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Giorgio Cicogna

 

H R N

 

     La notte azzurra era sul finire; la giallanon ancora prevalsacolorava l’orizzonte presso il segno della Chimeraconun chiarore diffuso che invadeva il cielo a poco a pocogiocando d’iridi conle nubi altissime e radeimmobili nella remota sfera degli aloni.
     I basalti i quarzi gli schisti lampeggiavano nelsilenzio immenso della montagna.
     Stormi nereggianti si levavano a trattiframmettendo al sibilo delle membrane l’urlo lugubresimile ad un singhiozzocon cui salutavanoad ogni ritornoil satellite giallo testimone del lororisveglio e delle loro incursioni.
     Calavano vertiginosi sulla pianuradai picchidesertiformidabili d’impeto e d’ardimentoper la caccia breve e terribiledella notte gialla.
     Hrn lo sapeva e vigilava. Incastrato nella rocciaravvolto nelle squame dure della pelle che lo cingeva a protezionepremeva contutto il suo peso sui due orli del crepaccioper non scivolaree attendeva.Passato il pericolosarebbe risalitosuverso l’osservatorio.
     Quando fu in sommogettò la pelle e si fermòbeato. Sentiva l’aria penetrarglivaso per vasoin tutte le fibreleggera evivificante. In altonella fosforescenza d’oro di mille aloni concentricilaluna trionfava con bagliori di topazio.
     La montagna era ormai una tempesta di splendorigettati alla rinfusa sullo sfondo lontano e nebbioso della pianura. Basso erotondo l’osservatorio gli stava vicino. Entrò. L’oscurità più profondacustodiva i minuscoli e perfetti apparecchi con cui egli violava i segreti deimondi.
     Si muoveva nel buio rumoreesatto e precisointento ad un misterioso lavorìo di osservazioni; e guardava le stelle. Nonguardavaanzi. Le immagini degli astri gli giungevanodagli strumentidirettamente alla coscienzafuor del tramite dei sensi; comunicavanosolinebuloseuniversiper vie a noi ignotecon l’essenza stessa della sua vita.Ed egliHrnpensava.
     Nella vastità infinita dell’esistentenellavarietà senza limiti delle viteuna sola energiauna sola immagine attiva edoperante della divinitàaccomuna i grandi e gl’infimigli arcangeli e gliembrioni: il pensiero. Nato dallo stesso fervore di vitalitàrivolto allamedesima mètastrumento d’ogni divenireutensile che la creatura stessainconsapevolmente si forgia quando la sua legge la spinge ad uscire dal grigiodegl’istinti per inoltrarsi lungo le vie della conoscenzail pensierolavorava anche lassùtra lo sfioccar delle nervature e l’intreccio dei vasiin quello che noi avremmo chiamato il cervelloo quasidi Hrn. Anch’egli Hrnpensava; e si volgevadal mondo dei tre satellitinella notte gialla esilenziosaall’al di là; oltre i confini della sua coscienzadove la suasapienza ammutoliva; e popolava l’oscurità d’immagini palpitanti e vivecome se la forza del suo desiderio avesse potuto recargli l’ignoto sottol’angusta volta della cupolae stracciarne il velo e offrirglielo.


     Un mondouna stella giallastradall’infinitadistanza degli spazilo chiamava: il Sole; il nostro Solel’unico Sole chegli aveva potuto mostrare il gregge intero dei suoi pianeti. E di questisoltanto di questifra i miliardi di fratelli popolanti gli universiegliaveva potutoper la posizione del suo osservatoriopenetrare i segreti.
NettunoUranoGioveMartela Terra. Le radiazioni prepotenti del Soleeclissavano il tremolio scintillante degli altriinferiori. La TerraultimaThulenel pensiero di Hrninfocata e riarsa da torrenti di luce e di caloreaottocento diametri di distanza da quella stella che Hrn calcolava otto volte piùcalda di Alahàbis -- il "suo" sole -- roteava senza posa. Esserifavolosi l’abitavano. Forseper il gran calorecatafratti di incombustibiliscorze. Forseper la giovinezza dell’astrosimili a quei mostri che laleggenda diceva scesi dal satellite azzurronelle migrazioni pre-vulcanichedell’antistoria. E il sogno della sua vitadei primi secoli della sua vita giàsul declinaresi riaffacciava alla sua fantasia; il gran sogno orgoglioso percui s’era macerato tanto a lungo nelle viscere del pianetalaggiùlungo itrafori interminabili che conducevano ai sotterranei della sapienza. Il sognoche forse la generazione successiva avrebbe salutato realtà: uscirebalzarfuori dalla sfera dei ventidalla sfera degli alonilasciare il regno di Alahàbisl’ammasso di cui esso era partee sopire la vita per ridestarla laggiùvicino a quell’altro solevicino a quegli altri pianeti... Non mancava che unanello alla gran catena; l’artificio per il risveglio. E aveva arenato persecoli i sapientilimitando le esplorazioni entro gli angusti confini dellavita: setteottocento anni. Al di là non si poteva andare. Per arrivare sullaTerra ne sarebbero occorsi sessantamila. Ed eccodall’ombra profonda ilfremito di una cosa viva correr tra gli ordegni precisiriempire la cavitàdisperdersi per il labirinto dei trafori e dei cunicoli che s’insinuavano nelmonte; la presenza d’un alto essere nascostospossato dallo sforzo delladissimulazionerivelarsi in un incontenibile sussulto.
     Nell’oscurità assoluta Hrn percepìl’intruso.
     Un Dàvisun nemicouno della razza implacabileostilecontro cui egli e la sua stirpe combattevano già da secoli. Com’erasalito lassù? Come aveva potuto rintanarsi nell’osservatorioproprio nelmomento in cui la montagnaper il mutar delle luneera più inaccessibileegli stormi dei rapaci calavano dalle vetteingordi di preda? Pensò per unattimo che avesse portato con sé il fiore agghiacciantea cui nessun viventeresiste; ed ebbe un lampo di paura. Ma no. L’intruso era inerme e si sentivaormai perduto. Il ritmo del suo fremito si faceva grosso ed irregolaresimileal crosciar d’una fiamma percossa dal vento. Era suo. Allora Hrn cautamentes’accostò al più piccolo degli apparati che intercettavano i raggi degliastri infinitamente lontani; e converse in offesa la teoria dei sottili artificie dei congegni di osservazione. Cosìcome era stato preparato tanto tempoinnanziprima che la guerra si fosse scatenata fra i Dàvis e la sua genteperla prima volta l’osservatorio si tramutò in fortilizio. Ma non toccò igrandi apparecchicapaci di rigettare per le rupi un esercito; né le armimortali; voleva il nemico vivo; vivo e impotentevivo e vinto per sempreincapace di muoversidi agiredi reagiresconfitto per tutto il resto dellavita nella disperazione. Eraggiuntoloafferratoloimmobilizzatologli serròcon tutta la sua forza i néssi fatali. L’altroconscio della sua sortesidibatteva sotto la strettalanciando forsennatamente da ogni interstizio fracellula e cellula fiotti d’aria gelida; e la lottanella cavità aerea delmontetra lo sventagliar delle membrane e lo sfrustar delle fibretra glischiocchi e gli sbattimentipareva una battaglia d’aquile. Poi Hrn potèliberarsi un artoe con un tocco leggero sull’ordigno che aveva accantofulminarlo.
     Il Dàvisorrendotrasfiguratoannaspòl’aria simile ad un drago creato per atterrire; e la disperazione che gliattanagliava lo spirito cercavafolleun varco nel piantonell’iranellamorte. Ma tutto era finito; il destino si compiva; nullaal mondomai piùavrebbe potuto salvarlo dalla dannazione che Hrn gli aveva inflitta. Avrebbecompreso per secolicon spaventevole luciditàtutto quel che gli avvenivaintornoma la coscienza intatta non avrebbe saputomai piùdare di séall’esternoaltro segno che non fosse di delirio. Finito per gli altrifinito per le coseavrebbe portato con sésino alla fineil martirio senzasoccorso. Neppure avrebbe potutocome di tutticome fino dei più umili e deipiù miserabili era dirittodarsinel giorno della gran chiamatala morte.
     Avrebbe dovuto attendererudere inutile espasimanteche la dissoluzione si compisse.


     E Hrnàlacre e leggeroincurante della vittimariprese il lavoro interrotto. Solipianeti la Terra. Ultima Thulela Terra.Dove forse esseri favolosi. Ma no. Forse sulla Terranel torrido climal’evoluzione s’era compiuta più rapidamente; e gli abitatori di essachisa? più saggi e progrediticonoscevano i segreti ch’egli perseguiva. Laguerraogni guerralaggiùdoveva essere scomparsa da un pezzo.