa Riccardiilsenatore Aldobrandiniil duca Strozzila baronessa Gebsattelil conteOpizzoni e il cavaliere Montalvi.

Alle undiciterminata la cenai sovrani si ritirarono nei loroquartieri "contenti d'aver passata una sì lieta giornatachefarà epoca alla felice Toscana". Lo dicevano lorosaràstato vero!

Il giorno seguentela sposa e la Corte si riposarono: e dovevanoaverne avuto bisogno. La sera peròandarono al teatro della Pergolavagamente illuminatodove agli sposi fu fatto un "triplice viva dalnumeroso popolo ivi congregatoper ammirare i pregi della reale sovranasposa".

Dopo il ballofu servita la tavola nella retrostanza del palco dicortee vi furono invitati i personaggi della sera precedente.

La mattina del 18 novembre furon fatte le presentazioni deiciambellanidegli ufficiali delle guardie del corpo e degli anziani;quindi la sera alle 6tutta la reale famiglia in tre carrozze a parigliaaccompagnata dalle cariche di cortele damei ciambellani di serviziosi recarono alla festa data "dalla Comune di Firenze" sotto gliuffizi "per il basso popolo"; ed all'altra per "la nobiltàe cittadinanza" nelle stanze del Buon umoreannesse all'Accademiadelle Belle Arti.

La festa popolare sotto gli Uffizi ebbe principio con l'inalzamentod'un globo aereostaticoe fuochi d'artifizioche furono "secondarida altri graziosi scherzi di simile genere eseguiti sulla Piazza dellaSignoria". Tutto il porticato del Vasari era illuminato "confiaccole all'inglese" e l'architettura del cornicione "facevavaga pompa con ricercata illuminazione a piccole padelle".

In quattro sale interne degli Uffiziriccamente paratevenivanoammesse a ballare le persone decentemente vestite ed in maschera. Nelmezzo del piazzale erano state collocate due orchestrechealternativamente facevan ballare il pubblico fatto contento"rallegrandosi col ballo e con i lieti Viva che facevano ecoalla riconoscenza" verso il munificente sovrano che in quella lietacircostanza aveva ordinate grandi distribuzioni di pane"collezionidi dotiassegnazioni di letticarne agli infermie una largarestituzione di pegni". Una carità veramente benintesameglioche destinar sommesia pure ragguardevoli e che spesso non raggiungono loscopo: poichéper il solitoi sussidii in danaro vanno sempre a quellaspecie d'abbonati alla beneficenza pubblicae non son mai dati con giustocriterio alle persone veramente bisognosevittime di una occulta e piùtremenda miseriache contrasta con la vergogna della povertà e colpudore di farla palese.

Il sovrano ed i principiappena scesi all'ingresso degli Uffizipercorsero per due volte in mezzo al popolo affollatotutto il loggiatoe si trattennero anche nelle sale dove ballavano le maschere e le personepiù pulitecon pieno contento dei principi "per la docilità deisudditiche pieni di venerazione ai loro sovrani non feceronascere nessuno sconcerto". Ed era naturaledappoiché si vedevantrattati con tanta spontanea confidenza.

Trattenutisi oltre un'ora in mezzo a quell' "innumerabile concorsopopolare" i sovrani ed il seguito si recarono al Palazzo dellaCrocetta alla cena data a loro contemplazione dal principeRospigliosi; e quindi alle nove e mezzo andarono in Via del Cocomeroall'altra festa nelle sale del Buon umore"superbamente apparatefacendo pompa in esse un giardino artificialenel quale vedevasiilluminato a chìaroreil tempio delle Grazie e d'Imeneo".

Il concorso dei forestieridel popolo e delle maschereerastraordinario: stupenda poi l'elegante ricchezza dei vestiarie di grandevalore "le gioie delle dame e delle altre donne". La profusioned'ogni genere di rinfreschiin acquegelatie di biscotteriefececonosceredice l'esuberante diaristache la direzione di quella festa"meglio non poteva essere appoggiata che al benemerito capo dellacittà di Firenzegonfaloniere marchese Tommaso Corsi".

Quattro sale erano state destinate per gli invitati: quella granderiservata ai sovranidivenne angusta "per l'affollata turbacheanelava di vedere d'appresso la nuova adorata sovrana".

Quella festa che cominciò la sera alle otto e mezzofini alle tredopo mezzanotteper quanto la corte si fosse ritirata alle undici.

L’adorata sposala sera dopo andò con tutta la famigliaregnante al teatro del Cocomero vagamente illuminatodove fu ricevuta dauno strepitoso applauso. Ed anche al Cocomero dopo il ballola cortecenò e poi se ne tornò a' Pitti.

Quei giorni passavano in ricevimenti e presentazioni la mattinaefeste la sera. Così il giorno20 furon presentati alla sposa tutti gliufficiali delle truppe toscanele dame di corte residenti in Firenzeevia di seguito. Nella seraandò con lo sposoil Granduca e leArciduchessealla festa fatta in suo onore al Casino de' Nobili al pontea Santa Trinita; e la sera del 23 novembre fu data a Palazzo Pitti unagran festa da ballo alla quale intervennero centocinque dame etrecentosessantasei cavalierie non fece vuoto la mancanza deicavalieri e delle dame inglesi che non presero parte alla festa atteso illoro lutto gravissimo per la morte della giovine principessa di Galles.

Terminati i ricevimenti e le festei principi sposi si recarono a Pisae a Livorno acclamatissimi sempre; e il 28 novembre tornò finalmente daDresda il conte Baldellial quale il Re di Sassonia"incontrassegno della sua reale soddisfazione" aveva conferito la Grancroce dell'Ordine del Merito e la croce dello stesso Ordine al suosegretario Pistoioltre a varii cospicui doni ad ambedue "come unaprova di più del gradimento di S. M. il re sàssone".

XII

L'imperatore Francesco e il re di Napoli

a Firenze

La frammassoneria livornese - Esuli politici a Firenze - L'arrivodell'Imperatore - Illuminazione della città - Visita a pubblici e privatistabilimenti - Feste in piazza della Signoria e nel piazzale degli Uffizi- L'imperatore parte per Napoli e impressione che ne riceve - Rivoluzionenapoletana del 1820 - Il re di Napoli ripara in Toscana - Si reca alCongresso di Laybach - Ferdinando III a Livorno - Una congiura sventata -Il generale Casanova.

La Toscana aveva ripreso la sua vita tranquillaquasi noiosasenzasbalzi e senza paura di sconvolgimentocome negli anni passati fino alquindici. Soltanto la frammassoneriache aveva posto il suo quartiergenerale a Livornodestava di quando in quando qualche inquietudinemanon dava poi gran pensieropoiché il suo scopo costante era quello direndere l'Italia completamente libera e padrona di sécome era didiritto.

Ma a nominare i frammassoni allora si facevano il segno della crocecome se fossero stati il diavolomentre era tutta gente animatasinceramente e profondamente dall'amore di patria e dal desiderio costantee vivissimo di vederla unitaprospera e grande. Oggiche tutto ciò sisente molto menobisogna pur dirlo per quanto s'abbia l'ipocrisia di nonvolerlo riconoscerei frammassoni di quei tempi parrebbero codini e nullapiù.

Povere menti che tanto faticaronopovere vite spente sui patiboli onelle galerequanto diversa doveva esser la riconoscenza e la reverentememoria dei posteri!

Ma non ci confondiamo. La Toscanadunqueviveva come in una specie diblandizia dell'anima; e mirava indifferente lo sforzo dei liberalichecozzavano contro la tirannia di principi e di ministri codardi.L'indifferenza però nasceva dalla poca fiducia nella buona riuscita dellacausaessendo i fiorentini ammaestrati da un duro passatoa nonpartecipare alle illusioni dei pochi liberali delle altre provincied'Italia.

Quello che poteva fare Firenzee lo fece con slancio sincero di veropatriottismofu di accogliere gli esuli di altre città e difenderli;coadiuvati in ciò anche dalla clemenza del Granducapresso il quale siritiravano altresì i principi degli Stati dove non si sentivano tantosicurie qui trovavano asiloe non avevan da temere le molestie deicarbonari e dei frammassoniche alla lor volta trovando in Firenze onestorifugio alle persecuzionierano esuli al pari dei sovrani contro i qualinei propri paesi cospiravano.

Un avvenimento quasi inaspettatoche dette per qualche giorno un po'più di vita a Firenzefu l'arrivo dell'imperatore Francesco d'Austriafratello del granduca Ferdinando IIIil qualecon la scusa di rivederluie di prendersi un po' di svagovenne a fiutare che vento spirava inItalia riguardo appunto al segreto lavorìo della frammassoneria e dellacarboneria.

Il Magistrato Civico saputa questa notiziastabilì di solennizzarecon pubbliche feste tale avvenimento; e la I. e R. Segreteria di Finanzenel dì 22 febbraio 1819 partecipò alla Comunità che S. A. il qualeaveva accolta "con vera bontà e compiacenza la deliberazione delMagistrato per mezzo della quale si offrivano delle feste civiche nelfausto avvenimento della venuta in Firenze di S. M. l'Imperatored'AustriaRe d'Ungheria e di Boemiasi degnò di approvare in genere ilprogetto delle medesime statole presentato".

Ferdinando III non appena ebbe l'annunzio del prossimo arrivo delfratellosebbene viaggiasse in incognito sotto il titolo di duca diMantovala mattina del 7 marzo 1819 partì col principe Rospigliosi perandare ad incontrar l'Imperatore al Covigliaio.

Alle quattro e mezzo pomeridiane dello stesso giornol'Imperatore conl'imperatrice Carlottasua augustissima consortee la figliaarciduchessa Carolina Ferdinandaaccompagnati dal Granducaarrivarono aFirenze in una carrozza a sei cavallipreceduti da un picchetto dicacciatori a cavallo e seguitati da altri quattro tiri a seimentre dallaFortezza da Basso furon tirate 101 cannonate.

Varii distaccamenti di truppa facevano ala lungo il tragitto da Porta aSan Gallo al Palazzo Pitti. 1 granatieri erano schierati fra il Ponte aSanta TrinitaVia Maggiolo Sdrucciolo e Piazza Pittifino alla portadel palazzopresso il quale era stata posta la banda musicaleche con lesue "differenti sonate aumentava il brio nel popolo" il qualefaceva "echeggiar l'aria di lieti viva".

Quelle gridail popolole avrebbe emesse ormai anche dormendotant'era l'abitudine che aveva preso di gridar "Viva" a tutticoloroche per un motivo o per un altrovenivano a Firenze.

Numerosa era la folla riunita sulla piazza e nel gran cortile"edangusto pareva il locale al risuonar dei viva pronunziati al ricevimentodi sì illustre comune concittadinoprimo Imperatore nato in Toscanainseno della bella Firenze".

Gl'illustri personaggi furono incontrati al ripiano della scala dalladuchessa di Parmadall'arciduchessa Maria Teresa di Sassoniadall'arciduchessa Maria Annaprincipessa ereditaria di Toscanadall'arciduchessa Maria Luisadalla principessa Amalia di Sassoniae datutte le dame d'onore e di compagnia delle principesse. La serapoiché aquei tempi l'olio doveva costar pocovi fu illuminazione generale dellacittà. La più sfarzosa però fu quella del ponte a Santa Trinita e diVia Maggiola quale incominciava dalla colonna di Santa Trinitatuttailluminata; e sul ponte v'eran sei guglie pure "vagamente illuminateed alle quali faceva. facciata l'altra colonna in Piazza San Felice insimil guisa incendiata". Il Palazzo Pitti era fantasticamentemagnifico per davveropoiché tutta l'architettura era disegnata dafanali e da padellecome nella stessa guisa era illuminata la piazza.

Infinite furono le presentazioni fatte all'Imperatoreil quale trovavaperò tempo non solo per andare al teatro della Pergola e del Cocomeromaaltresì per visitare le gallerie"le rarità" e glistabilimentila biblioteca di San Lorenzolo Spedale di Santa MariaNuovadi Bonifaziodegli Innocenti; l'ospizio di Maternitàilreclusorio d'Orbetello e quello dei poveri. Visitò pure l'Accademia delleBelle Artilo studio dello scultore Biccie quello del Carradori.Assisté con l'Imperatrice ad una seduta dell'Accademia de' Georgofilievisitarono ambedue le Scuole normali.

L'Imperatrice con le dame e la figlia e con l'arciduca Leopoldo el'Arciduchessa sposa che l'accompagnaronovolle visitare la cattedraleesalire fino alla lanterna della cupola. Nei giorni seguentil'imperatoreaccompagnato da tutti i principiin tre carrozze di posta si recò pure"ad osservare la grandiosa fabbrica delle porcellane del marcheseGinori che per la sua fama rivaleggiava a quei tempi con le primarie diFrancia".

L'imperatore Francesco andava quasi tutti i giornied era per lui ilmassimo dilettoal passeggio delle Cascinedelle quali egli el'imperatrice erano addirittura fanatici. Si dilettava anche d'andare apasseggiare per Boboli prima del desinareche aveva luogo al tocco emezzo. Era amante altresì di fare delle scampagnatee si recava spessoal Poggio a Caianoa Pratolinoa Castello e al Poggio Imperiale. Ciòche lo divertiva moltissimoerano le fiere della quaresimaalle qualinon mancò mai d'intervenireprendendo parte ogni domenica al corso dellecarrozze che allora si teneva alla porta dove si faceva la fiera. Nontralasciò neppur quella di San Giuseppe né della Santissima Annunziataper la festa della quale assisté anchecon tutta la Corteal Serviziodi Chiesa.

Il 21 di marzo il Comune offrì una gran festa sotto gli Uffizi e inPiazza della Signoria in onore dell'Imperatoreche con l'imperatriceilGranduca e le Arciduchessela godettero dal terrazzino di PalazzoVecchio.

Gli Uffizi eran meravigliosi per la illuminazione fatta "a treordini di fanali trasparentiche ricorrevano per tutta la fabbricadisegnandone l'architettura". L'interno del loggiato era illuminatocon lumiere e fiaccole all'ingleseposte in mezzo a delle ghirlande difiori ed a corone di lauro. Gli stanzoni "dei così dettiUffizi" erano illuminati con sfarzoe ridotti a botteghe di venditadi rinfreschi e di altri generiper comodo "del concorsopopolo".

Sotto la loggia dell'Orgagna era stato eretto il tempio della Fortunache sorgeva in un boschetto nel quale le statue della Giustizia e dellaFortezza eran di ricco ornamento. Ai lati del tempio eran situate duegrandi orchestre con varii cantantiche salutarono i sovrani quando sipresentarono al terrazzino.

In faccia a Palazzo Vecchiopresso il tetto de' Pisaniera stataeretta una montagna artificiale rappresentante la Reggia di Vulcanoall'ingresso della quale era stata collocata la statua di Giove "inatto di ricevere le saette dal fabbricatore di esse". Ma questo nonincontrò punto il gusto della popolazione "e molte satire vennero inappresso fatte contro gli artefici e i direttori".

Infattiquel Giove tonante che non aveva neanche le saette di suoeche bisognava che aspettasse la misericordia di quello che le fabbricavaera un concetto piuttosto ridicolo. Se Dio ne guardi il saettaiodiciamocosìfaceva scioperoaddio Giove.

Le satire dunque piovvero senza numeroma il pubblico si rifece labocca ammirando l'addobbo del cortile di Palazzo Vecchioi corridori e lescale che conducevano "al saloncino detto dei dugento"che formava "un continuo giardinage" con vasi difiori e agrumi simmetricamente dispostied arricchito da una benintesao piuttosto benvistailluminazione a cera.

Prima che i sovrani lasciassero il terrazzinoe si recassero allaPergola allo spettacolo di galadalla cima della montagna scaturirono unacopiosa quantità di fuochi artificialialla fine dei quali comparve"l'augusto nome di Francesco I in mezzo a vago trasparente".

E così finì quella festa stata inaugurata la mattina a mezzogiorno emezzo con un atto di beneficenzacioè con l'estrazione di centocinquantadoti a benefizio di "povere zittelle". L'estrazione fu fattadalla tribuna eretta sotto l'arco principale della loggia degli Uffizi.

Partito da Firenzel'imperatoresempre figurando di farlo perdiportosi recò a Romapoi a Napoli.

Quella festa lasciò il ricordo d'una discreta spesa. Nell'adunanza del10 settembre 1819 il Gonfaloniere partecipò al Magistrato una lettera delsoprassindacoin data 3 settembrecon la quale egli avvisa il Magistratoche essendo stato reso conto a S. A. delle spese occorse per le feste datein onore di S. M. l'imperatore ascendenti a L. 121798 al netto delle robe"in essereo per restare a benefizio della Comunità o per vendersiper la somma di L. 10193" S. A. il Granduca si era degnatodichiarare che una tale spesa posasse per metà a carico del Comune dacorrispondersi alla cassa della I. e R. Depositeria a ragione di diecimilalire all'annocominciando dall'anno 1820.

I Signori adunati "commessero al signor Gonfaloniere diumiliare a S. A. I. e R. i dovuti ringraziamenti per la clemenza avuta diaddossare all'I. e R. Depositeria la metà di dette spese". Francescod'Austria come si era accorto che la Toscana era governata con maggioreliberalitàe sebbene fosse un piccolo Statosolidamente costituitolasciando Napoli portò invece seco la convinzione che tristi giorni eranriserbati in un'epoca non lontana alla più ridente parte d'Italia a causadella insipienza del re e della boriosa nullità dei suoi ministri.

Infattiscopo principalese non unicodel governo napoletano eraquello di distruggere le tracce del governo di Murat e combattere lacarboneria: e su questo modo di governare del suo ministeroFerdinando IVsi cullava tranquillo. Ma il lavorìo incessantesordode' carbonari checorrispondevano coi loro collegati in tutto il regnonel resto d'Italiae specialmente in Svizzeracominciò a dare i primi segni della rivolta.Infatti la mattina del due luglio 1820 i "Sottotenenti Morelli eSilvaticon centoventisette fra sergenti e soldati del reggimento realeBorbone cavalleria" disertarono da Noladove eran di guarnigioneeinsieme al prete Menichini e ad una ventina di carbonarisi diressero adAvellino al grido di "Viva Diorecostituzione".

Essi posero il campo a Mercogliano da dove il tenente Morelli scrisseal tenente colonnello De Concili per indurlo a patrocinar la causa dellalibertàsecondando la rivolta delle truppe. E il De Concili accettòdiventando così il supremo capo degli insorti.

I ministrisaputa la cosaspaventati perché impotenti a prendere unarisoluzioneed inabili a dare un consiglio al reperdettero molte ore adiscutere non sul da farsi ma sul modo di dare al sovrano l'annunzio dellasommossala qualementre essi cianciavano di tali puerilitàsiallargava e si spandeva per intere provincie.

Il reinetto e pusillanimequando lo seppe si trovò imbrogliato achi dare il comando delle truppepoiché temeva il tradimento neigenerali più abilied in quei fidi temeva anche di più: l'asinità loroe la nessuna autorità nell’esercito. Perciò ricorse ai soliti mezzitermini a cui ricorrono tutti i re dappoco ed i governi deboli e fiacchicioè alla ostentazione d'una falsa sicurezzadando tempo al temponellasperanza di stancare i ribelli. Ma i ribelli raddoppiarono a vista; ilpopoloi vescovi e le autoritàgiuravano al nuovo grido di "VivaDiorecostituzione". Ferdinando IV incaricò allora il generaleCarascosa di porre un argine alla rivolta. Maal solitotemendo iministri della fedeltà di luicome murattianosebbene fosse il solo chegodesse la simpatia e la stima dell'esercitoricorsero allo stolto egesuitico espediente di dargli ogni facoltà senza soldati. Quando poi il4 di luglio gli diedero come irrisione seicento uominifu troppo tardinonostante che grosse schiere fossero affidate al general Nunziante aNocera.

Intanto il governo procedeva a tentonisenza saper che pesci pigliare.Onde veduta questa paura e questo disordinei soldati che ormai erandesiderosi di nuovi eventiscossero il giogo; ed un reggimento dicavalleria del general Nunziante in presenza delle altre truppeastendardo spiegatoil 5 di luglio impunemente disertò da Nocera. Bastòl'esempio. Subito dopo un battaglione della Guardia reale dichiarò di nonvoler combattere i ribellied un altro battaglione di fanteria aCastellamare tumultuò addirittura.

Tutte le provincie essendosi sollevatefu necessario di fare spiare letruppesi raddoppiò la guardia al palazzo realee pattuglie di soldatiperlustravan la città.

Il general Nunziante vista la marina torba scrisse al re esponendogli"l'animo avverso delle sue schiere" e concludeva: "Sirelacostituzione è desiderio universale del vostro popoloil nostro opporresarà vano; io prego V. M. di concederla". Come tutti coloro chevogliono dissimularsi i pericoli e che danno soltanto ascolto a chi brucialoro l'incenso sotto il nasopersuasi di lasciarsi illudere perché possaservir ciò di ripiego alla loro cecitàil re rimase sbigottito leggendole parole del Nunziante del quale però non dubitava.

Mentre egli ed i suoi barcollanti ministri aspettavano ansiosi lamattina del 6"ultimo tempo prefisso alle trame o alcombattere" nuove sventure accaddero con la fuga del generaleGuglielmo Pepe: il qualesapendo d'esser tenuto d'occhioperchésospetto di tradimentopreferì d'andarsene alla mezzanottespingendoalla diserzione un altro reggimento di cavalleria e alcune compagnie difanteria.

Tutto ciò portò maggiore sgomento nella Corte; e mentre il reconsultava i ministrial tocco di notte si presentarono al palazzo cinquecapi carbonaridicendo alle guardie di dover subito parlare al re "oa qualche grande di Corte".

Il duca d'Ascoli accorse per sentire ciò che volevano quei cinquerimanendo sorpreso di vedere fra loro il duca Piccolettisuo genero. Unodi essi gli disse chiaro e tondo che popolo e soldati volevano lacostituzione. L'Ascoli rispose che appunto il re ed i ministri stavano inquel momento concertandone i terminie promise che fra due ore sarebbepubblicatavale a dire alle tre del mattino.

Il re però s'ostinava a non cedere: ma i ministricon una tremendapaura addossolo esortavano in tutti i modi a piegarsi alla necessità.Più di tutti finalmente lo convinse il marchese Circelloche era in odioal pubblico e vecchissimo"ma per grossolane delizie di vita bramosodi più lungo vivere". Quel vecchio corrottosi buttò piangendoquasi al collo del revecchio anche luichiamandolo figlioraccomandandosi di "concedere prontamente una costituzione"perché superati così i pericoli del momento Iddio l'avrebbe aiutato"a ricuperare da popolo reo i diritti della corona". Il refirmò il 6 luglio un editto col quale si annunziava che concedeva lainvocata costituzionepromettendo di pubblicarne le basi entro ottogiorni.

Nello stesso tempo il recon speciale decretonominò nuovi ministri;e col pretesto della mal ferma salute e dell'etàabdicò alla corona erimise nelle mani del figlio la regale autorità. Ciò non fece altro chesollecitare l'andamento degli eventi. Ogni ritegno fu abbandonatoel'esercito ormai senza disciplina e senza rispetto per il revoltòbandiera e si chiamò esercito costituzionale. Capo di esso fu il generaleGuglielmo Pepe"che sconciamente imitava le fogge e il gesto del reGiovacchino Murat". Alle truppe regolari si unirono le "miliziecivili" composte di cittadini che in buona fede credevano ai nuovitempi apportatori di libertà. Non mancò nemmeno in quella circostanza illato burlescorappresentato dall'abate Menichini "vestito da pretearmato da guerrieroprofusamente guarnito dei fregi della setta" cheprecedeva a cavallo settemila carbonari "plebei e nobilichierici efratidiffamati ed onestisenza ordinanzesenza segno d'impero ed'obbedienza mescolati e confusi".

Il Pepea capo di altri generali si presentò il 9 luglio alla reggiae domandò al reche "stava disteso sul letto per infermità oinfingimento" di giurare la Costituzione. Il re promise; e la mattinadel giorno 13 a mezzogiornonel tempio del Palazzo"al cospettodella Giuntadel Ministerodei grandi della Corte e di alcuni delpopolo" dopo udita la messa salì all'altaree ponendo la mano sulVangelo lesse ad alta voce il giuramento scrittonel quale era detto cheegliFerdinando Borboneper la grazia di Dio e per la costituzione dellaMonarchia Napoletanarecol nome di Ferdinando I del regno delle DueSiciliegiurava in nome di Dio e sopra i santi Evangeli la formula dellaconcessa costituzione concludendo: "Se operassi contro il miogiuramentoe contro qualunque articolo di essonon dovrò essereubbiditoed ogni operazione con cui vi contravvenissisarà nulla e dinessun valore. Così facendoIddio mi aiuti e mi protegga; altrimenti mene dimandi conto".

Finito di leggere il giuramento officialeil reper dargliun'impronta di veritàalzò il capo al cielofisso gli occhi sullacroce e spontaneo disse: "Onnipotente Iddioche collo sguardoinfinito leggi nell'anima e nell'avvenirese io mentisco o se dovròmancare al giuramentotu in quest'istante dirigi sul mio capo i fulminidella tua vendetta".

Ma perché Iddio non lo prendesse in paroladopo avere allentate eritirate le rediniincapace a frenare il movimento rivoluzionarionominato reggente il duca di Calabriaprincipe ereditariola mattina del14 dicembre con la moglieche viaggiò sotto il nome di contessa dellaFloridas'imbarcò sul "Vendicatore" - nome di sinistro auguriopei napoletani - quel legno stesso che dopo la battaglia di Vaterlooaccolse prigioniero in Rochefort Napoleone I. Egli mascherò la sua fugadicendo che andava al congresso di Laybach dove era stato invitato dai tresovrani "della Santa Alleanza" i quali imponevano che in Napolifosse ristabilito l'ordine ad ogni costo.

Il "Vendicatore" gettò l'àncora nel porto di Livorno lasera del 20 dicembre alle sette e mezzo; e subito ne fu spedito avviso alGranduca a Firenze. Intanto "lu re Nasone" come lo chiamava ilsuo popolosceso a terra e montato in una carrozza fu salutato da 101colpi di cannone del fortee passò in mezzo alla truppa in parata.Arrivato al Palazzo realefu ricevuto ed ossequiato dai ciambellani cheabitavano in Livornoe quindi si affacciò alla terrazza a ringraziare ilpopolo che l'aveva accompagnato "con segni di rispettoamicizia eamore alla sua sacra persona".

Pare impossibilema si diceva così!

C'eracol reoltre la moglieanche la figlia donna Maria Anna e lanipote donna Luciafanciulla di pochi anni.

Il suo seguito era composto di varii gentiluominidamesegretaricamerazzicavallerizzicorrieri di gabinetto e staffieri; v'era il padreAgostino da Cuneo cappuccino confessore del ree un padre compagno delmedesimo; vi era pure il chirurgo don Niccola Melorio e don GiovanniGordou interpetrequindi un mozzo d'ufizioun portamobiliuntappezziereun capo confetturiere con quattro aiutie tre facchini dicucinaun ufiziale degli argentiun fornaro e un facchinounfacchino di polleriasei persone di scuderiadue volanti; e camerieriservitori e cameriere delle cariche. Tutta questa gente per andare alcongresso!

Il 23 dicembre 1820 circa le sei arrivò il re di Napoli in Firenzeaccompagnato dal Granduca che era andato a prenderlo a Livorno.

L'ingresso fu solenne; ed il corteggio si componeva di quattro carrozzedi gala a sei cavalli oveoltre ai sovranierano le principali carichedelle corti napoletana e toscana. Le truppe schierate dalla Porta a SanFrediano fino a Via Maggio e sulla Piazza Pitti facevano alae dallaFortezza da Basso venneroal solitotirate 101 cannonate per salutare ilsuocero di Ferdinando III. Dopo breve soggiornoil re delle due Sicilieriparti per Viennadove andava a conciare per il dì delle feste i suoiinfelicissimi sudditi.

Ferdinando IIIa causa dei sospetti che la frammassoneria aveva sullafedeltà e la lealtà del re napoletanovolle andare a Livorno (mentre"re Nasone" partiva per la via di Bologna)e ivi trattennesiqualche giorno per vedere un po' da sé ed informarsi che vento spirava suquell'andata al congresso delle tre potenze della Santa Alleanza.

Ma passò un brutto momentoperché da una congiura di frammassoni fustabilito di entrare all'improvviso in teatrodove il Granduca perdimostrar piena fiducia vi si recava senza nessun apparato birrescoefargli firmare per forza la costituzione.

Il colonnello Casanovacomandante il reggimento di stanza a Livornoavendo potuto subodorare la cosapensò di tentare un colponon tantoper farsene onore presso il sovranoquanto per l'utile che gliene sarebbevenuto.

Perciòappena si fu assicurato che il Granduca era in teatrosenzafar battere il tamburofece svegliare silenziosamente tutto ilreggimentoe messolo a rango sotto le armi andò con quello a circondareil teatrochiudendo il passo a chiunque.

Quindipresentatosi nel palco del Granducadisse ad uno deiciambellani di servizio che egli aveva urgente necessità di parlare sulmomento al sovrano. Il ciambellano vedendo il colonnello in tenuta diserviziocon la sciabola sguainataavvisò subito il Granduca di ciòche avveniva. Ferdinando fattolo passare e sentito di che si trattavauscì subito col colonnello Casanovaed entrò in carrozza scortato datutto il reggimento che lo chiuse in un quadrato. Arrivato a palazzoilGranduca riconoscente strinse la mano al colonnello Casanova dicendogli:

- Mi ricorderò di voi. - E difatti lo nominò generale.

Ma l'aureola di gloria che s'era acquistata il colonnello minacciòd'andare in fumoquando si presentò in Fortezza da Basso per lapresentazione alle truppe. In quella circostanzaavendo intravvisto unsoldato su un muricciuolo che stava a guardare i suoi compagnidomandòchi fosse; ed essendogli stato risposto che era un convalescenteilgenerale non volle intender ragione ed ordinò che si vestisse ed andassea rango con gli altri. Il poveretto obbedìma nel fare le evoluzionicadde sfinito e morì. Il reggimento si sollevòvoleva ammazzare a tuttii costi il generalee gli ufficiali ebbero a durare gran fatica ametterlo in salvo. Fu però un vero miracolo se quei soldatiindignatigiustamentenon lo mandaron dietro al loro infelice compagno a chiedergliscusa!

 

XIII

Notizie di Corte: Tedeschi per le vie

Ferdinando III vuol riammogliarsi - La sorella della nuora - La futurasposa a Firenze - Re Ferdinando al Congresso - Passaggio di soldatitedeschi - La "lista dei tre colori" - Il generale GuglielmoPepe e il generale Ruffo - Disfatta e fuga paurosa.

Il matrimonio del Principe ereditario non era stato fecondoe ciòmise in serio imbarazzo il Granducache temeva compromessa seriamente lasuccessione al trono. Ed essendo questa per lui una faccenda della massimaimportanzae della quale forse ebbe a tener parola col fratelloImperatore quando venne a Firenzedecise di passare a seconde nozze pervedere se luigià quasi vecchiosarebbe stato più fortunatodiciamocosìdel figliuolo Leopoldo. Perciò non sapendo dove battere il caposi risolvé di domandare in sposa la sorella della propria nuoraprincipessa Maria Ferdinanda Amalia di Sassonianata il 27 aprile 1796eperciò più giovane ventisette anni di lui. Ma la necessità non halegge. Presa dunque una simile risoluzioneFerdinando III espose il suodesiderio al principe Massimilianopadre della principessa Ferdinanda. Ecosìla domanda del Granduca di Toscana essendo stata accolta congiubbilo dal principe di Sassoniauna sorella sarebbe diventata suoceradell'altra.

L'arciduca Leopoldo rimase per vero dire un po' mortificato di fronteai sudditi ed alle altre Cortinel veder costretto il canuto genitore ariprender moglie per causa sua.

La futura sposa arrivò in Firenze il 26 ottobre 1820 alle undici dinottecol proprio padre e con la sorella principessa Amalia ed il seguitoin cinque legni ed un brancard. Appena giuntiandarono aPalazzo Pitti ove furono ricevuti nel quartiere della Meridiana dalGranducadai Principi ereditaridal principe e dalla principessaRospigliosi e dal cavallerizzo Martelli.

Immediatamente passarono a tavola insieme al marchese Emilio Piattimaggiordomo del principe di Sassoniae alla contessa di Peraltadamad'onore della principessa.

Quindi ognuno dei personaggi fu condotto nelle stanze loro assegnateed anche le persone del seguito furono provvisoriamente alloggiate a'Pitti. Quando però fu concluso il matrimonioil Principe e le due figliepassarono ad abitare in Palazzo Vecchio.

La celebrazione del matrimonio sembra che si protraesse un poco a causadei fatti di Napolie certamente per la morte della principessa MariaAnnasorella del re di Sassonia e zia della futura sposa del Granducaessendo sorella pure del principe Massimiliano. La nuova della morte fuportata inaspettatamente da un corriere straordinario della Corte diSassonia la sera del 3 dicembre al Teatro del Cocomerodove si trovava ilSovrano insieme con i principi.

Il Re di Napoli primo suocero del Granduca fecenella circostanza delsuo passaggio da Firenzela conoscenza del nuovo suocero di suo genero edella futura Granduchessa di Toscana con la quale si rallegròincitandoal tempo stesso il gran principe Leopoldo a non lasciarsi vincer la manodal padre.

Re Ferdinando come abbiamo dettosi era recato al Congresso ondesistemar meglio i suoi sudditie frattanto il reggente duca di Calabriaed i Ministri stavano in apprensione non ricevendo lettere del re. Quandofinalmente ne ebbero unarimasero stupiti. In quella letteracheFerdinando I scrisse al figliuoloanziché parlargli degli affari diStatogli dava la preziosa notizia che i suoi cani "agli esperimentidi caccia in Gorizia" avevano superato i bracchi dell'imperatore diRussia. Nelle altreche una volta rotto il ghiacciocontinuò a mandaresi fingeva intimorito dalle minaccie delle tre monarchie alleatelequalisecondo luie sarà stato anche verolo trattavano come unsottoposto.

Poco dipoi si cominciarono a vedere in Firenze i primi capitoli diquella tale costituzione che il re delle Due Sicilie era andato a farsidare a Vienna. E questi primi capitoli sotto forma di 3000 soldatiaustriaci che eran diretti a Napoli precedendo un corpo di oltre 45000uominiarrivarono nel pomeriggio del 12 febbraio 1821. Tutta la gente eraaccorsa a veder quelle truppe che quando discorrevanopareva cheleticasseroperché nessuno intendeva nulla; e sembrava impossibile cheparlando quella lingua dovessero intendersi fra di loro. Il popolofiorentino ha sempre delle uscite curiose!

I ragazzial solitoandavano avantia passo; ma con le gambe cortenon potendo farlo lungo quanto i soldatisi sentivano spesso arrivarequalche incitamento con un di que' piedi che parevan gastighied alloraeran risate da non credersi. E quei soldati che sembravan di legnoduriintirizzitico' baffi lunghi insegatiil naso a can mastinosivoltavano verso la genteguardandola con certi occhi chiari di gattoinaria di minaccia.

Siccome era di carnevalecosì anche quel passaggio di truppe diventòun divertimento di più.

Ma il Magistratoin considerazione appunto di tale circostanzaperevitare possibili sconcerti che avrebbero potuto nascere dal battere itamburi di giornopermesso in tempo del carnevalee volendo per quantodipendeva dal Magistrato stesso prevenire tali sconcertideliberò diincaricare il Gonfaloniere di scrivere opportunamente al Presidente delBuon Governo "perché si compiaccia qualora lo riconosca utile eproficuo alla Poliziadare gli ordini necessari per la cessazione diquesto usospecialmente nel tempo che saranno alloggiate in questa cittàle truppe estere".

Le truppe s'accamparono in parte sulle piazze ed altre a SantaVerdiana.

I vagabondii ragazzied anche qualcun altrosi spassavano a stare aveder fare da cucina negli accampamenti; e si disse anche dalle personeseriee l'ho sentito più volte raccontare dai vecchiche nelle pentolenere e affumicate dove cuocevan la minestraci tuffavan nel brodo qualchecandela di sego per farlo più grassoe ne levavano il lucignolo dibambagiache strisciavan fra due dita per non perder neanche una stilladel delizioso sugo!

Una delle cose più gradite che quei soldati trovarono in Firenze fu ilvinoal quale si buttavano con una voluttà singolare. E per mostrare checoi fiorentini non avevano rancore né odionon intendevan di pagarlo. Ei fiorentiniin ricambio di tanta cordialitàne bastonarono parecchiese qualcuno di quei soldati andando verso le conceprossime a SantaVerdiana e a Santa Croce dove erano accampatibevevano e non pagavanostavan freschi! Quei conciatori li rincorrevanolapidandoli addiritturasotto una grandinata di forme da bruciare. E chi c'era passato una voltanon ci si riprovavae girava largo appena sentiva da lontano l'esalazioneacuta del tannino.

Ma pagato o noil vino quand'è bevuto dà alla testa; per quanto queitedeschi non capissero come mai bevendo il fino per boccapotesseessere scenduto alle gambe. E alloraquando montavano in bestiaera un affar serio; urlando e sbraitando nella loro linguapareva chedicessero anche peggio di quello che avranno detto: mentre i fiorentinicon la pura e soave lingua italiana di cui rilevano tutte le finezzedicevan loro cose chese le avessero capiteli avrebbero ammazzati.

I sussurri però duravan pocoperché appariva quasi subito ungraduato di lorosergente o caporalei quali portavano legato allasciabola un bacchetto di nocciuoloe con quelloanche nel mezzo distradabastonavano il soldato ubriaco e lo rimandavano in quartiere. Esiccome con le buone maniere s'ottien sempre ogni cosacosì tuttotornava in calmaed ognuno commentava per conto proprio quella forma diciviltà applicataalla quale non erano abituati.

La seraalla ritirata in Piazza di Santa Croceci sarà andata mezzaFirenze. Folle di maschere che chiassavanocapiscarichi che figuravano diparlar sul serio con qualche soldato dicendogli i più grandi improperiequello ad accennare di sìfacendo scoppiar dal ridere chi li vedeva.

Il 14 febbraiosulla seraarrivarono nuove colonne d'austriaci edoccuparono le caserme e le piazze lasciate libere dai primi; ed anchequeste seconde truppe cederono il posto ad una terza colonna "fortedi 9000 uomini"ed il 17 alla quarta di 11600 uomini: il 19 poiarrivò l'artiglieria con 3000 uomini e oltre trenta pezzi e carriaggi aquattro cavallie tutti andarono ad accamparsi negli stradoni interni enei prati delle Cascine. Il giorno seguente arrivò nuova artiglieria etrenoche sostituì l'altrapartita la mattina.

Cosìa poco a pocola costituzione che dava il re Nasone eracompletata con quella razza d'interpetriche avrebbero parlato forte èchiaro.

I patriotti fiorentini si sentivano stringere il cuore a veder tuttequelle masse di truppe che andavano a soffocare ogni sentimento dilibertà nei poveri napoletanie puntellare con le loro armi il trono delre spergiuroche in Austria si occupava di tutto fuori che di mantenerela costituzione.

Intantoalle prime colonne delle truppe austriache che eran passate daFirenze dirette a Napoliandavano incontro sotto il comando di GuglielmoPepeil vanitoso e codardo generalesempre nuovi soldati; ed era più diogni altra "ammirata la guardia reale per bello aspettoriccovestimento e grida di libertà e di fede". Ogni drappello chepartivail duca di Calabria lo passava in rassegnaed incitava tutti conpromesse e minaccie. Per fare anche più effettola Principessa suamoglie alla bandiera napoletana annodò la "lista dei trecolori"dicendo che quei ricami eran lavoro delle mani delle suefiglie. Ma i discorsi del Principe che salutava con parole marziali isoldaticome se quelle sole bastasseroperché dette da luia farlivinceree la lista dei tre colori ricamati dalla Principessanonportaron fortuna.

E come semprele sorti del regno e le speranze dei liberali andaronoin fumoper la incapacità dei generali e per la viltà boriosa delcondottiero generale Pepeche a Rietiil 6 luglioingaggiò battagliacon gli austriacii quali s'accorsero subito con chi avevan che fare.

Per certi raffrontila storia è la maestra più convincente.

Il general Pepecausa principale del disastrofu il primo deifuggitivi; le milizie civilinuove al combattimentoassalite "da unsuperbo reggimento di cavalleria ungherese"da prima trepidaronopoi fuggironotrascinando con l'esempio qualche compagnia dei più vecchisoldati.

Solo il generale Ruffoimpotente a rattenere i fuggenticon unpiccolo drappello affrontò il vittorioso nemicoe dopo brevecombattimento lo costrinse a battere in ritirata. Qualche eroenellanostra storiasi trova sempre. Magra soddisfazione a tanti disastri chefatalmente si rassomigliano!

Ed il general Pepetale e quale come qualcun altro più modernosenzaesser ritenuto neppure dal bisogno di mangiare né di riposaremacacciato sempre dalla pauracontinuò a scappare finché non si fermò aNapoli. Quivi la seppe rigirar tanto beneda farsi dar l'incaricodall'inesperto reggentedella ricomposizione del secondo esercito!

1 soldatirimasti così senza il generale e col nemico alle spallediederocom'era naturaleil miserando spettacolo di buttar via le armi ele insegnedi "rovesciare e spezzare le macchine di guerrainciampoal fuggire". Così quell'esercito che pochi giorni innanzimetteva in pensiero il nemicone divenne il ludibrio. Fra tanta vergognarimasero soli attorno alle bandiere pochi uffiziali attoniti e sdegnatinon potendo credere alla subitanea rovina dell'esercitoche pareva"non opera umanama catastrofe della natura".

Tanto sfacelotanta vergogna prostrò gli animi ed avvilì i cuori. Ipiù animosi e fedeli all'ideale della libertà fuggirono in America o sirifugiarono in Spagna; colorocome accade sempreche fallito un colpo netentano un altro purché il conto tornisi nascosero provvisoriamente persbucar fuori poi a cose più calmepentiti e dolenti come peccatoriravveduticercando di guadagnar dopo ciò che non avevano ottenuto prima

 

XIV

La malattia di Ferdinando III

Munificenza sovrana - Caccia sfortunata - Primi sintomi di una febbregagliarda - Bollettini poco confortanti - Il "pane angelico" -La "Gobbina" - Pubbliche preci - Ferdinando migliora - Funzionidi ringraziamento - La Corte ricomincia a divertirsi - Il re delle DueSicilie torna a Firenze - Il suo voto alla SS. Annunziata - Regali - Laconvalescenza del Granduca - Il principe Carlo Alberto e Maria Teresa aFirenze - Omaggi del popolo al Sovrano.

Il 18 gennaio 1821 il Magistrato ebbe dal Gonfaloniere la consolantenotizia che S. A. I. e R. per mezzo dell'I. e R. Segretario di finanzepartecipava alla Comunità che egli aveva ad essa accordato un sussidiostraordinario di L. 70000. Il Magistrato per dimostrare a S. A. la suagratitudine per tale atto di munificenzache aveva "prodotto ilvantaggio universale di non aumentare l'imposizione del Dazio"commesse al signor Gonfaloniere di presentarsi a S. A. I. e R. e rendergliin nome del Magistrato stesso i dovuti ringraziamenti per un atto cosìmagnanimo.

Ma par proprio destino che le opere buone non abbian mai la giustaricompensae che debbano quasi sempre scontarsi! Così avvenne aFerdinando III.

Durante il soggiorno in Firenze del principe di Sassonia e dellafigliafutura sposa del Granducaquesti non tralasciava occasione perfarli divertiree si dava moto quanto un giovane per far dimenticareappunto alla fidanzata la grande differenza d'età che esisteva fra lorodue. Ma un vecchio che vuol fare il giovanese non è prima è poivieneil momento che si fa scorgere. Così avvenne a Ferdinando IIIil qualeessendo un po' dedito per natura alla cacciama anche molto piùfacendolo per mostrare d'aver meno di quei benedetti cinquantadue annisistrapazzava tantoche neanche un uomo assai più giovane avrebbe potutoresistere. Per conseguenzadopo essere stato il giorno 12 febbraio 1821 acaccia al Poggio a Caiano col principe Rospigliosila seraper quantofosse anche un po' stanco e non si sentisse troppo benevolle andare alTeatro del Cocomero coi principi di Sassoniacol figlio e la nuorae sitrattennero tutti a cena.

Anche il giorno dopoil Granduca non si sentiva a modo suo; ma nonvoleva parere: lo stesso il giorno dipoi: anzi la serache fu il 14 difebbraioandò con la corte alla festa del Reale Casino de' Nobili; maquel male che Ferdinando strascicavacredendo di scaponirloscaponìinvece lui; ed alle undici e mezzomentre la festa era nel maggior suosplendoreebbe una specie di deliquio dopo "un insulto"che locostrinse a ritirarsi.

Parve la mattina seguente che non fosse altro; ma verso seraavendodei leggeri brividi di febbrei medici lo consigliarono di andare aletto.

La febbre andò sempre più aumentando; e la notte dal 16 al 17ilGranduca non poté chiuder un occhio per la continua tosse che glispezzava il petto.

Per conseguenzala mattina gli fu levato sangueciò che lo sollevòassai. Ma la sera alle 7la febbre gli si rimise più gagliardae daimedici essendo stato riconosciuto oramai che si trattava d'un mal di pettobell'e buonoprima d'entrar nella nottata gli levaron sangue un'altravolta!

Da quel giorno fu ordinato dal Maggiordomo maggiore che restassero avicendain anticameraun cameriere e un usciere per ricevere i nomi"dei signori e persone" che si recavano a prendernotizie del Sovrano. Si cominciò pure da quel giorno a passare inanticameradal medico curanteil bollettino sullo stato di salutedel malato.

Le cose andavano facendosi sempre più gravi; tant'è vero che lamattina del 18 alle 5 pomeridiane fu praticata una terza levata disangue!... Nella notte Ferdinando III non riposò quasi mai e tossìsempresoffrendo molto per un "dolore costale dalla partedestra". Seguendo perciò i metodi di cura allora in uso in similicircostanzegli furono applicati due vescicanti; uno al braccio destroed uno alla coscia "dalla parte dolente".

Fu pubblicato quindi il secondo bollettinodal quale resultavache la febbre s'era rimessa un'ora più tardi e più mite; e che il malatodava segni di miglioramento.

Frattanto quando furon le 9 gli vennero medicati i vescicanti"stati trovati avere operato e prodotti buoni sgravi diuretici".

Col bollettino della mattina del 20 si constatava un nuovomiglioramento nell'infermoavendo riposato tranquillamente nella nottataed avuta febbre più mite.

Alle 9 antimeridiane il viceparroco di corte Brunacciconfessore delGranducaper espressa volontà di lui"che ricercò di fare le suedevozioni" disse messa nella sua camera e privatamente "gli furecato il pane angelico".

La messa fu detta ad un piccolo altare eretto provvisoriamentecon uncrocifisso e quattro candelieri. Al momento di comunicare il Granduca fuchiusa la porta della camera e non furono presenti che il principeRospigliosiil quale tenne l'ombrellino e recitò il confiteorilgran ciambellano ed il cavallerizzo maggiore con un torcetto ciascunocheaccompagnarono il viatico fino al letto del malato.

Dopo la comunione fu riaperta la porta e continuata la messaallaquale assisté privatamente in una stanza accanto la figlia del Granducaarciduchessa Maria Luisa. Il popolo più per malinconico vezzeggiativo cheper dispregiopoiché l'amava vivamente per la sua bontàe per la suainfelicitàchiamava costei "la gobbina" a causa delladeformità della persona statale causata da piccola per una caduta dallacarrozza mentre si affacciò allo sportello che imprevedutamente si aprìessendo stato un vero miracolo se non rimase schiacciata sotto le ruote.

Nella cappella di corteondeottenere la guarigione del Sovrano fuesposto il Sacramento per tre giorni dalla mattina alle sette fino all'AveMaria della sera.

Fu ordinato altresì che si facesse allo stesso oggetto un triduo inDuomo all'altare di San Zanobied alla Santissima Annunziata a quellodella Madonna.

A quei tempinonostante tutta la religiosità della corte e le pompeesterne delle funzioni sacre alle quali interveniva il Granduca e lecariche dello Statol'autorità ecclesiastica filava come un fusoestava sottomessa all'autorità sovrana senza tante smargiassate. Perciònella malattia di Ferdinando III "dalla Segreteria del RegioDiritto" (la bestia nera del Vaticano che non aveva mai potutoottenerne la soppressione) "fu inculcato ai vescovi delgranducato di far dire la colletta nella messa per impetrare la guarigionedel Sovrano". Bisogna dire però che fu una gara in tutti gli ordinidi cittadinie perfino nella truppaa dimostrare l'interesse che ognunoprendeva per la salute di Ferdinando III.

Infatti oltre al vescovo di Fiesoleil quale ordinò che fosseroesposte nella chiesa di Sant'Alessandro le reliquie delSantoperesprimere al Sovrano "il loro rispettoso affetto implorando da Dio lasua guarigione" fecero tridui ed esposizioni gli impiegati di corte aSanta Felicita; i canonici e i cappellani del Duomo nella Metropolitana;il battaglione dei granatieri in Belvedere; il reggimento dei fucilierinella Fortezza da Basso; il reggimento dei dragonio cacciatori acavallonella chiesa di Sant'lacopo tra' Fossi dalle Colonnine; lemonache di Santa Verdianaquelle di Santa Maria Maddalenadi RipolidiSant'Appolloniadi Sant'Agatadelle Cappuccine in Via de' Malcontentiedelle Poverine in Via delle Torricellelassù dalla Zecca Vecchianellerespettive loro chiese; le Guardie nobilidette Guardie del Corpoe gliAnziani a San Marco; le cariche di cortei ciambellani e gli ufficiali inritiro a Santa Felicita; gli impiegati di Dogana a San Firenzecon unadistribuzione di pane a' poveri; le monache degli Angiolini e le scuole diSanta Caterinae le monache del Conventino nel loro oratorio; e infinegli impiegati delle Segreterie di Stato alla Santissima Annunziata.

Le condizioni del malato cominciarono ad essere ancora piùsoddisfacenti il 22nel qual giorno i due bollettini portavano unprogressivo miglioramento nonostante la continuazione della febbre; maquesta cominciò a decrescere nei giorni appressotanto che nel dì 27 imedici dichiararono che il Granduca procedeva regolarmente allaguarigione. Il bollettino del 28 avendo annunziato che la febbreera totalmente sparita"portò la maggiore consolazione in tutti iceti di persone".

Ormai si poteva dire scongiurato ogni pericolo; ai tridui ed alleesposizioni cominciarono a seguire le sacre funzioni di ringraziamento. Ilprimo a darne l'esempio fu il Comuneil quale fino dal 22 febbraio 1821accogliendo la proposta del Gonfalonierenella fausta circostanza dellarecuperata salute di S. A. I. e R. "l'amatissimo Sovrano"stimò conveniente che il Magistrato come interpetre della volontàgenerale dei cittadini stati universalmente costernati dalla fiera epericolosa malattiada cui era stata afflitta la prefata A. S.fosserodati "dei contrassegni di vera letizia in ringraziamentoall'Altissimo". Ed il Magistrato che aderì a quella propostaordinò che fosse fatto "un pubblico ringraziamento all'AltissimoOnnipotente Iddio nella Metropolitana con messa solennee l'innoambrosianoin quel giorno che fosse creduto più adattato a sì piafunzionecon quello sfarzo e lustro che esigeva la circostanzaconl'intervento del Magistrato e con invito alle altre magistratureincaricando il Gonfaloniere di concertare l'occorrente con monsignoreArcivescovo e col Capitoloe quindi dare le disposizioni necessarie perl'esecuzione di quanto sopra".

In seguito a questa deliberazionela mattina del 4 marzo 1821 "isignori Gonfaloniere e Priori nobili e cittadini della Comunità diFirenze in completo numero di ottoa ore dieci e mezzo di mattinanellestanze del R. Ufizio del Bigallo si portarono insieme con le altreMagistrature espressamente invitate nella Chiesa Metropolitanaoveassisterono alla solenne messa cantata in musicadopo della quale fucantato l'inno ambrosiano ed esposto l'Augustissimo Sacramento inringraziamento all'Altissimo per la salute recuperata da S. A. I. e R.l'amatissimo Sovrano e terminata la sacra funzione con la santabenedizione restarono licenziati".

A quella messa intervennerooltre il gonfaloniere marchese TommasoCorsi ed i prioritutti i componenti l'anticamerail corpo diplomaticoi cavalieri di Santo Stefanoil Ufficialitàla nobiltà e gli impiegatidi ciascun dicastero. Tutti gli invitati intervennero "senzaetichetta ma in semplice fiacq"! Vi assistettero pureprivatamente il principe e le principesse di Sassonia"senza che visi mescolassero in alcuna parte gli addetti all'etichetta della RealCorte". Chi scrisse queste parole nel Diario di corte di quel tempopar che ci provi un sollievo!

La messa la cantò monsignor Moraliarcivescovo di Firenzeche diedepoi la benedizione. L'apparato e l'illuminazione del maestoso tempiofuron fatte con grande sfarzo e al solito "con ben intesasimmetria". La funzione "fu benissimo regolatacon pienaannuenza del popolo concorsovi". Meno male! perché a contentare ilpopolo ci vuol poco e ci vuol dimolto.

Le spese occorse per questa cerimonia furono così liquidate nellasuccessiva adunanza del dì 8 marzo: L. 916.13.4 al signor GiuseppeLorenzi "Prefetto della musica della R. Corte: che L. 779.6.8 peronorario dovuto al medesimo ed ai professori sì di canto che di suonoche eseguirono la musica; e L. 137.6.8 per la copia della musica performare due cori o orchestra". Quindi L. 113.6.8 al Comando militaredella piazza e per esso al signor capitano Augusto Becchi per soldo dellatruppa che prestò servizio in occasione del rendimento di grazie. La"valuta della ceranoli di lumiereparaturaopereecc.occorse in quella occasione" del rendimento di grazieimportò L.2159.9.8.

Nella stessa adunanza fu partecipata la lettera del Provveditore dellaCamera delle Comunità del 24 febbraio contenente la sovrana adesione eannuenza alla deliberazione del Magistrato del 22 del mese stesso pelpubblico ringraziamentodando ordine che ne fosse contemporaneamente contestatoallo stesso Magistrato il suo sovrano gradimento.

Le cose andavano ormai così discretamenteche l'Arciduchessaereditariacol padre e le sorelle andarono la sera di quella stessadomenica al teatro della Pergoladove ebbe luogo la festa da ballo digalae cenarono con le cariche "e loro corte nobile" essendostata servita la tavola "per sedici coperti".

La mattina alla messa solennee la sera al veglione. Una cosacompensava l'altra.

In questi giorni intanto "lu re Nasone" lasciò Viennadiretto a Firenzetutto contento perché gli austriaci gli mettevano inpace lo Statoe anche perché lo Czar gli aveva regalati alcuni orsigrossissimi "per migliorare la specie d'orsi che ne' boschi d'Abruzzoviene poco feconda e tapina". Questa era la serietà degna di un recome quello!...

Prima di restituirsi alla sua reggia di NapoliFerdinando I volle dinuovo fermarsi a Firenzeove lo precedé di quattro giornicioè il 5marzo 1821la moglieduchessa della Floridache andò ad alloggiare nelpalazzo della Crocettaove fu complimentata dal principe Rospigliosi anome del Sovranoil quale le offrì il servizio degli staffieri di Corteche essa cortesemente rifiutò. La sera andò ad ossequiarla il principeMassimilianoche le portò i saluti delle sue figlie.

Il giorno dopoultimo giorno di carnevaledopo mezzogiornoladuchessa della Floridaandò a far visita al Granduca ed "entròsenza veruna etichetta" in camera del Sovrano congratulandosi dellasua convalescenza: quindi passò a complimentare l'arciduchessa MariaLuisa; non potendo fare altrettanto con l'arciduchessa ereditariaperchétanto lei che il principe Massimiliano suo padrela sorellasua futurasuoceraonoraria- diciamo così - e l'altra sorellaerano andate al passeggiodelle maschere sotto gli Uffizi come nella domenica precedente.

Il giorno andarono in tre mute al corsoe la sera all'ultima festa daballo alla Pergola oveper mutarecenaronotornando però a Palazzoprima della mezzanotteperché la quaresima li trovasse a letto.

Il giorno delle ceneri principiò la predicazione nella cappella realeil sacerdote Ranieri Callistopievano di Buti nella diocesi di Pisae lacorte vi doveva assistere per regola d'etichetta tre o quattro volte lasettimanae così scontare i passati divertimenti.

Il 9 marzo arrivò in Firenze il re di Napoli; la sua carrozza fuscortata da un ufficiale e da sei dragonie dalle fortezze si spararono isoliti 101 colpi di cannone. Mentre egli entrava in Firenzegli austriacis'impadronivano a mano a mano di Napoliportando la famosa costituzionepromessae della quale il Re si contentava di veder l'effetto diquaggiù.

E siccome per non scappare da reera fuggito nel dicembre quasiincognitocosì mantenne questa sua qualità e fece licenziare ilpicchetto dei granatieri di guardia al palazzo della Crocettaaccettandosoltanto una tenuissima forza militare ed i soli anziani per vigilarel'interno del palazzo.

Egli pure si recò subito a visitare il Granduca del quale il 13 marzosi pubblicò l'ultimo bollettino constatante la pienaconvalescenzasebbene le forze tornassero lentamente.

Con la recuperata salute del Sovrano avvicinandosi sempre più laprobabilità delle sue seconde nozzeil cavaliere marchese Tommaso Corsinella seduta del 22 marzo 1821 espose ai componenti il Magistrato civicoche sarebbe stato di "convenienza e decoro che il Magistrato stessoin occasione di pubbliche comparse a funzioni sacre o ad altre festeavesse un abito di cerimonia più decente dell'attuale che era inferiore aquello usato dalle Magistrature delle città provinciali e di altreComunità della Toscana".

Ed i prioricommossi da tanta premura del loro Gonfaloniere che nonpermetteva che facessero brutta figuradeliberarono di autorizzare lostesso signor marchese Corsi a domandare in nome del Magistrato lorol'opportuna facoltà di valersi nelle pubbliche comparse dell'abitodi cerimonia più decoroso dell'attualedi color nero con rivolte discarlatto o cremisie dell'uso della berretta concertandone la forma colsignor Avvocato Regioe con chi altro occorresse.

Ed il nuovo abito e la berretta ebbero la "sovranaapprovazione" e costarono la egregia somma di L. 946.3.4.

Furon pagate poi al sarto Francesco Piacenti altre ventotto lire"per valuta del figurino e per la sua mercede di funzioni" perla esecuzione di quegli abitinei quali il Magistrato fu contento comeuna pasqua di potersi pavoneggiare più bello di prima "nellepubbliche comparse".

La mattina del 2 di aprile alle undici fu dal Granduca ricevuto inudienza privata l'arcivescovo di Firenzeche gli andò a far la visita dicongratulazioninel tempo stesso che il re di Napoli metteva il colmoalla sua spudoratezza facendo cantare un solenne Te Deum allaSantissima Annunziata "in rendimento di grazie per i felici successidel suo regno"; ed al Te Deum intervenne a faccia fresca tuttoil corpo diplomaticola nobiltàl'uffizialitàescluse le dame. Menomale che le signore non furono complici di tanto misfatto!

In memoria di quei "felici successi"Ferdinando I re delledue Sicilieoltre al Te Deumebbe l'empietà di porre un votoalla Santissima Annunziataconsistente in una lampada d'argentoricchissima col motto: Mariae genitrici Dei Ferd. I Utr-. Sic. rex Don.d. d. ann. 1821 ob pristinum imperii decusope ejus prestantissimarecuperatum.

La risposta al voto dello spergiuro Nasone che passò allorainosservatoperché nessuno è profetaparve quella quasi miracolosadell'arrivo in Firenzeche portò molta consolazione ai Sovraninellasera di quello stesso dì 2 aprile 1821 del piccolo principeVittorio Emanuele accompagnato dallo scudiere marchese Torre. dallacameristadalla baliada una donna di guardarobada un camerazzo e dadue staffieri. Egli fu quel piccolo principeche quarant'anni dopo entròda re in Napoli apportatore della vera libertà. Fu lui il fortunato chevendicò l'onta di quell'esercito austriaco col quale Ferdinando nel 1821s'era fatto precedere per rimangiarsi la costituzioneoffrendo in empioringraziamento una lampada alla Madonna nel giorno stesso che giungeva aFirenze quel fanciullo di cui nessuno presagiva che fatto grande avrebberiscattata l'Italia dalla servitù straniera.

Finalmente il 14 aprile Ferdinando I si levò di tornopoiché aFirenzeper quanto non lo dimostrassero apertamentenessuno lo potevasoffrire. Egli partì diretto a Roma ove da due giorni lo attendeva lamoglie con la figlia e la nipote.

Prima di abbandonare FirenzeFerdinando I lasciò i seguenti regali egratificazioni in contanti:

Una tabacchiera d'oro con dentro cento zecchini al signor Casamorataprimo guardaroba di Corte; un anello di brillanti al segretario Bonaini;una tabacchiera d'oro al signor Morandimaestro della real casa; unanello di brillanti al segretario d'etichettaCorsi; un anello simile alfuriere Ceccherini; una tabacchiera d'oro al signor Gargarutiprimoispettore; un oriolo con catena d'oro al signor Ventinoveguardaroba delreal palazzo; cento zecchini ai granatieri stati di servizio allaCrocetta; cinquanta zecchini agli anziani; trenta zecchini al custode delpalazzo della Crocetta; dodici zecchini al giardiniere; otto zecchiniall'aiuto giardiniere ed altri otto al facchino di guardaroba; centozecchini ai livreati delle scuderie; quarantotto ai quattro staffieristati alla Crocetta; cinque al giardiniere di Boboli; tre a quello delMuseo; otto a quello della villa di Castello; quattro al guardaroba delPoggio Imperialee quattro al giardiniere.

Questi soli dissero bene del re Nasone!

Appena partiti i tedeschiche fecero da battistrada al re di Napolial Comune di Firenze piovvero le note delle spese e le domanded'indennità per i danni ricevuti dal passaggio di quelle truppe.

Per conseguenza il 12 aprile 1821 il Gonfaloniere partecipò alMagistrato la rappresentanza da lui fatta al Provveditore della Cameradelle Comunità relativa ai danni e guasti arrecati dalle truppeaustriache ai locali destinati per il loro accasermamento; e veduta larelazione degli ingegneri che verificarono i danni stessi arrecati adiversi conventi e ad Andrea Lottini "per la devastazione dellepiante nei terreni racchiusi fra i chiostri del convento di SantaCroce" fu stabilita la somma di L. 1896 da pagarsi ai superiori deirispettivi conventi e al Lottini per riparare ai guasti accaduti edindennizzare il Lottini della perdita delle piante. Le spese poi cheaccorsero per il solo accasermamento delle truppe austriache ascesero a L.19528.15.

La prima volta che il Granduca uscì dal suo quartiere fu la domenicadelle Palme. Egli senza invito alla corteattesa la sua convalescenzaassisté alle funzioni che si facevano in quel giorno nella cappellarealedal suo corettoprivatamenteinsieme alla sola arciduchessa MariaLuisaalla quale portava una speciale affezione.

La sera della domenica stessaalle dieciarrivò a Palazzo Pitti lafiglia Maria Teresaprincipessa di Carignanoinsieme al marito principeCarlo Albertoche andarono subito nel quartiere loro destinato. Laprincipessa rimase con suo padre fino all'ora della tavola "che inbreve fu servita".

Essendo ormai stabilito fra Ferdinando III ed il principe Massimilianoil matrimonio con l'arciduchessa Maria Ferdinandail Granduca avevainviato al re di Sassoniazio della sua futura sposail marchese CarloGinoriall'oggetto di ottenere da lui il consenso a queste nozzecheegli accordò con animo lieto per quanto già lo sapesse conclusoe nonsi trattasse che di una semplice forma d'etichetta e non altro.

Il 17 aprile tornò in Firenze il marchese Ginori col suo segretarioPistoii quali erano stati ricevuti dal re di Sassonia con ognidistinzioneavendo loro per di più conferito al Marchese la commendadell'ordine della Corona ed al Pistoi la croce di cavaliere dello stessoordineoltre a cospicui regali.

Il giovedì santo il Sovrano uscì per la prima volta"maprivatissimamente ed a piediper far la visita dei sepolcrinon avendocondotto seco che un solo staffierema in compagnia della principessa diCarignanodell'arciduchessa Maria Luisadella contessa Filippidellabaronessa Gebsattel e del conte Opizzoni".

Il popolo che si trovò così inaspettatamente a vedere il Sovranosiscansava rispettosamente al passaggio di luifacendogli una dimostrazionedi verace affettod'una simpatia e di una reverenza non simulataperquanto non vi fossero né schiamazzanti evvivané esagerazioni di sortale quali spesso falsano il vero sentimento dell'animo. Col cappello inmano e con la gioia nello sguardo commossosalutavano con un bisbigliopieno di compiacenza il Granducail qualepur non volendo dimostrarlotrovandosi così frammisto bonariamente ai suoi sudditiche glimanifestavano con tanta semplicità e con tanta spontaneità la loroaffezioneaveva le lacrime in pelle in pelleche il sorrisocol qualericambiava quel muto e rispettoso salutonon valeva a nascondere.

Anche per un regnantefosse pure amatotali momenti erano semprerari.

 

XV

Il matrimonio del Granduca

Comunicazione ufficiale - Un dubbio risolto dall'Arcivescovo - Appellodel principe Massimiliano - Questione di etichetta - Terzo inciampo -Elargizioni di doti - Atto di renunzia - Cerimoniale e notificazioni -L'addobbo della Metropolitana - L'arrivo dei Sovrani - Le nozze - Ritornoa Palazzo Pitti - I fuochi sulla torre di Palazzo Vecchio e I'illuminazione della Cupola del Duomo - Benedizione nuziale - Feste edivertimenti.

Ferdinando III comunicò personalmente al maggiordomo maggioreprincipe Rospigliosi ed al gran ciambellano Antinoriche egli avrebbesposata la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia il giorno 6 maggio1821.

Perciò incaricava essi stessi di dare le necessarie disposizioni perla solenne cerimoniasottoponendo preventivamente alla sua approvazionetutte le relative proposte.

Frattanto siccome il Comune non poteva rimanere indifferente di frontea siffatto avvenimentocosì nell'adunanza del 21 aprile 1821dal signorGonfaloniere fu proposto al Magistrato straordinariamente convocato"di offrire una qualche festa pubblica per esternare la comun gioianella fausta circostanza del matrimonio di S. A. I. e R. l'augusto Sovranocon la Principessa Maria Ferdinanda di Sassonia". Il Magistrato"riconosciuta molto plausibile e doverosa una tale proposizioneautorizzò lo stesso signor Gonfaloniere ad offrire in nome pubblico dellacittà alla prefata I. e R. Altezza Sua lo spettacolo della corsa deicocchi sulla Piazza di Santa Maria Novellauna festa di ballo da darsinelle stanze dell'Accademia delle Belle Arti dette del Buon Umore e suoiannessicon l'ingresso ai nobilicittadiniimpiegati ed altre personedecentemente vestitee contemporaneamente una festa di ballo campestrenella prossima piazza di San Marco coll'illuminazione delle stradecontigue alla medesimaper dar luogo anche al basso popoloche nonpotrebbe avere accesso a dette stanze del Buon Umoredi rallegrarsi incosì fausta ricorrenza. Accettata che fu questa offertail signorGonfaloniere fu autorizzato di dare tutte le disposizioni perché le festefossero eseguite "con dignità corrispondente all'oggetto".

Ed il 23 aprile il Provveditore della Camera delle Comunità conlettera diretta al gonfaloniere Tommaso Corsigli rese nota "lagraziosa accoglienza di S. A. I. e R. al contrassegno di devozione eattaccamento verso la sua sacra persona" come risultava dalladeliberazione "con la quale il Magistrato civico esternava ildesiderio di potere accompagnare con qualche dimostrazione adeguata lapubblica gioia" in occasione delle imminenti nozzeessendosi degnatoil graziosissimo Sovrano di accettare le feste offerte.

Il 1° di maggio l'avvocato Regio annunziò al Magistrato civicocheveniva dispensato dall'assistere nella mattina del dì 6 correntegiornonatalizio di S. A. I. e R. alla messa dello Spirito Santo nellaMetropolitanaove doveva intervenire nel dopo pranzo del giorno stessoper la funzione del fausto matrimonio dell'I. e R. Altezza Sua.

Ma verificandosi spesso che qualche priorenobile o cittadinofacevada sordo non intervenendo alle pubbliche cerimoniee tale mancanzaessendo talvolta attribuita ad opinioni politiche diverse da quelle che isignori priori dovevano averenell'adunanza del 3 maggio 1821 fupartecipata dal Gonfaloniere ai signori Priori medesimi la circolaredell'uffizio generale delle Comunità del dì 6 aprile precedentecontenente le sovrane dichiarazioni che i residenti nelle Magistraturecomunitative che d'allora in poi mancassero di intervenire alle adunanzevotiveed alle gite per funzioni sacre e feste solennisi intendesserosoggetti alla multa di lire due per ogni mancanza!

Quello intanto era il baleno. Il tuono doveva venir dopo!

Ma non venne: perchéora quello ora quell'altro dei signori Prioriqualcuno all'adunanze mancava sempre. E quando poiquasi ognuno ebbe lasua brava dose "di appuntature o multe" fecero alMagistratoossia a loro stessila domanda del condonoche fu concessoe così si assolvettero scambievolmente.

Un argomento che diede subito molto da fare al principe Rospigliosi edal gran ciambellano Antinorifu quello di sapere se l'inviatostraordinario della Corte di Sassoniaconte Einsiedelcome protestanteavrebbe potuto far da testimone "alla dazione dell'anello"secondo il desiderio del principe Massimiliano.

Il Rospigliosi non era di parere uguale all'Antinori: perciòstabilirono di sottoporre il quesito all'Arcivescovoinviando presso dilui personalmente il segretario d'etichetta.

L'Arcivescovo mandò in rispostala seguente decisione che egli stessodettò al segretario inviatogli.

Monsignoreunitamente al Vicario Glardoniarcidiacono Carlini ecanonici Galotti e Cantinicredono che non possa ammettersi per testimoneun protestante alla celebrazione del matrimonioperché dipendendosostanzialmente la validità del medesimo dalla presenza del parroco etestimoni a forma del Sacro Concilio di Trento; e trattandosi di unsacramentosarebbe lo stesso che comunicare in divinis con unprotestantelo che è espressamente vietato dalla Chiesa cattolica.

Il principe Rospigliosiavuta questa rispostaandò immediatamente aPalazzo Vecchio dove alloggiava con le due figlie il principeMassimilianoe gli fece noto il divieto dell'Arcivescovo ad ammettere pertestimone il conte Einsiedel. Il principeche non ne rimase persuasosirecò personalmente dall'Arcivescovo per farlo recedere dalla presadeterminazione; ma non vi riuscì. Ottenne soltanto che il testimone dellasposa sarebbe stato il marchese Piattie che l'inviato straordinarioavrebbe assistito alla cerimoniaprendendo posto nel genuflessorio deiministri esteri.

Appianata questa difficoltàne sorse un'altra più seria.

Essendo stato stabilitoe dal Granduca approvatoche la sposalaquale doveva essere accompagnata dal padresarebbe stata ricevuta allaporta della Metropolitana dalle dignità ecclesiasticheche le avrebberopresentata l'acqua santae da due ciambellanii componenti il Capitoloreclamarono subito tutti inviperiti contro l'invito per le quattrodignità ecclesiastiche per ricevere la sposa e il Sovrano"pretendendo d'andarvi tutti in corpo o almeno con esse i canonicicuraioli".

Il segretario d'etichetta rispose che i canonicisecondo il sistemaseguìto in circostanze consimilidovevan restare nei loro stalli incoroe che soltanto quattro dignità ecclesiastiche dovessero ricevere iSovrani.

Non persuasi i reclamantiricorsero direttamente al maggiordomomaggiore dicendogli a tanto di lettere che i canonici capitolari ecuraioli avevan diritto quanto le quattro autorità ecclesiastichelequalivolere o non voleredipendevano in parte anch'esse dal Capitolo; eche la sola consuetudine non bastava a togliere ad essi i diritti di buonificenzastabilita dai regolamenti del Capitolo stesso.

Il Rospigliosi seccato di questo nuovo inciampoper le solite bizzosevanità e ripicchiincaricò il segretario di etichetta di portarsidall'Arcivescovopregandolo a sbrigar lui tale faccendaintendendo peròche dovesse rimaner fermo che i canonici a ricevere i Sovrani nondovessero esser più di quattro.

L'Arcivescovoche conosceva i suoi pollinon volle prendere nessunarisoluzione. Comunicò ai reclamanti la risposta del maggiordomo maggioreperché se la sbrigassero fra di loroché lui non dava nessun voto.

I canonici si riunirono daccapo; ma vedendo che non potevano spuntarlaper un versovollero spuntarla per un altro. Decisero perciò che stavabene che le sole quattro dignità ecclesiastiche avrebbero ricevuto iSovrani; con questo però: che nessun altro doveva precederlicome neglialtri servizi di chiesa: per conseguenza tutto il corpo diplomaticolemagistrature e la Corte nobiledovessero restar fermi nell'interno delcoro.

E così anche questa difficoltà fu appianata. Ma neanche a farloappostane sorse un'altradi poca entità è veroma pure ci fu. Aquesta però venne rimediato con una finzione diplomatica.

Il conte Einsiedel che s'era rassegnato per forzama con la boccaamara a non far da testimonesi credeva una specie d'autoritàtantopiù che per la cerimonia in chiesa gli venne assegnato il posto tra iministri esteri. Perciò fece domanda che "le persone di suo serviziopotessero assistere al matrimonio fra le persone addette alle dueCorti". La domanda parve eccessivatanto più che lo stessoEinsiedel era stato così rigorosoin fatto d'etichettada fareassegnare al consigliere Kindermanncontro il parere del marchese Piattie del Rospigliosiil posto fra i segretari di Legazioneanziché fraquelli dei ministri esteriadducendo che il Kindermann era "unsemplice incaricato per l'unico atto della renunzia da farsi dalla sposasulle ragioni del trono di Sassonia".

Voleva perciò che quel posto dovesse spettare invece al barone diBudbergcome segretario aggiunto alla sua missione. Il Kindermann nonvoleva cedere; ma finalmente fu accomodato anche luie fu messo fra iforestieri presentati.

Ma per tornare alla pretesa affacciato dall'Einsiedelil consiglieresegretario di Stato Fossombroniper non destar la suscettibilità e altempo stesso non urtar quella delle cariche di Cortevedendosi messo allapari delle persone di servizio del ministro sàssonestabili zitto echeto col segretario d'etichetta che questi figurasse d'essersidimenticato della domanda dei biglietti: e così fece.

Il conte Einsiedel si riscaldò rimproverando il segretario d'etichettadella mancanza di riguardo che gli si era usata: ma il segretarioessendosi umilmente accusato d'essersene dimenticatola cosa finì lì.

Già dal 27 d'aprile era stato dato ordine ai due segretari Corsi eBonaini di fare il regolamento del cerimoniale da seguirsi nellacattedralee di dare le disposizioni per l'addobbo della chiesa e lacollocazione "delle differenti classi" che sarebbero intervenutealla funzione.

Frattanto il Commissario degli Innocenti notificò che il Granducanella fausta occasione del suo matrimonio avrebbe fatto distribuirecinquecentosessanta doti ad altrettante fanciulle dai 18 ai 25 annidellequali doti dugentosette a nominadi scudi venti; e trecentocinquantatrédi scudi quindici per estrazioneciò che fece aumentare le benedizionidei sudditispecialmente di quelli che avevan delle figliuole da marito.

Il 4 maggioa mezzogiornoebbe luogo in Palazzo Vecchio l'atto direnunzia della principessa Maria Ferdinanda di Sassonia. Ferdinando IIIalle undici si partì da Palazzo Pitti in carrozza a parigliaincompagnia del maggiordomo maggiore e del gran ciambellano. La funzione sifece "nella stanza gialla" del quartiere di Leone Xallapresenza del Granducadel principe Massimiliano di Sassoniadel ministrodi Sassoniadel principe Rospigliosi e del senatore Antinori.

Nel mezzo della sala era stata preparata una tavola "con strato divelluto ricco" sulla quale era stato posto un crocifisso fra duecandelieri accesi ed il libro degli Evangeli. Un calamaio d'argento ed unabugia per apporre i sigilli di ceralacca all'atto di renunziadel qualeappena rogatone venne fatta lettura dal Consigliere aulico e tesorieredella Corte di Sassonia Kindermann.

In quei giorni tutta Firenze pareva trasformata. Era un viavai dicarrozze di Cortedi principidi ciambellani e di segretari da PalazzoPitti a Palazzo Vecchioall'Arcivescovadoalle case dei ministri esterie via dicendo.

Tutto questo per trasmettere ordiniconcertare cerimonialiestabilire etichette.

Fino dal 2 maggiofuron trasmesse all'Arcivescovo le bolle pontificiedi dispensai titoli e i nomi dei due reali sposi ed i nomi e titoli deitestimoni.

Nel giorno stesso il segretario d'etichettache doveva desiderarepoverettod'arrivar presto alla fine di tutta quella baraondad'ordinedel maggiordomo maggiore e del gran ciambellanosi portò dalle carichedi Cortemaggiordomi e maggiordame dei differenti sovraniper informarlidi ciò che dovevan fare nell'atto della funzione e dei posti che dovevanooccupare tanto nelle carrozze "del convoio" quanto nell'internodella chiesa.

A tutte le cantonate e alle colonne del portico degli Uffizi che guardal'Arno furono attaccate diverse notificazioni fra le quali quella delGonfaloniere di Firenze che invitava gli abitanti della piazza esdrucciolo de' Pittivia Maggiovia de' Legnaiolivia de' Tornabuonivia de' Rondinellivia de' Cerretani e piazza del Duomoda cui sarebbepassato il Granducanon meno che gli abitanti di via de' Leonipiazza diSan Firenzevia del Proconsolovia de' Balestrieri e piazza del Duomodalla parte dell'Operadi dove aveva a passare la principessa sposadiornare il 6 maggio le loro finestre di arazzi o tappetidalle quattropomeridiane fino al ritorno dell'augusta comitiva al Palazzo Pitti.

Con la stessa notificazione si annunziavano le feste che avrebberoavuto luogo nel dì 7 e nel dì 8e si preveniva il pubblico che nellesere di quei due giorni e del precedente non sarebbe stato pagato ilconsueto pedaggio alle porte. Questa forse fu la disposizione più graditadi tuttecome quella che dava agli abitanti dei sobborghi e dei villaggiprossimi a Firenze una tregua di libertà alla schiavitù continua divedersi chiusi fuori!

Fu affissa pure un'altra notificazione dal Soprintendente generaledelle Reali Possessioniper invitare i parrochi della cittàd'ordinedel Sovranoa rimettergli una nota esatta degli indigenti meritevolidella gratuita distribuzione del panenella misura di una libbra e mezzo(circa 500 gr.) a testa.

Un'altra notificazione del Presidente del Buon Governosempre inesecuzione degli ordini sovraniannunziava che veniva permesso l'usodelle maschere nei giorni 7 e 8 maggio dopo le ore ventiquattronon tantoai teatri quanto in qualunque altro luogo di festa o di pubblico concorso.

Il 3 di maggio 1821dal gran ciambellano venne ordinato al prioreLeonardo Martellini di portarsi personalmente dai reali principi diDanimarcache si trovavano in Firenzeper renderli notiziati che lafunzione dell'anello matrimoniale del real sovrano sarebbe seguìta nellachiesa metropolitana nel dopo pranzo del 6 maggioalle ore sei.

La vigilia del matrimoniodal segretario del dipartimento di CorteAndrea Bonainifurono consegnati personalmente all'Arcivescovo gli anellida benedirsi nella celebrazione delle nozze; e dalla segreteria di Statovenne partecipato che a ricevere i ministri esteri ed i forestieripresentatierano stati destinati il cavaliere Emilio Strozzi e ilmarchese Girolamo Bartolommei; per ricevere la nobiltàil cavalierGiovan Battista Gondiil cavalier Filippo Uguccioni ed il cavalier LuigiViviani; ed infine per ricevere la cittadinanzache avrebbe avutoingresso dalla porta della canonicai signori Marco MorettiGiovanBattista Morrocchi ed Emanuele Fenzi. Questi ultimi dovevano esserecoadiuvati da due cognitori "per negare il passo a chi nonconvenga".

Le due porte lateralisulla piazzaeran riservate "al popolodecentemente vestito".

La direzione dell'addobbo nell'interno della chiesa fu affidataall'ingegnere Bellini "sotto la sorveglianza" dell'arcidiaconoUgolino Carlinicome primo rappresentante il Capitolo del Duomo.

Ed anche prescindendo dalla "sorveglianza" dell'arcidiaconol'ingegnere Bellini sfoggiò tanto buon gustoche i principi e il popolone rimasero entusiasti.

"Il vasto tempio" così scrive un diarista di Corte con unostile tanto tronfioche pare il doppio di Santa Croce "offriva unvago colpo d'occhioessendo ornato con eleganza e splendore da piùmigliaia di lumi simmetricamente disposti in lumieresperonicandelabriviticcie raddoppiati trionfi sì alle paretiarcate e colonnenon menoche nelle interne cappelle della crociatastate tutte vagamente apparatecon diversi drappi in più colori".

"Le pareti delle due navate eran riccamente ornate di superbiarazzistaccati gli uni dagli altriche comparire facevano un ornamentodi ben disposti quadriove lo sguardo spaziare potevasi nelle immensefigure rappresentanti varie storie sacre e profane".

Finalmente si giunse al giorno desiderato dalla real coppia - perquanto lo sposo fosse parecchio stagionato - né forse meno desiderato fudal popoloansioso sempre di spettacoli e di divertimenti.

Tutta la città era in festa: ad ogni finestraad ogni terrazzo c'erantappeti ed arazzi bellissimispecialmente alle case delle vie dapercorrersi dal corteggio nuziale; e la folla durava fatica ad essercontenuta dietro le doppie file di soldatiche a mano a mano andavanoschierandosi.

Alle sei doveva celebrarsi il matrimonioma alle cinque gli invitatied il popolo avevan già stipata Santa Maria del Fioree i granatierierano allineati facendo spallieranella corsia di mezzoindoppia filacoi loro uffiziali.

All'interno e all'esterno del coro faceva servizio il corpo deglianzianied in semicerchio dietro gli inginocchiatoi dei due sposiundistaccamento di guardie del corpo a piedi.

Le porte erano state "guarnite" di sufficiente numero ditruppa e "sorvegliate" dalle persone incaricate di ricevere gliinvitatie dai "cognitori".

Nelle due grandi orchestre avevan preso posto "i professori dicanto e di suono" che dovevan cantare il Te Deum ed eseguire"diverse sinfonie" all'arrivo e alla partenza dei sovrani.

Ad accrescer l'apparato esteriore della solennità contribuirono alcunireggimenti austriaci che si trovavano di passaggio in Firenze: cosa noninsolitaperché con una scusa o con l'altra c'eran sempre i tedeschi trai piedi! Questa truppa comandata dal luogotenente generale barone DiStattekeim fu cosi schierata "in doppi ranghi": il reggimento"San Julien"lungo l'Arno dalla parte di tramontana"presso la locanda di Schneiderff" occupando lo spazio dal pontea Santa Trinita a quello della Carraia; il reggimento "ArciducaFerdinando" da quest'altra parte dell'Arno lungo il palazzo Corsinifino al Casino de' Nobili: il reggimento reale "d'Inghilterra"dal palazzo Feroni fino al palazzo Strozzi; e sulla piazza San Gaetano ilreggimento "Cacciatori dell'Imperatore".

Alle cinque e mezzo adunatisi gli illustrissimi signori Priori nobili ecittadini della Comunità di Firenzein completo numero nelle stanze delRegio Ufizio del Bigallosi portarono insieme con le altre magistraturenella chiesa della metropolitana per assistere alla sacra funzione dellacelebrazione del matrimonio di S. A. I. e R. "l'amatissimosovrano" con S. A. R. la principessa Maria Ferdinanda di Sassoniafacendo le veci di Gonfaloniere il signor conte Iacopo Guidi primo priorenobileper essere il Gonfaloniere signor marchese Corsi di servizio inqualità di maggiordomo delle LL. AA. II. e RR. gli Arciduchi.

Alle sei pomeridiane precise i cannoni di Belvedere e quelli da Bassodiedero il segno della partenza del Sovrano da Palazzo Pitti. Nel tempostesso le campane di tutte le chiese suonarono a distesafacendo lasolita gazzarra festosa e anche di confusione.

Mentre da' Pitti partiva il Granducada Palazzo Vecchio usciva ilprincipe Massimiliano di Sassonia con la sposa e l'altra figlia. Ilcorteggio si mosse dalla porta di via de' Leoni e prese per via delProconsolovia de' Balestrieridall'Opera e piazza del Duomo. Precedevaun plotone di cacciatori a cavalloun battistrada con livrea di galaeduna muta a

sei cavalli dov'erano il marchese Emilio Piatti e la contessa Renaud.Agli sportelli uno staffiere e un "garzone di muta". Nellaseconda carrozza il principe Massimilianola principessa Maria Ferdinandae la principessa Maria Amalia. Un uffiziale di scuderiauno staffiere eun garzone di muta stavano agli sportelli. Dietro un altro plotone dicacciatori a cavallo.

Alla porta del Duomo il principe Massimiliano e le figlie furonoossequiati e ricevuti dai due ciambellani senatori Marco Covoni eSilvestro Aldobrandinie dalle quattro autorità ecclesiastiche; quindipreceduti dal maggiordomo Piatti e dalla dama di compagnia Renaudfuronoaccompagnati al loro genuflessorio per attendere il Sovrano. Quasicontemporaneamente arrivarono i principi di Danimarca ricevuti daiciambellani loro destinati.

L'Arcivescovo era già al suo faldistoriocircondato dagli assistenti;e dal segretario d'etichetta venivano accompagnati ai loro postinell'interno dei coro i ministri esterile cariche di Cortele damelemagistrature e i canonici.

Da un momento all'altro si attendeva l'arrivo del Sovrano. Nel vastotempio imperava un silenzio solenneinterrotto a quando a quando da unsommesso bisbiglio allorché arrivava qualche personaggioed unacommozione generale pareva che andasse adagio adagio prendendo gli animi.Di lassù dall'altar maggiore l'effetto era stupendo. Quelle due file digranatieri col morione altodi peloe le giubbe bianche; quello spaziovuoto fin laggiù alla portache tutta spalancata lasciava vedere il SanGiovanni e la piazza desertapoiché la folla era tenuta indietro daisoldatifaceva un effetto straordinario. E più che altro lo facevanol'incessante scampanio delle chiese e le cannonate che rimbombavanosordamentecupamente per le ampie vòlte della cattedrale.

Ad un tratto le bande suonaronogli uffiziali diedero dei comandiedun fremito scosse le fibre di tutti.

Il Sovrano stava per arrivare. Come una visione si vide passare sullosfondo fra la porta e il San Giovanni un drappello di dragonial trottoche venendo da parte del Canto alla Pagliaandò a piazzarsi dal sasso diDante: quindi due battistrada in livrea di gal a e le livree a piedi delduca Strozzidel balì Martellidel senatore Antinori. del principeRospigliosi e del Granduca.

Dalla prima carrozza scese il cavalier Luigi Geriniil marcheseFrancesco Guasconiil cavalier priore Leopoldo Ricasoliil cavalierLorenzo Montalvi. Dalla seconda il principe Rospigliosiil senatoreAntinoriil balì Martelli; e dalla terza il Granduca Ferdinando IIIsolo.

Dopo la carrozza del sovrano passò una brigata a cavallo di guardiedel Corpo.

Subito dopo la carrozza del Gran principe Ereditarioil quale scesedando braccio alla consorte arciduchessa Maria Anna. Dalla quinta carrozzascesero il principe Carlo Alberto di Savoia Carignano e la moglie MariaTeresa. Dalla sesta l'arciduchessa Maria Luisala marchesa FrancescaRiccardi ed il conte Alessandro Opizzoni. Dalla settima la principessaRospigliosiil duca Ferdinando Strozziil marchese Tommaso Corsi e lamarchesa Teresa Rinuccini. Dall'ottava la contessa Filippiil conte DellaMarmorala baronessa Gebsattel e la contessa Lopuska.

Il distaccamento di cacciatori a cavallo che chiudeva il corteggio sipose in ordine dietro all'ultima carrozzaessendosi tutte le mutedisposte in nuovo ordine per il ritorno a Palazzo Pitti.

Prima che giungesse il Granducaerano state condotte al Duomoincarrozza a parigliale due dame che dovevan prender servizio con la nuovaGranduchessaappena celebrato il matrimonio.

Ferdinando III ricevuto dalle quattro dignità ecclesiastiche e seguitodai principi e dalle carichesi diresse al suo genuflessorio; ed appenavi si fu inginocchiatoil principe Massimiliano alzatosi dal suo postoprese per mano la figlia ed andò a collocarla accanto al Granduca sullostesso genuflessorio.

Questa parte dell'etichetta "fu fatta con pausaper dar luogo atutte le persone formanti il treno" di prendere i loro posti.

A questo puntonel grande silenzio del tempio che pareva vuotocominciò una specie di mimica. Il segretario di etichetta fece "ilsegno concertato" al maggiordomo maggioreil quale alzatosis'avvicinò al Sovrano che comprese e fece alla sua volta un cenno colcapo; ed allora il maggiordomo fece un corrispondente segno al cerimoniereecclesiasticoed incominciò la funzione. Nel tempo stesso i duetestimoni principe don Giuseppe Rospigliosi per il Sovranoe marcheseEmilio Piatti per la Principessa sposasalirono al genuflessorio al postoad essi destinato dietro agli sposiper esser presenti alla "dazionedell'anello" rimanendo in piedi per tutto il tempo della funzione.

L'Arcivescovodopo aver benedetti gli anelliscese dall'altare con icanonici assistentie si fermò dinanzi al Granduca ed alla principessadi Sassoniaper domandar loro se eran contenti di congiungersi inmatrimonio. La Principessaprima di risponderesi alzòfacendo unaprofonda riverenza al "reale genitore" come per domandargli intal modo il suo consensoche dal padre le fu accordato "con sempliceinclinazione di capo". Allora inginocchiatasi di nuovorispose alladomanda fattale dall'Arcivescovo dicendo un sì piuttosto sommesso machiaro.

La maggiordama maggiore principessa Ottavia Rospigliosiche già s'eraposta accanto alla sposastando in piedile levò i guanti"ed ilprelato congiunse in matrimonio i reali sposi more solito"dice il cronista di cortequasi che avesse dovuto sposarli in un'altramaniera!

Mentre l'arcivescovo tornava all'altarela maggiordama maggiore rimisei guanti alla nuova Granduchessa e le levò il velo di testa.

Appena le Loro Altezze Reali furono proclamate unite in matrimonioilmaggiordomo della reale sposaduca Ferdinando Strozzilasciò il suoposto fra le cariche di Corte ed andò a porsi in piedi dietro la sedia dileiaccanto al marchese Piattiprendendo la destra.

Dietro a quella del Granducastava il gran ciambellano senatoreAntinori.

L'Arcivescovo intonò il Te Deume dall'artiglieria delle duefortezze fu fatta la seconda scarica.

Terminata la funzionedata la benedizione e letta "la Bollad'indulgenza"si riformò il corteggio per tornare a Palazzo.

I sovrani eran preceduti dalle livree del duca Strozzida quelle delbalì Martellidel senatore Antinoridel principe Rospigliosi e dellaCorte; venivan poi i cavallerizzi e gli uffiziali di scuderia in uniforme;la nobiltà e l'ufizialità; i paggi e i precettorigli uscieri e furieridi Corte. Il segretario d'etichettai ciambellanii consiglieri di Statonella loro precedenza e le cariche di Corte. Venivano quindi gli sposiedue paggi reggevano il manto alla Granduchessa; dietroil principe e laprincipessa ereditari; il principe di Sassonia con l'altra figlia; iprincipi di Carignano e l'arciduchessa Maria Luisa.

I sovrani erano scortati da quattro guardie del Corpo; e presso glialtri principi si trovavano i loro rispettivi maggiordomi e il granciambellano.

Dopo l'arciduchessa Maria Luisa seguivano le due maggiordame dellaGranduchessa e della sua sorella principessa ereditariale dame diservizio e di compagnia: chiudevanotutte le dame di Corte. Le quattrodignità ecclesiastiche facevano ala agli sposi presso le altre cariche;ed il corteggio realepreceduto da un distaccamento di dragonida duebattistrada ecome si è dettodalle livree delle case StrozziMartelliAntinori e Rospigliosisi compose di dieci carrozze di gala asei cavalli.

Quella dov'eran gli sposicioè la terzaaveva agli sportelli seipaggidue cavallerizzi e quattro staffieri; ed era seguìta da una doppiabrigata di guardie del corpo a cavallo con gli ufficiali e "il lorotromba".

Per quanto la pioggia avesse guastato un così grandioso preparativopure tutte le strade percorse dal corteggio "erano superbamenteapparateed un immenso popolorisuonar faceva l'aria di giulivi viva aireali sovrani".

Tutta la truppa tedesca e quella toscanala quale era stata schieratasu due file dal Bigallopiazza del Duomo di fronte al Battisterofino aVia de' Servisi portarono dopo la funzione sulla Piazza Pittiove sischierarono di nuovo.

Appena entrati in Palazzodalle fortezze fu fatta la terza salva delleartiglieriee quando i sovrani passarono ai loro rispettivi quartieridal maggiordomo maggiore fu ordinato al segretario d'etichetta dicongedare "tutto il militare" al quale certamente non saràparso vero di tornare in caserma.

La sera alle otto e mezzo vi fu circolo di Corteche riuscìnumerosissimo; e la reale sposa unicamente agli altri principi percorsetutte le stanze "degnandosi di parlare con tutte le dame e diversidistinti soggetti ivi raccolti". Alle dieci precise fu sciolto ilcircolo; e fu servita "la tavola di famiglia"terminata laqualetutti si ritirarono nelle loro stanze. E anche ai reali sposi parveche fosse l'ora!

Durante il circolo furono incendiate "diverse macchine difuochi di letiziaalla Torre di Palazzo Vecchio con una vagailluminazione di fuoco artificialecon iscrizione analoga alla faustacircostanza del seguìto sposalizio".

Stupendo fu l'effetto della illuminazione della cupola "conraddoppiate faci" e del campanilesul quale con pessimo gustofuinalzata una cuspide artificiale di lumiche faceva confronto allacupola.

La mattina dopoalle dieciil Granduca "seguendo i sentimenti disua religiosa morale" scese in cappella di Corte privatamente incompagnia della reale sposaper ascoltare la messa che fu celebrata dasuo confessore canonico Brunacciil quale diede agli sposi "lenuziali benedizioni" che non avevano avute il giorno innanzi nonessendovi stata la messa.

Alle due pomeridiane nella sala delle Nicchie vi fu gran pranzo persettantacinque invitatidurante il quale "una copiosa banda diistrumenti musicali dei reggimenti tedeschieseguirono diverse sonatecon molta eleganza e soddisfazione degli ascoltanti".

I componenti di quella bandafuron poi "trattati di tavola aparte" e venne loro regalata una somma di denaro dalla cassa dellaCortela qual somma fu certamente gradita non meno del pranzo.

Alle sei pomeridiane tanto i sovrani che tutti i principicol treno didieci mute di gala e una brigata di guardie nobili si recarono al corso equindi alla "gran loggia artificiale" costruita in Piazza SantaMaria Novellaper godere dello spettacolo della corsa dei cocchi.

Il concorso dei forestieri e della nobilità ammessi nella loggiastessa fu numerosissimoed a tuttiavanti la corsafurono serviti"copiosi rinfreschi di gelati".

Era stata ridotta la piazza a vago anfiteatroed i palchiornati di statuevasi e trionfi militari tutti dipinti "in eleganteformache appagava l'occhio del pubblico spettatore". Tra le dueguglie erano state erette due gallerie "che ripiene vennero di sceltepersone".

Nel centro poi di queste gallerieripiene così sceltamentesorgeva un vago tempio alla chineseove furono riunite le bandemusicali delle truppe austriache e toscane"che a vicenda echeggiarfacevano l'arie di galanti sinfonie". La sera alle ottocontinuando sempre la galaandarono i reali sposi e tutti gli altriprincipi al teatro della Pergoladove furono accolti "dalla numerosaudienzacon triplici battiti di mano" ciò che venne replicato anchealla loro partenza.

Furono anche lì serviti copiosi gelati ai forestieri presentatiedalle persone che godevano l'onore dell'anticamera. Due guardie del corpo avicenda "furono postate" nell'interno della loggia reale pressoil caminetto.

Tutto il teatro era sfarzosamente illuminato; "il che facevarisaltare il brillante vestiario in gala delle persone congregatenei così detti palchetti e nella platea".

La sera del seguente dì 8 maggioalle ottoi sovrani "con lepersone del loro seguito nobile" andarono in treno a parigliaalCasino di San Marcoo della Liviadove cenaronoe verso le dieci sirecarono all'Accademia delle Belle Artialla festa di ballo data in loroonore "dalla Comunità" di Firenze nelle stanze dette del BuonUmore.

Una tale festa era stata annunziata dal Gonfaloniere della città conpubblica notificazionedove si annunziava che le persone alle qualisarebbe stato concesso il biglietto per quella festa potevano intervenirvigli uominiin abito da maschera o in flacqu abillié (sic) ed inabito tondo da ballo le dame. Tutte cose - compresi gli spropositi - chepotevano esser dette nel biglietto d'invito.

Le strade principali che conducevano alla piazza di San Marco furonoilluminate; ma più vaga vista la faceva "la principaledetta ViaLargapoiché due ordini di faci illuminavano le pareti a guisa difasce".

La piazza di San Marco presentava un bell'aspetto non solo perché allefinestre delle case pendevano bellissimi tappetima sivvero perché anchequella era illuminata "in retta linea orizzontale".

Il contorno della piazza era formato da un recinto quadrilateroedogni lato comprendeva un egual numero di proporzionate arcateciascunadelle quali nel suo perimetro e nei pilastriarricchite erano di dueordini di ben disposti lumi.

Nel mezzo del quadratodove ora sorge la statua del generale Fantiera stata eretta una pagoda turca adorna di fiori e velicon unaquantità di lumi "offuscanti la vista".

Ai due latiin recinto di cancellatazampillavano due grandi fontaned'acqua "del gran condotto reale" che ricadeva in due grandiosibacini artisticamente modellatie dipinti a marmo come le fontane.

Una bene intesa balaustrataarricchita di statue dipinte arilievofaceva ornamento alla pagoda e sul ripiano di essa"introdotti vi si erano"come di soppiattoalcuni suonatori distrumenti a corda ed a fiatoi quali invitavano alla danza ogni ceto dipersone ivi concorse per godere "una sì brillante e ricercatafesta".

Nella sala del Buon Umore poiil diarista pare che andasse invisibilio: e tantoda perdere perfino un po' di quel tono lezioso ericercato che adopra usualmente. Dice dunqueche le stanze dell'Accademiadelle Belle Artie quelle del Buon Umoreerano brillantissime e adornecon eleganza; ma più che altro era "meraviglioso un trasparentesituato a guisa di tempio nel giardinettonel quale scorgevasi Amore eImenecon le altre deitàe due Fame - una fama per uno perchénon ci fossero parzialità - che rammentavano i nomi dei due sovranisposi. "Copiosa poi era la quantità di vasi d'agrumi e fioricheornavano detto giardinetto".

Le persone invitate "presero parte al ballo nelle due sale ornatedi veli e tralci di fiorial suono di bene intese – e questo èil caso - orchestre di suonatoriaffascinate da una immensa quantità dilumi che rallegrava i detti locali". "Con più raffinataeleganza e magnificenza" erano state preparate una sala da ballo etre stanze contigue per il trattenimento dei Sovrani e del seguito.

Abbondantissima fu la distribuzione dei rinfreschi "statielargiti" a tutti gli invitati durante la festache cominciò alleotto e mezzo di sera e finì alle tre e mezzo della mattina.

I Sovrani si trattennero fino al tocco dopo mezzanotte "e venneroserviti di rinfreschi dal Gonfaloniere e Priori della Comune datrice lafestache riuscì in tutte le sue parti magnifica ed eleganteavendoincontrata la piena approvazione del pubblico concorsovi".

Meno male!... Son cose che non accadono tutti i giorni.

Secondo il solitofinite le feste furon fatti i conti delle speselequali ammontarono a L. 68199.3.8. Il marchese Corsi a motivo della suanuova carica di maggiordomo delle LL. AA. II. e RR. l'arciduca Principeereditario e sua augusta consortediede le dimissioni da Gonfaloniere.Essendo queste state accettate dal Granducanell'adunanza del 2 luglio1821 lo stesso marchese Corsi lesse al Magistrato civico la partecipazioneche gliene veniva fatta "con biglietto del soprassindaco".Perciò "dopo aver passato i suoi convenevoli offici ai suoi colleghisi ritiròassumendo le veci di gonfaloniere il priore cavalier conteGuidi".

XVI

La nascita di un principe

e di una arciduchessa

Felicità coniugale - I principi Clemente e Giovanni di Sassonia aFirenze Si recano a Pisa - Clemente si ammala e muore - Trasporto dellasalma a Firenze - Mortorio e tumulazione in San Lorenzo - Nasce a' PittiFerdinando di Savoia - Nasce una figlia al principe Leopoldo - Gala di tregiorni.- Cerimonia solenne - Congratulazioni - Due fedi di battesimoRegali - Ospiti illustri - L'Arciduchessa "entra in santo".

Lo scopo del matrimonio di Ferdinando IIIquello cioè d'assicurare lasuccessione al tronogiacché il Principe ereditario non aveva ancoraavuto figlinon fu raggiunto.

Con questo perònon si può dire che la seconda unione del Granducanon fosse avventuratissimapoiché tanto la nuova Granduchessache luierano sinceramente lieti di essersi uniti in matrimonio. Anche alla Cortedi Sassonia erano molto soddisfatti d'aver così bene collocate le dueprincipesse sorellele quali continuamente inviavano lettere allafamigliaesponendo in tutte la loro felicità. I due fratelli principiClemente e Giovanni fecero una gita a Firenze sulla fine del 1821persalutare il Granduca e il principe Leopoldo loro cognatied abbracciarele sorelle. Non si può dire quanto giungesse gradita alla Corte lanotizia di quella visita.

I due principi sassoni arrivarono in Firenze la notte del 20 dicembre1821ma essendo la Corte a Pisapresero alloggio "all'albergo dettodi Schneiderffconservando un perfetto incognito".

Dopo un giorno di riposoil principe Clemente e il principe Giovannipartirono per Pisadove furono accolti con la più gran sinceritàd'affetto; ma la felicità deve far sempre paura!

La mattina del 10 gennaio il principe Clemente "diede segno diqualche incomodo di sua salute"; nonostante udì la messa nellachiesa di San Niccolae poi si mise a passeggiare in Lung'Arno finoall'ora di pranzo. Non andò però a tavola perché fu costretto ad andarea lettosebbene la sua non fosse "creduta malattia diconseguenza"tanto è vero che non fu nemmeno rimandato il balloche ebbe luogo la sera stessacon gran ricevimento nel palazzo delGranduca.

Ma nonostante la fiducia dei medicile cose non andavano bene. Lamattina del 2 il malato peggiorò a segnoche furono subito"soprachiamati" i professoriarchiatro Torrigiani e Vaccàunicamente al medico curante del principe dottor Günz. Dopo il consultofu levato sangue all'infermo parecchie voltegli vennero attaccativescicantie fatti senapismi essendo del tutto "in pieno deliriosenza cognizione". Vennero rinnovate nel dì 3 le emissioni di sangue"con coppe a tagliovescicante alla nuca e mignatte dietro alleorecchie". Il risultato di tutti questi strazi inflitti al poveroprincipe in meno di quarantott'orefu quale c'era da aspettarsi. Alle tree mezzo dopo mezzanotteSua Altezza Reale morì "senz'aver dato ilpiù piccolo contrassegno di recuperato intendimento" e perconseguenza senza sapere chi si ringraziare!

L'angoscia delle sorelle e del Granducadel Principe ereditario e delfratellofu indescrivibile. Fu spedito a Dresda immediatamente l'aiutantedi campo del defunto principe Clementecapitano Krüncritz "inqualità di corriere" latore della triste nuova.

"Due giovani chirurghi" dello spedale di Pisa eseguironol'imbalsamazione del cadaverechevestito poi della grande uniforme distato maggiore dell'esercito sassonefu rinchiuso in tre casse"sigillate nelle fermature con sigillo nero della casa diSassonia".

La mattina del giorno 5 fu fatto il mortorio nella chiesa di SanFredianoperché quella di San Niccola era in restauroed il dì 8gennaio "in una delle gondole reali sotto la scorta d'un impiegatodella Corte di Sassonia e d'un religioso agostiniano della chiesa di SanNiccola di Pisa"fu spedita a Firenze la salma del principeperessere depositata provvisoriamente nelle tombe reali di San Lorenzo.

La sera del dì 10la gondolache poi in fondo non era che unnavicello addobbatoarrivò allo scalo d'Arnoe levata la cassa furicevuta dal priore di Santa Maria al Pignoneche in cotta e stolal'aspettava insieme a dodici fratelli della compagnia del Sacramentoognuno col torcettoe recatala nel mezzo di chiesa fu fattal'associazione. Il giorno dopola mattina alle settela cassa fu messain una lettiga di Corte. Il signor Müllerdella Corte di Sassoniaed ilpriore del Pignone in cotta e stolal'accompagnarono dietro in carrozzafino a San Lorenzodove ne fecero la consegna a monsignor priore mitrato.Siccome poiil re Federigo Augusto di Sassonia mandò a dire chedesiderava che le spoglie mortali del defunto principe fossero conservatenelle tombe di San Lorenzocosì il Granduca diede ordine che la salmadel principe Clemente fosse quivi seppellitaordinando che fosserorecitatinella detta chiesa"solenni notturni da morto con lostesso sistema praticato dalla Corte nei semplici anniversari dei defuntisovrani".

La disgrazia della morte del principe Clemente di Sassoniafu per laCorte di grande dolore; ma fu attenuato da una insperata notizia: quelladella gravidanza dell'Arciduchessa ereditaria. La notizia fu divulgata contanto più piacerein quanto non si sperava più davvero di darla. E sefu contento Ferdinando IIIcontentissimo ne rimase il figliuolo Leopoldoche si era trovato un po' piccato del secondo matrimonio del padreavvenuto appunto per ripararein certo modoalla supposta suainsufficienza.

Da una parte parve cosìche i due principi sassoni avessero portatofortuna alla arciduchessa Maria Carolinache era addoloratissima di nonfar figli.

La lieta notizia fu comunicata al Magistrato civico dal Provveditoredella Camera della Comunità con lettera del di 4 ottobre 1822 diretta alsignor Gonfaloniere"""enunciante il biglietto dell'I. eR. Segreteria di Finanze de' 3 ottobre detto" con cui veniva ordinatoche nell'occasione del parto di S. A. I. e R. l'Arciduchessa Maria Annadevano (sic) "aver luogo i soliti fuochi d'artifizio per tresere consecutive" e l'illuminazione della cupola del Duomo. I signoripriorinell'adunanza del dì 13 novembreavendo sentito che erano statedate "dal loro signor Gonfaloniere" le disposizioni opportuneapprovarono che fossero eseguiti detti fuochi ed illuminazione consplendido apparatoin veduta specialmente che trattavasi "del primoparto che poteva assicurare la successione al trono della Toscana".Deputarono quindi i signori marchese cavalier Leopoldo Feroni e BernardoPepiaffinché unicamente al signor Gonfaloniere si presentassero a S. A.I. e R. per esternare in nome pubblico la gioia per l'imminente partodella prefata A. S. I. e R. l'Arciduchessa Maria Anna.

Vedendo così colmi di gioia i signori prioriil Gonfaloniere neapprofittò per comunicare ad essi in quella stessa adunanza un manifestoinviatogli "per l'associazione" all'acquisto del busto in marmodi S. A. I. e R. Ferdinando III "Augusto Sovrano" e ne proposel'approvazione"considerando esser cosa conveniente e lodevolel'avere nella loro sala di residenza la continua memoria dell'ottimo ebenamato Sovrano".

Pare incredibile: ma fra tanta "pubblica gioia"uno deidieci priori diede il voto contrario! Nonostante il Magistratoordinò che "previo l'assenso da ottenersene nelle debite formelaComunità si associasse per avere il detto busto in marmo"per ilprezzo di venticinque zecchinia forma del manifesto del signor DomenicoPerugi "direttore dello Stabilimento d'ogni sorta di sculture inmarmofondato in Serravezza dal 10 ottobre decorso".

Frattanto come lieto presagio alla futura "real prole"avvenne il 18 novembre 1822 la nascita del secondo figlio dellaprincipessa Maria Teresa e di Carlo Alberto principe di Carignano.

La principessa partorì la sera alle dieci nel Palazzo Pittied ilgranduca Ferdinando III volle essere personalmente il padrino del neonato.

La funzione del battesimo fu fatta il 16 dettoalle cinquenel gransalone degli Stucchinel quale oltre i lumi all'altare erano accese tuttele lumiere. L'Arcivescovo amministrò il battesimo.

Al momento della cerimoniail Granduca e il principe di Carignano sialzaronoe la maggiordama Filippi porse al padrino il neonatodopoavergli tolto il nappo. Fatti dall'Arcivescovo i soliti esorcismiil cerimoniere ecclesiastico diede il segno alla maggiordama Filippi diriprendere il neonatoche essa pose sopra una tavola già preparata ecoperta d'un ricco tappetogli levò il cuffino e lo restituì alSovrano. Dopo il battesimo gli rimise in capo il cuffinoed ilcanonico Brunacciprimo cappellano e direttore della R. Cappellaconsegnò alla maggiordama "una grandiosa medaglia d'oroconl'impronta del nome di Gesù da una partee dall'altra San Giovanni alGiordano battezzando il Signore". Quella medagliache era il regalodell'arciduchessa Maria Annafu dalla maggiordama Filippi posta al colloal neonato "unitamente ai brevipure regalati dalla Principessaereditaria".

I nomi imposti al piccolo principe furono di FerdinandoMariaAlbertoAmedeoFilibertoVincenzioduca di Genovache fu poi il padredi Sua Maestà la Regina d'Italia.

Pare che le due Principesse si fossero data l'intesae si fosseroimpegnate nella curiosa gara di quella fra loro che prima sarebbe statamadre. Ma se vinse l'arciduchessa Maria Teresail giubbilo del partodella ereditaria fu molto maggiore.

Alle tre e mezzo della mattina del 19 novembre 1822essa diede allaluce "una Reale Arciduchessa". Immediatamente una guardia delcorpo a cavallo andò alla fortezza da Basso per dare ordine che fosseeseguito "il concertato sparo dell'artiglieria" cheaquell'orachi sa come giunse gradito ai fedelissimi sudditisvegliaticosì bruscamente sul più bello del sonno. Quindi fu subito ordinato dideporre il Sacramento nella cappella di Corteall'Annunziata e a SanLorenzodove era stato esposto fino dalle dieci della sera innanziperimpetrare la grazia di un parto felice.

Mezz'ora dopo partì il corriere Venni per recarsi a Veronaa portaretale lieta nuova alle Loro Maestà Imperiali"ed altri sovrani ivicongregati"; e di lì proseguire alla Corte di Dresda. Vennero poidestinati per portare la notizia officialmenteil conte Guido dellaGherardesca per Veronaed il cavaliere Lorenzo Montalvi per Dresda.

La contentezza di tutta la Corte fu molto attenuata dallo stato dellapuerperala quale fece stare in pena fino alle dieci della seraperchéil parto non si completava. Ma alle dieci ogni pericolo scomparvee lagioia non fu più trattenuta da nessuno ostacolo.

Il giorno seguente il maggiordomo maggiore rese noto ai Ministri esteriche la "Reale Arciduchessa" aveva dato alla luce un'altra"Reale Arciduchessa". L'avviso fu dato per mezzo di una "schedola"recata in persona dal primo furiere Giovanni Ceccherini.

Fu ordinata "una gala" per tre giorniresa nova dalGonfaloniere con notificazione a stampa; ed un'altra notificazione delloscrittoio delle Reali possessioniannunziò che il Sovrano elargiva unalibbra e mezzo (circa 500 grammi) di pane a testaagli indigenti dellapopolazione di Firenzeciò che forse fu accolto con maggiorsoddisfazione che la notizia della nascita della piccola arciduchessa.

Il battesimo fu stabilito per il giorno stesso 20 novembree dalsegretario d'etichetta vennero consegnate "diverse memorie"almaggiordomo maggiorealla maggiordama maggioreal gran ciambellanoalmaggiordomo e maggiordama della Reale Principessacontenenti leistruzioni di ciò che ciascuno di loro doveva fare nella circostanza.

Il salone degli Stucchi fu ridotto a cappella con l'altare eretto sottoun magnifico trono; ed in unastanza prossima fu preparata la sagrestiaaffinché l'arcivescovo ed i suoi assistenti potessero ivi pararsi.

Il Granduca ordinò "di sua viva voce" al segretariod'etichettache nell'interno della detta salao cappellanon venisseammessa che la sola nobiltà invitata in abito di spadaed i solisacerdoti assistenti dell'Arcivescovoesclusa ogni altra persona noncontemplata nei "percorsi inviti e intimazioni".

Alle nove e mezzo si apriron le sale del quartiere delle Stoffecominciando dalla sala delle Nicchiesulla porta della quale stavan dueguardie del corpoe dove si riunirono tutte le persone invitate. Allaindicata ora giunse l'arcivescovo "con tre dignità" e col suoseguito e passò nella sala ridotta a sagrestia ove erano a riceverlo ilprimo cappellano direttorei cappellani di Corteed il parroco di Cortepriore di Santa Felicita.

Quando fu vicina l'ora della funzioneil segretario d'etichetta mandòalla camera della "Reale puerpera" la bussolaseguìta da dueciambellanida due paggi e da quattro guardie del corpo"tuttidestinati per il treno e convoiodella neonata arciduchessa". Fecequindi disporre due guardie del corpo all'altare e dalle altre venneformato la linea nell'interno del salone.

Appena che l'arcivescovo prese posto al suo faldistorioil segretariod'etichetta invitò i Ministri esteri ad occupare i posti loro assegnatinel tempo stesso che il furiere introduceva nella sala della funzionetutta l'uffizialitàla nobiltà e le damenon di Corte né dianticamera. Quindi il segretario stessosi recò nel quartiere dellapuerpera ove eran riuniti i sovranie notificò loro che tutto era prontoper la cerimonia.

Il Granducala Granduchessaalla quale due paggi "sostenevano illembo del manto"l'arciduca Leopoldol'arciduchessa Maria Luisailprincipe di Carignanotutti con le loro cariche e ciambellani diservizio"passando per le scale a pozzo" si recarono nelquartiere delle Stoffe "fiancheggiati" da quattro guardie delcorpo.

Immediatamente la maggiordama maggioreprincipessa Rospigliosientrònella bussola e "la signora di camera della Real prole"Grisaldi Taiale presentò la "Reale neonata". L'aiutante dicamera Volkmann chiuse la bussola ed "il treno" partì dalquartiere della arciduchessa Maria Carolinain quest'ordine: furiere eaiutante di camera; bussola con i suoi portantini e quattro staffieriassistentifiancheggiando la medesima i due ciambellani Giuseppe Rucellaie Cosimo Antinori; i due paggi Cammillo Anforti e Vincenzo Uguccioniequattro guardie del corpo. Quindi la signora di camerae l’Acoucheur(!!) Giuseppe Fabbrini; la camerista della neonatala donna diguardarobail camerazzola levatrice e la balia.

Dal corridore detto "degli Angiolini" si partì il corteopreceduto dal corpo degli staffieri di Corte; e scendendo dalla grandescalasi recarono al quartiere delle Stoffementre gli staffieri sifermarono per fare ala alla prima porta che dà ingresso alla sala delleNicchie. Appena giunta la bussolail segretario d'etichetta fece cenno alfuriere d'invitare i signori forestieri presentati ed altri che godevanl'onore dell'anticameraescluse le carichei consiglierii ciambellanie le dame di Corte"di anticipare la loro marcia nella sala dellafunzione".

Fu quindi ordinato agli staffieri di Corte di fare ala dalla portadella sala delle Nicchiefino a quella della funzione; e gli altriservitori delle carichedei ministri esteri e della nobiltà in generalefuron fatti scendere a basso nel loggiato del cortile.

Dalla sala delle Nicchie fino a quella della cerimoniail corteo siformò nel seguente modo.

Paggi e Precettori; furiere e suo aiuto; camerieri di serviziociambellaniconsigliericariche di Cortereali Sovrani fiancheggiati daquattro guardiee due paggi che reggevano il manto della sovrana.L'arciduca Leopoldo aveva presso di sé il suo maggiordomocol qualefaceva coppia. L'arciduchessa Maria Luisache aveva pure a fianco il suomaggiordomoera seguìta dal principe di Carignano col suo scudiere.Veniva dopo la bussola ed il seguitola maggiordama Riccardile dame diservizioquelle di Corte.

Giunta avanti la linea delle guardie del corpo la bussolaquesta venneaperta dal ciambellano Rucellaie ne uscì la maggiordama tenendo inbraccio la neonata "superbamente vestita e coperta con ricchissimonappo". I sovrani presero posto nel luogo loro indicato dalcerimoniere ecclesiasticocome pure "l'arciduca genitore".L'arciduchessa Maria Luisa ed il principe di Carignano rimasero al lorogenuflessorio. L'Arcivescovo con le tre dignità ed il suo seguitosipartì dal suo faldistorio avvicinandosi in cornu epistolae. Lamaggiordama maggiore consegnò la neonata al maggiordomo maggioreche laportò sulle braccia della Granduchessala quale faceva da comare per SuaMaestà l'imperatrice Maria Carolina. Rimase alla diritta di lei ilGranduca "vicecompare" per Sua Maestà l'imperatore Francescoed alla sinistra della Granduchessa l'arciduca genitore.

Mentre l'arcivescovo tornato al suo faldistorio si accingeva allacerimonia del battesimoil maggiordomo maggiore riprese la bambina e laconsegnò alla maggiordama la quale la posò su una tavola preparata; econ l'aiuto della signora di camera e l'assistenza delle donne diserviziofu spogliata "in quanto occorreva per ricevere ilbattesimo". Ripresa poi la creatura dalla principessa Rospigliosi lapassò al maggiordomo maggiore che la restituì alla Granduchessa. Salitii sovrani sul ripiano del trono presso l'arcivescovo "sedente sullapredella in mezzo all'altare" questi fece le consuete domande e dopoaver recitate le rituali orazioniamministrò il battesimo imponendo allaneonata i nomi di MariaCarolinaAugustaElisabettaVincenzaGiovannaGiuseppa.

Terminata la funzionefu restituita la bambina nello stesso ordinealla maggiordama maggioreche la rimise sulla tavola dove fu rivestitaele vennero messi "i brevied una superba medaglia d'oro con catenasimile".

Fu dipoi cantato un solenne Te Deum "con scelta musicanelle due orchestre state erette nella sala". Durante il Te Deumlapiccola arciduchessacon lo stesso ordinefu riportata dalla mammachese la strinse al petto teneramentepotendone più il santo affetto dimadre che l'etichetta di Corte.

All'intonare del Te Deum fu eseguito lo sparo dell'artiglieriadal forte di Belvederee dopo dalla fortezza da Basso.

Durante la cerimoniarimasero presso la puerpera la maggiordamamarchesa Teresa Rinuccinila dama di compagniae la signora di cameraTeresa Bonaini.

Dopo il Te Deum i sovrani e l'arciduca Leopoldo tennero circoloper ricevere le congratulazioni dei Ministri esteridelle carichedelleautorità e dei componenti le due anticamere.

Appena terminata la funzione del battesimopartì subito per Verona ilconte Guido Della Gherardescaper recare alle Loro Maestà Imperiali lanuova del battesimo e quelle della salute della puerpera; ed il cavalierLorenzo Montalvi. fu spedito alla Corte di Sassonia allo stesso oggetto.

Nella sera i sovrani in gran gala andarono al teatro della Pergolavagamente illuminatoe dove era stato ordinato il servizio delle guardienobili. Il pubblico appena vide comparire in palco i Sovrani "fecequei triplicati viva" che ormai parevano di prammatica.

Seguendo le regole della etichetta di Corteil giorno appresso21novembrealle undici antimeridianeil maggiordomo marchese Corsi e lamaggiordama marchesa Rinuccinisi recarono in galanellaanticamera delle Stoffeove rimasero fino al tocco per dare le nuovedello stato di salute della puerpera e della neonataalla nobiltà chepure in abito di gala si presentò in gran numero.

I nomi delle persone che a mano a mano si presentaronovenivanoscritti in tante notesotto la sorveglianza del marchese Corsidalfuriere e dall'usciere di serviziopoiché non usava firmarsi come si faoggi. Tali notefirmate poi dal maggiordomo e dalla maggiordamafuronportate dal segretario d'etichetta al principe Rospigliosiaffinché lepresentasse al Sovrano.

La mattina del dì 22 novembre "tanto il Gonfaloniere che i priorinobili e cittadini della Comunità si adunarono in numero di sei nellestanze della foresteria del convento della SS. Annunziatae alle undicisi portarono insieme alle altre magistrature nella chiesa di dettoconventoove assistettero alla Sacra funzione per il rendimento di grazieall'Altissimo per il fausto avvenimento del felice parto di S. A. I. e R.l'Arciduchessa Maria Anna Carolina consorte del Principe ereditariocheaveva dato alla luce un'Arciduchessa".

Durante la funzione le milizie che erano schierate sulla piazzaeseguirono lo sparocome farebbe l'organo ad ogni versettoe ad esserispondeva l'artiglieria del forte da Basso.

Nel giorno stessocominciarono le presentazioni per le congratulazioniofficiali. Dopo. mezzogiornodal gran ciambellanofurono presentati peri primi al Sovranoil "gonfaloniere della Comunità" diFirenzecavaliere conte Iacopo Guidie i due priorimarchese LeopoldoFeroni e Bernardo Pepii quali tornavano allora dalla chiesa dellaSantissima Annunziata.

Il 26 di novembrecon la stessa etichettavenne presentata al sovranola Deputazione della nazione ebrea di Firenze per felicitare S. A. della"nata prole". La Deputazione era composta del cancelliereLamprontie dei deputati Castelnuovo e Usiglii quali si presentaronodopo al Principe ereditario.

Nel giorno stessoper ordine della segreteria di Cortefuincombenzato il segretario d'etichetta di rimettere a monsignoreArcivescovoper mezzo del primo cappellano e direttore della realcappella canonico Brunaccile appresso due minute di fedidei battesimieseguiti nel reale palazzodel tenore che segue:

Venerdì 15 novembre 1822alle ore dieci di seranacque nel RealePalazzo de' Pitti S. A. S. il Principe di Carignano al sacro fonteFerdinandoMariaAlbertoAmedeoFilibertoVincenziofiglio di S. A.S. il Principe Carlo Alberto del fu Duca Carlo Emanuelle Ferdinandoe diMaria Cristina di Sassonia Principessa di Savoia Carignano; e di SuaAltezza Imperiale e Reale l'Arciduchessa Maria Teresafiglia di S. A. I.e R. l'Arciduca d'Austria Principe Reale d'Ungheria e di BoemiaGranducadi Toscana Ferdinando Terzoe della defunta Granduchessa di ToscanaInfanta di Spagna Luisa Amalia di Borbone. Fu battezzato solennementenella sala detta degli Stucchinel Reale Palazzo di Residenza della RealCorte di Toscanada Monsignore Arcivescovo Pier Francesco Moralicircale ore cinque pomeridiane del dì 16 novembre 1822.

Compare S. A. I. e R. il Granduca di Toscana Principe Reale d'Ungheriae di BoemiaArciduca d'Austria Ferdinando Terzo del fu Pietro LeopoldoSecondoAugustissimo Imperatore.

Martedì 19 novembre 1822alle ore tre e un quarto di mattinanacquenel Real Palazzo di Residenza detto dei PittiS. A. I. e R.l'Arciduchessa MariaCarolinaAugustaElisabettaVincenziaGiovannaGiuseppafiglia di S. A. I. e R. l'Arciduca Leopoldo Giovannidi S. A.I. e R. il Granduca di Toscana Principe Realed'Ungheria e di BoemiaArciduca d'AustriaFerdinando Terzoe della defunta Granduchessa diToscana Infanta di Spagna Luisa Amalia dei Borboni coniugi; e di S. A. I.e R. l'Arciduchessa Maria Anna Carolina di S. A. R. il PrincipeMassimiliano di Sassoniae della fu Infanta di Spagna Carolina MariaTeresa di Parma; e fu battezzata solennemente nella sala detta degliStucchi da Monsignore Arcivescovo di Firenze Pier Francesco Morali. circale ore undici della mattina del dì 20 novembre 1822.

Li furono Patrini S. M. l'Imperatore Francesco Primo del fu ImperatoreLeopoldo Secondoe S. M. l'imperatrice Carlotta Augusta di S. M. il Re diBaviera Massimiliano Giuseppe. E per Essi fu tenuta al sacro fonte da S. AI. e R. il Granduca Ferdinando Terzo Principe Reale di Ungheria e diBoemiaArciduca d'Austria del fu Augustissimo Imperatore LeopoldoSecondoe da S. A. I. e R. la Granduchessa di Toscana Maria FerdinandaAmalia di S. A. R. il Principe Massimiliano di Sassonia.

Le spese occorse per solennizzare dal Comune così fausto avvenimentofurono di 124 lire per l'assistenza prestata da diversi picchetti nellesere che furono incendiati i fuochi di gioia e d'artifizio sulla Piazzadel Granduca e alla Torre di Palazzo Vecchio; ed altre lire 7413.4vennero pagate al magazziniere Bernardino Pratellesi per i fanali accesiai merli e alla Torre di Palazzo Vecchio e per le fastella incendiatesulla piazza.

La spesa più grossa fu quella per il fuochista Girolamo Tantiniilquale per i fuochi d'artifizio incendiati nelle tre sere dei 2021 e 22novembre presentò un conto piuttosto ardito. Ma avendo il Magistratoincaricato di verificare le note il collega signor Carlo Azzurriniunicamente all'ingegnere Veracidopo un rapporto di quest'ultimo e sulparere dell'altro collega Ignazio Carcherelli fu liquidato il conto delTantini in lire 3920 "non tanto per saldo dei fuochi come sopraincendiatiquanto per tutti gli altri oggetti preparati molto tempoprima di detto parto e da esso (Tantini) asseriti andati a male".

Pare che il Magistrato nel suo eccessivo zelo avesse fatto male i contisulla gravidanza dell'Arciduchessa!...

Cessate finalmente tutte le cerimonie imposte dalla etichettalamattina del 28 novembre il granduca Ferdinando insieme alla Granduchessaper la via di Bologna andò a Verona a far visita al fratello imperatoreFrancescocon un seguito di 34 personecompresi gli staffieriilservizio di credenzadi cucina ed altri serventi.

Da questo viaggio tornò a Firenze la sera del dì 11 dicembre alle seie un quartoe la mattina del dì 13 furono palesati i regali fattidall'Imperatore Francesco in occasione del parto. Alla puerperaRealeArciduchessa Maria Annaun finimento da testa e da collo e suoi pendentidi bene scelti smeraldi e grossi brillanti; alla Reale neonataungrosso filo di brillanti; alla marchesa Teresa Rinucciniuna maniglia dapetto di opale contornata di brillanti; all'arcivescovo Moraliuna croced'amatista contornata di brillanti; all'archiatro dottore Torrigianiunanello con cifra di brillanti; al conte Guido Della Gherardescaunascatola d'oro contornata di scelti brillanti; al chirurgo Fabbriniunanello di brillanti; alla signora di camera Bonainisettantasettezecchini; alle cameriste Werner e Passerinicinquanta zecchini ognuna;alle donne di guardarobaCutaniAngiolini e Winclered ai serventi dicameraSantini e Gambacortitrentaquattro zecchini per ciascuno. Ai trestaffieri della camera della Reale puerperadiciannove zecchini ognuno.Alla signora di camera della neonatatrentacinque zecchini. Allalevatrice ed alla prima baliasettantacinque zecchini per una; trentazecchini alla seconda baliae trentacinque al clero assistente albattesimo.

La Corte granducale di Toscana passò in quel tempo un periodo di verafelicitàe continue erano le visite dei principi e sovrani esteri. Laprincipale fu quella del Re di Prussia Federico Guglielmo IIIcheviaggiava sotto il nome di Conte di Ruppinil quale arrivò in Firenze lasera alle quattro del 14 dicembre e smontò alla piccola locanda diSchneiderff con il suo ciambellano e ministro di Stato Principe di Sayn eWittgenstein.

Il principe Rospigliosi andò a complimentarlo in nome del Granducaefu impostata la guardia d'onore dei granatieriche fu dal Reaccettata.

Alle sette andò ad ossequiarlo in persona il Granducae si trattennecon lui circa mezz'ora.

La sera dopoa Cortevi fu "ristretta conversazione"equindi fu apparecchiata una lauta cenaalla quale intervenne pure il Redi Prussiaed altri principi e personaggi esteri. Il 16 dicembre S. M.andò a far visita alle due puerperearciduchessa Maria Anna eprincipessa di Carignanopresso la quale si trovava a riceverlo anche ilprincipe Carlo Albertoin compagnia del suo scudiere.

Dopo desinare andò a visitar la galleriae la mattina del 17 alle seie tre quarti partì per Bolognadiretto a Venezia.

Nella prima mezza festa di Ceppoossia il 26 dicembrearrivarono iprincipi Guglielmo e Carlo Alessandro di Prussiae furono invitati apranzo a Corteove intervennero in abito di confidenza.

La sera del giorno stessoalle sette e mezzole dame di Corte furonoricevute dalla Arciduchessa ereditariaper complimentarla del termine delsuo felice puerperio.

Il 28 dicembrealle ore undici della mattinaS. A. I. e R.l'arciduchessa Maria Anna scese nella cappella di Corte preceduta dalciambellano di servizio Ottaviano Compagnidai due ciambellani fissicavalier Lorenzo Montalvi e Giovanni Ginorie servita dal suo maggiordomomarchese Tommaso Corsi e dalla sua maggiordama marchesa Teresa Rinuccini.Quivi l'Arciduchessa privatamente entrò in santo"avendo fatta unatal funzione il primo cappellano direttore canonico Brunaccicon la solaassistenza di due chierici". Fu presente alla cerimonia il"Reale Arciduca"; ed appena terminatai due Principi salironoalla consueta tribunaove si riunirono alla "Reale Sovrana".Non comparve il "Reale Sovrano" perché era andato a caccia alleCascine dell'Isola. Dopo ascoltata la messa piana gli Arciduchi e laGranduchessa tornarono ai rispettivi loro quartieri.

XVII

La morte di Ferdinando III

Sotterfugii di Carlo Alberto - Un monito severo - Partenza per laSpagna Tra popolo e principe - Le bonifiche in Maremma - Primi sintomi difebbre - Ferdinando III si aggrava - Muore - Dolore della famiglia -Imbalsamazione - L'estremo saluto della cittadinanza - Il trasporto - Laconsegna del cadavere nella chiesa di San Lorenzo - Lutto di Corte - Lasuccessione.

Il pruno che pungeva segretamente il cuore di Ferdinando IIIil qualeforse dava troppo peso a certi discorsi che gli venivano riferiti sulconto del generoera la condotta un po' sbrigliata di lui. Non che ilGranduca si pentisse del parentadoe avesse da dolersi del principe diCarignanono; ma egli avrebbe desiderato da parte di luiun po' più difedeltàse fosse stato possibileverso la moglie. Il cuore di padreingrandiva agli occhi di Ferdinando III le scappatelle del principe CarloAlbertoil quale credeva talvolta di farle pulite; ma quasi sempre sifaceva scoprire.

Eglid'altrondenon considerava che in Firenzedove pur troppo nonsfuggiva mai nullaera non solo notato per il suo grado ma anche per lasua figura riconoscibilissima; la persona alta e magral'espressionemalinconica del voltoi baffi all'insù; un insiemeche avevadell'aristocratico e del soldato. Per questo dava appuntopiùnell'occhio d'un altro. Perciò quando andava alla messaseguito dal suofidato camerieretutti si avvedevano che egli qualche volta gli davafurtivamente un bigliettino tolto con destrezza dal libro delle preghieresul quale pareva che leggesse religiosamenteperché lo portasse consegretezza a qualche signora. La qualesapeva tanto bene di doverricevere quel dolce messaggioche ne teneva già pronto un altro per ilprincipe. Queste cose erano osservate e notate come c'è da credere; eFerdinando IIIa cui pietosamente venivan riferitesi accoravadubitando che un giorno o l'altro la condotta del generoche pure volevamolto bene alla moglienon avesse ad aver serie conseguenze.

Siccome Carlo Alberto era solito di tornare a palazzo di soppiatto lasera molto tardiquando cioè non vegliavan più neanche i gatticosìil Granduca pensò di fargli conoscere che non ignorava affatto la vitache egli conduceva. Infattiverso la mezzanotteuna sera aspettò ilgenero nell'anticamera del suo quartiere. Il Principe se ne tornò versoil tocco tutto contento e tranquilloin compagnia del fidato servoalquale raccomandava di camminare in punta di piedi per non svegliare gliaiutanti né le guardie del Granduca. Ma non ci si figura come rimanessequando giunto presso il quartiere si senti dire dal suocero:"Altezzaquesta non è l'ora di tornare a casa per un padre difamiglia!...".

E il Granduca senza aggiunger altrosi ritirò non dandogli neppur labuona notte.

Per tutto ciò Carlo Alberto fu molto contento di partirsene da Firenzeper andare in Spagna a raggiungere l'armata del principe d'Angoulème. Ilprincipe che portava seco il conte Costae le persone del suo seguitosalutato il suocero alle tre pomeridiane del 27 marzo 1823partiaccompagnato fino a Livornodonde doveva imbarcarsidall'arciduchessaMaria Teresa sua moglie.

Maria Teresaafflittissima di doversi separare dal marito che amavatantofece ritorno in Firenze alle quattro pomeridiane del dì 3 aprileinsieme alla contessa Filippi che l'aveva accompagnatae a due donne diservizio.

Ferdinando III con tutta la corte venne apposta la sera dalla villa diCastellonon tanto per riabbracciar la figliuolaquanto per divagarlaele condusse al teatro del Cocomeroall'accademia data dalla celebrecantatrice Catelaina benefizio del Reclusorio dei poveri.

Indi a poco Maria Teresa co' figli tornò in Piemonte.

Le cose frattanto in Corte e in Firenze procedevano con calma e contranquillità; quello che era lecito di rimandare al domani non si facevaoggie fra il Sovrano e i sudditi felicissimi si trovavano cosìaffiatatiche anco gli animi di coloro che non avevano veduto di buonocchio la restaurazione della monarchia Loreneseandavanorappacificandosi con quella. Una delle principali cure di Ferdinando IIIera il bonificamento della Maremma; e spesso vi faceva delle gite peresaminare da sé stesso i lavori e sollecitarli. Ma il suo nobilissimozelo e la sua lodevole preoccupazione gli dovevano riuscire fatali.

Nel mese di giugno del 1824tornando appunto da una delle gite inMaremmaappena entrò si può dire in Firenzesentì subito i sintomid'una febbre che da quel momento gli insidiò tenacemente la vita.

Ferdinando fu costretto a mettersi a letto; ed i principali medicifurono subito intorno a lui per contenderlo alla mortecon ogni mezzomigliore che l'arte salutare suggeriva. Furon però tutti sforzi inutiliperché il male vinse gli uomini della scienza.

Il 17 di giugno il Granduca si aggravò tantoche alle tre dellamattina fu comunicato dal suo confessore Anton Lorenzo Brunacciprimocappellano di Corte. Il Sovrano che conservava perfetta la lucidità dellamentedomandòdi essere assistito spiritualmente dal padre Mosèprovinciale dei frati di San Paolino.

Nella camera del malato fu eretto un altare provvisorioal qualeprima di presentargli il viatico celebrò la messa il cappellanoviceparroco di corte Giovan Battista Enrici. Nelle ore pomeridiane fu datoordine dal maggiordomo maggiore principe Rospigliosidi esporre ilSacramento nella cappella di Cortenella chiesa della SS. Annunziatainquella di Santa Maria Maddalenaed a San Paolino. Furono pure esposte inDuomo le ceneri di San Zanobi "con commovente pastorale di MonsignoreArcivescovo".

In tutte le classi della cittadinanza la costernazione era grandissimaed il dispiacere era sincero. Basti dire che ogni giorno più di duemilapersone andavano a Palazzo Pitti a inscriversi nelle note che ilSegretario d'etichetta la sera alle dieci presentava al Maggiordomomaggiore.

Attesa la gravità delle condizioni dell'infermol'arciduca Leopoldonon assisté alla consueta processione del Corpus Dominiallaqualeper antica consuetudineil Granduca soleva prender parte.

Le cose andavan sempre di male in peggio. Alle cinque antimeridiane delgiorno 18 fu affisso in anticamera il bollettino dei mediciannunziante "il pessimo stato del malato"; ed alle ottodalparroco di Santa FelicitaGiuseppe Balocchivenne amministrata l'estremaunzione continuando il Granduca ad essere in pieno conoscimento.

Frattanto il marchese Corsi andò in carrozza di Corte a partecipareall'Arcivescovo lo stato disperato del Sovranoe ad invitarlo a venire adargli la benedizione.

Alle dieci e mezzo monsignor Morali arrivò a Palazzo Pittiricevutosul ripiano della scala dal ciambellano di servizio marchese PietroTorrigianidal quale venne condotto nel quartiere del Granduca; e dalMaggiordomo maggioreaccompagnato al suo letto; quindivestitidall'Arcivescovo i paramenti sacerdotalidiede al malato la benedizione inarticulo mortis.

La Granduchessa ed i Principi ereditaricon l'arciduchessa MariaLuisaerano riuniti nella stanza accanto alla camera di Ferdinando III inpreda alla più viva costernazione. Ed affinché non mancasse mai ilservizio di un ciambellano per la reale famigliaattesa la gravità delcasoil principe Rospigliosi ordinò che uno di essi rimanesse fisso inanticamera; e che quando toccava l'ora del pranzonon uscissero diPalazzoma andassero alla tavola delle cariche di Corte.

La Granduchessa ed i Principi pranzarono "nel più strettoprivato" presso la camera dell'infermo.

L'ambascia crudele di quella famigliache dimenticava il tronolericchezze ed il fastoper abbandonarsi al supremo dolore di una grandesventuraera commovente perché la metteva al livello di ogni altromortale.

Piangendo e dando libero sfogo all'angosciapoiché l'affetto erasuperiore all'etichettatrovavano un sollievo contro la fredda ragione diStatoche imporrebbe quasi ai principi un cuore di pietra.

In quelle persone non c'eran più che degli esseri umani che soffrivanoper la imminente perdita del loro capo di famiglia.

Intanto Ferdinando III si aggravava sempre di più; ed a segno taleche alle quattro e mezzo dello stesso giorno 18il principe Rospigliosiordinò che si mandasse un lacché ad avvertire l'arcivescovo che S. A. sitrovava in extremis.

Monsignoreche forse da un momento all'altro si aspettava d'esserchiamatopare che stesse già prontoperché non fece che montare incarrozza e andare a' Pittiove fu ricevuto con lo stesso cerimonialedella mattina. Alle cinque entrò nella camera del Granduca e gliraccomandò l'anima; venticinque minuti dopoFerdinando III era spirato!

Il principe Rospigliosi si recò subito ad annunziare la mortedell'amato Sovrano alla vedovaall'Arciduca ereditario Leopoldoed alleArciduchesse. Fu una desolazioneun pianto irrefrenabile. Calmatoforzatamente quel dolorepoiché i principi non debbono nemmen piangerequanto voglionotutta la famiglia partì sul momento nel più strettoincognito per la villa di Castellodurando fatica le carrozze a farsistradatra "l'affollato popolo che piangeva".

Il Maggiordomo maggiore appena fatte le partecipazionifece laconsegna del cadavere al generale Francesco Gherardicomandante dellaGuardia del Corpoil quale mise subito due sentinelle alla camera"con la carabina a funerale". Quindi lo stesso principeRospigliosiunicamente al segretario del suo dipartimento e di corteAndrea Bonainialla presenza del segretario dell'intimo gabinettocavalier Giuseppe Pavere di Filippo Giannetti primo commesso dellasegreteria medesimavennero posti i sigilli "alle segreterie escrigni di particolare attinenza del Sovrano".

Dipoi fu fatto erigere un altare nella camera del morto Granducaperrecitarvi le preci dei defunti durante la notteda due cappellani dicorte e da due frati di San Paolino.

Il giorno seguente19il medico archiatro dottor FrancescoTorrigianie il chirurgo di camera Antonio Boitidestinarono l'ultimacamera del quartiere a terrenodetto di Giovanni da San Giovanniperfarvi la sezione del cadavere. La sala fu messa in ordine e provvedutadelle occorrenti preparazioni chimiche dal farmacista Gaspero Puliti.

Alle cinque pomeridianecol permesso del comandante Gherardipassarono nella camera del defunto per fare la recognizione del cadavere imedici archiatro Torrigianidottor Pellegrinidottor NespolidottorTacchini e dottor Dinicon i chirurghi BoitiMazzoniGeriMichelacciFrancesco e Pezzati. Constatata la morte alla presenza del Comandante edel Brigadiere di servizioil cadaveredal cameriere del defuntoGiuseppe Allodicon l'aiuto dei camerieri Stefano MortianiAngioloAngiolottie dell'usciere Michele Bernini "fu collocato in riccabarae coperto con grande strato di velluto nero".

Fu quindi dato immediato ordine alle sentinelle della guardia del corpoed a quella dei granatieridi tenere il fucile abbassato in segno dilutto.

Il cadavere venne tolto dalla camera da letto e portato nella salaanatomicadove doveva essere imbalsamatonell'ordine seguente. Venivaprima il furiere ed il segretario d'etichetta; quindi un cherico dellacappella con crocesei cappellani di corte con cottaed il parroco dicorte con cotta e stola; la bara era portata da quattro camerazzie duedi riserva; sei camerieri fiancheggiavan la bara con torcia (torcetto)equattro guardie del corpo con l'arme a bassofacevano ala. Dietroseguiva il comandante ed il brigadiere di servizio di settimana.

Nella stanza anatomica era stato messo un altare portatile colCrocifissodinanzi al quale ardevano otto ceri.

Erano state disposte alcune panche per i quattro sacerdoti destinati asalmeggiare durante la notte e che dovevan cambiarsi con altri quattroogni due ore. Alla porta della stanza vi eran due guardie del corpo che sicambiavano pure ogni due ore. Il comandante ed il brigadiere assistetteroalla imbalsamazionedandosi la muta a piacerepurché non venisse daloro abbandonato mai il cadavere.

L'operazione durò dalle sei pomeridiane del giorno 19 alle setteantimeridiane del dì 20. Terminata l'imbalsamazioneil cameriere deldefunto gli fece la barbae con l'aiuto di altri camerieri e chirurghi fuvestito con l'uniforme di maresciallo delle truppe austriachemettendoglial collo la collana dell'ordine del Toson d'oroe vestendolo della cappamagna di Santo Stefanocon guanti e stivali.

Così abbigliatofu posto sopra un ripiano con sei maniglie coperto divelluto nero con largo gallone d'oro. Quattro camerieri furono incaricatidi portare il cadavere nel salone delle Nicchiedestinato allaesposizione al pubblicoe dove fu recato con lo stesso ordineessendoviperò stato aggiunto un camerazzo col vaso dei viscerie il furiere colvaso del cuoreche precedevano il cadavere. Nella salaquesto venneposato sopra un catafalco ed accomodato dai chirurghi Boiti e Mazzoni;quindi dal furiere di corte vennero appesi presso il defuntoe pendenti amano destragli ordini di cui egli era insignito; cioè: di San Giuseppedi cui era Gran Maestro; di Santo Stefano d'Ungheria; della Corona diferro; della Corona di Sassonia; di San Ferdinando di Napoli; di SanGennaro di Napoli; della Concezione di Spagna; della Legion d'onore diFrancia.

Dalla parte sinistra non venne posto nessun ordinepoiché non neaveva alcuno di potenza protestante.

La spada e il cappello furono posati ai piedi; e sotto il catafalcodalla parte della testasi depositarono i vasi dei visceri e del cuore.

Lo scettro e la corona granducale vennero collocati sopra un cuscinosul primo gradino sotto i piedi.

Durante l'esposizioneotto preti salmeggiavanoinsieme a duecappellani di Santa Felicita e a due frati d'Ognissanti.

Al feretro erano state poste quattro guardie del corpocon carabina;ed il comandante o il brigadiere a vicenda stavano presso il cadavere.Nella sala furono eretti cinque altariove nella mattina si dicevacostantemente la messa. Le sentinelle degli anziani e dei granatierierano alle porte tanto d'ingresso che d'uscita; ed il popolo passava dallegrandi saleuscendo poi dalla terrazzadalla quale discendeva per mezzodi un ponte artificialein Bobolied usciva dalla porta detta di Bacco.

I ciambellanii camerierigli uscierie i camerazzi fiancheggiavanoil feretro. Si cambiavan d'ora in orae c'era d'essi uno per gradocioè: un ciambellanoun cameriereun camerazzo e un usciere.

La esposizione durò tre giornied il popolo accorse in numerostraordinario a rivedere per l'ultima volta il defunto Sovrano.

Alle quattro pomeridiane del 22 giugnogiorno stabilito per iltrasporto funebreil pubblico non fu più ammesso nel palazzo.

Alle sei tutte "le classi e persone intimate" erano al loropostocioè: in una stanza terrena i quattro vescovi di Pisadi Fiesoledi San Miniato e di Collecoi loro maggiordomi di camera; e furonricevuti dal ciambellano conte Giovanni Da Montauto; in un'altra stanza siriunirono i canonici della Metropolitana "per comodo divestirsi"ed in una sala attigua i cavalieri di Santo Stefano coiloro cerimonieri e taùancor essi per comodo di vestire la cappa magna.

I ciambellanii consiglieri e le cariche di corte si riunirono nellasolita anticamera del quartiere detto delle Stoffe al primo piano.

I cleri e le compagnie si disposero sotto i loggiati del palazzo dallaparte opposta alla reale cappella; e le guardie del corpo a cavallo sischierarono in doppia linea "coi loro ufficiali e tromba" nelcortile del palazzo facendo fronte alla gran porta d'ingresso.

I camerieri Ignazio NasiStefano MorbianiAngelo Angiolotti;l'usciere Michele Bernini ed i camerazzi Kaintz e Simone Pagninitolseroil cadavere dal catafalco.

All'ora stabilitail Maggiordomo maggiore ordinò che il corteggiopoteva muoversied il segretario Andrea Bonainied il furiere GiovanniCeccherini disposero la sfilata delle milizie e "delle altrepersone".

Il cannone annunziò la partenza alle sette precise; ed il cadavere fupreso dai quattro ciambellani Giovanni Del TurcoGiuseppe RucellaiGiuseppe Mannelli ed Emilio Lucie portato fino al ripiano della scalafiancheggiato dal parroco di Santa Felicita con stoladai cappellani dicorte con torcettoe dagli ufficiali di corte pure col torcetto.

Avanti era portato il cuore rinchiuso in un vaso d'argentoed ivisceri in un vaso di rame"il tutto collocato sopra ricco vassoioricoperto di velluto nero con gallone d'oro; ed un nappo nero copriva idetti due vasi: quale vassoio era portato e sostenuto dai ciambellaniCosimo Antinori e Gaetano De' Pazzi".

Dietro ai visceri veniva il ciambellano Carlo Ginoriportante lacorona e lo scettro su cuscino di velluto nero gallonato d'oro; edappresso i camerieri Nasi e Morbiani portando uno il cappello e l'altro laspada. Il cadavere era fiancheggiato da quattro guardie del corpo concarabina a funeraledai due ciambellani Francesco Guasconi e GiovanniBattista Baldellidal comandante delle guardie e dal brigadiere.

Sul ripiano della scalai quattro ciambellani consegnarono il cadavereai cavalieri di Santo Stefano Orazio RicasoliEmilio StrozziFrancescoUgoliniVincenzo UguccioniGiovanni Fabio UguccioniLorenzo SerniniGiovan Battista Covoni e Alessandro De' Cerchi.

I visceri ai cavalieri Leopoldo Giovannini e Roberto D'Elci; la coronae lo scettro al cavalier Pietro Bacci: tutti i cavalieri erano in cappamagna.

Il furieredopo questa consegnaper ordine ricevuto dal segretarioBonainidette il segno della marcia per scender le scale in quest'ordine:furiereciambellaniconsigliericariche di corteil parroco con stolavasi dei visceri e del cuore; corona e scettro. Seguiva il feretrofiancheggiato dai cavalieri di Santo Stefano con torcettocappellani dicortepriori e balì di detto ordinee ufficiali di cortetutti contorcetto.

Scese le scaleil feretro dai camerieri venne deposto nel"cocchio ferale" ponendo ai piedia destra lo scettro e lacoronae a sinistra i vasi dei viscerispada e cappello.

Si mosse quindi per la chiesa di San Lorenzo. Apriva la marcia a lentopasso un picchetto di cacciatori a cavallocon ufficiali alla testa. Unbattaglione di fucilieri con bandiera e banda con veli agli strumenti; duecannoni con artiglieri e treno di seguito. Croce nera di San Lorenzo consei chierici con torcetto.

. L'Arcivescovo di Firenze non fu invitato al trasporto e nel Diariodi corte si legge che "l'arcivescovo ha in appresso reclamato pernon essere stato invitato". Dopo il clero di San Lorenzo veniva lostendardo del Capitolo del Duomo; quindi gli staffieri di corte con lelivree di gala e i lacché; dopo di essi la compagnia di San Benedetto equella del Gesù "formando coppia un fratello d'una con l'altraavendo la diritta quella del Gesù" tutti con candela di mezzalibbra; seguiva la compagnia della Misericordiacon candela pure di mezzalibbra; i religiosi d'Ognissantiquelli del Monteil clero di SanMichele in coppia; avendo i sacerdoti una candela "di libbra" ilproposto di tre; il clero di Santa Felicita con candele di tre libbre aicurati e al parroco.

1 tre parroci di Santa Felicitadi San Michele e di San Lorenzoavevano la stola.

Il clero della Metropolitana andava in coppia coi canonici di SanLorenzo; ed i quattro vescovi in coppiacon torcetto di cinque libbreportato dai loro segretari o maggiordomi. L'uffizialità in "coppiatutti con tracolla di velo nero e fiocco alla spada"; i cavalieri diSanto Stefanoessi pure in coppia con candela di tre libbre; il furiere ei ciambellani in coppia con le cariche di corte CorsiMarbelliStrozziin una sola fila; e dietrosoloil principe Rospigliosi. Sul cocchiotirato da sei cavalli morelli stava il cocchiere; ed alla pariglia divolata il cavalcanteambedue senza cappellocome pure i duepalafrenieri a piedi ai cavalli di bilancia; e tutti erano in livrea digala con tracolla di velo nero. Fiancheggiavano il cocchio quattro guardiedel corpo con carabina abbassatatracolla di velo nero e uniforme digala. Quindi due ciambellani di settimanail comandante della guardia e idue brigadieri con tracolla nera e fiocco alla spada. Dietro i duecamerieri Nasi e Morbianii due cavallerizzi in uniforme di gala contracolla e fiocco allo spadino; il primo cappellano e il cappellano dellareale cappella; i priori e balì di Santo Stefano; ufficiali di corte contorcettoin numero di trentasei; e quattro guardie del corpo conl'ufficialein linea dietro il cocchio. Dai furieri fino alle quattroguardie facevano ala gli anziani o guardie reali a piedi. Veniva inseguito la magistratura a coppiale guardie del corpo a cavallouncavallerizzo di staffa in uniforme di galacon tracolla e fiocco allospadinoquattro cavalli bardati a lutto coi loro palafrenieri a piediinuniforme di gala. Seguiva un battaglione di granatieri con bandiera; duecannoni e treno d'artiglieria. Chiudeva un picchetto di cacciatori acavallo con ufficiale. Tutto il tratto di strada percorso era guarnito di"doppie faci e in maggior numero raddoppiate con simmetria sul pontea Santa Trinita".

Il trasporto prese dallo Sdrucciolo de' Pittida Via Maggioil Pontea Santa Trinitadagli Strozzida San Gaetanodal Canto ai Carnesecchidal Canto alla Pagliae per Borgo San Lorenzoalla chiesa.

Quivi giuntodai camerieri fu levato il cadavere dal carroe furicevuto sulla porta dal priore canonico Alessandro Cambi con leformalità di rito; ed i cavalieri di Santo Stefano lo posero sulcatafalco.

Tutta la chiesa ed il coro eran parati di nero; e dagli archi dellanavata centrale pendevano ricchi drappi neriornati d'oroe nel mezzosopra al catafalco eravi un ampio padiglione nerocon galloni doratiefoderato d'ermellino.

L'associazione del cadavere fu fatta da monsignor Moraliarcivescovodi Firenzeche aveva avuto soltanto l'invito di trovarsi in San Lorenzoad attendere il morto.

Terminate le funzioni religiosedai soliti quattro camerieridaiciambellani e da tutte le cariche e guardie del corpo il cadavere fuportato nella cappella dei depositiove trovavansi l'avvocato regioGiuseppe Francesco Cempinicavaliere dell'ordine di San Giuseppe; ilnotaro procuratore regio Carlo Redie i due professori chirurghi dicamera Boiti e Mazzoni. Quando i personaggi ivi presenti ebbero presi iloro postiil principe Rospigliosi fece "la solenne consegna delleregie spoglie" ed il notaro Redi rogò l'atto al quale furonotestimoni il consigliere Vittorio Fossombronisegretario di Statoilconsigliere Don Neri dei principi Corsinidirettore della Segreteria diStato; il consigliere balì Niccolò Martellicavallerizzo maggiore; e ilconsigliere duca Ferdinando Strozzimaggiordomo maggiore della realeSovrana. Terminato l'attoil cadavere dai camerieri fu deposto nellacassa di piombogià preparata con cuscini di Muer (sic) biancoedepositati pure i visceri e il cuore.

Dal cameriere Nasi vennero tolti tutti gli ordini di cui era decoratol'estinto sovranorestando solo con l'uniforme di maresciallo e la cappamagna di cavaliere di Santo Stefano.

Col cadavere vennero messe nella cassa due medaglie d'oro con l'effigiee lo stemma dell'estintounitamente ad una iscrizione biografica fattadall'abate Giovan Battista Zannoni "antiquario regio" incisa inlamina di rameed altra simile scritta in pergamena riposta in tubosaldato.

Dai due professori Boiti e Mazzoni venne accomodato il cadavere edimbalsamato il voltoe ricoperto com'è di costume.

Chiusa la cassa fu saldata da tutti i lati; e fatti quindi gliesperimenti soliti per riconoscere la perfetta saldaturavenne questadagli addetti alla real guardaroba riposta in altra cassa di legnofoderata di velluto nero guarnito con gallone d'oro e chiusa a dueserrature. Ciò fattole dette casse vennero rinchiuse in una terza dinoce con spranghe d'ottonee questa parimente fu serrata a due chiavidelle quali una fu consegnata al principe Rospigliosi e l'altra al prioredi San Lorenzo.

Durante la cerimonia dell'associazione e della tumulazionele guardiedel corpoche erano schierate avanti la porta della chiesaeseguironotre scariche di pistolaa cui risposero alternativamente i granatieri e ifucilieri e l'artiglieria delle due fortezze.

Adunatosi il Magistrato dopo la morte del granduca Ferdinando III"considerando essere un dovere di sudditanza il complimentare ilnuovo Sovranofu deliberato di deputare i signori principe Don CammilloBorgheseavvocato Luigi VecchiettiLeopoldo Galilei e Gaetano Fanfaniunitamente al signor Gonfaloniere"di presentarsi in nome pubblicoe di tutta la città al nuovo Augusto Sovrano "S. A. I. e R. LeopoldoII per felicitarlo sulla di lui esaltazione al trono della Toscana; comepure a complimentare l'Augusta di lui sposa S. A. I. e R. la granduchessaMaria Anna Carolinaprincipessa di Sassonia".

In ricompensa di tali felicitazioniil nuovo Granduca ordinò che leComunità dello Stato per non aggravarle di spese fossero dispensate"dall'esternare la loro devota venerazione al defunto Sovrano consolenni funeralidovendosi soltanto questi celebrarsi a cura degliarcivescovi e vescovi in tutte le chiese cattedrali del Granducato".

Fra le chiese di Firenzequella di San Giovannino "dei Religiosidelle scuole pie" si distinse nella solennità dei funerali; e laComunità accordò ad essi "l'uso di quattro statue di gesso"per decorare il sarcofagopurché fossero poi restituite "nelprimiero stato".

Se però il Comune risparmio le spese dei funerali ebbe a pagare alsolito fuochista Girolamo Tantini quella di 800 lire "in stralcio diogni sua pretensione ed indennità" per i fuochi d'artifizio già dalui preparati per la Torre di Palazzo Vecchio ove dovevano essereincendiati la vigilia di San Giovanni e che poi non lo furono per lasospensione delle feste attesa la morte del granduca Ferdinando.

Il bruno ordinato dalla corte per la morte del Sovrano fu nei primi seimesiper i consiglieri e per i ciambellani "abito di panno nero conbottoni di pannocon plurose (?) manichetti di tela batistaconorlo largocalza neraspada e fibbie brunitevelo al cappello e fioccoalla chiave". Nei secondi sei mesiabito di panno nero con bottonidi setamanichetti di trinaspada e fibbie di colore e calzenere.

Per le dame di corte il lutto prescritto per i primi sei mesi fu:"abito nero di lana con plurose; crestino e ornamenti dacolloe manichini di velo neroventaglioguantiscarpe e gioie nere".Nei secondi sei mesi "abito di seta con finimenti da testa e da collodi trine di filoo di seta bianche; ventaglioguanti e scarpe similiegioie".

Consimile bruno fu ingiunto "alla nobiltà dei due sessi; e allaufficialità e guardie del corpotracolla di velo neroe fiocco similealla spada".

Con la morte di Ferdinando III il governo della Toscana passò nellemani del figlio Leopoldo IIe non si può dire che cadesse in buone maniperchésarà stato senza dubbio un fior di galantuomoma per fare ilregnante non c'era chiamato. Tant'è veroche fu l'ultimo dei granduchidi Toscana.

 

XVIII

L'opera amministrativa di Ferdinando III

La "Presidenza del Buon Governo" - La Camera delle Comunitàe il soprassindaco - Consulta di giustizia e grazia - Il supremo Consigliodi giustiziala Ruota civile e la Ruota criminale - Registro - Ufizio delSegno - Ufizi di Garanzia - Scrittoio generale delle I. e R.possessioni - Catasto Corporazioni religiose e Demanio - Archivi -Segreteria del Regio Diritto - Stato civile - Opera di Santa Maria delFiore - L'Orfanotrofio di San Filippo Nerila Pia Casa di Fuligno e laCongregazione di San Giovan Battista - Gli Spedali; l'Ospizio diMaternità ed altre istituzioni di beneficenza Pubblica istruzione -L'Accademia della Crusca.

Una delle prime cure di Ferdinando III appena tornato sul trono erastata quella di riordinare lo Statoripristinando ciò che dai Governipassati era stato soppresso e modificando o correggendo le anticheistituzioni rimaste in vigore. Molte altre ne introdussele qualise noncorrisposero perfettamente al desiderio del popolonon per questo era daincolparne la mala volontà del principeche anziintendeva sempre conleggi che onestamente gli sembravano saviedi procurare il benessere deisuoi sudditipurché non si trattasse mai di avere idee troppo liberali odi professare principio d'indipendenza politica. Nel suo concetto laToscana apparteneva all'Austriacome aveva detto a faccia tosta anche ilRospigliosi nel 1814 nell'occasione del ritorno appunto di Ferdinando III.

Uno dei primi provvedimenti del reduce Granducafu quello diprovvedere col Motuproprio del 1° maggio e con l’editto del 27giugno 1814alla "Presidenza del Buon Governo" che aveva lasuperiore direzione della polizia per tutti gli Stati della Toscana.

Il Presidente del Buon Governo faceva le proposte al Granduca"per il canale dell'I. e R. Consulta"per gli impieghiprovinciali di giudicatura di tutto il Granducato. Da esso dipendevano itre Commissari della città di Firenzee tutta "la forza esecutivacivile dello Stato".

Il potere del Soprintendente del Buon Governo era larghissimogiacchéda lui dipendevano il Fisco e il magistrato delle Stincheavendo altresìla direzione di tutti i Bagni dei forzatidella "Casa" deilavori forzati di Volterracome di tutte le carceri del Granducato. Avevainoltre la facoltà di fare salvacondotti ai condannati e di imporre peneeconomicheconforme ai regolamenti ed alle leggi in vigore.

Con legge del 27 giugno 1814 fu ripristinata la Camera delle Comunitàla quale aveva il mandato di tutelare l'economia dei Comuni del contado edistretto fiorentinodi sopraintendere ai lavori delle strade regie e deiponti; alla esazione della tassa di famigliaai proventi dei macellialle deputazioni dei fiumiagli spedali e monti piie altri stabilimentidipendenti dalle Comunità.

L'ufizio generale delle Comunità del Granducato fu ristabilito colMotuproprio del 5 novembre 1814. Questo ufizio era diretto dal"Soprassindaco" che riuniva le qualità di soprintendentegenerale delle Comunità dello Statoed al qualecome conservatore e"tutore" della legislazione comunitativadovevano esser rimessiper mezzo dei provveditori rispettivitutti gli affari concernenti lainterpetrazionela modificazione e la estensione delle massime stabilitenei regolamenti; l'assestamentoampliazione o suddivisione deicircondaridelle Comunitàle proposte per la istituzione delle nuovecancellerie; le nomine o permute dei cancellieri e dei loro aiuti.

Trattavansi in quest'ufizio gli affari di alienazionilivellietransazioni per conto dei Comunidelle Opere piedei Monti di pietàpei luoghi pii laicalie degli Spedali.

Il "Soprassindaco" stabiliva la quota annua dovuta all'erariodalle Comunità a titolo di tassa prediale e di tassa di famiglia; facevale proposte per la costruzione di nuove strade nei Comunied aveva lafacoltà di fare personalmenteo di far fare da persona di sua fiduciale verifiche e le visite locali delle amministrazioni tenute daicancellieri delle Comunità per informarne poi il Governo. Era inoltre diesclusiva spettanza del "Soprassindaco" la soprintendenza ailavori e alla amministrazione del Padule di Fucecchioai Bagni diMontecatinied all'Archivio delle decime granducali.

Uno dei più importanti ufizi che vennero novamente costituiti coneditto del 9 luglio 1814fu quello della I. e R. Consulta di giustizia egrazia. L'I. e R. Consulta rappresentavail Sovrano in tutto quantorisguardava la vigilanza dei governo per la più esatta e regolareamministrazione della giustizia nei tribunali civili e criminali delGranducato. Essa risolveva in nome del Sovrano stessoche a mano a manone veniva informatotutti gli affari di grazia e giustizia ed avevaaltresì l'incarico di decidere i ricorsi contro decreti e sentenze diqualunque magistrato"per i qualimancando i rimedi ordinariconveniva ai sudditi di ricorrere al trono".

Esaminava pure le proposte del Presidente del Buon Governo perconferire impieghie dava sempre il suo parere sulle suppliche deipostulanti di qualunque posto di "Giudicatura".

L'I. e R. Consulta composta di un presidentedi tre auditori e di duesegretariaveva la sua sede in un locale del fabbricato degli"Ufizi"dalla parte destrae si adunava il lunedì e ilgiovedì mattina di ogni settimanae più volte se occorreva.

I segretariperoin ciascun giorno feriale davano udienzaricevevanole suppliche ed ascoltavano i ricorrentiper renderne poi conto nelleadunanze.

Spettava alla I. e R. Consulta di minutare le leggi a mano a mano chene veniva richiesta dalle RR. Segreterie di. Stato di Finanza e dellaGuerraproponendo essa quelle correzioni o variazioni che le fosserosembrate necessarie.

Con altro Motuproprio dello stesso giorno 9 luglio 1814 Ferdinando IIIcreò la Commissione legislativa civile; e con legge del 13 ottobre 1814istituì il Magistrato supremocomposto di sei auditori e diviso in dueturnirivestiti della cumulativa giurisdizione di decidere in primaistanza tutte le cause eccedenti i dugento scudi fino a qualunque somma.Le cause oltre le dugento lire e fino ai dugento scudieran sottoposteall'esame ed alla decisione di un solo auditore; Come del pari venivansottoposti alla risoluzione di un solo auditoregli affari dalle settantaalle dugento lire. Contro queste sentenze si interponeva appello alMagistrato supremospettando la decisione e risoluzione in secondaistanza ad un solo auditore. Si decideva del pari da un solo auditoreinseconda istanza sui ricorsi da sentenze appellabiliper la cifrainferiore a lire dugentopronunziate dai Podestà minorie dai Vicarisoggetti alla Ruota di Firenzeesclusi i Vicari di San Marcello e diPescia.

Non per diritto"ma per mera disciplina del Magistrato"ilturno nel quale risiedeva il primo auditore poteva prender cognizionedelle cause concernenti la Regalìail patrimonio della Corona ed ilFiscoeccettuate però quelle di competenza degli auditori di Siena e diLivorno.

L'altro turno poteva vedere tutte le cause nelle quali erano attori orei convenuti i pupillii minori e gli interdettisottoposti allagiurisdizione del Magistrato.

Ma i patrimoni dei pupillidei minori e degli interdettieran postisotto la soprintendenza di un Provveditore amministrativo ed economicoche fu il cav. senatore Giuliano Mannucci già Leonettie dellaragioneria dei rendimenti di conti dei tutori e curatori.

Allo stesso provveditore venne inoltre affidata l'amministrazioneeconomica delle Cancellerie del supremo consiglio di Giustizia e Ruotaciviledel Magistrato supremo e del Tribunale di commercio di Firenze; epresiedeva all'incasso degli emolumentirevisione delle cassette erendimenti dei conti.

Nello stesso 13 ottobre 1814 fu pubblicato il Regolamento organico chestabiliva il Supremo consiglio di Giustiziache decideva in terza edultima istanza tutte le cause state giudicate in secondadalle Ruotecivili di prime appellazioni di Firenzedi Sienadi Pisad'Arezzo e diGrossetonelle quali era luogo alla terza istanza tanto per ladifformità delle sentenze di prima e di seconda istanzaquanto per larevisione delle due sentenze conformi.

La Ruota civile di prime appellazioni di Firenzegiudicava in secondaistanza tutte le cause appellabilmente decise in prima dal Magistratosupremodal Tribunale commerciale di Firenzedal Tribunale collegiale diPistoia e da tutti i vicari e potestà del circondario della Ruotamedesima; purché quanto alle cause giudicate dai vicari e potestàfossero d'un merito eccedente le lire dugento o di merito incertoe nonsuscettibile di stima pecuniaria.

La competenza della Ruota criminale di Firenze si estendeva sopra tuttele cause criminali del Granducatoescluse quelle della provinciainferiore di Siena e dell'Isola d'Elba e Piombino.

La legge del 30 dicembre 1814 provvide all'amministrazione generale delRegistro; quella del dì 11 febbraio 1815 stabilì le norme per la cartabollata; e per quanto risguardava le carte da giuocofu provveduto con lalegge del 25 agosto 1816 che regolava altresì la percezione dei dirittidelle tasse e delle multe concernenti le rispettive materie.

Dall'amministrazione generale del Registro dipendevano l'ufizio dellaconservazione delle ipotecheed i pubblici archivi generali di FirenzeSiena e Pontremoli che vi furono uniti "coi biglietti" del 9settembre e del 20 ottobre 1815.

Col Motuproprio del 28 luglio 1815 Ferdinando III nominò unaCommissione incaricata della compilazione del Codice criminalesotto lapresidenza del cavalier Gran Croce don Neri dei Principi Corsinidirettore dell'I. e R. Dipartimento di Statoe composta dei consigliericav. Pietro Pandini presidente dell'I. e R. Consulta; cav. Bernardo Lessiauditore della medesima; cav. Aurelio Puccini presidente del Buon Governo;cav. Giovan Paolo Serafini presidente della Ruota criminale; cav. PietroFabroni avvocato fiscale e Guido Angiolo Poggi "professore emerito diistituzione criminale". Il cavalier Donato Chiaromanni auditore delMagistrato supremofu eletto segretario.

Rimase in vigore senza modificazione il nuovo ufizio del Segnochecon sovrano motuproprio del 9 dicembre 1782 era stato sostituitoall'anticoper i riscontri e segnature delle staderebilance e pesi;come pure delle misure da vinoda olio da biade e lineariaffidandone lasoprintendenza ai rappresentanti della Comunità civica di Firenze.

Nel 23 dicembre 1817 fu promulgata la legge che stabiliva gli"ufizi di Garanzia" residenti in FirenzePisa e Sienasotto ladipendenza dell'Amministrazione generale delle "RR. Rendite".Questa amministrazione soprintendeva altresì alle Dogane dello Statodivise nelle cinque Direzioni di FirenzeLivornoSienaPisa e Pistoia:come pure alle porte delle città "gabellabili"al pedaggiodella nottee a quello che si esigeva alle dogane di confine. Dipendevapure da essa amministrazione l'Azienda del sale "in tutte le suedipendenze" le Saline di Volterradell'Isola dell'Elba e lo Aziendedel Tabaccodate in appalto.

Tutte le amministrazioni del Granducatonon esclusi i Dipartimentimilitarii Luoghi pii laicaliqualunque Azienda regiacomunale opubblica d'ogni luogocittà o provinciaerano sottoposte all'ufiziodelle "Revisioni e sindacati". Erano per conseguenza soggettialla revisione non solo i cassieriministriesattorimagazzinieridepositaripagatoried ognuno che sotto qualunque titolo avesse consegnadi denaroo robe spettanti a qualunque di dette aziende; ma ancora iprovveditorii soprintendenti e tutti coloro che avevano la direzioneogoverno di TribunaliUfiziAziende con tutti i loro Ministeriinqualsiasi modo destinati a servire nella parte economica dei suddettitribunali e ufizi.

Lo "Scrittoio generale delle I. e R. Possessioni" comprendeval'Amministrazione generale dei beni stabili della Corona situati neldistretto fiorentinosenesepistoiese e pisano; quella de' boschil'azienda del ghiaccio e la Direzione delle RR. Bandite di caccia.

Con Motuproprio del 24 novembre 1817 fu creata la I. e R. Deputazionesopra il catasto.

Per raccogliere e conservare le scritture e documenti spettanti allesoppresse corporazioni religiose della Toscanacon Motuproprio del 26febbraio 1817 Ferdinando III istituì l'Archivio centrale delle"Corporazioni religiose soppresse" nel quale vennero depositatetutte le carte relativeche prima erano sparse presso le cessatePrefettureSottoprefettureDirezioni demaniali ed altrove.

Un altro Motuproprio sovrano del 13 marzo 1819 provvide allaistituzione della Deputazione sul recupero dei crediti occultiallo scopodi rintracciare tutti gli assegnamenti di provenienza ecclesiasticasfuggiti "al generale incorporo" fatto dalla cessataAmministrazione del Demanio al tempo della soppressione degli Ordiniregolari in Toscana; e con rescritto del 27 agosto 1821 fu affidata allaDeputazione citatala revisione regionale dell'Amministrazione delDemanio fino alla sua originee l'Amministrazione dei reliquati delDebito pubblico.

Fu conservato l'Archivio diplomatico istituito col Motuproprio del dì14 dicembre 1778 per provvedere alla conservazione degli "Antichimonumenti in cartapecora": e vi si conservavano per conseguenza tuttele pergamene di diversi luoghi piicomunitàmagistraticonventisoppressi del Granducato e di persone particolaricome pure diversi altriantichi "Monumenti in papiro".

All'amministrazione dei beni demaniali furono aggregate quelle dei benie fondi "della Sovrana Munificenza"concessi a vantaggio degliSpedali e luoghi pii del Granducato con "veneratissimoMotuproprio" del 17 febbraio 1818 e delle rimanenze della Causa piain virtù del biglietto dell'I. e R. Segreteria di Finanze del dì 11marzo 1820.

Con sovrano dispaccio del 23 aprile 1818 fu ordinato che l'archiviomediceole carte e filze della Giunta francesequelle del consiglio diliquidazionele altre della Giunta di revisione e della Giuntastraordinaria di liquidazione dei crediti contro la Franciaesistentigià presso la soppressa conservazione generale degli Archivi fosseropassati e posti sotto la direzione dell'avvocato regionel dipartimentodel quale con lo stesso sovrano dispaccio venne istituito un postod'archivista col principale incarico d'invigilaresotto la immediataispezione dell'avvocato regio medesimoalla conservazione e polizia degliArchivi riuniti al detto dipartimento.

All'Archivio delle Riformagioni venne riunito l'Archivio dei confinigiurisdizionalicome pure l'Avvocatura regiae la Deputazione sopra lanobiltà e cittadinanza del Granducato.

In quell'Archivio si trattavano gli affari risguardanti "glieminenti" diritti della corona sopra i rispettivi territori delGranducato; la concessione delle fieree dei mercatile materieinteressanti lo Stato civile delle personeper ciò che concerneva lenaturalizzazioniadozionilegittimazioniinterdizioni e tutti i negozirelativi ai trattati ed interessi dello Stato con gli esteried alleconfinazioni con gli Stati limitrofiper la reciproca osservanza edinviolabilità del confine giurisdizionale. Vi si conservano la maggiorparte degli originali delle leggi e gli altri regolamenti del Governodella Repubblicale provvisioni del supremo magistratoi trattati ed ilcarteggio con le corti esterele sottoposizioni e dedizioni delle cittàterre ed altri luoghi componenti il Granducatoi loro statuti soppressicolla nuova legislazionele antiche concessioniaccomandigieeinvestiture feudaligli atti e deliberazioni del Senato e del Consigliodi pratica segreta di Firenzee della Deputazione sopra la nobiltà ecittadinanza e tutti i titoli e le piante dei confini giurisdizionali. Efinalmente vi si trattavano negozi relativi agli interessi della coronaper le regie rendite e per il patrimonio privato e gli affari di nobiltàe cittadinanza.

Tutti gli affari che interessavano i diritti della Corona in materiaecclesiastica o beneficiaria eran tutelati dalla "Segreteria delRegio diritto"la quale invigilava ancora alla conservazione deidiritti privati in quella parte nella quale potevano esser lesi dallagiurisdizione ecclesiastica.

Al segretario del Regio diritto spettava di concedere la licenza delpossesso dei benefizi ecclesiastici a coloro che ne avevano ottenutalegittimamente l'investitura. A tale uopo si conservavano presso laSegreteria del Regio diritto i campioni ove erano registrati i benefizicon la descrizione dei rispettivi possessori e delle Diocesi. Era pure dipertinenza del segretario d'i accordare il Regio Exequatur ai Brevipontificidecretisentenze ed atti di pubblica potestà provenienti daStati esteripurché però non fossero lesivi dei pubblici diritti. DallaSegreteria stessa si spedivano i benefizi di regia nominapreviapartecipazione al Granducae "tutti quelli di patronato di popolocomunitàmagistrati e luoghi pii dipendenti dalla pubblicapotestà".

La giurisdizione della Segreteria del Regio diritto si estendeva fino asoprintendere a tutta l'economia dei conventimonasterie deiconservatorio d'oblate per mezzo dei respettivi operai e soprintendenti;ed in generale dei luoghi pii che non dipendevano dagli ufizicomunitativi. Prendeva cognizione economicamente dei ricorsi contro lepersone ecclesiastichetanto regolari che secolari.

Invigilava alla conservazione e risarcimenti di tutte le fabbrichesacre; e passavano per il tramite di questa segreteriatutte le supplicheche risguardavano le alienazioni e contrattazioni dei beni ecclesiastici.

Dal Dipartimento del regio diritto dipendevano altresì gli economigenerali dei benefizi vacanti di tutte le diocesi del Granducato; edesaminava e proponeva al Sovrano tutti quelli affari che interessavano ole persone o i corpi o i beni e i diritti degli ecclesiasticie lematerie di disciplina che richiedevanosecondo i regolamentile leggidello Stato e la sovrana autorità.

Con la legge del 18 giugno 1817 Ferdinando III istituì nella medesimaR. Segreteria l'ufizio dello Stato Civile nel quale con la direzione di unministro dipendente dal segretario del R. Diritto si tenessero i registrigenerali delle nascitedelle mortie dei matrimoni avvenuti in Toscana evi si conservassero i duplicati originali dei registri autentici compilatinelle parrocchienei conventinei conservatorionegli spedali e nellecancellerie comunitativetanto per i sudditi cattolici che per quelli diculto diversonon meno che i registri dello stato civile formati nellesotto i passati governi.

La deputazione gratuita sopra l'opera di Santa Maria del Fiore fuistituita col Motuproprio del 22 febbraio 1818 con l'incarico disoprintendere ai restauri occorrenti alla Metropolitanaal tempio di SanGiovanni ed all'amministrazione del patrimonio dell'opera.

Questa deputazione ebbe anche l'esplicito mandato di invigilare allaretta esecuzione del contratto d'accollo stipulato poi il 28 aprile dellostesso anno con la Deputazione ecclesiastica relativo alle spese internedel culto delle due suddette chiesee delle scuole eugeniane.

In forza di detta leggetutti i sudditi del Granducato che facevanotestamento eran tenuti a lasciare all'Opera di Santa Maria del Fiore latassa di mezzo scudoche si riscuoteva dall'Archivio pubblico.

Spettavacome spetta ancoraall'ufizio dell'Opera di conservare iregistri dei battezzati.

Dalle riforme o ordinamenti di Ferdinando III non andò immune la"Casa Pia" ossia Ospizio degli orfani di San Filippo Neri. Inquest'Ospizio fondato già dall'anno 1659 per opera di quel Santonellostabile eretto dalla loggia de'Cerchivenivano ricoverationde dar lorouna conveniente educazionei fanciulli della città che privi di parentii quali fossero obbligati ad averne curavivevano per le strade venendosu vagabondi e viziosi.

In un locale dell'Ospizio di San Filippo si rinchiudevano anchetemporaneamente i ragazzi di carattere violentoinsubordinati e cattivibisognosi di correzione. E fu detta appunto la casa di correzionespauracchio nelle famiglie di tutti i fanciulli un po' vivi.

Quel luogo pio era posto sotto la direzione di una congregazionecomposta di dodici nobiliche poi fu soppressa col Motuproprio del 10marzo 1786; restringendo l'Ospizio di San Filippo alla sola educazionedegli orfanitogliendolo da Via de'Cerchie trasportandolo in unaporzione del soppresso convento di San Giuseppepresso Via delle Casine.

Il soprintendente ebbe facoltà di accettarvi anche un numero maggioredi orfanioltre quello che potevano sopportare le rendite dell'istitutoquando si trovassero persone che provvedessero al loro mantenimento.

Ferdinando III vedendo però che la savia istituzione dell'Ospizio diSan Filippo Neri non rispondeva pienamente all'intento di togliere dallastrada i vagabondiistituì con la notificazione de' 18 dicembre 1815"la Pia Casa di Lavoro" ove si raccolsero i questuanti dellacittà e delle parrocchie suburbanespecialmente citate nellanotificazione stessaall'effetto che quivi si applicassero a diversimestieri a seconda della loro abilità. Da questa Pia Casa si dispensavanoanche dei lavori alle famiglie bisognose.

Oltre le istituzioni che provvedevano alla educazione dei fanciulliorfanivolle Ferdinando che un'altra ne sorgesse consimile per lefemmine; e con Motuproprio del dì 11 ottobre 1800benché scacciatodalla Toscana della quale però egli si considerò sempre il legittimosovranofondò la casa delle povere fanciulle di Fuligno in Via Faenzaaffinché vi si provvedesse alla assistenza ed alla educazione di quellegiovinettecheper mancanza dei genitori e di parenti prossimirimanevano vagabonde e senza direzione.

Anche nella Pia Casa di Fulignovenivano accolte fanciullei parentidelle quali assumessero a proprie spese il loro mantenimento.

Una delle Opere piealle quali con maggiore amore dedicò le sue cureFerdinando III fu la Congregazione di San Giovan Battistasopra ilsoccorso dei poveri. Fu fondata questa Congregazione da pie persone nelsecolo XVIIIallo scopo di provvedere di vestiario e di pane le famigliepiù miserabili di Firenzeed inoltre di somministrare i letti per laseparazione dei maschi dalle femmine.

I fondi occorrenti alla Congregazione per queste opere di pietà eranoin gran parte largiti dalla munificenza del Sovranoe la congregazionestessa si componeva di settantadue deputati scelti nel ceto dei nobilidei preti e dei negozianti.

Un'altra delle gravi preoccupazioni del granduca Ferdinandoerano glispedalii quali tanto per mutareanche allora non eran tenuti come queiluoghi di tristezza richiedevanoe nei qualisecondo il solitosicommettevano abusi d'ogni generevenendo meno così a quell'intento dicarità che ne dovrebbe essere il principale carattere. Perciò conMotuproprio sovrano del 2 settembre 1816 fu creata la I. e R. Deputazionedegli spedali e luoghi pii del Granducato di Toscanache venne poidichiarata permanente con l'altro Motuproprio del I7 febbraio 1818. Questadeputazione ebbe in principio l'incarico di riordinare e definitivamentesistemare i patrimoni degli spedali ed altri luoghi pii; ed in seguitocioè il 17 gennaio 1819fu ad essa esclusivamente affidata la direzionecentrale dei medesimi e da lei dovevano dipendere e direttamentecorrispondereper tutto ciò che concerneva l'amministrazione e ladisciplinai commissarii rettori ed altri capi dei suddetti piistabilimenti.

Per provvedere sempre più al sollievo delle classi bisognosel'animopietoso del Sovrano aveva già fondato col Motuproprio del 21 novembre1815 l'Ospizio della Maternità nel recinto stesso dello Spedale degliInnocenti. Quest'Ospizio ebbe per precipuo scopo il procurare abililevatrici in tutto lo Stato; e per raggiungere l'intentoogni comune fuobbligato di mantenere a turno per diciotto mesi in detto Ospiziounadonna dell'età dai venti ai trent'anni che sapesse almeno "leggerebenissimo per esservi istruita da un professore d'ostetricia" nellateorica e nella pratica.

Nell'Ospizio della Maternità si montarono quattro lettiunicamente ecostantemente pronti per le donne partorientile quali si ricevevano nelnono mese inoltrato della gravidanzaaffinché le alunne potesseroosservare un maggior numero di casi pratici. Il professore incaricato diistruire le alunne levatriciaveva l'obbligo di assistere gratuitamentele partorienti povere del quartiere di Santa Crocee di condurre secoalle loro casea turnoalcune delle alunne stesse.

I tre corsi per la istruzione completa eran di sei mesi ciascuno; ed altermine dei diciotto mesi le alunne venivano pubblicamente esaminatedavanti al Collegio medicoil quale conferivaalle meritevoliildiploma di potere esercitare la professione d'ostetricaassegnandoaltresì un premio in danaro alle più abili.

Alle lezioni d'ostetricia potevano intervenire anche quelle che nonerano ammesse come convittricipurché sapessero legger bene.

Le alunne che convivevano nell'Ospizio dovevano essere in numero fissodi dodici; ed erano sorvegliate da una "Maestra levatrice" chedimorava nell'Ospizio stesso.

Le donne incinte che volevano essere ammesse all'Ospizio dellaMaternitàdovevano presentarsi al Commissario dello Spedale degliInnocentiche ne era il direttoremunite della. fede del proprio parrocoche attestasse della loro povertà e dei loro buoni costumi; e di non"essere attaccate da alcuna malattia estranea alla gravidanza".Quelle di campagnaper regolanon erano ammesseeccettuato il caso cheappartenessero ad uno dei comuni che mantenevano un'alunna levatricenell'Ospizio.

Con lo stesso Motuproprio del 24 novembre 1815fu pure istituita unapubblica cattedra d'Ostetricia per gli uomini nello stabile dello Spedaledegli Innocentidove si ricevevano tutte le creature che venivanoesposte.

Il sistema col quale si esponevano i fanciulli consisteva in una ruotacome quelle usate nei conventi; entro la quale deposto il fanciullolapersona che lo aveva portato girava la ruotadava una strappata alcampanello per avvisare chi era incaricato di ricevere quei piccoliinfelicie fuggiva per non essere scoperta entrando subito sotto l'arcodi Via della Colonnache allora si diceva Via del Rosario.

Dallo Spedale degli Innocenti si sussidiavano pure quelle famiglie chenon erano in grado di pagare una balia quando la madre era impotente adallattare; e si accordava altresì un sussidio mensuale a quelle poveremadri le quali per quanto allattassero da sé stesse la creaturasitrovavano in condizioni miserabili o perché rimaste vedoveo perchéabbandonate dal marito.

All'oggetto che tutti gli stabilimenti di pubblica beneficenza fosserotenuti con la massima regolarità e corrispondessero in tutto e per tuttoallo spirito di pietà che li aveva istituitivennero posti colMotuproprio del 21 marzo 1817 sotto la sorveglianza di una specialedeputazione incaricata di curarne la buona direzione e la rettaamministrazione.

E ad accrescere questi istituti di beneficenzaFerdinando III colMotuproprio del 28 novembre 1817 fondò l'I. e R. Istituto dei Sordomutinel quale si destinarono otto posti gratuiti per altrettanti sordomutidella Toscana a nomina del Granduca. In tale istituto venivano accoltianche quei sordomuti italiani e stranieri che pagassero la retta stabilitadal regolamento organico approvato col R. Dispaccio del 20 giugno 1818.

Né la pubblica istruzione era meno curata e protetta delle opere dibeneficenza. Oltre a molte scuole privatea quelle dei frati Scolopi cheper i tempi di cui ragioniamo rappresentavano veramente il massimo dellaistruzione seria e liberalevi erano i collegi e le università di Pisa edi Sienatutti dipendenti dalla Soprintendenza agli studi del Granducatocreata col sovrano Motuproprio del 30 ottobre 1816. E non solo a questaSoprintendenza era affidata la vigilanza sulla pubblica istruzionecurando la osservanza dei regolamenti delle universitàdei collegi edelle scuole pubblichema aveva inoltre il mandato speciale di promuoveregli studidi aver cura che in nessuna scuola o istituto pubblico oprivato si introducessero abusie che i metodi d'insegnamentoche alloraera libero"corrispondessero all’aumento e perfezionamento dellescienze con utilità di quelli che vi si applicano". DallaSoprintendenza agli studi dipendeva l'informativa di tutti gli affari dasottoporsi alla sovrana sanzionerisguardanti gli studi.

In fatto di pubblica istruzione esisteva in Firenze la provvidaistituzione delle "Scuole normali delle povere zittelle" fondateda Pietro Leopoldo con Motupropri e rescritti del 9 aprile 1778 e 7 luglio1780nei quattro Quartieri della Cittàsotto i titoli respettivamentedi Santa Caterinadi San Paolodi San Giorgio e di San Salvatore.

In esse scuole oltre ai "primi doveri della religionee le regoledella decenzaconveniente allo stato delle dette zittelle"vi siinsegnava gratuitamente leggerescrivere e "l'abbaco" insieme"a quei lavori e mestieri che possono essere più utili ad una buonamadre di famiglia di classe indigentecome la magliail cucitoiltessere di nastrisetapannilinio lani di ogni genere". All'epocadella morte di Ferdinando III queste quattro scuole eran frequentate dapiù di ottocento fanciullele qualioltre alla educazione ed allaabilità in un mestiereritraevano gran partee spesso interamentelaloro sussistenza; ed a quelle che più se ne rendevano meritevolivenivaassegnata anche una dote di regia data.

I giovani inclinati all'arte frequentavano l'Accademia delle Belle Artie le Scuole dì disegno. Essendo l'Accademia composta di un Presidente edi tredici deputati con nomina sovrananel 23 agosto 1817 essa ebbel'incarico della vigilanza sopra tutti gli oggetti d'arte esistenti nellechiesenei campisanti e nei pubblici stabilimenti del Granducato.

Nel fine poi di mostrare in qual conto si teneva da Ferdinando laistruzionevolle che il principe ereditario Leopoldo fosse annoverato fragli accademici residenti della "Crusca"incaricata già dalungo tempo della compilazione di un eterno Vocabolario della linguaitaliana.

Questa vetusta Accademia si adunava allora nel palazzo Riccardi ilsecondo e l'ultimo martedì di ciascun meseeccettuate però le vacanzenecessarie a così esorbitante faticadal 15 settembre al 15 novembred'ogni anno.

La sede dell'Accademia della Crusca è oggi in un locale annesso alconvento di San Marcodove in quella quiete claustrale i componenti diessa possono comodamente riflettere che nel mondo nulla è eterno fuorchéil Vocabolario della Crusca.

XIX

L'esercito toscano alla morte di Ferdinando III

Il "Dipartimento della Guerra" - Le varie armi dell'esercito- il torriere e i guardacoste - Il Corpo dei cadetti - Ilbattaglione dei discoli - I cacciatori volontari di costa - Comandi diPiazza - Onori militari al Santo Viatico - I veterani - Servizio deiveterani - I. e R. Marina da guerra - Pompieri.

Non soltanto lasciò Ferdinando lo Stato bene ordinato dal lato civile;marispetto ai tempilo lasciò pure in buone condizioni anche da quellomilitare; poiché l'esercito e la marinaavevano ricevuto per le sue cureun assetto proporzionato alla importanza del paese.

Il Direttore del "Dipartimento della Guerra" era S. E. ilsignor Vittorio FossombroniGran Croce dell'Ordine di San Giuseppecavaliere dell'Ordine di Santo StefanoGran Croce dell'Ordine di Leopoldod'Austriadella corona reale di Sassoniae di quello dei Santi Maurizioe Lazzaro; Uffiziale dell'Ordine della Legion d'onoreConsigliere intimodi Statoper le Finanze e la GuerraSegretario di Stato e Ciambellano diS. A. l. e R.

Il colonnello Leonardo Guerrazzi era segretario del Dipartimento dellaGuerra. I1 maggior generale Iacopo Casanuova era il comandante supremodelle truppe del granducatoed il colonnello Cesare Fortinicapo dellostato maggior generale.

Il "battaglione" d'artiglieria era comandato da un tenentecolonnello direttore del materialeche aveva ai suoi ordini un capitanoaiutante maggiore; ed il treno era comandato da un tenente.

Del battaglione dei granatieri ne era comandante un tenente colonnellocon un tenente aiutante maggiore.

La fanteria composta di due reggimenti"Real Ferdinando" ilprimo e "Real Leopoldo" il secondo; eran comandati ambedue da uncolonnello; ed i tre battaglioni respettivamente dal tenente colonnello eda due maggiori.

Gli aiutanti maggiori erano un capitanodue tenenti e un capitanoquartiermastro.

Nessuno però aveva il cavallo: nemmeno i generaliche passavan leriviste a piedi. I vecchi fiorentini solevan dire: "Uomo a cavallosepoltura aperta". Un tenente colonnello comandava i cacciatori acavallo "dragoni" con un capitano aiutante maggiore e uncapitano quartiermastro.

Nell'ordine gerarchico militare aveva la precedenza la R. Guardia delCorpo cioè le guardie nobiliche nelle parate avevano la giubba rossapettine e manopole di velluto nero; pantaloni bianchi di pelle e stivaliverniciatifin sopra il ginocchioalla scudiera; la lucerna con le pennebianchespalline e dragona d'oro. Nella bassa tenuta portavano la lucernasenza penneuniforme bigia a giubbinopantaloni gialli di pelle di dantee stivali.

Dopo la Guardia del Corpo veniva la Guardia degli anziani con lucerna epennacchio alto bianco e nero; giubba nera mostreggiata di bianco;pantaloni bianchi e ghette nere di pannofino al ginocchio.

Tanto gli anziani che la guardia nobile erano sotto gli ordini delmaggior generale Francesco Gherardi d'Aragona.

V'era poi il corpo degli invalidi di cui era comandante (!) ilcolonnello Mattias Federighiforse il più invalido di tuttipoichédiversamente non si sarebbe potuta stabilire la superiorità in un corpodi quel genere.

Dei veterani era comandante un maggiorecon un sottotenente aiutantemaggioree un tenente quartiermastro.

I granatieri eran accasermati a Belvedere. La loro uniforme era biancacon mostre rosse con morione alto di peloche nelle parate e le festeornavano con due ghiglie bianche intrecciate e ricadenti con due nappe asinistra. Avevano davanti una gran placca d'ottone con la granata; e sulcocuzzolo di cuoio che di dietro veniva a scendereera dipinta in biancoun'altra granata; portavano ghette nere di panno fino al ginocchio;giberna e baionetta a tracolla incrociata sul petto.

Gli ufficiali nei giorni di lavoro portavano la lucerna; e le feste ilmorioneanch'essi con ghiglie e nappe d'oro.

I fucilieri stavano in fortezza da Basso e formavano la fanteria dilineache era vestita press'a poco come la francesecol casco alto e apiatto largoil quale a ogni movimento del caposbilanciava. Il popolinodi Firenze diceva a questi soldati che facevan querciòla quandofermandosi a bere dal vinai erano costretti a mettersi una mano sul piattodel casco per reggerlo mentre bevevano. Il nomignolo che poi s'affibbiòlorofu quello di bianchiniperché dal 1° aprile al 1°novembre dovevano portare i pantaloni bianchi di tela.

E siccome spesso d'aprile specialmente era sempre frescoqueidisgraziati tremavano bisognava veder come; perché la pulizia e ladecenza non avevano ancora inventato le mutande!

I dragoni erano divisi in quattro squadroniuno de' quali distaccato aSiena e due a Pisa. Quello di Firenze aveva il quartiere nel Corso deiTintori.

Essi avevan l'elmo come quello della nostra cavalleria gravema piùgrande e con lo zuccotto nero; le grumette d'ottone a squamma di pescecome i caschi della fanteria e i morioni dei granatieri; e nelle parate simettevano la cresta rossa. Il giubbino era verde con piccole faldeconrivolte scarlatte e due bottoni; colletto e manopole pure scarlatte. Ipantaloni turchini con una fila di piccoli bottoni gialli dal fianco alginocchiodove cominciava l'incerato. Gli ufficiali portavano nelleparate pantaloni bianchi a coscia e stivali neri fin sotto il ginocchioecresta di felpa rossa all'elmo.

L'artiglieria stava in fortezza da Basso; aveva l'uniforme turchina conpistagnamanopole e rivolte nere alla giubba; ed il casco come quellodella fanteria con due cannoni incrociati.

L'artiglieria era da fortezza soltantodivisa in dodici compagnieesi chiamava anche da costaperché aveva lo scopo di tutelare lo Statodalla parte del mare essendo stato costruito lungo il confine un fortinoogni migliocominciando da Pietrasanta fino agli Stati della Chiesa. Neipunti di minore importanza ci stava un sergente con cinque o sei uominied il capoposto si chiamava modestamente torriere.

Gli altri postidove ci stavano dodici uominieran comandati da untenenteche aveva il titolo di tenente castellano.

Questi guardacostepiù che il soldato facevano il servizio dipolizia per i contrabbandieri - quando non facevano a mezzo con loro - eanche quello di postapoiché portavano le lettere nei paesi prossimialla loro residenza.

Da questi guardacoste il Governo aveva una quantità di notizie; daloro sapeva tutto. Ogni qualvolta accadeva un fatto singolare. ilcapoposto era obbligato di farne immediatamente rapporto; e fra i tantirimasti celebri ve ne fu unodel quale si racconta ne ridesse anche ilGranduca. Quel rapporto informava di una grande burrasca scatenatasi nellanottatae di un brigantino che dirigendosi con ogni sforzo verso terra sitrovava in serio pericolo. Ma il torriere che ne faceva la relazioneconcluse: "E benché gli abbia dati tutti i possibili aiuti colportavoce pure è naufragato!...".

Vi erano poi i "cannonieri guardacoste sedentari dell'Elba"divisi in quattro compagnieil comando delle quali era affidato alGovernatore dell'Elba.

Per quanto l'esercito della Toscana a que' tempi fosse un esercitominuscolo per la mancanza dell'artiglieria da campoil successore diFerdinando IIIper avere ufficiali più istruiti fu indotto sullaproposta del generale Fortini a fondare l’Istituto dei cadettida cuisi traevano gli ufficiali nella proporzione di due dai cadetti e uno daisottufficiali. La caserma dei cadetti era in fortezza da Bassoed ognunodi essi aveva la sua stanza. Il corso degli studi durava quattr'anni; ed iposti erano ventisei: diciotto per la fanteriacinque per l'artiglieria etre per la cavalleria. Per esercitarsi all'artiglieria da campoandaronoi cadetti un giorno a Fiesole con un cannone senza cavalli; e alla scesanon potendo tenerloil cannone venne giù a precipizioschiacciando ilcadetto Luigi Calvelli.

Questo Istituto fu sciolto il 24 marzo 1848quando i cadettiavendochiesto d'andare al campoLeopoldo II andò da sé in fortezzapervedere con la sua marziale presenza d'intimorirli. Quei giovani invece glisi buttarono in ginocchio implorando il suo sovrano consenso di andarealla guerra. Il pover uomocommossorispose loro: "Ebbeneandate". E sciolse i cadetti.

A Portoferraio stava il battaglione detto dei colonialicomposto di discoliingaggiati soldatiper correzionedal padre o dai parenti; e disoldati in punizione. Per conseguenzaè facile credere che quello era unbattaglione formato dal fiore della canaglia. Una volta fu tentatol'esperimento di farne venire a Firenze una compagniacomandata da uncapitano Ardinghiuomo fiero e adattato a quella genteper provate secol contatto e l'esempio delle truppe disciplinatefosse nata in lorol'emulazioneo si fosse svegliato un sentimento di dignità e di decoro.

Ma fu un vano tentativo; e li dovettero rimandar viaperché nonservisseroinvecedi cattivo esempio agli altri. Non era bastato ilmandarne quattro alla Gran Guardia a Palazzo Vecchioche aveva l'obbligodi tenere una sentinella sotto le loggie dell'Orcagna e una alla Postasotto il tetto dei pisani. Fu messa anche una sentinella alla porta diPalazzo Vecchioche prima non si tenevaper avere i discoli sott'occhiofacendoli stare dinanzi alle armi.

Quelli che venivan messi di sentinella alla Postasolevano talvoltaappoggiare il fucile al muro e andare nelle bettole a bereprovocandospesso risse e subbugli con altri soldati e cittadini.

E siccome questi fatti si ripetevan giornalmente nei varii quartieridella cittàcosì fu necessario rimandarli a Portoferraio com'eranvenutise non peggiori di prima.

A Livorno risiedeva il comando dei tre battaglioni di "cacciatorivolontari di costa". Il primo battaglione stava

a Pisail secondo a Cecina e il terzo a Grosseto. Col tempo poi sidissero "cacciatori a piedi" ed il popolo gli chiamava fiordi zuccaperché in cima al casco avevano il pompò verde conun fiore gialloche sembrava perfettamente un fior di zucca. Avevano lagiubba verde. Pantaloni turchini e buffetterie nere. Costoro non facevanoche il servizio alle porte della città e quello di polizia.

Facevan pure parte dell'ordinamento Militare i comandi di piazza; ederano istituiti a Firenzea Livornoa PisaSienaArezzoPratoPistoiaVolterraPiombinoGrossetoOrbetelloSanto StefanoTalamoneall'Isola del Giglio e a Portoferraio.

Il comando di piazza di Firenze aveva stanza in Palazzo Vecchiodallaparte di Via della Ninna. Qui risiedeva un tenente colonnello o unmaggiore dei più anzianiil quale per l'età avanzata non facevaservizio attivoessendo considerato il comando di piazza un posto diriposo. A questo vi erano addetti un capitanoun tenenteun auditoremilitareun aiutoun sergente e un caporale dei veterani che facevano dascrivani. Costoro dovevano essere costantemente reperibili tanto di giornoche di notte per qualunque evenienzacome in casi d'incendio o di altroinfortuniodistaccando sul momento un certo numero di soldati conl'ordine di recarsi sul luogo del disastroo facendo avvisare per unvolante il corpo dei pompierirendendone però immediatamente informatoil "General Comando" in Piazza dei Giudici per gli ordiniopportuni.

Gli ufficiali di piazza avevan l'incarico di dirigere e regolare icorsi delle carrozze nel carnevaleper San Giovanni ed in altrecircostanze di pubbliche feste. Ogni ufficiale aveva sott'ordine unsoldato dei cacciatori a cavallo o dragoniche lo seguiva alla distanzadi dieci passiperlustrando lungo il corso fra le due file dellecarrozze.

Fra i servizi di piazza vi era pur quello di mandare un caporale e dueuomini della Gran Guardia di Palazzo Vecchioogni volta che andava lacomunione ai malati della cura di Or San Michele e di quella di SantoStefano. Era allora in uso che il servo di chiesaincappato nella vestebiancaprima di portare il Viatico facesse un giro per la cura sonando ilcenno con un grosso campanello di bronzo.

Il servo di San Michele e quello di Santo Stefanoandavano inPiazza del Granduca dall'ufficiale di guardiaaffinché mandasse isoldati alla chiesa; e questi col fucile abbassatoe con la baionetta chefregava quasi terraaccompagnavano la comunioneuno di qua e uno di làal baldacchinoed il caporale dietronon tornando al corpo di guardiafinché non avevano riaccompagnato il Viatico in chiesa.

Il privilegio d'avere i soldati quando andava fuori la comunionel'aveva anche la chiesa di Sant'lacopo tra' fossi dalle Colonnine; laquale essendo cura della caserma dei dragoni nel Corso dei Tintoriviandava un caporale e due uomini di quel corpo.

Quando anche dalle altre chiese andava la comunione e che passava dauna casermala sentinella gridava "all'armi" ed usciva fuoritutta la guardia presentando le armi; ed il sacerdote che portava ilViatico faceva fermare e voltare il baldacchino e benediceva i soldatiiquali s'inginocchiavano con un ginocchio a terra salutando con la destraal casco e tenendo il fucile con la sinistra.

Il battaglione dei veterani stava a Prato e forniva un distaccamento diquaranta uomini a Firenzeche stavano in una caserma in Via Lambertescadalla parte degli uffiziaccanto alla porta dove è tuttora la buca dellesuppliche.

Questi quaranta uominitutti vecchi anche di settant'annierano agliordini di un maggioreche aveva un sottotenente per aiutantee di untenente quartiermastro. Erano ufficiali veramente da museocome i lorodipendenti. L'uniforme dei veterani era una giubba turchina con pistagnamanopole e mostreggiature bianche; il solito casco col piatto largoesciabola e tracolla come quelle anticaglie che hanno ancora i nostricarabinieri.

La sera alla ritiratain piazza del Granducasi vedeva anche ilvetusto tamburo dei veteraniche marzialmente se ne tornava solo soloalla caserma sempre suonando.

Il servizio che spettava a questo corpoera quello di mandare alcuniuomini alla Gran Guardia in piazzaa prendere un soldato armato di fucileper accompagnarlo a quelle porte della cittàche si chiudevano all'or dinotte e si riaprivano all'albae delle quali il veterano riceveva inconsegna le chiavi che metteva da sé stesso nella bolgetta che il soldatoportava a tracolla.

Era parecchio curioso di vedere il soldato tutto impettitoimpiccatoin un collettone a matton per rittoche non gli riusciva d'andare a passocol veterano che cercava di nascondere la sua vetustà con l'audacia dellosguardo accigliatocon l'aspetto burbero e brontolando per tutta lastrada coi coscritto che non sapeva camminare né tenere il fucile. Lagente che passava si metteva a ridere e si voltava anche indietro perchéal solitoalcuni ragazzi si divertivano ad andare a passo dietroo ancheaccanto al veterano e al soldatorifacendo il verso a tutt'e duefinchépoi non scappavano al primo scapaccione che si sentivano arrivare dalcanuto guerriero.

Un altro servizio molto importante affidato ai veteraniera quellodella guardia al teatro del Gigliodetto poi della Quarconia e oraNazionale.

Montavano un caporale e cinque uomini; ma stavan sempre nel corpo diguardia; prima di tuttoperché nell'inverno ci stavan più caldie poiperché giuocavan tutti insieme. Spesso venivan disturbati per cagione diqualche sussurro avvenuto in teatroed allora bisognava che salisseroquella lunga scala che esiste tuttoraper andare a rimettere l'ordine.Bastava la loro fiera presenza nella salaperché spesso la minacciatatragedia diventasse subito una farsa. Tutti cominciavano a ridere e adapostrofare in mille maniere quei poveri vecchiche mandavan lampi dagliocchiguardando minacciosi ed intrepidi nei palchi e nella platea. Per ilsolitosi trattava d'arrestare qualche ubriaco o qualcuno che avevaquestionato o maltrattato la mascheraseralmente vilipesa dagli ultimiordini dei palchisenza rispetto alla lucerna e alla giubba gallonata.

Fra le altreuna sera due veterani furono chiamati in frettaunafretta molto relativaper arrestare un tale che molestava gli spettatorisussurrando e leticando con tutti. I due vecchi proditetragoni aglischerni e alle barzellette che si scagliavano contro di loroarrestaronoil ribelle e lo condussero fuori della platea in mezzo alle risateagliurliai fischi e agli evvivatanto per far baccano e per crescer laconfusione.

Quando i veterani con l'arrestato che sì dimenava come un'anguillavolendo scapparefurono in cima alla scalasenza saper né che ne comei due veterani si sentirono arrivare un lattone così esattoche il nasoe la bazza spariron dentro il casco. Naturalmente l'arrestato fuggì; lamaschera che voleva dar man forte alla leggecon una pedata scese lascala a balzelloni a quattro scalini per volta per non ruzzolarla tuttaei due disgraziati rimasti lassù solipoiché tutti a scanso di casi eranrientrati in teatronon riuscivano a levarsi il cascoe ci bestemmiavandentro mandando imprecazioni che non si sentivan beneperché pareva cheurlassero in una pentola di rame.

Sembrerà incredibile ma è proprio verità vera: per liberare i dueveterani da quel supplizioperché tirando su il casco s'arricciava loroil nasoed allora urlavan più che maibisognò andare a chiamare unciabattino nella prossima Via de'Cerchiil quale col trincetto ebbe atagliare il casco per lungo e cosi le faccie invelenite dei due vecchipoteron tornareun po'ammaccate e sbucciatealla luce dei lumi a olio.

I veterani facevano pure il servizio delle Gallerieguadagnando cosìqualche soldo per il tabacco. Spesso davano qualche spiegazione aiforestieripoiché un po' alla meglio cinguettavano il franceseessendomolti di essi stati soldati con Napoleone.

Ed era anche per questo: che consideravano i soldati nuovi come genteda nullae più adattati a fare il prete che il soldato.

Quando poi fu impiantato in Firenze il telegrafofu affidato ildelicato incarico di portare i dispacci ai veterani come persone fidatele quali peròspessocon la loro lentezza nel recapitarlifacevanperdere tutto il vantaggio della meravigliosa scoperta!

Lo stato della I. e R. Marina da guerra si componeva di un comandantesupremo; di un capitanotenente di fregata; di un tenente di vascello; diun tenente di fregatamagazziniere generale; di due sottotenenti difregata; di un cappellano; di un primo scrivano; di un primo chirurgo e diquattro primi piloti col grado d'alfiere di fregata.

Anche il corpo dei pompieri fu oggetto di speciali cure per parte diFerdinando IIIil qualecon dispaccio del 4 gennaio 1819 organizzòdefinitivamente la "Guardia dei Pompieri" che doveva rivestirecaratteristiche e grado militare.

Soprintendeva a questa guardia il Presidente del Buon Governo ed ilGonfaloniere pro tempore.

Il corpo di guardiaal quale come oggi è annesso il magazzino dellemacchineera anche allora nei locali di San Biagio.

Quando salì al trono Leopoldo IIquesti trovò il Granducatocostituito ed ordinato in modo da non richiedere al suo sennoalmeno peril momentomodificazioni o riforme di sorta. E fu bene per lui e per isudditipoiché egli non sarebbe stato da tanto per far meglio del padre;giacché il buon uomoinvece di riformareavrebbe sciupato ogni cosa.Per conseguenzatutti ringraziarono Iddio che lasciasse stare le cosecome stavano.

Non è poca stima per un nuovo sovrano!

 

XX

L'assunzione al trono di Leopoldo II

Il ministro toscano Fossombroni e il ministro austriaco Bombelles -L'editto di assunzione di Leopoldo II al trono della Toscana - Politicadei Fossombroni - Francesco Cempini ministro delle Finanze - Abolizione diuna tassa sulle carni macellate - Sgravio sulla tassa fondiaria -Ricevimenti - Nomine dei dignitari di Corte - I solenni funerali diFerdinando III - La vestizione del Gran Maestro dell'ordine equestre diSanto Stefano.

Ferdinando IIIo per poca fiducia che avesse nell'intelligenza delfigliuoloocome qualcuno credetteper malintesa gelosia verso di luilo tenne sempre lontano dalle cure di Stato. Per conseguenzaquando ilGranduca venne a morteil figlio Leopoldo si trovò come un pulcino nellastoppa. Parlare a luipoverettodegli affari di governo era lo stessoche mostrare il mondo ad un cieco. E forse negli ultimi momenti FerdinandoIII accorgendosi dello sbaglio fattoraccomandò il successore allafedeltà ed all'affetto del conte Vittorio Fossombroni e del principe DonNeri Corsiniperché "con la maturità del consiglio el'attaccamento alla Casa" gli servissero di guida nel difficilemestiere di regnante. E la sagacia e l'accortezza del Fossombroni furonosubito messe alla prova dagli intrighi dell'Austria; la qualevolendoprofittare della morte del Granducatentava di far sospendere laproclamazione del successore a cui prima volevaco' suoi raggirifarrinunziare alla autonomia della Toscanaper metterla direttamente sottola sua dipendenza.

Ma il Fossombroniche qualche cosa di questo genere si aspettavanonsi lasciò cogliere alla sprovvista. Dopo aver fatto allontanare ilprincipe ereditario appena avvenuta la morte del padremandandolo contutta la famiglia alla Villa di Castelloeglirimasto per ogni evenienzaa Palazzo Pitticompilò subito l'editto di successione al trono dellaToscana proclamando come nuovo granduca Leopoldo IIche doveva parered'avere scritto l'editto. E mentre il sagace ministro scrivevaquell'importante documentogli fu annunziata la visita del conte diBombellesministro d'Austria alla Corte di Toscana.

Veramente il Bombelles non cercava del Fossombroni; ma voleva parlareda solo a solo col successore di Ferdinando IIIonde raggirarlo in mododa sospendere la sua proclamazione a Granducae così dar tempoall'Austria di metter lo zampino negli affari della Toscana. IlFossombroni ricevé il Bombelles invece del Granduca; e a faccia francagli domandò in che cosa poteva servirlo"nella sua qualità diMinistro Segretario di Stato del nuovo Granduca".

Il ministro austriaco sorpreso dalle parolee più ancora dall'accentodel Fossombronireplicò che aveva importanti istruzioni da comunicaresoltanto all'arciduca Leopoldo. Il Fossombroni non si scosseed intono più fermodignitosamente gli rispose: "S. A. L e R. ilGranduca Leopoldo II oppresso dal dolore della grave perdita che tuttiabbiamo fattanon riceve nessuno: ma se V. E. ha da fare qualcheurgente comunicazionenella mia qualità di suo Segretario di Statosono autorizzato e disposto a riceverla".

Il ministro d'Austriasebbene con poca speranzaprovò ad insistereancora un altro po'; ma di fronte alla tenacità e alla destrezza deldiplomatico toscanofu costretto ad andarsene come era venuto.

Frattantoper non perder tempoil Fossombroni nella nottata feceaffiggere per la città l'editto che recava ai sudditi la notiziaufficiale della morte di Ferdinando III e la successione di Leopoldo II.

L'editto era così concepito:

NOI LEOPOLDO II ecc. ecc.

GRANDUCA DI TOSCANA

Breve ed irreparabile malattia avendoci rapito il Nostro direttissimoPadre S. A. I. e R. il Serenissimo Ferdinando III Granduca di Toscananell'intensità del nostro dolore e in mezzo alle lacrime di questafedelissima NazioneNoinella qualità di Figlio e successore neidiritti della Corona di Toscana e negli Stati che compongono ilGranducatodichiariamo di assumerne e ne assumiamo la piena sovranità egoverno;

Vogliamo ed ordiniamo che si abbiano frattanto per confermatecomeconfermiamotutte le leggiregolamenti ed ordini veglianti. Confermiamougualmente il Consiglio di StatoFinanze e Guerrai Consiglieri che locompongonoed il Consigliere Direttore interino dell'I. e R. Dipartimentodi Finanze e Depositeriacon tutte le facoltà e prerogativerespettivamente competenti.

Confermiamo del pari tutti i MinistriMagistratiTribunaliGovernatoriCommissariGiusdicenti ed uffiziali sì civili che militariquali proseguiranno nelle loro rispettive funzioni ed incombenzeecontinueranno a godere delle provvisioni ed emolumenti che hanno finorapercetti.

Finalmente incarichiamo il Nostro Consiglio di StatoFinanza e Guerradi dare a chi occorre gli ordini e partecipazioni opportuni.

Dato li 18 giugno 1824.

LEOPOLDO

V. FOSSOMBRONI.

E. STROZZI.

Con quel documento pubblicato in tempo furon sventate le menedell'Austria ed assicurato Leopoldo sul trono della Toscana.

Trovatasi così abilmente spianata la via dal Fossombronich'era unodi quegli uomini che bisognerebbe fossero eterniil nuovo Granduca simostrò docile a tutte le sue proposte ed a tutti i suoi consiglipoichésentiva di potersi pienamente fidare d'un galantuomo e d'un uomo di Statocome lui. E siccomese si deve dire come va dettai popoli pianseroanche più la morte di Ferdinando III per la paura che avevano di caderein mani poco abili ed inesperte negli affari di Statocosì ilFossombroni pensò d'affezionare ad essi il successorefacendoglidiminuire le tasse. Questa è una molla che farà sempre scattarel'entusiasmo popolare. I discorsile belle parole e le pompose promesseche non si sa mai chi debba mantenerleposson fare effetto lì per lìma poi lasciano il tempo che trovano.

E fu per questo che l'accorto Fossombronigiacché l'erario pubblicolo permettevaconsigliò al Granduca d'affermarsi subitose non altroper un buon principe.

Infattiognuno sapeva che per quanto egli avesse raggiunto iventisette anni "per l'inesorato volere del padre"- giovaripeterlo - egli era rimasto sempre lontano dagli affari ed aveva passatoil suo tempo occupandosi di dotti studi intorno alle opere di Galileo e diLorenzo il Magnifico. Studi cotesti che lasciarono nel principe unatraccia così profondache poi l'unico suo passatempo preferito fu quellodi lavorare al tornio!... Ed il suo maestro fu il tornitore Mabellinipadre di quel Teoduloche divenne una celebrità musicale.

Il ministro delle Finanze Leonardo Frullani era morto poco prima diFerdinando III; onde Leopoldoappena salito al tronodové provvederealla nomina del successore; e quando il Fossombroni gli propose a quelposto l'avvocato regio Francesco Cempiniil Granduca prima d'ogni altracosagli rivolse queste testuali paroleche forse nessun regnanteincasi similiha mai pronunziate: "Come si sia a cuore ?".Questa semplice domandafa certamente passare sopra alla deficienza dialtre qualità. Il Cempini fu nominato ministro delle Finanze perché inquanto "a cuore" furon date sul conto suo al nuovo Granduca lepiù ampie assicurazioni.

La prova della arrendevolezza di Leopoldo II alla mente superiore delFossombronifu quella di abolire la tassa del sigillo delle carni eprovento dei macelliche esisteva fino da quando il Villani scrivevala Cronicaal tempo del quale cotesta tassa rendeva al Comunecirca 20000 fiorini d'oroe 350000 lire quando venne abolita e cheriusciva ad esclusivo vantaggio dei macellaripoiché i padroni stessidelle bestie vaccine o suine non "potevano macellarne alcuna perproprio usosenza preventivo accordo coi patentati".

Per dar maggior solennità a questo fattoLeopoldo IIsul parereavveduto del suo ministrovolle che l'editto fosse pubblicato il 15novembre 1824 "suo primo giorno di ricorrenza onomastica" comenuovo Granduca.

Né a questo si fermarono le opportune riforme; poiché col 1° gennaiodel 1825 venne scemata d'un quarto la tassa predialeo fondiariariducendo così di oltre un milione il provento che per questo titolo neveniva all'erario.

Mercè dunque la fedele affezione del Fossombroni e del CorsiniLeopoldo IIcome regnantepoteva dormire col capo fra due guanciali; laqual cosa lo rendeva l'uomo più felice del mondonon essendo costrettoad occuparsi di faccende di cui non s'intendeva e per le quali non avevaattitudine.

Egli prese sul serio la parte di sovrano di parata: faceva quel che glifacevan faree sfoggiava la sua autorità nei ricevimentinelle solennifunzioni religiose e nelle feste.

La Corte era tornata a Firenze dalla villa di Castello fin dal 23 digiugno: e le prime cure del nuovo Granducache non aveva altro da farefuron rivolte ai ricevimenti e alle presentazioni di tutti i personaggiche andavano a fargli atto d'ossequioe dedicate alle udienze. Infatti il24 giugno del 1824 ricevé il generale Francesco Gherardiche glipresentò gli ufficiali della Guardia del Corpo e quelli della Guardiadegli Anzianiai quali Leopoldo II senza entusiasmo come senzacontrarietàrivolse poche parolecontentandosi di dire con la suaflemma abituale: "Benebene.... bravi!". Come se tornassero davincere una battaglia.

Il giorno dopo ricevé l'arcivescovo di Firenze Monsignor Moralialquale qui per incidenza diremoche dopo morto furon trovati fra le suecartecon grande sorpresa degli eredie indignazione del Clero variiconti di modisteregolarmente saldati. Dopo alcuni giorni il Sovranoricevé purenella sala bianca della meridianail Corpo dei Ciambellaniche si recarono poi ad ossequiare anche la granduchessa Maria Anna.

Il Granduca alternò queste gravi curecon la destinazione deipersonaggi di Corte ai loro uffici.

Alla granduchessa vedova Maria Ferdinandaassegnò per il suoparticolare servizio un ciambellanoun cameriereun usciere di sala edue guardie del Corpo da cambiarsi a vicendanominando suo maggiordomo ilmarchese Pier Francesco Rinuccini.

Il 27 giugno Leopoldo II nominò suo cacciatore il marchese CarloLeopoldo Ginorie Gran Ciambellano il marchese Tommaso Corsiconfermandonella carica di Maggiordomo maggiore della granduchessa Maria Anna il ducaFerdinando Strozzied a sua maggiordama d'onore la marchesa TeresaRinuccini: la marchesa Amalia Bartolini fu confermata dama di compagniacome vennero confermati nella carica di Ciambellani fissi del Granducaisignori Lorenzo Montalvi e Giovanni Ginori. Il 13 luglio la Granduchessafece la sua prima parte officialericevendo le dame di Corte che levennero presentate dal Maggiordomo maggiore del GranducaprincipeRospigliosie dal duca Ferdinando Strozzi.

Adempiuto a questi sacri doveriil nuovo monarca pensò da buonfigliuolo a fare solenni esequie al genitorenel trentesimo giorno dallasua morte. Ed i grandiosi funerali in memoria di Ferdinando III furonfatti nella chiesa di Santa Felicitaparrocchia della Corte. Ma siccomel'interno del tempio sarebbe stato troppo angustocosì venne datoincarico all'architetto Pasquale Poccianti di costruire nella contiguapiazza un recinto appositoper celebrarvi le messeriserbando l'interachiesa per la cerimonia del funerale.

All'edifizio del Poccianti era unito un portico con quattro colonneionichesul fastigio del quale sedeva una statua rappresentantel'eternità con una analoga iscrizione; e le pareti erano ornate didipinti a bassorilievi.

Meglio che dal Diario di Corte non si potrebbe rilevare la descrizionedi quei funerali checome si suol direfecero epocaed il cui ricordonei fiorentini d'allora rimase lungamente come d'una cosa non mai veduta.

Merita perciò che se ne tragga profitto.

Le tre navate che componevano il porticoo aggiunta della chiesadicui la media era coperta in vòlta a mezza botte e le laterali a soffittooltre al ricco apparato erano state dipinte a colori: la Regina Sabadavanti a Salomone e diversi altri bassorilieviraffiguranti storie delVecchio Testamento furono eseguiti dai professori NenciMariniFalcini eCatani. L'interno della chiesa era stato ridotto a forma di Panteon"o sia sepolcreto". Sopra l'ingresso era dipinto San GiovanniEvangelistache indicava la sorte riserbata al giusto. Imponente per laricchezza era l'apparato degli altari della crociatadue urne con i bustidell'imperatore Francesco I e dell'imperatrice Maria Teresa avi deldefunto sovrano; dalla cappella del Sacramentoeravi il deposito e lastatua equestre del padreimperatore Pietro Leopoldo; e dalla parte dellasagrestia la statua e il deposito dello zio imperatore Giuseppe. Nellecappelle dell'unica navata di mezzoparate con ricchi padiglioni nerifoderati d'ermellino eranvi urne e monumenticon i busti degli illustridefunti della famiglia granducalecioè della madre Maria Luisadeifratelli arciduca Leopoldoarciduca Albertoarciduca Massimilianoedelle sorelle arciduchesse Maria AnnaMaria Clementina; quindi dellaprima moglie di Ferdinando III Maria Luisaed i figli arciduca Francescoe arciduchessa Carolinacon iscrizioni fatte dall'abate Zannoni.

Nel mezzo della chiesache pareva un museo e anche un po' un cimiterotrionfava il maestoso Mausoleo sopra ampio basamento con la statuaequestre del defunto monarcain abito di Gran Maestro di Santo Stefano.Intervennero alla cerimonia tutti i ciambellani e le cariche di Cortevestiti a lutto; come pure le Magistraturei Cavalieri di Santo Stefanola Nobiltà e tutta l'ufficialità ai quali facevano ala gli Anziani intenuta di parata.

Quei funerali così solennicosì imponentifurono fatti a tuttespese della Cortela quale intervenne in abito di rigoroso luttoassistendovi dai coretti.

Un'altra grande cerimonia per quanto privatache riguardavapersonalmente Leopoldo II come Granducafu quella del 25 agosto; quandoegli cioè vestì solennemente l'abito di Gran Maestro della religione diSanto Stefano.

La funzione si celebrò nella cappella realela mattina alle nove.Precedevano il segretario d'etichettail furiere e un aiutante di cameraseguiti dai cerimonieri dell'Ordinedai cavalieri Balìdai cavalieriPrioridai Ciambellani di servizio e dalle Cariche di Corte. Dopo di essiveniva il Sovranoscortato dalle Guardie del Corpoil quale prese postoin cornu evangelie si inginocchiò sul genuflessorio parato di stratonerogallonato d'oro. Gli intervenuti andarono ad occupare i loroposti nelle panche ai lati della cappella; ed il priore della conventualevestito pontificalmente in piviale e mitrasi collocò sul faldistorio incornu epistolaeassistito da due cappellani di Corte. Dietro alGranduca stavano in piedi due priori di Santo Stefano più anzianiiquali portavano la cappa e la croce che dovevan mettere indosso alSovrano. L'Auditor magistrale e il Priore di Firenze firmarono l'attodella vestizione come testimoni; ed il priore con la mitrabenedì lacroce. Terminata la benedizioneil Granduca si alzò; ed il Priore sedutosul faldistoriotenendo una mano sull'abito presentatogli sopra un baciledai due prioripronunziò ad alta voce la formula di ritoe mettendo alnuovo Gran Maestro la cappaaiutato dai priori medesimi. Il Granducatornò al suo postocon due paggi magistraliche gli reggevano lostrascico e restaron dietro a lui durante la cerimonia.

Intanto il priore ritiratosi in sagrestia per spogliarsi della mitra edel pivialesi mise la pianeta e celebrò la messa piananel corso dellaquale il primo cerimonieredopo il vangelo e dopo l'Agnus Deipòrsea baciare al Granduca l'istrumento della pace.

Dopo che il celebrante si fu comunicatoLeopoldo II andò adinginocchiarsi all'altare per comunicarsi anche lui; e terminata la messatutti i cavalieri per ordine di gradoandarono uno per volta a rendereobbedienza al "Reale Gran Maestro" inchinandosi e baciandogli unlembo della gran cappafoderata d'ermellinoche poi gli fu levata daidue cavalieri prioriche la consegnarono agli aiutanti di camera.

Dopo di ciò il Priore di Firenzepose al collo del Gran Maestro lacroce magistrale benedetta dal priore.

Il Granduca si mise quindi a sedere per sentir leggere l'atto che vennefirmato dall'Auditore magistraledal Priore di Firenzee dai testimoni.

Infineritiratosi Leopoldo nelle sue camere "fu scioltol'invito".

L'arciduchessa Maria Luisasorella del Granducaassisté dal corettoa tutta la funzione in privato. I due coretti erano parati di velluto nerogallonato d'oro: lo strato dell'altare era in colori ed il faldistoriobianco.

In questa occasione"dall'uffizio della confettureria"perordine del Maggiordomo maggiorein una stanza accanto alla cappellavenne data a tutte le persone intervenute alla funzione "unarefezione in cioccolataacque acconce e biscotterie".

Tutti i salmi :finiscono in gloria

 

XXI

I primi anni del regno di Leopoldo II

L'Istituto della SS. Annunziata - Il Granduca va a Milano - Unasperanza delusa - L'istituzione del Corpo degl'Ingegneri - Proponimentìabortiti - La Cassa di Risparmio e Cosimo Ridolfi - Toscana e Grecia -Champollion e Rosellini - Commissione toscana in Egitto - Buoni resultatiottenuti in Oriente - La bonifica Maremmana - I Gherardesca in Maremma -Il taglio dell'Ombrone.

Quando un sovrano è circondato e servito da uomini di gran mentemaintegerrimi e onesticosa invero assai rarapuò dirsi un uomofortunato. E questa fortuna toccònei primordi del suo regnoa LeopoldoII: il qualeben consigliatoe aperta a poco a poco la mente agli affaridi Statotanto da poter comprender la saggezza e la utilità dei consigliche ricevevasi fece amare dai sudditi e compì ed intraprese opereutilissime e nobilipassando anche per uno dei principi più intelligentie sagaci.

Se cotesta non è fortuna non so più che cosa meriti questo nome.

Di Leopoldo II non c'era da farne un uomo di Statoun sovranopolitico: bastava perciò contentarsi che fosse un buon principeche nonmettesse bastoni fra le gambe a chi governava onestamente per luie siappagasse della buona figura che gli facevano fare. Ed eglibisogna essergiustifu molto docile e mansueto; ed anche provò un'intimasoddisfazione nel compiere opere che illustravano il suo nomee lorendevano degno nipote di Pietro Leopoldo e figlio non degenere diFerdinando III.

Ed appunto da figlio amoroso e geloso della gloria del padreLeopoldoII con decreto del 18 novembre 1824 sanzionò la fondazione dell'Istitutodella SS. Annunziatagià approvata da Ferdinando III con decreto del 24novembre 1823e la granduchessa Maria Anna ne assunse la superioredirezionecon l'aiuto del cav. Vincenzo Peruzzi e del comm. VincenzoAntinori. Il manifesto da essi pubblicato il 23 marzo 1825"futrovato così savioche persuase ben presto molti genitoristatisti eforestieriad affidare la educazione delle loro figlie al nuovo Istitutosalito in molto credito per l'esemplarità delle allieve in essoformatesi". Come tutte le cose saviamente fondatel'Istituto dellaSS. Annunziata è oggi più che maigloria non di Firenze ma vantod'Italia.

La prima prova d" una certa indipendenza verso la Casa d'AustriaLeopoldo II la offrì in occasione della morte di Ferdinando I delle dueSicilie. Avendo l'imperatore d'Austrianel maggio 1825invitato a Milanoil successore Francesco Iquesti vi si recò col fratello e con numerososeguito e si recarono pure profittandodi quella circostanza "adossequiare il vecchio Cesare" i duchi di Modena e di Luccaladuchessa di Parma e il cardinale Albani per Leone XIICosicché ancheLeopoldo II si vide costretto di recarsi a Milano a complimentarel'imperatore: ma eglia differenza degli altri sovraniper consiglio delFossombroni e del Corsinivi andò senza nessun ministroper togliereogni carattere politico alla sua visitae non trovarsiper conseguenzanella necessità di compiere nessun atto. Ed infattidopo pochi giorni diresidenza a Milanoil Granduca se ne tornò a Firenze senza che ilsistema del governo toscano fosse per subire nessun cambiamento.

Questa prima prova vintaaccreditò il nuovo regnante nell'animo deisudditii quali frattanto ebbero una nuova occasione di giubbilo vedendoripetersi la fecondità della Granduchessasperando sempre che alla fineavrebbe dato in luce l'erede del trono. Ma tali speranze furon deluse;perché anche quella voltal'augusta donna fece una bambina!

Fra le prime istituzioni di Leopoldo II vi fu quella del "Corpodegl'Ingegneri"fatta con editto del 1° novembre 1825chiamando aformare il Consiglio dirigentei professori Giuliano FrullaniGiuseppeDel Rosso e Gaetano Giorgini.

Questo Corpo degl'Ingegneri addetti alla manutenzione dei ponti estrade migliorò immensamente quel ramo di pubblico servizio: ma in"varii casi di complicate opere idraulichelasciò molto adesiderare non tanto per la buona volontàquanto per difetto d'analogoinsegnamento"vale a dire d'istruzione!

Pare impossibile! questi benedetti ingegneri individualmente son fiordi teste quadre; ma messi insieme fanno cose.... "che lascian molto adesiderare". Si vede che il troppo ingegno insieme cumulato operaprodigidiciamo cosìnegativi.

Una delle riforme vagheggiate da Leopoldosarebbe stata quella diintrodurre la monetazione decimale e degli studi necessari aveva datoincarico al marchese Cosimo Ridolfidirettore della Zecca "siccomeuna delle maggiori intelligenze economiche del paese". Ma ledifficoltà frapposte da chi amava il vecchio ed odiava tutto ciò che eranuovofecero abortire il savio proponimento.

Se al marchese Cosimo Ridolfi perònon fu possibile attuare lariforma monetariariuscì un'altra opera di maggiore importanzapoichénon aveva per essa da superare difficoltà o da vincere pregiudizi dellesolite cariatidi delle pubbliche amministrazioniné da difendersi controle mene sorde e gesuitiche degli intriganti e degli invidiosi. Equest'opera grandiosaumanitaria ed insignefu la istituzione delleCasse di Risparmio.

Il marchese Ridolfi ne dava avviso da sé stesso al pubblicocon unmanifesto che poteva dirsi una sentenzache non ha perso d'efficacianemmeno ai giorni nostri; anzi ne acquista sempre una maggiore.

"La mancanza in cui spesso si trovano le persone - scriveva CosimoRidolfi - che vivono col profitto dell'opera lorodi certe comoditàdeimezzi di ben collocare la loro famigliae di quelli necessari perprovvedere alla propria sussistenzanel tempo di infermità o divecchiezzanon sempre deriva dalla scarsità di lavoro o da troppopiccoli guadagni; ma dipende il più delle volte da non avere saputo tenerconto di certi avanziche quasi tutti pur fanno. Conservati e riunitiquesti avanzisebbene piccolidiverrebbero la ricchezza dell'uomoindustrioso; ma consumati in spese inutilise non vizioseo arrischiatiper vana lusinga di moltiplicarlispariscono senza utilità veruna; anzisono di danno al poveroavvezzandolo alle superfluità e forsedistogliendolo dal lavoro e dal pensiero della famiglia. Che se un granbene è per il popolo somministrargli lavoro che gli dia da guadagnarsionoratamente il sostentamentobene anche più grande sarà eccitarlo airisparmied offrirgli inoltre un mezzo di conservarli edaccrescerli".

Queste assennate e profonde parole del grande economistasortirono ildesiderato effettopoiché l'entusiasmo destato in tutta la Toscana dasiffatta istituzioneraggiunse quasi la frenesia; e non vi fu piccolocomuneche non volesse avere la sua casa filiale della Cassa diRisparmio.

Avviata così la Toscanaper merito di valorosi cittadinisullastrada di sane innovazionianche il Principe si sentiva trascinato adopere sempre più grandiosepoiché subiva il fascino degli uominiinsigni che lo circondavano.

A distogliere alquanto però il Granduca dalle sue pacifiche e savieintrapresesopraggiunse la questione dei grecisollevatisi control'aborrito giogo dei turchi. La simpatia universalmente destata dallacausa grecanon impediva certe preoccupazioni nei governi dei piccoliStatispecialmente per non urtare la Russiache allora più che maiinquanto a civiltàaveva poco da spartire con la Turchia.

Ma in Firenzei ministri di Leopoldo II che nutrivano sentimenti divera indipendenza e non tralasciavano occasione per dimostrarlopursapendo che il ricco banchiere ginevrino Gabbriello Eynard era in Firenzel'agente attivissimo dei Comitati filelleni di FranciaSvizzera e Italianon lo impedivano né lo approvavano.

E che l'Eynard potesse impunemente e con entusiasmo dedicarsi allacausa grecalo prova che nell'anno 1826 egli spediva in Grecia"munizioni da bocca e da guerra e denari in quantità". Ma adimostrare che Firenze la quale "meritò il nome di Atene novella"fu larga di soccorsi a coloro che pugnavano da forti per laindipendenza della propria patria di cui era capitale la vecchia Atenelodimostrò il fattoche sotto gli occhi del Governoe palesementedifronte anche agli altri Stati "i più facoltosicolti e nobilitoscani" davano spontanee e copiose oblazioni "per soccorrere unpugno di genti stremate di tutto fuorché delle virtù necessarie perredimersi dal servaggio in cui da troppo lunga stagione gemevano".

Cosicché può dirsi "che le sorti greche dalle rive dell'Arnoricevessero validissimi rincalzi".

Se le faccende della Grecia preoccupavano in certo modo il Granduca edi suoi ministriper la piega che esse potevano prenderelo contrariavanoassai piùper non potere egli mandare ad effetto la spedizione inEgittodi alcuni scienziati toscaniriuniti sotto il nome di Giuntatoscanae da aggregarsi al celebre orientalista francese Champollionil quale veniva dal suo Governo mandato colà allo scopo di condurre atermine "la sua Grammaticaed il Dizionario dellinguaggio geroglifico".

Il professore di lingue orientali nell'università di PisaIppolitoRosellinisi trovava da vario tempo a Parigi allievo appunto delloChampollionquando il Governo francese votando all'uopo una ragguardevolesommastabilì il viaggio del dotto orientalista. Appassionato ilRosellini per siffatti studinei quali aveva già acquistato fama oltre iconfini d'Italiae grande reputazione presso lo stesso Champollionespose a questi il proposito di voler egli far pratiche dirette presso ilGranduca di Toscanaaffinché questiinteressandosi alla spedizionefrancesevolesse profittare dell'occasione per unirvi una commissionetoscanaciò che sarebbe tornato ad onore

del Sovrano e dello Stato.

L'insigne scienziato francese incoraggiò il Rosellinilietissimo diassociare alla sua impresa un uomo di tanto valore. Volle anche munirlo diuna sua lettera per il Granduca nella quale veniva spiegato il concettoscientifico dell'impresa.

Frattantoil 27 luglio 1827il professore Rosellini "valendosidella bontà dei comm. Berlinghieri" indirizzò da Parigi a LeopoldoII una petizione annunziandogli al tempo stesso che egli il giornoseguente partirebbe per recarsi "ai piedi" di S. A. onde umiliarle"il progetto di un'associazione toscana alla spedizioneletteraria in Egitto" sotto la direzione del professore Champollion.

La proposta "umiliata ai piedi" di Leopoldo IIincontrò ilsuo favore; e richiesto da lui il parere ai suoi ministriquesti ve loinfervorarono ancora di piùsoggiungendo che trattandosi di un paesel'Egittodove l'antico commercio toscano aveva tanto fioritopotevaanche ora al commercio attuale offrire larghi vantaggi. Perciò i ministritrovarono "conveniente l'idea di associare un professore toscano aquella intrapresa letteraria". Quindi concludevano: "nessuno vipuò essere più del Rosellini adattatoattesa la fiducia e la stima cheChampollion gli accorda".

Il Consiglio propose altresì al Sovrano di associare alla Commissioneun naturalista incaricato di raccogliere per i musei di storia naturale eper i giardini di botanica"quelli oggetti dei quali mancassero; eche con leggerissima spesa potrebbero essere acquistati in Egitto".

Ed il naturalista prescelto fu il dotto Giuseppe Raddifiorentinoilquale nel 1817 era stato da Ferdinando III inviato al Brasile - inoccasione che l'arciduchessa Leopoldina d'Austria andò sposa a Don PedroI - con l'incarico di raccogliere oggetti zoologicimineralogici ebotanicionde arricchire il Museo di Firenze. Il Raddi tornò portandodal Brasile copiose ed importanti collezionifra le qualidegne diconsiderazione furono quelle "degli insettidei rettilidei pescinon che un pregevolissimo erbario". La celebrità di questo modesto evalente scienziatoche in quel suo viaggio si era spinto in regioni danessun altro no allora esplorateincontrando pericoli d'ogni specie eprivazioni di ogni sortafu in patria perseguitato dall'invidia edall'astio specialmente per opera "di un pio e nefando suo collega".E tanto fu perseguitatoche egli nel 1821 fu costretto a ritirarsi dalMuseo di Fisica e Storia Naturale del quale era conservatore.

Ma dopo sei annii ministri di Leopoldo II vollero prenderne le difesee render giustizia al povero Raddi.

Nella relazione sulla spedizione letteraria d'Egittoessidopo averrammentata la utilità dell'opera del Raddi al Brasile dicevanocheessendo egli in quel momento senza impiegoma zelantissimo per la scienzache professava per decoro della sua patria e di notoria celebrità fra iprofessori di storia naturaleavrebbe colto con trasporto quella nuovaoccasione di distinguersi. Ma la veracompleta soddisfazione data alRaddiè contenuta in queste franche e leali parole dei ministri toscani:"Le cognizioni di quest'uomoche ad una somma modestia unisceindefesso impegno per riuscire in tutto ciò che intraprendee che hasempre dimostrato il più lodevole disinteressepotrebbero essere inmolte circostanze proficue alle stesse ricerche che Champollion e i suoicompagni si propongono di fare".

Stabilita così la spedizione di una Commissione toscana in Egittonefu data comunicazione al professor Rosellini con lettera del 1° settembre1827firmata dal ministro Don Neri Corsini e dal segretario di Stato E.Strozzi.

In quella lettera eran contenute le norme e le condizioni alle quali siintendevadal Granduca e dal Governosubordinata la spedizione. Prima ditutto si partecipava al Rosellini che gli era permesso di unirsi "alrinomato Champollion per fare eseguire come capo di una Commissionetoscana i disegni dei monumenti egiziani finora sconosciutio nonillustratie per lo scavo di quelli che fossero tuttora sepolti inEgittoonde arricchire i Musei dello Stato".

Venne poi autorizzato il professor Rosellini a condurre seco tredisegnatori toscaniche furono il dottore Alessandro Ricci seneseconl'incarico ancheessendo medicodell'assistenza medico-chirurgica aicomponenti la Commissione: dell'architetto Gaetano Rosellini di Pisa e delpittore Angelelliche fu scelto in luogo di Girolamo Segatodallo stessoprofessore Ippolito Rosellini richiestoma denegatogli per uncontrario rapporto della notizia di Livorno ove il Segato alloradimorava.

La durata della spedizione non doveva oltrepassare i diciotto mesiela somma stabilita a quell'uopoe da non superarsifu di 50000 franchicompresi 18000 per gli scavi da farsi in Egitto per il ritrovamento deimonumenti destinati ai Musei dello Stato. Con la somma di 50000 franchidoveva pure provvedersi anche alla spesa di 3 franchi al giorno ad ognunodei tre disegnatori"ed alla ricompensa di franchi 3500 accordati aimedesimida percepirsi durante la loro dimora in Egitto: e di più alsalario di due domesticialla fornitura di cartastrumentiutensilifarmaciaecc. oltre ai regali in oggetti di porcellana e di cristallodaportarsi al Pascià e ad altri impiegati del Governo locale. Fu inoltreapprovato che il sigillo della Commissione portasse scritto in giro: Commissioneletterariatoscana in Egitto.

Al professore Rosellini fu mantenuta l'assegnazione straordinaria di ottantafrancesconí al mesepari a franchi 448oltre allo stipendio diprofessore dell'Università.

La corrispondenza letteraria doveva essere indirizzata al Granduca"compiegandola a S. E. il ministro degli Affari Esteri".

Nel giorno medesimo1° settembrefu fatta uguale partecipazione alprofessore Raddi "già Conservatore del Museo di Fisica e StoriaNaturale"il quale veniva aggregato alla Commissione nelle qualitàdi naturalista. Egli aveva il precipuo incarico di occuparsi"di ricercare e raccogliere tutti gli oggetti interessanti labotanica e la storia naturaleche potesse essere utile acquistare per iMusei dello Stato. Per le spese del suo mantenimento gli furono assegnate280 lire toscane il meseequivalenti a franchi 235.20autorizzandoloperò a fare una nota di tutte le spese necessarie o per viagginell'interno del paese o per gli oggetti da raccogliersi. E perfacilitarlo nella impresagli fu aperto un credito di 500 scudi daritirarsi in Alessandria.

Il Granduca poi accolse la domanda del Raddiprorogando per lafamiglia di lui l'uso dell'abitazione destinatagli nel già liceo diCandeli e passando alla famiglia medesima durante la sua assenza l'interostipendio di cui godeva.

La spedizione franco-toscana era pronta a partire da Tolone nellaseconda metà d'ottobre 1827; ma alla notizia della battaglia diNavarrinoavvenuta il 20 ottobre e che decise della sorte dei grecivenne sospesa la partenzapoiché si temevano serie complicazioni tra laFrancia e le potenze del Levante.

Circa un anno dopoperòessendo le relazioni francesi con l'Egittoavviate ad una pacifica soluzionefu permesso allo Champollion ed alRosellini di potere effettuare il loro desiderato viaggio. Ed infattiambedue gli illustri scienziati ed i loro compagniimbarcatisi sullacorvetta da guerra l’Eglesalparono da Tolone il 31 luglio 1828ed il 18 agosto sbarcarono ad Alessandria.

Durante la loro permanenza in Egittogli scienziati toscani fecerocopiose raccolte pregevolissime di disegnidi scritture e di "rarimonumenti". Il Raddiin particolar modofece "doviziosaincetta di mammiferiuccellirettilipescimolluschipiantemineralie rocceche arricchirono notabilmente i Musei di Pisa e di Firenze".Ma la sventura lo colpì lontano dalla famiglia e dalla patria.

Sfortunato quanto abile ed indefesso indagatore delle leggi dellanaturaper l'animo suo infaticabile e per l'inclemenza dell'estraneocieloriportò fiere lesioni nella salute. Egli si separò dai compagniper anticipare di qualche poco il suo ritorno in Toscana. Ma l'avversodestino anche quella estrema consolazione volle negargli; e giunto a Rodimiseramente vi morì il 6 settembre 1829. Gli oggetti da lui raccoltifurono inviati in Toscana dai consoli di Sardegna e d'Austria inquell'isola. Alla sua prematura fine aveva anche contribuito il doloredella morte del suo addetto G. Galastrimorto qualche mese innanzimentre faceva ritorno in Europa.

Il dottore Alessandro Ricci poiche doveva essere il medico dei suoicompagniper la morsicatura di uno scorpione a Teberimase paralizzato;e dopo due anni di una infelicissima vita anch'egli morì.

Ad eccezione di queste non lievi sciagurela spedizione dellaCommissione toscanasortì pienamente il desiderato effetto: e quando ilRosellini sulla fine del 1829 tornò in patria portando seco tante e sìsvariate raccolte ricchissime"fu acclamato dal PrincipedalGoverno e da numeroso stuolo dei suoi eletti amici".

Mentre Leopoldo II si sentiva pienamente soddisfatto per avere favoritala spedizione letteraria d'Egittoed il suo amor proprio di Sovrano diuno Stato eminentemente civile era appagatovagheggiava nella mente unaltro vasto progetto che era l'ideale del conte Fossombroni che non finivamai di raccomandarlo in mille modi al Principeil quale se ne infervoròpoi tantoche alla fine gli parve quasi d'averne avuta lui per primol'idea. E il Fossombroni glielo lasciava crederecontento soltanto chel'impresa si effettuasse.

E quella impresa che tanto allettò Leopoldo IIche lo sedusseaddiritturafu il bonificamento della Maremmaintendendo così diemulare il grande avo Pietro Leopoldo e suo padre che avevano bonificatola Val di Chiana e che già vagheggiavano anche quello appunto dellaMaremmase alcuni lavori idraulici di saggiopreordinati dallo scolopioPadre Ximenes avessero dati i resultati cheegli "con troppaasseveranza" aveva garantiti.

Opera da antichi romani e non da piccoli Stati era quella; ma quandoquesti piccoli Stati sono saviamente e seriamente amministratipossonodedicarsi ad opere grandiose che col tempo poi rendono il cento per uno.

Il tratto da bonificarsi lungo il maredallo sbocco della Cecinaarrivava sino al confine pontificio: per conseguenza sarebbero statiincalcolabili i vantaggi che lo Stato avrebbe risentiti dal ridurrecoltivabili e coltivate quelle grandi estensioni di terreni.

Il conte Fossombroni "dalla quiete del suo privato gabinetto"aveva immaginato di bonificar la Maremma fino dal 1804: e nella LetteraPseudonima da lui diretta in quell'anno a Giovanni Fabbroniautoredei "Provvedimenti Annonari" velandosi sotto il titolo di "Professoreall'Università di Pavia"si rilevano i concetti modernamenteeconomici e basati sulla più ampia libertà di commerciodai quali eraanimato il grande statista toscano.

"Se io fossi un sovrano (dice il Fossombroni in quella lettera)vorrei senza alcun rischio fare un'esperienza la più convincente eluminosa sulla efficacia della libertà di commercio e d'industria. Scegliereiuna provincia (la grossetana) sufficientemente fertile e popolatadel Regno Etrusco (come allora si chiamava la Toscana)che rendesseall'erario una somma della quale potessi per qualche anno farne di meno acondizione di esserne poi rimborsato con frutti amplissimi. Allorasalvoi riguardi dovuti alla religionealla polizia ed alla civile giudicaturae promuovendo le opere pubblichecome canalistrade e tutto ciò checontribuisce al circolo delle fortunevorrei che ogni abitante cheoperasse da galantuomo potesse in quella provincia industriarsi comevolessee senza gabelle alle porte della cittàsenza dazi doganalisenza pedaggiogni cosa nazionale ed estera potesse girareentrareuscirevendersi e prezzarsi come meglio ognuno volesse. In cinque anniquella provincia diventerebbe un emporio di tutte le ricchezze del regnoe di molte dei regni confinantispecialmente se avesse un porto dimare".

Nell'applicazione di queste massimedi queste larghe vedute d'un uomodi geniostarebbe forsee senza forseanche orala risoluzione ditante questioni e di tanti problemi che i governi di tutti i paesi guidatida idee che non sapremmo come qualificarenon son mai stati buoni arisolvere ed hanno impoverito i paesi. Soltanto quando la gente tumultuaperché ha famericorrono allo improvvido mezzo di inventare lavori edopere pubblicheche aggravano più che mai le popolazioniingrassandoinvece gli intraprenditori di quei lavoriche dopo pochi anni non son cheun ammasso di macerie. Forse ciò si permette per continuare a dar lavoroalle masseed impinguar sempre più gl'ingordi speculatoriche cosìfacilmente arricchiti vanno poi a mano a mano formando le futurearistocrazie! E questo è il rimedio!

Un esempio privato di bonificamento era venuto fin dal 1780 dal conteCammillo della Gherardescaper la sua tenuta di Bolgheridistantesessanta o settantacinque chilometri da Pisae circa sette dal maresulla sponda sinistra della Cecina. Per liberare quella vasta tenuta dalleacque stagnanti e limacciose che rendevano improduttivo il terreno epestifera l'ariail matematico Padre Ximenes suggerì al conte DellaGherardesca l'apertura di quella larga fossa che dal nome del proprietariofu perciò detta Cammillala quale procurò subito ilprosciugamento dei terreni tra BolgheriBibbona ed il mare.

Questo felice resultato che convertì i più incredulifanatizzò gliabitanti di Bibbonache nel bonificamento di quelle terre videro la lorofortuna avvenire; perciò domandarono d'entrare a parte del benefiziosobbarcandosi alla quota delle spese. "Ed i Gherardesca anzichélasciarsi governare da quel perverso egoismo che fa dell'uomo il peggiornemico dell'uomosi compiacquero ammetterli ad usufruire delle propriecomodità".

A meritato titolo di lode vanno registrati questi nobili atti di queivecchi signori toscani- sebbene pochima in compenso infinitamenteliberali e veramente nobili - i quali avevano idee umanitarie così vastee non sdegnavano di farne compartecipi gl'infelici abitanti di quelleterre che fino allora parevano maledette. Ecco il beninteso sollievo allemasseche hanno diritto di vivere!

Il figlio del conte CammilloGuido Della Gherardescavolle con glianni continuare la benefica opera del padre; ma il parere discorde diingegneridi periti e d'idraulicifece sì che egli fosse costretto amandarli tutti a far benedire e sospendere l'esecuzione del suo progetto.

Peròquello che riusciva difficileanzi quasi impossibile a tantibarbassoria tanti periti senza periziaa tanti ingegneri senza ingegno- come pur troppo anch' oggi ne esistono e si fanno sentire col lorourlare ai quattro venti l'abilità che non hanno - riuscì facile senzatanto strepito e senza tanta boriaad un uomo oscuro e modesto chetutt'altro aveva studiato in vita sua che l'idraulica e l'ingegneria.

E quest'uomo fu il fattore di BolgheriGiuseppe Mazzantichesfornito di teorie ma ricco dei lumi dell’esperienzaconl'osservazione che egli aveva fatto del naturale movimento delle acquedurante le pioggieaccecò il canale detto Seggio Vecchio ene scavò un altro detto Seggio Nuovoper la qual cosa gliestesissimi campi già paludosicon esito brillantissimo divennerofertili quanto più si poteva desiderare.

Il Mazzanti ebbe in riconoscenza dal Granduca "una medaglia d'oroaccompagnatagli con onorevolissimo officiale chirografo; e dal conte DellaGherardesca fu remunerato adeguatamente al servizio".

Con tali precedenticon l'esempio dell'avocon gli incitamenti delFossombroni e con le buone disposizioni dell'animo suoLeopoldo II nel 27aprile 1828 emanò l'editto per il bonificamento della Maremma a spesedello Stato.

I lavori cominciarono sulla fine del 1829 e vi furono impiegati circacinquemila operai concorsi da varie parti della Toscanada altri Stati edall'esterosotto la direzione del cavalier Alessandro Manettiche eraalla immediata dipendenza del Granduca.

Il 26 aprile 1830 fu il giorno bene augurato; poiché compiuto illavoro "le acque dell'Ombrone arrivarono velocissime alla paludeconimmensa consolazione e festa del principe presentee di molti altripersonaggi accorsivi da diverse partiper solennizzare l'avvenimento chedoveva segnar l'epoca della restaurazione maremmana".

Con l'iniziamento di un'opera così grandiosapareva che a Leopoldo IIfosse assicurata la felicità del suo regno: ma inveceindipendentementeda quel fattosorsero per lui serii guai politicimolto superiori allesue forzeche cominciarono a intiepidire i buoni rapporti tra sudditi esovrano.

XXII

Primi guai - La Guardia Urbana

La morte della Granduchessa Maria Anna

Festa in Boboli; partenza per Vienna; timori svaniti - Un comitato chesi dimette e la storia di una colonna - Una deliberazione del Magistratocivico - Un busto del Granduca comprato "per il giusto prezzo" -Ciambellani dimissionari - Il trionfo de' birri - Condizioni politichedell'Italia - La Guardia Urbana istituita e licenziata - Il ministroFossombroni si ritira a vita privata - Muore a Pisa la granduchessa MariaAnna - Trasporto a Firenze - Esequie solenni nella chiesa di San Lorenzo.

L'ultimo bagliore della popolarità di Leopoldo II fu l'11 luglio del1830in cui ebbe luogo una grandiosa festa da lui offerta al popolo nelGiardino di Boboli. Quella festa riuscì soprattutto brillantissima per lafiducia da esso riposta nei cittadinii quali con grande espansionedimostrarono l'affetto che portavano al principe. Due giorni dopo egliparti per Dresdaove le due Granduchesse e le figlie lo avevanoprecedutolasciando il governo dello Stato nelle mani dei ministri.

In Firenze si stava in una certa apprensioneperché il Granduca eraandato senza nessun ministro alla corte di Vienna.

La politica austriacaa quei tempipiombava con tutto il suo pesosopra i governi italianitalvolta sotto forma di ammonimentitalaltracon aperti rimproveriper costringerli a batter la strada che essavoleva. Perciò era giustificato il timore che avendo il governoaustriacosia pure per pochi giorniLeopoldo II nelle sue maninonesercitasse su lui qualche mala pressioneo gli giocasse qualche bruttotiro.

Inveceil povero Leopoldo se la levò meglio che poté; e per provarequanto eglianche lontanoavesse a cuore lo Statosi raccontò al suoritornoe forse non sarà neppur veroche a Vienna mentre si recava adossequiare l'Imperatore accompagnato dal suo maggiordomo maggioresiscatenò un vento impetuoso che minacciava una violenta bufera. Ilmaggiordomovedendo che il Granduca dai cristalli della carrozza guardavaimpensierito i nuvoloni neri che si rincorrevano per il cielogli disse:

- Ho pauraAltezza Realeche ci tocchi una burrasca. - Lo temoanch'io- rispose il Granduca.- Già! quando comincia questo benedettovento di Siena!... -

Il maggiordomo non fiatò. Egli pensò che quelli forse erano i fruttidegli studi che il Granduca aveva fatti da giovane sulle opere di Galileo!

Quando si seppe dunque che Leopoldo II verso la metà d'ottobre sarebbetornato a Firenze come era andatovale a dire senza aver subito nessunapressione né ricevuti rimbrotti dalla burbera Austriail popolo e ilgoverno si sentirono come sollevati da un gran peso. Era andata bene; mala paura era stata dimolta!

Perciò nacque subito in alcuni dei principali cittadinil'idea difesteggiare con pubbliche dimostrazioni di gioia il ritorno del Sovranonon tanto per ricambiare il merito di luiquanto per far vedereall'Austria come i toscani tenevano alla loro indipendenza. A questo scoposi costituì subito una commissione composta dei marchesi Gino CapponiCosimo RidolfiPier Francesco Rinuccini e del cavalier Giovanni Ginori.

Questi promotori raccolsero assai denaro per pubblica sottoscrizione; ei preparativi delle feste procedevano alacrementepoiché si voleva fareuna dimostrazione solennissima e significativa. Si sentiva proprio che cisi avvicinava al'31.

Fu pensato perfino di erigere ad eterna memoria del fatto una colonnada collocarsi sulla strada bolognese a tre miglia di distanza dalla portaa San Gallocon una iscrizione dettata da Pietro Giordaniesule gloriosoche aveva trovata cortese ospitalità in Firenze.

Il marchese Ridolfia nome anche degli altri promotoricon letteradel 30 settembre rimetteva al Governo il richiesto progetto della festaper ottenerne l'approvazione.

Il 1° del mese di ottobre il Consigliere di Stato Cempini rispondevaal Ridolfi che trattandosi di dimostrazioni di gioia da darsi da unaparticolare società di privatil'I. e R. Governo non credeva doverneprendere special cognizionese non in quanto poteva interessare il buonordine o aver qualche rapporto con il pubblico servizio. Ma siccome leidee svolte nel progetto non potevano pregiudicare né all'una néall'altra cosa"così l'I. e R. Governo non aveva nulla daopporvi". Soltantoper ciò che risguardava la iscrizione dascolpirsi nella colonna occorreva riportare l'approvazione sovrana.

Fu inoltre approvata la coniazione di una medaglia commemorativa daoffrirsi al principeed una a tutti i sottoscrittori.

Cosicché ogni cosa pareva sistematae null'altro mancava che diconoscere il giorno preciso dell'arrivo del principe per dimostrargli laletizia dei sudditi; ma a un trattosenza sapere né il perché né ilper comeil governo proibì la festa che prometteva di riuscirsolennissima e degna dei promotori e di Firenze.

Tanto fu lo sdegno che ne sentirono il Capponiil Ridolfi e ilRinucciniche dopo aver rivolte risentite parole ai ministri per questosopruso loro fatto per le mene della poliziache perseguitava i liberalirinchiudendoli nel Bargellorestituirono immediatamente i denari aicontribuentipagarono del proprio le spese già occorse nei preparativie fecero disfare ogni cosa. La colonna che doveva erigersi sulla stradabolognese fu poi inalzata nel giardino della villa Rinuccini a Camerata;Pietro Giordanicome autore dell'epigrafe scolpita nella colonnainricompensa dei sentimenti di devozione e di riconoscenza ivi espressifuinsieme al barone Poerioespulso dal Granducato!...

E che il ritorno del Granducaper così dire incolumeda Vienna fosseuna gioia per tuttilo dimostra la deliberazione presa dal Magistratocivico in tale occasioneossia nel 24 luglio 1830.

In essail Gonfaloniere rappresentò di aver sentito il quasiuniversal gradimento degli abitanti di tutti i siti della cittàperché fossero "dalla Comunità dati contrassegni di rispetto e digiubbilocon qualche festa pubblicanel fausto ritorno"che eraper fare alla sua Residenza Sua Altezza Imperiale e Reale "ilgraziosissimo e ben amato Sovrano con la Granduchessa sua sposa e tutta lafamiglia Imperiale e Realeprofittando di questa circostanza anche perdimostrarsi grati del regalo fatto pochi mesi prima dal Granducadi 54 bugliolidi cuoio per il corpo dei pompieri".

Perciò fu deliberato che al detto ritorno fosse preparato l'ingressonella cittàper la nuova strada detta di San Leopoldo in continuazionedi Via Larga; ed a tale oggetto si facesse nelle mura urbane unasufficiente apertura a guisa di Portada servire per detto solo ingressoe da chiudersi dopo il medesimoottenendone l'opportuna superiorepermissionee di dare una qualche festa civicache potesse essere digradimento e piacere della prefata I. e R. A. S.

Ed a questo effettoi signori adunati commessero al loro signorGonfaloniere di fare le opportune richieste a chi occorreva per ottenerela permissione di detto strappo nelle mura urbanee di umiliare aS. A. I. e R. l'offerta della città per detta festa.

A tanto zelo del Magistrato ed al gradimento degli abitanti di tuttii sitinon corrispose il gradimento del graziosissimo Sovranocome non aveva corrisposto quello del Governo ai gentiluomini promotori diuna pubblica festa. In risposta alla domanda di poter dare "icontrassegni di rispetto e di giubbilo" fu partecipata al Magistratouna lettera del Provveditore della Camera de' 6 settembre 1830con laquale si accompagnava al Gonfaloniere una copia del "vigliettodell'I. e R. Segreteria di Finanze de' 26 agostocontenente ilveneratissimo Dispaccio con cui S. A. I. e R. ordinava farsi sentire nelsuo Real nome al Gonfaloniere ed alla Magistraturache grato al buonanimo dimostratogli dagli abitanti di Firenzee di cui il Magistratostesso si era fatto interpetrenon permetteva che l'attaccamento edevozione de' suoi amatissimi sudditi alla Real sua Personafossedimostrato con aggravio della Comunitàdando pubbliche dimostrazioni digioia nella circostanza del suo ritorno nel Granducato come venivadomandato".

Ma per addolcire il rifiutoil Granduca dopo alcuni mesi si degnò dicondonare "graziosamente alla Comunità la somma di L. 19100.10.8 dicui essa restava ancora debitrice alla R. Depositeria per saldo dellesomministrazioni ricevute nientemeno che nel 1819in occasione dellefeste date a Sua Maestà l'imperatore d'Austriacome risultava dalBiglietto della I. e R. Segreteria di Finanze de' 13 maggio 1831. IlMagistrato che oltre al risparmiare la spesa della festa si vide abbonareil vecchio debitodeliberò subito di esternare la sua gratitudinee difare gli opportuni ringraziamenti a S. A. I. R. per la beneficenza usataverso la Comunitàcommettendo al signor Gonfaloniere di rimettere copiadel partito al Provveditore della Camera di sopraintendenza comunitativaperché dal medesimo fosse dato l'opportuno corso.

Il sistema quasi tradizionale del Magistrato civicoera furbescoquanto mai. Nel momento dell'entusiasmo deliberava sempre le festeevotava le somme necessarieprotestando al graziosissimo Sovrano sensi didevozione e di attaccamento perfino esagerati; a sangue freddo poiandando in lungo anche per degli annitrovava mille gretole per far pagarquelle feste a chi se le era goduteperché non sì dicesse che "ilpazzo fa la festa e il savio se la gode".

E per non parere proprio scrocconii signori del Magistratonel 25novembre 1831avendo sentito che lo scultore Ottaviano Giovannozziproponeva alla Comunità di fare l'acquisto del busto in marmorappresentante il Granducaordinarono che fosse acquistato a spese delComune il detto busto "per il giusto prezzo" commettendo alGonfaloniere di farlo determinare in quel modo che avesse credutoopportuno nell'interesse pubblicoper collocarsi nella sala delle loroadunanze.

Ed il giusto prezzo convenuto con lo scultore Giovannozzi fu ditrentotto zecchini. Di fronte alle diciannove mila lire di debitocondonatoil Magistrato ci poteva staree se ne fece onore con poco.

Ma il Ridolfiil Rinuccini e il Capponiche non avevano debiti dafarsi pagareappena tornato il Granduca cercarono di fargli conoscere illoro malcontento per il divieto del Governoalla manifestazione digiubbilo da loro organizzata per il suo ritorno. Non avendo però ottenutanessuna soddisfazione e venendo anzi essi a sapere che la poliziadirettadal famigerato Ciantellipresidente del Buon Governoaveva addebitatoquella dimostrazione "di mene rivoluzionarie e d'altri reidisegni"indignati più che mai che tal concetto si avesse dalGoverno e dalla Corte di gentiluomini intemerati e fuori di ogni sospettoindirizzarono una vibrata lettera al Granducacon la quale il Rinuccinidava le dimissioni dal grado di maggiordomo della granduchessa MariaFerdinandada Consigliere di Stato e da Ciambellano del Granducamedesimo: il Capponi da Ciambellano pure del Granducaed il Ridolficonlettera separatadagli uffici di Direttore della Zecca e della Pia Casadi Lavoro.

Le dimissioni dopo qualche premurafatta più per forma che per altrovennero accettateperché l'opera iniqua del Ciantelliche si prevalevaormai dell'età avanzata del Fossombroni e del Corsini i qualicominciavano a subire l'opera distruttrice degli anniera giuntoperfidamente a far credere al principe - che abbandonato a se stesso eraquello che era - ed anche a gran parte de' cittadiniche con la scusadella dimostrazione di gioiasi voleva dai promotori della festaprofittare di quell'occasione per obbligarlo a cambiare ordinamento alloStato. Chi la seppe più lungacome avviene sempre della gente che tieneil piede in più staffefu il cavaliere Giovanni Ginoriil quale"si contenne in maniera da tenersi fuori del dissidio; onde crebbenel favore della Corte".

Le accettate dimissioni del Capponidel Ridolfi e del Rinuccinisegnarono il trionfo dei birri e del presidente del Buon GovernoCiantelli"uomo arbitrario ed impetuoso per carattere e per calcolodevoluto alla polizia Austro-Modeneseintenta a spingere la Toscana sulfalso piede degli altri Stati italiani".

L'Austria tutta propensa a mantenersi il dominio delle provincielombardo-venetepolpa della monarchiache essa sapeva quantomalvolentieri sopportassero l'esoso suo giogoera indispettita contro iministri toscani che facevano sempre mostra della loro indipendenza.Perciò il Ciantelli era il suo prediletto; poiché tutto infatuato deitedeschi com'eraoperava di comune segreto accordo coi duchi di Parma edi Modenai quali non erano nulla più che prefetti austriaci.

Ma l'alleato Più potente dell'Austria era Leone XIIpersecutore deicarbonari e degli ebreirestauratore del Sant'Uffizioe nemico d'ogniidea liberale. Basti fra le tante scempiaggini del suo stolto cervellol'editto che proibiva alle donne di vestire attillateacciocché nonrisaltassero le loro forme del corpo…!

Frattanto gli avvenimenti incalzavano. Dopo le giornate di luglio aParigie la caduta di Carlo Xla elezione di Luigi Filippo"ravvivò gli spiriti affievoliti delle vecchie societàsegrete". Tutta Europa pareva in convulsione. Passò per l'aria comeuna folata contro i sanfedisti e i reazionari che per il momentoritirarono le corna in dentrostando però con tanto d'occhi. E quella ègente che sa aspettare!

A complicar le faccendeil 30 novembre 1830 avvenne la morte di PioVIIIche era succeduto il 30 marzo 1829 a Leone XII al qualepur tropposomigliava perfettamente.

I liberali sperarono giunto il momento "di levarsi dal collol'aborrito giogo clericale"ma il 2 febbraio 1831essendo statoeletto papa Don Mauro Cappellariche prese il nome di Gregorio XVItuttele speranze andaron fallite. Vi furono a Roma alcune sommosse per partedei liberali; e in varie città pontificie confinanti con la Toscanailmalumore era grandissimo.

Il governo di Leopoldo II nella paura che i moti insurrezionali siestendessero anche in Toscanaera diviso in due partiti. Uno volevachiedere all'Austria un presidio armato- il sogno vagheggiato dalCiantelli - l'altro era sempre più tenace nella preservazione dellaindipendenza nazionale.

Anche il pubblico era diviso: i preti e i codini agognavano i tedeschie già pareva loro di vederli per le vie di Firenze; i liberali vi siopponevano accanitamenteaborrendo ogni occupazione straniera"contro la quale era garanzia l'ascendente che ancora aveva sulGranduca il Fossombronila fermezza del Corsini e la deferenza delCempini per i suoi colleghi".

L'esercito che avrebbe avuto urgente bisogno di essere riorganizzatoper incuria dei governanti e per mancanza di ogni energia militare nelprincipenon avea più nessun prestigio. Il capo supremo ne era ilFossombronicon l'onorifico titolo di generalesenza aver mai scaricatoun fucile: per conseguenzaoccupato egli in altre e gravi cure di Statoera costretto a starsene a quello che a mano a mano gli rapportavano isubalterni. Si aggiunga poi la nessuna passione che egli aveva per isoldatie più che altro forsela mancanza di fiducia in un piccoloesercitoil qualeanche se fosse stato composto tutto d'eroi non avrebbecertamente potuto opporsi a un esercito invasore; tutto questo reseinevitabile quell'abbandono che portò la dissoluzione di ogni disciplinadopo che lo "spirito marziale dei bravi ufficiali e soldati formatisinelle campagne napoleoniche era andato in dileguo".

Né le condizioni della marina erano migliori; poiché soppressaaffatto la marina da guerrala bandiera toscana dei legni mercantili eracontata meno che nulla; onde i noleggiatori marittimi si trovaronocostretti a viaggiare con patenti estere di Stati cheall'occorrenzafossero in grado di far rispettare la propria bandiera.

Se l'esercito e la marina eran ridotti in così misero statonon c'eradavvero da aspettarsi dal Sovrano né energiche riforme né una vigorosaorganizzazionepoiché Leopoldo II era il principe meno bellicoso che sipotesse immaginare. Per luiquando i soldati erano puliti e coi fucililustri per le processioni e i servizi di chiesaera anche troppo!

A tale stato di cosesupplì felicemente il patriottismo ed il buonsensocon la proposta fatta al Principe di creare la Guardia Urbana. Edil Fossombroni particolarmenteil quale benché vecchio nelle grandioccasioni sapeva trovare l'antica fibravantando a faccia franca alGranduca il suo costante affettoed i servigi resi alla Casa regnantenevinse la titubanzasventò le mene degli austriacanti ed"inaspettatamente comparve l'editto che commetteva ai cittadini lacustodia del Governo e della pubblica sicurezza".

Quest'atto di benevola confidenzamentre i popoli circonvicini armatamano si ribellavano ai propri sovranipiacque tantoche in soli tregiorni gli ascritti alla Guardia Urbana in Firenze ascesero a diecimila"tutti pieni d'entusiasmo e di devozione al Principe".

il paragrafo principale dell'Editto del Granduca diceva: "S. A. I.e R. valutata la circostanza in cui una momentanea perlustrazionerichiamasse verso i confini del Granducatoparte della forza militaredestinata al servizio di questa cittàvolendo che resti a tal uopoopportunamente provvedutoe contando sul conosciuto zelo ed affezionechecome tutto il resto dei suoi amatissimi sudditianima gli abitantidella capitaleordina che sia ripristinata la Guardia Urbana comein altre occasioni fu utilmente praticato".

Questa guardiacomposta di tutti i padroni di bottegadi possidenti edi nobilirese utilissimi servigi e rivaleggiò con la truppa nelservizio di sicurezza dello Stato. I militi fiorentini particolarmentesi distinsero per la bella ed elegante tenuta.

L'uniforme della Guardia Urbana - che fu armata con dei fucili a pietrainservibiliche erano nell'Arsenale della Fortezza da Basso - consistevanella giubba a faldadi panno turchino: coi bottoni di metallo giallofiocco di nastro bianco e rosso al bracciopantaloni bianchi e tuba conpiccola coccarda bianca e rossa a sinistra. Le buffetterie eran bianche eportate a tracolla.

Gli ufficiali avevano la lucerna e la dragona dorata alla sciabola.

L'Armeria era in Palazzo Vecchiodove è oggi la Tesoreria Comunale;ed il capo di questa era il Maggiore Sordelli dei Veteraniadattatissimoal grave ufficio di consegnatario di quelle armi micidiali; Nel secondocortile vi era il corpo di guardia per un picchetto che teneva unasentinella alla depositeriadove è oggi l'ufizio d'anagrafe.

La gioia suscitata in Firenze ed in tutta la gentile e libera Toscanada questa nobile istituzioneinaspettata in un Principe che cominciava atentennare pendendo verso l'Austriaraggiunse quasi il colmo del delirio.

Come in tutti era grande la gioia e la soddisfazione di tutelare edifendere da sé stessi la patriasebbene con dei fucili a pietrascongiurando il pericolo d'un ripugnante intervento stranieroeraaltresì in tutti una garada non credersi per addestrarsi nelle armi;una passione infinita di mostrarsi svelti e adattati alla vita militare.Ed infatti i quotidiani esercizile giornaliere istruzioni e le marceindue mesi soli fecero di quei cittadini volenteroso ed amanti del propriopaeseun piccolo esercito disciplinato e istruito.

La popolazione fiorentina poté ammirare la marziale tenuta dellaGuardia Urbana la mattina di domenica 17 aprile 1831 nella quale ilGranduca "verso mezzogiorno" passò in rivista il primobattaglione nel Giardino di Bobolie precisamente sul piazzale dellaMeridiana.

"Le II. e RR. Granduchesse e le Arciduchessevi assistetterodalle finestre del Quartiere detto appunto della Meridiana; ed una follaenorme nei suoi abiti di festagaiacontentacome per un lietoavvenimento di famigliaaccorse in Boboli ad ammirare la più sceltaparte di essa".

L'entusiasmo fu indescrivibileper quanto contenuto dalla presenza delSovranoil qualecome fu fatto pubblicare anche dalla GazzettaUfficiale"rimase edificato dell'ordine e della precisione chein eminente grado distinguevano un tal corpoa cui pubblicamente attestòla sua piena soddisfazione"; ed il comandante superiore balìNiccolò Martelli ricevé dal Granduca particolari congratulazioni.

Quella solennità fu indimenticabile per molti motivi: primo fra tuttiquellodi far vedere che all'occorrenzanon si era degeneri dagli avi.

Ma "quando tu stai beneIddio ti guardi" dice un vecchiodettato. E così avvenne della Guardia Urbana: la qualecol suo mirabilecontegno e la sua disciplinatezza destò le gelosie della "soldatescastanzialeche non tollerava di essere superata nell'ammirazione sincera espontanea del popolo e del principe e nell'esemplare portamentomilitare".

A questo malcontento e a questa gelosiasi univa la sorda guerra deicodini che non vedevan di buon occhio tanti cittadini armati- per quantolo fossero poco meno che di bastoni - e i raggiri degli agenti austriaci iquali"ora che il pericolo era passatoandavano insinuando che erainutile tenere occupati i popoli in siffatte pratiche militari". Esiccome i tristi riescono più spesso dei buoni nei loro disegnicosìquando la Guardia Urbana che aveva destate tante liete speranze meritavadi essere stabilmente ordinata e disciplinatavenne disciolta.

E per quanto "ciò fosse fatto con accomodate parolenullameno ladispiacenza fu generale".

Le accomodate paroleche meglio sarebbe dire gesuiticheaddiritturacontenute nell'editto 4 giugno 1831sono le seguenti:"S. A. I. e R. apprezzando l'esemplare emulazione con cui i Toscanid'ogni ceto hanno fatto a gara nel concorrere alla formazione delle GuardieUrbane e Localine ha provato nell'animo Suo la più graditasodisfazione. Ha quindi nel tempo stesso dedotto un'ulteriore luminosadimostrazione del prezioso amore dei suoi fedelissimi sudditiedell'incivilimento tanto diffuso tra loroda farli certi che i pubblicicomodi si promuovono nella tranquillità dell'ordine socialea cui perconseguenza l'onesto accorgimento è portato ad offrire accurata edefficace tutela. Mentre in vista dell'indole che distingue le toscanepopolazionisi compiace S. A. I. e R. di potere ad ogni cenno contaresull'attività delle medesimesente d'altronde il paterno desiderio dinon distrarle senza necessità dalle loro abitudini industriali edomestiche".

L'ipocrita forma di una licenza bell'e buona che veniva data allaGuardia Urbanasenza neanche ringraziarlanon poteva sfuggire acittadini accorti ed intelligentitanto più che sapevano ormai con chiavevan da fare; né valse la lustrapiù ridicola che altrodi ordinareche i ruoli della Guardia Urbana fossero conservati nellasegreteria di Guerra "per memoria del passato" e per norma delfuturo. E sebbenesempre per dar della polvere negli occhifosse statoconservato agli. ufficiali l'onore del gradonessuno ne tenne conto eanzi volle dimenticarlo"come avviene delle cose d'ingratamemoria".

L'amarezza che "penetrò nel cuore dei Toscani" vedendosi conquell'atto tenuti a torto in diffidenzafinì di affievolire l'intimoaccordo tornato fino a un certo tempofra principe e popolo. La paurosamisura d'aver tolto le armi di mano al fiore dei cittadinii quali peraltro non se ne eran serviti che per rendere servigi al proprio paese inmomenti difficilissimimostrò nel Governo la maggiore ingratitudinelaquale si risolveva in una immeritata ingiuria che maggiormente dispiacquee che diede poi i suoi frutti.

Leopoldo II messo su dai segreti agenti dell'Austriache lavoravanosenza che egli se ne accorgessecominciò a credersi un Sovrano diprim'ordine e che tutte le cose buone fin allora fatte fossero solo meritosuoe non dei savii ministri che gliele avevano consigliate. Cosicchéegli subì a poco a poco l'ascendente dell'Austria; la qualevedendol'impegno che il Fossombroni metteva nel propugnare in ogni occasione laindipendenza toscanaglielo dipingeva come uomo da non potersi troppofidare. E il Granduca che abboccò all'amo insidiosofinì perdimostrargli in più d'un'occasione di non riporre ora in lui la pienafiducia. Quello era l'effetto dell'opera iniqua del Ciantelli"persecutore politico" del vecchio e venerato ministro; il qualevedendo che non aveva più quel prestigio di una voltaebbe l'idea didimettersi; ma lo trattenne il Corsini. Il Fossombroni vi aderì perchéper un momento nutrì la speranza che con l'ascensione di Carlo Alberto altrono sabaudola Toscana avrebbe potuto battere una nuova viaconservando quella supremazia civile che tutti le riconoscevano in Italia.Ma oramai era destino che la saviezza e la franca onestà non dovesseroesser più le consigliere del trono.

Per conseguenzadopo l'occupazione austriaca di ModenaParma eBolognai fatti delle Romagnela minaccia che maggiori turbolenzevenissero a funestare la Toscana per la tracotanza del Ciantelli chepareva il vero Granducail Fossombroni vedendosi non più ascoltatomaanzi quasi inviso al Sovranocui aveva dato tutto il suo potente ingegnovolle ritirarsi a vita privata. Ed in una lettera da lui scritta da Arezzoal cav. Giuliano Frullani"sul bisogno di accomodare le formepolitiche del Governo" concludeva: "Finiscono tra dodici giornicinquant'annida che un Motuproprio di Leopoldo I mi chiamò agli onoridei pubblici impieghisenza che io abbia osato giammai di credermi idoneoa disimpegnarne e chiederne veruno. Non sono dunque più per me né itimori né le speranze. Fortunatamente mi resta il delicato sentimento delpregio dell'amiciziae mi compiaccio in qualche sogno geometrico che nonposso ancora abbandonare e di cui parleremo tra poco insiemegiacché ilmio ritorno a Firenze non saràcome la vostra amicizia supponemoltolontano". Da questa lettera che porta la data del 31 dicembre 1831si sente tutta la sfiducia che ormai nutriva il Fossombroni per ilGranduca accerchiato da gente ambiziosaabbindolato da birri gallonati eda spie austriache truccate da gentiluominicontro i quali l'integerrimoCorsini rimasto solo non poteva far argine.

Per Leopoldo II cominciava insensibilmente quel rovescio della medagliache suol sempre seguire al tempo felicequando la felicità non è posatasu solide basio che non si sa mantenere col proprio senno. o che dipendedall'opera altrui. Al politico rovescio di questa medagliache una menteelevata avrebbe potuto impediresi aggiunse per il Granduca quello a cuiniuna forza umana poteva opporre resistenza.

La granduchessa Maria Annadonna di semplici e modeste virtùlaquale pareva di non avere altra missione che quella di amare ciecamente ilmaritosi affliggeva da gran tempo per un fatto del quale ella non avevacolpama che pure agli occhi di lei pareva tale. Essa sapeva quanto ilsuo sposoe più di lui il popolo che non voleva un giorno cadere sottola dominazione di un principe stranierodesiderasse che fosse assicuratala successione al trono con la nascita di un principe. Ed invece essaogniqualvolta nutriva la speranza di appagare il desiderio del principesuo consorte e dei sudditi fedelissiminon aveva dato alla luce che unafemmina.

La buona e pia principessa non avendo saputo fare che tre figlietantose ne afflisseche a poco a poco si annidò in lei un terribile male chenon perdonae che ribelle a tutte le curea tutti i tentativi dellascienzala condusse inesorabilmente alla fossa.

L'afflizione di non aver mai partorito un maschio fu probabilmente ilmovente che determinò la catastrofepoiché forse i germi del male giàerano in lei; ma non per questo la sua fine dispiacque meno ai suoisudditi che l'amavano davveropoiché si può dire che essa vivessesoltanto "per beneficareistruire ed edificare i suoi simili".

Già da qualche tempo i segni del morbo letale che ne rodeval'esistenza innanzi temposi erano in lei fatti palesi: perciò i medicile consigliarono durante la stagione invernale del 1832 il mite soggiornodi Pisa. Ultimi ed inutili tentativi quando si tratta di malattie spietatee crudeli come quella.

Tutta la Corte si trasferì a Pisanella speranza che l'augusta malatapotessese non ritrovar la salutealmeno migliorarne d'assai lecondizioni. Ma furon vane speranze; poiché verso la metà di marzo 1832 isegni della prossima sua fine furono manifesti. La infelice sovrana cheper parte sua vedeva serenamente avvicinarsi la mortene provava orroreper le sue tre povere figlie che un giorno senza dubbio avrebbero avutouna matrigna; poichéanche d'altra razzale matrigne press'a poco sonsempre le stesse; ed il cuore d'una madre non può reggere per i figlisuoi a questa idea più d'ogni altra tremenda.

La pia Granduchessa quando comprese proprio che il suo termine siavvicinava a gran passivolle presso di sé il suo confessore monsignorGilardoni vescovo di Livorno- dove lo chiamavano Girandoloni perchénon ci stava mai - il quale l'assisté fino all'estremo.

Egliin quelle terribili alternative di fallaci speranze e di crudelidisinganniamministrò alla Granduchessa tre volte il viatico in pochigiorni; ed il Granduca volle in persona tenere l'ombrellino come facevanelle processioni del giovedì santo nella chiesa di Santa Felicita inFirenze.

La sera del 23 marzo i due medici curantiprofessori Brera e Bettidichiararono imminente la fine della Sovrana: ed infatti il giorno dipoiassistita da essi e dal vescovo Gilardonispirò come una bambinasenzache quasi se ne avvedessero.

Per ordine del Granduca ne fu imbalsamato il cadavere e furon datetutte le disposizioni per il trasporto a Firenze che avvenne il 28 dimarzo.

Il corteggio funebre che si mosse dal real palazzo di Pisaquandogiunse fuori di Porta Fiorentina tanto la truppa che il clero sifermaronoed il convoio seguitò per la sua strada. Precedeva lacarrozza a quattro cavalli del Commissario che aveva in consegna la salma;quindi quattro palafrenieri a cavallo e dopo il carro funebre "a seicavalli di scuderia" seguito da quattro guardie del corpo e da unanziano. Dietro veniva la carrozza dei religiosi della chiesa di SanNiccola di Pisache accompagnavano la morta Granduchessa.

Il convoio dopo aver fatte due fermateuna a San Romano el'altra all'Ambrogianagiunse nel pomeriggio del 29 a Firenze.

Il lugubre suono delle campane annunziò l'avvicinarsi del funebrecorteggio; e la Guardia del Corpo e il battaglione dei Granatieri sischierarono fuori della Porta a San Frediano da dove il corteggioarrivava. La Cavalleria ed il battaglione dei Fucilieri occupavano laPiazza del Carmine; i cleri e le corporazioni religiose erano riuniti nelSeminario di Cestello.

Alle 5 pomeridiane arrivò alla porta il convoio e fu compostoil corteggio con un plotone di Cacciatori a cavalloil battaglione deiGranatierile croci mortuariei Religiosi d'Ognissantiquelli del Montealle Crociil clero di San Fredianodi Santa Felicitadi San Lorenzo edella Metropolitana; quindi la carrozza del Commissarioi quattropalafrenieri con torceed il carro funebre fiancheggiato dai cappellani'dal parroco di Corte e dai quattro religiosi di Pisa. Faceva ala il Corpodegli Anziani e seguivano le Guardie del Corpoun battaglione diGranatieri e un plotone di Cacciatori a cavallo. Il corteggio percorrendoBorgo San Fredianoil Ponte alla CarraiaVia della Vignala Piazza diSan Gaetano e il Canto alla Pagliagiunse alla Basilica di San Lorenzo.Sulla portail Commissario incaricato del trasportoconsegnò al ducaStrozzi maggiordomo maggiorele chiavi della cassa ove era rinchiuso ilcadavere; e dopo la recognizione dei sigilli fatta dall'Avvocato regiosempre sulla porta della chiesala cassa fu benedetta dal Priore eportata direttamente a tumularsi nella cappella della Madonna del Ritornopresso la cappella di Michelangiolo. Qui fu stipulato l'atto di consegnaal quale furono testimoni i due ciambellani Ottaviano Compagni e GiuseppeRucellai. Una chiave fu consegnata al Priore e l'altra si conservò nellaguardaroba generale del Granduca.

Le esequie solenni della defunta Granduchessa furono fatte nellaBasilica di San Lorenzo il 30 aprile 1832.

Con un'affluenza straordinariail popolo rimpiangeva sinceramente laperdita di una donna esemplare e modesta anche nello splendore del tronoe che beneficò quanti più poté.

Il tumulo di stile classico nel mezzo di chiesa fu lodata operadell'architetto Baccaniil quale pure diresse l'addobbo dell'esterno deltempio.

Il Magistrato civico della Comunità di Firenze si era adunato alle 10antimeridiane per assistere in forma solenne alla funebre cerimonianellaScuola dei cherici di San Lorenzo facendo le funzioni di Gonfaloniere"il signor Ottaviano Naldini" in assenza del cavaliere balìCosimo Antinori. "Mancarono alla suddetta funzione i signori EmanueleFenzi e Lorenzo Biondi".

Monsignor Gilardoni lesse il panegirico in memoria della defuntasovrana "e terminata la funzione furono licenziati". E questoc'era da aspettarselo.

La nuova Granduchessa

Seconde nozze - La chiesta di matrimonio - Maria Antonia delle DueSicilie Il principe Corsini - Leopoldo II parte per Napoli - Suapermanenza in quella città - Gita a Pompei - Festeggiamenti - Ilcontratto nuziale - Matrimonio religioso - Gli sposi s'imbarcano -Preparativi a Firenze - Arrivo a Livorno della coppia nuziale - Feste -Gli sposi si recano a Pisa - Feste a Pisa - Solenne ingresso di LeopoldoIl e di Maria Antonia a Firenze Te Deum e feste – "A Firenzenon ce stanno poveri".

Leopoldo IIper "appagare - da buon sovrano - le brame deisudditi"dopo nemmeno un anno di vedovanzastabilì di passare aseconde nozze. E siccome per ragione di Stato egli doveva far questopassocosì cercò di farlo meglio che potevapoiché questa volta eralibero di scegliere da sé e non era costretto ad obbedire al babboallamamma e ai ministrie prender la moglie che gli avrebbero data. Perciòscelse una delle più belle principesse delle case regnanti d'Europadisponibili per una corona. Benché Leopoldo II avesse trentasei anninonsi peritò a prendere una giovinetta che ne aveva appena diciottomemoreforse del dettato fiorentino: "A cavallo vecchioerba tenera".

Intavolate le trattative diplomatiche fra il gabinetto toscano e quellodi Napolipoiché la prescelta sposa era la principessa Maria Antoniadelle Due Siciliesorella del re Francesco Ila domanda del Granduca diToscana fu accolta col più gran piacere dalla Corte napoletanae ilparentado fu stabilito.

Il principe Don Tommaso Corsini ebbe da Leopoldo II la prova dellastima in cui lo tenevaincaricandolo di recarsi a Napoli in suo nome achiedere la mano della bellissima principessa: ed il principeverosignore in tutta la estensione della parolavi si recò da par suofacendo al tempo stesso onore al Sovrano ed allo Stato che rappresentava.

Don Tommaso Corsini partì da Firenze alla metà di maggio del 1833; edarrivato a Napolifu ricevuto dalla Corte con gli onori che gli sicompetevano come inviato del Granducae con la distinzione che eglimeritava personalmente.

Il contratto nuziale fu privatamente stipulato a Napoli il 21 dimaggio; e due giorni dopoil principe Corsini con grande cerimoniale sirecò alla reggia per fare la chiesta formale della mano della principessaa nome del Granduca di Toscana.

L'idea di garantirsi prima con la stipulazione del contrattoe fardopo la chiesta della manoè piuttosto curiosa e anche un tantinonapoletana.

1 due giorni che trascorsero fra la scritta matrimoniale e lacerimonia della domanda "formale" furono impiegati a prepararedi comune accordo i discorsiche tanto da una parte che dall'altrasarebbero stati pronunziati in quella occasione. Stabilita così la partepiù importante di quella specie di commedia officialela mattina del 23maggio Don Tommaso Corsini si recò solennemente al palazzo realeove furicevuto come un sovrano. Giunto quindi alla presenza del re Francesco Igli rivolse il combinato discorso dicendogli che il Granduca di Toscanasuo Signorelo aveva con "sommo onore" inviato presso S. M.onde chiederle la mano della sua augusta sorella. Fra i meriti che furonmessi innanzivi fu quello che Leopoldo II nasceva dalla granduchessaMaria Luisa zia del re stesso; e che perciòegli rammentando le virtùdell'augusta madre suale quali erano state sempre una prerogativa delleprincipesse napoletanedesiderando di vederle "risplender di nuovoal suo lato" aveva prescelta donna Maria Antonia. La quale"congiungendo al sangue illustre la venustà delle formele graziedel sesso e dell'etàera quella che a lui ed allo Stato avrebbe potutodare una costante felicità".

Pronunziate altre parolecon le quali si alludeva alla speranza difigli maschi - che sembrava dover essere il patto fondamentale - il rerispose al principe Corsinidichiarando di accettare di tutto cuore ladomanda del suo amatissimo cugino "dalla Provvidenza tanto bencollocato nell'elevato posto di Granduca di Toscana".

Dopo la risposta del reDon Tommaso Corsini si rivolse a Sua Maestàla Regina madrespiegando anche a lei - ciò che già essa sapeva da unpezzo - il motivo della sua presenza. Ed entrando nell'argomentole disseche il Granduca conoscendo per fama le nobili qualità personali dellaavvenente principessasapeva "che oltre la bellezza delle forme - lalingua batte dove il dente duole - e le grazie del sessoessa avrebbeimitato l'augusta genitricemadre saggia e affettuosa di quella bella e numerosafamiglia della quale la Divina Providenza aveva volutocircondarla".

Che era quanto dire che Leopoldo II gradiva d'aver dei figliuoli....possibilmente maschi. E la Divina Provvidenza lo contentòsenza peròcollocarli nell'alto posto che egli occupavaperché già nei suoiimperscrutabili decreti aveva destinato che non ci continuasse a starnemmen luiche ne sdrucciolò due voltee alla seconda non fu buono dirialzarsi!

La Regina replicò al principe Corsinicome era stato convenutocheElla accoglieva con piacere la domanda del Granduca di Toscanaassicurandolo che la Principessa sua figlia si sarebbe"sforzata" dal canto suodi meritare l'amore del suo augustosposoadorno di tutte le qualità desiderabili per formare la suafelicità.

Lo "sforzo" sarà stato quello di amare un uomo che quasiquasi le poteva esser padree che per di più non era un Apollopiuttosto che quello di meritare l'amore di luiche doveva invecereputarsi felice se veniva accettato il suo dalla bella e formosaprincipessa napoletana.

Queste cose però si potevano pensare ma non dirle.

Recitata anche con la regina madre la seconda parteDon TommasoCorsini si rivolse alla giovane sposaper tenerle press'a poco ilmedesimo discorso. Infattiprendendo le mosse dalle virtù che laadornavano e terminando coi "pregi particolari di natura" che ilcielo le aveva prodigati e che l'avevano "a ragione" fattaprescegliere per sposa dal Granducale domandò il suo consenso dopo averottenuto già quello del suo augusto fratello e della non meno augustagenitrice. Quindi facendo l'elogio del suo Signoreil principe Corsinil'assicurò che in esso ella avrebbe trovato "uno sposo saggio eteneroricolmo di tutte le più belle qualità sociali e familiari"che essa poteva desiderare. Conchiuse poi con l'assicurarla che i toscanil'avrebbero amata come amarono la sua ziabuon'animal'augustagranduchessa Maria Luisa madre del suo futuro sposopoiché parevaproprio che tanto il Granduca che Don Tommaso Corsiniritenessero di ungrand'effetto sull'animo di Donna Maria Antonial'idea di sposare ilfiglio di sua zia!

La chiusa poi del discorso del principeche come gli altri due parevaun sonetto a rime obbligatefu la solita allusione ai figli maschi. Dopoaver magnificato alla principessa la soavità del clima della sua nuovapatria"l'amenità delle ridenti e ben colte campagnela educazione- che allora non era una parola senza senso - del popolol'amore per lebelle arti e gli studi" le disse che da questa unione si sperava chefossero "appagati e coronati dal più felice successo quei fervidivoti indirizzati al cielo dalle reali famiglie e dai popoli"perappagare le brame dei qualiLeopoldo II riprendeva moglie.

La scusa non era cattiva!

La Principessa se non fece il viso rosso sentendo per la terza voltaripetere quella faccenda del resultato delle nozzevuol dir che in cuorsuo nutrì tanta fede e tanta fiducia in Dioda potere affrontareimpavida il suo nuovo destino.

L'avvenentissima Donna Maria Antonia delle Due Siciliereplicò alprincipe Corsini testualmente così senza sbagliare una parola:

"Son grata alla domanda della mia mano fatta da LeisignorPrincipein nome del suo sovrano il Granduca di Toscanai di cui pregi equalità non mi lasciano esitare ad unire il mio consenso a quello del Remio fratello e della Reginamia augusta e carissima madre; riconoscendocon gratitudine dover solo alle Loro affettuose cure la felicità che mipromette questa unionetanto più lusinghevole al mio cuoreche non miallontanerà di molto dalla mia cara famiglia.

Desidero vivamente trovar in quella di S. A. I. e R.della quale vadoa far partel'amicizia che già nudrisco per Leicome spero che seguendole massime di famiglia che mi sono state ispirate dai primi giorni dellamia etàpotrò meritarmi l'affetto della buona e colta Nazione Toscanacosì commendevole pel suo attaccamento ai suoi Sovrani.

Dichiaro ora a Leisignor Principeche il suo Sovrano non potevascegliere personaggio più adatto di Lei ad adempiere all'incombenza cheLe è stata affidataessendomi ben note le virtù e le eminenti qualitàche l'adornanoe per le quali ha tanto meritata la stima e la fiduciadello stesso suo Sovrano".

Questo complimento era stato rivolto sinceramente a Don Tommaso Corsinianche dal Re Francesco e dalla Regina sua madre.

Compiuta così la cerimonia della domanda officialenon s'aspettòaltro che l'arrivo a Napoli di Leopoldo II. Già da qualche giorno eranopartiti alla volta di Firenze il principe e la principessa di Salernochevi arrivarono il 20 maggioincontrati fuori di Porta a Pinti dal Granducastesso e dalla matrigna - già sua cognata e.... suocera - granduchessaMaria Ferdinanda.

Il principe e la principessafurono ospitati a Palazzo Pitti; e dopoaver visitata la città e le gallerie di cui si mostrarono entusiastiripartirono il 23 maggioprecedendo di un giorno il Granducache partìpure per Napoli accompagnato dal gran ciambellano marchese LodovicoIncontridal brigadiere Spronidal cavaliere Antonio Montalvidalsegretario Giannettidal commesso Bitthauserdal prof. Paolo Scavidall'ingegnere Silvestridal pittore Angiolinidal cameriere Nasie dalfuriere Salvadori.

La partenza ebbe luogo in cinque carrozze di posta; e la carrozza dicucina si era avviata un giorno avanti con Marco Santini primoconfetturiereLeopoldo Gambacorti cuocoLeopoldo Gargaruti garzone diconfetturiereed il pulitore di cucinaMariotti.

Il giorno dopo la partenza del Granducapartirono pure il maggiordomomaggiorela maggiordama maggiore ed altre dame "e distintisoggetti" della futura sposa.

A Romail 26Leopoldo II ricevé la visita dei principi di Salernoche lo aspettavanoe coi quali proseguì il viaggio per Napolidove feceingresso la sera del 28 alle sette e mezzo pomeridiane a fianco del reche era andato a riscontrarlo fino a Capua.

Il Granduca fu alloggiato al Chiatamone; e la mattina dopoil popolonapoletano aspettava che uscisse per vederlo bene di giorno: ed egli perdargli la dovuta soddisfazioneandò a passeggiare per la città con laRegina e l'augusta sposa.

Il Diario di Corte non dice che effetto fece ai napoletani l'augustosposoche era alto poco meno di due metri e di già un po’ curvo: ma sipuò supporre.

Il Granduca ricevé dalla Corte molte dimostrazioni d'affetto e disimpatiaforse perché era - come si suol dire - un buon partito; e forseancheper supplire alla non soverchia espansione della principessachepur vedendolo per la prima voltanon era stata colpita da quellasensazione ignotache tutte le ragazze s'aspettano.

Il dì 3 essendo l'onomastico del reLeopoldo II alle undiciantimeridiane andò in grande uniforme - cioè tunica biancapantalonirossi con la banda doratae lucerna gallonata d'oro con lo spennacchioverde - a complimentare il cugino cognato; e la sera con tutta la famigliarealesi recò allo spettacolo di gala al San Carlo.

Fra le tante attenzioni ricevute dalla Corte napoletanaquella cheforse fu più gradita dal Granducafu la gita a Pompei il primo digiugnodove egli desinò col suo seguito ed i personaggi napoletani chegli erano stati assegnati dal re.

Le tavole vennero disposte nel luogo chiamato i bagni Pubblici"dovetuttavia si conservano due belle stanze a volta reale".

Nella prima stanza fu posta la tavola per le dodici persone delseguito; e nella secondameglio conservata e più spaziosaquella delSovrano e delle cariche.

Dopo desinareLeopoldo II assisté agli scavi ove fu scoperto"una gran parte d'un pavimento ed una nicchia a mosaicoalcuneconchiglieed una piccola figura di bronzo che fu battezzata per unErcole". Nel tempo che il Granduca osservava questo. fu avvertitoche si scoprivano in altra parte delle ossa: egli vi accorsee sidilettò nel veder mettere alla luce tre cadaveri umani ottimamenteconservatiun anello che per ricordo si pose in ditoun lume a manounpiccolo vaso di rameuna specie di bacino a due manichied altri oggettied utensili dei quali gli fu fatto un presente.

Il Granduca fu soddisfattissimoe ne parlò con compiacimento adalcuni artisti napoletani che gli vennero presentati.

La mattina del 4 giugno fu fatta in suo onore una rivista generale di6000 uomini "con diverse evoluzioni" alla presenza del re e deiprincipi della casa reale. Leopoldo II vi intervenne a cavallo ed ammiròmolto la tenuta delle truppecome doveva fare: ma si era divertito più aPompei.

La sera andò alla magnifica festa data in suo omaggio dal principeTommaso Corsini ed alla quale intervenne la Corte e tutta l'aristocrazianapoletanache ne rimase ammiratissima.

Alle dodici meridiane del dì 5nelle stanze del re Francescofustipulato il contratto civile fra il Granduca e S. A. R. Donna MariaAntoniaprincipessa delle Due Sicilie. In questa occasione Leopoldo IIconferì varie decorazioni dell'Ordine di San Giuseppecominciando dal Refino agli ufficiali d'ordinanza.

Finalmentecon tutto lo sfarzo spagnolescamente barocco della Cortenapoletanala mattina del dì 7 di giugno alle dieci e mezzo fu celebratonella cappella reale il matrimonio alla presenza del Redei principidella Casadei ministri esteridelle carichedei ciambellanideigenerali e della nobiltà ammessa a Corte.

Da un cappellano di camera fu prima letto il Breve delladispensa di consanguineità; e quindi da Monsignor cappellano maggioreassistito da due cappellani di camera e dal parroco di Cortefu compitala cerimoniadurante la quale i forti di Napoli tiravan le cannonateele campane delle chiese suonavano a distesa in una generale confusione difestante sbalordimento.

Gli sposi si ritirarono quindi nel Regio appartamentoe nel gransalone ricevettero gli omaggi dei ministri e di tutte le personeragguardevoli.

Al tocco - e pareva l'ora - andarono soli al Chiatamoneove sitrattennero fino alle due e mezzoessendosi poi compiaciuto il Granducadi presentare alla sposa "gli individui" della sua Corte.

Dopo il pranzo di famigliache ebbe luogo al palazzo realeilGranduca e la nuova Granduchessa di Toscana andarono al passeggio incarrozza di gala; e la sera alle nove si recarono al teatro di San Carloove furono accolti "da triplicati applausi".

Il giorno seguente al toccoil re andò a far visita agli sposi; edopo di esso vi si recarono i principi.

La partenza per Firenze fu fissata per le quattro pomeridiane; e glisposi con la famiglia reale nelle lance di Corteandarono alla R. Fregatala Sirenache dopo mezz'ora fece rotta per Livorno. Il Re e laRegina rimasero a bordo con gli sposi fino alle sette e mezzo; e quindicon altra fregata tornarono a Napoli.

I forti di Napoli ed i bastimenti che si trovavano all'àncoraunitiai cinque legni da guerra che trovavansi in portosalutarono all'attodell'imbarco la reale comitivache non poteva celare l'emozione di quelmomento.

Frattanto a Firenze c'era una grande aspettativa per la futura Sovranapreceduta già dalla fama della sua bellezza: si preparavano agli sposigrandi accoglienze e non si parlava d'altro che delle feste che sisarebbero fatte al loro arrivo.

Anche il Magistrato civico si dava un gran da fare perché la cittàcomparisse degna delle sue tradizioni di civiltà. E nell'adunanza del 27maggio "facendosi interpetre del voto pubblico e dell'esultanzagenerale di tutti i sudditi nel considerare che con tal mezzo la DivinaProvvidenza voleva confermare la speranza dell'assicurazione dei destinidella Toscanadeliberò che la Comunità era nel preciso dovere diesternare la sua viva gioia per sì felice avvenimento".

Se il Magistrato non fosse stato certo che la Divina Provvidenzaassicurasse i destini della Toscana con la nascita di qualche principe apreferenza di altre principessenon avrebbe sentito il preciso dovered'esternare nessuna gioia.

In ogni modo fu stabilito che il Gonfalonierecavaliere balì CosimoAntinorioffrisse in nome pubblico al Governoin assenza di S. A.unafesta pubblica in continuazione di quelle solite farsi per San Giovanni.

Del progetto delle feste fu incaricato l'ingegnere di circondario PaoloVeraciil quale propose una gran festa campestre ed una cuccagna alleCascineper la quale si supponeva occorrere la spesa di settantaduemilalire toscanesalvo quel più che poteva occorrere per renderla piùdecorosa e splendida "e di soddisfazione del popolo" che poi infondo era quello che doveva pagare: supposto sempre che con qualche alzatad'ingegnoil Magistrato civico non trovasse modo di far pagare ogni cosaal graziosissimo Sovrano. Ma il magistrato però"asollievo" appunto del popolosoppresse la progettata cuccagnae visostituì la estrazione di sessanta doti di cinque scudi l'una "apovere zittelle della città di Firenzedai diciotto ai venti anni".

Oltre a questa festal'ingegnere Veraci propose anche di estendere leconsuete illuminazioniprevedendo perciò una somma di ottomila lire dipiù.

Nel tempo stesso che deliberava tali festeil Magistrato ebbe lagretta e meschina idea di deliberare un'istanza al Granduca perché sidegnasse di fare anticipare dalla Depositeria la somma di settantamilalire da restituirsi a ventimila lire l'anno! Ci si doveva venire!...

Fu altresì deliberato avvisare ed invitare "il pubblico edabitanti della città" ad adornare le finestre delle loro cased'arazzi e tappeti nelle strade ove sarebbero passate le loro AltezzeImperiali e Realiin occasione dell'ingresso solenne in Firenze. E dipiùche nella seragli stessi signori "abitanti della cittàindistintamente"fossero invitati anche "ad illuminare le lorocase in segno d'esultanza e di giubbilo del fausto avvenimento del loromatrimonio" cioè quello dei sovranie non degliabitanti con le casecome parrebbe che s'intendesse dal testo curiosodella deliberazione del Magistrato.

Ma dopo tre giorniil Magistrato riflettendo "che non era diconvenienza della Comunità di domandare un imprestito alla R. Depositeriaper supplire alle spese della festa da offrirsi a S. A. R. e I. inoccasione del di Lui Matrimoniosi riposero - e fecero bene - dalpartito del 27 precedentedichiarandolo come non avvenuto"edapprovando il progetto della festa alle Cascine e delle sessanta doti daestrarsi in uno dei prati delle Cascine stessestabilirono di supplirealla spesa occorrente"commettendo al signor Gonfaloniere diimplorare dall'I. e R. Governo l'autorizzazione di creare un imprestitofruttifero da rimborsarsi a rate annue". Dai signori adunati venneropoi eletti nella stessa adunanza per assistere il Gonfaloniere nellaoccasione delle feste i due loro colleghi cav. Pier Francesco AldanaeCarlo Berretti.

Per ciò che riguardava la festa delle Cascinefu nella adunanza del19 giugno 1833 dichiarato "che per l'ingresso al padiglione destinatospecialmente per la R. Cortefosse fatto l'invito generale alle Stanzedel Casino dei Nobili e alle Stanze dei cittadiniper l'ammissione ditutti quelli ammessi in detti localipurché decentemente vestiti infrakpantaloni e scarpe" !!

Che ci volesse una deliberazione speciale del Magistrato civicoperimporre a coloro che frequentavano il Casino dei Nobili e le Stanze deicittadinii quali avessero desiderato di penetrare nel padiglionedella Corteche si mettessero i pantaloni e le scarpeè piuttostostrano. Sarebbero stati dei cittadini e dei nobili molto originali se neavessero fatto a menospecialmente essendo in giubba!

Fino dal dì 8 giugno erano partite da Firenze la Granduchessa vedoval'arciduchessa Maria Luisa e le piccole arciduchesse con numeroso seguitotutte dirette a Pisa per recarsi a Livornoonde esser presenti allosbarco degli sposi serenissimi. Il dì 9 era arrivato a Firenze ilcorriere da Napoliche portava al Governo la notizia officiale delmatrimonio celebrato. La Sirena fu in vista di Livornoa moltadistanzail giorno 13 alle sei e mezzomentre si faceva per la città laconsueta processione dell'ottavario del Corpus Domini.

La mattina seguente alle treprima di giornoil Governatore diLivorno e il capitano del portoandarono incontro alla Sirena "perdarle pratica e per munirla di piloto onde potesse francamente darfondo"; ed alle undici e mezzoadue migliala nave gettòl'àncora.

A mezzogiorno la Granduchessa vedoval'arciduchessa Luisae learciduchessine CarolinaAugustae Massimilianacon tutte le cariche diCorte andarono in una lancia a bordo della fregataed al tocco sceserotutti dalla Sirena sbarcando dopo mezz'ora nella darsenadavantiai quattro mori"fra il rimbombo delle artiglierie del fortedeibastimenti da guerra ancorati nel portoe dagli applausi di immensopopolo". Il Granducala granduchessa Maria Antonia le altreprincipesse e le carichemontarono in otto carrozze di gala; e passandoda Porta Colonnellaper Via Grande dov'era schierata la guarnigioneentrarono nella Cattedrale ricevuti dal clerodalle magistraturedagliufficiali e consoli esterie fu cantato il Te Deum in musica.

Andati a palazzoi Sovrani ricevettero le cariche cittadine; e allesettedopo pranzoandarono ad assistere alla corsa dei cavalli colfantinonel nuovo "Viale dell'Acquedotto": quindi si portaronoa vedere il tempio ebraicoed alle dieci assistettero alla festa da ballodata in loro onore dalla cittànella Gran ConservavulgoCisternonerimanendovi fino al tocco dopo mezzanotte.

Dopo essersi trattenuti tutta una giornata a Livornoil dì 16 giugnoalle due pomeridiane gli augusti sposi partirono per le Cascine nuove diPisaove arrivarono verso le tre e mezzoricevuti dal Governatore.

Per acquistare tempofu anticipato il pranzoche fu servito allequattrodopo il quale i Sovrani continuarono la via crucis deidivertimenti officialicominciando da un trattenimento campestre dato inloro onore dalla R. Amministrazione delle Cascine. e consistente nellamostra "delle diverse razze che col migliore ordine passarono davantialle finestrine della Palazzinadove i Sovrani stavano affacciato".

Quindi fu fatta una curiosissima corsa di cammelli con fantinoe dopofuron messi in libertà una quantità di daini "che a bella postaerano stati per qualche giorno rinserrati: finalmente chiuse ildivertimento la così detta caccia del toro".

Dopo questo primo saggio di festeil Granduca e la Granduchessa sidisposero a fare l'ingresso in Pisa entrandovi la sera alle nove per laPorta Santa Mariafacendo il giro di tutta la città per godere l'illuminazionefino alle undiciora in cui smontarono alla R. Residenzaper entrare inbarca onde percorrere l'Arno fino alla mezzanotte per godere anchela luminara.

Ormai giacché c’eranovollero fare la campana tutta d'un pezzosenza prender riposoper uscirne più presto e anche perché se noilumi si spengevano.

Il seguente giorno cominciò la divertente fatica dei ricevimenti dopoessere statila mattinaalla primaziale in piccolo uniformeconservizio di chiesaper ascoltar la messadetta dal Vescovo di Livornolo stesso monsignor Gilardoni che aveva assistito fin da ultimoun annofala defunta granduchessa Maria Anna!

Le Arciduchessine accompagnate dalla Granduchessa vedovapartironoalle cinque pomeridiane; e così non assistettero alle regate "delleLance"- dal Ponte di mezzo al Palazzo reale- dal terrazzino delquale gli sposi godettero tale spettacolo.

A forza di godere non ne potevano più!

Finalmente il giorno seguente dopo avere assistito anche alle corse deicavalli sciolti "per ambedue le parti del Lungarno" i Sovranicon l'arciduchessa Luisa partirono per Firenzefermandosi all’Ambrogianadove passarono la notte.

Il dì 20 giugno era stato stabilito per il solenne ingresso dellanuova Granduchessa nella capitale; per conseguenza il riposodell'Ambrogiana non fu soverchiamente lungo: e bisogno ce ne sarebbestato; perché dopo tutto lo strapazzo - piacevole fin che si vuole -delle feste a Livorno e a Pisavi era quello anche maggiore chel'aspettava nella capitale coi ricevimentigli spettacoli e le comparsepubblicheda ringraziare Iddio con tutto il cuore quando sarebberofinite.

Intanto fino dalla mattina alle diecii componenti la R. Anticamera"in piccolo uniforme" si riunirono nel Quartiere delle Stoffe inattesa dei Sovrani; e per la medesima ora erano state invitate le carichedi Cortele dame e i ciambellani di servizioperché si trovassero allaVilla Tempi fuori della Porta San Fredianola quale villa era stataprescelta per lasciare le carrozze da viaggio con le quali sarebberoarrivati gli augusti personaggie prendere "le mute di Corte".

Avendo però i reali sposi anticipato il loro arrivoessi ed il loroseguito si valsero del tempo acquistato per cambiarsi di abitie cosìfar l'ora che le cariche invitate fossero riunite.

Il suono delle campane di tutte le chiese e le salve d'artiglieriadelle Fortezze di Belvedere e da Bassoannunziarono al popoloche findalle prime ore delle mattina si accalcava per le strade dalle qualisarebbe passato il reale corteola partenza di esso dalla Villa Tempi. Ilsuono delle musicheil rullo dei tamburii comandi degli ufficiali alletruppe schierateil brusìo della gentel'impazienza dei più fanaticiche cominciavan di già a batter le maniannunziò che finalmente ilGranduca entrava in Firenze con la augusta sposa.

Bisognava veder Firenze quella mattina! Era splendida addirittura:tutte le botteghe eran chiusele case ornate di tappeti; dai finestronidei palazzi pendevano arazzi ricchissimi di infinito pregio da destare lameraviglia dei forestieri che. non capivano come mai così numerosi epregevoli oggetti d'arteche altrove si sarebbero tenuti chiusigelosamente nei museiqui si mettessero fuori come pubblico ornamento inoccasione di feste. Perciò comprendevano sempre piùche si trovavanonella vera patria dell'arteche vi aveva profusi i suoi tesori sottotutte le formecon una larghezza ed una magnificenza non mai vedutaaltrove.

Quando il corteo nuziale arrivò alla portafu un'esclamazione unanimed'ammirazione per il suo sfarzo veramente

regale.

La carrozza dov'erano gli sposi preceduta da due lacchéera doratalateralmente tutta a cristalli: e sul cielo di essa due puttini alatireggevano la corona granducale. I sei superbi cavalli morelli che vi eranoattaccati avevano i finimenti doratied eran tenuti da palafrenieri diCorte in gran gala. Due cacciatori a piedi eran dietroe gli staffierifacevano ala.

La carrozza era scortata e seguita dalle guardie nobili a cavallo ingran tenutacomandate dal brigadiere Cervinie dai sotto brigadieriTassinariSpannochi e Gozzini: seguivano poi le altre mute pure a seicavalli dove erano l'arciduchessa Maria Luisale cariche di Corte e iministri esteri.

Il colpo d'occhio era magnificoper tutto lo stradale; ma piùcaratteristico e tipico in Borgo San Frediano.

Dalle fìnestre di tutte le case stipate di gente del popolo checicalavanoche urlavanoche si chiamavano a nomesi facevanoconversazioni e dialoghi i più burleschi e curiosi. Le barzellettespontanee per l'impazienzai mottigli scherzi per la curiosità divedere la sposaeran tutti fiorentini. Ma quando si scorsero i primidragoni e poi le guardie nobili e le carrozze di galafu uno spenzolarsigenerale per veder la nuova Sovranafin quasi a venir di sotto. Ognunodiceva da una finestra all'altrada un piano all'altroe anche da casa acasa la propria impressione sulla sposache piacque subitostraordinariamentefacendo un frastuono maggiore delle campane e dellecannonate.

Quelle tessitorequelle incannatrici di seta che stavano aipianterrenie che ritte sulle seggiole la vedevano meglioesclamavanosenza soggezione: - E' se n'è nteso eh? - volendo con ciò spiegare cheLeopoldo aveva saputo scegliere. Altre più spregiudicatealludendo alladifferenza d'etànon avevan riguardo di dire mentre passava la carrozzadi gala: - La par su' figliola!... -

E queste impressionisebbene non manifestate così screanzatamentefurono uguali in tutti i cittadini.

Lo stradale percorso fu: Borgo San FredianoFondaccio di SantoSpiritoVia Maggio e Sdrucciolo de'Pitti. La piazza era cosi gremitacheil drappello dei dragonile guardie nobili e le carrozzestentarono apassare. I più vicinicon la improntitudine caratteristica dellacuriosità popolaremettevan quasi il capo dentro la carrozza per vederproprio da vicino la decantata bellezza della sposa; tutti ne rimaseroabbagliati; poiché la sua scultoria bellezzae la perfezione dellelineerisaltava maggiormente dall'abito attillato e scollato. Le bracciapoiscoperte fin sopra al gomito erano una meraviglia. Era un peccato chenon fosse di statura più altasebbene molto proporzionata; la suabellezza vi avrebbe acquistato senza fine.

Portava un cappello elegantissimo color canarinosormontato da unciuffo di penne dette uccelli di paradiso. Al collo aveva un vezzodi perle "grosse come i ceci" disse subito il popolinochesgranava gli occhi a veder quella po' po' di ricchezza.

Giunto il corteggio a Palazzo Pittii Sovrani allo smontare dallecarrozze furon ricevuti dalla R. Anticamera; e a mezze scaledalle figliee dalla Granduchessa vedova. Gli insistenti applausi del popoloche nonrinunzierebbe al divertimento di far sempre venir fuori i Sovraninemmenoa tagliargli la testaobbligarono Leopoldo II e la granduchessa MariaAntonia ad affacciarsi più volte alla terrazza.

Fatta quindi la presentazione delle carichea mezzogiorno furon tuttilicenziatie finalmente gli sposi poterono respirare per qualche ora. Ene avevan proprio bisogno!

Ma fu un riposo di breve duratapoiché "dopo pranzo" - comesi diceva allora per indicar le ore pomeridiane - doveva aver luogo lafunzione solenne del Te Deum in Duomo. L'ora stabilita era le sei:ed il Gonfaloniere insieme ai signori priorinobili e cittadiniin abitodi cerimonia col lucco e il berrettopreceduti da sei mazzieri vestiti dirosso col ferraiolo biancofacciole e calze biancheele scarpe nerecon la rosa bianca e rossa; si riunirono come di consueto nelle stanze delBigallo. Quindi insieme alle altre magistrature si recarono in Duomoinattesa dei Sovrani e della Corte. Già le dame della nobiltà in abito digala "col manto" avevan preso il loro posto; e i ministri esterie le carichea mano a mano che arrivavanovenivano dai cerimoniericondotti negli spazi loro assegnati.

I granatiericol morionepantaloni bianchi e ghette nere facevano ilservizio di chiesadalla porta grande lungo tutta la navata di mezzofino all'altar maggiore.

Oltre cento lumiere pendevano dal soffitto del maestoso tempioaifìnestroni del quale erano state tirate le tende di filaticcio di colorverde cupoper diffondere sotto le ampie e severe vòlte quelle mistichetenebre che dando maggior risalto alle migliaia delle candele acceseproducevano un effetto artisticamente meraviglioso.

Un mormorio d'ammirazione sorse all'apparire della granduchessa MariaAntonia in tutto lo splendore della sua giovanile ed opulenta bellezzaedella maestà del suo grado. Ma al solitocome segue in Firenze di tuttele cose anche le più bellesi volle trovare da ridire: ad alcuni parveun po' piccolaad altri troppo pingue e a chi tozzaa chi ordinariaachi superba e via dicendo. Ma in generalespecialmente alle donneequesto è da tenersi in gran contopiacque straordinariamente e fuammirata e lodata anche più del dovere.

La sera alle otto e tre quarti fu fatta all'augusta Sovrana lapresentazione del corpo diplomatico in grande uniformee fu trattenuto acircolo per oltre un'ora.

Per ventiquattr'ore gli sposi ebbero un altro riposoper ricominciarela sera dopo col pranzo d'etichetta nella Sala delle Nicchiein abito digala e le signore col manto.

Come a Dio piacquefino al giorno di San Giovanni i Sovranisalvo ilsolito supplizio dei ricevimentidelle presentazioni e delle udienzeparticolarifurono lasciati in pace: ma il 24 di giugno fu - come suoldirsi - giornata campale.

La mattina alle dieci e mezzo andarono al Duomo al gran servizio dichiesa in abito di galae le dame col solito manto. Alla elevazione letruppe schierate sulla piazza fecero i tre sparinon troppo a tempo se sivuolema tali da far sobbalzare a un tratto le migliaia dei fedeli chestavano ad ammirare lo sfarzo della festa più che ad ascoltar la messaeche non si aspettavano tutt'a un tratto quei tonfi.

Dopo la messa celebrata dall'Arcivescovoquesti diede la benedizionepapalee quindicon lo stesso cerimoniale come erano venutii Sovrani ela Corte si recarono nel tempio di San Giovanni "per l'adorazionedelle reliquie e per la solita offerta della cera".

Dall'arciprete del Duomorettore della Basilicafu offerta agli sposil'acqua santa e poi se ne poterono andare.

Alle sei e mezzo"dopo pranzo" s'intendeil GranducalaGranduchessa e tutta la reale famiglia andarono ad assistere alla corsadei barberidal terrazzino del Prato"con invito ai ministriestericonsigliericiambellani e dame in abito di gala".

Alla corsa dei barberi vi assistettero pure il 27 per il palio di SanVittorio ed il 29 per quello di San Pietro.

La chiusa delle feste fu il dì 30 giugnonel qual giorno ebbe luogola festa campestre alle Cascinedata dal Comune di Firenze"incontemplazione dello sposalizio del Reale Sovrano". Fino dal 28giugno 1833 era stato dal signor Gonfaloniere rappresentato al Magistratoessere "di convenienza e di dovere che una Deputazione compostad'individui del Magistrato stesso" venisse eletta per presentarsi aS. A. I. e R. onde pregarlo a degnarsi d'onorare con la sua presenzaecon tutta la I. e R. Famigliala festa popolare che la Comunità si erafatta un dovere di dare alle Reali Cascine dell'Isola "acontemplazione delle faustissime nozze celebrate dalla prefata I. e R. A.S. con S. A. R. la principessa Maria Antonia sorella di S. M. il Re delleDue Sicilie". Aderendo il Magistrato - come non c'era da dubitare - atale proposizione deputò ed elesse il Gonfaloniere medesimo unicamente aisignori Lorenzo Biondi e dott. Pietro Bellucci "ad eseguire un taleonorifico incarico".

Fu pure in detta adunanza stabilito che per assistere alla detta festadal principio fino alle ore dodici di notte fossero presenti i prioriCarlo Berretti e dott. Pietro Bellucci; e dalla mezzanotte al termineisignori Giuseppe Bernardi e Gaetano Lastricati. Per ricevere poi alpadiglione eretto sul prato della Tinaiail Granduca e la R.Famigliavenne deputato il Gonfaloniere insieme ai signori Lorenzo Biondie Antonio Marcantelli.

Alla festache riuscì straordinariamente bellala reale famiglia visi recò alle sei e mezzogodendo dello spettacolo pittoresco e variatodi quella folla grandissima che gaia e contentavestita a festa sidivertiva e mostrava la sua gioia con le esclamazioni rispettosecoisalutigli inchiniil levarsi di cappello e gli applausi ai Sovranicome se quel popolo fosse composto tutto di signori.

Dopo le otto si trovarono riunite nel "Casino delle Cascine"- che oggi si dice il Palazzo - tutte le cariche di Corte: maggiordomiciambellani e dame di servizioin attesa "delle reali persone"le quali vi giunsero alle noveperché vollero percorrere tutti i vialitanto in carrozza che a piedimescolandosisenza nessuna ostentazionefra la genteper dimostrare al popolo la più grande fiducia e percorrisponderesenza nessun timore. alle franche dimostrazioni d’affettoche ricevevano.

Dopo un'ora di riposo nel Palazzoo Casino che dir si vogliaiSovranile Principesse e tutte le carichei ministri e le damealledieci si recarono a piedi "alla festa di ballo nel gran salonedi legname - sontuosamente addobbato - eretto espressamente nel mezzo delprato chiamato della Tinaia" e dove avevano accesso quei talicittadini in frakpurché avessero i pantaloni e le scarpecomeera stato prescritto nella sofistica deliberazione del Magistrato civico.

L'effetto delle Cascine in quella notteera meravigliosamenteincantevole. Quei vecchi frassiniquelle vetuste quercie che sorgonolungo i viali e nel folto del boscoilluminate fra i rami da migliaia dipalloncini di tutti i coloridavano a quel luogo incantato l'aspettod'una grandiosa scena fantasticache difficilmente può immaginarsi.Immensa fu la follae straordinario il numero degli equipaggiricchissimicoi cocchieri in parrucca e tricornoi cacciatori e iservitori in gran gala con le lucernele livree gallonatele calzebianche di seta e le scarpe verniciate con la fibbia d'argento.

1 cavallisuperbe razze ungheresifriulane o irlandesiavevan tuttii finimenti dorati e sbuffavano e coprivano il morso di schiumafacendosudar sangue ai cocchieri per reggerli fra quel frastuono che liinfastidivain quella scena nuova che quasi li spaventava.

Per quanto le carrozze dalla Porta al Prato al palazzo fossero aquattro filepure di quando in quando eran necessarie delle sostepiuttosto lunghetanto era difficile la circolazione per il soverchioconcorso.

La Corte si trattenne fin verso il tocco; e la festa finì quasi agiornorimanendo celebre per la sua vaghezza e per lo spettacolo cheoffriva grandiosissimo e gaio.

L'impressione che fece Firenze alla nuova Granduchessa fu quella di unacittà senza poveri: e non vide di buon occhio gli atti di beneficenzacompiuti in quella solenne occasione dal consorteche fece distribuiresussidirestituire una gran quantità di pegniconferendo anchemoltissime doti a povere ragazze. Le fece meno caso il condono di certepene ai detenuti perché quelle non costavan nulla! Forseabituata allafolla lacera e scalza di Napolia quelle buie strade con le casealtissimepiene di cenci tesi a tutti i pianicon molte delle vie cheparevano immondezzaicome allora era la città così trascurata daiBorboniparve alla nuova Granduchessa una cosa straordinaria il vedere aFirenze anche la gente del popolo vestita pulita e con le scarpele caselinde e con le persiane.

Nella sua giovane mentee con la educazione tutta borbonica che avevaricevutole pareva che il popolo non dovesse essere che miserabilestracciatosudicio e scalzo; ed abitarecome cosa naturalein sozzecatapecchiein oscuri antriinsieme alle bestie visibili e preda dialtre invisibili!

Perciò sul principio invece di ritrarre un'impressione favorevoledalla gentilezzadalla civiltàdalla pulizia e ganza fiorentinaneprovò quasi dispetto. Ed essa non lo nascondeva: poiché quando lepervenivano da persone bisognosedelle suppliche implorando dalla suamunificenza un sussidioella sdegnosamente rispondeva coi suo accentonapoletano: "In Firenze non ce stanno poveri".

Per conseguenza nei primi tempicoi fiorentini non ci ebbe gransangue; ed il popoloper dir la veritàpassati i primi entusiasmilaricambiava cordialmente. A poco a poco peròper mezzo delle dame cheLeopoldo ebbe l'accortezza di metterle d'intornosi affiatò un po' più;ma ci volle del tempo prima di abituarla a seguire le tradizioni difamigliafacendo qualche elemosina ed avendo i suoi beneficatiparticolari.

Questa specie di miracolo fu operato dalla signoraPalagila dama dicompagnia più intima della Granduchessamoglie del cav. Palagicolonnello dei Granatieri.

Col tempo però Maria Antoniettamodificando le sue prime impressioniamò Firenze quasi come sua seconda patriasi affezionò anco allapopolazione poiché ne seppe apprezzare la civiltà e i costumi; neammirò le tradizioni e le feste che avevan 'tutte un carattere artisticodi gentilezza e di garbo.

E questo è proprio il momento opportuno per descrivere la vecchiaFirenzegli usi e le costumanze dei suoi cittadini.

XXIV

Attorno alle mura della città

Le mura d'Arnolfo - Ricordi storici - I ricoverati di Montedomini - Annaffiaturadi cavoli - Lungo le mura - Fabbrica di candele e di vernici - La torredel Maglio - La Fortezza da Basso - Le diacciaie - Ragazzi che fanno forca- Giuoco del Pallone - Il mercato di Porta alla Croce - Gli stabbiolidei maiali – I roventini - Le mura oltr'Arno - La Sardigna -La Beppa fioraia - Le chiavi delle porte - Citazioni direttissime - Lefrodi della gabella.

Firenzefino all'anno 1866era ancora racchiusa entro il quartocerchio delle murache rimontava alla fine del secolo XIIIstatoedificato sul disegno di Arnolfo di Cambioche ne ebbe l'incarico dallaSignoria nel 1284.

Dopo l'ingrandimento della cittàfurono lasciate come ricordo storicola Torre della Zecca Vecchia e le porte alla Crocedi San GallodelPrato e di San Niccolò; ma invece della reverenza dei posteriesseattestano la trascuratezza di essi; i qualidemolendo le murale hannolasciate lì isolate per serviresebbene opera di Arnolfo e di altricelebri architettidi riparo ai venditori ambulantidi stazione agliomnibuse per certi altri usi che non è lecito rammentare.

Di qua d'Arnoil giro delle mura dalla parte internacominciava dallaZecca Vecchia in fondo a Via delle Torricelleoggi "Corso deiTintori" dov'era il convento delle Poverinesull'area del qualesorge ora una caserma. Si andava pure alle mura anche da viade'Malcontenti passando dinanzi a Montedominio Pia Casa diLavorodifaccia alla quale vi era l'altro convento delle Cappuccinechenegli ultimi tempi rimase famoso per essersi ivi fatta monaca una fioraiacelebre per le sue grazie e per la liberalità nel conferirle. Tanto laTorre della Zecca Vecchiache l'altra in faccia a Via GhibellinadettaTorre Guelfaora demolitaservivano come magazzini di attrezzi per ilavori comunali.

Per le mura si portavano a domare i cavallie i funaioli vi facevan lefuni.

Oltrepassato Montedominiin faccia alle mura c'erano giù inbasso molti orti – detti di Granchio dal soprannome dell'ortolano- che rispondevano in Via Ghibellina: e dalle spallette della strada sivedevano con molta soddisfazione quei quadrati di cavolid'insalata e disedaniche parevano altrettanti tappeti.

Molti de' vecchi ricoverati nella Pia Casa di Lavoroche stavan perlì a prendere una boccata d'ariarimanevano ore e ore seduti sullespallette del muroall'ombra dei gelsi a veder girare il bindolodalsomaro bendato. L'acqua che veniva dalle cassette del bindoloandavagiù nel trogolo diviso in quattroa crocedove le ortolane stavano alavare con certi granatini corti i mazzi delle radici dei ramolaccidellecarote ed i bardelli dei broccoliche dopo lavati buttavan giùnelle ceste che la mattina dopo andavano alla piazza.

Un altro passatempo per quei ricoverati era di stare a vedere gliortolani quando annaffiavano l'ortocon una specie di padelle infilate inun manicoarnese cotestoche diremmo quasi un incunabulo dell'industriaagraria.

1 vecchi un po' più arzilliche avevan perso il pelo ma non il vizioinvece dei contadini guardavan più volentieri con gli occhi lustricertebelle ragazzotte tarchiate e bronzineche scalzecol cappellone dipaglia in testa e la gonnella tirata su fino al ginocchiostavano a gambelarghe annaffiando l'orto con più lestezza d'un uomo.

Questo divertimentovisto dalla spalletta della strada lungo le muradella Crocenon era soltanto dei ragazzi e dei vecchi di Montedomini;ma spesso ci si fermavano anche que' bighelloni del basso popolocheandavano a girellar per le mura.

"Lungo le mura" era uno dei tanti luoghi preferiti pergiuocare alla palla; e non era raro il caso che qualche ragazzonelcalarsi giù per riprenderne unacascasse in quei poderirincorso subitoda un cane o scapaccionato da un contadinoperchécon la scusa dellapallamolti rubavan l'uva o le pesche o la frutta che più era distagione. Anziqualche voltasiccome alcuni alberi coi rami tentatori siavvicinavano alla stradacerti ragazzi ladracchiolinello spenzolarsitroppo per agguantare una susina o una melaandavan di sotto; e disoventeinvece di tornare a casa eran portati allo Spedale.

Proseguendo la gitas'arrivava a un vicoletto in discesa che si dicevaVia del Gelsomino e che riusciva in Borgo la Croce. Quivi erano alcunecasette di povera genteper le quali lo sterrato del vicolo teneva luogodi salae di qualche cosa di peggio. Di più c'era una conciaunafabbrica di candele di sego ed una stalladove si rimettevan le bufale ingiorno di mercato. Passar da quel vicolo e non rimanere ammorbatipotevaammettersi a un miracolo. E si chiamava Via del Gelsomino!...

Quasi difacciasulle muravi era una torricella alla quale siaccedeva per una scalettadove si fabbricavano i fuochi d'artifiziocomein luogo meno pericoloso in caso di disgrazie.

Passata la Portae seguitando per le mura verso Borgo la Crocec'eraun tabernacolo sotto una specie di tettodove talora la sera alcunedonnaccole andavano a dire il rosario. Verso Pintiil cattivo odore sifaceva anche più seriocambiandone altresì l'origine. In un brevetratto c'era la fabbrica delle candele di sego: e non è possibile renderecon efficacia ciò che si provava dovendoci passare: e del parinon erapossibile comprendere come potevan fare a resistere quei disgraziati chestavan lì a far bollire nelle caldaie il grasso di manzo e lo colavanopoi nelle forme di latta delle candele di varie grandezze. Era una cosanauseante e ripugnanteche rivoltava addirittura lo stomaco. E dire chec'eran dei ragazzi che rimanevano incantati a veder far le candelecomese fossero stati in una profumeria! Ma più di tutti ci si spassarono poii tedeschiquando vennero in Firenze e che montavan la guardia alleporteper quella loro ghiottoneria che avevano per il sego.

Risalendo un po' la strada poiché quando le mura si avvicinavano alleporte il piano era in discesae continuando per la Porta a Pintiinfaccia al Vicolo della Mattonaia che metteva in Borgo la Croce si scorgevail grazioso villino Ginori con le due cupolette a squamme gialle eturchineed in quel punto delle mura esisteva un vuoto ad arco come unagran nicchia tutta nerae piena d'una fuliggine lustra come unta. Quelloera il luogo dove i verniciatorii mesticatori e i legnaioliandavano afar le vernicipoiché non era permesso di farle in cittàa causa deifrequenti casi in cui scoppiavano i matraccie che potevano esser causad'incendi.

In cotesta localitàquasi deserta e fuori di manoandavan pure icarradori a piegare i cerchioni delle ruote dei barrocci e dei carri;operazione che si faceva con sistemi molto primitivipoiché facevano interra un gran cerchio di grandi scheggie fatte coll'ascia nel modellare illegnamee vi mettevano sopra i cerchioniche con delle grosse morsepiegavano quando il ferro era rosso.

Dopo si trovava la Porta a Pinti la quale venne demolita insieme allemuraper comodità della linea dei viali e per non sopprimere il piccoloe grazioso Cimitero detto "degli Inglesi". La Porta a Pinti eraopera essa pure di Arnolfoed ebbe forse miglior sorte ad esserdistruttaanzi che rimanere per l'oggetto a cui servono le altre.

Fino alla Porta a San Gallo col suo loggiato esterno che serviva dicorpo di guardianon c'era altro di notevole; ma a pochi passi dallaporta sorgeva elegante e curiosa per la bizzarra struttura la Torre delMagliodemolita essa pure con l'abbattimento delle murae chiamata anchel'acquedottoperché di lì si diramava l'acqua di Pratolino che aquei tempi era tenuta in conto più dell'acqua benedetta.

A destralungo le murala Fortezza da Bassocoi fossi che lacircondavanoaveva tutto l'aspetto d'un forte sul serio; ma oramai essanon poteva destar più nessuna apprensionepoiché dal 1815 in poileidee bellicose erano sparite affatto.

In fondo a Via della Scala c'eran le cosiddette Porte Nuovedi modernacostruzione. La Porta era una solama per esser divisa a due archipoiché da una parte s'entrava in città e dall'altra si uscivafu detta leporte nuove.

Per arrivare alla Porta al Pratolà strada di fuori continuava adalti e bassitetrauggiosasquallida e deserta: ma di fuori la cosa eradiversa. Di lì cominciava subito il bosco delle Cascinele quali nonerano regolari né tenute come oraed avevano un aspetto più selvatico epiù campestre.

Gli orti e i poderi chiusi da murio da antiche macchie che sitrovavano appena usciti di cittàfacevan credere che se ne fosse centomiglia lontano. Tant'è veroche a' tempi de' tempis'andava avilleggiare a San Marco Vecchioa San Gervasioa San Salvi o al Ponte aEmacome oggi si va in montagna. Andare a Fiesoleall'ImprunetaaVillamagnaa San Casciano o a Compiobbiera come andare all'estero!

Fra San Gallo e Pintic'eran le diacciaiedove nell'invernoparecchi ragazzii quali si scordavano d'andare a scuolao di tornare abottegavi si recavano invece a fare gli sdruccioloni sul ghiaccio chespesso a un tratto si rompevafacendoli cascar nell'acqua con la cartelladei libri che molti non abbandonavano - per amore allo studio - nemmeno inquel salutare esercizio! Quando poi tornavano a casaeran riscaldatidalle nerbate - che allora erano in uso quanto il desinare - perché icalzonii libri e i quaderni tutti fradicifacevan pur troppo la spiadella forca fattacome si usava dire nel gergo scolarescoquandosi salava la scuola.

Nell'estatele diacciaierecinte da una specie di anfiteatroservivano per il giuoco del palloneantica passione dei fiorentinipresso i quali fin dai primi tempi della repubblica era in voga il giuocodella palla. I ragazzi delle famiglie nobili e del medio cetonell'ore incui i babbi e le mamme facevano il sonnellino del dopo desinare. andavanoa giuocare nelle strade meno frequentateo lungo le murasenza dar noiaa nessunocome pur troppo fecero dopo i ragazzacci della stradachegiuocaron dappertutto con grande molestia dei cittadini.

E qui torna a verso di ricordare che per il giuoco del pallone furonoappassionatissimi anche i principi di Casa Medicii quali si davanopremura di far venire a Firenze i più famosi giuocatori che venivano daloro spesati di tutto puntopagati lautamente e mandati poi via con deiregali di molto valore.

Avviene spesso di trovare notato in qualche diarioo cronaca del tempomediceotaluna di queste compagnie di giuocatori celebri.

Generalmente si giuocava dal canto del palazzo Strozzifino allacolonna di Santa Trinita.

Nel 1618 il granduca Cosimo II fece venire in Firenze i giuocatori piùrinomati di tutta l'Italiae furon da lui spesati in diverse case conmagnifiche tinellate. Questi giuocatori furono: un certo FrancescoArmentini d'Anconaun tale de' Benedetti di Veneziaed altri d'OsimodiFaenzadi Bagnacavallo e della Lombardia. "E perché dettiforestieri si lamentavano del lastricatoal quale non erano usiS. A.fece accomodare la strada nel luogo della battutacon mattonicottiin coltello; e vi furono molti che batterono fino a ottanta passidal palazzo degli Strozzi fino al Canto de' Minerbetti". Quellivenuti di fuori giuocavano anche con più giuocatori di Firenzetracui quattro furono i più famosi cioè: il "Bicchieraio" dettoper soprannome il Barba; Anton Mariacuoco del cardinal de'Medicidetto il Pallaio; un tale de' Ceccherelli cittadino e setaiolo;ed un fratello del "Bicchieraio" soprannominato Napoliilquale aveva un braccio storpiato e rattratto; e quando giuocava luiilGranduca andava sempre a vederlonel borgo di Santa Trinita.

Il Granduca vi assisteva in carrozza chiusa fra Via Porta Rossa eParione; ed i lanzi facevano il servizio perché nessuno occupasse queltratto di Via Tornabuoni dove si giuocavache rimaneva affatto libera.Dalle finestre - con le impannate alzate a guisa delle gelosie dellepersiane - dei palazzi e delle caseuna folla di dame e di gentiluominigodeva quello spettacolo di cui ognuno andava matto.

I giuocatori - come si rileva da una tempera esistente in un palazzo diproprietà Giuntiniriprodotta dalla fotografia Alinari - erano ottoquattro per parte e vestiti di biancocon un costume perfettamente ugualea quello ancora in uso.

Alla fine d'ottobre del 1628 "non essendo più la stagionepropizia per giuocare al pallonei giuocatori di fuori se ne tornaronoalle loro patrie". Ma prima che partisseroil Granduca fece loro ilregalo di una collana d'oroa chi

di scudi dugento e chi di centocinquanta. "Sicché- dice il cronista che fa gli occhioni - poteron molto contentitornarealle loro case".

Nel 5 ottobre del 1693 si trova notata una grande partita di sfidafatta dai giuocatori fiorentinicol consenso del gran principeFerdinandoprimogenito del granduca Cosimo IIIfanatico di questogiuoco.

li Principe fece mettere il giuoco del pallone appiè del PonteSanta Trinita fino al Canto di Parione; ed egli con la principessaViolante e con tutta la Cortevi assisté dal Casino de' Nobilisull'angolo del Lungarno.

Le finestre delle casedice il cronista inorriditofuron pagate perfinodue zecchini l'una. Undici lire e venti centesimi di moneta nostra! Igiuocatori venuti per questa sfida furononientemeno che il dottoreSansoni di Bologna"con altri due suoi paesani ed unveneziano". I fiorentini erano Antonio Cocchinidetto il Bacchettone;un tale Francesco staffiere di Corte detto Pericolo; unaltro staffiere detto Bobi ed un cacciatore del Granduca detto Momo.Vinsero i bolognesied il Gran Principe regalò ad essi cento doppie peruno: ma al dottore Sansoniche era stato il battitoreoltre le centodoppiegli regalò anche un anello di brillanti di passa mille scudidi valore! Epperò faceva il giuocator di palloneinvece deldottore!... Prima che guadagnasse cento doppie e l'anello di brillanti conla sua bravura di medicoavrebbe empito chi sa quanti cimiteri!

I giuocatori fiorentini che furono i perditoriebbero ciascunocinquanta doppie di regalo. Tanto fu il fanatismo destato da questa sfidache "il divertimento fu replicato per tre giorni consecutivi". Eil dottor Sansoni che tastava meglio il polso a' palloni che a' malatifece sempre da battitore e i bolognesi rimasero vincitori. Non so se inseguito i fiorentini prendessero per battitore un avvocato!

Seguitando al di fuori delle muratorniamo alla Porta alla Crocecomequella che aveva più attrito e più movimento delle altrea causaspecialmente de mercato che ivi si teneva tutti i venerdì.

Fin dalla mattina all'alba la piazza dalla parte di Via Frusa - oggiScialoia - e della Porta a Pintiera occupata da branchi di bestievaccineportate dai contadini per barattare o per vendereai macellari oai fattori dei padronati.

Qui si contrattavano pure i vitelli per rilevare; ma prima che venisseconclusa la venditatra i mezzani e i contadinic'era uno scambio dibestemmie e di urli talida sbalordiree bisognava ringraziare Iddio seil più delle volte non finiva a bastonate!

Dov'è ora la Piazza Beccariaa sinistra andando in Via Aretinac'eraun rialtouna specie di poggettofamoso per la bottega di pizzicagnolodel "gobbo Paoletti"dove andavano a bereed anche a fare unospuntinoi contadini e i fattori. Fuori vi erano tre acaciesotto lequali il venerdì vi posavan le bigoncei palii barilile dogheitinile moscaiole da manzicavezzebardature da ciuchifinimenti dacavallistaccipalibigonciòlipanierisacca di semipostimilupini per governo agli oliviinsomma tutto ciò che si poteva cercare aduna fiera piuttosto che ad un mercato.

Quando piovevatutti quei contadini andavano sotto i loggiaticome viandavano anche nelle belle giornateper contare i quattrini riscossidelle vendite fatte.

Più d'una volta però il Commissario del quartiere di Santa Croce ebbea richiamare l'attenzione del Magistratoper procurare un miglioreordinamento al mercato settimanale di fuori della Porta alla Croce"onderegolarizzando nel medesimo la situazione delle Mercievitarel'ingombro nelle pubbliche vie che vi traversanoe particolarmente nellaRegia Aretinaove non di rado avveniva che le carrozzein corso dipostafossero forzate per lungo tempo a trattenersi prima di entrare incittà".

L'altra specialità della Porta alla Croce erano gli stabbioli deimaiali tanto da Via Frusa che da quest'altra partevicino alle stalle edal pozzo detti "del Vanni".

Quelli stabbioliai quali era annesso un magazzino e due stanzeeranodi proprietà del Comune e servivano per portarvi i maiali e per la loropesatura - che si faceva con le stadere posate su due grandi capre dilegno - nei mercati che si facevano.

Tanto gli stabbioli che le due stanze e il magazzinocon tutti imobili ed utensili ivi esistentidi tre in tre annisi affittavanoall'incantosulla somma di cinquecento lire toscaneal maggioreofferente. Lì presso c'era una casa con un piccolo loggiatosotto ilquale stava un pubblico computista con un tavolino a fare i conteggieverificare le contrattazioniperché non nascessero imbrogli.

Negli stabbioli si ammazzavano pubblicamente i maiali; gli strilliacuti di quelle bestie si sentivano da lontanoe molta gente del popoloandava con delle grandi pentole a comprare quel sangue caldo per fare icosiddetti roventini una delle ghiottonerie della bassagente; che li mangiava bell'e fatti anche li in piazza da alcuni che colfornello e la padella li cuocevanovendendoli a un quattrin l'uno espruzzandoci sopra - senza aumento di spesa - un pugnello di cacio diRoma.

Dopo la Porta alla Croce andando verso l'Arno nella località detta laPiagentinasi trovavano le Molina e ivi fìnivan le mura esterne dellacittàlimitate dal corso del fiume.

Dall'altra parte dell'Arnoper le muras'andava soltanto di fuoricominciando dalla Porta San Niccolò. Seguitando poi per Porta San Miniatosalendo a quella di San Giorgiocosteggiando il giardino di BoboliallaPace - dove ora sono le scuderie reali - si trovava la torre detta diMascherinoove le regie truppe andavano ad esercitarsi al tiro delbersaglioche consisteva in una specie di treccione o stoia di pagliaalta due metri e larga uno e mezzoinchiodato su tre palicon un discoin mezzoove i soldati miravanopassando delle settimane prima chequalcuno vi cogliesse!

Discendendo sempresi arrivava alla Porta Romana opera di IacopoOrcagna fratello di Andrea; e sempre continuando lungo le muraoltrepassato il Cimitero degli ebreisi compiva il giro arrivando allaPorta a San Frediano costruita sul disegno di Andrea Pisano.

Di qui proseguendo per il Pignone si scendeva sul greto d'Arno allaSardignaove si uccidevano i cavalli e i somari vecchi non piùservibilie vi si sotterravano facendo delle buche nel greto stesso. Quelluogo era un vero putridume: si scaricavano le spazzature ed ogni sorta diimmondezze e le erbacce vi crescevano senza che nessuno se ne curasse. Erauna vera sconcezzaed oggi si direbbe quasi un centro d'infezione; maallora chi ci badava?

Anche le mura d'oltr'Arno sono state in gran parte demolite: non sonrimaste quasi come modelloche quelle tra la Porta San Frediano e laPorta Romana; mentremeno quella di Pintitutte le Porte esistonotuttora.

Dalla Porta San Frediano le mura andavano fino al Torrino di Santa Rosae proseguivano lungo l'Arno fino al ponte alla Carraia: ma quasi difacciaal Tiratoio presso Cestello c'era una casa dove stava una guardia perimpedire che i barcaioli ed i passeggieri non muniti di permessorisalissero la pescaia per commettere dei frodi.

Al termine delle mura e della spalletta del ponte esisteva unchiesino nel quale si diceva messa tutte le feste. Sopra ilpiccolo altare eravi una Madonnaper devozione alla qualela bellissimae famosa Beppafioraiache nata nei primi anni del secolo vissefin dopo il 1870vi lasciava ogni giorno un mazzo di fiori. Costeiabitava a Monticelli; e quando la mattina passava dalla Porta SanFrediano; regalava un fiore a tutti gli impiegatidicendo col suo sorrisobonarionon essendo punto orgogliosa della sua bellezza: "Eccobambinitenetene di conto". Essa era nota per la semplicitàelegante del suo vestireche contrastava col cappellone bianco di pagliae con lo sciallino corto che portava sempre.

La Beppache era moglie di un giardiniere di Boboliaveva passolibero a'Pittidove andava a portare i fiori: e le linguaccieche aFirenze direbbero male anche di Cristodicevano che fosse nelle grazie diLeopoldo II: è un fatto però che era la prediletta di tuttal'aristocraziaed ebbe sempre l'abilità di non far geloso nessuno!

Le Porte della città si chiudevano tanto d'estate che d'invernoall'un'ora di notte; e la chiusura veniva annunziata da un cosiddetto fa-serviziun ragazzofiglio di qualche impiegato delle porteche cominciava afar la sua carriera da quell'umile grado.

Ilfa-servizi annunziava dunque allo scocco dell'un'oralachiusura della porta dando tre colpi col martello che v'era infisso. Aquel segnalecoloro che erano fuor della città e volevano tornarvifacevano delle corse incredibilie ne uscivano con la lingua fuori peressere in tempo a passarenon essendovi che cinque minuti di comportodecorsi i quali la porta si chiudeva e veniva calato il rastrello. Dopol'un'orachi voleva entrare in città bisognava che bussasseall'usciolino bassopraticato nella portae pagasse una crazia - settecentesimi - a titolo di pedaggio. Quest'usanzache era biasimata da tuttii cittadini poiché si trovavano considerati come altrettante bestie dagabellafu la prima ad essere abolita dal Governo provvisorio del 1848che ne ebbe il plauso universale.

Le Porte che si chiudevano assolutamente senza poter passare nemmenodall'usciolinoeran quelle di PintiSan GiorgioSan Miniatolaporticciòla del Prato - detta anche porta a Sardigna - e la porticciòladi Piazza delle Traviallo scalo in Arno. Ma qui coloro che avevan fattotardi non si sgomentavanoperché scavalcavano dalle sponde e chi s'èvisto s'è visto !

Le chiavi di queste porte ogni sera alle ventiquattroossia all'AveMariaeran ritirate da uno dei quattro soldatichiamati volanti chemontavano alla Gran Guardia con questo solo incarico. Ogni soldato eraaccompagnato dal veteranochecome abbiamo rilevato in uno deiprecedenti capitolicon marziale serietà metteva da sé le chiavi nellabolgetta di cuoio che il soldato teneva a tracolla insieme con la giberna;e quando tornava al Comando di Piazza le consegnava al Comandante.

Le quattro bolgette eran custodite nel corpo di guardia sotto laresponsabilità dell'ufficialee la mattina dopoappena giornoglistessi soldatiaccompagnati dal veteranotornavano ad aprire le porte ecosì avevan guadagnato la giornata.

Ad eccezione però delle quattro citatedalle altre si poteva passaremediante il pagamento del pedaggio d'una crazia; e potevano anche passarele carrozze ed altre vetturepagando una crazia per ruota.

La mattina a giorno s'alzava il rastrelloe si cominciava a fareentrare per ordine i barrocciche in una fila interminabile si eranomessi in riga lungo la strada di fuoriad aspettare che aprissero perpoter gabellare.

I primiper il solitoeran sempre i lattai e gli ortolani che eranocostretti ad essere i più solleciti. Pareva come dar la stura a un fiume.Ma c'erano i soldati ad ogni porta per il buon ordine: un caporale e treuomini di quelli che il popolo chiamava fior di zucca.

Se nasceva qualche litigio fra coloro che volevan passare innanzioppure se taluno levava di rispetto un impiegato o anche lo stessocassierequesti non faceva altro che dire al capopostoche era agliordini immediati di lui: - Caporalefaccia il suo dovere. -

Ed il caporale metteva nel corpo di guardia il riottosomandandosubito un volante al comando di Piazza col rapporto steso dalcassierein attesa di ordini. Quando per la città si vedeva in certe oreinsolite un soldato col rapporto piegato a triangolo e infilato tra labacchetta e la cassa del fuciletutti s'immaginavano che c'era qualchearrestato a una porta.

Non era raro il caso che dal rapporto del cassiereresultandotrattarsi d'un prepotenteandassero i birri a prenderlo e portarlodinanzi al Commissario del quartiereper render conto del suo operatoconducendolo poi alle Stinche senza neanche avvisare a casaper queltempo che il Commissario medesimo ordinava.

E così le cose si sbrigavano parecchio alla sveltaper citazionedirettissimacome si direbbe oggied uno sapeva subito di che mortedoveva morire in meno d'un'oranon spendendo né in carta bollata né inavvocati.

Una delle curiosità delle porteerano i contrabbandi che sitentavano. Frodar l'erario è un guaio antico; ma a que' tempi il passarla roba senza pagare era una soddisfazione ed un'industria insieme. Vierano delle famiglie chesu questaci campavano comodamente.

Alcune donnicciuole si guadagnavano una discreta giornatapassando iprosciuttiche Dio ci liberi nascondevano sotto le sottanee ricevevanomezzo paolo per ciascuno da coloro per conto dei quali li passavano. Oltreai prosciuttinon c'era giorno che non passassero carnesalsiccie etutto quanto con quel prosaico mezzo della sottana si poteva nascondere.Ma i gabelliniche le conoscevanospesso ne coglievano qualcuna infalloe allora quelle donne perdevano ogni cosa.

Le più accorte peròquando vedevan la marina torbasi gingillavanodi fuori presso la portafigurando dì chiacchierare svagolateconquesto e con quelloaspettando il momento buono di potere sgusciareinosservate tra barroccio e barroccio e il tiro era fatto.

Certe altre poisi lasciavan frugare tranquillamente perché sapevanodi non aver nulla addosso; e lo stradiere non

si accorgevaed era quasi impossibileche quello che cercava era nel veggioo scaldino ch'esse figuravan di portare per scaldarsie dentro erapieno di spirito chiuso in una piccola bombolafatta a modellocoperta da un po' di brace e della cenereche nascondeva perfettamente ilfrodo.

Erano infiniti i mezzi e le astuzie usate per passar la roba alle portein barba al cassiere e agli stradieri. Ci sarebbe da scrivere un librocuriosissimo!

Nei carichi della fastella nascondevan mezzi boviaddirittura: pialleda legnaioli piene di spiritoe perfino tamburi della Guardia Urbana a'suoi tempicelavano o mascheravano l'inganno!

Non c'era poi diligenza che arrivasse di campagnanella quale non cifosse qualcuno che tentasse il suo bravo frodo. Per lo più costoromentre gli stradiericerti ferri di bottega più fini della seta diNapolifacevano la visita e domandavano se c'era nulla da gabellaessisi mostravan distratti guardando in qua e là; ma più specialmenteeciò era caratteristicosoffiandosi il nasoper nascondere l'imbarazzo ela bramosia di uscir presto da quella pena d'essere scoperti. Ma peròc'erano talora degli stradieri che figurando di non accorgersi di nullatutt'a un tratto dicevano a quei tali: - Ora che la s'è soffiato il nasola s'alzi! - E trovavan pari pari i generi nascosti: e se quello se livoleva tenerebisognava che pagasse dieci volte la gabella: diversamentecome accadeva quasi semprediventavan proprietà dello stradiere cheaveva fatto la scopertae ne faceva parte ai compagni di servizio. Néfiniva qui l'incerto - come si diceva - dell'impiegato; poiché quandoquesti faceva delle scoperte importantiriceveva anche un premio di diecilire dalla Ispezione delle Gabelle! E questo per incoraggiarli sempre piùe non giustificare quello che dicevano certe linguacceche qualcunopigliava il cosiddetto boccone e lasciava correre!...

Il terrore di quei contrabbandieri spiccioli era uno stradieresoprannominato Bighezzeil quale pareva nato apposta per fiutareindovinare da lontano e conoscere a colpo sicuro gli individui chetentavano la frode. E a vederlo pareva tutt'altro: allegrobuffonepiacevolescherzava con tutticon aria bonaccionache invitava allaconfidenza. Ed era lui che spesso scopriva perfino certi tavoloni da pontiper i muratoripieni d'alcool chiuso ermeticamente in cassette di lattalunghe quanto le tavolee commesse nello spessore di esse con artemirabile.

Più volte si scoprivano delle signoreche in carrozzacon grave posae altezzosatentavano di passare ogni sorta di salumie facevano lesdegnose e si offendevano se venivano invitate a scendereper farsivisitare dalla donna che appositamente faceva servizio ad ogni porta.

Famosi per le frodi in grandeerano i mortuari delle parrocchiechequando portavano un cadavere ad un cimitero suburbanotornavano in giùcon la barache nessuno pensava a visitarecon entro un quarto di manzoo con due o tre agnellio anche - con rispetto - con un maiale intero. Edil prete era di balla!....

Fra le frodi celebri vi fu quella di un tale che a mezzanotte giunto incarrozza alla Porta alla Croce bussò perché fosse aperto per passare incittà. Lo stradiere vedendo le tendine calate ammiccò il vetturinostrizzando l'occhio con maliziamentre spinto dalla curiosità e ancheper fare un po' di dispettoaprì lo sportello. Vedendo che il signoreimbarazzato figurava di ricomporsilo straniere sbirciando la signora conla cuffia fitta fitta tirata giù per non essere vistarichiudendo losportello rumorosamente diceva al cocchieredopo che aveva pagato ilpedaggio di una crazia per ruota: - Lei vada! può andare. -

La signora velata non era altro che un maiale vestito da donna! Maquando un'altra volta quel taleche l'aveva presa a vegliatentò ilcolpo nientemeno che con tre di quelle signorefu scoperto. Venuto insospetto lo stradiere dopo che aveva fatto passar la carrozzala rincorsefino a Sant'Ambrogio; e fattala tornare indietro si trovò che le tre dameerano.... quello che erano.

L'affare dei frodi era per taluni anche un divertimentoe talvoltadiede luogo anche a delle scommesse.

Un giornoed anche questa è storicaun prete venendo di fuori d'unaportacon una valigia in manosi soffermò misteriosamente dallostradiere; e tiratolo in disparte gli confidò come se fosse stato unfratelloche alcuni amici

presso i quali andava a passar qualche giorno in campagnagli avevanopromesso nella settimana un prosciutto.

Ma eglipovero pretenon potendo spendere nella gabellalo pregavaquando l'avesse avutoa lasciarlo passare senza guardarlopromettendoglidi raccomandarlo a Gesù.

Lo straniere pensò subito alla burletta da fare al pretee glipromise quanto desiderava.

Frattantoappena fu andato viaavvisò il cassiere ed i compagni delcaffetto; e tutti d'accordo pensarono di prendere il prosciutto al pretequando fosse passatocol dargli la multa di dieci volte la gabella cheegli non avrebbe pagato di certo.

Dopo alcuni giorniecco il bravo prete con la valigia. Lo stranieredà d'occhio al cassieree quando il degno sacerdote è sotto la portafigurando di non riconoscerlogli domanda:

- Che cos'ha reverendo nella valigia?

- Nulla! - risponde franco l'altro.

- L'apra che si veda! - Il prete apre la valigiae la valigia eravuota.

- O il prosciutto? - domanda lo straniere che era rimasto male.

Eh! il prosciutto c'era l'altra volta!...

 

XXV

Com’era Firenze

L'aspetto della città - Il birro Chiappini - La pulizia delle strade ei forzati - Sorveglianza dei pompieri - Inconvenienti - L'illuminazionepubblica - Polizia mortuaria - Il palazzo Borghese - L'architetto GaetanoBaccani Un concorso - La prima festa nel palazzo Borghesi - Lagranduchessa Baciocchi e tre giovani artisti - Don Camillo Borghesipatrizio fiorentino - La demolizione dell'arco di Santa Trinita - Gliarchitetti Cacialli e Baccani - Il Cinci pontaio - Bontà d'animo diFerdinando III - La luminara alla Sardigna - Allargamento della Piazza delDuomo - Apertura di nuove strade.

L'interno della cittàper quanto a quei tempi potesse dirsi una dellepiù pulite e decenti d'Italiaera molto diverso da quello che èpresentemente. Basti dire che nel piazzale degli Uffìzi si faceva ilmercato dei cavalli e dei puledrie sulla Piazza di Santa Maria Novellaquello giornaliero della paglia e del carboneche a somasui somarisicontrattava poi al minuto alle case: e prima si faceva nientemeno sullaPiazza di San Giovanni! Gli erbaggii cocomerii poponiecc. sicontrattavano ogni giorno sulla Piazza degli Strozzidetta anche delle Cipolleperché in antico vi si faceva unicamente il mercato diquell'ortaggio. Ma per i reclami fatti nel 1826 dal duca Don Ferdinando edal conte Filippo Strozziil Presidente del Buon Governo destinò per ilmercato degli erbaggí la predetta Piazza di Santa Maria Novella vecchiache divenne così la babilonia dei mercati.

Le strade della città erano tenute in uno stato deplorevole; ma alloranon parevae ci si badava poco; perché specialmente quelli che sirecavano in altro città e le trovavano più mal tenute e più sudicieFirenze pareva loro un torlo d'uovo! C'eran però delle cose chedisdicevano addirittura col nome di civiltàdi cui appunto godevaFirenze. Basterà citare fra tante altreche la Comunità pagava diecilire l'anno ad ogni caposquadra di birri dei quattro Commissariatiperché si davan cura di far trasportare alla Sardigna i cani e i gattimorti trovati per le strade!

Un caposquadra rimasto come esempio di zelo fra i birrifu LorenzoChiappinial quale il Magistrato civicocon partito del 10 settembre1783assegnò il premio di dieci paolidestinatogli come al"famiglio inventore dei trasgressori alla legge degli ingombri delsuolo pubblico". Da questo Chiappini si vuole che discendesse LuigiFilippo d'Orléans!

Lo sconcio più grave era quello della Piazza di Santa Croceove daiconciatori si faceva la distesa delle pelli su degli stecconi perasciugarle"che tramandavano pestifere esalazioni pregiudicevolialla pubblica salute". E non c'è da stentare a crederlo! Mal perquanto contro quella pestilenziale distesa protestassero ereclamassero gli abitanti della Piazza di Santa Croce fino dal 1783e chela Comunità trasmettesse i loro reclami al Commissario del quartierelepelli si tornavano di quando in quando a distenderecome per tastare ilterreno onde tentare di rimetter l'uso.

La pulizia delle stradefinché poi non fu data in appaltosi facevadai forzatiche con la catena al fiancolegati a coppiaspazzavano levierecando tristezza e molestia col rumore delle loro catene.

Molti che da lontano sentivano il suono fesso delle catene cambiavanostrada per non vedere quei disgraziati. Essi si distinguevano dal coloredell'abito: i gialli erano condannati a vita ed i rossi a tempo. Eranovestiti con la più grande e ripugnante ostentazione del disprezzo.Avevano la camicia di canapa rozza e grossa come la roba da balle. Lagiacchetta era di lanatagliata senza garbo né graziache non tornavaloro a modo né a verso; e i pantaloni larghigoffi e cortichearrivavano poco più giù del ginocchio. Non portavano mai calze ed avevancerte scarpacce grosseo troppo larghe o troppo stretteche listorpiavano. Dietro le spalle avevano scritto a grandi caratteri ildelitto commessoche si leggeva da lontano: FurtoOmicidioResistenza alla pubblica forza e via dicendo.

Quelli sciagurati uscivan dalle Stinche sul far del giorno portando lacarretta per la spazzaturaed ogni squadra era sorvegliata dall'aguzzinocol fucile carico. Bastava il più piccolo movimento sospettofatto dalforzato anche innocentementeper esser freddato. Molte volte se eranostanchi si mettevano a sedere sui marciapiedie i caffettieri quandoaprivan bottega buttavan lorodi nascosto all'aguzzinodelle bucce dilimone che quei poveri diavoli si mettevano in bocca con tale aviditàcome se fossero state datteri; qualcuno che passava buttava loro qualchequattrino e non si descrive l'espressione dello sguardo di quelle infelicicreature. C'era la riconoscenzal'affettoil pentimentoc'era tuttoquel che si sente e non si può ridire!...

In seguito poila sorveglianza delle strade della città fu affidataai pompieri i quali la perlustravano giornalmenteper assicurarsi chel'impresario della pulizia "adempiesse alle sue obbligazioni"; ela "mercede" che si corrispondeva al corpo dei pompieri perquesto serviziooltrepassava di poco le seicento lire toscane l'anno.

Un altro inconvenienteche in specie i forestieri deploravano comeun'offesa al pubblico decoroera quello che ognuno faceva impunemente ilcomodo suo non soltanto nei chiassoli e nei vicolima in tutte le stradee in tutte le piazzeove pure si buttavano le spazzature a qualunque oradel giorno. E per quanto fosse attiva la sorveglianza dei pompieriefosse forzatamente zelanteper via delle multe l'opera dell'impresariodella puliziapur nonostante le strade non eran mai addirittura pulite.Perciò nel 1832 il Magistratoconsiderando che sarebbe stato "ungran guadagno per la pubblica morale il togliere l'inconveniente" chein tutte le piazze e strade si facesse.... quello che pur troppo sifacevaincaricò il signor Gonfaloniere di domandare al Governol'autorizzazione di destinare dei locali adattatiall'uso che.... sicapisceincaricando l'ingegnere della Comunità di proporre frattanto iluoghi ove collocare i recipienti per.... diciamo cosìgli abusi minori.E la Comunitàper dire il veronon lesinava troppo sulle spese perraggiunger lo scopo di tenere la città più pulita che si poteva. Ma gliimpresari di tutti i tempi e di tutti i generiquando si tratta di averl'accolto promettono e sottoscrivono ogni cosa: ma rammentandosi ilvecchio dettato che "promettere e mantenere è da paurosi" fannodi tutto per non passare per tali.

Il Comune dunqueoltre al pagare una discreta somma per il serviziodella spazzatura e nettezza della cittàprovvedeva a sue spese itrentasei inservienti - o spazzini come si dice oggi - di un"mantelletto d'incerato con cappuccio" per ciascunoonderipararsi in tempo di pioggiaspendendo per tutti dugentosedici lire equattordici soldiossia cinque lire e sei centesimi delle nostreognuno.La spalatura della neve nelle strade e nelle piazze si faceva a cura delmagazziniere del Comuneil quale spendeva anche quasi seimila lire in unanno; e perfino settantotto lire precise pure ogni annoperbruciare nell'estate le farfalle "nell'alveo" dell'Arno;operazione eseguita a cura dell'appaltatore della pulizia o nettezzapubblica.

Inoltre spendeva la Comunità trecentosei liresei soldi e otto ognianno "per la solita annaffiatura dal Ponte alla Carraia fino allaPorta al Prato nella stagione estiva"comprese lire ventotto per ilfitto di tre mesi di una rimessa in Via Gora per riporvi le botti.

Fra gl'incomodi più lamentati dai cittadini vi era quello delle acquedei tettile quali non essendo incanalatequando piovevada un grossotubo posto negli angoli del fabbricatol'acqua veniva a scialo giùnella stradaaddosso alla gente.

L'illuminazione pubblica era quello che poteva essere di più buio. Ilampioni a olio col lume a riverbero messi a tempo di Pietro Leopoldoparvero da principio una esagerazione di progressoperché fino alloraper le strade non c'erano la notte che le fioche lampade dei tabernacoli;e quindi in tutta Firenze quattro soli lampioniuno per quartierealle case dei Commissari del Buon Governo. Quando dunque venne impiantatala illuminazione a olio fino alla mezzanottesi poteva scorgere unapersona a venti passi! A quell'ora però si spengevae festa finita!

Ed anche per la polizia mortuaria c'era molto da ridire.

I morti più distinti si sotterravano liberamente nei cimiteri dellechiese o nei cimiteri suburbani; ed il resto a Trespiano ma tutti asterro!...

Non si creda però con questi severi rilievi fatti allo stato internodella cittàche Firenze fosse tra le peggiori; poichégiova ripeterloera annoverata fra le più pulite.

Essa andava anzi a mano a mano rimodernandosi; e già alcune bellefabbriche erano state costruite sull'area di vecchie casee si provvedevaa migliorare le più centrali e le più importanti: come si cominciava astudiare il modo di togliere molti sconci e molti inconvenientiprimo frai quali quello della incanalatura delle acque dei tettila costruzione diun pubblico ammazzatoio in Piazza dell'Uccelloed un miglior sistema diilluminazione. Tutte cose che vennero dopo del tempoma che pure vennero.

Fra i nuovi edifizi di cui intanto era stata arricchita la cittàilprimo fu il Palazzo Borghesedetto poi il Casino di Firenzecostruito daDon Cammillo Borghese sulla fine del 1821. La storia di quel superbopalazzo si riassume brevemente.

Nella circostanza delle nozze del granduca Ferdinando III con laprincipessa Maria Ferdinanda di Sassoniaavvenute il 6 maggio 1821ilComune offrì "nelle Stanze dette del Buon Umore"annesseall'Accademia delle Belle artiuna festa in onore dei Sovrani la sera deldì 8 maggio.

Il Granducaincontrandosi a quella festa col principe CammilloBorgheseche aveva stabilito la sua dimora a Firenzegli disse:

- Principedovreste darla anche voi una festa. -

Don Cammilloche allora abitava nel palazzo Salviati in Via delPalagiorispose:

- Lo farei volentieri se avessi un locale degno di ricevere VostraAltezza.

- Ma voi lo potete fare se volete - soggiunse quasi scherzandoFerdinando III.

- Ed io lo faròse l'Altezza Vostra si compiacerà di venire adinaugurarlo.

- Sta beneper il futuro carnevale. -

Don Cammillo Borghesemesso così all'impegnomandò a chiamare ilsuo architetto Gaetano Baccanigiovane allora di ventinove annicheaveva già reputazione di artista valente e di grande ingegnoacquistatasi anche di recente con la costruzione del torrino nel giardinoTorrigiani in Via dei Serraglida lui eseguito in quello stesso anno.

- Ho promesso al Granduca di dare una festa in suo onore nel carnevaledi quest'altr'anno - gli disse senza tanti preamboli il principe Borghese- ma non essendovi qui (cioè nel palazzo Salviati) locale adattatohopensato di fabbricare un palazzo. Perciò fai subito un progettoperchéper la metà di gennaio dell'anno prossimo voglio che sia terminato. IlBaccani fece osservare al Principe che il tempo era molto ristrettoe chevedeva la cosa piuttosto difficile; ma Don Cammillouomo che nonconosceva difficoltàdisse all'architettoche se vedeva di non poterriuscire lo dicesse pure; perché egli voleva il palazzone avrebbeguardato a spese di sortanon volendo scomparire col Granduca.

Il Baccanidispiacente di perdere un'occasione così bella per farsidistingueretanto più che quello sarebbe stato il suo primo lavoroveramente importantedichiarò al Principe che per il tempo indicatoprendeva impegno di costruire il palazzo.

Infattidopo pochi giorni gli presentò il progettodel quale DonCammillo rimase contentissimoe la cosa fu stabilita. Ma siccome nelmondo i malevoli e gli invidiosi non sono mai mancaticosì alcuni fecerorilevare al Principeche non era conveniente di affidare alla leggiera unlavoro di tanta importanza ad un giovane che ancora non aveva dato unsaggio in grande del suo talento artistico. Per conseguenzalo persuaseroa bandire un concorsocome mezzo più efficace a raggiungere lo scopo cheegli si prefiggeva.

Il Principe fece avvisare il Baccani per fargli conoscere la suaintenzione di bandire il concorso; ed il giovane architettoper quanto simostrasse mortificatodové piegar la testa e ritirarsi.

Fu fatto dunque il concorso; ed una Commissione di architetti fra ipiù rinomati di Firenze e di fuorifu incaricata di scegliere ilprogetto migliore a cuioltre all'esecuzioneera assegnato un cospicuopremio in denaro.

Scaduto il terminesi esaminarono i progetti presentatifra i qualiuno sopra a tutti sorprese per la grandiosità del concettoper ilsimpatico insieme delle linee e per lo stile. che si staccava da tutti glialtri.

Com'era naturalequello fu il prescelto dalla Commissioneche nonfiniva di lodarlo. Ansiosi i componenti di essa ed il Principediconoscerne l'autorefu aperta la scheda corrispondente al motto delprogettoe si vide che l'autore era lo stesso Gaetano Baccani!

Questa volta fu il principe che rimase mortificato; e mandato achiamare nuovamente l'architetto fortunato volle dargli egli stesso lanuovarallegrandosi con lui. Gli disse quindi di volere eseguire ilprimitivo progettoperché più semplicee meno dispendioso.

Il Baccani tutto contento lo ringraziò commossoanche perché allacommissione del lavoro era aggiunto il premio di cinquecento lirecheprima non c'era.

Don Cammillo gli rammentò l'impegno preso col Granducae gli fececapire che non intendeva di tardare nemmeno un'oraalla consegna delpalazzo tutto in ordine per darvi la festa alla fine di gennaio del futuroanno 1822.

Benché non ci fossero che soli sei mesiil Baccani assicurò ilprincipe che il palazzo sarebbe stato terminato per quell'epoca. E cosìfu: anzi la consegna venne fatta otto giorni innanzi del giorno stabilito.

La festa ebbe luogo il 31 gennaio 1822ma il Sovrano non vi intervennea causa del lutto per la morte del cognatoprincipe Clemente di Sassoniaavvenuta in quei giorni a Pisa.

Con la costruzione del palazzo Borghese l'architetto Baccani assicuròla sua fama. Già egli era noto per i suoi concorsicoronati tutti daottimo successo; quello però di maggiore importanza fu il triennaledell'Accademia di belle arti nel quale vinse la medaglia d'oro conl'effigie di Michelangeloe nel rovescio le tre corone intrecciatedell'Accademia. Il valore della medaglia era d'intrinseco quarantottozecchini e otto paoli di moneta toscanaequivalente acinquecentoquarantadue franchi.

Non sarà inopportuno qui di raccontareriferendosi a dieci o dodicianni innanziche la distribuzione delle medaglie di quel concorso fufatta con solennità nella sala del Buon Umore e le medaglie dei premiatitanto in architetturapittura e sculturavennero distribuitepersonalmente dalla granduchessa Elisa Baciocchi; la qualenell'istessogiornovolle che i tre premiati maggioricioè in architettura Baccaniin pittura Bezzuolie in scultura Pozziandassero a pranzo da lei alpalazzo Pittiove era pure invitato il presidente dell'Accademiasenatore Giovanni Degli Alessandriil grande scultore Canova e l'egregioprofessore Benvenuti.

Essendo i tre giovani premiati stati messi insiemeper metterli forsein minore imbarazzoavendo ognuno poco più di vent'annicosì avvenneche tutt'e trefacendosi coraggio l'un con l'altro e perdendo a poco apoco la soggezione d'un pranzo a Cortesi facevano riempire troppo spessoil bicchieregiacché il vino della signora Baciocchi era molto diversoda quello che abitualmente bevevano a casa loro.

Ma quel vinofacendo il suo effettomise i tre giovanotti di buonumore più che nella sala omonimadove avevan ricevuto il premio.Cosicché l'ilarità che in essi ne derivavanon era troppo confacevoleall'ambiente. Il povero professor Benvenuti sudava sangue dalla passionee badava a far segni a que' giovinotti perché si moderassero e sirammentassero dov'erano: ma era tempo e fatica sprecata. La Granduchessache se ne accorserivoltasi al Benvenuti gli disse ridendo:

- Lasciateli farelasciateli fare: son giovanied è bene che sianoallegri. -

Tornando alla costruzione del palazzo Borghesediremo che fu perFirenze un avvenimento di grande importanza; e per più giorni la gente cisi fermava a naso per ariacome se non finisse mai di contemplarloabbastanza. È un fatto peròche tutta la popolazione portava ai settecieli il gentiluomo romanoche fra le sue stravaganze aveva avuto la buonidea di costruire una fabbrica che è tuttora decoro di Firenze.

Ed il Magistrato civiconella sua adunanza del 22 marzo 1822considerando che il principe Don Cammillo Borghese "aveva manifestatola sua predilezione per Firenze non solo con le maniere nobili e generosema ancora con intraprendere e perfezionare grandiosi lavori nell'avitopalazzo Salviatiriducendolo a nuovo e più elegante disegnoarchitettonicomediante l'acquisto di molti fondi a quello contigui"e per avere arricchito la nuova fabbrica di marmisuppellettili e mobiliricchissimioccupando architettiartefici e manifattori toscani d'ognispecie; ed amando la Comunità di dargliene una solenne testimonianza"impetrarono dall'Augusto Sovrano" di volersi degnare difare iscrivere gratuitamente il principe Don Cammillo Borghese e tutta lasua famiglia e discendenza alla Nobiltà Patrizia fiorentina.

E Ferdinando III "con suo benigno rescritto" del 6 maggiodello stesso annoapprovò "che la predetta Eccellenza Suae suafamiglia" fossero gratuitamente ascritti alla NobiltàPatrizia fiorentina.

Parve che il nuovo palazzo di Via del Palagiocome allora si chiamavaquel tratto della Via Ghibellinadesse la spinta ad eseguire nuovi lavoridi abbellimento della città; poiché nel dì 2 aprile 1823 si cominciòdal Comune a parlare sul serio della demolizione "degli stabilisovrapposti all'arco di Santa Trinita" profittando della minacciatarovina di essi.

E ciònon tanto per appagare così "l'oggetto dei votipubblici" quanto per migliorare quel tratto di Lungarno togliendo unaporzione di fabbriche che lo deturpavano "nel più bel punto divista"e restituire (sic) un abbellimento in aggiunta degliinvidiabili pregi della città. Considerò altresì il Magistratochel'opporsi al voto universale dei cittadini e dei forestieri "che noncessano di ammirare la bellezza del tutto insieme" avrebbe dimostratonel Magistrato stesso "una privazione totale di buon gusto e di amoreper gli abbellimento ed ornati della città". Perciòritenendo che"conveniva preliminarmente assicurarsi del preciso valore dei fondiriconobbe che per tale oggetto non vi era che il signor conte Luigi DeCambray Digny il quale potesse sostenere con impegno e zelo l'interessedella Comunità e del Governo"tanto più che egli era stato dalMagistrato supremo nominato Periziore nella vertenza tra laComunità e i proprietari per causa della rovina che minacciavano le dettefabbriche. Lo elessero quindi perito nell'interesse della Comunità"combinandosi l'intera fiducia del Magistrato nell'abilità e talentidi si degno soggettoe l'adesione del medesimo all'incarico daaffidarsegli". Il Comune peròvedendo di non potersi ingolfare inun'opera che sarebbe costata una somma rilevantesi rivolsesecondo ilsolito"alla munificenza sovrana" perché questa "venissein soccorso della Comunitàla qualediversamentesi sarebbe trovatanella necessità di abbandonare un sì bel progetto".

Il dì 7 luglio il Provveditore della Camera della Comunità partecipòal Gonfaloniere che S. A. I. e R. "mentre si era degnata diapprovare" che la Comunità di Firenze assumesse il carico dieffettuare la demolizione dell'arco di Santa Trinita "secondo ilprogetto già concepito" aveva ordinato che a favore della Comunitàstessa "venisse elargita dalla cassa dello scrittoio delle RR.Fabbriche a titolo gratuito e per una sola volta" la somma di seimilascudipari a trentacinquemila dugentottanta lire della nostra moneta. Conquesto però; che la Comunità dovesse sostenere interamente il caricodella spesa occorrente per il detto lavoro "qualunque potesseroessere i casi imprevistied a qualunque somma potesse ascendere nella suatotalità" escludendo assolutamente ogni altro soccorso per parte delR. Erario. Soltantocome "atto ulteriore di sovranamunificenza"il Granduca poneva a carico dell'I. e R. Depositeria lasomma che sarebbe occorsa per i diritti di registro per i contratti coirispettivi proprietari degli stabili da demolirsi.

Il Magistrato nell'adunanza del 9 luglio seguente "dopo averlungamente trattato della materia" deliberò di affidare interamentela direzione e soprintendenza di tutti i lavori "al signor De CambrayDignyDirettore dello scrittoio delle RR. Fabbrichecon amplissimafacoltà al medesimo di eleggere e destinare per la esecuzione di fatto didetti lavoriquelle persone che fossero da esso giudicate più capaci edidonee". Frattanto incaricava l'ingegnere Pietro Municchi della stimadei fondi da acquistarsi dalla Comunità.

Il signor De Cambray Digny affìdò l'opera dell'abbellimento di queltratto del Lungarno di Santa Trinitamercè la demolizione dell'arcoall'architetto Cacialliil quale alla sua volta si valse dell'operadell'architetto Gaetano Baccaniche si era oramai assicurata la fama diartista valente.

Quando il lavoro fu condotto quasi a termineil Direttore delle RR.Fabbricheinvitò il granduca Ferdinando III a vedere per il primoilnuovo aspetto che prendeva quel pezzo del Lungarno. Il Granduca accettatol'invito vi si recòed entrato nella paracintadove fu ricevuto dagliarchitetti DignyCacialli e Baccanifu dato ordine al pontaiosoprannominato Cinci di togliere il legname di un ponte all'altezzad'uomo. Il Cinci peròimpressionato dalla presenza del Sovranoper quanto questi cercasse di dar poca soggezionementre stava chinatoper sfilare un'asse voltando le spalle al Granducascivolandogli un piedepoco mancò che non cadesse all'indietro. Ferdinando III fu pronto asostenerlo con una manoper l'appunto in quella parte della persona cheminacciava di mettere a sedere in terra il Cinci.

Il giovane Baccaniche alla vivacità dell'ingegno univa una prontezzadi spirito tutta fiorentinavedendo quell'atto del Granduca disse in unorecchio all'architetto Cacialli:

- Bisognerà mettere una lapide sul.... del Cinci! -

Il Cacialli non poté frenare il riso; ed il Granduca voltandosidomandò:

- Che cosa c'è? -

L'architettotrovandosi un po' imbrogliatocercò di levarselarispondendo:

- NienteAltezza! ridevo d'una cosa che mi ha detto qui il Baccani.

- Ditemeladitemela....

- Ma....

- Voglio saperla! -

Il Cacialli gliel'ebbe a dire. E anche Ferdinandomettendosi a rideredisse:

- È giustaè giustabisogna farlo davvero! -

Quanta bontà d'animo e quanto spirito in Ferdinando III!

Se la lapide non fu più fatta per il Cincifu fatta perricordare l'avvenimento della demolizione dell'arco di Santa Trinita; el'incarico fu dato al "Padre Mauro Bernardiniprofessore d'eloquenzanelle Scuole pie". Il Magistrato deliberò "di impetrarel'opportuno assenso di S. A. I. e R. per la collocazione della lapide alposto indicato"; e quindi "considerando che detto P. MauroBernardini meritava un premio per detta latina elegante iscrizione"stanziò a favore del medesimo la somma di sei zecchiniossia disessantasette lire e venti delle nostre"in contrassegno delgradimento incontrato dalla detta iscrizione".

Con quest'opera si rese davvero più bella la passeggiata del Lungarnoche allora si limitava soltanto fino al Ponte alla Carraiadov'è ora ilterrazzino con la statua di Goldoni. Cotesto punto si chiamava i trapaniperché sotto le fìnestre terrene del fianco dello stabile che oggitraverserebbe il Lungarno e che si univa al ponteavendo la facciata inBorgognissantivi era scolpito un trapano.

Le case di Borgognissantidalla parte dell'Arnofino alla piazzaavevano tutte il giardino dal quale si scendeva nel fiume. Una di questeera la Locanda d'Italia dove alloggiò la bellissima imperatriceOlga di Russiaeletta anima d'artistache rimase entusiasta di Firenze.Avendo essa sentito più volte parlare della famosa luminara di Pisaedespresso il desiderio di vederlaquando l'anno dipoi tornò a Firenzeper ordine del Granduca le fu fatto un simulacro di tale illuminazionedalla parte opposta dell'Arno fino alla Sardignacon le biancherie venuteda Pisa. Queste biancherie erano i prospetti di legno che simetteva sulla facciata delle casea disegno architettonico e illuminate abicchierini - si dicevan biancherieperché quei telai eran tintidi bianco. L'Imperatrice si trattenne nel giardino fino a notte inoltratatanto le piacque la festae non poté fare a meno di andare a Pitti lamattina dopoa ringraziare la Corte dello spettacolo dato in suo onore.

In questa circostanza non mancò lo spirito salace dei fiorentini nelcantare il seguente sgarbato stornello:

Fior di gramigna:

Per onorare una regal carogna

S'è fatta una gran festa alla Sardigna.

L'imperatrice Olga fu invitata a pranzo dai Sovrani; e per quanto fosseabituata alla opulenta ricchezza della Corte russapur non ostante rimasestupita nel vedere lo sfarzo dei vasellami mediceiopera di BenvenutoCellinie di altri insigni arteficiche nessuna Corte al mondo potevamostrare.

Arrivato il momento della partenza da FirenzeOlga di Russia con levetture di posta che la dovevan condurre per la via di Bolognafece unapasseggiata alle Cascineperché prima d'andar via volle rivederletantole piacevano.

Dopo la demolizione dell'arco di Santa Trinitache si chiamavavolgarmente anche l’Arco de' pizzicotti perché essendo strettala strada i libertini nella folla si approfittavano per fare i pizzicottialle donnel'opera pubblica che fece più scalpore fu l'allargamentodella Piazza del Duomo dalla parte del campanilecon la costruzione deitre corpi di fabbrica detti "le Case dei Canonici". Anche questoè lavoro di Gaetano Baccaniche essendo oramai in vogaera stato elettoarchitetto dell'Opera di Santa Maria del Fiore. Il primitivo progetto delBaccani era molto più grandioso di quei tre corpi di fabbrica approvati;poiché egli aveva immaginato un grandioso fabbricato solodallaMìsericordia alla cantonata di Via del Proconsololasciando l'ingresso aVia dello Studio e a piazza del Capitolo mediante una porta e un androneche parevano far parte del fabbricato; e così dal Campanile di Giotto sivedeva direttamentecome del resto è adessolo sfondo di Via BuiaoggiVia dell'Orologio. Si deve pure al Baccani la cancellata attorno al Duomoche venne fatta nel 1835e che valse a togliere tanti abusi e tantesconcezze.

Un'altra opera lodatissima fu la prosecuzione della Via Larga el'apertura di quella fra Via San Gallodifaccia alla chiesa di Bonifazioed il Magliodecretata dal Comune all'oggetto di estendere il fabbricatodella capitale ed a comodo della popolazioneche andava giornalmenteaumentando. a perizia di questo lavoro si fece dal Direttore delle RR.Fabbriche nel 17 agosto 1827; ed il progetto definitivo fu approvato dalMagistrato civico nell'adunanza del 19 novembre successivo.

Considerando poi il prelodato Magistrato che alle due nuove stradeconveniva dare un nomenel dì 30 marzo deliberò che quella inprosecuzione di Via Larga e che arrivava alle mura si denominasse ViaLeopoldo e l'altra traversa Via Marianna "in onore ememoria dei regnanti". Una settimana dopo pervenne al signorGonfaloniere la partecipazione che S. A. I. e R."si era degnata digradire i sentimenti di devozione" della Magistratura civicama cheper una specie di umiltà e di devozione aveva ordinato che le due nuovestrade si chiamasserol'una Via San Leopoldo e l'altra Via Sant'Anna!

Chi sa che Leopoldo II non prevedesse d'andare a finir sugli altari.Non ci corse nulla

 

XXVI

Piazza del Granduca

La Dogana in Palazzo Vecchio - Facchini e ragazzi - Il tetto dei pisani- I ciarlatani nei giorni di mercato - Il Niccolaiil Billi e Trentuno- Colossi della scienza - Cavadenti e contadini - Orologiari diventura - Mercurio Castelli di burattini - I maccheroni freddi di Martino- La ritirata - L'Angelus Domini - I cartelli de' teatri - Il Cantodell'acquavite.

Piazza del Granducaquella che oggi si chiama della Signorialapiù antica e la più celebre di Firenzeaveva un'impronta specialeuncarattere tutto propriodel quale non se ne ha più la minima idea.

La Dogana era in Palazzo Vecchio; e la porta dal lato di tramontanadietro al Cavallosi chiama tuttora porta della Dogana. Inquella parte della piazzaogni giorno si scaricavano le balle dellacanapa che veniva da Bolognacon dei carri tirati da cinque o seicavallie l'assistere a quell'operazione dello scaricoera uno spassoper i fannulloni d'allora. Vi prendevan parte anche molti ragazziche sicompiacevano ad aiutare i facchini che eran tutti svizzerii quali incompenso lasciavan loro accomodare alcune di quelle balle in filaad unacerta distanza l'una dall'altraperché si divertissero poi a saltarlecon intermezzi di capriole e di qualche caduta. Questo giuoco destaval'ammirazione dei forestieriche tutti contenti del gratuito spettacologinnasticodavano un paolo o mezzo paolo di mancia ai più bravi.

Il divertimento durava dalle dieci della mattina fino alleventiquattro; ossia all'Ave Maria della seraora in cui daifacchini veniva riposta nel cortileo sotto la grande voltatutta quellamercanzia.

Le botti dello zuccherodello spiritodel caffè e le altre mercisidepositavano nei sotterranei del palazzo; in parte anche nei locali chepoi servirono all'Esattoriaed il resto in quelli che oggi son destinatia Caserma delle Guardie.

Ma l'aspetto più caratteristicola Piazza del Granduca l'offriva intutta quest'altra parte compresa fra le Logge dell'Orcagnala Meridiana ela Vecchia Posta.

Entrando da Via de' Calzaiolisi rimaneva ad un tratto storditi dalbaccano e dal frastuonocome se si fosse a una fiera di campagna.

La gente non poteva quasi passaretanta era la quantità deiciarlatanidei saltimbanchicantastoriegiuocatori di prestigiocasotti di burattinie carri con le scimmie o cani ammaestrati; venditoridi semenzadi lupinidi sapone per cavar le macchie e di luminida notte. C'eran quelli co' panieri de' dolci a forma di nicchiafatti ditritello e mieleche s'empivano d'una specie d'acqua sudiciabattezzatapomposamente per rosoliola maggior ghiottoneria dei ragazzi che andavanoa nozze quando sentivan gridare: "Un quattrin mangiare e bere senzamettersi a sedere".

Ad ognuno di quei banchio casottio carric'era sempre una folla digarzoni di bottega; e spesso si vedeva apparire qualche maestrochecon uno scappellotto ed una pedata simultaneaa colpo fisso quantosicuroprendeva per un orecchio lo smemorato ragazzo e lo riportava abottega.

Sotto il tetto della Posta dov'è ora il Palazzo Lavisonche sichiamava "il tetto dei pisani" - perché fatto costruire dallaRepubblica ai prigionieri della guerra di Pisa nel 1364 - cerano alcunibanchetti di venditori di cinti erniaridetti brachieraii qualispecialmente nei giorni di mercatofacevano affari d'oro imbrogliando co'barattique' contadini che si lasciavano imbecherare ch'era un piacere.Erano notevoli anche i postini di campagnache venivano a prendere lelettere; e si riconoscevano dalla tubadai calzoni corti e la bolgetta atracolla.

Fra tutta quella gente giravano e si fermavano qua e là i ciechichecantavano sulla chitarrao sonatori d'arpa e di violiniche aumentavanoil baccano e la confusione.

Ma più aspetto di fierala Piazza del Granduca lo prendeva ilmartedì e il venerdìgiorni di mercato. Allora poiper chi non avevanulla da fareera un divertimento davvero. In quei due giorni laprevalenza su tutti i ciarlatani solitie su gli altri che ingombravanola piazzala prendevano i dentisti ed i ciarlatani di lusso che venivanodi fuori di Firenze. I più celebri furono un certo Niccolaiun talBilliTrentunoe più tardi il Tofaniche fu l'ultimo dellaspecie.

Il Niccolai che veniva da Pistoiasi fermava dinanzi alla Posta; estandosene ritto sul suo cadessetutto polveroso o infangatospiegava alpubblico di contadini e di vagabondi- dei quali grazie a Dio non c'èmai stata penuria - che lo attorniavano in folla stando ad ascoltarlo abocca apertatutti i meravigliosi pregi di certi suoi cerotti per lepiaghe d'ogni genere e d'ogni origine; degli unguenti per i dolori d'ognispeciecompresi quelli morali; acque per le malattie d'occhida fareaccecare chiunque; e rimedi miracolosi per gli zoppi che a sentirlodovevan buttar via le gruccienon rimanendo però responsabile se dandoretta a luisarebbero andati a gambe all'aria.

Il Billi si piantava con la sua carrozza un centinaio di passi distantedal collegapiù che rivalevendendo i soliti intruglii soliti rimediche dopo tante incertezze e mezzi pentimentimolti contadini semprediffidenti delle cose buone ma creduli alle ciarlataneriefinivan percomprareavendo anzi tutt'a un tratto la paura di non fare a tempo adacquistare il prezioso e miracoloso unguento.

Ma il più caratteristicoil più curiosoera il famoso dentista Trentuno.Egli faceva il suo ingresso trionfale in Piazza del Granduca sopra uncavallo piuttosto arrembatoseguìto dal figliuolopure a cavalloecarico di borse di pelle portate a tracollapiene degli istrumentinecessari a quella specie di tortura.

Il vecchio Trentunostando sempre sul suo ronzinocominciava apredicare contro il male dei denti come se fosse stato un nemico visibilefacendo una grande impressione sui disgraziati che gli facevano cerchioeche aspettavano a gloria che l'insigne professore si degnasse dilevarglieli magari anche tuttifacendo un pianto e un lamento per nonsoffrir più.

Il circolo che facevano intorno a Trentuno quei poveretti conuna gota gonfiacol viso acceso fasciato dalla pezzuolaera dei piùstrani. Se non si fosse veduto su quei visigoti del dentel'espressione d'un acuto doloreci sarebbe stato da rideretanto eranocuriose le loro smorfiee il desiderio che si leggeva ad essi negliocchidi uscir presto da quel tormento.

Dopo la sua arringal'egregio dentista che pareva Pietro l'eremitaquando bandiva la crociatasi faceva avvicinare il figliuolo che senzasmontar da cavallo neanche luigli porgeva i ferrie quindi alprimo contadino più coraggioso che si presentavagli faceva appoggiaresenza tanti complimenti il capo sulla sua cosciae in un batter d'occhiogli levava un dente che spesso pur troppo.... non era quello malato!

C'erano alcuni che cacciavano un urlo taleda svegliare perfino ilpovero cavallo che destato così di soprassalto faceva uno scossone tantoforteda buttare quasi in terra anche il paziente.

Nell'estate poiquando le mosche davan noia all'indomito destrieroquesto se le scacciava cori la codaun codone lungo che gli toccavaterramettendo spesso i crini negli occhi a quei disgraziatiche perlevarsi un male inciampavano in un altro peggiore.

Ogni mese o due cantavano però sulla Piazza del Granduca deiciarlatani di gridodi fama mondialeseduti sopra un carrozzone chearrivava a' primi pianispesso tirato anche da quattro cavalli. Questierano i colossi della scienza: vestiti di nerocon certe tube più grandidel vero; enormi collane d'oroo quasi; ciondoli d'ogni specieed ilmoro accanto: moroper lo più onorariose non onoratotinto colsughero ma vestito alla turca. Sul di dietro del carrozzone c'era unabandase non di ladri - almeno si crede - certo di suonatori da farescappare. Quando si trovavan d'accordo la gran cassai piatti e ilbombardonepareva la fin del mondo.

Quei professoronidi lassù da quel pergamoper cominciare subitobeneprincipiavano a trattar male i contadiniche stavan loro d'intornoquasi in adorazione. In ricompensa si buscavan di bestiedi zucconi e diignoranti tuttidato con tanta prosopopeacon tanta arroganza esicurezza da quegli elefanti del sapereche pareva proprio che dovesseroriavere un tanto.

L'effetto era straordinario. Nessuno fiatavae si pigliava anzi inpacecon una certa compiacenzatutte quelle invettive e quelleimpertinenze come se spettassero loro di diritto. Nessuno s'arrischiavad'andare a farsi levare i denti da quei dottoronida quelle enormitàscientifiche. Ma allora il professore vedendo in bilico il risultato dellasua facondiacon benevola burbanza incoraggiava il povero di spirito e lofaceva salire a cassetta accanto a luinel posto del moroilquale si metteva dietro col bicchiere dell'acqua bell'e preparatoper farrisciacquar la bocca al paziente.

L'infelice pareva in berlina: tutti mutistavano attenti aspettando ilmomento della sganasciatura. Il professore dopo levato il dentelomostrava al popolo attonitoe spesso lo buttava fra la follacon gestolargomagnanimoda imperatore romanocome per saziarne l'avidacuriosità.

E dire che c'era della gente che aveva lo stomaco di raccattarlo e diosservarlo come se fosse stato un oggetto preziosoo una reliquia!...

Alcuni di quei professori per mostrare con una grandezzata la sicurezzanella loro valentìaal disgraziato a cui la Provvidenza levava in quelmomento le sue sante mani dal capolegavano il dente con uno spago: poiscaricando a bruciapelo una pistolail povero contadino che nons'aspettava quell'acciaccotutto impaurito dava una stratta come perscappare e così il dente veniva estratto da sé.

Di cotesti enormi scienziatiqualcuno era veramente abilee davaconsulti in casa col pagamento d'un paolo - cinquantasei centesimi! -Facevano operazioni d'ogni genereestirpavano tumoritagliavano cancripezzi di naso.... insomma nessuno di quelli che capitavano nelle loro maniandava via intero.

I contadininon erano solamente vittima dei ciarlatani; perché tratutti coloro che capitavano in Piazza del Granduca facevano a chi limetteva più in mezzo.

Quelli che vendevano gli orologi- che il popolo chiamava martinaccispecie di grosse chiocciole delle quali avevan tutta la figura -tenevano il primo posto.

Questa specie di orologiari di ventura o di contrabbandocon unascatola al collo piena d'orioli vecchi e nuovisi fermavano dove c'eranpiù fitti quei tarpanie senza dir nulla ad aspettare indifferentiperché sapevano che gli allocchi ci sarebbero cascati di suo. Costoro nonavevan la pretesa esclusiva di venderema s'adattavano anche a fare ibaratti; ed era questa loro furbesca condiscendenzache tirava nella retei gonzii quali ci cascavano che era un piacere.

Per riuscir meglio nell'intentoquegl'imbroglioni avevano i loromanutengolio trucconii quali figuravano di contrattare uno di quelliorologi; e poi fingendo di non accomodarsisi allontanavano. Allora uncontadino si fermava e domandava anche lui il prezzo. L'orologiarod'occasione mostrava un sacrilegio d'orologio che battezzava per un"Vacheron Costantin" e gli chiedeva trenta lire. Il contadinoper non sbagliare gliene offriva venti; e il mercante quasi offeso glivoltava le spalle e se ne andava più in làcome per liberarsiscandalizzatodal contatto di quell'audace.

Il villano mortificato lo seguiva con gli occhi pieni di desideriononarrischiandosi ad avvicinarsi di nuovo per paura d'esser trattato male.

Allora un altro imbroglionedi balla col primousciva fuori efermandosi dinanzi all'orologiaro gli offriva due lire di più delcontadino. Ma l'altro non accettava e andava più in là ancora. Ilcredulo villanzone fattosi coraggio tornavae offriva ventiquattro lire:ed il truccone ripigliava in mano l'orologiolo guardava e ne offrivaventiseiche venivano rifiutate.

Finalmenteaumentando qualche altro soldoil contadino finiva perfare quel bell'acquisto di cui aveva luogo a pentirsi appena arrivato acasa.

Il bello però si era che il più delle volte quegli orologi cheparevan d'argentonon eran che d'ottone argentato!

Uno dei più bravi tra quei furfanti era un certo Mercuriofamosoper appiccicare dei cosiddetti cerotti a quei contadiniche se nericordavano finché campavano.

Se poi c'era qualcuno che voleva fare un barattoquesto perl'orologiaro diventava un affar d'oro addirittura. Cominciava dallosberciare subito l'orologio vecchioe diceva immancabilmente: - Chevolete voi ch' i' faccia di questa cazzeruola ? - e lo restituiva facendolo scontroso.

Il contadino si piccava e finché non aveva avuto un orologio peggio diquello che davaaggiungendovi quindici o venti paoli non era contento.

Vedete per quali arcane vie la Provvidenza gastigava i contadini perquello che rubavano ai padroni!

La seraPiazza del Granduca prendeva un aspetto tutto diverso. Nonrimanevano che tre o quattro castelli di burattini. e qualcuno con levedute del mondo nuovoo della passione di Gesùo della guerra diNapoleone. I ragazzi andavano a nozze e ci si spassavano e ridevano comenon avranno più risodicerto da grandiquando avranno creduto didivertirsi sul serio. La figura più caratteristica e che richiamava piùgenteera un certo Martinoche tutte le sere verso le ventiquattroarrivava col suo carretto pieno di panieroni da cinque fiaschinei qualipanieroni metteva uno sull’altro tanti piccoli piatti copertidovec'erano dei maccheroni freddiche andavano via a ruba appena li mettevafuori. Questo cuoco.... a freddosi piantava vicino alla cantonata di ViaCalzaiolisulla gradinata del palazzetto Bombiccie non riparava asmerciare i suoi maccheroni. Di ogni piatto ne tagliava cinque spicchi; dauna scodella piena di cacio di Roma grattato ne pigliava pulitamente conle mani un pizzicottoli incaciavae con un bussolotto bucato cispruzzava il pepe e ne dava via ad un quattrino lo spicchio.

Ma c'erano anche allora gli sciuponigli scialacquatorii figliuoliprodighiinconsideratamente golosii quali ne prendevano un piattointeroche costava nientemeno che una craziaossia settecentesimi!… Questi dilapidatori si conoscevano a colpo d'occhioperchéspendendo una somma così ragguardevoletutta in una voltaavevandiritto alla forchettaoggetto di lusso e da persone veramente a modo.Gli altri - la plebe che ne prendeva uno spicchio soltanto - li mangiavacon le mani e così parevano anche più saporiti!

In meno di mezz'oraMartino tornava via co' panieroni vuoti e colletasche piene; perché spesso le piccole industrie bene indovinatecon uncapitale di tre o quattro liredanno un guadagno da campare una famigliaintera. Martino con dieci paoli di capitale ne guadagnava altrettanti.

Finalmente la ritirata era quella che dava la chiusa allabaldoria di tutta la giornata. Mezz'ora prima delle ventiquattro venivanoi tamburini e i pifferi - preceduti dal capo tamburo - e le trombe deidragoni e dei cacciatori a piedi - quelli chiamati fior di zucca -dirette dai capitromba. Il capotamburoche aveva il grado di sergentemaggiore e che apparteneva ai fucilieriprendeva il comando ditutta la batteria.

Pochi minuti prima delle ventiquattro usciva fuori la guardiaossiala compagnia che montava in Palazzo Vecchioed allo scocco dell’AveMaria si metteva a rango per la preghiera. L'uffìciale faceva il salutocon la sciabolae i soldati col fucile a pied'arm e la manosinistra al cascostavano in posizionementre la batteria dei tamburifaceva tre rulli.

Tutto il pubblico si levava il cappello e diceva - o figurava di dire– privatamente l’Angelus Domini. Terminata la preghieraitamburi davano un rullo prolungatissimoche faceva rimaner senza fiato.Quindi il capotamburo per fare il bravo buttava in aria la mazza colgrosso pomo d'argentocome quella dei guardaportonie ripigliandola efacendola roteare rapidamente come se fosse stato un fuscellosi mettevaalla testa della batteria. I tamburii pifferi e le trombealternandosia vicendasuonavano la ritirata e marciavano tutti compatti in avanti;quindi facendo una conversione a sinistra giravano attorno alla piazzaedopo compiuto il giro si fermavano nel mezzo. Allora ogni batteria ditamburi e di trombe se ne andava al proprio quartierepreceduta da unaturba di monelliche facevan la strada a forza di salti e di caprioleseguita dai soldati e dai soliti curiosi e bighelloni.

Con la ritiratala Piazza del Granduca rimaneva deserta finoalla mattina seguente.

Sotto la tettoia della Postala festa in tempo di pioggia o quando ilsole scottava a buonodalle undici alle dueera il ritrovo degliufficiali e degli elegantiche vi si davano appuntamento. E di lìpassavano le signore e le giovinette che prima d'andare a desinarefacevano la rituale ed obbligatoria passeggiata di Via de' Calzaiolipervedere e farsi vedere.

D'inverno e nella mezza stagione il ritrovo festivo aveva luogosull'angolo di Via Vaccherecciadove in altoad una fune attraverso allastrada si attaccava l’avviso del teatro della Pergola. Gli avvisi deglialtri teatri si mettevanoappesi pure ad una funeattraverso a Via de'Calzaiolifra Condotta e Baccano.

Dalla farmacia Forini - di cui anch'oggi si ammira il cartellointagliato dal Duprè - fino alla cantonata di Calimaruzzatutte lemattine si mettevano in fila i muratori senza lavoroaspettando chequalcuno andasse a cercarli per prenderli a giornata; e quel pezzo distrada si chiamava il Canto dell'acquavite; perché queimuratori mentre aspettavan di lavorareper non render conto a Diodell'ozioogni poco andavano da un droghiere che c'era sulla cantonata diCondotta a prendere un bicchierino.

Di qui nacque il dettato che quando un lavorante era a spassosidiceva che era sul "Canto dell'acquavite". Ma su quel canto ciandavano anche coloro che la bastonavano la voglia di lavorare.

 

XXVII

Mercato Vecchio - Il Ghetto

Le rovine della civiltà romana - Il palazzo dell'Arte della Lana - LaColonna di mercato - L'osteria della Cervia - La spezieria del Giglio - ilBarba vinaio - Un cuoco di baldacchino - La beccheria - La fila -La spezieria dello Spirito Santo - Il palazzo della Cavolaia - Ilpalazzo Vecchietti - San Pier Buonconsiglio - Il Mercato Vecchio nellesolennità - L'Arte in Mercato Vecchio - Il Gran Postribolo - Gli ebreiprima del Ghetto - Quando e come fu edificato il Ghetto - L'interno - Sonolevati i portoni - Cosa divenne il Ghetto - A toccaferro con la polizia -Le cose a posto.

Se Piazza del Granduca aveva un'impronta caratteristicaMercatoVecchio ne aveva una non meno singolare e curiosa.

Dallo sdrucciolo di San Michele e Baccano - quel tratto di Via PortaRossa fra Via dei Calzaioli e le Logge di Mercato Nuovo - si entrava inCalimarabreve tratto dell'antica via lunga due miglia toscaneche daSan Gallo a Porta Romana divideva Firenze in croce; un'altra stradalungaa tantodalla Porta alla Croce menava diritto a quella del Pratoattraversando Mercato Vecchio.

Sarebbe ozioso e superfluo rifare la storia fortunosa di questaantichissima parte della cittàche fino dalla sua origine fu la piùimportantee poi divenne il cuore di Firenze. All'epoca romana quivisorgevano il Campidoglioil forole superbe terme con impiantiti amosaico e vasche e forni e tepidari e calidariche potrebbero servireanche oggi di efficace esempio nelle costruzioni di locali consimili.

Mercato Vecchio fu una località sontuosa e ricca a tempo de' romaniequindi dei fiesolani quando scesero "ab antico" come dice Dantenelle ridenti rive dell'Arno.

Sulle rovine della civiltà romana sorsero allora i superbi palazzi ele sontuose case del medio evoche poi alteratedeturpate e trasandateridussero quel luogo il peggiore della città. E dove prima erano state lelindefastose case romanee le severe dimore degli antichi fiorentiniSi fecero catapecchie e casupole di povera genteil Mercatoe il Ghetto.

Entrando in Calimara da Baccano di fronte alle Logge di Mercato Nuovosi poteva dire d'esser già in Mercato Vecchio. Sull'angolo a sinistrav'era la rinomata bottega del Valenti tabaccaiofamoso per le acetoseleorzatee per il popone in guazzo. Qui la strada cominciava subitostrettapiena d'una folla affaccendata di servedi cuochi con la sportacome allora usavae di gente che non avendo né cuoco né servaandavada sé a far la spesa lesinando il quattrino e cercando di spenderli"co' gomiti" secondo l'antico modo di dire de' fiorentini.

In quel trattofino a Via delle Sette Bottegheci stavano i linaiolii canapai e i venditori di ferrarecce: accanto al palagio dell'Arte dellaLana c'erano i friggitori di roventinidi gnocchidi sommommolidipesce e d'ogni cosa un po’.

Nelle sere specialmente di venerdì e di sabatodelle vigilie e diquaresimala scena di quel punto di Calimara era veramente fantastica.

Le fiaccole delle padelle di segoo dei lumi a olio infilati sopra unbastonee le fiamme dei fornelli sui quali le padelle friggevano esalandoacre odore di pesce e di baccalàmandavano in distanza dei bagliorirossastridegli sprazzi di luce e degli effetti d'ombra curiosissimi.

I friggitori urlavano chiamando la gentee la gente si affollava acomprar la cena che consisteva in frittelle di melain carciofiinbaccalàpesci d'Arno e fiori di zucca a seconda della stagione. Inquella localitàil movimento dalle ventiquattro all'un'ora eragrandissimo.

Il palagioo torrionecome lo chiamavanoche fu l'antica residenzadell'Arte della Lanasembrava un rimprovero vivente d'esser lasciato inuno stato di spregevole abbandonoin mezzo a una turba schiamazzante ealle nauseanti esalazioni delle padelle e delle caldaie.

Presso al torrione dell'Arte della Lana tra San Michele e losdruccioloebbero sede l'arte de' chiavaiolide' calderaide' beccaie.... dei medici e speziali.

La residenza dell'arte dei linaiolide' rigattieri furono presso Sant'Andrea; e quella degli oliandoli nelle antiche case dei LambertinellaPiazza del Monte di Pietà.

Da Via delle Sette Botteghe fino alla chiesa di Sant' Andrea nonc'erano che ortolanii quali cuocevan anche l'erba in certe caldaie nereda non si giovare a guardarlee che molti andavano a comprare perrisparmiare il fuoco. Broccoli a pallecavolo nerospinacipatatelessee tutto ciò che costava poco e faceva comparitaera lì a mostrain piatti enormi e andava via a ruba. Da Sant'Andrea c'erano anche ìsalumai con fuori i bariglioni delle salacchedelle aringhedel tonno edelle acciughe che si sentivano da lontano. Ed era tutto un formicolìo dipersone che andavanoche venivanoche contrattavanoche chiedevanochebisticciavano sul prezzo o sul peso; insommapur che trovassero daridirenessuno stava zitto.

E s'arrivava alla Colonnacentro e anima di Mercato Vecchiodove in antico si davano i tratti di corda ai delinquenti col corpo deldelitto addosso. Si son visti dei notari falsari coi protocolli al collo;e dei civaioli ladricoi quartucci legati pure al collo per dimostrareche rubavano sulla misura. Attorno alla Colonnacome tanti pulcini sottola chiocciac'erano altri ortolani che cuocevan l'erbafruttaiolifriggitori e testicciolaiche pelavan le teste d'agnello dopo averlescottate nell'acqua a bollore della caldaia lì nella strada; e cotenne dimaiale e zampe di vitella e trippa e roba fino a far venire la nauseamatutta accomodata per bene in certi grandi piatti di rame del seicentocheoggi si vedono nelle vetrine degli antiquari.

In Via degli Speziali si trovava l'osteria e albergo della Cerviasull'angolo di Via de'Cardinaliora Via de'Medicila quale esisteva findal 1578; ma la casa non era ancora destinata ad uso d'albergo; e neilibri delle Decime del 1378 trovasi che in una stanza di essa casaAntonio di Francesco da Dicomanodel Gonfalon d'oro "vi facevaosteria" ed era conosciuto per Tonino oste alla Cervia. ETonino confinava con un tal Bernardo profumiere e con l'albergo delFalcone ove nel 1317 Bernardino da Pistoia faceva egli pure osteriacherimaneva presso il Canto del Giglio in Via Calzaioliove appuntoin cantonata v'era fìno dal XVI secolo la "Spezieria delGiglio" rimasta fino a' nostri giorni.

Difacciapiù in giùc'era l'osteria della Coroncinasull'angoloche metteva al vicolo dello stesso nome alla Piazza dei Tre Re e al vicolodetto dell'Onestà rispondente in Via Calzaioliperché quivi in alcunestanze dell'Arte de'beccairisiedeva il Magistrato dell'Onestà: titoloche pareva una canzonaturaperché si doveva occupare invece dellemeretrici. Questo magistrato piuttosto curioso si componeva di ottocittadinipopolani e guelfiestratti a sorte due per quartiereiquali sotto nessun pretesto potevan rinunziare a quell'onorifico incarico.Essi avevano ogni suprema autorità sulle donne pubblichea cuiassegnavano il luogo dove dovevano abitarerilasciavan loro ilbullettino di libero esercizioe stabilivano perfino il prezzo chepotevan pretendere!... In quelle antichissime botteghe della Spezieriadella Pina d'oro in Via degli Speziali e di un vermicellaiocheesistevano fino alla fine del secolo scorsonel tempo di cui ora siparlac'era un famoso vinaio detto il Barbarinomatissimo per ilvino della Rufina: e quando tirava fuori di cantina un fiasco di vinovecchioche pareva rosolioprotestava innanzicome se si trattassed'una cosa enormeche meno d'undici crazie - 77 centesimi - non lo potevadare!

Dall'altra parte di Via degli Speziali accanto alla Cervia aveva grannome la rosticceria del Baldocci- che era stato un cuoco dibaldacchino come si diceva allora - e che faceva l'arrosto meglio chealla famosa fila. Il che era tutto dire! Non meno celebre eral'antica bottega Bassi di pizzicagnolo in faccia alla Trombalapiù di lusso di quel genere.

E tornando in Mercato si trovava in angolo tra Calimara e Via deiFerravecchi il tabernacolo - un gioiello d'architettura ridotto a bottegadi coltellinaiocon le colonnette a spirale nascoste dentro l'intonacoche già appartenne all'Arte dei medici e spezialila cui residenza funella torre dei Caponsacchi sulla piazza di faccia al Ghetto. Accanto allaColonnaa sinistracominciava la beccheria.

Verso il seicento i macellari cominciarono a tenere costì fuori deideschi; poi li copriron con delle stoiee adagio adagio li chiusero conassi e tramezzi di tela intonacata: cosìsenza che nessuno se neaccorgessedivennero botteghe che pagavano più d'un piano di casa.

Dietro ai macellariin un passare largo appena un braccioc'erano ipollaioli e i venditori di caccia.

Di fronte alla beccheria c'era la famosa Filala rosticceriapiù antica di Firenzepoiché si afferma esistesse fin dal XVII secolo.La rinomanza di essa era proverbiale. Bisognava vedere in circostanze difesteo di solennitàil numero infinito di polli che si arrostivano; el'agnello e i fegatelli e il maiale e la vitella di latte della Filachedicevano- faceva uscire i morti di sepoltura! - Nelle vigilienellaquaresima e nei venerdì e sabatila roba che si friggeva e la folla cheaspettava era cosa da non credersi. Molta povera gente andava prima dimezzogiorno alla Fila a comprare mezzo pollo o un po' di vitellaper portaredi nascosto ai serventiai loro malati all'ospedalechequando sapevano di dov'era quella robatornava loro l'appetito emangiavan con gli occhi ciò che gli amorosi parenti recavan loro.

Accanto alla Fila era l'antichissima Spezieria dello "SpiritoSanto" del Carobbie di fianco alla chiesa di San Tommaso unavecchia bottega di semplicista con tutti fasci di erbe legati aitravicelli; la maestruzza per il dolor di corpoche a vederlaparevan ciocche di finocchio; e mazzi di papaveri polverosie vasi dimignatte nell'acqua verdastra tenuti a mostrae tutt'intorno gli scaffalicon le cassette contenenti la camomillai fiori di malva e un'infinitàdi erbe medicinali alle quali si credeva più che ai medici.

Dirimpetto al semplicista c'era un famoso fioraiol'unico che fosse inFirenzepoiché il lusso dei fiori non era conosciuto; e tolto di qualchevaso di violedi cedrinadi geraniodi violacciocche o di pensée - chele chiamavan "suocera e nuora" perché ogni fiore volta percosì dire le spalle all'altronon si coltivava né si apprezzava dalpopolo nessun fiore speciale.

Vicino a questo fioraio esisteva un'altra bottega di semplicista; equindi rigattierilinaiolicuoiaifruttaioli e via dicendo fìnoall'Arco de' Pecori. E poipresso l'Arco dell'Arcivescovadodaccaposalumaie ortolani e ottonaie venditori ambulanti di zolfanellialloratanto in usoche erano fuscelletti di gambo di canapa intinti dall'uncapo e dall'altro nello zolfos'accendevano accostandoli al fuocoe sivendevano per un quattrino mazzi di venti o venticinque ciascuno.

Girando da Piazza dell'Olioe attorno al Ghetto s'entrava in millestraducole e piazzette tutte ingombre di barroccinidi ceste di venditoriin una confusione incredibile. Piazza de' MarroniPiazza dell'UovaViadelle Ceste"La Palla" ove era l'antico CampidogliocheFirenzea similitudine di Romasebbene più in piccolovolle avereall'epoca romana; e che negli ultimi tempi divenne un albergoe qualchecosa di peggio frequentato dai soldati e dai giovinastri; ed abitato dacerte donne che facevano appunto a palla d'ogni virtù e d'ognidecoro.

Dal vicolo della "Luna" appena largo un bracciofetido ebuio da farsi il segno della croce prima d'avventurarvisis'entrava nellacaratteristica Piazza della Lunasulla quale corrispondeva l'antichissimopalazzo di questa famigliache fu costruito sugli avanzi del Campidoglioe rispondente sulla Via de' Vecchietti.

Il popolo lo chiamava il "Palazzo della Cavolaia" poichési raccontava come una paurosa leggendache ai tempi di Totilamentreegli abitava nel Campidoglioinvitò i principali cittadini di Firenzechi dice a consiglio e chi dice a una festa.

S'entrava in quell'edifizio per la Via tra'Ferravecchioggi degliStrozzie accanto alla porta c'era una donna che vendeva erbaggi ed erachiamata la cavolaia. Essa vedendo entrar sempre persone nelCampidoglioe mai uscirne alcunacominciò dopo qualche ora a mettersull'avviso coloro che continuavano ad arrivare - i qualiinsospettitinon entrarono nel tristo fortilizioe scamparon così la vita; poiché siseppe che coloro che vi eran già entratierano stati a mano a mano fattitrucidare.

Tanta fu la riconoscenza che ebbero coloro che vennero salvati dalla cavolaiache dopo la sua morte stabilirono che le fosse ogni annocelebrato un uffizio in suo suffragio e la campana che dalla serad'Ognissanti fino all'ultimo giorno di carnevalesuona anch'oggi le treore di nottesi disse la campana della Cavolaiaperché quella era l'orain cui ebbe luogosecondo alcunila festa fatale. La leggenda suriferitapiuttosto che a Totila v'ha chi l'attribuisce al Duca d'Atene ea' suoi tempi.

Dalla Via tra'Ferravecchi fino agli Strozzie Via de' Pescioni dietroil palazzo Corsiera sempre Mercatoe la strada era ingombra dì banchidi deschi di macellaridi ceste d'ortolanidi fornelli di friggitori.

D'estate le strade di tutto quel quadrato del centro della città checostituivano il Mercatoera coperto di tende d'ogni colored'inceratigiallidi pezzi di traliccio e di stoiein una confusione straordinariadi coloridi fogge e di toppeda stancare qualunque immaginazione e dafar disperare qualunque artista avesse voluto riprodurre il quadro stranosingolarissimopieno di vitadi movimento e di colore locale.

Ritornando in su per Via tra'Ferravecchisi trovava il Canto de'Diavoli dov'era il palazzo Vecchiettiopera di Giambolognadel qualepure era il piccolo satiro in bronzo che serviva di portabandierasull'angolo del palazzo stessoe che ora si conserva nel Museo Nazionale.Quindi la chiesa di San Pierinoossia di San Pier Buonconsigliocheaveva sulla facciata la magnifica lunetta storiata dei Della Robbia unavera meraviglia d'arteche si ammira nel citato Museo. Accantoasinistraesisteva il Vicolo del Guanto e di faccia la caratteristica egraziosa Loggia del Pesce costruita nel 1568 sul disegno di Giorgio Vasariper ordine del granduca Cosimo I che la fece edificare dopo che laterribile piena dell'anno innanzi aveva distrutta quella antichissima apiè del Ponte Vecchio nella via che poi si disse degli Archibusieriovefin dall'epoca romana si faceva il mercato del pesce.

Dopo San Pier Buon Consiglio s'entrava in Pellicceriadove c'erano iramaialcuni linaioli e tralicciai e fornai. A destra andando verso PortaRossa si trovava il Chiasso del Manganoove fino ai nostri tempi èesistito l'antico mangano in uso fin dall'epoca della Repubblicae cheserviva per dare il lustro alle stoffe quando le levavano dallagualchiera. Cotesto mangano consisteva in un gran piano di marmo lisciodove si stendeva la stoffa su cui scorrevano i rulli sui quali pesava unenorme massoche veniva messo in movimento da un meccanismo specialequanto primitivo a guisa di bindolo o guindologirato da uncavallo.

In faccia al Mangano la Piazza del Monte di Pietà e poi Viade'Cavalieri e Via Lontanmorti e tutto quel ginepraio di vicoli estraducole e chiassoli dai nomi di antiche famiglie e molti anche curiosie singolari: Vicolo del Refe nerodel Ferrodegli Errie del Guanto; ilChiasso de' Limonai che da San Miniato fra le Torri metteva in PortaRossa; e Vie del Fuocode' Naccaiolidegli Stracciaiolidella VaccalaPiazza degli Amieriove ebbe le case e la Torre la famiglia a cuiappartenne Ginevracelebre per essere stata sotterrata viva: Piazzadell'Abbacode' Pollaiolide' Succhiellinai ed altre moltecheportavano i nomi delle più antiche famiglie fiorentine.

Mercato Vecchio in certe epoche dell'anno prendeva l'aspetto di festa esfolgorava dì luce. La folla sì aggirava e si accalcava in quellepiazzettein quei vicolie in quelle straduccieammirando tutta quellagrazia di Dio messa in mostra con mille fronzolied in tanta copiadaparere impossibile che dovesse esser tutta consumata dalla voracitàumana. Era quellosi direbbe oggiil ventre di Firenze.

La mattina della vigilia di Ceppodalla Colonna di Mercato c'erantutti i trucconi e i contadini che vendevano i capponi vivi; chi volevaquel giorno un cappone per sé o per regalarlo alla maestra dei bambinioal dottore di casabisognava che cascasse - come si usavadire - in Mercato.

La sera poi dalle ventiquattro in là - ossia dalle cinque pomeridiane- facevan la mostra tutti i pollaioli di faccia alla Filae imacellarigli uccellaii fruttaioli e i pizzicagnoli: e tuttidallebotteghe vere a quella specie di baracche di tela intonacata che erano inbeccheriafacevano uno sfarzo straordinario di padelle di sego e di lumia olioi cui lucignoli mandavano un fumo acre e nauseanteche annebbiavatutto Mercato.

Anche la sera dei giovedì santoMercato Vecchio era in festama sifaceva la mostra soltanto dai pizzicagnoli. Il soffitto delle botteghe eracoperto da centinaia di prosciuttidi mortadelle e di salamicherappresentavano addirittura un capitale: e presso la portacolonne interedi grossi parmigiani untilustri che parevan verniciati. E tutto confestoni d'allorocon lumi e padelle come per le processioni di campagna.

Il sabato santo pure era giorno di gran mostra; ma più specialmentedei macellariche mettevano quindici o venti manzi squartati in fila unodietro all'altrolegati alle pulegge e pieni di fiori di cartae ornatidi foglie di lauro; al soffitto e alle paretiagnelli sparatiecoratelle pieni essi pure di fiori di foglioe teste di vitella con unamela in bocca; e ogni cosa illuminato al solito fantasticamente eaffumicato parecchio.

Questosu per giùera il Mercato Vecchioche variava a secondadelle stagionima che nell'insieme si manteneva lo stesso. Nessuno deipiù vecchi aveva ricordo d'aver visto le strade di Mercato asciuttenemmeno nei solleoni! Ma era caratteristicoera curioso e pittoresco. Sivedevasi ritrovava sparsa qua e là l'antica grandezza di Firenze. Inquei vicoli sudici e buile fabbriche deturpate e alterate da aggiuntedei secoli precedenticonservavano sempre in qualche parte la primitivaeleganzala vecchia struttura medievale così bellacosì semplice ecosì severa. Ad ogni passo ci si imbatteva in un mirabile ricordo: ilbellissimo tabernacolo del quattrocento e la superba porta della residenzadell'Arte degli Albergatori in Via dei Cavalieri; quella dell'Arte de'Rigattieri sulla Piazza di Sant'Andrea; gli stemmi dell'Arte degliOliandoli in Piazza del Monte di Pietà nelle case dei Lambertiedun'infinità di cose pregevoli e stupendeche nessuno guardava e di cuinessuno si curava.

Soltanto i forestieri si dilettavano di penetrare in quei vicoli e inquelle luride stradicciuole ad osservare tanta ricchezza d'artetantaprofusione di ricordi negletti e abbandonati.

Anche non volendol'intelligente e l'artista bisognava che si fermasseammirato dinanzi a un tabernacolo le cui linee purissime armonizzavano colbassorilievo di Donatello o di Benedetto da Maiano o d'una terra deiDella Robbia che v'era dentro: oppure dal lampione di ferro battutoricco di fregi e di fogliecome fosse d'una materia più delicata e menodifficile a lavorarsi. E questi tesoriquesti esempi rari dell’artefiorentina eran sulle facciate di povere caseo anche di postriboli e neichiassoli di gente di malavitama non costituivano più un insiemeartisticocome quello che ci si poteva immaginaredegli avanzi rimasti;quindil'aver demolito in servigio dell'igiene tante catapecchie malsanee tanti luridi vicolinon è stata un'ingiuria né all'arte né allastoria; poichéinveceda quelle demolizioni sono venute fuori pitturemuralistemmi e decorazioni occultate e da tutti ignorateperchénascoste da intonachi o celate dall'imbiancaturee che saranno digiovamento grande agli studiosi e agli artisti.

Ammirabile straordinariamente era l'architettura severa medievale dicerte casedelle quali si conservavano intatte le piccole porte a sestoacutole fìnestre e le terrazzecon le facciate tutte di filarettolavorate e connesse come un mosaicoin modo che fra bozza e bozza non cisarebbe passato un filoe che oramolti di questi esemplari sono statiraccolti a cura del Comune nel Museo di San Marcoe quelli dell'epocaromana nel Museo archeologico.

In Mercato Vecchiociò che fermava subito l'occhio era il Ghetto.Quell'antica località di cui tanto si è parlato e tanto si è scritto apropositoma anche a sproposito.

Quivi sorsero antiche case e palazzi delle principali e più potentifamiglie; e nel catasto del 1427 si trova che appartenevano ai più beinomi della storia fiorentinacome i Pecorii Fighineldii FilitieriiBrunelleschii Della Tosai Catellini da Castiglione ed altri moltichetroppo sarebbe il rammentaree che da altri eruditi sono stati ampiamentedescritti.

Accanto alle antiche logge e alle torri di case illustrisorgeva il GranPostribolo difaccia a Santa Maria in Campidoglioche fu detto poi laPalla edificato nel 1328 per ordine della Repubblica: furono chiuse damura altissime merlate a guisa di fortezzaalcune catapecchiedovevenivano obbligate a vivere le baldracchee la Signoriaper sommospregio di esse e dei traditori della patriache non erano altro checapitani di venturai quali trovando chi li pagava meglio andavano aservire il nemicofaceva dipingere questi spergiuri a capo all'ingiùsulle mura del Gran Postribolocon una mitra in testa. La quale onta coltempo diminuì tanto di proporzioniche la mitra di carta si mettevanelle scuole per penitenza in capo ai ragazzi più negligenti o cattivi; esi diceva "mettere la benda".

Il Gran Postribolo occupava quella parte del Ghettodetta poi "leCortacce" ove primamente venivano frustate ignude le donne di buonafamiglia che si rendevan meritevoli d'esservi rinchiuse. Alcune di questevenivano anzi condotte sul Ponte Santa Trinita dove il boia le calava inArnodando loro tre tuffi nell'acquaquasi si volessecon tale crudelee sfacciata punizionesimboleggiare di lavar la macchia da quellesciagurate fatta all'onore della famiglia. Se fosse sempre in uso questabarbarie di mandare ignude coloro che appartenenti a buone famiglie hannoincespicato nel sentiero della virtùquanto meno lavoro avrebbero lesarte!

Il Ghetto prima del 1571 non esisteva; e gli ebrei vivevano liberi perla cittàabitando di preferenza straduccie e vicoliperché non avevanpiacere di mettersi in evidenza non solo per quella specie di stoltodisprezzo che si ostentava verso di loroquanto per il segno visibile cheeran costretti a portarecioè il segno giallo alle loro berrette o ailoro cappelli. E poi anche per dar meno nell'occhio quando compravanocome era fama che comprasseronon dirò roba rubatama portata via. Essifurono fin dagli antichi tempi tollerati in Firenzesoltanto in numero disettantacon la facoltà di fare imprestiti a un tanto per cento. Di làd'Arnouna strada chiamata Via de'Giudei ricorda che ivi si accogliesseroin un certo tempo. Ma arricchiti in breve gli ebrei di parecchi milioni difiorinigli usurai cristiani ingelositi dei loro colleghicominciarono adestare il malumore e ad incitare la plebe contro di essi: e la Repubblicaper tema di sommosse o tumultigiacché a quel tempo bastava un nulla persollevar la cittàdiede loro lo sfratto. Però dopo pochi anni li ebbe arichiamareperché i cristiani che prestavano ad usura eran piùstrozzini di loroe tutti rimpiangevano gli usurai ebrei che a prenderequattro denari - un quattrino - per lira il meseeran fior digalantuominiperché veniva al dodici per cento l'annomentre queglialtri battezzatied era stata acqua sciupataa meno del trenta per centonon davano un picciolo.

Dopo che gli ebrei furono cacciati dalla Spagnaaccolti in Italiatrovarono rifugio anche in Firenzee aumentarono fìno a duemila; mal'agitazione religiosa del secolo decimosesto che tanti mali addusseall'Europa cristianafu cagione agli ebrei di nuove e non minorisventure. Persecuzioni ed eccidi li colpirono negli anni 1541. 15541559.Nel 1571 Cosimo Iistigato da papa Paolo IVordinò che tutti gli ebreidi Firenze fossero riuniti in una sola localitàdalla quale nonpotessero uscire che in certe date ore; e la sera vi fossero chiusi dentrodalle tre porte che davano sulla Piazza di Mercato presso la Loggia delPescein faccia a Via della Nave e sulla Piazza dell'Olio.

E così sorse il Ghetto- la cui etimologia ebraica ghétvaleanalogicamente separazione- consistente in un vastissimo fabbricatocostruito sul disegno del Buontalentiche vi mise dentro tutti gliantichi vicolile vecchie e luride cortile catapecchie delle meretricile antiche botteghe "ad uso di maestro di ballare" o "disuonare chitarra" e le antiche osterie del Frascatodel PorcodiMalacucina e di tutti i nomi adattati a quel luogo.

Fra le antiche case ed edifizi incorporati nel Ghetto ve n'eranoperfino alcune appartenute ai Medici; e non faceva loro certamentegrandissimo onore il trovare nei libri delle decime che Bernardo de'Mediciaveva tranquillamente denunziato di possedere un albergo e tre botteghe"ad uso di meretrici" come se avesse detto "ad uso dispezieria"e di più dichiarava che non vi si trovavan "se nonladri e ribaldi" che le prendevan a pigione senza pagare.Sull'architrave di una casa vi era un cartellino di pietra con l'armedella famiglia dove era scritto MEDICIperché prima serviva ad uso dibancouno dei tanti che essi avevano. Ed anche i Brunelleschi e i Pecorivi ebbero "un albergo atto a tener femmine" e una casetta concorte a due usci ad uso delle donne cortesi! E più cortesiadi quella....

Il Ghetto consisteva in due piazze: Piazza della Fraternità oGhetto nuovoe Piazza della Fonte o Ghetto vecchio. Al Ghettonuovo si accedeva da Piazza dell’Olio. Nel Ghetto vecchio si entrava daVia della Nave da un latoe dalla Piazza del Mercato dall'altra. Un arcocongiungeva le due piazze. Nel Ghetto vecchio erano le"Cortacce" la località più lurida di tutto il recinto. Ilsudiciumeconseguenza inevitabile dell'agglomerazione sforzata di troppapopolazione quasi tutta miserabilerendeva quel soggiorno tristopuzzolente e malsano; gli ebrei ringraziarono Dioe i fiorentini negodettero quando sparì dal centro della città quell'avanzo di barbariemedievale.

Alle ventiquattro si chiudevano le porte del Ghetto lasciandone apertasoltanto una a spiraglio per quelli che facevan più tardi un quarto d'orao una mezz'ora. I birri vi potevano però entrare a qualunque ora persorvegliare o cercare dai manutengoli più noti la roba rubata quando siscopriva qualche furto; poiché la poliziain questi casila primavisita la faceva in Ghettoma non trovava quasi mai nullaperchéavevano già strutto gli ori e gli argentiche ridotti in verghenessunopoi era più buono a riconoscere. Però la ragione vera della ricchezzadegli ebreinon era questa: non tutti facevano il manutengolo dei ladri;la generalità invecedoveva la sua agiatezza alla sola via che era lorolasciataquella del commercio e del giro del denaroalla parsimonia conla quale vivevanoall'ordine e all'economia domesticae ai pochiincentivi di spendere e di menare una vita fastosache erano loroconcessi.

Leopoldo I ammise gli ebrei a godere dei diritti municipalie nel 1814Ferdinando III abolì le loro giurisdizioni eccezionali e li sottoposeagli ordini e alle leggi comunitutelandoli con speciali provvedimentinell'esercizio del loro culto. Leopoldo II li accolse nella Guardia civicanel 1848ma non li accettò nell'esercitoe li esclusesalvo una o dueeccezionidagl'impieghi governativi come dalla professione forenseperquanto la laurease la guadagnavanonon venisse loro negata.

L'interno del Ghetto era sudicio e lercio quanto mai si può dire. IlComune non vi faceva i lavori necessarile fogne non si spurgavanonessuno sorvegliava la pulizia né l'igiene; e tutti facevano quello chevolevano. C'eran delle case perfino d'undici piani: quelle costruite sulmuraglione del Gran postribolo difaccia alla Palla.

Sembra un'esagerazionema è proprio la verità.

Le case di sette e di nove piani erano comuni.

C'è da immaginarsi perciò quanta luce e quanto sole penetrasse inquelle corti e in quei vicoli rinchiusi.

Soltanto dalle finestre delle case più alte si godeva un panoramastupendoe nelle belle giornate bastava alzare i piedi - come si dice aFirenze per giustificare in certo qual modo l'incuria domestica - e parevad'essere in paradiso. Per altezzaa mezza strada ci s'era!

In Ghetto ci stavano anche famiglie ricche; ma si vedevanotra laclasse più miserabilefaccie gialle di gente che respirava aria malsana;ragazze sciattein ciabattetutte arruffate coi capelli senza pettinareneri cresputiche nell'insieme rivelavano la loro origine orientale. Lepiù vecchiele madriavevano il fintinoper una consuetudine religiosache non permetteva alle donne di tenere i propri capelli dopo che fosseromaritateonde non provocare la concupiscenza altrui. E ragazzi mezziignudi che facevano il chiasso per le piazzeper le scalecon unapoltiglia nera sugli scalini alta tre ditaformata da centinaia di annidi mota e di letame. Alle finestre di tutte le caseI cenci tesicalzesottanelenzuoli pieni di toppema tutto bigio e quasi sudiciobenchéfosse roba lavata d'allora!

Il Ghetto pareva una piccola città murata. C'era una vita a parteabitudini proprieusi affatto diversi.

Da Piazza dell'Olio si saliva in quella specie d'androne cheinternamente conduceva in Via della Naveove trovavansi botteghe difondachi e di merciaiche vendevano all'ingrosso a quelli di campagnaiquali oltre al cambrì e alla ghinea vi trovavan coronecrocifissisaponie un'infinità d'altre coseche gli ebrei vendevano a prezzibassissimi. Nel 1826 vi fu nel Ghetto una epidemia di fallimenti; queicommercianti andavan giù come le cartee un bell'umorecommossoscrisse una canzone che aveva il seguente intercalare:

Qual flagelloStenterello

Il commercio desolò!

Questo Stenterello al quale si rivolgeva la canzoneera un salumaio.

In Piazza della Fonte intorno al pozzoc'eran quelli cheabbrustolivano sui fornelli i ceci e i semi di zucca; fra questi c'era unvecchio famoso per friggere le ciambelleche anche i cristiani i qualiattraversavano il Ghetto per far più prestocompravano ai loro ragazziche ne erano ghiottissimi.

Era rinomato fra i venditori di quel luogo un certo Leoneche vendevai polli e la tacchina scannati secondo il rito ebraico: ma egli non erarinomato per questo: sibbene per essere un sensale di cavalliconosciutissimoed eraa quei tempil'unico ebreo che maneggiasse idestrieri.

Era curioso il veder la mattina molti di cotesti ebrei con la ballalegata dietro le spalle che uscivano di Ghetto a due e tre per volta perandare per la campagna o per le case a vendere la ghineala telad'Olandale pezzuole d'Aleppoe il cambrì. La maggior parte di essifacevan a credenza ed avevan le loro case fisseove vendevano a un tantola settimana. E se non era puntuale l'avventoreera puntuale l'ebreod'andare a riscuotere i denari!...

In Ghetto avevan le Sinagoghe o Scuolegl'istituti d'istruzioni peiragazzi e le botteghe ove si vendevano i commestibili alla loro usanza.Nell'insiemequando lì non c'eran che ebrei non stavan male. Era unaspecie di repubblichetta; lo star chiusi a quel modomentre a prima vistapoteva sembrareed era una crudeltà ed una barbariea molti di essipareva un benefizioe ci stavan volentieriperché così nessuno vedevaciò che accadeva là dentro. Ed infattic'era fino a notte inoltrata ungiuoco fortissimo; e le lagnanze di molti capi di famiglia che venivano ascoprire che i loro figliuoli passavan la notte in Ghetto a giuocareafinire i patrimonie a far debiti a babbo mortoarrivarono finoal Granduca più e più voltesenza che trovasse mai il modo diripararvi.

Finalmenteil Presidente del Buon Governoa tempo del gonfalonierePazziuna bella notte fece occupare da una compagnia di granatieri e unasquadra di birri tutte le piazzettei vicoligli androni e le scale diquell'immenso laberintovennero sfilate le porte dei tre ingressi eportate via. La mattina dopoquando i buoni ebrei si videro messi cosìallo sbaraglioalcuni applaudironoaltri si lamentarono delprovvedimentoperché ormai che erano avvezzi a star chiusivolevanorimanervi. Ma s'ebbero a chetaree lasciar gli ingressi senza porteavendo dicatti che non accadesse loro di peggio. Per misura d'ordinechiesero e ottennero che vi fosse istituito un picchetto di gendarmi.Questo fatto rovinò il commercio.... notturnoe sparì il giuococlandestino.

Molte famiglie israelite fra le più distinte non abitavano nel Ghettoed avevano dimore bellissime e ricchespecie coloro che esercitavanol'industriache pur ve n'era fra tantio l'alta bancacome i DellaRipai Lamprontila ditta "Mondolfi e Fermi". Nel 1848 anchegli ebrei di "mezza tacca" cominciarono ad abbandonare il Ghettoma l'abbandono si accentuò dopo il 1859al punto che anco la residenzadell'Università israelitica esulò nel 1864 dal recinto e dalla casa cheaveva per tanti anni occupato. A poco a poco non rimasero ivi che leSinagoghe e coloro che al servizio delle medesime si dedicavano: perciòquella località rimase quasi tutta in balìa dei cristiani; ci tornò unafolla di straccionidi precettatidi ladri e di tutta la feccia dellacittà.

Così il Ghetto divenne un vasto ricettacolo di un miscuglio di genteche passava la vita a fare a tocca-ferro con la polizia. Tutte personedabbene che avevan pagato puntualmente il loro debito alla giustizia nonavendo potuto far di meno; e che potevan vantarsi d'essere state quindicio vent'anni in galeracome se fossero state in villa; e molti di queibravi soggetti studiavano il modo di ritornarviche era poiin finelacosa più facile del mondo. La seraa vegliasi raccontavano a vicendagli episodii del tempo scontato al bagnosi portavano via via lenotizie di quelli di conoscenza che c'erano andati di frescosialmanaccavano delittirubamenti e d'ogni cosa un poco: tutti affari peròche portavano all'uscio della galera che s'apriva loro tanto agevolmenteche era un piacere!

In Ghetto trovarono in ogni tempo sicuro asilo i ladri e i malfattorid'ogni genere; e quando qualche furfante inseguito da'birri che avevan lalingua fuori dal correreriusciva a entrare in quel recintoera bell'esalvo. Il giro intricatissimo delle scale che mettevano in comunicazione iquartieri da un lato all'altro del Ghetto rendeva facile lo sparire in undedalo di corridoiin un ginepraio di pianerottoli e d'abbaini che davanla via sui tettidai quali poi si riscendeva nelle scale d'un'altra casae d'un' altra strada: e così il ladro inseguito era bravo chi lopigliava.

Fuori di tutto questo peròe non è poconon si poteva dir altro. Igrandi delitti inventati per fare effetto e per far perdere i sonni; lepaurose tragediei sanguinosi drammidescritti e raccontati come cosevere e naturali accaduti in quel luogosalvo rare eccezioninon son maiesistiti che nella fantasia di chi gli ha scritti.

In Ghetto si ricoveravano gli assassini e i ladri quando avevan bell'ecommesso il delittoma generalmente non lo commettevan mai lì.

Sarebbe stato uno screditare il locale!...

XXVIII

Le Stinche - Il Bargello

La campana della Misericordia

L'edifizio delle Stinche: sua storia - Ubicazione delle Stinche -Debitori celebri in prigione - Inquilini stranieri - L'arbitrio - Sicastri! - Il lavatoio - A soffino e a cappelletto -Ragazzi renitenti - Le tintorie fiorentine -Abolizione delle Stinche - Ilprofessor Girolamo Pagliano - Il palazzo del Bargello - Carceri ecarcerati - Birri - Prodezze sbirresche - Picchiero celebrefurfante - La gogna e la bollatura a fuoco - La campana della Misericordia– A caso e a morto - Ansie domestiche - Come finiva?

Gli edifizi più tetri di Firenze erano "Le Stinche" ed ilBargelloche servivano di carceri e di bagno dei forzati. Ma leStinche specialmentemettevan terrore a vederle. Quelle mura altissimequell'isola nera che occupava quattro stradefacevano stringere il cuore.La storia di quel luogo di infinita penarisaliva ai tempi dellaRepubblica.

Espugnato dai fiorentinisui primi del secolo XIVil castello detto"delle Stinche" in Val di Greveche s'era ribellato allaSignoriai prigionieri che furon fatti vennero portati a Firenze cometrofeo di guerra e chiusi nelle carceri presso San Simonele qualiappuntoin onta a quei prigionierisi dissero "le Stinche".

Questo edifizio costituiva un quadrilatero irregolareche occupava perottantanove braccia Via dei Diluvio - ora Via del Fosso - per centododicibraccia Via del Palagio - oggi Ghibellina - cinquantatré braccia Via delMercatinoe centosei quella de' Lavatoi. L'altezza dei muraglioni senzafinestre variava dalle ventidue braccia e mezzo alle trentatréa causad'un'antica torre che non fu demolita.

Quasi all'estremità del lato che guardava il Canto agli Aranciv'erauna porta come di rimessae si chiamava la "porta dei forzati"o anche "delle carrette"perché quegl'infelici uscivano di lìper andare con la carrettacome è narrato in un capitolo precedente afar la pulizia della città.

in tempi più remotiin quel tetro fabbricato si tenevano le donne dimalaffare ed i pazzinonostante che la primitiva destinazione di essofosse per i rei di delitto di Statoe vi scontassero talvolta lungheprigionie i più ragguardevoli personaggi sotto l'imputazione di traditorio di ribelli. Poi vi si aggiunsero i debitori e i fallitifra i quali vifu rinchiuso lo storico Giovanni Villani per il fallimento della Compagniade' Bardi. Vi stettero per varie cause Giovanni Cavalcanti nel 1427 che viscrisse un'opera concernente l'esilio di Cosimo I; Cennino Cennininel1437che ammazzò il tempo e la noiascrivendo il suo pregevole librodel "Trattato della pittura" una delle più belle cose diquell'epoca. Ma uno degli avventori più zelanti delle Stinchefu ilpoeta satirico Dino di Turauna lingua che tagliava e fendeva ch'era unpiacere. In seguitoPietro Leopoldomovendosi a compassione dei fallitiper i quali riteneva troppo dure e rigorose le Stinchefece fabbricarenel 1780 "alcune abitazioni" per essi nel palazzo del Bargellodalla parte di Sant’Apollinare. e furon chiamate le "Stinchenuove"destinando "le vecchie a servire d'ergastolo" peicondannati alla galera o alla prigionia.

Nelle Stinchedal 1600 al 1620 sotto Ferdinando I e Cosimo IIde'Medicisi rinchiudevano provvisoriamente anco i condannati dai diversivicariati o tribunali della Toscanain attesa della promozione.... allagalera. Ed avevan tanto credito queste Stincheche nel 1606 vi venneromandati dei galeotti dalla Lombardiadal Veneto e dall'Emiliache poipassarono alle Galere di Sua Altezza. Bell'acquisto !

La maggior parte dei prigioni che furono inviati alle Stinchedal 1600al 1700provenivano dalle carceri degli Otto e de' Rettori difuoriche li avevan condannati per cause criminali. Spesso peròvifacevan passaggio per scontare il delitto che avevano col Fiscoper lespese e per il loro mantenimento. La reclusione si faceva per gruppinonessendovi che varii cameroni chiamati: La Vecchiala Nuovade'Grandidei Maccilo Spedalela Pazzeriala Torre ecc.

Nel XVII secolo quando le Stinche eran pienei carcerati si mandavanonelle prigioni dei Signori Ottospecialmente in quei casi nei quali laprocedura reclamava la segretao come si dice oggil'isolamentopermotivo dell'istruttoria.

La sorte dei carcerati delle Stinche dipendeva spesso dall’arbitrioche vigeva tuttora; ma non nel senso dì abusosivvero comedisposizione libera di fare o di non fare una data cosasempre però colbeneplacito del Sovrano. E a tempo dei Medici il Sovranoanche in materiacarcerariaera e voleva essere informato di tutto. Basti dire che unavoltasotto Cosimo IFu arrestato un ragazzo di dodici annidi Pistoiaper avere oltraggiata e ammazzata una bambina di nove anni. Quando ilGranduca ebbe la relazione dei Signori Ottoche rimettevano a lui ladesignazione della pena che intendeva di infliggere al precoce assassinoSua Altezza trattandosi d'un ragazzo che aveva commesso un delitto di quelgenereperché non vi ricadessesotto il rapporto degli Otto scrissesoltanto si castri e firmò "Cosimo".

La parte meno triste delle Stinche era dal lato di San Simone in Viadei Lavatoicosì chiamata per il lavatoio lungo quanto era la stradaelargo diciotto bracciadiviso in due file di trogoli. Esso fu costruitopresumibilmente nella prima metà del secolo XIV dall'Arte della Lanaaffinché i tintori "vi potessero lavare le pannine specialmente neltempo d'invernoquando le acque del fiume Arno sono così crudeespessotorbide per la piena".

Quelle panninepurgate e lavatevenivano poi portate a tendereperché si asciugasseroai tiratoi di Piazza delle Travi e agli altridella città. A questo servizio eran destinati i ragazzi dei tintorichein antico si chiamavan cavallini dal loro modo di portarquelle stoffe ammontate sulla groppa d'un disgraziato cavalloche avràavuto cent'anni per gamba. I ragazzisenza riguardo a quelle vecchiecarcassemontavan sopra alle stoffe; e stando rittili guidavano dilassùfacendoli correre come se fossero stati puledri.

Poiché la cimasa dei trogoli era fatta a pendìoil lavatoiodiventava spesso il ritrovo dei ragazzi che vi andavano a giuocare a soffinofacendo rivoltare dalla parte dell'arme i quattrini messi sullapietra; a chi non riusciva col soffio di rivoltar la crazia o il quattrinoperdevae quando giuocavano a cappelletto con le crazie d'argentofini come veli di cipollae che da una parte avevano lo stemma de'Medicidicevano fare a palle e santi.

Questocome Piazza della Signoriadinanzi ai casotti dei burattini oai carrozzoni dei ciarlataniera il punto più sicuro ove le mamme e ipadroni di bottega che non vedevan tornare i ragazzi mandati fuori perqualche serviziopotevano rintracciarli. Perciò anche da Via de' Lavatoinon era raro vedere il maestro - o principale - scapaccionare ilragazzo dimenticonee portarlo via di lìtrascinandolo seco per unorecchio.

Il chiacchierìo e anche il baccano che in certi giorni c'era a'lavatoisi sentiva dalle strade vicine. Si udivan le più grasse risateper qualche lazzo o qualche burletta fatta; e si confondevano con uneffetto curioso con le stoffe fradicebattute ripetutamente sulla cimasadel trogolofacendo quel rumore particolare che nell’inverno parevadiaccioe faceva venire i brividi.

I tintori che mandavano a lavare le stoffe al lavatoio delle Stincheavevano le loro antiche botteghe in Via CornacchíaiaVia de' VagellaiVia de' SaponaiVia Moscae Piazza delle Travidov'era il tiratoio. Laseta però andavano a lavarla ai lavatoi di Via delle Torricelleora delCorso dei Tintoripassata la caserma dei dragoniche sull'architraveaveva lo stemma dell'Arte della Lana. Fra le tintorie più rinomateportavano il vanto quelle GuerriniBonini e Querci; ed eran tenute inassai pregio per tingere di nero e di scarlattotanto le stoffe di setache di lana. Per lo scarlatto era superiore a tutti la tintoriaQuercialla quale la Repubblica assegnò perfino una pensione annua didiversi fioriniche le fu mantenuta fino al I700.

Le tintorie fiorentine avevano grandi commissioni dal Levantedove inostri mercanti facevano continue spedizioni dei tessuti di setaoperatia fiorami e damascatie dei panni di lana nei quali consisteval'industria di Firenzeche era però di già agli estremi ma che finoallora per la città era una ricchezza; ed una brava tessitoraquandorimetteva al fabbricante ogni mese una telariscuoteva per lo meno diecio dodici scudi. È facile immaginare perciò quanto fosse l'agiatezzaanche in molte famiglie del basso Popolole donne del quale la festafacevano grande sfoggio di gioiedi orecchini o buccole - comele chiamavano - e di vezzi di perle di molto valore.

Le Stinche mettevano malinconia al solo vederle: perciò ingentiliti icostumie desiderosa la cittadinanza di toglier di mezzo quello sconcioil granduca Leopoldo IIche per verità ebbe sempre passione di abbellireFirenze ed accrescerne le comodità con decreto del 15 agosto 1835sanzionando le trattative già in corso fin dal 1833 ne ordinò lavenditaperché venissero destinate ad usi privati e più decorosi.

Acquistarono quel locale di trista fama i signori Giovacchino FaldiCosimo CanovettiGiuseppe Galletti e Michele Massaii quali in seguitolo rivenderono a Girolamo Paglianocantantedopo ch'ebbe abbandonate lescene per dedicarsi allo smercio del suo fortunato sciroppoche hapurgato mezza Europa. Questo sedicente professore col disegnodell'architetto Francesco Leonioltre all'edificare sulla vecchia areadelle Stinche molte botteghee comode ed eleganti abitazionifececostruire una stupenda cavallerizza con annessa scuderia e la famosa gransaladetta della Filarmonicadi stile dell'Imperotal quale oggi sivede.

La cavallerizza fu costruita dove era prima il lavatoio; ed a questaera congiunto il locale per gli esercizi equestrilungo settanta braccialargo trenta ed alto ventitréche prendeva luce da due grandi lanterne acristalli. Codesto locale cedé poi il luogo al teatro Paglianoche diedelo sfratto ai cavalli per dar posto.... ai cantanti.

L'ibrido connubio fra Euterpe ed Esculapioriuscirono a fare delPagliano una macchietta originale e curiosa. Un poema di 16 canti in sestarima: La Paglianeide ossia Teatro e Medicinadettato dal pittoreCesare Paganinilo celebra come un eroe da strapazzo; ma questo poemaungrosso volume in ottavoè restato incompletoperché fu pubblicato nel1855 e il protagonista visse ancora oltre 25 anni!...

Il Palazzo del Bargelloche in oggi è conosciuto più civilmentesotto il nome di Palazzo Pretoriofu poi restaurato dall'architettoMazzei e dal pittore Gaetano Bianchi. Ivi ha sede il Museo Nazionalemafino al 1859 era luogo di non men trista fama delle Stinchetanto piùquando i carceratiabbattute quellevennero ivi rinchiusi.

Non è il caso di rifare la storia di cotesto antico monumentoche fusede del Duca d'Atenee d'onde venne cacciato per furore di popolo.

Il vetusto edifizio aveva subìto in più tempi deturpazioni edalterazioni talida svisarne assolutamente il carattere e la primitivaimpronta.

Dal lato di Via del Proconsolo e di Via Sant'Apollinare le antichefìnestre bifore furono in parte rimurate e ridotte

a tramoggie per i carceratii qualionde impietosire i passanticalavano dalle inferriate uno spago con una borsetta bianca: e perchéquesta scostasse dalle bozze di pietra della facciatatenevano lo spagolegato a un pezzo di canna come se pescassero. E infatti pescavano i gonziche credevano alle loro querimonieai loro lamentie più che altro allaloro innocenza.

Bastava passar "dal Bargello" per sentire gridar forte lesolite lamentazioni pietose del "povero padre di famiglia"edella "vittima" altrui. Costoro per fare effetto inventavantutte le birbonate possibili: promettevan preghiere alla Madonna e a tuttii santianche meno conosciutipurché chi passava buttasse nellaborsetta bianca qualche cosa. A prima vista può sorprendere che icarcerati potessero avere lo spagola borsetta e la cannaper tenerladistante dal muro; ma la meraviglia cessa quando si sa che il provvederedi tali oggetti i detenutiera un incerto dei secondini e deibirricontro il divieto dei magistratii quali pur vedendo e sentendoogni cosafacevan l'orecchio del mercante. Ma quelli che veramente ciguadagnavanoerano i birri; poiché sulla cantonata di ViaSant'Apollinare ci stava sempre uno di essi a sedereper impedire che icarcerati discorresseroper quanto senza vedersicoi parenti o con gliamicidalla parte della strada.

Il birro di guardia non si dava per inteso di quelle borse che dalletramoggie si calavanoné di tutte le cantilene dei delinquenti perchiedere l'elemosina ai passantiche spesso mossi a compassione buttavanoun soldo o una crazia nella borsetta. Ma quandocome avveniva altresìmolto spessopassava qualche signore che i birri conoscevano a colpod'occhioe che questi buttava dentro un fiorino o anche cinque paoliilbravo birro spiegando allora tutto il suo zelo di rigoroso campione dellagiustiziadava una bastonata allo spago che s'avvolgeva così al bastonee con una stratta faceva venir giù la borsa.... e pigliava per sé ognicosa.

Allora il carcerato che s'accorgeva di quel tiro birbonee chepoc'anzi implorava con tanto fervore la Beatissima Vergineil suo divinoInfante e tutta la corte celestecominciava a trattarli male tutti e abestemmiareaccusandoli in certo modo di tenerla più dai birri che dailadricoi quali i primi spesso facevano a mezzo!

I birri erano ordinati per squadreognuna delle quali aveva il propriocapo; ma questi facevano il servizio della bassa polizia; sorvegliavano iprecettati seralie facevano il servizio di notte stando sulle cantonatacon la lanterna ciecaa sorvegliar le botteghe.

Quando qualcuno tornava a casa a ora tardamentre metteva la chiavenell'usciobene spesso si sentiva abbagliare a un tratto dalla luce dellalanternache il birro gli piantava sulla faccia senza che lui si vedesse.Questa dolce sorpresa era riserbata particolarmente a coloro che passavanodalle strade nelle ore della notte; egli si trovava accecato dallalanternamentre il birro tutto premuroso gli dava la buona sera e intantogli domandava di dove venivadove andavadove stava di casaed il suoriverito nome e cognome. Se poi l'individuo fermato destava qualchesospettoil birro senza starci a pensarefaceva un fischio convenzionalee in un momento sbucavan fuori i birri più vicinie fra tuttiarrestavano quel tale e lo portavano all'Arioneossia nel lorocorpo di guardiacosì chiamato nel gergo birrescoper esser la mattinadopo interrogato; invecese si trattava di persona degna di essertrattenutalo accompagnavano al Bargello con tutti gli onori dellemanette o delle mani legate dietro la schiena!

Degli Arioni ce ne erano due: uno in Piazza di Santa MariaNovella Vecchia; ed uno in Borgo Tegolaiadove si distribuiva il servizionotturno; e gli arrestati si mettevano provvisoriamente in una stanzacciaridotta a prigioneche il popolo chiamava carbonaia.

Oltre ai birric'erano gli agentidivisi anch'essi a squadreper ogni quartiere; ed ogni squadra era comandata da un capo il qualedipendeva dal "Capo agente". Questo corpo. al quale venivanoaffidate le funzioni più importantidipendeva immediatamente dalPresidente del Buon Governo.

Quando c'era da arrestare qualche soggetto pericolososi partiva dalBargello una squadra di birriavendo ognuno il suo nodoso bastone dimarrucaguidata dal proprio capo che per distintivo aveva la mazza dicanna d'India o di zuccheroma con lo stocco. Uno zucchero.... piuttostoamaro. Quando avevano trovato l'individuo di cui andavano in cerca gliintimavano l'arresto: e se per sua disgrazia l'arrestato avesse avuta lainfelice idea d'accennare soltantoa far resistenzasi sentiva arrivareun tal carico di legnatecome se i birri ribattessero una materassa!

Non per rimpiangere quei tempi; Dio ce ne guardi! ma facevan più duebirri che dieci carabinieri; ed era tanta la temenza che avevano imalviventi di essiche difficilmente si opponevanoe piuttosto cercavanodi darsela a gambe. C'eran però certi fegatifra quei birritutta robache era stata prima vin che acetoche spesso li rincorrevano anche permezz'ora e finivan per agguantarlifacendo poi i conti col bastone.

Fra i furfanti più rinomativ'era un certo Bartelloni macellarodetto per soprannome Picchieroche dava da fare alla polizia piùche tutti i ladri messi insieme. Per dato e fatto suospesso si mettevasottosopra Firenze. Costui era un uomo temuto per la sua audacia e per leaggressioni che commetteva impunemente di pieno giorno e nelle stradeanche più frequentate. Quando egli si sapeva cercatosi nascondeva neidintorni di Firenzee spesso anche in cittàdestando il terrore intuttiperché si sapeva uomo sanguinario e risoluto. Una volta da alcunibirri più astuti fu scovato e fecero per arrestarlo esortandolo colsolito affabile mezzo del bastonea non far resistenza. Ma la primabastonata del birro andò a vuotoperché Picchiero gli erascappato di sotto e correva come un barbero. E via i birri dietro. Ma ilmalandrino aveva buone gambe e seguitava a correre voltandosi ogni pococon la testa indietro come fanno i fantini per vedere a che distanza simanteneva dai suoi inseguitori. Vistosi però quasi raggiunto da uno diloro che pareva una lepreseccosegalignotutt'ossa e nerviconcert'occhi che parevan quelli del gatto la nottePicchiero entròin una casa che forse conoscevae via su per le scale a tre scalini pervolta. E il birro dietro che saltava quanto luie lo raggiunse quandoinfilò in un abbaino e entrò sul tettodove il fuggiasco credeva dirifugiarsi al sicuronon credendo mai d'esser rincorso con tanto zelofin lassù.

Fra ladro e birro seguì una lotta accanita. Dapprimasi abbracciaronocome due fratelli; e poi vennero giù nella strada con grande spaventodella gente accorsache rimase inorridita dal tonfo di quei due corpi sullastrico della via. Picchiero non si mossetutto intronato com'eradalla botta di quella caduta; il birro credendo d'essersi tribbiate legambesi alzò con grandi smorfie rimanendo a sedere in terranon avendocoraggio di rizzarsi. Fu però subito sollevato dai compagni e tuttomalconcio la Misericordia lo portò allo Spedale e ivi rimase per qualchegiorno. Picchiero invece andò a fare una cura più lunga al Mastiodi Volterrache fu il termine della sua brillante carriera.

Ritornando al Palazzo del Bargelloquesto era luogo di trista fama nonsolo per i carcerati che vi si rinchiudevanoquanto per la lugubrecerimonia della gogna e della bollatura a fuoco.

Ogni condannato alla galera o all'ergastoloprima di andare al suodestinoveniva esposto alla gogna sul muricciuolo esterno delpalazzocon le mani dietro legate ad una di quelle grosse campanelle chetuttora si vedono. Il condannato aveva sul petto un gran cartello dov'erascritto il delitto commesso; e doveva stare a capo scoperto. Percondiscendenza gli si permetteva di tenere il cappello ai piediperchéquelli che passavano e si fermavanovi buttassero qualche soldo. La gognadurava dalle dieci alle undici della mattinae in quest'ora suonavala vecchia campana squarciata della torreche col suo tristo suono fessoe lugubremetteva il malumore addosso. Stava a fargli la guardia un birrodentro una specie di ringhiera o cancello di legnoche racchiudeva lospazio destinato alla gogna.

Quando alla pena della galera si aggiungeva anche la bollaturaquestaveniva fatta dal boia sulla spalla sinistra del delinquente con un bollo afuocoscaldato in una specie di saldatoio come quello dei trombai.Il popolo mormorava quando si faceva questa obbrobriosa operazione; macorreva sempre a vederla. Uno fra quelli che per la sua condizionecommosse più degli altriricevendo pubblicamente quel marchio d'ontaperpetuafu un sottoprefetto di provinciail qualeessendosi inteneritoalle lacrime e alla disperazione di una povera madrele liberòfurtivamente il figliuolo dalla leva militare. Per questo fatto egli vennecondannato a cinque anni di galera e ad esser bollato.

La triste campana del Bargello suonava tutte le sere dalle dieci emezzo alle undiciper avvisare i cittadini più tardiviche era l'orad'andare a letto. E quando si sentiva quella campanamolti siaffrettavano a tornarsene a casa per evitare anche l'incomoda luce dellalanterna dei birri e la loro buona sera non meno incomoda esgraditaperché c'era il casoche in una serata di nerviqualche fiordi galantuomo fosse preso per una persona sospettae portato a passar lanotte in carbonaia.

Quest'uso della campana fu tolto nel 1848quando si cominciarono adabbandonare tanti usi barbari e inciviliche avevan durato anche troppo.

Ma soppresso il suono della campana del Bargellovi rimase quelladella Misericordiache anche nel cuor della notte suonava i suoi tocchispandendo nell'aria come un senso di sgomento e di paura in tutte lefamiglie nelle quali c'era ancora fuoriqualcuno di casa. Ed anche digiornoquante ansiequante lacrime non ha fatto versare il suono dicotesta campanache non dava altro segnale che di disgrazie! Se suonavadue volte era a casovale a dire che si trattava di una disgraziaincolta a qualcuno per la via o sul lavoro: e se suonava treera amorto: un affogatouno venuto giù da una fabbricao un ammazzato.Ed allora era un accorrere pieno di trepidazione e di presentimentitristissimialla Misericordiaper sapere che cos'era accaduto. E quandoi fratelli che venivano essi pure a corsa per mettersi la vesteerano in numero e pigliavano il cataletto e col servo andavan viala bramosia cresceva; e tutti anelavano il momento in cui veniva sullaporta un altro servo ad annunziare la disgrazia avvenuta. Nell'infinitoegoismo umanotutti si sentivano sollevare quando potevan credere che ladisgrazia non risguardasse nessuno dei loro cari.

Tutti però quando sentivan la campananon potevano uscire di casa percorrere sul Duomo a sentir che cos'era seguito: perciò era un'agoniacontinuata finché quelli di famiglia non eran tornati: e se qualcunocontro il solito per disgraziata combinazione tardavaera un'agitazioneun orgasmo in tutta la casa; un prevedere una sciagura inevitabileunmontarsi la testaun piangere disperato come se la sventura fosseveramente seguita. Un affacciarsi continuo alla finestraspingendo losguardo fino in fondo alla strada per vedere di scorgere la personaattesapassando da un'infinita trafila di torture quando pareva divederla confusa tra la gente che andava e venivao qualcuno che lerassomigliava all'andatura; oppure se appariva un vestito o un cappellodello stesso colore: insomma era uno strazio da non si dire. Quando poi sivedeva per davvero venir quello tanto attesotanto agognatoallora siasciugavan le lagrime ridendosi dimenticava ciò che si era soffertosembrando d'avere avuto invece una gran fortunae che quel tale fosserestituito alla famiglia per un vero miracolo. Tante volte però accadevache il dolore dell'ansia provata si manifestasse con dei rimproveriperché quello aveva fatto tardi; e allora finiva in litigie andavaall'aria la tavola: nessuno mangiava piùed erano imprecazioni allacampana della Misericordia e a chi la permetteva.

Questa era una delle tante varianti della vita fiorentinala qualemerita di esser narrata a partee che aveva in quei tempi tantesingolarità e tante cose curioserimaste oggi come memorie e nulla più.

La compagnia della Misericordia ha reso e rende molti servigi aFirenze. Istituita nell'anno 1240 da Luca Borsidecano de'facchiniperl'estirpazione della bestemmiaallargò la cerchia della propriaattività e si ridusse com'è tuttora un'associazione ricca e potente.

Se anch'oggia un Luca Borsi qualunque venisse in testa di tassare conuna crazia ogni bestemmiasi riscatterebbe il Debito pubblico ditutta l'Italia!

XXIX

Vita fiorentina

Vecchia impronta - Rimpianti inutili - La livrea della miseria - Panefatto in casa - Giambattista Niccolini e la cameriera - Colazionedesinare e cena - Quanto costava il vino - Preghiere - Santa Maria delleGrazie - Le veglie invernali - I ciechi - Venditori ambulanti - In strada- Botteghe - Caffè - Il basso popoloil mezzo cetola nobiltà e lacorte - Il sarto Piacenti - Persone di servizio - Le "cene notturneall'aria aperta" - La carità del marchese Pietro Torrigiani - Ibíacchi del boia - Il beato Ippolito Galantini - Il buzzurro diPiazza Pitti - Una forma di cacio sbrinze - Le vetture di piazza -I viaggi del conte Galli - Il cocchiere Cicalino - Il "Gobbovinaio" - Carità regale - Il sale ai malati dello spedale - Il pratodel Monte alle Croci - Tipi originali.

Semplicequasi patriarcaleera la vita dei vecchi fiorentinie talesi mantenne fin verso la prima metà del secolo XIX.

Se tanta brava gente potesse tornare in quale parrebbe nonesserepiù in Firenzenel vedere cambiati gli usi e le abitudiniabbandonatevecchie tradizioni ed usanze che datavan da secoliper introdurne dellenuove che non hanno nulla di speciale né di caratteristico come leantichee che sono invece comuni a tutti gli altri paesi. Firenzecomemolte altre cittàha perduto la sua impronta; non somiglia più a séstessa.

Questo direbbero i vecchi se tornassero: ma siccome ciò èimpossibileè quindi inutile rimpiangere ciò che non è più.

Sarà dunque bene descriverlala vita fiorentina di quei tempiperché almeno rimanga come memoriae come curiosità.

Nelle famiglie era osservata una parsimoniauna regolaun'economiache spesso si tacciò di grettezza e di avariziamentre non era chel'amore dell'ordinee una contrarietà spiccatissima di farsi scorgerespendendo più del doveree non aver poi da pagare. Si lesinava piuttostosul desinarepurché andando fuori si fosse vestiti benegiacché ognunoambiva di sembrare da più di quello che era. Nelle passeggiate festivenei pubblici ritrovinon si vedeva la folla stracciona e miserabile dialtre città: eran tutti vestiti pulitimolti discretamentediversi beneaddirittura. Si vedeva la folla d'una città civile e ben educatapoichél'ambizione di comparire in pubblico vestiti decentemente non è che unsegno di civiltà e di educazione. La differenza fra ricchi e poveri eramolto meno marcata di quello che non fosse altrove. Per questoFirenze fuportata come modello.

In altri luoghi si vedono i popolani e gli operai che ostentano lalibertà e l'eguaglianzaandare con la giacchettala blouse e lapipa nei passeggi e nei caffè dove vanno quelli del medio cetooborghesi come si dice ora. A Firenze andavanoe vanno ancoragli operaie la gente dell'infima plebe negli stessi locali praticati dai signori edal ceto di mezzo; ma appunto per un sentimento d'orgoglio e dieguaglianza verasi vestono meglio che possono per non far notare ladistanza fra essi e loroperché i fiorentini hanno sempre sdegnato diportar la livrea della miseriache altrove si porta con ostentazione diprotesta.

Ecco perché il fiorentino veniva spessodagli altri italianitacciato di taccagno e di gretto. Costoro mostravano di non comprenderequanta più dignitàquanto più amor proprio ed orgoglio ci fossea nonfinirsi il salario ubriacandosi nelle bettolee girar poi la nottecantando e schiamazzando per la cittàmentre la famiglia soffre e spessonon ha da mangiare. Preferiva invece di vestirsi meglioe spendere ilguadagno in famiglia. Con questo non si può dire che Firenze fosse unacittà di santi e di modelli di virtù: troppo sarebbe; ma generalmente lapopolazione era morigerata e civile.

Nelle famiglie del popolo come in quelle signorilisi usava fare ilpane in casa: e per la città si vedevano a tutte l'ore i garzoni difornaio che uscivan dalle case dov'erano stati a prendere il panee conl'asse in capocoperta da un pannolanolo portavano in forno dal panicocolo.Ai bambini piccini e ai nipoti le nonne con l'avanzo della pastafacevano il chiocciolinoe gli omini a braccia apertelaghiottoneria più desiderata dai ragazzi d'allora.

Ed a proposito del pane fatto in casaè noto che il poetaGiambattista Niccolini innamoratosi della cameriera di sua madre l'avrebbeanche sposatase una mattinaalzatosi di buon'ora non l'avesse colta inflagrante con un garzone di mugnaioche portava in casa la farina perfare il pane: altro che pane! Ma tutto il male non vien per nuocere:sarebbe stato peggio dopo!...

In tutte le case si poteva dire che gli usi fossero uguali. La mattinaper colazione invece del caffè e latte come si usa orasi faceva la pappanel pentolospesso affumicatoperché si faceva il fuoco a legna chesi accendeva coi trucioli; i ragazzi si mandavano a scuola col panieredella merendala quale consisteva soltanto in una fetta di pan col burroo un fico seccoo una melao una diecina di baccellio un mazzetto diciliege o una fetta di pattona a seconda della stagione. Al tocco tuttitornavano a desinaree le botteghe fino alle tre non si riaprivano. Ilpasto frugale si componeva generalmente di minestra e lessoe le feste ilpiatto preferito era la coratella nel tegameil fegato con l'uovailpollo nella bastardellao l'agnello. Per carnevale era in granvoga il lombo di maiale arrostoe i ragazzi giravan lo spiede con lospagofacendo a gara a chi toccava quell'incaricoche spesso dalle mammesi concedeva al più buonocome un premio. La sera si cenava verso leotto tanto d'estate che d'inverno; ma si aspettava il capo di casa chetornasse da bottegaportando per lo più l’affettatocioèsalame o presciutto o più comunemente la mortadellache si diceva anche finocchionaed era l'insaccato più economico. Nella quaresima si mangiava ilcaviale che allora lo davano a fette ed era squisito; oppure le aringheoi fichi secchile nocie le mele secche: insomma tutto ciò che potevaesservi da spender poco e da far companatico.

Il vino a que' beati tempi costava quattro o cinque crazie il fiasco ese era vecchiosette crazie - cinquanta centesimi! - Quando s'arrivavaalla raccoltase l'annata era stata abbondante non costava quasi nulla.Tant'è veroche vi furono delle annate eccezionali in cui la genteandava ai conventi delle monache di Santa Maria Maddalenadel MagliodiSanta Verdiana e ad altricon certi fiaschi che parevan barilie glieliempivano per una craziacioè sette quattrini - dieci centesimi - e moltospesso la buona monachina regalava una mela alla bambina o al ragazzo cheandava a prendere il vino.

Sembrano queste minuzzaglienotizie insulse e da non doversene tenerquasi conto; ma in una storia di costumi e di usinon è ozioso ilricordare anche le cose minime e di secondaria importanza.

Le pratiche religiose in ogni famiglia erano osservatissime; forse piùper abitudine che per convinzione: ma tutti figuravano di farlo percoscienza.

Quando suonava mezzogiornonelle case e nelle scuole si diceva l’AngelusDomini; molti bigotti si levavano il cappello anche per la strada e sisegnavano biascicando la prece. La sera alle ventitréun'ora prima dell'AveMariasi diceva il Credo per gli agonizzanti; e alleventiquattro l’Angelus Domini come a mezzogiorno. All'un'ora poiin tutte le famiglie s'interrompeva il crocchio o la conversazione perrecitare il Deprofundis. Le nonneche eran le massaietroncavanoa mezzo le novelle che stavan raccontando ai nipoti e dicevano: - Bambinidiciamo il Deprofundis a' nostri poveri morti. -

Tanto all'alba quanto a mezzogiorno uscivano fuori da Palazzo Vecchioda Pittie da ogni altro Corpo di Guardia i soldati per la preghiera: simettevano a rango col fucile a pied'arme dopo due rulli ditamburi facevano il saluto colla mano sinistra; al terzo rullo dietr’front e posavano i fucili.

In moltissime casese non in tuttesi diceva il Rosario equindinell'invernosi faceva veglia lavorando. I pigionali d'uno stessocasamento per risparmiare il lume e al tempo stesso per farsi compagniaedir male del prossimosi riunivano da un di loro. Quando poi tornavano"gli uomini" allora ognuno se ne andava a casa sua e cenavatranquillamente.... se in famiglia non c'eran questioniche generalmentepareva impossibilesi serbavan sempre a tavola.

La festa si desinava alle duee dopo la giratale donne coibambini andavano in qualche chiesa alla benedizioneverso leventiquattrooppure alla Madonna delle Graziequel chiesino a piè delpontedi faccia a Via de' Benci che oggi non esiste piùdopo che ilponte alle Grazie è stato completamente rifatto. La sacra immagine peròè stata trasportata in una piccola Cappella del Lungarno lì prossimo.Sulle pile del pontev'erano delle casupole; in una di quelle nacque ilpoeta Benedetto Menzini e in un'altra il pittore Gaetano Bianchirestauratore d'affreschi. Dopo cena si giuocava a tombola e si facevan le bruciatese non le portava il damo alla damache ne faceva partea tutti. L'estate poi la passeggiata o le scampagnate eran lungo ilMugnone sugli arginidove spesso alcune comitive andavano a far merenda;in Bobolio nel Giardino de' Semplicio al Poggio Imperiale.

I "lavoranti"quelli che oggi si chiamano operaidanovembre a quaresima vegliavano nelle botteghe fino alle otto.Anticamenteappunto nella stagione d'invernogiravano per le strade colcarretto una quantità di venditori di peperoni e di lupini nelle zangoleche misuravan col romaiolo di legno. E quando quelli delle botteghe cheerano a vegliasentivan gridare: - I' ho' peperoni! Salatima boni! -uscivan fuori a comprarli e mangiando i lupini trovavan più presto l'oradi far festa. E anche dalle case uscivan fuori le donnicciuole a comprarei peperonii ramolacci della Font' all'erta - tra San Gervasio e SanDomenico di Fiesole – i più rinomati per mangiarsi col tonno; o ilupiniche a molta povera gentespecialmente per chi aveva dimoltifigliuoli servivano di cena.

Per le stradefra giornoi ciechi giravan per Firenze con la chitarraed alcuni col violino cantando la storia della Samaritanadi SansonediMarziale che nacque con due dentidella Gnora Luna. di BrandanolaStrage degl'Innocentila Fuga in Egitto o il Canto d'Erminia della Gerusalemmedel Tassotutto quanto sapevano e veniva loro in mente. Le donnedavano a quei ciechipiuttosto noiosi e importuniperché molti eranciechi autenticima molti altri facevan da orbi e ci vedevan meglio deglialtrile seggiole e quelli delle botteghe i panchetti; e dalle finestrebuttavan loro un quattrino rinvoltato in un foglio.

La sera dell'ottavario dei morti si mettevano due ciechi da un capoall'altro della strada rispondendosi cantando i Sette Salmi o altre divotepreci per le anime del Purgatorio; e allora il quattrino glielo buttavanoin un foglio accesoperché vedendo il bagliore lo raccattassero. C'eranoanche quelli che giravano con dei tabernacoli con qualche Cristo o Madonnamiracolosae si mettevano a decantare quei miracoli che spesso eran cosìgrossi - come un tale che faceva piangere un Cristo di legnoe di quandoin quando anche sudar sangue - che i birri gli portavan via e li mettevanoal bargello senza che il Cristo facesse il miracolo di liberarli.

Oltre ai ciechiin ogni stradaera un continuo gridare orad'ortolaniora di fruttaioli che avevano i loro avventori fissi e sifermavano tutti i giorni alle medesime case; oppure di cenciaioli chedalla mattina alla sera giravan per tutta Firenze urlando: Donne chi hacenci!... sprangai che accomodavan gli ombrelli e sprangavano i catinie le stoviglie rotte; seggiolai che rimpagliavan le seggiole sfondate inmezzo alla strada come se fossero stati nella propria bottegaarrotini ealtre infinità di mestieri.

Fuori delle botteghe si vedeva il fornello del sarto coi ferri ascaldareil ragazzo del legnaiolo che accendeva i trucioli per scaldar lacollail tappezziere che impuntiva i sacconi o le materassese non leribatteva addirittura sullo scamatoi fiascai che rivestivano ifiaschiil ciabattino a bischetto che rattoppava le scarpe e via dicendo.

Quelli delle botteghe parevan tutti d'una famigliatant'era labuon'armonia e l'amicizia che regnava fra i varii mestieranti.

Una strada talvolta pareva una sala di conversazione; perché ognimattina quando si aprivan le botteghe tutti si davano il buon giorno eognuno aveva qualche cosa da raccontarequalche novità da dare o da dirqualche barzelletta: spesso si udivano delle risate proprio da cuorcontenti. Si dicevano quello che avevan mangiato per cenadove avevanpassato la serata e quindi ciascuno accudiva al proprio lavoro ed aipropri affari fino all'ora del desinarein cui non si chiudevama siaccostavan le bande sicuri che nessuno si sarebbe azzardato a entrarviealle tre si riapriva.

Ci sarebbe da farlo ora!

Nell'estatequand'eran circa le sei - oggi si direbbe le diciotto - siusava fare la merendae alle ottocioè alle ventiche a Firenzesuonava le ventiquattro - ora italiana - ossia l'Avemmaria della serasichiudeva.

Quest' usanza più che altri l'avevano i calzolaii sartiilegnaiolii marmistii tappezzieri e mestieranti simili.

Le botteghe di fondacodi merceriadi setaioloe altre più dilussonon si chiudevano fino alla sera; con l'usanza però sempre di farla chiacchierata coi vicini quando c'era meno da fareper essere alcorrente di tutte le novità. Il sabato sera il principale dava il salarioai lavorantie fino al lunedì non si riapriva; perché se qualcunoavesse aperto la bottega in giorno di festa per far la più piccola cosagli veniva subito fatta la cattura dai birried era costretto apagare una multa. Se poi era recidivo lo mandavano anche in carcere.

I Caffè si chiudevano la sera alle undici; e soltanto il Bottegone sulCanto di Via de' Martelli in Piazza del Duomodel quale era proprietarioFortunato Carobbiaveva il permesso di stare aperto fino alle due dinotte "per comodo dei signori che uscivan dal teatro".

Il Caffè Doney era il principale di Firenzee anco quello di Wital inVia Por Santa Mariachiuso dopo il 1880non era fra i secondari dicerto. Sempre nella stessa strada si trovava il Caffè Elveticoel'Elvetichino era in Piazza del Duomo. Gli altri Caffè più frequentati edi una certa famaerano il Caffè Landini in Via del ProconsoloilCaffè Bellocci e il Leon d'Etruria di Vincenzo Galanti in via Calzaioliquello della Vacca dei fratelli Boni in Via dell'Ochedel Giappone inPiazza del Granducadell'Orlandini in Via della Ninna e il Caffèdell'Arco demolito presso il Ponte Santa Trinita.

Il più antico Caffè di Firenze è il Panone in Via Por SantaMaria. Quel Caffèche esiste tuttoraha una storia.

Fra i più modesti si notavano il Caffè de' Filarmonici in via delFosso; del Popolo in Piazza di San Pieroquello degli Svizzeri in Piazzadi Santa Crocedel Pruneti in via de' Bencie l'altro dalle Colonnine daSant'lacopo. L'antico Caffè Guarnacci in via del Proconsoloera rinomatoper le orzate nell'estate; e la sera vi era gran concorso della nobiltàche vi si fermava in lunga fila con le carrozze per gustare quella bibitafavoritache oggi a Firenze è uscita di modasebbene a Torino sotto ilnome di bomba trovi un largo smercio.

Nelle strade ove abitava il popolo minuto e specialmente in SanFredianoin Via dell'Ortodel Leonedella Nunziatinadel CampuccioinGusciananei Camaldoli di San Fredianoin Via Gora verso il Pratosicostumavanell'estatedi stare nella strada sugli usci delle case agodere il frescofacendo un cerchio di seggiole mezze spagliatese nonsfondate addiritturacome comportava l'allegra miseria di quella genteche nonostante era gaia e di buon umore. Tutti quei circoli di donne coifigliuoli attaccati alle sottaneche per lo più erano nudi con la solacamiciaed ai quali davan la pappa in certi tegami che sapevan dirifritto da rivoltar lo stomacoed i più piccini se li attaccavano alpettodando loro latte impunemente come se fossero nella propria cameraavevano un non so che di spensierato che faceva piacereprescindendos'intendedalla poca pulizia e dal modo trasandato con cui stavano. Inquei crocchi di donnaccole era rarissimo che si sentisse dir bene diqualcuno: non si facevacome suol dirsiche tagliar la giubba addosso alprossimoche era un piacere. Ma non c'era malignità: era piuttosto unbisogno di canzonared'occuparsi de' fatti degli altri innato nellaplebee.... se si deve dir come va dettaanche più in su.

Quando era l'ora che tornavano i maritialcune di quelle donne chestavano a terreno mettevano fuori un tavolino e si sedevano a cenaunendosi con altri vicini e poi facevan conversazione. Il più delle volteperòtaluno fra i più istrutti si metteva a cantar di poesiafacendo cosìspoetandol'ora di andare a lettociòche era un gran dispiacere per i crocchi che s'eran formati attorno aivarii poetiche talvolta senza parere si mettevano in canzonatura l'uncon l'altroparafrasandosi la poesia ed improvvisando rime strane espesso sguaiateche suscitavano le più grandi risa. Questa era la vitache menavapress'a pocoil basso popolovita invidiata dalla gente piùfacoltosaperché quelli avevano una salute di ferroe de' pensieri sene prendevano meno che era possibile.

Era in voga giust'appunto tra i popolani il dettatoche "i debitivecchi non si paganoe i nuovi si fanno invecchiare". Così erancontenti come pasque!

Il ceto di mezzo andava di consueto a prendere il fresco passeggiandoper il Lungarno: e molti. come oggi si anderebbe a un caffèsi mettevanoa sedere su certe panche di legno con la spalliera lungo le due spallettedel Ponte Santa Trinita pagando una crazia a testa. Appena che uno si eraseduto non c'era caso che se la potesse sgabellare non pagando nullaperché se faceva da scordato luinon lo faceva il pancaio; ilqualeappena lo allumava gli andava dinanzi con la mano tesa dicendo: -Signoriil pancaio! I più facoltosifra costorospecialmente lefesteandavano invece a prendere il sorbetto al Caffè dell'Arcodemolito sull'angolo del palazzo Ferronicosì chiamato in memoriadell'Arco di Santa Trinita buttato giù. Cotesto caffè era il ritrovoelegante nell'estatee si mettevano i tavolini fuori tanto dalla partedel Lungarno che da Via Tornabuoni.

La semplicità della vita fiorentina non era soltanto nel popolomasibbene anche nella nobiltà e alla Corte. Per darne un esempiogliimpiegati e i servitori del Granduca parlando tra loro non dicevano a ogniparolaSua Altezza; ma dicevano il padrone: e siccome ilsarto di Leopoldo II era Francesco Piacentiche aveva bottega in ViaVaccherecciacosì il cavalier Nasie poi il signor Pagliantiaddettialla casa del Granducaquando andavano per suo ordine da luiglidicevano: - Sor Francescola passi dal padrone perché habisogno di lavoro. - E per il solitoil lavoro era qualche abitonero; perché la specialità del Granduca era quella di portarecontinuamente la giubba con le fodere di seta bianca.

Il Piacenti vestiva pure la servitùi camerazzii cantinieriilcapo degli argentigli staffieri e i lacché. Dal capo andava alla coda!

Anche nella nobiltà si usava trattare affabilmente la servitùdallaqualebisogna pur dirloi signori eran però ricambiati con un affetto econ un attaccamento esemplareche oggi non si sogna nemmenoperché lariconoscenza sembra un avvilimento. Oggi si accettanoanzi si pretendonoi benefizi; e chi li faquasi quasi deve ringraziare chi li riceve.

Anticamente i servitori entravano in una casa da giovanetti ec'invecchiavano. Avevano il segreto di farsi benvolereed eranoaffezionato ai padroni dai quali ricevevano ogni garbatezza.

La nobiltà fiorentina prendeva molta parte ai divertimenti popolari:peròmeno poche eccezionile grandi famiglie restavano in villa buonaparte dell'anno.

Il marchese Pier Francesco Rinuccini era il grande ordinatore dellefeste della Società fiorentina: le "cene notturne all'ariaaperta" erano una sua invenzione. Partivano gl'invitati la sera versole ventiquattro in carrozzae tornavano a notte inoltrata. Una voltailsullodato Marchese rientrato in palazzo non trovò al posto il portiere;salite le scale si accorse che certe stanze erano insolentementeilluminatee spinto l'uscio di una di quellevide che tutta la servitùnessuno eccettuatosi abbandonava a una danza vertiginosa: cameriericuochisguatterie altri invitatiballavano precisamente come i topiquando il gatto non è in paese. Gli uomini all'inattesa comparsa delpadrone rimasero senza fiatole donne poco mancò che non svenissero. IlMarchese represse un sorrisoassunse un'aria tragicae ordinò che"smettessero immediatamente". Il giorno dopo raccontò agliamici in qual modo la servitù approfittava della sua assenzae diedesubito le dimissioni da direttore delle "cene notturne all'ariaaperta"!

Fra i vecchi signori fiorentini era famoso il marchese PietroTorrigiani per essere uomo caritatevole e vero signoreche faceva onorealla sua casatacelebre per lo splendore ed il fasto al pari d'una Corte;e si può dire che fosse la prima di Firenze. Ma il marchese Pietroeranoto altresì per essere spregiudicato al massimo grado. Fece epocaanziciò che un giorno gli accadde mentrecome era suo solitofaceval'elemosina a un povero.

Il presidente del Buon Governo Ciantellil'uomo che già sappiamo cheroba fosseaveva dati ordini severissimi ai birri contro i poveri cheaccattavano per le strade; ed i birrinei primi giorni specialmentesimisero con tanto impegno ad eseguire gli ordini ricevutiche avrebberoarrestato anche i muricciuoli. Ora avvenne che il marchese Torrigianiconosciuto da tutti i poveri per la sua bontàsl imbatté presso ilponte alla Carraia in uno di essiche gli andò incontro per chiederglil'elemosina. Mentre il Marchese metteva mano a tasca e stava per dargli unpaolopoiché egli non dava mai di menosi fecero addosso al povero duebirri tutti inferociti per arrestarlo. Al marchese Torrigiani andò ilsangue alla testa; ma per un poco si contennedicendo ai birri con gliocchi un po' sgranati: - Che cosa entrate voi nei miei interessi? Io pagoquest'uomo che mi ha fatto un servizioe andatevene! - Siccome però ibirri non lasciavano il poveroil marchese Pietro venendo a più miteconsiglioli bastonò tutt'e due di santa ragionee disse loro: - Andatea dire a Sua Altezza che ve le ha date il marchese Torrigiani! -. Poidiede il paolo al povero che se la svignò più presto dei birrichefuron fischiati dalla gente accorsa a quel lazzoinseguendoli con I'epiteto di biacchi del boia come li chiamava il popolo perdispregio.

Dopo questa lezioneil signor Ciantelli mitigò il rigoreper paurache se il sistema del marchese Torrigiani avesse preso piedeun giorno ol'altro bastonavano anche lui. E sarebbe stata una manna!

La vita fiorentina di quei tempi era così ristrettache ogni cosa dapoco prendeva l'importanza d'un avvenimento. Lo provò il fatto quando nel9 aprile 1827 il Magistrato della città accordò al canonico GaetanoCaprara di poter collocare nella casa di sua proprietàposta in Viadella Scalail busto "in rilievo" rappresentante il beatoIppolito Galantini che in quella casa abitò e vi morì.

Quando il canonico Caprara fece mettere il busto a postopareva cheavesse rivoltato il mondo. Tutti accorsero in Via della Scala ad ammirarea guardarea perdersi in mille chiacchierequasi che si fosse trattatodel più grande uomo della terra o della cosa più straordinaria. E questoseguiva anche per fatti di minore importanza. Basterà rammentare il buzzurrodi Piazza Pitti - che stava a far le ballottele bruciate e lapattonadove ora è il tabaccaio - il quale tornando nel 1830 a Firenzeportò la novità del cacio che oggi si dice d'Olandae che allora dalpopolo si chiamava sbrinze. L'astuto svizzero mise una forma diquesto caciogrande quanto un tavolino tondo da caffèsotto una grancustodia di vetro; e i ragazzi e anche la gente d'età ci si fermavaincantata per diversi giornia guardar tanta meravigliacredendo che civolessero tesori per poter mangiare di quella delizia; ma quando videroche era una cosa che tutti potevan comprare per pochi soldinon loguardaron più nemmeno.

In quanto ai comodi della città pareva un sogno che ci fossero dodicivetture di piazza che stazionavano metà sotto gli Uffizie metà pressoil Sasso di Dante. Tutte però erano a due cavalli e facevano quasisoltanto i servizi di campagna: ma insommaper coloro che non s'eran maimossi di Firenzesembrava che cotesto fosse il massimo della comodità edella mollezza.

Quando i signori andavano a fare qualche viaggio si servivano dellecarrozze di posta; ma il conte Galli il più eccentrico della nobiltàfiorentinache andava vestito sempre trascurato più del decente e cheper una delle processioni del Corpus Dominialla quale prendevapartesi metteva la giubba coi bottoni di brillanti che valevano millescudi l'unoogni anno andava a fare un viaggio a Vienna e a Pietroburgonella sua carrozza e con due dei suoi cavallimettendoci più d'un mese.Era quello il carnevale e la cuccagna del suo cocchiere Cicalinocheaveva preso da una famiglia di contadini a Scandicciil quale sidivertiva più del padrone; e facendo le spesecon un uomo di quellafatta non ci rimetteva certamente di suo.

Quando il conte Galli andava via di Firenze lasciava per rappresentanteun gobbo che vendeva il vino delle sue fattorie al finestrino del palazzoin Via delle Seggiole. Cotesto "gobbo vinaio" era il suo maestrodi casa e ne disimpegnava le attribuzioni onestamente.

La granduchessa vedova Maria Ferdinanda e l'arciduchessa Maria Luisasorella del Granducache il popolo teneva in concetto di santaandavanodue volte la settimana allo Spedale. Le due principessesenza boria esenza pompasi recavano ai letti dei malatili confortavano con amoreli esortavano affettuosamente ad aver coraggio e fedee lasciavano lorocinque o dieci paoli ogni voltache facevano più effetto delle parole.

Quella era la vera carità regalesenza ostentazionenon facendoannunziare ai quattro venti come una cosa d'esagerata degnazione il baciodato a un bambinoo un'elemosina a un povero diavolo.

Ed il popolo con tali esempi si ingentiliva e si educava nella pietà enel vero amor fraterno.

Tutte le domeniche usava che i gíovanetti della Compagnia di SanFilippo Neri - detti sanfirenzini - di quella de' Vanchetoni e dialtreandassero anch'essi allo Spedale di Santa Maria Nuova divisi intante squadre comandate da uno che era chiamato il maestroaportare il sale ai malatiperché lo Spedale allora non lo passava!...Ogni maestro aveva nello spedale un armadio a murodove dentroc'erano i grembiuli bianchi e i bussolotti del saleche i giovanotti silegavano a cintola sopra il grembiule. Ad ogni ragazzo si assegnavanodieci o dodici malati a cui doveva dare il sale per il lesso; e agliimpotenti dovevan far la carità d'imboccarli.

Alcuni poveretti dicevano a quei ragazzi balbettando per chieder loroancora del sale: - Un altro pochinoun altro pochino.

D'estateil giorno dopo vesproi sanfirenzini andavano persquadre di dodici o quindici al Monte alle Crocisul prato che c'eraedal quale si accedeva da un usciolino a mezza salitadove ora è ilgiardino delle rosee quivi giuocavano a pallaall'altalenao facevanoi soldati. Alle ventitré preciseal suono di una campanellatutti dicevano il Credo; e alle ventiquattro facevano silenzio:quindi girando il prato dicevano il Rosario e dopo tornavano aFirenze con lo stesso ordine e con lo stesso chiacchierìo di quand'eranpartiti.

Una delle particolarità più note del popolo fiorentino è statasempre quella di canzonare i tipi più buffidi metter loro deisoprannomi tremendie di far loro la caricatura perfino in gesso dailucchesiche si vendeva liberamente per le strade e che poi si vedeva suicassettoni di quasi tutte le case di quel tempo.

Nel 1834 fra i più perseguitati era un taledetto Zuccherinochevendeva i biscottini e che aveva per male quando lo toccavano.... sotto lereni! E i ragazzi che lo sapevanomessi su al solito dai grandibastavache lo vedessero perché gli corressero dietro in punta di piedi e loprendessero per.... la parte di cui era tanto geloso. Le furie di Zuccherinoerano terribili: bestemmiavatrattava male quei monellile loromammei babbi e quasi anche i pigionali.

Un'altra vittima di quelle birbe era un venditore di chicchechequando passava tutti gli dicevano: - O becco! poiché con questobel nome soltanto era ormai conosciuto. Ma costui pareva anzi che se netenesseperché il giovedì santo non lavorava ed andava invece ingiubba con la moglie - dalla quale pur troppo gli proveniva il titolo poconobiliare - tutta in ghingheri e con lo scialle di ternò a visitarle chiese. A costui è fama che dicessero:

Oh virtù del sacro rito

Anche l'adultera va coi marito!

C'era anche il Magnaninoche stava di bottega sull'angolo diVia de'Cimatoriubriaco puntualmente fino dalla mattina alle otto! Quandopoi la sbornia non gli permetteva di arrivare all'ora di chiuder bottegala chiudeva avanti e si metteva a girare per tutte le strade di Firenzesenza saper dove andava urlando e strepitando con una turba di ragazzidietro che gli facevan la fischiata e che si fermavano a rispettosadistanza quando seccato si fermava anche luiminacciandoli di tutte lepeggiori cose del mondo. Ma siccome non si reggeva rittocontinuava lasua ignota via a balzellonisenza chetarsi un minuto.

I birri che lo sentivanoquando potevan farlosi allontanavanosecondo il vecchio sistema sempre vigente; ma quando non potevan farne dimenolo arrestavano e lo conducevano dal Commissario del quartiere piùprossimoche gli domandava che cosa aveva fatto per essere arrestato. Eil Magnanino tutte le volte rispondeva: - Nulla! e nulla non siscrive! -

Pontealtropassatempo dei monelli fiorentiniera un ometto piccolo con una grancapelliera biancache andava sempre senza cappello come se avesse icalori anche d'inverno. Lo chiamavan Ponteperchéun giorno il vento gli portò il cappello in Arnomentre traversava ilPonte Santa Trinita: ed eglistizzitofece giuro di non portar mai piùcappelli. E lo mantenne. Quando i ragazzi gli dicevano:

- Pontei'ccappello?...

- L'ho a bottega - rispondeva.

Fra i tipi più curiosi e più buffi di cui si vendevano dai figurinaile caricaturei più noti erano Giorgino orefice sul PonteVecchiopiccolo con le gambe torteil viso lungo e una bazza smisurata;il principe Ruspolicol collo lungo e d'una figura ridicolissima;il MichelagnoliCommissario degli Innocenti chiamato persoprannome il re Erodeperché si diceva che le rendite le mangiassetutte luie i fanciulli ivi ricoverati ne soffrissero. Il gobbo fioraioun ometto allegro e faceto che vendeva i fiori le domeniche e che quandoli offriva alle Signore diceva sempre: "I' ho le rose e la vainiglia- Ma se la scappa.... chi la ripiglia?..."il Monchinodistirpe nobile degli Orlandiniche durò molti anni a suonare ilcampanello di casa con la boccae poi finìpoveretto con l'affogarsi; einfine il Grazzini canonico del Duomodetto il brutto.

Una volta fu buttato nella buca delle lettere alla Postaun bigliettoindirizzato: Al più brutto che sia in Duomo.

Il postinosenza nemmen pensarcilo portò al canonico Grazzini; ilquale però senza perdersi d'animoappena letto l'indirizzodisse: - Nonviene a me - e lo inviò a un altro canonicobrutto parecchio sìma nonmai quanto lui.

È inutilenessuno si riconosce! Eppoi i brutti!

XXX

Bagni e Teatri

A Livorno - La roba a buon mercato - Bagni d'Arno - La Vagaloggia -Furti e improntitudini - La "Buca del Cento" e il bagno del Fischiaio- Il padre di un artista - Donne e ragazzi - Le ciane al bagno - IlPonsfranceseriscalda l'acqua d'Arno - Il barone di Poallys e ilprincipe Anatolio Demidoff - La più bella donna di Firenze - Il bagnodelle Molina di San Niccolò - I Matton rossi - L'oste Dottore allaPiagentina - Nuotatori temerari - Il premio di dieci scudi - Amore per ilteatro - Gli Stenterelli - Amato Ricci alla Piazza Vecchia - LorenzoCannelli al Borgognissanti - Il Cannelli e il Granduca - Il teatroLeopoldo o della Quarconia - La maschera del teatro - Palleggiod'improperii - Il gobbo Masoni - La parte dei pubblico - Teatro Goldoni -I veglioncini - Questioni e disordini abituali - Il tenente Saccardi -Attaccabrighe puniti - Il teatro Alfieri e gli esordienti - Il teatroNuovo e gli Spedalini - Il Cocomero oggi "Niccolini"- La Pergola - Le prime rappresentazioni - La modestia delmaestro - Esecuzioni d'opere e di balli - Spettacoli di quaresima -Cantanti di grido.

In Firenzeper coloro che potevan fare delle spese di lussoc'eral'abitudine d'andare ai bagni della Porretta o a quelli di Livorno; equando tornavano da quest'ultima cittàportavano una quantità di robaacquistata a prezzi favolosamente bassiperché essendovi colà ilportofranconon v'era dazio di sorta. Per conseguenzaquando si vedevadagli amici di casa o dai conoscenti quella robapareva venuta dall'altromondotanto era diversa dalle cose usuali che si compravano a Firenzeeche costavano il doppio.

Molti vi andavano anche appostae s'adattavano a unviaggio di duegiorni in carrozzaper comprarsi i vestiti da inverno o da estate aseconda della stagioneperché oltre al gran risparmio c'era la novitàdel disegno e della stoffa da parer roba che non la potessero aver che isignori.

Quelli del popolo che erano appassionatissimi per il nuotoe che nonpotevano andare ai bagni di Livorno o della Porrettafacevan dinecessità virtù e si contentavano di quelli d’Arno. Le località nonmancavano; ed una delle più frequentate era la Vagaloggiafuori dellaPorticciuola del Pratodov'erano le molinache rimanevano precisamentedi fronte dov'è oggi il palazzo Favard.

Ai bagni della Vagaloggia si entrava dalla Porticciuola; e voltandosubito a sinistraove erano i molinisi trovava una specie di viottolofiancheggiato da piante d'arancio selvaticheed altri alberetti. Arrivatiin fondoc'era una piazzetta dalla quale s'entrava in uno stanzoneallecui pareti in alcuni punti per i più ambiziosiche dopo fatto il bagnovolevano pettinarsiv'erano dei pettini di legno da cavallilegati a una corda attaccata a un arpioneperché non li portassero via. Fidatiera un brav'uomo; ma Non ti fidare era meglio di lui! Ilbagnaiuolo forniva un asciugatoio di lino.

Chi desiderava questo serviziodoveva metter mano a tasca e spenderenientemenouna crazia! Coloro che non volevano o non potevano spenderescendevano a basso dov'era il bagnoe lungo il muro in certe buche avolticciuola come quelle sotto i camini per il carbonevi riponevano ipannidei quali nessuno ne aveva la responsabilità. Accadeva spessoperòche qualcuno sbagliava a sommo studio i propri pannicon quelli d'un altromolto più che le buche non eran tante da conteneregli abiti di tutti; ed alloraalcuni quando uscivan dall'acqua sitrovavano cambiata la propria roba in altra peggioe spesso mancantidella camiciao delle scarpe e anche dei calzoni!... Per conseguenza sivedevano certuni tutti stizzitiche bestemmiavan come turchiandare acasa scalzi o mezzi nudi. E questo seguivanonostante che alla portad'ingresso del bagno ci fosse un veterano intrepidoarmato di un brandoe vi stesse di piantone per impedire che i furfanti i quali barattavano oportavan via la roba potessero fuggiree cadessero invece nelle manidella punitiva giustizia. La qualepareva invece che non avesse neanchele braccia; perché quasi ogni sera la roba spariva e il veterano lasciavapassare i ladriche d'altronde non poteva conoscerepoiché vedeva andarvia tutti col suo comodosenza destare il minimo sospetto.

Questo aristocratico bagnoera diviso da un cancello di ferro pertutta la sua lunghezza: una parte era riserbata per le donnel'altra pergli uomini. E perché il pudore del sesso che qualche volta si bagnava incamiciafosse salvoil cancello era coperto da una lamieraper impedirela malvagia curiosità dell'altro sesso. Ma la impediva fino a un certopunto; perché coloro che sapevan nuotar benesi buttavan sott'acqua eriuscivan fuori passando di sotto il cancello nel bagno delle donne. Lequali urlavano come calandrevedendo quegli sfacciati che si levavano ildivertimento di far quel bel lavoropiù per farle arrabbiare che persorprenderle quando si levavan la camicia fradicia per rimettersi quellaasciutta.

Il costume da bagno degli uominipermesso anche dalla leggeeraquanto di più semplice si poteva immaginarepoiché scendevan nell'acquacome Dio li aveva fattie non sempre aveva fatto modelli di bellezza.

Due altri bagni come la Vagaloggiama senza il pericolo d'andare acasa mezzi nudierano quello detto della "Buca del Cento" lungoil prato del palazzo Del Neroora Torrigianie l'altro chiamato il Fischiaiodalla parte delle Molina de' Renai.

Di questi bagni era proprietario Giovan Battista Bianchi detto il Rosso;e dalla sua bottega sulla penultima pigna del pontedalla parte cheguarda il Ponte Vecchiodove stava a far le reti da pescaresi scendevain Arno per mezzo di una scala di legnopagando un quattrino: e coloroche volevano un canovaccio per asciugarsispendevano un soldo!

Il bagno della "Buca del Cento" era contornato e chiuso datendecol permesso del Magistrato civicoche lo accordava al Bianchiogni annoprevio permesso del Commissario del quartiere. Costuinellasua umile condizione non avrebbe mai prevedutoche un suo figliuoloGaetano Bianchinato nel 1819 in quella povera casetta sulla pigna delpontesarebbe un giorno divenuto un artista provetto e di gran meritoesercitando la pittura a buon fresco e facendosi l'iniziatore del restauroe l'imitatore delle pitture degli antichi maestrimolte delle quali permerito suo furono in tempo salvate e restituite all'ammirazione degliartisti e degli studiosi.

In Gaetano Bianchiil figlio del Rossonacque la passionedell'Arte in un modo assai singolare. Suo padre lo mise da ragazzo a fareil legatore di libri nella cartoleria Pistoi in Condottadove il maestrogli dava a lavarecon certi acidialcune pergamene tutte miniateperfare sparire gli ornati e le figureonde servirsene poi per le culattedelle filze. A cotesto bambinopassava l'anima di dover distruggere tantebelle pergamene storiateche il Pistoi comprava dai servitori delle casesignorili e anche dai custodi dell'Archivio: e prima di distruggerle lelucidava alla megliocome poteva. Quello fu il primo passo perdivenireartista.

Nella casa di Via Santa Reparatadove Gaetano Bianchi morì nel 1892molti artisti ed ammiratori suoicol consenso del Comunevollero porreuna lapidein memoria d'un uomo che da modesta origine seppe illustrareil proprio nome.

Tanto nei bagni della "Buca del Cento" quanto in quelli del Fischiaiovi era poco riguardoperché stavan mescolati insieme le donnecheandavano a fare il bagno portando seco i ragazzi forse perché vedesseropiù presto come stavan le cosee gli uomini che per costume e perrispettar la decenza si legavano alla vita un fazzoletto a fisciù! eringraziare Iddio!

Molti però spendevano quel quattrinoche ci voleva per scendere inArnosoltanto per divertirsi stando sul greto a sentir le questioni chetutti i giorni nascevano fra le ciane di San Niccolò che andavano abagnarsie che se ne dicevan di tutt'i colori. Quand'erano arrabbiateaprivan bocca e lasciavano andare! Le liti nascevano spesso per via deifigliuoli; chi s'allontanava troppochi li mandava via e dava loro ancheuno scapaccionesuscitando un putiferio e un bailammeche facevascoppiar dal ridere quelli che si divenivano a sentirlee che da esseeran trattati di tutti i titoliappunto perché ridevano.

Anche alle Molina de' Renai dove oggi comincia il Lungarno Serristorivi era un bagno: ma quello era frequentato sul serio da "fior dipersone"; poiché era stato costruito apposta coi cameriniaffinchéognuno avesse la sua libertà.

Il primo proprietario era un certo Lemmi; e poi fu un tal Ponsfrancese di Lionevenuto a Firenze per impiantarvi una tintoria cheesiste tuttora. Egli ottenne il permesso di costruire un bagno profittandodell'acqua delle Molina; e appena fece fare alcuni stanzini con acquad'Arno calda nelle tinozzedestò moltissimo fanatismoperchénell'acqua d'Arno c'era una gran fiduciae anche perché l'aver trovatol'espediente di riscaldarla era una vera novità. Vi accorsero ben prestotutti i primi signori di Firenze; quello però che diede maggior fama aibagni delle Molina de'Renaio "di Pons" come comunemente sichiamavanofuil barone di Poallysaddetto alla Legazione di Franciache era entusiasta di quel locale per la libertà che vi si godevae peril divertimento del nuoto. Più fanatico del barone fu il principeAnatolio Demidoffche essendo un nuotatore di prima forza vi trovavatutto il suo pascololottando contro le correnti delle Molina ed ilrigurgito dell'acquache metteva il bagno in una condizione veramenteeccezionale.

La principessa Matildela più bella donna di Firenzesi movevaspesso dalla villa di Quartodetta in suo onore Villa Matildeperandare al bagno di Pons a prendere il marito. Un giornoper curiositàvolle recarsi nello stanzino del principe Anatolio per fargli unasorpresa; ed affacciatasi al finestrino che dava sull'Arno per vedere ilmarito nell'acquasi mise a ridere tanto di geniovedendoloche eglivoltatosi in su e riconosciutalanon poté fare a meno di ridere ancheluiimmaginandosi quello che passava nella mente della Principessacheaveva voluto sorprenderlo in quell'atto.

Più surisalendo il corso dell'Arnovi era l'altro bagno delleMolina di San Niccolòfrequentatose non dalla peggior feccia diFirenzecome quello della Vagaloggiapoco ci correva: poiché viandavano tutti quelli della Porta a San Miniato e dei Fondacci.

Ma quel bagno era un po' pericoloso; perché dopo ogni più piccolapiena che smoveva il letto della gorasi trovavano nel fondo vetriossie spazzature buttati dalle case di San Niccolò; per conseguenzamoltospesso qualcuno si sfondava un piede con un pezzo di bicchiere rottoo siferiva malamente in qualche altra parte; e molti correvano anche rischiodi affogareper il dolore della ferita che dava loro allo stomaco.

I bagni dei buontemponi e delle persone che potevano spendere perchéci voleva mezzo paolo - 28 centesimi – erano quelli della Zecca Vecchiain fondo a Via delle Torricellesu una piazzetta detta la "Piazzadella Ghiozza" dovein una ventinaandavano i dragoni a far gliesercizi. Quei bagni comunemente si chiamavano i Matton rossiperchédove si faceva il bagno era ammattonato; e col movimento continuodell'acquai mattoni si mantenevan sempre rossi. Anche quei bagni eranoall'apertoe vi andavano soltanto le persone a modofra le quali vi erandei notatori di polsoperché era un luogo pericolosonon solo a causadelle correnti e dei molinellima anche per la profonditàche erapiuttosto ardita. I Matton rossi confinavano col giardino delloScotiche vi aveva la filanda della seta a cui serviva di forza motricel'acqua dell'Arno.

Passata la porta della Zecca Vecchiain prossimità della quale sivedeva sulle mura lo stemma de'Medicisi traversava un androne dov'eranquelli che macinavan la gallonea per i conciatori; v'erano pure diversipigionalie perfino un bottegaio e un vinaiodai quali dopo il bagnomolti si fermavano a mangiare il fritto di pesci d'Arnoo a fare unospuntino con l'affettato e un buon bicchier di vino. I pesci d'Arnoandavano anche a mangiarli da un oste chiamato il Dottoreperchémedicava clandestinamente certe malattie; ed aveva bottega sull'Arno allaPiagentinapassate le Molina dove andavano a bagnarsi i nuotatori piùappassionatiche per mostrare la loro valentìa preferivano la Casacciacosì chiamata da un'antica casa di navalestro rovinataluogopericolosissimoperché i molinelli e i gorghi dell'acqua eran tremendie la profondità grandissima.

Quanti e quanti di quei bravi nuotatori hanno fatto accorrere laMisericordia per trasportarli cadaveri!

Oltre gli appassionati vi erano i temerari; i quali ambivano dimostrare la loro bravura buttandosi nel fiume dalle sponde de1 Lungarnoprima della Porticciuola delle Travivicino al Ponte alle Graziein quelpunto dove è maggior correnteper fare a chi resisteva più nuotandosott'acqua ed arrivando il primo all'arcata di mezzo del Ponte Vecchio.

La genteansiosasi spenzolava dalle spondetrepidando sempre per lavita di quei nuotatori audaci: e a quelli che arrivavano primifaceva unevviva così spontaneocosì sincero e prolungatoda dimostrare tuttol'interesse che vi prendeva e l'angoscia sofferta per la tema di unadisgrazia.

Fra questi nuotatori s'era reso celebre un tale soprannominato Mondoche aveva salvato molte persone quando stavano per affogare. E siccomeper ognuna di esse il Governo gli dava dieci scudi di premiocosìl'apparente noncuranza della propria vita per salvar quella degli altridivenne una speculazione. Infattiquesti celebri nuotatori di quando inquando si mettevan d'accordo con alcuni che andando a bagnarsia un certopunto figuravan d'affogare. E i nuotatori celebriche senza parere stavangiù di li sempre pronticompievan l'atto eroico di spogliarsi e buttarsinell'acqua per accorrere a salvar l'infeliceche si seccava a stare afare il falso affogato se il salvatore tardavae a rubare i dieci scudi.

Scoperta peròa lungo andarela cabalale ricompense per consimiliatti eroici furon soppressee a chi li compieva non rimaneva altrasoddisfazione che il plauso della propria coscienzail qualevalendomeno dei dieci scudinessuno si buttò più in Arno per salvare ilprossimo suo anche se affogava per davvero.

A tutti i casi c'erano i renaioli per ripescarlo e la Misericordia perportarlo via!

Una delle passionisi può direinnatenei fiorentini è statosempre il teatro. Avranno cenato magari con una fetta di salame e avrannobevuto acquama il teatroalmeno la festa ci doveva entrare.

I teatri più popolari erano quelli dove recitava lo Stenterellolamaschera inventata da Luigi Del Buononato nel 1751 e che prima faceval'orologiaro. Questi teatri sono: la Piazza Vecchiasullapiazza omonima in cima a Via del Melarancio ed oggi incorporato nelpalazzo Carrega; il teatro Leopoldo o comunemente la Quarconia eil Borgognissanti.

Il teatro della Piazza Vecchia era talmente piccoloche parevaun casotto da burattini; era costruito quasi tutto di legnamee parecchiopiù sudicio degli altri due. Si diceva degli Arrischiatiquasiper definire che era un bel rischio l'entrarvi. Sulla portaper spiegaretale arguta e profonda definizionec'era lo stemma con una trappola condentro un topo che faceva di tutto per scapparenonostante che un gattofosse li pronto ad agguantarlo se gli riusciva.

Alla Piazza Vecchia recitava lo Stenterello Amato Ricciilbeniamino dei fiorentiniper il suo modo simpatico di recitare e di direbarzellette e frizzi pulitamentesenza le sguaiataggini di altri suoicolleghifacendo ridere per la sua spontaneità e le mosse curiose edoriginali. Più che Stenterellopoteva dirsi un vero caratteristaedandavano a sentirlo anche i signori i quali nelle ultime sere di carnevalevi mandavano i figliuoliaccompagnati dalle governanti e dai precettori.Perfino il Granduca andava qualche volta a sentire il Riccie vi mandavai piccoli Principi.

Al Borgognissanti recitava Lorenzo Cannellilo Stenterello piùsboccato e sguaiato d'ogni altroche aveva certi frizzi a doppio sensoda far fare il viso rosso alla maschera del teatro. Perciòtaloradopola recita era accompagnato dai birri a dormire al Bargello invece che acasa suain special modo per certe allusioni impertinenti dirette alGranduca.

Una seraprima di cominciare la commediavenne alla ribalta come seavesse da fare una grave rivelazione. Rivoltosi serio serio al pubblicodisse: - "Avverto il rispettabile pubblico che in Firenze vi sono treStenterelli: Piazza Vecchiaprimo: Leopoldo secondo eBorgognissanti terzo". Le risate e gli applausi furono senza fine; mala commedia fu senza principioperché i gendarmi andati sul palcoscenicoarrestarono il Cannelli per la sua allusione troppo trasparente al Sovranoe lo portarono in prigione.

Il pubblico del Borgognissantiper quanto fosse un teatrofrequentato generalmente dal popoloera meno rumorosomeno chiassose emeno screanzato di quello chiamato Leopoldo o della Quarconiadovesi spendevano due crazie e dalle otto vi si faceva anche il tocco dopo lamezzanotte. La Quarconia era la Pergola dei beceri e delleciane che vi andavano all'un'ora: e in quelle due ore dell'aspettareaquel buiopoiché in tutto il teatro non c'eran che tre o quattro lumi aolioDio solo sa che cosa armeggiavano. Non sarà seguìto nulla di malequesto no; ma ogni poco si sentiva lassù "in piccionaia" unurlaccioo trattar male qualcuno e nascer questioni provocate spesso daun manrovescio da lasciar l'impronta delle cinque dita sul viso. Lamaschera del teatrocon le gambe a sghembola lucerna tutta unta e unalivrea da insudiciarsi soltanto a guardarlaaccorreva qua e là persedare il subbuglioe far rispettare la legge: ma quando giungevatuttoera quieto e nessuno fiatava. Qualche volta si sentiva soltanto il rumored'un lattone sulla lucerna del rappresentante dell'ordineche minacciavaira di Dio; e chea sentirlose avesse potuto avrebbe fatta unabracciata di tutti e portati al Bargello. Se la maschera poi faceva un po'più il rogantinoe s'investiva troppo della sua posizionequand'era incima alla scala per tornare in plateasi sentiva arrivare un di queipedatoni nel luogo che par proprio fatto appostae senza sapere chi siringraziare si trovava in fondo alla scala tutto in un volo!

Alla Quarconiaquelle civilissime personeusavano andare coitegami dello stufato o dell'agnellocoi fiaschi di vino e col paneperché così cenavano in teatro facendo l'ora dello spettacoloebuttando gli ossi giù in platea a quegli altri signori delle panche cheglieli ributtavanocon una filastrocca di titoli che dal padre e la madreandavano a ritrovare anche i parenti più lontani. Spesso volavan fiaschivuoti su qualche testa pelatafacendo anche del maleal punto da doverchiamare il medico; e quando l'ambiente era così riscaldatoda loggia aloggia e da palco a palcos'iniziava un cordialissimo scambio di meletorsoli e palle di foglio che era un piacere. Si udivan pure gli annunzidi felici digestionicon certi sospiri degni di quelle creature deglistabbioli di fuor di Porta alla Croce; e alla maschera che redarguivaquelli screanzato dicevan sul viso: - Per lei.... non è nullacaro sorAringhe! e allora quel disgraziato a sbraitare e urlare finché poinon gli toccava a uscire; perchéchi gli girava la lucernachi glitirava le falde e chi gli dava dietro nei ginocchi per fargli piegar legambenei momenti in cui si dava importanza e si stizziva più che mai.

Quando finalmente alle otto compariva il gobbo Masoni in orchestraesi accendevano quegli altri dieci o dodici lumiallora era un pandemonioaddirittura. Urlifischiapplausitanto per far fracassoin mezzo alquale si distingueva suscitando le più grandi risatela nota acuta diqualcuno di quei soliti sospiri. E fosse finita lì!... Bastanon neparliamo.

Ad un tratto si sentiva urlare: - So' Masoni ! la soni!... e qualcunopiù sfacciato lo chiamava gobbo senza tanti complimenti.

La rappresentanza non consisteva soltanto in una commedia o in unafarsa. Abitualmente ci eran cinque o sei cose. Un dramma in sei o setteatti; la pantomima; la farsail ballettoe magari la lotta!

Infinite erano le interruzionile esclamazionile approvazionileingiuriegli improperii e le invettive ai personaggi del dramma o dellacommedia. Quando c'era sulla scena un re tirannoera un continuo gridare:- Ammazzalo! ammazzalo!... - Se poi in qualche pasticcio intricatissimodove nessuno raccapezzava nullaavveniva che si cospirasse ai danni diqualche vittimatentando di avvelenarla col mezzo di una bevandailpubblico freneticocome se si trattasse di cosa veraurlava: - Un loberec'è i'veleno!... -

Nei drammi o nelle commedie quando veniva l’amoroso che facevalo svenevoleo il caratterista a fare il buffonesi sentiva a un trattoqualcuno che diceva: - "Ch'ha egli fatto i'sor ammiccino!..." -all'amoroso. Oppureal caratterista: - Dice bene Telempio. - 0anche: - Brao suzzacchera!... - e via di questo passo.

Se si dava lo spettacolo della lotta poiera un continuo smuoversiseguendone tutte le fasi. La platea pareva un campo di grano mosso dalvento.

Al tocco dopo la mezzanottetutto quel becerume se ne tornava a casaripetendo strada facendo gli avvenimenti della serata e discutendo idelitti visti commetterele ingiustizie subìte dagl'innocentiappassionandocisi come se si dicesse proprio sul serio.

Un genere press'a poco come la Quarconia era il teatro Goldonisebbene frequentato anche da qualche persona educatamolestata peròdai trippaidagli spazzaturai e dai becerionore di Gusciana e deiCamaldoli!

Il teatro Goldoni non si apriva che di carnevale e vi sirappresentavano quasi sempre opere in musica con cantanti.... da quelteatro!

Erano celebri i cosiddetti veglioncini del teatro Goldonicheavevan luogo tutti i sabati di carnevalee anche nelle ultime domeniche.Quei veglioncini riuscivano affollatissimima di qual folla! Accadevasempre qualche cosa.

Quel pubblicosussurroneprovocantepareva il padrone del teatro; equando vi capitavaper sbaglioqualche persona per beneera sicurod'esser molestato con atti e scherzi così villaniche provocavanoquestioni e disordinicon reciproco scambio di ceffonipugni eoccorrendoanche di bastonate non essendo il coltello divenuto ancora dimoda. Per conseguenzabisognava sempre che accorressero i birrii qualiconoscendo a capello con chi avevan da farearrestavano spesso iprovocatori anco se ne avevan toccatee lasciavan libere le personeeducate e civìlisebbene avessero picchiatoperché evidentementeprovocate e costrette. Gli arrestati venivan consegnati all'ufficiale diguardia che li teneva a disposizione del deputato d'ispezioneper lemisure da prendersi a loro riguardo. Spesso avvenivaperòche icompagni di quella canagliadopo finito il veglionesi riunisseroall'uscita del teatro per liberare gli arrestati. I soldati si mettevanoallora schierati nell'atriocol fucile a pied'arm e con labaionetta in canna. Ma quei figuri non si sgomentavano per questo: sipiantavan difaccia a loroinsultandoli e urlando in difesa dei compagni.Quando i soldati erano stanchi di sopportar quelle ingiurieciò cheaccadeva quasi subitocominciavan a tirar calciate di fucile nellostomaco e puntate di baionettaed i feriti venivan poi portati a bracciaa Santa Maria Nuovaaccompagnati dai birri. Una sera in cui la ribellionesi fece più seriail tenente Saccardi che stava con lo spadino sfoderatodinanzi al drappelloin un'ondata di popolo fatta nascere apposta perbuttar la gente addosso ai soldatiebbe un lattone così tremendo sulcascoche glielo mise fin sotto il mento; e non furon buoni né lui néaltri di levarglielo: gliel'ebbero a tagliare precisamente come accadde -il lettore se ne ricorda certo - ai due veterani della Quarconia! Questofatto mise il colmo alla misura; e quei giovinastri attaccabrighea pocoa poco furono asciugati e mandati per nove anni alla compagnia deiColoniali a Portoferraio. Così si ebbe per qualche anno la quiete;fintanto cioè che non furon grandi i ragazzi della stessa sfera chedavano di già tante liete promesseche mantennero in seguito anche piùdel dovere!

Il teatro Alfieri in Via Pietra Pianache si chiamava anco ilteatro di Via Santa Mariaera quello dove esordivano i cantantinovelliniperchécome dicevano alloraera il teatro più armonico diquanti altri fossero in Firenze. Fra gli esordienti si ricorda conorgoglio il famoso tenore Morianiil basso Tacchinardie altri chedivennero vere celebrità.

Quando un cantante aveva superata felicemente le prova del teatro Alfierisi poteva dire che la sua fama fosse assicurata.

Al teatro Nuovo era rara quella sera che passasse lisciaperché essendo frequentato da quasi tutti studentispecialmente daquelli di Santa Maria Nuova chiamati gli Spedaliniuna ne facevanoe una ne pensavano. Burle tremendescherzi sguaiati da far perdere lapazienza a Giobbetumulti effimeri tanto per fare accorrere i birri e isoldati e farli rimaner con un palmo di nasoeran le cose più usuali cheogni sera bisognava aspettarsi da loro. Per esempiostabilivano di nonlasciar rappresentare la commedia e vi riuscivanocominciando appenaalzato il siparioad applaudire fragorosamente l'attorechiunque sifosseanche un servoalla prima parola. E così a tutti gli altriconun baccanocon un frastuono indiavolato.

Se i birri e le maschere intervenivano e ammonivano i più rumorosiquesti rispondevano con l'aria più ingenua possibile:

- D'altronde mi piace! parla tanto bene; è così bravo! -

I birri non sapevan che rispondere; ed eran costretti ad andarsene.

Ma la sera dopo eran fischi sicuri; e allora dicevano: - Se applaudirenon si può proviamo a fischiare.

Ma tutto ciò era usualecomune. C'eran poi le serate più terribilinelle quali le burle e gli scherzi finivano come le nozze di Pulcinella!

Fra i teatri di prosail primo posto lo teneva quello del Cocomero oggi"Niccolini"dove non si scritturavano che le primariecompagnie.

Era il teatro aristocratico della prosa: vi andava spesso la Corteeseralmente i signori e la nobiltà. La storia del teatro del Cocomero sicompone dei più bei nomi dell'arte: vi recitò la Pelzetla Internariil Gattinelliil Pezzana ed il Modenache formarono così la tradizioneche fu via via mantenuta per molto tempo fino agli artisti più celebridei nostri tempi.

La Pergolanome di fama ormai mondialeera frequentato quasisoltanto dai nobili e dai più ricchi forestieri che fossero in Firenze.Pareva d'andare in Duomo.... e quando c'era la Corte non si sentiva volareuna mosca. L'Accademia "degli Immobili" scritturava i cantantipiù rinomati che vi fossero a quei tempi; e spesso vi cantavano coloroche ebbero i loro primi applausi all'Alfieridivenuti artisti provetti.

Alla Pergola si rappresentavano i migliori lavori dei maestripiù celebrie le prime rappresentanze d'ogni opera erano uno spettacolostraordinarioper l'addobbo per la ricchezza dello scenario e perl'intervento della Corte. Sembravan tante serate di gala.

Se nel carnevale si davano le opere dei più celebri maestrinell'autunno e in quaresimapoiché la Pergola era l'unico teatroche potesse stare aperto di quaresimasi davano le opere nuove e spessoanche troppo adattate a quelle sei settimane di penitenzasebbene viprendessero sempre parte artisti di cartello.

Ma era anche da ammirarsi la modestia del maestro; poiché il suo nomenel librettobisognava andare a cercarlo col fuscellinonon essendomesso mai sulla copertina o sul frontispizio… ma sivvero dopo ipersonaggi e anche dopo il coro. C'era scritto semplicemente: "La musicaè del signor maestro tal dei tali".

Nella "Didone" melodramma per musica del maestro FerdinandoPaer vi cantò la prima volta che fu rappresentatacioè nel 1817ilsignor Amerigo Sbigolinientemeno che "Accademico filarmonico diBologna"nella parte di Eneae in quella di Jarba redei Mori il sor Pietro Bolognesi; la parte di Didone la faceva lasignora Fanny Ecckerlin.

In quella primavera fu anche dato un ballo pantomimo (!) intitolato"Armida e Rinaldo" composto dal signor Antonio Landiniil qualene spiegava in poche righe al "pubblico rispettabile" ilsoggettoe lo avvertiva che essendo necessario fra l'atto quarto e quintoun intervallouscendo dal tema del Tassoaveva stimato bene di aggiungerdi suo "l'episodio di due ninfe che tentano di sedurre Carlo eUbaldoper far comodo al preparativo della decorazione" enel tempostessoper non render conto a Dio dell'ozio!

Fra i personaggi rappresentati dai "primi ballerini serii" edagli altriche diremo facetierano da notarsi un solitario - nonsi sa di qual valore - damigelleninfeamorini e guerrieri. La scena sisvolgeva nell'accampamento dei Crociatiin un luogo remotoin un'isoladeliziosanella reggia d'Armidain una grotta e finalmente nel giardinodi Armida stessala qualedisperatadistrugge tutti i suoi incanti edè portata via dai demonii con grande sollievo del pubblicomolti delquale peròed i più parrucconiprendevan sul serio certescempiatagginiche oggi non si sopporterebbero neppure a sentirle diredai ragazzi.

Teodoro "melodrammaeroico per musica"era del maestro Stefano Pavesi; e la poesia diGaetano Rossiche faceva cominciare l'opera con "un coro di Cacichiche fanno la loro preghiera mattutina al Sole" dicendo:

Splendi ridente e vivido

Lume del mondo intero

Nume di questo impero

Padre dei nostri re!

Ai quali CacichiPalmorepadre di Anaidevergine del Sole risponde:

Coglieteo vergini

I più bei fiori

Natura spoglisi

Dei suoi tesori!

E basta così.

Il dramma giocoso per musica intitolato: Piglia il mondo come viene mandòin solluchero S. A. I. e R.la Corte ed il pubblico della Pergolaquandofu rappresentato per la prima volta nel 1826. La musica era del maestroGiuseppe Persianie la scena si fingevaargutamentenel castello di Falananna!...

In quei tempi beatimentre la polizia credendo di vedere il pelonell'uovoteneva d'occhio qualche liberale innocuolasciò anche dopocioè quando Leopoldo II cominciò a pencolarerappresentare impunementequel dramma del Piglia il mondo come viene che pareva tale e qualeuna satira contro l’"ottimo Sovrano"celato sotto le spogliedel protagonista "Ser Bartolommeo spezialeSindaco dellaComunità"che a un certo punto esclama:

Meglio è campar babbei

Che quali eroi morir!

Nei quali versi si poteva riassumere tutto l'individuo posto incaricatura. Molto più poi quando canta:

Chi brama per i fichi

La pancia conservar

Scordi gli esempi antichi

E lasci dire e far.

Lavare il capo all'asino

È un pessimo lavar.

La chiusa poi del dramma giocosoper la profondità dei concetti e perla forma elettissima merita di esser riprodotta.

Bartolommeo dice:

Sono ormai disingannato

Io rinunzio al sindacato

Né velen né scappellotti

Non mi voglio più pigliar.

D'ora innanzi a'miei cerotti

Non ad altro vo' badar.

Ed il coro gli risponde:

Vivavivabravobene.

Piglia il mondo come viene.

È un gran pazzo chi si affanna

A voler quel che non è.

Nel Castel di Falananna

Pensa ben chi pensa a sé.

Questopress'a pocoera il genere delle opere rappresentate nellaquaresima al massimo teatro di Firenze sebbene vi prendessero partecantanti di gridonon perché urlasseroma per la loro fama.

Nel dramma la Rosmundacantò nel 1840 la signora GiuseppinaStrepponiche fu poi la compagna della vita del grande maestro GiuseppeVerdi. Nello stesso anno cantò nell'opera Giovanni da Procidadelprincipe Poniatowskila celebre Carolina Unghere Giorgio Ronconi. Enella Francesca da Rimini del maestro Quilici cantò la GiuliaGrisi; e la Fanny Tacchinardi nel Danao re d'Argo del maestroPersiani.

Questo saggio d'opere e di libretti dimostra la cultura dei tempi!

 

XXXI

Befane e Carnevale

La vigilia dell'Epifania - La Befana a spasso - Befanate famose - LaBefana e il poeta Fagiuoli - Genealogia della Befana - La calza al ferrodel paiuolo - Notte di baldoria - La benedizione dell'acqua santa - Ilcorso della Befana - Giove in Arno - Non più befane! - Il carnevale altempo de' Medici - Pallonate e fango - Odio fra gli Strozzi e i Medici -Il carnevale si trasforma - I corsi delle carrozze - Un tremendo mistero -Il capitano Serrati - Le gesta di Battifalde - Il passeggio dellemaschere sotto gli Uffizi - Botteghe improvvisate - Feste a Corte In casadel principe Borghese - Nel giardino del marchese Torrigiani - La campanadella carne - I veglioni alla Pergola.

Fin verso la prima metà del secolo presentedurò in Firenzeun'usanza che datava da epoca remotissima.

C'era il costumenella vigilia dell'Epifaniadi portare in giro perla città una sorta di fantocci rappresentanti uomini o donneseguitiognuno da una folla di gente chiassosache portava lanterne e lumie chesuonava a perdifiato in certe trombe assordantilunghedi vetrocheschiamazzava ed urlavafacendo un baccano indiavolato.

Con quella baldorias'intendeva di commemorare la visita dei re Magial presepio: e perciò il più delle volte facevan fantocci col visosudicioper rappresentare più al vero cotesti magiche eran mori.

Il chiassoil frastuono eran generali per tutta la cittàma più chealtrove nel centrospecialmente in Piazza San Firenzedove cominciaronomoltidopo fatta la facciata della

 

chiesaa portarci i più gonzi colla scusa di far veder loro le trombedella Befana; e quando li avevan condotti sulla piazzali facevan voltarein su a guardare gli angioli colossaliche suonan delle trombe enormi.

Allora i fischigli urli non avevan più limiti; e la scena sirinnovava ogni pococioè all'arrivo di qualche nuova brigatacheconduceva a mano a mano un'altra vittima della bessaggine umana.

Abituati all'uggia e alla smania dei pubblici divertimentio allebecerate di tanti bighelloniche in occasione di feste vengono oggi dallacampagna e dai sobborghi a screditare la fama di città civile a Firenzenon possiamo farci un'idea di che cosa fossero i divertimenti popolari deisecoli passati.

I terrazzanigli ortolani di sotto le porte ed i campagnolivenivanoallora in città come modesti e timidi spettatorinon per portarvi latracotante loro ignoranzal'aberrazione ripugnante della loroubriachezzao per rifugiarvici dopo commesso un delitto. Le bastonature ele lotte dei tempi scorsierano tra brigate e brigateper gelosiamomentanea dì precedenzaper bramosia di comparir più degli altri; mac'era sempre quel non so che di battagliero e di marzialeche oggi nonc'è davvero; perché in quattro o cinques'insulta o si provoca unoglisi dà un paio di coltellate e si scappa.

Allora c'era più fierezzapiù coraggioe un'altra nobiltà disentimento e d'onore.

In tutte le stradela sera della vigilia dell'Epifaniasi vedevanoalle finestre qua e là dei fantocci illuminatirappresentanti per lopiù donne vecchie e brutteo la caricatura de' re magio d'unpersonaggio qualunque. Molte brigate giravan per la città seguite ognunada una turba di ragazzi e di giovanotticon trombecon chitarrefischie ogni sorta di strumenti. Queste brigate eran sempres'intendeprecedute da una gran Befana infilata in una perticae giravanfinché avevan gambeportando a spasso la Befana.

Quando una di queste brigate s'incontrava in un'altrail frastuonoilchiasso. diventava sbalorditivo. Si finiva per non sentir più nemmennulla. Le osterie eran piene zeppee si cantava e si suonavabevendocome spugne.

A poter rivedere Firenze di quei tempisia pure per una mezz'oracisarebbe da rimanere a bocca aperta.

Anche le arti facevano ognuna la propria befanatae la seraappunto del 5 gennaio 1589i setaioli portavano a spasso la loro befanache era la più bella e la più riccatutta vestita in ghingheridisetae con mille ornamenti. In via della Condottaquesta comitivanumerosissima dei setaiolis'incontrò nella carrozza del marcheseSampieri di Bologna. Quelli della befana imposero al cocchiere di tornareaddietroo di entrare in una di quelle straducole lateraliper lasciarpassare il rumoroso corteggioche in una strada stretta come era quelladi Condottaavrebbe dovuto dividersi e disordinarsi per dar luogo allacarrozza. Il cocchiereun certo Antonio Mondiniegli pure bolognesenonintendeva ragione; e gli altri seguitavano a sussurrare e a volerlo fartornare addietro. I cavalliuna pariglia morella stupendasbuffanti ecogli orecchi ritti scalpitavano e s'imbizzarrivano. Dalle narici sivedeva uscire il fiatoal lume delle torcecome i1 rifiuto d'unamacchina a vaporeed il cocchiere che durava molta fatica a tenerliintimò sul serioche gli sgombrassero il passo. Ci fu qualcuno allorache indispettito dalla soperchieria del marchese Sampieriche affacciatoallo sportello gridava al cocchiere di tirare avantie dalla tracotanzadel cocchiere stessosi avventò alla testa de' cavalli per farli andareindietro.

Il Mondini alloratirata fuori una terzettafece fuoco sulgruppo degli avversarie ferì mortalmente un giovane di ventidue anni didistintissima famigliae per colmo di sventura figliuolo unico. Questoinfelice fu "il signor Domenico Ricci"che sollevato subito abraccia da' suoi compagnifu messo in una bottega"e quivi in menodi mezz'orarese l'anima al suo creatore".

L'altra befanatache cinque anni dopo diventò essa pure celebrefuquella del 5 gennaio 1594.

Come al solitola città era tutta una baldoria continuata da un capoall'altro. Le befane si incontravan per le vie salutandosi con fischi edurliche arrivavano alle stelle. Il chiarore delle innumerevoli torcerischiarava le strette viuzzei vicoli e i chiassoliper dove quellematte brigate passavanoassordando cogli squilli delle trombe di vetro ed'ottonee coi berci e le grida. Pareva un popolo contento e felicespensierato per l'avvenire e dimentico del glorioso passato. Le osterierigurgitavano di gente che vuotava i boccali di vino come bicchierini dirosolioe che quindi usciva per andar dietro alle brigate delle befaneper aumentare il chiasso e d il frastuono. Una di questevenendo da ViaCalzaiolisboccò in Piazza della Signoriae per Via della Ninna e Viade' Nerisi diresse al Ponte delle Grazie per andare a far baccano di làd'Arno. Questa comitivaquando fu proprio a mezzo il pontes'incontròin un'altra befanatache da San Niccolò si rivolgeva dallaparte di qua. Al solito vi fu questioneper dir cosìd'etichetta.Quelli che andavano di là d'Arnovolevano che gli altri di San Niccolòretrocedesseroper lasciare passar loro; e quegli altriinvecepretendevano che la befanatache sboccava dal Canto agli Albertitornasse addietro lei. Ne nacque un subbuglio; e cominciarono le due partia questionare sulla precedenza. Vedendo tanto gli uni che gli altri checon le buone non si persuadevanocominciarono con le cattive; e feceroalle befanatecioè a diresi bastonarono con le pertiche e conle befane infilate nelle medesimeche eran tutte montate suun'armatura di legnoche perciò pesavano bene e non malee nella testaspecialmente si sentivano le busse per un pezzo. Gli urli e le gridacambiaron tono; non era più lo schiamazzo fragoroso della baldoria e delchiassoma il vocìo della rissa e le imprecazioni della zuffa. Rotte espezzate le befanesi ricorse ai sassi che dalla porticciuola molti eranoscesi a prender sul greto d'Arnoe cominciarono a fare alle sassate chepiovevan come la grandine. Era una vera battaglia. Tutto il Ponte alleGrazie risuonò delle bestemmie e delle grida dei combattenti; e lavittima fu un tale Pietro Del Moroche ricevuta una sassata in una tempiacadde come morto. Il subbuglio si fece allora generalee gli animi sieccitarono più che mai. La cosa sarebbe andata a finire anche peggiosefra i più autorevoli cittadinitanto da una parte che dall'altranon sifosse trovato il modo di attutire le ireimpedendo nuove vittime.Frattantosiccome quelli che venivan da San Niccolòavevan dovuto perdavvero retrocedere per la violenza degli avversaritrascinarono il DelMoro privo di sensi in una bottega sui Renaie fattolo un po' riavereloportarono allo Spedale di Santa Maria Nuovadovedisgraziatomorì ilgiorno dipoilasciando la moglie con tre figliuoli. "E non eranquattr'anni ch'era stato sposo"!

Cosicchéqueste due befanate che andarono a finir malediventaronfamose; e servirono di ammaestramento per l'avvenire. Poisiccomel'indole del popolo fiorentino è stata sempre buonatali sconci non sirinnovaronoe si continuò per un pezzo a portar le befane a spasso perla cittàin mezzo alle torcee fra le risategli schiamazzi e glistrilli delle trombe di vetro.

La vera festa della Befana non solo consisteva nel portare a spasso perla città i fantoccima nel mettere alle finestre delle case certe "fantocceche befane s’appellano" dice il Fagiuoli in una suacicalata ineditada lui detta nel 1724 la mattina di Berlingaccio in casaViviani. C'eraa quanto sembrauna specie di gara nel far quei fantoccipiù belli e che paressero più veri; poiché il citato Fagiuoli raccontadi averne veduta unache destava la comune ammirazione"la qualeaveva nel collo una molla a cui era legato uno spago nascosto dalle vestie che tirandolo faceva fare alla befana un grazioso saluto del capo a chidalla strada stava rivolto verso di lei per guardarla".

il Fagiuoli pare che avesse della ruggine con qualche dama del suotempoperché prendendo pretesto da quella befanella che facevagli inchini ai passantiesclama con una certa indignazione: "Onde ioconsiderai che così bisognerebbe fare ad alcune nostre superbe Pasquelleincivili che senza alcun segno di gradimentosu impalate inguisa tale si stannoquasi che avessero nelle parti deretane - Dio ciliberi! - qualche anima di pagliaio- o palo - che così le tenesse; macredo che non solo lo spaghettoma né meno un canapo da pozzoo unagomena da galeratirata coll'argano bastasse a farle piegare il capo untantino".

Il dominio della befana passò dalla strada alle pareti domestichedella famiglia; e le mammese ne serviron per intimorire i bambiniacciocché fossero buoni. Quindi raccontavano ad essi che la Befana èfigliuola del Baunipote dell'Orco suo nonno paternocugina dellaTrentancannache fu sorella della capra ferrataambedue figliuole dellaBiliorsala quale rimase vedova ed erede dell'uomo selvatico chiamatoMagorte.

E fin dagli antichi tempi inventaron le mamme la storiellache ibambini stavan sempre a sentire a bocca apertamaravigliati ed attonitiche la befana scendeva nelle case dalla cappa del camino per portar via ibambini cattivi che se li mangiava e ingoiava come se fossero staticonfetti; oppure con un coltellaccio spuntato bucava loro il corpo. E fuper questo che insegnarono a' ragazzi quella specie di preghieradimenticatae che diceva:

Befanabefana non mi bucare

Ch' ho mangiato pane e fave;

Ho un corpo duroduroChe mi suona come un tamburo.

Quando poi i bambini eran buonidavano loro ad intendere che la befanaavrebbe portato dolci e regali; e di qui nacque l'uso di mettere la calzaal ferro del paiuoloe che la mattina trovavan pienaperché la mammaaveva pensato a riempirla.

La vigilia dell'Epifania si cantava vespro solenne in tutte le chiesedi Firenzee vi assisteva una folla che non aveva nulla di comune con lefolle delle altre circostanze; poiché per la massima parte eran donne eragazzi con fiaschiboccalio anche con dei pentoliche accorrevanoalle chiese parrocchialidove dopo il vesprosi faceva la solennebenedizione dell'acqua santa e si distribuiva al popolo.

La sera poianche nella prima metà del secolo presentesotto leLogge di Mercato Nuovosi riunivano tutti i ragazzi e bighelloni acomprar le trombe di vetro e i pezzi delle torce a ventoessendo quelloil punto di partenza per andare a girar per Firenze. Costoro si univano acerti carri sui quali vi eran per lo più dei coristi col viso tintochein mezzo avevano un fantoccio vestito da donna rappresentante la befanafesteggiata dal suono delle trombeche facevano assordire quanti avevanola disgrazia di combinarsi in quel casa del diavolopoiché ilcomplimento più gentile che si poteva ricevereera di avere la torciaaccesa nella facciao una strombazzata negli orecchi.

Fra tante befane ce n'era una colossalela quale veniva portata in uncarro tirato da due cavalli; e nel mezzo un'antenna altissimain cimaalla quale era legato un uomo vestito da Giove con un mantello di vellutoricamato d'oro. Egli era circondato da diversi coristi anch'essi incostumee andavano per tutta la sera a fare un baccano e un chiassoindemoniato. Successe un annoche quando il carro fu sul Ponte alleGrazieci corse poco che Giove non andasse in Arno per un colpo di ventoche ruppe l'antenna. Questo Giove che era un imbianchinocertoCristofanie faceva parte del corpo dei Pompieriper quanto fosseavvezzo a star per l'ariad'esser legato sull'antennadopo quell'avvisonon ne volle saper più nulla. Perciònegli anni successiviilCristofani andò a fare il Giove sopra il carro dei coristi della Pergola:ma parve che il nume non volesse esser più rappresentato in terra da unimbianchinoperché per l'Epifania del 1838 per levar lo scandalo fecepiover così a dirottoche dai tubi dei tetti veniva giù l'acqua a orci;ed il Cristofaniche faceva il "Giove nella sua piena Maestà"con tutta quell'acqua che prese si beccò un mal di petto taleche in tregiorni andò nel mondo di là.

Dopo quell'anno non trovandosi più nessuno che volesse far da Giovela Befana solenne fu abolitae non rimasero che le altre spicciole messealla finestra nei Camaldoli di San Lorenzoin Via Romitain Via Chiaranel Gomitolo dell'Orodalle Fonticinee in Via Panicale. Quellelelasciavano stare anche per tutto il giorno dell'Epifaniacon gran gioiadei bambini e dei ragazzi che vedevano nella befana la fata benefica cheaveva loro riempita la calza di marronsecchidi farina dolce e delconsueto tizzo di carbone per far la burletta.

Al giorno d'oggiper far la burletta ai ragazzi ci vuol altro; perchéson giusto peggio del carbone: o tingonoo scottano!

E con la Befana si entrava in pieno carnevale.

In anticoil carnevale di Firenze era dei più brillanti e dei piùrumorosi. Fin dal tempo dei Medici eran famose certe mascherate fattedagli stessi componenti di quella corrotta e fastosa famigliache insiemea coloro della loro parteandavan per la città fino a notte inoltratacon suoni e cantie lumi di torce "come se fosse di pienogiorno". Non erano stati ancora inventati i corsi dellecarrozze; ma la baldoria e il chiasso che si faceva per le vieriducevanFirenze in quei giorni la città più spensierata e più gaia del mondo.

C'era invece l'usodi carnevaled'andar col pallone in Mercato Nuovodov'erano le botteghe dei mercanti di seta e di drappi; ed in MercatoVecchiotra' ferravecchi e tra' venditori di pannilani. I giovani dellemigliori famiglie prendevan quasi tutti parte a questa gazzarra delpalloneandando mascherati in mille fogge. Essimescolandosi tra lafollafigurando di giuocare tiravano pallonate a tutt'andare alle personeche s'imbattevano in lorole quali rimanevan senza fiato. Più che altroperòcercavan di mettere i palloni nelle botteghe dei fondachi e deimercanti di seterieper costringerli a chiudere e mandare i garzoni adivertirsi e a far carnevale anche loro. E fin che la faccenda rimase inquesti limitiil popolo ne ridevaspecialmente quando in Mercato Vecchiomettevano qualche pallone in bottega d'un ferravecchioche faceva venirdi sotto padelletreppiedipaioli e bricchicon un fracasso assordante.

L'effettocom'è facile a credersiera sempre raggiunto; poiché conquella razza d'avvisitutti s'affrettavano a chiudere le botteghepernon aver danni maggiori dell'avviso ricevuto.

Ma la cosacol tempoeccedé in modoche più d'una voltasuscitarono dei veri tumulti.

Quando il cattivo esempio viene dall'alto non c'è da rimproverare ilpopolo se poicome suol dirsidandogli un dito prende tutta la manoeanche il braccio. Infattiquando nei giorni di carnevale piovevaandavano nonostante varie brigate di maschere per la cittàed in MercatoNuovo ed in Vacchereccia facendo al pallone; e raccogliendo poi i pallonitutti fradici e inzuppati nella motali tiravano sulle stoffe e suidrappidei fondachirovinando e sciupando una quantità di drappi condanno rilevantissimo dei mercanti. Di qui nascevano liti e questioniinfiniteanche con le persone che non eran risparmiate dalle pallonatemotosee che rimanevano bollate ch'era un piacere. Il popolo alloratrasmodò. Se i nobili facevano quella sconcezza e si mostravano cosìpoco civilila plebe sentiva il bisogno di esser da più. E difatti moltipopolanidi carnevaledesideravan più le giornate piovose che il beltempo; perchéa modo lorosi divertivan di più. Invece del palloneportavan certi mazzi di cenci che strofinavano nelle pozze e neirigagnoli; li battevano nel viso alla gente ed entravano a frotte nellebotteghe insozzando ogni cosacompletando così il danno cominciato dainobili col pallone. Non è da credersi il numero delle bastonature e dellepugnalate che ne erano la conseguenza!

E come se ciò non bastassesi volle esagerare fino in fondo.

Quando quegli scapestrati cominciavano a prender di mira qualcunoafuria di pallonate o di quei cenciacci sudicilo rincorrevano perfino inchiesa e sulle predelle degli altaridove tanti disgraziati sirifugiavanocredendo d'esser salvi almeno nella casa di Dionella qualeeran salvi gli assassini e i ladriquand'erano a tempo ad entrarvi dopocommesso un delittoe prima che i birri gli agguantassero.

Bisognava vedere come eran ridotti quegli infelicispecialmente ledonneche venivano perseguitate più degli uomini! Facevan rivoltare lostomaco col viso lercio di motada non capir più a che specieappartenessero.

Da questa usanzache in principio non era che una burladegeneratapoi in una vera sudicerianacque l'odio atroce fra gli Strozzi ed iMedici.

Nel 1534 alcuni della famiglia Strozzi insieme ad altri cittadiniuscirononel carnevale s'intendeseguitando l'uso del palloneconquella licenza delle pallonate fangose tirate nelle botteghe di MercatoNuovo.

Il duca Alessandro ne prese pretesto per fargli tutti arrestare. Fragli altri c'era il figliuolo di Filippo Strozziil qualeindignato perl'onta fatta dal Duca alla sua famigliatenne in sé l'offesa ricevutaemandò i suoi cassieri a pagare i danni nelle botteghe dei fondachídov'era stato tirato il pallone. Tolto così il pretestoil ducaAlessandro fu costretto a rimettere in libertà gli arrestatiche silegarono a dito l'ingiuria patita.

I signori Otto dopo questo fattoper mettere un freno a tanta licenzamandarono un bando ordinandocon la minaccia di pene severissimechenessuno potesse uscire col pallone prima delle ventidue oree prima che itrombetti del Comune fossero andati per le strade suonando le trombeperché i mercanti così avvertitiserrassero le botteghe.

Eliminata la causa di tanti spregi e di tanti tumultia poco a pocoquell'usanza cessòperché non aveva più ragion d'essereuna volta chei trombetti avvertivano i mercanti di chiudere prima che fosse permesso digiuocare al pallone; e poiperché ormai che i rompicolli si eranoabituati a trascenderead andare all'esagerazione ed alla frenesianonsi potevano più adattare al divertimento lecito e da persone pulite.

Da questo l'usanza si trasformò e divenne la passione del giuoco delpallone che dura ancora; e chea quanto paredurerà fin verso la findel mondoo giù di lì.

Dopo l'epoca medicea il carnevale prese un carattere più mite e piùgarbatoassumendo nuovo brio e nuova eleganzaper la quantità dei carricoi cori de' teatricon orchestre eccellenti che si formaronoe dellemascherate rappresentanti fatti storici o mitologici degni d'ammirazioneper i bellissimi costumiper i ricchi vestiarie per la fedeltà storicadel soggetto che rappresentavano.

Quei carri e quelle mascheratead alcune delle quali come quella del"Trionfo di Arianna e Bacco" era talvolta permesso di recarsinel Giardino di Bobolidalla parte della Meridiana per fare attod'omaggio ai Sovraniprendevan parte ai corsi delle carrozze che sifacevano nelle ultime tre domeniche di carnevalenel giorno diBerlingaccioe negli ultimi due giorni.

Ai corsi interveniva sempre anche la Corte in mute di sei cavallitalvolta fino in numero di dieci; ed i principi e le principesse avevanoseco il loro maggiordomole dame e i ciambellani di servizio. Quella deiSovrani era scortata da otto guardie del corpo.

Il corso cominciava dalla Piazza Santa Croce dove lo spettacolo dellafolla delle maschere era veramente allegro e pittoresco. Quindigirandoattorno alla fontee poi per Via del DiluvioVia del PalagioVia delProconsoloPiazza del DuomoVia de'Cerretani e Via dei Tornabuoni giravaintorno alla colonna di Santa Trinita: in seguito poientrava fino inLungarno.

Lungo lo stradalea tutte le cantonateera posta una sentinella difanteria onde impedire che entrassero nel corso i barocci o le carrozzeindecenti. Il comando di quei soldati era in Piazza Santa Croce in facciaalla fonte guardando la chiesadove stava schierato un plotone comandatoda un capitano; ma il responsabile vero del servizio era il Comandante diPiazzache stava alla destra del capitanoper dare gli ordini opportuniove occorresse; e gli Aiutanti di Piazza dovevan perlustrare a cavallo frale due file delle carrozze da un capo all'altro del corso per mantenere ilbuon ordine della popolazione e delle carrozzeaffinché non accadesserodisgrazie. La spesa che la Comunità pagava per questo servizio e perquello del passeggio delle maschere sotto gli Uffiziera sempre dioltre 900 lire toscane.

Da Badia e da San Gaetano stava fermo un ufficiale con un tamburo e unpiffero; e finito il corsola truppa si raccoglieva strada facendovenendo in giù dalla Piazza di Santa Croce e riunendosi in Piazza delleCipolle. Quivi si formava un circoloe dal capitano venivan chiamati icapoposti comandati ai teatri; e lì negli orecchicome un misterotremendosi dava loro la parola d'ordine e al capoposto si consegnava inun plicoche si metteva in petto. Quindiil Comandante rimandava tuttiai loro postiperché prendessero ciascuno i suoi uomini; e dopoviaviateatro per teatroogni drappello veniva chiamato e partiva per lasua destinazionecome se andasse a difendere l'integrità dello Stato. Ilresto dei soldati tornava in Fortezza.

Gli Ufficiali di Piazza avevan tanta pratica nel regolare i corsicheraramente avveniva uno strappoo che una fila rimanesse ferma. Perdirigere e regolare un corsoci mettevano un impegno straordinariounamor proprio incredibilecome se fossero stati sul campo di battagliatanto più che non correvan nessun pericolo pavoneggiandosi tra la follacome tanti generali d'armata. Se qualche cocchiere non. stava agli ordinie voleva o attraversareo tornare indietrol'Ufficiale di Piazza lodichiarava in arrestolo faceva uscire dal corso ed accompagnare alComandodal dragone che ogni ufficiale aveva ai suoi ordiniper renderconto della prepotenza usata.

Nella vita ristretta di quei tempinei quali quasi tutti siconoscevano- e si sapevano anche i fatti altrui benché non ci fosse cheun giornale o due che pochi leggevano - tutte le carichetutte leautoritàtutti gli impiegati erano noti; e quelli che più si mettevanoin evidenzao per vanagloria o per dovere d'ufficiodiventavanpercosì diredi dominio pubblico. Tra questi era celebre in Firenze ilcapitano Serratiun avanzo delle guerre napoleonicheun omiciattolopiccino e tutto rabbiail qualeavendo acquistate abitudini marzialinella sua lunga carrieraed insofferente d'una vita così meschina comequella dell'Ufficiale di Piazzaandava a nozze tutte le volte che gli sipresentava l'occasione di montare a cavallo. Per conseguenzai corsidelle carrozze eran per lui giorni di gloria. Prepotente e rogantino pernaturaspiegava un'autoritàun'energia ed un sussiego fuor di luogo. Ilpopolo lo prese subito in uggia per quel suo fare ridicoloe cominciò acanzonarlo ad alta voce quando passavasenza che egliche si voltavaindispettito ad ogni apostrofe che lo pungevapotesse mai scoprire chi lodileggiava così; perché mentre si voltava da una partesi sentiva direun'impertinenza dall'altrae risate da non averne idea. E lui cis'imbizziva e sgranava quegli occhietti di fuococome se avesse volutofulminare la folla.

L'uniforme degli antichi Ufficiali di Piazza era una giubba cortaturchinacon faldine lunghe e strette; ed il capitano Serratil'ominorabbioso che caracollava un mite destrieroquandotrottava tra le filedelle carrozze le falde gli svolazzavano e gli battevano sulla sella;perciò i fiorentinicosì argutigli misero il soprannome di Battifaldee non fu quasi più conosciuto per il capitano Serrati.

Erano famose le rabbie che Battifalde prendeva durante il corsoquando qualcuno tentava d'uscire o di voltare; tanto più che molticocchieri glielo facevano apposta. Ma è altresì vero che egli era tropporigoroso ed usava modi provocanti ed alteri: per causa suaper il corsodi San Giovannidal Ponte alla Carraia per un'angheria da lui fatta ad uncocchierepoco mancò che non nascesse una sommossala quale siconvertì in una burletta. Mentre quel guerriero indomito pareva sfidarl'ira della folla e si dimenava e si sbracciavada una mano ignota gli fuassestato un tal lattone sulla lucernache gli messe dentro anche ilnaso. Da tutte le parti si cominciò a gridare: "Dài aBattifaldedàidài...." Mentre l'infelice assordito daifischi e dagli urli durava una fatica enorme a levarsi la lucernaildragone d'ordinanza non sapeva che cosa fareperché la folla lo avevamesso anche più distante dei dieci passi di prammatica; per conseguenzarimase lì fermo tra le carrozzesenza potere andare né innanzi néindietro. E qui nuove irrisioni e nuove risate.

Quando una delle domeniche del carnevale cadeva nel due di febbraiogiorno della Purificazione di Mariao della Candelaia come comunemente sidice per simboleggiare la Madonna che andò in santoera proibitoil corso delle carrozze e le maschere non potevano uscire prima delleventiquattro.

Fin dal secolo passato c'era l'uso nei giorni nei quali aveva luogo ilcorso delle carrozzedel passeggio delle maschere sotto gli Uffizida mezzogiorno alle due. Era quella una cosa veramente ed esclusivamentefiorentinatipica addiritturae d'una signorile eleganza.

Vi intervenivano i Sovrani con la Corte e le cariche dello Stato col segnodella maschera al cappellocioè con la morettina legataattorno al cappello a tuba - oggi si direbbe cilindro. - Illuogo di riunione della Corte era "in una delle stanze della RegiaZecca"espressamente preparate dalla Regia Guardaroba.

Il Passeggio delle maschere poteva dirsi un grande veglionepubblico di giorno. Le maschere che v'intervenivano erano non soltantobelle e spiritose ma di lusso addirittura. Lo scherzo era garbato ed ilfrizzo e la barzellettase pure qualche volta un po' salacinon eranomai impertinenti. Il Granduca e la Granduchessa coi Principigiravano trala folla compiacendosi d'essere in mezzo a quell'allegriaa quel chiassocorretto ma vivacee ridevano e si divertivano quando qualche mascherinapiù ardita si avvicinava al Granduca e gli dicevacon la voce stridulaconvenzionale delle maschere: - AddioLeopoldoti conoscosai! - Oppurealla Granduchessa: - AddioToniase' bona! - O anche: - Come tuse' bella! felice lui!... - accennando il regio sposo!

Fino dalla metà del secolo passato si solevano costruire di legnamealcune botteghe in fondo agli Uffiziper chiudere il passo dalla partedell'Arno. Quelle botteghein numero di cinquevenivan date in affitto atre chincaglieri e due ad uso di "acquacedrataio e biscotteria perdecoro e miglior servizio della festa". Ma col tempo non si trovòpiù nessun negoziante che le volesse occupare neanche gratis. Nel1818 il Magistrato civico deliberò di costruirne due soltanto "aduso di caffè e di bozzolaro". E siccome anche queste non le vollenessunoperché era più lo scapito del guadagnocosì nel 1830 ilMagistrato "a proposizione del signor Gonfaloniere" ordinò chetanto nel carnevale di quell'anno quanto negli anni futuri non venisseropiù erette "in fondo agli Uffìzi" le due botteghe di legnameperché non vi eran più "attendenti per fornirlecome costumavasiin addietro"e anche perché non erano più "di verun riparo alpasseggio delle maschere ne' soliti giorni"veduto che la gentealla quale era vietato l'ingresso perché non decentemente vestitaespecie i ragazzidalla parte dell'Arno trovava modo di passare di sotto ibanchi alzando la tela dipinta a pietra.

Così la Comunità per l'avvenire risparmiò "una spesa affattoinutile"tanto più che vi rimaneva sempre quellaper quanto lieveoccorrente agli "opranti per mettere e riportare le catenepressogli Uffizi lunghi e corti"in occasione dei corsi delle maschere opasseggio.

Durante il carnevale oltre ai teatri ed ai veglioni avevan luogo aCorte feste da ballo e pranzi di gala con tale profusione di serviti datavolaricchezza d'argenteriedi vasellami d'oroe di antichi paratida superarecome s'è riferito altrovequalunque Corte d'Europa a dettadei medesimi principi e regnanti stranieriche più volte intervennero aipranzi di Palazzo Pitti.

Ed il Granduca e la Corte intervenivano pure a feste private: la piùcelebre fu quella ai tempi di Ferdinando III la sera del 5 febbraio 1823della quale festa nel Diario di Corte così si parla: "I Sovraniandarono alla gran festa da ballo data dal principe Cammillo Borghese ovesono stati anche a lauta cena. In questa occasione si son recati in unapiù che elegante mascherata rappresentante la famiglia di Lorenzo ilMagnificocol seguito degli uomini illustri di quei tempimascherataeseguita dalle persone reali e da diverse cariche di Corteciambellani edame di Corte stati tutti preventivamente invitati alla medesima dal RealeArciduca.

Il giorno dopol'arciduca Leopoldo invitò a pranzo nel suo quartieredella Meridiana tutti i componenti la mascherataed è stata servita latavola per 18 copertiessendo stato invitato anche il principeBorghese".

Fra le feste private di carnevale si rammentò per lungo tempo lamascherata di Pulcinella fatta verso il 1830 dal marchese Torrigiani nelsuo splendido giardino di Via de' Serraglie che venne riprodotta in unquadro che tuttora si conserva nella Villa Torrigiani a Quinto.

Il Granduca andava anche ai veglioni della Pergolama prima si recavaallo spettacolo del Cocomero o del teatro Nuovo.

L’ultimo giorno di carnevale peròil devoto monarcaper dare ilbuon esempiocenava alle undici coi suoi invitati "nella solitastanza dietro il palco reale"poiché appunto alle undici suonava lacampana detta della carne. Questa campanache suona sempre quellasera a quell'oraannunziava ai cittadini che si affrettassero a cenareprima che entrasse la quaresimae in certo qual modo ricordava loro ildivieto dei cibi di grasso. Perciò quando sentivan quella campanadicevano "Suona a carne". E Dio sase specialmente per molti diquelli che erano ai veglioni. suonava a carne davvero!

I veglioni della Pergola erano come una leggendauna fantasiauna visione per le menti del popolomolti del quale fra i loro desideriiche sembravano inappagabilimettevan quello di vedereprima di morireun di quei veglionisebbene ci volessero tre Paolisomma enormeper quei tempi: e poi il resto !

Nel carnevale se ne davano tre dei veglioni alla Pergola: uno la nottedi Berlingaccio; quello di gala l'ultima domenica; ed un altro l'ultimogiornoche finiva col suono della campanae allora non era più lecitodivertirsi in pubblico.

Il teatro era tutto illuminato a ceraoltre la grande lumiera delmezzo. Nei palchii signoriche erano tutti accademicifacevano la cenacon grande sfarzo di vivandee con un apparecchio principesco. A quellecene erano invitati gli amici e i conoscenti più intimie l'allegriaedil brio era generalesebbene contenuta nei limiti della più perfettaeducazione e del rispetto reciproco anche tra le maschere.

Interveniva pure la Corteche invitava nel palco reale tutti iministri di Stato e quelli esterii quali godevano dello spettacolo diuna folle enorme di maschere che ballavano "di scuola" che erauna maraviglia. Il pubblico era sceltissimo.

Ogni maschera vestiva costumi elegantissimi.

Il servizio lo prestavano i granatieri comandati da un uffìcialee sitenevano due sentinelle alla porta d'ingressouna sulla cantonata di ViaSant' Egidioed una sul canto di Cafaggioloper fare stare le carrozzeallineate in due file lungo tutta la Via della Pergola. Framezzo a questeperlustrava un caporale e un sergente per mantenere il buon ordine edimpedire questioni tra i cocchieri come spesso avvenivavolendo ognunopartire più presto dell'altro quando il chiamatore chiamava lecarrozze delle famiglie le quali molte volte tornavano a casa a piediperché era stato arrestato il cocchiere ribellatosi ai soldati: ma ilgiorno dopo poteva star sicuro d'esser licenziato. Così toccava una voltaper uno ad andar via a piedi!

XXXII

Quaresima

La quaresima al tempo dei Medici - Le ceneri - Leprediche - Profumi acuti - Il Granduca in Duomo - Cherico sacrilego - La Viacrucis - La predica del lunedì di passione - Comunione solenne in SanLorenzo - Busse che finiscono in botte - La quaresima in tempi piùmoderni - Pastorale arcivescovile - L'indulto quadragesimale - Fiere - IlGranduca alla fiera - nocciuole e brigidini - La "Madonnadella Tosse" - Pierin dai Mori - I contratti - Sposiall'erta del Poggio Imperiale - Questioni per un rinforzo di guardie - Lascala - Una cicalata di Michelangiolo Buonarroti il giovine - Monelliveri e legittimi - Il giovedì santo a Corte - La lavanda - La visitadelle sette chiese - La storia dello "Scoppio del carro"- La colombina - Montagnoli e contadini - Ragazze e giovanotticuciti insieme - Bucature di spillo - Una pillola d'Arno - Badate aglistinchi! - Uno spavento - I bovi - I pompieri - Un desinare in Casa Pazzi- Pasqua - L'offerta dell'olio alla Santissima Annunziata – L’Angiolino.

La quaresima ha avuto presso di noinelle varie epocheaspettidiversiche meritano di essere osservati e descrittiperché dimostranola evoluzione fatta da certe usanze per arrivare alla presenteindifferenza.

Sotto la dominazione de'Medicicessati i baccanali del carnevalelechiassose baldoriele mascheratei balli e le cenei buoni fiorentinidel tempo andatoche si divertivano assai più di noisi raccoglievanoil primo giorno di quaresimae si preparavano a far penitenza di tuttiquei peccatacci che avevano commessi nella lieta stagione delle follie.

È ben vero peròchefra i nobili specialmentein casi eccezionalisi davano festini e balli di quaresima come di carnevale.

Il primo giorno di quaresima seguendo ognuno l'esempio della CorteMediceacorrotta e bigottasi invadevano le chiese dove si benedivano esi distribuivano le ceneri d'olivo.

Nelle domeniche poifino a quella delle palmecon grande concorso dipopolo e di nobili si tenevano le fiere delle nocciuole. Anche ilGranducala Granduchessa ed i serenissimi Principisi recavano ognidomenica dov'era la "stazione" cioèad una delle chiese delsuburbio più prossime alla fiera; e quindi colle loro carrozzea dueeanche a quattro cavallifacevano il "passeggio" per nonchiamarlo corso come nei giorni di carnevale.

Le cerimonie religiose che si facevano in antico e sotto i Medicichedurarono fino ai primi dei nostro secoloerano innumerevoli; nella cittàc'era un movimento quasi come per carnevale. La differenza stava soltantonel genere del divertimento. Le prediche tenevano il primo luogo.

In Duomo si cercava sempre d'avere un predicatore di cartello -come si direbbe per i cantanti - da far concorrenza a quello di SantaMaria Novella o di San Marcoche essendo quei frati dell'ordine deipredicatorierano delle vere celebrità.

Entrando in una chiesa nel secolo XVIIpareva d'entrare in unaprofumeriatanto era esagerato l'uso nelle dame come nei gentiluominidiprofumarsi.

Secondo la moda di Spagnache allora in fatto di eleganza dettavalegge a tutta l'Europagli odori più in voga erano l'ambralo zibettoed il muschio; odori acutissimiche oggi non si potrebbero sopportarenemmeno all'aria aperta: ed invece profumavano i guantii ventagligliabitie perfino la cioccolata e le bevande!...

Il Granduca con tutta la Corte assisteva quasi sempre alle prediche chesi facevano in Duomo; onde il concorso era enorme. Tant'è veroche chivoleva esser sicuro "di aver buon luogo" - dice un cronista incerti suoi ricordi manoscritti sulle usanze di Firenze – "e nonpoteva trattenersiper avere a sentir messa o altra occupazionelasciavasulla panca qualche cosa; come librochiavefazzoletto o altro; il cheda chi arrivava si intendeva per luogo presoe se gli portava rispetto;ed il padrone al ritorno ritrovava la sua roba ed il luogo. Ma verso il1676 fu dismesso quest'usoforse perché mancò la fedeltà; o ancheperché in quell'anno essendo in Duomo un predicatore che attirava un granconcorsomolti gentiluomini per essere sicuri d'aver "buonluogo"man davano a buon'ora uno dei loro staffieri in livreapermettersi a sedere a serbarglielo".

Questa nuova usanza durò molto più di quella di lasciare un librouna chiaveo un fazzolettoperché - bisogna render giustiziaall'onestà dei nostri antichi - non si diede mai il casoche un signoreandando a prendere il posto che s'era fatto serbare alla predica dallostaffierequesti fosse stato portato via; perché degli staffieri non nefu mai rubato uno.

Se non rubavan gli staffieric'era chi portava via cose di piùvalore. Si legge infattiin un diario del secolo XVIIche nel 1660"uno scellerato sacrilego cherico nel tempo della predicanellachiesa del Carmineportò via la pisside col Santissimo Sacramento escappò".

Dopo le predichela funzione che richiamava maggior numero di personeera la Via Crucis che i terziari dell'ordine di San Francesco nelgiorno di Venerdì facevano alle crociposte lungo la salita di SanMiniato al Montee che è durata quasi oltre la metà di questo secolo.Quellospecialmente per le ragazzeera uno spasso straordinario; e c'erail dettato:

Tutte le belle al Monte

E le brutte a piè del ponte.

Ma una delle consuetudini che dava luogo sempre a qualche scandaluccioera una predica speciale che si faceva in Duomoil lunedì di passioneunicamente per quelle tali donne che si dedicavano alla vita liberaacomodo e vantaggio del prossimosebbene spesso anche a danno.

Questa curiosa predica si faceva la mattina; ed in chiesa nonc'entravano che donne mondanele quali erano obbligatesotto gravi penead intervenirvi; come erano stabilite delle pene rigorosissime a chis'arrischiasse di dar loro noia per la strada.mentre si recavanoad ascoltare la parola del Signoreper mezzo di un suo servo che labandiva di lassù dal pergamo: e speriamo che abbia fatto far buona figuraal principale!...

Nelle vicinanze di Santa Maria del Fiore si vedevano stipati in quelgiorno e in quell'ora una folla di giovanotti scapestratiche si ridevanodel bandoe che cercavano coi lazzi e colle sguaiatagginidi farpericolare più che maise fosse stato possibilequelle povere Maddaleneche non si pentivan mai stabilmentee che figuravano una volta l'annodi far la pecorella smarritache torna all'ovile chiamata dalla voce delpastore. Ma il pastore che si trovava dinanzi tutta quella quantità dipenitenti sveltocceche lo guardavan sorridendo sotto i baffi e con certiocchi da fargli perder la bussoladurava una gran fatica a non uscirdall'argomento; e quando aveva fatto tanto di vincersiallora tutti ifulmini dell'eloquenzatutte le minaccie di perdizione dell'animaeranscagliate a piene mani sullo strano e singolare uditorioche lì per lìrimaneva un po' scosso; ma poiuscito di làfaceva come i cani: scotevale pastorali e le evangeliche bussee se non tornava a far peggio diprimameglio non faceva di certo!

Il giovedì santo era il giorno che più di tutti aveva un'improntaspiccata: era un misto di devozionedi divertimento e di festa. IPrincipi andavano a piedi separatamente a far la visita delle chieseesempio questo di umiltà seguìto pure dai nobiliché essi pure sirecavano a visitare le chiese a piedi. Era quello il solo giorno dell'annoin cui non si vedeva una carrozza in tutta Firenze. La mattina delgiovedì santoi granduchi Medicei si tramandaron l'uso di recarsi alledieci e mezzo alla basilica di San Lorenzodove si faceva la solennefunzione della comunione tanto del Granducache dei cavalieri di SantoStefano residenti in Firenzee che dal più al meno erano in numero dicentocinquanta. La navata di mezzo della chiesa era chiusa da panche conuna panchina più bassa per inginocchiatoiotutte coperte d'arazzo. Versol'altar maggiore c'era il posto per il Granduca che stava sotto la residenzauna specie di quella che hanno i vescovi nelle cattedrali. Quando eglientrava in chiesaandavano ad incontrarlo tutti i cavalieri vestiti dellaloro divisacioè corazza e gambali di ferro; e soprail gran mantellobianco colla croce rossa dalla parte sinistra. Il Serenissimo siinginocchiava dinanzi all'altar maggiorefacendoo figurando di fareuna breve preghiera. Quindi si vestiva da Gran Maestro dell'ordine diSanto Stefanoe si assideva sul trono. I cavalierialloraandavanounoper unoad inchinarglisi dinanzibaciandogli un lembo dell'abito. Doposi cominciava la gran messa in musica: ed all'Evangelo otto cavalieri coltorcetto in mano si disponevano attorno all'altar maggioreedall'Offertorio sino alla fine ne andavano altri quattro. Quando monsignorPriore mitratosi recava con tutto il clero a comunicare il Granducaidue cavalieri più giovani gli reggevano il "drappo". Dopo ilGranducasi comunicavano tutti i cavalierisei per volta; e terminata lamessacon una candela in mano per unosfilavano in processione per lachiesa in mezzo ad una folla enorme di popolo estaticoe riaccompagnavanoil Granduca fino alla portadopo che si era spogliato delle insegne diGran Maestro.

La sera del giovedì santoverso l'un'oramolte compagnie andavano avisitare i sepolcri processionalmentedisciplinandosi; ma probabilmentenon picchiando tanto fortecercando forse anche di sbagliare le spalledel compagno con le proprie. Tantoal buio tutte le busse erano uguali;ma se qualcuno riconosceva la mano come fanno i cavalliallora eran botteda orbie nessuno s'accorgeva di nulla perché lo credevano effetto dicristiano fervore. Se lo facessero oggifinirebbe a coltellate.

Nei tempi più moderniall'epoca cioè di cui ci occupiamolaquaresima aveva tutt'altro caratteree cominciava già a modernizzarsiper quanto ancora ci corresse di molto da quello che è orae di cuinessuno quasi se ne accorge.

Prima di tuttol'Arcivescovo di Firenze si presentava ai Sovraninell'ultima settimana di carnevaleper presentar loro la pastorale per ildigiuno della quaresima; il quale digiuno era quasi sempre ridotto più aduna semplice formalità che ad altro; poiché la magistratura civicaquando s'era a dicembre d'ogni annoprendeva una deliberazionechevariava soltanto nella indicazione dei generi di cui vi era carestiaperottenere la dispensa dal digiuno.

La deliberazioneche come memoria di quei tempi merita di essereriportata nella sua integritàdiceva:

Considerando che la rigorosa osservanza della quadragesimaquantoall'uso dei cibi magri può difficilmente adattarsi alle abitudini ed aibisogni fisici ed economici degli abitanti di questa Cittàoramaiassuefatti per lungo corso di annimercè l'indulgenza dei Supremifattori della Chiesa cattolicaa fare uso del cibo salubre e nutritivodelle carni in quei giorni che viene permesso nel corso dell'anno; che inquest'anno si aggiunge la circostanza marcabile dello scarso raccoltodell'olioe della mancanza degli erbaggicadendo il tempo quaresimalenella stagione più rigidaoltre l'insalubrità dei salumied ilcarissimo prezzo del pesceche non può provvedersi dal comune delpopoloche finalmente la massima parte delle famiglie vien composta divecchifanciullie malsaniincapaci di reggere all'astinenza dellecarnionde i pochi individui compresi in dette famigliei qualipotrebbero forse resistere con qualche sforzo e sacrificio a dettarigorosa privazionesi trovano costretti per ragione di domesticaeconomia ad uniformarsi al bisogno de' più debolinon potendo sostenerela spesa di due tavoleuna cioè di cibi da grassoe l'altra di cibimagried anche per evitare il pericolo della promiscuità de' cibi;

Delibera di supplicare l'Ill.mo e R.mo Monsignor Arcivescovo di questaMetropoliad impetrare anche in quest'anno dalla benignità del SantoPadre l'indulto dalla rigorosa osservanza dell'imminente quaresima conpermettere a tutti gli abitanti di questa Città e Diocesi l'uso dellecarni nei giorni solitia tenore degli indulti benignamente accordatinegli anni decorsi per le cause sopra allegatee per quelli ulterioririflessi che saprà addurre la saviezza e prudenza di Sua SignoriaIllustrissima e Reverendissimacui sono ben noti i bisogni e i riguardiche meritano i suoi Diocesani.

E generalmente deputavano il Gonfaloniere e due Priori nobili apresentarsi in nome pubblico al prefato Monsignor Arcivescovoe fareistanza per ottenere detto indulto.Il primo giorno di quaresima tuttiandavano a prender la cenere; anche la famiglia granducale sirecava in privato "senza invito dell'anticamera" nella cappelladi Corte a udir la messa e a farsi metter sul capo la cenereed il giornoassisteva alla prima predica fatta dal canonico che era destinato perpredicatore di Corte durante il corso della quaresima.

Il popolosecondo l'antica usanzaandava a far merenda in campagna esegnatamente sul Prato degli Strozzini fuor di Porta a San Frediano o suquello delle Lune presso San Domenico di Fiesole.

Con la quaresima cominciavano anche le solite fierel'uso delle qualiin Firenzecome è detto di sopraera antichissimo. La primaper nonoccuparsi ora che della quaresimaera quella che si faceva il giornodelle Cenerisotto le Logge di San Paolino in Piazza di Santa MariaNovella. Ma quella era una fiera d'espiazioneo megliodi preparativiall'espiazione di tutti i peccati di golae di tanti altri genericommessi nel carnevale.

Quella fiera cominciava la mattina a buon'ora; e consisteva in fichisecchinocimandorleolive cotte in fornozibibbomele secchefagiuoliceci ed altre civaieatte tutte a purificar l'anima eprepararla alla gloria eterna del paradiso... il più tardi possibile.

In quel giorno tutte le massaie di campagna che erano venute a Firenzea prender la cenere e che non si rimettevano il cappello a mezza tuba comeusava alloraper non portarsela via; e le donne da casa econome etimorate di Dioandavano alla fierache si estendeva per tutta la Viadel Solea far le provviste necessarie per la quaresima. Il concorso delpopolo era molto numeroso; ma era un pubblico speciale; più che altro dicapi di famigliadi vecchio di ragazziche andavan con la nonna acomprare i fichi secchi e le noci. A mezzogiorno la fiera era bell'efinita. Nelle domeniche di quaresima si facevan quelle delle nocciuole; leprime tre alla Porta a San Gallo e le altre alla Porta al Pratoa Romanaed a San Frediano.

Ognuna delle fiere aveva il suo significato. Quelle tre di San Gallo sidicevanoinvertendo l'antico ordine: dei CuriosidegliInnamoratie dei Furiosi; e per queste aveva luogo un corso dicarrozze in Via San Galloche riusciva per lo più una cosa moltomeschina per lo scarso numero che ne interveniva. Questo però eracompensato dalla comparsa che vi faceva il Granduca a cavallo. S. A. I. eR. - Dio ne guardi a non aver detto: imperiale e reale - vestiva inabito nero con un tosone austriaco sul petto; ed era accompagnato da dueciambellani di Corte. Cavallo e cavaliere - parlo del Granduca - nonintimorivano affatto; poiché il vetusto destrierobello d'aspettoeraanche una bestia ragguardevole per lunga ed intemerata vita ed illuminataesperienzaa cui avrebbero potuto ricorrere per consiglio e pareretuttii cavalli della città. E dire però che quell'animalenon più dell'erbad'oggi e che non aveva il capo a' grillipareva più giovane del suocavaliereche non era ancora vecchio!

Al tempo di Ferdinando III e nei primi anni di regno di Leopoldo IIisovrani avevan conservato l'antico uso di andare al corso delle carrozzedelle fiere di San Gallo con due mutescortati dalle guardie nobili; e lasera alla Pergola.

La presenza dunquedel Sovranoera quella che dava tono alle trefiere della Porta a San Gallo; per ciò il popoloe specialmente i vecchicodinivedevano nel Monarcaalla fiera delle nocciuoleuna guarentigiad'ordine e di pace.

Ognuno comprava le nocciole e i brigidiniche portavanochi alla damachi alla dolce sposaod ai figlie così queldivertimento lecito ed onestovaleva a far passare con meno noia ledomeniche della quaresimale quali si finivan sempre di santificareandando alle funzioni in qualche chiesatanto per far l'ora di cena. Lefiere della Porta a San Gallo si prolungavano fino alla "Madonnadella Tosse" situata dietro al "Parterre" che resta oggisull'imboccatura di Via Pancani. Questa chiesetta o oratorio fu fattofabbricare dalla principessa Cristina di Lorena per voto fattoimperciocché essendo tutti i reali principi travagliati da ostinatatossené valen