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Torquato Tasso
Gerusalemme conquistata

LIBRO PRIMO

1

Io canto l'arme e 'l cavalier sovrano
che tolse il giogo a la cittá di Cristo.
Molto co 'l senno e con l'invitta mano
egli adoprò nel glorïoso acquisto;
e di morti ingombrò le valli e 'l piano
e correr fece il mar di sangue misto.
Molto nel duro assedio ancor sofferse
per cui prima la terra e 'l ciel s'aperse.




2

Quinci infiammâr del tenebroso inferno
gli angeli ribellantiamori e sdegni;
espargendo ne' suoi veneno interno
contra gli armâr de l'Oriente i regni:
e quindi il messaggier del Padre eterno
sgombrò le fiamme e l'arme e gli odi indegni
tanto di grazia diè nel dubbio assalto
a la croce il Figliuol spiegata in alto.




3

Voi che volgete il cielsuperne menti
e tu che duce sei del santo coro
e fra giri lá su veloci e lenti
porti la face luminosa e d'oro;
il pensier m'inspirate e i chiari accenti
perch'io sia degno del toscano alloro:
e d'angelico suon canora tromba
faccia quella tacer ch'oggi rimbomba.




4

Cintioche di virtú gli antichi esempi
rinovie co 'l tuo lume Italia illustri
l'alte memorie de' passati tempi
difendi omai dal varïar de' lustri;
e mentre il gran Clemente i sacri tempi
di sole in guisaavvien che purghe e lustri
eglidel re del ciel vicario in terra
il cieloe tu Elicona a me disserra.


5

Egli del suo volerch'è santo e giusto
fa dritta norma al mondo e viva legge.
E i gran duci d'Europae 'l grande augusto
e 'l gran re che piú regni affrena e regge
e gli altri ancorae l'Etiope adusto
e qual piú lunge il vero culto elegge
e stelle e segni occulti in ciel discopre
onoran tutti a prova il nome e l'opre.


6

Tu l'altrui lingue piú famosee l'arti
piú bellee i sacri studi in pregio torni;
e pria che d'ostro il crinl'interne parti
di virtú vera e vera luce adorni:
e tu l'alte sue grazie a me comparti
perché l'invidia se ne rodae scorni:
ché dal giudicio suo benigno io pendo
e vita a menon pur a' versi attendo.


7

Ma quando fia che la tua nobil chioma
porpora sacra in Vatican circondi
quanto sará piú bella Italia e Roma!
E piú cólti gl'ingegni e piú fecondi!
E 'n lui men grave l'onorata soma
de le gran chiavi e de' pensier profondi!
Ambo intanto gradite i novi carmi
e de' pietosi eroi l'imprese e l'armi.


8

Giá 'l sesto anno volgea ch'a l'alta impresa
passâro i nostri duci il mare e 'l monte
ed a' trofei di Cristo ogni difesa
l'Asia e 'l Tauro inchinò superba fronte;
escosso il giogo che l'affligge e pesa
se 'n gía libero CidnoEufrateOronte:
pur la stagion che 'l fango e 'l gelo sgombra
attende l'oste; e giá Cesarea ingombra.


9

E 'l tempo omai ch'a le feroci squadre
ogn'indugio togliea lunge non era
quando al gran seggio ascese il sommo Padre
ch'in quella parte piú del ciel sincera
quanto è da forme risplendenti a l'adre
tant'è piú su de la stellante spera;
però che quasi terra è il ciel del cielo
al Signor che si fa lucente velo.


10

Stanno a quell'alta sede intorno intorno
spirti divinial suo splendore accensi
e ciascun d'essi è di sei ale adorno:
e sí come i vapori umidi e densi
o le nubi dipinteil sole e 'l giorno
copron soavemente a' nostri sensi
velano due la faccia a quel vetusto
due i pièdue van girando il seggio augusto.


11

Egli d'alto mirò giacer la terra
e di vele e di legni il mar ripieno
quasi incendio nutrir d'ardente guerra;
e con gli occhi il cercò di seno in seno;
poi li girò dove nasconde e serra
alti pensieri il pio Goffredo in seno
e scorse fede in lui fondata e salda
e santo amor che sí l'informa e scalda.


12

Ma vede nel fratel cupido ingegno
che a scettri ed a corone intento aspira.
Vede Tancredi aver la vita a sdegno
tanto l'ingiuria altrui l'ange e martira.
E fondar Boemondo al novo regno
in Antiochia alti princípi ei mira
e leggi imporreed introdur costume
e l'arti e 'l culto di verace nume.


13

E cosí fisse al cor gli alti pensieri
che nulla par che piú lo prema e stringa.
Scorge in Riccardo poi spirti guerrieri
onde primo a l'imprese omai s'accinga;
né brama il move di sperati imperi
ma di gloria immortal quasi lusinga:
scorge che da la bocca intento ei pende
di Raimondo e 'l costume antico apprende.


14

Ma poich'ebbe di questi e d'altri cori
scorto gl'interni sensi il re del mondo
chiama a sé da gli angelici splendori
Gabrielche ne' primi era secondo.
È tra Dio questi e l'anime migliori
interprete fedelmesso giocondo
che i decreti del ciel in terra porta
e i preghi e i voti nostri al ciel riporta.


15

Disse al messaggio Dio: - Goffredo or trova
e digli in nome mio: Perché si cessa?
Perché la guerra omai non si rinova
per liberar Gerusalemme oppressa?
Chiami i duci a consiglio e i tardi mova
gli sparsi accoglia: il tempo e l'ora appressa
che s'inchini il possente e ceda il veglio:
e 'l gran duce ab eterno in cielo io sceglio. -


16

Cosí parlava. E Gabriel s'accinse
veloce al suo lontanoalto vïaggio:
e la sua forma d'aria intorno ei cinse
perch'a vista mortal non faccia oltraggio.
Membra ed aspetto uman compose e finse
ma pur vi risplendea celeste raggio;
tra giovine e fanciullo etá confine
presee di rai fece il diadema al crine.


17

Ale bianche vestíc'han d'òr le cime
infaticabilmente agili e preste:
fende i venti e le nubie va sublime
sovra la terra e sovra 'l mar con queste.
Cosí vestitoindirizzossi a l'ime
parti del mondo il messaggier celeste;
e di Libano giá la fronte e 'l tergo
scorgeadi varie sètte antico albergo.


18

Di Libano che sorge altero e grande
e corona ha di cedri alta e superba
e rugiade dal cieldolci vivande
de' padri ebreinel sommo accoglie e serba;
e dal sen vari fiumi in mare spande
che mormorando van tra' fiori e l'erba.
Qui prima l'ale il messaggier ritenne
e si librò su l'adeguate penne.


19

Verso Cesarea poi le volsee quindi
drizzò precipitando il volo in giuso.
Giá lucente sorgeva il sol da gl'Indi
che parte è fuorma piú nel Gange è chiuso.
Tu gli altri tuoi pensier dal petto scindi
vòltoGoffredoa Dio per antico uso
quando a paro col solma piú lucente
l'angelo t'apparí da l'orïente.


20

- Duce invitto di Cristoi voti adempi
ne la stagion ch'a guerreggiar v'aspetta:
accogli i duci tu ne' sacri tempi;
tu al fin de l'opra i neghittosi affretta:
tu muovi i suoi fedeli incontra gli empi
per liberar Gerusalem soggetta
ché Dio per sommo duce in ciel t'elegge
e da te scorta avranno in terra e legge.


21

Dio messaggier mi mandae t'assicura
di gran vittoria e certa: è certa spene
de l'eterne promesse. Oh quanta cura
de le commesse genti or ti conviene! -
Tacque; e volòquasi per nube oscura
a le parti piú eccelse e piú serene;
ma ne l'alma rifulsee 'n man lo scettro
lucente gli lasciò d'oro e d'elettro.


22

Ei pien d'interna luce in sé discorre
chi vennechi mandòche gli fu detto;
e se bramò primiero il fine imporre
a l'aspra guerraor l'arde intenso affetto.
Non che 'l vedersi a gli altri in ciel preporre
di leve aura d'onor gli gonfi il petto;
ma 'l suo voler piú nel voler s'infiamma
del suo Signorcome favilla in fiamma.


23

Vennero i ducie gli altri ancor seguîro
i ducic'han vermiglie ed auree spoglie:
parte fuor s'attendòparte nel giro
e fra gli alberghi suoi Cesarea accoglie:
ma nel tempio maggior gli eroi s'unîro
nel festo giornoov'è chi lega e scioglie.
Qui 'l pio Goffredo che tutt'altri avanza
cominciain volto augusto ed in sembianza:


24

- Guerrier' di Cristoa ristorare i danni
de la sua fede il re del ciel vi elesse
e securi fra l'armee fra gl'inganni
de la terra e del mar vi scorse e resse:
sí ch'abbiam molte in breve spazio d'anni
ribellanti provincie a lui sommesse;
e fra le genti soggiogate e dome
stese le insegne vincitricie 'l nome.


25

Giá non lasciammo i dolci pegni e 'l nido
natiofame cercando indegne e false
né la vita esponemmo al vento infido
ed a' perigli pur de l'onde salse
per acquistar barbara terra e grido
che cessi alfine; o d'altro onor ci calse
che d'immortale e di celeste palma
però ch'ogni altro pregio è grave salma.


26

Ma fu il nostro pensier d'opra piú santa
scuoter d'Èlia pensando il giogo duro
e 'n mal guardato nidoove cotanta
perfidia albergaentro l'antico muro
ripor la vera Fé che non s'ammanta
d'ingannie darle albergo in lui securo
acciò che possa il peregrin devoto
adorar la gran tombae sciôrre il voto.


27

Cosí giurai: meco giurar poi volse
ogni altro duce a' piè del grande Urbano
ch'in Chiaramonte il suo concilio accolse
e la Croce a noi diè la sacra mano;
poscia spiegolla in mille insegne e sciolse
l'Inglese a provail Francoe 'l pio Germano.
Conforta al voto or voi (se ven rimembra)
Dio co' propri messaggi e chi 'l rassembra.


28

Dunque il fatto sin ora al rischio è molto;
poco a l'onornulla al disegnoparmi
se fia l'impeto nostro altrove or vòlto
o qui si sparga l'oste e si disarmi.
Che gioverá l'aver d'Europa accolto
sí grande sforzoe tanti eroitante armi
se far può quellache ogni altezza inchina
non fabbriche di regnima ruina?


29

Non edifica quel ch'a gli alti imperi
fa mondan fondamentoe quasi in sabbia
sperando in suoi cavallie 'n suoi guerrieri
fra' regni d'Asia e l'africana rabbia:
ove nel Greco non convien che speri
che giá ci tenne quasi augelli in gabbia
ma ben move ruineonde a se stesso
faccia un sepolcro e vi rimanga oppresso.


30

TurchiPersiAntiochia; illustre suono
magnifiche paroleorribil' cose;
tacciamoanzi pur Dio si lodi e 'l dono
di sue vittorie; ei vinsee pria n'ascose.
E se da noi perverse e torte or sono
contra quel fin che 'l donator dispose;
temo ce 'n privie fola ad empie genti
quel sí chiaro rimbombo alfin diventi.


31

Ah! non sia chi gran donial ciel graditi
in uso cosí reo perda e diffonda.
A queich'abbiamo alti princípi orditi
di tutta l'opra il fine e 'l fil risponda.
Or che sí aperti i passi e sí spediti
or che sí la fortuna abbiam seconda
ché non corriamo a quella eccelsa mèta
de le vittorie? e chi 'l ritardao 'l vieta?


32

Volano i detti miei: scrivete or questi
dopo l'anno secondoe dopo il quarto:
e quel ch'odono in cielo anco i celesti
mortaliudite in terra; a voi 'l comparto
perch'al passar del mondo in Dio si resti.
De la vittoria è giá maturo il parto.
Solo è signor chi signoreggia al Tempo;
e non ben vince chi non vince a tempo. -


33

Disse: e i detti seguí breve bisbiglio.
Ma sorse poscia il solitario Pietro
che fra' duci sedea d'alto consiglio
e pria gli mosse e non rimase addietro.
- Ciò ch'esorta Goffredoed io consiglio;
ch'al suo parercome a diamante il vetro
cedon gli altri men saldi; il vero a lungo
ei v'ha dimostroe questo anch'io v'aggiungo.


34

Se ben le ingiurie e le contese accoglio
quasi a prova da voi fatte e patite
i ritrosi consiglie 'l vostro orgoglio
e l'opere sí tardee sí impedite
sempre ad un fonte sol recare io soglio
la cagion d'ogni indugio e d'ogni lite;
a quella podestáche in molti e vari
d'opinionquasi librataè pari.


35

Regno o imperio partitoe quasi sparso
fra moltinon è buonnon è costante;
non è pronto a l'impreseal premio è scarso:
lodato è quel ch'un solo ha posto avante.
Scegliete un duce voi dal cielo apparso
che freni e regga ogni guerriero errante
e dia ordine al campoe legge e forma
con quel benigno lumeond'ei s'informa. -


36

Qui tacque il veglio. Or quai pensierquai petti
son chiusi a tediva aurae santo ardore?
Inspiri tu d'uom rozzo i saggi detti
nel tuo dí sacro in orgoglioso core.
Sgombri l'ire e gli sdegnie gli altri affetti
di sovrastardi non dovuto onore;
onde Guelfoi Robertie i piú sublimi
chiamâr Goffredo per lor duce i primi.


37

L'approvâr gli altri. Esser sue parti or denno
sceglier il meglio e comandar a' forti.
Freni l'ardirsia legge il proprio senno
e quando vuole e cui la guerra ei porti.
Gli altriche tante imprese a prova fenno
seguaci sian di luinon pur consorti.
Di ciò la fama giá si spargeed esce
di lingua in linguae si divolga e cresce.


38

Poscia adorano i duci al sacro altare
tutti seguendo luich'è sol primiero;
quinci a le schiere in maestate appare
degno per merto di sovrano impero
e riceve i saluti in liete e care
voci e con volto placido e severo;
e impon che 'l dí seguente in largo campo
tutto si mostri a lui schierato il campo.


39

Quando ne l'orïente il sol ritorna
serenoanzi lucente oltra l'usato
uscí co' primi raggi onde s'aggiorna
sotto le insegne ogni guerriero armato:
e si mostrò con armatura adorna
al pio signorgirando il largo prato.
S'era egli fermoe si vedea davanti
passar a stuolo i cavalieri e i fanti.


40

Di lontano il suo scudo allor rifulse
ch'avea sette gran lumi in lucid'auro;
lo scudo che de l'arme aspre ripulse
giá feo contra lo Scita e contra il Mauro;
ma l'altra manche da le tempie avulse
corona trionfal di verde lauro
lo scettro sostenea dal cielo offerto;
ei d'ostro e d'òr l'usbergo avea coperto.


41

Prima i Franchi apparir con pompa negra
per la morte d'Ugoneal re fratello.
Nacque la genteper natura allegra
fra quattro fiumi in gran paese e bello;
e seguir lui contra i giganti in Flegra
dato s'avrebbe vanto il gran drappello.
Giovanni gli scorgeache vide in Francia
re Carlo il Magnoe portò scudo e lancia.


42

E 'l sacro Augusto al ciel serenoal fosco
sempre seguísenza mutar mai voglia
e non divenne poscia orbo né losco
né vecchiezza gli fu tormento o doglia;
ma qual di fronda si rinova il bosco
rivestendosi pur la verde spoglia
di genti rinovar quel regno ha scorto
la quarta etá vivendoil vecchio accorto.


43

Seimila ha nel suo stuol d'arme gravoso
e tremila Normandi in quel che segue
guida Roberto poiguerrier famoso
ben ch'a l'altro Roberto ei non s'adegue;
e d'indugio nemico e di riposo
col nemico non vuol paci né tregue.
Primo al ferirma nel ritrarsi estremo
par dica: - In picciol corpo io nulla temo. -


44

Ingombra Guelfo il campo a lor vicino
uomch'a l'alta fortuna agguaglia il merto.
Conta costuiper genitor latino
de gli avi Estensi un lungo ordine e certo
ma come si traslata abeteo pino
ne l'alta stirpe è de' Guelfoni inserto
per lo materno suo lato sinistro
e signoreggia presso al Reno e l'Istro.


45

Manon ben pago di cotanta altezza
passò a l'acquisto glorioso e grande.
Quindi gente ei traea che morte sprezza
e non teme incontrarlaov'ei comande:
di bere a prova in caldi alberghi avvezza
e di vin lieta in ozio e di vivande:
fûr settemilaa cui fu grave e reo
l'aer di Ciprie tempestoso Egeo.


46

Baldovin poscia in mostra addur si vede
lo stuol de' suoi Piccardi e 'l loteringo
poi che tal cura il pio fratel gli cede:
ei con due squadre or va quasi solingo.
Ma certo in lui del successor s'avvede
l'altro maggiorch'io non adombro e fingo
né i gran monti passò piú nobil coppia
e quel numero stesso ei quasi addoppia.


47

Ida produsse lor di vario seme
ma del primo fu padre Eustachio il veglio
che fra' Piccardiin riva al mar che freme
reggea Bolognae sempre elesse il meglio.
Diede il gran nome e 'l ricco stato insieme
il zioche fu d'onor lucente speglio
al pio Goffredo; ei d'una e d'altra parte
in sé raccolse le virtú cosparte.


48

D'òr cinge il colloe d'òr gli abiti verga
chi tra Franchie Germanie 'l mar si giace
e 'n su la Mosao lungo il Reno alberga
ne la piú verde terra e piú ferace:
e chi riparo fa che no 'l sommerga
de l'alta sponda a l'Oceán vorace
a l'Oceánche non sol merce e legni
ma le cittadi assorbe integre e i regni.


49

Ben tremila di questi accolti or vanno
sotto 'l maggior Roberto insieme a stuolo.
Di cinquemila è lo squadron britanno:
Guglielmo il reggeal re minor figliuolo.
Sono gl'Inglesi sagittaried hanno
gente con lor ch'è piú soggetta al polo;
questi da l'alte selve irsuti manda
la divisa dal mondo estrema Irlanda.


50

Poscia il piú vecchio Ugone i suoi dispiega
che son ben millee pur di Francia uscîro:
e con Irpin d'Avarco in fida lega
altrettanti guerrieri ancor s'unîro.
Raimondocui l'etá giá incurva e piega
guida quei di Tolosa in lungo giro;
tenace è di propostoe quasi veglio
ch'ingiuria non obliama vede il meglio.


51

Alcun non v'hache di lui meglio ordisca
di guerra i vari ingannie quasi i nodi
ché tutti de la nuovae de la prisca
milizia ei seppe i magisteri e i modi.
E benché molto a l'aria bruna ardisca
di forte petto ebbe le chiare lodi
non che di forte manoanzi di larga
ch'i tesori per Cristo aduni e sparga.


52

Mille son quei di Poggioe quei d'Orange
che 'l buon Ramboldo guidae 'l buon Clotaro
i quali incontra al sol ch'uscía di Gange
le sacre insegne insieme al ciel spiegâro.
Né Procoldo avverrá che 'l desio cange
d'andar co' primi e piú famosi a paro
co' settecento suoi che scelti a prova
fûro in Prochese; e non fu gente nova.


53

Fiorel poscia i Bertoni in guerra adduce
Fiorel figlio d'Alvida e d'Eberardo
Fiorel piú bel d'ogni guerriero o duce;
ma di bellezza cede al bel Riccardo
di forza a tuttie d'oro in lui riluce
l'argento síche lunge abbaglia il guardo:
da l'elmo sparge fuor piume di cigno
co' raggi d'auro e di splendor ferrigno.


54

Vedi poi dispiegare il gran vessillo
con orso coronato e sacre chiavi
Raimondodetto ancor Furio e Camillo;
e guidar genti d'arme adorne e gravi
lieto ch'a tanta impresa il ciel sortillo
ov'egli accresca il prisco onor de gli avi:
gli accolseove regnò Giano e Saturno
e dopo lor LatinoEvandro e Turno.


55

Ma da Napoli poiche l'arme e l'arti
piú belle aggiunge insiemeil forte Ettorre
poté seimila e piúnon d'altre parti
sotto il leone azzurroinsieme accôrre;
né lor potriansi i Persi antichi o i Parti
o pur Greci e Molossi in guerra opporre.
Ei nullain ordinar cavalli e squadre
cedea de la milizia al vecchio padre.


56

Ma co 'l nero leone i cinque gigli
spiega Aristolfoil coraggiosoin alto
di cui spesso avea tinti i grandi artigli
spargendo i campi di sanguigno smalto;
né senza lui ne' gravi aspri perigli
fe' il gran Roberto sanguinoso assalto.
Ora ei n'è scevro e di guidar costretto
Sanniti e Irpinia cui fu duce eletto.


57

Venia poscia Tancrediin cui dimostro
ha quanto può naturail cielle stelle
né piú forte di lui nel campo nostro
passò (tranne Riccardo) il varco d'Elle.
D'oro anch'ei splendee l'oro aggiunge a l'ostro
sparso pur d'aurei strali e di facelle;
e porta ne lo scudo accesa pietra
che non s'estingueardendoe non si spetra.


58

Questi nel dí ch'altero e glorïoso
fu 'l zio d'alta vittoria e 'l duce Franco
poi chesparso di sangue e polveroso
i vinti Persi di seguir fu stanco
cercò di refrigerio e di riposo
a l'arse labbraal travagliato fianco;
e trasse ove lusinga al rezzo estivo
cinto di verdi seggiun fonte vivo.


59

Quivi a lui d'improvviso alta donzella
tuttafuor che la frontearmata apparse.
Era paganae lá venuta anch'ella
o per trarsi la seteo per lavarse.
Ei rimirollaed ammirò la bella
sembianzae n'invaghí repente e n'arse.
O meraviglia! Amorch'appena è nato
vola giá grandee giá trionfa armato.


60

E ben nel volto suo la gente accorta
legger potria: 'Questi ardee fuor di spene';
cosí vien sospirosoe gli occhi porta
quasi inchinati a misurar l'arene.
I cavalieri a cui fu duce e scorta
le felici lasciâr campagne amene
che 'l Liri e 'l Sarno irrigai colli e i boschi
i fonti e gli antrie i seggi ombrosi e foschi.


61

E l'antiche cittá Sessa e Teano
e Calvia cui sorgea vicina Arunca
e Capuach'ebbe il fondator Troiano
e l'orribil di Cuma ampia spelunca
ed Avella e Linterno e 'l verde piano
che 'l Glanio inonda e la palude ingiunca
e Gaeta e Misench'in alto appare
e 'l lido onde si fa gran tazza il mare;


62

e i queti porti ove sovente arriva
l'ibero navigante e il greco e 'l mauro
e con le selve di matura oliva
rimira in verdi rami i pomi d'auro
e come spieghi ne l'ombrosa riva
natura ogni sua pompaogni tesauro;
né portan gente altri destrier su 'l dorso
che lor meglio rivolga e sproni al corso.


63

Sommad'uve fecondaallor deserta
ed Ischiae Capri che Tiberio ascose
parve restarsie l'umil Cava e l'erta
costa d'Amalfie le sue rupi ombrose.
Quivi insieme venía la gente esperta
dal suol ch'abonda di vermiglie rose;
lá 've (come si narra) e rami e fronde
Silaro impètra con mirabil'onde.


64

Ed altri abbandonò Melfi e Nocera
e 'l culto pian dove si sparge e miete
di Troiadi Sipontoe di Matera
e di Foggia ch'accende estiva sete
e di quell'altro mar l'altra riviera
che raccoglie da Borea il curvo abete;
e Bari ove a' suoi regi albergo scelse
fortunae diè corone e 'nsegne eccelse.


65

Di Taranto e di Locri ardita gente
d'Otranto e di Croton nulla distorna
o di Tropealá 've del mar torrente
rapido si rivolge indietro e torna
o del paesein cui lo re possente
drizzò de l'arme alta colonna adorna
o pur di Reggioonde a l'etá vetusta
l'isola svelta al mar fe' strada angusta.


66

Seguian poi di Rollon l'altera insegna
altri guerriernon men famosi e pronti
de la Siciliaa servitute indegna
ritolta giáche tre superbe fronti
dove la stirpe sua trionfa e regna
erge su 'l mar de' tre famosi monti:
co' due la Grecia e l'Africa bugiarda
e co 'l terzo l'Italia ella riguarda.


67

E da tre valli ancorain cui distinse
il novo abitator la fertil terra
venian guerrier' ch'alto desio sospinse
d'eterna gloria a perigliosa guerra.
Lasciâr questi Semetoil qual si tinse
e 'l nativo color perdé sotterra
e de' Palici il fontein cui si giacque
il falso al fondoe 'l ver notò su l'acque.


68

Non lunge Leontinoe 'l nuovo porto
de l'antica Megarae Siracusa
dove di novo appare Alfeo risorto
come favoleggiò la greca musa:
e piú vicina alquanto al lucid'òrto
l'alta piaggia di Sicli e di Ragusa;
EraclèaNotoed Ennae 'l campo aprico
ove a Cerere sorse il tempio antico.


69

E con esse inalzâr l'insegne al vento
da le ruine de l'antica Gela
da le piagge di Naia e d'Agrigento
grande schierae spiegâr l'ardita vela.
E Trapaniove fu di vita spento
l'antichissimo Anchisei suoi non cela
ned Imerao Palermoinvitta reggia
de' Normandich'a' primi i suoi pareggia.


70

Dorati elmi portârdorato usbergo
e colori su l'arme azzurri e bianchi.
Né quei di Cefalú restâro a tergo
né fûr quei di Messina in guerra stanchi
o di Cataneaove ha il sapere albergo
o di Sperlingoal fin pietoso a' Franchi
o quei che presso avean Cariddi e Scilla
od Etna che pur anco arde e sfavilla.


71

Dietro apparian ben mille in Grecia nati
che son quasi di ferro in tutto scarchi:
pendon ritorte spade a l'un de' lati
suonano al tergo lor faretre ed archi:
asciutti hanno i cavallial corso usati
a la fatica invittial cibo parchi;
ne l'assalir son pronti e nel ritrarsi
e combatton fuggendo erranti e sparsi.


72

Tatin regge la schiera; e sol fu questi
chegrecoaccompagnò l'arme latine.
O gran colpa! o vergogna! O Greciaavesti
quelle guerre ne l'Asia a te vicine:
e purquasi in teatroallor sedesti
lenta aspettando de' grandi atti il fine:
or se tu sei vil serva e soffri oltraggio
non è senza giustizia il tuo servaggio.


73

Ecco la schiera omai d'ordine estrema
ma d'onor primae di valore e d'arte;
tutta di scelti eroiflagello e tema
de l'Asia vintae folgori di Marte.
Taccia colei che accresce il vero o scema
gli erranti che di sogni empion le carte:
taccia quei che Giasone al vello d'oro
condusse allor ch'ei vinse il drago e 'l toro.


74

Questiperch'il giudicio incerto e scuro
era nel giudicar di tanti illustri
d'ubbidire a Guidon contenti or fûro
ch'avea giá vissi quattro e nove lustri.
Ei di canuta gloria e di maturo
onor tutto il suo spazio avvien ch'illustri;
e di belle ferite i segni impressi
sono del suo valor vestigi espressi.


75

Eustachio è poi fra' primi: e gli altri pregi
illustre il fannoe piú 'l fratel Buglione.
Gernando v'ènato de' Goti regi
che scettri vanta e titoli e corone.
ConanoIvonFerrante infra gli egregi
la vecchia famaed Olivier ripone:
e celebrati son fra' piú gagliardi
un Tommasoun Gentonioe duo Gherardi.


76

È fra' lodati Drogoe v'è Rosmondo
e Cononee Lambertoil primo erede;
né fia che 'l buon Pagano aggravi al fondo
chi fa de le memorie avare prede
né tre fratei lombardi al chiaro mondo
involiAchillee Sforzae Palamede
o 'l grande Ottonch'acquistò poi lo scudo
in cui de l'angue esce il fanciullo ignudo.


77

Né Guasto né Rodolfo a dietro io lasso
né l'uno e l'altro Guidoambo famosi:
non Eberardo e non Milon trapasso
sotto ingrato silenzio al volgo ascosi.
Ma dove medi numerar giá lasso
Avalotráisolcati i mari ondosi
a l'estremo Occidente incontra l'alba
con Garziache lasciò Toleto ed Alba?


78

Or di spoglie africane entrambi adorni
cercano in Asia pur gloria novella
pria ch'al re di Leone alcun ritorni
e de l'ostile onor l'alta novella
riporti: intanto avvien che lui distorni
con novi assalti l'Africa rubella.
Però due soli manda in sí gran turba
Spagnacui propria guerra ancor perturba.


79

Ma come pino o palma in aspro monte
fra le piante minor dispiega l'ombra
sovra gli altri Riccardo alzò la fronte
e l'elmo d'òr che d'alte piume adombra:
l'etá precorsee l'opre sue fûr conte
tal che l'Asia il fanciul d'orrore ingombra:
se 'l vedi fulminar ne l'arme avvolto
Marte lo stimi; Amorse scopre il volto.


80

Ei di Guglielmo e di Lucia primiero
nacque a' Guiscardi (allor d'alta fortuna)
dove il Tirren vagheggia un colle altero
e 'l lido intorno a lui fa doppia luna;
e l'antica cittá degna d'impero
nel sen gli diede bella e nobil cuna
sovra gli scogli ove quel mar si frange
che la Sirena ancor sepolta piange.


81

Ma nel Gargano montee 'n alte selve
nodrito ei fu ne la discordia interna
de' suoi Normandie le feroci belve
spesso atterrò quando piú gela o verna
cingendo intornoove animal rinselve
di reti e d'arme l'orrida caverna
sin che invaghí la giovinetta mente
la tromba che s'udia da l'Orïente.


82

Allor fuggí co 'l suo maggior compagno
la madre istessae corse ignoto calle;
che no 'l ritenne o fiumeo lagoo stagno
o monte ruinosood ima valle;
no 'l mar d'Adriao l'Egeo ch'ampio guadagno
par che promettae poi si turbae falle:
non diluvi di gentie quasi abissi
finch'in Ponto co' suoi nel campo unissi.


83

Ruberto fu il compagno (e 'nsieme ei crebbe)
del buon marchese d'Ansa ultimo figlio:
néper venirne secounqua gl'increbbe
o disagioo fatica asprao periglio.
Di Venosa Rinaldo a seguir gli ebbe
cavalier di gran forza e di consiglio
Dudon da Consa e da Pozzuolo Evardo
con Ramusio fratel del gran Riccardo.


84

Di Nola Unfredo e di Salerno Enrico
Curzio e Crustan di Conca e di Gaeta:
e di Sorrentoa' dolci studi amico
Tranquilloil qual cangiò pensieri e mèta
e lasciando la cetra e 'l plettro antico
onde l'ire e 'l furor de l'alme acqueta
prese elmo e lancia: e pur con l'alto carme
talora ei canta i duci invitti e l'arme.


85

Passati i cavalieriin mostra viene
la gente a piècon Engerlano avanti
che fra Garonna scelsee fra Pirene
e l'ondoso Oceángli adorni fanti.
Di sei mila è lo stuol ch'arme sostiene
né di piú esperta guida altri si vanti
ché ne l'arti di pace e di battaglia
il valoroso figlio il padre agguaglia.


86

Ma diecemila poi seguian d'Ambuosa
e di Torsi e di Blesse il nobil duce:
non è gente robusta e faticosa
se ben di ferro armata ella riluce.
La terra mollelieta e dilettosa
simili a lei gli abitator produce;
ma caritá del pio signor gli sprona
che feo del proprio nome a sé corona.


87

Ermano il terzo vienqual presso a Tebe
giá Capaneocon minaccioso volto
che d'Elvezi e di Reti ardita plebe
di Suevie d'Alsazia avea raccolto;
che 'l ferro uso a far solchia franger glebe
in nuove forme e 'n piú degne opre ha volto
e con la manche guardò rozzi armenti
par che i regi sfidar nulla paventi.


88

E quei che d'aurea vena e di ferrigna
trasser cavando giá metalli ascosti
e fecer poscia l'Ungheria sanguigna
al furor empio de' nemici esposti:
e i Franconi che sorte ebber maligna
con Emicon lor duce incontra opposti:
e l'istessa cagione anco sospinge
quegli il cui regno Ercinia intorno cinge.


89

E i Bavarie color che 'l nome illustre
preser da l'Orïente al sol conversi
e dove fa Lintace il suol palustre
i cavalli lasciâr nel fango immersi:
e superate poi montagne e lustre
vinser ne l'Asia alfin gli Assiri e i Persi;
con lor Moravi e Slesie quei che lava
VistolaAlbiDanubioOdera e Drava.


90

E quei che giá Vinrico avea condutto
SassoniUbiToringi e Cimbri insieme
e Batavi ch'assorda il salso flutto
de l'ondoso Oceán ch'irato freme:
giá fûr quante l'areneor doglia e lutto
han de' lor duci afflitte genti e sceme
campate appena da l'orribil caso
e giunte a l'Orto dal lontano Occaso.


91

Ma i settemila che lasciâr Bologna
e l'ampie logge e le sue scole e i tempi
e le cittá vicinein cui rampogna
l'etá de' nostri antichi i novi tempi
Ponzio guidò che solo onore agogna
e d'onor segue i piú lodati esempi:
né poscia Amico è di condur men pronto
quei ch'adunò fra 'l Rubicone e 'l Tronto.


92

E quei che il novo sol prima riscalda
fra l'Appennino e 'l mar son quivi apparsi
e quei che 'l giogoe la sua ombrosa falda
vèr l'occaso abitâroa trar non scarsi
ned a versare il sangue; e invitta e salda
schiera facean UmbriSabinie Marsi.
Né gli Ernici addivien che indietro ei lasce
i quai petrosa terra alberga e pasce.


93

Toschi e Latini appresso armati d'asta
pungente e lungae di corazza e d'elmo
incontra 'l cui valor forza non basta
seguian la scorta del romano Anselmo:
e quelli a cui montagna alta sovrasta
o 'l Sangro inondaguida il buon Cantelmo
altri lasciârcui sol di gloria calse
LancianPescaraOrtona e l'onde salse.


94

Cosí mostrossi a schiere il campo adorno
e fu tanto splendor d'arme e di lampi
ch'al sol vibrâro incontra 'l nuovo giorno
quanto è d'incendio ch'in gran monte avvampi.
Tanto romor non fêrvolando intorno
mille stormi d'augei ne' verdi campi
dove ora questoor quel ne l'acque immerga
l'ale stridendoor le dispieghi ed erga.


95

Tanto numero giá di fiori e fronde
Ato non ebbePelioOlimpo ed Ossa.
Trema la terra e mugge e si nasconde
sotto la turba che girando è mossa:
e di vari metalli al suon risponde
orribilmentee da cavalli è scossa:
e scosso è il ferroe dal nitrir discorda
di ben mille un rimbombo e 'l cielo assorda.


96

Per memoria de' vivi e de gli estinti
pianse Goffredoe vòlti gli occhi al cielo:
- Signor (dicea)tu ch'i nemici hai vinti
e salvi noi col tuo pietoso zelo
salvane ancorche siamo intorno or cinti
in terra ostilee sgombra il nostro gelo;
ché per sé uman valore è infermo e langue
né bastasenza il tuolo sparso sangue. -


97

Poscia gli altri conforta a quel vïaggio
ese fia d'uopoa la battaglia ancora;
e con parlare ardito insieme e saggio
lor promette vittoriae gli avvalora.
Tutti d'andar son pronti al novo raggio
e 'mpazienti in aspettar l'aurora.
Ma 'l capitan mille pensier secreti
tra sé rivolgee trova in cui s'acqueti.


98

Nel dí che segueallor ch'aperte sono
ne l'orïente al sol lucide porte
di trombe udissi intorno il chiaro suono
che piú rallegra l'animoso e 'l forte.
Non è sí lieto a' giorni estivi il tuono
che speranza di pioggia al mondo apporte
o quel ch'invita a gli amorosi balli
né fan sí lunge risentir le valli.


99

Avea ciascunda gran desio sospinto
riprese l'arme e le sue usate spoglie;
onde tosto si fu di spada cinto
tosto sotto i suoi duci ognun s'accoglie:
e 'l campone le schiere omai distinto
tutte l'insegne sue dispiega e scioglie
e la croce fra gli altri al ciel si spande
segno temuto ne l'infernoe grande.


100

Il capitanche da' nemici aguati
le fide squadre assicurar desia
molti a cavallo leggermente armati
a scoprire il paese intorno invia
montifiumicampagnee valli e prati:
altri che debba agevolar la via
e 'l vòto lungo empiree spianar l'erto
e da cui fosse il chiuso passo aperto.


101

Non v'è gente pagana insieme accolta
non muro alto che fossa ampia circonda
non cupa valleod aspro monteo folta
selva gli arrestao fiume avversoo sponda.
Cosí de gli altri fiumi il re talvolta
quando superbo e ruinoso inonda
abbatte ciò ch'incontra ov'ei si volve
e case e mandre in un diluvio involve.


102

L'oste vicin al liquido elemento
fu scòrto per sicure e piane strade;
perché l'armata con secondo vento
l'arene e i lidi costeggiando rade:
e gli porta armevesteoro ed argento
insin di lá 've il sole inchina e cade
e fa che la Sicilia a lui sol mieta
e Scio petrosa gli vindemmi e Creta.


103

Geme il vicino mar sotto l'incarco
di legni e d'arme e di pungenti rostri
sí che non s'apre omai sicuro varco
ae' salsi campi a gli avversari nostri:
che non sol n'ha Vinegia armati e Marco
e la cittá che seco par che giostri;
ma di lingue diversi in aspre gonne
venner d'isole estreme e da colonne.


104

E questicome siano insieme uniti
con legami di fede in un volere
lunge portâr da gli arenosi liti
ciò ch'era d'uopo a le terrestri schiere;
a cui non fûr d'opporre i Siri arditi
le forze giá conquise e non intere
però veloci a guerreggiar sen vanno
lá 've Cristo soffrío mortale affanno.


105

Ma precorsa è la fama e guerra indice
co' veraci romori e co' bugiardi:
ch'unito è il campo vincitor felice
che giá s'è mossoe che non è chi 'l tardi.
Quante e quai sian le squadre ella ridice
narra il nome e 'l valor de' piú gagliardi;
narra i lor fattie con terribil faccia
gli usurpatori di Sion minaccia.


106

E l'aspettar del male è mal peggiore;
tante seco la tèma ha larve ed ombre
onde la menteonde 'l dubbioso core
par che geli tremando e tutto adombre:
par ch'un mesto bisbiglio entro e di fuore
trascorra i campie la cittá n'ingombre.
Ma 'l vecchio re ne' giá vicin perigli
volge nel dubbio cor feri consigli.


107

Or quai d'Asia tirannio ingiusti regi
gravasser lei d'insopportabil salma
e facesser de' nostri empi dispregi
dando pur morte al corpo e vita a l'alma
quando passâro i peregrini egregi
per acquistar la glorïosa palma
diròspiegando i nomi antichi e l'opra
perch'alto oblio non gli nasconda e copra.


108

Poich'il falso profetainiqua legge
sedussecome pria Venere e Bacco
l'Africa e l'Asiae quelle infette gregge
e i pastor che di vizio han colmo il sacco;
reggeva un solcom'il tiranno regge
e solo un seggio avea l'empia Baldacco:
ma diviso quel regno in sé discorde
tra l'alme fu d'ingiusto onore ingorde.


109

E l'Egitto inalzòvolgendo gli anni
in altra sede altro signor supremo.
Cosí furon due sedi e duo tiranni:
l'un comandava a l'Orïente estremo;
l'altro da prima non distese i vanni
né per regnare usò la vela e 'l remo;
ma poi l'Africa usurpae l'onde varca
e di Spagna si fa quasi monarca.


110

Quinci per molte etati il duro giogo
de' Saracini il mondo vil sofferse
insin ch'i Turchi erranti un stabil luogo
cercando in Asia a le fortune avverse
le paludi passâro e l'aspro giogo
e si fermâro ove regnò giá Serse;
quasi fortuna pur tornasse in giro
a l'alto soglio de l'antico Ciro.


111

E mentre paventò l'Orto e l'Occaso
e 'ntorno rimbombò publico lutto
l'alta cittá di Dio da caso in caso
come agitata sia da flutto in flutto
vide piú volte il popol suo rimaso
servo e meschinoe quasi alfin distrutto;
e le vergini sue dolenti ancelle
e di Persiae di Menfie di Babelle.


112

Ma prima che lasciasse i monti e l'ermo
Pietroche vita solitaria elesse
per visitar la tomba e 'l volgo infermo
di Cristoov'egli alte vestigia impresse
giogo mobil non giáma grave e fermo
ben diece lustri e piú gravolla e presse
e dogliosa piangendo ognor portollo;
da sí possente re fu posto al collo!


113

Da Belchefodich'ioch'Italia e Roma
minacciando superboe 'l greco Augusto
e Babiloniae chi da lei si noma
de' Turchi 'n guerra accrebbe imperio ingiusto.
Poiquasi stanco da gravosa soma
de gli anni propri e di quel peso onusto
vecchio partia fra l'uno e l'altro erede
i regnied auree spogliee varie prede.


114

A Solimanche nel fulmineo corso
de le vittorie Ciro ed Alessandro
volle assembrarlasciò da l'aspro dorso
de' monti Armeni insino al mar d'Antandro
perch'a' Greci contrastie duro morso
lor ponga lá dove passò Leandro.
Diè Damasco a Ducaltoe i regni siri
incontra a quei dov'ebbe il tempio Osiri.


115

Ma de' suoi fidi amicii quali esporre
seco la vita osâroamore il punse;
e 'l feroce Cassandro ed Assagorre
a' suoi propri nipoti eredi aggiunse.
Non ebbe il primo sol castello o torre
ma un regno intero da Soria disgiunse:
ebbe Antiochiaebbe il secondo Aleppe
e molto visse al mondo e molto seppe.


116

Da tai tiranni l'Asia oppressa e vinta
giaceva e d'atro sangue ancor vermiglia
quando con fronte di pallor dipinta
del gran Sion la nubilosa figlia
da le tenebre alzòdond'era cinta
al re del ciel sue lagrimose ciglia;
e fuor versando del suo pianto l'urne
co' sospiri dicea d'aure notturne:


117

- Signorch'in me scegliesti in mezzo a l'empio
mondo e gl'idoli e i mostriil santo albergo
dove l'arca tua fosse e 'l sacro tempio
e scettroe regnoe gli altri avesti a tergo;
e 'n me volesti poi con novo esempio
sparger il proprio sangueond'io m'aspergo
e 'n me vincer la Morte e i mostri averni
e tornartrionfandoa' regni eterni:


118

volgi in me gli occhie dove il regno intègro
tante prima accoglieva arme e tesori
in cittá trionfal d'aspetto allegro
tante grazie del cielo e tanti onori;
vedrai squallida ed orba in manto negro
serva dolente e 'n lagrimosi orrori
e dove risonar canore cetre
e risplendean corona aurea e faretre:


119

dove gli scudi ancor d'auro sospese
l'altro re che non ebbe il ciel piú scarso
non vedrai di metallo armio difese
ch'avea il regno diviso o 'n terra sparso:
non trofeinon colonne o faci accese
non tauronon leonnon d'alto apparso
augelcon penne d'oro od ampio e vago
simolacro del mareod altra imago


120

se non la tuaSignoree de' tuoi fidi
e la tomba e i sanguigni alti trofei
e i segni di vittoriaonde m'affidi
da questi iniquie da' fallaci dèi.
Ascoltapregocom'i' pianga e gridi
ed insieme rimira i gioghi miei
che giá furon di legnoe rotti or vedi
quelli onde mi gravâro Assiri e Medi.


121

Ma di ferro gli porto or vecchia e stanca
tantoche piú non ho vigor né lena.
Rimira le mie piaghee come or manca
lo spirtoe 'l sangue che ristagna appena;
e de la plebe tuache non è franca
Signorcol nome tuol'aspra catena
e de gli altari tuoi l'empio disprezzo:
non sostener di tante colpe il lezzo.


122

RammentatiSignorch'alta regina
tu mi facestie 'n su gli estremi giorni
i nemici mi fan serva e meschina
perch'il mio strazio in tuo disnor ritorni.
O Regli orecchi al mio pregare inchina
sí che l'empio avversario alfin si scorni;
manda il mio Augustoo 'l tuo guerrier celeste
che fiacchi al drago le superbe creste.


123

Vedi con quante corna e quanto orgoglio
contra 'l sole il veneno ei sparge e spira:
manda chi rompa quel suo alpestre scoglio
e fermi il corsoove piú obliquo ei gira.
Cosí dicea piangendo; e 'l suo cordoglio
lá su nel Ciel destò pietate ed ira.
Dio vendetta spiròche in guerra mosse
il mondoe solo al cenno Olimpo ei scosse. -




LIBRO SECONDO

1

Ma nel rischio vicin d'aspra contesa
lasciò Damasco a tergo il fier Ducalto
ed in Èlia s'armò per far difesa
terribile aspettando e lungo assalto
dal capitan che l'Asia vinta e presa
tinse piú volte di sanguigno smalto.
Tredici figli aveva; e 'l primo Argante
de' Filistei sembrò nuovo gigante.


2

Questi in sua verde etá sospetto al padre
per valor crebbe e per grandezzaa torto;
e per consiglio di canuta madre
indi fuggídel suo periglio accorto:
fattosi duce poi d'estranie squadre
sua fama sparse da l'Occaso a l'Orto;
e degno erede ei fu d'imperio esterno
cedendo del natio l'alto governo.


3

Ed era allor lontano in sí grande uopo
da la cittá che di timore abbonda
ritrovandosi lá dove a Canopo
fa porto il Niloe frange il mar con l'onda;
ma de' men forti suoiche nacquer dopo
il padre il debol fianco allor circonda
ch'ogni suo figlio al vecchio è quasi torre;
e nel rischio comun venne Assagorre.


4

Venne Clorindache l'ingegno e l'uso
femineo disprezzòd'etate acerba:
a' lavori d'Aracnea l'agoal fuso
inchinar non degnò la man superba;
lasciò gli abiti molli e 'l luogo chiuso
ché ne' campi onestate ancor si serba.
Armò d'orgoglio il volto e si compiacque
rigido farlo; e pur rigido ei piacque.


5

Tenera giá con pargoletta destra
strinse e lentò d'un gran destriero il morso;
vibrò l'asta e la spadae 'n sua palestra
indurò i membri ed allenògli al corso;
posciao per via sassosa o per silvestra
l'orme seguí di fier leone o d'orso;
e cercò guerrae 'n guerra e 'n alte selve
fèra a l'uom parveuom tra piagate belve.


6

Ma 'l re canutoe del piú antico regno
nuovo signorda sí pungente cura
parea trafitto; e 'l suo feroce ingegno
mitigato non fu da etá matura:
ei l'ardire ascoltando e 'l pio disdegno
che sprona i Franchi a le famose mura
giunge al primo timor nuovi sospetti
e de' nemici or pave e de' suggetti.


7

Perché in ampia cittate e cara a Cristo
popolo alberga di contraria fede
qual con le tigri in gabbia agnel commisto;
e men possente è quel che meglio crede.
Ma quando fece il reo l'indegno acquisto
lá 'v'ebbe di Davíd la prisca sede
fu il giogo che ponea gravoso ed aspro
egli piú duro assai d'ogni diaspro.


8

Questo pensier la feritá nativa
che da gli anni sopita e fredda langue
irritando inaspriscee la ravviva
sích'assetato è piú del nostro sangue:
tal fèro torna a la stagione estiva
quel che nel gel parea giá placido angue;
tal superbo leon tosto riprende
il suo furor natios'altri l'offende.


9

- Veggio (dicea) d'alta speranza e nova
segni occulti e palesi in turba infida
e 'l gran publico danno a lei sol giova
e nel comun nemico ella confida;
e nel silenzio insidie e fraudi or cova
quasi tra piumee 'l tradimento annida;
di ricettar pensando i suoi consorti
e con la morte mia piú acerbe morti.


10

Ma nol fará; ch'io preverrò quest'empio
pensier celatoe sfogherommi a pieno:
gli uccideròfarò crudele scempio
svenerò i figli a le lor madri in seno.
Arderò alberghi e templi e 'l maggior tempio;
farò sepolcro a' vivi il lor terreno:
trarronne i mortie tra facelle e voti
smembrerò su la tomba i suoi devoti. -


11

Cosí il veglio pensòquasi virgulto
che tremi dove il mare o 'l fiume ondeggia.
Non fu 'l pensiersanta Pietateocculto
a te ne la celeste e sacra reggia
donde guardavi il luogo in cui sepulto
il Re si giacquee la fedel sua greggia.
Però: - Signorgridastiaitaaita
ch'io non basto a salvarli omai la vita. -


12

Vedendo il Padre rugiadosi gli occhi
di lei che pianse in croce estinto il Figlio
- Vo' (disse) ch'al Timor la cura or tocchi;-
e quel s'è mosso ad un girar di ciglio
equasi neve che gelando fiocchi
empie al soldano il cor nel gran periglio;
perch'ei paventi pur de' suoi nemici
irritar l'arme irate e vincitrici.


13

Tempra dunque il crudel la rabbia insana
anzi pur cerca dovee 'n cui la sfoghi:
i vicini edifici abbatte e spiana
e dá in preda a le fiamme i cólti luoghi:
parte alcuna ei non lascia integra e sana
onde il Franco si pascaove s'alluoghi:
turba le fonti e i rivie le pure onde
di veneno mortal mesce e confonde.


14

Spietatamente è cautoe pur si sforza
di riparar Gerusalem frattanto
che da tre lati ogni nemica forza
può sostener; da l'altro è frale alquanto
ma l'erge ei verso Borea e la rinforza
o splenda il sole o spieghi notte il manto:
e gente aduna pur che lei difenda
e sparga il sangue e l'alma a prezzo venda.


15

Quinci tra' figli il suo pensier divide
di rivedere i montii lidi e i porti
perch'il suo nome ivi s'onori e gride
in tutti i luoghi piú securi e forti:
e di raccôr fra turbe amiche e fide
chi meglio cinga spada e lancia porti
o sia nuovo in battagliao 'n guerra mastro
o tolto da l'aratro o pur dal rastro.


16

Doldechin de la degna alta corona
grande oppressorche v'aspirò secondo
pria ricercando gí dove risuona
spumoso il lido e di vile alga immondo:
cercò Gaza arenosa ed Ascalona
e Imaniaove fe' porto il mar profondo
e Joppee la scoscesa ed aspra rupe
e i sassi minaccianti a l'onde cupe.


17

Vide Lidatornandoe i sacri fonti
e Ramula e Maceda; e 'l fiume al varco
passandonon lontano ai duri monti
radunò gente c'ha la spada e l'arco:
radunò i neghittosi insieme e i pronti
in Betelèm ch'accolse il santo incarco
e nel fien cuna diede al Re de' regi
perch'abbia l'umiltade eterni pregi.


18

Ebron lasciòdove un rifugio antico
fu del micidïal che non elegge;
e mentre visse al re del cielo amico
il popol fidoe sotto giusta legge
chi percoteva a caso aspro nemico
lá ricovrar soleacome si legge:
e 'l colle in cui mal fida avea latèbra
Davide sua speluncae sua tenèbra.


19

Lasciò non lunge i piú deserti campi
e 'nculto ed aspro ed ermo il gran Carmelo
ch'è sí vicino al folgorar de' lampi
ed a le nubiin cui s'indura il gelo.
Mirò l'onda fumarquasi ella avvampi
pur de la fiamma che piovea dal cielo:
tanto ancor la palude infame bolle
ed aura cosí grave indi s'estolle.


20

D'altri deserti Amardo orrida pietra
cercòdove s'aperse il vivo sasso
a quella viva fé che grazia impetra
per cui tragga la sete il popol lasso:
e di saette gravi e di faretra
pur genti raccogliea di passo in passo
o sia tra mura chiusao pur selvaggia;
e di non esser primo par ch'ira aggia.


21

Ei di Sicelain cui si spargee miete
il seme e 'l frutto di mature spiche
vide il paese e le campagne liete
de l'umor che l'impinguae tutte apriche:
e mirò i colli ove a l'estiva sete
ebber vino miglior le turbe antiche;
d'Asari dico; e non lontano il monte
ove Asane sorgea con doppia fronte.


22

E cento d'Idumea cittati e ville
lá dove cresce la feconda palma
e dove ancor l'incenso avvien che stille
sacrifizio innocente e di pura alma.
E i vicini d'Egitto a mille a mille
pur costringea sotto la grave salma:
cercando ancor de gli Arabi felici
i confini odorati e le pendici.


23

Belfengo che guardava il regno ingiusto
né del suo terzo luogo era ben pago
scórse lungo terrenma pur angusto
che steso e del Carmelo al fiume vago:
e fece pur de l'armi il volgo onusto
che lento il ricusòquasi presago;
ma forza è l'ubbidirnon sol conviene
e l'elegger la spada o le catene.


24

E mentre ei s'avvolgeva in strette fasce
tutti accogliea dal piano e da le valli.
Altri il Tabor sublime avvien che lasce
ed altri l'erbe e i fior purpurei e gialli
lá 've sotto la cima Ermonio pasce
gregge d'api volanti e di cavalli:
alcuni il giogoonde sparío repente
Elíavolando al ciel su 'l carro ardente.


25

Poi da Gadára Norandino arriva
lá 've al guado il Giordan primier
passâro la gente che d'Egitto uscí cattiva
fuggendo l'ira del tiranno avaro:
e le sei pietre e sei ne l'altra riva
pur come eterni testimonialzâro.
E da Betelsenza trovare inciampo
ricercò tutto insino al magno campo.


26

E 'n passando SichenSebasta e 'l tempio
vide su' montii quai diparte il fiume
che i Gariseida' lor vicini esempio
presodrizzâro a Dio ch'è vero lume;
ma ne' due tempicome il fido e l'empio
gli divise lor fede o lor costume:
vide Effra; e i luoghi alpestri avvien ch'ei miri
ove fu vinto Adado e vinti i Siri.


27

Dove l'un re fuggídov'ebber morte
trentadue regi; e vide il loco appresso
dove pugnò con la medesma sorte
il vintoindegno del perdon concesso;
perché nel piancome ne' montiè forte
la man divina ond'è il nemico oppresso.
Poscia l'umil torrente a Mesra ei passa
e Saba e Suna antica addietro lassa.


28

E d'alto Nazaretcittá superna
par che si mostri e dica: Or chi mi cela?
Ma non si muove a la parola interna
quel cor piú freddo assai che marmoe gela.
A destra il monte ove la gloria eterna
refulse come solse nube il vela:
e per breve sentier ch'ambo disgiunse
pervenne a Rumaindi a Tiberia giunse.


29

E 'l mar di Galilea nel suo ritorno
(ché mare è l'onda che s'adunie stagni)
ricercò tuttoe gío mirando intorno
i tepidi lavacri e i caldi bagni;
ma de le sante meraviglie ha scorno
nel terren che le videe par si lagni:
par si lagni a Gesú quell'onda e 'l lido
de' miracoli suoi spargendo il grido.


30

E poscia Saiadin da l'onde istesse
sino a l'altreonde il mare avvien ch'asperga
timide genti armò; parte n'oppresse
di quelle che l'arena e 'l lido alberga:
trovò in passando il loco in cui di Jesse
il santo fiore uscí di santa verga
e Cana che giá l'onda (o meraviglia!)
mirò in vino mutarfatta vermiglia.


31

E quella che stupídal regno oscuro
ove si fa l'estremo aspro vïaggio
tornar visto il fanciulloe d'aer puro
aprire i chiusi lumi al dolce raggio
tal che non parve in Dite allor securo
ma paventò Pluton maggiore oltraggio.
Poi cercò i lidi ove i marini spirti
giá portâro l'odor d'accesi mirti.


32

Ma dopo le superbe antiche spalle
del monte c'ha di nubi il crine involto
Baldacco trapassòprofonda valle
ch'a Tiro volge ed a Sidone il volto:
prima ad Arce ei n'andò per dritto calle;
scorse poscia il terren ch'intorno è cólto
lá 've di spiche incoronar la turba
usò la chioma; e 'l suo venir la turba.


33

Poi quella parte che del sol rimira
spuntar da l'Orto la purpurea luce
e sente l'Euro ch'indi a noi respira
Selín gío ricercandoil fèro duce
sino a Damasco; e quinci al monte ei gira
che 'l famoso Giordano in sen produce:
e vide l'alte rupi e la spelunca
ch'indi s'instillae de l'umor s'ingiunca.


34

Gemino fonte e verde speco ombroso
vide; se pur son ivi il fonte e l'urna
e non corre piú tosto altronde ascoso
per via secreta al soleatra e notturna.
Non v'era il tempio che sorgea famoso
ove i marmi vincean bianchezza eburna
perch'ogni opra mortal tardi o per tempo
cede a le nostre ingiurieo cede al tempo.


35

Veduti gli antri e le fontane e l'ime
parti cercate ancor d'umil paese
de l'altissimo monte a l'aspre cime
confini d'atre nubiei pronto ascese.
Molte cittadi ivi sostien sublime
sul tergoe fa natura alte difese
a que' popoli alpestrie 'n quella altezza
del ciel la destra i cedri atterra e spezza.


36

L'estremo lato poi difende e guarda
Amuratedel re l'ottavo figlio
quelvoglio dirch'a la stagion piú tarda
vede farsi l'occaso aureo e vermiglio
poscia imbrunire: e Gilta indi riguarda
ed Azolo vicino al suo periglio
ed Apollonia; e s'altra al mar s'accosta
terraa' nemicia' ventia l'onda esposta.


37

Ma 'l famoso Giordanper cui partita
fu al buon popolo ebreo promessa terra
passa Aladinoe piú lontana aita
va ricercando a la vicina guerra:
passa la real selva in cui romita
pasce sovente orrida belva ed erra
e vede a la pastura andar piú lenti
con le ramose corna i vaghi armenti.


38

Giunge a Damascoove l'uom primo e 'l primo
padresiccome avvien ch'altre racconte
sorse formato di terrestre limo
e prima al cielo alzò la nobil fronte.
Quincipassato quel ch'io vero estimo
del sacrato Giordan principio e fonte
giunge a' monti d'Arabia; indi partendo
la terra orïental venía scoprendo


39

sino a quel varco ove l'antico Padre
osò quell'acque trapassar primiero
che de' nipoti suoi l'erranti squadre
varcâr poi liete al giá sperato impero;
lá 've cose piú belle e piú leggiadre
narra la prisca famae cede al vero:
quivi con dritto corso il fiume vago
divide un montepoi divide un lago.


40

E Baiazeno oltra le antiche sponde
cercò di quai vestigi il suol si stampi
dove i giganti giánon sorti altronde
gignoreggiâr la terra e i propri campi.
Se ben quella a cui nube il capo asconde
altro rimbombo ancor fra tuoni e lampi
par che ci narrie con superba possa
in Flegra sparsi Olimpo e Pelio ed ossa.


41

Gerása a' piè del montee d'una parte
Adara poi trascorree quel terreno
dove Og rimase estinto e ancise e sparte
sue genti e sue cittáprendendo il freno.
Pellae Jabe da l'altra ove bell'arte
di verdi boschi ombrò l'almo terreno
e Masfa si lasciò passando a tergo
di glorïoso duce antico albergo.


42

E quel ch'ascose il re ch'al punir troppo
rapido non fu maiperò disparve:
e 'l loco cui Jacob fe' stanco e zoppo
lutta maggior che di notturne larve:
e quella terra ove il celeste intoppo
d'esercito immortalch'insieme apparve
ebbe a l'incontra insin d'Amone al regno
lá 've fanno aspri monti aspro ritegno.


43

Non men bella corona in lor s'estolle
d'antiche mura e quasi è 'l pian disfatto
ma lieto pur di freschi rivie molle
egli per erte vie volge men ratto
il passo a l'orïente; e viene al colle
ove fece Jacob l'antico patto;
e 'n forma di colonna alzò l'altare:
poi co' fiumi drizzò suo passo al mare.


44

Ma Corcút pur rivolge a' monti il corso
e 'n Metábae 'n Sabarna accoglie genti;
poi ricercando va d'altro soccorso
ne' campi di Moáb fra duo torrenti
sin ch'egli arriva al duro e aspro dorso
lá 've i due fonti son d'acque correnti
passando ove Mosè con duol cotanto
ebbe publico onor d'estremo pianto.


45

Poi sale il monte ove colui da lunge
il promesso terren vedea mirando;
ma prima a quel ch'è piú vicino ei giunge
ove atra nube il circondò portando.
O sia rapto ch'uom vivo a Dio congiunge
o morte pur di cui si cela il quando
cosí sparito da l'umana vista
s'ascose in guisa d'uom ch'il cielo acquista.


46

Era tra' figli Celebino estremo
però mosse e comparve anch'ei da sezzo:
ei nato al padre nel vigor giá scemo
fu dal padre nudrito in piumeal rezzo;
onde senza mirar vela né remo
vide solo e cercò del mondo il mezzo.
Pur ne gli estremi avea giá sparso il nome
candido e belcon lunghe ed auree chiome.


47

Questi il paeseil qual d'intorno ha cinto
l'alta cittá dove al sepolcro uom poggia
e la valle cercò di Terebinto
lá dove giacque in disusata foggia
l'empio Golía dal buon fanciullo estinto;
e 'l fèro monte in cui rugiadao pioggia
non distillòpoi che a Saul fu tronco
il nobil capo e 'l busto affiso al tronco.


48

E Gabaóndove la gente infesta
a' fèri lupi circondò la selva
con reti e canie innanzi dí fu desta
cercando ove la fèra empia rinselva;
ed ispida apparí con rozza vesta
in lieta cena de l'ancisa belva;
piú veloce del solquando esce il giorno
piú tarda al suo partir facea ritorno.


49

E quinci a Masfae quinci a l'onda arriva
che rompendosi al lido ivi biancheggia.
Poi si ritorna del Giordano in riva
lasciando a tergo la sublime reggia:
e vede la cittá di regno or priva
che vince le piú anticheo lor pareggia
ovepoi che s'udí canora tromba
cadder le mura al suon ch'alto rimbomba.


50

In tal guisa tra' figli il vecchio antico
divise avea le terre e 'l lor governo.
Ma da poi ch'aspettava il fier nemico
e la temuta guerra al fin del verno;
ciascun le sue rivide e 'l volgo amico
armò che non avea sua legge a scherno
e di genti forní qual luogo è forte;
l'altre condusse a l'adeguate porte.


51

E per le manche partie per le destre
entrâr ne la cittá che geme e serve;
e speluncao magion parea silvestre
che genti raccogliea fère e proterve.
Giá di turbe selvagge e turbe alpestre
tutta d'intorno ella risuona e ferve:
e cede antico albergatoreo sgombra
mentre il nemicoo 'l difensor l'ingombra.


52

Madre orba e vecchiae sconsolata erede
di figli regie di lor gloria prisca
i nuovi che produsse in varia fede
non sa come difendao lor nudrisca.
Pascer del proprio cibo i lupi or vede
e non convien che di lagnarsi ardisca;
né basta quel ch'ella producao cerchi
in monte o 'n valleove 'l suo re nol merchi.


53

Il soldánch'ebbe prontaove si sparga
il foco o 'l sangue pur ne' campi accensi
la destrache fu sempre a l'òr men larga
e tarda ove si doni e si dispensi;
non sol ristringe i nostrie gli altri allarga
ma i fidi esclude onde son rari i densi:
le vergini rinchiudee gli altri tutti
scacciagemendo in lagrimosi lutti.


54

Come s'avvien talor ch'altri divella
dal verde mirto il suo piú verde ramo
che d'ombra ricopria l'erba novella
rimane il tronco quasi ignudo e gramo;
cosí vedi rapir vaga donzella
a cui pianto non valpregoo richiamo:
cosí la madrein cui dolor s'avanza
d'arido tronco e muto aver sembianza.


55

Vedi abbracciar gemendo il vecchio stanco
l'albergo ch'a' nipoti alzar credea;
e piangere il fanciullo al caro fianco
che l'altrui duolpiú che il suo mal piangea:
indi traggere al tempio il debil fianco
dove morte gli fôra assai men rea.
Qui la tenera turba e la senile
si raccoglie al pastor del santo ovile.


56

Canta ei dolentee col dolente coro
le sue preghiere al re del ciel devote;
e miste intanto udian co' preghi loro
querele e meste e sospirose note
che flebilmente sparge in suon canoro
il popol fidoe 'l petto a sé percote;
e le imagini sante e 'l sacro altare
baciandosparge ancor lagrime amare.


57

Ciascuno è di pietade agli altri esempio;
ma breve tempo è dato a' preghial duolo
perché tosto s'ingombra il nobil tempio
d'arme spietate e di malvagio stuolo.
Cede il fedel senza contesa a l'empio
ch'a la sacra rapina intento è solo;
e perché giá il minaccia e giá l'esclude
vede spogliati altari e statue ignude.


58

Lascia i santi edifici il vulgo afflitto
e i proprie la sua terra alma nativa
come se in Babilonia o se in Egitto
fosse condottoo 'n piú lontana riva;
ma libero si volge al duce invitto
portando seco a lui pallida oliva:
frondeggia a tutti in mano un ramo còlto;
l'altro a le tempie pur verdeggia avvolto.


59

Ciascun fra sé pensava: 'A cui mi volgo?
o chi sará che m'assicuri ed armi?
Chi mi dá pace or che l'oliva io colgo?'
Pur vanno avanti senza insegne ed armi.
Precede il sacro coro e segue il volgo
e canta quello antichi e vari carmi;
questo o le note alternio pur risponda
fa risonar le vallii monti e l'onda.


60

Dicean: "Qual novo abitator famoso
or nel tuo albergo d'abitar fia degno?
Chi nel tuo santo monte avrá riposo
o re celestee di celeste regno?
Mentre spiega la notte il velo ombroso
chi vi s'acqueta dal pietoso sdegno?
Chi parla fra suo cor senza menzogna
né d'ingannar con falsa lingua agogna.


61

Chi mal non fece al suo vicino oppresso
perseguendo fortune afflitte e sparte;
e vergogna non ebbe e scorno appresso
incontra lui ch'odio da sé diparte.
Nulla è il maligno al tuo cospetto istesso
Signor: nulla gli giova ingegno ed arte;
ma glorïoso è chi t'onora e teme
sino a le parti de la terra estreme;


62

chi giova al suo vicin né face inganno
e non s'avanza con iniqua frode;
chi l'òr non presta avaroe d'anno in anno
non fa il ricolto d'auroe sprezza lode:
chi non vuol d'innocente o morteo danno
per caro dono onde arricchisce e gode:
mosso non sará mai; non tema alfine
(se cade rotto il mondo) alte ruine".


63

Poi ricomincia: "È del Signor la terra
e suo ciò che riempie il cerchio angusto;
suoi gli abitanti; ei gli ha salvati in guerra
ei nel diluvio nuovoei nel vetusto;
ei la fondò sul mar; per lui non erra
su i fiumi onde le tempra il seno adusto:
chi salirá il suo monte? e l'alta cima
terrá del loco suo ch'al ciel sublima?


64

Quel che non brutta ingiurïosa mano
di sangueo di vil furtoo di rapina;
il puro cordove pensier profano
non fa d'ardenti fiamme atra fucina;
quel che l'anima sua non ebbe invano:
questi fia degno di pietá divina
questi fia salvoe di chi 'l cerca e vuole
questa è la glorïosa invitta prole.


65

Apriteaprite le Tartaree porte
principi de la terra o pur d'Averno.
Qual è questo Signor ch'in guerra è forte
quel re di gloriae re del ciel superno?
Aprite il varco de l'eterna morte
al re di gloriaal domator d'Inferno.
Il Signor di virtute è re di gloria.
Questo è il trofeo de l'immortal vittoria".


66

Questee cose altre assai con alta voce
cantârma in sermon priscoe 'n altri versi
pregando lui ch'ebbe corona e croce
sí durain cammin dubbio e 'n casi avversi
acciò ch'essi non sian di foce in foce
oltra l'Eufrate ed oltra 'l Nil dispersi
o lá 've i rotti monti al duro passo
rinchiude il ferro sul gelato sasso.


67

Ma quando il dí nel suo cader s'attrista
e 'l sol men chiaro accoglie i raggi sparsi
veggionquasi cittá leggiadra in vista
torreggiando sublime al cielo alzarsi
che nova forma e nova altezza acquista
ove speran securi omai ritrarsi:
e son veduti entro la scura polve
qual picciol bosco che si muove e volve.


68

Giunti a le guardiee conosciuto appena
il popol fido e 'l suo fedel pastore
che d'aspra morte e da servil catena
salvi scorti gli avea d'empio signore;
fûr condotti a quel pio che gli altri affrena
con molta riverenza e molto onore.
Lá dove il sacro veglioavendo incontra
l'alto guerriernarrò che loro incontra.


69

- Simon son ioper fama al vostro Occaso
noto di cose avverse ed infelici
che l'avanzo di greggia a me rimaso
campato ho dal furor d'empi nemici;
e le sacre reliquie in duro caso
signorvi portoe voi fedeli amici:
signor la cui pietate e la possanza
altrui porge spaventoa noi speranza.


70

Noi siam color ch'a ricomprarne astretti
fummo con l'òr tra l'onte e le percosse;
e noi siamo (o ch'io spero) in cielo eletti
ch'in terra il sangue di Gesú riscosse.
Ma questo anzi i periglianzi i sospetti
fece il tirannoed accennò qual fosse:
allorvarcando il mar ne' strani lidi
auro e pietá cercai dove s'annidi.


71

Ora a sí avara fame auro non basta
né basterebbe il sangue a l'empia sete;
ma gli edifici atterrai templi ei guasta
i fonti attoscae strugge ove altri miete:
e mentre odio e timore in lui contrasta
e co 'l furor d'Inferno oblio di Lete
noi scacciae 'n alma di regnare ingorda
la vendetta di Dio l'empio si scorda.


72

Ma dove ne discaccia? e 'n quale esiglio?
D'assedio e da servaggioa certa palma;
a saluteda morte e da periglio;
a corona immortalda grave salma.
O d'atra provvidenza alto consiglio!
o mar dove ogni mente indarno spalma!
o sol dove ha suoi lumi invan affissi!
o tenebre lucentio sacri abissi!


73

Ma tusignor d'invitta gente e franca
per cui speriam di non sperare invano;
miserere d'etá tenera e stanca
che ne gli estremi son del corso umano;
ma di questi altria cui vigor non manca
degna in guerra adoprar robusta mano;
e quasi in porto da gli acuti scogli
e gli uni e gli altri e me pregante accogli


74

insin che piaccia a la pietá superna
scoter l'indegno giogo e l'aspre some.
Sí farem poi ch'ancor rimanga eterna
la tua memoria e 'l glorïoso nome
mentre pruine e gelquando piú verna
de' monti spargeran l'inculte chiome;
mentre avrá cervi il boscoil lido arene
ed onde il maree stelle il ciel serene. -


75

In tal modo parlava il vecchio saggio
a cui risposta diede il sommo duce:
- Si potess'io da morte o da servaggio
liberar gli altri che 'l timor seduce
come spero guardar d'onta e d'oltraggio
questi che tua pietá seco m'adduce;
e giunge inermi a le mie armate squadre
o di pietád'onoreo d'anni padre.


76

Io dar a' disarmati arme prometto
che vorran seguitar la nostra insegna
ed al rischio comune esporre il petto
per l'alta patriadi servire indegna:
a la piú stanca turba altro ricetto
ne la Soriadove per noi si regna
o 'n Ciprio 'n Cretao 'n piú secura parte
che lunge da' perigli il mar diparte.


77

Tu qual vorraipiú caro albergo scegli
o qui sublime onore ed alto grado
fra' padri piú onorati e fra' piú vegli
o se devi altra cura aver piú a grado
lá dove il suon di squille altrui risvegli
cerca al riposo il piú securo guado;
né perturbi di morte empio tumulto
l'animo sacro e 'l suo pietoso culto.


78

Le lodi a Dio rivolgi; a lui conviensi
la prima laudea lui si dia l'estrema
com'a quel sol c'ha sempre i raggi accensi
com'a quel mar che mai non cresce o scema.
Eiche dá le vittorieei ci dispensi
la palma de' nemici ancor suprema.
A noi di preci or tua pietá sia larga
perch'ei vinca i nemiciatterrie sparga:


79

Ei che feo rilevar l'acuta lancia
onde fu il manco lato a lui trafitto
or l'arco spezzie ciò ch'avventa e lancia
l'Araboe 'l Persoe 'l Siroe quel d'Egitto:
e drizzi contra lor d'Italia e Francia
l'armee d'Europae salvi il volgo afflitto;
s'innalziam la sua lanciae la sua croce
per lui spieghiam contra il rubel feroce. -


80

Qui si tacee ripiglia il vecchio sacro:
- Fa degnisignor mioquesti egri lumi
di veder lei che sparse ampio lavacro
e del sangue e de l'acqua i santi fiumi;
cosí quel gran misteroond'io consacro
l'alma de' fidi suoi col vero allumi.
Parte mi narra (e 'n grazia ciò dimando)
dove fu ritrovatae comee quando. -


81

Goffredo incominciò: - Giá cinto il Perso
Antiochia di grave ed aspro assedio
ed esercito avea cosí diverso
ch'al rischio non parea scampo o rimedio.
Noi stanchi costringeva il caso avverso
a soffrire il digiunlo scorno e 'l tedio
quando il Re con imagini non false
mostrar ne volle che di noi gli calse.


82

Perché ne l'ora che l'oscuro cielo
a l'appressar del novo dí s'inostra
e ch'al pensier uman sotto alcun velo
de le cose future il ver si mostra
Pier di Provenzail qual con puro zelo
quindi seguita avea l'impresa nostra
vide in sembianza placida e tranquilla
il divo che di manna Amalfi instilla.


83

Quel ch'ebbe a sostener tormenti e scempio
ne l'alta croce sua vòlto sossopra
vittoria promettea del popol empio
e certo fin di sí laudabil opra
del santo suo fratel mostrando il tempio
e 'l proprio loco in cui s'asconda e copra
la sacra lancia; e quando il ciel s'inalba
tre volte e quattro ritornò con l'alba.


84

Tre volte e quattro alme devote e pie
vider gli angeli eletti (o che lor parve)
e scendere e salir sublimi vie
in altro modo che fantasmi e larve;
e 'l divin raggio anzi 'l nascente die
lampeggiòquasi in specchioe poi disparve:
ne lo sparir segnando il sacro loco
con doppia riga di lucente foco.


85

Al principe Ademaro il fedel Pietro
non tenne occulti i suoi veraci sogni.
Ei venne al tempio; e corse il popol dietro
pur come novitá speri ed agogni.
Cosídi loco tratta oscuro e tetro
fu l'arme sacra a gli ultimi bisogni;
onde il fedelche sbigottí pur dianzi
par che tutto osi e in ben oprar s'avanzi.


86

Quinci il superno Re mostrar si volle
piú sempre a' Persi infestoa noi secondo.
La sacra lancia ne l'uscir s'estolle;
quei non sostengon di tal vista il pondo.
Pugniamvinciamfacciam sanguigno e molle
il campo; arme e cavalli Oronte al fondo
va rivolgendo e cavalieri estinti:
selve e spelonche son latèbra ai vinti.


87

Cosí le cose lor di male in peggio
poscia n'andâroe 'l nostro imperio accrebbe;
e stabilissi a Boemondo il seggio
che lui ritennee ben di ciò gl'increbbe:
io contra empi nemici ancor guerreggio
sperando la vittoria ond'esser debbe. -
Cosí dicea Goffredo; e 'n parte giunse
ov'era quella che il Signor giá punse.


88

In mezzo a mille tende un tempio s'erge
con imagini sante e simolacri
che si leva e riponee lustra e terge
perch'ivi il sacerdote a Dio consacri:
quivi Simon di pianto il viso asperge
al lucente splendor de' lumi sacri
vista la lancia e 'l prezioso sangue
che ne riscossee lasciò Cristo esangue.


89

Giá presso al tramontar tepidi rota
il sole i raggi e poco al mar lontano;
quando ecco da provincia indi remota
(come ebbe avviso il cavalier sovrano)
giunser gran cavalieri in veste ignota
con ricca pompa e 'n portamento estrano.
Del gran re de l'Egitto eran messaggi
per terminar la guerra e i fieri oltraggi.


90

Alete è l'unche da principio indegno
e da tenebre quasi al lume è sorto:
ma l'innalzâro a' primi onor del regno
parlar facondoe lusinghiero e scorto
pieghevoli costumi e vario ingegno
al finger prontoa l'ingannare accorto;
gran fabbro di calunnieadorne in modi
novi; e paion talor lusinghe e lodi.


91

Argante è l'altrointrepido guerriero
cheda Giudea passando al re d'Egitto
chiese da l'uno aita a l'altro impero
e dal regno possenteal regno afflitto:
impazïenteinesorabilfèro
ne l'arme infaticabile ed invitto;
de' rischi sprezzatorche gloria elegge;
a cui la propria spada è nume e legge.


92

Ma 'l duce pio vuol ch'udïenza attenda
e l'uno e l'altro insino al dí che segue:
e per mostrar come pietá risplenda
e si nieghino agli empi e pace e tregue
fa tosto dispiegar sublime tenda
opra d'armeni onde i palagi adegue;
che d'archi sostenuta e da colonne
può albergar duci e cavalieri e donne.


93

E ricca è di materia e di lavoro
síche 'l fiero avversario se ne scorna
e di serici fili intesta e d'oro
di chiare imprese e di vittoria adorna:
e palma trionfale e verde alloro
fanno un bel fregio che la cinge ed orna:
in mezzo son battaglieincendiassalti
marterralaghi in piú sanguigni smalti.




LIBRO TERZO

1

Pietro appar nel deserto a prima vista
e ver sembra il desertoed ei non finto;
lunga la chioma e di pel bianco ha mista
e crespo il viso e di pallor dipinto;
la barba al sen gli scende in doppia lista
e 'n bigi panni e d'umil corda è cinto;
e magro e scalzoe 'n contemplar pensoso
tra 'l rivo e l'altro a piè d'un monte ombroso.


2

Or con ginocchia ignude aspro terreno
premere il vedi; e in suon devoto e basso
pensi d'udirlo ove percote il seno
e piange anzi la croce: or pare uom lasso
mentre giace su l'erbao posa almeno
e si fa seggio d'un alpestre sasso.
I sogni ivi ombreggiò chi finse il sonno:
s'ombrar l'ombre con l'ombre ancor si ponno.


3

Poscia sembra ch'ei desto affretti il piede
in guisa pur di pellegrino scarco;
vedilo ch'entra in nave; e parte e riede
come sia lungo corso un picciol varco.
Passa e ripassa il mar; sostiene e vede
l'aspro giogo de' nostri e 'l grave incarco:
e visita il sepolcro e dorme al tempio
poi 'nfiamma Europa incontra 'l popol empio.


4

Non lunge in prezïoso aureo contesto
di color varïato e di figure
si scorge in umil cava un vecchio onesto
fuggir il mondo e sue fallaci cure:
e le nubi toccar quel monte e questo
e cader l'ombre ne le valli oscure;
e 'l sacro albergo in solitari e cupi
luoghi celarsi infra pendenti rupi.


5

Di tre corone poi la sacra chioma
il vedi cintoe (come il ver s'esprime)
par che grave gli sia la nobil soma
mentre egli siede in Vatican sublime;
e pareindi lasciando Italia e Roma
passar de l'Alpi le gelate cime:
e conosci a' sembianti Urban secondo
ch'apre il cielo e l'infernoe regge il mondo.


6

E par ch'alfin s'ascolti in gran consiglio
del pio sermone il fulminar veloce
e di quei duci il nobile bisbiglio
commossi al suon de la divina voce.
Tutti prender parean segno vermiglio
in bianco veloe dispiegar la croce;
e quei che di portarla al petto scelse
alzò vittorïose insegne eccelse.


7

Vedi ch'Europa tutta i segni inchina
e tutta splende d'arme e di cavalli;
ch'avvampa ogni cittá d'atra fucina
correndo in fiumi i liquidi metalli:
e dove a viva fiamma il ferro affina
suonar i monti e rimbombar le valli;
e rinnovar su le sonore incudi
spade e lance ed usberghi ed elmi e scudi.


8

Perch'ogni chiuso albergo allor s'aperse
al rugginoso acciaioond'altri s'arme;
paiono aratri e falci ivi converse
in forme nòvee 'n vie piú lucid'arme;
e vedi ragunar genti diverse
dove udir de le trombe il fèro carme
quasi l'uom crede; e come tutto adombra
il monte e 'l pian di mille insegne a l'ombra.


9

Vedi come pietá fra sé contende
in quei piú cari a Dio felici tempi:
come lo stato suo disprezza e vende
Goffredoe genti aduna incontra a gli empi:
come a Ruggero il suo fratello il rende
ch'intorno accampa e segue i santi esempi;
e come varca a vie piú giusta guerra
questi il mar tempestosoe quel la terra.


10

Da piú eserciti mossaEuropa e tutto
par tremi il mondoe quinci i salsi campi
spumanti a' rostri; e biancheggiar il flutto
l'onda a' rai tremolar com'ella avvampi.
Quindi nubi di polve il suolo asciutto
e incontra 'l sol vibrar de l'arme i lampi
vedi; e lá selve d'astee qui d'antenne;
e le navi volarcom'abbian penne.


11

Par che d'angeli ancor lucido nembo
acqueti le tempeste e i venti affrene;
e faccia piano il procelloso grembo
e l'alte vie del ciel tutte serene.
Il mar ceruleo il senspumoso il lembo
e sparse d'alga ha le minute arene:
e crespa a l'auree senza usati orgogli
bagna la placid'onda i duri scogli.


12

Aprir sembrano i porti a' legni audaci
e da lunge chiamar l'armata amica
con l'isola del foco e de' Feaci
Eubèach'illustre fe' la fama antica:
DalmaziaEpiroIllirioe tu che giaci
giá sacra al solne l'ondeo terra aprica;
e Creta ancordi Giove ombrosa cuna
ov'Ida sorge e la spelonca imbruna.


13

E Deloch'estimâro i Greci errante
pria che formasse il suo vagar Latona
e il portuoso Egeo d'isole tante
adornoonde canoro alto risuona.
Ma l'inospito mare il pin volante
passae d'augusto seggio alta corona;
e schiva Sestoe de la Tracia il lido
e Calcedone prende appresso Abido.


14

Vedi per monti e valli in altra parte
e per campagne molli il buon Gualtiero;
vedilo trapassar rapido il marte
quasi abbia intoppoed arrivar primiero
ne la cittá che la cittá di Marte
tenta agguagliar di gloria e d'alto impero:
e come pria saluta il greco Augusto
e passa con le genti il mare angusto.


15

Pietro si mira in quel Cammino istesso
co' Bulgari contesa aver piú dura:
e de l'accese fiamme udito il messo
tornar invanné via tener secura.
E Godescaloe i suoi sconfitti appresso
trovando in terra ostile aspra pastura
ma fra' Greci pietá che gli altri accoglie
dolenti alfin de le perdute spoglie.


16

Miransi poi lasciar la nobil reggia
e de l'Europa le contrade estreme
e trapassar dove Ellesponto ondeggia
infra duo lidi e si ristringe e preme:
Pietro sembra il pastor d'errante greggia
mentre le sparse genti accoglie insieme
lá've cinto di mura un picciol borgo
in riva siede a quell'ondoso gorgo.


17

Italici e Germani uscir diresti
e correr le campagne al mar vicine;
e quasi fatti a la Bitinia infesti
lá dentro riportar prede e rapine.
Gli vedi a piè d'un monte; indi piú mesti
difender d'alta mole alte ruine:
e Soliman chequasi orrida belva
gli attende al varco ne l'antica selva.


18

Con spoglie di leone ispido ei sembra
e con occhi il furor quasi spiranti
con torvo guardoe con robuste membra
onde può simigliar gli empi giganti;
altrove abbatte i nostriancide e smembra
con l'arme suedel sangue altrui stillanti;
e paion cento duci e cento squadre
sanguigne far quelle campagne ed adre.


19

Quivi estinto Gualtierquivi Rambaldo
credi che 'l terren premae 'n rosso il tinga;
nullo ordine v'appare intero o saldo
la 've il fèro soldán gli urti e rispinga:
quasi a fuggir chi dianzi errò sí baldo
dentro a' dirupi ivi a temer costringa:
in forma d'uom che sgrida altoe minaccia
la destra alzando e la terribil faccia.


20

E le parti piú alpestre e piú selvagge
da' suoi veggonsi prese insino al lito;
e tornar poscia a l'arenose piagge
Pietrocui non diè fede il volgo ardito.
Vedesi ch'a la morte allor sottragge
quello stuolgiá dolente e sbigottito:
come sanguigno e quasi voto ovile
scampi d'assalto d'empie fère ostile.


21

Poscia del pio Goffredo i giusti passi
tessuti il mastro avea con vari fregi;
com'egli i cari ostaggi or prendaor lassi;
or parlior mandi i messaggeri a' regi:
come vinca le insidie a' stretti passi
e salvi scorga i suoi guerrieri egregi.
Parte Augusti ed eroi congiunge e lega;
e i Greci avversi or vinceor placaor piega.


22

Altrove la cittá vedeasi intesta
a cui diè Costantin l'imperio e 'l nome
tre fronti alzando incoronar la testa
donna di genti tributarie e dome.
Quivi Goffredo e i duci han d'òr la vesta
sovra l'arme lucenti e d'òr le chiome
quai Grecia le dipinse al biondo Apollo
e d'oro hanno il monildi latte il collo.


23

Nel gran tempio sorgea sede suprema
dove ne l'aureo manto e gemme ed ostri
portava Alessioal crine alto diadema
e i Greci eran congiunti ai duci nostri.
Par ch'ondeggi la turba intorno e frema;
sovra l'aquila spiega artigli e rostri:
e 'n vista ventilar fa rosse piume
ne l'aura a l'auroe splende al chiaro lume.


24

Mostran poi di giurar ne' sacri altari
la man sul libro alzandoe gli occhi in alto
e co' Franchi i Latinii lidi e i mari
varcatia l'Asia dar feroce assalto.
S'appiattan fra le selve i Turchi avari
e tinto il lago è di sanguigno smalto:
e gran cittá v'appar cinta d'assedio
in cui si raffigura il Rischio e 'l Tedio.


25

Quivi accolto parea da varie parti
l'esercito LatinGermano e Franco;
e de gli altriche fûr divisi e sparti
del mar sul destro lidoo pur sul manco
qual contr' a' Persi in guerra o contr' a' Parti
Roma o Bizanzio non ha mosso unquanco:
poi schierato passava a stuolo a stuolo
tutto ingombrando polveroso il suolo.


26

Non lungequai veggiam fantasmi o larve
poi che nascoso è lo splendor diurno
tale un corrier ne l'ombre oscure apparve
per non diritte vie cheto e notturno:
ed ove il maggior lume occulto sparve
spiegan tremuli rai Giove e Saturno:
e scopre l'alta nottein cui si cela
com'eglipresoa' nostri il ver rivela.


27

Quinci i fedeli senza indugio e pronti
stringean la gente al re del ciel rubella;
le mura di Niceale porte e i ponti
in questa parte combattendo e 'n quella:
appresso discendea d'alpestri monti
l'empio soldán com'orrida procella:
e seguia dietro innumerabil turba
quante l'arene son ch'Austro perturba.


28

Prima ogni cosa abbatte e poscia ei langue
divenuto in sembiante frale e tardo;
ed a l'aspre percosse il vedi esangue
lá dove il crolli e féra il gran Riccardo.
Tronche membra ei calcando e sparso sangue
col suo Tancredi e con Ruggier gagliardo
fea quasi laghiove fûr prati ed erbe
giá prese cento insegne alte e superbe.


29

Goffredo a l'arme ed a l'impresa illustre
e i sommi duci avvien ch'ivi conosca
pugnare insin che 'l sol la terra illustre;
poi cacciare i nemici a l'aura fosca.
Qual leon torna a le lasciate lustre
o drago a le paludiond'egli attosca;
tale il soldán fuggía sdegnosoin atto
d'uom che rimiri il popol suo disfatto.


30

Da macchine avventatial ciel rotando
tronchi capi ne gíanqual grave pietra;
timido il difensord'alto mirando
obliava adoprare arco e faretra:
chi finse il caso atrocee 'l gran normando
ne' colori mostrò come s'impètra
e come orror di morte e de' suoi scorni
vera imagine viva ancor ritorni


31

de la vittoria ancora il grido e 'l moto
esprimer vollevarïando a' sensi
e co' suoi duci imperador devoto
nel tempioche fumava arabi incensi
e le insegne e i trofei sospesi in voto
fra mille trombe e mille lumi accensi:
e spoglie e donivincitori e vinti
quai d'oro adornie quai di ferro avvinti.


32

Sorgeano intanto le nodose travi
con varie forme inverso 'l ciel costrutte
e gran macchined'arme adorne e gravi
onde sian l'alte mura arse e distrutte.
Vedeansi i carri trasportar le navi
non per ondose viema per asciutte;
e la cittáche da piú lati è scossa
e la gran torre ruinar percossa.


33

Di fumo ardente e fiamma oscura e negra
mille torbide rote al cielo alzarsi;
e gran donna fuggía timida ed egra
co' figli a latoi crini al tergo sparsi.
Da l'altra parte il difensor rintegra
le rotte murae i suoi ripari ha scarsi.
Nicea si rende; e schiva oltraggio e morte
l'errante del soldán fida consorte.


34

Furto o rapina ingiustao forza o froda
non si vedea fra gli animosi fatti:
qual di vittoria il vincitor si goda
che serbar volle invidïosi patti:
ma di portarne ei solo onore e loda
contento parve a' modial voltoagli atti;
veggendo i Greci alzar le insegne in cima
lá 've il sangue d'Italia è sparso in prima.


35

Move congiunta l'oste indi non lunge
lá 've un fiume le vie rapido fende:
la divide un gran ponte e la disgiunge;
e diverso sentier diversa prende.
Ecco i sinistri (il sol nascendo) aggiunge
Soliman che da' monti ancor discende.
Ecco l'aspra contesae 'l bel Guglielmo
trafitto (ahi dolor grave!) usbergo ed elmo.


36

Ecco Tancredi vola al rischio estremo
quasi (morto il fratel) morir gli caglia:
vedi come in soccorso a stuol giá scemo
giunga; e gli assalitori il duce assaglia.
Feríafugava il cavalier supremo;
recidea tele avvoltepiastra e maglia;
uccidevaabbattea; le spalle e 'l viso
calpestavapassandoal volgo ucciso.


37

Refugio ricercarscampoo latèbra
sembra poi l'empia turba a l'aer cieco
e notte la copria d'alta tenèbra
e l'alto sen le apria foresta o speco.
Di nuovo la vittoria ancor celèbra
vòta occupando la Bitinia il Greco.
Ricco di preda il vincitor le spalle
quinci volge a' Gorgon'sanguigna valle.


38

Luoghi poi trapassare aridi ed ermi
nudi montiassetata arsa campagna:
ed armati languir vedeansi e inermi
co' cani e co' destrierfida compagna.
L'onda apparvedi il fiumee i quasi infermi
correre a l'acque in cui si beve e bagna;
vedi onusti i camelie i vasi colmi
su l'erba a piè de' salcie d'alni e d'olmi.


39

Poiquasi la vittoria allenti il corso
vedi fère cacciarcacciare augelli
in lieta selvao dove il molle dorso
rigan d'un colle i liquidi ruscelli.
Vedi Goffredo in fèra luttae l'orso
che di sua mano ha sanguinosi i velli
e di sua mano ancor reciso e tronco
l'orribil teschio affisso al verde tronco.


40

Rapido Balduin s'avanza e corre
sino al monte sovran ch'Asia divide:
e non resta cittácastello o torre
contra Tancrediove il nemico annide.
Scuotere il giogo a' nostrie 'l giogo imporre
vedeansi a prova a quelle genti infide;
e domar LidiLicaoniArmeni
da' monti al mar c'ha sí diversi seni.


41

Sanguignoe di ruine ingombro ed arso
di Cilicia il terren fumava intorno;
dove Tancredi il sangue e 'l foco ha sparso
e Riccardo di spoglie aurate adorno.
Men alta torreggiar Mamistra e Tarso
sembravae 'l Cidno andar con umil corno;
ma 'l vessillo mutatoe i vari segni
appena v'apparian d'ardenti sdegni.


42

Era aspro intoppo al corso ardito il Tauro
orridonubilosoermosilvestro;
ch'i boschia lo spirar d'Austro e di Cauro
crollama tocca il ciel col giogo alpestro;
e d'ampi fiumi porge al mar restauro
in cui si lava il manco lato e 'l destro;
e quanti i precipizi ond'uom s'allenta
tante le morti son di cui spaventa.


43

Con l'Eufrate facea duro contrasto
sotto un turbato cielch'in vista piange;
l'un fiaccate le corna e 'l fianco ha guasto;
l'altro è percosso e ripercuote e frange.
Evinto il vincitorla strada al vasto
mar non aprendoil corso avvien ch'ei cange.
Pur ambe lor vittoriee lor contese
vincer parea l'ardir ne l'alte imprese.


44

Veder si può ch'ambo gli ascende e varca
fede animosae senza orgoglio e vanto
e miraadorna omai di spoglie e carca
umíl l'Asia e soggettae i mari accanto
e i popoli giá vinti al gran monarca.
Né mai la croce al ciel s'alzò cotanto;
né trofeo sí vicino ebbeo vessillo
il sol che d'alto miri il mar tranquillo.


45

Oltr' il Tauro e l'Eufrateoltra l'Oronte
altri rendeansialtri eran presi a forza.
Spargea di tronche membra il duro ponte
del pio Goffredo la terribil forza.
Cadea 'l gigante anciso; e verso il fonte
come a gran turbo suol che l'onde sforza
parea il fiume tornar gonfio di sangue:
per le rive giacea la gente esangue.


46

Fuor è Dafnee Castaliaonde soleva
la voce uscir de gl'idoli bugiardi
e Casioa cui sí tosto il sol si leva
che suole a gli altri fiammeggiar sí tardi:
con due facce il testor finto l'aveva:
con l'una d'esse par ch'il di riguardi
e la notte con l'altra; e 'n bel lavoro
compartite avea l'ombre e i raggi d'oro.


47

Antiochia nel cerchioin cui si spande
l'Orontechiudea valli e monti e piano
scossa de le sue verdi alte ghirlande
e combattuta da possente mano:
non potea circondarla (in guisa è grande)
l'esercito LatinFranco e Germano:
qui 'l pio Goffredo accampaivi Roberto;
crolla Tancredi altrove il muro aperto.


48

Vari assalti poi finse il mastro accorto
a gli steccatia' muria' paschia l'acque;
e con viso vi feo pallido e smorto
le madria cui la vita allor dispiacque.
D'alto mirò ciascuna il figlio or morto
che tra nemici oppresso in terra giacque
e 'l capo affisso a la nemica lancia;
e di pianto rigò l'arida guancia.


49

E variò le imagini dolenti
d'altra piú vaga e piú superba istoria:
presi in battaglia fe' destrier' correnti
onde il duce adornò lieta vittoria.
Né la notte oscurar con l'ombre algenti
di Boemondo può l'eterna gloria;
ché ne gli alti silenzi al cielo scuro
ardendo gran cometaascende il muro.


50

Cittá presanotturno orrortumulto
ruineincendi e peste ancor dipinse;
e re fugaceanciso e non sepulto:
poi d'aspro assedio i nostri intorno ei cinse.
E quell'alto valor non tenne occulto
ch'i Siri e i Persi e i Babiloni estinse.
Fugaterrorluttoe mal fido scampo
v'aggiunse; e correr feo di sangue il campo.


51

Di tai figure la sublime tenda
e di rami di palmeo pur d'allori
par ch'intorno verdeggie 'n mezzo splenda;
pascendo gli occhi e i generosi cori.
Quipria che i messi il pio Goffredo intenda
dal re mandatie come suol gli onori
i duci invitaa cui tal luogo denno
gentil sanguevalorpossanza e senno.


52

Avanti la gran tenda al suolo affisse
gran lancee tronchi aveano aurei e dipinti
quai porteriano appena EttoreUlisse
AiaceAchille e gli altri a Troia estinti.
Scudi (come l'usanza altrui descrisse)
eran sublimi in cima a l'aste avvinti;
in cui pinto e leonod orsoo drago
delfinoaquilacignood altra imago.


53

Qui accolto è 'l fior di quell'etate acerba:
altri punge i destrieri al corso e volve;
altri nel campo apertoe nudo d'erba
i carri aggira ne la densa polve.
Altricon vista piú fiera e superba
si corre incontra e l'arme rompe e solve:
e con varia fortuna in bella giostra
ai duo messaggi il suo valor dimostra.


54

Ma vincitor nel periglioso arringo
Aristolfo il destrier giá volve e sprona;
e d'Aristolfo il nome al ciel solingo vola
e fra mille trombe alto risuona.
Raimondo ad Aristolfoe 'l gran fiammingo
dánno di nuova gloria alta corona.
Mirano i messi d'onorata parte
il valor peregrinoi modi e l'arte.


55

Ma poscia giunti anzi 'l regal cospetto
quei che chiamâro il suogran re de' regi
vider Goffredo in un vestire schietto
seder fra duci e cavalieri egregi;
ché verace valorben che negletto
di sé risplende e de' suoi propri fregi.
Picciol segno d'onor gli fece Argante
in guisa pur d'uom grande e non curante.


56

Ma la destra si pose Alete al seno
e piegò il capo e chinò a terra i lumi;
equal di riverenza e d'orror pieno
mostrò grave umiltá d'alti costumi:
poiquasi sciolto a la sua lingua il freno
dolci versò de l'eloquenza i fiumi:
e perch'i Franchi han l'idïoma appreso
de la Soríafu ciò ch'ei disse inteso.


57

- O degno soloa cui d'imperio i degni
siano or soggetti e le piú nobili alme
ch'acquistâr sol per te provincie e regni
ed ebber giá per te corone e palme;
il nome tuoch'oltre le mète e i segni
passaqual nave suol che tutta spalme;
e quella famaonde ha sonora tromba
il tuo invitto valorfra noi rimbomba.


58

E lá oltra ond'il Nil d'alto caggendo
al suon de l'acque i suoi vicini assorda
e dove non vien nube il sol coprendo
né pioggia cadeo turbo in ciel discorda;
di te s'ascolta ancor (se il vero intendo)
fra gl'ignotie si parlae si ricorda.
E stimo ch'ove il fiume asconde i fonti
de la tua gloria pur si scriva e conti.


59

E se l'Indo l'ascolta e l'Etiòpo
pur come suol gran meraviglia estrema;
qual sarách'in Pelusio od in Canopo
o 'n Menfi o 'n Tebe mai l'asconda e prema?
Ma 'l reche ti fu amico in maggior uopo
di ciò s'allegraonde altri ha invidia e tèma.
Ama il valoree volontario elegge
teco unirsi d'amorse non di legge.


60

Da sí bella cagion dunque sospinto
l'amicizia e la pace a te richiede;
e 'l mezzoonde l'un sia con l'altro avvinto
è la virtús'esser non può la fede.
Maperché inteso avea che t'eri accinto
per assalir alfin quant'ei possede
volsepria ch'altro danno indi seguisse
ch'a te la mente sua per noi s'aprisse.


61

E 'l suo pensiero è tal che sia contento
di quel c'hai corso e soggiogato in guerra;
tornando in Antiochia a passo lento
senza turbar questa sua amica terra
e 'l reche sua vecchiezza e suo spavento
ne l'alte mura anco ristringe e serra:
e se gire al sepolcro ancor t'aggrada
prendi il bordonee lascia omai la spada.


62

Quanto è migliore e piú securo il varco
ch'a' templi venerati apre la pace:
troppo la preda è periglioso incarco
e 'l peregrino armato è troppo audace.
Contra gl'inermi qui saetta od arco
mai piú non s'adoprò da man rapace;
però il tuo ferro è il tuo medesmo risco:
perdon chiedosignors'io troppo ardisco.


63

Perché gran cose in picciol tempo hai fatte
né lunga etá fia ch'oscurar le possa:
cavalli in marnavi per terra attratte
l'onda ingombra e 'l terren di sangue e d'ossa:
eserciticittá prese e disfatte;
Africa spaventataAsia percossa:
i regni soggiogatii re dispersi
vinti CiliciMediAssiri e Persi.


64

Giunta è tua gloria al sommo; e per l'innanzi
fuggir l'incerte guerre a te conviene;
ch'ove tu vincasol un regno avanzi
né 'l tuo nome maggior perciò diviene;
ma l'imperio acquistato e preso innanzi
e l'onor perdise 'l contrario avviene.
Ben giuoco è di fortuna audace e stolto
pôr contra al poco e dubbioil certo e molto.


65

Ma 'l consiglio di tal cui forse or pesa
che tu gli acquisti a lungo andar conserve
e l'aver sempre vinto in ogni impresa
e quella brama che s'infiamma e ferve
e 'n magnanimo cor piú vive accesa
d'aver le genti tributarie e serve;
far potrian vil la pace e vile il mezzo
perch'onor trovi sdegnoanzi disprezzo.


66

Loderan via sublime e via solinga
quasi dal cielo al tuo valore aperta
perché la spada tu non lascio scinga
a cui piú sempre ogni vittoria è certa;
fin che la nostra legge a noi ristringa
tra le Caucasee porteo 'n piú deserta
e piú selvaggia terra. O dolci inganni
de' miseri mortali eterni affanni!


67

Ma se l'affetto gli occhi a voi non benda
né perturbando adombra alta ragione
scorgerai ch'ove guerra inutil prenda
hai di temernon di sperar cagione:
ché Fortuna ha sua rota e sua vicenda
mandandoci venture or tristeor buone;
e per troppo salir si smontae spesso
a l'erta cima il precipizio è presso.


68

Dimmi: s'a' danni tuoi l'Egitto or move
d'oro e d'arme possente e di consiglio
e s'avvien che la guerra anco rinove
il Perso e 'l Turco e di Cassandro il figlio;
quai forze opporre al fèro assaltoo dove
fugariparo e scampo ha il tuo periglio?
T'affida forse Augusto? Augusto il greco
lo qual da' sacri patti unito è teco?


69

La fede greca a chi non è palese?
Tu da un peccato sol tutt'altri impara;
anzi da mille purse mille ha tese
insidie a voi l'infida terra avara.
Dunque chi dianzi il passo a voi contese
per voi la vita esporre or si prepara?
Chi fu scarso del ciboor sará largo
del proprio sangue? a che parole io spargo?


70

Ma forse riponesti ogni speranza
in queste schiereonde tu cinto or siedi:
e sovra que' congiunti aver possanza
che sparsi giá vincestiancor ti credi:
se ben l'oste è giá scemae piú t'avanza
d'opera e di periglioe tu tel vedi:
e giá nuovo nemico a te s'accresce
e gl'invitti coi vinti accoglie e mesce.


71

Orse stimi del ciel legge fatale
che non ti possa il ferro vincer mai
siatisignorconcesso; e siasi or tale
il decreto del cielqual tu tel fai:
vinceratti la fame; a questo male
qual refugio securoo schermo avrai?
Vibri contra costei la lanciae stringi
la spadae la vittoria ancor ti fingi?


72

Ogni campo è d'intorno arso e distrutto;
e veder gli potrai nudi e fumanti:
e 'n chiuse mura e 'n alte torri è il frutto
riposto al tuo venir piú giorni avanti.
Tuch'ardito sin qui ti sei condutto
onde speri nudrir cavalli e fanti?
Dirai: l'armata in mar cura ne prende.
Da' venti dunque il viver tuo dipende?


73

Comanda forse or tua fortuna a' venti?
Ed a sua voglia pur gli scioglie e lega?
E 'l march'a' preghi è sordo ed a' lamenti
mutando stileal tuo voler si piega?
O non potranno ancor le nostre genti
e le Perse co' Turchi unite in lega
tante navi e tai legni insieme accôrre
ch'a quel navigio tuo si possa opporre?


74

Doppia vittoria a tesignorbisogna;
e 'n vario campo il gemino valore.
Una perditaa voi danno e vergogna
altrui può darne il trionfale onore.
Vinte le navi tueche piú s'agogna
se qui senza contesa il campo muore?
E se tu perdi quivano trofeo
potran drizzare i tuoi sul mare Egeo.


75

Spoglie aggiungere a spoglie e palma a palma
e due trionfi unire in un sol tempo
convientio qui lasciar la cara salma
e tardi far quel che non fai per tempo.
Ma tanto error non cade in nobil alma.
Or fa' gran sennoe 'l meglio eleggi a tempo;
perché l'Asia di lutto omai risorga
e pace il frutto sia ch'a voi si porga.


76

Né voiche del periglio e de l'affanno
e de la gloria a lui sète consorti;
sí il vostro rischio amatee 'l nostro danno
che nuove guerre a provocar v'esorti.
Maqual nocchier che da fallace inganno
ridutti ha i legni a' desiati porti
raccôr dovreste omai le sparse vele
né fidarvi di novo al mar crudele. -


77

Qui tacque Alete; e 'l suo parlar seguîro
con basso mormorar gl'illustri eroi;
e ben ne gli atti disdegnosi aprîro
quanto ciascun quella proposta annoi.
Il capitan rivolse gli occhi in giro
una e due voltee mirò in fronte i suoi;
e poi nel volto di colui gli tenne
ch'appena il guardo e 'l suo splendor sostenne.


78

- Messaggierdolcemente a noi sponesti
ora corteseor minaccioso invito.
Se 'l tuo re m'amae loda i nostri gesti
è sua mercedee m'è l'amor gradito;
ma perché poscia minacciar volesti
la guerra a noi di mezzo il mondo unito
risponderòsenza temer gran turba
che l'uom che spera in Dio nulla perturba.


79

Sappi che tanto abbiam sinor sofferto
in maree 'n terraa l'aria chiara e scura
sol perché fosse il dubbio calle aperto
a queste sacre e venerabil' mura;
per acquistar grazia divina e merto
togliendo lor da servitú sí dura.
Né mai grave ne fia per fin sí degno
esporre onor mondano e vita e regno.


80

Ché non ambizïosi avari affetti
ne spronâro a l'impresa e ne fûr guida.
Sgombri il Padre del ciel da' nostri petti
peste sí rease in alcun pur s'annida:
né soffra che l'aspergao che l'infetti
di venen dolce che piacendo ancida:
ma la sua manch'i duri cor penètra
soavemente gli ammollisce e spetra


81

questa ha noi mossie questa ha noi condutti
tratti d'ogni periglio e d'ogn'impaccio:
questa fa piani i montii fiumi asciutti
l'ardor toglie a l'estateal verno il ghiaccio:
placa del mare i tempestosi flutti
chiude il carcere a' venti e stringe il laccio:
quinci son l'alte mura aperte ed arse
quinci l'armate schiere uccise e sparse.


82

Quinci ardire e speranza in tutti or nasce
non da le frali nostre forze e stanche
non da le navie non da quante or pasce
genti la Greciao da Germane e Franche.
Pur ch'ella mai non ci abbandoni e lasce
non debbiamo curar ch'altri ci manche.
Chi sa come difendee come fére
soccorso a' suoi perigli altro non chere.


83

E ci giova sperar ch'a noi rivolga
gli occhi suoiper sua graziail Re superno;
e 'n veder serva la cittá si dolga
ov'ebbe a sofferir tormento e scherno:
e scuota il duro giogoe i lacci sciolga
che le circonda il tenebroso inferno;
perché non resti il loco in vil servaggio
ov'egli il mondo liberò d'oltraggio.


84

Ma quando ei di vittoria al fin ci privi
per gli error nostrio per giudíci occulti
chi fia ch'aver sepolcro o fuggao schivi
lá 've i suoi membri giá lascio sepulti?
Né giá morendo invidia avremo a' vivi;
né morrem senza gloriao pur inulti;
né l'Asia riderá del nostro pianto:
ché la morte ha corone e palme e canto.


85

Ma se tanto il tuo re la pace apprezza
non offra pace vergognosa e grave:
però che tal da noi s'abborre e sprezza
piú che la guerra non si fugge o pave;
comandi a gente a l'ubbidire avvezza
ch'altro re non conoscealtro non ave;
e possedendo i propri regni a queto
non faccia in santa impresa a noi divieto. -


86

Cosí rispose; e di pungente rabbia
la risposta ad Argante il cor trafisse.
Né 'l celò giáma con enfiate labbia
si trasse avanti al sommo duce e disse:
- Chi la pace non vuolla guerra s'abbia
ché non mancan giammai discordie e risse:
e ben la pace ricusar tu mostri
se non cangi sentenza a' detti nostri. -


87

Indi per l'aureo lembo il manto ei prese;
curvollo e fenne un senoe 'l seno sporto
cosí pur anco a ragionar riprese
vie piú che prima dispettoso e torto:
- O vincitor de le piú dubbie imprese
e guerra e pace in questo sen t'apporto:
tua sia l'elezïone; or ti consiglia
senz' altro indugioe qual piú vuoi ti piglia. -


88

L'atto fèro e 'l parlar tutti commosse
a chiamar guerra in un concorde grido
non attendendo che risposto fosse
dal magnanimo lor duce Goffrido.
Spiegò quel fèro il senoe 'l manto scosse
dicendo: - A guerra piú mortal vi sfido. -
E 'l disse in atto sí feroce ed empio
che parve aprir di Giano il chiuso tempio.


89

Parve aprirlo al furor sanguignoa l'onte
ed a Bellonadel flagel non parca
e ch'abbia notte ne l'orribil fronte
e ne gli occhi le furiee 'n man la parca.
Tal era quel che monte impose a monte
o chi torre drizzò d'error si carca:
e 'n cotal atto il rimirò Babelle
alzar la destra e minacciar le stelle.


90

Soggiunse allor Goffredo: - Or partie narra
al tuo signor che di venir s'affretti;
né ricerchiamo altra promessa od arra
perché la guerra entro 'l suo Nilo aspetti. -
Ambo preser congedoArgante inarra
dura notte co 'l cielco' propri affetti
e co 'l proprio volerche sí lo sferza
ch'il destrier non avrá piú dura sferza.


91

Indivòlto al compagnoè da lui ditto:
- Pur ce n'andremcome pensastiomai;
io a Gerusalemmee tu in Egitto;
tu co 'l sol nuovoio co' notturni rai;
ch'uopo di mia presenzao pur di scritto
esser non può colá dove tu vai.
Rendi tu la risposta; io dilungarmi
non vo' dal padree da' consigli ed armi. -


92

Cosí di messaggier fatto è nemico;
sia fretta intempestivao sia matura
la ragion de le gentio l'uso antico
s'offenda o nopoco ei vi pensao 'l cura.
Senza indugiar va col silenzio amico
de la tacita lunaa l'alte mura
lasciando quelle d'Emaus a tergo
e sprezzando le piume e 'l fido albergo.


93

Era la notte allor ch'alto riposo
han le onde e i ventie parea muto il mondo:
gli animai lassie quei che il mare ondoso
o de' liquidi laghi alberga il fondo
e chi si giace in tanao 'n mandra ascoso
e i pinti augelli ne l'oblio profondo
sotto il silenzio de' secreti orrori
sopian gli affanni e raddolciano i cori.


94

Ma né Franco guerrierné Franco duca
si discioglie nel sonnoo almen s'acqueta;
tanto e tale è 'l desio ch'in ciel riluca
omai l'aurora rugiadosa e lieta
che lor mostri il camminoe lor conduca
a la cittá ch'è quasi eccelsa meta.
Mirano ad or ad or se raggio alcuno
rischiara l'oriente oscuro e bruno.




LIBRO QUARTO

1

Giá l'alba messaggera in cielo è desta
quasi annunzi ai mortali: Or vien l'aurora.
Ella s'adorna intanto e l'aurea testa
di rose còlte in Paradiso infiora:
quando ogni schiera ch'al vïaggio è presta
lunge in voce s'udiva alta e sonora;
e tra corni e tamburi e 'l suon de l'arme
le trombe risonar col fiero carme.


2

Il saggio capitan con dolce morso
i desiderii lor guida e seconda;
che piú agevol saria svolger il corso
presso Cariddi a la volubil onda
o tardar Boreaallor che scote il dorso
de l'Apennino e i legni in mare affonda.
Gli ordina e muove e drizza; e 'n suon gli regge
rapido síma rapido con legge.


3

Ali ha ciascuno al core ed ali al piede
né del suo ratto andar però s'accorge.
Maquando il sole i campi infiamma e fiede
con piú fervidi raggi e 'n alto sorge
ecco apparir Gerusalem si vede
ecco additar Gerusalem si scorge:
ecco si grida omainon si bisbiglia
del gran Sion la nubilosa figlia.


4

Cosí di naviganti audace stuolo
che muova a ricercare estranio lido
e 'n dubbio mare e sotto ignoto polo
provi spesso il furor del vento infido;
s'alfin discopre il desiato suolo
il saluta lontan con lieto grido:
e l'uno a l'altro il mostrae 'ntanto oblia
la noia e 'l mal de la passata via.


5

Col gran piacer che quella prima vista
dolcemente spirò ne l'altrui petto
riverenza e pietate insieme è mista
come si mesce l'un con l'altro affetto.
Osano appena d'innalzar la vista
ver' la cittá di Cristo albergo eletto;
dove morídove sepolto ei giacque
dove le membra rivestir gli piacque.


6

Sommessi accenti e timide parole
rotti singulti e flebili sospiri
de la gentech'in un s'allegra e dole
fan che per l'aria un mormorio s'aggiri
qual ne le folte selve udir si suole
dove Austro giunga sibilandoe spiri:
o qualspezzato infra gli scogli e i lidi
freme e si lagna il mar con rauchi stridi.


7

Premevannudi il pièl'erto sentiero
che l'esempio de' primi altrui commove.
Piuma ch'alto si spargao pur cimiero
superbo dal suo capo ognun rimove;
e 'nsieme del suo cor l'abito altero
deponee calde e pie lacrime ei piove.
Pur quasi al pianto abbia la via rinchiusa
ver' Dio parlandoognun se stesso accusa.


8

- Dunqueove tu di sanguinosi rivi
il terrenoo Signorlasciasti asperso
d'amaro pianto almen due fonti vivi
in sí acerba memoria oggi non verso?
O mio gelido corché non derivi
per gli occhie stilli in lacrime converso?
Duro mio corché non ti rompi e frangi?
Pianger ben merti ognors'ora non piangi. -


9

Di cotai voci intorno il ciel risuona
ed ogni cor s'intenerisce e spetra:
e mentre oltraggi ed onte altrui perdona
a' propri falli suoi perdono impetra.
Ma Dio co' propri detti anco ragiona
che sono strali pur di sua faretra:
eil'arme saettandoentro percuote;
di fuor le lingue scioglie in sacre note.


10

Sorgi, Gerusalem, co' raggi illustri,
perch'il tuo lume e l'altrui gloria or viene;
la gloria del Signore onde t'illustri
nasce, e fa queste parti omai serene.
Ecco dopo tant'anni e tanti lustri
che l'ombre e le caligini terrene
i popoli coprîr ne l'Orïente,
de la gloria divina il sol nascente.


11

Alza gli occhi dolenti e 'ntorno gira
tutti questi per te giá fûro accolti,
tutti vengon per te; fra lor rimira
i figli tuoi de' lacci antichi sciolti.
Qual gioia avrai (s'il vero a noi s'inspira)
quando i popoli a te vedrai rivolti,
e le genti sí fère e sí diverse,
piú che del mar le arene, a te converse?


12

Quasi un diluvio allor fia che t'inonde
d'uomini e d'animai con varia salma,
che i monti copriranno, e l'alte sponde,
insin lá dove legno in mar si spalma.
E tu lieta côrrai le verdi fronde
de la tua oliva, e de la sacra palma:
e le immagini d'oro, e i maschi incensi
vedransi a Dio fumar nel tempio accensi.


13

Ma ora chi son questi i quai volando
vanno, in guisa di nube o di colomba?
Me aspettan le navi, in cui solcando
l'acqua n'andrò, ch'al suono alto rimbomba,
e l'isole del mar: ma come, o quando
raccôrrò i figli sparsi a suon di tromba,
portando oro ed argento onde consacri
al tuo Signore i templi ed i simolacri?


14

Edificar le tue cadute mura
figli vedrai di peregrini egregi,
e quando avrò di te pietade e cura,
di servi in atto e di ministri i regi:
e le porte aprirai tutta secura
a valorose genti e duci egregi:
né gente fia né re, che si dia vanto
di non servirti, il qual non pèra intanto.


15

Libano a te concederá la gloria
de l'abete, del busso e del suo pino,
perché s'adorni con pietosa istoria
il tempio sacro al tuo Signor divino.
Vedrai 'l superbo in chiara alta vittoria
a te venirne riverente e chino,
l'orma adorando de' suoi piedi impressa,
e chiamarti di Dio cittá promessa.


16

Cittá deserta un tempo ed odïosa,
non era chi per te volgesse il passo:
or sarai terra lieta e glorïosa,
ch'ogni regno terren vedrai piú basso.
E 'n guisa di regina alta e di sposa,
t'adornerò, lasciando il ferro ed 'l sasso;
e 'n quella vece in te l'argento e l'oro
splender farò con piú sottil lavoro.


17

Pace avrai pur dopo continua guerra,
e giustizia con lei dentro e d'intorno.
Piú non udrassi rimbombar la terra
de le tue colpe, e d'uno e d'altro scorno.
Non fia 'l tuo lume quel che varia ed erra,
o di luna o di sol la notte e 'l giorno;
lume che scema e cresce, e sale e scende.
Io sarò il sol ch'eterno in te risplende.


18

Fra gl'infedeli intanto un uom che guarda
antica torree scopre i monti e i campi
la giá minuta polve alzarsi guarda
onde par che gran nube in aria stampi:
par che baleni il nuvol denso ed arda
come fiamme nel sen rinchiuda e lampi:
poi lo splendor de' lucidi metalli
distinguee scerne gli uomini e i cavalli.


19

Allor gridava: - Oh qual per l'aria stesa
polvere i' veggio! oh come par che splenda!
Pronti correte a l'armea la difesa
a le portea le mura! ognun v'ascenda
giá presente è il nemico. - E poiripresa
tal voce: - Ognun s'affretti e l'arme or prenda.
Eccoil nemico è qui: mira la polve
che ne l'oscura nebbia il cielo involve. -


20

I semplici fanciulli e i vecchi inermi
e 'l vulgo de le donne sbigottite
che non sanno ferir né fare schermi
supplicando ingombrâr l'alte meschite.
Gli altri di corpo e d'animo piú fermi
giá frettolosi l'armi avean rapite.
Altri a le portealtri a le mura accorre
e siede il re ne la piú eccelsa torre.


21

Scorre d'intorno Argante e 'l capo ignudo
dopo tanti annia' suoi vicini mostra:
altri gli porta l'elmoaltri lo scudo
altri la lancia ond'è temuto in giostra.
E dire udia: 'Questi a' nemici è crudo
pietoso a' suoi: muro e difesa nostra'.
Ei fra gli altri fratelli alto si scopre
Antivedecomandaaffretta a l'opre.


22

Ma giá Clorinda incontra a' Franchi er' ita
lui permettendoa la sua schiera avante:
e in altra parteond'è improvvisa uscita
sta preparato a la riscossa Argante.
L'altera donna i suoi guerrieri invita
co' detti e col magnanimo sembiante:
- Ben con alto principio a noi conviene
(dicea) fondar de l'Asia oggi la spene. -


23

Mentre ragiona a' suoinon lunge scorse
gl'Italici condur prigioni e preda:
ch'un loro stuolo a depredar precorse;
or con gregge ed armenti avvien che rieda.
Ella verso i nemici ardita corse
ch'incerti son quel che di ciò succeda.
Gardo è chiamato il duceuom di gran possa
ma non sostenne la crudel percossa.


24

Gardo a quel duro scontro è spinto a terra
in su gli occhi de' Franchi e de' pagani;
i pastori gridârdi quella guerra
lieti auguri prendendoi quai fûr vani.
Addosso a gli altri ella si spinge e serra
scesa da' monti ne gli aperti piani;
seguîrla i suoi per la sanguigna strada
che s'apria co 'l destriero e con la spada.


25

Tosto la preda al predator ritoglie
cedendo il cavaliero a poco a poco
tanto ch'in cima a un colle ei si raccoglie
ove aiutate son l'arme dal loco.
Allorsí come turbine si scioglie
o da le nubi cade acceso il foco
mosse Tancredi il qual pur dianzi giunse
e giorno a notte faticosa aggiunse.


26

Mentre la notte avea con l'ali sue
fatta la terra tenebrosa e bruna
con la sua fida schiera intento ei fue
a liberar di man d'empia fortuna
il loco in cuifra l'asinello e 'l bue
il Re del ciel degnò l'umil sua cuna:
ora il valorche piú d'un chiaro lampo
splendea ne l'ombraappar nel fèro campo.


27

Ma giá Clorinda ad incontrar l'assalto
vien di Tancredie pon la lancia in resta.
Ferîrsi ambo ne gli elmie i tronchi in alto
volâro; ed ella ignuda il viso resta;
ché rotto ha l'elmo suoquasi d'un salto
i duri lacci: egli le uscío di testa
e le chiome dorate a l'aria sparse
giovine donna in duro campo apparse.


28

Lampeggiâr gli occhie folgorâr gli sguardi
dolci ne l'ira; or che sarian nel riso?
A che pensi Tancredi? or che pur guardi?
non riconosci tu l'amato viso?
Quello è il bel voltoonde t'infiammi ed ardi
ne la vittoriae sei d'amor conquiso.
Questa è colei che tu lavar la fronte
vedesti giá nel solitario fonte.


29

Eich'a la fèra ed al disteso artiglio
non la conobbeor lei veggendoimpètra;
ella fa del suo scudoin quel periglio
sua difesae l'assale; ed ei s'arretra:
e fa ne gli altri il ferro allor vermiglio
né da lei paceper ritrarsiimpetra
che minacciosa il seguee: Volgigrida
e di due morti il cavalier disfida.


30

Ma percosso da lei non ripercote
ed appena fa schermo e si difende
mentre i begli occhi e le vermiglie gote
rimiraond'arco invano amor non tende
fra sé dicea: - Lievi percosseo vòte
son talor quelle onde la destra offende;
ma colpo mai dal bello ignudo volto
non cade in falloe sempre il cor m'è còlto. -


31

Pensa alfin discoprir la interna piaga
per non morir tacendo occulto amante.
Vuol ch'ella sappia ch'uom giá vinto impiaga
giá presoe del suo sdegno omai tremante.
E le dicea: - Donna sdegnosa e vaga
de la mia mortee troppo in ciò costante
usciam di schiera e sazia allor tue voglie
se brami aver di me l'ultime spoglie.


32

Cosí me' si vedrá s'al tuo s'agguaglia
il mio valore. - Ella accettò l'invito
ecome piú de l'elmo a lei non caglia
gía baldanzosaegli seguia smarrito.
Recossi in atto di crudel battaglia
l'alta guerrierae giá l'avea colpito
quand'egli: - Fermadissee siano or fatti
anzi la pugna de la pugna i patti. -


33

Ella fermossi; e lui parlando audace
fece in quel giorno il disperato amore.
- I patti sian (dicea)se tregua o pace
meco non vuoiche tu mi tragga il core:
il mio cornon piú mios'a te dispiace
ch'egli meco piú vivaor lieto muore;
è tuo gran tempo; e tempo è omai che trarlo
a me tu possa; e non degg' io negarlo.


34

Eccole braccia inchino e t'appresento
senza difesa il petto: or ché non fiedi?
vuoi ch'agevoli l'opra? io son contento
trarmi l'usbergo or orse nudo il chiedi. -
Distinguea forse in piú lungo lamento
i suoi dolori il misero Tancredi;
ma sovraggiunse impetuosa calca
che di quel ragionar molto diffalca.


35

Cedea cacciato e non cedeva invano
il Turco e 'l Siroo timor fosse od arte.
Un de' persecutoriuomo inumano
vide a lei ventilar le chiome sparte;
e da tergoin passandoalzò la mano
per ferir la sua bella ignuda parte;
ma Tancredi gridò (ché ben s'accorse)
e con la spada a quel gran colpo occorse.


36

Ma pur ne' bianchi e teneri confini
l'eburno collo il cavalier ferille.
Fu levissima piagae i biondi crini
rigati fûr da le purpuree stille
come l'òr che di smalti o di rubini
per man d'egregio mastroa' rai scintille.
Disdegnando Tancredi allor si spinse
addosso a quel villanoe 'l ferro strinse.


37

Quel si dileguae questo acceso d'ira
il segue come vento o come strale:
sospesa ella riman perché gli mira
lontani moltoné seguir le cale:
ma co' suoi fuggitivi il piè ritira:
talor mostra la fronte e i Franchi assale:
or si volgeor rivolge; or fuggeor fuga;
né si può dir la sua caccia né fuga.


38

Cosí tauro talor ne l'ampio agone
se volge a' cani le sue dure corna
s'arretran quelli; es'a fuggir si pone
ciascun latrando ad assalire il torna.
Clorinda nel fuggir da tergo oppone
lo scudo a' colpi in su la testa adorna:
tal ne' giuochi africani il capo e 'l dorso
l'uom copre in fuga alternae 'n dubbio corso.


39

Giá questi seguitando e quei fuggendo
fatto veloci avean ritroso calle
quando alzâro i pagani un grido orrendo
ratto conversi in tenebrosa valle:
e fecero un gran giroe poi volgendo
tentâro a' Franchi di ferir le spalle:
e 'ncontra Argante da superba costa
con la gente apparia pur dianzi ascosta.


40

Uscí di stuolo il cavalier superbo
e del primo percosso onore agogna
e dice: - Ad altro corpo io nol riserbo; -
quel non odemorendoagra rampogna.
Né parve meno agli altri il tronco acerbo;
ma n'ebbe alcun la mortealtri vergogna:
e poi che ruppe il sanguinoso cerro
trasse contra a' nemicie strinse il ferro.


41

Clorinda a prova avea d'alma e di vita
Ardelio privouom giá d'etá matura
ma di forte vecchiezza e ben munita:
e pur tra' figli suoi non fu secura;
ch'Alcandroil maggior figlioaspra ferita
tolse da sí pietosa e nobil cura;
e Poliferno ancise al padre appresso
l'istessa spada e quasi il colpo istesso.


42

Ma Tancredida poi ch'egli non giunge
quel suoche piú il cavallo avea corrente
rivolge addietro e vede incauta e lunge
troppo trascorsa l'animosa gente;
vedela circondatae 'l destrier punge
volgendo il frenoe lá s'invia repente:
né solo di sua aita i suoi sovvenne
ch'altri il seguîr come s'avesser penne.


43

Quei de gli scelti eroi nobil drappello
che sempre a tutti i rischi ardito move.
Riccardo il piú feroceanzi il piú bello
tutti precorre a l'animose prove
e tra gli altri parea sublime augello
lo qual rinfreschi aspre saette a Giove:
e disser quei ch'in lui fissâr lo sguardo:
- Eccoti il domator d'ogni gagliardo.


44

Questi ha nel pregio de la spada eguali
pochio nessuno; e giovinetto è ancora.
Se fosser tra' nemici altri sei tali
tutta Soría giá vinta e serva or fôra;
e l'Africa arenosae i regni australi
e quei suggetti a la nascente aurora:
ne 'l capo al giogo ascosto il Nil terrebbe
in sua latebraonde sí occulto ei crebbe. -


45

Cosí dicendoomai vedean lá sotto
come la strage ad or ad or s'ingrosse
ché Riccardo e 'l compagno il cerchio han rotto
benché d'uomini denso e d'arme ei fosse:
e poi lo stuol dal capitan condotto
vi giunseed aspramente anco il percosse:
e quivi il gran Riccardo a morte diede
Belfengodel tiranno il quarto erede.


46

E seco RaboanDrodec e Ronca
PerildoRabaelFurospe e Perno
l'un sopra l'altro abbatteancide e tronca
fidi ministri giá d'empio governo;
ch'or dove bolle la tartarea conca
seguono il duce al tenebroso Inferno:
Argante in altro latoin mezzo al sangue
cade; ementre egli fremeil destrier langue.


47

Come talor ne l'arenose piagge
cameloda la salma oppresso e carco
o 'n parti piú solinghe e piú selvagge
grand'elefante è giá caduto al varco;
cosí giacendoa pena il piè sottragge
dopo molta faticaal grave incarco:
indi tardo e gravoso antica sponda
sembra al furor che quasi a tergo inonda.


48

Clorinda seco ascende a passi lenti
e quello impeto frange e sí il reprime
che de le sbigottite e sparse genti
quelle secure andâr che fuggian prime;
segue con spirti il buon Guidone ardenti
i fuggitivi e 'l fier Tigrane opprime
con l'urto del cavallo e con la spada
fa che scemo del capo a terra ei cada.


49

Né giova ad Algazzarre il forte usbergo
ned a Corban robusto il fino elmetto
ch'in guisa lor ferí la nuca e 'l tergo
che ne passò la piaga al visoal petto.
E per sua mano ancor del caro albergo
l'alma uscí d'Amuratee di Meemetto:
esentendone Argante il lampo e 'l fischio
ne gli occhi aveva e ne gli orecchi il rischio.


50

Onde freme in se stessoe pur talvolta
si ferma e volgee poi cede pur anco:
alfin cosí improvviso a lui si volta
e di cotal percossa il giunge al fianco
che dentro il ferro vi s'immergee tolta
è dal colpo la vita al duce Franco.
Cadee i lumich'a pena aprir si ponno
dura quiete preme e ferreo sonno.


51

Gli aprí tre voltee i dolci rai nel cielo
cercò del solee sopra un braccio alzarsi;
e tre volte ricaddee fosco velo
gli occhi adombròche stanchi alfin serrârsi;
si dissolvono i membrie mortal gelo
rigidi fatti e di sudor gli ha sparsi.
Sovra l'estinto il cavalier feroce
non si fermòma trascorrea veloce.


52

Ben che seguir l'alpestra via non cessa
si volge a' Franchie dice: - O cavalieri
questa sanguigna spada è quella stessa
ch'il Signor vostro disprezzò pur ieri:
ignudo la vedráse mai s'appressa
cinto di squadre e de' suoi duci altieri;
e perch'io pur la ripolisca e terga
fia che di nuovo sangue ancor s'asperga.


53

Ditegli che vederne omai s'aspetti
in se stesso e ne' suoi piú certa prova;
e quando d'assalirne ei non s'affretti
verrònon aspettatoov'ei si trova. -
De la superba fuga i fèri detti
tutti i cristiani avean commossi a prova
ma con gli altri s'accoglie omai securo
sotto la guardia de l'amico muro.


54

Grando e tempesta di rotonde pietre
folta e sonora incominciò da l'alto;
vòtano i difensori archi e faretre
tingendo il fosso di sanguigno smalto;
e forza è pur ch'alquanto omai s'arretre
l'italico valor dal fèro assalto
mentre discende la sassosa pioggia
da mura e torri in disusata foggia.


55

Ma i suoi conforta il gran Riccardoe grida:
- Or quale indugio è questo? e che s'aspetta?
poi ch'è morto il signor ch'a noi fu guida
ché non corriamo a vendicarlo in fretta?
e non facciam nel barbaro omicida
del nostro duce estinto aspra vendetta?
Basta una scala omaisenz' altre scale
dove invitto valor ascende e sale.


56

Non se di ferro doppioo d'adamante
la porta e 'l muro impenetrabil fosse
colá dentro securo il crudo Argante
s'asconderia da le contrarie posse.
Cominciam pur l'impresa. - Ei solo avante
a tutti gli altri a guerreggiar si mosse;
che nulla teme la secura testa
o di sassi o di strai nembo o tempesta.


57

E crollando la frontealza la faccia
piena di sí terribile ardimento
che sin dentro a le mura i cori agghiaccia
ai difensor d'insolito spavento:
mentre egli altri rincoraaltri minaccia
non si mostra al salir pensoso o lento;
ma tutte le difese atterra e spezza
che trova incontrae vincitor disprezza.


58

E varca l'ampio fosso e 'l pigro stagno
e 'l primo muro minaccioso in vista;
e 'l seguîr moltioltra 'l fedel compagno
sin al secondo ov'è chi piú resista;
e forse il dícome Alessandro il Magno
vittoria avea cui largo sangue acquista;
ma lá giunto è Goffredo onde lei scorse
l'invitto re cui Jaddo ornato occorse.


59

E 'n su la vetta che si volge a l'Orsa
luminosa del cielo il passo ha fermo
e dice al buon Raimondo: - Or troppo è scorsa
la schiera che non teme intoppo o schermo.
Ivi è colui ch'ogni mio stato inforsa
anzi pur nostro; e so che il vero affermo:
e 'ntento a perseguir nemica turba
tutti gli ordini nostri ei sol perturba.


60

Né gli ha dimostro ancor l'etate e 'l senno
vittoria che non sia folle e sanguigna;
e gli altri suoi che piú frenarlo or denno
seguono il suo valor che non traligna:
però non credo ch'ei fia pronto al cenno
di nostra intenzïon pura e benigna;
ma s'io di comandare almeno ardisco
ei non porrá tutte le schiere a risco.


61

Né si dará l'assaltoonde ritorni
l'oste con molto danno e poca gloria:
e di troppo ardimento alfin si scorni
di cui Riccardo pur si vanta e gloria.
Ma se non oggiin diece o in venti giorni
con le macchine avrem certa vittoria. -
Cosí diceaquando mandò Sigero
de' gravi imperii suoi nunzio severo.


62

Questo sgrida in suo nome il troppo ardire
e immantenente il ritornare impone.
- Tornatenediceach'a le vostre ire
non è opportuno il loco e la stagione.
Goffredo il vi comanda. - Ardente dire
usò Riccardo e quasi sferza o sprone;
ma questo è quasi frenoo qual ritegno
de' cavalieri a l'animoso sdegno.


63

Come d'alzarsi a tempestosa guerra
cinte di nubi le orgogliose fronti
e portar seco il mareil ciella terra
bramano i venti disdegnosi e pronti;
ma se gli affrena in carcer tetro e serra
Eoloch'al chiuso varco oppone i monti
fremono mormorandoe 'l fèro orgoglio
entro risuona al cavernoso scoglio:


64

cosí questi tornâr da' lor nemici
dentro a' ripari al lor riposo ingrato:
né senza estremo onor di sacri uffici
fu il nobil corpo di Guidon lasciato.
Sul funebre ferètro i fidi amici
portârlocaro peso ed onorato.
Mira intanto il Buglion da l'alte cime
il sito e l'arte di cittá sublime.


65

Questa prima sedeva in verde falda
e 'n erta riva d'un famoso colle;
ver quella parte donde il sol riscalda
tutta inchinandoo dove piú s'attolle.
Poi che non restò pietra integra o salda
per vendetta di lui che morir volle;
come piantache nembo o ferro svelse
traslata fu sopra le cime eccelse.


66

E 'l nome onde chiamolla il re vetusto
allor mutò con la sua antica sede
Élia chiamata da Adriano Augusto
che piú sublime seggio ancor le diede;
or dentro è 'l loco onde risorse il Giusto
che ritolse a Pluton le avare prede;
e quello ancora in cui dolor soverchio
per noi sofferse è nel suo nuovo cerchio.


67

Gerusalem sovra duo monti è posta
d'altezza imparie vòlti fronte a fronte.
Va per lo mezzo suo valle interposta
che lei distinguee l'un da l'altro monte.
Fuor da tre lati è la superba costa;
per l'altro vassi e non par che si monte:
ma d'altissime mura è piú difeso
il piano latoe contra Borea è steso.


68

La cittá dentro ha lochi in cui riserba
l'acqua che piovee laghi e fonti vivi;
ma fuor la terrae 'ntornoè nuda d'erba
e non sorgono in lei fontaneo rivi;
né si vede fiorir lieta e superba
d'alberied adombrarsi a' raggi estivi
se non se alquanto in solitario bosco
che sorge non lontanoorrido e fosco.


69

Ha da quel lato donde il giorno appare
del famoso Giordan le placide onde;
da l'altroov'egli cadeasperge il mare
i curvi lidie le arenose sponde:
verso Borea è Betelch'alzò l'altare
al vitel d'oroe la Samaria; e donde
Austro portar le suol piovoso nembo
Betelèmch'il gran parto accolse in grembo.


70

Poi che d'intorno il cavalier sovrano
ha tutto rimiratoa' suoi discende;
e perch'estima che la terra invano
s'oppugneria dove piú l'erta ascende;
contra la porta aquilonarnel piano
che con lei si congiungealza le tende:
lá 've il servo di Dio l'alta corona
ebbecome il suo nome anco risuona.


71

S'accampâr piú vicini i duo Roberti;
Tancredi dopo lor gli spazi ingombra
contra l'angolar torree i lochi aperti
a' rai del sol con ricche tele adombra
sin lá 've sono i piú scoscesi ed erti
e declinando il giorno accresce l'ombra;
ma de la valle a' piú sublimi poggi
salse Raimondoove securo alloggi.


72

Cosí d'intorno si circonda e stringe
de la cittade il terzoo poco meno;
che tutto incoronar quant'ella cinge
non ponno i Franchi l'inegual terreno:
ma le vie tutte ond'altri a lei si spinge
e gli aiuti impedí Goffredo almeno:
ed occupar fa gli opportuni passi
per cui da lei si viene ed a lei vassi


73

e intorno al campo con mirabil arte
far profonda la fossa ed alto il vallo
perché nol turbi d'improvviso marte
impeto o fraude pur notturna o fallo.
Di fuor le torrientro le vie comparte
e di larghezza eguali e d'intervallo:
la piazza in mezzoe 'n mezzo è l'alta reggia
e un largo spazio innanzi a lei vaneggia.


74

Poi colá trasse ove gli amici ornâro
il gran feretro in cui Guidon si giace.
Quando Goffredo entròle turbe alzâro
la voce assai piú flebile e loquace:
ma con volto né torbidoné chiaro
frena gli affetti il pio Goffredoe tace;
e poi che in lui pensando alquanto fisse
tenne le lucisospirando disse:


75

- Giá non si deve a te doglia né pianto
ché se muori nel mondoin ciel rinasci;
e qui dove ti spogli il fragil manto
di gloria impresse alte vestigia or lasci.
Vivesti qual guerrier cristiano e santo
e come tal sei morto: or cibi e pasci
d'eterno ben te stessao felice alma
ed hai di bene oprar corona e palma.


76

Vivi beata purché nostra sorte
non tua sventuraa lagrimar ne invita
poscia ch'al tuo partir sí degna e forte
parte di noi fa co 'l tuo piè partita;
ma se questa ch'il volgo appella morte
privati ha noi de la terrena aita
celeste aiuto ora impetrar ne puoi
ch 'l ciel t'accoglie infra gli eletti suoi.


77

E come a nostro pro veduto abbiamo
portare uom giá mortal l'armi mortali
cosí vedremtio pure io spero e bramo
spirto divinl'arme del ciel fatali.
Impara i preghi omai ch'a te porgiamo
d'accôrree dar soccorso a' nostri mali:
tu la vittoria annunzia; a te devoti
solveremtrionfandoal tempio i voti. -


78

Cosí disse Goffredoed egli stesso
seguir la nera pompa armato volle.
A Guidon d'odorifero cipresso
han fatto un gran sepolcro a piè d'un colle
non lunge a gli steccati; e sovra ad esso
un'altissima palma i rami estolle:
quivi fu posto al suon di sacro carme
e sovra e 'ntorno alzate insegne ed arme.


79

Quinci e quindi fra' rami eran sospese
spoglie di foggia e di color diverso
giá da lui tolte in piú felici imprese
al guerrier di Bitiniaal Siroal Perso:
la sua propria lorica e l'altro arnese
il gran tronco vestídi sangue asperso.
Quivi (fu scritto poi) giace Guidone
onorate l'altissimo campione.


80

Giá l'alta notteoltra l'usato oscura
tutti aveva del sole i raggi spenti
e con l'oblio d'ogni noiosa cura
facea tregua a le lacrimeai lamenti;
ma 'l ducech'espugnar l'eccelse mura
pensaco' raggi de la stella algenti
i fabbri inviamentre anco il cielo è fosco
per far macchine e travial folto bosco.


81

L'un l'altro esorta che le piante atterri
con non usati a l'alta selva oltraggi:
caggion recisi da gli acuti ferri
le sacre piante e i frassini selvaggi.
I funebri cipressii pini e i cerri
l'elci frondosee gli alti abeti e i faggi.
Gli olmi con gli oppia cui talor s'appoggia
la vitee con piè torto alta sen poggia.


82

Altri i tassie le querce altri percote
che mille volte rinovâr la chioma;
e mille volte ad ogni incontro immote
l'ira de' venti han rintuzzata e doma:
ed altri impone a le stridenti rote
d'orni e di cedri l'odorata soma.
Lasciano al suon de l'armeal vario grido
e le fere e gli augei la tana e 'l nido.




LIBRO QUINTO

1

Mentre son questi a le bell'opre intenti
di cui mole piú eccelsa ivi non sorse
il gran nemico de l'umane genti
contra i cristiani i lividi occhi torse:
e scorgendogli omai lieti e contenti
ambe le labbra per furor si morse;
né mai gran tauro ch'è scacciato in bando
cosí forte dolor versò mugghiando.


2

Quinciavendo pur tutto il pensier vòlto
a recar ne' cristiani ultima doglia
che siacomandail popol suo raccolto
(concilio orrendo!) entro l'inferna soglia;
come sia pur leggiera impresa (ahi stolto!)
il repugnare a la divina voglia:
stoltoch'oblia come fra tuoni e lampi
di Dio la forte destra irata avvampi.


3

Chiama gli abitator de l'ombra eterna
il rauco suon de la tartarea tromba:
trema la spazïosa atra caverna
e l'aer cieco a quel romor rimbomba:
né sí mai fulminar spera superna
suol di Tifeo la cavernosa tomba;
né con tal suono è scossa arida terra
quando i vapori in sen gravida serra.


4

Corron gli dèi d'abisso in varie torme
a le caliginose oscure porte.
Oh! come straneoh! come orribil' forme!
Quanto è ne gli occhi lor terrore e morte!
Stampano alcuni il suol di ferine orme
e 'n fronte umana han chiome d'angui attorte:
e volgon dietro la pungente coda
chequasi sferzasi ripiega e snoda.


5

Qui mille immonde Arpie fûr giunte e mille
Centaurie Sfingie pallide Gorgoni:
e latrar cani mostruosie Scille
e fischiar Idree sibilar Pitoni
e vomitar Chimere atre faville
e Polifemi orrendie Gerioni:
e 'n vari mostrie non piú intesi o visti
diversi aspetti fûr confusi e misti.


6

D'essi parte a sinistra e parte a destra
a seder vanno al crudo re davante.
Siede Plutone in mezzoe con la destra
sostien lo scettro; e scoglio in mar sonante
via men s'innalzao giogoo rupe alpestra
o pur CaucasoPelioOlimpoAtlante
ch'innanzi a lui parrebbe un picciol colle;
tanto la fronte e le gran corna estolle!


7

Orrida maestá nel fèro aspetto
terrore accrescee piú superbo il rende:
rosseggian gli occhie di veneno infetto
qual sanguigna cometa il guardo splende:
le guance involvee su l'irsuto petto
la nera e folta barba ispida scende:
e 'n guisa di voragine profonda
s'apre la bocca d'atro sangue immonda.


8

Come sulfureo fumo o negra fiamma
esce di Mongibelloe 'l puzzo e 'l suono
cosí la fèra bocca affuma e 'nfiamma
i regni oscuriin cui non è perdono.
Tremò Cerbero allor qual lepre o damma:
l'idra e le furie eran giá mute al tuono;
restò Cocitoe si crollâr gli abissi
e 'n questi detti il gran rimbombo udissi:


9

- Tartarei numidi seder piú degni
lá sovra il soleond'è l'origin vostra
che meco giá da' piú felici regni
spinse il gran caso in questa orribil chiostra;
gli antichi miei pensieri e i fieri sdegni
noti son troppoe l'alta impresa nostra.
Or colui regge il sole ed ogni stella;
noi giudicati siam turba rubella.


10

Ed invece del dí sereno e puro
de l'aureo solde gli stellanti giri
n'ha giú richiusi in questo inferno oscuro;
né vuol ch'al primo onor per noi s'aspiri.
E poscia (ahi quanto a ricordarlo è duro!
questo è quel che piú inaspra i miei martiri)
ne' bei seggi celesti ha l'uom chiamato
l'uom vilee di vil fango in terra nato.


11

Né ciò gli parve assai; ma in preda a morte
sol per farne piú dannoil figlio ei diede.
Quel venne e ruppe le tartaree porte
e porre osò ne' regni nostri il piede
e trarne l'alme a noi dovute in sorte
e riportarne al ciel sí ricche prede
vincitor trionfandoe 'n nostro scherno
l'insegne ivi spiegar del vinto inferno.


12

Ma ché rinnovo i miei dolorgemendo?
Chi non ha intesi i nostri oltraggi e l'onte?
Il carcer? le catene? e 'n viso orrendo
mutata quella chiara antica fronte?
Di quali ingiurie a ragionar mi stendo
se parlo cose manifeste e conte?
Deh non vedete omai come s'impingua
de l'altrui sangue? e non sermoneo lingua


13

il fido popol suoma 'l ferro e l'asta
adopraond'ogni regno atterra e sgombra:
e mentre a' regi d'Asia egli sovrasta
appena lascia a noi la notte e l'ombra.
Non basta ancornon basta ancornon basta
se 'l nome di Gesú la terra ingombra:
ma d'altre lingue ancor i novi carmi
aspettae novi ancor metalli e marmi.


14

Che sian gl'idoli nostri a terra sparsi
ch'i nostri altari il mondo a lui converta
ch'a lui sospesi i votia lui sol arsi
siano gl'incensied auro e mirra offerta:
ch'ove a noi tempio non solea serrarsi
or via non resti a l'arti nostre aperta;
che manchi di tant'alme ampio tributo
alfinee 'n vòto regno alberghi Pluto?


15

Ah non sia ver; ché non son anco estinti
gli spirti in voi di quel valor primiero
quandodi ferro e d'alte fiamme cinti
pugnammo giá contro il celeste impero.
Fummo (nol nego) allora oppressi e vinti
ma non mancò virtute al gran pensiero:
e 'n questo tenebroso orror profondo
quasi io pareggio il cieloe muovo il mondo.


16

Ma perché piú v'affreno o vi ritardo?
O miei consortio mia potenza e forze
itene pur (ché giá il partirsi è tardo)
furiemostrigiganti; ognun si sforze.
Spargete il foco e 'l tosco ond'io pur ardo;
ogni altra fiamma che la mia s'ammorze:
guerre e morti portatee fame e peste
tenebreorroriturbini e tempeste.


17

Sia destin ciò ch'io voglio. Altri disperso
se 'n vada errando; altri rimanga ucciso;
altri in cure d'amor lascive immerso
idol si faccia un bello e chiaro viso.
Sia 'l ferro incontra il suo rettor converso
da lo stuol ribellante e 'n sé diviso.
Schiere e cittati e regnie 'l mondo tutto
ardaaffondeconsumi incendio e flutto. -


18

Non aspettâr giá l'alme a Dio rubelle
che fosser queste voci al fin condotte;
mafuor volando a riveder le stelle
giá se n'uscian da la profonda notte
come sonanti e rapide procelle
ch'arboritettinavie sparse e rotte
e perturbando il mareil ciella terra
natura han mosso e gli elementi in guerra.


19

Tosto spiegati in vari lati i vanni
si fûr diffusi per lo mondo e sparti
e 'ncominciâro a fabbricare inganni
diversi e novied ad usar lor arti.
Ma di' tuMusacome i primi danni
mandassero a' cristianie di quai parti:
tu 'l sai; e di tant'opra a noi sí lunge
debile aura di fama a pena or giunge.


20

Reggea Marácleae le cittá vicine
de' FeniciIdraoteocculto mago
che sin da' suoi primi anni a le indovine
arti fu datoe ne fu ognor piú vago.
Ma che giovâr? se non poté del fine
di quella incerta guerra esser presago;
ned aspetto di stelle errantio fisse
né risposta d'inferno il ver predisse.


21

Giudicò questi (ahi cieca umana mente
come i giudíci tuoi son vani e torti!)
che vittoria a Baldaccoa l'Occidente
giá minacciasse il ciel ruine e morti.
Peròcredendo che l'amica gente
palma di quella impresa alfin riporti
desia che il popol suo d'alta vittoria
sia a partee d'alto acquistoe d'alta gloria.


22

Ma perché il valor Franco ha in grande stima
di sanguigna vittoria i danni teme
e va pensando con quali arti in prima
le posse de' fedeli affligga e sceme;
sí che piú agevolmente indi s'opprima
da' popoli e da' regni uniti insieme.
A questo suo pensier stimolo aggiunge
l'angel malignoe piú l'instíga e punge.


23

Donnaa cui di beltá le prime lodi
concedea l'Orïenteè sua nepote:
gli accorgimenti e le piú occulte frodi
ch'usi femina o magaa lei son note
e le vie piú secretee i dolci modi
onde prendere al laccio il cor si puote;
ma 'l nascer di costei tutt'altre eccede
le meravigliee trova antica fede.


24

Di Babilonia entro l'eccelse mura
in sen de l'ampio Eufrate ella giá nacque
d'una sirena ch'in gentil figura
il viso e 'l petto discopria da l'acque;
e cantando d'amor ne l'aria oscura
mille amanti invaghícotanto piacque:
né sola fuma placide sirene
tante non ebber mai l'onde tirrene.


25

D'altre sirene ancor le rive erbose
altre figlie nudrîr tra suoni e canti
che tra i bei gigli e le purpuree rose
prendean co 'l dolce sonno incauti amanti;
ma questa le piú belle e piú famose
vinse cantandoe piú co' bei sembianti.
Con questa il vecchio mago i suoi consigli
compartee vuol ch'ella il pensier ne pigli.


26

Dice: - O diletta miache sotto biondi
capellie fra sí placide sembianze
canuto senno e cor virile ascondi
e giá ne l'arti mie me stesso avanze
gran pensier volgo; ese tu lui secondi
seguiran grandi effetti alte speranze.
Tessi la tela ch'io ti mostro ordita
di cauto vecchio esecutrice ardita.


27

Vattene fra' nemici: ivi si spieghi
ogni arte feminil ch'amore alletti.
Bagna di pianto e fa melati i preghi
tronca e confondi co' sospiri i detti.
Beltá dolente e miserabil pieghi
al tuo volere i piú ostinati petti;
vela il soverchio ardir con la vergogna
e fa manto del vero a la menzogna.


28

Prendis'esser potráGoffredo a l'ésca
de' dolci sguardi e de' bei detti adorni
sí ch'a l'uomo invaghito omai rincresca
l'incominciata guerrae la distorni.
Se ciò non puoigli altri famosi adesca:
menagli in parte ond'alcun mai non torni. -
Poi distingue i consigli; al fin le dice:
- Per la féper la patria il tutto lice. -


29

La bella Armida a meraviglia altera
de' doni di natura e de l'etate
prende l'impresae su la prima sera
partee tiene sol vie chiuse e celate:
e 'n treccia e 'n gonna feminile spera
vincer popoli invitti e schiere armate.
Ma son del suo partir fallaci accuse
e varie voci ad arte allor diffuse.


30

Dopo non molti dí l'empia donzella
vien dove i Franchi alzate avean le tende.
A l'apparir de la beltá novella
nasce un bisbiglioe 'l guardo ognun v'intende;
sí come lá dove cometa o stella
non veduta di giorno in ciel risplende:
e traggon tutti per saper chi sia
la nobil peregrinae che desia.


31

Argo non mainon vide Cipro o Delo
d'abito e di beltá forme sí care:
d'auro ha la chiomaed or dal bianco velo
traluce involtaor nuda al vento appare:
cosíqualor si rasserena il cielo
or da candida nube il sol traspare;
orda le nubi uscendoi raggi intorno
piú chiari spiegae ne raddoppia il giorno.


32

Fa nuove crespe l'aura al crin disciolto
che natura per sé rincrespa in onde;
stassi l'avaro sguardo in sé raccolto
e i tesori d'amore e i suoi nasconde.
Dolce color di rose in quel bel volto
fra l'avorio si sparge e si confonde:
ma ne la boccaond'esce aura amorosa
sola rosseggia la purpurea rosa.


33

Mostra il bel petto le sue nevi ignude
onde il foco d'amor si nutre e desta.
Parte appar de le mamme acerbe e crude
parte altrui ne ricopre invida vesta;
invida a gli occhi soli il passo chiude;
l'amoroso pensier giá non arresta
chénon ben pago di bellezza esterna
ne gli occulti secreti ancor s'interna.


34

Come per acqua o per cristallo intero
trapassa il raggioe nol divide o parte
per entro il chiuso manto osa il pensiero
di penetrar ne la vietata parte;
ivi si spaziaivi contempla il vero
di tante meraviglie a parte a parte;
poscia al desio le forma e le descrive
e fa piú le sue fiamme ardenti e vive.


35

Lodata passa e vagheggiata Armida
fra le cupide turbee se n'avvede:
nol mostra giábench'in suo cor ne rida
e d'aver pensi alte vittorie e prede.
Mentresospesa alquantoo messo o guida
che la scorga a Goffredo ella richiede;
Eustachio occorse a leiminor germano
di lui ch'è duce e cavalier sovrano.


36

Come al lume farfallaei si rivolse
a lo splendor de la beltá divina
e rimirar da presso i lumi volse
che dolcemente atto modesto inchina;
e ne trasse gran fiammae la raccolse
come da fuoco suole ésca vicina;
e disse verso lei (ch'audace e baldo
il fea de gli anni e de l'amore il caldo):


37

- Donnase pur tal nome a te conviensi
ché non somigli tu cosa terrena
né v'è figlia d'Adamo in cui dispensi
cotanto il ciel di sua luce serena
che da te si ricerca? ed onde viensi?
Qual tua ventura o nostra or qui ti mena?
Fa ch'io sappia chi seifa ch'io non erri
ne l'onorarti; es'è ragionm'atterri. -


38

Risponde: - Al tuo pensier bellezza eguale
non honé merto a le tue lodi arriva:
donna vedisignornon pur mortale
ma giá morta al dilettoal dolor viva.
Me sospinge del cielo ira fatale
vergine peregrina e fuggitiva:
rifuggo al pio Goffredoe 'n lui confido:
tal va del suo valore intorno il grido!


39

Tu mi scorgi davanti al sommo duce
s'haicome parealma cortese e pia. -
Ed egli: - Dritto è bens'a l'un t'adduce
l'altro fratelche tuo campione ei sia.
Vergine bellaalta cagion t'induce;
ma s'ei mi stima pur come devria
spender tutto potraidove t'aggrada
ciò che vaglia il suo nomeo la mia spada. -


40

Tace; e la guida ove tra grandi eroi
allor dal volgo il capitan s'invola.
Essa inchinollo riverentee poi
vergognosetta non facea parola.
Ma quelli affanni e quei timori suoi
rassecura il guerriero e riconsola;
sí ch'i pensati inganni alfine spiega
in suon che di dolcezza i sensi lega.


41

- Principe invittoil tuo famoso nome
ha di gloriadiceasí chiari fregi
che l'esser da te vinte e 'n guerra dome
recansi a gloria le province e i regi.
San tutti omai come sia fortee come
giusto: come onestate onori e pregi;
sanno la tua pietá ch'affida e 'nvita
sino a' nemici a ricercarti aita.


42

Ed ioche nacqui in sí diversa fede
lunge da l'acque del tuo Reno algenti
per te spero acquistar la nobil sede
e lo scettrosignorde' miei parenti.
E s'altri aita a' suoi congiunti or chiede
contra il furor de le straniere genti;
iopoich'in lor non ha pietá piú loco
contra il mio sangue il ferro ostile invoco.


43

Io te chiamoin te spero; e 'n quella altezza
puoi tu ripormi onde sospinta i' fui:
né la tua destra esser dé' meno avvezza
di sollevarche di far basso altrui:
né meno il pregio di pietá s'apprezza
ch'il trionfar d'empi nemici sui:
e s'a molti hai potuto il regno tôrre
fia gloria egual nel regno or me riporre.


44

Ma se la nostra fé varia ti move
a disprezzar forse i miei preghi onesti
la féc'ho certa in tua pietámi giove;
né dritto par ch'ella delusa or resti.
Testimonio è quel Dio ch'a tutti è Giove
ch'altrui piú giusta aita unqua non desti.
Ma perché il tutto sappiintento or odi
le mie sventure e l'altrui inique frodi.


45

Figlia io son di Arbilanch'il regno
tenne di Marácleae voi giá raccolsee i vostri;
ma del suocero suo gli stati ottenne
ne la Feniciae d'òr fu ricco e d'ostri.
Con la sua morte il nascer mio prevenne
mia madreascesa a gli stellanti chiostri;
ed in un giorno sol l'empia fortuna
lei pose in tombae megiá natain cuna.


46

Ma 'l primo lustro appena era varcato
dal dí ch'ella spogliossi il fragil velo
quando il mio genitorcedendo al fato
forse con lei si ricongiunse in cielo
di me cura lasciando e del suo stato
al frate amato con pietoso zelo;
ma se amore e pietate il premio merta
esser certo dovea di fede incerta.


47

Questipreso di me l'alto governo
tenero del mio onor parea cotanto
che d'incorrotta féd'amor paterno
e di pietate avea la fama e 'l vanto:
o che 'l maligno suo pensiero interno
celasse allor sotto contrario manto;
o che sincere avesse ancor le voglie
perch'al figliuol m'ebbe promessa in moglie.


48

Io crebbie crebbe il figlio; e mai né stile
di cavalierné nobil arte apprese:
nulla di pellegrino o di gentile
gli piacque mainé mirò in altoo intese.
Sotto difforme aspetto animo vile
e 'n cor superbo avare voglie accese
villan diletto e di virtú dispregio
i pregi fûr del mio amatore egregio.


49

Ora 'l mio buon custode ad uom sí degno
unirmi in matrimonio in sé prefisse
e farlo del mio letto e del mio regno
fido consortee a me piú volte il disse.
Usò la lingua e l'arteusò l'ingegno
perché il bramato fine indi seguisse;
ma promessa da me non trasse mai
anzi ritrosa ognor tacqui o negai.


50

Partissi alfin con un sembiante oscuro
onde l'empio suo cor chiaro trasparve;
e ben l'istoria del mio mal futuro
leggergli scritta in fronte allor mi parve.
Quinci i notturni miei riposi fûro
turbati ognor da strani sogni e larve
ed un fatale orror ne l'alma impresso
m'era presagio de' miei danni espresso.


51

E 'n sogno m'appariacome chi langue
pallida imago e dolorosa in atto;
quanto cangiata (oimè!) nel volto esangue
da quel sí adorno ch'io vedea ritratto.
Fuggi, figlia (dicea) fuggi de l'angue
fuggi il tosco mortal, deh fuggi ratto:
ciò che s'indugia è per vergogna e danno,
anzi per morte: ah! fuggi empio tiranno!


52

Ma che giovava (oimè!) che del periglio
vicino fusse omai presago il core
se cedeadubbia in ritrovar consiglio
la mia tenera etate al mio timore?
Prender fuggendo volontario esiglio
e ignuda uscir del dolce albergo fore
grave era sí ch'io fêa minore stima
di chiuder gli occhi ove gli apersi in prima.


53

Temealassa! la mortee non avea
(chi 'l crederia?) poi di fuggirla ardire:
e scoprir la temenza ancor temea
per non affrettar l'ora al mio morire.
Cosí inquieta e torbida traea
la vita in un continuo martíre
in guisa d'uom che l'empio ferro attenda
sul colloe morto sembri anzi che scenda.


54

In tale statoo fosse amica sorte
o ch'a peggio mi serbi il mio destino
un de' ministri de la real corte
nato in Soría di genitor latino
mi scoperse ch'il giorno a l'empia morte
dal tiranno prescritto era vicino;
e ch'egli a quel crudele avea promesso
d'avvelenarmi a mensa il giorno stesso.


55

E mi soggiunse poi ch'a la mia vita
sol fuggendo allungar poteva il corso;
e perché altronde io non sperava aita
pronto offria se medesmo al mio soccorso;
e confortando mi rendé sí ardita
che vergogna e timor lentâro il morso;
e fanciulla ed incauta osai gir seco
la patria e 'l zio fuggendo a l'aer cieco.


56

Sorse la notte oltra l'usato oscura
che sotto l'ombre amiche ne coperse;
onde con due donzelle uscii sicura
compagne elette a le fortune avverse.
Ma pure indietro a le paterne mura
le luci io rivolgea di pianto asperse;
né de la vista del natio terreno
partendosazïar poteami appieno.


57

Fêa l'istesso cammin l'occhio e 'l pensiero
e mal suo grado il piede innanzi giva:
sí come navech'improvviso e fèro
vento discioglia da l'amata riva.
La notte andammo e 'l dí che segue intero
per lochi ov'orma altrui non appariva:
ci ricovrammo in un castello alfine
ch'oltra l'Eufrate è quasi ermo confine.


58

È d'Aronte il castel; ch'Aronte fue
quel che mi trasse di periglioe scòrse.
Macome me fuggito aver le sue
mortali insidie il traditor s'accorse
acceso di furor contra ambedue
tanta e sí atroce colpa in noi ritorse
ed ambo fece rei del fallo iniquo
onde 'l condanna un suo pensiero antiquo.


59

Disse ch'Aronte io avea co' preghi spinto
fra sue bevande a mescolar veneno
per non aver (poich'egli fosse estinto)
chi legge mi prescriva o tenga a freno
e ch'iosciogliendo a la vergogna il cinto
volea raccôrmi a mille amanti in seno.
Ahiche fiamma del cielo anzi in me scenda
santa onestách'io le tue leggi offenda!


60

Ch'avara fame d'oro e sete insieme
del mio sangue innocente il crudo avesse
grave m'è sí; ma vie piú 'l cor mi preme
ch'il mio candido onor macchiar volesse.
L'empioche non invan sospetta e teme
cosí le sue menzogne adorna e tesse
ne la cittádel ver dubbia e sospesa
che non è chi per me faccia difesa.


61

Né perché usurpi il bel paesee 'n fronte
giá gli risplenda la real corona
fin però pone a' miei gran dannia l'onte;
sí la sua feritá l'infiamma e sprona.
Arder minaccia entro il castello Aronte
se di proprio voler non s'imprigiona;
e dovunque io mi fugga o mi dilegue
le mie sparse fortune ancor persegue.


62

E dice che lavarsi omai dal volto
sol col mio sangue la vergogna crede
e ritornar nel gradoond'io l'ho tolto
l'onor de' regi antichi a cui succede.
Ma il timor n'è cagion ch'a lui ritolto
non sia lo scettro ond'egli è falso erede:
quasi il mio precipizio alto sostegno
sia con le sue ruine a novo regno.


63

E ben quel fine avrá l'empio desire
che giá il tiranno ha stabilito in mente;
e saran nel mio sangue estinte l'ire
che nel mio lagrimar non fiano spente
se tu nol vieti. A te rifuggoo sire
io misera fanciullaorbainnocente:
e questo pianto onde ho questi occhi aspersi
vagliami síche 'l sangue io poi non versi.


64

A te concede il cieloe dièlti in fato
potervoler sol di giustizia amico:
salvami dunque (e ne sarai lodato)
in caste membra l'animo pudico;
e ritogli il mio regno a quell'ingrato
ch'è d'onestatee tuocrudel nemico.
Bastaeletto fra gli altriun fido stuolo
tanto estimo le insegne e 'l nome solo.


65

Per questi piedionde i superbi e gli empi
calchiper questa man ch'il dritto aita;
per le vittoriee per quei sacri tempî
ch'aspettano or da te pietosa aita
il mio desirtu che puoi soloadempi
salvando omai questa infelice vita.
Ma se voi la giustizia ancor non move
né pianto né pietásignormi giove. -


66

Ciò dettotace; e la risposta attende
con atto ch'in silenzio ha voce e preghi.
Goffredo il dubbio cor volve e sospende
fra pensier varie non sa dove il pieghi.
Teme i barbari ingannie ben comprende
che non è fede in uom ch'a Dio la neghi:
ma d'altra parte in lui pietoso affetto
si destache non dorme in nobil petto.


67

Mentre cosí dubbioso a terra vòlto
lo sguardo tienee 'l pensier volve e gira
la donna in lui s'affisae dal suo vólto
intenta pende e tacita il rimira;
e perché tardaoltra 'l suo credermolto
la rispostagiá teme e giá sospira.
Quegli la chiesta grazia alfin negolle
ma diè repulsa assai cortese e molle:


68

- S'al servigio di Dioch'a ciò n'elesse
vòlta la mia non fosse e l'altre spade
potéi qui fra le genti a me concesse
aita ritrovarnon che pietade;
ma se queste sue mura e queste oppresse
gregge non torniam prima in libertade
giusto non ècon iscemar le genti
ch'io di nostra vittoria il corso allenti.


69

Ben ti prometto (e tu per nobil pegno
mia fede or prendie vivi in lei secura)
che se mai sottrarremo al giogo indegno
queste sacre e dal ciel dilette mura
di ritornarti al tuo perduto regno
come pietá m'esortaavrem poi cura;
or mi farebbe la pietá men pio
s'anzi il suo dritto i' non solvessi a Dio. -


70

A quel parlar chinò la donnae fisse
le luci a terrae stette immota alquanto;
poi sollevolle rugiadosee disse
(accompagnando atti gentili al pianto):
- Misera! ed a qual altra il ciel prescrisse
vita mai grave ed immutabil tanto
che si cangia in altrui mente e natura
pria che si cangi 'n me sorte e ventura?


71

Nulla speme piú resta; invan mi doglio:
non han piú forza in petto umano i preghi.
Forse lece sperar ch'il mio cordoglio
che te non mosseil reo tiranno or pieghi?
Né giá te d'inclemenza accusar voglio
perch'il picciol soccorso a me si neghi;
ma 'l cielo accusoonde il mio mal discende
ch'in te pietate inesorabil rende.


72

E perché legge d'onestate e zelo
non vuol che qui sí lungamente indugi
a cui ricovro intanto? ove mi celo?
O quai contra il tiranno avrò refugi?
Nessun sí chiuso loco è sotto il cielo
ché a l'òr non s'apra. Or perché tanti indugi?
Veggio la mortee se 'l fuggirla è vano
incontra lei n'andrò con questa mano. -


73

Qui tacque: e parve ch'un reale sdegno
e generoso l'accendesse in vista:
e 'l piè volgendodi partir fêa segno
tutta ne gli atti dispettosa e trista:
il pianto si spargea senza ritegno
com'ira lo produce a dolor mista;
e le nascenti lagrimea vederle
erano a' rai del sol cristallo e perle.


74

Le guance asperse di quei vivi umori
che rigavano il seno insin al lembo
parean vermigli 'nsieme e bianchi fiori
se pur gl'irriga un rugiadoso nembo
quando su l'apparir de' primi albori
spiegano a l'aura lieti il chiuso grembo:
e l'Alba a lor somigliae se n'appaga
e se 'n coronaond'è piú lieta e vaga.


75

Ma 'l chiaro umorche di lucenti stille
sparge ligustri e rosein cui discende
opra effetto di focoe 'n mille e mille
petti serpe celatoe vi s'apprende.
O miracol d'amor! che sue faville
tragge dal piantoe i cor ne l'acque accende:
sempre ha sovra natura alta possanza
ma 'n virtú di costei se stesso avanza.


76

Questo falso dolor da molti elice
lagrime veree i cor piú duri spetra.
Ciascun si duol fra sé pensosoe dice:
- Se mercé da Goffredo or non impetra
ben fu rabbiosa tigre a lui nudrice
e 'l produsse in aspra alpe orrida pietra
o l'ondache nel mar si frange e spuma:
crudelche tal beltá turba e consuma. -


77

Ma 'l fratel giovinettoin cui la face
di pietated'amore è piú fervente;
mentre bisbiglia ciascun altro o tace
osa scoprir quel che ne l'alma ei sente:
- Troppogiusto signortroppo tenace
di quel che giá propose è la tua mente
s'al desio di ciascunche brama e prega
fuor di suo corso or non si muove e piega.


78

Non che lascin lor alta e nobil cura
i duci qui de' suoi guerrier soggetti
torcendo il piè da l'oppugnate mura
e sian gli uffici lor da lor negletti;
ma fra noi cavalier d'alta ventura
senz'alcun proprio pesoe meno astretti
a le leggi de gli altrielegger diece
difensori del giusto a te ben lece.


79

Ch'al servigio di Dio giá non si toglie
l'uom ch'innocente vergine difende:
ed assai care al ciel son quelle spoglie
che d'ucciso tiranno altri gli appende.
Quando adunque a l'impresa or non m'invoglie
l'utilee 'l certo onor ch'indi s'attende
è debita al valor: ché meno increbbe
morte talvolta a chi morís'ei debbe.


80

Ahi non sia verper Dioche si ridica
in Franciao dove in pregio è cortesia
che si fugga da noi rischioo fatica
per cagion cosí giusta e cosí pia.
Ioper mequi depongo elmo e lorica
qui mi scingo la spadae piú non fia
ch'adopri indegnamente arme e destriero
o 'l nome usurpi mai di cavaliero. -


81

Cosí favella; e seco in chiaro suono
tutto l'ordine suo concorde freme
estimando il consiglio accorto e buono
co' preghi il capitan circonda e preme.
- Cedo (egli disse allora) e vinto io sono
al concorso di tanti uniti 'nsieme.
Abbia (se parvi) il chiesto don costei
da' vostri sínon da' consigli miei.


82

Ma se Goffredo di credenza alquanto
pur trova in voitemprate i vostri affetti. -
Cosí ei lor disse; e bastò lor ben tanto
perché ciascun quel ch'ei concede aspetti.
Or che non può di bella donna il pianto?
Ed in lingua amorosa i dolci detti?
Esce da dolci labra aurea catena
che l'alme a suo voler prende ed affrena.


83

Eustachio la richiamae dice: - Omai
cessavaga donzellail tuo dolore
perché tosto da noi soccorso avrai
come piú si conviene al tuo timore. -
Serenò allora i nubilosi rai
Armidae sí ridente apparve fuore
ch'innamorò di sua bellezza il cielo
asciugandosi gli occhi col bel velo.


84

Rende lor poscia in piú soavi note
grazie per grazia di cotanta stima
mostrando che sarian famose e note
ad ogni gentee 'n ogni estranio clima;
e ciò ch'esprimer lingua altrui non pote
par che muta eloquenza in atto esprima:
e tien la fraude sua nel cor secreta
piú ch'in guisa mortale adorna e lieta.


85

Quinciveggendo che fortuna arriso
al gran principio de gl'inganni avea
prima ch'il suo pensier le sia preciso
dispon di trarre al fin opra sí rea
e meraviglie far col chiaro viso
piú che con l'arti lor Circe e Medea;
e 'n voce di sirena a' dolci accenti
addormentar le piú svegliate menti.


86

Ed usa ogni arte onde sia preso e còlto
a la sua rete alcun novello amante:
né con tuttiné sempre un stesso volto
serbama varia modiatti e sembiante.
Or tien pudica il guardo in sé raccolto;
or lo rivolge cupido e vagante:
la sferza in quellie 'l freno adopra in questi
come lor vede in amar lenti o presti.


87

Ed ove altri da' lacci il piè ritiri
e gli arditi pensier temendo affrene
apre un benigno risoe 'n dolci giri
volge le luci piú del ciel serene;
e que' suoi pigri e timidi desiri
sprona ed affida la dubbiosa spene;
ed infiammando l'amorosa voglia
sgombra ogni gel che la paura accoglia.


88

Ad altri poich'audace il segno varca
scòrto da cieco e temerario duce
de' cari detti e de' begli occhi è parca;
e seco tèma e riverenza induce:
ma fra lo sdegnoonde la fronte è carca
pur anco un raggio di pietá riluce;
ond'egli per timor nulla dispera
e piú s'invogliaove piú sembri altera.


89

Stassi talvolta tacita e pensosa
e 'l volto e gli atti suoi compone e finge
e qualche finta lagrima amorosa
ora tragge su gli occhior la rispinge
come chi teme e lagrimar non osa:
cosí mille alme semplicette astringe;
e 'n foco di pietá strali d'amore
dolci contempraindi gli avventa al core.


90

Poisí com'ella a quei pensier s'invole
e novella speranza in lei si deste
volge a gli amanti il piede e le parole
e di lieto color s'adorna e veste.
E lampeggiar fa quasi nuovo sole
il chiaro sguardo e il bel viso celeste
su la nebbia del duolo oscura e folta
che s'era d'ogni intorno a' cori accolta.


91

E mentre dolce parla e dolce ride
e con doppia dolcezza alletta i sensi
quasi dal petto l'alma e il cor divide
non prima usata a que' piaceri intensi.
Ahi cieco amor! ch'egualmente n'ancide
l'assenzio e 'l mèl che tu fra noi dispensi;
e co 'l tuo fèro varïarmortali
tu porgi altrui le medicine e i mali.


92

Fra sí contrarie temprein ghiaccio e 'n foco
in riso e in piantofra paura e spene
gl'inforsa e rotae i lor tormenti in gioco
l'ingannatrice donna a prender viene.
E s'alcun mai con dir tremante e fioco
osa parlando appalesar le pene
fingequasi in amor rozza e inesperta
non veder l'alma ne' suoi detti aperta.


93

O pur le luci vergognose e chine
e 'l volto d'onestate orna e colora
e quasi cela altrui le calde brine
sotto le roseond'il bel viso infiora;
come spargendo al ciel l'aurato crine
ne l'orïente appar la bella aurora:
e 'l rossor de lo sdegno insieme n'esce
con la vergognae si confonde e mesce.


94

Ma se prevedee di lontan s'accorge
d'uom che tenti scoprir l'accese voglie
or gli s'involaor loco e modo porge
onde ragionie subito il ritoglie.
Cosí il dí tutto in vano error lo scorge
e stanca ogni speranza al fin gli toglie;
egli riman qual cacciator ch'a sera
perdute ha l'orme di seguíta fèra.


95

Queste fûr l'arti onde mille alme e mille
prenderquasi di furtoallor poteo;
anzi pur con queste arme essa rapille
ed a forza d'amor serve le fêo.
Qual meraviglia or fiase 'l fèro Achille
d'amor fu vintoed Ercole e Teseo?
se qual piú casto ancor la spada cinge
l'empio ne' lacci suoi lega e distringe.




LIBRO SESTO

1

Mentre in tal guisa i cavalieri alletta
ne l'amor suo l'insidiosa Armida
né solo i diece a lei promessi aspetta
ma di seco menarne altri confida:
volge tra sé Goffredo a qual commetta
la dubbia impresa piú secura guida;
ché di tanti guerrier la copia e 'l merto
e 'l desir di ciascuno il fanno incerto.


2

Né d'onorné d'arbitrio alcun dispoglia
macome dritto estimaa tutti impone
ch'a suo senno si scelgaanzi a sua voglia
chi successor fia eletto al buon Guidone;
cosí di lui non fia ch'altri si doglia
ch'un medesmo voler sia freno e sprone
spingendo alcunoalcun tenendo a forza
se pur leggi ha virtú cui nulla sforza.


3

A sé dunque gli chiama e lor favella:
- Stata è da voi la mia sentenza udita
ch'eranon di negare a la donzella
ma di darlein stagion maturaaita.
Di nuovo la propongo: e ben puote ella
esser da voicome devriaseguíta;
ché nel secol mutabile e leggiero
costanza è spesso il varïar pensiero.


4

Ma se stimate ancor che mal convenga
al vostro grado il rifiutar periglio:
e se pur generoso ardire sdegna
quel che troppo gli par tardo consiglio;
non avverrá ch'a forza io vi ritegna
né quel che giá vi diedi or mi ripiglio:
ma sia con tutti voicom'esser deve
il fren del nostro imperio lento e leve.


5

Dunque lo starne e 'l girne io son contento
che dal vostro voler libero penda.
Ben vo' che pria facciate al duce spento
successor nuovo e di voi cura ei prenda.
Ed invitto di forza e d'ardimento
i diece scelga a far del torto emenda
ch'in questo il sommo imperio a me riservo:
non sia l'arbitrio suo per altro or servo. -


6

Cosí disse Goffredo: e 'l suo germano
consentendo ciascunrisposta diede:
- Com'è tua propriao cavalier sovrano
virtú ch'in alto intende e lunge vede;
cosí il vigor del core e de la mano
quasi debito a noida noi si chiede:
e saria la matura tarditate
ch'in altri è provvidenzain noi viltate.


7

E poi ch'il rischio è di non grave danno
posto in lance col proch'aggrava e pesa
te permettentei pochi eletti andranno
con le genti d'Armida a giusta impresa. -
Cosí ragiona: e con sí adorno inganno
cerca di ricoprir la mente accesa
sotto altro zelo; ed altri ancor d'onore
fingon desio quel ch'è desio d'amore.


8

Ma 'l giovinetto Eustachioil qual rimira
con gelosi occhi il figlio di Lucia
la cui virtute invidïando ammira
ch'in sí bel corpo piú cara venía
nol vorrebbe compagnoe al cor gl'inspira
cauti pensier l'astuta gelosia:
ondetratto il guerrier lunge e 'n disparte
ragiona a lui con lusinghevol arte:


9

- O di gran padre assai maggior figliuolo
c'hai d'arme il pregio e di valor perfetto
or chi sará del valoroso stuolo
di cui parte noi siamoin duce eletto?
Ioch'a Guidon famosoe primo e solo
per onor dell'etávivea soggetto;
iofratel di Goffredoa chi piú deggio
cedere omai? Se tu non seinol veggio!


10

Te la cui nobiltá tutte altre agguaglia
valore a me prepone e gloria e merto;
né sdegnerebbe in opra di battaglia
cederti il mio fratel ch'è tanto esperto:
te dunque in duce io bramoove ti caglia
mostrar qui tua virtú nel campo aperto:
né giá cred'io che quell'onor ti curi
che da' fatti verrá notturni e scuri.


11

Non mancherá qui luogo ove dispieghi
la fama tua ch'esser ti deve a grado.
Or io procureròse tu nol nieghi
ch'a te concedan gli altri 'l sommo grado.
Ma perché non so ben dove si pieghi
sí magnanimo coreio tento il guado
per impetrar da te ch'a voglia mia
o segua poscia Armidao teco i' stia. -


12

Qui tacque Eustachio; e questi estremi accenti
non proferí senza arrossarsi in viso
e i mal celati suoi pensieri ardenti
l'altro conobbee 'l dimostrò col riso:
ma perch'in lui colpi d'amor piú lenti
non hanno il petto oltra la gonna inciso
né la donzella di seguir gli calse
né ricusò d'amor scuse non false.


13

Ben altamente è nel pensier tenace
la morte di Guidon quasi scolpita
e si reca a disnor ch'Argante audace
rimanga ancor lunga stagione in vita;
e parte d'ascoltare ancor gli piace
quel parlar ch'al dovuto onor l'invita;
il giovinetto cor s'appaga e gode
al dolce suon de la verace lode.


14

Però cosí rispose: - I gradi primi
men conseguir che meritar desio;
nédove me la mia virtú sublimi
di scettri altezza invidïar degg' io:
ma s'a l'onor m'invitiil qual si stimi
debito a menon ci verrò restio:
e caro esser mi dé' che sia dimostro
sí bel segno da te del valor nostro.


15

Dunque io nol chiedo e nol rifiutoe quando
duce io pur siasarai de gli altri eletti. -
Allora il lascia Eustachioe va piegando
de' suoi compagni al suo voler gli affetti;
ma chiede a prova il principe Gernando
quel grado: e ben ch'Armida in lui saetti
men può nel cor superbo amor di donna
di quel desio d'onor ch'in lui s'indonna.


16

Sceso Gernando fu da Goti regi
che di molte provincie ebber l'impero
e le corone d'oro e i scettri regi
e del padre e de gli avi il fanno altero.
Altero è l'altro de' suoi propri fregi
piú che de l'opre che i passati fèro;
ben che non pur lá sotto 'l freddo plaustro
fosser famosema dal Borea a l'Austro.


17

Essi ancor sin di la 've il mar circonda
tre regni estremi de la fredda terra
fuor ch'una parteche l'instabil onda
non cingee muro non circonda e serra
passâr di Sena ne l'antica sponda;
e quivi soggiogâr le genti in guerra
possenti in armee gloriosi e grandi
detti Norvegi prima e poi Normandi.


18

Quinci nel fortunato almo terreno
sen venne ad onorate imprese eccelse
giá Roberto Guiscardoe press'al seno
del mar d'Adria sonante il lido scelse;
e 'ngombrando di lá sino al Tirreno
la Puglia e 'l Principatoalbergo felse
e 'n Pachinoe 'n Peloroe 'n Lilibeo
lasciò di greche spoglie alto trofeo.


1

E l'isola del focoe 'l monte adusto
mirâr la gloriosa antica insegna
sottratti al giogo pur del greco Augusto
mentre il torto cammino errando ei segna:
e d'ubbidirquasi tiranno ingiusto
al vicario di Cristo il reo disdegna.
Nacquer sotto il benigno e chiaro cielo
gli altridove si tempra ardore e gelo.


20

E com'arbor traslata in nobil parte
a l'aure freschea' tepidi splendori
alza il crine e le braccia intorno sparte
spiegando verdi fronde e frutta e fiori
ché 'l sol gli splende amico e Giove e Marte:
cosí fra le vittorie e fra gli onori
di peregrina stirpe i pregi accrebbe
la bella Italiaa cui tant'ella debbe.


21

Ma 'l barbaro signorche sol misura
quanto il proprio valor oltra si stenda
e per sé stima ogni virtute oscura
cui titolo regal chiara non renda;
non può soffrir ch'in cio ch'egli procura
seco di merto il cavalier contenda;
e se n'adira sích'a l'ira ei porre
non puote il frenoe 'l suo furor trascorre.


22

Tal ch'il maligno spirito d'Averno
ch'in lui strada sí larga aprir si vede
tacito in sen gli serpeed al governo
de' suoi pensieri lusingando or siede:
e qui sempre lo sdegno e l'odio interno
acceso infiammae 'l cor avvampa e fiede
e quasi nube che si squarcia e tuona
mesta voce ne l'alma a lui risuona:


23

- Teco giostra Riccardo: a te s'agguaglia
quel che si vanta pur de gli avi suoi
quasi uom per corseggiare in pregio saglia
e i ladroni del mar sien degni eroi.
Deh! quali arti di pace e di battaglia
giá fra gli occidentali e fra gli Eoi
da lor usate ei narra? e non si scorna
mentre de' suoi prede e rapine adorna?


24

Perdere omai non puòché certo vinse
quel dí che tuo avversario egli divenne:
che diran poi le genti? 'ei non s'infinse
ma con Gernando in gran contesa venne'.
Potea quel grado che Guidone estinse
a te gloria recarperch'egli il tenne:
ma da te il grado stesso onore attese;
costui scemò suo pregioallor che 'l chiese.


25

E sepoich'altri piú non parla e spira
l'opere de' mortali o vede o sente;
come credi ch'in ciel di sdegno e d'ira
il buon duce Guidon si mostri ardente?
mentre in questo superbo i lumi gira
ed al suo temerario ardir pon mente:
che secoomai l'etá sprezzando e 'l merto
fanciullo osa agguagliarsi e poco esperto.


26

E l'osa pure 'l tentae ne riporta
in vece di castigo onore e laude
e v'è chi ne 'l consiglia e ne l'esorta
(o vergogna comune!) e chi gli applaude.
Ma se Goffredo il vedee gli comporta
ch'al tuo onore egli faccia oltraggio o fraude
nol soffrir tu; né giá soffrirlo déi
ma ciò che puoi dimostrae ciò che sei. -


27

Al suon di queste voci arde lo sdegno
e cresce in luiquasi commossa face;
né bastandogli il cor gonfiato e pregno
per gli occhi n'esce e per la lingua audace.
Ciò che di temerarioo pur d'indegno
crede in Riccardoei non l'asconde e tace:
ma pazzo il fingee 'n quella etate acerba
vana è la gloria e la virtú superba.


28

E quanto di magnanimo e d'altero
e d'eccelso e sublime in lui risplende
tuttoadombrando con mal'arte il vero
pur come vizio siabiasma e riprende.
E nel parlar l'intrepido guerriero
nemico suo de l'onte il suono intende
né però sfoga l'irao si raffrena
quel cieco impeto in lui ch'a morte il mena.


29

Perch'il demonche lui rapisce e muove
di spirto in vecee forma ogni suo detto
fa che gl'ingiusti oltraggi ognor rinnove
ésca aggiungendo a l'infiammato petto.
Loco è nel campochiusoa tutte prove
da' valorosi cavalieri eletto
dove ozïosa la virtú non langue;
ben che cessin talor le morti e 'l sangue.


30

Or quiviallor che v'è turba piú folta
pur come è suo destinRiccardo accusa:
e quasi acuto stralein lui rivolta
la linguadel venen d'Averno infusa;
e vicino è Riccardoe quasi ascolta;
ma pur l'ira tenendo in sé rinchiusa
a lui s'appressae dice: - A te concedo
l'alto gradosignorse troppo io chiedo. -


31

- Quel che concedi tu da te non voglio
chénon essendo tuonon puoi tu darlo-
rispose l'altro con maggior orgoglio
pur com'ei fosse il successor di Carlo.
- Ma s'io son quel ch'io erae qual io soglio
perché teco e di ciò contendo e parlo?-
- E chi sei tu?- soggiunse il gran Riccardo
volgendo in lui turbato e fèro sguardo.


32

- Io son figlio di redicea Gernando
e gli avi miei regnâr lá sotto il polo
lá donde i tuoi fuggîr cacciati in bando
e cercâr d'altri lidi estranio suolo. -
- Prima i miei vi regnâre poscia errando
spiegâr di mille vele ardito il volo
come Franconee 'l pio figliuol d'Anchise-
replicò il bel Riccardoe qui sorrise.


33

E l'altro: - Antica turba e fuggitiva
tu lodie caso oscuroe nome incerto;-
ma Riccardo riprese: - Algente riva
non biasmo e lido sterile e deserto
ove la vaga fama a pena arriva
e lunga notte oscura il chiaro merto:
perch'ivi ancor la fredda orribil ombra
de' nostri antichi i pregi or non adombra.


34

Ma Goffredo e 'l fratelquasi combusto
mezzo l'imperioe gran cittati accese
pria dimostrâr come quel regno è giusto
cui gran valore acquista in alte imprese:
ch'a l'un diè Frisa in dote il saggio Augusto
Crassodich'io; né fece aspre contese:
ma quella fiamma che turbollo e vinse
con le nozze d'Egidia alfin s'estinse.


35

Poscia Rollonsolcate l'onde salse
e di Mano lasciato il simulacro
idol bugiardoe leggi ingiuste e false
portò sante reliquie a tempio sacro.
Carlo il semplice far non volle o valse
contrasto e 'n puro il tenne ampio lavacro;
genero elettoindi Roberto il noma:
da' nepoti Inghilterra è vinta e doma


36

Né sol l'alta corona ivi risplende
ognor piú chiara al varïar de' lustri;
ma quanto l'Oceáno i seni estende
son de' miei gran Normandi i merti illustri:
lascia l'antico nome e 'l nuovo prende
Neustria per loroe avvien ch'indi s'illustri:
e del gran Carlo il glorïoso sangue
misto è col nostroil cui valor non langue.


37

Poi di Serlone e di Guiscardo il duce
e di Guglielmo dal possente braccio
l'eterna gloria piú del sol riluce
lá dove tosto solve il freddo ghiaccio.
Sotto un bel ciel ch'ha piú serena luce
nacque egli ed ioche troppo in ciò mi piaccio;
e ben può dar quel regno ancora afflitto
a magnanime imprese il duce invitto.


38

E se fu nato oltra 'l nevoso monte
quel cavalier che ne reggea pur dianzi
chieder poss'iosenza arrossarmi in fronte
a l'Italia gentil quel grado; ed anzi
amo un sepolcro e note illustri e conte
ch'il barbaro valore il nostro avanzi. -
- Chiedi a te stesso pureo duce egregio
(l'altro rispose) in guerra il primo pregio. -


39

- A me non giáche per usanza e stile
cedo (rispose) a cavaliero antiquo;
ma tuch'esser dovresti a' buon' simile
or giudice di me sei troppo iniquo. -
- Mentigridavatemerario e vile-
l'altro che troppo avea l'animo obliquo.
E Riccardo gridò: - Vedrai ben s'erro;-
e nudo strinse con la destra il ferro.


40

Parve un tuono la vocee 'l ferro un lampo
che di folgore acceso annunzio apporte.
Tremò coluiné vide fuga o scampo
de la vicina e minacciosa morte.
Pur fa sembiante d'uom ch'in duro campo
abbia intrepido schermoanimo forte:
e 'l gran nemico attesee 'l ferro tratto
si dimostrò gran difensore in atto.


41

Quasi in quel punto mille spade ardenti
fiammeggiârmille gridi udîrsi insieme
ché varia turba di pietose genti
d'ogni intorno v'accorre e s'urta e preme;
d'incerte voci e di confusi accenti
un suon per l'aria si raggira e freme
qual s'ode in riva al marove confonda
il vento i suoi co 'l mormorar de l'onda.


42

Ma per le voci altrui giá non s'allenta
ne l'offeso guerrier l'impeto e l'ira;
sprezza i gridi e gli schermi e ciò che tenta
chiudergli il varco ed a vendetta aspira:
e fra gli uomini e l'arme oltra s'avventa
e la fulminea spada intorno gira
sí che le vie si sgombrae rompe il cerchio
e solo al suo nemico ei par soverchio.


43

E con la manne l'ira anco maestra
raddoppia i fèri colpi e gli comparte:
or al pettoor al capoor a la destra
tenta ferirloor a la manca parte:
e impetuosa e rapida la destra
è in guisa talche gli occhi inganna e l'arte;
sí che improvvisainaspettata giunge
dove manco si temee fére e punge.


44

Non cessa maisin che nel seno immersa
non gli ha una volta e due la fèra spada:
cade colui su le feritee versa
l'alma e gli spirti fuor per ampia strada:
e lei riponancor di sangue aspersa
il vincitorné sovra lui piú bada;
ma gli sdegni e 'l furor ripone a tempo;
perché basta a grand'ira un picciol tempo.


45

Tratto al romore il pio Goffredo intanto
vede tumultoorrorlutto improvviso:
steso Gernandoil crin di sangue e 'l manto
asperso e mollee pien di morte il viso.
Ode i sospiri e le querele e 'l pianto
che molti fan sopra il guerriero ucciso.
E chiede: - In questo loco ove men lece
ahi! chi osò cotanto e tanto fece?-


46

Arnaltoun de' piú cari al prence estinto
narra il caso (e 'n narrando il fa piú greve):
che Riccardo l'uccise e fu sospinto
da leggiera cagion d'impeto leve;
e che quel ferro il qual per Cristo è cinto
ne' cristiani rivolto esser non deve;
e sprezzato il suo imperoe que' divieti
che fe' pur dianzie che non fûr secreti:


47

e ch'egli è reo di morte e dentro al vallo
dovrebbeper l'edittoesser punito;
sí perch'in se medesmo è grave il fallo
sí perch'in loco tale egli è seguíto
che non merta perdón: se pur avrallo
fia ciascun altro co 'l suo esempio ardito;
e che gli offesi alfin quella vendetta
vorran pur far che solo a lui s'aspetta.


48

Onde per tal cagion discordie e risse
nascer potrian fra quella parte e questa.
Rammentò i merti de l'estintoe disse
tutto ciò che pietade o sdegno desta
onde gli animi altrui quasi trafisse.
Prese Ruperto la difesa onesta.
Goffredo ascoltae 'n rigida sembianza
porge piú di timor che di speranza.


49

Soggiunse allor Tancredi: - Or ti sovvegna
alto signorchi sia Riccardo e quale;
qual per se stesso onore a lui convegna
e de l'opere sue gloria immortale
e qual per tutti noi. Non dée chi regna
a tutti i falli dar la pena eguale.
Vario è l'istesso error ne' gradi vari
e sol la paritate è giusta a' pari. -


50

Risponde il duce allor: - Da' piú sublimi
l'ubbidïenza omai s'insegni a' bassi.
Mal consigliTancredie male stimi
se vuoi che senza pena il fallo io lassi.
Qual fôra imperio il mio s'a' vili ed imi
solduce de la plebeio comandassi?
Indegno scettro e vergognoso impero
se con tal patto ei piaceio giá nol chero.


51

Ma libero fu dato e venerando;
né l'onor suo né 'l suo timor si scemi
e so ben io come si deggiae quando
ora diverse impor le penee i premi
or la medesma equalitá serbando
non distinguer dagl'infimi i supremi. -
Cosí dicea; né rispondea colui
vinto da riverenzaa' detti sui.


52

Raimondoimitator de la severa
rigida antichitálodava i detti:
- Con quest'artediceachi bene impera
si rende venerabile a' soggetti:
perché zoppa è la legge e non intera
ov'altri d'ogni error perdono aspetti.
Cade ogni regnoe ruinosa èsenza
sostegno di timorfolle clemenza. -


53

Cosí dicean fra lorquando comparve
Riccardo in quel magnanimo sembiante;
però che senza colpa aver gli parve
il suo medesmo onor difeso avante.
Ogni ardimento al suo apparir disparve
da' suoi nemici. E 'l cavalier costante
diceasenza timore e senza duolo
tacendo tutti al ragionar d'un solo:


54

- Signorla sua follia Gernando estinse
non colpa miache che l'uom pensi o parli.
Me 'l suo furorme l'onor mio costrinse;
né quel ch'egli cercò potei negarli.
S'altri poi la menzogna ornando finse
né déi tu fede alcuna o speme darli;
ch'io sosterrò ch'è mentitor fallace
in questo campo ove colui si giace. -


55

Cosí diss'egli; e 'l capitan turbato
rispose a quell'intrepido guerriero:
- Non vo' che mostri tu nel campo armato
ma ristretto in prigionse dici il vero;
ch'assai del sangue nostro hai giá versato
altrove e qui; né questo è 'l dí primiero.
Qui giudice son io de l'altrui morte
né i miei giudizi usurperá la sorte. -


56

Ma piú di lui turbato allor Riccardo
con faccia irata ecome notteoscura
gli rispondevae con feroce sguardo
da spaventare ogni anima secura:
- Non haiGoffredoa' merti miei riguardo
né del mio buon servir giusta misura;
né grato d'opre sei d'alto coraggio
ma tua somma giustizia è sommo oltraggio.


57

Io giá soffrir non voglio oltraggi ed onte
di gente vile al tuo rigor ministra. -
Cosí parlò crollando altera fronte
e su 'l pugnale avea la man sinistra.
Molti membrâr qual giá parea su 'l ponte
quando da' Franchi ei difendea Murmistra
e 'ngombrato di corpi al fiume il fondo
il fe' correr piú tardo al mar profondo.


58

E dicean: - Parve questi al dubbio varco
Orazio sol contra Toscana tutta
senza colpo temer di lancia e d'arco:
e forse quella gente avria destrutta
se del corsier non era il grave incarco
caduto ove la riva è meno asciutta. -
Cosí diceanquando chetò il bisbiglio
del vecchissimo duce il buon consiglio.


59

E disse: - O Diogran dolor certo avranno
Italia e Franciae i segni fidi a Cristo;
gioia a l'incontro il barbaro tiranno
e i figli e 'l volgo pauroso e tristo
gioia del nostro errordel nostro danno;
e fia impedito il glorïoso acquisto
ove ascoltin di noi piú forti e saggi
sdegni e contese e 'ngiurïosi oltraggi.


60

Ma udite i miei consigli e i miei conforti;
ché de gli egri mortali oggi il piú antico
son ioche vissi con gli eroi piú forti
che me non disprezzârgiovine amico:
né vedrò maiqual io giá in guerra ho scorti
CarloOrlandoEgerardoAnselmoEnrico
e regi e duci tributarie tanti
simili a Martecavalieri erranti.


61

De' fortissimi giá contesa e guerra
e tra' Sassoni io vidi e tra' Lombardi
che fortissimi allor l'antica terra
produsse i corpior son piú frali e tardi;
pure il nostro parerch'or piú non erra
udivan que' possenti e que' gagliardi.
Però s'a voi d'udirmi ancora aggrada
ceda a grave consiglio acuta spada.


62

Tu che d'onor sei primo e di possanza
e varie affreni invitte estranie genti
quando la dignitá tutt'altre avanza
tanto piú la clemenza usar convienti.
E tuchepien di giovanil baldanza
troppo hai pronta la mano e l'ire ardenti
non contender con luiche scettro o regno
non ebbe re giammai piú giusto o degno.


63

E se la forza tua niun pareggia
de gli altriche passâro il mare e i monti
è dritto pur che tu ubbidire il deggia
ché gli altri duci ad ubbidir son pronti.
E niuna virtú di chi guerreggia
fa che piú l'altrui gloria al ciel sormonti;
l'ubbidienza a' primi gradi estolle
nel campo il buon guerriernon l'ira folle. -


64

Tacque: erivolto a luidicea Goffredo:
- O d'etatee d'onore a tutti padre
che tu abbi detto il vero a te concedo
ma questovago sol d'opre leggiadre
tinto del sangue pio con gli occhi or vedo
e 'l vidi spesso conturbar le squadre:
or la prigion ricusaanzi il perdóno
e gloria de le colpe aspetta e dono. -


65

Cosí disse ei: né il suo parlar sofferse
piú lungamente il cavalier feroce.
- E chi sí pronto (soggiungea) s'offerse
al cenno suosenz' aspettar la voce
incontra genti LidieAssireo Perse
e 'n ogni parte ove spiegò la croce?
Di ciò m'accusae piú d'altro si sdegna
né par che mia buona opra a lui sovvegna.


66

Ma se guerra apparecchia o guerra move
a Siona l'Egittoal Persoal Mauro
comandiio corro a le animose prove
senza premio sperar di regni o d'auro.
O qui si pugni o si guerreggi altrove
non voglio io di prigione ampio restauro
né del mio travagliar questo riposo
perch'altri ei faccia grandealtri famoso.


67

Dunque non sia guerrierned uom ch'ardisca
stendere in me l'ingiuriosa mano
perch'i suoi detti io tema o riverisca
o correrá di sangue intorno il piano:
ma la sua nuova gloria e l'etá prisca
con gli altri esalti il cavalier soprano. -
Cosí diceva; e si partia guardando
se v'è chi pensi vendicar Gernando.


68

Ma perché le sentenze e i detti accolse
Tancredie piú fra lor non si ritenne
che spronando un destrier subito ei volse
in guisa talche parve aver le penne;
Riccardopoich'irato indi si tolse
pensoso e tardo al caro albergo venne;
qui Tancredi trovolloe qui solingo:
- Di molte cose (ei dice) un fascio io stringo.


69

Sará lo sdegno e sará l'ira eterna
s'a te perdon si negaaltrui la pace.
Ma ben ch'in parte troppo ascosa e 'nterna
il pensier de' mortali occulto giace
pur ardisco affermare (a quel ch'io scerna)
il duce pioche non s'infingeo tace
la sua somma giustiziaor te soggetto
non morto vuolee 'n sua prigion ristretto. -


70

Sorrise allor Riccardo; e con un volto
in cui tra l'ira lampeggiò lo sdegno:
- Dunque saròdisseio ne' lacci involto?
Resta la mia prigioneo 'l mio ritegno.
Un'altra volta io porgeròdisciolto
la destra disarmata al nodo indegno;
e chiuso mi vedranquasi rubello
l'un dopo l'altro vincitor fratello?


71

Io che non ebbi tèma o danno unquanco
di schiere armateanzi le ruppi e sparsi
io che teco Cilicia al duce Franco
dièi vintae sei cittá distrussi ed arsi
senza elmo in testa e senza spada al fianco
or mi vivròqual giá fanciullo apparsi?
Se tutte l'arme mie fosser di vetro
non devrebbe chiamarmi al carcer tetro.


72

Ma s'a' meriti miei questa mercede
Goffredo rende e vuole omai legarme
pur com'io fossi un uom del volgoe crede
a l'indegna prigion deluso trarme:
venga egli o mande; io terrò fermo il piede:
giudici fian tra noi la sorte e l'arme.
Fèra tragedia vuol che s'appresenti
per lor trastulloa le nemiche genti. -


73

Ciò dettol'arme chiedee 'l capo e 'l busto
di finissimo acciaio adorno ei rende;
e 'n sembiante magnanimo ed augusto
come folgore suolriluce e splende;
né grave di quel peso o 'n parte onusto
la sua fatale spada al fianco appende;
quella ond'apriva il genitor Guglielmo
da forte braccioogni lorica ed elmo.


74

Grave talor de gli altri arnesi e carco
Ruperto ebbee 'l fratello il petto e 'l dorso;
ma di questa ei sol volge il grave incarco
che diè vittoria a' suoinon pur soccorso:
ed armato n'andria leggero e scarco
come l'uom nudo o pur destriero al corso;
e sembreria pardo o leone al salto
dando a' feri nemici il fèro assalto.


75

Tancredi intanto il suo acerbo despitto
e 'l suo disdegno mitigar procura:
- Io so ch'al tuo valorgiovine invitto
piana sarebbe ogni erta impresa e dura;
e che fra l'armi d'Asia o pur d'Egitto
la tua virtú n'andrebbe ancor secura
ma non consenta Dio ch'ella si mostri
oggi sí crudelmente a' danni nostri.


76

Deh vorrai forse d'innocente sangue
la valorosa mano oggi macchiarte?
E con le piaghe del suo volgo esangue
trafigger Cristoond'ei son membra e parte?
Gloria vana ed onor ch'imbruna e langue
e come onda di mar sen viene e parte
potranno in te piú che l'amore e 'l zelo
di quella gloria che ci eterna in cielo?


77

Ah noper Dio. Vinci te stessoe spoglia
questa feroce tua mente superba.
Cedis'alto desio d'onor t'invoglia
ch'in ciel palma e corona a te si serba;
e se pur degno ond'altri esempio toglia
me giudicasti in quella etá piú acerba
rammenta ch'io sprezzai sotto quel freno
di modesta fortunaoro e terreno.


78

Ch'avendo noi presa Cilicia e doma
e l'insegne spiegate in lei di Cristo
e scossa a' fidi suoi l'indegna soma
Baldovin usurpò quel novo acquisto
e privò de le spoglie Italia e Roma;
ch'io prima del pensier non m'era avvisto:
poi non volli impedir l'alta vittoria
sí ch'egli il regno s'ebbe e noi la gloria.


79

Ma se nova prigion tu pur ricusi
e del severo imperio il grave pondo
e seguir vuoi le opinioni e gli usi
che per legge d'onore approva il mondo
iosarò quel che te difenda e scusi:
tu lontano ricovra a Boemondo;
ch'ivi secura ancor d'ingrato oltraggio
splenderá tua virtú con vivo raggio.


80

Ben tosto fiase qui pur contra avremo
l'arme d'Egittoo d'altro re pagano
ch'assai piú chiaro il tuo valor supremo
n'apparirámentr' egli fia lontano;
senza cui debol fôra il duce e scemo
quasi capo a cui tronco è braccioo mano. -
Qui giunge ancora Eustachio e i detti approva:
e vuol che senza indugio indi si mova.


81

Ai lor consigli la sdegnosa mente
de l'ardito garzon si volge e piega
tal checedendodi partir repente
lunge dal campo a' fidi suoi non nega.
Molta intanto vi tragge amica gente
e seco andarne ognun procura e prega:
ei Ruperto e 'l fratel ricusa ancora
e 'n disparte con lor si lagna e plora.


82

- O fratello e compagno amato e caro
me lunge porterá cavallo o barca
da questo campo ov'il mio duce avaro
anzi il mio fatoha man severa e parca:
né forse avrò piú dí sereno e chiaro
né bianco fil per me l'invida parca
dove il tuo si recida; e son vicine
l'ore del pianto e 'l troppo acerbo fine.


83

Ma restar non m'è dato e non mi lice
di condur meco voi nel grave esiglio;
e prego che reggiate ambo in mia vice
le genti che Lucia promette al figlio
e 'n piú nobile impresa e piú felice
vittoria abbiate: io cerco altro periglio;
né so quel ch'avverrá di rischio in rischio
o se fortuna pur m'attende al vischio.


84

Ma se mi fia contraria aspra ventura
o se m'aggiunge inaspettata morte
consolatemi leiche sí secura
passando il mareebbe dubbiosa sorte;
e mostròqual Geltrudao qual Gutura
seguendo i figlialma pudica e forte. -
Cosí dice egli; e con turbata faccia
gli bacia lagrimando e 'nsieme abbraccia.


85

Partee porta un desio d'eterna ed alma
gloria ch'a nobil core è sferza e sprone.
A magnanime imprese intenta ha l'alma
e pensa di trionfi e di corone;
e tra fèri nemici o morte o palma
per la fede acquistar d'aspra tenzone;
veder le porte Caspie e gli aspri monti
del Caucasoe del Nil l'ascose fonti.


86

Poi chepartendoil cavalier feroce
da' cari amici suoi prese congedo
non indugia Rupertoanzi veloce
va dove estima ritrovar Goffredo;
lo qualcome lui videalza la voce:
- Signordicendoa punto or te richiedo;
e mandato pur dianzi a ricercarti
aveva i nostri araldi in varie parti. -


87

Poi fa ritrarre ogni altro e 'n basse note
gli ragiona cosí: - Troppo mi spiace
che di Guiscardo invitto il fier nepote
la guerra allunghi e turbi a noi la pace;
e mal (s'io dritto estimo) addursi or puote
vera e giusta cagion del fatto audace;
e piú mi spiacerá ch'arroge al danno
ma tutti duce egual Goffredo avranno.


88

S'inchini dunque a melibero vegna:
questo ch'io posso a' merti suoi consento.
Ma s'egli sta ritrosoo se ne sdegna
(conosco quel suo indomito ardimento)
tu di condurlo e proveder t'ingegna
ch'ei non costringa uom mansueto e lento
ad esser del suo editto e del suo impero
vendicatorquanto è ragionsevero. -


89

Cosí disse; e Ruperto a lui rispose:
- Anima non potea d'infamia schiva
ascoltar le parole ingiurïose
e non farne repulsa ove l'udiva.
E se 'l duro avversario a morte ei pose
chi è che 'l segno a giusta ira prescriva?
chi conta i colpi? o la dovuta offesa
mentre arde la tenzonmisura e pesa?


90

Ma ch'egli venga a teduce sovrano
che dal dritto cammino ira non torse
duolmi ch'esser non può: ratto e lontano
il tuo sdegno temendoarmossi e corse.
Ben m'offro io di provar con questa mano
a lui ch'a torto in falsa accusa il morse
e s'altri v'è ch'abbia maggior coraggio
ch'ei puní giustamente ingiusto oltraggio.


91

A ragiondicole superbe corna
fiaccò del folle e temerario orgoglio;
tal ch'ogni suo nemico or se ne scorna:
ma se 'l bando obliòdi ciò mi doglio. -
- Vadadisse Goffredoe se non torna
ei fa gran sennoed erri: io qui non voglio
che sparga seme tu di nuove liti:
deh sian gli sdegni vostri anco forniti. -


92

Di procurar frattanto il suo soccorso
non cessò mai l'ingannatrice rea
ch'umilïato avrebbe il cor d'un orso
tanto l'ingegno e la beltá potea.
Ma quando i suoi destrier sospinse al corso
la notte che 'l gran carro in ciel volgea
ella ebbe tregua de' sospir col sole
qual donna ch'onestate onora e cole.


93

E benché sia mastra d'ingannie i suoi
modi gentili e le maniere accorte;
e bella sích'il ciel prima né poi
altrui non diè maggior bellezza in sorte;
onde i piú scelti e i piú famosi eroi
del suo piacer giá presi avea sí forte
che tutti vanno indietro altri diletti
non addivien ch'il pio Goffredo alletti.


94

Invan tenta invaghirloe con mortali
dolcezze attrarlo a l'amorosa vita:
e come sazio augel non spiega l'ali
ove il cibo mostrando altrui l'invita;
tal eischivo del mondoi piacer frali
fugge e sen poggia al ciel per via romita;
e quante insidie tende al suo bel volo
l'infido amorsublime ei sprezza e solo.


95

Tentò ella mille artie in varia forma
quasi Proteo novelgli apparve avanti:
e desto Amordove piú freddo ei dorma
avrian gli atti dolcissimi e i sembianti;
ma di sé fanno una perpetua norma
ne l'alto cor saggi pensieri e santi:
però (grazie divine) ogni sua prova
qui perderebbee di tentar non giova.


96

La bella donnach'ogni cor piú casto
arder credeva ad un girar di ciglia
oh come perde or l'alterezza e 'l fasto!
e qual ha di ciò sdegno e maraviglia!
Rivolger le sue forze ove contrasto
men duro trovi alfin si riconsiglia:
qual duce accorto inespugnabil terra
stanco abbandonae porta altrove guerra


97

Ma contra sue lusinghe invitto almeno
Tancredi or fu ch'arse giá a dramma a dramma;
però ch'altro desio gli accende il seno
tal che di nuovo incendio or non l'infiamma;
e come guarda l'un d'altro veneno
tale antica d'Amor da nuova fiamma.
Questi soli non vinse o nullao poco;
avvampò ciascun altro al dolce foco.


98

Ellase ben si duol che non succeda
come vorrebbe il falso inganno e l'arti
pur fatto avendo quasi occulta preda
va raccogliendo i suoi pensieri sparti;
e pria che di sua frode altri s'avveda
pensa condurla in piú secure parti;
ove stringa i guerrier d'altre catene
che non son quelle ond'or gli prende e tiene.


99

E sendo giunto il dí che giá prefisse
il sommo duce a darle alcuno aiuto
a lui sen venne riverente e disse:
- Sireil promesso giorno è omai venuto.
E se del mio refugio il vero udisse
e de' miei preghiil reo tiranno astuto
prepareria gran forze a far difesa
né fôra agevol poi la giusta impresa.


100

Dunque prima ch'a lui novella apporti
romor di fama incertao certa spia
scelga la tua pietá fra' tuoi piú forti
alcuni pochi e meco ora gl'invia;
ché se non mira il ciel con occhi torti
l'opre mortali o l'innocenza oblia
non fia ch'egli m'ancidao mi costringa
d'andar la state e 'l verno anco raminga. -


101

Cosí diceva; e l'alto duce a' detti
quel che negar non si poteaconcede;
madove il suo partir la donna affretti
vuol che si serbi la promessa fede:
e nel numero ognun de' pochi eletti
andar seco vorrebbee 'l brama e 'l chiede
e quel desio ch'in lor si desta a prova
cresce per la contesa e si rinnova.


102

Ellach'in lor rimira aperto il core
a le sue vogliea' suoi servigi intento
sovra il lor fianco adopra il rio timore
di gelosia per sferza e per tormento;
sapendo ben che tosto invecchia amore
senza queste artie divien pigro e lento;
quasi destrier che men veloce corra
se non ha chi lui seguao lui precorra.


103

Piacque ch'il nome di ciascun si scriva
e 'n breve urna gittati e scossi fôro:
e tratti a sorteil primo fuori usciva
Ferrantericco assai d'argento e d'oro.
Legger poi di Gherardo il nome udiva;
Gentonio si leggea dopo costoro:
Gentonioche sí grave e saggio avante
canuto or pargoleggia e vecchio amante.


104

Oh come il viso han lietoe gli occhi pregni
di quel piacer che dal cor pieno inonda
i tre primieri i cu' amorosi sdegni
la fortuna in amor destra seconda.
Fanno di gelosia turbati segni
gli altriil cui nome avvien che l'urna asconda:
e pendon da la bocca di colui
che spiega i brevie legge i nomi altrui.


105

Gasto fuor quarto vennea cui successe
Ridolfoed a Ridolfo il forte Enrico;
poscia Conanoe poi Conon si lesse
e poi Tranquilloa' dolci studi amico.
Ramberto ultimo fuche farsi elesse
de' suoi consortianzi del ver nemico:
tanto puote amor dunque? e questi escluse
la speranza de gli altrie l'urna ei chiuse.


106

D'iradi gelosiad'invidia ardenti
chiaman gli altri fortuna ingiusta e ria;
e te accusanoAmorche le consenti
che ne l'imperio tuo giudice or sia.
Ma perché instinto è de l'umane menti
che ciò che piú si vieta uom piú desia
voglion poi molti ad onta di fortuna
seguir la donnacome il cielo imbruna.


107

Voglion sempre seguirla a l'ombraal sole
e per lei combattendo espor la vita.
Ella con le dolcissime parole
co' sospirco' sembianti a ciò gl'invita;
parte si lagnae del partir si duole
senza colui che devria far partita.
S'erano armati intantoe da Goffredo
prendeano i diece cavalier congedo.


108

Gli ammonisce quel saggio a parte a parte
come la fé pagana è incerta e leve
e mal sicuro pegno; e con qual arte
le insidie e i casi avversi uom fuggir deve.
Ma son le sue parole a l'aura sparte
né consiglio d'uom sano amor riceve.
Ma co' seguaci suoi l'empia donzella
non aspetta partir l'alba novella.


109

Parte la vincitrice; e que' rivali
quai prigionieri al suo trionfo avanti
seco n'adducee tra speranze e mali
lascia la turba poi de gli altri amanti.
Ma quando uscí la nottee sotto l'ali
menò il silenzio e i levi sogni erranti;
secretamentecome amor gl'informa
molti seguir d'Armida i passi e l'orma.


110

Segue Eustachio il primieroe poté a pena
aspettar l'ombra che la notte adduce.
Vassene senza indugio ove lui mena
per le tenebre cieche un cieco duce:
errò la notte tepida e serena
ma poi ne l'apparir de l'alma luce
gli apparse insieme Armida e 'l suo drappello
dove un borgo lor fu notturno ostello.


111

Nel primo occorso a la famosa insegna
tosto Ramberto il riconoscee grida:
che ricerchi tra loroe perché vegna.
- Vengo (rispose) a seguitarne Armida
ned ella avrá da mese non la sdegna
men pronta aita o compagnia men fida. -
Replica l'altro: - Ed a cotanto onore
di'chi t'elesse?- Egli soggiunge: - Amore.


112

Me scelse Amorte la fortuna: or quale
da piú giusto elettore eletto fue?-
Disse Ramberto: - Ciò nulla ti vale;
ritorna al campo omai per l'orme tue
perché seguir la vergine reale
non déiné puoi contra le voglie sue
e contra la tua sorte. - E chiriprende
cruccioso il giovinettoa me il contende?-


113

- Io tel difenderò- colui rispose
e féglisi a l'incontroe cessò 'l dire:
e con voglie egualmente in lui sdegnose
l'altro si mossee con eguale ardire.
Ma qui stese la mano e si frappose
la regina de l'alme in mezzo a l'ire
ed a l'uno dicea: - Deh non t'incresca
ch'a te compagnoa me guerrier s'accresca!


114

S'ami che salva siaperché mi privi
in sí grand'uopo de la nuova aita?-
Dice a l'altro: - Opportuno e caro arrivi
difensor de la fama e de la vita:
né dritto è giáné sará mai ch'io schivi
compagnia sí gentile e sí gradita. -
Cosí parlandoad or ad or tra via
alcun guerrier novello a lei venia.


115

Giunsero alfine al loco in cui discese
fiamma dal cielo in dilatate falde
e di natura vendicò le offese
sovra le genti in mal oprar sí salde.
Fu giá terra fecondaalmo paese
or acque son bituminose e calde
e steril lago; e quanto inonda e gira
compressa è l'ariae grave odor vi spira.


116

Di quel fetido umor giá mai non beve
l'affaticato peregrino e lasso
non greggianon armento: e cosa greve
(ben che sia grave pur qual ferro o sasso)
sornuotaquasi abete ad orno leve:
l'uom non s'attuffa mai né giunge al basso;
e se mai pianta in quelle rive alligna
sente d'avverso ciel l'aura maligna.


117

Se da l'arida terra alto germoglia
arbor talvolta in sventurati campi
maturi pomi infra la verde foglia
son quasi tocchi da fulminei lampi
che non guastando la purpurea spoglia
avvien che quel di dietro arda ed avvampi
e da l'ira del ciel cosí distrutto
cenere ne l'aprir simiglia il frutto.


118

Dintorno a l'acque tepide ed immonde
de l'orribil paludeovunque allaghi
abitan l'infelici antiche sponde
(sí come è vecchia fama) e maghe e maghi.
Altri ne le spelunche ivi s'asconde
pur come siano orsileoni e draghi:
altri occulti palagi alza dintorno:
fe' in mezzo Armida il suo edifizio adorno.


119

Quivi discende un rionon lunge al ponte
da l'un de' cinque fontianzi dal primo
che cinque sonpur come gradi in monte
per cui s'ascende al sommo insin da l'imo.
L'altro rio si rivolge al proprio fonte
lucidopuronetto e senza limo:
cosí quel corre a l'altoe questo al fondo.
Oh sacra meraviglia ignota al mondo!


120

Ma l'uno e l'altro pur torce e deriva
misero error fra l'opere terrene;
in quel che cade a l'infeconda riva
e bagna le solfuree aduste arene
temprâro i cavalier la sete estiva
né gustâro acqua di piú dolci vene:
poi gli raccolse Armida in quella parte
dove risplende il magistero e l'arte.


121

V'è l'aura molle e 'l ciel sereno e lieti
gli alberi e i pratie pura e dolce l'onda:
dov'antri e seggi ombrosie bei mirteti
il vago fiumicel parte e circonda.
Piovono in grembo a l'erba i sonni queti
con un soave mormorio di fronda:
scherzano augei canori in verdi rami;
Amor le reti ascondee 'l visco e gli ami.




LIBRO SETTIMO

1

Ma d'altra parte le rinchiuse genti
sperano in stato dubbio e mal securo
ch'oltra il raccolto cibointegri armenti
son lor dentro condotti al cielo oscuro:
e di macchine e d'arme e fochi ardenti
munito fia verso Aquilone il muro:
e lá onde giá maggior fatica alzollo
non mostra di temer percossa o crollo.


2

E 'l re pur sempre e queste parti e quelle
gli fa innalzare e rinforzare i fianchi
o l'aureo sol risplendaod a le stelle
ed a la luna il fosco ciel s'imbianchi:
e 'n far per sí gran rischio arme novelle
sudano i fabbri affaticati e stanchi.
In sí fatto apparecchio intolerante
a lui sen venne e ragionògli Argante:


3

- E 'nsino a quando ci terrai prigioni
fra queste mura in vile assedio e lento?
Odo ben io strider incudie suoni
d'elmidi scudi e di corazze io sento;
ma non veggio a qual uso: e que' ladroni
scorron per tutto omai senza spavento;
né v'è di noi chi mai lor passo arresti
né tromba che dal sonno almen gli desti.


4

A que' non son turbati i prandi e rotti
né quelle cene mai superbe e liete
anzi i dí lunghi e le serene notti
traggon securi in placida quïete:
voi da' disagi e da la fame indotti
a render l'arme a lungo andar sarete
od a morirne qui come codardi
quando l'oste d'Egitto anco ritardi.


5

Io non consento giá ch'ignobil morte
i giorni miei d'oscuro oblio ricopra;
né vo ch'al novo dí fra queste porte
l'alma luce del sol chiuso mi scopra.
Di questo viver mio faccia la sorte
quel che giá stabilito è lá di sopra:
non fará giá che senza oprar la spada
inglorïoso e 'nvendicato io cada.


6

Ma quando pur del valor nostro usato
fosse rimasto in noi scintilla o seme
non di morir lá giú nel campo armato
ma di vittoria avrei piú certa speme.
A incontrare i nemici e 'l nostro fato
lasciane tutti andar congiunti insieme
perch'assai spessoove fu gran periglio
parve il piú ardito assai miglior consiglio.


7

Ma se nel troppo osar tu poco speri
cinto di squadre e d'alte mura intorno;
tenta ch'ogni tenzon per duo guerrieri
or sia fornitae destinato il giorno:
ch'accetteran l'invito i Franchi alteri
cui piú superbi rende il primo scorno:
eben che scelgan l'armeinvitta destra
non teme d'arte o di virtú maestra.


8

E se 'l nemico avrá due manied una
anima solaancor ch'ardita e fèra
io non avrò di lui temenza alcuna
ed avverrá ch'alfin sia vintoo pèra.
Dará in vece di fato o di fortuna
questa mia spada a noi vittoria intera:
confida al proprio figlioo padreil regno
e sia la sua virtú securo pegno. -


9

Rispose il re: - La tua virtute ardente
non sdegni il fren di questa etá senile
perch'al ferro io non ho le man sí lente
né sí quest'alma è neghittosa e vile.
Ch'anzi morir volessi ignobilmente
che di morte magnanima e gentile;
ma spesso per indugio altrui s'avanza
perch'il tempo conferma ogni possanza.


10

Ma quel ch'altrui si tien celato ad arte
essere al figlio dee chiaro e palese.
Soliman di Niceache brama in parte
di vendicar le gravi e 'ndegne offese
de gli Arabi le schiere erranti e sparte
raccolte ha giá sin da l'arene accese;
e spera di portarquasi nel corso
danno a' fèri nemicia noi soccorso.


11

Tosto fia che qui giunga: or se fra tanto
afflitte son le turbe estranie o serve
non ce ne caglia; altrui sia 'l duolo e 'l pianto
pur che la nobil reggia io mi conserve.
Tu questo ardire e questo ardore alquanto
temprafigliuolch'in te soverchio ei ferve:
ed opportuna la stagione aspetta
a la tua gloria ed a la mia vendetta. -


12

Turbossi alquanto il cavalier audace
ché tra 'l soldano e lui fu sdegno antico
e contesa di gloria; or non gli piace
ch'ei tanto si dimostri al padre amico.
- A tuo sennorispondee guerra e pace
faraisignor; nulla di ciò piú dico:
s'indugi puree Soliman s'attenda;
e chi perdé 'l suo regnoil tuo difenda.


13

Vengane purquasi celeste messo
liberator del popolo pagano;
ch'ioquanto a mebastar credo a me stesso
e sol vo' libertá da questa mano.
Or nel riposo altrui mi sia concesso
ch'io giú discenda a guerreggiar nel piano;
privato cavaliernon tuo campione
verrò co' Franchi a singolar tenzone. -


14

- Figlioa lui dice il regloria e fortezza
de la corona e de la stanca etade
a la tremante e debole vecchiezza
che ruinosa omai vacilla e cade
serba te stesso pur; ché piú s'apprezza
la tua di mille peregrine spade.
Non voler ch'ogni rischio al vecchio padre
perturbi il volto ed a l'afflitta madre;


15

ed a la tua moglier dolente e trista
che per te spesso si lamenta e piange. -
- Padre (ei risponde pur turbato in vista)
sí poco noto io sono al Niloal Gange
sí poca fede il mio parlare acquista
ch'ogni periglio ti spaventa ed ange?
Deh lascia lagrimar fanciulli e donne
e rimanga il timor fra molli gonne.


16

E si conceda a me ch'omai dimostri
il mio valor che non dee star rinchiuso. -
Vinto il re cede ch'ei combatta e giostri:
e: - Nulladiceo figlioa te ricuso;
ma 'l Ciel secondi i tuoi pensieri e i nostri. -
Segue Argante di guerra il nobil uso
e manda giú Pindoroaraldo ardito
che faccia al duce Franco il fèro invito;


17

e d'appiattarsi un cavaliero in questo
cinto di mura (ei dica) a sdegno prende
onde vuol far con l'armi or manifesto
quanto il valore in campo oltra si stende.
E giá a la prova di venirne è presto
nel pian ch'è tra le mura e l'ampie tende:
e sinch'il sol tramonti ivi disfida
qual piú de' Franchi in sua virtú si fida.


18

E da brama d'onor verrá sospinto
non pur contra uno o due di schiera ostile
ma lor vincendoil quarto invita e 'l quinto
o sia di regia stirpe o di gentile:
diase vuolsecurtate; e resti il vinto
co 'l vincitorcome di guerra è stile:
o gli conceda almen le spoglie e l'armi
perché ne siano adorni i bianchi marmi.


19

- Prendasi queste pur ch'indosso io porto
s'io muoio ed a la madre il corpo torni:
ma spero anzi veder ch'ei preso o morto
faccia de le sue insegne i tempî adorni:
e 'l suo sepolcro in qualche riva o porto
sia mostro poi lá ne gli estremi giorni
per nostro onordal peregrin passando. -
Cosí gli disse: e quel partí spronando.


20

E giunto al ducea l'alta sua presenza
disse: - Il soverchio ardir mi si perdoni
ed al buon messaggier si dia licenza
ch'egli liberamente a voi ragioni. -
- Diasi (rispose il pio Goffredo)e senza
alcun timor la tua proposta esponi:
ch'ascoltar fido messo avvien di rado. -
E quegli: - Or si parrá s'io parlo in grado. -


21

E seguí posciae la disfida espose
con parole magnifiche ed altere.
Fremer s'udîroe si mostrâr sdegnose
al suo parlar quelle feroci schiere.
E senza indugio il capitan rispose:
- Di faticosa impresa il vanto chere
il tuo signoree perch'a lui n'incresca
uopo forse non fia ch'il quinto n'esca.


22

Ma venga in prova pur; ché d'ogni oltraggio
io gli offro il campo libero e securo;
e seco pugnerá senza vantaggio
alcun de' miei guerrieri; e cosí giuro. -
Tacque; e tornò il re d'arme al suo vïaggio
per l'orme ch'al venir calcate fûro:
e non ritenne il suo veloce passo
sí ch'entro a la gran torre ei fu giá lasso.


23

- Ármati (dice)alto signor; che tardi?
contra i superbi cavalier cristiani;
ché d'affrontarsi teco i men gagliardi
mostran desionon ch'i guerrier soprani;
e mille vidi minacciosi sguardi
e mille pronte al ferro armate mani.
Loco securo il duce a te concede. -
Cosí gli disse; e l'arme egli richiede


24

E di lor tutte adorno appar repente;
e de l'indugio sol si turba e lagna.
Disse a Clorinda il rech'era presente:
- Com'esser può ch'ei vada e tu rimagna?
Mille adunque di nostra inclita gente
prendi in sua securezzae l'accompagna;
ma vada innanzi a giusta pugna ei solo;
tu lunge alquanto a lui ritien lo stuolo. -


25

Tacqueciò detto; e poi che fûro armati
Baldacco e gli altri uscîro al campo aperto.
Argante innanzi de gli arnesi usati
sovra un alto destrier sen gía coperto.
Loco fu tra le mura e i verdi prati
ove s'adegua il diseguale e l'erto
ampio e capace; e parea fatto ad arte
perch'egli sia teatro al fèro marte.


26

Ivi solo disceseivi fermosse
in vista de' nemici il fèro Argante;
per gran corper gran corpoe per gran posse
superboanzi terribile al sembiante
qual ne l'Africa Anteoch'Alcide scosse
o in ima valle il Filisteo gigante:
ma pur molti di lui tèma non hanno;
ché quanto egli sia forte ancor non sanno.


27

Alcun però dal pio Goffredo eletto
come il miglioreanco non è fra molti:
ben si vedean con desioso affetto
tutti gli occhi in Tancredi esser rivolti:
e il dichiarò fra quei miglior perfetto
manifesto favor di mille volti:
e s'udia non oscuro ivi il bisbiglio
ch'egli sia piú che pari al gran periglio.


28

Giá cedea ciascun altro; e non secreto
del sommo duce era il voler mirando:
- Vanne a lui (disse)a te l'uscir non vieto
gloria d'Italia e del valor normando. -
Ei tutto in vista baldanzoso e lieto
per sí alto giudicioIddio lodando
a lo scudier chiedea l'elmo e 'l cavallo;
poida molti seguítouscia del vallo.


29

Ed a quel verde pian molto vicino
dove Argante l'attendeanco non era
quando in leggiadro aspetto e pellegrino
s'offerse a gli occhi suoi l'alta guerriera;
bianche via piú di candido armellino
le sopravveste avea con pompa altera;
su l'elmo d'aureo fior quasi corona;
al fianco di fin òr gemmata zona.


30

Parte scopria del volto a chi piú basso
rimiraquale e quanta al ciel s'estolle.
Move Tancredie cosí passo passo
gli occhi rivolge ov'è colei sul colle;
poscia immobil si fermae pare un sasso
gelido tutto fuorma dentro ei bolle:
sol di mirar s'appagae di battaglia
sembiante ei fa che poco omai gli caglia.


31

Arganteche non vede alcuno in atto
che mostri di voler battaglia o giostra:
- Da bel desio d'onore io qui fui tratto
(grida); or chi viene innanzi e meco giostra?-
L'altrosí come a lui non tocchi il fatto
o di ciò nulla intendeo nol dimostra.
Spinse allor suo cavallo Ivon solingo
tal che primiero entrò nel vòto arringo.


32

Questi un fu di color che dianzi accese
di gir contra il pagano alto desio;
pur cedette a Tancredie 'n sella ascese
fra gli altri che seguîrloe seco uscío.
Or veggendo sue voglie altrove intese
e starne lui quasi al pugnar restio
brama il primo tentar fra mille lance
come sorte e valor s'appenda in lance.


33

E veloce cosích'in selva il pardo
o tigre segue il cacciator men presta
corre a ferire il cavalier gagliardo
che d'altra parte la gran lancia arresta.
Si scuote allor Tancredi e dal suo tardo
pensierquasi dal sonnoalfin si desta
e grida ei ben: - La pugna è mia; rimanti:-
ma troppo Ivone è giá trascorso avanti.


34

Ma il canuto soldán ne l'ampia torre
u' di Borea si rompe ogni procella
co' piú vecchi veníache quivi accôrre
soleamirando or questa parte or quella
e il figlio suo chequasi novo Ettorre
i suoi nemici a la battaglia appella
e quei ch'usciano a schierae 'l campo tutto
che mar simiglia allorch'inalza il flutto.


35

AssagurroAladinOrcan famoso
sedeancanuto il crinsevero il ciglio
con altri che da l'arme avean riposo;
ma pronti eran di lingua e di consiglio
e cicale pareano in tronco ombroso
d'antichissima selvaal gran bisbiglio
quando intorno del cantoa' giorni estivi
suonano i boschi piú frondosi e i rivi.


36

Qui Niceache si lagna e si querela
d'empia fortunail re chiamar facea
e la trovâr che doppia e larga tela
d'aureo e serico stame ella tessea.
Subito a quel chiamar si veste e vela
qual ninfa in vistao qual terrena dèa
lasciando l'opre in cui le guerre antiche
e de' Turchi ha conteste aspre fatiche.


37

Sol con quattro donzelle apparve fòra
e lagrime spargea da' suoi begli occhi
come candida rosa in su l'aurora
in cui la pioggia e 'l sol risplenda e fiocchi.
E veramente il duol che sí l'accora
materia è da coturni e non da socchi;
ché dal suo regno in Grecia andò cattiva
vergine prima errante e fuggitiva.


38

Pria vide ancise e rotte amiche squadre
e 'l paese nativo arso e combusto;
fuggir piagato Solimano il padre;
sé venduta da' suoi con prezzo ingiusto:
poi co 'l fratelloe con l'afflitta madre
prigioniera restò del greco Augusto
che donolla a Tancredi: ed ei la rese
e qui fu castitá l'esser cortese.


39

Ma come giunta fulevando il velo
da gli occhi sparsi d'amorose stille
scaldò ne' vecchi petti il pigro gelo
e dentro vi destò dolci faville.
Tutti dicean: - Maggior bellezze il cielo
non vide; e a dura vita (oimè!) sortille.
Quando ebber mai gli antichi imperi e i regni
d'amor sí cari e prezïosi pegni?-


40

Il revolgendo in lei pietose ciglia
ch'ad un de' figli suoi sposarla estima:
- Qui (disse) meco siedio cara figlia
e 'nsieme rimiriam da l'alta cima
quei che d'Ascanio giá l'onda vermiglia
tu far vedestii quai conosci in prima;
ché di lunga prigiondi lungo assedio
hai sofferto due volte il grave tedio.


41

Chi è dunque coluise ti sovviene
lo qual leggiadro in vistae fèro è tanto?-
A quellain vece di rispostaor viene
su le labra un sospirsu gli occhi il pianto:
pur gli spirti e le lagrime ritiene;
ma non cosíche lor non mostri alquanto
ché gli occhi tinse un bel purpureo giro
e mezzo fuori uscí roco sospiro.


42

Pur come può s'infingee 'n sé nasconde
sotto 'l manto de l'odio altro desio:
- Oimèben il conoscoed ho ben donde;
fra mille riconoscerlo degg' io
perché niun piú spesso i campi e l'onde
giá del sangue spargea del popol mio.
Ahi quanto è fèro nel ferire! a piaga
ch'ei facciaerba non giova od arte maga.


43

Egli è Tancredi; e prigioniero un giorno
solo il vorreie nol vorrei giá morto
perch'egli fosse al mio sí grave scorno
dolce vendettao pur dolce conforto. -
Cosí da sue parole il vero adorno
da chi l'udiva in altro senso è torto;
e fuor venia con le parole estreme
un gran sospirch'invano asconde e preme.


44

Ei soggiungeva: - Oltre i guerrieri egregi
mira schierati; e quel senz' elmo avante
c'ha purpureo l'ammanto ed aurei i fregi
è grande assaima pur non è gigante;
ma nel volto simiglia Augusti e regi
cosí bello e magnanimo ha 'l sembiante
e tanta maestate in lui riluce. -
- È (rispose Nicea) Goffredoil duce.


45

Ei sembra nato a piú sublime impero
cosí di guerra sa gli ordini e l'arti.
Non so se miglior duce o cavaliero
del gemino valor tutte ha le parti:
né fra turba sí grande uom piú guerriero
o piú saggioo miglior saprei mostrarti.
Tal risuona di lui publica voce;
ma che giova lodar chi tanto nòce?-


46

Ei soggiungea: - Ben ho di lui contezza
e 'l vidi ove Sangario inonda i campi:
era io fra gente a raggirare avvezza
carricavalli e in brevi cerchi e 'n ampi.
Pria seppi allor ch'i vinti egli non sprezza
e prima seppi ancor come s'accampi;
poi che lasciando noi col fiume a tergo
si fece il vallo e non volse altro albergo. -


47

Poiriguardando il suo gentil fratello
pur a dito il dimostra e pur le chiede:
- Chi è colui che nel purpureo vello
d'òr non rilucee seco a par si vede
che men robusto par ma dritto e snello
gli altri col capoe con le spalle eccede?-
- È Baldovin (risponde): e ben si scopre
nel volto a lui fratelnon pur ne l'opre.


48

Or rimira colui che quasi in modo
d'uom che consigli sta da l'altro fianco.
Quegli è Giovanniil qual per fama io lodo
di senno e di sapereuom veglioe stanco.
Raimondo è pressoe meglio inganno o frodo
tesser di lui non sa Latino o Franco.
Ma quell'altro piú in la ch'òrato ha l'elmo
del re britanno è il buon figliuol Guglielmo.


49

È Guelfo seco; e l'uno ancor la guancia
di peli non copria se mi rimembra.
L'altro che tien sí grossa e grave lancia
e sí alto destriersí forti membra
per cui non ha la Magna invidia a Francia
d'anni è maturo e sí robusto ei sembra.
I duo vestiti a brun son due Ruberti
chiari per sangue illustree 'n guerra esperti.


50

Quel ch'è maggior fra' piú membruti ed alti
ed ha conforme a lui scudo e cavallo
è il gran Fiammingo; e ne' feroci assalti
è quasi muro a tutto il campo e vallo.
L'altro minor par che valore esalti
sovra i Normandi e mai non corre in fallo:
ma tutti sempre indrizza al segno i colpi
perché natura in lui nulla s'incolpi.


51

Ma con gli occhi io ricercoe pur non veggio
o 'l forte Boemondo o 'l gran nepote
ch'amar non possoe forse odiar i' deggio
benché mi dia la libertade in dote.
Ben veggio l'altro ond'io nel duol vaneggio. -
Cosí dicee pur bagna umide gote
e co 'l vago dolormentre s'infinge
seco tutt'altri a lagrimar costringe.


52

Tancredi intanto d'ira infiamma il petto;
e per vergogna purqual fiammaè rosso
perch'ad onta si reca ed a dispetto
ch'altri si sia primiero in giostra mosso.
Argante nel fin elmoa prova eletto
a mezzo il corso è giá da Ivon percosso.
Egli a l'incontro a lui rompe lo scudo
poscia l'usbergoin guisa il colpo è crudo!


53

Cade il guerrieroe per dolore acerbo
par ch'il gran colpo da l'arcion lo svella:
e 'l pagan disse: - A morte or ti riserbo
s'aspetti l'altro o se ritorni in sella. -
Indi con dispettoso atto superbo
sovra il caduto cavalier favella:
- Renditi vintoe per tua gloria basti
che raccontar potrai con chi pugnasti. -


54

- Nogli risponde Ivonfra noi non s'usa
cosí tosto depor l'arme e l'ardire:
altri del mio cader fará la scusa;
io vo' far la vendettao qui morire. -
In sembianza d'Aletto o di Medusa
Argante fremee par che rabbia ei spire;
- Conosci ordiceil mio valore a prova;
poi che la cortesia sprezzar ti giova. -


55

Spinge il destriero in quellae tutto oblia
quanto di cavalier virtú richieda.
Fugge Ivon quello scontroe si disvia
eperché il suo destrier ferirgli ei creda
fere la gambae la percossa è ria
bench'il ferro tornar lucente ei veda
ma non fa piaga il colpo al vincitore
né toglie forzae giunge ira e furore.


56

Argante il buon destrier nel corso affrena
e 'ndietro il volgee sí veloce è volto
che se n'accorge il suo nemico appena
e d'un grand'urto a l'improvviso è colto.
Tremar le gambe e indebolir la lena
sbigottir l'almae impallidire il volto
gli fece il grande incontroe frale e stanco
sovra il duro terren battere il fianco.


57

Ne l'ira Argante arrabbiae fèra strada
sovra il corpo del vinto al destrier face:
- E cosídiceogni cristiano or vada
come costui che sotto i piè mi giace. -
Ma l'invitto Tancredi allor non bada
che quella crudeltá troppo gli spiace;
e vuol ch'il suo valor con chiara emenda
copra il suo fallo ecome suolrisplenda.


58

Fassi innanzi gridando: - Anima vile
ancor ne le vittorie infame sei.
Qual titolo di laude alto e gentile
da modi attendi sí scortesi e rei?
Fra ladroni d'Arabiao fra simíle
barbara turba avvezzo esser tu déi:
fuggi la luce e va' con l'altre belve
a incrudelir ne' monti e tra le selve. -


59

Tacque; e 'l nemico al sofferir poco uso
rodesi dentro e di furor si strugge.
Risponder vuolma n'esce il suon confuso
sí come strido d'animal che rugge:
e com'apre le nubi ond'egli è chiuso
impetuoso il fulminee sen fugge;
o come spirto da sulfurea tomba:
cosí dal petto acceso il tuon rimbomba.


60

Ma poich'in ambo il minacciar feroce
quinci e quindi infiammò l'orgoglio e l'ira
l'un come l'altro rapido e veloce
del campo prendee subito si gira.
Musaor mi dá canora ed alta voce
e furor pari a quel furor m'inspira
sí che non sia de l'opra indegno il carme
ma s'agguagli il mio canto al suon de l'arme.


61

Posero in resta e gîr drizzando in alto
i duo guerrier le due gravose antenne
né fu di corso mainé fu di salto
né fu mai tal velocitá di penne
né forza o furia eguale al fèro assalto
quando Argante e Tancredi in giostra venne.
Rupper l'aste ne gli elmie volâr mille
e tronchi e schegge e lucide faville.


62

Sol de' colpi il rimbombo intorno mosse
l'immobil terrae risuonâro i monti;
ma l'impeto di gravi aspre percosse
nulla piegò de le superbe fronti.
L'uno e l'altro cavallo in guisa urtosse
che non fûr poicadendoa sorger pronti.
Lasciâr le staffee i piè fermâro in terra
cominciando i guerrier spietata guerra.


63

Questo e quel con molta arte a' colpi move
la destraa' guardi l'occhioa' passi il piede:
si reca in atti varie 'n guardie nòve:
or gira intornoor cresce innanzior cede:
or qui ferire accennae poscia altrove
dove non minacciò ferir si vede;
or di sé discoprire alcuna parte;
e tenta di schernir l'arte con l'arte.


64

De la spada Tancredie de lo scudo
mal guardato al pagan dimostra il fianco:
tenta allor di ferirlo Argante il crudo
ma discopre frattanto il lato manco.
Tancredi con un colpo il ferro ignudo
al nemico ribattee lui fere anco;
né poi lento s'arretrao piú ritarda
ma si raccoglieo si ristringe in guarda.


65

Il fèro Arganteche se stesso or mira
del proprio sangue suo macchiato e molle
con insolito orror freme e sospira
di sdegno e di furor turbato e folle:
eportato da l'impeto e da l'ira
con la voce la spada insieme estolle
tornando per ferir; ma fèra punta
il piaga ove la spalla al braccio è giunta.


66

Qual orsa alpestrache s'avvalli e senta
duro spiedo nel fiancoin rabbia monta
e contra l'arme se medesma avventa
e i perigli e la morte audace affrontata;
tale il feroce cavalier diventa
giunta or piaga a la piagaed onta a l'onta;
e l'alma in guisa è di vendetta ingorda
che sprezza schernirischio pur gli scorda.


67

E congiungendo a temerario ardire
estrema forza e infaticabil lena
vien che sí impetuoso il ferro aggire
che ne trema la terra e 'l ciel balena.
Tancredi onde si copraonde respire
non ha pur tempoe si difende a pena:
né schermo v'è ch'assicurare il possa
da rabbia ostile e da contraria possa.


68

Tancrediin sé raccoltoaspetta invano
che de' colpi tempesta orrida passi.
Or v'oppon le difeseed or lontano
sen va co' giri e con veloci passi.
Ma poi che non s'allenta Argante insano
è forza alfin ch'ei trasportar si lassi
e con veloci rote intorno volga
la fèra spadaonde il pagan si dolga.


69

Vinta da l'ira è la ragion e l'arte
e le forze il furor ministra e cresce;
sempre che scende il ferroo fóra o parte
o piastra o magliae 'nvan colpo non esce.
Sparsa è d'arme la terrae l'arme sparte
di sanguee 'l sangue co 'l sudor si mesce.
Al romor tuonoal fiammeggiare un lampo
sembra la spadae fulminato il campo.


70

Questo esercito e quello incerto pende
da sí crudele assalto e sí feroce;
e fra tema e speranza il fine attende
mirando or ciò che giovaor ciò che nòce.
E non si vede purné pur s'intende
mover pièbatter occhioo spirar voce;
ma se ne sta ciascun tacito e immoto
se non che trema il cor nel dubbio moto.


71

Giá lassi erano entrambie giunti forse
sarianpugnandoad immaturo fine;
ma sí oscura la notte intanto sorse
che nascondea le cose ancor vicine:
quinci un araldo e quindi un altro accorse
per dipartirglie gli partîro alfine.
L'uno Evardo il troianPindoro è l'altro
che portò la disfidauom saggio e scaltro.


72

I pacifici scettri osâr costoro
fra le spade interpor fère e pungenti
con quella securtá che porgea loro
l'antichissima legge de le genti:
- Sèteo guerrieri (incominciò Pindoro)
con pari onor di pari ambo possenti.
Cessi col dí la pugnae non sian rotte
le care tregue de l'amica notte.


73

Tempo è da travagliar mentre egli dura
ma ne la notte ogni animale ha pace;
e generoso cuor non molto cura
notturno pregio che s'asconde e tace. -
Rispose Argante: - A me per notte oscura
la mia battaglia abbandonar non piace:
ben avrei caro il testimon del giorno;
ma che giuri costui di far ritorno. -


74

Soggiunse allor Tancredi: - E tu prometti
e rendi senza indugio il tuo prigione
però che senza lui non fia ch'aspetti
per contesa crudellunga stagione. -
Cosí giurâro; e poi gli araldieletti
a prescriver il giorno a la tenzone
a le sanguigne piaghe ebber riguardo
bench'il tempo lor paia e lungo e tardo.


75

Lasciò la pugna orribile nel core
de' fieri Turchi e de' fedeli impressa
un'alta meravigliaun novo orrore
che ripensando in lor punto non cessa.
Si parla sol del raro alto valore
de' gran guerrierie de la fé promessa;
ma qual si debba di lor due preporre
vario e discorde il volgo in sé discorre.


76

E sta sospeso in aspettando il male
de la crudel tenzone al fine intento
o s'il furore a la virtú prevale
o se cede la rabbia a l'ardimento.
Ma piú di ciascun altro a cui ne cale
Nicea n'ebbe pensieroanzi tormento
perché da l'undopo l'alta ruina
del regnoella ebbe onor d'alta regina.


77

L'onoròla servídi libertate
accrebbe il dono il cavaliero egregio
e tutte da lui fûro a lei lasciate
le gemme e l'oro e ciò che vale il pregio:
ellaveggendo in giovenile etate
e 'n leggiadri sembianti animo regio
restò presa d'amorche mai non strinse
laccio di quel piú fermo onde l'avvinse.


78

Cosí s'il corpo libertá riebbe
fu l'alma in dura servitute astretta.
Ben molto a lei d'abbandonare increbbe
il signor caro e la prigion diletta;
ma la regia onestáche mai non debbe
da magnanima donna esser negletta
la costrinse a partirsie con l'antica
madre ricoverossi in terra amica.


79

In Élia vennee qui Nicea raccolta
dal gran tiranno fu del regno ebreo:
ma de la madre suach'ancisa e tolta
le fu da mortepianse il caso reo:
né 'l dolersi per leich'era sepolta
né l'esiglio infelice unqua poteo
spegner favilla in lei di tanta fiamma
ond'ella si consuma a dramma a dramma.


80

Ama ed arde la misera; e sí poco
in tale stato che sperar le avanza
che nudrisce nel sen l'occulto foco
di memoria vie piúche di speranza:
e quanto è chiuso in piú secreto loco
tanto ha l'incendio suo maggior possanza;
ma di nuovo destò la dolce speme
quando vide i nemici accolti insieme.


81

Sbigottîr gli altri a l'apparir di tante
genti nemichee sí diverse e fère:
serenò ella il torbido sembiante
e lieta rimirò le squadre altere:
e con bramosi sguardi il caro amante
cercando gío fra quelle armate schiere.
Cercollo invan soventee 'l vide spesso:
- Eccolo- disse; e 'l riconobbe espresso.


82

E da la torreche sublime sorge
tra 'l Borea e 'l Cauro in su l'antiche mura
mirar le genti suolch'indi si scorge
vaga di morte e del suo mal secura:
quivida che il suo lume il sol ne porge
insin che poi la notte il mondo oscura
s'assidee i suoi begli occhi al campo gira
e co' pensieri suoi parla e sospira.


83

Quinci vide la pugnae 'l cor nel petto
sentí tremarsi in quel punto sí forte
come s'egli dicesse: - Il tuo diletto
corre periglio d'immatura morte. -
Cosí d'affanno piena e di sospetto
mirò del cavalier la dubbia sorte:
e del nemico il ferro ella sentia
ne l'almae i duri colpionde languia.


84

Mapoi che il vero intesee 'ntese ancora
ch'essi vorran di nuovo anco provarsi
insolito timor cosí l'accora
che sente il sangue suo di ghiaccio farsi:
talor secrete lagrime e talora
sono occulti da lei sospiri sparsi.
Pallidaesanguee sbigottita in atto
lo spavento e l'orror avea ritratto.


85

Con dolorosa imago il suo pensiero
ad or ad or la turba e la sgomenta;
e vie piú che la morte il sonno è fiero
sí strane larve il sogno le appresenta:
parle veder l'amato cavaliero
piagato e sanguinosoe par che senta
ch'egli aita le chieda o morte almeno
edestaumidi trova i lumi e 'l seno.


86

Né sol la tema di futuro danno
il sospiroso cor le affligge e scote;
ma de le piaghe sue piú grave affanno
è cagion che quetar l'alma non pote:
e la fama talor con falso inganno
le cose accresce incognite e remote:
purcom'egli vicino a l'ora estrema
languido giacciae si lamentie gema.


87

Ellache ben conosce in quel paese
qual piú secreta sia virtú ne l'erba
e con qual succo ne le membra offese
la doglia de le piaghe è meno acerba:
arte gentil che da la madre apprese
di cui memoria ed uso anco riserba
vorria di sua man propria a le ferute
di chi il cor le ferío recar salute.


88

Ella l'amato medicar desia
e curar il nemico a lei conviene.
Pensa talor d'erba nocente e ria
succo spargere in lui che l'avvelene:
ma schiva poi la man cortese e pia
trattar l'arti malignee se n'astiene.
Brama ella almen ch'in uso tal sia vòta
di sua virtute ogni erba ed ogni nota.


89

Né giá d'andar fra la nemica gente
temenza avria; ché peregrina er' ita
e visto guerre e morti avea sovente
e scorsa dubbia e faticosa vita;
sí che per uso la feminea mente
sovra il corso mortal divenne ardita
né tosto si perturba o tosto pave
ad ogni imagin di terror men grave.


90

E crederebbe al ciel oscuro e fosco
(in guisa ogni temenza Amor disgombra)
errar secura; e 'n mar turbatoe 'n bosco
ardita disprezzar tempesta ed ombra
e di belve africane artigli e tosco;
ma duolsi poi che chiara fama adombra
e fan dubbia contesa in gentil core
due possenti nemici: Onore e Amore.


91

- Vergine (dice l'un)d'amor rubella
che le mie leggi insin ad or serbasti;
iomentre ch'eri de' nemici ancella
ti conservai la mente e i membri casti;
e tuliberaor vuoi perder la bella
verginitá che 'n prigionia serbasti;
ahi nel tenero cor questi pensieri
chi svegliar può? che pensi? oimè! che speri?


92

Dunque il titolo omai d'esser pudica
sí poco stimie d'onestate il pregio
che te n'andrai fra gente a' tuoi nemica
notturna amante a ricercar dispregio?
Onde il superbo vincitor ti dica:
'Perdesti il regnoe 'n un l'animo regio:
non sei di me tu degna;' e ti conceda
volgare esempio altrui d'ignobil preda. -


93

Da l'altra parte il consiglier fallace
dolce l'allettae dolce ancor lusinga:
- Giá tu nata non sei d'orsa rapace
o di scoglio che 'l mar percuota e cinga:
perché sprezzi d'amor l'arco e la face?
e lunge fuggi il tuo piacer solinga?
Né petto hai tu di ferro o di diamante
che vergogna ti sia l'essere amante.


94

Vattene omai dove il desio t'invoglia.
Ma qual ti fingi vincitor crudele?
Non sai com'egli al tuo dolor si doglia?
e si turbi al tuo piantoa le querele?
Crudel sei tu ne la feminea spoglia
che dar nieghi salute al tuo fedele?
Langueo fèra ed ingratail pio Tancredi
e tu de l'altrui vita a cura or siedi.


95

Sana tu pur Arganteacciò che poi
il tuo liberator sia spinto a morte:
cosí disciolti avrai gli obblighi tuoi;
e sí bel premio fia ch'ei ne riporte.
È possibil però che non t'annoi
questo officio crudel per dura sorte?
E non basta la noia e l'orror solo
a far che tu di qua ten fugga a volo?


96

Deh ben fôra a l'incontro officio umano
e ben n'avresti tu gioia e diletto
se la pietosa tua medica mano
avvicinassi al valoroso petto;
ché per te fatto il tuo signor poi sano
colorirebbe il suo smarrito aspetto
né ti saria di sua bellezza avaro
o d'altro don che sia gradito e caro.


97

Parte ancor poi ne le sue lodi avresti
e ne l'opre di lui alte e famose;
e lieta ei ti faria di baci onesti
e di nozze (o ch'io spero) al volgo ascose.
Poi glorïosa ed onorata andresti
tra le piú liete e piú felici spose
lá ne la bella Italiaov'alta sede
ha 'l valor vero e la piú vera fede. -


98

Da tai speranze lusingata (ahi stolta!)
somma felicitá finge e figura;
ma pur si trova in mille dubbi avvolta
come partir si possa indi secura;
perché vegghian le guardiee sempre in volta
vanno dintorno a le guardate mura
sin che si mostra il dí ne l'orizzonte;
né mai s'apre la portao cala il ponte.


99

Costei soleva in compagnia sovente
de la guerriera far lunga dimora.
Seco la vide il sol da l'occidente
seco la vide la novella aurora:
e quando son del dí le fiamme spente
un sol letto le accolse ambe talora;
e nullo altro pensier che l'amoroso
l'una vergine a l'altra avrebbe ascoso.


100

Questo Nicea sol tiene a lei secreto
e s'avvien che talor si dolga e lagne
reca ad altra cagion del cor non lieto
gli affettie piú s'infinge ov'ella piagne.
In tale stato a lei senza divieto
spesso veníalasciando altre compagne.
Né uscio al giunger suo giammai si serra
siavi Clorindao sia in consiglioo 'n guerra.


101

Vennevi un giorno ch'ella in altra parte
si ritrovavae si fermò pensosa
pur tra sé rivolgendo i modi e l'arte
de la bramata sua partenza ascosa.
Mentre in vari pensier divide e parte
l'incerto animo suoche non ha posa
sospese di Clorinda in alto mira
l'arme e le sopravvestee ne sospira.


102

E tra sé dice sospirando: - O quanto
felice è la fortissima donzella!
Quanto io l'invidio; e non le invidio il vanto
e 'l pregio feminil de l'esser bella.
A lei non tarda i passi il lungo manto
né 'l suo valor rinchiude invida cella;
ma veste l'armee se d'uscirne agogna
vassenee non la tien tema o vergogna.


103

Ahi! perché forti a me natura e 'l cielo
altrettanto non fêr le membra e 'l petto
onde potessi anch'io la gonna e 'l velo
cangiar in gran corazza e 'n fino elmetto?
Ché sí non riterrebbe arsura o gelo
né turbo o pioggia il mio infiammato affetto
ch'al sol non fossi ed al notturno lampo
o fra compagni o solaarmata in campo.


104

Giá non avrestio dispietato Argante
tu fatto guerra al mio signor primiero
ch'io sarei corsa ad incontrarlo avante;
e forse or fôra qui mio prigioniero:
e sosterria de la nemica amante
giogo di servitú dolce e severo;
e giá per li suoi nodi i nodi miei
fatti soavi e piú leggeri avrei.


105

O vero a me da la sua destra il fianco
sendo percossoe riaperto il core
sanato almen cosí nel lato manco
colpo di ferro avria piaghe d'amore.
Ed or la mente in pace e 'l corpo stanco
avrian riposoe col riposo onore
ch'ei forse avrebbe il mio cenere e l'ossa
onorate di lagrime e di fossa.


106

Malassai' bramo non possibil cosa
e tra folli pensieri invan m'avvolgo:
io mi starò qui timida e dogliosa
com'una pur del vil femineo volgo.
Ah! non starò: cor mio confida ed osa.
Perch'una volta anch'io l'arme non tolgo?
Perché per breve spazio or non potrolle
sostenerben che sia tenera e molle?


107

Sípotrò ben; ché mi fará possente
a sostenere il peso amor tiranno
da cui sospinti ancor s'arman sovente
d'ardir timidi cervi e guerra fanno.
Iose non guerra a la nemica gente
farò con l'arme un ingegnoso inganno.
Finger mi vo' Clorindae ricoperta
sotto l'imagin suad'uscir son certa.


108

Non temerò piú guardie o ver custodi
ch'a lei non si farebbe ingiuria alcuna;
io pur ripenso e non veggio altri modi:
aperta ècredoquesta via sol una.
Or favoreggi le innocenti frodi
con amor che le inspiraalta fortuna.
Che temerò ne la dubbiosa luce
se fortuna è compagnaamore è duce?-


109

Cosí ragiona; estimolata omai
da le furie d'amorpiú non aspetta;
maraffrenando i suoi dogliosi lai
l'arme involate di vestir s'affretta.
E farlo puotee n'avrá tempo assai
perch'ivi dianzi si restò soletta;
e la notte i suoi furti allor copria
ch'a' ladri amica ed a gli amanti uscía.


110

Essaveggendo il ciel d'alcuna stella
giá sparso intorno divenir piú nero
precipita gl'indugie 'nsieme appella
con bassa voce un suo fedel scudiero
ed una cara sua diletta ancella
e parte scopre lor del suo pensiero:
scopre la fuga e la colorae finge
ch'altra cagione a dipartir l'astringe.


111

Pronto il fanciullo e la donzella è presta
e l'uno e l'altro al suo parlar dá fede.
Nicea si spoglia la feminea vesta
che da gli omeri scende insino al piede:
e con vestire schietto ancora onesta
e bella è sích'ogni credenza eccede;
simile a chi giá corse a' pomi d'oro
ed a lei che diè nome al verde alloro.


112

Col durissimo acciar preme ed offende
il delicato collo e l'aurea chioma
e la tenera man lo scudo prende
pur troppo grave e inusitata soma.
Cosí tutta di ferro omai risplende
e 'n atto militar se stessa doma.
Gode Amorch'è presentee cosí ride
com'allor ch'egli avvolse in gonna Alcide.


113

Oh! con quanta fatica ella sostiene
l'inegual pesoe move lenti i passi
ed a la cara compagnia s'attiene
di cui guida ed appoggio insieme fassi;
ma rinforzan gli spirti amore e spene
e crescono il vigor de' membri lassi;
sin ch'insieme a' destrier gravâro il dorso
che presti sono al passo e presti al corso.


114

Con le mentite insegne occultaascosa
e per secreta via con lor si parte:
pur in molti s'avvienee l'aria ombrosa
splender di ferro vede in qualche parte;
ma impedir quel viaggio altri non osa
cui la fortuna sua mena in disparte:
e la notte gli affidao pur la tigre
temuta insegna è fra le genti impigre.


115

Niceabenché 'l suo dubbio alquanto sceme
non va per quelle vie molto secura;
ché d'esser conosciuta a la fin teme
e dal suo troppo ardir nasce paura.
Ma purgiunta a la portail timor preme
ed inganna colui che n'ha la cura.
- Io son Clorindadisseapri la porta
ch'il re m'invia dove l'andare importa. -


116

La voce feminil sembiante a quella
de la guerrieraagevolò l'inganno.
Chi crederia vedere armata in sella
una de l'altre ch'arme oprar non sanno?
Si ch'il portier tosto ubbidisce; ed ella
n'esce velocee i duo che seco or vanno.
E per lor securezza entr'una valle
discendon per obliquo e lungo calle.


117

Poi che la donna in solitaria ed ima
parte si vedealquanto i passi allenta
ch'i primi rischi aver passati estima
né d'esser ritenuta omai paventa.
Or pensa a quello a che pensato in prima
non bene avevaed or le s'appresenta
pericoloso piú che pria non parve
l'entrar nel campo in sí mentite larve.


118

- Esser mio messaggero a te conviene-
dice ella al servo suo pronto e sagace.
- Vattene al campoe con secura spene
trova Tancredi ove languendo ei giace
a cui dirai che donna a lui sen viene
che gli apporta salute e chiede pace
e benigna accoglienza e fida aita;
perché l'una sia salvae l'altra vita.


119

E ch'in lui solo ha certa e viva fede
né teme in suo potere onta né scorno.
Di' sol questo a lui soloe s'altro ei chiede
di' non saperloe affretta il tuo ritorno:
io (che questa mi par sicura sede)
in questo mezzo qui farò soggiorno. -
Cosí disse la donna; e 'l fido servo
veloce se n'andò qual damma o cervo.


120

E 'n guisa oprar sapeache senza indugio
entro a' chiusi ripari ei fu raccolto
e poi condotto al suo dolce refugio
che 'l messaggiero udío con lieto volto.
Poi dicendo: - Signorpiú non indugio-
verso la donna sua si fu rivolto;
e riportava a lei dolce risposta
che fida scorta avria d'entrarvi ascosta.


121

Ma ella intanto desiosaa cui
ogni dimora par noiosa e greve
numera fra se stessa i passi altrui
e pensa: - Or giungeor entraor tornar deve. -
E giá le sembra al ritornar colui
men ch'egli non solea spedito e leve.
Spingesi alfin avantie 'n parte ascende
da cui comincia a discoprir le tende.


122

Era la nottee 'l suo stellato velo
chiaro spiegava e senza nube alcuna
e giá spargea rai luminosi e gelo
di vive perle la sorgente luna.
L'innamorata donna iva col cielo
le sue fiamme sfogando ad una ad una
e secretari del suo amore antico
fa i muti campi e quel silenzio amico.


123

Poirimirando il campoella dicea:
- O belle agli occhi miei tende latine!
Aura spira da voi che mi ricrea
e mi conforta pur ch'io m'avvicine:
cosí a mia vita faticosa e rea
qualche onesto riposo il ciel destine
come in voi solo il cercoe solo or parme
che trovar pace io possa in mezzo a l'arme.


124

Raccogliete me dunquee 'n voi si trove
quella pietá che mi promise amore
e ch'io giá vidi prigioniera altrove
nel mansueto mio dolce signore:
né giá desio di racquistar mi move
con l'armi vostre il mio reale onore:
quando ciò non avvengaassai felice
io mi terròse 'n voi servir mi lice. -


125

Cosí parla costei che non prevede
de la fortuna sua nòve tempeste.
Ella era in parte ove risplendee fiede
l'arme lucenti il bel raggio celeste
sí che da lunge lo splendor si vede
e 'l bel candor che le circonda e veste;
e l'empia fèra in fino argento impressa
riluce sích'ognun direbbe: - È dessa. -


126

Ma come volle la sua dura sorte
i duo fratei qui tesi avean gli aguati
di cui pose Clorinda il padre a morte;
ed ora difendean quel passo armati
la 've menar solean notturne scorte
armenti e gregge da gli erbosi prati:
e se l'altro passòfu perch'ei torse
lunge il cavalloe subito trascorse.


127

Al piú giovin fratelloa cui fu il padre
co' duo germani da Clorinda ucciso
viste le spoglie candide e leggiadre
fu di veder l'alta guerriera avviso;
e contra le irritò l'occulte squadre
né frenando del cor moto improvviso
come l'ira volea subita e folle
gridò: - Sei morta- e l'asta invan lanciolle.


128

Sí come cervach'assetata il passo
mova a cercar d'acque lucenti e vive
ove un bel fonte distillar d'un sasso
o vide un fiume tra frondose rive
se incontra i caniallor ch'il corpo lasso
ristorar crede a l'ondea l'ombre estive
si rivolge fuggendoe sua paura
la stanchezza obliar face e l'arsura;


129

cosí costeiche l'amorosa sete
onde l'infermo core arde e sfavilla
temprar ne l'accoglienze oneste e liete
credevae far la mente in lor tranquilla;
or che contra lei vien chi gliel diviete
(quasi obliando chi primier rapilla)
se stessa e 'l suo desir quivi abbandona
e 'l veloce destrier timida sprona.


130

Fugge Niceatemendo al suonoal grido
e la donzella sua paurosa e mesta
d'augello in guisa a cui del dolce nido
preciso è 'l callee quel seguir non resta.
Ecco giá da le tende il servo fido
con la tarda novella aggiunge in questa:
e l'altrui fuga ancor dubbio accompagna
e gli sparge il timor per la campagna.


131

Tancredia cui pur dianzi il cor sospese
quell'avviso primieroudendo or questo
com'egli era magnanimo e cortese
da l'altrui rischio e dal suo amore è desto:
onde vestito del suo grave arnese
monta a cavallo e tacito esce e presto:
e seguendo gl'indizi e l'orme nòve
rapidamente a tutto corso il move.




LIBRO OTTAVO

1

Niceafuggendotra l'ombrose piante
d'antica selva dal cavallo è scorta;
né piú governa il fren la man tremante
e mezza quasi par tra vivae morta.
Per tante strade si raggira e tante
il buon destrier ch'in sua balía la porta
ch'al fin da gli occhi altrui pur si dilegua
ond'è soverchio omai ch'altri la segua.


2

Qual dopo lunga e faticosa caccia
tornano stanchi ed anelanti i cani
che la fèra perduta abbian di traccia
nascosta in selva da gli aperti piani;
talpieni d'ira e di vergogna in faccia
riedon giá lassi i cavalier cristiani.
Ella pur fuggee timida e smarrita
non si volge a mirar s'anco è seguita.


3

Fuggí tutta la nottee tutto il giorno
errò senza consiglio e senza guida
non udendo o vedendo altro d'intorno
che 'l proprio pianto e le dolenti strida;
ma ne l'ora ch'il sol dal carro adorno
scioglie i corsierie 'n grembo al mar gli annida
giunse del bel Giordano a le chiare acque;
e scese in riva al fiumee qui si giacque.


4

Cibo non prende giáché de' suoi mali
solo si pascee sol di pianto ha sete.
Ma 'l sonnoche de' miseri mortali
è col suo dolce oblio posa e quiete
sopí co' sensi i suoi dolorie l'ali
distese sovra lei placide e chete:
né però cessa amor con varie forme
la sua pace turbarmentr'ella dorme.


5

Non si destò sin che garrir gli augelli
non udío lieti e salutar gli albori;
e mormorare il fiume e gli arboscelli
e spirar l'aura fra l'erbette e i fiori.
Apre i languidi lumie mira in quelli
alberghi solitari de' pastori;
e le par voce udir fra l'acque e i rami
ch'a' sospiri ed al pianto la richiami.


6

Piangee sospira; e quando i caldi raggi
fuggon le greggea la dolce ombra assise
ne la scorza de' pini o pur de' faggi
segnò l'amato nome in mille guise:
e de la sua fortuna i gravi oltraggi
e i vari casi in dura scorza incise:
e 'n rileggendo poi le proprie note
spargea di pianto le vermiglie gote.


7

E dicea lacrimando: - In voi serbate
la fèra istoria miapiante frondose;
perchése fugge mai l'arida state
fedele amante in queste rive ombrose
senta svegliarsi al cor dolce pietate
di tante mie sventure e sí noiose;
e dica: 'Ahi troppo ingiusta empia mercede
ebbe sí vero amorsí pura fede!'


8

Forse avverrá (s'il ciel benigno ascolta
gli umani preghie se di noi gli cale)
che venga in queste selve ancor talvolta
qual prima il vidiil nostro adorno male:
e i begli occhi volgendo ove sepolta
giacerá questa spoglia inferma e frale
tardo premio conceda a' miei martíri
d'amare lacrimette e di sospiri.


9

Ondes'in vita il cor misero fue
sia lo spirito in morte almen felice
e 'l cener freddo de le fiamme sue
goda quel che godere a lei non lice. -
Cosí ragiona a' sordi tronchi; e due
fonti di pianto da' begli occhi elice.
Tancredi intanto ove fortuna il tira
lunge da leiper lei seguirs'aggira.


10

Egliseguendo le vestigia impresse
lunge sen gí da la cittá vicina
ma quivi da le piante orride e spesse
nera e folta cosi l'ombra declina
che piú non può raffigurar tra esse
l'orme novellee dubbio oltra cammina;
porgendo intorno pur l'orecchie intente
se calpestiose romor d'arme ei sente.


11

E dove pur notturna aura percota
tenera fronda mai d'olmo o di faggio
o pur fèra ed augello un ramo scota
tosto a quel piccol suon drizza il viaggio.
Esce alfin d'alta selvae per ignota
strada il conduce de la luna il raggio
verso un romor che di lontano udiva
insin che giunse al loco ond'egli usciva.


12

Giunse dove perpetue e rapide onde
con larga vena uscian d'un vivo sasso
e facean cinque fonti ampie e profonde
da l'imo al sommoo pur da l'alto al basso.
Fêa la prima due rivi: e l'un s'asconde
nel suo principio ritorcendo il passo:
l'altro queto scendea con l'acque chiare
sin ch'egli si moria nel morto mare.


13

L'aurora intanto candida e vermiglia
lieta apparia nel lucido orizzonte:
e discopria l'antica maraviglia
come si faccia l'un da l'altro fonte.
Il primoche 'l suo occulto e 'l ver simiglia
ha per sostegno un uom che pare un monte
lo qual gli omeri incurvae quasi stanco
china al peso lucente il capo e 'l fianco.


14

Paion quell'acque liquidi zaffiri
non turbate da nembi o da procelle;
e luminosi raggi in lor rimiri
percossi lampeggiar de l'auree stelle.
E i torti lor viaggie i torti giri
da quelle a questeo pur da queste a quelle
e con ogni altra piú serena imago
l'errante luna e 'l sole errante e vago.


15

Ma nel secondo purqual cervo o damma
l'uom correria per ammorzar la sete
bench'egli tutto al novo dí s'infiamma
co' rai che sembran quasi accese mete.
Il fonte è del color di viva fiamma
in cui spiegano i crin varie comete;
e d'ardenti sembianze auree faville
or turbate vi scorgi ed or tranquille.


16

Il terzo fonte par ch'al sol s'indori
come suol ne le nubi arco dipinto;
e dispiega sue forme e suoi colori
onde fe' Delia la corona e 'l cinto:
e verghe e spegli in luminosi orrori
da cui lo stil d'Apelle ancora è vinto;
né formeria l'algente ed umid'ombra
ch'a rai s'allumae 'l lume in lei s'adombra.


17

Quasi gran mar fremendo il quarto ondeggia
ne l'ampio vaso e 'n su la molle arena
e scopre la squamosa orrida greggia
e come isola in mezzo orca o balena
e 'l corallo e la perla: e quel rosseggia
questa è nel suo candor tutta serena;
e l'onda vaga co 'l suo moto alterno
simiglia de la luna il corso eterno.


18

La quinta fonte è del color de l'erba
ma pur di gemme ella riluce e d'oro;
e di quanti metalli in sen riserba
l'antica madreabbonda il bel tesoro:
e con fiorita vista e con superba
frondeggia intorno a lei palma ed alloro
checoronata di sue verdi selve
nel grembo accoglie armenti e gregge e belve.


19

Tancredi in guisa d'uom ch'ad altro intenda
di vano amore acceso e del suo zelo
appena rimirò come discenda
dal primo il fonte che somiglia il cielo;
e come ciascun altro indi risplenda
con onda ora di foco ed or di gelo;
e se gustò de le fontaneei bebbe
tanto del rio che le sue fiamme accrebbe.


20

Però cruccioso incontra amor sí sdegna
che sperata gli neghi alta ventura:
e se la donna sua d'ingiuria indegna
offesa fiafarne vendetta ei giura.
Di rivolgersi al campo alfin s'ingegna
per la piú breve strada e piú secura;
però che giá vicino è il dí prescritto
che pugnar dée col messagger d'Egitto.


21

Partesie mentre va per dubbio calle
sente un corso appressar che piú s'avanza
ed alfine spuntar d'angusta valle
vede uom che di corriero avea sembianza:
scotea mobile sferzae da le spalle
pendea il corno su 'l fianco a nostra usanza.
Chiede Tancredi a lui per quale strada
al campo de' cristiani indi si vada.


22

Quegli italico parla: - Or lá m'invio
ove m'ha Boemondo in fretta spinto. -
Tancredi il segue e del sermon natio
conosce il suonoe crede al parlar finto.
Giungono alfin dove nel lago il rio
giá s'impaludaed un castel n'è cinto;
ne la stagion ch'il sol par che s'immerga
ne l'ampio nido ove la notte alberga.


23

Suona il corrieroin arrivando il corno
e tosto giú calar si vede un ponte.
- Quise latin sei tupuoi far soggiorno
or ch'il sol cade insin ch'egli sormonte
ché questo loco (e non è il terzo giorno)
acquistòdicede' Carnuti il conte. -
Mira il loco il guerrierche d'ogni parte
inespugnabil fanno il sito e l'arte.


24

Dubita alfin ch'entro magion sí forte
inganno e violenza occulta or giaccia;
ma come usato a disprezzar la morte
motto non fannee nol dimostra in faccia;
ch'ovunque il guidi elezïone o sorte
vuol che securo la sua destra il faccia;
pur l'obbligo ch'egli ha d'altra battaglia
fa che di nuova impresa or non gli caglia.


25

Alfin lá dove ne l'erboso prato
il curvo ponte si congiunge e posa
ritiene il passoe par quasi turbato
né segue la sua scorta insidïosa:
ma dal castello un cavaliero armato
giá con sembianza uscía fèra e sdegnosa
ch'avendo ne la destra il ferro ignudo
parlava in atto minaccioso e crudo.


26

- O tuche (siasi tua fortuna o voglia)
al paese fatal d'Armida arrive
pensi indarno fuggire; or l'arme spoglia
fra verdi mirti e pallidette olive
ed entra pur ne la guardata soglia
con queste leggi ch'ella altrui prescrive:
senza contrasto ella qui impera e regge
sol liberando chi servirla elegge. -


27

Di santo sdegno il pio guerrier si tinse
nel voltoe gli rispose: - Iniquo ed empio
quel Tancredi son ioch'il ferro cinse
per Cristoe fêo de' Turchi orrido scempio
e 'n sua virtute i suoi ribelli vinse
com'or dimostrerò con chiaro esempio;
ché da l'ira del ciel ministra eletta
è questa man di giusta e pia vendetta. -


28

Turbossiudendo il glorïoso nome
l'empio guerriero e scolorossi in viso;
pur celando il timorgli disse: - Or come
vieni al contrasto ove rimanga ucciso?
Qui saran le tue forze oppresse e dome
e 'l tuo capo superbo oggi reciso
se non t'inchini a lei che scioglie e lega
come e chi vuol; né pace o grazia nega. -


29

Cosí dicea l'ignoto; e perch'il giorno
spento era omaisí che vedeasi a pena
tante faci apparîr sospese intorno
che ne fu l'aria lucida e serena.
Splende il castel come in teatro adorno
suol fra superbe pompe altera scena
con marmorei giganti e mostri eburni
che mille alzano al ciel lumi notturni.


30

L'intrepido guerriero infiamma e desta
a la battaglia e l'ardimento e l'ire;
né su 'l debol cavallo assiso ei resta
quando il nemico a piede ha tanto ardire;
vien chiuso ne lo scudoe l'elmo ha in testa
la spada nudae in atto e di ferire.
Gli move incontra il cavalier feroce
con occhi ardenti e con terribil voce.


31

Quegli con larghe rote aggira i passi
stretto ne l'armee i colpi accenna e finge.
Questiperch'abbia i membri infermi e lassi
va sempre avanti e gli s'appressa e stringe:
e lá donde il nemico addietro fassi
calcando l'orme sue s'avanza e spinge
e drizza il ferro fulminando a gli occhi
e i colpi addoppiae par che tuoni o fiocchi.


32

E piú ch'altrove impetuoso fére
ove piú di vital formò natura;
giungendo i gridi a le percosse altere
spezzando ogn'arme ch'è piú forte e dura.
Di qua di lá si volgee sue leggere
membra a' colpi il fellon sottragge e fura
e cerca or con lo scudoor con la spada
ch'il nemico furore indarno cada.


33

Ma d'intrepido schermo altrove il vanto
dar si potea; qui teme a l'aspre offese;
rotto il suo scudo mira e l'elmo intanto
e l'usbergo sanguigno e 'l buono arnese:
e colpo alcun de' suoi che tanto o quanto
impiagasse Tancrediancor non scese;
e temee gli rimorde e punge il core
sdegnovergognacoscïenzaamore.


34

Ma pensa alfin con disperata guerra
far prova omai de l'ultima fortuna.
Gitta lo scudoe a due mani afferra
la spada ch'è di sangue ancor digiuna:
e del nemico anciso o spinto a terra
vendetta vuole e non vuol pace alcuna;
contra lui dunque ogni sua forza accampa
e tutte l'ire onde il suo core avvampa.


35

E 'l percote su l'elmo e 'l ripercote
sin ch'egli ne rimbomba in suon di squilla;
ese fender nol puòlui preme e scote
che inchina il capo e giá co 'l piè vacilla:
etutto acceso di rossor le gote
ne gli occhi disdegnosi arde e sfavilla;
e fuor de la visiera escono ardenti
gli sguardie insieme i minacciosi accenti.


36

Il perfido guerrier giá non sostiene
la vista pur di sí feroce aspetto:
sente fischiare il ferroe 'n fra le vene
giá gli sembra d'averlo e in mezzo al petto:
fugge dal colpoe 'l colpo a cader viene
dove è un marmoreo simolacro eretto;
ne van le schegge e le scintille al cielo
e passa al cor del traditore un gelo.


37

Onde fugge veloce a tutto corso
e ne la fuga pon l'ultima speme;
ma Tancredi il perseguee giá sul dorso
la man gli stende e 'l piè col piè gli preme.
Quando ecco (al fuggitivo alto soccorso)
sparir le facied ogni stella insieme;
né rimaner a l'orba notte in campo
sotto povero ciel facella o lampo.


38

Fra l'ombre de la nottee de gl'incanti
il vincitor no 'l segue piúné 'l vede
né può cosa vedersi a lato o avanti
e muove dubbio e mal securo il piede:
e su l'entrar d'un uscio i passi erranti
a caso mettené d'entrar s'avvede:
ma sente poi che suona a lui di retro
la portae 'l serra in luogo oscuro e tetro.


39

Qual dove ad umil turba e mezzo ignuda
stagna in placidi seni il nostro mare
fugge da la tempesta e s'impaluda
il pescee vive pur ne l'acque amare:
e vien che da se stesso ei si rinchiuda
in palustre prigionné può tornare;
ché quel serraglio è con mirabil uso
sempre a l'entrare apertoa l'uscir chiuso:


40

tale il guerriero allor (qual che si fosse
de la strana prigion l'ordigno e l'arte)
entrò da séché troppo ardire il mosse;
e fu rinchiuso ond'uom per sé non parte.
Ben con robusta man la porta scosse
ma fûr le sue fatiche invano sparte
e voce intanto udíche: - Indarnogrida
uscir procurio prigionier d'Armida.


41

Qui menerai (non temer giá di morte)
nel sepolcro de' vivi i mesi e gli anni. -
Non rispondema preme il guerrier forte
nel cor profondo i dolorosi affanni:
e fra se stesso accusa amorla sorte
la sua sciocchezza e gli altrui fèri inganni:
e talor dice in tacite parole:
- Leve perdita fia perdere il sole.


42

Ma di piú vago sol piú dolce vista
misero! i' perdo; e non so giá se mai
in loco tornerò che l'alma trista
si rassereni a gli amorosi rai. -
Poi gli sovvien d'Argantee piú s'attrista:
- E troppodiceal mio dover mancai;
ed e ragion ch'ei mi disprezzi e scherna:
o mia gran colpao mia vergogna eterna!-


43

Cosí d'amord'onor cura mordace
quinci e quindi al guerrier l'animo rode.
or mentre egli s'affliggeArgante audace
le molli piume di calcar non gode:
tanto è nel fèro petto odio di pace
desio di sangue ostileamor di lode
ché de le piaghe sue non sano ancora
brama che 'l novo dí porti l'aurora.


44

La notte che precedeil pagan fèro
a pena inchina per dormir la fronte;
e sorge poi ch'ancora è il ciel sí nero
che non dá luce in su la cima al monte.
- Portamigridal'arme- al suo scudiero
e quello aveale apparecchiate e pronte:
non le solite suema dal re sono
dategli queste: e prezïoso è il dono.


45

Lieto piú che mai fosse allor le prende
né del gran peso è la persona onusta
e l'acuta sua spada al fianco appende
ch'è di tempra finissima e vetusta.
Qual con sanguigna chioma orrida splende
la cometa crudel per l'aria adusta
ch'i regni muta e i fieri morbi adduce
a' purpurei tiranni infausta luce;


46

Tal ne l'arme ei fiammeggiae bieche e torte
volge le luci ebre di sangue e d'ira.
Spirano gli atti fèri orror di morte
e minacce di morte il volto spira.
Alma non è cosí secura e forte
che non paventiov'un sol guardo ei gira.
Nuda ha la spadae la solleva e scote
e invocando i suoi dèil'ombre percote.


47

- Fatediceache il predator romano
lo qual spogliati ha i vostri regni ed arsi
io atterri vinto e sanguinoso al piano
bruttando ne la polve i crini sparsi:
e veggia eivivo ancorda questa mano
ad onta del suo Diol'arme spogliarsi;
e cerchi a me co' suoi dolenti preghi
ch'in pasto a' cani le sue membra i' neghi. -


48

Cosí gran taurose 'l percote e strugge
geloso amor co' stimoli pungenti
gli armenti e i paschi solitario fugge
sin che le forze accoglia e l'ire ardenti;
e 'l corno aguzza a' tronchie orribil mugge
e co' fallaci colpi invita i venti;
e battendo col piè l'arida terra
sparge l'arenae sfida a fèra guerra.


49

Tronca Argante gl'indugi al fèro suono
del corno onde quel monte e 'l pian rimbomba;
come al romor di spaventoso tuono
e fugge al nido il corvo e la colomba.
Giá i príncipi fedeli accolti sono
ne la gran tenda al chiaro suon di tromba.
Qui le disfide rinnovò l'araldo
trovando in pochi il cor sí fermo e saldo.


50

Goffredo intanto gli occhi gravi e tardi
volgecon mente allor dubbia e sospesa
né perché molto pensi e molto guardi
sa chi debba anteporre a l'alta impresa.
Vi mancano i piú forti e piú gagliardi:
di Tancredi non s'è novella intesa;
ed erra in lungo esiglioe i rischi sprezza
quel novo fior di gloria e di bellezza.


51

Ed oltre i diece che fûr tratti a sorte
molti de' piú feroci e piú famosi
seguîr d'Armida le fallaci scorte
sotto il silenzio de la notte ascosi.
Ma de' Roberti il piú sublime e forte
v'è col men alto; e non avvien ch'egli osi
chieder il rischio di battaglia incerta
ben ch'a l'onor abbia la vita offerta.


52

E tace ogni altro piú onorato e degno:
e di lor dubbio il pio signor s'accorse
etutto pien di generoso sdegno
dal loco ove sedearepente sorse;
ponendo al suo fratel freno e ritegno
che spesso per onore a morte corse:
- Né vitadissepiú né imperio or merto
se gli oltraggi e l'indugio ho invan sofferto.


53

Or sieda ogni altro in pacee da secura
parte miri ozïoso il mio periglio.
Susudatemi l'arme;- e l'armatura
gli fu recata ad un girar di ciglio.
L'antichissimo Francoa cui non fura
la quarta etade il senno e 'l buon consiglio
la fronte allora alzò da l'ampio seggio
e disse: - Il meglio in questo rischio è il peggio. -


54

E vòlto a luisoggiunse: - Ah! non sia vero
che nel capo d'un sol s'arrischi il tutto.
Duce sei tunon pur sommo guerriero;
publico fôrae non privato il lutto
in te la fé s'appoggia e 'l nostro impero;
per te fia il regno di Babel distrutto.
Tu molto il senno e poco il ferro adopra;
ponga altri poi l'ardire e l'arme in opra.


55

Cosí pur far solea l'invitto Carlo
ch'io giá seguii contra Sansogna in guerra
e contra Desidèro; e se narrarlo
altri presumeinvan ragionaed erra.
Quel mio famoso Augusto ond'or ti parlo
liberò questa sacra e nobil terra:
ed io qui prima (e ben di ciò m'esalto)
fui con Orlando al periglioso assalto.


56

Da questo sacro e mal guardato nido
cacciammo empi ladroni un'altra volta:
gloria ed onor portando al nostro lido
piú caro d'auree spoglieo preda accolta.
Però se voi talor rampogno e sgrido
facciol per troppo amor di chi m'ascolta;
ch'altre armealtre contesealtri perigli
e i migliori di voi conobbio figli.


57

Taccio di Carloa cui agguagliate indarno
que' duo che fece vincitor' Farsaglia;
ei ristorò Fiorenza in riva a l'Arno
dove spada mi cinse e piastra e maglia.
Io che sono or sí curvoe sí mi scarno
ebbi di giostra il pregio e di battaglia:
sallo Paviache di troncate membra
vide sparti i suoi campi; or sen rimembra.


58

Guerra faceano i Longobardi e i Franchi
presso le mura e lungo antica sponda;
e gli uni e gli altri eran giá afflitti e stanchi
e per fortuna avversa e per seconda:
il fiero Astolfoallor che spada a' fianchi
non si cingeatinse que' campi e l'onda:
fatte mirabil cose in poca piazza
co 'l ferro noma con nodosa mazza.


59

La mazza che girò Ferondo il grosso
ch'in angusto sentier morío trafitto
portò secondoe l'auree spoglie indosso
sin a quel giorno in ogni guerra invitto.
Ma da megiovinettoallor percosso
cadde; e' in terra il lasciai languendo afflitto.
Qual foss'io poi ne l'Oriente estremo
seppelo il fido Aaroil re supremo.


60

S'or fosse in me quella virtúquel sangue
di questo altier l'orgoglio avrei giá spento;
ma qualunque mi sianon però langue
questo corné sí veglio ancor pavento.
E s'io restassi pur nel campo esangue
di tal morte sarei forse contento.
A me nel comun rischio i corsi lustri
la vecchia fama e 'l nuovo onore illustri. -


61

D'antichissimo veglio i sproni acuti
paion tai detti onde virtú si desta.
Quei che fûr prima vergognosi e muti
hanno la lingua or baldanzosa e presta:
non v'è chi la tenzone omai rifiuti
ma la battaglia molti a prova han chiesta:
DavaloBalduin co' duo Roberti
Guelfoe Camilloin gran contese esperti.


62

Non teme il fido Otton l'empio tiranno;
non Aristolfo al rischio appar secondo
non Ettorre: ed innanzi ancor si fanno
Guglielmoed Olivieroe 'l pio Rosmondo;
un d'Irlandaun di Scoziaed un britanno;
terre che parte il mar dal nostro mondo:
cosí la fresca etate e la matura
de la dubbia tenzon gloria procura.


63

Ma di tutti il piú saggioe quasi vecchio
or sen dimostra cupido ed ardente;
Raimondo io dico; e manca a l'apparecchio
de gli altri arnesi sol l'elmo lucente.
Dice al primo Goffredo: - O vivo specchio
del valor priscoin te la nuova gente
mirie virtú n'apprenda: è quasi un raggio
del tuo saper quale è piú grave e saggio.


64

Non ha pari valor l'etate acerba
ma se diece di senno al tuo simíle
avess'iosperereiMenfi superba
vincendo soggiogar da Battro a Tile.
Ma cedi orpregoe te medesmo serba
a maggiori opre e di virtú senile.
Pongansi i nomi poi tutti in un vaso
com'è l'usanzae sia giudice il caso.


65

Anzi giudice Diode le cui voglie
ministra e serva è la fortuna e 'l fato. -
Ma non avvien però che l'arme spoglie
Raimondoin gran perigli in guerra usato.
Ne l'elmo suo Goffredo i nomi accoglie
e da questo lo scosse e da quel lato;
e nel breve minor ch'indi traesse
del conte di Tolosa il nome lesse.


66

Fu il nome suo con lieto grido accolto
né di biasmar la sorte alcuno ardisce.
Ei di fresco vigor maturo volto
riempie; e cosí allor ringiovenisce
qual serpe fier ch'in nòve spoglie involto
d'oro fiammeggi e contra il sol si lisce.
Ma piú d'ogni altro il pio signor gli applaude
e gli annunzia vittoriaonore e laude.


67

E la spada gli dièla cara spada
ch'egli sempre portò sospesa al fianco
dal dí ch'in campo ei fu tenuto a bada
rotta la sua sovra avversario stanco:
ma in guisa d'uom cui sol vittoria aggrada
volse seguir la sua contesa; ed anco
vinse con forte destra e quasi inerme
tanto l'invitto cor le forze ha ferme.


68

Ma gli donò quest'altra il quarto Enrico
il giorno che gli diede il gran vessillo
contra quel di Sansogna aspro nemico;
a cosí alta gloria il ciel sortillo:
né l'aquila spiegò nel tempo antico
con maggior laude o Cesare o Camillo;
né la spada adoprò: - Ma questa or prendi
(dice a Raimondo) e 'l nostro onor difendi. -


69

I loro indugi intanto il turco altero
soffrir non potee gli minaccia e sgrida:
- O gente invittao popolo guerriero
d'Europaun uomo solo or vi disfida.
Venga Tancredi omaiche par sí fèro
se ne la sua virtú tanto confida:
o vuolgiacendo in piumeaspettar forse
la notte ch'altra volta a lui soccorse?


70

Venga altris'egli langue; a stuolo a stuolo
venite insiemeo cavalierio fanti
se di meco pugnar a solo a solo
non è fra mille schiere uom che si vanti.
Vedete lá il sepolcroove il figliuolo
di Maria giacque; or ché non gite avanti?
che non sciogliete i voti? ecco la strada.
A qual serbate uopo maggior la spada?-


71

Con tali scherni il cavaliero atroce
quasi con dura sferza altrui percote;
ma piú ch'altriRaimondo a quella voce
s'accendee l'onta piú soffrir non pote.
La virtú stimolata è piú feroce
e s'aguzza de l'ira a l'aspra cote:
sí che tronca gl'indugie preme il dorso
del suo Aquilinch'al volo agguaglia il corso.


72

Questi sul Tago nacqueove talora
l'avida madre del guerriero armento
quando l'alma stagion che ne innamora
nel cor le istiga il natural talento
volta l'aperta bocca incontra l'ôra
raccoglie i semi del fecondo vento:
de' tepidi fiati (o maraviglia!)
cupidamente ella concepe e figlia.


73

E ben questo Aquilin nato diresti
di qual aura del ciel piú lieve spiri;
o se veloce sí ch'orma non resti
stendere il corso per l'arena il miri
o se 'l vedi addoppiar leggeri e presti
a destra ed a sinistra angusti giri:
sovra corsier sí bello il conte assiso
move a l'assaltoe volge al cielo il viso.


74

- Signortu che drizzasti incontra l'empio
Golia l'arme inesperte in Terebinto
sí ch'ei ne fuche d'Israel fêa scempio
al primo sasso d'un garzone estinto:
tu fa' ch'or giaccia (e fia pari l'esempio)
questo fellon da me percosso e vinto
e un vecchio stanco or la superbia opprima
come un debol fanciul l'oppresse in prima. -


75

Cosí pregava; e l'umili preghiere
mosse da la speranza in Dio secura
s'alzâr volando a le celesti spere
come va foco al ciel per sua natura.
Il Re le accolsee fra le alate schiere
scelse a cosí pietosa e nobil cura
un che 'l difendae salvo e vincitore
contra l'ostile il faccia empio furore.


76

L'angeloche fu giá custode eletto
da l'alta provvidenza al buon Raimondo
insin dal primo dí che pargoletto
sen venne a farsi peregrin del mondo
or che di nuovo il re del ciel gli ha detto
che prenda in sé de la difesa il pondo:
se 'n vola a l'alta reggiaov'ei raccoglie
divine tormearme celesti e spoglie.


77

Qui mille egli ritrovae mille e mille
destrier veloci piú di cervo o damma
piú d'augel che trapassa aure tranquille
piú di turbo ch'al fulmine s'infiamma:
qui son rote di foco e di faville
e carri alati di color di fiamma;
seggiverghesecurie scudi e lance
e da pesare altrui divine lance.


78

Vasi diversi ancorper cui si fondi
santo edificio quasi in salda pietra
ond'ebbe i suoi princípi alti e profondi
Roma da fabbro eterno e geometra.
Fiume di foco par che in giro inondi
la sacra reggia; e se fumante e tetra
la fiamma hanno lá giú tartarei fiumi
questa risplende di celesti lumi.


79

L'asta in mezzo fiammeggiaond'il serpente
percosso giacquee i gran fulminei strali:
e quei non visti da la cieca gente
portâr orride pèsti ed altri mali:
e qui sospeso in alto è il gran tridente
grave terror de' miseri mortali
quando scossa la terra il sol rimbomba;
e mille e mille intorno ad una tromba.


80

Ma sovra l'arme onde scacciato e vinto
fu dal regno del ciel l'orribil angue
quella rosseggiaond'il gran duce estinto
doppio fiume versògiá quasi esangue.
È il trofeo de la croce ancor dipinto
in cui stelle parean stille di sangue
e la corona con piú raggi illustre
di quella onde la terrao soleillustre.


81

Si vedea lampeggiar fra gli altri arnesi
scudo di lucidissimo diamante
grande che può coprir genti e paesi
quanti ve n'ha fra 'l Caucaso e l'Atlante:
e sogliono con questo esser difesi
principi giusti e cittá caste e sante:
questo prende in quell'arme e 'n quel tesauro
l'angeloarmato pria d'elettro e d'auro


82

a cui la zona i fianchi intorno cinge
la zonache di gemme è tutta adorna;
poi come ventoche dirada e spinge
le nubiesceso a terraal ciel ritorna;
spiega l'ali ch'al sol dora e dipinge
lá dove il fido cavalier soggiorna;
quasi pennuta madre al dolce figlio
perch'offeso ei non sia da fèro artiglio.


83

Piene intanto le mura eran giá tutte
di varia turba; e 'l barbaro tiranno
sta su la torree molte schiere instrutte
fermate a mezzo il colleoltre non vanno.
Da l'altro lato in ordine ridutte
fedeli squadre a rimirar si stanno:
e largamente a' duo guerrieri il campo
vòto riman fra l'uno e l'altro campo.


84

Mirava Argante e non vedea Tancredi
ma d'ignoto campion sembianze nòve.
Fecesi innanzi 'l contee: - Quel che chiedi
èdisse a luiper tua ventura altrove.
Non superbir peròché un altro or vedi
armato e pronto a le seconde prove:
e son quell'io che di guerrier sí degno
la vece in campo e l'onor suo sostegno. -


85

Sorride quel superboe gli risponde:
- Che fa dunque Tancredi? e dove stassi?
Minaccia il ciel con l'armee poi s'asconde
fidando sol ne' suoi ritrosi passi.
Ma chiudasi nel centroe 'n mezzo l'onde
che non fia loco ove sicuro il lassi. -
- Méntireplica l'altroa dir ch'ei fugga
ben che tu d'ira e di furor ti strugga. -


86

Freme l'empio guerrieroe dice: - Or prendi
del campo tuch'in vece sua t'aspetto:
e tosto e' si parrácome difendi
l'alta follia del temerario detto. -
Cosí mossero in giostrae i colpi orrendi
l'uno drizzava a l'elmoe l'altro al petto.
E 'l buon Raimondo ove mirò scontrollo
ma non sí che lui mova o scossao crollo.


87

Da l'altro lato il gran guerrier trascorse
(fallo insolito a lui) l'arringo invano;
ché il difensor celeste il colpo torse
dal custodito cavalier cristiano.
Le labbra il fèro per furor si morse
e ruppe l'astabestemmiandoal piano:
poi tragge il ferro incontro al buon Raimondo
impetuoso al paragon secondo.


88

E 'l possente corsiero urta per dritto
quasi monton ch'al cozzo il capo abbassa.
Lascia Raimondo il colpo al lato dritto
piegando al mancoe 'l fére in frontee passa:
torna di nuovo il cavalier d'Egitto
ma questi pur di nuovo a destra il lassa.
E pur su l'elmo il cogliee 'ndarno sempre;
ché l'elmo adamantine avea le tempre.


89

Ma il feroce guerrierche seco vuole
piú stretta zuffaa lui s'avventa e serra:
l'altroch'al peso di sí vasta mole
teme d'andar col suo destriero a terra
qui cedeed indi assalee par che vole
intornïando con girevol guerra:
e i lievi imperi il rapido cavallo
segue del frenoe non pon orma in fallo.


90

Qual capitan ch'oppugni eccelsa torre
infra paludi posta o' in alto monte
mille passi ritenta e tutte scorre
l'arti e le viecotal s'aggira il conte:
né potendo spezzar quell'armeo sciòrre
al pettoo intorno a la superba fronte
l'altre percoteed a l'acuta spada
cerca tra ferro e ferro aprir la strada.


91

Ed in due parti o 'n tre foratee fatte
l'arme nemiche ha giá tepide e rosse;
ed egli ancor le sue conserva intatte
da l'impeto crudel d'aspre percosse.
Argante indarno arrabbiaa vòto batte
e sparge al vento pur l'ire e le posse;
né si stanca però; ma raddoppiando
va i gravi colpie si rinforza errando.


92

Alfin tra mille colpi il fier destino
cogliea il guerrier canutoe quasi al varco
che al rischio il velocissimo Aquilino
non l'avria toltoe giacea anciso o scarco:
ma l'angel co 'l suo aiuto era vicino
ch'a l'invisibil destra è leve incarco.
Stese egli il braccio e tolse il ferro
ignudo sovra il diaspro del celeste scudo.


93

Fragile è il ferro allor (che non resiste
di fucina mortal tempra terrena
ad arme incorrottibili ed immiste)
e ne risplende la sanguigna arena.
L'empio scita ch'andarne a terra ha viste
minutissime partiil crede a pena:
stupisce poiscorta la mano inerme
che l'armi il suo nemico abbia sí ferme.


94

E ben rotta la spada aver si crede
su l'altro scudoond'è colui difeso;
né 'l buon Raimondo ancor di ciò s'avvede
perché non sa chi sia dal ciel disceso.
Mapoi che disarmata e stanca vede
la man nemicaei si riman sospeso;
cosí quella pareva a nobil alma
poco onorata spoglia e 'ndegna palma.


95

- Prendi (voleva dirgli) un'altra spada-
quando novo pensier nacque nel core
ch'alto scorno è de' suoidove egli cada
che di gloria comune è difensore:
- Renditigridae tal vittoria aggrada;-
né porre in rischio vuol pubblico onore.
Mentre egli in dubbio stassiArgante lancia
il pomo e l'elsa a la sinistra guancia.


96

E 'n quel tempo medesmo il destrier punge
e per venirne a lotta oltra si caccia.
La percossa lanciata a l'elmo giunge
sí che ne pesta al pio guerrier la faccia;
ma nulla sbigottiscee rattoe lunge
sprona Aquilin da le robuste braccia;
ed impiaga la man ch'a dar di piglio
venía piú fiera che ferino artiglio.


97

Poscia gira da questa a quella parte
e raggirasi a questa indi da quella:
e sempre dove riede e donde parte
fére colui d'aspra percossa e fella.
Quanto avea di vigorquanto avea d'arte
quanto può sdegno anticoira novella
a danno sol d'Argante or tutto aduna
e non teme di fato o di fortuna.


98

Quel di fine arme e di valore armato
a' gran colpi resistee nulla pave:
e par senza governo in mar turbato
rotte vele ed antenneeccelsa nave;
che pur tessuto avendo ogni suo lato
tenacemente di robusta trave
sdrusciti i fianchi al tempestoso flutto
non mostra ancorné si dispera in tutto.


99

Arganteal rischio tuoch'allor tal era
(Dio permettente) empio demon s'oppose.
Questi di cava nube ombra leggiera
(mirabil mostro!) in forma d'uom compose
e la sembianza di Clorinda altera
gli finsee l'arme adorne e luminose:
diègli il parlaree senza mente il noto
suon de la vocee 'l portamento e 'l moto.


100

Il simulacro ad Oradinoesperto
sagittario famosoandonne e disse:
- O famoso Oradinch'a segno certo
(com'a te piace) hai le quadrella affisse
ah gran danno saria s'uom di tal merto
difensor di Giudeacosí morisse;
e di sue spoglie il suo nemico adorno
securo ne facesse a' suoi ritorno.


101

Qui fa' prova de l'artee le saette
tingi nel sangue del ladron francese;
ch'oltra il perpetuo onorvo' che n'aspette
premio al gran fatto egual dal re cortese. -
Cosí parlòné quegli in dubbio stette
tosto ch'il suon d'alta promessa intese;
da la grave faretra il quadrel prende
e su l'arco l'adattae l'arco ei tende.


102

Sibila il teso nervoe fuori spinto
vola il pennuto stral per l'aria e stride
ed a percuoter va dove del cinto
giunte son l'auree fibiee le divide:
passa l'usbergoe 'n sangue appena tinto
ivi si fermae sol la pelle incide;
che 'l celeste guerrier soffrir non volse
ch'oltra passassee forza al colpo ei tolse.


103

Riman sdegnosopiú ch'afflittoil conte
che fuor purpureo uscirne il sangue vede;
e con parlar pien di minacce ed onte
rimprovera al fellon la rotta fede.
L'alto signorche non torcea la fronte
da l'onorato amicoallor s'avvede
del violato patto; e perché grave
la piaga estimane sospira e pave.


104

E con la fronte le sue genti altere
e con la lingua a vendicarlo ei desta.
Vedi tosto inchinar l'alte visiere
lentar i frenie por le lance in resta:
e prima impetuose ardite schiere
mover da quella parte e poi da questa.
Sparisce il campoe la minuta polve
con dense rote al ciel s'innalza e volve.


105

Goffredo accorre a l'onorato amico
e dice lui con sospirosa voce:
- Error fu certo grave al gran nemico
che piú d'ogni altro è forte e piú feroce
esporre uom d'anni e piú di fede antico
cui sol ingiusto inganno e fraude or nòce;
e meglio era per noi ch'avessi offerto
il mio petto medesmo al rischio incerto.


106

Ma gloria non n'avrá l'iniquo e l'empio
né fia che d'altrui mal trionfa e goda;
e secom'io piú bramoor non adempio
giusta vendetta di maligna froda
tempo verrá che doloroso scempio
farò di lui che del tradir si loda:
e di mortie di fiammee di ruine
fia la sacra cittá coperta al fine.


107

Sará di corpi e d'empio sangue ingombra
per vendetta del pio che sparso or veggio:
e 'l Reche folgorando il cielo adombra
in lor fulminerá da l'alto seggio:
e se di tanti vizi or non la sgombra
aspetta che 'l secondo error sia peggio.
Ma senza te qual fia sperata gloria?
O qual corona carao qual vittoria?


108

Qual avrò nel dolor pace o conforto?
ove in questo si dica o 'n altro clima:
'Regna Goffredoe 'l pio Raimondo è morto
de la cui vita ei fe' non grande estima.' -
Rispose sorridendo il veglio accorto:
- Non fia che di tal colpo il mal m'opprima;
ma guarrò tosto;- e mentre a lui ragiona
lor fanno gli altri eroi larga corona.


109

Giunto il medico Aron da l'ampio vallo
lo scingetragge il ferrounge la piaga
seda il sangue e 'l doloree 'nganno o fallo
non fa l'artemiglior che l'arte maga.
Curato luisospinge il gran cavallo
fra le schiere Goffredo e scorre e vaga.
E 'n glorïosa guerra ei non assonna
contra 'l gigante e la feroce donna.


110

Ma i duci appella e piú e piú s'affretta
e gli ordini de' suoi rivede e guarda:
e' nvita a la vittoriaa la vendetta
chi piú nel guerreggiar s'adagia e tarda.
- Qual (grida) indugio è questo? e che s'aspetta?
Forse ch'ira del cielo infiammi ed arda
questo empio seme dislealeinfido
con quel di tradimenti infame nido?-


111

D'arme percosse e d'aste al ciel volanti
ne' primi scontri un gran romor s'aggira;
e de' corsiersenza il suo peso erranti
e de' caduti ingombro il pian si mira:
altri languidi sonoaltri spiranti:
altri gemealtri fremealtri s'adira.
Quanto la pugna piú si stringe e mesce
tanto s'inaspra combattendo e cresce.


112

Spinge Argante nel mezzo a freno sciolto
il suo destrierpresa ferrata mazza:
erompendo lo stuol calcato e folto
la ruota intorno e si fa larga piazza:
e sol cerca Raimondoe 'n lui sol vòlto
ha 'l ferro e l'ira impetuosa e pazza;
e quasi ingordo lupo e' par che brame
pascer del sangue altrui rabbiosa fame.


113

Ma duro gl'impedí l'aspro sentiero
e fero intoppoacciò il suo corso ei tardi:
trova incontra PaganoUgonGerniero
CurzioUnfredoduo Guidie duo Gherardi.
Non cessa e non s'allentaanzi è piú fèro
quanto ristretto è piú da' piú gagliardi:
sí come a forza da rinchiuso foco
se n'escee move alte ruine il foco.


114

Curzio ancide ed Unfredoe i Guidi atterra;
piaga Gernierch'indi sen va languente;
ma contra lui crescon le turbee 'l serra
cerchio d'uomini e d'arme aspro e pungente.
Mentre in tal guisa la spietata guerra
si mantenea fra l'una e l'altra gente
il pio duce sovran chiama il fratello
ed a lui dice: - Or movi il tuo drappello.


115

E ládove battaglia è piú mortale
percoti impetuoso il lato manco. -
Quegli si mosse; e fu lo scontro tale
ond'egli urtò de' suoi nemici il fianco
che parve il popolo d'Asia inerme e frale
né poté sostener l'impeto Franco;
che gli ordini disperdeov'ei combatte
e insegne atterrae cavalieri abbatte.


116

Egli Orospo e Dragone a terra steso
manda con la sua lanciaOran con l'urto
che non sostenne del cavallo il peso
e sospirò morendo il viver curto.
Poi con la spada uccide IrcanoAleso
TigranLinceoPerdinoavvezzi al furto
anzi a la preda or d'uomo ed or di belva
che pur dianzi lasciâr spelonca e selva.


117

Era venuto insin da l'onde Caspe
a questa guerra il giovinetto Erilo;
ed ora avvien che fèra Parca inaspe
per troncar di sua vita il breve filo;
ché Baldovin l'atterrae poi Nilaspe
cui produsse Assagor non lunge al Nilo
d'ignobil madree Baiazeno a lato
accusa nel morir l'istesso fato.


118

Da l'impeto medesmo il destro corno
è rottoe fuggee non è piú chi faccia
difesaed impedisce il suo ritorno
la tèma vil che gli disperde e caccia
precipitando; e 'n quel sí fèro scorno
cento mani movendo e cento braccia
con tanti scudi al cielcon spade tante:
tal fôra appena Briareo gigante.


119

Dardiquadrellaspadee mazze ed aste
e 'ncontri di cavalli aspri sostenta
Argantee solo par ch'a tutti baste;
ed ora a questoed ora a quel s'avventa.
Peste ha le membra e rotte l'arme e guaste
e sudor versa e sanguee par no 'l senta:
ma cosí l'urta il denso stuolo e calca
ch'alfin lo svolvee 'l porta in quella calca.


120

Volge il tergo a la morte ed al furore
di quel diluvio che 'l rapisce e sforza:
ma non giá d'uom che fugga ha i passi e 'l core
se pur è fuga quel ritrarsi a forza;
e serbano ancor gli occhi il lor terrore;
serba la destra sua l'usata forza
e cerca ritener con ogni prova
la fuggitiva turbae nulla or giova.


121

Giá non può far con alto esempio almeno
l'altrui fuga piú tarda o piú raccolta
ché non ha la paura arte né freno;
né pregar quiné comandar s'ascolta.
Il duce pioch'i suoi pensieri appieno
vede fortuna a favorir rivolta
segue de la vittoria il lieto corso
e 'nvia novello al vincitor soccorso.


122

E se non che non era il dí che scritto
Dio ne gli eterni suoi decreti avea
questo era forse il dí ch'il duce invitto
de le sante fatiche al fin giungea:
ma diè vita il demonio al volgo afflitto
il cui regno in quel dí cader vedea;
esendogli permessoin un momento
l'aria in nubi ristrinse e mosse il vento.


123

Da gli occhi de' mortali un negro velo
rapisce il giorno e 'l sole e par ch'avvampi
negro via piú ch'orror d'infernoil cielo
cosí fiammeggia infra baleni e lampi:
scorrono i tuonie pioggia accolta in gelo
e turbo i paschi abbatte e inonda i campi
e schianta e rami e piante a' fèri crolli
e quasi scote ancor le ròcche e i colli.


124

L'acqua in un tempoe 'l verno e la tempesta
ne gli occhi a' Franchi impetuosa fére;
e l'improvvisa violenza arresta
con un terror quasi fatal le schiere:
la minor parte allor s'accoglie e resta
sotto l'insegnenon rimase intere:
ma Clorindache quinci alquanto è lunge
allora il suo cavallo affretta e punge.


125

Ella gridava a' suoi: - Per noi guerreggia
la fortunao compagnie 'l cielo istesso;
pur come trombe di celeste reggia
mille tuoni odoe veggio i lampi appresso:
e quale al vento impaurita greggia
lo stuol nemico è da tempesta oppresso
scosso da l'arme omaiprivo di luce:
andianneandianne purch'il fato è duce. -


126

Cosí spinge le genti; e giá sentendo
sol ne le spalle l'impeto d'inferno
urta i Francesi con assalto orrendo
e le percosse lor si prende a scherno.
Ed in quel tempo Argante ancor volgendo
fa de' giá vincitori aspro governo.
CarloMilonCrustanoAlbinDionigi
morti lasciae di morte alti vestigi.


127

Clorinda parte il capo al buon Landolfo
nato la dove 'l mar si frange e spuma;
ed Etna accesa per ardente zolfo
sfavillando la notteil giorno fuma:
e trafigge nel petto il fiero Astolfo
ch'indurò i membri a la piú algente bruma
nel freddo Renoe ne la spalla Egisto
tanto uno stuolo e l'altro allor fu misto.


128

Manfredi appresso Alfonso ivi cadeo
che dolce umor giá bebbe in acque salse
lá 've cerca Aretusa il greco Alfeo
e per arte di guerra in pregio salse.
E quasi da Efialteo da Tifeo
tutti fuggíantanto timor gli assalse.
Fuggía ClotareoIrpinoUgonNavarro:
ma Giovanni impedito è in ampio carro.


129

Al carro che portò l'antiche membra
cadder vicini AlbertoAlmonioe Folco
suoi fedeli nipoti: ei non rimembra
rischio maggior; ma come in lungo solco
stanco bue talor cadeonde rassembra
impedito ne l'opra il suo bifolco
tal per la piaga d'un destrier caduto
bisogno il vecchio ha di pietoso aiuto.


130

Questi avea poco andar ad esser morto
che teme piú di morte il vil servaggio.
Ese cadeanon saria piú risorto
e giá veniva Argante a fargli oltraggio;
ma 'l gran Roberto è del suo rischio accorto
esí come guerrier d'alto coraggio
con spaventosa voce i suoi rampogna
e ben due volte o tre gridò: - Vergogna


131

vergognao cavalieria' vinti il tergo
volgetee 'l vecchio duce è dato in preda
e senza lui tornate al fido albergo.
Or chi fia che lá corra e se n'avveda?
Tornate ove di sangue ancor m'aspergo
perché la pioggia bagni e 'l vento fieda. -
Cosí dicendo pur reprime e fiede
gli empie dintorno ognun s'arretra e cede.


132

Quinci dice a Giovanni: - O saggio veglio
lo spirto è prontoma la carne è stanca.
Ubbidire a natura in tutto è meglio
però che incontra lei forza ne manca.
Ora fra' miei destrier questoch'io sceglio
prendi securo e l'animo rinfranca:
questo fia che t'adagi e ti conservi
ché i tuoi son tardie i tuoi guerrier e i servi. -


133

Quegli ubbidiscee 'l conte allor discaccia
gli empimal grado pur d'empi demoni.
E contra l'armee contra ogni minaccia
di tempestedi turbini e di tuoni
volge Goffredo la secura faccia
gridando: - Al fuggitor non si perdoni. -
E fermo anzi le porte il gran cavallo
le genti sparse raccogliea nel vallo.


134

E ben due volte il suo destrier sospinse
contra 'l feroce Argante e lui ripresse
ed altrettante il ferro in sangue tinse
dove le turbe ostili eran piú spesse.
Argante co' fratelli alfin si strinse
eritornandoil campo altrui concesse:
e poco lieti di vittoriae stanchi
restan nel vallo sbigottiti i Franchi.


135

Né quivi ancor de l'orride procelle
ponno appieno schifar la forza e l'ira;
ma sono estinte or queste facior quelle
e per tutto entra l'acquae 'l vento spira
squarcia le telee spezza i palie svelle
le intere tendee lunge indi le gira:
la pioggia a' gridia' ventia' tuoni accorda
orribile armonia che 'l mondo assorda.




LIBRO NONO

1

Giá cheti erano i tuoni e le tempeste
e cessato il soffiar d'austro e di coro
e l'alba uscía da la magion celeste
con la fronte di rose e co' piè d'oro:
ma quei che le procelle avean giá deste
facean di nuovi inganni altro lavoro:
onde l'un d'essich'Astagorre è detto
cosí parlava a la compagna Aletto:


2

- MiraAlettovenir da l'ermo lito
(né fermarlo possiam) forte guerriero
che da la man sanguigna è vivo uscito
del sovran difensor del nostro impero.
Questinarrando del suo duce ardito
e de' compagni a' Franchi il caso fèro
forse avverrá che faccia alfin concordi
gli animi alteri e di vendetta ingordi.


3

Sai quanto ciò rilievie si convene
a gran princípi oppor forza ed inganno.
Scendi adunque tra' Franchiov'ei sen vene
e ciò che dice a prorivolgi in danno:
empi di tosco tu le occulte vene
del Latindel Tedesco e del Britanno;
movi l'ire e i tumultie fa tal'opra
che tutto vada il campo alfin sossopra.


4

L'opra è degna di te: tu nobil vanto
ten désti giá dinanzi al signor nostro. -
Cosí le parla; e basta ben sol tanto
perché muova a l'impresa il fèro mostro.
Giunto a le tendee quivi fermo intanto
quel cavaliero il cui venir fu mostro
chiede chi gli sia scortae lui conduca
per mercede e per graziaal sommo duca.


5

Molti il guidâro al cavalier soprano
vaghi d'udir dal peregrin novelle.
Egli inchinolloe l'onorata mano
volea baciare onde tremò Babelle.
- Signor (dicea)con l'ultimo Oceáno
termina la tua fama e con le stelle:
ma venirne vorrei piú lieto messo. -
Qui sospiravae soggiungeva appresso:


6

- Suendel re de' Dani unico figlio
gloria e sostegno a la cadente etade
tra que' fu cheseguendo alto consiglio
cinto han per Cristo le onorate spade.
Né timor di faticané periglio
né vaghezza di regno né pietade
del vecchio padresí fervente affetto
intepidîr nel generoso petto.


7

Lo spingeva un desio d'apprender l'arte
de la milizia faticosa e dura
da tesí nobil mastro: e sentia in parte
sdegno e vergogna di sua fama oscura;
giá di Riccardo il nome in ogni parte
con gloria udendo in verdi anni matura:
ma piú il commosse ardente e vivo zelo
non del terren ma de l'onor del cielo.


8

Precipitò gl'indugi e seco tolse
stuol di fidi compagni assai robusto
e dritto vêr la Tracia ei si rivolse.
E prima che passasse il varco angusto
lui 'l greco imperador cortese accolse
ne la cittá dove è il gran seggio augusto.
Quivi giunse in tuo nome un tuo messaggio
perch'al ciel piú si sforzi alto coraggio.


9

Ei le fatiche e i sanguinosi assalti
di gente pia che sol per te non erra
e tinto Ascanio di sanguigni smalti
e 'ncendi e rischi di nemica terra
e i trofei gli narrò sublimi ed alti
piú del gran Tauro soggiogato in guerra
e palme e spoglie di giá vinti regi
tuoi primi e di Riccardo alteri pregi.


10

Soggiunse alfin come giá il duce Franco
veniva a dar l'assalto a queste porte
e invitò lui ch'i tuoi non vide unquanco
a seguitar la tua seconda sorte.
Questo parlare al giovinetto fianco
del fier Sueno è stimolo sí forte
che teco brama insanguinar la destra
e mar piú nol ritieneo rupe alpestra.


11

Sente l'indugio suo rimproverarsi
ne l'altrui gloriae se ne affligge e rode;
e chi 'l consiglia e chi 'l prega a fermarsi
o che non l'esaudisce o che non l'ode.
Rischio non temefuor che non trovarsi
a parte di gran rischio e d'alta lode.
Questo gli sembra sol periglio grave
de gli altri o nulla intendeo nulla pave.


12

Egli medesmo sua fortuna affretta
fortuna che noi traggee lui conduce;
però ch'appena al suo partire aspetta
i primi rai de la novella luce:
e per miglior la via piú breve eletta
(tale ei la stimach'è signore e duce)
passa dove Ellesponto appresso Abido
mareggiae lascia l'arenoso lido.


13

Guida forte drappelloe leve e scarco
selve passando e valli ime e pendici;
né teme dubbia via né dubbio varco
fra Bitini e Pisidio fra Cilici:
sperando di fugare al suon de l'arco
i domi e stanchi e timidi nemici:
e 'n guisa superar l'accolte insidie
ch'il ben preso cammin nulla gl'invidie.


14

Or difetto di ciboor cammin duro
trovammoor violenza ed or agguati:
ma tutti fûr vinti i disagie fûro
or uccisi i nemici ed or fugati.
Fatte avean ne' perigli ogni uom securo
le vittoriee piú audaci i fortunati
quandoal sorger de l'ombra inculta ed erma
terra stanza ci diè capace e ferma.


15

Quivi da' precursori a noi fu detto
che lunge romor d'arme aveano udito
e visto e 'nsegne e segni ond'han sospetto
d'esercito maggioreanzi infinito
non pensiernon colornon cangia aspetto
non muta voce il mio signor ardito
ben che molti vi sian ch'al fèro avviso
tingano di pallor la fronte e 'l viso.


16

Ma dice: "O quale omai vicina abbiamo
palma di nobil morte o di vittoria.
L'una spero io ben piúma non ben bramo
l'altraov'è maggior merto e pari gloria.
Questo campoo fratelliov'or noi siamo
fia consacrato ad immortal memoria
in cui l'etá futura additi e mostri
le nostre sepoltureo i trofei nostri.


17

Qui solo non chied'io verde corona
o d'ostro nel trionfo andar vermiglio;
ma quei ch'a noi promette il cielo e dona
eterni pregi di mortal periglio.
Né qui le fère stretteo Maratona
ma gli avi e' padri a voi rammento iofiglio
di Dano invitto; a voi la croce e 'l sangue
sparso dal re sul fèro monte esangue".


18

Cosí disse; e le guardie allor dispose
e compartí gli offici e la fatica:
fece armati giacernee non depose
ei medesmo la forte aurea lorica.
Giá la notte copria le umane cose
de l'alto sonno e del silenzio amica
allor che d'urli barbareschi udissi
romor che giunse al cielo e negli abissi.


19

Si grida: 'A l'armea l'arme;' e Suenoinvolto
ne l'arme sue lucentioltra si spinge:
e magnanimamente i lumi e 'l volto
di non usato ardire infiamma e tinge.
Ecco siamo assalitie un cerchio folto
da tutti i lati ne circonda e cinge
e 'ntorno un bosco abbiam d'aste e di spade
e sovra noi di strali un nembo cade.


20

Ne la pugna inegual (ché diece o venti
fûr quelli assalitori incontra ad uno)
altri piagatialtri conquisi e spenti
son da cieche ferite a l'aer bruno.
Ma 'l numero de gli egri e de' cadenti
fra l'ombre oscure non discerne alcuno.
Copre la notte i nostri dannie l'opre
de la nostra virtute anco ricopre.


21

Ma fra gli altri Sueno alzò la fronte
ch'agevol cosa è ch'ei veder si possa
far cose in orrida ombra illustri e conte
ardir mostrando ed incredibil possa.
Di sangue un riodi morti corpi un monte
d'ogn'intorno gli fanno e muro e fossa;
e par ch'ove si volga ei seco apporte
lo spavento ne gli occhie in man la morte.


22

Tal guerra fu sin ch'al bramato albore
del lucido orïente il ciel s'aperse;
ma poi che scosso è quel notturno orrore
che l'orror de le morti in sé coperse
la desiata luce a noi terrore
portò con fère immagini e diverse;
perché vedemmo il nostro vallo a terra
pieno di morti in lacrimosa guerra.


23

Seimila fummoe non siam cento. Or quando
tanto sangue egli mira e tante morti
la fèra vista il perturbò mirando
e fece noi del proprio danno accorti.
Ei giá nol mostraanzila voce alzando:
Seguiam (ne grida) que' compagni forti,
ch'al ciel, lunge dai laghi averni e stigi,
n'han segnati co 'l sangue alti vestigi.


24

Disse; e lieto di morte omai vicina
nel magnanimo core e nel sembiante
incontra a la barbarica ruina
ne porta il petto intrepido e costante.
Tempra non sosterrebbe eletta e fina
ben che fosse di lucido diamante
i fèri colpiond'egli il campo allaga:
e fatto è il corpo suo vermiglia piaga.


25

La vita noma la virtú sostenta
il cavaliero indomito e feroce:
ripercote percossoe non s'allenta;
ma quando offeso è piútanto piú nòce.
Quando eccopien di rabbiaa lui s'avventa
uom smisurato e di sembianza atroce
con molti insiemeonde reciso e tronco
come da ferro fu sublime tronco.


26

Cade il garzone invitto (ahi caso amaro)
né v'è fra noi chi vendicare il possa.
Voi chiamo in testimonioo del mio caro
signor sangue ben sparso e nobil'ossa;
ch'allor non fui de la mia vita avaro
né schivai ferro né schivai percossa:
ese piaciuto pur fosse lá sopra
ch'io vi morissiil meritai con l'opra.


27

Fra gli estinti compagni io sol cadei
vivoné forse vivo è chi mi pensi:
né de' nemici piú cosa saprei
ridirsí tutti avea sopiti i sensi.
Ma poi che tornò il lume a gli occhi miei
ch'eran d'atra caligine condensi
notte mi parve; ed a lo sguardo fioco
s'offerse il vacillar d'un picciol foco.


28

Non rimaneva in me tanta virtude
ch'a discerner le cose io fossi presto;
ma vedeacome quel ch'or apre or chiude
gli occhimezzo tra 'l sonno e l'esser desto:
e 'l duolo omai de le ferite crude
piú cominciava a farmisi molesto
ché l'inaspria l'aura notturna e il gelo
in terra nuda e sotto il freddo cielo.


29

E piú e piú s'avvicinava in tanto
quel lumee 'nsieme un tacito bisbiglio
sin ch'a me giunse e mi si pose a canto.
Alzo allorben che a penail debil ciglio
e veggio due vestiti in lungo manto
tener due faci; e dirmi sento: "O figlio
confida in quel Signor ch'a' pii sovviene
e con la grazia i preghi altrui previene".


30

In tal guisa parlava: indi la mano
benedicendosovra me distese
e susurrava in suon devoto e piano
voci allor poco udite e meno intese.
Sorgi (poi disse), e sarai forte e sano
e con la destra la mia destra ei prese.
O pietá verao fede! allor mi sembra
piene di vigor novo aver le membra.


31

Maraviglioso i' guardoe non ben crede
l'anima sbigottita il certo e 'l vero:
onde l'un d'essi a me: "Di poca fede
perché tanto vacilla il tuo pensiero?
Verace corpo è quel che in noi si vede:
servi siam di Gesúch'il lusinghiero
mondo e 'l suo falso dolce abbiam fuggito
e qui viviamo in seggio erto e romito.


32

Me per ministro a tua salute eletto
ha quel Signor che solo eterno regna
che per ignobil mezzo oprar effetto
maraviglioso ed alto non disdegna:
né men vorrá cosí lasciar negletto
quel corpo in cui giá visse alma sí degna
lo qual con essa ancorlucido e leve
e immortal fattoriunir si deve.


33

Dico di quel Suenoa cui vedremo
alzarquando che siamarmorea tomba
in questa parte o 'n altro lido estremo
ove la gloria di Gesú rimbomba:
ma solleva omai gli occhi al ciel supremo
a cui l'alma volòquasi colomba;
e mira quella chiara e ardente luce
che mostra il corpo del tuo nobil duce".


34

Allor vegg' io che da la eterna face
anzi dal sol notturnoun raggio scende
che dritto lá dove il gran corpo giace
quasi aureo tratto di pennelsi stende:
e sopra lui co 'l suo splendor vivace
le piaghe illustra e l'aria intorno accende;
e subito da me si raffigura
ne la sanguigna orribile mistura.


35

Giaceaconverso a terra avendo il volto
pien di santa umiltál'invitto sire
ch'ebbe vivendo il core al ciel rivolto
in guisa d'uom ch'a gloria eterna aspire.
Chiusa la destrae 'l ferro avea raccolto
com'il pugno stringesseanzi 'l morire;
e con l'altra lo scudo ancor teneva
né l'arme a gli empia Dio l'alma rendeva.


36

Nel modo stesso i suoi fidi seguaci
volto a la terra avean il petto e 'l viso
quasi dando a la madre estremi baci
quando lo spirto fu da lor diviso.
Ma con faccia crudel di que' rapaci
tutto giacea supino il volgo anciso:
cosí dal guerrier pio distinto è l'empio
un destinato a' corvie l'altro al tempio.


37

Le calde piaghe al mio signor col pianto
lavo; né sfogo il duol che l'alma accora.
Parve la fredda mano aprire intanto
e la spada mi diè ch'Europa onora:
quella che sparso avea sangue cotanto
onde i segni veder potresti ancora:
ch'è di tempra perfettae non è forse
altra spada che debba a lei preporse.


38

Non è chi meglio fenda e meglio punga;
né dura squammao duro cuoioo cerro
far potrebbe difesa ov'ella aggiunga
e taglierebbe ancor l'acciaio e 'l ferro:
ma grave oltra misurae larga e lunga
pari in terra non has'io pur non erro;
se non s'è quella che portò in esiglio
di forte padre assai piú forte il figlio.


39

La pres'io benma dissi: "Altrui si serba
ch'abbia pari valorpiú lieta sorte
e con lei vendicar la troppo acerba
e troppo iniqua possa e dura morte.
Io non ho contra il vero alma superba
né mi do vanto d'aver man sí forte
che raggirar la possa: altrui s'aspetta
dunque del mio signor l'aspra vendetta".


40

Disse il romito allor: "L'empio soldano
ha il tuo signor co' tuoi compagni anciso:
vattene dunque al cavalier soprano
che sará intorno a l'alte mura assiso;
e non temer che nel paese estrano
ti sia il sentier di nuovo ancor preciso;
ché t'agevolerá per l'aspra via
l'alta destra del ciel che lá t'invia.


41

Quivi egli vuol che da la chiara voce
che viva in te serbòsi manifesti
la pietadeil valorl'ardir feroce
che nel diletto tuo signor vedesti;
perché a segnar de la purpurea croce
l'armecon tal esempioaltri si desti;
ed orae dopo cento e cento lustri
infiammati ne siano i duci illustri.


42

Frattanto appresso i fidi e cari amici
giacerá del tuo duce il corpo ascoso
mentre l'animeamandoin ciel felici
godon perpetuo onore e glorïoso.
Ma tu col pianto omai gli estremi offici
pagati hai loroe tempo è di riposo:
e meco albergo avraisin ch'al viaggio
far non possa stanchezza o piaga oltraggio".


43

Cosí diceva; ed ecco oscura e negra
nube di corvi e d'avvoltoi volanti
scendere al campo in cui vittoria allegra
non ebbe il gran nemico onde si vanti:
né lasciar faccia con gli artigli integra
o pur col rostrode' seguaci erranti;
e tutti sazi di quel fèro pasto
non fêr viso de' nostri orrido e guasto.


44

Un'aquila vid'io con penne d'oro
tra le vermiglie piume al vento sparse
ch'un angelo parea del sommo coro
cosí repente fiammeggiando apparse:
e 'ntorno al corpoond'io mi lagno e ploro
pur come a guardia la vedea girarse:
e 'l veglio mi dicea: "Questi anco il guarda.
Ma segui meché la partita è tarda".


45

Tacque; e per lochi ora sublimior cupi
mi scorseond'a gran pena il fianco trassi;
poidove pende da selvagge rupi
cava speloncaraccogliemmo i passi.
Questo è il suo albergo; ivifra gli orsi e i lupi
co 'l suo compagno egli securo stassi
che difesa miglior ch'usbergo e scudo
è la santa innocenza al petto ignudo.


46

Silvestre cibo e duro letto porse
restauro alfine e posa al languir nostro.
Ma poi ch'accesi in orïente scorse
i primi rai de l'alba òrati e d'ostro;
vigilante ad orar subito sorse
l'un e l'altro eremita in verde chiostro:
e ricercârfin che tra loro i' fui
a me salutee sepoltura altrui.


47

Sepolti il nobil duce e' suoi compagni
in umil loco sono e 'n parte oscura;
ch'è ben alta cagione ond'io mi lagni
e del mondo e di mia forte ventura:
e brami trasportarli ov'il mar bagni
di portoo di cittá famose mura
in qualche riva d'Asiaovver piú lunge
dove stanca la fama a pena aggiunge;


48

perché di peregrini e bianchi marmi
gli alzi sublime tomba il vecchio padre
e la sua gloria scriva in brevi carmi
dov'egli pianga e la sua antica madre:
e vi sospenda intorno insegne ed armi
temute giá ne le famose squadre:
e l'imagine armata in cima aggiunga
ch'il possente destrier affreni e punga.


49

Indi passando il navigante audace
de l'inospite mar l'arene algenti;
Ivi Suen, dirá, si posa e giace,
che in Asia ucciso fu da l'empie genti,
mentre andava al Sepolcro: eterna pace
conceda a l'ossa il cielo, il mare e i venti;
e non turbi Aquilon, quando piú verna,
del suo onore immortal la face eterna. -


50

Qui tacque il messaggieroe gli rispose
il sommo duce: - O cavaliertu pòrte
dure novelle al campo e dolorose
ond'a ragion si turbi e si sconforte;
poi che genti sí amiche e valorose
breve ora ha tolte e poca terra assorte;
e in guisa d'un balen lucente apparve
il signor vostro in Asiae poi disparve.


51

Ma che? felice è cotal morte e scempio
via piú ch'acquisto di province e d'auro:
né dar l'antico Campidoglio esempio
d'alcun può mai sí glorïoso lauro.
Egli del cielo in luminoso tempio
trionfa il mondonon pur l'Indo o 'l Mauro:
ivi cred'io che le sue belle piaghe
ciascun lieto dimostrie se n'appaghe.


52

Ma tuch'a le fatiche ed al periglio
ne la milizia ancor resti del mondo
di lor gloria t'allegrae lieto il ciglio
mostrae quanto conviene il cor giocondo:
che non sol qui del gran Guglielmo il figlio
può sostener di quella spada il pondo
né lodo io giá che dubbia via tu prenda
pria che di lui certa novella intenda. -


53

Questo parlar ne l'animosa mente
di Riccardo l'amor desta e rinnova:
e v'è chi dice: - Ahi fra nemica gente
il giovinetto errante si ritrova:-
e non v'è quasi alcun che non rammente
narrando al Danoi suoi gran fatti a prova:
le cittadi espugnatee i vinti regni
la prigionee gli antichi e i novi sdegni.


54

Or quando del guerrier l'alta possanza
avea gli animi accesi e 'nteneriti;
ecco molti tornarche per usanza
eran d'intorno a depredar usciti;
escórsi con insolita baldanza
e gregge conduceano e buoi rapiti;
o ciò che può saziar l'umane brame
o pascer de' cavalli ingorda fame.


55

E questi di sciagura aspra e noiosa
segno portâr ch'in apparenza è certo:
rotta del bel Riccardo e sanguinosa
la sopravvestae 'l forte arnese aperto.
Tosto si sparse (e chi potria tal cosa
tener celata?) un romor vario e 'ncerto:
corre il volgo dolente a le novelle
del guerriero e de l'armee vuol vedelle.


56

Vede e conosce ben l'immensa mole
del grand'usbergoe 'l folgorar del lume
e l'arme tutteov'è l'augel ch'al sole
prova i suoi figlie mal crede a le piume:
ché di vederle giá primiere o sole
ne l'imprese piú grandi ebbe in costume;
ed ornon senza alta pietate ed ira
rotte e sanguigne ivi giacer le mira.


57

E narra il portator: - Quinci lontano
quanto in un giorno un messaggero andria
verso i confini d'Arce un picciol piano
chiuso tra collialquanto è fuor di via:
e 'n lui d'alto deriva or presto or piano
famoso fiumee verso 'l mar s'invia;
ed'arbori di macchie ombroso e folto
opportuno a l'insidie il loco è molto.


58

Trascorre il fiume qui da fonte ignota
e per sei dí non si riposa o stanca;
ma con alto rimbombo i sassi ei rota
e 'n su la destra spondae 'n su la manca:
nel dí settimo poi si scema e vòta
l'urna al suo corsoonde languisce e manca;
pur come di riposo alfin sia vago
è de l'eternitá corrente imago.


59

Qui greggia o armento cercavamche fosse
venuta a' paschi de l'erbose sponde;
e 'n su l'erbe miriam di sangue rosse
giacere un guerrier morto in riva a l'onde.
A l'arme ed a l'insegne ogni uom si mosse
che furon conosciute ancor ch'immonde.
Io m'appressai per discoprirgli il viso
ma trovai ch'era il capo indi reciso.


60

Mancava ancor la destra; e 'l corpo grande
intero aveva il tergointero il petto;
l'elmoin cui l'ale il sacro augello spande
giacea del prato ne l'erboso letto.
Mentre cerco d'alcuno a cui dimande
un villanel sopraggiungea soletto
ch'indietro il passo per fuggirne torse
subitamente che di noi s'accorse.


61

Ma ne la fuga sua veloce e presta
fu preso; e dimandatoalfin rispose:
che 'l giorno avanti uscir d'alta foresta
vide molti guerrieriond'ei s'ascose:
e ch'un d'essi tenea recisa testa
per le sue chiome bionde e sanguinose;
la qual le parvein rimirando intento
d'uom giovinettoe senza peli al mento;


62

e ch'il guerriero stesso indi l'avvolse
in una tela da l'arcion pendente.
Questoed altro da lui non si raccolse
fuor ch'egli lo stimò di nostra gente.
Io spogliar feci il corpoe sí men dolse
che piansi nel sospetto amaramente:
e portai meco l'armee lasciai cura
ch'avesse degno onor di sepoltura.


63

Ma se quel nobil tronco è quel ch'io credo
altra tombaaltra pompa egli ben merta. -
Cosí dettoAliprando ebbe congedo
però che non avea cosa piú certa.
Rimase gravee sospirò Goffredo;
pur nel tristo pensier non si raccerta:
e con piú chiari segni il tronco busto
conoscer vuolee 'l micidiale ingiusto.


64

Sorgea la notte intantoe sotto l'ali
ricopriva del cielo i campi immensi
e 'l sonnoozio de l'almeoblio de' mali
lusingando sopia le cure e i sensi:
tu solpuntoArgiland'acuti strali
d'aspro dolorvolgi gran cosa e pensi:
né l'agitato seno o gli occhi ponno
la quiete raccôrre o 'l molle sonno.


65

Costuipronto di mandi lingua ardito
impetuoso e fervido d'ingegno
nacque del Tronto in rivae fu nodrito
ne le risse civil d'odio e di sdegno:
poscia in esiglio spintoi colli e 'l lito
empié di sanguee depredò quel regno
sin che ne l'Asia a guerreggiar sen venne
e per fama miglior chiaro divenne.


66

Alfin questi su l'alba i lumi chiuse
né giá fu sonno il suo queto e soave;
ma fu stupor ch'Aletto al cor gl'infuse
non men che morte siaprofondo e grave.
Sono l'interne sue virtú deluse
e riposodormendo ancornon ave;
ché la furia crudel gli s'appresenta
sotto orribili larvee lo sgomenta.


67

Gli figura un gran bustoond'è diviso
il capoe de la destra il braccio è mozzo;
e sostien con la manca il teschio inciso
di sangue e di pallor livido e sozzo.
Spirae parla spirando il morto viso;
e 'l parlar vien co 'l sanguee co 'l singhiozzo:
- FuggiArgilannon vedi omai la luce?
fuggi le tende e 'l dispietato duce.


68

Chi dal fèro Goffredoe da la frode
ch'uccise mevoicari amiciaffida?
D'astio dentro il fellon tutto si rode
e pensa sol come voi meco uccida.
Pur se cotesta mano a vera lode
aspirae 'n sua virtú tanto si fida
non fuggirno; plachi il tiranno esangue
lo spirto mio co 'l suo maligno sangue.


69

Io sarò tecoombra di ferro e d'ira
ministrae t'armerò la destra e 'l seno. -
Cosí gli parla e nel parlar gl'inspira
spirito novo di furor ripieno.
Si rompe il sonnoe sbigottito ei gira
gli occhi gonfi di rabbia e di veneno:
e come armato egli ècon importuna
voce i guerrier d'Italia insieme aduna.


70

Gli aduna ládove sospese stanno
l'arme del buon Riccardo; e con superba
voce il furore e 'l conceputo affanno
in tai detti divolgae disacerba:
- Dunque un popol sí barbaro e tiranno
che non prezza ragionche fé non serba
che non fu mai di sangue e d'òr satollo
ci terrá il freno in boccae 'l giogo al collo?

71

Ciò che sofferto abbiam d'aspro e d'indegno
sette anni omai sotto l'iniqua soma
è tal ch'arder di scornoarder di sdegno
potrá da qui a mille anni Italia e Roma.
Taccio che fu da l'arme e da l'ingegno
del buon Tancredi la Cilicia doma;
e ch'ora il Franco sol l'ingombra e gode
e i premi usurpa del valor la frode.


72

Taccio che ov'il bisogno e 'l tempo chiede
pronta manpensier altoanimo audace
alcuno ivi di noi privo si vede
portar fra mille morti o ferroo face:
quando le palme poiquando le prede
si dispensan ne l'ozio e ne la pace
nostri in parte non sonma tutti loro
i trionfigli onorle terre e l'oro.


73

Tempo forse giá fu che gravi e strane
ne poteano parer sí fatte offese;
come lievi or le passo e come vane:
che maggior ferita ne l'alte imprese
è duro intoppo; e con le leggi umane
son le divine leggi insieme offese.
E non fulmina il cielo? e non l'inghiotte
la terra entro la sua perpetua notte?


74

Riccardo han mortoil qual fu spada e scudo
di nostra fedeed ancor giace inulto.
Inulto giacee su 'l terreno ignudo
lacerato il lasciâro ed insepulto.
Ricercate saper chi fosse il crudo?
A chi puotecompagniessere occulto?
Chi de' Franchi non sa l'invidia e l'arti?
e i cori enfiati e lor veneni sparti?


75

Ma pur cerco argomenti? Il ciel io giuro
il cielche n'odee ch'ingannar non lice
ch'allor che si rischiara il mondo oscuro
spirito errante il vidi ed infelice
del suo macchiato e di quel sangue impuro.
Deh quai cose raccontae quai predice!
Io 'l vidie non fu sogno; e ovunque miri
par che dinanzi a gli occhi ancor s'aggiri.


76

Ora che farem noi? dée quella mano
che di morte sí ingiusta è ancora immonda
reggerci sempre? o pur vorrem lontano
girne da leidove l'Oronte inonda?
dove a timide genti in fertil piano
tante ville e cittá nutre e feconda
anzi a noi pur: nostre sarannoio spero;
né co' Franchi comune avrem l'impero.


77

Andiánne: e resti invendicato il sangue
(se cosí parvi) illustre ed innocente:
ben che se la virtú che fredda langue
fosse ora in voiquanto dovrebbeardente;
questo che divoròpestifer angue
il piú bel fior di nostra invitta gente
daria con la sua morte e co 'l suo scempio
a gli altri di memoria eterno esempio.


78

Ioio vorreise 'l vostro alto valore
quanto egli puòtanto volere osasse
che per questa mia man ne l'empio core
nido di tradimentoil ferro entrasse. -
Cosí parla agitato; e nel furore
e ne l'impeto suo ciascuno ei trasse:
- Arme! Arme!- freme il forsennatoe insieme
la gioventú superba: - Arme! arme!- freme.


79

Rota fra lor la destra armata Aletto
e co 'l foco il velen ne' petti mesce.
L'ira ciecail furorl'empio sospetto
e la sete del sangue avanza e cresce:
e serpe quella peste e 'l volgo infetto
lasciae lunge da lor si spande ed esce:
e passando fra' duciivi s'apprende
tanto ciascuno a la partenza intende.


80

Né sol le strane genti avvien che mova
il duro caso e 'l gran publico danno;
ma le cagioni antiche a l'ira nova
materia insieme e nutrimento or danno.
Ogni sopito sdegno or si rinova:
chiamano il popol Franco empio e tiranno:
e in superbe minacce esce diffuso
l'odio che non può starne omai piú chiuso.


81

S'aggiunge a gli altri sdegni il novo scorno
fatto da' Franchi a le latine genti
a cui rapîrmentre scorreano intorno
la fatta preda e i giá rapiti armenti:
e riportârquasi in trionfo adorno
del famoso guerrier l'arme lucenti
che fûr sospese ove i trofei dispiega
l'invitto ducecui timor non piega.


82

Cosí nel cavo rame umor che bolle
per troppo focoentro gorgoglia e fuma
né capendo in se stesso alfin s'estolle
sovra gli orli del vasoe inonda e spuma:
né bastano a frenare il volgo folle
que' pochi a cui la mente il vero alluma;
tra quai Ruperto fuma tutto inteso
a racquistar de l'arme il nobil peso.


83

Però che Baldovina cui n'increbbe
come di cosa ch'è creduta a pena
l'arme chiese al fratele pur non l'ebbe
né quel primo disdetto ancor l'affrena;
ma quel lucente acciaio vestir vorrebbe
e la spada impugnar d'aurea catena
pendenteei brama; e pria ch'indi le mova
Ruperto d'Ansa ancor le chiede a prova.


84

E dice al pio Goffredo: - O vere o false
che sian le voci che fallaci estimo
l'arme di quelche piú ch'il mondo valse
e vale ancor (né solo il ver sublimo)
chiedosignorché troppo a me ne calse;
al chieder tardoa l'amar lui son primo:
né v'è chi mi precorrae 'n ciò m'adegua
solo il fratel Ramusioov'ei mi segua.


85

Chiedolee 'l suo fratello il mi concede.
Se vivecom'io speroa lui le serbo:
se di lui fatte dolorose prede
ha l'empia morte e 'l suo destin superbo
men giustamente ogni altro or le richiede
per consolare il suo dolor acerbo;
e per memoria di sí nobil pegno
o per vendetta far con pio disdegno. -


86

Cosí disse quel d'Ansa; e fu risposto
dal pio Goffredo in parlar saggio e breve:
- Non m'è il tuo merto e 'l tuo valore ascosto
e qual premio d'onore a te si deve;
benché amassi colui che troppo opposto
ebbe al nostro voler l'animo leve
e troppo superbí; ma certo duolmi
che tanti nostri affanni accresca e colmi.


87

Ma non posso donar l'arme sanguigne
bench'il suo le richieda o 'l mio fratello
o tu che le parole hai sí benigne
in esaltando il mio quasi ribello
mentre del suo morir voci maligne
sparge con nostro biasmo il volgo fello.
Qui dunque si staranno infin ch'è dubbio
chi la fallace tela avvolga al subbio. -


88

Mentre ei cosí ragionairati a l'arme
corrono in altra parte i piú feroci
e giá s'odon cantar guerriero carme
cento canore trombe in fère voci.
Gridano intanto al duce pio che s'arme
molti di qua di lá messi veloci.
E Baldovin dinanzi a tutti armato
gli s'appresentae gli si pone a lato.


89

Egli ch'ode l'accusei lumi al cielo
drizzae purcome suolea Dio ricorre:
- Signortuche sai ben con quanto zelo
la destra mia dal Latin sangue abborre
tu squarcia a questi da la mente il velo
e reprimi il furor che sí trascorre:
e l'innocenza miach'a voi di sopra
è notaal mondo cieco ancor si scopra. -


90

Tacque; e dal cielo infuso entro le vene
sentissi un novo inusitato caldo
colmo d'alto vigord'ardita speme
che fuor si sparge e 'l fa piú ardito e baldo:
e da' suoi cinto ad incontrar sen viene
chi mal ne l'alte imprese è fermo e saldo:
né perché d'arme e di minacce ei senta
fremito d'ogn'intornoil passo allenta.


91

Ha la corazza indossoe nobil veste
sopra l'adorna com'è suo costume;
nudo e le mani e 'l voltoe di celeste
maestá vi risplende un vivo lume:
scuote il divino scettroe sol con queste
arme acquetar quegl'impeti ei presume:
e mentre ei tal si mostrae tal ragiona
piú ch'in guisa mortal riluce e suona:


92

- Quali stolte minaccee quale or odo
vano strepito d'arme? e chi 'l commove?
Cosí qui riveritoe in questo modo
noto son iodopo sí lunghe prove
che v'è pur chi sospettie d'empio frodo
Goffredo accusie chi l'accuse approve?
Forse aspettate ancor ch'a voi mi pieghi
e ragioni v'adducae porga i preghi?


93

Ah non sia ver che tanta indignitate
la terra piena del mio nome intenda:
me questo imperiome de l'onorate
opre mie la memoriae 'l ver difenda.
Ed ora la giustizia a la pietate
cedané sovr' a' rei la pena scenda.
A' vostri merti il vostro error perdono
ed al vostro Riccardo ancor vi dono.


94

Ma come verga o scettro al verde tronco
sveltoe polito con sottil lavoro
per arte del suo fabroor ch'egli è tronco
piú non può germogliar dal lucid'oro;
tal s'a questa perfidia il capo io tronco;
vostra vita serbando e mio decoro
non fia nudrita qui ne gli ampi chiostri
quasi un'idrapeggior di tutti i mostri.


95

Co 'l sangue suo lavi il comun difetto
quel che principio fu d'ogni furore:
e mosso a leggerissimo sospetto
sospinti ha gli altri nel medesmo errore. -
Lampi e folgori ardean nel regio aspetto
(mentr' ei parlò) di maestád'onore;
talch'il fèro Argilanmuto e conquiso
vinto è da l'ira d'un turbato viso.


96

E 'l volgoch'anzi irriverenteaudace
tutto fremer s'udia d'orgogli e d'onte
quasi le mani a l'armeed a la face
(non ch'i piedi al partir) fosser giá pronte
non osae i gravi detti ascolta e tace
fra vergogna e timore alzar la fronte
e sostien ch'Argilanoarmato e cinto
da l'arme lorsia da' ministri avvinto.


97

Cosí leonch'anzi l'orribil coma
con ruggito scotea superbo e fèro;
se poi vede il suo mastro onde fu doma
la natia feritá del core altero
può del giogo soffrir la grave soma
e teme le minacce e l'aspro impero:
né i gran velli e i gran denti e l'unghiec'hanno
tanta in sé forzainsuperbire il fanno.


98

Parte videro alcuni in vólto crudo
ed in atto feroce e minacciante
l'angel lui circondar co 'l chiaro scudo
di veritate opposto al volgo errante:
e vibrar fulminando il ferro ignudo
che di sangue appariva anco stillante;
sangue era forse di cittádi regni
che provocâr del cielo i tardi sdegni.


99

Cosícheto il tumultoognun si spoglia
l'arme piú gravied ogni sdegno è spento:
e torna il duce con placata voglia
a varie cosead alta impresa intento;
che d'assalir piú la cittá s'invoglia
quando alcuno de' suoi scorge piú lento:
e rivedendo va le incise travi
giá in macchine conteste orrende e gravi.




LIBRO DECIMO

1

Ma il gran mostro infernal che vede queti
quei giá torbidi cori e l'ire spente
e cozzar contro 'l fatoe i gran decreti
svolger non può de l'immutabil mente;
si partee dove passai campi lieti
seccae pallido il sol si fa repente:
e d'altre furie ancora e d'altri danni
ministroa nova impresa affretta i vanni.


2

Egli che fatto aveva il volgo insano
sa cheper arte ancor d'empi consorti
il figliuol di Guglielmo errò lontano
Tancredi ed altri assai famosi e forti.
Disse: - Che piú s'aspetta? or Solimano
inaspettato vengae guerra porti.
Certo (o ch'io spero) alta vittoria
avremo d'esercito discorde e 'n parte scemo. -


3

Ciò dettovola ove le squadre erranti
(fattosen duce) il fier soldano accrebbe;
a cui par non avesti e non ten vanti
Scizia superbae l'Asia allor non l'ebbe:
né se per nova ingiuria i suoi giganti
rinovasse la terraancor l'avrebbe.
Questi a' nostri s'opposee quasi al varco
spaventando la Grecia al suon de l'arco.


4

Maritentata avendo invan la sorte
scacciato dal nativo almo paese
vide le Caspie e le Caucasee porte
e degl'Indi cercò le piagge accese
sotto le vie del sol lunghe e distorte
movendo i regi estrani a l'alte imprese
sol per vietare a' cavalier di Cristo
di Palestina il glorïoso acquisto.


5

Eraccolto da' regi argento ed auro
perturbò CidnoEufrateOronteArasse
varcando i gioghi del famoso Tauro;
e fra gli Arabi alfine ei si ritrasse;
e mentre d'Asia e del paese Mauro
muovon pigre le gentiei tenne e trasse
volgo venalea depredare avvezzo
che vende il sangueanzi la fugaa prezzo.


6

Cosífatto lor duceor d'ogn'intorno
la Giudea scorre e fa prede e rapine
sicch'il venire è chiuso e 'l far ritorno
a le piagge del mare a lei vicine:
erimembrando ognora il primo scorno
e de l'imperio suo l'alte ruine
cose maggior nel petto acceso ei volve:
ma non ben s'assicura e si risolve.


7

Viene Aletto a costui dal sonno sciolto
con sembianza d'un uom d'antica etade;
vòta di sangueempie di crespe il volto
lascia barbuto il labbro e 'l mento rade:
dimostra il capo in lunghe tele avvolto
la veste oltra 'l ginocchio al piè gli cade
l'omero pur da la faretra è stanco
e l'arco ha in mano e torta spada al fianco.


8

- Noi- gli dice ella- trascorriam le vòte
piagge e l'arene sterili e deserte
ove né far rapina omai si pote
né vittoria acquistar che loda merte:
Goffredo intanto la cittá percote
e giá le mura ha con le torri aperte:
e giá vedrems'ancor si tarda alquanto
de la cittá le fiamme e udremo il pianto.


9

Dunque accesi tuguri e gregge e buoi
gli alti trofei di Soliman saranno?
Cosí racquisti il regno? e cosí i tuoi
oltraggi vendicar ti credi e 'l danno?
Ardisciardisci: entro a' ripari suoi
di notte opprimi il barbaro tiranno.
Credi al tuo vecchio Araspe il cui consiglio
e nel regno provasti e ne l'esiglio.


10

Non ci aspetta eglie non ci teme; e sprezza
gli Arabiignudi invero e timorosi;
né creder mai potrá che gente avvezza
a le predea le fugheor cotanto osi:
ma fèri gli fará la tua fierezza
contra un campo che giaccia inermee posi. -
Cosí gli disse; e le sue furie ardenti
spirògli al seno e si mischiò tra' venti.


11

Grida il guerrier levando al ciel la destra:
- O tu che furor tanto entro m'accendi
ned uom giá seichéfiammeggiando a destra
quasi folgore a me ti mostri e splendi:
scorgimi per via piana o per alpestra
te seguoe farò monti ove tu ascendi;
monti di strage e fiumi ampi di sangue:
tu rinforza la manse pigra or langue. -


12

Tace: e senza indugiar le turbe accoglie
e rincoraparlandoil vile e 'l lento:
e con l'ardor de le sue stesse voglie
ciascun si mostra a seguitarlo intento.
Dá il segno Aletto de la tromba e scioglie
di sua man propria il gran vessillo al vento:
muove l'oste veloceanzi sí corre
che 'l volo de la fama ancor precorre.


13

Va seco Aletto e poscia 'l lasciae veste
d'uom che porti novelle abito e viso:
e ne l'ora che par ch'il mondo reste
fra la notte e fra 'l dí dubbio e diviso
entra in Gerusalemme e fra le meste
turbe a Ducalto reca il nuovo avviso
de l'aiuto che giunge al proprio regno
e del notturno assalto e l'ora e 'l segno.


14

Ma giá distendon l'ombre orrido velo
che di rosso vapor si sparge e tigne.
La terrainvece del notturno gelo
bagnan rugiade tepide e sanguigne.
S'empie di mostri e di prodigi il cielo:
s'odon fremendo errar larve maligne.
Votò Pluton gli abissi e la sua notte
tutta versò da le tartaree grotte.


15

Per sí profondo orror l'eccelse tende
d'assalir l'empio e d'infiammar destina;
ma quando a mezzo del suo corso ascende
la notteond'ella poi rapida inchina
per breve spazioove riposo or prende
il securo Franceseei s'avvicina.
Qui si cibâr le genti: e poscia eid'alto
parlandole conforta al duro assalto.


16

- Vedete lá di furti ingombro e pieno
un campo piú famoso assai che forte;
che quasi un mar nel suo vorace seno
tutte de l'Asia ha le ricchezze absorte;
questo ora a voi (né giá potria con meno
vostro periglio) espon benigna sorte:
l'arme e i destrier d'ostro guerniti e d'oro
preda fian vostra e non difesa loro.


17

Né questa è giá la turbaonde la Persa
gente e la gente di Nicea fu vinta
perch'in guerra sí lunga e sí diversa
rimasa n'è la maggior parte estinta:
e s'anco integra fosseè tutta immersa
in profonda quiete e d'arme scinta:
tosto s'opprime chi di sonno è carco
ché dal sonno a la morte è picciol varco.


18

Su su venite; io primo aprir la strada
vo' su i corpi languenti entro ai ripari;
ferir da questa mia ciascuna spada
e l'arti usar di crudeltate impari.
Oggi fia che di Cristo il regno cada
oggi sarete voi famosi e chiari. -
Cosí gl'infiamma a le vicine prove;
taciti poi tutti gl'indrizza e move.


19

Ecco intanto fra via le guardie ei vede
per l'ombra mista d'una incerta luce
né ritrovar (come secura fede
avea) poté improvviso il sommo duce.
Volgon quelli gridando indietro il piede
visto che sí gran turba egli conduce:
sí che la prima guardia è da lor desta
e com' può meglio a guerreggiar s'appresta.


20

Dan fiato allora a' barbari metalli
gli Arabi avarioltra l'usanza arditi:
van gridi orridi al cieloe de' cavalli
col suon del calpestio vari nitriti.
Gli alti monti muggîrmuggîr le valli
e risposer gli abissi a' lor muggiti.
Aletto il segno diede a quei del monte
e la face innalzò di Flegetonte.


21

Corre innanzi il soldanoe giunge a quella
confusa ancora e sbigottita guarda
rapida síche torbida procella
da cavernosi monti esce piú tarda;
fiume ch'arbori e case in un divella
folgor che l'alte torri abbatta ed arda
spirito assembra ond'il terren profondo
è scossoe di ruine ingombra il mondo.


22

Non china il ferro mai ch'appien non colga
né coglie mai che piaga anco non faccia;
né piaga fa che l'alma altrui non tolga
e piú direi; ma 'l ver di falso ha faccia:
e par ch'egli o non curio non sen dolga
o non senta il ferir di cento braccia;
sebben l'elmo percosso in suon di squilla
rimbombae orribilmente arde e sfavilla.


23

Or quando ei solo quasi in fuga ha volto
quel primo stuol de le nemiche genti
giungonoin guisa d'un diluvio accolto
da mille rivigli Arabi correnti.
Fuggono allora i Franchi a freno sciolto;
e misto il vincitor va tra' fuggenti
e con loro entra; e ne l'orribil ombra
di ruine e d'orrore il tutto ingombra.


24

Porta il soldán su l'elmo orrido e grande
serpe che si dilungae il collo snoda;
su gli artigli s'innalzae l'ali spande
e piega e inarca la forcuta coda;
par che vibri tre lingue e che fuor mande
livida spuma e che 'l suo fischio or s'oda:
e mentre arde la guerra anch'ei s'infiamma
nel motoe fumo versa insieme e fiamma.


25

E si mostra in quel lume a' riguardanti
formidabil cosí l'empio soldano
come veggion ne l'ombre i naviganti
tra mille lampi il torbido oceáno.
Altri dánno a la fuga i piè tremanti.
Dánno altri al ferro intrepida la mano:
e la notte i tumulti ognor piú mesce
od occultando i rischii rischi accresce.


26

Fra color che mostrâro il cor piú franco
Latinsul Tebro natoallor si mosse
a cui né le fatiche il corpo stanco
né gli anni dome avean l'invitte posse:
cinque suoi figliquasi egualial fianco
gli erano sempre ovunque in guerra fosse
d'arme gravando onde van sempre avvolti
le membra ancor crescentie i molli volti.


27

E mossi a prova dal paterno esempio
pronti moveano insieme il ferro e l'ire.
Dice egli loro: - Andiánneove quell'empio
mostra di sangue uman tanto desire.
Né giá ritardi il sanguinoso scempio
ch'ei fa de gli altri in voi l'usato ardire:
però che quelloo figliè vile onore
cui non adorni alcun passato orrore. -


28

Cosí fèro leon gli orridi figli
cui sul tergo la coma ancor non pende
né con gli anni lor sono i fèri artigli
cresciuti e l'arme de la bocca orrende:
mena seco a la preda ed a' perigli
e con l'esempio a incrudelir gli accende
nel cacciator che le natie lor selve
turbae fuggir fa le men forti belve.


29

Segue il buon genitor l'incauto stuolo
de' cinquee Solimano assale e cinge
e 'n un sol punto un sol voleree un solo
spirito quasisei lunghe aste spinge:
ma troppo audace il suo maggior figliuolo
l'asta abbandonae con quel fier si stringe
e tenta invan con la pungente spada
che sotto il buon destrier morto gli cada.


30

Ma come a le procelle esposto monte
che percosso da' flutti al mar sovraste
sostienfermo in se stessoi tuoni e l'onte
del cielo irato e i venti e l'onde vaste;
cosí il fero soldan l'audace fronte
tien salda incontra il ferro e 'ncontra l'aste
ed al primiertra mille spade e lance
divide ambe le cigliaambe le guance.


31

Sabino al suo fratel che giú ruina
porge pietoso il braccio e lui sostiene;
vana pietá che ne l'altrui ruina
precipitosa in terra a cader viene;
che 'l soldán su quel braccio il ferro inchina
ed atterra con lui chi gli si attiene:
caggion entrambie l'un con l'altro or langue
mescolando i sospiri estremi e 'l sangue.


32

Quinci eglidi Sabin l'asta recisa
ond'il fanciullo di lontano l'infesta
gli urta il cavallo addosso e 'l coglie in guisa
che giú tremante il mandaindi il calpesta:
dal giovinetto corpo uscí divisa
l'alma a forzae lasciò dolente e mesta
l'aure soavi de la vitae i giorni
de la tenera etá lieti ed adorni.


33

Rimanean vivi ancor Pico e Laurente
simil coppia d'un parto e d'un amore
caro al padrea la madre ancor sovente
inganno dilettoso e dolce errore;
ma con la spada del soldán pungente
diversi assai gli fa l'ostil furore:
fiera varietá ch'a l'un divide
dal busto il colloa l'altro il petto incide.


34

Il padreahi non piú padreahi fèra sorte
ch'orbo di tanti figli a un punto il face
rimira in cinque morti or la sua morte
e de la stirpe sua ch'estinta giace:
né so come vecchiezza abbia sí forte
ne l'atroce miseria e sí vivace
che spiri e pugni ancor: ma gli atti e i visi
non mirò forse de' suoi figli uccisi.


35

E di sí acerbo lutto a gli occhi ascoso
parte l'amiche tenebre celâro;
ma nulla in duol sí fèro e sí gravoso
senza il perder se stessoha il vincer caro.
Largo del proprio sangueanzi rabbioso
cupidamente è d'altrui morte avaro:
né si conosce ben qual suo desire
piú s'avanzi: il dar morteo qui morire.


36

Ma grida al suo nemico: - È dunque frale
sí questa mano? E 'n guisa ella si sprezza
che con ogni suo sforzo ancor non vale
a provocare in me la tua fierezza?-
Di colpo intanto il fiede aspro e mortale
che le piastre e le maglie insieme spezza
e sul fianco gli calae vi fa grande
piaga ond'il sangue tepido si spande.


37

A quel gridoa quel colpo in lui converse
il barbaro crudel la spada e l'ira;
gli aprí l'usbergoe pria lo scudo aperse
cui ben tre volte un duro cuoio aggira
e 'l ferro micidial nel ventre immerse.
L'infelice Latin singhiozza e spira
e con vomito alterno or gli trabocca
il sangue per la piagaor per la bocca.


38

Come ne l'Appenin robusta pianta
che di Borea sprezzò l'orrida guerra
se turbo impetuoso alfin la schianta
gli arbori intorno ruinando atterra:
cosí cade egli; e la sua furia è tanta
che piú d'un seco tragge a cui s'afferra;
e ben d'uom sí feroce è degno fine
che faccia ancor morendo alte ruine.


39

Mentre il soldánsfogando l'odio interno
pasce un lungo digiun ne' corpi umani
i Turchi fan de' nostri aspro governo
quai lupi de la greggiaancisi i cani.
Fulvio e Serrannati su 'l lago Averno
son da Corcut estintiindi lontani.
Dragut ancide Mario e Muzio e Silla
di lá venuti ove albergò Sibilla.


40

Alfagar non poteva arco e saette
molto adoprar ne la sanguigna mischia
ma con la fiera lancia a terra mette
Licante e Palinor che piú s'arrischia:
ch'elmo egli non avea ned armi elette;
ma quasi inerme diè gran fama ad Ischia
lá 've prima solea dal salso flutto
portar l'umide prede al lido asciutto.


41

Draginar gitta al piano il fiero Casca
che lungo il Liri giá guardò le torme.
Or nessun meglio sa dove le pasca
Siriae ne spia predando i passi e l'orme;
secoaspettando pur che l'alba nasca
cade Roncone e lungo sonno ei dorme:
e Farioed Alifan caduto è seco
orbo fatto d'un tronco a l'aer cieco.


42

Albazar con gran lancia abbatte Argesto
muore sotto Algazelle Alfeo di spada.
Ma chi narrar potria quel modo e questo
di morte? e quanta plebe ignobil cada?
Sin da que' primi gridi era giá desto
Goffredo e non istava intanto a bada:
AristolfoCamilloOttoneEttorre
grande stuolo con lui faceano accôrre.


43

Egliche dopo il grido udí il tumulto
che par che sempre piú terribil suoni
s'appose al ver: perché non gli era occulto
che gían scorrendo gli arabi ladroni:
e da' solcati colli al lido inculto
molto intorno facean prede e prigioni;
ma pria non estimò che sí fugace
volgo mai fosse d'assalirlo audace.


44

Or mentre egli ne vieneode repente
'arme arme' replicar da l'altro lato
ed in un tempo il cielo orribilmente
rimbombar di barbarico ululato:
Argante è questi; e la rinchiusa gente
guida a l'assaltoed ha i fratelli a lato.
Al nobil Guelfo allor si volge e dice:
- E quinci arriva ancor chi guerra indice.


45

Odi qual nuovo strepito di Marte
di verso il colle e la cittá ne viene;
d'uopo lá fia ch'il tuo valore e l'arte
i primi assalti de' nemici affrene:
vanne tu dunque e lá provvedie parte
io me n'andrò la 've sí mal sostiene
l'italico guerrier l'errante turba
che 'l notturno riposo a noi perturba. -


46

Cosí fra lor conchiuse; ambo gli move
per diverso sentiero egual fortuna:
e Guelfo al collee il pio guerrier va dove
il Turco è vincitor ne l'aria bruna.
Ma questiandandoacquista forze e nòve
genti di passo in passo ognor aduna:
tal che giá fatto poderosoaggiunge
dove il fèro soldán appar da lunge.


47

Comescendendo da l'alpestro monte
non empie umile il Po l'angusta sponda;
ma sempre piúquanto è piú lunge al fonte
di nòve forze insuperbito abonda:
e su le sponde la superba fronte
di tauro innalzae vincitore inonda
con piú corna spingendo il mar da terra:
né par tributo dar ma fèra guerra.


48

Goffredoove fuggir l'impaurite
sue genti vedeaccorree lor minaccia:
- Qual timor (grida) è questo? ove fuggite?
Guardate almen chi vi percote e caccia:
vi caccia un vile stuol ch'aspre ferite
mai non ricevee mai non segna in faccia:
e se 'l vedranno incontra sé rivolto
temeran l'arme lor del vostro volto. -


49

Quinci punge il cavallo e dritto il volve
lá 've di Soliman gl'incendi ha scorti
per mezzo d'atro sangue e d'atra polve
tra ferri ed astee dispietate morti:
con la spada e con gli urti apre e dissolve
le vie piú chiuse e gli ordini piú forti;
né 'l potria ritener squadrao falange:
ma percotescompigliaatterra e frange


50

quanto rincontrae fa cader sossopra
cavaliericavalliarmati ed armi:
né ferro è che da lui difenda o copra;
ma taglierebbe i monti e i duri marmi.
Qual vide mai cosí terribil opra
o Tebeo Troia celebrata in carmi?
o 'l gran campo latino onde rimbomba
il suono ancor di piú sonora tromba?


51

Passa i confusi monti a salto a salto
de' corpi estintie piú del campo avanza.
L'intrepido soldánche 'l fèro assalto
rimira e la magnanima sembianza
nol fuggemalevando il ferro in alto
cerca di mostrar qui l'alta possanza.
Oh qual coppia d'eroi fortuna affronta
da gli estremi del mondoe fa sí pronta.


52

Virtú contra furore or qui combatte
d'Asiain un breve cerchioil grande impero.
Chi può dir come gravi e come ratte
le spade son? quanto il duello è fèro?
E quante opre animose a prova fatte
furon che ricoprí quell'aër nero?
Passo qui cose glorïose e grandi
degne de' raggio solch'intorno spandi.


53

L'esercito fedeld'ardita guida
ardir nuovo prendendooltra si spinge
e 'l meglio armato stuolo a l'omicida
soldano intorno si raccoglie e stringe:
né la gente fedel piú che l'infida
né piú questa che quella il campo or tinge;
ma gli uni e gli altri or vincitorior vinti
dansi morte a vicenda e sono estinti.


54

Come han pari l'ardircon pari forza
Austro piovoso e 'l suo nemico asciutto
né l'un l'altroné 'l cielo il mare sforza;
ma nube a nube oppone e flutto a flutto:
cosí né quané la concede a forza
valor costanteivi a morir condutto;
s'incontra insieme orribilmente urtando
scudo a scudoelmo ad elmo e brando a brando.


55

Né meno intanto son fèri i litigi
da l'altra partee i guerrier folti e densi;
mille nuvoli e piú d'angeli stigi
tutti han pieni de l'aria i campi immensi
dando forza a' pagani; e i suoi vestigi
non è chi indietro di rivolger pensi:
e la face d'inferno Argante infiamma
acceso ancor de la sua propria fiamma.


56

Egli ancora le guardie in fuga mosse
e su' ripari feo mirabil salto:
di lacerate membra empié le fosse
appianò il callee diede un fèro assalto:
sí che gli altri il seguîroe fêr poi rosse
le travi acute di sanguigno smalto:
e se non che lor tolse Iddio la mente
le macchine accendean con face ardente.


57

Perché fuggía il Tedescoallor che quivi
giunse Guelfo e Roberto e 'l suo drappello;
e volger fe' la fronte a' fuggitivi
e sostenne il furor del popol fello.
Cosí guerra faceasi; e 'l sangue in rivi
correa egualmente in questo lato e 'n quello;
quando da l'alto gli occhi a' suoi rivolse
il re del ciel cui dar vittoria ei volse.


58

Siede coládond'egli e buono e giusto
creamuovee formae 'l tutto adorno rende
sovra 'l basso confin del mondo angusto
ove né sensoné ragione ascende:
e de l'eternitá nel trono augusto
con tre lumi in un lume Iddio risplende:
e non v'ha luogo il luogoo tempo il tempo
né la natura che produce a tempo.


59

Né 'l fatoo quella che qual fumoo polve
la gloria e l'oro di quaggiuso e i regni
come piace lá sudisperde e volve
nédivacura i nostri umani sdegni.
Equando meno in suo splendor s'involve
ivi abbaglian la vista anco i piú degni.
Dintorno ha innumerabili immortali
disegualmente in lor letizia eguali.


60

Al gran concento del felice carme
lieta risuona la celeste reggia.
Chiama egli a sé Michel ch'in lucide arme
di fin oro e d'elettro arde e fiammeggia
e dice lui: - Non vedi or come s'arme
contra la mia fedel diletta greggia
l'empia schiera d'inferno? E 'n sin dal fondo
de le sue morti a turbar venga il mondo?


61

Dille che lasci omai l'usate cure
de la guerra a' guerrier cui piú convene;
né con le sue sembianze orride impure
turbi l'aure del ciel liete e serene:
torni a le notti d'Acheronte oscure
suo degno albergoa le sue giuste pene;
ivi se stessa e l'alme in cieco abisso
tormenti: io cosí voglio e cosí ho fisso. -


62

Qui tacque; e 'l duce de' guerrieri alati
riverente ed umíl s'inchina al piede:
indi spiega al gran volo i vanni aurati
rapido sích'anco il pensiero eccede.
Passa il foco e la luce ove i beati
hanno lor glorïosa immobil sede.
Poscia mira il cristalloe 'l cerchio adorno
che d'auree stelle è sparso e gira intorno.


63

Quinci d'opre diversie di sembianti
da sinistra rotar Saturno e Giove;
e gli altri poi ch'esser non ponno erranti
s'angelica virtú gl'informa e move.
Vien poi da' campi lieti e fiammeggianti
d'eterno dílá donde tuona e piove
dove se stesso il mondo strugge e pasce
e ne la guerra sua more e rinasce.


64

Venía scotendo con l'eterne piume
la caligine densa e i folti orrori;
s'indorava la notte al divin lume
che spargea scintillando il volto fuori.
Tale il sol ne le nubi ha per costume
spiegar dopo la pioggia i bei colori:
tal suolfendendo il liquido sereno
stella cadere a la gran madre in seno.


65

Magiunto incontra a quel furor terrestro
ch'ebbe dal chiaro lume eterno il bando
sovra l'ale si ferma accorto e destro
e ragiona cosíl'asta vibrando:
- Sapete pur come dal lato destro
il Re del ciel soglia ferir tonando
o nel disprezzoo ne' tormenti acerbi
de l'estrema miseria ancor superbi.


66

Fisso è nel ciel ch'al venerabil segno
chini le muraapra Sion le porte.
A che pugnar col fato? A che lo sdegno
dunque irritar de la celeste corte?
Itene maledetti al vostro regno
regno di pene e di perpetua morte:
e sieno in quellia voi dovuti chiostri
la vostra guerra e i fier trionfi vostri.


67

Lá incrudelite solspirti nocenti
tutte adoprando le spietate posse
fra i gridi eterni e lo stridor de' denti
e 'l suon del ferro e le catene scosse. -
Disse; e queich'egli vide al partir lenti
con la gran lancia sua spinse e percosse.
Essigemendoabbandonâr le belle
piagge che 'l cielo illustra e l'auree stelle.


68

E dispiegâr verso l'inferno il volo
ad inasprir ne' rei l'usate doglie.
Non passa il mar d'augei sí grande stuolo
quando a' soli piú tepidi s'accoglie:
non tante vede mai l'autunno al suolo
cader co' primi freddi aride foglie.
Liberato da lorquella sí negra
faccia depone il mondo e si rallegra.


69

Ma non però nel disdegnoso petto
d'Argante vien la rabbia o 'l furor manco
ben ch'il suo foco in lui non spiri Aletto
né flagello infernal gli sferzi il fianco:
rota il ferro crudeleove piú stretto
sovra i ripari è il buon Germano e 'l Franco:
miete i vili e i possentie i piú sublimi
e piú superbi capi adegua a gl'imi.


70

Ma lui con l'asta bassa il gran Roberto
in mezzo a l'ampio scudo ebbe percosso
sí che il lucente acciaio rimase aperto
ch'era di dentro e fuor il candid'osso:
Argante non aveva ancor sofferto
colpo maggioree vacillando è scosso:
onde il ferir de la nodosa lancia
piú non aspettae pur tra' suoi si lancia.


71

Gli altri ch'erano ascesi in cima al vallo
Guelfo precipitònon pur sospinse
co 'l gran guerrier che non fe' colpo in fallo
ma quanti ne tiròtanti n'estinse:
poi tra nemici uscí sul gran cavallo
che tutto è neroed egli in rosso il tinse
e molti n'atterròquasi in un fascio
che nel confuso orror sepolti io lascio.


72

Ma con reale insegnaaurata e verde
allor si vide Saladino appresso
ch'ad un suo colpo il ferro e 'l braccio perde
e cade a terrae non risorgeoppresso;
come piú non germoglia o non rinverde
tronco da la securealto cipresso
che verdeggiòquasi frondosa mèta
l'alta selva facendo ombrosa e lieta.


73

Non lontana è Clorindae giá non meno
par che di tronche membra il campo asperga:
caccia la spada ad Olivier nel seno
per mezzo il cor dove la vita alberga:
e quel colpo a ferirlo andò sí pieno
che fuori uscí da sanguinose terga:
poi fére Amon lá 've primier s'apprende
nostro alimento; e 'l viso a Pirro fende.


74

La destra di Selvaggioonde ferita
ella pria fumanda recisa al piano.
Tratta anco il ferro e con tremanti dita
semiviva nel suol guizza la mano.
Coda di serpe è tal ch'indi partita
cerca d'unirsi al suo principio invano.
Cosí mal concio la guerriera il lassa
poi si volge ad Ichilde e 'l ferro abbassa.


75

E tra 'l collo e la nuca il colpo assesta
e tronchi i nervi e 'l gorgozzuol reciso
gío rotando a cader l'orribil testa:
e pria bruttò di polve immonda il viso
che giú cadesse il tronco; il tronco resta
(miserabile mostro) in sella assiso;
ma libero dal fren con mille rote
calcitrando il destrier da sé lo scote.


76

Vuol poi ferir Robertoe lui non coglie
ché passa a caso il palestino Osmida:
e la piaga non sua ne l'elmo toglie
la qual vien che la fronte a lui recida:
molta intorno al gran conte allor s'accoglie
di quella gente ch'ei conduce e guida;
tal ch'ellaco 'l suo stuolo indi s'arretra
la 've a' nostri cavalli il passo impètra.


77

L'aurora intanto il bel purpureo volto
giá dimostrava dal sovran balcone
e s'era in que' tumulti omai disciolto
il feroce Argilan di sua prigione:
e d'arme incerte il frettoloso avvolto
quali 'l caso gli offerse o triste o buone
giá venia per far del fallo emenda
e perché sua virtú piú chiara splenda.


78

Quale il destrierche da le regie stalle
dove a l'uso de l'arme ei si riserba
fuggee libero alfin per largo calle
va tra gli armenti o al fiume usatoo a l'erba;
scherzan su 'l collo i crinie su le spalle
si scuote la cervice alta e superba;
suonano i piè nel corsoe par ch'avvampi
tutti d'un nitrir lieto empiendo i campi


79

tal ne viene Argilano; arde il feroce
sguardoha la fronte intrepida e sublime
leve è ne' saltie sovra i piè veloce
sí che d'orme la polve appena imprime:
egiunto fra' nemicialzò la voce
(pur com'uomche tutt'osie nulla stime):
- O vil feccia del mondoArabi inetti
com'è che tanto ardire in voi s'alletti?


80

Non regger voi de gli elmi e degli scudi
siete atti il pesoo 'l petto armarvi e 'l dorso;
ma commettete paventosi e nudi
i colpi al vento e la salute al corso:
l'opere vostre e i vostri egregi studi
notturni son: dá l'ombra a voi soccorso;
or ch'ella fuggechi fia vostro schermo?
D'arme è ben d'uopo e di valor piú fermo. -


81

Cosí parlando percuotea la gola
ad Algazel di sí crudel percossa
che gli segò le faucie la parola
troncò ch'a la risposta era giá mossa:
a quel meschin subito orrore invola
il lume e scorre un duro gel per l'ossa.
Cade e co' denti l'odïosa terra
pien di gran rabbia in sul morire afferra.


82

Quinci per vari casied Aladino
ed Agricaltee Muleasse uccide;
e da la gola al ventre a lor vicino
con esso un colpo Aldïazel divide.
Trafitto a sommo il petto il fier Tigrino
atterrae con parole aspre il deride.
Quelgli occhi gravi alzandoa l'orgogliose
parolein sul morircosí rispose:


83

- Non tu (chiunque sia) di questa morte
vincitor lieto avrai gran tempo il vanto:
pari destin t'aspettae da piú forte
destra a giacer mi sarai steso a canto. -
Rise egli amaramente; e: - Di mia sorte
curi 'l ciel (disse)or tu qui muori intanto
d'augei pasto e di cani;- indi lui preme
col piedee ne trae l'alma e 'l ferro insieme.


84

Un paggio del soldán fra questa e quella
turba mistoaspirava a' primi onori
a cui non anco la stagion novella
il bel mento spargea de' primi fiori:
paion perle e rugiade in su la bella
guancia rigando i tepidi sudori:
giunge grazia la polve al crine incolto
e sdegnoso rigor dolce è in quel volto.


85

Sotto ha un destrier che di candore agguaglia
pur or ne l'Appennin caduta neve:
turbo o fiamma non èche roti o saglia
rapido sícom'è quel pronto e leve;
dorata piastra indosso e fina maglia
lunga asta e spada ha pur ritorta e breve
e con barbara pompa in bel lavoro
di porpora risplende in testa e d'oro.


86

Mentre il fanciullo a cui novel piacere
di gloria il petto giovenil lusinga
di qua turba e di lá le prime schiere
e lui non è chi tanto o quanto stringa:
tra le sue rote instabili e leggere
giá l'insidia Argilanoonde sospinga
l'asta; ed ucciso il suo destrier di furto
sovra gli arriva allor ch'appena è surto.


87

Ed al tenero voltoil quale invano
con l'arme di pietá fea sue difese
drizzò la forte inesorabil mano
e di natura il piú bel pregio offese;
ma 'l ferrocome senso avesse umano
gli si travolsee sol di piatto scese.
Ma che pro sedoppiando il colpo fèro
di punta colse ov'egli errò primiero?


88

Solimanche di lá molto non lunge
il cimier e 'l cavallo avea perduto
e da la spada che piú fére e punge
lasso e vinto campònon pur caduto:
visto or l'altrui periglioirato aggiunge
a la vendetta e tardo a dargli aiuto.
Perché vede (ahi dolor!) giacere ucciso
il suo Lesbinquasi bel fior succiso.


89

E in atto sí gentil languir tremanti
gli occhi e cader sul tergo il collo mira;
cosí vago è il palloree da' sembianti
di morte una pietá sí dolce spira
ch'ammollí il cor che fu dur marmo avanti
onde il pianto stillò nel mezzo a l'ira.
Tu piangiSolimantu che distrutti
mirasti i regni tuoi con gli occhi asciutti!


90

Ma come vede il ferro ostil che molle
fuma del sangue ancor del suo diletto
la pietá cedee l'ira avvampa e bolle;
sí che n'infiamma il viso insieme e 'l petto:
corre sovra Argilano e 'l ferro estolle
e parte il capoe prima il duro elmetto;
e ben del generoso e fèro sdegno
di Solimano il grave colpo è degno.


91

Né di ciò ben contentoal corpo morto
che giá pace aspettava ancor fa guerra;
quasi mastinbieco mirando e torto
il sasso che 'l feríco' denti afferra.
O d'immenso dolor breve conforto
incrudelir ne l'insensibil terra!
Non spendea intanto il cavalier soprano
il tempo o l'ire o le percosse invano.


92

Ma partia scudicapielmi e loriche
onde tremila Turchi eran coperti
indomiti di corpo a le fatiche
di spirto audaci e 'n vari casi esperti:
questi seguîro in monti e 'n piagge apriche
il gran soldano e 'n orridi deserti
compagni fûr de' suo' errori infelici
ne le fortune avverse ancora amici.


93

Di questio raro sia l'ordine o folto
nulla o poco il valor cedeva al Franco;
in questi urtò Goffredo e ferí il volto
al fier Tirante ed a Rosteno il fianco:
al superbo Selimo il capo ha tolto
dal bustoha tronco a Pirgo il braccio manco
a Ruteno cacciò tra costa e costa
il ferro e trapassò la parte opposta.


94

Non ebber duce eguale al crudo Orosco
né piú feroce ancor le schiere impigre;
buono era al montea la campagnaal bosco
e nacque ládove suo fonte ha il Tigre:
frenava un gran destrier che nero e fosco
dal ratto corso fu chiamato il tigre:
ma nol sottrasse a morte allorché giunse
la spada che 'l suo busto agli altri aggiunse.


95

Joranche forze e membra ha di gigante
col foco apriva ardente strada a l'empie
turbescuotendo il pin fumante
che di sparse faville il ciel riempie;
ma 'l pino e 'l capo altero e minacciante
tronca Aristolfoe ne l'immonde tempie
la fiamma è appresa in quel sanguigno luogo
ond'egli fece a se medesmo il rogo.


96

Poscia Aristolfo uccide il fier Turcaldo
ArifarBeregorTurano e Besso.
Camillo fa nel sangue il ferro caldo
di Ramondi Perondo e di Lermesso.
Davalo fende l'elmo integro e saldo
di Bosnaed Arameo gli atterra appresso.
Garzia d'Idro e d'Irospe il fèro spirto
caccia Ettor quel di Zerbi e quel d'Absirto.


97

Mentre la morte fa preda e rapina
de lo stuol che piú assalto or non sostiene
e sparsa e scema al precipizio inchina
la fortuna de' barbari e la spene:
nuova nube di polve ecco vicina
che folgori di guerra in grembo or tiene.
Ecco d'arme improvvise uscire un lampo
ch'a tutti diè terror correndo il campo.


98

Son cinquanta guerrier ch'in puro argento
spiegan la trïonfal purpurea croce:
in cui lo stuolch'era a fuggire intento
s'incontra e non gli giova esser veloce;
ma parve campo in cui tempestao vento
pria l'immature spiche abbatte e nòce:
poi da la falce è tronco alfine ed arso
ed arido fiammeggia al foco sparso.


99

L'orrorla crudeltála tèmail lutto
van dintorno scorrendoe 'n varia imago
vincitrice la morte errar per tutto
vedrestied ondeggiar di sangue un lago.
Giá fuori la sua squadra avea condutto
Doldechinoe parea quasi presago
di fortunoso tempo; e però d'alto
mirò i piani soggetti e 'l dubbio assalto.


100

Ma come prima si ritorce e piega
l'oste di Solimansuona a raccolta;
e con messi iterati affretta e prega
Argantee 'l fier Baldacco a dar di volta;
ma 'l principe d'Egitto irato nega
ché di rado furor consigli ascolta;
pur cede al finee i suoi giá stanchi e lassi
raccôr vorrebbe e freno imporre a' passi.


101

Ma chi dá legge al volgo? ed ammaestra
la viltate e 'l timor? La fuga è presa.
Altri gitta lo scudoaltri la destra
disarma; impaccio è il ferro e non difesa.
Valle è tra 'l piano e la cittách'alpestra
da l'occidente al mezzogiorno è stesa;
qui fuggon essi e si rivolge oscura
caligine di polve a l'alte mura.


102

Passa Clorinda intanto al buon Tranquillo
il core e rivi trae caldi e sanguigni;
perch'a feminea mano il ciel sortillo
s'aspetti ha pur sí fèri e sí maligni.
Te pianser poi gli scogli e 'l mar tranquillo
del bel Sorrentoe di Sebeto i cigni:
e s'udîr ne' bei monti e 'n su l'arene
i laiquasi di ninfe e di sirene.


103

Mentre van quei precipitosi al chino
strage i nostri de gli empi orribil fanno;
maposcia che poggiando omai vicino
l'aiuto avean del barbaro tiranno
Guelfoche piú non vuol d'aspro cammino
con tanto suo periglio esporsi al danno
ferma sue gentie quel le sue riserra:
non poco avanzo d'infelice guerra.


104

Quanto a forza terrena è far concesso
fatto aveva il soldán: or piú non pote;
tutto è sangue e sudoree un grave e spesso
anelar gli ange il petto e i fianchi scote:
langue sotto lo scudo e il braccio oppresso
volge la destra l'arme in pigre rote
spezza e non taglia; edivenendo ottuso
perduto il ferro omai di ferro ha l'uso.


105

Come si vede talrimane in atto
d'uom che fra due sia dubbio: e 'n sé discorre
se morir debba; edanimoso fatto
con le sue mani altrui la gloria tôrre;
o da poi ch'il suo campo è omai disfatto
se stesso in parte piú secura accôrre.
- Vinca alfin (disse) il mio destin superbo
a cui le spoglie e questa vita io serbo.


106

Veggia il nemico le mie spallee scherna
di nuovo ancora il nostro esilio indegno;
purché di nuovo armato indi mi scerna
turbar sua pace e 'l non mai stabil regno.
Non cedo iono. Fia con memoria eterna
de le mie offese eterno il mio disdegno.
Risorgerò nemico ognor piú crudo
cenere ancor sepoltae spirto ignudo. -




LIBRO UNDECIMO

1

Cosí dicendo ancorvicino scòrse
un destrier ch'a lui volse errante il passo:
tosto libero al fren la mano ei porse
e su vi salseancor che afflitto e lasso;
senza il cimierche prima orribil sorse
fatto era l'elmo quasi oscuro e basso
rotta la sopravvestae di superba
pompa real indicio alcun non serba.


2

Come dal chiuso ovil cacciato viene
lupo talorche fugge e si nasconde:
e ben che del gran ventre omai ripiene
ha l'ingorde voragini profonde
avido pur di sangue ancor fuor tene
la linguae 'l sugge da le labbra immonde:
tale ei sen gía dopo il sanguigno strazio
de la sua cupa fame ancor non sazio.


3

E com'è sua venturaa le sonanti
quadrellaond'a lui 'ntorno un nembo vola
a tante spadea tante lancea tanti
ministri d'aspra morte alfin s'invola:
e sconosciuto pur cammina avanti
per quella via ch'è piú romita e sola:
e'n sé volgendo quel che fare ei deggia
in gran tempesta di pensieri ondeggia.


4

Disponsi alfin di girne ove raguna
esercito sí grande il re d'Egitto;
e giunger seco l'armealta fortuna
sperando rinovar d'imperio afflitto.
Ciò prefisso tra sédimora alcuna
non pone in mezzoe lascia il cammin dritto:
e d'uopo avrá di chi securo il guidi
di Gaza antica a gli arenosi lidi.


5

Lascia la regia via d'antica pietra
che feo del buon David il saggio figlio
verso occidentee quella ancor ch'impètra
inverso Boreaov'è maggior periglio:
e torce ove non vide arco e faretra
né piú di sangue uman calle vermiglio
al mezzogiorno; e giunge in regia valle
pur com'uom che le vie smarrisca e falle.


6

E riconosce il dirupato avello
ove drizzossi giá colonna antica
statuae sepolcro del figliuol piú bello:
or vede al suo pensier torre nemica.
Onde ricerca piú securo ostello
e piú fida quiete in parte amica:
e come il guida la fortuna e 'l caso
si volge a Boreae pur lascia l'occaso.


7

Di valle in valle ermo sentier raggira
perch'altruiquanto puòvorria celarse;
né molto va che marmi inscritti ei mira
di tre gran mete ruinose e sparse:
quivi la sua fortuna allor sospira;
poich'il novo sepolcro a gli occhi apparse:
e d'opre eccelse vede umil ruina
dove giacque co 'l figlio alta reina.


8

- Di tomba in tomba il mio destin mi scorge
(fra sé diceva il re doglioso e mesto)
ed aita o conforto altri non porge
al colpo di fortuna agro e funesto;
ma s'a me il mausoleo sublime sorge
o se tra pruni e sassi ascoso io resto
com'uom del volgoo pur come tiranno
leggiero estimo del sepolcro il danno. -


9

Cosí dicendoi solitari orrori
ricerca pur con gli occhi intorno intorno;
e non vede bifolchi e non pastori
fuggir a l'ombre estive il caldo giorno;
ma di fior desiderioe d'altri fiori
appresso a le ruine il loco adorno
e co 'l verde cipresso ivi la palma
ch'alta risorge piú da grave salma.


10

Mentre riguardapur di trombe e d'armi
ode il suono da lungee vede il lampo
onde lascia quell'ombre e i bianchi marmi
e s'allontana dal sanguigno campo;
cercando in altra parte ove disarmi
il destro bracciopiú securo scampo:
quivi il circonda di cerulee fasce
e di que' dolci frutti alfin si pasce.


11

Né perché senta inacerbir le doglie
de l'altre piaghee grave il corpo ed egro
vien però che si posie l'arme spoglie
ma travagliando il dí ne passa integro.
Poiquando l'ombra oscura al mondo toglie
i vari aspettie 'l mondo tinge in negro;
mira di fieno e di palustre canna
dove prenda riposoumil capanna.


12

Con la superba man che scote il mondo
percote l'uscio di quel rozzo albergo
che mal sostien de la percossa il pondo;
e vòto il trovae: - Sol qui (disse) albergo. -
Ma di bue vede steso un cuoio immondo
e d'orsa sovra lui villoso il tergo;
e 'n rozza mensa povere vivande
migliori assai de le famose ghiande.


13

Fuggito era il pastore; e quasi ignudo
lasciò l'albergo ov'egli adagia il fianco.
E la testa appoggiando al duro scudo
acqueta l'alma afflitta e il corpo stanco;
ma d'ora in ora a lui si fa piú crudo
sentire il duol de le ferite; ed anco
roso gli è dentro e lacerato il core
da gli interni avvoltoisdegno e dolore.


14

Alfinquando giá tutte intorno chete
nel piú alto silenzio eran le cose;
vinto egli pur da la stanchezzain Lete
sopí le cure sue gravi e noiose
e 'n una breve e languida quiete
l'afflitte membra e gli occhi egri compose:
ementre ancor dormiaturbato suono
di voce lui destòche parve un tuono.


15

- O gran signor de' Turchii tuoi sí lenti
riposi a miglior tempo omai riserva;
che sotto il giogo di nemiche genti
la patria ove regnastiancora è serva.
In questa terra dormie non rammenti
ch'insepolte de' tuoi l'ossa conserva?
Ove sí gran vestigio è del tuo scorno
tu neghittoso aspetti il nuovo giorno?-


16

Desto il soldanoalza lo sguardoe vede
uomche d'etá gravissima a' sembianti
col ritorto baston del vecchio piede
ferma e dirizza i passi omai tremanti.
- E chi sei tu (sdegnoso al veglio ei chiede)
che somigli fantasma e larve erranti
turbando i brevi sonni? E che s'aspetta
a te la mia vergogna e la vendetta?-


17

- Io mi sono un (rispose il veglio antico)
ch'a Solimanoil tuo famoso padre
ed a Belchefoil ziofedele amico
spesso in fortune apparvi oscure ed adre;
ed or di te mi calee 'l ver ti dico
o duce invitto d'infelici squadre:
prendi in gradosignorch'a te risuone
per la mia linguae ti sia sferza e sprone.


18

Or perché (s'io m'appongo) esser dée volto
al gran re de l'Egitto il tuo cammino
presago son ch'aspro vïaggio or tolto
indarno avrainé tardo alto destino.
Però che senza te fia insieme accolto
l'esercito; e 'l grand'uopo è piú vicino.
Né loco è ládove s'impieghi e mostri
il tuo valor contr' a' nemici nostri.


19

Ma se in duce me prendientro a quel muro
che da l'arme nemiche è intorno stretto
nel piú chiaro del dí pôrti securo
senza che spada impugniio ti prometto:
quivi con l'arme e co' disagiun duro
contrasto aver ti fia gloria e diletto
difendendo a gli amici il nobil regno
a te medesmo il tuo piú caro pegno.


20

Amoralto dich'ioche senza oltraggio
di rea fortuna o pur di fato avverso
con gli Arabi forní dubbio vïaggio
e di notte v'entrò per l'aer perso.
Quivi salvo il vedrai co 'l novo raggio;
ed or per te sospiraal ciel converso
e dice: "Senza lui la vita è nulla;
ch'or foss'io morto al latte ed a la culla". -


21

Mentre ei ragiona ancorgli occhi e la voce
e le lanose gote il Turco ammira;
e dal volto e da l'animo feroce
tutto depone omai l'orgoglio e l'ira.
- Padre (risponde)io giá pronto e veloce
sono a seguirti; ove tu vuoi mi gira:
tu sprona il lento ardirse meno ardisco
ché per alta cagion lodato è il risco. -


22

Loda il veglio i suoi detti; e perché l'aura
notturna avea le piaghe inacerbite
un suo licor v'instilla onde restaura
le forzee salda il sangue e le ferite:
e rimirando omai ch'il sole inaura
le cime a' montide' suoi rai vestite:
- Tempo è (disse) al partirch'omai discopre
le strade il sol ch'altrui richiama a l'opre.


23

Ma noi (come sper' io) n'andremo occulti
da la vista de' miseri mortali
e vedremo de' vivi e de' sepulti
sepolcrie roghied angosciosi mali.
Parte mira tra l'ombre e tra' virgulti
se l'opre mie siano al volere eguali.
Non ho di questa piú lucente merce
che vedi fiammeggiar tra palme e querce. -


24

Allora a gli occhi del soldán rifulse
l'elmoonde gravi l'onorata fronte;
per cui quel mago a se medesmo indulse
e forse affaticò Sterope e Bronte;
e tutti ricercòsenza repulse
gli antri del cavernoso e fiero monte:
e 'l ricco scudo appressoe gli altri arnesi
sparsi di gemme e di piropi accesi.


25

Pur sorge nel cimiero orribil drago;
ma di faville il ciel non anco ingombra:
e ne lo scudo è la celeste immago
come ella appar quando per nube adombra
né giunta a mezzo ancor del corso vago
riluce con le corna in mezzo a l'ombra:
cerulea sopravvestae d'ampio nembo
d'argento sparsapur d'argento ha il lembo.


26

S'arma il gran re de' Turchie non lontano
il carro scorge ove col mago ei siede
ch'il freno allenta; e con la dotta mano
or questo or quel destrier percote e fiede.
Quei vanno síche 'l polveroso piano
non ritien de la rota ormao del piede:
fumar li vedied anelar nel corso
e tutto biancheggiar di spuma il dorso.


27

Maraviglie dirò. S'aduna e stringe
l'aer dintorno in atra nube avvolto
e cosí 'l carro ne ricopre e cinge
ch'egli non apparisce o poco o molto;
e dovunque 'l destrier si sferza e spinge
l'aer sempre si fa piú denso e folto:
ben veder ponno i due dal curvo seno
le nebbie intornoe fuori il ciel sereno.


28

Meravigliando il re le ciglia inarca
ed increspa la frontee mira fiso
la nube e 'l carro ch'ogni intoppo varca
veloce sí che di volar gli è avviso.
L'altroche di stupor l'anima carca
gli scorgea l'atto de l'immobil viso;
gli rompe quel silenzioe lui rappella
ond'ei si scotee poi cosí favella:


29

- O chiunque tu siache fuor d'ogni uso
pieghi natura ad opre altere e strane;
espiando i secretientro al piú chiuso
spazii a tua voglia de le menti umane
se arrivi co 'l saper ch'è d'alto infuso
a le cose remote anco e lontane;
deh dimmi qual riposoo qual ruina
a' gran moti de l'Asia il ciel destina?


30

Ma pria dimmi il tuo nomee con qual arte
far cose tu sí inusitate soglia:
chese pria lo stupor da me non parte
com'esser può che l'altre cose accoglia?-
Sorrise il vecchioe disse: - In una parte
mi sará leve d'adempir tua voglia:
mevago d'arti ignotei Turchi e i Siri
chiamano Ismenoed io m'appello Osiri.


31

Ma ch'io scopra il futuroe ch'io dispieghi
de l'eterno destin l'occulte leggi
troppo è ardito desiotropp'alti preghi
e impresa fora d'uom che piú vaneggi.
Fra le sventure l'alma al mal non pieghi
seguendo onorche tu seguire eleggi:
perché spesso addivien ch'il saggio
e il forte fabro a se stesso è di felice sorte.


32

Tu questa invitta manoa cui fia poco
scoter le forze del francese impero
non che munirnon che guardare il loco
ch'oppugna e stringe aspro avversario e fèro;
contra l'arme apparecchia e contra il foco.
Osasoffriconfida: io bene spero;
ma pur diròperché piacerti debbia
ciò ch'ascosto vegg'io quasi per nebbia.


33

Veggioo parmi vedereanzi che lustri
molti rivolga il gran pianeta eterno
uom che l'Asia ornerá co' fatti industri
e del fecondo Egitto avrá il governo.
Taccio i cortesi modi e l'arti illustri
e tante altre virtú ch'a pena io scerno:
basti sol questo a noi che da lui scosse
non pur saranno le contrarie posse;


34

ma il regno di Siona' nostri ingiusto
svèlto sará ne l'ultime contese;
e l'afflitte fortune entro un angusto
cerchio sospintee sol dal mar difese:
questo i tuoi lor torranno. - E qui il vetusto
mago si tacque. E quegli a dir riprese:
- O lui feliceeletto a tanta lode!-
E quello onor gl'invidiae parte gode.


35

Soggiunse poi: - Girisi pur fortuna
o buona o reacome è lá su prescritto:
che non ha sovra me ragione alcuna
né giammai mi vedráse non invitto.
Pria dal suo corso distornar la luna
e le stelle potráche mai dal dritto
torcere un mio pensieroo un sol mio passo
perch'alto mi sollevio spinga a basso. -


36

Cosí gîr ragionandoinsin che fûro
lá 've presso vedean le tende alzarse:
e con aspetto tenebroso e scuro
in varie forme ivi la morte apparse.
Si perturbò nel corche tanto è duro
e di pietá il soldano 'l volto sparse.
Ahicon quanto disprezzo altere insegne
vide giacer ch'ei fe' temute e degne!


37

E scorrer lieti i Franchie i pettie i volti
spesso calcar de' suoi piú noti amici;
e con superbo orgoglio a gl'insepolti
l'armi spogliare e gli abiti infelici:
altri onorarein lunga pompa avvolti
gli amati corpi de gli estremi offici:
altri suppor le fiammee 'l volgo misto
d'Arabi e Turchi a un foco ardente è visto.


38

Sospirando la spada allora ei trasse
e lasciare il gran carro e correr volle
ma quel canuto mago a sé 'l ritrasse
e de l'ira affrenò l'impeto folle.
Poi da le parti piú sanguigne e basse
drizzò i cavalli al piú sublime colle.
Cosí alquanto n'andâro insin ch'a tergo
lasciâr de' Franchi il militare albergo.


39

Smontâro allor del carroe quel repente
sparveed a piedi andâr per breve calle
ne la solita nube occultamente
discendendo a sinistra in ampia valle;
sí che giunsero ládove a ponente
l'alto monte a Sion copre le spalle.
Quivi si ferma il magoe poi s'accosta
quasi mirandoa la scoscesa costa.


40

S'apria cava spelunca in duro sasso
di lunghissimi tempi avanti fatta
ma disusandoor riserrato il passo
era tra' pruni e l'erbe in cui s'appiatta.
Sgombra il mago gl'intoppie curvo e basso
per l'angusto sentiero a gir s'adatta:
e l'una man precedee tenta il varco
l'altra è scorta al guerrier che d'arme è carco.


41

Dice allor il soldán: - Qual via furtiva
è questa tuadove convien ch'io vada?
Altra forse miglior sdegno t'apriva
con l'infelice ed onorata spada. -
- Non sdegnar (gli risponde)anima schiva
premer col forte piè la buia strada:
che giá solea calcarla il fèro Erode
quel c'ha ne l'arme ancor sí chiara lode.


42

Cavò l'orrido specoallor che porre
volse freno a' soggetti il re ch'io dico;
e per esso potea da quella torre
ch'egli Antonia appellò dal fido amico
invisibile a tuttiil piè raccôrre
dentro le mura del gran tempio antico:
e quindi occulti uscir d'ampia cittate
e trarneed introdur genti celate.


43

Ma nota è questa via solinga e bruna
a pochiignota a le straniere genti.
Per queste andremo al loco ove raguna
i piú saggi a consiglio e i piú possenti
il rech'al minacciar d'empia fortuna
piú forse che non déepar che paventi.
Ben tu giungi a grand'uopo: ascolta e taci
poi muovi a tempo le parole audaci. -


44

Cosí gli disse; e 'l cavaliero allotta
co 'l gran corpo ingombrò l'umil caverna;
e per le vie dove mai sempre annotta
seguí colui che il suo Cammin governa.
Pria chino andò; ma quella oscura grotta
tanto è piú ampia quanto piú s'interna
onde per facil via poggiando seco
a mezzo giunse de l'ombroso speco.


45

Apriva allor un picciol uscio Ismeno
e se ne gían per disusata scala
a cui luce mal certo e mal sereno
l'aerche grave e denso a pena esala.
Giungean d'un chiostro alfin nel fosco seno
e salian quindi in chiara e nobil sala.
Qui con lo scettro e con sue corna in testa
mesto sedeasi il re fra gente mesta.


46

Da la concava nube il duce altero
non veduto rimira e spia d'intorno;
ed ode il re frattantoil qual primiero
incominciò cosí dal loco adorno:
- Veramenteo miei fidial nostro impero
fu il trapassato assai dannoso giorno;
e caduti d'altissima speranza
sol l'aiuto d'Egitto omai ci avanza.


47

Ma ben vedete voi quanto la speme
lontana sia da sí vicin periglio.
Dunque ciascuno or qui raccolto insieme
portando in mezzo il suo alto consiglio
soccorra al regno stanco. - Aura che freme
allora parve il picciolo bisbiglio
ma con la faccia baldanzosa il vieta
sorgendo Argantee 'l mormorar acqueta.


48

- O buon padreo buon re (fu la risposta
del cavaliero indomito e feroce)
perché ci tenti? e cosa a nullo ascosta
chiedich'uopo non ha di nostra voce?
Pur dirò: sia la speme in noi riposta:
che né ferroné foco a virtú noce:
di questa armiamcia lei chiediamo aita
né piú ch'ella si vaglia amiam la vita.


49

Perché cercar lontano altri guerrieri
se basta a la vittoria un core invitto?
Se può salvare i regni e gli alti imperi
l'animoche non è per caso afflitto?
E non parlo cosíperch'io disperi
che serbi le promesse il re d'Egitto;
ma ne l'istesso aver fidanza e tèma
perché vi sforza la fortuna estrema?


50

So ch'è sospetto il dir che troppo abonda
di vera fede; ond'io di ciò mi sdegno:
che fanciullo cercai lontana sponda
col sospetto cangiando esilio indegno;
e la patria al mio re lasciai gioconda
e la cura a' fratei del proprio regno;
e tanto mia fortuna indi s'accrebbe
che forse de l'onore a molti increbbe.


51

Che d'amplissimo imperio alto governo
tra dodici ammiragli eletto il primo
ebbi per grazia; e del mio re superno
la cara figliache piú d'altri estimo.
E giá meco tenea la state e 'l verno
lá 've i campi feconda il molle limo;
e meco insieme or si rinchiude e serra
ne l'aspro assedio d'odïosa guerra.


52

Mavivend'io soggetto a l'altrui voglie
mentre al proprio signor la fede sciolgo
riportai di mia gente ostili spoglie
vincitor mesto; e ben di ciò mi dolgo.
Poscia co 'l figlio e con la fida moglie
cacciato fui dal ribellante volgo:
e come al re di Babilonia aggrada
poteiné volliinsanguinar la spada.


53

Fecicome a lui piacquea voi ritorno
nel maggior vostro rischioin sí grand'uopo;
pur de le spoglie de' miei Turchi adorno
che trionfando rimirò Canopo.
Taccio i trofei che nel piú ardente giorno
drizzai del negro e timido Etiópo:
perché non hadonde si glorii e vante
de le spoglie de' Franchi il vostro Argante.


54

Questa sola bramata e chiara palma
par che mi neghi il mio destino avverso
per cui la vita esporre insieme e l'alma
non nego; e non aspetto Assiroo Perso:
e mi par troppo grave indegna salma
ch'io chieda aita a stranii re converso.
Ma che poss'io? s'a la cittade alpestra
si crede piú ch'a la fedel mia destra.


55

Di nuovo giuroo mio signore e padre
o diletti fratellio fidi amici
e voi per sua difesa armate squadre
che pria che darmi vinto a' miei nemici
consacrar voglio a l'ombre oscure ed adre
quest'alma invittaed a le furie ultrici
io Argante; e scenderò nel cieco mondo
a nessun prisco di valor secondo. -


56

Cosí disse con occhi orror spiranti
qual uom che parli di non dubbia cosa.
Poi sorse grave e placido in sembianti
il re d'Aleppouom di virtú famosa
e 'n guerra e 'n pace di gran pregio avanti
ma ora ne l'etá grave e pensosa
di sée di sue terree de' suo' figli
cauto vecchio temea tutti i perigli.


57

Disse questi: - O signorgiá non accuso
il fervor d'orgogliose alte parole
quando nasce d'ardir che starsi chiuso
tra' confini del cor non puòné vuole:
però se 'l tuo gran figlio a noi per uso
troppo in vero parlar fervido suole
ciò si conceda a luiche poi ne l'opre
il medesmo ardimento anco discopre.


58

Ma si conviene a tecui fatto il corso
de le cose e de' tempi han sí prudente
impor cola de' tuoi consigli il morso
dove costui se ne trascorre ardente
librar la speme del lontan soccorso
co 'l periglio vicinoanzi presente;
e con l'arme e con l'impeto nemico
misurar le tue forze e 'l muro antico.


59

Noi (se pur lece dir quel ch'io ne sento)
siamo in cittá forte di sito e d'arte;
ma di macchine grande e vïolento
apparecchio si fa da l'altra parte.
Quel che sará non so: spero e pavento
i giudíci incertissimi di Marte:
e temo che s'a noi piú fia ristretto
l'assedioalfin di cibo avrem difetto.


60

Però che quegli armenti e quelle biade
ch'ieri tu ricettasti entro le mura
mentre nel campo a insanguinar le spade
s'attendea soloe fu alta ventura
picciol'esca a gran fameampia cittade
nudrir mal ponno se l'assedio dura;
ed è gran forza pur ch'ella il sostegna
pria che l'aiuto a noi d'Egitto vegna.


61

Ma che fiase pur tarda? e s'io concedo
che tua speme prevenga e sue promesse
la vittoria peròperò non vedo
liberatesignorle mura oppresse.
Combattiamoo gran recon quel Goffredo
e con quei duci e con le genti stesse
che tante volte han giá rotti e dispersi
ArabiTurchie Lidie Sirie Persi.


62

E quali sian tu 'l saiche lor cedesti
sí spesso il campoo valoroso Argante;
e con gli altri le spalle anco volgesti
che piú fidâr ne le veloci piante:
e 'l san Clorinda e 'l mio figliuol con questi
ch'un piú de l'altro non convien si vante:
né incolpo alcuno io giáché vi fu mostro
quanto potea maggiore il valor vostro.


63

E dirò purben che costui di morte
nulla paventie 'l vero udir si sdegni.
Veggio portar da inevitabil sorte
il nemico fatale a certi segni.
Né gente potrá mainé muro forte
impedirlo cosích'alfin non regni.
Ciò mi fa dir (sia testimonio il cielo)
de' miseri soggetti amore e zelo.


64

O saggio re di Tripoliche pace
seppe impetrar da' Franchi e regno insieme.
Ma 'l soldano ostinato o morto or giace
o pur servil catena il piè gli preme;
o ne l'esilio timido e fugace
si va serbando a le miserie estreme:
o pur cedendo parteavria potuto
parte salvar co' doni e co 'l tributo.


65

Ma da gli altrie da luiche prima dènno
dolente esempio d'infelice esiglio
giá fatto accortochi poi fe' gran senno
seguendoschiferei danno e periglio;
ed aprirei le porte al primo cenno
di vera pace; e questo è il mio consiglio:
ch'il peregrin s'accolga: e non fia 'l buono
se non si manda ancor tributo o dono. -


66

Cosí diceva: e s'avvolgea costui
con giro di parole obliquo e 'ncerto:
ch'a dare il regnoa farsi uom ligio altrui
giá non ardia di consigliarlo aperto.
Ma l'irato soldano i detti sui
non potea omai piú sostener coperto;
quando il mago gli disse: - Or vuoi tu darli
temposignorch'in tal maniera ei parli?-


67

- Io per me (gli risponde) or qui mi celo
contra mio grado; e d'ira ardo e di scorno. -
Ciò disse a pena: e immantinente il velo
de la nubeche stesa è loro intorno
si fende e purga ne l'aperto cielo
ed ei riman nel luminoso giorno:
e magnanimamente orrido in faccia
rifulge in mezzoe in atto ancor minaccia.


68

- Iodi cui si ragionaor son presente
non fugace e non timido soldano:
e 'n debol uomche per vecchiezza or mènte
vendetta non cerch'io con questa mano.
Ioche versai di sangue ampio torrente
che montagne di strage alzai sul piano
chiuso nel vallo de' nemicie privo
alfin d'ogni compagnoio fuggitivo?


69

Ma se piú questio s'altri a lui simíle
a la sua patriaa la sua fede infido
motto osa far d'accordo infame e vile
o re(sia con tua pace) io qui l'uccido.
Gli agni e i lupi fian giunti entro l'ovile
e le colombe e i serpi in un sol nido
prima che mai di non discorde voglia
noi co' Latini alcuna terra accoglia. -


70

Tien su la spadamentre ei sí favella
la fèra destra in minaccevol atto.
Riman ciascuno a quel parlarea quella
orribil facciamuto e stupefatto.
Poscia con vista men turbata e fella
cortesemente inverso il re s'è tratto:
- Spera (gli dice)alto signorch'io reco
non poco aiuto: e Solimano è teco. -


71

Il vecchio rech'incontra era giá sorto
risponde: - O come lieto io qui ti veggio
signor mio caro; or de lo stuol ch'è morto
non sento il danno: assai temea di peggio.
Tuil mio regno salvandoin tempo corto
crollar de' Franchi puoi l'altero seggio
s'il ciel non vieta. - Indi le braccia al collo
(cosí detto) gli stese e circondollo.


72

Cosí parlava a Soliman Ducalto
di pensierdi fastidi e d'anni pieno;
quando inchinollo il nobile Amoralto
come predetto avea l'antico Ismeno:
ch'arme ancor non vestí per fèro assalto
e 'l suo gran padre lo si strinse al seno
baciando gli occhi e la serena fronte
degna d'imperioe le fattezze conte.


73

Ormus seguí con la feroce schiera
d'Arabi e Turchi suoiche seco tolse;
e mentre la battaglia ardea piú fèra
per disusate vie cosí s'avvolse
ch'aiutando il silenzioe l'aria nera
lei salva alfin ne la cittá raccolse:
e con le biadee co' rapiti armenti
aita porse a le rinchiuse genti.


74

Con faccia torva intanto e disdegnosa
mirava Argante e non moveva il passo:
a guisa di leonquando riposa
che volge gli occhi intorno e sembra lasso.
Ma d'Aleppo il soldano alzar non osa
ne l'altro il voltoe 'l tien pensoso e basso.
Cosí a consiglio il Palestin tiranno
e 'l re de' Turchie i cavalier qui stanno.


75

Ma 'l pio Goffredo la vittoria e i vinti
avea seguitie libere le vie
e fatto intanto a' suoi guerrieri estinti
l'ultimo onor di sacre esequie e pie:
ed ora a gli altri impon che siano accinti
a dar l'assaltoe giá vicino è il die:
e con maggiore e piú terribil faccia
di guerra i chiusi barbari ei minaccia.


76

E perché conosciuto avea 'l drappello
ch'aiutò lui contra la gente infida
esser de' suoi piú caried esser quello
che giá seguí l'insidïosa guida;
e Tancredi con lor che nel castello
prigion restò de la fallace Armida;
di lor fortune a ragionar gli esorta
e di coleiche fu sí iniqua scorta.


77

E dice loro: - Alcuno omai racconti
di vostri error non lunghi il dubbio corso;
e come foste voi sí arditi e pronti
in sí grand'uopo a dar sí gran soccorso. -
Vergognando tenean basse le fronti
ch'era lor picciol fallo amaro morso.
Alfindel suo rossor tutto vermiglio
ruppe Guasco il silenzioalzando il ciglio.


78

- Noi ce n'andammo al loco in cui giá scese
fiamma dal cielo in dilatate falde
e di natura vendicò l'offese
sopra le genti in mal oprar sí salde.
Fu giá terra fecondaalmo paese
or acque son bituminose e calde
e steril lago: e quanto ei volge e gira
compressa l'ariae grave il lezzo spira.


79

Questo è lo stagnoin cui di saldo e greve
nulla si gitta mai che giunga al basso;
ma in guisa pur d'abetee d'orno leve
l'uom vi sornotaancor che stanco e lasso.
Siede in esso un castello; e stretto e breve
ponte concede a' peregrini il passo.
Ivi n'accolse; e non so con qual arte
vaga è lá dentro e ride ogni sua parte.


80

V'è l'aura fresca e 'l ciel serenoe lieti
gli arborie i pratie pure e dolci l'onde:
ove fra gli amenissimi mirteti
sorge una fontee un fiumicel diffonde.
Piovono in grembo a l'erbe i sonni quieti
con un soave mormorio di fronde:
cantan gli augelli; i marmi io taccio e l'oro
cui fa vili parer l'opra e 'l lavoro.


81

Apprestar su l'erbettaove piú densa
l'ombrae vicina al suon de l'acque chiare
fece di sculti vasi altera mensa
e ricca di vivande elette e care.
Era qui ciò ch'ogni stagion dispensa;
ciò che dona la terrao manda il mare
ciò che l'arte condisce; e vaghe e belle
serviano a quel convito accorte ancelle.


82

Ella d'un parlar dolce e d'un bel riso
temprava altrui cibo mortale e rio
mentre ciascunoancora a mensa assiso
bevea con lungo incendio un lungo oblio.
Posciasorgendo con turbato viso
in bel vaso portò l'acqua del rio:
la qual bevutatutti il sonno assalse
schernendoci in imagini piú false.


83

Poi nel castello istesso a sorte venne
Tancredi; ed egli ancor fu prigioniero;
ma poco tempo in carcere ci tenne
la falsa maga: e (s'io n'intesi il vero)
di seco trarne da quell'empia ottenne
del signor di Maráclea un messaggiero
ch'al re d'Egitto in don fra cento armati
ne conduceva inermi e catenati.


84

Ma celeste pietá ci salvaed alta
provvidenzaonde avvien che tutto Ei mova:
perché Riccardoil qual piú sempre esalta
l'alta sua gloria e 'l primo onor rinnova
in noi s'incontrae i cavalieri assalta
nostri custodie fa l'usata prova:
gli uccide e vincee di nostre arme spoglia
fallace d'empio stuolo e 'ndegna spoglia.


85

Poscia fermossi a riposare un giorno
la 've Tancredi feo l'altera mole
che cinge Oronte e i verdi colli intorno
e 'l sacro tempioe selve opache e sole.
Questo sappiam; ma chi portasse attorno
l'arme con l'aureo uccelcon l'aureo sole
non saprei dirvi; e ciò mi turba ed ange;
ma pietá fier giudicio e tarda e frange. -


86

Cosí parlava; e l'eremita intanto
volgeva al cielo l'una e l'altra luce.
Non un colornon serba un viso: oh! quanto
piú sacroe venerato indi riluce.
Pieno di férapto d'amoreaccanto
a l'angeliche menti ei si conduce:
e mentre avvampa di sdegnoso zelo
si crede ch'egli vegga aperto il cielo.


87

Ela lingua sciogliendo in maggior suono
riprende i vizie biasma ogni tiranno.
Tutti conversi a la sembianzaal tuono
de l'insolita voce attenti stanno.
- Vive (dicea) Riccardo: e l'altre sono
articred'iodi feminile inganno
a cui tardi m'opposi; or gemo e piango
che senza frutto pur fra voi rimango.


88

Io pur di santa pace il santo seme
spargoquanto m'è dato (o menti sorde)
perché voi tutti siate uniti insieme
a l'alta impresae d'un voler concorde:
né so chi tanto i frutti adugge e preme
ch'indi si miete odio e furor discorde.
Vinti avete i nemicie presi i regni;
e non vincete ancor i vostri sdegni?


89

Fra voi pensate da mattina a terza
signorle vostre colpe antiche e nove
e vederete bench'ira vi sferza
ira del cielch'il vostro sangue or piove.
E 'l cieco amor fra voinon ride o scherza
ma tutte fa le sue maligne prove:
e la sua face in Flegetonte infiamma
quando arder vi dovria divina fiamma.


90

Questa v'accendae gli odii tutti estingua
ch'ogni altra aita al male è vana e tarda.
E non s'aspetti giá ch'io vi distingua.
Di qual ira ciascunoe in qual foco arda:
ché senza il suon di piú verace lingua
ciascuno il sach'in sé rimira e guarda.
Rimiri dentroe piú non porti in seno
contra il proprio fratel ferro e veneno.


91

Ma tusignorc'hai di pietate il pregio
di perdonarein perdonandoinsegna.
Scoprir suole il buon re l'animo regio
sospendendo la penaov'ei si sdegna:
perché d'ogni altra fama è indegno il fregio
senza clemenza a chi trionfa e regna:
e vano è soggiogar gli Assiri e i Persi
i sensi avendo a la ragione avversi.


92

Io parlo a teche vinci il proprio affetto
che spesso in alto cor s'indura e 'mpètra;
perchéab eternore nel cielo eletto
fosti da Lui che l'ammollisce e spetra:
e 'n guisa di mirabile architetto
fonda santo edificio in salda pietra:
gli altri distruggee i tempie i simulacri
agl'idoli superbi alzati e sacri.


93

Gia lessi un tempoor quasi aperto io veggio
statua o colosso aver con aurea testa
braccia d'argento; e poi di male in peggio
di men fino metallo è quel che resta:
di creta i piedi; e del cader m'avveggio
fra nembi e tuonie turbine e tempesta:
pur come il mondo ruinoso avvampi
tra fieri incendi al folgorar dei lampi.


94

De le ruine suecadendoingombra
l'alto monte la terra e 'l mar profondo.
Caggion le stellee tutto il ciel s'adombra
e resta cieco e senza sole il mondo.
Poi veggio in mezzo de l'orribil ombra
ogni cerchio di lui disfarsi a tondo
e rifarne un piú bello al primo esempio
il fabro suoqual luminoso tempio.


95

Ondeggia ancorcome gran mareil vaso
anzi la portae l'acqua irriga e spande;
e sotto i vanni d'òr l'Òrto e l'Occaso
l'aquila copre vincitrice e grande.
E da Pindoe da Olimpoe da Parnaso
portati al tempio son fiori e ghirlande:
mentre il gelido Scitae l'Indoe 'l Mauro
offrono incenso e mirrae gemme ed auro. -


96

Cosí dicea; perché d'oscuro e tetro
errore in molti incontra al vero un callo
l'alma non faccia; anzi qual chiaro vetro
il sol ricevao lucido cristallo.
Cercò poi l'antro ove l'antico Pietro
piangea dolente il suo timore e 'l fallo:
qui la sua fuga anch'ei piange ed incolpa
e penitenza fa di vecchia colpa.


97

Ma fra quei duci e cavalieri eletti
del suo parlar vario parlar rimane;
che stimati non son fallaci i detti
né le promesse sue volanti e vane.
Non però col mancar d'empi sospetti
s'acqueta uom forte a l'altrui voci insane:
onde Roberto d'Ansa al pio Goffredo
chiede al suo dipartir omai congedo.


98

- Signor (dicendo)insin ad or men pronti
fatto ha 'l comun bisogno i nostri passi;
ch'in ricercar fedele amicoi fonti
poco era che del Nilo anch'io trovassi
o l'aspro gel de gl'Iperborei monti
e i custodi de l'oro ivi mirassi
e la riva del mar ch'il verno agghiaccia:
né può me ritener chi lui discaccia.


99

Dogliomi di seguir vestigia sparse
senza eseguir quel che da lui fu imposto;
ma 'l suo valorche non potrá celarse
non è ragion che stia gran tempo ascosto:
benché lá fosse ove piú brevi e scarse
fa l'ombre il solo pur nel clima opposto.
Né giá deggio temer che duce manchi
a' suoiche portar dénno aita a' Franchi.


100

De la sua gentegiá gran tempo attesa
ch'ardita varca il tempestoso Egeo
e forse in queste rive è giá discesa
da quellein cui sepolto è il fier Tifeo
sará duce il fratelch'in questa impresa
o in altra è degno d'immortal trofeo:
io senza lui non bramo onor né gloria
né parte di trionfoo di vittoria. -


101

Cosí disse egli. E 'l duce a lui rispose:
- Né Riccardo scacciainé te ritegno.
Egli andò forse ove primier propose
ove il portò sua vogliao suo disdegno
che per timor d'altrui giá non s'ascose.
Tu puoi seguirlo in questo o 'n altro regno.
Qui può restar chi vuole oprar la spada
quando fia d'uopoe d'ubbidir gli aggrada. -


102

Qui impose silenzio il Loteringo;
e tutti andâro ov'è la propria tenda:
e poich'egli la sua mirò solingo
di quali imprese ella s'adorni e splenda
disse fra sé: - La spada invano io cingo
ove il comune onore or non difenda;-
e Lutaldoed Unchero a sé chiamando
in lor depose il suo pensierparlando:


103

- Fedeli amiciè forse il primo oltraggio
ond'io mi lagnior che m'accusa a torto
l'ingrato e reoch'in dubbioaspro viaggio
da lunga guerra a l'alta impresa ho scorto?
Alla qual s'io non bastoe timor n'aggio
senza errante guerrieroo preso o morto;
gloria (il conosco) non è intiera o salda
quantunque gira il cieloe 'l sol riscalda.


104

Ma cerchiam gloria al nomee gloria a l'alma
e pur l'una oscurò l'altra sovente.
Sin or di questa impresa ho grave salma
dopo mille fatiche in Orïente:
e s'altrui la coronaaltrui la palma
de le vittorie mie sí pigre e lente
riserba il cielo; andrò lentando i sensi
che per troppo voler son meno intensi.


105

Ma non è questoamiciil primo giorno
ch'il regno mi promette amor benigno
de la mia nobil madreond'ebbi scorno:
né i sogni narroo 'l favoloso cigno.
Né qui n'andrei d'aurea corona adorno
dove ebbe il re di spine il crin sanguigno.
E piú che 'l regno bramo il regio merto
ch'il buon reben reggendoè bene esperto.


106

E se vittoriao morte or son vicine
come predisseio non ho dogliao tèma
re vincitor morendo; e veggio il fine
e l'una appresso l'altra meta estrema:
pria che la lunga etá m'imbianchi il crine
o la vecchiezza pur m'incurvi e prema;
ma (dico) tardo ha la mia morte il corso
se d'uopo ho per morir d'altrui soccorso.


107

Dunque in guisa facciam ch'il valor nostro
non manchi a chi per duce a voi mi scelse;
e volle d'oro circondarmi e d'ostro;
né siamo estremi ne l'imprese eccelse
perché altri dicae m'abbia a dito mostro:
'questi usurpò lo scettroe proprio fêlse;'
ma prepariamo il cor sublime ed alto
a le corone del murale assalto.


108

Fulgerio de la sua rifulge ancora
Bulferio de la sua vien che s'illustri
Boemondo la sua di gloria onora;
la qual fiammeggerá mille anni e lustri.
E da l'Occaso a la nascente aurora
son di Rollone i gran nepoti illustri:
a cui sariano premio angusto e scarso
cento cittánon pur Atene e Tarso. -




LIBRO DUODECIMO

1

Ma 'l buon Rupertoa cui di nulla calse
fuor che di ritrovare il fido amico
e 'n lui cercandoi monti e l'onde salse
varcherianon che il fiume o 'l lido aprico;
non da parole è mosso incerte o false
a cui diè vana fede il tempo antico
né da fantasmao da terror notturno
né da sogno che vien da l'uscio eburno:


2

ma da lume del cieloonde s'informa
del sacro Piero la divina mente
o seggiao vadao parlio pensio dorma;
tal ch'a' suoi detti ei s'attenea sovente.
Esenza ritrovar vestigio od orma
del suo signorsen gío co 'l sol nascente.
E per compagno il dano Araldo elesse
che terzo in tanto amor esser potesse.


3

Veduti Araldo in verde etate e cêrchi
vari costumi aveavari paesi;
peregrinando da' piú freddi cerchi
del nostro mondo a gli Etiópi accesi;
e com'uom che virtute e senno merchi
le favelle e le usanze e i modi appresi;
poigrave d'annia quelle imprese eccelse
Sueno seguíche ricercollo e scelse.


4

Ambo avean giá lasciato addietro il lago
che de l'ira del cielo anco s'attrista;
ma pur tre volte a la celeste imago
il dí si pinge e par cangiato in vista.
E vedeano il Giordan corrente e vago
chedue stagni passandoil corso acquista
piú chiaro sempree verde riva asperge:
pur manca alfin nel terzoe si disperge.


5

Poscia il lago mirâr che lui nel grembo
secondo accogliee 'l bel paese intorno;
dico di Genesarcui fèro nembo
e fulmine non fece o danno o scorno
e 'l primo ancor fangoso il seno e 'l lembo
cui Giordan parte con piú chiaro corno
non lunge al Panioov'alta rupe instilla
ne l'ombrosa spelunca onda tranquilla.


6

E pensan di mirar fontana ignota
piú oltres'egli pur deriva altronde.
E come Fiala entro la propria rota
mai non cresca né scemi e sempre abonde.
E fonte anco veder ch'è men remota
e piú lunge ha del Nilo i pesci e l'onde.
Ma lor gran maraviglia intanto occorse
che da tutt'altro a sé gli volse e torse.


7

Mentre sospesi stannoa lor d'aspetto
venerabile in vista un vecchio appare;
pur come sorga dal profondo letto
che volge il viso al fontee 'l tergo al mare;
chiuso ed avvolto in vestir lungo e schietto
che di candido lin contesto pare.
Scote questi una vergae 'l fiume calca
co' piedi asciuttie contra 'l corso il valca.


8

Sí come soglion lá vicino al polo
se avvien che 'l verno i fiumi agghiacci e indure
correr su 'l Ren le villanelle a stuolo
con lunghi striscie sdrucciolar secure:
tal ei ne vien sovra l'instabil suolo
de l'acque che non son saldené dure.
Ma lui tosto conobbe il buon Ruperto;
ché certa aita è nel periglio incerto.


9

Questi il principio d'alta stirpe antica
traea d'arabi regie da caldei;
e perché l'alma avea saggia e pudica
sprezzò gl'idoli vanie i falsi dèi;
e i Franchi amò pur come gente amica
e lor sovvenne quattro volte e sei.
A lui salvò la patria il gran Riccardo
però a' compagni or non vien lento e tardo.


10

- Amiciper fornir l'impresa onesta
non v'è d'uopo passar montagne e lidi
né mari avversi con fortuna infesta
ma convien che virtú vi scorga e guidi;
ese fia cosa al vostro andar molesta
ella sol v'avvaloriella v'affidi:
e 'n vece d'un bel solnel basso mondo
di tenebre v'illustri orror profondo.


11

Piacciavi entrar ne le spelunche ascose
dunquee veder questa secreta sede;
ch'ivi udrete da me non lievi cose
onde s'accresca l'animosa fede. -
Disse; e che lor dia loco a l'acqua impose
ed ella tosto si ritira e cede;
e quinci e quindid'erto monte in guisa
curvata pendee 'n mezzo appar divisa.


12

Ei mena lor ne le sue stanze interne
ove non splende piú l'aria serena;
ma incerta e debil luce ivi si scerne
qual di luna fra' boschi ancor non piena.
E gravide d'umor ampie caverne
veggionoonde fra noi sorge ogni vena
la qual distilli in fonteo 'n fiume vago
discorrao stagni e si dilati in lago.


13

Stupidi rimirâr gli umidi regni
e tra spelunche chiuse acque stagnanti
e sotto a' monti cavernosi e pregni
senza luceo splendorselve sonanti:
secreti ascosi a' men sublimi ingegni
non ch'a la vistao pur a' sensi erranti:
e sbigottiti piú ch'in campoo 'n guerra
al gran suon di tante acque andâr sotterra.


14

Potean vedere onde il Giordanoed onde
nasca l'Oronteo pur l'Eufratee 'l Tigre
ch'unito è priapoi fa diverse sponde
e veloce è vie piú che pardo o tigre;
e Caproe Licoe Gorgoe 'l corso e l'onde
chiare del Cidnoe de l'Arasse impigre:
né quivi tiene 'l Nilo il capo occulto
o 'l Negroche risorge ancor sepulto.


15

E non si cela a' sensi Idaspe od Indo
e de gli altri maggior si mostra il Gange
ed ogni altro che parte il Perso o l'Indo
e i gran campi del mar percote e frange:
e quanti in lui ne versa Olimpo e Pindo
e quel gelato in cui Prometeo s'ange;
quanti o 'n Parnaso o 'n Tauro alpestri fonti
ha piú sublimio in Iperborei monti.


16

E quivi si vedea con vene d'auro
Pattóloed Ermoe Tago ancor piú lunge;
e con fronte superba il Po di tauro
lo qual con cento fiumi al mare aggiunge:
e 'l Tebro trïonfal cinto di lauro
con gli ondosi fratei ch'a sé congiunge:
e 'l bel Tesinoe l'Addae 'l Mincioe l'Arno
e 'l suo picciol Sebetoe 'l Lirie 'l Sarno.


17

Vedeano appresso i puri zolfi e i vivi
argenti in quella terra umida e molle:
dove trapassa il sol con raggi estivi
sí ch'ella fuma riscaldata e bolle;
e tra quasi correnti e vaghi rivi
si stringe in glebe argentee o 'n auree zolle;
e fiorir varie gemme infra metalli
come fiori purpureiazzurri e gialli.


18

Né di rose e di gigli un chiaro fiume
suol piú le rive intorno aver dipinto.
Quivi scintilla con ceruleo lume
il celeste zafiro e 'l bel giacinto:
e par che l'ombre il gran carbonchio allume
con chiara face onde l'orrore è vinto;
e 'l rubinoe 'l diamante ancor piú saldo
splendee lieto verdeggia il bel smeraldo.


19

I guerrier fra le cose antiche e nove
sen vannoin guisa d'uom cui sonno lega:
maravigliandoAraldo alfin commove
l'affettüose vocie parla e prega:
- Dehpadredinne ove noi siamoed ove
ci guidie tua condizion ne spiega:
e di quel che veggiamqual sogno ed ombra
dotti ci rendie lo stupor disgombra. -


20

Risponde: - Or sète (e non v'inganna il senso)
nel grembo de la terra oscurointerno
ch'in una parte è raroin altra è denso;
ma tutto passa lo splendor superno:
pur non è ella il gran principio immenso
il gran principio de le cose eterno;
ben che madre si chiamie vestae vanti
la reggiae i figli suoi divi e giganti.


21

Ma se degna di fede è fama antica
l'Oceán de le cose è il vecchio padre.
L'Oceán chiude in sé la terra aprica
e 'n grembo siede a lui chi detta è madre.
Da prima egli produceegli nudrica
d'umor le forme rilucenti e l'adre:
gli animalile piantei fiori e l'erbe
generate d'umoreavvien ch'ei serbe.


22

E non sol quanto a noi s'estingue e nasce
e qui vede fra noi mattino e sera
ma le stelle lucenti e 'l sole ei pasce
mentre si volge per obliqua sfera.
Quinci avvien ch'or un segnoor l'altro lasce
e trapassi lá su di fèra in fèra:
ma i sensi e le ragioni il volo han corto
contemplando nel ciel l'occaso e l'òrto.


23

Altri forse sará ch'a voi racconte
d'altre acque sovra il cielo in suon piú sacro
d'altro vero Oceánoe d'altro fonte
di lucee d'altro puro ampio lavacro:
e le cinque fontane a voi fian conte
non pur la sommaa cui purgo e consacro
il torbido pensiero e l'alma immonda
e ber vi fia concesso in lucid'onda.


24

Ioquel che lece in quest'ombroso chiostro
in cui dispiega il suo poter natura
sgombro la cieca notte al senso vostro
che sí profonda e densa i lumi oscura:
ed ecco i fonti a voi del mar dimostro
da cui deriva la materia oscura:
e prima e poi ch'indi si faccia il tutto
ondeggia pur con tempestoso flutto.


25

E di Cocitoe d'ogni fiume ardente
a voi noto pur fia quant'io conosco. -
Cosí diss'egli; ed apparian repente
de l'Oceáno i fontia l'aer fosco.
E come sia di lor fiume e torrente
il mar di Gadee l'Africanoe 'l Tosco
e quello ove è sepolto il fier Tifeo
l'Adrianoe l'Ionioe 'l padre Egeo


26

e l'inospite Eusinoe 'l Ponto ondoso
e quel ch'appresso fa l'ampia palude
e ciascun altro che per loco ombroso
o sotto aperto cielo indi si schiude.
Né pure il Caspio per sentiero ascoso
trapassa e 'ntorno si circonda e chiude;
ma tutti gli altri con perpetuo giro
lá parean far ritornoonde partîro.


27

Altro che mai non sorse e non
apparve a l'aria dolce che del sol s'allegra
al Tartaro tornar veloce or parve
facendo piú d'una rivolta integra:
e volarquai fantasme oscure e larve
l'alme dolenti intorno a l'onda negra;
parte dentro attuffarsi a mille a mille:
e quinci poi fumar fiamme e faville.


28

E lor mostrava in lagrimosa vista
volar al foco gli amorosi spirti:
- E questo (disse) per amar s'acquista;
né qui dá refrigerio ombra di mirti:
altri ritien la sabbiae l'onda attrista
dove l'arena fa fervide Sirti:
ed altri Flegetonte al fondo infiamma
sotto l'acqua che son d'ondosa fiamma.


29

E quelli (disse) d'innocente sangue
macchiâr la destra vizïata e lorda;
e quei diêro il venen d'orribil angue
per fame d'oro e di ricchezza ingorda:
o la morte affrettâr de l'egro esangue
in altro modo ch'a ragion discorda:
e quegli altri seguîr l'arme de gli empi
spogliando altarie vïolando i tempî.


30

Ma 'l Tartaro profondo assorbe e copre
chi 'l suo proprio signore e 'l dato pegno
de la fede ha tradito; e non discopre
tirannousurpator d'ingiusto regno.
Né si ponno purgar le colpe e l'opre
d'alma crudel ch'irriti eterno sdegno:
ma involto è giú ne la miseria estrema
il capo che portò l'alto diadema.


31

Apprendete giustiziaegri mortali;
e non sprezzate il Re che 'l mondo regge;
il cui voler non fa le pene eguali:
ma ne le varie colpe è giusta legge. -
Cosí diss'egli; e queiche i fieri mali
e de l'alme mirar l'inferme gregge
vinti eran da pietatee da temenza
del sommo Re che dá l'alta sentenza.


32

Ma da l'orribil vista i lumi e i passi
tosto lor volse in altra parte il saggio
e gli condusse affaticati e lassi
poggiandoche giá splende un vivo raggio.
- E per imo sentiero al sommo vassi
(disse) e s'apre a le stelle alto vïaggio;
se colpa non ritiene e grave incarco
di vizi alma sublime al dubbio varco.


33

Ed io sempre lontan dal chiaro cielo
non sto sotterra in tenebrosa stanza
ma su 'l Libano spesso e su 'l Carmelo
ho sublime magion che tutte avanza.
E qui spiegansi a me senza alcun velo
Venere e Marteed ogni lor sembianza:
e veggio come ogni altrao prestoo tardi
roti benigna o minacciosa guardi.


34

E sotto i piè mi veggio or folte or rade
le nubior negre ed or pinte da Iri;
e generar le pioggie e le rugiade
risguardoe come il vento obliquo spiri:
come s'accendae quai distorte strade
il folgore tonando infiammi e giri:
scorgo comete ne gli aperti campi
ed altre forme onde lo cielo avvampi.


35

E non pensiate giá ch'angeli stigi
a l'alte maraviglie or qui costringa
come colei che prigionieri e ligi
fa tanti eroi con arte e con lusinga:
ma de l'Un ricercando alti vestigi
avvien ch'al sommo gli altri e me sospinga;
sol per unirmi a l'Un c'ha nulla parte
ed unir può ciò che si sparge o parte.


36

Egli è quel ch'è; sublimeanzi superno:
e quel che non è luida lui disgiunto
è falso e nulla: e 'n lui diviene eterno
(quasi parte di lui) chi seco è giunto.
Nol vider gli avi mieined io discerno
ne l'altissima nube il vero appunto:
che son fra 'l suo splendore e i lumi nostri
di diece spere i luminosi chiostri.


37

Nol vider gli avi miei che magi appella
il mondo ancorae scettro aveano e regno
ne l'Orïenteinsin che nova stella
a gli estremi di lor fu scorta e segno.
Anzi ciascun de' nostri innanzi a quella
felice etáfu di mirarlo indegno
nel proprio voltoe 'n maestá vetusta:
ma l'orme vide e la sua man robusta.


38

Or ben vegg' io ch'augel notturno al sole
è nostra vista a' rai del primo vero;
e men s'abbaglia in questa eccelsa mole
fatta con sí mirabil magistero.
E di me stesso rido e d'altrui fole
onde scorno mi fece il vostro Piero:
ma sono in parte altr'uom da quel ch'io fui;
ché da lui pendoe mi rivolgo a lui.


39

E se nulla d'antico io qui riserbo
a me sembiante o pur a lui difforme;
non son de gli avio del saper superbo
sích'io nol lasci e vesta in altre forme.
Veglio farò quel ch'io non feci acerbo
di lui seguendo pur la voce e l'orme:
Filagliteo mi chiamo; e basti or questo
ch'io son del vero amico e de l'onesto. -


40

Cosí dissee da l'antro al monte usciva
quegli che rado fece inganno o fallo:
dove abitònon lunge a l'erta riva
d'oro albergo lucente e di cristallo:
sovra settesembianti a fiamma viva
di piropo o di lucido metallo
altissime colonnein cui s'appoggia
quasi da contemplar teatro o loggia.


41

Di candido zafiro e d'adamante
eran le porte in cui lo sol traluce:
e tanto l'uno e l'altro era sembiante
che mal si distinguea colore o luce;
ma quel che preme con le gravi piante
senza lasciar vestigioil vecchio duce
è di topaziooltra misura adorno
col segno di armellino e d'unicorno.


42

Son di fini topazi i gradi ancora
onde si monta a l'alto albergo e sale.
Di marmo il muroche si pinge e 'ndora
di bel candore al bianco avorio eguale:
e le finestrevolte invêr l'aurora
di chiar cristallo o gemma altra non frale:
di ceruleo zafir la somma parte
sparsa è di stelle con mirabil arte.


43

Quivi il celeste Arturo ed Orïone
chi lor feceimitandoimpresse e finse;
e ben mille del cielo auree corone
e poi l'un cerchio a l'altro intorno cinse:
e 'n cinque giri il cieloe 'n cinque zone
nel suo mezzo la terra ancor distinse.
Cosí scolpitivarïando a' sensi
avea di questo mondo i lumi accensi.


44

Gli altri non giáma stesi innanzi al volto
un gran velo di luce e di splendori
onde uom potrebbe immaginarsi avvolto
quel ch'è piú occulto de' celesti cori.
Quinci da l'alta loggia il lido incolto
quindi rimira ombrefontanee fiori
e ciò che può nudrir l'erta pendice
di vagod'odorato e di felice.


45

Balsamocassiaincensoamomo e croco
vi sonoe pianteed erbe a mille a mille;
mirra ivi ancor nel dilettoso loco
versa il dolore in lagrimose stille;
e ciò ch'aduna al suo vivace foco
la Feniceond'accesa arda e sfaville:
e ciò che 'l saggio re descrisse in prima
in quel giá colto o 'n altro estranio clima.


46

E quanto accolse poi Latino o Greco
ch'abbia di chiara fama illustri gridi.
Quinci per vie secrete oscuro speco
di Joppe scorge e d'Ascalona a' lidi:
ond'eiche sa le stradea l'aer cieco
talor giunse improvviso a' guerrier fidi:
e per refugio occultoe per ostello
su le ripe fondò torre o castello.


47

Or quivi non mancâr ministri e servi
ch'a l'ombra d'un bel faggio e d'un alloro
portâro in lieta mensa e lepri e cervi
in bei vasi d'argento e di fino oro:
perché le stanche membra indi conservi
ciascunoe prenda al travagliar ristoro.
Alfinvolto a Ruperto il vecchio saggio:
- Sfórzati (disse) al cieloalto coraggio:


48

e disgombra il timorch'al tuo Riccardo
oltre ogni tuo pensiervicino or sei;
e di sua libertate a te riguardo
l'onoreeguale a quel d'alti trofei. -
- Padre (rispose) io tardo mossie tardo
tu non spiasti giá gli affetti miei:
ma de la vita e di famose palme
non curo omaitanto di lui sol calme.


49

Allor fia in vece a me d'alta vittoria
la morteche per lui quest'alma io versi.
Solamente ch'ei torni a quella gloria
ch'invidïaro i suoi nemici avversi.
Perda ogni altro di me grata memoria:
pur ch'ei la serbie mostri i lumi aspersi
ne la mia mortecome giá vid'io
il dí ch'ei disse a' dolci amici 'a Dio.


50

Egli piangeatanto di me gl'increbbe
a cui 'l proprio fratello appena adegua.
Io prima nacquied egli in prima crebbe:
e sol temo morirperch'ei non segua.
Ben ti sovvennee sovvenir ti debbe
(che la memoria in te non si dilegua)
quando mi predicestiin dubbio caso
òrto immortal dopo il mortale occaso:


51

dicendo ch'a me fine era prescritto
immaturo ne l'Asiae morte acerba
s'io liberava il cavaliero invitto
da la dolce prigion ch'amor gli serba:
pur n'avrei lunga fama oltra l'Egitto
ed oltra Babilonia empia e superba.
Malui lasciandoe l'altre imprese e l'armi
poteva al duro fato anch'io sottrarmi.


52

Allor morir elessi: or non mi pento
né viver sí ozïoso in pace io sceglio
né se vivessi ancor cent'anni e cento
sazio sarei di vitainfermo veglio.
Ma ne' suoi rischi neghittoso e lento
son troppoe tardi al mio dover mi sveglio:
or fa' ch'io sappia ove si trovie come
o domito d'amoreo d'altre some. -


53

Rispose al guerrier forte il vecchio grave:
- Esser non puote il ver ch'a te si celi.
Dunque saprai de la prigion soave
quanto addivennee com'egli arda e geli.
Ma l'alma invitta che di nulla pave
non si perturbi al minacciar de' cieli
perch'il destin non signoreggia e sforza
e la pietá divina ogn'ira ammorza. -


54

Poscia ricominciò: - L'opre e le frodi
note a voi son de la crudele Armida:
com'ella al campo vennee con quai modi
molti indi trasse la fallace guida.
Sapete ancor che di tenaci nodi
dipoi gli avvinsealbergatrice infida
e ch'indi a Gaza gl'inviò con molti
custodie che tra via fûr poi disciolti.


55

Or quella io narrerò ch'appresso occorse
vera istoriae da voi non anco intesa.
Poi che la maga rea vide ritôrse
la preda suagiá con tanta arte presa
ambe le mani per dolor si morse
e disse fra suo cordi sdegno accesa:
Ah vero unqua non fia che d'aver tanti
guerrieri liberati egli si vanti.


56

Se gli altri sciolse, ei serva; ed io sostegna
le pene altrui serbate e il lungo affanno:
egli sia stretto di catena indegna,
né proprio suo, ma sia comune il danno.
Cosítra sé dicendoordir s'ingegna
questoch'ora udireteiniquo inganno.
Viensene al loco in cui Riccardo vinse
l'empia scorta in battagliae 'n parte estinse.


57

Quivipoi che 'l suo scudo ebbe deposto
la sopravveste d'un pagan si pose
forse perché bramava andarne ascosto
con meno illustri insegne e men famose.
Le sue prese la maga iniquae tosto
v'involse un tronco busto e poi l'espose
in riva a un picciol fiume ove doveva
stuol di Franchi arrivarcome soleva.


58

E questo antiveder potea ben ella
che mandarvi le spie solea dintorno:
onde spesso del campo avea novella
e s'altri indi partivao fêa ritorno:
e con maligni spirti anco favella
soventee fa con lor lungo soggiorno.
Espose dunque il falso corpo in parte
molto opportuna a l'ingannevol'arte.


59

Non lunge un sagacissimo valletto
posevestito pur di rozzi panni
e 'mpose lui come recar effetto
egli dovesse a' mal pensati inganni.
E questi sparse poi d'empio sospetto
fra' vostri il semee di futuri affanni:
onde si mieta di spietata guerra
fruttoe di morte in mal divisa terra.


60

E fucome ella disegnòcreduto
per opra di quel pio Riccardo ucciso
bench'il falso sospettoindarno avuto
del ver si dileguasse al primo avviso.
Cotal d'Armida l'artificio astuto
primieramente fuquale io diviso:
ora udirete come poi seguisse
il bel Riccardoe quel ch'indi avvenisse.


61

Qual cauta cacciatriceArmida aspetta
Riccardo al varco. Ei su l'Oronte aggiunge
dove un rio si diramae un'isoletta
facendotosto a lui si ricongiunge:
e 'n su le rive una colonna eretta
vedee un picciol battello indi non lunge.
Fisa egli tosto gli occhi al bel lavoro
de la colonnae legge in lettre d'oro:


62

O chiunque tu sia che voglia o caso,
peregrinando, adduce a queste sponde,
maraviglia maggior l'Orto e l'Occaso
non ha di ciò che l'isoletta asconde.
Passa se vuoi vederla. È persuaso
tosto l'incauto a gire oltre quell'onde:
e perché mal capace è frale barca
gli scudieri abbandonae solo e' varca.


63

Come è lá giuntocupido e vagante
volge intorno lo sguardoe nulla ei vede
fuor ch'antri ed acquee fioried erbe e piante
onde quasi schernito allor si crede.
Ma pur il loco e cosí lietoe 'n tante
guise l'allettach'ei si ferma e siede:
e disarma la frontee la ristaura
al soave spirar di placid'aura.


64

Il fiume gorgogliar frattanto udío
con roco suonoe lá con gli occhi corse:
e mover vide un'onda in mezzo al rio
che tornò in se medesmae si ritorse:
e quinci alquanto d'un crin biondo uscío
e quinci di donzella un volto sorse
quinci il pettoe le mammee ciò che vela
onestateed amore altrui rivela.


65

Cosí talvolta da notturna scena
o ninfa o dèa tardi sorgendo appare.
Questa giá de l'Eufrate empia sirena
a l'Oronte fu trattae 'n vista pare
di quelle ch'abitâr l'onda tirrena
sí com'è famae 'nsidïoso mare.
Né men ch'in vista è bellain suono è dolce:
e cosí cantae 'l cielo a l'aura molce.


66

O giovinetti, mentre aprile e maggio
v'ammanta di fiorite e verdi spoglie,
di gloria e di virtú fallace raggio
la semplicetta mente ah non v'invoglie.
Solo chi segue ciò che piace è saggio,
e 'n sua stagion de gli anni il frutto coglie.
Questo grida natura: ah folli! e voi
pur indurate l'alme a' detti suoi.


67

Folli, perché gettate il caro dono,
che breve è sí di vostra etá novella?
Nomi, e senza soggetto idoli sono
quel che merto ed onore il mondo appella.
La fama ch'invaghisce al dolce suono
voi superbi mortali, e par sí bella,
è un eco, un sogno, anzi del sogno un'ombra,
ch'ad ogni vento si dilegua e sgombra.


68

Goda il corpo securo, e 'n lieti oggetti
l'alma tranquilla appaghi i sensi frali:
oblii le noie andate, e non affretti
le sue miserie in aspettando i mali.
Nulla curi se 'l ciel tuoni e saetti,
minacci egli a sua voglia e 'nfiammi strali.
Questo è saver, questa è felice vita,
e natura l'insegna, anzi l'addita.


69

Sí canta l'empia: e 'l giovinetto al sonno
con note invoglia sí soavi e scòrte.
Quel placido giá serpee fatto è donno
sovra ogni senso in lui piú fermo e forte:
né i tuoni omai destarnon ch'altroil ponno
da quella queta imagine di morte.
Esce d'aguato allor la falsa maga
e gli va sopradi vendetta vaga.


70

Ma quando in lui fissò lo sguardoe vide
come placido in vista egli respira
e quell'atto gentil che dolce ride
ne' lumi chiusi: or che fias'ei gli gira?
pria sospesa si fermae poi s'asside
a lui vicinae si dilegua ogn'ira
mentre lui guarda; e 'n su la vaga fronte
pende cosí che par Narciso al fonte.


71

De' ligustride' giglie de le rose
ch'allor fiorian per quelle piagge amene
con bell'arte congiunte indi compose
lente ma indissolubili catene.
Queste al colloa le bracciaai piè gli pose:
cosí l'avvinsee cosí preso il tiene;
e 'n guardia il diè fra l'erbe e i fior novelli
al Sonno ed a la Morteambo gemelli:


72

che il portâr ne le selve occulte e sole
onde verdeggia il Libano frondoso;
e tra i bianchi ligustri e le vïole
il posâr dolcemente in letto erboso
dove l'ombra de' cedri a' rai del sole
e de l'erranti stelle il tenne ascoso
sovra spargendo in disusata foggia
di mille fiori l'odorata pioggia.


73

Ella non torna de' Fenici al regno
né dove ha il suo castello in mezzo a l'onde;
maingelosita di sí caro pegno
e vergognosa del suo amors'asconde
dove giunger non possa armato legno
da le Tirrene riveo d'altre sponde.
Quivi un palagio fonda appresso un lago
né fece opra maggior regina o mago.


74

A piè del monte ove la maga alberga
sibilando strisciar nuovi pitoni
e cinghiali arricciar l'aspre lor terga
ed aprir la gran bocca orsi e leoni
vedrete; ma scuotendo una mia verga
temeranno appressarsi ove ella suoni.
Posciamolto maggior (s'uom dritto estima)
è l'occulto periglio al monte in cima.


75

Ivi a la Sira dea sublime tempio
(ché memoria de l'opra ancor non langue)
fu sacro e 'l culto fu profano ed empio:
e dove giacque il bel fanciullo esangue
costei paventa pur l'antico esempio
fra duo bei fiumi: un di purpureo sangue
fatto si credee d'amoroso pianto
l'altro c'ha di chiarezza il pregio e 'l vanto.


76

Quinci ella derivò di lucid'onde
il fontee 'l rio che i riguardanti asseta;
ma dentro a' freddi suoi cristalli asconde
di tosco micidial forza secreta:
ch'un picciol sorso il suo venen diffonde
e inebria l'almae lei fa vaga e lieta:
indi a ridere uom muovee tanto il riso
s'avanza alfinch'ei ne rimane ucciso.


77

Lunge la bocca disdegnosa e schiva
torcete da l'umor che tosto ancide;
né le dolci vivande in verde riva
v'allettin purné le donzelle infide
con voce soavissima e lasciva
con dolce aspetto che lusinga e ride;
ma voigli sguardi e le parole accorte
sprezzandoentrate pur ne l'alte porte.


78

Dentro è di muri inestricabil cinto
con mille torti in sé confusi giri;
ma io vi porgo il filoe lui dipinto
sí che nessuno error fia che v'aggiri.
Verdeggia un bosco in mezzo al laberinto
che par che d'ogni fronde amore spiri
quivinel verde sen d'erba novella
giace il guerrier sovente e la donzella.


79

Ma come essalasciando il caro amante
in altra parte 'l piede avrá rivolto
vo' ch'a lui vi scopriatee d'adamante
lo scudoch'io darògli alziate al volto:
perch'ei se stesso miri in quel sembiante
e 'n abito lascivo e molle involto:
ch'a tal vista potrá vergogna e sdegno
scacciar dal petto suo l'amore indegno.


80

Altro che dirvi omai poco m'avanza
se non ch'assai securi ir ne potrete;
e trapassar de la secreta stanza
ne le piú interne parti e piú secrete:
perché non fia che magica possanza
a voi ritardi il corsoo 'l passo viete:
né potrá pur (cotal virtú vi guida)
il giunger vostro antivedere Armida.


81

Ma s'ellasue minacce aggiunte a' preghi
voi perseguissecome suolsuperba;
non sia di voi chi per suo amor si pieghi
né per lusingao per querela acerba;
ma con piú stretti nodi allor si leghi
per vostra manoe non tra' fiori e l'erba.
Voi da me di topazio infuso in Lete
e d'adamante aspra catena avrete. -


82

Giá del sol richiamava il nuovo raggio
a l'opre ogni mortal ch'in terra alberga
quando tornò da' suoi riposi il saggio
a' due guerrieri; e: - Pria ch'il di piú s'erga
accingiamci (lor disse) al bel vïaggio;
ecco lo scudoil filoecco la verga
d'òr circondataa cui d'antichi regi
scettro agguagliar non ponno i mastri egregi.


83

Questa è d'un'erba che talor germoglia
d'arida sabbia in arenose sponde
con lunga in cima e ripiegata foglia
e due come ali del suo piè diffonde;
e quinci e quindi de la verde spoglia
sparge nel mezzo poi minori fronde:
ruhat fu detta in barbaro idïoma
ma la Grecia licnite ancor la noma.


84

Questa v'affida di periglio e scorno
(disse)né belva fia ch'a voi s'appresse;-
ma i due guerrierch'avean gia l'arme intorno
per vie che d'orme non vedeano impresse
partîr col veglio; e nel chinar del giorno
giunsero ove la stanza Armida elesse:
e videro il palagioa gli altri occulto
dov'era piú del monte il giogo inculto.


85

- Mirate (dicea lor) quell'alta mole
ch'in cima al monte di lontan si vede.
Quivi fra cibied ozioe scherzie fole
torpe il campion de la cristiana fede.
Voi con la scorta poi del novo sole
su per quell'erto moverete il piede:
né vi gravi aspettar la bella aurora
che notturna fatica inutil fôra.


86

Ben co 'l lume del solch'anco riluce
insino al monte andar per voi potrassi. -
Essi al congedo di quel saggio duce
posero da' cavalli a terra i passi:
e ritrovâr la via ch'ivi conduce
ch'agevol fôra a' piú impediti e lassi:
ma quando v'arrivârda l'Oceáno
era il carro di Febo ancor lontano.


87

I due guerrieri in loco ermo e selvaggio
chiuso d'ombrefermârsi a piè del monte:
e come 'l ciel rigò col nuovo raggio
il solde l'aurea luce eterno fonte:
'Su su' gridâro; e 'l dubbio erto viaggio
ricominciâr con voglie ardite e pronte.
Ma escenon so d'ondee s'attraversa
fieraserpendo orribile e diversa.


88

Innalza d'oro squallido squamose
le creste e 'l capoe gonfia il collo d'ira:
arde ne gli occhie le vie tutte ascose
tien sotto il ventree tosco e fumo spira:
or s'accoglie in se stessaor le nodose
rote distendee sé dopo sé tira:
tal s'appresentae 'l passo orribil guarda
né però de' guerrieri i passi or tarda.


89

Ruperto il ferro stringe e 'l drago assale;
ma l'altro grida a lui: - Che fai? che tente?
Per isforzo di mancon arme tale
vincere avvisi il difensor serpente?-
Egli vibra la verga e l'òr non frale
sí che la belva 'l sibilar ne sente
e 'mpaurita al suon fuggendo ratta
lascia quel varco liberoe s'appiatta.


90

Piú susoalquanto il passo a lor contende
fèro leon che gli rimira e rugge
e d'ampia bocca apre caverne orrende
onde ei divora i vivi corpi e strugge:
si sferza con la codae l'ira accende;
ma da la verga poi s'arretra e fugge
piú che da focoe da virtú secreta
d'augel che nuncio sia del gran pianeta.


91

Seguia la coppia il suo cammin veloce:
ma terribile schiera han giá davante
de' selvaggi animaivari di voce
vari di motovari di sembiante.
Ciò che di mostruoso e di feroce
erra fra 'l Nilo e 'l mauritano Atlante
par qui tutto raccolto: e quante belve
l'Ercinia ha in senquante l'Ircane selve.


92

Ma pur sí fèro esercito e sí grosso
non vien che lor respingao che resista
anzi (miracol novo) in fuga è mosso
da un picciol fischio e da una breve vista.
La coppia omai vittorïosa il dosso
de la montagna senza intoppo acquista:
se non che lor ritarda al fin vicino
de le rigide vie l'aspro cammino.


93

Ma poi che giá le spalle ebber varcate
lasciando a tergo il discosceso e l'erto
un bel tepido ciel di dolce state
trovâre 'l pian sul monte ampio ed aperto:
aure fresche mai sempre ed odorate
vi spiran con tenor stabile e certo
né i fiati lorsí come altrove suole
sopisce o destaivi girandoil sole.


94

Nécome altrove suolghiacci ed ardori
nubi e sereni in quelle piagge alterna;
ma 'l ciel di candidissimi splendori
sempre s'ammantae non s'infiamma o verna:
e nudre a' prati l'erbaa l'erbe i fiori
a' fior l'odorea' rami l'ombra eterna:
siede su l'acquee signoreggia intorno
le piaggie e i montiil bel palagio adorno.


95

La coppia a l'erta cima omai salita
pronti aveva gli spirti e 'l corpo lasso:
onde ne gían per quella via fiorita
lenti or movendoed or fermando il passo:
quando ecco un fontech'a bagnar invita
le labbraalto cader da un vivo sasso
con larghissima vena e con ben mille
vaghi giri spruzzar l'erbe di stille.


96

Ma tutta insieme poi tra gli olmi e i faggi
in profondo sentier l'acqua s'aduna
e sotto l'ombra di perpetui maggi
mormorando sen va gelida e bruna:
e purae chiusa al trapassar de' raggi
senza celare in sé vaghezza alcuna
e sovra le sue rive alta s'estolle
l'erbettae vi fa seggio fresco e molle.


97

- Ecco il fonte del risoed ecco il rio
che mortali perigli in sé contiene.
Or qui tenere a fren nostro desio
ed esser cauti molto a noi conviene:
chiudiam gli orecchi al dolce canto e rio
di queste del piacer false sirene:
cosí (diceva Araldo) al chiaro gorgo
n'andremoove l'insidie or tese io scorgo. -


98

Quivi di cibi prezïosa e cara
drizzata è l'ampia mensa in verdi rive;
e scherzando vedean per l'acqua chiara
due donzellette garrule e lascive
ch'or si spruzzano il voltoor fanno a gara
chi prima a un segno destinato arrive:
si tuffano talorae 'l capo e 'l dorso
scoprono alfin dopo il celato corso.


99

Mosser le natatrici ignude e belle
de' duo guerrieri alquanto i duri petti
sí che fermârsi a riguardarle; ed elle
seguian pure i lor giuochi e i lor diletti.
Ma l'una intanto candide mammelle
e tutto ciò che piú la vista alletti
mostròda' fianchi in susoignudo al cielo:
fêan quasi l'acque a l'altre parti il velo.


100

Qual mattutina stella esce de l'onda
rugiadosa e stillanteo come fuore
spuntònascendo giáda la feconda
spuma de l'Oceánla dea d'amore:
tale apparve costei; tal crespa e bionda
chioma stillava il cristallino umore:
poi girò gli occhie pure allor s'infinse
que' duo vederee in sé tutta si strinse.


101

La chioma allor su l'aurea testa accolta
con un bel nodo ella repente sciolse
che lunghissima in giú cadendo e folta
d'un velo d'oro il molle avorio involse.
O che leggiadra vista a gli occhi è tolta!
Ma non men vago fu chi lor la tolse;
cosí da l'acque e da' capelli ascosa
a lor si volse lieta e vergognosa.


102

Rideva insiemee insieme ella arrossia
ed era nel rossor piú bello il riso
e nel riso il rossor che le copria
insino al bianco mento il chiaro viso.
Mosse la voce poi sí dolce e pia
che fôra ciascun altro indi conquiso:
- O fortunati peregrin'cui lice
giungere in questa sede alma e felice!


103

Questo è il porto del mondoe qui è il ristoro
de le sue noiee quel piacer si sente
che giá sentí ne' secoli de l'oro
l'antica e senza fren libera gente.
L'armeche insino a qui d'uopo vi fôro
potete omai spogliar securamente
e sacrarle in quest'ombra a la quiete;
ché guerrieri qui sol d'amor sarete.


104

E dolce campo di battaglia il letto
fiavie l'erbetta de' piú verdi prati;
e noi mêrrenvi anzi 'l regale aspetto
di lei che qui fa i servi suoi beati
che v'accorrá nel bel numero eletto
di queich'a le sue gioie ha destinati;
ma pria la polve in queste acque deporre
vi piacciae 'l cibo a quella mensa or tôrre. -


105

L'una disse cosí: l'altra concorde
l'invito accompagnò d'atti e di sguardi;
e come al suon de le canore corde
s'accompagnano i passior lenti or tardi.
Ma i cavalieri hanno indurate e sorde
l'alme a quei vezzi lor vani e bugiardi:
e 'l lusinghiero aspetto e 'l parlar dolce
di fuor s'aggirae solo i sensi molce.


106

E se di tal dolcezza entro diffusa
parte si spargeond'il desio germoglie
tosto ragionne l'arme sua rinchiusa
sterpao recide le nascenti voglie.
L'una coppia riman vinta e delusa
l'altra sen vané pur congedo toglie.
Essi entrâr nel palagioelle ne l'acque:
cotanto l'esser vinte a lor dispiacque.




LIBRO DECIMOTERZO

1

Tondo è il ricco edifizioe nel piú chiuso
grembo di luich'è quasi centro al giro
verdeggia un bosco oltra natura ed uso
di quanti piú famosi unqua fiorîro.
Ordine inosservabile e confuso
di logge intorno i demon fabbri ordîro
e tra l'oblique vie di quel fallace
ravvolgimento impenetrabil giace.


2

Per la maggior di cento porte e cento
ch'avea quell'ampio albergoentrâr costoro
dove stridea l'effigïato argento
su' cardini del fino e lucid'oro.
Fermâr ne le figure il guardo intento
ché vinta la materia è dal lavoro.
Manca il parlar; di vivo altro non chiedi
né questo manca ancors'a gli occhi credi.


2

Mirasi qui fra lascivette ancelle
favoleggiar con la conocchia Alcide:
se l'Inferno espugnòresse le stelle
or torce il fuso; Amor se 'l guarda e ride.
Mirasi Iole con la destra imbelle
per ischerno trattar l'arme omicide
e 'ndosso ha 'l cuoio del leonche sembra
ruvido troppo a belle e dolci membra.


4

D'incontra è un maree di canuto flutto
vedi spumanti i suoi cerulei campi;
e l'un ordine e l'altro in mezzo instrutto
con navi ed armee uscir da l'arme i lampi.
D'oro fiammeggia l'ondae par che tutto
d'incendio marzïal Leucate avvampi.
Quinci Augusto i RomaniAntonio quindi
trae l'OrïenteEgiziAssiried Indi.


5

Svèlte nòtar le Cicladi diresti
per l'ondee i monti co' gran monti urtarsi:
tanto impeto sospinge e quelli e questi
ne' torreggianti legni ad incontrarsi.
Giá volar facie colpi agri e funesti
vedie di negro sangue i mari sparsi:
ecco (né punto ancor la pugna inchina)
ecco fuggir la barbara regina.


6

E fugge Antonioe lasciar può la speme
de l'imperio del mondoov'egli aspira.
Non fugge nonon teme nonon teme;
ma segue lei che fuggee seco 'l tira.
Vedresti luisimile ad un uom che freme
d'amore a un tempo e di vergogna e d'ira
mirarvolgendo gli occhior la crudele
e dubbia guerraor le fugaci vele.


7

Ne le latebre poi del Nilo accolto
attender pare in grembo a lei la morte;
e nel piacer d'un bel leggiadro volto
sembra ch'il duro fato egli conforte.
Di cotai segni varïato e scolto
era il metallo de le regie porte.
I duo guerrierpoi che dal vago obbietto
rivolser gli occhientrâr nel dubbio tetto.


8

Qual Meandro fra rive oblique e incerte
scherzae con dubbio corso or scende or monta:
queste acque a' fonti e quelle al mar converte;
e mentre ei viensé che ritornaaffronta:
tali e piú inestricabilie men erte
son queste viema 'l libro in sé l'impronta
il librodon del veglioe 'n breve modo
de gli errori dispiega e solve il modo.


9

Poi che lasciâr gli avviluppati calli
in lieto aspetto il bel giardin s'aperse:
acque stagnantimobili cristalli
giglirose e vïolee bianche e perse.
Prati erbosialti colliapriche valli
selve e spelunche in una vista offerse:
l'arte che 'l bello e 'l caro accresce a l'opre
l'arte che tutto fanulla si scopre.


10

Stiman negletto in parte il dolce loco
e che natura sia ch'ivi dipinga.
Di natura arte sembrae quasi un gioco
che la sua imitatrice assembri e finga.
Ma l'aura che d'amore inspira il foco
l'aura ch'al dolce mormorar lusinga
l'aura che sempre volae sempre è vaga
opra è d'incanto e di mal'arte maga.


11

Vezzosi augelli infra le verdi fronde
temprano a prova pur lascive note.
Mormora l'aurae fa le foglie e l'onde
dolce garrirmentre le increspa e scote.
Quando taccion gli augellialto risponde
quando cantan gli augeilegger percote
non di piú colpo che soave vento
ond'accresca dolcezza al bel concento.


12

Musica è l'aurae 'l fonte e 'l rivo e 'l bosco
e mastre d'armonie le frondei rami
scola d'Amor quel seggio ombroso e fosco
ove ei Febo e le Muse inviti e chiami
mentre vi sparge e miete il dolce tosco
e mille tende intorno e reti ed ami
e vi son di lacciuol' forme sí care
che ventura il cadervi e gloria appare.


13

Vola fra gli altri augei con piume sparte
di color vari un c'ha purpureo il rostro
e larga linguaond'ei distingue e parte
il suo parlarche piú simiglia il nostro:
questi ivi allor con sí mirabil'arte
s'udí cantarche parve un raro mostro:
tacquero gli altri ad ascoltare intenti
e fermâro i susurri in aria i venti.


14

- Deh mira (egli cantò) spuntar la rosa
dal verde suomodesta e verginella
chemezza aperta ancora e mezza ascosa
quanto si mostra mentanto è piú bella:
ecco poi lieta il seno e baldanzosa
dispiegaecco poi langue e non par quella:
quella non par che desiata avanti
fu da varie donzelle e vari amanti.


15

Cosí trapassa al trapassar d'un giorno
de la vita mortale il fiore e 'l verde;
néperché faccia indietro april ritorno
si rinfiora ella mai né si rinverde.
Cogliam la rosa in sul mattino adorno
di questo díche tosto il seren perde.
Cogliam d'amor la rosa; amiamo or quando
s'ama e riamain dolci modi amando. -


16

Tacque; e di vaghi augelli 'l lieto coro
quasi approvandoil canto indi ripiglia.
Raddoppian le colombe i baci loro;
ogni animal d'amar si riconsiglia.
Par che la dura quercia e 'l casto alloro
e tutta la frondosa ampia famiglia
par che la terra e l'acqua e formi e spiri
dolcissimi d'amor sensi e sospiri.


17

Fra melodia sí mollee fra cotante
vaghezze allettatrici e lusinghiere
gía quella coppia rigida e costante
a' vezzi de l'inganno e del piacere.
Ecco vedea su nel mirare avante
tra fronda e frondao le parea vedere:
vedea pur certo il vago e la diletta
ch'egli è in grembo a la donnaessa a l'erbetta.


18

Ella dinanzi al petto ha il vel diviso
e 'l crin sparge negletto al vento estivo:
langue per vezzoe l'infiammato viso
è rugiadosoe vezzosettoe schivo.
Qual raggio in ondale scintilla un riso
ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.
Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle
le pose il capoe 'l viso al viso attolle.


19

E i famelici sguardi avidamente
in lei pascendosi consuma e strugge.
S'inchinae i dolci baci ella sovente
liba or da gli occhie da le labbra or sugge:
ed in quel punto sospirar si sente
profondo síche pensi: 'or l'alma fugge
e 'n lei trapassa peregrina'. Ascosi
mirano i due guerrier gli atti amorosi.


20

E veggion lei che le stellanti ciglia
da lui non torcee placida il vagheggia;
ma nel sembiante Venere somiglia
che d'amor (com'è fama) arde e fiammeggia.
La sua gonna or cerulea ed or vermiglia
direstied or s'indora ed or verdeggia;
sí ch'uom sempre diversa a sé lei vede
quantunque volte a riguardarla riede.


21

Cosí piuma talorche di gentile
amorosa colomba il collo cinge
mai non si mostra a se stessa simíle
ma 'n diversi colori al sol si tinge:
or d'accesi rubin sembra un monile
or di verdi smeraldi il lume finge
ora insieme gli mesce; e varia e vaga
in cento modi occhi bramosi appaga.


22

Dal fianco de l'amanteestranio arnese
un cristallo pendea lucido e netto.
Sorse; e quel fra le mani a lei sospese
ne' misteri d'Amor ministro eletto.
Con luci ella ridentiei con accese
mirano in vari oggetti un solo obbietto;
ella del vetro a sé fa specchioed egli
gli occhi di lei si fa lucenti spegli.


23

L'uno di servitúl'altra d'impero
si gloria; ella in se stessaed egli in lei:
- Volgidiceadeh volgiil cavaliero
a me quegli occhi onde beata bei.
Conosci l'arme ond'io languisco e pero
ne le mie piaghe e ne gl'incendi miei.
Mira piú bel che 'n vetroo 'n gelid'acque
l'idolo tuo nel corche sol ti piacque.


24

E s'io ti spiaccio ancorcom'egli è vago
mirar almen potessi il proprio volto:
che 'l guardo tuos'altrove ei non è pago
gioirebbe felice in sé rivolto;
non può specchio ritrar sí dolce imago
né in picciol vetro è un paradiso accolto;
ma di sembianze sí ridenti e belle
specchio è sol degno il ciel con l'auree stelle. -

25

Ride ella al suon di dolci note impresse
né lascia il vagheggiarsio i bei lavori;
ma de gli erranti crini allor ripresse
con aurei nodi i lascivetti errori:
e quell'auro ch'amore avvolge e tesse
tutto cosparse d'odorati fiori:
e 'n bianco sen le peregrine rose
giunse a' nativi giglie 'l vel dispose.


26

Né 'l superbo pavon sí vago in mostra
spiega la pompa de l'occhiute piume
né l'iride sí bella indora e innostra
il curvo grembo e rugiadoso al lume;
ma bel sovra ogni fregio il cinto or mostra
che di lasciar giammai non ha costume:
vario tessutoe di sua man dipinto
con l'agoond'il bel fianco adorno è cinto.


27

Ivi lusinghe e vezzi a mille a mille
erano fattiivi susurri e baci
e molli sdegnie placide e tranquille
repulse in bel contestoe care paci.
V'era Amore e Desio con sue faville
anzi con vive fiamme e vive faci.
V'era il quasi parlarche in dolci modi
fa sovente a' piú saggi inganni e frodi.


28

Fine alfin posto al vagheggiarrichiede
congedoe 'l baciae 'n sul partir l'invoglia.
Ella per uso il dí se n'escee riede
e spia d'intorno la vietata soglia:
egli rimanch'a lui non si concede
lasciar locoo mutare abito e spoglia:
e tra le fiere alberga e tra le piante
se non quanto è con lei romito amante.


29

Ma quando l'ombra con silenzi amici
copre al furto d'amore i servi accorti
traggono le notturne ore felici
con nodi affissi piú tenaci e forti.
Or mentre ricercava altre pendici
Armidaabbandonando i suoi diporti
l'uno e l'altro guerrierquasi d'aguato
uscídi ricche e lucide arme ornato.


30

Qual veloce destrierch'al faticoso
onor de l'arme vincitor sia tolto;
e lascivo marito in vil riposo
soglia tra verdi paschi errar disciolto:
da metallo sonoro e luminoso
con gran nitrire a l'improvviso è vòlto;
giá giá brama l'arringoe brama il corso
e scoter del nemico il grave dorso:


31

tal si fece il garzonquando repente
de l'orme il lampo gli occhi suoi percosse;
quel sí guerrierquel sí feroce ardente
spirto pur dianzi a lo splendor si mosse
ben che tra gli agie nel piacer languente
e quasi oppresso da letargo ei fosse.
Intanto Araldo oltra ne vienee 'l terso
e luminoso scudo ha in lui converso.


32

Egli tosto a lo scudo 'l guardo gira
onde si vede in lui qual siasi e quanto
con barbarica pompa adorno spira
tutto odori ed aromi 'l crinee 'l manto:
e 'n vece de la spadaaver ei mira
un chiaro speglio che gli pende accanto
con feminei istromentiond'orni e coma
parta e distingua lunga ed aurea chioma.


33

Qual uom da grave ed alto sonno oppresso
dopo vaneggiar lungoin sé riviene;
tale ei tornò nel rimirar se stesso;
ma se stesso mirar giá non sostiene.
Giá vede il voltoe timido e dimesso
guardando a terrala vergogna il tiene.
Sí che n'andrebbe e sotto il maree dentro
il focoper celarsie giú nel centro.


34

Araldo allora incominciò parlando:
- Va l'Asia tuttae va l'Europa in guerra:
chiunque pregio bramaa l'ozio il bando
datoguerreggia ne la sacra terra.
Te soloo figlio di Guglielmoamando
femina avvolge in laberinto e serra:
te sol de l'universo il moto or nulla
moveegregio campion d'empia fanciulla.


35

Qual sonnoo qual letargo ha sí sopito
il tuo valore? o qual viltá l'alletta?
O quale attendi glorïoso invito
se te nel campo la vittoria aspetta?
Vienio guerrier sublimee sia fornito
il ben comincio assalto; e l'empia setta
che giá crollastia terra estinta cada
sotto la tua fulminea e invitta spada. -


36

Tacque il giovine incautoe mesto e fioco
parve e confusoe senza moto o voce.
Ma sdegno uscí de la vergogna in loco
sdegno guerrier de la ragion feroce
ed al rossor del volto un nuovo foco
rependo ivi mando l'ira veloce;
onde cruccioso egli squarciò l'indegne
pompedi servitú misere insegne.


37

E la confusïon torbida e torta
lasciandoei se n'usci del laberinto.
Intanto Armida de la regia porta
mirò fuggito ogni custode e vinto.
Sospettò primae si fu poscia accorta
ch'era il suo vago al dipartirsi accinto:
e 'l vede (ahi fèra vista!) al dolce albergo
dar frettoloso fuggitivo il tergo.


38

Volea gridar: - Doveo crudelme sola
lasci?- Ma 'l varco al suon chiuse il dolore;
sí che la rotta sua flebil parola
tornò dolente a rimbombar su 'l core.
Miserai suoi diletti omai le invola
forza e saper del suo saper maggiore:
ella se 'l vedee di morir contenta
èse no 'l fermae l'arti sue ritenta.


39

Quante mormorò mai profane note
tessala maga con la bocca immonda
ciò che arrestar può le celesti rote
e l'alme trar de la prigion profonda
sapea ben tutte; e pur oprar non puote
ch'almen l'Inferno al suo voler risponda.
Lascia gl'incantie vuol provar se vaga
lagrimosa beltá sia miglior maga.


40

Corree non ha d'onor cura e ritegno:
ahi dove or sono i tuoi trionfi e i vanti?
Costei d'amorquantunque girail regno
volse e rivolse (e sol co' cenni) avanti:
e cosí pari al fasto ebbe lo sdegno
ch'amò d'essere amataodiò gli amanti
a cui fûr legge incerta i chiari lumi
col varïar de' suoi dolci costumi.


41

Or negletta e delusain abbandono
rimasasegue pur chi fugge e sprezza;
e procura adornar co 'l pianto il dono
rifiutato per sédi sua bellezza.
Vassene; ed al piè tenero non sono
quel giogo intoppoo quella dura asprezza:
e per messaggio il grido innanzi invia
per lui fermar ne la selvaggia via.


42

Forsennata gridava: - O tu che porte
teco parte di meparte ne lassi:
o prendi l'unao rendi l'altrao morte
dá insieme ad ambe; arrestaarresta i passi:
sol che l'ultime voci a te sian porte
non dico i baci; altra piú degna avrassi
quelli da te. Che temiempiose resti?
Potrai negarpoi che fuggir potesti. -


43

Dissegli Araldo allor: - Giá non conviene
che d'ascoltar costeisignorricusi;
di beltá armata e de' suoi preghi or viene
dolcemente nel pianto amaro infusi:
qual piú forte di tese le sirene
vedendo ed ascoltandoa vincer t'usi?-
Cosí ragion tranquilla alta regina
si fa de' sensie se medesma affina.


44

Allor rimase il cavaliero: ed ella
sovraggiunse anelante e lagrimosa;
dolente síche nulla piúma bella
altrettanto però quanto dogliosa.
Lui guardae 'n lui s'affissae non favella:
o che sdegnao che pensao che non osa.
Ei lei non miraese pur mirail guardo
dolente volgee vergognoso e tardo.


45

Qual musico gentilpria che disnodi
la dotta lingua in alta voce e chiara
con dolcissimi accenti in bassi modi
a l'armonia gli animi altrui prepara:
tal costei non oblia l'arti e le frodi
anco per dogliao per fortuna amara;
ma de' sospiri fa concento in prima
per dispor l'alma in cui le voci imprima.


46

Poi cominciò: - Non aspettar ch'io preghi
crudeltecom'amante amante deve.
Tai fummo un tempo; or se 'l ricusi e neghi
e stimi tal memoria acerba e greve
come nemico almeno ascolta: i preghi
d'un nemico talor l'altro riceve.
Ben quel ch'io chieggio è tal che darlo puoi
e integri conservar gli sdegni tuoi.


47

Se m'odiie 'n ciò diletto e gioia or senti
non ten vengo a privar. Godi pur d'esso.
Giusto a te paree siasi. Anch'io le genti
d'Italia odiaino 'l negoodiai te stesso.
Nacqui paganausai l'arti possenti
acciò che fosse il vostro imperio oppresso.
Te persegui'te presie te lontano
da l'arme trassi in luogo ignoto e strano.


48

Aggiungi a questo ancor quel ch'a maggiore
onta tu rechi ed a maggior tuo danno:
t'ingannait'allettai nel nostro amore;
empia lusinga certoiniquo inganno:
lasciarsi côrre il virginal suo fiore
far de le sue bellezze altrui tiranno
quellech'a mille antichi in premio sono
negateoffrire a novo amante in dono.


49

Sia questa pur tra le mie frodie vaglia
sí la mia grave colpa o 'l mio difetto
che tu quinci ti partae non ti caglia
di questo albergo tuo giá sí diletto.
Vattenepassa il marpugnatravaglia
struggi la fede nostraanch'io t'affretto.
Che dico nostra? ah non piú mia: fedele
sono a te solaidolo mio crudele.


50

Solo ch'io segua te mi si conceda
piccola fra' nemici anco richiesta.
Non lascia indietro il predator la preda;
va il trionfanteil prigionier non resta.
Me tra l'altre tue spoglie il campo veda
ed a l'altre tue lodi aggiunga or questa
che l'altrui schernitrice abbi schernito
mostrando mesprezzata ancellaa dito.


51

Sprezzata ancellaa chi si nudre e serva
la bionda chiomaor ch'a te fatta è vile?
Raccorcerolla; al titolo di serva
piú converrassi un abito servile.
Te seguiròquando l'ardor piú ferva
de la battagliaentro la turba ostile.
Animo ho certoho quel vigor che baste
a portartisignorgli arnesi e l'aste.


52

Saròqual piú vorraiscudiero o scudo;
non fia che in tua difesa il cor risparmi.
Per questo senper questo collo ignudo
pria che giungano a tepasseran l'armi.
Barbaro forse non sará sí crudo
che ti voglia ferirper non piagarmi:
donando ogni piacer di sua vendetta
a questaqual si siabeltá negletta.


53

Miseraancor presumoancor mi vanto
di schernita beltá che nulla impetra. -
Volea piú dir; ma l'interruppe il pianto
che qual fonte sorgea di viva pietra.
Prendergli cerca allor la destra e 'l manto
miserabile in attoed ei s'arretra.
Resiste e vince; ed onde amor esclude
al lagrimoso umore il varco chiude.


54

Non entra amore a rinovar nel seno
la fiamma piú fervente e meno antica;
v'entra pietate in quella vece almeno
pur compagna d'amorben che pudica:
e lui commove in guisa talch'a freno
può ritener le lagrime a fatica.
Pur quel tenero affetto entro ristringe
e quanto può l'acquetae la rispinge.


55

Poi le risponde: - Armidaassai mi pesa
di te: sí potess'iocome il farei
del mal concetto ardor l'anima accesa
sgombrarti; òdi non sonné sdegni i miei:
né vo' vendettané rammento offesa
né serva tuné tu nemica or sei.
Errastiè veroe trapassasti i modi
ora gli amori eccitandoor gli òdi;


56

ma che? son colpe umanee colpe usate;
scuso la natia leggeil sesso e gli anni.
Anch'io parte fallii: s'a me pietate
negar non vo'non fia ch'io te condanni.
Fra le care memorie ed onorate
mi sarai ne le gioiee ne gli affanni:
sarò tuo cavalierquanto concede
la guerra d'Asiae con l'onor la fede.


57

Deh sia del fallir nostro or questo il fine
e di nostra vergogna; e non ti spiaccia
che in quel montedel ciel quasi confine
la memoria di lor sepolta giaccia:
ed in parti remote e 'n piú vicine
sola de l'opre mie questa si taccia;
deh non voler che segni ignobil fregio
tua beltátuo valortuo sangue regio.


58

Rimanti in pace; io vado: a te non lice
meco venir: chi mi conduce il vieta.
Rimantio va' per altra via felice
e come saggia i tuoi consigli acqueta. -
Ellamentre il guerrier cosí le dice
non trova luogotorbida inquïeta.
Giá minacciando in disdegnosa fronte
torva riguarda; al fin prorompe a l'onte:


59

- Né 'n te Lucia s'incinsee non sei nato
di latin sangue tu: te l'onda insana
del mar produsse o 'l Caucaso gelato
e le mamme allattâr di tigre ircana:
perche m'infingo piú? l'uomo spietato
pur un segno non feo di mente umana.
Forse cambiò color? forse al mio duolo
bagnò almen gli occhio sparse un sospir solo?


60

Quali cose tralascio? o quai ridico?
S'offre per miomi lascia e m'abbandona
quasi buon vincitordi reo nemico
oblia le offesee i falli aspri perdona.
Odi come consigliaodi il pudico
Zenocrate d'amor come ragiona.
O Cieloo dèiperché soffrir questi empi
fulminar poi le torri e i vostri tempî?


61

Vattene purcrudelcon quella pace
che lasci a me; vatteneiniquoomai:
me tostoignudo spirtoombra seguace
indivisibilmente a tergo avrai.
Nova furia con l'anguee con la face
tanto t'agiteròquanto t'amai:
e s'è destin ch'esca del maree schivi
gli scogli e l'ondeed a l'Italia arrivi;


62

prima de' tuoi piú cariegro e languente
piangerai l'aspra morteempio guerriero
e sconsolato bramerai sovente
figlio d 'Armidae frate al bel Ruggiero. -
Or qui mancò lo spirto a la dolente
né questo ultimo suono espresse intiero:
e cadde tramortitae si diffuse
di gelato sudoree i lumi chiuse.


63

Chiudesti gli occhiArmida; il cielo avaro
invidïò il conforto a' tuoi martíri.
Aprimiseragli occhi: il pianto amaro
ne gli occhi al tuo nemico or che non miri?
O s'udir tu 'l potessi! o come caro
t'addolcirebbe il suon d'alti sospiri!
Dá quanto ei puotee prende (ah tu nol vedi)
pietoso in vista gli ultimi congedi.


64

Or che fará? dée sull'ignuda arena
costei lasciar cosí tra viva e morta?
Cortesia lo ritienpietá l'affrena;
ma voler piú costante il move e porta.
Intanto quel ch'avea l'aspra catena
non oblia di canuta e saggia scorta
il severo consiglio; anzi ei si cela
per udir chi minaccia e si querela.


65

Poich'ella in sé tornòdeserto e muto
quanto mirar poté dintorno scorse:
- Ito se n'è pur (disse) ed ha potuto
me qui lasciar de la mia vita in forse.
Né un momento indugiòné breve aiuto
nel caso estremo il traditor mi porse.
Ed io pur anco l'amoe qui rimango
e invendicata ancor m'assidoe piango?


66

Che fa piú meco il pianto? altre armealtre arti
io non ho dunque? Ah seguirò pur l'empio:
né l'abisso per lui riposta parte
né 'l ciel sará per lui securo tempio.
Giá 'l giungoe 'l prendoe 'l cor gli svelloe sparte
le membra appendoa' dispietati esempio;
mastro è di feritá: vo' superarlo
ne l'arti sue. Ma dove son? che parlo?


67

Misera Armida? allor dovevi (e degno
ben era) a l'empio dar crudo martire
che tu prigion l'avesti: or tardo sdegno
t'infiammae movi neghittosa a l'ire.
Purse beltá può nullao scaltro ingegno
non fia vòto d'effetto alto desire.
O mia sprezzata formaa te s'aspetta
(ché tua l'ingiuria fu) l'aspra vendetta.


68

Questa bellezza mia sará mercede
del troncator de l'esecrabil testa.
O miei famosi amantiecco si chiede
da voidifficil síma impresa onesta.
Ioche sarò d'ampie ricchezze erede
de la vendetta al premio omai son presta:
e s'io pur di tal prezzo indegna sono
beltásei di natura inutil dono.


69

Dono infeliceio te rifiuto; e 'nsieme
odio l'esser regina e l'esser viva
e l'esser nata mai. Sol fa la speme
de la dolce vendetta ancor ch'io viva. -
Cosíin voci interrottee irata freme
e volge il piede a la deserta riva
mostrando ben quanto ha furore accolto
sparsa il crinbieca gli occhiaccesa il volto.


70

Ma de l'ascose insidie uscito Araldo
la cauta man gli avvolse entro a' capelli;
torcendo il viso al viso umido e caldo
ed a' preghidi fede ancor rubelli:
e con quel laccio sí tenace e saldo
legò le braccia e i piè fugaci e snelli
co' nodi d'adamante e di topazio;
né fece altra di lei vendetta o strazio.


71

Ma la zonaonde intorno andò recinta
con la severa man le ha toltoe disse:
- Tu starai qui su questa pietra avvinta
a contemplar le stelle erranti e fisse
sin che la mole tua bugiarda e finta
disfacciae segua ciò che il Ciel prescrisse:
ché non ti lega violenza o forza
ma 'l senno e la virtúcui nulla sforza. -


72

Ellamossa a quel dirchiamò trecento
con fèra lingua deitá d'Averno.
S'empie il ciel d'atre nubie 'n un momento
impallidisce il gran pianeta eterno:
e soffia e scuote i gioghi alpestri il vento:
ecco giá sotto a' piè mugghiar l'inferno.
Quanto gira il palagioudresti irati
sibilied urlie fremitie latrati.


73

Ombra piú che di nottein cui di luce
raggio visto non ètutto il circonda:
se non ch'intanto un lampeggiar riluce
per entro la caligine profonda.
Cessa alfin l'ombrae i raggi il sol riduce
pallidiné quell'aura anco è gioconda.
Nè piú il palagio appareo pur le sue
vestigiané dir puossi: 'Egli qui fue'.


74

Come imagin talor d'eccelsa mole
forman nubi ne l'ariae poco dura
che il vento la disperde e solve il sole
come sogno sen va ch'egro figura:
cosí sparver gli alberghie restâr sole
l'ombree l'orror che fece ivi natura:
e si vedean tra boschi ermi e selvaggi
arsi i cipressi e fulminati i faggi!


75

Avean securo fine i fèri incanti
onde gli dèi d'Inferno ella costrinse;
ma 'l laccio di topazi e d'adamanti
non era scioltoe quel che a' piedi il cinse.
Disse: - Or securi andremoe tu rimanti
perché senno e valor cosí t'avvinse:
e vinta infernal fraudeonore avranno
perfida lealtatee fido inganno. -




LIBRO DECIMOQUARTO

1

Ma 'l duce pio de le famose genti
vòlto avendo a l'assalto ogni pensiero
fuor le schiere traead'arme lucenti
quando a lui venne il solitario Piero.
Etrattolo in dispartein tali accenti
gli parlòvenerabile e severo:
- Tu muovio capitanforze terrene;
ma di lá non cominci onde conviene.


2

Sia dal Cielo il principio; e invoca avanti
ne le preghiere publiche e devote
la milizia del Ciel d'angeli santi
che ne dia la vittoriaella che puote.
Preceda il coro in sacre vesti e canti
con soave armoniapietose note:
e da voi duci glorïosi e magni
pietate 'l volgo apprenda e v'accompagni.


3

Né pur donnee fanciullie stanchi vegli
faccianpiangendoomai de' falli emenda;
ma quei ch'a gli altri tu preponi e scegli
ne' tuoi conviti in sí famosa tenda.
Oh quanti n'apparian lucidi spegli
cinti d'òr fino in cui lo sol risplenda
e come bella era la viva luce
onde rifulge il glorïoso duce!


4

L'anima è qual cristallo e puro e terso
in cui fiammeggia il sol tremante e vago;
ma s'è di macchie tenebrose asperso
né riceve del ciel la chiara imago
tergasie 'l suo pensiero a Dio converso
sará quasi divinquasi presago.
Ma quel che a l'alma peccatrice apparve
è falso inganno di mentite larve. -


5

Cosí gli parla il rigido romito;
e 'l pio Goffredo i buon consigli approva:
- Servo (risponde) di Gesú gradito
il santo esempio di seguir mi giova.
Ormentre i duci a venir meco invito
tu i pastori de' popoli ritrova
Guglielmo e 'l saggio Arnolfoe vostra sia
la cura de la pompa e sacra e pia. -


6

Nel seguente mattino il vecchio accoglie
co' duo gran sacerdoti altri minori
lá 've nel vallotra secrete soglie
solevan celebrar divini onori.
Quivi gli altri vestîr candide spoglie
vestîr dorato ammanto i duo pastori
chebipartito sopra i bianchi lini
s'affibbiae d'aurea mitra ornâro i crini.


7

Portato è innanzi e dispiegato al vento
il segno riverito in Paradiso;
e segue il coro a passo grave e lento
in due lunghissimi ordini diviso:
alternando facean doppio concento
in supplichevol canto e 'n umil viso:
seguiano i due pastor le sacre pompe
che nullo impeto ostil perturba o rompe.


8

Venía Goffredo poisí come è l'uso
di sacro resenza compagno a lato:
seguiano a coppia i duci: e non confuso
seguia lo stuoloin lor difesa armato:
sí procedendo se ne uscía dal chiuso
albergo suo l'esercito adunato:
né s'udian trombe o suoni altri feroci;
ma di santa pietá canore voci.


9

Te Genitorte Figlio eguale al Padre
e teche d'ambo uniti amando spiri;
e te d'uomo e di Dio Vergine Madre
chiaman propizia a' lor giusti desiri
o ducie voi che le divine squadre
del ciel movete in tre lucenti giri:
e te ch'anzi la cunaanzi la tomba
precorri Cristo in suon ch'alto rimbomba


10

chiamanoe te che sei pietra e sostegno
de la Chiesa da Dio fondata e forte;
ov'ora il nuovo successor tuo degno
di grazia e di perdono apre le porte:
e gli altri messi del celeste regno
che divolgâr la sua mirabil morte:
e quei che il vero a confermar seguîro
testimoni co 'l sangue e co 'l martiro.


11

Quelli ancorla cui penna o la favella
insegnata ha del ciel la via smarrita;
e la cara di Cristo e fida ancella
ch'elesse la piú santa e pura vita:
e le vergini chiuse in casta cella
che Dio con alte nozze a sé marita:
e quelle ch'al tormento invitta l'alma
ebberoe meritâr corona e palma.


12

Cosí cantando il popolo devoto
con larghi giri si dispiega e stende;
e drizza al sacro monte il tardo moto
che da l'olive il suo bel nome prende:
per chiara antica fama al mondo noto
in cui poggiando incontra 'l dí s'ascende;
e quando nasce in cielo il sole o l'alba
ei primo a' raggi l'aria fosca inalba.


13

Tra l'alte mura e la sublime costa
che d'orïente la cittá vagheggia:
ed al sommo di lei meno s'accosta
dov'è il gran tempio e la famosa reggia
la cupa Giosafat in mezzo è posta
e Cedron il torrente entro v'ondeggia
per mattutine pioggeo per notturne
accresciuto da fresche e lucide urne.


14

Ed ora per ombrosa e fresca valle
soave mormorandoor per deserto
sparge di lucid'acque umido calle
portando al Morto mar tributo incerto.
Questo il buon revòlte al figliuol le spalle
passòil piè nudoe 'l capo avea coperto;
e 'l varcò Cristo allor ch'al monte ascese
lá 've l'adorno coro ancor discese.


15

In quel secreto orror del loco sacro
ogni anima fedeltemendoadombra
né di fiorita vistao di lavacro
vaghezza quell'orror dal petto sgombra:
che per idolo sparsoo simolacro
nasce vie menoovver per tomba ed ombra.
Ma cresce a ripensar l'estremo giorno
ch'in bianca nube il re dée far ritorno.


16

S'invia lá su l'esercito canoro:
e ne suonan le valli ime e profonde
e gli alti colli e le spelonche loro
e da ben mille parti Eco risponde:
e quasi par ch'un bel silvestre coro
fra quegli antri si celi e 'n quelle sponde:
sí chiaramente rimbombar s'udiva
Cristo GesúMaria di riva in riva.


17

D'in su le mura a rimirar fra tanto
cheti si stanno e timidi i pagani
i tardi passie i girie l'umil canto
e l'insolite pompee i riti estrani.
Poi che cessò de l'ordin sacro e santo
la meravigliai miseri profani
alzâr le stridae di bestemmie e d'onte
muggi 'l torrente e la gran valle e 'l monte.


18

Ma da quell'armonia sacra e soave
l'oste fedel non si rimoveo tace
né si volge a quei gridio cura n'have
piú che di stormo avria d'augei loquace:
né da sasso o da stral s'arretra o pave
che giungano a turbar la santa pace
di sí lontanoo 'l suon pietoso e dolce
a cui l'ira del ciel s'acqueta e molce.


19

Sul duro monteove 'l Signore esempio
dar volle a' fidi suoi che seco elesse
tornando al cieldopo 'l suo fèro scempio
lascio de' piedi alte vestigia impresse:
le quai poi cinse di sublime tempio
Elena a cui tal grazia Iddio concesse;
ma ricusò de' marmi il fino incarco
da terra al ciel rimaso aperto il varco.


20

Quivi d'auro e d'argento ornato altare
di santo cibo al sacerdote è mensa:
e quinci e quindi luminosa appare
sublime lampa in lucid'oro accensa.
Quivi altre spogliee pur dorate e care
prende Guglielmo e pria tacito pensa
indi con chiaro suon la voce spiega
se stesso accusae Dio ringrazia e prega.


21

Sono ivi i duci ad ascoltar primieri:
v'hanno gli altri le viste intese e fisse.
Ma poi che celebrò gli alti misteri
del puro sacrificio: - Itene- ei disse
e 'n fronte alzando a' popoli guerrieri
la sua sacrata manlor benedisse.
Allor sen ritornâr di poggio in valle
per lo dianzi da lor segnato calle.


22

Giunti nel valloe l'ordine giá sciolto
si rivolse Goffredo a l'ampia tenda:
e l'accompagna stuol calcato e folto;
e 'l lascia poiperché riposo ei prenda.
Egli tutti licenziaindietro vòlto
se non se i duciil cui giudicio intenda;
e gli raccoglie a mensae vuol ch'a fronte
sieda Giovannie presso il saggio conte.


23

Poi che de' cibi 'l naturale amore
fu in lor repressoe l'importuna sete
disse ai duci il gran duce: - Al novo albore
tutti a l'assalto voi pronti sarete:
quel fia giorno di guerra e di sudore
questo sia di riposo e di quïete. -
Cosí diss'egli; e rispondea Raimondo
ch'al destro lato gli sedea secondo:


24

- De le macchine a me la prima cura
signorfu data; ora è condotta al fine:
tal che potremcome fia notte oscura
portarle a la cittá vie piú vicine.
Ma da qual lato le superbe mura
faran con maggior danno alte ruine
dubbio son ioben che gli antichi esempi
siano i medesmi quasi in vari tempi.


25

Da quella parte ove Aquilone avverse
porta a l'alma cittá nubi e procelle
il re di Babilonia il passo aperse
prima a le genti di pietá rubelle:
quando il popol di Dio l'empio disperse
e fece di Sion le figlie ancelle;
e s'accampò tra quello stagno e 'l colle
Gorehch'a Borea ancor la cima estolle.


26

Su l'altro monte s'attendò Pompeo
lo qual piú verso Borea innalza il giogo
e fu nemico non crudele e reo
e pose a la cittá men duro giogo.
Ma del romano duceo del caldeo
non scelse Tito poi lontano il luogo:
quivi s'assise ancor fra torre e torre
né volse in altro lato assedio porre.


27

Cingean tre mura la cittate antica
com'una non bastasse ampia corona.
E tre mura espugnò forza nemica
che tutto vince ed a null'uom perdona
né di periglio temeo di fatica
ché giusta ira del ciel l'infiamma e sprona:
e poi rimase in quel crudel contrasto
la roccail tempioe 'l monte e preso e guasto.


28

Cosí da l'Aquilon tre volte offende
turbo di guerrae porta ultimo danno:
ed or da l'Aquilonse piú contende
s'oppugni e vinca il barbaro tiranno:
dove innalzasti le sublimi tende
e le macchine eccelse al ciel sen vanno;
né potrá sostener l'invitta forza
né dal meriggio ov'egli men si sforza. -


29

Qui tacein guisa d'uom ch'a gloria aspiri
e ponga a le sue voglie un saldo freno.
Ma soggiunge Tancredi: - Ovunque io miri
l'ampia cittate e l'inegual terreno;
non sol d'onde accampar Caldeio Assiri
spero presta vittoriao tarda almeno
se pur cede al valore orrida costa
e se macchina ancora ivi s'accosta.


30

Onde noi troverem (se dritto estimo)
piú frale e men guardata ogni altra parte;
dando l'assalto il dí secondoe primo
donde il sol nascee donde poggia o parte.
E sino al sommo porterem da l'imo
macchine gravi con fatica ed arte:
e tanto fia piú rara e nova gloria
quanto avrá meno esempi alta vittoria.


31

Però se guerra a noi l'Egitto indice
piú non si tardie 'n ciò non sia contesa.
Ma se 'l conte fará d'alta pendice
a la gran torre di Sion offesa
io spero di tentar (se ciò mi lice)
se la torre angolare è ben difesa:
e seguendo i di lui saggi ricordi
saremo in varie parti almen concordi. -


32

Ma quel che giá sí caro al grande Augusto
vive or la quarta etá co' duci illustri:
- Il secolo novelpiú del vetusto
ha (disse) fatti i suoi guerrieri industri:
perché lo spazio è de la vita angusto
e si fa esperta al varïar de' lustri:
e savissimo è il tempoe quasi padre
o quasi mastro almen d'arti leggiadre.


33

Peròmentre fiorí di Carlo il regno
e l'arte militare in pregio salse:
il mio signorche fu d'onor sí degno
vinseespugnòdomò quanto egli assalse;
ma piú de l'arte e del sottile ingegno
il verace valor si videe valse:
e risplendeanquasi fulminei lampi
i suoi guerrier in mille aperti campi.


34

Or la novella etate (o cosí parmi)
di minore ardimento e di minor possa
produce i suoi; né fra le schiere e l'armi
fa meraviglieda valor commossa:
ch'io spesso vidi (e non vorrei vantarmi)
e rado or veggio orribile percossa;
ma piú sovente in disusati modi
muramacchinevalloindustriee frodi.


35

Ma che dich'io percosseo fèri colpi
o maraviglie di possanza estrema?
quasi natura indebolita incolpi
e non piú tosto la virtú che scema.
Qual uomo è piúdove si snervie spolpi
che l'ordine non lasci oggi per tèma?
cui non par grave manto iniquo fascio?
E l'armie 'l ciboe 'l vallo a dietro lascio.


36

E sol talora i tempi antichie l'uso
ond'ebber gli occhi esperïenzai' narro
e 'l re lombardo vintoe 'ntorno chiuso:
ma di qual cosa mai sí spesso io garro?
Or quiper mio parersaria conchiuso
che la parte anco vòlta al freddo carro
ed a l'Orse si tenti; e non si pecchi
i nuovi modi preponendo a' vecchi.


37

Dogliomi che tardare in grave assedio
ch'ampia cittate omai circonda e serra
non può la gioventú che schiva il tedio
e d'Egitto aspettiam vicina guerra;
ma contra Carlo non v'avea rimedio
perché nemico egual non ebbe in terra:
onde qui vinse ancor senza periglio. -
Tacque; e 'l duce lodò l'alto consiglio.


38

Allor di trombe udissi un bel concento;
ed Evardo a le turbe accolte insieme
Evardo la cui voce avanza il vento
e 'l tuono e la procella e 'l mar che freme
sí che di cento il gridoe cento e cento
men faria rimbombar le parti estreme
l'assalto publicò; riposo e tregua
dando al travaglio insino al dí che segua.


39

Ancor dubbia la luceed immaturo
era ne l'orïente il nuovo giorno
né la terra fendea l'aratro duro
né fêa il pastore a' prati anco ritorno:
stava tra' rami il vago augel sicuro
e 'n selva non s'udia latrato o corno
quando a cantar sonora orribil tromba
comincia 'a l'arme': 'a l'arme' il ciel rimbomba.


40

'A l'armea l'arme!' subito ripiglia
ogni altrae 'nfiamma l'animose schiere:
sorge il forte Goffredoe giá non piglia
la gran corazza o l'arme sue primiere
ma sua lorica: ed un pedon simiglia
con l'altre lucidissime e leggiere;
e quando il leve peso indosso aveva
l'antichissimo duce anch'ei si leva.


41

Questiveggendo armato in cotal modo
l'invitto duceil suo pensier comprese:
- Ov'è (gli disse) il grave usbergo e sodo?
ov'è signorl'altro piú grave arnese?
Perché se' 'n parte inerme? io giá non lodo
che vada con sí debili difese;
ma da tai segni scopro altri desiri
ch'a nuova mèta ancor di gloria aspiri.


42

Deh che ricerchi tu? privata palma
di salitor di mura? Altri le saglia
ed esponga men degna e nobil'alma
ne' rischicome déed'aspra battaglia;
tu riprendisignorl'usata salma
e di te stesso a nostro pro ti caglia:
l'anima tuamente del campo e vita
noi salvi; e non ci atterri empia ferita. -


43

Rispose il pio Goffredo: - Al magno Carlo
giá vecchio Augustodisegual son io:
ma s'Orlando vedestia seguitarlo
lecito fosseè il mio sommo desio.
Però fatica e rischio (e 'l vero io parlo)
schivando in guerraandrei quasi restio
a quella d'alta gloria eccelsa mèta
che l'anima di morte ancor fa lieta.


44

Taccio ch'io sono (e tu sovente il dici)
povero duce ancor di pover' oste.
Dunque poscia che fian contra i nemici
tutte le genti giá mosse e disposte
ben è ragion (né forse mel disdici)
ch'a le murapugnandoanch'io m'accoste
e la fede promessa al Cielo osservi:
egli mi custodisca e mi conservi. -


45

Cosí diss'egli; e i cavalier francesi
quasi mossi a quel dir d'acuti sproni
e gli altri duci ancormen gravi arnesi
parte vestîroe si mostrâr pedoni.
Ma i pagani frattanto erano ascesi
lá dove a' sette gelidi Trioni
si volgee piega a l'occidente il muro
che nel piú facil sito è piú sicuro.


46

Però ch'altronde la cittá non teme
da l'assalto nemico offesa alcuna.
Quivi non pur il fèro Arganteinsieme
col gran Baldaccoi suoi guerrieri aduna;
ma chiama ancora a le fatiche estreme
fanciulli e vecchi l'ultima fortuna;
e van questi portando a' piú gagliardi
calcee zolfoe bitumee sassie dardi.


47

E di macchine e d'arme han pieno avante
tutto quel muro a cui soggiace il piano:
e quinciin forma d'orrido gigante
sorge da' fianchi in su l'empio soldano:
quindi tra' merli il minaccioso Argante
torreggia e discoperto è di lontano;
e 'n su la torre altissima angolare
sovra tutti Clorinda eccelsa appare.


48

A costei la faretra e 'l grave incarco
de l'acute quadrella al tergo pende;
ella giá ne le mani ha preso l'arco
e giá lo stral v'ha su la cordae 'l tende:
e desiosa di ferireal varco
la bella arciera i suoi nemici attende:
tal giá credean la vergine di Delo
tra l'alte nubi saettar dal cielo.


49

Scorre piú sotto Dodelchino a piede
da l'una a l'altra porta; e 'n su le mura
ciò che prima ordinòcauto rivede
e i difensor conforta e rassecura:
e qui genti rinforza e lá provvede
di maggior copia d'arme; e 'l tutto cura.
Ma se ne van l'afflitte madri al tempio
a ripregar nume bugiardo ed empio.


50

La regina Funebria al mesto coro
è scortae nacque giá d'un duce armeno:
Lugeria è secoch'i suoi fregi e l'oro
deponeumida gli occhie 'l volto e 'l seno
il cui gran padre fra l'Assiro e 'l Moro
di piú regni ed imperi ha il ricco freno.
Or va dolente in veste oscura e negra
e segue l'altra turba afflitta ed egra.


51

- Deh spezza tu del predator francese
l'astaSignorcon la man giusta e forte;
e lui che tanto il tuo gran nome offese
ancidie spargi sotto l'alte porte. -
Cosí dicea: né fûr le voci intese
la giú tra 'l pianto de l'eterna morte.
Ormentre il debol volgo e plorae prega
la gente e l'arme il pio Buglion dispiega.


52

Tragge egli fuor l'esercito pedone
con molta provvidenza e con bell'arte;
e contra 'l muroch'assalir dispone
obliquo e scevro in duo lati il comparte:
le baliste per dritto in mezzo pone
e gli altri ordigni de l'orribil marte
onde in guisa di fulmine si lancia
vêr le merlate cime or sassoor lancia.


53

E mette in guardia i cavalier de' fanti
da tergo e manda i corridori intorno.
Dá il segno poi de la battagliae tanti
gli arcieri son che se n'oscura il giorno:
e da macchine l'arme al ciel volanti
a' difensori fanno oltraggio e scorno:
altri v'è mortoe 'l loco altri abbandona:
rara è del muro giá l'alta corona.


54

La gente Franca impetüosa e ratta
allor quanto piú puote affretta i passi
e partescudo a scudo insieme adatta
e di quelli un coperchio al capo fassi:
e partesotto macchine s'appiatta
che fan riparo al grandinar de' sassi:
ed arrivando al fossoil cupo e 'l vano
cercano empirneed adeguarlo al piano.


55

Era quel fosso di palustre limo
o pur d'acqua che stagni umido e molle;
ma l'han ripienoancor che largo ed imo
le pietrei tronchi e le tenaci zolle:
l'arditissimo Ermanno intanto il primo
scopre la testaed una scala estolle:
e nol ritien dura tempesta o pioggia
di fervidi bitumie su vi poggia.


56

Vedeasi in aria Drogoaltrove asceso
mezzo l'aereo calle aver fornito;
segno a mille saettee non offeso
d'alcuna sí che fermi 'l corso ardito:
quando un sasso ritondo e di gran peso
veloce come di bombarda uscito
ne l'elmo il cogliee 'l risospinge a basso
gelido piú di quel medesmo sasso.


57

Non è mortalma grave il colpo e 'l salto
sí ch'ei stordiscee giace immobil pondo.
Argante allora in suon feroce ed alto:
- Caduto è il primo; or chi verrá secondo?
Che? non uscite a manifesto assalto
appiattati guerriers'io non m'ascondo?
Non gioveranvi le caverne estrane
ma vi morrete come belve in tane. -


58

L'occulta gente a quel parlar non cessa;
ma fra ripari ascosa angusti e cavi
e sotto gli alti scudi unita e spessa
le saette sostenta e i pesi gravi.
Giá gli arieti a la gran torre appressa
macchine grandi e smisurate travi
c'han testa di monton ferrata e dura:
temon le porte il cozzo e l'alte mura.


59

Gran mole intanto è di lá su rivolta
per cento mani al gran bisogno or pronte
che sovra la testuggine piú folta
ruinae par che vi trabocchi un monte:
e de gli scudi l'unïon disciolta
piú d'un elmo vi frange e d'una fronte:
e ne riman la terra sparsa e rossa
d'arme e di sanguee di cervella e d'ossa.


60

L'assalitore allor sotto il coperto
de le macchine sue non si ripara;
ma da' ciechi perigli al rischio aperto
fuori se n'escee sua virtú dichiara.
Altri poggia le scale e va per l'erto:
altri percote i fondamenti a gara.
Si crolla 'l muroe ruinoso i fianchi
giá rotti mostra a l'impeto de' Franchi.


61

E ben cedeva a le percosse orrende
che doppia in lui l'espugnator montone;
ma quel volgo da' merli anco il difende
con usata di guerra arte e ragione:
ch'ovunque la gran trave in lui si stende
cala fasci di lana e gli frappone:
prende in sé le percosse e fa piú lente
la materia arrendevole e cedente.


62

Mentre con tal valor s'erano strette
l'ardite schiere a la tenzon mortale
curvò Clorinda sette voltee sette
rallentò l'arcoe n'avventò lo strale:
e quante in giú volâr dure saette
tante n'insanguinâro il ferro e l'ale;
non di sangue plebeo ma del piú degno
ché sprezza quell'altera ignobil segno.


63

Ed il primo guerrier ch'ella piagasse
fu il forte Anselmoonor del suo paese:
da' suoi ripari appena il capo ei trasse
che la mortal percossa in lui discese:
e che la destra man non gli trapasse
il guanto de l'acciaio nulla contese:
sí che inutile a l'arme ei si ritira
fremendoe meno di dolor che d'ira.


64

Enrico di Salerno in riva al fosso
e 'n su la scala poi Dudone il Franco:
quegli morítrafitto 'l braccio e 'l dosso;
questi da l'un passato a l'altro canto:
sospingeva il montonquando è percosso
d'Amico il destroa Ponzio il lato manco;
sí che tra via s'allentae vuol poi trarne
lo stralee resta il ferro entro la carne.


65

A l'incauto Aristeoch'era da lunge
la fèra pugna a riguardar rivolto
la fatal canna arriva e 'n fronte il punge;
stende ei la mano al loco ove l'ha colto
quando nova saetta ecco soggiunge
sovra la mano e la configge al volto:
ond'egli cade e fa del sangue sacro
su l'arme feminili ampio lavacro.


66

Ma non lunge da' merli a Palamede
mentre ardito egli sprezza ogni periglio
e su per gli erti gradi innalza il piede
cala il settimo ferro al destro ciglio:
e trapassando per la cava sede
e tra i nervi de l'occhioesce vermiglio
di retro per la nuca; egli trabocca
e muore a' piè de l'assalita rocca.


67

Tal saetta costei. Goffredo intanto
con novo assalto i difensori opprime;
drizzata avendo a l'alte mura accanto
de le macchine sue la piú sublime.
Questo è castel di legnoe s'erge tanto
che potea pareggiar l'eccelse cime:
castel che grave d'uominied armato
tra la porta e la torre è al cielo alzato.


68

S'erge avventando la terribil mole
lancee quadrellae quanto può s'accosta:
ecome nave 'n guerra a nave suole
tenta d'unirsi a quella parte opposta;
ma chi lei guardaed impedir ciò vuole
l'urta la fronte e l'una e l'altra costa
la respinge con l'astee le percote
or con le pietre i merlior pontior rote.


69

Tanti di quatanti di lá fûr mossi
e sassi e dardich'oscuronne 'l cielo.
S'urtâr duo nembi in ariae la tornossi
talor rispinteonde partiva il telo.
Come di fronte sono i rami scossi
da la pioggia indurata 'n freddo gelo
e ne caggiono i pomi anco immaturi:
cosí gli empi cadean da gli alti muri.


70

Però che scende in lor piú grave il danno
che di ferro assai meno eran forniti.
Parte de' vivi ancora in fuga vanno
de la gran mole al fulminar feriti.
Ma quel che giá fu di Nicea tiranno
vi restae fa restarvi i pochi arditi
e mentre avventa in lei macigno o selce
le oppone il fèro Argante od orno od elce.


71

E da sé la rispinge e tien lontana
quanto la trave è lunga e 'l braccio forte:
pronta v'accorre allor turba pagana
e de' perigli altrui si fa consorte.
Fra tanto i Franchi a la pendente lana
le funi recideano e le ritorte
con lunghe falci; ondecadendo a terra
lasciava 'l muro disarmato in guerra.


72

Cosí il castel di soprae piú di sotto
l'impetüoso il batte aspro arïete;
onde comincia omai forato e rotto
a discoprir l'interne vie secrete.
Èssi non lunge il capitan condotto
a ruinosa e tremula parete
nel suo scudo maggior tutto rinchiuso
che rade volte ha di portare in uso;


73

e quivi cauto in rimirando spia
e scender vede Solimano a basso
e porsi a le difese ove s'apria
tra le ruine il periglioso passo:
e rimaner de la sublime via
Argante in guardiadi pugnar non lasso:
cosí guardavae giá sentiasi 'l core
tutto avvampar di generoso ardore.


74

Onderivolto al suo fedele Unchero
che gli portava un altro scudo e l'arco:
- Ora mi porgio mio fedel scudiero
un altro men gravoso e grande incarco
che tenterò di trapassar primiero
su i dirupati sassi il dubbio varco:
e tempo è ben che qualche nobile opra
de la nostra virtute omai si scopra. -


75

Cosímutato scudoa pena disse
quando a lui venne una saetta a volo
e ne la gamba 'l colsee la trafisse
nel piú nervosoov'è piú acuto 'l duolo.
Che di tua manClorindail colpo uscisse
tu sol ten vantie tuo l'onor n'è solo.
Se questo dí servaggio e morte schiva
la tua gente paganaa te s'ascriva.


76

Ma 'l fortissimo eroecome non senta
de la ferita il duol quasi mortale
dal cominciato corso il piè non lenta
e su gli alti dirupi ascende e sale:
pur s'avvede egli poi che nol sostenta
la gambaoffesa dal pungente strale
però che il grave duol troppo s'inaspra
tanto la piaga fu pungente ed aspra.


77

E chiamato Raimondo a sé con mano
a lui diceva: - Io me ne vocostretto;
tu qui in mia veceo cavalier soprano
de la mia lontananza empi il difetto.
Ma picciol'ora io vi starò lontano
vado e ritorno. - E si partiaciò detto:
ed ascendendo in un leggier cavallo
giunger non puòche non sia vistoal vallo.


78

Al partir del gran duceallor si parte
quasi cedendola fortuna Franca:
cresce il vigor ne la contraria parte;
sorge la speme e gli animi rinfranca:
e l'ardimentoco 'l fervore in parte
ne' cor fedeli e l'impeto giá manca.
Giá corre lento ogni suo ferro al sangue
e de le trombe istesse il suono or langue.


79

E giá tra' merli a comparir non tarda
lo stuol fugace ch'il timor caccionne:
e mirando la vergine gagliarda
vero amor de la patria arma le donne:
correr le vedi e collocarsi in guarda
con chiome sparse e con succinte gonne:
e lanciar dardie non mostrar paura
d'esporre il petto per l'amate mura.


80

E quel ch'a' Franchi piú spavento or porge
e toglie a' difensor d'ampia cittade
è che Fulgerio invitto (e se n'accorge
questo popolo e quel) percosso cade:
sublime il trova sua fortunae scorge
d'un sasso il volo per l'aeree strade:
e da sembiante colpoal tempo istesso
colto è Bulferioonde giá cade anch'esso.


81

D'Ambuosa il conte ancor percosso e punto
fu con Eustachio ed Engerlano ardito:
né 'n questo a' Franchi fortunoso punto
contra lor da' nemici è colpo uscito
(che n'uscîr molti) onde non sia disgiunto
corpo da l'almao non sia almen ferito:
e 'n tal prosperitá l'orgoglio accresce
il fèro Argantee i suoi perturba e mesce.


82

E 'n guisa tal del suo furor s'accende
il cavalierooltra ogni stile audace
che quell'ampia cittá ch'egli difende
non gli par campo del suo ardir capace:
e si lancia a gran salti ove si fende
il muro e ruinoso il varco face:
ed ingombra l'uscitae grida intanto
a Soliman che si vedea da canto.


83

- Solimanoecco il luogoed ecco l'ora
che non fa del valor giudíci ingiusti:
che cessi? o di che temi? Or costá fuora
cerchiam pregio sovran da' piú vetusti. -
Cosí gli disse; e l'uno e l'altro allora
precipitoso uscia de' lochi angusti;
l'un da furorl'altro da onor rapito
e stimolato dal feroce invito.


84

Giunsero inaspettati ed improvvisi
sovra i nemicie 'n paragon mostrarse;
e da lor tanti fûr guerrieri uccisi
ed arme d'ogn'intorno e rotte e sparse
e scale troncheed arïeti incisi
che di lor parve quasi un monte farse:
e mescolati a le ruinealzâro
in vece del cadutoampio riparo.


85

La gente che pur dianzi ardí salire
al pregio eccelso di mural corona
non che d'entrar ne la cittate aspire;
ma sembra a le difese ancor mal buona:
e cede al novo assalto; e 'n preda a l'ire
de' duo guerrier le macchine abbandona
che ad altra guerra omai saran poco atte
tanto è 'l furor che le percote e batte.


86

L'uno e l'altro pagáncome il trasporta
l'impeto suogiá piú e piú trascorre:
gia 'l foco chiede a' suoi seguacie porta
due pini fiammeggianti invêr la torre:
cotali uscir da la tartarea porta
soglionoindi sossopra il mondo porre
le ministre di Pluto empie sorelle
lor ceraste scuotendo e lor facelle.


87

Ma l'invitto Tancredi affretta e move
e rinforza a l'assalto amiche genti;
quinci veggendo l'incredibil' prove
e la gemina fiamma e i pini ardenti
tronca in mezzo le vocie corre altrove
dove i Franchi vedea paurosi e lenti:
seco Ettorre e Ramusio al lato destro
seco Aristolfoin guerreggiar maestro.


88

E 'l fiero Evardoil qual coperto e sparso
di cener vide spesso e di faville
il bel lido nativoal foco apparso
corree del regno stesso altri ben mille
né qui par de la vita avaro o scarso
Ottoneo Sforzao l'animoso Achille:
e parean onde gonfie al roco strido
ch'Austro sospingamormorandoal lido.


89

Qual in corso talor ch'è dubbio e corto
alzâr nocchieri audaci accesa lampa
quando è nubilo piú l'occaso e l'òrto
e freme 'l vento avversoe l'aria avvampa;
ma poirispinti al mal securo porto
lá dentro l'una e l'altra appena scampa
che l'Austro il sen rinchiuso anco perturba;
tal cedean quelli a l'animosa turba.


90

Mentre d'aspra battaglia il dubbio stato
cosí cangiando la Fortuna il volto
varia soventeil capitan piagato
ne la gran tenda sua s'è giá raccolto
con Baldovin e con Lutoldo a lato
di mesti amici in gran concorso e folto;
eiche s'affrettae di tirar s'affanna
da la piaga lo stralrompe la canna.


91

E la via piú vicina e piú spedita
a la cura di lui vuol che si prenda:
scoprasi ogni latebra a la ferita
e largamente si risechi e fenda.
- Rimandatemi in guerraonde fornita
non sia col díprima ch'a lei mi renda. -
Cosí dicee premendo il lungo cerro
d'una gran lanciaoffre la gamba al ferro.


92

E giá l'antico Erotimoche nacque
in riva al Pos'adopra in sua salute;
il qual de l'erbe e de le nobil'acque
ben conosceva ogni usoogni virtute:
caro a le Muse ancor; ma si compiacque
ne la gloria minor de l'arti mute:
sol curò tôrre a morte i corpi frali
e potea fare i nomi anco immortali.


93

Stassi appoggiatoe con secura faccia
immobil freme il cavalier soprano:
quegli in gonna succintoe da le braccia
ripiegato il vestir leggiero e piano
or con l'erbe possenti invan procaccia
trarne lo straleor con la dotta mano
e con la destra 'l tentae col tenace
ferro il va riprendendoe nulla ei face.


94

Non seconda fortuna arteod ingegno
e per nessuna via par che gli arrida
e de l'aspro martír cresce lo sdegno;
tal che di se medesmo omai diffida.
Ma l'angelo custodeal duolo indegno
commosso allorcolse dittámo in Ida:
erba crinita di purpureo fiore
c'have in tenere foglie alto valore.


95

E ben mastra natura a le montane capre
n'insegna la virtú celata
quando sono percossee lor rimane
fissa nel fianco la saetta alata.
Questaben che da parti indi lontane
repente allor portò la man beata:
e non vedutaentro le mediche onde
di que' tepidi bagni il sugo infonde.


96

E del fonte di Siloe i sacri umori
e l'odorata panacea vi mesce.
Ne sparge il vecchio la feritae fuori
volontario per sé lo stral se n'esce:
estagnandosi il sangueaspri dolori
fuggono da la gambae 'l vigor cresce.
Grida Erotimo allor: - L'arte maestra
te non risanao la mortal mia destra.


97

Maggior virtú te salva: un angelcredo
medico per te fattoè sceso in terra
ché di celesti mani i segni vedo;
prendi l'arme: che tardi? e riedi in guerra. -
Bramoso di battaglia il pio Goffredo
giá ne l'ostro le gambe avvolge e serra
e l'asta crolla smisuratae 'mbraccia
il giá deposto scudoe l'elmo allaccia.


98

Uscí dal chiuso vallo e si converse
con mille dietroa la cittá percossa;
sopra di polve il ciel gli si coperse
tremò sotto la terra e parve scossa:
e lontano venir le genti avverse
d'alto il mirâroe corse lor per l'ossa
un timor freddoe strinse 'l sangue in gelo;
egli alzò tre fïate il grido al cielo.


99

E qual repente l'aria intorno adombra
di tenebroso orror turbo spirante
e i monti e 'l pian d'alte ruine ingombra
non pur volge sossopra il mar sonante:
teme lunge il cultore a l'orrid'ombra
de' solchi 'l danno e de l'amate piante;
portano innanzi i venti il suono al lido
volando: tal ei parve al fèro grido.


100

Conosce ogni suo stuol l'altera voce
e 'l grido che infiammò fèra battaglia:
eriprendendo l'impeto veloce
tenta di nuovo onde percotao saglia.
Ma giá la coppia de' pagán' feroce
attende chi s'appressie chi l'assaglia;
e difende ostinata il passo angusto
l'uno e l'altro rotando 'l pino adusto.


101

Qui disdegnoso giunge e minacciante
chiuso ne l'armeil cavalier di Francia
e 'n su la prima giunta al fèro Argante
l'asta ferrata fulminando lancia.
Macchina in guerra non si pregi o vante
d'avventar con piú forza alcuna lancia.
Tuona per l'aria la nodosa trave
v'oppon lo scudo Argantee nulla pave.


102

S'apre lo scudo al frassino pungente;
né la dura corazza anco il sostiene
ché tutte l'arme sue passa repente;
alfin de l'empio sangue a sparger viene;
ma si svelle il feroce (e 'l duol non sente)
da l'arme il ferro affissoe nol ritiene:
e 'n Goffredo 'l rivolge: - A te (dicendo)
rimando il troncoe l'arme tue ti rendo. -


103

L'astach'or porta offesa ed or vendetta
per lo noto sentier vola e rivola;
ma giá non fére il duceov'è diretta
ch'eipiegandola fronte al colpo invola:
coglie il fedel Sigieroil quale ricetta
profondamente il ferro entro la gola:
né gli rincrescedel suo caro duce
morendo in veceabbandonar la luce.


104

In quel tempo Goffredo ancor percote
con l'asta eguale 'l giovinetto Ilprando
che d'Assagurro è figlio; e 'l piaga e scote
e 'l fa cadercome paléorotando;
ma l'aspra offesa sostener non pote
il suo fido scudier morto mirando:
ond'a l'altro diceach'è da sinistra:
- Armeo mio fidoal mio dolor ministra.


105

E se non piú ch'io soglio agghiaccio e torpo
non raccorrò senza vendetta il passo
né l'asta invano io lancerò nel corpo
de' miei nemici al periglioso passo. -
Cosí dicendoatterra Elfingioe Forpo
gelidi piú d'ogni gelato sasso:
e sovra la confusa alta ruina
ascesomuove omai guerra vicina.


106

E bene ei vi facea mirabil cose
e contrasti seguiano aspri e mortali;
ma fuori uscí la nottee 'l mondo ascose
sotto il caliginoso orror de l'ali:
e l'ombre sue pacifiche interpose
fra tante ire de' miseri mortali;
sí che cessò Goffredoe fe' ritorno.
Questo fin ebbe il sanguinoso giorno.


107

Ma prima che riposo altrui conceda
fa indietro riportar gli egri e i languenti
e giá non lascia a' suoi nemici in preda
quei ch'in guerra adoprò fèri tormenti;
ma vuol che la gran mole anco sen rieda
primo terror de le nemiche genti
ben che pur sia da l'orrida tempesta
sdrucita anch'ella in alcun loco e pesta.


108

Qual gran nave talorch'a vele piene
corre il mar procelloso e l'onde sprezza
poscia in vista del portoo su l'arene
o tra l'onde fallaci il fianco spezza;
ma porge quivi ancor non dubbia spene
di risolcar l'Egeocom'era avvezza;
e sovra 'l lidoove 'l suo corso intoppa
chi ribatte da proda e chi da poppa.


109

Tal la macchina s'apree tal da quella
parte che volse a l'impeto de' sassi
ruinosa minaccia in guisa ch'ella
richiama a l'opre ancor gli stanchi e lassi;
ma le sommette appoggie la puntella
lo stuol che la conduce e 'nsieme stassi.
Insin che cento fabbri intorno vanno
saldando in lei d'ogni sua piaga il danno.


110

Cosí Goffredo imponeil qual desia
di porla in opra avanti 'l nuovo sole;
ed occupando questa e quella via
dispon le guardie intorno a l'alta mole.
Ma 'l suon ne la cittá chiaro s'udia
di fabbrili istromenti e di parole
e mille si vedean facelle accese
quasi spavento a le notturne imprese




LIBRO DECIMOQUINTO

1

Era la nottee non prendean ristoro
co 'l sonno ancor le faticose genti;
ma qui il rimbombo del martel sonoro
faceva i Franchi a la custodia intenti;
lá tenea desti i Siri altro lavoro
lungo a' ripari tremuli e cadenti
e rintegrando gían le rotte mura:
e de gli egri s'avea pietosa cura.


2

Curate alfin le piaghee giá fornita
era de l'opre lor notturne alcuna;
e rallentando l'altreal sonno invita
l'ombra che involve il ciel tacita e bruna:
pur non acqueta la guerriera ardita
l'alma d'onor famelica e digiuna;
e sollecita a l'opre ov'altri cessa:
va seco Argante; e dice ella a se stessa:


3

- Ben oggi il re de' Turchi e 'l nostro Argante
fêr maraviglie inusitate e strane;
che soli uscîr fra tante schiere e tante
e vi spezzâr le macchine sovrane:
io (questo è il sommo pregio onde mi vante)
d'alto rinchiusaoprai l'arme lontane:
sagittaria (nol nego) assai felice;
tanto sol dunque a donna e non piú lice?


4

Quanto me' fôra in monte od in foresta
a le fère avventar dardi e quadrella
ch'ove maschio valor si manifesta
mostrarmi qui tra' cavalier donzella!
Ché non riprendo la feminea vesta
s'io ne son degnae non mi chiudo in cella?-
Cosí parla fra se; pensa e risolve
alfin gran coseed al guerrier si volve.


5

- Lungo spazio èsignorche in sé raggira
un non so che d'insolito e d'audace
la mia inquieta mente: o Dio l'inspira
o l'uom del suo voler suo Dio si face:
fuor del vallo nemico accesi or mira
i lumi; io lá n'andrò con ferro e face;
le macchine arderò: cosí prometto
la vita a la fortunaal ciel commetto.


6

Ma s'egli avverrá pur che mia ventura
nel mio ritorno a me rinchiuda il passo;
d'uom ch'in amor m'è padre a te la cura
e de le care mie donzelle io lasso.
Tu ne l'Egitto rimandar procura
le donne sconsolate e 'l vecchio lasso:
e ti mova di lor giusta pietade
che n'è degno quel sesso e quella etade. -


7

MaravigliandoArganteacceso il petto
da stimolo sentia di gloria ardente.
- Tu lá n'andrai (rispose) e me negletto
qui lascerai fra la vulgare gente?
E da secura parte avrò diletto
mirare il fumo e la favilla ardente?
Ahse fui ne' perigli a te consorte
or sarò ne la gloria e ne la morte.


8

Ho core anch'io che morte sprezza e crede
che ben si cambi con l'onor la vita. -
- Ben ne festi (diss'ella) eterna fede
con quella tua sí perigliosa uscita:
pur io femina sonoe nulla riede
mia morte in danno a la cittá smarrita:
ma se tu cadi (cessi il ciel gli augúri)
chi fia che la difendao l'assicuri?-


9

Soggiunse il cavaliero: - Indarno adduci
al mio fermo voler fallaci scuse.
Seguirò l'orme tuese mi conduci;
ma le precorreròse mi ricuse. -
Concordi al re ne vannoil qual fra' duci
e fra' piú saggi suoi gli accolse e chiuse;
Argante incominciò: - Signoreattendi
a ciò che dir vogliamtie' in grado il prendi.


10

Clorinda omai (né sará vano il vanto)
quella macchina eccelsa arder promette:
io sarò seco; ed aspettiam sol tanto
che stanchezza maggiore il sonno allette. -
Sollevò il re le palmee 'l mosse al pianto
dolortèmae desio di sue vendette:
- Elodato sia tu (disse)ch'a' servi
tuoi volgi gli occhie 'l regno anco mi servi.


11

Né giá sí tosto egli cadráse tali
petti feminei in tua difesa or sono.
Ma qual poss'iodonna onorataeguali
dare a l'alto tuo merto o laude o dono?
Laudi la fama te con immortali
vocie riempia il mondo al chiaro suono:
premio t'è l'opra stessae premio in parte
fia d'esto regno bella e nobil parte.


12

Ma ben voluto avreifigliuolpiú tosto
figliuol di questa etá sostegno e luce
ch'altri si fusse al gran periglio esposto
e fattosi de' nostri e scorta e duce;
ma s'altrimenti pur ha il ciel disposto
e te il tuo fato a l'alta impresa adduce
va' fortunatoe non dirò giá solo
e prendi teco un grosso e fido stuolo. -


13

Sí parla il re canuto; e si ristringe
or questa or quel teneramente al seno.
Il soldánch'è presentee non infinge
la generosa invidia ond'egli è pieno
disse: - Né questa spada invan si cinge;
verravvi a paroo verrá dietro almeno. -
- Ah- rispose Clorinda- andremo a questa
impresa tutti? e se tu vien'chi resta?-


14

Cosí diss'ella; e con rifiuto altero
giá non osò di ricusarlo Argante;
ma 'l piú canuto re parlò primiero
a Soliman con placido sembiante:
- O d'intrepido core alto guerriero
o alto repur sempre a te sembiante:
te nulla faccia di periglio unquanco
sgomentòné mai fusti in guerra stanco.


15

E so chefuora andandoopra faresti
degna di te; ma troppo indegno parme
che tutti usciatee dentro alcun non resti
di voiche sète i piú famosi in arme:
e mentre fian costoro a' Franchi infesti
bastacred'ioche ti prepari ed arme
per dar (se d'uopo fia) soccorso a l'opra
degna che nulla etá l'asconda e copra.


16

E come al grado tuo piú si conviene
con gli altri (prego) in su le porte attendi:
e quando poi (deh non sia vana spene)
ritornerannoe desti avran gl'incendi;
se stuol nemico seguitando viene
lui risospingie lor salva e difendi. -
Cosí dicean senza contesa i regi
ed eran pronti i cavalieri egregi.


17

Soggiunse allora Ismeno: - Attender piaccia
a voich'uscir doveteora piú tarda
sin che di varie tempre un misto io faccia
ch'a la macchina ostil s'appiglie l'arda.
Forse parte avverrá che posi e giaccia
lo stuol che la circondi intorno e guarda. -
Cosí aspettârsin ch'in orror profondo
fece silenzio tenebroso il mondo.


18

Depon Clorinda le sue spoglie inteste
d'argentoe l'elmo adorno e l'arme altere;
e senza piuma o fregio altre ne veste
(infausto annunzio) rugginose e nere:
e con minor periglio estima in queste
occulta andar fra le nemiche schiere.
È quivi Arsete eunucoil qual fanciulla
la nudrí da le fasce e da la culla.


19

E per l'orme di lei l'antico fianco
d'ogn'intorno traendoor la seguia.
Vede costui l'arme cangiateed anco
del gran rischio s'accorge ov'ella gía:
onde si svelle il cringiá raro e bianco
e del lungo servir la dolce e pia
memoria in lei rinnovae piangee prega
che la impresa abbandoni; ed ella il nega.


20

Ond'ei le disse alfin: - Poi che ritrosa
sí la tua mente nel tuo mal s'indura
che né la stanca etáné la pietosa
preghierané 'l mio duolné 'l pianto cura
ti spiegherò piú oltre; e saprai cosa
di tua condizïonche t'era oscura.
Poi tuo desir ti guidio mio consiglio. -
Ei segue: ed ella innalza attenta il ciglio:


21

- Resse giá d'Etïopiae forse regge
David ancora il fortunato impero;
e segue di Gesú la casta legge
e di Tommasoed egli e 'l popol nero.
Quivi io pagántra le feminee gregge
fui servoe in pregio sin al dí primiero:
ministro fatto de la regia moglie
che bruna è síma 'l bruno il bel non toglie.


22

N'arde il maritoe de l'amore al foco
ben de la gelosia s'agguaglia il gelo:
sí va in guisa avanzando a poco a poco
nel tormentoso petto il folle zelo
che da ogni uom la nascondee 'n chiuso loco
vorria coprirla a' tanti occhi del cielo;
ella saggia ed umíldi ciò che piace
al suo signorfa suo diletto e pace.


23

D'una pietosa istoria e di devote
figure la sua stanza era dipinta.
Verginebianca il bel visoe le gote
vermigliaè quivi appresso un drago avvinta:
con l'asta il mostro un cavalier percote
giace la fèra nel suo sangue estinta.
Quivi sovente ella s'atterrae spiega
le sue tacite colpee piange e prega.


24

Ingravida frattantoe manda fuori
(e tu fosti colei) candida figlia.
Si turba; e de gl'insoliti colori
quasi d'un novo mostroha maraviglia.
Ma perché il re conosce e i suoi furori
celarli il parto alfin si riconsiglia:
ch'egli avria del candorch'in te si vede
argomentata in lei non bianca fede.


25

Ed in tua vece una fanciulla nera
pensa mostrarliche poc'anzi è nata.
E perché fu la torreove chius'era
da le donne e da me solo abitata:
a meservo fedeld'alma sincera
ti diètemendo di fortuna irata
prima che ti segnasse il foco sacro
o di fonte immergesse ampio lavacro.


26

Piangendo a me ti porse e mi commise
che nel mio ti nutrissi almo terreno.
Chi può dire il suo affanno? e 'n quante guise
bagnò i baci di piantoe i lumi e 'l seno?
E fûr le voci da sospir divise
benché non lenti a le querele il freno?
Levò alfin gli occhie disse: "O Dioche scerni
l'opre occulte e i pensier de l'alma interni:


27

se puro è questo corse membra intatte
da tutt'altriad un serba il dolce letto;
per me non pregoch'altre cose ho fatte
ond'io dispiaccia al tuo divin cospetto:
salva il parto innocenteal quale il latte
nega la madre del materno petto.
Vivae sol d'onestate a me simigli
l'esempio di fortuna altronde or pigli.


28

Tuceleste guerrierch'umíl donzella
togliesti d'empio drago a' fieri morsi
se t'accesi giammai lampa o facella
s'auro o incenso odorato unqua ti porsi
tu per lei pregasí che fida ancella
possa in ogni fortuna a te raccôrsi".
Qui tacque; e 'l cor le si rinchiuse e strinse
e di pallida morte si dipinse.


29

Io piangendo ti presi e 'n breve cesta
fuor ti portai tra fiori e frondi ascosa.
Ti celai da ciascun nel sonno e desta
né di ciò fu sospetto o d'altra cosa.
Vommene sconosciutoe per foresta
camminando di piante orride ombrosa:
vidi una tigre incontra me venire
la qual ne gli occhi avea minacce ed ire.


30

Sovr' un arbore io salsie te su l'erba
lasciaitanta paura il cor mi prese!
Giunse l'orribil fèrae la superba
testa volgendoivi lo sguardo intese
dove t'asconde tua fortuna e serba
giá mansuetae placidae cortese:
lenta poi s'avvicinae ti fa vezzi
con la linguae tu ridie l'accarezzi.


34

Ed ischerzando secoal fèro muso
la pargoletta man secura stendi.
Ti porge ella le mammee come è l'uso
di nutrices'adattae tu le prendi.
Intanto io miro timido e confuso
com'uom faria novi prodigi orrendi:
poiché sazia tu seila fèra belva
a pena indi si parte e si rinselva.


32

Ed io giú scendo e ti ricolgoe torno
dove prima fûr volti i passi miei;
e 'n picciol borgoquasi in bel soggiorno
celatamente ivi nutrir ti fei.
Vi stetti insin che il sol correndo intorno
portò a' mortali ed otto mesi e sei.
Tu con lingua tremante anco snodavi
voci indistintee 'ncerte orme segnavi.


33

Ma sendo io colá giunto ove dechina
l'etade omai cadentea la vecchiezza;
ricco e sazio de l'òrch'alta reina
mi diècui tanto uom giá canuto apprezza;
ne la patria raccôr la peregrina
vita da' lunghi errori ebbi vaghezza
e tra gli antichi amici in caro loco
vivertemprando il verno al proprio foco.


34

E da Tebe a Cireneov'io fui nato
te portandone mecoil passo invio;
e giungo in riva al fiume; e circondato
quinci da l'acque sonquindi dal rio.
Che debbo far? Te dolce peso amato
lasciar non voglioe di campar desio:
m'arrischio al nuotoed una man ne viene
rompendo l'ondae te l'altra sostiene.


35

Rapido allora è il corsoe 'n mezzo l'onda
in se medesma si ripiega e gira;
ma giunto ove piú volge e si profonda
in cerchio ella mi torce e giú mi tira.
Ti lascio allor; ma t'alza e ti seconda
l'acquae secondo l'acqua il vento spira:
e t'espon salva in su la molle arena:
stancoanelandoio poi vi giunsi a pena.


36

Lieto ti prendo; e poi la nottequando
tutte in alto silenzio eran le cose;
vidi in sogno un guerrierche minacciando
a me sul volto ignudo il ferro pose.
Imperïoso disse: "Io ti comando
ciò che la madre sua primier t'impose:
che battezzi la infante: ella è diletta
dal Cieloe la sua cura a me s'aspetta.


37

Io la guardo e difendo; io spirto diedi
d'umanitá a le fèree mente a l'acque:
misero tes'al sogno tuo non credi
ch'è del Ciel messaggero"; e qui si tacque.
Svegliaimi e sorsie di lá mossi i piedi
come del giorno il primo raggio nacque;
ma perché mia fé verae l'ombre false
stimaidi tuo battesmo a me non calse


38

né de' preghi materni; onde nutrita
pagana fostie 'l vero a te celai.
Crescesti; e 'n arme valorosa ardita
l'etá vincesti e la natura assai:
fama e terre acquistasti; e qual tua vita
sia stata posciatu medesma il sai:
e sai non men che servo insieme e padre
ti seguo ancor fra mille armate squadre.


39

Ier poi su l'alba a la mia mente oppressa
d'alta quïete e simile a la morte
nel sogno s'offeria l'imago stessa
ma in piú turbata vistae 'n suon piú forte.
Ecco (dicea), fellon, l'ora s'appressa
che dée cangiar Clorinda e vita e sorte.
Morta fia, mal tuo grado, e tuo fia 'l duolo.
Ciò disse e poi n'andò per l'aria a volo.


40

Or odi adunque tuch'il Ciel minaccia
morte al tuo coreal mio duolo e tormenti.
Forse addivien ch'omai lá su dispiaccia
ch'altri impugni la fé de' suoi parenti:
forse è vera la fede. Ah giú ti piaccia
deponer l'arme e gli tuoi spirti ardenti. -
Qui tacee piange; ed ella pensa e teme
ch'un altro simil sogno il cor le preme.


41

Visto nel sogno avea con spoglie eccelse
una pianta che spiega i rami al cielo;
qual ned Austro giammainé Borea svelse
né fece arida ancor la fiamma e 'l gelo:
qual che sia quel cultor ch'ivi la scelse
sembra passar de l'alte nubi il velo:
passar OlimpoAtlantee Pelioe Pindo
e n'avria maraviglia il Siro e l'Indo.


42

Tant'alto va ch'il sole indi s'adombra
e discolora i suoi celesti raggi.
L'Òrto e l'Occaso può coprir ne l'ombra
oltra l'oblique stradee i suoi viaggi:
quinci la terra e quindi il cielo ingombra
senza temer d'empia fortuna oltraggi:
frondeggia dal cipressoe cedroe palma
ch'ivi risorge ov'è piú grave salma.


43

Correr donne e fanciulli a l'ombra santa
vedevae i vecchi stanchi a quel soggiorno
ed a prova adorar la sacra pianta
e donde nasce e donde more il giorno:
tanta la calcail suonla turba e tanta
ch'appende statue e voti a lei dintorno;
vedea gli Sciti e gli Etïòpi adusti
e 'l diadema depor regi ed Augusti.


44

Chiara fontana ancor sorgea d'un monte
mormorando con acqua dolce e fresca
e parea quasi tomba il vivo fonte
ov'uom si tuffi immondo e puro n'esca:
ed a chi bagna in lei l'umida fronte
par ch'onore e virtute indi s'accresca;
quivi correanoal dolce suon conversi
GreciLatiniAssiried Indie Persi.


45

Pareva a quella vista assai turbarse
mirando il sacro fontee i sacri rami
pensosa de l'indugio a l'acque sparse
quasi aspettando pur ch'altri la chiami.
E fra immagini tante a l'alme apparse
piú non sa quel che pensi o quel che brami;
quando un gigante si vedeva incontra
pur come imago che di rado incontra.


46

E mentre ancorper vano orgoglioasciutta
avea la fronte di quel sacro umore
venia col gran gigante a fèra lutta
disegual di possanza e di valore:
sentiasi in breve spazio a tal condutta
che le s'apria per debolezza il core
il cor piú duro giá di saldi marmi
e cadendo perdea le forze e l'armi.


47

Allor pareale in suon tremante e fioco
quasi pentitadimandar mercede;
e sovra un carro poi d'ardente foco
esser rapita al ciel fra mille prede.
Di chiare stelle fiammeggiante il loco
timida ancor mirandoappena il crede;
quando si ruppe il sogno avanti l'alba
ch'il suo fosco pensier non anco inalba.


48

Or l'alto sogno a lui rivela e dice:
- Quella fé seguirò che vera or parme
la qual co 'l latte giá di mia nutrice
sugger mi festie voi dubbiosa farme.
Né per temenza lascerò (né lice
a magnanimo cor) l'impresa e l'arme:
non se la mortenel piú fier sembiante
che sgomenti i mortaliavessi avante. -


49

Poscia il consola: e perché il tempo giunge
ch'ella deve a l'impresa il fine imporre:
partee con quel guerrier si ricongiunge
che si vuol seco al gran periglio esporre:
e co' suoi detti Ismeno affretta e punge
quella virtú che per se stessa corre;
e porge lor (perché fornito è sempre)
quel ch'egli ha misto in disusate tempre.


50

Di vòta canna ad avventar la fiamma
fattoquasi conocchieavea gli strali
con ampio ventree qual selvaggia damma
mai non trafisseo in aria uccel con l'ali.
E palleche poi spezza il foco e 'nfiamma
che di metallo sonma vòte e frali:
onde l'ardor si sparge e si comparte
restando apprese le fiammelle sparte.


51

E trombeentro di piastra e fuor di legno
da cerchietti di ferro avvolte in giro
ei rinnovò co 'l suo dannoso ingegno
quai non vide a' suoi tempi 'l Greco o 'l Siro;
ondesí come dal tartareo regno
poi fochi oscuri fiammeggiando uscîro
che non estinguerá fonte né lago:
di tal materia l'empie il fèro mago.


52

Aridi vi meschiò zolfi e bitumi
de' monti Efestiie dove alta Chimera
risplendea giá con tenebrosi fumi
e con la fiamma spaventosa e nera:
e forse gli adunò d'ardenti fiumi
ove accendea la face empia Megera:
né di Nifeo vi sparse o d'altro fonte
ma l'acqua che piú ferve in Flegetonte.


53

Per le saette diè faretraed arco
piú de l'usato assai lento e mal teso:
perché da l'altro con piú forza carco
fôra estinto l'incendio a pena acceso.
Di questi alcuni armava al dubbio varco
portando gli scudieri 'l grave peso;
ed altri avean le trombe; i duo le palle
e cheti uscían per disusato calle.


54

Tutti con nere spoglie uscîr nel colle
piani e notturnia passo lungo e spesso:
tantoch'a quella parte ove s'estolle
la macchina nemicaomai son presso.
Lor s'infiamman gli spirti e 'l cor ne bolle
né può tutto capir dentro a se stesso:
gl'invita al focoal sangue un fèro sdegno.
Grida la guardae lor dimanda il segno.


55

Essi van cheti innanzionde la guarda
'a l'armea l'arme' in alto suon raddoppia.
Ma piú non si nascondee non è tarda
a l'opra allor la valorosa coppia:
in quel modo che fulmineo bombarda
co 'l lampeggiar tuona in un punto e scoppia;
movere ed arrivarferir lo stuolo
aprirlo e penetrarfu un punto solo.


56

E forza è purche fra mill'arme e mille
percosseil lor disegno alfin riesca;
lanciâr quivi le pallee le faville
repente uscîr da l'accensibil'esca
che ruppe il fral metallo e compartille.
Chi può dir come serpae come cresca
giá da piú lati il foco? e come folto
turbi 'l fumo a le stelle il puro volto?


57

Perché da lunge intanto i lor seguaci
saettâr vòte e fervide quadrella;
e da le trombe uscîr fiamme vivaci
e s'appigliâr da questa parte e quella;
e quinci e quindi fiammeggiâr le faci
senza temer di nembo o di procella:
poi tutti insieme fêrcorrendoun cerchio
qual non si mira per vapor soverchio.


58

Vedi globi di fiamme oscure e miste
fra le rote del fumo in ciel girarsi:
il vento soffiae vigor fa ch'acquiste
l'incendio e in un raccolga i fochi sparsi.
Ferí 'l gran lume con terror le viste
de' Franchi; e tutti al suon de l'arme armârsi.
La mole immensa e sí temuta in guerra
cadee breve ora opre sí lunghe atterra.


59

Parte alcuna di lei rimasta integra
non si vedeama ruinosa ardendo;
e spaventava altrui ne l'aria negra
di quei neri guerrier l'aspetto orrendo.
Etna parea l'ardente terrao Flegra
mentre il vento d'intorno iva spargendo
cenere e fiamma: e ne fería lo sguardo
di qualunque al soccorso era men tardo.


60

Ma giá due schiere de' fedeli al loco
dove sorge l'incendioaccorrono pronte.
Minaccia Argante: - Io spegnerò quel foco
co 'l vostro sangue;- e mostra ardito fronte:
purristretto a' compagnia poco a poco
cedee rivolge i tardi passi al monte:
cresce piú che torrente a lunga pioggia
la turbae gli perseguee con lor poggia.


61

Su la porta angolare il re s'è tratto
de' Turchicui sua gente allor circonda
per raccôrre i guerrier da sí gran fatto
quando al tornar fortuna abbian seconda.
Saltano i duo sul limitaree ratto
di retro ad essi franco stuol v'inonda.
Ma l'urta e scaccia Solimano; e chiusa
è poi la portaond'è Clorinda esclusa.


62

Con pochi esclusa fuperché in quell'ora
ch'altri serrò le porte ella si mosse
e corse ardente e 'ncrudelita fuora
a punire Arbilan che la percosse.
Punillo; e 'l fèro Argante avvisto ancora
non s'era ch'ella sí trascorsa fosse:
ché la pugna e la calca e l'aër denso
a' cor togliea la curaa gli occhi il senso.


63

Ma poi che 'ntiepidí la mente irata
del sangue del nemicoe 'n sé rivenne
vide chiuse le portee circondata
sé da' nemicie morta allor si tenne;
ma perché non credea d'esser mirata
nov'arte di salvarsi a lei sovvenne:
di lor gente s'infingee fra gli ignoti
cheta s'avvolgee non è chi la noti.


64

Poicome lupa tacita s'imbosca
dopo occulta rapinae si disvia:
da la confusionda l'aura fosca
ricoperta e nascosa ella sen gía.
Ma 'l buon Tancredi avvien che la conosca
che vi soggiunse allor ch'indi partia;
come del sangue d'Arbilan si tinga
videe segnollae la seguí solinga.


65

Vuol ne l'arme provarlaun uom la stima
degno a cui sua virtú si paragone.
Va girando colei l'alpestre cima;
però che a quella porta entrar dispone
che da la greggia è detta; e giunge in prima
dove da l'ali aperte alto dragone
chiara acqua sparge entro marmorea conca
onde la via non l'è rinchiusa o tronca.


66

Del gran torrente 'l mormorar dappresso
ella sentiva; e 'n su l'ombrosa sponda
video veder credeapalma e cipresso
e d'umil cedro ancor la verde fronda.
Turbossi; e di sua morte udiva il messo
che fêa d'arme sonar la via profonda:
a cui si volsee disse: - O tuche porte
correndo sí?- Rispose: - E guerra e morte. -


67

- Guerra e morte avrai (disse): io non rifiuto
darlatise lei cerchi;- e ferma attende.
Né vuol Tancredich'ebbe a piè veduto
il suo nemicousar cavalloe scende:
e tragge l'uno e l'altro il ferro acuto;
ed aguzza l'orgoglioe l'ira accende
e vansi incontra a passi tardi e lenti
quai duo tori gelosi e d'ira ardenti.


68

Notteche nel profondo ed alto seno
chiudesti e ne l'oblio fatto sí grande
degno d'un gran teatro adorno e pieno
e d'un lucido sol che i raggi spande
piacciati ch'indi il traggae 'n bel sereno
a le future eta lo spieghi e mande.
Viva la fama oscurae di lor gloria
splenda del fosco tuo l'alta memoria.


69

Non schivarnon pararnon pur ritrarsi
voglion costorné qui destrezza ha parte;
non fanno i colpi or fintior pienior scarsi:
toglie l'ombra e 'l furor l'uso de l'arte.
Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferroe 'l piè d'orma non parte:
sempre il piè fermoe la man sempre è in moto
né scende taglio invan né punta a vòto.


70

L'onta accende lo sdegno a la vendetta
e la vendetta poi l'onta rinnova:
cosí sempre al ferirsempre a la fretta
ira nova s'aggiunge e piaga nova.
Piú si mesce ed inasprae piú ristretta
si fa la pugnae spada oprar non giova:
dansi co' pomie giá rabbiosi e crudi
cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.


71

Tre volte il cavalier la donna stringe
con le robuste braccia; ed altrettante
da quei nodi tenaci ella si scinge
da nodi di nemico e non d'amante:
tornano al ferro; e l'uno e l'altro il tinge
piagatostancoe di sudor stillante;
e questi e quella al fin pur si ritira
edopo lungo faticarrespira.


72

L'un l'altro guardae del suo corpo esangue
sul pomo de la spada appoggia il peso.
Giá de l'ultima stella 'l raggio langue
al primo albor ch'in orïente è acceso:
vede Tancredi 'n maggior copia il sangue
del suo nemicoe sé non tanto offeso;
ne gode e superbisce: o nostra folle
mentech'ogni aura di fortuna estolle!


73

Miserodi che godi? Oh quanto mesti
fiano i trionfied infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se 'n vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Cosítacendo e rimirandoor questi
sanguinosi guerrier cessâro alquanto.
Ruppe il silenzio alfin Tancredie disse
perché il suo nome a lui l'altro scoprisse:


74

- Nostra sventura è ben che qui si spieghi
tanto valordove silenzio il copra.
Ma poi che sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno de l'opra:
pregoti (se fra l'arme han loco i preghi)
che il tuo nome e 'l tuo stato a me tu scopra
acciò ch'io sappiao vintoo vincitore
chi la mia morte o la vittoria onore. -


75

Rispose la feroce: - Indarno chiedi
quel che ho per uso di non far palese;
maqualunque io mi siatu innanzi vedi
un di que' duo che la gran torre accese. -
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi:
e: - In mal punto il dicesti (indi riprese);
il tuo dire e 'l tacere anco m'alletta
barbaro discortesea far vendetta. -


76

Torna l'ira ne' cori e gli trasporta
deboli e stanchi; oh tenzon fèra e lunga
u' l'arte in bandou' giá la forza è morta
ovein vece d'entrambiil furor punga!
O che sanguigna e spazïosa porta
fa l'una e l'altra spadaovunque aggiunga
ne l'armi e ne le carni! E se la vita
non escesdegno tienla al core unita.


77

Qual l'alto Egeoperché Aquilone o Noto
cessiche tutto prima il volse e scosse
non accheta ei peròma 'l suono e 'l moto
ritien de l'onde piú agitate e grosse:
talben che manchi in lor col sangue vôto
quel vigor che le braccia a' colpi mosse
serbano ancor l'impeto primoe vanno
da quel sospintia giunger danno a danno.


78

Ma ecco omai l'ora fatale è giunta
ch'il viver di Clorinda al suo fin deve;
spinge egli il ferro entro il bel sen di punta
che vi s'immergee 'l sangue avido or beve
e la vesteche d'òr vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve
s'empie d'un caldo fiume; ella giá sente
morirsie 'l piè le manca egro e languente.


79

Segue egli la vittoria; e la trafitta
vergine minacciando astringe e preme.
Ellamentre cadeala voce afflitta
alzandodisse le parole estreme;
parole ch'a lei nuovo uno spirto ditta
di pura fédi caritádi speme
che Dio nel cor le infonde; e se rubella
in vita fula vuole in morte ancella.


80

- Amicohai vinto; e perdon'ioperdona
tu ancoraal corpo noche nulla pave
a l'alma sí; deh per lei pregae dona
battesmo a me ch'ogni mia colpa lave. -
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
onde il cor gli ammolliscae gliel consumi
e sforzi al pianto i lagrimosi lumi.


81

Tosto egli corse e l'elmo empié nel fonte
e tornò mesto al grande oficio e pio:
tremò la manmentre ei la bella fronte
non conosciuta ancor ivi scoprío.
Raffigurata a le fattezze conte
che d'ogni altra beltá lasciâro oblio
la videe la conobbe; e restò senza
e voce e moto: ahi vista! ahi conoscenza!


82

Non morí giáché sue virtuti accolse
tutte in quel puntoe 'n guardia al cor le mise:
epremendo il suo affannoa dar si volse
vita con l'acqua a leich'il ferro ancise.
Mentr' ei la lingua in sacri detti sciolse
colei di gioia trasmutossi e rise:
e 'n atto di morir lieto e vivace
dir parea: - S'apre il cieloio vado in pace. -


83

D'un bel pallore ha 'l bianco volto asperso
come a' gigli sarian miste vïole:
e gli occhi al cielo affisae 'n lei converso
sembra per la pietate e 'l cielo e 'l sole:
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavalieroin vece di parole
gli dá il segno di pace. In questa forma
passa la bella donnae par che dorma.


84

Come l'alma gentile uscita ei vede
rallenta quel vigor ch'avea raccolto
e l'imperio di sé libero cede
al duolgiá fatto impetuoso e stolto
ch'al cor si stringeechiusa in breve sede
la vitaempie di morte i sensi e il volto.
Giá simile all'estinta 'l vivo langue
al coloreal silenzioa gli attial sangue.


85

E ben la vita sua sdegnosa e schiva
spezzando a forza il suo ritegno frale
la bell'anima sciolta allor seguiva
che quasi innanzi a lei spiegava l'ale.
Ma quivi allora stuol di Franchi arriva;
perché d'acqua ha bisogno o d'altro tale:
e con la donna il cavalier ne porta;
in sé mal vivoe morto in lei ch'è morta.


86

Affatto ancor nel piano e tardo moto
non si risente il cavalier ferito;
ma geme e langue; e quinci a tutti è noto
ch'il suo corso vital non è fornito.
Ma l'altro corposenza voce e immoto
dimostra ben ch'indi è lo spirto uscito.
Cosí portato è l'uno e l'altro insieme
quasi consorti sian ne l'ore estreme.


87

I pietosi scudier giá sono intorno
con vari offici al cavalier giacente:
e giá sen riede a' languid'occhi il giorno
e le mediche mani e i detti sente.
Ma purdubbiosa ancor del suo ritorno
non s'assecura la smarrita mente:
sin che intorno mirandoi servi e 'l loco
alfin conobbee disse afflitto e fioco:


88

- I' vivo? I' spiro ancora? e gli odïosi
rai miro ancor di sí infelice die?
Dítestimon de' miei perigli ascosi
che rimprovera a me le colpe mie.
Ahi man timida e lentaor ché non osi
tuche sai tutte del ferir le vie;
tu ministra di morte empia ed infame
di questa vita rea troncar lo stame?


89

Passa pur questo pettoe fèri scempi
co 'l tuo ferro crudel fa del mio core.
Ma forseusata a' fatti atroci ed empi
stimi pietá dar morte al mio dolore;
dunque io vivrò fra piú dolenti esempi
misero mostro d'infelice amore:
misero mostroa cui sol pena è degna
del suo lungo fallir la vita indegna.


90

Vivrò fra' miei tormenti e l'aspre cure
mie giuste furieforsennatoerrante.
Paventerò l'ombre solinghe e scure
che il primo error pur mi porranno avante
e del solche coprí le mie sventure
avrò in orrore 'l lucido sembiante.
Temerò me medesmo; e da me stesso
sempre fuggendoavrò la morte appresso.


91

Ma doveo lasso me! Dove restâro
le spoglie che vestîr l'animo casto?
Ciò che in lui sano i miei furor lasciâro
dal furor de le fère or forse è guasto.
Ahi troppo nobil predaahi dolce e caro
troppoe pur troppo prezïoso pasto!
Ahi sfortunatoin cui l'ombre e le selve
irritâr me primieroe poi le belve!


92

Io pur verrò lá dove sète; e voi
meco avrò (s'ancor sète) amate spoglie.
Ma s'egli avvien ch'i vaghi membri suoi
stati sien cibo di ferine voglie
vo' che la bocca istessa anco m'ingoi
e 'l ventre chiuda me che lor accoglie:
onorata per me tomba e felice
ovunque sias'ivi giacer mi lice. -


93

Cosí parla quel misero: e gli è detto
ch'ivi quel corpo aveanper cui si dole.
Rischiarò allora 'l tenebroso aspetto
qual le nubi un balen che passi e vole:
e da' riposi sollevò del letto
l'inferma de le membra e tarda mole:
etraendo a gran pena il fianco lasso
ei lá rivolse vacillando il passo.


94

Ma come giunsee vide in sí bel seno
(opera di sua man) l'ampia ferita;
equasi un ciel notturno ancor sereno
senza splendor la faccia scolorita:
tremò cosich'ivi cadease meno
era vicina la fedele aita.
- O dolce volto ch'addolcir puoi morte
e non puoidissela mia amara sorte.


95

O bella destrach'il soave pegno
d'amicizia e di pace a me porgesti:
quali orlasso! vi trovo? e qual ne vegno?
E voileggiadre membraor non son questi
del mio crudele e 'ngiurïoso sdegno
vestigi miserabili e funesti?
Ocome questa manluci spietate:
essa le piaghe feovoi le mirate.


96

Asciutte le mirate? Or corradove
nega d'andare 'l piantoil sangue mio. -
Qui tronca le parolee come il move
suo disperato di morir desio
squarcia le fasce e le feritee piove
da tutte il sangueanzi è versato un rio.
E s'uccidea; ma quella doglia acerba
col trarlo di se stessoin vita il serba.


97

Posto a giaceree l'anima fugace
fu richiamata a' suoi odiosi offici.
Ma la garrula fama omai non tace
l'aspre sue angosce e i suoi casi infelici:
vi tragge il pio Goffredoe la verace
turba v'accorre de' piú degni amici:
ma né grave parlarné molle e dolce
l'ostinato de l'alma affanno or molce.


98

Quale in membro gentil piaga mortale
tocca s'inaspra e 'n lei cresce il dolore;
tal per conforti umani avanza il male
e vie piú infermain medicandoil core.
Ma 'l solitario Pietroa cui ne cale
come d'agnel che langueal buon pastore
con parole gravissime ripiglia
il vaneggiar suo lungoe lui consiglia:


99

- O Tancredio Tancredio da te stesso
troppo diverso e da' princípi tuoi:
chi sí t'assorda? E qual nuvol sí spesso
gli occhi t'adombraonde veder non puoi?
Questa sciagura tua del cielo è un messo:
non miri lui? non odi i detti suoi
che ti gridae richiama a lo smarrito
calle che pria segnastie ch'io t'addito?


100

A gli atti del primiero officio degno
di cavalier di Cristo ei ti rappella
che lasciasti per farti (ahi cambio indegno!)
drudo di fèra donnaa Dio rubella:
seconda avversitápietoso sdegno
con leve sferza di lá su flagella
tua folle colpa e fa di tua salute
te medesmo ministro; e tu 'l rifiute?


101

Rifiuti dunque (ahi sconoscente!) il dono
del ciel salubree 'ncontra lui t'adiri?
Miserodove corri in abbandono
a' tuoi sfrenati e rapidi martíri?
Sei giuntoe pendi giá cadente e prono
sul precipizio eternoe tu nol miri?
Miralopregoe te raccoglie frena
cieco dolorche a le due morti or mena. -


102

Tace; e 'n colui de l'un morir la tema
poté de l'altro intiepidir la voglia:
nel cor dá loco a quei confortie scema
l'impeto interno de l'intensa doglia:
ma non cosí ch'ad or ad or non gema
e che la lingua al lamentar non scioglia
ora seco parlandoor con la sciolta
animache dal ciel forse l'ascolta.


103

Lei nel partirlei nel tornar del sole
chiama con voce stancae pregae plora
come usignuol cui dura mano invole
dal nido i figli non pennuti ancora:
ch'in doloroso canto afflitte e sole
piange le nottie n'empie i boschie l'ôra.
Alfin co 'l nuovo dí rinchiude alquanto
i lumi; e 'l sonno in lor serpe col pianto.


104

Ed ecco in sognodi stellata veste
cinta gli appar la sospirata amica;
bella assai piú; ma lo splendor celeste
ornae non toglie la memoria antica.
E con dolce atto di pietá le meste
luci par che gli asciughie cosí dica:
- Mira come son bella e come lieta
fedel mio caroe 'n me tuo duolo acqueta!


105

Tale io sontua mercé: tu me da' vivi
del mortal mondo per error togliesti:
tu in grembo a Diofra gl'immortali e divi
per pietádegna di salir mi fêsti:
quivi io beata amando godoe quivi
spero che per te loco alfin s'appresti
ov'al gran Sole e ne l'eterno die
vagheggerai le sue bellezze e mie.


106

Se tu medesmo non t'invidii 'l cielo
e non travii co 'l vaneggiar de' sensi
vivie sappi ch'io t'amo (e non tel celo)
quanto piú creatura amar conviensi. -
Cosí dicendofiammeggiò di zelo
per gli occhifuor del mortal uso accensi:
poi nel profondo de' suoi rai si chiuse
e sparvee novo in lui conforto infuse.


107

Ei desto si consolae 'nsin ch'aspette
di medico gentil discreta aita
vuol che sepolte sian quelle dilette
membrache informò giá sí nobil vita:
e se non fu di ricche pietre elette
la bella tombae del suo amor scolpita
fu scelto almeno il sassoe chi gli diede
la formaquanto il tempo ivi concede.


108

Quivi da faciin ordin lungo accese
con nobil pompa accompagnar la feo;
e le sue armea un nudo pin sospese
vi spiegòquasi grande e bel trofeo.
Ma come prima alzar le membra offese
nel dí seguente il cavalier poteo;
di riverenze pieno e di pietate
visitò le sepolte ossa onorate.


109

Giunto a la tombaove a celeste divo
alzar adorno tempio in sé prefisse;
pallidofreddomutoe quasi privo
di motoal freddo marmo i lumi affisse:
alfinsgorgando un lacrimoso rivo
in un languido 'oimè' proruppee disse:
- O sasso caro ed onorato tanto
che dentro hai le mie fiammee fuori il pianto:


110

non di morte sei tuma di vivaci
ceneri albergoov'è sepolto amore:
e ben sent'io da te le usate faci
men dolci síma non men calde al core.
Deh prendi i miei sospirie questi baci
prendich'io bagno di doglioso umore
e dálli tupoich'io non possoalmeno
a lei che giace nel tuo freddo seno.


111

Dálli a lei tu che se mai gli occhi gira
l'anima bella a le sue belle spoglie
pietate avrá del mio languirnon ira
ch'odio e sdegno nel ciel non si raccoglie.
Perdona ella il mio fallo; e sol respira
in questa speme 'l cor fra tante doglie:
sa ch'empia è sol la mano; e non l'è noia
chese amando lei vissiamando i' moia.


112

Ed amando morrò. Felice giorno
quando che sia; ma piú felice molto
secome errando giro a te dintorno
allor sarò dentro al tuo grembo accolto.
Facciam l'anime amiche in un soggiorno
sia l'un cenere e l'altro in un sepolto:
ciò ch'il viver non ebbeabbia la morte
o (se lece sperar) felice sorte!-


113

Confusamente si bisbiglia intanto
del caso reo ne la rinchiusa terra:
poi s'accerta e divolga; e in ogni canto
de la cittá smarrita il romor erra
misto di gridi e di femineo pianto:
non altrimenti che se presa in guerra
tutta ruinie 'l focoe i nemici empi
volino per le case e per li tempi.


114

Ma tutti gli occhi Arsete in sé rivolve
con flebil voce e lagrimoso aspetto
ch'in larghissimo pianto alfine ei solve
il duolche troppo è d'indurato affetto:
e i bianchi crini suoi d'immonda polve
si sparge e bruttae fiede il viso e 'l petto.
Or mentre in lui vòlte le turbe or sono
Argante parla in lagrimabil suono:


115

- Ben volev'ioquando primier m'accorsi
che fuor si rimanea la fida scorta
seguirla immantinentee ratto corsi
perch'ella ivi non fosse o presao morta.
Che non fecio non dissi? o quai non porsi
preghiere al re che fêsse aprir la porta?
Ei mepregante e contendente in vano
con l'imperio affrenò ch'è qui soprano.


116

Ahiche s'allora uscivao dal periglio
qui ricondotta la guerriera avrei
o chiusiov'ella il terren fe' vermiglio
con memorabil fine i giorni miei.
Ma che potev'io piú? Parve al consiglio
de gli uomini altramente e de gli dèi.
Ella morí di fatal morte; ed io
quanto conviensi a me giá non oblio.


117

OdiGerusalemciò che prometta
Argante: odi 'l tucielo: e s'in ciò manco
fulmina sul mio capo. Io la vendetta
giuro di fare 'n guerrier forte e franco
che per la costei morte a me s'aspetta:
né questa spada mai depor dal fianco
insin ch'ella a Tancredi 'l cor non passi
e le sue membra a' corvi in preda i' lassi. -


118

Cosí diss'egli; e mesti gridi e vari
sin al cielo seguîr le voci estreme:
e tempròimaginando i pianti amari
la promessa vendetta in quel che geme.
O vani giuramenti! al fin contrari
gli effetti ivi seguîr de l'alta speme:
e cadde l'empioin tenzon pari estinto
sotto colui ch'ei fa giá preso e vinto.




LIBRO DECIMOSESTO

1

A pena cadde la gran torre accensa
la qual dianzi espugnò l'eccelse mura
che di nov'arti Ismeno in sé ripensa
perché piú resti la cittá secura:
e impedir vuol la selva orrida e densa
ch'ebbe giá lieta vistaor l'ha sí oscura:
perché contra Sion battuta e scossa
nova mole rifarsi indi non possa.


2

Sorgea in ombrosa valle alta foresta
incontra 'l sol che a l'orizzonte ascende;
e spargea d'ogn'intorno ombra funesta
foltissima di piante antiche orrende:
e luce dubbiascolorita e mesta
v'avea ne l'ora che piú 'l sol risplende
quale in nubilo ciel talor si vede
se 'l dí a la notteo s'ella al dí succede.


3

Ma quando parte il soltosto ivi adombra
nottenubecaligine ed orrore
dal monte che sovrastae gli occhi ingombra
d'oscuritate e di spavento 'l core:
né mai greggiaod armento a l'acquea l'ombra
guida bifolco maiguida pastore:
né v'entra peregrinse non smarrito;
ma lunge passa e la dimostra a dito.


4

Ivi fu giá tra l'onde e 'l verde monte
l'idol sacro a Moloc in valle amena
ove il re di vitello avea la fronte
e braccia accese a l'altrui fiera pena:
io parlo cose giá piú illustri e conte
ch'or per la lunga etá son note a pena;
ma sotto l'ombre ancora il popolo empio
quel lascivo rinnova antico esempio.


5

Perché dove tagliò l'infame bosco
e la statua spezzò fiera e sanguigna
il buon Osíaal ciel piú scuro e fosco
quel terren si rinselvae si ralligna:
e piante ombrose con amaro tosco
luce vi fan piú incerta e piú maligna:
e s'udia spesso in quel medesmo loco
quasi di trombe un suon turbato e roco.


6

Ivi le maghe accolte sonoe 'l vago
con ciascuna di lor notturno viene:
vien sovra i nembie chi d'un fèro drago
e chi forma d'un capro informe tiene.
Consiglio infameche fallace imago
suole allettar di desiato bene
a celebrar con pompe immonde e sozze
i profani conviti e l'empie nozze.


7

Cosí credeasied abitante alcuno
dal fèro bosco mai ramo non svelse;
ma i Franchi l'atterrârperch'ei sol uno
materia diede lor per l'opre eccelse.
Or qui sen venne il mago a l'aër bruno
e de la notte alto silenzio scelse:
di quella dico che primier' successe;
e suo cerchio formovvie i segni impresse.


8

E scintoe nudo un piènel cerchio accolto
mormorò potentissime parole:
tre volte volse a l'Orïente il volto
tre volte a' regni ove dichina il sole;
e tre scosse la vergaond'uom sepolto
trar da la tomba e dargli il moto suole;
e tre co 'l piede scalzo il suol percosse:
poi co 'l grido la terra e 'l ciel commosse.


9

- Uditeuditeo voiche da le stelle
precipitâr giú i folgori tonanti;
e voi che le tempeste e le procelle
moveteabitator de l'aria erranti
e voi ch'a l'alme dispietate e felle
ministri sète de gli eterni pianti;
orcittadini de l'Infernoudite
e tu reodide l'avara Dite.


10

Prendete in guardia questa selvae queste
piante che numerate a voi consegno.
Com'è il corpo de l'alma albergo e veste
or sia de' nudi spirti 'l duro legno:
onde il Franco ne fuggao almen s'arreste
ne' primi colpie tema 'l fèro sdegno. -
Disse; e quelle ch'aggiunseorribil note
linguas'empia non èridir non pote.


11

A quel parlarle faci onde s'adorna
il seren de la notteegli scolora;
e la luna si turbae le sue corna
di nube avvolgee non appar piú fuora.
Iratoi gridi a raddoppiare ei torna:
- Spirti invocatior non venite ancora?
Forse aspettateo neghittosi e lenti
suon di voci piú occulte o piú possenti?


12

Per lungo disusar giá non si scorda
l'arte a cui dá la morte ampio tributo:
e so con lingua anch'io di sangue lorda
quel nome risonar grande e temuto
a cui né Dite mai ritrosao sorda
né tracotato in ubbidir fu Pluto.
Ma ecco io giá... - Volea piú diree 'ntanto
conobbe ch'ubbidiano al fèro incanto.


13

Veniano innumerabiliinfiniti
spirtiparte che 'n aria alberga ed erra
parte di quei che son del fondo usciti
caliginoso de l'opaca terra:
lentie del gran divieto ancor smarriti
che impedí loro il trattar l'arme in guerra
ma qui venirne or non si vieta e toglie
tra' duri tronchi e le silvestri foglie.


14

Il magopoi ch'omai nulla piú manca
da quel notturno incantoal re sen riede:
- Signorlascia ogni dubbio e 'l cor rinfranca
ch'omai sicura è questa eccelsa sede:
né rinovar può gente ardita e franca
l'alte macchine suecom'ella crede. -
Cosí gli dice; e poi di parte in parte
narra gli effetti de la magic'arte.


15

Soggiunge appresso: - Or cosa aggiungo a queste
fatte da mech'a me non meno aggrada:
quando fia il sol nel gran leon celeste
vibrerá Marte seco ardente spada.
Né potran piú temprar l'arsure infeste
aureo nembi di pioggia o di rugiada;
ma 'l Cane insieme uscitoorrida fiamma
spargerá che la terra e 'l cielo infiamma.


16

Ed Orïongiá prima in ciel risorto
vedremo allor come si scopra e mostri
fiammeggiando col ferro adunco e torto.
Ma 'l segno amico a' tuoi nemici e nostri
dopo i Gemelli fia nel lucido òrto
cadutoe sparso da' stellanti chiostri.
E quanto appare in cieltutto predice
aridissima arsura ed infelice.


17

Qui 'l caldo fia qual ne l'adusta arena
ferve tra Mauritani o Garamanti:
pur a noi fia di men gravosa pena
tra l'acque e l'ombree i fior sí vari e tanti.
Ma i Franchi in terra asciutta e non amena
languir vedransi e non passar avanti.
E perch'arroge a l'infelice ardore
torcesti il corso al dolce e freddo umore.


18

Né solo intorbidasti i chiari fonti
ma da marmoree conche e lucide urne
con l'industria de' tuoiche fûr sí pronti
in molti mesi a l'opere diurne
sotto le valli e sotto i cavi monti
per tenebrose viequasi notturne
in due gran laghi l'acque hai qui condutte
di fuor lasciando l'altre parti asciutte.


19

Guerreggerai sedendo; e la fortuna
non cred'io che tentar molto convegna;
ma se 'l tuo figlio altier che posa alcuna
non vuolee bench'onesta ancor la sdegna
s'accendecome suold'ira importuna;
trova modo pur tu ch'a freno il tegna:
ché molto non andrá che 'l cielo amico
a te pace daráguerra al nemico.


20

Or questo udendoil re piú s'assecura
sí che non teme le nemiche posse.
Giá riparate in parte avea le mura
che de' montoni l'impeto percosse:
con tutto ciò non rallentò la cura
di ristorarleove sian rotte e mosse:
le turbe tutte e cittadine e serve
sudano or qui: l'opra continua ferve.


21

Ma in questo mezzo il pio signor non vuole
che la forte cittade invan si batta
se non è prima la maggior sua mole
ed alcuna de l'altre ancor rifatta.
E i fabri al bosco inviache porger suole
ad uso tal pronta materia ed atta.
Questi a l'oscura selva andâr con l'alba
quando l'oscuro ciel primier s'inalba.


22

Qual semplice bambin mirar non osa
dove insolite larve abbia presenti;
o come pave ne la notte ombrosa
imaginando pur mostri e portenti:
tal uom temea d'estrania orribil cosa
non conoscendo pur quel ch'ei paventi:
se non che il timor forse a' sensi finge
maggior prodigio di Chimera o Sfinge.


23

Torna la turba: e timida e smarrita
varia e confonde sí le cose e i detti
ch'ella nel raccontar n'è poi schernita
né son creduti i mostruosi effetti.
Allor vi manda il sovran duce ardita
e forte squadra di guerrieri eletti
acciò ch'a l'altra sia secura scorta
quando il timor l'assale e la sconforta.


24

Questi appressando ove il lor seggio han posto
gli empi demòni in quel selvaggio orrore
non rimirâr le nere ombre sí tosto
che lor si scosse e tornò ghiaccio il core:
pur oltre ancor sen gíantenendo ascosto
sotto audaci sembianti 'l vil timore
e tanto s'avanzârche lunge poco
erano omai da l'incantato loco.


25

Esce allor da la selva un suon repente
che par rimbombo di terren che trema;
e d' Euroe d'Austro il mormorar si sente
e quel de l'onda che si rompa e gema:
come rugge il leonfischia 'l serpente
com'urli il lupoe come l'orso frema
v'odie con alto tuono orribil tromba:
di cosí vari suoni un suon rimbomba.


26

In tutti allora impallidîr le gote
e la temenza a mille segni apparse;
né cotanto valoreo ragion puote
ch'osin di gire avantio di fermarse:
ch'a l'occulta virtú che lor percuote
son le difese loro anguste e scarse.
Fuggono alfine; un d'essi in questa guisa
al duce il fatto di narrar s'avvisa.


27

- Signornon è di noi chi piú si vante
di troncar la guardata orribil selva
ch'io credo (e 'l giurerei) ch'in quelle piante
ogni mostro d'inferno or si rinselva.
Ben ha tre volte il cor d'aspro diamante
ricintoe fèro è piú di fèra belva
chi intrepido la guardae poi s'arrischia
lá 've tonando insieme e rugge e fischia.


28

Cosí costui parlava; e Drogo or v'era
fra molti che l'udianvicino a sorte;
uom di temeritá superba e fèra
sprezzator de' mortali e de la morte
che non avria temuto orribil fèra
né mostro estranio e pauroso al forte
né tremotoné folgorené vento
né s'altro porge piú tèma o spavento.


29

Crollava 'l capoe sorrideadicendo:
- Dove costui non osaio gir confido;
io sol quel bosco di troncare intendo
che di torbidi sogni è fatto nido:
giá no 'l mi vieterá fantasma orrendo
non di selva o d'augei fremito o grido;
o pur tra quei sí spaventosi chiostri
d'ir ne l'Inferno il varco a me si mostri. -


30

Tal si dá vanto; e vêr l'oscura e folta
selva guardata il cavalier s'invia
e rimira quel bosco; e poscia ascolta
quel che da lei novo rimbombo uscía;
né però il piede audace indietro volta;
ma intrepido e securo oltra sen gía;
e giá calcato avrebbe il suol difeso
ma se gli oppone (o pare) un foco acceso.


31

Cresce il gran focoe 'n forma d'alte mura
stende le fiamme torbide e fumanti
e ne cinge quel boscoe l'assicura
ch'altri gli alberi suoi non tronchi o schianti.
Le maggiori sue fiamme hanno figura
di castelli superbi e torreggianti;
e di macchine ardenti anco ha munite
le torri sue questa superba Dite.


32

O quanti appaion mostri armati in guarda
de gli alti merli! e 'n che terribil faccia!
de' quai con occhi biechi altri 'l riguarda
e dibattendo l'arme altri minaccia.
Fugge egli alfine; e ben la fuga è tarda
qual di leon che si ritiri in caccia;
ma pur è fugae pur gli scote il petto
timorsino a quell'ora ignoto affetto.


33

Non s'avvede egli allor d'aver temuto
ma fatto poi lontanben se n'accorse
e stupor n'ebbe e sdegnoe dente acuto
d'amaro pentimento il cor gli morse:
e di trista vergogna acceso e muto
lunge da tutti gli altri i passi torse:
ché quella faccia alzar cosí orgogliosa
fra tanti cavalieri ei piú non osa.


34

Chiamato da Goffredoindugi e scuse
trova a l'indugioe di restarsi agogna:
pur vama lento; e tien le labra chiuse
o gli ragiona in guisa d'uom che sogna.
Difetto o fuga il capitan conchiuse
in lui da quella insolita vergogna.
Poi disse: - Ciò che fia? forse prestigi
son questi? o di male arte opre o prodigi?


35

Ma s'alcun v'ha cui nobil voglia accenda
di tentar que' selvaggi aspri soggiorni
vadano puree tutto veggia e 'ntenda
e messagger piú certo a noi ritorni. -
Cosí diss'egli; e la gran selva orrenda
tentata fu ne' duo seguenti giorni;
ma ciascuno affermò che fiero incanto
l'aveva in guardiae non si diè piú vanto.


36

Era il prence Tancredi intanto sorto
a seppellir la sua diletta amica;
ben ch'egli in volto sia languido e smorto
e mal atto a portar elmo o lorica;
ma dapoi che 'l timor de gli altri ha scorto
ei non ricusa il rischio o la fatica:
ché 'l cor vivace il suo vigor trasfonde
al corpo sí che par ch'omai n'abonde.


37

Vassene 'l valorosoin sé ristretto
tacito e solo al pauroso bosco
e sostien de la selva il fèro aspetto
qual novo inferno spaventoso e fosco:
né per tuon sbigottisce il forte petto
o per belva che spire fiamma o tosco.
Trapassa: ed ecco in quel selvaggio loco
sorge improvvisa la cittá del foco.


38

Allor s'arretrae dubbio alquanto resta:
- Che giovan qui (dicendo) o forze od armi?
Fra gli artigli de' mostrie 'n gola a questa
devoratrice fiamma andrò a gettarmi?
Non mai la vitaove cagione onesta
del comun pro la chiedaaltri risparmi:
né troppo largo ei sia d'anima grande;
e tale è bense qui la versa e spande.


39

Pur gli altri che diran? s'indarno riedo:
qual altra selva ho di troncar speranza?
Né intentato lasciar vorrá Goffredo
mai questo varco: or s'oltre alcun s'avanza?
Forse l'incendio che qui sorto io vedo
fia d'effetto minor che di sembianza.
Ma sia che può: se fosse ancor l'inferno
io 'l passo. - Oh degno ardir di nome eterno!


40

Né sotto l'arme giá sentir gli parve
caldo o fervorcome di foco intenso;
ma pur se fosser vere fiamme o larve
mal poté giudicar sí tosto il senso
perché repentea pena tòccosparve
quel simulacroe giunse un nuvol denso;
che portò notte e verno; e 'l verno ancora
si dilegua con l'ombra in picciol'ora.


41

Maraviglioso e 'ntrepido rimane
Tancredi; e poi ch'il cielo intorno è cheto
ne le soglie di morte ampie e profane
entra securoe spia l'alto secreto:
né piú apparenze inusitate o strane
né trova alcun fra via scontro o divieto;
se non se il nero bosco orrido troppo
che per se stesso a' passi è duro intoppo.


42

Al fine un largo spazio in forma scorge
d'anfiteatroe non è pianta in esso
salvo che nel suo mezzo altero sorge
qual piramide eccelsaalto cipresso.
Ei lá si drizzae nel mirar s'accorge
ch'era di vari segni 'l tronco impresso
simili a quei ch'in vece usò di scritto
l'antico giá misterïoso Egitto.


43

Fra i segni ignoti alcune note ha scorte
del sermon di Soriach'ei ben possede:
Tu che nei chiostri de l'avara morte
osasti por, guerriero audace, il piede:
deh, se non sei crudel quanto sei forte,
deh non turbar questa secreta sede:
perdona a l'alme omai di luce prive,
non dée guerra co' morti aver chi vive.


44

Cotai note leggendoegli era intento
de le brevi parole a' sensi occulti.
Fremere intanto udia continuo il vento
tra le frondi del bosco e tra i virgulti:
e un suono uscir che flebile concento
par d'umani sospiri e di singulti;
e un non so che confuso instilla al core
di pietádi spavento e di dolore.


45

Pur tragge alfin la spadae con gran forza
percote l'alta pianta: oh maraviglia!
Manda fuor sangue la recisa scorza
e fa la terra intorno a sé vermiglia.
Tutto ei s'empie d'orroree pur rinforza
il colpoe 'l fin vederne si consiglia:
e quasi d'un sepolcro uscire ei sente
un sospiroso gemito dolente;


46

che poi distinto in voci: - Ahi troppo (disse)
m'hai tuTancredioffeso: or tanto basti.
Tu del corpoche meco e per me visse
felice albergo giámi discacciasti:
perché il misero tronco a cui m'affisse
il mio duro destinoancor mi guasti?
Crudeldopo la morte offendi i lassi
spirti che in tomba riposar non lassi?


47

Clorinda fui: né sol qui spirto umano
aspetto il suon de la divina tromba
ma ciascun altro ancor Franco o Pagano
ch'al ciel non può volarquasi colomba
astretto è qui dal suo destin sovrano
non so s'io dica in corpoo 'n viva tomba:
son di sensi animati i rami e i tronchi;
e micidial sei tuse legno or tronchi. -


48

Qual infermo talorch'in sogno scorge
dragoo cinta di fiamme alta chimera
sebben sospettae 'n parte anco s'accorge
che simulacro sianon forma vera;
pur desia di fuggirtanto gli porge
spavento la sembianza orrida e fèra:
tale il timido amante a pien non crede
a' falsi incantie pur s'arretra e cede.


49

E sí da vari affetti in lui conquiso
è lo suo corch'egli s'agghiaccia e trema
e nel moto possente ed improvviso
gli cade il ferroe cresce orrore e tèma:
va fuor di sé; presentee quasi in viso
vede la donna sua che plori e gema:
né può soffrir di rimirar quel sangue
né quei gemiti udir d'egro che langue.


50

Cosí quel contra morte audace core
nulla forma turbò d'alto spavento:
ma luiche debil solo è contra amore
falsa imago deluse e van lamento.
Il suo caduto ferro intanto fuore
portò del bosco impetuoso vento
sin che vinto partissie 'n su la strada
ripigliò poi la sua caduta spada.


51

Pur non tornò; né ritentando ardío
spiar di novo le cagioni ascose.
E poi chegiunto al sommo duceunío
gli spirti alquanto e l'animo compose
incominciò: - Signornunzio son io
di non credute e non credibil' cose.
Ciò che dicean del bosco orrido e fèro
e del suon paventosoè tutto vero.


52

Maraviglioso foco indi m'apparse
senza materia in un momento appreso;
che sorsee fiammeggiando un muro farse
parvee d'armati mostri esser difeso:
pur vi passaiche né l'incendio m'arse
né dal ferro mi fu l'andar conteso:
verno era intanto e nottee poscia il giorno
e la serenitá facea ritorno.


53

Ancor diròch'agli arbori dá vita
spirito uman che sente e che ragiona:
io 'l so per prova e n'ho la voce udita
che nel cor flebilmente ancor mi suona:
stilla sangue de' tronchi ogni ferita
quasi di molle carne abbian persona.
Nonopiú non potrei (vinto mi chiamo)
né corteccia scorzarné sveller ramo. -


54

Cosí dice egli; e 'l sommo duce ondeggia
in gran tempesta di pensieri intanto.
Pensa s'egli medesmo andar lá deggia
(ché tal lo stima) a ritentar l'incanto;
o se pur di materia altra proveggia
lontana piúma non difficil tanto.
Ma 'l pio romito dal pensier profondo
il rappellach'al core è grave pondo.


55

- Lascia il pensiero ardito: altri conviene
che de le piante sue la selva spoglie.
Ma chi de le indegnissime catene
il bramato guerriero omai discioglie?
Mentre il mar carcoe le minute arene
son di schieree di navie d'auree spoglie?
Giá il nemico possente a turba afflitta
piú s'avvicinae l'ora è in ciel prescritta. -


56

Cosí diceaquasi di fiamma in volto
ancor volanti e fervide parole
e 'l pio Goffredo a quel pensier rivolto
piú neghittoso omai cessar non vuole.
Ma nel mezzo del Cancro omai raccolto
apporta arsura inusitata il sole
ch'a' suoi guerriera' suoi desir nemica
insopportabil rende ogni fatica.


57

Mentre rinnova pur l'ampia cittade
l'arme contra i nemici e le difese
vaga colomba per cerulee strade
vista è passar sovra il signor francese
che non dibatte i presti vannie rade
quelle limpide vie con l'ali tese;
e giá la messaggiera peregrina
da l'alte nubi a la cittá s'inchina.


58

Quando l'augel di Gioveadunco il rostro
le mosse incontrae con pungente artiglio
e le s'oppose pur tra chiostro e chiostro
e lei fece fuggir tanto periglio;
queglid'alto volandoal campo nostro
da le mura la spingee dá di piglio:
e giá al tenero capo il piede ha sovra.
Ella nel grembo al pio signor ricovra.


59

La raccoglie Goffredo e la difende:
poi scorgein lei guardandoestrania cosa
che dal colload un filo avvintapende
rinchiusa cartae sotto l'ale ascosa.
La disserra e dispiegae bene intende
quella ch'in sé contien non lunga prosa:
A Ducalto salute (era lo scritto)
manda il grande ammiraglio, e 'l re d'Egitto.


60

Non sbigottir, signor, resisti e dura
al terzo dí dopo l'ottavo e 'l quinto;
ch'io vengo a liberar le offese mura,
e vedrai tosto 'l tuo nemico vinto.
Questo secreto allor breve scrittura
in barbariche note avea distinto:
dato in custodia al messaggier volante
ché tai messi in quel tempo usò il Levante.


61

Libera il duce la colomba; e quella
ch'allor fuggí quando morir piú lice
com'esser creda al suo signor rubella
non osò piú tornar nunzia infelice.
Ma 'l sopran duce i minor duci appella
e lor mostra la cartae cosí dice:
- Vedete come il tutto a noi riveli
la provvidenza del Signor de' cieli!


62

La qual noi fa del gran periglio accorti
e l'aiuto a' nemici occulto tiene
acciò che a mille rischia mille morti
pronti qui siamse di morir conviene;
ben che al vincer piuttostoanimi forti
preparar noi dobbiamo e 'nvitta spene:
se piú gente menasse il duce infido
che non ha fronde il bosco o arene il lido.


63

Ma qual d'aquila voloo di colomba
veloce è come la celeste aita?
Qui dove ebbe Gesú tormenti e tomba
aspettar noi debbiam vittoria e vita.
Né vi turbi il romor ch'alto rimbomba
d'innumerabil turbaod infinita:
ché nostre fian le lor sí care salme
e cresceranno a voi trïonfi e palme.


64

Scenderanse fia d'uopoincontra gli empi
angeli amici da' stellanti chiostri
a' quai non son l'ore prescritte o i tempi
come a noi tutti ed a' nemici nostri.
Libererem la cittá sacra e i tempî
e cadranno d'Egitto i fèri mostri:
e fia di varia gentee d'una terra
vittoria intègra in glorïosa guerra. -


65

Tacqueciò detto: e quel che tutti avanza
d'anni e di senno i miseri mortali:
- Non conviendisseavere altra speranza
de le cose celesti ed immortali
né timor di barbarica possanza
perché non siamo al numerar eguali:
ma sperato dal ciel soccorsood altro
non fa buon duce meno accorto o scaltro.


66

Dunque al romorche di temenza ingombra
solo ascoltandol'inesperte genti
egli non si perturba e non s'adombra
per fama di perigli e di spaventi
ma talor mandiocculto al solea l'ombra
chi passar fra' nemici ardisca e tenti:
e dal falsospiandoil ver distingua
tramutate sembianzeabito e lingua.


67

E ne racconti il numero e 'l pensiero
(quanto raccôrre ei può) certo e verace. -
Soggiunge allor Tancredi: - Ho un mio scudiero
ch'a questo oficio di propor mi piace;
uom pronto e destroe sovra i piè leggiero
audace síma con grand'arte audace;
che parla in molte linguee varia il noto
suon de la vocee 'l portamentoe 'l moto. -


68

Venne coluichiamato; epoi ch'intese
ciò che Goffredo e 'l suo signor desia
pronto e ridendoa le sue usate imprese
s'offerse e disse: - Or or mi pongo in via:
tosto sarò dove spiegate e tese
fian le tende in gran campoocculta spia.
Vo' trapassar nel mezzo dí nel vallo
e numerarvi ogni uomoogni cavallo.


69

Quanta e qual fia quell'ostee ciò che pensi
quell'ammiraglioa voi ridir prometto;
vantomi in lui scoprir gl'interni sensi
e i secreti pensier del chiuso petto. -
Cosi parla Vafrinoe non trattiensi
ma cangia in lunga vesta il suo farsetto
e scopre ignudo il nero colloe prende
sottili e 'ntorno al capo attorte bende.


70

La faretra s'adatta e l'arco siro;
e barbarico sembra ogni suo gesto.
Maravigliosi ragionar l'udîro
e 'n sí diverse lingue esser sí presto
ch'Egizio in Menfio pur Fenice in Tiro
l'avria creduto e quel popolo e questo.
Egli sen va sovra un destrier ch'a pena
segna correndo la piú molle arena.


71

E drizzando il suo corso invêr l'occaso
la 've i liti d'Assiria il mare inonda
e lá 'v'è senza selce omai rimaso
l'antico calle e l'arenosa sponda:
da la via dritta il torse un ampio vaso
di rozza pietra al suon di lucida onda
in un bel seggio ombrosoove i bifolci
traean sovente a l'acque chiare e dolci.


72

Quivi mentre ei prendea posa e restauro
meschiando il vin di Creta e l'onda fresca
e sibilar udendo il pino e 'l lauro
dava al corpo digiuno umore ed esca:
vi giunse uom di color sembiante al mauro
a cui par che il vïaggio omai rincresca;
ma l'abito avea greco e l'idioma
e come greco lunga e culta chioma.


73

Scese egli ancora al mormorar de l'acque
ma vago piú del dolce umor di Bacco
che veduto e gustato ancor gli piacque
sicch'empierne bramò le vene e 'l sacco;
nullo bel ragionar tra lor si tacque
o di Persiao d'Egittoo di Baldacco
o d'altro regnoo d'altra parte estrema
quasi quivi non sia periglio o tèma.


74

Il greco pronte avea l'argute voci
parlandoin raccontar d'Eufrate e Tigre
sapea del Nilo numerar le foci
e le genti di Libia aduste e nigre:
e 'n distinguendo i popoli feroci
Tartarie Moschiusò parole impigre;
ma 'n ragionar de' nostri ha quasi intoppo
la falsa linguae non discioglie il groppo.


75

Greco d'esser dicea che giá molti anni
guerreggiato ha co' Franchi in Asia e vinto;
e i rischi de la guerra e i lunghi affanni
dal primo egli narrava a l'anno quinto.
Guata Vafrino il visoi modi e i panni
né presta intera fede al parlar finto;
e mentre l'un contrario e l'altro accoppia
s'accorge ben che quella fraude è doppia.


76

Ma purcome giá sia verace amico
e creda a le bugiarde sue parole
de l'esercito chiede al suo nemico
il segno militarche fu: 'Dio vuole':
il segno che talor per uso antico
chieder l'uom dubbio in guerra a l'altro suole.
Non seppe il finto greco il vero segno
e fe' l'altro parlar di fede indegno.


77

Ma di creder Vafrino anco s'infinge
sin ch'ebro il vedee di parlar giá stanco
e sovra l'erba che l'umor dipinge
posare il caponon che 'l tergo o 'l fianco;
e chiuder gli occhi gravi: allor gli scinge
la spada che pendeva al lato manco
e mentre il sonno piú l'affrena e lega
col suo cinto e con altri egli il rilega.


78

Poi che s'avvide che non può dar crollo
svelle la chioma e la sua nera barba
come fa de la mentao del serpollo
il villan che li coglieo lor dibarba:
alfin premendo l'una mano al collo
che parea tinto dove nacque Jarba
gridò: - Confessamentitor fallace
il vero a mese vita brami e pace.


79

Di' chi seidonde vieniov'era dritto
dianzi il tuo corso errante e fuggitivo.
E non mentirche non sarai trafitto
e quinci partirai satollo e vivo. -
- Nacqui in Cirene appresso il verde Egitto
e 'n Grecia fui lunga stagion cattivo:
e da l'antica Gaza or ne venia
d'un esercito a l'altro amica spia:-


80

li rispose coluifioco e turbato
sí ch'a pena potea formar parola.
Soggiunse l'altro: - Or di' chi t'ha mandato
senza timore- e rallentò la gola.
- Confessa pure il tuo mestiere usato
e dove l'apprendestie 'n quale scuola.
Alcun de l'arte sua non ha vergogna
ma tu ragioni in guisa d'uom che sogna. -


81

- Medissel'ammiraglio a questo affanno
co' suoi doni ha sospinto e con promesse
perché brama saper s'ardire avranno
i Franchi d'aspettarlo ov'ei s'appresse
o se spiegate pur le veleandranno
dove è chi fila in aspettando e tesse:
a riveder ciascun la donna e i figli
giá stanco de la guerra e de' perigli. -


82

Vafrin pur chiede: - Or senza inganni o falli
narra dove lasciasti il vostro duce
dove giacciono l'armeove i cavalli
e quante e quali schiere ei qui conduce:
di' com'ogni altro ancor si cinga e valli
e guardie faccia a la notturna luce:
quai siano i lor consiglie i lor pensieri
e che si tema in questa guerrao speri. -


83

Di nuovo il timoroso a lui ragiona:
- Fuor di Gaza Emiren gli Egizi accampa
ché di muro o di vallo altra corona
non voler dicein cui si fugge e scampa:
ArabiAssiriMoriove risuona
il marhan tesoe dove il lido avvampa;
ma fra terra Altamor co' Persi alberga
con gl'Indi Adrasto ove il terren piú s'erga.


84

Questiche d'Orïente estremo aggiunse
con sue squadre attendò lunge e 'n disparte
perché da gli altri suo valor disgiunse
luiche stimato è quasi un nuovo Marte:
ed a' carri falcati ivi congiunse
destrierche frena con mirabile arte:
e questi ancor da l'Indïane selve
gli elefanti conduceorride belve.


85

Non v'ha chi sentinelle o guardie faccia
fra tante schiereo chi si cinga intorno;
ma si vanta ciascunciascun minaccia
a' Franchi mortee vergognoso scorno.
Copron le squadre la deserta faccia
de l'ampia terra ovunque appare il giorno:
e 'l gran numero par d'orrida turba
a quelle arene egual ch'Austro perturba:


86

comes'il tuo destriero affretti e spingi
vedrai domani avanti il re supremo.
Scioglimi orpregoamicoo lá distringi;
e s'ho mentitomi ritorna al remo. -
Vafrin risponde: - Tu lusinghi e fingi;
ma de le tue menzogne ancora io temo:
e non farai da me partita o scampo
per ritornarne spia di campo in campo.


87

Ma l'amicizia or te di giusta pena
guardae sottragge a' piú fèri tormenti
se d'Antiochia e de l'orribil cena
di Boemondo invitto anco rammenti. -
Cosí dicendo il fére in gola e svena
e la via tronca a' dolorosi accenti:
e l'anima crudelche geme e mugge
da le ferite mormorando fugge.


88

Vafrin lascia quel morto ed a mancina
drizza il veloce corso invêr ponente
insin che Gaza si trovò vicina
che fu porto di Gaza anticamente:
ma poi crescendo de l'altrui ruina
cittá divenne assai grande e possente;
erano ivi le piagge allor ripiene
quasi d'uomini sícome d'arene.


89

Varie tende scorgea di color tanti
quanti non ebbe mai l'april fiorito.
Mirava i cavaliermirava i fanti
ire e tornar da quelle mura al lito:
e da cameli onusti ed elefanti
l'arenoso sentier calpesto e trito.
Poi nel porto vedevao scarche o gravi
sorte e legate a l'ancore le navi.


90

Altre spiegar le vele al ciel sereno
altre i remi trattar veloci e snelle;
e da' remi e da' rostri il molle seno
spumarpercosso in queste parti e 'n quelle:
molte lentando al lungo corso il freno
parean lunge portar vere novelle
dal rosso maree donde irriga e frange
i salsi lidibiancheggiandoil Gange.




LIBRO DECIMOSETTIMO

1

Gaza è cittá de la Giudea nel fine
su quella via ch'invêr Pelusio or mena
posta in un alto colleed ha vicine
deserte solitudini d'arena;
le quaicom'Austro suol l'onde marine
mesce il turbo spirantee trova a pena
l'incerto peregrin riparo o scampo
ne le tempeste de l'instabil campo.


2

Presa fu la cittá dal re d'Egitto
con altre moltein lacrimosa guerra
quando a l'imperio giá pe' Turchi afflitto
tolse gran parte de la Siria terra
insino a Laodiceasí com'è scritto
che d'alte mura s'incorona e serra;
ma Gaza parve piú opportuna parte
da raccôr varie gentie schiere sparte.


3

Musaquale stagionqual ivi fosse
stato di coseor tu mi reca a mente:
quali arme il grande imperatorquai posse
qual serva avessee qual amica gente
quand'ei dal mezzogiorno in guerra mosse
le forzee i regnie l'ultimo Orïente:
tu sol le squadre e i ducie sotto l'arme
i popoli sforzatior puoi dettarme.


4

Tu sei de gli anni e de l'oblio nemica
tu sol conservi ogni memoria intera;
tu m'inspira cosích'altrui ridica
ogni famoso in guerra ed ogni schiera:
suoni e risplenda omai la fama antica
fatta da gli anni pria tacita e nera
da l'origin sua priscain chiara lingua
perch'ogni etá l'ascoltie nulla estingua.


5

Poscia che ribellante al greco impero
l'Egitto abbandonò la vera fede
Abdalád'Ali scesoempio guerriero
sé feo monarca a forzae 'l figlio erede:
ei fu detto Califfo; e dal primiero
chi tien lo scettro al nome ancor succede.
Tal diêro i Faraoni a' primi tempi
e poscia i Tolomei profani esempi.


6

Ma quegliin guisa d'uom che tutto agguaglia
gl'imi sentieri fece eguali a gli erti
e con l'arti di pace e di battaglia
l'altrui fortune pareggiava e i merti:
quasi vera giustizia a lui sol caglia
piú ritentar non volle i casi incerti
ma caro al volgoqual pastore a greggia
Medemia edificòcittate e reggia.


7

Abuthanin nipotea l'aspro giogo
le province vicine indi costrinse
insin lá dove la Fenice ha il rogo
che tutte un duce suo lo vide e vinse:
e poi fondò nel fortunato luogo
dove Menfi di tempio i mostri cinse
il Cairo ch'il suo nome anco riserba
noto avversario di Babel superba.


8

Crebbevolgendo gli anniil novo rito
e l'alto imperio in guisa talche viene
Asia e Libia ingombrandoal Sirio lito
da' Marmarici fini e da Cirene:
e passa dentro incontra a l'infinito
corso del Niloassai sovra Siene
e quinci a le campagne inabitate
d'aduste arenee quindi al grande Eufrate.


9

A destra ed a sinistra in sé comprende
l'odorata maremma e 'l ricco mare;
e fuor de l'Eritreo molto si stende
incontra il sol che d'orïente appare;
le forze de l'imperio ancor piú rende
Elfeoche le governaillustri e chiare;
dianzi nemico a' Turchi e non occulto
tanto potea la varia setta e 'l culto.


10

Questi e con Turchi e con le genti Perse
piú guerre feole mossee le rispinse
or vincendoor perdendo; e ne l'avverse
fortune fu maggior che quando ei vinse.
Poi che la grave etá piú non sofferse
de l'armi il pesoalfin la spada ei scinse;
ma non depose il suo guerriero ingegno
e d'onore il desio vasto e di regno.


11

Ancor guerreggia per ministried have
tanto vigor di mente e di parole
che de la monarchia la soma grave
non sembra a gli anni suoi soverchia mole.
Sparsa in minuti regniAfrica pave
tutta al suo nomee 'l remoto Indo il cole:
e gli porge altri volontario aiuto
d'armate gentied altri ampio tributo.


12

Tanto e sí fatto re l'arme raguna
anzi pur ragunate omai le affretta
contra il sorgente regnoe la fortuna
de' Franchi in gran vittorie ognor sospetta.
E trapassar le schiere ad una ad una
di rozza turbao pur di gente eletta
e fiammeggiar al sol de l'arme i lampi
mira ne gli arenosi e larghi campi.


13

Egli in gran seggio auratoa cui per cento
gradi eburnei s'ascendealtero siede
e sotto l'ombra d'un gran ciel d'argento
preme ostro ed òr col suo superbo piede:
e ricco di barbarico ornamento
si vela o svela sích'alcuno il vede.
Fantorti in mille fascebianchi lini
quasi corona e quasi corna a' crini.


14

Lo scettro ha ne la destra; e per canuta
barba è piú venerabile e severo:
e da gli occhich'il tempo ancor non muta
spira l'ardire e 'l suo valor primiero:
e mostras'ei risponde o pur saluta
la maestá de gli anni e de l'impero:
Apelle forse o Fidia in tal sembiante
Giove formòma Giove allor tonante.


15

Nel primo gradoa destra ed a sinistra
stan due grandi ammiragli; e quel piú degno
alza la spada del rigor ministra;
l'altro il sigillo hade l'officio in segno:
custode ei di secretial re ministra
opra fedele in governando il regno;
ma quela cui ciascuno è qui secondo
de le schiere e de l'armi ha il grave pondo.


16

Stanno diece altri a' piedie son cotanti.
quantinel ciel che piú di lumi è vago
gli alberghi eccelsi de le stelle erranti;
perche del ciel l'Egitto è quasi imago.
D'una parte ciascun par che si vanti
di quel regno ov'è il Nilo ondoso lago:
e quanti sono ancor de l'anno i giorni
tante Cittá l'Egitto avvien ch'adorni.


17

Sottofolta corona al seggio fanno
in fedel guardia i Mauritani astati;
ed oltre l'aste hanno corazzeed hanno
spade larghe e ritorte a l'un de' lati.
Cosí scopriasedendoil gran tiranno
d'eccelsa parte i popoli adunati.
Tuttepassando a piè l'armate schiere
l'inchinan le sublimi insegne altere.


18

Il popol de l'Egitto in ordin primo
fa di sé mostra; e quattro duci or sono:
duo de l'alto paesee duo de l'imo
ch'è del celeste Nilo opera e dono:
al mare usurpò il letto il fertil limo
lá 'v'ei si frange con piú roco suono:
si crebbe Egitto; oh quanto addentro è posto
quel che fu lido a' naviganti esposto!


49

Ma ciascuno de' quattro ha tre soggetti
e ciascuno de' tre di trenta è duce
e di trenta ciascun guerrieri eletti
trecento almen d'una cittá conduce;
e ne gli ordini suoi divisi e stretti
tutta la gente d'arme e d'òr riluce;
e di tanti color s'adorna e varia
quanti spiega la terrao 'l sol ne l'aria.


20

Primiera trapassò la ricca gente
ch'abita d'Alessandria il ricco piano
da Faro al lido vòlto a l'Occidente
ch'esser comincia omai lido africano:
Araspe è il duce lorduce possente
d'ingegno piú che di vigor di mano:
e di furtivi aguati è mastro egregio
e d'ogni arte africana in guerra ha il pregio.


21

Secondan quei cheposti invêr l'Aurora
ne la parte asiatica albergâro:
e gli guida Aronteocui nullo onora
pregio o virtúma per fortuna è chiaro:
non sudò 'l molle sotto l'elmo ancora
né trombe innanzi l'alba anco il destâro:
e da gli agi e da l'ombre a dura vita
tarda brama d'onore alfin l'invita.


22

Quella ch'è terza poisquadra non pare
ma una grand'oste; e campi e lidi adombra.
Non crederai ch'Egitto mietaod are
per tantie pur da una cittá si sgombra:
cittách'a le provincie emula e pare
di ben cento cittá lo spazio ingombra:
del Cairo parlo; indi l'adorno volgo
ma pigro a l'arme assaiconduce Imolgo.


23

E quella insieme avventurosa plebe
a cui i vicini campi il Nilo inonda
con l'acque sue stagnandoe nere glebe
onde verdeggi poibagna e feconda:
insin lá dove fu l'antica Tebe
nel terrenche di viti ancora abonda
e d'oppio che richiama il grave sonno
ne gli egri e stanchi che dormir non ponno.


24

Ma Campsone a seguir le genti astringe
che lasciâr di lontan paese angusto
sino a le partiove s'inalza e stringe
tra gli arenosi colli il suol vetusto
a cui dappresso si colora e tinge
al sole ardente l'Etiòpo adusto;
lá sovra il Deltaove la terra in grembo
non raccolse giá mai tempesta o nembo


25

e dal sereno ciel giá mai non cade
pioggia che bagni in quella parte il mondo;
e 'nsin lá dove d'alto anco ricade
il Nilo al precipizio suo secondo.
L'Egizia turba avea sol archi e spade
e loriche di vago e leggier pondo;
d'abito è riccaonde altrui vien che porte
desio di preda e non timor di morte.


26

Poi la plebe di Barca e nuda e 'nerme
quasidietro Ramon passar si vede;
che la vita famelica ne l'erme
piaggie nudrir solea d'avare prede.
Con istuol manco reoma vile a ferme
battagliedi Zumara il re succede.
Quel di Tripoli posciae l'uno e l'altro
è in guerreggiar girando esperto e scaltro.


27

Gli Etiòpi di Meroe indi seguîro
di Meroe che 'l gran Nilo isola face
con Astabara giunto: e l'ampio giro
di due fedi in tre regni era capace:
gli conducea Canario ed Assimiro
re questi e quegli; è d'Ali ancor seguace
e tributario al maggior rema tenne
santa credenza il terzoond'ei non venne.


28

E dietro ad essi apparvero i cultori
de l'Arabia Petreade la Felice
ch'il soverchio del gelo e de gli ardori
non sente maise fama il ver ridice:
ove nascon gl'incensi e gli altri odori
ove rinasce l'immortal Fenice;
che mentre il rogo fabbricando aduna
a l'esequieal natale ha tomba e cuna.


29

L'abito di costoro è meno adorno;
ma l'arme a quei d'Egitto han simiglianti.
Ecco altri Arabipoi che di soggiorno
certo non sono stabili abitanti;
peregrini perpetui usano intorno
portar gli alberghi e le cittati erranti:
han voce feminilbreve statura
crin lungo e negroe negra faccia e scura.


30

Lunghe canne indiane arman di corte
punte di ferroe su' destrier correnti
diresti ben ch'un turbine lor porte
se pure han turbo sí veloce i venti:
da Sifante le prime erano scòrte
Aldino in guardia ha le seconde genti
guida le terze Albïazarch'è fèro
ladron micidïalnon cavaliero.


31

Venne con gli assassini il vecchio mastro
che tra' Fenici per onor s'elegge:
al cui fèro pugnal non valse impiastro
mentre seguiva ancor la falsa legge.
Ed altri che lasciâr la zappa e 'l rastro
o pure abbandonâro armenti e gregge
guida Aldïelche presso i salsi gorghi
vòte fece restar castella e borghi.


32

La turba è appresso che lasciate avea
l'isole cinte de l'arabich'onde
da cui pescando giá raccôr solea
conche di perle gravide e feconde.
Son i negri con lorsu l'Eritrea
marina posti a le sinistre sponde:
quegli Agricaltee questi Osbar corregge
che schernisce ogni fede ed ogni legge.


33

Poi duo re tributari anco venièno
con squadre d'arco armate e di quadrella:
un soldano è d'Ormúsche dal gran seno
Persico è cinto: nobil terra e bella;
e l'altro a la cittá rallenta il freno
ch'è nel crescer de l'onde isola anch'ella:
ma quando poiscemandoil mar s'abbassa
col piè securo il peregrin vi passa.


34

Né teAltamoroentro al pudico letto
potuto ha ritener la sposa amata:
piansee percosse il biondo crine e 'l petto
per distornar la tua fatale andata.
- Dunque (dicea)crudelpiú che 'l mio aspetto
del mar l'orrida faccia a te fia grata?
Fian l'arme al braccio tuo piú caro peso
ch'il dolce figlio a' dolci scherzi inteso?-


35

È questi re di Sarmacante; e 'l manco
ch'egli pregi in se stesso è il gran diadema;
cosí dotto è ne l'armee cosí franco
ardir congiunse a la virtú suprema:
saprallo alfin (l'annunzio) il popol Franco
e dritto è ben che sino ad or ne tema:
i suoi guerrier indosso han la corazza
la spada al fiancoed a l'arcion la mazza.


36

Ecco poi fin da gl'Indi e da l'albergo
de l'Aurora venuto Adrasto il fiero
che di serpente indosso ha per usbergo
il cuoio verde e maculato a nero:
e smisurato a un elefante il tergo
preme cosícome si suol destriero:
gente guida costui di qua dal Gange
che si lava nel mar che l'Indo frange.


37

Ma ne l'ultima squadra è scelto il fiore
de la real milizia; e v'ha que' tutti
i quai larga mercede e degno onore
ed in pace ed in guerra avea condutti
ch'armati dánno altrui tèma e terrore
su gran destrierial guerreggiare instrutti:
e 'l ciel di ferro e d'ostro e d'òr fiammeggia
mentre l'altera insegna intorno ondeggia.


38

Vanno Alarco fra questi e Tauro a paro
che son quasi gigantied Idraorte
e 'l gran Sonar che per l'audacia è chiaro
sprezzator de' mortali e de la morte
Rimedon e Rapoldo e Fulgo avaro
e 'l ladron de' FeniciOrmondo il forte
che visse un tempo quasi fèra in lustra
or vecchia infamia in nova guerra illustra.


39

Evvi OrindoArimonPirgaBrimarte
cacciator de le fère; èvvi Sifante
domator de' cavalli: e tu de l'arte
de la lotta maestroAridamante;
e Tisaferneil folgore di Marte
a cui non è chi d'agguagliarsi vante
o se in arcione o se pedon contrasta
o se ruota la spada o corre l'asta.


40

Ma duce è un fèro armenoil qual tragitto
al paganesmo ne l'etá novella
fe' da la vera fede; ed ove ditto
fu giá Severoora Emiren s'appella:
per altro uom fido e caro al re d'Egitto
sovra quanti per lui calcâr la sella;
è duce insieme e cavalier sovrano
per corper senno e per robusta mano.


41

Niun piú rimaneaquando improvvisa
la donna di Seleucia apparve altera:
venia sublime in un gran carro assisa
succinta in gonnae faretrata arciera:
e di guerrieri armati in altra guisa
d'acciaio lucente ornò fedele schiera
che di Bitrind'Acconee di Berrea
di Palmirae d'Apamea addotti avea.


42

Simiglia il carro a quel che porta il giorno
lucido di piropi e di giacinti:
e frena il dotto auriga al giogo adorno
quattro unicorni a coppia a coppia avvinti:
cento donzelle e cento paggi intorno;
pur di faretra gli uomini van cinti;
ed a negri destrier premono il dorso
che sono al giro pronti e lievi al corso.


43

In tal guisa il rinato unico augello
i neri Etiòpi a visitar s'invia;
vario e vago la piumae ricco e bello
di monildi corona aurea natia:
sacrando al sol nel suo felice ostello
la ricca tombaove s'infiamma e cria:
s'allegra il mondoe va dietro e da' lati
maravigliandoesercito d'alati.


44

Ma poi ch'ella è passatail re de' regi
comanda ch'Emireno a sé ne vegna.
Lui preponendo a tutti i duci egregi
che guerreggiâr sotto l'altera insegna:
quelgiá presagoa' meritati pregi
con fronte vien che d'alto grado è degna:
la guardia de' suoi Mauri in due si fende
e gli fa strada al seggioed ei v'ascende.


45

Ed una volta e due per terra steso
quasi per segno di verace culto
adorò lui ch'in alta sede asceso
pur ancor gli teneva il viso occulto:
e quel ferro ch'al collo avea sospeso
col bel pomo lucentee d'oro insculto
pose in disparte con umil sembianza
come fu de' soldani antica usanza.


46

Alloraquinci il vel ritratto e quindi
il re canuto in maestá s'offerse
sí che 'l mirâro AssiriArabied Indi
MauriEgiziEtiòpie genti Perse:
tal nube atra talor dispergi e scindi
e scopri a noi le tue stelle diverse
e i tuoi mostri lucentieterno cielo
qual parve il seggio al dipartir del velo.


47

Mentre Emirenchinando il capo al petto
pur s'inginocchiail re cosí gli dice:
- Te' questo scettro: a teEmirencommetto
le gentie tu sostieni in lor mia vice:
e portaliberando il re soggetto
su' Franchi l'ira mia cui tutto lice.
Vavedivincie non lasciar de' vinti
avanzoe mena presi i non estinti. -


48

Cosí parlò il tiranno; e del soprano
imperio il cavalier la verga prese.
- Prendo scettrosignord'invitta mano
e co' tuoi auspíci torno a l'alte imprese
dovetuo duceio vinsi: e non invano
de l'Asia spero or vendicar l'offese:
né torneròse vincitor non torno
schifando piú di morte indegno scorno.


49

Ben prego il cielche s'ordinato male
(ch'io giá nol credo) di lá su minaccia
tutta sul capo mio quella fatale
tempesta accolta di versar gli piaccia;
e salva rieda l'ostee 'n trionfale
piú ch'in funebre pompail duce giaccia. -
Tacque; e co 'l suon de la canora tromba
di barbarici gridi il ciel rimbomba.


50

E fra le grida e i suoniin mezzo a densa
e nobil turbail re de' regi or parte;
poi ne' suoi veli avvoltoa regia mensa
da tutti i duci suoi siede in disparte;
onde or cibior parole altrui dispensa
né lascia inonorata alcuna parte:
quivi a lui ragionò l'altera donna
in cui valore e castita s'indonna:


51

- Gran re: morto il mio sposoanch'io ne vegno
per la fedeed ardisco a voi mostrarme.
Donna son ioma real donna: indegno
giá di regina il guerreggiar non parme.
Se per arte real si merta il regno
e dansi ad una man lo scettro e l'arme
saprá la mia (né torpe al ferro o langue)
feriree trar da le ferite il sangue. -


52

Cosí diss'ella; e 'l re con lieto cenno:
- Nobile donnaal tuo valor concedo
a la tua fedeed al tuo grave senno
Seleucia che per te secura io credo:
e maggior doni a tua virtú si denno
se fia cacciato d'Asia il fier Goffredo:
e parte non oblio l'opre leggiadre
del tuo marito e del tuo saggio padre. -


53

Fra tanto avea Vafrin la piaggia aprica
vista di Gazae i lidi intorno e 'l colle
e gli edifici ove la terra antica
fra marmoree ruine al ciel s'attolle.
Palagi e templiin cui gente nemica
s'accogliee 'l culto a Diosuperbatolle:
fonti ed acquech'il ciel benigno dona
e de le mura sue l'ampia corona.


54

E tende intornoe sparsi a l'aure erranti
stendardi in cima azzurrie persie gialli;
e tante udí lingue discordie tanti
timpani e corni e barbari metalli
e voci di cameli e d'elefanti
tra 'l nitrir de' magnanimi cavalli
che fra sé disse: - Qui Africa tutta
translata or vienee qui l'Asia è condutta. -


55

E loda pria la sua benigna sorte
che de le schiere lor nulla gli asconde:
poscia non tenta vie furtive e torte
né dal piú folto volgo ei si nasconde:
ma per dritto sentier tra regie porte
trapassaed or dimanda ed or risponde:
a dimande e risposte audaci e pronte
accoppiail baldanzosoardita fronte.


56

Di qua di lá sollecito s'aggira
per le vieper le piazze e per le tende:
i guerrierii destrierl'arme rimira
l'artegli ordini osservae i nomi apprende:
né di ciò pagoa maggior cose aspira
spia gli occulti pensierie parte intende:
tanto s'avvolgee cosí piano e cheto
che s'apre il varco al ragionar secreto.


57

Stavasi il capitan la testa ignudo
le membra armatoe con purpureo ammanto;
lunge due paggi avean l'elmo e lo scudo
preme egli un'asta e vi s'appoggia alquanto:
guardava un uom di torvo aspetto e crudo
membruto ed altoil quale avea da canto;
Vafrino è attentoedi Goffredo a nome
parlare udendoalza gli orecchi al nome.


58

Parla il duce a colui: - Dunque securo
sei tu cosí di dar morte a Goffredo?-
Risponde quegli: - Io sonoe 'n corte giuro
non tornar mai se vincitor non riedo:
preverrò ben color che meco fûro
al congiurare; e premio altro non chiedo
se non d'alzar un bel trofeo de l'arme
in Babiloniae sotto un breve carme:


59

Queste arme in guerra al capitan francese,
distruggitor de l'Asia, Ormondo i' trassi,
quando gli trassi l'alma; e fûr sospese
perché memoria ad ogni etá trapassi. -
- Non fia (l'altro dicea) ch'il re cortese
l'opera grande senza gloria lassi:
ben ei dará ciò che per te si chiede
ma congiunto l'avrai d'alta mercede.


60

Ora apparecchia pur l'arme mentite
ch'il giorno omai de la battaglia è presso. -
- Le preparo- ei rispose: e quifornite
queste paroleil duce tacque ed esso.
Restò Vafrino a le gran cose udite
sospeso e dubbioe rivolgea in se stesso
quai sieno i congiurati e l'arme false;
ma l'intender da sé tutto non valse.


61

Mille e piú vie d'accorgimento ignote
mille ripensa inusitate frodi:
e non gli son però palesi e note
de l'occulta congiura e l'arme e i modi;
Fortuna alfinquel che per sé non puote
sciolse al suo dubitar gl'interni nodi:
tornando il vecchio repria ch'il dí s'erga
a la gran reggia ov'egli in Menfi alberga


62

e fra' suoi Moriond'è guardata e cinta
passa per ampi lochi e per illustri
calcando pietra lucida e distinta
di gemma in guisa che si terga e lustri.
Sopra e 'ntorno si scorge aurea e dipinta
con marmi ed opre di scultori industri
e con alte colonne in cui s'appoggia
piú d'una luminosa e ricca loggia.


63

Pur da candido marmo i larghi fonti
versancome s'udíl'acque sí chiare
che n'hanno invidia i piú sublimi monti
e 'l piú bel fiume che trascorra al mare:
quivi d'augei non conosciuti o conti
numero grande e vago e vario appare;
quali giammai non vide il nostro Occaso
ben che figuri ArpieSfinge e Pegáso.


64

Ed animali ignoti a' sensi nostri
vanno intorno al bel seggio ombroso e fosco
tra le fontane e quei marmorei chiostri
senza adoprar artiglio o dente o tosco:
né tanti vide mai prodigi o mostri
deserta arena o solitario bosco
né penna ne descrisseo stil dipinse
quanti il gran re quivi nutrinne e cinse.


65

Prima di ciascun'altra al Nil si volse
quella che porta luimirabil nave
ch'arme e destrieri in ampio sen raccolse
di logge e sale e tempio adorna e grave:
e di fila d'argento in prima sciolse
lucenti vele a fresca aura soave:
e fece biancheggiar co' remi eburni
l'onda cerulea a' raggi ancor notturni.


66

Poi si mosse Emireno a suon di tromba
che féa piú mormorar l'acque tranquille
non che la terrae 'l ciel ch'alto rimbomba
di chiare acceso e lucide faville:
e s'inviò verso la sacra tomba
spiegando al vento mille insegne e mille.
Vafrin con gli altri ancor montava in sella:
ma precorseportando alta novella.


67

Trovò del vecchio Eustachio il nobil figlio
co' duci che passâro a l'alta impresa
che quasi in giusta lance ogni consiglio
de l'incerta vittoria appende e pesa:
e de la guerra parla e del periglio
fra 'l nuovo campo e la cittá difesa
e disse: - Andaicome imponestie vidi
genti nemiche in arenosi lidi.


68

Ma pria contar ne la deserta piaggia
potrei l'arenee 'n mar turbato l'onde
e qual da gli alti boschi a terra caggia
numero de le sparse aride fronde:
che quel di tante schiere a narrar v'aggia
sotto a' cui piè la terra ampia s'asconde;
e sotto le gran tende il ciel s'adombra
tanto di spazio ivi per lor s'ingombra.


69

Io vidi nel passar l'orribile oste
quasi occupare il loco a' salsi flutti
mentre le piagge e le campagne ascoste
ella tenevae i pianie i colli tutti:
vidi che dove giungaove s'accoste
spoglia la terra e lascia i fiumi asciutti:
ché non basta a la sete acqua profonda
e poco è lor ciò che si miete e sfronda.


70

Ma sí de' cavaliersí de' pedoni
sono in gran parte inutili le schiere:
gente che non intende ordini e suoni
né stringe il ferroe di lontan sol fére.
E son quelli oltre gli altri eletti e buoni
che di Persia seguîr l'insegne altere:
e di questa anco è via migliore squadra
quella che l'ammiraglio ordina e squadra.


71

Ella è detta immortal senza difetto
perché non scema il numero pur d'uno;
ma s'empie il loco vòtoe sempre eletto
sottentra uom nuovoove ne manca alcuno.
Il capitan de gli altriEmiren detto
pari ha in senno o valor pochio nessuno:
e gli comanda il reche senza indugio
combattae non ti lassi alcun refugio.


72

Né credo giách'al nono dí ritardi
l'esercito infedelc'ha molto ardire;
ma tu convien che te medesmo or guardi
tanto è del sangue tuo fra lor desire
ch'i piú famosi in arme e i piú gagliardi
t'hanno incontra arrotato il ferro e l'ire;
e d'appender tue spoglie in Menfi al tempio
un ladron si dá vanto infame ed empio.


73

Signor (diceva)in ragionando udisti
ricordar gli assassiniorribil nome:
i quali un tempo fûr dogliosi e tristi
di portar del gran re le gravi some;
ora con gli altri suoi confusi e misti
van con le genti soggiogate e dome
perch'Anterada lascia e sue castella
quel che per dignitá Veglio s'appella.


74

Questo è un lor mastro a cui non cornioo cerro
né spada gloria diè fra' suoi nemici
ma i príncipi insidiava; e un picciol ferro
dava a' suoi congiurati empi Fenici:
e pur di questa turba or (s'io non erro)
giunto ha il grande ammiraglio a' fidi amici
Ormondoch'altre volte armò la destra
incontra tedi crudeltá maestra.


75

Ma sempre senza effetto: orquasi sdegni
l'insidïoso ferro aver coperto
e dal lor sommo re provincie e regni
speri in premio de l'opraanzi del merto
promette d'assalirti: e falsi segni
e mentite arme vuole in campo aperto
perché 'l perfido corse piú si sforza
non lascia fraude per usar gran forza. -


76

Cosí disse Vafrino: e i detti suoi
mesto silenzio al suo tacer lasciâro
nel magnanimo cor di tanti eroi
ben ch'alcun non vi sia di vita avaro;
ma soggiunse Raimondo: - Onde v'annoi
ho novella piú trista e duol piú amaro:
e tacerei per non doppiar l'affanno;
ma 'l tacer non provede al nostro danno.


77

Goldemaro e Peletto andando al porto
scorta a' Liguri amici amica e fida
con l'uno e l'altro stuol da loro scorto
ne la campagna fûr tra Rama e Lida
assaliti. GibertoAicardo è morto
tanto quivi abondò la turba infida:
ciascun de gli altri miei lassato or langue
o sparso ha con la vita insieme il sangue.


78

Joppecittate antica e mal secura
vòta d'abitator non si difende:
ma in preda lascia le solinghe mura
quasi negletto arnesea chi le prende;
né dentro al porto omai resiste e dura
la nostra armatao la nemica attende:
ma d'antenne ha spogliate e di governo
le navi che sprezzaro il freddo verno.


79

Restano i nudi legni in su l'arena
del salso lido a piè de l'alta rocca
dove i nostri faran difesa a pena
se soverchio furor non la dirocca:
nulla il navigio or de' nemici affrena
ben ch'al porto rinchiusa è l'ampia bocca;
ma con mille e piú vele il mar trascorre
minacciando ruina a quella torre. -


80

Cosí disse Raimondoe i duci esperti
il varïar de la fortuna e 'l caso
rivolgeano; tacendo i rischi incerti
e 'l fin di lunga guerra ancor rimaso.
Ma pensavano insieme i duo Roberti
a' freddi regni del lontano Occaso;
e parlando il maggiorch'in Frisa nacque
l'altro prima approvòda poi non tacque:


81

- Io (diceva) in lontana e dubbia guerra
fatto non ho qui d'oro alcuno acquisto
né di provincia in peregrina terra;
né giá mi pento di servire a Cristo.
E bench'il giorno che la vita serra
sia forse assai vicino e mal previsto
non cangerò giammai pensieri o voglie
per tema di lasciar l'ultime spoglie.


82

Ma s'avverrá ch'alfin solviamo il voto
visitando il Sepolcro e i sacri tempî
bramo che mi riporti od Euro o Noto
salvo o securo dal furor de gli empi
al lido di Provenzao al piú remoto
o per benigni o per turbati tempi:
giá stanco di calcare a' stanchi il dorso
e vago sol di posa o d'altro corso.


83

Di ben mille destrierch'in ampie stalle
pascer solea quand'io qui volsi i passi
la maggior parte è morta: o langue e falle
al corso e i membri ha indeboliti e lassi:
e 'ndarno omai cerchiamo in monte o 'n valle
l'acque tra verdi sponde e i vivi sassi.
Qual mi riporterá cavalloo vento
s'a l'incendio de' legni ora io consento?


84

Deh concedasi a me ch'omai difenda
l'armate navi da nemico oltraggio
perch'unalassoe 'nermealfin mi renda
(se ne la giusta impresa ora io non caggio)
a le rive del Renoov'io sospenda
l'arme dopo sí dubbio aspro viaggio:
e portin l'altre i miei fidi compagni
c'han giá fatto di gloria ampi guadagni. -


85

Cosí diss'egli. - Ed io restar non bramo
(il normando Roberto allor soggiunse):
e di te a te stesso or mi richiamo
che la mia terra è da la tua non lunge:
e di stirpe real secondo ramo
nacquidove i duo regni a noi disgiunge
l'estremo mar che tutto scevra e parte
e mi bisognan legnie velee sarte. -


86

Cosí parlâr: né fu contrasto alcuno
o discorde voler tra' duci arditi
né tra quegli altri: e consentí ciascuno
che vadano ambo a la difesa uniti
contra il fèro nemico ed importuno
ch'ingombra i salsi mari e i salsi liti
con mille da Pelusio e da Canopo
raccolti legni; e fûro al maggior uopo.


87

Liguri e Leuci aveanoe gli altri insieme
tratte le curve navi al lido asciutto
e quasi scala l'ime e le supreme
disposte in gradie un muro ivi construtto
lontano alquanto da le rive estreme
che non bagna dal mar canuto flutto;
e fatta un'ampia fossa intorno al muro
che sotto l'alta ròcca è piú securo.


88

A l'incontroov'il mar fremendo assorda
ha fermo Argante i suoi destrier correnti;
parlando al duce de la turba ingorda
varia di gonne e di confusi accenti
che piú d'onda marina in sé discorda
quando agitata è da contrari venti:
e gran premi propon d'argento e d'auro
al navigante egizioal siroal mauro.


89

Ma non osa la turba inermeavvezza
a combatter nel mar di nave in nave
d'ampia fossa passar rapida altezza
che quinci e quindi ha 'l precipizioed have
munita d'alto la sublime ampiezza
d'acuto paloanzi d'acuta trave:
tal ch'ei medesmo a rimirare è mosso
da l'orlo del mar vasto a quel d'un fosso.


90

E 'l fier cavalloa cui la mano allenta
giá non ardisce di saltar nel fondo;
ma gli annitrisce in riva e si sgomenta:
egli non giách'è senza tèma al mondo;
e di passare a piè s'avvisa e tenta
ben che de l'arme il tardi il grave pondo:
evòlto a' suoidicea: - Non fia ch'io rieda
senza gloriao compagnie senza preda.


91

Ma pria d'ostili spoglie ornare il lido
de l'Asia io speroe le contrade estreme
togliendo a' Franchi il ben guardato nido
ove han rinchiusa omai l'ultima speme:
epur che me seguiateor mi confido
ch'audace diverrá chi tarda e teme. -
Cosí dicendoegli scendea repente
con l'arme a terra dal corsier possente.


92

Alcun de gli altri suoi restar non volle
assiso allora in sul destrier sublime
mirando luich'a piedi ancor s'estolle
di torre in guisa ch'erga al ciel le cime;
ma de l'arida rena al lido molle
le genti estreme seguitâr le prime:
e l'instabil premean salso terreno
ciascuno al suo scudier lasciando il freno.


93

E se medesmi ammaestrando in guerra
tutti non assalîr diffusi e sparti
il muro che le navi asconde e serra;
ma in cinque ordini accoltie 'n cinque parti.
Del fèro Argante ch'ogni altezza atterra
segue la prima i passi e l'arme e l'arti:
ma Celebinoil suo piú bel fratello
conduce appresso lui l'altro drappello.


94

Guidato il terzo è poi dal fèro Ircano
di cui non fu (s'Argante sol ne traggi)
uom piú forte ne l'iraovver piú insano
o ne gli alpestri luoghio ne' selvaggi.
Gli altri seguian Sanguigno e Rodoano
di saggio padre arditi figli e saggi:
e 'l vecchio genitor reggeva Aleppe
e molto visse al mondo e molto seppe.


95

Sol Norandin lasciar non volse il dorso
de l'armato cavallo a' suoi scudieri
e torse per l'arene il lento corso
de le concave navi a' duci alteri
procurando al fratel certo soccorso
da' naviganti mal satolli e neri;
ma non poteo sovra 'l destrier superbo
schifar d'iniqua morte il fine acerbo.


96

Né devea riveder le mura eccelse
d'Elia sublimee del palagio adorno
ch'egli ebbe ingombroe proprio albergo felse
e 'nvano avea sperato un bel ritorno;
ch'atro di guerra turbo il cinse e svelse
come sterpar veggiamo abete od orno;
e cadde ove il trafisse orribil asta
qual uom ch'indarno al suo destin contrasta.


97

E diceavòlto al ciel: - Quanto è bugiarda
la speme ch'a la guerra altri conforta!
Giá non pensai sí indomita e gagliarda
gente trovar con sí feroce scorta.
Or veggio che per lor si tiene e guarda
ogni torre del muro ed ogni porta:
e non vorranno abbandonar l'impresa
e 'l muroond'ogni nave anco è difesa.


98

Ma come in via c'ha polveroso il suolo
non lascian l'api a chi le turba e caccia
i dolci alberghie con stridente volo
pungon piú volte al cacciator la faccia;
cosí de' Franchi ogni condenso stuolo
avverrá che difesa e guerra or faccia:
e partir non vorran da l'alte porte
senza vittoriao senza orrida morte. -


99

Cosí diceva: e vide lunge intanto
come sassosa guerra al muro avvampi;
e del fiero fratel membrando il vanto
pensar non può ch'alcun s'arretri e scampi.
Purtratti al segno del purpureo ammanto
i duci che solcâr cerulei campi
tutti scendeano ov'egli asta non vibra
ma l'oro giá promesso appende in libra.


100

Quetar parevan l'ire e i fèri orgogli
de' petti avaria quel lucente prezzo.
Eldalionato ne' Tindarii scogli
fu il primo che obbligò la fede a prezzo:
poi ciascun altro a disprezzar gli orgogli
del mar d'Egittonavigandoavvezzo
o pure in quel che si colora e tigne
e mostra a' nostri rai l'onde sanguigne.


101

Eldalio e gli altri duci a l'oro tratti
come l'ingordo pesce a la dolce esca
serbar volendo invidïosi patti
aspettavan ch'il rischio omai s'accresca:
né tutti ancor venieno ove combatti
Argantein guisa d'uom cui vita incresca
che il lido solitarioanzi deserto
quelle turbe infinite avrian coperto.


102

I Sirialzando i gravi scudi in alto
intorno Argante e i minacciosi gridi
vengon del saldo muro al dubbio assalto
rimbombando a quel suono i mari e i lidi:
e contra i figli del crudel Ducalto
e gli altri a lor fedelia Cristo infidi
lanciavan sassi da lor torri i nostri
quei discacciando da' guardati chiostri.


103

Come allor che s'inaspra il verno e 'l cielo
e Giove tuona in Pindoin Pelio o 'n Flegra
sopisce i ventie 'n nubiloso velo
ei ricopre del sol la vista allegra:
né cessa di versar la neve e 'l gelo
onde la terra imbianca e l'aria annegra
e prima i gioghi e le superbe fronti
tutte nasconde de gli eccelsi monti:


104

poscia gli erbosi prati e i luoghi colti
e de' mortali i magisteri e l'opre
e i bei porti del mare e i lidi incolti
e i cavernosi scogli ancor ricopre:
solo i mari non sono allor sepolti
e l'acqua da la neve al ciel si scopre;
cosí era ascosta allor da viva pietra
l'arenainsin lá dove il mar s'arretra.


105

Ma Norandinben che de' nembi oscuri
di pietrosa tempesta abbia spavento
e de' suoi tristi sogni e degli augúri
a cui per lunga usanza è troppo intento
s'avvicina al fratello appresso a' muri
che nulla morte ad incontrare è lento;
e disse: - Omai concedi al mio consiglio
ch'altri succeda al tuo maggior periglio.


106

Tu stanco forsee tutti stanchi e lassi
sián del contrasto d'uno e d'altro giorno;
sí che omai dar potremo il loco a' sassi
ed alle turbee far quinci ritorno.
Né tacerò (bench'il parlar trapassi
il tuo divietoe n'abbia oltraggio e scorno)
che 'l cielo e i sogni e un novo augurio io temo.
Deh non sia quest'assalto a noi l'estremo!-


107

Volea piú dir: ma con turbato sguardo
il fiero Argante riguardollo e disse:
- Norandinoa me spiace ogni codardo;
e s'oggi è il dí ch'il cielo a me prefisse
la mia morteo 'l mio fato omai non tardo:
e non curo di stelle erranti o fisse
né di fantasmi o di notturni sogni.
E di te stesso tu non ti vergogni?


108

E vuoi tu ch'obbedisca armata destra
ad uccel ch'abbia steso al ciel le piume?
Ma non curo io ch'egli sen voli a destra
contra l'aurora e 'l bel purpureo lume
o ne l'oscuro occaso a man sinestra:
e seguo mia natura e mio costume
anzi il voler del cielch 'altrui richiama
col chiaro suon d'una perpetua fama.


109

Ottimo augurio è sol quest'uno e vero
il difender la patria in guerra armato.
Perché dunque paventianimo altero
quel risco ove 'l morir tanto è laudato?
Se per difesa ognun del nostro impero
in questa pugna ti morisse a lato
non dovresti temer: e vo' ben dirti
che non hai contra morte audaci spirti.


110

Ma se de la battaglia oggi tu cessi
ed altri n'allontanio tieni a bada
sí che per tuo consiglio or non s'appressi
al ben difeso muro e 'ndietro ei vada:
nol potresti salvarpur che volessi
perch'io l'ucciderò con questa spada. -
Cosí dicevae gli passò davante:
seguîr gli altrigridandoil fiero Argante.


111

E la fortuna in suo favor conversa
pareva a' Franchi diventar rubella:
però che mosse da la parte avversa
fulmini incontra lorturbo e procella:
e portò nembo onde rimase aspersa
l'arida rena e questa parte e quella.
Ma ne gli occhi de' Franchi oscura polve
è piú molestae lor d'intorno involve.


112

In rompendo il gran muroogni lor forza
mostrâro i Sirie tutti i loro ingegni;
e i merlie 'l muroe quella prima scorza
e i primi de le torri alti sostegni
si sforzâr di tirare in terra a forza
per aprirsi la strada a' curvi legni;
e con le grosse travi eran divelti
per opra di guerrieri a prova scelti.


113

Ma non cedeano il passo ancora i Franchi
opponendo de' buoi le dure terga
e i gravi scudie quasi nulla stanchi
giá percotean quale a salir piú s'erga:
e ne la fronte e ne gli opposti fianchi
o 'n mezzo il pettoove la vita alberga.
E quel d'astao da palo in terra affitto
in due lati cadendoera trafitto.


114

Ma i due Robertiove girâr la fronte
raccendeano il valor ne' freddi cori
or con lusingheor con minacce ed onte.
- O miei non vili amicio voi migliori
o voidiceande l'opre illustri e conte
tutti non hanno in guerra eguali onori;
ma tutti denno or fare aspra battaglia:
che tutti alfin valoreo morte agguaglia.


115

L'un sia d'esempio a l'altro e di conforto
in sostener chi minaccioso assalse
anzi lui rispingendoo vivo o morto
insino a' curvi lidi e l'onde salse:
e ritornando i nostri legni al porto
che a tenerli securi in sé non valse
senza il vostro valorcui non prescrive
termine il mar con l'arenose rive.


116

Forse avverrá che discacciare osando
col nemico piú lunge ancora il risco
vi dia vittoria il re del cieltonando
per cui morirnon sol pugnareardisco.
Or qualunque si sia Frisio o Normando
Ligure o Grecomembri 'l valor prisco:
ché al ritorno bramato altra speranza
piú non rimanned altra nave avanza. -


117

Cosí gridandoivi destâro a prova
l'orribil guerrae fu Roberto il grande
quegli che prima feo mirabil prova
lá 've il muro cingeano aspre ghirlande
contra la gente minacciosa e nova
che non sa com'ei féree il sangue spande:
era fra questi il coraggioso Amullo
fido amico d'Arganteancor fanciullo.


118

Ed era tanto invêr la cima asceso
che parea meritar corona e palma:
quando avventò Roberto il grave peso
d'un sasso che saria soverchia salma
ad uom robusto: e 'l capo e l'osso offeso
e l'elmo rotto aprîro il varco a l'alma.
Ei caddecome quel che in mar profondo
d'alta nave s'immergee cerca il fondo.


119

Poi con l'asta Roberto in giú rispinge
il dispietato Aronzioe 'l fiero Idargo
l'un trafitto colá dov'uom si cinge
l'altro nel petto suo ben colmo e largo.
Da le tempie Orispon l'arme dipinge
oppresso da mortifero letargo:
che pur Roberto il riversò nel fosso
e fe' cadergli Iringo e Frelio addosso.


120

Pur con l'asta di lungo e grave cerro
l'iniquo Elfingio in quella orribil pugna
trafissee Rincoe l'infido Ermiperro
ch'a l'alto precipizio innanzi pugna;
tal che non sol di sangue asperso è il ferro
ma la nodosa lanciaove s'impugna.
E par che i piú feroci a morte scelga
dovunque si rivolge il forte Belga.


121

Giá non pugnò il Normando in altro luogo
né dal maggior Roberto andò lontano:
ma parver buoi congiunti al grave giogo
d'animo eguali e di valor sovrano
che fanno i lunghi solchi in duro giogo
d'asciutto colle o 'n aspro o forte piano;
e da le corna intanto avvien che larga
di sudor copia si diffonda e sparga.


122

Era co' duo Roberti il bel Guglielmo
gloria ed onor de' sagittari inglesi
venuto: e fino avea l'usbergo e l'elmo
e lucean tutti d'oro i begli arnesi:
l'aurea faretra gli portava Antelmo:
ei saettavae n'avea molti offesi:
e con quell'arme sue dorate e vaghe
facea mortali e 'nsidiose piaghe.


123

Ei da lunge mirò salir Sanguigno
e 'l fe' cessar da quella impresa ardita
però che fece il braccio a lui sanguigno
con lo stral che portò cieca ferita:
quelnon soffrendo il suo dolor maligno
facea di furto ascosa indi partita
quasi del suo ritrarsi abbia vergogna
e schifi de' nemici agra rampogna.


124

MasospirandoRodoan si dolse
come si fu del suo partir avvisto;
pur quello assalto abbandonar non volse
né vendetta obliò sdegnoso e tristo:
e d'un colpo lontan nel ventre ei colse
e per mezzo trafisse 'l greco Egisto:
poi trasse l'asta: e quell'asta seguendo
cadde sul voltoe rimbombò cadendo.


125

Tanto romore intorno al corpo esangue
fa col sonoro acciar sassosa terra.
Ma con la fèra mansparsa di sangue
i sublimi ripari 'l Turco afferra:
e come quelli in cui valor non langue
parte ne svelle e ruinosa atterra;
e lascia il muro ignudo al fèro crollo:
ma Guglielmo il saettae mira al collo.


126

Ed in quel tempo ancor Roberto il magno
con l'asta gli percote il duro scudo
tal ch'ei s'arretra e cerca altro compagno
giá ripresso il furor d'animo crudo:
masperando di gloria alto guadagno
pur si vorrebbe aprir quel muro ignudo.
- Deh perché rallentate il vostro sforzo
(dice) o compagni? Io solo invan mi sforzo.


127

Né posso far per entro il muroo sopra
a le nemiche navi il passo e 'l calle:
ché la virtú d'un solo invan s'adopra
e per soverchio ardir s'inganna e falle;
ma di molti congiunta è miglior l'opra.
Dunque venite a le mie fide spalle
per l'arena che copre abeti e querce:
che la gloria al periglio è degna merce. -


128

Cosí diss'egli: eper timorpiú forte
si mostròlui seguendoil suo drappello;
e 'n su le murao 'n su le chiuse porte
via piú si strinse incontra il popol fello
il Franco: e non cedea con pari sorte
il loco o quello a questoo questo a quello;
né i Siri aprian tra le ruine il varco
né rispinti cedean da pietre o d'arco.


129

Ma come duo vicini in luogo angusto
fanno contesa in mezzo a' larghi prati
o per termine nuovo o per vetusto
d'acuto palo a la battaglia armati:
cosí l'usurpator d'imperio ingiusto
e quel che i propri regni avea lasciati
di tesor largoe sol di gloria avaro
quinci e quindi partia l'alto riparo.


130

Molti al capo ed al pettoelmo ed usbergo
rompendosi pestâro i nervi e l'ossa;
altri mostrando a le ferite il tergo
morian repente per crudel percossa:
pareva a' morti destinato albergo
quella scura sanguigna orribil fossa;
muraportariparied armi e squadre
eran di sangue tenebrose ed adre.


131

Ma la fortuna (o sia d'ardente stella
che signoreggia il ciel mirabil face
o potestá di tenebre e rubella
o cieca forza ed impeto fallace)
a l'alto onor de l'alta impresa appella
fra ben mille perigliArgante audace:
che un gran sasso che giacque anzi la porta
pur come leggier vello in man si porta.


132

Tanto era talche la piú forte coppia
de la robusta plebe oscura ed ignota
se le membra e le forze insieme accoppia
nol porria sovra a la stridente rota;
ma vien ch'Argantein cui vigor s'addoppia
con la destra alto il levie giri e scota
edopo molto raggirarda sezzo
sovra i duo piè fermato il lanci in mezzo.


133

Stridendo rimbombâr divise e rotte
le porte e 'nsieme i cardini sonanti
e 'l cavaliersembrando orrida notte
ne' tenebrosi e torbidi sembianti
o voine l'ombre sue lá giú prodotte
ratto sen corse e minaccioso avanti
vibrando l'asta; e nulla indi il repulse
e 'n arme spaventose altrui rifulse.


134

Fiammeggiava l'acciar con fèri lampi
e folgoravan gli occhi atre faville;
né diluvio ch'inondi i larghi campi
e porti seco armentialberghi e ville
né fèro incendio che dintorno avvampi
e tempi e case accenda a mille a mille
né di montagna alpestra orrido dorso
fermato avria di quel superbo 'l corso.


135

Invitavagridando a' suoi rivolto
a passarea salirle turbe impigre
ch'entro inondâr com'un torrente accolto
o com'Eufrate si divide e Tigre.
Ogni ordine de' Franchi allor disciolto
rifuggiano a le navi oscure e nigre:
altri ne l'alta rocca ancor rifugge:
la terrail mareil ciel rimbomba e mugge.




LIBRO DECIMOTTAVO

1

Ma poi che vide aggiunti il Re superno
a la bramata impresa i duo Roberti
a cui devean nel piú gelato verno
esser de l'ampio mare i seni aperti;
ben che nel suo divino alto governo
non abbian parte i fati o i casi incerti
gli occhi rivolse da quei curvi legni
d'Esperia estrema a' combattuti regni.


2

Né sol del Frisio duce e del Normando
rimira le fatiche e i gran perigli
ma i giustissimi Ispanie di Fernando
e di Ramiro i valorosi figli
per cui Spagna dal giogo il capo alzando
del regno di Leone oprò gli artigli
lá 've domar deveadal regio soglio
d'empi regi africani il fèro orgoglio.


3

Il sommo Dio degli altri dèi vetusto
che vuol che di sua luce ognun s'illustri
guardava il nuovo requal novo Augusto
ch'ivi regnar devea tanti anni e lustri:
spirando in lui col vero amor del giusto
e con pietá l'alte virtuti illustri:
né ad Alfonso girò le sante luci
quasi men curi in Asia i nostri duci.


4

Ma non fêa cieca guardia il gran ribello
quegli che muover suol tempeste e lampi;
e quasi eguale al suo infernal fratello
perturba il mare e fa che l'aria avvampi:
e 'n Libano sedendoor questo or quello
lido miravae i salsi mari e campi
ed Elia e Joppee tante navi e 'l porto
dal giogo onde scorgea l'occaso e l'òrto.


5

Giá visto avea di corredate navi
che uscian di Laodiceaveloce il corso
ben che sian di cavalli e d'arme gravi
che dánno al figlio di Lucia soccorso;
e 'n varie forme le conteste travi
le quai rompean del mar ceruleo il dorso
spiegar le vele da sublimi antenne
e vittoria volar con auree penne.


6

Ed or veggendo di colori e d'auro
avvicinarsi l'Aquila dipinta
cosí detta è la primaonde restauro
potria la gente aver rinchiusa e vinta
la Sfingel'Idral'Orcae 'l gran Centauro
poi Glauco e la Sirena oltre la quinta
commossa avrebbe la procella e 'l nembo
per tuffarle del mar nel vasto grembo.


7

Ma dicea fra sé poi: - S'io queste immergo
lentando il freno a' procellosi spirti
o lor per l'ampio mar porto e dispergo
infra gli scogli e l'arenose Sirti
lunge dal colle ov'ha securo albergo
il guerrier che fuggí gli ombrosi mirti;
che de l'altre avverrágiá scòrte al lido
nel periglio comun del mare infido?


8

Propria tempesta a quellee proprio risco
giá muover converrebbe in questi mari
ch'io di veder turbati a pena ardisco
tanti han legni da me guardati e cari.
E 'l Signore ond'io temo e sbigottisco
sdegnatonon farebbe il danno or pari;
ma daria tutti in preda i legni nostri
a gli abissiai diluvia i fèri mostri.


9

Dunqueche fo? Tutto ozïoso attendo
che giungan salve a le bramate rive;
vittorïose al re del cielo offrendo
di spoglie ostili i doni e di votive?
Ma 'l gran tridente mio vinto sospendo
e torno a l'ombre ch'ei di luce ha prive
per non veder giammai su l'ampio Egeo
o di Sirio d'Egizi alzar trofeo.


10

Ma se ne gli alti fati è sol prescritto
che tocchin le famose antiche sponde
né d'Arabia le navio pur d'Egitto
vinceran combattendo in mezzo a l'onde;
io sono il duce ancor de l'acque invitto
e signoreggio ovunque il mar circonde:
e le concedo a la vorace fiamma
del mio fèro fratel che tutto infiamma. -


11

Cosí diss'eglie i piè veloci e pronti
mosse de l'erto giogoe venne a basso
e l'alte selve e quei selvaggi monti
fece tremar co 'l suo terribil passo:
e tre volte crollò l'orride fronti
d'aspre montagnee ruppe il vivo sasso;
ma del quarto vestigio il lido informa
né gli consente il suo furor che dorma.


12

Or mentre del tumulto il ciel risuona
e che dal muro ognun rifugge e scampa
al gran Roberto Goldemar ragiona:
- Giá dentro il muro 'l fier nemico accampa
e giáprese le porteaspra corona
d'orribil guerra a te d'intorno avvampa:
giá per le navi son divisi e sparsi
Egizi e Sirie non potran ritrarsi.


13

Noi dobbiam tosto farloinsieme accolti
i piú forti di questo o d'altro stuolo;
pria che siam presi in mezzoe 'ntorno avvolti
d'empi nemiciin mal securo suolo;
ché pochi e stanchiincontra i fèri e molti
fuor de la ròcca avrian di morte il duolo;
ma se colá potrem ritrarci in alto
sosterrem de le turbe il nuovo assalto. -


14

Cosí diss'ei: né spiacque il suo consiglio
al magnanimo cor del gran Roberto;
eben che far bramasse il pian vermiglio
de l'altrui sangueesposto al caso incerto
pria che lasciar le navi in quel periglio
pur con le schiere si rivolge a l'erto:
e seco il buon Normando e 'l bel Guglielmo
GoldemaroAristolfoe 'l fido Antelmo.


15

Tutti facean di lor folta falange
qual Roma avria lodatae Pella e Sparta
ch'impeto alcun non la perturba o frange
o si fermi in battagliao si diparta:
e se avvien che si volga e loco cange
non si vede però confusa o sparta.
Cosí appressava allor Germania e Francia
scudo a scudoelmo ad elmoe lancia a lancia.


16

Lancia a lanciaelmo ad elmoe scudo a scudo
e guerriero a guerrieroe duce a duce
parean quasi congiunti; e 'l ferro ignudo
splendeva al ciel con piú terribil luce.
Cosí ristretti incontra 'l popol crudo
gli ordini densi il gran guerrier conduce:
e vibrando 'l cimierl'insegna e l'asta
ciascun de gli altriei solo a lor sovrasta.


17

In tal guisa ordinatioltra sen vanno
giá pronti avendo ad ogni estrema sorte
gli animi alterich'a temer non hanno
senza vergogna e scornoorrida morte;
ma pria gli assalta del crudel tiranno
il figliuol piú animosoanzi 'l piú forte
co' Filistei ch'il suo valor seguîro
e con quei di Sidone e quei di Tiro.


18

Fra' caduti riparia loro incontra
ruinoso venia dal lato destro
come per verno o per diluvioincontra
che si svella dal monte un sasso alpestro
e tutto abbatte ciò ch'a caso incontra
precipitando per cammin silvestro:
rimbombano i torrenti e l'alte selve
e fuggon per timore armenti e belve.


19

Pur non fuggîroe non turbâro i Franchi
l'ordine in cui veniancondenso e folto;
ma l'aste acute gli opponeano a' fianchi
al forte pettoal minaccioso volto;
né però avvien ch'egli vacilli o manchi;
mavibrando la suaTorindo ha colto
ed aprendo lo scudo e la lorica
il petto gli passò l'asta nemica.


20

Ma fu ripieno il locoe si ristrinse
la schierae vi successe il buon Toraldo
a cui passò l'usbergo e dentro ei spinse
la giá sanguigna lanciae 'l ferro caldo
giunse ove il cibo scendeonde l'estinse.
Pur l'ordine rimase intero e saldo:
e dove cade l'untrafitto 'l ventre
subito avvien ch'il successor rientre.


21

Né per timor ch'altri il disossi e spolpi
sarebbe alcun dal loco addietro or mosso;
ma tanti fûro e sí gravosi i colpi
ond'Argante è da lor còlto e percosso
che non sará che il suo ritrarsi incolpi
romano cavaliergrecoo molosso;
ma pur conforta i suoi con alte voci
e gli fa co 'l suo esempio ancor feroci.


22

- O Turchi in guerra fortio popol fido
o voi che giá solcaste i salsi flutti
per me passando a sí remoto lido
dove lieta fortuna or v'ha condutti:
durate mecoe 'n quel giá vecchio nido
i ladroni del mare or fian distrutti:
né lungo tempo sosterran la forza
nostrae di tutti noise piú si sforza. -


23

Cosí parlava; e 'n ragionandoaccese
di ciascuno de' suoi gli spirti e 'l core
a dimostrar ne l'onorate imprese
quanto avesser di forza e di valore.
Fra gli altri Norandin che tardi intese
a farsimentre visseal mondo onore
lo scudo avendo a' suoi nemici opposto
a l'audace fratel si fece accosto.


24

E con sublime cor ristretto e chiuso
sotto il lucente acciaio tutto s'accolse
allor che Antelmodi fallir non uso
vibrò l'asta pungente e 'n mezzo il colse;
ma fragil parve il legno e 'l ferro ottuso
tal che del vano colpo egli si dolse
e si ritrasse disdegnoso addietro
dicendo: - Il mio troncon somiglia il vetro


25

signoree d'esser teco ho gran vergogna
se non emenda or questo error la spada. -
Cosí se stesso e l'arme sue rampogna.
Ma Guglielmo no 'l tienparlandoa bada:
e l'uno e l'altroin guisa d'uom che agogna
gloriae far ch'il nemico a terra cada
taciti combatteancolmi di sdegno
col ferro a prova e co 'l ferrato legno.


26

Guglielmo di sua mano a morte diede
il feroce Almansorche d'Alessandro
tenne gran tempo la superba sede
ma nacque dove al mar corre Scamandro:
e condusse di lá prigioni e prede
e 'nsin dal lido ove s'innalza Antandro;
onde per mezzo de' suoi fatti egregi
fu tra' generi ancor del re de' regi.


27

Il Britanno signor con l'asta lunga
ferí costui sotto il sinistro orecchio
e fe' sentir quanto sia grave e punga
poi la svelse con l'alma al corpo vecchio.
Qual tronco annoso cui dal suol disgiunga
vïolenza di ferro o di Libecchio
cade dal giogoonde lontano apparse
ben mille aride foglie a terra sparse:


28

tale indietro cadeasonando intorno
l'arme dorate e le dipinte spoglie;
e mentre a lui si fece oscuro il giorno
gemendo egli membrò tenera moglie
ch'avea sí di sua man il veglio adorno
e questo accrebbe piú l'estreme doglie:
ed ella pur l'amor godea di furto
stimando a' suoi diletti il tempo curto.


29

Ma con la spada 'l fido Antelmo intanto
prima troncava l'astae poi la mano
de l'empio Asarcoindi gli stese a canto
col terzo colpo il suo fedel germano:
e de la fuga ancor gli tolse il vanto
e col quarto il mandò sossopra al piano
perchémentre ei volgea le inermi spalle
il colse in parte ov'il colpir non falle


30

e tutta quella vena a lui recise
la qual dal largo dorso in su trascorre
e giunge a la cerviceonde l'ancise
e 'l feo cader presso l'antica torre.
Ma Norandin frattanto anch'ei divise
con la sua lancia il petto al bruno Ettorre
venuto insin da l'arenosa piaggia
che inonda il mare a l'isola selvaggia.


31

E 'l fido Antelmo a Norandin converso
ferí lo scudo d'ogni parte eguale;
e di nuovo l'acciaio lucente e terso
sostenne il colpo che saria mortale.
Il turco a lui lasciò di sangue asperso
il braccioonde schifò l'ira fatale
ch'ad altra mano il suo destin riserba
la vitach'è sí dolceancor acerba.


32

E 'l suo fratello Argante ancor gli punse
il suo nemicoel'asta in lui vibrando
ruppe ogni piastra ed ogni acciaio disgiunse
pur il ferito braccio allor piagando.
Si trasse Antelmo a dietroe si congiunse
co 'l buon principe Inglese e co 'l Normando
che l'amico salvâr piagato ed egro
opponendo a quel fiero il tronco integro.


33

Ma le schiere de' Turchi apre e scompiglia
il gran Rubertoe l'arme incide e parte;
e da poi che spezzò l'asta vermiglia
entro le membra d'atro umor cosparte
tra 'l largo naso e le due irsute ciglia
lá dove siedon gli occhi in cava parte
con la pungente spada Alteo feriva
e per la via del pianto il sangue usciva.


34

E l'una e l'altra luce a terramista
co 'l sanguecadde entro la nera sabbia.
Quegli combattea ancor privo di vista
di vita nocon dispietata rabbia:
sin che l'anima sua dogliosa e trista
quasi fèra selvaggiauscío di gabbia
con fier muggitoe 'l volto esangue e torvo
restò per disfamare il cane e 'l corvo.


35

Ma Roberto da poi la punta immerse
ne l'ampio petto del crudele Almonte
che tant'oltre la strada in giú s'aperse
che pervenne del sangue al caldo fonte:
quinci la spada ad Oribel converse
e 'nsino al mento gli partia la fronte
tal ch'Arifan fu d'improvvisa tèma
mosso invano a fuggir l'ora suprema.


36

Ma dove il capo a la cervice è giunto
Roberto il colse; ed ogni nervo inciso
sí ch'uopo non saria fascia né punto
pender sul petto fea la testa e 'l viso:
e come ramo d'alto pin disgiunto
con poca scorza ancor non è diviso
cosí atteneasi a quel sanguigno tronco
quasi divelto il teschioe quasi tronco.


37

Fra gli altri che a fuggir l'estremo fato
in quel sanguigno assalto allor non valse
né la forza e 'l furor del conte irato
Ismael fuch'incauto ivi l'assalse.
Questi varcò sin da l'avverso lato
del mondo i lidi aprici e l'onde salse
lá 've a sinistra il sol cader fa l'ombra
e poco al mezzogiorno o nulla adombra.


38

Né giá venne a cercare o spoglia ostile
in nobil guerra o glorïosa fama;
ma nobil moglie e stirpe alta e gentile
che la figlia del re sospira ed ama.
E d'illustrar la sua progenie umíle
e le nuove ricchezze altero ei brama;
oro scoprendo e gemme ancora occulte
pria del sepolto padre a lui sepulte.


39

Ma fèra morte al suo desio s'oppose
ed a le nozze ond'egli era sí vago
ch'a lui Roberto il ferro in seno ascose
e fe' di nero sangue in terra un lago.
Da quelle parti in respirar ventose
in cui traluce imaginata immago:
e forse ancor da la vicina sede
amor cacciòch'ivi abitar si crede.


40

Bucentaffo e Sinanfidi compagni
la spada micidiale aggiunse appresso
perché non sia chi si lamenti e lagni
de la sua morte anzi l'onor promesso;
o tepide acque d'odorati bagni
scaldi al foco di mirto e di cipresso
ed amomo preparie mirrae 'ncensi
al corpo ingratoin cui son morti i sensi.


41

Ma 'l figlio d'Assagor piú forte e saggio
e l'indomito Ircan che morte sprezza
pur dimostran pugnando alto coraggio
contra la schiera a le vittorie avvezza;
attraversando lor l'alto vïaggio
di quella rocca a la sublime altezza
dove i Liguri suoi Guglielmo aduna
con Guimerto che scòrse alta fortuna.


42

E Rodoan sotto il piloso mento
a Cimosco il Frison gran lancia affisse;
mentre a parlarpiú ch'a ferire intento
volea: 'Compagni'dir: ma nulla disse:
perché insieme col sangue uscíaqual vento
per la piaga lo spirto ond'egli visse:
e fece un mormorar dolente e roco
pur come stride umido legno al foco.


43

E poscia ch'in Argeo l'impeto ei volve
tutto gli ebbe passato il destro fianco.
Elui disteso entro l'immonda polve
trafisse d'Ariman l'omero manco
ed in preda a colei che tutto solve
fra gli altri morti lui gittò pur anco.
Quegli prendea con la sinistra palma
la lorda terraanzi 'l fuggir de l'alma.


44

Ma sotto il ciglio Ircano allor percosse
Rifeoche nacque ove piú gela e verna
fra 'l Reno e Mosae giovinetto ei mosse
per acquistarsi nome e fama eterna;
ma l'asta acuta la pupilla scosse
e de l'occhio passò l'atra caverna
eper la sua nuca uscendoil sangue tetro
per un colpo spargea davanti e dietro.


45

Venne Ramberto ancor da l'alte sponde
de l'alma Olandiae presso 'l mar palustre:
e da quella cittá ch'è in mezzo a l'onde
cercando in Asia gloria ond'ei s'illustre:
giá primaper solcar l'acque profonde
de l'ondoso Oceánfra' Goti illustre
e fra' Norvegial porto or sí vicino
sul lido 'l giunge il suo fermo destino.


46

Ganfredo ed Ugo avean lasciato 'nsieme
Ulisinga del mar sonante in riva
a cui dintorno egli s'aggira e freme:
con lor di Gravelinga Anton veniva.
Orper l'istessa man che nulla teme
lasciâr la carne che di spirto è priva;
ma non può il fèro Ircan per sua possanza
chiudere il passo a quel che tutt'avanza.


47

E Rodoanoed egli a viva forza
ed ogni altro con lor cedea rispinto
al gran Roberto che gli atterra e sforza
tal ch'il sinistro lato avea giá vinto.
Dal destro invitta è la nemica forza
d'Arganted'altrui sangue orrido e tinto
lo qual seguito da feroce turba
giá mossa ha la falange e la perturba.


48

E l'uno verso l'altro allor converte
de' duo gran cavalieri l'impeto e l'ira
onde le squadre avverse aveano aperte
ma vie piú incauto Argante i passi gira;
e i non ben vinti e le fortune incerte
lascia da tergoed a la ròcca aspira;
e prima in arrivando ei l'asta abbassa
nel gravissimo scudoe no 'l trapassa.


49

Né giá vacilla nel suo colpo ed erra
ma la possente man rimase inerme;
né mosse il cavalier ch'in soda terra
l'alte vestigia aveva impresse e ferme:
qual aspro scoglioo torre alta di guerra
fondata in piagge solitarie ed erme
che non si crolli per soffiar de l'Austro
o per vento che spiri il freddo plaustro.


50

Argantech'il suo cerro indarno ha rotto
e l'altro ond'è percosso integro scorge
di quel soverchio ardir che l'ha condotto
e del suo gran periglio allor s'accorge:
e si vien ritirando a' suoi di sotto
ov'è chi nuova lancia in man gli porge:
ma Roberto adirato anco il persegue
e piú seco non vuol paci né tregue.


51

Ma contra lui che rapido s'arretra
mostra di sí lontano il fèro sdegno:
di molti sassionde quel suol s'impetra
perché a le navi sien fermo ritegno
lanciando la piú grave e dura pietra
pur come dardo o stral s'avventa al segno;
e nel petto il percosse il grave pondo
su 'l giro de lo scudo ampio e ritondo.


52

E come querciach'orrida procella
del ciel turbato e fulmine tonante
da le radici sue sterpi e divella
cosí cadéo lo spaventoso Argante:
e questa mano in su l'arena e quella
l'asta e lo scudo abbandonò tremante
e la terra tremò per dura scossa
tutti gridando a la crudel percossa.


53

Ma i Fiamminghi lanciâr quadrella e sassi
sovra 'l disteso corpoe no 'l ferîro
ché Ircano e Norandin con pronti passi
e Celebin gli fece intorno un giro.
Alcun non è che t'abbandoni e lassi
nel rischioArganteo sia Fenicioo Siro;
ma con lo scudo alzato a coprir t'ebbe
tanto del suo periglio a tutti increbbe.


54

Da le pietose man de' fidi amici
a' veloci cavalli ei fu portato
che lunge da furor d'aspri nemici
eran congiunti al ricco giogo aurato:
e quinci ei fu condotto a' lidi aprici
in cui gran padiglione aveano alzato
vicino al sasso ove cotanto piacque
Andromeda legata in riva a l'acque.


55

E fra coltre dipinte e molli piume
fu posto il cavalier ch'anco languia;
e 'l volto sparso dal licor d'un fiume
che seca indi non lunge umida via:
e sorgendo a sedereal dolce lume
de' bei raggi del sol giá gli occhi apria
ma poi ricaddee pur d'orrori e d'ombre
avvien che oscura notte ancor gl'ingombre.


56

Ma come quei di Frisa e quei d'Olanda
e quei che Leuci giá fûr detti e Remi
e quei che in navigando il mar d'Irlanda
solean prima adoprar le vele e i remi
e gli altria cui Roberto allor comanda
abitatori giá de' lidi estremi
vider portare il corpo al duro scoglio
gl'infedeli assalîr con grande orgoglio.


57

E 'l Normando signor fra tutti il primo
fu che d'asta fería l'empio Siracco
e sotto il duro scudo aperse l'imo
ventree ciò ch'ascondea il tristo sacco:
e lui ravvolse in quel sanguigno limo
sí che piú non vedrá Menfio Baldacco
dove solea da queste parti a quelle
portar fra due califfi alte novelle.


58

E disse rampognando: - Or va'racconta
quel che tra noi si faccia al re d'Inferno
e come l'uomo in guerra a l'uom s'affronta
e narra ivi di me nel lago Averno. -
Cosí a la fèra morte oltraggio ed onta
aggiungea per vendetta e per ischerno;
perché giá il falso messaggier deluse
i nostri ducie vera pace escluse.


59

Ma Norandinche vendicar non pote
di luicome vorrebbeil fier dispregio
fére Albïon fra le vermiglie gote
giá di cavalli domatore egregio:
queldove ora non sono o spazi o rote
per cui nel corso acquisti onore e pregio
muore a piè tra le navie brama invano
carro e destrier che 'l porti indi lontano.


60

E giá di Norandin rigida Parca
l'estreme fila intorno al fuso accoglie
perché il principe Inglese a lui sen varca
che d'averne desia l'ultime spoglie:
e 'n quello spazio ove le ciglia inarca
d'acutissima punta in fronte il coglie
tal ch'egli cadee tosto avvien che spiri
mandando al frate gli ultimi sospiri.


61

Ché rado muor senza vendetta alcuna
chi lascia il buon fratel nel caro albergo.
Ma Celebin per varïar fortuna
anco non volge al fier nemico il tergo;
e i suoi compagni a sé d'intorno aduna
e dice: - Se di sangue or non m'aspergo
non curo riveder la patriao 'l padre
né baci aspetto da l'antica madre. -


62

Disse; e passò del buon Gisolfo il braccio
la parte al fiero Albingo opposta al dorso:
l'un colá nato ove l'acuto ghiaccio
talor restringe a la Mosella il corso
l'altro tra' boschi ove al suo duro laccio
prese le fèree combattea con l'orso;
e spessoin paludosa ed ima valle
del feroce cinghial ferí le spalle.


63

Percote appresso in su le cave tempie
Protoldod'Alemar ministro e donno
e nel pian che del sangue altrui s'adempie
lui manda asciutto in preda al grave sonno.
Ma qui sorgiunge il gran Robertoe l'empie
turbe il suo incontro sostener non ponno.
Celebin piú non fe' né far poteva
ch'il nemico maggior di fama il leva.


64

E 'l pallido timore ingombro a tutti
l'animo e 'l volto avea di freddo gelo;
e fuggianpaventandoa' salsi flutti.
la destra che parea destra del cielo.
Or chi narrar potria le strida e i lutti?
e de gli anni squarciar l'oscuro velo?
perché sian conte con eterna gloria
la morte de' piú forti e la vittoria?


65

Dite voiMuseche nel ciel lucente
fra l'aure stelle fate alto soggiorno
qual fosse il primo cavalier possente
di ricche spoglie in quel contrasto adorno
poi che la timorosa e varia gente
facea precipitosa al mar ritorno:
Roberto il grande fuche stese a terra
Sciriffo il Turcoassai famoso in guerra


66

duce di quei che le frondose cime
di Libano abitâro e quei paesi;
e lode ebbe vicina a quelle prime
l'alto signor de' sagittari Inglesi
ch'alzar trofeo di Norandin sublime
vollee lui dispogliò d'aurati arnesi:
e 'l fèro Gazi a lui congiunto estinse
e dal fianco aurea zona ancor gli scinse.


67

AristolfoLaméce Balae Niso
duci d'Arabi ancide e d'Idumei.
E Raimondo Baduc avea conquiso
tra' Palestini uom chiaro e Nabatei.
Guglielmo e Guimerin del volgo anciso
poteano in terra anco drizzar trofei
ma non stimâro onor fallace e corto
se pria non s'acquistava il mare e 'l porto.


68

Ma piú d'ogni altro in perseguir veloce
si dimostrava il buon duce Normando;
e di quei che fuggianla man feroce
piú ne mandava ancor di vita in bando:
volgeasi a' lidi dolorosa voce
e 'l mar gonfiava l'ondealto mugghiando:
e giá d'urli e di strida e di cordogli
sonar s'udian le piagge e i duri scogli.


69

Eldalfio intanto il cavalier d'Egitto
trovache piú non giace e 'n coltre siede
ché giá raccolto avea l'animo invitto
dal fèro colpo che gran duol gli diede;
e 'l sudor e l'ansar del corpo afflitto
è giá cessatoe 'l suo vigor sen riede
e conosce gli amicie parlae duolsi
del caso onde perdeo gli spirti e i polsi.


70

Ragiona Eldalfio a lui come lo inspira
l'angeloch'è vicino e lunge adopra;
queldicoche destar lo sdegno e l'ira
suol d'alto vento e volge il mar sossopra
con tenebrosa potestate e dira
che datacom'ogni altraè sol di sopra:
demonio il chiama angelica favella
ma 'l pazzo mondo lui Fortuna appella.


71

- O del gran re de' regi amico eletto
e genero fedeleosa e confida
ché non fia sempre al valoroso petto
il cielo avverso e la fortuna infida.
Io tosto il calle d'appianar prometto
a quella ròcca ove il ladron s'annida;
e quel muro atterrarti in picciol tempo:
tu sorgie vieni a la vendetta a tempo.


72

E vedrai sovra il lido omai discese
le marittime turbeond'è coperto
e con giri larghissimi distese
tosto n'andran gridando in loco aperto:
tal che far non potrá da noi difese
quella ròccaquel fossoo quel Roberto.
Or seguied a l'impresa anco t'accingi
e i cavalli a le navi omai sospingi. -


73

Cosí diss'egli; e col suo dire infuse
la Fortuna in Argante ardire e possa
tal che piú non sentia di carni ottuse
il dolorche lasciò l'aspra percossa:
né de l'altro pensier ella il deluse
ché fermò la sua gente in fuga mossa
tosto ch'apparvecome suolmaligno
Martelucendo di splendor sanguigno.


74

E quei che sino allora avean seguíto
per riportare alfin vittoria intera
ora veggendo il cavaliero ardito
sorto in sembianza minacciosa e fèra
che intorno scorre a l'arenoso lito
riordinando i suoi di schiera in schiera:
sbigottiti fermârsi a lui d'incontro
e l'animo lor cadde al nuovo incontro.


75

Cosí da' can veloci in alta selva
o presso a precipizi ed a dirupi
fugge il cornuto cervo e si rinselva
e la selvaggia capra a l'erte rupi:
sin ch'apparee spaventa orrida belva
lo stormoche non teme o gli orsio i lupi
ne la terra di Bocco ovver di Juba
d'artigli armata e di terribil iuba.


76

Disse Aristolfodi lor tèma accorto:
- Qual miracolo è questo? o ch'io vaneggio.
Il fiero Arganteche ci parve uom morto
pur dianzior vivo e 'ncontra armato il veggio
come sia da l'Inferno oggi risorto
per opra del demonioa farne il peggio.
Ma non temiam; ciascuno a me ristringa
di voi piú forti i passie lui rispinga.


77

Ma la gente piú frale omai dia vòlta
dopo il mio tergoe se n'andrá secura
sin ch'ella fia dentro a' ripari accolta
e tra le navi e le difese mura. -
Tacque; e la schiera feo piú densa e folta
che fu suo proprio magistero e cura:
come in far torreper umano ingegno
pietra a pietra si giunge e legno a legno.


78

Quivi ordinava a' suoi nemici a fronte
quei ch'erano piú forti e d'arme gravi
lor ristringendo appresso al fèro conte
l'altre genti mandava a l'alte navi.
Ma lordi trapassar bramose e pronte
tardava il fosso a le confisse travi:
copriano intanto il ciel d'orride nubi
quei ch'abitâro ove latrava Anubi.


79

E d'alto giú cadean gli acuti strali
come in sul tetto grandine sonora;
e molti di quei colpi eran mortali
lá 've facean entrando ancor dimora;
e giá Eldalfio avea stesein guisa d'ali
quinci e quindi la gente Egizia e Mora;
ecome selva si circonda o tana
cinger vorria la gente ancor lontana.


80

E i Robertie Guglielmoe Goldemaro
al numero cedeano omai soverchio
contra 'l qual non restava altro riparo
perché non gli circondi il fèro cerchio;
e l'ordine bramato avrian piú raro
se non faceano al capo alto coperchio:
ma nel volger la fronte e nel ritrarsi
gli ordini si turbâr divisi e sparsi.


81

Però ch'Eldalfio i suoi distesi e vòlti
avea girandoe combattea dappresso
mentre Argante i destrieri omai raccolti
sospingea ne lo stuol ristretto e spesso.
E d'arme saettate a' corpia' vólti
parte lasciò l'orribil segno impresso
parte ancorfissa in terraingorda sembra
del fèro pasto di sanguigne membra.


82

Ma innanzi a tutti il gran demonio adombra
i cavalierie gli perturba e caccia:
ben che di nube abbia vestite e d'ombra
l'orride spalle e la terribil faccia:
escotendo il tridenteond'egli ingombra
d'alte ruine il lidoancor minaccia
ricoprir de' gran monti il capo e 'l dorso
togliendo a l'onde tempestose il morso;


83

in cuicome la fama altrui divolga
l'antichissima Joppe occulta giacque;
Joppeche par del mostro ancor si dolga
fondata anzi il diluvio appresso l'acque:
e ch'umilmente gli occhi a Dio rivolga
cui sino a quell'etá salvarla piacque
perch'egli la difenda ancor vetusta
fra gl'inondati lidi e 'n terra adusta.


84

Ma quel superboil suo timor deposto
dicea: - Termine a me l'umida terra
giá non prescrive; e 'l lido e 'l monte opposto
crollar possoed aprir chiuso e sotterra:
ed or faròne le mie nubi ascosto
invisibile a' Franchi oltraggio e guerra. -
Disse; equal mare mormorando o vento
in lor mandò la fuga e lo spavento.


85

Allor di sparsa e dissipata schiera
l'un repente ancidea l'altro nemico
pur come oblio de la virtú primiera
in lor nascesse e del valore antico;
Argante a' colpi de la destra altera
turba gli estremi e quivi atterra Enrico
gitta seco Odoardoil fier britanno
e Rodoano appresso ancide Orcanno.


86

Ircan toglie la vita al buon Alardo
che d'Ascanio è figliuolo e non traligna
dal paterno valormalento e tardo
fuggito avea 'l furor d'empia matrigna:
Celebin d'una punta Alfan gagliardo
stendee fa quindi uscir l'alma sanguigna.
Ma i primi intantoda terror sospinti
caggion in mezzo al fossoe sono estinti.


87

Eldalfio con le turbe a piè del muro
riempiendo la fossail varco adegua;
per opra ancor di quel demonio oscuro
che sparisce a la vista e si dilegua:
tal ch'omai sembra il trapassar securo
a chiunque dapoi secondi e segua:
e non ritarda i passi abete od elce
acuto e durao pur macigno e selce.


88

Il muro ancora ivi cadea repente
il muroch'in piú mesi a poco a poco
fatto crescea da faticosa gente
alto riparo al ben guardato loco:
or percossoal furor del gran tridente
simigliò di fanciullo opra da gioco
ch'ei fa d'umida arena appresso l'onde
e poi co' piè la guasta e la confonde.


89

E non vi rimanea materia o forma
né pur vestigio omai d'alto lavoro;
se non come talor l'arena informa
cui sparge lo spirar d'Austro e di Coro.
Argante intanto pur di torma in torma
spingea sue gentie 'l suo fratel con loro
tutto rabbiosoe quivi era da sezzo;
il che stima suo scorno e suo disprezzo.


90

Però sgridava i piú ritrosi e lenti
o per timore o per desio di preda:
- Non sia chi spogli i morti e 'l corso allenti
de la vittoriae con le spoglie or rieda:
ma s'avverrá che da le navi ardenti
alcun di voi lunge ritrarsi i' veda
l'anciderò lá 've il mar cala e cresce
lasciando il corpo esangue in cibo al pesce. -


91

Disse: e gli altrigridandoaddietro lassa
che lui seguîrmentre egli sprona e varca
la terra ov'era il muroeguale e bassa
se non che di ruine è sparsa e carca
in parte: ed egli primo ascende e passa
e punge il suo destrier tra barca e barca.
Molti a tergo seguian seguacie 'ntorno
perche a' Franchi quel sia l'estremo giorno.


92

Come fulmine ardente in ciel lampeggia
fra le nubi tonando e scorre avanti;
turbando altrui da la celeste reggia
seguon poscia co 'l turbo Austri e Levanti
e freme il mar sonoro e tutto ondeggia
con onde curve rapide e spumanti
e l'una dopo l'altra al lido aggiunge
e quinci s'ode mormorar da lunge:


93

cosí splendean di ferro i Turchi e i Siri
l'un folto sovra l'altroe quasi addosso
seguendo Argante; e 'nfin ne' quarti giri
Marte egli partutto infiammato e rosso.
Di nuovo s'odon pur voci e sospiri
di chi percuote e féree del percosso
e minacciosi gridi e fèri sdegni
e si tingon di sangue i neri legni.


94

E quinci e quindi da sublime parte
con lunghe aste si fêa guerra vicina
usando quei da l'alte navi ogni arte
in rispinger gran fiamma e gran ruina
e questi da' cavalli; e sol diparte
breve intoppo l'incendio e la rapina.
Chi vide mai simil rifugio e scampo
e naval guerra in arenoso campo?


95

Intorno a l'altre navi altri seguaci
del fèro Argante fanno aspra battaglia;
egli medesmo pur con gli altri audaci
quella del gran Roberto avvien ch'assaglia:
porta dal lido alcun sulfuree faci
e tenta alcun come v'ascenda o saglia;
né l'uno stuol la nave ancora infiamma
né l'altro indi respinge ardente fiamma.


96

Roberto fiede allor tra 'l capo e 'l busto
l'empio Medontee nol percuote invano
perch'egli cade in quel sentiero angusto
col foco che portato avea lontano:
e del fumante pino il tronco adusto
gittò con la tremante e fredda mano.
Spiacque al feroce Argante il fèro colpo
e fra se disse: - Or mia stanchezza incolpo. -


97

E rivolto al fratelcui stanca e doma
tenere e gravi membra il grave peso
e come sian quell'arme ingiusta soma
è in rimirar l'altrui fatiche inteso
una e due volte rampognando il noma:
- CelebinCelebinchi n'ha difeso?
Or tu sano ed io infermo ancor viviamo?
ove son gli altri ch'io sospiro e bramo?


98

Ove Alfansorove Ismael rimase?
la forza di Sanguigno ove lasciasti?
come tornare a le dolenti case
senza il tuo Norandino anco pensasti?
Manca a la reggia omai sostegno e base
per vari sanguinosi empi contrasti:
e dal sommo Sion vacilla e trema
e minaccia ruina a noi suprema. -


99

Disse; e da l'animoso alto fanciullo
tal risposta il feroce incontra udia:
- Altra volta fuArganteil mio trastullo
cessar da l'arme e soggiornar tra via;
nessun riposo oggi ritrovoe nullo
spazio da respirarcome solia;
ma te difesi e 'l nostro onore e 'l regno
tutto 'l dí armatoe son di biasmo indegno.


100

I compagni che cerchiinvido fato
a la nostra vittoria estinti invola
fuor che Sanguignoil qual partí piagato
nel primo assalto e piú non fe' parola;
medel fratello e non d'onor privato
questo sol che m'avanzaoggi consola:
e per seguirtia la persona stanca
con prontissimi spirtiardir non manca.


1401

Dunque dove comandio vengo o vado
non fia ch'in me virtute invan s'attenda
e pugnerò quanto la forzae 'l grado
ch'io sostegno fra gli altrioggi si stenda.
Oltra le forzeancor se fosse a grado
non lece; or fa ch'il tuo volere intenda. -
Cosí dice egli; e placar può nel core
del suo fratello il disdegnoso ardore.


102

E l'uno e l'altro ove piú avvampa e ferve
la battaglia si spinge in mezzo a l'armi;
e pria che si ristorio si conserve
il lor corpo giá stanco e si disarmi
arder le navi e quella ròccae serve
pensan farvi le genti; e senza marmi
di tanti eroi le membrae senza spoglie
lasciar di lupi a l'affamate voglie.


103

Con sí fatto pensiero Argante or libra
l'asta che molto pesae lunge splende
nel gran Roberto poi l'avventa e vibra
ma falla il segnoe 'l suo scudiero offende;
e gli apre il duro pettoe sangue in fibra
in lui non lasciain guisa 'l cor gli fende:
Ugon da l'alta nave al ciel si volve
cadendoe stampa la vermiglia polve.


104

Guglielmo intanto da vicina proda
saettae l'ampio segno ei giá non falle;
ma percote Ismagondo ove s'annoda
il nero collo a le sue quadre spalle:
né meritar potea piú chiara loda
ch'appresso Argante fe' sanguigno il calle
ed urlando a' suoi piè l'alma feroce
fuggí d'Inferno a la tartarea foce.


105

Il principe da l'arco il colpo addoppia
e la destra d'Osbida al viso affige
tal che la piaga d'uno strale è doppia
e manda ancor quell'alma all'atra Stige.
Arganteil qual cader la fiera coppia
si vede a latoper dolor s'afflige;
ma 'l terzo colpo a lui dal teso nervo
venia ch'ancise a tergo il fido servo.


106

E fu del buono arcier ventura il fallo
e gloria e pregio di sua nobil arte
perch'in quel duro e lucido metallo
le sue quadrella invano avria cosparte;
ma pur temendo Argantee 'l fier cavallo
ritrattosi rivolse a quella parte
e ne lo scudo attese il quarto strale
ch'ivi si ruppe assai vicino a l'ale.


107

E spezzato cadeo nel corto volo
da scudo adamantinnon che rispinto.
Guglielmo allora ebbe vergogna e duolo
del colpo vanoe pur vi perde il quinto:
poi gitta l'arco disdegnando al suolo
l'arco onde mille pregi avea giá vinto;
e cruccioso dicea: - Lá giú rimanti
ché non fia che per te giammai mi vanti.


108

Tu m'abbandoni in su l'estremo giorno
in cui sperai di fama eterni fregi
nel maggior nostro risco; e un nuovo scorno
non vaglion mille vani antichi pregi. -
Quinci si pon lo scudo al petto intorno
e spera far gran colpi e fatti egregi
con l'astaquai non fece (e non s'inganna)
stral di Partiao di tosco armata canna.


109

Ma rimirando i suoi come s'arrischi
il giovinetto ancor d'acerba etate
e come squarci omainon pure incischi
l'arme e le membra di sua man piagate;
s'opposer tosto a gli onorati rischi
e le navi cingean di genti armate
tal ch'un vallo di ferro intorno il chiuse
e de' nemici ogni pensier deluse.


110

Cosí d'intorno a l'odorate celle
ov'han raccolti i rugiadosi odori
cingon l'api 'l lor re stridenti e snelle
pungendo chi s'appressa a' cólti fiori:
e cercan con ferite assai piú belle
di bella morte i glorïosi onori;
tal che piú non si gloria il re degl'Indi
d'aver fidi ministri e quinci e quindi.


111

Ma lor di faci Argante omai circonda
fumantie mille a l'opra accoglie e mille;
e non fu a' legni mai di vento o d'onda
quanto or di fiamma è rischio e di faville.
Roberto scorre allor di sponda in sponda
la sua nave con l'altreove sortille
pari fortunae da vicine parti
rispinge con gran lancia i fochi sparti.


112

Quanti ei vede portar facelle accese
tanti ne manda giú percossi e morti;
e dieci con le membra a terra stese
caggionoo piúde gli animosi e forti.
Ei grida: - Or quai rifugio quai difese
restano in altre piagge o 'n altri porti?
O con quai navi ritornar potremo
(se perdiam queste) a l'Occidente estremo?


113

De la vostra fortezza or vi sovvegna
compagniche il valor non copre oblio
e di medi cui giá seguir l'insegna
vi piacquee de l'onor ch'è vostro e mio.
Non vogliate turbar con morte indegna
quelli ch'ora per voi fan voti a Dio:
né la vostra temenza oggi interrompa
glorïoso ritorno e nobil pompa. -


114

Ed Argante a l'incontro i suoi conforta
a l'incendioa le mortia le rapine:
- Deh struggiam questo nidoe questa porta
a l'arme ingiurïose e peregrine
fedeli amicia cui son duce e scorta
e diamo a questa guerra ultimo fine.
Non cercate al morir tempo migliore
ché bel fin fa chi ben pugnando mòre.


115

Salvi saranno poscia i figli almeno
e le tenere moglie i vecchi padri
e quelle che solean nel caro seno
voi fanciulli nudrircanute madri
godendo i frutti del natio terreno;
e con abiti voi lugubri ed adri
pianti saretee con eterna gloria
lascerete a' nipoti alta vittoria. -


116

Cosí dicendoei gli occhi girae guarda
le navi che portâr gl'invitti eroi
e pensa qual primiero infiammi ed arda
e qual piú esposta sembri a' fochi suoi.
Quella il proprio signore or piú non guarda
che giá Guglielmo espose a' lidi Eoi;
quel d'Italia dich'ioch'a' primi assalti
tinse l'arene di sanguigni smalti.


117

Giaceva estrema ne la terra aprica
e 'l legno di Tancredi avea vicino
pur con l'insegna de' Normandi antica
che LilibeoPeloroe 'l gran Pachino
onora. Argante allor l'alta e nemica
proda prese con man del curvo pino
la dove ancor tra questa parte e quella
si facea guerra impetuosa e fella.


118

Piastre e lance spezzatearnesi e scudi
spade cadutee strai con rotte penne
braccia e gambe recisee capi ignudi
piena avean quell'arenaov'ei sostenne
su l'arme che parean sonore incudi
i colpi di secure e di bipenne;
né rilassòné rallentò l'impresa
sin che a quel legno fu la fiamma appresa.


119

E 'l circondò d'inestinguibil face
foco inquïeto con oscuri lumi;
e da la negra pece ardor vorace
al ciel diffuse le faville e i fumi:
e giunse la dove riposo e pace
hanno i vicini montie i marie i fiumi
lo splendor de la fiamma oscura e mista
tal che dal gran Riccardo ancor fu vista.


120

Mirava il cavalier dal colle occulto
de l'indomito mar l'onda crudele
e le aspettate navi al lido inculto
giunger vedevae giá raccôr le vele:
da l'altra parte udia quasi tumulto
e suon d'armedi gridae di querele;
e 'ntorno a la gran torre i fochi sparsi
scorgevae da que' legni il fumo alzarsi.


121

E percuotendo il fianco allor diceva
al signor d'Anzio: - O mio fedel amico
il mio lungo aspettar nulla rileva
quei che manda mia madre e l'avo antico:
perché lor tardo aiuto or non solleva
la gente oppressa dal crudel nemico:
ed io qui tra le piagge inculte ed erme
la vittoria de gli empi or miro inerme.


122

Né senza disprezzar il gran divieto
del mio liberatorearmar mi lice
ch'arme celesti ond'io sia illustre e lieto
(non so se vero o falso) a me predice:
parte a la vista altrui chiuso e secreto
cosí mi tiene in questa erma pendice:
né potreis'io volessi ancoraarmarme
perché angusti sarian gli arnesi e l'arme.


123

Dunque tu muovi; e se discesi in terra
saranno i miei su le solinghe arene
falli tornar colá dove riserra
Laodicea 'l porto d'umide catene
sin che veggiam quel che d'incerta guerra
oggi o domaniin questo lido avviene
ch'io sempre non sarò de l'arme ignudo
o mi provvedi almen d'elmo e di scudo. -


124

Cosí disse Riccardoa cui rispose
Ruperto: - Deh concedi a' giusti preghi
ch'io guidi senza te le tue animose
schieree 'l soccorso a' nostri oggi non nieghi.
Forse altramenteamicoil Ciel dispose
e fia che la fortuna a noi si pieghi
sí ch'io scacci i nemici e 'l foco estingua
e dappresso i perigli omai distingua.


125

E se in me non bastasse ardire e senno
bastan le tue vittorïose insegne
ch'in ogni parte han vintoe vincer denno
se giammai foco per valor si spegne:
questo del nostro amor sia caro cenno
non comandar ch'io di catene indegne
carchi rimiri i nostri ducio morti
fra gente armata armatoe ch'io 'l sopporti.


126

Se non vuoi che de l'arme oggi mi spogli
per non cinger mai piú la spada al fianco
non far ch'io soffra i barbareschi orgogli
e lo strazio crudel d'Inglese o Franco:
non celerian deserte arene o scogli
il mio disnor cui non fu pari unquanco
ma ne risoneriano i lidi e l'onde:
ché nulla al tempoe nulla al Ciel s'asconde. -


127

Tacque; e l'altro soggiunse: - Or vacombatti
e i cari amicie l'onor tuo co 'l nostro
difendi: e questi al rischio omai sottratti
e 'n sí grand'uopo il tuo valor dimostro
poscia non trapassar (sien fermi i patti)
ma fa ritorno a me nel verde chiostro
senza irritar dal fier soldán la forza
ch'a contender con lei piú forti sforza.


128

Non provar la pietá di quel pietoso
se pur con gli altri di tornar eleggi:
non turbar la sua pace e 'l suo riposo;
ma 'l soverchio de' nostri ardir correggi:
e di me ti sovvengaal mondo ascoso
e de le sue di guerra amare leggi
onde in me quasi rinnovò gl'imperi
di Torquato e di Lucioaspri e severi. -


129

Cosí diss'egli; e parte al cor profondo
di tai parole il buon Ruperto inscrisse:
parte obliòch'il suo valor secondo
non stimò ad altro che d'Europa uscisse
trattone lui che par non ebbe al mondo
d'intrepida virtúmentr' egli visse:
felice pria con poche spade e lance;
ma non librò l'ardir con giusta lance.


130

Sceser dopo tai detti a l'onde estreme
l'un di lor tutto inerme e l'altro armato
dove fa picciol seno il mar che freme
a le superbe rive ancor turbato:
e quivi sette legni uniti insieme
può a pena accôrre in procelloso stato
ché sette duci d'arrischiar la vita
fermato avean ne la promessa aita.


131

Però fendean con piú veloci pini
del tempestoso mar lo instabil suolo;
e 'l vento che gonfiava i bianchi lini
a la vittoria alata affretta il volo.
E porti da ritrarsi eran vicini
verso l'occaso alquantoe verso il polo
schifando quei di Joppe e d'Ascalona
dond'Euro spiraod Austro altrui risuona.


132

Giá l'Aquila sublime e l'alta Sfinge
presa la terra avean co' duri morsi
e l'altre ch'aura amica a riva spinge
tanti indomiti mari omai trascorsi:
e d'arme i lidi omai corona e cinge
la gente ch'osa a gran perigli esporsi
da sette navi scesa in sette squadre
con lucid'armi e spoglie auree e leggiadre.


133

Achille il primo fu de' duci illustri
che de' regi lombardi ancor si vanta
e cento avi racconta e cento lustri
ramo gentil di glorïosa pianta:
né i nomi antichi candidi ligustri
parvero al cielche lor di nebbia ammanta.
Gisulfoil materno avoha nobil sede
Capua e Salernoe senza maschio erede.


134

Ma di due figlie fu Lucia la prima
che Riccardo portò nel casto seno
e 'l partorí nel fortunato clima
dove Napoli bagna il mar Tirreno:
l'altra s'incinse in lui che non s'estima
per oroo per castellao per terreno
ma per sangue gentil onde riluce
e per virtú che a l'altrui schiere è duce.


135

L'altro è Giustinda quel Giustin disceso
che giá passò con Belisario invitto
quando scosse l'Italia il grave peso
del suo giogo crudelsí come è scritto.
Cosso il terzoch'il nome antico ha preso
brama l'opime spoglie; il quarto Afflitto
del cui maggior la fama ancor non langue
che ne' tormenti fu per Cristo esangue.


136

Succede il buon Metello al duce quarto
che d'azzurro leon dispiega i velli
nato col grande Ettorre in un sol parto
come di Leda i lucidi gemelli:
Napolie giá da te non mi diparto
ch'indi due antiche stirpi ancora appelli;
degni d'aspetto in ciel lieto e benigno
e di volar presso il lucente cigno.


137

Belprato il sesto funé corse meglio
altri gran lanciao raggirò destriero;
uscí l'estremo il buon Loffredo il veglio
non so se miglior duce o cavaliero:
de l'antico valor lucente speglio
e d'ogni arte piú bella o magistero
diè questi esempioonde Riccardo apprese
d'aspirar giovinetto a l'alte imprese.


138

Seguian vari destrier con vario pelo
e con varie fattezze e vari segni;
altri vince in candor la neve e 'l gelo
altri sembra carbon ch'attuffi e spegni;
altri è d'altro colorma tutti in cielo
il sol medesmo di portar son degni
non che in battaglia il troppo irato Achille
e paion d'aura nati e di faville.


139

Tutti avean de le genti impresso il nome
e 'l segnoa gloria de' guerrieri armenti;
superbi in vista e con ben culte chiome
d'ostro guerniti e di fin'òr lucenti
con piume sparse; e chi gli terge e come
par che disfidi al leggier corso i venti.
Attraversando il lido al suon di tromba
e nel nitrire il mare e 'l ciel rimbomba.


140

Brevi fûr le accoglienzee brevi i detti
del gran Riccardo: - AmiciIddio vi scorge
ove il valor de gli animosi petti
meglio in grand'uopo si dimostra e scorge.
A vincere o morir ognun s'affretti
perché l'ora opportuna a voi sen porge:
vincer voi senza me potrete a tempo
io senza voi giá non vivrei gran tempo


141

ma di salvar gli amici a voi concedo
come sperola gloria: a me non lece;
e questi al cui valor me stesso or credo
potrá in battaglia sostener mia vece.
Fate ch'omai conosca il pio Goffredo
ch'in partirlo da lui gran torto ei fece;
né sol lodi virtú matura e lenta
ma d'averne incolpati alfin si penta.


142

La sua fortezza impetuosa or mostri
ciascuno in opra ond'io per voi m'esalti;
e s'egli i miei biasmògl'impeti vostri
or laudi: ite veloci a' fieri assalti. -
Disse; e quelli ordinatia' curvi rostri
volsero il corsoanzi il finîro a salti
la 've mirò il Signor ne l'ampio ed atro
campo di fèra morteo pur teatro.


143

Maconservando pur l'usanza e 'l modo
del secol priscoanzi mirabil arte
l'ordin piú folto de' nemicie 'l nodo
d'aspra guerra incidean da quella parte;
come cuneo talordov'è piú sodo
il tronco alpestroivi il divide e parte:
e i duri colpi trapassâro addentro
del ferreo cerchio al sanguinoso centro.


144

Quivi era lassoe mal feritoed egro
il duce de gl'Inglesie de' Normandi
tra' suoi che non servâro ordine integro;
e giacean molti de' feroci e grandi.
GoldemarAristolfoil sangue negro
versanoe tuRaimondoancor lo spandi.
Sol de l'arme gravissime coperto
senza piaga combatte il gran Roberto.


145

Ma intorno al petto e le lanose gote
il percosso metallo e stride e squilla;
ei con lena affannata omai non pote
piú respirarmentre in sudor distilla:
e d'ogni lato son fumanti rote
de la fiamma crudel ch'arde e sfavilla:
ei con la stanca destra il tronco verde
gitta di rotta lanciae 'l cor non perde.


146

Ma con la spada ancor Guglielmo infermo
scampae quasi addivien ch'a morte invole
ch'intrepido il ricopree saldo schermo
è de lo scudo suo la grave mole:
e ne l'alte vestigia impresso e fermo
de l'altrui morte entro si cruccia e duole;
ma non sperato è giá 'l soccorso aggiunto
onde molti schifâr terribil punto.


147

Rupertoin arrivandoorribil piaga
fa con l'asta pungente al fèro Ircano
e dentro al petto 'l denso cor gl'impiaga
ond'ei tremando si distese al piano:
né medicina a tempood arte maga
sarebbe a' colpi de l'ardita mano
che i suoi compagni paurosi e lassi
volser di fuga ne gli amari passi.


148

Egli da' curvi legni allor rispinse
la fiamma che stridea di trave in trave;
e mal grado di tutti il foco estinse
e mezza accesa ivi restò la nave:
e molti che il timore in prima vinse
uscían de le sentine oscure e cave
perché non serpa e cresca ardore occulto
e grande al ciel s'ergea grido e tumulto.


149

Qual dal sommo talor d'eccelso monte
l'orride nubi il re del ciel disgombra
e scopre in lui la fulminata fronte
e i tronchi i quai lasciâro i rami e l'ombra
e i nudi gioghie 'l conturbato fonte
e tutto ciò ch'una ruina ingombra:
tal ne l'aria serena è quivi apparso
orror di mortee focoe sangue sparso.


150

E rimirâr que' Franchi e que' Britanni
incontra séquanti menò giá Serse;
e misurar con gli occhi i propri danni
poich'il fumo i suoi giri in ciel disperse
con tristo annunzio di futuri danni
per tèma ancor de le fortune avverse:
né gran conforto di non grande aita
solleva la speranza ancor smarrita.


151

Ma Ruperto non cessa; e 'n breve spazio
ancide ClodoIreoLorfinMeganto
OrsonPardinRamarrio; e fèro strazio
fa d'Arispadi Serga e di Lofanto:
e leon di sua fame ancor non sazio
sembra chi 'l segueo chi guerreggia accanto.
Achille atterra Cauro; AmonCorindo;
GiustinoBrunellon; CorispoOlindo.


152

Cosso abbatte Arifal; SoranoIdargo;
MetelloOrimael; Notturo Argeste
lo qual con nave piú veloce d'Argo
sprezzato avea del mar mille tempeste;
parte Afflitto d'Armenio il petto largo
di Baldano e d'Ormeo l'orride teste:
Belprato a Jardaa Jaspia Bocco adusto;
toglie a Cirneo la vita 'l piú vetusto.


153

Come tra valli selva antica e fosca
in cui 'l fèro ladrone ancide e spoglia;
e 'l lupo altrui divora e l'angue attosca
ed empie ogni altra fèra ingorda voglia;
per ben mille percosse a l'aura fosca
prima tremando si dirama e sfoglia
e con terribil suono i faggi e i cerri
caggion recisi alfin da acuti ferri:


154

cosí la fèra turba e varia e mista
e percossa ed ancisa a terra or cade;
e de l'opra Ruperto onore acquista
con mille aste pungenti e mille spade.
Ma 'l sol cadendo lagrimoso in vista
fa del cielo imbrunir l'alte contrade;
e 'l gran Roberto può ne l'ampia torre
tutte le fide schiere omai raccôrre.


155

Argante con Eldalfioil qual pur anco
lei di turbe infinite e lor circonda
cedon l'alto refugio al duce stanco
ritraendosi al mar che il lido inonda:
e quai su 'l destro latoe quai sul manco
accendon fochi in arenosa sponda;
tal che par alto incendio omai risorto
lungo il mar risonante e presso il porto.




LIBRO DECIMONONO

1

Ma 'l superbo Emireno aveva intanto
lasciati i lidiove quel mar risuona
co' duci che seguîr la speme e 'l vanto
di preda e di vittoria e di corona:
e 'n selva a cui diè nome antico pianto
quando non anco il ciel lampeggia e tuona
giungea per vie rivolte a' salsi flutti
e tra boschi recisi e fonti asciutti.


2

Non gli vedeano i Franchiintenti a l'opre
mentre era ancor lontano il sol da l'onde;
ma l'antica Sion gli vede e scopre
parte Élia col suo giro altrui n'asconde.
Qual gran nebbia che a sera il sol ricopre
e tenebrosa sorge e si diffonde
tal l'esercito il ciel di polve adombra
e l'ime valli e l'ampie strade ingombra.


3

Alzano allor da l'alte torri i gridi
insino al ciel quelle rinchiuse genti
con quel romor che da' lor traci nidi
fanno a stormo le gru ne' giorni algenti;
e tra le nubi a' piú tepidi lidi
fuggon cacciate innanzi a' freddi venti:
che speme aggiunta fa piú ardite e pronte
le mani al saettarla lingua a l'onte.


4

Al gridoal suonoal minacciar che udîro
fûr vòlti i Franchi ove s'innalza e volve
(giá dechinando il sole in lungo giro)
candida nube di minuta polve;
a poco a pocoqual'apparve a Ciro
in color negro si tramutae 'nvolve
tutte d'intorno le montagne e i campi:
splendono in mezzo d'arme accesi lampi.


5

Pria lo splendor che di lontano abbaglia
rifulgee quasi spazio accresce al giorno:
poi veggion l'astee d'orrida battaglia
gli ordini avversi ir dispiegati intorno:
con piastra aurata e con aurata maglia
sono i gran cavalier nel destro corno
lá 've Emirencon fronte alta e superba
il loco e 'l sommo impero a sé riserba.


6

D'Arabi appresso piú veloci squadre
vengonoe i Persi con piú grave incarco
seguon d'armi lucenti e di leggiadre
cingendo il monte ov'è men ampio il varco.
Da l'altro lato in piene schiere e quadre
gente armata passar di strale e d'arco
carri con falci affisse andare avanti
miranoe torreggiar gravi elefanti.


7

Non sbigottisce a la terribil vista
de' magnanimi Franchi il cor feroce
mentre l'ostedi turba orribil mista
e varia d'armi e d'abiti e di voce
si fa lor piú vicinae spazio acquista
incontra 'l monte ove s'alzò la croce
quando ebbe del tiranno empio d'inferno
la sanguigna vittoria il Re superno.


8

Ma s'è dubbioso a' nuovi rischi e teme
de l'incerta fortuna 'l volgo afflitto
il fior de' cavalieri accolto insieme
con giovanile ardire al duce invitto:
'Dá (grida) il segno di battaglia'e freme
non avendo timor d'Asiao d'Egitto
perché da nere arene e d'alte selve
armino i mostri e le possenti belve.


9

Ma pone a gli animosi un lento freno
di quel saggio signor la mano esperta;
né de la notte al tepido sereno
vuol prova far de la fortuna incerta
pria che chiuso i nemici ampio terreno
abbian di fosse a la campagna aperta:
quelli pronti occupâr sublime giogo
dove scelse Pompeo sicuro luogo.


10

Cosí passâr sino a la nova aurora
la breve nottee quinci in vari accenti
s'udia 'l tumultoe non quetato ancora
il suon discorde d'infinite genti:
di mar turbato in guisa e di sonora
tempestaallor che fan battaglia i venti;
quindi in mesto silenzio e quasi stanchi
giacean del guerreggiar Latini e Franchi.


11

Poi ne l'uscir de la purpurea luce
l'oste vicina a la frondosa sponda
di Cedron il torrente indi conduce
e s'accampa Emireno e si circonda;
ma per vie da lor fatte il Franco duce
tra larghe fosse i suoi mandava a l'onda:
tanta per l'acque esser dovea contesa
in secca terraal sole ardente accesa.


12

Pria con leggieri assalti e quinci e quindi
di sangue rosseggiâr le rive a pena;
poi vi trassero Egizi e Persi ed Indi
a tinger quelle sponde e quell'arena.
Era ne la stagion che infiammi e scindi
il suolcui bagna non perpetua vena
e i fonti asciughie con gli ardenti strali
d'alto saettio solgli egri mortali;


13

quandousciti da fossi e da caverne
spazïavano i Franchi 'n verde riva
a l'ombre sempre folte e quasi eterne
mormorar l'acque udendo a l'aura estiva:
ed ecco quivi Adrasto e Tisaferne;
e varia turba d'altre genti arriva
con gli animalia la cui sete è scarso
ciò che da l'urne occulte il fonte ha sparso.


14

Di strali fûr coperte e di quadrella
tosto le rivee di pungenti dardi
che si lanciâro in questa parte e 'n quella;
poi s'affrontâro insieme i piú gagliardi.
In modo antico alfin guerra novella
gli elefanti facean piú gravi e tardi:
e i guerrier piú ristretti abbatte e sforza
l'impetoil peso e quella orribil forza.


15

Ma tutti Balduino al risco eguali
con la presenza e con la destra ardita
gli animi ha fattionde non cede a' mali
alcunper dubbio di lasciar la vita:
quandostridendo a lui con rapide ali
di non so donde una saetta uscita
fére il ginocchioonde lasciar convenne
quella tenzon ch'egli primier sostenne.


16

Tutti fuggíano allor la furia e 'l pondo
per tèma abbandonando e l'ombre e l'acque:
molti precipitâr nel cavo fondo
d'oscure fossealcuno estinto giacque.
Lutoldo il primo ed Unichier secondo
cui vita senza gloria allor dispiacque
le spoglie riportâr d'ancisi mostri
emuli de' Romania' duci nostri


17

Però chel'uno a l'altro allor rivolto:
- Tu ch'hai (gli disse) or sí robuste braccia
e gir potèi d'ispidi velli involto
vinto il leonqual nuovo Alcidein caccia:
meco a' nuovi perigli or mostra il volto
perseguendo chi gli altri ancide e scaccia;
e 'n guerra ancornon pur solingo in selva
drizza quasi un trofeo d'estinta belva. -


18

Cosí gli disse; e primo ei tronca a terra
fe' la bestia cader che tutti oltraggia
sí come torre minacciosa in guerra
avvien che s'apra a le percosse e caggia.
Unichier la vicina a prova atterra
ch'ebbe vittoria del leon selvaggia:
or questa illustre gloria a quella aggiunge
poi l'altre con gran possa e fére e punge.


19

L'esempio e 'l grido ogni guerrier converse
che dal nuovo timor fu mosso e vinto
sicch'insieme ferîr le fère avverse
e quel ferino stuolo indi respinto
urtò le genti d'Indiaurtò le Perse
e l'onda e 'l guado di rossor fu tinto;
cosí di qua di lá la fossa albergo
diedee 'l torrentea chi volgeva il tergo.


20

Mal capace era il lettoi passi angusti
torbide fatte l'onde e sanguinose;
cadean sul guado i Persi e gl'Indi adusti
tra gli elefantie 'n su le rive ombrose:
e tra' camelii quai gîr dianzi onusti
di smisurate some e di gravose
or lievi e scarchi de l'usate salme
tingean del proprio sangue olivi e palme.


21

Quivi cadde fra gli altri il gran Serindo
e in sulle rive diè l'ultimo crollo
mentre bramato avrebbe il Gange o l'Indo
al gran camelo suo non ben satollo.
Cadde l'estrania belva appresso a l'indo
perché ad ambo Unichier recise il collo;
ma quasi integro a l'unoa l'altro il mezzo
che di gran colpo egli ferí da sezzo.


22

Grande era síma non egual percossa
a quella onde il signordegno d'impero
pari bestia ferí con maggior possa.
troncando (o meraviglia!) 'l collo intero.
Spogliata intanto avean la carne e l'ossa
di Lutoldo i compagni e d'Unichiero
ed a' corvi lasciando il fèro pasto
le cuoia indi portâr senza contrasto.


23

Ma il re feroce e Tisaferne il forte
ch'eran piú lunge entro l'istessa valle
vista la fugaanzi l'orribil morte
de' suoidispersi in quel sanguigno calle
mossero insieme e variâr la sorte
che spesso in picciol tempo alterna e falle:
e dove l'uno e l'altro a prova assalse
scampo al fuggirschermo al ferir non valse.


24

Né tanto è fèra in mar dannosao 'n bosco
perché d'irsuto cuoio s'induri ed armi
e sparga da la bocca amaro tosco
ed abbia artigli e dentiorribili armi:
né torbida procella a l'aer fosco
o folgore che passi i monti e i marmi
piú spaventosa è de l'irata coppia
che a perversa ragion tai posse accoppia.


25

Ecco fra molti a piè di salto in salto
Lucenzio al corso un gran destrier sospinge
e da traverso impetuoso assalto
facendo al re de gl'India lui si stringe:
ei da sella rapito il leva in alto
con la gran destra onde 'l circonda e cinge
ed avanti al suo arcion per forza il corca
come ch'egli s'aggiri o si contorca.


26

Tutti a lui si voltâroil grido alzando
per maravigliaEgizi ed Indi e Persi;
ei l'arme insieme e 'l cavalier portando
acceso di furor tra' duci avversi
trascorre il campoe va tra via mirando
ove cacci il suo ferro e 'l sangue versi;
quel pur ripugnae forza oppone al forte
e respinge la destraanzi la morte.


27

Com'aquila che il volo in alto estende
porta il rapito drago al ciel talvolta
e i piedi avvinchiae con gli artigli il prende:
quel con la coda in giri obliqui avvolta
fischiaorrido le squammee 'n van contende
piagatoe 'ncontra lei s'innalza e volta;
lunge ella vola e porta 'l fèro mostro
e 'l preme e punge con l'adunco rostro:


28

tale ei portò la sanguinosa preda
lieto e superboe ne feo strazio e scempio
acciò che ognun de' suoi da lunge il veda
e segua del signor l'altero esempio:
anco i nostri mirâr come succeda
l'inusitata sua vittoria a l'empio
e sentîr dentro farsi 'l cor di ghiaccio
al gran poter di sí robusto braccio.


29

Ma Lutoldo e 'l compagno opporsi osâro
a tanta forzaa tanto rischioa tanto
furor che non trovava altro riparo:
né 'n periglio maggior piú nobil vanto
eroe famosoo nome ebbe piú chiaro
contra belva di Lerna o d'Erimanto
o dove morte e vita insieme inforsa
famelico leone ed orrid'orsa.


30

Lutoldo il primo feritor prevenne
Adrastoche di corpo ogni altro avanza
né colpo di secure o di bipenne
giá mai piú grave o di maggior possanza
o di spiedoo di lancia ei pria sostenne
o d'arme note per moderna usanza:
rotto lo scudo a la percossa e l'angue;
ma non fu tratto di sue membra il sangue.


31

Poi con piú lunga spada il re turbato
mostrò del suo furor orribil arte
e quante arme trovò dal manco lato
tutte lasciò di sangue infuse e sparte.
Partí 'l lucido scudoe 'l braccio armato
lasciò ferito in perigliosa parte
la 've s'annoda; e quel dolente e 'nfermo
non può regger lo scudo o fare schermo.


32

Però costretto è di ritrarsi indietro
dove il fratello è pronto a far difesa;
e mentre l'un versava il sangue tetro
sol l'altro sostenea la dubbia impresa;
ma le sue armi ancor parean di vetro
al ferro che piú d'altro e fende e pesa;
onde sen gío Guglielmoanch'ei diviso
lo scudo e l'elmoe rotto il fianco e 'l viso.


33

Ma 'l fedele Unichier sorte piú destra
opposto a Tisaferne allor non have
perche ferito ei fu presso a la destra
e nel pettodi colpo assai piú grave:
e non gli valse incontra arte maestra
schermo intrepido e cor che nulla pave:
tal ch'a lieto principio il fin riesce
mestoe gloria col lutto in un si mesce.


34

Poi Tisaferne un Guido e l'altro impiaga
che solea sempre ne' perigli ir seco
anzi gli ancide; e fu mortal la piaga
che tosto l'un fe' monco e l'altro cieco.
Lá dove il sangue intorno al cor s'allaga
fisse il ferro a Fulcone; e del suo speco
l'onda vermiglia uscío per larga strada
e 'ntiepidissi nel polmon la spada.


35

Ferí poscia Eberardo ove disgiunge
de l'aurata lorica il sommoe l'imo
del lucid'elmo; e quivi al collo aggiunge
lo qual reciso cadde al colpo primo
e per l'arena andò rotandoe lunge
restò dal tronco in quel sanguigno limo:
GastoGastonLamberto in vari modi
abbattee rompe de la guerra i nodi.


36

Come due fochi in fra virgulti e piante
d'arida selvae dove scoppia il lauro
spargon la fiamma torbida e sonante.
crescendo a lo spirar d'Austro e di Cauro;
o quai due fiumil'un in vêr Levante
corre spumosoe l'altro inverso il Mauro
risuona impetuosoe 'n mar si sgombra
e la sua via d'alte ruine ingombra:


37

cosí de' duo guerrier la forza e l'ira
strugge il fedele stuol da varie parti
e dovunque si volge e si raggira
cedono tutte incontra e l'armi e l'arti;
fortuna intanto a lor seconda aspira
ed a' Franchi giá lassi e 'n fuga sparti
la via di breve fuga omai precisa
e tutta piena è giá di gente uccisa.


38

Sembra quasi di morti orrida tomba
la scura vallee di sanguigno flutto
spuma 'l nero torrentee piú rimbomba
al suon de l'armia l'alte stridaal lutto.
D'Adrasto il grido è qual tartarea tromba
ch'orribil s'ode risuonar per tutto:
Sioned Acrae l'uno e l'altro campo
mosse; e 'l minor temea vergogna e scampo.


39

Il vecchissimo duce ancora udillo
bench'ei bevessee ne l'oblio giocondo
i lunghi affanni a cui lo ciel sortillo
tuffasse in parte co 'l minor Raimondo
che riportato avea l'alto vessillo
l'armee degli altri arnesi 'l caro pondo
da l'infelice impresa e da l'arena
tinta di sanguee tornò vivo a pena.


40

Seco tornâro insieme i due Roberti
e 'l possente Aristolfoe 'l duce Inglese
ch'invan fortuna e 'l lor valore esperti
de la ròcca lasciâr l'aspre difese:
seco volle quel d'Ansa i casi incerti
anco tentar ne le piú dubbie imprese;
e co' silenzi de la luna amici
taciti si partîr da' lidi aprici.


41

Taciti si partîr per l'aria negra
tutti in preda lasciando i nudi legni;
onde aver non potran vittoria allegra
i lor nemicid'altre spoglie indegni:
però di gente dolorosa ed egra
pieno era il campoe lutti udiansi e sdegni
quando gli spaventò piú orribil suono
pur come tuon che segua appresso al tuono.


42

L'antichissimo duce allor rivolto
a l'altroche si ciba e parte langue
turbossi alquantoe piú severo il volto
cui fatto avea la lunga etate esangue
disse: - Che fia non so; ma un grido ascolto
che mi perturba e stringe al core il sangue:
e son tristo indovino (o ch'io m'inganno)
di mal vicino e di presente affanno.


43

E giá quasi di vetta assai lontano
io l'antevidie poi nol tenni ascosto;
ché l'acqua e l'ombra al Franco ed al Germano
alfin si venderian di sangue a costo;
e spessoin debilforte ardire insano
conobbie sospirai luglio ed agosto
bramando in nova etá senil consiglio
ché sofferenza vince ogni periglio.


44

Or vedrò s'io m'apposi e s'io predissi
il vero e 'l meglioe se di ciò mi calse.
Tu posa intantoa cui la piaga aprissi
e gran fatica a sofferir non valse. -
Tacque; e fra tre nipoti indi partissi
con un'asta reggendo il passoe salse
lá onde vedea ne la confusa turba
chi turbato è fuggendo e chi perturba.


45

Come allor che si turba il mar Tirreno
e freme sotto ancor tacita l'onda
per futura tempesta ei gonfia 'l seno;
non piú d'un lato che da l'altro inonda
prima ch'un vento involva il ciel sereno
e signoreggi ei sol l'acqua profonda:
e sol le nubi e 'l flutto a certi segni
movae rivolga in duo turbati regni;


46

cosí fra' suoi pensier d'alma turbata
tutto riman sospeso e nullo il move:
mentre o pensa d'andar con gente armata
egli medesmo a far l'ultime prove
o 'l duce ritrovar de l'oste ingrata
ch'ascolta forse altrui consiglio altrove;
questo alfin meglio estima e questo elegge
cercando lui che gli altri affrena e regge.


47

E 'l ritrovò co 'l suo fratello assiso
ne la sua tenda ov'altri duci accoglie;
da cui rado il volere ebbe diviso
dolente assai de le sue acerbe doglie;
orvisto il veglio con men lieto viso:
- Ecco il frutto (diss'ei) che qui si coglie:
queste produce (e d'altre ora non calme)
questo sacro terren corone e palme.


48

Ma ben tem'io che meglio alfine osservi
le sue promesse 'l minaccioso Argante;
e quasi damme fuggitive o cervi
alfin d'Asia ci cacci e di Levante
o ci faccia de' suoi prigioni e servi
come spesso cred'io ch'omai si vante:
poi c'ha preso le navie preso il porto
e corre vincitor l'occaso e l'orto.


49

A noi dianzi negò vittoria il mare
or nega scampoe di fuggire io temo;
né riveder le rive amate e care
spero giá mai de l'Occidente estremo;
ma possiam qui morirse meglio or pare
senza adoprar fuggendo o vela o remo:
s'altro rifugiooltra la morteavanza
dicalo chi di vita ha piú speranza. -


50

Tacque Goffredo; ed ebbe allor risposta
ch'ogni malfuor che morteavea rimedio
dal pastor di Cosenzaa lui di costa
sedenteil qual fuggí periglio e tedio:
- Mutata è (disse) la fortuna opposta
e noi minaccia di gravoso assedio
o di giornata che vergogna apporte:
ché gran lode è schifare a' suoi la morte.


51

Se la vita piú lunga omai ti spiace
né puoi sperar che le tue glorie accresca;
e s'odii senza regno amata pace
di noi ti caglia e pur di noi t'incresca.
Salva noi tuttie sii pastor verace
tenendo via ch'a certo fin riesca;
ché Antiochia n'aspettaanzi ne chiama:
ivi regnase vuoicon miglior fama.


52

Se questa pace il Turco a te dinega
o 'l pauroso imperator d'Egitto
tutti noich'una fede unisce e lega
l'offriampregando umílio sire invitto. -
Cosí diss'egli; e per suo dir non piega
il magnanimo duceo per despitto.
Ma di Tolosa allora il saggio conte
incontra lui sdegnosa alzò la fronte:


53

- Qual parola crudel t'uscí di bocca?
Mentre falsa pietá dimostri e fingi
a morte ne conduciove trabocca
timido corparte n'affretti e spingi.
Non è secura mai cittate o rocca
al fuggitivo: e tu al fuggir n'astringi
non a pugnare; e 'n piú lontana terra
cercar debbiam via piú dubbiosa guerra.


54

Fuggirem volontario mal tuo grado
farem battagliae pugnerem costretti
se ti lascia il buon sir lo scettro e 'l grado
se ti fa duce di guerrieri eletti:
e 'n altra vallee 'n men securo guado
mostreremo a' nemici il tergo o' petti?
Chi prima lascia il valloonde egli è cinto
per uso e per ragione in prima è vinto.


55

Fiumitorrentivalliorridi sassi
rupiselvemontagneaspro viaggio
troverem con piú rischio: a' dubbi passi
i finti amici ancor faranne oltraggio.
Egri i guerrieried impediti e lassi
ed assetati al piú cocente raggio
innumerabil turba avantia tergo
de' nemici vedranmutando albergo.


56

Dunque fermiamci qui tra fosse e ponti
in questo sí onorato almo terreno;
ché queste sacre valli e questi monti
ci permetton vittoria o laude almeno.
Siamcome piú n'aggradao tardi o pronti;
ecco il riposoecco la madre e 'l seno.
Chi far battaglia ne costringe a forza
a vincere (o ch'io spero) ancor ne sforza. -


57

Cosí disse. E soggiunse il pio Goffredo:
- Ottimi sempre fûro i tuoi consigli
ed al tuo senno me medesmo io credo
non che le genti mie ne' lor perigli;
ma che tu solo t'armi io non concedo
contra il nemicoe spada e lancia or pigli:
né ritratto miei detti o 'n lor m'attempo
ché di vittoria o di morire è tempo.


58

O sia debita a me la gloria o 'l risco
io contra Argante o contra il fier soldano
sol per tutti nel campo espormi ardisco
e la guerra fornir con questa mano:
né lo scettro mi moveo 'l regno prisco
o titolo d'onor bramato invano
ma la vostra salute e 'l puro zelo;
sia testimon di ciò la terra e 'l cielo.


59

Dogliomi sol che a l'opra omai son lento
per trar voi di periglio e me d'affanni;
allor ciò far potea senza spavento
che eran nostri i vantaggi e loro i danni.
Or di qualche ripulsa io sol pavento
ché m'hanno in guerra esposto i due tiranni.
Ma sol per tutti (o pur mi sia concesso)
di nuovo offro la vita e 'l petto istesso. -


60

Cosí rispose: e la sentenza estrema
disse de la milizia il vecchio padre:
- Giá non debbiamo aver spavento o tèma
dove duce sei tu d'invitte squadre;
ma nostra gente indebolita e scema
ha per soccorso omai schiere leggiadre;
tal che render conviene (e tardi parme)
l'arme a Rupertoo 'l gran Riccardo a l'arme.


61

Non devi escluder lui se tanti accogli
de' suoi guerrieri; ond'ei può far ritorno
né piú tra salse arene e salsi scogli
star (come intesi) in placido soggiorno.
Abbian fine i lunghi òdi e i fèri orgogli
ché discordia è cagion d'onta e di scorno:
e (se dir lece il vero) ei val per mille;
né fu da' Greci piú bramato Achille. -


62

Ruperto d'Ansa era frattanto accorso
da quella via la qual conduce a' mari
sin lá 've hanno i cavalli il campo al corso
e i giudici alto seggioe Dio gli altari.
Qui il fratel di Lutoldo al primo occorso
scorge venir con tardi passi e rari
con l'armi rotte e polveroso e stanco
traendo a pena il mal piagato fianco.


63

Spargea sudor dal visoe sangue misto
ma pur non si smarriva il cor gentile;
n'ebbe pietá quel d'Anzioallor che visto
l'ha cosí concio d'empia mano ostile:
e pianse i morti in quel famoso acquisto
e la fortuna che mutato ha stile:
- Ahiduci Franchicome in lutto e 'n polve
la vostra gloria si tramuta e volve?


64

Cosí morir tanti guerrieri egregi
dovean senza sepolcro in terra estrana.
Ma tuchevivo ancorsí degni pregi
d'onor riporti e di virtú sovrana
dimmio Guglielmo: incontra i negri regi
fragil sará la nostra forza e vana?
O sostener potrem l'arme nemiche
dopo sí glorïose aspre fatiche?-


65

- Quel che sará non so; ma in quel ch'io scerna
vane (risponde) fian difese e schermi
contra i giganti de la valle inferna
e 'ncontra i mostri anco i ripari infermi
se non piace al Signor che 'l ciel governa
che la sua aita il nostro ardir confermi:
in altra guisa omai l'ore del pianto
son giuntee 'n fumo è sparso il nostro vanto.


66

Perché lá 've il torrente inonda e bagna
molti perîr de' piú famosi in armi;
e parte di sua vita ancor si lagna
piú non sperando onor di bianchi marmi.
Ma tu m'aitapregoe tu ristagna
il sangue al sacro suon de' forti carmi;
ch'io tardo giungoe 'n mia salute è lenta
ogni medica mano altrove intenta. -


67

Cosí disse pregando; e con soavi
passi l'altro il conduce assai vicino
dove del sangue sparso il terga e lavi
tra lucido ostro assiso e bianco lino.
Curò le piaghe sue profonde e gravi
a cui fu d'uopo il proveder divino:
e fece opra miglior che d'arte maga;
se pura fé di puro cor s'appaga.


68

Ne l'egro ei mitigò la doglia acerba
ma no 'l desioche dentro il rode ed ange
di vendicar de' suoi l'onta superba
contra chi ber solea del Niloo 'n Gange:
e fisse ne la mente anco riserba
le sue parolee l'altrui morte ei piange;
e gli son quasi dal pensier dipinti
i simulacri de gli amici estinti.


69

Parte del suo signore oblia l'impero
ch'egli guerra non faccia e sol rispinga
e del soldánch'è si possente e fèro
schivi l'incontroove s'avanzi e spinga:
tanto nel petto giovinile altero
può di gloria immortal dolce lusinga
o quasi forza è pur d'eterna luce
questo nobil desio ch'a morte induce.


70

Questo fermo pensier dal cor avulse
tutt'altrie sbandí quasi il dolce sonno;
e non vi fûr per l'arme altre repulse
per l'arme del suo fido amico e donno.
Ma come il nuovo dí nel ciel rifulse
sostenne il pesoe far pochi altri il ponno:
e fece biancheggiar con auree piume
l'augello imperïoso al chiaro lume.


71

Il grave usbergo e 'l grave scudo io dico
in cui l'aquila i vanni innalza e spande
e l'elmo sostenea del caro amico
che sculte d'oro avea ricche ghirlande:
la spada noche fu dal padre antico
portata in guerrain guisa è grave e grande:
néfuor che 'l pio Goffredoalcun la vibra;
ei sol potea di forza opporsi in libra.


72

Un'altra spada al fianco allor si cinge
Rupertoin cui la guardia e 'l pomo è d'oro
e vi riluce impressa alata sfinge
che si corona di frondoso alloro:
quinci un possente suo destrier sospinge
a cui cede nel corso il trace e 'l moro;
negrocandido un pièstellato in fronte
e gli altri appresso fa condurre al fonte.


73

L'astala qual parea nodosa antenna
integra e tinta di color vermiglio
e tronca giá ne la famosa Ardenna
lasciò con gli altri arnesi il padre al figlio;
ma dove Marte féree non accenna
la ruppe quel cui diè virtute esiglio:
quel ch'in battaglia ogni dur' rompe e spezza
ed ebbe eguale al suo valor bellezza.


74

V'è solo il tronco; e 'l suo fedel ne scelse
una fra molte la piú grave e dura
che mai sia incisa ne le cime eccelse
del nevoso Apenninoo 'n selva oscura.
Lá 'nde affissa pendeaprimier la svelse
questi che tanto l'alma ebbe secura:
poi mosse a ricercar de l'acque dolci
fra' seggi de' pastori e de' bifolci.


75

Con gl'Italici suoi la fida scorta
di que' di Trena egli seguir potea;
ma venne a l'ombra per la via piú corta
dove il lasso guerrier s'attuffi e béa:
egli a' fatti animosi altrui conforta
lá 've il rischio piú certo esser credea;
ma varie genti a l'ondee quindi e quinci
trassero pria ch'a guerreggiar cominci.


76

Cosí lupi assetati a cui distilla
il nero sangue ancor dal muso immondo
vengono a perturbar l'onda tranquilla
dal sanguigno lor pasto al rio profondo:
o pur fère diverseove sfavilla
Atlante che sostiene il grave pondo
con bocca aperta e con spumosa lingua
sen vanno a' fiumi in cui l'ardor s 'estingua.


77

Disse Ruperto a' suoi: - Compagni illustri
di quel signor che pari unqua non ebbe
ma innanzi al cominciar di cinque lustri
superò il padre e la sua gloria accrebbe;
deh fate orpregoch'il suo onor s'illustri
ché nulla invidia far men chiaro il debbe;
onde chi non degnollo ed or l'incolpa
conosca il torto e la sua propria colpa;


78

e pensi: se pòn tanto i suoi seguaci
che farebbe il signore a' suoi congiunto?
Valore impetuoso a que' rapaci
lupi mostrate omaiche 'l tempo è giunto. -
Cosí dissee lor fece in guerra audaci
come il destrier che da' suoi sproni è punto:
e nel corso splendean quell'auree penne
tal ch'altri appena il suo splendor sostenne.


79

Dicean gli Assirimossi al primo sguardo
folgoreggiar veggendo e quasi a volo
l'angel sublime: - È questo il gran Riccardo
che riede in guerrae con piú fèro stuolo.
Fu dunque un vano messaggier bugiardo
quel di Feniciae n'abbiam onta e duolo. -
Egli intanto giungeache nulla mente
piú di virtú che di fin'òr lucente.


80

Nel lucido elmo egli primier percosse
il dispietato Amandi padre ebreo
in Soria natoe sí di sella il mosse
anzi di menteche 'l fellon cadéo
stordito; e come notte orribil fosse
il dolce lume e seco il ciel perdéo
ch'alfin perduto piú non si racquista:
or giace orbo di menteorbo di vista.


81

E nel secondo colpo ei piú non falla
ben che fére piú bassoe pur ancide
Sansonforato il collo; indi la spalla
trafigge d'Absalonche fugge e stride
ben che sia mastro de la regia stalla
e sembri in quella d'Augea un nuovo Alcide.
Né vi potea condur sí cara preda
perch'altrui tanta gloria il ciel conceda.


82

Poi con l'asta medesma in terra abbatte
Jampsonee Tamerlano a morte offeso
che dal paese ove le nevi intatte
non strugge il sold'antica stirpe è sceso.
L'uno né spira piúné polso or batte
ma giace de la terra immobil peso:
l'altro la mordee 'n sul morir si volve
calcitrando nel sangue e 'n atra polve.


83

Sedea raccolto in ben polita sella
Dechere giá smarrito il viso e 'l core
mentre mirò questa percossa e quella
ch'empier potea di spaventoso orrore:
e la sinistra mantremante anch'ella
lasciava il freno: a luiche tutto smore
fra' denti trapassò l'acuta lancia
e gli trafisse la sinistra guancia.


84

Com'uom che siede curvoe l'onde mira
da pietra che sovrasti al suol marino
prende il pesce con l'amo e suso il tira
con la tremula canna avvinta al lino:
tal preso per la parte ond'ei respira
con l'asta il levae gitta a capo chino
sovra l'aperta boccaindi sen fugge
l'anima ch'al partir si lagna e mugge.


85

Rotta l'asta il guerrierch'integra e salda
restare a' duri colpi omai non pote
fa la spada di sangue umida e calda
mentr' ei Torildo e Rubican percote
ch'abitò in Acra in su la verde falda:
e fra l'irsute ciglia e l'ampie gote
diviso cade; e 'l suol per dura scossa
sparso è di sangue e di cerebro e d'ossa.


86

Frattanto non teneva il rischio a bada
i suoiné di terror aspetto e d'ombre;
bench'in lor di saette un nembo cada
onde il sereno ciel par che s'adombre
ma qual fería di lancia e qual di spada
perch'il dubbioso guado a lor si sgombre:
e d'ambo i lati fean sanguigno il calle
e di morti coprian l'orrida valle.


87

Quando il fiero Aladin ferí di punta
l'ardito cavalierch'ad altro intende;
né dov'ogni arme si rintuzza e spunta
ne l'elmo e ne lo scudo il colpo ei stende;
ma lá 'vepiastra a piastra in un congiunta
s'affibbia la corazzail lato offende:
poitemendo il valor d'invitta mano
gío dal ferito il feritor lontano.


88

Né tempo d'aspettarlo omai gli parve
perché giá si volgea troppo sdegnoso
e ne la vista folgorando apparve
terribilesuperbo e spaventoso.
- Non son queste (ei dicea) mentite larve
né fantasma che vaghi a l'aer ombroso;
vero nemico vedi; e qui si sconta
con verace valore oltraggio ed onta. -


89

Cosí dicendoei tosto avvien che segua
luiche ratto ricorre a l'altre rive
per darlo in preda a lei che tutto adegua;
l'altro pur cerca ove la morte ei schive:
e vorria pace col destino o tregua
ch'a la sua vita un certo fin prescrive;
ma passa invanné di fuggir gli è dato
di tenebrosa morte il duro fato.


90

Perché varcando a pena il guado incerto
ne l'altre sponde impresse alti vestigi:
a l'alma il calle fu dal tergo aperto
ond'ella fugga a' laghi Averni e Stigi.
Ma qual primaqual posciao buon Ruperto
col ferro micidial di morte affligi
mentre con alto suon d'eterna fama
t'invita il ciel ch'i buoni accoglie e chiama?


91

Priavarcato il torrenteErode ancise
NigranTenebricante e Lucifuga;
poscia il corso vital d'Eumene incise
di Sifondi Smeriglio e di Felluga:
diè morte a questialtri il timor conquise
e lor disperse in dolorosa fuga:
ei perseguillie 'n perseguir seguíto
fu da lo stuol de' suoi compagni ardito.


92

Giovine incauto era trascorsoe vago
di vittoriad'onord'eterna loda
quand'ei scopríquasi del fin presago
l'empio soldan che forza accoppia e froda;
come il pastor che scorga orribil drago
strisciar fra l'erbaove s'avvinchia e snoda
e sibilando alzar superba cresta
gonfio il ceruleo colloond'ei s'arresta:


93

cosí riflette dubbio; e 'l gran ribello
ben riconobbe a la famosa insegna
con Amoraltoil cavalier novello
la cui virtú d'iniqua legge è indegna.
Quasi leon ch'omai d'orrido vello
s'adornie 'n tana rimaner si sdegna
ma segue il padree giá gli artigli e 'l mento
tinger vorria ne l'africano armento.


94

Partemirandouscir d'oscuri aguati
egli vedeva a l'ombra occulta e bruna
giá piú vicini i cavalieri armati
sotto l'insegne di turbata luna:
e gli altri poisí come augelli alati
di cui stridente schiera in ciel s'aduna
tornare in guerra; e sé primieroo solo
onde si volse al suo feroce stuolo.


95

Vide ch'era seguitoe nulla ei disse
quasi d'indugio or si vergogni e penta;
e quel che di sua morte in cor descrisse
obliandoal destriero il freno allenta;
ma del suo ardir l'alte parole ha fisse
in guisa d'uom ch'il suo dever rammenta:
e 'ncontra il re de la spietata turba
drizza prima il suo corsoe lui perturba.


96

Quinci la lunae quindi il sol fiammeggia
nel duro campo incontra lei converso
come nel cielove oscurar si deggia
e 'mpallidir l'aspetto a l'aër perso:
e tosto fia che qui imbrunir si veggia
di nero sangue orribilmente asperso.
Ahi lagrimosa eclissiahi non felice
virtú! Quando egual lutto il ciel predice?


97

Incominciâr l'impetüoso assalto
i duo guerriercon cento colpi e mille:
ed ambe fiammeggiâr le spade in alto
e risonâr siccome incudi o squille
quell'arme adamantine; e 'l verde smalto
non però tinser di sanguigne stille;
ma sovra gli elmi ogni crudel percossa
fu gravee parve Pelio imposto ad Ossa.


98

Di fuori il ferroentro il furore avvampa
sí che non bolle piú Vulcanood Ischia.
L'iregli òdile forze insieme accampa
ciascun contra il nemicoe piú s'arrischia:
né da colpo giammai s'arretra o scampa
per la confusïon turbata e mischia;
ma tanto rabbia in lor s'avanza e cresce
quanto s'inaspra la battaglia e mesce.


99

Come in valle talorche cinge e serra
d'alpestri monti oscura selva intorno
fanno irati fra sé terribil guerra
Euroe chi spira onde tramonta il giorno:
caggion con gran romore i rami a terra
percotendosi insieme il faggio e l'orno:
cosí genti pugnâr di fé discordi
né v'è chi pensi a fugao sen ricordi.


100

Ma 'l buon figliuolo a cui pietá perfetta
nega la dispietata iniqua legge
de le paterne ingiurie aspra vendetta
giá far vorrebbee di morire elegge:
e lui ch'al padre è infestoe piú s'affretta.
e 'l suo destriero e 'l suo furor non regge
percote ove nol copre o scudo o schermo
ed impiaga la piaga al lato infermo.


101

Ruperto si girò tre volteed anco
ferí tre voltee fece alte ruine
terribil piú che si mostrasse unquanco
d'armi e di genti ch'incontrò vicine.
La quarta a luipur ruinoso e stanco
de la sua morte apparve orrido fine
visibilmentee 'n quel gravoso impaccio
Morte che per ferire alzava il braccio.


102

E d'alto caddee rimbombò funesta
la fèra spada in su le cave tempie
sí che stordissi a la percossa infesta
del re crudel che 'l suo furore adempie.
Fu tratto l'elmo a la onorata testa
ella di piaghe offesa e gravi ed empie
disarmata la mano e 'l pettoe 'l tergo
del fino scudo e del lucente usbergo.


103

Cosí moristio viva gloria o lume
del nobil regnoe festi eterno occaso
spargendo d'un purpureo e caldo fiume
il sol de l'armiin quell'orribil caso:
anzi volasti al ciel con altre piume
che d'aquilao di Famao di Pegáso
le tue spoglie lasciando al fier nemico
lagrimosa vendetta al fido amico.


104

Ma di quell'auree spoglie altero e lieto
corre Amoralto a la gentil rapina
ch'al suo valore omaisenza divieto
quella gloria quel giorno il ciel destina;
e i nobili destrierch'al bel Sebeto
bebbero e si lavâr d'onda marina
or prende ad acque men turbate e scarse
in cui piú sangue ch'altro umor si sparse.


105

E sol Circinoal suo famoso duce
serbandosifuggí con leggier corso;
e scosso il fren ch'in servitú l'adduce
calcitrando superboei diè di morso
quasi eletto a portare arme di luce
e 'nvitto cavalier sul bianco dorso
nel díche quei del sol (s'altrui si crede)
ebbero intoppo in ciel da viva fede.


106

Ma trasser gli altriov'è maggior tumulto
che per desio di preda ardenteo d'acque
al nobil corpoche lasciâr sepulto
non vorran senza onore ov'ei si giacque.
Non era al buon Loffredo il caso occulto
lagrimoso e dolente; e piú gli spiacque
perché Ramusioal suo cader maligno
era in gran rischio e tutto omai sanguigno.


107

Correa Achille e Giustino a certa morte
né Cossoné Belprato era piú tardo;
battean de l'altra vita omai le porte
ed Afflittoe Metelloe 'l fido Evardo
non cercando a un bel fin migliori scorte
né 'n sí gran lutto riveder Riccardo;
ned altra gloria mained altra palma
che di morir con l'onorata salma.


108

Ma qual fèro leon di tana uscito
co' figli appresso in perigliosa caccia
se incontra in selva il cacciatore ardito
intorno allor si volge e lui minaccia:
tale il buon vecchioallor nulla smarrito
ma con gran coree con robuste braccia
fermò il cavallo al sanguinoso varco
sin che ne trasse il sospirato incarco.


109

E qual gran focoallor che fumo oscuro
tutto dintorno al cielo asconde e copre
ed Orione involvee 'l pigro Arturo
e l'altre di lá su mirabili opre
quivi la pugna ardeva; e l'aer puro
sereno in altra parte il sol discopre:
e fra lontani da mattina a terza
si combatte cessandoe quasi scherza.


110

Però si volge allor Loffredo il veglio
al buon Achilleed a partir l'invita:
- Forte guerrier che fra tutti altri io sceglio
nel gran periglioomai facciam partita:
che certo di ritrarsi estimo il meglio
prima ch'al tuo fratel la nobil vita
copra quasi di Marte incendio o nembo
che di morti a la terra ha pieno il grembo. -


111

Cosí diss'egli; ed ubbidiva a' detti
de' duo piú saggi il cavalier feroce
con gli altri suoi compagni in guerra eletti
ritratti al suon de la severa voce.
E tutti insieme in un drappel ristretti
il corpo riportârcui nulla or nuoce
o lanciao stralben che sia d'arme ignudo;
pur ciascuno il copria del proprio scudo.


112

Fino al torrente poi la turba infida
preme i fedelie sul partir contrasta
empiendo il ciel di minacciose strida
e ferendo vicin di ferro e d'asta:
e fulminandoil re di morte sfida
e pone a morte e 'l minacciar non basta
sin lá 've quasi misto il sangue a l'onde
fa lubrico il calar d'antiche sponde.


113

Come in bocca del portoove s'implica
nel mar il curvo lidoorrido scoglio
quinci e quindi torreggia o rupe antica
e reprime de' venti il fèro orgoglio:
cosí allor reprimean l'ira nemica
pien d'alto sdegno i duci e di cordoglio
sin ch'i suoi fûr passati a l'altra parte
non cessando mill'arme a l'aura sparte.


114

Non cessan le saettee i dardi e i sassi
e rado avvien che scenda il colpo in fallo
sovra l'armata schiera a' dubbi passi
tal che rimbomba il lucido metallo.
Alfin Ramusio e mesti i duci e lassi
col nobil peso entrar ne l'ampio vallo
e con la pompa d'infelici spoglie
l'aurea porta il re superbo accoglie.


115

L'antica porta in cui lo sol dispiega
il primo raggioe lei n'illustra e 'l tempio
or s'apre a luiche giusto il ciel rilega
dal suol nativoe qui trionfa or l'empio
del pio sangue macchiatoe nulla il piega
gloriosa umiltá d'antico esempio
ch'ivi portò la palma il Re de' regi
sovra il pigro animal senz'aurei fregi.


116

E qui depose umil l'alto diadema
Eracliovincitor de' fieri Persi.
Pur il fellon non ha spavento o tèma
né l'hanno i suoid'iniqua morte aspersi.
O alta providenziaanzi suprema
che piovi il focoe spargi il mare e 'l versi
qual vendetta minacci e grave ed aspra
a chi s'indura in aspettando e 'naspra?


117

L'alta vittoria i Siri a l'ozio adesca
e de' nostri produce onta e disprezzo.
Godon ne' verdi monti a l'onda fresca
i cari cibie le dolci ombree 'l rezzo.
Vecchi e fanciulli piú lascivi in tresca
vedi meschiarsie Belzebub in mezzo;
ventilando il pavon tra fonti e rivi
ch'al mormorar lusinga i sonni estivi.


118

Soglion cosí passar l'ore diurne
e sotterra cercar piú freddo loco.
Fanno il ciel vergognar l'opre notturne
e i lor sozzi dilettie 'l risoe 'l gioco:
apron il corso a l'acquee i fonti e l'urne
versan fuori il ruscel corrente e roco:
la terra le vivande e 'l mar dispensa
ond'ingombri Emiren superba mensa.


119

Da l'altra parte in sanguinose pene
doleansi i nostrie 'n lagrimoso duolo;
qual d'Etiopia le piú ardenti arene
bolle sotto a lor piú l'arido suolo;
e l'oste inopia d'ogni umor sostiene
e de' fonti cercando a stuolo a stuolo
la fame d'Antiochia or nulla estima
verso la sete in quell'estranio clima.


120

Spenta è del cielo ogni benigna lampa:
signoreggiano in lui contrarie stelle
onde piove virtú ch'informa e stampa
l'aria d'impressïon maligne e felle.
Cresce l'ardore estivoe sempre avvampa
piú mortalmente in queste parti e 'n quelle.
A giorno reo notte piú rea succede
e dopo lei peggiore il dí sen riede.


121

Non esce il sol giammaiche asperso e cinto
di sanguigni vapori entro e dintorno
ei non dimostrie quasi altrui dipinto
mesto presagio d'infelice giorno.
Non parte maiche piú turbato e tinto
non minacci egual noia al suo ritorno
e non inaspri i giá sofferti danni
col timor certo di piú gravi affanni.


122

Mentre egli i raggi poi d'alto diffonde
quanto dintorno occhio mortal si gira
seccarsi i fioriimpallidir le fronde
assetate languir l'erbe ei rimira
e fendersi la terrae scemar l'onde
ogni cosa del ciel soggetta a l'ira
e le sterili nubi in aria sparse
fiamme pareanquando prodigio apparse.


123

Il ciel minaccia incendio e nega pace
né cosa appar che gli occhi almen restaure:
Zefiro nel suo speco ed Euro or tace
cessato è il dolce vaneggiar de l'aure.
Talor vi soffia (e pare adusta face)
vento che muove da l'arene Maure
e gravoso di polve i lumi ingombra
ricoprendo a' bei poggi il verde e l'ombra.


124

Non ha poscia la notte ombre piú liete
ma di fiamma e d'ardor son quasi impresse:
e di travi di foco e di comete
e d'altri fregi ardenti il velo intesse:
né purterra infelicea tanta sete
son da l'avara luna almen concesse
le sue dolci rugiade: e l'erbe e i fiori
chiamano indarno i lor vitali umori.


125

Da le notti inquïete il pigro sonno
sbandito fugge; e i miseri mortali
lusingando ritrarlo a sé nol ponno:
e la sete è peggior di tutti i mali.
Non cessa di Giudea l'iniquo donno
di sparger succhi a l'acque empi e mortali.
Onde vie piú di Stige e d'Acheronte
sembra al pio cavalier turbato il fonte.


126

E Siloeche solea sí puro e mondo
pur dianzi offrir cortese il suo tesoro
or di tepide linfe a pena il fondo
arido copree nega altrui ristoro:
né sol vorriano il Poqualor profondo
sen va con fronte di superbo toro;
né 'l Gangeo 'l Niloallor che non s'appaga
di sette alberghie 'l verde Egitto allaga.


127

S'alcun giammai tra le frondose rive
puro vide stagnar liquido argento;
o giú precipitose ir l'acque vive
per alpeo 'n piaggia erbosa a passo lento;
quelle al vago desio forma e descrive
e ministra sol esca al suo tormento:
e l'imagine lor gelida e molle
gli asciuga e scaldae nel pensier ribolle.


128

Vedi le membra del guerrier robuste
cui né cammin per aspra terra preso
né grave salma onde passâro onuste
né domò ferro acuto o ferro acceso;
ch'or risolutee nel gran giorno aduste
giacciono a se medesme inutil peso:
e viva ne le vene occulta fiamma
che in lor si pasceentro gli spirti infiamma.


129

Langue il corsiergiá sí ferocee l'erba
giá desiato ciboa noia or prende:
vacilla il piede infermoe la superba
cervice dianzi è giú dimessa e pende:
memoria di sue palme omai non serba
né piú dolce di gloria ardor l'accende:
ma stima l'auree pompe ignobil soma
tanto l'empia stagion l'affligge e doma.


130

Languisce il fido caneed ogni cura
del caro albergo e del signore oblia:
giace distesoed a l'interna arsura
sempre anelandoaure novelle invia.
Ma s'altrui diede il respirar natura
perch'il caldo del cor temprato sia
or nulla o poco refrigerio ei n'have
sí quelloonde si spiraè denso e grave.


131

Tal era la stagion che tanti afflisse
fidi guerrierie sí turbato il cielo:
quando il Signorch'in lui sue stelle affisse
e spiegò l'aria come un picciol velo
e librando la terraal mar prescrisse
i suoi confinie temprò fiamme e gelo
lá su dormiase dirlo a noi conviensi
formando i simolacri a' nostri sensi.


132

Sovra gli occulti lumie i lumi ardenti
e l'alto suon de l'armonia superna
caligine è lá su d'ombre lucenti
in cui s'involve il Re ch'il ciel governa:
e ne l'entrar de l'animose menti
negandos'apre; e quivi è pace eterna.
Quivi Dio pose in fulgide tenèbre
e 'n profondo silenzioalte latebre.


133

E quivi egli di rado a sé congiunge
l'alto pensier che di volare ardisca
sovra le stellee trapassar da lunge
sin che entrando la nube a lui s'unisca.
Quivi era allor che palma a palma aggiunge
il duce pio con viva fede e prisca:
e dicealzando al ciel le mani e gli occhi
onde la grazia in lui risplenda e fiocchi:


134

- Padre del ciel ch'al fido re piovesti
e la manna versasti in gran deserto
e a la vecchia man virtú porgesti
onde rompa le pietree 'l monte aperto
un fiume versi: or rinnovella in questi
le grazie antiche: e s'ineguale è il merto
di tua pietate i lor difetti adempi
che son pur tuoi guerrieri incontr' agli empi. -


135

Tarde non furon giá queste preghiere
a cui fede e speranza il volo impiuma:
ma volando passâr preste e leggiere
nel regno che non teme ardore e bruma:
il Re le accolsee le fedeli schiere
mirò col guardo onde ogni core alluma.
Disse (ed ogni parola è piú costante
che legge scritta in lucido diamante):


136

- Abbia sin or soffertoe non sen dolga
la mia gente per me danno e periglio;
ben ch'armi incontra il mondo e i lacci sciolga
Satánuscito da l'eterno esiglio.
Nuovo ordin d'altre cose omai si volga
felice a' fidi;- ed accennò col ciglio
promettendo vittoria al duce invitto
e scorno a l'Asia ed al bugiardo Egitto.


137

Mosse la fronte veneranda: e gli ampi
cieli tremâro e i lumi erranti e fissi:
tremò Olimpo con l'ariae i salsi campi
de l'Oceánoe i suoi profondi abissi:
fiammeggiare a sinistra accesi lampi
fûr vistie chiaro tuono insieme udissi:
seguí di liete voci un chiaro suono
sovra Sion ed Acrail lampo e 'l tuono.


138

Ecco súbite nubio sian di terra
su volati i vapori e in alto ascesi
o sia grazia del cielch'omai disserra
le porte a l'acquee tempra i fochi accesi:
ecco notte improvvisa involve e serra
il giornoe i negri orrori intorno ha stesi:
segue la pioggia impetüosae pare
ch'a terra caggia il ciel converso in mare.


139

Come talor ne la stagion estiva
se la pioggia dal ciel a noi discende
stuol d'anitre loquaci in secca riva
con rauco mormorarlieto l'attende:
e spiega l'ali al fresco umorné schiva
alcuna di bagnarsi in lui si rende;
e lá 've in maggior fondo ei si raccoglia
si tuffae spegne l'assetata voglia:


140

cosígridandola cadente piova
cui la destra del ciel pietosa or versa
raccoglion lietie lor diletta e giova
la chioma avernenon ch'il mantoaspersa:
chi bee ne' vasie chi ne gli elmi a prova
chi tien la mano in mezzo a l'acque immersa:
qual se ne spruzza il volto e qual le tempie
altri ad uso miglior l'urne riempie.


141

Non pur l'umana gente or si rallegra
e de' suoi danni a ristorar si viene;
ma la terra che dianzi afflitta ed egra
di sue piaghe le membra avea ripiene
la pioggia in sen raccogliee si rintegra
e la comparte a le piú interne vene:
e largamente i nutritivi umori
a le piante ministraa l'erbea' fiori.


142

Ed inferma simiglia a cui vitale
succo l'interne parti arse rinfresca
e disgombrando la cagion del male
a cui le membra sue fûr arida èsca
la rinfrancaravvivae torna quale
fu ne la sua stagion fiorita e fresca:
tal che obliando i suoi passati affanni
le ghirlande ripiglia e i verdi panni.


143

Cessa la pioggia alfinee torna il sole
ma dolce spiega e temperato il raggio
col sereno splendorsí com'ei suole
tra 'l fin d'aprile e 'l cominciar di maggio.
O fidanza gentilchi Dio ben cole
l'aria sgombrar d'ogni gravoso oltraggio;
cangiare a le stagioni ordine e stato
vincer la forza de le stellee 'l fato!


144

Da le tenebre uscito il Re del mondo
a le preghiere omai del Franco duce
scosso dintorno ha quell'orror profondo
e fiammeggiar fa la serena luce:
ed al gran carro a cui non è secondo
qual altro piú scintilla e piú riluce
lega animai pennatie 'l volge e rota
rota sublime in piú sublime rota.


145

Stellato è l'ampio carroe d'occhi è sparso
e spirito di vita il muove intorno;
tardo appo luinon pur di lume è scarso
quel che n'apporta in orïente il giorno.
Con questo al suo fedel per grazia apparso
gira egli il mondo in maestate adorno;
regnigenticontesee tutte quattro
parti rimirae non pur Tileo Battro.




LIBRO VIGESIMO

1

Usciva omai dal molle e fresco grembo
de la gran madre sua la notte oscura
aure lievi portando e largo nembo
di sua rugiada prezïosa e pura:
e del velo scotendo il nero lembo
spargea col vivo gel l'estiva arsura:
e i venticei battendo intorno l'ali
i sonni lusingâr d'egri mortali.


2

E quegli ogni pensier che il dí conduce
tuffato avean nel dolce oblio profondo;
ma vigilando ne l'eterna luce
sedeva al suo governo il re del mondo:
e da stellante seggio al Franco duce
volgea lo sguardo piú lieto e giocondo:
quinci un segno mandò tra 'l giorno e l'ombra
di raggio in guisaond'atro orror disgombra.


3

Non lunge a l'aurea porta ond'esce il sole
è porta di zaffiro in orïente
che sol per grazia avanti aprir si suole
che si disserri l'uscio al dí nascente.
Di questa escono i sogni ond'egli vuole
le tenebre illustrar d'umana mente.
Ed ora quel che al pio signor discende.
l'ali dorate in verso lui distende.


4

Sommo solil cui raggio è luce a l'alma
e dolce ardor perché non giaccia e geli;
e voi chesciolti da terrena salma
rapti volaste ov'egli illustra i cieli;
qual sia gloria lá sucoronae palma
per mecon vostra paceor si riveli
come giá lessi; e i gradie i corie 'l canto
e ciò che in luce involve il regno santo.


5

Lunge siateo profanie voi che adugge
l'ombra di morte e 'l cieco orror d'inferno
che ricercate pur latebre ed ugge
al peccar vostro ed al nemico interno:
e voi ch'il vano amore infiamma e strugge
o l'odio indura al piú gelato verno.
Ma chi di santo ardor mi purga il labro
se l'opre or narro del celeste fabro?


6

Nulla mai visïon nel sonno offerse
imagini del ver lucenti e belle
piú di questa che a lui dormendo aperse
i secreti del cielo e de le stelle;
anzi i divinie quasi in speglio ei scerse
misteri d'opre antiche e di novelle:
e 'nsieme gli apparí la terra e 'l cielo
come in teatro a cui si squarci il velo.


7

Vide repente uscir duo vaghi Amori
e quinci e quindi far contrario il volo
e l'un girar con incostanti errori
la terrae non partir da l'umil suolo:
e l'altro circondar gli eterni cori
del ciel sublimee gir di polo in polo
con ali piú del sol lucenti e preste
fabro immortal d'alta cittá celeste.


8

E quel facea lá su mirabil opra
di chiarissima luce e d'òr serena
ove notte non è che il sol ricopra
né 'l pigro verno i dí correnti affrena.
Questi fra noisenza mirar di sopra
a sua voglia formò cittá terrena
e d'idoli e di mostri albergo e tempio
tanto è diversa a quel divino esempio.


9

Egli primier parea de' sacri monti
con l'aratro segnar la terra intorno
ed indur l'ombre dolci a' chiari fonti
ove faccia al gran dí lieto soggiorno:
e d'alte torri a le superbe fronti
far gran coronae 'l suo edificio adorno:
e d'aurea pompa ornar la nova reggia
ove pria s'invaghisce e poi vaneggia.


10

Quinci d'alto signor gli occhi lusinga
bellezza ignuda e senza velo o gonna
perché a l'opra crudele il re costringa
co 'l possente desio che in lui s'indonna:
e par che penitenza il muova e spinga
in antro oscuroove d'ignobil donna
pianga l'amore e i suoi diletti immondi
e 'l sangue sparsoe d'altro umor s'inondi.


11

E quel medesmo al maggior figlio infiamma
di piú iniquo desio piú molle core;
e non si vide mai cervo né damma
cercar del rivo al piú cocente ardore
com'egli il refrigerio a tanta fiamma
cercando giá di non concesso amore:
partedi donna che si turba e piange
appar l'onesto sdegno e 'l duol che l'ange.


12

Poscia lume celeste al cor gl'informa
quasi pittor de le memorie antiche
del piú saggio figliuol la vera forma
con tante sue non pure e non pudiche
illegittime fiammee varia torma
d'estranie donne e di mal fide amiche;
e tra quelle lascive e immonde gregge
contaminata la paterna legge.


13

Quivi non solo incoronata il crine
di Faraon la figlia a lui si mostra;
ma settecento ancor quasi regine
quell'interno pittore ingemma e 'nostra;
le Idumeele Sidoniee le vicine
Cetee col re canuto in verde chiostra;
e quelle di Moab figura insieme
e le figlie d'Amondannato seme.


14

Di piodi saggioempio diviene e stolto
fra tanti amori il veglio e tanti scorni
ed al vero suo Dio lo cor ritolto
i falsi adora anzi gli estremi giorni.
Un boscoun tempio è lor sacrato e cólto;
par che la diva Astarte ancor s'adorni:
sembran ne' sacrifici i fochi accensi
e dintorno fumar gli arabi incensi.


15

Turbato il Re del cielo al culto indegno
onde onora gli dèi falsi e bugiardi
par che il minaccie con paterno sdegno
a lui rivolga le parole e i sguardi.
Di manto in guisa alfine è scisso il regno
tanto il giusto furor vien grave e tardi;
e pur sovente e questa parte e quella
si mostra a lui ritrosaanzi rubella.


16

Altari e statuee senza luce i boschi
alzati son sovra ogni eccelso colle
e sotto a' rami piú frondosi e foschi
dal volgo nel piacer languente e molle:
ecome al suo splendor sian ciechi e loschi
il vero culto al vero Dio si tolle.
La plebe in mille colpe erra e trascorre
e 'n tutto ciò che il Ciel sdegnando abborre.


17

Piú dura poi de la macchiata fede
vendetta par che lasci il regno afflitto
ché di regi tesori avare prede
fadispogliando il tempioil re d'Egitto:
e con le spoglie d'òrsuperbo ei riede;
l'altro riman com'era in ciel prescritto
facendoa tanto mal quasi restauro
ne gli scudi il metallo in vece d'auro.


18

Ma né questo ned altro iniquo oltraggio
né i regi avvinti di catene e spesse
volte a morte rapiti od a servaggio
né di vergogna alte colonne impresse
par che facciano il volgo al ver piú saggio;
né 'l giogo pur che gli ostinati oppresse;
ma ribellantee 'n lungo errar protervo
or d'un idolo or d'altro il vile è servo.


19

Qui 'l dio dell'Ellesponto ha speco e selva
e simulacroe 'l re lasciva madre
che a que' misteri è intentae si rinselva
fra le spelunche vergognose ed adre;
lá Belzebub rispondeo mostro o belva
s'adorae d'alto ciel sublimi squadre
o 'l sol che pien di scorno il dí n'apporta
o la strada de' segni obliqua e torta.


20

Nel tempio istesso ove il Signore alberga
cavalli ha il SolBaal profani altari:
e perch'altri gli atterri e gli sommerga
e ne scacci gli dèi d'Averno avari
par che di nuove macchie ancor s'asperga
né laverian senza sua grazia i mari;
ma risorgon le statue e 'n verde spoglia
questo e quel bosco inciso ivi germoglia.


21

E fantasmi a fantasmie larve a larve
succeder gli pareancom'onde in fiume;
e sempre che una imago a lui disparve
l'altra s'offerse al piú verace lume.
Distrutto il tempio e rinovato apparve
mutata è stirpe a' regi e lor costume:
e di gente Idumea nel seggio antico
assiso il re del grande imperio amico.


22

Quinci il terreno amor d'augusta lode
amor di regno e di caduca altezza
sospinge a l'opre nuove il forte Erode
che le sue antiche leggi abbassa e sprezza.
Egli amaanzi ardee per dolor si rode
tutto infiammato di mortal bellezza.
Pria sparge il giusto e poi 'l femineo sangue
ed'amore egro e d'odioinvecchia e langue.


23

Poi gli parea veder turbato il sole
quasi tenebre a tutti il ciel pareggi;
e ruine minacci eterna mole
al varïar de le sue certe leggi:
e la terra tremarch'egra si duole
rendendo l'alme a' lor celesti seggi:
e i monti al duro crolloe i marmi ha scissi
ed aperti i sepolcri e i ciechi abissi.


24

Guerra aspra alfine e fame orrida e tetra
e crudeli vivandee morti e scempi
e di giustizia che vendetta impetra
vedea Goffredo i piú temuti esempi;
né pietra rimaner congiunta a pietra
e 'l popol giá fedel servire a gli empi
disperso oltra l'Eufrateoltra l'Idaspe
a la Caucasea portaa l'onde Caspe.


25

E dove fece il Re del ciel sanguigna
la sua corona e fèra morte il morse
marmorea (ah vituperio!) alzar Ciprigna
lasciva dèanel sacro monte ei scorse:
e la statua di Gioveopra maligna
non lontana appari dov'ei risorse:
e dove giacque in fasceil ver rassembra
il vago Adon con lascivette membra.


26

Tali immagini e tante ha in sonno offerte
il divin sogno a quel signor pietoso
che le luci de l'alma in sé converte
mentre è da l'opre esterne almo riposo.
Quando ecco al ciel son giátonandoaperte
l'eccelse porte ov'aspirò bramoso:
e cittá nuova or da' celesti regni
scendeperch'ei v'ascenda e 'l varco insegni.


27

Come sposa real che in gioia e 'n festa
le prezïose pompe altrui dispieghi
e 'l suo candido seno e l'aurea testa
di rare gemme e d'òr circondi e leghi
fa con le grazie di beltate onesta
che ogni alma ad onorarla inchini e pieghi
cosí parea quella cittade adorna
che di luce immortal mai sempre aggiorna.


28

Al diaspro quel lume era sembiante
ed al cristallo in cui lo sol fiammeggia:
grande ed alto il suo muroe poscia od ante
maggior non sorsee solo ei sé pareggia.
Dodici porte aveatre vêr levante
tre vêr l'occaso la sublime reggia
tre son vòlte al piovoso e nubilo Austro
l'ultime tre converse al freddo plaustro.


29

Un angelo vedea del sommo coro
che ciascuna di lor guarda e difende;
e 'l nome anticoscritto in bel lavoro
de' figli d'Israel quivi risplende:
porte di bianche perle e piazza ha d'oro:
tutto e diaspro quanto il muro estende:
di varie gemme i fondamenti illustri
sonoognor saldi al varïar de' lustri.


30

Quivi è l'iaspe il cui splendor rinverde
e 'l ceruleo zaffiro il ciel simiglia:
e 'l calcedonio impallidisce e perde
qual lume suol che a leve umor s'appiglia.
Vince il lieto smeraldo il piú bel verde
e 'l sardio sparge ancor luce vermiglia
ma sol di sangue ei si colora e tinge;
seco il sardonio i tre color dipinge.


31

Raggi d'òr vibra e d'òr vaghe faville
il crisolitoe v'è il berillo ancora:
e tutte avanza al sol chiare e tranquille
gemme il topazioe 'l suo cilestro indora:
e 'l suo bel verde pur d'aurate stille
asperge il crisopasso e quasi irrora:
sembra il giacinto l'aria; e l'ametisto
come di rosa e di vïola è misto.


32

Di varia luce fiamme ardenti e vive
parean confusee colorati i raggi;
e de l'Agnello il nome in lor si scrive
e de' dodici fidi alti messaggi.
D'uopo non v'è di sol ch'il giorno avvive
girando per gli obliqui erti viaggi;
o pur di luna che ora scemaor cresce
varïando il suo albergo in Tauroo 'n Pesce.


33

Ma da lume divin dolce conforto
la cittá prendee di tempesta e guerra
l'Agnel mostra la pacee quasi il porto
ch'invan si cercae non si trova in terra.
L'Agnel che non ci varia occasood òrto
né per distorte vie si volge ed erra;
né quelli a cui sparisce il Carro e l'Orsa
de la sua luce e de la gloria inforsa.


34

Porta non vi si chiudee notte oscura
mai non vi sorge e non le adombra 'l seno.
I regi de la terra in lei sicura
fanno sua strada a lo splendor sereno.
Non v'entra gente maculata e 'mpura
che sparse il sangue o distemprò veneno;
non v'adorna menzogna inganni o falli
né d'idolo superbo alti metalli.


35

Ma i duci invitti e' gloriosi Augusti
vi portano auree spoglie e ricche salme
domi i tiranni d'Orïente ingiusti
e v'offron trïonfando e pompe e palme
d'Assirie d'Indie d'Etiòpi adusti
scritti nel libro il qual dá vita a l'alme;
tempio non vedeo morte in cieco avello;
Dio vivo è 'l tempioe 'l suo lucente Agnello.


36

Lutto non ode in lagrimose note
ne la cittá ch'è tutta eguale e quadra
ma laude e canto: e Chi sol vuole e pote
con aurea canna la misura e squadra:
Egli medesmo a le stellanti rote
luce agguagliando ad ombra oscura ed adra
numera i girie 'l lor cammin rotondo
e sol libra la terra e folce il mondo.


37

Poscia un fiume vedea di lucide onde
fender l'alta cittá quasi per mezzo
piú bel del Niloove il principio asconde
o d'altro ch'al ciel mandi il fumo e 'l lezzo:
che dal seggio divintra fronde e fronde
esce odoratomormorando al rezzo:
fa il legno de la vita i frutti e l'ombre
e par che quella sponda e questa ingombre.


38

Quinci veder pareagli in riva a l'acque
d'angeli un nembo che lampeggia e vaga;
quindi l'umano stuol ch'infermo giacque
e vi risana di vetusta piaga;
qual dove d'alta selva agli occhi piacque
fiorita vistao d'un bel rio ch'allarga
volano infra le foglie augei dipinti
e l'api tra narcisi e tra giacinti.


39

Parea Goffredo a quel piacer contento
ch'ogni altro suo pensier dal core avulse;
quando piú lampeggiò senza spavento
il cielch'al suo valor non diè repulse:
e luminosa piú di puro argento
e d'òr fino alta scala indi refulse
stesa da l'ime parti a le superne
e tutta fiammeggiò di luci eterne.


40

Qual discendeaqual v'ascendea poggiando
de gli angeli del ciel sublimi e snelli
che non ebber di lá contesa o bando
e parean mescolarsi e questi e quelli.
Da l'altra parte il santo Amor volando
stendea catena di gemmati anelli:
egli fu 'l mastro; ei le belle alme avvinse
e tutte a sé rapite a Dio le strinse.


41

Quegli or la scala rimiravaor queste
pur quasi gemme in bel lavoro e nodi
d'occulto lume e di splendor celeste
lucidi e sfavillanti in vari modi.
Non vanti Grecia omai l'opre conteste
da' falsi divi e le bugiarde lodi;
e Venere e 'l suo drudo avvinto or taccia:
ch'a questa il mondo stesso e 'l ciel s'allaccia.


42

Di Goffredo fu rapto al ciel repente
lo spirto in sogno; e d'ogn'intorno ei scerse
un bel sereno candido e lucente
tutto d'auro e di stelle ivi cosperse:
simile a quel candor d'alma innocente
a cui nel Capricorno 'l ciel s'aperse;
se questo è l'uscio onde varcar si creda
mente che peregrina a Dio sen rieda.


43

Goffredo in quel sublime eterno loco
maravigliossiove il suo amor sortillo;
e dentro al lume di celeste foco
vide un guerrierquasi nel mar tranquillo;
e 'n suonoa cui saria stridente e roco
qual piú dolce è quaggiúparlare udillo:
- Non riconosci (e lo chiamò per nome)
il padre Eustazio a le canute chiome?-


44

Ei risponder pareva: - Il nuovo aspetto
che di luce e d'onor se stesso avanza
pur tardi raffiguroe dentro al petto
giá sento del mio amor l'antica usanza. -
Circondò poi con dolce e caro affetto
tre volte il collo a l'immortal sembianza;
e tre fiate la divina imago
rassembrò spirto leve od aër vago.


45

Sorridendo ei dicea: - Come tu credi
non son piú cinto di terrena veste
ma nudo spirto e pura forma or vedi;
la spoglia incenerita al mondo resta.
Qui di cittá celeste adorne sedi
il Re superno a' suoi fedeli appresta.
Qui avrai (ma tardi al tuo desiom'avveggio)
co' tuoi fidi compagni eterno seggio.


46

Qui non di lauro e non di fiori e d'erba
onde il mondo bramò pregi e ghirlande
ma di giustizia a te s'ingemma e serba
coronao figlioluminosa e grande:
l'altra ch'ornar potria fronte superba
lá dove mortal fama il volo spande
rifiuteraiso certo; e non t'incresca
perch'indi la tua gloria in ciel s'accresca.


47

Ma perché piú lo tuo desire avvampi
ne l'amor di qua supiú fiso or mira
questi lucidi alberghie i vari campi
di tante speree chi gl'informa e gira
e de gli angeli i raggi e i chiari lampi
e 'ntanto ascolta la celeste lira
e d'angelico suon la chiara tromba:
ecco Dio che rifulge e giá rimbomba. -


48

Giá sovra 'l sole e la stellante chiostra
è posto di smeraldo un seggio in alto
in cui le due nature il Re dimostra
tinta l'umana di sanguigno smalto.
l'iride santa in giro al soglio inostra
segno di pacee nol perturba assalto.
Seggiond'òr coronatiintorno i vegli
con bianca stola intra lucenti spegli.


49

Folgoreggiando uscían del seggio eterno
fulmini e focospaventosi in vista
e vocicome tuoni a mezzo il verno
correan per l'aria tenebrosa e mista.
E sette lampe avante al Re superno
il cui santo splendor nulla contrista
spiravan dolci spirti e chiare fiamme
onde l'alma s'illustri e 'l cor s'infiamme.


50

E di ceruleo vetro un mar piú largo
di quello onde il Centauro a noi pervenne
o d'altro che solcasse o Scilla od Argo
o di quanti portâro al lido antenne
ondeggia incontra: e con mill'occhi d'Argo
hanno i quattro animai dipinte penne:
ciascun sei ali spiegae 'n varie forme
par ch'intorno a quel seggio il vero informe.


51

Pur davanti a la sede un lume accenso
di settecome stelleardenti faci
un altar d'oro illustrae spira incenso
odorato di lodi a Dio veraci
da cui perde la Musae perde il senso
perdono tutti i pensier nostri audaci
né bastar ponno adamantine lingue;
ma 'l Suo spirto le spira e 'l ver distingue.


52

D'altro lato apparian le spoglie eccelse
del superbo dragon che pur contrasta;
e tante stelle al suo cader divelse
da Michel vinto al fulminar de l'asta:
e di chi ribellando in guerra ei scelse
sparsa la parte temeraria e guasta
vacue le sedie rotti i carri e i vanni
e del gran precipizio antichi danni.


53

E 'l trofeo de la Crocee 'l sangue sparso
de l'uom che vince e 'l suo morir perdona
rai purpurei spargendoè quivi apparso
con pungente di spine aspra corona:
con l'altre sueche nulla avaro e scarso
de le sue graziealtrui comparte e dona
d'oro e di raggie co 'l natio diadema
di pura umanitá gloria suprema.


54

Mariadi sol vestitaha il crine adorno
d'alta corona di lucenti stelle;
e sotto i piedi è l'uno e l'altro corno
de la candida luna: equasi ancelle
le celesti virtú le sono intorno
pureleggiadregrazïose e belle.
Ella da gli occhi e dal suo casto grembo
versa di mille grazie un dolce nembo.


55

Sembran gli angeli eterni augei volanti
e nove rote fan col terzo giro
vari di nome e d'opre e di sembianti;
e i piú beati a Dio via piú s'unîro:
e di sua luce han gloriosi ammanti
men gli altri che piú lunge il ciel sortîro:
l'un l'altro illustra e i doni altrui comparte
transfusi da sovrana ad ima parte.


56

Da coronata fiamma 'l primo Amore
cospargeasfavillandoa' primi cerchi
piú chiara luce e piú soave ardore
e grazia che non scemi e non soverchi.
Perché di grado in grado al sommo onore
l'infimo si pareggi e piú non cerchi
macontentoil Signor ch'il mondo folce
lodi con armonia sonora e dolce.


57

Come fremito d'acque e di torrenti.
precipitando per montagna alpestra
o mormorar de' piú sereni venti
via piú rimbomba a la magion silvestra:
cosí mai non cessâr divini accenti
lodando il re da la possente destra
de le vendette il Dio nel santo carme
che vince e dona e toglie i regni e l'arme.


58

- Santo SignorSanto (gridâro) e Santo
de gli eserciti Diotemuto in guerra;
piena è la terra di tua gloriae quanto
ella nel giro suo circonda e serra.
Non rimbomba caggendo il Nil cotanto
il Nil ch'esce piú volte e va sotterra;
e se i vicini a quel rimbombo assorda
è perch'il senso umano e 'l suon discorda.


59

Ma concorde armonia con dolci tempre
da pure menti è su nel cielo intesa
dove non è giammai chi turbi o stempre
i lumi o i corio faccia a l'alme offesa.
Quivi par che misuri 'l corso e tempre
il sol rotando la sua lampa accesa
tra fiamme ardenti e lucidi cristalli
e faccia al Re del ciel concenti e balli.


60

Con cento nomiin cento suon diversi
il gran Re de le stelle ivi s'adora:
e 'n angeliche note i santi versi
l'alta reggia del ciel fan piú sonora.
Tu 'l Bello e l'Un: tu Luce, e luce versi,
tu sol, tu stella sorta anzi l'aurora:
tu foco e fiamma sei, che l'alme accendi:
tu, santo Amor, ch'a noi per noi discendi.


61

Tu de' secoli il Re: tu sei 'l Vetusto
e 'l Novissimo: tu Principio e Fine:
e la Giustizia ancor, non pur il Giusto:
Forza, Mente, Ragion d'opre divine:
mezzo fra 'l Padre e il peccatore ingiusto,
che ritogli a l'Inferno alte rapine:
tu Vita, ch'empia morte assorbe e strugge:
e Salute, onde l'alma a Dio rifugge.


62

Tu Veritá, tu Via, tu Porta e Tempio:
sacerdote ed agnel: leone ed angue:
pastor: medico pio, ch'il fèro scempio
soffristi, e per altrui versasti il sangue:
tu Imago eterna, e de l'Imago esempio:
ristoro e pace a chi guerreggia e langue:
e Pietra, e Fonte, e Fiume, ed umil Verme:
Vite d'uve feconda, e Fiore, e Germe.


63

L'Altro e l'Istesso: or grande il mondo accogli
nel pugno, or vuoi ch'un picciol cor ti copra:
simile e dissimíl, che leghi e sciogli
Satán rubello: e vai sotterra e sopra
il ciel trionfi, e 'l tuo mortal dispogli,
poi il rendi eterno, e premi 'l merto e l'opra:
Re de' regi e dator di sante leggi;
Dio degli dèi, che sol puoi tutto e reggi.


64

Mentre il sonno al buon duce i sensi lega
de gli angelici canti 'l dolce suono
sveglia la menteond'ella e loda e prega
e 'mpetra a sé vittoriaa' suoi perdono.
L'alta gloria de l'alme indi si spiega
ch'ebber d'eterna grazia il santo dono;
e' n novo ordine pur diviso assembra
l'altro che non vestí terrene membra.


65

Qual di purpuree rose e di sanguigne
qual di ligustri avea corona a' crini;
altri il pallorche l'umiltá dipigne
ne le vïoleillustra a' rai divini.
Ma tutte risplendean l'alme benigne
con la stola di gloria in bianchi lini
quasi in manto di luce; e un verde ramo
mostra ciascun dietro al vetusto Adamo.


66

Come s'in orïente il dí rinasce
e di candida luce il ciel s'inalba
splende con bianche e con dorate fasce
fra rugiadose nubi 'l sole o l'alba:
cosí ne' raggi par s'ammanti e fasce
la stirpe nata innanzi il regno d'Alba
a cui giá s'ombreggiava il lume occulto
pria che 'l vel rimovesse il re sepulto.


67

Tronco avea di fin'òr fondato e saldo
la pianta che sorgea d'alta radice
e i rami frondeggiâr quasi smeraldo
facendo 'l rogo a l'immortal Fenice.
Spiravaardente d'amoroso caldo
nel grand'arbor di Jesse aura felice:
e germogliava il fiore a cui tranquilla
l'onda di santo fiume il crine instilla.


68

Era da questa parte a l'ombre assiso
il duce d'Israel co' regi invitti;
e color che nel regno in sé diviso
fûr di percossa o d'aspro giogo afflitti;
ma quei ch'illuminò l'Agnello anciso
rimovendo i sigilli a' nomi inscritti
sedeangli incontra in coronata chioma.
famosi Augusti de la nobil Roma.


69

D'eterni seggie di colonne e d'arme
e di scettri e corone 'l lume abbaglia;
né qui sono i metalli impressi e i marmi
né rigido diaspro ancor s'intaglia
d'imprese occulte e di leggiadri carmi
o di vago trofeo d'alta battaglia:
com'ivi sculta e prezïosa gemma
ch'in sacre note i suoi misteri ingemma.


70

Ne l'alto suo pensierqual sole in vetro
sembravan fiammeggiare i raggi interni;
e 'l padre dir parea: - Qual grazia impètro
teco dall'alto Re de' regni eterni?
Ch'abbi lui visto in pura lucee Pietro
il cui splendore a pena omai discerni:
mira le sante chiavie mira appresso
Lino e Clemente pur nel giro istesso.


71

Mira i piú celebrati in sacra istoria:
Silvestroa cui d'Italia il don si fece
ch'assai d'invitto imperator si gloria
piú del signor ch'ivi è di Pietro in vece.
Mira lá il Magnoe l'immortal vittoria
per cui di nuovo trionfando ir lece
de l'avaro Satán; e l'alma augusta
traslata al ciel ove ogni grazia è giusta.


72

Mira vacue le sedi alte e lucenti
e di gloria immortal sacri diademi
lá 've poi saliran Paoli e Clementi
ne' secoli piú tardi e quasi estremi.
Nel settimo parran smarriti e spenti
i rai del solnon che turbati e scemi:
cieca Romaorbo il mondoe preso il tempio
ch'è di questo immortal sereno esempio.


73

Egli medesmo poscia orna e circonda
l'augusta chioma di corone e d'auro
rara clemenza! e di sue grazie abonda
e di quel suo celeste ampio tesauro
acciò ch'il vincitor la terra e l'onda
trascorrae domi il fèro Scita e 'l Mauro:
e penitenteanzi gli stremi giorni
piú che di gran trionfo il cielo adorni.


74

Ma poi che giunto a la sacrata verga
l'ottavo sosterrá di Pietro il manto:
dal ciel richiamerallain cui s'alberga
con la giustizia e con la fede accanto:
pria cèrco avendoov'il sol chini o s'erga
come suol messagger del regno santo;
che loco in terra d'illustrar non lascia
fra gli estremi del mondo ond'ei si fascia.


75

Né Piofra gli stellati eterni seggi
fia piú di gran vittoria in ciel contento;
né di mole ch'Olimpo alta pareggi
Sisto a l'opre laggiú pietose intento;
che d'aver dato a le severe leggi
chi suo rigor contempre e suo spavento;
padre a' regi e pastorsostegno al mondo
ministro a Dio ch'in lui n'appoggia il pondo.


76

La Franciaadorna or da natura e d'arte
squallida allor vedrassi in manto negro
né d'empio oltraggio invïolata parte
né loco dal furor rimaso integro:
vedova la coronaafflitte e sparte
le sue fortunee 'l regno oppresso ed egro:
e di stirpe real percosso e tronco
il piú bel ramoe fulminato il tronco.


77

Ei solo (oh quanto lunge a' tempi nostri
trascorro!) ei solo il re può dare al regno
e 'l regno al redòmi i tiranni e i mostri
e placarli del Cielo il grave sdegno.
E i duo nepoti eletti ai lucid'ostri
chiamaonde l'uno e l'altro in prima è degno:
nunzi o ministrie fidie gravie saggi
che spargeran de le sue grazie i raggi.


78

Roma che rimirò nel secol prisco
duo solie maraviglia e timor n'ebbe
come vedesse in ciel spavento e risco
tanti soli scorgendoor che direbbe?
Nel cui lume affissarti a pena ardisco
tanto lor gloria al sommo sol s'accrebbe
ch'è vivo fonte pur che luce infonde
e rai sparge e faville in fiume e 'n onde.


79

Quinci ne' sacri regi ella deriva:
ese terreno affetto in mezzo è posto
qual luna suol ch'al sommo cielo arriva
ed abbia il maggior lume incontra opposto
l'augusta gloria imbrunae fosca e priva
quasi d'onortiene il suo raggio ascosto.
Questa è l'ecclissi in cielch'in nubi e 'n ombra
la real maestá sovente adombra.


80

Mira come s'offusca (ahi terra avara!)
dianzi nel padreed or nel figlio Enrico:
ma volgi gli occhi ove piú bella e chiara
risplende in quel sí grande a Cristo amico
ch'a' rai del suo Vicario arda e rischiara
il mondo tutto; e lascia il seggio antico.
Quelfiammeggiante in guisa di piropo
è Costantino; e 'l buon Teodosio è dopo.


81

In quel gran seggioov'è la santa Libra
in cui la terra in lance e 'l mar si pone
Giustinïano è quel ch'il mondo libra
tutto di palme adorno e di corone.
Ne l'altro Foca: appresso i raggi vibra
il magnanimo Carlo e 'l primo Ottone:
oh quante cose astringo in picciol fascio
e quanti nomi illustri addietro lascio!


82

Però ch'a dipartir n'affretta il tempo
ed il solche i mortali omai richiama
lá giuso a l'opreove regnare a tempo
figliodevrai con glorïosa fama:
poi quidov'io men vivo e non m'attempo
tornare al ciel che ti conforta e chiama:
e gran sede prepara a l'alma stanca
in cui di lucide ali 'l cigno imbianca.


83

Tu sei quel cignoanzi il morir sí lieto
d'un bel presagio a cui non sorse eguale;
e dal regno terren senza divieto
al ciel dispiegherai le candide ale:
poscia (conserva al cor l'alto secreto)
lá dée regnar il tuo fratel mortale:
evòlta a Dio la facciaal mondo il tergo
a te qui salirá ne l'aureo albergo;


84

perché di Leda i favolosi figli
ch'antica fama uniti in ciel figura
la nuova etá non lodi 'nfra perigli
de la tempesta e de la notte oscura:
ma 'l vostro esempio e i vostri alti consigli
seguadove minaccia aspra ventura:
e gemino voi siate e vivo lampo
ch'altrui risplenda in tempestoso campo. -


85

Appresso gli apparianquasi congiunti
tre seggi e quattroin cui nessuno asside;
ma quasi raggio che turbato spunti
la gemma de l'estremo ombrata ei vide.
Questi de' sette regia' primi aggiunti
avranno (udí) l'alme devote e fide. -
Parte il ciel si turbavae fiera pioggia
cadea di sangue in disusata foggia.


86

Dir parve il padree non col viso asciutto
(se per pietate in ciel si plora e geme):
- Ahi! di regno infelicee pur distrutto
caduta è la corona e spento il seme.
Non ricercar de' tuoi l'amaro lutto
e le percosse e le ruine estreme.
Non rimirar lá giú le statue ignude
come ciascuna par che pianga e sude. -


87

Poiqual di tomba tenebrosao d'arca
uscí dolente e lacrimosa voce
e di donna sembròche si rammarca:
- Preso è 'l sepolcro e svelta in me la croce;
macchiato il tempioe d'infedel monarca
sostegnoorba reginail giogo atroce. -
Tuoni di voce allor quasi lugubri
scorrean da l'Ellesponto a' lidi rubri.


88

Di novo il sol con vergognosa fronte
mirar parevae con turbate ciglia
soffrir gli oltraggi di catene e l'onte
di Sionmesta e nubilosa figlia;
e 'n Acra alzarsi e ne l'opposto monte
non piú la croce del Signor vermiglia;
ma de l'Egitto la superba insegna
e 'l trofeo di Satánch'è sciolto e regna.


89

Poscia di fiero colpo il sol percosso
vedeasi in vista spaventosa e negra.
E le stelle cader dal ciel commosso
né rimaner lá su la spera integra:
fervido il mar di Tracia e tinto in rosso;
il lido e 'l campo omai simiglia a Flegra:
e schiere di giganti orribil corso
fannocon testa di serpente e d'orso.


90

Grande e terribil drago or volaor serpe
e sparge fiammee versa il toscoe fischia
dintorno a la gentile antica sterpe
dove l'aquila annidae pur s'arrischia.
Co' nodi avvolta è la tartarea serpe
a quel sacrato augello in fiera mischia.
Lo scaccia alfin dal nido ingombro e guasto
e due regni divora: ahi fiero pasto!


91

Oltra i marioltra i montiil fosco e l'aura
del tenebroso ciel trapassa e fende
l'augel volantee 'l nido orna e restaura
dove ricovrae 'nsino al cielo ascende.
Ed a due capi alte corone inaura;
l'ali al Boreaa l'Occaso innalza e stende
e i popoli e i paesi a l'ombra ammanta
e chi d'antica libertá si vanta.


92

Al gran sol di giustizia il chiaro sguardo
e i figli coronati a prova affisa
al cui volo sublime ogni altro è tardo
sovra la terra ch'è del mar divisa;
né vola al segno mai saettao dardo
com'ella al cielné l'è sua via precisa:
e mentre gira pur di cerchio in cerchio
nulla s'abbaglia a lo splendor soverchio.


93

Mira Goffredoe de' guerrieri egregi
spirti far gli parean lucente rota;
e per fama ei conosce i nomi e i pregi
s'è pur d'alcun l'alta sembianza ignota.
Quivi Ugon risplendeada' Franchi regi
natoe Goffredo il ziol'alma devota:
e de la gente d'Azio a tutti innanzi
Guelfo appariache si partí pur dianzi.


94

Seco girar pareanqual fiamme accese
l'alme de' prischi eroinel ciel consorti
che per l'Italia in onorate imprese
piaghe soffrîro e glorïose morti:
e del barbaro orgoglio a l'aspre offese
fûr quasi scogli in mar turbatoo porti:
CaioAurelioForestoil nuovo Ettorre
contra Attilae di guerra eccelsa torre.


95

Il luminoso cerchio in giro volve
Acarinoil primo Azzoil pio Germano
che trionfâr di lei che 'l vel dissolve
con piaghe adorne di splendor sovrano:
di sua luce Aforisio ancor s'involve
vincitore altri d'Unnoaltri d'Alano
d'Erulo altri o di Goto; e par che segua
Valerïano il padree 'l padre adegua.


96

Giá de gli schiavi il vincitore Ernesto
ancor fiammeggia infra l'eterne luci:
e tual Lombardo re grave e molesto
quiviAdoardoal pio signor riluci.
Enrico e Berengario il bel contesto
adorna; e dopo gli altri invitti duci
Ottone e i figli; e giá con lor rotando
PatrizioBelisarioAnselmoOrlando.


97

Traslato in maggior tempioallegro or gode
Americo de' suoi ch'in terra ei lassa
dove le rive il Po distringe e rode
la cui forma co 'l mondo ancor trapassa:
molti Azzi han seco in cielo eterna lode
verso di cui l'umana e vile e bassa
e Tedaldoe Matilde ancor si vela
di casta lucee fra gli eroi s'inciela.


98

E tra il chiaro candor del puro latte
e l'acceso del foco e vivo raggio
trionfa or co' Normandie non combatte
né v'è sdegno fra lor di vecchio oltraggio.
Aure o fiamme giá mai non fûr sí ratte
né sol girando obliquo erto vïaggio
come girar parean Latini e Franchi
pronti e leggieri a' pensier gravi e stanchi.


99

Poi vedea quei che a la spietata rabbia
far contrasto solean del Mauro infido:
e spesso gli serrâr quai fère in gabbia
o vinti gli cacciâr di lido in lido.
Ruïdiás il primo: e par ch'egli abbia
compagni di gran nome e d'alto grido.
Vedea de' Greci alme lucenti e vaghe
contente in ciel de l'onorate piaghe.


100

Ma pur volger pareva al pio guerriero
gli occhi giá stanchi e di mirar non sazi
lá 'vepoi che avrá pieno il corso intero
de la vita mortale e i brevi spazi
alma real degnissima d'impero
dée seder fra smeraldi e fra topazi.
- Quei seggi (disse il padre) il cielo estolle
a la stirpe che a l'altre il pregio tolle.


101

Da l'Austro il nomee 'ncontra l'Austro avranno
ne l'estreme del mondo avverse parti
corone e scettrioltre il cammin de l'anno
e del soleove i raggi appena ha sparti:
non fia de l'Occidente empio tiranno
che non tremi il valore l'armi e l'arti;
e dal destro d'Europa e dal sinistro
latogloria daranle Ibero ed Istro.


102

Né prole augusta mai sí nobil parto
di tanti redi tanti eroi vi scorse
com'ella poi ch'il sesto appresso il quarto
vedrá regnar fra le Colonne e l'Orse
ed oltre. E te da' tuoi nulla diparto
né d'altro successor la mente inforse
né mèta a quel valorné pari al seggio
né confine a l'imperio in terra io veggio.


103

Di questa nascer dée l'invitto Carlo
promesso a lei da' lumi erranti e fissi
anzi da Dioch'altrui vorrá mostrarlo
qual raggio suodopo l'oscura ecclissi.
Fará piú bello il mondo; e ciò che io parlo
è breve stilla d'infiniti abissi;
e stenderá l'imperio e quinci e quindi
vittorïosoa' Mauritania gl'Indi.


104

Giá sin ora tremar gli antri profondi
veggio d'Ercinia e de l'antica Ardenna;
e i regni di Baldaccoe i templi immondi
e l'arca infame di cadere accenna:
e ne l'ampio Oceáno in novi mondi
dove or non spiega il volo ardita antenna:
muto è l'idol bugiardo a plebe inferma
o 'l precipiziomugghiandoafferma.


105

Carlo che avrá portato il grave incarco
del mondo che ruina alfin minaccia
in quel sará c'ha le colonnee 'l varco
perché d'Alcide il corso omai si taccia:
benché Lerna spaventi al suon de l'arco
e plachi 'l bosco d'Erimanto in caccia:
né tanto ei circondò d'estrania terra
mostri domandoo pur tiranni in guerra;


106

né Baccoil qual frenò da l'alto giogo
di Nisa al carro suo l'orrida tigre
né quel che pose a' Persi 'l duro giogo
e correr fece servi Eufrate e Tigre:
né Cesareo Traian; ché tempoo luogo
non manca a l'opre del valor impigre.
E dubbi siamrestando ove combatti
stender virtú con gli animosi fatti?


107

Lá vedi il tronoe vedi inscritto il nome
di Ferdinando e del gran figlio eletto
perché gli empi rispinga e l'aspre some
sin che muoia il dragon da rabbia astretto:
e di Rodolfo a cui le sacre chiome
veder di gloria incoronate aspetto
e di tanti altria cui virtú divina
ed origin celeste i regi inchina.


108

In quell'etá non fia maggior sostegno
che 'l barbaro crudel ritenga a bada
d'Alfonso invitto; e quell'imperio 'ndegno
vincer potria con l'onorata spada:
nato a gli onoria le vittorieal regno
mostrerá di valor sublime strada;
né man piú forte o degna ha palma o scettro
o sí grand'alma in ciel lucido elettro.


1096

Lasciam le caste e glorïose donne
schiera d'un bel silenzio assai contenta;
e d'alto soglio mira alte colonne
onde l'eternitate il ciel sostenta:
per cui varca la famae non assonne
ben che la vita sia caduca e spenta:
né fôra egual sostegno Abila e Calpe
a tanto onoreovver Pirene ed Alpe.


110

Lá di vittorie e di corone adorno
(se pur vita mortale in terra è lunga)
fará veglio Filippo al ciel ritorno.
Dov'egli gloria a la sua gloria aggiunga;
poi che avrá sparso il suo gran nome intorno
ovunque i regni estremi il mar disgiunga
domi popoligentie regi avversi
vinti in terra i nemicie 'n mar dispersi.


111

Altri salvatialtri d'incerte e false
leggi d'error conversi al proprio culto
ed illustrato in mezzo a l'onde salse
con l'arme e con la fede il vero occulto;
lá dove Alcide a trapassar non valse
né 'l Greco che fu errando in mar sepulto
o nave che afferrò con duro morso
Asia od Europao sciolse altronde il corso.


112

Veggio sul lido estremo al polo alzarsi
non pur su quelli onde fu domo Anteo
e 'n fiammeggianti stelle altrui mostrarsi
la croceeterno al Re del ciel trofeo.
Veggio altri lumi a' naviganti apparsi
poi che Boote e 'l carro in mar cadéo. -
Ma chi sommerge e scaccia infida turba
che tutti i nostri lidi omai perturba?


113

Angelo parche tenga al freno avvinto
Euro con Austroe che gli schiuda e sciolga.
Angel certo èdi zona in guerra accinto
e dá vittoria ove secondo ei volga.
L'altro ha la verga; e d'ostro e d'òr dipinto
par che sparga le nubi o pur le accolga.
Il terzo co 'l tridente arde e sfavilla
e fa l'onda turbata e poi tranquilla.


114

Paiono isole o selvein torbida onda
d'arbor volanti; e 'l mar s'innalza e mugge.
Chi tante navi prendee parte affonda?
altre n'infiammae vincitor distrugge?
Vola intorno a' trofei di sponda in sponda
l'aquila imperïosae 'l leon rugge:
cerca 'l drago crudel speco o latebre:
copre Bizanzio ed Asia orror funebre.


115

La regina del mar di lucid'ostro
lieta risplendee mille tempi alluma
e de' sacri animai gli artiglie 'l rostro
lodae quel suo che i vanni al volo impiuma
E Partenope ancor del vinto mostro
canta la fugae 'ncende odorie fuma:
Roma rinova le sue antiche pompe
al glorïosoche l'incontra e rompe.


116

Di Gedeone ancora il puro vello
quivi i sacri misteri alfin rinova.
Ma qual pria narrar debboo questo o quello
di tanti eroi che 'l porteranno a prova?
E i nomi ignoti di splendor novello
fará lucenti in bella etate e nova?
TeCosmo invittoal tuo splendor conosco
o saggio fondator del regno Tosco.


117

Tu c'hai del mondo 'l nomee 'l ciel riempi
de la tua famae 'l fai piú adorno e chiaro
a' tuoi figli darai sublimi esempi
da sprezzar Dite ed Acheronte avaro;
vincendo quei che ne gli antichi tempi
statue o colonne a la giustizia alzâro:
e mentre lieto corre e l'Arbia e l'Arno
catenato il furor si rode indarno.


118

Ma Ferrandoal cui saggio alto governo
placate ubbidiran la terra e l'onde
men in sue squadre e nel furore esterno
di gente mossa a guerreggiar altronde
meno in tesor che ne l'amore interno
e 'n se medesmoe 'n sue virtú profonde
fonderá quel potere ond'ei corregge
Toscanaa sé di sé corona e legge.


119

Del Bavarico duce invitta prole
par ch'in Germania il primo onor confermi
e glorïosae piú chiara che 'l sole
la veggion de' nemici i lumi 'nfermi:
e de l'imperio la gravosa mole
in lei sostegni avrá costanti e fermi
e 'n prisca nobiltá pace tranquilla
e fede che non teme e non vacilla.


120

De gli Avali 'l valor non lunge io scorgo
come illustre risplende e chiaro avvampa
in monte'n lido'n tempestoso gorgo
e vincitore in varie parti accampa.
Qui del buon Doriail veglioancor m'accorgo
ch'in mezzo a l'onda par lucida lampa
d'eterna gloria; e 'n sommo grado il giunge
Andrea 'l nipotee palme a palme aggiunge.


121

Sará terror de l'Africana piaggia
il gran Ferrandoe de l'algente Reno;
lá dove fugga sanguinosoe caggia
l'empiomordendo il suo natio terreno.
Non avrá man piú fortealma piú saggia
cittatie regnia cui ristringa il freno;
ma di Corduba il nomee di Cardona
con altissime laudi al ciel risuona.


122

La gloria di Consalvoaltrui molesta
il buon duca di Sessa ancor lusinga;
e col suon de' trofei virtú si desta
e poggia a' primi onori alfin solinga.
Né di Zuniga il merto o cessa o resta
dove a l'eccelse imprese alcun s'accinga;
ma di Zuniga il nome e di Miranda
avvien che glorïoso l'ali spanda.


123

Né quel di Feriao del suo duceadombra
futura etáné fia men chiaro il grido:
o pur quel di Toledoonde s'ingombra
d'Africa quasi o pur di Spagna il lido:
altri regge l'Italiae scaccia e sgombra
altriMalta salvandoil Trace infido:
qual varca l'Albi algenteo dove il lasso
che serri ad un de' nostri il duro passo?


124

Ahichi tanto valore in vane imprese
e 'n periglioso campo oscura a torto?
Che altrove quelle insegne alfin distese
sarian temute da l'Occaso a l'Orto.
Cessinsangue realsí gravi offese:
e gitta l'armio tu correggi il torto;
o le rivolgi 'ncontra 'l fèro Trace
dando a' popoli tuoi salute e pace.


125

TuCarlotu primiero a tanti sdegni
pon finee queta le discordie antiche
tu che prendi i gran regi e doni i regni
ed in gelate partie 'n parti apriche;
tu che di perdonarvincendoinsegni
e premio stimi 'l ciel d'alte fatiche
a cuivivendo ancorail calle aprirti
potrai d'Olimpo infra divini spirti.


126

Ma Filiberto vincee vince 'n modo
che d'eterna vittoria ha pace i frutti:
e tra possenti regi ordisce il nodo
per cui torna d'Europa in festa i lutti.
L'arti di Guidobaldoo l'arme io lodo
o 'l sennoo quel valor che è luce a tutti?
O la gloria del padre io piú sublimo
o lui felice piú d'un figlio estimo?


127

Giá per le vie dell'avo al cielo aspira
il magnanimo figlio in piú verd'anni;
e fra' regie fra l'armi e splende e spira
la fama del suo onoree spiega i vanni:
novo Alessandro a l'Orïente or gira
la nobil destra; e gravi e lunghi affanni
sostien poi ne l'Occasoe 'l vince e doma:
piú d'altri non si gloria Italia o Roma.


128

Glorïosa colonna a l'empia forza
de' barbari in mar sembra orrido scoglio
tra fulmini di guerra; e si rinforza
e frange di quegli empi 'l duro orgoglio:
al nome sol de l'onorato Sforza
verga l'eternitá piú lungo foglio.
Segue Vespasïano alti vestigi
sempre lunge da' laghi Averni e Stigi.


129

Chi potrebbe tacer l'invitte posse
di Luigi o di Carloaltera coppia?
Cadran le schiere a quel valor percosse
e le muraove il ferro i rischi addoppia:
e i gran giganti a le feroci scosse
e ciò che la possanza e l'arte accoppia:
e dove quel valor percoteo 'ncontra
non fia forza o furor securo incontra.


130

Chi d'un altro Ferrante il core e 'l senno
o la man larga a l'oroa lo stil pronta
o quanti seco in un silenzio accenno
di progeniech'al ciel poggia e sormonta?
Potrian chiudere il passo a Pirroa Brenno
e fare ad Annibál vergogna ed onta
que' valorosiche alzeranno in guerra
l'Orsa sublime in cielsublime in terra.


131

Veggio Onorato pur co 'l vello d'oro
o gli altri suoi che l'aquila d'argento
dispiegheranno; al trionfale alloro
giá veggio Pietro'l valorosointento;
elungo il Renoo sovra il mar sonoro
co 'l duce suo fra cento squadre e cento
veggio Savelli e Contie quindi e quinci;
e te che l'orso a la colonna avvinci.


132

Ecco de' regni che divide il mare
partendo i monti con sentiero angusto
due regie stirpie glorïose e chiare
in cui riluce lo splendor vetusto:
e ne l'una e ne l'altra a prova appare
cortesialargitá degna d'Augusto.
E Luigi di qua dal breve golfo
scenderá da Guglielmo e da Aristolfo.


133

Co' figli di valordi gloria adorni
fra' quali or fonda Alfonso in salda pietra;
e fia ch'Italia al primo onor ritorni
s'ella mai grazia d'adorarlo impètra.
E Carloa cui par che Venosa adorni
armi e coronee la famosa cetra.
Quei l'insegna dal cielo e 'l gran cognome
avran da genti sparseancise e dome.


134

Gli africani trofeile spogliee l'armi
le vittorie d'Epiroovver de' Sardi
non pur fian degne di sublimi carmi
ne' tempi fortunati a venir tardi;
ma n'intagli Ierace i bianchi marmi
in cui l'antiche imprese altri risguardi.
Ma sol Giovanni io scelgoe solo ardisco
di farlo paragone al secol prisco.


135

L'un suocerod'onore e d'anni antico
duce sará d'Eráclea; al fin del corso
gl'Insubri reggerádi Carlo amico
gran tempo innanzi a lui nel ciel precorso.
Principe l'altro fia nel suolo aprico
ove il foco de' monti infiamma il dorso:
né d'altri piú Sicilia allor si vanti
ben che molti Ieroni onori e canti.


136

Saria piú degna d'immortale stato
la fé di lui che Bisignano onora
e tutta Europaond'egli al ciei traslato
celesti grazie a l'alta stirpe irrora.
Quel di Stigliano e di Sulmona a lato
a cui virtú corone e scettri indora:
coppia degna del cielche in varie forme
par che le vie sublimi a' figli informe.


137

Fia in quei di Capua alta fortuna ad alta
virtú congiuntail che di rado avviene:
e benché ingiurïosa Italia assalta
ora i monti varcandoed or l'arene
la nobiltáche i gran principi esalta
il pregio antico e 'l prisco onor mantiene.
Ma nel prence di Conca al sommo poggia
e splende adorna in disusata foggia


138

Chi il buon prence d'Avellae i saggi e forti
cavalier di quel sangue alzar potrebbe
se fian da sua virtute al cielo scòrti
co 'l grande onor che a pochi unqua si debbe?
Debbo a' Romanio debbo a' Greci opporti
in cui lo studio pregio a l'armi accrebbe
o di Napoli gloria e di Nocera
successor d'Alessandroe prole altera?


139

Oh! quanti duci di lontano io veggio
come gran lumi in lucido sereno:
quel d'Atri al cui splendor pochi io pareggio
pien di filosofia la lingua e 'l seno.
Quel di Termoli è seco in alto seggio
e 'l Cosso che Fortuna ha sotto il freno:
d'alto intelletto il Sangro eccelsa torre
due Spinelliil Ghevarail novo Ettorre.


140

E quel d'Eboli ancora a cui Fortuna
che le cose quaggiú confonde e mesce
non toglie la sua lucee non l'imbruna;
mascemando i tesorii merti accresce.
E quel di Massa appo l'antica Luna
e quelche ne lo scudo ha l'onde e 'l pesce.
E non men ricchi di virtú che d'auro
lo Spinolail Pinello e quel di Lauro.


141

E 'l gran Loffredoil qual fra' Belgi e Celti
ne l'arme splenderá con vivo raggio
quand'i bei gigli d'or fian quasi svelti
e Francia afflitta da crudele oltraggio.
E i Capeci con altri a prova scelti
animosi guerrier d'alto coraggio:
e 'l cortese Pignonee 'l Gambacorta
con l'alta sua progenie alfin risorta.


142

E di Circello e d'Ansa altri marchesi
e 'l figlioindegno di fortuna avversa
gli animi avranno al vero onore accesi
e 'l conte di Loretoe quel d'Anversa.
Fra' cavalier magnanimi e cortesi
risplende il Mansoe doni e raggi ei versa.
Ma cieco oblio giá non asconde e copre
del buon duca di Sora il nome e l'opre.


143

Romache a tutti gli altri fama or tolli
l'arme e quel mansueto alto governo
tu loderai ne' piú sublimi colli;
ne tremerá Ginevra e 'l lago Averno.
TuBoneltuSfondratoe tu ch'estolli
scala celesteavrai l'onore eterno
Aldobrandinoasceso in degno grado
purgando de' ladroni il varco e 'l guado.


144

E tu Michelein cui sí cara aggiunge
virtutee 'n verde etá gran pregio acquista.
Oh qual novo splendor veggio io da lunge
cui nulla oscura nube alfine attrista!
Cesare quegli fia che in sé congiunge
senno e valorcosí pensoso in vista;
degno che serbi in lui virtute amica
la stirpe d'Azio e la sua gloria antica.


145

Ma Vincenzo a l'Olimpo il cor pareggia
la fede al cieloe la sua fama al mondo;
né mai 'l piú degno a la stellante reggia
salseo sprezzò d'inferno orror profondo:
non quel di cui si canta e si vaneggia
che portasse d'Atlante 'l grave pondo
non Eneach'i nepoti a l'ombre scorge;
ma piú vera pietá l'illustra e scorge.


146

Pietágiustiziafedeamiche scorte
saran del nobil duce a certi passi:
cosí l'uom vince la seconda morte
e sale al ciel pria che la spoglia ei lassi.
Fama mortal che le Caucasee porte
sorvolie quel gran monte indi trapassi
ed oltre il Gange nuotial fine è nulla:
spesso è meglio il morir ignoto in culla.


147

Che gioverách'al suo valore estenda
l'angusto spazio Carloo 'l gran Filippo
oltra le mètee sia chi i nomi intenda
e nel marmo gl'intaglialtro Lisippo?
A chi l'invido sguardo altrove intenda
e paia cieco a tanta luceo lippo?
Tu volgi gli occhi;- e dimostrolli a dito
la terracinta d'arenoso lito.


148

- Quanto e bassa cagion d'alta virtude!
E d'eterno valor vano contrasto!
In picciol giro astrettoe in erme e nude
solitudini è chiuso 'l grido e 'l fasto.
Leicom'isolail mare inonda e chiude;
e luiche ora Oceán chiamateor vasto
null'hafuor che tai nomialtero e magno;
ma è bassa palude e breve stagno. -


149

Cosí l'un disse; e l'altro a terra i lumi
volsequasi sdegnando: indi sorrise
che vide a un punto sol marterre e fiumi
che qui paion distinti in mille guise
e disdegno che pur a l'ombrea' fumi
la nostra folle umanitá s'affise;
servo imperio cercando e muta fama
né miri il ciel che a sé ne invita e chiama.




LIBRO VIGESIMOPRIMO

1

Il sol che l'alte cime a' monti indora
e dipinge le nubi a sé dintorno
dopo la bella e rugiadosa aurora
al suo corso immortal facea ritorno
quando al signor che tanto il Cielo onora
disparve il sogno a l'apparir del giorno;
ond'ei riprende le purpuree veste
non obliando 'l suo pensier celeste.


2

E l'onorata spada appende al fianco
il cui pomo di gemme e d'òr riluce
e poi s'invia doveda gli anni stanco
ancor prendea riposo 'l vecchio duce:
e qualunque altro siaLatino o Franco
od Inglese o Germano ivi riduce
da gli araldi canori a suon di tromba
chiamati; e tutto intorno il ciel rimbomba.


3

Poi che Goffredo 'l suo consiglio accolto
vide lá 've s'accampa il buon Giovanni
ben riconobbe al perturbato volto
il dolor di ciascunoe i propri affanni.
E 'n questa guisa ebbe 'l parlar disciolto:
- Se celeste virtú non face inganni
la vittoria è promessa al valor nostro
come a l'alma presaga in sogno è mostro.


4

Dunque ciascuno il suo timor disgombre
e speri in Dio ch'i suoi fedeli affida
ben che del campo ingiusto spazio ingombre
l'oste crudel che ne minaccia e sfida:
né pensi di seguir fantasme ed ombre
o 'l vaneggiar d'imaginata guida
ma d'animosa fè la vera scorta
ch'in magnanima impresa altrui conforta.


5

Vera scorta è la Fedee sol verace
è la speranza in Dioné d'altra or cálme:
e vera vista ancor d'eterna pace
è quella che lá su promette a l'alme.
Dunque crediam (né fia il pensiero audace)
che ci serbi nel ciel corone e palme
lá 've pur vidie di vedere io chieggio
a' miei fidi compagni ornato il seggio.


6

Sei forse dubbio in perigliosa guerra
stender virtú con gli animosi fatti?
O di restar ne la promessa terra
timor ti vietaove per lei combatti?
Chi cerca altra saluteagogna ed erra
sperando tregue insidïose e patti;
perché giá in noinon pur salute e scampo
ma 'l regno è posto; e presso è il giorno e 'l campo. -


7

Cosí diss'egli; e prima a lui rispose
de' guerrieri Normandi 'l duce invitto:
- Chi di fuggir per altra via propose
o di camparnon giunga al fin prescritto.
Ed io che di solcar l'onde spumose
speraifacendo d'Asia omai tragitto
morire innanzi che partirmi or voglio
se a' barbari non rompo 'l duro orgoglio.


8

Certa vittoria in primao morteavremo
io co' miei tutti a cui l'indugio increbbe;
e 'l fine omai di questa 'mpresa estremo
il valor di ciascun mostrar devrebbe;
non biasmare il timorché nulla i' temo
se non quell'indugiar che i rischi accrebbe.
E tempo fôra omaise ben riguardi
d'aver qui vinto; e dubbio è 'l vincer tardi. -


9

Qui tacque; esciolto a la sua lingua il freno
l'antichissimo duce a lui si volse:
- Robertod'alto cor natura appieno
t'ebbe fornitoe 'n te sue doti accolse:
né 'l piú ardito fra noi di seno in seno
varcando 'l mar le vele al vento sciolse
e fra' giovani sei d'alto consiglio;
ma di gran forza è d'uopo in gran periglio.


10

Però i miei detti non aver tu a sdegno
che di vecchiezza sol mi glorio e vanto
e de gli anniil cui peso ancor sostegno
me stesso onoroe chi mi siede accanto:
né i messi disprezzar del sommo regno
ché quasi un messaggier del regno santo
mandato è il sogno: e quel che al duce apparve
non fia menzogna di mentite larve.


11

Se d'altrui fosseio 'l crederei deluso
d'una e d'un'altra sua turbata imago;
ma pio duce sovran co 'l raggio infuso
è nel sogno divin del ver presago.
Sia dal cor dunque ogni timore escluso
né gran turba ci turbio 'ncanto o mago
ch'ei vincer debbe; ecome par ch'accenne
torna vittoria a lui con auree penne.


12

Dal ciel devrá tornarche non altronde
spiega l'angel custode il santo volo;
e tutte coprirá le piagge e l'onde
con l'alee l'arenoso instabil suolo.
Ma s'a grazia del Ciel virtú risponde
non si nieghi pietá d'acerbo duolo
e non si lasci ove percote il flutto
il gran Riccardo in cosí estremo lutto.


13

E non si neghi a noi la fida aita
che sol può darne 'l suo possente braccio
e quella destra in ogni impresa ardita
che rompe l'arme quasi vetro o ghiaccio.
Tu 'l consolaGoffredoe tu l'invita.
Questo sol modo io veggio (e piú nol taccio)
quanto giudicio uman qua giú discerne:
gli altri son noti a le virtuti eterne.


14

Ma ponno assicurarti antichi esempi
ch'io stesso vidi. Il glorïoso Augusto
che gloria fu de' piú felici tempi
volea di Spagna al lor paese adusto
scacciar gli Arabi e i Mori iniqui ed empi
ch'avean seguito il lor tiranno ingiusto:
ed eran piú che le minute arene
tra le piagge de' Mauri e di Cirene.


15

Era co 'l fier tiranno empio gigante
che Ferraú chiamò quel secol prisco
grande cosích'al mauritano Atlante
quasi d'altezza pareggiarlo ardisco:
tutti fuggiano al suo furor davante
solo s'espose Orlando al dubbio risco:
e seco in fiera lutta e 'n fier duello
contesee contrastava il gran rubello.


16

Appresso Pampalona in duro campo
qual uomche per l'onore a morte corre
tornò al periglioe parve ardente lampo
che fieda eccelso monte od alta torre.
Ebbe vittoria alfinnon solo scampo
e si poté fra' nostri indi raccôrre;
ma tutti gran timore ancor perturba
de l'africana innumerabil turba.


17

Pur il gran Carlo i suoi schierati a fronte
lor posee diè la tromba i primi segni:
eran tutte le schiere a morir pronte
sperando gloria ne' celesti regni;
(e parlo cose giá piú illustri e conte)
allorché frondeggiâr gli aridi legni;
l'aste e i tronchidich'iorecisi e svelti
di quei ch'il cielo avea chiamati e scelti.


18

L'aste tronche fiorîroe fu dimostro
questo segno dal ciel d'alta vittoria:
né di sí raro e sí mirabil mostro
serban l'etá piú antiche alta memoria.
Speri con fede eguale 'l secol nostro
ma in periglio minor piú certa gloria:
ché la bramata palma il ciel le serba
di Babele di Menfi empia e superba. -


19

Questo d'antico sennoe grave e saggio
parlar s'udí. Tre fûro i messi eletti
da consolar l'indomito coraggio
ne la tempesta de' noiosi affetti:
quel chesprezzando l'usurpato oltraggio
al sommo aggiunse de' suoi onor perfetti
Tancredi i' dicoe il buon Loffredo insieme
con Eustaziode' Franchi onore e speme.


20

Ma sovra un suo destrier quasi volante.
Belprato era precorso a' saldi lidi
dove non lunge a le silvestri piante
freme percosso il mar con rauchi stridi:
qui l'altro che fuggí maligna amante
avea suoi alberghi solitari e fidi.
E qui solea su la marina pietra
cantar d'antiche imprese a suon di cetra.


21

Allor suonando ancora o cetra o lira
onde consoli il suo ingrato riposo
mille pensier diversi in sé raggira
sol di sé certo e pur d'altrui dubbioso:
quando giá presso 'l cavalier rimira
venirnon aspettatoal loco ascoso
sparso di pianto piú che di sudore;
e scritto avea nel viso 'l suo dolore.


22

E disse sospirando: - Oimè dolente
che fia non so né 'ndovinar vorrei.
Ma se l'aspetto di colui non mente
dolor m'apporta e lagrimosi omèi:
ché fu predetto (e bene il serbo in mente)
amarissimo pianto a' giorni miei;
chiudendo 'l mio fedele in morte i lumi
e i miei versando pur fontane e fiumi.


23

E per piú dogliad'empia mano ostile
questo avvenir mi déeFortunaa torto
che me disarmie 'n sí lungo ozio e vile
mi dividi da lui ch'altrove è morto.
Però che troppo osava il cor gentile
piú ne l'onor che ne' perigli accorto:
se ciò non fosseegli sarebbe il messo
di sua vittoriao del suo danno stesso. -


24

Ma piú vicin Belprato omai discioglie
la dolorosa lingua al duolo acerbo:
- Ahiche Ruperto è ancisoe d'aure
lieto or trionfa il vincitor superbo
o figliuol di Guglielmo: e 'n tante doglie
perdona a mes'in vita ancor mi serbo.
Ferito è il bel Ramusioe sparso il sangue
han gli altri duci: Afflitto afflitto or langue. -


252

Cosí disse Belprato; e 'l seno e 'l viso
tutto d'amare lagrime s'asperse;
ma di Riccardoa quel dolente avviso
nube atra di dolor gli occhi coperse
e cadde in su lo scoglio ov'era assiso
e la cetra gittando in mar sommerse;
e l'armonia rivolse in mesti accenti:
pianger seco pareano 'l mare e i venti.


26

Flebil concento a l'arenosa sponda
faceansenza mostrar gli usati orgogli.
'Ruperto' l'erta rupee l'aura e l'onda
rispondean pur 'Ruperto' a' suoi cordogli;
par che la cetra al nome ancor risponda
percossa e ripercossa a' duri scogli:
mormoravano gli antri oscuri e foschi
a quel suon tenebrosoe i seggi e i boschi.


27

E fra spelunche ancor dolenti ancille
pianti facean che non rimira il cielo
e mille voci di dolore e mille
squarciandosi la gonna e 'l bianco velo:
e parean fonti ch'il dolor distille
gli occhio ruscelli al dileguar del gelo:
quelledich'ioche seguitâr la madre
fra l'ombre ascose piú solinghe ed adre.


28

Quivi Luciache quasi spira e vive
con l'alma sol del suo gran figlio amato;
e quasisenza luidi luce ha prive
le lucie mira il cielo e 'l sol turbato;
venne pur dianzi a le selvagge rive
varcando un breve mar sul carro alato
con sue donzellee con santi atti e schifi:
e le fu il vecchio Autumedone e Tifi.


29

D'abito e di sembianze e di costumi
divina sembrae d'immortal famiglia.
Ne' lumi di Tirrena un glauco lume
splendee 'l ceruleo manto al mar simiglia.
E Sebeziache nacque in riva al fiume
piú de l'Aurora è candida e vermiglia.
V'è Mergellina e Silviae Dafne e Clori
che guaste han le ghirlande e sparsi i fiori.


30

Alba ed Albina da le mani eburne
che varian d'òrtessendoi bianchi lini
lasciati aveano ancora i fonti e l'urne
da' foschi uscendo a' lucidi confini:
e Lucia seguitâr per vie notturne
Crisi e Criselda con dorati crini:
e con bocca di perle e di coralli
Nisida e Spioc'han dolce il canto e i balli.


31

Ora oblian le carolee da' begli occhi
versan di pianto un lagrimoso nembo;
ed ogn'altra ivi par che piova e fiocchi
sovra le guance e sovra il molle grembo.
Materia da coturnie non da socchi
vederli aurei scoprir dal vario lembo
e cinger luiche si lamenta e dole
e non ha tregua di sospir col sole.


32

Tutte eran fide in quel dolor compagne
mostrando al cavalier pietate onesta;
ma la madre al figliuol che geme e piagne
pose la man sovra la bionda testa:
- Figlio (dicea)perche t'amiggi e lagne
fuor d'ogni stil? Qual maraviglia è questa?
che l'un l'altro nemico uccida in guerra
e Morte d'un mortal trionfi in terra?


33

Tu che del padre tuo primier soffristi
la mortee come 'l tempo alfin richiede
e la mia soffriraich'a gli alti acquisti
t'aggiunsi la mia antica e nobil sede:
perché di questa oltre ragion t'attristi?
caro figliuolde l'altrui lutto erede
e co 'l tuo pianto la mia vita struggi?
Caro figliuolché m'abbandoni e fuggi?


34

Dopo tanti anni di penosa vita
non mi passare il cor co' tuoi martíri;
a me serena il voltoe la smarrita
virtú richiamae queta i tuoi sospiri:
figlionon farnon far da me partita
sí tosto: ahi! troppo incontra 'l ciel t'adiri.
Dá pace al tuo doloreal mio sol tregua:
quando piú fia ch'io ti raggiungao segua? -


35

Cosí diss'ella; e con dolenti note:
- Non conobbi (ei rispose) il male e 'l danno
quando i' gemea con lagrimose gote
de la morte paterna il primo affanno;
ma questo colpo in guisa 'l cor percuote
ch'a pianto eterno il mio dolor condanno.
Conoscoahi lassola prevista piaga
ma di sempre languir l 'alma s'appaga.


36

Sempre dorrommi; e sempre amore e sdegno
mi roderan quest'alma afflitta ed egra.
Dove era l'ardir miol'onorl'ingegno
quando egli caddee la mia forza integra?
Non potria d'Asiae d'Orïente il regno
darmi del suo morir vendetta allegra
ch'io devea ritenerlo e seco armarme:
ei morí col mio nomeo pur con l'arme.


37

Ma falso o vero sia quel che predisse
a me di mia ventura il vecchio antico
che mi daran le stelle erranti e fisse
regnoo vendetta pur d'un caro amico:
sia l'imperio di quello a cui 'l prescrisse
il ciel benignoo sia d'empio nemico
ch'io la vendetta eleggo armatoo 'nerme.
Queste sorti sol fian costanti e ferme.


38

Né spero di veder la patria e 'l monte
ove in gran sede me Fortuna affise
se prima in guerra io non mi trovo a fronte
a quel fellon che il mio fedel ancise:
ch'invendicato ritornar de l'onte
non debboaltrui cedendo arme e divise
né d'altre spoglie ornar gli altari o i tempi
le mie lasciandoe vergognosi esempi;


39

madreperché di me si parli o scriva
con mio disnore e con eterna offesa
nel bel regno nativoo 'n quella riva
donde l'alta progenie è in lui discesa:
Ecco chi salvo de' perigli arriva;
ma 'l compagno morí ne l'alta impresa,
e l'armi ancor lasciò di lá dal mare,
onde qualche meschita adorna appare. -


40

Ei piú non dice; ed ella a lui ragiona:
- Ben ne' tuoi dettio figlioancor dimostri
d'esser d'alta progenieonde risuona
dal mar gelato il nome a' lidi nostri:
cosí Rollone ebbe d'onor corona
che in Italia primier passò de' vostri:
cosí vinse Roberto (e ben fu giusto)
Enrico imperadoree 'l greco Augusto.


41

Cosí ne l'alta sede il sacro e saggio
Gregoriodi corone 'l crine adorno
ripose in Laterano; e 'l grave oltraggio
ei vendicò di Romae 'l grave scorno
del Campidoglio acceso. Altro vïaggio
fe' queglie vergognoso a' suoi ritorno.
Cosí poscia il trofeo sublime ed alto
drizzò d'Alessiodomo in nuovo assalto.


42

Cosí i nemici il tuo gran padre estinse
con quellasenza pariinvitta forza;
di Puglia i Grecie di Sicilia ei spinse
vittorïosoi Saracini a forza:
e liberò mezza l'Italiae vinse
noi con l'amor che gentil core sforza:
lá 've fondâro i suoi Normandi Aversa
contra l'antica Capuaa Roma avversa.


43

Ivi regnò mio padreillustre sangue
de' Longobardi misto a quel di Troia
la cui fama immortale ancor non langue
perché la carne sia caduca e muoia;
ma stanco per vecchiezzae non esangue
lasciò del governar la grave noia
al suo genero amatoe mio consorte
che te fece e Ramusioanzi la morte.


44

Pur l'avo tuo sostiene 'l grave incarco
de gli annie fa per te preghiere e voti
che fanciul trapassasti il dubbio varco
de l'Ellesponto in Asia a' rischi ignoti:
e se qui d'alto imperio il ciel t'è parco
di tua stirpe altri regnialtri nepoti
spera che fian del ciel doppia colonna
ne l'alma terrache d'imperio è donna.


45

E 'n questa al tuo Ruggierch'in tener' anni
vorrá seguir la tua onorata insegna
lascerai pur (tempra gli amari affanni)
famosa e nobil sedeo non indegna.
Ei glorïoso in morte al cielo i vanni
spiegherá dove il re trionfa e regna
ch'a' premi eterni de la fragil vita
pur con l'esempio del suo duol ne invita.


46

Altro Ruggierche ne l'etate acerba
fulmine sembra di valore ardente
pentito di vittoria alta e superba
s'atterra ad Innocenzo e d'òr lucente
la corona ha da luich'al pio riserba
e la trasmuta d'una ad altra gente
il Vicario di Cristo: ei re s'appella
d'Italiae doma poi gente rubella.


47

A' regni che divide il corso e l'onda
del tempestoso marei gioghi imposti
scoteed innalza in questa e 'n quella sponda
le chiavie i segni per timore ascosti.
Né regni illustra il solquant'ei circonda
pari fra gl'Indie gli Etiòpi opposti:
di gloriadicoe di valorche lasce
fama immortal ne le contrarie fasce.


48

Poi nel seggio che Pietro in Roma scelse
e mal fôra traslato in altra parte
Guglielmo il successorch'altri divelse
malgrado pur del buon popol di Marte
potrá riporre. Ecco le imprese eccelse
ecco de' tuoi l'armi pietose e l'arte:
prender da Cristo il giogoe 'mporlo agli empi
salvare i pastor sacri e i sacri tempi.


49

Né mancherá ne la famosa prole
l'alto valor ch'oggi tutt'altri avanza
perché vacilli la superba mole
de' duo bei regnie la mortal possanza;
ma passerácome per nubi il sole
nel parto eletto de la gran Costanza;
e 'in quel de la seconda anco s'offusca:
piú lieto in Aragona alfin corrusca.


50

E ben che vera luce i nomi illustri
di Carlo e di Robertoinvitti regi
in due Sicilie avran nepoti illustri
Aristolfo e Serlonfra' duci egregi:
né perderanno al varïar de' lustri
de l'origine antica i chiari pregi:
ch'il regno è nel valor di nobil alma
e 'l manto e la corona è grave salma.


51

Ma s'altro calle il ciel non mostra aperto
di Carlo invitto al glorïoso impero
e del figliuolche merto aggiunge e merto
regnando in questo e 'n quell'altro emispero:
quanto in gran tempo Italia avrá sofferto
dal Tedescodal Francoe da l'Ibero
piace con tal mercedeo Re superno
che sol concedi a l'alme 'l regno eterno. -


52

Cosí scòrta parlò. Ma 'l veglio onesto
tutti condusse a la magion secreta.
E Riccardo il dolorea l'alma infesto
non scema per confortoe non acqueta
anzi piangendoe sospiroso e mesto
la morte accusae chi 'l morir gli vieta.
Quivi giungeano intanto i tre messaggi
giá raccogliendo il sol gli estremi raggi.


53

E disse il buon Loffredo a luiche afflitto
gli era giá sorto e lagrimoso 'ncontra:
- Siam vintio figlio di Guglielmo invitto
in gran battagliacom'a' forti incontra:
e 'l signor d'Ansa ivi cadeo trafitto
dal soldán che dá morte a quanti ei scontra:
e 'n noi rivolto ogni mortal periglio
fa de le spoglie tue piú altero 'l figlio.


54

E 'nsuperbito di terribil possa
d'assalirne entro il vallo ancor minaccia.
Di Cedron l'alta rivae l'onda è rossa
dove i Franchi ebber prima orribil caccia:
né per secrete vie d'oscura fossa
è chi securo il varco al fonte or faccia;
ma quella cieca stradae l'erbe e l'ombre
son di troncate membrae d'arme ingombre.


55

E ne la selva ogni demon s'annida
onde spesso rimbomba il tuono e 'l lampo.
Guerra da l'altra parte indice e sfida
l'ammiraglio superbo in duro campo;
ma 'l buon duce Goffredo in Dio confida
vittoria avernon che salute e scampo;
ed al giá chiesto onor t'invita e prega:
tu al suo giusto pregar t'inchina e piega.


56

L'animo dal dolore omai solleva
e da noi risospingi i dí funesti
ché 'l sempre sospirar nulla rileva
e peggio fias'alta virtú non vesti:
perché lucente piú ch'ei non soleva
il tuo valor risplenda a' vinti e mesti:
cosí ne gli anni de l'etate acerba
gloria immortale 'l cielo a te riserba. -


57

Tacque. E rispose al veglio il gran Riccardo:
- Tardi prega Goffredo e tardi invita
poi ch'il signor per cui mi struggo ed ardo
perduta ha in guerra la sua nobil vita.
Misero meche pur son pigro e tardo
a la vendetta omainon ch'a l'aita:
né dar piú a tanto danno alcun restauro
può corona immortal di gloriao d'auro.


58

Allor deveacon piú lodato esempio
mentre visse Rupertoa sé chiamarmi:
or non bramo altro onorma tombao tempio
e sculti al fido amico i bianchi marmi:
ma pur verrò dove il superbo e l'empio
trionfa e del mio lutto ha spoglie ed armi;
perché 'l pietoso duol non m'arda e stempre
ma nel sangue crudel s'appaghi e tempre. -


59

Cosí dettoe rispostoallor ch'imbruna
l'aria serena de l'estiva notte
l'alta donna lasciando 'n veste bruna
e le donzelle a lagrimar condotte;
partîr co' raggi de la bianca luna
da spechi ed ombre al vero amiche e dotte.
Filagliteo gli guidail saggio e scaltro
pur quasi un lume il qual conduca a l'altro.


60

Giá sparito era in ciel Marte e Saturno
ed ogni fiamma piú lucente e bella
onde sia sparso 'l bel seren notturno;
sol fiammeggiava l'amorosa stella
omai languendo a lo splendor diurno
che facea rosseggiar l'alba novella:
quando vider due campi e mille tende
e 'n quello entrârch'alto soccorso attende.


61

Giacea nel gran ferètro il buon Ruperto
lavato giá de' sanguinosi umori:
bianca porpora il vestee 'l tien coperto
candido vel contesto d'aurei fiori:
spirava da le piaghe 'l fianco aperto
e 'l petto e 'l capo i prezïosi odori:
facean dintorno duollutto e martíro
i suoi compagni in lagrimoso giro.


62

Qual africana e coronata belva
di spaventoso adorna orrido vello
rugge trovando entro l'oscura selva
la tana vòta e 'l depredato ostello;
né vede il cacciator che si rinselva
co' figliod orma di sentier novello
onde si volge a le lasciate lustre;
tal qui sospira il cavaliere illustre.


63

E dice sospirando: - Ahi duro caso
ond'il mio altero vanto omai si scorna.
Cosí al buon padre Otton lunge rimaso
il figlio vincitorper meritorna?
Questa è la pompa onde il felice Occaso
di spoglie orïentali oggi s'adorna?
Di queste prede a l'etá grave e stanca
letizia ei porgee 'l suo vigor rinfranca?


64

In tal guisa la fede al veglio osservo?
e mie promesse adempio e sua speranza?
Quando tanto valor compagno e servo
mi fe' la cortesia che tutto avanza.
Misero mondoinstabile e protervo:
orsalvo pianto e duolnulla gli avanza;
ch'ogni nostro pensier torna fallace
né promessa è quaggiú ferma e verace.


65

Ahich'era meglio assai nel forte punto
morte bramata io non avessi invano
fedel mio caro: e 'l cor reciso e punto
fosse dal ferro e da l'istessa mano
che vivo rimaner da te disgiunto
con tal vergognae per dolore insano:
perché d'eterno duol ne l'alma i colpi
impressi io portoonde me solo incolpi.


66

Né spero piú che d'orïente il sole
a me risplenda con lucenti rai
né ch'il ciel mi rallegri o mi console
d'altro piacer che di vendetta omai.
E so ben che lá su pietá si vuole;
e forse il mio disdegno a sdegno avrai:
ma compiaci al dolor ch'io tengo a freno
ch'abbia conforto in vendicarti almeno.


67

Alma cortesee da l'empireo cielo
al mio dolor di tua virtute inspira. -
Cosí dice piangendo; e 'l bianco velo
discopree le ferite asperge e mira:
tutto tremante e con la man di gelo
il tocca e baciae quasi l'alma ei spira;
ma giá saliti erano i preghi avanti
e le meste parole e i tristi pianti.


68

È virtú suso in ciel santa e soave
ch'unío con pace eterna 'l chiaro mondo
pria ch'aspra lite infra 'l leggiero e grave
l'aria in guerra partisse e 'l mar profondo;
questa medesma al santo Amor la chiave
volse: ei vestí d'Adamo 'l fragil pondo
e facendo la terra al cielo amica
lieto fin pose a la discordia antica.


69

E questa al Padre eterno offerse i preghi
e le sue lagrimose alte querele;
perché da' duri lacci omai disleghi
l'alma dolente al cavalier fedele:
né dal suo corso la giustizia or pieghi
che minaccia vendetta al re crudele;
e disse: - Insieme al mio pregar t'inchina
Padre del cieloo tu del ciel regina.


70

E non dirò ch'io d'ogni eterna mente
unii giá i corie ne l'unir distinsi:
e di lor fei corona alta e lucente
onde di gloria e di splendor ti cinsi:
o che le sfere piú veloci e lente
di nodi quasi adamantini avvinsi:
ch'è tuo l'esempioe 'l magistero e 'l modo
ed io de l'opre tue mi vanto e lodo.


71

E 'l mondoche lá giú si mesce e varia
ebbe da te costanti e ferme leggi;
però il foco e la terrae 'l mare e l'aria
pascon tante concordi amiche greggi.
Es'ivi la contesa a me contraria
usurpa i tempi e le corone e i seggi:
maraviglia non èch'audace turba
mosse anco in cieloed or lá giú perturba.


72

Ma tuche désti a lei dal cielo esiglio
ond'ancor mostri i precipizi e i salti
serva il mio loco ove mandasti 'l figlio;
congiungi i fidi tuoi tra i fèri assalti
e volgi al mio guerrier pietoso 'l ciglio
perch'il suo onore e 'l nostro nome esalti:
e 'l nodo ordito in cielse i cori involve
non disciolga colei che tutto or solve.


73

MiraSignorquanto è l'affanno interno
a cui s'è dato il cavaliero in preda
e com'ei langue; e dal martire eterno
guardalo tu perch'egli a te sen rieda
lietoquando che siané varchi Averno
come d'altrui par che si canti e creda
se giusta pena ingiusti amici afflige:
ma salvo ascenda dal nocchier di Stige. -


74

Cosí dicea con lagrimoso volto
virtú ch'in terra umanain cielo è diva
non pur celeste: e 'l suo parlare accolto
fu dal Signor ch'i giusti preghi udiva.
E giá Riccardoad onorar rivolto
la frale spoglia che di vita è priva
le sacre preci aggiunge al pianto estremo
e 'l cantoch'è de' morti onor supremo.


75

E lá dov'egli il suo dolor distilla
non hanno gli altri 'l viso e gli occhi asciutti:
ma 'n suon lugubre omai dolente squilla
par ch'i duci raccolga a' mesti lutti.
Pria doppio ordine lungo arde e sfavilla
con mille accesi lumi innanzi a tutti:
poi su la coltre sua purpurea e d'oro
portato è il corpo appresso 'l santo coro.


76

Il serico vestir dorato e bianco
intorno a' freddi membri adorno vedi:
la spada ancor gli avean ricinta al fianco;
ma l'elmo col cimier gli giace a' piedi.
Seguon Riccardo appresso e 'l duce Franco
duo RubertiAristolfoil buon Tancredi
e gli altri c'han de l'armi il pregio e 'l vanto:
tutti con lungo e con funébre ammanto.


77

Poscia cento destrier coperti a negro:
e portan gli scudierdogliosi in vista
ben cento insegnein cui vessillo integro
non si vedea come il valor l'acquista:
ed auree spoglieonde un trionfo allegro
giá far credeancon varia preda e mista;
archifaretrescudiarme sanguigne
e corone di querce e di gramigne.


78

Con volto umano poi Mamistra e Tarso
ed Atene che palma aggiunge a palma
e di nove altre è il simulacro apparso
e par ch'intrecci insieme oliva e palma;
Cidno ed Oronte ancorche l'urna ha sparso
erano al portator non leve salma:
e l'Eufratee 'l gran Tauro al duro giogo
si vede ivi inchinar l'orrido giogo.


79

Chiudean alfin la mesta pompae 'l fasto
de la gloria mortaldolenti schiere
che vinser guerreggiando ogni contrasto;
or l'aste e l'arme aveano orride e nere
e seguîr lagrimando 'l corpo guasto
per cui gia fûr d'alta vittoria altere.
Eran mute le trombe o pur languendo
il rauco suon quasi n'uscía piangendo.


80

E giunser tutti incontra al tempio sacro
lá 've s'ascende ad alta mole e poggia:
maggior di quella ove al suo mal lavacro
fe' Costantinoe 'n meno usata foggia:
perché mèta o colonna o simulacro
tanto non adornò teatro o loggia.
Due porte avea per cui si varchi e monte
e 'n ciascuna di lor due statue a fronte


81

che paion le virtú con varie gonne.
Quale ha lo specchio e quale in man la spada:
versa umor l'altra de l'antiche donne;
l'ultima rompe il marmo ove digrada:
e fra quelle di cedro alte colonne
siccome effigïarle al maestro aggrada
l'altre virtú son figurate a' sensi
e sostengon poi tutte i lumi accensi.


82

Scolpite son ne la sublime parte
ch'in giro volgele virtú supreme
Fede e Speranza; e chi da lor diparte
morte taloraivi fiammeggia insieme.
Nel sommo impressa è con mirabil arte
l'Eternitá che del suo fin non teme:
del mezzo 'l gran ferètro ingombra il suolo
che ricoperto e pur d'oscuro duolo.


83

Mète e colonne intorno e varie imprese
fe' l'avversaria de la morte iniqua.
Sovra risplende il ciel di fiamme accese
e la strada v'appar del sole obliqua.
L'arme del cavaliero in alto appese
come poi l'inalzò progenie antiqua
vi pose: e 'n lor da fiamma oscura e mista
l'Ardea sen vola al cielsublime in vista.


84

Poscia ch'al suon de la canora voce
silenzio fu da' sacerdoti imposto
e 'n arca cui segnò purpurea croce
quell'onorato corpo alfin riposto:
sol vi rimase il cavalier feroce
che fargli maggior tomba avea proposto:
e l'alta mole pareggiar vorrebbe
di lei che del suo fido il cener bebbe.


85

O quelle pur de' piú superbi regi
che i marmorei sepolcri al cielo alzâro:
e brama di Corinto i mastri egregi
e i metallie di Smirna opre e di Paro.
Ma poscia invidïosa a tanti pregi
trovò l'empia fortunae 'l mondo avaro.
Questo pensier tenea nel core ascoso;
ma disse Pietro al cavalier pensoso:


86

- Quanto déifiglioal Re ch'il mondo regge!
Tratto egli t'ha da l'incantate soglie:
ei te smarrito agnel fra Care gregge
or riconduce e ne l'ovile accoglie:
te il pio duce sovran campione elegge
e pronto esecutor di giuste voglie.
Tupria ch'ardito muova al fèro assalto
vestiinvitto signorvirtú da l'alto.


87

Ma sei de le caligini del mondo
e de la carne ancora in guisa asperso
che l'Indo e 'l Gangee l'Oceán profondo
non ti potrebbe far candido e terso:
sol la grazia divina il core immondo
può render puro. Adunque a Dio converso
riverente perdón richiedie spiega
i tuoi peccati ascosie piangi e prega. -


88

Cosí disse: e 'l guerriero a' piè dimesso
tutti scoprígli i giovanili errori;
poi ch'ebbe pianti entro al suo core istesso
i suoi sdegni superbi e i folli amori.
E fu il perdono a quel signor concesso
da lui ch'in tenebrosi e sacri orrori
sovente i casti membri affligge e spolpa
e lega e scioglie di pentita colpa.


89

Poi gli diceva: - Un monte assai vicino;
coronato di palmeil capo estolle
lá dove per secreto aspro cammino
poggiar si può quasi di colle in colle:
sorge ivi un fonte sacroanzi divino
ch'a le fonti del sole il pregio tolle
ed a quel di Cupidoe di Dodona
ed a qual piú famoso anco risuona.


90

Ma i princípiche 'l Nilo asconde e cela
sotto altro cielson meno ignoti al senso;
perché de l'ombre ei s'incorona e vela
lá 've il devoto orrore è folto e denso.
Sacra fama ed occulta a me rivela
la maraviglia ove condurti io penso:
questo al ciel volge un rio lucente e vago
né si vanta di lui marina o lago.


91

Primo è di cinquea cui talor ricorre
turba gentil ch'alto desire accenda;
ma dove l'onda inverso 'l mar trascorre
la maggior parte avvien che smonti e scenda.
Chi bee del primo al fin tutt'altro abborre
e fugge ogni piacerche l'alma offenda
né 'l perturba dolorned ira infiamma
né di terreno amor lasciva fiamma.


92

Ma l'un nel cor s'estinguee l'altro il foco
de la gloria divina avvampa e ferve
contra il valor ch'io per condurti invoco;
né temer genti al ver nemiche e serve
ma di venir sii pronto al sacro loco
e fa' del mio parlar dolci conserve
che ce n'andremo occulti al volgo insano
né potrá rimirarci occhio profano.


93

Quinci al bosco n'andrai fra larve erranti
e tra fantasmi pur vani e bugiardi
lá dove indarno superar gl'incanti
tentâro i piú feroci e i piú gagliardi.
La croce scaccerá mostri e giganti
la croce fia che t'assicure e guardi
da le schiere d'Infernoe quindi e quinci.
In questo segno pur combatti e vinci. -


94

Era ne la stagion in cui non cede
libero ogni confin la notte al giorno
ma l'orïente rosseggiar si vede
e l'altro ciel d'alcuna stella adorno;
quando drizzâr vêr gli alti poggi il piede
con gli occhi alzati contemplando intorno
or notturne bellezze or mattutine
immortali e celestianzi divine.


95

Pensava il pio guerriero: - O quante belle
luci il tempio del ciel spargee raguna!
Ha 'l suo gran lume il díl'aurate stelle
spiega la notte e la sua algente luna;
ma non è chi vagheggi o queste o quelle
e miriam noi torbida luce e bruna
ch'un girar d'occhiun balenar di riso
scopre in breve confin d'un bianco viso. -


96

Cosí pensandoa le piú eccelse cime
asceseed ivi inchino e riverente
alzò il pensier sovra ogni ciel sublime
e le luci fissò ne l'orïente.
- La prima vita e le mie colpe prime
mira con occhio di pietá clemente
Padre e Signore; e di tua grazia or piovi
perch'il vetusto Adam spogli e rinnovi. -


97

Prega in tal guisae giá gli sorge a fronte
con aureo manto la vermiglia Aurora;
e i suoi capellie del frondoso monte
le verdi cime a quella luce indora:
e ventilar nel seno e ne la fronte
mormorando sentia lo spirto e l'òra
che sovra 'l molle crin scotea dal grembo
de la bell'alba un rugiadoso nembo.


98

Bagna l'estivo gel le chiome bionde
e quella quasi d'òr tenera piuma;
come anzi il nuovo soll'erbose sponde
sparge il ciel di rugiadae l'aria alluma:
o come vago augel tra fronde e fronde
si spruzza l'ali che di novo impiuma
ei giungendo fra l'ombra ivi si spazia
di piacer in piacerdi grazia in grazia


99

E poscia vede il fonte occulto e l'acque
vie piú bel di cristalloe piú d'argento:
e del sacro silenzio a l'ombra ei giacque
dove devoto bebbee fu contento:
e di ciò ch'invaghia la mente e piacque
sentí 'l primo desio nel core spento
e d'ogni altro dolzor fastidio e scherno:
o maraviglia del sapere eterno!


100

Fra nembi intanto di splendor celeste
che tutti risplendean di raggi e d'auro
l'angeliche virtú leggiadre e oneste
portâr d'arme di luce ampio tesauro:
lá 've di care pietre in un conteste
scorge una croce infra la palma e 'l lauro;
e l'appoggiâro a' lucidi giacinti
quasi immortal trofeo de' vizi estinti.


101

Come del ciel ne gli alti e chiari campi
la croce sfavillò di fiamme e d'ostro;
e 'l vero segno altrui con vivi lampi
regnando l'empio Grecoallor fu mostro:
cosí da nube che sonora avvampi
con l'arme è scesa in quell'ombroso chiostro
e rilucea tra la fontana e 'l verde;
ed ogni luce ivi s'abbaglia e perde.


102

Romaquali arme avesti e quali schermi
quando regnò d'Egeria il vecchio amante
ben che la vecchia fama il caso affermi
di quel celeste scudoe pur ten vante
da opporre a questein solitari ed ermi
colli portate e fra l'ombrose piante?
Lá 've Riccardo è giá rivolto al suono
de l'onor lietoe del celeste dono.


103

Né sazio di mirarloor questa or quella
parte de l'arme in mano ei prendee prova;
l'elmo che vince la sanguina stella
che d'ardore e di fiamme il crin rinnova:
e la corazza che fiammeggia anch'ella
quasi gran luce che nel ciel si mova:
e de lo scudo le mirabil opre
nel cui gran magistero il ciel si scopre.


104

Quegli che fece Arturoed Orïone
diè 'l lavoro e l'esempio al fabro accorto;
e fra l'altre di stelle auree corone
il solche gira il suo cammin distorto.
Parte la croce le contrarie zone
e squadra il mondo da l'Occaso all'Òrto.
Disse Pietro: - O figliuol del pio Guglielmo
questo è d'alta speranza il lucid'elmo.


105

Scudo è di fedee di giustizia usbergo
questo. Cosí di luceo pur di gloria
Pietro t'arma la fronte e 'l petto e 'l tergo
ed onora de' tuoi l'alta memoria
che difeser di Dio quel santo albergo
per cui degna è d'onor giusta vittoria:
di queste Augustiregio duci illustri
fien pochi adorni in cento e cento lustri.


106

Qual gloria è d'oro incoronar le fronti
lá dov'Egli da' suoi parte e disgiunge?-
Cosí diceva; e quei frondosi monti
maravigliârsi a lo splendor da lunge:
maravigliârsi il gran torrente e i fonti
ove quel lume inusitato aggiunge
d'oro e d'elettro; e la profonda valle
mirò sparso di raggi il nero calle.




LIBRO VIGESIMOSECONDO

1

Come d'alto virtú l'adorni e vesta
egli medesmo riguardando ammira:
poscia verso l'antica atra foresta
con secura baldanza i passi gira.
Era lá giunto ove i men forti arresta
solo il terror che di sua vista spira:
né gli sembrava quello orrido bosco
ma lietoverdeamenoombroso e fosco.


2

Passa piú oltra ed ode un suono intanto
qual roco mormorar di lucide onde
e di musico cigno il flebil canto
e 'l lusignol che plora e gli risponde:
e quasi di Narciso e d'Eco il pianto
e l'aura sospirar di fronde in fronde:
e lire e cetreed arpe e versi in rime:
tanti e sí vari suoni il suono esprime!


3

Il cavalierpur come a gli altri avviene
n'attendeva un gran tuon d'alto spavento;
e n'ode poi di ninfe e di sirene
d'aured'acquee d'augeidolce concento:
ondemaravigliandoil piè ritiene
e poi se 'n va tutto sospeso e lento;
e per via trova un vago e picciol fiume
che si copre del sole al chiaro lume.


4

L'un margo e l'altro di quel rivo adorno
spira soavi odori e lieto ride:
ei distende il suo torto e freddo corno
dintorno al bosco che nel grembo asside:
né pur gli fa quasi corona intorno
ma i verdi calli un suo ruscel divide;
bagna egli il boscoe 'l bosco il fiume adombra
con bel cambio fra lor d'umore e d'ombra.


5

Mentre mira il guerrier dove si guada
gli apparve un ponteche è d'intagli e d'oro
maraviglioso in vistae larga strada
par che prometta a piú ascoso tesoro.
Passae passato a pena avvien che cada
da gli archi il ruinoso aureo lavoro;
onde se 'l porta via l'onda repente
fatta d'un picciol rivo ampio torrente.


6

Ei si rivolgee con spumose corna
quasi per lunga pioggia o nevi sciolte
vede che gonfio girae 'n sé ritorna
con mille rapidissime rivolte.
Desio di novitá nulla distorna
sí ch'ei spia tra le piante ombrose e folte;
e 'n quelle solitudini selvagge
sempre a sé nuova maraviglia il tragge.


7

Dove in passando il suo vestigio ei posa
par che ivi sorga un fontee un fior germoglie.
Lá s'apre il giglio e qui spunta la rosa
o 'l bel giacinto con cerulee foglie:
e sovrae 'ntorno a luila selva annosa
parea ringiovenir l'antiche spoglie.
S'ammolliscon le scorzee si rinverde
ne le fronde e ne' rami il fresco e 'l verde.


8

Rugiadosa di manna è l'alta fronda
e stilla da le scorze il dolce mèle:
e di nuovo ode pur quella gioconda
strana armonia di canti e di querele.
Ma 'l coro uman ch'a' cignia l'auraa l'onda
facea tenornon sa dove si cele:
non sa veder chi formi i chiari accenti
e faccia d'alto suon vari concenti.


9

Mentre ei pur guarda e fede il cor dinega
a quel ch'il senso gli offeria per vero;
vede un mirto non lungee 'l passo ei piega
dove giunge nel mezzo un bel sentiero:
l'estranio mirto i rami innalza e spiega
piú de la palma e del cipresso altero:
e sovra tutti gli arbori ei frondeggia
com'ivi il bosco abbia l'ombrosa reggia.


10

Fermo il guerrier nel vòto spazioaffisa
a maggior novitá gli occhi e le ciglia;
pianta gli apparquasi gemendo incisa
ch'apre feconda il cavo ventre e figlia:
e n'esce fuor vestita in strana guisa
ninfa d'etá cresciutao maraviglia!
E vede insieme poi cento altre piante
cento ninfe produr dal sen pregnante.


11

Quai le mostra il teatroo quai dipinte
miriam selvagge dèe fra faggi e pini
nude le braccia e l'abito succinte
con bei coturni e con disciolti crini:
con tai sembianze si vedean le finte
figlie del boscoavvolte in bianchi lini:
se non ch'in vece d'arco o di faretra
chi tien vïolae chi liuto o cetra.


12

E tosto cominciâr canti e carole
e di se stesse una corona ordîro
e cinsero il guerrierche pare un sole
com'è rinchiuso il centro in ampio giro:
cinser la pianta insiemee tai parole
nel dolce canto risuonar s'udîro:
- Ben caro giungi in queste selve amene
o de la diva nostra amore e spene!


13

Giungi aspettato a dar salute a l'egra
d'amoroso pensiero arsa e ferita.
Questa selva che dianzi era sí negra
stanza conforme a la dolente vita
vedi che tutta al tuo venir s'allegra
e 'n piú leggiadre forme è rivestita. -
Tal era il cantoe poi dal mirto uscía
un dolcissimo tuonoe quel s'apria.


14

Come a l'aprir d'un rustico Sileno
maraviglie vedea l'antica etade
cosí quel mirto da l'aperto seno
imagini gli mostra e belle e rade:
donna dimostra il cui splendor sereno
quasi parea d'angelica beltade.
Mira il guerrieroe riconosce il viso
ond'ebbe d'aureo strale 'l cor diviso.


15

Quella lui mira in un lieta e dolente
e mille affetti in un sol guardo ha misti;
poi dice: - Io pur ti veggioe piú lucente
pur ritorni a colei da chi fuggisti.
A che ne vieni? A consolar presente
le mie vedove notti e i giorni tristi?
O vieni a mover guerraa discacciarme
che mi celi il bel viso e mostri l'arme?


16

Giungi amante o nemico? Il ricco ponte
io giá non preparava ad uom nemico
né gli apriva il ruscelloi fiorla fonte
sgombrando a' pronti passi il duro intrico.
Togli questo elmo omaiscopri la fronte
e gli occhi a gli occhi mieis'arrivi amico:
giungi i labri a le labrail seno al seno
porgi la destra a la mia destra almeno. -


17

Seguia parlandoe 'n bei pietosi giri
volgea lo sguardo e scoloria i sembianti
falseggiando i dolcissimi sospiri
e i soavi singulti e i vaghi pianti:
tal che incauta pietate a quei martíri
intenerir potea gli aspri diamanti;
ma 'l cavaliero accorto omainon crudo
piú non attende e stringe il ferro nudo.


18

Vassene al mirto. Allor colei s'abbraccia
al caro troncoe s'interpone e grida:
- Ahinon sará mai ver che tu mi faccia
oltraggio tale e l'arbor mio recida;
deponi il ferroo dispietatoo 'l caccia
prima nel petto a l'infelice Armida.
Per questo senper questo core al mirto
sol passie scacci l'amoroso spirto. -


19

Egli alza il ferro e 'l suo pregar non cura.
Ma colei si trasmuta (o fèri mostri!)
Sí come avvien che d'unaaltra figura
trasformando repenteil sogno mostri:
cosi ingrossò le membra e fece oscura
la facciaonde sparîr gli avori e gli ostri:
crebbe in gigante altissimoe si feo
con cento armate braccia un Briareo.


20

Cinquanta spade impugnae con cinquanta
scudi risuonae minacciando or freme.
Ogni altra ninfa ancor d'arme s'ammanta
fatta orribil Ciclopee nulla ei teme;
ma doppia i colpi a la nemica pianta
che purcome animataha piaghe e geme.
Sembran de l'aria i campi Averni e Stigi
tanti appaiono in lor mostri e prodigi!


21

Trema sotto i suoi piè l'orrida terra
sovra fulmina il cielo e par che avvampi:
vengono i venti e le procelle in guerra
e gli spirano al volto i tuoni e i lampi.
Ma pur un colpo il cavalier non erra
come virtú contra il furor s'accampi:
talor si volge a' mostrie 'ndarno ei batte
l'aria leve e fugacee nulla abbatte.


22

Ond'ei disse fra sé: - Vaneggio ed erro
qui con la spadaonde convien che adombre;
ma questo scudo ond'io mi copro e serro
con la croce i fantasmi omai disgombre. -
E la croce innalzòchinando il ferro
lucida fiammeggiando opposta a l'ombre.
Ratto allora sparîr l'orride larve:
ei la noce troncò che mirto parve.


23

Tornò sereno il cielo e l'aura cheta
tornò la selva al suo primiero stato
non d'incanti terribile né lieta
piena d'orrorma de l'orrore innato.
Ritenta il vincitor s'altro piú vieta
ch'esser non possa il bosco omai troncato:
né trova incontroe fra se dice: - O vane
sembianze! e folle chi per lor rimane!-


24

Quinci s'invia verso le tendee 'ntanto
colá predice il solitario Piero:
- Giá vint'è de la selva il novo incanto
giá sen ritorna il vincitor guerriero:
eccoloe come un sol che indora il manto
di bianca nubeumilemente altero. -
Quel da l'arme spargea fiammelle e raggi
e segnava di luce ermi vïaggi.


25

E con mille sonori e lieti gridi
raccolto ei fu da l'animose squadre:
- Andai (lor disse) a quella selva: i' vidi:
vinse la croce ombre maligne ed adre
e le scacciò da tenebrosi nidi
con queste mie lucenti arme leggiadre:
libera è omai d'incanto e da fantasma
la terra che d'antico error si biasma. -


26

Ma giá Goffredo onor devuto e grande
gli fa co' doni in disusato stile.
Due gli manda di fiori auree ghirlande
ch'ei vinse in giostrae d'òr cintoe monile:
urne d'argento onde l'umor si spande
quasi da fontee ricca preda ostile
di torte spade e di faretre ed archi
ch'ebbe espugnata Marrae Biblo ed Archi.


27

Cuoia dipintee tele in cui germoglia
o vite o celso; e 'l rode augello od aspe.
L'ago vi figurò fiorfrutti e foglia
con qual fil prezïoso il Sero inaspe
e con qual piú lucente in aurea spoglia
l'intesse abitator de l'indo Idaspe:
ed odori d'Arabia e gemme aggiunge
a ciò che nera man orna e trapunge.


28

Da' donie dal lavor di seta e d'auro
a la battaglia il cavalier si volse;
e pria che il sole inchini al lido Mauro
vendicar vorria l'onta ond'ei si dolse.
Tutti gli altri prendean cibo e restauro
nei lunghissimi giorni; ei nulla volse
tre dí piangendoe del suo duol si ciba;
ma nel dolor grazia del ciel deliba.


29

L'altro si prova al saltoe prova al corso
ne l'armi che non fûr opre mortali;
e gli par che abbia al petto e intorno al dorso
quasi da girne a voloe piume ed ali.
Poi vede il gran Circin sí pronto al morso
cui non sarian correndo i venti eguali
quando si scioglie l'animosa turba
de' cavernosi monti e 'l mar perturba.


30

Candido è quel destrierné macchia il tinge
quasi puro armellin che schiva il fango
e par che voglia dirmentr' egli ringe
con dolorosa voce: - Io teco il piango. -
Il guerrier su vi montae 'l girae spinge;
poi dice: - Tu sei prontoio pur rimango;
e poi ch'è morto il mio fedel diletto
nuovi a l'ingiuria mia compagni aspetto.


31

Noi ce n'andrem ne le dolenti valli
donde tu sol fuggisti empia fortuna.
Pensa che passo al mio dever non falli
per vïolenzao per turbata luna.
Sai di gloria e di morte i brevi calli:
via da fuggir non è rimasa alcuna;
se me non lasci morto al duro varco
per cui passasti il mar leggero e scarco. -


32

Cosí gli disse; e quel destrier feroce
pur come avesse mente umana e senno
parve lagnarsi a la dolente voce
e 'ntender del signore i detti e 'l cenno.
E giá fiammeggia la purpurea croce
a gli altri che suo duce che in guerra il fenno;
e nel suo mezzo il sol che i raggi vibra
lucente piú che in Sagittarioo 'n Libra.


33

Intantoappresso l'acque il verde e 'l fresco
godeansi Adrasto e di Ducalto i figli
sotto gran tenda in cui la sediae 'l desco
sono i tapeti candidi e vermigli:
né temean di franceseo di tedesco
o d'italica forza onta e perigli:
quandooccultoil figliuol del gran Guglielmo
giunsee scoprissi al folgorar de l'elmo.


34

E come in riva d'un corrente fiume
spaziano i vaghi augei tra' fiori e l'erba;
altri s'attuffae sparge altri le piume
e qual ritorna a la pastura acerba;
ma 'l ciboe l'ondae lor natio costume
oblianveggendo l'aquila superba
che in lor d'alto discende e quasi a piombo
e cessa de' minori il volo e 'l rombo;


35

cosí allor tutti al suo venir turbârsi
e Siri e Turchie 'l popol nero e 'l bianco
e cercâr di fuggirneo di ritrarsi
da quella luce non veduta unquanco:
e i primi giá fuggian tremanti e sparsi
lungo il torrente assai cresciutoed anco
sin ne la tendaov'il possente Adrasto
non sperò di trovar duro contrasto.


36

Era giá sortoe con feroce sguardo
chiedea: - Qual fuga è questa? e chi gli scaccia?-
Rispondea Doldechino: - Il gran Riccardo
forse sará da le possenti braccia
di cui non è piú fiero o piú gagliardo
da i nostri liti insino al mar che agghiaccia.
Tu medesmo vedraipria ch'egli aggiunga
come d'asta e di spada e féra e punga.


37

E far prova potrai di tua possanza
e de la suach'ha sí propizia sorte. -
- Vedrò (l'Indo dicea) com'ei s'avanza:
poi giudici saran fortuna e morte:-
ma Riccardo di fiamma avea sembianza
che fra le nubi va per vie distorte;
mentre per l'aere impetüoso turbo
tutto il rivolge omai dal chiaro al turbo.


38

Tauro è nel primo incontro allor percosso
che pari ha quasi al re statura e membra:
rompe la dura lancia il naso e l'osso
e trapassa la parte ond'uom rimembra
tal che di ruinoso alto colosso
di quel gran corpo la caduta assembra
se d'alta base alfin lo scuote e svelle
vïolenza di spirti e di procelle.


39

Con l'impeto medesmo ei spinge a terra
PirgaAsimarRospeoFeronioIlargo
GangeticoRodalto; e spezza e sferra
ciò che rincontra insino al dubbio margo.
Cento altri e cento ancidee 'n breve guerra
omai vince il furor di Troia e d'Argo;
sin ch'ebbe contra il re de gl'Indi adusti
fra quelli spazi a tanta gloria angusti.


40

L'Indico re con la terribil forza
la sua fortuna e 'l cavalier prevenne;
ma passar non pote la dura scorza
de lo scudo che il colpo aspro sostenne:
eicome nave che si piega a l'orza
si torsee si fiaccâr le dure antenne;
ma Riccardoil destrier rotando a destra
la spada ha giá ne la fulminea destra.


41

E 'l fére in mezzoe gli divide e frange
(come dal ciel discenda) il duro usbergo.
E tutto apre del petto al re del Gange
le sanguigne latebree 'nsino al tergo:
onde l'alma crudel s'affanna ed ange
cacciata a forza dal nativo albergo:
precipitoso il corpo allor trabocca
come suol rimbombar caduta ròcca.


42

Dintorno a lui la fèra gente e negra
percote e sforzae braccia incide e fronti
e fra la turba atterra estinta od egra
BalducBolfengoAmardo a morir pronti
piú che a fuggire: e come avvenne in Flegra
paion monti di strage imposti a' monti:
ei con la spada folgorar su l'empio
stuoloe far doloroso e giusto scempio.


43

Qual ne l'aia il caval si girae calca
l'orzo che sotto i piè si franga e peste
tal sovra i morti il gran guerrier cavalca
per quelle vie di cieco orror funeste.
Sotto il destrier ne la confusa calca
rompe corazze e scudied elmi e teste:
macchia al corsier la sella e l'armi stesse
la sanguigna di morte orribil mèsse.


44

Angelo par che folgoreggi e spiri
come allor che Dio volle aspra vendetta
sovra Caldei disceseo sovra Assiri
con quella spada che non taglia in fretta.
Tutti fuggían sin a gli ondosi giri
del torrente che gonfio il corso affretta;
ma de l'ampio Cedron l'onda transversa
partí lor fugaonde fêr via diversa.


45

Una parte di loro indietro è volta
vêr la cittách'in piú sereni giorni
la pompa trïonfale avea raccolta
e d'auree spoglie empi tiranni adorni:
l'altra cadea precipitosa e folta
sovra le rive e gli umidi soggiorni:
e l'onda raccogliea di cerchio in cerchio
la gente spinta da timor soverchio.


46

Chi quachi lá nel gran torrente ondeggia
o con impeto avverso o con secondo;
e gridando de l'armi il peso alleggia;
giú l'acqua volge elmi e loriche al fondo:
e quasi di cavalli orrida greggia
l'empiee d'uomini e d'arme il grave pondo:
ne l'acque ei spinge il suo destrier d'un salto
facendo a' fuggitivi un fèro assalto.


47

E fèro pasto al magro ingordo pesce
prepara di sanguigne atre vivande;
mentre gli empi perseguee turbae mesce
lá 've il torrente è piú sonoro e grande.
Cedron tutto rosseggiae spumae cresce
sovra le rive alfin s'innalza e spande
e 'nonda (ch'altra via gli è chiusa e tronca)
quella trista di morte orrida conca.


48

Par ch'egli sol vittorïoso occúpi
ambe le rive e la divisa valle:
nuotan molti fuggendo a l'erte rupi
o sotto gli archi del marmoreo calle:
e braman pur speluncheantri e dirupi
mentre han la morte a le fugaci spalle;
o di trovar fra l'acque aperto e scisso
per lor refugioalmen l'oscuro abisso.


49

Non ritrovava intanto o paceo posa
l'alma inquïeta del feroce Argante;
ma del fin de la guerra ancor pensosa
mille forme d'orrore avea davante:
il rischio de' frateil'etá gravosa
del vecchio padre edanzi il fintremante:
i preghi de la mogliee i teneri anni
del figlioil proprio onoree i lunghi affanni.


50

Del suocero le voglieassai diverse
da le paternee l'odio grave antico
de le due genti a guerreggiar converse
contra il comune lor aspro nemico:
e 'n varïando le fortune avverse
vera gloria non cede al finto amico:
ned al proprio fratel lasciarla agogna
e teme in altrui laude onta e vergogna.


51

Però venia dal fonte a l'ampia porta
aspettando de' suoi vere novelle
a cui fe' Doldechin l'usata scorta;
parte il grido saliva a l'auree stelle
quandodel suo pensier Lugeria accorta
con molte l'incontrò dolenti ancelle
da la gran torre incontra lui discesa
che movea frettoloso a dubbia impresa.


52

Una di lor portava in braccio il figlio
che poco anzi lasciato avea la culla
e pargoleggia ancor nel gran periglio
e de l'altrui dolor sa poco o nulla:
bello era come rosa o fresco giglio;
e spesso del gran padre il duol trastulla
che Giordano il chiamò: le genti dome
Salmansar il dicean con regio nome.


53

Tacito rimirando il fèro padre
come solevaal pargoletto arrise.
Piangeva appresso la dolente madre:
e presa quella man che tanti ancise
e spesse volte a le nemiche squadre
de la vittoria alto sentier precise
disse: - Questa virtú che gli altri affida
signor mio caroa morte alfin ti guida.


54

Abbi pietá del tuo figliuol diletto
che non conosce la miseria umana
e di medal paterno e caro aspetto
e da la patria mia tanto lontana
che lascerai nel mal securo letto
vedova sconsolata in terra estrana
la qualpriva di tevorrei la morte
pria che di real sangue indegna sorte.


55

Piú caro mi sarebbe andar sotterra
lasciando tante mie serve meschine
chesenza tedi lacrimosa guerra
veder cattiva il giá temuto fine;
e rimaner ne l'infelice terra
fra morti e dolorose alte ruine:
né fuor che la tua vita altro convene
a tanti affanni miei conforto e spene.


56

Tu maritotu padre e tu fratello
di tua presenza al mio timor soccorri.
Non so qual di lá su fiamma o flagello
strugge le squadre ove tu incauto accorri.
Deh! Noi tutte difendi e 'l fido ostello
tra queste integre ancora eccelse torri
e raccogli la turba anco smarrita:
forse ne salverá maggiore aita. -


57

Cosí diss'ella; e 'l cavalier turbato:
- Non t'affliggamia caraamata cura
de la mia fine e del mio dubbio stato
oltra modo (dicea) dogliao paura:
ch'io non andrò pria che 'l prefigga il fato
per man de' miei nemici a morte oscura;
ma contra il ciel non ha riparo e schermo
il vileo 'l fortee 'l mio destino è fermo.


58

Torna dunque a l'albergoo mia fedele;
e de l'ancille tue pensier or prendi
ed a' lavori pur di bianche tele
o pur di seta e d'òrpudica attendi.
Noi cura avrem de la tenzon crudele
uomini usati in guerra a' casi orrendi;
io piú d'ogni altroche produssee pasce
la sacra terra che nudrimmi in fasce. -


59

Cosí alla donna il cavalier rispose:
a baciare 'l figliuolo indi è rivolto
ma de l'armi lucenti e spaventose
quel rimirando il fèro padre avvolto
fuggí 'l paterno aspetto e 'n seno ascose
de la bella nudrice il capo e 'l volto;
onde la cara madre ed egli insieme
ridon di lui che semplicetto il teme.


60

Ei discoperto giá de l'elmo il viso
tra le braccia il bambin lusinga e molce;
e de la bocca il desiato riso
baciache rende il travagliar piú dolce:
e poi che da sé l'ebbe alfin diviso
pregain vece di lui che il mondo folce
falso profeta: onde nel ciel dispersi
fûro i suoi preghia la giustizia avversi.


61

- Dammispirto di Dioche viva e cresca
questo mio figlioe che di me sia degno:
degno de gli avi antichi anco riesca
che ne l'Asia acquistârsi imperio e regno:
e co 'l tuo nome e co 'l valor accresca
questoa cui son difesaanzi sostegno:
e spoglie di nemici in guerra morti
sanguignee gloria a la sua madre apporti. -


62

Cosí pregò di sua fortuna in forse
ma di vano sperar gonfiato e pieno;
ed a la cara madre il figlio porse
che l'accogliea ne l'odorato seno.
Poscia al maggior periglio il passo ei torse
al suo feroce ardir lentando il freno:
ed uscí per la porta a l'acque opposta
ond'ebbe il nome in su l'altera costa.


63

Del ferro sostenea l'usato incarco
sovra il destrier con mille arcieri avanti.
Gli scudieri portârgli e lancia ed arco;
e gran faretra empiêr d'armi volanti.
Ei Riccardo mirò sul fèro varco
non lunge a' fulminati empi giganti
che del gran ponte i passeggiati marmi
tenendorisplendea di luce e d'armi.


64

Tutte giá tinte avea l'onde tranquille;
or da quel lato ingombra il ponte e guarda
con la spada alta chesanguigne stille
spargendopar ch'ella fiammeggi ed arda.
Perian nel gonfio corso a centoa mille
la turba ch'a fuggir fu pigra e tarda
e i suoi guerrier lungo le torbid'onde
van quasi a caccia in quelle antiche sponde.


65

E molti allorcome il timor gli caccia
d'una ne l'altra mortea lui sospinti
veníanfuggendo a le famose braccia
del gran Riccardoe vi giaceano estinti.
Egli senza perdon fére e minaccia
i petti e i visi di pallor dipinti:
non si muove a pietáné prego intende;
ma tutti in braccio a morte agguaglia e stende.


66

Fra gli altrisua mercé pregando inarra
di Rodoano il frate e di Sanguigno
Afarch'oprò giá spesso o rastroo marra
fuggir credendo il suo destin maligno;
ma preso con la madre intorno a Marra
trovò pietá nel cavalier benigno:
edonato da luipervenne in Rodi
donde partissi usando inganni e frodi.


67

E com'era di lui nel ciel prescritto
indi fuggí la libertá promessa;
e seguendo il romor d'Asia e d'Egitto
tornava a ritrovar la morte istessa.
Ben il ravvisa il cavalier invitto
come il dolente al suo furor s'appressa
che gittato avea l'asta e 'l caro scudo
e de le solit'arme è quasi ignudo.


68

Non vedeva al fuggir guado né riva
stancoanelante e di sudore sparso;
però mesto e tremante a' piè veniva
del glorïoso vincitor di Tarso
che mirar quasí crede ombra cattiva;
e disse: - Qual vegg' io di nuovo apparso?
Forse risorgeran dal cieco Inferno
l'alme che giá mandai nel duolo eterno?


69

Poscia che l'Asia in me discioglie i servi
ch'io giá pensai pacificarmi in tutto;
né gli ritiene in lungo error protervi
del mar canuto il tempestoso flutto:
ma ben questi vedrá com'io conservi
i fuggitivi in cosí acerbo lutto. -
Cosí dicee previene i tardi preghi
mentre quel pensa ove s'inchini e pieghi.


70

Tardi tendea la mano inermeesangue
supplicando il meschino a' piè disteso
che giú scendea su gli occhi il caldo sangue
d'aspra ferita onde fu a morte offeso:
tal che non prega piú ma geme e langue;
pur non lasciò il ginocchiou' s'era appreso.
- Vivi (ei dice) se puoich'a te perdona
Ruperto c'ha di gloria in ciel corona. -


71

Ma l'empio Omarche nome e patria e fede
mutar giá volleor non vacilla e manca;
né dispera il morirné vita ei chiede
e 'l timor volge in rabbiae 'l cor rinfranca:
e con due spade impetüoso il fiede
sapendo come l'altra usar la manca:
perch'il fellon d'ambe le mani è destro
possente e fieroe di ferir maestro.


72

Ma l'elettrodel ciel lucente dono
e l'auro eletto il suo furor non prezza;
e de' colpi è fallace il pondo e 'l suono;
e 'l ferro stesso ivi si piegae spezza.
Da l'altra partequal fulmineo tuono
stride la spada a le vittorie avvezza
e 'l fére in testae poscia a mezzo il ventre
vien che per doppia via passi e rientre.


73

Equal da sacco che si squarcia o solve
caggiono sparse allor l'interne parti;
caliginosa notte i lumi involve
del corpo che perduto ha l'arme e l'arti;
e gittato è ne l'ondae l'onda il volve
ch'un altro lago fa d'umori sparti
sí che mareggiae spuma insino al basso
e morte al morto mar precide il passo.


74

D'arida sete intanto accesie molli
di sangue e di sudorgli altri fuggîro;
e piene avean la costae i poggie i colli
con men sinistro fato il Turcoe 'l Siro.
Perché fortuna non atterrio crolli
quel dí l'imperio lorvolgendo in giro
la maggior parte si raguna; e densa
è intorno Argante che fuggir non pensa.


75

Qual alpestre dragond'amaro tosco
Pasciutonudre l'ira in sé raccolta
e con terribil guardointorno al fosco
de le latebre sue si muove e volta;
e l'uom di ferro armato aspetta al bosco
ne le sue lustre e ne la rupe incolta:
tal ei riserba ancor l'antica rabbia
superbo in vista e con secura labbia.

76

E dice fra suo cor: - S'indietro io torno
che ne diranno i vecchi e l'umil plebe?
Qual odio al padre aggiungo? e quale scorno?
Che parve altrui quasi Creonte a Tebe.
Ritornò Soliman di spoglie adorno
e 'l suo lume a l'estremo ancor non ebe:
il mio s'oscura (oimè!) per breve caso
e 'l mio nome fatal giunge a l'occaso.


77

Or che sará s'io mi nascondo e serro
ed Emireno invoco a darmi aita?
Ma sia che puògiá nel morir non erro:
fallo è restar senza l'onore in vita.
Aiutimise puòla destra e 'l ferro
e questa schiera in sí grand'uopo ardita. -
E 'ntanto pur vedea con fèro sguardo
l'espugnator de le cittáRiccardo;


78

che giálasciato il pontea gli alti poggi
appressarsi parea primiero e solo.
Argante disse a' suoi: - Lasciam che poggi
questo superboe 'l suo feroce stuolo:
ese vi pareandiamgli incontra; ed oggi
abbia fin d'Asiao pur d'Europa il duolo
prima che i pochi sparsi in un raccolga
e piú securo il corso a' suoi rivolga.


79

Ben che di luce ei si circondi e copra
e forza abbia di ferroe man di foco:
man di foco e di ferroil petto a l'opra
non mi fará parer tremante e fioco.
Or la vostra virtú per me si scopra
amicie non si biasmi il tempo e 'l loco:
ch'anch'io son de' Beduchie nulla sterpe
da questo regno ancor l'eccelsa sterpe.


80

Son di real progeniee non rammento
la nostra antica istoria e 'l regno prisco;
ma come cento fûr saette e cento
onde s'elesse il re nel dubbio risco.
Questa non è minor guerra o spavento;
ma con voi tutto spero e tutto ardisco
pur di quel sangueonde ciascuno inscrisse
le quadrellaed a' Persi il cor trafisse.


81

Giá non vogliam mostrar le spalle ignude
ma 'l petto armato al mio nemico e vostro;
né tornare a la salsa alta palude
o de' gelidi monti al duro chiostro:
e non possiamch'il varco a noi si chiude.
Io di vittoria il calle a voi dimostro.
Dunque ciascuno omai rimembri e speri
l'alta origine prisca e i nuovi imperi. -


82

Cosí diss'egli: e tutti il suono accese
de le parole al periglioso affanno.
Ma vago Celebin d'altere imprese
l'ultimo figlio del crudel tiranno
prima lasciò la somma partee scese
dove mirò de' suoi l'orribil danno.
Poi si pentíche giá vicino è giunto
al gran Riccardoe dal timor compunto.


83

Ed in fuga cangiò l'assalto audace;
ed a' suoi non potendo omai raccôrsi
a la torre di Siloea cui soggiace
l'altra portavolgeva obliqui i corsi:
come scampa talor cervo fugace
del gran veltro latrante i fèri morsi
ch'il prendeo paree giá tra' fèri denti
crede d'averloe morde l'aria e i venti.


84

Ciascuno alzava a quella vista il grido:
risuonavano il cielle valli e l'acque
ma tardo era al soccorso il volgo infido
ben che del suo periglio a tutti spiacque.
Queltornar non potendo al dolce nido
correva a l'ombra ove sovente ei giacque:
etemendo una piú di mille spade
fuggiva e rifuggia l'oblique strade.


85

Carri o cavalli mai non fûr sí presti
al corsoove sia posto o premio o palma
come un fuggirl'altro seguir vedresti;
perché non son qui pregioo cara salma
ricchi panni d'argento e d'òr contesti;
ma del figlio del re la vita e l'alma.
Riccardo tal l'estimae vuol ch'ei pèra:
e lunge sgrida or questaor quella schiera.


86

Vieta l'offesa a' suoi; gli altri spaventa
da la difesae minacciando il segue.
Non è la fuga per fuggir piú lenta;
ma l'uno e l'altro par che si dilegue.
Ma giá Riccardo il giunge e giá s'avventa
e vien che il passi omainon pur l'adegue;
che 'l rapido Circin non stima intoppo;
l'altro al suo corso alfin par tardo e zoppo.


87

Giungeano in loco solitario ombroso
lá dove Siloe mormorando sorge;
Siloe mirabil fonte ancor famoso
che giova a gli occhiond'uom poi chiaro sorge
e suol due giorni aver pace e riposo
ch'acqua non versae 'l terzo anco risorge:
era appunto quel dí cresciuto al colmo
e 'l tributo spargea tra 'l faggio e l'olmo.


88

D'opre maravigliose alta regina
bellezza a l'umil loco e pregio accrebbe:
de' marmorei lavacri opra o ruina
or non rimandove bagnossi e bebbe.
Qui di fuggir la morteomai vicina
a Celebin ch'è disperato increbbe
onde movea con fèri colpi invano
a l'assalto inegual l'ardita mano.


89

Foco da le belle armi e fiamma ei trasse
sangue non giá per animosa prova:
né sé da maggior forza alfin sottrasse
comunque che si coprao volgao mova.
Convien che per l'usbergo al cor trapasse
la spada ch'i suoi colpi in lui rinnova
e cacci l'alma ne l'eterno esiglio
l'alma che non temea maggior periglio.


90

Come del morto cavalier s'avvide
al trar de l'elmoa l'oscurar de gli occhi
e de le guanceche piú bianche ei vide
di fredda neve che gelata fiocchi;
duolsi di lui ch'acerba morte ancide
pria che la mèta in giusto spazio ei tocchi:
e di conforme etá la bella imago
mosse d'alta vittoria il cor presago.


91

E disse: - Altra vendetta io bramo e cerco
altra me n'offre pur fortuna ingrata.
E se gloria maggiore oggi non merco
tu la m'impètra in cieloalma beata. -
Cosí diss'egli; e volse i lumi a cerco
e vide l'aria di saette ombrata
e fèra pugna sotto un fosco nembo
ch'a la terra copria l'orrido grembo.


92

A' suoi ricorse in perigliosa parte
e parve in alta rupe accesa fiamma
che i cavernosi monti apre e disparte
e scote le radicie 'l giogo infiamma.
Chi dianzi si vantò d'ardire o d'arte
or di vero valor non ha piú dramma
contra il suo sforzoanzi il bestemmia e fugge
mentre ei percoteatterraancide e strugge.


93

Egliche tutto vincee poi disdegna
l'alme e le forze al suo valor nemiche
pur come fosse altra vittoria indegna
de le sue glorïose alte fatiche
di Soliman la spaventosa insegna
cercae l'orgoglio de l'imprese antiche;
ma non la vede fiammeggiar mirando
né può saper dove l'incontri o quando.


94

Né 'n quell'ardor quel dí dispiegao mostra
alcun le sue lucenti ed auree spoglie;
né d'altra pompa la vittoria inostra
ma 'n piú secura parte allor s'accoglie.
Teche t'opponi Argantee quasi in giostra
sdegno maggiore a morte allor ritoglie:
tre volte ei chiama Solimantre volte
pon gli altri in fugae par che nulla ascolte.


95

Da la sublime torre i bianchi velli
mostra il re veglio lacrimoso intanto
ed Argante richiama e i suoi fratelli
con alta voce d'angoscioso pianto.
Mancato è de' feroci al ciel rubelli
il superbo orgogliarl'ardire e 'l vanto:
sol difendon le torri e l'alte mura
con folta pioggia di saettee scura.


96

Qual d'Oceán ne' procellosi regni
quando si turba in ciel l'occaso e l'òrto
son talor rotti per tempesta i legni
antennevelesarte appresso il porto:
tal di guerra apparian gli orridi segni:
puniti gli empi e vendicato il torto:
e di piú forte man ferite impresse
e rotte membrae smagliate arme e fesse.




LIBRO VIGESIMOTERZO

1

Vassi a l'antica selvae quindi è tolta
quella materia che 'l buon mastro elesse:
e ben ch'oscuro fabro arte non molta
e rozzo a l'opre il magistero avesse;
vie piú dotto è colui che a questa volta
le dure travi e 'l molle vinchio intesse:
e le macchine eccelse in varia forma
di monte in guisaegli componee forma.


2

Guglielmo fudi cui fra' duci illustri
che ornâr d'alti trofei l'antiche sponde
dopo lungo girar d'anni e di lustri
Genova ancor si gloriaed ha ben donde;
ché le bell'arti mai d'ingegni industri
non fûr piú chiare in terra o 'n mezzo l'onde
per altro duce; e mai non vide il sole
per fin sí giusto in guerra antica mole.


3

Questi non sol faceva allor comporre
catapultebaliste ed arïéti
ond'a le mura le difese tôrre
possae spezzar le sode alte pareti;
ma d'opra via maggior mirabil torre
di pin tessuta e de' piú lunghi abeti;
e quel di fuor contra lanciata fiamma
dur cuoio avvolgee piú che dura squamma.


4

Si commette la torre e ricompone
con sottili giunture in un congiunta;
e la traveche testa ha di montone
da l'ime parti sue trapassa e spunta:
lancia dal mezzo un pontee spesso il pone
sovra alcun muro opposto a prima giunta:
e fuor da leisu per la ciman'esce
torre minorche suso è spinta e cresce.


5

Per le sublimi vie spedita e destra
sovra rote volubili e correnti
correr tosto potrá la terra alpestra
gravida d'arme e gravida di genti.
Maravigliosi allord'arte maestra
erano tutti a le grandi opre intenti:
altre torri sorgeano al tempo istesso
pur come suole il poggio al poggio appresso.


6

Altri fra tanto avean condotto a riva
d'ampie e profonde fosse alto lavoro;
eprecisa la strada onde s'arriva
giá da l'acque escludean l'Egizio e 'l Moro.
Emirén mal le turbe omai nudriva
e di fredd'acque avea scarso ristoro:
anzi la terra i vivi umori ha secchi
ed arbori spogliatiignudi stecchi.


7

Né può tra l'ime valli e gli erti monti
a sua voglia spiegar cotante squadre;
e biasma il piano angusto e i scarsi fonti
de la cittáde' regi antica madre.
E perché quei paesi a lui son conti
sa dove meglio i suoi raggiri o squadre:
e vuol sito cangiar d'orrida guerra
scegliendo presso il mar piú larga terra.


8

Cedeva ancor la chiara luce a l'ombra
e stava sotto il mare il dí sepulto
quando ei la terrach'occupata ingombra
vacua abbandona e con minor tumulto:
pur mentre lascia l'ampie tende e sgombra
tener non puote il suo partire occulto;
e 'l nuovo sol co' primi rai scoperse
la quasi fuga a quelle genti avverse.


9

Eran passate omai le prime schiere
de l'esercito vario e quasi il mezzo
e 'n quelle squadredi vittoria altere
non è senza spavento alcun disprezzo:
quando ecco Ettòr che giá scompiglia e fére
quelli ch'or sono al dipartir da sezzo;
e ferma i primie d'impedirgli ei tenta
e i lunghi ordini estremi e turba e lenta.


10

Atterra ei di sua man Rabone il lippo
e Mineo il grandeed Alapeno il forte;
e tre fieri frateich'in cima all'Ippo
prima albergâroivi dá in preda a morte.
Venne Gerréo da Gerra e da Sosippo
Ocelíe Geme a la medesma sorte;
e Gordïan da Gordae 'nfin da Salma
Salmiro: e vi lasciâr la vita e l'alma.


11

Ma di strali volanti e di quadrella
impetuoso turbo allor discende
lá dove Ettorre in perseguir la fella
turba s'avanzae i piú vicini offende.
Qui d'antico sapere arte novella
usa Emirénch'a suo cammino intende;
e fra' barbari ancor le prische lodi
de la milizia usurpa e i greci modi.


12

Come legno talor lungo e leggiero
con l'ale de' suoi remi in mar che frema
volgeper arte del suo buon nocchiero
la proda infesta a chi 'l persegua e prema:
cosí girarsi al suo temuto impero
la destra parte suolnon pur l'estrema:
sí che rispinto è chi l'assale a' passi
onde tra' Filistei non lunge or vassi.


13

Ma pria che giunga a l'arenoso lido
ch'al mar si bagna inverso il nero Occaso
strania vista spaventa il volgo infido
od arte fosse o pur mirabil caso:
ben ch'altra fama di piú certo grido
non uscí mai di Cirra o di Parnaso.
Passava egli tra montie vide in cima
un esercito grandeo tal lo stima.


14

Erano vari armenti e varie torme
d'Arabi che lasciâr sí larga preda
e senza altro rettor venian per l'orme
de' Franchipria ch'il duce indi sen rieda.
Santo lume del Cielche solo informe
la mente che di te s'adorni e creda
se non fûr raggi del tuo foco accensi
chi mosse l'alme fiere e i pigri sensi?


15

Chi diè tanti seguaci a' duci nostri
tanti quasi guerrier lontani in vista?
Tu gli raccogli forsee tu dimostri
d'alto il terror ch'i paurosi attrista.
De' lor grandi animalie quasi mostri
pave la turba ch'è sí varia e mista.
O maraviglia! e breve spazio inganna
gli occhi dolenti ch'il timore appanna.


16

Cosí quando faceano aspre contese
Cartago e Romadi trionfi adorna
il duce Mauro che l'Italia offese
a cui nuovo Annibál tardi ritorna
e i suoi guerrier temean le faci accese
che fiammeggiâr tra le selvagge corna
mentre i tauri scorrean di monte in monte
spargendo incendio da l'irsuta fronte.


17

Goffredo intanto a cui l'ampia rapina
le stanche genti sue ristorae pasce
l'ultimo assalto a la cittá destina
e vuol ch'ogni altra cura omai si lasce:
e terribil minaccia alta ruina
a le sue nuove ed a l'antiche fasce:
mentre il tiranno pur le mura inalza
lá 've men le difende orrida balza.


18

Disse Goffredo a' suoi: - Tempo non parmi
di ritardarpoic'han ristoro i lassi;
e ben che dura strada io veggia a l'armi
inverso l'Austro e fra virgulti e sassi
pur vince la virtú le pietre e i marmi
e 'n vie piú duro monte aperse i passi:
e ben quel muroch'assecura il sito
men devria d'arti e d'opre esser fornito.


19

Raimondotu sarai fra tutti il primo
che da quel lato omai le mura offenda;
ma lo sforzo de' miei quasi da l'imo
vo' ch'a la porta Aquilonar si stenda:
e quella torre ancor sul duro limo
ingannando i nemiciivi s'attenda:
poscia con l'arte onde s'inalza e move
trascorra alquanto e porti guerra altrove.


20

Tu moverai Tancredial tempo istesso
non lontana da mela torre armata;
poi de la giusta guerra il fin promesso
speriam da Lui da cui vittoria è data.
La santa man che muove il cieloe spesso
scote la terra al suo Fattore ingrata
le mura può spezzarqual frale scorza
dove pur non bastasse umana forza.


21

Od al gran nome suo l'opre nemiche
e ciò ch'arma e rinforza empio tiranno
qual di Gerico giá le mura antiche
a suon di chiara tromba a terra andranno.
Ma voi prendete omai d'aspre fatiche
breve ristoro e di sí lungo affanno:
sin che d'alta vittoria il Ciel v'onori
e di piú lunga pace alfin ristori. -


22

Del dícui de l'assalto il dí successe
gran parte orando il pio guerrier dispensa:
e 'mpon ch'ogni altro i falli allor confesse
e prenda il santo cibo a sacra mensa.
Poscia le genti ed arme ivi piú spesse
dimostraove adoprarle egli men pensa:
ed al Pagán delusoove men teme
mostra l'assalto e le sue forze estreme.


23

La notte (perché a l'opre il dí non basta)
move la torre suach'altri no 'l crede
ove è men curvo il muro e men contrasta
per sua naturaanzi s'arrende e cede:
e Raimondo dal colle ancor sovrasta
a quella d'alti regi antica sede.
Tancredi le sue insegne al ciel dispiega
dal latoch'a l'occaso inchina e piega.


24

Ma poi che fûro in orïente apparsi
i rai che vibra rosseggiando il sole;
s'avvider gl'infedeli (e ben turbârsi)
che la torre non è dov'ella suole:
e miran quindi e quinci intorno alzarsi
una ed un'altra spaventosa mole:
e mille in forme strane allor son viste
macchineal cui furor nulla resiste.


25

Non è la turba ostil piú tarda o lenta
a l'ostinatafèraaspra difesa;
ma dove il duce la minaccia o tenta
le sue trasportae poco or teme offesa.
Goffredoche non lunge aver rammenta
l'esercito nemico a tanta impresa
UgoneIrpinProcoldoe seco appella
Clotareoe gli dispone armati in sella.


26

- Guardate (disse) voiche mentre ascendo
colá dove quel muro appar men forte
schiera non sia che rapida movendo
s'atterghi a gli occupatie guerra apporte. -
Tacque; e giá da tre lati assalto orrendo
movon le valorose e fide scorte;
e da tre lati il re le genti oppone
che nel morir la speme al fin ripone.


27

Egli medesmo al corpo omai tremante
per gli anni e grave del suo proprio pondo
l'armeche disusò gran tempo avante
circondae seco ha 'l suo figliuol secondo.
Solimano a Goffredoil fèro Argante
a Tancrediei s'oppone al buon Raimondo:
altri le mura dispogliar da l'empie
difese tentae 'l fosso appiana ed empie.


28

La maggior parte è de gli esperti arcieri
che fanno di lontan piaghe mortali;
tal ch'adombrato il ciel par che s'anneri
sotto la nube de' pungenti strali.
Ma con forza maggior colpi piú fèri
ne venían da le macchine murali:
indi gran palle uscian marmoree e gravi
e con punta d'acciar ferrate travi.


29

Fulmine pare il sassoe rompe e trita
l'arme e le membra in guisa a chi n'è colto
che gli toglie non pur l'alma e la vita
ma la figura ancor del proprio volto:
non si ferma per grave ampia ferita
l'astae del corso al colpo avanza molto
ch'entra d'un lato e per l'opposto il passa
fuggendoe nel fuggir la morte ei lassa.


30

E pur non si ritira o vinta o stracca
la forza ancor de le nemiche genti
ma contra le percosse o piume insacca
o lana stende o cose altre cedenti.
Non trovando contrastoin lor si fiacca
l'impeto e fa suoi colpi e vani e lenti;
quelleove miran piú la calca esposta
fan con l'arme volanti aspra risposta.


31

S'è fatto innanzie per timor non cessa
l'assalitor che da tre parti or move.
Chi va sotto coperchiin cui la spessa
grandine di saette indarno piove:
e chi le torri a l'alte mura appressa:
e v'è chi le percote e le rimove.
Tenta ogni torre di lanciar un ponte:
cozza il monton con la ferrata fronte.


32

Ma s'apre spesso or questo latoor quello
a' gran colpi di sassi e di macigni:
e rimangon di torre o di castello
rotte le travie i cavalier sanguigni.
Tante fûr di quel volgo al ciel rubello
le forze e l'arti e i dispietati ordigni:
e sembra la vittoria ancor dubbiosa;
e 'l fèro Argante pur minaccia ed osa:


33

- Non è questa Antiochiae 'l buio e l'ombra
cotanto amica a le cristiane frodi.
Vedete chiaro il sol cui nulla adombra:
noi destied altra guerra in altri modi.
Qual da voi nuova tèma or caccia e sgombra
il desio di predar con tante lodi?
E sí tosto cessando or sète stanche
per breve assaltoo Franchi noma Franche?-


34

Cosí diceaquando abbagliò repente
un chiarissimo lume i lumi infermi
de la mortalterrena e cieca gente
che contra 'l ver non ha ripario schermi.
Poi fu veduto un cavalier lucente
scender da' poggi solitari ed ermi
al cui splendor men chiaro il sol parrebbe
non ch'altri a cui sua luce il cielo accrebbe.


35

Soliman ed Argante e 'l volgo folle
in lui non volse il guardo oscuro e losco
perch'ei grazia di sé largir non volle
onde s'illustri il tenebroso e 'l fosco.
Prima Goffredo gli occhi a' raggi attolle
e: - Del Ciel (dice) i segni omai conosco. -
Poi RaimondoTancredi e 'l gran Riccardo
piú lieto a maggior luce alzò lo sguardo.


36

E volgendosi a quei che altrove fûro
in altre imprese giá guerrier famosi
disse: - Ascendiamo al piú superbo muro
e non siam di vittoria omai dubbiosi
perché aita celeste al fin securo
fa 'l piú temuto calle a' piú animosi:
scudo aggiungiamo a scudoonde ricopra
l'un l'altro in guerrae torniam pronti a l'opra. -


37

Giunsersi tutti insieme al breve detto
e 'l grave scudo alzâr sovra la testa
e gli uniron cosíche duro tetto
facean contra l'orribile tempesta.
Sotto il coperchio il fèro stuol ristretto
va di gran corso e nulla il corso arresta;
che lá dentro ha securo il capo e 'l tergo
come animal che porti il proprio albergo.


38

La veloce testudo al muro aggiunge
sí che 'l pardo sarebbe allor piú lento.
La scala a' merli il cavalier congiunge
e seguon lui cento guerrieri e cento.
Strallancia o trave non lo scuote o punge
né dánno pietre o spaldi a lui spavento.
Disprezza ogni periglioogni percossa:
sprezzerias'ei cadesseOlimpo ed Ossa.


39

Una selva di strali e di ruine
sostien sul dossoe su lo scudo un monte.
Scuote una man le torri al ciel vicine
e l'altra guarda la terribil fronte
ma nulla offender può l'arme divine:
grand'è l'esempio a l'opre illustri e conte.
Chi quachi lá sua scala al muro appoggia
e per la dubbia via combatte e poggia.


40

Muore alcunoaltri cade; ei piú sublime
salee questi confortae quei minaccia.
Tanto è giá suche le tremanti cime
afferrar può con le distese braccia.
Gran gente allor vi trael'urta e reprime
cerca precipitarloe pur no 'l caccia.
Mirabil vista in periglioso assalto
resiste a mille un sol librato in alto.


41

E resistee gli offendee si rinforza
e come palma suolcui peso aggreva
suo valor combattuto ha maggior forza
e s'inalza rispinto e si solleva
e vince alfin tutti i nemicie sforza
l'aste e gl'intoppi che d'incontra aveva
e sale il muroe 'l signoreggiae 'l rende
sgombro e securo a chi da tergo ascende.


42

Ed ei medesmo al suo minor germano
ch'era giá quasi di cadere in forse
stesa la vincitrice amica mano
a salir da quel lato aita porse.
Altrove al duce de gli eroi sovrano
eran varie fortune intanto occorse:
ché non pur tra' nemici ivi si pugna
ma le macchine fanno orribil pugna.


43

Sul muro aveano i Siri un tronco alzato
ch'un'antenna parea d'armata nave
e sovra lui col capo aspro e ferrato
per traverso sospesa e grossa trave
e indietro quel da canapi tirato
poi torna innanzi impetuoso e grave:
tal rientra nel guscio ad ora ad ora
testuggine e rimanda il collo fuora.


44

Urtò l'acuta trave e cosí dure
ne la torre addoppiò le sue percosse
che le ben teste in lei salde giunture
aprí lentandoe lei respinse e scosse:
la torre a quel bisogno arme secure
aveva giá in puntoe due gran falci mosse
che avventate con arte al duro legno
de le funi troncâro ogni sostegno.


45

Qual gran sasso ch'al fin lunga vecchiezza
solve dal monteo svelle ira di venti
ruinoso dirupae porta e spezza
le selvee con le case i pigri armenti:
tal giú traea da la sublime altezza
l'orribil travee merlied armi e genti.
Diè la torre a quel moto orridi crolli
tremâr le mura e rimbombâro i colli.


46

Passa Goffredo saettando avanti
e giá le mura d'occupar si crede;
ma fiamme allora e fetide e fumanti
lanciar da varie parti incontra ei vede:
né dal sulfureo sen tai fochio tanti
mai spira Mongibelse vento il fiede:
né tanti dove troppo il sol riscalda
piovono ardori in dilatata falda.


47

Qui vasi e cerchi ed aste ardenti or sono
qual fiamma nerae qual sanguigna splende:
l'odor maligno appuzzaassorda il suono
acceca il fumoil foco arde e s'apprende;
e mentre scoppiacome nube al tuono
la torre entro al suo cuoio mal si difende.
Giá suda e si rincrespa ese piú tarda
il soccorso del cielconvien pur ch'arda.


48

Il magnanimo duce innanzi a tutti
stassie non muta né color né loco
e que' conforta che su' terghi asciutti
versate han l'acqueonde s'estingua il foco.
In tale stato eran costor ridutti
e cresceva il periglio a poco a poco:
quando ecco un ventoche improvviso spira
contra i nemici suoi l'incendio aggira.


49

Vien contra il foco il turboe 'ndietro è volto
il foco ove gli Ebrei le tele alzâro;
e la molle materia in seno accolto
l'ha senza indugioe 'nfiamma ogni riparo.
O glorïoso a cui discopre il volto
il Re supernoe 'l suo drappel piú caro!
A te guerreggia il cieloe ubbidïenti
vengonchiamati a suon di trombai venti.


50

Ma l'empio Ismen che le sulfuree faci
vide da Borea incontra sé converse
ritentar volle l'arti sue fallaci
e sforzar la natura e l'aure avverse:
e fra le maghe sue fère seguaci
su l'alte mura a gli occhi altrui s'offerse;
e torvo e neroe squallido e barbuto
fra due furie parea Caronte o Pluto.


51

Giá 'l mormorar s'udia de l'empie note
per cui si turba Stige e 'l lago Averno;
e 'l ciel parea oscurarsie negre rote
far ne le nubi il gran pianeta eterno:
quando un gran sasso in mezzo lor percuote
che mandò l'alme al doloroso Inferno
ove de l'altrui colpa è giusta pena:
e de' corpi restò figura appena.


52

Ma co' suoi di Germania o pur di Francia
la torreda l'incendio omai secura
avvicina Goffredo onde si lancia
il ponte omai su l'espugnate mura.
Altri oppone a l'incontro o spiedo o lancia:
altri quel passo di tagliar procura;
e di gravi secure i colpi addoppia.
Sorge improvvisa un'altra torree scoppia.


53

La gran mole crescente oltre i confini
de' piú alti edifici in aria passa.
Attoniti a quel mostro i Saracini
restârveggendo la cittá piú bassa.
Ma 'l Turcoben che d'alto in lui ruini
di pietre un nemboil loco allor non lassa
né di tagliare il ponte ancor diffida;
e gli altri che temean rincora e sgrida.


54

Allor si fe' vicino al sommo duce
l'angel che giá percosse il fèro drago
e fiammeggiò di sí divina luce
ch'ei non sostenne la celeste imago.
- Ecco giá l'ora che vittoria adduce-
disse Goffredo al suo pensier presago.
- Non chinarnon chinar gli occhi smarriti
mira con quante forze il ciel t'aiti.


55

Mira di luce e di splendore accenso
l'esercito immortalee parte ascolta:
ch'io da gli occhi tôrrotti il nuvol denso
di quella umanitá ch'intorno avvolta
adombrando t'appanna il mortal senso
sí che non vede alma dal vel disciolta:
e sosterrai per breve spazio almeno
di pure forme lo splendor sereno.


56

Ecco di quei che guerreggiâro a Cristo
l'anime a cui nel suo trionfo apparse
che teco sono al fin de l'alto acquisto
per cui giá il sangue lor si spese e sparse.
Lá 've ondeggia la polve e 'l fumo misto
son d'alta mole alte ruine sparse;
e 'n quella folta nebbia Ugon combatte
e de le torri i fondamenti abbatte.


57

Ecco Guelfo e Guidon che l'alta porta
Aquilonar con ferro e fiamma assale.
Ministra l'arme a' tuoi guerrieriesorta
ch'altri su montie drizza e tien le scale.
Quel ch'è sul collee 'l sacro abito porta
e la sua mitra è a le piú degne eguale
è 'l pastore Ademaroalma felice.
Vedi ch'ancor vi segna e benedice. -


58

Cosí diss'egli; e mille spirtie mille
Goffredo vide e riconobbe i mostri.
L'alme poscia sparîr come faville
o lumi affissi a gli stellanti chiostri.
Sparí l'angelo ancor ch'a lui scoprille
e qual raggio volò fra' duci nostri.
Tende l'arco il gran ducee dov'ei scocca
siro o turco guerrier cade e trabocca.


59

Cedean l'arme e le fiamme e i fèri ardori
al grand'arcieroe ben di ciò s'avvide
lieto vie piú de' suoi celesti onori
e vittoria mirò che pur gli arride.
Lutoldoe 'l buon Guglielmoinvitti cori
aveva a tergo e l'emulo d'Alcide
Eustachio a latoch'il tardar disdegna
e prende l'onorata e sacra insegna.


60

Passò primier Goffredo il ponte al varco
con saldo pièche non s'arresta o falle
e rifuggí l'empio soldán da l'arco
cedendo al pio guerrier l'angusto calle.
Portava Eustachio il venerato incarco
del gran vessillo a l'onorate spalle
seguito da color ch'a prova scelse:
e sul muro piantò l'insegne eccelse.


61

La trïonfale insegna in mille giri
alteramente si rivolge intorno:
e 'ntanto a lei par che risplenda e spiri
l'aura piú riverente e 'l ciel piú adorno:
ch'ogni dardoogni strale invan si tiri
e faccia dechinando indi ritorno:
par che Sionpar che l'opposto monte
l'adorie 'nchini la devota fronte.


62

Allor tutte le squadre il grido alzâro
de la vittoria altissimo e festante;
e replicârlo i monti in suon piú chiaro
che rimbombò d'occaso e di levante
al mezzogiorno: e vinse ogni riparo
Tancredi opposto a lui dal fèro Argante.
Gittò suo ponte ed innalzò veloce
su l'alte mura la purpurea croce.


63

Onde Raimondo a' suoi da l'altra parte
gridò: - Compagniè la cittá giá presa.
Vinta ancor ne resiste? or soli a parte
non sarem noi de l'onorata impresa?-
Ma 'l recedendo alfindi lá si parte
e lascia disperata aspra contesa;
e come belva al suo covil rifugge:
di rabbia intanto e di furor si strugge.


64

Entra vittorïoso il campo tutto
su per le mura e per l'antiche porte
ch'è percossocadutoarso e distrutto
ciò che lor s'opponearinchiuso e forte.
Volan le fiammee l'armee 'l duolo e 'l lutto
e segue il cieco orror l'orrida morte;
ristagna il sangue in gorghi e 'n rivi inonda
cerca il timor latebre in cui s'asconda.


65

Sta su la porta Aquilonarch'ondeggia
vie piú ch'ogni altra di quel sangue ingiusto
e 'nvia le fide genti a l'alta reggia
ne l'impeto confuseUgon vetusto:
e ne l'arme lucenti ivi fiammeggia
come nel balenar vapore adusto:
e de la morte altrui fatto vermiglio
quivi è Ramboldoe v'è Cononee 'l figlio.


66

Gherardo e Gasto e 'l suo Gaston da Beri
e 'l gran Bertondegni d'eterna fama;
e Tommaso di Feria altri guerrieri
co' piú lontani amici invita e chiama.
Per la porta de l'Austro or son primieri
Raimondo che vendetta a tempo brama
e Rodolfoe di Sabra il fier Guglielmo
e quel ch'in mitra poi cangiato ha l'elmo.


67

E quindi e quinci uniti in lungo stuolo
parte imbraccia lo scudo e 'l ferro stringe
trascorrendo il sanguigno orribil suolo
che fra le morti il piè ritarda e tinge.
Di calle in callee d'un in altro duolo
fugge la turba ch'il timor sospinge:
qual tra Scilla e Cariddi i rischi alterni
fuggon le navi a' tempestosi verni.


68

Ma per le vie ch'al men sublime colle
portan verso orïente al vecchio tempio
tutto del sangue ostile orrido e molle
Riccardo corre e caccia il popolo empio.
La spada fiammeggiando in alto estolle
sovra gli armati e fa piú fèro scempio.
È schermo frale ogni elmo ed ogni scudo:
securo è quel ch'è piú de l'arme ignudo.


69

Sol contra il ferro il nobil ferro adopra
e sdegna ne gl'inermi esser feroce;
e quei ch'ardir non armiarme non copra
caccia co 'l guardo e con l'orribil voce.
Vedresti di valor mirabil opra
come or disprezzaora minacciaor nuoce
e con periglio disegual fugati
son fra la plebe vil guerrieri armati.


70

Pria co 'l piú debol volgo anco ritratto
s'è folto e grande stuol del piú guerriero
nel tempioche piú volte arso e disfatto
pur si nomò dal fondator primiero;
ma di marmi e di cedri e d'òr giá fatto
fu da quel re con nobil magistero;
men bello e ricco allorpur saldo e forte
era di torri e di ferrate porte.


71

La porta spazïosa apriva il passo
incontra 'l sol quando tramonta e cade
l'aurea da l'orïentee 'n vivo sasso
lesse il nome d'Omar la nuova etade.
Quivi da varie parti il volgo lasso
fugge il furor di peregrine spade.
V'è giá Tancredi intornoe giá raccoglie
le schiere intente a l'onorate spoglie.


72

Ma giunto dove scorge insieme accolte
l'amiche squadre il cavalier sublime
il trova chiuso; e varie intornoe molte
difese sovrastar da l'alte cime.
Alza il feroce sguardo e ben due volte
tutto il mira da parti eccelse ad ime;
picciol varco cercando ed altrettante
circonda lui con le veloci piante.


73

Qual lupo predatore a l'aër bruno
le chiuse mandre insidïando aggira
che d'atro sangue ancor lungo digiuno
vorria far sazioe l'odio il move e l'ira:
tal egli intorno spia se passo alcuno
piano od erto che siasiaprirsi mira.
Contra la prima porta alfin si ferma:
teme d'alto la turbail core inferma.


74

In disparte giacea (qual che si fosse
l'uso a cui si serbava) antica trave:
né cosí alte mainé cosí grosse
drizza l'antenne sue spalmata nave.
Tancredi insieme e 'l gran guerrier la mosse
con quel poter cui nessun pondo è grave.
Ruggîr le portee lor s'aprîro avanti
svèlti dal sasso i cardini sonanti.


75

Rende misera strage atra e funesta
l'alta magion ch'a Dio ne' primi tempi
fu sol albergo in terra; e quinci è desta
l'ira ne' cor pietosi incontra gli empi.79
O giustizia piú irataove men presta
del tuo volere eterno il corso adempi!
Di quei che giá macchiâro il tempio sacro
tu facesti nel sangue ampio lavacro.


76

Fine gemme lucentiargento ed auro
son prezïosa a' nostri e cara soma;
e vario d'Orïente ampio tesauro
quanto adornar di sé l'antica Roma
quanto appagar potria l'infido Mauro
e quei ch'il re d'Egitto affrena e doma:
e breve ora sgombrò quel ch'in molti anni
man rapaci adunâr d'empi tiranni.


77

Il fier soldano intanto a la gran torre
ito se n'èche di David s'appella;
e qui fa de' guerrier l'avanzo accôrre
e chiude intorno e questa strada e quella:
Ducalto senza indugio ancor vi corre;
il soldáncom'il vedea lui favella:
- Vienio stanco signorvienie lá sovra
ne la rocca fortissima or ricovra.


78

Ché dal furor di gente aspra e nemica
guardar potrai la tua salute e 'l regno. -
- Oimè (risponde)oimè! la terra antica
distrutta cadee 'l furor passa il segno:
scorno è la vita mianon pur fatica.
Vissi e regnai; non vivo piú né regno.
Ben si può dir: 'Noi fummo.' A tutti è giunto
l'ultimo díl'inevitabil punto. -


79

Come pastor che giáfremendo intorno
il vento e i tuoni e balenando i lampi
vede oscurar da mille nubi il giorno
ritrae le gregge da gli aperti campi
e sollecito cerca ampio soggiorno
ove l'ira del ciel securo scampi:
e co 'l grido drizzandoe con la verga
le mandre innanzia gli ultimi s'atterga:


80

cosí il fèro soldán quel veglio stanco
fa dentro ritirar da' lochi aperti
con un de' tanti figli a cui pur anco
qualche speme riman de' casi incerti:
perché venian Camillo e 'l duce Franco
con gran rimbombo d'armee i duo Roberti.
Egli che vòta avea l'ampia faretra
ultimo cedee tardi al fin s'arretra.


81

Mentre qui sostener l'orribil guerra
ei sperain guisa d'un incendio ardente
l'ira del vincitor trascorre ed erra
per la cittá giá presa a l'occidente.
Or chi giammai de l'espugnata terra
potrebbe appien l'immagine dolente
ritrarre in carte? od adeguar parlando
tanto orror cosí atroce e miserando?


82

Ogni cosa di strage intorno è pieno.
Vedeansi quasi in monti i corpi avvolti:
lá i feriti su' mortie qui giacièno
sotto morti insepulti egri sepolti.
Fuggianpremendo i pargoletti al seno
le meste madri co' capegli sciolti:
e 'l predator fra spoglie e fra rapine
le vergini stringea nel lungo crine.


83

Le quaicon guancia smorta e scolorita
parean colombe fra pungenti artigli:
moltecredendo d'allungar la vita
fuggír su' tetti gli ultimi perigli:
onde co 'l padre suod'alto ferita
cadde l'inerme famigliuola e i figli
misero precipizio! e non rimase
servo o signor ne le dolenti case.


84

Ma l'infelice Argantea l'ore estreme
vicinissimo omaila morte agogna:
nulla di séde la consorte ei teme.
che di lasciar solinga ha gran vergogna:
bramas'altro non puòmorire insieme;
e se medesmo piú ch'altrui rampogna:
e vêr la torre de le donne il corso
drizza con pochi amici al lor soccorso.


85

Ma come sua fortuna i passi scorge
perché dal fine anzi 'l morir non erri
giunge lá u' egual torre al ciel risorge;
e pria che dentro si rinchiuda e serri
pur s'avvien in Tancredie pur s'accorge
de la sua morte al folgorar de' ferri:
e grida a lui: - Cosí la féTancredi
mi servi tu? cosí a la pugna or riedi?


86

Tardi riedi e non solo: io non rifiuto
teco in nuova tenzone anco provarme
benché piuttosto incontra me venuto
quasi mastro di macchine tu parme.
Fatti scudo de' tuoitrova in aiuto
novi ordigni di guerra e 'nsolite arme:
e di lor quindi ti circonda e quinci
uccisor delle donne; e cosí vinci. -


87

Sorrise il cavaliere pieno il riso
fu d'amaroreed ebbe a lui risposto:
- Tardi è il ritorno mioma pur avviso
che frettoloso ti parrá ben tosto:
e bramerai che te da me diviso
o l'alpe avesseo fosse il mar frapposto.
L'uccisor de le donne or te disfida
d'eroi micidïalee 'n guerra affida. -


88

Ripiglia i detti audaci il turco ardito:
- Omai tu eleggi il campo o 'n alto o 'n basso
o 'n loco pieno d'arme o 'n piú romito;
ché per tèma o svantaggio io non ti lasso. -
Cosí dettoe risposto al fèro invito
muovon concordi a la battaglia il passo.
L'odio i nemici accoppiae difensore
fa l'un de l'altro il bel desio d'onore.


89

Presso a la torreove a le donne estrane
novo e femineo albergo al ciel s'alzava
Mello fa quasi due cittá lontane
Mello vorago giá profonda e cava.
Mória da la man destra a lei rimane
co 'l fonte che le gregge inonda e lava:
Sion da l'altra: in mezzo un vòto calle
steso è per l'adeguata e piana valle.


90

Restò la fèra coppia ivi solinga;
e piú de l'altro il saracin sospeso
che perduto ha lo scudo in cui rispinga
i colpi ostiliond'è via men difeso.
Tancrediin guisa d'uom ch'onore astringa
del suo gittò per terra il grave peso;
poscia incontra s'andâr con fèro sguardo
ché ben conosce l'un l'altro gagliardo.


91

È di corpo Tancredi agile e sciolto
e di man velocissimo e di piede.
Sovrasta a lui con ampia frontee molto
di smisurate membra Argante eccede.
Girar Tancredi o stare in sé raccolto
per avventarsi e sottentrar si vede:
e con la spada sua la spada ei trova
del suo nemicoe la respinge a prova.


92

Ma disteso e diritto il fèro Argante
dimostra arte simíleatto diverso.
Quanto egli può va col gran braccio avante
e cerca il ferro noma 'l corpo avverso.
Quel gli sembra d'intorno augel volante
questi gli ha il ferro al volto ognor converso:
minacciae 'ntento a divietargli ei stassi
furtive entrate e subiti trapassi.


93

Cosí guerra navalquando non spira
per lo piano de l'onde o Borea o Noto
fra due legni ineguali egual si mira
che l'un d'altezza vall'altro di moto:
l'un con volte e rivolte assale e gira
da proda a poppa e l'altro resta immoto;
e quando il piú leggier piú s'avvicina
d'alta parte minaccia alta ruina.


94

Mentre il pio cavalier l'aggira e tenta
battendo il ferro che si vede opporre
vibra Argante la spada e gli appresenta
la punta a gli occhi; egli al riparo accorre;
ma lei rapida e grave e vïolenta
cala il pagano e 'l difensor precorre
e 'l fére al fianco; e visto il fianco infermo
grida: - Lo schermitor vinto è di schermo. -


95

Il cavalier fra 'l suo disdegno e l'onta
si rode e lascia ogni arte ond'uom si guardi:
e 'mpetuoso il suo nemico affronta
come perdita stimi il vincer tardi:
e quella spada ch'è al ferir sí pronta
gli drizza a l'elmoov'egli s'apre a' guardi.
Ribatte il colpo Argante e 'l tiene a bada;
ma Tancredi giá viene a mezza spada.


96

Pendere alfin lasciò d'aurea catena
la spada e sotto al cavalier si spinse
e l'abbracciò con affannata lena.
Tancredi ancor lui presse e lui ricinse:
né con piú forza da l'adusta arena
sospese Alcide il gran gigante e strinse
di quella onde facean tenaci nodi
le valorose braccia in vari modi.


97

Tai le rivolte fûro e tai le scosse
ch'ambo calcâro il suol co 'l grave fianco.
Argante (o sua ventura od arte or fosse)
sovra ha il braccio migliore e sotto il manco.
Ma la man ch'è piú atta a dar percosse
impedita soggiace al meno stanco.
Eiche vede il periglio e vede il tempo
si sciogliesalta in pièpercote a tempo.


98

Sorge l'altro piú tardie 'l colpo in prima
che sorto ei sia gli aggrava il capo inchino:
ma come a l'Euro la frondosa cima
piegae 'n un tempo la solleva il pino
cosí lui sua virtute alza e sublima
quando era quasi al ricader vicino.
Qui s'inaspra la pugnae avvien ch'ella abbia
meno d'arte e di possa e piú di rabbia.


99

Esce a Tancredi in piú d'un loco il sangue;
ma ne versa il pagán quasi torrenti.
Giá ne le sceme forze il furor langue
quai lumi in poco umor via meno ardenti.
Tancredi ch'il vedea co 'l braccio esangue
girar i colpi ad or ad or piú lenti
dal magnanimo cor deposta l'ira
placido gli ragiona e 'l piè ritira:


100

- Cedimiuom fortee riconoscer voglia
non la vittorïosa alta fortuna
ma 'l vero Dio: che piú onorata spoglia
acquistar non potrai sotto la luna. -
Terribile il pagán piú che mai soglia
tutte le furie sue desta e raguna:
risponde: - Or dunque il meglio aver ti vante?
Ed osi di viltá tentare Argante?


101

Usa la sorte tuaché nulla io temo;
e 'ncontra me tutte le forze accampa. -
Qual le tremanti fiammeanzi l'estremo
di notte rinforzò lucida lampa:
tal riempiendo d'ira il sangue scemo
di furor nuovo or piú orgoglioso avvampa:
e di morte illustrò l'ore propinque
come chi vitae non virtú relinque.


102

La man sinistra a la compagna accosta
e con ambe congiunte il ferro abbassa.
Cala un fendentee ben che trovi opposta
la spada ostilla forza e via trapassa;
scende a la spallae giú di costa in costa
molte ferite in un sol colpo or lassa.
Se non teme Tancrediil petto audace
non fe' natura di timor capace.


103

Quegli l'orribil colpo addoppia invano
e l'ire con le forze al vento ha sparte
che dal colpo Tancredi andò lontano
girando il passo a la contraria parte.
Tu dal gran peso tuo tirato al piano
cadestiArgantee non potesti aitarte.
Per te cadestiavventuroso in tanto
ch'altri non ha di tua caduta il vanto.


104

Il cader dilatò le piaghe aperte
e 'l sangue espresso dilagando scese.
Punta la manca in terrae si converte
il disperato a l'ostinate offese.
- Renditi- gridae gli fa nuove offerte
senza noiarloil vincitor cortese.
Ma queglinon risorto ancopiagarlo
tenta di nuovo colpo e potria farlo.


105

Turbossi allora il pio guerriero e disse:
- Giusta pietate è il non usarla or teco. -
Poi la spada gli fissee la rifisse
per la visiera al giá latrante e cieco.
Moriva Argantee tal moria qual visse;
l'alma fuggía di Pluto al nero speco;
ma ne la morta e spaventosa faccia
piú terribil la morte ancor minaccia.


106

Devoto il vincitore Iddio ringrazia
ch'alta vittoria a tanto ardir succeda:
e prega lui che grazia aggiunge a grazia
perch'ei saluteoltra l'onorconceda.
Poi lá s'invia dove trascorre e spazia
l'Italico guerrier di preda in preda
anzi di morte in morte: e passo passo
per le giá corse vie muove il piè lasso.


107

Vafrino incontra e gli altri a diece a diece
a cento a centoe la sua schiera stessa
e quel che tanto valse e tanto fece
che di lui cerca e da tutt'altro or cessa;
e 'l bel Ramusioe chi di padre in vece
gli era in onoreal vincitor s'appressa:
né può bramar piú cari a cui s'appoggi
parenti e serviinsin ch'al sommo ei poggi.


108

Altri l'elmo gli portaaltri l'usbergo
altri le spoglie del guerrier crudele
ch'ingombra quel sentier col nudo tergo
sin che manto l'accolga o fossa il cele.
Giá risonar s'udia 'l dorato albergo
d'alte femminee strida e di querele:
e correan tra marmoree alte colonne
timide e meste e lagrimose donne.


109

Tancredi incontra alberga ov'ei difenda
quelle infelici da nemico oltraggio:
e vuol ch'il grande scudo ivi s'appenda
con l'armi illustri in quel breve paraggio.
Su le porte del tempio avvien che splenda
l'altro che pare un speglio al vivo raggio.
N'alzâr mill'altri in Mória antica e sacra
di Dio magionee 'n Síon millee 'n Acra.


110

Tre monti d'arme ha circondati e presi
vittorïosa gentee 'n lor soggiorna.
Paion leoni in cieldi stelle accesi
draghiorsi e tauri con dorate corna;
ed aquile gli scudi in lor sospesi:
e l'orrida vittoria han fatta adorna
con vari altri di famae d'onor degni
e di gloria immortal lucenti segni.


111

L'umil plebe fedel che scosse il giogo
d'aspro servaggio e le catene ha rotte;
quando temea che ferroo laccioo fuogo
recasse a gli occhi lor perpetua notte
lieta rimira pur di luogo in luogo
l'arme e le gentia trïonfar condotte:
e Pietro loda e gli s'inchina umíle
mentre è lunge il pastor del sacro ovile.


112

Le tue promesseo Pietroa te ricorda
che non spargesti lor d'oscuro oblio.
Te chiama padre il suon ch'insieme accorda
te suo liberatorte santo e pio.
Purgan poi la cittá macchiata e lorda
di nuovo ornando i sacri tempi a Dio.
Ma gli altri duci accoglie il sommo duce
giá declinando la diurna luce.


113

E lieto dicee con real sembianza:
- Esaltate ha il gran Dio l'arme pietose;
ma piú de l'opra che del giornoavanza:
pur siam giá presso al fin ch'in terra ei pose
quasi celeste; e gli empi han qui speranza;
ma piú ne l'oste che da noi s'ascose:
or d'Ascalona a noi minacciae manda
sfide ed araldie 'ntanto a lor comanda.


114

Ed offre di battaglia indi non lunge
gran campo e guerra de' perigli estrema.
Ma per disfida che disprezzae punge
(se meco osate voi) di nulla ho tèma.
Di vittoria in vittoria il ciel congiunge
gli animi nostri a la tenzon suprema.
Or pensiam ch'il nemico è pressoe scarso
il tempoe riasciughiamo il sangue sparso.


115

Itee curate quei c'han fatto acquisto
di questo regno a voi col sangue loro
ché non conviensi a' cavalier di Cristo
il desio di vendetta e di tesoro.
Troppoahi! troppo di male oggi s'è visto
e fatto preda abbiam d'argento e d'oro.
Membrate ch'oggi è il sesto e sacro giorno
ch'il re sofferseonde Satán ha scorno. -


116

Cosí dicevae 'ntanto il tempio immondo
pur si nettava e i vòti alberghi e i calli
per quei che giá soffrîr piú grave pondo
che d'oprar remoo di cavar metalli:
e' sanguinosi corpi al cupo fondo
portati fûr di tenebrose valli:
perch'odor grave a la cittá non surga;
e ne l'aperto ciel si sparge e purga.


117

Ma quel d'Argante si conserva e dona
perché riceva alfin gli onori usati
lá 've al femineo pianto il ciel risuona
d'alte grida e di tremuli ululati.
Lugeria che sperò scettro e corona
ora accusa le stellee 'l cieloe i fati
e 'l crin si squarciae batte palma a palma
mentre è portata a lei sí cara salma.


118

Ma come vede il suo marito anciso
a cui pudico il petto anco riserba
spargendo il pianto sovra il morto viso
bacia la faccia ancor fèra e superba:
- Fostigiovine ancorda me diviso
(dice)caro signorper morte acerba;
e lasci me co 'l tuo piú caro pegno
vedova e servae presa al giogo indegno.


119

Ne la tenera etate è il figlio ancora
che generammo al lagrimoso duolo
tu ed io infelici; e piú m'accora
ch'in grande stirpe e quasi estremoe solo
non vedrá gli anni in cui virtú s'onora
né l'alta fama tuache spazii a volo
né de l'avo il bel regnoo regio nome
lieto il fará tra vinte genti e dome.


120

Ma di tua madreo figlioa' lidi estrani
seguirai su le navi il duro caso:
ed in atto servil Franchio Romani
ne' regni inchinerai del nero Occaso
anzi signor superbo: o se rimani
spietata pena avrai d'esser rimaso
da gran torre rotato o d'alte rupi
a pascer di tue membra i corvio i lupi.


121

Fèri nemici irati al debil figlio
misero Arganteanzi 'l morir lasciasti;
al vecchio genitor morte od esiglio
a l'orba madre ignudi membrie guasti:
e senza fine a me lutto e periglio
e pensieri d'amor dolenti e casti:
né prima ebbi da te bacio parole
ond'iopiangendoil mio dolor console. -


122

Cosí dice ella; e 'l volto e 'l seno aspersi
avean di pianto le donzelle insieme;
quando lutti fra lor nuovi e diversi
incomincia la madree plorae geme:
- Argantenessun duolo egual soffersi
pari a quel che per te m'aggrava e preme:
ch'eri di tutti i figli a me piú caro
di cui mi priva empio destino avaro.


123

D'animodi valordi fatti egregi
tutti vincestie di reale aspetto;
da' soldani onorato e d'alti regi
spaventoso a' nemicia' tuoi diletto.
Difendesti la patriae palme e fregi
n'avestior n'hai trafitto il viso e 'l petto:
e col tuo regno cadiond'io presaga
sento al dolente cor prevista piaga.


124

Del mio senil consiglio a te non calse
o del materno duoloo del cordoglio;
ma contra 'l ciel giammai non vale o valse
terrena forza o pur terreno orgoglio:
o mondane grandezze incerte e false!
per gran prosperitá vie piú mi doglio
fra superbenemicheirate squadre
misera vecchiaserva ed orba madre. -


125

Cosí dicea nel lutto; e giá non tacque
Nicea ne l'angoscioso aspro dolore
Niceada la fortuna in riva a l'acque
condotta prima e dal suo vano amore:
e ritornata poisi come piacque
al suo destindal periglioso errore:
or come l'altre il crin si svelle e frange
e come l'altre sospirando or piange.


126

- Tu giaciArgante; Arganteoimèsei morto:
o arti mie fallacio falsa spene!
A cui piú l'erbe omai raccoglio e porto
da l'ime valli e da l'inculte arene?
Non ti spero veder mai piú risorto
per mia pietosa cura. A cui s'attiene
piú questa vita mia noiosa e schiva
nel duro esiglio e di sostegno or priva?


127

Deh chi m'affidaahi lassae mi consola
nel caso estremo e ne l'orribil fine?
Chi il padre amato e 'l mio fratel m'invola
giá morti? o fèra morte avranno alfine?
Sola io non sono al mio dolor; ma sola
veggiodopo la primaaltre ruine
altri incendialtre morti: e grave e stanca
quest'alma al nuovo duol languisce e manca. -


128

E piangendo cosícommove al pianto
l'altre sue meste e dolorose ancelle.
Poscia involgono Argante in ricco manto
con la tenera mano e queste e quelle:
de l'arme sue gli van mettendo a canto
le giá piú care e piú lucenti e belle
ed archie stralie prezïose spoglie
ch'oscura fossa in sen profondo accoglie.


129

Scettro e corona appressoe prede ostili
segni de la passata ampia fortuna
e de la cara mano opre gentili:
gittanvi ancor con l'adombrata luna
e di candide perle e d'òr monili
e ciò ch'al rogo la Fenice aduna.
Chiude l'avara terra ingrato dono
e geme de' lamenti al flebil suono.


130

Eran sepolti altri guerrier sotterra
(pur come è l'uso) ed altri accesi ed arsi;
né di lor tomba in lagrimosa guerra
tempi o meschiteo di lor pompa ornârsi:
e fuor del cerchio che tre monti or serra
splendon quei roghiardon quei fuochi sparsi.
Enon e Giosafat luce e fiammeggia:
di valle in valle il fumo al cielo ondeggia.




LIBRO VIGESIMOQUARTO

1

Giá riportava il sole i dí correnti
e co 'l Leon nemeo volgeasi intorno
e con gli strali suoi di luce ardenti
da l'orizzonte saettava il giorno
quando vittorïose altere genti
trasse Goffredooltre l'usato adorno
e lá drizzolleove l'antica sponda
d'Ascalona nemica al mar s'inonda.


2

E mossi al mover suo pareano intanto
e valli e montie trombe a prova e squille
co 'l sacro suono e con l'altero canto
tutte fêan rimbombar l'onde tranquille.
Giá 'l pastor col suo coro in aureo manto
seguian gli altri devoti a mille a mille.
Qui nel tempio s'udiano i preghi e i carmi
e lá tremar la terra al suon de l'armi.


3

Appresso al fiumeche nel mar discende
e lascia a destra la cittá vicina
alzò Goffredo le sublimi tende
allor ch'a l'occidente il sole inchina:
e quivi il tempo a lui promesso attende
in cui l'alta vittoria il ciel destina:
e come apparve la purpurea luce
trapassa l'onde al guado il sommo duce.


4

Era il giorno ch'al sol si scolorâro
oltra 'l corso immortalgli ardenti raggi;
e vinto il Re del ciel Satán avaro
drizzò 'l trofeo de' sostenuti oltraggi.
Ma questo d'orïente uscía sí chiaro
come brami tardar gli alti vïaggi.
Gloria e splendor gli accrebbee senza velo
volle mirar l'opere illustri il cielo.


5

Goffredo giá passato il picciol fiume
in ampia valle scende e quinci arriva
al salso mar che di canute spume
sparge fremendo l'arenosa riva.
La fama precorrea con ratte piume
spargendo il suon che l'Indo e 'l Mauro udiva
e di terrore empiea quel lido e 'l porto
con le sue trombeanzi l'Occaso e l'Òrto.


6

L'ammiraglio superbo e pien di sdegno
che fortuna sí dubbio il fin sortisca
disse: - O di Babilonia antico regno
ov'è la gloria tua temuta e prisca?
Ben è de l'onor tuo disprezzo indegno
che tanto incontra te Goffredo ardisca
con poche schiere: e ne l'aperto campo
creda trovar da noi rifugioo scampo.


7

Io mi credea che d'aspettar securo
fra' suoi ripari e le profonde fosse
ei si tenesseo dentro al vecchio muro
ch'una e due volte a suo poter percosse.
O fatto ha de la mente il lume oscuro
e male estima temerarie posse:
o fame il cacciaquasi estrania belva
dal suo covilee da l'antica selva. -


8

Cosí dic'eglie con minacce ed onte
pur accresce de' suoi l'orgoglio insano.
Ma giá gli viene imperïoso a fronte
con le sue schiereil vincitor soprano:
e l'ordinanza sualarga di fronte
di fianchi angustaspiega in largo piano:
stringe in mezzo i pedoni e rende alati
con l'ale de' cavalli entrambi i lati.


9

Nel corno destro alloga il duce Franco
su 'l lido il gran Robertoil buon Raimondo
PrecoldoIrpinClotareoil vecchio stanco
Ramboldoa pochi di valor secondo.
Con Roberto il Normando ei regge il manco
dov'è maggior de la battaglia il pondo.
Perch'il nemicoche di gente avanza
quinci di circondarlo avea speranza.


10

Qui CamilloAristolfoe qui dispone
Ettorre e l'altre schiere a prova elette:
e gente a piè ne' cavalier frappone
usa a pugnar ne le mortali strette.
Posciadi palme degna e di corone
quasi una terza schiera appresso ei mette
e Riccardo ne fa duce e maestro
opposto de' nemici al corno destro.


11

E dice: - La vittoria è in te riposta
ch'a tanti illustri in arme oggi comandi.
Tieni pur la tua schiera alquanto ascosta
dietro quest'ale spazïose e grandi:
e potendo il nemico urtar di costa
rompi l'ordine ostile e spargi e spandi
ch'egli vorrá (s'il mio pensier non falle)
ferirci a' fianchi e circondar le spalle. -


12

Quinci sovra un corsier di schiera in schiera
parea volar tra cavalier'tra fanti.
Scopria la maestá del viso altera
fulminava ne gli occhi e ne' sembianti.
Confortò il dubbioe confermò chi spera
rammentando a l'audace i propri vanti
le prove al forte; a questo e pregi e palme
prede promise a quello e care salme.


13

Fermossi alfine ove l'invitte e prime
e piú nobili schiere avea raccolte:
e d'alta parte incominciò sublime
co' dettiond'è rapito ogn'uom ch'ascolte.
Come in torrente da l'alpestri cime
soglion qui derivar le nevi sciolte
cosí correan volubili e veloci
da la sua bocca le canore voci.


14

- O de gli empi nemici aspro flagello
e domator' del lucido Orïente!
ecco l'ultimo giornoecco giá quello
che pur tanto bramasteomai presente.
Né senza alta cagion ch'il suo rubello
popolo or si raccolgail Ciel consente.
Ogni vostro nemico ha qui congiunto
per fornir molte guerre in un sol punto.


15

Noi raccorrem molte vittorie in una;
né fia 'l rischio maggior d'alta fatica.
Non temiate di caso o di fortuna
sí gran turba mirando e sí nemica:
che discorde fra sé mal si raguna
e fra gli ordini pur se stessa intrica.
Pugneran pochie de' piú arditi e scaltri
mancherá a molti il coreil loco a gli altri.


16

Quei ch'incontra verranciuomini ignudi
fian per lo piúsenza vigorsenz'arte;
che da lor ozio e da' servili studi
la vïolenza or allontana e parte.
Le spade omai tremartremar gli scudi
tremar veggio l'insegne in quella parte:
conosco i dubbi moti e i suoni incerti:
veggio la morte loro a segni aperti.


17

Quel capitanche d'ostro adorno e d'oro
trae fuor le squadree par sí fèro in vista
vinse forse talor l'Egizio o 'l Moro;
ma 'l suo valor non fia ch'a noi resista.
Che faráben che saggioin tanta loro
confusïone e sí turbata e mista?
Mal noto è (credo) e mal conosce i sui;
ed a pochi può dir: 'Tu fosti: io fui.'


18

Ma sommo duce io son di gente eletta
e giá gran tempo guerreggiammo insieme:
e poscia un tempo a mio voler l'ho retta.
Di qual di voi non so la patria e 'l seme?
Quale spada m'è ignotao qual saetta
(ben che per l'aria ancor sospesa freme)
non saprei dir s'è Franca o pur d'Irlanda?
e chi la pon su l'arco e chi la manda?


19

Chiedo solite cose. Ognun rassembri
quel medesmo ch'altrove io giá l'ho visto;
e con l'usato zelo omai rimembri
l'onor miol'onor suol'onor di Cristo.
Iteatterrate gli empie i tronchi membri
calcate e stabilite il primo acquisto.
Ma perché tardo ciò ch'il ciel dimostra?
Avete vintoe la vittoria è vostra. -


20

Parve che nel finir fiammelle e lampi
scendesser verso lui dal ciel sereno
come talvolta da' cerulei campi
scuote l'ombrosa notte aureo baleno:
ma questa è luce ond'ei piú chiaro avvampi
quasi la mandi il sol dal proprio seno:
egirandogli al capoi giri illustri
del sacro regno pareggiâro i lustri.


21

Ma se cosa del Cielo aprir cantando
presontüosa può lingua mortale
angel custode fu ch'a luigirando
corona fe' con lo splendor de l'ale:
e rilucer vedeasi a quando a quando
pur come fiammaa gran diadema eguale.
Trasse Emireno intanto orride squadre
per negra polveal sole oscure ed adre.


22

Egli ancor quinci e quindi avea distese
a l'esercito suo le lunghe corna;
siccome luna suol mostrarle accese
quando di nuovo a fiammeggiar ritorna:
e per sé il destro in grande spazio ei prese
e per la gente sua ch'è meglio adorna:
e concesse il sinistro al re de' Persi
che lascerá di sangue i lidi aspersi.


23

Questi ha 'l soldano Ormúse i piú lontani
che de l'India lasciâr fervido il suolo;
con l'ammiraglio son regi africani
e sirie Tisafernee 'l regio stuolo.
Lá dove stender può ne' larghi piani
l'ala sua destrae piú spedito il volo
quinci le fionde e le balestre e gli archi
esser tutte dovean rotatee scarchi.


24

Cosí Emirén gli schierae corre anch'esso
per le parti di mezzo e per gli estremi;
per interpreti or parlaor per se stesso
mesce lode e rampognee pene e premi:
talor dice ad alcun: - Perché dimesso
mostrio guerrieroil volto? e di che temi?
Che puote un contra cento? Io mi confido
che fugargli potrò con l'ombra al grido. -


25

Ad altri: - O valorosoandiamo avante
con questo corcon questa faccia ardita. -
L'immagine in alcunquasi spirante
desta ne l'almae la virtú smarrita
come la patria in femminil sembiante
parlio la famigliuola sbigottita:
- Credi (ei dicea) che la tua patria spieghi
per la mia linguale parole e i preghi:


26

Guarda tu le mie leggi, e i sacri tempi
fa ch'io del sangue mio non bagni e lavi.
Assecura le vergini da gli empi,
e i sepolcri ov'han l'ossa i padri e gli avi.
A te piangendo i lor passati tempi,
mostran le bianche chiome i vecchi gravi:
a te la moglie le mammelle e 'l petto,
la cuna e i figli, e 'l marital suo letto. -


27

A molti poi dicea: - L'Asia campioni
vi fa de l'onor suo: da voi s'aspetta
contra que' pochi e barbari ladroni
di mille offese alfin crudel vendetta. -
Cosí con arti variein vari suoni
le varie genti a la battaglia affretta.
S'appressavano intanto e quinci e quindi
EgiziPersiSiri e Mauri ed Indi.


28

Mirabil vista fu d'alto spavento
quando l'un duce e l'altro a fronte venne
veder com'ogni schiera a passo lento
di muover giágiá di ferire accenne:
sparse ondeggiar l'altere insegne al vento
e ventilar su' gran cimier le penne:
armeimpresecolorie 'l sol ch'avvampa
e quasi anch'egli a guerreggiar s'accampa.


29

Sembra d'arbori densi ampia foresta
l'un campo e l'altroin guisa d'aste abbonda.
Son tesi gli archi ed ogni lancia è in resta
girasi a cerco ogni rotante fionda.
Il feroce destrier s'aggira e pesta
il negro piano e l'arenosa sponda;
gonfia le narie spira il fumoe morde
tanto è il suo sdegno a quel furor concorde.


30

Bello in sí bella vista è il grande orrore
ed esce dal timor nuovo diletto:
né men le trombe orribil e canore
muovono il cor ne l'animoso petto.
L'esercito fedel vince d'onore
d'animoe di virtúnon pur d'aspetto:
e canta in piú guerriero e chiaro carme
ogni sua trombae maggior luce ha l'arme.


31

Fêr le trombe de' Franchi il primo invito;
risposer l'altre e cominciâr la guerra.
S'inginocchiâr sino all'estremo lito
tutti i fedeli e poi baciâr la terra.
Decresce in mezzo il campo; è giá sparito:
e giá il nemico il suo nemico afferra.
E 'l corno estremo giá percote e punge
e la parte di mezzo intanto aggiunge.


32

Trema la terra al periglioso assalto;
risuonan l'arenose e curve sponde
e 'l pian si tinge di sanguigno smalto
e gran nube di strali il sole asconde.
Si leva gonfio il marmugghiandoin alto
e fanno in lui contesa i venti e l'onde.
La natura spaventail ciel rimbomba
come sia tutto spirto e voce e tromba.


33

Dive ch'avete in ciel l'alto governo
de le speregirandoin sé converse
chi primier meritò l'onore eterno
primier ferendo allor le genti avverse?
Il Normando Roberto al fèro Esterno
innanzi a tutti gli altri il petto aperse:
quel cade e col gran corpo il suolo ingombra
mentre a lui cieca morte i lumi adombra.


34

Roberto con la destra allora stringe
rotto avendo il tronconla buona spada;
e tra gli Egizi il suo destrier sospinge
e 'l folto de la schiera apre e dirada:
coglie Rapoldo ov'ei s'affibbia e cinge
onde avvien che trafitto a terra ei cada:
poi fér la golae tronca al crudo Alarco
de la voce e del cibo il doppio varco.


35

E d'un fendente OrindoOrgeo di punta
l'uno atterra stordito e l'altro uccide.
Poscia il pieghevol nodo ond'è congiunta
la manca al braccioad Arimon recide.
Lasciacadendoil fren la man disgiunta;
su gli orecchi al destriero il colpo stride;
ma quel che sente in suo poter la briglia
fugge attraverso e gli ordini scompiglia.


36

Conoscer non si può (tant'oltre è scorso)
di qual parte egli siama punge e fére;
e sprona il suo destrier ch'il freno o 'l morso
non sentee turba le nemiche schiere.
Come il torrente con veloce corso
inonda i paschi e le campagne intere
accresciuto da piogge e da procelle
e l'opre de' cultori ei porta e svelle;


37

cosí strugge costui l'iniquo seme
degli empi ed apre a' suoi seguaci il passo.
Ma i nomi oscurich'in silenzio or preme
l'etá quasi vetustaaddietro i' lasso.
I suoi nemici allor ristretti insieme
cercan di por tanto valore a basso:
e de' Normandi suoi l'invitta forza
seco s'aduna e lor rispinge e sforza.


38

Ma Tisaferne non crollata torre
sembra di guerra e ben fondata altezza;
onde l'impeto ostil ch'in lui trascorre
nel duro scontro egli reprime e spezza:
ed ancide Gerloneancide Astorre
che men la vita che la gloria apprezza:
erompendo gran lancia appresso il ferro
gli lascia dentro il corpo affisso il cerro.


39

È da la spada poi non lunge ucciso
Brunellone il membrutoArdonio il grande:
l'elmetto a l'uno e 'l capo appar diviso
che pendee stilla a due contrarie bande:
trafitto è l'altro ove ha principio il riso:
e 'l suo misero cor dilata e spande:
di sua morte ei rideapianger volendo
orribilmentee trapassò ridendo.


40

Ormondo intanto a le cui fère mani
era commessa la spietata cura
con false insegne e portamenti estrani
guida i compagni allor d'empia congiura.
Cosí lupi notturnia' fidi cani
talor sembiantientro la nebbia oscura
vanno a le mandree spian come in lor s'entre
timida coda ristringendo al ventre.


41

Gíasi appressando; enon lontano al fianco
del pio Goffredoi suoi guerrier divise.
Ma come avvicinar l'orato e 'l bianco
egli mirò de le sospette assise:
- Ecco (gridò) quel traditorche Franco
or si dimostra in sí mentite guise
co' Fenici ladroni;- e l'empia turba
sol con la voce il cavalier perturba.


42

Poi con la spada il piagae 'l fèro Ormondo
non fére e non fa schermo e non s'arretra;
ma come d'idre e di ceraste immondo
abbia il Gorgon su gli occhi or gela e 'mpétra:
e di mill'aste ancor sostiene il pondo
da mille spade alfin la morte impètra.
E l'ira che lui spegne e i suoi consorti
toglie l'alma non solma il corpo a' morti.


43

Come di sangue ostil si vede asperso
spinge Goffredo il suo destriero e 'l volve
lá 've non molto lunge il duce avverso
le piú ristrette schiere apre e dissolve;
ma 'l fèro stuolo al suo valor disperso
va come a l'Austro l'africana polve:
altri ei férealtri uccidealtri discaccia
sin lá dove Emirén grida e minaccia.


44

Comincian qui le due feroci destre
contesa qual non arse in riva al Xanto.
Ma fanno altrove aspra tenzon pedestre
PonzioErmanoCantelmoAmico intanto
ed Engerlano: e di battaglia equestre
Raimondo e quel di Frisa ha gloria e vanto
appresso il mare ove l'arena è rossa
e sparsa d'arme omaidi membra e d'ossa.


45

Il forte re de' Persi e 'l gran Roberto
fan crudel guerrae sin ad or s'agguaglia.
Ma Raimondo non ha nel rischio incerto
paragon degno di crudel battaglia.
Ma del soldán d'Ormús il viso aperto
tutte l'altre arme sue gli rompe e smaglia.
UgonProcoldoIrpino il salso lido
trascorre e pone a morte il volgo infido.


46

Tal'era la battaglia; e 'n dubbia lance
co 'l timor le speranze eran sospese;
pien tutto il campo è di spezzate lance
di rotti scudi e di smagliato arnese
di spade affisse a le sanguigne guance
al ventrea' petti; altre cadute e stese;
di corpi altri supinialtri co' volti
quasi mordendo il suoloal suol rivolti.


47

Giace il cavallo al suo signore appresso
giace il compagno appo il compagno estinto
giace il nemico appo il nemicoe spesso
sul vivo il morto e 'l vincitor sul vinto.
Non v'è silenzio e non v'è grido espresso
ma s'ode un flebil suon rocoindistinto:
fremiti di furormormorii d'ira
gemiti di chi languee parte spira.


48

L'arme ricche d'argento e di lavoro
faceano or vista tenebrosa e mesta.
Son tolti i lampi al ferroi raggi a l'oro
luce o vaghezza a' bei color non resta.
Quanto apparia d'adorno o di sonoro
su gli elmi e su gli scudi or si calpesta.
La polve ingombra ciò ch'al sangue avanza:
tanto i campi mutâr sorte e sembianza!


49

Ma Tisaferne vòlto al fèro mastro
che tutto spira ancor furore e rabbia
vedendo estinti i suoi che tolse al rastro
quasi d'onrata impresa ei piú non abbia
speranzae 'ncolpi il ciel ch'in sí duro astro
ivi il condusse a la sanguigna sabbia
gli disse: - Adunque noi giá tardi e stanchi
cediam nel primo sforzo ai duci Franchi?


50

Dehse giammai d'onor ti caleo calse
andianne contra lui che vince e sforza
tutt'altri: e senza l'arme occulte e false
ci bastie senza fraudeardita forza. -
Cosí diss'egli; e l'uno e l'altro assalse
il pio Goffredo a cui cedeva a forza
il superbo Emirenoe i suoi rispinti:
e del suo vincitore han gloria i vinti.


51

Ma l'empio veglio il suo pensier maligno
giá non obliané qui da sé discorda:
enon avendo altr' arme od altro ordigno
d'alma crudel d'avaro premio ingorda
fére al duce il cavalloe 'n lui sanguigno
fa due volte il suo tronco: e non si scorda
giá del ritrarsi o degli usati modi;
né cerca piú onorate e chiare lodi.


52

Il ferito cavallo a terra cade
dopo non lungo spazio; ahi duro caso!
e quel mastro crudel di feritade
mandar la nobil vita al mesto occaso
pensa: e con cento lance e cento spade
s'avvicina al gran duce a piè rimaso.
Tisaferne e Brimarte ancor l'astringe:
gran corona di ferro intorno il cinge.


53

Ma non rimase il fido Eustachio in sella
ch'il possente fratello a piedi ha scorto.
E sua fortunao sia propizia o fella
soffrir vuol secoo vincitore o morto:
e Lutoldoe 'l germano insieme appella
ed Unichier giá del periglio accorto;
e co' due messaggier Lamberto e Pirro
e 'l guerrier di Bertagnainculto il cirro.


54

Cento e cent'altri a prova allor vedresti
lasciar la sella volontarie 'l freno
dove il gran duce a' suoi nemici infesti
ripugnae del lor sangue il suolo ha pieno:
ch'al vincer seco ed al morir son presti
e voglion palma ne la morte almeno.
O d'invitto valor mirabil opra
ch'in gran periglio piú s'avanzi e scopra!


55

L'Arabo intanto e l'Etiòpe e 'l Siro
che l'estremo volgean del destro corno
gíansi stendendo e dispiegando in giro
per far da tergo a' nostri oltraggi e scorno.
E gli arcieri ch'il loco ivi sortîro
piover facean saette a lor d'intorno:
quando Riccardo e 'l suo drappel si mosse
quasi vento rinchiuso e tuono ei fosse.


56

Assimiro di Meroe infra l'adusto
stuol d'Etiopia ebbe gran pregio e loda.
Riccardo trapassò l'orrido busto
lá dove il nero collo in lui s'annoda.
Poi ch'eccitò de la vittoria il gusto
l'ira del vincitore ivi trasmoda;
né sí temuto è in erto monte o 'n bosco
orsodragoleon per rabbia o tosco.


57

Qual tre lingue vibrar l'empio serpente
o folgore che d'alto a terra caggia
suol con tre punte aprir la nube ardente
e fulminar montagna aspra e selvaggia:
tal fra' nemici ei fiammeggiar repente
con tre spade parea ne l'alta piaggia;
e d'ogni colpo uscir tre lampi accensi:
quanto abbaglia il terror la mente e i sensi!


58

Gli africani tiranni e i negri regi
l'un nel sangue de l'altro a morte ei stende;
Achilde il segue e gli altri duci egregi
che d'emulo valor l'esempio accende:
e cade con orribili dispregi
l'infedel plebe e sol se stessa offende:
né guerra v'è ma gente a morte esposta
e quinci il ferroindi è la gola opposta.


59

Qual ventoch'abbia incontra o selva o colle
doppia ne la contesa il corso e l'ira;
ma poi con spirto piú sereno e molle
per le vacue campagne ei passa e spira;
o qual fra scogli il mar spuma e ribolle
e per l'aperto onde piú quete aggira:
tal per contrasto è quel furor soverchio
ma scema allor che rotto è il fèro cerchio.


60

Poi che sdegnossi in fuggitivo dorso
spender tant'ire e tanti colpi invano;
volse a la gente a piè veloce il corso
ch'ebbe l'arabo al fianco e l'africano:
or nuda è da quel latoe chi soccorso
dar le devevao giaceod è lontano.
Vien da traverso; e de' nimici inermi
l'armato cavaliertremanti e 'nfermi


61

gli ordini rompe: e la tempesta e 'l vento
piú tardi atterra la matura messe:
non cento lingue adamantine e cento
con le voci d'acciar sonanti e spesse
narrar potrian l'orrore e lo spavento
e 'l fèro scempio de le genti oppresse:
o come il vincitorch'orno e celèbro
sparso di sanguee d'ossae di cerèbro


62

trapassa il duro campo; e in vece d'erba
calca l'armee le squadre al suol pareggia.
L'orride insegne in lui Morte superba
spiega come in suo regnoe 'l sangue ondeggia.
Ma 'l gran soldano ove 'l suo fato il serba
vennelasciando la sublime reggia
e per le vie dov'è perpetua notte
giunse a le schiere non disperse e rotte:


63

da la parte vicina a l'onde salse
dove fortuna i lor perigli adegua
giunse con pochi eletti e i nostri assalse
co' quai non volse mai pace né tregua:
e tanto in breve spazio ei fece e valse
in guisa d'uom ch'il suo destin persegua
che mosse quella squadra e poscia aprilla
e fe' l'onda piú rossa e men tranquilla.


64

Gran ministro parea del cieco Inferno
a' fèri colpia le sembianzea gli atti:
e fatto de' nemici empio governo
e molti de' migliori a morte ha tratti:
cosi a le mète de l'onore eterno
di terminar con gli animosi fatti
pensa la breve vita e com'ei n'esca
quasi ella senza regno omai gl'incresca.


65

Intanto avvien ch'al buon Riccardo aggiunga
in vece di romorcerto messaggio
che nel mezzo frappone ora piú lunga
a la vendetta del suo grave oltraggio:
e 'l prega che 'l destriero affretti e punga
fino al loco ove fa dubbio paraggio
il sommo duce in sanguinosa calca:
né del suo corso il dir punto diffalca.


66

Miete ciò che rincontrae rotto e sparso
col ferro piú temuto a terra spande
il glorïoso vincitor di Tarso
che non viene a cercar pregi o ghirlande
di quercia omai; né di sua vita è scarso
perch'ei difenda invitto duce e grande.
Ma 'l fier veglioBrimarteOronzioe Fulgo
ancisi adegua al morto orrido vulgo.


67

Poi fra la turba scende e varia e mista
ch'il suo valore in fèra morte agguaglia
ed offre il suo destrier pacato in vista
al pio guerrier perch'ei v'ascenda e saglia:
- Signoreil tuo periglio or piú m'attrista
ch'il mio medesmoed a mercé mi vaglia
tantoch'il mio destrier di te sia degno
e n'abbia quest'onor la patria e 'l regno. -


68

Cosí gli dissee l'altro a lui rispose:
- Dunque io n'andrò sul tuo destrier securo
lunge da te ch'a gran periglio espose?
Ahiche la vita or senza te non curo:
dunque rimonta e fa mirabil cose;
non tardiam la vittoria al tempo oscuro
ch'io lascio un de' miei proprie questo or prendo
del forte Achilde e lui con gli altri attendo. -


69

Cosí parlò Goffredo. E 'n un sol punto
questi e quegli al destrier la sella ingombra:
e parve gran torrente a fiume aggiunto
o tuono a tuonquando piú il ciel s'adombra;
che dopo breve spazioin lui disgiunto
segna di foco il calle oscuro e l'ombra:
e l'un verso Aquilon le nubi infiamma
l'altro sparge ne l'Austro accesa fiamma.


70

Ma Goffredo lasciò fra' primi ucciso
Corcutempio figliuol d'empio tiranno
che prima sua fortuna avea diviso
da lui che vive in angoscioso affanno.
La spada gli partí la fronte e 'l viso
e 'l tolse d'un fallace e caro inganno:
ch'il regno l'infelice avea sperato
e fuggir d'aspra morte il duro fato.


71

Pur quivi ancora a la vittoria intoppo
è Tisafernee gli è Goffredo a fronte
che taglia de la guerra il duro groppo
e vuol finirla anzi ch'il dí tramonte.
Ma quel fellonch'è troppo fiero e troppo
fortegli fa sentirquasi di Bronte
la forza e 'l peso; onde gravosa e carca
la testa il sommo duce al petto inarca.


72

Ma subito si drizza e 'n alto ei s'erge
e vibra il ferro; e rotto il duro usbergo
gli apre le coste e l'aspra punta immerge
in mezzo al cor dov'ha la vita albergo:
tanto oltre vache l'una piaga asperge
a quel crudele il pettoe l'altra il tergo:
ond'a l'anima aperto è doppio calle
di girmugghiandoa la tartarea valle.


73

La maraviglia insieme e l'orror misto
stringe agli Egizi il freddo sangue in ghiaccio;
e Rimedoncome il gran colpo ha visto
fèra simiglia ch'e giá colta al laccio:
e chiaramente il suo morir previsto
sente stancarsi a la fatica il braccio:
cosa insolita a luima qual non regge
de l'opre di quaggiú l'eterna legge?


74

Come vede talor torbidi sogni
l'egro che nulla il suo vigor rinfranca
e par ch'invan le tarde membra agogni
stender al corso onde languisce e manca:
né conosce le forze a' suoi bisogni
giá pronteed ogni parte ha grave e stanca;
e scioglier vuol ancor la pigra lingua
ma non avvien che voce altrui distingua:


75

cosí vorria fuggir con gli altri a schiera
Rimedon che portò l'alta insegna:
tanto timor l'ingombrae nulla ei spera
difesa o scampo almeno e fuga indegna.
Ma gli parla Emirén con voce altera
che de l'altrui timor si rode e sdegna:
- Or sei tu quel ch'a sostener gli eccelsi
segni del mio signor fra mille io scelsi?


76

Rimedonquesta insegna a te non diedi
acciò ch'indietro tu rivolga i passi.
Dunque il grand'ammiraglio in guerra vedi
e 'n gran periglio ancora e solo il lassi?
Che brami? di salvarti? Or meco riedi
ché per la presa strada a morte vassi.
Combatta quel cui di salvarsi aggrada:
la via d'onor de la salute è strada. -


77

Cosí dicea de l'infedele Egitto
il fèro duce con turbato sguardo;
quando l'insegne del suo impero afflitto
prese miròtal ch'il soccorso è tardo;
e con un colpo del Normando invitto
a piè caduto Rimedon gagliardo
è mezzo il braccio suo reciso e tronco
pur come ramo di selvaggio tronco.


78

Goffredo intanto a lui dubbioso giunge
e 'n arrivando (o che gli pare) avanza
ogni cosa che sia terrena e lunge
dal cieloe di valore e di sembianza:
nuovo timornuovo terrore il punge;
ed oblia del valor la ferma usanza
e i propri detti; e dal valorche strugge
le sue schiere fugacianch'ei sen fugge.


79

Qual ne l'etá dei sacri eroi vetusta
gli Amorrei perseguendo in fuga sparsi
accrebbe spazio a la vittoria angusta
e scorse Giosuè lo sol fermarsi:
talmentre ei disperdea la gente ingiusta
Goffredo il vide in cielo immobil farsi
pur come viva fede il fermi e leghi:
o maraviglia de' suoi giusti preghi!


80

Tu poscia il terzo fosti a cui trascorse
invitto Carloil dí piú tardo in cielo:
e piú tardi rotâro il Carro e l'Orse.
A te Febo sgombrò l'orrido velo
e con sua luce a tua pietá soccorse
e 'ntepidissi a mezzo verno il gelo:
né turbò la vittoria o nube o nembo
aprendo l'Albi a' vincitori il grembo.


81

L'Albi le rive a la tua gloria e l'Istro
soggiogato inchinava; e 'n lor sostenne
de l'augellod'imperio alto ministro
l'altere insegne e le sacrate penne:
né potea fato al tuo valor sinistro
lui ritardar che d'alto vide e venne
sovra l'idrae non tronchi i capi estinse
e 'n Germania l'Europa e 'l mondo ei vinse.


82

Il furor catenatoe 'l gran rubello
fu da te preso e 'l giogo imposto a gli empi:
e fece la clemenza allor piú bello
o Carloil mondo e piú felici i tempi.
Or chi piú di Quirino o di Marcello
le spoglie esaltaappese a' sacri tempi?
Tuse natura e 'l mondo e 'l ciel trionfi
quai merti sovra 'l sol palme e trionfi?


83

Ma qual pronto destrier ch'in giro obliquo
s'affretta e sferza intorno a l'alta meta
stanco del corso e de lo spazio iniquo
corre piú ratto al fine ov'ei s'acqueta:
tal con le stanche rime al tempo antiquo
io torno ove il riposo altri non vieta
e veggio omai del bel Sebeto in riva
corona almen di piú tranquilla oliva.


84

Prese Goffredo allora alto consiglio
riordinando i suoi con piú bell'arte
poi che perder il campoe 'n gran periglio
i Franchi egli vedea da l'altra parte.
Ciascun venia del sangue ostil vermiglio
ciascun le schiere avverse ha rotte e sparte:
e parea dubbia ancor fortuna in mezzo
cosí l'integre corna urtâr da sezzo.


85

Qui 'l possente Altamoro in pugna avversa
nulla del core invitto allor perdéo
bench'il perda la gente e d'India e Persa
ma 'l buon Costanzo uccide e 'l buon Romeo.
Erasmo e Galloa cui fu patria Anversa
per le sue fiere mani allor cadéo
e Clodïon da la famosa Ardenna
e 'l conte degli Amanci e quel di Brenna.


86

Ma rosseggiar parea di ferro e d'ostro
crollando il fier soldano orrida lancia
innanzi a tutti; e qual tartareo mostro
minacciava superbo Italia e Francia:
e 'l figlio tinto ancor del sangue nostro
sotto l'elmo non suo la molle guancia
giovinetto copriva; e gir solingo
non temerebbe in periglioso arringo.


87

Ma gli vide Riccardoe quasi a volo
il rapido Circino ei mosse e 'l punse
per vendicarsi omai del fèro stuolo
che la sua amata compagnia disgiunse:
il soldán giá sentia l'estremo duolo
annunzïarsi al cor quand'egli aggiunse;
pur gli si volse incontra e 'l ferro ei vibra
e ne le forze sue si fonda e libra.


88

- E 'n vece di mio numea me sia (disse)
questa mia destrao figlioe questo ferro
che tanti altri nemici ancor trafisse
ché sol fidando in mia virtú non erro:
e mal grado di stelle erranti e fisse
s'oggi questo crudel con l'asta afferro
tu mi sarai trofeo di nuove spoglie. -
Cosí parlandoogni sua forza accoglie.


89

E previen nel colpirma non impiaga
l'altro ch'arme ha dal ciel lucenti e ferme.
A lui non giova tempraod arte maga
ch'è giá feritoe pare a' colpi inerme.
A la man che s'innalza e fèra piaga
porta di novo a quelle membra inferme
sottentra il figlio e lor difende e guarda
e 'l nemico furor sostiene e tarda.


90

Mentre cede al nemico il re feroce
dal forte scudo del figliuol difeso
i barbari innalzando orribil voce
l'arme lanciâro in lui ch'è nulla offeso:
né di ferri né d'aste il furor nuoce
a que' doni celesti o 'l grave peso:
ei ne lo scudo si ricopre e serra
e la nube sostien d'orrida guerra.


91

Sí come allor che ruinosa a basso
la grandine dal ciel risuona e scende
e per fuggircon frettoloso passo
l'avaro zappator l'arme riprende:
fugge ogni altro da' campie d'alto sasso
nel curvo seno il peregrino attende
o' n ben securo albergoil caldo raggio
ch'il richiami al suo lungo aspro vïaggio:


92

cosí coperto è da quel nembo oscuro
e l'ire tutte e i colpi allor sostenta:
e 'l giovinech'incontro aver sí duro
non si credeaminacciaanzi spaventa:
- Dove ruinio di morir securo?
La tua virtute oltr' il poter s'avventa.
Falsa pietá ti sforza o pur t'inganna
nel punto estremo; e 'l troppo ardir condanna. -


93

Ma giá l'avara Parca il filo incide
di lui ch'il suo valor non tenne a freno;
e il ferro micidial fiammeggia e stride
sovra 'l dorato scudoe 'l coglie appieno:
e per mezzo il fanciullo apre e divide
insin che tutto a lui s'asconde in seno
e gli empie il grembo di purpureo sangue:
mesta l'alma abbandona il corpo esangue.


94

Ma 'l padre intanto in su le molli arene
dove il mar mormorando il lido bagna
s'appoggia al tronco e fermo in lui s'attiene
mentre il sangue a le piaghe asciuga e stagna.
Stan servi scelti intorno: altri gli tiene
lo scudo e l'elmo; ei del figliuol si lagna
egro anelante e sol di lui dimanda
genitor mesto; e messi e preghi ei manda.


95

Ma giá fuggirne a l'arenosa riva
vedea la sparsa e sbigottita gente;
e 'l gemito e 'l romor da lunge udiva
e il mal conobbe la presaga mente;
e quasi certo fu che piú non viva
il suo figliuolo oltre l'etá possente;
onde le palme e gli occhi al ciel rivolse
e 'n questa guisa anzi 'l morir si dolse:


96

- Tanto di viver dunque avea diletto
o figliosenza tech'io pur soffersi
ch'in mia vece esponessi al ferro il petto
e la mia prole al mio destino offersi?
Da queste piaghe tue salute aspetto
vivo per la tua morte? O cieli avversi!
Or l'esiglio è infeliceor giunto il colpo
è troppo addentro e 'l mio timor n'incolpo.


97

Ch'io piú tosto deveva al fèro strazio
espor la vita che miseria adduce
e servitute alfine: e pago e sazio
far lungo odio immortal d'infesto duce.
Or io cerco al morir piú lungo spazio?
Né lascio il mondo e l'odïosa luce?
Ma lascerolla- e grave intanto ed egro
chiede il destrieral duol conforme e negro.


98

E coperto de l'armein sella ei monta
e 'l precipita al corso e nulla ei teme:
e i fuggitivi in su quel lido affronta
che 'l giusto vincitor percote e preme.
Ferve in mezzo del cor lo sdegno e l'onta
e col lutto la rabbia è mista insieme
e da le furie l'agitato amore
e noto a se medesmo empio valore.


99

E con gran voce il gran Riccardo appella
tre voltee quel conobbe il fèro suono
e 'l minacciar di barbara favella
che rimbombò quasi terribil tuono:
- Faccia Chi muove il sole ed ogni stella
(s'anco di te mal vendicato io sono)
che fra noi nuova pugna or si cominci:
vántati poi se mi dispogli e vinci. -


100

Tanto sol disse; e con gran lancia infesta
impetüosamente incontra è corso
drizzando il colpo a la superba testa.
L'altro schivò l'incontro e 'l fiero corso;
e rivolto da quella parte a questa
il veloce destrier ch'è pronto al morso.
- Crudelissimo (dice)in qual periglio
vuoi spaventarmior che mi hai tolto il figlio?


101

Non pavento il morirnon pena o scempio
non Dio nel ciel che mi condanna a torto
e mi fa di miseria al mondo esempio.
Lasciach'io qui ritorno ad esser morto
e del mio sangue il mio difetto adempio;
ma questi doni anzi il morir ti porto. -
Tacque e 'l percosse; e 'l suo destrier rotando
parve in un largo giro andar volando.


102

E doppiati aspri colpiampie rivolte
lui che gli spinse il gran Circino addosso
colse nel fiancoe 'l circondò tre volte
e nulla ancor l'avea crollato o scosso.
Di strali e d'aste impetuose e folte
da lunge intanto il cavalier percosso
girò tre volte col robusto braccio
gran selva onde lo scudo è grave impaccio.


103

Poi che sí lungo indugio alfin gl'increbbe
e di tante percosse il duol sofferto
spronò forte il destrieroe l'ira accrebbe
sovra il nemicoomai presago e certo
del suo destino; e 'n guisa a ferir l'ebbe
che la spada gli entrò nel petto aperto:
né 'l suo Circin fe' men terribil opra
anzi il nero Tigrin gittò sossopra.


104

Cadde il cavallo; e 'l cavalier trafitto
sotto oppresso giacea languendo a forza.
Sovra Riccardo il suo crudel despitto
inasprò in lui che non si leva o sforza:
- Dove (dicendo) è Solimano invitto?
e quella del suo core orribil forza?-
Quegli a l'incontro appena a sé ritrasse
lo spirtoe come vita omai sdegnasse:


105

- Che rimproveri a menemico acerbo?
quasi la morte sia vergogna o scorno.
Nulla colpa è il morire; e non riserbo
questa misera vita ad altro giorno.
Né tu del sangue giovinil superbo
altra co 'l mio figliuoldi spoglie adorno
pietá qui patteggiasti;- e piú non disse;
ma 'l colpo attese ond'altri il cor trafisse.


106

Poi ch'il soldán ch'in perigliosa guerra
quasi novello Anteocadde e risorse
alfin calcò la sanguinosa terra;
di lingua in lingua un alto suon trascorse:
e Fortuna che varia e 'nstabil erra
non tenne la vittoria alata in forse:
che ne l'insegne trïonfali e grandi
spiegò Napoli antica a' suoi Normandi.


107

Siccome in Medoacoo 'n Mincioo 'n Sorga
l'acqua chiusa talor s'avanza e cresce
e 'nsino al sommo in poco spazio ingorga
poi ne l'aperte vie si spande ed esce;
alfin precipitando al mare sgorga
o 'n maggior fiume si disperde e mesce:
cosí correan con spaventoso grido
rotto il ritegnoi Turchi al salso lido.


108

De la gente crudel che sparsa or fugge
tante sono le strida e gli urli e 'l lutto
ch'a pena s'ode il march'irato mugge
e dianzi udissi rimbombar per tutto:
e quel furor che la persegue e strugge
cangia in sanguigno il piú canuto flutto:
né d'acquama di sangue omai correnti
van per la negra arena ampi torrenti.


109

Né sola ingombra l'arenosa sponda
la turba che non fa guerra o contrasto;
ma dal timor cacciataentra ne l'onda
portando a' pesci il sanguinoso pasto.
Parte fugge a le navialtri s'affonda:
rari veggonsi a nuoto in gorgo vasto.
Gli caccia il gran Riccardo e batte a tergo
in quel de' venti procelloso albergo.


110

E par ch'un turbo in mezzo a l'acque il porti
tanto è leve il destrier nel corso ondoso:
e quasi tomba fa d'orride morti
del mar l'umido letto e 'l fondo erboso.
E qual fuggono i pesci a' quieti porti
da gran delfin che turba il lor riposo
e divora di lor qualunque ei prenda
tal qui par ch'al suo scampo ogni altro intenda.


111

Pieno era il mar di corredate navi
che fûro accolte incontra a' duci nostri
e di macchine ancora armate e gravi
dove tra remi e tra pungenti rostri
moriano appresi a quelle eccelse travi
cadendo in preda a gli affamati mostri;
e di vele e di remi e di governo
ei le disarma e prende i venti a scherno.


112

Ma par che la Fortuna omai si sdegni
ch'un cavaliero in mezzo al mar sonante
ardisca trionfar de' salsi regni
e del felice ardir si glorii e vante
e tragga a' curvi lidi i curvi legni
che varie prede avean raccolte avante
fra le foci del Nilo e di Scamandro
correndo da Canopo infino Antandro.


113

E 'l gran vento african con grande orgoglio
innalza l'onde minacciando a destra;
e percotendo pur di scoglio in scoglio
le rompee mugge ne la riva alpestra.
Gli altri han lunge da lui tèma e cordoglio:
ei non allenta la feroce destra;
ma i legni sforza e la nemica turba
incontra lei e 'l mare e 'l ciel perturba.


114

E 'ntanto avvien che gli sollevi ed erga
d'onde sanguigne incontra un alto monte;
e gli ricopra omainon pur asperga
l'elmo e la chioma e l'animosa fronte;
ma non sí ch'il destriero o lui sommerga.
Né il forte Orazio giáspezzato il ponte
tal fu nel Tebroo 'n mezzo 'l Xanto Achille
con l'aiuto di fiamme e di faville.


115

Né i glorïosi che passâro a Colco
o gli altri presso Troia o 'ntorno a Tebe
che fêr su i corpi estinti il fèro solco
e di sangue inondâr l'orride glebe:
né l'opre di nocchiero o di bifolco
onde convien ch'agogni errante plebe
diêr tanta maraviglia al secol prisco
quanta il guerrier nel tempestoso risco.


116

Ma 'l buon Tancredi da non grave piaga
impeditonon cessaanzi combatte:
e Sifante e Sonar a morte impiaga
ArimeoLuscoArdingo ancisi abbatte:
e Cirnoe Sirlon che d'arte maga
fu mastro; e l'alme insin da' corpi ha tratte:
e con la spada che fiammeggia e flagra
di sangue impingua adusta terra e magra.


117

Seco Aristolfoe seco Eustachio intanto
seguon le turbe invêr l'eccelse tende
dove insieme si mesce il sangue e 'l pianto
e 'l suon de l'alte voci al cielo ascende.
Ma nessun piú de gli empi o gloria o vanto
cerca d'invitta morteo si difende;
e come non vi sia rifugio o schermo
ferma è la fuga e lor destino è fermo.


118

E riverenti in attoil ferro ignudo
chinâro a terra e la smarrita faccia;
non osando innalzar asta né scudo
contra morte che segue e lor minaccia:
e morianquasi belve in fèro ludo
cinte d'intornoo 'n sanguinosa caccia:
ma di lor toglie molti a morte acerba
ed al trïonfo l'umiltá riserba.


119

E quinci i nostri a depredar conversi
ricchi vasi rapian d'argento e d'auro;
arme e spoglie d'EgiziAssiri e Persi
d'aspre fatiche alfin premio e ristauro:
e i cari arnesi fûr di sangue aspersi
e 'n gran tempo macchiato ampio tesauro
ch'ivi Emireno avea raccolto insieme
sin da le parti d'Orïente estreme.


120

Ed egli innanzi a la guardata porta
d'Ascalona s'è fermo: indi rimira
d'innumerabil turba e sparsa e morta
e de' suoi propri danni ancor sospira.
E con la faccia dispettosa e torta
guardando il cielfreme di sdegno e d'ira;
e 'l suo falso profeta e 'l fato incolpa
come il suo perder sia celeste colpa.


121

- Ov'è la tua virtú ch'indarno io chieggio?
e quella de gli dèi che tanto ponno?
fra' quali hai presso Dio diadema e seggio
dator di nuove leggie ducee donno
de l'Orïente? E pur di male in peggio
cader ci lasci? E dormi un lungo sonno?
né de' popoli tuoi servi e distrutti
t'hanno anco desto l'alte strida e i lutti?


122

Le ruine non miri? e questo giorno
quasi fatale? e l'onor tuo cadente?
E perch'arroge al vergognoso scorno
questo ne fa la vil despetta gente
ch'umileinerme e peregrinaintorno
a noi cibo e pietá chiedea sovente?
or minaccialasciato il lordo sacco
gli alti regni d'Egitto e di Baldacco?


123

E di nostra pietá che giá sí pronta
a lei sovvenneè ingiusto premio e fèro
l'orrida mortee 'l vil servaggio e l'onta
e la ruina d'uno e d'altro impero?
Deh qual miracol mai si scrive o conta
come questo ch'abbiam presente e vero?
che l'agnello è mutato in lupo e 'n angue
ed in fèro leon che sugge il sangue?


124

Gli angeli che l'Eufrate aggrava al fondo
han forse sciolte le catene e rotte
e i mostri suoi dal cieco orror profondo
armati or manda la tartarea notte.
Aperti son gli abissi e guasto il mondo
le nostre genti a duro fin condotte
fra mille strazi e scorni: e tu sí tardi
la tua vergogna e 'l nostro mal riguardi?


125

Tante gentitant'arme insieme accolsi
tanti duci e guerrier famosi in guerra;
tant'argentotant'oroor diedior tolsi
tratto di lá dove s'aduna e serra;
e sossopra de l'Asia i regni volsi
insino a Battro e l'africana terra
sol per tua gloria e de l'amata legge
e di lui ch'in tuo nome impera e regge:


126

e tu mi lasci a chi m'ancida e prenda
schernito ed egro? E pur ne' tempi sacri
non ha tomba Gesú ch'alto risplenda
fra tanti doni d'oro e simulacri.
Or chi piú fia ch'in tua meschita accenda
arabi odori? o statue erga o consacri
come io gi feci? e l'error mio ricordo
idol bugiardoe cieco nume e sordo. -


127

Cosí diceva; e con pensiero incerto
or mirava l'areneor l'onde amare;
e tutto il lido omai vedea coperto
d'estinti corpi e sanguinoso il mare;
né sa come ricovri in gran deserto
o per l'onde si fugga: e 'ntanto appare
Goffredo a lui come orrida tenèbra:
ei dal fato non ha scampo e latebra.


128

Contra il temuto duce il destrier punge;
e 'l timor cangia in piú rabbioso sdegno;
e mostra ov'egli passaov'egli aggiunge
di valor disperato orribil segno:
e grida (poi che 'l suo refugio è lunge):
- Ecco per le tue mani a morir vegno:
ma tenterò ne la caduta estrema
che la ruina mia ti colga e prema. -


129

Cosí disse Emireno; e 'n forte punto
mossee ferir gli parve alta colonna.
Egli a l'incontro da gran colpo aggiunto
onde stordisce e 'n su l'arcione assonna
poscia è trafitto; e 'l suo mortal disgiunto
da l'alma che gli fu consorte e donna
in terra cadde: e di partir s'afflige
l'altra ch'è ratta a la profonda Stige.


130

Morto il fiero Emirenoappena or resta
chi narri il caso di quel duce estinto;
onde Goffredo dal seguir s'arresta
ch'Altamor vede a piè di sangue tinto
con mezza spada e con mezzo elmo in testa
da cento lance ripercosso e cinto.
- Renditi (grida a lui)ch'io son Goffredo. -
Risponde quegli: - A te mi rendo e credo.


131

Me l'oro del mio regno e care gemme
ricompreran de la diletta moglie. -
Soggiunse a lui Goffredo: - Il ciel non dièmme
animo tal che di tesor m'invoglie:
ciò che verrá da l'indiche maremme
abbiti puree ciò che Persia accoglie;
ché de la vita altrui prezzo non cerco.
Guerreggio in Asia e non vi cambioo merco. -


132

Cosí vinse Goffredo: e 'n cielointento
a mirar la vittoriaè fermo il sole.
E poi nel giro suo piú tardo e lento
non par ch'ad altra gente indi sen vole.
È giá tranquillo il marsereno il vento
l'aria piú chiara assai ch'ella non suole:
tanto col vincitore il ciel s'allegra
e la naturadianzi afflitta ed egra.


133

Al mar sanguigno il glorïoso duce
ed al funesto campo omai le spalle
rivolge e parte; e con l'istessa luce
trapassa il fiume e la frondosa valle:
e le sue invitte squadre anco riduce
(né la scorta del ciel gl'inganna o falle)
anzi tanto del giorno è lor rimaso
ch'entrâro in Capitolia anzi l'occaso.


134

Quasi in trionfo par che spieghi e mostri
il vincitor de l'onorate imprese
e disarmati i carri e gl'indi mostri
e l'alte insegne giá squarciate e prese:
e con macchine eccelseantenne e rostri
ed auree spogliee vario e ricco arnese:
e vòte le faretree rotti gli archi
e di ferro i prigioni avvinti e carchi.


135

PersiAssiriEtiòpi ed Indi appresso
presi n'andâr con vergognose fronti
e 'l re gia sí famosoor sí dimesso
fra gli altri in guerra piú famosi e conti.
Coronati di palma e di cipresso
cantano il vincitore i colli e i monti:
né valle intorno v'ha che non rimbombe
di sacre squille e di canore trombe.


136

Cosí gli accoglie la cittá terrena
la cittá che lor serba e pace e regno;
regno e pace ch'il cielo ha piú serena:
e 'l ciel gli aspettafuor d'ira e di sdegno.
Per l'alta via ch'è giá calcata e piena
d'umil plebe sottratta al giogo indegno
al gran Sepolcro va la nobil pompa
senza nemico che la tardi e rompa.


137

Dove Sionpendendo al lucid'òrto
copre ritonda mole a' primi raggi
giacque il gran Rech'in croce affisso e morto
trionfò de la morte e de gli oltraggi.
Qui venerâr la tombaond'ei risorto
poscia a' suoi fidi apparve alti messaggi.
E 'l ducedi pietá sublime esempio
donò le spoglie e sciolse i voti al tempio.



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