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CARLOCATTANEO

 

GLIANTICHI MESSICANI

 

 

 

 

 

Nota: La publicazione chel'antico nostro collaboratore Biondelli fece d'un manoscritto del P. Sahaguncorredandolo d'una prefazione latina e d'un glossario aztecoci porge occasionedi communicare agli amatori parte d'un nostro studio su quel popoloi cuiprimordii possono in parte spiegare le rernote e inaccessibili origini d'altreciviltà. Sepolta da tre secoli nelle tenebre anche questa con tutte le altreopere del venerabile filantropo Sahagunfu scoperta nel Messico e apportata inItalia dall'insigne viaggiatore e scrittore bergamasco Giulio C. Beltrami. Ilsignor Biondellicoltivando codesti peregrini studiicontinua in Italial'onorata tradizione scientifica che rese illustri e cari in America i nomi diPietro Martire d'Angeradi Clavigerodi Butturini Benaduccidi GemelliCarrerid'Orazio Carochidi Beltrami stesso e d'Agostino Aglio al qualedobbiamo i sette splendidi volumi delle Antichità Messicanepublicate aspese di Lord Kingsborough.

 

 

 

 

 

Se fosse veroche la natura dei luoghi determina la natura dei popoli e il loro destinoilMessicoper la sua posizione unica al mondodovrebbe essere il convegnouniversale del commercio e dell'incivilimento.

Ampiotriangolochiuso a settentrione da lande inospitema lambito a oriente eoccidente dai due Oceaniesso può da' suoi porti communicare senza alcuncircuitoda un lato direttamente coll'Europacoll'Africacoll'Asia Minorefino agli intimi recessi del Mar Nero; dall'altro colla grande Asiacoll'Australiacolla Polinesiamentre può con facile costeggio raggiungerequalunque punto d'ambo i littorali d'ambo le Americhe fino alle zone polari. Einoltre un breve passaggio terrestre congiunge i due mari sia per la terra diTehuantepecch'è sgombra di montisia per la via quasi tutta navigabile diNicaraguasia finalmente per l'istmo di Panàma; fino al quale può tuttaviageograficamente estendersi il nome del Messicocome già si estendevapoliticamente. E infine alcuno direbbe che la naturacol corso spontaneo deiventi e dei mariabbia voluto guidare le navi dall'Africa al MessicodalMessico agli Stati Uniti e all'Inghilterra; e sull'altro Oceanodal Messico alGiaponealla Chinaall'India.

Senonchènulla valgono i favori della naturacome nulla vale l'ingegnofinchè non sicompia nei popoli una certa evoluzione d'ideedi cui la filosofia non haperanco indagate le cause moventi e le leggi fatali. I popoli sono guidati dailoro pensieri; e nelle regioni del pensiero giace il secreto dei loro destini.

 

Quandoun'idea maturata nel seno alle republiche della Liguriadella ToscanadellaVeneziae personificata in Marco Poloin Paolo Toscanelliin ColomboinAmericoin Cabotoebbe spinto i semibarbari vassalli di Carlo V alla conquistadella terra dell'oroessi approdando alle maremme della zona torridaviderocon meraviglia estollersi a breve distanza una catena d'alpi nevose. E a misurache salivanovidero con meraviglia la vegetazione tropicale della tierracaliente a poco a poco rifarsi simile a quella delle terre temperate dellaSpagna e infine delle regioni più aspre del settentrione. E con più stuporeudirono che dietro al dorso di quei montima sempre a enorme altezzagiacevanovalli e pianureche colassù godevano un clima invariabilmente mite; ed eranocoperte di campi ben coltivaticon città popolose e belle.

Ma nel primoincontrarsi con esseri umanisubito seppero che là purecome nel mondoanticoi popoli combattevanoli uni pel dominioli altri per la libertà. Lanazione dei Totonachiche abitava quelle prime terreinvocò immantinenticontro un lontano oppressore le armi di ferro e di foco e i non mai visticavalli di Fernando Cortês. E questiguidato e scortato da tali inaspettatiamicipotè varcare quelle alpialle qualipel fiammeggiare notturno d'unaltissimo vulcanosi dava il nome di monti della stella (Citlal Tepetl).E al di là trovò altri popolinon oppressi ma liberie non meno nemici alpotente regnatore. E dopo breve prova d'armivenuto con loro in amiciziaedaccolto entro le forti difese dei loro monti e nella loro città di Tlaxcalaviravvisò con sua meraviglia una republica di patriziinon dispersi per castellae ville come presso le genti celticheteutoniche e slave; ma radunati inpalazzi entro le mura d'una città come in Italia. E scrisse a Carlo V: “Secondo che ho potuto comprenderequesta gente seguita il governo de'Venezianide' Genovesi e dei Pisani; perciocchè non hanno signore particolare;ma sono molti signoriche tutti dimorano nella medesima città; liabitatori del paese sono lavoratori; e sono sudditi a questi signoriciascunodei quali ha le sue proprie città. E secondo le facende e le guerre chenasconosi radunano tutti insieme e deliberano - Giudico che di circuito siamaggiore della città di Granata e più forte e di edificii tanto belli e forsepiù ricchi e più pieni di popolo che non era Granata in quel tempo che inostri la tolsero dalle mani dei Mori. In questa città è una piazza nellaquale ogni giorno si veggono più di trentamila persone a vendere e comprareoltre l'altre piazze. - Quivi sono luoghi ordinati per vendere oroargento egioje e altre sorte d'ornamenti e penne tanto bene acconceche in niun altromercato o piazza di tutto il mondo si potriano trovare le più belle. Vi sonoanche bagni; e finalmente tra di loro apparisce una vista d'ogni buon ordine eregola. - In questa provinciasecondo il conto ch'io feci far diligentementesono più di centocinquantamila case”[1].

 

Varcata altracatena d'alpi nevose fra i due vulcani del monte Fumo (Popoco Tepetl) edella Bianca Donna (Iztac Cihuatl)ad un tratto gli si aperse dinanzi unvasto anfiteatro: mille e cinquecento miglia quadretutte ricinte in giro dimaestosi monti; e chiudevano in seno una catena di laghilunga più dicinquanta miglia. Entro ai qualia guisa d'isolecome in una Veneziamediterraneasurgevano parecchie cittàfacendo corona a Messicosuperba sededel gran regnante la cui tetra potenza faceva gemere i popoli di trentacinquelinguaggi. Onde Cortêsche con malpagata sollecitudine si affaticava aprocacciare quello strano imperio a Carlo V oppressore già dell'Italia edell'Olanda e della Germania e delle communi di Spagnagli scriveva: “E forseche questo titolo non è d'essere riputato minore di quello d'Allemagna” (p.225). In verità per ampiezza e ricchezza di terre era maggiore.

La città diMessiconutrita delle spoglie e dei tributi di tanti fertili regniavevaallora trecentomila abitanti; il suo circuito era di dieci miglia. Fondata tradue laghiuno dei quali d'aque salsenon aveva accesso se non per due larghiarginiche conducevano a due portedifese da ponti di travi che si potevanod'un tratto levare. Era di pianta esattamente quadraorientata ai quattroventie divisa come una scacchiera da canali e da rette e larghe vieche ognidì venivano spazzate e lavate. Un aquedutto vi conduceva le aque dai gelidimontile quali si diramavano per tutte le case. In mezzo alla città era lapiazza del mercatocinta di logge; e intorno si aprivano le contrade assegnatealle varie mercanzie; in una loggia nel mezzo stanziavano i magistrati evigilavano sui pesi e le misure. Le torrii palazzile piramidi erano dipietra e per lo più di basalto o di porfiro; e i tetti erano fatti a terrazzepraticabili e atte alla difesa. In uno dei palazzi del reCortês potèaccommodarsi con tutto il seguito che aveva di seimila e più alleatioltre a'suoi.

La reggia diMotezuma aveva venti porte chefronteggiavano diverse vie. Ampiicortili erano adorni di fontane zampillanti; le aule erano fregiate con musaicidi smeraldi e turchesi e ametiste e ambra e lamine d'oro e madreperlaovverocon piume di splendidi colori tessute in disegni di piante e d'animali. V'eranonel recinto stesso separate dimore per i principi tributariivenuti in visita otenuti in ostaggio; e ad ostentazione della imperiale misericordiav'eranoentro la reggia stessa ospizii di mendici e d'infermi.

In ungiardino si coltivavano piante medicinali e i più bei fiori; un serragliorinchiudeva tigriaquileserpenti; stagni d'aque dolci e d'aque salse eranopopolati di pesci marini e fluviali; e in ampie uccelliere si nutrivano volatilidelle più preziose piumeonde si facevano cimieri e spalline e delicatiricami. Codesti vivaide' quali l'Europa allora non poteva dare l'esempioerano in cura di trecento esperti dei costumi e delle malattie degli animali.V'era nella reggia stessa una grande armeriacon fabriche d'arminonchèofficine d'intagliatoriintarsiatori e giojellieri; e infine una scôla didanzele quali erano primaria parte delle cerimonie sacre.

Sui laghisparsi di migliaja di navicelle che recavano alimento alle molte cittàla piùmirabil cosa erano i giardini galleggianti (cinampe)larghe zatterecoperte di terrasulle quali crescevano legumi e piante fioritesopratuttodalie d'ogni colore.

Principalialimenti erano: il maìzche di là venne poi portato ai nostri contadini;nonchè il cacaoche si macinava anche “mezclandose con granos de maìzcocidos y lavados” (SahagunHistoriaecc.Lib.X 26); e il nomedel cacaocome quello della tazza in cui si prende (xicara) e il nomedel tomate (tomatl) e parecchi altriè di lingua messicana. Ad uso dipane valeva anche la radice della cassava (jatropha maniot) e dellacacomite (tigridia pavonia) e l'arachis hypogea; e già in usopopolare erano molti potenti medicinalinonchè il tabaccola vaniglial'ananasil nopalespecie d'opunzia o fico d'India su cui vive l'insetto che dàil carmino; infine l'agàve americana onde si traeva un filoun papirofinissimo e un liquore inebriante. Ma li agricultori messicani non avevano idead'altri graninè avevano pensato a valersi della vite indigena delle loroselvee nemmeno della patatache già nutriva altri popoli americani. Il cheprova che le loro emigrazioni e peregrinazioni s'erano circoscritte entro certilimitie non erano nemmeno pervenute a parti assai vicine di quel continentementre molti le vanno imaginando protese fin alle sue estremità. Nè avevanoancora alcun'idea dell'aratronè d'alcun animale da lavoro o da pastorizianon avendo altri animali domestici che alcune specie di conigli e di polli e dicagnolini che mangiavano. E ciò quando i loro vicini Peruvianich'essi nonconoscevanoavevano addomesticato il lamal'alpaco e la vigugna. Lavorandosquisitamente l'oro e alcune gemmee valendosi alcun poco del rame per listrumenti d'agriculturama non mai per le armipare quasi nulla sicurassero dell'argento e del piombo: antes que veniesen los españoles àNueva Españanadie se curaba de la plata ni del plomo (Sahagun XI9). Mapiù decisivo per certe preoccupazioni antistoriche di molti scrittori è ilfattoche non avevano ancora l'idea del ferroche la tradizioneasiatica fa risalireal pari della pastoriziafin oltre Noè. Il non avereidea di pastorizia e il non potere perciò trar seco di che vivere come ibarbari dell'Asiafu cagione e della lentezza delle loro emigrazionie dellapertinacia con che serbarono l'orrida usanza dell'antropofagiafinchè poidivenne parte irreformabile di loro religione e politica.

Con ciò ècurioso che avessero già visto nel sale uno strumento di finanza; poichè Cortêsdice: “Qui si fa gran mercanzia di saleche lo soglion fare dell'aqua deldetto lago e del fiore della terra dal lago inondatachecome è bollitalariducono in masse in forma di pane e lo vendonocosì ai paesani come aiforestieri” (p. 234). - Ma i liberi Tlaxcaltechianzichè pagare quel tributoal tirannosi negavano l'uso del sale. “E sempre si erano difesi; e non liaveva mai potuto far soggettisebbene erano da ogni banda circondatie nonavessero uscita alcuna dalla patria. E non usavano punto di salenon se nefacendo nella loro provincianè permettendo che si vada fuor della provincia acomperarne” (p. 229).

Se nel regnodegli Aztechi non si sapeva ancora domar li animaliben si era saputo domar gliuominiincominciando dai più bellicosi e superbi. “Vennero quascrive Cortêsa incontrarmi e salutarmi da mille baroni della cittàcon abito d'unastessa livreasecondo il lor costume e usanza; e mentre s'appressavanociascuno di loro usava la cerimonia della patriache è tale: ciascunosecondoche si trovava nell'ordinequando veniva a salutarmitoccava la terra conmano; e di poi se la baciava per seguo di grandissima riverenza; e quasiconsumammo un'oraprima che ciascuno finisse la cerimonia. - Poich'ebbi passatoil pontemi venne incontro quel potente signor Motezuma per ricevermi; e conesso lui duecento signori coi piedi nudi e con altro più ricco abito dilivrea. - Il signor Motezuma portava le scarpe e li altri andavano a piènudibenchè tutti li abitatori usino scarpe. E quando parlai alsignor Motezumami cavai una collana ch'io portava al collo di gioje ediamanti di vetro; e la gettai al collo al signor Motezuma; e avendocamminato alquantovenne un suo famigliareportando due collane lavorate inmodo di piccoli gamberi marini. - E da ciascuna collana pendevano otto gamberid'orodi meravigliosa perfezionedi lunghezza d'un palmo; e subito me la gettòal collo” (p. 234). Aveva il privilegio di non comparire scalzo inanziall'imperatore azteco il solo principe del ricco regno di Mechoàcan; a ponentedi Messico; e perciò s'intitolava il re calzato.

 

Qui si destadesiderio d'indagare su quali fondamenta si fosse edificato codesto imperioilcui sovrano poteva mostrarsi con sì fastoso corteggio allo straniero.

È ben certoche nel 1519quando Cortês entrava ospite imperioso in quella cittànon eracompiuto il secondo secolo dalla fondazione di essa. Solamente nel 1325liAztechigente selvaggia venuta dall'Aztlanossiaper quanto paredalleregioni del fiume Gila sulle frontiere della California e del Texasove ancheoggidì vivono i fieri Comanchi e Apachidopo avere errato e combattuto neideserti per sette generazioni erano giunti nell'altipiano dell'Anahùac; eavevano fatto nelle isole della laguna le prime capanne e un tempio di legno. Ein meno di due secoliavevano potutocol terrore delle armi e dei crudelicostumi e colle spoglie di trentacinque popolicostruirsi quella meravigliosacittà.

E già primadi loroun'altra gente dello stesso linguaggio nahùaera uscita daquelle medesime lande nell'anno 667 dell'era nostra; e pervenuta in cinquantadueanni appiè dei montifra i quali ha un unico sfogo (desaguadero) versosettentrione la valle di Messicovi avevano edificato la città di Tula. E viavevano stabilito un imperoche durò quattro secoli e propagò colonie diquella lingua sino presso il lago di Nicaraguadove li Aztechi poscia nongiunsero mai. E nella decadenza dell'imperio tultecodesolato da guerre epestilenzealtre tribù dello stesso stipite e linguaggioi Chichimechi e iTepanechi e li Acolhui ed altrimescolandosi cogli Otomitibarbari d'altrolinguaggioavevano fondato Tacuba e Cholula e Tepeaca e la libera Tlaxcala inun claustro di montie sul margine orientale dei laghi la città di Tezcocosolerte custode delle memorie di tutto l'Anahùac. Onde pare che quei sagacifigli del deserto avessero il commune avvedimento di valersi d'una primavittoria per farsi colle mani dei vinti un forte nido in mezzo alle rupi o inmezzo alle aque; e di là imporre tributo di ricchezze e di Sangue ai popolicircostantimettendosi in luogo dei loro antchi principi e capitani. E cosìdi selvaggi errantitramutati in caste patrizieoffrivano in seno allesuntuose loro metropoli quello spettacolo d'improvisamalcompiutae per cosìdirebarbara civiltà.

Codestipatrizii checome sempre avvieneerano nel paese meno antichi della plebeapportavano dalla vita selvaggia un'indole magnanima e gloriosa. Conquistandocittà forti e bellenon si curavano abitarle; desolate le lasciavano alladevastatrice natura e alle fiere; e piuttosto amavano adornare le povere sediov'era nata la loro potenza. Quindi altri palagialtre torrialtre piramidinuovi simulacrinuove insegnenuovi simboli; onde infine l'imperio tuttodoveva divenire un informe panteon di tutte le fantasie dei popoli; e ilsacerdozio dei dominatorianzichè logorarsi a spegnerledoveva sforzarsid'abbracciarle tutte e interpretarle con qualche idea communeche diveniva unprincipio d'insegnamento e d'unità ideale. Quindi fallace e disperato ognistudio che presuppone un'unica origine in alcuna grande mitologia.

 

Li edificiiche inalzarono li Aztechi sembrano distinti per la forma e pel significato daquelli che nei medesimi luoghi avevano inalzato nei cinque o sei precedentisecoli i Tultechi. Quelliper quanto si può ricavare dal Sahagundiligentissimo interrogatorein origine non rendevano culto agli astri; questiper quanto pareavevano inalzato essi nella valle di Otumba quell'eccelsapiramide che ora si chiama casa del sole; e accantoaltra minoredetta casadella luna; e intornocentinaja di piccole piramidialte però bene unadecina di metriche si dicono consacrate alle stellesebbene alcuni le credanopiuttosto sepolcri. Più a levanteentro le oscureselve di Papantlanfu da pochi anni scopertasotto l'ingombro dellavegetazione silvestre una piramide di pietra a sei pianicoperta di figure. Mapiù mirabile è ciò che dicesi il monte fatto a mano; sulla pianura diCholulaimmenso cumulo di mattoni e pietreil qualeessendo nel maggior latodella sua base lungo più di quattrocento metriè forse il più grande ditutti i templi del mondocome forselassù collocatoè a massima altezza ditutti. Sulla sua sommitàche ha quasi un mezzo ettaro di spaziosurgeva unavolta un teocalli agli Dei dell'aere; e ora vi surge la Madonna dei Remedios;e li aborigeni vi vengono a celebrarecon balli e cantifeste troppo simili aquelle dei loro antenati. Onde il buon missionario Sahagun si lagnavachequando già da molt'anni il santuario della Madonna di Guadalupe era surto sulleruine d'un tempio della dea Tonàntzini nativi continuassero a invocar questonome che veramente significa nostra madre signora; e accorressero dalontane terre piuttosto a quel santuario che ad altro. E gli pareva“invenzione satanica per palliar l'idolatria; poichè in altre parti vi sonomolte chiese della Madonna; e non vanno ad essema vengono da lontane terre acodesta Tonàntzin come anticamente” (XI12). - E di tali successioni di piùculti sopra un medesimo luogonon senza qualche innesto dell'anticoi dottinon fecero ancora quel conto che si dovrebbe; e così videro sovente un'ideasemplice nella congerie di difformi idee.

Or qui sinoti che mentre codesto. nome di piramidida noi dato ai teocalli messicanifapensare all'Egittola forrna quadrilunga delle loro basila linea deglispigoli convessa di basso in altole piccole scale praticate per ascendervifacilmente li distinguono affatto dalle piramidi egizie; e più ancora l'averessi un così largo spazioanzi una vasta campagnasulla sommità. Onde unteocalli non è una vera piramidein forma di fiammacome ilnome greco suona; nè un edificio per sècome le piramidi sono; ma è ungigantesco basamento d'uno o più templi di mediocre ampiezza. L'idea di fare ungran cumulo di sassi poteva ben venire in capo tanto ad un Americano quanto adun Egizio; ma nè l'intenzione nè la manierafurono. le medesime. Era un'altraideanata in altra terra da altre menti per occasione d'altre idee. Tanto puòaltri quant'altridice il proverbio fiorentino.

Leimaginazionicommosse da una qualunque simiglianzavedono tra questi monumentil'identico e non vedono il diverso; vedono il genere e non vedono la specie. Èciò che a prima giunta avviene in ogni altra cosa. Ai Romani i primi elefantiparvero buoi; e il nome stesso d'elephas derivò da aleph che nellelingue arabiche vuol dire un grosso buebos dux gregis; e così gliSpagnuoli chiamarono pecore le vigugne del Perù; e la foca potè parere unvitelloe l'ippopòtamo un cavallo. E anche la scienza dà il nome commune di felisal gattoal tigreal leone; ma poi soggiunge al nome generico anche ladistinzione specifica di felis catusfelis tigrisfelis leo.È tempo d'applicare il principio della classificazione scientifica anche aimonumenti. Abbiamo troppe e troppo precipitose sintesi e troppo poche e troppotarde analisi.

Un monumentonel quale all'identico predomina il diversoè la piramide naturale dettaXochicalco (casa fiorita)appiè dei monti che chiudono il bacino diMessico a mezzodì. È una rupe alta 117 metri (alquanto più del duomo diMilano)ritagliata in giro a mano d'uomoveramente non a piramide ma a cono;cinta al piede con ampia fossa; cinta di nuovo alla sommità con muro di pietrache abbraccia quasi un ettaro di superficie; fortezza e santuariocome ilcapitolio dei Romani. Nel mezzo vi surge un monumento di porfido con figured'uomini e d'animali.

Ma i piùammirabili monumenti sono all'estremità meridionale dell'imperio aztecoo benpiuttosto dell'imperio tultecopresso Palenquepresso Meridain un'isola dellago Itzaa Capana Utatlana Mixco e in altri luoghi che si vanno ognitratto scoprendo. Pare che il distintivo genericoin paragone ai templi e aipalazzi dell'Egittosia la mancanza delle colonne. Nella maggior parte dellesculture le forme sono studiosamente terrifiche e orridema non mai come inEgitto e in Assiria miste d'uomo e di belvanè di diverse belve. E in altreoper maggior libertà concessa agli artefici dai sacerdoti sottomessi daidespotio per maggior attitudine imitativa e per indole più geniale deipopolivi sono forme umane che anche li ammiratori dell'arte antica non possononon lodare. In paragone a questii monumenti e i papiri degli Aztechi sembranoopere di un'arte imbarbaritacome le sculture della lega di Pontida in paragonealla colonna trajana.

 

L'istoria dicodesto popolo porge in tempi assai recenti e istorici l'esempio d'un'idea chein tempi remotissimi può aver presieduto alla fondazione d'alcuno di queigrandi imperii coi quali comincia d'improviso ciò che si chiama l'istoriauniversale. Onde codeste istorie di barbaricosì vicine a noio anchepresentidovrebbero essere per noi come il vestibolo dell'istoria antica.

Qui nonabbiamocome nel Perùi figli del sole; non abbiamo una famiglia di Deilegislatori; non una teocrazia immediata; non vediamo l'intelligenzaimpadronirsi della forza. Ma è la forza barbara che irrompe nell'antico dominiod'una intelligenza assopita. È un popolo guerrieroche ha fede d'esserlegitimo possessore d'una terra che non sa peranco ove sia e di cui va in cercamandato dagli Dei che gliel'hanno promessae guidato dagli oracoli dei lorosacerdoti. È una teocrazia mediatauna jerocrazia; non un governo permano d'esseri divinima in loro nome.

Le otto tribùdegli Aztechi vagavano nei deserti“essendo guidate dal sacerdote che recavaseco il loro Diocol quale sempre si consigliava intorno a ciò che avesse afare: llevaba con sigo su Dios de ellos con quien siempre se aconsejaba”(L. X19). Qui vediamo una religione ancora allo stato di feticismo. Pare cheuno di quei sacerdoti ancora selvaggichiamato Mexiavesse co' suoi oracoliacquistato sulle tribù soverchia autorità: “Favellava personalmente coldemonio” dice il buon padre Sahagunil quale credeva che quelli Dei fosseroben cosa diabolica ma viva e potente: “hablaba personalmente con eldemonio. - Era tenido en muchomuy respetado y obedecido de sus vasallos”(L. X19). Pare che con ciò provocasse l'odio geloso de' suoi colleghisicchèquesti lo spensero secretamentein un modo che ricorda la morte di Romolo.Poichè uno di essiconvocate le tribùdisse loro che Mexi gli era apparso insogno; e gli aveva detto che il dio Tezcalipòcasentendosi invecchiareloaveva chiamato presso di sèe fattolo sedere alla sua sinistra. Ma egli avevavoluto che le sue spoglie mortali restassero perpetuamente in seno al suopopolo; e lo guidassero in tutte le sue peregrinazioni e le sue battagliesinoalla terra promessaove in riva ad un lago avrebbe veduto un'aquila posatasovra un'opunzia con una serpe fra li artigli. Egli indicò la selva oveavrebbero trovato le sue ceneri. E andati colàle trovarono chiuse in un'urnad'argilla; e d'allora in poi le recarono sempre seco in una lettiga di canneportata da quattro sacerdoti.

Li Aztechinei papiri ove son disegnate rozzamente le loro migrazionisi vedono passareuna grande aquaforse il golfo di California o qualche laguna del Texas.Soggiornarono lungamente presso i laghi del regno di Mechoàcana ponente delMessico; poscia a levantepresso il lago di Tezcoco; e quivi stettero percinquant'anniquasi schiavi del re degli Acolhuivivendo miseramente diradicidi pescidi rettiliinfinoachè un giorno videro fra i due laghiposata l'aquila fatale sull'opunzia col serpe fra li artigli. Questo simbolo illettore avrà più volte veduto sulle monete che ancora oggidì si vannoconiando nel Messico. I sacerdoti le posero dunque il nome sacro di terradell'opunzia; Tenochti Tlan. Ma i popolifedeli alle loro memorielavollero chiamata col nome di Mexi. Siffatte cosesimili a tante che si leggononelle nostre istorie antichehanno potuto compiersi in America l'anno dell'eranostra 1525; tanto il mondo è ancora vicino all'infanzia.

 

Ma nelMessicoegualmente come nel Perù e nel Giapone e nell'antico Egitto enell'Asia maomettanala milizia soverchiò il sacerdozio. Il capitano delpopolo41 anni dopo la fondazione della cittàsi fece re. Non per questo sisciolse la teocrazia; l'antico terrore dei sacrificii umani divenne strumento dipolitica militare; l'odio dei popoli vicini si esacerbòcovando funestavendetta. Quando l'ottavo di quei re consacrò il gran tempiosi dicesacrificasse sessantamila prigionieri; Gama ricavò da memorie certe che ilprimo Motezuma ne sacrificò in una volta 12210 (Descripcion de dos piedrasecc.p. 90). Così chiunque resisteva a quei tremendi tirannidoveva perire osul campo o sull'altare.

In seno allavittoria e all'opulenzali autocrati copersero di teocalli e di delubril'imperio; si dice che ve ne fossero più di quarantamila. Moltiplicarono essi iconventi e collegi di sacerdoti e di sacerdotesse; i figli del deserto rinchiusinei chiostri vi crebbero in austera disciplinain aspri digiuniin continuepreciin crudeli castighiin vili fatichespazzando i templi e apportandolegna al piè dei santuarj che stillavano sangue umano. Tutto il calendariomessicano era una serie d'atroci feste. Credevano farsi grati alli Deipungendoper lo meno la fronte o le orecchie o le braccia o i piedi colle sacre spinedell'agàvea sèagli altrialle persone più careai teneri lattanti;strappando per lo meno il capo ad una cotornicetanto che il sangue scorresse.

Ogni matinaoffrivano sangue al sole e gli ardevano l'odorosa gomma del copale; e quattrovolte ogni giorno e cinque ogni nottegli ardevano codesto incenso: “Quotidieofferebatur sanguis et thus soli. - Quater quotidie thus illi offerebatur;quinquies vero noctu”. (Hernandez ap. Gamap. 19). Ergevano templiall'aereall'aquaal focoalla pioggiaalle nubialle nebbieavevano unaCerereuna Venere che invocavano per peccar felicemente e per confessar posciaa' suoi sacerdoti l'adulterio; e il perdono del sacerdote disarmava la leggeche altrimenti li colpiva di morte.

Pare cheappropriandosi tutte le antiche superstizioni di quella vasta terraavesseromutato il primo feticismo in un molteplice e vago naturalismo. E questoa pocoa pocoli guidava pel culto degli astri alla scienza; poichè in senoall'astrologia nasce l'astronomiae dal giro dei cieli e dal ritorno dei tempinasce la matematicae quindi ogni altra più sublime verità. E così vediamocon meraviglia presso i sacerdoti d'una scelerata antropofagia esprimersi conlinguaggio scientifico l'idea metafisica d'un Dio senza nomesenza cultoignoto al vulgoanteriore a tutti li Deiprincipio di tutti li esseri: ciòper cui si vive: (nepalnemoani) (BiondelliPref. XLI).

E uno dei redi Tezcoco aveva compostoin onore d'un Dio creatore del cielo e della terrasessanta cantici; due dei quali vennero tradutti in lingua spagnuolaversol'anno 1608dal suo discendente Don Hernando Ixtlilxochitlsuperstite a quellaantica grandezza in somma povertà. E questinella breve istoria che scrissedella conquista spagnuolachiama sapientissimo quello ed un altro de' suoiantenatisovrani di Tezcocoperchè avessero ai tempi loro apertamentecontradetto l'idolatria e presagito un secolo meno inumano: “este tiempodichoso - tanto lo deseasteis very nos contradigesteis nuestros erores”[2].E questi re di Tezcoco andavano facendo una raccolta delle figure di tutte lepiante e di tutti i animali. E anche qui spuntava un principio di scienza mite einnocente; e abbiamo visto che l'esempio di questi umani trattenimentidall'antica Tezcoco era penetrata anche nella reggia sanguinosa dell'Azteco.

Ne pareadunque che intorno ai vulcani del Messicocome già venticinque secoli primaintorno ai vulcani della Sicilia e delle isole Eoliestessero per succederealle nefande tradizioni dei canibali Ciclopi e Lestrìgoni e di Licaone e diCaco i riti d'Orfeo e le leggi di Numa e di Solone e la filosofia che collaspada di Gelone siciliano vieta per sempre all'Africa i sacrificii umani. Tuttii popoli del mondo sono figli di padri che furonoin un dì più o men lontanofigli di barbari. La stella dell'umanità splende in faccia a noi; non allenostre spalle.

 

Ma ilsacerdozio aztecoanzichè additare ai popoli quella luce benignali tenevasempre intenti alle sanguinose tenebre del passato. Era una delle lugubri lorotradizioni che il sole si fosse già spento quattro volte e che questo fosse ilquinto sole od una quinta risurrezione del primo. E anche il genere umano avevagià sofferto quattro grandi esterminii; desolato la prima volta dalla fame edalle tigri; la seconda dai turbiniessendosi salvati pochi che conversi inscimie si nascosero nelle caverne; la terza dal focosalvandosi pochiconversiin uccelli; la quarta dalle aqueper cui li uomini s'erano tramutati in pesci.[3]

Avevano fedeche tali disastri potessero rinovarsi a certi intervalli di tempo. Quindi conansiosa osservazione avevano notato il preciso ritorno degli astri e la precisadurata dell'anno naturale; e probabilmente continuando su quelle eccelse terre esotto quel lucido cielo le tradizioni d'altri sacerdozii più antichiavevanodivisato un ciclo per coordinare l'anno rituale al celeste.

L'anno nonera diviso per lunema per ventine di giornisuddivise inquattro quintine. Non avevano dunque partecipato alla grande tradizioneasiatica dei sette giorni perennemente consacrati ai sette pianeti esimboleggiati dai sette metalli; e anche qui ci torna al pensierol'inesplicabile lacuna dell'idea del ferro. A codesti 360 giorniordinati in diciotto ventine e in settandue quintineseguivano in fine d'ognianno cinque giorni nefasti e inoperosi (nemontemi). Non pare che questosistema quinario e vigesimale possa essere derivato da verun popolo del nostrocontinente.

Li anni sicontavano a quattro a quattrocome nelle olimpiadi greche; maper unarecondita ragione ignota al mondo orientaleogni anno del quaternario eracontrassegnato da uno di questi quattro simboli: conigliocannasassoe casai quali si ripetevano sempre col medesimo ordine.

Trediciquaternarj (ciascuno dei quali veniva naturalmente a cominciare e finire con unmedesimo segno) costituivano una rota di cinquantadue anni. Il principio eradunque diverso da quello delle olimpiadi; poichè si riduceva al ritorno d'unmedesimo segno ogni quinto anno; epperò tornava al principio quinario. E incapo ai cinquantadue anni s'intercalavano tutti quei giorni che noi inseriamonelli anni bisestilie che risultano dalla somma dei residui di ciascun annocioè da ore 5minuti 48secondi 48. Con questa somma si avevano alla fine deicinquantadue anni dodici giorni solenni. Ma rimaneva ancora un ultimo residuo diore 14minuti 17secondi 36; e questo veniva poi sommato coll'altro simileresiduo del successivo circolo di altri anni cinquantadue. E così alla fine delprimo circolo i giorni solenni erano dodici; e alla fine del secondo circoloerano tredici. E al termine del doppio circolo di 104 annio secololadifferenza tra l'anno solare e l'anno sacro si riduceva a poco più di orequattro (435' 12").

E per talmodoin quel secolo XVI che noi chiamiamo un secolo d'oroi barbari canibali avevanoun calendario molto più perfetto del nostro. Poichè in Europanon ostantel'emendazione fatta ai tempi di Cesarequarantasei anni avanti l'era nostraquandoper riordinare il corso dei riti a quello delle loro stagionifunecessario fare un anno di quindici mesiannus confusionisv'era giàtra l'anno naturale e l'anno sacro un salto di nove giorni. Questo venne posciacorretto ai tempi di papa Gregorio XIIInell'anno 1582. Ma l'emenda venne perlungo tempo ricusata dagli Inglesi; e non è accettata ancora oggidì dai Russie dagli altri cristiani orientali.

 

Adunquepervenuto alla fine della rota d'anni cinquantadueil popolo stava in sommaangosciatemendochecolla fine dell'ultimo giorno nefastodovessearrestarsi il giro del mondo; e dovesse spegnersi una quinta volta il soleeandare in nuova perdizione il genere umano. Facevano preghiere e digiuni epianti; spegnevano tutti i fochi e i lumi; rompevano i vasi domestici edistruggevano i giojelli e le piume e li altri ornamenti della personacomecose oramai vane: appropinquante mundi termino. Sulla serail sommosacerdote si avviava in silenziosa e mesta processione alla cima d'un monte. Epervenuto colassù verso la mezzanottestava intento a vedere se le stelleproseguissero il loro corso. Notavano principalmentenon già i moti d'alcunsinistro pianetacome avrebbe fatto l'Asia; manon sappiamo perchèosservavano il giro delle Plejadiche dopo il solstizio d'invernoinquell'emisferio occidentale si trovano nel colmo del cielo a mezzanotte. Tuttala gente delle cittàentro l'ampia cerchia dei montistava sui terrazzi dellecase e sulle sommità degli insanguinati teocallicogli occhi fissi nellefatali stelleda cui la fantasia loro si era rassegnata a ricevere sentenza divita e di morte; perfino i lattanti erano tenuti svegli con gridi e percosse esanguinose punture (Gamap. 56). Appena pareva che le Plejadilibrate sulmeridianocominciassero a piegare verso occidenteun prigioniero venivaafferrato e prosteso supino sulla pietra del sacrificio e tenuto fermo daquattro sacerdoti per le braccia e le piantementre un quinto gli premeva lagola con un giogo di legno in forma di serpente. Allora il sommo sacerdoteconun coltello di pietra ossidianaspecie di vetro vulcanico assai taglienteglifendeva a traverso il petto; gli afferrava il cuore; lo strappava; e ancorpalpitante lo offriva al cielo. Poi sul petto della vittima accendeva il foconuovo. E quella era la sola vittima che non venisse gettata ai fedeli dadivorare; ma veniva deposta sopra un immenso rogoche come vampa di vulcanopotesse esser veduto in tutto il cerchio delle montagne. E tutta l'orda deisacerdoti si dispergeva portando a corsa di terra in terra il foco nuovo chetrapassava di mano in mano fin oltre i montifino ai due marifino alleestreme solitudini del barbaro imperioi cui sudditi tremanti pagavano iltributo di sangue. A quella lucetutti con una spina d'agàve traevano sangue asè ed ai loro infanti; e in ogni cittàsull'alto d'ogni piramidesi facevanosacrificii di prigionieri. Poi col surger del giornos'incominciavano i convitie le danze; erano i giorni di letiziadodici in fine d'un mezzo secolotredicialla fine d'ogni secolo. Le carni umaneconsacrate dall'orribile sacrificiovenivano divise a tutte le famigliesicchè tutti i credenti in quella tremendafede vi partecipassero; e abbrustolatevenivano poste sopra polente di maìzesenza miscela di profani intingoliingojate. E si rinnovavano tutte le coserituali e tutti li ornamenti delle persone per il nuovo circolo d'anni concessoal genere umanoe pel nuovo circolo di barbarie imposto dall'inesorabiletradizione della vita selvaggia a un popolo che già possedeva nella suaconquista tanti elementi d'una splendida civiltà.

 

I sacrificiidi prigionieri si ripetevano alle tante divinità più volte in ognuno deidieciotto mesi dell'anno; si offrivano anche per voto privato di guerrieri e dimercatantial ritorno dalle loro spedizioni. Letteralmenteil popolo aztecodivorava i popoli vinti.

E divoravaperfino le sue creature.

In primaverasi sacrificavano alli Dei della pioggia turbe di bambini. - “I miseripargoletti (estes tristes niños)prima che li portassero ove dovevanomorirevenivano adornati con gemmecon piume preziosecon cinture e mantid'elegantissimo lavoro e con bei calzaretti; e si ponevano loro certe ale dicarta come ad angeli (y ponianle unas alas de papel como à angeles). Poili adagiavano sopra cune adorne di penne preziose e di gioje; e leaccompagnavano con suoni di flauti e di certe loro trombe; e dovunque leportavanola gente piangeva (y por donde las llevabanla gente lloraba)”.-Quella terra infelice stillava dunque perennemente di sanguenon perchè leanime fossero naturalmente crudeli. Erano crudeli le idee. Quante lacrimeancheai giorni nostrie quanto sangue non fanno versare le idee semibarbare di certiuomini i quali per sè non saprebbero esser crudeli! Giovani scrittoricombattete l'inumanità nelle idee che la inspirano! La nostra pena di morte nonè forse un sacrificio umano? Non è forse un sacrificio al Dio innominato d'unabarbara vendetta? Che importa se il sacrificio si compia in cima a una magnificapiramide di quattrocento metri d'altezza alla vista d'un'intera nazioneo sovrauna sordida forca di legno? con un coltello di vetroo con un pezzo di corda odi ferroovvero colla machina infame a cui sta raccomandato in eterno il nomedi Radetzky?

E quando ungiovine nemicopreso sul campoera destinato a morireil primo dì del quintomesea piè del simulacro di Tezcalipòcaveniva per un intero anno tenuto inlieta brigata di giovanii qualivestito dei più pomposi ornamentianzicolle insegne dello stesso dio davanti a cui doveva morirelo accompagnavanocon suoni e canti sul lago; ed andava secoloro per le vie della vasta cittàdanzando ei medesimo e sonando di flauto: e tutta la gente accorreva a vederlopassaree gli s'inchinava come fosse un Dio. Veniva satollato dei cibi eliquori più squisiti; la sua mensa e il suo lettotessuto di vaghe piumevenivano sparsi di soavi fiori; e gli davano in canne di fumo tabaccomisto a deliziosi aromi. E quattro nobili giovinette venivano tratte dalchiostro; e in onore del diolo consolavano coi loro vergini amori. Nell'ultimanotteusciva insieme con esse dalla città; ma giunto a certo oscuro delubrovi trovava uno stuolo di sacerdotiche avvolti nei foschi lor mantio copertiil capo con maschere di belve ferocilo involavano alle carezze e alle lacrimedelle fanciullee trattolo pei capelli sulla piramide feralelo rovesciavanosulla pietragli strozzavano i gemiti in gola; e strappatogli il cuoreungevano del caldo sangue giovanile le fredde labbra dell'idolo di sasso. Poigettavano il cadaveregiù per le scale grondanti di sangueai devoti cheseduti l'aspettavano e se lo recavano sulle spalle alle orride cene. È unatragedia che infine move più la nausea che la pietà.

 

Una scienzache per necessità doveva di parecchie migliaja d'anni aver preceduto leirruzioni di quei barbaripoichè aveva orientato con mirabile esattezzaastronomica le fondamenta degli edificii nelle tante magnifiche città che queibarbari avevano distrutteera pervenuta a costruire grandi meridiane e arappresentare in grandi zodiachi il corso del sole. Fa meraviglia che a tal uopopotessero trarre fin dai monti enormi massi di basalto e di porfiro; e condurlisugli àrgini artificiali che attraversavano le paludi. Fa meraviglia chegiungessero a tantoin queste e in altre operecolla sola forza delle bracciae col solo uso del cilindrosenza l'uso del ferro e senza aver quell'idea dellarota e del carro e della forza animaleche vediamo antica di migliaja d'anni intutta l'Asia. Codesti zodiachicon somma precisione e non senza eleganzascolpitio rimasero sepolti fra le ruine quando Cortês in ottanta giorni dicontinuo combattimento distrusse il popolo e la città; o vennero nascostisotterra dai sacerdoti per sottrarli alla mano degli Spagnuoliche in otto annidistrussero ventidue mila templi e quanti idoli e quanti papiri vennero loroalle mani. E ora vennero trovatie stanno deposti nel museo di Messicoove sipuò ben riconoscere che gli operatori dovevano possedere qualche esattoprincipio di gnomonica e di geometria.

E parimentimeravigliosicome opera mecanicasono certi giganteschi simulacri di porfironelle cui truci fattezze domina il solo intento d'incuter terrore; al qual uoposolevano avvolgerli in una confusa congerie di fiorami scolpitidi teschiumanidi serpenti e d'altri simboli; anziperchè l'imaginazione rende piùterribile ciò che non si vedequelle torve facce di bruna pietra si solevanocoprire con maschere d'oro.

 

Il sistemadei diciotto mesi vigesimali era da origine strettamente legato con un sistemanumeraleche non sappiamo se fosse commune a tutte le cinquanta lingue ch'eranocomprese nell'antico imperio dei Tultechi. E perciò siamo ben lontani dal poterdire che appartenessenonchè agli Aztechinemmeno ad alcun altra dellenazioni nahùe. Certamente non pare che possa identificarsi con alcunsistema asiatico.

Il sistemaera questo. Avevano un nome indipendente e proprio per ciascuno dei cinque priminumerinonchè pel diecipel quindici e pel venti. I numeri intermedj a questierano compostie relativi ad essi; per esempiocinque-e-unoquindici-e-due.Era pertanto fin qui un'aritmeticanon decimale come la nostrama quinaria.Era per così dire fondatanon sopra le due manicome le numerazioniasiatichema sopra una sola.

Ma più oltrediveniva vigesimale; onde si diceva due-ventitre-venti; e cosìvia si giungeva fino a diecinove volte ventio propriamente fino a quindici-e-quattroventi. Il quadrato di venticioè venti volte venti (quattrocento)aveva un nome proprio; e prestava alla mente quell'intervallo e quel riposo chea noi presta il migliajo. Si prendeva una voltadue voltetre volte; ecosì via fino a diecinove volte. Ma il cubo di venticioè venti voltequattrocento (ottomila) aveva pure un nome proprio; era il numero supremocomepei Romani il millecome pei Greci la mirialecome nel medio evoil millione italianocome ai nostri tempi il milliardo francese.Coi composti di questo numero si poteva giungere facilmente fino al cubo diottomilaossia fino a sessantaquattro millioni; il qual numero dovevaoltrepassare per quei popoli ogni pratico bisogno.

Questosistema numeralein cui non si vede primeggiare l'idea del dieciemanca affatto l'idea del cento e del millenon poteva esserderivato da lingue nelle quali fin da tempo immemorabile quelle tre idee reggonotutta la numerazione.

 

E anche lascrittura dei numeri sembra affatto originale; ed è fondata sempre sullemedesime stazioni del ventidel suo quadrato e del suo cubo(20; 400; 8000). Pei numeri inferiori si segnava ogni unità con un puntoovvero con un circoletto; e i punti o circolettiaggruppati a cinque a cinquein diverse righegiungevano fino al venti. Il venti s'indicava colla figurad'una bandiera di forma quadra; il quadrato di venti (quattrocento) conuna penna; e il suo cubo (ottomila) con una borsa. Volendosiperesempioindicare quattrocento uominisi disegnava il capo d'un uomo con una pennaal di sopra. Volendosi indicare 420si poneva una penna e una bandiera.Volendosi indicare 8891si poneva una borsache valeva 8000; due penneciascuna delle quali valeva 400; quattro bandiere che valevano ciascuna20; una mezza bandieraossia una bandiera colorita solo per metàeinfine un punto. È probabile che questi segni siano derivati dagliordini militari. Nel qual suppostosarebbero i segni di cose particolaritrasferiti a indicare cose generali e astratte. Questo fatto dà luogo a tentareuna congettura sul modo con cui nelle lingue si giunse a trovare i vocabolidei numeri.

Per misuradei valori adoperavano polvere d'oropezzi di rame tagliati in forma di Tsacchi di cacao di ventiquattro mila granie anche rotoli di tela.

A scritturache mirasse ad esprimere il suono della parolanon erano pervenuti.Disegnavano sui papiri le cose materiali. A cagion d'esempioper indicare chenelle loro emigrazionipassato il monte dei pinierano giunti a piè delvulcanodisegnavanosopra papiro d'agàve o sopra tela di cotonepiù uominiin atto di camminare verso un montecioè verso un informe triangolosulvertice del quale era disegnato un pinoal di là del quale sopra altro monteera disegnata una fiamma. Per indicare un annoponevano il suo segno di conigliodi casa e così via. Conservavano con cura i papiri nei quali eranosegnate le tabelle dei tributi e delle miliziee i cadastri delle terre dipintia diversi colorisecondo che appartenevano ai capitaniai sacerdoti o aicommuniche li coltivavano in società e se ne dividevano i frutti. E cosìrappresentavano in carte geografiche le posizioni e i nomi dei luoghile battagliele genealogiele pratiche della religione e delle arti. Sinota che i papiri più antichiin cui si dipingono le peregrinazioni degliAztechi non sono accompagnati da simboli degli anni; il che fa supporre che liimparassero più tardiin seno ad alcuna delle terre conquistatedove lascrittura fosse giunta a quel primo rudimento degli ieroglificicioèrappresentanti i suoni.

 

Per tutto ciòse nelle artinelle religioni o nelle lingue dell'Anahùac si potesse rinvenirmai qualche vestigio ben certo di popoli stranieri all'Americaciò che finoranon avvennequesto dovrebbe piuttosto trovarsi nei monumenti e nelle lingue deipopoli conquistati che non dei conquistatori. I qualis'erano ancora canibaliai tempi di Carlo Quintonon potevano aver avuto origine o educazione da popolii quali già fossero civili settemila anni primacome per esempioli Egiziidel regno sacerdotale di Tebeo li Etiopi del regno di Meroeancora piùantico.

Come sispiega dunque la simiglianza di qualche vocabolo della lingua azteca coll'arabocol sanscritocol chinesecol mogolocon qualsiasi altra linguasecondo levarie preoccupazioni e fantasie degli studiosi?

È d'uopoanzi tutto notare che alla lingua azteca mancano tutti i suoni delleimportantissime lettere bdfgrsv; e sono assai circoscritte le combinazioni delle poche consonanti e idittonghi delle poco numerose vocali. Si prendano due linguaggi più fra lorodiversie si provi a cancellare da tutti i loro vocaboli radicali tuttesiffatte lettere e combinazioni di letteree la differenza primitiva in granparte svanirà. Ed essa nel caso nostro per altra gran parte svaniràse allelettere residue ed ai loro nessi si sostituiscano le lettere mancanti; peresempiose al distintivo e frequentissimo nesso il si sostituisca lanostra lettera r o la sdelle quali esso sembra un imperfettosupplemento.

Inoltre noisappiamo che le lingue iraniche o indoeuropeenon ostante il loro sviluppoimmensosi possono richiamare a poche centinaja di radici monosillabedi sensomateriale e sovente di suono imitativo. Da queste derivaronoper inflessionecomposizione e traslatole voci di più alto senso. Così per esempiole vociastratte ponderazioneastrazionecontagiositàrivocatealla loro radice si riducono alle sillabe pondtractac;le quali imitano il suono che accompagna la caduta d'un graveo il suo attritoo il suo incontro con un altro corpo.

Adottato unavolta (come sarebbe una volta tempo) il supremo principio di Vico della communenatura dei popolidobbiamo riconoscere che qualche tratto d'originariasimiglianza fra le più disparate lingue deve sempre riscontrarsi. Da per tuttoli uomini primitivicon istinti imitativi più o meno similie con organivocali più o meno similiimitarono suoni naturalmente similiche ferivanoorgani di più o meno eguale sensibilità. Posto un primo strato di suoniimitativi di significato materialeessi dovettero procedere a formare itraslati per forza delle associazioni naturali che sono fra le cose e quindi trale idee che le rappresentanoe per forza delle facoltà imaginative eriflessive che sono radicalmente simili in tutti i popolibenchè con diversigradi di vigore. Per quanta varietà si possa introdurre in tutto questocomplesso d'elementiqualche cosa di simile e d'identico può tuttaviarimanervianche dopo tutte le variazioni introdutte nel corso dei secolienella miscela e alterazione dei linguaggipiù volte ripetuta e non frenataancora da scritture permanenti. La chiave di questa simiglianza primigenia nonè a cercarsi nell'Asia o nell'Africama nella natura umana.

Una voce chenella lingua azteca confusamente allude al greco e al latinoè la vocecomposta teocalliche indica una piramide e si risolve nelle due voci teotle callicioè Dio e casa. Ma l'evidenza si annebbia se siprende tutto il fascio dei vocaboli che si rapportano alla radice teotl.In latino deusdiusdivusdisdivesdiesditioesprimono luceforzaricchezza comando;anche la voce dirusper quanto sinistrapuò revocarsi alla stessa idead'una forza arcana. Ma sealmeno entro i limiti del glossario aztecodel qualeil dotto Biondelli corredò la traduzione di diversi frammenti dei libri sacridel cristianesimotradutti dal missionario Bernardino di Sahagun[4]raccogliamo tutti i valori del medesimo suono radicale teotlnontroviamo se non teuhtli (polve)e teutlac (sera). Or questogruppo teotlteuhtliteutlacnel suo complesso noncorrisponde al gruppo latinodove la voce deus sta quasi in numerosafamiglia. La voce teotl nel gruppo azteco rimane isolata e quasistraniera; ed è ben probabile ch'essa appartenesse piuttosto a qualche linguadei popoli conquistati che non a quella dei conquistatori. Sarebbe mestieriricercarne l'origine fra le cinquanta lingue superstiti all'imperio tulteco. Esupposto che vi si trovassesarebbe ancora mestieri che il gruppo radicale delquale facesse partefosse identico nella sua idea complessiva al gruppo latino.Perocchè all'alto e astratto vocabolo che indica la divinità si può giungereper diverse vie; e la voce Deus non ha il medesimo procedimento idealeche hannoper esempioin inglese le voci God e Lord. È ancora anotarsi che il padre Sahagundiversamente da ciò che fecero S. Geronimo eUlfila e li altri traduttori delle Scritturerifiutò di valersi della voceindigena teotle preferì la voce spagnola Diose la feceentrare anche nelle voci derivate e composte.

Lasimiglianza di pochissime altre voci aztechecome per esempio icniuhcomanyaalle voci latine amicuscommoveosvaniscono quando le riferiamoalle radici am-omov-eo.

Per ciò cheriguarda le inflessioniquando vediamo il verbo latino variar sempre nelledesinenze (per esempionu-mer-onumer-asnumer-at)e ilverbo azteco all'opposto variare a preferenza nell'iniziativa (nitla-pohuatitla-pohuatla-pohua)noi vediamo una diversità e non unasimiglianza. È vero che qualche rara e quasi unica voltail latino (come in didicipepigitetigi) ammette nell'iniziale una duplicazione presa dallaradice stessama non mai un vero prefisso indipendentecome nitlatitlatla. Ed è pure vero che nel greco e nel sanscritto la duplicazione è piùfrequenteanzi per il tempo passato è generale e costante; ma non v'èprefisso vero in greco se non l'e e in sanscritto se non l'a. Pernecessità naturale sono poi tanto circoscritti i modi d'inflettere le radiciche chiunque si ponesse a inventare di suo capo una nuova linguadifficilmentepotrebbe imaginarne un altro più ovvio e più commodo.

 

I discorditentativi fatti da molti eruditi di diverse scôle per identificare li Aztechiora ai Giaponesiora ai Chinesiora ai Mogoliora agli Indo-europeiora agliEgiziiora agli Ebreiora per la linguaora per le piramidi e i papirioraper le fattezze del voltoora per le idee religiosefiniscono a elidersimutuamente e darsi una generale negativa. Fu già osservato da varii scrittoricome i fratiche andavano nel Messico a sostituire le tormentose fiamme dell'autoda fè alla sanguinosa pietra del sacrificiotrovando nella religioneazteca una certa qual forma di conventidi noviziatidi voti monasticidibattesimodi confessionedi communionel'attribuironoli uni all'apostoloSan Tomasoli altri al diavolo; le quali due congettureavvicinatesidistruggono[5].

L'unicorisultamento di tali oramai troppo numerosi e contrarii e sterili tentativi sièchecome il mondo degli antichi popoli non comprende la terrad'Americacosì non comprende l'uomo americano.

Fermi nelgran principio della commune natura dei popolinoi non possiamointendere perchè l'uomo potesse trovar tante cose in Asiae non potessetrovarne alcuna in America. Noi vogliamo onorare la natura umana in tutte le suemanifestazioni.

Noi invitiamoeruditi della forza dell'amico Biondelli e dell'amico Marzoloa cercare nelcomplesso delle lingue dell'imperio messicano le vestigia dell'azione reciprocache quei popoli ebbero fra loro. Forse in alcuna di quelle lingue si troveràqualche parte delle molteplici origini di quella indipendente civiltà. Leorigini messicane sono un fonte nuovo e inesplorato della scienza delle nazioni.

I tetriimperii di Motezuma l'Azteco e di Carlo Quinto l'Austriaco non s'aggravano piùsui popoli del Messico. Non più i sacrificii di sanguenon piu i roghi degliinquisitori; ma i primi raggi di una filosofia redentrice. Su quella terrapredestinata da natura a convegno universale del genere umanoil secolovittorioso ha scritto in una lingua sorella alla nostra: Libertà e Verità.



[1] Relazione di F. Cortesenel volume III del Ramusiop. 230.

[2] Horibles crueldadesecc.pubblicata da C. M. de BustamanteMexico 1829p. 91.

[3] GamaDescripcionecc. §IVp. 94.

[4] EvangeliarumEpistolariumet Lectionarium Aztecumsive mexicanum ex antiquo codice mexicano nuperrepertocum praefationeinterpretationeadnotationibusglossarioediditBERNARDINUS BIONDELLI MediolaniMDCCCLXapud Joseph Bernadoni. Un vol. infol. di pagg. LIIe 576 con fac-simile.

[5] Vedi i tre veramentepreziosi volumi dell'Historia de las cosas de Nuova España del padrefrancescano Bernardino Ribeira de Sahagúnpublicati a Messico per cura diC.M. de Bustamante nel 1830e da lui dedicati a Papa Pio VIII.