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Giovanni Boccaccio
Filocolo


LIBRO PRIMO

[1]

Mancate già tanto le forze del valoroso popolo anticamente disceso del troiano Eneache quasi al niente venute erano per lo maraviglioso valore di Giunonela quale la morte della pattovita Didone cartaginese non avea voluta inulta dimenticare e all'altre offese porre non debita dimenticanzafaccendo degli antichi peccati de' padri sostenere a' figliuoli aspra gravezzapossedendo la loro cittàla cui virtù già l'universe nazioni si sottomisesentì che quasi nelle streme parti dello ausonico corno ancora un picciolo ramo della ingrata progenie era rimasoil quale s'ingegnava di rinverdire le già seccate radici del suo pedale. Commossa adunque la santa dea per le costui operepropose di ridurcelo a nienteabbattendo la infiammata sua superbiacome quella degli antecessori avea altra volta abbattuta con degno mezzo. E posti i risplendenti carri agli occhiuti uccellidavanti a sé mandata la figliuola di Taumante a significare la sua venutadiscese della somma altezza nel cospetto di colui che per lei tenea il santo uficioe così disse: - O tuil quale alla somma degnità se' indegno pervenutoqual negligenza t'ha messo in non calere della prosperità dei nostri avversarii? quale oscurità t'ha gli occhiche più debbono vedereoccupati? levati su: e però che a te è sconvenevole a guidare l'armi di Martefa che incontanente sia da te chiamato chi con la nostra potenza abbatta le non vere frondiche sopra lo inutile ramole cui radici già è gran tempo furono secchedimoranoe in maniera che di loro mai più ricordo non sia. Intra 'l ponente e i regni di Borrea sono fruttifere selvenelle quali io sento nato un valoroso giovanedisceso dell'antico sangue di colui che già i tuoi antecessori liberò dalla canina rabbia de' longobardiloro rendendo vinti con più altri nimici alla nostra potenza. Chiama costui però che noi gli abbiamo quasi l'ultima parte delle nostre vittorie serbatae sopra noi gli prometti valorose forze. Io gli farò li fauni e' satiri e le ninfe graziose ne' suoi affanni: Nettunno e Eolo disiderano di servirmi; e Marte a' miei prieghi vigorosamente l'aiuterà; e il nostro Giove è di tutte queste cose contentoperò c'ha preso isdegnoveggendo a gente portare per insegna quello uccello nella cui forma già molte volte si mostrò a' mondaniche più a' sacrifici di Priapo intendono che a governare la figliuola d'Astreoloro debita sposa. Io ancora ti prometto di commuovere con le infernali furie un'altra volta gli abondevoli regni in suo servigiocome già feci quando ne' paesi italici entrò il santo uccellola cui ruinazione non permisi alloravolendogli prestare tempo nel quale potendosi pentere meritasse perdonoe ancora però che sentiva che di lui dovea discendere lo edificatore di questo luogo pontificale. Adunque sollecita queste cose; e se ciò non faraisanza più porgerti le mie forze io ti lascerò nelle sue mani -. E detto questosi partìdiscendendo a' tenebrosi regni di Pluto; e con lamentevole voce chiamata Alettodisse: - A te conviene la seconda volta rivolgere le fedeli menti de' discendenti di coluiil quale tu non potesti altra volta per tua forza del tutto sturbare che negli italici regni smisurate forze non prendesse: ma ciò fu nel principio delle loro prosperità; ma questo fia nell'ultima parte delle loro avversitàla quale ultima parte la loro fama spegnerà nel mondo -. E questo dettovoltato il suo carrotornò al cielo. Gli oscuri regniudendo tale novella si dolferoveggendo apertamente per quella la loro preda mancare: ma al volere della santa dea non si potea resistere. Però Alettolasciati quelli tornò agli altrii quali ella già a crudeli battaglie aveva commossie quivi gli animi de' più possenti impregnò di volontà iniqua contra 'l principale signoremostrando loro come venereamente le loro matrimoniali letta avea violate; e cosìpregni d'iniquo volere e d'ira mormorandogli lasciò focosiritornandosi donde partita s'era. Il vicario di Giunone sanza indugio chiamò il giovane dalla santa bocca eletto a' suoi servigiil quale allora signoreggiava la terra la quale siede allato alla mescolata acqua del Rodano e di Sorgae a lui mostrò i larghi partiti promessigli dalla santa dease in tale servigio con le loro forze si mettesse; e ultimamente gli promise d'ornare la sua fronte di reale corona del fruttifero paesese la maladetta pianta del tutto n'estirpasse. Non fece il valoroso giovane disdetta a sì fatta impresamadisideroso di dare a sé e a' suoi simile scannochente i predecessori aveano avutosi mise con vigorose forze alla mirabile impresa; e in brieve tempo con la sua forza e con gli promessi aiuti la recò a fineposando il suo solio negli adimandati regni avendo annullati i nemici di Giunone con proterva morte; e quivi nuova progenie generatastato per alquanto spaziorendeo l'anima a Dio. Quegli che dopo lui rimase successore nel reale tronolasciò appresso di sé molti figliuoli: tra' quali unonominato Rubertonella reale dignità constitutorimase integramente con l'aiuto di Pallade reggendo ciò che da' suoi predecessori gli fu lasciato. E avanti che alla reale eccellenza pervenissecostuipreso del piacere d'una gentilissima giovane dimorante nelle reali casegenerò di lei una bellissima figliuola; ben che volendo di sé e della giovane donna servare l'onorecon tacito stilesotto nome appositivo d'altro padre teneramente la nutricòe lei nomò del nome di colei che in sé contenne la redenzione del misero perdimento che avvenne per l'ardito gusto della prima madre. Questa giovanecome in tempo crescendo procedeacosì di mirabile virtù e bellezza s'adornavapatrizzando così eziandio ne' costumicome nell'altre cose facea; e per le sue notabili bellezze e opere virtuose più volte facea pensare a molti che non d'uomo ma di Dio figliuola stata fosse. Avvenne che un giornola cui prima ora Saturno avea signoreggiataessendo già Febo co' suoi cavalli al sedecimo grado del celestiale Montone pervenutoe nel quale il glorioso partimento del figliuolo di Giove dagli spogliati regni di Plutone si celebravaiodella presente opera componitoremi ritrovai in un grazioso e bel tempio in Partenopenominato da colui che per deificare sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata; e quivi con canto pieno di dolce melodia ascoltava l'uficio che in tale giorno si cantacelebrato da' sacerdoti successori di colui che prima la corda cinse umilemente essaltando la povertade e quella seguendo. Ove io dimorandoe già essendosecondo che 'l mio intelletto estimavala quarta ora del giorno sopra l'orientale orizonte passataapparve agli occhi miei la mirabile bellezza della prescritta giovanevenuta in quel luogo a udire quello ch'io attentamente udiva: la quale sì tosto com'io ebbi vedutail cuore cominciò sì forte a tremareche quasi quel tremore mi rispondea per li menomi polsi del corpo smisuratamente; e non sappiendo per chené ancora sentendo quello che egli già s'imaginava che avvenire gli dovea per la nuova vistaincominciai a dire: - Oimèche è questo? -; e forte dubitava non altro accidente noioso fosse. Ma dopo alquanto spazio rassicuratoun poco presi ardiree intentivamente cominciai a rimirare ne' begli occhi dell'adorna giovane; ne' quali io vidi dopo lungo guardareAmore in abito tanto pietosoche mecui lungamente a mia stanza avea risparmiatofece tornare disideroso d'essergli per così bella donna suggetto. E non potendomi saziare di rimirare quellacosì cominciai a dire: - Valoroso signorealle cui forze non poterono resistere gl'iddiiio ti ringrazioperò che tu hai dinanzi agli occhi miei posta la mia beatitudine: e già il freddo cuoresentendo la dolcezza del tuo raggiosi comincia a riscaldare. Adunque ioil quale ho la tua signoria lungamente temendo fuggitaora ti priego che tumediante la virtù de' begli occhi ove sì pietoso dimorientri in me con la tua deitade. Io non ti posso più fuggirené di fuggirti disideroma umile e divoto mi sottometto a' tuoi piaceri -. Io non avea dette queste paroleche i lucenti occhi della bella donna sintillando guardarono ne' miei con aguta luceper la quale luce una focosa saettad'oro al mio parerevidi veniree quellaper li miei occhi passandopercosse sì forte il cuore del piacere della bella donnache ritornando egli nel primo tremore ancora trema; e in esso entratav'accese una fiammasecondo il mio avvisoinestinguibilee di tanto valoreche ogni intendimento dell'anima ha rivolto a pensare delle maravigliose bellezze della vaga donna. Ma poi che di quindi col piagato cuore partito mi fuie sospirato ebbi più giorni per la nuova percossapur pensando alla valorosa donnaavvenne che un giornonon so comela fortuna mi balestrò in un santo tempio dal prencipe de' celestiali uccelli nominatonel quale sacerdotesse di Dianasotto bianchi velidi neri vestimenti vestitecultivavano tiepidi fuochi divotamente; là dove io giungendocon alquante di quelle vidi la graziosa donna del mio cuore stare con festevole e allegro ragionamentonel quale ragionamento io e alcuno compagno domesticamente accolti fummo. E venuti d'un ragionamento in un altrodopo molti venimmo a parlare del valoroso giovane Floriofigliuolo di Felicegrandissimo re di Spagnarecitando i suoi casi con amorose parole. Le quali udendo la gentilissima donnasanza comparazione le piacqueroe con amorevole atto inver di me rivoltalietacosì incominciò a parlare: - Certo grande ingiuria riceve la memoria degli amorosi giovanipensando alla grande costanza de' loro animii quali in uno volere per l'amorosa forza sempre furono fermi servandosi debita fedea non essere con debita ricordanza la loro fama essaltata da' versi d'alcun poetama lasciata solamente ne' fabulosi parlari degli ignoranti. Ond'ionon meno vaga di potere dire ch'io sia stata cagione di rilevazione della loro fama che pietosa de' loro casiti priego che per quella virtù che fu negli occhi miei il primo giorno che tu mi vedesti e a me per amorosa forza t'obligastiche tu affanni in comporre un picciolo libretto volgarmente parlandonel quale il nascimentolo 'nnamoramento e gli accidenti de' detti due infino alla loro fine interamente si contenga -. E questo dettosi tacque. Io sentendo la dolcezza delle parole procedenti dalla graziosa boccae pensando che maicioè infino a questo giornodi niuna cosa era stato dalla nobilissima donna pregatoil suo priego in luogo di comandamento mi riputaiprendendo per quello migliore speranza nel futuro de' miei disiie così risposi: - Valorosa donnala dolcezza del vostro priegoa me espressissimo comandamentomi stringe sìche negare non posso di pigliare e questo e ogni maggiore affanno che a grado vi fosseavvegna che a tanta cosa insofficiente mi senta; ma seguendo quel dettoche alle cose impossibili niuno è tenutosecondo la mia possibilitàcon la grazia di Colui che di tutto è donatorefarò che quello che detto avete sarà fornito -. Benignamente mi ringraziòe iocostretto più da ragione che da volontàcol piacere di lei di quel luogo mi partiie sanza niuno indugio cominciai a pensare di voler mettere ad essecuzione quello che promesso aveva. Ma però checome di sopra è dettoinsofficiente mi sento sanza la tua graziao donatore di tutti i beniad impetrar quella quanto più posso divoto ricorrosupplicandoticon quella umiltà che più può fare i miei prieghi accettevoliche a meil quale ora nelle sante leggi de' tuoi successori spendo il tempo mioche tu sostenghi la mia non forte mano alla presente operaacciò che ella non trascorra per troppa volontà sanza alcun freno in cosa la quale fosse meno che degna essaltatrice del tuo onorema moderatamente in etterna laude del tuo nome la guidao sommo Giove.

[2]

Adunqueo giovanii quali avete la vela della barca della vaga mente dirizzata a' venti che muovono dalle dorate penne ventilanti del giovane figliuolo di Citereanegli amorosi pelaghi dimoranti disiosi di pervenire a porto di salute con istudioso passoio per la sua inestimabile potenza vi priego che divotamente prestiate alquanto alla presente opera lo 'ntellettoperò che voi in essa troverete quanto la mobile fortuna abbia negli antichi amori date varie permutazioni e tempestosealle quali poi con tranquillo mare s'è lieta rivolta a' sostenitori; onde per questo potrete vedere voi soli non essere sostenitori primi delle avverse cosee fermamente credere di non dovere essere gli ultimi. Di che prendere potrete consolazionese quello è veroche a' miseri sia sollazzo d'avere compagni nelle pene; e similemente ve ne seguirà speranza di guiderdonela quale non verrà sanza alleggiamento delle vostre pene. E voigiovinette amorosele quali ne' vostri dilicati petti portate l'ardenti fiamme d'amore più occulteporgete le vostre orecchi con non mutabile intendimento a' nuovi versi: li quali non vi porgeranno i crudeli incendimenti dell'antica Troiané le sanguinose battaglie di Farsagliale quali nell'animo alcuna durezza vi rechino; ma udirete i pietosi avvenimenti dello innamorato Florio e della sua Biancifioreli quali vi fieno graziosi molto. Eudendolipotrete sapere quanto ad Amore sia in piacere il fare un giovane solo signore della sua mentesanza porgere a molti vano intendimentoperò che molte volte si perde l'un per l'altroe suolsi dire che chi due lepri cacciatalvolta piglia l'una e spesso non niuna. Dunque apprendete d'amare uno soloil quale ami voi perfettamentesì come fece la savia giovanela quale per lunga sofferenza Amore recò al disiato fine. E se le presenti coseo voigiovani e donzellegenerano ne' vostri animi alcun frutto e dilettonon siate ingrati di porgere divote laudi a Giove e al nuovo autore.

[3]

Quello eccelso e inestimabile prencipe sommo Gioveil qualedegno de' celestiali regni posseditoretiene la imperiale corona e lo scettroper la sua ineffabile providenza avendo a sé fatti cari fratelli e compagni a possedere il suo regno molticonosceo lo iniquo volere di Plutoil quale più grazioso e maggiore degli altri avea creatoche già pensava di volere il dominio maggiore che a lui non si conveniva; per la qual cosa Giove da sé il divisee in sua parte a lui e a' suoi seguaci diede i tenebrosi regni di Ditecircundata dalli stigi padulie loro etterno essilio segnò dal suo lieto regno; e provide di nuova generazione volere riempiere l'abandonate sediee con le propie mani formò Prometeoal quale fece dono di cara e nobile compagnia. Questo veggendo Plutodolente che strana prole fosse apparecchiata per andare ad abitare il suo natale sitodel quale elli per suo difetto era stato cacciatoimaginò di far sì che le nuove creature da quella abitazione facesse essiliare; e con sottile inganno la sua imaginazione mise in effettoe del santo giardino voltò le prime creaturele quali per suo consiglio il precetto del loro creatore miserabilemente prevaricaronoe seguentemente loro con tutti li loro discendenti rivolse alle sue casee rallegrandosi d'avere per sottigliezza annullato il proponimento di Giove. Lungamente sofferse Colui che tutto vede questa ingiuriama poi che tempo gli parve di dovere mostrare la sua pietà inver di coloro che stoltamente s'aveano lasciato ingannare e che stavano ne' tenebrosi luoghi rinchiusiallora miracolosamente il suo unico Figliuolo mandò in terra da' celestiali regnie disse: - Vae col nostro sangue libera coloroa cui Dite è stata così lunga carceree appresso te lascia in terra sì fatte armiche gli altri futuria' quali ella ancora non s'è mostrataprendendolesi possano valorosamente difendere dalle false insidie e occulte di Pluto: e ricominci Vulcano per lo tuo comandamento nuove folgorile qualitu gittandodimostrino quanta sia la nostra potenzacome già feciono -. Scese al comandamento del suo Padre l'unico Figliuolo dalla somma altezza in terraa sostenere per noi la iniqua percossa d'Antroposapportatore delle nuove armiin disusato modonon operando in lui la natura il suo uficio come negli altri uomini. La terracome sentì il nuovo carico della deità del figliuolo di Giovediede per diverse parti della sua circunferenza allegri e manifesti segni di futura vittoria agli abitanti; e egligià in età ferma pervenutocominciò a riempiere la terra delle aportate armi e a fare avedere coloroche con perfetta fede i suoi detti ascoltavanodel ricevuto ingannoporto dall'antico oste; i qualicome il perduto conoscimento riaveanocosì delle nuove armi per loro difesa si guarnivanoe contra gli ignoranti la verità moveano varie battaglie e molte; e verso loro alcuno che volesse non si trovava potere resistereperò che sanza cura d'affanno e di corporale morte gli trovavano. E già delle vittorie de' nuovi cavalieri entrati contra Pluto in campotutto l'oriente ne risonava; ma ancora le loro magnifiche opere l'occidente non sentivaquando il Figliuol di Dioavendo spogliata di molti prigionieri l'antica Ditee essendo al suo padre ritornatoe mandato a' prencipi de' suoi cavalieri lo 'mpromesso dono del santo ardorevolendo che l'ultimo ponente sentisse le sante operazionielesse uno de' suddetti prencipiquello che più forte gli parve a potere resistere alle infinite insidie che ricevere doveae sopra l'onde di Speria trasportare il fece a un notante marmo. Il qualepervenuto nella strana regionecon la forza della somma deitàcominciate contro quellii quali resistenti trovòaspre battaglieacquistò molte vittoriee molti delle celestiali armi novelle vi rivestì. Ma poidopo molto combatteretrovata più resistente schiera sanza volgere viso o sanza alcuna paura l'ultimo colpo d'Antropos umile e divoto sostennee al cieloper lungo affanno meritatorendé la santa e gloriosa anima. I cui seguacidopo la sua passioneprese le martirizzate reliquiein notabile luogo reverentemente le sepelliro non sanza molte lagrime. E ad etterna memoria di così fatto prencipepoco lontano all'ultime onde d'occidentesopra il suo venerabile corpo edificarono un grandissimo tempioil quale del suo nome intitolaronoardendo in esso continuamente divotissimi fuochirendendo in essi al sommo Giove graziosi incensi. E essogiusto essauditorenon fu tanto nella sua vita valoroso resistente a' difenditori della falsa oppinionequanto dopo il suo ultimo dì fu molto più grazioso conservatore de' suoi fedeliperò che Giove in servigio di luinel suo tempio essaudendo le debite orazionimirabili cose faceaonde la fama dell'occidentale Iddio risonava per l'universo. Certo ella passò in brieve tempo le calde onde dello orientale Gangese nelle boglienti arene di Libia fu manifestae dagli abitanti nelle ghiacciate nevi d'Aquilone fu saputaperò che egli non porgea risponsicome far soleano i bugiardi iddiima con vere operazioni ne' bisogni soccorrea e soccorre i divoti domandatori: e per questo più la santa fama per il mondo risuona.

[4]

Suona adunque la gran fama per l'universo della mirabile virtù del possente Iddio occidentalee in teo alma cittào reverendissima Romala quale igualmente a tutto il mondo ponesti il tuo signorile giogo sopra gl'indomiti collitu sola permanendone vera donnamolto più che in alcun'altra parte risuonasì come in degno luogo della cattedrale sedia de' successori di Cefas. E tu di ciò dentro a te non poco ti rallegriricordando te essere quasi la prima prenditrice delle sante armiperò che conoscesti te in esse dovere tanto divenire valorosaquanto per adietro in quelle di Marte pervenistie molto più; onde contentati che come già per l'antiche vittorie più volte la tua lucente fronte ti fu ornata delle belle frondi di Penneacosì di questa ultima battagliacon le nuove armi triunfando tu vittoriosamentemeriterai d'essere ornata d'etternal coronaedopo i lunghi affannila tua imagine tra le stelle onorevolemente sarà locatatra le quali co' tuoi antichi figliuoli e padri beata ti ritroverai. E i tuoi figliuoli già per la nuova fama prendono a' lontani templi divozionee adomandando allo Iddio dimorante in essi i bisognevoli donipromettono graziosi boti: i quali doni ricevuticiascuno s'ingegna d'adempiere la volontaria promissione visitandoliancora che sieno lontani: la qual cosa appo Iddio grandissimo merito sanza fallo t'impetra.

[5]

Risuona per Romacom'è dettola gran fama nella quale un nobilissimo giovane dimoravail quale si chiamava Quinto Lelio Africanodisceso del nobile sangue del primo conquistatore dell'africana Cartagine. Era questo ornatissimo di belli costumi e abondante di ricchezze e di parentigià per la sua virtù prescritto all'ordine militaree aveasecondo la nuova legge del Figliuol di Diouna giovane romana nobilissimanata della gente giuliae Giulia Topazia nominatapresa per sua legittima sposala quale per la sua gran bellezza e infinita bontà era molto da lui amata. E già era con leipoi che Imineo coronato delle frondi di Pallade fu prima nelle sue case e le sante tede arse nella sua cameradimorato tantoche Febo cinque volte era nella casa della celestiale Vergine rientratoe ancora di lei niuno figliuolo avea potuto averede' quali egli sopra tutte le cose era disideroso; e in molte maniere cercato com'egli potesse fare che la giovane concepessee niuna pervenuta ad effettosentiva nell'animo angoscioso tormento. Ma l'infinita pietà di Colui a cui nulla cosa si nasconde non sostenne che sanza parte del suo disio vedere egli finisse i giorni suoia' quali poco più spazio era assegnatoanzi saviamente precorse in cotal modo: cheessendo Lelio un giorno intorno a quel disio molto pensosoudì narrare di quello Iddioche sopra gli sperii liti dimorava lontanomaravigliose cose per lui fatte; le quali poi ch'egli ebbe uditese n'andò in uno santo tempiolà dove la reverenda imagine del glorioso santo era figuratanel cospetto della quale disse così: - O grazioso Iddioil quale sopra i liti occidentali lasciasti il tuo santo corpol'anima renduta al sommo Giovericevi le mie vocidegne d'essere essauditenella tua presenza. E così come a niunoche divotamente giusto dono ti domandili nieghicosì a me la mia domandas'è giustanon negarema perfettamente me la adempi. Io sono giovane d'eccellentissima famae di famosi parenti discesoe nella presente città copioso di ricchezze e di congiunti parentiaccompagnato di nobilissima e bella giovanecon la quale io sono stato tanto tempo ch'io veggio incominciare la sesta volta al sole l'usato camminoe niuno figliuolo ancora di lei ho potuto avereil quale dopo l'ultimo nostro giorno possa il nostro nome ritenere e possedere l'antiche ricchezze possedute lungamente per ereditaggio; di che nell'animo sostengo gravissima noia. Ond'io divotamente ti priego che nel cospetto dello onnipotente Signore grazia impetriche se Egli dee essere della mia anima benee del suo e tuo onore essaltamentoche Egli uno solamente concedere me ne deggiail quale dopo me me rapresenti. La qual cosa se Egli me la concedeio ti prometto e giuro per l'anima del mio padre e per la deità del sommo Giove che i tuoi lontani templi saranno da me visitati personalmentee i tuoi altari di divoti fuochi saranno alluminati -. E fatta la degna orazionetornò al suo militar palagioquasi contento: "Così come niuno giusto priego può esser fatto sanza essere essauditocosì questoperò che era giustosanza essaudizione non pote trapassare". Ma già i disiosi cavalli del solecaldi per lo diurno affannosi bagnavano nelle marine acque d'occidentee le menome stelle si poteano vedereessendo già Lelio e Giuliadopo i dilicati cibi da loro presiquasi contenti del fatto votosperando graziaandatisi a riposare nel congiugale lettonel quale soavissimo sonno gli avea presiquando il santoper cui Galizia è visitatavolle fare a Lelio manifesto quanto il suo giusto priegofatto il preterito dìgli fosse a grado; e disceso dagli alti cielie entrato radiante di maravigliosa luce nella camera di Leliocon lieto viso gl'incominciò a parlaredormendo eglie disse così: - O Lelioio sono colui il quale tu il passato giorno con tanta divozione chiamastipregando ch'io t'impetrassi grazianel conspetto di Colui che tutte le dona sanza rimproverareche tu potessi avere degna erede del tuo nomenel quale dopo la tua morte la tua fama vivesse. Onde Eglimisericordioso essauditore de' giusti prieghie di tutto bene benignissimo donatoreper me ti manda a dire che il tuo priego è essaudito da Luie chela prima volta che tu con la tua sposa onestamente ti congiugneraiveramente riceverai il dimandato dono -. E queste parole dettead un'ora egli e 'l sonno di Lelio si partirono. Leliosvegliatopieno di maraviglia e d'allegrezzaper lungo spazio volse gli occhi per la camera per vedere se ancora l'aportatore della lieta novella vi fosse; ma poi che vide lui non esserviumilemente cominciò a ringraziare colui che mandata aveva tanto disiata ambasciata; e chiamata Giuliala quale ancora dormiale narrò la veduta visione. Di che ella si maravigliò moltoe lieta quasi sanza fine incominciò a ringraziare Iddio. E non dopo molto spazio stato tra loro quella congiunzione che annunziata fu a Lelios'avide Giulia esser gravidasecondo che il santo Iddio avea annunziato.

[6]

Non dopo molti giornimostrando già Calisto dintorno al polo quanto era lucenteincominciò Lelio e Giulia insieme a ragionar della mirabile visionee dopo alquante paroleGiuliache già avea sentito e sentia in sé il disiato frutto nascosodisse: - CertoLeliogià per effetto mi par sentire il grazioso dono esserci datoperò che più grave esser mi pare che per lo preterito parere non solea -. Quando Lelio udì queste parole fu tanto allegroche nulla giusta comparazione si potrebbe porre alla sua allegrezzae disse: - Adunque niuno indugio si vuole porre a fare gl'impromessi doni; ma così tosto come i chiari raggi di Apollo ne recheranno il chiaro giornoio con quella compagnia che mi parrà voglio prendere il lungo cammino e portare i graziosi incensi promessi a' lontani altari -. Allora disse Giulia - Deh! ora sarà il tuo cammino sanza me fatto? -. Lelio rispose: - Giuliatu se' giovanee sì fatto affanno sarebbe alla tua tenera età impossibilee noioso al disiato frutto che tu nascondi; però tu rimarrai degna donna della nostra casalietamente aspettando la mia tornata -. Giuliaudendo queste parolebagnò il suo viso d'amare lagrimedicendo: - Certoquando la fortuna ti fosse contrariami crederei io esser vie più possente sostenitrice dell'armi e degli affannisempre aiutandoti e seguendotiche non fu Issicratea a Mitridatenon che nelle felicitànelle quali il venirti appresso mi porge smisurato diletto. Se tu mi lasci sola di tetu mi lascerai accompagnata di molti e varii pensieri: il mio petto sarà sempre pieno di molte sollecitudinie nascosamente sosterrò maggior affannosempre di te dubitandoch'io non potrei mai fare venendo teco -. O Tiberio Graccofu tanta la pietà che tu avesti di Corneliatua cara sposaquando lasciasti la femina serperisparmiando anzi la sua vita che la tua propiaquanto fu quella di Lelio vedendo le lagrime della cara compagna? Certo appena! Ond'egli le rispose: - Giuliaponi fine alle tue lagrimeché i lontani templi da me sanza te non saranno cercati; e però disponi il tuo virile animo al nuovo camminoche al nuovo giorno credo cominceremo -. Giulia contenta si tacque.

[7]

L'Aurora avea rimossi i notturni fuochi e Febo avea già rasciutte le brinose erbequando Leliochiamata Giulialieti si levarono da' notturni riposie comandarono che quelle cose le quali a camminare fossero necessariefossero sanza indugio apparecchiate. E mandato per quelli i quali a loro piacque d'eleggere per loro compagnialoro narrarono il lieto avvenimentocomandando ad essi che immantanente fossero presti d'andare con loro a mettere ad effetto le fatte promissioni. Al quale comandamento fu risposto loro essere presti ad ogni loro piacere.

[8]

Fu sanza alcuno indugio messo ad essecuzione il comandamento di Lelio; onde egli e Giulia e la loro compagniatornando da' santi templi da porgere pietosi prieghi al sommo Giove che il loro andare e tornare facesse essere prosperevolesalirono sopra i portanti cavalliepiangendoappena a' cari parenti e amici poterono dire addio: e partironsie con lieto animo cominciarono il disaventurato cammino.

[9]

Il miserabile reil cui regno Acheronta circundaveggendo che lo essercizio era alle sue invasioni inique contrarioe che i lunghi cammini porgevano alla carne affannosa gravezzaper la quale i sostenitori d'essa fuggivano le inique tentazioni e meritavano il mal conosciuto regno da luiil quale egliper disiderare oltre dovereperdéafflitto di noiosa sollecitudineveggendo la maggior parte di quelli che andar soleano alle sue case esser disposti a quello affannoo ad altri simiglianti o maggioripensò di volergli ritrarre da sì fatte imprese con paura; e convocati nel suo conspetto gl'infernali ministridisse: - Compagnivoi sapete che Giove non dovutamente degli ampi regnii quali egli possiedeci privòe diedeci questa strema parte sopra il centro dell'universo a possederee in dispetto di noi creò nuova progeniela quale i nostri luoghi riempisse. Noi ingegnosamente li sottraemmosì che noi volgemmo i loro passi alle nostre case: e Egli ancoranon parendogli averci tanto oltraggiatomandò il suo Figliuolo a spogliarceneal quale non potendo noi resistereci spogliòe dopo tutto questo fece aveduti gli abitanti della terra de' nostri lacciuolie donò loro armi con le quali essi leggiermente le nostre spezzano. E che noi di questi oltraggi ci andiamo a vendicare sopra di luiil salire in su c'è vietatoe Egli è più possente di noi: però ci conviene pur con ingegno il nostro regno aumentaree fare di riavere ciò che per adietro abbiamo perduto. Tra l'altre cose che il Figliuolo di Giove lasciò in terra al suo popoloa noi più contrariafu continuo essercizioal quale del tutto si vuole intendere da noiacciò che si spenga con volonteroso ozio delle loro mentie li romani massimamentei qualiquasi agli altri principalihanno questo essercizio molto impresoe quasi ogni gente da loro lo 'mprende. Ond'io ho proposto di volerli almeno ritrarre dall'andare li strani templi visitandocon paura; e questo sanza fallo mi verrà fatto troppo bene sopra gran quantità d'essiche ora al tempio che sopra l'ultime piagge di Speria dimoravannosopra i quali io vendicherò la mia irae voi siate intenti di fare il simigliante ovunque voi ne sentite alcuno -.

[10]

Dette queste parole a' suoiprese vana forma simigliante d'un nobilissimo cavaliereil quale sotto la potenza del gran re Felicereggitore de' regni di Sperianipote di Atalantesostenitore de' cieligovernava vicino a' colli d'Appennino una città chiamata Marmorina. E salito sopra un cavallole cui ossa per magrezza quasi quante fossero apertamente mostravae correndo sopra essopervenne ne' lontani regnie trovato il reil quale le silvestre bestie cacciando prendea dilettofu davanti a lui. E come tal volta sogliono i corpi morti gravosi cadere alla terra sanza essere urtaticotale costui fittivamente cadendo davanti gli si gittòe con voce affannatatanto che appena s'udivapiangendo cominciò a dire: - O signor miotu vai l'innocenti bestie davanti a te cacciandoe nelle loro innocenti interiora metti aizzando gli aguti denti de' feroci canima io misero ho nella vostra città Marmorina lasciato il romano fuocoil qualesì com'io vidi già per li più alti luoghitutta la città guastava: e come ciò avvenisse a me è occulto; se non che avendo noi il giorno davanti celebrati i santi sacrificii di Bacco con grandissima festae la vegnente notteriposandosiciascuno avea già di sé la quarta parte passataquando ioquasi dormendocominciai a sentire grandissimo pianto d'uominidi garzoni e di feminee impetuoso suono di non usate armi. Alloraabandonato del tutto il quieto sonnopauroso mi levaie salii negli alti luoghi della nostra casae vidi tutta la città piena di fuoco e di noiose ruinee di maggior pianto furono ripiene le mie orecchie. E già presso alla nostra casa udendo il terribile suono delle sonanti trombedisarmato corsi per le fidate armiper risalire armato nelle fortezze della nostra casascendendo contra i molti amicii quali contra i crudeli ostiper lo bene della città s'apparecchiavano con le taglienti spade d'aspramente combattere. Allora dissiquasi avendo nella loro vita compassione: "O giovanior non vedete voi che fortuna sia nelle presenti cose? Quelli iddii nei quali la forza in che la speranza della nostra signoria dimoravasono fuggiti e hanno abandonato i loro altari; e però voi soccorrete indarno alla città. Ma se voi avete certa fidanza nelle vostre armiandiamoe in mezzo de' nemici combattiamoessendo io duce: e quivio vinciamoosdebitandoci di tal vergognamandiamo le nostre anime alle infernali sedie: "sola salute è a' vinti non isperar salute"". La cittàda tutte parti presaera da' nemici con gli aguti spuntoni guardata; ma noi poiassicuratici movemmo ad andare alla non dubbiosa morte tutti per una via. Oimè! chi potrebbe mai narrare la ruina e la tempesta di quella notte? Chi potrebbe parlando dire la menoma parte della uccisione o con le lagrime agguagliare la fatica? L'antica cittàla quale molti anni vittoriosa sotto le nostre braccia dimoròfu da' miei occhi veduta quella notte cadere quasi tutta in picciola ora; ma noi miseriportati da' miserabili fatiovunque andavamoper le larghe vie trovavamo cadere corpi gravati da mortale gelo: ad ogni passo trovavamo nuovo piantoe in ogni parte era romore e uccisione infinita. E andando per diverse parti della cittàdandone l'accese case aperti passaggipiù volte scontrandoci in picciole schiere di nemici combattemmo. Ma già quasi propinqui all'ultima ora della nottevaghi del nuovo giornofummo da innumerabile moltitudine di nemici aspramente assalitie quivi difendendoci virilmentevidi io gran parte de' miei compagni bagnare la terra del loro sanguee sanza niuna misericordia essere dagli avversarii uccisi. Onde non potendo noi più sostenere il crudele assaltocon alquanti diedi le spallefuggendo verso il nostro palagio; ma quivi trovata più aspra battagliaquasi furiosisanza alcuna speranza di saluteio e' miei compagni tra gli aguti ferri de' nemici ci gittammo. Quivi ioferito in molte partirientrai nelle mie casenelle quali alquanti de' miei compagni vinti vilmente si fuggirono; e saliti nel superiore pavimentovedemmo tutta la città essere d'ardenti fiamme e di noiosi fummi ripienala quale piangendo riguardavamo. Allora fummo assaliti di nuovo accidenteperò che rotte le porti dell'antico palagiosalì uno grandissimo uomo romano con molti seguaciil qualesì come il fiero lupo le timide pecore sanza difesa strangolacosì costui andava uccidendo qualunque davanti gli si parava. A lui vidi io uccidere il vecchio padre e due miei figliuolie altri molti. Sopra il quale volendo io prendere debita vendettaricevetti infiniti colpi della sua spada; ma poi la vecchia madre e altre femine con leimettendo le loro persone per la mia vita tra la sua spada e 'l mio corpofortunosamente mi trassero delle sue mani. E uscito fuori della non già cittàveggendo che per me più niuno soccorso vi si potea porgeremiserabilemente me verso queste parti mi dirizzaie qui nel vostro conspetto mi sono fuggito. E dicovi che il vostro regno è sanza dubbio assalito da gente tanto acerbache non che contro a voima ancora contro i nostri iddii hanno prese armi; e che ciò ch'io ho narrato sia veromanifestevelo il sangue mioil quale per tante ferite potete vedere davanti da voi spandere. Io ho appenafuggendopotuta la mia vita ricuperarela quale omai credo sarà brieve; e le mie feritele quali più tosto medico e riposo che affanno richiedevanomarcite costringono l'anima d'abandonare il misero corpo. E però vi priego che voi v'apparecchiate acciò che i vostri nemicii quali credo che non sieno di qui guari lontanipossiate con più forte fronte ricevere che io non poteie acciò che voi altressì vendichiate le mie feriteacciò che io tosto tra gli altri spiriti possa alzare la testa per la vendicata morte -. E appena finì queste parole con intera voceche davanti al re il corpo sanza anima freddo lasciò.

[11]

Con le mani presenell'aspetto stupefatto stava il re Felice ad ascoltare le fitte parole; ma poi che vide lo spirito del parlante cavaliere avere abandonato il corpo e più non diremutato il natural coloretornò palidoeoppresso nel segreto petto di varie curequasi per greve doglia appena ritenne le lagrime. E non sappiendo che partito prendere del subito annunziomostrandosi vigoroso per rincorare i suoicomandò che al morto corpo fosse data sepoltura; e abandonata la cominciata cacciavolse i passi co' suoi compagni verso le reali case. Alle quali poi che fu giunto sospirandoa' suoi cavalieri comandò che sanza niuno dimoro prendessero l'usate armi; e sollecitamente fatti convocare i vicini popolii quali sotto la sua signoria si costringeanoadunò grandissimo essercito in pochi giorniintendendo di volere obviare gli assalitori del suo regno.

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Poi che questo tutto fu fattoe il giornoil quale segretamente avea proposto di movere col suo essercitofu venutoegli comandò che divoti sacrificii s'apparecchiassero a Marteacciò che la sua deitàla quale verso loro parea indebitamente crucciatasacrificando si mitigasse; e esso personalmente volendo sacrificare acciò che il suo andare prosperamente si dirigesse verso i suoi nemiciandò al sacrato tempio davanti agli altari di Martela cui effigie riguardando per più effettuosamente porgere pietosi prieghivide bagnata di novelle lagrimele quali non poco dubbio gli porsero. Ma poiimaginando che Marte per compassione de' suoi danni avesse lagrimatoalquanto riprese confortoe fatto venire un giovane toro per volerlo sopra i detti altari sacrificaredisse così: - O vera deitàla quale a' nostri danni hai mostrata lagrimando vera compassionericevi i nostri volontarii sacrificiii quali presenzialmente ti facciamoe con lieto viso ne porgi speranza di prosperevole andata -. E dette queste paroleferì lo 'ndomito toroil qualesì tosto come sentì la puntura del freddo coltelloper duolo sì forte si scosseche uscito delle mani di coloro che 'l teneanofuriosamente fuggì verso i marini liti d'occidenteil suo sangue spandendoallungandosie torcendo i passi da quella parte onde i nimicisecondo il falso dettodoveano il reame avere assalito.

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Vedendo questoil re non poté dentro per fortezza d'animo ritenere le lagrimema forte piangendo cominciò a dire: - Ora manifestamente possiamo noi ben vedere l'ira degl'iddii quanto ella verso noi adoperae quanto i fortunosi fati ci si sono incontro rivolti! Oimèche Martelagrimandonon de' preteriti danni ma de' futuri mostra d'aver compassione! Egli e gli altri iddii rifiutano i nostri sacrificiisì come di non degni sacrificatori: e ciò apertamente si vedeché già il toro ferito per mitigar la loro ira è fuggito dinanzi da' loro altari delle nostre manie va dello innocente sangue bagnando il nostro terrenomostrandone manifesti segni della nostra fugala quale infino agli ultimi termini della nostra potenza mostra che si debba con crudele uccisione distendere. Mao sommi iddiise i miseri meritano d'essere da voi in alcuno atto essauditinon ischifate le mie piangenti vociperò checome voi sapeteio non sono quello Dionisioil quale più volte i vostri templi e le vostre imagini privò di corone e d'altri ornamenti degni a' vostri altari. Io già maio Giovenon ti spogliai come costui fecedicendo che la risplendente roba fosse di state grave e di verno freddarivestendoti di comuni drappiutili all'uno tempo e all'altro. Né a teo figliuolo d'Apollofeci mai con tagliente ferro levare la cara barba; né a teo santa Giunonescopersi il santo tempiocome Quinto Fulvio feceper ricoprirne alcuno altro: per le quali cosesì come sacrilegoio e 'l mio popolo meritiamo giusta distruzionema sempre voi e' vostri templi furono da noi onorati. Dunque non consentite che la nostra potenzada voi a' nostri antecessori benignamente concedutacrudelmente sanza cagione si distruggae almeno da quel popoloil quale con nuove armi alla vostra forza s'ingegna di contrastare. E se pure ci è alcuna cagione per la quale la vostra ira giustamente contro a noi si muova la quale o io o 'l mio popolo abbia commessa contro la vostra deitàvenga di grazia sopra me tutto il pondo. Deh! non mi fate men degno di questo dono che voi faceste Camilloil quale i romani per lui molto essaltatiper la sua orazione la quale essaudistemandarono ivi a poco tempo in essilio: avvegna che l'arsa Marmorinae lo sparto sanguee' partiti spiriti de' nostri uomini vi dovrebbono essere stati sofficiente sacrificio a mitigarvi. Sia da voi conceduto adunque che io primapercosso da Antroposrenda lo spirito agl'iddii infernali co' precedenti morti insieme; che io sotto le mie braccia vegga il mio regno annullare -.

[14]

Mentre che il re con lagrime e con sospiri faceva la detta orazionevolgendo alquanto i lagrimosi occhi verso quella parte dalla quale il furioso toro era fuggitovide il toro in uno vicino bosco per difetto di sangue cadutoe sopr'esso esserecome folgore volandodisceso da cielo il divino uccelloe sopr'esso toro per grande spazio essersi pasciutoe appresso quindi levarsi e volare verso quelle parti onde doveano quello giorno prendere il loro cammino i suoi popoli. La qual cosa vedutain se medesimo preso il volo di quello uccello per buono agurioassai più d'allegrezza e di speranza si riempiéche non fece Paulo alla voce di Tarsia quando disse: - Persio è morto -o Lucio Silla quando vide dallato del suo altare cadere il morto serpente ne' campi di Nola. E mutato il lagrimoso aspetto in lietocon alta voce cominciò a dire al suo popolo: - Rallegratevi e prendete debito confortosignoriperò che Giove pietosamente ha mutato consiglio efatto verso noi pietosogli è de' nostri danni incresciutoperò ch'io ho veduto che il sacrificio da noi rifiutato e che delle nostre mani fuggìegli l'ha benignamente accettato: e ciò ci manifesta il suo santo uccelloal quale io vidi il torogià con poca forza rimasoabbattere nel vicino boscoe sopr'esso per lungo spazio si pascélevandosi poiha il suo volo ripresoverso i nostri avversariiquasi mostrandoci che via noi dobbiamo fare. Onde pare che Giove benignamente ricevuto l'abbiapoi che alle nostre schiere ha mandato sì fatto duca. Or dunque cacciate da voi ogni doloree pieni d'allegrezza accendete i fuochi sopra i santi altarie date agl'iddii divoti prieghi per la nostra vittoriae poi sanza niuno indugio i nostri passi verso quella parteonde volò il santo uccellodirizziamoperò che già si manifesta agli occhi la disiderata vendetta dovere pervenire fatta a prosperevole fine -.

[15]

Arsi i fatti fuochi e dissoluti i nebulosi fummi avvolti ne' sacri templile trombe sonarono e i cavalli presti alle fiere battaglieudito il suonocominciarono a fremire; e allora il reacceso di focoso disio per la speranza presa del detto aguriocomandò che le reali bandiere fossero spiegate a' venti e che tutti i suoiabandonandosi a' fortunosi fativerso Marmorina dirizzassero il loro cammino: al quale comandamento le bandiere spiegate e la via presa fu sanza niuna dimoranza. Ma il misero Lelioil quale dell'ultimo giornoa lui ruinosamente apparecchiato dalla fortunae a' suoi compagni simigliantementenon s'accorgevaanzi con solleciti passi si studiava di pervenire a' dolenti fati; e già quattro volte cornuta e altretante tonda s'era mostrata la figliuola di Latona dopo la sua partita da Romala quale egli mai non dovea rivederee camminando s'avea lasciate dietro le bianche spalle d'Appenninoaffrettandosi di pervenire al santo tempioil quale da' suoi occhi non dovea essere vedutoné da alcuno altro de' suoi compagni.

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Entrava il sole nella rosata aurora con lento passoe' torbidi nuvoli occupavano il suo visoper la qual cosa la sua lucecome usato eranon porgea chiara; forse a luiche tutto vedeera già manifesta la fierità del crudel giornoal quale egli s'apparecchiava di dar lume: quando Lelio e la sua compagnia lieti a' loro danni cavalcavano per una profonda vallela quale piena di nebbia molto impediva le loro vistetanto che appena l'uno vicino all'altro si poteano vedere. Era sopra la profonda valle una altissima montagnatanto che parea che trapassando i nuvoli con le stelle si congiugnessela quale dovendo passaregià per la sua ertezza cominciava ad allentare i loro passi. Sopra la detta montagna l'avversario reda loro non conosciutogià era pervenuto con la sua gentee quella notte sopr'essa per più sicurtà del suo essercitosanza scendere al pianos'era attendato. Ma già avendo il sole co' suoi aguti raggi cominciato a dissolvere l'oscure nebbie; il reche sopra l'alta sommità dimoravanella sua mente imaginando i cammini che col suo popolo far doveaficcando gli occhi fra la folta nebbia nel fondo della oscura vallevide la divota gente cavalcare verso di lui; la quale vedutaincontanente dubitandonon altramenti essarse che fa la piombosa pietrala quale uscendo della risonante rombola volae volando imbianca per l'impeti che davanti truova alla sua foga; e con alta voce voltato a' suoi cavalieri gridò: - Venitefranchi campioni e cari amici e fratelliperò che già credo che i nostri nemici ci si manifestano -. E poi alquanto racchetato in se medesimoparlò loro così: - Signorise gli occhi non mi mentonoa me par vederesì come mostrato v'hoparte de' nostri avversarii già essere nella profonda valle appiè del monte e venire verso di noie essisì com'io credo ancora di nostro movimentoné delle nostre armi prese niente sannoné noi ancora qui non hanno potuto vedere per la folta nebbiala quale ancora non è dissoluta. Però a me parrebbe che essi fossero da essere obviati con aspro scontro sanza più dimorareacciò che essiavedendosi prima di noi che noi gli assalissimonon potesseno prendere rimedio a noi nocevolené al loro scampo utile. Io son certo che essi sono infino a questo luogo venuti sanza trovare alcuna resistenzaper la qual cosa io avviso che essi cavalchino sanza alcuna paura dissolutamente; per cheassalendoli subitoli troverebbe l'uomo sanza alcuno argomento e di loro avrebbe o la morte o la vitaqual più gli piacesse: ond'io vi priego che sanza alcuno dimoro vigorosamente sieno da voi assaliticacciando da voi ogni tema. E già vedeste voianzi che noi le nostre case abandonassimoche gl'iddii ne mostrarono segni di riconciliazione e per più certezza di questo ci dierono il santo uccello per vero ducail quale voi vedete che ha i nostri passi dirizzati in quella parteche noi per lo preterito tanto abbiamo disiato. Appressovoi sapete che questi vengono assetati del nostro sanguee per voler nelle nostre interiora bagnare le loro spadesanza ragionevole cagione; e vengono per occupare le nostre casee per mandar noi nelle estravaganti parti del mondo in doloroso essilio. Adunquesì per lo laudevole agurioil quale prospera fine ne dimostròsì per la ragione la quale è nostra perfettamentesì per difendere noi medesimi e le nostre case assalite da nuovi popoliciascuno sì come vigoroso cavaliere debba le sue armi adoperare. Pensate che voi non siete cavalieri usati di perdere le cominciate battagliema continuamente per la vostra maravigliosa fortezza acquistando molte vittoriev'avete per adietro fatto temere. Simigliantemente ancora vi dee porgere molto più ardire veggendo me armato disiderare la vostra salute con la mia insiemeessendo oramai quasi negli anni della mia ultima etàalla quale più tosto riposo che affanno si converrebbe. Or poi che tante ragioni vi deono muovere ad esser disiderosi della vittoriamovetevi in quello agurio che voi l'acquistiate -. E dette queste parolecomandò che le sue insegne scendessero il monte contro a coloro che ancora nella valle dimoravano. Allora i cavalieri gridando dierono segno di gran volontà di combatteree le trombe sonaronoe corni e altri strumenti molti; e cavalieri sanza niuno ordine si mossero così furiosicome tal volta il fiero canetratto della catenasentendo sonare le frondi dell'antico boscoseguendo la preda corre sanza niuno ritegnodiscendendo l'alpestro monte.

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Sì come gli impetuosi fiumii quali dell'alte montagneturbati per la piovuta acquaruinosi impetuosamente caggiono sanza ritegnomenando seco alcuna volta grandissime pietrele quali fanno insieme non minore fracasso che l'acque; così giù per la straripevole montagnasanza tener via o sentiero dirittosi dirupava lo iniquo essercitogoloso dello innocente sanguecon un romore e con una tempesta sì di suoni di corni e di trombe e d'altri crudeli strumenticome del forte strepito dell'armi medesime e de' cavalliche tutta la valle faceano risonare. Giuliameno piena di varie sollecitudinisentendo il romore prima s'avvide della iniqua gente; la qualevedendoli sì tempestosamente veniretemendo come la timida cerva davanti al leone divennee tornata fredda come i bianchi marmia Lelio temorosamente s'accostòe con rotta voce cominciò a dire: - O Lelioove è fuggito il tuo lungo provedimento? Or non vedi tu quella gente armata che sì furiosamente verso noi discende dell'alto monte? Che gente può ella essere? Come non provedi tu al necessario rimedio orase elli vengono per offenderci? -. A queste voci alzò Lelio gli occhi e guardossi davantie vide il maladetto popolo ancora assai lontanoma non tanto che fuga avesse potuto sé e' suoi compagni trarre delle mani degli avversariiond'egli alquanto pavido nella menterivolto alla sua compagna disse: - Non dubitarefatti sicura che questi non cercano noi - tenendo con forte viso nascosa la creata paura; e poi fra sé cominciò a pensaredicendo: "Certo costoro scendono sì furiosi per prenderci al varco della montagnae vogliono di noi l'una delle due cose: o essi vogliono farsi del nostro avere posseditori privandone noio elli vengonosì come ribelli della nostra leggeper privarci di vitaessendosi già loro in alcuno atto manifestata la nostra condizione. E a dire che di qui noi fuggendo volessimo scamparequesto è impossibileperò che i loro cavallifreschi e possentiassai tosto sopragiugnerebbono i nostriaffannati; e il volere loro con l'arme resisterenoi siamo picciola quantità a sì gran moltitudine. Dunque solamente aspettare la lor pietàmisericordia chiamandoè il miglioreacciò che fuggendo noi non incrudeliamo più gli animi; la quale s'elli la concedonoavanzeremo con Dio il nostro camminoe se nonelle nostre bracciasperando in Diorimanga l'ultima parte della nostra salute".

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Già tutti i compagni di Lelio e altri giovani moltigiunti per loro scampo in loro compagniadisiderosi di pervenire a quel medesimo tempio ove costoro andavanocominciavano fra loro a mormorare per la veduta gentee quasi ciascuno dubitava di muoverne verso Lelio alcuna parolavedendolo forse nel sopradetto pensiero occupatoquando Leliosentito il loro mormorio e veduta la loro dubitanzasi voltò verso essi con pietoso aspettocosì parlando:

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- O nobilissimi giovani e cari amici e compagnii quali avete infino a questo luogo seguiti i miei passifaccendo di me duca e principale capo di tutti voinon per doverema essendone perfetto amore mediante cagionea' miei orecchi sono pervenute le tacite parolele quali tra voi della non conosciuta genteche a' nostri occhi giù per lo monte discendere si manifestaavete dette. Onde ioessendo stato ne' prosperevoli passi lieto conducitorene' dubbiosi non sosterròin quanto piacere vi siad'essere per alcun altro condotto; maprendendo in questo caso luogo di franco e vero ducaprima il mio avviso vi narreròpoi i miei passi secondo il vostro consiglio perseguirò. Quando prima agli occhi mieiper le parole di Giuliaquesta gente che noi veggiamo corseincontanentepensando il luogo ove noi siamodue pensieri nella mente mi vennero: l'uno de' quali fu che costoroforse indigenti delle mondane ricchezzeveggendo il nostro arnese moltoo forse avendone manifesta indettasi mossero e vengono per volercene del tutto privare. La qual cosa se così avviene che sianiuna resistenza se ne faccia loro a lasciarlo prenderema liberamente di piano patto sia tutto loro donatoperò chelodato sia Colui che di questo e degli altri beni è donatorele nostre case sono a Roma copiose di molto oroe però questo forse a loro fia molto e a noi poco sarebbe. L'altro pensiero fu questoil quale molto più che 'l primo mi spaventache io dubito molto che costoro non rechino nelle loro mani la nostra morteperò che noi dimoriamo in quelle parti nelle quali ha più persecutori della nostra novella e santa leggeche quasi in niuna altra del mondo; e ancora me ne accerta più il vedere il modo per lo quale elli discendono a noiché voi vedete che essi vengono con grandissime bandiere spiegatee con terribile romoreil quale andare non suole esser de' predoni. E però a questo ultimopiù che al primo pensando nella mia mente ogni via essaminatae niuna utile per noi ci trovoperò checome voi vedeteil voler fuggire niuna cosa sarebbese non accendere gli animi loro in maggiore irae forse dare loro materia d'offendercidove essi non l'avessero; e poi che noi volessimo pur fuggiremanifesta cosa è che non ci è il dovese non nelle loro bracciaperò che d'alte montagne d'ogni parte in questa valle ci veggiamo racchiusi. E il volere con le nostre armi resistere alla loro potenzanoi siamo picciolo popolo a rispetto di loro; e però a me pare che qui sieno da aspettare. E convocata la loro misericordiase essi si muovono a pietà di noiringraziando Iddioil nostro cammino meneremo a perfezionee se noncon le nostre braccia vigorosamente aiutandoci difenderemoe vendicheremo le nostre mortile quali Giove per lungo tempo cessi da noi -.

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Mentre Lelio le sue pietose parole porgeva a' cari compagniciascunoportando a se medesimo e a lui compassioneamaramente piangea. Alcuni piangeano dicendo: - Oimèvecchio padreche vita sarà la tua dopo la mia mortes'egli avviene ch'io muoiail quale ora cresciuto dovea essere bastone che la tua vecchiezza sostenesse -. Altri piangeano i piccioli figliuoli rimasi a Roma con la giovane donnaramaricandosi del loro infortunio; e altri i cari fratellie l'abandonate ricchezze per seguire Lelio. E tutti generalmente piangeano la cara compagnia e amistà tra loro e Lelio sì dolcemente congiuntache in così brieve tempo mostrava di doversi sì amaramente partire. Ma non dopo molto spazio per li conforti di Lelioil quale diceva loro: - O vigorosi giovaniove sono fuggiti i vostri animi virili? Voi spandete per picciola paura amare lagrimecome se voi foste femine. Evvi sì tosto partita della memoria l'aspra morte che Catone sostenne in Utica con forte animovolendo più tosto morir libero che vivere servo de' suoi nemicidando insiememente essemplo a' suoi di sostenere ogni gravoso affanno per la cara libertà? Or che fareste voi se io facessi il simigliante? Credo che vie più lagrimereste. Cacciate queste lagrime da voie non dubitate de' vecchi padriné delle giovani donnené de' piccioli figliuoliné ancora dell'abondanti ricchezzele quali voi avete abandonate in servigio di Colui che ve le donòperò che essi tutti nacquero alla sua speranza e non alla vostrae Egli tutti a buon fine gli recherà. E non è gran fatto se in servigio di così largo donatore di grazie si pone alcuna volta il mortal corpo -; abandonate le lagrimesi deliberarono al consiglio di Leliorispondendogli che lui per duca e per signore continuamente aveano tenuto e teneanoe piacea loro per inanzi di tenerloe che in questo accidente e in ogni altro essi ad ogni suo piacere erano disposti di metterlo con lui insieme in essecuzioneofferendosi di seguirlo infino alla morte. Allora Lelio di tanto onore reverentemente gli ringraziò e comandò che ciascuno prendesse le sue armi e apprestassesi di resistere a' nemicifaccendo di loro tre schiere. E la primanella quale egli mise quelli giovani nelle cui forze più si confidavafece guidare ad un giovane romanoil quale si chiamava Sesto Fulvionobilissimo e ardito. La secondanella quale erano quasi tutti quelli che a loro per lo cammino s'erano accostati per compagniafece menare ad un giovane della sua terraOstaziosommo poetanominato Artifilovaloroso e possente molto. La terzanella quale la maggior parte della sua poca gente riservòdiede a conducere a Sculpizio Gaiosuo caro compagno e parentesé di tutte faccendo capitano e correggitore; e poi che così gli ebbe ordinatiparlò così verso loro:

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- Cari signori e compagnicom'io davanti vi ragionaiquesti che noi veggiamo verso di noi venire con tanta furiaa noi è di lor venuta la cagione occulta. Ma tanto mi par bene che essi sono iniqua gente e ribelli alla nostra leggepresumendo il luogo ove trovati gli abbiamo. E essendo tal genteper niuna altra cagione si dee credere che elli s'affrettino tanto di venire a noise non per privarci di vita avanti che per noi niuno scampo si possa prendere. Onde se questo avvienese essi in noi le lor mani voglion crudelmente distenderevoi non siete uomini i quali siate usi di contaminare la vostra fama etterna per viltàma continuamente nel preterito tempo voi e' vostri predecessori avete poste l'anime e' corpi per etternale onore. E che questo sia verola inestinguibile memoria de' nostri antichi cel manifesta. Ahiquanto dovrebbe crescere il vostro vigore ogni ora che la gran fortezza d'Orazio Codico vi torna a mente! Il qualecome voi sapeteal tempo che' trusciani entrati in Roma con grandissime forzegià essendo per prendere il ponte Sublicio e per passare nell'altra parte della cittàandato sopr'essoritenne la loro potenza con aspri combattimenti infino che 'l forte ponte gli fu dietro tagliatoe la città per lo tagliamento liberata. E similemente Marco Marcelloil quale assalì i Galli con minor popolo che voi non sietee tanto con la sua forza operòche avuta di loro vittoria e morto il loro resacrificò le sue armi a Giove Feretrio. E simigliantemente quello che fece Publio Crasso per non essere suggetto ad Aristonico. Oh quanti e quali essempli de' nostri antichi si potrebbono porre! E tutti non tanto per sé quanto per la republica sostennero gravosi affanni e pericoli. Or adunque noiche qui per la salute di noi medesimi e per l'onore di tutti siamo a sì stretto partitoche dobbiamo fare? Certo più vigorosamente combattereanzi che noiche già molti servi francammodivegnamo servi degli iniqui barbari o siamo da loro vilmente uccisi. Ma però che io vi conosco tutti vigorosi giovani e forti combattentiporto nelle vostre destre mani grandissima speranza di vittoriaaiutandoci la fortunae in me molto me ne conforto. Ma se pure avvenisse che gli avversarii fati portassero invidia alle nostre forzenon vi lasciate almeno uccidere sì come fanno le timide pecore a' fieri lupisanza alcuna difesama fate che essi abbiano la vittoria piangendo. E nondimeno vi torni alla memoria che voi in questo luogo contro a costoro siete in luogo di campioni e forti difenditori della legge del figliuolo di Gioveil quale per trarre noi dell'impie mani di Plutonelle quali il primo nostro padre disubidendo miseramente ci misesapete quanto fosse obbrobriosa e crudele la morte che egli sostenne! Dunque non pare ingiusta cosa se noi pogniamo in essaltamento della sua legge e per la salute di noi medesimi i nostri corpii quali s'avviene che muoianoper la presente morte meriteranno perdono e etterna fama; e rimesseci le preterite offesecon ciò sia cosa che niuno viva sanza peccarele nostre anime viveranno in etternoe ancora le nostre ceneri saranno con divozione visitatecome visitavamo il santo tempio: al quale ancora spero che lietamente e tosto perverremo. E però ciascuno si porti vigorosamente -.

[22]

Giuliala quale dolente ascoltava le parole del suo compagnoincominciò sì forte a dolersi e a fare sì grande il piantoche niunoper durezza di cuorevedendolas'avrebbe potuto tenere di non fare il simigliante; e parlava così a Lelio: - Oimèdolce signor mioquesto non è lo 'ntendimento per lo quale noi abandonammo le nostre case. Noi ci partimmo divotamente per pervenire a' santi templi del benedetto Iddioposti in su li estremi liti d'occidente: e tu ora pare che voglia con arme commuovere nuove battaglie. Deh! or pensa se a' pellegrini sta bene così fatto mestiero! Certo no. Deh! almeno perché t'affretti tu così di combattere? Che sai tu chi costoro si sieno? Non credi tu che le diverse nazioni del mondo abbiano fra sé altre nimistà che quelle dei romani? Io dubito fortee è da dubitareche essi veggendo armati te e' tuoi compagniforse credano che voi siate quelli nimici che essi vanno cercandoe per questo avranno cagione di cominciare la forse non pensata battagliae avranno ragione. Lascia adunque questa volontà per mio consiglioe pon giù le prese armitu e' tuoi compagni! E se tu disarmato temi le loro lancechi credi tu che sia tanto crudele e sì vileche andasse armato a ferire i disarmati? Certo non alcuno. E tu simigliantemente per adietro co' tuoi prieghi solevi atutare l'acerbe volontà della romana giovanagliasuperba per troppo bene non conquistato da loroe non ti fidi con le tue parole amollare l'ira di costoro se sopra te adirati venissero! Forse tu imagini di non essere ascoltato da loro: or credi tu che questi sieno nati delle dure querce o delle alpestre rocceche essi non abbiano pietàné che essi non ascoltino le tue parolele quali sì tosto come l'udiranno piene di soavitàcosì daranno incontanente luogo alla nostra via? Deh! non ti recare a volere la forza del tuo piccolo popolo sperimentare con così grande essercitoch'egli è fortuna e non ragionequando di così fatte imprese si riesce a prosperevole fine. Non vedi tu che i tuoi compagni volentieri sanza prendere armi si sarebbono statiperché conoscono il pericolose a te non l'avessero vedute pigliare? Ma tuprendendolene se' loro stata cagione. E se tu pur dubiti della crudeltà di coloromolto meglio è a fuggirci mentre che noi possiamo che voler combattere con loro. Vedi che le vicine montagne sono piene di folti boschi e di nascosi vallonine' quali noi ci potremo assai bene nasconderechi in una parte e chi in un'altra. Deh! non aspettiamo più le punte di quelli ferrii qualiveggendoligià mi porgono mortal paura. Andiamoincominciamo la salutevole fugaalla quale non nocerà la non dissoluta nebbia che fa questa valle oscura. Niuno nimico dee più volere del suo avversario che vederlosi fuggire davantimostrando di temere la sua potenza. Però s'elli vengono per offenderci essi saranno contenti di vederci fuggireeridendo fra lororiterranno i correnti cavallifaccendosi beffe di noi: le cui beffe noi non curiamosolamente che noi scampiamo delle loro mani. Poise licito non c'è d'andar più avantitornianci inanzi a Roma che noi vogliamo morire e non sapere comeperò che ciascuno è per divino comandamento tenuto di servare la sua vita il più che puote. E siati ancora manifesto che ogni cavaliere non è della volontà del signorené così fiero. Questiquando alquanto ci avranno cacciatilasciandoci andarevolontieri si riposerannoe trovando le nostre ricchezze le quali sono assaiintenderanno a prenderle: e in quello spazio concedendolo Iddioin alcuna parte ci potremo salvare. Deh! faLelioche in questa parte sia il mio consiglio udito e servato da voie non guardare per che feminile siache tal volta le femine li porgono migliori che quelli che subitamente sono presi dall'uomo. Sia questa la prima e ultima grazia a me in questo viaggionel quale alcun'altra domandata non te n'ho -. Queste parole e molte altre piangendo Giulia fortemente dicevaabbracciando sovente Lelio e rompendogli le parole in bocca; alla quale Lelioascoltato un pezzorispose così:

[23]

- Giuliaqueste non sono le parole le quali a Roma nella nostra casa mi diceviquando di grazia mi chiedesti di volere venire meco nel presente viaggio. Ov'è il tuo virile ardire così tosto fuggito? Tu dicevi che più vigorosamente sosterresti ne' bisogni l'armi e gli affanni che la vigorosa moglie di Mitridatee io avea intendimento d'aggiugnerti al numero de' miei cavalieri con l'armi indossose non fosse il creato frutto che tu nascondi in te. E tu ora solamente nella veduta d'uomini de' quali noi dubitiamoe ancora di loro condizione non siamo certiné sappiamo se sono amici o nimicivuoglinon sappiendo per chepigliare la fuga? In questo atto non risomigli tu Cesareil tuo antico avoloil quale ardire e prodezza ebbe più che alcun altro romano avesse mai. Oracara compagnanon dubitaree renditi sicura che niuno utile consiglio per noi è che nelle nostre menti non sia molte volte stato ricercato e essaminatoe niuno più utile che quello ch'è preso ne troviamo per la nostra salute. E credi che Iddio non vuole che i suoi regni vilmente operando s'acquistinoma virtuosamente affannando: e però tacitie nelle nostre virtù come noi medesimi ti confida -.

[24]

Udendo Giulia Lelio esser pur fermo nel suo propositopiù amaramente piangendo gli si gittò al collodicendo: - Poi che al mio consiglio non ti vuoi attenerené mi vuoi far lieta della dimandata graziafammene un'altrala quale sia ultima a me di tutte quelle che fatte m'hai. Fa almeno che quando le tue schiere affrontate co' non conosciuti nimici sarannoche quando tu vedrai quel crudele cavalierequal che egli si siache verso te dirizzerà l'aguta lanciaio miserasì come tuo scudoriceva il primo colpoacciò che agli occhi miei non si manifesti poi alcuno che disideri d'offenderti. Questa mi fia grandissima graziaperò che un colpo terminerà infiniti dolori. Oimè sconsolata! Or s'egli avvenisse che io sanza te mi trovassi vivaqual dolorequale angoscia fu mai per alcuna misera sentita sì noiosache alla mia si potesse assimigliare? E quello che più mi recherebbe pena sarebbe il voler morire e non potere. Ma certo io pur potreiperò che se questo avvenisseio sanza alcuno indugioin quella maniera che Tisbe seguì il suo misero Piramocosì la mia animacacciata del misero corpo con aguto coltelloseguirebbe la tua ovunque ella andasse. Ma concedimi questa ultima graziaacciò che tu privi di molta tristizia la poca vita corporale che m'è serbata: e iola quale spero d'andare ne' santi regni di Gioveti farò fare presto degno luogo alla tua virtù -. Mentre costei così pietosamente piangendo parlavaavendo a Lelio quasi tutto bagnato il viso delle sue lagrimeil suo cuore per greve dolore temendo di morirechiamate a sé tutte l'esteriori forzelasciò costei in braccio a Lelio semivivaquasi tutta fredda. E Lelio che lagrimando la volea confortarevedendo questosceso del suo cavalloe presala nelle sue bracciala ne portò in un campo quivi vicinonel quale fatto distendere alcun tappetolei a giacere vi pose susoe raccomandatala ad alquante damigelle di leiprestamente risalito a cavallotornò a' suoi compagni. OimèLelioor dove lasci tu la tua cara Giuliala quale tu mai non dei rivedere? Deh! quanto Amore si portò tra voi villanamenteavendovi tenuti insieme con la sua virtù tanto tempo caramente congiunti! e ora nell'ultimo partimento non consentire che voi v'aveste insieme baciatio almeno salutati! Tu vaiLelioal tuo pericolo correndoe lei semiviva abandoni ne' suoi danni. Oh! quanto le fia gravoso il ritornare in sé gli spiritii quali vagabundi pare che vadano per lo vicino aerepiù che se mai non ritornasseroperò che con minor doglia le parrebbe essere passata.

[25]

A' quali compagni ritornatoLelio li trovò per le predette parole sì animosi della battaglia chepoco più che fosse dimoratogli avrebbe trovati mossi per andare verso i loro nimici. Ma poi che egli con alcuna dolce paroletta gli ebbe alquanto raffrenaticomandò a un santo uomoil quale menato aveano con seco per tal volta sacrificare a Gioveche egli prestamente gli rendesse degni sacrificii; e questo fattodavanti alle sue schieresì alto che tutti potevano vederevoltato a' suoi compagnigli pregò che divotamente pregassero Giove per la loro salute. E cosìsanza discendere de' loro cavalliin atto reverente tutti divotamente cominciarono a pregare; e Leliodavanti a tuttidicea così: - O sommo Giovegrazioso Signoreper la cui virtù con perpetua ragione si governa l'universose tu per alcuni prieghi ti pieghiriguarda a noie nel presente bisogno ne porgi il tuo aiuto. Noi solamente in te speriamoi quali disiderosi dimoriamo nel santo viaggio del tuo caro fratello. E come tua cui niuna cosa si nascondevedinoi ci apparecchiamo di muovere nuove battaglie a strani popolie non per ampliare le nostre ricchezze o il mondano onorema solamente perché la tua santa legge per negligenza di noi non si occulti sotto la falsa volontà di questa gentela quale veramente credo che del tutto le siano ribelli. Adunque prima il tuo aiuto ci porgisanza il quale indarno s'affatica ciascuno operantee appresso alcun manifesto segno dalla tua somma sedia ne dimostrail quale le nostre speranze conforti e i nostri cuori sempre ne' tuoi servigi. E in questo ne dimostra il tuo piacereacciò che noicredendoci bene adoperarenon bagnassimo le nostre mani in innocente sangueosanza doverenel nocente -. Appena ebbe finita Lelio la sua orazioneche sopra lui e i suoi cavalieri apparve una nuvoletta tanto lucente che appena poteano con li loro occhi sostenere tanta luce; della quale una voce uscìe disse: - Sicuramente e sanza dubbio combatteteche io sarò sempre appresso di voi aiutandovi vendicare le vostre morti; e sanza alcuna ammirazione le presenti parole ascoltateche tal volta conviene che 'l sangue d'uno uomo giusto per salvamento di tutto un popolo si spanda. Voi sarete oggi tutti meco nel vero tempio di Colui il cui voi andate a vederee quivi le corone apparecchiate alla vostra vittoria vi donerò -. E questo dettocome subita vennecosì subitamente sparve. Allora Lelio co' suoilietisi dirizzaronoringraziando la divina potenzaeriprese le loro armis'apparecchiarono di resistere a' loro nimicii quali con grandissimo romore già s'appressavano a loro.

[26]

Non credo che ancora i giovani compagni di Lelio avesseno riprese nelle destre mani le loro lanceripieni per le parole di Lelio di vigoroso ardiredisideranti di combattere con la non conosciuta gentequando a loro si scontrò molto vicinotanto che i dardi di ciascuna parte poteronoessendo gittatiferire i suoi avversariiil nimico essercito. Gli aguti raggi del soleil quale avea già dissolute le noiose nebbiegli lasciava insieme apertamente vederee quelli che fidandosi della loro moltitudine erano discesi del monte sanza alcuno ordinecredendo i loro avversarii trovare improvvisivedendogli armati e con aguzzata schierasuperbi nell'aspettoaspettarli fermatidubitarono di correre alla mortale battaglia così subiti. I divoti giovani stavano feroci avendo già dannata la loro vitasicuri della battagliae impalmatasi la morte anzi che cominciare vilissima fuga; e niuno romore avverso rimosse le menti apparecchiate a grandi cose. Lelio allora davanti a tutti i suoicon dovuto ordinea piccolo passo mosse la prima schierala quale Sesto Fulvio guidavae con aperto segno manifestò all'altre che sanza bisogno non li seguissero. E già innumerabile quantità di saette e di tremanti dardi erano sopra i romani giovani discesegittate dagli archi di Partia dalle arabe bracciaquando Lelionell'animo acceso di maravigliosa virtùmosso il potente cavallodirizzò il chiaro ferro della sua lancia verso un grandissimo cavaliereil quale per aspetto parea guidatore e maestro di tutti gli altrial quale niuna arme fu difesama morto cadde del gran destriere. Questi portò prima novelle della iniqua operazione commessa da Pluto a' fiumi di Stige; questi prima bagnò del suo sangue il mal cercato piano e li romani ferri. Sestoche appresso Lelio correndo cavalcavaferendone un altrodiede compagnia alla misera anima. E i valorosi giovani seguendo i loro capitaniniuno ve n'ebbe che peggiore principio facesse di Lelioma tutti valorosamente combattendoabbattuti i loro scontricavalcarono avanti. E già aveano la maggior parte di loroper difetto delle rotte lancetratte fuori le forbite spadele quali percosse da' chiari raggi del soleriflettendo minacciavano i sopravegnenti nimici. Niuno risparmiava la volonterosa forzama tutti sanza alcuna paura combatteano con la vile moltitudine. Lelio e Sestoi quali avanti procedeanocombatteano virilmente con due grandissimi barbarii quali forti e resistenti trovarono. E mentre l'aspra pugna duravala moltitudine della iniqua gente abondante premeva tanto i romaniche quasi costretti da vera forza oltre al loro volere rinculavano. Lelioil quale avea già abbattuto il suo avversariorivolto verso i suoili vide alquanto tirarsi indietro: allora volto la testa del suo cavallocon ritondo corso gli circuìdicendo loro: - L'ora della vostra virtù disiderata è presente: spandete le vostre forze. Alla vostra salute non manca altro che l'opera de' ferri aiutata dalle vostre braccia: qualunque disidera di rivedere l'abandonata patriae' cari padrie' figliuolie la mogliee i lasciati amicicon la spada gli domandi. Iddio ha poste tutte queste cose nel mezzo della battaglia. La migliore cagione ci dee porgere speranza di vittoriae la nostra vittoria ha bisogno di pochi combattitoriperò che la gran quantità de' nemici impediranno se medesimi ristretti nel picciolo campo. Imaginate che qui davanti a voi dimorino li vostri padrie le vostre madrie' vostri figliuoli piccolini e ginocchioni lagrimando vi prieghino che voi adoperiate sì l'armeche voi vi rendiate a loro medesimi vincitori; sì che voi poi narrando loro i corsi pericolipaurosi e lieti gli facciate in una medesima ora -. Le parole di Lelioparlante cose pietoseinfiammarono i non freddi petti de' romani giovani: essi sospinsero avanti la sostenuta battagliauccidendo non picciola quantità della canina gente. Scurmenidepotentissimo barbarogia riguardando la gente del suo signore per picciola quantità di combattenti invilita voltarsi verso le sue insegne; come stimolo de' suoi e rabbia dell'empio popoloper tema che 'l cominciato male non periscada alcuna parte si parò davanti a' paurosi cavalierie mirando verso loro conobbe quali coltelli erano stati poco adoperatie quali mani tremavano premendo la spadae chi avea le lance lente e chi le dispiegavae chi combatte bene e chi no; e questo vedutoparlò così: - Ahi! vilissimo popolazzoove torni tu? Con quale merito di guiderdone rivolgi tu i tuoi passi verso le guardate bandiere? Certo la mia spada taglierà qualunque arditamente non combatterà co' nimici -. Le spente fiamme de' barbari cuori alquanto per le parole di costui si ravvivarono; e voltarono i visi. Scurmenide accende i furori con le sue voci: elli dava i ferri alle mani di coloro che gli aveano perdutie gridava che i contrarii volti sanza alcuna pietà sieno uccisi. Egli promuove e fa andare inanzi i suoie coloro che si cessano sollicita con la battitura della rivolta astae si diletta di veder bagnare i freddi ferri nell'innocente sangue. Grandissima oscurità di mali vi nascee tagliamenti e piantia similitudine di squarciata nube quando Giove gitta le sue folgori: l'armi sonano per lo peso de' cadenti colpile spade sono rotte dalle spade. Sesto co' suoi non possono più sostenereperò che la piccola quantità era tornata a minor numero d'uomini. Lelioche i casi della battaglia tutti provede con sollicita curacon altissima voce e con manifesti atti provoca la seconda schiera alla battaglia. Artifiloche lungo spazio avea sostenuto il disio della battagliamuove sé e' suoi con dovuto ordinee volonterosi sottentrano a' gravi pesi della battaglia. E nel primo scontro si dirizzò Artifilo verso il crudele Scurmenidee mettendo l'aguta lancia nelle sue interiorasopra il polveroso campo l'abbatté morto. Molti n'uccisero nella loro venuta i nuovi schierati condotti da Artifiloma di loro furono simigliantemente molti morti. Artifiloperduta la lanciaportava nelle sue mani una tagliente accettae sostenendo il sinistro corno della battaglia andava uccidendo tutti coloro che davanti gli si paravano; e Lelio e Sesto nel destro corno della battaglia combattevano. Uno ardito araboil quale Menaab si chiamavaveduto il crudo scempio che Artifilo del barbarico popolo faceva con la nuova armetemendo i colpi suoiprese un arcoe di lontano l'avvisò sotto il braccio nell'alzare ch'egli facea dell'accettae quivi feritolo con una velenosa saetta il credette aver morto. Ma Artifilosentito il colpoquasi come se niuna doglia sentissecon la propia mano trasse la saetta delle sue carni. E ripresa l'accettadirizzata la testa del suo cavallo verso colui che già s'era apparecchiato di gittar l'altrasopragiuntologli diede sì gran colpo sopra la testa che in due parti gliele divise. Quivi fu egli da molti de' nemici intorniatoe il possente cavallo gli fu morto sotto: sopra 'l qualepoi che morto caddedritto si levò difendendosi vigorosamente. La furiosa gente premeva tutta adosso a lui: egli uccideva qualunque nimico gli s'appressava. E già n'avea tanti uccisi dintorno a sé chequanto la sua accetta era lungaper tanto spazio dintorno a sé avea di corpi morti ragguagliata l'altezza del suo cavallo; e il taglio della sua arme era perdutoma in luogo di tagliarerompeva e ammaccava le dure ossa degli aspri combattitori. Infinite saette e lance sanza numero ferivano sopra Artifilo: il suo forte elmo era in molti pezzi diviso; e già era più carico di saettefitte per lo forte dossoche delle sue armi. Niuno era che a lui s'ardisse ad appressare; ma eglisopra i corpi morti andandos'appressava a' suoi nimici uccidendolie difendendo sé e chiamando i cari compagni che 'l soccorressero. Veggendo questoTarpelionipote del crudele retrattosi avanti tra' suoi cavalierilui ferì con una grossa lancia nel pettoe egligià debole per lo mancato sanguecadde in terradove da' compagni di Tarpelio fu morto sanza niuno dimoro. Lelioche avea gli occhi volti in quella parte e molto si maravigliava della grande virtù di Artifiloquando vide questo non poté ritenere le lagrimema sotto l'elmo chetamente bagnò per pietà il suo viso; e abandonato Sestocorse in quella parte ove ancora alquanti de' compagni d'Artifilo rimasi vivi combattevano vigorosamenteingegnandosi di vendicare la morte del loro capitano. E quivi con la sua forza lungamente sostenne i pochi compagni. Ma poi ch'egli vide Sestorimaso quasi soloin molte parti del corpo feritocombatteree sé male accompagnatotirato indietro per convenevole modomosse la terza schiera di Sculpizio Gaioloro ultimo soccorso; alla quale Sesto e quelli che erano per la battaglia pochi rimasi delle due schiere primetutti s'accostaronoe rincominciarono sì forte la sventurata battagliache alcuna volta prima non v'era stata tale. E ben che i resistenti fossero moltila loro moltitudine nel piccolo luogo noceaperò che l'uno impediva la spada dell'altro per istrettezza: onde Sesto e Sculpizioi quali avanti agli altri vigorosamente combattevano con li loro pochi cavalieriper forzauccidendogligli fecero rinculare e fuggire in campi ancora non bagnati d'alcun sangue. Il reche della montagna era disceso con fresca schieravedendo questoalquanto raffreddò l'ardente disioe dubitando mosse i suoi cavalierie li terribili suoni de' battagliereschi strumenti fecero di nuovo tremare i secchi campi. E tanta polvere coperse l'aria con la sua nebbia per la furia de' correnti cavalliquanta ne manda il vento di Trazia nella soluta terra. E poi che la superba e nuova compagnia de' cavalieri sopravenne adosso agli stanchi combattitorila dubbiosa vittoria manifestò il suo posseditoreperò che non fu licito a' cavalieri di Lelio d'andare adosso a' nimicisì furono subitamente intorniati da lungi e da presso con le piegate e con le diritte lance. La piova delle saette mandate dagli africani braccie le gittate lance aveano coperta la luce alla picciola schiera de' romani; ella si raccolse in piccola ritonditàtanto che quelli i quali per le sopravegnenti saettesanza potere fare alcuna difesamorivanorimaneano rittii loro corpi sostenuti dagli stretti compagni. Sculpizioil quale non avea ancora le sue forze provatefu il primo che partito dalla ritonda schiera uscì correndo verso il reil quale s'apparecchiava d'affrettare la loro mortee ferillo sì vigorosamente sopra l'elmo che il re cadde a terra del gran cavallo quasi storditoma per lo buon soccorso de' suoi tosto fu rilevato. Lelio e Sesto rincominciarono la battagliafaccendosi con le loro spade fare amplissimo luogo. Ma Sesto fortunosamente correndo tra' nimici fu intorniato da loroe mortogli il suo cavallo sottoe caduto in mezzo il campoanzi che eglidebilesi potesse rilevare fu miserabilmente ucciso. Lelioil quale la sua morte videpieno di grave dolore conobbe bene il piacer di Dio; e ricordandosi dello annunzio fatto loroche tal volta conveniva che uno morisse per salvamento di tutto il popolodisse così: - O sommo Giovee tu beato Iddioi cui templi io visitare credeapoi che a voi è piaciuto che i nostri passi più avanti che questo luogo non si distendanoio non intendo di volereco' pochi compagni i quali rimasi mi sonoper fuga abandonare l'anime di quelli che davanti agli occhi miei giacciono morti. Io vi priego che le loro anime riceviate e la miain luogo di degno sacrificiose vostro piacere è -. E dette queste parolecorse sopra un cavaliereil quale volea spogliare le pertugiate armadure a Sestoe lui ferì sì forte sopra il sinistro omero con la sua spadache gli mandò il sinistro braccio con tutto lo scudo in terrae quelli cadde morto sopra Sesto. Egli incominciò a fare sì maravigliose coseche nullo ve n'avea che non se ne maravigliasse; e Sculpizio non si portava male. E' pochi compagni ricominciarono più aspramente a mostrare le loro forze che non aveano fatto davantima poco poterono durare. Il reche d'ira ardeva tutto dentrovedendo Lelio sì maravigliosamente combattere e aver già perdute per li molti colpi la maggior parte delle sue armiquanto poté gli si fece vicinoe gittatagli una lancia il ferì nella golae lui cacciò morto in terra del debole cavallo. Sculpiziovedendo questocorse con la sua spada in mano per ferire il re e per vendicare la crudele morte del suo amicoma un cavaliereil quale si chiamava Favenziosi parò davanti al colpoal quale la spada scesa sopra il chiaro cappello d'acciaiotagliandololui fendé quasi infino a' denti; ma volendo ritrarre a sé la spada per ricoverare il secondo colponon la poté riavere. Ond'egliassalito di dietrofu da' nimici crudelmente ucciso. Nel campo non era più alcuno rimaso de' miseri compagnianzi sanza niuno combattimento più rimase il re Felice vittorioso nel misero campofaccendo cercare se la misera fortuna n'avesse alcuno riposto con cheto nascondimento tra' suoi medesimi. Ma poi che alcuno non ve ne fu vivo trovatoegli comandò che il suo campo fosse quivi fermato quella notte; poial nuovo giornoprocederebbero.

[27]

Vedendo il re che i fortunosi casi aveano conceduta la vittoria alle sue armiin se medesimo molto si rallegrò. Poi andando verso le tese trabacche guardando con torto occhio i sanguinosi campivide grandissima quantità de' suoi cavalieri giacer morti dintorno a pochi romani. E ben che l'allegrezza della dolente vittoria gli fosse al principio moltacertovedendo questoella si cambiò in amare lagrimeimaginando l'aspetto de' suoi cavalierii quali tutti sanguinosi giaceano morti al campoe udendo le dolenti voci e 'l triste pianto che i suoi medesimi feriti faceano per lo campo. Egli diede a' suoi cavalieri libero albìtrio che le ricchezze rimase nel misero campo fossero da loro rubatee che ciò che ciascun si desse fosse suo; la qual cosa in brieve spazio fu fatta. Elli disarmarono tutti i romani con presta manoe non ne trovarono alcuno che intorno a sé non avesse grandissima quantità di nimici morti né che non fosse passato di cento punte. E i miseri cavalierii quali questo andavano faccendoaveano perduta la conoscenza de' loro padri e fratelli e compagni che morti giacevanoper la polvere mescolata col sangue sopra i loro visi; ma poi che essinettandoli co' propii panni per riconoscerlive n'ebbero ritrovati moltie tutti i più valorosiil pianto e 'l romore cominciò sì grandeche il re si credette da capo essere assalitoe con fatica racchetò i loro piantiricogliendoli dentro ne' chiusi campi.

[28]

O misera fortunaquanto sono i tuoi movimenti varii e fallaci nelle mondane cose! Ove è ora il grande onore che tu concedesti a Lelio quando prescritto fu all'ordine militare? Ove sono i molti tesori che tu con ampia mano gli avevi dati? Ove la gran famiglia? Ove i molti amici? Tu gli hai con subito giramento tolte tutte queste cosee il suo corpo sanza sepoltura giace morto negli strani campi. Almeno gli avessi tu concedute le romane lagrimee le tremanti dita del vecchio padre gli avessero chiusi i morienti occhie l'ultimo onore della sepoltura gli avesse potuto fare!

[29]

Avea giànel brieve giornoPeanche nell'ultima parte della guizzante coda d'Almateanutrice dell'alto Giovedimoravatrapassato il meridiano cerchioe con più studioso passo cercava l'onde di Speriaquando Giulia misera dintorno a séritornate le forze nel palido corposentì piangere le dolenti compagneche già i loro danni aveano veduti; alle cui voci subitamente levatasi disse: - Oimè miseraqual è la cagione del vostro pianto? -. E riguardandosi dintorno non vide il caro maritonelle cui braccia avea perdute le forze degli esteriori spiriti. Alloranon potendo tenere le triste lagrimedisse: - Oimè! or dov'è fuggito il mio Lelio? Ecco se la fortuna ha ancora concedute le 'nsegne al mio marito contra i non conosciuti nimici! -. E dicendo queste parolequasi uscita di sé si drizzòe i miseri fati le volsero gli occhi verso quella partela quale le dovea mostrare il suo dolore manifestamente; e verso quella mirandosentì lo spiacevole romore degli spogliatori e vide il secco campo essere di caldo sangue tutto bagnatoe pieno della nimica gente. Allora il dubitante cuore di quello che avvenuto eramanifestamente conobbe i suoi gran danni. Ella non fu dalla feminile forza delle sue compagne potuta ritenereche ella non andasse tra' morti corpi sanza alcuna paura; ma come persona uscita del natural sentimentomessesi le mani ne' biondi capelligli cominciò con isconcio tirare a trarre dell'usato ordine. E i vestimenti squarciati mostravano le colorite membrache in prima soleano nascondere. E bagnando le sue lagrime il bianco pettosfrenatamente sicura contra' nemici ferriincominciò a cercare tra' morti corpi del suo caro maritodicendo alle sue compagne: - Lasciatemi andare: e' non è convenevole che così valoroso uomo rimanga ne' lontani campi alla sua cittàsanza essere lagrimato e pianto. Poi che la fortuna gli ha negate le lagrime del suo padre e de' suoi parenti e del romano popolonon gli vogliate anche torre quelle della misera moglie -. E andando ella per lo campo piangendo e sprezzando le sue bellezzemolti corpi morti con le propie mani rivolgea per ritrovare il suo misero maritoma i sanguinosi visi nascondeano la manifesta sembianza allo 'ntelletto. E poi che ella molti n'ebbe rivoltiriconosciuto alle chiare armadure il suo Lelioil quale di molti morti nimici morto attorniato giaceaquivi sopr'esso semiviva piangendo cadde; e dopo picciolo spazio drizzatasipiangendo amaramente s'incominciò a battere il chiaro viso con le sanguinose mani e a graffiarsi le tenere gote. E aveasi già sì conciache tra 'l vivo e 'l morto sangue che sopra il viso le stavanon Giuliama più tosto uno de' brutti corpi morti nel campo parea. Ella non si curava di bagnare il suo viso nell'ampie piaghe di Lelioanzi l'avea già quasi tutte piene d'amare lagrime. Ella spesse volte il baciava e abbracciava strettamentee nell'amaro piantoriguardandolodiceva così: - OimèLelioove m'hai tu abandonata? ove m'hai tu lasciata? Tra gente araba diversa da' nostri costumide' quali niuno io non conosco! Almeno mi facesse Giove tanta di graziache la loro crudeltà fosse con le loro mani operata in mecome elli l'operarono in te; ma il feminile aspetto porta pietà in quelli petti ov'ella non fu mai. Almeno sarei io più contenta che la mia anima seguisse la tua ovunque ella fosseche rimaner viva nella mortale vita dopo la tua morte. Deh! perché non fu licito al tuo virile animo di credere al feminile consiglio? Certo tu saresti ancora in vitae forse per lungo spazio saremmo lieti insieme vivuti. Deh! ove fuggì la tua pietàquando tu in dubbio di morte nelle feminili braccia mi lasciasti di lungi alle tue schiere? Come non aspettasti tu che io almeno t'avessi veduto inanzi che tu fossi entrato nell'amara battagliae che io con le propie mani t'avessi allacciato l'elmoil quale mai per mia voglia non sarebbe stato legatoperché io conoscea sola la fuga essere rimedio alla nostra salute? Oimè dolentequanto è sconvenevole cosa di volere adempiere l'uomo i suoi disideri contra 'l piacer di Giove! Noi desiderammo miseramente i nostri danni quell'ora che noi domandammo d'aver figliuolii quali se convenevole fosse suto che noi dovessimo averequella allegrezza Giove sanza alcun boto ce l'avrebbe conceduto. O iniquo pensiero e sconvenevole volontàrecate la morte in meche non l'ho meno meritata che costui; o almenoo dolorosa fortunami fosse stato licito di pararmi dinanzi a' crudeli colpii quali costui innocente sostennesì com'io avea di grazia adimandato! Omai non è al mio dolore niuno rimedio se non tumorte! La quale io sì come misera priego che tu non mi risparmima vieni a me sanza niuno indugio. Tu non dei omai potere più esser crudelee massimamente a' prieghi delle giovani donnein tal luogo se' stata! Deh! piacciati inanzi di farmi fare compagnia ne' miseri campi al mio maritoche lasciarmi nel mondo essemplo di dolore a quelli che vivono. Uccidiminon indugiar più! Oimè dolente! come i' ho malamente seguito con effetto il perfetto amore della mia antica avola Giuliala qualepoi che vide i drappi del suo Pompeo tinti di bestial sanguetemendo non fosse stato offesocostrinse l'anima di partirsi dal misero corposubitamente rendendola a' suoi iddii. Oh quanto le fu prosperevole il morireperò che morendo poté dire: "Io non vedrò quella cosa la quale per dolore mi conducerebbe a maggior penae poi a mortema morendo vincerò il dolore". E iomisera!davanti agli occhi miei veggio il mio doloree non m'è licito di morirené posso cacciar da me la misera animala quale per paura sento che cerca l'ultime parti del cuorefuggendosi dalla mia crudeltà. Oimèmorteio ti domando con graziosa vocee non ti posso avere! Certo la tua signoria è contraria del tutto agli atti umanii quali i disprezzatori delle loro potenze s'ingegnano di sottomettersirisparmiando i fideli: e tu coloro che più ti temono crudelmente assaliscidispregiando gli schernitori della tua potenza lungamentee di questi sempre più tardi che degli altri ti vendichi. Oh quanto è misero colui che così comunal cosacome tu se'gli manca ad uno bisogno! -. Ellapiangendopiù volte con aguti ferri caduti per lo campo si volle ferire il tenero pettomaimpedita dalle compagnenon potea. Poi si voltava agli aspri rubatori e dicea: - Deh! crudeli cavalierii quali sanza alcuna pietà metteste l'agute lance per l'innocente corpodeh!ammendate il vostro fallo tornando pietosi: uccidete mepoi che voi avete morto colui che la maggior parte di me in sé portava! Fate che io sia del numero degli uccisi! Questa pietà sola usando vi farà meritar perdono di ciò che voi avete oggi non giustamente adoperato -. E dette queste paroleritornava a baciare il sanguinoso viso; e di questo non si potea veder saziaanzi l'avea già quasi tutto con le amare lagrime lavatoe piangendo forte sopr'esso si dimorava dolente.

[30]

Ma poi che il sole nascose i suoi raggi nelle oscure tenebre e le stelle cominciarono a mostrare la loro luceil campo si cominciò con taciturnità a riposaresì per l'affanno ricevuto il preterito giorno che richiedeva agli affannati membri ripososì per l'allegrezza della vittoria che molte menti avea nel vino sepellite. Solo l'angoscioso pianto di Giulia e delle sue compagne facea risonare la trista vallee questo risonava nelle orecchie al vittorioso re. E egliche ne' tesi padiglioni si riposavaudendo queste vocichiamò un nobile cavaliere il quale s'appellava Ascalione disseli: - Dehor di cui sono le misere voci che io odoche non lasciano partire della nostra mente in alcuno modo la crudele uccisione fatta nel passato giorno? -. - Sire - disse Ascalion - io imagino che sia alcuna donnala quale forse era moglie d'alcuno del morto popoloe così mi pare avere inteso da' compagnie similmente la sua favellala quale io intendo beneil manifesta -. Allora gli comandò il re che elli andasse ad essae comandassele ch'ella tacesse acciò che 'l suo pianto non gli accrescesse più dolore che il preterito danno. Mossesi Ascalion con alquanti compagnie per l'oscura notte con picciol lumeper lo sanguinoso campo scalpitando i morti visiandarono in quella parte ove essi sentirono le dolenti vocie pervennero a Giulia; la qualecome Ascalion la videimaginando le nascose bellezze sotto il morto sangue del suo visomosso dentro a pietàquasi lagrimando disse: - O giovane donnail cui dolore invita gli occhi mieiveggendotia lagrimareio ti priegoper quella nobiltà che il tuo aspetto ne rapresentache tu ti conforti e ponghi fine alle tue lagrime. Certo io non so qual sia la cagione della tua dogliama credo che sia grande; e chente ch'ella siaio non credo che per lo tuo pianto si possa emendarema più tosto piangendo aumentare la potresti. E noi medesimii qualise al ricevuto danno volessimo ben pensarecerto noi non faremmo mai altro che piagnere; e considerando quello che è dettoci ingegnamo di dimenticare quello che ancora non vuole fuggire delle nostre memorie. E simigliantemente il re nostro signore te ne manda pregando; e credo che molto gli sarebbe carosecondo il suo parlareche tu venissi dinanzi al suo cospetto -. Giuliaudendo la romana loquelala quale Ascalionlungamente dimorato a Romaimpresa aveaalzò il viso verso luiforse credendo che fosse alcun de' miseri compagni di Lelioe con torti occhi riguardando il cavaliere e vedendo ch'egli era della iniqua gentepiangendo il richinòe gittando un gran sospirodisse: - Niun conforto sentirà l'anima miase voi nol mi porgete. Voi m'avete con le vostre spietate braccia ucciso colui il quale era mio conforto e mia ultima speranza. Acciò che l'anima mia possa seguire per le dilettevoli ombre quella del mio Lelioquesto graziosamente vi domandoquesto fia l'ultimo bene che io speroe a voi non fia niente. Voi avete oggi bagnate le vostre mani in tanti sanguiche io non accrescerò la somma del vostro peccato per la mia mortema la farò più lieve per la pietà che voi userete uccidendomi. Deh! aggiungetemi al triste numeroacciò che si possa dire: "Giulia amò tanto il suo Lelioche ella fu del numero de' corpi morti con lui insieme ne' sanguinosi campi". E se voi non volete usar questa pietàalmeno prestate alle mie mani la tagliente spadae consentite che sanza briga di queste mie compagne io possa morireessendone le mie mani cagione -. Ascalion e' suoi compagniche vedeano il chiaro viso tutto rigare di vermiglio sanguelagrimavano tutti per pietà di costei; e piangendo le rispose e disse: - Giovanegl'iddii facciano le mie mani di lungi da sì fatto peccato. Certo io fuggii oggi per non bagnarmi nella dolente occisione: ma tuperché piangendo e sconfortandoti guasti il tuo bel viso? Perché desideri d'incrudelire contra te medesima? Credi tu con la tua morte render vita al morto marito? Questo sarebbe impossibile. Ma levati sue non volere qui però nelle sopravegnenti tenebre apparecchiare la tua bella persona alle salvatiche bestiele quali alla tua salute potrebbono essere contrarieperò che vivendo ancora potrai forse riavere il perduto conforto. Levati sue segui i nostri passie non dubitar di venire a' reali padiglioni con le tue compagnech'io ti giuroper quelli iddii ch'io adorochementre che essi mi concederanno vitail tuo onore e delle tue compagne sarà sempre salvo a mio poteresolo che vostro piacer sia. Ora ti levanon dimorare più quivieni nella presenza del nostro signoreil qualeancora che dolente siaveggendo il tuo grazioso aspettoti onorerà sì come degna donna. Or se noi ti volessimo qui lasciarenon ti spaventano gl'infiniti spiriti de' morti corpisparti per lo piagnevole aere? Non dubiti tu degli scelerati uomini che sogliono essere ne' tumultuosi essercitii qualitrovandoti quinon si curerebbono di contaminare il tuo onore e delle tue compagne? Deh! vieni adunqueche vedi che io e' miei compagni per compassione di te righiamo i nostri visi d'amare lagrime -. Giulia non facea altro che piagnere; e ben ch'ella fosse molto dolorosanon per tanto dimenticò la sua anima i cari ammaestramenti della gentilezzae non volle nelle avversità parere villana a' divoti prieghi del nobile cavaliere; ma preso con le sue mani un bianco velocoperse il palido viso di Lelio e con un suo mantello tutto il corpoe poi si voltò ad Ascalion e disse: - I vostri prieghi hanno sì presa la mia dolorosa animache io non mi so mettere al niego di quello che dimandato m'avete. E poi che Iddio e voi mi negate la mortequella cosa che io più disideroio m'apparecchio di venire in quelle parti ove piacer vi fia; ma caramente raccomando in prima me e le mie compagne e 'l nostro onore nelle vostre bracciapregandoviper la gentile anima che guida i vostri membriche come di care sorelle il serviate e non consentiate che di quello che le misere anime de' nostri maritirinchiuse ne' mortali corpisi contentaronosciolte da essi si possano ramaricare -. E volendosi levareper debolezza fra le sue compagne supina ricadde. Allora Ascalion teneramente per lo destro braccio la prese; e dall'altra parte un suo compagno sostenendola e con dolci parole confortandolae con lento passo andandopervennero alle reali tendenelle quali entratiil re vedendo costeivinto per lo pietoso aspettoumilmente la riguardò; e avendo già udito da Ascalion gran parte della condizione di leicomandò ch'ella fosse onorata. Giuliaveduto il reancor che per debolezza le fosse gravepur gli s'inginocchiò davanti e lagrimando disse: - Alto signorea questi nobili cavalieri è piaciuto di menarmi nel vostro cospettonel quale piacciavi che io trovi quella grazia che da loro non ho potuta avere. Io non credo che la misera Ecuba né la dolente Cornelia ne' loro danni sentissero maggiore doglia che io fo in quello che da voi ho ricevutoné credo che effettuosamente alcuna di loro disiderasse de' suoi nimici vendettacom'io disidero di voisolo che prendere ne la potessi. Ma poi che la fortuna m'ha il potere levatoe fattami vostra prigionedatemiper guiderdone della fiera volontà ch'io ho verso di voila morte -. Non sofferse il re che Giulia stesse in terra davanti a luima con la propia mano levatala in pièla fece sedere davanti a sée risposele così: - Giovane donnail vostro lagrimoso aspetto m'ha fatto divenire pietoso e quasi m'invita con voi insieme a lagrimare. E certo io non mi maraviglio del vostro parlareil quale dimostra bene il vostro gran doloreché usanza suole essere de' miseri di volere quello che maggior miseria loro arrechiinfino a quell'ora che la tristizia pena a dar luogo al natural senno. E però che io conosco che voi ora più adirata che consigliata domandate la mortee mostrate ver me crudel volontàné la morte vi fia per me concedutané ancora le adirate parole credute. Ma quando voi avrete alquanto mitigate le giuste lagrime che voi spandeteio vi farò conoscere come la fortuna non sia contro di voi del tutto adiratané ch'ella v'abbia fatta mia prigione; e ancora conoscerete che sia suto il migliore rimanere in vita sì per voi e sì per l'anima del vostro marito. Ma ditemise vi piacequal sia la cagione del vostro piantoe chi voi sietee onde e ove voi andavate -. Giuliapiangendocon pietosa voce gli rispose: - Io sono romanae fui misera sposa del morto Lelioil quale voi oggi con le propie mani uccidestee quinci muove il mio tristo lagrimare; e andavamo al santo Iddioposto nell'ultime fini de' vostri regniper lo ricevuto dono della mia pregnezza -. Udendo questoil requasi stupefattotutto si cambiòe disse: - Oimè! or dunque non foste voi con gli assalitori del mio regnoi quali all'entrare in esso arsero la ricca Marmorina? -. - Signore no - rispose Giulia- ma passando per essala vedemmo bella e ornata di nobile popolo -. Allora dolfe al re molto di quello che era fatto e sospirando le disse: - Giovane donnai fortunosi casi sono quasi impossibili a fuggire; a noi fu porto tutto il contrario di quello che voi ne porgetee questo ne mosse a fare quello che omai non può tornare adietroe che ci duole. E non è dubbio che voi avete nel preterito giorno gran danno ricevutoe io non piccolo; ma però che il nostro lagrimare niente il menomerebbeconvienci prender conforto. E a cui che il lagrimare stia benea noi e' si disdicei quali co' propii visi abbiamo a confortare i nostri sudditi. Adunque confortatevie qui meco rimanete; e dopo il preso confortose a voi piacerà altro maritoio ho nella mia corte assai nobili cavalieride' quali quello che più vi piacerà in guiderdone dell'offesa che fatta v'hovi donerò volontieri; e se voi alle ceneri del morto marito vorrete pure servar castitàcontinuamente in compagnia della mia sposa come cara parente vi farò onorare. E se l'esser meco non vi piaceràio vi giuro per l'anima del mio padre che dopo l'alleviamento del vostro pesoinfino in quella parte ove più vi piacerà d'andareonorevolemente vi farò accompagnare. A dire quanto mi dolga di quello ch'è fatto per lo mio subito furoresarebbe troppo lungo a narrareperò ch'io ci ho perduto un caro nipote e molti buoni cavalierie voi ho sanza vostra colpa offesi -. Giulia non rattemperava per tutte queste parole il dolente piantoanzipiangendonel savio animo diliberò che molto valea meglio di rimanere al proferto onorefingendo il suo mal talentoinfino che la fortuna la recasse nel pristino statoche miseramente cercare gli strani paesi; e con sospirevole vocerotta da dolenti singhiozzirispose: - Signor mionelle vostre mani è la mia vita e la mia morte: io non mi partirò mai dal vostro piacere -. Comandò allora il re che ella in alcuno padiglionesotto la fidata guardia di Ascalionella e le sue compagne fossero onorate.

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Come il nuovo sole uscì nel mondoil re con la sua compagniainsieme con Giuliaverso Sibiliaantica città negli esperii regnipresero il cammino; ma avanti che i loro passi si mutasseroGiulia di grazia domandò che 'l corpo del suo Lelio non rimanesse esca de' volanti uccelli. Al quale il re comandò che onorevole sepoltura fosse dataad esso e a tutti gli altri che piacesse a leie agli altri del campo. Fu allora Lelioe molti altricon molte lagrime sepellito dopo i fatti fuochiben che molti ne rimanessero sopra la vermiglia arenache di varii ruscelletti di sangue era solcata.

[32]

Rimaso solo di vivi il tristo campoin pochi giorni col corrotto fiato convocò in sé infinite fieredelle quali tutto si riempié. E non solamente i lupi di Spagna occuparono la sventurata vallema ancora quelli delle strane contrade vennero a pascersi sopra' mortali pasti. E i leoni africani corsero al tristo fiato tignendo gli aguti denti negli insensibili corpi. E gli orsiche sentirono il fiato della bruttura dello 'nsanguinato tagliamentolasciarono l'antiche selve e i segreti nascondimenti delle lor caverne. E i fedeli cani abandonaron le case de' lor signori: e ciò che con sagace naso sente la non sana aria si mosse a venir quivi. E gli uccelliche per adietro avean seguitati i celestiali pastisi raunarono; e l'aria mai non si vestì di tanti avoltoie mai non furono più uccelli veduti adunati insiemese ciò non fosse stato nella misera Farsagliaquando i romani prencipi s'afrontarono. Ogni selva vi mandò uccelli: e i tristi corpia cui la fortuna non avea conceduto né fuochi né sepolturaerano miseramente dilacerati da loroe le lor carni pasceano gli affamati rostri. Ogni vicino albero parea che gocciolasse sanguinose lagrime per li sanguinosi unghioni che premeano gli spogliati rami: il passato autunno gli aveva spogliati di fogliee' crudeli uccelli col morto sangue premuto da' lor piedi gli aveano rivestiti di color rossoe' membri portati sopra essi ricadevano la seconda volta nel tristo campoabandonati dagli affaticati unghioni. Ma con tutto questo il gran numero de' morti non era tutto mangiato infino all'ossaancor che squarciato tra le fiere si partisse; gran parte ne giace rifiutatoben che dilacerato sia tutto: il quale il sole e la pioggia e 'l vento macera sopra la tinta terrafastidiosamente mescolando le romane ceneri con l'arabiche non conosciute.

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Entrò il re Felice vittorioso con gran festa in Sibilia; e poi che egli fu smontato del possente cavallo e salito nel real palagioe ricevuti i casti abbracciamenti dell'aspettante sposaegli prese l'onesta giovane Giulia per la mano destrae davanti alla reina sua sposa la menò dicendo: - Donnate' questa giovane la quale è parte della nostra vittoria: io la ti raccomandoe priegoti che ella ti sia come cara compagna e di stretta consanguinità congiunta in ogni onore -. Teneramente a' prieghi del re ricevette la reina Giulia e le sue compagne; ma non dopo molti giornipartendosi il re di Sibiliacon lui se n'andarono in Marmorina: la quale quando il re vide non essere quello che falsamente Pluto in forma di cavaliere gli aveva narratoe trovò ancor vivo colui il quale morto credeva aver lasciato ne' lontani boschiforte in se medesimo si maravigliòe dicea: "O gl'iddii hanno voluto tentare per adietro la mia costanzao io sono ingannato. A me pur con vera voce pervenne che la presente città era da romano fuoco arsae ora con aperti occhi veggo il contrario. E il narratore di così fatte cose pur morì nella mia presenzae io gli feci dare sepoltura: e ora qui davanti vivo mi si rapresenta". In questi pensieri lungamente statonon potendo più la nuova ammirazione sostenerechiamò a sé quel cavaliereil quale già credeva che nell'arene di Spagna fosse dissolutoe dissegli: - Le tue non vere parole t'hanno degna morte guadagnataperò che esse non è ancora passato il secondo mese poi mossero il nostro costante animo a grandissima ira e ad inique operazioni sanza ragione. Or non ci narrasti tu la distruzione della presente città con piagnevole vocela quale noi ora trovata abbiamo sanza niuno difetto? Tu fosti cagione di farci commuovere tutto il ponente contra la inestimabile potenza de' romanidel qual movimento ancora non sappiamo che fine seguire ce ne debbia -. Maravigliossi molto il cavaliereudite le paroledicendo umilemente: - Signor mioin voi sta il farmi morire o il lasciarmi in vitama a me è nuovo ciò che voi mi narrate; e poi che voi qui mi lasciastemai io non mi partiie a ciò chiamo testimonii gl'iddii e 'l vostro popolo della presente cittàil quale seco mi ha continuamente veduto; né mai dopo la vostra partita ci fu alcuna novità -. Allora si maravigliò il re molto più che maidicendo fra se medesimo: "Veramente hanno gl'iddii voluto tentar le mie forze e aggiungere la presente vittoria alle nostre magnificenzie". E allegro della salva città abandonò i pensiericontento di rimaner quivi per lungo spazio.

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La reinagravida di prosperevole pesoaffannata per lo lungo camminovolontieri si riposavae con lei Giulia molto più affaticatama quasi continuamente o il bel viso bagnato d'amare lagrime o la bocca piena di sospiri teneva; alla quale un giorno la reinavedendola dirottamente piangeredisse così: - Giuliasanza dubbio io so che tusì come ioin te nascondi disiato fruttoe' manifesti segnali mostrano te dovere essere vicina al partorireonde col tuo piangere gravemente te e lui offendi. Tu hai già quasi il bel viso tutto consumato e guastoe le tue lagrime l'hanno occupato d'oscura caligine e di palidezza; onde io ti priego che tu non facci più questo: anzi ti confortae spera che noi insieme avremo gioioso parto. Non sai tu che per lo tuo lagrimare il ricevuto danno non menoma? Poi che i fati ti sono stati avversiappara a sostenere con forte animo le contrarie cose e' dolenti casi della fortuna. Deh! or tu m'hai già dettose io ho bene le tue parole a menteche tu se' nata di nobilissima prole romana; or se questo è il verocome io credoe' ti dovrebbe tornare nella mente del forte animo che Orazio Pulvilloappoggiato alla porta del tempio di Giove Massimoudendo la morte del figliuoloebbe; e come Quinto Marziotornato da' fuochi dell'unico figliuolodiede quel giorno sanza lagrimare le leggi al popolo. Questi e molti altri vostri antichi avoli con fermo animo nelle avversità mostrarono la loro virtùper la quale il mondo lungamente si contentò d'essere corretto da cotali reggitori. Adunquepoi che di tal gente hai tratta originesi disdicono a tepiù che ad un'altrale lagrime. Non credi tu che essi nelle loro avversità sostenessero dogliacome tu fai? Certo sì fecero; ma volsero anzi seguire la magnanimità de' loro nobili animii quali conosceano la natura delle caduche e transitorie coseche la pusillanimità della misera carneacciò che le loro operazioni fossero essemplo a' loro successori in ciascuno atto -. Queste e molte altre parole usava spesso la reina in conforto di Giulia.

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Giulia conoscea veramente che la reina l'amava moltoe da grande amore procedeano queste parolele quali vere la reina le dicevaond'ella incominciò a riprender conforto e a porre termine alle sue lagrime. E per fuggire ozioil quale di trista memorazione de' suoi danni l'era cagionecon le propie mani lavorandosovente faceva di seta nobilissime tele di diverse imagini figurateallato alle qualio misera Aragnele tue sarebbero parute offuscate da nebulose macchiecome altra volta parveroquando con Pallade avesti ardire di lavorare a pruova. Queste opere aveano sanza fine multiplicato l'amore della reina in leiperò che molto in simili cose si dilettava. Ondecome l'amorecosì l'onore a lei e alle sue compagne multiplicare fece.

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Non parve a Pluto avere ancora fornito il suo iniquo proponimento posto ch'egli avesse con le sue false parole commosse l'occidentali rabbie sopra gl'innocenti romani; ma poi ch'egli ebbe nel cospetto del re Felice lasciato vilmente disfatto il falso corpoun'altra volta riprese vana forma d'una giovane damigella di Giulia chiamata Gloriziala quale con lei ancora viva dimoravae con sollicito passo entrò nell'ampio circuito delle romane mura. E già Calisto mostrando le sue lucitacitamentedisciolti i capellientrò negli alti palagi di Leliostracciandosi tutta; ne' quali poi che ella fu ricevuta dal padre del morto Lelio e da' cari fratelli di Giuliai qualistupefatti tutti di tale accidentetaciti si maravigliavanoforte piangendo così cominciò loro a parlare:

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- Poi che gli avversari movimenti della fortunainvidiosa della nostra felicitàtrassero della dolente città il vostro caro figliuolo e la sua mogliea me carissima donnacon quella compagnia con la quale voi medesimi ci vedestee da cui voiporgendo teneri baci e le vostre destre manipiangendo vi dipartistenoi avventurosamentefin che a' miseri fati piacquecamminammo. Ma poi che a loro piacque di ritrarre la mano dalle nostre felicitànoi una mattina quasi nelle prime ore cavalcando per una profonda valleoccupate le nostre luci da noiosa nebbiaassaliti fummo da innumerabile quantità di predonivaghi del copioso arneseil quale a noi non molto lontano andavae del nostro sangue: e l'assalirci e 'l privarci dell'arnese non occupò più che un medesimo spazio di tempo. E appresso rivolti a noi con li aguzzati dardiLelio co' suoi compagni e la vostra Giulia di vita amaramente privarono. Io pavida piangendonon so come delle inique mani fuggii; e fuggendoper tema non ritornare nelle loro maniper lo dolente cammino più volte ho sostenuto mortal dolore -. E co' pugni strettidette queste parolecadde semiviva nelle loro bracciala quale essi piangendo portarono sopra un lettorichiamando con freddi liquori le forze esteriori.

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Incominciossi nel gran palagio un amarissimo piantoe quasi per tutta Romaovunque il grazioso giovane e la piacente Giulia erano conosciutisi piangea. L'aere risonava tutto di dolenti vocitali che per lo preterito tempo alcuno anziano non si ricordava che tal doglia vi fosse stata per alcuno accidente. E certo che tu appenao Brutoriformatore della libertà del romano popolovi fosti tanto lagrimato dal rozzo popolo. E da quell'ora inanzi ciascun romano cominciò ad essere pauroso d'andar cercando gli strani altari o di portare gl'incensi a' lontani iddii fuori di Roma; e per lo gran dolore del morto Lelio lungamente lasciarono i nobili adornamentivestendo lugubri vestecosì gli altri romani come i suoi distretti parenti.

[39]

Mentre la fortuna con la sua sinistra voltava queste coses'appressò il termine del partorire alla reinae simigliantemente a Giulia; e nel giocondo giorno eletto per festa de' cavalieriessendo Febo nelle braccia di Castore e di Polluce insiemenon essendo ancora la tenebrosa notte partitasentirono in una medesima ora quelle doglie che partorendo per l'altre femine si sogliono sentire. Dopo molte gridaessendo già la terza ora del giorno trapassatae la reina del gravoso affannopartorendo un bel garzonettosi diliberòcontenta molto in se medesima di tal graziasanza fine lodando i celestiali iddii; e similmente il reudita la novellafece grandissima festaperò che sanza alcun figliuolo era infino a quello giorno dimorato. Niuno altare fu in Marmorina negli antichi templi sanza divoto fuoco. E i freschi giovani con varii suonicantandoandavano faccendo smisurata festa. L'aere risonò d'infiniti sonagli per li molti armeggiatoricontinuando per molti giorni grandissima gioia.

[40]

Avea già il sole per lungo spazio trapassato il meridiano suo cerchioavanti che Giulia del disiderato affanno liberare si potesse: anzicon grandissime voci invocando il divino aiutosostenea grandissima doglia. Ma tra la erronea gente si dubitava non Lucina sopra i suoi altari stesse con le mani compreseresistendo a' suoi particome fece alla dolente Iolequando ingannata da Galanta la convertì in mustella; e con divoti fuochi s'ingegnavano di mitigare la colei iraper liberare Giulia di tale pericolo. Ma poi che a Giove piacque di dar fine a' suoi doloriegliella partorendole concedette una figliuola non variante di bellezza dalla sua madre; la quale come fu nataGiuliasentendo la sua anima disiderosa di partirsi dal debile corpocontenta del piacere di Diodomandò che la sua unica figliuolaavanti la morte suale fosse posta nelle tremanti braccia. Gloriziacameriera e compagna di Giuliacoperta la picciola zitella con un ricco drappola pose in braccio alla madrela qualepoi che la videsospirando la baciòe piangendo voltata a Glorizia gliele rendé dicendo: - Cara compagnasanza dubbio di presente sento mi converrà rendere l'anima a Dioe nel presente giorno ringraziarlo di doppio donosì come della dimandata progenie e della disiderata morte. Ond'io ti raccomando la cara figliuolaeper quello amore che tra te e me è statoti priego che in luogo di me le sii sempre madre -; e dicendo queste parole alla dolente Gloriziache nell'un braccio tenea la picciola fanciulla e nell'altro il capo di lei parlanterendé l'anima al suo fattore umile e divota.

[41]

Cominciossi nella camera un doloroso piantoe massimamente da Gloriziala qualetenendo in braccio la figliuola della morta Giuliadicea: - O sventurata figliuolainanzi alla tua natività cagione della morte del tuo padree nascendo hai la tua madre morta! Oimè! quanta sarebbe l'allegrezza de' miseri parentise in vita t'abbracciasserocome io fo! O figliuola di lagrime e d'angosciaquanto ha Giove mostrato che la tua natività non gli piacea! Oimèdi che amaro peso sono io ancora sanza umano conoscimento divenuta madre! -. E poi si volgea sopra il freddo corpo di Giuliail quale tanta pietà porgea a chi morto il riguardavache per vivere ciascuno ne torcea le lucie dicea: - O cara donnaove m'hai tu misera con la tua figliuola lasciata? Deh! perché non m'è elli licito poterti seguire? Già era uscito della mia mente il gravoso dolore della crudele morte di Lelioma tu ora morendo m'hai doppia doglia rinnovata. Oimè misera! omai niuno conforto più per me s'aspetta -. Così piangendo questae l'altre che con lei nella camera dimoravano pervennero le dolorose voci alle orecchie della reinala qualeallegra del nato figliuoloprima si maravigliòdicendo. - Chi piange invidioso de' nostri beni? -poi più efficacemente domandandovolle sapere la cagione di cotal pianto. E fatta chiamare alcuna femina della camera ove le misere piangeanodomandò qual fosse la cagione del loro pianto. Quella rispose: - Madonnaquando Febo lasciò il nostro emisperio sanza luceGiulia si diliberòpartorendo una bellissima creaturadel noioso peso; e non dopo molto spaziorimasa debilepassò a miglior vitae ha lasciato fra noi il grazioso corpo sì pieno d'umiltà nell'aspettoche alcuno che il guardi non può ritenere in sé l'amaro pianto; e questo è quello che voi udito avete -.

[42]

Quando la reina udì queste parolesospirando disse: - Oimè!dunque ci ha la piacente Giulia abandonati? -; e comandò che 'l corpo di Giulia fosse nel suo cospetto recato; sopra 'l qualepoi che ella il videsparse amare lagrime e molte. E veramente il suo lieto animo non era il presente giorno tanto rallegratosi della natività dell'unico figliuoloquanto la morta Giulia col suo pietoso aspetto l'attristò più. Ella comandò ch'ella fosse il vegnente giorno onorevolemente sepellita e presa nelle sue braccia la bella figliuolalagrimando molte volte la baciòdicendo: - Poi che alla tua madre non è piaciuto d'esser più con noicerto tu in luogo di lei e di cara figliuola ne rimarrai. Tu sarai al mio figliuolo cara compagna e parente del continuo -. Molte fiate nel futuro pianse queste parole la reinale quali nescientemente profetico spirito l'avea fatta parlare.

[43]

Sparsesi per la reale corte e per tutta Marmorina la morte della graziosa Giuliala quale con la sua piacevolezza aveva sì presi gli animi di coloro che sua notizia aveanoche niuno fu che per pietà non spandesse molte lagrime. E il re similemente piangendo mostrò che di lei molto gli dolesse. Ma poi che il seguente giornolavato il corpo e rivestito di reali vestimentifu sepellito tra' freddi marmicon quello onore che a sì nobile giovane si richiedeaelli scrissero sopra la sua sepoltura questi versi:

Qui d'Antropòs il colpo ricevuto
giace di Roma Giulia Topazia
dell'alto sangue di Cesare arguto
discesabella e piena d'ogni grazia
chein partoabandonati in non dovuto
modo ci ha: onde non fia già mai sazia
l'anima nostra il suo non conosciuto
Iddio biasmarche fé sì gran fallazia.

[44]

Assai sturbò la gran festa incominciata della natività del giovane la compassione che ogni uomo generalmente portava alla morte di Giulia. Ma poi che alquanti giorni furono passatipiacque al re Felice di vedere il suo figliuolo e la bella pulcella nata con lui in un medesimo giorno; e entrato con alcuno barone nella camera della reinaprima dolcemente la confortò domandandola di suo statopoi comandò che le due creature gli fossero arrecate davanti. Furongli arrecati amenduni garzonetti involti in preziosi drappi: i qualipoi ch'egli gli ebbe amenduni nelle sue bracciaper lungo spazio li riguardòe vedendoli amenduni pieni di maravigliosa bellezzae simiglianti insiemedisse così: - Certo piacevole e giocondo giorno vi ci donònel quale ogni fiore manifesta la sua bellezza: i cavalieri simigliantemente e le gaie donne si rallegrano faccendo gioiosa festa. Adunque convenevole cosa è che voi in rimembranza della vostra nativitàe per aumentamento delle vostre bellezzesiate da così fatto giorno nominati. E però tucaro figliuolosì come primo natosarai da tutti universalmente chiamato Florioe tugiovane pulcellaavrai nome Biancifiore -; e così comandò che da quella ora in avanti fossero continuamente chiamati. E voltatosi alla reinaprincipalmente Florio le raccomandò; dopo questo la pregò molto che Biancifiore tenesse caraperò che aspetto avea di dovere ogni altra donna passare di bellezzae che egli in luogo di Giulia sempre la volea tenere. E dopo queste parolecontento di sì bella eredesi partì dalla reina.

[45]

Teneramente raccomandò la reina alle balie le picciole creaturee con sollecita cura le facea nudrire. Ma poi chelasciato il nudrimento delle balievennero a più ferma etàil re facea di loro grandissima festae sempre insieme realmente vestir li facea; e quasi non gli era la pulcellache in bellezza ciascun giorno cresceamen cara che fosse il suo Florio. E vedendo che già Citereadonna del loro ascendentes'era dintorno a loro ne' suoi cerchi voltata la sesta voltaprovide di volere chese la natura in senno gli avesse in alcuno atto fatti difettosi ellistudiandoper la scienza potessero ricuperare cotal difetto. E fatto chiamare un savio giovanenominato Racheionell'arti di Minerva peritissimogli commise che i due giovinetti effettuosamente dovesse in saper leggere ammaestrare. E appresso chiamato Ascalionsimigliantemente amendue glieli raccomandòdicendo: - Questi sieno a te come figliuoli. Niuno costume né alcuna cosache a gentili uomini o donne si convengasia che tu a costoro non insegniperò che in loro ogni mia speranza è fissa: e essi sono l'ultimo termine del mio disio -. Ascalion e Racheio presero i commessi uficii; e sanza alcuna dimoranza incominciò Racheio a mettere il suo in essecuzione con intera sollecitudine. E loro in brieve termine insegnate conoscer le letterefece loro leggere il santo libro d'Ovidionel quale il sommo poeta mostra come i santi fuochi di Venere si deano ne' freddi cuori con sollecitudine accendere.


LIBRO SECONDO

[1]

Adunque cominciarono con dilettevole studio i giovaniancora ne' primi anni pueriliad imprendere gli amorosi versi: nelle quali voci sentendosi la santa deamadre del volante fanciullonominare con tanto effettonon poco negli alti regni con gli altri dei se ne gloriava. Ma non sofferse lungamente che invano fossero da' giovani petti sapute così alte cose come i laudevoli versi narravanomainvolti i candidi membri in una violata porporecircundata di chiara nuvolettadiscese sopra l'alto monte Citerealà ove ella il suo caro figliuolo trovò temperante nuove saette nelle sante acquea cui ella con benigno aspetto cominciò così: - O dolce figliuolonon molto distante agli aguti omeri d'Appenninonell'antica città Marmorina chiamatasecondo che io ho ne' nostri alti regni sentitoha due giovinettii quali effettuosamente studiando i versi che le tue forze insegnano acquistareinvocano con casti cuori il nostro nomedisiderando d'essere del numero de' nostri suggetti. E certo il loro aspettopieno della nostra piacevolezzamolto più s'appresta a' nostri servigi che a cultivare i freddi fuochi di Diana. Lascia dunque la presente operae intendi a maggiori cosee solo il rimanente di questo giorno in mio servigio ti spoglia le leggieri ali. E come già nella non compiuta Cartagine prendesti forma del giovane Ascaniocosì ora ti vesti del senile aspetto del vecchio repadre di Florio; e quando se' là ove essi sonosì come egli quando va a loro gli abbraccia e bacia costretto da pura benivolenzacosì tuabbracciandoli e baciandolimetti in loro il tuo segreto fuocoe infiamma sì l'un dell'altroche mai il tuo nome de' loro cuori per alcuno accidente non se ne spenga. E io in alcuno atto occuperò sì il reche la tua mentita forma per sua venuta non si manifesterà -.

[2]

Mossesi Amore a' prieghi della santa madrepoi che spogliate s'ebbe le lievi penne; e pervenuto al dimandato luogovestitosi la falsa formaentrò sotto i reali tettipassando con lento passo nella segreta cameraove egli Florio e Biancifiore trovò soletti puerilmente giuocare insieme. Essi si levarono verso lui come fare soleanoe egli primieramente preso Florioil si recò nel santo senoe porgendoli amorosi bacisegretamente gli accese nel cuore un nuovo disio: il quale Florio poiguardando ne' lucenti occhi di Biancifiore con dilettoil vi fermò. Ma poi Cupidopresa Biancifioree spirandole nel viso con piccolo fiatol'accese non meno che Florio avesse davanti acceso. E dimorato alquanto con lororivolti i passi indietro li lasciò staree rivestendosi le lasciate pennetornò al lasciato lavoro. E i giovanirimasi pieni di nuovo disioriguardandosisi cominciarono a maravigliare stando muti. E da quell'ora in avanti la maggior parte del loro studio era solamente in riguardar l'un l'altro con temorosi atti; né mai l'un dall'altroper alcuno accidente che avvenissepartir si voleatanto il segreto veleno adoperò in loro subitamente.

[3]

Sì tosto come Amore dalla sua madre fu partitocosì ella nella lucida nuvoletta fendendo l'aere pervenne a' medesimi tettietacitamente preso il vecchio reil portò in una camera sopra un ricco lettodove d'un soave sonno l'occupò. Nel qual sonno il re vide una mirabile visione: che a lui pareva esser sopra un alto monte e quivi avere presa una cerbia bianchissima e bellala quale a lui molto parea avere cara; la quale tenendola nelle sue bracciagli pareva che del suo corpo uscisse un leoncello presto e vistoil quale egli insieme con questa cerbia sanza alcuna rissa nutricava per alcuno spazio. Mastando alquantovedeva discender giù dal cielo uno spirito di graziosa luce risplendenteil quale apriva con le propie mani il leoncello nel petto; e quindi traeva una cosa ardentela quale la cerbia disiderosamente mangiava. E poi gli pareva che questo spirito facesse alla cerbia il simigliante; e fatto questo si partiva. Appresso questoegli temendo non il leoncello volesse mangiar la cerbiala lontanava da sé: e di ciò pareva che l'uno e l'altro si dolesse. Mapoco stanteapparve sopra la montagna un lupoil quale con ardente fame correva sopra la cerbia per distruggerlae il re gliele parava davanti; ma il leoncello correndo subitamente tornò alla difesa della cerbiae co' propii unghioni quivi dilacerò sì fattamente il lupoche egli il privò di vitalasciando la paurosa cerbia a lui che dolente gliele pareva ripigliaretornandosi all'usato luogo. Ma non dopo molto spazio gli parea vedere uscir de' vicini mari due girfalchii quali portavano a' piè sonagli lucentissimi sanza suonoi quali egli allettava; e venuti ad essolevava loro da' piedi i detti sonaglie dava loro la cerbia cacciandogli da sé. E questipresa la cerbiala legavano con una catena d'oroe tiravansela dietro su per le salate onde infino in Oriente: e quivi ad un grandissimo veltro così legata la lasciavano. Ma poisappiendo questoil leoncello mugghiando la ricercava; e presi alquanti animaliseguitando le pedate della cerbian'andavano là ove ella era; e quivi gli parea che il leoncellooccultamente dal canesi congiungesse con la cerbia amorosamente. Ma poi avedendosi il veltro di questol'uno e l'altro parea che divorar volesse co' propii denti. E subitamente cadutagli la rabbialoro rimandava là onde partiti s'erano. Ma inanzi che al monte tornasserogli parea che essi si tuffassero in una chiara fontanadella quale il leoncello uscendonepareva mutato in figura di nobilissimo e bel giovanee la cerbia simigliantemente d'una bella giovine: e poi a lui tornandolietamente li ricevea; e era tanta la letizia la quale egli con loro facea che il cuoreda troppa passione occupatoruppe il soave sonno. E stupefatto delle vedute cose si levòmolto maravigliandosie lungamente pensò sopra esse; ma poi non curandosenevenne alla reale sala del suo palagio in quell'ora che Amore s'era da' suoi nuovi suggetti partito.

[4]

Taciti e soli lasciò Amore i due novelli amantii quali riguardando l'un l'altro fisoFlorio primieramente chiuse il libroe disse: - Dehche nuova bellezza t'è egli cresciutao Biancifiore da poco in quache tu mi piaci tanto? Tu non mi solevi tanto piacere; ma ora gli occhi miei non possono saziarsi di riguardarti! -. Biancifiore rispose: - Io non sose non che di te poss'io dire che in me sia avvenuto il simigliante. Credo che la virtù de' santi versiche noi divotamente leggiamoabbia accese le nostre menti di nuovo fuocoe adoperato in noi quello già veggiamo che in altrui adoperarono -. - Veramente - disse Florio - io credo che come tu di' siaperò che tu sola sopra tutte le cose del mondo mi piaci -. - Certo tu non piaci meno a me che io a te - rispose Biancifiore. E così stando in questi ragionamenti co' libri serrati avantiRacheioche per dare a' cari scolari dottrina andavagiunse nella camera e loro gravemente riprendendocominciò a dire: - Questa che novità èche io veggio i vostri libri davanti a voi chiusi? Ov'è fuggita la sollecitudine del vostro studio? -. Florio e Biancifioretornati i candidi visi come vermiglie rose per vergogna della non usata riprensioneapersero i libri; ma gli occhi loro più disiderosi dell'effetto che della cagionetortisi volgeano verso le disiate bellezzee la loro linguache apertamente narrare solea i mostrati versibalbuziendo andava errando. Ma Racheiopieno di sottile avvedimentoveggendo i loro attiincontanente conobbe il nuovo fuoco acceso ne' loro cuorila qual cosa assai gli dispiacque; ma più ferma esperienza della verità volle vedereprima che alcuna parola ne movesse ad alcuno altrosovente sé celando in quelle parti nelle quali egli potesse lor vedere sanza essere da essi veduto. E manifestamente conosceacome da loro partitosiincontanente chiusi i libriabbracciandosi si porgeano semplici bacima più avanti non procedeanoperò che la novella etàin che eranonon conoscea i nascosi diletti. E già il venereo fuoco gli avea sì accesiche tardi la freddezza di Diana li avrebbe potuti rattiepidare.

[5]

Poi che più volte Racheio gli ebbe veduti nella soprascritta manierae alcuna volta gravemente ripresiglieneegli tra se medesimo disse: "Certo questa opera potrebbe tanto andare avantisotto questo tacere ch'io foche pervenendo poi alle orecchi del mio signoreforse mi nocerebbe l'aver taciuto. Io manifestamente conosco ne' sembianti e negli atti di costoro la fiamma di che elli hanno acceso i cuori: dunque perché non gli lascio io ardere sotto altrui protezioneche sotto la mia? Io pur ho infino a qui fatto l'uficio mioriprendendoli più voltené m'è giovato: e però per mio scarico è il meglio dirlo al re". E così ragionando RacheioAscalion sopravenne: il qualein molte cose peritissimoquando lo studio rincrescea loromostrava loro diversi giuochie tal volta cantando con essi si sollazzavaavendo già ciascuno da lui medesimo appresa l'arte del sonare diversi strumenti; e trovò Racheio pensandoa cui e' disse: - Amicoqual pensiero sì ti grava la fronteche occupato in essoaltro che rimirare la terra non fai? -. A cui Racheio narrando il suo pensiero rispose. Quando Ascalion intese questoniente gli piacquema disse: - Andiamoe sanza alcuno indugio il narriamo al reacciò che se altro che bene n'avvenissenoi non possiamo essere ripresi -. E dette queste parolevoltati i passiamenduni n'andarono nella presenza del re; al quale Ascalion parlò così:

[6]

- Nella vostra presenzao vittoriosissimo prencipeci presenta espressa necessità a narrarvi cose le qualise esser potesse sutodisiderato avremmo molto che dicendole altriagli orecchi vostri fossero pervenute. Ma però che noidisiderosi del vostro onorenon volendo anche il nostro contaminareconosciamo che da tenere occulte non sonoe massimamente a voionde acciò che il futuro dannoche seguire ne potrebbe di ciò che vi diremonon sia a noi noia né mancamento de' vostri onorivi facciamo manifesto che novello amore è generato ne' semplici cuori del vostro caro figliuolo Florio e di Biancifiore. E questo nelli loro atti più volte abbiamo conosciutosì come l'iddii sanno: essi più volte effettuosamente abbracciarsi e darsi graziosi baci abbiamo vedutie appresso soventeguardandosi nel visol'un l'altro gittare sospiri accesi di gran disio. E ancora più manifesto segnale n'appareil quale voi assai tosto potete provareche niuna cosa è che l'uno sanza l'altro voglia farené li possiamo in alcuna maniera partiree hanno del tutto il loro studio abandonato: anzicosì tosto come noi della loro presenza siamo partiticosì incontanente chiusi i libri intendono a riguardarsi; e di ciòcome dell'altre cosegravemente più volte ripresi gli abbiamocredendo poterli da ciò ritrarrema poco giova la nostra riprensione. E peròacciò che noi per ben servire mal guiderdone non riceviamoe acciò che subito rimedio ci sia da voi presov'abbiamo voluto questo palesare. Voisì come savioanzi che più s'accenda il fuocoprovidamente pensate di stutarlochéquanto a noiil nostro potere ci abbiamo adoperato -.

[7]

Niente piacquero al re l'ascoltate parole; ma celando il suo dolore con falso risorispose: - Però non cessi il vostro con riprensione gastigarli e con ispaventevoli minacce impaurirli. Essi ancora per la loro giovane età sono da potere essere ritratti da ciò che l'uomo vuole; e ioquando per voi dell'incominciata follia rimaner non si volessonoprenderò in questo mezzo altro compensoacciò che il vostro onore per vile cagione non diventi minore -. E detto questocon l'animo turbato si partì da loroe entrossene in una camera; e quivi da sé cacciando ogni compagniasolo a sedere si poseecon la mano alla mascellacominciò a pensare e a rivolversi per la mente quanti e quali accidenti pericolosi poteano avvenire del nuovo innamoramento; e di tale infortunio tra se medesimo cominciò a dolersi. E mentre in tal pensiero il re dimorava occupatola reinapassando per quella camerasopravenendo il videe con non poca maravigliafermata nel suo cospettogli disse: - O valoroso signorequale accidente o qual pensiero occupa sì l'animo vostroche iopensandonell'aspetto vi veggo turbato? Non vi spiaccia che io il sappiaperò che niuna felicità né avversità ancora dovete sanza me sostenere: se voi 'l mi diteforse o consiglio o conforto vi porgerò -. Rispose il re allora con voce mescolata di sospirie disse: - E' mi piace bene che a voi non sia la mia malinconia celatala cagione della quale è questa: con ciò sia cosa che la fortuna infino a questo tempo ci abbia con la sua destra tirati nell'auge della sua volubile rotaaccrescendo il numero de' nostri vittoriosi triunfiampliando il nostro regnomultiplicando le nostre ricchezze e concedendoneinsieme con gli altri iddiicara progeniea cui la nostra corona è riserbataora pensando dubito che ellapentuta di queste cosenon s'ingegni con la sua sinistra d'avvallarci. E gl'iddii credo che ciò consentono; e la maniera è questa: niuna allegrezza fu mai maggiore a noiche quella quando il nostro unico figliuolo dagl'iddii lungamente pregati ricevemmo; e sapete che ne' nostri regni nella sua natività niuno altare fu sanza divoto fuoco e sanza incensiné niuno iddio fu che con divota voce non fosse per le nostre città ringraziato. Oraconoscendo la fortuna quanto questo figliuolo ne sia caro per le rendute grazieper porre noi in maggior doglia e tristiziain vile modo s'ingegna di privarceneminuendo i nostri onoriessendo egli in vitadandoci manifesto essemplo chepoi che alla più cara cosa cominciadiscenderà sanza fallo all'altre minori: e udite come ella s'è ingegnata di levarci Florio. Essa ha tanto il giovane figliuolo di Citereanon meno mobile di leicon lusinghe mossoche eglientrato nel giovane petto di Floriol'ha sì infiammato della bellezza di Biancifioreche Paris di quella di Elena non arse più; e non vede più avanti che Biancifioresecondo che i loro maestri m'hanno detto poco avanti. E certo io non mi dolgo che egli amima duolmi di colei cui egli amaperché alla sua nobiltà è dispari. Se una giovane di real sangue fosse da lui amatacerto tosto per matrimonio gliele giugneremmo; ma che è a pensare che egli sia innamorato d'una romana popolaresca feminanon conosciuta e nutricata nelle nostre case come una serva? Ora adunque che cercherete voi più avanti della mia malinconia? Non è questa gran cagione di dolersipensando che un sì fatto giovaneil quale ancora dee sotto il suo imperio governare questi regnisia per una feminella perduto? Certo io non avria avuta alcuna malinconia se gl'iddii l'avessero al loro servigio chiamato nella sua pueriziacome Ganimede fecero. E certo la morte di Gilo non fu da Xenofonte suo padre sostenuta con sì forte animocom'io avrei fatto o fareise gl'iddii avessero consentito ch'io avessi per simile caso perduto Florio che Xenofonte perdé Gilo. Né Anassagora ancora ebbe cagione di piagnereperò che saviamente aspettava cosa naturale del suo figliuolocome io medesimo quello accidente sanza lagrime aspetterei. Ma pensando che per vile avvenimentovivendo il mio figliuoloio il posso più che morto chiamareil dolore che quinci mi nasce mi trasporta quasi infino agli ultimi termini della vita. Né so che di questo io mi facciaché io dubito chese io di tal fallo il riprendoo m'ingegno con asprezza di ritrarlo da questa cosache io non ve lo accenda più susoo forse egli del tutto non m'abandoni e vada vagabundo per gli strani regnifuggendo le mie riprensioni: e così avremmo sanza alcuno utile accresciuto il danno. E d'altra parte se io taccio questa cosail fuoco ognora più s'accenderàe così mai da lei partire nol potremo -.

[8]

Molto fu la reina di quelle parole dolentee quasi lagrimando ne 'l dimostrò; madopo poco spaziocon pietoso aspetto disse: - Caro signorenon è per questo accidente da disperarsiné degl'iddii né della fortunaperò che non è mirabile cosa se Florio s'è della bellezza della vaga giovane inamoratocon ciò sia cosa che egli sia giovanissimo e continuamente con lei dimorie ella sia bellissima giovane e piacevole. E non è dubbio chese questo amore s'avanzassecome voi dite che egli è cominciatoche noi potremmo dire che 'l nostro figliuolo fosse vivendo perdutopensando alla piccola condizione di Biancifiore. Ma quando le piaghe sono recenti e frescheallora si sanano con più agevolezza che le vecchie già putrefatte non fanno. Secondo le vostre parolequesto amore è molto novelloe sanza dubbio egli non può essere altramente e simigliantemente gli amanti novelli sononé mai altro fuoco non li scaldò; e però questo fia lieve a spegnere seguendo il parer mioné niuna più legger via ci è che dividere l'uno dall'altro; la qual cosa in questa maniera si può fare. Floriogià ne' santi studii dirozzatoè da mettere a più sottili cose; e voi sapete che noi abbiamo qui vicino Ferramonteduca di Montoroa noi per consaguinità congiuntissimoe in niuna parte del nostro regno più solenne studio si fa che a Montoro. Noi possiamo sotto spezie di studio mandar Florio là a luie quivi faccendolo per alcuno spazio dimoraregli potrà agevolemente della memoria uscir questa giovanenon vedendola egli. E come noi vedremo che egli alquanto dimenticata l'aggiaallora noi gli potremo dare sposa di real sangue sanza alcuno indugioe così potremo essere agevolmente fuori di cotale dubbio. E già però esso non ci sarà tanto lontanoche noi nol possiamo ben sovente vedere. Ond'iocaro signorevi priego che questa malinconia cacciate da voi prendendo sanza indugio questo rimedio -.

[9]

Piacque al re il consiglio della reinail quale giovare non dovea ma nuocereperò che quanto più si strigneil fuoco con più forza cuoce; e poi ch'egli sopra ciò ebbe lungamente pensatole rispose che ciò farebbeperò che altra via a tal pericolo fuggire non vedea. Maoh quanto fu tale imaginazione vanacon ciò sia cosa che durissimo sia resistere alle forze de' superiori corpiavvegna che possibile! Venus era nell'auge del suo epicicloe nella sommità del differente nel celestiale Toronon molto lontana al solequando ella fu donnasanza alcuna resistenza d'opposizione o d'aspetto o di congiunzione corporale o per orbe d'altro pianetodello ascendente della loro natività; il saturnino cielonon che gli altripioveva amore il giorno che elli nacquero. Oimèche mai acqua lontana non spense vicino fuoco! Ove credea il re potere mandar Florio sanza la sua Biancifiorecon ciò fosse cosa che ella era continuamente nel suo animo figurata con più bellezza che il vero viso non possedeae quello che prende e lascia amore era sempre con Biancifiore? I corpi si doveano allontanarema le menti con più sollecitudine si doveano far vicine. Niuna cosa è più disiderata che quella che è impossibileo molto malagevolead avere. Per quale altra cagione diventò il gelso vermigliose non per l'ardente fiamma costrettala quale prese più forza ne' due amanti costretti di non vedersi? Chi fece Biblide divenir fontana se non il sentirsi esser negato il suo disio? Ella fu femina mentre ella ne stette in forse con isperanza. O retu credi apparecchiare fredde acque all'ardente fuocoe tu v'aggiugni legne. Tu t'apparecchi di dare non conosciuti pensieri a' due amanti sanza alcuna utilità di te o di loroe affrettiti di pervenire a quel punto il quale tu con disio ti credi più fuggire. Oh quanto più saviamente adoperresti lasciandoli semplicemente vivere nelle semplici fiammeche voler loro a forza fare sentire quanto sieno amari o dilettevoli i sospiri che da amoroso martiro procedono! Elli amano ora tacitamente. Né niuno disidera più avanti che solo il visoil quale per forza conviene che per troppa copiase stare gli lasciarincrescaperò che delle cose di che l'uomo abondevole si truova sfastidiano. Ma che si può qui più direse non che il benigno aspettocol quale la somma benivolenza riguarda la necessità degli abandonatinon volle che il nobile sanguedel quale Biancifiore era discesasotto nome d'amica divenisse vilema acciò che con matrimoniale nodo il suo onore si servasseconsentì che le pensate cose sanza indugio si mettessero in effetto?

[10]

Diede il giorno luogo alla sopravegnente nottee le stelle mostrarono la lor lucema poi che Febo co' tiepidi raggi recò nuovo splendoreil re fece a sé chiamare Florioe con lieto viso ricevuto il suo salutoa sé l'accolsee così gli disse: - Bello figliuoloa me sopra tutte cose caroascoltino le tue orecchi pazientemente le mie parole; e i miei comandamentii quali da te debitamente deono essere osservatiper te sieno messi ad effetto. Con ciò sia cosa che niuna speranza rimasa fosse alla mia lunga età di gloriaagl'iddii piacque di donarmi tein cui la mia spemesanza fallo già seccaritornò verdee dissi: "Omai la fama del nostro antico sangue non periràpoi che gl'iddii ci hanno conceduto degna erede"; e sopra te tutto il mio intendimento fermaisì come sopra unico bastone della mia vecchiezza. E volendo che l'alto uficio a che gl'iddii t'hanno apparecchiatosì come è a ornare la tua fronte di splendida corona degli occidentali regninon patisse difetto di savio ducaancora che io nella tua effigie conoscessi che valoroso uomo dovevi per natura pervenirenondimeno con essaminato animo imaginai che per le accidentali scienze molto t'avanzeresti. E dalla imaginazione nel dovuto tempo venni all'effetto; e infino a questo giornocosì come la tua età è stata per la gioventudine deboletta a sostenerecosì con picciole scienze t'ho fatto nutricare. Ora che in più ferma età se' pervenutodisidero che tu a più alti studii disponghi il tuo intellettoe massimamente a' santi principii di Pittagorade' quali venendo con l'aiuto de' nostri iddii a perfezionesì come io estimoti seguirà grandissimo onorecon ciò sia cosa che la scienza in niuna maniera di gente tanto sia lucida e risplendente quanto ne' prencipi. E ciò puoi tu per te medesimo considerarericordandoti quanta fosse eccellente la fama del gran re Salamoneancora che giudeo e lontano dalla nostra setta fosse. E per imprendere questa scienzacerto a te non converrà andare cercando Eliconané i solleciti studii d'Attenené alcuno altro lontano paeseperò che qui a noi molto vicina è una città chiamata Montorodotata di molti dilettila quale per noi il valoroso duca Ferramonte governaa noi congiuntissimo parentenon molto men giovane di teil quale continua compagnia ti sarà. Quivi con ordinato stile si leggono le sante scienze; quivisecondo che io estimotu potrai in picciolo termine divenire valoroso giovane: per la qual cosa io voglio che sanza indugio vi vada. Né ciò ti dee parer graveconsiderando principalmente che tu vai a divenire valoroso uomoper la qual cosa acquistare niuno affanno né sconcio se ne dee rifiutare: appressotu non sarai però da noi divisoperò che ci se' per picciolo spazio vicinoe sovente potremo noi venire a veder te e tu noi sanza sconcio dello studio: il quale noi non intendiamo che tu prenda in maniera che niuno tuo diletto se ne sconci dall'altra partetu sarai con persona che sanza fine t'ama e che disidera molto di vederticioè il duca. E però ora che il tempo è molto più atto allo studio che al sollazzoperò che sì come già vedi signoreggiare le stelle Pliade e la terra rivestire di bianco molto sovente avendo perduto il verde coloreprendi quella compagnia che più ti dilettae vavvi -.

[11]

Florioudendo queste parolein se medesimo si turbò moltoperò che nemiche le sentia al suo disioe lasciando parlare il padrelungamente guardando la terramutolo sanza niente rispondere stettee dimandatagli più volte dal padre rispostadopo il trarre d'un grandissimo sospirodisse così: - A meo reverendissimo padreè occulta la cagione per che da voi sì giovane e con tanta fretta dividere mi voleteessendo voi pieno d'etàcom'io vi veggo. Voi disiderate che io per studio divenga in scienza valorosola qual cosa non è meno da me disiderata. Ma qual dovuto pensiero vi mostra che io debba meglioda voi lontanostudiareche nella vostra presenza? Non imaginate voi che io lontano da voi continuamente sarò pieno di varie sollecitudini? Io non ispessoma quasi continuo crederò che sconcio accidente occupi con infermità la vostra personao dubiterò che voi di me non dubitiate. E ancora mi si volgeranno dubbii per la mente che la vostra vitaa me molto da tener caranon sia con insidie appostata dagli occulti nemici per la mia assenza. Queste cose non sono impossibili ad essere ogni ora del giorno pensate da meperò che io non fui generato dalle querce del monte Appenninoné dalle dure grotte di Peloroné dalle fiere tigrema da voicui io amo più che niuna altra cosa: e di quelle cose che sono amate si dee dubitare. E andandomi queste sollecitudini per lo pettoqual parte di scienza vi potrà mai entrare? E ancora manifestamente veggiamo che a niuna persona i futuri casi sono palesi. Chi sa se gl'iddiinon essendo io con voivi chiamassero subitamente a' loro regni? la qual cosa sia lontana per molto tempo da noi; ma se pure avvenissechi vi chiuderebbe con più pietosa mano gli occhi nell'ultima ora gravatiche farei io? La qual cosase io vi sono lontanocome la farò? E se a me lontano da voi questo accidente avvenisseche 'l veggiamo sovente avvenireché più tosto si secca il giovane rampollo che il vecchio ramochi porterebbe a' miei fuochi l'acceso tizzone? Certo strana manoe non la vostra. Adunque guardate a quello che voi avete pensatoe vedete ancora s'è convenevole cosa che iounico figliuolo di così fatto re come voi sietevada studiando per lo mondo attorno. E però più utile e migliore consiglio mi pare il fare qui da Montoro o d'altra parte ove più sofficienti fosserovenire maestri in quella scienza la quale più v'aggrada che io apparie qui in vostra presenzadi miglior cuorecessando ogni dubbioapprenderò e con più diletto studieròvedendovi continuamente in prosperevole stato -.

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Quando il re udì la risposta di Florioben conobbe il suo volere occultoe che le scuse da lui portenon da pietà che di lui padre avessema sola la forza d'amore che a Biancifiore lo stringea li facea questo dire; onde egli così gli disse: - Figliuolosiano di lungi da noi gli avversi casii quali tu ora in forse mettevi futuriperò che se pure avvenisserotanto ne sarai vicinoche ben potrai al pietoso uficio esser chiamato. Ma tu sanza dovere ti ramarichiponendolo in non convenevole cosache un figliuolo di tal requale tu se'vada per le strane scuole studiando. Or ove ti mando io? Se tu riguardi benetu vai in casa tua e nella tua città e nel tuo regno a dimorare. E se non fosse che 'l troppo amore de' padri verso i figliuoli li fa le più volte pigri alle virtù certo io m'atterrei al tuo consiglio di farti appresso di me studiare; ma acciò che niuno atto di pigrizia dal grande amore ch'io ti porto ti succedessemi fo io alquanto contra me medesimo rigidodilungandoti un poco da me. E certo tu il dei aver caroperò che la tua età richiede più tosto affanno che agio: il solepoi che Lucina chiamata dalla tua madre mi ti donòè quattordici volte ad un medesimo punto ritornato nelle braccia di Castore e di Pollucee è entrato nel cammino usato per compiere la quintadecimae è già al terzo della viao più avanti. Dehse tu rifiutie dubiti d'andar così vicino a noicome poss'io presumere che tuper divenire valorosose accidente avvenisseprendessi sopra te un grave affanno? Caro figliuoloe' non si disdice a' giovani disiderosi di pervenire valorosi prencipi l'andare veggendo i costumi delle varie nazioni del mondo. Già sappiamo noi che Androgeogiovane quasi nella tua etàsolo figliuolo maschio di Minòsre della copiosa isola di Cretiandò agli studii d'Attenelasciando il padre pieno d'età forse più ch'io non sonoperché in Creti non era studio sofficiente al suo valoroso intendimento. E Giansonepiù disposto all'armi che a' filosofichi studiicon nuova nave prima tentò i pericoli del mare per andare all'isola de' Colchi a conquistare il Montone con la cara lanae con esso etterna famaperché ne' suoi paesi non potea mostrare la sua virtuosa forzae giovanissimo abandonò i vecchi padre e ziano sanza alcuna erede: l'onore del mondo né i celestiali regni non s'acquistano sanza affanno. Io conosco manifestamente che effettuoso amore ti strigne a essere sempre mecoe niuna altra cagione ti fa scusare l'andata; ma l'andare a Montoro non sarà allontanarsi da me. Ondecaro figliuolovae sì sollecitamente con acconcio modo studiache tu possi a me in brieve tempo sanza più avere a studiare ricongiugnerti valoroso giovane -.

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Allora Florionon potendosi quasi più celareperò che ira e amore dentro l'ardeanorispose: - Caro padrené Androgeo né Giansone non seguirono l'uno lo studio e l'altro l'armise non per averne il glorioso fine disiderato da loro: e questo è manifesto. E veramente a me non sarebbe grave il provare le tempestose onde del marené i pericoli della terraandando molto più lontano da voiin qualunque parte del mondoche niuno di loro fececredendovi io trovare la cosa da me disiata a quietare la mia volontà. Ma che andrò io adunque cercando per lo mondo? Quel ch'io amo e quel ch'io disidero è meco; voglio io andare perdendomie non sapere in che? Voletemi voi fare usare il contrario degli altri uomini che affannando vanno? Niuno è che affannando vadase non a fine d'avere alcuna volta riposo: e iopartendomi di quifuggirò il riposo per affannare! Io non posso fare che io non mi vi scuopra: egli è qui nella nostra reale casa la nobile Biancifiorela quale io sopra tutte le cose del mondo amo; e certo non sanza cagione: ella è l'ultimo fine de' miei disiie solamente vedere il suo bel visoil quale più che matutina stella risplendeè quello che io disidero di studiare. Onde io caramente vi priego che voi della mia vita aggiate pietà sì come padre di figliuolola quale sanza fallodividendomi io da Biancifioresi dividerà da me. E acciò che 'l tempo in lungo sermone non si occupivi dico che sanza lei io non sono disposto ad andare in alcuna parte del mondoné vicina né lontana di qui. Se lei volete mandar mecomandatemi ove voleteché tutto mi parrà leggiero e grazioso l'andare. E dell'amore ch'io porto a costei vi dovete voi molto contentarepensando che Amore abbia tanto bene per noi provedutoche egli non ha consentito che io disiando donna lontana da' nostri regni faccia come già fece Perseoil quale tra li neri indiani scelse Andromedae similemente Paris degli altrui regni ne portò Elena insieme col fuoco che arse poi i suoi regni; e cercando lei abandoni voi vecchio. Adunque da poi che Amore in un regnoin una città e in una medesima casa m'ha conceduto dilettoso piaceredi sì grazioso dono gli siamo noi molto tenuti. E poi che così èio vi priego che vi piaccia che graziosamente e sanza affanno voi mi lasciate questo singular bene possedere -.

[14]

Sì tosto come Florio tacqueil reche non meno cruccioso era di luiben che nel sembiante allegro si mostrassealquanto turbato così gli rispose: - Ahicaro figliuoloche è quello che tu di'? Io non avrei mai creduto che sì vile cagione ti ritenesse da volere andare a pervenire a così alti effetti come lo studiare nelle filosofiche scienze reca altrui. Sola pietà di me vecchio credea ti ritenesse: ora hatti già tanto insegnato Amoreche sotto spezie di verità porgi inganno a metuo padre? Hai tu questo appreso nel lungo studio che io sotto la correzione di Racheio t'ho fatto fare? Oimèche ora pur conosco io manifestamente quello a che il tuo poco senno ti tira! e ben conosco che la verità da' tuoi maestri mi fu porta poi che così parli; e sanza fine di te mi maraviglioil quale mi vuoi dare a vedere che quello di che tu e io più ci dovremmo dolerene dovremo far festa e ringraziare Amore; e non pensi quanta sia la viltàla quale ha il tuo animo occupato in disporti ad amare così fatta feminacome tu ami; della qual cosa doppiamente se' da riprendere e principalmente d'aver avuta sì poca costanza in teche a sì vile passionecom'è amare una femina oltre misurahai lasciato vincere il tuo virile animonon ponendo mente quanti e quali sieno i pericoli che da questo amare sieno già proceduti e procedano. Non udisti tu mai dire come miserabilmente Narcisso per amore si consumòe con quanta afflizione Biblide per amore divenne fontana? E ancora gl'iddii sostennero noia di tal passionee massimamente Apolloil qualedi tutte cose grandissimo medicoa sé medicina non poté porgerepoi che ferire s'ebbe lasciatoforse non per viltà ma per provare; e in brieveniuno non è a cui questo amore non dissecchi le medolle dell'ossa. E tu con disiderio il vai seguendo! Ma ancora di tutto questotenendo lo stile della più genteti potresti scusare; ma non consideri tu di cui tu ti sei innamoratoe per cui tu così faticosa passione sostieni? e ciò è d'una serva nata nelle nostre casela quale a comparazione di te non ti si confarebbe in niuno atto. Deh! or ti fossi tu d'una valorosa e gran donna simile alla tua nobiltà innamorato! assai mi dorrebbema ancora mi sarebbe alcuna consolazione. Io non ti potrei mai tanto sopra questo dire quanto io disidero; ma però ch'io so che ancora in te medesimosanza riprensione alcunati riconoscerai del tuo erroree rimarra'tenemi taccio. E se io credessi che ciò non avvenissecerto legger cosa mi sarebbe ora io medesimo ucciderti. Ma acciò che tu seguiti lo studioio in questa parteancora che io conosca che manifesto biasimo ti sia menarti dietro per le strane scuole quella che tu sconciamente amine seguirò il tuo volere; e sì tosto come tua madrela quale alquanto non sana è statacome tu puoi vedereavrà intera sanità ricuperataio la ti manderò a Montoro; e ora teco la ne mandereise non fosse che sanza lei tua madre in cotale atto non vuol rimanere -.

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Turbossi alquanto Florio veggendo il padre turbatoma non pertanto quasi lagrimando così li rispose: - Padre miosì come voi sapetené il sommo Giove né il risplendente Apolloda voi ora davanti ricordatoné alcuno altro iddio ebbe all'amorevole passione resistenza; né tra' nostri predecessori fu alcuno tanto di virile forza armatoné sì crudoche da simile passione non fosse oppresso. Adunquese io giovinetto contra così generale cosa non ho potuto resisterecerto non ne sono io sì gravosamente da riprenderecome voi fatema emmi da rimetterepensando che il mio spirito è stato sì volgareche per rigidezza non ha rifiutato quello che ciascuno altro gentile ha sostenuto. E la mia forma la quale mercé degl'iddii è bellissimarichiede tale uficiopiù tosto che alcuno altro. E che si potrà giustamente dire a me s'io amopoi che ad Ercule e ad Aiace uomini robusti non si disdisse? Appresso dite che gravoso vi sembra pensando la qualità della femina che io amo però che popolaresca e serva la riputatee voi credo che in parte ignoriate di qual sangue questa giovanecui io amosia discesasì come quegli che ingiustamente il suo padre valorosoresistente con picciola schiera alla vostra moltitudine di genteuccidesteil quale forse non fu di minor qualità che voi siatepensando alla grandezza di tanto animo quanto nella sua fine mostrò. E ancora che certamente noi nol sappiamonoi pure avemo udito che la madre di costeila quale voi non serva prendestediscese dell'alto sangue del vittorioso Cesaregià conquistatore de' nostri regni per adietro. E posto che manifestamente la nazione di questa giovane esser vile si conoscessesì conosciamo noi lei esser tanto gentile o piùquanto se d'imperiale progenie nata fossese riguardiamo con debito stile che cosa gentilezza siala quale troveremo ch'è sola virtù d'animo. E qualunque è quelli che con animo virtuoso si truova quelli debitamente si può e dee dire gentile. E in cui si vide già mai tanta virtùquanta in costei si truova e vede manifestamente? Ella è di tutte generalmente vera fontana. In lei pare la prudentissima evidenzia della cumana Sibilla ritornata; né fu la casta Penolope più temperata di costeiné Catonepiù forte negli avversarii casiné con più equalità d'animo: liberalissima la veggiamo. La grazia della sua lingua si potrebbe adeguare alla dolcissima eloquenzia dell'antico Cicerone. A cui mai tanta grazia concessero gl'iddii? Questa è sommamente virtuosa: adunque sanza comparazione gentile. Non fanno le vili ricchezzené gli antichi regniforse come voiessendo in uno errore con moltiestimategli uomini gentili né degni posseditori de' grandi uficii: ma solamente quelle virtù che costei tutte in sé racchiude. Dehor come mi potea o potrebbe già mai Amore di più nobil cosa fare grazia? Questa ha in sé una singular bellezzala quale passa quella che Venus teneaquando ignuda si mostrò nelle profonde valli dell'antica selva chiamata Ida a Parisla qualeognora che io la veggiom'accende nel cuore uno ardore virtuoso sì fattoche s'io d'un vile ribaldo nato fossimi faria subitamente ritornare gentile. Né niuna volta è che io i suoi lucentissimi occhi riguardiche da me non fugga ogni vile intendimentose alcuno n'avessi. Adunquepoi che questa a virtuosa vita mi muovenon che ella è gentilecome di sopra detto èma se ella fosse la più vil feminella del mondosì è ella da dovere essere amata da me sopra ogni altra cosa. Ma poi che tanto v'aggrada che io studiiacciò che riputato non mi possa essere in vizio il non ubidirvifarollo volentieri; ma se mia vergogna vi sembra che costei per le strane scuole mi venga seguendolevate la cagione acciò che non seguiti l'effetto: non vi mandate meil quale sono presto d'andarvipoi che a voi piacee impromettetemi di mandarmi lei. Sieno del loro amore ripresi la trista Mirra e lo scelerato Tireo e la lussuriosa Semiramisi quali sconciamente e disonestamente amaronoe me più non riprendetese la mia vita v'aggrada -.

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Non rispose più il re a Florioperò che sì gli vedeva gli argomenti prestiche volendo parlare con lui avrebbe di gran lunga perdutoma lasciandolo solosi partì da esso e comandò che s'acconciasse l'arneseacciò che Florio la seguente mattina n'andasse a Montoro.

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Alle parole state tra 'l re e Florio non era guari lontana la misera Biancifioremacelata in alcuno luogocon intentivo animo tutte l'avea notateascoltando quello ch'ella non avrebbe voluto udire né che per altrui le fosse stato raportato. E bene avea con grave doglia intese le gravi riprensioni fatte a Florio per l'amore che a lei portavae similmente udito avea vilmente dispregiarsi dal redicendo che serva era e di vile nazione discesa; ma di ciò la vera e buona difensione di Florio fatta in aiuto di leile rendé molto il perduto conforto. Ma quando ella dire udì a Florio: - Poi che mandare mi dovete Biancifiore a Montoroio v'andrò -allora dolore intollerabile l'assalìperò che manifestamente conobbe lo iniquo intendimento del re il quale questo impromettea per più leggiermente poter Florio allontanare da lei; e cominciò con tacito pianto a lagrimare e a dire fra sé così: "OimèFloriosolo conforto dell'anima miaa cui io tutta mi donai per mia salute quel giorno che tu prima mi piacestiora che credi tu? Alle cui parole t'hai tu lasciato ingannare! Or non vedevi tu che mi ti prometteva di mandarmitiperché tu consentissicome tu hai fattoall'andata? Egli non mi manderà mai ove tu sii. Dehnon conosci tu la falsità del tuo padre? Certo non che egli mandi me a tema egli non lascerà mai te venire dove io sia. Tu ti sei lasciato ingannare con meno arte che non lasciò Isifile: ella credette alle parole e agli attie alla fede promessae alle lagrime dello ingannatore; ma tu per la menoma di queste cose se' stato ingannatoe hai detto di sì di quella cosa che laida ti sarebbe a tornare adietro; e non hai conosciuto che eglinon disideroso del tuo studioma di trarre me della tua memoriat'allontana da meacciò che per distanza tu mi dimentichi! Oimèor dove abandoni tuo Floriola tua Biancifiore? Ove n'andrai tu con la mia vita? Oimèmisera! E io come sanza vita rimarrò? E se a me vita rimarràcome sarà ella fatta trovandomi sanza esser teco continuamente e sanza vederti? O luce degli occhi mieiperché ti fuggi tu da me? Oimèquale speranza mi potrà mai di te riconfortareche con la tua bocca hai consentita e impromessa la partita? O beata Adrianache ingannata dal sonno e da Teseodopo poche lagrime meritò miglior marito! E più felice Fedrache col suocero in nome d'amante finì il disiato cammino! Or mi fosse stata licita l'una di queste felicità: o l'essere stata da te con ingegno abandonata o d'averti potuto seguire. Oimèse quello amore il quale tu m'hai più volte con piacevole viso mostrato è veroperché nel cospetto della crudeltà del tuo padre non piangevi tuveggendo che i prieghi non valeano? E' non ti si disdiceaché ciascuno sa che alcuno non può dar legge all'amorevole attoperò che la forza d'amore tiene l'uomopiù che alcun altro vincocostretto. Io credo che se le tue lagrime fossero state con prieghi mescolate egli avrebbe conceduto che tu fossi avanti qua rimaso che vedutoti più lagrimareperò che la pietàche sarebbe stata da avere di teavrebbe vinto e rimutato il suo nuovo proponimento: ché tutti i padri non hanno gli animi feroci contra i figliuoli come ebbe Brutoprimo romano consoloil quale giustamente per la sua crudeltà fu da riprendere. Maoimè!che se 'l tuo amore non è falsotu dovevi sofferire aspri tormenti anzi che consentire di dovervi andareo almenoper consolazione di me miserafarviti quasi per forza menare. Né in questo ti si disdicea l'essere al tuo padre disubidienteperò chequando cosa impossibile si dimandaè lecito il disdirla. Come ti sarà egli possibile il partirti sanza mese le tue parole a me dette per adietro non sono quali furono quelle del falso Demofonte a Filisil quale la promessa fede e le vele della sua nave diede ad un'ora a' volanti venti? O come potrai tu in alcuna parte sanza cuore andare? Tu mi solevi dire ch'io l'avea nelle mie mani e che io sola era l'anima e la vita tua: ora se tu sanza queste cose ti particome potrai vivere? Oimè miseraquanto dolore è quello che mi strignepensando che tu contra te medesimo sii incrudelitoné hai avuta alcuna pietà alla tua vita! Or con che viso ti potrò io pregare che della mia t'increscaalla quale alcuna compassione dovresti avere avutapensando che io per te la metterei ad ogni pericolocredendoti da noia allontanare? Tu avraipartendotiguadagnata la tua morte e la mia: e se non mortevita più dolorosa che morte non ci falla! Tu te n'andrai a Montoro col vero corpoe io misera rimarrò seguendoti sempre con la mente; né mai in alcuna parte sanza me saraie niun diletto da te ha presoche io con lamentevole disio non ti seguiti addesso. Né fia per te fatto alcuno studio che io similemente imaginando non studiidisiderando più tosto di convertirmi in libro per essere da te vedutache stare nella mia forma da te lontana. Ma certo la fortuna e gl'iddii hanno ragione d'essere avversi a' nostri disiii quali abbiamo sì lungamente avuto spazio di potere toccare l'ultime possanze d'amoree mai non le tentammo: la qual cosa forsese stata fosse fattao più forte vinco avrebbe te meco a me teco legatoper lo quale partiti non potremmo essere stati di leggerecome ora saremoo quello che ci strigne si sarebbe o tutto o in maggior parte solutoné mi dorrebbe tanto la tua partenza. Certo per le dette ragioni me ne duolema per la servata onestà sono contenta che la nostra età sia stata castaalla quale ancora ben bene sì fatta cosa non si convenia. E appresso credo che forse gl'iddii ci serbano più lieti congiungimentie con migliore cagione: maoimè dolente!che questo non so ioné già per tale speranza il mio dolor non scema! Or volessono gl'iddii chepoi che dividere mi debbo da teche se' solo mio bene mia luce e mia speranzami fosse licito il morire! OimèAretusaquanto miseramentefuggendo il tuo amantedivenisti fontana! e io più affannata di dolore che tu di pauranon sono da loro uditané però si muovono a pietà! AhimèEcubaquanto ti fu felice nel tuo ultimo dolorepoi che morte t'era negatail convertirti in cane! Io ti porto invidia; e similmente alla tua morteo Meleagrola cui vita dimorava nel fatato bastoneperò ch'io disidererei che i tuoi fati si fossero rivolti sopra di me! O sommi iddiise i miseri meritano d'essere uditiio vi priego che di me v'increscae che voi al mio dolore o fine o conforto sanza indugio mandiate. E tuo più che crudelete ne va'ché in verità mai nel tuo aspetto non conobbi che crudeltà in te dovesse aver luogo. Ma poi che lontanandoti la dimostriio ti giuro per l'anima della mia madre che mai sanza continua sollecitudine non saròsempre pensando com'io a vedere ti possa venire. E quale che modo io mi eleggase io non sarò mandata a teio vi pur verrò".

[18]

Florioche malvolentieri a' piaceri del padre avea consentitoricevuto il comandamento del doversi partire la seguente mattinae partitosi il re da luisolo pensando si pose a sederee fra se medesimo dicea: "Oimèor che ho io fatto? A che ho io consentito? Alla mia medesima distruzioneper ubidire il crudel padre! Or come mi potrò io mai partire sanza Biancifiore? Dehor non poteva io almeno dicendo pur di noaspettare quello ch'egli avesse fatto? Di che aveva io paura? Ucciso non m'avrebbe egliché io non m'avrei lasciato. Né niuna peggior cosa mi potea fare che da sé cacciarmi: la qual cosa egli non avrebbe mai fatto; ma se pur fatto l'avesseBiancifiore non ci sarebbe rimasaperò che meco ove che io fossi andato l'avrei menata; la quale io più volontierisanza impedimento d'alcunoliberamente possedereiche io non farei la grande eredità del reame che m'aspetta. Ma poi che promesso l'hoio v'andròacciò che non paia ch'io voglia tutto ogni cosa fare a mia maniera. Egli m'ha impromesso di mandarlami; se elli non la mi mandaio avrò legittima cagione di venirmene dicendo: "Voi non m'atteneste lo 'mpromesso dono: io non posso più sostenere di stare lontano da lei per ubidire voi". E da quella ora in avanti mai più un tal sì non mi trarrà della boccaquale egli ha oggi fatto. Se egli me la mandamolto sono più contento d'esser con lei lontano da lui che in sua presenza staree più beata vita mi riputerò d'avere". E con questo pensiero si levò e andonne in quella parte ove egli ancora trovò Biancifioreche tutta di lagrime bagnata ancora miseramente piangea; a cui egliquasi tutto smarrito guardandoladisse: - O dolce anima miaqual è la cagione del tuo lagrimare? -. La quale prestamente dirizzata in pièpiangendo gli si fece incontroe disse: - Oimèsignor miotu m'hai morta: le tue parole sono sola cagione del mio pianto. O malvagio amantenon degno de' doni della santa deaalla quale i nostri cuori sono dispostior come avesti tu cuore di dire tu medesimo sì di dovermi abandonare? Dehor non pensi tu ove tu m'abandoni? Iotenera pulcellasono lasciata da te come la timida pecora tra la fierità de' bramosi lupi. Manifesta cosa è che ogni onoreil quale io qui riceveam'era per lo tuo amore fattonon perché io degna ne fossisì come a colei che era tua sorella da molti riputata per lo nostro egual nascimento. E moltiinvidiosi della mia fortunaa meper loro estimazione prospera e benivola tenuta per la tua presenzaorapartendoti tunon dubiteranno la loro nequizia dimostrare con aperto visoavendola infino a ora per tema di te celata. Ma ora volessero gl'iddii che questo fosse il maggior male che della tua andata mi seguitasse! Ma tu mi lasci l'animo infiammato del tuo amoreper la qual cosa io spero d'avere sanza te angosciosa vita! la qualeancora che io da te non abbia meritatami ha bene investitaperò chequando prima ne' tuoi begli occhi vidi quel piacereche poi a' tuoi disii mi legò il cuore con amoroso nodosanza pensare alla mia qualità vile e popolarescae ancora in servitudine coattain niuna maniera da potere alla tua magnificenza adeguaremi lasciai con isfrenata volontà pigliareaggiungendo al tuo viso piacevolezza col mio pensiero. Onde se tuoraabandonandomi sì come cosa da te debitamente poco cara tenutae Amorecostringendomi di teda me stoltamente amatocon greve doglia mi punitefaccendomi riconoscere la mia folliaquesto non posso né io né alcuno altro dire che si sconvenga. E se non fosse che io fermamente credo che alcuna parte di quella fiamma amorosala qual pare che per me ti consumit'accenda il cuorese vero è che ogni amore acceso da virtùcom'è il mio verso di tesempre accese la cosa amatasol che la sua fiamma si manifestiio avrei sconciamente nociuto alla mia vitaperò che Cupido da piccolo spazio in qua m'ha più volte posta in mano quella spadacon la quale la misera Dido nella partita di Enea si passò il pettoacciò che io quello uficio essercitassi in me: e certo io l'avrei per me volontieri fattoma dubitando d'offendere quella piccola particella d'amore che tu mi portimi ritennitenendo solamente la mia vita cara per piacere a te. Ma gl'iddii sanno quale ella sarà partendoti tuperò che io non credo che mai giorno né notte siache io non sofferi molti più aspri dolori che il morire non è. Ma forse tu ti vuogli scusare che altro non puoi; ma non bisogna scusa al signore verso il vassallo: tanto pur udi' io che tu con la tua bocca dicesti d'andare a Montoro! Oimèor m'avessi tu detto davanti: "Biancifiorepensa di morireperò che io intendo d'abandonarti"però che tu non dovevi dire sì a fidanza delle vane e false parole di tuo padreil quale ti promise di mandarmi a te. Certo egli nol farà già maiperò che egli guarda di farti tanto da me star lontanoche io possa essere uscita della tua mente -. Queste e molte altre parolepiangendo e tal volta porgendogli molti amorosi bacigli diceva Biancifiorequando Florio non potendo le lagrime ritenererompendole il parlarele disse così:

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- Oimèdolce anima miaor che è quello che tu di'? Come potrei io mai consentire se non cosa che ti piacesse? Tu ti duoli della menoma parte de' nostri danni. Principalmente già sai tu che mai per me onorata non fostima sola la tua virtù è stata sempre cagione debita agli onoranti di tale onore farti: la qual virtù per la mia partita non credo che manchiné similemente l'onore. E chi sarebbe quelli che contra te potesse incrudelireo per invidia o per altra cagione? certo nullo; e se pure alcuno ne fosseio non sarò sì lontano che tu di leggieri non possi farlomi sentireacciò che io con subita tornata qui punisca la iniquità di quelli: e però di questo vivi sicura e sanza pensiero. Maohimèche di quel fuocodel qual tu di' che io ti lascio l'anima accesaio ardo tutto! E veramente mentre io starò lontano da tela mia vita non sarà meno angosciosa che la tua: e io il sento giàperò che nuova fiamma mi sento nel cuore aggiunta. Ma sanza fine mi dolgono le parole le quali tu di'avvilendoti sanza alcuna ragione. E certo di quello che io ora diròné me ne sforza amore né me n'ingannama è così la verità come io estimo. In te niuna virtù pate difettoné belli costumi fecero mai più gentilesca creatura nell'aspettoche i tuoisanza fallo buonifanno te. La chiarità del tuo viso passa la luce d'Appollo né la bellezza di Venere si può adeguare alla tua. E la dolcezza della tua lingua farebbe maggiori cose che non fece la cetera del trazio poeta o del tebano Anfion. Per le quali cose lo eccelso imperador di Romagastigatore del mondoti terrebbe cara compagniae ancora più: ch'egli è mia oppinione chese possibil fosse che Giunone morisseniuna più degna compagna di te si troverebbe al sommo Giove. E tu ti reputi vile? Or che ha la mia madre più di valore di tela quale nacque de' ricchissimi re d'Oriente? Certo niuna cosané tantotraendone il nomeche è chiamata reina. Adunque per lo tuo valore se' tu da me degnamente amatasì com'io poco inanzi dissi al mio padre. E cessino gl'iddii che tu in niuno atto o per nulla cagione t'avessi offesa o t'offendessiperò che niuna persona m'avrebbe potuto ritenereche io subitamente non mi fossi con le propie mani ucciso. Vera cosa èe ben lo conoscocheconsentendo io l'andata mia a Montoroio diedi a te gravoso dolore; ma certo e' non dolfe più a te che a me. Ma che volevi tu che io facessi più avanti? Volevi tu che io con mio padre avessi sconce parole per quello che ancora si può ammendare? Se a te tanto dispiace la mia andatacomanda che io non vi vada: egli potrà assai urtare il capo al muroche io sanza te vi vada! E se tu consenti che io vi vadaegli m'ha promesso di mandarmiti: la qual cosa se egli non faio volgerò tosto i passi indietroperò che io so bene che sanza te vivere non potrei io lungamente. E non pensare che maiper lontanarmi da teegli mi possa mai trarre te della mentechequanto più ti sarò col corpo lontanotanto più ti sarò con l'anima vicinoché certo impossibile sarebbe ch'io ti dimenticassise tutto Letè mi passasse per la bocca. Peròanima miaconfortatie lascia il lagrimare; e fa ragione ch'io sia sempre tecoe non pensare che 'l mio amore sia lascivo come fu quello di Giansone e di molti altrii quali per nuovo piacere sanza niuna costanza si piegavano. Veramente io non amerò mai altra che tené mai altra donna signoreggerà l'anima mia se non Biancifiore -. E dicendo queste parolepiangeano amenduni teneramentespesso guardando l'uno l'altro nel visoe tal volta asciugando ora col dilicato ditoora col lembo del vestimentole lagrime de' chiari visi.

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Nel tempo della seconda battaglia stata tra 'l magnifico giovane Scipione Africano e Annibale cartaginese tirannoessendo già la fama del valore di Scipione grandissimaavvenne che uscito del campo d'Annibale un cavaliere in fatto d'arme virtuosissimochiamato Alchimedecon molti compagni per prender preda nel terreno de' romaniacciò che 'l campo d'Annibale copioso di vittuaglia tenesseroScipioneuscitogli incontrodopo gran battaglia tra loro statagli sconfissee lui ferì mortalmente abbattendolo al campo. Alchimede vedendosi abbattuto e sentendosi soloda' suoi abandonato e ferito a mortealzò il capo e riguardò il giovaneil quale la sua lancia avea a sé ritrattaforse per riferirloe videlo nel viso piacevole e belloe niente parea robusto né forte come i suoi colpi il facevano sentirea cui egli gridò: - O cavalierenon ferireperò che la mia vita non ha bisogno di più colpi a essere cacciata che quelli che io honé credo che il sole tocchi le sperie onde che l'anima mia fia a quelle d'Acheronta. Ma dimmi se tu se' quel valoroso Scipione cui la gente tanto nomina virtuoso -. Il quale Scipioneriguardandolo e udita la voceil riconobbeperò che in altra parte aveva la sua forza sentitae disse: - O Alchimede io sono Scipione -. Allora Alchimede gli porse la destra mano e con fievole voce gli disse: - Disarma il già morto braccioe quello anello il quale nella mia mano troveraiprendilo e guardaloperò che in lui mirabile virtù troverai: che a qualunque persona tu il doneraielliriguardando in essoconoscerà incontanente se noioso accidente avvenuto ti fiaperò che il colore dell'anello vedrà mutatoe sì tosto come egli l'avrà vedutola pietra tornerà nel primo colore bella. E a me per tale cagione il donò Asdrubalfratello al mio signore Annibalea cui tu tanto se' avversoquando di Spagna mi partii da luiche più che sé m'amava. Io sento al presente la mia vita falliree sola d'alcuno amico; ondese io qui muoio con essoo perderassio troverallo alcuno il quale forse la sua virtù non conoscerào che forse non sarà degno d'averlo: e però io amo meglio che tuposto che offeso m'abbiil tenghi in guiderdone della tua virtùche alcuno altro il possegga per alcuno de' detti modi -. E detto questola debole testa sopra il destro omero bassò; e dopo picciolo spazio si morì. Scipioneprestamente disarmata la mano del rilucente ferropiù disioso della virtù dell'anello che del valoretrovò il detto anello bellissimoe fino oro il suo gambola pietra del quale era vermigliamolto chiara e bella: il quale egli presee mentre che viveo con gran diligenza il guardò. Ma poipervenendo d'uno discendente in altro della casapervenne al valoroso Lelioil qualeessendo consueto d'andare sovente per lo bene della republicacome valoroso cavaliere non tralignante da' suoi antichifuori di Roma contro a' resistentidonò questo anello alla misera Giuliadicendole la virtùacciò che ella sanza cagione di lui non dubitasse. E quando lo infortunato caso da non ricordare l'avvennel'avea ella in manoe per dolore il si trasse e diedelo a guardare a Gloriziadicendo: - Omai non ho io di cui io viva più in dubbioné per cui la virtù del presente anello più mi bisogni -. Ma dopo la morte di GiuliaGlorizia il donò a Biancifioredicendole come del padre di lei era stato e appresso della madree la virtù di lui: il quale Biancifiore lungo tempo caramente guardò. E ricordandosene alloralo portò dove Florio erae così cominciò piangendo a parlare:

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- Dehperché s'affannano le nostre mani a rasciugare le lagrime de' nostri visi nel principio del nostro dolore? Sia di lungi da me che io mai di lagrimare risteamentre che tu sarai lontano da me. Oimèche tu mi dì: "Comanda che io non vada a Montoro!". Dehor perché bisognava egli che io il ti comandassi? Non sai tu come io volontieri vi ti vedrò andare? Tu il dovevi ben pensare. Ma volontieri i' 'l fareise convenevole mi paresse; ma però che io non disidero meno che 'l tuo dovere s'adempia che 'l mio volerepoi che tu promettesti d'andarvifa che tu vi vadaacciò che vituperevole cosa non paiavolendosene rimanereil disdire quello che tu hai promesso. E acciò che le tue parole non paiano ventoio concedocosì volontieri come Amore mi consenteche tu vi vadae ubidendo anzi adempi il piacere del tuo padre. Ma sopra tutte le cose del mondo ti priego che tu per assenza non mi dimentichi per alcuna altra giovane. Io so che Montoro è copioso di molti diletti: tutti ti priego che da te siano presi. Solamente a' tuoi occhi poni freno quando le vaghe giovani scalze vedrai andare per le chiare fontanecoronate delle frondi di Cererecantando amorosi versiperò che a' loro canti già molti giovani furono presi: però che se io sentissi che alcuna con la sua bellezza di nuovo t'infiammassecome furiosa m'ingegnerei di venire dove tu e ella fosse; e se io la trovassicon le propie mani tutta la squarcereiné nel suo viso lascerei parte che graffiata non fosse dalle mie unghiené niuno ordine varrebbe a' composti capelli che iotutti tirandoglieli di caponon gli rompessi; e dopo questoper vituperevole e etterna sua memoriaco' propii denti del naso la priverei: e questo fattome medesima m'ucciderei. Questo non credo però che possibile sia di dovere avvenire: ma sì come leale amante ne dubitoe però il dico. Tu avrai molti altri dilettie ciascuno s'ingegnerà di piacertiacciò che io ti dispiaccia: ma io mi fido nella tua lealtà. E però che io sono certa che come tu in molti e varii diletti staraicosì io in molte avversitàle quali forse io non ti potrò far note così com'io vorreiti voglio pregarepoi che gl'iddii adoperano verso noi tanta crudeltàe la fortuna ne mostra le sue forze in dipartirciche ti piaccia per amore di me portar questo anelloil qualementre che io sanza pericolo dimoreròsempre nella sua bella chiarezza il vedraimacome io avessi alcuna cosa contrariatu il vedrai turbareIo ti priego che allora sanza niuno indugio mi venghi a vedere: e priegoti che tu sovente il riguardiogni ora ricordandoti di me che tu il vedi. Più non ti dicose non che sempre il tuo nome sarà nella mia boccasì come quello che solo è nella memoria segnatoe nello innamorato cuore col tuo bel viso figurato. Tu solo sarai i miei iddiii quali io pregare debbo della mia felicità: a te saranno tutte le mie orazioni dirittesì come a quelli in cui i miei pensieri tutti si fermano per aver pace. Veramente una cosa ti ricordo: che s'egli avviene che il tuo padre non mi mandi a te come promesso t'hache il tornare tosto facci a tuo potereperò che se troppo sanza vederti dimorassilagrimando mi consumerei -. E dette queste parolepiangendo gli si gittò al collo; né prima abbracciando si giunseroche i loro cuorida greve doglia costretti per la futura partenzapaurosi di morirea sé rivocarono i tementi spiritie ogni vena vi mandò il suo sangue a render caldoe i membri abandonati rimasero freddi e vintie essi caddero semiviviavanti che Florio potesse alcuna parola rispondere. E cosìcol natural colore perdutostettero per lungo spaziosì che chi veduti gli avessepiù tosto morti che vivi giudicati gli avrebbe. Ma dopo certo spazioil cuore rendé le perdute forze a' sopiti membri di Florioe tornò in sé tutto debole e rottocome se un gravissimo affanno avesse sostenutoe tirando a sé le bracciagravate dal candido collo di Biancifioresi dirizzòe vide che questa non si moveané alcun segnale di vita dimostrava. Allora elliripieno di smisurato doloreappena che la seconda volta non ricaddee disiderato avrebbe d'esser subitamente morto; ma veggendo che 'l dolore nol consentivapiangendo forte si recò la semiviva Biancifiore in bracciotemendo forte che la misera anima non avesse abandonato il corpo e mutato mondoe con timida mano cominciò a cercare se alcuna parte trovasse nel corpo caldala quale di vita gli rendesse speranza. Ma poi che egli dubbioso non consentiva alla veritàché forse caldo trovava e pareagli essere ingannatocominciò piangendo a baciarlae dicea: - OimèBiancifioreor se' tu morta? Dehove è ora la tua bella anima? In quali parti va ella sanza il suo Florio errando? Oimèor come poterono gl'iddii essere tanto crudeli ch'elli abbiano la tua morte consentita? O Biancifioredehrispondimi! Oimè ch'io sono il tuo Florio che ti chiamo! Dehor tu mi parlavi ora inanzi con tanto effettodisiderando di mai da me non ti partiree ora solamente non mi rispondi! Or se' tu così tosto sazia dell'essere meco? Oimèche gl'iddii mi manifestano bene ora che di me sono invidiosi e hannomi in odio. Ma di questo male m'ha più cagione il mio crudel padreil quale sì subitamente ha affrettata la mia partita. O crudele padretu l'avrai interamente! Le parole da me dette stamattina ti saranno dolente agurio e oggi ti faranno dolente portatore del fuocoove tu miseramente ardere mi vedrai: la tua crudeltà è stata cagione della morte di costeie ella e tu sarete cagione della mia. Vivere possi tu sempre dolente dopo la mia mortee gl'iddii prolunghino gli anni tuoi in lunga miseria! Or eccoo anima graziosaove che tu siirallegrati che io m'apparecchio di seguitartie quali noi fummo di qua congiuntitali infra le non conosciute ombre in etterno amandoci staremo insieme. Una medesima ora e uno medesimo giorno perderà due amantie alle loro pene amare sarà principio e fine -. E già avea posto mano sopra l'aguto coltelloquando egli si chinò per prima baciare il tramortito viso di Biancifioree chinandosi il sentì riscaldatoe vide muovere le palpebre degli occhiche con bieco atto riguardavano verso di lui. E già il tiepido caldoche dal cuore rassicurato moveaentrando per li freddi membrirecando le perdute forzeaddusse uno angoscioso sospiro alla bocca di Biancifioree disse: - Oimè! -. Allora Florioudendo questoquasi tutto riconfortatola riprese in braccio e disse: - O anima mia dolceor se' tu viva? Io m'apparecchiava di seguitarti nell'altro mondo -. Allora si dirizzò Biancifiore con Florio insiemee ricominciarono a lagrimare. Ma Florioveggendola levatadisse: - O sola speranza della vita miaove se' tu infino a ora stata? Qual cagione t'ha tanto occupata? Io estimava che tu fossi morta! Oimèperché pigli tu tanto sconforto per la mia partita? Tu me la concedi con le parolee poi con gli atti pieni di dolore il mi vieti. Io ti giuro per li sommi iddii ches'io vi vadoche o tu verrai tosto a me come promesso m'ha il mio padreo io poco vi dimoreròche io tornerò a te; e mentre che io là dimoreròo ancoramentre ch'io starò in vitamai altra giovane che te non amerò. E però confortatie lascia tanto dolore: ché s'io credessi che questa vita dovessi tenereio in niuno atto v'andrei; o s'io vi pure andassi credo che pensando al tuo dolore morrei. E promettoti per la leal fede che io ti portocome a donna della mia menteche il presente anelloil quale ora donato m'haisempre guarderòtenendolo sopra tutte cose caroe spesso riguardandolosempre imaginerò di veder te. E se mai accidente avviene che egli si turbiniuno accidente mi potrà ritenere che io non sia a te sanza alcuno indugio: e però io ti priego che tu ti conforti. Queste parolee altre moltecon amorosi baci mescolati di lagrime e di sospiri furono tra Florio e Biancifiore quanto quel giorno mostrò la sua luce; ma poi che egli chiudendola tornò tenebrosoi due amanti pensositeneramente dicendo "A Dio!" si partironotornando ciascuno sospirando alla sua camera.

[22]

Quella notte fu a' due amanti molto gravosae non fu sanza molti sospiri trapassataancor che assai brieve la riputassero però che più tosto avrebbero quelle pene sostenute essendo così vicini che doversi il vegnente giorno partire. Ma poi che il sole sparse sopra la terra la sua lucee i cavalli e la compagnia di Florio furono nella gran corte del real palagio apparecchiati aspettando luiFlorio si levò e con lento passo n'andò davanti al re suo padre e alla reinadove Biancifiore similmente pensosa già era venuta; e fatta la debita riverenza al padree preso congedo dalla madrela quale in vista non sanagiaceva sopra un ricco lettoprima si voltò verso il re e poi verso la madree caramente raccomandò loro Biancifiorepregandoli che tosto gliele mandasseroe poi abbracciata Biancifiorein loro presenza la baciò dicendo: - A te sola rimane l'anima mia; chi onorerà te onorerà lei -; e appena così parlandocostrinse con vergogna le lagrimeche il greve dolore che il cuor sentiva si sforzava di mandar per gli occhi fuorie appena con voce intera poté dire: - Rimanetevi con Dio -; e discese le scalesalì a cavallo e sanza più indugio si partì.

[23]

Molto dolfe a tutti la partita di Florioposto che il re e la regina contenti ne fosserocredendo che il loro avviso dovesse per quella partita venir fatto; ma sopra tutti dolfe a Biancifiore. Ella l'accompagnò infino in piè delle scalesanza far motto l'uno all'altro; e poi che a cavallo il vide riguardato lui con torto occhiotacita se ne tornò indietroe salì sopra la più alta parte della real casae quiviguardando dietro a Floriostette tantoquanto possibile le fu il vederlo. Ma poi che più veder nol potéellaaccomandandolo agl'iddiisi tornò alla sua camerafaccendo sì gran pianto che ne sarebbe presa pietà a chiunque udita l'avesse o vedutae dicea: - OimèFlorioor pur te ne vai tu: or pure ho io veduto quello che io non credetti che mai gli occhi miei sostenessero di potere vedere! Dehor quando sarà che io ti rivegga? Io non so com'io mi faccia; io non so come io sanza te possa vivere. Oimèperché non morii io ieri nelle tue bracciaquando io fui sì presso alla morteche tu credesti ch'io morta fossi? Io non sentirei ora questa doglia per la tua partenza: l'anima mia ne sarebbe andata lietain qualunque mondo fosse ita essendo io morta in sì beato luogo -. Gloriziala quale allato le sedeapiangea forte per pietà di leie piangendo la confortava quanto più poteadicendo: - O Biancifioredehpon fine alle tue lagrime: vuoi tu piangendo guastare il tuo bel visoe consumarti tutta? Tu ti dovresti ingegnare di rallegrartiacciò che la tua bellezzaconservatamultiplicasse sì chequando tu andrai a Montorotu potessi piacere a Florioil qualese consumata ti vedeti rifiuterà: e io so che tu vi sarai tosto mandatasì come io ho udito dire al re. Confortatiche se Florio sapesse che tu questa vita menassiegli s'ucciderebbe. Or che faresti tu s'egli fosse andato molto più lontanodove a te non fosse licito l'andare? E' non si vuol far così! Usanza è che gli uomini e le donne innamorate spesso abbiano per partenze o per altri accidenti alcune pene: ma non tali chente tu le prendi; pensa che tu questa vita durare non potresti lungamenteese tu morissitu faresti morire lui: adunque se per amore di te non vuoi prendere conforto prendilo per amor di luiacciò ch'e' viva -. E con cotali parole e con molte altre appena la poté racconsolare.

[24]

Ma Floriopartitoalquanto si turbò nel visomostrando il dolore che l'angoscioso animo sentiva. Andavano i suoi compagni lasciando i volanti uccelli alle gridanti gruefaccendo loro fare in aria diverse battaglie. E altri con gran romore sollecitavano per terra i correnti cani dietro alle paurose bestie. E così chi in un modo e chi in un altroandavano prendendo dilettomostrando a Florio alcuna volta queste cosele quali molta più noia gli davano che diletto: però che egli alcuna volta imaginando andava d'essere stretto dalle dilicate braccia di Biancifiorecome già fue non gli parea cavalcare; le quali imaginazioni soventecol mostrarli le caccegli erano rotte. Ma egli poco a quelle riguardandopur verso la cittàla quale egli mal volontieri abandonavasi rivolgea; e così volgendo s'andò infino che licito gli fu di poterla vedere. E così andando con lento passocostoro s'erano molto avvicinati a Montoro quando il duca Ferramonteche la sua venuta avea saputacontento molto di quellacon molti nobili uomini della terra s'apparecchiò di riceverlo onorevolemente. E coverti sé e i loro cavalli di sottilissimi e belli drappi di setarilucenti per molto orocircundati tutti di risonanti sonaglicon bigordi in manoaccompagnati da molti strumenti e varii e coronati tutti di diverse frondibigordando e con la festa grande gli vennero incontrofaccendo risonare l'aere di molti suoni. Quando Florio vide questosforzatamente si cambiò nel visomostrando allegrezza e festaquella che del tutto era di lungi da lui; e con lieto aspetto il duca e i suoi compagni ricevettee fu da loro ricevuto. E con questa festala quale quanto più alla terra appressavano tanto più crescean'andarono infino nella cittàdella quale trovarono tutte le rughe ornate di ricchissimi drappie piena di festante popolo. Né niuna casa v'era sanza canto e allegrezza: ogni uomo in qualunque età facea festae similemente le donne cantando versi d'amore e di gioia. Pervenne adunque Florio con costoro al gran palagio del ducae quivi con tutto quello onore che pensare o fare si potesse a qualunque iddiose alcuno in terra ne discendessefu Florio da' più nobili della terra ricevuto. Escavalcatitutti salirono alla gran salae quivi per picciolo spazio riposatisi presero l'acqua e andarono a mangiare. E poi per amore di Floriomolti giorni solennemente per la città festeggiarono.

[25]

Biancifiore così rimasaalquanto da Glorizia riconfortataogni giorno andava molte fiate sopra l'alta casain parte onde vedeva Montoro apertamentee quello riguardando dopo molti sospiri avea alcun dilettoimaginando e dicendo fra se medesima: "Là è il mio disio e il mio bene". E tal volta avvenia che stando ella sentiva alcun soave e picciolo venticello venire da quella parte e ferirla per mezzo della fronteil quale ella con aperte braccia ricevea nel suo pettodicendo: "Questo venticello toccò il mio Floriocom'egli fa ora meavanti che egli giungesse qui"; e poiquindi partendosiandava in tutti quelli luoghi della casa ov'ella si ricordava d'avere già veduto Florioe tutti gli baciavae alcuni ne bagnava alcune volte d'amare lagrime. Questi erano i templi degl'iddii e gli altarii quali ella più visitava. E niuna persona venia da Montoroche ella o tacitamente o in palese non dimandasse del suo Florio. Ella mai non mangiava che Florio da lei non fosse molte fiate ricordato; e s'ella andava a dormirenon sanza ricordare più volte Florio vi si poneae niuna cosa sanza il nome di Florio non faceva; e se ella dormendo alcun sogno vedeasì era di Florioe per questo sempre avrebbe di dormire disideratoacciò che spesso in tale inganno dormendo si fosse trovata: ben che poitrovandosi dal sonno ingannatale fosse gravosa noia. E sempre pregava gl'iddii che 'l suo Florio da infortunoso caso guardassero e che le dessero grazia che tosto potesse andare a luio egli tornare a essa. Ella non si curava mai di mettere i suoi biondi capelli con sottile maestria in dilicato ordinema quasi tutta rabuffata sotto misero velo gli lasciava stare. Né mai curava di lavarsi lo splendido visoo di vestire i preziosi e belli vestimentiperò che non v'era a cui ella disiderasse di piacere. E il cantare e l'allegrezza e la festa tutta avea lasciato per intendere a sospirare. Né niuno strumento era che allora da lei molestato fossema tacitamente sperando di tosto riveder Florio prendea quel conforto che ella potevatenendo sempre l'anima nelle mani di Florio.

[26]

E Florio simigliantemente a niuna cosastando a Montoroavea tanto lo 'ntendimento fisso quanto alla sua Biancifiorené era da lei una volta ricordato che egli non ricordasse lei infinite. E così come Montoro era da Biancifiore vagheggiato e rimirato spessocosì egli riguardava sovente Marmorina. Né niuno suo ragionamento era già mai se non d'amore o della bellezza della sua Biancifiorela quale sopra tutte le cose disiava di vedere. Egli da quel dì che Amore occultamente gli accese del suo fuoco infino a quell'ora non la baciò mainé fece alcun altro amoroso attoche cento volte il dì fra sé nol ripetessedicendo: "Dehora mi fosse licito pur di vederla solamente!"; e fra sé sovente piangea il tempo il quale indarno gli parea avere perduto stando con Biancifiore sanza baciarla e abbracciarladicendo che se mai più con lei per tal modo si ritrovassecome già era trovatomai più per ozio o per vergogna non perderebbe che egli non spendesse il tempo in amorosi baci. Egli si portava saviamente moltoprendendo col duca e con Ascalion e con altri molti varii dilettiquali nel iemale tempo prendere si possonosperando sempre che il re di giorno in giorno gli dovesse mandar Biancifiore. E con questi diletti mescolati di speranzasempre aspettandoassai leggiermente si passò tutto quel verno sanza troppa noiaperò che alquanto l'amoroso caldo per lo spiacevole tempo era nel cuore rattiepidato e ristretto. Ma poi che Febo si venne appressando al Monton frisseoe la terra incominciò a spogliarsi le triste vestige del vernoe a rivestirsi di verdi e fresche erbette e di varie maniere di fioriincominciarono a ritornare l'usate forze nell'amorose fiammee cominciarono a cuocere più che usate non erano per adietro nella mente allo innamorato Florio. Egli per lo nuovo tempo trovandosi lontano a Biancifioreincominciò a provare nuovo dolore da lui ancora non sentito in alcun tempoche egli dicea così: "Ora pur festeggia tutta Marmorinae la mia Biancifiorestando all'alte finestre della nostra casavede i freschi giovani sopra i correnti cavalliadorni di bellissimi vestimentipassarsi davantie ciascuno per la bellezza di lei si volge a riguardarla. Or chi sa se alcuno tra' molti ne le piaceràper lo quale non potendo ella veder mee avendomi dimenticatos'innamori di colui? Oimèche questo m'è forte a pensare che possa essere; ma tuttavia la poca stabilità la qual nelle donne si trovae massimamente nelle giovanime ne fa molto dubitare; e se questo pure avvenisse che fosse niuna cosa altro che la morte mi sarebbe beata. O sommi iddiise mai per me o per li miei antichi si fece o si dee far cosa che alla vostra deità aggradicessate che questo non sia". E questo pensiero più che altro gli stava nella mente. Egli non vedea alcuna giovane che 'l riguardasseche egli immantanente non dicesse: "Oimècosì fa la mia Biancifiore; i non conosciuti giovani ella li mira tutticosì come costoro fanno mecui esse forse mai più non videro. E qual cagione recò Elena ad innamorarsi dello straniere Paris se non la follia del suo maritocheandandosene all'isola di Cretilasciò lei assediata da' piacevoli occhi dello innamorato giovane? Né mai Clitemestra si sarebbe innamorata di Egistose Agamenon fosse con lei continuamente stato: il quale poi lei insieme con la vita per tale innamoramento perdé. Ma di questo non m'ha colpa se non la empia nequizia del mio padreil quale gl'iddii consuminocosì come egli fa me consumare. Egli m'impromise più volte di mandarlami sanza fallo qua brievementee mai mandata non me l'ha. Oimèche ora conosco il manifesto suo inganno e truovo che vere sono le parole che Biancifiore mi dissedicendo che mai non ce la manderebbe e che egli qua non mi mandava se non perch'ella m'uscisse di mente. Ohcome male è il suo avviso venuto al pensato finecon ciò sia cosa che io mai del suo amore non arsi com'io ardo ora". E istando Florio in questi pensieriin tanto gl'incominciò a crescere il disio di volere vedere Biancifiore che egli non trovava luogoné ad altro pensar poteva né giorno né notte. Egli avea per questo ogni studio abandonatoné di mangiare né di bere parea che gli calesse: e tanto dubitava di tornare a Marmorina sanza licenza del reacciò che egli a far peggio non si movesseche egli volea avanti sostenere quella vita così noiosa; e era già tale nel viso ritornatoche di sé facea ogni uomo maravigliare. E non avendo ardire di tornare in Marmorinaandava il giorno sanza alcun riposo cercando gli alti luoghide' quali egli potesse meglio vedere la sua paternale casaove egli sapeva che Biancifiore dimorava. E similmente la notte non dormivama furtivamente e solo se n'andava infino alle porti del palagio del suo padrenon dubitando d'alcun fiero animaleo d'ombra stigiao d'insidie di ladroniné d'altra cosa: e quivi giuntosi ponea a sedere e con sospiri e con pianto più volte le baciavadicendo: "O ingrate portiperché mi tenete voi che io non posso appressarmi al mio disioil quale dentro da voi serrato tenete?". E certo egli più volte fu tentato o di picchiare acciò che aperto gli fosseo di romperle per passar dentroma per paura della fierità del padreil cui intendimento già apertamente conoscere gli parease ne rimaneatornandosi a Montoro per l'usata via. E sì lo stringea amoreche vita ordinata non potea tenerema sì disordinatamente la teneache più volte il duca e Ascalion avedendosene il ne ripresero; ma poco giovava. E pur da amore costrettopiù volte mandò a dire al re che omai il caldo era grandee allo studio più intendere non poteae però egli se ne volea con suo congedo tornare a Marmorina.

[27]

Il reil quale più volte avea inteso che Florio voleva a Marmorina tornaree similemente avea udito a molti recitare la dolorosa vita che Florio a Montoro menavada grieve dolor costrettosospirando se n'andò in una camera dove la reina era; il quale sì tosto come la reina il videil dimandò quello che egli aveache sì pieno d'ira e di malinconia nell'aspetto si dimostrava. Il re rispose: - Noi ci allegrammo molto dell'andata di Florio a Montorocredendo che egli incontanente dimenticasse Biancifiorema egli m'è stato detto da più persone che la sua vita è tanto angosciosaperché egli non può venire a vederlache ciò è maraviglia. E diconmi piùche egli del tutto lo studiare ha lasciato: la qual cosa fosse il maggior danno che mai seguire ce ne potesse! Ma egli ancora da grande amore costretto non mangia né dormema in pianto e in sospiri consuma la sua vita: per la qual cosa egli è nel viso tornato tale che poco più fu Erisitone quando in ira venne a Cerere: e non pare Floriosì è impaliditoe non vuole udire d'altrui parlare che di Biancifiorené prendere vuole alcun conforto che porto gli sia. Né a questo vale alcuna riprensione che fatta gli sia; e ancora m'ha mandato più volte dicendo che venir se ne vuole; ond'io non so che mi farese non che d'ira e di malinconia mi consumo e ardo -.

[28]

Grave parve molto alla reina udire quelle parole e accesa d'ira nel visosubitamente rispose: - Ahicome gl'iddii giustamente ti pagano! Or che avevi tu a fare co' romani pellegrinantiquando tu tanti n'uccidesti. E poi che tanti n'avevi uccisiperché la vita ad una sola feminache di grazia dimandava la mortelasciasti? Certo o la morte di coloro o la vita di quella spiacque loro: per la qual cosa essi nel ventre di quella occulto fuoco ti mandarono in casa. Or chi dubita che mentre che Biancifiore viveràFlorio mai non la dimenticherà? Certo noe questo è manifesto. E così per la vita di costei perderemo Florio; e così per una vil femina potremo dire che perduto abbiamo il nostro figliuolo. Adunque pensisi come costei muoia -. Rispose il re: - E avanti oggi che domaniché certo mi pare checome voi ditemai mentre ella sarà in vitanon sarà dimenticata da Florio -. Allora disse la reina: - E come faremola noi subitamente morire sanza avere cagione che legittima paia? Se noi il facciamoe' ce ne potrà gran biasimo seguitare. E certo se Florio il risapessee' sarebbe un dargli materia di disperarsi e d'uccidersi se medesimoo di partirsi da noiin maniera che mai nol rivedremmo. Maquando a voi paressequi sarebbe da procedere con lento passoequando luogo e tempo fossetrovarle alcuna cagione adossoper la quale faccendola morireogni uomo giudicasse che ella giustamente morisse; e così saremo di mala fama e della vita di Biancifiore insieme disgravati -. E sanza guari pensarela reina più avanti disse: - E la cagione potrà essere questa. Voi sapete che il giornonel quale per tutto il vostro regno si fa la gran festa della vostra nativitàs'appressa; e dove ch'ella si faccia grandissimasì si fa ella qui in Marmorina. E niuno gran barone è nel vostro regno che con voi non sia a questa festa: e però quando essi saranno nella vostra gran sala assettati alle ricche tavoleciascuno secondo il grado suoallora ordinate col siniscalco vostro che o pollo o altra cosa in presenza di tutti vi sia da parte di Biancifiore presentatoo che Biancifiore medesima da sua parte il vi rechi davantiacciò che paia che ella con la bellezza del suo viso venendovi davanti voglia rallegrar la festa; ma veramente abbiate ordinato col siniscalco che qual che si sia quella cosa ch'ella apporteràcelatamente di veleno sia piena. E come il presente davanti a voi sarà posatoe ella partita del vostro cospettofate che in alcun modo o cane o altra bestia faccia la credenzaacciò che altra persona non ne morisse: della qual cosa chiunque sarà il primo mangiatoreo subitamente morrào enfieràper la potenza del veleno. E così a tutti fia manifesto che ella abbia voluto avvelenare voi; e come voi avrete questo vedutofate che voi vi turbiate moltoefaccendo il romore grandela facciate prenderee subitamente giudicare per tale offesa al fuoco. Chi sarà colui che non dica che tale morte sia ragionevoleo cheveggendovi turbatovi prieghi per la sua salute? E certo questo non vi sarà malagevole a fareperò che il siniscalco vostro l'ha in odio molto; e la cagione è questache egli più volte ha voluto il suo amoree ella sempre l'ha rifiutato faccendosi di lui beffe -. - Certo - disse il re - voi avete ben pensatoe così sanza indugio si faràné già pietà che la sua bellezza porga mi vincerà -.

[29]

Partissi il re dalla reina e fece chiamare a sé incontanente Massamutinosuo siniscalcouomo iniquo e feroceal quale egli disse così: - Tu sai che mai a' tuoi orecchi niuno mio segreto fu celatoné mai alcuna cosa sanza il tuo fedel consiglio feci: e questo solamente è avvenuto per la gran leanza la quale io ho trovata in te. Orapoi che gl'iddii hanno te eletto a mio segretariopiù che alcuno altroio ti voglio manifestare alcuna cosa del mio intendimentodel tutto necessaria di mettere ad effettola quale sanza manifestare mai ad alcunofa che tenghi occulta; però che se per alcun tempo fosse rivelata ad altruisanza fallo gran vergogna ce ne seguirebbee forse danno. Ciascunoil quale vuole sua vita saviamente menare seguendo le virtùdee i vizi abandonareacciò che fine onorevole gli seguisca; ma quando avvenisse che viziosa via per venire a porto di salute tenere gli convenissenon si disdice il saviamente passare per quella acciò che maggior pericolo si fugga: e fra gli altri mondani prencipi che più nelle virtuose opere si sono dilettatisono stato io uno di quellie tu il sai. Ma ora nuovo accidente a forza mi conduce a cessarmi alquanto da virtuosa viatemendo di più grave pericolo che non sarà il fallo che fare intendo; e dicoti cosìche a me ha la fortuna mandato tra le mani due malvagi partitii quali sono questi: o voglio io ingiustamente far morire Biancifiorela quale in verità io ho amata molto e amo ancorao voglio che Floriomio figliuoloper lei vilmente si perda; e sopra le due cose avendo lungamente pensatoho preveduto che meno danno sarà la morte di Biancifiore che la perdenza di Florioe più mio onore e di coloro che dopo la mia morte deono suoi sudditi rimanere: e ascolta il perché. Tu sai manifestamente quanto Florio ama Biancifiore; e certo se egligiovanissimo d'età e di sennoè di lei innamoratociò non è maravigliaché mai natura non adornò creatura di tanta bellezzaquanta è quella che nel viso a Biancifiore risplende; ma però che di picciola e popolaresca condizionesì come io estimoè discesain niuno atto è a luidi reale progenie natoconvenevole per isposa; e io dubitando che tanto amore non l'accendesse della sua bellezzache egli se la facesse sposaper fargliele dimenticare il mandai a Montorosotto spezie di volerlo fare studiare. Ma egli già per questo non l'ha dimenticatamasecondo che a me è stato portoegli per l'amore di costei si consumaerimossa ogni cagionene vuole qua venire: onde io dubito chetornando eglidare non me gliele convenga per isposae s'io non gliele doche egli niuna altra ne voglia prendere. E se egli avvenisse che io gliele donassio che egli da me occultamente la si prendesseprimieramente a me e a' miei sanza fallo gran vergogna ne seguirebbepensando al nostro onoretanto abassato per isposa discesa di sì vile nazionecome estimiamo che costei sia. Appressovoi nol vi dovreste riputare in onoreconsiderando chedopo costuisignore vi rimarrebbe nato di sì picciola condizionecome sarebbe nascendo di lei. E s'io non gliele dono per isposaegli niun'altra ne vorràe non prendendone alcuna altrasanza alcuna erede seguirà l'ultimo giorno: e così la nostra signoria mancheràe converravvi andar cercando signore strano. Adunqueacciò che queste cose dette si cessinoè il migliore a fare che Biancifiore muoiacome detto hoimaginando che com'ella sarà mortaegli per forza se la caccerà di cuoredandogli noi subitamente novella sposa talequale noi crederemo che a lui si confaccia. Ma però che del fare subitamente morire Biancifiore ci potrebbe anzi vergogna che onore seguireho pensato che con sottile inganno possiamo aver cagione che parrà giusta e convenevole alla sua morte: e odi come. E' non passeranno molti giorni che la gran festa della mia natività si faràalla quale tutti i gran baroni del mio reame saranno a onorarmi: in quel giorno ti conviene ordinare che tu abbi fatto apparecchiare uno paone bello e grassoe pieno di velenosi sughiil quale fa che Biancifiore il mi presenti da sua partequando io e' miei baroni staremo alla tavola. E acciò che alcuno non prendesse di questa opera men che buona presunzioneveggendolo più tosto recare a Biancifiore che ad alcuno altro scudiere o damigellasì le dirai che a me e a tutti coloro i quali alla mia tavola meco sederannocol paone in mano vada domandando le ragioni del paonele quali se non da gentile pulcella possono essere adimandate. E sì tosto come questo fatto avraie ella avrà lasciato davanti a me il paoneiofaccendone prendere alcuna stremitàe gittarla in terraso che alcuno cane la ricoglieràla quale mangiando subitamente morrà. E quinci sembrerà a tutti quelli che nella sala sarannoche Biancifiore m'aggia voluto avvelenaree imagineranno che Biancifiore abbia voluto far questoperché io la dovea mandare a Montoroe non la vi ho mandata. E io mostrandomi allora di questo forte turbatoso chesecondo il giudizio di qualunque vi saràella sarà giudicata a morte: la qual cosa io comanderò che sanza indugio sia messa ad essecuzionee così saremo fuori del dubbio nel quale io al presente dimoro -. Poi che il re ebbe così dettoe egli si tacque aspettando la risposta del siniscalco; la quale fu in questo tenore:

[30]

- Signor miosanza dubbio conosco la gran fedela quale in me continuamente avuta avetela quale sempre con quella debita lealtà che buon servidore dee a naturale signore servareho guardata e guarderò mentre in vita dimorerò. E l'avvisoil quale fatto avetea niunoin cui conoscimento fossepotrebbe altro che piacere: onde io il lodoe dicovi che saviamente proveduto avetecon ciò sia cosa che non solamente il giudicare le preterite cose e le presenti con diritto stile è da riputare sapienzatanto quanto è le future con perspicace intendimento riguardare. E sanza dubbiose molto durasse la vita di Biancifiorequello che narrato m'aveten'avverrebbe; ma mandando inanzi cautamente le predette cosecredo sì fare che il vostro intendimento verrà fornito sanza che alcuno mai niente ne senta -. E questo dettosanza più parlarepartirono il maladetto consiglio.

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Oimèmisera Biancifioreor dove se' tu ora? Perché non ti fu e' lecito d'udire queste parolecome quelle della partenza del tuo Florio? Tu forse stai a riguardar que' luoghi ove tu continuamente con l'animo corri e dimori disiderando d'esservi corporalmente. O tu forse con isperanza o d'andare a Montoro a veder Florioo che Florio ritorni a veder tenutrichi l'amorose fiamme che ti consumanoe non pensi alle gravi cose che la fortuna t'apparecchia a sostenere? A te pare ora stare nella infima parte della sua rotané puoi credere che maggior dolore ti potesse assalireche quello che tu hai per l'assenza di Florioma tu dimori nel più alto luogoa rispetto che tu starai. Oimèche tulontana allo iniquo consigliospandi amare lagrime per amorele quali più tosto per pietà di te medesima spandere dovrestiavvegna che a coloro che semplicemente vivonogl'iddii proveggono a' bisogni loroe molte volte è da sperare meglio quando la fortuna si mostra molto turbatache quando ella falsamente ride ad alcuno.

[32]

La reale sala era di marmoree colonne di diversi colori ornatale quali sosteneano l'alte lammie che la coprivanofatte con non picciolo artificio e gravi per molto oroe le finestre divise da colonnelli di cristalloi cui capitelli e d'oro e d'argento eranoper le quali la luce entrava dentro ad essa. Nelle notturne tenebre non si chiudeano con legnoma l'ossa degl'indiani elefanticommesse maestrevolemente e con sottili intagli lavoratev'erano per porte; e in quella sala si vedeano ne' rilucenti marmi intagliate l'antiche storie da ottimo maestro. Quivi si potea vedere la dispietata ruina di Tebee la fiamma dei due figliuoli di Iocastae l'altre crudeli battaglie fatte per la loro divisioneinsiememente con l'una e con l'altra distruzione della superba Troia. Né vi mancava alcuna delle gran vittorie del grande Alessandro. E con queste ancora vi si mostrava Farsalia tutta sanguinosa del romano sanguee' prencipi crucciatil'uno in fuga e l'altro spogliare il ricco campo degli orientali tesori. E sopra tutte queste cose v'era intagliata la imagine di Giovevestita di più ricca roba che quella che Dionisio fero già gli spogliòintorniato d'alberi d'orole cui frondi non temevano l'autunnoe i loro pomi erano pietre lucentissime e di gran valore. In questa salaquando il giorno della gran festa vennefurono messe le tavolesopra le quali risplendeano copiosa quantità di vasella d'oro e d'argento; né fu alcuno strumento che là entro quel giorno non risonasseaccompagnato da dolcissimi e diversi canti. Né in tutta Marmorina fu alcun tempio che visitato non fossené alcuno altare di qualunque iddio vi fu sanza divoto fuoco e debito sacrificioda' quali il re e gli altri gran baroni tornando si raunarono nella detta salatutti lodando la bellezza d'essa. E appressandosi l'ora del mangiarepresa l'acqua alle maniandarono a sedere. Il re s'assettò ad una tavolala quale per altezza sopragiudicava tutte l'altree con seco chiamò sei de' più nobili e maggiori baroni che seco avessefaccendone dalla sua destra sedere tre e altrettanti dalla sinistrastando di reali vestimenti in mezzo di loro vestito. E quelli che dalla sua dritta mano gli sedea allatofu un giovane chiamato Parmenionedisceso dell'antico Boreare di Trazia; appresso del quale seguiva Ascalionnobilissimo cavaliere e antico per età e per sennodegno d'ogni onore; e poi sedea un altro giovane chiamato Messaallinofigliuolo del gran re di Granatapiacevolissimo giovane e valoroso. Ma dalla sua sinistra Ferramonte duca di Montoro più presso gli sedeail quale avea Florio quel giorno lasciato soletto per venire a tanta festa; appresso il quale uno chiamato Saraferocissimo nell'aspettoe signore de' monti di Barcasedea con un giovane grazioso moltochiamato Menedondi Giarba re de' Getuli disceso. Appressonelle più basse tavoleciascuno secondo il grado suo fu onoratoserviti tutti da nobilissimi giovani e di gran pregio.

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Massamutinoal quale non era già il comandamento del re uscito di mentefece occultamente e con molta sollecitudine apparecchiare un bel paoneil quale egli di sugo d'una velenosa erba tutto bagnòpensando che quello giorno per tale operazione si vedrebbe vendico di Biancifioreche per amadore l'avea rifiutato. E fatto questoavendo già la reale mensa e l'altre di più vivande servitené quasi altro v'era rimaso a fare che mandare il paoneaccompagnato con più scudieri andò per Biancifiorela quale la reinaacciò che ella non potesse niente di male pensareavea fatta quel giorno vestire nobilmente d'un vermiglio sciamito e mettere i biondi capelli in dovuto ordine con bella treccia avolti al caposopra li quali una piccola coronetta ricca di preziose pietre risplendeae 'l chiaro visogià lungamente di lagrime bagnatolavato quel giorno per volere della reinadava piacevole luce a chi il vedeaposto che questo Biancifiore avea mal volontieri fattopensando che 'l suo Florio non v'era. Ma perché bisognava alla reina tanto ingegno ad ingannare la semplice giovane? Ella non avrebbe mai saputo pensare quello che ella non avrebbe saputo né ardito di fare ad alcuno. Ma venuto il siniscalco davanti alla reinae salutata lei e la sua compagnadisse così: - Madonnaoggi si celebrasì come voi sapetela gran festa della natività del nostro reper la qual cosa volendo noi la nostra festa fare maggiore e più bellaprovedemmo di fare apparecchiare un paone il quale noi vogliamo fare davanti al re presentare e a' suoi baroniacciò che ciascunofaccendo quello che a tale uccello si richiedesi vanti di far cosa per la quale la festa divenga maggiore e più bella; né sì fatto uccello è convenevole d'esser portato alla reale tavola se non da gentilissima e bella pulcella; né io non ne conosco alcunané qua entro né in tutta la nostra cittàche a Biancifiore si possa appareggiare in alcuno atto. E però caramente vi priego che a sì fatto servigio vi piaccia di concederle licenzache con noi venga incontanenteperò che l'ora del portarlo è venutané si può più avanti indugiare -. La reinache ben sapeva come l'opera dovea andaresì come quella che ordinata l'aveastette alquanto sanza rispondere; ma poi che la crudele volontà vinse la pietà che di Biancifiore le venneudendo ch'ella era richiesta ad andare a quella cosa per la quale a morte doveva essere giudicatae ella disse: - Certo questo ci piace molto -; e voltata verso Biancifiorele disse: - Vavvi -ammaestrandola che saviamente i debiti del paone adimandasse a tutti i baroni che alla reale tavola dimoravanosanza andare ad alcuno altroe poi davanti al re posasse il paonee ritornassesenetenendo bene a mente quello in che ciascuno si vantava. Biancifioredisiderosa di piacere e di servire a tuttisanza aspettare più comandamenti se n'andò col siniscalco. Il qualepoi che presso furono all'entrare della salale pose in mano un grande piattello d'argentosopra 'l quale l'avvelenato paone dimoravadicendo: - Portalo avantiperò che più non è da stare -. Biancifiorepreso quello sanza farsene fare alcuna credenzanon avedendosi dello ingannoe con esso passò nella salanella qualesì tosto com'ella entròparve che nuova e maravigliosa luce vi crescesse per la chiarezza che dal suo bel viso movea e fatta la debita reverenza al ree con dolce saluto tutti gli altri che mangiavano salutatis'appressò alla reale mensae con vergognoso attodipinta nel viso di quel colore che il gran pianetopartendosi l'aurorail cielo in diverse parti dipingecosì disse:

[34]

- Poi che gl'iddii si mostrano verso me graziosi e benigniavendomi conceduto che io a questo onorepiù tosto che alcuna altra giovaneeletta fossi a portare davanti alla vostra real presenza il santo uccello di Giunoneil quale per quella deaal cui servigio già fu dispostomerita che qualunque alla sua mensa il dimanda si doni alcun vantoil quale poi ad onore di lei con sollecitudine adempia: onde io per questo prendo ardire a dimandarlovie caramente vi priego che voi né i vostri compagni a ciò rendere mi siate ingratima con benigni aspetti continuiate la valorosa usanza. E voialtissimo signoresì come più degno per la real dignitàe per senno e per etàprimase vi piacecomincereteacciò che gli altri per essemplo di voi debitamente procedano -. E qui si tacque.

[35]

Al nuovo e mirabile splendore si voltarono tutti i dimoranti della gran salanon meno che alla chiara voce di Biancifiorepiena di soavissima melodia; e a lei graziosamente rendero il suo saluto. E il reil quale allegro era nell'animo però che già vedea per la pensata via appressarsi il disiderato finecon lieto visopoi che tutta la sala tacquele disse: - CertoBiancifiorela tua bellezza adorna di virtuosi costumie la degnità del santo uccello insiememeritano degnamente ricchissimi vanti; né a questi alcuno di noi può debitamente disdirsi: ond'iosì come principale capo del nostro regnocominceròpoi che la ragione e 'l tuo piacere l'adimanda -. E voltato verso l'antica imagine di Giovenella sua sala riccamente effigiatadisse così: - E io giuro per la deità del sommo Giovela cui figura dimora davanti da noie per qualunque altro iddio insieme con lui possiede i celestiali regnie per lo mio antico avolo Atalantesostenitore d'essi regnie per l'anima del mio padreche avanti che 'l sole ritocchi un'altra volta quel grado ove egli ora dimorando ci porge lieta lucese essi mi concedono vitad'averti donato per marito uno de' maggiori baroni del mio reame: e questo per amore del presente paone ti sia da ora promesso -. Assai coperse il re con queste parole il suo malvagio volereignorando quello che i fati gli apparecchiavano; e ella sospirando tacitamente al suono di queste parolenotò in se medesima i detti del re pigliandoli in buono aguriofra sé dicendo: "Dunque avrò io per marito Florioil quale io solo per marito e per amico disideroperò che nullo barone è maggiore di lui in questo regno"; poiringraziato il re onestamente e con sommessa vocecon picciolo passo procedette avantifermandosi nel cospetto di Parmenioneil quale incontanente così disse: - Io prometto al paone chese gl'iddii mi concedono che io vi vegga per matrimoniale patto donare ad alcunoquel giorno che voi al palagio del novello sposo andreteio con alquanti compagninobilissimi e valorosi giovanivestiti di nobilissimi drappi e di molto oro rilucentiadestreremo il vostro cavallo e voi sempre con debita reverenza e onoreinfino a tanto che voi ricevuta nella nuova casa scavalcherete -. - Adunque - disse Biancifiore - più che Giunone mi potrò io di conducitori gloriare -; e passò avanti ad Ascalionche in ordine seguiva alla reale mensadicendo: - O caro maestroe voi che vantate al paone? -. Rispose Ascalion: - Bella giovineposto che io sia pieno d'età e che la mia destra mano già tremante possa male balire la spadasì mi vanto io per amor di voi al paoneche quel giorno che voi novella sposa saretela qual cosa gl'iddii anzi la mia morte mi facciano vedereio con qualunque cavaliere sarà nella vostra corte disideroso di combattere mecocon le taglienti spade sanza paura combatteròobligandomi di sì saviamente combattereche sanza offendere io lui o egli meo voglia egli o noio gli trarrò la spada di mano e davanti a voi la presenterò -. Ciascuno che questo udì si maravigliò moltodicendo che veramente sarebbe da riputare valoroso chi tal vanto adempiesse. Ma Biancifiore andando avanti venne in presenza di Messaallinoil quale vedendolaquasi della sua bellezza presodisse: - Giovane graziosaper amore di voi io vanto al paone che quel giorno che voi prima sederete alla mensa del novello sposoio vi presenterò dieci piantoni di dattero coperti di frondi e di fruttinon d'una natura con gli altriperò che quellide' quali la mia terra è copiosaa ciascuna radice hanno appiccato un bisante d'oro -. InchinandogliBiancifiore il ringraziò; e volto i passi suoi verso il duca Ferramonteche alla sinistra del re sedeae davanti a lui posato il paonegli richiese quello che avanti agli altri avea richiesto. A cui il duca rispondendo disse: - E io imprometto al paone che per la piacevolezza vostrail giorno che novella sposa saretee appresso tanto quanto la vostra festa dureràdi mia mano della coppa vi servirò quanto vi piaccia -. - Certo - disse Biancifiore - di tal servidore Giove non che iosi glorierebbe -; e passò avanti a Sarail quale come davanti se la videdisse: - Io voto al paone che quel giorno che gl'iddii vi concederanno onore di matrimoniale compagnoio vi donerò una corona ricchissima di molte preziose pietre e di risplendente oro bellissimae ove che io siase io saprò davanti la vostra festaverrò a presentarlavi con le mie mani -. Il quale tacendosubitamente Menedon soggiunse: - E io prometto al paone che se gl'iddii mi concedono che io maritata vi veggiatanto quanto la festa delle vostre nozze dureràio con molti compagnivestiti ciascuno giorno di novelli vestimenti di setasopra i correnti cavallicon aste in mano e con bandiere bigordando e armeggiandoa mio potere essalterò la vostra festa -. Ringraziollo Biancifioree tornata indietrodavanti al re posò il paonee così disse: - Principalmente voio caro signore e singulare mio benefattoree appresso questi altri baroni tuttiquanto io possodegl'impromessi doni vi ringrazioe priego gl'immortali iddii chelà dove la mia possa al debito guiderdone mancasseche essi con la loro benigna mente di ciò vi meritino -. E questo dettoonestamente fatta la debita reverenzasi partìe con lieto viso tornò alla reina narrandole gl'impromessi doni. A cui la reina disse: - Ben ti puoi omai gloriarepensando che uno sì fatto prencipe qual è il nostro ree sei cotali baroni quali sono coloro che con lui sedeanosi sono tutti in tuo onore e piacere obligati -.

[36]

Rimase sopra la real mensa il velenoso uccelloil quale il recome Biancifiore fu partitacomandò che tagliato fosse; per la qual cosa un nobilissimo giovane chiamato Salpadinal re per consanguinità congiuntissimoil quale quel giorno davanti li serviva del coltelloprese con presta mano il paoneegittata in terra alcuna estremitàincominciò a volere smembrare il paone; ma non prima caddero le gittate membrache un cane picciolettoal re molto carole preseemangiandoleincontanente gl'incominciò a surgere una tumorosità del ventree venirgli alla testala quale tanto gliele ingrossò subitamenteche quasi era più la testa fatta grande che essere non solea tutto il corpo; e similemente discorsa per gli altri membrioltre a' loro termini grossi e enfiati gli fece divenire; e i suoi occhiinfiammati di laida rossezza parea che della testa schizzare gli dovesseroe con doloroso mormoriomutandosi di più coloridisteso tal volta in terra e talora in cerchio volgendosiin piccolo spazio scoppiando quivi morì. La qual cosa da molti vedutala gran sala fu tutta a romoree i soavissimi strumenti tacqueromostrando questo al reil quale incontanente gridò: - E che può ciò essere? -. E voltato a Salpadinil quale già volea fare la credenzadisse: - Non tagliare; io dubito che noi siamo villanamente traditi: prendasi un altro membro del presente paone e gittisi ad un altro caneperò che questo qui presente morto per veleno mostra che morisseonde che egli il prendesseo delle stremità da te gittate in terrao d'altra parte -. Salpadin sanza alcuno dimoro gittò la seconda volta un maggiore membro ad un altro caneil quale non prima mangiato l'ebbechecon simile modo voltandosi che 'l primodel mortale dolore affannatocadde e quivi in presenza di tutti morì. Onde il re con furioso atto gridando: - Chi ha la nostra vita con veleno voluta abreviare? -e gittata in terra la tavola che davanti a lui erasi dirizzòe comandò che subitamente Biancifiore e 'l siniscalco e Salpadin fossero presiperò che di loro dubitava che alcuno d'essi tre avvelenare l'avesse voluto co' suoi compagni. O sommo Gioveor non potevi tu sostenere che quel cibo avesse ingannato lo 'ngannatoreavanti che la innocente giovane tanta persecuzione ingiustamente sostenesse? Or tu sofferesti che i tuoi compagni fossero co' membri umani tentati alla tavola di Tantaloquando a Pelopoperduto l'omerofu rifatto con uno d'avorio; e similemente sostenesti che il misero Tireo fosse sepoltura dell'unico suo figliuolo! Erati così grave per giusta vendetta abbagliare lo iniquo senso del re Felice? Ma tu forse per fare con gli avversi casi conoscere le prosperitàpruovi le forze degli umani animipoi con maggior merito guiderdonandoli.

[37]

Furono presi i tre sanza niuno dimoro con noiosa furiae messi in diverse prigioni. Ma poi che Biancifiore fu subitamente presaniuno fu che mai parlare le potessené ella ad altrui. Del siniscalco e di Salpadin furono le scuse diligentemente intesee per innocenti in brieve lasciatimostrando il siniscalco davanti a tutta gente con false menzogne Biancifiore e non altri avere tal fallo commesso. Di questo ciascuno si maravigliònon potendo alcuno pensare né credere che Biancifiore avesse tal malvagità pensata; ma pure il manifesto presentare del paone facea a molti non potere disdire quello che e' medesimi non avrebbero voluto credere. Ma poi che il gran romore fu alquanto racchetatoe il siniscalco e Salpadin per le loro scuse sprigionatiil re fece chiamare a consiglio molta gentee principalmente coloro che con lui erano quella mattina stati alla tavolae adunato con molti in una cameradisse così: - Sanza dubbio credo che a voi sia manifesto che io oggi sono stato in vostra presenza voluto avvelenare; e chi questo abbia voluto fareancora è apertissimo per molte ragioni che Biancifiore è stata; la qual cosa molto mi pare iniqua a sostenere che sanza debita punizione si trapassipensando al grande onore che io nella mia corte l'ho fattosì come di recarla da serva a libertatefarla ammaestrare in iscienza e continuamente vestirla di vestimenti reali col mio figliuolodatala in compagnia alla mia sposacredendo di lei non nimica ma cara figliuola avere. E sì come avete potuto questa mattina udirenon si finiva questo anno che io intendea di maritarla altamenteperò che vedea già la sua età richiedere ciò. E di tutto questo m'è avvenuto come avviene a chi riscalda la serpe nel suo senoquando i freddi aquiloni soffianoche egli è il primo morso da lei. Vedete che similmente ella in guiderdone del ricevuto onore m'ha voluto uccidere: e sì avrebbe ella fattose 'l vostro avedimento non fosse stato. Laonde io intendocome detto v'hodi volerla di ciò gravemente punireacciò che mai alcuna altra a sì fatto inganno fare non si metta. Ma però che di ciò dubito non mi seguisse più vergogna che onorese subitamente il facessiperò che parrà a molti impossibile a credere questo per la sua falsa piacevolezzala quale ha molto presi gli animin'ho voluto e voglio primieramente il vostro consiglioe ciò tutti fidelmente porgere mi dovetedisiderando il mio onore e la mia vitasì come membri e vero corpo di mevostro capo.

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Lungamente si tacque ciascunopoi che il re ebbe parlato; e bene avrebbero volontieri risposto il duca e Ascalionperò che a loro parea manifestamente conoscere chi questo veleno avea mandato e ordinato; ma però che la volontà del re conobberociascuno si tacquedubitando di non dispiacergli. E similmente fecero tutti quelli che presente lui eranofuori che Massamutinoil quale dopo lungo spaziodimorando tutti gli altri tacitisi levò e disse: - Caro signoreio so che 'l mio consiglio sarà forse tenuto da questi gentili uomini qui presenti sospetto per la presura che di me subita fare faceste sanza colpae so che diranno che ciò che io consiglieròio il faccia a fine di scaricare me e di levare voi di sospezione; ma io non guarderò già a quello che alcuno possa dire o dicache io non vi dia quello consiglio in ciò che dimandato aveteche a legittimo e vero signore donar si deein tutto ciò che per me conosciuto saràsempre riservandomi allo ammendamento di voi dov'io fallissi. E così m'aiutino gl'immortali iddiicom'io se non quello che diritta coscienza mi giudicherà non dirò; e dico così: "Il falloil quale Biancifiore ha fattoè tanto manifestoche in alcuno atto ricoprire non si puotené simigliantemente si può occultare il grande onore da voi fatto a lei: per lo quale avendo ella voluto sì fatto fallo faremerita maggiore pena. E certose quello che in effetto s'ingegnò di mettereavesse solamente pensatomerita di morire". Onde per mio consiglio dico e giudico che misurando giustamente la pena col fallo che ella muoia: e sì come ella volle che la vostra vita per la focosa forza del veleno si consumassecosì la sua con ardente fuoco consumata sia. E certo tale giudicio pare a me medesimo crudele; e non volontieri il dono per consiglio che si deaperò che per la sua piacevole bellezza assai l'amava; ma nella giustiziané amorené pietàné parentadoné amistà dee alcuno piegare dalla diritta via della verità. Non per tantovoi siete savioe appresso di molti più savii uomini che io non sono avetee sì come signore potete ogni mio detto indietro rivocare e mettere ad essecuzione. Però là ove nel mio consiglioil quale giusto al mio albitrio v'ho donatosi contenesse fallosaviamente l'ammendate -. E più non disse.

[39]

Non fu alcuno degli altri nobili uominiche nel consiglio del re sedeanoche si levasse a parlare contro a Biancifiorema tacendo tuttidi questa opera stupefattidierono segno di consentire al detto del siniscalcoposto che a molti sanza comparazione dispiacessesentendo che Biancifiore era in prigioneper maniera che sua ragione scusandosi non potea usare: e volontieri per difender lei avrebbero parlatoma quasi ciascuno s'era aveduto che al re piaceano queste cose e che con sua volontà eran fatteonde per non spiacerli ciascuno taceva. Perché vedendo questo il reche oltre al detto del siniscalco niuno diceané a quello era alcuno che apponessedisse: - Adunquesignoriper mio avviso pare che consigliate che Biancifiore di fuoco deggia moriree certo in tal parere n'era io medesimo; e però vengano immantanente i giudicii quali di presente la giudichinoche sanza giudiciale sentenza io non intendo di farla di fatto morireacciò che alcuno non potesse dire che io i termini della ragione in ciò trapassassiné similemente voglio a fare la giustizia dare troppo indugioperò che le troppo indugiate giustizie molte volte sono da pietà impeditené hanno poi loro compimento -. Furono di presente i giudici al cospetto del reil quale loro comandò che sanza dimoro la crudele sentenza dessero contro a Biancifiore. Al quale i giudici risposero: - Signorele leggi ne vietano di dover dare in dì solenne mortale sentenza contro ad alcuna personae oggi è giorno di tanta solennitàquanta voi sapete; ma noi scriveremo il processo ordinatamentee al nuovo giorno la daremo sanza falloe la faremo mettere in essecuzione -. A' quali il re disse: - Poi che oggi le leggi il ne vietanodomattina per tempo sanza dimoro si faccia -. E questo dettosi partì dallo iniquo consiglio. Ma il duca e Ascalion sanza prendere alcun congedo si partirononon volendo udire la iniqua sentenza; e avanti che 'l sole le sue luci messe avesse sotto l'onde occidentaligiunsero a Montoroove smontaronofaccendo a Florio gran festail quale solo e con molti pensieri trovarono.

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Era Biancifiore con la reina ancora recitando i vanti de' gran baroniquando i furiosi sergenti vennero impetuosamente sanza niuno ordine a prenderla e lei piangendosanza dire per che presa l'avesserola ne portarono. O misera fortunasubita rivolgitrice de' mondani onori e benipoco davanti niuno barone era nella real corteche a Biancifiore avesse avuto ardire di porre la mano adossoo di farne sembiantema ciascuno s'ingegnava di piacerlee ora a vilissimi ribaldi sì disprezzare consentisti la sua grandezzachesanza narrare il perchépresala oltraggiosamentela menaron via. Certo con poco senno si regge chi in te ferma alcuna speranza. Di questo mostrò la reina grandissimo doloree molto ne piansericoprendo con quelle lagrime il suo tradimento davanti ordinato. E veramente e' ne le pur dolfeposto che assai tosto di tal doglia prendesse consolazione imaginando che per la morte di leigià messa in ordine da non poter fallire al suo parerel'ardente amore si partirebbe del petto di Florio. Ma i fati non serbavano a sì leale amorequale era quello intra' due amantisì corta fine né sì turpissimacome costoro loro voleano sanza cagione apparecchiare.

[41]

Quel giorno nel quale la gran festa si facea in Marmorinaera Florio rimaso tutto soletto di quella compagnia che più gli piaceaciò era del duca e di Ascaliona Montoro; e molto pensoso e carico di malinconiaricordandosi che in così fatto giorno egli con la sua Biancifiorevestiti d'una medesima robasoleano servire alla reale tavolae avere insieme molta festa e allegrezza di canti e d'altri sollazzi. Ond'egli sospirandocosì cominciò a dire: - O anima miadolce Biancifioreche fai tu ora? Dehora ricorditi tu di mesì come io fo di te? Io dubito molto che altro piacere non ti pigli per la mia assenza. Oimèperché non è egli licito solamente di poterti vedere a meil quale mi ricordo che in sì fatto giorno più volte t'ho già abbracciataporgendoti puerili e onesti baci? Ove sono ora fuggiti i verdi pratine' quali Priapo più volte ci coronò di diversi fioricogliendoli noi con le nostre mani? E ove sono le ricche camerele quali de' nostri dimoramenti si rallegravano? Dehperché non sono io con tecocosì come io solevacontinuamenteo almeno di tanti quanti giorni l'anno volge uno solo? O perché non mi se' tu mandata come tu mi fosti promessa? Io credo che 'l mio padre m'ingannacome tu mi dicesti. E tu ora credo che dimori nella gran salae dai col tuo bel viso nuova luce a moltidi tal grazia indegnie a me miseroche più che altra cosa ti disiderom'è tolto il vederti. Maladetta sia quella deità che sì m'ha fatto vileche io per paura di mio padre dubito di venirti a vederee ora ch'io possa o vederti o esser veduto. Oimèquanto m'offende quella piccola quantità di via che ci divide! Dehmaladetto sia quel giorno ch'io da te mi partiiche mai alcuno diletto non sentiiposto che tu alcuna volta dormendo ioessendomi tu con benigno aspetto apparitam'hai alquanto consolato: la qual consolazione in gravoso tormento s'è voltatasì tosto com'io mi sveglio dallo ingannevole sonnopensando che veder non ti possa con gli occhi della fronte. O sola sollecitudine della mia mentegl'iddii mi concedano che io alcuna volta anzi la mia morte veder ti possa; la qual cosa converrà che siase io dovessi muovere aspre battaglie contro al vecchio padreo furtivamente rapirti delle sue case. E a questose egli non mi ti manda o non mi fa dove tu sia tornarenon porrò lungo indugioperò che più sostenere non posso l'esserti lontano -. E mentre che Florio queste parole e molte altre sospirando diceacontinuamente al caro anello porgea amorosi bacisempre riguardandolo per amor di quella che donato glielo avea. E in tal maniera dimorando pensososoave sonno gli gravò la testaechiusi gli occhis'addormentò; e dormendo nuova e mirabile visione gli apparve.

[42]

A Florio parve subitamente vedere l'aere piena di turbamentoe i popoli d'Eolousciti del cavato sassosanza niuno ordine furiosi recare da ogni parte nuvolie commuovere con sottili entramenti le lievi arene sopra la faccia della terramandandole più alte che la loro ragionee fare sconci e spaventevoli soffiamentiingegnandosi ciascuno di possedere il luogo dell'altro e cacciar quello; e appresso mirabili corruscazioni e diversi suoni per isquarciate nuvolele quali parea che accendere volessero la tenebrosa terra; e le stelle gli parea che avessero mutata legge e luoghie pareali che 'l freddo Arturo si volesse tuffare nelle salate ondee la corona della abandonata Adriana fosse del suo luogo fuggitae lo spaventevole Orione avesse gittata la sua spada nelle parti di ponente; e dopo questo gli parve vedere i regni di Giove pieni di sconfortoe gl'iddii piangendo visitare le sedie l'uno dell'altro; e pareali che gli oscuri fiumi di Stige si fossero posti nella figura del soleperò che più non porgea luce; e la luna impalidita avea perduti i suoi raggie similmente tutti gli altari di Marmorina gli pareano ripieni d'innocente sangue umanoe tutti i cittadini piangere con altissimi guai sopr'essi. I paurosi animali e feroci insiememente per paura gli parevano fuggir nelle caverne della terrae gli uccelli ad ora ad ora cader mortiné parea che albero ne potesse uno sostenere. E poi che queste cose a Florioche di paura piangeasi mostraronogli parea veder davanti a sé la santa dea Venusin abito sanza comparazione dolentee vestita di neri e vilissimi vestimenti tutta stracciata piangendoalla quale Florio disse: - O santa dea qual è la cagione della tua tristiziala quale movendomi a pietà mi costringe a piagnerecome tu fai? E dimmiperché è il subito mutamento de' cieli e della terra avvenuto? Intende Giove di fare l'universo tornare in caos come già fu? Nol mi celareio te ne priegoper la virtù del potente arco del tuo figliuolo -. - Oimè misera - rispose Venus- or etti occulta la cagione del pianto degli uominidell'aere e degl'iddii? Levati suche io la ti mostrerò -; e preso Florioinvoltolo seco in una oscura nuvolasopra Marmorina il portòe quivi gli fece vedere l'avvelenato paone posto in mano a Biancifiore dal siniscalcoe 'l pensato ingannoe la subita presurae 'l crudele rinchiudimentoe la malvagia sentenza della morte ordinata di dare contro a Biancifiore: le quali cose mostrategliriposatolo piangendo di vere lagrime nella sua cameragli disse: - Ora t'è manifesta la cagione del nostro pianto -. - Oimè! - rispose Florio- quando io ti vidisanta madre del mio signoresanza la risplendente luce degli occhi tuoi e sanza gli adorni vestimentiprivata della bella corona delle amate frondi da Feboincontanente mi corse all'animo la cagione la quale tu hai ora fatta visibile agli occhi miei: ond'io ti priego che mi dichi qual morte più crudele io posso eleggerepoi che Biancifiore muore. Insegnalamiché io non voglio vivere appresso la sua morte. Io sono disposto a volere seguire la sua anima graziosa ovunque ella andràe essere così congiunto a lei nella seconda vita come nella prima sono stato: o tu mi mostra qual via c'è alla difensione della sua vitase alcuna ce n'èperò che nullo sì alto né sì grande pericolo fiaal quale io non mi sottometta per amore di leie che tutto non mi paia leggerissimo -. A cui Citerea così rispose: - Florionon credere che il pianto mio e degli altri dei sia perché noi crediamo che Biancifiore deggia morireché noi abbiamo già la sua morte cacciata con deliberato consiglioe proveduto al suo scampocome appresso udirai; ma noi piangiamo però che la naturavedendosi sopra sì bella creaturacome è Biancifioreoffendere dalla crudeltà del tuo padrequando a morte ordinò che sentenziata fosseci si mostrò sagliendo a' nostri scannisì mesta e dolorosache a lagrimare ci mosse tuttie fececi intenti alla sua diliberazione. E similmente l'aria e la terra e le stelle a mostrar dolore con diversi atti costrinse. E però che tu per lei verrai a maggiori fattiche tu medesimo non estimidopo molte avversità vogliamo che in questa maniera al suo scampo t'esserciti. Tusì tosto come il sole avrà i raggi suoi compiendo l'usato cammino nascosioccultamente di queste case ti partiraie andranne a quelle di Ascaliona te fidelissimo amico e maestroe fidandoti sicuramente a luidi tutto il tuo intendimento ti farai armare di fortissime armi e buonee fara'ti prestare un corrente cavallo e forte; e quando questo fatto avraisanza alcuna compagnia fuori che della suase egli la ti profferràcelatamente prendi il cammino verso la Braaperò che in quel luogo sarà la tua Biancifiore menata da coloro che d'ucciderla intendono. La sorella di colui che mena i poderosi cavalli portanti l'etterna lucela qualeancora pochi dì sonovi si mostrò sanza alcuno corno tutta nella figura del celestiale Ganimedem'ha promesso di porgerti sicuro cammino con la sua fredda luce; quivi con questa spada la quale io ti donofatta per le mani del mio marito Vulcanoquando bisognò alla battaglia degl'ingrati figliuoli della terraa me prestata da Martemio carissimo amanteaspetterai chetamente insino a tanto che la tua Biancifiore vedrai menare per esserle data l'ultima ora. E allorasanza alcuno indugiocacciata da te ogni pauracon ardito cuore ti trai avanti sanza farti a nullo conosceree contradì a tutto il presente popolo che Biancifiore ragionevolemente non è stata condannata a mortené dee moriree che ciò tu se' acconcio a provare contro a qualunque cavaliere o altra persona di questo volesse dire altro; e non dubitare d'assalire tutto il piano pieno del marmorino popolazzose bisogno ti pare che ti facciaperò che contro a questa spada che io ti dononiuna arme potrà duraree il mio Marte m'ha giurato e promesso per li fiumi di Stige di mai non abandonarti. Né v'è alcuno iddio che al tuo aiuto non sia prontissimo e volonterosoe io mai non ti abandonerò: però sicuramente ti metti al suo scampo ché la fortuna graziosamente t'apparecchia onorevole vittoria. La quale quando avrai avutae levata Biancifiore dal mortal pericoloprendera'la per mano e rendera'la al tuo padreraccomandandogliele tutt'ora sanza farti conoscere; e ritornando a Montoro fa che sopra gli altari di Marte e sopra i miei accenda luminosi fuochi con graziosi sacrificiie quivi mi vedrai essere venuta del mio antico montedella mia natività gloriosocon gli usati vestimenti significanti letiziacircundata di mortine e coronata delle liete frondi di Penneae stare sopra li miei altari a te manifestamente visibile; e coronerotti della acquistata vittoria; e di queste cose dettefa che in alcuna non falli per alcuno accidente; né per parole che Ascalion ti dicesseda questa impresa ti rimanghi -. E dette queste parolelasciata nella destra mano di Florio la sopradetta spadasi partì subitamente tornando al cielo.

[43]

Tanto fu a Florio più il dolore delle vedute cose che l'allegrezza della futura vittoria a lui promessa da Venereche piangendo elli fortee veggendo partire la santa dearompendosi il debile sonnosi destòe subitamente si dirizzò in piètrovandosi il petto e 'l viso tutto d'amare lagrime bagnatoe nella destra mano la celestiale spada: di che quasi tutto stupefattoconobbe essere vero ciò che veduto avea nella preterita visione. E tornandogli a mente la sua Biancifiore e della cagione per che da lei avea ricevuto il bello anelloe della virtù d'essopiangendo il riguardò dicendo: - Questo fia infallibile testimonio alla verità -; e riguardandoloil vide turbatissimo e sanza alcuna chiarezza. Allora cominciò Florio il più doloroso pianto che mai veduto o udito fossemescolato con molte angosciose vocidicendo: - O dolce speranza miaper la quale io infino a qui in doglia e in tormenti mi sono contentato di vivere sperando di rivederti in quella allegrezza e festa che io già molte volte ti vidiquale avversità ti si volge al presente sopra? Or non bastava alla invidiosa fortuna d'averci dati tanti affannosi sospiri allontanandocise ella ancora con mortal sentenza non ci vuole divideree porgerci maggiore angoscia? Oimèor chi è colui che cerca falsamente di volerti levare la vitae a me insiememente? Chi è quegli che ingiustamente ti fa nocente il mio vecchio padre? Oimèor crede egli far morire te sanza me? Vano pensiero lo 'nganna. Oimèè questa la festa ch'io soglio in tal giorno avere con teco? Ahidolorosa la vita miada quante tribulazioni è circundata! Certocara giovaneniuno a mio potere ti torrà la vita: o questa spada la racquisterà a te e a me come promesso m'è statotenendola io nella mia mano combattendoo ella si bagnerà nel mio cuore cacciandovela ioo io diverrò cenere con teco in uno medesimo fuococome Campaneo con la sua amante donna divenne a piè di Tebe -. E dicendo Florio queste parole piangendoil ducache dalla dolente festa tornavavenne; il quale come Florio sentìcelando il nuovo dolorenel viso allegrezza mostrandoe andatogli incontro lietamente nelle sue braccia il ricevettefaccendosi festa insiemeperò che di perfetto amore amavano e come essi insieme furono nella sala montatiFlorio domandò il duca della festase era stata bella e se egli avea veduta Biancifiore. Il duca rispose che la festa era stata bella e grandee che niuna cosa v'era fallitafuori solamente la sua presenza; e tutto per ordine gli narrò ciò che fatto vi s'erae de' vanti che dati s'aveano al paone che Biancifiore avea portato. Ma ben si guardò di non dire l'ultima cosa che avvenuta v'eracioè dell'avvelenato paoneper lo quale Biancifiore dovea morireper tema che Florio non se ne desse troppa malinconiae di ciò s'avvide ben Florioche 'l duca si guardava di dirgli quello che egli non avrebbe voluto che avvenuto fosse: peròsanza più adimandaredisse che ben gli piaceva che la festa era stata bella e grandee che volontieri vi sarebbe stato se agl'iddii fosse piaciuto.

[44]

Già aveva Febo nascosi i suoi raggi nelle marine ondequandopreso il ciboil duca insiememente con Florio cercarono i notturni riposi. Ma Florio porta nell'animo maggiore sollecitudine che di dormiree sanza adormentarsi aspetta che gli altri s'addormentino della casa; i quali non così tosto come Florio avrebbe voluto s'andarono a lettoma ridendo e gabbando e con diversi ragionamenti gran parte della notte passaronola quale Florio tutta divise per orecon angosciosa cura dubitando non s'appressasse l'ora che andare di necessità gli convenissee fosse veduto. Ma poi che ciascuno pose silenzio e la casa fu d'ogni parte ripiena d'oscuritàFlorio con cheto passoaperte le porti del gran palagio con sottile ingegnosanza farsi sentire passò di fuorie tutto soletto pervenne all'ostiere di Ascalionove più voci chiamò acciò che aperto gli fosse. E 'l primo che alla sua voce svegliato si levò fu Ascalionil quale sanza niuno indugio corse ad aprirglimaravigliandosi forte della sua venutae del modo e dell'ora non meno. E poi che essi furono dentro alla fidata camera sanza altra compagniaAscalion disse: - Dimmiquale è stata la cagione della tua venuta a sì fatta orae perché se' venuto solo? -. E mentre che queste parole diceadubitava molto non il duca gli avesse detto lo 'nfortunio di Biancifiore. Ma Florio rispose: - La cagione della mia venuta è questa. A me fa mestiere d'essere tutto armato e d'avere un buon cavallo. Onde io non sappiendo ove di tale bisogna fossi più fedelmente né meglio servito che quiqui a venire mi dirizzai più tosto che in altra parte: priegovi che vi piaccia di questo tacitamente servirmi incontanente -. E mentre che diceva queste cosecon gran fatica riteneva le lagrimele quali dal premuto cuorericordandosi perché queste cose voleasi moveano. Disse Ascalion: - Niuna cosa ho né potrei fare che al tuo piacere non sia; ma qual è la cagione di sì subita volontà d'armarti? Perché non aspetti tu il nuovo giorno? Armandosi l'uomo a questa oranon veggendo alcuna necessità espressaparrebbe un volere matto e subitosì come sogliono essere quelli degli uomini poco savi e che hanno il natural senno perduto; ma se tu mi di' perché a questo se' mossola cagione potrebbe essere tale che io loderei che la tua impresa si mettesse avanti. Già sai tu bene che di me tu ti puoi interamente fidarecon ciò sia cosa che io lungamente in diverse cose ti sia stato maestro fedelissimoe amatoti come se caro figliuolo mi fossi stato: dunque non ti guardar da me -. Florio rispose: - Caro maestroveramente se alcuna virtù è in medagl'iddii e da voi la riconosco; e sanza dubbiose io non avessi avuto in voi somma fedeniuno accidente per tal cosa mi ci avrebbe potuto tirare; ma poi che vi piace di sapere il perché a questa ora per l'armi io sia venutoio il vi dico. A voi non è stato occulto l'ardente amore che io ho a Biancifiore portato e portodella qualeoggidormendo iomi furon mostrate dalla santa Venus di lei dolorose cose: però che io stando con lei sopra a Marmorina in una oscura nuvolavidi chiamare la mia semplice giovanee porle uno avvelenato paone in manoe vidiglielo portare per comandamento altrui alla reale mensa ove voi sedevate; e dopo questo vidi e udii il gran romore che si feceaveggendosi la gente dello avvelenato paonee lei vidi furiosamente mettere in uno cieco carcere; e ancora dopo lungo consiglio vidi scrivere il processo della iniqua sentenzache dare si dee domattina contra di lei. E queste cose tutte vedeste voiné me ne dicevate niente. Ma io ne ringrazio gl'iddii che mostrate le m'hannoe datomi vero aiuto e buono argumento a resistere alla crudel sentenza e ad annullarlasì com'io credo fare con questa spada in manola quale Venere mi donò per la difensione di Biancifiore. E se il potere mi fallisseintendo di volere anzi con esso lei in un medesimo fuoco morireche dopo la sua morte dolorosamente vivendo stentare -. - Oimèdolce figliuolo - disse Ascalion- che è quello che tu vuoi fare? Per cui vuoi tu mettere la tua vita in avventura? Dehpensa che la tua giovane età ancora è impossibile a queste cosee massimamente a sostenere l'affanno delle gravanti armi. Dehriguarda la tua vita in servigio di noiche per signore t'aspettiamoe lascia dare i popolareschi uomini a' fati. Tu vuoi combattere per Biancifiorela quale è femina di piccola condizionefigliuola d'una romana giovanealla quale essendo stato ucciso il suo maritoper serva fu donata alla tua madre. Ma tu forse guardi al grande onore che tuo padre l'ha fatto per adietroe quinci credi forse ch'ella sia nobilissima giovane: tu se' ingannatoperò che questo non le fu fatto se non perché ella fu tua compagna nel nascimento. Non è convenevole a te amare femina di sì piccola condizione; e però lasciala andare e compiere i doveri della giustiziae poi che ella ha fatta l'offesalasciala punire. Non ti recare nella mente sì fatte cosené dare speranza a' sognii quali per poco o per soperchio mangiareo per imaginazione avuta davanti d'una cosasogliono le più volte avvenirené mai però se ne vide uno vero; e se pur fai quello che proposto hainullo fia che non te ne tenga poco savioe al tuo padre darai materia di crucciarsi e d'infiammarsi più verso di lei: onde lascia stare questa impresaio te ne priego -. Allora Floriocon turbato viso riguardandolo nella faccia disse: - Ahivillano cavalieree sconoscente e malvagioqual cagione licita o ancora verisimile vi muove a biasimare Biancifiore e chiamarla figliuola di serva? Non v'ho io più volte udito raccontare che 'l padre di Biancifiore fu nobilissimo uomo di Romae d'altissimo sangue disceso? Certo si ho. E quando questo non fosse mai veronatura mai non formò sì nobile creatura com'ella èperò che non le ricchezze o il nascere de' possenti e valorosi uomini fanno l'uomo e la femina gentilema l'animo virtuoso con le operazioni buone. Essa per la sua virtù si confarebbe a molto maggior prencipe che io non sarò mai; e posto che di quello che io intendo di farela vil gente ne parli men che benei valorosi me ne loderannoavvegna che io sì segretamente lo 'ntendo di fareche alcuno nol saprà già mai. E se si pur sapesse e parlasseseneil robusto cerro cura poco i sottili zeffirie il giovane poppio non può resistere a veloci aquiloni. Faccia l'uomo suo dovereparli chi vuole. E sanza dubbio del cruccio del mio padre io mi curo pococh'è uomo di sì vile animo come io il sentoche s'è posto a volere con falsità vendicare le sue ire sopra una giovane donzella e innocentesua benivolenza o amistà si dee poco curaree in gran grazia mi terrei dagl'iddii che egli mi uscisse davanti a contradire la salute di Biancifioreacciò che io con quel bracciocol quale ancorase fosse quell'uomo quale esser dovrebbe il dovrei aver sostenutogli levi la vita mandandolo ai fiumi d'Acherontaove la sua crudeltà avrebbe luogo: vecchio iniquissimo ch'egli èche nell'ultima parte de' suoi giornialla quale quando gli altriche sono stati in giovinezza malvagi pervengonosi sogliono col bene operare riconciliare agl'iddiiincomincia a divenire crudele e a fare opere ingiuste. E di ciò che o piacere o dispiacere ch'io gliene facciamai della mia mente non si partirà Biancifiorené altra donna avrò già mai; né mi parrà grave il peso dell'armi in servigio di lei. E certo Achille non avea molto più tempo ch'io abbia oraquando egli abandonando i veli insieme con Deidamiavenne armato a sostenere i gravi colpi d'Ettore fortissimo combattitorené Niso era di tanto tempo quanto io sonoquando sotto l'armi incominciò a seguire gli ammaestramenti d'Euriello. Io sono giovane di buona etàvolonteroso alle nuove coseinnamorato e difenditore della ragionee emmi stata promessa vittoria dagl'iddiie veggo la fortuna disposta a recarmi a grandi cosela quale noi preghiamo tutto tempo che in più alto luogo ci ponga della sua rota. Ora poi che ella con benigno viso mi porge i dimandati donifollia sarebbe a rifiutarliché l'uomo non sa quando più a tal punto ritorni. Io m'abandonerò a prendere ora che mi par tempoe salirò sopra la sua rota; quivisanza insuperbirequanto potrò in alto mantenermimi manterrò. E se avviene che alcuna volta scendere mi convengacon quella pazienza che io potròsosterrò l'affanno. Né mi vogliate fare discredere quello che la vera visione m'ha mostratodicendo che i sogni sieno fallaci e voti d'ogni verità: poi che voi non me lo voleste diretacete del farmelo discredereperò che io n'ho più testimoni a questa veritàché principalmente il mio anello con la perduta chiarezza mi mostrò l'affanno di Biancifiore: la celestiale spadaritrovandomela nella destra mano quando mi svegliaim'affermò la credenza delle vedute cose e la speranza della futura vittoria. Ma forse voi dubitate di farmi il servigioe però con tante contrarietà v'andate al mio intendimento opponendo. Onde io vi priegosanza più andarmi con cotali circustanze faccendomi perder tempomi rispondiate se fare lo volete o no: ch'io vi prometto che mai io non sarò lietoné dalla mia impresa mi partiròinfino a tanto che io con la destra mano non avrò liberata Biancifiore dal fuocoe da qualunque altro pericolo le soprastesse -. Quando Ascalion udì così parlare Florio e videlo pur fermo in voler difendere Biancifioreassai se ne maravigliò del gran cuore che in lui sentivae più della nuova visione e della spada a lui donatala quale non gli parea opera fatta per mano d'uomoe fra sé disse: "Veramente la fortuna ti vuole recare a grandissime cosedelle quali forse questa fia il principioe gl'iddii mostra che 'l consentano". E poi rispose a lui: - Floriosanza ragione mi chiami villano e malvagioperò che quel ch'io ti diceaio nol ti dicea che io non conoscessi bene ch'io non dicea veroma io il dicea acciò che da questa impresa ti ritraessise potuto avessi ritrartene. E se io avessi dal principio conosciuto che così fermamente t'avessi posto in cuore di far questocerto sanza niuna altra parola io t'avrei detto: "andiamo"; ma io volea provare altressì con che animo ci eri disposto. E non dire ch'io dubiti di servirtich'io voglio che manifesto ti sia che alcuno disio non è in me tanto quanto quello fervente. Ond'io caramente ti priegopoi che del tutto alla difensione di Biancifiore se' fermochese ti piacelasci a me questo pesoperché tu non sai chi avanti ti dee uscire a resistere al tuo intendimento. E nella corte del tuo padre sanza fallo ha molti valorosi cavalierie espertissimi e usati in fatto d'arme lungamentea quali tu oranovello in questo mestieronon sapresti forse così resistere come si converrebbe. E non ti voler rifidare in sola la forza della tua giovanezzaché non solamente i forti bracci vincono le battagliema i buoni e savi provedimenti danno vittoria le più volte. Posto che iogià vecchionon ho forse i membri guari più poderosi di teio pur so meglio di te quel colpo che è da fuggire e quello che è da aspettare e quando è da ferire e quando è da sosteneresì come colui che dalla mia puerizia in qua mai altra cosa non feci. E d'altra partese io fossi soperchiatoa te non manca il potere allora combatteree combattendo provartie soccorrere me e Biancifiore -. A cui Florio rispose brievemente: - Maestroio ora novellamente porterò arme; io come detto v'hosono giovanee amore mi sospingee la buona speranza: io voglio sanza niuno fallo essere il difenditore di quella cosa che io più amoché non m'è avviso che alcuno cavalierenon tanto fosse valoroso e dotto in opera d'armepotesse qui adoperare quanto potrò io. E se io consentissi che voi v'andaste voi a combatteree foste vintoa me non si converrebbe d'andare a volere racconciare quello che voi aveste guasto né potrei né mi sarebbe sofferto. Io voglio incominciare a provare quello affanno che l'armi porgono. Io ho tanto sofferto amoreche ben credo poter sofferire l'armi a una picciola battaglia. E nella giovanezza si deono i grandi affanni sostenereacciò che famoso vecchio si possa divenire. E se pure avvenisse che la speranza della vittoria mi fallisseio farò sì che la vita e la battaglia perderò a un'orala qual cosa mi fia molto più cara che se iodopo la morte di Biancifiorerimanessi in vita; del vostro aiuto so che poi Biancifiore non si curerebbesì che più ch'uno non bisognerà che combatta -. Disse Ascalion: - Poi ch'elli ti piace che così siae io ne son contentoma veramente io non ti abandonerò mai; e se io vedessi che il peggio della battaglia avessi maichiunque ucciderà teucciderà me altressìavanti che io la tua morte vedere voglia. Ma io priego gl'iddiise mai alcuna cosa appo loro meritaiche ti donino la disiderata vittoriacome promesso t'hannoacciò che io teco insiemeriprovata la iniquità del tuo padre e scampata Biancifioremi possa di sì prospero principio rallegrare -.

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Veduta Ascalion la ferma volontà di Floriosanza più parlareegli lo 'ncominciò ad armare di bella e buona arme; e poi ch'egli gli ebbe fatto vestire una grossa giubba di zendado vermigliogli fece calzare due bellissime calze di magliae appresso i pungenti speroni; e sopra le calze gli mise un paio di gambiere lucenti come se fossero di bianco argentoe un paio di cosciali; e similemente fattegli mettere le maniche e cignere le faldegli mise la gorgiera; e appresso gli vestì un paio di leggierissime piattecoperte d'un vermiglio sciamitoguarnite di quanto bisognava nobilmente e fini ad ogni pruova. E poi che gli ebbe armate le braccia di be' bracciali e musacchinigli fece cingere la celestiale spadadandogli poi un bacinetto a camaglio bello e fortesopra 'l quale un fortissimo elmo rilucente e leggieroornato di ricchissime pietre preziosesopra 'l quale un'aquila con l'alie aperte di fino oro risplendevagli misedonandoli un paio di guanti quali a tanta e tale armadura si richiedevanoe appresso il sinistro omero gli armò d'un bello scudetto e forte e ben fattotutto risplendente di fino oronel quale sei rosette vermiglie campeggiavano. E sì come il tenero padre i suoi figliuoli ammonisce e insegnacosì Ascalion dicea a Florio: - Caro figliuolo mionon schifare gli ammaestramenti di me vecchioma sì come nell'altre cose gli hai avuti cari e osservatiglicosì fa che in questa maggiormente gli abbiaperò che è cosachenon osservandolaporta più pericolo. Quando tu verrai sopra il campo contra 'l disiderato nimicoquanto più puoi prendi la più alta parte del campoacciò che andando verso luianzi il sopragiudichi che tu sii da lui sopragiudicato; però che gran danno tornò a' greci la poca altezzaché i troiani aveano vantaggio allo 'ncominciare le battaglie. E guarti non ti opporre a' solari raggiperò che essi dando altrui negli occhi nocciono molto. Annibale in Puglia per tale ingegno ebbe sopra i romani vittoriavolgendo le reni al soleal quale costrinse i romani di tenervi il viso. Né contro al polveroso vento ti metteraiperò che dandoti negli occhi t'occuperebbe la vista. Né moverai il corrente cavallo con veloce corso lontano al tuo nimicoma il principio del suo movimento sia a picciolo passoacciò che quando sarai presso al nimicospronando forteelli il suo corso impetuosamente cominci: però che le forze del volonteroso cavallo sono molto maggiori nel cominciare dello aringo che nel mezzoquando col disteso capo corre alla distesa. Né ancora gli darai tutto il frenoperò che con meno forza dilungando il collo andrebbe. Allora sono le cose disposte ad andar fortequand'elle truovano alcun ritegno e trapassanlo. E chi fece Protesilao più volonteroso che 'l doverese non l'essere ritenuto contro alla calda volontà? Se Aulide non avesse ritenute le sue naviegli andava più temperatamente. Né non basserai la lancia nel principio dello aringoperò che il savio nimico prenderebbe riparo al tuo avvisato colpoe il tuo braccio del peso sarebbe stanco avanti che tu a lui giugnessi; ma ponendo mente prima a luit'ingegnase puoidi prendere al suo colpo riparoe appressandoti a lui prestamente con forte braccio abassa la tua lanciae fa che avanti nella gola che nella sommità dell'elmo ti ponghi: i bassi colpi nuoccionoposto che gli alti sieno belli. E s'egli avviene che con lui urtare ti convenga col petto del tuo cavalloguarda bene che col petto del suo non si scontrise non fossi già molto meglio a cavallo di luiperò che il danno potrebbe essere comunema faccendo con maestrevole mano un poco di cerchiofa che il petto del tuo cavallo alla spalla sinistra del suo si dirizzie quivi fieri se puoiché tal ferire sarà sanza danno di te. Ma poi che le lance più non adoperrannonon esser lento a trar fuori la spada; ma non voglio però che tu meni molti colpima maestrevolementequando luogo e tempo ti pare di ferire a scopertocopertamente fierisempre intendendo a coprire bene tepiù che al ferire molto l'avversarioinfino a tanto che tu vegga lui stanco e fievolee al di sotto di teché allora non si vogliono i colpi risparmiare. E guardera'ti bene che per tutto questo niente di campo ti lasci torreperò che con vergogna sarebbe danno. Né ti lasciare abbracciarese forte non ti senti sopra le gambe: la qual cosa s'avvienenon volere troppo tosto sforzarti d'abbatterlo in terrama tenendoti ben forte lascia affannar luiil quale quando alquanto affannato vedrai più leggiermente potrai allora mettere le tue forze e abbattere lui. E sopra tutte cose ti guarda degli occulti inganni: i tuoi occhi e il buono avviso continuamente te ne ammaestrino. Né niuno romore o di lui o del circustante popolo ti sgomentima sanza niuna paura ti mostra vigoroso; incontanente la tua parte fia aiutata dal grido: e il nimico vedendoti ognora più vigorosodubiterà della tua vittoriaperò che bene ti seggono l'armi indosso e bellissimo e ardito ti mostranopiù che altro cavaliere già è gran tempo vedessi -. Florio con disiderio ascoltava queste parolenotandole tuttee volontieri vorrebbe allora essere stato a' fattie molto gli noiava il picciolo spazio di tempo che a volgere erae in se medesimo molto si gloriava veggendosi armato; e disse ad Ascalion: - Caro maestroniuna vostra parola è cadutama da me debitamente ritenutele credoove il bisogno saràmettere in effetto; ma caramente vi priego che v'armiatee vengano i cavallie andiamoperò che già mi pare che le stelleche sopra l'orizonte orientale salivano nel coricare del soleabbiano passato il cerchio della mezza notte -.

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Armossi Ascalion; e mentre che egli s'armavae Florio andava per l'ostiere ora correndoora saltava d'una parte in altrae tal volta con la celestiale spada faceva diversi assalti. Alcuna volta prendeva la lancia per vedere com'egli la potesse alzare e bassare al bisognolanciandola talora; e queste cose così destramente facevacome se alcuna arme impedito non l'avesseavvegna che Amore la maggior parte gli dava della sua forza. Di che Ascalionlodando la sua leggerezzasi maravigliò molto e essendo già egli medesimo armatotutto solo se n'andò alla stallae messe le selle e' freni a due forti cavallili menò nella sua corte; e quivi vestito Florio e sé di due sopraveste verdie prese due grosse lance con due pennoncelli ad oro lavorati e seminati di vermiglie roseciascuno la suamontarono i cavalli e sanza più dimorare presero il cammino verso la Braa.

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Già Febea con iscema ritondità tenea mezzo il cieloquando Florio e Ascalionlasciata la cittàcominciarono a cavalcare per li solinghi campi. Ella porgea loro col freddo raggio grande aiutoperò ch'ella mitigava il caldo che le gravi armi porgeanoe massimamente a Florioil quale di tal peso non era usatopoi facea loro la via aperta e manifesta: di che Florio molto si rallegrava però che già gli parea incominciato avere a ricevere lo 'mpromesso aiuto degl'iddii. E più si rallegrava imaginando che egli s'appressava al luogo ove egli vedrebbe la sua Biancifiore in pericoloe scampata da quello per la sua virtù. Ma non volendosi tanto alle sue forze rifidarequanto all'aiuto degl'iddiivolto verso la figlia di Latonacosì cominciò a dire: - O graziosa deai cui beneficii io sento continuamentelodata sii tu; tu alleviando la mia madre di mepiegandoti a' suoi prieghile mi donastidegna allegrezza dopo il ricevuto affanno. Dunquepoi che per te nel tempestoso mondo venniaiutami nelle mie avversitàe priegoti per li tuoi casti fuochii quali io già ne' miei teneri anni debitamente cultivaiche come tu hai nel mio aiuto incominciatocosì perseveri. E ricordati quanto tugià ferita di quello strale che io ora sonoardesti di quel fuoco che io ardo! e priegoti per le oscure potenze de' tuoi regnine' quali mezzi i tempi dimoriche tu domanedopo la mia vittoriaprieghi il tuo fratello che col suo luminoso e fervente raggio mi renda alle abandonate caseonde tu ora col tuo freddo mi togli. Tu m'hai porta speranza del futuro soccorso degl'iddii col tuo principioonde io con più ardita fronte il dimanderò. E teo sommo prencipe delle celestiali armipriego per quella vittoria che tu già sopra i figliuoli della terra avestie per tutte l'altreche tu sii a me favorevole aiutatoreperò che io non cercosì come tu vedidi volere per la presente battaglia possedere né acquistare le vostre celestiali casené intendo di levare a Giove la santa Giunone; né similemente è mio intendimento d'occupare la fama delle tue grandi opere col tuo medesimo aiutoma d'accrescerlae solamente cerco di difendere la vita di Biancifiore ingiustamente condannata a morte. E tuo santa Venusnel cui servigio io sonoaiutami. Io vo più ardito per la promessa che con la tua santa bocca mi facesti. Non mi dimenticare: mostrisi qui quanto la tua forza possa adoperare. E similmente tuo santa Giunonedonandomi il tuo aiutoconsenti che io vincendo faccia manifesto il malvagio ingannoil quale questi iniquicontra i quali io ora vocopersero col tuo santo uccellonon servandoti la debita reverenza. E voio qualunque deità abitate le celestiali regionisiate al mio soccorso intente; e massimamente tuAstreala cui giusta spada mio padre intende di sozzare con innocente sangueaiutami -. E così dicendo e tutt'ora cavalcandopervennero al dolente luogo per lungo spazio avanti dì: e quivi il nuovo giorno aspettarono.

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La misera Biancifiorenon sappiendo perché con tanto furore né sì subitamente presa fossequasi tutta stupefattasanza alcuna parola sostenne la grave ingiuriaentrando nell'oscurissima e tenebrosa carcere; la quale serrataacciò che alcuna persona materia non avesse di poterle in alcuno atto parlarea cui ella scusandosi poi la sua scusa ad altri porgesseil re prese a sé la chiave. E dimorando là entro Biancifioreniuno sì picciolo movimento v'era che forte non la spaventassee varie imaginazioniche la fantasia le recava avantile porgeano molta paurae 'l suo viso impalidito e smorto non dava alcuna luce nella cieca prigione; onde ella per greve doglia incominciò a piangere e a dire: - Oimè miseraquale può essere la cagione di tanta ingiuria? In che ho io offeso? Certo in niuna cosach'io sappia. Io mai né con parole né con operazioni non lesi la reale maestàe la reina mia cara donna sempre onorainé mai rubando né spogliando i santi templi e gli altari degl'iddii commisi sacrilegioné mai si tinsero le mie mani né l'altrui per me d'alcun sangue: dunque questo perché m'è fatto? Oimèiniqua fortunamaladetta sii tu! Or non ti potevi tu chiamare sazia delle mie avversitàpensando che divisa m'avevi da quella cosa nella quale ogni mia prosperità e allegrezza dimoravasanza volermi ancora fare ora questa vergogna d'essere messa in prigione sanza averlo meritato? Dehse tu avevi volontà di nuocermiperché avanti non mi uccidevi? Credo che conosci che la morte mi sarebbe stata somma felicitàperò che i miei sospiri avrebbe terminati. Stiano adunque i miseri sicuri contra i tagli delle spade e contra le punte delle agute lanceinfino a tanto che il cielo avrà il loro tempo voltoperò che fortunoso caso di vita non li priverebbe. Oimèor tu mi ti mostrasti poco avanti così lietafaccendomi più degna che alcuna altra giovane della real casa di portare il santo paone alla mensa dove il re sedeaaccompagnato da quelli baronii quali tutti in mio onore e servigio si vantarono! E questa la fine che tu vuoi a' loro vanti porre? Oimècom'è laida e vituperevole! Tosto hai mutato viso a mio dannaggio! Maladetto sia il giorno del mio nascimento! Io fui cagione di sforzata morte al mio padre e alla mia madrei quali io già mai non vidie oranon so comela mi pare avere a me meritata. Oimèche gl'iddii e 'l mondo m'hanno abandonatae massimamente tuo Florioin cui io solamente portava speranza! Dehor dove se' tu ora o che fai tu? Forse pensi che il tuo padre m'acconci per mandare a teperò che dimandata me gli haie io sto in prigione piena di varie sollecitudinie non so per che né a che finené se il tuo padre intende di farmi morire! Dehor non t'è egli la mia avversità palese? Non riguardi tu il caro anello da me ricevutoil quale apertamente la ti significherebbe? Oimèche io dubito che tu più nol riguardisì come cosa la quale credo che poco cara ti sia! Immantanente io imagino che tu m'abbia dimenticata! E chi sarebbe quel giovane sì costante e tanto innamoratoche vedendo tante belle giovaniquante io ho inteso che costà hascalze dintorno alle fredde fontane sopra i verdi praticoronate di diverse frondi cantare e fare maravigliose festenon lasciasse il primo obietto pigliandone un secondo? E se tu non m'hai dimenticataperché non mi soccorri? Chi sa se io dopo questa prigione avrò peggio? E chi sa se io ci sarò di fame lasciata morire entroo se di me fia fatta altra cosa? Oimèora se io morissicome faresti tu? Io per me mi curerei poco di morirese io solamente una volta veder ti potessi avantie se io non credessi che a te fosse il mio morire gravoso a sostenere. Oimèche io credo che se tu sapessi che io fossi quila mia liberazione sarebbe incontanente. E se io potessi questo in alcun modo farloti sentireben lo farei; ma io non posso. Oimè! ora ove sono tanti amici tuoia quanti di me solea per amor di te calerequando tu c'eri? Non ce ne ha egli alcuno il quale tel venisse a dire? Io credo di noperò che gli amici della prosperità insieme con essa sono fuggiti. Ma l'anello ch'io ti donai ha egli perduta la virtù? Io credo di sìperò che alle mie avversità niuna speranza è lasciata. O santa Venusal cui servigio l'animo mio è tutto dispostoper la tua somma deità non mi abandonaree per quello amore che tu portasti al tuo dolce Adoneaiutami. Io sono giovane usata nelle reali casedove io nacquicon molte compagne continuamente stata: ora non so perché sia sì vilmente rinchiusa. Sola la paura mi confonde: a me pare che quante ombre vanno per la nera città di Ditetutte mi si parino davanti agli occhi con terribili e spaventevoli atti. Mandami alcuno de' tuoi santi raggi in compagnia; e in bene della mia vita adopera quello che tu meglio di me conosci che bisognaché tu vedi bene che io aiutare non mi posso -. Non avea Biancifiore ancora compiute di dire queste paroleche nella prigione subitamente apparve una gran luce e maravigliosadentro alla quale Venere ignudafuor solamente involta in uno porporino velocoronata d'allorocon un ramo delle frondi di Pallade in mano dimorava. La qualequivi giuntasubitamente disse: - Ahibella giovanenon ti sconfortare. Noi già mai non ti abandoneremo: confortati. Credi tu che la nostra deità abandoni così di leggiere i suoi suggetti? Le tue voci ci percossero gli orecchi infino nel nostro cieloal pietoso suono delle quali io subitamente a te sono discesae mai non ti lascierò sola. E non dubitare di cosa che stata ti sia infino a qui fattache da questa ora avanti niuna cosa ti sarà fattaper la quale altra offesa che sola un poco di paura te ne seguisca -. Quando Biancifiore vide questo lume e la bella donna dentro alla prigionetutta riconfortatasi gittò ginocchione in terra davanti ad essadicendo: - O misericordiosa dealodata sia la tua potenza. Niuno conforto era a me misera rimasose tu venendo non m'avessi riconfortata. Ahiquanto ti dobbiamo essere tenuti pensando alla tua benignitàla quale non isdegnò di venire de' gloriosi regni in questa oscurità e solitudine a darmi confortonon avendo io tanta grazia già mai meritata. Ma dimmipietosa deapoi che con le tue parole m'hai renduto alquanto del perduto confortose licito m'è a saperloquale è la cagione per che fatta m'è questa ingiuria? -. A cui la dea rispose: - Niuna altra cagione ci èse non per che tu e Florio siete al mio servigio disposti; ma non sotto questa spezie s'ingegna il re di nuocertima il modo trovato da luicol quale egli si ricuopreè falso e malvagio: ma egli è ben conosciuto tanto avantiche alla tua fama non può nuoceree ancora sarà più manifesto. E d'altra parteio poco avanti discesa giù dal cieloordinai la tua diliberazionein maniera cheavanti che il sole venga domane al meridiano cerchiotu sarai renduta al re e tornata in quella grazia che solevi. Più avanti non te ne dirò oraperò che tutto vedrai e saprai domane -. Con questi ragionamenti e con molti altri si rimase Biancifiore con la santa dea infino al seguente giornoquasi rassicuratasanza prendere alcuno ciboinfino che tratta fu di prigione per menare alla morte.

[49]

Cominciossi per la corte un gran mormoriopoi che il re fu partito dal gran consiglio che tenuto avea del fallo che dovea aver fatto Biancifiore: e tutti i baroni e l'altra gentechi in una parte e chi in un'altra ne ragionavano; e a tutti parea impossibile il credere che Biancifiore avesse già mai tanta malvagità pensatacon ciò sia cosa che semplice e pura e di diritta fede la sentivano. E altri diceano che veramente mai Biancifiore non avrebbe tal fallo commesso né pensatoma questo era fattura del reil quale ordinato avea ciò per farla morireperciò che Florio più che altra femina l'amavae 'l re che egli non la prendesse per isposao a vita di lei non ne volesse prendere alcuna altra. Alcuni diceano ciò non porria esserechése il re l'avesse avuto animo adossoper altro modo l'avria fatta morirené mai si sarebbe vantato di maritarlacome la mattina avea fattoaffermando d'attenere il suo vanto con tanti saramenti: aggiungendo a questo che essi credevano che ciò fosse fattura del siniscalcoperò che l'avea in odio perché rifiutato l'avea per marito. E altri ne ragionavano in altra maniera: chi difendea il re e chi Biancifiore ma a tutti generalmente ne doleae niuno potea credere che difetto di Biancifiore fosse mai stato. E molti ve n'avea chese non fosse stato per tema di dispiacere al reavrebbero parlato molto avanti in difesa di Biancifioree ancora prese l'armese bisognato fossechi per amor di lei e chi per amor di Florio. E così d'uno ragionamento in altro il giorno passòe sopravennero le stellemostrandosi tutto quel giornoquanto duròil re e la reina molto turbati nel visoavvegna che contenti e allegri fossero nell'animosperando che il seguente giorno per la morte di Biancifiore terminerebbero il loro disio.

[50]

Il re dormì poco quella nottetanto il costringea l'ardente disio che il nuovo giorno venisse; e sollecitando le maladette cure il suo pettopiù volte quella notte eccitatodisse: - O nottecome sono lunghe le tue dimoranze più che essere non sogliono! O il sole è contra 'l suo corso ritornatopoi che egli si celò in Capricornoallora che tu la maggior parte del tempo nel nostro emisperio possiedio Biancifiore credo che con le sue orazioni priega gl'iddii che rallungare ti faccianoquasi indovina al suo futuro danno. Ma folle è quello iddio che per lei di niente s'inframetteché a lui non fia mai per lei acceso fuoco sopra altare né visitato tempio. Di se medesima gli può ben promettere sacrificioperò che quando tu ti partirai del nostro emisperioio la farò ardere nelle cocenti fiammené di ciò alcuno pregato iddio la potrà aiutarené trarla delle mie mani: adunque partitie lasciami tosto vedere l'apparecchiato fine al mio disire. E tuo dolcissimo Apolloil quale disideroso suoli sì prestamente tornare nelle braccia della rosseggiante Aurorache fai? Perché dimori tanto? Viennenon dubitar di venire sopra l'orizonteper che io deggia fare per la tua venuta ardere la non colpevole giovane. Questo non è l'acerbissimo peccato del comune figliuolo de' due fratelli mangiato da essiporto dalla crudel madreper lo quale tu tirasti i carri dello splendore indietroe non volesti dare quel giorno luce alla terraperché sopra sé sì fatta crudeltà avea sostenuta. Tu desti più volte luce a Licaonoperatore di maggior crudeltà che questa non è; e sofferisti che Prognedopo l'ucciso figliuolodandole tu lumesi fuggisse dalla giusta crudeltà di Tireo; né si celò la tua luce nella morte de' due tebani fratelli. Adunquepoi che a Licaona Progne e ad Etiocle ne' loro falli il tuo splendore concedestiè così mirabile cosa se tu a me ne porgi? Questa non è la prima femina che muore ingiustamentené sarà l'ultimané a te più che un'altra cara. Dunque vieni! Dehnon dimorare più! Fuggano omai le stelle per la tua luce. Non mi fare più disiderare quello che tu naturalmente suogli a tutti donare -. Così parlava il reora vegghiando e ora non fermamente dormendo: e in tale maniera passò tutta quella notte. Ma poi che il giorno apparìsubito si levòe fece chiamare i giudicie loro comandò che sanza indugio fosse giudicata Biancifiore.

[51]

Quella mattina il sole coperto da oscure nuvole non mostrò il suo visoe l'aria da noiosa nebbia impedita parea che piangessequasi pietosa degli affanni di Biancifiore. Ma poi che i chiamati giudici furono davanti al re e ebbero il comandamento ricevutostettero quasi stupefatti davanti al re. E conoscendo quasi il volere degl'iddiie la ingiusta sentenza che dare doveano temendoe mossi a pietàs'ingegnarono d'aiutare Biancifioree dissero: - Altissimo signoreniuna persona può da noi essere giudicatase quellacui giudicare dobbiamoprima a' nostri orecchi non confessa con la propia bocca il fallo per lo quale al nostro giudicio è tratta. Noi non abbiamo udito ancora da Biancifiore alcuna cosao s'è vero o non vero quello di che voi volete che a morte la sentenziamo. E voi volendo fare quest'opera secondo il giudiciale ordinecome ditee non di fattoconviene che ce la facciate udire sé aver commesso questo falloperò che noi dubitiamo chesanza fare il debito modola sentenza non torni sopra i nostri capi -. Assai si turbò il re di queste parolee temendo forte che Biancifiore ascoltata non fossee per quello che il suo inganno si manifestasseo che per indugiare non pervenisse a orecchie a Floriorispose: - Questo fallo fatto da costei non ha bisogno di confessagione alcunaperò che è sì manifestochese negare lo volessenon potrebbee però sopra l'anima mia e de' miei figliuoli la giudicate incontanente -. Comandarono adunque i giudici che Biancifiore fosse incontanente tratta di prigione e menata davanti da lorovedendo essi la volontà del re essere disposta pur a volere che sanza alcuno indugio giudicata fosse.

[52]

Fu adunque Biancifiore tratta fuori di prigione quella mattinae la chiara luce che accompagnata l'avea da lei subito si partìe questa vestita di neri drappii quali la reina mandati le aveaacciò che come nobile femina andasse a morirevenne tacitamente dinanzi a' giudiciquasi perdendo ogni speranza che ricevuta avea dalla santa dea il preterito giorno; e quivi fermatauno de' giudici levato in piè con empia voce così disse: - Sia a tutti manifesto che la presente iniqua giovane Biancifiore per suo inganno e tradimento volleil giorno passatoil nostro e suo signore re Felice avvelenare con un paonesotto spezie d'onorarlo; e perciòacciò che nullo uomo o altra femina a sì fatto fallo mai s'ausinoi condanniamo leich'ella sia arsa e fatta divenire cenere tritae poi al vento gittata -. E questo dettocomandò che al fuoco sanza indugio menata fosse.

[53]

Biancifiore avea perduto il naturale colore per la paura e per lo digiuno; e il suo bel viso era tornato palido e smorto come secca terra; ma ancora il nero vestimento le dava alle non guaste bellezze gran vista. E udendo ella il miserabile giudicio contra lei dato sanza ragioneforte incominciò a piangere e a dire fra se medesima: "Oimè miseraor convienmi elli morire? Or che ho io fatto?". E se non fosse che le sue dilicate mani erano con istretto legame congiunteella s'avrebbe i biondi capelli dilaniati e guastie 'l bel viso sanza niuna pietà lacerato con crudeli unghiestracciando i nuovi drappi significanti la futura mortee avrebbe riempiuta l'aere di dolorose e alte voci; ma vedendosi impedita e circundata da innumerabile popolocostretta da savio proponimentoraffrenò le sue vocie sanza nullo romore fra sé tacitamente ricominciò a dire: "Ahisfortunato giorno e noiosa ora del mio nascimentomaladetti siate voi! Oimèmortequanto mi saresti tu stata più graziosa nelle braccia di Floriocom'io credetti già che tu mi venissi! Dehora mi fossi tu almeno venuta in quell'ora ch'io chiamata fui a portare il male avventuroso uccello per meperò che io allora sarei morta onestamente e sanza vergogna d'alcuna infamia. Ahianime del mio misero padre e de' suoi compagni e della mia dolente madrei quali per me acerba morte sostenesterallegrateviche iostata di sì crudel cosa cagionesono punita degnamente. Niuna altra cosa credo che nuoccia a me miserase non questainsieme con l'aver portata troppa lealtà e onore a colui che ora mi fa morire. O crudelissimo reperché mi rechi a sì vile fine? Che t'ho io fatto? Certo niuna colpa ho commessase non che io ho troppo amore portato al tuo figliuolo. Dehor che mi faresti tuo più crudele che Fisistratose io l'avessi odiato? Quale tormento m'avresti tu trovato maggiore? Iomiseramai nol ti dimandainé lui pregai ch'egli di me s'innamorasse. Se gl'iddii concedettero al mio viso tanta di piacevolezza che il suo gentile cuore fosse per quella presoho io però meritata la morte? Se io avessi creduto che la mia bellezza mi fosse stata agurio di sì doloroso fineio con le mie mani l'avrei deturpataseguendo l'essemplo di Spurimaromano giovane. Ma fuggano omai gli uomini i doni degl'iddiipoi che essi sono cagione di vituperevole fine. Iomiseraavrei già potuto con le mie parole tirare Florio in qualunque parte la volontà più m'avesse giudicatoo congiugnerlo meco per matrimoniale nodose io avessi volutose non fosse stata la pietà che 'l mio leale cuore ti portava. O vecchio reper l'onore che io da te ricevea non ti volli mai del tuo unico figliuolo privaree io del bene operare sono così meritata. A questo fine possano venire i servidori de' crudeliche io veggio venir me! O sommo Gioveil quale io conosco per mio creatoreaiutami. Tu sai la verità di questo fattoe conosci che io non fallii mai: non consentire adunque che le pietose opere abbiano tale guiderdone. La mia speranza chiede solo il tuo aiutofermandosi nella tua misericordia. Non sostenere che oggi il nome degli effetti del tuo cielo ricuopra la iniquità del re Felice contra di mema manifestamente fa nota la verità. E tuo santa Giunonenel cui uccello tanta falsità fu nascosa per conducermi a questo finevendica la tua ontafa che questa cosa non rimanga inulta ma sia letta ancora tra l'altre vendette da te fatteacciò che la tebana Semelè o la misera Ecco non si possano di te giustamente piangere. E tuo sacratissima Veneresoccorri tosto col promesso aiuto; non indugiar piùperò chenon vedendoloa me fugge la speranza delle tue parole da tutte partiperò che io al fuoco mi sento condannare. Veggiomi i feroci sergenti dintorno armaticome se io fierissima nimica delle leggi mi dovessi torre loro per forzae veggo il siniscalcoa me crudelissimo nimicosollecitare i miei danni con altissime voci e con furiosi andamentiné più né meno come se egli della mia salute dubitasse. Né veggio che per pietà di me cambi aspetto. Tutte queste cose mi danno paura e tolgonmi speranza. Dunque soccorri tostoche io dubito che se troppo indugiio non muoia di contraria morte che quella che apparecchiata m'hanno costoroperò che la molta paura m'ha già sì raffreddato il cuoreche egli gli è poco sentimento rimaso".

[54]

Mentre che Biancifioreascoltando la crudele sentenza sì tacitamente fra sé si ramaricava piangendoil re insieme con la reina e con molta altra compagnia vennero a vederlagià volendola i sergenti menare via. Ma Biancifiore col viso pieno di lagrime voltata al reale palagioil quale ella mai rivedere non credeavide ad un'alta finestra il re e la reina riguardanti lei: allora più la costrinse il doloree con più amare lagrime s'incominciò a bagnare il petto. Ma non per tanto cosìcom'ella potési sforzò di parlaree con debole vocerotta da molti singhiozzi di pianto disse: - O carissimo padrere Feliceda cui io conosco l'onore e 'l bene che io per adietro ho ricevuto in casa tua e quello che ricevette la mia misera madreessendo noi stranieririmani con la grazia degli iddiitu e la tua compagnai quali io priego che ti perdonino la ingiusta morte alla quale tu mi mandi sanza ragione. E certo più onore vi tornava a tutti l'essere degnamente stati pietosiche ingiustamente crudeli verso meche mai a' vostri onori non ruppi fede; e ancora li priego che essi sieno a voi più prosperevoli che a me non sono stati -. E dicendo Biancifiore queste paroleil siniscalco su un alto cavallocon un bastone in mano sopravennee dando su per le spalle a' sergenti che la menavanoe a lei disse: - Via avantinon bisognano al presente queste parole: priega per tenon per loro -. Onde Biancifiore piangendo bassò la testaandando oltre sanza più parlare. Il re e la reinache quelle parole aveano uditealquanto più che l'usato modo costretti da pietàcominciarono a lagrimare: e in tanto ne dolfe alla reinache molto si pentì del malvagio consiglio che al re donato aveae volontieri avrebbe tutto tornato adietrose con onore del re e di lei fare l'avesse potuto. I sergenti tiravano forte e vituperosamente Biancifiore verso la Braaove il fuoco apparecchiato già era; e ella che del cospetto dello iniquo re s'era piangendo partitaandava col capo bassopianamente dicendo: "OimèFlorioove se' tu ora? Dehse tu m'amassi come tu già m'amasti e come io amo tee sapessi che la mia vituperevole morte mi fosse sì vicinache faresti tu? Certo io credo che tu porteresti grandissimo dolore: ma tu non m'ami più. Io conosco veramente il tuo amore essere stato fallace e falso; che se perfetto e buono fosse statocome è stato il mio verso di teniun legame t'avrebbe potuto tenere a Montoroche almeno non avessi al mio soccorso cercato alcuno rimediovolendo sapere la cagione della mia morte da mese lecita è o no; o solamente saresti venuto a vedermi inanzi ch'io morissimostrando che della mia morte portassi gravissimo dolore. Oimèche tu forse aspetti che io il ti mandi a direma tu non pensi com'io possoche non che mandare a dirtelo mi fosse lasciatoma una picciola scusa non è voluta ascoltare da mené consentito che ascoltata sia; avvegna che tu il sainé ti potresti scusare che tu nol sapessiperò chepoi che io misera fui tratta di prigioneio ho tacitamente udito ragionare a molti che il duca e Ascalione per non vedere la mia morte se ne sono venuti costàe so che essi t'hanno contato tutto il mio disaventurato casocome coloro che 'l sanno interamente. Dunque perché non mi vieni ad aiutare? Chi aspetti tu che si lievi in mio aiutose tu non vi ti lievi? Forse tu dubiti d'aiutarmidicendo: "Ella muore giustamente: leverommi io a volere difendere la ingiustizia?". Certo tu se' ingannatoche non che gli uomini ma i bruti animali pare che ne parlino che la morte ch'io vo a prendere m'è ingiustamente datae tu me ne se' principale cagione. E se pur giustamente la ricevessipensando al grande amore che io t'ho sempre portatonon mi dovresti tu ragionevolmente aiutare e difendere da sì sozza morteacciò che la gente non dicesse: "Coleicui Florio amava cotantofu arsa"? E ancora ho udito affermare ad alcuni che per niuna altra cosa si partì Ascalion di quase non per venirloti a dire. Ma quando egli mai non te l'avesse dettoil mio anelloil quale io ti donai quando da me ti partistinon te lo dee aver celatoma manifestamente col suo turbare ti dee aver mostrato le mie avversità; e credo che eglidel mio aiuto più sollecito di tegià te l'abbia mostrato. Ma io dubito che tu negligente al mio soccorso ti stai costàforse contento d'abbracciare o di vedere alcun'altra giovaneedimenticata mehai de' miei impedimenti poca cura. Onde iodolorosasanza conforto per te mi morròavvegna che uno solo ne porterà l'anima mia agl'infernali iddiio altrove che ella vadache io veggio manifestamente ad ogni persona dolere della mia mortee dire che io muoio per tee per altra cosa no. Ma se gl'iddii mi volessero tanta grazia concederech'io ti potessi solamente un poco vedere anzi la mia mortemolto mi sarebbe a gradoe il morire meno noioso. Dunqueo dispietatoche fai? Dehvieni solamente a porgermi questa ultima consolazionese l'aiutarmi in altro t'è noia". Queste e molte altre parole andava fra sé dicendo Biancifioremenata continuamente con istudioso passo alla sua fine. Niuno era in Marmorina tanto crudele che di tale accidente non piangessee l'aere era ripieno di dolenti voci. Ma ciascunonon potendola più oltre che 'l piangere mostrare che di lei gli dolessedicea: - Gl'iddii ti mandino utile e tostano soccorsoo dopo la tua morte alloghino la tua graziosa anima nella pace de' loro regni -. E giunti i sergenti al misero luogo dove era il fuoco acceso e ragunato infinito popolo per vedereil siniscalco fece fare grandissimo cerchioacciò che sanza impedimento i sergenti potessero il loro uficio fare. Ma a Biancifiore corse agli occhi molto di lontano i due cavalieriche già a lei s'avvicinavano per la sua difesa: e sanza sapere più avanti di loro essere che gli altri che quivi eranoimaginò che l'uno di costoro fosse Florioil quale quivi alla diliberazione di lei fosse venuto. Per la qual cosaricordandosi della 'mpromessa della santa deaalquanto il naturale colore le ritornò nel visoe cacciando da sé alquanto di pauras'incominciò a riconfortare e a prendere speranza della sua salute.

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Florio e Ascalionpervenuti al tristo luogo per grande spazio avanti che il giorno apparisseaffannati per lo perduto sonnovaghi di riposarsiFlorio perché era giovane e non uso d'alcuna asprezzae Ascalion per lunga età già tutto biancosmontati ciascuno del suo cavalloe legatolo a uno alberodissero: - Qui alquanto ci riposiamoinfino a tanto che il nuovo giorno appaia -. E cavatisi gli elmi e messisi gli scudi sotto il capocominciarono soavemente a dormire ciascuno di loro.

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O Florioor che fai tu? Tu fai contro all'amorose leggi. Niuno sonno si conviene al sollecito amadore. Dehor non pensi tu che cosa è il sonnoe come egli sottilmente sottentra ne' disiderosi occhi e negli affannati petti? Or ove sono fuggite le sollecite cureche stringevano il tuo animo poco avanti? Ora elli ti soleva essere impossibile il dormire sopra i dilicati letti: ora come con l'armi indosso sopra la dura terra ti se' addormentato? Credi tu forse Biancifiore aver tratta di pericolo perché tu sii armato? Ella è ancora in quel pericolo che ella si fu avanti che tu t'armassi. Ma forse tu credi il sonno a tua posta cacciare da te: ma pensa che tu dormendo niuna signoria hai: adunque porre non gli puoi terminema egli a sua posta si partirà. E se alquanto ti tiene più che a Biancifiore non bisognaa che sarà ella? Certo alla morte! Forse tu ti fidi che gl'iddii ogni volta ti deggiano con nuovi sogni destare? Forse non ti desteranno; e se ti destanoche grado alla tua sollecitudinepiù tosto da dire pigrizia? Venus ha infino a qui fatto il suo dovere: se tu a quello ch'ella t'ha detto sarai pigroella si riderà di tee terratti vilee scherniratti con dovute beffe. Dehcome tu malese tu soperchio dormiavrai adoperata la ricevuta spada! Ora non ti stringe amore? Or non t'è a mente Biancifiore? Ogni sollecitudine è testé da te lontana! Ma la misera Biancifioreforse già fuori della cieca prigioneode la non giusta sentenza data contro di leio forse è vilmente menata allo acceso fuoco; e ripetendo tutte quelle parole che a lei si convengono verso di te direva piangendo. Or s'ella muoreche varrà la tua vita? Ella si potrà più tosto dire ombra di morte. Ora se Biancifiore sapesse che un poco di sonnosopravenuto ne' tuoi occhit'avesse fatto dimenticare li suoi affannior non avrebbe ella cagione di non amarti già maima degnamente odiarti? E s'ella morissepotendola tu aiutaregran vergogna ti sarebbee veramente mai viver lieto non dovresti. Dunque levati sunon vinca il sonno la debita sollecitudineperò che mai nullo pigro guadagnerà i graziosi doni.

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Nel piccolo spazio che Florio quivi adormentato stettegli fu la fortuna molto graziosaperò che a lui pareacosì dormendocon le sue forze avere liberata Biancifiore da ogni pericoloe con lei essere in un piacevole giardinopieno d'erbe e di fiorie di varii frutti copiosoallato a una chiara fontana coperta e circuita da giovanetti albuscelliin maniera che appena i chiari raggi del sole vi potevano trapassare. E quivi gli parea con lei sedere con due strumenti in mano sonando: e cantando amorosi versiinsieme si traevano allegra festatalora recitando i loro fortunosi casie tal volta disiderosamente gli pareva abbracciar leie ch'ella abbracciasse luie dessorsi amorosi baci. E già non lo allegrava tanto la gioiosa festaquanto il parergli averla tratta di tanto pericoloin quanto ella medesima gli avea nel sogno narrato ch'era stata. E così Florioche dormendo disiderava di non dormiresi stavaquando il giorno s'incominciò alquanto a rischiarare. Allora l'altissimo prencipe delle battagliesollecitato dalla sua amicadiscese del suo cieloe sopra un rosso cavalloarmato quanto alcun cavaliere fosse maisopragiunse a costoro; e ismontato da cavalloprese per lo braccio Florioche ancora dormivae disse: - Ahicavalierenon dormireleva su: vedi coluiil cui figliuolo seppe sì mal guidare l'ardente carro della luceche ancora si pare nelle nostre regioniche già co' suoi raggi ha cacciate le stelle! -. Allora Floriotutto stupefatto subitamente si dirizzò in piè guardandosi dintornoe forte si maravigliòquando vide il cavaliereche chiamato l'aveache della rossa luce di che era coperto tutto parea che ardessee disse: - Cavalierechi siete voi che queste parole mi dite e che m'avete il dolce sonno rotto? -. - Io sono guidatore e maestro delle celestiali armi - rispose Marte - e insieme sono in cielo iddio con gli altrie sono qui venuto al tuo soccorsoperò che novello cavaliere se' entrato sotto la mia guida. Non dubitarefatti sicuroe te' questo arco con questa saetta: niuno tuo nimico ti sarà sì lontanoche con questa non l'aggiunghisolamente che tu il vegga: folle è chi l'aspettaardito chi la saettae iddio è chi le fabrica; però tieni caro e l'uno e l'altroacciò che donandoli non te ne avvenisse come alla misera Pocrisla quale molto più lunga vita aspettavase guardata avesse la saetta che donò a Cefalo. E quella spadache la mia carissima amica ti recònon dispregiareché niuna armefuori che le nostreè che a' suoi colpi possa resistere. L'ora s'appressa che noi dobbiamo cavalcare; chiama il tuo compagnoe andiamo -.

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Di questo cavaliere si maravigliò molto Florioperò che oltre alla misura degli uomini grandissimo il vedeaferocissimo nel visoe tutto rossocon una grandissima barbae sì lucenteche appena potea sostenere di mirarlo. Ma udite le sue parolerallegratosi molto di tale aiutoquale era il suobassatosi in terra gli s'inginocchiò davantidicendo: - O sommo iddiosempre sia il tuo valore essaltatocom'è degno; quanto per me si puòtanto più ti ringrazio del caro e buono arco che donato m'haie della tua compagniala quale a me indegno t'è piaciuto di farmi in questa necessità. Per che io ti priego che tucome promesso haicosì al mio aiuto sii avvisato in non abandonarmiacciò che iotornando a Montoro con l'acquistata vittoriale mie armi nel tuo santissimo tempio divotamente doni -. E questo dettosi dirizzò in pièe chiamato Ascaliondisse: - Cavalchiamoche tempo èe a me pare già vedere empiere il tristo luogo di molta gentee parmi vedere l'accese fiamme risplendere in mezzo di loro -. Ascalion sanza indugio si levòe vide ch'egli dicea vero. Allora messisi gli elmi e presi gli scudi e le lancemontarono a cavallo seguendo Marteche avanti loro cavalcavaverso quella parte dove Biancifiore dovea essere menata. Ascalion che a Florio vedea portare il forte arcodisse: - O Florioe chi t'ha donato questo arcopoi che noi venimmo qui? -. - Certo - rispose Florio - l'alto duca delle battaglieche qui davanti a noi cavalcapoco fadormendo iomi chiamòe donommi questo arco e questa saettae dissemi che noi cavalcassimoallora che io ti chiamai -. Disse Ascalion: - Dove è quel duca che tu di' che 'l ti donò? Io non veggio davanti a noi se non uno splendore molto vermigliodel quale io t'ho voluto più volte domandare se tu il vedevi tu -. Disse Florio: - Quegli è desso; io veggo lo splendore e lo iddio che dentro vi dimora -. Allora disse Ascalion: - Ben ti dico che ora veggo che gl'iddii t'amanoe che tu dei pervenire a grandissimi fatti. Quale vuo' tu della tua futura vittoria più manifesto segnale? Certo quella fiamma che apparve a Lucio Marzio sopra la testaaringando elli a' disolati cavalieri in Ispagna per la morte di Publio Gneo Scipionenon fu più manifesto segno del futuro triunfo. Né quella ancora che apparve a Tulioancora picciolo fanciullodormendonel cospetto di Tanaquilafu più manifesto segnale del futuro imperioche questo sia della diliberazione di Biancifiore. Adunque confortati e prendi vigoroso ardireseguendo le vestige del forte iddio. E ora ciò che stanotte mi dicestisanza dubbio ti credoben che infino a qui molto dubitato n'abbia che vere non fossero le tue parole -.

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Così parlando e seguendo il celestiale cavalierepervennero al luogo dove le calde fiamme erano accese; e passati nel gran cerchio che il siniscalco avea già fatto fare dintorno al fuocosi fermarono per vedere se alcuno dicesse loro alcuna cosa. Ciascuno che nel piano eraveduta questa rossezza nel piano subitamente venutae non sappiendo che si fossedubitavae niuno ardiva d'appressarsi; ma chi nel piano entravanon sappiendo di cheavea paura. Ma il siniscalcoche con rivolta redina avea ripreso il secondo cerchio maggiore per dare maggiore spazio a' sergentiveduta la nuova lucecominciò ad aver pauramolto in sé maravigliandosi e dubitando non questo fosse alcun segnale che gl'iddii avessero mandato in significanza della salute di Biancifiore. Ma pure per non parere meno che ardito e per non isgomentare gli altripassò avanti con non più sicuro animo che Cassio in Macedonia contra Ottavianoveduta la figura di Cesare vestita di porpore venire contro a luitanto che pervenne ad esso sanza far mottoe a' due cavalieri che appresso gli stavano i quali Biancifiore molto di lontano avea vedutie' con rabbiosa voce disse: - Signoritraetevi adietro -. Allora Marterivolto a Floriodisse: - O giovane coperto delle nuove armiecco colui il quale tu dei oggi recare a villana fine; questi fia campione contra la verità: e veramente ha meritato ciò che da te riceveràperò che egli è colui che mise in effetto l'ordinato male da' tuoi parenti: rispondigliné per lui di questo luogo ti muovere -. Allora Florio si trasse avanti con tanta fierezzaquanta se quivi uccidere l'avesse sanza indugio volutoe disse: - Cavalier traditorené tu né altri mi farà di qui mutarepiù che mi piaccia -. Il siniscalcocrucciato e impaurito per la compagnia che con lui vedeasi tirò indietro con intendimento di tornargli adosso con più compagni; ma Florioalzata la testae rimirando il pianovide Biancifiore assai presso del fuocogià da alcuno sergente presa per volerlavi gittare; e vedendola Florio vestita di nerocolei che solea essere perfetta luce del suo cuoree vedendo i begli occhi pieni di lagrimee i biondi capelli sanza alcuno maestrevole legamento attorti e avviluppati al capoe le dilicate mani legate con forte legamee lei in mezzo di vile e disutile genteincominciò per pietà sotto il lucente elmo il più dirotto pianto del mondodicendo: - Oimèdolcissima Biancifioremai non fu mio intendimento che nel mio padre tanta di crudeltà regnasseche verso di te potesse men che bene adoperarené mai credetti vederti a tal partito. Ma unque gli iddii non m'aiutinose tu non se' da me aiutatao io insieme teco prenderò la morteo tu e io insieme lietamente viveremo -. E queste parole fra sé detteferì il cavallo degli sproni fieramenterompendo la calcata gentela quale già per la partita del siniscalco aveano riempiuta l'ampiezza del fatto cerchio da lui; e rifatto col poderoso cavallo nuovo e maggiore spaziocomandò a' sergentiche già Biancifiore voleano gittare nel fuocoche incontanente sciogliendole le mani la dovessero lasciarené più avanti toccarlaper quanto il vivere fosse loro a grado. Egli fu ubidito sanza dimoro; e i sergenti per tema tutti indietro si tirarono. Allora Florio rivolto a lei con alta voce disse: - Giovane damigellafugga da te ogni pauraché gl'iddiipietosi di tevogliono che io ti difenda: dimmi qual sia la cagione per che il re t'ha fatta giudicare a sì crudele mortecome è questa che apparecchiata ti veggioché io ti promettoche ragione o non ragione che il re abbiainfino che i miei compagni e io avremo della vitaper amore di Floriocui io amo quanto me medesimoe per amor della tua piacevolezzati difenderemo -.

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Vedendosi Biancifiore confortare dal cavalierelasciata da' sergentialzò il viso con gli occhi pieni di lagrimee dopo uno amaro sospiro così disse: - O cavalierechi che tu siio mandato dagl'iddii in mio aiuto o nocome può egli essere che occulto ti sia il torto che fatto m'è? Ohe' pare che le insensibili pietrenon che gli uominine ragioninoper quello che io misera n'ho potuto comprendere venendo qua; ma poi che a voi è occultoe piacevi di saperloio il vi dirò. Ieri si celebrò in Marmorina la gran festa della natività del re Feliceal qualecon alquanti baroni sedendo a una tavolaio fui mandata dal siniscalco con un paoneil quale era avvelenato; e io di ciò non sappiendo nientefatto quello d'esso che comandato mi fuio il lasciai davanti al ree torna'mene alla camera della reina: ove essendo ancora poco dimorataio fui presa e messa in prigione con grandissimo furore. E sanza volere essere in alcuno atto ascoltatafui poco inanzi sentenziata a questa morte. Ma se a' miseri si dee alcuna fedeio vi giuro per la potenza de' sommi iddii che questo peccato io non commisie sanza colpa mi conviene patire la pena. Ma io vi priegose voi siete amico di Florioper amore del quale io credo che io sono fatta morireche voi m'aiutiate e difendiateacciò che io sì vilmente non muoia -. Florioil quale insieme riguardava e ascoltava intentivamente Biancifiorepiangendo continuamente sotto l'elmoe guardandosi bene che del suo pianto niuno s'avvedessemolto disiderava di farsi conoscere; poi per l'amaestramento della santa dea ne dubitavama finalmente così le rispose: - Bella giovaneconfortatiche io ti prometto che tu non morraimentre che gl'iddii mi presteranno vita -. E alzata la visiera dell'elmovoltato verso il gran popolo che a vedere era venutodisse così:

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- Signorii quali qui adunati siete per vedere il disonesto e ingiusto strazio che di questa giovane alcuni vogliono fareil qualese spirito di pietà alcuno fosse in voi rimasodovreste fuggire di ciò vederea me brievemente pareper le parole che io ho da lei intesele quali io credoe manifestamente appare quelle essere vereche la sentenza data contro a lei sia nella presenza degli uomini e degl'iddiifalsa e iniquamente dataperò che ella semplicemente portò quello che comandato le fu; ma il siniscalcoil quale gliel comandòè colui che del male è stato cagione; per la qual cagione sopra lui e non sopra costeicade questa sentenza. E chi altro che questo ne volesse direo il siniscalco o altri per luiio sono presto e apparecchiato di difendere che quello ch'io ho detto sia la veritàe in ciò arrischierò la persona e la vitaimperciò che la manifesta ragione mi stringe ad essere pietoso della ingiusta ingiuria fatta a costei; ed'altra parteio sono distrettissimo e caro amico di Florioe ella per amore di lui mi priega ch'io l'aiuti e difenda nella ragione: e io così son presto di faree in ragione e in tortocontro a chiunque la vuol far morireperò che se altro ne facessimolto alla cara amistà mi parrebbe falliree ogni uomo mi potrebbe di ciò giustamente riprendere -.

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Assai nobili uomini erano ivi presentie massimamente v'erano la maggior parte di quelli che vantati s'erano al paonea' quali molto di Biancifiore dolea: i quali queste parole udendotutti dissero che il cavaliere dicea benee che ragionevole cosa era che 'l siniscalcoo altri per luisua ragionecontro a quelli che la contradiceadifendesse. E di ciò mandarono al re sofficienti messaggeri subitamentecontenti tutti sanza fine di tale accidentefavoreggiando Biancifiore in quanto poteano. E alcuno di quelli giudici che sentenziata l'aveanotrovandosi ivi presenteudite le parole di Floriocomandò che più avanti non si procedesseinfino a tanto che 'l cavaliere non avesse suo intendimento provato. Ma il siniscalcoche dentro di rabbiosa ira tutto si rodeaveggendo che Biancifiore aveva aiuto e che di consentimento di tutti all'opera si dava indugio e che il cavaliere sì vituperose parole aveva dette di luiincominciò a bestemiare quella deità che avuto avea potere d'indugiare tanto la morte di Biancifioree che per inanzi se ne inframettesse in non lasciarla morire e così bestemiando si trasse avantie disse: - Il cavaliere mente per la gola di tutto ciò che ha detto; ché Biancifiore dee ragionevolemente moriree sì morrà ella in dispetto di lui e di Florioper cui richiamata s'èe di qualunque iddio la ne volesse aiutare -. E comandò a' sergenti che incontanente la mettessero nel fuocoe lasciassero dire il cavaliere: chese difendere la voleafosse venuto avanti che la sentenza fosse dataché omai tornare non si può ella indietro per cosa che alcuno dica. Florio si volse subito a' sergentidicendo: - Nullo di voi la tocchi per quanto la vita gli è cara: lasciate abbaiare questo cane quanto egli vuole; se egli disidera di farla morire venga avanti egli a toccarla -. Allora Massamutinoenfiato e pieno di mal talentospronò il cavallo adosso a Florioe disse: - Villan cavalierechi se' tu che sì contrari la nostra potenza con sì oltraggiose parole? Poco che tu parli più avantiio ti farò prendere e ardere con lei insieme. Vialevati di qui incontanente -. Florio non potendo più sostenerealzò allora la manoe diedegli sì gran pugno in su la testache quasi cadere lo fece sopra l'arcione della sella tutto stordito; e questo fatto rizzatosi sopra le strievee accostatosi a luipreso l'avea sotto le braccia per gittarlo dentro all'acceso fuoco; ma molti furono gli aiutatoriquasi più per iscusa di loro che per buona volontài quali se stati non fosserofinita era quivi la rabbia del siniscalco. Ma trovandosi egli dilibero da Floriovoltate le redini del corrente destriereavacciandosi n'andò al real palagio; e venuto nella presenza del re vi trovò alcuni mandati da' nobili uomini che udite aveano le parole di Florioi quali da parte loro gli recitavano l'accidente. A costoro ruppe il siniscalco il parlamentogiungendo furiosoe così disse: - Ahisignor mioascolta le mie parole. Là alla Braa è venuto il più villan cavaliere che unque portasse armeinsieme con un compagnotutti armatie dice che provare mi vuole per forza d'arme che la sentenzada' vostri giudici data contro a Biancifioresia falsae ch'ella non debbia morire intendee a meche disarmato a' suoi intendimenti resisteaha fatto villania e oltraggio; e certo ivi era presente ParmenioneSarae altri uomini a voi suggetti sì com'ioi quali più tosto disaiuto che soccorso mi porserosvergognando voi e la vostra potenzafavoreggiando Biancifiore. E il cavaliere ha detto ch'è fedelissimo e distretto amico di Florioonde Biancifiore per parte di lui gli s'è richiamata: per la qual cosa è del tutto fermo di mai sanza battaglia non partirsie di scampar lei o di morire egli. Onde io vi priego carissimamente che a me voi concediate questo dono della battagliarinnovandomi arme e cavalloacciò ch'io possa principalmente con la mia spada il vostro onore e intendimento servaree appresso vendicare la ricevuta onta. Io porto speranza negl'iddii e nelle mie forze che sanza dubbio con vittoria vi menerò preso il villan cavaliereche tanto ha oggi vostra potenza dispregiata -.

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Niente piaceano al re tali novellema con dolente animo l'ascoltavae fra sé dice: "Deh! or chi ha sì tosto a Florio queste cose rivelateche egli sì subito soccorso mandato l'ha? E chi potrebbe essere stato amico di Florio tanto strettoche per lui a tal pericolo si mettesse? Non so. O iddiimaladetta sia la vostra potenzala quale non ha potuto sostenere ch'io rechi a perfezione un mio intendimento!". E poi che egli ebbe per lungo spazio rivolte per la mente le non piacevoli cosesospirando rispose: - Non so chi si sia questi che il mio intendimento s'ingegna d'impedire; ma sia chi vuoleche forse egli morrà e Biancifiore non camperà -. E poi soggiunse: - Siniscalcoa me pare l'ora molto alta a volere combatteree te sento oggi molto affannatoe però rimangasi per questo giorno la battaglia. Vae fa convitare il cavaliere e onorarlo infino al mattino; poiquando il sole con più tiepido lume ritorneràcombatteretepoi che negare non gli possiamo la battaglia -. - Sire - rispose il siniscalco- in niuna maniera può oggi rimanere la battagliaperò che il cavaliere che là dimora è di sì fiero coraggio e ardimentoche con qualunque persona volesse Biancifiore toccareconverrebbe che con lui combattesseo lei lasciasse stare; né alcuno v'è a cui della morte di Biancifiore non increscané che più tosto in aiuto di lei non mettesse la personache in suo danno dicesse una sola parolafuori solamente ioche da' vostri piaceri e comandamenti mai non mi partii né partirò; e però se voi mi concedete che io oggi combattaio combatteròe se nonse io ne vorrò far venire Biancifiore alla prigioneio so che combattere mi converrà. Priegovi che adunque voi la mi concediate orapoi che io sopra lui sono animoso -.

[64]

Rispose allora il re: - Poi ch'egli è come tu mi di'e la battaglia non si può oggi cessareva e prendi l'arme e qualunque de' nostri cavalli più ti piacee fa che onore acquisti con vittoria: pensa che nelle tue mani dee stare oggi la perfezione del nostro avvisoe la verità delle nostre bocche si dee con la forza del tuo braccio osservare. Ma acciò che la fortuna con non pensato infortunio il nostro intendimento non recidase ti parrà di potere farecomanderai a' tuoi sergenti che mentre la gente attenta dimora a vedere la vostra battagliache essi subitamente gittino Biancifiore nell'acceso fuoco; poiquesto fattodella tua vittoria non ti curare guari -. - Questo sarà a mio potere fornito - rispose il siniscalcoe partissi da lui.

[65]

Prese adunque il siniscalco quelle armi e quel cavallo che migliore si credette che fosse per tornare al campo; ma la dolente Biancifiorené campata né al tutto dannata rimasaquivi si stava intra' due continuamente piangendo; e poco valeva che Florioil quale dal suo lato mai non si partivala confortasseposto che se saputo avesse che colui che sì pietosamente la confortava fosse stato Florioella avrebbe tosto mutato il doloroso pianto in amoroso risonon curandosi del pericolo nel quale esser le parea. Ella dimandava sovente: - O cavaliereche è di Florio? Quanto è che voi il vedeste? -. E ogni volta al nominar Floriopiù forte piangea. E Florio le rispondea: - Giovane donzellain verità che la passata sera il vidi e con lui dimorai per grande spazio a Montorolà ove io poi il lasciai faccendo sì grandissimo pianto e duolo di ciò che avvenuto t'èche niuna persona il potea né può racconsolare. Egli caramente mi pregò che io dovessi qui sanza dimoro venire a liberarti di questo pericolo; e egli sanza fallo ci sarebbe venutose non che io nol lasciaiperò che io credo fermamente che se egli ti vedesse in tale manieraforte sarebbe che egli o per grieve doglia non morisseo per quella il natural senno perdesse. Ma molto ti manda pregando che tu ti conforti per amore di lui e che tu il tenghi a mentecome egli fa teche mai per bellezza d'alcuna altra giovane non ti poté né crede poter dimenticare -. Assai piacevano a Biancifiore queste parolee molto in sé se ne confortavae poi fra sé dicea: "Dehchi è questo sì caro amico di Florioche qui al mio soccorso è venuto? Or nol conosco io? Io soglio conoscere tutti coloro che amano Florio". E mentre questo fra sé ragionavasempre guardava l'armato cavaliere nel visoe quasi alcuna ricordanza le tornava d'averlo altre volte veduto; ma l'angoscia e la paura che per lo petto e per la mente le si volgeanonon lasciavano alla estimativa comprendere niuna vera fazione di Florio: ed'altra parteFlorio per l'armi e per le lagrime aveva nel turato viso perduto il bel coloreil quale maiavanti che a Montoro andassenon s'era nel cospetto di Biancifiore cambiato. E volendolo ella domandare del nomeMassamutino apparve sopra il campo tutto armato con due compagniciascuno sopra altissimo destriere a cavallol'uno de' quali li portava uno forte scudo avantinel quale un leone rampante d'oro in uno azzurro campo risplendeae l'altro una corta lancia e grossa con un pennoncello a simigliante arme: per la qual cosa la gente tutta cominciò a gridare e a dare luogodicendo: - Ora vedremo che fine avrà l'orgoglio del siniscalco -; e questo tolse a Biancifiore con subito tremore il non potere più parlare col cavaliere. Ma Florio sì tosto come questo udìbassata la visiera dell'elmodisse: - O giovanefatti sicura che 'l tempo della tua liberazione è venuto - e voltato al forte iddio e ad Ascaliondisse: - O somma deità nascosa nella vermiglia lucee tucaro compagnoecco il mio avversario: alla battaglia non può essere più indugio. Io vi priego che questa giovane vi sia raccomandatasì chementre che io combatteròalcuna ingiuria fatta non le fosse -. E dette queste paroleripresa la sua lanciasi fermòquivi aspettando Massamutino con sicuro cuore.

[66]

Massamutino non fu prima in sul campoche egli si fece chiamare alquanti de' sergentiquelli in cui più si fidavae così pianamente disse loro: - Sì tosto come voi vedrete che la gente starà tutta attenta a vedermi combattere col cavaliereche difender vuole questa falsa feminae voi allora prestamente la prenderete e gitteretela nel fuocoacciò chese io ho vittorianoi ce ne siamo più tosto speditie se io non avessi vittoriache per la mia poca forza non perisca la giustizia -. I sergenti risposero che ciò sanza alcuno fallo sarà fatto. Allora il siniscalco prese lo scudo e la lanciae cavalcò avanti tanto che davanti a Florio pervennea cui egli disse così: - O villan cavaliereecco chi abasserà la tua superbia; e se tu contro alla vera sentenzadata giustamente sopra la persona di questa iniqua e vil femina qui presentevuoi dire alcuna cosaio sono venuto per farti con la mia spada riconoscere il tuo errore -. A cui Florio rispose: - Iniquo traditorela mia spada non taglia peggio che la tuae quella gola per la quale tu menti oggi il proveràsì come io credo; e a ciò gl'iddii m'aiutinosì come campione e difenditore della veritàe però tra'ti adietroequanto vuoidel campo prendiché poi che armato se'l'offenderti non mi si disdirà -.

[67]

Sanza più parole ciascuno si trasse adietro quanto a lui piacqueacconciandosi ciascuno per offendere l'altro. Ma certo la paura del misero Icarovolante più alto che il mezzo termine posto dal maestro padrenon fu tale quando sentì la scaldata cera lasciare le commesse pennequale fu quella di Biancifiorequando il grande grido si levò: - Ecco il siniscalco! -. Ella non morìe non rimase viva: se alcuno colore l'era nel viso ritornatoo rimasotutto si fuggìe quasi ogni sentimento del corpo abandonò le sue partie l'anima si ristrinse nell'ultime parti del cuoree quasi la volle abandonare; ma poi che la vita tornò igualmente per tutti i membriellainginocchiata in terraincominciò a direalzato il viso verso il cielo: - O sommo Gioveil quale con le tue mani formasti i cieli insieme con tutte l'altre creaturee in cui ogni potenza è fermamentese tu ad alcuni prieghi ti pieghiriguarda in me miserae se io alcuna pietà meritoporgimi il tuo aiutosì come facesti al vecchio Anchisequando sano sanza alcuno impedimento de' crudeli fuochi dell'antica Troia il traesti. Dehnon volgere i tuoi pietosi occhi in altra parteriguarda a me: io sono tua creaturae nella tua misericordia spero. A te niuna cosa è nascosa: tu sai se io ho avuta colpa in ciò che costoro ingiustamente m'appongono. O signor mioaiutami e aiuta chi per me s'affanna; non si tinga oggi la spada d'Astrea nello innocente sangue. Dà vigore al mio cavaliereil quale forse più per leiche per amore di me o d'altruis'ingegna di avere vittoria; e non abandonare me misera posta in tanta tribulazione -.

[68]

Quando i due cavalieri si furono allungati ciascuno l'uno dall'altro quanto a loro parvee voltate le teste de' cavalli con presta mano l'uno verso l'altroallora s'accostò Marte a Florioe disse: - Giovane cavalierequi si parrà quanto sia il valore del tuo ardito cuore: fa che tu seguiti nelle tue battaglie gli amaestramenti del tuo compagno -. E questo dettocon la sua mano gli alzò la visiera dell'elmoe alitogli nel visoe poi gliele richiusee acconciandogli in mano la forte lanciadisse: - Muoviche già il tuo nemico è mosso -. Florio sospirando riguardò verso quella parte dove Biancifiore dimoravae appresso ferì il corrente destriere con i pungenti spronidirizzandosi verso Massamutinoche inver di lui correndo veniva con la lancia bassata. Ma già non parve alla circustante gente che un cavaliere si movessema una celestiale folgore. Egli nella sua mossa fece tutto il campo risonare e fremiree giugnendo sopra il siniscalcosì forte con la sua lancia il ferì nella golache quella ruppee lui miseramente abbatté nel campo sopra la nuova erbettapassando avanti. E appena avea ancora il colpo fornitoquando i sergentiveggendo la gente attenta più a riguardar loro che Biancifiores'accostarono per voler prendere lei e farne come il siniscalco avea comandato. Ma Marteche di ciò si accorsesfavillando corse in quella partee lei nella sua luce nascosefaccendo loro impauriti tutti di quindi fuggire. Il romore fu sì grande nel campo per la caduta del siniscalcoche lui stordito fece risentire: il quale ritrovandosi in terra ancora con la sua lancia in mano sanza avere feritoe riguardandosi intornoe vedendo il nimico suo a cavallo tornare verso di luitutto isbigottìdicendo: - Oimèor con cui combatto io? Quelli non mi pare uomo: voglio io provare le forze mie con gl'iddii? Già mi manifestò il cuore stamaneincontanente che io vidi la vermiglia luceche quello era segno di soccorso divino a Biancifiore. Io veggio costui che d'iniquità o d'altro arde tutto nel primo aringo: or che farà egli quando più sarà riscaldato nella battaglia? S'egli è iddioio non gli potrò resistere; s'egli è uomomolto mi sarà duro alla sua fierezza contrastare. Volontieri vorrei di tale impresa esser digiunoma più non posso -. E così dicendoprestamente si dirizzòe volontieri si saria partito se potuto avesse; etraendo fuori la spadadisse: - Faccino di me gl'iddii che loro piace: io pur proverò s'egli è così fiero con la spada in mano come con la pungente lanciaavanti che iosanza aver bagnata la terra del mio sanguemi voglia vituperosamente chiamare vinto -. In questo Florio s'appressò verso di lui e disse: - Cavalierecerto mala pruova ci fa il tuo orgoglioe già del primo assalto stai male -. Disse il siniscalco: - Niente sto peggio di tese io fossi a cavallo; ma già questo vantaggio non avrai tu da me -. E questo dicendosubitamente alzò la spada per ferire Florio sopra la testama il colpo fu corto e discese sopra il collo del buon cavalloal quale niuna resistenza valse che non partisse la testa dal bustoe cadde morto. Floriovedendo il colposaltò tantosto a terra del cavalloe acceso d'iratratta fuori la celestiale spadaandò verso di luie sì forte col petto l'urtòche fatto il credette avere caderema egli forte si ritenne pettoreggiando luinon lasciandoselo da quella volta inanzi più accostarema ferendolo continuamente di gravi e spessi colpi. Florio ricevea sopra il rilucente scudo le molte percossequasi lui poco o niente ferendo; mastando sempre a riguardointendea di volere tutti i suoi colpi in uno recareacciò che per molto ferire la celestiale spada non fosse avvilita. E quando luogo e tempo gli parveavvisandolo in quella parte nella gola là ove la lancia avea le armi guastatealzato il braccio sì forte il ferìche alcuna arme non gli giovò che egli non gli ficcasse la spada assai nelle nude carni: e se il colpo fosse stato traversocome fu dirittooppinione fu di tutti che tagliata gli avrebbe la testa. Per questo colpo cadde il siniscalcoe tutti fermamente credettero che egli fosse morto: per la qual cosa il romore si levò grande: - Morto è il siniscalcoe liberata è Biancifiore -; e di ciò tutti rendeano grazie agl'iddii e faceano festa. Mentre il gran romore si faceail siniscalcoche per quel colpo morto noma istordito erasi dirizzò tacitamentee salito sopra un cavalloil quale apparecchiato gli fuincominciò a fuggire. Ma Florioche verso Biancifiore se n'era andatovoltato per lo romore che la gente gli facea dietrovedendolo fuggirequasi niente gli parve avere fattoperò che morto il credeva avere lasciato: allora mise mano al suo arcoun poco in se medesimo turbatoe postavi la saettal'apersesaettandogli appressoe disse: - Sanza nostro affanno questa ti giugnerà più tosto che tu non credi -. E lui fuggente ferì di dietro nelle reni: niuna arme fece alcuna resistenza a quel colpoma passando dentromortalmente il piagò. Onde il siniscalcosentendo il duoloquivi si fermòdove Florio tutto a piè venuto il prese per la irsuta barba e tirandolo villanamente a terra del cavalloinfino all'acceso fuoconel cospetto di Biancifiorecui Marte avea già della sua luce trattalo strascinòinsanguinando il piano con le sue piaghe; al qualequivi giuntodisse: - Malvagio e iniquo traditorese tu vuoi a noi di te porgere alcuna pietànarra davanti a tutto questo popolo in che maniera il velenodel quale questa innocente giovane fu accagionatafu mandato davanti al re -. A cui il siniscalco così rispose: - Poi che gl'iddii v'hanno questa vittoria concedutae piace loro che la verità sia manifestaiola cui vita è nelle vostre maniavvegna che poca rimasa me ne siail vi dirò come io potrò. Fatemi dirizzare in piè e sostenere ad alcuniacciò che io stando alquanto alto possa da tutti essere udito e veduto -. Fecelo Florio sostenere a' suoi sergenti medesimie egli così incominciò a dire:

[69]

- Egli è veroo signoriche ancora non ha gran tempoio amai sopra tutte le cose del mondo Biancifioree amandola moltopregai il remio naturale signoreche gli piacesse di congiungerla meco per matrimonial leggeil quale liberamente mi promise di farlo; ma poi dicendo ad essa che me per marito donare le voleaella rispose che sì vile uomo com'io era mai a suo potere non l'avrebbee che da ciò la dilungassero gl'iddii; e poi piangendogittandoglisi a' piedi il pregò che gli piacesse che egli non la mi desse: onde egli mosso a pietà di leiche come figliuola l'amavadisse: "Non piangereche io nol ti donerò". Iorisappiendo queste cosemolto mi turbaie quello amore ch'io le portava si convertì in odioe sempre pensai come io vituperosamente la potessi o far morire o far che cacciata fosse; onde iermattina celebrandosi la gran festa della natività del reio feci cuocere e segretamente avvelenare quel paoneil quale io poi a lei feci portare alla real mensa; e questo feci acciò che ella venisse a questa mortedalla quale questo cavaliere vincendo l'ha scampata -.

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Guardossi assai il siniscalco di non dire alcuna cosa del reperò che campare credeaché non volea rimanere nella disgrazia sua; e di ciò fu ben contento Florioche la nequizia del suo padre non fosse sì manifestamente saputa. Ma sì tosto come Massamutino tacqueogni gente cominciò a gridare: - Muoiamuoia! -. E Marteche udite avea queste cosecon alta vocenon essendo da alcuno veduto se non da Floriodisse: - Sia questa l'ultima ora della sua vita: gittalo in quel fuoco ove egli fatta avea giudicare Biancifioreacciò che la giustizia per noi non patisca difetto. Di così fatti uomini niuna pietà si vuole avere -. Florioudita questa voceripresolo per la barbail gittò nel presente fuoco. Quivi con grandissime grida e con grieve doglia finì il siniscalco miseramente la sua vita ardendo.

[71]

Fu da molti la novella portata con lieto viso al re Felice della morte del siniscalco e della liberazione di Biancifiore: e chi la vi portò credendolo rallegraree chi per lo contrario. E narrandogli molti per ordine ciò che stato era nel campo tra' due cavalierie ancora il miracolo della vermiglia lucee ciò che confessato avea il siniscalco avanti la sua morteil re in atto fece vista di maravigliarsene moltoma gravosa e sanza comparazione noiosa gli era all'animo tal novella; ma per non scoprire ciò che infino a quell'ora avea con fermo viso tenuto celatocon atto lieto si mostrò contento di ciò che avvenuto erae così disse: - In verità che a me molto è a grado che Biancifiore sia da tal pericolo scampatapoi che colpabile non eraperò che io l'amo quanto cara figliuolaavvegna che assai mi duole della morte del mio siniscalcoil quale io infino a qui per leale uomo e valoroso avea tenuto. Ma poi che tanta malvagità occultamente in lui regnavaalquanto mi contento che a tal fine sia pervenuto. E se io voglio ben considerare tutto ciò che da voi m'è stato dettoio veggo manifestamente me essere molto tenuto agl'iddii nostri; e similemente conosco me da loro molto essere amatoveggendo che essi inver di me tanta benivolenza dimostranoche essi non sofferano che nella mia corte alcuna iniqua cosa sanza punizione si facciaper la quale la mia etterna fama potesse da alcuno ragionevolmente essere contaminata -.

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Avendo Florio gittato il siniscalco nelle ardenti fiammeegli fece Biancifiore montare sopra un bel palafreno. E accompagnando il grande iddio e egli e Ascalion con molti altri compagni verso il reale palagioella ancora quasi paurosache appena potea credere essere fuori del tristo pericolosi voltò tutta tremante a Florioe disse: - O signor mioor dove mi menate voi? Voi m'avete tratta d'un pericoloe riportatemi in luogo che è pieno di molti. Dehperché volete voi avere perduta la vostra fatica? Io non sarò prima làchecome voi vi sarete partitoio mi sarò a quel pericolo che io m'era quando io molto di lontano vi vidiavvisando che in mio aiuto foste venuto. Dehse voi siete così amico di Florio come voi ditee come l'operazioni dimostranoperché non me ne menate voi a lui a Montoro? Io non dubiterò di venir con voi ovunque voi mi meneretesolo ch'io creda trovar lui. Egli sarà più contento che voi mi rendiate a luiche se voi mi rendete al suo padre -. A cui Florio rispose: - Piacevole donzellanon dubitare: gl'iddii e Florio vogliono che tu sii renduta ora al re Feliceacciò che del suo fallo egli si riconosca; ma renditi sicura che più da lui tu non avrai altro che onore. E ioquando tornerò a Montorofarò sì che Florio verrà tosto a vedertio egli manderà per te -. E mentre che così ragionando andavanopervennero al reale palagio in Marmorina. Quivi smontati nella gran corteFlorio prese Biancifiore per manoe così la menò nella sala davanti allo iniquissimo reche ancora parlava con coloro che raportate gli aveano le novelle della morte del siniscalco. Il qualevedendogli veniresi fece loro incontroa cui Florio disse: - Sireio vi raccomando questa giovanela quale iocon la forza dell'iddii e con la miadella iniqua sentenza ho liberata; e per parte di Florioper amore di cui io a questo pericoloaiutando la ragionemi sono messove la raccomando e vi priego che più sopra di lei non troviate cagioni che faccino ingiustamente la morte parere giustacome ora facesteperò che la verità pur si conosce infinee degna infamia ve ne cresce: e appressoquando la morte di coleila quale innocente e giusta da tutti è conosciutae da voi più che da alcuno altrocercateinsieme quella di Florio domandate: però tenetela omai più cara che infino a qui fatto non avete -; e datagliele in sua mano si tirò adietro.

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Con lieto viso la prese il ree abbracciatala come cara figliuola la baciò in frontee ellasavissimaincontanente piangendo si gittò in terrae baciogli i piedie poi in ginocchie levata disse: - Padre e signore mioio ti priego che se mai in alcuna cosa ti offesiche tu mi perdoniché semplicità e non malizia m'ha fatto in ciò peccare; e priegoti che del tutto dell'animo ti fugga che io in questo falloper lo quale condannata fuiavessi colpa: e avanti che mai tal pensiero mi venissemi mandino gl'iddii subitana morte. Chi fu quelli che in ciò fallìa tutto il tuo popolo è manifestoe peròcaro padre e signorerivestimi della tua graziadella quale ingiustamente fui spogliata -. Il re la prese per la mano e fecela dirizzare in pièe la seconda volta con segno di molto amore l'abbracciòdicendo: - Mai a me non fosti graziosa e cara quanto ora se'e però ti conforta -. E rivolto a Floriodisse: - Cavaliereignoto m'è chi tu siama però che di' che amico se' di Florionostro figliuoloe ciò per le tue opere è ben manifestoe per amoreché n'hai con la tua spada illuminato e fattaci conoscere la veritàla quale a' nostri occhi sanza dubbio era occultae hai per questa chiarezza levata da tanto e tale pericolo costeila quale quanto figliuola amotu mi se' molto caroe sanza fine disidererei di conoscertiquando noia non ti fosse; e dicoti che a me tu hai troppo piaciutoavendo chi il peccato avea commesso così debitamente punitodando acerba pena allo iniquo falloper la qual cosa sempre tenuto ti sarò; e promettoti per quella fede che io debbo agl'iddiiche per amore di Florio e di te la giovane sempre mi fia raccomandata. E non voglio che nell'animo ti cappia che io della giudicata morte non fossi molto dolente; e certo a tutti costoro poté essere manifesto il mio viso e 'l petto pieno di lagrimequando sentenziare la udii; e se la pietà si dovesse antiporre alla giustiziacerto ella non sarebbe mai di qua entro per sì fatta cagione uscita -.

[74]

- A me - rispose Florio - non è al presente licito di dirvi chi io siae però perdonatemi; e quando vostro piacere fosseio volontieri mi partirei co' miei compagni -. - Poi che sapere non posso chi tu se'vache gl'iddii ognora in meglio ti prosperino -. Allora Florio piangendo guardò Biancifioreche ancora piangeae disse: - Bella giovaneio ti priego per amor di Florio che tu ti confortie rimanti con la grazia degl'iddii -. E detto questoe preso commiato dal resmontò le scalee risaliti sopra i loro cavalliegli e Marte e Ascalionde' quali nullo era stato conosciutosi misero al camino. E pervenuti che furono a quel luogo dove Marte destato avea Florioe Martevoltato verso di luisi fermò e disse: - Omai tu hai fatto quello per che io discesi ad aiutarti; però io intendo di tornare ond'io discesie tu col tuo compagno ve n'andrete a Montoro -. Florio e Ascalionudite queste paroleincontanente smontati da cavallo gli si gittarono a' piediringraziandolo quanto a tanto servigio si convenia; e porgendogli divote orazioniegli subitamente loro sparve davanti. Rimontarono adunque costoro a cavallo e porgendo loro il sole chiara lucein brieve ritornarono a Montoro.

[75]

Poi che pervenuti furono a Montoroi due cavalierisanza alcuno romore o pompaquanto più poterono celatamente al tempio di Marte smontaronoe passati dentro a quello fecero accendere fuochi sopra i suoi altarine' quali divotamente misero graziosi incensi: e fattisi disarmarele loro armi offersero a' santi altari in riverenza e perpetuo onore del valoroso iddio. E appresso rivestiti di bianchissimi vestimenti se n'andarono al tempio di Venereivi molto vicinotutti soletti e quello fatto aprireuccise con la sua mano un giovane vitellole cui interiora con divota mano ad onor di Venere mise negli accesi fuochi. Le quali cose faccendo Florioper tutto il tempio si sentì un tacito mormorio dopo il quale fu sopra i santi altari veduta la santa dea coronata d'alloroe tanto lieta nel suo aspettoquanto mai per alcuno accidente fosse vedutae con sommessa voce così cominciò a dire: - O tugiovane sollecito difenditore delle nostre ragioniagl'iddii è piaciuto che io ti debbia porgere la corona del tuo triunfoacciò che tu per inanzi ne' nostri servigii e nelle virtuose opere prenda migliore speranzae più ferma fede nelle nostre parole -; e detto questocon le propie mani presa la corona del suo capone coronò Florio. Allora Florioin sé di tanta grazia molto allegrocominciò così a dire: - O santa deaper la cui pietà tutti coloro che a' loro cuori sentono i dardi del tuo figliuolocome io fosono mitigatiquanto il mio potere si stendetanto ti ringrazio di questo onoreil quale tu con la divina mano porto m'hai. Ma però che più la tua potenza che 'l mio valore adoperò nella odierna battagliaio di questa corona al tuo onore ornerò i tuoi altari -. E questo dettotrattasi la corona della testasopra i santi altari con grandissima reverenza la posee dirizzossi; e uscito del santo tempioniuno altro in Montoro ne rimase che da lui visitato non fossee onorato con degni sacrificii. La qual cosa fattaegli e Ascaliontornati al palagio del duca così freschi come se mai arme portate non avesseromontarono nella salaove trovarono il duca con molti altrii quali tutti si maravigliavano e ragionavano quello che di Florio potesse essereche veduto non l'aveano quel giorno. Il quale quando il duca il videlietamente andandogli incontro l'accolsedicendo: - Dolce amicoe dove è oggi vostra dimora statache veduto non v'abbiamo? Certo noi eravamo tutti in pensiero di voi -. A cui Florio faccendo grandissima festa disse: - In verità io sono statoe Ascalion con mecoin un bellissimo giardino con donne e con piacevoli damigelle in amorosa festa tutto questo giorno -. - Ciò mi piace - disse il duca- e questa è la vita che i valorosi giovani innamorati deono menaree non darsi in su gli accidiosi pensiericonsumandosi e perdendo il tempo sanza utilità alcuna -.

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Il re Feliceche con altro cuore avea Biancifiore da Florio ricevuta che il viso non mostravala menò alla reinae disse: - Donnateecco la tua Biancifiorela cui morte agl'iddii non è piaciuta. Guardala e siati carapoi che i fati l'aiutano: forse che essi serbano costei a maggior fatti che noi non veggiamo -. La reina con lieto viso e animo la presecontenta molto che diliberata era da quella morte; e fattole grandissimo onore e festae rivestitala di reali vestimenticon lei insieme visitò tutti i templi di Marmorinarendendo debite grazie e faccendo divoti sacrificii a ciascuno iddio o dea che da tal pericolo campata l'aveano. E cosìavanti che al real palagio tornasseroniuno iddio sanza sacrificii rimasese non Dianala quale ignorantemente dimenticata aveano. Ma ritornati a' palagiBiancifiore in quella benivolenza e grazia ritornò del re e della reinae di tuttiche mai era stataognora in meglio accrescendocon loro non mostrando che di ciò che ricevuto avea ingiustamente si curasse o ne portasse animo ad alcunoma ancorasanza farne alcuna menzione o ricordanzapianamente e benignamente si passava con tutti.


LIBRO TERZO

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Ritornato Florio a Montorolieto per la campata Biancifiore non meno che per l'avuta vittoriaavendo ancora gli occhi alquanto della lunga sete sbramatiprendendo riposo del ricevuto affannoincominciò a menar lieta vitacontentandosi dell'aiuto degl'iddiiil quale si vedea congiunto. E già gli parea che i fati benivoli gli fossero rivoltiond'egli sperava tosto i suoi disiri adempiere. Adunque la sua festa era sanza comparazione in Montoro: e i cavalli che lungamente per lo suo amoroso dolore aveano negligente riposo avutoora inforcati da luie le redini tenute con maestrevole manocorrendo a diversi officiirimettono le trapassate ore. E eglivestito di drappi di Siriatessuti dalle turchie manirilucenti dell'indiano orodimostra la sua bellezza coronato di frondi. Altre volte co' cani e col forte arco nelle oscure selve caccia i paurosi cervie nelle aperte pianure i volanti uccelli gli fanno vedere dilettevoli cacce; e spesse fiate le fresche fontane di Montoro sono da lui con diversi diletti ricercate. Niuna allegrezza gli mancava fuori solamente la sua Biancifiorela quale gli era troppo più lontana che la speranza non gli porgea.

[2]

Menando Florioper la futura speranza che lo 'ngannavalieta vitala non pacificata fortunainvidiosa del fallace benenon poté sostenere di tenergli alquanto celato il nebuloso visoma affrettandosi d'abreviare il lieto tempocon questi pensieri un giorno subitamente l'assalì. Era entrato lo innamorato giovane nell'ora che il sole cerca l'occaso in un piacevole giardinod'erbe e di fiori e frutti copiosoper lo quale andando con lento passo assai lontano a' suoi compagnivide tra molti pruni un bianchissimo fiore e belloil quale infra le folte spine sua bellezza serbava. Al quale rimirare Florio ristettee pareagli che il fiore in niuna maniera potesse più crescere in susanza essere dalle circunstanti spine pertugiato e guastoné similemente dilatarsio divenir maggiore. Ond'egli incominciò a pensare e a ragionare fra se medesimo così tacitamente: - Oimèchi o qual cosa mi potrebbe più apertamente manifestare la vita e lo stato della mia Biancifiore che fa questo bianco fiore? Io veggio ciascuna punta delle circunstanti spine rivolta al fresco fioree quasi ognuna è presta a guastare la sua bellezza. Queste punte sono le insidie poste dal mio padre e dalla mia madre alla innocente vita della mia Biancifiorele quali lei alquanto muovere non lasciano sanza amara puntura. Dehmisera la vita mia! Or di che mi sono io nel passato temposperandorallegrato tantoche le infinite avversità apparecchiate a Biancifiore per me mi sieno di mente uscite? Oimèperché dopo la disiderata diliberazione ti lasciai io al mio padre? -. Con queste e con altre parole malinconico molto si ritornò alla sua cameranella quale tutto solo si rinchiuse. E quivi gittatosi sopra il suo lettocominciò a piangere con queste voci: - O bellissima giovanesono ancora cessate le malvage insidie poste alla tua vita da' miei parenti? Morto è lo iniquo siniscalcoa te crudelissimo nimico: certo cessate dovriano essere. Ma io non credo che per la morte di colui la malizia del re sia menomatae la mia fortuna rea credo che ti faccia spesso noia: ond'io credo che più che mai alla tua vita ne sieno poste. Oimè miserodove ti lasciai io? Io lasciai la paurosa pecorella intra li rapaci lupi. Dehdove lasciai io la mia Biancifiore? Tra coloro che sono affamati della sua vitae disiderano con inestinguibile sete di bere il suo innocente sangue. Certo il comandamento della santa dea ne fu cagioneil quale volesse il sommo Giove che io non avessi osservato. Oimè Biancifiorein che mala ora fummo nati! Tu per me se' con continua sollecitudine cercata d'offendere perché io t'amoe io sono costretto di stare lontano da te acciò che io ti dimentichi; ma certo questo è impossibileché amore non ci legò con legame da potere sciogliere. Niuna cosaaltro che mortenon ci potrà partireperò che né noi il consentiamoné amore vuole: anzi con più forze continuamente mi cresce nello sventurato pettotanto che d'ogni cosa mi fa dubitare; e è cresciuto a tanta quantitàche quasi dubito che tu non m'amio che tu per altro non mi abandoni. O forse ancora per li conforti della mia madree per campare la vitala quale con le propie braccia campailasci di non amarmi? Oimèche amaro dolore mi sarebbe questo! O graziosa giovanenon dimenticar colui che mai non dimentica te: gl'iddii concedano che com'io ti porto nell'animotu porti me -. In simili ragionamenti e pensieri e pianti consumò lo innamorato giovane quel giorno e la maggior parte della nottené potea nel suo petto entrar sonno per la continua battaglia de' pensieri e degli abondanti sospirii quali a' suoi sonni contrastavano. Ma dopo lungo andarela gravata testa prese temoroso sonno; e infino alla mattinaforse con non minori battaglie nel suo dormire che essendo destosi riposò. Oimèquanto è acerba vita quella dello amanteil quale dubitando vive geloso! Infino a tanto che Pocris non dubitò di Cefalofu la sua vita sanza noiama poi che ella udì al male raportante servidore ricordare Auroracui ella non conosceafu ella piena d'angosciose sollecitudiniinfino che alla non pensata morte pervenne.

[3]

Venne il chiaro giornolevossi Florio; il quale per lo lieve sonno non avea dimenticati gli angosciosi pensierie levatonon uscì della trista cameracome era l'altre mattine usato; ma in quella standosi tornò sopra i pensieri del dì preterito; e in quelli dimorando il ducache per grande spazio atteso l'aveaentrò nella camera dicendo: - Florioleva sunon vedi tu il cielo che ride? Andiamo a pigliare gli usati diletti -. E quasi ancora di parlare non era ristatocherimirandolo nel visoil vide palido e nell'aspetto malinconico e pieno di pensierie i suoi occhitornati per le lagrime rossierano d'un purpureo colore intorniati: di che egli si maravigliò moltoe mutata la sua voce in altro suonocosì disse: - O Florioe quale subita mutazione è questa? Quali pensieri t'occupano? Quale accidente t'ha potuto sì costringere che tu mostri ne' sembianti malinconia? -. Florio vergognandosi bassò il viso e non gli rispose; ma crescendogli la pietà di se medesimoperché da persona che di lui avea pietà era veduto cominciò a piangere e a bagnar la terra d'amare lagrime. La qual cosa come il duca videtutto stupefattoricominciò a parlare e a dire: - O Florioperché queste lagrime? Ove è fuggita l'allegrezza de' passati giorni? Qual cosa nuova ti conduce a questo? Certo se i fati m'avessero conceduta sì graziosa coronazionequale fu quella della notabile vittoria che tu avestia me da altrui che da te palesataio non credo che mai niuno accidente mi potesse turbare. Dunque lascia il piangereil quale è atto feminile e di pusillanimo cuoree alza il viso verso il cieloe dimmi qual cagione ti fa dolere. Tu sai che io sono a te congiuntissimo parentee quando questo non fossesì sai tu che io di perfettissima amistà ti sono congiunto: e chi soverrà gli uomini negli affanni e nelle avversità di consiglio e d'aiutose i parenti e i cari amici non gli sovengono? E a cui similmente si fiderà nullose all'amico non si fida? Di' sicuramente a me quale sia la cagione della tua dogliaacciò che io prima ti possa porgere debito confortoe poi operando aiuto. Pensa che infino a tanto che la piaga si nasconde al medicodiviene ella putrida e guasta il corpomapalesatale più volte lievemente si sana. E però non celare a me quella cosa la quale questo dolore ti porgeperò che io disidero donarviti secondo il mio potere intero confortoe liberartene -.

[4]

Dopo alquanto spazio Florio alzò il lagrimoso visoe così allo aspettante duca rispose: - Il dolce adimandar che voi mi fate e 'l dovere mi costringono a rispondervi e a manifestare quello ch'io credea che manifesto vi fosse. E però ch'io spero che non sanza conforto sarà il mio manifestarmividal principio comincerò a dirvi la cagione de' passati dolori e de' presentiposto che alquanto le lagrimele quali io non posso riteneremi impediscano. Ne' teneri anni della mia pueriziasì come voi potete sapereebbi io continua usanza con la piacevole Biancifiorenata nella paternale casa meco in un medesimo giornola cui bellezzai nobili costumi e l'adorno parlare generarono un piacereil quale sì forte comprese il mio giovinetto cuoreche io niuna cosa vedea che tanto mi piacesse. E di questo piacere era multiplicatore e ritenitore nella mia mente un chiarissimo raggioil qualecome straleda arco mossocorre con aguta punta all'opposito segnocosì da' suoi begli occhi movendo termina nel mio cuoreentrando per gli occhi miei: e questo fu il principale posseditore in luogo di lei. E con ciò sia cosa che questi ogni giorno più la fiamma di tal disio aumentassein tanto la crebbeche convenne che di fuor paressee scopersemisi allora lei non meno di me che io d'essa essere innamorata. Né questo fu lungamente occulto per li nostri sospiridi ciò dimostratori al nostro maestroil quale più volte con gravi riprensioni s'ingegnò ritrarre indietro quello che agl'iddii saria impossibile frastornarema fattolo alla notizia del mio padre venireegli imaginò chelontanandomi da leidella mia memoria la caccerebbe: la qualese per la mia bocca tutto Letè entrassenon la poria di quella spegnere. Ma non per tanto egli faccendomi lontanare da leinon fu sanza gran dolore dell'anima mia e di quella di Biancifiore. E in questo luogo mi rilegò in essiliosotto colore di volere ch'io studiassi. Ma qui dimorandoe trovandomi lontano a quella bellezza in cui tutti i miei disiderii si terminano e terminerannoincominciai a dolerminé mi lasciava il doloroso cuore mostrare allegro viso: e di questo vi poteste voi molte fiate avedere. Oracome la mia doglia fosse manifesta al re m'è ignotoma eglio per questa cagione o per altra iniquità compresa ingiustamente sopra la innocente Biancifiorecercò d'uccider lei e nella sua morte l'anima mia: e voi foste presente al nascoso tradimentoné non vi fu occulto lei essere a vilissima morte condannata né di ciò niente mi palesaste. Ma li pietosi iddii e il presente anello non soffersero che questo fossema questi mostrandomi con turbato colore lo stato di leie gl'iddii ne' miei sonni manifestandolmimi fecero pronto alla salute d'essae porgendomi le loro forzecon vittoria la vita di colei e mia insiememente scampaie poi ricevetti debita coronazione di tale battagliaavendo già rimessa la semplicetta colomba intra gli usati artigli de' dispietati nibbi: di che io ora ricordandomiparendomi aver mal fattomi doglio. E più doglie mi recano le vere imaginazioni che per lo capo mi vannoche mi par vedere un'altra volta avvelenare il prezioso uccelloe condannare la mia Biancifiore a tortoe essere il fuoco maggiore che mai acceso. E quasi mi pare intorno al cuore avere uno amarissimo fiume delle sue lagrimele quali tutte mi gridano mercé. Io non so che mi fare: io amoe amore di varie sollecitudini riempie il mio pettole quali continuamente ogni riposoogni diletto e ogni festa mi levanoe leveranno sempre infino a quell'ora che io nelle mie braccia riceverò Biancifiore per miain modo che mai della sua vita io non possa dubitare. Io non vi posso con intera favella esprimere più del mio doloreil quale credo che più vi si manifesti nel mio viso che nel mio parlare non è fatto. Gl'iddii mi concedano tosto quel conforto che io disideroperò che se troppo penasse a venirecosì sento la mia vita consumarsi nell'amorosa fiamma come quella di Meleagro nel fatato stizzo si consumò -. E questo dettoperdendo ogni poteresopra il ricco letto ricadde supinotornato nel viso quale è la secca terra o la scolorita cenere.

[5]

Non poté il ducache con dolente animo ascoltava quello che non gli era mica occultovedendo Florio supino ricadere sopra il suo lettoritenere le lagrime con fortezza d'animo; ma pietosamente piangendosi recò lo 'nnamorato giovanea cui in vista niuno sentimento era rimasonelle sue braccia; e rivocati con preziosi liquori gli smarriti spiriti ne' loro luoghicosì gl'incominciò a dire: - Valoroso giovaneassai compassione porto alla tua miserabile vitatanta che più non possoe forte mi pare a credere che vero sia che tu da amore così compreso sii come tu narricon ciò sia cosa che amore sia sì nobile accidenteche sì vile vita non consentiria menare a chi lui tiene per signorecome tu meni; e io l'ho già provato: e massimamente avendo tu vera cagione di doverti rallegrare come tu haise io ho bene le tue parole ascoltate. Tusecondo il tuo direami più ch'altra cosa Biancifiore e similemente di' che più che altra cosa ella te ama. Adunque se tu ben riguarderai a quel che io intendo di dirtiniuno uomo maggiore festa fare dee di tené esseresecondo la mia oppinionepiù allegroperò che quello che più amando si disidera si è d'essere amato; però chese tutte l'altre coseche ad amore s'appartengonosanza questa s'avessononiuno intero bene né diletto porgere porienoperò che gli animi sarieno disiguali. Dunque questo più che gli altri amorosi beni è da tener caro. A questo acquistare suole essere agli amanti molto affanno e noiail quale se procacciando l'acquistanotutta la loro fatica pare loro essere terminatao la maggior parte: e di questo è l'antica età tutta piena d'essempli. Già hai tu inteso quello che Mimaleone sostenne da Ileo per acquistare la benivolenza d'Atalanta: quante volte portò egli sopra i suoi omeri le pesanti retie l'altre necessarie cose alle cacceper acquistare quellain servigio della cruda giovanee quanto contentamento giunse nell'animo d'Aconziosentendosi con inganno avere acquistato l'amore di Cidipe? Questo amore tu l'hai dirittamente. Per questo niuno affanno ti conviene durare. Niuna turbazione né malinconia dovresti avere nell'animo. E avendo questocome tu haigelosia e ogni spiacevole sollecitudine dovria essere lontana da te: e là ove tu ti contristiti dovresti dell'acquistato bene rallegrare. Ancora ho compreso nel tuo parlare te avere gl'iddii e la virtù del tuo anello in aiuto. Or qual cosa pensi tu che contraria ti possa esserese sì fatto aiuto hai con tecocome è quello degl'iddiialla cui potenza niuna cosa può resistere? Lascia piangere a' miseri alle cui sollecitudini solo il loro ingegno è rimaso aiutatore. Tu dei pensare che avendo gl'iddii cura de' tuoi bisognise essi non concedono che tu al presente sii con la tua Biancifiorenon è sanza gran cagione. L'uomo non sa delle future cose la verità: a loro niuna cosa si nasconde. Tu dei credere ch'essi pensano alla tua salutee io credo sanza dubbio che questa dimora non sia sanza gran bene di te. Il loro piacere si dee pazientemente sostenere. Se elli volesserotu saresti ora con lei; e il volere contra 'l piacer loro andare fece alla molta gente di Pompeo perdere il campo di Tesagliaassaliti dal picciolo popolo di Cesare. Mostra ancora che molto ti dolga l'essere stata Biancifiore voluta dal tuo padre fare morirela cagione della qual morte dubiti non sia stata il re avere saputo te dolorosa vita menare per leie temi forse non a simile caso ritorni: la qual cosa se ritornasse non saria maravigliama ragionecon ciò sia cosa che tu conosca il tuo padre muoversi ad ira contra Biancifiore per teche tristo per lei vivi; e tunon come disideroso della vita di Biancifioreti rallegri per che ella vivama in pianti e in dolori consumi la tua vita per abreviare la sua. Certo non è questo atto d'amarlama di mortale odio è sembiante. E posto che mai nulla novità seguire le dovesse dal tuo padre per lo tuo attristartisì dei tu volere il bene e il conforto e l'allegrezza di leise così l'amie se ella così t'ama come tu di': le quali cose tu cerchi di torlemenando la vita che tu faiperò che tu dei credere che se questo le sarà raportato di teella di dolore si consumerà sentendo che tu ti dolghi. Adunque niuna cagione né ragione vuole che tu questa vita meni. Tu ami e se' amatode' quali il numero è molto piccolo a cui questo avvegnatu se' con l'aiuto degl'iddiii quali hanno sempre sollecitudine della tua salutee questo hai tu per opera veduto. Dunque confortati; e se per te non ti vuoi confortareconfortati per amor di lei e di noiacciò che ella e noi abbiamo ragione di rallegrarci. Ben se' lontano a leiche credo che sanza comparazione ti sia noioso; ma non si può sì dolce fruttocome è quello d'amoregustare sanza alcuna amaritudine; e le cose disiderate lungamente giungono poi più graziose. A Penolope parea dolce appressarsi alla mortesperando che ogni domane dovesse tornare Ulisse prima da Troiae poi non sappiendo da che luogo. Pensa che tu non sarai tutto tempo quiné sanza lei. Se io fossi in tuo luogoio userei per più sano consiglio il simulare. Io mostrereifaccendo festache più di Biancifiore né mi calesse né me ne ricordassie ristrignerei l'amorose fiamme dentro con potente freno. Forsecosì faccendoil tuo padre si crederebbe che dimenticata l'avessie concederebbeti più tosto il tornare a rivederla. Quello che detto t'ho tu hai uditoe io te l'ho detto sì come colui che in simil caso il vorrei da altrui udire; ma non per tanto se altro consiglio più savio vedessiarditamente lo scuopri a meché io non intendo di contradirti né partirmi mai dal tuo piacere. Priegoti quanto più possocome congiunto parente e vero amicoche da te ogni paura e pensiero cacciperciò che delle tue dubitazioni di lieve accertare ci possiamo. E i pensiericome di sopra t'ho dettonon dei avere: e però levati sue vinca il tuo valore i non dovuti pensieri i quali t'occupano per lo solingo ozio. Piglia alcuni diletticome per adietro abbiamo già fattoacciò che in quello né i pensieri t'assaliscanoné la tua vita sì vilmente si consumi. In questo mezzo spero che gl'iddii per la loro benignità provederanno graziosamente a porre debito fine a' tuoi disideriiforse ora da te né da alcuno già mai pensato -.

[6]

Piacque a Florio assai il fedele consiglio del ducae cosìlevata la testasospirando rispose: - Carissimo parentequesta gentil passione d'amore non può essere che alcuna volta i più savinon che mequando le sono suggetti come io sononon faccia tenere simile vita: e però di me non vi maravigliatema crediate che io sia tanto innamorato quanto mai giovane niuno fosse o potesse essere. E ciò che voi m'avete narratoconosco apertamente esser vero; e peròdisposto a seguire il vostro consiglio in quanto io potròmi dirizzo: andiamoe facciamo ciò che voi credete che vostra e mia consolazione sia -. E detto questodirizzati amenduni uscirono della camera; e saliti sopra i portanti cavalliandarono con gran compagnia ad una ordinata cacciaove quel giorno assai festa ebbero e allegrezza.

[7]

Dico che molti giorni in sì fatta maniera faccendo festaFlorio ricoperse il suo doloreavvegna che sovente a suo potere s'ingegnava di star soloacciò che egli potesse sanza impedimento pensare alla sua Biancifiore. E quando avveniva che egli solo fosse in alcuna parteincontanente incominciava ad imaginare d'essere col corpo colà ov'egli con l'animo continuamente dimorava. Egli imaginava alcuna volta avere Biancifiore nelle sue bracciae porgerle amorosi bacie altretanti riceverne da leie parlare con essa amorose parolee essere con lei come altre volte era stato ne' puerili anni. E mentre che in questo pensiero stavasentiva gioia sanza fine; ma come egli di questo uscivae ritornava in sé e trovavasi lontano ad essaallora si mutava la falsa gioia in vero doloree piangea per lungo spazio ramaricandosi de' suoi infortunii. Poi ritornando al pensierotal fiata si ricordava del tristo pianto che veduto l'avea fare nella bruna vesta temendo l'acceso fuocoquando egli sconosciuto si mise in avventura per campare leie poi si dolea d'averla renduta al padre e di non aversi almeno fatto conoscere a leiacciò che egli l'avesse alquanto consolata e fattala più certa dell'amore che egli le portava. E molte fiate fra sé si chiamava misero e di vil cuoredicendo: - Come è la mia vita da biasimarepensando che io amo questa giovane sopra tutte le cose del mondoe per questo amore vivo in tanta tribulazione lontano da leie non sono tanto ardito che io abbia cuore d'andarla a vederee lascio per paura d'un uomoil quale più tosto a sé che a me offenderebbe. Perché non vo ioe entro nelle mie casee rapiscolae menonela qua su meco? E avendolaogni doloreogni gelosiaogni sospetto fuggirà da me. Chi sarà colui che ardito sia di biasimare la mia impresa o di contrariarla? nullo: anzi ne sarò tenuto più coraggiosolà dove io debbo ora esser vilissimo riputato. Sono io più vile di Parisil quale non a casa del padrema de' suoi nimici andò per la disiderata donnae non dubitò d'aspettare a mano a mano Menelaosollicito richieditore di quella? Io non debbo aver paura che questa da alcuno radomandata mi siané con ferro né con altra maniera. Il peggio che di questo mi possa seguiresarà che al mio padre ne dorrà: e se ne gli duolee' ne gli dolga! Io amo meglio che egli si dolgache io di dolore muoia. E pur quand'egli vedrà che io abbia fatto quello di che egli si guardala doglia gli passeràse passare gli vorràse nonsì l'ucciderà: che già l'avesse ella ucciso! e poi non ne sarà più. Io il voglio fare: cosa fatta capo ha. E posto che egli per questo si volesse opporre alla vita di Biancifioreegli s'opporrà ancora alla mia: niuna cosa opererà verso di leiche io come lei nol senta. Se egli per forza la mi vorrà torree io con forza la difenderò. Io non sarò meno debole d'amici e di potenza di lui: e quando egli pur fosse più forte di mepuommi egli più che cacciare del suo regno? Se egli me ne cacciaio starò in un altro. Il mondo è grande assai: l'andare pellegrinando mi ha cagione d'essercizio. Elli fu a Cadmo cagione d'etterna fama l'andar cercando Europa e non trovarla; a Dardano e a Siculo similemente il convenirli partire del loro regno fu cagione di grandissime cose. Io il pur voglio fare. Peggio ch'io m'abbia non me ne può seguire -. E poi ritornava al piangere: e in questi pensieri teneva la maggior parte della sua vita. E eravisi già tanto disposto che con opera il volea mettere in effettoe avria messose il raffrenamento del duca e d'Ascalion non fosse statoli quali il confortavano con migliore speranzae il suo volere gli biasimavano.

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Per questi pensierie per molti altriera tanto l'animo di Florio tribolatoche in niuna maniera potea il suo dolore coprirené per alcun diletto rallegrarsi: e già gli era sì la malinconia abituata adossoche appena avrebbe potuto mostrare sembiante lieto se voluto avesse. Egli avea sì per questo i suoi spiriti impeditiche quasi poco o niente era il cibo che egli poteva pigliaree nel suo petto non poteva entrar sonno: per le quali cose il viso era tornato palido e sfattoe' suoi membri erano per magrezza assottigliatie egli era divenuto debole e stracco. E la maggior parte del giorno si giacevae stava come coloro i qualida una lunga infermità gravativanno nuove cose cercandoe niuna ne piacee s'egli piacenon ne possono prendere. Della qual cosa al duca molto dolea e ad Ascalion similementené sapeano che via tenere sopra questa cosa. Essi dubitavano di farlo sentire al retemendo non egli facesse novità per questo a Biancifioree di questo a Florio ne seguisse peggio. E similemente dubitavano di tenerlo in quella maniera sanza farglielo sentiredicendo: - Se egli per altrui il sentenoi n'avremo mal gradoe cruccerassi verso di noie avrà ragione -. E in questa manierasanza pigliar partitostettero più giornipur confortando Florio e dandogli buona speranza. A' quali Florio rispondea sé non avere questo per amorema che il caldo che allora faceail consumava. Ma questa scusa non aveva luogo a coloro che i suoi sospiri conoscevano; ma essiquasi a ciò costrettila sosteneano.

[9]

Standosi un giorno il duca e Ascalion insieme ragionando molto efficacemente de' fatti di Floriodisiderosi della sua saluteAscalion cominciò così a dire: - Sanza dubbio niuna cosa è tanto da Florio amata quanto Biancifiore; e questo il recol farlo stare lontano ad essae noi con parole più volte ci siamo ingegnati di tirarlo indietroné mai abbiamo potuto: fermamente credo che piacer degl'iddii siaal quale volersi opporre è mattezza. Ma non per tanto a tentare alcuna altra via forse non sarebbe reoe per avventura ci verrebbe forse il nostro intendimento compiuto -. - E che via vi parrebbe da tenere? - disse il duca. Ascalion rispose: - Io il vi dirò. I giovanicome voi sapetesono vaghi molto de' carnali congiungimentiperò che la pronta natura gl'induce a quello e per questi sogliono ogni altra cosa dimenticare. Florio mai con Biancifiore carnale diletto non ebbe; e se noi potessimo fare che con alcuna altra bella giovane l'avesseleggiere saria dimenticare quello ch'egli non ha per quello che possedesse; e posto che in tutto non la dimenticassealmeno tanto in lei non penserebbe; e in questo mezzo il re o gl'iddii provederebbono sopra questoin modo che noi sanza vergogna o danno ne riusciremo; e se questa via non ci è utileniuna altra utile ne conosco -. Gran pezza pensò il duca sopra questoe poi disse: - Ascalionio mi maraviglio molto di voi. Ecco che quello che divisate venisse interamente fattoche avremmo noi operato? Niente: che scioglierlo d'un luogo e legarlo in un altronon so che si rilevi. Ma tanto potrebbe avvenireche di leggiere peggioreremmo nostra condizione: e il trargli Biancifiore di cuore non è sì leggier cosa che per questo io creda che fatto dovesse venireben che leggieri ci sia a provarlose buono vi pare -. Ascalion disse: - Certo io l'avea per buonoperò chese egli avvenisse che per alcuna altra egli dimenticasse Biancifiorepiù lieve sarebbe a trargli di cuore poi quell'altra che a volergli levare ora Biancifiore sanza alcun mezzo: con ciò sia cosa che le nuove piaghe con meno pericolo e meglio che l'antiche si curino e più tosto -. - Certo - disse il duca - questo è vero; e poi che vi pareil provarlo niente ci costa; e però sopra questo pensiamo e veggiamo se niuna cosa ci giovae se giovare la veggiamoprocederemo avanti con l'aiuto degl'iddii -.

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Accordatisi costoro a questosegretamente si misero a cercare di trovare alcuna giovanela qualeil più che trovare si potessesimigliasse Biancifioreimaginando che quella più graziosa che alcuna altra gli sarebbee più tosto il potrebbe recare al disiderato fine. E cercando questoda alcunoil quale sempre in compagnia di Florio soleva andarefu loro mostrate due giovanette di maravigliosa bellezza e di leggiadro parlare ornatee discese di nobili parentile qualisecondo il detto di colui che le mostròassai delle bellezze di Florio si dilettavanonon come innamorateperò che non si sentiano eguali a luionde con la ragione raffrenavano la volontà. Le quali come costoro conobberoassai si contentaronodicendo: - Prendiamle amendunepoi che Florio piace loro: elle s'ingegneranno bene di recarlo al loro piaceree là dove l'una fallisse l'altra supplirà -. E questo diliberatosotto spezie d'invitarle ad una festale si fecero chiamare all'ostiere. Le quali venute davanti al duca e ad Ascalionil duca così disse loro: - Giovani donzellenostro intendimento è di voler Florio di bella mogliere accompagnare; e cercando in questa città di donna che degnamente a lui si confacessenulla n'abbiamo trovata di tanta bellezzané di sì belli e laudevoli costumicome voi due ci siete state laudate: e però per voi abbiamo mandatoacciò che voi proviate se lui da uno intendimento che egli ha possiate ritrarlo e recarlo al vostro piacereper donargli poi per mogliere quale di voi due più gli piacerà -. A cui l'una di questechiamata Edeacosì rispose: - Signor nostronoi ci maravigliamo non poco delle vostre parolecon ciò sia cosa che noi manifestamente conosciamo noi non essere giovani di tanta nobiltà dotatequanta alla grandezza di Florio si richiede: ed'altra partel'altissime ricchezze ci mancanole quali leggiermente i difetti della gentilezza ricuoprono. E però caramente vi preghiamo che di noi voi non facciate schernoe ancora vi ricordiamo chesì come voi dovete del nostro onore essere guardatoresì come buono e legittimo signoreche voi non vogliate esser cagione di cotal vergognaperò che pensar dovete che se a voi e a' vostri noi siamo picciolenoi siamo a' nostri grandissime e care -. Allora il duca rispose: - Giovani donzellenon crediate che io mi recassi a tanta viltàquanta questa sarebbese questo fosse che voi diteper farvi perdere il vostro onore; ma io vi giuro per l'anima del mio padre e per li nostri iddii che io quello che detto v'holealmente v'atterròse alcuna di voi gli piacerà -. Disse Edea: - Poi che con giuramento l'affermatenoi faremo il vostro piacere. Ditene come elli vi piace che noi facciamoe così sarà fatto: poi gl'iddii concedano questa grazia a chi più n'è degna di noi due -. Rispose il duca: - Il modo è questo. Voi sì v'adornerete in quella maniera che voi più crediate piaceree andretevene sanza alcuna compagnia nel nostro giardinonel quale egli è costumato di venire ogni giornosì tosto come i raggi del sole incominciano a essere manco caldiusciretegli incontrofaccendogli quella festa e mettendolo in quel ragionamento che più crederete che piacevole gli sia: poi quale egli eleggerà di voi duequella dico che sarà sua -.

[11]

Era quel giardino bellissimocopioso d'arbori e di frutti e di fresche erbettele quali da più fontane per diversi rivi erano bagnate. Nel qualecome il sole ebbe passato il meridiano cerchiole due giovanivestite di sottilissimi vestimenti sopra le tenere carnie acconci i capelli con maestrevole manocon isperanza di più piacere ad acquistare cotal maritose ne entrarono solettee quivi cercarono le fresche ombrele quali allato ad una chiara fontana trovatea seder si posero attendendo Florio. Venuta l'ora che già il caldo mancavaFlorio malinconicouscito della sua camera e con lento passodi queste cose niente sappiendovestito d'una ricca giubba di zendadosoletto se n'entrò nel giardinosì come egli era per adietro usatoe verso quella parte dove già avea il bianco fiore altra volta tra le spine vedutodirizzò i suoi passi; e quivi venuto si fermò dimorando per lungo spazio pensoso. Le due giovinette s'avean ciascuna fatta una ghirlanda delle frondi di Baccoe aspettando Florio si stavano alla fontana insieme di lui parlando; e non avendolo veduto entrare nel giardinoper più leggermente passare il rincrescimento dell'attendereincominciarono a cantare una amorosa canzonetta con voce tanto dolce e chiarache più tosto d'angioli che d'umane creature pareva: e di queste voci pareva che tutto il bel giardino risonasse allegro. Le quali udendoFlorio si maravigliò moltodicendo: - Che novità è questa? Chi canta qua entro ora sì dolcemente? -. E con gli orecchi intenti al suonoincominciò ad andare in quella parte ove il sentiva; e giunto presso alla fontanavide le due giovinette. Elle erano nel viso bianchissimela qual bianchezza quanto si convenia di rosso colore era mescolata. I loro occhi pareano matutine stelle; e le piccole bocche di colore di vermiglia rosapiù piacevoli diveniano nel muovere alle note della loro canzone. E i loro capelli come fila d'oro erano biondissimii quali alquanto crespi s'avolgeano infra le verdi frondi delle loro ghirlande. Vestite per lo gran caldocome è detto soprale tenere e dilicate carni di sottilissimi vestimentii quali dalla cintura in su strettissimi mostravano la forma delle belle mennele quali come due ritondi pomi pingevano in fuori il resistente vestimentoe ancora in più luoghi per leggiadre apriture si manifestavano le candide carni. La loro statura era di convenevole grandezzae in ciascun membro bene proporzionate. Floriovedendo questotutto smarrito fermò il passoe essecome videro luiposero silenzio alla dolce canzonee liete verso lui si levaronoe con vergognoso atto umilmente il salutarono. - Gl'iddii vi concedino il vostro disio - rispose; Florio. A cui esse risposero: - Gl'iddii ne l'hanno concedutose tu nel vorrai concedere -. - Deh! - disse Florio - perché avete voi per la mia venuta il vostro diletto lasciato? -. - Niuno diletto possiamo avere maggiore che essere teco e parlarti - risposero quelle. - Certo e' mi piace bene - disse Florio. E postosi a sedere con loro sopra la chiara onda della fontanaincominciò a riguardare questeora l'una e ora l'altrae a rallegrarsi nel visoe a disiderare di potere loro piacere. E dopo alquanto le dimandò: - Giovani donzelleditemiche attendevate voi qui così solette? -. - Certo - rispose Edea - noi fummo qui maggior compagniama l'altre disiose d'andar vedendo altre cosenoi quiquasi stanchesolette lasciaronoe debbono per noi tornare avanti che 'l sole si celi: e noi ancora volontieri rimanemmopensando che per avventura potremmo vedere voisì come la fortuna ci ha conceduto -. Assai era graziosa a Florio la compagnia di costoroe molto gli dilettava di mirarlenotando nell'animo ciascuna loro bellezzafra sé tal volta dicendo: - Beato colui a cui gl'iddii tanta bellezza daranno a possedere! -. Egli le metteva in diversi ragionamenti d'amoree esse lui. Egli aveva la testa dell'una in gremboe dell'altra il dilicato braccio sopra il candido collo; e sovente con sottile sguardo metteva l'occhio tra 'l bianco vestimento e le colorite carniper vedere più apertamente quello che i sottili drappi non perfettamente copriano. Egli toccava loro alcuna volta la candida gola con la debole manoe altra volta s'ingegnava di mettere le dita tra la scollatura del vestimento e le mammelle; e ciascuna parte del corpo con festevole atto andava tentandoné niuna gliene era negatadi che egli spesse fiate in se medesimo di tanta dimestichezza e di tale avvenimento si maravigliava. Ma non per tanto egli era in se stesso tanto contento che di niente gli pareva star malee la misera Biancifiore del tutto gli era della memoria uscita. E in questa maniera stando non piccolo spazioquesti loro e esse lui s'erano a tanto recatoche altro che vergogna non li ritenea di pervenire a quello effetto dal quale più inanzi di femina non si può disiderare. Ma il leale amoreil quale queste cose tutte sentiasentendosi offenderenon sofferse che Biancifiore ricevesse questa ingiuriala quale mai verso Florio non l'avea simigliante pensata; ma tosto con le sue agute saette soccorse al cuoreche per oblio già in altra parte stoltamente si piegava. E dico che stando Florio con queste così intimamente ristrettoe già quasi aveano le due giovani il loro intendimento presso che a fine recato sanza troppo affanno di parolel'altra delle due donzelle chiamata Calmenalevata alta la bionda testae rimirandolo nel visogli disse: - Deh! Floriodimmiqual è la cagione della tua palidezza? Tu ne pari da poco tempo in qua tutto cambiato. Hai tu sentito alcuna cosa noiosa? -. Allora Floriovolendo rispondere a costeisi ricordò della sua Biancifiorela quale della dimandata palidezza era cagionee sanza rispondere a quellagittò un grandissimo sospirodicendo: - Oimèche ho io fatto? -. E quasi ripentuto di ciò che fatto aveaalquanto da queste si tirò indietrocominciando forte a pensare con gli occhi in terra a quello che fatto aveae a dire fra se medesimo: - Ahi! villano uomonon nato di reale progeniema di vilissimache tradimento è quello che tu hai pensato infino a ora? Come avevi tu potuto per costoro o per alcuna altra donna mettere in oblio Biancifioretanto che tu disiderassi quello che tu disideravi di costoroo che tu potessi mostrare amore ad alcunacome tu a costoro toccandolegià mostravi? Ahi! perfidissimoogni dolore t'è bene investitoma certo cara l'accatterai la tua nequizia. Ora come ti dichinavi tu ad amare questela cui beltà è piccolissima parte di quella di Biancifiore? E quando ella fosse pur molta piùcome potresti tu mai trovare chi perfettamente t'amasse come ella t'ama? Deh! se questo le fosse manifestonon avrebbe ella ragionevole cagione di non volerti mai vedere? Certo sì -. Con molte altre parole si dolfe Florio per lunga stagione; e così dolendosi tacitamenteCalmenache la cagione ignoravagli si rappressòdimandando perché a lei non rispondevadicendogli: - Dehanima miarispondimi; dimmi perché ora sospirasti così amaramentee dimmi la cagione della tua nuova turbazionené ti dilungare da colei che più che sé t'ama -. Allora Florio con dolente voce disse: - Donneio vi priego per Dio che elli non vi sia grave il lasciarmi stareperò che altro pensiero che di voi m'occupa la dolorosa mente -. E detto questolevato si sarebbe di quel luogose non fosse che egli non le volea fare vergognare. Disse allora Edea: - E qual cosa t'ha sì subitamente occupato? Tu ora inanzi eri così con noi dimesticoe parlando ne dimandavi e rispondevi cianciandoe ora malinconico non ci riguardiné ci vuoi parlare: certo tu ci fai sanza fine maravigliare -. A niuna cosa rispondea Florioanzi a suo poterecol viso in altra parte voltatosi scostava da lorole quali quanto più Florio da loro si scostavatanto più a lui amorosamente s'accostavano. E in tal maniera standoCalmenache già s'era dell'amore di Florio accesa oltre al convenevolepiù pronta che Edeas'appressò a Florioe quasi appena si ritenne che ella nol baciòma pur così gli disse: - O grazioso giovaneperché non ne di' tu la cagione della tua subita malinconia? Perchédilungandoti da noimostri di rifiutarciche ora inanzi eravamo da te sì benignamente accompagnate? Non è la nostra bellezza graziosa agli occhi tuoi? Certo gl'iddii si terrebbono appagati di noiné non crediamo che Iotanto perseguitata da Giunonefosse più bella di noi quando ella piacque a Giovené ancora Europa che sì lungamente caricò le spalle del grande iddioné alcune altre giovani crediamo essere state più belle di noi: e sì ne veggiamo il cielo adorno di molte! Adunque tuperché ne rifiuti? -. E con queste parole e molte altrecon atti diversi e inonesti sospirando guardavano di ritornare Florio al partito nel quale poco davanti era stato. Alle quali Florio disse così: - Ditemigiovanise gl'iddii ogni vostro piacere v'adempianofoste voi mai innamorate? -. A cui esse subitamente risposero: - Sìdi voi solamente; né mai per alcuna altra persona sospirammoné tale ardore sentimmo se non per voi -. - Certo - disse Florio - di me non siete voi già innamorate; e che voi non siate state né siate d'altrui si pare manifestamenteperò che amore mai ne' primi conoscimenti degli amanti non sofferse tanta disonestàquanta voi verso mecon cui mai voi non parlasteavete dimostrata: anzi fa gli animi temorosi e adorni di casta vergognainfino che la lunga consuetudine fa gli animi essere eguali conoscere. E che questo sia vero assai si manifestò nella scelerata Pasifela quale bestialmente innamoratacon dubitosa mano ingegnandosi di piaceree temendo di non spiacereporgeva le tenere erbe al giovane toro. Ora quanto più avria costei temuto d'un uomoin cui ragionevole conoscimento fosse statopoi che d'un bruto animale dubitava? Certo molto piùperò che era innamorata. E chi volesse ancora nelle antiche cose cercareinfiniti essempli troverebbe d'uomini e di donnea cui le forze sono tutte fuggite ne' primi avvenimenti de' loro amanti. E però che di me innamorate siate non mi vogliate far credereche io conosco i vostri animi disposti più ad ingannare che ad amare. E appressoche voi non siate d'altrui innamoratecome voi ditem'è manifestoperò che non m'è avviso che verso medimenticando il principale amadorepotreste dimostrare quello che dimostrateché il leale amore non lo consentirebbe. Onde io vi priegobelle giovaniche mi lasciate stareperò che voi con le vostre parole credete i miei sospiri menomaree voi in grandissima quantità gli accrescete: e di me in ogni attofuori che d'amorefate quello che d'amico o di servidore fareste -. Udendo questoEdeala quale le infinite lagrime non avea guari lontanebagnando il candido visocon lagrimevole vocemessesi le mani nel sottile vestimento tutta davanti si squarciòdicendo: - Oimè miseramaladetta sia l'ora ch'io nacqui! E in cui avrò io oramai speranzapoi che voiin cui io ora sperava e per cui io credeva sentir pacemi rifiutatené credete che 'l mio cuore per lo vostro amore si consumiperò che forse troppo pronta a volere adempiere i miei disiderii vi sono paruta? Crediate che niuna cosa a questo m'ha mossa altro che soperchio amoreil quale del mio petto ha la debita vergogna cacciatae me quasi furiosa ha fatto nella vostra presenza tornare. Ahimè miserasarà omai disperata la mia vita! O misera bellezzapartiti del mio visopoi che colui per cui io cara ti teneae ti guardava diligentementeti rifiuta. DehFloriopoi che a grado non v'è consentirmi quello che lunga speranza m'ha promessopiacciavi che io nelle vostre braccia l'ultimo giorno segni. Io sento al misero cuore mancare le naturali potenze per le vostre parole. Oimèuccidetemi con le propie maniacciò che io più miseramente non viva. Mandatene la trista anima alle dolenti ombre di Stigelà dove ella minor doglia aspetta che quella che ora sostiene. Ahimèquanto degnamente da biasimare saretequando si saprà la dolente Edea essere per la vostra crudeltà partita di questa vita! -. Florioche le lagrime di costei non potea sostenereper pietà la confortavadicendo: - O bella giovanenon guastare con l'amaritudine del tuo pianto la tua bellezza; spera che più grazioso giovane ti concederà quello ch'io non ti posso donare. Ritruova le tue compagnee con loro l'usata festa ti prendiné non impedire i miei sospiri con la pietà del tuo pianto: ché io ti giuro per li miei iddiiche se io fossi mio e potessimi a mia posta donareniuna m'avrebbe se l'una di voi due non m'avesse. Ma io non posso quello che non è mio sanza congedo donare -. Cominciò allora Calmena a dire: - O crudelissimo più che alcuna fierae come puoi tu consentire di negare a noi quel che ti domandiamo? Certo se tu hai il tuo amore ad altra donatoniuno amore è tanto lealeche a' nostri prieghi non dovesse essere rotto. E pensi tu che s'egli avviene che per la tua crudeltà alcuna di noi sofferisca noiosa morteche quella giovane di cui tu se'se tu se' per avventura d'alcunate ne ami più? Certo noanzi biasimerà la tua crudeltà! E i nostri prieghi son tantiche certo il casto Ipolito già si saria piegato. Or come ci puoi tu almeno negare alcuno baciode' quali poco avanti ci saresti stato cortesese sì ardite come tu ci fai fossimo state? Certo se alcuno ce ne porgessi con quel volere che noi il riceveremmoegli sarebbe non poco refrigerio de' nostri affanni. Dehadunqueconcedicene alcunoacciò che gl'iddii più benivoli s'inchinino a concedere a te quello che tu disiise alcuna cosa da te in questo atto è disiata -. A cui Florio rispose: - Giovani donzelleponete fine a questi ragionamentiperò che quella parte che di me dimandatepiù cara che altra è tenuta da mecon ciò sia cosa che niun'altra ancora ne sia stata conceduta a quella di cui io sono interamentee più avanti non mi dimandate ché da me altro che dolore avere non potreste. E priegovi che meche più di sospirare che di parlare con voi ora mi dilettoqui solo lasciatee andateveneperò che ciò che mi dite è tutto perduto -. Questo udendo le due giovanicol viso dipinto di vergognadella sua presenza si levarono sanza più parlare; e però che già il sole cercava l'occasotornate nel gran palagio si rivestironodicendo l'una all'altra: - Ahicome giusta cosa sarebbe se mai d'alcuno giovane la grazia non avessimopensando al nostro ardirele quali avemo tentato di volere questo giovane levare alla sua donna sanza ragioneavegna che gl'iddii e egli ce n'hanno ben fatto quello onore che di ciò meritavamo! -. E rivestiteraccontarono al duca la bisogna come eracon non poca vergogna; e da luicon grandissimi donisconsolate si partironotornando alle loro case.

[12]

Aveano il duca e Ascalion veduto apertamente ciò che Edea e Calmena aveano operatoe ora fu che essi credettero che il loro avviso riuscisse al pensato finema poi che videro quello esser fallitodolenti della amara vita di Floriosi partirono del luogo dove stavano e se ne vennero al giardinodove Florio con dolorepieno di pensieri soletto era rimasoe lui trovarono pensando avere la bionda testa posata sopra la sinistra mano. I quali poi che pietosamente alquanto riguardato l'ebberocosì cominciarono a dire: - FlorioAmore tosto nella disiata pace ti ponga -. Era Florio tanto nello imaginare la sua Biancifioreche per la venuta di costoroné per lo loro saluto né si mutò né cambiò aspettoma così stette come colui che né veduti né uditi ancora gli avea. Allora Ascaliondistesa la manoil prese per lo braccioe lui tirandodisse: - O innamorato giovaneove se' tu ora? Dormi tuo se'pensandofuori di te uscito che tu al nostro saluto niente rispondi? -. Riscossesi allora tutto Florioe quasi storditosanza niente risponderesi mirava dintorno. Ma dopo molti sospirialquanto da' pensieri sviluppatoalzata la testadisse: - Oimèor chi vi mena a vedere la miseria della mia vitaalla quale voi forse credete levar pena con confortevoli parolee voi più ne giungete? Se può esserecaramente vi priego che me qui solo lasciateacciò che io possa quel pensiero ritrovarenel quale io fuiquando scotendomi me ne cacciaste -. A cui Ascalion così rispose: - Amore e maraviglia ci fanno qui venirené già da te intendiamo di partircise prima a' nostri prieghi non ne dirai quale nuova cagione ti fa tanto pensoso -. Disse Florio: - Niuna nuova cagione ci è del mio dolore: Amore solamente in questa vita mi tiene -. - E come? - disse allora il duca- io mi credea che tu t'ingegnassi di seguire il mio consiglioil quale io l'altrieriquando così pensoso ti trovait'avea donatoe già mi parea chequello piacendoticominciato avessi: e tu pure sopra l'usato modo se' ritornato! Questa tua vita in niuno atto d'innamorato mi pareonde forte dubitare mi fai che tu forse non sii del senno uscitoperò che gli altri innamorati con varii diletti cercano di mitigare i loro sospirima tu con pene mi pare che vadi cercando d'accrescergli. Se volessi dire che come alcuni altri non li potessi usaresai che non diresti veroperò che niuna resistenza ci è: dunque perché pure in sul dolore ti dai? Dehcom'io altra volta ti pregaiancora ti priego che alcuni ne prendai quali usando valicherai il tempo con meno tristiziae gl'iddii in questo mezzo provederanno a' tuoi disii -.

[13]

Udite queste coseFlorio sospirando disse: - Amiciben conosco voi prontissimi alla mia salutee veggo apertamente che la mia vita vi duolené similemente occulti mi sono i diletti che prendere potreia' quali con tanta efficacia v'ingegnate di trarmipensando che io forse del senno sia uscitoperché pure in dolore pensando dimoro: oraacciò che voi conosciate come io sia a quelli prendere dispostoe ancora come voi del mio dolore non vi dovete maravigliareio vi voglio dire qual sia la mia vita. Dico che diverse imaginazioni e pensieri m'occupano continuamentedelle quali alcuna ve ne dirò. Primieramente io sopra tutte le cose disidero di vedere Biancifioresì come quella che più che niuna altra cosa è da me amata. E dicovi che tante voltequante ella nella memoria mi vienetanto questo disio più focoso in me s'accende e togliemi sì da ogni altro intendimentoche se allora io la vedessicrederei più che alcuno iddio essere beato; e sentendomi questo essere levatosolamente perché io l'amoe non per altro accidenteniuno dolore è al mio simigliante. Appresso questoio vivo in continua sollecitudine della sua vitatemendo non ellala quale so che m'ama come io leisostenga simili dolori a quelli che io sostengoli qualiperò che di più debole natura è che io non sonodubito non la offendano o di gravosa infermità o di morte. E troppo più mi fa della sua vita dubitare l'acerbità del mio padre e della mia madreli quali io sento prontissimie vederli mi pareinsidiatori della vita di lei. E niuna cagione falsa è che a lei inducere possa morteche non me la paia vedere andare cercando al mio padre per fornire il suo falso volereil quale altra volta gli venne fallito: e non pensa il misero che quella ora ch'ella morrà io non viverò più avanti. E in gravosissimo affanno mi tiene gelosiae la cagione è questa: le giovani donzelle sono di poca stabilità e per la loro bellezza da molti amanti sogliono essere stimolate: e gl'iddiinon che le feminesi muovono per li pietosi prieghi a far la volontà de' pregatori. Io sono lontano da leiné vedere la possoné ella me; molti giovani credo che la stimolano per la sua bellezzala quale ogni altra passa: or che so iose ella non potendo aver mese ne prenderà alcuno altroposto ch'ella non possa migliorare? Elli si suol dire che le femine generalmente hanno questa naturach'elle pigliano sempre il peggio. Con questi pensieri n'ho molti altrili quali troppo penerei a volerli particolarmente spiegare; ma di loro vi dico che essi impediscono tanto la mia vitache essi me l'hanno recata a noia; e per minor pena disidererei la mortela quale ancora non pena riputereise gl'iddii donare la mi volesseroma graziosa gioia. Veder potete come io mi posso a prendere alcuno diletto trarre: solo mio bene e sola mia gioia è il pensare a Biancifioree questo è quello che la poca vita che rimasa m'èmi tiene nel corpo. Onde io vi priego che se la mia vita amatenon mi vogliate torre il poter pensare -.

[14]

Cominciò allora il duca così a parlare: - Ben ci è manifesto te essere da tanti e tali pensieri stimolatoquanti ne contie da molti più. Ma tu non dei però volere con morte dar luogo al pensare più tosto che con diletto prolungare la tua vitaacciò che più tempo pensar possi. Ondese nullo priego dee valerenoi ti preghiamo che tu prenda confortoe da cotesti pensieri con continui diletti ti levi; e se t'è forse occultocome tu nel tuo parlar dimostrila cagione per che dei pigliar dilettonoi non ce ne maravigliamoperò che in così fatti affanni le più volte il vero conoscimento si suole smarrire. Ma noiche di fuori da tale tempesta dimoriamoconosciamo quali sieno le vie da uscire di quella: e però non ti siano gravi alquante parolele quali seascoltatemetterai in effettoti vedrai sanza periglio venire a grazioso porto. Tu ti duoli del focoso disio che ti stimola di vedere Biancifiore però che vedere non la puoi. Certo ben credo che ti dolga; ma credi tu per questo doloreche tu te ne daipiù tosto vederla? Certo no. Dunque sperando confortare ti deie dare alquanto sosta al presente disioconoscendocome tu faiche al presente fornire non lo puoi con tuo onore. Pensa che la fortuna non terrà sempre ferma la rota: così come ella volvendo dal cospetto di Biancifiore ti tolsecosì in quello ancora lieto ti riporrà. Similemente ti dico del pensiero che portinon Biancifioreper l'amore che ti portasostenga o gravosa infermità o morteciò è vano pensamento: e per niente il tieniperò che amore mai non porse morte ove le parti fossero in un volere. "Che ella infermasse io il disiderereisolo che per amore fossepensando che per quella infermità potrei conoscere me da lei tanto amatoche sì fatto accidente ne le seguisse per lo non potermi avere": oimèquanto più è da pensare della sanitàla quale i sonni interi e le malinconie lontane essere dimostra: e però questo del tutto dei lasciare andare. Se dubiti non il tuo padre forsecome già fecela voglia offendereciò non è da maravigliareché noi di niuna cosa abbiamo tanta ammirazionequanto che egli ha tanto sofferta la sua vitasappiendo come sia fatta quella che tu per lei meni. Onde ti dico che tenendo la maniera che fairagione hai di dubitare; ma volendo prendere conforto e seguire la via che io altra volta ti mostrainiuna dubitazione te ne bisogna avereché io ti giuro per l'anima del mio padre che il re ama Biancifiore quanto figliae niuna cosa ad ira il potrebbe muovere contro ad essase non la tua sconcia vita. Se vuoi dire che gelosia ti stimoliquesto è contro a quello che davanti dicesticioè che Biancifiore più che sé t'amiperò che gelosia non suol capere se non in luoghi sospettie tu prima affermi niuna sospezione essercie appresso di' te esser geloso. Ma certocome che tu parlia me pare che niuna cosa sia tanto amata da Biancifiore quanto tu se': onde per questo niuno pensiero di lei avere ti conviene. Appressochi sarebbe quella sì folleche avendo l'amore d'un così fatto giovane come tu se'bellogentilericco e figliuolo di relasciasse quello per niuno altro? Se vuoi dire: "le femine pigliano sempre il peggio"questo non s'intende per tuttema solamente per le poco saviela qual cosa ancora negli uomini si truova. E veramente Biancifiore è savissimae ciò nel suo portamento e nelle sue operazioni è manifesto. Or dunquepensando bene queste cosechi dovrebbe più confortarsi di te? Tu bellotu riccotu gentiletu amato da colei che tu amiper amore della quale dovresti sempre pensare di vivere in modo che grazioso e sano le ti potessi presentare. Se simile caso fosse in meio mi terrei oltre misura caro per più piacerlené per niuna cosa disidererei tanto la vita lungaquanto per lungamente poterla servire. E tupiù vinto da ira e da malinconia che consigliato dalla ragionecerchi la morte per confortoe sempre in pensieri e in dolore dimorie vai imaginando quelle cose le quali né vedesti né vedrai già maise agl'iddii piace. Folle è colui che per li futuri danni sanza certezza spande lagrimee in quelle più d'impigrire si dilettache argomentarsi di resistere a' danni. Dehse tu se' uomo come sono gli altrigiovino tanti confortiquanti noi ti diamo: vaglia il mostrarti la veritàcome noi mostriamo! E non indurare pure sopra il tuo non vero parere: rallegrati che tanto manca il senno quanto il conforto ne' savi -.

[15]

Florioil quale sentiva in sé graziose parole all'animo innamoratoche di quelle avea bisognocon men dolente viso così rispose: - Amicia' subiti accidenti male si puote argomentare. Ma che che 'l mio padre si deggia fareio pur m'ingegnerò di prendere il vostro consigliocacciando da me il dolore delle non presenti cose -. E questo dettosi dirizzarono tutti; e uscendo del giardinoper le stelle che già il cielo aveano de' loro lumi dipintotornarono quasi contenti alle loro camere.

[16]

Mentre li fati trattavano così FlorioBiancifiore lasciata da lui al perfido padre tornò nell'usata graziadimorando ne' reali palagi con non minore quantità di sospiri che Florioavvegna che più saviamente quelli guardasse nell'ardente petto. Ma le trascorrenti avversità che il loro corso verso Florio aveano voltocon non usato stimolo ancora lui miserabilmente assalirono in questa maniera. Era nella corte del re Felice in questi tempi un giovane cavaliere chiamato Filenogentile e belloe di virtuosi costumi ornatoa cui l'ardente amore di Florio e di Biancifiore era occultoperò che di lontane parti erapochi giorni poi la crudel sentenza di Biancifiorevenuto. Il qualesì tosto come la chiara bellezza vide del suo visoincontanente s'accese del piacere di leie sanza misura la incominciò ad amaree in diversi atti s'ingegnava di piacerleavvegna che Biancifiore di ciò niente si curavamasaviamente portandosimostrava che di queste cose ella non conoscesse quanto facea. L'amore che Fileno portava a Biancifiore non era al re né alla reina occulto; i qualiacciò che il cuore di Biancifiore di nuovo piacere s'accendesse e Florio fosse da lei dimenticatocontenti di tale innamoramentopiù volte nella loro presenza chiamavano Filenoa cui faceano venire davanti Biancifiore e con lei tal volta sollazzevoli parole parlare; ma ciò era nienteché Biancifiore di lui si curava pocoanzi sospirando vergognosa bassava la testa come davanti le veniasanza già mai alzarla per mirare luise ciò non fosse stato alcuna fiata in piacere del re o della reinali quali ella conoscea essere di tale amore allegriavvegna che Fileno pensasse che que' sospirii quali dal cuore di Biancifiore moveanouscissero fuori essendone egli cagione. Mostrando Biancifiore per conforto della reina d'amare il giovane cavaliere; avvenne che dovendosi ne' presenti giorni celebrare una grandissima solennità ad onore di Marteiddio delle battagliee nella detta solennità si costumasse un giuoco nel quale la forza e lo 'ngegno de' giovani cavalieri del paese tutta si conosceaFileno propose di volere in quel giuoco per amore di Biancifiore mostrare la sua virtù; ma ciòse alcuna gioia da Biancifiore non avesse la quale in quel luogo per soprasegnale portassenon volea fare. Onde egli un giorno si mossevedendo Biancifiore stare con la reina e con dubbioso visodavanti alla reina così a Biancifiore cominciò a parlare: - O graziosa giovanela cui bellezza Giove credo nel suo seno formassee a cui io per volere di quel signorealla forza del cui arco non poterono resistere gl'iddiisono umilissimo e fedel servidorese i miei prieghi meritano essere dalla tua benignità uditicon quello effetto che più graziosamente gli ti presenti gli mando fuorie priegoti checon ciò sia cosa che la festa del nostro iddio Martele cui vestige io sì come giovane cavaliere seguitosi deggia di qui a pochi giorni celebraree in quella il giuoco de' potenti giovanisì come tu saisi deggia faree io intendo in quello per amore di te mostrare le mie forzeche tu alcuna delle tue gioie mi donila quale portando in quello per sopransegnami doni tanto più ardireche io non hoch'io possa acquistare vittoria -. Biancifioreudendo queste paroledi vergognosa rossezza dipinse il candido visosì tosto come il cavaliere si tacquee non sappiendo che si fare si voltò verso la reina riguardandola nel viso con dubitosa luce. A cui la reina disse: - Giovane damigella alza la testa: e perché hai tu presa vergogna? Dubiti tu che ciò che ha detto il cavaliere non sia vero? Certo nella nostra gran città niuna donna dimorala cui bellezza si possa adequare al tuo viso; e perché egli ti domandi graziasì come quelli che per amore disidera di servirticiò non gli dee da te esser negatama benignamente alcuna delle tue cosequella che tu credi che più gli aggradigli dona: ché usanza è degli amanti insieme donarsi tal fiata delle loro gioie -. Disse Biancifiore allora: - Altissima reinae che donerò io al cavaliere che 'l mio onore e la dovuta fede non si contamini? -. La reina rispose: - Biancifiorenon dubitare di questoché a quelle giovani a cui i fati ancora non hanno marito concedutopossono liberamente donare ciò che loro piacesanza vergogna. E che sai tu se essi ancora costui ti serbano per marito? E però donagli: e acciò che più grazioso gli siaprendi il velo col quale tu ora la tua testa cuopri. Egli è tal cosache se pur te ne vergognassipotresti negare d'avergliele donatoaffermando che da altra l'avesse avutoperò che molti se ne trovano simiglianti -. Biancifiorecostretta dal parlare della reinacon la dilicata mano si sviluppò il velo della bionda testae sospirando il porse a Filenoil quale in tanta grazia l'ebbe che mai maggiore ricevere non la credeva. E rendute del dono debite graziecon esso da loro allegro si partì. E venuto il tempo del giuocolegatosi questo velo alla testaniuno fu nel giuoco che la sua forza passasse: per la qual cosa sopra quelloin presenza di Biancifioremeritò essere coronato d'alloro.

[17]

La fortunanon contenta delle tribulazioni di Floriocondusse Fileno a Montoro pochi giorni poi la ricevuta vittoria. Il quale là onorevolemente ricevuto da moltinella gran sala del ducaincominciò a narrare a' giovani cavalieri suoi amici quanto fosse stato l'acquistato onoredisegnando con parole e con atti quanta forza e ingegno adoperasse per ricevere in sé tutta la vittoriacome fece. Poientrati in altri diversi ragionamentivenuti a parlare d'amoresimilemente sé propose esser assai più che altro innamoratoe di più bella donnae come da lei niuna grazia era che conceduta non gli fosse se domandata l'avesse; e dopo molte parole disavedutamente gli venne ricordata Biancifiore. E Florioche non era troppo lontanoe avea udite tutte queste cosee piagneasi in se medesimo d'amoreche lui peggio che alcuno altro innamorato trattavacome udì ricordare Biancifioree per le precedenti parole conobbe lei essere quella donna di cui Fileno tanto si lodavaincontanente cambiato nel viso si partì da' compagni tacitamentee stato per picciolo spazioritornò nella sala con l'usato visoe amichevolemente verso Fileno se n'andò. Il quale come Fileno il videlevatosi in piè con quella reverenza che si conveniaincontro gli si fece. Allora Florioper più accertarsi di ciò che sapere non avria volutomostrando di volere d'altre cose parlare con luipresolo per lo bracciosanza altra compagnia nella sua camera il menò. E quivi amenduni postisi a sedere sopra il suo lettoFlorio con infinto viso de' suoi accidenti e delle maniere de' lontani paesi dov'egli era statolo incominciò a domandare; e poi quando tempo gli parvegli disse: - Se il colore del vostro viso non m'ingannavoi mi parete innamorato -. A cui Fileno rispose: - Signor miosopra tutti gli altri giovani io amo -. - Ciò mi piace assai - rispose Florio- però che nulla cosa m'è tanto a gradoquanto avere compagni ne' miei sospiri; ma ditemise vi piaceda quella donnacui voi amatesiete voi amato? -. Disse Fileno: - Niuna cosa m'accende tanto amore nel cuorequanto il sentire me essere amato da quella cui io più che me amo -. - Certo voi state bene - disse Florio; - ma ditemicome conoscete voi che voi siate da quellache voi tanto amateamato? -. - Dirollovi - rispose Fileno: - che io sia amato da quella cui io amotre cose me ne fanno certo. La prima si è il timido sguardare con focosi sospirinelle quali cose io apertamente conosco intero amore; appressome ne accertano le ricevute gioiele quali sanza amore da gentile donna mai donate non sarieno. La terza cosa che questo mi mostra si è l'allegrezza della quale io veggo il bel viso ripieno d'ogni felice caso che m'avvenga -. - Ben sogliono essere le predette cose veri testimonii d'amore; ma ditemise vi piaceche gioia riceveste voi già mai dalla vostra donna: però che alcune sogliono donare gioiele quali non sarieno degne di mettere in conto -. - Certo - disse Fileno - non è di quelle la miama è da tenere carissima; e acciò che voi sappiate quanto io ne deggio tenere cara una che io n'ho qui mecoio vi dirò come io la ricevetti -. - Ciò mi piace - rispose Florio. Allora Fileno cominciò così a dire: - Dovendo noi giucare nel giuoco che si fa nella solennità di Martepochi giorni ha passati celebratagiucareio nella sua presenza me n'andaie umilmente la pregai che le piacesse a mesuo fedelissimo servidoredonare una delle sue gioiela quale io per lo suo amore portassi nel giuoco. Essaal mio priego mossabenignamente in mia presenza con le dilicate mani questo velo si levò d'in su la sua bionda testa -; e traendo fuori il veloil mostrò a Florio; e poi seguendo il suo parlaredisse: - E appresso aggiunse che io per amore di lei mi dovessi portar bene. Onde se questo è assai manifesto segnale di vero amorevoicome meil potete conoscere -. - Ma è più che manifesto - rispose Florio- e certo ogni altra cosa maggiore è da esserne da voi sperata -. Disse allora Fileno: - Sicuramente che io molto più avanti ne speroné credo con l'aiuto de' nostri iddii la mia speranza vegna fallita -. Florioancora di tutto questo non contentogli disse: - Filenose gl'iddii ve ne facciano tosto venire a quel che disiderateditemise licito v'èse questa vostra donna è bellae chi ella è -. Rispose Fileno: - Signor miomai ella non mi comandò ch'io dovessi il suo nome celarené la sua bellezza richiede d'essere tenutaa chi disidera di saperlaoccultané a voi niuna cosa sarebbe da nascondere; e appresso mi fido tanto nel buono amore che io conosco ch'ella mi portache posto che alcuni il sapessero e volesserlamiamandolatorrenon poriano. Ondepoi che vi piace di saperloio vi dirò il nomeil quale udendo conoscerete quanta sia la bellezza. La donna di cui io tutto sonoe per cui io amorosamente sospirosi chiama Biancifioree dimora ne' reali palagi del vostro padre in compagnia della reina. Voi la conoscete meglio che io non foe sapete bene quanta sia la sua bellezzae quinci potete vedere se per graziosa donna io sono da amore costretto -. Riguardollo Florio allora nel viso sanza mutare aspettoe disse: - Veramente vi tiene amore per bella donnae ora mi piace più ciò che detto m'aveteche prima non facea. Ma una cosa vi priego che facciateche saviamente amiate e guardatevi di non lasciarvi tanto prendere ad Amoreche a vostra posta partire non vi possiate da luiperò che ioil quale vivo pieno di sospiriper niuna altra cosa mi dolgose non per che io vorrei da lui partirmie non posso; e la cagione è però che io amai già una donnae ancora più che me l'amoe per quello che vedere me ne parveella amò me sopra tutte le cosee in luogo di vero amore ella mi donò questo anelloil quale io porto in dito e porterò sempre per amore di lei; e poco tempo appresso lasciò me e donossi ad un altro di molto minor condizione che io non sono: per la qual cosa io ora mi vorrei partire da amare e non possoe lei ho quasi del tutto perduta. Se a voi il simigliante avvenissecerto elli sarebbe da dolerne a ciascuna persona che v'amasse -. Disse allora Fileno: - Floriobuono è il consiglio che mi donatee se io credessi che mi bisognasseio il prenderei; ma sanza dubbio io la conosco tanto costante giovaneche mai del suo propositocioè d'amare menon credo ch'ella si muti -. - Dunque avete voi vantaggio da tutti gli altri - disse Florio- e se così saràpiù che nullo iddio vi potrete chiamare beato -. L'ora del mangiare gli levò da questo ragionamentoil quale non dilettava tanto all'una delle partiquanto all'altra era gravissimo e noiosoe usciti della cameralavate le manialle apparecchiate tavole s'asettarono.

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Stette Florio alla tavola sanza prendere alcun ciborivolgendo in sé l'udite parole da Filenosostenendo con forte animo la noiosa pena che lo sbigottito cuore sentiva per quelle. Ma poi che le tavole furono levatee a ciascuno fu licito d'andare ove gli piaceaFlorio soletto se n'entrò nella sua camerae serratosi in quellasopra il suo letto si gittò distesoe sopra quello incominciò il più dirotto pianto che mai a giovane innamorato si vedesse fare; e nel suo pianto incominciò a chiamare la sua Biancifiore e a dire così: - O dolce Biancifioresperanza della misera animaquanto è stato l'amore ch'io t'ho portato e porto da quell'ora in qua che prima ne' nostri giovani anni c'innamorammo! Certo mai alcuno donna sì perfettamente non amòcome io ho te amata: tu sola se' stata sempre donna del misero cuore. Niuna cosa fu che per amore di te io non avessi fattoniuna gravezza è che lieve non mi fosse paruta. E certoquando il noioso caso della misera mortealla quale condannata fostifuniuno dolore fu simile al mioinfino a tanto che con la mia destra mano liberata non t'ebbi. Dehmisera la vita miaquanti sono stati i miei sospiripoi che licito non mi fu di poterti vedere! Quante lagrime hanno bagnato il dolente pettonel quale io continuamente effigiata ti porto così bellacome tu se'! Né mai niuno conforto poté entrare in me sanza il tuo nome. Niuno ragionamento m'era caro sanza esservi ricordata tudi cui ora la speranza così spogliato mi lasciapensando che me per Fileno abbi abandonatoe la cagione per che vedere non posso. Certo tu non puoi dire che io mai altra donna che te amassi: da assai sono stato tentatomai niuna poté vantarsi che alquanto al loro piacere io mi voltassi. Né in altra cosa conosco me averti già mai fallito: dunque perché Fileno più di me t'è piaciuto? Deh or non sono io figliuolo del re Felicenipote dell'antico Atalante sostenitore de' cieli? Certo sì sono: e Fileno è un semplice cavaliere. Luce il viso suo di più bellezza che 'l mio? Mai no! E la sua virtù più che la mia? Or fosse essa pur tanta! Se forse valoroso giovane ti pare sotto l'armiquanto il mio valore sia non ti dee essere occulto a tal punto in tuo servigio s'adoperò. Doni so bene che a questo non t'hanno tratta; ma io dubito che l'animo tuoil quale solea essere grandissimosia impicciolitoe dubiti d'amare persona che maggior titolo porti di tedubitando d'essere da me sdegnata. Certo questa dubitazione non dovea in te capereperò ch'io so te essere degli altissimi imperadori romani discesa; la qual cosa se ancora vera non fossenon potrebbe tra te e me capere sdegno. Dunqueperché m'hai lasciato? Ahimèmisera la vita mia! Quando troverai tu un altro Florioche sì lealmente t'ami com'io t'ho amata? Tu nol troverai già mai! Tu m'hai data materia di sempre piagnereperò che mai del mio cuore tu non uscirainé potresti uscire; e sempre ch'io mi ricorderò me essere del tuo cuore uscitotante fiate sosterrò pene sanza comparazione. E quello che più in questo mi tormentasi è che io conosco te non poter negare l'essere di Fileno innamorataperò che egli m'ha mostrato quel velo col quale tu coprivi la bionda testaquando con pietose parole ti domandò una delle tue gioiee tu gli donasti quello. Oimè miseroove si vogliono oramai voltare i miei sospiri a domandare confortopoi che tu m'hai lasciatoch'eri sola mia speranza? Oimè dolenteerati così noioso l'attendere di potermi vedereche per così poco di tempo me per un altrocui più sovente veder puoihai dimenticato? Io non so che mi fare: io disidero di morire e non posso -. E lagrimando per lungo spazioricominciava a dire: - O Amorevaloroso figliuolo di Citereaaiutami. Tu fosti del mio male cominciatore: non mi abandonare in sì gran pericolo! Tu sai che io ho sempre i tuoi piaceri seguiti. Vagliami la vera fede che io ho portata alla tua signoriala quale me a sé sottomettere non dovea sanza intendimento d'aiutarmi infino alla fine de' miei disii. Volessero gl'iddii che mai la tua saetta non si fosse distesa verso il mio cuorené che mai veduta fosse stata da me la luce de' begli occhi di Biancifiore da' quali ora per la tua potenza medesima tradito e ingannato mi trovo! Oimè miseroquante fiate già per la tua potenza mi giurò ella che mai me per altrui non lascerebbee io a lei simile promissione feci! Io l'ho osservatama ella m'ha abandonato. Ove è fuggita la promessa fede? E tu dove se'o Amoreil cui potere è stato schernito da questa giovane? Come non ti vendichie me similmente? Se tu così notabile fallo lasci impunito chi avrà in te già mai fidanza? Tu perseguitasti il misero Ipolito infino alla morte perché egli sdegnava tua signoria: come costeiche l'ha ingannatanon punisci? Io non ne cerco però grave punizionema solamente che tu la ritorni nel pristino stato; e se questo conceder non mi vuoiconsenti di chiudere con le tue mani i miei occhi acciò che più la mia vita in sì fatta maniera non si dolga. Dehascolta i prieghi del miseroo caro signore; rivolgiti verso lui con pietoso visoacciò ch'egli possa avere alcuna consolazione anzi la mortela quale tostoin dispiacere del mio padreprendere mi possail quale di questo male è cagioneperò che se egli non fosseio non sarei stato lontanoe essendo stato presentela mia Biancifiore non avrebbe me per Fileno dimenticato: avvegna che ancora io credo che per paura di lui ella si sia ingegnata d'avere altro amadore. Oimèche nulla cagione è che a me non sia contraria! A me avviene sì come alla navealla qualegià mezza inghiottita dalle tempestose ondeogni vento è contrario. O misera fortunai tuoi ingegni aguzzano a nuocere a meapparecchiato di ruinare! Oimèperché questo sia io non so. Tu fosti già a me benignissima madree ora mi se' acerba matrigna. Io mi ricordo già sedere nella sommità della tua rotae veder te con lieto viso onorarmi: e questo era quando il lieto viso di Biancifiore m'era presentemostrandomi quello amore che parimente insieme ci portavamo; ma tucredoinvidiosa di sì graziosa gioia com'io sentivanon sostenesti tener ferma la tua volubile rotama voltandonon sanza mio gran doloreallontanandomi dal bel visomi pingesti a Montoro. Qui con grandissimi tormenti standoimaginava me essere nella più infima parte della tua rotané credea più potere discendere; ma tosto con maggiore infortunio mi facesti conoscere quella avere più basso luogo: e questo fu quando non bastandoti me avere allontanato da leit'ingegnasti d'opporre alle forze degl'iddiivolendola far morirealla cui salutenon tua mercéio fui arditissimo difenditore. E in tale statocon più sospiri che per lo passato tempo avuti non aveami tenesti grande stagionesperando io di dovere risalirese si voltasse: però che tanto m'era paruto scendereche 'l centro dell'universo mi parea toccare. Ma tutto ciò non bastandotiancora volesti che niuno luogo fosse nella tua rotache da me non fosse cercato; e ha'mi ora in sì basso luogo tiratoche con la tua potenzaancora che benigna mi ritornassi come già fostitrarre non me ne potresti. Io sono nel profondo de' dolori e delle miseriepensando che la mia Biancifiore abbia me per altrui abandonato. O dolore sanza comparazione! O miseria mai non sentita da alcuno amante che è la mia! Avvegna che io non sia il primo abandonatoio son solo colui che sanza legittima cagione sono lasciato. La misera Isifile fu da Giansone abandonata per giovane non meno bella e gentile di lei e per la salute propia della sua vitala quale sanza Medea avere non potea. Medea poi per la sua crudeltà fu giustamente da lui lasciatatrovando egli Creusa più pietosa di lei. Oenone fu abandonata da Paris per la più bella donna del mondo. E chi sarebbe colui che avanti non volesse una reina discesa del sangue degl'immortali iddiiche una rozza femina usata ne' boschi? Oh quanti essempli a questi simili si troverebbero! Ma al mio dolore niuno simile se ne troverebbeche un figliuolo d'un re per un semplice cavaliere sia lasciato dove la virtù avanza nell'abandonato. Dehmisera fortunase io avessi ad inganno avuto l'amore di Biancifiorecome Aconzio ebbe quello di Cidipecerto alquanto parrebbe giusto che io fossi per più piacevole giovane dimenticato; ma io non con ingannonon con forzanon con lusinghe ricevetti il grazioso amoreanzi benignamente e con propia volontà di leicercando co' propii occhi se io era disposto a prenderloe trovando di sìmel donò: il qual ricevutoa lei del mio feci subitamente dono. Adunque perché questa noia? Perché consentire me per altro essere dimenticato? Oimèche le mie voci non vengono alle tue orecchi. Or volessero gl'iddii che mai lieta non mi ti fossi mostrata! Certo io credo che 'l mio dolore sarebbe minoreperò che io reputo felicissimo colui che non è uso d'avere alcuna prosperitàperò che da quella solaperdendolaprocede il dolore. E di che si può dolere chi dimora sempre con quello ch'egli ebbe? Tu ora m'hai posto sì abasso che più non credo potere scendere: nel quale luogosì come più doloroso che alcuno altromai sanza lagrime non dimorerò. Piaccia agl'iddii che sopravegnente morte tosto me ne cavi -. E poi che queste cose piangendo avea detterimirava all'anello che in dito portavae diceva: - O bellissimo anellofine delle mie prosperità e principio delle miseriegl'iddii facciano più contenta colei che mi ti donòche essi non fanno me. Dehcome non muti tu ora il chiaro colorepoi che ha la tua donna mutato il cuore? Oimèche perduta è la reverenza che io ho a te e all'altre cose da lei ricevute portata! Ogni mio affanno in picciola ora è perduto: ma poi che ella mi s'è toltatu non ti partirai da me. Tu sarai etterno testimonio del preterito amoree così come io sempre nel cuore la porteròtu così sempre nella usata mano starai -. E poi bagnandolo di lagrimeinfinite volte il baciava chiamando la morte che da tale affanno col suo colpo il levassee più forte piangendo diceva: - Oimèperché più si prolunga la mia vita? Maladetta sia l'ora ch'io nacqui e che io prima Biancifiore amai. Or fosse ancora quel giorno a venirené già mai venisse. Ora fossi io in quell'ora stato mortoacciò che io essemplo di tanta miseria non fossi nel mondo rimaso. Ma certo la mia vita non si prolungherà più! -. E postasi mano allatotirò fuori un coltelloil quale da Biancifiore ricevuto aveadicendo: - Oggi verrà quello che la dolorosa mente s'imaginò quando donato mi fosticioè che tu dovevi essere quello che la mia vita terminerebbe: tu ti bagnerai nel misero sanguetenuto vile dalla tua donnala qualesappiendoloforse avrà più caro avermiti donatoper quello che avvenuto ne saràche per altro -. Mentre che Florio piangendo dolorosamente queste parole dicevadisteso sopra 'l suo lettoVenereche il suo pianto avea uditoavendo di lui pietàdiscese del suo cielo nella trista camerae in Florio mise un soavissimo sonnonel quale una mirabile visione gli fu manifesta.

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Poi che Florioda dolce sonno presoebbe lasciato il lagrimarenuova visione gli apparve. A lui parea vedere in un bellissimo piano un gran signore coronato di corona d'ororicca per molte preziose pietrele quali in essa risplendeano maravigliosamentee i suoi vestimenti erano reali. E parevagli che questi tenesse nella sinistra mano uno arco bellissimo e fortee nella destra due saettel'una d'oroe quella era agutissima e pungentel'altra gli parea di piombosanza alcuna punta. E questo signoreil quale di mezza etàné giovane né vecchiogiudicavagli parea che sedesse sopra due grandissime aquilee i piedi tenesse sopra due leonie nell'aspetto di grandissima autorità. E quanto Florio più costui guardavapiù mirabile gli pareaventilando due grandissime ali d'orole quali dietro alle spalle avea. Ma poi che a Florio parve per lungo spazio avere lui riguardatoelli gli parve vedere dalla destra mano del signore una bellissima donnala quale ginocchioni davanti al signore umilemente pregava; ma egli non poteva intendere di chese non chefiso riguardando la donna gli parve che fosse la sua Biancifiore. Poi alla sinistra mano del signore rimirandovide un tempestoso mare nel quale una nave con l'albero rottoe con le vele le quali piene d'occhi gli pareano tutte spezzatee con li timoni perduti e sanza niuno governo. E in quella nave gli parea esserea luitutto ignudocon una fascia davanti agli occhie non sapere che si fare; e dopo lungo affannare in questa navegli parea vedere uscire di mare uno spirito nero e terribile a riguardareil quale prendeva la proda di questa navee tanto forte la tirava in giuso che già mezza l'aveva nelle tempestose onde tuffata. Allora Florioforte spaventato sì per lo fiero aspetto dello spirito sì che si vedea la morte vicina per la tempestante navecon grandissimo pianto verso la poppa gli parea fuggire e gridare verso quel signore "Aiuto". Ma egli non parea che alle sue parole né a' suoi prieghi colui si movesse; onde Florio più temea sentendo ciascuna ora più la nave affondare. Poi dopo alquanto spazio gli parea che questo signore gli dicesse: "Io sono colui cui tu hai già tanto chiamato ne' tuoi sospiri: non credere che io ti lasci perire". Ma per tutto questo niente si muove. Ma poi che a Florio piangendo con grandissima paura parve avere un grandissimo pezzo aspettatoa lui parve che la fasciache davanti agli occhi aveaalquanto s'aprissee fossegli conceduto di vedere dove stava: e com'egli aperse gli occhi a riguardarevide essere già quella nave tanto tirata sotto l'ondeche poco o niente se ne parea. Alloraforte piangendogli parea domandare mercé e aiutoe alzando gli occhi al cielo per invocare quello di Gioveparendogli che quello di quel signore li fallissee egli vide una bellissima giovane tutta nudafuori che in uno sottile velo involtae dicevagli: "O luce degli occhi mieiconfortati". A cui Florio rispondea: "E che conforto poss'io prendereche già mi veggo tutto sotto l'onde?". La giovane gli rispondea: "Caccia dalla tua nave quello iniquo spiritoil quale con la sua forza s'ingegna d'affondarla". A cui Florio parea che rispondesse: "E con che il caccerò ioche niuna arma m'è rimasa?". Allora parea a Florio che costei traesse del bianco velo una spadache parea che tutta ardessee dessegliela; la quale Florio poi che presa l'aveagli pareva rimirare costei e dire: "O graziosa giovaneche ne' miei affanni tanto aiuto vi ingegnate di porgermise vi piacesiami manifesto chi voi sieteperò che a me conoscere mi vi parema la lunga fatica m'ha sì storditoche il vero conoscimento non è con meco". Questa parea che così gli rispondesse: "Io sono la tua Biancifioredi cui tu oggiignorante la veritàti se' tanto sanza ragione doluto"; e questo dettoparea a Florio che essa gli porgesse un ramo di verde uliva e disparisse. Poi parea a Florio con l'ardente spada leggerissimo andare sopra l'onde e ferire lo iniquo spirito più voltema dopo molti colpi gli parea che lo spirito lasciasse il legnotornandosi per quella via onde era venuto. E partito luia Florio parea che il mare ritornasse alquanto più tranquilloe il legno nel suo statodi che in se medesimo si rallegrava molto. E volendo intendere a racconciare i guasti arnesi della sua naveil lieve sonno subitamente si ruppe. E Florio dirizzato in pièsospirando e quasi stordito per la veduta visionesi trovò in mano un verde ramo d'uliva: per la qual cosa vie più d'ammirazione presee incominciò a pensare sopra le vedute cose e sopra il verde ramo. E poi che egli ebbe lungamente pensatoe egli incominciò così fra se medesimo a dire: "Veramente avrà Amore le mie preghiere uditee forse in soccorso della mia vita vorrà tornare Biancifiore in quello amore verso di me che ella fu maiperò che la voce di lei mi riconfortò nella affannosa tempesta ove io mi vidie diemmi argomento da campare da quellae in segno di futura pace mi donò questo ramo delle frondi di Pallade: onde poi che così èio voglio avanti piangendo alquanto aspettare che Biancifiore mi mostrerà di voler fareche subitamentesanza farle sentire ciò che Fileno m'ha dettouccidermi con le propie mani". E questo detto riprese il coltello che sopra il letto ignudo stavae quello rimise nel suo luogo; e sanza più indugiocome proposecosì fece una pistolala quale egli mandò a Biancifiorein questo tenore:

[20]

Se gli avversarii fati, o graziosa giovane, t'hanno a me con l'altre prosperità levata, come io credo, non con isperanza di poterti con i miei prieghi muovere dal novello amore, ma pensando che lieve mi fia perdere queste parole con teco insieme, ti scrivo. La qual cosa se non è com'io estimo, se parte alcuna di salute m'è rimasa, io la ti mando per la presente lettera, della quale volessero gl'iddii che io fossi avanti aportatore; e per quello amore che tu già mi portasti, ti priego che questa sanza gravezza infino alla fine legghi. E però che pare che sia alcuno sfogamento di dolore a' miseri ricordare con lamentevoli voci le preterite prosperità, a me misero Florio, da te abandonato, con teco, sì come con persona di tutte consapevole, piace di raccontarle; e forse udendole tu, che pare che messe l'abbi in oblio, conoscerai te non dovere mai me per alcuno altro lasciare. Adunque, sì come tu sai, o giovane donzella, tu, in un giorno nata ne' reali palagi con meco di pellegrino ventre, compagna a' miei onori divenisti, che sono unico figliuolo del vecchio re: ne' quali onori tu e io parimente dimorando Amore l'uno così come l'altro, ne' nostri puerili anni, con la cara saetta ferì. Né più fu in sì tenera età perfetto l'amore d'Ifis e di Iante che fu il nostro. E quello studio che a noi, costretti da aspro maestro, ne' libri si richiedeva, cessante Racheio, in rimirarci mettevamo, mostrando lo inestimabile diletto che ciascuno di ciò avea. Oimè, che ancora niuno ricordo era nella nostra corte di Fileno, il quale di lontana parte dovea venire a donarti simile gioia. Ma poi la fortuna, mala sostenitrice delle altrui prosperità, invidiosa de' nostri diletti, i quali con dolci sguardi e semplici baci solamente si contentavano per la età che semplice era, verso di noi innocenti volle la sua potenza mostrare, e, abassando con la sinistra mano la non riposante rota, il nostro occulto amore a sospette persone fece manifesto. Il quale dal mio padre, dopo gravi riprensioni maestrali, saputo, fui costretto di partirmi da te: nella quale partita, tu mia e io sempre tuo, per la somma potenza di Citerea, giurammo di stare, mentre Lachesis, fatale dea, la vita ne nutricasse. E nel mio partire mi vedesti piangere, e tu piangesti; e ciascuno di noi egualmente dolente, mescolammo le nostre lagrime. E sì come l'abbracciante ellera avviticchia il robusto olmo, così le tue braccia il mio collo avvinsero, e le mie il tuo simigliantemente; e appena ci era licito ad alcuno di lasciare l'uno l'altro, infino a tanto che tu per troppo dolore costretta nelle mie braccia semiviva cadesti, riprendendo poi vita quando io cercava teco morire, te riputando morta. Ora fosse agl'iddii piaciuto che allora il termine della mia vita fosse compiuto! Ma tu poi levata, e donatomi quello anello il quale ancora te mi tiene legata nel cuore e terrà sempre, mi pregasti che mai io non ti dovessi dimenticare per alcuna altra. Alle quali parole s'aggiunsero sì tosto le lagrime che appena ne fu possibile dire addio. E dopo la mia partita mi ricorda avere udito che tu con gli occhi pieni di lagrime mi seguitasti infino a tanto che possibile ti fu vedermi, sì come io similemente stetti sempre con gli occhi all'alta torre, ove te imaginava essere salita per vedere me. Tu rimanesti nelle nostre case visitando i luoghi dove più fiate stati eravamo insieme, e in quelli con sì fatta ricordanza prendevi alcuno diletto imaginando. Ma io misero, poi che i tristi fati da te m'ebbero allontanato, come gl'iddii sanno, niuno diletto si poté al mio animo accostare sanza ricordarmi di te; e ciascun giorno i miei sospiri cresceano trovandomi lontano alla tua presenza; e quelle fiamme le quali il mio padre credeva, lontanandomi da te, spegnere, con più potenza sempre si sono raccese e divenute maggiori. Oimè, ora quante fiate ho io già pianto amaramente per troppo disio di veder te, e quante fiate già nel tenebroso tempo, quando amenduni i figliuoli di Latona nascosi ci celano la loro luce, venni io alle tue porti dubitando di non essere sentito da' miei minori servidori, e non temendo la morte che nelle mani degli insidianti uomini ne' notturni tempi dimora, né de' fieri leoni, né de' rapaci lupi per lo cammino usanti in sì fatte ore! E quante volte già giovani donne per rattiepidare i miei tormenti, le cui bellezze sarieno agl'iddii bene investite, m'hanno del loro amore tentato, né mai alcuna poté vincere il forte cuore, a te tutto disposto di servire! E poi, oltre a tutte l'altre tribulazioni, gl'iddii sanno quanto grave mi fosse ciò che di te intesi, quando ingiustamente condannata fosti alla crudele morte: alla quale io con tutte le mie forze, mercé degl'iddii che m'aiutarono, conoscendo la ingiustizia a te fatta, m'opposi in maniera che me con teco trassi da tale pericolo. E poscia ognora in maggiore tribulazione crescendo, dubitando della tua vita, mai non divenni vile a sostenere tormenti per te, né mai per tutte le contate cose una fiata mi pentii d'averti amata, né proposi di non volerti amare, ma ciascuna ora più t'amai e amo, avvegna che te io aggia tutto il contrario trovata, però che tu non hai potuto la minor parte delle mie miserie sostenere in mio servigio. Tu, mobile giovane, ti se' piegata come fanno le frondi al vento, quando l'autunno l'ha d'umore private. Tu agl'ingannevoli sguardi di Fileno, il quale non lunga stagione t'ha tentata, se' dal mio al suo amore voltata. Oimè, or che hai tu fatto? E se questo forse negare volessi tu, non puoi, con ciò sia cosa che la sua bocca a me abbia tutte queste cose manifestate. E oltre a ciò, volendomi mostrare quanto il tuo amore sia fervente verso di lui, mi mostrò il velo che tu della tua testa levasti e donastilo a lui: il quale quand'io il vidi, un subito freddo mi corse per le dolenti ossa, e quasi smarrito rimasi nella sua presenza. Oimè, come io volontieri gli avrei con le pronte mani levato il caro velo, e lui, che s'ingegnava di te levarmi, tutto squarciato, cacciandolo da me con grandissima vergogna; ma per non scoprire quello che nel mio cuore dimorava e per udire più cose, sostenni con forte viso di riguardare quello per amore di te, imaginando che per adietro la tua testa, a me graziosissima a ricordare, avea coperta. Oimè ora è questa la costanza che io ho avuta verso di te? Deh, or non sai tu quante e quali donne m'hanno per maritale legge al mio padre adimandato, e quante e quali egli me ne ha già volute dare per volermi levare a te? Or non consideri tu quanti e quali dolori io ho già per te sostenuti per l'esserti lontano, e sostengo continuamente? Queste cose non si dovrieno mai del tuo animo partire, le quali mostra che assai da esso lontane sieno, veggendomi io essere per Fileno abandonato. Deh, ora qual cagione t'ha potuto a questo muovere? Certo io non so. Forse mi rifiuti per basso lignaggio, sentendo te essere degli altissimi prencipi romani discesa, le cui opere hanno tanta di chiarezza, che ogni reale stirpe obumbrano, e me del re di Spagna figliuolo, onde riputando te più gentile di me, m'hai per altro dimenticato? Ma tu, stoltissima giovane, non hai riguardato per cui, però che se bene avessi cercato, tu avresti trovato Fileno non essere di reale progenie, né di romano prencipe disceso, ma essere un semplice cavaliere. E se forse più bellezza in lui che in me ti muove, certo questo è vano movimento, con ciò sia cosa che egli non sia bellissimo né io sì laido, che per quello dovessi essere lasciato da te. Se forse in lui più virtù che in me senti, questo non so io, ma certo da alcuno amico m'è stato raportato segretamente me essere nel nostro regno tra gli altri giovani virtuoso assai. Oimè, che io non so perché in queste cose menome io scrivendo dimoro con ciò sia cosa che il piacere faccia parere il laido bellissimo, e colui ch'è sanza virtù copioso di tutte, e il villano gentilissimo riputare. Io mi piango con più doloroso stile pensando che quando tutte le ragioni di sopra dette aiutassero Fileno, come elle debitamente me difendono, perché dovrei io essere da te lasciato già mai? Ove credi tu mai trovare un altro Florio il quale t'ami com'io fo? Quando credi tu avere recato Fileno a tal partito ch'egli per te si disponga alla morte com'io feci? Oimè, ove è ora la fede promessa a me? Deh, se io fossi molto allontanato da te con questa speranza con la quale io t'era vicino, alcuna scusa ci avrebbe: o dire: Io mai più vedere non ti credea"o porre scusa di rapportata morte: delle quali qui niuna porre ne puoiperò che di me continue novelle sentivi e ognora potevi udire me essere a te più subietto che mai. Oimèch'io non so quale iddio abbia la sua deità qui adoperata in fare che tu non sii mia come tu suoliné so qual peccato a questo mi nuoccia. Fallito verso te non hosalvo io non avessi peccato in troppo amarti dirittamente: al quale fallo male si confà la dolente pena che m'apparecchicioè d'amare altrui e me per altro abandonare. Ma tanto infino ad ora ti manifesto checon ciò sia cosa che mai io non possa sanza te stare né giorno né notte che tu sempre ne' miei sospiri non siase questo esser vero sentiròcon altra certezza che quella che io ti scrivoper gli etterni iddii la mia vita in più lungo spazio non si distenderàma contento che nella mia sepoltura si possa scrivere: "Qui giace Florio morto per amore di Biancifiore"mi uccideròsempre poi perseguendo la tua animase alla mia non sarà mutata altra legge che quella alla quale ora è costretta. Io avea ancora a scriverti molte cosema le dolenti lagrimele qualiognora che queste cose che scritte t'ho mi tornano nella menteavvegna che dire potrei che mai non esconomi costringono tantoche più avanti scrivere non posso. E quasi quello che io ho scritto non ho potuto interamente dalle loro macchie guardare; e la tremante manoche similemente sente l'angoscia del cuore che mi richiama all'usato sospirarenon sostiene di potere più avanti muovere la volonterosa penna: onde io nella fine di questa mia letterase più merito d'essere da te udito come già fuiti priego che alle prescritte cose provegghi con intero animo. Nelle quali se forse alcuna cosa scritta fosse la quale a te non piacessenon maliziama fervente amore m'ha a quella scrivere mossoe però mi perdona. E se quello che il tristo cuore pensa è verocaramente ti priego chese possibile èindietro si torni. E se forse l'amore che tu m'avesti già né i miei prieghi a questo non ti strignessestringati la pietà del mio vecchio padre e della misera madrea' quali tu sarai cagione d'avermi perduto. E se così non ènon tardi una tua lettera a certificarmeneperò che infino a tanto che questo dubbio sarà in meinfino a quell'ora il tuo coltello non si partirà della mia manopresto ad uccidere e a perdonare secondo ch'io ti sentirò disposta. Avanti non ti scrivose non che tuo son vivuto e tuo morrò: gl'iddii ti concedano quello che onore e grandezza tua siae me per la loro pietà non dimentichino".

[21]

Fatta la pistolaFlorio piangendo la chiuse e suggellò; e chiamato a sé un suo fedelissimo servidore il quale era consapevole del suo angoscioso amorecosì gli disse: - O a me carissimo sopra tutti gli altri servidorite' la presente letterala quale è segretissima guardia delle mie dogliee con studioso passo celatamente a Biancifiore la presentae priegala che alla risposta niuno indugio pongaperò che per te l'attendo. Se avviene che la ti doniniuna cagione ti ritengama sollecitamente a mequanto più cheto puoifa che la presentiacciò che degnamente possi nella mia grazia dimorare. Vache 'l molto disio mi cuoce d'udire quello che a questa si risponderà; e guarda che niuno altro che quella propia a cui io ti mando la vedesse. Prese il servo la suggellata pistolae quellacon istudioso passopervenuto in Marmorina nelle reali casepresentò a Biancifiore occultamente. La quale come Biancifiore la videprimieramente con dolci parole domandò come il suo Florio stesse. A cui il servo rispose: - Graziosa giovaneniuno sospiro è sanza lui. Egli si consuma in isconvenevole amaritudinela cagione della quale è a me nascosa -. Udito questoBiancifiore cominciò a sospiraredicendo: - Oimèe per quale cagione potrebbe questo essere? -. - Per niunacredo - rispose il servo- se per amore di voi non è. Egli vi manda caramente pregando che sanza alcuno indugio alla presente pistola rispondiate; e iose vi piaceràattenderò la risposta -. Allora Biancifiore la presa pistola si pose sopra la testaeavanti che l'aprissela baciò forse mille fiateepartita dal messaggieregli disse che di presente la risposta gli recherebbee sola nella sua camera se n'entròdubitando che dir dovesse la presente lettera. Erotto il tenero legameapri quellané più tosto la prima parte ne lesseche i begli occhi s'incominciarono a bagnare d'amare lagrime; e cosìognora più forte piangendo come più avanti leggevala finì di leggere. Ma poi che con pianti e con sospiri più fiate l'ebbe reiterata leggendoangosciosa molto nella mente della falsa imaginazione di Floriola quale avea di verità viso per lo mal donato velosopra 'l suo letto si posee a quella così al suo Florio rispose:

[22]

Non furono sanza molte lagrime gli occhi miei, quando primieramente videro la tua pistola, o nobilissimo giovane, sola speranza della dolente anima, la quale con gravissima angoscia molte fiate rilessi. E certo ella non fu dal tuo pianto macchiata quasi in alcuna parte, a rispetto che le mie lagrime la macchiarono. E più volte leggendo quella, fra me pensai aver difetto d'intendimento, alcuna volta dicendo fra me medesima: Io non la intendo beneperò che non potrebbe essere che intendimento di Florio fosse di scrivermi le parole che semplicemente guardando pare che questa pistola porga". Altra volta dicea: "Forse Florio mi tentae vuole vedere se io mi muto per asprezza di parole". Ma poi che ogni intendimento si cessò da mee lasciommisi credere che tu credevi quello che scriveviappena credetti potere a tanto sforzare la deboletta mano che la penna in quella sostenere si potesse per volerti rispondere; ma poi che pure sforzandomi gl'iddii mi concedono potere a te rispondereper questaquella salute che per me disideroti mando. E se alcuna fede merita il leale amore ch'io ti portoti giuro per gl'immortali iddii che e' non t'era bisogno distenderti in tanto scrivere per mostrarmi quanto sia stato o sia l'amore che mi portiperò che molto maggiore credo che sia che la tua lettera non mostrané tu per parole potresti mostrare. E similmente i lunghi affanni e i gran meritia quali io mai aggiunger non potrei a remunerare il più piccioloper quella conobbi. Ma il sentirti piagnere della intera fede la quale mai né ti ruppiné disiderai di romperti m'ha mossa a lagrimare e istrinta a scrivertidisiderosa di farti certo te mai da me non essere dimenticatoné potere possibile mai divenire che io ti dimentichi. Ioo grazioso giovanenon credo me essere nata de' ferocissimi leoni barbariciné delle robuste querce d'Idané delle fredde marmore di Persiadalle quali cose risomigliando passi di rigidezza i libiani serpenti; ma di pietoso padre e di benigna madresì come più fiate m'è stato dettodiscesie per quella legge che sono gli umani corpi dalla natura trattie io similementema non dalla fortuna. Né appresi mainé so esserené disidero di saperlocrudele e sanza umano conoscimento come tu imagini. Tu mi scrivi che Amore mecome tene' nostri puerili anniinsiememente ferì: della qual cosa io non meno di te mi ricordo. E certo egli mi trovò atta e disposta ad amare come te similementené più durezza credo che trovasse nel mio che nel tuo cuoreo abbia mai trovata. Per la qual cosase tu con affanni infiniti se' lontano a me dimoratoio non dimorai mai né dimoro con diletto a te lontanaanzi mi sento da diverse punture molestare per simile cagione che senti tuné mai infinta lagrima né falsa parola per più accenderti udisti da me: ma volessero gl'iddii che possibile fosse te aver potuto vedere e udire le verele quali se vedute avessiforse più temperatamente avresti scrittoquando dicesti me non essere costante a sostenere per te uno affannoné in amarti. Ma però che tutto questo spero con l'aiuto degl'iddii ancora doversi manifestare a te con apertissimo segnopiù non mi stendo a scriverteneessendo non meno da più grave dolore costrettasentendo te credere essere da me per Fileno abandonatosì come la tua lettera mostrala quale quando vidiassalita da non picciola dogliaper poco non morii. Oimèquanto m'è la fortuna avversa! Tu vai cercando di mostrarmi cagioni per le quali io debbia aver te per Fileno lasciatoe quelle tu medesimo l'annulli: e veramente da annullare sono! E se di te quel senno non è partito che aver suolidovresti pensare che io non sono del senno uscitache io non conosca manifestamente te di nobiltà avanzare Filenosemplice cavaliere della tua cortee me picciolissima serva di te e del tuo padrea cui tu rimproverifaccendoti beffe di meme esser discesa degli antichi imperadori romanii quali gl'iddii guardino che sì poco torni la loro potenzache ad essere servicom'io sonotorni la loro sementa. Né ancora mi si occulta la tua virtùné la tua bellezza piena di graziosa piacevolezzaa me cagione d'intollerabile tormento: per le quali cose saresti più degno amante dell'alta Citerea che di me. E certoben che io ti conosca nobilissimovirtuoso e pieno di bellezza più che alcuno altroe me sanza alcuna di queste cosenon sono io però invilita ch'io non abbia ardire di perfettamente amarticome che mi si convenga o no. Ora dunquese tutte queste cose sono da me conosciutecome è credibile che io per Fileno te potessi dimenticare? E non ti ritenesti di dire che iofemina di fragilissima naturaniuna avversità per amor di te sostenere non avea potutovolendo quasi dire che per alleggiare i sospiriche per tea me lontanosento insieme con molte penecercai di volere prossimano amadoreil quale più spesso veggendomi rallegrassi. Oimèche falsa oppinione portise questo credi! Ma certo più per tentarmiche per altro il faiperò che io so che tu conosci che io mai dal mio nascimentorisomigliando da' miei parentisanza avversità non fuiper la qual cosa a forza m'è convenuto divenire maestra di sostenere quelle: e se io l'ho sostenute grandissime tu il saiche gran parte con meco insieme n'hai sentite. Pensa certamente che alcuni sospiri mai non furono cocenti come sono quelli i quali io per troppo disio di te mando fuori della mia boccané lagrime mai con tanta copia bagnarono pettoquanto hanno le mie il mio bagnatosolo per lo tuo essere lontano. Ma veramente non molto tempo passerà che tu potrai dire che io sia fragile a sostenere l'avversità nelle quali io sono circuitaperò ch'io sento la mia vita fuggire da me con istudioso passoe l'animache il dolore del dolente cuore non puote sostenerel'ha già più volte voluto abandonaree solo alcuno confortoche io allora ho preso sperando di rivedertil'ha ritenuta. Ma se così fatti dolori aggiugni a quelli che io ho infino a qui sentiticome fatto hai al presente per la tua pistolaio non aspetterò che l'anima cerchi congedoanzi gliele darò costringendola del partirese ella forse volesse dimorare. Io sono entrata in nuova dubitazionela quale m'è a pensare molto gravee appena mi si lascia credere. Ma Amoreche ammollisce i duri cuorimel fa tal volta credere e alcuna altra discredereche tuo signor mioscritto non m'abbia che io abbia te per Fileno dimenticatoacciò che io ragionevolemente di te piangere non mi possase per alcuna altra me hai costà dimenticata; ma tutta fiata non sono di tanta falsa oppinione che io il possa credereanzi dicoqualora quel pensiero m'assaleniuna ragione farà mai che Biancifiore sia se non di Florioo Florio se non di Biancifiore. Ma sanza fine mi s'attrista il cuorequalora in quella parte della tua pistola leggoove scrivi me dovere avere donato a Fileno in segno di perfetto amore il velo della mia testail quale di' che quando il ti mostròvolontieri avresti levatoglielesquarciando lui tutto. La qual cosa volessero gl'iddii che tu fatto avessiperò che a me sarebbe stata non picciola consolazione nell'animoe la cagione è questa: io non niego che quel velovilissima cosanon fosse a lui donato dalle mie manima certo il cuore nol consentì maima così costretta dalla tua madre mi convenne fare. Per lo quale egliforse pigliando intera speranza di pervenire al suo intendimento per tale segnalepiù volte con gli occhi e con parole mi tentò di trarmi ad amarlola qual cosa credo impossibile sarebbe agl'iddii; né mai da me più avanti poté avere. Né è però da credere che in un velo o in altro gioiello si richiuda perfetto amore: solamente il cuore serva quelloe ioche più che altra giovane il sento per teposso con vere parole parlarne. E che io niuna persona amaise non solamente tene chiamo testimonii gl'iddiia' quali niuna cosa si nasconde: e però io ti priego che il velonon volonterosamente donatonon ti porga nel cuore quella credenza che da prendere non è. Niuna persona è nel mondo amata da me se non Florio. Lascia ogni malinconia presa per questose la mia vita t'è carae spera che ancora fermamente conoscerai ciò che io ora ti promettoe la tua vita con la mia insieme caramente riguarda: a luogo e a tempo gl'iddii rimuteranno consiglioforse concedendoci migliore vita che noi da noi non eleggeremmo. Rifiuta i non dovuti ozii e seguita i leali diletti; e se tu mi porterai tanto nell'animo quanto io fo tetu conoscerai me non essere meno affannata da' pensieri che tu sii. E caramente ti priego che con sì fatte lettere tu non solleciti più l'anima miadisposta a cercare nuovo secolo: che posto che tu con forte animo il mio coltello tenghi nella manoa me corto laccio non farebbe sostenere di leggiere la secondasolo che in quella così come in questa mi parlassi. Biancifiore non fu mai se non tuae tua sarà sempre. Adoperino i fati secondo che ella amae sanza fallo contento viverai".

[23]

Biancifiore piegò la scritta pistolapiena di non poco doloree posta in sul legame la distesa ceraavendo la bocca per troppi sospiri asciuttacon le amare lagrime bagnò la cara gemmaesuggellata quellacon turbato aspetto uscì della cameraa sé chiamando il servoche già per troppa lunga dimoranza che fare gli parea s'incominciava a turbare. Al quale ella disse: - Porterai questa al tuo signorea cui gl'iddii concedano miglior conforto che egli non s'ingegna di donare a me -. E detto questopiangendo baciò la letterae posela in mano al fedele servoil quale sanza niuno indugio volto li passi verso Montoroe là in picciolo spazio pervenutotrovò Florio nella sua cameraove lasciato l'aveacon grandissima copia di lagrime e di sospiria cui egli porse la portata pistoladicendogli ciò che da Biancifiore compreso avea e le sue parole. E partito da luiFlorio aperse la ricevuta letterae quella infinite volte rilesse pensando alle parole di Biancifioresopra le quali faccendo diverse imaginazionisopra il suo letto con essa lungamente dimorò.

[24]

Dianaalla quale niuno sacrificio era stato porto come agli altri iddii fuquando Biancifiore dal grandissimo pericolo fu campataavea infino a questa ora la concreata ira tenuta nel santo petto celatala quale non potendosi più avanti tenerediscesa degli alti regnicercò le case della fredda Gelosiale quali nascose in una delle altissime rocce d'Appenninoentro a una oscurissima grottatrovò intorniate tutte di neve; né v'era presso albero o pianta viva fuori che o pruni o ortiche o simili erbe; né vi si sentia voce alcuna di gaio uccello: il cuculo e 'l gufo aveano nidi sopra la dolente casa. Alla quale venuta la santa deaquella trovò serrata con fortissima portané alcuna finestra vi vide aperta. Fu dalla immortale mano con soave toccamento toccata l'antica portala quale non prima fu toccache dentro cominciarono a latrare due grandissimi canisecondo che le voci li facea manifesti; dopo il quale latrare una vecchia con superbissima voceponendo l'occhio a uno picciolo spiragliomirò di fuoridicendo: - Chi tocca le nostre porti? -. A cui la santa dea disse: - Apri a me sicuramente: io sono colei sanza il cui aiuto ogni tua fatica si perderebbe -. Conobbe l'antica vecchia la voce della divina donnae a quella con lento passo andandocon non poca fatica per gli inruginiti serramenti aperse la portala quale nel suo aprire fece un sì grandissimo stridoche di leggiero poria essere stato sentito infino all'ultime pendici del monte. E fatta la dea passar dentrocon non minore romore riserrò quelledifendendo appena i bianchi vestimenti della dea dalle agute sanne de' bramosi cania' quali per magrezza ogni osso si saria potuto contare: caccia quelli con roca voce e con un gran bastone col quale sostenea i vecchi membri. Era quella casa vecchissima e affumicatané era in quella alcuna parte ove Aragne non avesse copiosamente le sue tele composte; e in essa s'udiva una ruina tempestosacome se i vicini montiurtandosi insiemegiugnessero le loro sommitàle quali per l'urtare pestilenzioso diroccati cadessero giuso al piano. Niuna cosa atta ad alcuno diletto vi si vedea: le mura erano grommose di fastidiosa muffae quasi parea che sudando lagrimassero; né in quella casa mai altro che verno non si sentivasanza alcuna fiamma da riconfortare il forte tempo: ben v'era in uno de' canti un poco di cenerenella quale riluceano due stizzi già spentide' quali la maggior parte una gattuccia magra covando quella occupava. E la vecchia abitatrice di cotal luogo era magrissima e vizzanel viso scolorita; i suoi occhi erano biechi e rossicontinuamente lagrimando; di molti drappi vestitae tutti nerine' quali raviluppatain terra sedeavicina al tristo fuocotutta tremandoe al suo lato avea una spadala quale rade voltese non per ispaventarela traeva fuori. Il suo petto batteva sì forteche sopra i molti panni apertamente si discerneanel quale quasi mai non si crede che entrasse sonno; e il luogo acconcio per lo suo riposo era il limitare della portain mezzo de' due cani. La quale la dea veggendomolto si maravigliòe così disse: - O antica madresollecitissima fugatrice degli scelerati assalti di Cupidoe guardia de' miei fuochia te conviene mettere nel petto d'un giovane a me carissimo le tue sollecitudiniil quale per troppa liberalità si lascia a feminile ingegno ingannareamando oltra dovere una mia nimica: e però niuno indugio ci sia muoviti! Egli è assai vicino di quie è figliuolo dell'altissimo re di Spagnachiamato Florioe sanza fine ama Biancifiorené mai sentì quel che tu suoli agli amanti far sentire. Va e privalo della pura fedela quale egli tiene indegnamenteeaprendogli gli occhigli fa conoscere com'egli è ingannatoamaestrandolo come gl'inganni si debbono fuggire -. La vecchia che in terra sedeacon la mano alla vizza gotaalzò il capo mirando con torto occhio la deae con picciola voce tremando rispose: - Partitideada' tristi luoghiche niuno indugio darò al tuo comandamento -. Partita la deala vecchia si vestì di nuova formaabandonando i molti vestimentiaggiunse alle sue spalle alie lasciando le serrate casesanza alcuno dimoro pervenne ove ella trovò Florio stante ancora sopra il suo letto leggendo la ricevuta lettera da Biancifiore. A cui ella occultamente con la tremante mano toccò il sollecito pettoe ritornossi alle triste caseonde s'era per comandamento di Diana partita.

[25]

Avea Florio più fiate riletta la ricevuta pistolae già quasi nell'animo le parole di Biancifiore accettavacredendo fermamente da lei niuna cosa essere amata se non eglisì come essa gli scriveva. Ma non prima gli fu dalla misera vecchia tocco il pettoche egli incominciò a cambiare i pensieri e a dire fra sé: "Fermamente ella m'ingannae quello ch'ella mi scrive non per amorema per paura lo scrive. Briseida lusingava il grande imperadore de' Grecie disiderava Achille. Chi è colui che dalle false lagrime e dalle infinte parole delle femine si sa guardare? Se Agamenone l'avesse conosciutela sua vita sarebbe stata più lungané Egisto avrebbe avuto il non dovuto piacere. Sanza dubbio Fileno piace più a Biancifiore che io non faccio: e chi sarà quella che si levi un velo di testae donilo ad un suo amanteche possa far poi credere quelli non essere amato da lei? Certo niuna il potrebbe far crederese non fosse già semplicissimo l'ascoltatore. E in verità e' non è da maravigliare se ella ama Fileno: egli continuamente le è davantie ingegnasi di piacerlee io le sono lontanoné la potégià è lungo tempovedere. Il fuoco s'avviva e vive per li soavi ventie amore si nutrica con li dolci riguardamenti: e sì come le fiamme perdono forza non essendo da' venti aiutatecosì amore diviene tiepidissimo come gli sguardi cessano. Ma costeise ella non mi amaperché con lusinghe accendermi il cuore". Poi ad altro ragionamento si volgeae dicea: "Fermamente Biancifiore m'ama sopra tutte le cosee questose io voglio il vero riguardarenon mi si può celare; ma se ella non mi amasseFileno me ne saria cagionedel quale io prenderò sanza dubbio vendetta".

[26]

In cotali pensieri standoFlorio fra sé ripeteva tutti i preteriti atti e fatti stati tra lui e Biancifiorepoi che Fileno tornò de' lontani paesi nella sua cortee quelli una volta pensava essere stati da Biancifiore fatti maliziosamentee altra volta fra sé gli difendeva. Egli stette più giorni sanza alcuno riposo pieno di sollecite cure. Egli alcuna volta imaginava: "Ora è Fileno davanti alla mia Biancifiore e lusingala: ma perché la lusingherebbe egli ch'ella l'ama oltra misura". Poi fra sé altrimenti imaginava. Egli andava vedendo con l'animo tutte quelle vie le quali possibili sono ad uomo di re per pervenire a un suo intendimentoe niuna credea che non ne fosse stata fatta da Filenose bisogno gli fu. Egli pensava che niuna persona mai parlasse a Biancifiore che da parte di Fileno non le parlassee da' suoi servidori medesimi dubita d'essere stato ingannato: e così dimora in istimolosa sollecitudinee non sa che si fare; e pensa che Fileno ordini di portarla via e che ella il consenta. Egli pensa che Fileno la domandi al ree siagli donata per isposa. Egli pensa che i messaggi da Fileno a Biancifiore e da Biancifiore a Fileno siano spessissimi. Ma poi che egli ha diverse cose in sé rivoltecosì cominciò a dire: "Non è del tutto da credere ciò che io imaginoché forte mi pare chese stato fosseio non avessi alcuna cosa sentita: e però la scusa delle passate cose fatta da Biancifiore da ricevere. Ma chi sa di quelle che deono avvenire? Da un'ora a un'altra si volgono gli animida diversi intendimenti essendo tentati! Niuno rimedio è qui se non levare ogni cagione per la quale Biancifiore dal mio amore si potesse mutareacciò che niuno effetto segua. Io torneròa dispetto del mio padrein Marmorinae solliciterò con i miei propii occhi il cuore di Biancifioree quindi la fuggirò in parte ov'io sanza paura d'alcuno potrò dimorare con lei. Se il mio padre della mia tornata si mostrasse dolentee a Fileno farò levare la vitao egli abandonerà i nostri paesi. Niuna cosa ci lascerò a fareacciò che colei sia sola miadi cui io solo sono e sarò sempre". E con questi pensierilasciati gli amorosiil più del tempo dimoravacercandocon amara sollecitudineparte di quelli fuggire e parte metterne in effetto sanza alcuno indugio.

[27]

O amoredolcissima passione a chi felicemente i tuoi beni possiedecosa paurosa e piena di sollecitudinechi potrebbe o credere o pensare che la tua dolce radice producesse sì amaro frutto come è gelosia? Certo niunose egli nol provasse. Ma essa ferocissimacosì come l'ellera gli olmi cingecosì ogni tua potenza ha circundatae intorno a quella è sì radicata che impossibile sarebbe oramai a sentire te sanza lei. O nobilissimo signorequesta è a' tuoi atti tutta contraria. Tu le tue fiamme mostri nell'altissimo e chiaro monte Citereacostei sopra i freddi colli d'Appennino impigrisce nelle oscure grotte. Tu levi gli animi alle altissime cosee costei gli declina e affonda alle più vili. Tu i cuori che prendi tieni in continua festa e gioiacostei di quelli ogni allegrezza caccia e con subito furore vi mette malinconia. Essa fa cercare i solinghi luoghie con aguto intelletto mai non sa che si sia altro che pensare. Ad essa pare che le spedite vie dell'aere sieno piene d'agguati per prendere ciò che essa disidera di ben guardare. Niuno atto è che ella non dubiti che con falso intendimento sia fatto; niuna fede è in leiniuna credenza: sempre crede essere tentata. E sì come tu di pace se' veracissimo ordinatorecosì questa con armata mano sempre apparecchia inimicizie e guerre. Ellamagrissimascolorita nel visod'oscuri vestimenti vestitaigualmente ogni persona con bieco occhio riguarda: e tupiacevolissimo nell'aspettocon lieto viso visiti i tuoi suggetti. Ella non sente mai né primaverané statené autunno: tutto l'anno igualmente dimora per lei il sole in Capricornoe quanto più di scaldarsi cerca più ne' sembianti trema. Oraquanto è contraria la vostra natura! Ella si diletta d'essere sanza alcuna lucee tu ne' luminosi luoghi adoperi i santi dardi. Ella con teco quasi d'un principio natadi tutti i tuoi beni è guastatrice. E le più fiate avviene che di quella infermità onde ella ha maggior pauradi quella è più spesso assalita e oppressa infino alla morte. Oltre a' miseri miserissimo si può dire colui che seco l'accoglie in compagnia.

[28]

Florio s'apparecchia con diliberato animo di nuocere a Fileno: la qual cosa la santa dea conosce degli alti regni. E mossa a compassione di Filenocosì nel segreto petto cominciò a dire: "Che colpa ha Fileno commessa per la quale egli meriti morte o oltraggio da Florio? Niuna: non merita morte alcunoperché egli ami quello che piace agli occhi suoi. Cessi questoche per cagione di noi il giovane cavaliere sia offeso". E detto questo la seconda volta discese del cielo e cercò le case del Sonno riposatorenascose sotto gli oscuri nuvolile quali in lontanissime parti stanno rimotein una spelonca d'un cavato montenella quale Febo con i suoi raggi in niuna maniera può passare. Quel luogo non conosce quand'egli sopra l'orizonte venendo ne reca chiaro giornoné quand'egliavendo mezzo il suo corso fattoci riguarda con più diritto occhioné similemente quand'egli cerca l'occaso: quivi solamente la notte puotee il terreno da sé vi produce nebbie piene d'oscurità o di dubbiosa luce. E davanti alle porti della casa fioriscono gli umidi papaveri copiosamentee erbe sanza numeroi sughi delle quali aiutano la potenza del signore di quel luogo. Dintorno alle oscure case corre un picciolo fiumicello chiamato Letèil quale esce d'una dura pietrache col suo corso faccendo commuovere le picciole pietrefa un dolce mormorioil quale invita i sonni. In quel luogo non s'odono i dolci canti della dolente Filomenai quali forse potessero mettere ne' petti acconci al riposo alcuna sollecitudine con la sua dolcezza. Quivi non fierenon pecore né altri animali. Quivi Eolo nulla potenza ha: ogni fronda si riposa. Mutola quiete possiede il luogoal quale niuna porta si truovanon forse serrando e disserrando potesse fare alcuno romore. Alcuno guardiano non v'è postoné cane alcuno v'èil quale latrando potesse turbare i quieti riposi. Quivi non è alcun gallo il quale cantando annunzi l'aurora; né alcuna oca vi si truova che i cheti andamenti possa con alta voce far manifesti. E nel mezzo della gran casa dimora un bellissimo letto di piumatutto coperto di neri drappisopra 'l quale si riposa il grazioso re co' dissoluti membri oppressi dalla soavità del sonno. Appresso del quale un pocogiacciono i vani sogni di tante maniere e sì diversiquante sono l'arene del mare o le stelle di che il nido di Leda s'adorna. Nella qual casa la dea entròcontinuo le mani menandosi davanti al viso e cacciando i sonni da' santi occhi: e il candido vestimento della vergine diede luce nella santa casa. Nella venuta della qualeappena il re levò i pesanti occhie più volte la grave testa inchinando col mento si percosse il pettoerivolto più volte sopra il ricco lettocon ramarichevoli mormorii alquanto si pur destò. E appena levatosi sopra il gomitodomandò quello che la dea cercava. A cui ella così disse: - O Sonno piacevolissimo riposo di tutte le cosepace dell'animo fuggitore di sollecitudinemitigatore delle fatiche e sovenitore degli affanniigualissimo donatore de' tuoi benise a te è caro che Cinzia si possa con gli altri deia te e a me igualmente consortidi te laudare comanda che Filenoinnocente giovanene' suoi sonni conosca l'apparecchiate insidie contro di luiacciò che conosciutoleda quelle guardare si possa -. E questo dettoper quella via onde era venutaappena da sé potendo sonno cacciarese ne tornò.

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Svegliò l'antico iddio gl'infiniti figliuolide' quali alcuni in uominialtri in fieree quali in serpentie chi in terrae tali in acquae alcuni in trave e in sassie in tutte quelle forme le quali negli umani animi possono vaneggiarev'avea di quelli che si trasformavano: tra' quali poi che egli ebbe eletti quelli che a tali bisogni gli pareano sofficientiappena destatigli ammaestrò che essi dovessero i comandamenti della santa dea adempiere sanza alcuno indugio. A' quali essi dispostisanza più staredel luogo si partirono per adempierlo.

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Mentre che i fati le cose sinistre così per Fileno trattavanoFileno di tutte ignorante si stava pensando alla bellezza di Biancifiorecon sommo disio disiderando quellaquando subito sonno l'assalìegli occhi gravatisopra il suo letto riposandosi s'adormentò. Al quale sanza alcuno dimoro furono presenti i ministri del pregato iddio adoperando ciascuno i suoi ufici: e parvegli nel sonno subitamente essere in un bellissimo prato tutto solettoe rimirare il cielolodando le sue bellezzee adequando quelle di Biancifiore alla chiarità delle stelle che in quello vedea. E così standosubitamente uno di quelli uficiali in forma d'un caro suo amico gli parve che gli apparisse piangendo e correndo verso luie dicessegli: - O Filenoche fai tu qui? Fuggitich'io ti so dire che l'amore che tu hai portato a Biancifiore t'ha acquistata morte. Tu non potrai essere fuori di questo pratoche Florio armato con molti compagni ci saranno susocercando di levarti la vita. Fuggi di quio caro amicosanza niuno indugio. Non volere che io di tal compagnoquale io ti tengorimanga orbato -. E ancora non parea che questi avesse compiuto di parlareche già dall'una delle parti del prato si sentiva il romore delle sonanti armi degli armatii quali a Fileno parevacome detto gli era statoche venissero. Allora pareva a Fileno levarsi tutto smarritoe non sapere qual via per la sua salute si dovesse tenere; anzi gli pareva che le gambe gli fossero fallitené di quel luogo potesse partire. Dove stando in picciolo spazio gli pareva vedersi dintorno Florio con molti altri armatie con grandissimo romore gridare: - Muoia il traditore! -dirizzando verso lui gli aguti ferri sanza alcuna pietà ingegnandosi di ferirlo. A' quali elli dicea: - O giovanise niuna pietà è in voi rimasa piacciavi che Fileno possa fuggendo la vita campare. Voi sapete che per amore io non meritai morte -. Non erano le sue parole uditema più aspramente e con maggiore romore gli parea ognora essere assalitoe parevagli essere in tante parti del corpo forato che potere campare non gli parea. Ma quelli ancora di ciò non contenti uscendo uno di loro gli parea che la testa gli volesse levare dal busto e presentarla a Florio. Allora sì gran dolore e paura gli strinse il cuoreche per forza convenne che il sonno si rompessee quasi tutto spaventato si rizzò in pièrimirando dov'egli erae con le mani cercando de' colpi che gli parea avere ricevuti; e rimirando il suo lettoil quale imaginava dovere essere tutto tinto del suo sanguee quello vide bagnato di vere lagrime. Ma poi ch'egli si vide essere stato ingannato dal sonno partita la paurapieno di maraviglia rimasenon sappiendo che ciò si volesse diree dubitando forte si mise a cercare del caro amico che nel sonno avea veduto. Il quale trovatoa lui brievemente ciò che dormendo avea vedutogli narrò; di che l'amico maravigliandosi così gli disse:

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- Caro amico e compagnoora non dubito io che gl'iddii con molta sollecitudine intendano a' beni della umana gente. Certo tu mi fai sanza fine maravigliare di ciò che tu mi raccontiperò che poco avanti io tornai da Montoroe ivi da cara persona e degna di fede udii essere da Florio la tua morte disiderata e ordinata in qualunque maniera più brievemente potesse. E domandando io della cagionemi rispose che ciò avviene per lo velo il quale da Biancifiore ricevestila quale Biancifiore egli più che alcuna cosa del mondo ama; e per questo è di te in tanta gelosia entratoche se egli vedesse che Biancifiore con le propie mani ti traesse il cuoreforte gli sarebbe a credere che ella ti potesse se non amare. E adunqueacciò che questo amore cessiegli cerca d'ucciderti: però per lo mio consiglio tu al presente lascerai il paesee pellegrinando per le strane partite della tua salute farai guardiano. Tu puoi manifestamente conoscere te non essere possente a resistere al suo furore: dunque anzi tempo non volere perirema la tua giovane età ti conforti di poter pervenire a miglior fine che il principio non ti mostra. La fortuna ha subiti mutamentie avviene alcuna volta che quando l'uomo crede bene essere nella profondità delle miserieallora subito si ritrova nelle maggiori prosperità -. A cui Fileno piangendo così rispose: - Oimèor che farà Florio ad uno che l'abbia in odiose a me che l'amo ha pensata la morte? - A cui quelli rispose: - Amerallo! Le leggi d'amore sono variate da quelle della natura in molte cose: in tale atto niuno volentieri vuole compagno. Né per te fa di cercare gli altrui pensierima pensare del tuo bene. Posto che Florio similmente volesse uccidere uno che odiasse Biancifiorese' tu però fuori del pericolo? Certo no: dunque pensa alla tua salute -. - Oimè! - disse Fileno - dunque lascerò io Marmorina e la vista di Biancifiore? -. - Sì - gli rispose quelli- per lo tuo migliore -. Disse Fileno: - Certo io non conosco che vantaggio qui eleggere si possa se solo una volta si muore. Buono è il viverema meglio è tosto morire che vivendo languiree cercare la mortee non poterla avere -. - Non è - disse l'amico - a chi vive sperando nella potenza degl'iddiicome avanti ti dissiperò che le future cose ci sono occulte. E in qualunque modo si vive è migliore che il morire. Ogni cosa perdutavolendo l'uomo valorosamente operaresi può ricuperarema la vita no: però ciascuno dee essere di quella buono guardiano -. - Certo - disse Fileno - a chi può prendere speranzae sperando aspettarenon dubito che di guardare la sua vita egli non faccia il miglioreche volere per un subito dolore morire. Ma come posso io così fareche non tanto partendomima solamente pensando ch'io mi deggia partire dalla vista del bel viso di Biancifioremi sento ogni spirito combattere nel cuore e domandare la mortee l'animache sente questa doglia e questa tempestasi vuol partire? -. A cui colui rispose: - Non sono cotesti i pensieri necessarii a teperò che a coloro che in simile caso sono che se' tuconviene che facciano della necessità diletto. Tu vedi che tu se' costretto di partire: non imaginare di prendere etterno essilioma imagina che per comandamento di Biancifioreper cui non ti sarebbe grave il morirese avvenisse ch'ella tel comandassetu sii mandato in parte onde tu tosto tornerai. Questa imaginazione t'aiuterà e faratti più possente a sostenere gli affanni della partita infino a tanto che tu poiausatoli sappia sostenere sanza tanta noia -. A cui Fileno disse: - Questo che tu mi di' m'è impossibileperò che il sollecito amore non mi lascia durare tale pensiero nel cuorema qualora più mi vi dispongoallora più con i suoi m'assalisce: e chi è colui che possa la sua coscienza ingannare? -. Disse quelli: - I pensieri d'amore non ti assalirannoquando alcuna volta resistendo cacciati gli avrai da tee la coscienzaposto che interamente ingannare non si possaalmeno l'uomo la può fare agevole sostenitrice di quello ch'e' vuolecon un lungo e continuo perseverare sopra un pensiero -. - Certo questo vorrei io bene - disse Fileno. - Dunque potrai tu - gli fu risposto. Allora disse Fileno: - Ecco ch'io mi dispongo al pellegrinare per lo tuo consiglio -. - Sì - disse quelli- e io in tua compagniase a te piace -. A cui Fileno disse: - Noio amo meglio dolermi soloche menare te sanza consolazione -. A cui quelli rispose: - Caro amicoove che tu vadile tue lagrime mi bagneranno sempre il cuoreil quale mai sanza compassione di te non sarà: però lasciami avanti venireacciò che tuavendo la mia compagniaabbi cagione di meno dolerti -. Disse Fileno: - Amicoa me piace più che tu rimanghiacciò che almenoveggendotiBiancifiore si ricordi di me e dello essilio ch'io ho per lei. E se accidente avvenisse per lo quale mi fosse licito il tornarevoglio che tu sollecito rimanghi a mandare per medove che i fortunosi casi m'abbiano mandato -. A cui quelli disse: - Cosìcome a te piacesarà fatto -. Fileno allora si partì da luieritornato alla sua casacosì cominciò piangendo a dolersi fra se medesimo:

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O misero Fileno, piangi, però che la fortuna t'è più avversa che ad alcuno. Sogliono gli altri, per odiare o per male operare, lasciare li loro paesi, o tal volta morire; ma a te per amore conviene che tu vada in essilio. Or che vita sarà la tua? Sarà dolente; ma certo io non la voglio lieta. Io conosco Biancifiore turbata, e scoprirmi il falso amore, mostrando nel viso d'avermi per adietro ingannato. Io mi fuggirò del suo cospetto, e fuggendomi piacerò a Florio e a lei, l'amore de' quali m'era occulto quando m'innamorai. Il velo da lei ricevuto sarà sola mia consolazione e della mia miseria. Equesto in se medesimo diliberatovolontario essilioseguendo il consiglio del suo amicoprese occultamente.

[33]

Quando Apollo ebbe i suoi raggi nascosie l'ottava spera fu d'infiniti lumi ripienaFileno con sollecito passo piglia la sconsolata fuga. Egli nella dubbiosa menteuscito di Marmorinanon sa essaminare qual cammino sia più sicuro alla sua salutema del tutto abandonato a' fatipiangendo pone le redine sopra il portante cavalloe piangendo abandona le mura di Marmorinacon gli occhi rimirando quelle infino che licito gli è. Ma poi che l'andante cavallo lui carico di pensieri ebbe tanto avanti trasportatoche più non gli fu licito di vedere la sua cittàegli con più lagrime incominciò ad intendere al suo cammino. E primieramente veduto l'uno e l'altro lito di Bacchiglionepervenne alle mura costrutte per adietro dall'antico Antenoree in quelle vide il luogo ove il vecchio corpo con giusto epitafio si riposava. Ma di quindi passando avantiin poche ore pervenne alle sedie del già detto Antenoreposte nelle salate ondenell'ultimo seno del mare Adriano: e in quel luogo non sicurosalito in picciolo legno ricercò la terra. E pervenuto all'antichissima città di Ravennasu per lo Po con le dorate arene se ne venne alla città posta per adietro da Manto ne' solinghi paduli. Ma quivi sentendosi più vicino a quello che egli più fuggivadimorò pocoe salito su per li colli del monte Appenninoe di quelli declinandoscese al pianopigliando il cammino verso le montagnefra le quali il Mugnone rubesto discende. E quivi pervenutovide l'antico monte onde Dardano e Siculo primieramente da Italoloro fratellosi dipartirono pellegrinando; e poco avanti da sé vide le ceneri rimase d'Attila flagello dopo lo scelerato scempio fatto de' pochi nobili cittadini della città edificata sopra le reliquie del valoroso consolo Fiorinoquivi dagli agguati di Catellino miserabilmente ucciso. Alle quali avuta compassionesi partìe sanza tenere diritto cammino errando pervenne a Chiusiove già Porsennasecondo che gli fu dettoavea il suo regno con forze costretto ad ubidirsi. Né troppo lungamente andò avanti ch'egli vide il cavato monte d'Aventinonel quale Cacco nascose le 'mbolate vacche ad Erculestrascinate nelle cave di quello per la coda. Ma dopo lungo affanno pervenne nella eccellentissima città di Romaove egli d'ammirazione più volte ripieno fuveggendo le magnifiche coseinestimabili ad ogni alto intelletto sanza vederle: e in quella vide il Teveroa cui gl'iddii concederono innumerabili grazie. Egli vide l'antiche mura d'Albae ciò che era notabile nel paese. Ma quivi non fermandosivolgendo i suoi passi al mezzo giornosi lasciò dietro le grandissime Alpi e i monti i quali aspettavano l'oscurissima distruzione del nobile sangue d'Aquilonee pervenne a Gaietaetterna memoria della cara balia di Enea. E di quella pervenne per le salate onde a Pozzuoloavendo prima vedute l'antiche Baie e le sue tiepide ondequivi per sovenimento degli umani corpi poste dagl'iddii. E in quel luogo vedute l'abitazioni della cumana Sibillase ne venne in Partenopené quivi ancora fermatocercò i campi de' Sannitie vide la loro città. Donde partitosivolgendo i passi suoivide l'antica terra Capo di Campagna posta da Capisequindi partendosipervenne fra li salvatichi e freddi monti d'Abruzzifra' quali trovò Sulmonariposta patria del nobilissimo poeta Ovidio. Nella quale entrandocosì cominciò a dire: - O città graziosa a ciascuna nazione per lo tuo cittadinocome poté in te nascere o nutricarsi uomoin cui tanta amorosa fiamma vivesse quanta visse in Ovidiocon ciò sia cosa che tu freddissima e circundata da fredde montagne sii? -; e questo dettoreverente per lo mezzo di quella trapassò. E continuando i lamentevoli passisi trovò a Perugiadalla quale partitoside' cammini ignorantepervenne alle vene ad Oncionde le chiarissime onde dell'Elsa vide uscire e cominciare nuovo fiume. Dopo le quali discendendovenne infino a quel luogo ove l'Aglienenata nelle grotte di Semifontiin quella mescola le sue acque e perde nome. Quindi mirandosi dintornovide un bellissimo pianoper lo quale volto a man destrafaccendo dell'onde dell'Agliene sua guidanon molto lontano al fiume andòch'egli vide un picciolo monticello levato sopra il pianonel quale uno altissimo e vecchio cerreto era. E in quello mai alcuna scure non era stata adoperatané da' circustanti per alcun tempo cercatofuori che da' loro antichi nell'antico errore delli non conosciuti iddiii quali in sì fatti luoghi soleano adorare. In quello entrò Filenoe non trovandovi via né sentieroma tutto da vecchie radici o da grandissimi roghi occupato con grandissimo affanno infino alla sommità del picciolo monticello salì. Quivi trovò un tempio antichissimonel quale salvatiche piante erano cresciutee le mura tutte rivestite di verde ellera. Né già per antichità erano guaste le imagini de' bugiardi iddiirimase in quello quando il figliuolo di Giove recò di cielo in terra le novelle armicon le quali il vivere etterno s'acquista. E era davanti a quello un picciolo prato di giovanetta erba copertoassai piacevole a rispetto dell'altro luogo. Quivi fermato Fileno stette per lungo spazio; e rimiratosi dintorno e pensato lungamentes'imaginò di volere quivi finire la sua fugae in quello luogo sanza tema d'essere udito piangere i suoi infortuniie se altro accidente non gli avvenissequivi propose di volere l'ultimo dì segnare. E dopo lunga essaminazionevedendo il luogo molto solitariosi pose a sedere davanti al tempio e quivi nutricandosi di radici d'erbee bevendo de' liquori di quellestette tanto che agl'iddii prese pietà della sua miseriasempre piangendoe ne' suoi pianti con lamentosa voce le più volte così dicendo:

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- O impiissima acerbità dell'umane mentiche commisi io ch'io etterno essilio meritassi della piacevole Marmorina? Niuno fallo commisi: amai e amo. Se questo merita essilio o mortetorca il cielo il suo corso in contrario motoacciò che gli odii meritino guiderdone. Se io forse amando ad alcuno dispiaceanon con morte mi dovea seguitarema con riprensione ammaestrare. Ora che riceverà da Florio chi odierà Biancifiore? Non so ch'elli gli si possa farese a quello che a me ha fatto vorrà con iguale animo pensare. AhiFisistratodegno d'etterna memoria per la tua benignitàil qualeudendo con pianti narrare la tua figliuola essere baciatae di ciò dimandarti vendettanon dubitasti rispondere: "Che farem noi a' nostri nimicise colui che ci ama è per noi tormentato?": tu il picciolo fallo con grandissima temperanza mitigasticonoscendo il movimento del fallitore. Dimorar possi tu con pietosa fama sempre ne' cuori umani! Ma certo egli non è men giusta cosa che io pianga i miei amoriche fosse il pianto del crudele arteficeche a Falaris presentò il bue di rameal quale prima convenne mostrare del suo artificio esperienza. Io medesimo accesi il fuoco in che io ardo. Iomiserofui il tenditore de' lacci ne' quali io son caduto. Chi mi costringea di narrare a Florio i miei accidentie di mostrargli il caro velo? Niuna persona. Ignoranza mi fece fallire: e però niuno savio piagneperché il senno leva le cagioni. Ma posto che io pur per ignoranza fallissieragli così gravoso a vietarmi che io più avanti non amassi? Certo io non mi sarei però potuto poi tenere di non amarema nondimeno per la disubidienza a luicui io singulare signore teneaavrei meritato essilio o greve tormento; ma egli mai non mi comandò che io non amassianzi là ov'io non mi guardava cercava la mia morte. O ragionevole giustizia partita delli umani animiperché del cielo non provedi tu alle iniquità? Dehmisero a me!non ho io per la sfrenata crudeltà di Florio perduta la debita pietà del vecchio padre e della benigna madre? Certo sì ho. Io gli ho lasciati per lo mio essilio pieni d'etterne lagrime. Non ho io perduta la graziosa fama del mio valore? Sì ho. Quanti uominiignoranti qual sia la cagione del mio essiliopenseranno me dovere avere commesso alcuna cosa iniquaeper paura di non ricevere merito di ciòmi sia partito? I nimici creano le sconce novelle dove elle non sonoe le male lingue non le sanno tacere. La iniquità da se medesima si spande più che la gramigna per li grassi prati. Non sono io per lo mio tristo essilio divenuto povero pellegrino? Non ho io perduta gioia e festa? Non è per quello la mia cavalleria perduta? Certo sì. Oimèquante altre cose sinistre con queste insieme mi sono avvenute per lo mio sbandeggiamento! Ma certoper tutto questoalcuna cosa del vero amore che io porto a Biancifiorenon è mancato. Più che mai l'amo: niuna penaniuno affannoné alcuno accidente me la potrà mai trarre del cuore. E certo se egli mi fosse conceduto di poterla solamente vederecome io vidi giàtutte queste cose mi parrebbero leggieri a sostenere. Il non poterla vedere m'è sola gravezzaquesto mi fa sopra ogni altra cosa tormentare. Ella co' suoi begli occhiavvegna che falsi sianomi potrebbe rendere la perduta consolazione. Io vo fuggendo per lei. Se l'amore di lei avessinon che il fuggire ma il morire mi sarebbe soave! Ma poi che l'amore non puoi di lei averee il poterla vedere t'è toltopiangimisero Filenoe dà pena agli occhi tuoii quali stoltamente nella forza di tanto amorequanto tu sentiti legarono. Oimè miseroio non so da che parte io mi cominci più a doleretante e tali cose m'offendono! Ma tra l'altretuo crudelissimo signore non figliuolo di Citereama più tosto nimicomi dai infinite cagioni di dolermi di te e di biasimarti. Tugiovanissimo fanciullocon piacevole dolcezza pigli gli stolti animi degli ignorantie in quelli poi con solingo ozio rechi disiderati pensierifabrichi le tue catenecon le quali gli animi de' miseriche tua signoria seguitanosono legati. Ahiquanto è cieca la mente di coloro che ti credono e che del loro folle disio ti fanno e chiamano iddiocon ciò sia cosa che niuna tua operazione si vegga con discrezione fatta! Tu gli altissimi animi de' valorosi signori declini a sottomettersi alla volontà d'una picciola feminella. Tu la bellezza d'un giovanemaestrevole ornamento della naturacon fallace disiderio leghi al volere d'un turpissimo visocon diverse maculei adornato oltre al dovered'una meretrice. Ebrievementeniuna tua operazione è con iguale animo fattaanzi sogliono i miserine' tuoi lacci aviluppatiprendere per te questa scusa: che la tua natura è tale che né i doni di Palladené quelli di Giunonené gentilezza d'animo riguardama solamente il libidinoso piacere; e in questo credono alle tue opere aggiungere grandissime laudema con degno vituperio te e sé vituperano. Ma che giova tanto parlare? Tu se' d'età giovane: come possono le tue operazioni essere mature? Tuignudonon dei poter porgere speranza di rivestire. Le tue ali mostrano la tua mobilitàné m'è della memoria uscito averti in alcune parti veduto privato della vista: dunquecome di dietro alla guida d'un cieco si può fare diritto cammino? Ahitristi coloro che in te sperano! Tu levi loro il pensiero de' necessarii benie empili di sollecitudine di vana speranza. Tu gli fai divenire cagione delle schernevoli risa del popolo che li vedee essimiseri e di questo ignoranti assai volte di se stessi con gli altri insieme fanno beffené sanno quello che fanno. Tardi conosco i tuoi effettima certomentre ignorante di quelli fuiniuno suggetto avesti che più fede di me ti portassené che più la tua potenza essaltasse: e ancora in quella semplicità ritornereise benigno mi volessi esserecome già fosti a molti. Oimè miseroche io non so che io mai contra te adoperassiper la qual cosa così incrudelire in me dovessicome fai! Io mai non ti rimproverai la tua giovanezzané biasimai la forza del tuo arcocome fece Feboné alla tua madre levai il caro Adonené scopersi i suoi diletti i quali con Marte prendeacome tutto il cielo vide. Io mai non adoperai contro a teperché tu mi dovessi nuocere; ma tu di mobile naturae nescio di quel che faimi tormenti oltre al dovere. Solo in uno atto si conosce te avere alcun sentimentoin quanto mai non cerchi d'essere se non in luogo a te simiglianteavvegna che questa discrezione più tosto alla natura che a te si dovrebbe attribuire. Il tuo diletto è di dimorare ne' vani occhi delle scimunite feminele quali a te costrigni con meno dolore che i miseri che in tale laccio incappano; e poi con esse di quelli ti diletti di ridereconsentendo loro il potersi far beffe de' tristi sanza niuno affanno d'esse: delle qualischiera di perfidissima iniquità pienenon posso tenermi ch'io non ne dica ciò che dentro ne sento.

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Voio sfrenata moltitudine di feminesiete dell'umana generazione naturale faticae dell'uomo inespugnabile sollecitudine e molestia. Niuna cosa vi può contentare destatrici de' pericolicommettitrici de' mali. In voi niuna fermezza si truova: ebrievementevoi e 'l diavolo credo che siate una cosa! E che ciò sia verodavanti a noi infiniti essempli a fortificare il mio parlare se ne truovano. E volendo dalla origine del mondo incominciare si troverà la prima madre per lo suo ardito gusto essere stata cagione a sé e a' discendenti d'etterno essilio de' superiori reami. E questo malvagio principio in tanto male crebbeche la prima età nello allagato mondo tutta perìfuori che Deucalion e Pirraa cui rimase la fatica di restaurare le perdute creature. Ma posto che la quantità delle femine mancassela vostra malvagità nella poca quantità non mancò. E non era ancora reintegrato il numero degli annegatiquando colei che l'antica Bambillonia cinse di fortissime e alte murapresa da libidinosa volontàcol figliuolo si giacquefaccendo poi per ammenda del suo fallo la scelerata legge che il bene placito fosse licito a ciascuno. O cuore di ferro che fu quello di costei! Quale altra creaturafuori che femina avrebbe potuta sì scelerata cosa ordinarecheconoscendo il suo malenon s'ingegnasse di penterema s'argomentasse d'inducervi i suggetti? Ma ancora che questo fosse grandissimo falloquanto fu più vituperevole quello che Pasife commisela quale il vittorioso maritore di cento cittànon sostenne d'aspettarema con furiosa libidine essere da un toro ingravidata sostenne? Fu ciascuno de' detti falli sceleratissimoma nullo fu sì crudelmente fatto quanto quello che Clitemestra miseramente commise: la qualenon guardando alla debita pietà del maritoil quale in terra era stato vincitore di Marteper mare di Nettunnoma presa del piacere d'un sacerdoterimaso ozioso ne' suoi paesiconsentì cheporto ad Agamenone il non perfetto vestimentoe in quello vedendolo avviluppatoEgisto miserabilemente l'uccidesseacciò che poi sanza alcuna molestia i loro piaceri potessero mettere in effetto. Quanta fu ancora la lascivia di Elenala qualeabandonando il propio maritoe conoscendo ciò che dovea della sua fuga seguireanzi volle che il mondo perisse sotto l'armi che ella non fosse nelle braccia di Pariscontenta che per lei si possa etternalmente dire Troia essere strutta e i Greci morti crudelmente! Quanta acerbità e quanta ira si puote ancora discernere essere stata in Progneucciditrice del propio figliuolo per far dispetto al marito! E Medea simigliantemente! E in cui si trovò mai tanto tracutato amore quanto in Mirrala quale con sottili ingegni adoperò tanto che col propio padre più fiate si giacque? E la dolente Biblis non si vergognò di richiedere il fratello a tanto falloe la lussuriosa Cleopatra d'adoperarlo. E ancora la madre d'Almeon per picciolo dono non consentì il mortale pericolo d'Anfirao suo marito? E qual diabolico spirito avrebbe potuto pensare quello che fece Fedrala quale non potendo avere recato Ipolito suo figliastro a giacere con leicon altissima voce gridando e stracciandosi i vestimenti e' capelli e 'l visodisse sé essere voluta isforzare da lui elui presoconsentì che dal propio padre fosse fatto squartare? Quanto ardire e quanta crudeltà fu quella delle femine di Lennocheessendo degnamente suggette degli uominiper divenire donnequelli nella tacita notte con armata mano tutti diedero alla morte? E simile crudeltà nelle figliuole di Belo si trovòle quali tutte i novelli sposi la prima notte uccisero fuori che Ipermestra. Oimèch'io non sono possente a dire ciò che io sento di voi! Ma sanza dire più avantiquanti e quali essempli son questi della vostra malvagità? O femineinnumerabile popolo di pessime creaturein voi non virtùin voi ogni vizio: voi principio e mezzo e fine d'ogni male. Mirabil cosa si vede di voifra tanta moltitudine una sola buona non trovarsene. Niuna fedeniuna verità è in voi. Le vostre parole sono piene di false lusinghe. Voi ornate i vostri visi con diversi atti ad inretire i miseriacciò che poiliete d'avere ingannatocioè fatto quello a che la vostra natura è prontave ne ridiate. Voi siete armadura dello etterno nimico dell'umana generazione: là ov'egli non può vincere co' suoi assaltie egli incontanente a' pensati mali pone una di voiacciò che 'l suo intendimento non gli venga fallito. Guai etterni puote dire coluiche nelle vostre mani incappanon gli fallino. Misera la vita miache incappato ci sono! Niuna consolazione sarà mai a me di tal fallopensando che una giovanela quale io più tosto angelica figura che umana creatura riputavacon falso riguardamento m'abbia legato il cuore con indissolubile catenae ora di me si ridecontenta de' miei mali. Ma certo la miserabile fortuna che abassato per li vostri inganni mi vedeassai mi nuocee niuno aiuto mi porge anzi s'ingegna con continua sollecitudine di mandarmi più giù che la più infima parte della sua rotase far lo potessee quivi col calcio sopra la gola mi tienené possibile m'è lasciare il doloroso luogo -.

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Era il pianto e la voce di Fileno sì grandeperò che in luogo molto rimoto gli parea essere da non dovere potere essere uditoche un giovane il quale a piè del salvatico monticello passavasentì quelloe avendovi grandissima compassioneper grande spazio stette ad ascoltarenotando le vere parole di Fileno; ma poi volonteroso di vedere chi sì dolorosamente piangesseseguendo la dolente vocesi mise per lo inviluppato boscoe con grandissimo affanno pervenne al luogo ove Fileno piangendo dimorava. Il quale egli nel primo avvento rimirando appena credette uomoma poi che egli l'ebbe raffiguratoil vide nel viso divenuto brunoe gli occhirientrati in dentroappena si vedeano. Ciascuno osso pingeva in fuori la ragrinzata pellee i capelli con disordinato rabuffamento occupavano parte del dolente visoe similmente la barba grande era divenuta rigida e attortai vestimenti suoi sordidi e brutti: egli era divenuto quale divenne il misero Erisitonequando séper sé nutricarecominciò a mangiare. Nullo che veduto l'avesse ne' tempi della sua prosperitàl'avrebbe per Fileno riconosciuto. Ma poi che il giovane l'ebbe assai riguardatocosì gli disse: - O dolente uomogl'iddii ti rendano il perduto conforto. Certo il tuo abito e le tue lagrime con le tue voci m'hanno mosso ad avere compassione di te; ma se gl'iddii i tuoi disiderii adempianodimmi la cagione del tuo dolore: forse non sanza tuo bene la mi dirai; e ancora mi dìse ti piaceperché sì solingo luogo hai per poterti dolere eletto -. Maravigliossi Fileno del giovane quando parlare l'udìe voltatosi verso luinon dimenticata la preterita cortesiacosì gli rispose: - Io non spero già che gl'iddii mi rendano quello che essi m'hanno toltoperché io i tuoi prieghi adempia: ma però che la dolcezza delle tue parole mi spronanomi moverò a contentarti del tuo disio. E primieramente ti sia manifesto che per amore io sono concio come tu vedi -; eappresso questotutto ciò che avvenuto gli era particularmente gli narrò. Dopo le quali paroleancora gli disse: - La cagione per che in sì fatto luogo io sono venutoè che io voglio sanza impedimento potere piangere. Eappressoio non voglio essere a' viventi essemplo d'infinito dolorema voglio che infra questi alberi la mia doglia meco si rimanga -. Udito questoil giovane non poté ritenere le lagrimema con lui incominciò dirottamente a piangeree disse: - Certo la tua effigie e le tue voci mostrano bene che così ti dolgacome tu parli; maal mio parerequesta doglia non dovria essere sanza confortocon ciò sia cosa che personeche molto l'hanno avuto maggiore che tu non haisi sono confortate e confortansi -. Disse allora Fileno: - Questo non potrebbe essere: chi è colui che maggior dolore abbia sentito di me? -. - Certo - disse il giovane- io sono -. - E come? - disse Fileno. A cui il giovane disse: - Io il ti dirò. Non molto lontano di quiavvegna che vicina sia più assai quella parte alla città di colui i cui ammaestramenti io seguiie dove tu non molto tempo ci fosti sì come tu di'era una gentil donnala quale io sopra tutte le cose del mondo amai e amo: e di lei mi concedette Amoreper lo mio buon servireciò che l'amoroso disio cercava. E in questo diletto stetti non lungo tempoché la fortuna mi volse in veleno la passata dolcezzache quando io mi credea più avere la sua benivolenzae avere acquistato con diverse maniere il suo amoree io con li miei occhi vidi questa me per un altro avere abandonatoe conobbi manifestamente che ella lungamente con false parole m'avea ingannatofaccendomi vedere che io era solo colui che il suo amore avea. La qual cosa come mi si manifestòniuno credo che mai simile doglia sentisse com'io sentii: e veramente per quella credetti morire; ma l'utile consiglio della ragione mi rendé alcun confortoper lo quale io ancora vivo in quello essere che tu mi vediricoprendo il mio dolore con infinta allegrezza. Le cose sono da amare ciascuna secondo la sua natura: quale sarà colui sì poco savio che ami la velenosa cicuta per trarne dolce sugo? Molto meno ha savio colui che una femina amerà con isperanza d'essere solo amato da lei lunga stagione: la loro natura è mobile. Qual uomo sarà che possa ammendare ciò che gl'iddii o li superiori corpi hanno fatto? E però sì come cosa mobile sono da amareacciò che de' loro movimenti gli amantisì come essesi possano ridere: e se elle mutano uno per un altroquelli possa un'altra in luogo di quella mutare. Niuno si dorrà seguendo questo consiglio. Tunon avendolo seguitoora per niente piangi: con ciò sia cosa che tu niente abbia perdutodi che ti duoli tu? Sì come tu di'niente possedesti: e chi non possiede non può perdere; e chi non perdedi che si lamenta? Credesti alcuna voltaper alcuno sguardo fatto a te da quella giovane cui tu amiche ella t'amasse: hai conosciuto che quello era bugiardoe che ella non t'ama. Certo di questo ti dovresti tu rallegrare e rendere infinite grazie agl'iddiiche t'hanno aperti gli occhi avanti che tu in maggiore inganno cadessi. Se forse dello essilio che hai pianginon fai il migliore: chépensando al veroniuno essilio si può averecon ciò sia cosa che il mondo sia una sola città a tutti. Ove che la fortuna ponga altruiella nol può cacciare di quello. In ciascun luogo giunge altrui la morte con finale morso. A' virtuosi ogni paese è il loro. Lascia questi pianti e leva suvienne con mecoe virtuosamente pensa di viveree metti in oblio la malvagità di quella giovane che a questo partito t'ha condotto: che de' cieli possa fuoco discendere che igualmente tutte le levi di terra! -. A cui Fileno disse: - Giovaneben credo che il tuo dolore fu grandee similmente il tuo animopoi che con pazienza il poté sostenere; ma io mi sento troppo minore l'animo che la dogliae però invano ci si balestrano confortevoli parole. Io sono disposto a piangere mentre io vivrò: gl'iddii per me del tuo buon volere ti meritino. Io ti priego per quello amore che tu già più fervente portasti alla tua donnache non ti sia noia il partirti e 'l lasciarmi con continue lagrime sfogare il mio dolore -. - G l'iddii te ne traggano tosto di cotale vita - disse il giovane. E partitosi da luise ne tornò per quella via onde venuto era.

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Partito il giovaneFileno ricominciò il doloroso pianto; e increscendogli della sua vitacon dolenti voci incominciò a chiamare la morte così: - O ultimo termine de' doloriinfallibile avvenimento di ciascuna creaturatristizia de' felici e disiderio de' miseriangosciosa mortevieni a me! Vieni a colui a cui il vivere è più noioso che il tuo colpovieni a colui che graziosa ti riputerà! Dehvieniché il tristo cuore ti chiede! Oimèch'io non posso con la debole voce esprimere quanto io ti disidero. Poi che un solo colpo dei tuoi debbo riceverepiacciati di concederlo sanza più indugio. Non sia l'arco tuo più cortese a me che al valoroso Ettore o ad Achille. Io tengo in villania il lungo perdono che da lui ho ricevuto. I doni disideratitosto donatidoppiamente sono graditi: concedi questo a me che tanto disiderata t'hoe che con così dolente voce ti chiamo. Oimècome sono radi coloro che con volonteroso animo ti ricevonocome ti riceverò io! Dunqueperché non vieni? Non consentire che disiderandoticome io foio languisca più. Io non ricuserò in niuna maniera la tua venuta. Vieni come tu vuoisolo ch'io muoia. Io non fuggirei ora gli aguti ferriné le taglienti spade com'io feci già; l'agute sanne de' fieri leoni non mi dorrebbenoné di qualunque altra fiera dilacerante il mio corpo: dunque vieni. O rapaci lupio ferocissimi orsise alcuni nel dolente boscobramosi di predadimoratevenite a mefacciasi il mio corpo vostro pasto: adempiete quel disio che altri adempiere non mi vuole. Oimèperisca il tristo corpopoi che perita è la speranzacerchi la dolente anima i regni atti al suo dolore e vada con la sua pena alle misere ombre di Diteove forte sarà che maggior pena che ella al presente sostienevi truovi. O iddii abitatori de' celestiali regnise alcuno mai in questo luogo ricevette onore di sacrificio dolgavi di me. O driadeabitatrice di questi luoghifate che la misera vita mi fugga. O infernali iddiirapite del mio misero corpo la vostra anima. Cessi che io più me e voi stimoli con le mie voci -. E così piangendo e gridandotutto delle propie lagrime si bagnavabaciando sovente il candido velosopra il quale per debolezza sovente cader si lasciava. Ma Floriorimaso a Montoropresto a mettere in essecuzione le triste insidie sopra Filenoudito che il misero per paura di quelle avea preso volontario essiliolasciò stare le cominciate cosee incominciossi alquanto a riconfortareimaginando che poi che questo era cessato di che egli più dubitavaniuna altra cosafuori che prolungamento di tempoal suo disio gli poteva noiare.

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La santa deache due volte era discesa de' suoi regni per impedire il ferventissimo amore tra Florio e Biancifiore cresciuto per lungo temposentendo Florio rallegrarsi e il misero Fileno avere per le operazioni di lei preso dolente essilioparendole niente aver fattopropose del tutto di volere la sua imaginazione compiere. E discesa del cielo la terza voltasopra un'alta montagna in forma di cacciatrice si pose ad aspettare il re Feliceche quivi cacciando su per quella doveva quel giorno venire. Ella avea i biondi capelli ravolti alla sua testa con leggiadro avolgimentoe il turcasso cinto con molte saettee nella sinistra il forte arco portava. E quivi per picciolo spazio dimorandodi lontano vide il re Felice soletto correre dietro ad un grandissimo cervioil quale verso quella parte ov'ella era fuggiva: al quale ella si parò davanti e con soavissima voce salutatoloabandonato il cervioil ritenne a parlar seco. A cui il renon conoscendoladisse: - Giovane donnacome in questo luogo sì sola dimorate? -. - Di qui non sono guari lontane le compagne - rispose Diana; - ma tu come a questi diletti intendicon ciò sia cosa che il tuo figliuoloper amor di colei cui tu tieni in casaguadagnata ne' sanguinosi campisi muore? Io conosco il sopravegnente pericoloe dicoti che se tosto rimedio a questa cosa non prendiella il ti torrà -. E questo dettosubitamente sparve. Rimase il re tutto stupefatto e pieno di pensieri quandovolendo consiglio domandarevide la dea sparitae così tra sévoltando i suoi passidisse: - Veramente divina voce m'ha i miei danni annunziati -. E di grieve dolore oppressolasciata la cacciasi tornò in Marmorma.

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Ritornato il re in Marmorina dentro al suo palagioin una camerasolettocon bassa frontesi pose pensando a sedere ripetendo in sé l'udite parole dalla santa deae in sé rivolgendo che rimedio alle cose udite potesse pigliare. E in tali pensieri dimorandola reina sopravenne; e vedendo il re turbatosi maravigliòe timidamente così gli disse: - O caro signorese licito è ch'io possa sapere la cagione della vostra turbazione io vi priego che ella non mi si celi -. A cui il re rispose: - Ella non ti si può né dee celaree però io la ti dirò: oggi nel più forte cacciare che io faceacorrendo dietro a un cervionon so che si fosseo dea o altra creaturama in abito d'una cacciatricem'apparve una bella donnala qualedopo alquante parolemi disse che se con subito provedimento noi non soccorressimoche Florio per Biancifiore perderemmo: e questo dettosparve subitamentené più la potei vedere. Onde io da quella ora in qua con grieve doglia sono dimorato e dimoro. Io conosco manifestamente che la fortunadei nostri beni invidiosasi oppone a quellie vuolcene in miserabile modo privare. Io non so che consiglio pigliare. Io mi consumo pensando che per una serva io debba perdere il caro figliuolo acquistato con tanti prieghi. O maladetto giornoo perfidissima ora della sua nativitàperché mai venisti? Egli non per nostra consolazionema per dolorosa distruzione di noi nacque: ma certo la cagione di tanta e di tale tristizia converrà che prima di me perisca. Questi mali e queste angosciose fatiche solo per la vilissima serva procedono. Io le leverò con le propie mani la vita: la mia spada trapasserà il suo sollecito petto: e di questo segua che puote! E certo se i fati altre volte la trassero delle cocenti fiammeessi non la trarranno ora del mio colpo. Oimèche mi parea incredibile per adietroquand'io udiva che sola Biancifiore era ancora da lui dimandatae diceva: "Se ciò fosse verogià il duca e Ascalion me l'avrebbero fatto sentire!". Ma io credo fermamente che la puttana l'abbia con virtuose erbeo con paroleo con alcuna magica arte costrettoperò che mai non si udì che femina con tanto amore durasse in memoria d'uomoquanto costei è durata a lui. Ma certo a mio potere l'erbe e le incantazioni le varranno altressì poco: come a Medea valessero! -.

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Poi che il renarrate queste cosesi tacquela reinadopo alcuno sospirocosì disse: - Oimèora ha egli ancora nella memoria Biancifiore? Certose questo ènegare non possiamo che in contrario non ci si volga la prosperevole fortuna passata. Io imaginava che egli più non se ne ricordasse; ma poi che ancora gli è a mentesoccorriamo con pronto argomento -. - Niuno rimedio è sì presto come ucciderla - disse il re- e acciò che infallibile sia il colpoio l'ucciderò con la propia mano -. A cui la reina disse: - Cessino questo gl'iddiiche un re si possa dire che colpevole nella morte d'una semplice giovinetta siao che le mani vostre di sì vile sangue siano contaminate. Se noi la sua morte disideriamonoi abbiamo mille servi presti a maggiori cosenon che a questa; ma noisanza esser nocenti contro lo innocente sangue di leipossiamo in buona maniera riparare; e ciò v'aveva io già più volte voluto direma oravenuto il casovel dirò. Io intesipochi dì sono passatiche venuta era ne' nostri portilà dove il Po le sue dolci acque mescola con le salseuna ricchissima navedi che parte si venga non sola qualesecondo che m'è stato portospacciato il loro caricosi vogliono partire: mandate per li padronie a loro sia Biancifiore venduta. Essi la porteranno in alcuna parte strana o molto lontana di quie di essa mai niuna novella si saprà: e a Florio date ad intendere che morta siafaccendole fare nobilissima sepoltura e bellaacciò che più la nostra bugia somigli il vero. E eglicredendo questopoi s'auserà a disamarla -.

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Niente rispose il re a' detti della reinama in se medesimo alquanto rattemperato pensò di volere tal consiglio seguiree seguendolo imaginò che sanza fallo gli verrebbe il suo avviso fornito. E uscito della sua cameraa sé chiamò Asmenio e Proteogiovani cavalieri e valorosie disse così loro: - Sanza alcuno indugio cercate i nostri porti là dove il Po s'insala: quivi n'è detto che una ricchissima nave è venuta; fate che voi la veggiatee conosciate di quella i signorie sappiate di qual paese vienee di che è caricae quando si dee partiree ordinatamente tutto mi raccontate nella vostra tornatala quale sanza niuno indugio fate che sia -.

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Mossersi i due giovani con quella compagnia che piacque loroepervenuti a' dimandati portimontarono sopra la bella naveove essi onorevolemente ricevuti furono da Antonio e da Menonesignori e padroni di quella. E poi che Asmenio dimorato con loro alquanto fuegli disse: - Belli signorinoi siamo cavalieri e messaggi dell'alto re di Spagnane' cui porti voi dimorate; e siamo qui venuti a voi per essere di vostra condizione certie per sapere qual sia il vostro caricoe da quali liti vi siate con esso partitie che intendiate di fare. Piacciavi che di tutte queste cose noi al nostro signore possiamo rendere vera risposta -. A cui Antonioper età e per senno più da onorarecosì rispose: - Amicivoi siate i ben venuti. Noibrievementesiamo ad ogni vostro piacere dispostie però alla vostra dimanda così vi rispondiamoe così a chi vi manda risponderete: il presente legno è di questo mio compagno e mioi qualiegli Menone e io Antonio siamo chiamatie nascemmo quasi nelle ultime parti dell'ausonico cornovicini alla gran Pompeiavera testimonia delle vittorie ricevute da Ercule ne' vostri paesie da lui edificata; e vegnamo dalli lontani liti d'Alessandria in questi luoghinon volonterosi venutima da fortunale tempo portatinel quale gl'iddiila mercé loroci hanno tanta di grazia fattache quasi tutto il carico della nostra nave avemo spacciatoil quale fu in maggior parte spezieriaperle e oroe drappi dalle indiane mani tessuti; e intendiamoove piacere de' nostri iddii siadi cercare le sedie d'Antenoreposte nell'ultimo seno di questo marequando avremo tempo; e quivi di quelle cose che per noi sarannointendiamo di ricaricare la nostra nave e di tornare agli abandonati liti. Se per noi si può far cosa che al vostro signore e a voi piacciacome umilissimi servidori a' vostri piaceri ci disponiamo -. Assai gli ringraziarono i due cavalieri e ultimamente gli pregarono che non fosse loro noia alquanti giorni attendergliperò che con loro credevano dovere avere a fare. A cui essi risposero che uno annose tanto loro piacessegli attenderebbono.

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Tornarono i due cavalieri al ree chiaramente ogni cosa udita da' padroni gli narrarono. A' quali il re disse: - Tornate ad essi e domandateli se essi volessero una bellissima giovane comperarela quale innumerabile tesoro ho carae con la risposta tacitamente tornate -. Ripresero i cavalieri il camminoericevuti con amorosi accoglimentia' mercatanti la loro ambasciata contarono aggiungendo che dalla bella giovane inverso la reale maestà grandissimo fallo era stato commessoper lo quale morte meritava - ma il signorepietoso della sua bellezzanon ha voluto privarla di vita: maacciò che il fallo non rimanga impunitola vuole venderecome contato v'abbiamo -. A cui i mercatanti risposero ciò molto piacere loro: e se bella era quanto contavanonullo migliore comperatore d'essi se ne troverebbe. - Adunque - disse Asmenio - arrecate i vostri tesori e venite con noiacciò che voi veggiate che quello che vi diciamo è vero -.

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Caricati i mercatanti i loro tesorie presi molti loro cari gioiellicon li due cavalieri se ne vennero a Marmorinaove dal re onorevolmente ricevuti furono. E quando tempo parve al re di volere che essi vedessero Biancifioreegli disse alla reina: - Va e fa venire la giovane -. Al cui comandamento la reina andata in una camera ove Biancifiore eradisse: - O bella giovanerallegratiche picciolo spazio di tempo è a passare che il tuo Florio sarà qui; e però adornatiacciò che tu gli possi andare davanti e fargli festae che egli non gli paia che le tue bellezze sieno mancate -. Corse al cuore di Biancifiore una subita letiziaudendo le false parolee per poco non il cuoreabandonato dalle interiori forzecorse di fuori a mostrare festaper debolezza perì. Ma poiquelle tornate ciascuna nel suo luogo furonoBiancifiore s'andò ad ornare. Ella i dorati capelli con sottile artificio mise nel dovuto stileesé di nobilissimi vestimenti vestitasopra la testa si puose una bella e leggiadra coronettae con lieti sembianti cominciò ad attenderedisiderosa d'udire dire: "Ecco Florio!".

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Il re fece chiamare i due mercatantie con loro sanza altra compagniase ne entrò in una camerae disse loro: - Voi vedrete di presente venire una creatura di paradiso in questo luogola quale sarà al vostro piacerese assai tesori avete recati -. E detto questocomandò che Biancifiore venisse. Allora la reina disse a Biancifiore: - Andiamo nella gran salanon dimoriamo quiacciò che di lontano possiamo vedere il caro figliuolo -. Mossesi Biancifiore soletta di dietro alla reina e venne nel luogo ove i due mercatanti dimoravano. E come l'ariadi nuvoli pienaporge alla terra alcuna oscuritàla quale poipartendosi i nuvolida' solari raggi con lieta luce è cacciatacosì parea che dove Biancifiore giungevanuovo splendore vi crescesse. Videro i mercatanti la bella giovaneeripieni d'ammirazioneappena credettero che cosa mondana fossedicendo fra loro che mai sì mirabile cosa non era stata veduta. Elli comandarono che di presente i loro tesori fossero tutti aportati davanti al re; i quali venuti in grandissima quantitàcosì dissero: - Signoresanza altro mercatarede' nostri tesori prendete quella quantità che a voi piaceché noi non sapremmo a così nobile e preziosa cosa porre pregio alcuno -. - Assai mi piace - rispose il re. E di quelli prese quella quantità che a lui parve e l'altra rendé loro. E essicontenti di ciò che fatto avea il resopra tutto ciò che preso aveagli donarono una ricchissima coppa d'oronel gambo e nel piè della quale con sottilissimo artificio tutta la troiana ruina era smaltatacara per maesterio e per bellezza molto. Dopo i ricevuti tesoriil re con sommessa voce così parlò a' mercatanti: - A voi convienepoi che comperata avete costeisanza niuno indugio dare le vele a' ventiné più in questi paesi dimorarenon forse nuovo accidente avvenisse per lo quale il vostro e mio intendimento si sturbasse -. Dissero i mercatanti: - Signorecomandate alla giovanepoi che nostra èche con noi ne vengache noi non l'avremo prima sopra la nostra naveche essendo il tempo ben dispostocome elli ci pare che siache noi prenderemo nostro cammino e sgombreremo i vostri portiperò che per noi non fa il dimorare -.

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Voltossi allora il re a Biancifioree disse: - Bella giovanea me ricorda che quando davanti mi recasti nella festa della mia natività il velenato paoneio giurai per lo sommo Iddio e per l'anima del mio padree promisi al paone che in brieve tempo io ti mariterei a uno de' grandi baroni del mio regno: peròvolendo osservare il mio votot'ho maritatae il tuo marito si chiama Sardanosignore dell'antica Cartaginea noi carissimo amico e parente. Egli con grandissima festa t'aspettasì come i presenti gentili uomini da sua parte a noi per te venuti ne dicono. Però rallegrati: e poi che piacere è di luia cui oramai sarai cara sposacon costoro n'andraie noi sempre per padre terrailà ove bisogno ti fosse tale paternità -. Le cui parole come Biancifiore udìtutta si cambiò nel viso e disse: - Oimèdolce signoree come m'avete voi maritatache io nel gran pericolo che fuiquando ingiustamente al fuoco fui condannataper paura della mortea Diana votai etterna virginitàse dallo ingiusto pericolo mi campasse? -. - Come - disse il re - richiede la tua bellezza etterna virginitàla quale a' venerei atti è tutta disposta? Giunonedea de' santi matrimoniiti rimetterà questo votopoi che il suo numero accresci -. - Oimè! - disse Biancifiore - io dubito che la vendicatrice dea giustamente meco non si crucci -. - Non farà - disse il re- e posto che ciò avvenissequesto è fatto omainon può indietro tornare. Tu dovevi dirloci avanti se così avevi promesso. Imineo lieto e inghirlandato tenga nella vostra camera le sante facelline -. E questo dettocomandò che Glorizia sua maestra le fosse per servigiale donatasì come della misera Giulia era statae che ella fosse da' mercatanti tacitamente menata viae i tesori riposti.

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Biancifioreche i segreti ragionamenti e l'abito de' mercatanti e i ricevuti tesori tutti avea vedutie il tacito stile che il re nella sua partenza tenevae similmente l'unica servitrice a lei donatae le ingannevoli parole della reina che detto l'avea: "Vieniche il tuo Florio viene" nella mente notavafra sé dolendosi incominciò a dire: - Oimèche è questo? In sì fatta maniera non sogliono le giovani andare a' loro sposianzi si sogliono fare grandissime festee io con taciturnità sono cercata di menar via. Né ancora si sogliono per le mie pari da' mariti mandare tesorianzi ne sogliono ricevere. Né ancora costoro paiono uomini atti a portare ambascerie di sì fatte bisognema mi sembrano mercatanti; e i segreti mormorii mi danno cagione di dubitare. E ove s'usa ancora una giovane andare a sì fatto sposoquale egli dice che m'ha donatocon una sola servitrice? Oimèche tutte queste cose mi manifestano che io sono ingannata! Io miseranata per aver malenon maritata ma venduta credo ch'io sonocome schiava da pirrata in corso presa. Oimèche farò? Come che io mi sia o venduta o maritatacome potrò io abandonare il bel paese ove il mio Florio dimora? -. E questo dicendoincominciò sì forte a piangereche a forza mise pietà ne' crudeli cuori del re e della reina. Ma il re ciò non sofferse di stare a vedereanzi si partì per paura di non pentersie la seconda volta comandò che portata ne fosse.

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Già lasciava Febo vedere la sua cornuta sorella disiosa di tornare alquanto con la sua madrequando i mercatantiapparecchiati i cavallilevarono Biancifiore di braccio alla reina semivivae con Glorizia insiemedi quindi partendosila ne portarono. E pervenuti alla loro navecontenti di tale mercatantialei sopra quella poseroapparecchiando la più onorevole parte d'essae pregando gl'iddii che prospero viaggio loro concedessero. E date le vele a' ventisi partirono con Biancifiore da' vietati porticomandando che ricercati fossero i lasciati liti di Soria.

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Zeffiro ancora non era stato da Eolo richiuso nella cavata pietraanzi soffiando correa sopra le salate onde con le sue forzeper la qual cosa i mercatanti prosperamente con la loro nave andavano a' disiderati liti. Ma Biancifioreche ora conosceva manifestamente il tradimento dello iniquo requivi venuta con continuo piantocon più grave doglia veggendosi dalli occidentali liti allontanareincominciò a piangeree a dire così: - Oimèdolorosa la vita miaove sono io portata? Chi mi toglie da' dolci paesi ov'io lascio l'anima mia? O Amoresolo signore della dolorosa mentequanti e quali sono i maliche ioper essere fedelissima suggetta alla tua signoriasostegno! Ma tra gli altri notabilicome tu saiio per te ebbi a morire di vituperevole morteavvegna che per te simigliantemente da quella campassie oracome vilissima serva vendutaper tenon so ove io mi sia portata. Se queste cose fossero manifestechi s'arrischierebbe mai a seguire tua signoria? Dehperché non mi uccidevi tu avantiquando ne' begli occhi di Florio m'apparistiche ferirmiacciò che io per la tua ferita tanto male dovessi sostenere? Oimèch'io non so quali liti saranno da me cercatiné alle cui mani io misera debbo venire. Ma a niune verrò che iguale tristizia non sia la miapoi ch'io lascio il mio Florio. Doveo misera fortunaricorrerò per confortocon ciò sia cosa che ogni speranza fuggita mi sia di potere mai lui rivedere? Io sono portata lontana da luie egli nol sané sa dove: dunque dove sarò io da lui ricercata io come potrò lui ricercareché la mia libertà è stata venduta a costoro infiniti tesori? Ahi misera vitamaladetta sii tuche sì lungamente in tante tribulazioni mi se' durata! O dolcissimo Floriocagione del mio doloregl'iddii volessero che io mai veduto non ti avessipoi che per amarti tante tribulazioni e tante avversità sostenere mi conviene. Ma certo se io mai riveder ti credessiancora mi sarebbe lieve il sostenerle. Oimèor che colpa ho io se tu m'ami? Io mi riputai già grandissimo dono dagl'iddii l'avere avuto da te soccorsoquando per te credetti morire nelle cocenti fiamme: ma certo io ora avrei molto più caro l'essere stata morta. Io non so che mi fare. Io disidero di morire e intanto mi conosco miserissimain quanto io veggio alla morte rifiutarmi. Ora faccino di me gl'iddii ciò che piace loro: niuno uomo fu mai amato da me se non Florioe Florio amo e lui amerò sempre. Nulla cosa mi duole tantoquanto il perduto temponel quale già potemmo i disiderati diletti prendere e non li prendemmoma quello ozioso lasciammo trascorrerepensando che mai fallire non ci dovesse: ora conosco che chi tempo ha e quello attendequello si perde. O misero Filenoin qualunque parte tu vagabundo dimorirallegrati che iocagione del tuo essilioti sono fatta compagna con più misera sorte. A te è licito di tornarema a me è negato. Tu ancora la tua libertà possiedima la mia è venduta. Gl'iddii e la fortuna ora mi puniscono de' mali che tu per me sostieni: ma certo a torto ricevo per quelli ingiuriachécome essi sannomai io non ti mostrai lieto sembiante se non costretta dalla iniquissima madre di colui di cui io sono. Oimèquanto m'è la fortuna contraria! Ma certo ciò non è maravigliacon ciò sia cosa che i figliuoli debbano succedere a' parenti nelli loro atti: chi più infortunato fu che il mio padre e la mia misera madreavvegna che di tutto io fossi cagione se io di ciò fui cagionedunque maggiormente conviene che io infortunata siaanzi posso dire che io sia esso infortunio. Rallegrinsi le loro anime ove che esse sieno: io porto pena del commesso male. O iddiiprovedete alla mia miseriaponeteci fine. O Nettunnoinghiottisci la presente naveacciò che la misera perisca. Racchiudi sotto le tue onde in un corpo tutte le miserieacciò che il mondo riposi: elle sono tutte adunate in me; se tu me nelle tue acque raccoglitutte l'avrai in tua baliae potrai poi di quelle dare a chi ti piacerà. E tuo Eololeva co' tuoi venti le tese veleche al mio disio mi fanno lontana. Ove è ora la rabbia de' tuoi suggettiche a' troiani levò gli alberi e' timonie parte de' loro uomini e delle navi? Risurgaacciò che io più non sia portata avanti. Io disidero di morire ne' vicini mari al mio Florioacciò che il misero corpoportato dalle salate acque sopra i nostri litimuova a pietà colui di cui egli èe da capo con le propie lagrime il bagni. O almeno abassa la potenza del fresco vento che ci pinge alla disiderata parte da costoro. Apri la via agli orientali e agli austriacciò che negli abandonati porti un'altra volta sieno gittate le tegnenti ancoree quivi forse da Florioche già dee la mia partita aver sentitasarò radomandata con maggior quantità di tesori a costoro. Niuna altra speranza m'è rimasain niuna altra maniera mai rivedere non credo colui che è solo mio bene. Oimèi miei prieghi non sono uditi! E chi ascoltò mai priego di misero? Io m'allungo ciascuna ora più da teo Florioin cui l'anima mia rimane. E però rimanti con la grazia degl'iddiii quali io priego che da sì fatta doglia come io sentoti levino. Pensa d'un'altra Biancifioree me abbi per perduta: li fati e gl'iddii mi ti tolgono. Io non credo mai più rivedertiperò che veggendomiti ciascuna ora più far lontanadisperata mi dispongo alla mortela quale gl'iddii non lascino impunita in coloro che colpa me n'hanno -. E piangendocon travolti occhi e con le pugna chiusepalida come bussorisupina cadde in grembo a Gloriziache con lei miseramente piangeva.

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Li due mercatanti vedendo questodolenti oltre misuralasciando ogni altro affarecorsero in quella partee di grembo a Glorizia la levaronoe lei non come comperata servama come cara sorella si recarono nelle bracciae con preziose acque rivocarono gli spaventati spiriti a' loro luoghie così cominciarono a parlare a Biancifiore: - O bellissima giovaneperché sì ti sconforti? Perché piangendo e con ismisurato dolore vuoi te e noi insieme consumare? Dehqual cagione ti conduce a questo? Piangi tu l'avere abandonato il vecchio reil qualepieno d'iniquità e di mal talentopiù la tua morte che la tua vita disiderava? Tu di questo ti dovresti rallegrare. E forse che ti pare che la fortuna miseramente ti trattiperò che tu a noi costi la maggior parte de' nostri tesoriparendoti dovere avere preso nome di comperata servasotto la qual voce non pare che lieta vita si deggia poter menare; ma certo da tale pensiero ti puoi levareperò che noi non guarderemo mai a' donati tesori per temaconoscendo la tua magnificenzain ogni atto come donna ti onoreremo. E se forse ti duole il dover cercare nuovi litiimaginando quelli dovere essere strani e voti di varii dilettide' quali forse ti pareva la tua Marmorina pienacerto tu se' ingannataperò che colà ove noi ti portiamo è luogo abondevole di graziosi benipieno di valorosa gentenel quale forse la fortuna ti concederà più tosto il tuo disio che fatto non ti avrebbe onde ti parti: però che noi spesso veggiamo che quelli luoghi che paiono più atti a uno intendimento d'un uomo o d'una donnaquelli sono quelli ne' quali mai tale intendimento fornire non si può; e così ne' non pensati luoghi avviene che l'uomo ha quello che ne' pensati disiderava. I futuri avvenimenti ci sono nascosi. Il primo aspetto delle cose doni speranza di quello che dee seguire: tu riccatu graziosatu bellissima! Le quali cose pensandomanifestamente si dee credere che gl'iddii a grandissime cose t'apparecchiano e che in te non dee potere lunga miseria durare. Piangano coloro a' quali niuna speranza è rimasa. Noi ti preghiamo che tu ti conforticon ciò sia cosa che noi manifestamente conosciamo che con aperte braccia felicità non pensata t'aspettaalla quale gl'iddii tosto te e noi con prosperevole tempocome cominciato hannoci portino -.

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Con pietose lagrime ascoltava Biancifiore le parole de' confortantie avvegna che niuno conforto di quelle prendessenondimeno con rotte voci prometteva di confortarsi. Ma poi che i due mercatantiparendola loro quasi avere riconfortatala lasciarono con Gloriziaessa soletta in una camera della navedonata a lei da' signorisi rinchiusee in quella con tacite lagrime sopra il suo letto così cominciò a dire: - O graziosissima Citereaove è la tua pietà fuggita? Oimècome tante lagrime di metua fedelissima suggettanon ti muovono ad aiutarmi? Chi spererà in tese ioche più fede t'ho portataper te perisco? E quando verrà il tuo soccorsose nelle miserie non viene? Io non posso peggio stare che io sto. O misera a meche feci io che io meritassi d'essere venduta? Or m'avesse avanti il re uccisa con le propie mani: almeno il termine de' miei dolori sarebbe finito! Dehpietosa deaquand'io altra volta temetti di moriretu da quel pericolo mi campasti: perché ora più grave t'è in questo bisogno aiutarmi? Io mi diparto dal mio Florioné so quali paesi fieno cercati da me: e se io credessi propiamente i tuoi regni venire ad abitaree' mi sarebbero noiosi sanza Florio. Dunque comanda che come la saetta del tuo figliuolo con dolcezza mi passò il cuore per la piacevolezza di Florioa me tornata in grave amaritudineche ella mi si converta in mortal piagae tosto. Non consentire che io più viva languendo. Muovanti tante lagrimequante io mando nel tuo cospettoa questa sola grazia concedermi: e se a te forse la mia morte non piacericonfortimi la seconda volta il tuo santo raggioil quale nella oscura prigioneov'io per adietro a torto fui messami consolò faccendomi sicura compagnia. Io vo sanza alcuna speranzase da te non m'è porta. Dehnon mi lasciare in tanta avversità disperatama sì come il tuo pietoso Enea negli africani litia' quali iopiù ch'io non disiderogià m'appressoriconfortasti con trasformata imaginecosì di me ti dolgae fammi degna del tuo soccorso. A te niuna cosa s'occultail mio bisogno tu il sai: provedivi sanza indugioacciò che il numero delle mie miserie non multiplichi. E tuo vendicatrice Diananel cui coro io per difetto di virginità non avrei minor luogoaiutami: io sono ancora del tuo numeroe disidero d'essere infino a quel tempo che l'inghirlandato Imineo mi penerà a concedere liete nozze. Concedi che io possa i tuoi beneficii interi servare al mio Florioal quale se i fati non concedono che essi pervenganoprima la morte m'uccida che quelli tolti mi sieno -. E mentre che Biancifiore queste parole fra sé tacita pregando diceasoave sonno sopravenutolele parole e le lagrime insieme finio.

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Dianache delli alti regni conoscea la miseria in che Biancifiore era venuta per le operazioni di leiin se medesima si riputò essere vendica del non ricevuto sacrificioe temperò le sue ire con giusto frenoe i santi orecchi piegò a' divoti prieghi di Biancifiore; e li suoi scanni lasciatia quelli di Venere se n'andòe così le disse: - O deasono alle tue orecchie pervenuti i pietosi prieghi della tua Biancifiorecome alle mie? -. - Certo sì - rispose Citerea- e già di qui mi volea muovere per andare a porgerle il dimandato conforto; ma tuche niuna tua ira vuoi sanza vendetta da te cacciarelascia omai le soperchievoli offese e perdona il disaveduto fallo alla innocente giovaneacciò che io non abbia cagione di contaminare i tuoi cori con più asprezza. Tu non meno di me se' tenuta d'aiutare costeiperò che ben che essa aggia me col core servita e servenondimeno ha ella te sempre con le operazioni servitae ora a tecome a mesoccorso nella presente avversità domanda -. - Adunque - disse Diana - andiamo: le mie ire sono passatee vera compassione de' suoi mali porto nel petto; porgiamole il dimandato conforto -. A cui Venere disse: - Io la veggo sopra le salate onde vinta da angosciosi pianti soavemente dormiree esserne portata verso il mio monteal quale luogo io spero che 'l suo disio ancora farò con letizia terminareavvegna che sanza indugio essere non può per quello che per adietro hai operato -.

[53]

Sanza più parlare si partì il divino consiglioe amendue le deelasciati i luoghicon lieto aspetto nel sonno si mostrarono alla dormente giovane. E Dianache in quello abito propio che portare solea alle cacceinghirlandata delle fronde di Palladel'apparvee così le disse: - O sconsolata giovanel'avermi ne' sacrificiirenduti agli altri iddii per lo tuo scampodimenticatagiustamente verso di te mi fece turbare: per la quale turbazioneessendone io stata cagionehai sostenute gravose avversità. Ma ora i tuoi prieghi hanno addolcita la mia irae divenuta sono verso di te pietosa: per la qual cosa ti prometto che la dimandata grazia infino alla disiderata ora ti sarà da me concedutané niuno sarà ardito di levarti ciò che tu nel cuore hai proposto di guardare -. Ma Venereche tutta nel cospetto di Biancifiore di focosa luce sfavillavainvolte le nude carni in uno sottilissimo drappo porporinoe coronata dell'amate frondi di Febocosì le disse: - Giovanea me divota e fedelissima suggettalascia il lagrimaree nelle presenti avversità e nelle future con iguale animo ti conforta. Tu hai co' tuoi prieghi mosse a pietà le nostre mentie spera che tu sarai da Florio ricercata: e in quella parte nella quale più ti parrà impossibile di doverlo potere avere o vederetel troverai nelle tue braccia ignudo -. E queste cose dettesparveroe Biancifiore si svegliò: e lungamente pensando alle vedute cosemolto conforto ripresee con lieto viso a Glorizia queste cose tutte raccontò; di che insieme prendendo buona speranza di futura salutefecero maravigliosa festa.

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Nettunno tenea i suoi regni in pace e Eolo prosperosamente pingeva l'ausonica nave a' disiati litisì che avanti che Febeanel loro partimento cornutaavesse i suoi corni rifatti egualiessi pervennero all'isola che preme l'orgogliosa testa di Tifeo. E quividi rinfrescarsi bisognosilà ove Anchise la lunga età finìpresero portoeonorevolemente ricevuti in casa d'una nobilissima donna chiamata Sisifea' mercatanti di stretto parentado congiuntapiù giorni quivi si riposarono. Con la quale Sisife dimorando Biancifioree nella mente tornandole alcuna volta Florio e la dolente vitala quale egli dovea sentire poi che saputo avesse la partita di leipietosamente piangeae con tutto che la sua speranza fosse buona e fermanon cessava però di dubitarené per quella potea in alcun modo porre freno alle sue lagrime. La qual cosa Sisife vedendo un giorno così le disse: - DimmiBiancifiorese gl'iddii ogni tuo disio t'adempianoqual è la cagione del tuo pianto? Io ti priegos'elli è licito ch'io la sappiache tu non la mi celiperò che grandissima pietàche di te sento nel cuoremi muove a questo voler sapere: la qual cosase tu mi diraitale potrà essere che o conforto o utile consiglio vi ti porgerò -. A cui Biancifiore disse: - Nobile donnaniuna cosa vi celerei che domandata mi fosse da voisolo ch'io la sapessi: e però ciò che dimandato avetevolontieri la vostra volontà ne sodisfaròavvegna che invano consiglio o conforto mi porgerete. Iodal mio nascimento isfortunatanon saprei da qual capo incominciare a narrare i miei infortuniitanti sono e tali. Ma posto che sieno stati e sieno al presente moltisolamente amore mi fa ora lagrimarecon ciò sia cosa che iopiù che alcuna giovane fosse maimi truovo nella sua potenza costretta per la bellezza d'un valoroso giovane chiamato Floriofigliuolo dell'alto re di Spagnail quale è rimaso là onde io misera mi partii con questi signori della navei quali me comperata schiava portanoe non so dove. E ben che l'essere io di costoro mi sia graveleggerissima riputerei questa e ogni altra maggiore avversitàse meco fosse il signore dell'anima miao in parte che io solamente alcuna volta il giorno vedere lo potessi. Ma non che alcuna di queste cose m'abbia la fortuna voluto concederema ella solamente non sofferse che io vedere il potessi nella mia partitao udire di lui alcuna cosa: anzi ingannata e semivivae tutta delle mie lagrime bagnatafui di Marmorina trattaove io l'anima e ogni intendimento ho lasciata con colui di cui io sono tutta. E sanza fine mi maraviglio come dopo la mia partenzaconsiderando allo intollerabile dolore ch'io ho sostenutom'è tanto la vita durata: ma la morte perdona a' miseri le più volte! -. E qui lagrimandobassò la testa e tacquesi. E Sisife così le cominciò a parlare: - Bella giovanenon ti sconfortare: sanza dubbio conosco il tuo infortunio essere grande e il dolore non minore che quello; ma per tutto questoposto ch'è perduto il luogo ove meno dolore che qui sentivinon dee però essere da te la speranza fuggita. Eappressonella presente vita si conviene le impossibili cose rifiutaree l'avverse con forte animo sostenere. Niuno mai fu in tanta miseria che possibile non gli fosse l'essere in brieve più che altro felice. I movimenti della fortuna sono variie disusati i modi ne' quali ella i miseri rileva a maggiori cose. Se a te pare impossibile di dover mai ritornare là ove Florio di' che lasciastiné mai speri di rivederlofa che tu ti sforzi d'imaginare di mai non averlo vedutoe ogni pensiero di lui caccia da te. E quando tu riposata sarai là ove costoro ti portanotu ne vedrai molti de' quali non potrà essere che alcuno non te ne piacciae niuno sarà a cui tu non piaccia: colui che ti piaceràcolui sia il tuo Florio. Or conviensi che la tua bellezza perisca per amore d'un giovaneil quale avere non si può oramai? -. Quando Biancifiore ebbe per lungo spazio ascoltato ciò che Sisife le parlavaella alzò la testa e disse: - Oimèquanto male conoscete le leggi d'amore! Certo elle non sono così dissolubili come voi nel parlare le mostrate. Chi è colui che possa sciogliersi e legarsi a sua volontà in sì fatto atto? Certo chi è colui che 'l fae far lo puònon amama imponsi a se medesimo falso nome d'amanteperò che chi bene amamai non può obliare. E come per niuno altro potrò io dimenticare il mio Florio il quale di bellezzadi virtù e di gentilezza ciascuno altro giovane avanza? E quando alcuna di queste cose in sé non avessesì n'è in lui una solaper la quale mai per alcuno altro cambiare nol dovrei: che esso ama me sopra tutte le cose del mondo -. - Fermamente conosco - disse Sisife - che tu ami e che le tue lagrime da giusta pietà procedono; ma piacciati confortartiché impossibile mi pare che sì leale amore gl'iddii rechino ad altro fineche a quello che tu e esso disiderate -.

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Poi che i mercatanti furono alcuni giorni riposatie il tempo parve al loro cammino salutevolerisaliti con Biancifiore sopra l'usato legnoa' venti renderono le velee con tranquillo mare infino all'isola di Rodi se n'andarono. Quivi il tempo mostrando di turbarsiscesero in terrae con Bellisanonobilissimo uomo del luogoper più giorni dimorarono. E Biancifiorericevuta dalle paesane non come servama come nobilissima donnada tutte fu onorataementre quivi dimoraronoda tutte confortata fudandole speranza di futuro bene. Ma ritornato la terza volta il tempo da' padroni dimandatoin su la nave risalirono. E già la nuova luna cornuta di sé gran parte mostravaquando essi allegri pervennero a' dimandati portiove il cammino e la fatica insieme finirono.

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Quivi pervenutidico che al vento tolsero le vele e dierono gli aguti ferri a' tegnenti scoglie con fido legame fermarono la loro nave. E di quella con grandissima festa discesiringraziando i loro iddiicercarono la cittàe in quella con la bella giovane entratida Dario alessandrino furono graziosamente non sanza molto onore ricevutie massimamente Biancifiore. E in questo luogo per alquanti giorni dimorativi venne un signore nobilissimo e grandeil quale era amiraglio del possente re di Bambilloniae per lui quel paese tutto sotto pacifico stato possedea. Il qualecome la bella nave videfece a sé di quella venire i padronie li dimandò qual fosse la loro mercantantiae onde venissero. A cui i mercatanti risposero: - Signorenoi lasciammo i liti quasi all'ultimo Occidente vicinie quindi abbiamosanza altra cosa piùrecata una nobilissima giovanein cui più di bellezza che mai in alcuna si vedessesi vedela quale un grandissimo rein quelle parti signoreggianteci donò per una grandissima quantità de' nostri tesori che noi a lui donammo -. Disse allora l'amiraglio: - Venga adunque la giovanela cui bellezza voi fate cotantae se bella è come la vantatee di nobili parenti discesae ancora casta virginità tienede' nostri tesori quelli che vorrete prenderete e donereteci lei -. Piacque a mercatantie per lei incontanente mandaronola qualedi nobilissimi vestimenti vestita e ornatainsieme con Glorizia davanti all'amiraglio si presentò. Il quale graziosamente la ricevettee non sì tosto la videcome a lui parve la più mirabile bellezza vedere che mai per alcuno veduta fossee comandò che a' mercatanti fosse donato a loro piacere dei suoi tesori. E poi ch'egli ebbe di lei da loro ogni condizione uditapietoso de' suoi affanni così disse: - Io giuro per i miei iddii che omai più la fortuna non le potrà essere avversa: alle sue tribulazioni io con grandissima felicità mi voglio opporree voglio provare se la fortuna la potrà fare più misera che io felice. E' non passerà lungo tempo che il mio signore dee qui venireal quale io intendoin luogo di riconoscenza di ciò ch'io tengo da luidonare questa bellissima cosané conosco che gioia più cara donare gli potessi. E sì prometto per l'anima del mio padre che tra le sue moglieri io farò che questa sarà la principalee sì farò la sua testa ornare della corona di Semiramis; e infino a quel tempo che questo saràtra molte altre giovanile quali a simil fine si tengonola farò sì come donna di tutte onoraree sotto diligente guardia servarecon tutti quelli diletti e beni che niuna giovane dee potere disiderare -. E questo dettocomandò che onorevolemente alla gran Torre dello Arabo insieme con Glorizia fosse menata Biancifioree quivi con l'altre giovani donzelle dimorasse faccendo festa. Di questo furono assai contenti i mercatantisì per lo loro avereil quale aveano forse nel doppio multiplicatoe sì per la giovane a cui prosperevole stato vedeano promesso da signore che bene lo poteva attenere. E a lei rivolticon pietose parole la confortaronoe da essa piangendo si partironoe pensarono d'altro viaggio fare con la loro nave. E quellaposta con l'altre pulcelle molte nella gran torrenon sanza molto doloreinfino a quel tempo che agl'iddii piacque la 'mpromessa di Venere forniredimorò.

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Già allo iniquo re di Spagnapartita Biancifiorepareva avere il suo disio fornito; ma ancora pensando che necessità gli era la sua malvagità con falso colore coprireimaginò di far credere che Biancifiore fosse mortaacciò che Floriosentendo quella morta esseredopo alcuna lagrima la dimenticasse. E preso questo consiglioper molti maestri mandò segretamentea' quali sanza niuno indugio comandò che fosse fatta una bellissima sepoltura d'intagliati marmiallato a quella di Giulia. La quale compiutapreso un corpo morto d'una giovane quella notte sepellitala mattina co' vestimenti di Biancifiore e con molte lagrime la fece sepelliredicendo che Biancifiore era: e questo con tanto ingegno feceche niuno era nella città che fermamente non credesse che Biancifiore fosse mortada coloro in fuori a cui di tale inganno il re fidato s'era. E questo fattomandò a Montoro a Florio un messaggiereil quale così gli disse: - Giovaneil tuo padre ti manda che se a te piace di vedere Biancifiore avanti ch'ella di questa vita passiche tu sii incontanente a Marmorinaperò che subitamente una asprissima infirmità l'ha presaper la qual cosa appena credo che ora viva sia -. Non udì sì tosto Florio questocom'egli tutto si cambiò nel visoe sanza rispondere parolaristretto tutto in séquivi semivivo caddee dimorò tanto spazio di tempo in tale statoche alcuno non era che morto nol riputasse. Il vermiglio colore s'era fuggito del bel visoe la vita appena in alcun polso si ritrovava; ma poi che egli pure fu per alcuni in vita essere ancora conosciutocon preziosi unguenti e acquedopo molto spaziocon molta sollecitudine furono i suoi spiriti rivocati: e tornato in sé aperse gli occhie intorno a sé vide il duca e Ascalion piangendoi quali con pietose parole il riconfortavanoe altri molti con loro. A' quali egli dopo un gran sospiro disse: - Oimèperché m'avete voicredendo piaceredisservito? L'anima mia già contenta andava per li non conosciuti secoli vagando sanza alcuna pena ma voi a dolersi ora l'avete richiamata. Oimèora sento che la lunga paurache io ho avuta della vita di Biancifiorem'è nell'avvisato modo con pericoloso accidente venuta adosso. Quale infermità potrebbe sì subita sopravvenire a una fresca giovaneche a morte in un momento la inducesse? Fermamente che a forza è da' miei parenti stata la mia Biancifiore recata a questa mortese morta èo se ora morrà -. E levatosicomandò che i cavalli venisseroe preso il cammino con molta compagniacercando già il sole l'occasosempre piangendo se n'andò verso Marmorinacosì nel suo pianto dicendo:

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- O gloriosi iddiidella cui pietà l'universo è ripieno porgete i santi orecchi alquanto a' miei prieghie non mi sia da voi negata l'usata benignità tornando crudeli discenda de' cieli il vostro aiuto in questo espressissimo bisogno. Venga la vostra graziad'ogni noioso accidente cacciatricesopra la innocente Biancifiorela quale ora per noiosa infermità pare che si disponga a rendervi la graziosa anima. Sostengasi per vostra pietà la sua vitae siale renduta la perduta sanitàe la giovane etànella quale essa dimoraprima di lei si consumi. Non muoiano in una morte due amanti. O buono Apolloo luminoso Febo per cui ogni cosa ha vitaascolta i miei prieghi! Non consentire che tanta bellezza alla tua simigliante per mortal colpo al presente perisca. O Citereao Dianaaiutate la vostra giovane. O qualunque iddio dimora nel celestiale corosturbate la costei morteacciò che ioa voi fedelissimo servidoreviva. O Lachesistieni ferma l'ordita conocchiacomposta da Clototua fatale sorellanon lasciare ancora il dilettevole uficiodove sì corto affanno hai infino a qui sostenuto. E tuo mortegenerale e infallibile fine di tutte le cosein cui la maggior parte della mia speranza dimoraquasi imaginando che in te stia quella salute la quale io cerconon mi consumare ferendo la mia Biancifiore: dilungati da lei per li miei prieghi. In te sta il donarlami e il torlami. Dehnon essere tuttavia crudele! Vincasi questa volta per prieghi la tua fierezzae pietosa ti volgi a riguardare con quanta umiltà i miei prieghi ti sono portie riguarda quanta sia la noia che ricevose verso la bella giovane incrudelisci. Oimèche io nol posso direma il mio aspetto tel dee manifestare. Oimèperdonarisparmiando un solo colpoallo infinito valore che dal mondo si partirebbe morendo questa. Perdona a tanta bellezza quanta ella possiede: non si fugga per te tanta leggiadria quanta in costei si vedené si diparta per lo tuo operare il fedele amore che insieme lungamente ci ha tenuti legati con pura fedeil quale a mano a mano se la ferissiper lo tuo medesimo colpo si ricongiugnerebbe. Ahimèraffrena per Dio il tuo volere: leva la pungente saetta che già in sul tuo arco mi pare vedere postaper uccidere colei in cui gl'iddii più di grazia che in alcuna altra posero. Sostieni che nel mondo si vegga costei per mirabile essemplo delle celestiali bellezze. Se alcuni prieghi ti deono fare pietosafaccianti i mieie questo sia sanza alcuno indugio: io non temo niuna cosa se non te. Riguarda le mie lagrime e il palido aspetto già dipinto della tua sembianza: sola questa grazia mi concedila quale se dura t'è a concederlamiconcedi che quella saetta che il tuo arco dee nel dilicato petto di lei gittareprima il mio trapassiacciò che dopo il trapassare della mia Biancifiore io non rimanga per doverti biasimaree più la tua crudeltà far manifesta nella poca vita che mi lascerai -.

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Mostravasi già il cielo d'infiniti lumi accesoquando così piangendo e parlando Florio entrò in Marmorina: per la quale tacito e sanza niuna festamaravigliandosi e dubitandopassò infino che alle reali case pervenne. Nelle quali entrato con la sua compagniae da cavallo smontatie salendo su per le scalela perfida madre gli si fé incontro con dolente aspetto. A cui Floriocome la videdimandò che di Biancifiore fossese migliorata era o come stavaché egli avanti venire non la si vedea. Alla cui domanda la madre niente risposema abbracciatolocominciò a lagrimaree lui menò davanti al padre che nella gran sala sedeavestito di vestimenti significanti tristiziatenendo crucciato aspettocon molta compagnia.

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Levossi lo iniquo re alla venuta del figliuoloe fattoglisi incontrolui teneramente abbracciò e baciòdicendo: - Caro figliuoloassai mi sarebbe stato caro che ad altra festa la tua tornata fosse statao almeno più sollicitaacciò che licito ti fosse stato di avere veduta la vita in coleila cui morte ora con pazienza ti conviene sostenere; e però sì come saviocon forte animo ascolta le mie parole. E siati manifesto che la bellissima Biancifiore è stata chiamata al glorioso regnolà ove le sante opere sono guiderdonate. E in quello Giove e gli altri beati della sua andata si rallegranoi qualiinvidiosi forse di tanto bene quanto noi per la sua presenza sentivamol'hanno a loro fatta salire. E ben che ella lietamente viva ne' nuovi secolia noi gravissima noia ne' cuori di tale partita è rimasaperò che infinito amore le portavamosì per la virtù e per la piacevolezza di leie sì per l'amore che sentivamo che tu le portavi. Ma però che nuova cosa né inusitata è stata la sua partitama cosa la quale ogni giorno avvenire veggiamoe a noi similmente con forte animo aspettare la conviene sanza speranza di poterla fuggireci conviene con pazienza tale accidente sosteneree prendere conforto: però che sapere dobbiamo che per greve doglia da noi sostenuta non sarebbe a noi renduta la cara giovane. Adunquecaro figliuoloconfortatiché se gl'iddii ci hanno costei toltaelli non ci hanno levato il poterne una più bella cercare e averla. Noi te ne troveremo una la quale più bella e di reale prosapia discesa saràe a te in luogo di Biancifiore per cara sposa la congiungeremo. Certo ella nella sua vitaaffannata da mortale infermità e già presso al suo passareebbe tanta memoria di techechiamati me e la tua madrecon lagrime sopra le nostre anime puose che noi con ogni sollecitudine ti dovessimo del suo trapassare rendere confortoe pregarti che per quello amore che tra te e lei era nella presente vita statoche tu ti dovessi confortaree niente ti dolessiperò che ella si vedea grazioso luogo apparecchiato ne' beati regnine' quali essendose le tue lagrime sentissemolto la sua beatitudine mancheresti. E questo dettocon pietoso visoe col tuo nome in boccarendé l'anima agl'immortali iddii: e però noi così te ne preghiamoe per parte di lei e per la nostra. Ella ha lasciati i mondani affanni; non le volere porgere nuova penaché doppiamente offende chi contra coloro operache dopo la loro morte sono beatificati. Confortatie della sua morte inanzi gioia che tristizia prendiimaginando che ella in cieloove ora dimoradi te e dell'amoreche mentre fu di qua ti portòsi ricorderàper merito del quale ragionando con gl'iddii delle tue virtùli farà verso te benivoli: la qual cosa sanza grandissimo bene di te non potrà essere -.

[61]

Con grandissima pena sostenne Florio le parole dello iniquo rema poi ch'egli si tacqueFloriogittata una grandissima vocedisse: - Ahimalvagio redi me non padre ma perfidissimo ucciditoretu m'hai ingannato e tradito! -. E messesi le mani nel pettodal capo al piè tutta si squarciò la bella robae cadde in terra con le pugna serratee con gli occhi torti nel viso sanza alcun colore rimasorisomigliando più uomo morto che vivo. Ma dopo picciolo spazio ritornato in sée alzata la testa di grembo alla madreincominciò a dire: - O iniquo reperché l'hai uccisa? Che aveva la giovane commesso ch'ella meritasse morte? Tu se' stato cagione della morte di leie ora credi con lusinghevoli parole sanare la piaga che il tuo coltello m'ha fattala quale altro che morte mai non sanerà. Ora se' contentoiniquo re! Omai hai quello che lungamente hai disiderato: ma io ti farò tosto di tal festa tornare dolente! -. E poi ricadde in grembo alla madre tramortito. E così piangendo e battendosisanza volere udire alcun conforto da nullo che vi fossetutta la notte stettefaccendo piangere chiunque il vedeatanto era pietoso il suo parlareche col doloroso pianto mescolato faceva.

[62]

Era la misera madre insieme con Florio piangendoquando il nuovo giorno apparvee con alcune parole lui confortare non potea. A cui egli disse: - Siami mostrato il luogo ove la mia Biancifiore giace sanza anima -. A cui la madre rispose: - Come vuoi tu andare in tale maniera a visitare la sepoltura di Biancifiore? Vuoi tu far fare beffe di te? Rattempera il tuo dolore in primapoi temperato quellov'andremoché certo niuna persona è che ora ti vedesseche non credesse che tu fossi del senno uscito: e io similemente sanza fine di te mi maraviglionon sappiendo onde questo si muova. Oimè miseraora hai tu perduto ogni sentimento a Montoroche tu vuogliper una giovane di sì picciola condizione come fu Biancifioreconsumarti e privarmi di tecosì nobile figliuolo? Hai paura che un'altra giovane non si truovi più bella di Biancifiore? Si farà! A' nostri regni non è guari lontano il nobilissimo re di Granatail quale si può gloriare della più bella figliuola che mai niuno uomo del mondo avesse: ella sarà tua sposase tu ti vuoi confortare -. A cui Florio disse: - Reinanon volere porgere ora con lusinghevoli parole conforto colà dove con inganno hai messa tristizia: folle è colui che per medico prende il nimico da cui davanti è stato ferito a morte. Fammi mostrare dove giace colei cui uccisa avetee a cui l'anima mia si dee oggi accompagnare -. Piangendo allora la reinacon luial quale niuno colore era nel viso rimasoe i cui occhi aveano per lo molto piangere intorno a sé un purpureo giroe essi rossi erano rientrati nella testae molti altri si mossero con lorolui menando al tempio. Al quale andando Florioovunque egli giungeva vedea genti piene di doloree nuovo pianto facea cominciaretanta era la pietà che 'l suo aspetto porgeva a chi 'l vedeva. E dopo alquanto pervennero al tempio dove Giulia sepulta stavae dove le non vere scritte lettere significavano che quivi Biancifiore morta giacesse.

[63]

Nel qual tempio entratila reina mostrò a Florio la sepoltura nuovae disse: - Qui giace la tua Biancifiore -. La quale come Florio la videe le non vere lettere ebbe letteincontanente perduto ogni sentimentoquivi tra le braccia della madre caddee in quelle semivivo per lungo spazio dimorò. Quivi corsa quasi tutta la cittàdi doppio dolore compuntifaceano sì gran pianto e sì gran romoreche se Giove allora gli spaventatori de' Giganti avesse mandatinon si sariano uditi. Ciascuno era tutto stracciato e di lugubri veste vestitoe gli uomini e le donnee alcunima quasi tutticredeano Florio morto giacere nelle braccia della reina: per la qual cosa il piangere Biancifiore aveano lasciatoe tutti Florio miseramente piangeano. Ma poi che Florio fu per lungo spazio così dimoratoil cuore rallargò le sue forzee ritornate tutte per gli smarriti membriFlorio si dirizzò in pièe cominciò a piagnere fortissimamentee a gridare e a dire: - Oimèanima tristaove se' tu tornata? Tu ti cominciavi già a rallegrareparendoti essere da me disciolta e cercare nuovi regni. Oimèperché hai tu tornato il diletto che tu sentiviparendoti che io fossi mortoin grieve noiarendendomi la vita? Ora di nuovo sento i dolori che la trista memoria aveva messi in obliomentre che tu in forse fuori di me dimorasti -. E appresso questo gittatosi sopra la nuova sepolturaincominciò a dire: - O bellissima Biancifioreove se' tu? Quali parti cerca ora la tua bella anima? Dehtu solevi già con lo splendore del tuo bel viso tutto il nostro palagio di dilettevole luce fare chiaro: come ora in picciolo luogotra freddi marmise' costretta di patire noiosa oscurità! Misera la mia vitache tanto sanza te dura! O dilicati marmicui mi celate voi? Perché colei che più che altro piacque agli occhi miei mi nascondete? Voi forse insieme col mio nimico padreinvidiosi de' miei benimi celate quello che io più mi dilettai di vedereservando la natura d'Agliaurocon voi insieme d'una qualità tornata. Ma se gl'iddii ancora vi concedano d'esser lieti ornamenti de' loro altariapritevie concedete che io vegga quel viso che già assai fiatevedendolomi consolò; il quale io vedutolopossa contento prendere spontanea morte. Sostenete che gli occhi miei nel picciolo termine della vita loro serbata abbiano questa sola consolazionepoi che licito non fu loroanzi ch'ella mutasse vitarivederla. O inanimato corpocome non t'è egli possibile una sola volta richiamare la partita animae levarti a rivedermi? Io l'ho dalla passata sera in qua richiamata in me tante volte: richiamala tu una solae solamente la tieni tanto che tu mi possi morendo vedere seguirti. OimèBiancifiorequale doloroso caso mi t'ha tolta? Dehrispondiminon ti odi tu nominare al tuo Florio? Dehqual nuova durezza è ora in teche 'l mio nome che ti solea cotanto piacere non è da te ascoltatoné alle mie voci risposto? Come ha potuto la morte tanto adoperare che il vero e lungo amore tra noi stato si sia in poco di tempo partito? Oimègiorno maledetto sii tu! Tu perderai insieme due amanti. O Biancifioreiomiserofui della tua morte cagione! Ioo misera Biancifioret'ho uccisa per la mia non dovuta partenza! Per ubidire al mio nemico ho io perduta tedolcissima amica! Oimèche troppo amore t'è stato cagione di morte! Io ti lasciai paurosa pecora intra li rapaci lupi. Macertoamore mi conducerà a simigliante effettoe come io ti sono stato cagione di mortecosì mi credo ti sarò compagno. Io solo ti potea dare salutela quale omai da te avere non posso. Gl'iddii e la fortuna e 'l mio padre e la morte hanno avuta invidia a' nostri amori. Ioo morte perfidissimas'io credessi che mi giovasseil tuo aiuto dimanderei con benigna voce. Certo tu se' stata in parte che essere dovresti pietosa e ascoltare i miseri; ma però che i miseri e quelli che più ti chiamano sono più da te rifiutatiio con aspra mano ti costrignerò di farti venire a me -. E posta la destra mano sopra l'aguto coltelloincominciò a dire: - O Biancifioreleva suguatami: apri gli occhi avanti ch'io muoiae prendi di me quella consolazione che io di te avere non potei. Io ti farò fida compagnia. Io per seguirti userò l'uficio della dolente Tisbeavvegna che ella più felicemente l'usasse ch'io non faròin quanto ella fu dal suo amante veduta. Ma io non farò così. Io vengo: riceva la tua anima la mia graziosamentee quello amore che tra noi nel mortale mondo è statosia nell'etterno -. Questo dettosi levò di sopra la sepolturala quale delle sue lagrime tutta era bagnatae tratto fuori l'aguto ferrodicendo: - Il misero titolo della tua sepolturao Biancifioresarà accompagnato di quello del tuo Florio -si volle ferire con esso nello angoscioso petto. Ma la dolente madre con fortissimo gridopreso il giovane bracciodisse: - Non fare Florionon faretempera la tua irané non voler morire per colei che ancora vive -. Il romore si levò grandissimo nel tempioe 'l pianto e le grida non lasciavano udire niuna cosa. Ma poi che Florio da molti fu presoe trattogli della crudele mano l'aguto coltello egli piangendo disse: - Perché non mi lasciate morire poi che la cagione m'avete porta? Questa morte potrà indugiarsi alquanto ma non fallire. Consentite innanzi ch'io muoia orach'io viva con più dolore infino a quel termine chesanza essere tenutomi fia licito d'uccidermi -. - O caro figliuoloperché il tuo padre e mee tutto il nostro regno tanto vuoi far miseri? Confortatiche la tua Biancifiore vive -. A cui Florio rivolto disse: - Le vostre parole non mi inganneranno più; con niuna falsità più potrete la mia vita prolungare -. - Certo - disse la reina - ciò che della sua morte abbiamo parlatosanza dubbio è stato falsamente detto: ma al presente noi non ti mentiamo -. - E come poss'io credere - disse Florio - che voi ora diciate il verose per adietro siete usati di mentire? -. Disse la reina: - Di ciò veramente ci puoi al presente credere; e se ciò forse credere non volessii tuoi occhi te ne possono rendere testimonianzache questa che qui giace è un'altra giovanee non Biancifiore -. - E come può questo essere - disse Florio - che tutta Marmorina piange la morte suae ciascheduno rende testimonio d'averla veduta mettere in questo luogo? -. - Di ciò non mi maraviglio io - disse la reina - che certo quelli che qui la misero credono che ella sia. Ma noi per darti questo a credereacciò che tu la dimenticassidemmo la voce che morta era Biancifioree una giovane morta in quell'ora che tal voce demmotratta della sua sepoltura occultamenteornata de' vestimenti di Biancifiorequi a sepellire la mandammo: e che questa sia un'altracom'io ti dicotu il puoi vedere -. E fatta aprire la sepolturaa tutti si manifestò che questa non era Biancifiorema un'altra giovane. - Adunque - disse Florio - Biancifiore dove è -. - Ella non è qui al presente - disse la reina; - ov'ella siaandianne al nostro palagio: io tel dirò -. - Certoio dubito ancora de' vostri inganni - disse Florio; - voi avete in alcuno altro luogo sotterrata la giovanee ora col darmi ad intendere che viva siae che in altra parte mandata l'avetevolete la mia vita prolungare: ma ciò niente è a pensare -. - Fermamente - disse la reina - Biancifiore è viva. Partiamci di quiche tutto ti dirò nel nostro palagio come la cosa è andata sanza parola mentirti -.

[64]

Allora si levò in piè Florio con la reina e altra compagnia assaie tornarono nel loro palagiodove il re doloroso a morte di queste cosele quali tutte avea saputetrovarono. E quivi pervenutie trattisi tacitamente in una camerala reina così cominciò a dire a Florio: - Noiil tuo padre e iosentendo che in niuna maniera Biancifiore di cuore ti potea uscire ben che lontano le dimorassiproponemmo di pur volere che ella di mente t'uscissee fra noi dicemmo: "Già mai questa giovane del cuore non uscirà a Florio mentre viveràma se ella morissea forza dimenticare gliele converràvedendo che impossibile sia ad averla". E quasi deliberammo d'ucciderla: poi per non volere essere nocenti sopra il giusto sangue di leimutammo consiglioe a ricchissimi mercatantivenuti ne' nostri mari per fortunafattigli qua venireinfinito tesoro la vendemmo loroe essi ci promisero di portarla in parte sì di qui lontanache mai alcuna novella per noi se ne sentirebbe. E come essi l'ebbero portata vianoi comandammo che la nuova sepoltura fosse fattanella quale dando voce che Biancifiore era mortacon occulto ingegno quella giovane che dentro vi vedesti vi facemmo metterecredendo fermamente che dopo alquante lagrime il tuo dolore insieme con lei dimenticassi. E però a tecome a saviosanza fare queste pazziele quali hai da questa sera in qua fatteti conviene confortaree fare ragione che mai veduta non l'avessie lasciarla andare. Noi ti doneremo la più bella giovane del mondo e la più gentile per compagna: quella t'imagina che sia la tua Biancifiore -.

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Quando Florio ebbe queste cose dalla madre uditeteneramente cominciò a piagneree così alla madre disse: - O dispietata madreove è fuggito quello amore che a metuo unico figliuoloportar solevi? Quali tigrequali leoniquale altro animale inrazionale ebbe mai tanta di crudeltàche più benigno verso li suoi nati non fosse che tu non se' verso di me? Comepoi che tu conoscevi l'amore che io portava a Biancifiore potesti mai tu consentire o pensare che sì vile cosa di lei si facesse come fu venderla? Dehora ella t'era come figliuolae tu come figliuola la solevi trattare quando io c'era: or che ti fece ella che tu sì subitamente incrudelire verso di lei dovessi? L'altre madri sogliono francare le serve amate da' figliuolima tu la libera hai fatta serva perché io l'amo. Oimèche il tuo cuore con quello del mio padre è tornato di ferro! Di voi ogni pietà è fuggita. In voi niuna umanità si trova. A voi che facea se io amava Biancifioreo se ella amava me? Perché ne dovevate voi entrare in tanta sollecitudine? Io credo che in te è entrato lo spirito di Progne o di Medea. Ma la fortuna mi farà ancora vedere che il crudele vecchio e tuvinti da focosa ira di voi medesimicon dolente laccio caricherete le triste travi del nostro palagiocon peggiore agurio che Aragne non fece quelle del suo. E io ne farò mio potererallegrandomi se la fortuna mi concede di vederloe dirò allora che mai gl'iddii niuna ingiusta cosa lasciano sanza vendetta trapassare. Voi prima con ardente fuoco la morte della innocente giovane cercastela quale io con l'aiuto degli iddii col mio braccio campaipunendo degnamente colui che di tale tortoin servigio di mio padresi facea difenditore: così avessi io con la mia spada voi due punitiquando in questo palagio lei paurosa vi rendei! Ma certose allora ella fosse mortaio con lei moria. Ora l'avete venduta e mandata in lontane partiacciò che io pellegrinando vada per lo mondo. Ma volessero i fati che ella fosse ora quiche io giuroper quelli iddii che mi sostengonoche io più miseramente di qui partire vi farei che Saturnoda Giove cacciatonon si partì di Creti! E allora provereste qual fosse l'andare tapini per lo mondocome a me converrà provareinfino a tanto ch'io ritruovi colei la quale con tanti ingegni vi siete di tormi ingegnati. E certo se non fosse che io non ho il cuore di pietracome voi aveteio non vi lascerei di dietro a me con la vita; ma non voglio che di tale infamiapellegrinandola coscienza mi rimorda. Voi avete disiderata la mia mortedella quale poi che gl'iddii non ve n'hanno voluti fare lietiné io altressì ve ne credo rallegrarema inanzi voglio lontano a voi vivere che presenzialmente della morte rallegrarvi -.

[66]

Faceva la reina grandissimo piantomentre Florio diceva queste paroledicendo: - Oimècaro figliuoloche parole son queste che tu di'? Cessino gl'iddii che tu possi vedere di noi ciò che tu di' che ne disideri di vedereavvegna che niuna maraviglia sia del tuo parlareimperciò chesì come adiratoparli sanza consiglio. Niuna creatura t'amò maio potrebbeti amarequanto tuo padre e io t'abbiamo amato e amiamo: e ciò che noi abbiamo fattosolamente perché la tua vita più gloriosa si consumiche oramai non faràl'abbiamo adoperato. Perché dunque ci chiami crudeli e disideri la nostra morte? Maladetta sia l'ora che il tuo padre assalì gl'innocenti pellegrini. Ora avesse egli almeno tra tanta gente uccisa colei che nel suo ventre la nostra distruzione in casa ci recò! Ohella niuna cosa disiderava tanto quanto la mortee intra mille lance stettee niuna l'offese. I suoi iddiipiù giusti che i nostrinon vollero che tale ingiuria rimanesse impunita. Ora mi veggo venire adosso quello che detto mi venne ignorantementequando la maladetta giovane per noi nacquela quale recandolami in bracciodissi lei dovere essere sempre compagna e parente di te. Ora il veggo venire ad essecuzione -.

[67]

Il re in un'altra camera dimorava dolentein sé tutti i casi ripetendo dall'ora che il misero Lelio avea ucciso infino a questa oramaladicendo sé e la sua fortuna; e ricordandosi di ciò che di Marmorina gli era stato contato e del morto cavaliere nel suo cospettole cui parole ritrovò mendacisi pensò tutto questo essere piacere degl'iddiial volere de' quali niuno è possente a resistere. E però in sé propose di volere per inanzi con più fermezza d'animo lasciare a' fati muovere queste coseche per adietro non avea fatto. Ma Floriocambiato viso e mostrandolo meno dolentelasciò la madre piangendo nella cameraerivestito d'altre robevenne nella gran salalà ove egli molti di tale accidente trovò che parlavano. Egli si fece quivi chiamare il vecchio Ascalion e Parmenione e Menedon e Messaallinoa' quali elli disse così: - Cari amici e compagniquanta forza sia quella d'amore a niuno di voi credo occulta siaperò che ciascunosì com'io pensole sue forze ha provate. E là dove questo non fossemanifestare vi si puotese mai di Elenao della dolente Didoo dello sventurato Leandro e d'altri molti avete udito parlare: i quali chi l'etterno onore con vituperevole infamia non curava d'occuparechi di perdere la propia vita si metteva in avventura per pervenire a' disiati effettie chi una cosa e chi un'altra facea per venire al disiato fine. E ultimamenteove a tutti i detti essempli di sopra mancasse per lungo trapassamento di tempo degna fedein me misero si puote la sua inestimabile potenza conoscereil quale dagli anni della mia puerizia in qua ho tanto amato e amo Biancifioreche ogni essemplo ci sarebbe scarso. E certo in alcuno amore i fati non furono mai tanto traversi quanto nel mio sono statiperò che sanza alcuno diletto infinite avversità me ne sono seguitee ora in quelle più che mai sono. E che l'amore di Biancifiore abbia sopra me grandissima forza e muovami a grandi cosepotrete appresso per le mie parole comprendere. Come io v'ho dettodalla mia puerizia fu Biancifiore amata da me: del quale amore non prima il mio padre s'avvideche sotto scusa di mandarmi a studiaremandandomi a Montoroda lei mi dilungòpensando che per lontanarmi ella si partisse del cuoredove con catena da non potere mai sciogliere la legò amore in quell'ora ch'ella prima mi piacque. E questo non bastandogliacciò che più intero il suo iniquo volere fornisselei a morte falsamente fece condannare: ma gl'iddii che le mal fatte cose non sostengonoprestandomi il loro aiutofecero sì che io di tal pericolo la liberai. Della qual cosa il mio padre dolentedopo lungo indugio vedete quello che egli ha fatto: che egli leisì come vilissima servaha a' mercatanti vendutae mandatala non so in che parti. E perché questo non pervenisse a' miei orecchifalsamente mostrò che Biancifiore di subita infermità morta fosseun'altra giovane morta in forma di lei sotterrando: della qual cosa io sono sanza fine turbato. E certose licito fosse di mostrare la mia ira contro al mio padre e alla mia madreio non credo che mai di tale accidente tale vendetta fosse presa quale io prenderei! Ma non m'è licitoe dubito che gl'iddii ver me non se ne crucciassero. Ora è mio intendimento di già mai non riposareinfino a tanto che colei cui io più che altra cosa amoritrovata avrò. Ciascun clima sarà da me cercatoe niuna nazione rimarrà sotto le stelle la quale io non cerchi. Io sono certo che in quale che parte ella siase non vi perverremola fama della sua gran bellezza cel manifesteràné ci si potrà occultare. Quivio per amore o per ingegno o per denari o per forza intendo di rivolerla. E perciò ho io fatti chiamare voisì come a me più cariper caramente pregarvi che della vostra compagnia mi sovegnatee meco insieme volontario essilio prendiate e massimamente teo Ascalionle cui tempie già per molti anni bianchissimepiù riposo che affanno domandanoacciò che sì come padre e duca e maestro ci siiperò che tutti siamo giovanie niuno mai fuori de' nostri paesi uscìe il cercare i non conosciuti luoghi sanza guida ci saria duro. Né ti spiaccia la nostra giovane compagniaperò che come figliuolo i tuoi passi divotamente seguirò. E in verità questodi che io e te e gli altri priego il mio partire di quicredo che degl'iddii sia piacere acciò che i miei giovani anni non si perdano in accidiose dimoranze: con ciò sia cosa che noi non ci nascessimo per vivere come brutima per seguire virtùla quale ha potenza di fare con volante fama le memorie degli uomini etternecosì come le nostre anime sono. Adunque voi ancora come me giovaninon vi sia gravema al mio priego vi piegatee qualunque di voi in ciò come fedele amico mi vuole servire liberamente di sì rispondasanza volermi mostrare che la mia impresa sia meno che ben fatta: ché quello ch'io foio il conoscoe invano ci balestrerebbe parole chi s'ingegnasse di farmene rimanere -.

[68]

Tacque Florioe Ascalion così gli rispose: - O caro a me più che figliuolotu mostri nel fine delle tue parole di me avere poca fidanzae simile nel pregare che fai di che io mi maraviglio. Certo non che a' tuoi prieghi ma a' tuoi comandamentise la mia vecchiezza fosse tanta che il bastone per terzo piede mi bisognassemai dalla tua signorevole compagnia né da' tuoi piaceri mi partirei infino alla morte. Ben conosco come amore stringe: e però muovati qual cagione vuoleche me per duca e per vassallo mi t'offero a seguirti infino alle dorate arene dello indiano Ganges e infino alle ruvide acque di Tanaie per li bianchi regni del possente Borreae nelle velenose regioni di Libiaese necessario fiaancora nell'altro emisperio verrò con teco. Le quali parti tutte cercatedietro a te negli oscuri regni di Dite discenderòe se via ci sarà ad andare alle case de' celestiali iddiiinsieme con teco le cercheròné mai da me sarai lasciato mentre lo spirito starà con meco -. Così appresso ciascuno degli altri giovani risposee si profersero lieti sempre al suo servigiodicendo di mai da lui non partirsi per alcuno accidentee che più piaceva loro per l'universo con lui affannareche nel suo regnosanza luiin riposo vivere. Allora li ringraziò Florio tuttie pregolli che sanza indugio ciascuno s'apprestasse di ciò che a fare avessech'egli intendea con loro insieme di partirsi al nuovo giorno vegnente appresso quello.

[69]

E queste cose dettese n'andò davanti al reche dolente dimorava pensosoe così gli disse: - Poi che voi avete avuti gl'infiniti tesoripresi dalla venduta Biancifiorepiù cari che la mia vita o che la mia presenzaassai mi spiaceperò che da voi partire mi convienee andare pellegrinando infino a tanto che io truovi colei cui voi con inganno m'avete levatané mai nella vostra presenza spero di ritornare se lei non ritruovo la quale ritrovataforse a voi con essa ritornerò: priegovi che vi piaccia ch'io vada con la vostra volontà -. Udendo il re queste coseil suo dolore radoppiòe non potendo le lagrime ritenerealzò il viso verso il cielodicendo: - O iddiilevimi per la vostra pietà la morte da tante tribulazioni! Non si distendano più i giorni miei: troppo son vivuto! Chi avrebbe creduto ch'io fossi venuto nell'ultima età ad affannare? -. Poi rivolto a Florio così gli disse: - O caro figliuolo che mi domandi tu? Tu sai che io non honé mai ebbi altro figliuolo che tee in te ogni mia speranza è fermata. Tu dei il mio grande regno possederee la tua testa si dee coronare della mia corona. Tu vedi che la mia vita è poca oramaie i miei vecchi membri ciascuno cerca di riposarsi sopra la madre terra: la quale vita se forse troppo ti pare che duriprendi al presente la corona. Oimèor che cerchi tupoi che a tanto onore se' apparecchiato? Dove ne vuo' tu ire? Che vuo' tu cercare? E chi sarà coluimentre che tu viviche nell'ultimo mio dì degnamente mi chiuda gli occhi? Oimècaro figliuolodalla natività del quale in qua io ho sempre per te tribulazioni intollerabili sostenuteconcedi questa sola grazia a me vecchio. Fammi questa sola consolazioneche io sopra la mia morte ti possa vedere. Statti meco quelli pochi giorni che rimasi mi sono della presente vita. A te non si conviene d'andare cercando quello che cercare vuoi: e se pur cercare vuoi coleifalla cercare ad altrio indugiati dopo la mia morte a ricercarlaperò che male sarebbe se io in quel termine che tu fuori del reame stessipassassi ad altra vitae convenisse che tu fossi cercato -.

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Florio allora così rispose: - Padreimpossibile è che io rimangae veramente io non rimarrò: io in persona sarò colui che la cercherò; se voi mi concedete ch'io vada io andròe se voi nol mi concedeteancora andrò. Dunque piacciavi ch'io vada con la vostra licenzaacciò che iodella vostra grazia avendo buona speranzase mai avviene che io colei cui io vo cercando ritruoviio possa con più sollecitudine e con maggiore sicurtà tornare a voi. Né crediate che niuna grande impromessa che mi facciate qui ritenere mi potesseché certo tutti i reami del mondo alla mia volontà sommessi mi sarebbero nulla sanza Biancifiore. Se forse la mia partita quanto dite vi gravaciòinanzi che voi la vendestedovavate pensare acciò chevendendolacagione non mi donaste di pellegrinare: però che conoscere potevate me tanto amarla che ove che voi la mandaste io la seguirei. Gli avvenimenti di dietro poco vagliono o niente -.

[71]

Vedendo il re Florio disposto pure ad andarené potendolo con parole rivolgere da tale intendimentocosì gli disse: - Caro figliuoloassai mi duole il non poterti da questa andata levaree però ella ti sarà concedutae con la mia grazia andrai; ma concedi a me e alla tua madreco' quali tu già è cotanto tempo non se' statoche alquanti giorni della tua dimoranza ci possiamo consolare e poi con l'aiuto degl'iddii prendi il cammino -. A cui Florio rispose a ciò non essere dispostoperò che troppo gli parea aver perduto tempoe però sanza indugio avea proposto di partirsi. A cui il re disse: - Figliuoloadunque oramai a te stia il partire; fermato ho nell'animo d'abandonarti a' fati e di sostenere questo accidente e ogni altro che di te per inanzi m'avvenissecon forte animoperò che quanto io per adietro a quelli ho voluto con diversi modi resisteretanto mi sono trovato più adietro del mio intendimentoe vedute ho le cose pur di male in peggio seguire. Ma poi che disposto se' all'andarefa prendere tutti i tesori che della tua Biancifiore ricevemmoe degli altri nostri assaie quelli porta con tecoe in ogni parte ove la fortuna ti conduce fa che cortesemente e con virtù la tua magnificenza dimostri: e appresso prendi de' cavalieri della nostra corte quelli che a te piaccionosì che bene sii accompagnato. E poi che rimanere non vuoiva in quell'ora che li nostri iddii in bene prosperino i passi tuoia' quali acciò che più brieve affanno s'apparecchiprimieramente cercherai le calde regioni d'Alessandriaperò che a quelli liti i mercatanti che Biancifiore ne portaronoquivi mi dissero di dovere andare. La quale se mai avviene che tu ritruovi e che il tuo disio di lei s'adempiao caro figliuolosanza rimanere in alcuna parte ti priego che tosto a me ritorniperò che mai lieto non sarò se te non riveggo. E se prima che tu torni si dividerà l'anima mia dal vecchio corpodolente se n'andrà agl'infernali fiumi: la qual cosa gl'iddii priego che nol consentano -.

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Fece allora Florio prendere i molti tesori e fare l'apprestamento grande per montare sopra una naveposta nel corrente Adicevicino alle sue case. Le quali cose vedendo la reina uscì della sua camerae bagnata tutta di lagrime venne a Florio nella sala dove con li compagni dimoravae disse: - O caro figliuoloche è quello ch'io veggo? Hai tu proposto d'abandonarci così tosto? Ove ne vuoi tu ire? Che vuoi tu andare cercando? Oimècome così subitamente ti parti tu da me? Non pensi tu quanto tempo egli è passato che io non ti vidise non ora? E ora con tanta tristizia t'ho veduto che se veduto non t'avessimi sarebbe più caro! Dehper amor di menon ti partire al presente. Non vedi tu le stelle Pliadele quali pur ora cominciano a signoreggiare? Aspetta il dolce tempo nel quale Aldebaran col gran pianeto insieme surge sopra l'orizonte: allora Zeffiro levandosi fresco aiuterà il tuo camminoe il marelasciato il suo orgogliopacifico si lascerà navicare. Dehnon vedi tu tempo ch'egli è? Tu puoi vedere ad ora ad ora il cielo chiudersi con oscuro nuvolatoe levandoci la vista de' luminosi raggi di Febodi mezzo giorno ne minaccia notte: e poi di quelli puoi udire solversi terribilissimi tuoni e spaventevoli corruscazioni e infinite acque. E tu ora vuoi i non conosciuti regni cercarene' quali se tu fossinon saria tempo di partirtene per tornare qui? Dehor non ti muove a rimanere la pietà del tuo vecchio padreil quale vedi che del dolore che sente di questa partita si consuma tutto? Non ti muove la pietà di metua misera madrela quale ho de' miei occhi per te fatte due fontane d'amare lagrime? Oimècaro figliuolorimani. Ove vuoi tu ire? Tu vuoi cercare quello che tu non haiper lasciare quello che tu possiediné forse avrai già mai! Tu vuoi cercare Biancifiorela quale non sai ove si sia: e se pure avvenisse che tu la trovassichi credi tu che sia colui che a te forestiero e strano la rendesse? Non credi tu che le belle cose piacciano altrui come a te? Chiunque l'avràla terrà forse non meno cara che faresti tu. Lasciala andaree diventa pietoso a stanza de' miei prieghi. E se tu non vuoi di noi aver pietàincrescati di te medesimo e de' tuoi compagnie non vogliate in questo tempo abandonarvi alle marine ondele quali niuna fede servanoavvegna che esse con li loro bianchi rompimenti mostrano le tempeste ch'elle nascondono; e i venti similemente sanza niuno ordine trascorronoora l'uno ora l'altroe fanno strani e pericolosi ravolgimenti di loro in maree sogliono in questi tempi con tanta furia assalire i legni opposti alle loro vieche essi rapiscono loro le vele e gli alberi con dannoso rompimentoe talora loro o li percuotono a' duri scoglio li tuffano sotto le pericolose onde. Temperati e rimanti di questa andata al presente: la qual cosa se tu non faraipiù tosto delle dure pietre e delle salvatiche querce sarai da dire figliuoloche di noi. E se a te e a' tuoi compagnii quali paurosi ti seguitano conoscendo questi pericolifarai questo servigio di rimanereio m'auserò a sostenere la futura noiapensando continuamente che da me ti debbi partirené mi sarà poi la tua andata sì noiosa come al presente saràse subitamente m'abandoni -. A cui Florio rispose: - Cara madreper niente prieghie dell'audacia che hai di pregarmi mi maraviglio. Fermamentese io già col capo in quelli pericoli che tu m'annunzi mi vedessiio più tosto consentirei d'andare giuso e di morire in quelliche di tornare suso per dovere con voi rimanereperò che sì fattamente avete l'anima mia offesache mai perdonato da me non vi saràinfino a tanto che colei cui tolta m'aveteio non riavrò. E però voi rimarretee io co' miei compagnicome la rosseggiante aurora mostrerà domattina le sue vermiglie guanceci partiremo sopra la nostra navela quale forse ancora qui carica tornerà del mio disio -.

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Piangendo allora la reinache pur Florio fermo a tale andata vedeacosì disse: - Figliuolopoi che né priego né pietà ti può ritenereprendi questo anelloe teco il portae ognora che 'l vedi della tua misera madre ti ricordi. Egli fu dello antichissimo Giarba re de' Getulimio antico avolo: e acciò che tu più caro il tenghisiati manifesto ch'egli ha in sé mirabili virtù. Egli ha potenza di fare grazioso a tutte genti colui che seco il portae le cocenti fiamme di Vulcano fuggono e non cuocono nella sua presenzané è ricevuto negli ondosi regni di Nettunno chi seco il porta. Il mio padrepacificato col tuoquando a lui per isposa mi congiunseil mi donò acciò che graziosa fossi nel suo cospetto. Egli ti potrà forse assai valere se 'l guardi bene. Priegoti chese vaiil tornare sia tosto: e priego quelli iddiii qualivinti da' molti prieghigraziosamente ti ci donaronoche essi ti guardino e conservino sempree a noi tosto con allegrezza ti rendino -. Prese Florio l'anelloe quello per caro dono ritenne; e lei lasciataa suoi compagni si ritornò.

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Sentì Ferramonteduca di Montorodi presente lo 'nganno fatto a Florioe la partenza che fare dovea de' suoi regni; onde egli chiamato Fineovaloroso giovane e suo nipotela signoria di Montoro infino alla sua tornata gli assegnòe sanza niuno dimoro a Marmorina se ne venne a Florio. Il qualelui e' compagni trovatinarrata la cagione della sua venutapregò Florio che in compagnia gli piacesse di riceverlo in tale affare. Il quale Florio ringraziò assaie lui per compagno benignamente ricolsepregandolo ch'egli s'apprestasse per venire il seguente giorno.

[75]

Acconci i molti arnesi e' gran tesori nella bella navee Florio e' suoi compagni e' servidori tutti di violate veste vestitie i corredi della ricca nave e i marinari similementela notte sopravenne. E i sei compagni per riposarsi in una camera insieme se n'andarononella quale del loro futuro cammino entrati in diversi ragionamentiFlorio così cominciò a parlare: - Cari amiciquanto la potenza del mio padre sia grande è a tutto il mondo manifestoe similemente che io gli sia figliuoloe il grande amore che io ho portato e porto a Biancifiore è da molti saputo: per la qual cosa nuovo dubbio m'è nell'animo nuovamente nato. Noi non sappiamo certamente in che parte Biancifiore sia stata portatané alle cui mani ella sia venutaonde io dico così: s'egli avvenisse che noi forse portati dalla fortuna pervenissimo là ove Biancifiore fossetale persona la potrebbe avereche sentendo il mio nomedi noi dubiterebbee lei occultamente terrebbe infino che nel luogo dimorassimoe massimamente i mercatantiche di qui la portarono. E se forse lei possente persona tenessesentendomi nel suo paeseragionevolemente m'avrebbe sospettoe di quello o mi caccerebbeo in quello forse occultamente m'offenderebbeo lei guardando da' nostri agguaticon maggiore guardia serverebbe: per la quale cosaacciò che 'l mio nome non possa porgere ad alcuni temenzao insidie a noimi pare che più non si deggia ricordarema che in altra maniera mi deggiate chiamare; e il nome il quale io ho a me eletto è questo: Filocolo. E certo tal nome assai meglio che alcuno altro mi si confàe la ragione per cheio la vi dirò. Filocolo è da due greci nomi compostoda "philos" e da "colon"; e "philos" in greco tanto viene a dire in nostra lingua quanto "amore" e "colon" in greco similemente tanto in nostra lingua risulta quanto "fatica": onde congiunti insiemesi può diretrasponendo le partifatica d'amore. E in cui più fatiche d'amore sieno state o sieno al presente non so: voi l'avete potuto e potete conoscere quante e quali esse siano state. Sì chechiamandomi questo nomel'effetto suo s'adempierà bene nella cosa chiamatae la fama del mio nome così occulteràné alcuno per quello spaventeremo: e se necessario forse in alcuna parte ci fiail nominare dirittamente non ci è però tolto -. Piacque a tutti l'avviso di Florio e il mutato nomee così dissero da quell'ora in avanti chiamarloinfino a tanto che la loro fatica terminata fosse con grazioso adempimento del loro disio.

[76]

Mentre la notte con le sue tenebre occupò la terrai giovani si riposaronoe la mattina levatiaccesero sopra gli altari di Marmorina accettevoli sacrificii al sommo Giovea Venerea Giunonea Nettunno e ad Eolo e a ciascuno altro iddiopregandoli divotamente che per la loro pietà porgessero ad essi grazioso aiuto nel futuro cammino. E fatti con divozione i detti sacrificiis'apparecchiarono per montare sopra l'adorno legno con la loro compagnia nobile e grande. Ma venuti alla riva del fiumevidero quello con torbide onde più corrente che la passata sera non era: per la qual cosa mutato consigliocomandarono a' marinari che la nave menassero nel porto d'Alfeae quivi li attendessero. E essifatti venire i cavallie montaticon molte lagrime dal re e dalla reinae dagli amicie da' parentidando le destre manidicendo addiosi partirono; e lasciata Marmorinaal loro viaggio presero il meno dubbioso cammino.


LIBRO QUARTO

[1]

Il volonteroso giovaneabandonate le sue case con poco doloresollecita i passi de' compagniseguendo quelli d'Ascalionammaestratissimo duca del loro cammino: ma i fati da non poter fuggire volsero in arco la diritta via. E primieramente venuti alla guazzosa terra ove Manto crudissima giovane lasciò le sue ossa con etterno nomepassarono oltre per lo piacevole piano. Mapoi che dietro alle spalle s'ebbero le chiare onde di Secchia lasciatee saliti sopra i fronzuti omeri d'Appenninoe discesi di quelliessi si trovarono nel piacevole piano del fratello dello imperiale Teverovicini al monte donde gli antichi edificatori del superbo Ilion si dipartirono. Quivi s'apersero gli occhi d'Ascalione forte si maravigliò della travolta viaignorando ove i fortunosi casi li portassero; ma sanza parlarne a' compagnipassando allato alle disabitate mura di Iulio Cesare e da' compagni costrutte negli antichi anniper uno antico ponte passarono l'acqua. Né però verso Alfea diritto cammino preseroavvegna che picciolo spazio la loro via forse per più sicurtà elessero più lungao che gl'iddiia cui niuna cosa si celavolonterosi a tal cammino li dirizzassero; e pervennero nella solinga pianuravicina al robusto cerreto nel quale fuggito s'era il misero Fileno. E quivi trovandosil'acque venute per subita piova dalle vicine montagneruvinosa avanzò i termini del picciolo fiume che a piè dell'alto cerreto correae di quelli abondevolmente uscì allagando il piano: onde costretti furono a tirarsi sopra il cerruto colleforse di maggiore pericolo dubitando. E quivi tirandosidi lontano videro tra gli spogliati rami antichissime muraalle qualiforse imaginando che abitazione fosses'accostaronoe entrarono in quelle; né più tosto vi furonoche il luogo essere stato tempio degli antichi iddii conobbero. Quivi piacque a Filocolo di fare sacrificii a' non conosciuti e strani iddiipoi che i fati nel tempio recati li aveano: e fatte levare l'erbe e le fronde e' prunicresciute per lungo abuso sopra il vecchio altaree similemente le figure degl'iddii con pietosa mano ripulire e adornare di nuovi ornamentidomandò che un toro gli fosse menato. E vestito di vestimenti convenevoli a tale uficiofece sopra l'umido altare accendere odorosi fuochi; e con le propie mani ucciso il torole interiora di quello per sacrificio nell'acceso fuoco divotamente offerse; e poi inginocchiato davanti all'altarecon divoto animo incominciò queste parole: - O sommi iddiise in questo luogo diserto n'abita alcunoascoltate i prieghi mieie non ischifi la vostra deità il modo del mio sacrificareil quale non forse con quella solennità che altre volte ricevere solavateè stato fatto; mariguardando alla mia purità e alla buona fedeil ricevetee a' miei prieghi porgete le sante orecchi. Io giovane d'anni e di sennooltre al dovere innamoratopellegrinando cerco d'adempiere il mio disioal quale sanza il vostro aiuto conosco impossibile di pervenireonde meriti la divozione avuta nel vecchio tempioe l'adornato altaree gli accesi fuochi con gli offerti doniche io da voi consiglio riceva del mio futuro camminoecon quelloaiuto alla mia fatica -. Egli non aveva ancora la sua orazione finitach'egli sentì un mormorio grandissimo per lo tempiosoave come pietre mosse da corrente rivoil quale dopo picciolo spazio si risolveo in soave vocené vide onde venissee così disse: - Non è per lo insalvatichito luogo mancata la deità di noi padre di Citerea abitatore di questo tempioa cui tu divotamente servie dalla quale costretti siamo di darti risponso; e però che con divoto fuoco hai i nostri altari riscaldatilungamente dimorati freddimolto maggiormente meriti d'avere a' tuoi divoti prieghi vera risponsione de' futuri tempie però ascolta. Tupartito domane di questo luogoperverrai ad Alfea: quivi la mandata nave t'aspettanella quale dopo gravi impedimenti perverrai nell'isola del fuocoe quivi novelle troverai di quello che vai cercando. Poiquindi partitotiperverrai dopo molti accidenti nel luogo ove colei cui tu cerchi dimorae là non sanza gran paura di pericoloma sanza alcun dannola disiderata cosa possederai. Onora questo luogoperò che quinci ancora si partirà colui che i tuoi accidenti con memorevoli versi farà manifesti agli ignorantie 'l suo nome sarà pieno di grazia -. Tacque la santa voce; e Filocolod'ammirazione e di letizia pienotornò a' compagnie loro il consiglio degl'iddii ordinatamente recitò; e di questo contenti tutti a prendere il cibo nel salvatico luogo si disposero.

[2]

Era nel non conosciuto luogo davanti al vecchio tempio un pratello vestito di palida erba per la fredda stagionenel quale una fontana bellissima si vedeaalle cui onde la piovuta acqua niente aveva offesoma chiarissime dimoravanoe nel mezzo di quella a modo di due bollori si vedea l'acqua rilevare. Alla quale Filocolouscito del tempioe appressandosiligli piacquecosì chiara vedendolae divenne disideroso di bere di quellae fecesi un nappo d'argento apportare; e con quello dall'una delle parti si bassò sopra la fontana per prenderneebassatocol nappo alquanto le chiare onde dibatté. E questo faccendovide quelle gonfiaree fra esse sentì non so che gorgogliaree dopo picciolo spazio il gorgogliare volgersi in voce e dire: - Bastitichi che tu sii che le mie parti molesti con non necessario ravolgimentoche io sanza essere molestatoo molestartimitigo la tua setené perisca il fraternale amore per che ioche già fui uomosia ora fonte -. A questa voce Filocolo tutto stupefatto tirò indietro la manoe quasi che non caddené i suoi compagni ebbero minore maraviglia; ma dopo alquanto spazioFilocolo rassicuratosi così sopra la chiara fonte parlò: - O chi che tu siiche nelle presenti onde dimoriperdonami se io t'offesiché non fu mio intendimentoquando per le tue parti sollazzandomi menava il mio nappod'offendere ad alcuno. Ma se gl'iddii da tal molestia ti partano e le tue onde lungamente chiare conservinonon ti sia noia la cagione per che qui relegato dimori narrarcie chi tu se'e come qui venisti e ondeacciò che per noi la tua fama risuscitiei tuoi casi narrandodi te facciamo ancora molte anime pietosese pietà meritano i tuoi avvenimenti -.

[3]

Tacque Filocoloe l'onde tutte s'incominciarono a dimenaree dopo alquanto spaziouna voce così parlando uscì del vicino luogo a' due bollori: - Io non so chi tu siiche con così dolci parole mi costringi a rispondere alla tua domanda; ma però che maravigliare mi fai della tua venutanon sarà sanza contentazione del tuo disiosolo che ad ascoltarmi ti disponghi. E però che più mia condizione ti sia manifestadal principio de' miei danni ti narrerò i miei casi. E sappi ch'io fui di Marmorinaterra ricchissima e bella e piena di nobilissimo popoloposseduta da Felicealtissimo re di Spagnae il mio nome fu Filenoe giovane cavaliere fui nella corte del detto re. Nella quale corte una giovane di mirabilissima bellezzail cui nome era Biancifiore con la luce de' suoi begli occhi mi prese in tanto il cuore del suo piacereche mai uomo di piacere di donna non fu sì preso. Niuna cosa era che io per piacerle non avessi fattoe già molte cose feci laudevoli per amor di lei. Io ricevetti da leiun giorno che la festività di Marte si celebrava in Marmorinaun velo col quale ella la sua bionda testa coprivae quello per sopransegna portato nella palestrasopra tutti i compagni per forza ricevetti l'onore del giuoco. E da Marmorina partitomi andai a Montorodove un figliuolo del detto re chiamato Florio dimorava; e quivi in sua presenza i miei amorosi casi narraiignorando che esso Biancifiore più che altra cosa amasse come poi detto mi fu che esso facea: per le quali cose narrate meritai a torto d'essere da lui odiato. Queste furono principali cagioni de' miei maliperò chese io fossi taciutoancora in Marmorina dimorereicontentandomi di poter vedere quella bellezza per la quale ora lontano in altra forma dimoro. Ma non essendo io ancora di Marmorina partitopoco tempo appresso della fatta narrazioneDianapietosa del crudele male che mi si apparecchiavain sonno mi fece vedere infinite insidie poste da Florio alla mia vitae similemente mi fece sentire i colpi che la sua spada e quelle de' suoi compagni s'apparecchiavano di dovermi dare. Le quali cose vedutenarrandole poi io ad un mio amicoil quale de' segreti di Florio alcuna cosa sentivam'avverò quello che veduto aveva essermi sanza alcun fallo apparecchiatose io di Marmorina non mi partissi. Seguitai adunque il consiglio del mio amicoe abandonata Marmorinae cercati molti luoghie pervenuto quimi piacque qui di finire la mia fuga e di pigliare questo luogo per etterno essilio: e ancora mi parve solingo e rimoto moltoonde io imaginai di poterci sanza impedimento d'alcuni nascosamente piangere l'abandonato bene; e così lungamente il piansi. Ma per le mie lagrime non per l'essere lontanomancava però il verace amore ch'io portava e porto in colei che più bella che altra mi pareaanzi più ciascun giorno mi costringeva e molestava molto. Laonde io un giorno incominciai con dolenti voci a pregare gl'iddii del cielo e della terra e qualunque altri che i miei dolori terminasseroe infinite volte domandai e chiamai la mortela quale impossibile mi fu di potere avere. Ma pure pietà del mio dolore vinse gl'iddiili quali chiamandocome io ho detto che facevasedendo in questo luogomi sentii sopra subitamente venire un sudore e tutto occuparmiedopo questociò che quello toccava in quello medesimo convertivae già volendomi con le mani toccare e asciugare quelloné la cosa disiderata toccavané la mano sentiva l'usato uficio adoperarema mi sentiva nel muovere de' membri e nel toccarsi insieme né più né meno come l'onde cacciate l'una dal vento e l'altra dalla terra insieme urtarsi: per che io incontanente me conobbi in questi liquori trasmutatoe mi sentii occupare questo luogoil quale io poi con la gravezza di me medesimo ho più profondo occupato. E così trasmutatosolo il conoscimento antico e il parlare dagl'iddii mi fu lasciato. Né mai mancarono lagrime a' dolenti occhii quali nel mezzo di questa postida essicome da due naturali venesurge ciò che questa fontana tiene frescacome voi vedete. E quella verdura sottileche in alcuna parte cuopre le chiare ondefu il velo della bella giovane col quale io coperto m'era quel giorno che con tanto effetto la morte disideravaacciò che sotto la sua ombrapensando di cui era statomi fosse più dolce il morire: ecome vedeteancora mi cuopree emmi caro. Ora hai per le mie parole potuto tutto il mio stato comprendereil quale io quanto più brievemente ho potuto t'ho dichiarato: non ti sia dunque grave manifestarmi a cui io mi sia manifestato -.

[4]

Ascoltando Filocolo le parole di Filenosi ricordò lui di tutto dire la veritàe cominciò quasi per pietà a lagrimaree così gli rispose: - Filenopietà m'ha mosso de' tuoi casi a lagrimare; e certo io soverrò al tuo domandopoi che al mio se' stato cortesee non sanza consolazione delle tue lagrime ascolterai le mie parole. E primieramente ti sia manifesto che io mi chiamo Filocoloe sono di paese assai vicino alla tua terranato di nobili parentie per quello signore per lo quale tu in lagrime abondi e in doloreio similemente pellegrinando d'acerbissima doglia pieno vo per lo mondo. Quel Florioil quale tu mi nominiio il conosco troppo benee non ha guari che io il vidie con lui parlaie tanto dolente per le parole sue essere il compresiche mai sì doloroso uomo non vidi. Ma certo egliper quello ch'io intendessiha ben ragione di vivere dolenteperò che il re suo padre quella bella giovane Biancifiorela quale tu già amastivendé a' mercatanti sì come vilissima serva. I quali mercatanti lei sopra una loro nave trasportarono viae dove non si sa: per la qual cosa eglinon sappiendo che si faremuore a dolore. Onde se egli a te nuocere volevadi tale ingiuria gl'iddii l'hanno ben pagatoavvegna che la tua fuga gli spiacque e fugli noia. E però non pur crescere in angosciamacon ciò sia cosa che a te siano molti compagni e in simiglianti affannie io sia uno di quelliconfortatisperando che quella dea che dalle insidie di Florio ti levòcosì come agevole le fu a rendere lo sbranato Ipolito vivo con intera formacosì te nel pristino stato potrà a' suoi servigi recandotirintegrare -.

[5]

La chiara fontefinite le parole di Filocolotutta enfiòe con le sue onde passò gli usati terminiproducendo un nuovo soffiarema più a Filocolo non parlòil quale lungamente alcuna parola attese. Ma poi che per lungo spazio fu dimoratoe quella riposata vide sì come quando prima col nappo mossa l'aveaegli si dirizzòe con li compagni suoidi questa cosa tutti maravigliandosiincominciarono a ragionaredolendo a ciascuno del misero avvenimento di Filenodicendo: - O quanto è dubbiosa cosa nella palestra d'Amore entrarenella quale il sottomesso albitrio è impossibile da tal nodo slegarese non quando a lui piace. Beati coloro che sanza lui vita virtuosa conduconose bene guardiamo i fini a' quali egli i suoi suggetti conduce. Chi avrebbe ora creduto nel salvatico paese trovare Fileno convertito in fontana di lagrimeil quale fu il più gaio cavaliere e il più leggiadro che la nostra corte avesse? Chi potrebbe pensare Filocolo figliuolo unico dell'alto re di Spagnaessere per amore divenuto pellegrinoe andare cercando le strane nazioni poste sotto il cieloe ora in questo luogo trovarsi in questo tempo? -. A questo rispose Filocolo dicendo: - L'essere venuto qui m'è assai caro; né per alcuna cosa vorrei non esserci statoperò che mirabile cosa e da notare abbiamo veduta nel diserto luogoil quale n'è stato dagl'iddii comandato d'onoraree detto il perché. E certo io non so in che atto io il possa avanti di più onore accrescere che io m'abbia fatto rinnovando il santo tempio e il suo altare -. A cui Ascalion disse: - Noi andremo secondo il santo consiglioe fornito il nostro cammino e ricevuta la cercata cosanel voltare de' nostri passi il tornar qui non ci fallae allora quello onore che in questo mezzo avremo ne' nostri animi diliberato di fare faremo agl'iddii e al luogoperò che gl'iddiisolleciti a' beni dell'umana genteniuna utilità per i nostri doni ci concedono; ma poi ch'elli hanno le dimandate cose a' dimandanti concedutedilettansi e è loro a grado che i ricevitori in luogo di riconoscenza offerino graziosi doni e rendano debiti onori alle loro deitàmostrandosi grati del ricevuto beneficio. E peròcome dissinel nostro tornare ricevute le disiate coseci mostreremo conoscenti del ricevuto consiglioonorandolo come si converrà -.

[6]

Questo consiglio a tutti piacquee tutto quel giorno e la notte quivi dimorarono sanza più molestare la misera fontana; e la vegnente mattinasecondo l'ammaestramento dello strano iddiomancate l'abondanti acque che il solingo piano aveano il preterito giorno allagatopresero il camminoper lo quale sollecitamente pervennero ad Alfea e a' suoi portiavanti che l'occidentale orizonte fosse dal sole toccato. Quivi la mandata nave quasi in un'ora con loro insieme trovarono essere venuta: di che contentisperando per quello le cose più prospere nel futurosu vi montarono sanza alcuno indugioe a' prosperevoli venti renderono le sanguigne velecomandando che all'isola del fuoco il cammino della nave si dirizzasse. Eolo aiutava con le sue forze il nuovo legnoe lui con Zeffiro a' disiati luoghi pingevae Nettunno pacificamente i suoi regni servava: onde Filocolo e suoi compagni contenti al loro cammino sanza affanno procedeano. Ma la misera fortunache niuno mondano bene lascia gustare sanza il suo felenon consentì che lungamente questa fede fosse a' disiosi giovani servata; maavendo già costoro dopo il terzo giorno assai vicini al luogo ovequando nella nave entraronoaveano diliberato di riposarsiripostile bocche di Zeffiro richiuse e diede a Noto ampissima via sopra le salate acque: e Nettunno in se medesimo tutto si commosse con ispiacevol mutamento. Onde dopo poco spazio i giovaninon usi di queste cosequasi morti in tale affannosanza ascoltare alcun confortonella nave si riputavano.

[7]

Erasi Noto con focoso soffiamento d'Etiopia levatovolendo già il giorno dare luogo alla nottee avea l'emisperio tutto chiuso d'oscurissimi nuvoliminacciando noiosissimo tempo: e i marinari di lontana parte vedeano il mare aver mutato colore. Ma poi che il giorno fu partitoi marinarida doppia notte occupatinon vedeano che si fare. Elli s'argomentavano quanto potevano di prendere alto mare e di resistere alla sopravegnente tempesta per li veduti segni; ma mentre che gli argomenti utili alla loro salute si prendeanosubitamente incominciò da' nuvoli a scendere un'acqua grandissimae 'l vento a multiplicare in tanta quantitàche levate loro le vele e spezzato l'alberonon come essi voleanoma come a lui piacevali guidava. E li mari erano alti a cielo e da ogni parte percoteano la resistente navecoprendo quella alcuna volta dall'un capo all'altro: e già tolto avea loro l'uno de' timonie dell'altro stavano in grandissimo affanno di guardare. E il cielo s'apriva sovente mostrando terribilissimi e focosi baleni con pestilenziosi tuonii qualiin alcuna parte colti della naven'aveano tutte le bande mandate in mare: laonde tutti i marinari dopo lunga faticae combattuti dal vento e dalla sopravegnente acqua e da' tuoniil potersi aiutareo loro o la naveaveano perdutoe chi qua e chi là quasi morti sopra la coperta della nave prostrati giaceano vinti; e quasi ogni speranza di saluteper lo dire de' padroni e per le manifeste coseera perduta. Né ancora la notte mezze le sue dimoranze avea compiutené il tempo facea sembianti di riposarsima ciascuna ora più minaccevole proffereva maggiori danni con le sue opere: onde niuno conforto né a Filocolo né ad alcuno che vi fosse era rimasose non aspettare la misericordia degl'iddii.

[8]

Multiplicava ciascuna ora alla sconsolata nave più pericoloe ancora che il romore e del mare e de' venti e de' tuoni e dell'acque fosse grandissimoancora il faceano molto maggiore le dolenti voci de' marinarile quali alcune in ramarichiialtre in prieghi agl'iddii che gli dovessero atare dolorosissime delle loro bocche procedeanoconoscendo il pericolo in che erano. Le quali cose Filocolo per lungo spazio avendo vedutee a quelle e conforto e aiuto co' suoi compagni avea porto quanto potuto aveavedendo la loro salute ognora più fuggirecon gli altri insieme quasi disperato piangendo s'incominciò a doleredicendo così: - O fortunasazia di me omai la tua iniqua volontà. Assai ti sono stato trastulloassai hai di me risoora in alto e ora in basso stato. Non penare più di recarmi a quell'ultimo male che continuamente hai disiderato: fallo tosto. Non m'indugiare più la mortepoi che tu la mi disideri: ma se esser puoteio solo la morte ricevaacciò che costoroi quali per me ingiustamente i tuoi assalti ricevononon sofferiscano sanza peccato pena. I tuoi innumerabili pericoli tuttifuori che questom'hai fatti provaree in questoil quale ancora non avea provatoogni tua noia si contiene: sia adunque questosì come maggiorea me per fine riserbato nelle mie miserie. A questa niuna cosa peggiore mi può seguire se non morte. Io la disidero: mandalamiacciò che gli altri campinoe la tua voglia s'adempia e i miei dolori si terminino. Sazisi ora ogni tua vogliae in questo finiscano le tue fatiche e i miei danni. O miseri parenti rimasi sanza figliuoloconfortateviché più aspro fine gli seguita che voi non gli dimandavate: egli è ora nelle reti tese da voi miseramente incappato. Le vostre operazioni questa notte avranno fine e la vostra letizia non vedrà il morto visoil quale vivo invidiosi lagrimato avete. Solo in questo m'è benigna la fortunae in questo la ringrazioche sì incerta sepoltura mi doneràche né vivo né morto mai a' vostri occhi mi ripresenterò: per che se mi odiatecome le vostre operazioni hanno mostratosanza consolazione in dubbio viverete della mia vita; se mi amatecome figliuolo da' parenti dee essere amatola fortunarapportatrice de' malimorto mi vi paleserà sanza indugioe allora potrete conoscere voi debita pena portare del commesso male. Ma la mia oppinione sola questa consolazione ne porterà con l'anima al leggero legnetto d'Acherontepensando che la vostra vecchiezza in dolore si consumeràla quale non consentì che io lieti usassi i miei giovani anni. O Nettunnoperché tanto t'affanni per avere la mia anima? Cuopri la trista nave se possibile èe me solo in te ne porta. Finisci il tuo disio e le mie pene a un'ora: non nuoccia il mio infortunio agl'innocenti compagni -. E poi ch'egli aveva per lungo spazio così dettoe egli con più pietosa voce alzava il viso mirando il turbato cieloe diceva: - O sommo Giovevenga la tua luce alla sconsolata genteper la quale i non conosciuti cammini del tuo fratello ci si manifestinoe aiuta il tuo popolo che solo in te speraesanza guardare a' nostri meriticon pietoso aspetto alla nostra necessità ti rivolgie se licito non ci è di potere la dimandata isola prendere con le nostre ancoreprenda la già non navesanza pericolo di noiqualunque altro porto. Umilia il tuo fratello a cui niuna ingiuria facemmo maimuovasi la tua pietà a' nostri prieghiné resistano i commessi difettii quali sì come uomini continui adoperiamo. E tuo santo iddioa cui non ha tre dì passatio forse quattro feci debiti sacrificiiaiutacie la 'mpromessa fatta dalla santa bocca non la mettere in oblio. Non si conviene agl'iddii essere fallaciné possibile è che siano; ma cessi che così la tua promessa mi sia attenutacome quella di Giove fu a Palinuro. Io non men tosto disidero di prendere altri litise possibile non è d'avere questiche per tal maniera la promessione ricevere. O santa Venusaiutami nel tuo natale luogo. Non mi far perire là ove tu nascesti e dove tu più forza che in altra parte dei avere. Ricordati della mia diritta fede. Cessino per lo tuo aiuto questi ventie manifestisici la bellezza del bel nido di Leda e la figliuola di Latonae i mariche di sé fanno spumose montagnenelle sue usate pianezze riduci. Vedi che niuno di noi non può più; solo il vostro soccorso sostiene le nostre speranze: quello solo attendiamo. Non si 'ndugi: l'alberole velei timoni e le sarte da' venti e dall'onde ci sono state tolte. E i tuoni e le spaventevoli corruscazioni e le gravi acque cadenti da cielo e mosse da' venti ci hanno i nocchieri e i marinari e noi vintie renduti impossibili a più aiutarci: in tempestoso maresanza guida e in isconosciuto luogoabandonato da ogni speranzaper li tuoi servigi così mi ritruovo -.

[9]

Gli altri compagni di Filocolo tutti piangeanoe nulla salute speravanoma del fiero colpo d'Antroposil quale vicino si vedeanoimpauritimezzi morti giaceano tutti bagnatie quasi ogni potenza corporale perdutasi conduceano secondo i disordinati movimenti della nave. Ma il vecchio Ascalionil quale altre volte di simiglianti avversitadi provate aveaancora che pauroso fossenon gli parea cosa nuovae con migliore speranza viveva che alcuno degli altrie tutti li giva riconfortando con buone parole come cari figliuoli. E mentre queste cose così andavanola nave portata da' poderosi venti sanza niuno governamentoavanti che il giorno apparisse da nulla partene' porti dell'antica Partenope fu gittata da' fieri ventiquasi vicina agli ultimi suoi danni: e quivi da' marinariche vedendosi in porto ripresero confortocosì spezzata dalle bande e fracassatain sicuro luogo dall'ancore fu fermatae aspettarono il nuovo giorno ringraziando gl'iddiinon sappiendo in che parte la fortuna gli avesse balestrati.

[10]

Poi che il giorno apparve e il luogo fu conosciuto da' marinaricontenti d'essere in sicuro e grazioso luogodiscesero in terra. E Filocolo co' suoi compagnia' quali più tosto della sepoltura risuscitati parea uscire che della navescesi in terrae rimirando verso le crucciate acqueripetendo in se medesimi i passati pericoli della presente notteappena parea loro potere essere sicurie ringraziando gl'iddii che da tal caso recati gli avea a saluteoffersero loro pietosi sacrificii e incominciaronsi a confortare. E da un amico d'Ascalion onorevolemente ricevuti furono nella cittàe quivi la loro nave fecero racconciare tuttae di vele e d'albero e di timoni migliori che i perduti la rifornirono; e incominciarono ad aspettar tempo al loro viaggioil quale molto più si prolungò che 'l loro avviso non estimava. Per la qual cosa Filocolo più volte volle per terra pigliare il camminomasconfortato da Ascalionse ne rimaseaspettando il buon tempo in quel luogo.

[11]

Videro Filocolo e' suoi compagni Febeia cinque volte tonda e altretante cornutaavanti che Noto le sue impetuose forze abandonasse: né quasi mai in questo tempo videro rallegrare il tempo. Per la qual cosa gravissima malinconia e ira la disiderosa anima di Filocolo stimolavadolendosi della ingiuria che da Eolo ricevere gli pareva. E più volte la sua ira con voti e con pietosi sacrificii e con umili prieghi s'ingegnò di piegarema venire non ne poté al disiderato fineanzi parea che quelli più nocessero; onde egli spesso di ciò si doleva dicendo: - Oimèche ho io verso gl'iddii commessoche i miei sacrificii puramente fatti non sono accettati? Io non sacrilegoio non invido de' loro onoriio non assalitore de' loro regniné tentatore della loro potenza ma fedelissimo e divoto servidore di tutti: adunque ché mi nuoce? -. Egli dopo le lunghe malinconie andava alcuna volta a' marini litie in quella parteverso la quale egli imaginava di dovere andaresi volgeva e rimiravadicendo: - Sotto quella parte del cielo dimora la mia Biancifiore. Quella parte è testé da lei vedutae io la voglio rimirare. Io sento la dolcezza ch'ella adduce secopresa dalla luce de' begli occhi di Biancifiore -. E poi bassati gli occhi sopra le salate ondee vedendole verdi e spumanti biancheggiare nelle sue rotture con tumultuoso romoree similmente il vento con sottili sottentramenti stimolare quelleturbato in se medesimo dicea: - O dispietata forza di Nettunnoperché commovendo le tue acque impedisci il mio andare? Forse tu pensi ch'io un'altra volta porti il greco fuoco alla tua fortezzacome fecero coloro a' quali se tu così crudelecome a me se'fossi statoancora le sue mura vedresti intere e piene di popolo sanza essere mai state offese. Io non porto insidiema come umile amantecol cuore acceso di fiamma inestinguibileper lo piacere d'una bellissima giovanesì come tu già avesticerco mediante la tua pace di ritrovare leiallontanata per inganni d'alcuni dalla mia presenza. Di che meritarono più coloro nel tuo cospettoche portandonela da me la diviseroche meriti io? Che ho io verso di te offesoche commesso più che gli ausonici mercatanti? Niuna cosa: con continui sacrificii ho la tua deità essaltata cercandola di pacificare verso me. Alla quale s'io forse mai offesiignorantemente il male commisi: e che che io m'avessi commessoben ti dovrebbe bastarepensando quello che mi facestinon è lungo tempo passatoquando me e' miei compagni per morti quasi in questo luogo ci gittasti sopra lo spezzato legno. Adunque perché sanza utilità più avanti mi nuoci? Certose i tuoi regni fossero da essere cercati brieve quantità come da Leandro eranocon la virtù dell'anello ricevuto dalla pietosa madremi metterei a cercare il disiato luogo oltre al tuo piacere e crederei poter fornire quello che a lui fornire non lasciasti; ma sì lungo cammino per quelli ho ad andareche più tosto la forza mi mancherebbe che il tuo potere m'offendesse: e per questo la tua pace cerco e quella disidero; non la mi negareio te ne priego per quello amore che già per Esmenia sentisti. E tuo sommo Eolospietato padre di Cannacetempera le tue ireingiustamente verso me levate. Apri gli occhie conosci ch'io non sono Eneail gran nemico della santa Giunone: io sono un giovane che amosì come tu già amasti. Pensi tu forse per nuocermi avere da Giunone la seconda impromessa? Raffrena le tue ireracchiudi lo spiacevole vento sotto la cavata pietra: io non sono Macareoné mai in alcuna cosa t'offesi. Sostieni ch'io compia lo incominciato viaggioe quello compiutoquando nel disiato luogo sarò con la mia donnaquanto ti piace soffia: graziosa cosa mi sarà di quel luogo mai non partirmi. Allora mostrerai le tue forzequando noioso non mi sarà il dimorare. Ma ora che con angoscia perdo tempomitiga la tua furiae sostieni che 'l mio disio io il possa fornireché se tu non fossiben conosco che Nettunno priega di starsi in pace -. Poi diceva: - Oimèove mi costrigne amore di perdere i prieghi? Alle sorde onde e a' dissoluti soffiamentine' quali niuna fedesì come in cosa sanza niuna stabilitàsi truova! -.

[12]

Con tali parole più volte si dolea lo innamorato giovane sopra i salati litie da malinconia gravato tornava al suo ostiere. Ma essendo già Titan ricevuto nelle braccia di Castore e di Pollucee la terra rivestita d'ornatissimi vestimentie ogni ramo nascoso dalle sue frondie gli uccellistati taciti nel noioso tempocon dolci note riverberavano l'aeree il cieloche già ridendo a Filocolo il disiderato cammino promettea con ferma fedeavvenne che Filocolo una mattinapieno di malinconia e tutto turbato nel visosi levò dal notturno riposo. Il quale vedendoloi compagni si maravigliarono molto per che più che l'altre fiate turbato stesse. Al quale Ascalion disse: - Giovanecaccia da te ogni malinconiaché il tempo si racconciaper lo qualesanza dubbio di più ricevere sì noioso accidente come già sostenemmoci sarà licito il camminare -. A cui Filocolo rispose: - Maestrocertamente quello che diteconoscoma ciò alla presente malinconia non m'induce -. - E come - disse Ascalion - è nuovo accidente venuto per lo quale tu debbi dimorare turbato? -. - Certo - disse Filocolo - l'accidente della mia turbazione è questoche nella passata notte io ho veduta la più nuova visione che mai alcuno vedessee in quella ho avuta gravissima noia nell'animoveggendo le cose ch'io vedeva: per la qual cosa la turbazionepoi ch'io mi svegliaiancora da me non è partitama sanza dubbio credo che meco non lungamente dimorerà -. Pregaronlo Ascalion e' compagni checacciando da sé ogni malinconiagli piacesse la veduta visione narrare loronella quale tanta afflizione sostenuta avea. A' quali Filocolo con non mutato aspetto rispose che volentierie così cominciò a parlare:

[13]

- A me parea essere da tutti voi lasciato e dimorare sopra lo falernese montequi a questa città soprapostoe sopra quello mi parea che un bellissimo prato fosserivestito d'erbe e di fiori dilettevoli assai a riguardaree pareami di quello potere vedere tutto l'universo; né mi parea che alli miei occhi alcuna nazione s'occultasse. E mentre che io così rimirando intorno le molte regioni dimoravavidi di quello cerreto ove noi la misera fontana trovammouno smeriglione levarsi e cercare il cielo; e poi che egli era assai alzatopigliando larghissimi giri il vidi incominciare a calaree dietro a una fagiana bellissima e volante moltoche levata s'era d'una pianura fra salvatiche montagne postanon guari lontana al natale sito del nostro poeta Naso: e nel già detto prato a me assai appresso mi parea ch'egli la sopragiungessee ficcatasela in piedi sopra la schienaforte ghermita la tenea. Poi appressoassai vicino di quel luogo onde levata s'era la fagianami parve vedere levare quello uccello che a guardia dell'armata Minerva si ponee con lui uno nerissimo merloe volando quella seguiree nel suo cospetto e dello smeriglione posarsi. Poivolti gli occhi in altra parte di quella isola la quale noi cerchiamoil semplice uccelloin compagnia di Citerea postovidi di quindi levare e insieme con un cuculo in quel luogo ancora porsi. E mentre che io in giro gli occhi volgevavidi tra l'ultimo ponente e i regni di Trazia di sopra a Senna levarsi uno sparviere bellissimo e uno gheppoe seguitare un girfalco e un moscardo e un rigogolo e una gruache di sopra alla riviera del Rodano levati s'eranoe dintorno alla fagiana posarsi. Poiin più prossimana parte tirati gli occhividi delle guaste muralasciate da noi nel piano del fratello del Teverouscire un terzuoloe con forte volo aggiungersi agli altri sopradettidi dietro al quale la misera reinaancora de' suoi popoli nimicalevata di presso al luogo onde lo smeriglione levare vidivolando seguiva: e di non molto lontano alla nostra Marmorina surse il padre d'Elenae quivi vennee d'una costa d'una di queste montagne vicine venne uno avoltoio e con gli altri nel bel prato si pose. E mentre che io della adunazione di questi uccelli in me medesimo mi maravigliavae io guardai e vidi di questa piaggia molti e diversi altri levarsie con gli sopradetti giugnersi: e' mi parease bene estimaiun nibbio e un falcone e un gufo vedere agli altri precedereea loro dietrouna delle figliuole di Piero conobbie una ghiandaia che pigolando forte volava; edopo loroquelli da cui Apollo è accompagnatoe il mirifico tiratore de' carri di Giunonee una calandrae un picchio e poi un grande aghirone con la misera Filomena e con Tireoa' quali dietro volava un indiano pappagallo e un frisonee con gli altri accoltifatto di loro un cerchio dintorno alla fagianada' piè di Niso sopr'essa. Io maravigliandomi incominciai ad attendere che questi volessero fare. E come ciò rimiravatutti incominciarono a dare gravissimi assalti alla fagianae alcuni allo smerlogridando e stridendoquale tirandosi adietro e quale mettendosi avanti; e chi penne e chi la viva carne di quella ne portava; ma lo smeriglione gridandosanza ghermirla puntoquanto potea da tutti la difendea; e in questa battaglia per lungo spazio dimoròe quasi io più volte fui mosso per andare ad aiutarlopoi ritenendomi fra me dicea: "Veggiamo la fine di costuise egli avrà tanto vigore che da tutti la difenda". E così attendendodelle montagne vicine a Pompeana vidi un gran mastino levarsi e correre in questo luogoe tra tutti gli uccelli ficcatosicon rabbiosa fame il capo della fagiana presee quello divoratoper forza l'altro busto trasse degli artigli di Niso: il quale poi che voti della presa preda si trovò gli artigligridando il vidi non so come in tortola essere trasmutatoe sopra un vicino alberonel quale fronda verde il nuovo tempo non avea rimessaposarsie sopra quello a modo di pianto umano quasi la sentiva dolere. E così standomi parve vedere il cielo chiudersi d'oscuri nuvolimolto peggio che quella notteche noi di morire dubitammonon fece. E picciolo spazio stette ch'egli ne cominciò a scendere un'acqua pistolenziosa con una grandine grossacon venti e con tempesta simile mai non veduta: e i tuoni e' lampi erano innumerabili e grandissimi. E certo io dubitava non il mondo un'altra volta in caos dovesse tornare! E tutta questa pistolenzia parea che sopra il dolente uccello cadesse: la quale dolendosi con l'alie chiuse tutta la sostenea. La terra e 'l mare e 'l cielo crucciati e minacciando peggiopareano contra a quella commossiné parea che luogo fosse alcuno ove essa per sua salute ricorso avere potesse. E così di questa visione in altrele quali alla memoria non mi tornanomi trasportò la non stante fantasiainfino a quell'ora che io poco inanzi mi svegliaitrovandomi ancora nella mente turbato della compassione avuta al povero uccello -.

[14]

- Strane cose ne conta il tuo parlare - disse Ascalion- né che ciò si voglia significare credo che mai alcuno conoscerebbe: e però niuna malinconia te ne dee succedere. Manifesta cosa è che ciascuno uomo ne' suoi sonni vede mirabili cose e impossibili e stranedalle quali poi isviluppato si maravigliama conoscendo i principii onde muovonoquelle sanza alcun pensiero lascia andare: e però quelle cose che ne conti che vedute haisì come vanenella loro vanità le lascia passare. E poi che il tempo si rallegrae de' nostri disiderii lieto indizio ci dimostrae noi similmente ci rallegriamo; andiamo e la piacevole aere su per li salati liti prendiamo: e ragionandodel nostro futuro viaggio ci proveggiamo passando tempo -. Così Filocolo col duca e con Parmenione e con gli altri compagni si mossee con lento passodi diverse cose parlandoverso quella parte ove le reverende ceneri dell'altissimo poeta Maro si posanodirizzano il loro andare. I quali non furono così parlando guari dalla città dilungatiche essi pervenuti allato ad un giardinoudirono in esso graziosa festa di giovani e di donne. E l'aere di varii strumenti e di quasi angeliche voci ripercossa risonava tuttaentrando con dolce diletto a' cuori di coloro a' cui orecchi così riverberata venia: i quali canti a Filocolo piacque di stare alquanto a udireacciò che la preterita malinconiamitigandosi per la dolcezza del cantoandasse via. Ristette adunque ad ascoltare: e mentre che la fortuna così lui e i compagni fuori del giardino tenea ad ascoltare sospesiun giovane uscì di quelloe videlie nell'aspetto nobilissimi e uomini da riverire gli conobbe. Per che egli sanza indugio tornato a' compagnidisse: - Veniteonoriamo alquanti giovanine' sembianti gentili e di grande esserei qualiforse vergognandosi di passare qua entro sanza essere chiamatidimorano di fuori ascoltando i nostri canti -. Lasciarono adunque i compagni di costui le donne alla loro festae usciti del giardino se ne vennero a Filocoloil quale nel viso conobbero di tutti il maggioree a luicon quella reverenza che essi avevano già negli animi compresa che si convenisseparlaronopregandolo che in onore e accrescimento della loro festa gli piacesse co' suoi compagni passare con loro nel giardinocon più prieghi sopra questo strignendolo che esso loro questa grazia non negasse. Legarono i dolci prieghi l'animo gentile di Filocoloe non meno quello de' compagni; e così a' preganti fu da Filocolo risposto: - Amiciin verità tal festa da noi cercata non erané similemente fuggitama sì come naufragi gittati ne' vostri portiper fuggire gli accidiosi pensieri che l'ozio induceandavamo per questi liti le nostre avversità recitando; e come che la fortuna ad ascoltare voi c'inducesse non soma disiderosaparedi cacciare da noi ogni noiapensando che voiin cui cortesia infinita conoscoci ha parati davanti: e però a' vostri prieghi satisfaremoancora che forse parte della cortesiache da noi procedere dovrebbeguastiamo -. E così parlando insieme nel bel giardino se n'entraronoove molte belle donne trovarono; dalle quali graziosamente ricevuti furonoe con loro insieme accolti alla loro festa.

[15]

Ma poi che Filocolo per grande spazio ebbe la festa di costoro vedutae festeggiato con essia lui parve di partirsi. E volendo prendere congedo da' giovani e ringraziarli del ricevuto onoreuna donna più che altra da riverirepiena di maravigliosa bellezza e di virtùvenne dov'egli stavae così disse: - Nobilissimo giovanevoi per la vostra cortesia questa mattina a questi giovani avete fatta una graziaper la quale essi sempre vi sono tenuticioè di venire ad onorare la loro festa: piacciaviadunqueall'altre donne e a me la seconda grazia non negare -. A cui Filocolo con soave voce rispose: - Gentil donnaa voi niuna cosa giustamente si poria negare; comandate: io e' miei compagni a' vostri piaceri tutti siamo presti -. A cui la donna così disse: - Con ciò sia cosa che voivenendoin grandisima quantità la nostra festa multiplicasteio vi voglio pregare che partendovi non la manchiatema qui con noi questo giornoin quello che cominciato avemoinfino alla sua ultima ora consumate -. Filocolo rimirava costei parlante nel visoe vedea i suoi occhi pieni di focosi raggi sintillare come matutina stellae la sua faccia piacevolissima e bella; né poi che la sua Biancifiore non videgli parea sì bella donna avere veduta. Alla cui domanda così rispose: - Madonnadisposto sono a più tosto il vostro piacere che 'l mio dovere adempiere: però quanto a voi piaceràtanto con voi dimoreròe' miei compagni con meco -. Ringraziollo la donnae ritornando all'altrecon esse insieme s'incominciò a rallegrare.

[16]

In tal maniera dimorando Filocolo con costoroprese intima dimestichezza con un giovane chiamato Caleondi costumi ornatissimo e facundo di leggiadra eloquenzaa cui egli parlando così disse: - Ohquanto voi agl'iddii immortali siete tenuti più che alcuni altri i quali in una volontà pacifici vi conservano di far festa! -. - Assai loro ci conosciamo obligati - rispose Caleon; - ma quale cagione vi muove a parlare questo? -. Filocolo rispose: - Certo niuna altra cosa se non il vedervi qui così assembrati tutti in un volere -. - Certo - disse Caleon - non vi maravigliate di ciò ché quella donnain cui tutta leggiadria si riposaa questo ci mosse e tiene -. Disse Filocolo: - E chi è questa donna -. Caleon rispose: - Quella che vi pregò che voi qui rimanestequando partire poco inanzi vi volevate -. - Bellissima e di gran valore mi pare nel suo aspetto - disse Filocolo- ma se ingiusta non è la mia domandamanifestimisi per voi il suo nomee donde ella sia e di che parenti discesa -. A cui Caleon rispose: - Niuna vostra domanda potrebbe essere ingiusta; e però che di così valorosa donna niuno è che apertamente parlando non deggia palesare la sua famaal vostro dimando interamente sodisfarò. Il suo nome è da noi qui chiamato Fiammettaposto che la più parte delle genti il nome di Colei la chiaminoper cui quella piagache il prevaricamento della prima madre aperserichiuse. Ella è figliuola dell'altissimo prencipe sotto il cui scettro questi paesi in quiete si reggonoe a noi tutti è donna: ebrievementeniuna virtù è che in valoroso cuore debbia capereche nel suo non sia; e voisì come io estimooggi dimorando con noiil conoscerete -. - Ciò che voi dite - disse Filocolo - non si può ne' suoi sembianti celare: gl'iddii a quel fineche sì singulare donna meritala conducanoe certo quello e più che voi non ditecredo di lei. Ma queste altre donne chi sono -. Disse Caleon: - Queste donne sono alcune di Partenopee altre altronde in sua compagniasì come noi medesimiqui venute -. E poi che essi ebbero per lungo spazio così ragionatodisse Caleon: - Dehdolce amicose a voi non fosse noiaa me molto sarebbe a grado di vostra condizione conoscere più avanti che quello che il vostro aspetto ripresentiacciò che forse conoscendovipiù degnamente vi possiamo onorare: però che tal fiata il non conoscere fa negli onoranti il debito dell'onorare mancare -. A cui Filocolo rispose: - Niuno mancamento dalla vostra parte potrebbe venire in onorarmima tanto n'avete fatto avantiche soprabondando avete i termini trapassati. Ma poi che della mia condizione disiderate sapereingiusto saria di ciò non sodisfarvie peròquanto licito m'è di scoprirneve ne dirò. Io sì sono un povero pellegrino d'amoreil quale vo cercando una mia donna a me con sottile inganno levata da' miei parenti: e questi gentili uomini i quali con meco vedeteper loro cortesia nel mio pellegrinaggio mi fanno compagnia: e il mio nome è Filocolodi nazione spagnuologittato da tempestoso mare ne' vostri porticercando io l'isola de' siculi -. Ma tanto coperto parlare non gli seppeche il giovine di sua condizione non comprendesse più avanti che Filocolo disiderato non avrebbe: e de' suoi accidenti compassione avendoil riconfortò alquanto con parole che nel futuro vita migliore gli promettevano. E da quell'ora inanzi multiplicando l'onorenon come pellegrino e come uomo accettato a quella festama come maggiore e principale di quellaa tutti il fece onoraree la donna massimamente comandò che così fossepoi che da Caleon la sua condizione intesein sé molto caro avendo tale accidente.

[17]

Era già Appollo col carro della luce salito al meridiano cerchio e quasi con diritto occhio riguardava la rivestita terraquando le donne e' giovani in quel luogo adunatilasciato il festeggiareper diverse parti del giardino cercandodilettevoli ombre e diversi diletti per diverse schiere prendevanofuggendo il caldo aere che li dilicati corpi offendeva. Ma la gentil donnacon quattro compagne appressoprese Filocolo per la mano dicendoli: - Giovaneil caldo ci costringe di cercare i freschi luoghi: però in questo pratoil quale qui davanti a noi vediandiamoe quivi con varii parlamenti la calda parte di questo giorno passiamo -. Andò adunque Filocololodando il consiglio della donnadietro a' passi di leie con lui i suoi compagnie Caleon e due altri giovani con loro: e vennero nel mostrato pratobellissimo molto d'erbe e di fiorie pieno di dolce soavità d'odoridintorno al quale belli e giovani albuscelli erano assaile cui frondi verdi e foltedalle quali il luogo era difeso da' raggi del gran pianeto. E nel mezzo d'esso pratello una picciola fontana chiara e bella era dintorno alla quale tutti si posero a sedere; e quivi di diverse cosechi mirando l'acqua chi cogliendo fiori incominciarono a parlare. Ma però che tal volta disavvedutamente l'uno le novelle dell'altro trarompevala bella donna disse così: - Acciò che i nostri ragionamenti possano con più ordine procedere e infino alle più fresche ore continuarsile quali noi per festeggiare aspettiamoordiniamo uno di noi qui in luogo di nostro real quale ciascuno una quistione d'amore propongae da esso a quella debita risposta prenda. E certosecondo il mio avvisonoi non avremo le nostre quistioni poste che il caldo saràsanza che noi il sentiamopassatoe il tempo utilmente con diletto sarà adoperato -. Piacque a tuttie fra loro dissero: - Facciasi re -. E con unica voce tutti Ascalionper che più che alcuno era attempatoin re eleggevano. A' quali Ascalion rispose sé a tanto uficio essere insofficienteperò che più ne' servigi di Marte che in quelli di Venere avea i suoi anni spesi; mase a tutti piacesse di rimettere in lui la elezione di tal reegli si credea bene tanto conoscere avanti delle qualità di tuttiche egli il costituirebbe tale che vere risposte a tali dimande renderebbe. Consentirono allora tutti che in Ascalion fosse liberamente la elezione rimessapoi che assumere in lui tale dignità non volea.

[18]

Levossi allora Ascalione colti alcuni rami d'un verde alloroil quale quasi sopra la fontana gittava la sua ombradi quelli una bella coronetta fecee quella recata in presenza di tutti costorocosì disse: - Da poi che io ne' miei più giovani anni cominciai ad avere conoscimentogiuro per quelli iddii che io adoroche non mi torna nella memoria di avere veduta o udita nomare donna di tanto valorequanto questa Fiammettanella cui presenza Amore di sé tutti infiammati ci tienee da cui noi questo giorno siamo stati onorati in maniera da mai non doverlo dimenticare. E però che ellasì come io sanza fallo conoscoè d'ogni grazia piena e di bellezzae di costumi ornatissima e di leggiadra eloquenza dotataio in nostra reina la eleggo; e molto meglioper la sua magnificenzala imperiale corona le si converrebbe! A costei di reale stirpe ancora discesae a cui le occulte vie d'amore sono tutte apertesarà lieve cosa nelle nostre quistioni contentarci -. E appresso questoalla valorosa donna davanti umilemente le si inchinòdicendo: - Gentile donnaornate la vostra testa di questa coronala quale non meno che d'oro è da tener cara a coloro che degni sono per le loro opere di tali coprirsi la testa -. Alquanto il candido viso della bella donna si dipinse di nuova rossezzadicendo: - Certo non debitamente avete di reina proveduto all'amoroso popoloche di sofficientissimo re avea bisognoperò che di tutti voiche qui dimoratela più semplice e con meno virtù sononé alcuno di voi è a cui meglio che a me investita non fosse. Ma poi che a voi piacené alla vostra elezione posso opporree acciò che io alla fatta promessa non sia contrariaio la prenderòe spero che dagl'iddii e da essa l'ardire dovuto a tanto uficio prenderò: e con l'aiuto di colui a cui queste frondi furono già carea tutti risponderò secondo il mio poco sapere. Nondimeno io divotamente il priego che egli nel mio petto entrie muova la mia voce con quel suonocol quale egli già l'ardito uomo vinto fece meritare d'uscire della guaina de' suoi membri. Io per via di festalievi risposte vi doneròsanza cercare le profundità delle proposte questionile quali andare cercando più tosto affanno che diletto recherebbela alle nostre menti -. E questo dettocon le dilicate mani prese l'offerta ghirlandae la sua testa ne coronòe comandò chesotto pena d'essere dall'amorosa festa privatociascuno s'apparecchiasse di proporre alcuna quistionela quale fosse bella e convenevole a quello di che ragionare intendeanoe taleche più tosto della loro gioia fosse accrescitriceche per troppa sottigliezza o per altro guastatrice di quella.

[19]

Dalla destra mano di lei sedea Filocoloa cui ella disse: - Giovanecominciate a proporreacciò che gli altri ordinatamente come noi qui seggiamopiù sicuramente dopo voi proponga -. A cui Filocolo rispose - Nobilissima donnasanza alcuno indugio al vostro comandamento ubidirò -; e così disse: - Io mi ricordo che in quella città dov'io nacqui si faceva un giorno una grandissima festaalla quale cavalieri e donne erano molti ad onorarla. Io che similemente v'eraandando con gli occhi intorno mirando quelli che nel luogo stavanovidi due giovani graziosi assai nel loro aspettoi quali amenduni una bellissima giovane rimiravanoné si saria per alcuno potuto conoscere chi più stato fosse di loro acceso della bellezza di costei. E quando essi lungamente costei ebbero riguardatanon faccendo essa all'uno migliori sembianti che all'altroelli incominciarono fra loro a ragionare di lei: e fra l'altre parole che io del loro ragionamento intesisi fu che ciascuno diceva sé essere più amato da leie in ciò ciascuno diversi atti dalla giovane per adietro fatti allegava in aiuto di sé. E essendo per lungo spazio in tale quistione dimorati e già quasi per le molte parole venuti a volersi oltraggiaresi riconobbero che male faceanoperò che in tale atto danno e vergogna di loro e dispiacere della giovane adoperavano; ma mossi con iguale concordiaamenduni davanti alla madre della giovane se n'andaronola quale similemente a quella festa stavae così in presenza di lei proposero checon ciò fosse cosa che sopra tutte l'altre giovani del mondo a ciascuno di loro la figlia di lei piaceva e essi fossero in quistione quale d'essi due piacesse più a leiche le piacesse di concedere loro questa graziaacciò che maggiore scandolo tra loro non nascessecioè che alla figlia comandasse che o con parole o con atti loro dimostrasse qual di loro da lei più fosse amato. La pregata donna ridendo rispose che volontieri; e chiamata la figliuola a séle disse: "Bella figliaciascuno di questi due più che sé t'amae in quistione sono quale da te più sia amatoe cercanodi graziache tu o con segno o con parola ne li facci certi; e peròacciò che d'amoredi cui pace e bene sempre dee nascerenon nasca il contrariofalli di ciò contentie con cortesi sembianti mostra inverso del quale più il tuo animo si piega". Disse la giovane: "Ciò mi piace". E rimiratili amenduni alquantovide che l'uno avea in testa una bella ghirlanda di fresche erbette e di fiorie l'altro sanza alcuna ghirlanda dimorava. Allora la giovaneche similmente in capo una ghirlanda di verdi frondi avea levò quella di capo a sée a colui che sanza ghirlanda davanti le stava la mise in capo; appressoquella che l'altro giovane in capo avea ella la prese e a sé la poseeloro lasciati staresi ritornò alla festadicendo che il comandamento della madre e il piacere di loro avea fatto. I giovani rimasi cosìnel primo quistionare ritornaronociascuno dicendo che più da lei era amato; e quelli la cui ghirlanda la giovane prese e posela sopra la sua testadiceva: "Fermamente ella ama più meperò che a niuno altro fine ha ella la mia ghirlanda presase non perché le mie cose le piaccionoe per avere cagione d'essermi tenuta; ma a te ha ella la sua donata quasi in luogo d'ultimo congedonon volendocome villanache l'amore che tu l'hai portato sia sanza alcuno merito; ma quella ghirlanda donandolatiultimamente t'ha meritato". L'altro dicendo il contrariocosì rispondeva: "Veramente la giovane le tue cose ama più che tee ciò si può vedereché ella ne prese; ma ella ama più me che le mie cosein quanto ella delle sue mi donò: e non è segno d'ultimo merito il donarecome tu di' ma è principio d'amistà e d'amore. E fa il dono colui che 'l riceve suggetto al donatore: però costeiforse di me incertaacciò che più certa di me avere per suggetto fossecon dono mi volle alla sua signoria legarese io legato forse non vi fossi. Ma tucome puoi comprendere che se ella dal principio ti levach'ella mai ti debbia donare?". E così quistionando dimorarono per grande spazioe sanza alcuna diffinizione si partirono. Oradico iograndissima reinase a voi fosse l'ultima sentenza in tale questione domandatache giudichereste voi? -.

[20]

Con occhi d'amorosa luce sfavillantialquanto sorridendo si rivolse la bella donna a Filocolo e dopo un lieve sospiro così rispose: - Nobilissimo giovanebella è la vostra quistionee certo saviamente si portò la donnae ciascun de' giovani assai bene la sua parte difendea; ma acciò che ne richiedete quello che ultimamente di ciò giudicheremocosì vi rispondiamo. A noi paree così dee parere a ciascuno che sottilmente riguardache la giovane ami l'unoe l'altro non abbia in odio ma per più il suo intendimento tener copertofece due atti contrariicome apparee ciò non sanza cagione fecema acciò che l'amore di colui cui ella amava più fermo acquistasse e quello dell'altro non perdesse: e ciò fu saviamente fatto. E però venendo alla nostra quistionela quale è a quale de' due sia più amore stato mostratodiciamo che colui a cui ella donò la sua ghirlanda è più da lei amato. E questa ne pare la ragione: qualunque uomo o donna ama alcuna personaper la forza di questo amore portato è ciascuno sì forte obligato alla cosa amatache sopra tutte le cose a quella disidera di piacerené a più legarla bisognano o doni o servigi; e questo è manifesto. Ma veggiamo che chi amala cosa amatain qualunque maniera puotedi farsela benigna e suggetta s'ingegna in diversi modiacciò che quella possa a' suoi piaceri recareo con più ardita fronte il suo disio dimandare. E che questo sia come noi parliamoassai la infiammata Dido con le sue opere cel palesala qualegià dell'amore d'Enea ardendoinfino a tanto che essa con onori e con doni non gliele parve aver presonon ebbe ardire di tentare la dubbiosa via del dimandare. Dunque la giovane colui cui essa più amòquello di più obligarsi cercò: e così diremo che quelli che 'l dono della ghirlanda ricevettecolui sia più dalla giovane amato -.

[21]

Rispose Filocolo poi che la reina tacque: - Discreta donnaassai è da lodare la vostra rispostama non per tanto molta d'ammirazione mi porgeperò che di ciò che diffinito avete della proposta quistioneio terrei che il contrario fosse da giudicarecon ciò sia cosa che generalmente tra gli amanti soglia essere questa consuetudinecioè disiderare di portare sopra sé alcuna delle gioie della cosa amataperò che di quelle le più volte più che di tutto il rimanente si sogliono gloriareequella sentendo sopra sénell'animo si rallegrano. E come voi potete avere uditoParis rade volte o nulla entrava nell'aspre battaglie contra i Greci sanza soprasegnale donatogli dalla sua Elenacredendosi per quello molto meglioche sanza quellovalere: e certosecondo il mio giudicioil suo pensiero non era vano. Per la qual cosa io così direi chesì come voi dicestesaviamente fece la giovanenon diffinendo però come voi facestema in questa maniera: conoscendo la giovane che da' due giovani era molto amata e ella più che l'uno amare non potesseperò che amore indivisibile cosa si truovaella l'uno dell'amore che le portava volle guiderdonareacciò che tale benivolenza non rimanesse da lei inguiderdonatae donogli la sua ghirlanda in merito di ciò. All'altrocui ella amavavolle porgere ardire e ferma speranza del suo amorelevandogli la sua ghirlanda e ponendola a sé: nel quale levare gli mostrò sé essergli obligata per la presa ghirlanda; e peròa mio giudiciopiù costui a cui tolseche quello a cui donò amava -.

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Al quale la gentil donna rispose: - Assai il tuo argomentare ci piacerebbese tu te stesso nel tuo parlare non dannassi Guarda come perfetto amore insieme col rubare può concorrere: come mi potrai tu mai mostrarne che io ami quella persona la quale io rubo più che quella a cui io donocon ciò sia cosa che tra più manifesti segni d'amare alcuna persona è il donare? E secondo la quistione propostaella all'uno donò la ghirlandaall'altro la tolsenon le fu dall'altro donata: e quello che noi tutto giorno per essemplo veggiamo può qui per essemplo bastareche si dice volgarmente coloro essere da' signori più amati i quali le grazie e' doni ricevonoche quelli che di quelli privati sono. E però noi ultimamente tegnamoconchiudendoche quegli sia più amato a cui è donatoche a cui è tolto. Ben conosciamo che alla presente questione molto contro alla nostra diffinizione si potrebbe opporre e alle opposte ragioni rispondere; ma ultimamente tale determinazione rimarrà vera. Ma però che il tempo non è da porre in una cosa solasanza più sopra questa parlaregli altri ascolteremose vi piace -. A cui Filocolo disse che assai gli piaceae che bene bastava tale soluzione alla sua domanda; e qui si tacque.

[23]

Sedea appresso Filocolo un giovane cortese e grazioso nello aspettoil cui nome era Longanioil qualesì tosto come Filocolo tacquecosì cominciò a dire: - Eccellentissima reinatanto è stata bella la prima questioneche la mia appena piaceràma non per tantoper non essere fuori di sì nobile compagnia cacciatoio dirò la mia -. E così parlando seguì: - E' non sono molti giorni passatiche io soletto in una camera dimorandoinvolto negli affannosi pensieri porti dagli amorosi disiii quali con aspra battaglia il cuore assalito m'aveanosentii un pietoso piantoal qualeperché vicino a me la stimativa il giudicavaporsi intentivamente gli orecchi e conobbi che donne erano. Laond'ioper vedere chi fossero e dovesubito mi levaierimirando per una finestravidi a fronte alla mia camera in un'altra dimorare due donne sanza piùle quali erano carnali sorelledi bellezza inestimabile ornatele quali vidi che questo pianto solette facevano. Onde io in segreta parte dimorandosanza essere da loro vedutolungamente le riguardai; né però potei comprendere tutte le parole che per dolore con le lagrime fuori mandavanose non che l'effetto di tale piantosecondo quello che compresiper amore mi parve. Per che io sì per la pietà di lorosì per la pietà di sì dolce cagionea piangere incominciai così nascoso. Ma dopo lungo spazioperseverando queste pure nel loro dolorecon ciò fosse cosa che io fossi assai dimestico e parente di loroproposi di volere più certa la cagione del loro pianto saperee ad esse andai. Le quali non prima mi videroche vergognandosi ristrinsero le lagrime ingegnandosi d'onorarmi. A cui io dissi: "Giovani donneper niente v'affannate di ristringere dentro il vostro dolore per la mia venutacon ciò sia cosa che tutte le vostre lagrime mi sieno stategià è gran pezzamanifeste. Non vi bisogna di guardarvi da me né di celarmi per vergogna la cagione del vostro piantola quale io sono venuto qui per sapereperò che da me mal merito in niuno atto ne riceveretema aiuto e conforto quant'io potrò". Molto si scusarono le donne dicendo sé di niuna cosa dolersi; ma poi che pure scongiurandole mi videro disideroso di sapere quellola maggiore di tempo così cominciò a parlare: "Piacere è degl'iddii che a te li nostri segreti si manifestino: e però sappi che noipiù che altre donne maifummo crude e aspre resistenti agli aguti dardi di Cupidoil qualelunga stagione saettandocimai ne' nostri cuori alcuno ne poté ficcare. Ma egli ultimamente più infiammatoavendo proposto di vincere la sua puerile garaaperse il giovane braccioe con la più cara saettanel macerato per li molti colpi avanti ricevutici ferì con sì gran forzache i ferri passarono dentro e maggiore piaga fecerochese agli altri colpi fatta non avessimo resistenzanon avriano fatta: e per lo piacere di due nobilissimi giovani alla sua signoria divenimmo suggetteseguendo i suoi piaceri con più intera fede e con più fervente volere che mai altre donne facessero. Ora ci ha la fortuna e amore di quellicome io ti diròsconsolate. Ioche prima che costeiamaicon ingegno maestrevolemente credendo il mio disio terminarefeci sì che io ebbi al mio piacere l'amato giovaneil quale io trovai altrettanto di me quanto io di lui essere innamorato. Ma certo già per tale effetto l'amorosa fiamma non mancòné menomò il disioma ciascuno crebbee più che mai arsi e ardo: il quale fuocotenendo lui nelle braccia e tal volta vedendolocome io poteva il meglio mitigava tenendolo dentro nascoso. Avvennenon si rivide poi la luna tondache costui commise disavedutamente cosaper la quale etterno essilio della presente città gli fu donato: ond'eglidubitando la mortedi qui s'è partitosanza speranza di ritornare. E iosopra ogni altra feminaardendo più che maisanza lui sono rimasa disperataonde io mi dolgo; e quella cosa che più la mia doglia aumenta è che io da tutte parti mi veggo chiusa la via di poterlo seguire: pensa oramai se io ho di dolermi cagione". Dissi io allora: "E quest'altra perché si duole?". Quella rispose: "Questa similmente com'io innamorata d'un altroe da lui similmente sanza fine amataacciò che i suoi disii non passassero sanza parte d'alcun dilettoper gli amorosi sentieri più volte s'è ingegnata di volergli recare ad effettoa' cui intendimenti gelosia ha sempre rotte le vie e occupate: per che mai a quelli non poté pervenirené vede di potereonde ella si consuma stretta da ferventissimo amorecome tu puoi pensare se mai amasti. Trovandoci noiadunquequi solettede' nostri infortunii cominciammo a ragionaree conoscendoli più che d'alcuna altra donna maggiorinon potemmo ritenere le lagrimema piangendo ci dolavamosì come tu potesti vedere". Assai mi dolfe di loro udendo questoe con quelle parole che al loro conforto mi parvero utili le sovennie da loro mi partii. Ora mi s'è più volte per la mente rivolto il loro doloree alcuna volta ho fra me pensato qual doveva essere maggioree l'una volta consento quello dell'unal'altra quello dell'altra: e le molte ragioni per le quali ciascuna mi pare che abbia da dolersi non mi lasciano fermare ad alcunaonde io ne dimoro in dubbio. Piacciavi che per voi io di questa erranza escadicendomi quale maggiore doglia vi pare che sostenga -.

[24]

- Greve dolore era quello di ciascuna - disse la reina- ma considerando che a colui è gravissima l'avversità che nelle prosperità è usatonoi terremo che quella che 'l suo amante ha perduto senta maggior dolore e sia più dalla fortuna offesa. Fabrizio mai i casi della fortuna non piansema Pompeo sì. E manifesta cosa è che se dolci cose mai non si fossero gustateancora sarebbero a conoscere l'amare. Medea non seppe maisecondo il suo direche prosperità si fosse mentre essa amòmaabandonata da Giansonesi dolfe della avversità. Chi piangerà quello ch'egli mai non ebbe? Non alcunoma più tosto il disidererà. Seguasi dunque che l'una per dolorel'altra per disio piangeva delle due donne -.

[25]

- Molto m'è duro a pensaregraziosa donnaciò che voi dite - disse il giovane- con ciò sia cosa che chi il suo disio ha d'una cosa disiderata avutomolto si debbia più nell'animo contentareche chi disidera e non può il suo disio adempiere. Appressoniuna cosa è più leggiere a perdere che quella la quale speranza avanti più non promette di rendere. Ivi dee essere lo smisurato doloreove iguale volere e 'l non potere quello recare ad effetto impedisce. Quivi hanno luogo i ramaricamentiquivi i pensieri e l'affannoperò che se le volontà non fossero igualiper forza mancherebbero i disii: ma quando gli animi si veggono davanti le disiderate cosee a quelle pervenire non possonoallora s'accendono e dolgonsi più che se da loro i loro voleri stessero lontani. E chi tormenta Tantalo in inferno se non le pome e l'acqueche quanto più alla bocca gli si avvicinano tanto più fuggendosi poi multiplicano la sua fame? Veramente io credo che più dolore sente chi spera cosa possibile ad averené a quella per avversarii impedimenti resistenti pervenire puoteche chi piange cosa perduta e inrecuperabile -.

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Disse allora la donna: - Assai seguita bene la vostra rispostalà ove di lungo dolore fosse vostra dimanda stata; ben che a cotesto ancora si potrebbe direcosì esser possibile per dimenticanza il dolore breviarsi nelle cose disiderateove continuo impedimento si vede da non poterle adempierecome nelle perduteove speranza non mostra di doverle mai riavere. Ma noi ragioniamo quale più si doleaquando dolendo le vedeste: peròseguendo il proposto casogiudicheremo che maggior dolore sentiva quella che il suo amante avea perduto sanza speranza di riaverlochéposto che agevole sia perdere cosa impossibile da riaverenondimeno e' si suol dire: "Chi bene ama mai non oblia"; ché l'altrase ben riguardiamopoteva sperare d'adempiere per inanzi quello che per adietro non avea potuto fornire. E gran mancamento di duoli è la speranza: ella ebbe forza di tenere casta e meno trista lungamente in vita Penolope -.

[27]

Alla destra mano di Longanio sedea una bellissima donna piacevole assaila qualecome quella questione sentì per la loro reina essere terminatacosì con dolce favella cominciò a parlare: - Inclita reinadiano le vostre orecchie alquanto audienzia alle mie parolee poi per quelli iddii che voi adoratee per la potenza del nostro giuocovi priego che utile consiglio diate a' miei dimandi. Io di nobili parenti discesasì come voi sapetenacqui in questa cittàe fui di nome pieno di grazia nominataavegna che il mio sopranome Cara mi rapresenti agli uditori. E sì come nel mio viso si vedeio ricevetti dagl'iddii e dalla natura di bellezza singulare donola qualeil mio nome seguendo più che il mio sopranomel'ho adornata d'infinita piacevolezzabenigna mostrandomi a chi quella s'è dilettato di rimirare: per la qual cosa molti si sono ingegnati d'occupare gli occhi miei del loro piacerea' quali tutti ho con forte resistenza riparatotenendo il cuore fermo a tutti i loro assalti. Ma però che ingiusta cosa mi pare che io sola la leggeda tutte l'altre servatatrapassassicioè di non amareessendo da molti amataho proposto d'innamorarmi. E posponendo dall'una delle parti molti cercatori di tale amorede' quali alcuno di ricchezze avanza Midaaltri di bellezza trapassa Ansalone tali di gentilezzasecondo il corrotto volgarepiù che altri sono splendentiho scelti treche igualmente ciascuno per sé mi piace: de' quali trel'uno di corporale fortezza credo che avanzerebbe il buono Ettoretanto è ad ogni pruova vigoroso e forte; la cortesia e la liberalità del secondo è tantache la sua fama per ciascun polo credo che suoni: il terzo è di sapienza pieno tantoche gli altri savi avanza oltra misura. Ma però checome avete uditole loro qualità sono diverseio dubito di pigliaretrovando nell'antica età ciascuna di queste cose avere diversamente i coraggi delle donne e degli uomini piegatisì come Deianira d'ErculeClitemestra d'Egistoe di Lucrezia Sesto. Consigliatemiadunquea quale io più tostoper meno biasimo e per più sicurtàio mi deggia di costoro donare -.

[28]

La piacevole donna avendo di costei la proposta uditacosì rispose: - Nullo de' tre è che degnamente non meriti di bella e graziosa donna l'amore; ma però che in questo caso non sono a combattere castellao a donare i regni del grande Alessandroovero i tesori di Tolomeoma solamente con discrezione è da servare lungamente l'amore e l'onoreli quali né forza né cortesia serverannoma solo il saperediciamo che da voi e da ciascuna altra donna è più tosto da donare il suo amore al savio che ad alcuno degli altri -.

[29]

- Ohquanto è il mio parere dal vostro diverso! - rispose appresso la proponente donna -. A me parea che qualunque l'uno degli altri fosse più tosto da prendere che il savio: e la ragione mi par questa. Amoresì come noi veggiamoha sì fatta naturachemultiplicando in un cuore la sua forzaogni altra cosa ne caccia fuoriquello per suo luogo ritenendomovendolo poi secondo i suoi pareri: né niuno avvenimento può a quelli resistereche pur non si convengano quelli seguitare da chi ècom'io ho dettosignoreggiato. E chi dubita che Blibide conoscea essere male ad amare il fratello? Chi disdirà che a Leandro non fosse manifesto il potere annegare in Elesponto ne' fortunosi tempise vi si mettea? E niuno non negherà che Pasife non conoscesse più bello essere l'uomo che 'l toro: e pur costorociascuno vinto da amoroso piacereogni conoscimento abandonatoseguivano quello. Dunquese egli ha potenza di levare il conoscimento a' conoscentilevando al savio il sennoniuna cosa gli rimarrà; ma se al forte o al cortese il loro poco senno leveràegli li aumenterà nelle loro virtùe così costoro varranno più che il savioinnamorati. Appressoha amore questa propietà: egli è cosa che non si può lungamente celaree nel suo palesarsi suole spesso recare gravosi pericoli: a' quali che rimedio darà il savio che avrà già il senno perduto? Niuno ne darà! Ma il forte con la sua forza sé e altrui potrà in un pericolo atare; il cortese potrà per la sua cortesia avere l'animo di molti preso con cara benivolenzaper la quale atato e riguardato potrà esseree egli e altri per amore di lui. Vedete omai come il vostro giudicio è da servare -.

[30]

Fu a costei così dalla reina risposto: - Se cotesto che tu di' fossechi sarebbe savio? Niuno! Ma già colui che tu proponi savioe innamorato di tesarebbe pazzoe da non prendere: gl'iddii cessino che ciò che tu parli avvenisse. Ma noi non negheremo però che i savi non conoscano il malee pur lo fanno; ma diremo che essi per quello non perdono il sennocon ciò sia cosa chequalora essi vorrannocon la ragione ch'elli hannola volontà raffrenareelli nell'usato senno si rimarrannoguidando i loro movimenti con debito e diritto stile. E in questa maniera o sempre o lungamente fieno i loro amori celatie così sanza alcuna dubbiosa sollecitudine quello che d'uno poco savionon tanto sia forte o cortesenon avverrà: e se forse avviene che pure tale amore si palesicon cento avvedimenti o riturerà il savio gli occhi e gl'intendimenti de' parlantio provederà al salvamento dell'onore della donna amata e del suo. E se mestieri fia alla salutel'aiuto del savio non può fallire. Quello del forte viene meno con l'aiutantee gli amici per liberalità acquistati sogliono nelle avversità ritornare nulli. E chi sarà quella con sì poca discrezione che a tal partito si rechiche sì manifesto aiuto le bisognio che se il suo amore si scuopredomandi fama d'avere amato un uomo forte overo liberale? Niuna credo ne fosse. Amisi adunque il più saviosperando lui dovere essere in ciascuno caso più utile ché alcuno degli altri -.

[31]

Era nella vista contenta la gentil donnaquando Menedonche appresso di lei sedeadisse: - Altissima reinaora viene a me la volta del proporre nel vostro cospettoond'io con la vostra licenza dirò. E da orase io troppo nel mio parlare mi stendessia voi e appresso agli altri circunstanti dimando perdonoperò che quello ch'io intendo di proporre interamente dare non si potrebbe a intenderese a quello una novellache non fia forse brievenon precedesse -. E dopo queste parole così cominciò a parlare: - Nella terra là dov'io nacquimi ricorda essere un ricchissimo e nobile cavaliere il quale di perfettissimo amore amando una donna nobile della terraper isposa la prese. Della quale donnaessendo bellissimaun altro cavaliere chiamato Tarolfo s'innamorò; e di tanto amore l'amavache oltre a lei non vedevané niuna cosa più disiavae in molte maniereforse con sovente passare davanti alle sue caseo giostrandoo armeggiandoo con altri attis'ingegnava d'avere l'amore di leie spesso mandandole messaggieriforse promettendole grandissimi donie per sapere il suo intendimento. Le quali cose la donna tutte celatamente sosteneasanza dare o segno o risposta buona al cavalierefra sé dicendo: "Poi che questi s'avedrà che da me né buona risposta né buono atto puote avereforse elli si rimarrà d'amarmi e di darmi questi stimoli". Ma già per tutto questo Tarolfo di ciò non si rimaneaseguendo d'Ovidio gli amaestramentiil quale dice l'uomo non lasciare per durezza della donna di non perseverareperò che per continuanza la molle acqua fora la dura pietra. Ma la donnadubitando non queste cose venissero a orecchie del maritoe esso pensasse poi che con volontà di lei questo avvenissepropose di dirgliele; ma poi mossa da miglior consiglio disse: "Io potreis'io il dicessicommettere tra costoro cosa che io mai non viverei lieta: per altro modo si vuole levare via"; e imaginò una sottile malizia. Ella mandò così dicendo a Tarolfoche se egli tanto l'amava quanto mostravaella volea da lui un donoil quale come l'avesse ricevutogiurava per li suoi iddiie per quella leanza che in gentile donna dee essereche essa farebbe ogni suo piacere; e se quello che domandavadonare non le volesseponessesi in cuore di non stimolarla più avantise non per quanto egli non volesse che essa questo manifestasse al marito. E 'l dono il quale ella dimandò fu questo. Ella disse che volea del mese di gennaioin quella terraun bel giardino e granded'erbe e di fiori e d'alberi e di frutti copiosocome se del mese di maggio fossefra sé dicendo: "Questa è cosa impossibile: io mi leverò costui da dosso per questa maniera". Tarolfoudendo questoancora che impossibile gli paresse e che egli conoscesse bene perché la donna questo gli domandavarispose che già mai non riposerebbe né in presenza di lei tornerebbeinfino a tanto che il dimandato dono le donerebbe. E partitosi della terra con quella compagnia che a lui piacque di prenderetutto il ponente cercò per avere consiglio di potere pervenire al suo disio; ma non trovato luicercò le più calde regionie pervenne in Tesagliadove per sì fatta bisogna fu mandato da discreto uomo. E quivi dimorato più giorninon avendo ancora trovato quello che cercando andavaavvenne che essendosi egli quasi del suo avviso disperatolevatosi una mattina avanti che 'l sole s'apparecchiasse d'entrare nell'auroraincominciò tutto soletto ad andare per lo misero piano che già tinto fu del romano sangue. E essendo per grande spazio andatoegli si vide davanti a' piè d'un monte un uomonon giovane né di troppa lunga etàbarbutoe i suoi vestimenti giudicavano lui dovere essere poveropicciolo di persona e sparuto moltoil quale andava cogliendo erbe e cavando con un picciolo coltello diverse radicidelle quali un lembo della sua gonnella avea pieno. Il quale quando Tarolfo il videsi maravigliò e dubitò molto non altro fosse; ma poi che la stimativa certamente gli rendé lui essere uomoegli s'appressò a lui e salutollodomandandolo appresso chi egli fosse e dondee quello che per quello luogo a così fatta ora andava faccendo. A cui il vecchierello rispose: "Io sono di Tebee Tebano è il mio nomee per questo piano vo cogliendo queste erbeacciò che de' liquori d'esse faccendo alcune cose necessarie e utili a diverse infermitàio abbia onde viveree a questa ora necessità e non diletto mi ci costringe di venire; ma tu chi se' che nell'aspetto risembri nobilee quinci sì soletto vai?". A cui Tarolfo rispose: "Io sono dell'ultimo ponente assai ricco cavalieree da' pensieri d'una mia impresa vinto e stimolatonon potendola forniredi quaper meglio potermi sanza impedimento doleremi vo così soletto andando". A cui Tebano disse: "Non sai tu la qualità del luogo come ella è? Perché inanzi d'altra parte non pigliavi la via? Tu potresti di leggieri qui da furiosi spiriti essere vituperato". Rispose Tarolfo: "In ogni parte puote Iddio igualmente: così qui come altrove gli è la mia vita e 'l mio onore in mano; faccia di me secondo che a lui piace: veramente a me sarebbe la morte un ricchissimo tesoro". Disse allora Tebano: "Quale è la tua impresaper la qualenon potendola forniresì dolente dimori?". A cui Tarolfo rispose: "E tale che impossibile mi pare omai a fornirepoi che qui non ho trovato consiglio". Disse Tebano: "Osasi dire?". Rispose Tarolfo: "Sìma a che utile?". "Forse niuno" disse Tebanoma che danno?. Allora Tarolfo disse: "Io cerco di potere aver consiglio come del più freddo mese si potesse avere un giardino pieno di fiori e di frutti e d'erbebello sì come del mese di maggio fossené trovo chi a ciò aiuto o consiglio mi doni che vero sia". Stette Tebano un pezzo tutto sospeso sanza risponderee poi disse: "Tu e molti altri il sapere e le virtù degli uomini giudicate secondo i vestimenti. Se la mia roba fosse stata qual è la tuatu non m'avresti tanto penato a dire la tua bisognao se forse appresso de' ricchi prencipi m'avessi trovatocome tu hai a cogliere erbe; ma molte volte sotto vilissimi drappi grandissimo tesoro di scienza si nasconde: e però a chi proffera consiglio o aiuto niuno celi la sua bisognasemanifestanon gli può pregiudicare. Ma che doneresti tu a chi quello che tu vai cercando ti recasse ad effetto?". Tarolfo rimirava costui nel visodicendo egli queste parolee in sé dubitava non questi si facesse beffe di luiparendogli incredibile chesei colui fosse stato Iddioch'egli avesse potuto fare virtù. Non per tanto egli li rispose così: "Io signoreggio ne' miei paesi più castellae con esse molti tesorii quali tutti per mezzo partirei con chi tal piacere mi facesse". "Certo" disse Tebano "se questo facessia me non bisognerebbe d'andare più cogliendo l'erbe". "Fermamente" disse Tarolfo "se tu se' quelli che in ciò mi prometti di dare vero effettoe davelomai non ti bisognerà più affannare per divenire ricco; ma come o quando mi potrai tu questo fornire?". Disse Tebano: "Il quando fia a tua postadel come non ti travagliare. Io me ne verrò teco fidandomi nella tua parola della promessa che mi faie quando là dove ti piacerà saremocomanderai quello che tu vorrai: io fornirò tutto sanza fallo". Fu di questo accidente tanto contento in se medesimo Tarolfoche poca più letizia avria avuta se nelle sue braccia la sua donna allora tenuta avessee disse: "Amicoa me si fa tardi che quello che imprometti si fornisca: però sanza indugio partiamo e andiamo là ove questo si dee fornire". Tebanogittate via l'erbee presi i suoi libri e altre cose al suo maesterio necessariecon Tarolfo si mise al camminoe in brieve tempo pervennero alla disiderata cittàassai vicini al mese del quale era stato dimandato il giardino. Quivi tacitamente e occulti infino al termine disiderato si riposarono; ma entrato già il meseTarolfo comandò che 'l giardino s'apprestasseacciò che donare lo potesse alla sua donna. Come Tebano ebbe il comandamentoegli aspettò la notteevenutavide i corni della luna tornati in compiuta ritonditàe videla sopra l'usate terre tutta risplendere. Allora egli uscì della cittàlasciati i vestimentiscalzoe con i capelli sparti sopra li nudi omeritutto solo. I vaghi gradi della notte passavanogli uccellile fiere e gli uomini riposavano sanza niuno mormorioe sopra i monti le non cadute frondi stavano sanza alcuno movimentoe l'umido aere in pace si riposava: solamente le stelle luceanoquando eglipiù volte circuita la terrapervenne al luogoil quale gli piacque d'eleggere per lo giardinoallato ad un fiume. Quivi stese verso le stelle le bracciatre volte rivoltandosi ad essee tante i bianchi capelli nella corrente acqua bagnòdomandando altretante volte con altissima voce il loro aiuto; poi poste le ginocchie sopra la dura terracominciò così a dire: "O nottefidatissima segreta dell'alte cosee voio stellele quali al risplendente giorno con la luna insieme succedetee tuo somma Ecatela quale aiutatrice vieni alle cose incominciate da noie tuo santa Cerererinnovatrice dell'ampia faccia della terrae voi qualunque versio artio erbee tu qualunque terra producente virtuose piantee voi auree ventie montie fiumie laghie ciascuno iddio de' boschi o della segreta notteper li cui aiuti io già rivolsi i correnti fiumi faccendogli tornare nelle loro fontie già feci le correnti cose stare fermee le ferme divenire correntie che già deste a' miei versi potenza di cacciare i mari e di cercare sanza dubbio i loro fondie di rischiarare il nuvoloso tempoe il chiaro cielo riempiere a mia posta d'oscuri nuvolifaccendo i venti cessare e venire come mi parevae con quelli rompendo le dure mascelle degli spaventevoli dragonifaccendo ancora muovere le stanti selve e tremare gli eccelsi montie ne' morti corpi tornare da' paduli di Stige le loro ombre e vivi uscire de' sepolcrie tal volta tirare teo lunaalla tua ritonditàalla quale per adietro i sonanti bacini ti soleano aiutare venirefaccendo ancora tal volta la chiara faccia del sole impalidire: siate presentie 'l vostro aiuto mi porgete. Io ho al presente mestiere di sughi e d'erbeper li quali l'arida terraprima d'autunnoora dal freddissimo vernode' suoi fiorifrutti e erbe spogliatafaccia in parte ritornare fioritamostrandoavanti il dovuto termineprimavera". Questo dettomolte altre cose tacitamente aggiunse a' suoi prieghi. Poi tacendole stelle non dieron luce invanoma più veloce che volo d'alcuno uccello un carro da due dragoni tirato gli venne avantisopra il quale egli montòerecatesi le redine de' posti freni a' due dragoni in manosuso in aria si tirò. E pigliando per l'alte regioni il camminolasciò Spagna e cercò l'isola di Creti: di quindi Pelione Ocris e Ossae 'l monte Nero PacchinoPeloro e Appennino in brieve corso cercò tuttidi tutti svellendo e segando con aguta falce quelle radici e erbe che a lui piacevanoné dimenticò quelle che divelte avea quando da Tarolfo fu trovato in Tesaglia. Egli prese pietre d'in sul monte Caocasoe dell'arene di Gange e di Libia recò lingue di velenosi serpenti. Egli vide le bagnate rive del Rodanodi Sennad'Amprisi e di Ninfeoe del gran Poe dello imperial Tevero e d'Arnoe di Tanaie del Danubiodi sopra da quelle ancora prendendo quelle erbe che a lui pareano necessariee queste aggiunse all'altre colte nelle sommità de' salvatichi monti. Egli cercò l'isola di Lesbos e quella de' Colchi e Delfos e Patimose qualunque altra nella quale sentito avesse cosa utile al suo intendimento. Con le quali cosenon essendo ancora passato il terzo giornovenne in quel luogo onde partito s'era: e i dragoniche solamente l'odore delle prese erbe aveano sentitogittando lo scoglio vecchio per molti annierano rinnovellati e giovani ritornati. Quivi smontatod'erbosa terra due altari composedalla destra mano quello d'Ecate dalla sinistra quello della rinnovellante dea. I quali fattie sopr'essi accesi divoti fuochico' crini sparti sopra le vecchie spallecon inquieto mormorio cominciò a circuire quelli: e in raccolto sangue più volte intinse le ardenti legne. Poi riponendole sopra gli altari e tal volta con esse inaffiando quel terreno il quale egli avea al giardino dispostodopo questoquello medesimo tre volte di fuoco e d'acqua e di solfo rinnaffiò. Poi posto un grandissimo vaso sopra l'ardenti fiammepieno di sanguedi latte e d'acquaquello fece per lungo spazio bollireaggiungendovi l'erbe e le radici colte negli strani luoghimettendovi ancora con esse diversi semi e fiori di non conosciute erbee aggiunsevi pietre cercate nello estremo orientee brina raccolta le passate nottiinsieme con carni e ali d'infamate streghee de' testicoli del lupo l'ultima partecon isquama di cinifo e con pelle del chelidroe ultimamente un fegato con tutto il polmone d'un vecchissimo cervio: econ questemille altre coseo sanza nomi o sì strane che la memoria nol mi ridice. Poi prese un ramo d'un secco ulivo e con esso tutte queste cose cominciò a mescolare insieme. La qual cosa faccendoil secco ramo cominciò a divenire verde e in brieve a mettere le frondienon dopo moltorivestito di quellesi poté vedere carico di nere ulive. Come Tebano vide questoegli prese i boglienti liquorie sopra lo eletto terrenonel quale di tanti legni avea fatti bastoni quanti alberi e di quante maniere volevae quivi quelli liquori incominciò a spandere e ad inaffiare per tutto: la qual cosa la terra non sentì primach'ella cominciò tutta a fiorireproducendo nuove e belle erbettee i secchi legni verdi piantoni e fruttiferi divennero tutti. La qual cosa fattaTebano rientrò nella terra tornando a Tarolfoil quale quasi pauroso d'essere stato da lui beffato per la lunga dimoranza dimoravae trovollo tutto pensoso. A cui egli disse: "Tarolfofatto è quello che hai dimandatoe è al piacere tuo". Assai piacque questo a Tarolfoe dovendo essere il seguente giorno nella città una grandissima solennitàegli se n'andò davanti alla sua donnala quale già era gran tempo che veduta non l'aveae così le disse: "Madonnadopo lunga fatica io ho fornito quello che voi comandaste: quando vi piacerà di vederlo e di prenderloegli è al vostro piacere". La donnavedendo costuisi maravigliò moltoe più udendo ciò che egli diceva; e non credendolorispose: "Assai mi piacefaretecelo vedere domane". Venuto il seguente giornoTarolfo andò alla donnae disse: "Madonnapiacciavi di passare nel giardinoil quale voi mi dimandaste nel freddo mese". Mossesi adunque la donna da molti accompagnatae pervenuti al giardinov'entrarono dentro per una bella portae in quello non freddo come di fuorima uno aere temperato e dolce si sentiva. Andò la donna per tutto rimirando e cogliendo erbe e fioride' quali molto il vide copioso: e tanto più ancora avea operato la virtù degli sparti liquoriche i fruttii quali l'agosto suole producerequivi nel salvatico tempo tutti i loro alberi facevano belli: de' quali più personeandate con la donnamangiarono. Questo parve alla donna bellissima cosa e mirabilené mai un sì bello ne le pareva avere veduto. E poi che essa in molte maniere conobbe quello essere vero giardinoe 'l cavaliere avere adempiuto ciò che ella avea domandatoella si voltò a Tarolfo e disse: "Sanza fallocavaliereguadagnato avete l'amore mioe io sono presta d'attenervi ciò che io vi promisi; veramente voglio una graziache vi piaccia tanto indugiarvi a richiedermi del vostro disioche 'l signore mio vada a caccia o in altra parte fuori della cittàacciò che più salvamente e sanza dubitanza alcuna possiate prendere vostro diletto". Piacque a Tarolfoe lasciandole il giardinoquasi contento da lei si partì. Questo giardino fu a tutti i paesani manifestoavvegna che niuno non sapessese non dopo molto tempocome venuto si fosse. Ma la gentil donnache ricevuto l'aveadolente di quello si partìtornando nella sua camera piena di noiosa malinconia. E pensando in qual maniera tornare potesse adietro ciò che promesso aveae non trovando licita scusain più dolore cresceva. La quale vedendo il marito più voltesi cominciò molto a maravigliare e a domandarla che cosa ella avesse: la donna dicea che niente aveavergognandosi di scoprire al marito la fatta promissione per lo dimandato donodubitando non il marito malvagia la tenesse. Ultimamente non potendosi ella a' continui stimoli del maritoche pur la cagione della sua malinconia disiderava di saperetenersidal principio infino alla fine gli narrò perché dolente dimorava. La qual cosa udendo il cavaliere lungamente pensòe conoscendo nel pensiero la purità della donnacosì le disse: "Vae copertamente serva il tuo giuramentoe a Tarolfo ciò che tu promettesti liberamente attieni: egli l'ha ragionevolmente e con grande affanno guadagnato". Cominciò la donna a piangere e a dire: "Facciano gl'iddii da me lontano cotal fallo; in niuna maniera io farò questo: avanti m'ucciderei ch'io facessi cosa che disonore o dispiacere vi fosse". A cui il cavaliere disse: "Donnagià per questo io non voglio che tu te n'uccidané ancora che una sola malinconia tu te ne dia: niuno dispiacere m'èva e fa quello che tu impromettestich'io non te ne avrò di meno cara; ma questo fornitoun'altra volta ti guarderai di sì fatte impromessenon tanto ti paia il domandato dono impossibile ad avere". Vedendo la donna la volontà del maritoornatasi e fattasi bellae presa compagniaandò all'ostiere di Tarolfoe di vergogna dipinta gli si presentò davanti. Tarolfo come la videlevatosi da lato a Tebano con cui sedeapieno di maraviglia e di letizia le si fece incontroe lei onorevolmente ricevettedomandando della cagione della sua venuta. A cui la donna rispose: "Per essere a tutti i tuoi voleri sono venutafa di me quello che ti piace". Allora disse Tarolfo: "Sanza fine mi fate maravigliarepensando all'ora e alla compagnia con cui venuta siete: sanza novità stata tra voi e 'l vostro marito non può essere; ditemeloio ve ne priego". Narrò allora la donna interamente a Tarolfo come la cosa era tutta per ordine. La qual cosa udendoTarolfo più che prima s'incominciò a maravigliare e a pensare fortee a conoscere cominciò la gran liberalità del marito di lei che mandata a lui l'aveae fra sé cominciò a dire che degno di gravissima riprensione sarebbe chi a così liberale uomo pensasse villania; e parlando alla donna così disse: "Gentil donnalealmente e come valorosa donna avete il vostro dovere servatoper la qual cosa io ho per ricevuto ciò che io di voi disiderava; e però quando piacerà a voivoi ve ne potrete tornare al vostro maritoe di tanta grazia da mia parte ringraziarloe scusarglimi della follia che per adietro ho usataaccertandolo che mai per inanzi più per me tali cose non fiano trattate". Ringraziò la donna Tarolfo molto di tanta cortesiae lieta si partì tornando al suo maritoa cui tutto per ordine disse quello che avvenuto l'era. Ma Tebano ritornato a luiTarolfo domandò come avvenuto gli fosse; Tarolfo gliele contò a cui Tebano disse: "Dunque per questo avrò io perduto ciò che da te mi fu promesso?". Rispose Tarolfo: "Noanziqualora ti piacevae le mie castella e i miei tesori prendi per metàcome io ti promisiperò che da te interamente servito mi tengo". Al quale Tebano rispose: "Unque agl'iddii non piaccia che io là dove il cavaliere ti fu della sua donna liberalee tu a lui non fosti villanoche io sia meno che cortese. Oltre a tutte le cose del mondo mi piace averti servitoe voglio che ciò che in guiderdone del servigio prendere doveatuo si rimanga sì come mai fu": né di quello di Tarolfo volle alcuna cosa prendere. Dubitasi ora quale di costoro fosse maggiore liberalitào quella del cavaliere che concedette alla donna l'andare a Tarolfoo quella di Tarolfoil quale quella donna cui egli avea sempre disiatae per cui egli avea tanto fatto per venire a quel punto che venuto eraquando la donna venne a luise gli fosse piaciutorimandò la sopradetta donna intatta al suo marito; o quella di Tebanoil qualeabandonate le sue contradeoramai vecchioe venuto quivi per guadagnare i promessi donie affannatosi per recare a fine ciò che promesso aveaavendoli guadagnatiogni cosa rimiserimanendosi povero come prima -.

[32]

- Bellissima è la novella e la dimanda - disse la reina- e in verità che ciascuno fu assai liberaleeben considerandoil primo del suo onoreil secondo del libidinoso volereil terzo dell'acquistato avere fu cortese: e però volendo conoscere chi maggiore liberalità overo cortesia facesseconviene considerare quale di queste tre cose sia più cara. La qual cosa vedutamanifestamente conosceremo il più liberale però che chi più dona più liberale è da tenere. Delle quali tre cose l'una è caracioè l'onoreil quale Paulovinto Persio repiù tosto volle che i guadagnati tesori. Il secondo è da fuggirecioè il libidinoso congiugnimentosecondo la sentenza di Sofoldeo e di Senocratedicenti che così è la lussuria da fuggire come furioso signore. La terza non è da disiderareciò sono le ricchezzecon ciò sia cosa che esse sieno le più volte a virtuosa vita noiosee possasi con moderata povertà vivere virtuosamentesì come Marco Curzio e Attilio Regolo e Valerio Publicola nelle loro opere manifestarono. Adunquese solo l'onore è in queste tre caroe l'altre nodunque quelli maggiore liberalità fece che quello donavaavvegna che meno saviamente facesse. Egli ancora fu nelle liberalità principaleper la cui l'altre seguirono: peròsecondo il nostro parerechi diè la donnain cui il suo onore consistevapiù che gli altri fu liberale -.

[33]

- Io - disse Menedon - consento che sia come voi ditein quanto da voi è dettoma a me pare che ciascuno degli altri fosse più liberalee udite come. Egli è ben vero che 'l primo concedette la donnama in ciò egli non fece tanta liberalità quanto voi dite; però che se egli l'avesse voluta negaregiustamente egli non potevaper lo giuramento fatto dalla donnache osservare si convenia: e chi dona ciò che non può negare ben fain quanto se ne fa liberalema poco dà. E peròsì com'io dissiciascuno degli altri più fu corteseperò checome io già dissiTarolfo avea già lungo tempo la donna disiderata e amata sopra tutte le cosee per questa avere avea lungamente tribolatoe mettendosi per satisfazione della dimanda di lei a cercare cose quasi impossibili ad averele quali pure avute lei meritò di tenere per la promessa fede: la qualesì come noi dicemmotenendonon è dubbio che nelle sue mani l'onore del maritoe il rimetterle ciò che promesso gli aveastava. La qual cosa egli fece: dunque dell'onore del maritodel saramento di leidel suo lungo disio fu liberale. Gran cosa è l'avere una lunga sete sostenutae poi pervenire alla fontana e non bere per lasciare bere altrui. Il terzo ancora fu molto liberaleperò chepensando che la povertà sia una delle moleste cose del mondo a sostenerecon ciò sia cosa ch'ella sia cacciatrice d'allegrezza e di riposofugatrice d'onorioccupatrice di virtùadducitrice d'amare sollecitudiniciascuno naturalmente quella s'ingegna di fuggire con ardente disio. Il quale disio in molti per vivere splendidamente in riposo s'accende tantoche essi a disonesti guadagni e a sconce imprese si mettonoforse non sappiendo o non potendo in altra maniera il lor disio adempiere: per la qual cosa tal volta meritano morireo avere delle loro terre etterno essilio. Dunquequanto deono elle piacere e essere care a chi in modo debito le guadagna e possiede! E chi dubiterà che Tebano fosse poverissimo se si riguarda ch'egliabandonati i notturni riposiper sostentare la sua vitane' dubbiosi luoghi andava cogliendo l'erbe e scavando le radici? E che questa povertà occupasse la sua virtù ancora si può credereudendo che Tarolfo credeva da lui essere gabbatoquando di vili vestimenti il riguardava vestito; che egli fosse vago di quella miseria uscire e divenire riccosappiendo ch'egli di Tesaglia infino in Ispagna vennemettendosi per li dubbiosi cammini e incerti dell'aere alle pericolose cose per fornire la 'mpromessa fatta da lui e per ricevere quella d'altruiin sé si può vedere: chi a tante e tali cose si mette per povertà fuggiresanza dubbio si dee credere che egli quella piena d'ogni dolore e d'ogni affanno essere conosce. E quanto di maggiore povertà è uscito e entrato in ricca vitatanto quella gli è più graziosa. Adunquechi di povertà è in ricchezza venutoe con quella il vivere gli dilettaquanta e quale liberalità è quella di chi quella donae nello statoch'egli ha con tanti affanni fuggitoconsente di ritornare? Assai grandissime e liberali cose si fannoma questa maggiore di tutte mi pare: considerando ancora alla età del donatore che era vecchiocon ciò sia cosa che ne' vecchi soglia continuamente avarizia molto più che ne' giovani avere potere. Però terrò che ciascuno de' due seguenti aggia maggiore liberalità fatta che 'l primoe 'l terzo maggiore che niuno -.

[34]

- Quanto meglio per alcuno si potesse la vostra ragione difenderetanto la difendete ben voi - disse la reina; - ma noi brievemente intendiamo dimostrarvi come il nostro parere deggiate più tosto che il vostro tenere. Voi volete dire che colui niuna liberalità facesse concedendo la mogliereperò che di ragione fare gliele convenia per lo saramento fatto dalla donna: la qual cosa saria cosìse il saramento tenesse; ma la donnacon ciò sia cosa ch'ella sia membro del maritoo più tosto un corpo con luinon potea fare quel saramento sanza volontà del maritoe se 'l fecefu nulloperò che al primo saramento licitamente fatto niuno subsequente puote derogaree massimamente quelli che per non dovuta cagione non debitamente si fanno; e ne' matrimoniali congiungimenti è usanza di giurare d'essere sempre contento l'uomo della donnae la donna dell'uomoné di mai l'uno l'altro per altra cambiare; dunque la donna non poté giuraree se giuròcome già detto avemoper non dovuta cosa giurò; e contraria al primo giuramentonon dee valeree non valendooltre al suo piacere non si dovea commettere a Tarolfoe se vi si commisefu egli del suo onore liberalee non Tarolfocome voi tenete. Né del saramento non poté liberale essere rimettendolocon ciò sia cosa che il saramento niente fosse: adunque solamente rimase liberale Tarolfo del suo libidinoso disio. La qual cosa di propio dovere si conviene a ciascuno di fareperò che tutti per ogni ragione siamo tenuti d'abandonare i vizi e di seguire le virtù. E chi fa quello a che egli è di ragione tenutosì come voi dicestein niuna cosa è liberalema quello che oltre a ciò si fa di benequello è da chiamare liberalità dirittamente. Ma però che voi forse nella vostra mente tacito ragionate: "che onore può essere quello della casta donna al marito che tanto debbia esser caro?" noi prolungheremo alquanto il nostro parlaremostrandolviacciò che più chiaramente veggiate Tarolfo né Tebanodi cui appresso intendiamo di parlareniuna liberalità facessero a rispetto del cavaliere. Da sapere è che castità insieme con l'altre virtù niuno altro premio rendono a' posseditori d'esse se non onoreil quale onoretra gli altri uomini meno virtuosili fa più eccellenti. Questo onorese con umiltà il sostengonogli fa amici di Dioe per consequente felicemente vivere e moriree poi possedere gli etterni beni. La quale se la donna al suo marito la servaegli vive lieto e certo della sua prolee con aperto viso usa infra la gentecontento di vedere lei per tale virtù dalle più alte donne onoratae nell'animo gli è manifesto segnale costei essere buonae temere Iddioe amare luiche non poco gli dee piaceresentendo che per etterna compagnia indivisibilefuor che da mortegli è donata. Egli per questa grazia ne' mondani beni e negli spirituali si vede continuo multiplicare. E cosìper contrariocolui la cui donna di tale virtù ha difettoniuna ora può con consolazione passareniuna cosa gli è a gradol'uno la morte dell'altro disidera. Elli si sentono per lo sconcio vizio nelle bocche de' più miseri esser portatiné gli pare che sì fatta cosa non si debbia credere a chiunque la dice. E se tutte l'altre virtù fossero in luiquesto vizio pare ch'abbia forza di contaminarle e di guastarle. Dunque grandissimo onore è quello che la castità della donna rende all'uomoe molto da tener caro. Beato si può chiamare colui a cui per grazia cotal dono è concedutoavvegna che noi crediamo che pochi sieno quelli a' quali di tal bene sia portato invidia. Ma ritornando al nostro propositovedete quanto il cavaliere dava: ma egli non ci è della mente uscito quanto dicesteTebano essere stato più che gli altri liberaleil quale con affanno arricchitonon dubitò di tornare nella miseria della povertàper donare ciò che acquistato avea. Apertamente si pare che da voi è mal conosciuta la povertàla quale ogni ricchezza trapassa se lieta viene. Tebano già forse per l'acquistate ricchezze gli pareva esser pieno d'amare e di varie sollecitudini. Egli già imaginava che a Tarolfo paresse avere mal fattoe trattasse di ucciderlo per riavere le sue castella. Egli dimorava in paura non forse da' suoi sudditi fosse tradito. Egli era entrato in sollecitudine del governamento delle sue terre. Egli già conoscea tutti gl'inganni apparecchiati da' suoi parzionali di farli. Egli si vedea da molti invidiato per le sue ricchezzeegli dubitava non i ladroni occultamente quelle gli levassero. Egli era ripieno di tanti e tali e sì varii pensieri e sollecitudiniche ogni riposo era da lui fuggito. Per la qual cosa ricordandosi della preterita vitae come sanza tante sollecitudini la menava lietafra sé disse: "Io disiderava d'arricchire per riposoma io veggo ch'elli è accrescimento di tribulazioni e di pensierie fuggimento di quiete". E tornando disideroso d'essere nella prima vitaquelle rendé a chi gliele avea donate. La povertà è rifiutata ricchezzabene non conosciutofugatrice di stimolila quale fu da Diogene interamente conosciuta. Tanto basta alla povertà quanto natura richiede. Sicuro da ogni insidia vive chi con quella pazientemente s'accostané gli è tolto il potere a grandi onori pervenirese virtuosamente vive come già dicemmo; e però se Tebano si levò questo stimolo da dossonon fu liberalema savio. In tanto fu grazioso a Tarolfoin quanto più tosto a lui che ad un altro gli piacque di donarlopotendolo a molti altri donare. Fu adunque più liberale il cavaliereche il suo onore concedeache nullo degli altri. E pensate una cosa: che l'onore che colui donava è inrecuperabilela qual cosa non avviene di molti altrisì come di battagliedi pruove e d'altre cosele quali se una volta si perdonoun'altra si racquistanoe è possibile. E questo basti sopra la vostra dimanda aver detto -.

[35]

Poi che la reina tacquee Menedon fu rimaso contentoun valoroso giovane chiamato Clonicoil quale appresso Menedon sedevacosì cominciò a parlare: - Grandissima reinatanto è stata bella e lunga la novella di questo nobile giovaneche ioacciò che gli altri nel brieve tempo possano ad agio direquanto potròil mio intendimento brievemente vi narrerò: e dico checon ciò fosse cosa che io ancora molto giovane conoscessi la vita de' suggetti del nostro signore Amore piena di molte sollecitudini e d'angosciosi stimoli con poco dilettolungamente a mio potere la fuggiischernendo più tosto coloro che lui seguivanoche commendandoli e ben che io molte volte già fossi tentatocon forte animo resistetti cessando i tesi lacciuoli. Ma però che io a quella forza alla quale Febo non poté resisterenon era forte a contrastareavendosi Cupido pur posto in cuore di recarmi nel numero de' suoi suggettifui presoné quasi m'accorsi comeperò che un giorno già per lo rinnovellato tempo lieto andando io su per li salati liticonche marine con diletto prendendoavvenne che voltando io gli occhi verso le nitide ondeper quelle vidi subita venire una barchettanella quale quattro giovani con un solo marinaio venianotanto belleche mirabile cosa il vederle sì belle mi parve. E essendosi esse già verso di me appropinquate assainé io però avessi i miei occhi da' loro visi levatividi in mezzo di loro un lustrore grandissimonel qualesecondo che la stimativa mi porsemi parve vedere una figura d'uno angelo giovanissimoe tanto bella quanto alcuna cosa mai da me veduta. Il quale rimirando iomi parve ch'egli dicesse così verso di me con voce assai dalla nostra diversa: "O giovanestolto perseguitore della nostra potenzaora se' giunto! Io sono qui con quattro belle giovinette venuto: piglia per donna quella che più piace agli occhi tuoi!". Io questa voce udendotutto rimasi stupefattoe col cuore e con gli occhi cercava di fuggire quello che io molte volte già fuggito avea; ma ciò era nienteperò che alle mie gambe era tolta la possae egli avea arco e ali da giugnermi assai tosto. Onde io tra quelle mirandovidi l'una di loro tanto bella e graziosa nell'aspetto e ne' sembianti pietosach'io imaginai di volere lei per singulare donnafra me dicendo: "Costei agli occhi miei sì umile si presentache fermamente ella non sarà a' miei disii nimicacome molte altre sono a quelli i quali iovedendoli pieni d'affanniho già schernitima sarà delle mie noie cacciatrice". E questo pensatosubito risposi: "La graziosa bellezza di quella giovane che alla vostra destra siedeo signor miomi fa disiderare d'essere a voi e a lei fedelissimo servidoree però io sono qui a' vostri voleri presto: fate di me quello che a voi piace". Io non avea ancora compiuto di parlarech'io mi sentii il sinistro lato piagare d'una lucente saetta venuta dall'arco che egli portavala quale io estimai che d'oro fosse. E certo io non vidi quando eglivoltato a leiessa ferì d'una di piombo: e in questa maniera preso rimasi ne' lacci da me lungamente fuggiti. Questa giovane piacque e piace tanto agli occhi mieiche ogni altro piacere fora per comparazione a questo scarso. Della qual cosa ella avedendosenelungamente si mostrò contenta; ma poi ch'ella conobbe me sì preso del suo piacereche impossibile mi sarebbe il non amarlaella incontanente il suo inganno con non dovuto sdegno verso me scopersemostrandosi ne' sembianti a me crudelissima nimicasempre gli occhi torcendo in altra parte a quella contraria dove me veduto avessee con non dovute parole continuo dispregiandomi. Per la qual cosaavendo io in molte maniere con prieghi e con umiltà ingegnatomi di raumiliare la sua acerbitàné pote' maiio sovente piango e dolgomi di tanto infortunioné in maniera niuna posso d'amarla tirarmi indietro: anzi quanto più crudele verso di me la sentotanto più pare che la fiamma del suo piacere m'accenda il tristo cuore. Delle quali cose dolendomi io un giorno tutto soletto in un giardino con infiniti sospiri accompagnati da molte lagrimesopravenne un mio singulare amicoal quale parte de' miei danni era palesee quivi con pietose parole m'incominciò a volere riconfortarei cui conforti non ascoltando io nientema rispondendogli che la mia miseria ogni altra passavaegli così mi disse: "Tanto è l'uomo misero quanto egli medesimo si fa o si riputa; ma certo io ho molto maggiore cagione di dolermi che tu non hai". Io allora quasi turbato mi rivolsi a luidicendo: "Come? Chi la può maggiore di me avere? Non ricevo io mal guiderdone per ben servire? Non sono io odiato per lealmente amare? Così come me può alcuno essere dolentema più no". "Certo" rispose l'amico "io ho maggiore cagione di dolermi che tu non haie odi come. A te non è occulto che io lungo tempo abbia una gentil donna amata e amo sì come tu fainé mai niuna cosa fu che io credessi che a lei piacesseche io con tutto il mio ingegno e potere non mi sia messo a farla. E certo essa di questo conoscentedi ciò che io più disiderava mi fece grazioso donoil quale avendo io ricevutoe ricevendo qualora mi piaceaper lunga stagione non mi parea alla mia vita avere in allegrezza pari. Solo uno stimolo aveache io non le potea far credere quanto io perfettamente l'amava: ma di questosentendomi amarla com'io dicealeggermente mi passava. Ma gl'iddiiche niuno bene mondano vogliono sanza alcuna amaritudine concedereacciò che i celestiali siano più conosciutie per consequente più disideratia questo m'aggiunsero un altro a me sanza comparazione noioso; ch'elli avvenne che dimorando io un giorno soletto con lei in segreta parteveggendo chi davanti a noi passava sanza essere vedutiun giovane grazioso e di piacevole aspetto passò per quella parteil quale io vidi ch'ella riguardò e poi un pietoso sospiro gittò. La qual cosa vedendoio dissi: "Oimèsonvi io sì tosto rincresciutoche per la bellezza d'altro giovane sospiriate?". Ella tornata nel viso di nuova rossezza dipintacon molte scusegiurando per la potenza de' sommi iddiis'incominciò ad ingegnare di farmi scredere ciò che io per lo sospirare avea pensato: ma ciò fu nienteperò che nel cuore mi s'accese una ira sì ferocissimache quasi con lei non mi fece allora crucciarema pur mi ritenni. E certamente mai dell'animo partire non mi si poté che costei colui o altrui non amasse più di me: e tutti quelli pensierii quali altra volta in mio aiuto recavacioè ch'ella più ch'altro me amasseora tutti in contrario li estimoimaginando che fittiziamente abbia detto e fatto ciò che per adietro ha operato; di che dolore intollerabile sostengo. Né a ciò alcuno conforto vale; ma però che vergogna sovente raffrena il volere ch'io ho di dolermi più che di rallegrarminon continuo il mio dolore sì ch'io ne faccia alcuni avederemabrievementeio mai sanza sollecitudine e pensieri non sonoi quali molta più noia mi danno ch'io non vorrei. Adunque appara a sostenere le minori cosepoi che a me le maggiori vedi con forte animo portare nascose". Al quale io risposi che non mi parea che in niuno modo il suo doloreben che fosse grandesi potesse al mio agguagliare. E egli mi rispondea il contrario: e così in lunga quistione dimorammopartendoci poi sanza niuna diffinizione. Priegovi ne diciate quello che di questo voi terreste -.

[36]

- Giovane - disse la reina- gran pena è la vostrae torto ha la donna di non amarvi; ma tutta fiata il vostro dolore può essere da speranza aiutato: quello che del vostro compagno non avvieneperò chepoi ch'egli è una volta entrato in sospettoniuna cosa nel può cacciare. Dunque continuamente sanza conforto si dorrà mentre l'amore durerà: e peròsecondo il nostro giudicione pare maggiore doglia quella del geloso che quella di chi ama e non è amato -.

[37]

Disse Clonico allora: - O nobile reinache è ciò che voi dite? Aperto pare che sempre siete stata amata da cui amato aveteper la qual cosa la mia pena male conoscete. Come si potrebbe mostrare che gelosia porgesse maggiore pena che quella ch'io sentocon ciò sia cosa che colui la disiderata cosa possiedee puotequella tenendoprendere in una ora più diletto di lei che in un lungo tempo sentirne penae nientemeno da sé per esperienzia può cacciare tal gelosiase avviene che truovi falso il suo parere? Ma iodi focoso disio accesoquanto più mi truovo lontano ad adempierlotanto più ardoe assalito da mille stimoli mi consumo; né a ciò mi può aiutare alcuna speranzaperò che per le molte volte ch'io ho riprovata costeie trovatala ognora più acerbaio vivo disperato. Per che la vostra risposta mi pare che alla verità sia contraria: che io non dubito che non sia molto meglio dubitando tenereche piangendo disiare -.

[38]

- Quella amorosa fiamma che negli occhi ne luce e il nostro viso ognora adorna di più bellezzacome voi ditemai non consentì che invano amassimoma non per tanto non ci si occulta quanta e quale sia la pena dell'unoe quella dell'altro - rispose la reina; seguendo: - e peròcome la nostra risposta sia con la verità una cosavi mostreremo. Egli è manifesto che quella cosa che più la quiete dell'animo impedisce è la sollecitudinedelle quali alcune a lieto fine vannoalcune a dolente fuggire intendono. Delle quali quanto più n'ha l'animotanto più ha affannoe massimamente quando noiose sono: e che il geloso più di voi n'abbia è manifestoperò che voi a niuna cosa intendete se non solamente ad acquistare l'amore di quella donna cui voi amateil quale non potendolo avere v'è gravissima noia. Ma certo e' potrebbe di leggiere avvenirecon ciò sia cosa che i cuori delle femine sieno mobiliche subitamente voinon pensandocivi trovereste averlo acquistato: o forse che v'amamaper provare se voi lei amatedimostra il contrarioe mostrerà forse infino a quel tempo ch'ella fia bene del vostro amore accertata. Con questi pensieri può molto speranza mitigare la vostra doglia: ma il geloso ha l'animo pieno d'infinite sollecitudinialle quali né speranza né altro diletto può porgere confortoo alleviare la sua pena. Egli sta intento di dare legge a' vaghi occhia' quali il suo posseditore non la può donare. Egli vuole e s'ingegna di porre legge a' piedi e alle manie a ogni altro atto della sua donna. Egli vuole essere provido conoscitore e de' pensieri della donna e della allegrezzaogni cosa interpretando in male di luie crede che ciascuno disideri e ami quello che egli ama. Similemente s'imagina che ogni parola sia doppia e piena d'ingannoe se egli mai alcuna detrazione commisequesto gli è mortal pensiero imaginando che per simile modo esso debba essere ingannato. Egli vuol chiudere con avvisi le vie dell'aere e della terraebrievementene' suoi pensieri gli nocciono il cielo e la terragli uccelli e gli animalie qualunque altra creatura: e a questo levarli non ha luogo esperienzaperò che se la fa e trovi che lealmente la donna si portiegli pensa che aveduta si sia di ciò ch'egli ha fattoe però guardatasene. S'e' trova quello che cerca e trovare non vorriachi è più doloroso di lui? Se forse estimate che il tenerla in braccio gli sia tanto diletto che queste cose debbia mitigareil parere vostro è falsoperò che quello tenere gli porge noiapensando che altri così l'abbia tenuta. E se la donna forse amorevolemente l'accogliecredesi che per torlo da tal pensiero il facciae non per buono amore ch'ella gli porti. Se malinconica la trovapensa che altrui ami e di lui non si contenti: e infiniti altri stimoli potremmo de' gelosi narrare. Dunque che diremo della costui vitase non ch'ella sia la più dolente che alcun vivente possa avere? Egli vive credendo e non credendoe sé e la donna stimolando e le più volte suole avvenire che di quella malattia di che i gelosi vivono paurosielli ne muoionoe non sanza ragioneperò che con le loro riprensioni molte fiate mostrano a' loro danni la via. Considerando adunque le predette cosepiù ha il vostro amicoche è geloso cagione di dolersi che voi non aveteperò che voi potete sperare d'acquistarecolui con paura vive di perdere quella cosa che egli appena tiene sua. E però s'egli ha più materia da dolersi di voi e confortasi il meglio che elli puotemolto maggiormente voi vi dovete confortare e lasciare stare il piagnereche è atto di pusillanima feminellae sperare del buono amoreche voi alla vostra donna portatenon perdere merito: chében che ella si mostri verso voi acerba al presentee' non può essere ch'ella non vi amiperò che amore mai non perdonò l'amare a niuno amatoe a' robusti venti si rompono più tosto le dure querce che le consenzienti canne -.

[39]

Vestita di bruni vestimenti sotto onesto velo sedea appresso costui una bella donnala qualecome sentì la reina alle sue parole aver posto finecosì cominciò a dire: - Graziosa reinae' mi ricorda cheessendo io ancora picciola fanciullaun giorno io dimorava con un mio fratellobellissimo giovane e di compiuta etàin un giardinosanza alcuna altra compagnia. Dove dimorandoavvenne che due giovani donzelledi sangue nobili e di ricchezze copiosee della nostra città natieamando questo mio fratello e sentendolo essere in quel giardinoamendue là se ne venneroe luiche di queste cose niente sapevadi lontano cominciarono a riguardare. Dopo alquanto spaziovedendolo solofuori che di medi cui elle poco curavano però che era picciolacosì fra loro cominciarono a dire: "Noi amiamo questo giovane sopra tutte le cosené sappiamo egli ama noiné convenevole è che amendune ci ami; ma qui n'è al presente licito di prendere di lui parte del nostro disioe di conoscere se di noi egli ama alcunao quale egli ama più; e quella che egli più amapoi sua si rimanga sanza esserle dall'altra impedito: però ora ch'egli dimora solo e che noi abbiamo tempocorriamoe ciascuna l'abbracci e baci: egli quale più gli piaceràpoi prenderà". Determinatosi a questole due giovani cominciarono a correre sopra la verde erba verso il mio fratello: di che egli si maravigliò vedendolee vedendo come veniano. Ma l'una di loro ancora assai lontanavergognosa quasi piangendo ristettel'altra infino a lui corse e l'abbracciò e baciollo e poseglisi a sedere allato raccomandandoglisi. Ma poi che l'ammirazione che costui ebbe dell'ardire di colei fu alquanto cessataegli la pregò che per quello amore ch'ella gli portavaella gli dovesse di questa cosa dire intera la verità. Essa niente ne gli celò: la qual cosa questi udendoe dentro nella mente essaminando ciò che l'una e l'altra avea fattofra sé conoscere non sapea qual più l'amassené qual più egli dovesse amare. Ma venuto accidente che di queste parole il convenne partiredi questo a più amici domandò consiglioné mai alcuno il sodisfece al suo piacere di tal dimanda: per la qual cosa io priego voida cui veramente credo la vera diffinizione avereche mi diciate quale di queste due dee essere più dal giovane amata -.

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A questa donna così la reina rispose: - Certo delle due giovani quella ne pare che più il vostro fratello amie più da lui deggia essere amatache dubitando vergognosa rimase sanza abbracciarlo: e per che questo ne paiaquesta è la ragione. Amoresì come noi sappiamosempre fa timidi coloro in cui dimorae dove maggior parte è d'essosimilmente maggiore temenza. E questo avviene per che lo 'ntendimento della cosa amata non si può intero sapere; che se si potesse saperemolte cosetemendo di non spiacerenon si fanno che si farebbonoperò che ciascuno sa che spiacendo si toglie cagione d'essere amato: e con questa temenza e con amore sempre dimora vergognae non sanza ragione. Adunquetornando alla nostra quistionediciamo che atto di veramente innamorata fu quello di quella che timida si mostrò e vergognosa. Quello dell'altrapiù tosto di scelerata libidinosa che d'innamorata fu sembiante: e però essendo egli più da colei amatopiù dee leisecondo il nostro giudicioamare -.

[41]

Rispose allora la donna: - Gentil reinavera cosa è che amoreov'egli moderatamente dimoratemenza e vergogna conviene che ci siama là ove egli in tanta quantità abondache agli occhi dei più savi leva la vistacome già qui per adietro si dissedico che temenza non ci ha luogoma i movimenti di chi ciò sente sono secondo che egli sospigne: e però quella giovanevedendosi inanzi il suo disiotanto s'accesecheabandonata ogni vergognacorse a quello di che era sì forte stimolatache avanti sostenere non potea. L'altranon tanto infiammataservò più gli amorosi terminivergognandosie rimanendo come voi dite. Dunque quella più ama e più dovrà essere amata -.

[42]

- Savia donna - disse la reina- veramente a' più savi leva amore soperchio la veduta e ogni altro debito sentimentoquanto alle cose che sono fuori di sua natura; ma in quelle che a sé appartengonocome egli cresce così crescono. Adunquequanta maggior quantità d'esso in alcuno si truovae così del timorecome davanti dicemmo. Che questo sia verolo scelerato ardore di Blibide il ci manifestala quale quanto amasse si dimostrò nella sua finevedendosi abandonata e rifiutata: né già per questo ebbe ella ardire di scoprirsi con le propie parolema scrivendo il suo sconvenevole disio palesò. Similemente Fedra più volte tentò di volere ad Ipolitoal qualecome a domestico figliuolopoteva arditamente parlaredi dirli quanto ella l'amavané era prima la sua volontà pervenuta alla bocca per proffererlachetemendosu la punta della lingua le moria. O quanto è temoroso chi ama! Chi fu più possente che Alcideal quale non bastò la vittoria delle umane cosema ancora a sostenere il cielo si mise! E ultimamente non di donnama d'una guadagnata giovane s'innamorò tantoche come umile suggettotemendoa' comandamenti di lei facea le minime cose! E ancora Parisquello che né con gli occhi né con la lingua ardiva di tentarecol dito avanti alla sua donna del caduto vino scrivendo prima il nome di leiappresso scriveva: "io t'amo"! Quanto ancora sopra tutti questi ci porge debito essemplo di temenza Pasifela quale ad una bestia sanza razionale intelletto non ardiva d'esprimere il suo volerema con le propie mani cogliendo le tenere erbe s'ingegnava di farlo a sé benignoingannando se medesima sovente allo specchio per piacergli e per accenderlo in tal disio quale era ellaacciò ch'egli si movesse a cercare ciò che ella non ardiva di domandare a lui! Non è atto di donna innamoratané d'alcun'altral'essere prontacon ciò sia cosa che sola la molta vergognala quale in noi dee essereè rimasa del nostro onore guardatrice. Noi abbiamo voce tra gli uominie è così la veritàdi sapere meglio l'amorose fiamme nascondere che gli uomini: e questo non genera altro che la molta temenzala quale le nostre forzenon tante quante quelle degli uominipiù tosto occupa. Quante ne sono già statee forse noi d'alcune abbiamo saputole quali s'hanno molte volte fatto invitare di pervenire agli amorosi effettiche volontieri n'avrebbero lo invitatore invitato prima che egli lorose debita vergogna o temenza ritenute non l'avesse! E non per tantoogni ora che il no è della loro bocca uscitohanno avuto nell'animo mille pentutedicendo col cuore cento volte sì. Rimanga questo scelerato ardire nelle pari di Semiramis e di Cleopatrale quali non amanoma cercano d'acquetare il loro libidinoso volereil quale chetatonon avanti d'alcuno più che d'un altro non si ricordano. I savi mercatanti mal volentieri arrischiano tutti i loro tesori ad un'ora a' fortunosi casi: e non per tanto una picciola parte non si curano di concedere loronon sentendo di quella nell'animo alcuno dolorese avviene che la perdano. Amava dunque la giovaneche abbracciò il vostro fratellopocoe quel poco concedette alla fortunadicendo: "Se costui per questo acquistobene sta; se mi rifiutanon ci sarà più che prendersene un altro". L'altrache vergognandosi rimasecon ciò fosse cosa che ella lui amasse sopra tutte le cosedubitò di mettere tanto amore in avventuraimaginandosi: "Se questo forse gli spiacesse e rifiutassemiil mio dolore sarebbe tanto e tale ch'io ne morrei". Sia adunque più la seconda che la prima amata -.

[43]

Feriva del sole un chiaro raggio passando fra le verdi frondi sopra il nitido fonteil quale la sua luce rifletteva nel bel viso della adorna reinala quale di quel colore era vestita che il cielo ne dimostraquandoamenduni i figliuoli di Latona a noi nascosilucido solo con le sue stelle ne porge luce. E oltre allo splendore del bel visoquello tanto lucente faceache mirabile lustro a' dimoranti in quel luogo porgeva fra le fresche ombre: e tal volta il riflesso raggio si distendea infino al luogo dove la laurea corona d'una parte con la candida testadall'altra con gli aurei capelli terminavatra quelli mescolata con non maestrevole ravolgimento: e quando quivi pervenianel primo sguardo si saria detto che fra le verdi frondi uscisse una chiara fiammetta d'ardente fuocoe tanto si dilatassequanto i biondi capelli si dimostravano a' circunstanti. Questa mirabile cosaforse più tosto o meglio avvedutosene che alcuno degli altrimirava Caleon intentivamente quasi come d'altro non gli calesseil quale per opposito a fronte alla reina sedeva in cerchiodividendoli l'acqua sola: né movea bocca alla quistione che a lui venivaperché taciuto avesse la reina già per alquanto spazioavendo contentata la savia donna. A cui la reina così disse: - O solo disio forse della cosa che tu miridinnequal è la cagione che così sospeso ti tienecheseguendo l'ordine degli altrinon parlisolamentecome noi crediamomirando la nostra testacome se da te mai vista non fosse avanti? Dillocie appressocome gli altri hanno propostoe tu proponi -. A questa voceCaleonlevata l'anima da' dolci pensieriin sé la tornò alquanto riscotendosicome tal volta coluiche per paura rompe il dolce sonnosuole faree così disse: - Alta reinail cui valore impossibile saria a narraregraziosi pensieri in loro teneano la mia mente involtaquando io sì fiso mirava la vostra fronteche mi parveallora che il chiaro raggio giunse nella bella acquariflettendo nel vostro visoche dell'acqua uscisse uno spiritello tanto gentile e grazioso a vederech'egli si tirò dietro l'anima mia a riguardare ciò che facesseforse sentendo i miei occhi insofficienti a tanta gioia miraree salì per lo chiaro lume negli occhi vostrie quivi per lungo spazio fece mirabile festa adornandoli di nuova chiarezza. Poi salendo più su questa lucelasciando ne' begli occhi i suoi vestigiiil vidi salire sopra la vostra coronasopra la qualecome egli vi fuinsieme con i raggi parve che nuova fiamma vi s'accendesseforse qual fu già quella che fu da Tanaquila veduta a Tulio piccolo garzone dormendo: e dintorno a questa saltando di fronda in frondacome uccelletto che amoroso cantando visita molte foglies'andavae i vostri capelli con diversi atti movendoe intorniando a quelletal volta in essi nascondendosi e poi più lieto ogni fiata uscendo fuori; e pareami ch'egli fosse tanto allegro in se medesimoquanto alcuna cosa mai esser potessee gisse cantandoovero con dolci voci queste parole dicendo:

Io son del terzo ciel cosa gentile,
sì vago de' begli occhi di costei,
che s'io fossi mortal me ne morrei.
E vo di fronda in fronda a mio diletto,
intorniando gli aurei crini,
me di me accendendo:
e 'n questa mia fiammetta con effetto
mostro la forza de' dardi divini,
andando ogn'uom ferendo
che lei negli occhi mira, ov'io discendo
ciascuna ora ch'è piacer di lei,
vera reina delli regni miei.

E con questemolte altre ne diceaandando com'io v'ho dettoquando mi chiamaste; ma non prima la voce movesteche egli subito si tornò ne' vostri occhii quali come matutine stelle sintillano di nuova lucequesto luogo lustrando: udito avete da che gioia con nuovo pensiero m'avete alquanto separato -. Di questo si maravigliò assai Filocolo e gli altrie rivolti gli occhi verso la loro reinavidero quello che a udire loro parea impossibile. E ellavestita d'umiltàascoltando le vere parole di lei dettestette con fermo viso sanza alcuna risposta. E però Caleon così parlando seguì: - Graziosa reinaio disidero di sapere se a ciascuno uomoa bene essere di se medesimosi dee innamorare o no. E questo a dimandare mi muovono diverse cose vedute e udite e tenute dalle varie oppinioni degli uomini -.

[44]

Lungamente riguardò la reina Caleon nel visoe poi dopo alcun sospiro così rispose: - Parlare ci conviene contra quello che noi con disiderio seguiamo. E certo a te dovria bene essere manifesto ciò che tu in dubbio domandando proponi. Serverassirispondendo a telo 'ncominciato ordinee colui a cui suggetta siamole parolele qualicostretta dalla forza del giuocodiciamo contra la sua deitàpiù tosto che volontariele ci perdoni: né però la sua indegnazione caggia sopra di noi. E voiche similemente come noi suggetti gli sietecon forte animo l'ascoltatenon mutandovi per quelle dal vostro proponimento. E acciò che meglio e con più aperto intendimento le nostre parole si prendanoalquanto fuori della materia ci stenderemoa quella quanto più brievemente potremo tornandoe così diciamo: amore è di tre maniereper le quali tretutte le cose sono amate; alcuna per la virtù dell'unoalcuna per la potenza dell'altrosecondo che la cosa amata èe similmente l'amante. La prima delle quali tre si chiama amore onesto: questo è il buono e il diritto e il leale amoreil quale da tutti abitualmente dee esser preso. Questo il sommo e primo creatore tiene lui alle sue creature congiuntoe loro a lui congiunge. Per questo i cieliil mondoi reamile province e le città permangono in istato. Per questo meritiamo noi di divenire etterni posseditori de' celestiali regni. Sanza questo è perduto ciò che noi abbiamo in potenza di ben fare. Il secondo è chiamato amore per dilettoe questo è quello al quale noi siamo suggetti. Questo è il nostro iddio: costui adoriamocostui preghiamoin costui speriamo che sia il nostro contentamentoe che egli interamente possa i nostri disii fornire. Di costui è posta la quistione se bene è a sommetterlisi: a che debitamente risponderemo. Il terzo è amore per utilità: di questo è il mondo più che d'altro ripieno. Questo insieme con la fortuna è congiunto: mentre ella dimorae egli similmente dimora; quando si partee elli. Elli è guastatore di molti beni: e più tostoragionevolmente parlandosi dovria chiamare odio che amore. Ma però che alla proposta quistione né del primo né dell'ultimo è bisogno di parlaredel secondo diremocioè amore per diletto: al qualeveramenteniunoche virtuosa vita disideri di seguiresi dovria sommettereperò che egli è d'onore privatoreadducitore d'affannidestatore di viziicopioso donatore di vane sollecitudiniindegno occupatore dell'altrui libertàpiù ch'altra cosa da tenere cara. Chidunqueper bene di sése sarà savionon fuggirà tale signore? Viva chi può liberoseguendo quelle cose che in ogni atto aumentano libertàe lascinsi i viziosi signori a' viziosi vassalli seguire -.

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- Io non pensava - disse allora Caleon - con le mie parole dar materia di mancamento alla nostra festané la potenza del nostro signore Amorené le menti d'alcuno perturbare; anzi imaginai chediffinendolo voisecondo la intenzione mia e di molti altridovesse quelli che gli sono suggetti con forte animo a ciò confermarlie quelli che non gli sono con disideroso appetito chiamarlivi. Ma veggio che la vostra intenzione alla mia è tutta contrariaperò che voi tre maniere d'amore nelle vostre parole essere mostrate. Delle quali trela prima e l'ultima come voi dite consento che siama la secondala quale rispondendo alla mia dimanda dite che è tanto da fuggiretengo che da seguire sia da chi glorioso fine disiderasì come aumentatrice di virtùcom'io credo appresso mostrare. Questo amore di cui noi ragioniamosì come a tutti può essere manifestoperò che il proviamoadopera questo ne' cuori umanipoi ch'egli ha l'anima alla piaciuta cosa disposta: egli d'ogni superbia spoglia il cuore e d'ogni ferocitàfaccendolo umile in ciascun attosì come manifestamente ci appare in Marteil quale troviamo cheamando Veneredi fiero e aspro duca di battaglietornò umile e piacevole amante. Egli fa i cupidi e gli avariliberali e cortesi: Medeacarissima guardatrice delle sue artipoi che le costui fiamme sentìliberamente sé e 'l suo onore e le sue arti concedette a Giansone. Chi fa più solliciti gli uomini all'alte cosedi lui? Quanto egli li facciarimirisi a Paris e a Menelao. Chi spegne più gl'iracundi fuochiche fa costui? Quante volte fu l'ira d'Achille quetata da' dolci prieghi di Pulisena cel mostra. Questipiù ch'altrifa gli uomini audaci e fortiné so qual maggiore essemplo ci si potesse dare che quello di Perseoil quale per Andromaca fece mirabile pruova di virtuosa fortezza. Questi adorna di belli costumid'ornato parlaredi magnificenzadi graziosa piacevolezza tutti coloro che di lui si vestono. Questi di leggiadria e di gentilezza a tutti i suoi suggetti fa dono. Oh quanti sono i beni che da costui procedono! Chi mosse Vergiliochi Ovidiochi gli altri poeti a lasciare di loro etterna fama ne' santi versii quali mai a' nostri orecchi pervenuti non sarieno se costui non fossese non costui? Che direm noi più della costui virtùse non ch'egli ebbe forza di mettere tanta dolcezza nella cetera d'Orfeochepoi ch'egli a quel suono ebbe chiamate tutte le circunstanti selvee fatti riposare i correnti fiumie venire in sua presenza i fieri leoni insieme co' timidi cervi con mansueta pacee tutti gli altri animali similementeegli fece quetare le infernali furie e diede riposo e dolcezza alle tribulate anime: e dopo tutto questofu di tanta virtù il suonoch'egli meritò di riavere la perduta mogliere. Dunque costui non è cacciatore d'onorecome voi ditené donatore di sconvenevoli affanniné citatore di viziiné largitore di vane sollecitudininé indegno occupatore dell'altrui libertà: però con ogni ingegnocon ogni sollecitudine dovrebbe ciascunoche di lui non è conto e servidoreprocacciare e affannare d'avere la grazia di tanto signore e essergli suggettopoi che per lui si diviene virtuoso. Quello che piacque agl'iddii e alli più robusti uominisimilemente a noi dee piacere: seguasiamisiservasie viva sempre nelle nostre menti cotal signore! -

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- Molto t'inganna il parer tuo - rispose la reina - e di ciò non è maravigliaperò che tu se'secondo il nostro conoscimentopiù ch'altro innamoratoe sanza dubbio il giudizio degli innamorati è falsoperò che il lume degli occhi della mente hanno perdutoe da loro la ragione come nimica hanno cacciata. Adunquea noi converrà alquantooltre al nostro volered'amore parlare: di che ci duolesentendoci a lui suggettama per trarti d'errore il licito tacere in vere parole rivolgeremo. Noi vogliamo che tu sappi che questo amore niun'altra cosa è che una inrazionabile volontànata da una passione venuta nel cuore per libidinoso piacere che agli occhi è apparitonutricato per ozio da memoria e da pensieri nelle folli menti: e molte fiate in tanta quantità multiplicache egli leva la 'ntenzione di colui in cui dimora dalle necessarie cosee disponlo alle non utili. Ma però che tu essemplificando ti 'ngegni di dimostrarne da costui ogni bene e ogni virtù procederea riprovare tuoi essempli procederemo. Non è atto d'umiltà l'altrui cose ingiustamente a sé recarema è arroganza e sconvenevole presunzione: e certo queste cose usò Martecui tu sai per amore divenuto umilea levare a Vulcano Venere sua legittima sposa. E sanza dubbio quella umiltà che nel viso appare agli amantinon procede da benigno cuorema da inganno prende principio. Né fa questo amore i cupidi liberalima quando in tanta copiaquanta poni che in Medea fuabonda ne' cuoriquelli del mentale vedere privae delle coseper adietro debitamente avute carestoltamente diventa prodigonon quelle con misura donandoma disutilmente gittando: crede piaceree dispiace a' savi. Medeanon saviadella sua prodigalità assai in brieve tempo sanza suo utile si pentée conobbe che se moderatamente i suoi cari doni avesse usati non saria a sì vile fine venuta. E quella sollecitudinela quale in danno de' sollecitanti s'acquista o s'adoperanon ci pare per alcuno dovere essere cercata: molto vale meglio ozioso stare che male adoperareancora che né l'uno né l'altro sia da lodare. Paris fu sollecito alla sua distruzionese 'l fine di tale sollecitudme si riguarda. Menelao non per amorema per racquistare il perduto onorecon ragione divenne sollecitocome ciascuna persona discreta dee fare. Né è ancora questo amore cagione di mitigata ira; ma benignità d'animopassato l'impeto che induce quellala fa tornare nullae rimettesi l'offesa a chi contro s'adira: ben che gli amantie ancora i discreti uominisogliono usare di rimettere l'offese a preghiera di cosa amata o d'alcuno amicoper mostrarsi di ciò che niente loro costacortesie obligarsi i pregatori: e per questa maniera Achille più volte già mostrò di cacciare da sé la concreata ira. Similemente ne mostri che costui fa gli uomini arditi e valorosi; ma di ciò il contrario si può mostrare. Chi fu più valoroso uomo d'Erculeil quale innamorato mise le sue forze in oblioe ritornò vilefilando l'accia con le femine di Iole? Veramentealle cose ove dubbio non corregente arditissima sono gl'innamorati; e se dove dubbio corre si mostrano arditie mettonvisinon amorema poco senno a ciò li tiraper avere poi vanagloria nel cospetto delle sue donneavvegna che questo rade volte avvieneche dubitano tanto di perdere il diletto della cosa amatache essi consentono avanti d'essere tenuti vili. E non ancora dubitiamo che questi mise ogni dolcezza nella cetara d'Orfeo: questo consentiamo che sia come tu porgiché veramenteal generaleamore empie le lingue de' suoi suggetti di tanta dolcezza e di tante lusingheche essi molte fiate farieno con le loro lusinghe volgere le pietrenon che i cuori mobili e incostanti; ma di vile uomo è atto il lusingare! Come adunque diremo che tal signore si deggia seguire per bene propio del seguitore? Certo questi coloro in cui dimora fa dispregiare i savi e utili consigli: e male per li troiani non furono da Paris uditi quelli di Cassandra. Non fa costui similmente a' suoi sudditi dimenticare e dispregiare la loro fama buonala quale dee da tutticome etterna erede della nostra memoriarimanere in terra dopo le nostre morti? Quanto la contaminasse Egisto basti per essemploavvegna che Silla non meglio operasse che Pasife. Non è costui cagione di rompere i santi patti e la pura fede promessa? Certo sì. Che aveva fatto Adriana a Teseoper la quale cosa rompendo i matrimoniali pattidando a' venti sé son la donata fedemisera la dovesse ne' diserti scogli abandonare? Un poco di piacereveduto negli occhi di Fedra dallo sceleratofu cagione di tanto malee di cotal merito del ricevuto onore. In costui ancora niuna legge si truova: e che ciò sia veromirisi all'opere di Tireoil qualericevuta Filomena dal pietoso padrea lui carnale cognatanon dubitò di contaminare le sacratissime leggi tra lui e Prognedi Filomena sorellamatrimonialmente contratte. Questi ancorachiamandosi e faccendosi chiamare iddiole ragioni degli iddii occupa. Chi porria mai con parole le iniquità di costui narrare appieno? Eglibrievementead ogni male mena chi 'l segue: e se forse alcune virtuose opere fanno i suoi seguaciche avviene radocon vizioso principio le incomincianodisiderando per quelle più tosto venire al disiderato fine del laido lor volere. Le quali non virtù ma vizio più tosto si possono direcon ciò sia cosa che non sia da riguardare ciò che l'uomo fama con che animoe quello vizio o virtù riputaresecondo la volontà dell'operante: però che già mai cattiva radice non fece buono arborené cattivo arbore buon frutto. Adunque questo amore è reoe se egli è reoè da fuggire: e chi le malvage cose fuggeper consequente segue le buonee così è buono e virtuoso. Il principio di costui niuna altra cosa è che paurail suo mezzo peccato e il suo fine dolore e noia: deesi adunque fuggire e per riprovarlo e temere d'averlo in séperò che egli è impetuosa cosané in niuno suo atto sa aver modoe è sanza ragione. Egli è sanza dubbio guastatore degli animie vergogna e angoscia e passione e dolore e pianto di quelli; e mai sanza amaritudine non consente che stia il cuore di chi il tiene. Dunque chi loderà che questi sia da seguirese non gli stolti? Certose licito ne fossevolontieri sanza lui viveremmoma tardi di tal danno ci accorgiamo; conviencipoi nelle sue reti siamo incappatiseguire la sua vitainfino a tanto che quella lucela quale trasse Enea de' tenebrosi passifuggendo i pericolosi incendiiapparisca a noie tirici a' suoi piaceri -.

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Alla destra mano di Caleon una bella donna sedeail cui nome era Polapiacevole sotto onesto velola quale così cominciò a parlarepoi che la reina tacque: - O nobile reinavoi avete al presente determinato che alcuna persona questo nostro amore seguire non deee io 'l consento; ma impossibile mi pare che la giovane età degli uomini e delle donnesanza questo amore sentiretrapassare possa. Però al presente lasciando con vostro piacere la vostra sentenzaterrò che licito sia l'innamorarsiprendendo il mal fare per debito adoperare. E questo seguendovoglio da voi sapere quale di due donne deggia più tosto da un giovane essere amatapiacendo igualmente a lui amenduneo quella di loro che è di nobile sanguee di parenti possentee copiosa d'avere molto più che il giovaneo l'altra la quale né è nobile né ricca né di parenti abondevole quanto il giovane -.

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Così rispose la reina a costei: - Bella donnaponendo che l'uomo e la donna deggia amore seguirecome avanti dicestenoi giudicheremmo che quantunque la donna sia riccagrande e nobile più che il giovanein qualunque grado o dignità si siach'ella deggia più tosto dal giovane essere amata che quella che alcuna cosa è meno di luiperò che l'animo dell'uomo a seguire l'alte cose fu creatodunque avanzarsi e non avvilirsi dee. Appresso ne dice un volgare proverbio: "Egli è meglio ben desiare che mal tenere". Però amisi la più nobile donnae la meno nobile con giusta ragione si rifiuti per nostro giudicio -.

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Disse allora la piacevole Pola: - Reinaaltro giudicio sarebbe per me di tal quistione donato come udirete. Noi naturalmente tutti più i brievi che i lunghi affanni disideriamo: e che minore e più brieve affanno sia ad acquistare l'amore della meno nobile che quello della piùè manifesto: dunque si dee seguirecon ciò sia cosa che già si possa della minore dire acquistato quello che della maggiore è ad acquistare. Appressoamando un uomo una donna di maggiore condizione che egli non èmolti pericoli ne gli possono seguire: né però ultimamente n'ha maggior diletto che d'una minore. Noi veggiamo ad una gran donna avere molti parentimolta famigliae tutti riguardare ad essa sì come solleciti guardatori del suo onorede' quali se alcuno di questo amore s'avvedessecom'io già dissiall'amante grave pericolo ne può seguire: quello che della meno nobile non potrebbe così di leggiere avvenire. I quali pericoli ciascuno a suo potere dee fuggirecon ciò sia cosa che chi riceve s'ha il dannoe chi 'l sa se ne ridedicendo: "Ben gli sta; dove si metteva egli ad amare?". Né ancora si muore più che una voltaper che ciascuno dee ben guardare come quella una viene a moriree dovee per che cagione. E ancora è credibile cosa che la gentil donna poco il prezzeràperò che essa medesima disidererà d'amare sì alto uomo o maggiore com'ella è donnae non minore di sé: e così costui tardi o non mai al suo disio perverrà. E della minore gli avverrà il contrarioperò ch'ella si glorierà d'essere amata da tanto amantee ingegnerassi di piacergli per nutricare l'amore. E dove questo non fossela potenza dell'amante potrà sanza paura fare il suo disio adempiere: però io terrei che amare si dovesse la minore più tosto che l'altra -.

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- E' v'inganna il parere - disse la reina alla bella donna- però che amore ha questa naturache quanto più si amapiù si disidera d'amare: e questo per quelli che per lui maggiore doglia sentono si può comprenderei qualiavvegna che quella molto gli molestiognora più amanoné alcuno col cuore tosto la sua fine disideraben che 'l mostri con le parole. Dunqueben che i piccoli affanni si cerchino da' pigrida savi sono le coseche con più affanno s'acquistanopiù graziose e dilettevoli tenute: però la minore donna amare ad acquistarla sariacome voi ditepoco affannoe però poco carae brieve l'amoree seguiriasi che amando si disiderasse di meno amareche è contro alla natura d'amorecome di sopra dicemmo. Ma della grandeche con affanno s'acquistaavviene il contrarioperò chesì come in cara cosa e con fatica acquistataogni sollecitudine si pone a ben guardare il guadagnato amoree così ognora più si amae più il diletto e 'l piacere dura. Ma se volete dire che il dubbio de' parenti ci sianoi nol neghiamoe questa è una delle cagioni perch'elli è affanno ad avere l'amore d'una gran donna: ma i discreti con occulta via procedono in tali bisogneché non è dubbio che delle grandi e delle piccole donneciascuna secondo il suo potereè amato e guardato l'onore da' parentie così poria il folle nella mala ventura incappare amando basso come in alto luogo. Ma chi sarà colui che Fisistrato di crudeltà trapassioffendendo chi le cose sue amasanza pensare avanti quello che poi farà a chi l'avrà in odio? Dite ancora mai costui di maggior donna di sé potere venire a fine del suo disio amandola: dicendo che la donna maggiore di sé disidererà d'amare e lui niente pregeràmostra che ignoto vi sia che il più picciolo uomoquanto alla naturale virtùsia di maggiore condizione e di migliore che la maggiore donna del mondo. Dunquequalunque uomo ella disidereràdi maggiore condizione di sé il disidererà. Fa bene però il virtuoso vivere e 'l vizioso i piccioli grandie' grandi piccioli molte volte: non per tanto qualunque donna sarà da qualunque uomo con debito stile sollecitatasanza dubbio a disiderato fine se ne pervieneben che con più affanno d'una grande che d'una piccola. E noi veggiamo che per continua caduta la molle acqua rompe e fora le dure pietre: però nullo d'amare alcuna si disperi. Tanto di bene seguirà a chi maggiore donna di sé ameràche egli s'ingegneràper piacerlebelli costumi averedi nobili uomini compagniaornato e dolce parlareardito alle 'mprese e splendido di vestire. E se l'acquisteràpiù gloria nell'animo n'avrà e più diletto: e similemente nel parlare della gente sarà essaltatose non ne gli misviene. Seguasi adunque la più nobilecome avanti dicemmo -.

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Ferramonteduca di Montoroappresso la piacevole Pola sedeae cosìpoi che la loro reina ebbe parlatoa lei cominciò a dire: - Consentendo a questa donna che amare si convengarisposto le avete alla sua quistione che più tosto nobile donnapiù di sé che menosi dee amare. La qual cosa assai bene si può consentire per quelle ragioni che mostrate n'avete. Ma con ciò sia cosa che ancora delle gentili donne siano alcune diverse manierecioè in diversi abiti dimorantile qualiper quello che si credediversamente amanoqual più qual menoqual più fervente qual più tiepidamentedisidero di sapere da voidi cui più tosto un giovaneper più felicemente il suo disio ad effetto conduceresi dee innamorare di queste treo di pulcella o di maritata o di vedova -.

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Al quale la reina rispose così: - Delle tre l'unacioè la maritatain niun modo è da disiderareperò ch'ella non è suané sta in sua libertà il potersi donare o concedersi ad alcuno: e il volerla o prenderla è commettere contra le divine leggie eziandio contra le naturali e positive. Alle quali offendere è un commuovere sopra di sé la divina irae per consequente grave giudicio: avvegna che sovente a chi tanto adentro non mira con la coscienza fa migliore amarle che alcuna dell'altre duecioè o pulcella o vedovaquanto è per dovere avere de' suoi disii l'effettoavvegna che alcuna volta tale amore con molto pericolo sia. E il perché tale amore a' suoi disii sovente rechi l'amante più tosto che gli altriè questa la cagione. Manifesto è che quanto più nel fuoco si soffia più s'accendee sanza soffiarvi s'amorta; e quasi tutte l'altre cose usandole mancano: la libidine quanto più s'usa più cresce. La vedova per essere lungamente stata sanza tale effettoquasi come se non fosse il sentee più con la memoria che con la concupiscenza si riscalda. La zita che ciò si sia ancora non conoscese non con imaginazione: però tiepidamente disia. E però la maritatasovente in tali cose raccesa più ch'altratali effetti disidera; e tal volta le maritate sogliono da' mariti oltraggiose parole e fatti riceveredelle quali volontieri prenderieno vendetta se potesseroe niuna via più presta è loro rimasa che donare il suo amore a chi le stimola di volerloin dispetto del marito. E avvegna che in tale maniera la vendetta sia e convenga essere molto occulta per non crescere l'ontanondimeno elle sono nell'animo contente. Poi il sempre usare un cibo è tediosoe sovente abbiamo veduto i dilicati per li grossi cibi lasciaretornando poi a quelli quando l'appetito degli altri è contentato. Ma però checome dicemmolicito non è l'altrui cose con ingiusta cagione disiderarele maritate lasceremo a' loro maritie prenderemo dell'altredelle quali copiosa quantità ci para davanti agli occhi la nostra cittàe più tosto le vedove seguiremo amando che le pulcelleperò che le pulcellerozze e grosse a tale mestierenon sanza molto affanno si recano abili a' disiderii dell'uomo: quello che nelle vedove non bisogna. Appressose le pulcelle amanoesse non sanno che si disideraree però con intero animo non seguono i vestigii dell'amante come le vedovein cui già l'antico fuoco riprende forzee falle disiderare quello che per lungo abuso aveano obliatoe è loro tardi di venire a tale effettopiangendo il perduto tempoe le solinghe e lunghe notti che hanno trapassate ne' vedovi letti: però queste siano amate più tostosecondo il nostro parereda coloro in cui libertà il sommettersi dimora -.

[53]

Rispose allora Ferramonte: - Reinaciò che della maritata dicesteaveva io nell'animo diliberato che così dovesse esseree più ora da voi udendolo ne sono certo; ma delle pulcelle e delle vedove tengo contraria oppinionelasciando le maritate andare per le ragioni da voi poste: però che mi pare che più tosto le pulcelle che le vedove si dovriano seguirecon ciò sia cosa che l'amore della pulcella più che quello della vedova paia fermo. La vedova sanza dubbio ha già altra volta amatoe ha vedute e sentite molte cose d'amoree i suoi dubbiie quanta vergogna e onore seguiti di quello; e peròqueste cose meglio che la pulcella conoscendoo ama lentamente e dubitandoonon amando fermodisidera ora questo ora quelloe non sappiendo a quale per più diletto e onore di lei s'aggiungatalora né l'uno né l'altro vuolee così per la mente di lei la deliberazione vacillané vi può amorosa passione prendere fermezza. Ma queste cose alla pulcella sono ignotee peròcome a lei è avviso che ella molto piaccia a uno de' molti giovanicosì sanza più essaminazione quello per amante eleggee a lui solo il suo amore dispone sanza saper mostrare alcuno atto contrario al suo piacere per più fermo l'amante legare: niuna altra deliberazione è da lei al suo innamorare cercata. Dunque tutta è pura a' piaceri di colui che le piace semplicementee tosto si disponelui per signore solo servando nel ferito cuore; quello checome già dissidella vedova non avviene: però più da seguire. Appressodi quelle cose che mai alcuno non ha veduteudite o provatecon più efficacia l'aspettae le disidera di vedereudire o provareche chi molte fiate veduteudite o provate l'ha. E questo è manifestotra l'altre cagioni per le quali il vivere molto ci dilettae è disiato lungo da noiè per vedere cose nuovecioè ancora da noi non state vedute: e ancorapiù che per nuove cose vedereci è diletto di correre con sollicito passo a quello che noi più che altro ci ingegnamo e disideriamo di fuggirecioè la morteultimo fine de' nostri corpi. La pulcella mai quel dilettoso congiungimento per lo quale noi vegnamo nel mondo non conobbee naturale cosa è d'ogni creatura a quello essere dal disio tirato. Appressoella molte fiateda quelle che sanno quello che èha udito quanta dolcezza in quello consistale quali parole hanno aggiunto fuoco al disioe peròtiratavi dalla natura e dal disio di provare cosa da lei non provata dalle parole uditeardentemente e con acceso cuore questo congiungimento disidera: e d'averlocon cui è da presumerese non con colui il quale ella ha già fatto signore della sua mente? Questo ardore non sarà nella vedovaperò che provandolo la prima volta e sentendo quello che erasi spense: dunque la pulcella amerà più e più sollecita saràper le ragioni dettea' piaceri dell'amante che la vedova. Che andremo dunque più inanzi cercando che amare non si debbia più tosto la pulcella che la vedova? -.

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- Voi - disse la reina - argomentate bene al vostro parere difendere; ma noi vi mostreremo con aperta ragione come voi dovete quello che noi di questa quistione tegnamo similemente tenerese alla natura d'amore con diritto occhio si miracosì nella pulcella come nella vedova. E così nella vedova come nella pulcella il vedremo potere essere fermo e forte e costante: e in ciò Dido e Adriana ci porgono con le loro opere questo essere vero. E dove questo amore e nell'una e nell'altra non sianiuna delle predette operazioni ne seguirà: dunque conviene che ciascuna amise quello che voi e noi già dicemmo vogliamo che ne segua. E però amando e la pulcella e la vedovasanza andar cercando chi più distrettamente s'innamoraché siamo certa della vedovavi mostreremo che la vedova più sollecita è a' piaceri dell'amante che la pulcella. E' non è dubbio che tra l'altre cose che la femina ha sopra tutte cara è la sua virginità: e ciò è ragioneperò che in quella tutto l'onore della seguente sua vita vi consistee sanza dubbio ella non sarà mai tanto da amore stimolata che ella volontieri ne sia cortesese non a cui ella per matrimoniale legge si crederà per isposo congiungere. E questo noi non l'andiamo cercandoché non è dubbio che chi vuole amare per isposa avereche egli più tosto pulcella che vedova dee amare: dunque tarda e negligente sarà a donarsi a chi per tale effetto non l'ameràe ella il sappia. Appressole pulcelle al generale sono timidené sono astute a trovare le vie e' modi per le quali i furtivi diletti si possono prendere: di queste cose la vedova non dubitaperò che ella già donò onorevolemente quello che costei aspetta di donaree è sanzae però non dubita chese se medesima dona ad altruiquel segnale l'accusi. Poi ellacome più arrischianteperchécome è dettola maggiore cagione che porge dubbio non è con leiconosce meglio le occulte viee così le mette in effetto. Vero è che voi dite che la pulcellasì come disiderosa di cosa che mai non provòa questo più fia sollicita che la vedovache quello che è conosce: ma egli è di ciò che voi dite il contrario. Le pulcelle a tale effetto per diletto non corrono le prime volteperò che egli è loro più noia che piacereavvegna che a quella cosa che diletta quante più fiate si vede o ode o sentepiù piacee più è sollicito ciascuno a seguirla: questa cosa di che noi ragioniamo non segue l'ordine e la maniera di molte altrechevedute una volta o duepiù non si cercano di vedereanzi quante più volte in effetto si mettetante e con più affezione è cercato di ritornarvie più disidera colui la cosa a cui ella piaceche colui a cui ella dee piacerené ancora n'ha gustato. Però la vedovacon ciò sia cosa che ella doni menoe più le sia il donare agevolepiù sarà liberale e più tosto che la pulcellache donare dee la più cara cosa ch'essa ha. E ancora sarà più la vedova tiratacome mostrato avemo a tale effetto che la pulcella: per le quali cagioni amisi più tosto la vedova che la pulcella.

[55]

Convenneappresso a Ferramontead Ascalion proporreil quale in cerchio dopo lui sedeae così disse: - Altissima reinaio mi ricordo che già fu nella nostra città una bella e nobile donna rimasa di valoroso marito vedovala quale per le sue mirabili bellezze era da molti nobili giovani amataeoltre a moltidue gentili e valorosi cavaliericiascuno quanto potea l'amava. Ma per accidente avvenne che ingiusta accusa di costei fu posta da' suoi parenti nel cospetto del nostro signoreeappressoper iniqui testimoni provata: per le quali inique prove ella meritò d'essere al fuoco dannata. Ma però che la coscienza del dannatore era perplessaperò che le inique prove quasi conoscere gli pareavolendo agl'iddii e a' fortunosi casi la vita di quella commetterecotale condizione aggiunse alla data sentenza: che poi che la donna fosse al fuoco menatase alcuno cavaliere si trovasse il quale per la salute di lei combattere volesse contro al primo che a quella dopo lui s'opponessequello a cui vittoria ne seguisseciò che egli difendea se ne facesse. Udita la condizione da' due amantie per ventura dall'uno prima che dall'altroquelli che prima l'udì prese l'armi subitamentee salito a cavallo venne al campocontradicendo a chi contravenire gli volesse la morte della donna. L'altro che più tardi sentito avea questoudendo che già era al campo colui per la difesa di leiné altri più v'avea luogo ad andare per tale impresanon sappiendo che si faresi doleva imaginando che l'amore della donna per sua tardezza avea perdutoe l'altro giustamente l'avea guadagnato. E così dolendosigli venne pensato che se prima che alcuno altro al campo andasse armatodicendo che la donna dovea morireeglilasciandosi vincerela potea scampare: e così il pensiero mise in effettoe fu campata la donna. Liberata adunque la donnadopo alquanti giorniil primo cavaliere andò a leie sé umilemente le raccomandòricordandole come egli per lei campare da morte a mortale pericolo pochi giorni davanti s'era postoemercé degl'iddii e della sua forzalei e sé da tale accidente avea campato: onde per questo le piacessein luogo di meritoil suo amoreil quale sopra tutte sempre disiderato aveadonare. E appresso con simile preghiera venne il secondo cavalieredicendo che a rischio di morire per lei s'era messo: "e ultimamente perché voi non moristesostenni di lasciarmi vincereonde etterna infamia me ne seguiràdov'io avrei vittorioso onore potuto acquistarevolendo incontro la vostra salute avere le mie forze operate". La donna ciascuno ringraziò benignamentepromettendo debito guiderdone ad amenduni del ricevuto servigio. Rimase adunque la donnacostoro partitiin dubbio a cui il suo amore donare dovesseo al primo o al secondoe di ciò dimanda consiglio: a quale direste voi ch'ella il dovesse più tosto donare? -.

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- Noi terremo - disse la reina - che il primo sia da amaree l'ultimo da lasciareperò che il primo operò forza e dimostrò il buono amore con sollecito mododando se medesimo a ogni pericolo infino alla morteil quale per la futura battaglia potesse adivenire. La quale assai bene gliene potea seguirecon ciò sia cosa che se sollicito fosse stato a tale battaglia fare contra di lui alcuno de' nemici della donna come fu l'amanteegli era a pericolo di morire per difendere lei; né manifesto gli fu che contro lui dovesse uscire uno che vincere si lasciassecome avvenne. L'ultimoveramenteandò avvisato né di morire né di lasciar morire la donna: dunquecon ciò sia cosa che egli meno mettesse in avventurameno merita di guadagnare. Aggiaadunqueil primo l'amore della donna bella sì come giusto guadagnatore di quello -.

[57]

Disse Ascalion: - O sapientissima reinache è ciò che voi dite? Non basta una volta essere meritato del benesanza più meriti dimandare? Certo sì. Il primo è meritatoperò che da tutti per la ricevuta vittoria è onorato: e che più merito gli bisogna se amore è merito della virtù? A maggior cosa ch'egli non fece basteria il ricevuto onore. Ma colui che con senno venne avisatodee essere sanza guiderdone epoida tutti vituperatoavendo sì bene come il primo scampata la donna? Non è il senno da anteporre ad ogni corporale forza? Come costuise con la salute della donna vennedee per merito essere abandonato? Cessi che questo sia. Se egli nol seppe tosto come l'altroquesta non fu negligenzachése saputo l'avesseforse prima che l'altro corso sarebbe a quello che l'altro corse. Quello che prese per ultimo rimedio il prese discretamentedi che merito giustamente gli dee seguireil quale merito dee essere l'amore della donnase dirittamente si guarda; e voi dite il contrario -.

[58]

- Passi della mente vostra che il vizioa fine di bene operatomeriti il guiderdone che la virtùa simile fine operatamerita; anzi in quanto vizio merita correzione: alla virtù niuno mondano merito può giustamente satisfare. Chi ci vieterà ancora che noi non possiamo con aperta ragione credere che l'ultimo cavalierenon per amore che alla donna portassemainvidioso del bene che all'altro vedea apparecchiatoper isturbare quellosi mosse a tale impresae misvennegli? Folle è chi sotto colore di nemico s'ingegna di giovare per ricever merito. Infinite sono le vie per le quali possibile ci è con aperta amicizia poter mostrare l'amore che alcuno porta ad alcuno altrosanza mostrarsi nemicoe poi con colorate parole voler mostrare d'aver giovato. Basti oramai per risponsione ciò che detto avemo a voiil quale la lunga età dee più che gli altri fare discreto. Crediamo che quando queste poche parole per la mente debitamente avrete digestetroverete il nostro giudicio non fallacema vero e da dovere essere seguito -. E qui si tacque.

[59]

Seguiva poi una donna onesta nell'aspetto moltoil cui nome Graziosa è interpetrato: e veramente in lei è il nome consonante all'effetto; la quale con umile e modesta voce cominciò queste parole: - A meo bella reinaviene il proporre la mia questionela qualeacciò che il tempo che oramai alla lasciata festa s'aprestae fassi dolce a ricominciarlanon si metta solo in sermoneassai brievemente porrò; e se licito mi fossevolontieri sanza porla mi passereima per non trapassare la vostra obedienza e degli altri l'ordineporrò questa: qual sia maggiore diletto all'amanteo vedere presenzialmente la sua donnaonon vedendoladi lei amorosamente pensare -.

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- Bella donna - disse la reina- noi crediamo che molto più diletto pensando si prenda che riguardandoperò chepensando alla cosa amata graziosamentegli spiriti sensitivi tutti allora sentono mirabile festae quasi i loro accesi disii in quel pensiero con diletto contentano; ma nel riguardareciò non avvieneperò che solo il visuale spirito sente benee gli altri accende di tanto disio che sostenere nol possonoe rimangono vinti: e esso talora tanta parte prende del suo piacereche a forza gli conviene indietro tirarsirimanendo vile e vinto. Dunque più diletto terremo il pensare -.

[61]

- Quella cosa ch'è amata - rispose la donna - quanto più si vede più diletta: e però io credo che molto maggior diletto porga il riguardare che non fa il pensareperò che ogni bellezza prima per lo vederla piacepoi per lo continuato vedere nell'animo tale piacere si confermae generasene amore e quelli disii che da lui nascono. E niuna bellezza è tanto amata per alcuna altra cagionequanto per piacere agli occhie contentare quelli; dunquevedendolasi contentanopensandoneloro di vederla s'accresce disio: e più diletto sente chi si contenta che chi di contentarsi disidera. Noi possiamo per Laudomia vedere e conoscere quanto più il presenzialmente vedere che il pensare dilettiperò che credere dobbiamo che mai il suo pensiero dal suo Protesilao non si partivané già per questo mai altro che malinconica si viderifiutando d'ornarsi e di vestirsi i cari vestimenti; quello chevedendolomai non le avveniama lieta e graziosa e adorna sempre e festeggiando stavaquando nella sua presenza dimorava. Che dunque più manifesto testimonio vogliamo che questod'allegrezza più nel vedere che nel pensarecon ciò sia cosa che per gli atti esteriori si possa quello che nel cuore si nasconde comprendere? -.

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La reina allora così rispose: - Quelle cosee dilettevoli e noioseche più all'anima s'appressanopiù noia e gioia porgono che le lontane. E chi dubita che il pensiero non dimori nell'anima medesima e l'occhio a quella si truovi assai lontanoben che elli per particulare virtù di lei abbia la vistae convengagli per molti mezzi le sue percezioni allo 'ntelletto animale rendere? Dunqueavendo nell'anima un dolce pensiero della cosa amatain quell'atto che il pensiero gli porgein quello con la cosa amata essere gli pare. Egli allora la vede con quelli occhi a cui niuna cosa per lunga distanza si può celare. Egli allora parla con lei e forse narra con pietoso stile le passate noie per l'amore di lei ricevute. Allora gli è lecito sanza alcuna paura di abbracciarla. Allora mirabilmentesecondo il suo disiofesteggia con essa. Allora ad ogni suo piacere la tiene. Quello che del mirare non avvieneperò che quello solo aspetto primo n'ha sanza più. E come noi davanti dicemmoamorepaurosa e timida cosatanto nel cuore gli trema riguardandoche né pensiero né spirito lascia in suo luogo. Molti giàle loro donne guardandoperderono le naturali forze e rimasero vintie molti non potendo muoversi si fissero; e alcuni incespicando e avolgendo le gambe cadderoaltri ne perderono la parolae per la vista molte cose simili ne sappiamo essere avvenute: e queste cose assai saria suto caroa coloro a cui avemo dettoche avvenute non fossero. Dunquecome porge diletto quella cosa che volontieri si fuggiria? Noi confessiamo bene chese possibile fosse sanza tema il riguardareche gran diletto sariama nulla sanza il pensiero varria: ma il pensiero sanza la corporale veduta piace assai. E che del pensiero possa avvenire ciò che dicemmoè manifesto che sìe molto più ancora: che noi troviamo già uomini col pensiero avere trapassati i cieli e gustata della etterna pace. Dunquepiù il pensare che il vedere diletta. Se di Laudomia dite che malinconica si vedea pensandonon lo neghiamo: ma amoroso pensiero non la turbavaanzi doloroso. Ella quasi indovina a' suoi dannisempre della morte di Protesilao dubitavae a questa pensava: né questo è de' pensieri de' quali ragioniamoi quali in lei entrare non poteano per quella dubitazione; anzi dolendosi con ragione mostrava il viso turbato -.

[63]

Parmenione sedeva appresso a questa donnae sanza altro attenderecome la reina tacquecosì cominciò a dire: - Gentile reinaio fui lungamente compagno d'un giovaneal quale ciò che io intendo di narrarvi avvenne. Egli tanto quanto mai alcun giovane amasse donnaamava una giovane della nostra città bellissima e graziosagentile e ricca d'avere e di parenti moltoe essa molto amava luiper quello che io conoscessia cui questo amore solamente era scoperto. Amando adunque questi questa con segretissimo stiletemendo non si palesassein niuna maniera a costei potea parlareacciò che il suo intendimento le discoprisse e di quello di lei s'accertasse; né a persona se ne fidava che questo di parlare tentasse. Ma pure stringendolo il disio proposepoi che egli a lei dire nol potevadi farle per altrui sentire ciò che per amore di lei sostenea. E riguardato più giorni per cui più cautamente tale bisogna significare le potessevide un dì una vecchia poveravizzaranca e dispettosa tantoquanto alcuna trovare se ne potessela qualeentrata nella casa della giovanee cercata limosinacon essa se ne uscì; e più volte poi in simile atto e per simile cagione ritornare la vide. In costei si pose costui in cuore di fidarsiimaginando che mai sospetta non saria tenuta e compiutamente le poria il suo intendimento fornire: e chiamatala a ségrandissimi doni le promisese aiutare il volesse in quello ch'egli le domanderebbe. Ella giurò di fare tutto suo potere: a cui questi allora disse il suo volere. Partissi la vecchia dopo picciolo spazio di tempoaccertata la giovane dell'amore che il mio compagno le portavae lui similemente come ella sopra tutte le cose del mondo lui amavae ocultamente ordinò questo giovane essere una sera con la disiata donna. E messalisi inanzicome ordinato aveaalla casa di costei il menò. Dove egli non fu prima venutocheper suo infortuniola giovanela vecchia e esso furono da' fratelli della giovane insieme tutti e tre trovati e presi: e costretti di dire la verità che quivi facesseroconfessarono quello che era. Erano costoro amici del giovanee conoscendo che a niuna loro vergogna costui era ancora pervenutonon lo vollero offendereche poteanoma ridendogli posero questo partitodicendo così: "Tu se' nelle nostre manie hai cercato di vituperarcie di ciò noi ti possiamo punire se noi vogliamo; ma di queste due cose l'una ti conviene prendereo vuoi che noi t'uccidiamo o vuoi con questa vecchia e con la nostra sorellacon ciascunadormire un annogiurando lealmente chese tu prenderai di dormire con costoro due anni e il primo con la giovaneche tante volte quante tu la bacerai o ciò che tu le faraialtretante il secondo anno bacerai o farai alla vecchia; o se la vecchia il primo anno prenderaitante volte quante la bacerai o toccheraitante simigliantemente e non più né meno la giovane nel secondo anno farai". Il giovane ascoltato il partitovago di viveredisse di volere con le due due anni dormire. Fugli consentito: rimase in dubbio da quale dovesse inanzi cominciareo dalla giovane o dalla vecchia. Di quale il consigliereste voi per più sua consolazione che egli dovesse avanti pigliare? -.

[64]

Alquanto sorrise la reina di questa novellae similmente i circunstantie poi così rispose: - Secondo il nostro parere il giovane dovria più tosto la bella donna giovane che la vecchia pigliareperò che niun bene presente si dee per lo futuro lasciarené pigliare male per futuro bene è sennoperò che delle cose future incerti siamo; e di questo faccendo il contrariomolti già si dolfero; e se alcuno se ne lodònon doverema fortuna in ciò gli aiutò. Prendasi adunque la bella inanzi -.

[65]

- Molto mi fate maravigliare - disse Parmenione- dicendo che presente per futuro bene lasciare non si dee: a che finedunquecon forte animo ci conviene seguire e sostenere i mondani affannidove fuggire li potremose non per gli etterni regni promessi a noi dalla speranza futuri? Mirabile cosa è che tanta gentequanta nel mondo dimoratutti affannando a fine di riposo sentire alcuna volta vannocome in tale errore fossero tanto dimoranopotendosi riposare avantise l'affannodopo il riposo fosse migliore che davanti. Giusta cosa mi pare dopo l'affanno riposo cercare; ma sanza affanno voler posaresecondo il mio giudicionon dee né può essere diletto. Chi dunque consiglierà alcuno che prima sia da dormire un anno con una bella donnala quale sia solo riposo e gioia di colui che con lei si dee giaceremostrandogli appresso dovergli seguire tanta noiosa e spiacevole vitaquanto con una laida vecchia dovere altretanto in tutti atti usare che con la giovane è dimorato? Niuna cosa è tanto noiosa al dilettoso vivere quanto il ricordarsi che al termine dalla morte segnato ci conviene venire. Questatornandoci nella memoria sì come nemica e contraria del nostro essereogni bene ci turba: né mentre questo si ricordasi può sentire gioia nelle mondane cose. Così similmente niuno diletto con la giovane si potrà avere che turbato e guasto non siaricordandosi che altretanto fare si convenga con una vilissima vecchiala quale sempre davanti agli occhi della mente gli dimorerà. Il tempoche vola con infallibili pennegli parrà che trasvoliscemando a ciascun giorno delle dovute ore grandissima quantità; e così la letiziaessendo dove futura tristizia infallibile s'aspettanon si sente: però io terrei che il contrario fosse migliore consiglioché ogni affannodi cui grazioso riposo s'aspettaè più dilettevole che il diletto per cui noia è sperata. Le fredde acque pareano caldee il tenebroso e pauroso tempo della notte parea chiaro e sicuro giornoe l'affanno riposo a Leandro andando ad Ero con la forza delle sue braccia notando per le salate onde tra Sesto e Abidoper lo diletto che da lei aspettante attendea d'avere. Cessiadunqueche l'uomo voglia prima il riposo che la faticao prima il guiderdone che fare il servigioo il diletto che la tribulazionecon ciò sia cosa checome già è dettose a quel modo si prendessela futura noia impediria tanto la presente gioiache non gioiama presso che noia dire si potrebbe. Che diletto poteano dare i dilicati cibi e gli strumenti sonati da maestre mani e l'altre mirabili feste fatte davanti al fratello di Dionisiopoi ch'egli sopra il capo si vide con sottile filo pendere uno aguto coltello? Fuggansi adunque prima le dolenti cagionipoi si seguano con piacevolezza e sanza sospetto i graziosi diletti -.

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Rispose a costui la reina: - Voi ne rispondete in parte come se degli etterni beni ragionassimoper li quali acquistare non è dubbio che ogni affanno se ne dee prenderee ogni mondano bene e diletto lasciare: ma noi al presente non parliamo di quellima de' mondani diletti e delle mondane noie quistioniamo; a che noi rispondiamocome prima dicemmoche ogni mondano diletto si dee più tosto prendere che mondana noia ne seguaanzi che mondana noia per mondano diletto aspettareperò che chi tempo ha e tempo aspettatempo perde. Concede la fortuna con varii mutamenti i suoi benii quali più tosto sono da pigliare quando li donache volere affannare per dopo l'affanno averli. Ma se la sua ruota stesse fermainfino che l'uomo avesse affannatoper non dovere più affannarediciamo che si poria consentire di pigliare prima l'affanno: ma chi è certo che dopo il male non possa così seguire peggiocome il bene che s'aspetta? I tempi insieme con le mondane cose sono transitorii. Prendendo la vecchiaprima che l'anno compiail quale non parrà che mai venga menopotrà la giovane morireo i fratelli di lei pentersio essere donata altruio forse rapitae così dopo malepeggio seguirà al prenditore; ma se la giovane fia presaavranne il prenditore primieramente il suo disio tanto tempo da lui disideratoné ne gli seguirà però quella noia che voi dite che nel pensiero ne gli dee seguire: però che il dovere morire è infallibilema il giacere con una vecchia fia accidente da potere con molti rimedii da uomo savio cessare. E le mondane cose sono da essere prese da' discreti con questa leggeche alcuno mentre le tiene le godadisponendosi con liberale animo a renderle overo lasciarlequando richieste saranno. Chi affanna per riposaremanifesto essemplo ne porge che riposo sanza quello avere non puotee poi che egli prende l'affanno per avere il riposoquanto più è da presumere che se il riposo gli fosse presto come l'affannoch'egli più tosto quello che questo prenderebbe? E non è da credere che se Leandro avesse potuto avere Ero sanza passare il tempestoso braccio di mare dov'egli poi perìch'egli non l'avesse più tosto presa che notato? Convengonsi le cose della fortuna pigliare quando sono donate. Niuno sì picciolo dono è che migliore non sia che una grande impromessa: prendansi alle future cose rimediie le presenti secondo la loro qualità si governino. Naturale cosa è di dovere più tosto il bene che il male pigliarequando igualmente concorrono: e chi fa il contrarionon naturale ragione ma sua follia segue. Ben confessiamo però che dopo l'affanno è più grazioso il riposo che primae meglio conosciutoma non che sia più tosto da pigliare. Possibile è agli uomini folli e a' savi usare i consigli e de' folli e de' savisecondo il loro parerema però la infallibile verità non si mutala quale ci lascia vedere che più tosto la bella e giovane donnache la vecchia e laidasia da prendere da colui a cui tale partito donato fosse -.

[67]

Messaallinoil quale tra la destra mano della reina e di Parmenione sedeva compiendo il cerchiodisse così appresso: - Ultimamente a me conviene proporreeacciò ch'io le belle novelle dette e le quistioni proposte avanti faccia più belleuna novelletta assai graziosa a udirenella quale una quistione assai leggiera a terminare cadedirò. Io udii già dire che nella nostra città un gentile uomo ricco molto avea per sua sposa una bellissima e giovane donnala quale egli sopra tutte le cose del mondo amava. Era questa donna da un cavaliere della detta città per amore intimamente amatama ella né lui amava né di suo amore si curava: per la qual cosa il cavaliere mai da lei né parola né buon sembiante avea potuto avere. E così sconsolato di tale amore vivendoavvenne che al reggimento d'una cittàassai alla nostra vicinafu chiamatoove egli andòe quivi onorevolemente avendo retto gran parte del tempo che dimorare vi doveaper accidente gli venne un messaggereil quale dopo altre novelle così gli disse: "Signor miosiavi manifesto che quella donna la quale voi sopra tutte l'altre amavate nella nostra cittàquesta mattinavolendo partorireper greve doglia non partorendo morìe onorevolemente co' suoi padri in mia presenza fu sepellita". Con greve doglia ascoltò il cavaliere la novella e con forte animo la sostennenon mostrando nel viso per quella alcun mutamento; e così fra se medesimo disse: "Ahivillana mortemaladetta sia la tua potenza! Tu m'hai privato di colei cui io più ch'altra cosa amavae cui io più disiderava di servireben che verso di me la conoscessi crudele. Ma poi che così è avvenutoquello che amore nella vita di lei non mi volle concedereora ch'ella è morta nol mi potrà negare: ché certos'io dovessi morirela facciache io tanto viva amaiora morta converrà ché io baci". Aspettò dunque il cavaliere la notteepreso uno de' più fidi famigliari che aveacon lui per le oscure tenebre si mise a gire alla cittànella quale pervenutosopra la sepoltura dove sepellita era la donna se n'andòe quella apersee confortando il compagno che 'l dovesse sanza alcuna paura attendereentrò in quella e con pietoso pianto dolendosi cominciò a baciare la donna e a recarlasi in braccio. E dopo alquantonon potendosi di baciare costei saziarela cominciò a toccare e a mettere le mani nel gelato seno fra le fredde mennee poi le segrete parti del corpo con quelledivenuto ardito oltre al doverecominciò a cercare sotto i ricchi vestimenti: le quali andando tutte con timida mano tentando sopra lo stomaco la distesee quivi con debole movimento sentì li deboli polsi muoversi alquanto. Divenne allora questi non poco paurosoma amore il facea ardito: e ricercando con più fidato sentimentocostei conobbe che morta non era; e di quel luogo la trasse con soave mutamento; e appresso involtala in un gran mantellolasciando la sepoltura apertaegli e 'l compagno a casa la madre del cavaliere tacitamente la ne portaronoscongiurando il cavaliere la madre per la potenza degl'iddiiche né questo né altro che ella vedesse a niuna persona manifestare dovesse. E quivi fatti accendere grandissimi fuochii freddi membri venne riconfortandoi quali però non debitamente tornavano alle perdute forze; per la qual cosaegliforse in ciò discretofece un solenne bagno apparecchiarenel quale molte virtuose erbe fece metteree appresso lei vi misefaccendola in quella maniera che si convenia servire teneramente e governare. Nel qual bagno poi che la donna fu per alquanto spazio dimoratail sanguedintorno al cuore congelato per lo ricevuto freddocaldo per le fredde vene si cominciò a spanderee gli spiriti tramortiti cominciarono a ritornare nelli loro luoghi: onde la donna risentendosi cominciò a chiamare la madre di leidomandando dove ella fosse. A cui il cavaliere in luogo della madre rispose che in buon luogo dimorava e ch'ella si confortasse. E in questa maniera standocome fu piacere degl'iddiiinvocato l'aiuto di Lucinala donnafaccendo un bellissimo figliuolo maschioda tale affanno e pericolo si liberòrimanendo chiara e fuori d'ogni alterazionee lieta del nato figliuolo: a cui prestamente balie alla guardia di lei e del garzone trovate furono. Ritornata adunque la donna dopo il grave affanno alla vera conoscenzaessendo già nato nel mondo il nuovo soledavanti si vide il cavaliere che l'amava e la madre di luia' suoi servigii ciascuno di loro presto; e de' suoi parentimiratosi assai dintornoniuno vide. Per che venuta in cogitabile ammirazionequasi tutta stupefatta disse: "Dove sono io? Qual maraviglia è questa? Chi m'ha quidov'io mai più non fuirecata?". A cui il cavaliere rispose: "Donnanon ti maravigliareconfortatiché quello che tu vedipiacere degl'iddii è statoe io ti dirò come". E cominciandosi dal principioinfino alla fine come avvenuto gli era le dichiaròconchiudendo che per lui ella e 'l figliuolo erano vivi: per la qual cosa sempre a' suoi piaceri erano tenuti. Questo sentendo la donna e conoscendo veramente che per altro modo alle mani del cavaliere non poria essere pervenutase non per quello che egli le narravaprima gl'iddii con divote voci ringraziò e appresso il cavalieresempre a' suoi servigii e piaceri offerendosi. Disse adunque il cavaliere: "Donnapoi che a' miei voleri conoscete essere tenutaio voglio che in guiderdone di ciò che io ho adoperato voi vi confortiate infino alla tornata mia dell'uficio al quale io fui eletto già è tanto tempoche presso alla fine sonoe mi promettiate di mai né al vostro marito né ad altra persona sanza mia licenza palesarvi". A cui la donna rispose sé non potergli né questo né altro negaree che veramente ella si conforterebbee con giuramento gli affermò di mai non si far conoscere sanza piacere di lui. Il cavaliereveduta la donna riconfortata e fuori d'ogni pericolodimorato due giorni a' servigi di leiraccomandata alla madre lei e 'l figliuolosi partì e tornò all'uficio della rettoria suail quale dopo picciolo tempo onorevolemente finìe tornò alla sua terra e alla casadove dalla donna fu graziosamente ricevuto. Dimorato adunque alcun giorno dopo la sua tornataegli fece apparecchiare un grandissimo convitoal quale egli invitò il marito della donna amata da luie i fratelli di lei e molti altri. E essendo gl'invitati per sedere alla tavolala donnacome piacere fu del cavalierevenne vestita di quelli vestimenti i quali alla sepoltura avea portatie ornata di quella coronae anella e altri preziosi paramenti; eper comandamento del cavalieresanza parlare a lato al suo marito mangiò quella mattinae il cavaliere a lato al marito. Era questa donna dal marito sovente riguardatae i drappi e gli ornamentie fra sé gli parea questa conoscere essere sua donnae quelli essere i vestimenti co' quali sepellita l'aveama però che morta gliele parea avere messa nella sepolturané credea che risuscitata fossenon ardiva a far mottodubitando ancora non forse fosse un'altra alla sua donna simiglianteestimando che più agevole fosse a trovare e persona e drappi e ornamenti simiglianti ad altriche risuscitare un corpo morto; ma non per tanto sovente rivolto al cavaliere domandava chi questa donna fosse. A cui il cavaliere rispondea: "Domandatene lei chi ella èche io non lo so diredi sì piacevole luogo l'ho menata". Allora il marito dimandava la donna chi ella fosse. A cui ella rispondea: "Io sono stata menata da codesto cavaliereda quella vita graziosa che da tutti è disiataper non conosciuta via in questo luogo". Non mancava l'ammirazione del marito per queste parolema cresceva: e così infino ch'ebbero mangiato dimorarono. Allora il cavaliere menò il marito della donna nella camerae la donna e gli altri similmente che con lui aveano mangiatodove in braccio ad una balia trovarono il figliuolo della donnabellissimo e graziosoil quale il cavaliere pose in braccio al padredicendo: "Questi è tuo figliuolo"; e dandogli la destra mano della donnadisse: "Questa è tua moglieree madre di costui"narrando a lui e agli altri come quivi era pervenuta. Fecero costoro tutti dopo la maraviglia gran festae massimamente il marito con la sua donna e la donna con luirallegrandosi del loro figliuolo. E ringraziando il cavalierelieti tornarono alle loro casefaccendo per più giorni maravigliosa festa. Servò questo cavaliere la donna con quella tenerezza e pura fede che se sorella gli fosse stata. Per che si dubita qual fosse maggioreo la lealtà del cavaliere o l'allegrezza del maritoche la donna e 'l figliuoloi quali perduti riputava sì come mortisi trovò racquistatipriegovi che quello che di ciò giudicherete ne diciate -.

[68]

- Grandissima crediamo che fosse la letizia della racquistata donna e del figliuoloe similemente la lealtà fu notabile e grande del cavalierema però che naturale cosa è delle perdute coseracquistandolerallegrarsiné potrebbe essere sanza perché altri volessee massimamente racquistando una molto amata cosa davantie uno figliuolodi che non si poria tanta allegrezza fare quanta si converrianon riputiamo che sì gran cosa sia quanta una farnea che l'uomo sia da propia virtù costretto a farla; e dell'essere leale questo adivieneperò che possibile è l'essere e 'l non essere leale. Diremoadunqueche da cui l'essere leale in cosa tanto amata procedech'egli faccia grandissima e notabile cosa lealtà servandoe in molta quantità avanzi in sé la lealtàche l'allegrezza in sé: e così terremo -.

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- Certo - disse Messaallino- altissima reinacome voi dite credo che sia; ma gran cosa mi pare a pensare che a tanta letiziaquanta in colui che la donna riebbe fusi potesse porre comparazione di grandezza in niuna altra cosacon ciò sia cosa che maggior dolore non si sostenga che quello quando per morte amata cosa si perde. Appressose 'l cavaliere fu lealecome qui già si disseegli fece suo dovereperò che tutti siamo tenuti a virtù operare: e chi fa quello a che è tenutobene è fattoma non è da riputare gran cosa. Però io imagino che giudicare maggiore l'allegrezza che la lealtà si poria consentire.

[70]

- Voi a voi medesimo contradite nelle vostre parole - disse la reina - però che così si dee l'uomo rallegrare per dovere del bene che Iddio gli facome operare virtù; ma se essere si potesse nell'uno caso essere dolentecome nell'altro si poria dislealeporiasi al vostro parere consentire: le naturali leggi seguireche non si possono fuggirenon è gran cosama le positive ubidire è virtù dell'animo; e le virtù dell'animo e per grandezza e per ogni altra cosa sono da preporre alle corporalie però esse opere virtuosefaccendo degna compensazioneavanzano in grandezza ogni altra operazione. Ancora si può dire che l'essere stato leale dura in essere sempre: la letizia si può in subita tristizia voltareo diventa nulla o modica dopo poco spazio di tempopossedendo la cosa per che lieto si diventa. E però dicasi il cavaliere essere stato più leale che colui lietoda chi diritto vuole giudicare -.

[71]

Non seguitava appresso Messaallino alcuno più che a proporre avesseperò che tutti aveano propostoe il sole già bassandolasciava più temperato aere ne' luoghi. Per la qual cosa Fiammettareverendissima reina dell'amoroso popolosi dirizzò in piè e così disse: - Signori e donnecompiute sono le nostre quistionialle qualimercé degl'iddiinoi secondo la nostra modica conoscenza avemo rispostoseguendo più tosto festeggevole ragionare che atto di quistionare. E similmente conosciamo molte cose più potersi intorno a quelle rispondere e migliori che noi non abbiamo dette: ma quelle che dette sono assai bastano alla nostra festal'altre rimangano a' filosofanti in Attene. Noi vedemo già Febo guardarci con non diritto aspettoe sentiamo l'aere rinfrescatoe i nostri compagni avere rincominciata la festache qui vegnendo per troppo caldo lasciammo; e però ci pare di noi tornare similmente a quella -. E questo dettopresa con le dilicate mani la laurea corona della sua testanel luogo dove seduta era la posedicendo: - Io lascio qui la corona del mio e vostro onoreinfino a tanto che noi qui a simile ragionamento torniamo -. E preso Filocolo per la manoche già s'era con gli altri levatotornarono a festeggiare.

[72]

Sonarono i lieti strumenti e l'aere pieno d'amorosi canti da tutte parti si sentivae niuna parte del giardino era sanza festa: nella quale quel giorno infino alla sua fine tutti lietamente dimorarono. Ma sopravenuta la nottemostrando già la loro luce le stellealla donna e a tutti parve di partire tornando alla città. Alla quale pervenutiFilocolopartendosi da leicosì le disse: - Nobile Fiammettase gl'iddii mai mi concedessero ch'io fossi mio com'io sono d'altruisanza dubbio vostro incontanente sarei; ma per che mio non sonoad altrui donare non mi posso: non per tanto quanto il misero cuore puote ricevere fuoco stranodi tanto per lo vostro valore si sente accesoe sentirà sempreognora con più effetto disiderando di mai non mettere in oblio il vostro valore -. Assai fu Filocolo da lei ringraziato nel suo partireaggiungendo che gl'iddii tosto in graziosa pace ponessero i suoi disii.

[73]

Tornato così Filocolo al suo ostierequella notte con molti pensieri passòfra sé l'udite quistioni ripetendodelle quali assai a' suoi dolori facevanoe tutto per la bellezza della piacevole Fiammetta raccesocon più pena sostenea l'essere a Biancifiore lontano. Egli poi si ricordava delle passate feste avute con lei in quelli tempie in molti altrie fra sé molte fiate annoverava i giornii mesi e gli annidicendo: - Tanto tempo è passato che io con lei non fui o non la vidi -; e con gravissimi sospiri notava quelle ore nelle quali più graziosamente con lei li ricordava essere stato. Ma perché il tempo che si perdeache più che mai gli gravavapassasse con meno malinconiaegli andando per li vicini paesi di Partenope si dilettava di vedere l'antichità di Baiae il Mirteo maree 'l monte Mesanoe massimamente quel luogo donde Eneamenato dalla Sibillaandò a vedere le infernali ombre. Egli cercò Piscina Mirabilee lo 'mperial bagno di Tritolie quanti altri le vicine parti ne tengono. Egli volle ancora parte vedere dell'inescrutabile monte Barbaroe le ripe di Pozzuoloe il tempio d'Apollinoe l'oratorio della Sibillacercando intorno intorno il lago d'Avernoe similmente i monti pieni di solfo vicini a questi luoghi: e in questa maniera andando più giornicon minore malinconia trapassò che fatto non avria dimorando.

[74]

Ma ritornato in Partenopee con malinconia aspettando tempoavvenne che con grandissima malinconia un giorno in un suo giardino si racchiuse soloe quivi con varii pensieri s'incominciò in se medesimo a doleree dolendosiin nuove cose di pensiero in pensiero il portò la fantasiaportandogli davanti agli occhiche il loro potere aveano nella mente raccoltonuove e inusitate cose. E' gli parea vedere davanti da sé il mare essere tranquillo e bello tanto quanto mai l'avesse vedutoe in quello una navicella di bella grandezzasopra la quale vide sette donne di maravigliosa bellezza pienein diversi abiti adornatedelle quali settele quattro alquanto verso la proda della bella nave vide spaziarsi: e già d'averle altra fiata vedute e loro contezza avuta si ricordava. Ma l'altre treche molto più belle gli pareanodal mezzo del legno quasi infino di tutta la poppa d'esso gli parea che possedesseroné quelle per rimirarle in niuno modo conoscere potea; ma tra loro gli parea vedere un albero che infino al cielo si distendessené per alcun movimento che la nave avesse parea che si mutasse. E queste cose con ammirazione riguardandosi sentì chiamareper che a lui parea prestamente sopra la navicella montare e essere intra le quattro donne raccolto. E porgendo gli occhi inver la proda della navegli parve fuori di quella vedere una femina d'iniquissimo aspetto con gli occhi velati e di maravigliosa forza nel suo operare: e con le mani appiccata al legnoquello con tanta forza movevache parea che sotto l'acque il dovesse sommergeree per consequente parea che dintorno ad esso tutto il mare movesse e tempestasse; di che egli dubitandogli parve udire: - Non dubitare -. Parevaliadunquea Filocolorassicurato da quella vocerimirare le quattro donne che dintorno gli stavanodelle quali l'una vedea vestita di drappi simiglianti a finissimo oronel viso bellissima e onestacol capo coperto di nero veloe nella destra mano portava uno specchio nel quale sovente si riguardavanella sinistra tenea un libro. Assai piacque questa a Filocoloevolti gli occhi alla secondad'ardente colore la vide vestita e umile nell'aspettosotto candido velotenendo nella destra mano un'aguta spadanella sinistra una retta lineasopra la quale parea che si poggiasse. Ma la terza Filocolo non sapea divisare che colore il suo vestimento si fossema adamante l'assimigliava; e questa sotto il sinistro piede volta uno ritondo pomo grossissimonel quale la terrail mare e i regni sotto diversi climati erano disegnatiogni cosa riguardando con igual visotenendo nella destra mano uno scettro reale. Molto riguardò Filocolo costei: poi rivolto alla quartala vide sotto onesto velo di violato vestitatacita dimorare tenendosi al petto distesa la destra manoe alla bocca lo 'ndicativo dito della sinistrae tuttesecondo il piacere della donna del caro vestimentoparea che si guidassero. Dilettava a Filocolo in sì grazioso luogo dimorare: e mentre che egli con più diletto vi dimoravavolto gli occhi ancora verso la prodavide in quella un giovane di piacevole aspetto riguardarevestito di nobilissimi vestimential quale nelle braccia vedea una giovane nudabellissima tanto quanto mai alcuna veduta n'avessela quale sì stimolava e angosciava tantoche ogni riposo le parea nimicoe con le sue lagrime quasi tutti i vestimenti del giovane avea bagnati. Questa parea a Filocolo molto riguardarla; e dopo lungo mirare gli parea che fosse la sua Biancifioree pareagli che quel giovane per lo propio nome il chiamasse e gli dicesse: - Vedi come tu fai sanza riposo stare la tua Biancifiore? -. Da questa voce parea che tanto disio gli crescesse nel cuore di correre ad abbracciare quellache quasi non gli pareva potere stare. Per che egli rivolto a quelle donne gli parea dire: - Per che cosa mi faceste voi qui chiamare? Ditemeloperò ch'io mi voglio partire -. A cui risposto fu: - Noi tel diremo -. E con lui cominciarono le quattro donne a parlare e a dire molte cosedelle quali niuna gli parea intenderetanto avea lo 'ntelletto rivolto pure a Biancifiore: e non potendo più il ragionamento di quelle ascoltarelasciandole parlandocorse ove il giovane ignuda tenea Biancifioree quivi gli parea con quella festeggevolemente essere ricevuto. Ma dimorando quivigli parea che 'l mare mutasse leggechedimorato alquanto quietoin tanta tempesta si rivolgeache non che la navema eziandio tutto l'universo gli parea che dovesse sommergere: e rimirando quella femina che la proda della nave moveavide dalla sua bocca una voce come un tuono grandissima procederee con quella un vento impetuosissimoil quale lui e Biancifiore e quel giovane parea che d'in su la nave levassee gittasseli in un luogo di voracità pienoche davanti a lui parve oscurissimo e tenebroso. Quivi gli parea essere pieno di mortale paurae piangeree 'l simigliante faceano Biancifiore e 'l giovane: ma quindi per non pensato modo tutti e tre sanza offesa si partianoritornando in su la nave onde partiti s'eranodove la turbata femina vide ritornata lietae con riposo tenere la nave e il mare. E di sua volontà gli parea con Biancifiore entrare in mezzo delle quattro donnele quali prima non avea ascoltateove vide aggiunto un uomo di grandissima eccellenza e autorità nel sembiante con corona d'oro sopra la testa. Questi gli parea che molte parole gli dicessee col suo dire molto l'essere delle tre donnele quali egli non conosceagli discoprisse: per che tanto gli parea essere nel cuore acceso d'avere di loro notizia interache appena il potea sostenere. E in questa volontà dimorandoe rimirando verso il cielogli parea quello vedere aprire e uscirne una luce mirabilissimarisplendente e grandela quale parea che tutto il mondo dovesse accenderee quella parte del mondoche tal luce sentivapiù bella che alcuna altra gli parea che fosse. Questa luce venne sopra di luinella quale egli rimirandovide una donna bella e graziosa nell'aspettodi quella medesima luce vestitae nelle mani portava una ampolla d'orod'una preziosissima acqua pienadella quale acqua tutto il viso e per consequente tutta la persona pareva che gli lavassee poi subito sparisse: e come questo era fattocosì gli parea aver multiplicata la vistae meglio conoscere e le mondane cose e le divine che primae quelle amare ciascuna secondo il suo dovere. E così ammirandosi di ciòsi trovò tra le tre donnele quali prima non conosceae con loro la sua Biancifiore parea che fossee prendesse maravigliosa contezza: delle quali tre vedea l'una tanto vermiglia e nel viso e ne' vestimenti quanto se tutta ardessee l'altra tanto verde che avanzato avria ogni smeraldola terza bianchissima passava la neve nella sua bianchezza. E dimorando questi con loro per certo spazioavendo bene di loro nel cuore ogni certezzaseguendo i loro vestigiisubitamente si vide da loro con tutta la navicella su per l'albero levarsi al cieloquelle tre essendoli ducee le quattro di sotto a lui rimanere sopra le salate ondee ad alto sospingerlo. E così sagliendogli parea passare infino nelle sante regioni degl'iddiie in quelle conoscere i virtuosi corpi e i loro moti e la loro grandezza e ogni loro potenza: quivi con ammirazioneinestimabile gloria gli parea vedere dalla faccia di Giove procedere a' riguardantidella quale egli sanza fine sentiva. E volendo dire: - Oh felice colui che a tanta gloria è eletto! -avvenne che Ascalion e Parmenione vennero dov'egli era. E ignorando il bene che a sé sì il teneva sospesopiù volte il chiamarononé egli a loro rispose. Per che poi il presero per lo braccioe tirandolodalla celestiale gloria alle mondane cose il tirarono. E imaginando che profonda malinconia l'avesse occupatocominciarono a dire: - Filocoloche pensiero è il tuo? Rallegratiché i marinari ne chiamano che noi andiamo al legno per andare al nostro camminoe dicono che poi che qui fummo più non videro prosperevole tempo a nostra via se non ora: leva suandiamo -. Levossi dunque Filocolo dicendo: - Oimèda che bene tolto m'avete! -. E narrato loro ciò che veduto aveacon loro insiemepieni d'ammirazione per lo suo detton'andarono alla nave. E rendute prima degne grazie agl'iddii del buon tempoe pregatigli divotamente che in meglio il dovessero prosperarein su quella montarono. E su dimorativi le due parti della nottesentendo il vento rinfrescato parve loro di dargli le vele. Le quali dategligli antichi porti di Partenope abandonaronodisiderosi di pervenire dove dagl'iddii fu loro promesso di trovare di Biancifiore vere novelle.

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Lenti e scarsi venti pinsero la violata nave in più giorni quasi che alla esteriore punta della dimandata isolaequivi mancatidiscesero in terradubitando non gl'iddii quivi per lungo spazio gli ritenessero come in Partenope fatto aveano. Ma ignorando Filocolo in qual parte dell'isola dovesse di Biancifiore novelle sapere secondo il risponso degl'iddiila fortuna che già con lieto viso gli si cominciava a rivolgerevicino albergo gli apparecchiò a Sisife. Dove egli più giorni dimorando e cercando di sapere novelle di Biancifiore né trovandone alcunanon sapea che farsi; e già il tempo vedea acconciare presto al suo proponimento. Per che egli quasi disperatodispregiando il detto degl'iddiinon sapea che si farema dimorando malinconico fra sé dicea: "Come io qui di Biancifiore non trovo novellecosìin tuttoil mio viaggio sarà perdutoeingannato dagl'iddiiper soperchio dolore dolente renderò l'anima alle dolorose sedie di Dite". Poi fra sé ripensava le parole degl'iddii non potere essere falsema dicea: "Forse non in questo luogo dell'isola debb'io di Biancifiore trovar novellema in alcuno altro"; per che si imaginava di tutta l'isola voler cercare.

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In questi pensieri dimorando Filocolo sedendosi sopra uno antico marmo posto a fronte alle grandi case di Sisifeavvenne che Sisife dimorando ad una finestra verso il mare riguardandoil videe molto il rimiròvolendosi pure alla memoria riducere d'averlo altra volta veduto. E dopo molto riguardarlosi ricordò di Biancifiorea cuisecondo il giudicio di SisifeFilocolo molto risomigliava. Per che ella vedendolo così malinconico dimorarefra sé cominciò a pensare che costui per Biancifiore malinconico dimorassee volendosi della vera imaginazione accertarediscesa del luogo dove dimoravaa sé chiamare fece lo innamorato giovane e così gli disse: - Giovanese gl'iddii ad effetto produchino ogni tuo disionon ti sieno gravi le mie parolené noioso il contentarmi di ciò ch'io ti domanderòse licito t'è il dirmelo. Dimmi qual cagione è in te che sì occupato di malinconia tiene il tuo visoche ha potenza di porgere pietà nel cuore a chi ti mira -. Riguardò Filocolo costei nel visoe vedendola gentilesca e bella e di costumi ornatapietosa di sédopo un sospiro così le rispose: - Gentil donnaappena che io speri che mai gl'iddii alcuna cosa che mi contenti mi concedanoper che io per questo già poco mi curerei la cagione della mia malinconia narrarvi; ma il gentilesco aspetto di voi ad ogni vostro piacere adempiere mi costringeper che io la vi diròben che mai io non trovassi a cui pietà di me venisse se non a voi. Il pensiero che sì malinconico il mio aspetto vi rapresenta è che dagl'iddiidal mondo e dagli uomini abandonato mi trovo in questo modo. Io povero giovane e pellegrinostatomi dato dal mio padre etterno essilio dalla sua casavo ricercando una giovane a noi per sottile ingegno levatala quale s'io ritrovolicito mi fia alla paternale casa tornare. Ma di ciò male mi pare essere nel camminoperò che da alcuno iddio dopo divoto sacrificio ebbi risponso di dovere qui di lei udire vere novelle; ma ciò truovo falsoperò ch'io sono qui più giorni dimoratoné alcuno ci ha che novelle di lei mi sappia contare: per che trovandomi dagl'iddii ingannatoquasi come disperato vivo di ritrovarla -.

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Riguardollo più fiso allora la donnae domandollo come la giovane la quale egli cercava si chiamassee chi egli fossee come avesse nomee donde venivae quanto tempo era che perduta avea quella che giva cercando. A cui Filocolo rispose: - Biancifiore è il nome della giovanee iosuo misero fratellomi chiamo Filocolodalle terre che l'Adice riga partitomi: ben sette mesi o più l'ho cercatae tanto ha che ella ne fu levata -. Pensossi Sisife fra se medesima: "Veramente questi cerca quella Biancifiore che qui fu co' parenti miei menata dagli occidentali regni". Per che così gli cominciò a parlare: - Giovanedelle 'mpromesse degl'iddii non si dee alcuno sconfortare già maiperò che infallibili sono. Adunque confortati e prendi ferma speranza di futuro beneperò che vere novelle di Biancifiore ti diròsì come quella con cui più giorni in questa casa dimorò -. Disse allora Filocolo: - O nobilissima donnase alcuna pietà nel cuore il mio aspetto vi porseper quella vi priego che ciò che di lei sapete interamente mi narriate. Pensate quanto merito nel cospetto degl'iddii acquisteretese per lo vostro consiglio io racquistando la mia sorellalei e me insieme renderò al mio padre -. Sisife disse allora: - Per me niuno tuo piacere fia sanza effetto; quanto della giovane che tu vai cercando soio il ti dico: e' sono omai sei mesi passati che qui due miei parenti vennero con una bella e grandissima navei qualisecondo il loro parlaredi quelle partidonde tu vienisi partironoe con loro aveano questa Biancifiore che tu cerchibella e graziosa assai. E certo io non ti vidi primache io nell'aspetto di lei ti conobbi suo fratello o parentee però di lei ricordandomidi te mi venne pietà. Ella dimorò qui meco più giornie iosecondo il mio poterein tutte cose la onorai come figliuola: veramente mai rallegrare non la poteianzi continuamente pensosa e piangendo la vedea. E domandandola io alcuna volta quale fosse la cagione del suo piantoella mi rispondea che mai niuna femina di piangere ebbe cagione quanto ella aveaperò ch'ella avea lasciato il più grazioso amadore che mai da donna amato fosseil quale ella nel suo pianto chiamava Florio: a costui si dolea quasi come davanti il si vedessea costui si raccomandavacostui chiamavae mai nella sua bocca altro nome non era. E certoper quello ch'ella mi dicesseella avea doppia ragione d'amarlo sopra tutti gli altri uomini del mondoperò che egli amava lei più che altra donnae appressosecondo il suo direegli era il più bello uomo che mai fosse veduto: chi costui si fosse non so se tu tel sai -. A cui Filocolo disse: - Assai ben lo conoscoe gran ragione la movea ad amarlo e a dolersi d'essere da lui allontanataperò che quelle due cose che vi diceaamendune v'erano: ch'io so manifestamente che esso da picciolo garzone l'amòe ella luie ancora sopra tutte le cose l'amae novellamente sposare la dovease tanto la fortuna non l'avesse offeso. E tanto di lui vi so direche egli pieno di doloresì come ioin simile affanno va pellegrinando per ritrovarla. Onde io vi priego che se voi sapete in che parte i mercatanti la portaronoche voi il mi diciate. Io porto con meco molti tesoride' quali io renderei doppiamente a' mercatanti quello che loro costòse rendere la mi volessero -. Disse allora Sisife: - Gran pietà ebbi di leie maggiore me la ne fai venireese gl'iddii m'aiutino!se io fossi uomo com'io femina sonocon teco la verrei cercando; ma poi che aiuto donare non ti possoprendi il mio consiglio. I mercatantiche seco la portaronomi dissero di dovere andare a Rodie di quindi in Alessandriae così credo che abbiano fatto: e però tu similemente questi luoghi cercheraie se gli truovida mia parte della tua bisogna gli priega; credo che assai ti varràe se gl'iddii ti fanno tanta grazia che la ritruovipiacciati che con teco io la rivegga -. Piacque a Filocolo il consiglio e l'ascoltata novellae benignamente le 'mpromise di rivederlase conceduta gli fosse la grazia. E dopo molte paroleda lei molto onoratodonatole graziosi doni a tanta donna convenevolicon sua licenza da lei si partì. E venuto il tempo al loro cammino utileco' suoi compagni saliti sopra la nave si partirono cercando Rodi.

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Navica adunque Filocolo: e ciascun giorno più venti rinfrescano e pigliano forza in aiuto di Filocolosì che in brievelasciandosi dietro Gozo e Moatapiglia l'alto mare fuggendo la terra. Ma per mancamento di vento e per venire in Roditorse il cammino d'Alessandriae passando CravaVenedigoCetriSechilo e Pondicotrovò l'antica terra di Minòsdella quale Saturno fu dal figliuolo cacciato. Quivi alcun giorno dimorò in Candiae quindi partitoCaposermon e Casso e Scarpanto trapassò in brieve e venne a Trachiloe di quindi a Lendego. Quivi entrato con la sua nave nel golfo diede l'ancore a' profondi scoglie scese in terra e cercò la città: per la quale andando e Ascalion con lui e' suoi compagniavvenne per accidente che Ascalion fu conosciuto da un grandissimo e nobile uomo della cittàcol quale a Roma erano già insieme militanti dimoratie chiamavasi Bellisanoil quale con grandissima festa corse ad abbracciare Ascalion dicendo: - O gloria della militare virtùqual grazia in questi paesi mi ti mostra? Gl'iddii in lunga prosperità ti conservino -. Costui conobbe bene Ascalioneeffettuosamente abbracciatolocon lieto viso gli rendé quella risposta che a tali parole si conveniapregandolo che Filocolocui egli avea per maggiore e in cui servigio egli eraonorasse. Bellisano allorafatta a Filocolo debita riverenzail pregò che gli piacesse al suo ostiere esso e' compagni venire: dove Filocolopiacendo ad Ascalionandò. E quivi mirabilmente onorati furono da Bellisanoil qualeamando di perfetto amore Ascalionin ogni atto s'ingegnava di piacergli.

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Essendosi questi riposati alcun giornoBellisano domandò Ascalion se licito era ch'egli sapesse la cagione della loro venutaché a lui molto saria il saperlo a grado. A cui Ascalioncon piacere di Filocolointeramente narrò la verità della loro venuta. Le quali cose udendoBellisano tutto nell'aspetto divenne stupefattodicendo: - Sanza fallo e' non sono passati sei mesi che Biancifiore fu con gli ausonici mercatanti in questa casaavvegna che poco ci dimorasse. E essi ne la portarono in Alessandriaper intendimento di venderla all'amiraglioil quale di giorno in giorno vi si attendevasecondo che essi mi dissero: che essi facesseroniuna novella poi ne seppi. Ma se gl'iddii di lei ogni vostro piacere certamente adempianoditemi chi fu quella giovane e come avvenne che per danari alle mani de' mercatanti venisse -. Disseli allora Ascalion come ucciso Lelio e presa pregna Giulia era statae come Biancifiore e Florio in un giorno nati eranoe come innamorati e separatiper paura di quello che ad effetto si dovea recareerano dal padre statie i pericoli corsi a Biancifioree ciò che per adietro era avenuto. Maravigliossi assai Bellisanoe domandò quale Lelio fosse stato il padre di Biancifiore. A cui Ascalion disse: - Egli fu il nobile Lelio Africanoil quale a noi e agli altri stranieri soleva essere tanto grazioso mentre in Roma dimorammo -. Questo udendoBellisano appena le lagrime ritennedicendo: - Oimèor fu in casa mia la figliuola di colui a cui io fui più tenuto che ad altro uomoe non la sovenni d'aiuto? Ahimaladetta sia la mia ignoranzach'io vi giuroper l'anima del mio padrechese ciò che voi mi dite io avessi saputoio ci avrei tutti i miei tesori donatie ogni mia forza adoperata per poterla in libertà riducereportandola poiper merito de' servigii ricevuti dal padrein qualunque parte le fosse piaciuto. Ma non me lo reputino gl'iddii in peccatoche altro che per ignoranza non manco: e ella misera tutti i suoi infortunii mi dissede' quali io piansi con lei come gl'iddii sannoné di cui figliuola stata fosse mai mi disse -. Allora disse Ascalion: - Certi siamo di ciò che ne contie siamotene tenuti; ma consiglianeper quel singulare grado che tra te e me è già stato e è di vera amistàche via noi dobbiamo tenere a ritrovare e a riavere ciò che cercando andiamo -. Bellisano gli rispose: - Il consiglio e l'aiuto che per me si potràvoi l'avrete. Io con esso voi verrò in Alessandriadove io ho alcuni amicii quali per amore di me vero aiuto e consiglio ci porgerannoché di quisanza vedere altromale vi saprei consigliare -. A queste parole rispose Filocolo dicendo: - Carissimo Bellisanoassai ci basterà se ad alcuno de' tuoi amici per consiglio ci mandi sanza affannarti. Tu oramai pieno d'annipiù il riposo che l'affanno disiderare deie però ti ringrazio del buon volere -. Disse allora Bellisano: - Fermamente da voi non fia sanza me tale cammino fattoché ancora che io sia anzianoson io a gravissime fatiche possente più che tali giovani. Io sono tenuto di mettermi alla morte per amore della giovane cui voi cercatese io penso a' ricevuti servigi dal più nobile padre che mai figliuola avesse. Ond'io vi priego che la mia compagniala quale assai vi potrà essere utilenon vi sia grave -. Vedendo Filocolo Bellisano in questo voleredisse: - A vostro piacere sia: però quando vi pare ne partiremo -.

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Bellisano vide il tempo disposto al loro camminoper che a lui parve il partire convenevole. E montati sopra la naverenderono le vele a' prosperevoli ventii quali in brieve termine infino nel porto di Alessandria salvamente li portarono. Quivi discesi in terradate l'ancore a' fondia casa d'un gentile uomo d'Alessandriaa Bellisano amico intimissimochiamato Dariose n'andarono. Egli con lieto viso principalmente Bellisano e appresso Filocolo e gli altri graziosamente ricevettequanto il suo potere si stendea onorandogliofferendosi a Filocolo e ad Ascalion e a tuttiper amore di Bellisanoad ogni loro piacere e servigio apparecchiato: di che da tutti con debite parole fu ringraziato.

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Dimorati costoro alquanti giorni con Darioe veduta la nobile cittàe presi diversi dilettiFilocoloil cui cuore da amorose sollecitudini era stimolatoogni ora un anno gli si faceva di sapere quello per che quivi venuto era. E però a sé Bellisano e Ascalion chiamò e disse loro: - Che facciamo noi? Che perdimento di tempo è il nostro? Venimmo noi qui per vedere le mura d'Alessandria? Quando vi piacessea me molto saria caro d'intendere a quello per che qui siamo venuti. La nimica fortuna ci ha assai tolto di tempo: ora che contro alla forza di lei qui siamo pervenutinon ce ne togliamo noi medesimiperò che il perderlo a chi più sa più spiace -. A cui Bellisano rispose: - Ciò che dite assai mi piacee però facciasi -. Chiamato adunque Darioin una camera tutti e quattro tacitamente si miseroe postisi sopra un ricco letto a sedereBellisano cominciò a Dario così a parlare:

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- Amicoperò che io credo che ignoto ti sia cui tu aggi onorato e onorie similemente la venuta di costoro da te riveritiio il ti diròacciò che il loro essere e la cagione del loro pellegrinare a niuno palesandolaquel consiglio e aiuto che per te si puote ne sia porto -. E mostrandogli Filocolodisse: - Costui è figliuolo dell'alto re di Spagnanipote dell'antico Atalante sostenitore de' cieli; e quelli che tu in sua compagnia vedisono nobilissimi giovani e di grandissima condizionee qui sono venutie io con loroacciò che novelle sappiamo di Biancifiore bellissima giovanela quale qui fu da Antonio ausonico mercatante e da un suo compagno recatasì come essi in Rodialbergati nel mio ostieremi dissero. Ella fu da loro comperata da non so quale re nelle parti d'Occidentee a costui furtivamente levata. Egli sopra tutte le cose del mondo l'ama: e che ciò sia vero ti puòveggendolo quiesser manifestolà dove egli per niuna altra cagione è venuto se non per lei racquistare; e ha proposto di mai alla paternale casa non ritornarené egliné i suoi compagniné iose lei primieramente non riabbiamo. Vedi oramai quanto servire ne puoidicendoci se alcuna cosa di lei saimettendoci dopo questo in via di ciò che adoperare dovemo secondo il tuo giudicio per racquistarla -.

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Con ammirazione ascoltò Dario le parole di Bellisano udendo che di sì alto re Filocolo fosse figliuoloe per tale cagione pellegrino divenuto. E alzato il viso ver lo cielofra sé cominciò a dire: - O più che altro potente pianetoper la cui luce il terzo cielo si mostra belloquanta è la tua forza negli umani cuori efficace! Quando saria mai per me stato pensato che sì nobile uomo una venduta schiava per amore dall'un canto della terra all'altro seguisse? Certo non mai: ma veduto l'ho! Tempera i fuochi tuoi nelle umane mentiacciò che per soverchio del tuo valore non si mettano alle strabocchevole cose! -. E poi che così ebbe dettobassò la testa e così rispose: - Amicoa me quanto me medesimo caronuove cose mi fai udirecioè che io sia oste di tanto uomo quanto Filocolo ne di' che è: la qual cosa molto m'è carae più sarebbe se lui secondo la sua nobile qualità onorato avessi; ma quello che per ignoranza è mancatocon debita operazione adempiremo. Ma molta più d'ammirazione mi porge la cagione della sua venutache altra cosa che tu mi potessi aver detta. Né mi fia omai impossibile a credere ciò che di Medeadi Didodi Deianiradi Filisdi Leandro e d'altri molti ho già uditoveggendo quello che io ora di Filocolo veggio: ma però che amore è passione che sempre cresce quanti più argumenti a minuirla s'adoperanosanza alcuna debita riprensione farneche grande a questo si converriaprocederò a risponderti a ciò che dimandato m'hai. Molto mi saria caro il potervi di Biancifiore migliori novelle dire che io non potrò; ma come colui che interamente di lei ciò che n'è sacome ella sia e dove e come qui venisse vi conterò: poi quel consiglio e aiuto che per me a tal bisogna donare si potràcom'io per me l'adoperassicosì il vi profero e donerò.

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Qui venne, già sono passati sei mesi, Antonio, ausonico mercatante, e 'l compagno suo, e a me, come a loro caro amico, richiedendo aiuto e consiglio, davanti mi presentarono la bella giovane la quale voi cercando andate, e dissermi: Darionoi vegnamo delli occidentali paesiquivi per avventura chiamati da Felice re di Spagna. Di suo patto e nostro per questa giovane tutti i nostri tesori gli donammoe qui menata l'abbiamo acciò che al signore la vendiamoe di lei oltre a' nostri tesori gran quantità guadagnare intendiamo: però ponici in via come questo possiamo ad effetto recare". Le quali cose udendoio incontanente all'amiraglio nostro signore li menaienarratogli la bisogna di costoroe fattagli venire Biancifiore davantitanto gli piacqueche sanza niuno patteggiare comandò che i tesori che costata era a' mercatanti fossero loro radoppiatie la giovane rimanesse a lui; e così fu fatto. I mercatanti si partironoe Biancifiorerimasadall'amiraglio fu fatta mettere in una torre grandissima e bellaqui assai vicinacon altre molte donzelle in simile maniere comperate; e quivial fine ch'io vi diròessa e l'altre sotto grandissima guardia sono guardate. Sì com'io credo che voi sapetel'amiraglio di cui davanti parlammoè suggetto del potentissimo correggitore di Bambilloniae a lui ogni dieci anni una volta per tributo conviene che gli mandi infinita quantità di tesorie cento pulcelle bellissime. E egliacciò che nella grazia del signore interamente permangaquanto più può s'ingegna d'averle belle e nobiliné alcuna n'è nel mondo che bella siala quale per tesoro avere si potesseche egli a quantità guardassemache che volesse costassee' converrebbe che sua fosse: e ciò può egli ben fareperò che il suo tesoro è infinito. E com'io v'ho dettoa fine di donarle al signore il fa; e come egli l'hain quella torre le guardadove alcuna che pulcella non sianon può aver luogo. Ma prima che io a porgervi alcun consiglio procedavi voglio divisare come queste pulcelle in questa torre dimoranoe sotto che guardia: le quali cose uditeforse voi così com'io vi saprete consigliare.

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La torre dove le donzelle dimorano, come voi nel nostro porto entrando poteste vedere, è altissima tanto che quasi pare che i nuvoli tocchi, e si è molto ampia per ogni parte, e credo che il sole, che tutto vede, mai sì bella torre non vide, però ch'ella è di fuori di bianchi marmi e rossi e neri e d'altri diversi colori tutta infino alla sua sommità, maestrevolemente lavorati, murata. Ella, appresso, ha dentro a sé per molte finestre luce, le quali finestre divise da colonnelli, non di marmo, ma d'oro tutti, si possono vedere, le porte delle quali non sono legno, anzi pulito e lucente cristallo. Questo tutto di fuori a' riguardanti si può palesare, ma dentro ha più mirabili cose, le quali, chi non le vede, impossibile gli pare a crederle, udendole narrare. Elli vi sono cento camere bellissime, e chiare tutte di graziosa luce, e molte sale; ma tra l'altre sale una ve ne dimora, credo la più nobile cosa che mai fosse veduta. Ella tiene della larghezza della torre grandissima parte, volta sopra ventiquattro colonne di porfido di diversi colori, delle quali alcune ve n'ha sì chiare, che, rimirandovi dentro, vedi ciò che per la gran sala si fa: e fermansi le lammie di questa sala sopra capitelli d'oro posti sopra le ricche colonne, le quali sopra basole d'oro similemente sopra 'l pavimento si posano. Queste lammie sono gravanti per molto oro, nelle quali riguardando niuna cosa vi puoi vedere altro, salvo se pietre nobilissime non vedessi. In questa sala ne' pareti dintorno, quante antiche storie possono alle presenti memorie ricordare, tutte con sottilissimi intagli adorne d'oro e di pietre vi vedresti, e sopra tutte scritto di sopra quello che le figure di sotto vogliono significare. Quivi ancora si veggono tutti i nostri iddii onorevolissimamente sopra ogni altra figura posti, co' quali gli avoli e antichi padri del nostro amiraglio tutti vedere potresti. In questa sala non si mangia se non sopra tavole d'oro, né niuno vasellamento se non d'oro v'osa entrare. Io non vi potrei narrare interamente di questa quanto n'è: che vi poss'io più di questa dire se non che infino al pavimento, e il pavimento medesimo, d'oro e preziose pietre è? In questa mangia sovente il nostro amiraglio con la tua Biancifiore e con l'altre donzelle. Ancora è in questa torre, tra le cento camere, una che di bellezza tutte l'altre avanza: e certo appena che quella dove Giove con Giunone ne' celestiali regni si posa, si possa a questa agguagliare! Essa è di convenevole grandezza, e ha questa propietà, che alcuno non vi può dentro passare sì malinconico, che mirando al cielo della camera, dove in maestrevoli compassi d'oro, zaffiri, smeraldi, rubini e altre pietre si veggono sanza novero, egli non ritorni gioioso e allegro. A fronte alla porta di questa, sopra una colonna, la quale ogni uomo che la vedesse la giudicherebbe di fuoco nel primo aspetto, tanto è vermiglia e lucente, dimora il figliuolo di Venere ignudo con due grandissime alie d'oro, graziosissimo molto a riguardare; e tiene nella sinistra mano uno arco e nella destra saette, e pare a chiunque in quella passa che questi il voglia saettare; ma egli non ha gli occhi fasciati come molti il figurano, anzi gli ha quivi belli e piacevoli, e per pupilla di ciascuno è un carbuncolo, che in quella camera tenebre essere non lasciano per alcun tempo, ma luminosa e chiara come se il sole vi ferisse la tengono. Dintorno ad esso ne' cari muri tutte le cose che mai per lui si fecero sono dipinte. Ne' quattro canti di questa camera sono quattro grandissimi arbori d'oro, i cui frutti sono smeraldi, perle e altre pietre, e sì artificialmente sono composti, che come l'uomo con una verghetta percuote il gambo d'alcuno di quelli, niuno uccello è che dolcemente canti, che al cantare non sia udito, e ripercotendolo tacciono. In mezzo di questa camera sopra quattro leoni d'oro, una lettiera d'osso d'indiani elefanti dimora, guarnita con letto chente a sì fatta lettiera si richiede, chiuso intorno da cortine, le quali io non crederei mai poter divisare quanto siano belle e ricche. Né alcuno piacevole odore è, o confortativo, che in quella entrando l'uomo non senta soavemente odorando. In questa camera, in questo così nobile letto dorme sola Biancifiore: e questa grazia singulare più che l'altre riceve, perché di bellezza e di costumi avanza ciascuna altra, ben che l'altre molto onorevolemente dimorano ciascuna nella sua camera. Ma nella sommità di questa torre è uno dilettevole giardino molto, nel quale ogni albero o erba che sopra la terra si truova, quivi credo che si troverebbe: e in mezzo del giardino è una fontana chiarissima e bella, la quale per parecchi rivi tutto il giardino bagna. Sopra questa fontana è un albero il cui simile ancora non è alcuno che mai vedesse, per quello che dicono coloro che quello veduto hanno. Questo non perde mai né fiore né fronda, e è di molti oppinione che Diana e Cerere, a petizione di Giove, antico avolo del nostro amiraglio, pregato da lui, vel piantassero. E di questo albero e di questa fontana vi dirò mirabile cosa: che qualora l'amiraglio vuole far pruova della virginità d'alcuna giovane, egli nell'ora che le guance cominciano all'Aurora a divenire vermiglie, prende la giovane, la quale elli vuol vedere se è pulcella o no, e menala sotto questo albero. E quivi per picciolo spazio dimorando, se questa è pulcella le cade un fiore sopra la testa, e l'acqua più chiara e più bella esce de' suoi canali; ma se questa forse congiugnimento d'uomo ha conosciuto, l'acqua si turba e 'l fiore non cade. E in questo modo n'ha già molte conosciute, le quali con vituperio da sé ha cacciate. In questo giardino si prendono diversi diletti le donzelle e in questa maniera che detto v'ho dimorano libere di poter cercare tutta la torre infino al primo solaio; da indi in giù scendere non possono né uscire mai sanza piacere dell'amiraglio. Potete avere udito come dimorano: ora sotto quale guardia vi narrerò.

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Nella più infima parte della torrecopiosa di graziosi luoghi ad abitarenon può alcuna persona che di sopra sia discenderené alcuna che di sotto sia salire di sopra sanza piacere dell'amiragliocom'io vi dissi. Quivi abita uno araboda cui la torre è chiamata la Torre dell'Araboe egli è chiamato castellano di quellae per propio nome Sadoce ha a pensare di tutte quelle cose che alle pulcelle sieno necessariee quelle dare loro. Appresso ha molti sergentico' quali il giorno questa torre d'ogni parte guarda: né alcuno uomonon che a quellama ancora in un grandissimo prato ch'è davanti ad essasostiene che s'appropinquie quale presumesse d'appressarvisi sanza il piacer di luio morte o gravissimo danno e pericolo ne gli seguiria: ma come il giorno si chiudetutto quel prato pieno d'uomini con archi e con saette potreste vedere guardando la torre dintorno. E 'l castellanoe' suoi sergentie qualunque altro v'ha alcuno uficiotutti eunuchi sono: e questo ha l'amiraglio volutoacciò che alcuno non pensasse di fare quello ch'egli sta per guardare ch'altri non faccia; e questa guardia né giorno né notte falla già mai. Vedete omai che consiglio o che aiuto qui si puote porgere! Ma non per tanto veggiamo le vie che ci sono o potrebbono esseree quella che meno rea ci parese alcuna ce n'haper quella procediamo -.

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Taciti e pieni di maraviglia per le udite cose si stavano costoroné alcuno rispondea alcuna parolaquando Dario rincominciò: - Signoriio non discerno qui se non tre viedelle quali l'una ci conviene pigliaree mancandoci questeniuna altra ce ne so pensare. Le quali trequeste sono esse: o per prieghi riaverla dall'amiraglioo per forza rapirla della torreo con ingegno acquistare l'amicizia del castellanola quale avendonon dubito che a fine si verria del vostro intendimento. Ciascuna di queste mi pare fortissima a poterne venire a fineperò che se noi ne vogliamo l'amiraglio pregarequesto mi pare che saria un gittare le parole al vento: e la cagione è ch'egli sopra tutti i suoi tesori la tiene carae io gli udii dire che a niuna persona del mondofuori che al Soldanola doneriaper dovere ricevere un altro regno simile a quello che possiede. Per che io dubito che i nostri prieghi ne' quali il nostro intendimento gli si scoprissenol movessero più tosto ad averci sospettie a donarci essilio etterno de' suoi regniche a farci grazia: e però questa via mi pare al presente da lasciarecon ciò sia cosa che ad essa possiamo ultimamente ricorrere. Il volere la torre assaliree per forza trarne quellaper ogni cagione saria folliaperò ch'ella è da sé fortee appresso è ben guardatae avanti che combattuta o presa fossetutto il suo regno ci poria essere corsoenon che noima innumerabile quantità di cavalieri pigliare e mettere in rotta potrebbonoe così con danno rimarremmo disperati e forse uccisi. Ma di queste altre mi pare il migliore con ingegno l'amicizia del castellano pigliareperò che al prendere quella non ci può aver pericoloe forsepresapotrà giovarese saviamente con lui si procede. La quale in questo modo si potrà acquistare: egli è vecchiosuperbissimo e avaroe sopra tutte le cose del mondo si diletta di giucare a scacchi e vincere: però prendere con lui parolee umilemente i suoi pareri concederglie appresso donandogli alcuna volta di belle gioiee giucando con luigli porria l'uomo divenire amico: la quale amistà quando fosse presanuovo consiglio si converria avere a lui recare al nostro piacere. Questo modo mi piacerebbee questo mi pare da teneree per questo spero che 'l nostro intendimento verrà ad effettoma tuttavia vi ricordo che copertamente procediate a questoperò che se eglio altri che a lui il ridicesses'avedesse che a questo fine la sua amicizia si cercassenulla saria d'averla mai; poi quando amico saràfia più sicuro lo scoprirsi a lui solamente. Io mi credodi ciò ch'io v'ho parlatoavere ben dettoe chiaro il mio parere. Voi siete savie se bene avete notate le parole mievoi potete bene aver compreso ciò che qui bisogna di farecosì com'io che vi consiglio: e però se migliore via ci conoscetesia per non detto quello che io ho consigliatoe seguiamo quella -. Tacquesi allora Darioe Ascalion e Bellisano vi dissero molte parolema ultimamente a tutti e a Filocolo parve il migliore di seguire ciò che Dario avea consigliato: e fra loro deliberarono che Filocolo fosse colui che l'amistà di Sadoc dovesse pigliareil quale si vantò di farlo bene e compiutamente.

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Partito il lungo consigliochi si diede ad una cosa e chi ad un'altra di costoro. Filocolo solamente si diede a pensare sopra l'udite cosee prima fra sé le commenda e disiderapoi gravissimi reputa i pericoli a' quali si metteincerto d'acquistare la cosa per la quale a quelli si dispone. Di questo pensiero salta in un altroe di quell'altro in molti; egli si ricorda di tutti i pericoli ch'egli ha corsie imagina quelli che egli correre dee: e nella savia mente estima i corsi essere stati grandima molto maggiori gli paiono quelli che a venire sono; e nel pensiero gli prende de' preteriti paura non che de' futuri. E pargliquando bene le parole di Dario pensaquasi al suo disio mai non dovere pervenire per alcuno pericolo al quale egli si mettaose ne dee pervenire ad effettopensa che tardi fia. Ma più tosto consentese ad alcuna cosa fare si mettemorte o vergogna acquistarne che il suo volere adempierené ancora ha alcuna volta ne' suoi pensieri conosciuti i suoi folli disii come ora conosce. Per che egli fra sé e sé cominciò a dire:

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- O poco savioquale stimolo a tante pericolose cose infino a qui t'ha mosso e vuole a maggiori da quinci inanzi muovere? Niuna cosase non una feminaamata da te oltre al dovere. Ora è egli licito l'amare altrui più che sé? Certo noché ogni ordinato amore incomincia e procede dall'amare se medesimo: dunque ama più te che questa femina. "E così fo io". "Non faiché se tu più te amassitu non cercheresti i pericolosi casi per la sua salutedove la tua agevolmente si può perdere". "La mia non si perderà". "E chi te ne fa certo?". "La speranza ch'io porto agl'iddii che m'aiuteranno". "Gl'iddii aiutano coloro che per debita ragione si mettono a non strabocchevoli pericoli e lasciano perire chi n'ha vogliacome pare che tu abbia". "Adunque come debbo fare?". "Lasciala stare". "Io non posso". "Sìpotraise tu vorrai". "E che vita sarà la mia sanza amore?". "Quale è stata quella di coloro che sono stati davanti a te". "Io non potrei sanza amore vivere". "Amane un'altraquella che al tuo padre piaceràe torna a lui co' tuoi tesorie contentalo come tu deiché sai ch'egli ama te sopra tutte le cosee non seguire più questo: meno male è corta che lunga follia". "L'uomo non può amare e disamare a sua posta. E come lascerei io questa impresaacciò che poi si dicesse: 'Filocolo per viltà fu nel luogo dove Biancifiore eracui egli amava tanto secondo che dicevané in alcuno modo tentò di riaverla'?". "Oh quanti perirono già per non volere le loro folli imprese lasciaretemendo di cotesti dettii quali in brieve tempo si dimenticano!". "Dunque la pur lasceròtornando dond'io venni?". "Mai sì che tu la lasceraise tu disideri di vivere". "Di vivere disidero". "Adunque lasciala". "E che varrà la mia vita?". "Quello che vale quella degli uomini che si pongono in cuore di non amare una cosa che a pericolo li conduca". "Certopoi che io infino a qui sono venutoio voglio pur tentare di riaverla". "E non te ne avverrà forse bene". "E qual male me ne potrà avvenire?". "L'essere con vergogna morto". "Chi mi uccideràfaccendomi io conoscere?". "Quegli che subitamentesanza domandarti chi tu se'ti ferirà". "E' non si uccidono coloro che amistà cercano: ucciderammi il castellano per che io voglia essere suo amico?". "Mai no; ma quando tu gli scoprirai quello per che tu gli se' divenuto amicoegli non te ne serviràper paura non forse il risappia il signoree privilo d'avere e di vita: anzi a lui ti paleserà per levartisi da dosso. Non sai tu che negli arabi niuna fede si truova? E per questo il signore ti farà uccidere o ti scaccerà del suo reame con vergogna". "E' non avverrà cosìche io vincerò la sua nequizia con molti doni". "Or ecco che tu la pur racquisti: che avrai tu racquistato?": "Avrò racquistato colei cui io amo e che me ama sopra tutte le cose". "Tu t'ingannise tu pensi che colei ora di te si ricordiessendo sanza vederti tanto tempo dimorata. Nulla femina è che sì lungamente in amare perseverise l'occhio o il tatto spesso in lei non raccende amore". "E come mi potrebbe ella mai dimenticareessendoci noi tanto per adietro amati?". "Per un altro amadore! Credi tu che i mercatanti sanza alcun bacio o forse sanza pigliarsi la sua virginitàche n'ebbero tanto spaziola lasciassero da loro partire? E se questi forse non savi da loro la partironocredi tu che l'amiraglio infino a qui vergine l'abbia lasciata? Certo non è da credere. Egli non l'ha tanto caraquanto Dario ti dicese non perché con lei si giace. Dunque non Biancifiorema una puttana cerchi di racquistare". "Non è cosìché se i mercatanti tolta l'avessero la sua virginitàl'amiraglio l'avria conosciuta sotto il fatale arboree cacciatala da sé; e se egli con lei si giacessenon con l'altre damigellema seco la terrebbe". "E poi ch'ella sia pur verginenon è elli da mettersi per lei alla morte!". "Certo si èché per questo ultimo pericolo fuggirenon è da volere che perduti sieno quanti n'ho già corsi per adietro per averla. Io ne ho già molti passatinon con isperanza d'averla di presente per quelli; per questose bene m'avvienesanza alcun mezzo l'avrò". "Folle se' stato cercandolie sarai se a questo ti metti". "Folle noma innamorato sì: così agl'innamorati conviene vivere. Guardisi chi in cotali pericoli non vuole vivered'incappare nelle reti d'amore. Ella sarà per me con ogni ingegnocon ogni forza ricercata: aiutinmi gl'iddii nelle cui mani io mi rimetto". E così dettoalzando il visogliele parve davanti a sé vederee con pietoso aspettonelle braccia di Venereavere tutte le sue parole ascoltate. Per la qual cosa dolendosi se di lei ne' pensieri o nelle sue parole avea meno che onore parlatoe quasi vergognandosenepiù fervente nel suo proponimento divennegiurando per quella deala quale egli molte fiate veduta aveadi mai non riposare infino a tanto che racquistata non l'avessese ancora per quello gli fosse davanti agli occhi manifesta la morte; e con questa diliberazione si partì da' suoi pensieri.

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Rallegravasi Apollo nella sua casaquando primieramente lo 'nnamorato giovane pervenne al tanto tempo cercato paesedove avuto il consiglio di Dario tutto in sé propose di adempiere. Ma ciò sì tosto com'egli imaginavanon poté venire ad effettoperò che in diversi atti e modi la fortunaancora non contenta de' suoi benigli ruppe le vieper che assai tempo ozioso gli convenne stare. Egli in questa disposizione dimorandovietò a' suoi compagni che in alcuno atto tra loro più che uno di loro onorato fossené che alcunose non da lui chiamatomai l'accompagnasse. E ultimamente tutti gli pregò che quello per che quivi dimoravano ad alcuno per alcuna cagione non palesassero. Moveasi adunque questi molte fiate solo per andare al castellanoin se medesimo pensando diverse scuse alla sua andatané mai al proposito pervenire poteaquando da uno quando da un altro impedimento impeditoonde dolente indietro si ritornava. Egli mai fuori di casa non uscivase per andare al castellano nol facea; mai mentre in Alessandria dimorò ad alcuno paesano si fece conoscerené con alcuno notizia preseda Dario in fuori. Non potendo adunque questi al disiato fine pervenirené mai per quante volte andato fosse alla torreBiancifiore avere sola una volta vedutadolente viveae per sua consolazione saliva sopra la più alta parte dell'ostiere di Darioe quindi rimirando l'alta torrealcuno diletto sentivafra sé dicendo: - O Biancifiorepoi che tolto m'è il potere vedere teil luogo dove tu se' non mi può esser tolto ch'io non vegga -. E in questa vita stette infino a tanto che Febo in quello animaleche la figliuola di Agenor trasportò de' suoi regnise ne venne a dimoraree quivi quasi nella fine congiunto con Citerearinnovellato il tempocominciò gli amorosi animi a riscaldare e a raccendere i fuochi divenuti tiepidi nel freddo e spiacevole tempo di verno: e massimamente quello di Filocoloil quale sì nel suo disio divenne ferventeche appena raffrenare si potea di pur non mettersi a volere il suo proponimento adempiere sanza guardare luogo o tempo. Ma ciò non sostennero gl'iddiianzi con forte animo il fecero sostenere aspettando.

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Venuto adunque già Titan ad abitare con Castoreun giornoessendo il tempo chiaro e belloFilocolo si mosse per andare verso la torre: alla quale essendo ancora assai lontanoverso quella rimirandovide ad una finestra una giovanealla quale nel viso i raggi del sole riflessi dal percosso cristallo davano mirabile luce; per che egli imaginò che la sua Biancifiore fossedicendo fra sé impossibile cosa essere che il viso d'alcun'altra giovane sì lucente fosse o essere potesse. Per che tanto disio gli crebbe di vederla più da presso e d'adempiere ciò che proposto avevacheabandonate insieme le redine del cavallo con quelle della sua volontàdisse: - Certose io dovessi morirepoi che io non posso te avereo Biancifioree' converrà che io il luogo ove tu dimori abbracci per tuo amore -. E in questo proponimento col cavallo correndo infino al piè della torre se n'andò: dove disceso con le braccia aperte s'ingegnava d'abbracciare le muraquelle baciando infinite fiatee quasi nell'animo di ciò che faceva si sentiva diletto.

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Assai di lontano vide il castellano Filocolo verso la torre correreper che eglie molti appresso di luicorrendocon una mazza ferrata in mano gli sopravenne crucciato molto e pieno d'ira; e quasi furioso nol corse a ferire dicendo: - Ahivillano giovanee oltre al dovere arditovago più di vituperevole morte che di laudevole vitaquale arroganza t'ha tanto sospinto avantiche in mia presenza alla torre ti sia appropinquato? Io non so quale iddio delle mie mani la tua vita ha campata: tirati indietrovillano! -.

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Filocolo udendo queste parole e vedendosi intorniato da moltie ciascuno presto per ferirloquasi tutto smarrìdubitando di moriree volontieri vorria allora essere stato in altra parte. Ma ricordandosi di Biancifiore rinvigorìeriprese le spaventate forzeumilemente così rispose: - O signor mioperdonamiche non per mio difetto questo è avvenutoné per malizia ho contro a tua signoria offeso: la dura bocca del mio cavallo di questo m'ha colpail quale assai lontano di qui correndo si mossené per mia forza tener lo potei infino a questo luogo: al quale venutomaravigliandomi de' sottili lavoriinon potei fare che io non mi appressassi ad essi per vederlinon credendo a te dispiacere. Tutta fiata se io ho fallitonelle tue mani mi rimetto: fa di me secondo il tuo piacere -.

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Sadoc rimirava fiso Filocoloe umiliato ascoltando le sue parole nelle sue bellezze simile a Biancifiore l'estimavae avendolo udito così benignamente parlaregli disse: - Giovanemonta a cavallo -. Filocolo presto salito in sul suo palafrenodietro a Sadoc reverente andava. A cui Sadoc disse: - Dimmigiovanese tu se' cavaliere o scudieree di che partee quello che quinci andavi faccendo quando il tuo cavallo qui contra tua voglia ti trasportò -. A cui Filocolo rispose: - Signoreio sono un povero valletto d'oltra mareil quale prendo diletto in andare il mondo veggendo; e udendo la gran bellezza di questa torre narrareessendo io da Rodi mosso per vedere Bambilloniaqui per vederla ne venni. E ora inanzi quando il mio cavallo qui mi trasportòtornava con un mio falcone pellegrino da mio diportoil quale avendolo ad una starna lasciatoe egli non potendola prendere al primo volosdegnato in su questa torre se ne volòe richiamandolo ioil palafrenotemendo il romorea correre si mossequi recandomi come mi vedeste -.

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Mentre che costoro così parlando andavanopervennero alla gran porta della torree entrati in essa dismontarono. E avendo il castellano le belle maniere di Filocolo veduteimaginò lui dovere essere nobile giovane. Per la qual cosa quivi assai l'onoròe dopo molte parole gli disse: - Giovanela somiglianza che tu hai d'una donzella che in questa torre dimorachiamata Biancifioret'ha oggi la vita campata: di che siano lodati gl'iddiiche la mia ira mitigarono com'io ti vidila qual cosa rado o mai più non avvenne -. Di questo il ringraziò assai Filocolosempre a lui offerendosi servidoree similmente a quella giovane la cui simiglianza campato l'avease egli la conoscesse. E dopo questo entrati in molti e diversi ragionamentia Filocolo andò l'occhio in un canto del luogo dove dimoravanoove egli vide uno scacchiere nobilissimo e ricco appiccato; il qual vedutodisse: - Siredilettatevi voi di giucare a scacchiche io veggio sì bello scacchiere? -. Rispose Sadoc: - Sìmoltoe tu sai giucare? -. A cui Filocolo rispose: - Alquanto ne so -. Disse allora Sadoc: - E giuchiamo infino a tanto che questo caldo passiche tu possa alla città tornare -. - Ciò mi piace moltosignor mio - rispose Filocolo.

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Fece adunque Sadoc in una fresca loggia distendere tappeti e venire lo scacchieree l'uno dall'una parte e l'altro dall'altra s'asettarono. Ordinansi da costoro gli scacchie cominciasi il giuocoil quale acciò che puerile non paiada ciascuna parte gran quantità di bisanti si pongonopresti per merito del vincitore. Giuocano adunque costorol'uno per guadagnare i posti bisantil'altro per perdere quelli e acquistare amistà. Filocolo giucando conosce sé più sapere del giuoco che 'l castellano. Ristringe adunque Filocolo il re del castellano nella sua sedia con l'uno de' suoi rocchi e col cavaliereavendo il re alla sinistra sua l'uno degli alfini; il castellano assedia quello di Filocolo con molti scacchie solamente un punto per sua salute gli rimane nel salto del suo rocco. Ma Filocolo a cui giucare convenivadove muovere doveva il cavaliere suo secondo per dare scacco matto al ree conoscendolo benemosse il suo roccoe nel punto rimaso per salute al suo re il pose. Il castellano lieto cominciò a ridereveggendo che egli matterà Filocolo dove Filocolo avria potuto lui mattaree dandogli con una pedona pingente scacco quivi il mattòa sé tirando poi i bisanti; e ridendo disse: - Giovanetu non sai del giuoco -avvegna che ben s'era aveduto di ciò che Filocolo avea fattoma per cupidigia de' bisanti l'avea soffertoinfignendosi di non avedersene. A cui Filocolo rispose: - Signor miocosì apparano i folli -. Racconciasi il secondo giuocoe la quantità de' bisanti si radoppiano da ciascuna parte. Il castellano giuoca sagacemente e Filocolo non meno. Il castellano niuno buon colpo muove ch'egli non dica: - Giovanemeglio t'era il tuo falcone lasciare andare che qua seguirlo -. Filocolo tacemostrando che molto gli dolgano i bisanti: e avendo quasi a fine recato il giuocoe essendo per mattare il castellanomostrando con alcuno atto di ciò avvedersitavolò il giuoco. Conosce in se medesimo il castellano la cortesia di Filocoloil quale più tosto perdere che vincere disiderae fra sé dice: - Nobilissimo giovane e cortese è costui più che alcuno ch'io mai ne vedessi -. Racconciansi gli scacchi al terzo giuocoaccrescendo ancora de' bisanti la quantità; nel principio del quale il castellano disse a Filocolo: - Giovaneio ti priego e scongiuro per la potenza de' tuoi iddiiche tu giuochi come tu sai il meglionécome hai infino a qui fattonon mi risparmiare -. Filocolo rispose: - Signor miomale può il discepolo col maestro giucare sanza essere vinto; ma poi che vi piaceio giucherò come io saprò -. Incominciasi il terzo giuocoe giuocano per lungo spazio: Filocolo n'ha il migliore: il castellano il conosce. Cominciasi a crucciare e a tignersi nel visoe assottigliarsi se potesse il giuoco per maestria recuperare. E quanto più giuoca tanto n'ha il peggiore. Filocolo gli leva con uno alfino il cavalieree dagli scacco rocco. Il castellanoper questo tratto crucciato oltre misura più per la perdenza de' bisanti che del giuocodiè delle mani negli scacchie quelli e lo scacchiere gittò per terra. Questo vedendo Filocolo disse: - Signor mioperò che usanza è de' più savi il crucciarsi a questo giuocoperò voi men savio non reputoperché contro gli scacchi crucciato siate. Ma se voi aveste bene riguardato il giuocoprima che guastatolovoi avreste conosciuto che io era in due tratti matto da voi. Credo che 'l vedestema per essermi cortesemostrandovi crucciatovolete avere il giuoco perdutoma ciò non fia così: questi bisanti sono tutti vostri -. E mostrando di volere i suoi adeguare alla quantità di quelli del castellanoben tre tanti ve ne mise de' suoii quali il castellanomostrando d'intendere ad altre parolegli prese dicendo: - Giovaneio ti giuro per l'anima del mio padreche io ho de' miei giorni con molti giucatoma mai non trovai chi a questo giuoco mi mattasse se non tuné similmente più cortese giovane di te trovai ne' giorni miei -. Filocolo rispose: - Siredi cortesia poss'io molto più voi lodare che voi mecon ciò sia cosa che io oggi per la vostra cortesia la vita n'aggia guadagnata. -

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Le parole in diversi ragionamenti tra costoro multiplicanoe il giorno se ne va: per che Filocoloveggendo il sole che cercava l'occasoli parve di partirsiper che egli disse: - Signor mioe' mi si fa tardi d'essere alla città: però quando vi piacciacon licenza vostra mi partirò -. Il castellanoche già della piacevolezza di Filocolo era presodisse: - Cortese giovanese non fosse che l'andare per queste parti di notte è per molte cagioni dubbiosotu ceneresti meco questa sera; ma io ti priego che per amore di quella cosa che tu più amiche domani tu torni a mangiare meco -. A cui Filocolo rispose: - Sireper l'amore di voie per quello di colei da cui parte scongiurato m'aveteio non posso niuna cosa che in piacere vi siadisdire; il comandamento vostro sarà fornito: rimanete adunque con la grazia degl'iddii -. - Gli iddii ad ogni tuo disio sempre siano favorevoli - rispose Sadoc. E Filocolosalito a cavallo e da Sadoc partitosialla città in parte contento se ne tornò.

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Come egli alla città fu pervenutoe smontato all'ostiere di Dariol'ora essendo già tardatrovò Dario e Ascalion e gli altri tutti attenderloi qualicome il viderolieti gli si fecero avantidicendo: - Assai ci hai oggi fatto avere di te pensiero; dove se' tu tanto dimorato? -. - Nelle mani della fortuna - rispose Filocolo- la quale non così nimica m'è com'io reputavama forse de' miei danni pietosami comincia a mostrare lieto viso ne' nostri avvisie sì fatto principio in quello che divisammo ho avutoche appena ch'io ne possa altro sperare che grazioso fine -. E chiamati Dario e Bellisano e Ascalion in una cameraciò che avvenuto gli era loro narrò. Lodano costoro gl'iddiie a Dario piace tale cominciamento e consigliali l'andare a mangiare con lui e l'essergli cortesedicendogli che d'oro e d'avere non dubitassechepoi che 'l suo donato avessequanto egli n'avea in suo servigio ponesse sicuramentericordandogli che con discrezione procedaad ogni uomo celando il suo segretofuori che al castellanoquando luogo e tempo gli parrà. Ringrazialo Filocolo: prendono il cibo e vannosi a posare. Ma gli altri dormono e Filocolo ferma nella mente con molti ragionamenti ciò che al castellano dee diree quello che con lui vuol faree che movimento deggia il suo essere a dovergli narrare il suo segreto. Molte vie truovae ciascuna pruova in se medesimoe le migliori riserba nella memoria. Poco abandonano la notte le sollecitudini lo 'nnamorato pettoe la notteche già maggiore gl'incominciava a parere che l'altresi consuma: e il chiaro giorno rallegra il mondo. Levasi Filocoloe tacitamente e con discrezione ordina ciò che davanti al sonno la notte avea pensato; e venuta l'ora ch'egli estimò convenevolesoletto se ne cavalcò alla torre. Quivi dal castellano con mirabile onore è ricevutoe le tavole preste niuna cosa aspettano se non loro.

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Dopo alcuni ragionamenti s'asettano costoro alle tavolecome piacque al castellanoe con gran festa mangiano splendidamente serviti. E già presso alla fine del mangiareFilocolo cominciò a dubitare non corto venisse il suo avviso ad effettoperò che già tempo gli pareacon ciò fosse cosa che altro non restasse al levare delle tavole se non le frutta. Ma mentre che in tale pensiero alquanto alterato dimoravaParmenione giunse quivi il quale contentò assai Filocolo nella sua venutae salito in su la salanelle sue mani recò la bellissima coppa e grande d'orola quale con gli altri tesori Felice re ricevette per pregio della giovane Biancifiore dagli ausonici mercatantie quella piena di bisanti d'orotanto grave che appena avria più Parmenione potuto portarecoperta con uno sottilissimo velodavanti Sadoc la presentòdicendo: - Bel signorequel giovane al quale voi ieri per vostra benignità la vita servasteavendo egli per sua presuntuosità la morte guadagnataquesta coppa con questi frutti che dentro ci sonoi quali nel suo paese nasconovi presentaeappressosé e le sue cose offeraal vostro piacere apparecchiate -. Vedendo questo Sadoce ascoltando le parole da Parmenione dettetutto rimase allenito e con cupido occhio rimirò quellanel cuore lieto di tal presente. Nondimenodella magnanimità e cortesia di Filocolo maravigliandosi moltoe rivolto dove Filocolo sedevacon benigno aspetto il riguardòe poi disse: - Grande e nobile è il presentee prezioso è il terreno che sì fatti frutti produce: e se non che egli mi si disdice l'essere villano verso di chi a me è stato corteseforte saria che io tal presente prendessiperò che a Giove saria grandissimo e accettevole cotale dono -. E fatta prendere la coppa di mano a Parmenionegli disse: - Voi potrete di colui che vi manda pensare quello che del più nobile uomo del mondo si possa diree però che io mi sento insofficiente a rendere grazie convenevoli di tanto donoa quelle non procedose non che per questo: egli ha mee le mie cosee ciò che per me si potessesì a sé obligatoquanto io potessi essere più -. Parmenionefatta convenevole riverenzasi partì.

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Rimasi costoro insiemee levate le tavoleper li pensieri del castellano niuna cosa andavase non la gran nobiltà che gli parea quella di Filocoloe con effetto in sé dicea: - Che potre' io per degno merito di tanta larghezza fare a costuiacciò che io interamente gli potessi mostrare quant'io per lui fareie quant'io sia di tal dono conoscente? -. E poi a se medesimo rispondea. - Tu se' sì suoche tu mai interamente mostrare non gliele potrestisalvo se gran bisogno non gli venisseove tu la persona e l'avere per lui disponessi -. Ma dopo questovolendo a Filocolo parte del suo buon volere dimostrarlicon seco in una camera solo il chiamòe quivi amenduni postisi a sederecosì cominciò con lui a ragionare:

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- Giovaneper quella fé che tu dei agl'iddii e per l'amore che tu porti a meaprimisi la tua nobiltàacciò che iodi quella pigliando essemplopossa nobile divenire. Io vidi già ne' miei dì molti nobili uominichi per antico sanguechi per infiniti tesorichi per be' costumie chi per una maniera e chi per un'altra; ma e' non mi soviene che io mai così nobile cosacome tu se' vedessi. Che operai io maio che potrei per te operareche un tanto e tale dono mi si convenisse? Io porto oppinione che tu trapassi di piacevolezza e di cortesia tutti gli uomini del mondo -. A costui rispose così Filocolo: - Signor mionon vogliate me rozzo ancora ne' costumi con queste parole schernire. Io non seguo nobiltà di cuore in queste operazioniperò che non ci èché io sono di picciola radice piantama ricordomi d'avere già così veduto fare a mio padrei cui essempli io seguito: e similmente conosco che io non potrei mai fare tanto che alla vostra nobiltà aggiugnere potessio che d'onore a quella più non si convenisse. Ma voi mi porgete ammirazione col dire che mai per me non operasteperché questo io operare dovessi. Ora crediate che se la mia vita più tempo si lontanasse che quella di Dandona o di Zenofanzio non fecemai della memoria mia non si partirà l'essere per la vostra benignità vivocome già oggi udiste ch'io riconosco. E quando questo non fosse statosarebbe inlicita cosa a farelà dove amichevole amore di due cuori fa unoniuna cosa a fine di servigio ricevutoo che ricevere per inanzi si deggiaavvegna che questo a me appropiare non possoperò checome già dissida voi la vita tengoe conoscovi tanto e talech'io non dubito che voi più che altro uomo del mondo per me potete operare. E però non solamente coloro da' quali l'uomo ha i servigi ricevuti sono da essere onoratima quelli ancora che possono per inanzi servire -. Il castellanoferventissimo a' piaceri di Filocoloudendolo dire lui poterlo più ch'altro mai servirecon molti scongiuri lo strigne ch'egli non gli celi il dìche fido d'essere così da lui servitocome se medesimo servirebbe. Più volte a questa dimanda tacque Filocoloe 'l castellano più volteognora più accesodesiderava di sapere in che a Filocolo potesse servire. La qual cosa vedendo Filocolopiù volte volle il suo disio palesaree infino al proferire recò le parolee poi dubitando le tirava indietroin altre novelle volgendo le sue parole. Ma il castellanoavendo proposto pur di volere sapere in che servire lo potessenon restava d'incalciarloogni novella rompendoglie che ciò gli dicesse pregandolonon pensando che dovesse riuscire a quello che fece. Filocolocosì incalciatoe più ognora dubitandoper avventura si ricordò d'un verso già da lui letto in Ovidioove i paurosi dispregia dicendo: 'La fortuna aiuta gli audacie i timidi caccia via'; e vedendo manifestamente che tra lui e la fine del suo disio era questo in mezzo e che parlare gli convenia s'egli servigio volea ricevereallargò le forze al disiderante cuoree propose di dare via alle parolee cominciò così:

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- Signoreperò ch'io non dubito che quello di che io vi priegheròe a che voi mi stringete che io vi prieghivoi il potrete faree potreste molto maggiori coseio vi paleserò ciò che il dubitoso cuore infino a qui ha celato a tutta gente. E però che io nel parlare e nell'operare non sono il primo errantevi priego che se forse alcuna cosa io dicessi forse oltre al dovere dettache voi mi perdoniatee come padre mi riprendiate; e se quello ch'io dimando per voi si può adempiereio vi priegoper quello effettuoso amore che le vostre parole mostrano che mi portiateche voi sanza alcuna scondetta e sanza indugio di ciò mi serviate. Io nelle vostre mani e della fortuna la mia vita rimetto: e acciò che bene vi sia chiaro il mio intendimentovi dico cosìché mia credenza èchepoi che Febo ebbe di Danne penneia il cuore per amore passatoio non credo che mai alcuno fosse tanto innamorato quanto io sono. E certo le mie operazioni il dimostranoché io venuto di Spagna infino in questo luogo sono con molte tribulazioni e noiecercando prima il ponente tuttoe poi ciascuna isola che tra qui e Partenope dimoradisiderando di ritrovare Biancifiorea me furtivamente levata e venduta a' mercatanti. Hammi qui la fortuna balestratoov'io di lei per risponso d'alcuno iddio ho trovato novellee voi ieri la ricordaste. E per quello ch'io abbia per lo ragionamento di molti uomini nella mente raccoltoella in questa torre sotto la vostra guardia dimoradi che io assai mi contento più che se in altra parte fosse. Avendomi gl'iddii a questo partito recatoche io sia vostro com'io mi tengo oracom'io davanti vi dissiamore per lei oltre ogni sua legge mi stimola. E certo se io volessi particularmente narrarvi quanti pericoli io ho già per l'amore di lei corsie quanto io l'amiprima il dì saria dalla notte chiusoe quellaesso ritornandocacciata; ma però checom'io credogià in parte tal vita provastee per quella il mio tutto potete comprenderenon mi stendo in più parolese non che quello che io da voi avere disidero è questol'una delle due cose: o che io dalle vostre mani sia ucciso o che voi a Biancifiore parlare mi facciate. Priegovi che quella vita ch'io per voi portoper voi non pera -. E non potendo avanti parlarestretto da' singhiozzi del piantosi tacque.

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Il castellano ascoltò queste parole con intero intendimento; e raccolto tutto in sécosì fra sé cominciò a dire: - Ben m'ha costui con sottile ingegno recato a quello che io non credetti mai che alcuno mi recassema avvenga che vuoleio terminerò i suoi affanni a mio potere. Di ciò mi può la fortuna fare corta noiase contro a me per questo si volesse voltare; io sono omai vecchioné mai notabil cosa per alcuno feci: ora nella fine de' miei anniin servigio di sì nobile giovane come costui èvoglio il rimanente della mia vita mettere in avventura. Se io il servo e campogran merito appo gl'iddii acquisterò; se io per servirlo muoiola fama di tanto servigio toccherà l'uno e l'altro polo con etterna fama -. Così adunque deliberato di fare in se medesimoriguardò Filocolo nel viso: e veggendo le sue lagrime e gli ardenti sospirinon si poté per pietà tenerema con lui pianse. E dopo alquanto così gli cominciò a parlare:

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- Filocolocon sottili arti hai rotti i miei proponimentie certo la tua nobiltà e la pietà delle tue lagrime hanno piegata la mia durezza: e però confortati. Io disidero di servirtie di ciò che pregato m'hai sanza fallo ti servirò. Aiutinci gl'iddii a tanta impresae la fortunanelle cui mani ci rimettiamonon ci sia avversa. Non lagrimare piùma alza il visoe ascolta qual via sia da noi da esser tenuta -. Piacquero a Filocolo queste parolee alzò il viso. A cui Sadoc disse: - Giovaneio ho in brieve spazio di tempo per la mia mente molte vie cercate per recare sì alto disiocome il tuo èad effettoné alcuna ne truovo che buona sia a tal cosa recare a fine se non una solala quale è di non picciolo pericoloma di grande. Tu hai gran cosa dimandataalla quale per picciolo affanno non si può pervenire: e però ascolta. Se a te dà il cuore di metterti a tanta venturaio mi sono ricordato che di qui a pochi giorni in queste parti si celebra una festa grandissimala quale noi chiamiamo de' cavalieri. In quel giorno i templi di Marte e di Venere sono visitati con fiori e con frondi e con maravigliosa allegrezza: il quale giorno io avrò fatto per li vicini paesi le rose e' fiori tutti coglieree in tante ceste porrequante damigelle nella torre dimorano; e guardole in questo prato davanti la torredove l'amiraglio coronato e vestito di reali drappi con grandissima compagnia vienee di ciascuna cesta prende rose con mano a suo piaceree secondo che egli comandacosì poi le collo sopra la torrefaccendo chiamare quella a cui dice che data sia. E però che la tua Biancifiore la più bella è di tuttesempre prima che alcuna altra è presentataio ti porròse tu vuoiin questa cesta che a Biancifiore presentare si deee coprirotti di rose e di fiori quanto meglio si potrà. Ma s'egli avvenisse che la fortunanimica de' nostri avvisiti scoprisse e facesseti al signore vedereniuna redenzione saria alla nostra vita. Vedi omai il pericolo: pensa quello che da fare ti pare. Se egli non se n'avvedràtu potrai con lei essere alquanti giorni: poi s'avviene che esso alcuna voltasì come egli suole spesso a mangiare salirvivi salgain forma d'uno de' miei sergenti te ne trarrò. Altra via nulla ci è. Egli tiene di tutte le porti le chiavise non di questa la quale tu vedi apertala quale io ho in guardia -. Filocolopieno d'ardente disioa niuno pericoloa niuna strabocchevole cosa che avvenire possapensama subito risponde che egli a questo pericolo e ad ogni maggiore che avvenire potesse è prestoaffermando che per grandissimi pericoli e affanni si convenga pervenire a alte cose.

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Finiscesi adunque con questo proponimento il loro consiglioe con fede e con giuramento insieme si leganol'uno d'osservare la 'mpromessa e l'altro di tacere. E così Sadocdato il giorno a Filocolo che egli a lui ritorniconfortandolo da sé l'accomiata. E Filocolo torna alla città contentoe tanto lieto che appena il può nasconderedisiderando che mai il termine posto venga: e ogni ora gli parea più lungo spazio di tempo che non era stato quello che tribolato aveaBiancifiore cercando.

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O avariziainsaziabile fieradivoratrice di tutte le cosequanta è la tua forza! Tu sottilissima entratrice con disusate cure ne' mondani petti rompi le caste leggi. Tu con grosso velo cuopri il viso alla ragione. Tu rivolgi la ruota contra 'l taglio della giusta spada. Tu spezzi con disusata forza i freni di temperanzae levi a fortezza le sue potenze. Tuo insaziabile appetitorechi necessità ne' luoghi d'abondanza pieni. Tuo iniquanon sai che fede si sia. Tu puoi i pietosi cuori rivolgere in crudeli. Che più dirò di tese non che puoi la fama per la infamia far lasciare e gli etterni regni per li terreni abandonare? Chi avria mai potutoo guastatrice d'ogni virtùcredere che pascendoti ampiamente nel petto di Sadocla sua fierità in vilissima lenonia si mutasse per te? Forti cose paiono a pensare le tue operazioni!

[107]

Viene il nominato giornoFilocolo sollecito torna a Sadoc. Niuno amico sa la sua andata: e dovendo la vegnente mattina Filocolo nascondersi ne' fiori quella notte si dorme con Sadocdella quale la maggior parte consuma in divoti prieghi. Niuno iddio rimane in cieloa cui le sue voci non si muovano. A tutti promette graziosi incensi se a questo punto l'aiutanoe Marte e Venere più che gli altri sono pregati: e ultimamente gl'iddii degli ombrosi regni di Dite da lui sono tentati divotamente d'umiliareacciò che a' suoi disii non si oppongano. Ma poi che ellaal suo parere lunghissimatrapassae appressasi il giornoessi due soli si levanoe trovata la cestaFilocolo vi si mette dentroraccolto in quella guisa che egli può il meglioe quivi entro Sadoc maestrevolemente molto il cuopre di fiori e di roseammaestrandolo che cheto si tenga. E posti di fiori sopra lui grandissima quantitàcosì acconciocon l'altre ceste davanti al signore già venuto nel pratodove similemente quasi tutto il popolo della città era raccolto per tal festa vederele presentaalla guardia di quelle continuo dimorando.

[108]

O amorenemico de' paurosiquanta è maravigliosa la tua potenzae quanto furono le tue fiamme ferventi nel petto di Filocolo! Quale strabocchevole via fu mai usata per te quale fu quella che Filocolo ebbe ardire di tentare? A Leandro non era il mare contrarioe a Paris era di lungi il nimico; a Perseo la sua forza era mediantee Dedalo per la sua saluteessendogli chiuso il mare e la terracon maestrevoli ali fuggì per l'aere. Gran cosa fa fare il fuggire la mortegran fidanza rende l'uomo a se medesimo combattentee le follie de' mariti spesso sono cagione d'adulterii alle moglie le larghezze delle vie fanno volonterosi gli uomini molte volte ad andare per quelle. Ma costui non larga via si vedeanon assenza di nimiconon disposto a potere per sua forza camparenon fuggire mortema più tosto seguirla a quello mettendosi. Egli pose la sua vita sotto la fede d'uomo che mai fede non avea conosciutae sotto sottili frondi di rosele quali dalle più picciole aure sariano potute muoveree scoprirlo nel cospetto del nimico. Egli diede il vivo corpo all'essere immobile come morto. Tu porgi più forza e più ardire che la natura medesima. Quello che Filocolo non avea avuto ardire di dimandare al padresolamente ora in pericolo da non potere pensaredavanti al nimico la cerca. Ohquale amante! Ohquanto da essere amato! Ohquanto Biancifiore più ch'altra misera si poria riputarese di ciò le disavvenisse che Filocolo ha impreso! Ohquanta saria la sua paura se ella consapevole fosse di queste cose! Certo io non so vedere quale ella si fosseo più dolorosa perdendoloo più contenta tenendolo.

[109]

Il signore comanda che la più bella cesta di fiori gli sia presentata davanti. Sadoc presto quella dove Filocolo timidocome la grua sotto il falcone o la colomba sotto il rapace sparvieredimoravagli porta avanti. O iddiio santa Veneresiate presentidifendete da tanti occhi il nascoso giovane. Mise allora l'amiraglio le mani in quellae pensando a Biancifiorea cui mandare la doveatanto effettuosamente di quelle preseche de' biondi capelli seco tiròma nol vide. Quale allora la paura di Filocolo fosse io nol crederei sapere né potere direperò chi ha punto d'ingegno il si pensi: egli fu quasi che passato agl'immortali secoliappena vita gli rimasee quasi di tremore tutto si mossema la santa deapresenteil ricoperse con non veduta mano; e levato da Sadoc e da molti altri del cospetto dell'amiraglioil quale avea comandato che per amore di lui a Biancifiore si presentassefu portato a piè della torre. E quivi fatta chiamare Gloriziala quale al servigio di Biancifiore dimoravafece la cesta collare suso ad una finestra. Ma Filocoloquasi stordito ancora della pauranon intese chi chiamata si fossema fermamente si credette da Biancifiore dovere essere ricevuto. Per che egli già a Glorizia vicinodisideroso di vedere Biancifioresi scoperse il viso. La qual cosa quando Glorizia videnon riconoscendolosubito gittò un grandissimo stridoe ritornatole alla memoria chi costui eraricopertogli il visoche già dalle sante mani era stato ricopertotacitamente il riconfortò dicendo: - Non dubitareio ti conosco -. Ma già tutte le compagne erano là corse dicendo: - Gloriziache avesti tu che tu sì forte gridastiné t'è nel viso colore alcuno rimaso? -. Alle quali ella rispose: - Io non ebbicare compagnegià mai tale pauraperò che volendo io prendere la cesta de' fiorie in essi sicuramente mirandosubitamente uno uccello uscì di quelli e nel viso mi ferì volando: per ch'iotemendo d'altrocosì gridai -. E poi ella sola presa la cesta con l'aiuto della invisibile deanella gran camera e bella di Biancifiore la portòe serratasi dentrolo 'nnamorato giovane con le rose insieme della cesta trassee con ismisurata allegrezza abbracciandolo gli fece lunga festae appena in sé credea che essere potesse vero ciò ch'ella vedea. Di molte cose il dimandòe molte a lui ne disseavanti che interamente fosse certa ch'eglicui ella vedeafosse Florio.

[110]

Dimorato Filocolo per alquanto spazio nella bella camera solo con Gloriziale bellezze di quella con ammirazione riguardandoe vedendo che bene era vero ciò che Dario detto ne gli aveae piùdomandò Glorizia che di Biancifiore fosse. A cui Glorizia quello che n'erae che ne fu poi che venduta era statainteramente gli dissetanto che di pietà a lagrimare il mosse. E poi così le disse: - O Gloriziacara sorelladi grazia ti priego che tosto vedere la mi facciperò che io ardo del disioe appena credo tanto vivere ch'io la vegga -. A cui Glorizia disse: - Caro signoreciò che tu mi di' io credoe di lei il simigliante ti posso dire: ella non crede mai te poter vedere. Ma però che la fortunainfino a qui stata in ogni cosa a voi contrarianon possa per poco avedimento più nuocervise ti piacealquanto m'ascolteraie s'io dico benesegui il mio consiglio.

[111]

Egli è usanza qua entro, che quando tutte le giovani donzelle avranno ciascuna le sue rose ricevute, di venirsene qui in questa camera, e di qui andare nell'altre camere, faccendo festa insieme, né a ciò alcuna può prendere scusa, e questo potrai tu vedere: onde io dubito che se io dicessi a Biancifiore che tu qui fossi e mostrassileti, non avvenissero due cose, o l'una delle due, le quali sono queste. La prima è che mi pare manifestamente vedere che s'ella ti vedesse, impossibile saria da te partirla mai, e dimorando teco, e non fosse con le donzelle a far festa, di leggiere esse ne porriano meno che bene pensare, e porriane agevolmente male seguire; appresso ho che peggio che questo ch'è detto saria, ch'io so che, vedendoti ella, saria tanta la sua letizia, che di leggieri quello che 'l dolore non ha potuto vincere, cioè il tribolato cuore, l'allegrezza il vincerebbe. E già sappiamo che avvenne, e tu il puoi avere udito, di Mivenzio Stavola, di Sifocle e di Filone, i quali ne' duri affanni vivuti, per allegrezza morirono. Ma, acciò che né l'una né l'altra di queste cose avvenga, si potrà così fare: acciò che tu contenti il tuo disio, e il suo festeggiare con l'altre non manchi, io in una camera a questa contigua ti metterò, della quale tu potrai ciò che in questa si farà vedere. Quivi dimorando tu tacitamente, io, sanza dire a Biancifiore alcuna cosa che tu qui sii, qua entro con le sue compagne la farò venire, dove tu la potrai, quanto ti piacerà, vedere. E questo, per rimedio del primo male che avvenire ne poria, e per contentamento di te, tutto questo giorno infino alla notte ti basti. E acciò che l'altro non avvenga, per mio consiglio terrai questa via: io ti trarrò di quindi, e dietro alle cortine del suo letto, le quali io basserò, che ora stanno levate come tu vedi, ti nasconderò. Quivi tacitamente dimorerai tanto che coricata e dormire la vedrai, e poi che addormentata sarà, siati licito fare il tuo disio. Sono certa che ella, destandosi nelle tue braccia, diverrà piena di paura avanti che ti conosca, ma poi veggendoti, conoscendo, la paura, a poco a poco partendosi, darà luogo moderatamente all'allegrezza, e così l'uno e l'altro dubbioso pericolo fuggiremo. Se altro forse avvenisse, io vi sarò assai vicina, e lei caccerò col mio parlare d'ogni errore -. Piacque a Filocolo questo consiglio, ancora che grave gli paresse il dovere tanto aspettare. Per che Glorizia in quella camera il menò, e sotto grave giuramento promettere si fece che egli più avanti non faria che quello che essa l'avea consigliato. E partitasi da lui e serratolo dentro, dov'era Biancifiore se ne venne.

[112]

Trovò Glorizia Biancifiore sopra un letto d'una sua compagna giacere boccone piena di malinconia e di pensieri, e quasi tutta nell'aspetto turbata, a cui ella cominciò così a dire: - O bella giovane, che pensieri sono questi? Qual malinconia t'occupa? Leva su, non sai tu che oggi è giorno da festeggiare e non da pensare? Già tutte le tue compagne hanno le rose e' fiori ricevute, e fanno festa, e te solamente aspettano; leva su, vienne: non sono tutti i giorni dell'anno igualmente da dolersi -. A cui Biancifiore rispose: - Madre e compagna mia, a me sariano da dolere tutti i giorni dell'anno s'egli n'avesse molti più che non ha, e massimamente questo giorno nel quale noi dimoriamo, ché se della memoria non t'è uscito, in cotal giorno nacqui io, e colui similemente per cui io mi dolgo. Non ti torna egli a mente che in questo giorno l'empio re suo padre ci soleva insieme di bellissimi drappi vestire, e solavamo della nostra natività fare maravigliosa festa? E ora, imprigionata, da lui lontana, non so che di lui si sia, né m'è possibile il vederlo, né di lui alcuna novella udire! Non credi tu che mi vadano per la mente i dolorosi accidenti, che avvenire possono e avvengono tutto giorno a' viventi? Ora che so io se 'l mio Florio vive? Che similmente so io se egli ha me messa in oblio per l'amore d'un'altra giovane? Che so io se mai i' 'l debbo rivedere? Come, pensando queste cose, pensi tu che io possa lieta dimorare o fare, come l'altre fanno, festa, con ciò sia cosa che, qualunque l'una di queste avvenisse, io non vorrei più vivere? E pur conosco tutte esser possibile ad avvenire: ma certo se io sapessi pure a che fine gl'iddii mi debbono recare, io avrei alcuna cagione di conforto, se buona la sentissi. Elli m'hanno lungo tempo con la speranza che io ho avuta nelle loro parole con meno dolore nutricata, ma ora veggendo che ad effetto non vengono, tutto il dolore, che per adietro a poco a poco dovea sentire, raccolto insieme tutto mi tormenta: per che parendomi che gl'iddii come gli uomini abbiano apparato a mentire, più di piangere che di far festa m'è caro -.

[113]

Queste parole udite, Glorizia così cominciò a parlare: - Bella figliuola, assai delle tue parole e di te mi fai maravigliare. Come hai tu oppinione che Iddio possa mentire già mai, con ciò sia cosa ch'egli sia sola verità? Non escano più di te queste parole, ma credi fermamente ciò che t'è da lui promesso doverti essere osservato: ma alla persona che molto disia, ogni brieve termine gli par lungo. Credi tu, perché tu sii qui poco più d'un anno dimorata, essergli però uscita di mente, e ch'egli non ti possa bene le sue promesse attenere? Ma quanto più dimori sanza riceverla, tanto più t'appressi a doverla prendere. E non voglia Iddio che sia ciò che tu di Florio pensi, che morte, o altro amore che 'l tuo, l'abbia occupato o l'occupi mai. Di questo ti rendi certa: che egli vive e amati e cercati, e di qua entro ti trarrà sua, se non m'inganna l'oppinione che io ho presa d'una nuova visione, che nel sonno di lui e di te questa notte m'apparve -. A queste parole si dirizzò Biancifiore dicendo: - O cara madre, dimmi, che vedesti? -. - Certo - rispose Glorizia - e' mi parea vedere nella tua camera il tuo Florio esser venuto, non so per che via né per che modo, e pareami ch'egli avesse indosso una gonnella quasi di colore di vermiglia rosa, e sopr'essa un drappo, il cui colore quasi simigliante mi parea a' tuoi capelli, e pareami tanto lieto, quanto mai io il vedessi, e rimirava te solamente, che nel tuo letto soavemente dormivi. A cui e' mi parea dire: O Floriocomeo perché venisti tu qui?". E egli mi rispondea: "Del come non ti cagliama il perché ti dirò: ionon potendo sanza cuore dimorareper esso venuto sono quiperò che costei che dorme il tienené mai di qui sanza esso mi partirò. Quelli iddii che all'aspra battaglia m'aiutaronoquando la sua vita dalle fiamme campaim'hanno promesso di renderlamie a loro fidanza per essa venni". Tu allora mi parea che ti svegliassi e piena di maraviglia riguardandoloappena credevi ch'egli desso fossema poi riconosciutolograndissima festa faciavate. La quale mentre ch'io riguardavatanta era l'allegrezza che nel cuore mi cresceache non potendola il debole sonno sosteneresi ruppe: per che io spero che la tua speranza non fia vana. E parmi fermamente credere che egli cercando te sia in questo paesee che tu forse ancoraanzi che lungo tempo siaquella allegrezzache tu con lui solevi in questo giorno farefarai: però confortatie fortifica la tua buona speranza -. Udendo queste parole Biancifiore si gittò al collo a Gloriziae abbracciatala cento volte o più la baciòdicendo: - Cara compagnagl'iddii rechino ad effetto quello che tu pensi! Ma io non so vedere come fare si potesseposto ch'egli pur fosse a' piè di questa torrech'egli mi parlasse o mi riavessese bene consideriamo sotto che guardia dimoriamo -. Disse Glorizia: - Non sta a te il dover pensare che via Iddio gli si voglia mostrare a riaverti: non è da pensare che quelliche altra volta l'aiutòora l'abandoni -.

[114]

Levossi adunque per i conforti di Glorizia Biancifioree con l'altre cominciò a far festasecondo che usata era per adietro. Elle aveano già tutte le rose prese: per che di quelle portando grandissima quantità alla camera di Biancifiorecon quella in quella n'andaronoe con dolci voci cantandoe tale sonando con usata mano dolci strumentie altre presesi per mano danzandoe altre faccendo diversi atti di festae gittando l'una all'altra rose insieme motteggiandosie Biancifiore similmentenon sappiendo che da Filocolo veduta fossecon quelle sì festeggiavagittando spesso grandissimi sospiri. E in questa maniera nella sua camera e in quelle dell'altre tutto quel giorno dimorarono. Ma Filocoloche per picciolo pertugio vide nella bella camera entrare Biancifioredi pietà tale nel viso divennequale colui che morto a' fuochi è portato; e la debolezza dello innamorato cuore cacciò fuori di lui un sudore che tutto il bagnòe con tramortita vocegittato un gran sospirodisse pianamente: - Oimèch'io sento i segnali dell'antica fiamma! -. E poi in sé ritornato e renduta al cuore intera sicurtà e forzacon diletto cominciò a rimirare quella che solo suo benesolo suo dilettosolo suo disio riputavae fra sépiù bella che mai riputandoladicea: - O sommi iddii immortalicome può egli essere che io qui sia e vegga la mia Biancifiore? Essaltata sia la vostra potenza! -. E rimirando Biancifioresi ricordava di tutti i passati pericolii quali nulli essere stati estimava veggendo leitenendo che per così bella cosa a molto maggiori ogni uomo si dovria mettere. Poi fra sé diceva: - DehBiancifioresai tu ch'io sia qui? Se tu il saicome ti puoi tu tenere di venirmi ad abbracciare? E se tu nol saiperché t'è tanto bene celato e tanta gioia quanta io credo che tu avresti vedendomi? Come ti poss'io sì presso dimorare che tu non mi senta? Mirabile cosa mi fai vederecon ciò sia cosa che a me non prima giugnendo in questi porti vidi la terrache 'l cuore cominciò a battere fortesentendo la tua potenza: e questo fu alla mia ignoranza infallibile testimonio che tu qui eri. Ohse il mio iniquo padre e la mia crudele madre che io per te a tale pericolo mi fossi messoquale io sonoe ora così vicino ti stessi com'io stosapesseroappena ch'io creda che la paura e 'l dolore non gli uccidesse! Dehquanto m'è tardi che io manifestare mi ti possa! Io non posso rimirandoti sentire perfetta gioiasappiendo che tu nol sappi -. In questa maniera servito da Glorizia celatamente dimorò Filocolo tutto il giornoil quale egli estimava che mai meno non venissetanto gli parea più che gli altri passati maggioree ben che lungo gli paressenon però di mirare Biancifiore in quello si poté saziare. Ma poi che 'l giorno alla sopravegnente notte diede luogoGloriziaacconciato il letto di Biancifiore e bassate le cortinetrasse Filocolo del luogo dove stavae lui di dietro alle cortinecome detto gli aveariposepregandolo che s'attendesse e in quella maniera facesse che a lei la mattina promesso avea.

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Mancati i giuochi e le feste delle pulcelle per la sopravenuta notteBiancifiore con Glorizia se ne vennero nella gran camera per dormirsi. E sì come per adietro erano usatecominciarono di Filocolo nuove cose a ragionare e molte: e Biancifioreche una cintoletta di Florio aveala quale lungo tempo avea guardataquella tenendo in manoaltro che baciarla non facea. E in questa maniera dimorandoGlorizia disse: - Biancifiorese Iddio ciò che tu disideri ti concedavorresti tu che Florio fosse qui teco ora in diritto? -. Gittò allora Biancifiore un gran sospiroe poi disse: - Oimèdi che mi domandi tu ora? E' non è niuna cosa nel mondo che io più tosto volessiche io vorrei che Florio qui fosseben che male sia a disiderare ciò che non si può avere: avvegna chese io che sono femina fossi fuori di questa torrecome io imprigionata ci sono dentroe la mia libertà possedessicom'io credo ch'egli la sua posseggaio non dubiterei d'andarlo per tutto il mondo cercandoinfino che io il troverei; e se avvenisse checosì com'io dimoro rinchiusaegli rinchiuso dimorasseniuna via sarebbe che io non cercassi per essere con lui; e quando ogni via da potere essere con lui mi fosse toltacerto io m'ingegnerei di commettermi a' paurosi spiritiche mi vi portassero. Non so se questo egli per me facesse -. - Come - disse Glorizia - vorresti tu metter Florio a tanto pericoloquanto gli potrebbe seguirese egli venisse qui? Non pensi tu chese l'amiraglio in alcun modo se n'avedessetu e egli morreste sanza alcuna redenzione? -. - Certo - disse Biancifiore - credere dei che niuno suo pericolo io vorrei: prima il mio disidererei. Ma se io avessi lui testeso alquantodella mia morte io non mi curereise avvenisse che però morire mi convenisseanzi contenta n'andrei agl'immortali secoli: ma se a lui altro che bene avvenisseoltre misura mi dorrebbe. E certo io m'ucciderei avanti che io vedere lo volessi -. - Or ecco - disse Glorizia - tu nol puoi avere; egli non c'èné ci può venire: è alcuno altro che tu disiderassi oche poi che tu non vedesti luiti sia piaciuto? -. Con turbato viso rispose Biancifiore e disse: - O Gloriziaper quello amore che tu mi portipiù simili parole non mi dire. Elli non è nel mondo brievemente uomo cui io disideri né che mi piacciase non egli: e poi ch'io lui non vidie' non mi parve vedere uomonon che alcuno me ne piacesseavvegna che egli a torto ebbe già oppinione ch'io amassi Filenoil quale me molto amòma da me mai non fu amato. Cessino gl'iddii da me che alcuno mai me ne piaccia se non Florioo che io d'altrui che sua sia già maimentre queste membra in vita saranno col tristo corpo: e poi che l'anima ancora di questo si partiràove che ella vadasarà sua e lui a mio potere seguirà. E voglioti dire nuova cosache poi che tu stamane mi dicesti la veduta visioneentrando io in questa camerail cuore mi cominciò sì forte a battereche mai non mi ricorda che sì forte mi battessee giuroti per gli etterni iddii che ovunque io sono andata o statae' m'è paruto avere allato Florio: per che io porto ferma speranza ch'egli per lo mondo mi cerchicome tu mi dicesti che credevie forse in questo paese dimora -. - Siene certa - le disse Glorizia.

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Andavasene la notte con queste parolee Filocolo di dietro alla cortina ascoltava il ragionare di queste due e tal volta di nascosa parte Biancifiore rimiravae con ferventissimo disio volea dire: - Io son quiil tuo Florioil quale tu tanto disideri! -. Ma per la promessa fede e per paura del mostrato pericolo si ritenea: elli gli parea ogni ora un anno che Glorizia tacessee Biancifiore andasse a dormire; ma del suo disio il contrario avveniache mai Biancifiore tanto vegghiato non aveaquanto quella serainvescata alle parole di Gloriziavegghiava. Ma poi che Gloriziavinta dal sonnolasciò Biancifiore e nella vicina camera andò a dormireBiancifiore si coricò nel ricco lettoe per quello stendendo le bracciae più volte cercandolo tuttonon potendo dormirecosì quasi piangendo cominciò a dire:

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- O Floriosola speranza miagl'iddii ti concedino migliore notte che io non ho; gl'iddii ti conservino in quella prosperità e in quel bene che tu disiderie a te e a me concedino ciò che licito non ci fu potere averee mettanti in cuore di ricercarmiavvegna che assai lontana ti dimori. Ma saper puoi che per amore di te io sostengo le non meritate tribolazioni; e però quello amore che me non lasciò vincere alla paurache del tuo padre avere doveache io pure non ti amassivincati a far sì che io da te sia ricercata. Non ti ritengano le minacce del tuo padrené le lusinghe della tua madre. Speraché io non ho altro bene nel mondo che tené d'altrui attendo soccorso se non da te. O dolce Floriopossibile mi fosse ora nelle mie braccia ritrovarti! Oh quanto bene avrei! Certo io non crederei che la fortuna o gl'iddii mi potessero poi far male. Io ti bacerei centomila volte; e appena che queste mi bastassero! Oh quante volte sarieno da me baciati quelli occhiche con la loro piacevolezza prima mi fecero amor sentire! Io strignerei con le sconsolate braccia il dilicato collo tantoquanto il mio disio avanti si distendesse. Dehora ci fossi tu: che è a pensare che una timida giovine dorma sola in così gran letto come fo io? Tu mi saresti graziosa compagnia e sicura. O santa Venerequando sarà che la 'mpromessa da voi fatta a me s'adempia? Viverò io tanto? Appena che io il creda. Io ardo: io non posso sostenere le vostre percossema impossibile conosco che 'l mio disio ora s'adempiatanto gli sono lontana; ma in luogo di ciòo Citereamanda nel petto mio soave sonnoe quello che io veramente aver non possofammelo nel sonno sentire. Contenta con questo il mio disireacciò che alquanto si mitighi la mia pena. Or eccoio m'acconcio a dormiree attendo nelle mie braccia il disiato bene. O santa deaio gli lascio il suo luogo: venga con grazioso diletto a meio te ne priego -. Queste parole dicendoogni volta ch'ella ricordava Floriogittava un grandissimo sospiroe con le braccia distese verso quella parte dove Filocolo nascoso dimoravacon faticadopo molti sospiris'adormentò.

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Filocolo udiva tutte queste parolee più volte fu tentato di gittarlesi in braccio e di dire: - Eccomiil tuo disio è compiuto! -. Ma poi dubitando si riteneae con disiderio attendea ch'ella s'addormentasse; ma poi che la vide dormirepianamente spogliandosi infra le distese braccia si miselei nelle sue dolcemente recando. Ma già per questo la bella giovane non si destòné Filocolo destare la volea prima ch'ella per sé si destasse; anzitenendola in bracciodicea: O dolce amor mioo più che altra cosa da me amataè egli possibile a credere che tu sii nelle mie braccia? Certo io ti tengo e stringotie appena il credo -. Luceva la camerasì come chiaro giorno fosseper la virtù de' due carbunculi; per che egli riguardandola dicea: - Certotu se' pur la mia Biancifioree non m'inganna il sonnocome già molte volte m'ha ingannatoché ora pur vegghiando ti tengo. Ma tu che poco inanzi cotanto nelle tue braccia mi disideravisecondo il tuo parlarecome puoi ora dormire avendomi? Non mi sente il tuo cuoreil quale so che continuamente vegghia ricordandosi di me? O bella donnadestatiacciò che tu conosca chi tu hai nelle tue braccia. Veramente tu n'hai ciò che tu in sogno alla santa dea domandavi. Destatio vita miaacciò che tu più allegra ch'altra femina col più lieto uomo del mondo ti ritruovie prendi la 'mpromessa della santa dea. Destatio sola speranza miaacciò che tu vegga quello che agl'iddii è piaciuto: tu tieni nelle tue braccia quello che tu disiderie nol sai. Ors'io ti fossi testé toltocome ti sarebbe in odio l'aver dormito! Destatie prendi il disiderato benepoi che gl'iddii ti sono graziosi -. Egli dice queste e molte altre parolee ad ogni parola cento volte o più la bacia. Eglitirate indietro le cortinecon più aperto lume la riguarda e sovente l'anima alienata richiama. Egli la scuopre e con amoroso occhio rimira il dilicato pettoe con disiderosa mano tocca le ritonde mennebaciandole molte volte. Egli distende le mani per le segrete partile quali mai amore ne' semplici anni gli avea fatte conosceree toccando perviene infino a quel luogo ove ogni dolcezza si richiude: e così toccando le dilicate partitanto diletto prendeche gli pare trapassare di letizia le regioni degl'iddii; e oltre modo disidera che Biancifiore più non dorma e a destarla non ardisceanzi con sommessa voce la chiama e tal volta strignendolasi più al petto s'ingegna di fare che ella si desti. Ma l'animache nel sonno le parea nelle braccia di colui starenelle cui il corpo veramente dimoravanon la lasciava dal sonno isviluppareparendole in non minore allegrezza essere che paresse a Filocoloche lei tenea. Ma poipur costretta di destarsitutta stupefatta stringendo le braccia si destòdicendo: - Oimèanima miachi mi ti toglie? -. A cui Filocolo rispose: - Dolce donnaconfortatiche gl'iddii mi t'hanno datoniuna persona mi ti potrà torre -. Ella udita la voce umanastordita del sonno e di paurasi volle fuori del letto gittare e gridare e chiamare Gloriziama Filocolo la tenne fortee subitamente le disse: - O giovane donnanon gridare e non fuggire colui che più t'ama che sé: io sono il tuo Florioconfortati e caccia da te ogni paura -. Tacque costei maravigliandosieparendole la sua vocedisse: - Come può essere che tu qui sii ora ch'io ti credea in Ispagna? -. - Così ci sono come gl'iddii hanno voluto - rispose Filocolo- e però rassicurati -. Pareano impossibili queste parole ad essere vere a Biancifioree riguardandolo le parea dessoe rallegravasie non credendolotutta di paura tremava.

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In questa maniera Filocolo confortandolae da lei la paura cacciando con vere paroledimorarono alquanto. E ella in più modi accertatasi che desso eracioè Floriocolui cui ella tenea in bracciosospirando lo incominciò ad abbracciare e a baciaretanto amorosamente e tanto lieta in se medesimache appena le bastava a tanta letizia la vita; e così gli disse: - O dolce anima miacosa impossibile a credere mi fai vedere; dimmiper quegl'iddii che tu adoricome venisti tu qui? -. A cui Filocolo rispose: - Donna miacosì ci venni come fu piacere degl'iddii. Non è benementre ciascuno di noi si maraviglianarrare il modo: ma rallegrati che sano e salvoe più lieto ch'io fossi mainelle tue braccia dimoro -. - Di ciò mi rallegro io moltoma io non posso fare ch'io non sia nella mia allegrezza impedita - disse Biancifiore- pensando a qual pericolo tu per venire qui ti sii messo -. Rispose Filocolo: - Poi che prosperevolemente gl'iddii hanno il mio intendimento recato al disiderato finedi che tu ti dei rallegrarenon pensiamo più a' passati pericolispendiamo il tempo più dilettevolementeperò che incerti siamo quanto conceduto ce ne fiamentre nell'altrui mani dimoriamo -.

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Cominciaronsi adunque i due amanti a far festa l'uno all'altroe ciascuno i disiderati baci sanza numero s'ingegnava di porgere all'altro. Forte saria a potere esprimere la gioia e l'allegrezza di loro due: ma chi tal bene già per suoi affanni gustòqual fosse il può considerare. E mentre in questa festa dimoranoBiancifiore dimanda che sia del suo anelloil quale Filocolo nel suo dito gliele mostra. - Omai - disse Biancifiore - non dubito che l'agurio ch'io presi delle parole di tuo padrequando davanti gli presentai il paonenon venghino ad effettoche disse di darmiavanti che l'anno compiesseper marito il maggior barone del suo regno: e certo di te intesidi cui io non sono ora meno contentaavvegna che passato sia l'annoche se avanti avuto t'avessipure ch'io t'aggia -. A cui Filocolo disse: - Bella donnaveramente verrà ad effetto ciò che di quelle parole dicesti; né credere che io sì lungamente aggia affannato per acquistare amicama per acquistare inseparabile sposala quale tu mia sarai. E fermamenteavanti che altro fra noi siacol tuo medesimo anello ti sposeròalla qual cosa Imineo e la santa Giunone e Venerenostra deasiano presenti -. Disse adunque Biancifiore: - Mai di ciò che ora mi parli dubitaie con ferma speranza sempre vivuta sono di dovere tua sposa morire; e però levianci di quie davanti alla santa figura del nostro iddio questo facciamo: ellinostro Imineoelli la santa Giunone e Venere ci sia -.

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Levatasi adunque Biancifiore e copertasi d'un ricco drappoe similmente Filocolodavanti alla bella imagine di Cupido se n'andaronoe quella di fresche frondi e di fiori coronatadavanti ad essa accesero risplendenti lumie amenduni s'inginocchiarono. E Filocolo primamente cominciò così a dire: - O santo iddiosignore delle nostre mentia cui noi dalla nostra puerizia avemo con intera fede servitoriguarda con pietoso occhio alla presente opera. Io con fatica inestimabile qui pervenutocerco quello che tu ne' cuori de' tuoi suggetti fai disideraree questa giovane con indissolubile matrimonio cerco di congiungermial quale congiungimento ti priego niuna cosa possa nuocereniuno vivente dividerlo né romperloniuno accidente contaminarloma per la tua pietà in unità il conserva: e come con le tue forze sempre i nostri cuori hai tenuti congiunticosì ora i cuori e' corpi serva in un volerein un disioin una vita e in una essenzia. Tu sii nostro Imineo; tu in luogo della santa Giunone guarda le nostre facelline e sii testimonio del nostro maritaggio -. A questa ultima vocela figuradando con gli occhi maggiore luce che l'usatomostrò con atti i divoti prieghi avere intesie movendosi alquantoverso loro inchinandosi fece ne' sembianti più lieta. Per che Biancifioreche simile orazione avea fattadisteso il ditoricevette il matrimoniale anello; e levatasi susocome sposavergognosamente dinanzi alla santa imagine baciò Filocoloe egli lei. E dopo questocorrendo n'andò al letto di Gloriziadicendo: - O Glorizialeva suvedi ciò che gl'iddii per grazia hanno voluto di quello che noi questa sera e ieri tanto ragionammo -. Levossi Gloriziamostrandosi nuova di ciò che Biancifiore le dicevae venuta in presenza di Filocolo gli fece mirabilissima festa; e veduto ciò che fatto aveanocontenta oltre misura disse: - E comecosì tacitamente da voi tanta festa sarà celebrata sanza suono? Negati ci sono gl'idraulici organi e le dolci voci della cetera d'Orfeo e qualunque altro citeristama io con nuova nota supplirò il difetto -. E preso un bastonettotutti e quattro i cari alberi percossee quindi dolcissima melodia in diversi versi si sentì: la quale tantoquanto di loro fu piaceredurò. Ma dopo molti ragionamentigià gran parte della notte passataciascunofatti tacere i cantial letto si ritornò.

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O allegrezza inestimabileo diletto non mai sentitoo amore incomparabilecon quanto effetto congiugneste voi i novelli sposi! Pensinlo le dure mentinelle quali amore non puote entrarepensinlo i crudi animi: e se questo pensandonon divengono mollicredasi che graziosa virtù in loro abitare non possa! Nelli disiderati congiugnimenti si poterono per la camera vedere fiaccole non accese da umana manoné da quella portate. Ivi si poté vedere Imineo in figura vera coronato d'ulivae Citerea fare mirabile festa intorno al suo figliuolo; e non ch'altro iddioma Diana vi si vide rallegrarsi di tanto congiugnimentolaudandosicantando santi versiche sì lungamente l'uno all'altro avea sotto le sue leggi guardati casti. Dilettaronsi i due amanti convenevole spazio negli amorosi congiugnimentie ultimamente del tempo quasi fino presso al giorno dierono a diversi ragionamenti: poi vinti dal sonnoabbracciati soavemente dormendo stettero tantoche il sole luminò ciascuno clima del nostro emisperio con chiara luce.

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Destati quasi ad un'ora amenduni gli amanti si levarono lietie Biancifiore vide Filocolo vestito in quella forma che Glorizia le avea detto d'averlo veduto nella sua visionee maravigliandosene gliele raccontò; di che Filocolopensando al modo del parlare di Gloriziaalcuna ammirazione non presema disse: - Gran cose mostrano gl'iddii future a coloro cui essi amano! -. E da Glorizia servitiquel giorno insiemenarrando l'uno gli accidenti suoi all'altrocon piacevole ragionamento dimorarono. Ma a Filocologli occhi di cui pure a quelli d'Amore correanovenne disio di sapere che quella figura quivi adoperassee dimandonne Biancifiorela quale così gli disse: - Io non so per che qui posta si fossené mai ne domandaise non che io estimo che per bellezza e ornamento della camera ci fosse posta; ma ciò che io nel cospetto di questa figura sovente faceami piace di raccontarti:

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Riguardando io questa imagine e considerando la bellezza d'essa, sovente di te mi ricordava, perché, avvegna che promesso mi fosse da Venere questo effetto a che pervenuti siamo, parendomi impossibile, temendo d'averti perduto, di questa te, qual Sirofane egiziaco fece del perduto figliuolo, feci: e sì come quelli di fiori e di frondi ornava la memoria del figliuolo, davanti a lei della sua dissoluzione dolendosi, così io di questa facea. Io l'ornava di fiori e di frondi spesso, e per suo propio nome la chiamava Florio: e quand'io disiderava di vederti, a questa vedere correa, alla quale contemplare fui più volte dalle mie compagne trovata. Con questa, come se con meco fossi stato, de' miei dolori e infortunii mi dolea, con costei piangea, con costei i miei disii narrava, costei in forma di te pregava che m'aiutasse, costei onorava; a costei gli amorosi baci, che a te ora effettuosamente porgo, porgea, costei pregava che di me le calesse, costei in ogni atto sì come se tu ci fossi stato, trattava. E certo, la mercé di colui per cui posto c'è, elli alcuno, avvegna che picciolo, conforto mi porgea, per che io sovente a con costui dolermi e a baciarlo com'io t'ho detto, tornava-.

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Niuno infortunioniuno accidente all'uno o all'altro era intervenutopoi che divisi furonoche quel giorno non si raccontasseavendo l'uno dell'altro non poca ammirazione e diletto. Ma venuta la notte si coricaronocontinuando gran parte di quella vegghiando con piacevoli ragionamenti e con amorevoli abbracciamenti; per che poivinti dal sonnooltre al termine della notte dormirono per lungo spazio; perché la fortunaancora alle prosperità loro non fermacon inoppinato accidente s'ingegnò d'offenderli con più grave paura che ancora offesi gli avessein questo modo.

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L'amiraglio pieno di malinconiaforse per disusato pensierocercaper fuggir quellala bellezza di Biancifiore vederecredendo in quella veramente ogni potenza di gioia renderefar dimora. E partitosi d'Alessandria la terza mattina vegnente poi che le rose presentate aveaessendo ancora molto nuovo il solese ne venne alla bella torresopra la qualecome tal volta suo costume erasubitamente montò sanza alcun compagno. E giunto nella gran salaalla camera di Biancifiore pervennedonde Glorizia poco avanti era uscita e serratala di fuori. Questa apertapassò dentroe nella sua entrata corsogli l'occhio al letto di Biancifiorevide lei con Filocolo dormire abbracciati insieme: di che rimaso tutto storditoquasi di dolore non morio. Ma pur sostenendoli la vita di riguardare costorolungamente li rimirò e fra sé dicea: - O Biancifiorevilissima puttanatolgano gl'iddii via che tu delle mie mani la vita porti: tu morrai uccidendoti io. Tuda me più che la vita mia per adietro amatahai con isconvenevole peccato meritato odio; e tula quale io con sollecitudine ho infino a qui ingegnatomi dal congiungimento di qualunque uomoe ancora dal mio medesimoche d'avere i tuoi abbracciamenti tutto ardeaho guardataora per tua malvagità congiuntati con non so cuila morte debitamente hai guadagnata: e io la ti darò. Tu sarai miserabile essemplo a tutte l'altre che per inanzi volessero ardire di cotal fallo commettere. Una ora amenduni vi perderàe la tua vituperata bellezza perirà sotto la mia spada: niuna bellezza mi farà pietoso -. E queste parole dicendotrasse fuori la tagliente spada e alzò il braccio per ferirli; ma Venusnascosa nella sua lucestando presentenon sofferse tanto malema messasi in mezzo ricevette sopra lo impassibile corpo l'acerbo colpoil quale sopra i dormenti amanti discendea: per che niente furono offesi. E il pensiero subito si mutò all'amiraglioparendogli vil cosa due che dormissero uccideree la sua spada fedare di sì vile sangue: per che egli tiratala indietrola riposee sanza destarli si partì della camerainfiammato contra loroe in tutto deliberando nell'acceso animo di tal fallo farli punire. E sceso dell'alta torresanza essere da persona scontrato o vedutotrovati i sergenti suoi lui aspettanticomandò che sanza indugio alla camera di Biancifiore salisseroe lei e colui che con lei troveranno ignudocosì ignudi strettamente legasseroe giuso dalla finestraonde i fiori erano stati collatigli mandassero nel pratosanza avere di loro misericordia alcunao sanza niuno priego ascoltare.

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Mossesi sanza ordine la scelerata masnadae allegri del male operare salirono le disusate scale e pervennero alla bella camerala quale ancora come l'amiraglio lasciata l'avea trovarono. Passano dentroe veggono i due amanti abbracciati dormire: maravigliansi delle bellezze di ciascuno. Ma già per questo niuna pietà ramorbidisce i duri cuori: le scelerate mani legano i giovani colpevoli per soperchio amore. Niuno da tanta crudeltà si tira indietroma ciascuno più volentieri li stringee prendendo diletto di toccare la dilicata giovaneper merito di quello aggiungono più legami. Toccano le ruvide mani le dilicate carnie gli aspri legami e duri li stringonoe li disordinati romori percuotono l'odorifero aere; per che i due amanti stupefatti si svegliano. E veggendosi intorno il disonesto popolosi volsero levare per fuggirema i non ancora sentiti legami li 'mpedirono; e non vedendosi alcuno altro aiuto o rimediocon dolorosa voce domandano che questo sia. Con vergognose parole è loro risposto: - Voi siete per le vostre opere morti -. La miserianella quale la non stante fortuna gli avea recatiniuna risposta lascia porgere convenevole a' dolenti prieghi. Biancifiorein reale eccellenzia vivuta infino a quiora come vilissima serva trattataè dispregiata da' disonesti parlamenti della sconvenevole gente. E Filocoloal quale i maggiori baroni soleano porgere dilicati servigipercosso e con le mani e con villane paroleda' più vili è schernito. Biancifiore piange né sa che diree stordita non può pensare come avvenuto sia il doloroso accidente. E il romore multiplica per la torre: corre Glorizia e corrono l'altre damigelle; ciascuna prima si maravigliapoi per pietà piangee la bella salache mai dolente voce sentita non aveaora di quelle ripiena risonando mostra il dolore maggiore. Niuna può a Biancifiore soccorso donarema disiderose della sua salutelagrime e prieghi per quella porgono agl'iddii. Niuna si fa schiva di rimirare lo ignudo giovanema notando le sue bellezzecol pensiero menomano la colpa di Biancifiore. I contrarii fati sospingono i sergenti ad affrettarsi d'adempiere il comandamento del signoreper che i due amanti legati sono collati con lunga fune giù della torre: e acciò che ad alcuno non sia occulto il commesso peccatovicini al prato rimangono sospesi. La rapportatrice fama con più veloce corso rapporta il male e in un momento riempie i vicini popoli dell'avvenuto male: per che con abandonato freno ciascuno corre al disonesto straziovaghi di vedere ciò che pietà fa loro poi debitamente spiacere. I sergenti votano la torre di loroe armati con molti compagni guardano che alcuno non s'avvicini a' pendenti giovani. I quali tanto così legati pendonoquanto nel duro petto dell'amiraglio pende qual pena a tale offesa voglia dare; ma poi che con diliberato animo elesse che la loro vita per fuoco finissecomanda che nel prato siano posatie quivi in accesi fuochi siano sanza pietà messiacciò che di loro facciano sacrificio a quella deale cui forze agli sconvenevoli congiugnimenti gli condusse. Udito il comandamentoi fuochi s'accendonoe i due amanti sono messi in terrae ignudi con sospinti passi sono tirati all'ardenti fiamme.

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Piangendo Biancifiore così col suo amante sospesaFilocolo con forte animo serrò nel cuore il doloree col viso non mutato né bagnato d'alcuna sua lagrima sostenne il disonesto assalto della fortunala qualeperché l'angoscia dell'animo non menominiuna sua felicità gli leva della memoria. Eglivedendosi solo e sanza speranza d'alcuno aiutole forze de' suoi regni fra sé ripetee loroper adietro poco amateora avria molto care. Egli si duole degli abandonati compagninescii di tale infortunioda' quali soccorso spererebbese credesse che 'l sapessero. Eglipensando alla vile morte che davanti si vedeappena può le lagrime ritenere. Ma sforzando col senno la pietosa naturaquelle dentro ritienee dopo alquanto pensierocon gli occhi a se medesimo volticosì fra sé cominciò a dire: - O inoppinato caso! O nimica fortuna! Ora l'ultimo fine delle tue ire sopra me sazierai. Ora i lunghi tuoi affanni finirai. Tu per molti strabocchevoli pericoli m'hai recato a sì vile finenon sostenendo più voltequando il morire m'era a gradoche vita mi fallisse. Ohquante volte sarei io potuto morire con minor doglia che ora non morròe più laudevolmente! Se tuo iniquissima deaavessi sostenuto che iola prima volta ch'io da costei mi partiifossi nelle sue braccia mortocom'io cercavasentendo io per la mia partita intollerabile doloregl'iddii infernali avriano presa lieta la mia anima! O almeno m'avesse la ingiusta lancia del siniscalco passato il cuorequando con luimai più non usato all'armicombattei! O mi fosse stato licito l'uccidermiquando costei tanto piansicredendola morta! Almeno qualunque di queste morti presa avessinel cospetto della mia madre sarei mortoe ella col mio padre insieme il pietoso uficio avrebbero adoperatoguardando poi le mie ceneri con pietoso onorele quali mai non rivedràse Eolo con le sue forze non le vi porta mescolate con ravolti nuvoli e con la non conosciuta arena. Orase tu forse questa misera grazia agl'indegni parenti non volevi concedereperché nelle marine ondedove la spaventevole nottedella quale io ho poi sempre avuto pauratanto mi spaventastinon mi facesti ricevere a' marini iddii? E ben che assai mi fosse stata dura la morteperché più presso era a' miei disiril'avrei io più tosto volutaquando nelle tue mani mi rimisinascondendomi sotto le frondi mobili sì come tu. Perché allora così la persona miacome i capellinon palesasti agli occhi del nimico? Tucrudelissimadi questi e di molti altri pericoli m'hai campatonon per grazia ch'io aggia nel tuo cospetto avutama per conducermi a più disprezzevole finecome ora hai fatto. E certo tutto questo mi saria assai meno grave a sostenerese a sì fatta vergogna mi vedessi solo. Oimèquanto m'è grave a pensare che colei cui io amo sopra tutte le cose del mondocolei per cui i passati pericoli mi sono paruti leggieri a sostenere per vederlacolei che me più che io lei amami sia compagna a sì vile morte! O Filocolopiù ch'altro uomo miserohai tu tanto affanno durato per conducere la innocente giovene a sì vile fine? Ella muore per tee per te un'altra volta a simil morte fu condannataper te venduta e per te vituperata. La fortunaforse verso lei pacificatal'apparecchiava degna felicità alla sua bellezzase tu non fossi statoe però tu giustamente muori. Ma ella perchécon ciò sia cosa ch'ella non sia colpevole? Sola l'angoscia di lei mi duoleché la mia io la passerei con minore gravezza! O crudel padreo dispietata madreoggi di me rimarrete quieti: voi non mi voleste pacificamente averee voi oggi di me vedovi rimarrete. Né vi concederà la fortuna di chiudere i miei occhi nella mia mortené di riporre le mie ceneri ne' cari vasi. Oggi della vostra nimica Biancifioreda voi con tante insidie perseguitatasarete diliberatima non sanza vostra tristiziané potrete per me spandere lagrimeche per lei similemente non le spandiate. Un giornouna orauna morte vi ci torrà: e non ingiustamenteché convenevole cosa è che chi non vuole il bene quietamente possedereche tribolando sanza esso viva. Rimanete adunque in etterno doloree di tal peccato siano gl'iddii giusti vendicatori. O gloriosi iddiinon si parta del vostro cospetto inulta la iniquità del mio padre. O sommi governatori de' cielii quali in tanti affanni avete le mie fiamme uditeaiutate la innocente giovane. Venga sopra meil quale ho commessa l'offesala vostra indignazione. O Imineoo Iunoo Venerei quali io l'altra nottese io non erraividi per la lieta camera portanti i santi fuochi del novello matrimonioriservatevi Biancifiore al buono agurio di quellie se alcuna infernale furia fu tra voi con quelli mescolatao se alcun gufo sopra noi cantòcaggiano sopra me i tristi agurii. Io non curo della mia morteperò che io l'ho con ingegno cercata: sia solamente costeiche per me sanza colpa muoreaiutata da voi -.

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Biancifiorepiena di paura e di vergogna e di dolore incomparabilepiangeae i suoi occhi né più né meno faceano che fare suole il pregno aerequando Febo nella fine del suo Leone dimoracheporgendone acqua di più basso luogocon più ampia gocciola bagna la terra: l'una lagrima non attendea l'altra. Ella avea il suo viso e 'l dilicato petto tutto bagnatoe simile quello di Filocolosopra 'l quale gli occhiche non ardivano di riguardare in parte dove riguardati fosserotenea. Essa tal voltasentendo per li legami aspra dogliaalzava gli occhirimirando nel viso Filocoloper vedere se a luicome a leidolevadisiderando d'avere più di lui che di sé compassionee vedendolo solamente sanza lagrime turbatosi maravigliavae non meno le piacea vederloben che in mortale pericolo si vedesseche piaciuto le fosse qualora più lieti mai si videro. Ma pensando che brieve tale diletto convenia essere per la sopravegnente mortemossa da compassione debitacosì fra sé cominciò a dire:

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O nimica fortuna, qual peccato a sì vile fine mi conduce, avendomi in vita tenuta con più miserie ch'altra femina, io nol conosco. Io misera, composta da Cloto, fatale dea, nel ventre della mia madre fui cagione del crudel tagliamento fatto del mio padre, e per consequente, nella mia venuta nel tristo mondo, cacciai di vita la dolente madre. Impossibile mi fu di conoscere i miei genitori: e nata serva, mai la mia libertà non fu ridomandata. Ma gl'iniqui fati, apparecchiati di nuocermi, m'apparecchiavano peggio. Io, formata bella dalla natura, fui a me per la mia bellezza cagione d'etterni danni, dove l'altre ne sogliono graziosi meriti seguitare. Se io fossi di turpissima forma stata, lo indissolubile amore, tra me e Florio generato per iguale bellezza, ancora saria ad entrare ne' nostri petti: e così io non sarei stata dal suo padre odiata e condannata alle prime fiamme. Io non sarei stata comperata prima da' mercatanti e poi dall'amiraglio, ma ancora mi sarei nelle reali case, e così fuor di pericolo io e altri sarebbe. O bellezza, fiore caduco, maladetta sii tu in tutte quelle persone a cui nociva t'apparecchi d'essere! Tu principale cagione fosti dello ardente amore che costui mi porta; tu gli levasti la luce dello 'ntelletto, e la ragione, per la quale conoscere doveva me, femina vile, non essere da essere amata da lui; tu di migliaia di sospiri l'hai fatto albergatore: tu degli occhi suoi hai fatto fontane di dolenti lagrime; tu infiniti pericoli gli hai fatti parer leggieri, per venirti a possedere: e ora posseduta, a questo vilissimo fine l'hai condotto. Ahi, dolorosa me, perché insieme con la mia madre non morii quand'io nacqui? Quanti mali sarieno per un solo male spenti! Il siniscalco saria vivo, e 'l valoroso cavaliere Fileno non saria perduto in sconvenevole essilio; Florio ora a tal pericolo non saria, ma lieto ne' suoi regni aspetteria la promessa corona, e i miseri padre e madre, che di lui debbono udire la vituperosa morte, viverieno lieti del loro figliuolo, del quale ancora più dolenti morranno. Oimè misera, a che morte son io apparecchiata! Al fuoco! Il fuoco caccerà de' fermi petti l'amoroso fuoco. Quel fuoco che il mare, né la terra, né paura, né vergogna, né ancora gl'iddii hanno potuto spegnere, il fuoco lo spegnerà. Oggi di perfetti amanti torneremo nulla. Oggi sarà biasimata e tenuta vile la nostra gran costanza e fermezza d'animi. Oggi congiunte cercheranno le nostre anime gli sconosciuti regni. Oggi scalpiteranno i piedi e moveranno i venti le ceneri già credute serbarsi a splendidi vasi. Oggi la forza di Citerea fia annullata. O dolente giorno, di tanti mali riguardatore, perché nel mondo venisti? O Apollo, a cui niuna cosa si nasconde, perché la tua luce ne desti? Tu mostrandoti chiaro insieme ti mostri crudele, però che già per minori danni nascon desti i raggi tuoi a' mondani. Oimè, Florio, a che vile partito mi ti veggio avanti! Oimè, come può l'anima sostenermi tanto in vita, pensando che nol siamo cagione di commovimento a tutta Alessandria, pensando che tante migliaia d'occhi solamente noi guardino, solamente di noi ragionino, solamente di noi pensino, pensando ancora con quanto vituperoso parlare sia da' riguardanti ciascuna parte di noi, che ignudi a' loro occhi dimoriamo, sia riguardata? Caro ne saria il campare, ma non il vivere in questo luogo. O sommi iddii, i cui pietosi occhi il mio peccato ha rivolti altrove, che ha meritato Florio, che questa morte sia da voi sofferto ch'egli sostenga? Egli ha amato, e amando ha fatto quello che voi già faceste. Costretto è ciascuno di seguire le leggi del suo signore. Egli fece quello che Amore gli comandò; ma io, malvagia femina, non servai il dovere all'amiraglio, sotto la cui signoria mi stringieno i fati. Io sola peccai, dunque io sola merito di morire; muoia dunque io, e Florio, che niente ha meritato, viva. O iddii, se in voi pietà alcuna è rimasa, purghisi l'ira vostra e quella dell'amiraglio sopra me. Se Florio campa, io contenta piglierò la morte. Cessi che per me, vile femina, muoia un figliuolo d'un sì alto re! Oimè, or che dimando io? Già è manifesto che i miseri indarno cercano grazia. Oimè, come tosto è in tristizia voltata la brieve allegrezza! Oh, quanto è picciolo stato lo spazio del nostro matrimonio, il quale noi pregavamo gl'iddii che 'l dovessero etternare! Certo per sì picciolo spazio sanza prieghi potevamo passare, adoperando il tempo ne' baci che si doveano finire per ischernevole morte. Oimè, ch'io m'allegrava parendomi l'agurio delle parole dello iniquo re poter prendere con effetto buono! Ma i fati, che dolente principio m'hanno sempre in ogni mia cosa donato, non consentono ch'io senta lieto fine. O vecchio re Felice o reina, nell'effetto al tuo nome contraria, con che cuore ascolterete voi il misero accidente? Or saravvi possibile a vivere tanto, che 'l tristo apportatore di tale novella abbia compiuto di dire che 'l dilicato corpo di Florio sia stato dalle fiamme consumato? Io non so, ma forte mi pare a pensare che sì. Io son certa che se voi vivete, mentre vi basterà la lingua alle parole, mai in altro, che in maledizione della mia anima non moverete quella; e se morite, fra le nere ombre sempre come nemica mi seguirete, e non sanza ragione. O iddii, consentite, se i miei prieghi niuno merito acquistano nella vostra presenza, che Florio campi, se possibile è, e io, degna di morire, muoia. La sua vita, ancora molto utile al mondo, non si prolungherà sanza vostro grande onore: la mia, che a niuna cosa può valere, perisca, e sostenga il peso del vostro cruccio. Siami conceduta questa grazia, in guiderdone della quale il mio corpo da ora v'offero per sacrificio.

[131]

Ircuscomos e Flagrareovenuti de' libiani popolinel viso bruni e ferocico' capelli irsuti e con gli occhi ardentigrandi molto di personaerano dall'amiraglio fatti capitani de' suoi militie la notturna guardia della torre sotto la loro discrezione avea commessa. Questi dopo il comandamento dell'amiraglioarmati sopra forti destriericon molti compagni vennero nel pratointorniati di pedoni infiniti con archi e con saette. Essi fecero accendere due fuochi assai vicini alla torree fecero posare in terra Filocolo e Biancifioree tirare alle accese fiamme con villane parole. Quivi venutoFilocolo vide due luoghi per la morte di loro due apparecchiati; ond'eglisanza mutare aspettoalzò il viso verso Ircuscomos e disse: - Poi che agl'iddii e alla nimica fortuna e a voi piace che noi moriamosiane concessa in questa ultima ora una sola grazia; la quale faccendociniuna cosa del vostro intendimento menomerà. Noimiseridalla nostra puerizia sempre ci siamo amatie ben che nostro infortunio sia stato il non potere mai coi corpi insieme dimoraremai le nostre anime non furono divise: un volereun amore ci ha sempre tenuti legati e congiuntie un medesimo giorno ci diede al mondo: piacciavi chepoi che una ora ci toglieche similmente una medesima fiamma ci consumi. Siano mescolate le nostre ceneri dopo la nostra mortee le nostre anime insieme se ne vadano -. Ircuscomosche mai non avea apparato d'essere pietosofaccendo sembianti di non averlo uditocomandò che come era incominciato così i sergenti seguissero; ma Flagrareo con più benigno spirito disse: - E che ci nuoce il fargli di suo medesimo danno grazia? Con quella forza ardono le fiamme i dueche l'uno: siagli conceduto di morire con leicon cui la colpa commise -.

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Fu adunque Filocolo insieme con Biancifiore legato ad un palo e intorniato di legne. Le quali cose mentre si facevanoBiancifiore piangendo rimirava Filocolo e diceva con rotta voce e con vergogna: - O signore mio dolceove se' tu con affanni e con pericoli venuto ad essere messo vivo nelle ardenti fiamme! Oimèquant'è più il dolore ch'io di te sentoche quello che di me mi fa dolere! Oimèquanto m'è grave a pensare che tu per me sì vilmente sii dato a morire! I dolenti occhi non possono mostrare con le loro lagrime ciò che il cuore sentequalora io ti riguardo ignudo con meco insieme tra tanto popolo disposti a morire. O anima miache hai tu commessoche gl'iddiiche essere ti soleano benivolicosì sieno contro a te turbati e in tanta avversità t'abandonino? Perché ti nuoce il mio peccato? Maladetta sia l'ora ch'io nacquie che amore mise negli occhi miei quel piaceredel quale tuoltre al doveresempre se' stato innamoratopoi che a questo fine ne dovevi venire. Oimèch'io mi dolgo che tu per adietro m'abbi campata dall'altro fuocoper checampandomit'acquistasti morte. Io miseradegna di morirevolontieri muoioné mi saria grave il sostenere prima ogni penae poi questasolamente che tu campassi. Ahiquanto volentieri tal grazia e a Dio e al mondo dimandereise io credessi che conceduta mi fosse! Ma essi hanno avuto del nostro poco bene invidiae peròpiù disposti a' nostri danni che a piacernenon si moveriano ad alcun priego. Oimè miserache quel giorno che ci diede al mondoquel giorno la cagione di questa morte ne porse. Impossibile è ora alla tua madre credere che tu sii a questo partito; e i tuoi miseri compagni forse estimano che tu ora lietamente dimoriperò chenon essendo essi conosciutialcuno non dice loro questo accidente. Elli venuti lieti con tecoricercheranno dolentisanza tele ragguagliate acquee là dove me con teco credettero presentare al tuo padrela crudele morte di noi due racconteranno: per che il tuo regnorimanendo vedovocon dolore in etterno ti piangerà -.

[133]

Queste parole mossero il forte animo di Filocoloe le lagrimelungamente costrettecon maggiore abondanza uscirono fuori degli occhie così le cominciò piangendo a rispondere: - Quella pietà che io di me dovea averenon m'ha potuto vincereche io con forte animo non abbia mostrato di sostenere pazientemente il piacere degl'iddiimapensando a teha rotto il proponimento del debole animo. Tu con meco insieme miseraper la mia vita prolungaredisideri più pene che li fati ne porgonocara tenendo la mortese io campassie fatti colpevoledove manifestamente in me la colpa conosci. Ora in che hai tu offeso? Io ho fatto ogni male. Tu soavemente dormendoti nel tuo letto fosti con ingegni da me usati assalitaper che io debitamente morire dovrei. Io sotto giusto giudice dovria ogni pena portare: la qual cosa se fossee tu campassigrazioso mi saria molto; ma la fortunache sempre igualmente ci ha in avversità tenutiora al giusto per lo ingiusto non vuole perdonare morte. Io ho con meco questo anelloil quale la mia misera madre mi donò nella mia partitapromettendomi ch'egli avea virtù di cessare le fiamme e l'acque dal giovamento della vita di chi sopra l'avesse: la virtù di costui credo che 'l mio periclitante legnola notte che io in mare passai tanta tempesta con ismisurata pauraaiutasse. Però tienilo sopra di te: io non credo che la fortuna abbia avuta potenza di levargli la virtùla quale se levata non gliel hadi leggieri potrai campare. La tua bellezza merita aiutatoreil quale non dubito che tu troveraie rimanendo tu in vitamolto nel morire mi contenterai -. - Sia da me lontano ciò che tu parli - disse Biancifiore- ma tula cui vita è ad altrui e a me più che la mia carasopra te il tieniacciò che se gl'iddii altro aiuto ti neganoper la virtù di questo campi: la cui virtù già mi confortae più consolata al morire mi disponepensando ch'ella fia possibile ad aiutarti -. Così costoro con sommessa voce parlandoil fuoco fu acceso e l'ardore s'appressavaquandorifiutando ciascuno l'uno all'altro l'anellodi piana concordia piangendo s'abbracciaronoe con dolenti voci la morte attendendol'uno e l'altro dall'anello era toccoe dalle fiamme difesi: ma essiper debita paura del sopravegnente fummocon alte voci l'aiuto degl'iddii invocavano piangendo.

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Mossero le voci di costoro i non crucciati iddii a degna pietàe furono essauditi e con sollicita grazia aiutatiben che assai gli aiutasse l'anello. Venereintenta a' suoi suggetticommosse il cieloe per loro porse pietosi prieghi a Giovecol consentimento del quale e di ciascuno altro iddioil necessario aiuto si dispose a porgere. E involta in una bianchissima nuvolacoronata delle frondi di Penneacon un ramo di quelle di Pallade in manolasciò i cieli e discese sopra costoroe con l'una manocessando i fummi dintorno a' due amantia' circunstanti li volsee quel in oscurissima nuvola mantenendo bassicon noioso cocimento impediva i circunstanti da poter vedere dove Filocolo e Biancifiore fossedando a loro chiaro e puro aerenel quale tutta si mostrò loro e disse: - Cari suggettile vostre voci hanno commossi i cieli e impetrato aiuto; rassicuratevi: io sono la vostra Citereamadre del vostro signore. Questa sarà ultima ingiuria a voi e fine delle vostre avversitàdopo la quale voi pacificamenteavendo vinta la contraria fortunaviverete. Io v'ho recato segnale d'etterna pace: guardatelo infino che di qui uscirete. Marte per lo vostro aiuto stimola i tuoi compagni con sollecitudine; né prima di qui mi partiròche tu li sentirai cercare la vostra salute con armata mano -. E questo dettolasciato l'ulivo nelle loro mani si partìvolendo essi già ringraziarla.

[135]

La santa voce con intera speranza riconfortò gli sconsolati amantii quali con perfetto animo rendeano agl'iddii degne lode di tale aiuto; ma ben che il fummo rivolto alla circunstante gente impedisse il potere costoro vederenondimeno il furioso popolo e gli armati cavalieri dalla incominciata iniquità non ristavanoma crucciatipiù pronti s'ingegnavano di far male. Ircuscomos con una mazza ferrata in mano costringe i sergenti di ritrovare e d'ardere i giovani; Flagrareo dall'altra parte gli conforta al male operare. Ma invano adoperano: niuno li può rivederené alcuno non è possente di passare più oltre che il fummo si stenda. L'ira s'accende negli animie cercano di passare con le lance e con le saette l'oscurità del fummoimaginando che delle molte alcuna gli ucciderà. Niuna cosa nuoce loroniuna saetta vi passa: il romore era grandetale che per poco spaventava i confortati amanti. Che più? Ogni ingegno di nuocere si pruova; ma invano s'affatica chi nuocere vuole a colui cui Iddio vuole aiutare. Elli non possono loro nuocerené rivederli in alcun modo.

[136]

Ascalion e 'l ducacon Dario e con Bellisano e con gli altriignoranti dell'andata di Filocolodubitando l'aspettano quella notte e 'l giorno appresso. E ritornando un'altra volta le stellee dopo quelle Febocon più malinconia di lui pensavano; e venuta la terza notteimaginando essi che là fosse andato dov'erapieni di pensieri varii per la lunga dimoranzas'andarono a dormire. Ma ad Ascalionquasi più sollecito della salute di Filocoloentrato di tale stanza in varie imaginazionisi rivolge per la mente le future cosee dubitando forte non avvenisseroil tacito sonno con quieto passo gli entra nel petto; e levandolo da quellein sé tutto quanto il legae nuove e disusate cose gli dimostramentre seco il tiene. Elli parea a lui essere in un luogo da lui mai non vedutoe pieno di pungenti ortiche e di spruneggiolidel qual luogo volendo usciree non trovando dondes'andava avolgendo e tutto pungendosi. E di questo in sé sostenendo grave doglianon so di che parte gli parea veder venire Filocoloignudotutto palido e in diverse parti del corpo piagatoe tutto lividoe di dietro a lui in simile forma venire Biancifiorecon le bionde trecce sparte sopra i candidi omeri; e correndo verso lui fra le folte spinetutti si pungevano e delle punture parea che sangue uscisseche tutti gli macchiasse: e giunti nel suo cospetto si fermavanoe sanza parlare alcuna cosail riguardavano né più né meno come se dire volessero: - Non ti muove pietà di noi a vederci così maculati? -. I quali riguardando così conciAscalion sanza dire nulla piangevaparendogli che più i loro mali che i suoi propii gli dolessero. Ma così stati alquantogli parve che Filocolo più gli s'appressassee piangendo gli dicesse con voce tanto fioca che appena gliele parea potere udire: - O caro maestroche faiché non ci aiuti? Non vedi tu come la nimica fortunavoltatasi sopra me e sopra la innocente Biancifiorepremendoci sotto la più infima parte della sua ruota ci ha conciche come puoi vedereniuna parte di noi ha lasciata sanae minacciaci peggiose il tuo aiuto o quello degl'iddii non ci soccorre -. A cui Ascalion parea che rispondesse - O cari a me più che figliuolila maraviglia che di voi e delle vostre piaghe ho avutaassai sanza parlarvi m'hanno tenuto; ma più d'ammirazione mi porge il vedervi insieme dolentinon sappiendo pensare come esser possaessendo tu con la disiata giovane Biancifiore e ella tecola fortuna ci possa porre alcuna noiache dolenti vi faccia: dillomi come questo è avvenuto; il mio aiuto sai che per lo tuo bene è disposto ad ogni cosa infino alla morte. Mostrami pure da cui aiutar ti deggia -. A cui Filocolo rispose: - Come tu vedicosì è: bastiti il veder questosanza più volerne udire. Vedi qui dintorno a me Ircuscomos e Flagrareo con infinito popoloper comandamento dell'amiragliovolerci in fiamme consumare -. Questo uditoad Ascalion parve vedere dintorno a Filocolo ciò che le parole significavano; per che crescendogli il dolore e la pietà di ciò che vedeaad un'ora Filocolo e Biancifiore e 'l sonno se n'andaronoe egli stupefatto per le vedute cosealzato capovide già il chiaro giorno per tutto essere venuto. Per che egli sanza indugio si levò e vestissie quasi tutto smarrito venne a' compagni. A' quali narrò ciò che veduto aveaper che egli teme non Filocolo abbia alcuna novità. Gli altriudendo questotutti dubitanoné sanno che consiglio prendere. Ultimamente con Dario e con Bellisano deliberano d'andare alla torreper sapere da Sadoc quello che di Filocolo fosseo se con lui dopo la sua partita fosse dimorato.

[137]

Stando costoro in questo ragionamentola rapportatrice fama vide del suo alto luogo queste cosee di fuori delle sue finestre cacciò vociche in picciolo spazio ciò che a Filocolo avvenuto era per Alessandria si spande. Ma niuno sa il nome di Filocoloe tutti quello di Biancifiore; ciascuno corre al pratoe tutti si maraviglianoe in picciolo spazio di tempo riempiono quello. Odono Ascalion e' compagnisì come gli altriqueste voci: dubitando domandano chi costoro sienoa cui la fortuna è tanto contrariadisiderando d'accertarsi di ciò che non vorrieno sapere. Niuno sa loro dire più avantise non: - Biancifiore con un giovane sono condannati -. Dubitano costoroe hanno ragioneper la visione vedutae pensano che Filocolo sia: dimandano de' segnali del giovanei quali udendola loro credenza cresce. Non si sanno fra loro accordare che fare si deggiano: i più savistorditi dell'avvenimentohanno perduto il saper consigliare. Ma tra costoro così pavefatti un giovane di maravigliosa grandezza e robusto e fiero nell'aspettoarmato sopra un alto cavallo apparve fra loroe con disusata voce incominciò loro a dire: - O cavalieriquale indugio è questo? Seguitemi con l'armi indossoacciò che il nostro Filocolo più tosto di paura del sopravenuto pericolo esca -. Costoro d'una parte e d'altra d'ammirazione ripieniudendo ricordare il nome di Filocolocosì come i furiosi toriricevuto il colpo del pesante maglioqua e là sanza ordine saltellanocosì costoro sanza memoria dolenti corrono alle loro armi: Bellona presta maraviglioso aiuto a tutti. Dariocontento de' pericoli per amore di Bellisanosanza pensare a' ragunati beni o a sé quello che avvenire possaapparecchia a sé e a tutti cavalli di gran valoree armato con loro insieme monta a cavalloe sanza modo ora qua ora là scorrendo fra la folta genteche a vedere correadietro all'armato campione si mettono con le lance in mano: e venuti sopra il pieno prato veggono il fummo grande e il circunstante popolo. Crede Ascalion veramente che in quello Filocolo e Biancifiore sanza vita dimorinoignaro del soccorso della santa deaecruccioso perché tardi gli pare esser venuto a tal soccorso daredisidera di morire. Egli si volta a' compagni e dice: - Signoriio credo che gl'iddii abbiano alle loro regioni chiamata l'anima di coluiper cui debitamente il vivere ci era caroe come voi potete vederein disonesto e sconvenevole modo è stato di morire costretto. Io non so qual si sia il vostro intendimentoma il mio è di morire combattendoacciò che parte della vendetta della morte del mio signore adoperi. Io in niuna maniera intendo di riportare al vecchio re sì sconcia novellaperò se alcuno di voi più disidera di rivedere Marmorina che questo intendimento seguiretorni indietromentre licito gli è sanza danno: e chi in un volere è con mecocon ardito cuore ferisca la nemica turba -. A queste parole niun'altra cosa fu risposto se non: - Noi siamo tutti teco in un volere -. E più avriano dettoma il grieve dolore ristrinse la voce con amaro singhiozzo nel suo passare: per che con focoso disio feriti i cavallie disposti a morireprima con le loro forze l'altrui morte e la loro vendicandoappresso ad Ascalion se n'andarono verso il tenebroso fummodove il fiero giovane già era fermato e confortavagli al loro intendimento. E quivi trovarono Ircuscomos e Flagrareo costringenti il maladetto popolo alla morte de' due amanti.

[138]

Pingesi avanti Ascalion e ficca gli occhi per l'oscurità del fummodisiderandose in alcun modo esser potessedi veder Filocoloma per niente s'affatica: per che dirizzatosi sopra le strievevede i compagni pure a lui guardare. Ond'egli recatasi la forte lancia in manoe chiusa la visiera dell'elmoe imbracciato il buono scudoardendo tutto di rabbiosa irafra sé dice: - O graziosa animadovunque tu dimoriavendo in queste fiamme di Filocolo lasciato il corporallegratiperò che a vedere l'infernali fiumi gran compagnia d'anime de' tuoi nemici ti seguiràe poi quelle de' tuoi compagnide' quali niuno al tuo padre intende di rapportare novelle della tua morte. Veramenteo anima graziosachiunque gliele diràcon la tua morte la vendetta fatta d'essa e le morti di noi tutti racconterà. Prestinci gl'iddii sì lunga vitacheprima che i nostri occhi si chiudanonoi veggiamo le nostre spade tinte di ciascun sangue di qualunque ha nociuto a tee poi ci facciano cadere con loro insieme sanza vita nel sanguinoso campo: dove se mai chi ci uccida non troveremonoi con le nostre maniper seguirtila morte ci porgeremo -. E questo dettodirizzatosi verso Ircuscomosil quale davanti a sé vedeagridando disse: - Ahicrudel barbarooggi la tua crudeltà avrà fine: la tua morte sarà merito della mia lancia! - E corsogli sopradirizzata verso lui la lucente puntail ferì nello scudosopra 'l quale quella si ruppe sanza offenderlo niente. Il barbaroquesto vedendocon altissime voci richiama la sparta masnada sopra i sette compagninon avendo ancora veduto l'ottavo: e sì come il porco poi che ha sentite l'agute sanne de' caccianti canisquamoso con furia si rivolge tra essimagagnando qual prima con la sanna giungecosì Ircuscomos rabbiosocon ispiacevole mormoriocon una mazza ferrata in mano sopra cavallo con tutta sua forza si dirizzò per ferire Ascalion sopra la testa. Ma Ascalionsaviolo schifaementre che il peso del corpo tira Ircuscomos abassoAscaliontratta la spadail fiere sopra il sinistro omero sì forteche di poco non il braccio con tutto lo scudo gli mandò a terra. Ircuscomos sente la dogliae ricoverato il corpofiere sì forte Ascalion sopra l'elmochefatto di quello molti pezzilui tutto stordito fé bassare sopra il collo del suo cavallo; ma poco statotornato in sési levò più fiero. E come tal volta il leonepoi che 'l suo sangue in terra vedediviene più fierocosì Ascaliondivenuto più sopra il barbaro animosocon la spada in mano tornò verso luie dandogli più colpiuno con tutta sua forza ne gli diede dove ferito l'avea sopra l'omero altra voltae mandò in terra il braccio con tutto lo scudo. Il libianodoloroso di tale accidentenon però lascia di ferire Ascalion; ma egli spaventato del gran colpogli altri sopra lo scudo riceve. Ma Ircuscomos già debile per lo perduto sanguevedendosi sanza scudovolta e redine del destrieree lasciando il campoverso Alessandria se ne fugge. Il romore per gl'incominciati colpi multiplica: gli altri compagni d'Ascalionpoi che videro lui cominciareciascunobassata la lanciacorre verso i nimicieper essemplo del vecchio cavaliereciascuno vigorosamente combattee sanza alcuna paura di morire. Ma Parmenione che con Flagrareo s'era scontratodatisi due gran colpi nell'affrontarecombatte maravigliosamentee punto non spaventato per la fierezza del nimiconé della moltitudine circustantecon maestrevoli e forti colpi il reca a finee semimorto quivi il lasciò davanti al fummocorrendo agli altri. Bellisanoormai anziano cavaliered'armi gran maestro e di guerrafaceva mirabili cose. Egliandando dietro ad Ascalionquanti davanti del misero popolazzo gli venienotanti n'uccideva o ferivané alcuno a' suoi colpi poteva riparare. Il duca dall'altra partescontratosi con un turchio chiamato Belialferocissimo e di gran forzacombattea mirabilmente benema resistere non gli avria potutose non che venendo Menedon di traverso con una scure in mano levata ad un cavaliereche morto aveaquella alzandosì forte diede sopra la testa al turchio che feritolo a morte e storditolotutto sopra 'l collo del cavallo caduto stette grande oradifeso da molti; ma poi risentendosirecatosi il freno in manoe cominciando a fuggire tenne la via verso il mare con molti altrie seguiti dal duca e da Menedonper tema de' mortali colpi con tutti i cavalli fuggirono in marede' quali assaicredendo morte fuggiremorirono. Messaallino e Dario erano più che gli altri vicini al fummo venuticorrendo dietro a' due cavalieri; e incappati tra grande moltitudine d'armati pedoniquivi combattendofurono loro uccisi i buoni cavalli: per che rimanendo a piedeforte combattendo con la scelerata turbadi quelli intorno a sé ciascuno avea fatto gran monte d'uccisisopra i quali saette e lancein grandissima quantitàquasi in forma di nuvoli si saria veduta continuamente cadere. E ben che ciascuno de' sette mirabili cose facessedi niuno fu maraviglia il campare sanza morte quanto di questi due. Andavano adunque combattendo i sette compagni valorosamentepiù per vendicare la morte di Filocolo e per morireche per vaghezza d'acquistar vittoria. E già presso che al loro intendimento venutiavendone essi molti uccisie ciascuno debole e stanco e in molte parti feritoognora più multiplicando il popolo e la quantità degli armati cavalierisi disponeano a rendere l'anime. Il feroce iddioche ciò conoscevamossosidietro se li raccolsee con veloce corso intorniando il prato tutti e ottocol suo aspetto a qualunque era nel campo tanta paura porseche come a Notorobustissimo ventofugge davanti alla faccia la sottile arena sanza resistenzacosì a lui generalmente ogni uomo fuggivatrepidando la mortenon altrimenti che la timida cerbia veduto il fiero leone.

[139]

Votasi con grandissimo romore l'ampia prateria: niuna gente vi rimanese non i vincitorio quelli i qualimorti o feritinon hanno potenza di fuggire; né alcuno ha ardire di più ritornare nel prato. Le lagrime delle vaghe giovaniche pietose riguardavano dell'alta torrecrescono per l'uccisionee con quelle la loro speranza della salute di Biancifiore: e moltenon potendo sostenere di vedere l'uccisionese ne levano. Altre porgono pietose orazioni agl'iddii per lo salvamento della picciola schiera: altra va e tornaaltra alcuna volta non si partedisiderando di vedere la fine. I vittoriosi cavalieri s'accostano al fummo dolenti della loro vittoria sanza morteequella disiderandoniuno le sue piaghe ristringema riguardando per lo campo si maravigliano di ciò che essi pochi hanno fattovedendo grande la moltitudine de' morti e de' feriti. Ciascuno ringrazia il grande cavalierenon conoscendolo per iddioe di molte cose il dimandanoma esso a nulla né a niuno risponde. Ciascuno vorria vederese possibile fossei busti de' corpi che essi morti estimavano. Alcuni di loro diceano essere convenevole omai gittarsi vivi sopra il loro fuocoacciò che una medesima fiamma le ceneri di tutti raccogliesse in uno. Altri lodavano prima a loro porgere sepulturae poi sé arderedicendo che degna cosa non era le loro ceneri con altreche sì non si amasserocontaminare.

[140]

E mentre che queste cosedisiderosi della loro morteragionavanoe tentavano di vedere e di passare il fummoil quale punto loro non si aprivaFilocoloil quale più volte per lo infinito romore avea della sua salute dubitatoudendo costoro dintorno a sé ragionarenon però conoscendoli né intendendo ciò che diceanoné potendogli vederesentendo il prato quieto e sanza alcun romorefuori che d'un picciolo pianto che faceano i feriticon quella voce più altache paura nel timido petto avea lasciatacosì cominciò a dire: - O qualunque cavalieri che intorno a' miseri dimoratedi noi forse pietosamente ragionandoquella pietà che di noi hanno avuta gl'iddiientri negli animi vostri: non siate tardi a mettere ad essecuzione quello che gl'iddii hanno incominciato. Essi vogliono la nostra vita forse ancora cara al mondo. Noi vivi nello oscuro nuvolo sanza niuna offesa dimoriamotenendo in mano ramo significante pacelasciato a noi da divina mano: passate adunque qui dove noi siamoe sciogliete i nostri legamiacciò che salvi dove voi sietepossiamo venire -.

[141]

Giungendo questa voce agli orecchi di Ascalion e degli altrii quali veramente la conobberodi tristizia gli animi subitamente spogliaronodi quella letizia rivestendogliche Isifile nel dolore di Ligurgo si rivestì co' riconosciuti figliuoli. E Ascalionprima che alcunorispose: - O fortunato giovaneil quale morto estimavamoe per te noi tutti tuoi compagni morire disideravamomultiplica con la verità la nostra letizia e dinne per la potenza de' tuoi iddii se tu se' vivo come ne parlio se alcuno spiritovolendoci dal fermo volere levareparla per te nelle accese fiamme: acciò chese tu vivisolliciti la tua salute cerchiamoe se nonla proposta morte prendiamo sanza più stare -.

[142]

Conobbe Biancifiore la voce del suo maestro e così rispose: - O caro maestrorallegratie credi fermamente ciò ch'io ti parlo: il tuo Florio e io viviamo nelle cocenti fiamme da niuna cosa offesi. Ond'io ti priego per quello amore che già mi portastila nostra liberazione affrettaacciò che di noi la paura si partae possiamo con voi di tale pericolo campati rallegrarci. Io ardo più di vederti che non fanno le accese legne preste per li nostri danni. Gl'iddii benivoli a noi ci hanno graziosa fortuna promessa per inanzie sanza fallo salute: però il vivere vi sia caro -.

[143]

Odono Ascalion e i suoi compagni la voce della graziosa giovanee riconfortati con immenso vigore aspettano francamente qualunque novitàragionando diverse cose co' chiusi amantiinfino che altra cosa appaiapiù nella pietà degl'iddii omai sperandoche nelle loro forze.

[144]

Mentre i cavalieri rallegrati ragionando si stanno accosto alla buia nuvolala quale in niuno modo cede a chi vuole oltre passare se non come un murolevandosi da dosso ciascuno le molte saettedi che più che dell'armi erano caricatie avendo cura e di loro e delle loro piaghele quali non medicavanoma di ristrignerle per meno sangue perdere s'ingegnavanoIrcuscomos col braccio tagliatoe con molti altri feriti e non feriti pervennero all'amiraglio; a cui Ircuscomos disse: - Signorevedi come sopravenuti nimici n'hanno conci! -. A cui l'amiraglio disse: - Or chi sono costoroo quantio che domandano? -. Ircuscomos rispose: - Signoreio non ne vidi se non forse sei o otto contra tutta la nostra moltitudine combattentifaccendo d'arme cose incredibili a narrare: chi essi sieno io non soné per che venutima io estimo che per la salute del giovaneil quale io credo che morto siavenuti sieno -. - Come credi che morto sia- disse l'amiraglio- non l'hai tu veduto? Egli è sì grande spazioche voi li metteste nel fuoco per mio comandamento! -. - Certo - rispose Ircuscomos - mirabil cosa de' condannati è similemente avvenutache non fu più tosto il fuoco accesoche il fummo si rivolse tutto a noie sanza salire ad altosì come sua natura li sortìquivi dintorno ad essi si fermòecome fortissimo muroa uominia saette e a lance privò il passare dentro a' duee similemente il potere essere veduti: dintorno al quale dimorando noiingegnandoci di nuocere a coloro che dentro v'eranosopravennero coloro che così n'hanno concicome parlato v'abbiamo. Egli è con loro un uomo di smisurata grandezzail quale con la sua vista spaventa sì chi 'l vedeche ciascuno piglia la fuga sanza volervi più tornare. E brievemente io non credo che nella gran prateria sia alcuno rimasose non mortode' quali gran quantità credo che v'abbia; e de' condannati quello che se ne siadire non vi so più inanzi -.

[145]

L'amiraglio ascolta queste cosee infiammasiudendod'ardentissima ira. E poi che Ircuscomos tacque biasimando il vile popolo e' molti cavalieriturbato si leva del loro cospettoe andando sanza riposo per la sua camera torcendosi le mani e strignendo i dentigiura per gli immortali iddii di far morire gli assalitori de' suoi cavalieri. E uscito fuoricon fiera voce comanda ogni uomo essere ad armee sanza indugio seguirlo. Egli s'arma e monta sopra un forte cavallo; e Alessandria tutta commossae ciascuno sotto l'armichi lieto e chi dolentechi a piè e chi a cavallociascuno il seguitae furiosi ne vanno verso il pratofaccendo con diversi romori di trombettedi corni e d'altri suoni significanti battaglia e con voci tutto l'aere risonare. E pervenuti vicini al pratogià quasi essendo per entrarvi dentroniuno cavallo era che a forza del cavalcante non voltasse la testae quasi sanza potere essere ritenutofino alla città tornava correndo. A ciascuno uomo così s'arricciavano i capelli in capocome suole fare al ricco mercatante nelle dubbiose selvepoi che i ladroni con l'occhio ha scoperti. Niuno avea ardire di passare in quello: tutti hanno paurae niuno sa di che. Ciascunostato infino a quel luogo fiero e ardito al venirepaurosodisidera di tornarsi adietro. L'amiraglio fremisce tuttoe con minacce e con percosse s'ingegna di pingere avanti i suoi dicendo: - O gente villanaqual paura è questa? Chi vi caccia? Temete voi sei cavalieri? -. Le sue parole sono uditema non messe ad effetto. Le percosse ciascuno fuggee le minacce meno che la non conosciuta paura temono. Maravigliasi l'amiraglio di tanta viltà. Domanda la cagione di tanta paura: niuno gliele sa direma tutti temendo rinculano. Tra'si avanti l'amiraglioe comanda d'esser seguito: viene in su l'entrata del pratoe più ch'alcuno degli altri pavido volta le lente redine del corrente destrierené egli medesimo conosce perché. Molte volte ripruova sé e fa riprovare i suoi; ma nulla è che più avanti passare si possa che i termini del pratosegnati ne' confini della via entrante in quello. Con maraviglia comincia l'amiraglio a essaminare nella mente quello che da fare siao perché ciò avvenire possa. Niuno avviso trovaper lo quale il suo avviso si possa fornire: e subitamente muta pensieroe fra sé dice: - Io operai male dannando i due giovani a morte villana sanza intera notizia di loro avere. Che so io chi e' si sieno? E' poriano essere tali che gl'iddii per loro fanno queste cose: né altramente poria essereche sanza volontà loro tanto popolo e cavalieri da sei o da otto fossero messi in fugae tanti quanti noi siamo li temessimo. Veramente io credo che agl'iddii spiaccia ciò che di loro fecie che essi sieno pronti alla loro vendetta -.

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Propone adunque l'amiraglio d'andare con segno di pace a' vittoriosi cavalierise egli potràe dimandarli di loro condizione e dimandare la loro pacese concedere gliela vorranno; e se i due amanti non saranno mortidi trarli di quel pericoloe in ammenda della vergognaonorarli sopra i maggiori del suo regno: e così com'egli divisacosì mette ad effetto. Egli si fa disarmaree vestito di bianchi vestimenti e sottilisi fa recare un ramo d'ulivae salito a cavallocon quello in manotenta di passare nel prato tutto solo. Il passarvi gli è largitoma non sanza alcuna paura; e pervenuto davanti a' cavalieri che a cavallo incontro gli venienomaravigliandosi vede con loro lo spaventevole giovane: e certo Filocolo non ebbe maggior paura di morire veggendo intorno a sé le fiamme acceseche ebbe l'amiraglio vedendosi colui presso. Egli con umile e con tremante voce cominciò loro così a dire:

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- O chi che voi vi siatevittoriosi cavalierivendicatori per la vostra pietà della villana morte de' due giovanicontro a' quali io sanza ragione fui crudelegl'iddiii quali sanza dubbio favorevoli a voi conoscoin meglio avanzino i vostri disii. Io con segno di pace in mano vengo per quella a voia' quali guerriere mai non saria stato se conosciuti v'avessi per adietrocome ora conosco: piacciavi di concederlami. Voi avete tanti de' miei cavalieri mortiche degnamente è vendicata la morte degli arsi giovanise vostra cosa erano e se per vendicare quelliqui venistecom'io credo; e ciò si vedeché 'l pratopure stamane tutto verdeora vermiglio e pieno di morti e di feriti discernoe 'l mare ancora per paura di voi tiene parte della mia gente annegati. E con tutto questose di costoro la morte per li morti non fosse ammendatavaglia la mia umiltà il mancamento della vendetta. Gl'iddii perdonano agli uominie voi per essemplo di loro ne perdonate -.

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Rispose Ascalion all'amiraglio: - Veramente l'ira degl'iddii merita chi pace rifiuta per avere guerradove meritevolemente può pace cadere. Noivaghi della salute de' due giovaniqui venimmoe trovandogli in modo che morti gli credevamoper morire e per vendicarli combattemmo. Ma gl'iddii a loro e a noi graziosiloro e noi da morte con vittoria ci hanno salvati in vita: essi nelle fiamme vivono sanza alcuna offesa. E se noi tanta gente abbiamo morta e loro riabbiamo vividi ciò niuna mala volontà ci dee da te essere portataanzi ne puoi molto essere contentopensando che l'ira degl'iddiila quale giustamente dovea sopra te cadere per la tua ingiustiziaè sopra parte del tuo popolo caduta. Sia adunque ciò che fatto avemo in luogo di punizione del tuo falloch'avesti ardire gli amici degl'iddii tentare d'uccidere con fuoco. Ora quello ch'è fatto adietro non può tornare. Tu cerchi la nostra pace e la tua ci profferi: noi la ti doniamoe tu prendi la nostrae sicuro vivie di tanto ti facciamo certochese morti fossero i due giovanitu morrestie la tua cittàassalita da noi con fuocosaria consumatae da noi uccisi tutti coloro che giunti fosseromentre la vita e la potenza ne durasse. Va adunquee coloro cui tu facesti legare fa scioglieree della infamiain che per la tua ingiusta opera sono corsiin vera fama li fa ritornaree pensa di chiara e intera pace servarese l'ira degl'iddii e la nostra non vuogli guadagnare -.

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Di ciò che Ascalion dicesi maraviglia l'amiraglioe dubita forteudendo le sue paroleche pace non gli sia rottae promette loro con ferma intenzioneper gli suoi iddiiservarla a loro. E poi che con amichevoli parole fra l'una parte e l'altra hanno pace fermatal'amiraglioche sanza modo del miracolo degl'iddii si maravigliavavedendo il fummo e udendo parlare coloro cui morti credeachiamò a sé molti de' suoia' quali disarmati fu licito di potere a lui venirea' quali egli comandò che ogni ingegno adoperassero che il fummo rompessero e passassero in quelloe i giovani sciogliessero. I qualilieti tutti della vita di Biancifioreapparecchiandosi d'ubidire al comandamentoniuno loro ingegno o forza fu necessariaché Venere solvé la durezza del fummoe quellospandendosise ne salì in aerelasciando i giovaniintorniati dagli accesi tizzonitutti al popolo scoperti: e tirate le brace indietrocon diligenza furono discioltie tratti quindi così freschi come rugiadosa rosa colta nell'aurora. Niuna cosa li avea offesifuori che alquanto i legamide' quali ancora i segnali nelle dilicate carni si pareano. Elli fu loro di presente porti preziosi vestimentie Ascalione 'l ducae Parmenione e gli altrismontati de' deboli cavalliinfinite volte abbracciandolie pensando al gran miracoloappena loro gli parea aver salvipur domandando se alcuna cosa loro nociuto avesse. A costoro solamente Biancifioreche di buono amore li amavarispondeae con loro parlando e per pietà lagrimandonon avendogli di gran tempo vedutifacea festafaccendosi maraviglia della loro virtùvedendo il prato pieno di morti e di feriti. Furono loro apprestati i cavallie montati sopr'essil'amiraglio disse: - Se vi piacepartianci da questi pianti e nella città andiamo a far festarallegrandoci di tanta graziaquanta dagl'iddii possiamo riconoscere d'avere questo dì ricevuta -.

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Seguesi il consiglio dell'amiraglioe cavalcano tutti insiemee quelli strumenti che con guerreggevole voce uscirono della cittàmutati in segno di letizia precedendoli gli accompagnano. Biancifiore cavalca con Ascalion e con gli altri compagnie con loro de' suoi infortunii va ragionandoora parlando con l'unoora con l'altro: e essi contano a lei de' loro insieme avuti con Filocolo. L'amiraglio appresso costoro cavalca con Filocoloe riguardandolo nel viso e notando gli atti suoinel cuore nobilissimo e d'alta progenie lo estima; e maravigliandosi di tante cose quante vedute avea quel giornoe vedendo per cuiarde di disiderio di sapere chi egli sia; per che a Filocolo così cominciò a dire: - O giovaneil quale più che altro puoi vivere contentoconsiderando alla benevolenzia degl'iddiila quale intera possiedisecondo il mio parereio ti priego per quel merito che tu dei loro di tanto donoquanto oggi t'hanno concedutoche obliando la crudeltà che verso di tenon conosciuto da meoggi ho usatache ti piaccia di dirmi chi tu se'e ondee come a questa giovane nell'alta torre salisti. E di ciò contentarmi non ti può nuocerené cagione alcuna spaventartiperò che vedendo la benivolenzia degl'iddii tanta verso di voiogni ingiuria a me fatta ho perdonatae buona pace tra te e' tuoi compagni e me è fermata. Adempi adunque per la tua nobiltà il mio disio -.

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Filocoloudite le parole dell'amiragliopensa un pocoe prima che rispondaessamina quello che convenevole sia da diree che da taceree conosce omai convenevole l'essere conosciutopoi che acquistata ha colei per cui il suo nome celavae così gli risponde: - Signoreniuna paura mi farà tacere la verità a voi disiderante di sapere chi io siae però che vi sia più caro che io viva che se io fossi mortopiù volentieri vel dirò. Siavi adunque manifesto che io mi chiamo Florioe per tema della fama del mio nomedivenuto pellegrino d'amorein Filocolo il trasmutaie così ora m'appellano i compagnie sono nipote d'Atalante sostenitore de' cielial quale Felice re di Spagna mio padre fu figliuolo. E dalla mia puerizia innamorato di Biancifiorediscesa dell'alto sangue dell'Africano Scipionenata nelle nostre casecome fortunoso caso volleessendo ella falsamentee di nascosto a mevenduta e qui recatainfino in questo luogo mediante molti avversi casi l'ho seguita. E sappiendo che nella gran torre dimoravané potendo a lei in alcun modo parlare o vederlaavendo le condizioni della torre interamente spiateammaestrato dalli ingegni della mia madrea mio padre di questi paesi venutaa cui gl'iddii ciò che seppe Medea hanno dato a saperein quella forma che Giove con Asterien ebbe piacevoli congiugnimentimi mutaie in quella torre volaie lei dormendotornato io in vera formanelle braccia mi recaila qualesvegliatalungamente a rassicurare penaitanto la vostra signoria dottavanon ancora così subito riconoscendomi. La qualepoi che conosciuto m'ebbedavanti la bella imagine del mio signoreche sopra l'ignea colonna nella gran camera dimoradi lui faccendo Imineoper mia sposa con letizia la sposaie con leidalla notte passata avanti a questainfino a quell'ora dimorai che stamattina lo sconcio popolo sopra mi vidi legarmi con leiquando io mi destai -.

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Quando l'amiraglio udì ricordare il re Felice e dire: "la mia madre venne al mio padre di questi paesi Filocolo nel viso e disse: - Ahigiovanenon m'ingannarescuopramisi la verità interacome promettestie se tu se' figliuolo di colui cui contiaccertamene con giuramento -. A cui Filocolo disse: - Signoreper dovere de' vostri regni la corona ricevereio non vi narrerei se non la veritàe giurovi per la potenza degl'iddiiche oggi delle vostre mani sanza morte m'hanno trattoch'io sono di colui figliuolodi cui io vi parlo -. L'amiraglio non aspettando più parolelieto sanza comparazionecosì a cavallo com'eraabbracciò Filocoloe baciollo centomila volte: - O caro nipote! O gloria de' parenti miei! O spettabile giovanetu sii il ben venuto. Iofratello alla tua madrenon conoscendotioggi t'ho tanto offeso! Ohche maladetta possa essere la mia subitezza! Oimèperché avanti il subito comandamento non ti conobbi io? Tu saresti stato da me onoratosì come degno. Io ho fattaper ignoranza della tua grandezzacosa da non dovere mai essere dimenticata né a me perdonata. Io non sarò mai lieto qualora di questo accidente mi ricorderò. Io posso dire che io più ch'altro uomo dagl'iddii era amatose io avanti all'offesa t'avessi conosciutoben che assai di grazia m'abbiano concedutaavendo per la loro pietà tornata indietro tanta mia iniquitàcampandoti. Tu mi sei più che la propia vita caro. Ma certo del mio fallo parte a te si dee apporreperò chese tu quando qui venistimi ti fossi palesato come dovevitufuggendo la ricevuta avversitàavresti il tuo disio avuto sanza fatica e sanza alcun pericolo: tu saresti da me stato onorato sì come tu meritavi. L'occultare del tuo nomee di te a mee la mia subita iniquitàm'hanno fatto contro a te villana crudeltà usare. Alla quale emendareconsiderando chi tu se'io non conosco la via: sola la tua benignità priego che tanta cosa metta in obliosopra di me sodisfaccendo ogni male commesso. E da quinci inanzidi me e del mio regnosecondo il tuo piaceredisponie dell'acquistata giovane co' pericoli e con gli affannicosì come il disio ti giudicane sia. La qualeavvegna che io per adietro assai ho onoratamolto piùpensando a' suoi magnanimi antichise conosciuta l'avessionorata l'avreiben che nimici grandissimi fossero a' nostri per lo loro comune -.

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Non fu meno caro a Filocolo dall'amiraglio essere per parente riconosciutoche all'amiraglio fosse; e faccendogli quella festa che a tanto uomo si conveniagli cominciò a dire: - Signoredi ciò che oggi è avvenuto non voi siete da incolparema io solamenteil quale presuntuoso oltre al doverenon conoscendovitentai le vostre case contaminare. La fortuna nell'ultima parte delle sue guerre m'ha con debita paura sotto la vostra potenza voluto spaventaree gl'iddii nel principio de' miei beni con sommo dono m'hanno voluto dare speranza a maggiori cose. A me non è meno caro con tanti e tali pericoli avere Biancifiore racquistatapoi che sani e salvi siamoella e io e i miei compagniche se con più agevole via racquistata l'avessi. Le cose con affanno avute sogliono più che l'altre piacere: e però a tutte queste cose considerandosanza più delle passate ricordarcifaremo ragione come se state non fosseroe delle nostre prosperità facciamo allegra festa -. Consente l'amiraglio che così siae dimanda dello stato del vecchio re e della sua sorella e di Filocolo madre. Filocolo gli risponde lungo tempo esser passato che di loro niuna cosa avea udita; macome dolorosi della sua partita gli avea lasciatigli racconta. Appressansi a questa festa i compagni di Filocoloe l'amiraglio conoscendolo per ziano di Filocolocome signore onoranoe egli loro come fratelli ricevee a Biancifiore con riverente atto delle passate cose cerca perdonoprofferendolesi in luogo di fratello in ciò che fare potesse che le piacesse. Ella per vergogna il candido visonel quale ancora vivo colore tornato non era per la passata pauradipinse di piacevole rossezzaringraziandolo molto e dicendo cheappresso Filocoloper signore il tenea. E con questi ragionamenti e con altri lieti pervengono alla città.

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Entrano costoro con letizia in Alessandriae pervenuti alla real cortescavalcanoe salgono nella gran salae quivi truovano Sadoc e Glorizia legati e fare grandissimo pianto. Costoro avea l'amiraglio fatti prendereper sapere da loro come Filocolo a Biancifiore salito fossee per farli poise colpevoli fossero stativituperosamente morire: e già fatto l'avriase il subito furore preso per le parole d'Ircuscomosnon fosse sopravenuto. I quali vedendoFilocolomosso a debita pietà de' loro piantiper loro priegae di grazia domanda che se in alcuna cosa avessero offesosia loro perdonatosembianti faccendo di non conoscerli. All'amiraglio piacee sanza niuna disdetta fattigli discioglierecomanda che con loro insieme si rallegrinovivendo sanza alcuna paura. Cominciasi la festa grande: i due amanti di reali vestimenti sono incontanente rivestiti. E cercando già Febo di nascondersideclinando dal meridiano arcoe essi ancora digiunicon gli altri compagnii quali tutti con preziosi unguenti aveano le loro piaghe curatepigliano i cibie con graziosi ragionamenti infino alla notte trapassano. E quella sopravenutaapparecchiata a Filocolo e a Biancifiore una ricca cameravanno a dormiree il simigliante fa ciascuno degli altrie l'amiraglio.

[155]

Le notturne tenebredopo i loro spaziitrapassanoe Titanvenuto nell'auroraarreca il nuovo giorno. Levansi gli amantie l'amiraglio e Ascalion e' suoi compagni: e venuti nella presenza di FilocoloFilocolo domanda da potere sacrificareperò che avanti a tutte l'altre cose vuole i voti e le promessioni fatte persolvere. Piace all'amiraglioe le necessarie cose apprestano. Visita adunque Filocolo per Alessandria tutti i templie quelli di mortine incorona. Egli a Giunone uccide il tauro e a Minerva la vacca e a Mercurio il vitello; a Pallade le sue ulive e a Cerere frutta e piene biadee a Bacco poderosi vinie a Marte egli co' suoi compagni offerano le penetrate armie a Venere e al suo figliuoloe a qualunque altro dio o dea celestiale o marino o terreno o infernale offera degni donisopra gli altari di tutti accendendo fuochi; e 'l simigliante fa Biancifioree Ascalion e i suoi compagnie con loro l'amiraglio e molti cittadinisolvendo infinite promissioni fatte a diversi iddii per la salute di Biancifiore. Adempiute le promissioni fatte da Filocolo e da Biancifiore la notte del loro lieto congiugnimentocontenti tornano alla real casa da molti accompagnatidove riposati con festa s'assettano alle tavole postee prendono gli apparecchiati mangiaricon l'amiraglio insieme.

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Fatti i sacrificii e presi i cibil'amiraglio chiama in una camera Filocolo e' suoi compagnie quivi con molte parole esprime l'effettuoso amore che a Filocolocome a caro parenteporta. Ultimamente il dimanda se suo intendimento è per vera sposa Biancifiore tenere. A cui Filocolo risponde sé mai altro non avere disiderato che Biancifiore per isposa: la quale poi che gl'iddii conceduta gliel hannomentre l'anima col corpo sarà congiuntaaltra che lei avere non intende. L'amiraglioche più per contentarlo che per riprenderlo dimoravaloda il suo piaceree dice: - Non è convenevole cosa che sì alta congiunzione furtivamente sia stata fatta: e peròquando di voi piacere sianarrando prima a' nostri suggetti la tua grandezzai quali forse si maravigliano dell'onore ch'io ti foin cospetto di loro la sposeraie con quella festa che a tante sponsalizie si convienelietamente le nozze celebreremo -.

[157]

A Filocolo e a' compagni piace tale divisoe di ciò fare nello albitrio dell'amiraglio rimettonoil quale volonteroso d'onorare Filocolocomanda che i morti corpi sieno levati della gran prateriae data loro sepoltura; - ciascunolasciando ogni dolores'apparecchi a fare festa -. E dà il giorno a' suoi popolinel quale tutti nella gran prateria vegnanoacciò che la cagione della comandata festa a tutti si manifesti. Vanno adunque i parenti de' morti nel sanguinoso pratoe a' tristi busti con tacito pianto danno occulti fuochi la vegnente nottee poi debita sepoltura. E' feriti da scaltriti medici sono aiutatimettendo per comandamento del signore le ricevute offese in non calere.

[158]

Il giorno dato vienee il vermiglio prato ritornato verde riceve la moltitudine de' nobili e del popolo sopravegnente in quello. L'amiraglioche con discreto stile avea ordinata l'alta festavestito di reali vestimenti e coronato d'oroe con lui in simile forma Filocolo e Biancifiorediscende nella gran corte: e saliti sopra i gran cavalli tutti e tree accompagnati da' più nobilicon canti e con graziosi suoni se ne vengono al prato pieno di gente. E quivi smontati da cavallo e saliti tutti e tre in parte che da tutti poteano essere vedutiFilocolo alla destra mano e Biancifiore alla sinistra dell'amiragliol'amiragliodirizzato in piedediede segno di voler parlarecon la mano comandando il tacere.

[159]

Tacque ogni uomoe con riposato silenzio si diede ad ascoltare l'amiraglioil quale così cominciò a dire: - Signorila non stabile fortuna diede co' suoi inoppinati movimenti che Biancifiorenobilissima giovanedell'alto sangue di Scipione Africano discesada noi da poco tempo in qua conosciutanascesse nelle reali case del gran re Felicedegli spagnuoli regni gastigatorein uno medesimo giorno con Florio qui di lui figliuolo e a me caro nipotedella quale egli ancora ne' puerili annisì come gl'iddii delle cose che avvengono consenzientiinnamorò. Al cui amoreavuta da' contrarii fati invidiafu con gran sollecitudine cercato di porre finedubitando di non pervenire a quello che i movimenti celestialisecondo alcuniavvegna che non saviincessabiligli hanno ultimamente condottiegliper fuggire questodando fede al sottile inganno fatto per alcunoche oltre al dovere l'odiavaconsentì che al fuoco dannata fosse; dove ella pervenutae di sua salute incertafu dagl'iddii e da costui con mirabile aiuto soccorsa e levata da tale pericolo. La qual cosa vedendoil reacciò che quello che pur volea fuggire non gli seguisseleimoltitudine di tesori venduta a' mercatantidiede ad intendere essere mortala quale Floriouccidendosis'avea proposto di seguitarla: mala verità narratagli dalla madrea me carnale sorellarimase in vita. Ella fu qui da' mercatanti recatae da meper donare al Soldanotesori sanza numero comperata; e qui da luimolti pericoli mediantiseguitacon sottile ingegno s'argomentò di congiungere quello che 'l padre con tanti avvisi avea voluto dividere. E andato per artificio mai non udito a lei nell'alta torrecon lei il trovai dormendoe mosso a subita iraquasi con la mia spada non gli uccisi; ma gl'iddiia cui niuna cosa s'occultaconoscendo che ancora da loro gran frutto dovea uscireli difesero dal mio colpo. Ma non però mancata la mia iracon furore li giudicai come vedeste; e quanto gl'iddii gli aiutasseroancora vi fu manifesto. Venuti adunque per tante avversità e per sì fatti pericoli com'io v'ho narratoaiutati in tutto dagl'iddiidisiderano sotto la nostra potenza di congiugnere quell'amore che insieme si portano per matrimoniale legame. Alla qual cosaconoscendo noi che degl'iddii è veramente piacereabbiamo voluto che voi siate presentie rallegrandovi di ciò che gl'iddii si rallegranociascuno secondo il suo grado faccendo festa li onoriconsiderando che l'uno figliuolo è di ree la sua testa è a corona promessal'altra d'imperiale sangue è discesa -. Tacque l'amiraglioe le trombe e molti altri strumenti sonaronoe le voci del popolo grandissime nelle lode dell'amiraglio e de' novelli sposi toccarono le stelle.

[160]

Mancati i romori e riavuto il silenziovennero i sacerdoti con vestimenti atti a' sacrificiie recate le imagini de' santi iddii nella presenza dell'amiraglio e de' novelli sposi e di tutto il popolocoronati di liete frondiinvocando prima con pietose voci Imineo e la santa Giunone e qualunque altro iddioche grazioso principiomezzo e fine dovessero concedere al futuro matrimonioe con etterna pace e in unità tenerli congiuntila seconda volta l'anello fecero dare a Biancifiore: e sonati varii strumenti e molti cantidi festevole romore riempierono l'aere.

[161]

Cominciasi la festa grandee lo sconfortato popolo si comincia a rallegrarecontento che tanto uomo sia per l'aiuto degl'iddii da sì turpe morte campato. Niun tempio è sanza fuoco. Niuna ruga è scopertama tuttedi bellissimi drappi copertee d'erbe e di fiori giuncatedanno piacevole ombra. Niuna parte della città è sanza festae infino al prato niuno poria un passo muovere sanza avere di gran quantità di festanti graziosa compagnia. Ordinansi giuochie molte compagnie sotto diversi segnali fanno diverse feste. I mangiari copiosamente dati danno materia di più festa. L'amiraglio per amore di Biancifiore comanda che alle vaghe donzellealle quali mai non fu licito uscirela torre sia apertae che esse liete vengano con la loro compagna a festeggiare. Discendono tuttee date le destre a Biancifiorecon lei si rallegranodandosi lieti baci in segnale di vero amore. La festa multiplica nel pratoe gli amorosi canti e' diversi suoni occupano che alcun'altra cosa vi si possa udire. È adunque quel luogoche alla loro morte poco davanti fu statuitoora ad essaltamento della loro vita diterminato. Quel luogoove ardente fuoco per consumarli era accesoora d'odoriferi liquori tutto inaffiato porge diletto a' festeggianti. Quel luogoove pochi giorni inanzi gli uomini armati la morte l'uno dell'altro cercavanoora pieno di pacedi concordia e d'allegrezza vi si festeggia. Quel luogoche poco inanzi era pieno di sangue e d'uomini morti e di piantiora di canti e di lieti suoni e di festanti uomini e donne si sente risonare. Rivolto ha ogni cosa in contrario la mutata fortuna: le molte damigelleche davanti per la morte di Biancifiore piangeanoora cantando della sua vita si rallegrano. Che più brievemente si può direse non che: - Chi ha il male se 'l piagne -? E gli altricome se stato non fosse nientecon intero animo festeggianodilettandosi di piacere a' novelli sposi e d'onorarli.

[162]

Questo giorno servirono alla mensa de' novelli sposi nobili baroni e assai: nel quale Ferramonteduca di Montororicordandosi d'aversi vantato al paone di dovere Biancifioreil giorno della festa delle sue nozzedella coppa servireall'amiraglio cotal dono di grazia dimandò e fugli conceduto; per che quel giorno e quanto la festa durògraziosamente di tale uficio con reverenzia la servì. A quella mensa furono molti grandi e alti presenti da parte dell'amiraglio e di Dario e d'altri grandi uomini del paese portatie da parte di Sadoc la gran coppa con quelli bisanti e con molti altri gioielli fu recata: di che Filocolo e lui e gli altri ringraziò debitamentee a tutti doni alla loro grandezza convenevoli donò.

[163]

Già il sole minacciava l'occasoquando all'amiraglio e a Filocolo parve di tornare alla città; ma Parmenione che d'adestrare Biancifiore a casa del novello sposo era al paone vantatonon essendogli uscito di mentevestito con Alcipiade figliuolo dell'amiraglioe con alcuni altri giovani nobili della cittàdi drappi rilucentissimi e gravi per molto oroal freno di Biancifiore venneroe quella infino al real palagio adestrandola accompagnaronodove ellacon festa tale ch'ogni comparazione vi saria scarsafu ricevuta.

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Menedon che la sua promissione non avea similemente messa in obliodimandati all'amiraglio compagnie da lui molti nobili giovani della città ricevuticon varii vestimenti di seta sopra i correnti cavallidi simile vesta copertipiù volte mentre la festa duròquando con bigordi e quando con bandierei cavallitutti risonanti di tintinnanti sonagliarmeggiandoonorevolemente la festa essaltò. Ma Ascalion volonterosamente il suo voto avria fornitomanon guarito ancora delle ferite ricevute alla passata battagliaalla gran pruovadi che vantato s'eranon avria potuto resistere: peròcomandandolo Biancifiorese ne rimase. E Messaallino similmentelontano a' suoi regninon poté il suo vanto allora adempierema riserbollo a fornire nella loro tornata a Marmorina.

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Contenti adunque Filocolo e Biancifiore della mutata fortunanella gran festa più giorni lieti dimoraronoringraziando con pietose lode gl'iddii che da gran pericoli a salutevole porto gli avean recati e posto aveano alle loro fatiche finedisiderando di tornar omai lieti al vecchio padre.


LIBRO QUINTO

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Aspro guiderdone porgevano i cieli sopra i parenti di Filocolo per le loro operazioni. Essiper la sua partita rimasi con dolore inestimabilespendevano i loro giorni in lagrime e in prieghi: la superflua malinconia di loro medesimi fa loro perdere ogni sollecitudine. I reali visi con miserabile aspetto mostrano avere la dignità perduta. I pianti hanno inasprite le guancee il dolore ha congiunta la dolente pelle con l'ossa; e i capelli e la barbapiù bianchi che non soleanodanno de' pensieri e degli affanni convenevoli testimonianze; e i vestimenti oscuriportati più lunga stagione che la loro grandezza non davanon lasciava loro né altri rallegrare. Essiben che col corpo ne' loro palagi dimorasseroseguivano con la mente il caro figliuolofaccendo del suo cammino diverse imaginazionisempre temendo. Né udivano alcuna novella d'alcuna parteche essi di lui non dubitassero: e gl'infiniti pericoli ne' quali i pellegrinanti possono incapparetutti per lo petto loro si rivolgeanocon paura non forse in alcuno incappasse il loro Filocolo; similemente dubitando del luogo dove la sua Biancifiore ritrovassenon forse fosse tale che grave danno ne gl'incorresseo chenon potendola riaveredi dolore morisseo disperato a loro mai non reddisse: e quasi di lui sanza alcuna speranza di bene viveanovedendo o con la imaginazione o per visione quasi ciò che nel suo cammino gli avvenne. E questo consentivano gl'iddiiperché più multiplicando il loro dolorepiù fossero degnamente della loro nequizia puniti. E a questa miseria e doglia aveano per compagnia tutto il loro reameil qualein desolazione dimorandodubitavano della morte del vecchio renon sappiendo che consiglio pigliarsi dopo quellaper la vedova coronapoi che loro perduto parea avere Filocolo.

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Era già il decimo mese passatopoi che Filocolo ricevuto avea per sua la disiata Biancifioree 'l dolce tempo tornato cominciava a rivestire i prati e gli alberi delle perdute frondiavendo Delfico toccato il principio del Montonequando a Filocolo tornò nella memoria l'abandonato padre e la misera madree fu di loro da degna pietà costretto. Egli vide il tempo grazioso a navicarepropose di tornare a rivederli con la cara sposae rendere loro con la sua tornata la perduta allegrezza. Nel qual proponimento dimorandoun giorno a sé chiamò l'amiraglio e Ascalion e gli altri suoi compagni e amicie il suo proponimento a tutti fece palese. I compagni il lodanoma all'amiraglioche di buono amore l'amavapare grave tale ragionamentopensando cheacconsentendolola partita di Filocolo ne seguiva. Rispondeli così: - Ogni tuo piacere m'è a gradoma dove esser potesseassai mi saria il tuo rimanere più graziosoavvegna che a tanto uomo io non sia possente di dare onorevole grado quale si converriama quello ch'io possosanza infingermivolentieri doneria -. A cui Filocolo rispose: - Io non dubito che più ch'io sia degno non sia da voi onoratoma il conoscoe sentomene obligato sempre a voi; e dove e' non fosse il debito amore che mi strigne di rivedere i vecchi parentie con la mia tornata a loro rendere la perduta consolazionee similemente visitare i miei regnii quali sanza conforto stannocredendomi aver perdutoio in niuna parte volentieri dimorerei come in questee massimamente con voida cuiappresso agl'iddiila vital'onore e 'l bene e la mia Biancifiorela quale io sopra tutte le cose disiderai e amoriconosco -. - Adunque - disse l'amiraglio - il vostro piacere faretee non che a questo io vi stornima confortare vi deggioe così farò: omai giusta cosa è che delle sue cose ciascuno si rallegri più che gli strani -. Disse adunque Filocolo: - Comandate che la nostra nave sia racconciaacciò chequando i venti al nostro viaggio sarannopossiamo con la grazia degl'iddii intendere al navicare -.

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Poi che l'amiraglio vide la volontà di Filocoloegli comanda che la sua nave sia acconcia e tutta di nuovi corredi riguarnitae in compagnia di quella molte altre ne fa aprestare. Viene il proposto giorno della partenza: il mare imbianca per li ripercossi mari e mostra poche delle sue acquein quella parte occupato da molti legni; e il romore de' navicanti e dell'acque e de' suoni riempiono l'aere; e cercano di partirsi. Filocoloche con violate vele e vestimenti eraelli e' suoi compagnivenutocomanda chelevati via quellis'adornino di bianchie fa inghirlandare i templi e dare sacrificii agl'iddiimescolati con prieghiche benivoli li facciano i venti e le marine ondee lui co' suoi con perfetta salute producano a' disiderati luoghi. E già l'occidentale orizonte avea ricoperto il carro della lucee le stelle si vedeanoquando il vento più fresco venneper che a' marinari parve di partirsi. E a salire sopra l'acconcia nave chiamarono Filocoloil quale con grandissima compagnia e d'uomini e di donne a' marini liti pervenne; e quivi con pietoso viso e animo pervenutodall'amiraglio prese congedoprima de' ricevuti beneficii rendendogli debite grazieappresso da Alcipiades e da Dario e da Sadoca lui carissimi amicis'accomiatòe salì sopra la bianca nave. Da questi tutti con lagrime si parte Biancifiore e Gloriziae salgono appresso a Filocolole quali Bellisano e Ascalion e 'l duca e gli altri compagni di Filocolo tuttiavendo a coloro che rimaneano porte le destre mani e detto addioseguirono. E così tutti ricoltil'una parte piglia il marel'altra la terra e gli animi che per lunga consuetudine e per iguali costumi erano divenuti unotengono luogo in mezzo la distanzariscontrandosi quasipartiti da' corpi che si dividono.

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La fortuna pacificata a' due amantie i fati recanti già a' suoi effetti i piaceri degl'iddiiconcedeano graziosi venti alle volanti navi. A' quali poi che i remi perdonaronoal mare furono date le bianche velené prima si calarono che i porti di Rodi l'avessero in sé raccoltedovead istanza de' prieghi di BellisanoFilocolo e Biancifiore co' suoi discesero in terrae quivi da luipiù volonteroso che potentemagnificamente furono onorati: e non solamente da essoma da tutti i paesani per amore di lui ricevettero volonteroso onore. Piace a Filocolo il partirsilodando che i beni della fortuna s'usino quando gli concede. Bellisano s'apparecchia di seguirloma Filocoloconoscendolo attempato e di riposo bisognoso più che d'affannoringraziandolocon prieghi il fa rimaneree non sanza molte lagrime. Filocolo disidera d'adempiere la promessa fatta a Sisifecomanda che l'estrema punta di Trinacria sia con la prora de' suoi legni cercata: le vele si tendonoe i timoni fanno alle navi segare le salate acque con diritto solco verso quella parteaiutandole il secondo vento. E in pochi giornilasciatisi dietro gli orientali paesipervenne al dimandato luogo: e date le poppe in terracon brieve scala scesero sopra le secche arene. E venuti al grande ostiere di Sisifeda lei onorevolemente e con viso pieno di festa ricevuti furono. Ella niuna parte di potere si riserbò ad onorarlima ancora sforzandosi le parea far poco. E dimorata con loro in graziosa festa più giornie sentendo che per matrimoniale legge erano i due giovani congiunticioè la cercata e 'l cercatorecui essasecondo le parole di Filocolofratello e sorella estimavasi maravigliòe con umile preghiera domandò che in luogo di singulare grazia come ciò fosse le fosse scoperto. A' cui prieghi Filocolo con riso rispose: e prima chi essi eranoe i loro amori insieme con gli infortunii brievemente narrònella quale narrazione il suo pellegrinaree la cagione della nascosa veritàe ciò che avvenuto gli erapoi che da lei si partìsi contenne. Le quali cose udendo Sisiferipiena non meno di pietà che di maraviglialieta ringraziò gl'iddii che dopo tanti affanni in salutevole porto gli avea condotti. Dimorati adunque quivi quanto fu il piacere di Filocoloa lei furono cari doni da Biancifiore donatie con proferte grandissimeall'una dall'altra fattesi partirono. E Biancifiore dietro a Filocolosopra l'usata naveche già avea i ferri tolti agli scoglirisalì; né prima vi fu suso che Filocolo comanda che verso l'antica Partenope si pigli il cammino. Il quale preso da' marinariavanti che il terzo sole nel mondo nascessenella città pervenneroe in quelladiscesi in terraentrarono: e con iguale piacere di tutti determinarono di finire il rimanente del cammino sanza navicare. Per che fatti porre in terra i ricchi arnesi e' gran tesorie quegli uomini che a Filocolo piacque di ritenere con secocomandò che alla bella città di Marmorina n'andasseroe di Filocolo e de' compagni e della loro tornata vere novelle portassero al vecchio re Felice e ad ogni altro amico e parente loro.

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Rimasero Filocolo e' suoipartite le navisopra il grazioso litonella ricca città molti giorni prendendo dilettoe da' cittadini onoratie pieni di grazia nel cospetto di ciascuno. Ma però che nelle virtuose menti ozioso perdimento di tempo non può con consolazione d'animo passareFilocolo con la sua Biancifiore cercarono di vedere i tiepidi bagni di Baiae il vicino luogo all'antica sepoltura di Mesenodonde ad Enea fu largito l'andare a vedere le regioni de' neri spiriti e del suo padre; e cercarono i guasti luoghi di Cummoe 'l marele cui riveabondevoli di verdi mortelleMirteo il fanno chiamaree l'antico Pozzuolocon le circunstanti anticagliee ancora quante cose mirabili in quelle parti le reverende antichità per li loro autori rapresentano: e in quel paese traendo lunga dimoranzaniuno giorno li tiene a quel dilettoche l'altro davanti li avea tenuti. Essi tal volta guardando l'antiche maraviglie vanno e negli animi come gli autori di quelle diventano magni. Tal volta nei sani liquori gli affannati corpi rinfrescanoe alcune con picciola navicella solcano le salate acquee con maestrevole rete pigliano i non paurosi pesci; e spesse volte agli uccelli dell'aere paurosicon più potenti di loro danno dilettevoli incalciamenti a' riguardanti. E alcun giorno li tiene ne' ramosi boschicon leggeri cani e con armi seguitando le timide bestiepoi alli loro ostieri tornandodove in canti con dolci suoni di diversi strumenti spendono il tempoche al sonno e al prendere de' cibi avanza loro.

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In questa maniera molti giorni dimorandouno di quelli avvenne che essendo Filocolo co' suoi compagni entrato in un dilettevole boschettoseguito da Biancifiore e da molte altre giovanicon lento passodavanti a loro picciolissimo spaziosanza esser cacciatosi levò un cervio: il quale come Filocolo videpreso delle mani d'uno dei suoi compagni un dardocorrendo il cominciò a seguire; e già parendogli essere al cervio vicinos'apersee vibrato il dardo col forte braccioquello lanciòcredendo al cervio dare; ma tra il Cervio e Filocolo era quasi per diamitro posto un altissimo pinonella stremità del cui duro pedale il dardo percossee con la sua foga un pezzo della dura corteccia scrostò dell'antico piedeegli e ella assai a quello vicini cadendo: alla quale sangue con dolorosa voce venne appressonon altrimenti che quando il pio Enea del non conosciuto Polidorosopra l'arenoso litolevò un ramoe disse: - O miserabili fatiio non meritai la pena ch'io portoe voi non contenti ancora mi stimolate con punture mortali! Oh felici coloroa cui è licito il morirequando quello adimandano! -. E qui si tacque. Questa voce il veloce corso di Filocolo e de' suoi compagniquasi tutti pieni di paura e di maravigliaritennee quasi storditi stavano riguardandonon sappiendo che fare; ma dopo alquanto Filocolo con pietosa voce così cominciò a dire: - O santissima arboreda noi non conosciutase in te alcuna deità si nascondecome crediamoperdona alle non volonterose mani de' tuoi danni: casonon deliberata volontàci fece offendere. Purghi la tua pietà il nostro difettoi quali presti ad ogni satisfazionetemendo la tua irasiamo disposti -. Soffiò per la vermiglia piaga alquanto il troncoe poi il suo soffiare convertendo in parolecosì rispose: - Giovaniniuna deità in me si richiudela quale se si richiudessei vostri pietosi prieghi avrieno forza di piegarla a perdonarvi: dunquemaggiormente meil quale sanza forza di vendicarmi dimorodisideroso della grazia non tanto degli uominiquanto ancora delle fierecon ciò sia cosa che ciascuna nuocere mi possae nuoccia tal voltané io possa ad alcuno nuocere; però bastimi il vostro pentere per satisfazionené vi sia questo dagl'iddii imputato in colpa -. Seguì a questa voce Filocolo: - Dunqueo giovanese gl'iddiigli uomini e le fiere ti sieno graziosi e i tuoi rami con pietosa sollecitudine conservino interinon ti sia noia dirci chi tu se'e per che qui relegato dimori -. Così rispose il pedale: - L'amaritudineche la dolente anima sentenon può torre che a' vostri prieghi non sia sodisfattoperché tanto è dalla dolcezza di quelli legatache posponendo l'angosciadisiderosa di piacervivuole che io vi risponda; e però così brievemente vi dico. La genitrice di me misero mi diede per padre un pastore chiamato Eucomosi cui vestigii quasi tutta la mia puerile età seguitai; ma poi che la nobiltà dello 'ngegnodel quale natura mi dotò venne crescendotorsi i piedi dal basso callee sforzandomi per più aspre vie di salire all'alte coseavvenne cheper quelle incautamente andandonelle reti tese da Cupido incappaidelle quali mai isviluppare non mi potei: di che con ragione dolendomiper miserazione degl'iddiiin quella forma che voi mi vedeteper fuggire peggiomi trasmutaro -. E qui si tacque.

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Poi che Filocolo sentì la dolente voce aver posto silenzio e già Biancifiore con sua compagnia essere sopravenutaegli rincominciò così: - Se quella terrache noi calchiamolungamente alle tue radici presti grazioso umoreper lo quale esse diligentemente nutrite le tue frondi nutrichino e a' tuoi rami aggiungano copiosa quantità de' tuoi pomie se il tuo pedale sia lungamente dalla tagliente scure difesonon ti sia duro ancora parlarne e farci noto donde fostie il tuo nomee come qui venistie per che modo nelle reti d'amore incappastie qual fu la cagione perché di lui dolendotipoi in questo alberopiù che in alcuno altroti trasformastie per cuiacciò che se il tuo corpo e la cara anima nascosi nella dura scorza non possono la tua fama far palesenoi sappiendo la verità da tedi te possiamo quella debitamente raccontare agl'ignorantii quali forseudendo le nostre parolemossi con noi a debita pietàper te pietosi prieghi porgeranno agli iddiie così la tua pena si mitighie la tua fama s'allunghi e si dilati -. Così come quando Zeffiro soavemente spirasi sogliono le tenere sommità degli alberi muovere per li campil'una fronda nell'altra ferendoe di tutte dolce tintinno rendendoin tale maniera tutto l'albero tremando si mosse a queste parolee poi con voce alquanto più che la precedente pietosa rincominciò: - Io non spero che mai pietà possa per sua forza mollificare ciò che crudeltà ingiustamente ha indurato; ma perciò che quello ch'io per troppa fede sostengonon sia creduto che per mio peccato m'avvengae per la dolcezza de' vostri prieghiche maggior guiderdone meritano che quello che domandanoparlerò e ciò che disiderate di sapere vi chiarirò. Ma perciò che sanza molte parole ciò che domandato avetedire non vi possovi priegose gl'iddii da simile avvenimento vi guardinonon vi sia duro alquanto il mio lungo dire ascoltare:

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Nella fruttifera Italia siede una picciola parte di quella la quale gli antichi, e non immerito, chiamarono Tuscia, nel mezzo della quale, quasi fra bellissimi piani, si leva un picciolo colle, il quale l'acque, vendicatrici della giusta ira di Giove, quando i peccati di Licaon meritarono di fare allagare il mondo, vi lasciò secondo l'oppinione di molti, la quale reputo vera, però che ad evidenzia di tale verità si mostra il picciolo poggio pieno di marine cochiglie, né ancora si posson sì poco né molto le 'nteriora di quello ricercare, che di quelle biancheggianti tutte non si truovino, similemente i fiumi a quello circunstanti, più veloci di corso che copiosi d'acque, le loro arene di queste medesime cochiglie dipingono. Sopra questo pasceva Eucomos la semplice mandria delle sue pecore, quando chiamato assai vicino a quelle onde, le quali i cavalli di Febo, passato il meridiano cerchio, con fretta disiderano per alleviare la loro ardente sete, e per riposo, fu: ov'egli andò, e quivi la mansueta greggia di Franconarcos, re del bianco paese, gli fu comandata, la quale egli con somma sollecitudine guardò. Avea il detto re di figliuole copioso numero, di bellezze ornate e di costumi splendide, le quali insieme un giorno, con caterva grandissima di compagne mandate dal loro padre, andarono a porgere odoriferi incensi a un santo tempio dedicato a Minerva, posto in uno antico bosco, avvegna che bello d'arbori, d'erbe e di fiori fosse. Esse, poi che il comandamento del padre ebbero ad essecuzione messo, essendo loro del giorno avanzato gran parte, a fare insieme festa per lo dilettevole bosco si dierono. A questo bosco era vicino Eucomos, sopra tutti i pastori ingegnosissimo, con la comandata greggia, il quale nuovamente con le propie mani avendo una sampogna fatta che più che altra dilettevole suono rendea agli uditori, ignorante della venuta delle figliuole del suo signore, essendo allora il sole più caldo che in alcun'altra ora del giorno, avea le sue pecore sotto l'ombra d'uno altissimo faggio raccolte, e, dritto appoggiato ad un mirteo bastone, questa sua nuova sampogna con gran diletto di se medesimo sonava, e niente di meno alla dolcezza di quello le pecore faceano mirabili giuochi. Questo suono udito dalle vaghe giovani, sanza niuna dimoranza corsero quivi, e poi che per alquanto spazio ebbero ricevuto diletto, e del suono e della veduta delle semplici pecore, una di loro chiamata Gannai, fra l'altre speziosissima, chiamò Eucomos, pregandolo che a loro col suo suono facesse festa, di ciò merito promettendogli. Fecelo. Piacque loro. Tornano più volte ad udirlo. Eucomos assottiglia il suo ingegno a più nobili suoni, e sforzasi di piacere: Gannai, più vaga del suono che alcuna dell'altre, lo 'ncalcia a sonare. Corre agli occhi di Eucomos la bellezza di lei con grazioso piacere: a questo s'aggiungono dolci pensieri. Egli in se medesimo loda molto la bellezza di colei, e estima beato colui cui gl'iddii faranno degno di possederla, e disidererebbe, se possibile gli paresse, d'essere egli. Con questi pensieri, Cupido, sollicitatore delle vagabunde menti, disceso di Parnaso, gli sopravenne, e per le rustiche medolle tacitamente mescolò i suoi veleni, aggiungendo al desiderio subita speranza. Eucomos si sforza di piacere, e per lo nuovo amore la sua arte gli spiace, ma pur discerne non convenevole a lasciarla, sanza saper come. I suoi suoni pieni di più dolcezza ciascun giorno diventano, sì come aumentati da sottigliezza di miglior maestro: l'ardenti fiamme d'amore lo stimolano; per che egli, nuova malizia pensata, propone di metterla in effetto, come Gannai verrà più ad ascoltarlo. Non passò il terzo giorno, che la fortuna, acconciatrice de' mondani accidenti, conscia del futuro, sostenne che Gannai, sola delle sorelle, con picciola compagnia, né da lei temuta, semplicemente venne al luogo ove Eucomos usata era d'udire, e supplica, con prieghi di maggiore grazia degni, che egli suoni: è ubidita. Ma il pastore malizioso con la bocca suona e con gli occhi disidera, e col cuore cerca di mettere il suo diviso ad effetto: per che, poi ch'egli vide Gannai intentissima al suo suono, allora con lento passo mosse la sua gregge, e egli dietro ad esse, e con lenti passi pervenne in una ombrosa valle, ove Gannai il seguì: e quasi avanti dall'ombre della valle si vide coperta che essa conoscesse avere i suoi passi mossi, tanto la dolcezza del suono le avea l'anima presa. Quivi vedendola Eucomos, gli parve tempo di scoprirle il lungo disio, e, mutato il sonare in parole vere e dolci, il suo amore le scoperse, a quelle aggiungendo lusinghe e impromesse; e cominciolle a mostrare che questo molto saria nel cospetto degl'iddii grazioso, se ella il mettesse ad effetto, però che egli a lei saria come il suo padre alla sua madre era stato: e nondimeno le promise che mai il suo suono ad altrui orecchie che alle sue pervenire non faria, se non quanto ad essa piacesse, molte altre cose aggiungendo alle sue promesse. Gannai prima si maravigliò, e poi temette, dubitando forse costui non forza usasse, dove le dolci parole o' prieghi non le fossero valuti: e udendo le 'ngannatrici lusinghe, semplice le credette, e solo per suo pegno prese la fede dal villano, che come alla sua madre il suo padre era stato, così a lei sarebbe, e i suoi piaceri nella profonda valle li consentì, dove due figliuoli di lei generò, de' quali io fui l'uno, e chiamommi Idalogos. Ma non lungo tempo quivi, ricevuti noi, dimorò, che abandonata la semplice giovane e l'armento, ritornò ne' suoi campi, e quivi appresso noi si tirò, e non guari lontano al suo natale sito, la promessa fede a Gannai, ad un'altra, Garemirta chiamata, ripromise e servò, di cui nuova prole dopo poco spazio riceveo. Io semplice e lascivo, come già dissi, le pedate dello 'ngannatore padre seguendo, volendo un giorno nella paternale casa entrare, due orsi ferocissimi mi vidi avanti con gli occhi ardenti, disiderosi della mia morte, de' quali dubitando io volsi i passi miei, e da quella ora in avanti sempre l'entrare in quella dubitai. Ma acciò che io più vero dica, tanta fu la paura, che, abandonati i paternali campi, in questi boschi venni l'apparato uficio ad operare: e qui dimorando, con Calmeta pastore solennissimo, a cui quasi la maggior parte delle cose era manifesta, pervenni a più alto disio. Egli un giorno riposandosi col nostro pecuglio, con una sampogna sonando, cominciò a dire i nuovi mutamenti e gl'inoppinabili corsi della inargentata luna, e qual fosse la cagione del perdere e dell'acquistare chiarezza, e perché tal volta nel suo epiciclo tarda e tal veloce si dimostrasse; e con che ragione il centro del cerchio il suo corpo portante, allora due volte circuisce il differente, il suo centro movente intorno al piccolo cerchio, che l'equante una; e da che natura potenziata la virtù dell'uno pianeto all'altro portasse, e similmente i suoi dieci vizi, seguendo di Mercurio e di Venere con debito ordine i movimenti. E appresso con dolce nota la dorata casa del sole disegnò tutta, non tacendo de' suoi eclissi e di quelli della luna le cagioni, mostrando come da lui ogni altra stella piglia luce, e così essere necessario, a volere i luoghi di quelle sapere, prima il suo conoscere, mostrando del rosseggiante Marte, del temperato Giove e del pigro Saturno una essere la regola a cercare i luoghi loro. E mostrato con sottile canto interamente le loro regioni, e quali in quelle a loro fossero più degne dimoranze e più care, passò cantando al nido di Leda, e in quello, da vero principio cominciando, prima del Montone friseo disse, e delle sue stelle, e quali gradi in quello i masculini e quali feminini, quali lucidi e quali tenebrosi, quali putei, quali azemena, e quali aumentanti la fortuna fossero, dimostrò: e similmente di qual pianeto fosse casa, e quale in esso s'essaltasse, e la triplicità, e' termini di ciascuno in quello, e le tre facce; questo ancora mostrando del sacrificato Tauro da Alcide per la morte di Cacco, e de' due fratelli di Clitemestra, nella fine de' quali l'estivale solstizio comincia, e con quel medesimo ordine del retrogrado Cancro cantò, e del feroce Leone, e della onesta Vergine, nella fine della quale il coluro di Libra, equinozio faccente, disse incominciare; e di lei cantò come degli altri avea cantato, mostrando nella sua fine la combustione avvenuta per lo malvagio reggimento del carro della luce usato da Fetonte, spaventato dall'animale uscito della terra a ferire Orione: la cui prima faccia, come di Libra l'ultima, fu combusta, di lui seguendo, come di quella avea detto, e di Chirone Aschiro seguitando, nella fine di cui pose lo iemale solstizio; poi cantando della nutrice di Giove, e del suo Pincerna, e de' Pesci, da Venere nel luogo ove dimorano situati, dicendo nella fine di quelli il coluro d'Ariete cominciarsi insieme con l'equinozio del detto segno: mostrando appresso così de' pianeti, come de' segni le complessioni e' sessi e le potenze diterminate negli umani membri, e come alla loro signoria prima in sette e poi in dodici parti sia tutto il mondo diviso, così quello che sotto li sette climati s'abita, come l'altro, con questo dicendo la variazione delle loro elevazioni per li diversi orizonti, e che legge da loro sia servata nel ritondo anno, mutando i tempi. E con non meno maestrevole verso l'udii, dopo questo, cantare e dimostrare nel suo canto come Calisto e Cinosura più presso al polo artico dimorassero, faccendo cenìt alle maggiori notti, e assegnare la cagione per che le loro stelle in mare non possono né siano lasciate da Occeano come l'altre bagnare. E seguitò dove Boote e la corona d'Adriana e Alcide, vincitore dell'alte pruove, fossero locati; e sanza mutar nota cantò del Corvo, per la recente acqua mandato da Febo, il quale, per lo soperchio tempo messo ad aspettare i non maturi fichi, meritò per la bella bugia, egli con l'apportato Serpente e con lo caro Crate d'oro, essere in cielo dal mandatore locati e ornati di più stelle. E insieme con questi raccontò il luogo dove colei che la palma delibuta porta e dove il Portatore del serpente e Eridano e la paurosa Lepre co' due Cani dimorassero, cantando poi del Nibbio, il quale le 'nteriora del fatato Toro, ucciso da Briareo, portò in cielo, ove egli fu da Giove locato e adornato di nove stelle, seguendo appresso d'Erisim, d'Istuc e d'Auriga i luoghi, e dell'Australe Corona, movendo con più soave suono come Orione, cantando sopra il portante Dalfino, fuggì il mortal pericolo, e poi per li meriti del l'uno e dell'altro meritassero il cielo, e qual parte d'esso; e dove il primo Cavallo e l'altro intero, e la Nave che prima solcò il non usato mare dimorassero, dimostrò; e segnò la gloria di Perseo, e 'l suo luogo, con la testa d'Algol e dell'Idra, crescente per li suoi danni, e il luogo del Vaso. E rimembromi che disse ancora del Centauro e del celestial Lupo le stelle, di dietro a' quali del Pesce e dello Alare i luoghi dimostrò, con quelli di Cefeo, e del Triangolo, e di Ceto, e d'Andromaca, e del pagaseo Cavallo; passando dietro a questi dentro alle regioni degl'iddii con più sottile canto col suo suono. Queste cose ascoltai io con somma diligenza, e tanto dilettarono la rozza mente, ch'io mi diedi a voler conoscere quelle, e non come arabo, ma seguendo con istudio il dimostrante: per la qual cosa di divenire esperto meritai. E già abandonata la pastorale via, del tutto a seguitar Pallade mi disposi, le cui sottili vie ad imaginare, questo bosco mi prestò agevoli introducimenti, per la sua solitudine. Nel quale dimorando, m'avvidi lui essere alcuna stagione dell'anno, e massimamente quando Ariete in sé Delfico riceve, visitato da donne, le quali più volte, lente andando, io con lento passo le seguitai, di ciò agli occhi porgendo grazioso diletto, continuamente i dardi di Cupido fuggendo, temendo non forse, ferito per quelli, in detrimento di me aumentassi i giorni miei: e disposto a fuggire quelli, prima alla cetera d'Orfeo, poi ad essere arciere mi diedi, e prima con la paura del mio arco, del numero delle belle donne, le quali già per lunga usanza tutte conoscea, una bianca colomba levai, e fra' giovani albuscelli seguii con le mie saette più tempo, vago delle sue piume. Né per non poterla avere punse però mai di malinconia il cuore, che più del suo valore per poco che d'altro si dilettava. Dallo studio di costei seguire, del luogo medesimo levata, mi tolse una nera merla, la quale movendo col becco rosso piacevoli modi di cantare, oltre modo disiderare mi si fece, non però in me voltando le mie saette; e più volte fu ch'io credetti quella ricogliere negli apparecchiati seni. E di questo intendimento un pappagallo mi tolse, delle mani uscito ad una donna della piacevole schiera. A seguire costui si dispose alquanto più l'animo, ch'alcuno degli altri uccelli, il quale andando le sue verdi piume ventilando, fra le frondi del suo colore agli occhi mi si tolse, né vidi come. Ma il discreto arciere Amore, che per sottili sentieri sottentrava nel guardingo animo, essendo rinnovato il dolce tempo, nel quale i prati, i campi e gli arbori partoriscono, andando le donne all'usato diletto, fece del piacevole coro di quelle levare una fagiana, alla quale io per le cime de' più alti arbori con gli occhi andai di dietro; e la vaghezza delle variate penne prese tanto l'animo a più utili cose disposto, che, dimenticando quelle, a seguire questa tutto si dispose, non risparmiando né arte né saetta né ingegno per lei avere, sentendo il puro cuore già tutto degli amorosi veleni lungamente fuggiti contaminato. Allora conoscendomi preso in quel laccio dal quale molto con discrezione m'era guardato, mi rivoltai, e vidi il numero delle belle donne essere d'una scemato, la quale io avanti avendola tra esse veduta, più che alcuna dell'altre avea bella stimata. Allora conobbi lo 'nganno da Amore usato, il quale non avendomi potuto come gli altri pigliare, con sollecitudine d'altra forma mi prese, prima con diversi disii disponendo il cuore per farlo abile a quello; e rivolgendomi sospirando alla fagiana, la donna, che al numero delle altre falliva, di quella forma in essa mutandosi, agli occhi m'apparve, e così disse: Che ti disponi a fuggire? Nulla persona più di me t'ama". Queste parole più paura d'inganno che speranza di futuro frutto mi porseroe dubitaiperò che ella era di bellezza oltre modo dell'altre splendidissimae d'alta progenie avea origine trattae delle grazie di Giunone era copiosa: per le quali cose io dicea essere impossibile che me volesse altro che scherniree se potuto avessivolontieri mi sarei dallo 'ncominciato ritratto. Ma la nobiltà del mio cuoretratta non dal pastore padrema dalla reale madremi porse ardiree dissi: "Seguirollae proverò se vera sarà nell'effetto come nel parlare si mostra volonterosa". Entrato in questo proponimento e uscito dell'usato camminoabandonate le imprese cosecominciai a disideraresotto la nuova signoriadi sapere quanto l'ornate parole avessero forza di muovere i cuori umani: e seguendo la silvestre fagianacon pietoso stile quelle lungamente usaicon molte altre cose utili e necessarie a terminare tali disii. E certo non sanza molto affanno lunga stagione la seguiiné alla fine campòche nelle reti della mia sollecitudine non incappasse. Ond'io avendola presaa' focosi disiipiacendolesodisfecie in lei ogni speranza fermaiper sommo tesoro ponendola nel mio cuore: e ellaabandonata la boschereccia salvatichezzacon diletto nel mio seno sovente si riposava. E s'io bene comprendea le note del suo cantoella niuna cosa amavasecondo quellese non medi che io vissi per alcuno spazio di tempo contento. Ma la non stante fede de' feminili cuoriparandosi agli occhi di costei nuovo piaceredimenticò com'io già le piacquie prese l'altroe fuggita del mio misero grembonell'altrui si richiuse. Quanto sia il dolore di perdere subitamente una molto amata cosae massimamente quando col propio occhio in altra parte trasmutata si vedeil dirlo a voi sarebbe un perder paroleperò che so che 'l sapete; ma non per tantocon quelload ogni animo intollerabilela speranza di racquistarla mi rimasené per ciò risparmiai lagrimené prieghiné affanni. Ma la concreata nequizia a niuna delle dette cose prestò audienziané concedé occhioper che io con affanno in tribulazione disperato rimasimorte per mia consolazione cercandola quale avere mai non poteinon essendo ancora il termine del dover finire venuto. Il quale io volendocome Dido fece o Biblidein me recaree già levato in piè di questo pratoov'io piangendo sedevami sentii non potermi avanti mutareanzi soprastare a me Veneredi me pietosavidie disiderante di dare alle mie pene sosta. I piedigià stati prestiin radicie 'l corpo in pedalee le braccia in ramie i capelli in frondi di questo albero trasmutòcon dura corteccia cignendomi tutto quanto. Né variò la condizione d'esso dalla mia naturase ben si riguarda: egli verso le stelle più che altro vicino albero la sua cima distendecosì come io già tutto all'alte cose inteso mi di stendea. Egli i suoi frutti di fuori fa durissimie dentro piacevoli e dolci a gustare. Oimèche in questo la mia lunga durezza al contrastare agli amorosi dardi si dimostrala quale volessero gl'iddii ch'io ancora avessi! Ma l'agute saettepassata la dura e rozza forma di me povero pastoretrovarono il cuore abile alle loro punte. Questo mio albero ancora in sé mostra le frondi verdie mostrerà mentre le triste radici riceveranno umore dalla circunstante terrain che la mia speranzamolte volte ingannatané ancora seccané credo che mai secchisi può comprendere. E se voi ben riguardateegli ancora mostra del mio dolore gran parte: che essolagrimandocaccia fuori quello che dentro non può capere; e così come questo legno meglio arde ch'alcuno altrocosì ioprima stato ad amare duropoi più che alcun amante arsie per ogni piccolo sguardo sì mi raccendo come mai acceso fossi. Né il dilettevole odore ch'io porgo poté mai fare tanti di quello disiderosich'io altro che a quellaper cui questa pena portomi dilettassi di piacere. Potete adunque per le mie parole e per me comprendere quanta poca fede le mondane cose servino agli sperantie massimamente le feminenelle quali niuno beneniuna fermezzané niuna ragione si truova. Esseschiera sanza frenosecondo che la corrotta volontà le mutacosì si muovono: per la qual cosase licito mi fossecon voce piena d'ira verso gl'iddii crucciato mi volgereibiasimandogli perché l'uomosopra tutte le loro creature nobileaccompagnarono di sì contraria cosa alla sua virtù" -.

[9]

Le parole del misero appena erano finiteche Biancifiore levata da sedere del luogo dove stavaper più appressare le parole sue al rotto pedalecosì cominciò a dire: - O Idalogoche colpa hanno le buonee di diritta fede servatricise a te una malvagiaper tua simplicitànocque non osservando la promessa? -. A cui Idalogo: - Se io solo da' vostri inganni mi sentissi schernitotanta vergogna m'occuperebbe la coscienzache mai a' prieghi di alcunoquanto che e' fossero da essaudirenon direi i miei dannicome a voi ho fatto; ma però che tutto il mondo infino dal suo principio fu e è delle vostre prodizioni ripienosentendomi nel numero de' più cadutolascio più largo il freno al mio vero parlare. Ma se gl'iddii dalle malvage ti seperinonon mi celare chi tu se'che sì pronta alla difesa delle buone surgesticome se di quelle fossi -. - Io sursi - disse Biancifiore - a quello che ciascuna prima operare e poi difendere dovriasentendomi di quel peccato pura del quale in generale tutte ne biasimi: e acciò ch'io non aggiunga noia alle tue penesodisfarotti del mio nome. E sappi ch'io sono quella Biancifiore la quale la fortuna con tribulazioni infinite ha dal suo nascimento seguitama ora meco pacificataquelle a sé ritraeeconcedutomi il mio disioin pace vivo -. - Or se' tu - disse Idalogo - quella Biancifiore per la quale il mondo conosce quanto si possa amareo essere con leale fede amato? Se' tu colei la qualesecondo che tutto il mondo parlaè tanto stata amata da Florio figliuolo dell'alto re di Spagnae cheper intera fede servarglise' nimica della fortuna statadove amica l'avresti potuta avere rompendo la pura fede? Se quella se'con ragione delle mie parole ti duoli -. - Io sono quella - rispose Biancifiore. - Adunque - disse Idalogo - singulare laude meriti: tu sola se' buonatu sola d'onore degnaniun'altra credo che tua pari ne viva. E certo se io nella memoria avuta t'avessiquando in generalità male di voi parlaite avrei dello infinito numero delle ingannatrici tratta; ma in verità e' mi pare ciò che di te ho udito maggiore maraviglia che il sentirmi in questa forma ove mi vedi. Ma se la fortuna lungamente pacifica teco vivadimmiche è di quel Florioche tu tanto ami e che te più che sé amasì come la fama rapportatrice ne conta? -. Rispose Biancifiore: - Il mio Florio ha infino a ora teco parlatoe è qui meco: e come mi potrei io sanza lui dire felice e con la fortuna pacificata? -. - O felicissima la vita tua! - disse il tronco- molto m'è a gradoe assai me ne contentoche voiche già tanto foste infortunatiora contenti stiatepensando ch'io possa prendere speranza di pervenire a simile partito de' miei affanni -.

[10]

Già i corpi percossi dal tiepido sole porgevano lunghe ombree Febeia si mostrava in mezzo il cieloandante alla sua ritonditàquandoBiancifiore non più parlanteFilocolo disse: - O Idalogodinneper quella fede che tu già ad amore portasticome a' tuoi orecchi pervenne la nostra famacon ciò sia cosa che appena ne' nostri regni credevamo che saputi fossero i nostri amori? -. A cui Idalogo così rispose: - Come in queste parti i vostri fatti si sapessero m'è occultoma come io li sappia vi narrerò. Sì come voi vedeteio porgo con le mie frondi graziose ombre dintorno al mio pedalee il suolo di fiori e d'erbe ogni anno s'adorna più bello che alcuno altro prato vicino: per la qual cosa i miei compagnisì per conforto di me che d'udirgli mi dilettavasì per riposo e diletto di loro medesimiqui sovente soleano veniree nelli loro ragionamenti dire quelle cose le quali mancamento delle mie doglie credevano che fosseroe talora credendomi piacerecon fresche onde le mie radici riconfortavano. E quando costoro questo luogo non avessero occupatomolti gentili uomini e donne vegnenti a' santi bagniove voi forse ora dimoratequi a ragionare di diverse materiequi a far festase ne sogliono venire. E quando di questi tutti solo rimanessida' pastori non sono abandonato: a' qualiperò che mi ricorda ch'io già di loro fuipiù fresca ombra porgo che ad alcuni. E come degli altri qui vegnenti odo i varii ragionamenticosì i loro e le loro contenzioni e le battaglie de' loro animali spesso sentoe di me hanno fatto prigioniere del perditore: tra' quali ragionamenti moltinon so che gente un giorno qui si vennea' quali quasi interi i vostri casi udii narrareforse non credendo essi essere uditii quali non minori che i miei riputai; e fummi caro ascoltarglisentendo che solo negli amorosi affanni non dimorava -.

[11]

Queste cose uditeparve a Filocolo di partirsie disse: - Idalogogl'iddii quella perfetta consolazione che tu disideri ti doninosì come tu a noi hai delle domandate cose donata. Noicostretti dalla sopravegnente nottepiù con teco non possiamo staree però ti preghiamo che se per noi alcuna cosa fare si può che piacere ti siala ne dichicon ferma speranza che fornita fia giusto il potere nostro -. Assai potreste fare - rispose Idalogo- e però che nella vostra grande nobiltà confidovi farò un priego: com'io poco avanti vi dissiio amai una donnadalla grazia della quale abandonatodisiderando in essa ritornareporsi prieghi e lagrime infinitele quali la durezza del cuore di lei niente mutaronoper che io sono in questa forma. Ora avvenne poco tempo appresso la mia mutazionegiovani a me carissimie consapevoli de' miei maliqui s'adunaronoe quasi come se a me le parole porgesserocredendomi della vendetta degl'iddii rallegraredissero la bella donna in bianco marmo essere mutataallato ad una piccola fontana di chiara acquadimorante nelle grotte del duro monte Ibernoa mano sinistrapassata la grotta oscura. Della qual cosa io non lieto ma dolente fuipensando che se avanti dura era a' miei prieghi stataomai pieghevole non saria; ma di ciò sono incertoe però la speranza del pregare non ho lasciataper che io vi priego che quando verso la città andrete non vi sia noia il visitare la fresca fontanae quelle parole di me porgete alla bianca pietra che pietà vi consente. Né vi partite prima di quiche il pezzo della dura scorzatolta a me dal vostro dardosia al suo luogo renduta: poi con la grazia degl'iddii licito siavi l'andare -.

[12]

Udito questoFilocolo giurando promise di fare quello che dimandato gli erae la scorza rendé al domandantela quale così dall'albero fu ripresa come da calamita ferro: e dettogli addioco' suoi si partì del luogo pieno di maravigliadel nuovo caso ragionando co' suoi. E parlando pervennero al loro ostiereove preso il cibo dierono i corpi a' notturni riposi.

[13]

Salito il sole nell'auroraFilocolo e' suoi compagni si levarono e il cammino verso Partenope ripresono; e già le tenebrose oscurità della forata montagna passatevicini al luogo dall'albero disegnato pervennero. Quivi vaghi di vedere cose nuovenon sappiendo il luogo né trovando cui domandarnevanno con gli occhi investigandoe ciascuna grotta pensano essere la domandata fonte: ma quella nascosa da frondiquanto più cercano più s'occulta. Ciascuno guarda se vedesse alcuno chedomandandololi certificasse. Niuno veggono; ma Parmenione ascoltando udì di lontano risonare l'aere di tumultuose vociper che chiamati gli sparti compagnidisse: - Se noi in quella parte andiamo ove io sento romore di genteleggieri ci sarà quello che cerchiamo trovare -. Piacque a tutti l'andarvi: seguitano il suonoil qualeessendo da loroquanto più andavanopiù chiaro udito gli fa certi non deviare per pervenire a quello: al qualedopo non gran quantità di passilieti pervenneroe videro alquanti pastori raccolti sotto fresche ombre fare i loro montoni urtare insiemee in merito del vincitore corone d'alloro essere poste da una parte; i qualiquando ad urtare venienociascuno i suoi con voce altissima aiutava; e questo a vedere dimoravano più altre personeper accidente quivisì come costorovenute. Filocolo co' suoi fu con festa a vedere ricevuto; ove dimorato alquantofé uno de' pastori domandare della nascosa fontana. Questi li disegnò il luogoprofferendosi di mostrarlase a guardare non avesse la vincitrice mandria. Queste parole udirono due speziosissime giovani quivi venute con loro compagnia a vederele qualireputando non picciola cortesia agli strani giovani piaceredissero: - Signoriella è a noi notissimané greggiané altro impedimento ci occupa che mostrare non la vi possiamose i nostri passi seguire non isdegnate -. Alle quali Filocolo: - Niuna altra cosa dubitavamose non di non essere degni di seguire così care pedatequando altrui che voidi ciò che cerchiamodimandammo; ma poi che a voi piace verso di noi per vostra virtù essere cortesiprocedetecerte che contentissimi siamo di seguirvi -.

[14]

Mossersi le graziose giovaniil nome delle quali l'una Alcimenall'altra Idamaria erae con voci soavi e radi ragionamentipasso inanzi passoi disideranti menarono alla fontanaalla quale essi più volte erano stati vicininé veduta l'aveano. Ma ciò non è da maravigliareperò che la naturamaestra di tutte le coseco' suoi ingegni nelle 'nteriora del monte aveva volto un rozzo arcosopra 'l quale fortissima lammia si posavacoperchio delle chiare ondee quel luogoil quale essa scoperto vi lasciò per porger lucealberi di frondi pieni l'aveano occupato. Ad essa venutiAlcimenal disse: - Signoriqui è la fresca fonte che cercatee quinci s'entra ad essa -mostrando loro un piccolo pertugiodentro al quale a scendere all'acque alcuno grado scendere si conveniva.

[15]

Entrò in quella Filocoloe quasi opposito all'entrata vide il bianco marmo soprastante a parte dell'acquae sceso in essafresca e dilettevole molto la vide: e ben chedi fuori dimorandola fontana fosse d'alberi nascosa agli occhi de' viandantinondimeno dentro fra fronda e fronda graziosa luce vi trapassava. Ella era d'una parte e d'altra di spineper adietro state cariche di fresche rose; e per mezzoa fronte al marmoun bellissimo melogranatole cui radici fino al fondo si distendeanoerale cui foglie e frutti gran parte de' solari raggi cacciava dalla fontana. Filocolo si rinfrescò le mani e 'l viso con la chiara acqua; poiposto a sedere allato al bianco marmocosì da tutti udito cominciò a dire:

[16]

- O pietàsantissima passione de' giusti cuoritu negli umili e miserabili luoghi del misericordioso seno di Giove discendi e visiti i commossi petti dalle vedute e talora dalle udite cose. Tu fai i sostenitori e i veditori d'una medesima pena partecipi. Tu rechi agli occhi quelle lagrime le quali più che altre meritanoe hai potenza di muovere i duri cuori da' loro proponimenti nefandi e di scacciare l'ardente ira del turbato fiele. Tu nimica delle miseriese' dell'offese graziosa perdonatrice. Per te la tagliente spada della giustizia sovente in misericordiosa opera volge il suo operare. E chi agl'iddii ci ricongiungerebbeda' quali le nostre operazioni inique ci allontananose tu nol facessi? Tu se' degli assaliti dalla fortuna cagione di graziosa speranza e di consolazione apportatrice. Che più dirò di te? Tu piena di tanta umanità se'che aperto si può dire che il cuoreove tu non regnipiù tosto ferino che umano sia. Tu e 'l figliuolo di Citerea sedete ad uno scanno. Egli sanza te faria le sue opere vane. Niuna ingiuria poriano gl'iddii porgere sì graveche molto maggiore a chi del suo petto ti scaccia non si convenisse. Tu meche dell'ultimo ponente sonofacesti dell'angosce d'Idalogo parteficeil quale dipinto e dentro afflitto di molte miserienon poté questa pietra muovere con la tua forza dal duro propositoamandola sopra tutte le cose e avendola amata: per che degnamente ora di sé può porgere manifesto essemplo a' riguardanti. O amoreper la grazia del quale io i meritati doni posseggoviva in etterno il tuo valore: il qualeio merito nel tuo cospetto alcuna grazia più che quella ch'io ricevuta posseggoti priego che di così fatti cuori il lontaniperò che tubenivolo co' malivolidegno luogo non puoi avere. Sia l'acerbità consumatrice de' cuori che la nutricanodegni di perdere e la tua grazia e quella degli uomini -.

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Così tosto come Filocolodette queste paroletacqueIdamariache interamente l'avea notatedisse: - O giovanese gl'iddii te al nominato paese riportino con prospera vitadinne onde t'è manifesto ciò che qui parli in degno dispregio della pietra che tu tocchi. Tu ne fai maravigliareessendo tu d'occidente e noi paesanenon essendoci quello che a te èmanifesto -. Alla quale Filocolo parlando sodisfecee domandò se 'l modo della trasformazione di quella - fosse loro noto che gliele dicessero. A cui Alcimenal: - Per udita tutto il sappiamo; e poi che n'hai col tuo dire appagatecol nostro sanza dimoranza t'appagheremoe fiati caro -. E cominciò così:

[18]

- I nostri antichiche con solenne memoria le cose della loro età notaronone dicevano sé ricordarsi in questa parte né la pietra né il bel granato né queste spinele qualipochi dì sono passatifiorite vedemmosì come ora sono bocciolosenon essercima sola l'acqua e la grotta di questo luogo si contentavano. E similemente ne dicevano che questo luogoil quale ora più da' pastori che da altra gente veggiamo visitatorideva tutto d'arbori e d'erbeessendo con ordine il suo suolo cultivato da maestra mano: per la qual cosa i gentili uomini e le donnevaghi di riposo e di dilettoqui per prendere quello soleano venire. Per che avvenne che di questa stagioneun giornodonne di Partenope qui vennero a sollazzarsie schiusa da' loro cuori ogni malinconiatutte liete si dierono a' cibi: delle quali quattro bellissimeabandonato ogni vergognoso frenoforse oltre al dovere presero de' doni di Baccoda' quali stimolatelasciata la loro compagniacon ragionamenti e atti dissoluti si dierono ad andare fra li fruttiferi alberi correndol'una tal volta cacciando l'altra e l'altra tal volta dall'una essendo cacciata. Per cheriscaldate e dall'affanno e da Lieo e da' solari raggiper cacciare quellole fresche ombre di questo luogo cercarono. Nel quale entratel'una chiamata Alleiram dove cotesto marmo dimoranon essendovi essoessa si pose a sedere; la secondaAiram chiamataqui a frontedove le vecchie radici del bel granato vedetes'assise; la terzail cui nome era Asengadal sinistroe Annavoila quartadal destro ad Alleiram si poserole contrarie mani d'Airam tenendo ciascuna. E qui riposando i corpia' lascivi ragionamenti non dierono riposoma cominciando i sommi iddii a dispregiaresé e le loro lascivie lodandol'una dicendo e l'altre ascoltandocosì cominciarono a ragionareprima all'altre Alleiram parlando in questa forma:

[19]

Già ne' semplici anni mi ricorda aver creduto questo luogo molto essere da riverire, dicendo alcuni, d'una semplicità con meco presi, che qui Diana, dopo i boscherecci affanni, col suo coro venia a ricreare, bagnandosi, le faticate forze: e tali furono che dissero, ma falso, che Atteon qua entro guardando, essendoci ella, meritò di divenire cervio. Qui ancora le ninfe di questo paese testavano riposarsi, qui le naiade e le driade nascondersi: ma la mia stoltizia ora m'è manifesta, ora veggio quanto poco lontano veggono gl'ingannati occhi de' mondani, i quali con ferma credenza, a diverse imagini faccendo diversi templi, quelle adorano, dicendole piene di deità. O rustico errore più tosto che verità! Elli hanno appo loro gl'iddii e le dee e i celestiali regni, e vannogli fra le stelle cercando. E che ciò sia vero, rimirisi i nostri visi, adorni di tanta bellezza, che nullo verso la poria descrivere: ella avria forza di muovere gli uomini a grandissime cose. Dunque, quali iddii o quali dee, qual Venere, qual Cupido, o qual Diana più di noi è da esser riverita? Folle è chi crede altra deità che la nostra. Noi commoveremmo i regni a battaglie e ne' combattenti metteremmo pace a nostra posta: quello che gl'iddii non poterono fare, avendo Elena porta la cagione. Quali folgori, quali tuoni poté mai Giove fulminare, che da temere fossero come la nostra ira? Marte non fa se non secondo che noi commettiamo. Cessi adunque questo luogo da essere riverito, se non per amore di noi: e che ciò sia ragione, io vi mostrerò la mia forza maggiore che quella di Venere essere stata, e udite come:

[20]

Quanto io fossi di sangue nobilissima non bisogna di dire, che è manifesto, né alcuno di quelli che iddii si chiamano, potrebbe con giusta ragione mostrare più la sua origine che la mia antica. Io similemente in dirvi quant'io di ricchezze abondi non mi faticherò, però che è aperto Giunone a quelle non potere dare crescimento discernevole con tutte le sue. La copia de' parenti è a me grandissima: e oltre a tutte le cose che nel mondo si possono disiderare, son io bellissima come appare, e nel più notabile luogo della mia città situata è la lieta casa che mi riceve. Davanti la quale niuno cittadino è che sovente non passi; e quelli forestieri, i quali per terra l'oriente e 'l freddo Arturo ne manda, e Austro e Ponente per mare, tutti, se la città disiderano di vedere, conviene che davanti a me passino, gli occhi de' quali tutti la mia bellezza ha forza di tirarli a vedermi. E ben che io a tutti piaccia, però tutti a me non piacciono; ma nullo è ch'io mostri di rifiutare, ma con giuochevole sguardo a tutti igualmente dono vana speranza, con la quale nelle reti del mio piacere tutti gli allaccio, non dubitando di dare né di prendere amorose parole. E se le mie parole meritano d'essere credute, vi giuro che Cupido molte volte, per lo piacere di molti, s'è di ferirmi sforzato. Ma né lo spesseggiare del gittare de' suoi dardi, né lo sforzarsi, mai ignudo poterono il mio petto toccare: anzi, faccendo d'essere ferita sembiante, ho ad alcuni vedute le sue ricchezze disordinatamente spendere credendo più piacere. Alcuno altro, dubitando non alcuno più di lui mi piacesse, contra quello ha ordinato insidie; e altri donandomi mi credono avere piegata. E tali sono stati, che, per me se medesimi dimenticando, con le gambe avolte sono caduti in cieca fossa: e io di tutti ho riso, prendendo però quelli a mia satisfazione i quali la mia maestra vista ha creduti che siano più atti a' miei piaceri. Né prima ho il fuoco spento, ch'io ho il vaso dell'acqua appresso rotto, e gittati i pezzi via. Tra la quale turba grandissima de' miei amanti, un giovane, di vita e di costumi e d'apparenza laudevole sopra tutti gli altri, mi amò, il cui amore conoscendo, i' 'l feci del numero degli eletti al mio diletto, e ciò egli non sanza molta fatica meritò. Egli, in prima che questo gli avvenisse, poetando, in versi le degne lodi della mia bellezza pose tutte. Egli di quelle medesime aspro difenditore divenne contra gl'invidi parlatori. Egli, occulto pellegrino d'amore, in modo incredibile cercò quello che io poi gli donai, e ultimamente divenuto d'ardire più copioso ch'alcuno altro che mai mi amasse, s'ingegnò di prendere, e prese, quello ch'io con sembianti gli volea negare. Mentre che questi dilettandomi mi tenea, non però mancò l'amore suo verso di me, ma sempre crebbe: le quali cose tutte io, fermissima resistente a Cupidine, non guardai, ma sì come d'altri alcuni avea fatto, così di lui feci gittandolo del mio seno. Questa cosa fatta, la costui letizia si rivolse in pianto. E brievemente egli in poco tempo di tanta pieta il suo viso dipinse, che egli a compassione di sé movea i più ignoti. Egli mi si mostrava, e con prieghi e con lagrime, tanto umile quanto più poteva, la mia grazia ricercava, la quale acciò ch'io gliele rendessi, Venere più volte si faticò pregandomi e talora spaventandomi e in sonni e in vigilie. Ma ciò non mi poté mai muovere: per che rimanendo perdente, il giovane, che si consumava, trasmutò in pino, e ancora alle sue lagrime non ha posto fine; ma per la bellezza ch'io posseggo, io prima dove l'albero dimora non andrò che io in dispetto di Venere farò più inanzi al dolente albero sentire la mia durezza, ch'io con le taglienti scuri prima il pedale, poi ciascun ramo farò tagliare e mettere nell'ardenti fiamme. Ben potete avere per le mie parole compreso quanta sia la potenza di Venere, la quale non de' minori iddii, ma nel numero de' maggiori è scritta, e per consequente possiamo di ciascun altro pensare: e però se non possono, non deono essere con così fatto nome né di tanti onori reveriti. Noi che possiamo, noi dobbiamo essere onorate: e che io possa già l'ho mostrato, e ancora, come detto ho, più aspramente intendo di dimostrarlo.

[21]

Avea detto costeiquando Asengache alla sua sinistra sedeacosì cominciò a dire: "Veramente ingiuria sanza ragione sostegnamo; e ben che ogni potere agl'iddiisì come voi ditefalsamente s'attribuiscaancora con questo è alle dee e a loro attribuita ogni bellezza. E prima diciamo della Lunala quale non si vergognò per adietro d'amaree sanza vergogna sostiene d'essere bella chiamata. Or non ci è egli ogni mese mille volte manifesto il suo viso variarsi in mille figuretra le quali molte una sola n'è bellae quella è quando essaopposita al suo fratellotutta quanta ci si mostra lucenteancora che allora non so di che nebula ne mostri il suo viso dipinto? Ciascun'altra stagioneda questa infuoridifettuosa e laida ci apparené ci si mostrase ben riguardiamose non la nottebella nella quale stagione le più laide si possonosanza essere conosciutetra le bellissime mescolare. Ma s'egli avviene che tra lei e Febo alcuna volta la terra si ponganoi la veggiamo di sozza rossezza tutta contaminata: perché dunque bella? Giunone similmente e Apollo da un poco d'austro sono turbatie guaste le loro bellezze per li suoi nuvoli. Diana non dicoperò che è a presumere che se stata fosse bella non avria consentito che Atteonper averla vedutafosse tornato cervioma che avesse parlato e narrato la sua bellezza agl'ignoranti avria consentito. E più possiamo ancora di lei dire cheper che ella conobbe più la sua rustichezza essere atta alle cacce che ad amareperò quello uficio si prese. E come di queste diciamocosì di Venere possiamo direla quale se bella come si canta fosse statasaria sì piaciuta ad Adoneche egli pauroso di perdere per morte sì bella deaavria i suoi sani consigli seguiti. E similemente possiamo di molte altre dire quello che di noi non avviene. Iobellissimacontinuo bella nella mia forma mi mostroné cambio viso né figura perch'io cambi stagione; né patisco eclissi come la luna fané mi nocciono i nuvoli d'austroné i rischiaramenti d'aquilone mi giovano come ad Appollo e a Giunone fannoanzie con questi e sanza quellicontinuamente bella dimoro. Né similemente mai al viso d'alcuno riguardante mi nascosiné mi nascondereima sentendomi com'io sento bellami diletto da molti essere amata e guardata. Io non comandainé pregainé consigliai mai cosa ch'ella non fosse con sollecitudine messa in effetto e osservata: dunquepiù tosto io che alcuna delle sopradette sono da essere chiamata dea". E qui si tacque.

[22]

Da poi che Asenga tacqueAiramquasi non meno che la prima superbalodandosi oltre modocominciò a parlare seguitando: "Voi la impotenza degl'iddii e 'l difetto delle loro bellezze biasimatecosa da non sostenere in sì alto nome sanza effetto: ma più di loro mancanza vi narrerò. Essisì come voi sapetedelle future cose veridici proveditori si fannodi quelle porgendo risponso a' dimandantiaggiugnendo che le presenti sanza mezzo conosconoe in memoria ritengono le passate. Ma questo non è veroe però non si dee sostenere: secome già si disseavessero forzagli oltraggi che tutto giorno impuniti veggiamosanza punizione non passerieno. Similemente se le bellezze loro le nostre avanzasserocontenti ne' loro termini non quelle per le mondane abandonerebberocome molte volte hanno fatto e fanno. Se sì providi fossero come si tengononon agl'ingegni delle semplici giovani si lascerebbono ingannarené quelle con ingegni ingannerebbono. Se fortiperché in toro mutarsi per ingannare Europa? Se belliperché in oro per ingannare Danne? Se saviperché non provedere all'impromessa fatta all'amata Semelè? Niuna di queste cose è in loroe voi le due avete mostratee io mostrerò la terza. Io non meno bella d'Alcitoeamata da molti e poi da Febocon discreto stile amandomai ad alcuno il mio cuore non patefecima per non disciogliere da' miei legami alcunoquelli che tal volta più m'erano in odio con più lusinghevole occhio li riguardava. Del numero de' quali Feboproveditore de' futuri accidentifu. Ohquante volte egliper più lungo spazio potermi vederecon lento passo menò i suoi cavalli per mezzo il cieloe ritennegli alcuna volta con adirata manoaffrettandosi essi come erano usati d'andare all'onde di Speriae spessonon avendo ancora loro rimessi i frenia quelli medesimi si crucciòvolonteroso di cercare l'aurora prima che 'l convenevole! Ohquante volte si dolfero con lamentevoli voci le Notti a Giovedicendo che la ragione del loro spazio Febo l'occupava! E' mi ricorda ancora che tanto fu un giorno il diletto che di mirarmi prendeache egli ebbe presso che smarrito l'usato cammino. E se non fosse il romore di Cinosurachevedendolo di lontanotemeo le sue fiammeche 'l fece in sé ritornareegli pure avria la seconda volta arso il cieloe io di ciò m'avria risose fulminato fosse caduto come il figliuolo. Io non so se fu mai savio come si dicema se così funon so dove egli la sua scienza mandasseche egli sempre con ferma fede credette sé essere singulare signore dell'anima mia. Essocercatore di tutto il mondoportava seco d'ogni parte que' doni ch'egli credea che mi dovessero più piaceree con quelli s'ingegnava di servare l'amore mio verso di luie per quelli sovente tentava di volere quel diletto il quale egli avuto di Climenepiù oltre non la richiese. Ma iopiù provida delle cose che deono avvenire di luiessendo egli ancora del tutto dal mio cuore lontanoben che altro disiderio che di lui avere non mostrassicon belle ragioni e con impromesse prolungando le dimandate grazieil tirai lungo tempoquelle altrui concedendo perché più m'era a grado. Egli forse di se medesimo ingannatomi si credea per la sua bellezza più ch'altri piacere: ma non solamente sotto quella si ristringono l'amorose leggi. Questo gli recitò Venereconsciasì come io avea volutodi lei fidandomide' miei segretie disegnolli il luogo degli amorosi furtiil quale egli della somma altezza vide: per che quasi per grieve dolore turbato più giorni luce non porse. Ma la mancante natura supplicando a Giovesi dice che nell'usato uficio il fece tornare: ma mai da quell'ora in avanti con diritto occhio non mi guardòma passando davanti a me traversoquasi sdegnoso mi mira; di che io poco mi curo. Ora poi che così colui che ha voce di tutte le cose vedere fu da me gabbato per sennoche si faria degli altri iddii che tanto non veggono? Credibile è che molto peggio se ne farebbe e faper che a me pare che se non sopra loro meritiamoalmeno loro pari riputaresanza alcuna ingiuria di loroci possiamo: e se l'avviso mio non mancapossibile ci fia levare la falsa fama che gli chiama deie porla a noi; né fia chi il contradicasolo che della nostra grazia vogliamo far degni di quella i disianti".

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Risero delle parole di costei le stolte compagne; e poi la quarta di lorochiamata Annavoidisse: "Perché in tante parole ci distendiamo? Veramente nell'iddii né potenzané sennoné bellezza dimora: e ancora piùessi detti misericordiosi da tutti i viventidi quella niente hanno. Pietà niuna in loro si trova: tiranni e usurpatori sono dell'altrui cose. E che feci io già in dispetto di Dianala quale vendicatrice dea è chiamata? Non le levai io con la mia bellezza e con la forza della mia linguadelle quali due cose io fui sopra tutte le partenopensi giovani dotatacinque fedelissimi servidori l'uno dopo l'altroavvegna che d'età fossero dispariperò che i due già vicini erano all'arco sopra il quale umane forze più non s'avanzano ma vengono mancandoe gli altri due ancora quelle guance mostravano che dalla madre recaronoe 'l quinto non piena la barba a maggior quantità la serbava per iscemarla? Certo sì. Costoro e con la bellezza degli sfavillanti occhi e con la dolcezza del mio parlareper lo quale meritai Sirena essere chiamatalegai io sì nelle mie retiche avendo loro fatti gittare gli archi co' quali prima per li boschi servivano Dianaprima de' loro tesori con soave mano li privaie quelli sotto la mia balia ascosicavando loro poi del sinistro lato i sanguinosi cuorili lasciai sanza vita. Quale vendetta mai di questo si vide? Niuna certo: e perché? Perché la potenza della parte offesa non era talee le vendette seguono i meno possenti. Io tale quale sia essa non la curo: e cessi del mio petto che io mai più in tale errore vivache dii o dee creda che sieno o li coltivi o porga prieghi. Noi siamo deee quelli uomini che ci piacciono nostri iddii: e quali celesti regni più belli che questi nostri si poriano trovare? Noi siamo tra quelle cose di che coloroi quali l'errore rustico chiama iddiisi tengono signori. Chi dubita che miglior partito ha chi nella sua città guarnito dimorache chi di lontano agognando se ne chiama signore? Noi bellenoi savienoi possenti siamo e saremo quanto il secolo si lontaneràe degne di quello onore che Giove e gli altri ingiustamente s'hanno usurpato".

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Tacque costei; e già la seconda volta nell'usato ordine ricominciavano il maladetto parlare con più aspre parolequando gl'iddiiné più né meno che i cittadini della cittàle cui mura subito sono assalite dal nascoso agguato de' nemicicorrono or qua or là sanza ordinee con fretta ora entrando ora uscendo delle case prendono l'arme e cercano sanza troppe parole la loro difesacorrendo a' dubbiosi luoghifecerofra' celesti scanni da subita ira commossiforse non meno infiammati che quando dal bestiale ardire de' Giganti fu il cielo assalito. Li quali così corsi dierono pauroso suono e chiusero il mondo d'oscure nuvolené a niuno vento fu tenuta la via: e crucciati tutti discesero sopra questo luogola cui ira temendo la terra tremò forte. Ma essi lasciato il furoresi dice che prima Venere con Cupido in questo luogo entrarononé trovarono però il malvagio colloquio cessatoanzi quelle ferme in quellosanza alcuna paura del divino giudiciodimoravano. Qui Venere non salutò né fu salutata; ma volta ad Alleiram disse: "Dunqueo iniqua giovaneprendi tu gloria d'aver dispiaciuto a noie insuperbisci per la tardata vendettae minacci di peggio operare? Or non pensi tu che con riposato andamento noi procediamo delle nostre ire alla vendettapoi il tardato tempo con accrescimento di pena ristoriamo? Tu rea di gravissimo peccatoora riceverai guiderdone. Tu rifiutatrice de' nostri dardidiverrai fredda e impossibile a quelli ricevere: né più avanti piacerainé vedrai chi per te o spendao muova brigheo si dimentichiné più di cotali riderainé eleggerainé romperai vasi. E come tu già niuna compassione avesti verso chi quella meritavacosì moltisappiendo i tuoi casiforse di te compassione avranno: ma niente ti gioverà. E come altri a te per pietà già porse prieghicosì a te fia tolto di poterne porgere. E sì come io non ti potei a' miei voleri recarecosì me a' tuoi non conducerà né uomo né dio. E prima le lagrime di colui che già fu tuo finirannoe tornerà la perduta allegrezza per più dolce obietto che tu non fostiche tu solamente in speranza ritorni di ritornare nella perduta forma. E le laude già dette della tua bellezza in amorosi versialtro titolo che della tua prenderannoné mai ti fia possibile il più nuocergli che nociuto gli abbi: anzi se la mia deità merita di conoscere alcuna delle future cosetuvaga di riavere la sua graziadi quella patirai difettocome mi paree misera conoscerai quanta sia la mia potenza da te con parole orribili dispregiata. Tudura e immobile a' miei voleriin durissima marmore mutera'tie questa grotta nella quale tu siedi ti fia etterna casa"; e più non disse. Queste parole udendo Alleiram mutò cuoree sariasi voluta volentieri penterema non ci era il tempo. Ella volle con alta voce domandare mercéma il sopravenuto freddoche già alla lingua così come agli altri membri avea tolta la possanol sofferse: la pigra freddezza con disusato modo nel ventre ritirò le dilicate braccia e le candide gambee in picciol spazio niuna cosa della bella giovane si saria potuto vedere se non un bianco troncoil quale in durissimo marmo mutatocome voi vedetefu trovato. E se forse alcuna rossezza in quello vedetedicesi che Lieo gliele diededi cui più copiosa che 'l convenevole dimoravaquando qui più furiose che savie vennero baccando.

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Mentre che così Venere parlava ad AlleiramAiram dubitò fortee volle fuggire del luogoma le gambedavanti snellegià fatte pigre barbe di questo alberola ritennero. E Febo venuto presente con soave voce così le cominciò a dire: "Adunqueo giovaned'avermi ingannatoil tuo cuore celandomi e togliendomi i cari doniti vanti? Male e poco senno è contra lo stimolo calcitrarema acciò che a te non paia che noi le mal fatte cose impunite lasciamocome avanti cantastitu prima per lo tuo parlare sarai punitasì come Perillo da Falaris per lo suo medesimo artificio fu. E già parte in albero convertitatutta in quelloavanti ch'io mi partati muterai; e però che tu avesti ardire di dire di volere essere nostra paritu i tuoi pedali avrai tortiné fia loro licito il potersi troppo in alto distenderema più tosto fieno sì bassiche con poco affanno di terra ciascuno piccolo uomo coglierà i tuoi pomi. E sì come tu de' miei doni ti dicesti occulta sottrattricecosì de' tuoi frutti gran parte gitterai alla terra prima che maturi li vegga: né quelli che rimarrannosanza vederli iomaturerai già mai. E farò checome tu del tuo cuore fosti a ciascuno occultatriceche i frutti tuoicome il dolce tempo della loro maturazione sentirannocosì incontanenteaprendosi in più partia me e a chi vedere le vorrà mostreranno le tue interiora. E della tua cortecciaperò che sopra tutte l'altre bellezze la tua essaltastifarò che chi alcuna cosa in oscuro colore vorrà del suo mutare non possa sanza il sugo di quella". E mentre che egli queste parole diceail miserabile corpo a poco a poco stremandosili suoi membri riducea a questa forma che voi vedete questo granato. Né prima che in questo albero fosse mutatale fu possibile dire una sola parolae manco poi.

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Asenganel mezzo di queste duepaurosa né fuggivané chiedeva mercede. E chi poria davanti dell'ira degli iddii fuggire? La Luna turbata le sopravennedicendo: "O miseraquale cagione a contaminare la nostra bellezza ti mosse? Mai da noi offesa non fostifuori solamente se io a tuoi furtivi amori avessi forse già porta lucefuggendola tu; ma perché io di ciò a te dispiacessiio ad infinita gente ne piaceva: né però fu che io alcun tempoa te e all'altre di ciò dilettantesinon lasciassi atto a' vostri falli. Tu noi mille forme mutare in un mese confessitra le quali una volta bella e non più paiamoe te continua bellezza essere affermi; ma tu in picciolo pruno voltatapartorirai fiori alla tua bellezza similii quali di mostrare quella una volta l'anno saranno contentie poi che le loro frondi poco durabili cadute fienoin quel colore che per eclissi ne dicesti rivolgerematurandosile tue bocciole torneranno: e quelle tanto dal tuo pedale fieno guardatequando le frondidi verdi tornate in giallefiano dal primo autunno percosse". E questo dettoil bel corpo in gracile fusto mutossia cui le gambe in pilose barbe e le braccia in pungenti ramie la verde vesta in verdi frondi si mutaroe 'l candido viso e le belle mani bianche rose sopra quelle rimasero in questo luogo.

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Dianala cui ira non molto era mancatastette sopra la timidissima Annavoidicendo: "Ancora che la vendetta s'induginon menoma il dolore del dolente ricevitore di quella. Tuperfida ucciditrice de' miei suggettisempre il commesso male mostrerai. Tu in essiguo corpo e debile a ciascuno offenditoreti muteraie nella sommità di quello partorirai un fioreil qualechiusoin cinque frondette verdi mostrerà le tre età varie de' miei sudditieapertopaleserà i mal tolti tesoridintorno a' quali i cinque cuori de' miei suggetti si vedranno"; né disse più. E questa subitamente in quella forma e in quel modo che Asenga si mutòe essa similmente; ma i fiori furono diversiché dove Asenga in bianco fiore con molte frondiAnnavoi in vermiglio con cinque solee in mezzo giallasi trasformò. E questo fattogl'iddii tornarono ne' loro regnie l'aere cacciò i suoi nuvoli e rimase chiaro -.

[28]

Con maraviglia ascoltò Filocolo infino a qui la parlante giovanedicendo poi: - O giusta vendettaquanto dei tu essere temuta da ciascuno che queste cose ascolta! Assai sostenne la divina pietàché certo la menoma delle molte parole meritava maggior pena! -. E con voce da questa assai diversa seguì queste altre parole: - O superbiapericolosa pestilenza del tuo ostemaladetta sii tu! Tua te iniquanon sostieni compagno. Tunon conoscentese' de' meriti guastatriceinvocatrice d'ira e suscitatrice di briga; chi seco ti tiene non sarà saviopoi che tupiù altera che possentehai vestite le tue armie con gli occhi ardenti spaventi il mondo. Tu ti credi con le corna toccare le stelleeparlando asprocol muovere impetuosorigidamente operando cacci avanti a te i men possenti; ma la vendicatrice giustizia di te contenta l'animo de' sofferenti. Così dopo pochi passi torna la tua potenza come vela che per troppo ventol'albero rottoravolta cade. Tu simile a' robusti cerriprima ti rompi che tu ti pieghi a' soffianti venti. Male s'armarono queste misere per loro delle tue armi. Male le tue corna si posero: giusta vendetta l'ha umiliatecom'è degno -. E queste parole dettesi volse al carro della lucee videlo già il meridiano cerchio aver passatoe declinare così il caldo come i raggiper che a' compagni tempo di tornare alla città disse che gli parea; ma prima con queste parole parlò dicendo: - O sacro fonteveramente delle dee luogo e guardatore delle loro vendetteper quella pietà che a giusta ira le mosse ti priegose per te Idalogo può niuno soccorso averedonagliele: spruovisi alquanto la tua dolcezza ad ammollare l'acerba durezza della bella pietra da lui infino allo estremo dolore amata -. Alle cui parolese possibile fosse stato le 'nteriora del marmo vederevedute si sarieno tremarema la morbida durezza del bianco aspettotenendo forse la sua facciaquello non lasciò palesare. E questo dettoFilocolo con le giovani uscì di quella al chiaro giorno.

[29]

Il debito ringraziare alle giovani da Filocolo fattomostrò quanto fosse stato a Filocolo caro la dimostrazione della fonte fatta da loroe simile il chiarimento delle degne mutazioni: dopo il qualeda loro con piacevoli parole prese congedoverso la città co' suoi ritornando. Alla quale ancora non pervenutodi lontano conobbe Caleona lui carissimo per lo non dimenticato onoreal quale egli sopravenne avanti che da lui conosciuto fosse. Ma non prima Caleon lo conobbe che con riverenza il riceveo: e partita la maravigliae l'amorose accoglienze finiteCaleon voltò i passi e con Filocolo nella città ritornòde' suoi felici casi contentoben che a' suoicontrariialquanto la sforzevole entratrice invidia aggiugnesse dolore.

[30]

Tornati alla cittàFilocolo domanda che sia della bella Fiammettaper adietro stata loro reina nell'amoroso giardino; alla cui domanda Caleon subito non risposema bassò la frontee con dolore riguardava la terra. A cui Filocolo: - O caro amicocome prendi tu ora turbazione di ciò che già mi ricorda ti rallegravi? Qual è la cagione? Non vive Fiammetta? -. Allora Caleon dopo un sospiro disse: - Vivema la fortuna volubile m'ha mutata leggee tale me la conviene usareche assai più cara mi saria la morte -. - E come? - disse Filocolo. A cui Caleon: - Quella stellaal chiaro raggio della quale la mia picciola navicella avea la sua proda dirizzata per pervenire a salutevole portoè per nuovo turbo sparita: e io misero nocchiero rimaso in mezzo mare sono d'ogni parte dalle tempestose onde percossoe i furiosi ventia' quali niuna marinesca arte mi dà rimediom'hanno le veleche già furono lietelevatee i timonie niuno argomento m'è a mia salute rimaso: anzi mi veggio d'una parte al cielo minacciaree d'altra le lontane onde mostrano il mare doversi con maggior tempesta commuovere. I venti sono tanti ch'io non posso né avanti né adietro andaree se io potessinon saprei qual porto cercare mi dovessi. E ancora che la morte mi fosse cara se mi venissenondimeno mi pure spaventa ella sovente sopra le torbide onde con le sue minaccee gl'iddii hanno gli occhi rivolti altrovee a' miei prieghi turati gli orecchie i falsi amici m'hanno lasciatoe il buono non mi può atare: qual io stia omai pensatelvi -.

[31]

Filocoloche già tali mari avea navicatia se medesimo pensandodi Caleon divenne pietosoe disse: - Giovanea quel maestro che ha più volte operando la sua arte esperta si puote e deesi credere con più giusta ragione che a quello o che la sperimenta o sperimentare la dee; né questo si può negare. Sono adunque i mutamenti della fortuna varii e le sue vie non conosciute. Già fu che io con più tempesta ne' mari dove il tuo legno dimora mi trovai che tu non truovie certo io non potea sperare se non mortené altro dintorno mi vedeaquando subitamente in porto di salute mi vidi con tranquillo mare. E tu ti dei ricordarenon sono ancora molti anni passatiquanto la tua vita alla mia fosse contrariaquando ti specchiavi nel tuo disioe io pellegrino con grieve doglia ignorava ove il mio fosse; e ora io il mio veggio e tengoe tu quello che avevi non tieni; per chea me riguardandodei sperare bene. La tua doglia è grandissima: ma chi dubiterà che dopo gli altissimi monti non sia una profonda valle? Ioil quale ho corsi i dolenti mari tuttie a cui né scoglio né secca né porto s'occultain quelli voglio della tua navicella essere nocchieroe spero con quella arte che io a salutevole porto pervennite delle pestilenziose onde trarrò quando ti piaccia -. - Adunque - disse Caleon- o signor mionelle tue mani sia la vita mia -.

[32]

Finito il ragionamentoe Filocolo dimorato alcun giorno con Caleonlo stretto vinculo del paterno amore lo 'ncominciò a stringeree con intera volontà disidera di rivedere i parentie così propone e comanda che verso Marmorina si prenda il camminoe con seco mena Caleondisideroso della futura salute. Elli passanoo Capisla tua cittàCapo di Campagna; e le fredde montagnefra le quali Sulmonauberissima di chiare onde dimorasi lasciano dietroe pervengono al luogo ove l'uccello di Diomutato in contrario peloda rustica mano si dovea ancora portare in insegna. E quindi partitipassano l'alpestre montagne e truovano le dolci onde del Tevero; e passando avantii gelati monti truovano ancora tiepidi delle battaglie di Persio. Né videro la sera del secondo giorno che alle graziose montagne pervenneroche nel futuro da' vecchi doveano pigliare etterno nome. Quivi venutiFilocolo si ricordò di Filenoil quale in fonte lasciato avea sopra il cerruto poggettoe disideroso di rivederlolà egli e' suoi compagni n'andarononon avendo il sole ancora di quel giorno l'ottava ora toccata.

[33]

Li grandi arnesi s'acconciarono al riposo de' caldi giovanie sopra le verdi erbe fra' salvatichi cerri presono il cibodopo il qualein picciolo spaziocon non pensato passo la notte li sopravennee il cielo pieno di chiare stelle dava piacevole indizio al futuro giorno. Per che Filocolo vicino alla fontanasopra un praticello pieno di verdi erbettefece chiamare Biancifiorealla quale era ignoto il luogo dov'ella fossee con parole piacevoli così le cominciò a dire: - O lungamente da me disiderata giovanedimmiper quello amore che tu mi portiil vero di ciò ch'io ti domanderò -. - Sì farò - disse Biancifiore. A cui Filocolo seguì: - Etti uscito della memoria Filenoa cui tu con le propie mani donasti per amore il caro velo? O sospirasti mai per lui poi che di Marmorina temendomi si partì? -. A queste parole dipinse Biancifiore il suo candido viso per vergogna di bella rossezzama le notturne tenebre le furono graziosee quello celaronoe rispose così: - Signor mioa me sopra tutte le cose caroe a cui niuno mio segreto dee essere ascosoassai volte di Fileno mi sono ricordata e ricordo. E come potrà egli mai della mia memoria uscirecon ciò sia cosa che ancora mi spaventi la rimembranza della pistola ch'io da te ricevettiturbato per falsa oppinione avuta in me per lo ricordato veloil quale iocostretta dalla tua madredonainon per mia voglia? Ma veramente mai amore per lui sospirare non mi fece: anzi giuro che se licito mi fosse odiarloio chiederei di grazia agl'iddii che la sua memoria levassero di terra -. Disse allora Filocolo: - Sariati caro vederlo? -. A cui Biancifiore: - Certo sìnella vostra grazia; e la cagione che a questo mi moveria non saria amore ch'io gli portima sola pietà de' suoi parentila vita de' quali io reputo che simile a quella de' vostri siacon ciò sia cosa che egli a' suoi unigenito siacome voi ai vostri: ma voi per me lasciaste i vostri dolentie egli sanza alcuna colpache per sospecione di me legittima commettessemeritò la vostra ira. Amommie però fu tolto al padre. Or che avria la fortuna fatto alli nocentise elli m'avesse odiata? Concedano gl'iddii e a voi e a me che da tutti siamo di buono amore amatie se essere non può che amati siamo di qualunque amoreamando noi ciascuno come si conviene -. - Ottimamente parli - disse Filocolo- e io la mia grazia e la tua presenza gli renderòcerto della tua fededella quale ben fui per adietro certo; ma noi amanti ogni cosa temiamoe però odiai. Come Febo ne renderà il nuovo giornorendute grazie agl'iddii che prima di te mi dierono speranza buonati farò lui vedereil quale per dolore in su questo poggio in fontana si convertì -.

[34]

Posaronsi la notte nel salvatico luogo sotto le tese tendedifesi da' sopravegnenti casi da' suoi sergenti; ma venuto il giornoil duca e Ascalion e gli altri compagni insieme con Caleon furono a chiamare Filocoloil quale levatofece l'antico tempio mondarecome altra volta avea fattoe accendere i fuochi sopra gli umidi altari; e fatti uccidere più tori per la salvazione di sé e de' suoi compagnicon puro cuore offerse a' fuochi le debite interiora di quellirendendo con queste voci grazie de' ricevuti beni: - O sommo Giovegovernatore dell'universo con ragione perpetuae tuo santa Giunonela quale con felice legame congiugni e servi longevi i santi matrimoniie tuo Imineodegno e etterno testimonio di quellilodati siate voi! Ora per voi sento pacee ho la lunga sollecitudine abandonataperò che gli occhi miei veggono ciò che per adietro lungamente disideraronoe le mie braccia stringono la sua salute. E tuo santissima Veneremadre de' volanti amoriinsieme col tuo amante Martericevete i nostri sacrificii; i quali sì come a protettori e guidatori delle nostre menti offeriamo. E voi qualunque iddii del solitario e diserto luogo siete abitatorie da cui la veridica promessione ricevemmoprendete olocausto in riconoscenza di tanto dono. O cieloadorno di molte stellericevi con tutti i tuoi iddii le nostre vocie tuterraco' tuoie similemente co' suoi il verdeggiante mare; e della nostra salvazionevisitati con possibili sacrificiivi rallegratee per inanzi di bene in meglio ne prosperateacciò che nelle nostre bocche sempre cresca la vostra loda -. Biancifiore e GloriziaAscalion e 'l duca e gli altri compagni e servidori di Filocolotutti ginocchioni nel tempio davanti a' crepitanti fuochi dimoravanoseguendo con tacita voce ciò che Filocolo alto dicea nel cospetto degl'immortali iddii. Ma finite le divote orazionie levati da quelleordinaronoad onore di quelligiuochi con solenne ordinee di quindi se ne vennero sopra la bella fontana; alla quale venutisopra la verde erbetta che i margini di quella adornavaBiancifiore prima e poi ciascuno degli altri si posero a sedere e videro quella per li due luoghi del mezzosì come usata era per adietrobollire. Di che Biancifioreche ancora veduta non l'aveasi maravigliòe pensando allo stato di Fileno nel quale già per adietro veduto l'aveae a quello in che ora il vedeapietosa sanza fine quella riguardando divennee parlato avria la sua pietà dimostrandose non che avanti di lei cominciò verso Filocolo Menedon a dire queste parole:

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- O grazioso signoredebita pietà mi muovela qualedentro al cuoredel misero Fileno mi porge compassionepensando che gli avversarii fati tanto tempo fuori della sua forma in questa l'abbiano tenuto: e certo se benivoli mi fossero gl'iddiiio gli pregherei per la sua salutedove a voi dispiacere non credessiperò che egli mi fu assai caro e a voi non dovria già dispiacereperò che se voi avete i vostri disii ricevutidegli altrui danni non dovete essere vago -. - Non m'aiutino essi iddii - disse Filocolo- se io la salute di Fileno non disideroe se quella non mi fosse carase la vedessi -.

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Mentre così sopra la chiara onda si ragionavaquellatutta commossadel mezzo di sé mandò fuori una pietosa vocee disse: - O tuil quale da debita pietà de' miei danni se' mosso a sì bene per me parlaree cui alla voce riconoscere mi parese lungo doloreo voce a quella ch'io credo similenon m'ingannagl'iddii mettano il tuo piacere avantie te guardino da simile casoacciò che mai non pruovi quello di che se' con ragione pietoso. Io ti priego per quella pietà che di me nel tuo petto dimora ches'io mai ti fui caroche quello che poco inanzi dicevi metti avantiacciò ch'io così ti possa vedere come io t'odo parlaree adempiasi quello che la speranza mi promette -. Menedon e gli altri a questa voce tutti attoniti diventaronoancora che altra volta l'avessero udita parlaree tacquero alquanto; poi Menedon rincominciò: - Niuna ammirazione ho se la mia voce conosciperò che sì com'io credole avversità non danno a chi le riceve dell'amico oblianza; ma dimmise non t'è gravequal via sia a' tuoi beni più utileacciò che io per quella correndo ti riduca nel pristino stato -. A cui Fileno: - Oimèquanto lontano a quella ti sento! Una sola cosa mi mancala quale avendo viverei contentoe quella è la grazia del signor mio Floriofigliuolo dell'alto re Felicea cui già ti conobbi compagno: gl'iddii me ne sieno testimonii che fedelmente l'amai e amo! E' non è lungo tempo passato che i miei dolori multiplicaronosentendo io da un giovinedi Marmorina vicinoche quinci passòcom'egli avea la sua bella Biancifiore perdutae pellegrinando con dolore la ricercava: e se quella riavessicerto io conosco gl'iddii sì misericordiosich'essi mi renderieno la perduta forma. Dunquesola quella mi procaccia con valevoli prieghiquella mi racquista se me vuoi trarre d'affanno. E se tuo giovanedisideri forse di sapere perché io la perdessiio tel dirò. Certo io non sacrilegionon tradimentonon omicidionon ribellione commisiperché giustamente movessi il mio signore ad irama come giovane amai: e cui? Non sua nimicama quella giovane che lui sopra tutte le cose del mondo amava: io dico di Biancifiorela cui bellezza quanti la vedeano tanti ne innamorava. E certo io ignorava che egli lei amasseché se saputo l'avessiben che il cuore dell'amore di lei portassi ferutocon forza mi sarei infinto di non amarla. E ben che io pur molto l'amassiguastava però il mio amore la sua fermezzala quale si dice che mai per alcuno accidente non mutò cuore? Certo no! E se io il bel velo ebbiil quale col mio non tacere mi fu di tanto malequant'io sento e ho poi sentitocagioneellainvitacomandandogliele la reinamel concedette: dunque per amore puoi vedere ch'io mi dolgo. Oimèche se l'ira d'uno potesse trarre amore del cuore ad un altroio direi che licito gli fosse stato l'adirarsi; ma quella in me misero il multiplicòné l'ha però mancato il lungo essilio. Or quali cose sono con maggiore appetito disiderate che quelle che sono molto vietate? Veramente ti giuro che mai il mio pensiero non si distese tanto avanti ch'io sconcia cosa di Biancifiore disiassiné disidererei già maisentendo com'io sento che ella sia da lui sopra tutte le cose amata. Né mi pare ingiusta cosa a dire ch'egli più si debba contentare che io la ami che se io la odiassi. E se quello c'ho detto non si concedee dicasi pure ch'io gravemente abbia fallitoconsentasie sia a chi si pente largito perdono. Giove perdona e ciascuno altro iddio a' suoi offenditoriquandoriconosciuto il fallopentendosi domandano perdono. Veramente mi saria grazias'io falliiche 'l mio signore mi perdoniché s'io non falliiavendomi in iramancherebbe di suo dovere. Tanto è la grazia grande quanto il perdono. Niuna ragione vuole che grado si senta del non ricevuto servigio. Se io fossi in Marmorina e servissilo e avessi la sua grazia interadi ciò al mio servigio sentirei dovere rendere grazie. Oimèche a' signori dovria essere spesso caro il fallire de' suggetti per poter perdonareacciò che perdonando la loro grande benivolenza mostrassero. Sanno però gl'iddiiconoscitori degli occulti cuoriche io tal guiderdone del mio amore non meritaima forse altro peccato a sì fatta penasotto questo titolo d'avere Biancifiore amatanon sanza ragionem'ha menato. Bella vittoria e grande è il perdonare. Dunque per onore del mio signore e per lo mio utile priega: e se tanto di me ti calenon ti paia l'affannoche non fia piccolomalagevoleacciò che me possa rendere lieto a' miseri parentiignoranti de' miei angosciosi fati. Per merito del quale benese 'l faraispero che lungamente gl'iddii ti serveranno lieto a' tuoise gli hai -.

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- Non fia sì lungo come pensi l'affanno - rispose Menedon alla fonte. E volto a Filocoloa cui niente riferire bisognavaché tutto avea uditocon umile preghiera gli domandò che la sua grazia gli rendessee con Menedon ciascuno degli altri in merito del lungo affanno similemente la dimandarono. A' quali Filocolo liberamente la concedettegiurando per se medesimo che di perfetto amore l'amerà per inanzie le preterite cose sì come fanciullesche metterà in oblio: di che tutti il ringraziarono. E Filocolo a Biancifiore commise che sì lieta novella narrasse all'aspettantela quale graziosa non aspettò il secondo comandamentoma voltato sopra la fonte il visoriguardando in essadisse: - O giovaneche nelle liquide onde la tua forma nascondiconfortatila grazia del tuo signore t'è renduta: e però sicuro nella sua presenza ti presenta -. La chiara fonte sì tosto come in sé riceveo la bella imagine della sua donnacosì la conobbee lasciato l'usato bollirecon soave movimento intorno a quella mostrava festae la voce entrata per le dolenti caverne rendé letizia al misero; per che così parlò: - O immortali iddiia' quali niuna cosa si occultasia lodata la vostra inestimabile potenza. Io per la vostra benignità di quella dolcezza ho gustatache la nemica fortuna mi tolse quando Marmorina abandonaie quella donnaper cui l'amara iniquità sostenniquella la riavuta grazia m'ha annunziata. Piacciavi adunque misericordiosamente operare ch'io nella prima forma tornando lieto a' cari amici mi presenti -. Egli dicea ancora queste parolequando i circunstanti videro le chiare acque coagularsi nel mezzo e dirizzarsi in altra forma abandonando il loro erboso lettoné seppero vedere come subitamente la testale braccia e 'l corpole gambe e l'altre parti d'uno uomodi quelle si formasserose non cheriguardando con maravigliaco' capelli e con la barba e co' vestimenti bagnati tutti trassero Fileno del cavato luogoe davanti a Filocolo il presentarono. Al quale eglicome il vides'inginocchiò davanti e con pietose voci dimandò perdonoe appresso di Filocolo la benivolenza: le quali cose benignamente Filocolo gli concesse. Egli fu di nuovi vestimenti adornoe i raviluppati capelli e la male stante barba furono rimessi in ordinelevandone le superflue partie lieto si diede con gli altri cavalieri a far festamaravigliandosi non poco qual caso quivi gli avesse menati insieme con Biancifiore. Il cui viso poi ch'egli ebbe vedutostimandolo più bello che mai gli fosse parutocontento tacitamente si dispose al vecchio amorecredendo sanza quello niuna cosa valere.

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Queste cose così faccendosis'udì nel luogo un grandissimo romorecome di gente checombattutoavesse la vittoria del campo acquistata. Del quale Filocolo e' suoi si maravigliarono e dubitarono alquantoe domandarono Fileno se noto gli fosse che significasse il romore e chi 'l facesse. A' quali Fileno rispose sé molte volte simili romori avere uditima per che fatti fossero del tutto ignorava. Allora sì come a Filocolo piacqueil duca Ferramonte e Messaallinosopra forti cavalliarmati e accompagnati da molti de' servidoriandarono per conoscere la cagione di tanto romoree usciti del folto bosco videro nel pianoalla riva del picciolo fiumedall'una parte e dall'altramolta gente rustica nel sembiantea' quali non tendanon padiglione erama tagliati rami dava loro le disiate ombre; né alcuno v'era di cappello d'acciaio o d'elmo che rilucessené alcuno cavallo facea fremire il povero camponé tromba risonarema rozzi corni movea la disordinata gente a' suoi mali; e quasi la maggior parte delle loro arme erano bastonie poche spade teneano occupati i loro latile quali poche non aveano forza di piegare i solari raggi in altra parteche dove il sole gli mandava. I loro scudi erano ad alcuni le dure scorze del morbido ciriegioe altri si copriano di quelle della robusta querciae alcuniforse più nobiligli aveanoma sì affumicatiche in essi niun'altra cosa che nera si vedea. In luogo di balestra usavano rombolee i loro quadrelli erano ritondi ciottoli; le loro lance si prendeano da' fronduti canneti. Archi erano loro assaile cui saette in luogo di ferro erano apuntate col coltelloné era loro bandiera alcunafuori che una di tela assai vilela quale mezza bianca e mezza vermiglia si mostrava al ventocredo più tosto di pecorino sangue tinta che di colore; e simigliante l'avversa parte l'avea di tanto diversache all'una era il bianco di sopra e all'altra di sotto; e di dietro a queste ora quaora làquale poco e quale assaicorreano disordinati.

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Come il duca e Messaallino videro il rozzo popolodi loro si riseroe alquanto gli riguardaronoe già aveano determinato di ritornarsi indietroquando Messaallino disse: - Perché non andiamo noi a loroe di loro condizione ci facciamo certiacciò che tornando a Filocoloil quale di tutto loro essere ci domanderànon sappiendogliele ridirenon siamo da lui scherniti? -. - Andiamo - rispose il duca; e verso quelli che già mostravano di loro dubitarecon segno di pace s'appressaronoe con graziosa vocenon mostrando d'avere la loro picciola condizione a schifogli salutaronoe quelliche sopra la riva del fiume dimoravano dal lato del boscodomandarono chi essi fossero e perché quivi stesseroe quale era stata la cagione del loro romore poco avanti. A' quali uno di loroil quale forse degli altri avea il maestratocosì rispose: - Noii quali voi qui vedetesiamo abitatori d'un picciolo poggio qui vicinoil quale i nostri antichi chiamarono Calonie noi da quello Caloni ci chiamiamopopolo robusto e fiero nelle nostre arminé niuno altro è a cui il lavorio della terra meglio sia notoné che fatica in ciò a comparazione di noi possa durare: e la cagione per che qui dimoriamo è acciò che passare possiamo questo fiumicello e di sopra quel terreno cacciare in perdizione la gente che vi vedetela quale nuovamente venuta quiun poggio simile al nostroche nostra iurisdizione eras'hanno presoe abitanlo oltre a nostro voleree chiamansi Cireti. I qualicome voi vedetea contradirci il passo qui a fronte a noi sopra la riviera si sono postiné in alcuna parte possiamo su per quella andare che essi non ci vengano tuttavia davanti. Il gran romore che fu poco avanti fu per due che nell'acque si combatteanoa conforto de' quali ciascuna col gridare aiutava il suo; ma ultimamente il nostro ebbe vittoriaper che di quercia il coronammocome là vedere il potete -. Disse allora Messaallino: - Secondo ch'io avvisovoi dovreste con pace poter sostenere che coloro abitassero il vostro poggioperò che sì gran popolo non mi parete che soperchio terreno sanza quello che coloro hanno preso non abbiatema n'avete tanto che sanza cultura la maggior parte veggiamo -. - Certo - disse il villano - più contrarietà di sangue che vaghezza di terreno ci muove a queste brigheper mio avviso -. - E che contrarietà di sangue è tra voi? - disse Messaallino; - non siete voi tutti uominie in una contrada abitate e in un luogo? -. A cui colui rispose: - Noi fummo dell'antica città di Fiesolee allora di quella uscimmo quando Catellinade' nostri mali singulare cagionesuperato da Antonio e da Afranio ne trasse i nostri antichii quali della mortale battaglia appena campati qui fuggironoe quasi in dubbio di loro salute abitarono quel poggetto che davanti vi dissisotto quel nome ch'avete udito che ci chiamiamo. Ma costoronon è gran tempo passatoquando Attila guastò la nuova città da' romani fatta a piè della nostratemendo le fiamme e l'ira del tirannoqui fuggironoe sanza alcuno congedo s'abitarono il paese prima da noi occupato: per che noia giusta ira mossiogni anno a quello che ora ne vedete ne siamo e saremo infino a tanto o che noi di questo paese fuggendo gli cacceremo o che essi noi alle nostre case renderanno vinti
-.

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Udite queste coseil duca Ferramonte e Messaallino si partirono da loro e tornarono a Filocoloe ciò che udito aveano e veduto gli dissero: di che Filocolo si risee volle andare a vedere. E venuto ad essitanto con parole gli commosse che essipreso ardiresi misero a passare il fiumeil quale non sopra la cintura gli bagnava. Ma essi non furono giunti all'altra rivache i loro avversarii armati loro vennero incontroe in mezzo 'l fiume incominciarono sanza ordine la loro battagliaforte co' duri bastoni lacerando le salvatiche armi e i loro dossi. Arco né rombola non ci avea luogo per la loro vicinità; e se alcuna spada v'erao dava in fallo o se feriva si torceva. L'acqua che già più rossa che bianca correa gl'impediva moltoe tal volta i più codardi facea valorosi combattitoriritenendo i loro piedi nella molle arenai quali per lo duro campo sarieno fuggiti. Ma poi ché lungo spazio combattendo ebbero duratotornandone molti dall'una parte e dall'altra magagnatiavendo Filocolo assai riso co' suoi compagni de' modi nuovi di costorocol suo cavallo entrò nell'acquae i pochi rimasi alla battaglia divisee ciascuno pari fece al suo campo tornare. Ritornati così costoronon dopo molto spazio le risa di Filocolo si voltarono in pietàvedendo i magagnati dolersi e sanza alcuno compenso a' loro mali. E però che a lui parea di ciò essere cagionesi pensò di volergli pacificaree in restaurazione de' loro danni edificare loro una terra nella quale sicuri vivessero sotto savio duca: e questo narrando a' compagnida tutti li fu lodato.

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Allora Filocolo fece a sé chiamare dell'una parte e dell'altra i principalie la cagione domandò della loro discordia. De' quali l'uno perché combatteval'altro perché si difendeva narrarono interamentea' quali Filocolo così disse: - O miseripoveri d'uomini e d'avereperché al piccolo numero di voiil quale ha più tosto d'aumento bisogno che d'altrocombattendo cercate distruzione? A voi dovria bastare seguire di Saturno la dottrinasanza volere di Marte usurpare l'uficioperò che in voi né nobiltà di cuorené ordinené sennoné arme non dimora. Voi combattete acciò che soli qui rimagnate in questo pianoma voi non v'avvedete che se questo continuate in brieve tempo il piano di voi rimarrà soloe le case che voi avete con affanno fatte e dovreste in pace abitaregente strana verrà che sanza affanno le si goderà. Or fu dagl'iddii data alla terra l'ampia superficieperché un popolo solo la dovesse abitare? Non vi bastava il luogo che possedete? Che vi facea se costoro alquanto da voi lontani si posero a dimorarei qualipensando che vostri antichi fratelli furonose ben si guardadovavate nelle vostre case propie riceverepensando similmente che voi così come essi fuggitivi veniste in questo luogoe quella ragione ci avavate che essi ora per loro difendono? Io pietoso de' vostri danni voglio che l'uno all'altro perdoni le ricevute offesee sia tra voi vera e perfetta pace; e sì come voi foste fratellicosì ritorniatee de' due popoli piccoli e cattivi divegnate uno buono e grande. E ioacciò che l'uno non disdegni andare a casa l'altro ad abitarevi darò nuova abitazionela quale io vi cignerò di profondi fossi e d'altissime mura e di forti torrie in quella vi donerò armiper le qualise alcuno vicino invidioso del vostro luogo ve 'l volesse torreil potrete difendere. Io vi darò in quello similemente chi vi guiderà con ragionevole ordine e le vostre quistioni con diritto stile termineràe sotto la cui protezione sicuri viverete come uomini: e oltre a tutto questovi donerò doniper li quali ornare vi potrete e parer belli quando gli altrui paesi visitare vorrete -. Dinanzi al viso del magnifico uomo niuno seppe che dirsima contenti dell'alte promessestrignendo le spalledopo alquanto risposero: - Messerenoi faremo ciò che voi vorrete -. E tornaticiascuno a' suoi queste cose riferì. E quale migliore novella poria loro essere contata? Essipoco davanti stati in tanta discordiainsieme nel cospetto di Filocolo tutti ne venneroe quelli che impotenti erano per li ricevuti colpi vi si fecero portaree gittatiglisi a' piedicon una voce tutti la proferta grazia domandaronola quale Filocolo disse di dare. E fattigli entrare nel santo tempioprima per la futura pace offersero sacrificio agl'iddii e quella con orazione divota domandaronopoi in presenza degl'iddii e di Filocolo e de' suoi baciandosi tutti insieme giurarono mai per alcuno accidente tal pace non romperema intera essi e loro successori servarlae sempre essere a Filocoloo a chi per lui vi rimanessesuggetti.

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Queste cose fatteFilocolo rimase in sollecitudine d'osservare le promesse cosee co' suoi compagni cavalca per la contrada salvaticaessaminando con gli occhi e con la mente qual luogo più alle nuove mura fosse attoappresso del quale insieme andavano Fileno e Caleon simile cosa guardando. E avendo per lungo spazio attorniato il paeseCaleon disse a Fileno: - Perché Filocolo sopra questo poggiodove questo cerreto dimoranon edifica la nuova terra? Niuno luogo ho veduto ancora in queste parti tanto atto a tal mestiero: questo tutta la contrada signoreggiaquesto forte luogo e belloquesto d'acque abondevolesì come molti piccioli rivi ne mostrano. Questo è quasi in mezzo tra l'una abitazione e l'altra de' due popoli tornati uno. Niuno difetto è quiper lo quale più tosto sia da cercare altro luogo. Elli ha similemente dalla orientale piaggia vicino il fiume ove fu la sconcia zuffa di costoroe 'l mezzogiorno dà loro il veloce fiume chiamato Elsa. Io direi che questo fosse il migliore luogo che avere si potesse in questa parte -. Questo diviso piacque a Filenoe parveli di dirlo a Filocolo. Le quali cose come Filocolo udìcosì acconsentì al loro consiglio dicendo: - Veramente così è come voi ditee qui per lo vostro consiglio fermeremo a' villani la nuova terra -.

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Chiamaronsi i villani come a Filocolo piacquee l'antica selvadove mai scure non avea suo taglio provato né dente d'alcuna bestia fatto offesaper paura degl'iddiicredendo i circunstanti che eziandio qualunque fronda era in quella fosse piena di deitàcomandò che si tagliasse tuttaprima con pietosa orazione scusandosi agl'iddiise in essa forse alcuni n'abitavanocosì dicendo: - O iddii di questo luogo abitatorise alcuno ce ne abitaperdonatemi la nuova ingiuria la quale io non arrogante contro alla vostra potenza commetto come Erisitone fecema disideroso di darvi per abitaculo più fruttuosa selva che di cerrifo questo -. E dette queste parolecon le propie mani faccendo quello che molti dubitavano di farea tutti porse ardire.

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Tagliasi l'antico boscoe Filocolopietoso de' disperati popolipensa al loro riposocon sollecitudine disiderando poi di rivedere il padre. Ma Biancifiore da altra sollecitudine è molestata: Gloriziache il dolce aere della vicina Roma sentivaaccesa d'ardente disio di rivedere quella oltre all'usato mododimorando sola un giorno con Biancifiorecosì le cominciò a dire: - O giovane donna lungamente per lo mondo erratacome non ti strigne l'amore della tua patria? Come non disideri tu di vedere la tua Roma la quale tu mai non vedesti? Or non ti saria egli caro vedere gli stretti parenti del tuo padre e quelli della tua madrei quali tu niente conosci né essi te? Tu ora se' a quella vicinané niuno tempo puoi a rivederla eleggere migliore: e certo quello che fu in disiderio agli straniposti nell'ultime parti de' regnide' quali io ancora ti vedrò coronataben dee essere a tedi lei figliuolain volontà: pregane il tuo Florio che di quindi andiamoil quale niuna cosa pare che tanto disideri quanto piacerti. E se egli forse per la nuova impresa vuole pure essere quie questo fornitonon vuole più tempo mettere in mezzo a rivedere il padreconcedati almeno che in questo mezzo noi possiamo andar a vederlaaccompagnate dal suo e tuo maestro Ascalion. Noi peneremo poco a tornare quiché certo quinci partendoci non si vedrà il sole sei volte nuovoprima che Roma tuveduti i tuoi strettissimi parenti e di Roma grandissimi prencipivedrai. Le grandissime nobiltà della tua terratra le quali il gran palagio ove i romani consigli si faceanovedraie similemente il Coliseoe Settensoliofatto per gli studii delle liberali arti. E vedrai la sepoltura del magnifico Cesaretuo antico avoloposta sopra aguto marmo di Persia; e vedrai la colonna Adriana e l'arco adorno delle vittorie d'Ottaviano. O quante cose mirabili ancoravedute questeti resteranno a vedere! Io poi da tutti i tuoi parenti conosciutadarò con le mie parole ferma fede che tu di Lelio e di Giulia sii stata figliuolae sarò credutaperò che i miei parentiancora che io al tuo servigio sianon sono ignobili. E essendo tu riconosciuta da' tuoisarai ricevuta negli alti palagi e intorniata di nobilissime donnele quali per grande amore che t'avranno e per le tue bellezze ti guarderanno per maravigliafaccendoti ciascuna onore a pruovae sarai da tutte tacitamente ascoltata narrando i tuoi casii quali esse ascoltando spanderanno lagrime d'amore baciandoti mille voltee appena parrà loro che tu con esse siatanto fia il disiderio loro d'essere con teco. E i fratelli del tuo padrelieti di sì bella nipoteordineranno festeparendo loro avere racquistato il perduto Lelioe saranno molto più di te ora contenti che se piccolina t'avessero avutae massimamente sentendo la verità della tua virtuosa vitalaudevole infra le dee del cieloe ancora veggendoti sposa di Floriofigliuolo di sì alto recome è quello di Spagna: e più si rallegrerannosentendo che corona d'oro sia alla tua testa apparecchiata quando il vecchio re morisseancora che molti de' tuoi antichi la portassero. Perché mi fatico io di dirti quanto tu dell'andarvi diverrai contentacon ciò sia cosa che io mai la menoma parte dire non te ne potrei? Però andianvichése niuna altra cosa te ne seguissese non che tu conoscerai te non essere quella che forse tal volta la coscienza ti diceper le udite parole sì vi dovresti tu volere andare. E con tutte queste cose ancora farai tu me lieta più ch'altra femina fosse maiperò che io rivedrò i mieii quali forse già è lungo tempo dierono per me pietose lagrimecredendo ch'io fossi morta. Non essere a' miei prieghi duraio te ne priegoma se io mal grazia da te meritaiconcedi quello ch'io con tanti prieghi t'adimando -.

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Glorizia tacquee Biancifiore così le rispose: - O donnaa me più cara che madree cui io sol