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I LIBRI DELLA FAMIGLIA

Di: Leon BattistaAlberti

 

PROLOGO

Repetendo a memoria quanto per le antique istorie e per ricordanza de' nostrivecchi insiemee quanto potemmo a' nostri giorni come altrove cosÝ in Italiavedere non poche famiglie solere felicissime essere e gloriosissimele qualiora sono mancate e spentesolea spesso fra me maravigliarmi e dolermi se tantovalesse contro agli uomini la fortuna essere iniqua e malignae se cosÝ a leifosse con volubilitÓ e temeritÓ sua licito famiglie ben copiose d'uominivirtuosissimiabundante delle preziose e care cose e desiderate da' mortaliornate di molta dignitÓfamalaudeautoritate e graziadismetterle d'ognifelicitÓporle in povertÓsolitudine e miseriae da molto numero de' padriridurle a pochissimi nepotie da ismisurate ricchezze in summa necessitÓe dachiarissimo splendore di gloria somergerle in tanta calamitÓaverle abiettegittate in tenebre e tempestose avversitÓ. Ah! quante si veggono oggi famigliecadute e ruinate! NÚ sarebbe da annumerare o racontare quali e quante sianosimili a' FabiiDeciiDrusiiGracchi e Marcellie agli altri nobilissimi apogli antichicosÝ nella nostra terra assai state per lo ben publico a mantenerla libertÓa conservare l'autoritÓ e dignitÓ della patria in pace e inguerramodestissimeprudentissimefortissime famigliee tali che dagl'inimicierano temutee dagli amici sentiano sÚ essere amate e reverite. Delle qualitutte famiglie non solo la magnificenza e amplitudinema gli uomininÚ sologli uomini sono scemati e disminuitima pi˙ el nome stessola memoria diloroogni ricordo quasi in tutto si truova casso e anullato. Onde non sanzacagione a me sempre parse da voler conoscere se mai tanto nelle cose umane possala fortunae se a lei sia questa superchia licenza concessacon suainstabilitÓ e inconstanza porre in ruina le grandissime e prestantissimefamiglie. Alla qual cosa ove io sanza pendere in alcuna altra affezionescioltoe libero d'ogni passion d'animo pensoe ove fra me stessio giovani Albertirimiro la nostra famiglia Alberta a quante avversitÓ giÓ tanto tempo confortissimo animo abbia ostatoe con quanta interissima ragione e consiglioabbino e' nostri Alberti saputo discacciare e con ferma constanza sostenere inostri acerbi casi e' furiosi impeti de' nostri iniqui fatida molti veggo lafortuna pi˙ volte essere sanza vera cagione inculpatae scorgo molti per lorostultizia scorsi ne' casi sinistribiasimarsi della fortuna e dolersi d'essereagitati da quelle fluttuosissime sue undenelle quali stolti sÚ stessiprecipitorono. E cosÝ molti inetti de' suoi errati dicono altrui forza furnecagione. Ma se alcuno con diligenza qui vorrÓ investigare qual cosa moltoestolla e accresca le famigliequal anche le mantenga in sublime grado d'onoree di felicitÓcostui apertamente vederÓ gli uomini le pi˙ volte aversid'ogni suo bene cagione e d'ogni suo malenÚ certo ad alcuna cosa tantoattribuirÓ imperioche mai giudichi ad acquistare laudeamplitudine e famanon pi˙ valere la virt˙ che la fortuna. Veroe cerchisi le republiceponghisi mente a tutti e' passati principati: troverassi che ad acquistare emultiplicaremantenere e conservare la maiestate e gloria giÓ conseguitainalcuna mai pi˙ valse la fortuna che le buone e sante discipline del vivere. Echi dubita? Le giuste leggie' virtuosi princÝpie' prudenti consiglie'forti e constanti fattil'amore verso la patriala fedela diligenzalegastigatissime e lodatissime osservanze de' cittadini sempre poterono o senzafortuna guadagnare e apprendere famao colla fortuna molto estendersi epropagarsi a gloriae sÚ stessi molto commendarsi alla posteritÓ e allaimmortalitÓ. Co' Macedoni fu seconda la fortuna e prospera quanto tempo in lorostette l'uso dell'armi coniunto con amor di virt˙ e studio di laude. Verodoppo la morte d'Allessandro Grandesubito ch'e' prÝncipi macedonicominciarono ciascuno a procurare e' suoi propri benie aversi solliciti non alpublico imperioma curiosi a' privati regnifra loro subito nacquerodiscordiee fra essi cuocentissime fiamme d'odio s'incesoroe arsero e' loroanimi di face di cupiditate e furoreora d'ingiuriaremo di vendicarsi: equelle medesime armi e mani trionfalile quali aveano occupato e suggette lalibertÓ e forze d'innumerabili populile quali aveano compreso tanto imperiocolle quali giÓ era il nome e fama de' Macedoni per tutto el mondocelebratissimaqueste armi medesime invittissimesottoposte a' privatiappetiti di pochi rimasi ereditarii tirannifurono quelle le quali discissero edisperderono ogni loro leggeogni loro equitÓ e bontÓe persegorono ogninervo delle sue prima temute forze. CosÝ adunque finirono non la fortunamaloro stultizia e' Macedoni la conseguita sua felicitÓe trovoronsi in pocotempo senza imperio e senza gloria. Ebbe ancora seco la Grecia vittoriagloriae imperiomentre ch'ella fu affezionata e officiosa non meno a reggereregolare e contenere gli animi de' suoi cittadiniche in adornar sÚ condelizie e sopra dell'altre con pompa nobilitarsi. E della nostra Italia non Ŕegli manifesto el simile? Mentre che da noi furono le ottime e santissime nostrevetustissime discipline osservatementre che noi fummo studiosi porgere noisimili a' nostri maggiori e con virt˙ demmo opera di vincere le lode de'passatie mentre ch'e' nostri essistimorono ogni loro operaindustria e artee al tutto ogni sua cosa essere debita e obligata alla patriaal ben publicoallo emolumento e utilitÓ di tutti e' cittadinimentre che si esponeval'avereil sanguela vitaper mantenere l'autoritÓmaiestate e gloria delnome latinotrovoss'egli alcun popolofu egli nazione alcuna barbaraferocissimala quale non temesse e ubidisse nostri editti e legge? Quelloimperio maraviglioso sanza terminiquel dominio di tutte le genti con nostrelatine forze acquistatocon nostra industria ottenutocon nostre armi latineamplificatodirass'egli ci fusse largito dalla fortuna? Quel che a noi vendic˛la nostra virt˙confesseremo noi esserne alla fortuna obligati? La prudenza emoderanza di Fabioquello uno uomoel quale indugiando e supersedendorestituÝ la quasi caduta latina libertÓla giustizia di Torquato qual perosservare la militare disciplina non perdon˛ al suo figliuolola continenza diquelloel quale contento nella agriculturapi˙ stim˛ la onestÓ che ognicopia d'aurola severitÓ di Fabriziola parsimonia di Catonela fermezza diOrazio Coclesla sofferenza di Muziola fede e religione di Regololaaffezione inverso la patria di Curzioe l'altre essimieprestantissime eincredibili virt˙le quali tutte furono celebratissime e illustrissime apo gliantichie colle quali virt˙ non meno che col ferro e colla forza dellebattagliee' nostri ottimi passati Itali debellorono e sottoaverono tutte legenti in qualunque regione barbaresuperbecontumace e nimiche alla libertÓfama e nome latinoquelle tutte divine virt˙ ascriverelle noi alla fortuna? Lagiudicaremo noi tutrice de' costumimoderatrice delle osservanze e santissimepatrie nostre consuetudini? Statuiremo noi in la temeritÓ della fortunal'imperioquale e' maggiori nostri pi˙ con virt˙ che con ventura edificorono?Stimeremo noi suggetto alla volubilitÓ e alla volontÓ della fortuna quel chegli uomini con maturissimo consigliocon fortissime e strenuissime opere a sÚprescrivono? E come diremo noi la fortuna con sue ambiguitÓ e inconstanzepotere disperdere e dissipare quel che noi vorremo sia pi˙ sotto nostra cura eragione che sotto altrui temeritÓ? Come confesseremo noi non essere pi˙ nostroche della fortuna quel che noi con sollicitudine e diligenza delibereremomantenere e conservare? Non Ŕ potere della fortunanon Ŕcome alcunisciocchi credonocosÝ facile vincere chi non voglia essere vinto. Tiene giocola fortuna solo a chi se gli sottomette. E in quanti modi si vide con ogni suapossa e malizia a Cannea Trebiaa Trasimenefra le Gallienelle Ispanie ein altri luoghinon con minor odio e ira ch'e' crudelissimi e immanissimiinimicila fortuna contro gli esserciti latini travagliarsi e combattere e inmolti modi affaticarsi per opprimere e abbattere l'imperio e la gloria nostra etutta Italiala qual con assidui e innumerabili triunfi di dÝ in dÝmaravigliosa cresceva! E chi mai racontasse come spesso e in che modi contro anoia que' tempi e poila fortuna istessa ci fusse iniqua e infestasollevando ad invidia populiprÝncipinazionie a tutto il mondoperseminando avverso di noi odio e malivolenza? NÚ lei pur valse mai con alcunasua furia o bestiale alcuno impeto frangere gli animi di que' buoni patriziisenatori latinie' qualivincendo e soperchiando ogni avversitÓdomorono eoppressorono tutte le genti superbee tutto in provincie el mondo ridusseroepersino fuori delli ambiti e circuiti della terra affissero e' termini delloincredibile nostro latino imperio. Poterono adunque gli avoli nostri latini iviopporsi e sostenere ogni inimico impetoove per niuna sinistra fortuna quellianimi virilissimiquelle menti divinerestorono di volerecome volendopoterono e potendo saperonograndirsi e augumentarsi trionfando. Si fu la loroimmensa gloria spesso dalla invidiosa fortuna interruttanon per˛ fu denegataalla virt˙; nÚ mentre che giudicorono l'opere virtuose insieme colle buonepatrie discipline essere ornamento ed eterna fortezza dello imperioall'ultimomai con loro sequÝ la fortuna se non facile e seconda. E quanto tempo in loroquegli animi elevati e divinique' consigli gravi e maturissimiquella fedeinterissima e fermissima verso la patria fiorivae quanto tempo ancora in loropi˙ valse l'amore delle publice cose che delle privatepi˙ la volontÓ dellapatria che le proprie cupiditatitanto sempre con loro fu imperiogloria eanche fortuna. Ma subito che la libidine del tiranneggiare e i singulari commodile ingiuste voglie in Italia pi˙ poterono che le buone legge e santissimeconsuete disciplinesubito cominci˛ lo imperio latino a debilitarsi e inanirea perdere la graziadecore e tutte le sue pristine forzee videsi offuscata eoccecata la divina gloria latinaquale persino fuori dello Occeano primarisplendea per tutto e collustrava. E tuItalia nobilissimacapo e arce ditutto l'universo mondomentre che tu fusti unitaunanime e concorde amantenere virt˙a conseguir laudead ampliarti gloriamentre che tuo studioe arte fu debellar e' superbi ed essere umanissima e iustissima co' tuoisudditie mentre che tu sapesti con animo rilevato e dritto sostenere qualunqueimpetuosa avversitÓe riputasti non minor lode in ogni ardua e laboriosa cosavincere sofferendo che evitarla schifandoe quanto tempo gl'inimici virt˙gliamici fedee' vinti misericordia in te essere conobberotanto tempo allorapotesti contro alla fortuna e sopra di tutti e' mortalie potesti in tutte l'universenazioni immettere tue santissime leggi e magistratie persino al termine degliIndii a te fu permesso constituire fulgentissimi insigni della tua inestimabilee divina meritata gloriae per le tue prestantissime virt˙pe' tuoimagnificentissimivalidissimi e fortissimi animi fusti pari agli dii riveritaamata e temuta. Ora poi con tue discordie e civili dissensioni subitoincominciasti a cadere di tua antica maiestÓ subito le aree' templi e teatrituoi latiniquali soleano di giuochifeste e letizia vedersi pienie copertee carche di ostili essuvie e vittoriosi voti e lauree trionfalisubito questecominciorono essere piene di calamitÓ e miseriaasperse di lacrimecelebraticon merore e lamenti. E le barbare nazionile serve remotissime gentiqualisoleano al tuo venerando nomeItaliarimettere ogni superbiaogni iraetremaresubito queste tutte presero audacia di irrumpere in mezzo el tuo senosantissimoItaliasino ad incendere el nido e la propria antica sedia delloimperio de tutti li imperii. E orapoichÚ o l'altre nazioni se l'hanno pernostra negligenza e desidia usurpatoo poichÚ noi Latini abbiamo tanta a noidevuta gloria abandonata e derelittachi Ŕ che speri pi˙ mai recuperare elperduto nostro imperial scettroo che giudichi pi˙ mai riavere o rivedere lapurpura e diadema nel suo qui in Italia primevo sacratissimo e felicissimodomicilio e sediala qual giÓ tanto temponostro difetton'Ŕ rimasaspogliata e nuda? E chi adunque stimasse tanta incomparabile e maravigliosanostra amplitudine e gloria latina per altri che per noi medesimi essere dal suovero recettaculo e nido esterminata e perduta? Qual multitudine di genti maiarebbe potuto contro a chi tutto el mondo ubidiva? E chi avessi potutononvolendo nÚ lo permettendo noinon obbedirci? CosÝ adunque si pu˛ statuire lafortuna essere invalida e debolissima a rapirci qualunque nostra minima virt˙e dobbiamo giudicare la virt˙ sufficiente a conscendere e occupare ogni sublimeed eccelsa cosaamplissimi principatisuppreme laudeeterna fama e immortalgloria. E conviensi non dubitare che cosa qual si siaove tu la cerchi e aminon t'Ŕ pi˙ facile ad averla e ottenerla che la virt˙. Solo Ŕ sanza virt˙chi nolla vuole. E se cosÝ si conosce la virt˙costumi e opere virililequali tanto sono de' mortali quanto e' le voglionoi consigli ottimilaprudenzai forticonstanti e perseveranti animila ragioneordine e modolebuone arti e disciplinel'equitÓla iustiziala diligenza e cura delle coseadempieno e abracciano tanto imperioe contro l'insidiosa fortuna salgono inultimo suppremo grado e fastigio di gloria; o giovani Albertichi di voiperquesta quale spesso si vede volubilitÓ e inconstanza delle cose caduce efragilimai stimasse facile persuadermi che quelloel quale non pu˛ a'mortali essere vetato in modo che a loro arbitrio e volontÓ essi nolloapprendino e rendanselo suoquesto giÓ in possessione degli uomini riduttopossa non sanza grandissima difficultÓ a' diligenti e vigilanti possessoriessere suttrattoo a' virili e forti defensori rapito? Saremo adunque sempre diquesta opinionenella quale credo siate ancora voie' quali tutti sieteprudenti e saviche nelle cose civili e nel vivere degli uomini pi˙ di certostimeremo vaglia la ragion che la fortunapi˙ la prudenza che alcuno caso. NÚchi locasse nella virt˙ speranza manco che nelle cose fortuitemai parrebbe ame iudicarlo savio nÚ prudente. E chi conoscerÓ l'industriale buone artileconstanti operee' maturi consiglile oneste essercitazionile iustevolontÓle ragionevoli espettazioni prostendere e agrandireornaremanteneree difendere le republice e prÝncipie con questo ogni imperio surgeregloriosoe senza queste rimanere privato di tutta sua maiestate e onore; e chinoterÓ la desidiainerzialasciviaperfidiacupiditÓiniquitÓlibidinee crudezze d'animi e isfrenate affezioni degli uomini contaminaredirupare eprofondare quantunque ben altaben ferma e stabilita cosacostui credostimerÓ questo medesimo come a' principaticosÝ alle famiglie convenirsieconfesserÓ le famiglie rarissime cadere in infelicitÓ per altro che per solosua poca prudenza e diligenza. OndeperchÚ conosco questo cosÝ essereo pernon sapere nelle cose prospere frenarsi e contenersio per ancora non essereprudente e forte nelle avverse tempestati a sostenersi e reggersila fortunacon suoi immanissimi fluttiove sÚ stessi abandonanoinfrange e somerge lefamiglie; e perchÚ non dubito el buon governoe' solleciti e diligenti padridelle famigliele buone osservanzegli onestissimi costumil'umanitÓfacilitÓcivilitÓ rendono le famiglie amplissime e felicissimeper˛ miparse da investigare con ogni studio e diligenza quali ammonimenti siano al benordinare e amaestrare e' padri e tutta la famiglia utili per divenire all'ultimae supprema felicitÓe non avere per tempo alcuno a succumbere alla fortunainiqua e strana. E quanto m'Ŕ stato licito dall'altre mie faccende usurpareociotutto mi diletta averlo conferito a ricercare apresso gli antichiscrittori quali precetti essi abbino lasciati atti e commodi al beneonore eamplitudine delle famiglie; quali trovandogli essere molti e perfettissimierudimentiarbitra' lo nostro officio volerveli radunare e tutti insiemecongregarvegliacci˛ che avendogli noi qui in uno luogo racoltivoi con mancofatica abbiate da conoscerlie conoscendogli seguitarli. E credo iopoichÚvoi arete meco riveduto e' ditti e le autoritÓ di que' buoni antiquie notatigli ottimi costumi de' nostri passati Albertisarete in questa medesimasentenzae giudicarete in voi stessi come la virt˙ cosÝ stare ogni vostrafortuna. NÚ manco vi piacerÓ leggendomi vedere l'antiche maniere buone delvivere e costumi di casa nostra Albertache riconoscendo consigli e ricordidegli avoli nostri Alberti tutti essere necessarii e perfettissimicrederli esatisfarli. Voi vederete da loro in che modo si multiplichi la famigliacon chearti diventi fortunata e beatacon che ragioni s'acquisti graziabenivolenza eamistÓcon che discipline alla famiglia s'accresca e diffunda onorefama egloriae in che modi si commendi el nome delle famiglie a sempiterna laude eimmortalitÓ. NÚ per˛ sia chi reputi me sÝ arrogante ch'io vi proferiscatante singularissime cosecome se voi per vostro intelletto e prudenza da voinolle ben conoscessi; chÚ a me sempre fu chiaro e notissimoe per ingegno eper erudizione e per molto conoscimento d'infinite e lodatissime cosedi voiciascuno m'Ŕ molto superiore. Ma non forse per˛ questa mia volontÓ sarÓindarnocolla quale giÓ pi˙ e pi˙ giorni mi sono affaticato in questo modoessere utile pi˙ a que' pi˙ giovani che verranno che a voia' quali potreipoco insegnare e meno ricordare cosa la quale non vi sappiate e meglio di metutto conosciate. Ma pure stimo l'avermi affaticato apresso di voi non poco migioverÓimperochÚ dovesecondo ch'io cercoalla nostra Alberta famigliaquesta nostra opera non fusse come sarÓ utilepure a me fia gran premio una eun'altra volta essere da voi letto; anzi me lo riputer˛ a grandissimaremunerazionemassime ove voi piglierete da me quello ch'io sopratuttodesiderotutte le mia volontÓogni mia espettazione non altro cercare se nondi rendermivi oveunque io possapi˙ grato molto pi˙ e accetto. E cosÝ m'hoindutto a me stessi nell'animo non potervi Battista se non piacerepoichÚ inquel poco a me sia possibilein questo tutto m'ingegno e sforzo darmivi di dÝin dÝ migliorea voi pi˙ utile e viepi˙ caro. E sarammi veementissimacagione ad incitarmi con assai pi˙ ardentissimo studiocon molte pi˙ lunghevigiliecon viepi˙ assidua cura in qualche altra pi˙ culta e pi˙ elimataopera satisfare a' giudicii ed espettazioni vostre. E questoverose io vedr˛che voi pregiatecome stimo assai quanto dovete pregiaretegli amonimenti de'nostri passati Albertie' quali vederete essere ottimi e degni di memoriae seme qui stimarete qual sono cupidissimo della vera laude e ferma essaltazionedella nostra famiglia Albertala quale sempre merit˛ essere pregiata eonoratae per cui ogni mio studioogni mia industriaogni pensieroanimo evolontÓ ebbi sempre e ar˛ a suo nome dedicato. NÚ mai quanto sia arte in me eforzamainÚ a faticanÚ a sudorenÚ a me stessi perdoner˛ per farequalunque cosa resulti in bene e utile della famiglia Albertae tanto conmaggior volontÓcon pi˙ lieto animocon pi˙ assidua diligenzaquandoveder˛ l'opere mie sieno a voi grate. E cosÝ prego anche voi giovani Albertimecocome fatefacciate; proccurate el beneaccrescete lo onoreamplificatela fama di casa nostrae ascoltate a quello e' passati nostri Albertiuoministudiosissimilitteratissimicivilissimigiudicavano verso la famigliadoversie ramentavano si facesse. Leggetemi e amatemi.

LIBRO PRIMO

LIBER PRIMUS FAMILIE: DE OFFICIO SENUM ERGA IUVENES ET MINORUM ERGAMAIORES ET DE EDUCANDIS LIBERIS

Mentre che Lorenzo Alberto nostro padre giaceva in Padua grave diquella ultima infermitÓ che ce lo tolse di vitapi˙ dÝ avevagrandemente desiderato vedere Ricciardo Alberto suo fratellodel qualesentendo che subito sarebbe a visitarlone prese grandissimo conforto eoltre all'usato si lev˛ cosÝ in sul letto a sedere monstrando in moltimodi esserne assai lieto. Noi ch'eravamo al continuo pressogliinsiemepigliammo conforto del piacere suoed eraci allegrezza cosÝ avere dondericevere buona speranza qual parea ci fusse portavedendo Lorenzo pi˙che l'usato rilevato. Ivi era Adovardo e Lionardo Albertiuominiumanissimi e molto discretia' quali Lorenzo quasi in simili paroledisse:

- Non vi potrei con parole monstrare quanto io desideri vedereRicciardo Alberto nostro fratellosÝ per compor seco alcune utilitatialla famiglia nostrasÝ ancora per raccomandargli questi due mieifigliuoli costÝ Battista e Carloe' quali pur mi sono all'animo nonpiccolissimo incarconon perch'io dubiti per˛ in niuno loro benequantogli fia possibileRicciardo non vi sia desto e diligentema pure e' mipesava non assettar prima questa a noi padri adiudicata somae spiacevamilasciare adrieto simile alcuna giusta e piatosa mia faccenda. Uscir˛ divita sanza quello incarco poich'io ar˛ ciascuno di voi molto e Ricciardoimprima pregato guidi costoro a diventar buoni uominie di loro facciper averli virtuosiquanto vorrebbe al bisogno si facesse de' suoi.

Allora rispuose Adovardoel quale era di pi˙ etÓ che Lionardo: - Equesto tuo direLorenzoquanto m'ha egli commosso! Io scorgo in tequello amore e pietÓ inverso de' figliuoli quale spesso in molti modistimola ancora me. E ben veggio vorresti che gli altri tutti avesserosimile caritÓ a ciascuno di casae tanta diligenza e cura a tutto elbene e onore della famiglia nostra quale sempre avesti tu. Poi mi paregiudichi come si debba della fede e integritÓ di Ricciardoel quale disangue e veramente in ogni pietÓumanitÓ e costume t'Ŕ fratello. Niunopi˙ di lui Ŕ mansuetoniuno pi˙ riposatonessuno Ŕ quanto luicontinente. Ma non dubitare che noi altriquanto ci fusse possibileciascuno sta di questo animo: in quello apartenesse all'utile e onore delminimo di casanonchÚ a' tuoi figliuolie' quali ci sono non fra gliultimi carissimivoremmo che ogni uomo ci conoscesse esserti buoni efedelissimi parenti. E s'egli ha pi˙ forza l'amistÓ che 'l parentadoilsimile faremmo come e' veri e dritti amici. Le cose care a tele cose diLorenzoquale ciascuno di noi quanto sÚ stesso amasarebbono a noi caree racommandate quanto tu vorrestie quanto a noi pi˙ fusse possibile. Eper qualunque di noi bisognando si farebbe per ogni rispetto volentierieper questo con molta pi˙ pronta opera perchÚ ci sarebbe leggiera edilettosa cosa addurre in lode e onore questi giovani e' quali da te hannogiÓ ottimo principio ed essemplo ad acquistare fama e virt˙. E vediamolid'intelletto e natura non inetti a farsi valeredonde a chi n'averÓavuta cura ne risulterÓ anche parte di grado e contentamento. Ma Dio tici renda sano e lietoLorenzo. Non volere indurti cosÝ ad animo che tuistimi non esserti questo e ogni altra simile ottima cosa quanto sino aora licita. E' mi pare vederti ralleggeritoe spero tu stessi potraiavere de' tuoi cura e degli altri non minore ti sia sempre usato d'avere.

LORENZO Come? Anzi sarei da inculpare s'i' non facessiAdovardodi testimae di teLionardocome debbo di cari parenti e veri amici. A chim'Ŕ coniunto di sangue e chi sempre in vita mi sono sforzato agiugnermelo di benivolenza e amorein che modo potre' io onestamentecredere le mie cose gli fussero poco racomandate? Bene mi sarebbe pi˙grato non avere a lasciarvi ne' miei questa fatica. BenchÚ il morire nonmi turbi troppopure questa dolcezza del viverequesto piacere d'avermie ragionarmi con voi e con gli amiciquesto diletto di vedermi le cosemiepur mi duole lasciarlo. Non vorrei inanzi tempo esserne privato.Forse meno mi sarebbono grave e poco acerbe perderlese io potessi di mecome solea Iulio Cesare di sÚ diresÚ alla etÓalla felicitÓ essereassai vivuto. Ma nÚ io sono in etÓ che la morte non sia ancora in mepure acerbanÚ sono in tanta felicitÓ che vivendo non desideri poterevedermi in pi˙ lieta fortuna. E quanto mi sarebbe desideratissimaletiziaquanto mi riputerei ad estrema felicitÓ in casa del padre mionella patria mia poterese non con qualche pregio viverealmancomorirvie poi giacere tra' miei passati! Se la fortuna non me lopermetteo se la natura qui usa el corso suoo se pure io sono nato apatire queste miseriestimo non sarebbe saviezza fare senza pazienza quelche pure mi fusse forza fare. Ben sarei pi˙ contentofigliuoli mieiinquesta etÓ non vi abandonaree manco mi dorrebbe morire non giovanesolo per afaticarmi come soglio in utile e onore di casa nostra. Ma sealtro destino richiede questo mio spiritonÚ debbonÚ voglio averloper malenÚ piglio contro a mio animo quello che nulla mi gioverebbe nonlo volere. Sia di me quanto piace a Dio.

ADOVARDO CosÝ credoa soperchiare ogni paura della mortequestomedesimo sia grande aiutopensare che a' mortali el finire sua vitasempre fu necessario. Ma ben si vole ancora nella infermitÓ e debolezzanon vi si adiudicarechÚ benchÚ e' giovi al superare la paura e ombredella mortepur credo questo nuoce alla quiete e tranquillitÓ dell'animostarsi colla mente in quella sollecitudine dalla quale forse e io nonsaperei distormi sendo in quella tale affezionepensando e chi lascioecome ordinoe a chi racomando le care mie e amate cose; alle quali tuttecocentissime cure non so chi allora potesse non pendervi coll'animoecredo forse non gioverebbe a sostenere el carco della infermitÓ. Per˛sarai da lodartiLorenzose starai di miglior voglia. E cosÝ fa.Conf˛rtatispera bene e della fortuna e di te stesso in primae stimacon noi insiemese noi non siamo troppo grandemente ingannatiquestituoi figliuoli saranno di certo tali che assai poteranno contentarti.

LORENZO Figliuoli mieialla virt˙ sempre fu questo premio nonpiccolo: ella per forza fa lodarsi. Vedetelo come costoro vi pregiano equanti e' vi promettono. Saravvi onorequanto pi˙ in voi siacon ogniopera e arte sforzarvi d'essere come essi vi sperano. E suole ogni lodatavirt˙ ne' buoni ingegni crescere. Forse dir˛ quello che in veritÓAdovardoe tu Lionardonon Ŕ; ma sia licito a' padri parergli le virt˙de' figliuoli maggiori che le non sononÚ sia in me ascritto adimprudenza se per incender costoro ad amar la virt˙in presenza glidimostro quanto m'agradie quanto mi piacerebbe vederli molto virtuosipoichÚ ogni loro picciola lode a me parerÓ grande. Vero Ŕ che io semprecon ogni industria e arte mi sono molto ingegnato d'essere da tutti amatopi˙ che temutonÚ mai a me piacque apresso di chi mi riputasse padrevolere ivi parere signore. E cosÝ costoro sono stati da sÚ sempreubidientiriverentie hannomi ascoltato molto e seguito i comandamentimieinÚ in loro mai vidi alcuna durezza o rilevato alcuno vizio. Hommid'ogni loro buono costume preso piacereed Ŕmmi paruto potere mecomeglio di dÝ in dÝ sperare e aspettare. Ma chi non sa quanto siadubbiosa la via della giovent˙nella quale se alcuno vizio eraquellogiÓ o per paura o per vergogna de' padri o de' maggiori stava coperto eascosodi poi in tempo si scopre e manifesta? E quanto el timore ereverenza de' giovani mancatanto in loro nascono di dÝ in dÝ ecrescono vari viziiora per proprio ingegno da sÚ a sÚ depravato ecorrottoora per brutte conversazioni e consuetudini viziato e guasto; eper mille ancora altri modi sufficienti a fare scelerato qualunque buonocome abbiamo altrove e nella nostra terra veduti figliuoli di valentissimicittadini da piccioli porgere di sÚ ottima indoleavere in sÚ aere easpetto molto ornatissimopieno di mansuetudine e costumepoi riuscitiinfamicredo per negligenza di chi no' gli resse bene. Per˛ qui miramenta di nostro padre messer Benedetto Albertouomo di prudenzaautoritate e fama non vulgaree come nelle altre cose diligentecosÝ albene e onore della famiglia nostra affezionatissimo e officiosissimoelquale spesso con gli altri antichi Alberti confortandogli a essere quantoegli certo erano in le cose desti e diligentisolea dire queste parole:

"Non Ŕ solo officio del padre della famigliacome si diceriempiere el granaio in casa e la cullama molto pi˙ debbono e' capid'una famiglia vegghiare e riguardare per tuttorivedere e riconoscereogni compagniaed essaminare tutte le usanze e per casa e fuorieciascuno costume non buono di qualunque sia della famiglia correggere eramendare con parole pi˙ tosto ragionevoli che sdegnoseusare autoritÓpi˙ tosto che imperiomonstrare di consigliare dove giovi pi˙ checomandareessere ancora severorigido e aspero dove molto bisogniesempre in ogni suo pensiero avere inanti il benela quiete etranquillitÓ della tutta universa famiglia suacome quasi uno segno doveegli adrizzi ogni suo ingegno e consiglio per ben guidare la famigliatutta con virt˙ e laude; sapere con l'auracon favore e con quella ondapopulare e grazia de' suoi cittadini condursi in porto di onorepregio eautoritÓe ivi sapere soprastarsiritrarre e ritendere le vele a'tempie nelle tempestati- in simili fortune e naufragii miserandiquali iniustamente patisce la casa nostra anni giÓ ventidue -darsi areggere gli animi de' giovaninÚ lasciargli agl'impeti della fortunaabandonarsinÚ patilli giacere cadutinÚ mai permettergli attentarecosa alcuna temeraria e pazzamenteo per vendicarsio per adempieregiovinile alcuna e leggiere oppinione; e nella tranquillitÓ e bonacciadella fortunae molto pi˙ ne' tempestosi tempimai partirsi dal timonedella ragione e regola del viverestare destoprovedere da lungi ogninebbia d'invidiaogni nugolo d'odioogni fulgore di nimistÓ in lefronti de' cittadinie ogni traverso ventoogni scoglio e pericolo inche la famiglia in parte alcuna possa percuotereessere ivi come praticoed essercitatissimo navichieroavere a mente con che venti gli altriabbino navigatoe con che velee in che modo abbiano scorto e schifatociascuno pericoloe non dimenticarsi che mai nella terra nostra alcunomai spieg˛ tutte le velebenchÚ non superchie fussero grandiil qualemai le ritraesse intere e non in gran parte isdrucite e stracciate. EcosÝ conoscerÓ essere pi˙ danno male navigare una voltache utilemille giugnere a salvamento. Le invidie si dileguano dove risplende nonpompa ma modestia; l'odio s'atuta dove non alterezza cresce ma facilitÓ;l'inimicizia si rimette e spegne dove tu te armi e fortifichi non disdegno e stizzama di umanitate e grazia. A tutte queste cose debbono e'maggiori delle famiglie aprire gli occhi e la mentetendere el pensiero el'animostare da ogni parte apparecchiati e pronti a prevedere econoscere el tuttodurarvi fatica e sollecitudineavervi grandissimacura e diligenza in far di dÝ in dÝ la giovent˙ pi˙ onestapi˙virtuosa e pi˙ a' nostri cittadini grata.

"E sappino e' padri ch'e' figliuoli virtuosi porgono al padre inogni etÓ molta letizia e molto sussidioe nella sollecitudine del padresta la virt˙ del figliuolo. La inerzia e desidia inrustichisce edisonesta la famigliai solleciti e officiosi padri la ringentiliscono.Gli uomini cupidilasciviiniquisuperbi caricano le famiglied'infamiad'infortunii e di miserie. I buoniper mansuetimoderati eumani che sianose non saranno molto nella famiglia sollicitidiligentipreveduti e faccenti in emendare e reggere la giovent˙sappino checadendo alcuna parte della famigliasarÓ forza a loro insieme ruinareequanto e' saranno in la famiglia con pi˙ amplitudinefortuna e gradotanto sentiranno in sÚ maggior fracasso. Le priete pi˙ che l'altre inalto murate son quelle che cadendo pi˙ s'infrangono. Per˛ siano e'maggiori al bene e onore di tutta la famiglia sempre desti e operosiconsigliandoemendando e quasi sostenendo la briglia di tutta lafamiglia. NÚ per˛ Ŕ se non lodatapia e grata opera con parole efacilitÓ frenare gli apetiti de' giovanidestare gli animi pigriscaldare le volontÓ fredde a onorare sÚ stessi insieme e magnificare lapatria e la casa sua. NÚ anche a me pare opera se non molto dignissima efacilissima nei padri delle famiglie a contenere con gravitÓ e modoeristrignere la troppa licenza della giovent˙; anzi da qualunque di sÚstessi vorrÓ da' minori molto meritare serÓ cosa molto condecentissimamantenersi il pregio in sÚ della vecchiezzael qual credo sia non altroche autoritate e reverenza. NÚ possono bellamente e' vecchi in altromiglior modo acquistareaccrescere e conservare in sÚ maggiore autoritÓe dignitÓche avendo cura della giovent˙traendola in virt˙erenderla qualunque dÝ pi˙ dotta e pi˙ ornatapi˙ amata e pregiataecosÝ traendola in desiderio di cose amplissime e supremetenendola instudii di cose ottime e lodatissimeincendendo nelle tenere menti amoredi laude e onoresedando loro ogni dissoluta volontÓ e ogni minimadislodata turbazione d'animoe cosÝ estirpandogli ogni radice di vizio ecagione di nimistÓed empiendogli di buoni ammaestramenti ed essemplienon fare come usano forse molti vecchi dati alla avariziae' quali ove e'cercano e' figliuoli farli massaiivi gli fanno miseri e servilidoveeglino stimano pi˙ le ricchezze che lo onoreinsegnano a' figliuoli artibrutte e vili essercizii. Non lodo quella liberalitÓ quale sia dannosasenza premio di fama o d'amistÓma biasimo troppo ogni scarsitÓesempre mi spiacque ogni superchia pompa. Stiano e' vecchi adunque comecommuni padri di tutti e' giovanianzi come mente e anima di tutto ilcorpo della famiglia. E come avere il piŔ negletto e nudo sarebbedisonore al viso a tutto l'uomo e vergognacosÝ e' vecchi e ciascunomaggiore in qualunque infimo di casa negligente sappia sÚ meritare granbiasimose in parte alcuna lascia la famiglia essere dissorevole odisonesta. Stia loro in mente essere de' vecchi prima faccendaintraprendere per ciascuno di casacome que' buoni passati Lacedemoniesiche si riputavano padri e tutori d'ogni minoree correggevano ciascunotutti i disviamenti in qualunque loro giovane cittadino si fussee aveanoi suoi pi˙ stretti e pi˙ congiunti carissimo e accettissimo fossero daqualunque altri stati fatti migliori. Ed era lode a' padri render grazia emerzŔ a chiunque si fusseper far la giovent˙ pi˙ moderata e pi˙civileel quale n'avesse intrapreso alcuna opera. E con questa buona eutilissima disciplina de' costumi renderono la terra loro gloriosaeornoronla di fama immortale e meritata. Per˛ che ivi non era inimistÓfra loroove gli sdegni e le inimicizie subito erano nascendo svelte eregittate; ivi una sola volontÓ fra tutti commune e operosa d'avere laterra ben virtudiosa e costumata. Alle quali cose tutti s'afaticavanoquanto in loro era studioforza e ingegnoe' vecchi con ammunire ericordare e di sÚ stessi porgere lodatissimo essemploe' giovaniubidendo e imitando".

Se queste e molte pi˙ cosequali soleva messer Benedetto recitaretutte sono a' padri delle famiglie necessarie; se la cura del reggere lagiovent˙ non solo ne' padrima negli altri ancora si conosce esserelodatissimanon sia adunque chi stimi non essere debito come degli altripadri cosÝ mio procurare con ogni argumentoingegno e arte ch'e' miei ame figliuoli e carissimi rimangano quanto pi˙ si pu˛ alla fede e pietÓde' parenti e di ciascuno racomandatissimi e gratissimi. E cosÝofigliuoli mieiveggo essere officio de' giovani amare e ubidire e'vecchiriverire l'etÓ e avere e' maggiori tutti in luogo di padreerendergli come Ŕ dovuto grandissima osservanza e onore. Nella molta etÓsi truova lunga pruova delle coseed Ŕvvi el conoscere molti costumimolte maniere e animi degli uominie stavvi l'aver vedutouditopensatoinfinite utilitatie ad ogni fortuna ottimi e grandissimi rimedii. Nostropadre messer Benedettodel quale uomocome fo in ogni cosaper˛ m'Ŕdebito ricordarmiperchÚ in ogni cosa lui sempre cerc˛ da noi essereconosciuto prudentissimo e civilissimotrovandosi con alcuni suoi amiciin l'isola di Rodiintrorono in ragionamenti delle inique e acerbecalamitÓ della famiglia nostrae iudicavano avesse la nostra famigliaAlberta dalla fortuna ricevuta iniuria troppo grande; e vedendo forse inqualcuno de' nostri cittadini qualche fiamma d'invidia e d'ingiusto odioessere incesaaccadde a ragionamento che messer Benedetto allora predissealla terra nostra molte cose delle quali medesime giÓ n'abbiÓno non pocaparte vedute. Ivi parendo a chi l'udiva cosa molto maravigliosa cosÝapertamente predire quel che agli altri era udendo difficile compreenderepregorono gli piacesse manifestarli donde egli avesse quel che cosÝ dalungi prediceva. Messer Benedettouomo umanissimo e facilissimosorridendo si discoperse alto la fronte e monstr˛ngli que' canutiedisse: "Questi capelli di tutto mi fanno prudente e conoscente".

E chi ne dubitasse nella etÓ lunga essere gran memoria del passatomolto uso delle coseassai essercitato intelletto a pregiudicare econoscere le cagioniil fine e riuscimento delle cosee sapereconiungere da ora le cose presenti con quelle che furono ierie indipresentire quanto domani possa riuscirneonde prevedendo apparisca econsÚguiti certo e accomodatissimo consiglioe consigliando renda ottimorimedio a sostenere la famiglia in stato riposato e rilevatoin qualsempre con fede e diligenza possa difenderla da qualunque subita ruinaecon forza e virilitÓ d'animo adirizzarla e ristituirla se giÓ fussedagli urti della fortuna in parte alcuna commossa o piegata? L'intellettola prudenza e conoscimento de' vecchi insieme colla diligenza sono quelleche mantengono in fiorita e lieta fortuna e adornano di splendore e laudela famiglia. A chi adunque pu˛ questo ne' suoimantenerli in felicitÓreggerli contro all'infelicitÓsostenerli non senza ornamento a ognifortunaqual possano e' vecchidebbase loro non aver grandissimariverenza?

Debbano adunque e' giovani riverire e' vecchima molto pi˙ i propripadrie' quali e per etÓ e per ogni rispetto troppo da' figliuolimeritano. Tu dal padre avesti l'essere e molti principii ad acquistarevirt˙. El padre con suo sudoresollecitudine e industria t'ha conduttoad essere uomo in quella etÓquella fortunae a quello stato ove titruovi. Se tu se' obligato a chi nella necessitÓ e miseria tua t'aiutacerto a chi quanto potÚ mai te lasci˛ patire alcuno minimo bisognoaquello sarai obligatissimo. Se e' si debba ogni pensieroogni tua cosaogni fortuna coll'amico communicaresofferire sconciofatica e sudoreper chi ti porta amoremolto pi˙ pel padre tuo a chi tu se' pi˙ chealcuno altro carissimoe quasi pi˙ che a te stesso obligatissimo. Sedell'averedel benedelle ricchezze tuegli amici e conoscenti tuoidebbono in buona parte godernemolto pi˙ il padredal quale tu haiavuto se non la roba la vitanon la vita solo ma il nutrimento tantotempose none il nutrimento l'essere e il nome. Adunque sia debito a'giovani referire co' padri e co' suoi vecchi ogni volontÓpensiero eragionamento suoe di tutto con molti consigliarsie con quegli in primaa' quali conoscono sÚ essere pi˙ che agli altri cari e amatiudirglivolentieri come prudentissimi ed espertissimiseguire lieti gliamaestramenti di chi abbia pi˙ senno e pi˙ etÓ. NÚ siano e' giovanipigri ad aiutare ogni maggiore nella vecchiezza e debolezze loro; sperinoin sÚ da' suoi minori quella umanitÓ e officio quale essi a' suoimaggiori aranno conferita. Per˛ siano pronti e diligentissimi cercando didargli in quella stracchezza della lunga etÓ confortopiacere e riposo.NÚ stimino a' vecchi essere alcuno piacere o letizia maggiore quanto Ŕin loro di vedere la giovent˙ sua ben costumata e tale che meritid'essere amata. E di certo niuno sarÓ maggior conforto a' vecchi quantodi vedere quelli in chi lungo tempo hanno tenuto ogni loro speranza edespettazionequelli per chi hanno avuti sempre i suoi desiderii curiosi esollecitiquesti vederli per loro costumi e virt˙ esser pregiatiamatie onorati. Molto sarÓ contenta quella vecchiezza quale vedrÓ ciascunode' suoi adritto e avviato in pacifica e onorevole vita. Sempre sarÓpacifica vita quella de' molto costumati; sempre sarÓ onorevole vitaquella de' virtuosi. Da cosa niuna tanto segue alla vita de' mortali granperturbazione quanto da' vizii.

Per˛ sia vostro officioo giovanicon virt˙ e costumi cercare dicontentare e' padri e ogni vostro maggiore come nell'altre cose cosÝ inquestele quali sono in voi lodo e famae a' vostri rendono allegrezzavoluttÓ e letizia. E cosÝfigliuoli mieiseguite la virt˙fuggite e'viziiriverite e' maggioridate opera d'essere ben volutifate divivere liberilietionorati e amati. El primo grado a essere onorato siŔ farsi voler bene e amare; el primo grado ad acquistar benivolenza eamore si Ŕ porgersi virtuoso e onesto; el primo grado per adornarsi divirt˙ si Ŕ avere in odio e' viziifuggire i viziosi. Volsi adunquesempre aversi apresso de' buoni lodati e pregiatinÚ partirsi mai daquelli onde abbiate essemplo e dottrina ad acquistare e appreendere virt˙e costume. E doveteli amareriveriree dilettarvi d'essere da tutticonosciuti senza alcuno biasimo. Non siate difficilinon durinonostinatinon leggerinon vanima facilissimitrattabiliversatiliequanto s'appartenga nella etÓ pesati e gravie quanto in voi sia cercatecon tutti essere gratissimie inverso e' maggiori quanto molto si pu˛reverenti e ubidenti. Suole la umanitÓmansuetudinecontinenza emodestia ne' giovani non poco essere lodata; ma verso e' maggiori lariverenza ne' giovani sempre fu grata e molto richiesta.

Non dir˛ per millantarmima ben per darvi domestici essemplie'quali vi siano pi˙ ad animo udirgli e pi˙ a mente a ricordarvene che glistrani. Non mi ramenta in luogo alcunodove Ricciardo nostro fratelloode' nostri altri di pi˙ etÓ di me fosseroch'io mai volessi ivi essereveduto o sedere o starmi senza rendergli grandissima riverenza. Mai frapi˙ gente nÚ in alcuno luogo publico fu chi appresso de' miei maggiorimi vedesse se non ritto e aparecchiato se cosa mi volessino comandare.Dovunque io gli avessi vedutisempre levavo me verso loro e discoprivamiad onorarlie dovunque io gli trovassiera mio costume lasciare adrietoogni mio sollazzo e compagnia per essere co' maggiorirendergli onore eacompagnarli. NÚ sarei mai ritrattomi da loronÚ reduttomi tra' giovaniamicise prima come da padre non avea impetrata licenza. Ed era di questamia osservanza e subiezione non da' vecchi tantoma da' giovani ancoranon biasimatoe a me parea averne fatto el debito miochÚ fare ilcontrarionon aggradirenon pregiarenon sottoaversi a' maggiori areiriputatomi a vergogna e biasimo. E pi˙ in ogni cosa a me sempre parsedovere con Ricciardo come sempre feciapertomi con luiconsigliatomiriputatolo come padretanto mi stava in animo essere debito degnare eonorare l'etÓ.

Sarete adunque quanto vi conforto verso e' maggiori molto riverentiequanto in voi stessi potrete virtuosi. NÚ guardatefigliuoli mieichela virt˙ in vista sia forse duretta e asprettagli altri disviamenti inprimo aspetto sieno proclivi e dilettosiimperochÚ adentro vi si truovaquesta tra loro grandissima differenza: nel vizio abita pi˙ pentimentoche contentamentopi˙ vi surge dolore che piacerepi˙ vi truoviperdimento da ogni parte che utile. Nella virt˙ tutto contralietagraziosa e amenasempre ti contentamai ti duolemai ti saziaogni dÝpi˙ e pi˙ t'Ŕ grata e utile. E quanto in te saranno buoni costumi eintere ragionitanto sarai pregiato e lodatoe da' buoni ben volutoegodera'ne fra te stesso. E se conoscerai te non essere non uomoe nonvorrai umanitate alcuna essere da te lontanacerto arai non pochissimaparte di vera felicitÓ in te stessi. Questo pu˛ la virt˙ per sÚ solarendere beato e felice chi con tutto l'animo e tutte l'opere dedica sÚ aseguire e osservare ogni erudimento e precetto col quale alontani sÚ da'vizii e fugga ogni rio costume e cosa non lodata.

Io sono di quelli che vorrei pi˙ tostofigliuo' miei lasciarvi perereditÓ virt˙ che tutte le ricchezzema questo non sta in me. Quelloche in me stimai licitosempre mi sono operato darvi ogni principioaiuto e modo con che voi conseguiate molta lodeassai grazia e grandeonore. A voi sta usare l'ingegno avete da naturacredo non piccolonÚdebolee farlo migliore con studio ed essercizio di buone cosee conmolta copia di buone arti e lettere. E la fortunala quale io vi lasciodovete adoperarla e distribuirla in que' modi tutti siano utili a farvigrati come a' vostriancora simile a ogni strano. E' mi par ben potereper˛ dubitare che desiderarete qualche volta avermi in vitafigliuolimiei; forse patirete degli affanni e necessitÓquale essendoci iomancovi nocerebbonochÚ a me non Ŕ nuovo quello possa la fortuna ne' debolianni negli animi inesperti de' giovania' quali manca e consiglio eaiuto. Ed Ŕmmi essemplo la casa nostrala quale abonda di prudenzaragione ed esperienzafermezzavirilitÓ e constanza d'animo; pureconosce in queste nostre avversitÓ quanto con sua furia e iniquitÓ lafortuna in qualunque saldo consiglioe in qualunque ferma e benconstituta ragione vaglia. Ma siate di forte e intero animo. Le avversitÓsono materia della virt˙. E chi Ŕ colui el quale di sua fermezzad'animodi sua constanza di mentedi sua forza d'ingegnodi suaindustria e arte vaglia di sÚ nelle seconde e quiete cosenell'ozio etranquillitÓ della fortunatanto meritare e acquistare laude e nomequanto nella avversa e difficile? Per˛ vincete la fortuna colla pazienzavincete la iniquitÓ degli uomini collo studio delle virt˙adattatevialle necessitati e a' tempi con ragione e prudenzaagiugnetevi all'uso ecostume degli uomini con modestiaumanitÓ e discrezionee sopratuttocon ogni vostro ingegnoartestudio e operacercate molto in primaesseree apresso parere virtuosi. NÚ a voi sia pi˙ caronÚ primadesiderata alcuna cosa che la virt˙e in voi stessi arete statuitosempre alla scienza e sapienza posporre ogni altra cosae indi ogni utiledella fortuna apresso di voi riputerete da non molto essere pregiato. Ene' vostri desiderii lo onore solo e la fama si vendicaranno e' primiluoghinÚ mai posporrete le lode alle ricchezze e per asseguire onore epregio niuna cosa benchÚ ardua e laboriosa mai vi parrÓ da nollaintraprendere e proseguiree delle fatiche vostre basteravvi aspettarenon altro che grazia e nome. NÚ dubitate che chi Ŕ virtuosoquando chesia troverrÓ frutto dell'opere suenÚ vi sfidate con perseveranza eassiduitÓ durare in studii di buone artiin pervestigazioni di coserarissime e lodatissimee in apprendere e tenere buone dottrine edisciplinechÚ un tardo renditore spess'ora ne suole venire con moltausura.

NÚ a me spiace in voi che 'nsino da questa puerile e tenera etÓabbiate apparecchiata non mezzana materia ad essercitarvi e ad imparareopporsi e sostenere gl'impeti degli avversi casi umani. Lasciovi inessilio e senza padrefuori della patria e della casa vostra. Fievi lodofigliuoli mieine' teneri e deboli annise none in tuttoin partealmanco traiettarvi a superare la durezza e asprezza delle necessitatienella ferma etÓ a voi sarÓ quasi meritato in voi stessi triunfosearete in ogni vita saputo poco temere la malignitÓ e vincere l'ingiuriadella fortuna. E da ora stimate quanto in voi non mancherÓ diligenzasollecitudine e amore alle cose pregiate e onestetanto rarissimo v'acaderÓdesiderare la presenza mia e molto meno l'aiuto degli altri mortali. Chiin sÚ arÓ virt˙a costui pochissime altre cose di fuori sarannonecessarie. Troppo ampla ricchezzatroppo grande possanzatropposingulare felicitÓ risiede in colui el quale saprÓ essere contento solodella virt˙. Beatissimo colui el quale si porge ornato di costumiforted'amiciziecopioso di favori e grazia fra' suoi cittadini. Niuno sarÓpi˙ in alta e pi˙ ferma e salda gloriache costui el quale arÓ sÚstessi dedicato ad aumentare con fama e memoria la patria suae'cittadini e la famiglia sua. Costui solo meriterÓ avere il nome suoapresso de' nipoti suoi pien di lode e famoso e immortaleel qual d'ogn'altracosa fragile e caduca ne giudicherÓ quanto si debbada nolla curare e daspregiarlasolo amerÓ la virt˙solo seguirÓ la sapienzasolodesiderrÓ intera e corretta gloria. Quifigliuoli mieinella virt˙nelle buone artinelle lodate discipline sarÓ vostro officioessercitarvie dare opera che per voi non manchi di venire tali qualicostoro aspettano voi siate e desiderano. CosÝ fatecercate in qualunqueonesto modocon tutte le fatichecon molto sudorecon ogni forza eindustria meritare apresso di costoro lodo e graziae insieme apressodegli altri benivolenzadignitÓ e autoritÓe apresso de' nipoti e dichi de' nipoti verrÓ memoria di voidi vostri singulari detti e fatti eopere.

E siate di migliore animo. Qui Ŕ Adovardoe Lionardoe saracciRicciardoa' quali spero sarete racomandati. Io conosco la natura diciascuno di casa nostra Alberta molto amorevolee stimo non vorrannoessere riputati sÝ durinÚ sÝ spiatati che non aiutassero e' suoivedendo essercitarvi in virt˙. CosÝ vi priegoAdovardo e tu Lionardo;voi vedete l'etÓ di questi garzoniconoscete el pericolo della giovent˙gustate el bene e onore di casa; siate adunque sollicitipigliateneciascuno di voi tutta la somma fatica. Egli Ŕ debito a tutti studiare chenella casa crescano ingegni con virt˙ e fama. PerchÚ piace egli onorarechi giÓ sia caduto di vita con sepulcriornarli con quelle superchie ea' passati inutile pompe de' mortoriise non perchÚ la piatÓ e officiode' vivi sia lodata e approvata? Se cosÝ credetenon serÓ eglinecessario molto pi˙ ornare e onorare e' vivicontribuirviconcorrereove bisogna a pignerli inanti e statuirli in luogo prestante e famoso atutta la famiglia. Non per˛ voglio s'intenda questo esser ditto perchÚio stimi tanta cosa in alcuno di costoro due mieima pure sarÓ vostrafaccenda monstrare che questo mio racomandarvegliqual fo in presenzadoppo me gli sia giovato.

CosÝ aveva detto Lorenzo. Adovardo e Lionardo stavano mutiintentiascoltando. In questi ragionamenti e' medici sopragiunsero e consiglioronoLorenzo alquanto si riposasse. CosÝ fece. Asettossie noi usciti fuoriin sala: - Chi potrebbe stimare- disse Adovardo- se none chi in sÚstessi lo pruovaquanto sia l'amore de' padri inverso a' figliuoli grandee veemente? Ciascuno amore a me pare non piccolo. Sonsi veduti molti e'quali hanno esposto la robael tempo e ogni suo fortunae sofferteultime fatichepericoli e dannisolo per dimonstrare quanto in sÚ siafede e merito inverso dello amico. E dicesi essere stato chi per desideriodelle cose amatestimando sÚ giÓ esserne privatonon ha sofferto pi˙restare in vita. E cosÝ sono le storie e la memoria degli uomini piene diqueste forzele quali simili affezioni d'animo in molti hanno provate. Maper certo non credo amore alcuno sia pi˙ fermodi pi˙ constanzapi˙interonÚ maggiore che quello amore del padre verso de' figliuoli.

Ben confesserei a Platone que' suoi quattro furori essere nell'animo emente de' mortali molto possenti e veementissimiquali e' ponea de'vaticiniide' ministeriide' poeti e dell'amore. E cosÝ la passionevenerea molto pi˙ in sÚ mi par feroce e furiosissima. Ma vedesi quellonon rade volte per disdegnoper disusoper nuova volontÓo per chealtro si siascemaperisce e quasi sempre di sÚ lascia inimistÓ. NÚanche ti negherei la vera amicizia star legata d'uno amore bene intero eben forte. Ma non credo per˛ ivi sia maggiorenÚ pi˙ officiosa eardente affezione d'animo che quella la quale da essa vera natura nellementi de' padri tiene sua radice e nascimentose giÓ a te altro nonparesse.

LIONARDO A me non acade giudicare quanto ne' padri verso de' suoi natisia l'animo affezionatissimoperchÚ io non so questo avere figliuoliAdovardoche piacere o che dolcezza e' si sia. Ma quanto da lungicompreenda per conietturaben mi pare giustamente potere essere di questatua sentenzae dire che l'amore del padre per pi˙ rispetti sia troppograndissimo; come d'altrondecosÝ vedendo da ora con quanta opera e conquanta tenerezza Lorenzo testÚ ci racomandava questi suoinon perchÚessistimasse necessario rendere a noi pi˙ grati costoroe' quali conosceci sono gratissimima credo quel fervore del paterno amore lo traportavae non gli parea che uomo alcunoper sollecitissimocuriosissimoprudentissimo che siapossa abastanza negli altrui figliuoli avere quantoriguardo e consiglio l'amore de' padri vi desidera. E dicoti el veroquelle parole di Lorenzo testÚ movevano me non pi˙ lÓ se non quanto mipareva giusto e ragionevole avere pensiero e buona diligenza de' pupilli edella giovent˙ di casa. Pure io non poteva alle volte ritenere lelacrime. Te vedevo io stare tutto astratto; parevami pensassi fra testesso molto pi˙ oltre che io in me forse non faceva.

ADOVARDO Or cosÝ era. Ogni parola di Lorenzo premeva me parte apietÓparte a compassione. Conoscermi ancora me essere padrea'figliuoli d'un amicoparente buono amorevolea quelli che per sangue midebbono essere carie tanto pi˙ poichÚ e' sono a noi stati racomandatinon far quel medesimo loro che a' mieinon essere inverso di loro animatocome a' propri miei figliuoliveramenteLionardosarei non buonoparente nÚ vero amicoanzi mi giudicaresti spiatatofraudulento e benedi cattivissima condizionesare'ne biasimatoinfame. E chi non dovessede' pupilli avere piatÓ? E chi non dovesse avere sempre inanzi agli occhiquel padre di questi orfaniquel medesimo tuo amicoe quelle ultimeparole inscritte nel cuorequali coll'ultimo spirito quel tuoquelparente e amico ti racomanda la pi˙ carissima cosa suae' figliuolifidasi di telasciali nel grembonelle braccia tue? Quanto ioLionardomiosono di questo animoche inanzi che io lasci costoro qui avereminimo disagio alcunoprima patir˛ che a' miei proprii ogni cosa manchi.Delle necessitÓ de' miei io solo n'ho a conoscerema de' mancamenti inchi m'Ŕ racomandato n'arÓ ogni buonoogni piatosoogni discreto agiudicare. E cosÝ a noi Ŕ debito satisfarne alla famaallo onorealben vivere e a' costumi. E stimo cosÝ: chi o per avariziao pernegligenza lascia uno ingegno atto e nato a conseguire pregio e onoreperirecostui merita non solo riprensionema ben grandissima punizione.S'egli Ŕ poco lodo non custodirenon tenere pulito e in punto el buelagiumenta; e s'egli Ŕ biasimoper inutile ch'ella sialasciare la bestiaper tua negligenza perirechi uno umano ingegno terrÓ sommerso fra lenecessitati e malinconiedisonoratoarallo a vilepatirÓ per suainerzia e strettezza che manchi e periscanon sarÓ costui degno digrandissima riprensione? SarÓ egli da nollo stimare ingiusto einumanissimo? Ah! guardisi di tanta crudeltÓtema la vendetta d'Iddiooda quel publico espertissimo e verissimo proverbio quale si dice:"chi l'altrui famiglia non guardala sua non mette barba".

LIONARDO Ben veggio in parte quanto sia sollecita cosa l'essere padre.Le parole di Lorenzo mi pare abbino te pi˙ a lungi tutto commosso che ionon istimava. Questo tuo ragionamento mi tira lÓcredodove sta l'animoa te sopra a' fanciulli tuoi. E mentre che tu ragionavitestÚ mi parsedubitare fra me stessi qual fusse pi˙ o la cura e sollecitudine de' padriverso e' figliuolio il piacere e contentamento in allevare e' nati.Della fatica non dubito ioma credo per˛ essa sia non ultima cagione avoi padri farvi e' figliuoli pi˙ carissimi. Veggo da natura quasiciascuno ama l'opere sueel pittore e il scrittoree il poeta; el padremolto pi˙stimoperchÚ pi˙ vi dura richiesta e pi˙ lunga fatica.Tutti cercano l'opere sue piaccino a moltisieno lodatestiano quantosia possibile eterne.

ADOVARDO SÝ benequello in che tu se' affaticatoti pi˙ t'Ŕ caro. Mapure egli Ŕ da natura ne' padri non so come una maggior necessitÓunotale appetito d'avere e allevare figliuolie apresso prenderne diletto divedere in quelli espressa la imagine e similitudine suadov'elli adunitutte le sue speranzee indi aspetti nella sua vecchiezza averne quasiuno presidio fermoe buono riposo alla giÓ stracca e debole sua etÓ. Machi vorrÓ tutto ripensare seco e consideraretroverrÓ che in allevaree' figliuoli sono sparse molte e varie malinconiee vederÓ come stannoe' padri sempre sospesi coll'animoqual faceva apo Terrenzio quel buonoMizio perchÚ il figliuolo suo non era tornato ancora. Che pensieri eranoe' suoi? Che sospetti gli scorrevono per l'animo? Quante paure lopremevano? Temea che il figliuolo non si trovassi caduto ove che siaorotto o fiaccatosi qualche cosa. Va! ha! che alcuno uomo si metta in animoa sÚ cosa cara pi˙ che sÚ stessoe cosÝ c'interviene. Stiamo semprecoll'animo al presente sollicito e timorosoo col pensiero innanzi moltoa lungi desto e pauroso a scoprire ogni via per la quale noi pensiamoguidare e' nostri a buona fortuna. E se la natura non richiedesse da'padri questa sollicitudine e curacredo sieno pochi e' quali non sipentissino avere figliuoli. Vedi l'uccello e gli altri animali che fannosolo quanto in loro comanda la naturadurano fatica in finire il nidolecoveil partoe stanno obligati e faccendosi a guardaredifendere econservare quello che Ŕ natoaggirano solleciti per pascere e nutrireque' deboli suoi picchinie cosÝ tutti questi e molti pi˙ altri affanniin sÚ grandi e gravi el debito della natura ce gli alleggerisce. E quelloche a te sarebbe spiacere e sconcio incarcopare che a noi padri siagratacondecente e lieta somaessendoci quasi naturale necessitÓ. E cheper˛ pi˙ de' figliuoli che d'ogni altra cosa? Io nella vita de' mortalinon so in che non sia tanto di male quanto di bene. Le ricchezze sonoriputate utili e da volerlepur si pruova quanto sieno piene di pensierie malinconie. E sono le signorie riverite e temutee pur si vedemanifesto quanto sieno cariche di sospetti e paure. E pare che ad ognicosa corrisponda il suo contrario; alla vita la mortealla luce letenebre; nÚ puossi avere l'uno senza l'altro. CosÝ acade de' figliuoline' quali sta niuna speranza non accompagnata di molto desperarenÚ ivitruovi dolcezza alcuna o letizia senza qualche tristezza e amaritudine.Quanto e' ti pi˙ crescono in etÓnon negotanto e' ti portanoallegrezza e' figliuolima insieme altretante maninconie ti s'aumentano.E negli animi umani si sentono pi˙ le miserie che la felicitÓmeno levoluttÓ e letizie che e' dolori e acerbitÓper˛ che queste pi˙veementi pungono e premonoquelle pi˙ soavi ti solleticano. E convientiavere de' figliuoli in ogni etÓ pensiere e persino dalle fasce; ancora evie maggior sollecitudine quando e' ti cresconoe moltainfinita pi˙diligenza quando e' vengono pi˙ grandicellie molto pi˙ ancora e pi˙cura e opera quando e' vengono di pi˙ etÓ. Per˛ non dubitareLionardoche l'essere padre non sia cosa non solo sollicitama pienissima dimaninconia.

LIONARDO Io posso in voi padri credere cosÝ sia come altrove. Sempreveggo la natura da ogni parte sollecita a provedere che ogni cosaprocreata sÚ stessi conserviricevendo da chi la produsse nutrimento eaiuto a perseverare in vita e a porgere le sue utilitati in luce. Veggonelle piante e arbuscelli quanto le radici attraggono e distribuisconoalimento al troncoel tronco a' ramie' rami alle frondi e a' frutti.CosÝ forse sarÓ da stimare naturale a' padri che nulla lascino adrietoper nutrire e mantenere quelli che sono di sÚ usciti e per sÚ nati. Econfesso a voi padri essere non se non debito avere cura e sollecitudineper bene allevare i vostri nati. NÚ ora ti domando se quella cosÝ fattasollecitudine a' padri sia naturale necessitÓo pure quasi come nato ecresciuto amore da que' piaceri e da quelle speranzequali si pigliano e'padri dagli atti e presenza de' figliuoli; giÓ che non rarissimo si vedeuno amerÓ questo pi˙ che quello suo figliuoloe di cui forse gliparerÓ possa pi˙ sperarnein questo tale sarÓ pi˙ curioso a ornarlopi˙ liberale e facile a compiacergli. E ancora si vede tutto il dÝ chipoco cura il suo figliuolo vada in lontani e strani paesi stracciato frale stallefra' disagiiin mezzo a' pericolie dovequal pi˙ gli debbadispiacereforse diventi vizioso e incorrigibile. Ma non sia per oranostra contenzione investigare che principiicrescimenti o fini in sÚabbia ciascuno amore. NÚ anche cerchiamo onde ne' padri verso i suoinasca alcuna disparitÓ d'amorechÚ mi potresti rispondere l'esserevizioso viene da corrotta natura e depravato ingegno. Per˛ la naturamedesimala quale in tutte le cose cerca convenienza e perfezionedisiunge e priva e' viziosi figliuoli dal vero amore e dalla interacaritÓ de' padri. E anche forse hanno e' padri una o un'altra lode pi˙cara ne' figliuoli che tenersegli in mezzo a' domestichi ozii e vezzioquello ti paresse rispondermi credo sarebbe lungo ragionamento.

E quinon per contradirtima solo per certificarmi ove tu dicevi chesino dalla fascia e' padri truovano ne' figliuoli sÝ gravissimemaninconienon mi persuade che uno savio padre debba pigliarsi ad animononchÚ tristezzama nÚ incarco alcuno di molte altre cosee di questoin prima quale s'appartiene alle femminealla nutricealla madre pi˙troppo che al padre. Stimo tutta quella etÓ tenerina pi˙ tosto devuta alriposo delle donneche allo essercizio degli uomini. E quanto iosono diquelli che vorrei mai nÚ trassinare e' picchininÚ vederli troppo da'padricome talora li veggopalleggiare. Stoltiche poco stimano conquanti infiniti pericoli e' puerelli stiano nelle dure braccia de' padria' quali piccola cosellina sconcia e distorce quelle ossicine tenerucceeraro si pu˛ stringerli o maneggiarli senza grandissimo modo che non sigli travolga e disvolghi qualche membrocome per questo talora siritruovano bistorti e bilenchi. Adunque sia questa prima etÓ in tuttofuori delle braccia de' padririposisidorma nel grembo della mamma.

Quella etÓ poi che a questa seguene viene con molto dilettocolriso di tuttie giÓ cominciano a proferire e con parole in partedimonstrare le voglie sue. Tutta la casa ascoltatutta la vicinanzariferiscenon manca ragionarne con festa e giuocointerpetrando elodando quel fece e disse. E giÓ si vede gemmare e apparire in quellacome primavera di quella etÓnel visonell'arianelle parole e ne'loro modi infinite buone speranzegrandissimi segni di sottilissimointelletto e di profondissima memoriae cosÝ per tutti se ne dice ch'e'putti sono conforto e giuoco a' padri e a' suoi vecchi. NÚ credo sitruovi sÝ obligato di faccendenÚ sÝ carco di pensieri padre alcuno achi non sia la presenza de' fanciulli suoi molto sollazzosa. Catonequelbuono anticoqual fu per sopranome savio chiamatoe riputato quanto erain tutte le cose constantissimo e severissimosi dice spesso interlassaval'altre grandissime e publice e private sue faccende el dÝtornandomolte volte a rivedere que' suoi piccininitanto gli parea non acerbo edoglioso avere figliuolima dolce e dilettoso vedere el risoudire leparolegodere di tutti que' vezzi pieni di molta simplicitÓ e suavitÓquali sono sparti nella fronte di quella pura e dolce prima etÓ. Seadunque cosÝ ŔAdovardose le sollecitudine de' padri sono epiccolissime e con molto dilettotutte piene d'amore e di buona speranzadi risodi festa e giuocoqueste vostre maninconie in che sono elle?Gioverammi saperne ragionare.

ADOVARDO A me sarebbe molto caro tucome in parte so ioper pruovasapessi ragionarne. Ben mi duole di voi non pochi giovani Albertie'quali vi trovate senza eredisenza avere quanto potresti accresciuta lafamiglia e fattola molto populosa. Che Ŕ questo a dire? - che ioannoverava pochi dÝ fa non meno che venti e due giovani Alberti viveresoli senza compagnanon aver moglieniuno manco che sediciniuno pi˙che anni trenta e sei. Duolmene certo e veggo quanto sia danno grandissimoalla famiglia nostra se tanto numero di figliuoliquanto da voi giovanisi richiedemancherÓ; chÚ giudico da volere prima sostenere ognisconcio e ogni dispiacere che patire qui la famiglia rimanga solasenzavedere chi succeda nel luogo e nome de' padri. E perchÚ io vorrei che tuin prima fra gli altri fussi uno di quelli el qualecome fai di fama enomecosÝ di figliuoli simili a te riempiessi e aggrandissi la famigliaAlbertaper˛ mi ritemo persuaderti cosa alcuna onde tu avessi dadubitare e ritrarti. ChÚ credo assai da presso ti monstrerrei lemaninconie de' padri per ogni etÓ essere non pochenÚ poco acerbe eduree vederesti negli affezionatissimi padri da quella prima etÓnascere non sempre giuoco e risoma spesso tristezza e lacrime. E anchenon negheresti a' padri stare grande affezionigrande sollecitudinimolto prima ch'e' figliuoli ci portino riso o sollazzo alcuno. Conviencipensare molto innanzi a ritrovare buona baliacercarne con molta operaper averla a tempoinvestigare ch'ella non sia inferma nÚ scostumataeporvi mente e diligenza ch'ella sia vacualibera e netta di que' vizii edi quelle macule quali infettano e corrompono il latte e il sangue; e pi˙abbiamo da procurarla tale che in casa seco porti nÚ scandolo nÚvergogna. Sarebbe lungo racontare quanto riguardo qui sia a noi padrinecessarioquanta fatica per ciascuno in tempo vi si duri prima chetruovi quanto si conviene onestabuona e faccente balia. NÚ forsecrederresti quanto sia maninconiaripetio e rimordimento d'animo nollatrovare a tempoo nolla avere poi sufficientele quali cose pare che ne'maggiori bisogni pi˙ sempre manchino. E sai quanto sia nella inferma escostumata balia pericolo come di lebraepilenziae cosÝ di tuttequelle gravissime infermitatiquali si dice possono venire dalla poppa; eanche sai quanto siano rare le buone nutrice e da molti richieste.

Ma che vado io pure racontando ogni minima cosa? PoichÚ m'Ŕ pi˙ carostimi e' figliuoli sianocome a dire il vero sonoa' padri grandissimosollazzoque' piccini vederli lieti atornotimaravigliarti d'ogni loroatto e parolariputarla da grande sentimentoprometterti fra te stessoassai buona speranza. Una cosa forse pu˛ far piccole queste dolcezze erenderti molto maggiori e pi˙ cocente cure all'animo. Stima tu a chiduole vederli piangere se forse cadendo un poco si li percuotono le maniquanto gli sarÓ molesto pensare che pi˙ fanciulli di quella etÓ ched'ogni altra periscono. Pensa quanto gli sia acerbitÓ aspettare d'ora inora essere privato di tanta voluttÓ. Anzi mi pare questa etÓ prima esserquella che da ogni parte sparge le molte e grandissime maninconiee quasisolo questa si vede piena di vaiuolifersa e rosolianÚ mai sta senzacrudezze di stomacoal continuo giace deboluzzae sempre langue carca dimolte altre infermitÓquali nÚ tu conoscinÚ quelli picchini ti sannodirleonde in te stimi ogni loro piccolo male essere grandissimo e tantomaggiore quanto ti sfidi come a non conosciuta malattia vi si possa darevero e utile rimedio. Per˛ ogni minima dogliuzza de' figliuoli nell'animode' padri tiene grandissimo tormento.

LIONARDO Troppo aresti tu caroAdovardoch'io non potessi pi˙ comecolui dire quello che si riputa felicissima cosa: "mai ebbimoglie". Ben sai tu se io vi sono di buono e ardente animoe credonon fastidia te che a me siano da moltiquanto troppo spesso sonol'orecchie riscaldate. E veggo non t'Ŕ a odio che chi non ha che dirmichi altrimenti si truova povero di parolemancandogli ogni altra trama aragionareentri a cinguettare a darmi mogliee qui effunda grandissimifiumi d'eloquenza in demonstrarmi e lodarmi el coniugiola societÓconstituta da essa primeva naturala procreazione de' successori eredil'accrescimento e amplificazione della famigliacomandandomi "to'questa o quella nella quale non hai da disiderarvi o pi˙ dotao maggiorbellezzeo migliore parentado". E cosÝ spesso con troppa loropresunzioneove cercano incendermi volontÓ di non starmi libero come mistoincendono in me qualche iusta indegnazione. E pur vorrei anch'iotestÚ non trovarmi senza mogliee arei caro aver figliuoliacci˛ chein te non fusse tanto avantaggio pi˙ che a me che io non potessi refutarel'autoritÓ tua per pruova quanto con argomenti. E sallo Dio e anche tuquanto io vi sia d'animo ferventee come spesso e teco e con altriabbiamo ricercato trovare cosa ci s'affaccia. Ma che disaventura sia lanostra certo mi pesa. Quelle vergine quale gusterebbono a te dispiaceno ame. Quelle che a me forse non sarebbono molestea voi altri mai pare sicondicanoe cosÝ mi si rimane l'animo ardentissimonon tanto d'averenella famiglia el luogo e il nome mio doppo me non ispento e anullatomaanche molto pi˙ mi sta el volere omai uscire di tanta seccaggine di tuttigli amici e conoscenti a chinon so per che invidiala libertÓ mia delstarmi senza femmina dispiace. Ma io temo a me non intervenga come siscrive apo gli antichi di quel fonte sacro in Epironel quale un legnoinfiammato si spegnee uno spento e freddo vi si raccende. Per˛ forsesarÓ il meglio voi lasciate me da me stesso infiammato satisfarvio sepure credete il vostro dire in me faccia utile opera alcunaconsiglioviaspettiate questo mio ardente desiderio del t˘r donna si rafreddi.

Ma noi abbiamo riso assai. Quanto se io avessi fanciugliio non mipiglierei quella fatica di cercare altra nutrice che la loro medesimamadre. E' mi ramenta Favorinoquel filosofo d'Aulo Gelioe tutti glialtri antichi quanto e' lodan pi˙ el latte della madre che alcuno altro.Forse questi medici appongano che dare el latte le indebolisce e falletalora sterile. Ma pure io posso credere dalla natura sia bene a tuttoprovedutoe debbasi stimare non sanza cagionema bene con gran ragionequanto si vede insieme colla grossezza ivi nascere in copia emultiplicarsi el lattequasi come la natura stessa ci apparecchi albisogno e dicaci quanto a' figliuoli dalle madri aspetti. Piglierei questalicenza se la donna per sinistro alcuno fusse diventata debole: ioprovedereicome tu di'd'avere balia buonaesperta e costumatanon perlasciar pi˙ ozio alla donnanon per torgli quella verso de' figliuolidevuta faccendama per dare meno tristo nutrimento al fanciullo. E credoil vero cheoltre a quelle infermitÓquali tu dicevi potevano dalcorrotto latte venireancora pi˙ la nutrice non onestanon costumatasarÓ sufficiente ne' costumi del fanciullo nuocere e inclinallo a' viziied empierli l'animo di furiosi e bestiali passioni come d'iracundiatimiditÓspaventi e simili mali. E credo se la balia o da sÚ fiao peruso di vini troppo fumosi e prettio per altri riscaldamenti d'animofocosae arÓ il sangue suo infiammato e riarsoforse sarÓ facile incoluiel quale arÓ da costei preso nutrimento cosÝ acceso e adustoconseguirli l'animo proclive e incitato ad iraimmanitÓ e bestialitÓ. EcosÝ ancora pu˛ la lattatrice male contentapiena di rancore e gravezzad'animorendere quel fanciullo pigro ed enervato e timidoe cosÝ talisimili cagioni possono assai ne' primi tempi. Vedesi uno arborcello nonavendo donde e' pigli nutrimento appropriato a sÚ e ne' primi bisogniquanto si doveva copia d'aere e umiditÓlo fa di poi stare semprelanguido e seccuccio. E pruovasi che piccola piagolina a uno tenerorampollo pi˙ nuoce che due grandi squarciature a uno annoso tronco.Pertanto si vuole molto provedere che a quella tenerina etÓ sianutrimento quanto si pu˛ ottimo. Per˛ si proccuri al bisogno avere labalia lietanettasenza alcuno riscaldamento o turbazione di sangue od'animo; faccia vita modestanÚ sia immoderata in cosa alcunanÚscostumata; le quali cose sÝcome tu diceviraro si truovano nellenutriceper˛ ti resta da consentirmi che certo le proprie madri sonocome pi˙ che l'altre baliacce modestissime e costumatissimecosÝ pi˙atte e molto pi˙ utili a nutrire e' suoi proprii figliuoli. NÚ star˛raccontando qui quale con pi˙ amorecon pi˙ fedediligenza eassiduitÓ governerÓ el fanciulloo quella condutta per pregioo lapropria madre. NÚ ancora mi stender˛ a provarti quanto l'amore verso delfigliuolo si conservi e confermi alla madre quando el figliuolo sarÓ nelsuo seno cresciuto e nutrito. E quando pure bisognasseche raro nonmancando la madre accadecercare la balia e avere in queste tali dettecose sollecitudinenon pare a me faccenda troppo grave. E forse veggomolti uomini con diletto affaticarsi in utilitati minori che non Ŕ persalute de' figliuolicosa lodevole e molto devuta.

Ma ben saistare in paura come tu mi parevi e dubitare di quella primaetÓ periscano moltia me questo non pare da lodare. E' si vuolementreche ne' fanciulli si sente spirare qualche animapi˙ tosto sperarnemeglio che dubitarne. NÚ sono talora sÝ grande le dogliuzze de' fantiniquanto elle paiono. Vedevilo ieri giacere languido e tutto quasi fuori divita: oggi tutto vivotutto forte ti s'apresentaper tutto transcorre. Equando a Dio fusse in qualche etÓ piaciuto che a' figliuoli tuoi el corsode' giorni suoi fusse finitostimo sia officio de' padri pi˙ tostoramentarsi e rendere grazia de' molti piaceri e sollazziquali e'figliuoli hanno loro datiche dolersi se chi te gli prest˛ se gli ha intempo rivoluti. Lodasi quella antiqua risposta d'Anassagorael quale comeprudente e savio padre udendo la morte del figliuoloquanto dovea conpaziente e ragionevole animo dissesapea sÚ avere generato un uomomortalee non gli parea intollerabile se chi era nato per morire giÓfusse morto. Ma qual si truova rustico sÝ imperito e scioccoel quale insÚ non sia certissimo come nulla cosa pu˛ dirsi morta qual prima fussestata non vivacosÝ nulla essere in vita che non aspetti quanto eradovuta a morte?

E forse ti dir˛ tantoAdovardoch'e' padri lo dovrebbono averenonvoglio dire caroma certo molto meno a molestia s'e' figliuoli muoionosenza maggior vizii e senza sentire quanti molti affanni siano in questavita de' mortali. Niuna cosa si truova pi˙ faticosa che 'l vivere; ebeati coloro che uscirono di tanti stenti e finirono i dÝ suoi giovinettiin casa de' padri nella patria nostra! Felici loro che non sentirono lemiserie nostrenon sono iti errando per le terre altrui senza dignitÓsenza autoritÓdispersilontani da' parentidagli amici e da' carisuoisdegnatispregiatiscacciatiodiati da chi riceveva onore ecortesia da noi! O infelicitÓ nostra per tutte le terre altrui trovarenelle avversitÓ nostre aiuto e qualche riposoin tutte le genti stranela nostra calamitÓ trovare pietate e compassionesolo da' nostri propriicittadini giÓ tanto tempo non potere impetrare misericordia alcuna! Senzacagione proscrittisenza ragione perseguitisenza umanitÓ negletti eodiati!

Ma che volevo io dire? A ogni etÓ non mancano spesse infermitÓ grandie gravi non meno che nella prima infanziase giÓ e' grandi e atempati tiparessino colle sue gottiscesefianchi e sciatiche pi˙ che gli altrileggieri e liberio vero giudicassi che le febbridolori e morbi nonpotessero a' robusti e fermi giovani nuocere quanto a' fanciulli. E quandoben qualche etÓ fusse pi˙ percossa dall'ultime infermitÓsarae per˛da non biasimare quel padreel quale non tenga sÚ quanto si richiedemoderato e prudente? E part'egli poca stultizia pure averti coll'animopauroso e sollicito dove a te non sia licito prendervi altro alcunorimedio?

ADOVARDO Io non voglio per˛ contender teconÚ disputare le cose sÝa sottile. Sono contento giudichi poco savio chiunque teme quello a chenon si pu˛ rimediare. Con questo o tu non riputare me pazzobenchÚ ioin molte cose non sia e inverso de' fanciulli miei sanza paurao tuditermina che tutti i padri sieno stoltissimipoichÚ niuno si truova elquale non molto procuri e tema di non perdere que' che gli sono carissimi.La qual cosa se alcuno biasimainsieme vitupera l'essere padre. E qui meconducoLionardo. Sienos'egli Ŕ possibilee' padri certi ch'e'figliuoli persino all'ultima vecchiezza rimarranno in sanitÓ eprosperitÓ; aspettino e' padri veder e' nipoti de' suoi nipotiqual siscrive vidde a sÚ nati divo Augusto Cesare; non temano in loro alcunegravissime malattiele quali talora sono non meno che la morte acerbe eintollerabilie speri ciascun padre sÚ essere simile a Dionisio tirannosiracusanoquale in etÓ d'anni sessanta nÚ de' figliuoli di tre suemoglinÚ de' molti suoi nipotimai acadde farne essequie alcuna; e stiain arbitrio de' padri la vita e la morte de' figliuolila lunga etÓ e labreve vitacome stette ad Alteaalla quale concessero gli dii che tantoil suo figliuolo Meleagro vivessequanto durava salvo e intero queltizzone quale essa gitt˛ crucciata in mezzo il fuocoonde consumato illegno fu la vita a Meleagro finita: dico ch'e' figliuoli non sarebbonoper˛ a' padri se non pieni di maninconia.

LIONARDO A me cotesto pare pi˙ da confessarlo a teel quale non vuoicontendereche da crederlo a uno altro da cui mi paresse a quel che dicedomandarne ragione. Ma forse io scorgo dove tu potresti riuscirecomeinterviene a molti pochi savi padri che si straccano e scalpestano la suavita tutta in arti faticosissimein viaggi e travagli grandissimievivono in disagii e servit˙ per lassare gli eredi suoi abondanti d'oziodelizie e di pompa.

ADOVARDO Tu so non riputi me di quelli cosÝ fatti che io stia moltotempo pe' miei figliuoli occupato a congregare quello che in uno minimomomento pu˛ la fortunanonchÚ a chi e' si lasciama a chi l'acquistatorlo. Ben dico che mi sarebbe caro lasciare e' miei ricchi e fortunatipi˙ che poverie molto desideroe moltoquanto in me stam'adoperolasciarli in tale fortuna che poco abbino ad arivare alle merzŔ d'altruichÚ non sono ignorante quanto sia miseria ne' suoi bisogni non potersiaiutare senza le mani d'altrui. Non credere per˛s'e' padri non temonomorte e povertÓ ne' figliuoliche siano senza maninconia. E dove sta ilpeso di fargli costumati? Apresso il padre. Dove sta la soma di fargliimparare lettere e virt˙? Appresso il padre. Dov'Ŕ quel carico smisuratodi fargli apprendere una e un'altra dottrinaartescienza? Pure appressoil padreben sai. Agiugni a queste la grandissima sollecitudine che hannoi padri in scegliere quale artequale scienzaqual vita pi˙ siconfaccia alla natura del figliuoloal nome della famigliaal costumedella terraalle fortunea' tempi e condizione presentialle occasionialle espettazioni de' cittadini. Non patisce la terra nostra che de' suoialcuno cresca troppo nelle vittorie dell'armi. SaviaperchÚ sarebbepericoloso alla nostra antichissima libertÓse chi have adempiere nellarepublica le sue voluntÓ con favore e amore degli altri cittadinipotesse con minacce e forza d'arme aseguire quanto l'animo il traportaquanto la fortuna si gli porgequanto il tempo e condizioni delle cosegli accede e persuade. NÚ anche fa la terra nostra troppo pregio de'litteratianzi pi˙ tosto pare tutta studiosa al guadagno e cupida diricchezze. O questo il paese che lo diao pure la natura e consuetudinede' passatitutti pare crescano alla industria del guadagnoogniragionamento pare che senta della masseriziaogni pensiero s'argomenta adacquistareogni arte si stracca in congregare molte ricchezze. Non so sein noi Toscani questo fusse o da' cielicome diceano gli antichi cheperchÚ Atene avea il cielo puro e leggieroper˛ ivi erano uominisottili e d'ingegni acuti; Tebe avea il cielo pi˙ grassoper˛ erano e'Tebani pi˙ tardi e meno astuti. Alcuni affermavano perchÚ i Cartaginesisi trovavano il paese sterile e aridoper questo a loro era forza ne'suoi bisogni avere conversazione e ospizio con molte vicine ed estraneegentionde riveniano esperti e dotti in molta astuzia e inganni. E ancheforse si pu˛ credere ne' cittadini nostri l'uso e consuetudine de'passati abbia amminicolo e possanza. Come scrive Platonequel principede' filosofiche ogni costume de' Lacedemoniesi era infiammato dicupiditÓ di vincerecosÝ stimo alla terra nostra il cielo producegl'ingegni astuti a discernere el guadagnoel luogo e l'uso gl'incendenon a gloria in primama ad avanzarsi e conservarsi robae a desiderarericchezzecolle quali e' credono meglio valere contro alle necessitÓenon poco potere ad amplitudine e stato in fra i suoi cittadini. E se cosÝfussequanto saranno solliciti e' padri quali stimeranno il figliuolopi˙ atto alle lettere o arme che a racogliere o coadunare denari! Non glicombatterÓ egli nell'animo uno volere seguire el costume della terracontro a uno desiderare d'adempiere le sue grandissime speranze? SarÓegli poco stimolo a' padri cosÝ avere a posporre l'utile e onore de'figliuoli e della famiglia sua? Non gli sarÓ egli gravissimo all'animoper schifare odio e invidia de' suoi cittadiniesserli non licito quantovorrebbe e gioverebbedirizzare il figliuolo a una o un'altra virtude olode? E testÚ non occorrono a me in mente tutte le nostre dogliee forsesarÓ troppo lunga opera e troppa esquisita fatica volertele a una a unatutte racontare. Basti a te quinci vedere ch'e' figliuoli sono a' padripieni di lagni e maninconie innumerabili.

LIONARDO QuantoAdovardose io ti dicessi ch'e' padri non avessino asofferire delle fatichesendo ogni vitacome dicea Crisippogrieve elaboriosa. Nessuno si truova mortale a chi el dolore non tocchi. LeinfermitÓla paura e le maninconie lo premano; sotterrare figliuoliamici e parenti; perdere e di nuovo rifare; aspettare e proccurare quantobisogna ad infinite nostre necessitati. E questa pena pare data a chi civiveche reiterate le piaghe della fortunanelle case s'invecchi conlacrimemeroree in veste nera. SÝ chese i padri fussero pi˙ che glialtri mortali sciolti da queste leggi a noi date dalla naturae securi daqueste incursioni e impeti delle cosee liberi da tante a tutti gliuomini necessarie cure e pensieriquali al continuo l'animo di chiunquesi sia non stolto avolgonocredo sarebbono e' padri pi˙ che gli altrifelici e beati. Non ti niego per˛ ch'e' padri sopratutto pi˙ che glialtri debbano colle mani e co' piedicon tutti e' nervicon ogniindustria e consiglioquanto possono sforzarsi ch'e' figliuoli sienocostumati e onestissimisÝ perchÚ fanno l'utile de' suoi- il costumein uno giovane si stima certo non meno che la ricchezza- sÝ<I>etiam</I> perchÚ rendono ornamento e pregio alla casa ealla patria sua e a sÚ stesso. I figliuoli costumati sono testimoni elodo della diligenza de' loro padri. E stimasi meglio essere alla patrias'i' non erroe' cittadini virtudiosi e onesti che i ricchi molto epossenti. E di certo e' figliuoli non costumati debbono essere a' padrinon insensati e stolti grandissimo dolorenon tanto perchÚ a lorodispiacciono le bruttezze e spurcizie de' figliuoliquanto chÚ niunodubita ogni scorretto figliuolo rendere al padre in molti modi non piccolavergognaove certo ciascuno conosce e giudica quanto stia ne' padri dellefamiglie fare la giovent˙ sua onestacostumata e virtudiosa. NÚ credosarÓ chi nieghi questoche tanto possono e' padri ne' loro figliuoliquanto e' vogliono. E come uno buono e sollecito scorgitore farÓ unopuledro mansueto e ubidientequale un altro men destro e negligente nonarÓ potuto imbrigliarlocosÝ e' padri ne' suoi con diligenza e modo glirenderanno civilissimi e modestissimi. Onde non senza grandissimo biasimodi negligenza saranno e' padri quali aranno e' figliuoli non correttimadisviati e scelerati.

Per˛ in questo sarÓ la prima cura e pensiere de' maggioricomedianzi diceva Lorenzoin provedere che la giovent˙ sua quanto si pu˛sia ornatissima di virt˙ e costume. Del resto consiglierei io e' padriche ne' figliuoli seguissero piuttosto il ben della famiglia che ilgiudicio del volgogiÓ che si vede questoalla virt˙ mai quasi mancaricetto e luogoper tutto truova dove essere lodata la virt˙ e amata.Per˛ farei come faceva quello Apollonio alabandese retorico qualese igiovani non gli pareano bene atti alla eloquenzagli traduceva a queglimestieri da natura pi˙ si gli afaceanoe non se gli lasciava apressoperdere tempo. E scrivesi di quelli Ginnosofistepopuli orientaliriputati fra gl'Indii savissimiche allevavano e' nati non a voglia edesiderio del padrema secondo el ditto e sentenza di que' publici savia' quali era officio notare il nascimento e l'effigie di ciascuno. Indigiudicavano quanto e a che cosa fussero meglio attie in quelle come daquesti prudenti vecchi era commendatosÚ essercitavano. E se fusserostati a' buoni essercizii deboli e disadattinon era chi volesse perdervinÚ spese nÚ fatiche: dicesi gli gittavano e talora gli anegavano. CosÝfacciano e' padri a quello ch'e' figliuoli sono attiascoltino l'oraculod'Apollinequale rispuose a Cicerone: "segui coll'opera e collaindustria lÓ dove la natura e lo 'ngegno tuo ti tira". E s'e'figliuoli sono pronti e accomodati alle virt˙a' fatti viriliallescienze e arti prestantissimealla vittoria e gloria delle armiponganvisifaccianvisi essercitare e apprenderlee diesi opera cheinsino dalla prima etÓ vi si avezzino. Qualunque uso pigliano e' minoricon esso crescono. E se forse non fussero o per ingegnoo per intellettoo per fermezza o prosperitÓsufficienti alle cose maggioridiesi lorominori e pi˙ leggieri esserciziie sempre se gli preponga essercitazioniquanto a loro sarÓ possibile essequirlemagnificevirili e onorate. Ese non fussero idonei e abili a quelle lodatissimee se fussero inutiliad altrofacciano e' padri simile a que' Ginnosofisteaneghino ifigliuoli nelle cupiditÓfacciangli cupidenariiincendino ne' giovanivolontÓ non ad onore e gloriama all'auroricchezzaal quattrino.

ADOVARDO E questo ci duole ancoraLionardoche noi non sappiÓno ilcertoqual via sia pi˙ a' nostri facilenÚ bene scorgiamo a quale buoncorso la natura gl'invii.

LIONARDO Quanto iostimo a uno padre diligente e desto non sarÓquesto molto difficileconoscere a che essercizio e a che laude e'figliuoli suoi sieno proclivi e disposti. Quale pi˙ sempre fu incerto edubbioso che il ritrovare quelle cosele quali in tutto voleano starsinascosele quali la natura si serbava molto entro coperte sotto la terra?Pur questo si vedegl'industriosi artefici l'hanno ritrovate e agiunte.Chi disse all'avaro e cupido lÓ sotto fussero metalliargento e auro?Chi gl'insegn˛? Chi gli aperse la via sÝ difficile e ambigua ad andarvi?Chi lo fÚ certo fussino minere pi˙ tosto di preziosi metalli che dipiombo? Furono gl'indiziifurono e' segni per li quali si mossono adinvestigaree co' quali investigando conseguironoe addussorli innotizia e uso. E tanto potette la industria e diligenza degli uomini chenulla cosa di quelle occultissime pi˙ a noi sta non conosciuta. Eccoancora gli architetti vorranno edificare el pozzo o la fonte. Primacercano gl'indiziinÚ per˛ cavano in ogni luogoperchÚ sarebbeinutile spesa cavare dove non fusse buonanetta e presta vena. Per˛pongono mente sopra terra onde possano conoscere quello che sta sottoentrodalla terra nascoso. E dove e' veggono el terreno tuffosoarido earenosoivi non perdono operama dove surgano virgultivinci e mirtiosimile verzureivi stimano porre sua opera non indarno. E cosÝ nonsenza indiziosi danno a seguire quanto allo edificio sarebbe accommodatoma dispongono lo edificio a meglio ricevere quel che gl'indizii gliprescrivono.

Simile adunque faccino e' padri verso de' figliuoli. Rimirino di dÝ indÝ che costumi in loro nasconoche volontÓ vi durinoa che pi˙ spessoritorninoin che pi˙ sieno assiduie a che peggio volentieri s'induchino.ImperochÚ di qui aranno copiosi e chiari indizii a trarne e fermarneperfetta cognizione. E se tu credessi nell'altre cose ascosissime avere e'segni manco fallaci che ne' costumi e nel viso degli uominie' quali sonoda essa natura congregabilie volentieri e con studio si congiungonoefra gli uomini lieti convivonofuggonospiacegli e attristagli lasolitudine; se tu in costoro credessi trovare meno indizio e meno certezzache in quell'altre cose copertissime e in tutto dal necessario usopresenza e giudicio de' mortali rimotissimecerto erreresti. La naturaottima constitutrice delle cosevolle nell'uomo non solo che viva palesee in mezzo degli altri uominima certo ancora pare gli abbia impostonecessitÓ che con ragionamento e con altri molti modi comunichi ediscopra a' medesimi uomini ogni sua passione e affezionee raro patiscein alcuno rimanere o pensiero o fatto ascosoe non da qualcuno latosaputo dagli altri. E pare che la natura stessa dal primo dÝ chequalunque cosa esce in luce abbia loro iniunte e interserte certe note esegni patentissimi e manifestico' quali porgano sÚ tale che gli uominipossano conoscerle quanto bisogna a saperle usare in quelle utilitÓ sienostate create. E pi˙ nell'ingegno e intelletto de' mortali have ancorainseminato la natura e inceso una cognizione e lume di infinite eoccultissime ragioni di ferme e propinque cagionicolle quali conoscaonde e a che fine sieno nate le cose. E agiunsevi una divina emaravigliosa forza di sapere distinguere ed eleggere di tutte qual siabuona e qual nocivaqual malaqual salutiferaquale accommodata e qualcontraria. E vedi sÝ tosto come la pianta si scopre sopra della terracosÝ allora il pratico e diligente la conoscee chi meno fusse praticocolui alquanto pi˙ tardi la conoscerebbe.

Ma certo ogni cosa prima Ŕ conosciuta che scemataprima redutta aduso che mancata. E cosÝ stimo la natura negli uomini faccia il simile.NÚ a' fanciulli diede sÝ coperte e oscure operazioninÚ a' padri sÝrozzi e inesperti iudicii che non possano di molti luoghi compreendere ache i figliuoli suoi pi˙ s'adirizzino. E vederai dal primo dÝ che 'lfanciullo comincia a dimonstrare suo alcuno appetitosubito si scorge ache la natura lo 'nchina. Ramentami udire da' medici ch'e' parvuliquandoe' ti veggono cosÝ grillare colle maniallora se vi badanose vi sidestanodimonstrano essere composti alli essercizii virili e all'arme. Ese pi˙ loro piace que' versi e canti co' quali si sogliono ninnare eacquietaresignifica che sono nati all'ozio e riposo delle lettere e allescienze. E un diligente padre di dÝ in dÝ compreenderÓ e penserÓ permeglio iudicare ne' figliuoli ogni piccolo attoogni parola e cennocomesi scrive fece quel ricco agricoltore Servio Oppidio canusino: perchÚ e'vedea uno de' suoi figliuoli sempre avere el seno suo pieno di nocigiucare e donare a questo e a quellol'altro vedea egli tutto quietostarsi e tristerelloanoverandole e per le bucherattole transponendoleconobbe per questo solo indizio in ciascuno di loro che ingegno e animo vifussi. Per˛morendo gli chiam˛e disse dividea loro la ereditÓperchÚ e' non volease alcuna pazzia toccasse loroavessero insiememateria d'adirarsi. E feceli certi come e' vedea non erano di una naturama l'uno sarebbe stretto e avarol'altro prodigo e gittatore. E nonvoleva dove in loro fusse tanta contrarietÓ d'ingegno e di costumiivifussero simili e' loro animi oppositi e contrarii. E dove nella masseriziae spese non fussero d'una opinione e volereprovedeva fra loro venisseira niunanÚ vi cadesse dissidio alcuno di ferma benivolenza e amore. Incostui adunque fu buona e lodata diligenza. Fece come Ŕ officio a' padridi fare: stare curioso e cauto a provedere ogni atto ne' figliuoli e ogniindizioe con questi misurare che volontÓ e che animi si scuopronoe aquel modo scorgere a che ciascuno pi˙ sia da natura cinto e pronto.

E possono di molti luoghi e' padri assai bene scorgere a che ciascunofanciullo s'adirizzi. Nessuno uomo Ŕ di cosÝ compiuta e pratica etÓnÚ di tanta malizianÚ di sÝ artificioso e astuto ingegno a occultaree' suoi appetitivoglie e passioni d'animoche se tu pi˙ dÝ v'arail'intelletto e l'occhio desto a mirare suoi cenniatti e manierenelquale tu non compreenda ogni suo vizio per occulto che sia. ScrivePlutarco per solo un guardo quale a certi vasi barbari fÚ Demostenechesubito Arpallo conobbe quanto e' fusse avaro e cupido. E cosÝ un cennouno attouna parola spesso ti scuopre e apre a vedere per tutto dentrol'animo d'uno uomoe molto pi˙ facile ne' fanciulli che ne' pi˙ saggiper etÓ e per maliziagiÓ che questi non sanno coprirsi bellamente confizioni o simulazioni alcune. E ancora credo cosÝ che uno gran segno dibuono ingegno ne' fanciulli sia quando raro si stanno ociosianzivogliono fare ci˛ che fare veggono; uno grande segno di buona e facilenatura quando presto si rachetano e la ricevuta iniuria si dimenticanonÚ sono nelle cose ostinatima rimettono e cedono senza troppa durezza esenza vendicarsie senza vincere ogni voluntÓ. Uno grande segno d'animovirile sta in uno fanciullo quando egli Ŕ a risponderti desto e prontoprestoardito a comparire tra gli uominie senza salvatichezza e sanzarustico alcuno timore. E in questo molto pare l'uso e consuetudinegl'aiuti. Per˛ sarebbe utilenon come alcune madri usano sempretenerseli in camera e in gremboma avezzargli tra le genti e ivicostumargli essere a tutti riverentinÚ mai lasciargli solinÚ sederein ozio femminilenÚ ridursi covando tra le femmine. Platone soleariprendere quel suo Dione di troppa solitudinedicendo che la solitudineera compagna e coniunta alla pertinacia. Catone vedendo un giovane oziosoe sololo domand˛ quello che facesse. Questo gli risposefavellava dasÚ a sÚ. "Guarda"disse Catone"che tu non parli testÚcon uomo alcuno cattivo". Prudentissimoche sapea e per uso e peretÓ quanto ne' giovenili intelletti umani pi˙ possa la volontÓ incesa ecorrotta di libidineiracundiao malvagia alcuna opinione e pensiere chela vera e intera ragione. E per˛ conoscea che a costuioccupato adascoltare e rispondere a sÚ stessipi˙ era facile consentire all'apetitoe volontÓ che alla onestÓe manco credere alla continenza e fuga dellecose voluttuose che a' desiderati e aspettati suoi piaceri e diletti.Diventasi adunque cosÝ per solitudine coniunta con oziopertinacevizioso e bizzarro.

Voglionsi adunque e' garzoni dal primo dÝ usarli tra gli uomini ove e'possino imparare pi˙ virt˙ che vizioe fino da piccioli cominciarli afare virili usandogli ed essercitandogli in cose quanto nella loro etÓ sipossa magnifice e amplestorli da tutti i costumi e maniere femminile. E'Lacedemoniesi facevano andare e' fanciulli loro la notte al buio sopra e'sepulcri per asuefarli a non temere nÚ credere le maschere e favole dellevecchie. Conoscevanoquanto uomo prudente niuno dubital'uso in tuttal'etÓ valere assaie nella prima adolescenza pi˙ quasi avere forza chein tutte l'altre. Chi da piccolo sarÓ allevato nelle cose virili e amplea costui ogni lode non supprema e di pi˙ peso che alla etÓ sua nons'appartengaparrÓ se non leggieree stimeralla non difficile adintraprenderla. Per˛ si vuole cominciare usare e' fanciulli in coselaboriose e ardueove con industria e fatica cerchino e sperino veralaude e molta grazia. E in questo giova essercitargli la persona el'ingegno; nÚ si potrebbe facilmente lodare quanto sia in ogni cosa l'essercizioutile e molto necessario. Dicono e' fisicie' quali lungo tempo hanno condiligenza notato e conosciuto quanto ne' corpi umani vaglial'essercizioconserva la vitaaccende il caldo e vigore naturaleschiuma le superfluee cattive materiefortifica ogni virt˙ e nervo. Ed Ŕ l'essercizionecessario a' giovaniutile a' vecchi; e colui solo non faccia essercizioel quale non vuole vivere lietogiocondo e sano. Solea Socratequelpadre de' filosofiper essercitarsi non rarissimo e in casa ecome lodescrive Senofontein conviti ballare e saltellaretanto stimava licitoe onesto per essercitarsi quello che certo altrove sarebbe lascivo einetto. Ed Ŕ l'essercizio una di quelle medicine naturalicolle qualiciascuno pu˛ sÚ stesso senza pericolo alcuno medicarecome il dormire eil vegghiaresaziarsi e astenerestar caldo e frescomutare aeresedersi quieto ed essercitarsi pi˙ e manco ove bisogna. E soleanogl'infermiuno temposolo colla dieta e collo essercizio purgarsi erafermarsi. A' fanciulli che sono per etÓ sÝ deboli che quasi sostenganosÚpi˙ si loda el giacere in quiete molta e in lungo ozioper˛ checostoro stando troppo ritti e sofferendo fatica s'indeboliscono. Ma a'fanciulletti pi˙ forteruzzi e agli altri tutti troppo nuoce l'ozio.Empionsi per l'ozio le vene di flemmastanno acquidosi e scialbie lostomaco sdegnosoi nerbi pigri e tutto il corpo tardo e adormentato; epi˙ l'ingegno per troppo ozio s'apanna e ofuscasie ogni virt˙nell'animo diventa inerte e straccuccia. E per contrario molto giova l'essercizio.La natura si vivificai nervi s'ausano alle fatichefortificasi ognimembroassottigliasi il sangueimpongono le carni sodel'ingegno stapronto e lieto.

NÚ acade per ora referire quanto sia l'essercizio utilissimo e moltonecessario a tutte l'etÓe in prima a' giovani. Vedilo come sieno e'fanciulli allevati in villa alla fatica e al sole robusti e fermi pi˙ chequesti nostri cresciuti nell'ozio e nella ombracome diceva Columellaa'quali non pu˛ la morte agiugnervi di sozzo pi˙ nulla. Stanno paliducciseccucciocchiaie e mocci. E per˛ giova usarli alle fatichesÝ perrenderli pi˙ fortisÝ ancora per non lassarli summergere dall'ozio einerziausargli a ogni cosa virile. E anche lodo coloro e' qualicostumano e' figliuoli sofferire col capo scoperto e il piÚ freddomoltovegghiare adrento alla nottelevare avanti el solee nell'avanzo darloro quanto richiede la onestÓe quanto bisogna a imporre e confermarsila persona; assuefarli adunque in queste necessitadie cosÝ farli quantosi pu˛ viriliper˛ che le giovano pi˙ molto non nocendo che elle nonnuocono non giovando. Scrive Erodotoquello antico greco nominato padredella istoriache doppo la vittoria di Cambise re de' Persi avuta controagli Egiziifurono l'ossa de' molti morti ivi ragunatele quali poi atempo benchÚ mescolate insiemefacile si conosceanoper˛ che e' teschide' Persi con minima percossa si sgretolavanoquegli vero degli Egiziierano durissimi e a ogni gran picchiata reggevano; e dice di questoesserne cagione ch'e' Persi pi˙ dilicati usavano el capo copertoquelliEgizii persino da fanciulli sÚ adusavano a star sotto la vampa del sole esotto le piovee la notte al vento e sereno sempre col capo discoperto.Certo adunque molto da considerare quanto questo uso vagliache dice de'Persi per questo mai quasi niuno si vede esser calvo. CosÝ volse Licurgoquello prudentissimo re de' Lacedemonich'e' cittadini suoi s'ausassinoda piccoli non con vezzima nelle fatichenon in piazza co' sollazzimanel campo coll'agricultura e colli essercizii militari. E quanto beneconoscea potere assai l'essercizio in ogni cosa! Non sono eglino pure tranoi alcuni destri e forti diventatiquali prima erano deboli e disadattie alcuni per veemente essercizio sono riusciti ottimi corridorisaltatorilanciatorisaettatoriquali prima a tutte queste cose eranorozzissimi e inutilissimi? Demostene ateniese oratorenon fec'egli colloessercizio la lingua agile e versatileil quale avendo le parole danatura pigre e agroppatesi empieva la bocca di calculie apresso de'liti con molta voce declamava? Giov˛gli questo essercizio tanto che niunopoi era pi˙ di lui soave a udirloniuno quanto lui netto e spiccato aproferire.

Pu˛ adunque di certo l'essercizio assai non solo nel corpomanell'animo ancora tanto potrÓ quanto vorremo con ragione e modo seguire.E potrÓ certo l'essercizio non solamente d'uno languido e cascaticciofarlo fresco e gagliardoma pi˙ ancora d'uno scostumato e vizioso farloonesto e continented'un debole ingegno possented'una inferma memoriafarla tenacissima e fermissima. Nessuno sarÓ vezzo sÝ strano nÚ sÝindurato che in pochi dÝ una ferma diligenza e sollecitudine nollo emenditutto e rimuti. Scrivono che Stifonte megaro filosofo da natura erainclinato ad essere ubriaco e lussuriosoma con essercitarsi in scienza evirt˙ vinse la sua quasi naturae fu sopra gli altri costumatissimo.Virgilioquello nostro divino poetada giovane fu amatoree cosÝ dimolti altri si scrivee' quali prima in sÚ avevano qualche viziopoicon studio essercitandosi in cose lodatissime sÚ corressero. Metrodoroquel filosofo antiquoel quale fu ne' tempi di Diogene cinicotantoacquist˛ con uso ed essercitazione della memoriache non solo referivacose insieme dette da moltima ancora con quel medesimo ordine e sitoprofferiva le medesime loro parole. Che diremo noi di quel sidonioAntiparel qual soleva per molta essercitazione e uso essametri epentametriliricicomicitragedi e ogni ragion di versiragionando diqualunque proposta materiaesprimere e continuato proferirgli senza puntoprima avergli pensato? A costuiper molto avervi l'ingegno essercitatofu possibile e facile fare quello quale a' meno essercitati eruditi oggicon premeditazione e spazio si vede essere fatigoso. Se in costoro in cosedifficili l'essercitarsi tanto valsechi dubita quanto sia grandissima laforza dell'essercizio? Ben lo conoscevano e' Pitagoricie' qualifermavano con essercizio la memoria riducendosi ogni sera a mentequalunque cosa fatta il dÝ. E forse questo medesimo giovarebbe a'fanciulliascoltare ogni sera quello che il giorno avessono imparato. E'mi ramenta che nostro padre spesso non bisognando ci mandava conimbasciate a pi˙ personesolo per essercitarci la memoriae spess'oradi molte cose voleva udire il parere nostro per acuirci e destarcil'intelletto e l'ingegnoe molto lodava chi meglio avesse detto perincenderci a contenzione d'onore.

E cosÝ sta beneanzi debito a' padri in molti modi provare l'ingegnode' suoistar sempre destonotare in loro ogn'atto e cennoquelli chesono virili e buoni trargli innanzi e lodarliquelli che sono pigri elascivi emendarlifarli essercitare secondo e' tempi quanto bisogna.Essercitarsi colla persona subito drieto al pasto si dice che nuoce.Muoversi innanzi al cibo e afaticarsi alquanto non nuocema straccarsinon giova. Essercitare l'ingegno e l'animo in virt˙ in qualunque orainogni luogoin tutte le cose mai fu se non lodatissimo. Piglinsi e' padriquesta faccendaadunquenone a maninconiama pi˙ tosto a piacere. Tuvai alla cacciaalla forestaaffatichitisudistai la notte al ventoal freddoel dÝ al sole e alla polvere per vedere correreper pigliare.Ett'egli manco piacere vedere concorrere due o pi˙ ingegni ad attingerela virt˙? Ett'egli manco utile con tua lodatissima e iustissima operavestire e ornare il tuo figliuolo di costumi e civilitÓche tornaresudato e stracco con qualunque salvaggiume? Adunque e' padri con piacereincitino e' figliuoli a seguire virt˙ e famaconfortingli a concorreread attignere onorefesteggino chi vincegodano d'avere e' figliuolipresti e avidi a meritare lode e pregio.

ADOVARDO Dilettami certoLionardoquesta tua copiae piacemi ognitua sentenzae lodo assai questo essercitarsie confesso che loessercizio emenda e' vizii e conferma la virt˙. Ma per certoLionardooio non so dirloo io non posso bene esprimere quello che io sento in me.In questo essere padre non sono e' pensieri e le fatiche nÚ sÝ rarenÚsÝ leggierinÚ sÝ grati e dilettosi quanto tu forse credi. E che soio? E' fanciugli crescono; segue il tempo di fargliquanto di'apprendere virt˙. E' padri non sannoforse per maggiori occupazioni nonpossonohanno el pensiero e l'animo occupato altrovenon gli Ŕ licitolasciare l'altre cose publice e private per dirozzare e instruire e'fanciulli. E cosÝ bisogna il maestrobisˇgnati udirli stridirevedililividivergheggiatie spesso se' necessitato tu stessi darligastigarli.Ma queste so ti paiono nullache non sai l'amore e la pietÓ de' padriquanto ella sia tenera e condogliosa. Apresso poi e' fanciulli possonoriuscire golosicaprestibugiardi e viziosi. NÚ ora voglionÚ potreisenza dolore ricordarmi d'ogni nostro incarco.

LIONARDO Tu forse per far ch'io pi˙ ti creda quanto mi di' che 'ltroppo lungo mio ragionare non ti dispiaceper˛ testÚ mi porgi nuovatrama ove io pigli licenza ad estendermi in un altro pi˙ molto lungofavellare. Accetto questa occasionechÚ per ora non so come megliousufruttare questo ocio che conferendo di simili cose utilissime. Epiacerammi o dilettartise cosÝ aspettio trarti dell'animo questa malaopinionese cosÝ forse bisogna. E dimmiAdovardoquale dee pesare pi˙al padreo la bottegalo statola mercatantiao il bene e salvamentodel figliuolo? Solea dire Cratesquello antiquo e famosissimo filosofose a lui fusse licitosalirebbe in sul pi˙ alto luogo della terra egriderebbe: "O cittadini stoltidove ruinate voi? Seguite voi contante fatichecon tanta sollecitudinecon tante innumerabili arte einfinito afanno questo vostro coadunare ricchezzee di quelli a cui avetee le volete lasciare non vi curatenon ne avete pensiero alcuno nÚdiligenza?"

De' figliuoli adunque si vuole avere cura in primae poi delle cose lequali noi proccuriamo perchÚ siano utile e commode a' nostri figliuoli. Esarebbe non sanza stultizia non far che questiper chi tu acquisti robameritino d'averla e possederlae sarebbe poca prudenza volere ch'e'figliuoli tuoi avessero a trassinare e governare cose quali e' nonconoscesseronÚ sapessino quanto si debba maneggiare. NÚ sia chi stimile ricchezze se non faticose e incommode a chi non sa bene usarlee sarÓse non dannosa ogni ricchezza a colui el quale nolla saprÓ bene usare econservare. NÚ a me piacerebbe chi donasse un cavallo gagliardissimo egenerosissimo a un che non bene lo sapesse cavalcare. E chi dubitagl'impedimenti e istrumenti da far il valloda contenere l'essercitodasostenere gl'impeti ostilil'arme da propulsare e seguire fugando gl'inimicie cosÝ simili altre molte cose essere allo essercito non meno utili chenecessarie? Ma quale isciocco non conosce lo essercito ivi essere inutileove o d'arme o d'impedimenti sia troppo grave? E qual prudente non giudicatutte quelle medesime cose le quali moderate giovanoallora nuocerequando sian immoderate? Sono l'arme quanto basta utilissime a difendere lasalute propria e a offendere el nimico. Le troppe armi certo ti convien ogittarle per vincereo perdere per serbarle. Adunque era meglio venire avincere sanza quello pericoloso incarcoche dubitando perdereconvenirtene iscaricare. NÚ mai nave alcuna stimo io si potrÓ riputaresicuraquando di cose benchÚ al sicuro navigar utilissimeremisartiee velesia superchio carica. Suol in ogni cosa non meno essere dannosoquel che v'Ŕ troppoche utile quel che basta.

NÚ sarÓ poca ricchezza a' figliuoli nostri lasciarli che da parteniuna cosa necessaria alcuna loro manchi. E sarÓ di certo ricchezzalasciare a' figliuoli tanto de' beni della fortunache non sia forza lorodire quella acerbissima e agli ingegni liberali odiosissima parolacioŔ:"io ti prego". Ma certo sarÓ maggiore ereditÓ lasciare a'figliuoli tale instituzion d'animo che sappino pi˙ tosto sofferire lapovertÓche indurse a pregare o servire per ottenere ricchezze. Assai tisarÓ grande ereditÓ quella la qual satisfarÓnon tanto a tutte le tuenecessitatima e alle voglie. Chiamo qui io voglia sol quella che siaonesta. Le voglie inoneste a me sempre parsero pi˙ tosto furore di mentee vizio d'animo corrotto che vera volontÓ. CioŔ che tu lasci troppo a'figliuoli rimane loro incarco. Non Ŕ amore paterno caricare i suoi difaticama alleggerirli. Ogni superchio carco sta difficile a reggere.Quello el quale non si pu˛ reggerefacile cadenÚ cosa alcuna pi˙ sipruova fragile quanto la ricchezza. NÚ chiamer˛ dono degno dal padreverso el figliuolo quello dono el quale porti seco molestia e servit˙ aservarlo. Daremo le cose moleste e gravi a' nostri inimici. Agli amicidaremo letizia e libertÓ. NÚ confesser˛ sia ricchezza quella la qualabbia in sÚ servit˙ e maninconiecome per certo hanno le superchiericchezze. Manco nuocerÓ a' figliuoli procacciarsi al bisognocheinsieme col superfluo e isconcio incarco perdere quella parte la qual erautile e commodacome sanza dubbio aviene a chi non sa reggere eusufruttare e' beni della fortuna. Tutto quello el qual e' tuoi figliuolinon sapranno maneggiare e governaretutto quello sarÓ loro superfluo eincommodo. Per˛ si vuole insegnare a' tuoi virt˙farli imparare reggeresÚ in prima ed emendare gli apetiti e le volontÓ sueinstituirli chesappino acquistare lodograzia e favore molto pi˙ che ricchezzeammaestrarli che sieno dotti come nell'altre cose civilicosÝ aconservarsi onore e benivolenza.

GiÓ per˛ chi non sarÓ ignorante in questo modo ad essornarsi di famae dignitÓper certo sarÓ saputo e dotto a conquistare e conservare ognialtra minor cosa.

E se i padri da sÚ non sono attio per altri maggior faccendi (sealcuna n'Ŕ maggiore che avere cura de' figliuoli) saranno troppooccupatiabbino ivi persona dalla quale e' figliuoli possano impararedire e fare le cose lodate bene e prudentementecome diceano di Pelleoel quale ad Achille suo avea dato in compagnia quello Fenix prudentissimoed eloquentissimoa ci˛ che da questo el figliuol suo Achilles imparasseessere buono oratore di parole e buono fattore delle cose; o vero darlo achi pi˙ sappiaporlo apresso di chi e' possa apprendere buoneinstituzioni al viveree buoni erudimenti al conoscere e sapere lepregiate cose. Marco Tullio Ciceronequel nostro principe degli oratorifu dal suo padre dato a Quinto Muzio Scevola iurisconsultoche mai si glipartisse dal lato. Prudente padre. Voleva che 'l figliuolo fusse apressodi chi lo potea rendere dotto ed erudito molto pi˙ che lui forse nonpotea. Ma chi pu˛ e' suoi con sua opera ornarli di virt˙lettere escienzacome puoi tu AdovardoperchÚ non debb'egli lasciare ogn'altrafaccenda per averseli pi˙ litteraticostumatisavi e pi˙ civili?Catonequel buono antiquonon si vergognavanÚ gli pareva faticainsegnare al figliuolooltre alle letterenotareschermiree similitutte destrezze militari e civilie stimava in sÚ officio de' padriinsegnare a' figliuoli tutte le virt˙ qual fusse degno sapere a liberiuomininÚ gli pareva giustamente da chiamare libero alcuno in chi sidisiderassi virt˙ alcuna; per˛ di tutte volle a' figliuoli non altri chelui stesso ne fusse instruttorenÚ gli parse da preporsi alcuno insimile operanÚ stimava si trovasse chi dovesse essere nelle cose suepi˙ che lui stesso sollicitonÚ giudicava e' figliuoli con quello amoreimparassino da altri quanto e' faceano dal proprio padre. E pi˙ giova lafedelo studio e la cura del padre in fare e' figliuoli suoivirtuosissimiche non farebbe ogni maggior dottrina di qualunque altrolitteratissimo. E quanto a me in questo piacerebbe seguire Catone e glialtri buoni antiquie' quali erano a' figliuoli in quello che sapeanomaestri e dottorie sopratutto volevano essere quelli che a' suoiemendassero ogni vizio rendendogli molto virtuosi; e pi˙ agiugnevano e'figliuoli apresso di quelli savi e litteratiove con maggiore uso edottrina e' divenissero d'ingegno espertissimi e di virt˙ ornatissimi.

CosÝ farei iose io fussi padre. Ogni mia prima e propria curasarebbe fare e' figliuoli miei molto costumati e riverenti; e se pure e'fanciulli sdrucciolassino in qualche viziopenserei che l'errare qualchevolta si Ŕ cosa comune della fanciullezza. E vogliono e' fanciulli esserecorretti con modo e ragionee anco talora con severitÓ. Non vi siacanire per˛ susocome alcuni rotti e furiosi padri fanno; ma lodo iogastigarli sanza irasenza passione d'animofare come si dice feceArchitaquel tarentino el quale disse: "Se io non fussi crucciatoio te ne pagherei". Savio detto. Non gli parea da pigliarne punizionein altruise prima non deponeva in sÚ la sua ira. NÚ pu˛ l'ira collaragione bene stare insieme; e correggere senza ragione a me pare cosa dastoltissimi. E chi non sa con senno correggerecredo merita essere nÚmaestronÚ padre. Per˛ correggano e' padri coll'animo sedato e vacuod'ogni iracundiama sempre piaccia loro pi˙ vedere e' figliuoli piangeree continentiche ridere e viziosi. E de' loro vizii sopratutto a me paresi voglino emendare e gastigare di tuttie prima di questi viziicommunissimi a' fanciullima pi˙ che gli altri nocivi e molto dannosiein questo pi˙ avervi che non sogliono e' padri cura e diligenza ch'e'fanciugli non creschino provani e caparbiie che non sieno nÚ bugiardinÚ fallaci. Suole chi Ŕ provano e ostinato in dire e fare l'oppinionisuemai dare orecchi ad altrui buoni consiglisempre in sÚ stessotroppo fidarsi e pi˙ credere alle oppinioni sue che alla prudenza eragione di qualunque altro approbatissimo ed espertissimo; e vedilo staresuperbogonfiatopieno di veneno e di parole odiose e incomportabilionde leggiermente da tutti si rende malvoluto. Onde qui a me piace lasentenza di Gherardo Albertoal quale ogni durezza troppo dispiacevauomo liberalissimofacilissimo e umanissimoa cui solea parer che 'lcapo dello ostinato e provano uomo fusse non altrimenti che di vetro; edicea come in sul vetro niuna puntaper acuta e forte ch'ella siapu˛nÚ segnarlo nÚ penetrarlo cosÝ l'uomo duro e nelle sue opinioniconfermato e immobile mai aconsente a niuna sottile e forte ragione cheproposta gli sianon consiglio d'amiconon certo e vero disegnod'alcunomai contro a' suoi duri propositi si ferma; e sÝ come el vetromedesimo per ogni minima picchiata si spezza e fracassacosÝ lo induritoe incaparbito sÚ stessi rompe ad iraversasi con parole pazze e furiosesparge e transcorre in cose ove dipoi gli Ŕ forza pentirsi e soffriremolta pena della durezza sua.

Per˛ proveggano e' diligenti e prudenti padri e maggioriestirpinodelle menti e consuetudini de' suoi sino dalla prima infanzia questomassime e ogni altro simile vizionÚ lassino nelle menti e uso de' suoiinvecchiare alcuna mala radiceper˛ che il mal vecchio poi disteso eabarbicato sta con radici troppo grandi e troppe tenaci. E come a chiscamozza il tronco annoso e indurato per le radicipoi si vede rampollarepi˙ e pi˙ astili e ramicosÝ el vizio negli animi degli uominiaradicato e per uso offirmatoche solea stendersi e ampliarsi quanto lavolontÓ lo pingevaora circumstretto e rimesso dalle acerbitÓ de' tempie dalle necessitÓpare che da molte parti rampolli altri assai vizii.Vedesi chi era prima in larga e libera fortuna vivuto prodigo e lascivopoi per nuove avversitati impoveritoper cupido aseguire alcuna antica ea lui consueta voluttÓ; per satisfare a' suoi appetiti e voluntÓ diventafuronedecettorerattoree dassi a bruttissimi essercizii e a vilissimearti e infamee bruttamente cerca riavere quelle ricchezze qualibruttamente perdette. CosÝ si truova chi giÓ in sÚ stesso abituato anon patire se non quanto gli agradie in ci˛ che a lui piace sarÓconsueto molto volersi contentare e di tutte le sue opinioni e impreseagli altri soprastarecostuise caso alcuno se gli oppone e interrompele voglie e concertazioni suepare non curi dare sÚ stessi in precipiziie ruine maravigliose; non stima robbanon onorenon amistÓ; ogni lodatae da' mortali desiderata cosa pospone alla opinione sua; solo peradempiere la sua impresa soffra rimanere e senza fortunaancora e senzavita. E cosÝ chi di sÚ stessi poco fa curamolto manco curerÓ dellaquiete e bene della famiglia sua. Per˛ a' padri sta molto debito a buonaora cominciare a resecare e sverglier ne' suoi tanto e sÝ pericolosovizio qual si vede questa provanitÓ esserenon solo a chi ne siaviziosoma a tutta la famiglia pestifero e mortale. Adunque in cosaalcunaper minima che ella siamai patischino e' maggiori a' suoifanciulli indurarvi alcuna ostinata volontÓ o proposito non onestissimo.E tanto loro pi˙ ogni gara dispiaccia quanto in sÚ la veggano menlodevole.

E cosÝ ancora molto proccurino che i suoi figliuoli sieno in ogni cosamolto veritierie stimino quanto egli Ŕ troppo pi˙ dannoso che bruttovizio essere bugiardo. Chi s'avezza a fingere e negare la veritÓleggiermente per onestarsi molte volte pergiurae chi spesso giura conanimo fitto e fallacecostui di dÝ in dÝ s'avezza a men temere Dio e aspregiare la religione. E chi non teme Diochi nell'animo suo have spentala religionequesto in tutto si pu˛ riputare cattivo. Agiungi qui cheuno bugiardo si truova in tutta la vita sua infamesdegnatovileschifato ne' consiglisbeffato da tuttisenza avere amistÓsenzaalcuna autoritÓ. NÚ sarÓ virt˙ alcunaper grande ch'ella siain unobugiardo riputata mai o pregiatatanto sta sozzo e laido questo vizio cheimmacola e disonesta ogn'altro splendore di lode. E perchÚ noi quitoccammo della religionesi vuole empiere l'animo a' piccoli digrandissima reverenza e timore di DioimperochÚ l'amore e osservanzadelle cose divine tiene mirabile freno a molti vizii. E se a' padri duolequella cura di correggere e gastigare e' figliuolifacciano come dicevaSimonides poeta ad Ierone apresso Senofonte: "Le cose grate a'figliuoli facciangli loroe le ingrate lascinle fare ad altri; onde siabenivolenza prendanselaonde nasca odio deferÝscallo ad altri".Abbino e' figliuoli tuoi chi e' temanoel maestro da chi e' sianogastigati pi˙ tosto con paura che con busse. E sia il precettore pi˙sollicito a non lasciare e' suoi discepoli errare che a gastigarli. Ma e'sono molti padri che per troppa ignavia pi˙ che per piatÓ perdonano ognicosa a' figliuolie pare loro che basti dire: "non lo fare pi˙".Esciocchi babbise 'l fanciullo arÓ scalfito il piŔsubito simanderÓ per lo medicotutta la casa s'infaccendaogni altra cosa silascia adrieto; ma se el fanciullo cade coll'animo in quella superbia difare e rispondere se non quello che gli parese ruina in quellagolositÓse profonda in quella ostinata e caparbia pruovaonde nÚ conragionenÚ con argomento alcuno si pu˛ cavarloperchÚ non volere elmedico che gli emendi e guarisca l'animo tanto corrottoe che glirassetti la mente malcompositache gli fasci e leghi gli apetiti evolontÓ bestiali con ragioniammonimenti e correzioniche a lui cononestate e tema saldi quella piaga e apertura di licenzaonde e' riuscivacosÝ dissoluto e disubbidientee cosÝ a sua voglia scelerato? Qualestolto padre dirÓ non volere udire el suo figliuolo piangerenon glipatire l'animo vederlo gastigatoo non potere attendere a tanto suoofficio? Saresti tu di quegli che stimassi essere pi˙ officio del maestrogastigare e' tuoi figliuoli che tuo? Saresti tu di quegli a chi mancodispiacesse el vizio de' figliuoli tuoi che ogni altra fatica? Certo stimonoper˛ che ti sarebbe scritto a grande erroreove conosci quanto da'vizii e lascivia di chi per tua negligenza sia fatto vizioso arestiaspettareoltre alla vergognadolori assaicome si vede un viziosofigliuolo essere l'ultimo tormento de' padri.

Adunque gastigarliaverne cura e opera in farli dotti e virtuosi sarÓproprio debito al padre. E vuolsi come suole nel campo fare l'ortolano.Non si cura di calpestrare qualche buona e fruttifera erba perisverglierne le triste e nocive. CosÝ el padre non curifacendo ilfigliuolo miglioreaspreggiare un poco pi˙ che la natura e tenerezza nongli patisce. Ma sono forse alcuni non che gli svegliano da' giovani e'sozzi costumima e' vi seminano mille vizii. Che credi tu quanto a'minori nuoca vedere il padre scostumato e nel parlare e ne' fatti altieroe bestialea ogni parola salire in voce e in superbiaiuraregarriresanza finebestemiarefuriare? E' pare a' minori ne' costumi quanto a'maggiori o dovere o potere. E siamo venuti a tantocolpavizio enegligenza di chi regge la giovent˙ch'e' fantini prima ghiottidomandano el cappone e la starna che sappino come le cose abbiano nomeprima richieggano rari cibi ed eletti che possano con tutti e' dentimasticargli. El padre adunque in sÚ stesso goloso e lascivioe perquesto alle voluttÓ de' suoi cari piatoso e facilegliele consentirÓ.Costoro cosÝ fatticosÝ dissoluti padriarei io per iscusati se perfare e' suoi onesti e costumati non s'attentassino di fargli piangereperchÚ aspettanocome poi acadeche' figliuoli facciano piangere loro.E se pure truovi di questi a chi non piace in altri quel vizio che a sÚin sÚ non dispiacequesti essendo lecconi aodiano e' ghiottiessendopergiuri sdegnano e' cianciatoriessendo in ogni cosa ostinati biasimanoe' gareggiatorie per questo troppo severi gastigatoricorreggendo ne'suoi figliuoli que' vizii in quali sentano sÚ essere quasi infamibattonopicchiano e' figliuolie sfogano altri suoi crucci e sdegnisopra de' suoi. Iniustissimiche non emendano sÚ prima di quello chetanto gli spiace in altri! A costoro si pu˛ dire: "O stoltio pazzipadricome volete voi che quelli picchini non abbino imparato quello chela vostra canuta gola gl'insegna?". Siano adunque solleciti e' padriin ogni modo; prima con essemplo di sÚ stessi insegnandoe con paroleammonendoe colla scopa gastigandoal tutto cavino e' vizii degli animiche ora verzisconosementingli di buone virt˙rendano e' figliuoli suoida ogni parte culti e ornati di fioritissimi costumistolgangli daglioziidalla cucinafacciangli essercitare in cose lodate e magnificeesappino che poco altro merita laude se non quello che sia faticoso a fare.

ADOVARDO Quanto m'Ŕ caro che noinon so comesiamo entrati in questiragionamenti certo giocondi e utili. Molto mi piaceLionardofaccia mecocome alcuna volta alle nozze in villa mi ramenta che uno si traina drietodue rami di persone che ballano. CosÝ fai tuLionardo; a uno suono diparole tu insieme mi pruovi l'essere padre sia cosa dilettosa e dolceeanche m'insegni come sieno fatti i veri buon padri. E sino a quis'i't'ho bene inteso e nel ragionar ben compresotu vuoi ch'e' padri sianopi˙ diligenti che piatosi; e molto mi piace questa tua sentenzae moltom'Ŕ a grato questo nostro ragionamento. NÚ mai si vorrebbe ragionare senon di cose buone e maturecome Ŕ tua usanzaquanto facciamo testÚnoi. Seguiamo adunque questa tua incominciatacome dissidanza. E iovoglioLionardoessere teco un poco maliziosoe come quegli che ne'cerchi voglino essere pi˙ che gli altri riputatiogni non netto e attodetto apuntano. Ecco testÚLionardotu dicevi ch'e' figliuoli sivoglino giudicare lÓ dove la natura gli chiamava; dipoi dicesti chegiovava collo essercizio svolgergli altrovee con uso guidargli a unavirilitÓ maggiore e a una tale fermezza d'animo quanto si pu˛ intera eampla. Tutte queste cose a te paiono forse leggierie se quegli filosafitanto in sÚ stessi poteronotu forse credi che ancora per nostra opera eaiuto a' nostri fanciugli quel medesimo sia non difficilissimoo a noipadri molto ne' nostri possibile? E se quegli maturi tanto poterono in sÚstatuire e seguirestimi tu ora che a noi non sia molta difficultÓ equasi impossibile prima scorgere l'ambigue e oscure inclinazioni de'nostripoi emendargli e intorcergli ad altra nuova via contraria a quellaper la quale incitati e tratti seguivano sua natura? E quando tutto fussea noi aperto a intrarvi colla industria e sollecitudinee non oscuro aprovedervi colla discrezione e vigilanzacredi tu sia poco affanno a'padri ove non sanno de' due propositi beni nel figliuolo deliberareepigliarne il migliore? E non dubitare ch'e' padri sofferrano grandissimodolore de' conosciuti mali ne' suoiove loro non sia quanto vorrebbonolicito schifargli e discacciarli. Chi desidera che sieno in prima benlitteratichi solo si contenta sappiano scrivere e contare quanto nelvivere civile sia utile e necessariochi goderebbe vedergli robustiforti in arme ed essercitati. Io ne' miei so bene assai quello che me nefarema io odo spesso degli altri padri in questa maninconiache nonsanno in molte cose deliberarsie temono troppo non pigliare partito nonutile.

LIONARDO CosÝ mi faAdovardo: seguiassettami queste mie malcomposite parolecome se noi in presenza di molti nelle pubblice e famosescuole disputassimoove sogliono non meno curare di parere sottili eacuti d'ingegnoche copiosi di lettere e di dottrina. Qui tra noi sialicito questo parlare pi˙ liberonon tanto pesatonon ridutto a sÝultima lima quanto forse altri desidererebbe. GiÓ questo fra noi Ŕ statouno ragionare domestico e familiarenon per insegnarti cosa in che tupi˙ di me se' esperto e dotto; ma non per˛poichÚ tu mi tirimivergogner˛ seguirti ragionando quanto vorrai. Fiemi piacere qui comealtrove averti compiaciuto.

Diconocome tu saie' litterati che la natura in tutte le cose moltosÚ adopera quanto sia dovuto e conveniente produrle compiute di membra epotenzasanza mancamento o viziotali che le possino sÚ stessi in suaetÓ conservare e all'altre procreate cose in molta parte giovare; edimonstrano quel si vede in ogni animante da essi primi naturali suoiprincipii tanta forzaragione e virt˙ in lui essere innataquanta bastiper conseguire sue necessitati e riposoe quanta giovi per fuggire epropulsare quel che a sÚ fusse contrario e nocivo. Vedesi questoquasida innata ragione a ciascuno uomo non stultissimo in altrui dispiaceebiasima ogni vizio e disonestÓnÚ si truova chi non riputi in unovizioso esservi mancamento. Pertantose la sentenza di costoro non Ŕ dabiasimaree' quali con ancora molte altre ragioni pruovano ogni cosa daprima intera natura venire quanto per sÚ possa perfettaa me certoparrÓ potere affirmare questoche tutti e' mortali sono da essa naturacompiuti ad amare e mantenere qualunque lodatissima virt˙. E non Ŕvirt˙ altro se none in sÚ perfetta e ben produtta natura.

Pertanto stimo mi sarÓ licito potere dire el vizio nelle menti e animide' mortali sia scorretta consuetudine e corrotta ragionela quale vieneda vane opinioni e imbecillitÓ di mente. Ben forse confesserei qualchestimolo pi˙ e meno da natura fusse congiunto alle cupiditÓ e appetitidegli uominicomese ben mi ramentagiÓ intesi che e' sanguinei sononaturalmente pi˙ ch'e' maninconici amatorie' collerici subiti ad irane' flemmatici sta una desidia e pigriziae sono e' malenconici quasipi˙ che gli altri timidi e sospettosie per questo avari e tegnenti. Seadunque ne' tuoi apparirÓ naturale alcuna ottima disposizione d'ingegnointelletto e memoriasarÓ da seguire in loro con ogni industria dove lanatura la dirizzaalle scienze suttilissimealle lettere e dottrineelegantissime e prestantissime. E se gli vedrai robustialtieri d'animovolenterosi e pi˙ atti ad essercizii militari che all'ozio delle letterein questo ancora sarÓ da seguire la naturausarli in prima a cavalcarearmaresaettaree nelle altre destrezze lodate negli uomini d'armeecosÝ in ogni buona disposizione seguire amaestrando quanto e' giovimanelle male inclinazioni vincerle con studiosa cura e assidua diligenza. Equi giudicano e' prudenti pi˙ nel vizio possa l'uso e consuetudinelascivo e immoderatoche naturale alcuno appetito o incitamento. Tutto ildÝ si pruova questoper disonesta compagniaper trovarsi non rarissimone' luoghi poco castie' giovanie' quali da natura erano riposatirimessi e vergognosiivi diventano immodestissimisbardellati eavventatacci. E cosÝ nell'altre simile cose si vede qualche consuetudinepi˙ valere in noi che e' naturali nostri appetiti a farci viziosicomeabondare di troppi apparecchiati cibi fa l'uomo libidinoso. Onde nacque loantiquo proverbio: "Senza Cerere e Bacco giace fredda Venere".

CosÝ adunque statuiremoel male uso corrumpe e contamina ogni beneatta e bene composita natura: la buona consuetudine a tempo vince edemenda ogni appetito non ragionevole e ogni ragione non perfetta. Pertantoa me pare officio a' padrise il fanciullo declina a desidiaa troppairacundiaad avarizia e similitrarlo su a virt˙ con studio edessercizio di buone e lodate cose; e se da sÚ il figliuolo fusse nellavia adritto a virt˙ e lodeconfirmarvelo e reggervelo con documenti edessempli. E come benchÚ uno sia per la buona e dritta via a 'ndare altempioal teatro pure pu˛ fermarsi e badare e perdere tempocosÝbenchÚ la via ad acquistare fama e laude li sia da natura aperta efacilepure in molti modi pu˛ ritardarsi e smarrirla. Per˛ saranno e'padri desti e previdenti in conoscere l'animo e volontÓ de' figliuolinelle laudevoli aiutarlie contrario storgli da ogni dissoluta maniera ebrutto vezzo. NÚ credo io a' padri diligenti e maturi sia molto difficileconoscere quanto e' figliuoli sieno bene animati e volontorosi a farsevalere e pregiare. NÚ stimo troppo gran faticase in parte alcuna sonoscorrettiemendarlinÚ giudico molto spesso acaggia che ti s'aparecchipi˙ cose utilialle quali tu non abbia qualche disparitÓ da prepornequalcuna. E io son di quelli che sempre desidererei ne' miei primal'onorepoi quanto con onore si potesse utile.

ADOVARDO Sono anche io in questa tua sentenzaLionardoma parmi forseda stimare per˛ pur difficile questo conoscere ed emendare e' vizii nellagiovent˙. Segue la giovent˙ sempre volubile le voluntati; gli appetitidei giovani sono infinitisono instabilissimie credo io sia quasiimpossibile in un animo giovenile fermare certa alcuna instituzione. E chipotrebbe in tanto mutamento d'animo affermare qual sia buono e qual nonbuono? Chi potrebbe in tanta incertezza tenere certo ordine e modo acorreggere ed emendare e' vizii innumerabili quali d'ora in ora nellagiovent˙ ti pare vedere?

LIONARDO E chi potrebbe essere teco buon massaio del ragionareAdovardo? A me qui teco interviene come a coloro che ricevono in donoqualche picciola ma molto preziosa cosae quella sÝ a tempo e sÝ inluogo attache volendoli satisfare convien chi ricevette esponga molto emolto delle copie sue domestice. CosÝ testÚ sento a me teco in questonostro conferire acade. Tu con poche brevi parole a me dÓi molta onecessitÓ o cagione di risponderti forse prolisso troppo e ampio. MacosÝ veggo el mio molto favellar a te pur piaceove cosÝ attento evolentieri me ascolti.

Dico adunque che io riputerei assai buono essere colui in cui non fussemanifesto vizio alcunoe chiamerei costui perfetto in cui si vedessemolta virt˙ sanza minimo alcuno vizio. Manco che mezzani in virt˙ a mesogliono parere coloro in quali sono le virt˙ con qualche scelerato emanifesto vizio. E' vizii si fanno chiaro conosceree sono di natura chesempre fanno come solea dire Vespasiano Cesare: "La volpe muta ilpelo ma nonne il colore". El vizio sempre a tutti parerÓ pur viziosempre sarÓ presto a scoprirsi e monstrarsi pi˙ noto. E ponvi mentebenchÚ sopravenga o maninconieo povertÓo altri disagiipe' quali elghiotto e lascivo non pu˛ empiere le brutte sue volontÓpure quando glisia permesso satisfarsiivi le voglie sue rinasconoe cosÝ lui subitotorna al primo suo ingegno. Per˛ lodava io stare desto e prevedutoe nonaspettare che 'l vizio si fermi all'animo de' giovani. E in questo sivuole seguire il consiglio qual si dice diede Annibal ad Antioco re diSiria. Disseli ch'e' Romani non si potevano vincere pi˙ facile se non inItalia colle medesime armi e terre latine. E come dal fonte prima si vuolesvolgere el rivochi cerca dirivarlo altrovee non aspettare che a lungocorso sia fatto maggiorecosÝ facciano e' padri. Subito ogni gorellinad'indizio vizioso che a' suoi surgeristagnino emendandoricoprendola divirt˙; non patiscano che 'l vizio si sparga in pi˙ amplo rivoper˛ chepoi quando fosse aumentatomolto pi˙ gli sarebbe fatica a disvolgerloein lui sarebbe non minimo biasimo starsi o cieco a nollo scorgereo pigroa non aver con miglior cura emendatolo. E se pure il vizio abbondavuolsidirivare il corso delle giovinili volontÓ non per mezzo il campo dove sisemina la virt˙non interrompere gli ordinati virili esserciziima dalato concederli qualche locoin modo che quelle abbino il corso suo senzanuocere alla cultura tua. E cosÝ coll'arme medesimeco' viziosi stessigiova molto vincere l'animo fermato giÓ nel viziovorrassi porgli lavita degli altri viziosi avanti quasi come uno specchio ove e' si rimiri evegga la bruttezza e spurcizia de' scelerationde a quel modo impariavere a odio ogni cosa non onesta e pregiata. E stimo io gioverÓ moltomonstrargli e aricordargli quanto siano e' non virtuosi e inonestisvilitiodiati da ogni buonoe schifati da qualunque onestoe quanto e'lascivi mai non sieno nÚ apresso gli altri con grazia riceutinÚ in sÚstessi contentinon lietimai senza affannisempre pieni di stimoli emolestie d'animo. L'animo de' viziosi sempre sta disordinato e infermo: eniuna pena si truova alla mente maggiore che quella quale a sÚ stessiprieme l'animo non regolato e ragionevole.

TestÚ m'acade in memoria udire da messer Cipriano Alberti quanto poiponendovi pi˙ mente veggo per effetto: in chi sono e' viziimainell'animo sentano requie nÚ riposo. Che credi tu stia in mente degliomicidiilatroni e sceleratissimi uomini? Credo certo ogni ora che siracolgono a ripensare in che infamiain che peccato e' siano cadutitristi non ardiscano da terra levare gli occhitemeno meschini lavendetta di Diohanno a vergogna la presenza degli uominisempre pensanoil loro maleficio da tutti essere biasimatosempre stimano sÚ esseredagli altri uomini odiatispesso desiderano la morte. Ma diciamo deglialtri forse minoriperchÚ men rari vizii negli uomini. Uno giucatoreuno barattiero mai pare si possa riposare coll'animo. Vedilose vincestare in agonia e bramare pi˙ di vincere almeno tanto che basti perriscuotere el vestireper comprare il cavalloper satisfare alcreditore; sempre allo spendere pi˙ sono le voglie ch'e' danari; e cosÝse perdesi consuma di doloree arde di voglia di riscuotersi. Simileuno goloso ancora mai si sente nell'animo lietosempre gli rode quelgoloso pensieronÚ infra 'l vino e l'ubbriachezze si reputa contentomavergognasi d'essere veduto disonestoe teme le sue lascivie non sirisappianoe poi molto si pente aversi disonestato. Demostene oratorerispuose a quella meretrice che in premio domandava diecimilia denari:"Io non compero tanto il pentirmi". CosÝ ogni vizio e ognilasciviaogni cosa fatta e detta senza ragione e modestia lascia l'animopieno di pentimento. E come diceva Archita tarentino filosofoniunapestilenza si truova pi˙ capitale che la voluttÓ. Questa in sÚ conducee' tradimenti inverso la patriaproduce eversione della republica; de quisono e' colloqui colli inimici.

Simili e molti altri ricordamenti a' giovani giovano a mettere in odioel vizio. Ma insieme si vogliono inanimare i giovani ancora alla virt˙in ogni ragionamento lodargli e' virtuosimonstrar loro come ciascunobene ornato di virt˙ da tutti merita molto essere amatoin molti modigloriare i virtuosie fare sÝ che s'e' nostri non possono essere insuppremo luogo virtuosialmanco desiderino agiungere in alto epreclarissimo grado di lode e dignitÓe insieme molto stimino in sÚstessi e onorino in qualunque sia la virt˙. Soleano gli antichi ne'conviti solenni e nelle feste rinumerare cantando le lode de' fortissimiuomini ne' quali erano state virt˙ singularissime e utilissime a moltipopulionde fu ErculesEsculapioMercurioCeres e gli altri similiconcelebratissimi e chiamati dii; e questo sÝ per rendere premio a'meriti lorosÝ ancora per incendere agli uomini uno ardore a virt˙ e ameritare in sÚ stesso pari lode e gloria. Vedi prudentissima e utilissimaconsuetudine! Vedi essemplo ottimo da seguitare! Non restino i padri inogni loro ragionamento in presenza de' figliuoli estollere la virt˙ deglialtrie cosÝ molto vituperare qualunque sia vizio in altrui. Pare a meche in ciascuno non in tutto freddo e tardo d'intellettoda natura siaimmessa molta cupiditÓ di laude e gloriae per questo e' giovani animosie generosi pi˙ che gli altri desiderano essere lodati. E pertanto moltogioverÓ e con parole incendere ne' figliuoli molto amore alle coselodatee in loro confermare odio grandissimo contro alle cose disoneste ebrutte. Ma se ne' figliuoli nostri fussero alcuni viziivorrei vedere e'padri con ogni modestia biasimarlimonstrando condolersi de' loro erraticome di proprii figliuolie non come inimico vituperarlio con paroleacerbissime perseguitarliper˛ che chi si sente svilire indurisce consdegno e odioo vero sÚ stessi abandonadisfidasi e casca in unaservit˙ d'animo ove pi˙ non cura onestarsi; e cosÝse ne' figliuolisono virt˙bellamente lodarliper˛ che pelle troppe lode spesso sidiventa superbo e contumace. E posso arbitrare che a niuno padre noninerte e supino doverÓ questa parere ambigua o incerta ragione a rendereil suo figliuolo emendatissimoove con simili facilissimi e ottimi modisubito purgherÓ ogni minimo vizio quale scorgerÓ ne' figliuoli insurgereapresso e instituiralli di buone lode e di molti ornamenti d'animo e divirt˙.

ADOVARDO Non ti niegoLionardoch'e' padri quanto tu vorrestidiligentissimi potranno in gran parte giovare a' costumi de' suoie consuo cura e studio potranno emendarli e farli migliori. Ma non so come unoinfinito amore vela e offusca gli occhi de' padriper modo che rariveggono ne' figliuoli e' vizii se non poi che sono ben scoperti e ampli.Ivi pensa tu quanto sia difficile sbarbicare uno giÓ per uso confirmatovizio. E anche pure in quegli che sono modesti e ben costumati figliuolipare ch'e' padri non sappiano in tutto da che si principiare per condurliove e' desiderano lode e fama.

LIONARDO E chi non sa la prima cosa ne' fanciugli utile debbono esserele lettere? Ed Ŕ in tanto la primache per gentiluomo che siasanzalettere sarÓ mai se non rustico riputato. E vorrei io vedere e' giovaninobili pi˙ spesso col libro in mano che collo sparviere. NÚ mai mipiacque quella commune usanza d'alcunie' quali dicono assai basta sapereiscrivere il nome tuoe sapere asommare quanto a te resti di ritrarre.Pi˙ m'agrada l'antica usanza di casa nostra. Tutti e' nostri Albertiquasi sono stati molto litterati. Messer Benedetto fu in filosofianaturale e matematice riputatoquanto eraeruditissimo; messer Niccolaiodiede grandissima opera alle sacre letteree tutti e' figliuoli suoi nonfurono dissimili al padre: come in costumi civilissimi e umanissimi cosÝin lettere e dottrina ebbono grandissimo studio in varie scienze. MesserAntonio ha voluto gustare l'ingegno e arte di qualunque ottimo scrittoree ne' suoi onestissimi ozii sempre fu in magnifico essercizioe giÓ hascritto l'<I>Istoria illustrium virorum</I>insieme e quellecontenzioni amatorieed Ŕcome vedetein astrologia famosissimo.Ricciardo sempre si dilett˛ in studii d'umanitÓ e ne' poeti. Lorenzo atutti Ŕ stato in matematici e musica superiore. TuAdovardoseguistibuon pezzo gli studii civili in conoscere quanto in tutte le cose voglianole leggi e la ragione. Non ramento gli altri antichi litteratissimiondela nostra famiglia giÓ prese il nome. Non mi stendo a lodare messerAlbertoquesto nostro lume di scienza e splendore della nostra famigliaAlbertadel quale mi pare meglio tacere poichÚ io non potrei quanto e'qui merita magnificarlo. E nÚ dico degli altri giovinettide' quali iospero alla famiglia nostra qualche utile memoria. E sonci io ancora ilquale mi sono sforzato essere non ignorante.

Adunque a una famigliamassime alla nostra la quale in ogni cosaimprima e nelle lettere sempre fu eccellentissimami pare necessarioallevare e' giovani per modo che insieme coll'etÓ crescano in dottrina escienzanon manco per l'altre utilitati quali alle famiglie danno e'litteratiquanto per conservare questa nostra vetustissima e buonausanza. Seguasi nella famiglia nostra curando che i giovani con opera ericordo de' maggiori acquistino in sÚ tanto grandissimo contentamentoquanto loro porgono le lettere a sapere le cose singularissime edelegantissime; e godano e' padri rendere i giovani suoi molto eruditi edotti. E voigiovaniquanto fatedate molta opera agli studii dellelettere. Siate assidui; piacciavi conoscere le cose passate e degne dimemoria; giovivi comprendere e' buoni e utilissimi ricordi; gustate elnutrirvi l'ingegno di leggiadre sentenze; dilettivi d'ornarvi l'animo displendidissimi costumi; cercate nell'uso civile abondare di maravigliosegentilezze; studiate conoscere le cose umane e divinequali con interaragione sono accomandate alle lettere. Non Ŕ sÝ soavenÚ sÝconsonante coniunzione di voci e canti che possa aguagliarsi allaconcinnitÓ ed eleganza d'un verso d'Omerodi Virgilio o di qualunquedegli altri ottimi poeti. Non Ŕ sÝ dilettoso e sÝ fiorito spazioalcunoquale in sÚ tanto sia grato e ameno quanto la orazione diDemosteneo di Tullioo Livioo Senofonteo degli altri simili soavi eda ogni parte perfettissimi oratori. Niuna Ŕ sÝ premiata faticasefatica si chiama pi˙ tosto che spasso e ricreamento d'animo ed'intellettoquanto quella di leggere e rivedere buone cose assai. Tun'esci abundante d'essemplicopioso di sentenzericco di persuasioniforte d'argumenti e ragioni; fai ascoltartistai tra i cittadini uditovolentierimiranotilodanotiamanoti.

Non mi stendochÚ troppo sarebbe lungo recitare quanto siano leletterenon dico utilima necessarie a chi regge e governa le cose; nÚdescrivo quanto elle siano ornamento alla republica. Dimentichianci noiAlberti- cosÝ vuole la nostra fortuna testÚ -dimentichianci lenostre antiche lode utili alla republica e conosciute e amate da' nostricittadininelle quali fu sempre adoperata molto la famiglia nostrasoloper la gran copia de' litteratiprudentissimi uomini quali sopra tuttigli altri al continovo nella nostra famiglia Alberta fiorivano. Se cosaalcuna si truova qual stia bellissimo colla gentilezzao che alla vitadegli uomini sia grandissimo ornamentoo che alla famiglia dia graziaautoritÓ e nomecerto le lettere sono quellesenza le quali si pu˛riputare in niuno essere vera gentilezzasenza le quali raro si pu˛stimare in alcuno essere felice vitasenza le quali non bene si pu˛pensare compiuta e ferma alcuna famiglia. E' mi giova lodare qui a questigiovaniAdovardoin tua presenzale letterea cui quelle sommamentepiacciono. E per certoAdovardocosÝ stimo le lettere sono comepiacevole a tecosÝ grate a' tuoiutili a tuttie in ogni vita tropponecessarie.

Facciano adunque e' padri ch'e' fanciulli si dieno alli studi dellelettere con molta assiduitÓinsegnino a' suoi intendere e scrivere moltocorrettonÚ stimino averli insegnato se none veggono in tutto e' garzonifatti buoni scrittori e lettori. E sarÓ forse quasi simile qui mal saperela cosa e nolla sapere. Apprendano dipoi l'abacoe insiemequanto siautileancora veggano geometriale quali due sono scienze atte epiacevoli a' fanciulleschi ingegnie in ogni uso ed etÓ non poco utile.Poi ritornino a gustare e' poetioratorifilosofie sopratutto sicerchi d'avere solleciti maestrida' quali e' fanciulli non meno imparinocostumi buoni che lettere. E arei io caro che e' miei s'ausassero co'buoni autoriimparassino grammatica da Prisciano e da Servioe molto sifacessino familiarinon a cartule e gregismima sopra tutti a TullioLivioSallustione' quali singularissimi ed emendatissimi scrittoridalprimo ricever di dottrina attingano quella perfettissima aere d'eloquenzacon molta gentilezza della lingua latina. Allo intelletto si diceinterviene non altrimenti che a uno vaso: se da prima tu forse vi metticattivo liquoresempre da poi ne serba in sÚ sapore. Per˛ si voglionofuggire tutti questi scrittori crudi e rozziseguire que' dolcissimi esuavissimiaverli in manonon restare mai di rileggerlirecitarlispessomandarli a memoria. Non per˛ biasimo la dottrina d'alcuno eruditoe copioso scrittorema ben prepongo e' buonie avendo copia di perfettimi spiace chi pigliassi e' mali. Cerchisi la lingua latina in quelli e'quali l'ebbono netta e perfettissima; negli altri togliÓnci l'altrescienze delle quali e' fanno professione.

E conoscano e' padri che mai le lettere nuoconoanzi sempre aqualunque si sia essercizio molto giovano. Di tanti litterati quanti nellacasa nostra sono stati certo singulariniuno per le lettere mai all'altrefaccende fu se none utilissimo. E quanto la cognizione delle lettere sia atutti sempre nella fama e nelle cose giovatatestÚ non bisognaproseguire. NÚ credere per˛Adovardoche io voglia ch'e' padri tenganoe' figliuoli incarcerati al continuo tra' librianzi lodo ch'e' giovanispesso e assaiquanto per recrearsi bastapiglino de' sollazzi. Ma sienotutti e' loro giuochi virilionestisenza sentire di vizio o biasimoalcuno. Usino que' lodati essercizii a' quali e' buoni antichi si davano.Gioco ove bisogni sedere quasi niuno mi pare degno di uomo virile. Forsea' vecchi se ne permette alcunoscacchi e tali spassi da gottosimagiuoco niuno senza essercizio e fatica a me pare che a' robusti giovanimai sia licito. Lascino e' giovani non desidiosilascino sedersi lefemmine e impigrirsi: loro in sÚ piglino essercizii; muovano persona eciascuno membro; saettinocavalchino e seguano gli altri virili e nobiligiuochi. Gli antichi usavano l'arcoed era una delicatezza de' signoriuscire in publico colla faretra e l'arcoed era loro scritto a laude beneadoperarli. Truovasi di Domiziano Cesare che fu sÝ perito dell'arco chetenendo uno fanciullo per segno la mano apertacostui faceva saettandopassare lo strale fra tutti gl'intervalli di que' diti. E usino e' nostrigiovani la pallagiuoco antichissimo e proprio alla destrezza quale siloda in persona gentile. E solevano e' suppremi principi molto usare lapallae fra gli altri Gaio Cesare molto in questo uno degnissimo giuocosi dilett˛del quale scrivono quella piacevolezzache avendo con LucioCecilio alla palla perduto centodavane se non cinquanta. Adunque disseliCecilio: "Che mi daresti tuse io con una sola mano avessi giucatoquando io mi sono adoperato con duee tu solo a una satisfai?".Ancora e Publio Muzioe Ottaviano Cesaree Dionisio re di Siracusaemolti altri de' quali sarebbe lungo recitare nobilissimi uomini e principiusoro colla palla essercitarsi. NÚ a me dispiacerebbe se i fanciulliavessero per essercizio il cavalcare e imparassino starsi nell'armeusassino correre e volgere e in tempo ritenere il cavalloper potere albisogno essere contro gl'inimici alla patria utili. Soleano gli antichiper consuefare la giovent˙ a questi militari esserciziiporre que'giuochi troiani quali bellissimi nelle Eneida discrive Virgilio. Etrovossi tra' principi romani miracolosi cavalcatori. Cesaresi dicequanto poteva forte correva uno cavallo tenendo le mani drieto relegate.Pompeo in etÓ d'anni sessantaduebenchÚ el cavallo quanto poteafortissimo corresselanciava dardinudava e riponeva la spada. CosÝamerei io ne' nostri da piccoli si dessino e insieme colle lettereimparassino questi essercizii e destrezze nobilie in tutta la vita nonmeno utili che lodate: cavalcareschermirenotare e tutte simili cosequali in maggiore etÓ spesso nuocono non le sapere. E se tu vi ponimentetroverrai tutte queste essere necessarie all'uso e vivere civileetali ch'e' piccoli senza molta fatica bene e presto l'imparanoe a'maggiori forse tra le prime virt˙ richieste.

ADOVARDO Io non con poca voluttÓ e dilettoin veritÓLionardoteho ascoltatoe benchÚ qualche volta m'acadessenon per˛ volsiinterrompertitanto da ogni parte a me piaceano e' tuoi ricordi. Maguarda non avere a noi padri dato troppe faccende. Tutti e' giovaniLionardonon sono dello intelletto tuo. Pochi si troverebbono volessenoin sÚ avere tanta fermezza agli studie mai forse vidi altri che te unotanto compiuto di tutte le virt˙ quali tu vuoi sieno ne' nostri giovani.E qual padreLionardo miopotrebbe a tante cose provedere? E qualfigliuolo mai s'inducerebbe apprendere ogni cosa qual ci disegni?

LIONARDO Io potrei facile stimareAdovardoesserti ogni mioragionamento stato sollazzo e piacerese io non vedessi testÚ chedoveprendesti poca voluttÓ ove io chieggo da voi padri tante quante certosono necessarie faccendetu per vendicarti a me dÓi nuova faticacomese tu non sapessi quanto studio dell'uomo possa in ogni cosa. Se lasollecitudine d'uno mercennario insegna a una bestia far cose umanea unocorvo favellarecome fu quello el quale in Roma disse:"<I>Kere Cesar</I>"; e perchÚ Cesare qui rispose:"A me stanno in casa molti salutatori"di nuovo ridisse:"<I>Operam perdidi</I>"; se questo in una bestiapu˛ el nostro studiostimi tu che possa manco in uno umano intellettoel qual si vede atto e sufficiente a qualunque difficilissima cosa? NÚvoglio io per˛ e' tuoi figliuoli sappiano se non quanto sia mestiere aliberi uomini sapere. E credo questoin casa nostra siano pochissimi e'quali per ingegno e per intelletto a ogni cosa non molto pi˙ di mevagliano. Di tanta giovent˙ quanta vedi la casa nostra essere non pocogloriosaa me non pare vedere alcuno non compariscentenon attonondestronon tutto gentile. Ma sempre cosÝ fu la famiglia Alberta copiosae abondante di leggiadri ingegni e d'animi prestantissimi. E quando benefusse il contrariouno simile a te studioso e ben diligente padre pu˛con sua opera rendere infinita utilitÓ. Scrive Columellas'io ben miricordoche uno chiamato Papirio veterenseavendo alla prima delle tresue figliuole dato in dota el terzo d'un suo campo avignatocon tantadiligenza governava e' due restati terzi che ne traea quel medesimo fruttoqual solea trarre di tutto el campo. Dipoiancora sopragiunto el tempomarit˛ l'altra seconda sua figliuolae dotolla della metÓ di questocampo a lui doppo la prima dota rimaso. EDio buonoquanto pu˛ la curae diligenza! Quanto in ogni cosa vale cosÝ essere sollecito! Niuna cosasarÓ tanto ardua e laboriosa che l'assiduitÓ non la convinca. QuestoPapirio veterense con assidua cura e sollecita diligenza fece che questaterza parte di tutto il campoquale doppo la seconda dota rest˛a sÚtestÚ quanto prima tutto lo 'ntero campo rendea.

Non si potrebbe dire a mezzo quanto abbia grandissima forza lo studiola sollerzia in ogni cosa massime quella de' padri inverso de' figliuolie' quali con amore e fede proccurando l'onore e il bene de' figliuoli sisentono in premio amare e pregiaree godono rendere e' suoi migliori easpettano maggiori lode. E pure piaccia a' padri ne' suoi meritare chetanto potranno quanto e' vorranno. Ma pare chi Ŕ desidioso in sÚchinon cura emendare e correggere sÚ stessosi porge desidioso anche neglialtrie poco cura ove ne' suoi manchi virt˙. Ma tuAdovardoche se'quanto sia possibile sollecitoche mai fuor di casa ti vidi sÝ occupatoche tu non avessi cura della famiglianÚ mai in casa ti vidi sÝ oziosoche tu non sollecitassi le cose di fuoritutto il dÝ ti veggo scriveremandare fanti a Bruggiaa Barzalonaa Londraa Vignonea RodiaGinevrae d'infiniti luoghi ricevere letteree ad infinite persone alcontinuo risponderee fai sÝ che essendo tu coi tuoiancora t'inframettiin molti altri luoghie senti e sai quello che per tutto si fa; Adovardose tu puoi questoquanto puoi nelle cose lontaneben potranno e' padrisostenere quella minore e dilettosa faccenda alle cose quali loro sono alcontinuo inanzi agli occhia' figliuolia tutta la casa.

ADOVARDO Da te mi lascio volentieri vincereLionardo. Tu m'haicondotto in luogo che mi pare vergogna omai dire ch'e' figliuoli sieno a'padri non dilettosie troppo ben veggo la ragione tua conchiude ch'e'padri negligenti sono quelli che hanno le molte maninconie. E confessotich'e' diligenti padri sono quegli e' quali de' loro figliuoli si truovanocontenti e lieti. Ma dimmiLionardose tu avessi fanciuglituquandoe' fussero grandicelli e quanto tu volessi modesti e ubidientisolodubitassicome spesso adivienech'el figliuolo tuo non fussi quantodesideraresti cinto e destro a queste prime virt˙ e lodati esserciziiovecome diceva Lorenzopossono rendere la famiglia ornata e fortunataallora che pensieri sarebbono e' tuoi? Non pu˛ ciascuno essere Lionardoo messer Antonioo messer Benedetto. Chi pu˛ trovarsi del tuo intellettoa tutte le cose lodate atto e accommodato? Molte cose meglio si dicono chenon si fanno. E credi a meLionardone' padri stanno dell'altremaggiori. E questa forse pu˛ parere piccolama per certo ella ci Ŕ nonleggiere maninconia e pesoperchÚ pare sempre ti sfidi di non eleggere ecappare piggior consiglio.

LIONARDO Se io avessi figliuoliio di loro areisia certopensieroma sarebbono e' miei pensieri senza maninconia. Solo in me sarebbe primaopera fare ch'e' miei venissero crescendo con buoni costumi e con virt˙e qualunque essercizio loro gustasse piacerebbe a me. Ogni essercizio chesia sanza infamiaa uno gentile animo sta non male. Sono gli esserciziiquali acquistano onore e laude propri de' gentili e nobili uomini. Ben ticonfesso che ciascuno non pu˛ quanto e' padri vorrebbonoma chi seguequanto a lui sia lecitoa me pi˙ piace che chi cerca cosaquale seguirenon possa. Apresso credo sia pi˙ da lodarebenchÚ in tutto non se gliavengachi quanto in sÚ pu˛ s'adopera in qualunque cosache chi vivevacuo d'esserciziiinerte e ozioso. Antiquo detto e molto frequentato da'nostri: "l'ozio si Ŕ balia de' vizii". Ed Ŕ cosa brutta eodiosa vedere chi sempre istia indarnocome facea quel ociosoel qualdomandato che cagione ti tiene tutto il dÝ quasi dannato a sedere egiacerti per le pancherispose: "Io attendo a ingrassare". Echi costui udÝ lo biasim˛e pregollo pi˙ tosto desse operad'ingrassare un porcoper˛ che almeno ne ritrarrebbe qualche utile.CosÝ onestamente gli mostr˛ da quel che fusse un oziosoda men che unporco.

E dicoti pi˙Adovardoper ricco e gentile che sia il padresempresi doverebbe ingegnare che il figliuolo oltre alle degne virt˙ sapessequalche mestiero non servilema col qualese maligna fortuna acadessepotesse con sua industria e mani onestamente vivere. Le fortune di questomondo son elle sÝ piccole o sÝ rare che noi possiamo de' casi avversinon dubitare? El figliuolo a Persio re di Macedonia non fu egli veduto inRoma sudare tutto tinto alla fabbricae cosÝ mercennariodelle propriesue fatiche e a grande stentoa tutte le sue necessitati satisfacere? Sela instabilitÓ delle cose pu˛ cosÝuno figliuolo d'uno prestantissimoe potentissimo re tradurlo in una sÝ infima povertÓ e necessitÓbensarÓ in noi privati quanto ne' superiori da provedere a ogni fortuna. Ese in casa nostra mai fu chi a que' tali mestieri operarii si desseringraziÓnne la fortunae procuriamo per l'avenire che non bisogni. Elnocchiero savio e provedutoper potersi nella avversa tempesta sostenereporta sartiÓncore e vele pi˙ che alla bonaccia non si richiede.Adunque e' padri cosÝ proccurino che a' figliuoli piaccia qualche inprima lodato e utile essercizio. E in questo prima seguitino l'onestÓapresso s'adattino a quanto conoschino el figliuolo con opera meglio possae con ingegno conseguire a molto lodo.

ADOVARDO E questo medesimoLionardoŔ una delle cose la quale spessoa' padri perturba l'animoche conoscono e' loro giovani e minori a quanticasi e pericoli sieno sottopostie vorrebbono a tutto avere compiuto eottimo rimedio. Ma non raro interviene ch'e' figliuoli contro ogniopinione riescono contumaci e superbiper modo che niuna diligenza de'padri giova. E molto spesso acade per subite avversitÓper povertÓch'e' padri convengono di storre e' suoi da quelle buone arti edessercizii in quali con lode e fama crescevano. E quindi al continuo a noipadri istÓ nell'animo tanta paurao che il garzone giÓ non recusiseguire le buone dottrine per essere negli anni maggiori e nelle suevolontÓ pi˙ fermo e nelle cose desiderate pi˙ baldanzosoo che lafortuna non interrumpa il corso loro incominciato ad acquistare lode eamplitudine. Chi adunque al continuo in sÚ soffra questi tanti sospettie chi sempre della fortuna instabile e de' costumi poco costanti ne'giovani dubita quanto fanno e' padri ne' figliuolicostui come si potrÓegli crederlo lietoo chiamarlo non infelice?

LIONARDO Io non so vedereAdovardoa che modo uno diligente padrepossa avere e' figliuoli contumaci e superbise giÓ tu non volessi checominciasse non prima a essere diligente se non quando el figliuolo intutto sia fatto vizioso. Se 'l padre serÓ sempre destoe provederÓprima a' vizii che sieno natie sarÓ officioso estirpandoli quando glivederÓ natie serÓ preveduto e cauto in non aspettare che 'l vizioabbia a diventare tanto e sÝ sparso che colla infamia egli adombri eoscuri tutta la casacerto costui credo non arÓ ne' figliuoli dadubitare alcuna contumacia o inobedienza. E bene per sua negligenza einerzia sendo il vizio cresciuto e alcuno de' suoi rami stesoper mioconsiglio el padre mai lo taglierÓ in modo che da parte alcuna ruinisopra le sue fortune o fama. Non dividerÓ el figliuolo da sÚnÚ loscaccerÓ come alcuni rotti e iracundi fannoin modo ch'e' giovani pregnidi viziopieni di licenzacarichi di necessitatisi danno a far cosesozzepericoloseinfame a sÚ e a' suoi. Ma starÓ prima el padre dellafamiglia curioso e sollecito a scorgere ogni vizio quanto negli apetiti diciascuno de' suoi s'incendae subito darÓ opera di spegnere le favilled'ogni viziosa cupiditÓper poi non avere con pi˙ faticadolore elacrime a 'morzare le fatte maggiori fiamme.

Dicesi che la buona via si piglia dal canto. Cominci el padre in sulprimo entrare della etÓ a discernere e notare dove il figliuolo s'inviinÚ mai lo lasci trascorrere in strada poco lodata o mal sicura. Nonpatiscano seco i figliuoli vincere alcuna pruovanon assuefarsi adisonesto e lascivio alcuno costume. Facciano e' padri sempre riputarsipur padriporgansi non odiosima gravinon troppo familiarima umani.E ricordisi ciascuno padre e maggiore che lo imperio retto per forzasempre fu manco stabile che quella signoria quale sia mantenuta per amore.Niuna paura pu˛ troppo durare: l'amore dura molto assai. La paura intempo scema: l'amore di dÝ in dÝ sempre cresce. Chi adunque sarÓ sÝpazzo che stimi in ogni cosa necessario monstrarsi severo e aspro? LaseveritÓ senza umanitÓ acquista pi˙ odio che autoritÓ. L'umanitÓquanto sarÓ pi˙ facile e pi˙ segiunta da ogni durezzatanto pi˙meriterÓ benivolenza e grazia. NÚ chiamo diligenzaquale par costumepi˙ di tiranni che de' padrimonstrarsi nelle cose troppo curioso. Efanno queste austeritati e durezze pi˙ volte diventare gli animi controe' maggiori molto pi˙ sdegnosi e maligni che ubbidienti. E hanno e'gentili ingegni in sÚ per male ove siano non come figliuoli ma come servitrattati. E passino alcuna volta e' maggiori non volendo conoscere ognicosapi˙ tosto che non correggendo quello qual monstrano di conoscere. Enuoce manco al figliuolo in qualche cosa stimar il padre ignorantecheprovarlo negligente. Chi s'avezza a ingannare il padremeno stima romperfede a qualunque altro si sia istrano. In ogni modo adunque si sforzino epresenti e assenti essere da' minori pure riputati padri. Alla qual cosain prima gioverÓ la diligenza. SarÓ la diligenza quella che sempre elfarÓ da' suoi amato e riverito. SÝ bene testÚs'e' padri per premiodella passata negligenza loro si truovano avere uno cresciuto cattivodispongano l'animo pi˙ tosto non lo volere chiamare figliuolo chevederselo disonesto e scelerato. Le nostre leggi ottimel'usanza dellaterra nostrael giudicio di tutti i buoni in questo permetteno utilerimedio. Se il figliuolo tuo non ti vuole per padrenollo avere perfigliuolo. Se non ti ubbidisce come a padresia in lui alquanto pi˙ duroche in uno obbediente figliuolo. Piacciati prima la punizione d'unocattivo che la infamia della casa. Dolgati manco avere uno de' tuoirinchiuso in prigione e legatoche uno inimico in casa liberoo fuoriuna tua publica infamia. Assai a te sarÓ inimico chi ti darÓ dolore emaninconia. Ma certoAdovardochi a tempo ne' suoicome tu ne' tuoisarÓ diligentissimocostui giÓ mai s'abbatterÓ in alcuna etÓ se nonricevere da' suoi molta riverenza e onoresempre ne riceverÓcontentamento e letizia. Sta la virt˙ de' figliuoli nella cura de' padri;tanto cresce ne' figliuoli costumi e tema quanto vogliono e' maggiori epadri. NÚ stimi alcuno ne' suoi verso e' maggiori scemare osservanza esubiezionese ne' maggiori non cresce desidia e ignavia.

ADOVARDO O Lionardose tutti e' padri ascoltassino a questi tuoiricordidi che figliuoli si troverebben essi contentiquanto sitroverrebbono felici e beati! Tuttoveggotuttoconfessonon pu˛ lafortuna t˘rcinÚ dare costumivirt˙lettere o alcuna arte; tutto stanella diligenzanella sollecitudine nostra. Ma quello il quale si dicesottoposto alla fortunaricchezzestati e simili cose commode nellavitae quasi necessarie con esse ad acquistare virt˙ e famase lafortuna di queste serÓ con noi avarase inverso de' padri diligenti lafortuna sarÓ ingiusta come spesso la proviamo- e le pi˙ volte proviamoch'ella pi˙ nuoce a' buoni che a' meno lodati- alloraLionardocheaffanno sarebbe il tuosendo tu padrenon potere satisfare a'principiati ed espettati onorinon esserti licito quanto vorresti e collafortuna potresticondurre e' tuoi in quella prestante fama e laude ove tipersuadevi e instituisti guidarli?

LIONARDO Domandimi tu se io mi vergognassi essere poveroo se iotemessi che la virt˙ non sdegnasse e fuggisse la povertÓ nostra?

ADOVARDO Che non ti dorrebbe egli la povertÓ? Non ti sarebbe graveesserti interrutto ogni tua onesta trama? Lionardoche nuovi pensierisarebbono e' tuoi?

LIONARDO Che stimi? Di vivere quanto io potessi lieto. E non midorrebbe troppo con giusto animosenza molestia sofferire quello chespessocome tu dicisofferano e' buoni. E non Ŕ egli giÓ sÝ bruttacosa essere povero che io me ne vergognassiAdovardo. Credi tu che iopensi la povertÓ in me sÝ cattivasÝ perfida e inumanach'ella nondia qualche luogo alle virt˙che ella non renda qualche premio allefatiche dell'uomo studioso e modesto? E se tu annoverrai benepi˙troverrai virtuosi poveri che ricchi. La vita dell'uomo si contenta dipoco. La virt˙ Ŕ troppa di sÚ stessa contenta. Assai sarÓ ricco chiviverÓ contento.

ADOVARDO Or benLionardonon m'essere testÚ meco cosÝ in tuttostoico. Tu potresti ben direnon per˛ che mai io ti confessi la povertÓin ogni e pi˙ ne' padri non essere molto brigosa e misera. Ben soncontento stare in quella tua sentenza ch'e' diligenti padri da' figliuoliricevano vere allegrezzema questo pi˙ mi piacerÓ se io veder˛ che tudia modo di tutte queste cose come con suttilissimi argomenti cosÝ ancoraper lunga pruova poterne ragionare. E vuolsiLionardodare modo che tu egli altri abbiate compagna e figliuolipigliate moglieamplificate lanostra famiglia Albertae con questa tua ottima disciplina allevate condiligenza molta giovent˙acci˛ che nella casa nostra cresca gran numerod'uominitali quali testÚ diceva Lorenzofamosi e immortali. NÚdubitoseguendo que' tutti tuoi quali hai insegnatomi erudimentila casanostra di dÝ in dÝ si farÓ molto gloriosa e compiuta di prestantissimagiovent˙.

LIONARDO In questo nostro ragionamento a nulla manco m'Ŕ stato l'animoche ad insegnarti essere padre. E qual sÝ pazzo si pigliasse questagravezza di rendere in alcuna cosa te pi˙ dottoil qual in ogni singulardottrina sopra agli altri sei peritoe in questa per pruovae apressodegli antichissimi scrittori quanto hai veduto se' eruditissimo? Qualestolto cercasse questa ottima quale chiamano educazione de' liberiinsegnartio di quella ragionando contrastarti? Ma tutta l'astuzia grandeŔ stata tuache biasimandomi l'avere figliuolitu hai condottomi ch'ioho gittato e perduto ogni mia antica scusa al non t˘r moglienÚ oram'Ŕ rimaso con che pi˙ potere schifare questa molestia. Sono contentoAdovardopoichÚ sÝ me hai convintoa te stia licenza e arbitrio ove tiparerÓ d'amogliarmi. Ma sappi che a te starÓ debito rendermi opera. S'ioa te ho levato dell'animo quelle malinconie quali dicevi essere a' padritu cosÝ inverso di me proccurerai non mi caricare di guai e di continuarecadiala qual cosa dubito non mi sarÓ facile nÚ ben licito fuggires'io per contentarti seguir˛ el tuo consiglio in farmi marito.

Sorrisonoe in queste parole sopragiunse uno famiglio dicendo cheRicciardo era lÓ fuori giunto colla barcaove aspettava cavagli persubito venire a vedere Lorenzo suo fratello. Adovardo uscÝ per ordinarequanto bisognava. Era Ricciardo suocero d'Adovardoper˛ gli parse ancoradebito e deliber˛ cogli altri cavalcare. Partissi. Noi rimanemmoseLorenzo ci comandasse.

LIBRO SECONDO

LIBER SECUNDUS DE FAMILIA: DE RE UXORIA PoichÚAdovardo era partito ad onorare Ricciardoil quale venia per vedere Lorenzonostro padreCarlo mio fratello e io eravamo rimasi con Lionardo. Tacevamoriducendoci a memoria quelle nobilissime e prestantissime cosedelle qualiAdovardo e Lionardocome nel libro di sopra raccontaidell'ofizio de' maggiorinelle famiglie e della osservanza de' minori verso e' maggiori e dellaeducazione de' figliuolicopiosamente aveano insieme disputato. Lionardo doppoalquanto passeggi˛ due o tre volte tutta la salae poi con molta frontemapiena d'umanitÓ si volse: - E voi oratu Battista e tu Carloche pensierisono e' vostri- disse- che sÝ vi veggo taciti stare in voi stessi eoccupati? - Non altro rispose Carlo; ma- Componevami fra me stessi a mente-dissi io- quanta sia incerta e varia cosa el ragionare. Chi mai avessestimatocominciando voi a conferire delle amiciziepoi cosÝ vi fussi distesiin tanti varii luoghi di filosofia e tanto alla famiglia utilissimine' qualimolto m'Ŕ stato caro aver da voi impreso que' buoni amaestramenti? Ma stimosarebbe stata pi˙ compiuta utilitÓ a noi e certo maggior contentamentose voiancora insieme avessi pi˙ oltre seguito in quelle amiciziequali cominciastiad amplificare con altro ordine e con altro piacevolissimo modo che a me nonpare soleano gli antichi scrittori; e non dubito che da voicome in questealtre cosecosÝ sarei in quella parte di dottrina diventato pi˙ dotto e pi˙erudito. LIONARDO QuasiBattistacome sea te non stessi a mente la sentenza del tuo Marco Ciceroneel quale tu suolitanto lodare e amareche giudica nessuna cosa essere pi˙ flessibile eduttibile quanto la orazione. Questa segue e viene dovunque tu la volgi e guidinÚ il ragionare nostroel quale come vedi Ŕ tra noi domesticosi richiedeessere gastigato ed emendato quanto quello de' filosafi nelle loro oscurissime edifficillime questionie' quali disputando seguono ogni minimo membroe dellamateria lasciano adrieto nulla non bene esplicato e molto aperto. Tra noi elnostro ragionare non cerca laude d'ingegnonÚ ammirazione di eloquenza. Ma miocostume sempre fra gli altri studiosi fue molto pi˙ con Adovardoel quale ioconosco litteratissimo e nel rispondere acutissimoper non stare tra gli amiciozioso e mutoio ora dimandoora rispondo difendendo il contrario di quelloche gli altri dicono. NÚ per˛ mi porgo in difendere l'opinione mia ostinato edifficilema do luogo al giudicare e alla autoritÓ degli altri tanto quantosostenga quello quale io difendo. E quanto non rispuosi io ad Adovardo comeforse tu aspettavifeciloBattistaperchÚ io il conosceva non a' figliuolisoloma a qualunque di casa amorevolepiatoso pi˙ che altri alcuno quale ioconoscae stimai non gl' essere grato se io non gli consentiva dello amore edella caritÓ verso a' figliuoli quanto lui con pruova e giudicio in sÚ stessiosservava. E onde seco altre volte mi piglio diletto a ogni sua sentenza conparole contrastarecosÝ testÚ era a me gran voluttÓ assentendogli vederequanto egli mi si scoprisse troppo di affezionato e veramente benivolo animoverso i suoi. Adunque non mi parse da negarli quello che lui giudicava peraffezione pi˙ che per ragione. BATTISTAStimi tuLionardola sentenza del nostro Adovardo essere non verissima? Creditu che a' padri sieno i figliuoli meno che gli altri amici cari e commendati?LIONARDO Io non dubito che non solo e' figliuolima qualunque di casa sempre fu apresso Adovardo quanto si pu˛ carissimo eaccettissimo. Ma se Adovardouomo quanto vedi litteratoma forse in questotroppo umanoerrasse posponendo la vera amicizia a qual si sia di questi altrivincoli d'amorecome de' padri a' figliuolimoglie a maritofratellie comeancora degli amanti insiemestimo non sia da maravigliarsi. La fortuna iniquapi˙ dÝ fa gli tolse i fratelli. La etÓ omai maturae di dÝ in dÝ pi˙piena di ragione e consigliocredo l'abbia stolto da quelle cupiditÓ amatorie.E ora i nostri duri e acerbi casi hanno insieme e lui e tutti noi d'ogni altronelle amicizie diletto e piacere privatolo. E le condizione de' tempinostrainfelicitÓtengono disparsa e disseminata la nostra famiglia Albertacomevediparte in Ponentea LondraBruggiaColognapochi in Italiaa Vinegiaa Genovaa Bolognain Roma alcunie in Francia non pochi sono a Vignone e aParigie cosÝ per le Ispagnea Valenza e a Barzalonane' quali tutti luoghie' nostri Alberti sono pi˙ anni stati interissimi e onoratissimi mercatanti.Ancora in Grecia sonoquanto vedide' nostri Alberti sparti e molto daglialtri suoi lontanichÚ ben pu˛ avenirci quello suol dire el vulgo:"Lungi da occhilungi da cuore"e"Chi raro ti mira a beneamare non dura". E cosÝ le nostre vere amicizie nÚ hanno seguito ilnostro essilionÚ quegli animi giÓ a noi benivoli ora sofferano esserecompagni alla nostra calamitÓ e miseria. Rimasono nella patria nostra gliantichi nostri meriti insieme colle vere amicizie perduti. E ora qui fuori moltisolevano monstrarsi a noi amorevoli e domesticie' quali da lungi ora cischifano. CosÝ suole la condizione degli uomini in la felicitÓ adducerti molticonoscentiin l'avversitÓ cancellare ogni memoria di beneficio e benivolenza.Per˛se Adovardoil quale per ora non sente quella dolcezza posta nell'usode' veri amicial quale e' figliuoli sono pi˙ che i fratelli e che gli altrisuoi per ora presentise costui prepone l'amore paternonon mi parrÓ damaravigliarci. Credi tuBattistase Adovardo avessi de' veri amici qui pressoe da loro ricevessi quanto de' figliuoli copia e presenzacredi tu chegiudicasse dell'amicizia? BATTISTA Credoche Adovardo in questo forse sarebbe dal tuoLionardoe dal mio giudicio moltodissimile. LIONARDO TuBattistasoncertol'uso e familiaritÓ de' tuoi studiosi di questa etÓco' quali alcontinuo imparando e conferendo conversiti pare vincolo di benivolenza pi˙che gli altri intero e fermo. E se in tecome sperocrescerÓ virt˙di dÝin dÝ molto pi˙ conoscerai l'amicizia essere da mantenerla e troppo daconservalla. CosÝ vi conforto facciate: giudicate niuna cosa quanto l'amiciziaessere utile e molto atta a vivere bene e beato. Persuadetevi al tuttocome foio a me stessiquesta vera una amicizia nella vita de' mortali doppo la virt˙essere tale che molto sÚ stessi possa non solo agli altri amorima a qual sisia cara e pregiata cosa preferirsi e soprastare. BATTISTASempre fu nostro desiderioLionardocon ogni arteindustria e opera renderciatti ad acquistare e mantenere amicizie assai. E ora per tuo conforto saremoquanto pi˙ essere potremodiligenti e solleciti in renderci benvoluti da moltie molto amati. E questo faremo per ogni rispettoma pi˙ ancora per seguirecome facciamoe nell'altre cose e ancora in questai costumi tuoi da ogniparte molto lodatissimi. E se tuLionardoper non essere ozioso nÚ mutousico' compagni a qualunque loro detto contraportie se ora a te fu voluttÓconsentire ad Adovardoper vedere apertissimo quanto in lui fusse verso i suoicaritÓ e amoreriputerai tu a troppa baldanza se ioper imparare da teinquesto seguo i costumi tuoi difendendo opinione alcuna contro la sentenza tua?Se a me fia licito teco impararea te sarÓ meco necessario non meno che conAdovardo usare quella facilitÓ e umanitÓ tua insieme col giudicio tuoprestantissimo in discernere in me quanto io sia in questi studii delle lettereatto a simigliarmiti. LIONARDO Niuna cosaa me pi˙ essere pu˛ grata. E in ogni altro luogoe con tutte l'altre personepotrei riputarti a biasimo se tupi˙ che in te richiegga l'onestÓ e modestiafussi ardito e audace. Ma meco t'Ŕ licito quanto vuoi ardirenon tanto perimparare da mechÚ stimo giÓ con tua assiduitÓ e studio serai da te non pocodottoma dove ancora piaccia essercitarti lo 'ngegno in confutare le mie epersuadere le tue ragioniloderotti disputandoove ancora esserciti la memoriarecando a mente sentenzeautoritÓ ed essempliconferendo similitudiniargumentiquali tu apresso i buoni scrittori arai trovate atte a quello di chenoi ragionassimo. E in questo molto mi piacerÓ sÚguiti i miei costumi e lavolontÓ tua. E perchÚ vegga quanto a me questo essercitarti meco e per tuo eper mio utile sia gratochÚ anche io in risponderti e argomentarti contra nonpoco mi eserciter˛priegotiBattistanarra degli amori in che sia il tuogiudicio contrario dal mio. E acci˛ che la disputazione nostra sia pi˙ chiaraio cosÝ statuisco quello delle vere amicizie essere il pi˙ fermo che gli altrie il pi˙ possente amore. Tu ora ferma contro a me la tua qual sia opinioneenon peritareimperochÚ per conferire sempre fu licito difendere qualunqueopinione per falsa ch'ella fusse. Non adunque temere tanto parere baldanzoso chetu a me ti porga troppo timido. BATTISTAAdunquepoichÚ tu cosÝ mi concedi licenzaLionardoardir˛ contrapormiti; epure non vorrei pel dir mio pi˙ che per costumi mi riputassi per˛ mencontinente che modesto. LIONARDO A me inquesto tuo cosÝ nel viso alquanto arrossiree in questo tuo fratemere delleparolemeco pare presentire ove tu voglia scoprirmiti avversario. Ma segui. Ionon potr˛ riputare se non continentissimo teel quale io vegga nel ragionaremoderato e onesto. Segui. BATTISTA Pureardir˛Lionardo. Oh! se io dicessi cosa da voi dottissimi non lodatadirollanon tanto perchÚ a me paia dire il veroquanto per essercitarmi. E se io tiparessi in quello errorein quale forse dirai essere gl'innamoratistimo areida molte parti onde io potessi teco scusarmie assai con ragione purghereiquello quale tu forse riputassi errore. La qual cosa credo sarebbe a me licitoaffermare fusse forza e legge non in tutto degna d'odio e biasimoma pi˙ tostoda essa divina natura imposta a qualunque animante nato a produrre di sÚ stessie ampliare sua stirpegiÓ che noi veggiamo gli animali bruti in primai qualida una ultima e infima parte sentono in sÚ le forze d'amoretutti seguonoquello cosÝ fatto apetito naturaleveemente certo e di tanta possanza cheabandonata quasi ogni altra grata a loro e necessaria cosasolo per adempierequanto la natura ad amare gli stimolasofferano fame e setecaldo e freddoeogni fatica; dimenticano i propri covilinon si ricordano d'alcuna di quellealtre loro voluttÓalle quali sciolti e liberi d'amore solo paiono nati eaggiudicati. E pi˙cosa certo degna d'ammirazionequanto veggiamo che fraloro stessi incesi d'amoreper essere i primi amati con ogni forza e ferocitÓcontendono. E se questo manifesto appare in ogni animale bruto e insensatochetanto in loro pu˛ una sola espettazione di diletto qual segue d'un viledisiderio amatorioquanto viepi˙ sarÓ gagliardo l'amore e armato a ferire econvincere gli animi umanie in prima i giovanili poco fermi e manco robusti arafrenare e fermare sÚ stessi con ragione e consiglioe poco maturi acontenersi nella importunitÓ e molestia de' naturali appetiti. Non credo a noigiovani sia licito ostare all'amorenÚ forse biasimo seguirlo. Alcibiadeuomo apresso gli antichi e oggi in tutte le storie famosissimo e celebratissimotutto avea datosi allo amaree nel suo scudo militando portava dipintononqual solevano i suoi antichima nuova insegnaCupidine e sua faretra e arco.Crisippodottissimo filosofoin Atene consacr˛ l'immagine dello Amoreecollocolla in quel santissimo seggiounico quasi nido di tutti i filosafidovesi nutrirono e crebbono tutte le buone e santissime arti e discipline a bene eonesto vivereluogo chiamato Accademia. El quale uomocerto prudentissimoselo amore fusse cosa degna di vituperionon arebbe in sÝ religiosissimo luogoposto quella statuaquasi fermo e pubblico testimonio e segno dell'error suo.Essendo bene errorequal uomo per freddo e insensato che fusse potrebbe nonassentire ai molti dilettico' quali amore lietissimo e amenissimo si porge?Quale austero e in tutto solitario e bizzarro uomo fuggisse questi sollazzisuonicanti e festee l'altre molte maravigliosesanza quella ultima dellaquale ora dissivoluttÓ atte e valide a convincere ogni offermato e moltoconstantissimo animocome veggo o sua o naturale leggeo difetto pure degliuominisempre ne' mortali l'amore vincendo us˛ suo imperio? Non mi pare fragli antichi istorici fatta menzione d'alcunoper virtuosissimo che fusse e inogni lode singularissimoin cui amore non in gran parte monstrasse sua pruovae superasse non e' giovani soloe' quali per ogni rispetto sono in questo dano' gli riprenderema' vecchi ancorae' quali nelle cose amatorie possonoparere e sazii e inetti. Scrivesi d'Antioco re di Siriauomo per la grande etÓe per molto imperio gravissimo e pieno di maestÓche nell'ultima suavecchiezza occupato d'amore si perdÚ amando la figliuola vergine di Neottolemo.Non fu all'amore poca licenza in uno animo per etÓ sÝ freddo e per autoritÓsÝ grave incendere fiamme cotantocome voi altri troppo severi chiamateleggiere e lascive. E di Tolomeo re di Egitto ancora si dicebenchÚ gloriosofussee quanto in uno principe si richiede altieropure percosso da amorecadde in amare Agatocle vulgare meretrice. Qui ebbe amore non piccolo imperioove valse far servo un re a una meretrice. Furono ancora non pochi in alto eprestante luogo di dignitÓ e famai quali vinti d'amore interlassorono e'fatti e gloria civile e amplissima. Rammentami fra gli antichi di PompeioMassimoquello uno uomo in Italia e in tutte le province celebratissimocittadinoper cui fu la calamitÓ farsalica e dolorosa sparsione di sanguecivile. Costuinell'altre cose solertissimo e diligentissimosuggetto d'amoresi ridusse in solitudine in villa fra gli orti e selveove ogni altra cosaogni concorso e salutazione di molti nobilissimi quali in gran copia tenevaamiciogni amministrazione delle cose pubblice e prestantissime a lui eraminore che amando vivere con quella una sola sua carissima Iulia. Non fu certonon fu poca opera allo amore tenere in solitudine quello animo amplissimo eimmensoa cui non parse troppo certare armato per ottenere lo 'mperio sopratutti li prÝncipi. Ma tutto il dÝ sivede chi e laude e fama e onore meno per amare apregia. E infiniti quanto sitruova prepongono l'amore all'amistÓ. Puossi l'amor tra moglie e marito riputargrandissimoper˛ che se la benivolenza sorge da alcuna voluttÓel congiugioti porge non pochissima copia d'ogni gratissimo piacere e diletto; se labenivolenza cresce per conversazionecon niuna persona manterrai pi˙ perpetuafamiliaritÓ che colla moglie; se l'amore si collega e unisce discoprendo ecomunicando le tue affezioni e volontÓda niuno arai pi˙ aperta e piana via aconoscere tutto e dimonstrarti che alla propria tua donna e continua compagna;se l'amicizia sta compagna della onestÓniuna coniunzione pi˙ a te sarÓreligiosissima che quella del congiugio. Aggiugni che tutt'ora cresconotenacissimi vinculi di voluttÓ e di utilitÓ a contenere e confirmare ne'nostri animi infinita benivolenza. Nascono e' figliuolie' quali sarebbe lungodire quanto e' siano comune e firmissimo legame a colligare gli animi a unavolontÓ e sentenzacioŔ a quella unione la quale si dice essere veraamicizia. Non mi stendo in racontare quanta utilitÓ si tragga da questacongiugale amicizia e sodalitÓin conservare la cosa domesticain contenerela famigliain reggere e governare tutta la masseriziale quali tutte cosesono in le donne taliche forse alcuno stimarebbe per esse essere l'amorecongiugale sopra di tutti gli altri interissimo e validissimo. Ma purenon socomenon raro si truova a chi pi˙ piace uno strano amante che il propriomarito. E pi˙ si recita che fu apresso el fiume Ganges quella famosissima nelleprovince orientali reinaqualese ben mi ramentaCurzio storico ne' gesti d'Allessandroraconta ch'ella am˛ un vilissimo barbieree per rendere l'amante suoornatissimo e fortunatissimo sofferse uccidere el vero prima suo marito. DellapiatÓ e officio de' padri non molto acade a direla qual tu stessi dianziconfessasti ad Adovardo ch'ella era cosa molto insita e infissa nel petto de'padri. Pure non so qual maggior forzaa cui natura non pu˛ opponendosisostenerela iscacci qualche volta ed estermini degli animi paterni. Leggesi diCatelina quanto riferisce Sallustio storicoche amando Aurelia Orestilla ucciseil suo proprio figliuolo per congiugnersela in sposa. Certo adunque si vedel'amore essere pure cosa troppo sopra le forze umane possente e validaemanifesto si vede quanto gli animi feriti da quello divino stralecol quale ipoeti descrivono che Cupidine saetta e impiaga le menti umanesiano troppoobligati e suggetti a non potere nÚ sapere volere o seguire se non quantostimino essere accetto e grato a chi egli amino. Cosa troppo mirabile che loroopereloro paroleloro pensieriloro ogni animo e mente stia tanto alcontinuo presta e sollicita a solo obbedire la volontÓ di coloro a cui l'amorel'abbia subiettotale che non tanto a noi sono le nostre membra ossequente efaccentiquanto l'innamorato studia d'aseguire e servire subito e pronto ognicosa grata a colui al quale esso sÚ stessi tiene dedicato. E di qui mi pare siaquello antico detto del sapientissimo Catoneel qualestimo ioniuno dubitaessere verissimoquanto e' diceva che l'animo dello amante si riposa in altruiseno. Troppa divina forza adunque sarÓ questase amore potrÓ in uno voleresolo infiammaree in un petto solo contenere due anime. Chediremo noiLionardoadunque? Che l'amare sia sozzo? Che nell'amore sia pocalicenza? Che allo amore sia debole forza sopra degli animi umani? Forse dirail'amore tanto pu˛ e tanto piglia licenza quanto noi stessi gli concediamo. Sodesideraresti in noi giovani quell'animo senile e pieno di instituti filosoficiquale confesso essere in te. Ma guarda se cosÝ convengacome diceva Chereaapresso Terenzio...subito nasciamo vecchi. E anche non so se a que' tuoifilosofi medesimi sia permesso fuggire questa fiamma e ardore celeste certo edivino. Aristippo filosafomaestro di quelli nominati Cirenaici filosofisileggecome saiamava una meretrice chiamata Laidema diceva essere l'amor suodifferenziato dagli altriimperochÚ lui avea Laidee Laide avea gli altriamanti. Stimo voleva persuadere solo sÚ essere amando liberoove tutti glialtri fossero servi. Metrodoroquell'altro filosafo...senza onestare l'amoresuo con iscusa alcunaapertamente amava Leonzia meretricealla quale ancoraquello Epicureo notissimo filosofo soleva scrivere sue lettere amatorie. Nonadunque ammirabile suo possanza qui monstrava l'amore? Se questi animi superbi edurie' quali non delle cose a tutti gli altri mortali acerbe e quasi noncomportabili alcunanon povertÓnon pauranon dolore poteva abatterechÚgli veggiamo con quanta baldanza quella sola generazione d'uominichiamandosiamatori della virt˙facevano professione di spregiare le ricchezzeconcertavano contro al dolore; nullanÚ ira di nimicinÚ ingiurianÚ mortetemevanoe degl'iddii poco alcuni di loro curavanoe copiosi scrissonobiasimando ogni timore di cosa umana e divinatutti detraendo alla forza diquella qual noi conosciamo e proviamo potentissima fortunasempre vituperandoqualunque dilicatezza del vivere; pur questi cosÝ austeri e armati di tantaragione e sapienza cadeano e giaceano vili e convinti d'amore. Molle e lascivoamoreche rompi e attriti ogni superbia e alterezza d'animo umano! Errorefallace cupiditÓbrutto amorepoichÚ se' ubidito dagli animi ricchi d'ogniragioneforti d'ogni constanzabellissimi e nobilissimi d'ogni civiltÓ ecostume! QuantoLionardoquando io pensoalla maestÓ e nome di questi famosissimi filosafi e degli altri assaiqualiper brevitÓ lascio adrietoe quando mi pongo innanzi la integritÓ e religioneloroe poi gli veggo soggiogati e in sÝ brutti luoghi posti dall'amorestimaLionardosarebbe non difficile persuadermi non solo quella sentenza qualsolevan i medesimi filosafi dire esser verissimache l'amore era ministro degliiddii dato a cura e salute della giovent˙ma molto ancor pi˙ mi pu˛ parerecosa divina; nÚ veggo l'amicizia in sÚ conservi forze quanto l'amoreringiovinire negli annosi petti giovenili e amorose fiammee nella superbiadegli imperii tenere sÝ basse le volontÓ e apetiti realiporre in sÝ eccelsadignitÓ e stato uno infimo e abietto mercennariofarci stimare vile ogni famafarci posporre ogni laude e glorioso esserciziorenderci debole qualunquevinculo di parentado. Ma io non voglio seguire pi˙ oltre in questa materiachÚ troppo temo non ti parere quasi come se io difendessi la causa mia propia.Renditi certoLionardoio non amoe benchÚ in me io non senta questa forzadello amorepur quanto da molti mi ramenta avere udito assai e lettomi parein gran parte da consentire a queste poche ragioni quali addussicolle qualiforse mi sono monstro troppo in questa sentenza fermo e troppo indulgente versol'amore. Ma pensa tu quale tu mi troverrestis'io con queste ragioni insiemetenessi in me quelle faci con che amore si fa adorare e gloriare. Non dubitarech'io statuirei l'amore esseresopra non dico all'amiciziama a qualunquegloriosa cosadegno molto e divino. LIONARDOA me piace lo 'ngegno tuonÚ mi dispiacciono questi essemplinon perchÚ secoadducano firmissime ragioni a persuaderema perchÚ in essi veggo te purequanto io stimavaessere studioso. LodotiBattistase hai voluto cosÝ mecoessercitartima guarda che forse non fusse meglio scoprirti inamorato e parertierrareche non amando parerti non errare chi ama; imperochÚ io con pi˙diligenza confuterei ogni tuo argomento per in tutto levarti da questa opinionee servit˙ dello amore; ove oranon bisognando biasimarti questo furoreamatorioquale a te stessi debbono que' tuoi molti essempli porre a non pocoodiosolo quanto m'occorrerÓ a mente seguir˛ teco ragionando. E perchÚ ilnostro conferire sia pi˙ chiaroquesta furiacioŔ amore venereochiamerolloinamoramentoe chi da essa sia preso dicasi inamorato. Quello altro amorelibero d'omni lasciviael quale congiugne e unisce gli animi con onestabenivolenzanominiÓllo amicizia. Questi di cosÝ onesto e benivolo animoaffezionati chiaminsi amici. Gli altri amori fra congiunti apellaremo paterni efraterni secondo che acaderÓ. Oratorniamo alla disputazion nostranella quale tuvolendo attribuire forzaimperio e quasi divinitÓ allo amorefusti molto copioso in racontare diversestultizie d'alcuni innamoratiquasi come se noi ricercassimo chi tra gliantichi fusse stato furioso e stoltoo come niuno fra' nostri oggi si truovinella sua giovent˙ amatoreel quale insieme non sia simile a que' tuoi intutto furioso. Ma sia come tu vuoi. Siano gli amanti tutti da quel tanto furorequale sanza che Catone ci amuniscaciascuno intende che pu˛ nelle mente debolie inferme tantoche chi in sÚ lo ricevecostui in tutto si ritruovi fuori disÚ stessie nel seno e volontÓ d'altrui si riposie ivisuo erroree certograndissima e infinita stultiziale cose degne nella vita de' mortaliquellepelle quali ciascun prudente espone operafaticasudoresangue e vita per inparte asseguirleivi dico l'innamorato lo reputi in men pregio che una sualasciva e sozza voluttÓnon si curi della fama non onestanon di niunoreligiosissimo vinculo per adempiere un suo brutto apetito. Che diremo noiBattistaquesto essere forza d'amoreo vizio d'animo infermo e impetod'opinione corrotta? Tu Antiocoe tuo Tolomeochi vi trasse ad amare? Fu unaleggiadra bellezzaun vezzosissimo costume? Anzi fu un poco onesto e mancomodesto appetito. Tu Pompeioe tu reina orientalequal forza vi vinse agiacere in tanta lascivia? Una troppo affezionata benivolenza? Anzi una deboleragioneuna vana opinioneun troppo vostro errore. E tu Catelinaonde patistiin te tanta essere crudelitÓ? Non fu fiamma e ardore divinono; anzi bestialee troppo immanissima tua libidine. Non suole l'amore fruttare odiomabenivolenza; non iniuriama beneficio; non furorema giuoco e riso. Nonadunque attribuire tanto imperio a questo amorepoichÚ in nostra libertÓ fuaccettarloin nostra ragione lasciarloma nel seguirlo somma stoltizia.Gli animali incitati dalla natura niente possonocontenersi. Adunque neanche gli uomini? Certo sÝquelli ne' quali non sia pi˙che nelle bestie ragione e giudicio a discernere e fuggire la disonestÓ evizioe chi mai lodasse negli uomini alcune virt˙le quali sÝ sono propienostre che con altri alcuno animante terrestre mai permisse la natura esserlecomuni. E quale uomo sarebbe mai da preponereanzi da segregarlo dagli altrianimali bruti e vilise in lui non fusse questa prestanza d'animoquesto lumed'ingegnocol quale e' senta e discerna che cosa sia onestÓonde con ragionepoi sŔguiti le cose lodatefugga ogni biasimoe similequanto adrizza laragioneami la virt˙aodii il vizioe sÚ stesso inciti con buone opere adacquistare fama e graziae cosÝ in ogni lascivo apetito sÚ medesimo rafreni econtenga con ragionesenza la quale niuno sarÓ da chiamare non stolto? Torraiall'uomo l'uso e modo della ragionea lui nulla rimarrÓ se non le sole membradissimili dagli altri animali silvestri e inutilissimii quali tuttisenzaintero discorsopure in questo participi di qualche ragionesolo quanto inloro la natura richiede a procreare obbediscono all'apetito. Ma l'uomoel qualenon sino a satisfare alla naturama sino a saziarsi e infastidirsi pur quis'involge nelle voluttÓe sÚ stessi al continuo desta e incende a conseguirequesto non naturale perchÚ da volontÓ mossoma superchio e propio bestialeappetitoe qui con mille incitamentimotteggirisicantidanza e leggerezzaassai sÚ stessi infiammanon pare a te questo sia sommamente da esserebiasimatoe doppo qualunque bestia abietta e infima isvilito e spregiato? Qualuomo non in tutto stolto e insensato non conosce questo esserequanto egli Ŕcosa disonestissima e scelleratissimaviolare l'amiciziaviziare laconsanguinitÓspregiare ogni costume? E qual mai si truova sÝ in tuttolascivoda cui non spesso si vegga che molte sue ardentissime voglie e appetitirimangono da vergognarsi e temere biasimo tenuti adrieto e in miglior partesvoltiove restano contenti seguire onestÓ pi˙ tosto che libidinee godonomolto pi˙ satisfare all'amicizia che all'amore? Troppo sarebbe miseraimbecillita la natura umanase a noi fosse forza sempre perseguire ogni nostroamatorio desiderio. Troppo sarebbe infelicitÓ la nostrase presi d'amore maici fusse licito non rendere le prime parti de' nostri pensieri alla onestÓconservando el vincolo e religione de' parentadi e amicizie. Equel tuo Pompeio cosÝ affezionatonon prepose egli pure sempre l'amistÓ?Quella Flora bellissimaramŔntatila quale formosissima fu nel tempio diCastore e Polluce come cosa venustissima e divina dipintabenchÚ di lei fussePompeio accesopur patÝ che Geminio la conoscesse. Volle in quel modosatisfare al desiderio dell'amico pi˙ molto che nel veemente suo amore a sÚstessi. Fu questoBattistaofficiofu laudefu virt˙ d'amiciziaquale ne'sani ingegni pi˙ sempre valse che ogni furia d'amore venereo. Tanto si porge lavera e simplice amiciziacome vediliberaleche non solo la robama leproprie ecome tu chiamavidivine affezioni e desiderii suole comunicare edonare all'amicoprivarne sÚcederne a chi giÓ gli sia congiunto dibenivolenza e fede. Ma lo inamorato nulla con ragionetutto con furiae se maiti vuole grandese t'adornase ti rende fortunato e feliceesso lo fa persatisfarne agli occhi e piaceri suoi in primanon per tema per sÚ stessicontentarsi. Vero. Ma in questo non solo la vera amicizia vince loinnamoramentoma pi˙ quell'altro amore nato tra congiunti sempre qui a me e inogni altra lode parerÓ essere da preporlo molto a questo tuo stolto e furiosoinnamoramento. GiÓ e' padri vecchi e in tutta la sua etÓ con ogni travaglio epericolo stracchiguadagnando per sÚ sostenere insieme e la famiglia suamaiper˛ quiesconoanzi negli ultimi anni con ogni cura e sollicitudine seguonoaffannandosi per lasciare i suoi doppo sÚ pi˙ e pi˙ ricchie cosÝ le moltevolte meno satisfanno a sÚ per rendere i suoi copiosi pi˙ e contenti. Eramentami quella storia come a Roma si trov˛ quella madre in sulla porta allemura iscontrando il figliuol suoqual prima udiva fosse con molti altri aTransimene morto in quel publico e doloroso ricevuto conflittotanta vedendolosalvo ne prese letizia che ogni suo spirito per gaudio essal˛ e perissi.Piatosa madreveemente amoremirabile affezionela quale tu forse dirai siada posporre al tuo divino innamoramento! Ivi furiaqui ragione; ivi biasimoqui lodo; ivi vizioqui onestÓ; ivi crudeltÓqui pietÓ. Nonmi pare da seguire pi˙ oltre biasimando quel tuo innamoramentonÚ qui acadelodarti l'amiciziala quale non si potrebbe lodare a mezzoe della qualesempre giudicai come diceva Catoneottimo stoico latino filosafoche l'amistÓdura ferma pi˙ che ogni parentado. Potrei adurti Pilades e OresteLelioScipione e l'altre coppie d'antichi amicie' quali per chi a loro era unito dibenivolenza e d'amorenon come i tuoi innamorati abandonorono le faccendepublice e gloriose disonestando sÚ stessifuriandonÚ uccisono figliuoli emaritima bene con molta lode d'animo e virt˙con molta grazia e memoria diloroquesti veri amici non recusarono esporsi agli ultimi casi e morte persalvare la vita e dignitÓ dell'amico. Ma chi potrebbe racontare le degne lodedell'amicizia? Tanto vi ramentofrategli mieifuggiamo questa furia amatorianÚ monstriamo preporla all'amiciziama neanche la diciamo tra' beni della vitaumanaimperochÚ l'amore sempre fu pieno di fizionimaninconiesuspizionipentimenti e dolori. Fuggiamo adunque questo amore. Sia in noi verso di luiquanto si richiede non poco odiopoichÚ manifesto si vede e con dolore sipruova ch'egli Ŕ cagione d'ogni scandolo e d'ogni male. BATTISTAIo e per etÓ e per ogni reverenzaLionardonon ardirei oppormi all'autoritÓe ragioni tue. E se io non stimassi me piacerti ragionando forse non meno chetacendoio temerei non solo ostartima ancora in parte alcuna difendere el miobenchÚ verissimo giudicio. Ma poichÚ a me cosÝ persuado te essere assai certoche io e dell'amicizia e dello innamoramento giudico e sento medesimo quel chetuche mai l'innamorato sopra l'amico meriti lodo e famapure Lionardoprovedi tu se cosÝ vuoi t'aconsentisca ogni innamoramento essere furioso e ogniamicizia essere perfetta. Io mai ardirei negarti la vera amicizia non esserefortema forse la credo meno veemente che l'innamoramento. Ma chi sarÓsegiÓ tu uomo eloquentissimo uno solo quello fussiel quale mi provasse mai oggiin questa etÓ nostra trovarsi quelle piladee e lelie amicizie? Certogl'innamoramenti oggi sono qual sempre furono ne' ricchine' poverine'signorine' servine' vecchine' giovanitale che niuna etÓniuna fortunaniuno petto umano si truova vacuo dalle fiamme amatorie. Tu le chiami furie. Ionon so qual suo proprio nome le nominareperchÚ nÚ ora nÚ prima per pruovale conosco o sento. Solo ne parlo quanto e da te odo e dagli altri truovoleggendo. LIONARDO Non credereBattistanegli animi de' mortali giacere fiamma alcuna d'amore venereo alla quale non siacommista molta stultizia e furia. E se cosÝ giudicheraiin questo ragionamentoa te non sarÓ se non quanto meco vorrai essere licito. E dove ti rammenterai diquello Sofocles antico filosafodel quale si recita che domandato chente e' siportassi con Venererispuose: "Ogni altro male pi˙ tostodio buonochenon avere in tutto fuggito quel signore villano e furioso"- a te adunquenon parrÓ dello amore se non quanto pare da giudicarnech'egli Ŕ molto dafuggirlo e odiarlo. E quanto tu pure ne' dÝ nostri trovassi amicizia niunaperfettaalmanco consentirai gli innamoramenti furiosi essere tuttie comediceva Sofoclesvillani. Ma non ci obblighiamo a ragionare solo di quella sommae da ogni parte perfetta amicizia. Siamo teco disputando liberali. Aduciamo pertestimoni quelli secento insieme con gli altri in Gallia chiamati Soldunni lÓne' Comentarii di Cesareamici a quello Diantunnoe' qualiloro costumesiprofferivano e prendevano qualunque pericolo quante volte fussino dall'amicorichiesti. In tanto numero certo non bene mi troverresti quella vera amiciziala quale tu disidereresticome si dice un volere e non volere quanto l'amico el'onestÓ richiededue personeuna anima. GiÓ per˛ non mi negherai questa incostoro essere stata spezie di vera e perfetta amiciziae in qualunque grado tiparesse collocarla in laudemai ti potrÓ parere spezie d'innamoramentonÚcon ragione la statuirai meno che 'l tuo innamoramento possente e valida neglianimi nostri a monstrare sue forze e pruove. E cosÝ credo niuno non in tuttostoltose di questi Soldunni uno per salvarli sue fortune e onore gli donassecome per l'amico solevano insieme coll'opere e fatiche ancora il sangue e lapropria vitamai questo stimarebbe a meno che se uno innamoratocome se raroper amore sono prodighigli porgesse la roba. NÚdubitare che tuBattistae ciascuno altro giovanedi questi non perfettie'quali ti doneranno del suotroverrai molti pi˙ che innamorate le quali nonvoglian e domandino del tuo. E quando per disputare tu volessi difendere l'oppositodomanderei quale a te pi˙ paresse onesto o lo 'nnamoramento o l'amicizia. Tuche stimi la onestÓ ne' buoni ingegni quanto si debba pi˙ sempre valere cheogn'altra affezioneso risponderesti l'amicizia essere certo pi˙ onestaepertanto pi˙ ferma e durabileadunque ancora pi˙ e utile e dilettosa.ImperochÚ agli animi liberali e allevati in queste buone letterecome setevoiniuna cosa disonesta pu˛ parere non tristanon disutile e da fuggire.CosÝ adunque fate: persuadeteviBattistae tu Carlodella vita de' mortalinulla trovarsi doppo la virt˙ utile e in ogni stato lieta e commoda quantol'amicizia. Vedesi non per furiama con ragione e giudicio interissimo econstantissimoche l'amicizia sta utilissima a' poverigratissima a'fortunaticommoda a' ricchinecessaria alle famigliea' principatiallerepublicein ogni etÓin ogni vitain ogni stato. Questa medesima a' mortalitroppo si truova accommodata e dolcissima. Piacciavi adunque acquistare amiciassaii quali siano a voi e alla famiglia nostra utilissimie seguite conassiduo studio delle buone lettere e arti fuggire ogni ozioogni lascivia eamore venereo e furioso al tutto e molto villanoamate la onestÓcome veggofatespero farete e priegovi facciate. BATTISTANÚ con operanÚ con diligenzaLionardoper noi mai mancherÓ in questa e inqualunque altra virt˙ e ammunimento esserti obbedienti assai e similie tantopi˙ quanto tu ci prometti queste benchÚ volgare amicizie non solo a noiesserema a tutta la famiglia utilissimeper cui ti promettiamoCarlo e iosempre in ogni suo onore e utile ci vedrai con ogni forza e ingegnooveacadesseadoperarci in qual si sia fatica o pericolo prontissimi e paratissimi.LIONARDO CosÝ vi lodofrategli mieicosÝaspetto farete. Dio e la fortuna sieno facili e propizii a' vostri studii quantoio a voi desidero. Pertanto a voi sempre stia in mentedell'altre cosequalisono non molte a numero ma ben necessarie alle famigliee sanza le quali niunapu˛ essere felice e gloriosasola l'amicizia sempre fu quella la quale fratutte in ogni fortuna tiene il principato. E stievi a perpetua memoria quantodianzi vostro padre disseche 'l primo grado a farsi ben volere era fuggire ilvizioamare la virt˙e in questa e in ogn'altra cosa utile e lodata allafamiglia nostra seguite quanto mi promettetee io aspetto voi con ogni opera ediligenza essere commodi e cari come a' vostricosÝ amati e onorati daglistrani. BATTISTA PoichÚ tu cosÝ vuoienoi non poco desideriamo satisfartiLionardoa te sta in qualunque cosa allafamiglia nostra bene acommodata renderci pi˙ dottionde noi per tuo aiutoconoscendola possiamo da ogni parte meglio seguire la volontÓ tua e ufficionostroe alla espettazione de' nostri satisfare. E se a te gli studi nostrigiunti a questa volontÓ sonoquanto assai sonogratie se pi˙ che l'usatocostume tuo a te ora non pare incarico averti con noi facilissimo eoficiosissimo in farci e di costumi e di virt˙ pi˙ di dÝ in dÝ con tua operaornatipriego ti piaccia narrarci qual modi e qual cose sieno quelle tanto allafamigliaquanto dicevicommode e necessarie. Noi aremo ozio assai. Nostropadre si riposa. Tucredoper ora non sei ad altra migliore opera obligato. Anoi qui imparando da te sarÓ emolumento e grazia grandissimaove con tua operadiventeremo a' nostri molto cari quanto desideri e accettissimi. Adunque oraLionardose da noi qui ti piace essere pregatousapriegotil'umanitÓ econsuetudine tua facilissima e in renderci ogni dÝ migliori operosissima; donapriegotiquesta opera agli studii e desiderii nostri; fruttiamo questo ozio inaseguire teco dottrinaper condurci a laudeper adurre utilitÓ e fama allafamiglia nostra Alberta. E speraLionardoda noi mai mancherÓ in obedire tuoiammonimenti. Per te cosÝ non manchi di tutto ammunirci e ammaestrarci. LIONARDOTutte queste cose ci sono ozioaffezione a voi e agli studii vostri. E quandoio ben fussi altrove occupatosempre a me parrebbe da preporre questa operasatisfacendo ai desiderii vostri lodevoli e in tutto onestissimi. Ma vogliosappiate queste sono cose ample e maggiori a spiegarle che voi forse nonistimate. Truovonsi disseminate e quasi nascoste fra molta copia di varii ediversi scrittorionde volerle racontare tutte e ordinaree ne' luoghi suoiporgerlesarebbe faccenda a qualunque ben dotto molto faticosa. Bisognerebbemiavere assai prima ripensatoriscelto e meglio rassettato ogni parte. NÚ per˛poi potrei sanza maggiore memoria profferirle e aperto esplicarle; le qualitutte cose conoscofratelli mieipoco essere in me. Eppure volendo versaretestÚ qui in mezzo cosÝ le cose aviluppateinterverrebbe a chi me udisse comea quelli e' quali caminano in sul primo albeggiare della aurora: que' di loroe' quali altre volte sono pel paese stati e col chiarore del sole scorsono tuttie' sitiallora riconoscono e di chi e' siano e quanto siano ornatie inquell'ombra discernono se ivi pi˙ fosse o manco che l'usato; gli altrie'quali a migliore luce mai essaminorono que' paesipassando 'n poco mirano ovepoco si scorgae a chi piace e a chi dispiace. CosÝ a me testÚ interverriasanza avere prima in me dilucidato lo 'ntelletto mio con molto studio e lezionedi molti scrittoridistinguendo e ordinando come chi conscende a mezzo delcampo perducendo le schiere ed esserciti suoi. Me stessi nel recitare inordinatoperturbereie nella dottrina poco preparato porgerei a voi di me poca utilitÓ.NÚ io fra 'l buio e tenebre della poca per sÚ e non bene alluminata miamemoriadi me solo vi porgerei forse qualche ombra di documenti perfettialtrovema poco a voi aperti e manco per me chiari; onde pi˙ tosto qui potreida e' dotti esser negletto che dagli imperiti lodato. Ma voi meglio per voiqueste erudizioni tutte con miglior guida e di pi˙ autoritÓ potretericonoscere. Arete fra' Greci PlatoneAristoteleSenofontePlutarcoTeofrastoDemosteneBasilioe tra' Latini CiceroneVarroneCatoneColomellaPlinioSeneca e molti altrico' quali gustarete e meglio terretetutti questi luoghi di che frutti sieno copiosi e ornati. E poiBattista e tuCarlo mioparrebbevi ella pochissima presunzione la miaquando io ben fussi atanta materia atto e sufficientese io mi confidassi entrando sÝ gran paesepotervi con mio onore tragettare? Chi vorreste voi che me stessi a udire? A'dotti potrei io se non dire cose a loro notissime; gl'ignorantistimatedi mee di mie sentenze poco farebbono giudiciopoco conto. Quelli vero che sonoalquanto tinti di letterevorrebbono udire in me quella prisca eloquenzaelimatissima e suavissima. Pertanto stimate sia il meglio per ora non perderequesto tacerechÚ sempre fu il favellare inutile se non quando sia chi bent'ascolti. BATTISTA Se io non conoscessila facilitÓ tuaLionardoche mai volesti troppo essere pregatoio testÚdubiterei denegassi a me questa grandissima grazia solo perchÚ io non sappiamolto pregartene. Ma tese altro non tiene a tacerele preghiere mie purdoverebbono muovere in qualunque modo t'acadesse a donarci quanto da te edesideriamo e aspettiamo. NÚ ora veggo ove tu abbia da ritenerti. Niuno arÓ danon molto lodartiove tu sempre desto te sempre adoperi essere e fare i tuo' inqualunque laude famosissimi e singularissimi. E in questi ragionamenti cosÝ tranoi domesticiqual prudente desiderasse eloquenza pi˙ elimata o pi˙ che sirichiegga esquisita? Tunon dubitoe in questa e in ogni altra copia didottrina per memoria e per ingegno vali quanto assai basterÓ satisfare a'desideri nostrii quali sÝ da ogni altrosÝ molto pi˙ da te sono avidissimid'imparare. Gli altri udiamo noi volentieri come precettori; te ascoltiamolietissimi come maestro ottimoamico e fratello. E se tu qui degenerassi testÚdalla tua usitata facilitÓe se poco e' nostri studii a te fussero a cuoreea te pure piacesse molto esser pregatoCarlo quiel qual tu conosci d'ingegnoe di facundia atto per tua umanitÓ ad impetrare da te qualunque cosa e' tipregassecredi cosÝ tacendo ti priega tanto pi˙ quanto nÚ a lui nÚ a me conparole mai sarebbe possibile meglio in questo porgere preghiera alcuna. ChÚgiÓ chi tace attentocome ora fa luidimonstra non desiderare nÚ aspettarealtro che ascoltarti. LIONARDOPiÓcev'egli pure udirmi? BATTISTA Quantotu vedi. LIONARDO E tanto vi sta desiderioal tutto udirmi? BATTISTA Niuna cosa a noipi˙ essere pu˛ grata. LIONARDO Non possoadunquenÚ voglio non satisfarvi. Ma non aspettate da me se non quanto di cosain cosa mi verr˛ ramentando. Solo reciter˛ e' perfettissimi e utilissimidocumenti necessari alle famiglie per non cadere in infelicitÓaccomodatissimie ottimi a sollevarle e porle in suprema felicitÓ e gloria. Ma come faremo?Avete voi che domandarmi? E io risponder˛. O meglio vi pare che io perpetuisenza interrompermi il corso del mio recitare? BATTISTAQual pi˙ t'agrada. A noi solo questo accade a domandarequal cose facciano unafamiglia felicissima. Tu continua el dir tuo. Noi t'ascolteremo. LIONARDOPiacemi. CosÝ faremoe voidove paresse d'andare pi˙ adagiorattenetemiper˛ che io in questa materia trascorrer˛ con quanta brevitÓ si potrÓ.Ascoltatemi. Spesso in queste nostreacerbissime calamitÓe pure oggi pensando quanto la fortuna ingiuriando ciperseguitinÚ mai si stracchi di dÝ in dÝ alle miserie nostre aggiugnerenuovo doloremiseri noi! nÚ a lei insino a qui paia non poco averci per tuttoil mondo sparsi e cosÝ tenerci oppressi con molte calamitÓtenerci errandonelle terre strane luntani da tutti e' nostri frateglisorellepadriamici emoglinon possoah fortuna iniqua! tenere le lacrime. Piango la nostrasciagurae ora tanto pi˙ adolorofrate' mieipoichÚ io veggo Lorenzo vostropadreuomo per intellettoper autoritÓper ogni virt˙ prestantissimoe avoi e a tutta la famiglia nostra Alberta in questi tempi acerbi e durissimiottimo e necessario defensore e protettorecosÝ giacere grave. O fortunaquanto se' contro alla famiglia nostra irata e ostinata! Ma in questo doloreseguo in me quello approbatissimo proverbio dello Epicuro; riducomi a memoria inquanta felicitÓ giÓ in patria la famiglia nostra godeva quando ella si trovavagrande d'uominicopiosa d'avereornata di fama e autoritÓpossente digraziefavore e amicizie. E cosÝ con questa felice recordazione compenso lainfelicitÓ de' tempi presentie a me stessiquando che siain tantatempestain tanti maliprometto alla pazienza e fortitudine nostra qualchesalutifero e requieto porto. E per ist˘rmi dall'animo ogni acerbitÓtraducoil pensiero mio altroveconsiderando a una famiglia quale desideri essereamplissima non altro gli bisogna se non dar modo di parere simile alla nostrafamiglia Albertaa quella dico quale era prima cheingiuria della fortunaella cadesse in queste avversitÓ e tempestose procelle. E veggo e conoscoquestoche una famiglia la quale manchi in queste cose delle quali noi tuttieravamo abondantissimie sia piccola d'uominie quelli sieno poverivili esanza amicimolto pi˙ avendo inimiciquesta cosÝ fatta famiglia si potrÓnominare mai non misera e infelicissima. Adunque chiameremo felice quellafamiglia in quale saranno copia d'uomini ricchipregiati e amatie quellariputeremo infelice quale arÓ pochima infamipoveri e malvoluti uomini;imperochÚ dove que' saranno temutiquesti non potranno non sofferire molteingiurie e sdegnie dove a quelli sarÓ gratificato e renduto onorequestisaranno odiati e avilitie dove nelle cose magnifice e gloriose quelli sarannochiamati e ammessiquesti saranno esclusi e schifati. Pare a voi questo?BATTISTA Parci. LIONARDOAdunque nel nostro ragionamento potremo constituire questi quattro generaliprecetti come fermi e saldissimi fondamenti onde crescano e dove s'agiunganotutti gli altri. Dicogli. Nella famiglia la moltitudine degli uomini non manchianzi multiplichi; l'avere non scemianzi accresca; ogni infamia si schifi; labuona fama e nome s'ami e seguiti; gli odiile nimistÓle 'nvidie si fugganole conoscenzele benivolenze e amicizie s'acquistinoaccrescansi e conservinsi.CosÝ adunque aremo a trattare di questi quattro documenti; e perchÚ gli uominison quelli e' quali hanno a essere ricchivirtuosi e amatiimper˛ primacominceremo a vedere in che modo una famiglia diventi come diremo populosaeconsiderremo in che modo alla famiglia mai multitudine manchi. Dipoi seguiremoinvestigando dell'altre secondo che accaderÓ. E troppo mi piace che non so iocome quasi divino consiglio sia in luogo di proemio caduto a proposito el nostroprimo qui tra noi ragionamentonel quale io ti biasimava ogni cupiditÓ elascivia venerea. E se non fusse perchÚ come alloracosÝ molto pi˙ testÚintendo essere non lungo in questa materiaforse monstrerrei quanto a ciascunadi queste quattro le quali restano a dire cosele voluttÓ e lascivie amatoriesiano al tutto troppo nocive e sempre pestifere. Ma di questo forse accaderÓaltro luogo e tempo da disputarnepoichÚ a voi non bisogna persuadere che co'buoni studicon liberali opere e arti fuggiate ogni ozio e desidia nononestissimo. Adunque torniamo al proposito nostrodel quale ragioneremo quantopotremo aperto e domesticosenza alcuna esquisita e troppo elimata ragione didireperchÚ tra noi mi pare si richiegga buone sentenze molto pi˙ cheleggiadria di parlare. Uditemi. Diventa lafamiglia populosa non altro modo che si diventassono populose terreprovince etutto el mondocome ciascuno da sÚ stessi pu˛ immaginando conoscere che lamoltitudine de' mortali da pochi a questo quasi infinito numero crebbeprocreando e allevando figliuoli. E al procreare figliuoli niuno dubiti all'uomofu la donna necessaria. PoichÚ 'l figliuolo venne in luce tenero e debolealui era necessario avere a cui governo e fede e' fusse caro e commendatoaverechi con diligenza e amore lo nutrisse e dalle cose nocive lo difendesse. Eraloro nocivo el troppo freddoel troppo solela molta piovae i furiosi impetide' venti; per˛ in prima trovorono il tetto sotto el quale nutrissino edifendessino sÚ stessi e il nato. Qui adunque la donna sotto l'ombra rimanevainfaccendata a nutrire e a mantenere il figliuolo. E perchÚ essa occupata acustodire e governare lo eredeera non bene atta a cercare quello bisognavacirca al suo propio vivere e circa mantenere i suoiper˛ l'uomo di natura pi˙faticoso e industrioso usciva a trovare e portare secondo che a lui parevanecessario. CosÝ alcuna volta si soprastava l'uomonon tornando presto quantoera da' suoi espettato. Per questo quando egli aveva portatola donna tuttoserbavaacci˛ che ne' seguenti giornisoprastando il maritonÚ a sÚ nÚ a'suoi cosa mancasse. A questo modo a me pare manifesto apparisca che la natura eragione umana insegn˛ come la compagnia del coniugio ne' mortali eranecessariasÝ per ampliare e mantenere la generazione umanasÝ per poterlinutrire e conservare giÓ nati. E pi˙ monstr˛ che la sollecitudine del cercarecongiunta colla cura e diligenza del conservare le utile e commode cose alvivere umano in lo congiugio era troppo necessaria. Monstr˛ ancora qui lanatura che questa compagnia era non licita averla con pi˙ che una in uno tempoimperochÚ l'uomo non potrebbe al tutto bene essere sufficiente a cercare eportare quanto per pi˙ che per sÚ stessi insiem' e per la donna e per suoibisognassetale che avendo voluto trovare e arrecare per pi˙ donne e famigliea qualcuna certo una o un'altra cosa necessaria sarebbe qualche volta mancata. Equella donna a cui mancasse qual si sia delle cose al vivere dovute enecessarienon arebbe costei ragionevole cagione abandonare quel che fosse natoper sÚ stessi in prima sostentare? Forse anco superchiandola qualche grandenecessitÓa lei sarebbe licito trovarsi altra compagnia. CosÝ adunque fu ilconiugio instituito dalla natura ottima e divina maestra di tutte le cose conqueste condizioniche l'uomo abbia ferma compagnia nel viveree questa sia nonpi˙ che con una solacolla quale si riduca sotto un tetto e da lei mai sipartisca coll'animonolla mai lasci solaanzi ritorniporti e ordini quelloche alla famiglia sia necessario e commodo. La donna in casa conservi quello chel'Ŕ portato. Vuolsi adunque seguire la naturasolo eleggersi una colla qualenoi riposiamo la etÓ nostra sotto un tetto. MaperchÚ la giovent˙ le pi˙ volte in questo non gusta l'utilitÓ dellafamigliadove forse a loro pare soggiogandosi al congiugio perdere molto di sualibertÓ e licenza del viveree forse perchÚ alcuna volta stanno quale e'comici poeti gli sogliono fingere obbligati e convinti da qualche loro amataoforse ancora non pochissimo pesa a' giovani avere a reggere sÚe per questoreputano soperchio e odioso incarco convenirli sostenere sÚ e la donna e ifigliuolie troppo dubitano non potere onesto satisfare a' bisogni quali di dÝin dÝ colla famiglia cresconoper questo stimano el letto domestico esserecosa troppo molestae fuggono il legittimo e onestissimo accrescere dellafamiglia. Per queste cagioniacci˛ che la famiglia non caschi in quella partequale dicemmo essere infelicissimain solitudineanzi cresca in gloria efelice numero di giovent˙si vuole indurre la giovent˙ a t˘r moglie conragionipersuasionipremie con ogni argomentoindustria e arte. Potrannoqui essere accommodatissime ragioni quelle nostre di sopra a biasimare lorol'altre lascive voluttÓper adurli in desiderio di cose onestissime. Potrannole persuasioni essere simili: monstrargli quanto sia dilettoso vivere in quellaprima naturale compagnia del congiugio e riceverne figliuolie' quali sienocome pegno e statici della benivolenza e amore congiugali e riposo di tutte lesperanze e voluntÓ paterne. A chi sÚ arÓ affannato per acquistare ricchezzepotenzeprincipatitroppo a costui pesarÓ non avere doppo sÚ vero erede econservadore del nome e memoria sua. A cui le sue virt˙ servino dignitÓ eautoritÓa cui le sue fatiche porgano utilitÓ e fruttoniuno pi˙ a questoessere pu˛ accommodato ch' e' veri e legittimi figliuoli. Agiugni qui che coluidi chi rimangono simili eredicostui non pu˛ in tutto riputare sÚ spento nÚmancatoper˛ ch' e' figliuoli serbano nella famiglia el luogo e la veraimagine del padre. Didone fenissapoichÚ 'l suo Enea era da lei amantepartitofra' suoi primi lamenti non altro sopra tutto desiderava se non comeella piangendo diceva: "Ohpure un picchino Enea qui mi giucasse!"CosÝmeschina abandonata amantenel visone' gesti d'un altro fanciullinoIulio a te sarebbe stato come lÝ primo veneno e fiamma dell'ardente e mortiferotuo riceuto amorecosÝ qui ultimo conforto de' tuoi dolori e miseria. Nonpoco ancora gioverÓ ricordare a' giovani quanto apresso gli antichi pi˙ sicontribuiva onore a chi fra loro si trovava padrepoich' e' padri portavanogemme e simili ornamentie' quali non erano liciti a chi non avesse aumentatala repubblica di nuova prole e figliuoli. SarÓ utile ancora ramentare a'giovani quanti prodighi e sviati sieno a miglior vita ridutti poichÚ ebbono incasa la moglie. E agiungasi a questo quanto sia nelle faccende utile mano quellade' figliuoliquanto e' figliuoli a te stiano presti e fedeli ad aiutartisostenere e propulsare gl'impeti avversi della fortuna e le ingiurie degliuominie quanto e' figliuoli pi˙ che alcuno altro sieno apparecchiati e prontia difenderti e vendicarti dalle ingiurie e rapine degli scellerati e audacissimiuomini; e cosÝ nelle cose prospere quanto siano i figliuoli sollazzosi e attiin ogni etÓ a contentarci e darci grandissime letizie e voluttÓ. Questeadunque cose qui saranno utile a raccontarlee sarÓ non meno di poi utilemonstrargli quanto alla etÓ grandenella quale si vive acerchiato d'infinitibisognisarÓ utile pensare quanto allora siano e' figliuolicome dicevamesser Niccolaio Albertiuomo per etÓ e dottrina prudentissimoe' figliuolisono propria e ferma crucciola de' vecchi. Queste e simili persuasionile qualitutte sarebbe testÚ lungo perseguiregioveranno a indurre la giovent˙ a nonspregiare onesta compagna e a desiderare propagazioneaccrescimento e felicitÓdella famiglia. NÚ manco sarÓ utile ancora indurli con simili premi: onoraremolto e' padrie ne' luoghi domestici e publici preporre chi pi˙ abbiafigliuolie cosÝ riverire meno chi in etÓ non avesse moglie. Es'egli Ŕ chi per povertÓ sÚ scusisia questa e fatica e incarco prima de'vecchiperchÚ a loroquanto disse Lorenzosta molto provvedere a tutti e'bisogni della famiglia. Costoro con ammunizionicon ispesso ricordargli estimolargli sempre gli confortino e inducano a diventare padri. E apresso siaopera di tutta la casa in fare chepoichÚ voglionocosÝ possano onestamenteavere famiglia. Contribuischi tutta la casa come a comperare l'accrescimentodella famigliae ragunisi fra tutti una competente somma della quale siconsegni qualche stabile per sostentare quegli che nascerannoe cosÝ quellaspesa la quale a un solo era gravissimaa molti insieme non sarÓ se non facilee devutissima. NÚ a me pare in le famiglie ben costumate si truovi alcuno elquale per ricomperare uno vile uomo nonchÚ del sangue suoma della terradella linguanon dovesse sofferire ogni grande spesa. CosÝ per restituire pi˙uomini a sÚ congiuntissimi nel sangue e nella famiglia suanon credo sia daschifare una quanto questa sarebbe piccola spesa. Tu dai pi˙ e pi˙ anni salaria gente stranea diverse persone; tu vestitu pasci barbari e servi non tantoper solo fruttare l'opere loroquanto per essere in casa pi˙ accompagnato.Molto manco ti costerÓ contribuire a quello uno dono quale sarÓ da' tuoimedesimi. Molto pi˙ onesta e grata compagnia ti sarÓ quella de' tuoi che deglistrani; molto pi˙ utile e condecente opera ti sarÓ quella de' cari e fedelidomestici che quella de' condutti e quasi comperati amici. E vuolsi adunqueusare questa umanitÓ e beneficenza nella famigliaacci˛ che i padri possanosperare a' figliuoli loro mai mancherÓ quanto al vivere loro sia necessario.GioverÓ forse ancora sforzare e' nostri minoriin simili modi: comandino e' padri ne' loro testamenti: "Se tu al temporagionevole fuggirai da avere moglienon essere mio erede". Del temporagionevole del t˘rre moglie sarebbe lungo racontare tutte l'antiche opinioni.Esiodo faceva uno marito in XXX anni; a Ligurgo piaceva e' padri in XXXVII; a'nostri moderni pare sia utile sposo ne' XXV anni. A tutti prima che XXV pare chesia dannoso accostare la giovent˙ volenterosa e fervente a simile operaoveella spenga quella vampa e calore della etÓpi˙ atto a statuire e confermaresÚ stessi che a procreare altrui. E anco si vede pi˙ fallace e manco esserevigoroso quel seme nel campo a generareel quale non sia ben maturo e pieno.Aspettisi adunque la virilitÓ matura e soda. Induttich' e' giovani sarannoopera e consiglio de' vecchi e di tutta la casalemadri e l'altre antiche congiunte e amichele quali persino dall'avolaconoscono quasi tutte le vergini della terra di che costume sieno nutritequeste scelgano tutte le ben nate e bene allevate fanciulleel quale numeroporgano al nuovo che sarÓ marito. Costui elegga qual pi˙ gli talenta. E'vecchi della casa e tutti e' maggiori non rifiutino alcuna nuora se non quellele quali seco portino suspizione di scandolo o biasimo. Del resto contenti sÚchi arÓ a contentare lei. Ma faccia costui qual fanno i buoni padri dellafamiglia i quali vogliono nelle compre pi˙ volte rivedere la possessione primache fermino alcun patto. In ogni compera e contratto giova informarsi econsigliarsidomandarne pi˙ e pi˙ personee usare ogni diligenza per nonavere dipoi a pentersi della compra. Molto pi˙ dovrÓ essere diligente chiconstituirÓ farsi marito. Costui per mio consiglio essaminiprevegga in pi˙modipi˙ dÝqual sia quella di chi e' dovrÓ essere tutti gli anni suoimarito e compagno. E stiagli l'animo a prendere moglie per due cagioni: la primaper stendersi in figliuolil'altra per avere compagnia in tutta la vita ferma estabile. Per˛ si vuole cercare d'avere donna atta a procrearegrata a essertiperpetua congiunta. Di qui si dice che nelt˘r moglie si cerchi bellezzeparentado e ricchezze. Le bellezze d'un uomoessercitato nell'armi paiono a mequando egli arÓ presenza di fieromembra diforte e atti di destro a tutte le fatiche. Le bellezze d'uno vecchio stimer˛siano nella prudenzaamorevolezza e ragione delle sue parole e consigli; equalunque altra si reputi bellezza in uno vecchio certo sarÓ molto dissimile aquella d'un giovane cavaliere. CosÝ stimo le bellezze in una femmina si possonogiudicare non pure ne' vezzi e gentilezza del visoma pi˙ nella personaformosa e atta a portare e produrti in copia bellissimi figliuoli. E sono tra lebellezze a una donna in prima richiesti i buon costumi; chÚ giÓ una barbarascialacquataunta e ubriaca poterÓ nelle fattezze essere formosama sarÓ maichi la stimi bella moglie. E' primi costumi in una donna lodatissimi sonomodestia e nettezza. Diceva Marioquel prestantissimo cittadino romanoinquella sua prima conzione al popolo romano: "Alle donne mondezzaall'uomosi conviene fatica". E per certo a me cosÝ pare sia. Nulla si truova cosÝda ogni parte stomacoso quanto una femmina sbardellata e sporca. E quale stoltodubiterÓ che la donna la quale non si diletti d'essere veduta netta e pulitanon ne' panni solo e membrama in ogni atto ancora e parolecostei non sarÓda riputarla ben costumata? E chi non lo conosce che la donna scostumata rarevolte si truova essere onesta? Le donne disoneste quanto sieno dannose allefamiglie sia altro luogo da pensarne e ragionarnechÚ io per me non so qualealle famiglie sia maggiore infelicitÓ o tutta la solitudineo una soladisonesta moglie. Adunque nella sposa prima si cerchi le bellezze dell'animocioŔ costumi e virt˙poi nella persona ci diletti non solo venustÓgrazia evezzima ancora procurisi avere in casa bene complessa moglie a fare figliuoliben personata a fargli robusti e grandi. Antico proverbio: "Qual vuoifigliuolital prendi la madre"e ne' begli figliuoli ogni virt˙ lorosarÓ maggiore. Notissimo tra i poeti detto: "Gratissima virt˙ vien d'unbel corpo". Lodano i fisici filosafi che la moglie sia non magrama sanzatroppo incarco di grassezzaper˛ che queste cosÝ piene sono di moltafrigidezza e oppilazioni gravie pigre a concipere. Vogliono ancora sia ladonna di natura ben lietaben frescaben viva di sangue e d'ogni spirito. NÚpunto a loro dispiace una fanciulla brunetta. Non per˛ accettano le fusche enerenÚ amano le piccoleneanche lodano le troppo grandi e troppo svelte. Benpar loro utilissima a procreare molti figliuoli quando ella sia bene istesamainsieme molto ampia in tutte le membra. E sempre prepongono l'etÓ fanciullescaper pi˙ lorodei quali testÚ non accade direrispetticome a conformarsiinsieme massime l'animo. Sono le fanciulle per etÓ pureper uso non malizioseper natura vergognose e sanza intera alcuna malizia; con buona affezione prestoimprendonoe sanza contumacia seguitano i costumi e voglie del marito. CosÝadunque quanto abbiamo detto si seguiti tutte queste cosele quali veggiamo chesono a conoscere e scegliere atta e prolifica moglie utilissime. Aggiugni aqueste che ottimo sarÓ indizio se la fanciulla si troverÓ copia di fratellitutti maschiimperochÚ di lei appresso di te potrai sperare sarÓ simile allamadre. E abbiamo detto giÓ dellebellezze. Seguita il parentadonel quale considereremo qual cose siano beneatte e da preferire. Credo io nel parentado in prima si vuole bene essaminare lavita e modi di tutti e' nuovi coniunti. Molti matrimonii sono statisecondo chetutto il dÝ s'ode e leggecagione di grande ruine alla famigliapoichÚ sonoimparentatosi con uomini litigiosigareggiosisuperbi e malvoluti. Qui nonaccade per brevitÓ addurne essemplichÚ credo niuno si truovi sÝ scioccoelquale non prima volesse rimanere sanza moglie che avere a sofferire pessimiparenti. Alcuna volta si vede e' parentadi sono stati dannosi e calamitosi aquelli sposie' quali hanno avuto a sostentare la famiglia sua e quella dicoloro onde cavorono la fanciulla. E non raro interviene che i nuovi parentisapendosi nelle cose mal reggereo forse cosÝ sendo sfortunatitutti perbisogno s'anidano in casa del nuovo parente. Tu di fresco sposonÚ puoi sanzadanno ritenerlinÚ sanza biasimo commiatarli. Adunqueper comprendere tuttoquesto luogo in poche parolechÚ al tutto voglio essere in questa materiabrevissimoprocurisi avere questi cosÝ nuovi parenti di sangue non vulgaridifortuna non infimidi essercizio non vilie nelle altre cose modesti eregolatinon troppo superiori a teacci˛ che la loro amplitudine non auggicome l'onore e dignitÓ tuacosÝ la quiete e tranquillitÓ tua e de' tuoieacci˛ chese di loro alcuno cascassetu possa dirizzarlo e sostenerlo sanzatroppo sconciartie sanza sudare sotto quello alle tue braccia e forzesuperchio peso. NÚ anche voglio questi medesimi parenti essere inferiori a teimperochÚ se questo t'arec˛ spesaquello t'impone servit˙. Siano adunque noninequali a tee come abbiamo dettomodesti e civili. Seguitadella dotala qualequanto a me parevuole essere pi˙ tosto mediocrecertae presenteche grandedubbiosa e a tempo. Non so io come ciascunoquasi dauno comune corrutto usosi diventi collo indugio pigro a satisfarti del danaiotanto pi˙ quanto egli speri bellamente potere non ti rendere el debitocomene' matrimonii talora interviene. PoichÚ la sposata ti siede in casain quelloprimo anno tuttonon pare altro licito che confermare il parentado con spessovisitarsi e convivare. Forse ivi si reputa durezzafra' congiunti e fra lefestedisporsi e adirizzarsi e piatiree domandandocome sogliono e' nuovimariti per non offendere la grazia ancora tenera nel parentadocon parolerattenute e lentopare ogni piccola scusa sia da essere accettata. E se turichiedi el tuo con pi˙ frontequegli ti monstrano infiniti suoi bisognilamentansi della fortunaaccusano i tempiriprendono gli uominidicono inmaggiori casi speravano poterti molto richiedere; ma quanto per˛ in loro sialargo ti promettono di termine in termine satisfarepriegantivincontinÚ ate pare di spregiare le preghiere di questi pur ora accettati parenti. CosÝ titruovi in luogo ove ti sta necessitÓ a tuo danno tacereo con ispesa enimistÓ intrare in litigio. Dipoi ancora pare che mai non manchi l'infinitaseccagione della moglie tua. NÚ sono poco le sue lagrimenÚ hanno pochissimapossanza le persuasioni e assidue preghiere d'un nuovo e testÚ principiatoamore. NÚ sapresti tuper duro e bizzarro che tu fussiimporre silenzio a chialtri pel padre suo o pe' fratelli cosÝ dolce e piangendo ti pregasse. CosÝstima molto meno potrai e per casa e nella camera non ascoltare la donna tua.Adunque alla fine a te ne risulta o danno o nimistÓ. Siano adunque le dotecerte e presente e non troppe grandissimeperchÚ quanto e' pagamenti hanno aessere maggioritanto pi˙ tardi si riscuotonotanto sono pi˙ litigioserispostetanto con pi˙ dispetto ne se' pagatoe a te tanto nelle cose pare dafare ogni grande spesa. Poi non si pu˛ dire quanto sia acerbo e taloradisfacimento e ruina delle famiglie ove dobbiamo le gran dote rendere. Dettocome si debbe scegliere la moglie fuori di casadetto come si debbe accettarlain casaresta a conoscere come si debbe trattarla in casa. BATTISTAIo non interromperei questo tuo cosÝ succinto correrese da te non fusse a mepermessa questa licenza. Ma giovi el fermarci un poco e rivolgermi adrieto perconfermarci a memoria quantose ben mi ramentaper infino a qui dicesti sidebbe scegliere onesta compagna di buon parentado e con buona dotae atta a farfigliuoli assai. Queste tutte cose difficilissimeLionardostimi tu sia faciletrovarle tutte in una donnanonchÚ in tante di quante bisogna a una famigliagrande e simile alla nostra? Io veggo negli altri matrimonii: se la fanciullaesce di parentadoella ne viene sanza dotae spesso cosÝ si dice: "Se tuvuoi dotatogli vecchia o sozza"tal che tra noi mi pare sia simileusanza a quella si scrive era in Traciache le sozze vergine con molta dotacomperavano i maritialle belle stava certo premio secondo il giudicio de'publici tassatori. AdunqueLionardointendi tu quel ch'io voglio dire? LIONARDOIntendoe piacemi sia cosÝ stato attento a quanto abbiamo insino a qui detto.╚mmi caro non m'abbi lasciato cosÝ trascorrere. E sÝŔ egli vero; sÝe'matrimonii non possono tutti essere com'io gli desideronÚ possono tutte lemogli trovarsi simile a quella Cornelia figliuola di Metello Scipione maritata aPublio Crassodonna formosalitterataperita in musicageometria efilosofiae quello che in donna di tanto ingegno e virt˙ pi˙ meritava lodefu d'ogni superbiad'ogni alterezza e d'ogni importunitÓ vacua. Ma facciasicome consigliava quel servo Birria apresso Terenzio: "Non si pu˛ quel chetu vuoi; voglia quel che tu puoi". Sposisi quella in cui appaiano meno chenell'altre mancamenti. Non si lasci bellezza per aver parentadonon parentadoper asseguire dota. Lodava Catoneottimo padre di famiglianelle donne moltopi˙ una antica gentilezza che una grande ricchezza. E quanto a mebenchÚ iopossa credere l'una e l'altra sarÓ baldanzosa alquanto e contumacepur quellaun poco pi˙ temerÓ vergogna e molto meno sarÓ disubidientela quale non fral'ombra e delizie delle ricchezzema coll'opera e luce di buon costumi sarÓnata e educata. E tolgasi moglie per allevarne figliuoli in prima; dipoi sipensi che alle fortune pi˙ sono e' buoni parenti fermie a giudicio de' buoniutili pi˙ che la roba. La roba in molti modi si truova essere cosa fuggiasca efragile; e' parenti sempre durano parentidove tu gli reputi e tratti nonaltrimenti che parenti. Di questo sarÓ da dirne pi˙ amplamente altrove; oraritorniamo al proposito nostro. Ma di che mi ramento io testÚ? Certo egli ŔcosÝ; altro tempo si vuole a pensar primapoi altro tempo a dire quello che tubene fra te pensasti. Io in questo nostro ragionareche cosÝ mi richiedestinon cosÝ previsto nÚ preparato transcorro con impetocome chi corre allachinae proffero ci˛ che m'Ŕ pi˙ al dire proclive. Non ti paia maravigliaadunque se io lascio adrieto pi˙ e pi˙ a questa materia necessarie cosequaliqui restano per certo troppo utiletroppo necessariee sarebbe mancamentolasciarle. BATTISTA RestÓv'egli costÝforse ancora che dire? Io pi˙ nulla stimava vi si potessi aggiugnere. LIONARDOPensa tu; quand'io lasciava adrieto cosÝ fatta e innanzi a tutte necessariacosaquante altre credi tu utili e commodissime ora mi sieno fuggite dinanzi enascose drieto? Ma questa molto da sÚ illustrissima e prestantissima m'Ŕ gratoa tempo essermene aveduto. DicopoichÚ tu nuovo sposo arai scelto e deliberatoqual fanciulla pi˙ ti piacciae presone consiglio e licenza da tutti e' tuoimaggiorie questa pi˙ che l'altre fanciulle per costumi e per bellezza a te ea' tuoi molto sarÓ gratasi vuole prima sÝ bene fare come diceva apressoSenofonte quel buon marito a Socrate: pregare Iddio che alla tua nuova sposa diagrazia d'essere fecunda con pace e onestÓ della casamolto pregarne Iddio conmolta religioneper˛ che queste sono cose troppo in una moglie necessarietroppo misere a chi le mancanomolto lodate e felici in chi le stianoe sonoproprio dono d'Iddio. Non ha buona sposa ogni uomo che la cercanÚ ha onestadonna ciascuno che la vuolecome forse alcuni si stimano. Anzi sempre fu raro esolo beneficio d'Iddio abbattersi a moglie in tutto pacifica e costumatissimaepuossi riputare felice marito colui el quale dalla moglie vedrÓ mai nato alcunoscandolo o vergogna. Beato colui a chi la mala moglie non porge maninconiaalcuna. Per˛ di questo molto si prieghi Dioche al nuovo marito dia grazia diricevere buonapacificaonesta e come dicemmo prolifica sposa. Ancora di nuovodir˛ tanto: mai si resti di pregare Iddio che conservi nel congiugio onestÓquiete e amore. BATTISTA Avendo io adrittol'animo a t˘r moglieLionardonon so quanto mi fusse utile udirti qui tantodiffidartie tanto dubitare che a' mariti siano le moglie manco che oneste.LIONARDO TaciBattistanon mi calunniarenoninterpretare le mie parole come se io intendessi vituperare i femminili animi ecostumi. Anzi mi piace in ogni facile e difficile cosa sempre invocare l'aiutod'Iddio. Niuna cosa si truova tanto difficile che a noi quella col favored'Iddio non sia molto facilissima. NÚ cosa si truova sÝ facilela quale o suanaturao per qualche caso talora non sia in qualche uno difficillima. Per˛giovaBattistapregare Iddio che le cose a tutti gli altri facilia noi noncaggiano difficili. Ma seguitiamo il primo ragionamento nostro. Dissi qual fussein casa atta moglie a portare figliuoli; ora mi pare seguiti di considerarequanto al procreare de' figliuoli si richieggala qual parte forse per qualcherispetto sarebbe da preterire. Ma sar˛ in quellabenchÚ molto necessariapure sÝ copertissimo e brevissimoche a chi ella non gustasse sarÓ come nondettae a chi ce la qui aspettasse arÓ da non desiderarla. Provegghino imariti non darsi alla donna coll'animo turbato di crucciodi paura o di similialcune perturbazioniimperochÚ quelle passioni le quali premono l'animoimpigriscono e infermano la virt˙e quelle altre passioni le quali infiammanol'animoperturbano e fanno tumultuare que' maestri e' quali aveano indi afabricare quella imagine umana. Di qui s'Ŕ veduto d'un padre ardito e forte esaputo uno figliuolo timidodebole e scioccaccioe d'un moderato e ragionevolepadre essere nato un furioso figliuolo e bestiale. Vuolsi ancora non aggiugnersise 'l corpo e tutte le membra non sieno bene disposte e sincere. Dicono i fisicie con molte ragioni dimostrano questecome e' padri e le madri si truovono ogravi e oppressi di crapule o malizia di sangueo deboli e v˛ti di vigore epolsocosÝ sarÓ ragionevole siano e' figliuolicome alcuna volta si veggonolebrosiepilentichisporchi e non finiti di membra e vacui; le quali cosemolto sono da non volerle in suoi figliuoli. Imper˛ comandano si conscenda aquesta tal congiunzione sobriofermo e quanto pi˙ si pu˛ lietoe par loroquella ora la notte attissima doppo la prima digestionenella quale tu sia nÚscarco nÚ pieno di tristi cibima sviluppato e leggieri dal sonno. Lodano inquesto farsi ardentemente dalla donna desiderare. Hanno ancora molti loro altridocumentiche quando sia il caldo superchioe quando ogni sementa e radice interra stia cosÝ ristrettaarsa da' freddiallora s'indugi e aspettisi l'airetemperata. Ma sarebbe troppo lungo recitare tutti e' loro precettie forsedoveva io avere pi˙ riguardo con chi io favello. Voi siete pur giovanetti;forse questo luogoa che io possa pigliare scusa cosÝ sendoci a caso entratocome il ragionare mi v'ha tiratoquesto medesimo non mi sarebbe licito volerlodire <I>ex proposito</I>. Ma come ch'io sie o da biasimarmi o dascusarmiio son contento avere errato purch'io a voi n'abbia p˛rto qualcheutilee in questo io reputo meno errore s'io forse sono stato superchiofavellatore pi˙ che disonesto. BATTISTA Anoi non se' tuLionardoparuto in questo ragionamento nÚ superchionÚdisonesto. Anzise come tu di'come e' fisici pruovanocome io credo sia ilverose per non avere ogni diligenza pu˛ seguirne lebramorbi e tali estrememalattiese la poca temperanza ne' padri pu˛ e suole essere cagione di furoree pazzia ne' figliuolinon vi si debbe egli avere grandissimo riguardo?Pertanto giova conoscere el male per poterlo schifare. E qual savio non volessepi˙ tosto non volere figliuoli che averli morbosi e furiosi? SeguiLionardonon trallassare adrietonon temere tra noi alcuno mordace calunniatoree'quali allora arebbono da riprendere quando tu tacessi queste sÝ necessariecosele quali osservate sono utilissimenon curate troppo sono dannosissime.LIONARDO Sanza dubbio questi precetti sonoutilissimima pure egli era forse il meglio volere parere manco dotto chetroppo inettocome forse ora a me converrÓ essere. L'un ragionamento alletta etira l'altro. Dissi della congiunzionela quale ricerca ch'io dica testÚ comesi debba trattare la donna quando ella sia gravida; e ancora nel partorireepartorito ch'ella arÓpar se gli debba qualche documento. E cosÝ dove io aveastatuito narrarti gl'instituti della famigliaio ar˛ a descriverti precetti dimedicinae insegnarti esserecome dicevano gli antichiostetrici. E che pi˙?Aremo noi a imitare quel Gaio Mazio antico amico di Gaio Cesareel qualedescrisse l'arte de' cuochi e l'arte de' pistori? Aremo noi a 'nsegnarti ancoraa fare la pappa e zuppa pe' fanciulli? Ma poichÚ noi siamo caduti in questiragionamentisieci licito essere brevissimie lasceremo a' medici con ragionedifendere e' documenti suoiquali succinte raconteremo. La donna adunquequalesentirÓ sÚ gravidausi vita sceltalieta e castavivande leggieri e di buonnutrimento; non duri superchie fatichenon s'adormentinon impigrischi in ozioe solitudinepartorisca in casa del marito e non altrove; produtto el partonon esca a' freddinÚ a' ventise prima in lei ogni fermezza di tutti imembri suo' non sono bene rassettati. E ho detto. BATTISTAE quanto brieve! LIONARDO Abbiamo adunqueel modo a crescere la famiglia. Ora diremo in che modo ella si conservise inprima dico due cose necessarie a' nati fanciuglinelle quali veggo molti padrinon poco errare. A me nella famiglia nostra Albertae in prima ne' figliuoli dimesser Niccolaiodiletta quella leggiadria di que' bellissimi nomiDiamanteAltobiancoCalcedonioe negli altri CherubinoAlessandroAlesso; e pare a mech' e' nomi sozzi abbiano in molta parte facultÓ a disonestare la dignitÓ emaestÓ di qualunque uomo virtuoso. Leggesi alcuni nomi essere statiinfelicissimicome in Grecia quelle vergini quali si chiamorono Milesiepervarii modiper suspendioprecipiziocon venenocon ferrotutte sÚ stessifuriose dierono anti tempo a morte. E cosÝ e' nomi leggiadri e magnifichi parea me tengano buona graziae non so donde rendono la virt˙ e l'autoritÓ in noipi˙ splendida e pi˙ pregiata. Alessandro macedonicoel cui nome giÓ eraapresso tutte le nazioni celebratissimomovendo le sue copie d'armi perconvincere un certo castellochiamato a sÚ un suo macedonico giovanetto a cuiera simil nome Alessandro: "E tuAlessandro"disse per incenderlo ameritare laude"a te sta portare in te virt˙ pari al nomequale haiquanto puoi vederenon vulgare". E certo io non dubito ne' buoni ingegniuno leggiadrissimo nome sia non minimo stimolo a fare che desiderino aguagliarsicome al nomecosÝ ancora alla virt˙. E non sanza cagione e' prudentissiminostri maggioriquando alcuno fortissimo e amantissimo della patriain premioe memoria delle virt˙ loro per incitare e' minori a seguire pari lodeda loroera nel numero degli idii ascrittogl'imponevano nuovo e quanto potevanoelegantissimo e chiarissimo nomecome e' nostri Latini a Romolochiam˛rolloQuirinoquegli altri a Leda Nemesisa Giunone Leucotea. Ma siamoci troppostesi. Statuiamo adunque cosÝ: non guardino e' padri a' passati nomi nellafamiglia tanto che giudichino da non piacere in prima e' bellissimi nomipoichÚ i brutti sono odiosi e spesse ore dannosi. Siano in la famiglia nomiclarissimi e famosissimie' quali costano pocovagliono e giovano assai.ImperochÚ in tutti e' nostri Alberti sempre fu questa innata e quasi naturalevolontÓ ardentissima d'essere pi˙ che parere in ogni lodatissima cosa periti edottissimi. Adunque abbiamo detto unadelle due quali proposi dire cose. L'altra sÝ Ŕ che l'orael dÝil mese el'annoe anche il luogo si notie in sui nostri domestici commentarii e librisecreti si scriva subito che 'l fanciullo nacquee serbisi tra le care cose.Questo per molte cagionima non essendovi altra ragionepur e' dimostra quantosia nel padre in ogni cosa diligenzachÚ giÓ se si reputa diligenza scrivereil dÝfar menzione del sensale per cui mano tu comperasti l'asinosarÓ eglimanco lodo far memoria del dÝ che tu diventasti padree del dÝ che a'figlioli tuoi nacque il fratello? Aggiugni che possono accadere molti casi ovesarÓ necessario saperloconverratti ricercare la memoria degli altri; nolloritrovando al bisognon'averai maninconia e anche forse maggior molestia edannoe trovandolo riputerai poco lodo se altri ne' fatti tuoi sarÓ pi˙ chetu stessi curioso e memorioso. Abbiamoadunque cosÝ fatta la casa populosa. Ora si vuole molto provedere che questamultitudine non manchi. Per˛ mi pare da considerare le cagioniil perchÚ lefamiglie minuisconoe conosciute proverremo di rimediargli. Questo in primavoglio appresso di noi sia manifesto: perchÚ gli uomini si sono morti sanzasuccessoriper˛ sono le famiglie mancate. Vorrebbesi potere mantenere gliuomini immortali! Non si pu˛. Facciamo adunque che questi e' quali sono invitastiano tra noi quanto pi˙ tempo a loro sia possibile; questo per ognialtro rispettoancora e perchÚ quanto pi˙ staranno in vitatanto pi˙saranno utili alla famigliase non in roba in famase non in fama inconsigliose non in consiglio almanco in acquistargli nuova giovent˙. Comefaremo a tenere l'uomo in lunga vita? Credo sarÓ utile fare come fa il praticopastore a conservare gli armenti suoi. Che fa egli? E' vede che la capra godene' luoghi difficili e sterilila bufola ne' paesi acquosigli altri giumentialtrove; per˛ cosÝ dispone ciascuno e pascegli dove Ŕ di che pi˙ si richiedealle nature loro. CosÝ facciano e' padri delle famiglie. Se la aria di FirenzesarÓ troppo a costui sottilemandisi a Roma; se quella gli sarÓ troppo caldamandisi a Vinegia; se questa troppo a lui fusse umidatraduchisi altroveesempre si posponga ogn'altra utilitÓ alla sanitÓe ivi si fermi dove eglistia sanza alcuna debolezza. ImperochÚ chi non Ŕ ben sano non pu˛ essere senon disutilee se pure di sÚ costui porge qualche utilitÓsarÓ poco tempoutilee quando ben durassi assaicredo io pi˙ si debba avere la sanitÓ carache l'utile. CosÝ adunque pi˙ piaccia a' padri avere el figliuolo lungi da sÚsano e forteche averlo presso a sÚ infermo e debole. Basta questo distribuirela giovent˙ per luoghi bene atti alle compressioni loro? Main˛. Che glibisogna pi˙? Questo ancora: considerare ch'e' cibi tristila vita disordinatae' troppi disagi sono le cagioni di fargli cadere in le infermitÓ e a quel modouccidergli. Per˛ si vuole che niuna di quelle necessitÓ gli nuocae che nelledebolezze e nelle malattie se gli abbia ogni diligenza per rifermarlo e sanarlo.NÚ vi si risparmi nullaper˛ che essere tegnente e massaio in que' bisognisarebbe non virt˙ ma avarizia. NÚ si loda la masserizia se non solo per poterea questi e agli altri casi provedere e soveniree non essere a' bisogni largo eprodigo torna vergogna e danno. Troppo grandissima ed estrema avarizia miparrebbe non avere la vita e salute d'uno uomo pi˙ cara ch'e' danari. Troppostimo a ciascun paia crudelitÓ abandonare lo 'nfermonon curare di perderequel parente per conservare e conferire altrove qualche danaio. EpoichÚ noi abbiamo fatto menzione del non abandonare lo 'nfermo parenteparmida non tacere quello ch'io dir˛ testÚcose pi˙ tosto utili alla famiglia chegrate agli uomini troppo piatosi. Fu sempre la pietÓ e umanitÓ tra le primevirt˙ dell'animo molto lodatae giudicasi officio di pietÓdebito digiustizialode di liberalitÓ a uno parente visitareaiutaree in ogni caso ebisogno sovvenire al parente suo. CosÝ richiede la ragionela caritÓ eumanitÓe ogni costume tra' buoni. Ma forse mi pu˛ parere poca prudenza nonfuggire quelli infermia' quali tu non sanza pericolo della sanitÓ e vita tuapuoi loro essere nÚ utile nÚ gratoqual sono e' morbi contagiosi e pi˙ chegli altri velenosi. Le legge in malattia contagiosa ma non mortiferapermettonoche l'uomo abandoni la carissima cosae separi sÚ dalla prima ottima naturalecongiunzione del matrimonio. Se adunque sarÓ licito al marito fuggire la donnalebrosadiremo noi che sia manco licito fuggire uno amorbato di peste? In chesarÓ lodata la pietÓ? In porgere mano e opera per sollevare e rifermare quegliafflittii quali o per impeto della fortunao per ingiuria e nequizia degliuominio per alcuno altro incommodo fussono colle membra o coll'animo cadutiovero oppressi dalle calamitÓ e infermi. Certo sarÓ pietÓ e misericordiaquanto sia in noi darsi a costuiesserli oficioso e utilissimo. Ma colui sarÓtemerario e crudeleel quale sÚ stessi proferirÓ agli ultimi pericoli dellamorteove a' pericoli seguiranno minimio forse niuno premio di laude e fama.E cosÝ stia: non se non grandissima cagione debba muovere gli animi nostri anon schifare e' pericoli e a non pregiare noi stessi. Nuocere a sÚ non giovandoad altri non veggo io quanto si venga da pietÓ. Loderemo la giustizia efortitudine in sapere da ogni caso avverso e da ogni male difendere e vendicarela famale fortuneil sangue e la vita nostra. Ma qual giusto mai offenderÓsÚ stessi non difendendo altrui? Quale uomo mai ebbe lodo di fortitudine perinimicare sÚ stessi? Piace la liberalitÓ e prudenza nell'opere magnifiche emolto utilissime; ma quale non stultissimo stimerÓ mai questo essere cosa degnadi non grandissima riprensione darsi agli estremi pericoli ove tu non salvimagratifichi a uno solo? A me certo pare stultissimo consiglio non amare pi˙ lavita certa di molti sani che la sanitÓ dubbia d'uno infermo. Le quali cose secosÝ sonochi dubita che sarÓ pietÓgiustizia e prudenza in simili casiprovedere che lo 'nfermo guariscama non meno sarÓ consiglio e ragioneprovedere ancora ch'e' sani non infermino? Chi studia che lo 'nfermo si libericostui lo cerca sano. Adunque apresso di lui sia caro avere in sÚ quello qualebrama in altrui. E se vogliamo la nostra prudenza e pietÓ essere lodatadaremoopera ch'allo 'nfermo sanza pericolo della vita nostra ogni cosa a lui utile enecessaria abondi. Aremovi medicichiameremo spezialinon mancheranno gliastanti; ma noi provederemo alla sanitÓ nostracolla quale all'infermo e allafamiglia nostra saremo pi˙ che col pericolo acomodatissimidove perseverandoin tanto pericolo sarebbe a chi giace poco utile e alla famiglia dannosoimperochÚ colui cosÝ infetto pu˛ facilmente amorbare costuie costuiquell'altroe a quel modo tutta la famiglia cadere in infermitÓ e ruina.Quante terre giÓ si viddono da piccolo principiod'infezione essere cresciuto grandissimo incendio di pestilenzatale che quasitutta la giovent˙ in pochi dÝ si truova perita e consumata! Non bisogna quiallegarne storienÚ recitarne essempli. In questo veneno niuno dubita a quantosia forza di morte da qualunque minimo principio cresca e spandasi grande efuriosa. Vedemmo a Genovanon fa molti annisendo concorso il popolo a unospettaculo religioso e publicoalcuni salirono in luoghi ove prima qualcheamorbato era giaciuto e perito. Fra pochi dÝ qualunque ivi allo spettaculo erain su que' luoghi dimoratocosa miserabile! in brieve morÝe amorbossi chigli ricevette in casaamorbossi chi gli visit˛per modo che tutta la terrasentÝ la ruina e strage di quella pestiferissima velenosa furia. O venenonocentissimoo infirmitÓ orribilissimao cosa molto da fuggirla! Non so io sequi merito essere in queste parole duro e impio riputatoma poichÚ di questotrattiamosiaci licito non tacere l'utile della famiglia. Dir˛ quellocomandano i dotti fisiciquale confermano il giudicio di ciascuno prudentequale anche ogni uomo non in tutto pazzo pu˛ per esperienza cosÝ el veroconoscere. Fugga el padrefugga el figliuolofugga il fratellofuggano tuttipoichÚ a tanta forza di venenoa tanta bestemmianulla si truova che giovi senon fuggirla. FuggansipoichÚ altra arme o arte cˇntroli niuna ci vale. Nonsi pu˛nonpropulsarenon difendere quella rabbia mortifera ed essecrabile.Adunque vorranno i savi prima salvare sÚ fuggendoche rimanendo non giovare adaltri e nuocere a sÚ. Piaccia a' piatosi non meno la salute sua che una vanaopinione di grazia. All'uomo per salvare sÚchi niega non essere licito econcesso dalle leggi uccidere chi con inimico animo l'assaliva? Se cosÝ licequale pertinace mi negherÓ non molto pi˙ meritare perdono chi abandonerÓquell'uomoel quale al continuo gli porga pericolo di morte? Anzi qualprudentequale affezionato al bene e salute de' suoi mai riputasseabbandonatosiove si vegga di quelle cose tutte copiaquali giovano a' bisognisuo'mediciservidorie medicine? Pu˛ a quel modo guarireove avendo atornoi suoi non per˛ meglio potrebbe guarirema presto ucciderli. Non voglio esserelungo in questo ragionamentoel quale priego Iddio in la nostra famiglia maiacaggia da seguirmi con opera quanto la necessitÓ e utilitÓ della famigliadesidera. Torniamo a' primi ragionamenti. Fuggansi adunquesÝ come dicemmotutti e' luoghi e tutte le cagioni atte a infermare alcuno della famiglia.Truovo ancora che in altro modo si rende lafamiglia men populosaquando ella si dividee dove prima era una sola benpopulosa e ben grandetestÚ son due nÚ populosenÚ grandicome giÓintervenne ad alcuna famiglia in Italia. Qual fusse la ragione testÚ nolloricerco. Ben confermo che a me pare da credere cosÝche qualunque padre vorrÓla sua famiglia essere divisa e minorecosÝ e pi˙ deboleper constituire sÚpi˙ maggiore e pi˙ fermocostui prima sarÓ ingiusto molto e da biasimare;imperochÚcomune giudicio di tutti e' prudentil'utilitÓ e onore di tutta lafamiglia si dee preporre alla propiacome tutto proverremo nel luogo suo; poicostui medesimo cosÝ ingiusto non si pu˛ riputare prudenteanzi giace ingrandissimo errores'egli sta col pensiero e mente occupato a essere capomaggiore che alle membra della famiglia sua si convenga. Le deboli membra nonpossono sofferire el capo troppo graveanzi pel troppo peso si fiaccanoe ilcapo non sostenuto da tutti i membri cade e si fracassa. Per˛ colui el qualesarÓ saggioe per giudicio intenderÓ in altri quello che altri co' suoidolori pruovacostui conoscerÓ che d'uno trave segato quella e quell'altraparte molto pi˙ sarÓ debole a sostenere il peso che s'elle fossono nondispartite. NÚ mai si potrÓ tanto raggiugnere el giÓ diviso legno che siacome prima erafermo e tegnente. Ma di questa materia pi˙ diremo appieno nelluogo suoove acaderÓ a dire dell'amicizieconcordia e unione quali bisognanella famiglia. Per ora tanto basti avisarvi che le famiglie per essere divisenon solo minuiscono di numero e giovent˙ma ancora scemano d'autoritÓrendono minore la fama e dignitÓper modo che in grande parte ogni nome egrazia acquistata si perde. Molti amerannotemerannoonoreranno una famigliaunitae' quali di due famiglie discorde e divise nulla stimeranno. Abbiamoadunque detto come si debbe fare e conservare la casa populosacome a farlapopulosa tolgasi moglieprocreasi figliuolicome a conservalla si vuole dareopera che la giovent˙ perseveri in lunga vita con sanitÓ e unione; le qualitutte cose con nostra industria e diligenza potremo quanto al bene e utile dellafamiglia si richiedeessequire. Ma perchÚ alcuna volta contro ad ogni nostraumana prudenza accade che 'l numero nella famiglia mancao perchÚ le moglirimangono sterilio perchÚ la morte ci toglie e' giÓ acquistati figliuoliper˛ mi pare necessario qui ancora considerare in che modo allora ci sia licitomantenere la famiglia pur populosa. Appresso gli antichie' quali con moltaprudenza e consiglio a ogni commoditÓ e necessitÓ della famiglia provedevanosoleva licita essere e legittima consuetudine fare divorzio dalle loro maritatee divider l'uso e unione congiugale e separarsi dalla moglie. Questo facevanoquando vedevano del matrimonio loro seguire niuno fruttoe per pruovaconoscevano cosÝ insieme sÚ non essere utili a quanto si desidera ne'matrimoniidivenire padri. E nacque questo uso e licenza non prima in Roma cheanni dugento e trenta doppo la rapina fatta delle donne sabinetanto aveavoluto Romulo ne' matrimonii essere integritÓ e pudicizia. E non per˛ sanzacagione Spurio Corvinioovero Corpiliofu el primo el quale repudi˛ la suamoglie perchÚ essa era infecunda e sterile. Parsegli non disonesto lasciarquestadisiderando altronde avere figliuoli. Ma oggi e' costumi civililereligiose constituzioni le quali affermano el matrimonio essere non congiunzionedi membra tantoma pi˙ unione di volontÓ e animoe per questo statuisconosponsalizio essere sacramento e legame religiosoper˛ vetano che quegli e'quali sono cosÝ per divino sacramento congiunti mai si separino per volontÓumana. Quella adunque utile alla famiglia antiqua consuetudine di lasciarequella sterile per t˘r questa colla quale s'acquisti figliuolioggicomevedetenon Ŕ valida a rompere el vincolo religioso congiugale. Soloquellapu˛ separare la congiunzione delle membraove siano alla salute e vita lorodannose. Giova adunque questa separazione non ad ampliare el numero dellafamigliama a conservalla. Restaci quellaaltra consuetudine antichissima che solevano e' fortissimi cittadinie' qualiforse aveano tradutta l'etÓ sua nell'arme fra gli esserciti in remotissimeprovince per rendere suo officio al nome e autoritÓ della patriapoi quando siriducevano in riposo fra' suoi e in la sua giÓ ultima etÓ cessavano dallepublice fatiche e davansi a' civili onestissimi oziiove grandementedesideravano come in la superiore etÓ coll'opera e sudorecosÝ testÚ conprudenza e consiglio essere a' cittadini suoi gratissimi e carissimi; econoscevano quanto negli ozii sia voluttÓquel che loro nell'arme non eralicito averela carissima e amatissima compagnia della moglie; e non dubitavanoquanto sia alla republica e alle famiglie private utilissimo procrearefigliuolie per questo curavano non uscire di vita sanza vedere chi sia nelnome e fortune sue osservatore e successorefacevano come oggi alcunie come aque' tempi sÝ degli altri assaisÝ anche el figliuolo d'Africano superiorequale adott˛ el figliuolo nato di Paulo Emilio. E pare a me questa utilissimalicita consuetudineadottarsi degli altri giÓ nati figliuoliove a te queglinascere non possano. Potrei adurne pi˙ cagioni; solo ne dir˛ qualcuna perbrevitÓ; e per non lasciare questo luogo sÝ nudosia licito adottare perovviare che la famiglia non declini in solitudine e ad infelicitÓ. Sia ancoranon inutile considerare che se giÓ e' figliuoli nasconoa noi sta niunacertezza quanto e' sieno per crescere e sani e interi di membra e sentimento. Main quelli e' quali giÓ in parte sono allevatinon sarÓ tanto da dubitarequali uomini e' possano con nostro studio e diligenza divenireper˛ che giÓda' costumi della indole ed effigie loro assai di presso apparisce e comprendesionde tu possa constituire a te non incerta espettazione. Ma ritorniamo allabrevitÓ nostrae sia persuaso che l'adottare non Ŕ cosa se non usitatagiusta e utilissima alle famiglie. E perchÚ questo adottare quasi non Ŕ altrose non aggiugnere uno nuovo cugino a' tuoi nipoti e un congiunto a' tuoiparentiper˛ si vuole sceglierlo tale quale que' di casa l'acettinovolentieri. Vuolsi conferire con tuttiacci˛ che niuno poi biasimi quelloquale essi abbino lodato e consentito; vuolsi aver cura d'adottare nati di buonsangue e di buon sentimentodi gentile aspettoe tali nell'altre cose che lacasa mai abbia con ragione da dolersene. E poi' maggiori cosÝ faranno quanto inloro sarÓ possibileprima con aver buon consiglio e diligenzapoi con averbuona cura e sollecitudine in fare dotto e costumato el fanciullo e mantenerlovirtuoso. E stimi chi adottase nollo amerÓ come figliuologli altri di casanon terranno quello per congiuntoonde costui sarÓ non solo come forestiero incasama pi˙ viverÓ carico d'invidianÚ forse libero da ingiurie e danno. Eciascuno sa quanto nelle famiglie le discordie sieno da fuggire. Vuolsi adunqueadottare nati atti a virt˙amarli e farli virtuosichÚ allora tutti e' tuoistaranno lieti e contenti vedere in la famiglia un virtuoso. Circa il fare emantenere una famiglia populosa pare a me qui resti a dire pi˙ nullase giÓ avoi non altro venisse a mente. BATTISTA Ionon so in che mi ti lodare pi˙Lionardoo della facilitÓ quale tu hai usatain narrarci quanto ti priegammoo dello ingegno col quale tu hai cosÝ distintoe disposto in mezzo cose qual mai arei stimato si facessono a questa materiasopra tuttoLionardoin tanta copia di perfettissimi quanti recitastidocumenti. A me piace questa tua maravigliosa brevitÓe in tanta brevitÓparse a me el tuo stile nel dire elegantissimofacile e molto chiaro. NÚ maiarei pensato ivi fusse stato a gran quantitÓ presso tanto che dirne.Abbiamotene grazia. Quando che sia a noi gioverÓ avere imparato da te questecose bellissime e utilissime alla famiglia. CosÝ aspettiamo dell'altre cherestanochÚse ben mi ricordorimane a dire in che modo la famiglia diventiriccaamata e famosa. SÚguita. LIONARDOBen istÓ. Ma prima quel mi pare da fare. Parmi vostro officio sempre coll'animoe con tutte l'opere osservare in ci˛ che potete a vostro padre esser dovunquebisogni prestigrati e utili. Ite adunque. Vedete prima se a Lorenzo bisognassenulla. Non si vuole posporre la pietÓ ad alcuno studio. VaBattista. Tu me poiritroverrai qui. BATTISTA <I>O diemutilissimam!</I> Vado. Carlotu sta con Lionardonon rimanga solo.CosÝ feci. Andai. Vidi a nostro padre bisognavanulla. Per questo a lui pregai licenzase cosÝ gli piacevaritornassi daLionardoel quale m'aspettava per seguire quanto gli avea cominciato perinsegnarci cose molto utili. - Da Lionardo- disse Lorenzo nostro padre- nonpotete imparare se non virt˙. Piacemiitenon perdete tempo; qui testÚ nullabisogna di teese tu bene bisognassipi˙ a me sarÓ caro sapere sia dovediventi pi˙ dotto. VaBattistae stimafigliuol mioogni tempo essereperduto se non quello el quale tu adoperi in virt˙. NÚ potresti a me fare cosapi˙ grata quanto di farti virtuoso. Lascia qual sia faccenda adrieto peracquistare virt˙ e onore. Vanon indugiare. Vafigliuol mio -. CosÝ disseLorenzoe io cosÝ fecirende'mi a Lionardonarra'gli la risposta. -Oh! que' padri felici- disse allora Lionardo- e' quali non avendo maggiordesiderio se non che diventino virtuosis'abattono ad avere figliuolie' qualisono cupidissimi di prendere buone arti e ornarsi d'ottimi costumi e grazia dimolti. Seguitefratelli mieiBattista e tu Carloadempiete quanto in voi siala voglia ed espettazione di vostro padrepoichÚ nÚ lui desidera da voialtronÚ voi potete far cosa pi˙ in uomo lodata. Date opera quanto fate didÝ in dÝ essere pi˙ dotti e pi˙ lodati. E noi ora che faremo? Seguiteremonoi dicendo di quello che resta a' ragionamenti nostri? A me pare giÓ tardi.Ricciardo e Adovardo omai dovranno indugiare non troppo a giugnere; per˛ temonon ci basterÓ il tempo e saracci interrotto el ragionamento. Pertanto forsesarebbe il meglio soprastare in domani e direnne pi˙ pensato e pi˙ interochÚ testÚ mi pare stare coll'animo sospeso aspettando vedere Ricciardoelquale uomo modestissimoumanissimosempre e per sua caritÓ in mee per miareverenza inverso di luifu a me in luogo di padre. E non so comequalunque iosento passare mi pare sia Ricciardotanto desidero e aspetto vederne Lorenzoessere lietoel quale vie pi˙ di me con troppo desiderio l'aspetta. Alloragli rispuosi io: - Lionardofacciamo come testÚ nostro padre disse: riputiamoperduto ogni tempo se non quello quale spenderemo in virt˙. Ora credo non cisia che fare altro. Ad˛perati in farci migliori. Tu insino a qui dicestiquanto a mio giudicio in quella materia dir si potevamolto utilissime cose nonsanza perfetto ordinecon eloquenza non meno succinta che chiara ed elegante:onde non dubito testÚ potrai in quel che resta fare il simile. Ricciardo stimonon giugnerÓ per˛ sÝ tostonÚ a te l'animo mai suole pendere meno inversol'utilitÓ nostra che verso l'amore di Ricciardo. Per tua facilitÓ e graziaverso di noi sempre potemmo riputarti fratelloe per quanta da te riceviamodottrina e cognizione di cose perfettissimedovemo ricognoscerti non solo comemaestroma certo in luogo di padre. E non riputiamo men grado avere avutol'essere e vita dal padreche ricevere da te el ben starci in vita con lodo eonore. Per˛Lionardosegui. Facciamo questo tempo nostro adoperandolo. CosÝmanco resterÓ domani che dire. Segui. AscoltiÓnti. LIONARDOAdunque piacemi. Sar˛ nondimenopoichÚ 'l tempo cosÝ richiedebrevissimoquanto la materia patirÓ. Ascoltatemi. Abbiamo la casa come dicemmo populosapiena di giovent˙. Vuolsi essercitarlanon lasciarla impigrire in oziocosacome inutile e poco lodata alla giovent˙cosÝ alle famiglie gravissima etroppo dannosa. Non per˛ bisogna qui metter a voi in odio l'ozioquali ioveggio studiosi e operosima pure per pi˙ incitarvi a seguire come fate inogni fatica e in ogni laborioso essercizio per acquistare virtute e meritarfamaponete animo qui e pensate da voi quale uomonon dico cupido di laudemain qualche parte timido d'infamia possiate non trovarema fingerea cui nondispiaccia grandemente l'ozio e desidia? Chi mai stimasse potere asseguirepregio alcuno o dignitate sanza ardentissimo studio di perfettissime artisanzaassiduissima operasenza molto sudare in cose virilissime e faticosissime?Certo sarÓ necessario a chi curi d'ornarsi di laude e fama fuggire e ostaremolto all'ozio e inerzianon meno che a' capitalissimi e nocentissimi inimici.Nulla si truova onde tanto facile surga disonore e infamia quanto dall'ozio. Elgrembo degli oziosi sempre fu nido e cova de' vizii; nulla si truova tanto allecose publice e private nocivo e pestifero quanto sono i cittadini ignavi einerti. Dell'ozio nasce lascivia; della lascivia nasce spregiare le leggi; delnon ubbidire le leggi segue ruina ed esterminio delle terre. Quanto prima sicomincia essere contumace a' costumi e modi della patriatanto subito si stendenegli animi arroganzasuperbiae ogni ingiuria d'avarizia e rapina. Ardisconsilatrociniiomicidiiadulteriie ogni scellerata e perniziosa licenzatrascorre. Adunque l'oziocagion di tantimalimolto a' buoni debba essere in odio. E quando bene l'ozio fusse non quantociascuno conosce ch'egli Ŕpernizioso e nimico a' buon costumie origine efabrica d'ogni vizioquale benchÚ inetto uomo mai volesse essere in vita sanzaessercitare lo 'ngegnole membra e ogni virt˙? In qual cosa a te paredifferenza da un troncoda una statuada un putrido cadavere a uno in tuttoozioso? Quanto a menon parerÓ ben vivo colui el quale non sente onore evergognanÚ muove sua membra e sÚ stessi con qualche prudenza e conoscimentoma bene stimer˛ non vivo colui el quale giacerÓ sepellito nell'ozio e inerziae fuggirÓ ogni buono studio e opera. E a me sarÓ costui da nollo riputaredegno di vitael quale non molto vorrÓ in virt˙ e laude usare ogni suosentimento e movimento. E questo medesimo oziosomentre che seguirÓinvecchiando in desidia e inerzia senza porgere di sÚ a' suoi e alla patria suautilitate alcunaquesto certo sarÓ tra' virili uomini da stimarlo da meno cheun vilissimo troncopoichÚ d'ogni cosa posta in vita manifesto si vede quantola natura a tutte contribuisce movimento e sentimentosanza le quale cose nullasi pu˛ veramente giudicarsi in vita. E comebenchÚ tu abbia gli occhipuretenendoli chiusi e al loro officio no'gli adoperandotanto ti gioveranno quantose tu non gli avessicosÝ chi l'operazioni per le quali si distingue la vitaper sÚ non frutterÓcostui si potrÓ in questo riputare non aver vita.Veggonsi l'erbele piantee gli arbucelli quanto s'adoperino a crescere eporgerti di sÚ stessi qualche piacere o utile. Gli altri animalipesciuccegli e quegli di quattro piŔtutti al continuo in qualche industria e operas'afaticanonÚ mai si veggono oziosisempre s'argomentano in vita a sÚ e adaltri essere non inutili; e truovi chi edifica el nido pe' figliuolivedi chidiscorre a pascere e' natitutti s'adoperano quasi da natura loro sia in odioogni oziotutti con qualche buona opera fuggono la inerzia. Pertanto cosÝ mipare da credere sia l'uomo natocerto non per marcire giacendoma per starefaccendo. L'ingegnolo 'ntelletto egiudiciola memorial'apetito dell'animol'irala ragione e consiglio el'altre divine forze e virt˙colle quali l'uomo vince la forzavolontÓ eferocitÓ d'ogni altro animalecerto non so quale stolto negasse esserci dateper nolle molto adoperare. NÚ mi pu˛ non dispiacere la sentenza dello Epicurofilosofoel quale riputa in Dio somma felicitÓ el far nulla. Sia licito a Dioquello che forse non Ŕ a' mortali volendofar nulla; ma io credo ogni altracosa potere essere a Dio di sÚ stessi forse meno ingrata e agli uominidalvizio in fuoripi˙ licita che starsi indarno. Manco a me dispiace la sentenzad'Anassagora filosafoel quale domandato per che cagione fusse da Dio procreatol'uomorispose: "Ci ha produtto per essere contemplatore del cielodellestellee del solee di tutte quelle sue maravigliose opere divine". Epuossi non poco persuadere questa opinionepoichÚ noi vediamo altro niunoanimante non prono e inclinato pendere col capo al pasco e alla terra; solol'uomo veggiamo ritto colla fronte e col viso elevatoquasi come da essa naturasia cosÝ fabricato solo a rimirare e riconoscere e' luoghi e cose celeste.Dicevano gli Stoici l'uomo essere dalla natura constituito nel mondo speculatoree operatore delle cose. Crisippo giudicava ogni cosa essere nata per servireall'uomoe l'uomo per conservare compagnia e amistÓ fra gli uomini. Dallaquale sentenza Protagoraquell'altro antico filosafofuquanto ad alcuni suolparerenon alienoel quale affirmava l'uomo essere modo e misura di tutte lecose. Platone scrivendo ad Archita tarentino dice gli uomini essere nati percagione degli uominie parte di noi si debbe alla patriaparte a' parentiparte agli amici. Ma sarebbe lungo sequire in questa materia tutti e' detti de'filosafi antichie molto pi˙ lungo sarebbe agiugnervi le molte sentenze de'nostri passati teologi. Per ora questi m'occorsono a mentea' qualicome veditutti piace nell'uomo non ozio e cessazionema operazione e azione. Econfermeratti questa comune e vera sentenzase coll'animo mirerai quanto vedipi˙ che negli altri animali l'uomo da essa infanzia per ogni corso della suaetÓ sÚ sempre adoperaretale che quegli e' quali sono in tutto fuori d'ognionesta e virile operaquesti pure in qualche modo faccendo qualche cosa sÚstessi oziosi trastullano. E quanto chi mi lodasse pi˙ l'oziochi nonpreponessi l'adoperare le membraingegno e ragione in qualche laudecostuiappresso di me sarebbe in maggiore errore che s'egli stimasse vera quellaopinione di quello afflitto padre per la morte della figliuolael qualeconsolando sÚ stessi dissepoteva pensare e' mortali essere nati per patire invita pena de' loro sceleratissimi flagizii e peccati! Pertanto troppo mi piacela sentenza d'Aristotileel quale constituÝ l'uomo essere quasi come unmortale iddio feliceintendendo e faccendo con ragione e virt˙. Masopra tutte lodo quella verissima e probatissima sentenza di coloroe' qualidicono l'uomo essere creato per piacere a Dioper riconoscere un primo e veroprincipio alle coseove si vegga tanta varietÓtanta dissimilitudinebellezza e multitudine d'animalidi loro formestaturevestimenti e colori;per ancora lodare Iddio insieme con tutta l'universa naturavedendo tante e sÝdifferenziate e sÝ consonante armonie di vociversi e canti in ciascunoanimante concinni e soavi; per ancora ringraziare Iddio ricevendo e sentendotanta utilitÓ nelle cose produtte a' bisogni umani contro la infermitÓ acacciarlaper la sanitÓ a conservalla; per ancora temere e onorare Iddioudendovedendoconoscendo el solele stelleel corso de' cielie' tuoni esaettele quali tutte cose non pu˛ non confessar l'uomo essere ordinatefattee dateci solo da esso Iddio. Aggiugni qui a queste quanto l'uomo abbia a renderepremio a Dioa satisfarli con buone opere per e' doni di tanta virt˙ quantaEgli diede all'anima dell'uomo sopra tutti gli altri terreni animantigrandissima e prestantissima. Fece la naturacioŔ Iddiol'uomo composto partecelesto e divinoparte sopra ogni mortale cosa formosissimo e nobilissimo;concessegli forma e membra acomodatissime a ogni movimentoe quanto basta asentire e fuggire ci˛ che fusse nocivo e contrario; attribuÝgli discorso egiudicio a seguire e apprendere le cose necessarie e utili; diŔgli movimento esentimentocupiditÓ e stimoli pe' quali aperto sentisse e meglio seguisse lecose utilefuggisse le incommode e dannose; don˛gli ingegnodocilitÓmemoria e ragionecose divine e attissime ad investigaredistinguere econoscere quale cosa sia da fuggire e qual da seguire per ben conservare sÚstessi. E aggiunse a questi tanti e inestimabili doni Iddio ancora nell'animo emente dell'uomomoderazione e freno contro alle cupiditÓ e contro a' superchiappetiti con pudoremodestia e desiderio di laude. StatuÝ ancora Iddio neglianimi umani un fermo vinculo a contenere la umana compagniaiustiziaequitÓliberalitÓ e amorecolle quali l'uomo potesse apresso gli altri mortalimeritare grazia e lodee apresso el Procreatore suo pietÓ e clemenza. Fermovviancora Iddio ne' petti virili a sostenere ogni faticaogni aversitÓogniimpeto della fortunaa conseguire cose difficillimea vincere il dolorea nontemere la mortefermezzastabilitÓconstanza e forzae spregio delle cosecaduchecolle quali tutte virt˙ noi possiamo quanto dobbiamo onorare e servirea Dio con giustiziapietÓmoderanzae con ogni altra perfetta e lodatissimaoperazione. Sia adunque persuaso che l'uomo nacquenon per atristirsi in ozioma per adoperarsi in cose magnifice e amplecolle quali e' possa piacere eonorare Iddio in primae per avere in sÚ stessi come uso di perfetta virt˙cosÝ frutto di felicitÓ. Forse a voipareva mi fussi troppo dal proposito alienatoma non sono state se nonnecessarie queste recitate cose a provare quanto io stimo avervi persuaso. Manon disputiamo testÚ quale di quelle opinioni pi˙ sia vera e da tenere.Diciamo al nostro proposito che l'uomo sia posto in vita per usare le coseperessere virtuoso e diventar feliceimperochÚ colui el quale si potrÓ direfelicecostui agli uomini sarÓ buonoe colui el quale ora Ŕ buono agliuominicerto ancora Ŕ grato a Dio. Chi male usa le cose nuoce agli uomini enon poco dispiace a Dio; e chi dispiace a Dio stolto Ŕ se si reputa felice.Adunque si pu˛ statuire cosÝ: l'uomo da natura essere atto e fatto ausufruttare le cosee nato per essere felice. Ma questa felicitÓ da tutti nonŔ conosciutaanzi da diversi diversa stimata. Alcuni reputano felicitÓ averebisogno di nullae questi cercano le ricchezzele potenze e amplitudine.Alcuni stimano a felicitÓ non sentire incarico o dispiacere alcunoe questi sidanno alle delizie e voluttÓ. Alcuni altri pongono la felicitÓ in luogo pi˙erto e pi˙ difficile a giugnervima pi˙ onesto e pi˙ sopra i lasciviappetitiin essere onoratistimati dagli altri uominie questi intraprendonole fatiche e gran fattile vigilie e virili essercizii. Forse di questiciascuno pu˛ aggiugnere non molto discosto dalla felicitÓ adoperandosi convirt˙usando le cose con ragione e modo. E cosÝ adoperando l'altre coseinsieme a sÚ stessi con temeritÓ e sanza ordinegli segue molto erroreetanto pi˙ a lungi si truova addutto errando quanto di sÚ e de' doni d'Iddiopeggio meriterÓ con vizii e impietÓ. Questo sarÓ quando el vizioso verrÓ ne'suoi presi essercizii pi˙ o manco che non richiede e patisce l'onestÓ eragione. Volere con avariziacon brutte arti arricchire; volere con viziiessere onorato; volere ne' lascivi ozii non sentire gravezza alcunaa me paresia non altro che disporsi a male usare le cose per nuocere agli uominidispiacere a Dio in quel modo ed essere infelice e miserola qual cosa molto sidebba da ciascuno non in tutto insensato fuggiree molto pi˙ da coloro e'quali vorranno rendere la sua famiglia felice. Cerchinoadunque costoro in prima per sÚ essere felicipoi procureranno la felicitÓde' suoi; ecome dissila felicitÓ non si pu˛ ottenere sanza essercitarsi inbuone operegiuste e virtuose. Sono l'opere giust'e buone quelle che non solonuociono a niunoma giovano a non pochissimi. Sono l'opere virtuose quellenelle quali si truova niuna suspizione nÚ congiunzione di disonestÓe quellesaranno ottime operele quali gioveranno a moltie quelle fieno virtuosissimele quali non si potranno asseguire sanza molta virilitÓ e onestÓ. Se pertantonoi abbiamo a prendere essercizio virile e onestissimoa me pare si doverrÓmolto beneinnanzi che noi ci dedichiamo ad alcuno fermo essercizioripensaremolto ed essaminare con quale ci sia pi˙ facile giugnere verso alla felicitÓ.Ogni uomo non si truova abile a cosÝ facilmente essere felice. Non fece lanatura gli uomini tutti d'una compressioned'uno ingegno e d'uno volerenÚtutti a un modo atti e valenti. Anzi volse che in quello in quale io mancoivitu suppliscae in altra cosa manchi la quale sia apresso di quell'altro.PerchÚ questo? Perch'io abbia di te bisognotu di coluicolui d'uno altroequalche uno di mee cosÝ questo aver bisogno l'uno uomo dell'altro sia cagionee vinculo a conservarci insieme con publica amicizia e congiunzione. E forsequesta necessitÓ fu essordio e principio di fermare le republicedicostituirvi le leggi molto pi˙ che come diceva... fuoco o d'acque essere statocagione di tanta fra gli uomini e sÝ con leggeragione e costumi colligataunione de' mortali. Ma non usciamo delproposito. Vorrassia conoscere quale essercizio pi˙ si convengaconsiderarequeste due cose: l'una essaminare lo 'ngegnolo 'ntellettoel corpo tuoeogni cosa la quale sia in te; poi appresso porre ben mente di quegli aiutiamminicoli e appoggi e' quali sono necessarii e utili in quel tale essercizioaquale ti pare essere pi˙ che agli altri sufficientedi quelli come tu abbia adaverne in tempo attitudinecopia e libertÓ. Pogniamo caso: se colui volessiessercitare fatti d'arme sentendosi debolepoco robustopoco valente asostenere le fatichea durare nel sudorea stare nella polveresotto l'ariasotto el solequesto per lui non sarebbe atto essercizio. E se io volessiseguire lettere sendo poveronon avendo ben donde supplire alle spesequalinon poche si convengono agli studii delle lettereancora non sarebbe questoessercizio per me. Ma volendo tu darti a cose civilitrovandoti moltitudine diparenticopia d'amiciabondanza di robae in te sendo d'ingegnod'eloquenzae di grazia non rozzonÚ inettoquello essercizio ben si farebbe per te.Vorrassi adunque prima contrapesare fra sÚ stessi ogni cosacome dissiquantola natura abbia donato a te e al corpo tuoe quanto la fortuna ti conceda e intempo monstri non privartene. Interviene che alcuna volta si mutano lecompressionile fortunee' tempi e l'altre cose. Allora si faccia come dicevaTalete filosofo: "AdÓttati al tempo". Se tu avessi a ire in villapossendovi andar bellamente per qualche viottolovorresti tu pure irvi per lastrada militare e regia quando quella fosse rottapiena di precipiziifatichee pericoli? Credo io che pur no. Anzisendo tu non imprudenteandresti per unadell'altrela quale in sÚ pi˙ fusse onesta e pi˙ a te facile. CosÝ sarÓnel corso della vita nostra umana prudenza fare. Se 'l fiume e onda de' tempise l'impeto e diluvio della fortuna c'interrompe la viase la ruina delle cosela impaccia e guastalavuolsi allora pigliare altro essercizio a tradurciquanto meglio a noi sia possibile verso la desiderata felicitÓ. E non stimo ioessere altro felicitÓ se non vivere lietosanza bisogno e con onore. E se tuvedrai te essere atto a pi˙ che uno essercizioadrÝzzati in prima con quelloel quale pi˙ sia onorato in sÚ e utile a te e alla famiglia tua; e a qualunqueessercizio ti daraisempre ti segga in mente essere nato a bene adoperarti peradducerti a felicitÓe sempre ti sia proposto in animo che al bene adoperarsiniuna cosa pi˙ giova quanto se tu al tutto delibererai essere quello el qualeagli altri vorrai parere. Chi aspetterÓ essere riputato liberaleBattistasarÓ suo debito donare a molti spesso e largheggiare; chi vorrÓ essereriputato giusto e buonocostui conviene mai ingiurii alcunosempre retribuiscasecondo e' meritivincendo non di contenzione ma d'umanitÓ e facilitÓ; chisoccombe al dolore e teme e' casi avversichi pregia la fortuna e le cosecaduchecostui mai meriterÓ essere riputato nÚ fortenÚ di grande animo. Macolui del quale sarÓ la memoriael conoscimentoel vero fermo e interogiudicio da' suoi cittadini provato e adoperatocolui uno si potrÓ riputare estimarlo prudente. Adunque ciascuno in quello essercizio al quale sÚ stessidarÓstudii con ogni opera e diligenza essere quale e' vuol parere. E stimo ioniuno vorrebbe parere cattivo o maligno. Pi˙ tosto credo ciascuno ama esseretenuto modestoumanotemperatofacileamorevoleserventefaccentestudioso. Le quali lode se sono da pregiarle e da volerlea noi rimane officioquanto in noi sia con opera non meno che con animo e volontÓ cosÝ essercitarcid'essereperchÚ poi essendo in noicosÝ agli altri parremo. Niuna cosa mancosi pu˛ occultare che la virt˙. Sempre fu la virt˙ sopra tutti gli umani beniclarissima e illustrissima. E dipoi si cerchi e sforzisi con tutte le mani e co'piedicon tutti e' nerbicon ogni diligenzasollecitudine e curacurisi ivicon ogni nostra operaarte e industriatra gli essercitati ed eruditi uominiin quello al quale ti desti essercizioessere sopra tutti peritissimo edottissimo. E chiquanto si richiedepersevererÓ affaticandosi e sudando inquel ch'egli studii al tutto e contenda essere molto el primostimo a costuinon sarÓ cosa troppo difficilissima occupare ogni prima laude e nome. Dicesiche l'uomo pu˛ ci˛ che vuole. Se tu ti sforzeraicome ho dettocon tutte leforze e arte tuesono io un di quegli che non dubito te in qualunque essercizioconscenderai al primo e suppremo grado di perfezione e fama. Chi s'inframmettead essercizio non in tutto atto e condecente a sÚdi costui non merita lostudio per˛ essere biasimato. E chi con ogni studio e diligenza seguirÓessercitandosi in quello che la natura e fortuna gli asecondicostui meritalode e pregiobenchÚ ivi a lui quello riesca poco fruttuoso. Ma benmeriterebbe essere ripreso chi eleggesse cosa poco a sÚ accommodata. Non inogni cosa si loda opporsi alla fortunanÚ poco giova sapere col corso dellecose tragittarsi a buona quiete e tranquillitÓ del vivere. Conviensi adunqueaviare in modo che a tempo non di te abbiama pi˙ della fortunase casoavienead inculparti. E certo poco arai da rimordere te stessiove con maturoconsiglio tu arai preso essercizio quanto dissi atto a te e alla fortuna tua.CosÝ colui el quale averÓ preso atto e conveniente essercizio a sÚe inquello resterassi adrieto e non ascenderÓ alle prime lodele pi˙ volte costuinon arÓ se non da incolpare la sua negligenza. Ein questa materia si pu˛ addurre similitudine. Pogniamo per caso che al portodi Vinegia s'aparasse e ornasse uno spettaculo navalenel quale fusse grandemultitudine di concertatori e navie tu fra esse fussi duttore d'unale qualitutte rigattessero un lungo corso simile a quello discrive Virgilio fatto ne'giuochi d'Enea appresso di Ciciliama pi˙ ciascuna delle navi adoperasse oveli o remiquali al navichiero paresse al suo presto tragettareconvenientissimo. Tu per giugnere al termine ove si serba le grillande e insignidella vittoriae ove si rendono i premi e onori meritatisommamentecontenderesti onde la tua e quell'altra e anche la terza nave aggiugnerebbono a'primi meritati onorie forse anche la quarta ne riporterebbe se non suppremopremioalmen qualche nomee pure ritornerebbe ricordata dalla moltitudineein le recitazioni del veduto spettaculo forse sarebbe o da qualche loro avenutasciagurao da qualche errore scusatae cosÝ in qualche parte onestata elodata dove accadesse. Ma l'altre tutte sarebbono sconosciutee di loro sitacerebbeper modo che forse meglio sarebbe a que' concertatori essersi statiin terra oziosi con gli altri giudicandoridendoe quanto volessino biasimandola tarditÓ e negligenza d'altriche con essi aversi con negligenzase cosÝsi pu˛ direaffannatoe vedersi non pregiatiancora e beffati da tutti.CosÝ nel corso e concertazione dell'onore e laude nella vita de' mortali mistimo sarebbe utilissimo provedere e prendere atta in prima e facile navicella evia alle forze e ingegno tuoe con essa sudare d'essere il primocome aglianimi non desidiosi e piccolissimi sta bene sperare e desiderare d'esseree altutto contendere d'essere se non il primo almanco tra' primi veduto fuori diquella moltitudine sconosciuta e neglettacertare con tutte le forze e ingegnodi conseguire qualche claritÓ e laude. A conseguire laude si richiede virt˙; aottenere virt˙ solo bisogna cosÝ volere sÚ tanto esserepi˙ che pareretale quale desideri d'essere tenuto. Per questo si dice che alla virt˙pochissime cose sono necessarie. Come vedisolo la fermaintera e non fittavolontÓ bastae sarÓ in colui fizioneel quale monstrerrÓ quello volerequale gli dispiace. Ma non ci stendiamo in disputare quanto sia facillissimoconseguire la virt˙. Altrove sarÓ da dirne. Solo statuiamo che a chi cercameritare il primosederÓ onesto nel secondo luogo; fra gli ultimi niuno siedese non sconosciuto e neglettoove non si truova onestamento alcuno. E qui siautile ancora considerare quanto ogni tua opera e fatica ti seguirÓ conemolumento e profittocon molto onore e frutto di famaove tu te conduchi tra'primi. Tu vedi in ogni artificio chi si truova pi˙ dottoin colui pi˙concorrono ricchezzee pi˙ tra' suoi gli s'augumenta autoritÓ e dignitÓ.Pensa tu stessi quali sono queglia fare per vil cosa ch'ella siadiciamocosÝ un calzaree' quali non cerchino tra quegli artefici sempre il migliormaestro. Se ne' vilissimi mestieri sempre i pi˙ dotti pi˙ sono richiestiecosÝ pi˙ famosivoglio stimate questo che ne' lodatissimi essercizii nonsarÓ punto il contrario. Anzi a te pi˙ gioverÓ essere il primoo vero tra'primiquanto intenderai in te essere pi˙ parte di felicitÓ che in e'molt'altri. Se tu sarai litteratotu conoscerai quanto sieno meno felicigl'ignorantie quanto sieno infelicissimi quegli ignoranti e' quali purevorranno parere dotti. E vogliovi adducereuna similitudine giocosama moltoquanto stimoappropriata a questiragionamenti. Se fusse chi volesse parere notatorein veritÓ non fussema sÚstessi cosÝ in sul lito al securo comovessespandendo le palme e gittando lebraccia moltoe soffiasse qua e lÓe a sua posta galleggiasse in terra similea quelli che nuotano dentro al fiumese Dio t'aiutiBattistapotresti tuvedendolo tenerti di non ridere? Quanto iocredo tra la brigata sarebbe a chiverrebbe voglia dargli qualche sferzata. Tu vero che? Riputerestilo in questoessere non pazzo? Certo non ti parrebbe savio. E se questo medesimo stolto purvolesse parere notatoree gittassesi a mezzo lÓ nel corso e onda del fiumenon sarebbe egli veramente pazzo? SÝcredo. E quell'altro il quale si stavacortese e vestitonÚ curava essere lodato nÚ conosciuto per notatorepurvedendo perire quel temerariocupido di parere quel che non erae presuntuosoin monstrare di sapere quello che non sapevasubito si spogli˛ e gittossi ecavonnelo. Che dici? Non sarÓ costui da molto rendergli grazia e lodo? Per˛vedi tu quanto nelle cose meglio sia essere che parere. E quinci tu stessi da teconsidera quanto giovi sopra degli altri saperee quanto sia lodo a' tempi e a'bisogni adoperare quello che tu sai. Alle quali cose se tu ben vi penseraicredo non dubiterai che cosÝ in ogni essercizio chi vuole parere conviene certoche sia. Abbiamo detto la giovent˙ non stia indarno ma pigli onesto essercizionel quale sÚ esserciti con virile operae seguasi quello essercizio qualerenda pi˙ utile e fama alla famiglia; eleggasi essercizio qual sia pi˙ attoalla natura e alla fortuna nostrae in quello si perseguiti in modoessercitando che per noi non manchi aggiugnere a' supremi gradi. OraperchÚ le ricchezzeper le quali quasi ciascuno in prima si essercitasonoutilissime a perseverare nelle principiate faccende con lodo e graziaadacquistarsi amistÓonore e famaper˛ sarÓ luogo a dire in che modos'acquisti ricchezzae in che modo quelle si conservino. La qual cosa era unadelle quattro quali dicemmo essere necessarie a rendere e mantenere felice unafamiglia. Adunque ora cominceremo ad accumulare ricchezze. Forse questo tempoche giÓ siamo presso al brunire della seras'aconfarÓ a questi ragionamenti.Niuno essercizioa chi hane l'animo grande e liberalepare manco splendido chepaiono quegli instituti essercizi per coadunare ricchezze. Se voi quiconsidererete alquanto e discorrereteriducendo a memoria quali sianoessercizii accomodati a fare robavoi gli troverete tutti posti non in altroche in comperare e vendereprestare e riscuotere. E io stimo che a voi'e'qualiquanto giudicopur non avete l'animo nÚ piccolo nÚ vileque' tuttiessercizii suggetti solo al guadagno potranno parervi bassi e con poco lume dilode e autoritÓ. GiÓ poichÚ in veritÓ el vendere non Ŕ se non cosamercennariatu servi alla utilitÓ del comperatorepaghiti della fatica tuaricevi premio sopraponendo ad altri quello che manco era costato a te. In quelmodo adunque vendi non la robama la fatica tua; per la roba rimane a tecommutato el danaio; per la fatica ricevi il soprapagato. El prestare sarebbelodata liberalitÓse tu non ne richiedessi premioma non sarebbe esserciziod'aricchirne. NÚ pare ad alcuni questi esserciziicome gli chiameremopecuniarii mai stieno nettisanza molte bugiee stimano non poche volte inquegli intervenire patti spurchi e scritture non oneste. Per˛ dicono al tuttoquesti come brutti e mercenarii sono a' liberali ingegni molto da fuggire. Macostoroquali cosÝ giudicano di tutti gli essercizii pecuniariia mio parereerrano. Se l'acquistare ricchezza non Ŕ glorioso come gli altri esserciziimaggiorinon per˛ sarÓ da spregiar colui el quale non sia di natura atto aben travagliarsi in quelle molto magnifiche essercitazionise si trametterÓ inquesto al quale essercizio conosce sÚ essere non inettoe quale per tutti siconfessa alle republice essere molto e alle famiglie utilissimo. Sono atte lericchezze ad acquistare amistÓ e lodoservendo a chi ha bisogno. Puossi collericchezze conseguire fama e autoritÓ adoperandole in cose amplissime enobilissime con molta larghezza e magnificenza. E sono negli ultimi casi ebisogni alla patria le ricchezze de' privati cittadinicome tutto el dÝ sitruovamolto utilissime. Non si pu˛ sempre nutrire chi coll'arme e sanguedifenda la libertÓ e dignitÓ della patria solo con stipendii del publicoerario; nÚ possono le republice ampliarsi con autoritÓ e imperio sanzagrandissima spesa. Anzisoleva dire messer Cipriano nostro Alberti che lo 'mperiodelle genti si compera dalla fortuna a peso d'oro e di sangue. El quale dettod'uomo prudentissimo se si pu˛ riputare quanto a me pare verissimocerto lericchezze de' privati cittadini le quali soppriranno a' bisogni della patriasaranno da crederle utilissime. E secondo che soleva dire messer Benedettonostro Albertiquello erario sarÓ copiosissimo non el quale arÓ infinitesomme di debitori e amplissimo numero di censima ben sarÓ abundantissimofisco quello al quale e' cittadini suoi non poverissimi saranno affezionatieal quale tutti e' ricchi saranno fedelissimi e giustissimi. NÚqui a me pare da udire coloro e' quali stimano tutti gli essercizii pecuniariiessere vili. Io veggo la casa nostra Albertacome in tutti gli altrionestissimicosÝ in questi essercizii pure pecuniariigran tempo aversisaputo reggere e in Ponente e in diverse regioni del mondo sempre con onestÓ eintegritÓonde noi abbiamo conseguita fama e autoritÓ appresso di tutte legenti non pochissimanÚ a' meriti nostri indegna. ImperochÚ mai ne' traffichinostri di noi si trov˛ chi ammettesse bruttezza alcuna. Sempre in ognicontratto volsono i nostri osservare somma simplicitÓsomma veritÓe inquesto modo siamo in Italia e fuor d'Italiain Ispagnain Ponentein Soriain Greciae a tutti e' porti conosciuti grandissimi mercatanti. E sono e'nostri Alberti sempre a' bisogni della patria nostra stati non poco utilissimi.Truovasi che de' trenta e due danarie' quali la patria nostra in que' tempispendevasempre di quegli pi˙ che uno era aggiunto dalla famiglia nostra. Gransomma! ma sempre maggiore fu la volontÓaffezione e prontitudine nostra versola patria. CosÝ acquistammo nomefama e pregio apresso di tuttima grazia eamore pi˙ apresso tutte le nazioni strane che appresso de' nostri cittadini. Masia altro tempo a dolerci della fortuna e de' casi nostri. GloriÓnci pi˙ tostoe godiamo di quanto si pu˛ la famiglia nostra Alberta veramente gloriare. DiquestoBattista e tu Carloe' mi giova ragionare con voidi simile cose lequali appartenghino a memoria e predicazione delle lode de' nostri Albertiuomini prestantissimi e singularissimiacci˛ che voi siate cupidissimiquantosetee molto affezionati sempre e volenterosi di mantenere quanto in voi siaeaccrescere in quel tutto potrete la dignitÓautoritÓfama e gloria di casanostrale quali acquistate da' nostri maggioria noi sarebbe vergogna nolleconservare con molta virt˙. Dico si pu˛ gloriare la casa Alberta che daducento e pi˙ anni in qua mai fu essa sÝ povera ch'ella non fusse tra lefamiglie di Firenze riputata ricchissima. NÚ a memoria de' nostri vecchinÚin nostre domestice scritture troverrete che in casa Alberta non sempre fussonograndissimi e famosissimiveribuoni e interi mercatanti. NÚ per ancora in lapatria nostra vederete essere durata ricchezza alcuna sÝ grandesÝ lungotempoe con manco biasimo quanto la nostra. Anzipare in la terra nostraniunase non solo la nostra famiglia Albertagran ricchezza niuna giugnessemai a' suoi nipoti eredi. In pochi dÝ sono inanite e itecome dicono e'vulgariin fummoe di qualche una di loro rimasone povertÓmiseria einfamia. Non mi piace qui stendere a recitare essemplinÚ investigare checagione o che infortunio cosÝ tra' nostri concittadini dilegui le grandissimericchezzechÚ arei troppo che diree infiniti m'occorrono essempli verissimima odiosi. Sia ditto da me con onore e reverenza delle famiglie: questo sarÓdolersi della fortunanon biasimarsi de' costumi d'alcuno. CerchiPeruzziScaliSpini e Riccie infinite altre famiglie nella terra nostra amplissime eoggidÝ ornatissime di virt˙ e nobilissimele quali giÓ abondavano digrandissime e ismisurate ricchezzesi vede quanto subitoingiuria dellafortunasieno cadute in infelicitÓ e parte in grandissime necessitati. Madella famiglia nostrain ogni altro modo perseguitata dalla fortunamai sitrov˛ chi a ragione si chiamasse non giuste e benigne trattato da noi. Mai funella famiglia nostra Alberta chi ne' traffichi rompesse la fede e onestÓdebitael quale onestissimo costumequanto veggoin la famiglia nostraAlberta sempre s'osserverÓtanto veggo e' nostri uomini non avari al guadagnonon ingiusti alle personenon pigri alle faccende. E stimo io sia non tanto perprudenza e sagacitÓ de' nostri uominima veramente premio d'Iddiopoich'e'nostri onestamente avanzano. CosÝ Iddioa cui sopra tutto piace l'onestÓ egiustiziadona loro grazia che possino in lunga prosperitÓ goderne. PerchÚmi sono io steso in questo ragionamento? Solo per monstrarvi che ancora degliessercizii non pochi si truovano onesti e lodatico' quali s'acquista nonminime ricchezze; ecome vedete l'uno essere questo dei mercatanticosÝpensate si truova degli altri simili essercizii onestissimi e pecuniosissimi.Adunque si vuole conoscere questi quali e' sieno. CosÝ faremo. Porremo qui inmezzo tutti gli esserciziie sceglieremo qua' sieno e' migliori; poi cercheremoin che modo con quegli si diventi pecunioso e copioso. Gli essercizii e' qualinon referiscono premio e guadagnomai ti faranno esser riccoe quegliessercizii e' quali porgono guadagni spessi e grandiquesti cosÝ fatti sonoattissimi ad aricchirti. Consiste adunquese io non erroquanto ci acquista lanostra industrianon quanto ci doni la venturagrazia o favore d'alcunoelragionevole diventare ricco solo ne' guadagni. El diventar povero oveconsisterÓ? Nella fortunaconfessolo. Ma escludiamo la fortuna ove noiragioniamo della industria. Se adunque nel guadagnare s'adempie le ricchezzeese i guadagni seguono la faticadiligenza e industria nostraadunquel'impoverire contrario al guadagno diverrÓ dalle cose contrariedallanegligenzaignavia e tarditÓli quali vizii non sono in la fortunanÚ in lecose estrinsecema in te stessi. Consiste ancora lo 'mpoverirequanto si vedein un soperchio spenderee in una prodigalitÓ la quale dissipi e getti via lericchezze. Contrario allo spenderecontrario alla negligenza mi pare lasollecitudine e cura delle cosecioŔ la masserizia. La masserizia adunqueconserverÓ le ricchezze. CosÝ abbiamo trovato che per diventare ricco siconviene guadagnare e poi serbare el guadagnatoe con ragione esserne massaio.Ma diciamo prima universale di tutti e' guadagnipoi udirete della masserizia. E' guadagni vengono parte da noiparte dalle cosefuor di noi. In noi sono atte a guadagnare l'industrielo 'ngegno e similivirt˙ riposte negli animi nostri come son queste: esserechiamiÓllo per nomisuoiargonautaarchitettomedico e similida' quali in prima si richiedegiudicio e opera d'animo. Sonci ancora a guadagnare atte le operazioni delcorpocome di tutte l'opere fabrili e meccanice e mercenaliandarelavorarecolle bracciae simili esserciziine' quali e' primi premi si rendono allafatica e sudore dell'artefice. E sono ancora in noi accommodati a guadagnarequegli essercizii ne' quali l'animo e le membra insieme concorrono all'opera elavoronel quale numero sono e' pittoriscultorie citaristie altri simili.Tutti questi modi del guadagnaree' quali sono in noi si chiamano artie sonoquelle le quali sempre con noi dimoranole quali col naufragio non perisconoanzi insieme co' nudi nuotanoe al continuo seguono compagne della vita nostranutrice e custode delle lode e fama nostra. Fuori di noi le cose atte aguadagnare sono poste sotto imperio della fortunacome trovare tesauri ascosivenirti ereditÓdonazionialle quali cose sono dati uomini non pochi. Moltifanno suo essercizio acquistarsi amicizie di signorirendersi familiari aricchi cittadinisolo sperando indi riceverne qualche parte di ricchezzade'quali si dirÓ a pieno nel luogo suo. E sono que' tutti essercizii nella fortunapostida' quali la nostra industria umana lungi sarÓ esclusa. Solo el caso ecorso delle cose in essi potrÓ satisfare alle espettazioni e desiderii nostri.Niuna nostra opera o consiglio potrÓ ivi acquistarvi se non quanto la fortunavorrÓ con noi liberale essere e facile. E fuor di noi ancora si truovano postiguadagnie' quali si tranno delle cosecome sono usuree come si pigliafrutto da' nostri armentidall'agricolturada' boschie in Toscana da' nostriscopetile quali cose sanza umana faticasanza molta industria fruttano. Sonopoi da questi usciti essercizii quasi infinitine' quali adoperano chi unachiuna altra partechi pi˙ e chi tutte queste da me dette coseanimocorpofortunae cose. Quali essercizii sarebbe prolisso e forse superfluo tuttiannumerarliper˛ che ciascuno da sÚ stessi collo ingegno discorrendo facilepu˛ tutti riconoscerli. Ma poichÚ da questi principii noi tutti gli abbiamoqui in mezzodiÓnci a scegliere qua' sieno pi˙ atti a una magnifica e similealla nostra onoratissima famiglia. E'primi lodati esserciziidicono alcunisono quegli ne' quali la fortuna tienelicenza niunaimperio niunone' quali l'animo e il corpo non serve. La qualesentenza a me sempre parerÓ virile e interissimaimperochÚ se la fortuna nonpotrÓ turbarliquelli a te dureranno utili quanto vorraie se questidureranno a tua voglianon potranno essere certo non utili a te e lieti. Emolto qui a me piace costoro in questa sentenza commendino libertÓper˛ chein quel modo ivi pare escludano usureavariziee tutti e' mercennarii eviziosi guadagnichÚ sapete l'animo sottomesso ad avarizia non si pu˛chiamare liberoe niuna opera mercennaria si truova ben degna di libero enobile animo. Ma che alcuno mi escluda in tutto da' nostri essercizii la fortunanon so quanto sia da consentirli. NÚ so se io qui mi stimo benenon per˛vorrei io errarema quasi cosÝ potrei credere che niuno famoso essercizio sitruova nel quale la fortuna non guidi le prime parti. In le opere militaricredo si pu˛ dire che la vittoria sia figliuola della fortuna. Gli esserciziidelle lettere ancora si truovano sottoposti a mille impeti della fortuna; oramancano e' padri; ora seguano e' parenti invidiosiduriinumani: ora t'asaliscepovertÓora cadi in qualche infortunioper modo che certo non puoi negare lafortuna ivi tenere gran parte d'imperio come sopra delle cose umanecosÝ sopragli studii tuoine' quali tu non puoi molto perseverare sanza copia dellemedesime umane cose sottoposte alla fortuna. E cosÝ adunque in ogni esserciziofamosissimo e glorioso converratti non escludere la fortunama moderarla inprudenza e consiglio. Potresti direragioniamo pure del guadagnonel qualesempre la 'ndustria e prudenza insieme colla sollecitudine e cura troppo valse.Sta bene. Non per˛ ancora mi pare st˘rmi di quella opinionee pure stimocosÝ: s'e' guadagni vengono da nostra industriaquegli saranno non grandiquando la nostra industria e consiglio sarÓ piccolo. De' piccoli traffichiniunoper grande industria che si truovipu˛ ritrarne grandissimi guadagni.Questi pertanto diventeranno maggiori crescendo in noi colle faccende insiemeindustria e opera. Adunque in gran traffichi si truovano e' gran guadagnine'quali io dubito la fortuna non raro vi s'aviluppi in le mercatantie simili aquelle di quegli nostri Albertiquando e' facevano per terra venire dall'ultimaFiandra insino in Firenze lane a un tratto quanto bastava a tutti e' pannieri diFirenze insieme e gran parte di Toscana. Non racontiamo l'altre moltissimemercantie condutte in Firenzetradutte da que' di casa nostra sino dalleestreme provincie con molta spesaper monti e passi asperrimi e difficillimi.Quelle tante lane venivan elle forse fuori delle braccia della fortuna? Quantipericoli passavanoquanti fiumiquante difficultÓ prima ch'elle si posassinoal sicuro! Ladritiranniguerrenegligenzavizio di procuratorie similicasi da ogni banda loro non gli mancavano. CosÝ credo intervenga quasi in tuttele grande faccendein tutti e' traffichi e mercantie degni a una tanto nobile eonesta famiglia. Vogliono essere e' mercatanti cosÝ fatti come furono i nostripassaticome sono i presentie non dubito per avenire sempre saranno i nostriAlberti- fare grande impresecondurre cose utilissime alla patriaserbarel'onore e fama della famigliae di dÝ in dÝ non meno in autoritÓ e in graziacrescere che in pecunia e roba. Potremo adunque statuirecome dicevano colorosia ne' nostri essercizii l'animo mai servosempre liberoil corpo nonsuggetto ad alcuna disonestÓ e turpitudinema sempre ornato di modestia etemperanzae seguasi in quegli essercizii ne' quali la fortuna tenganon vo'dire niunama non troppa licenza. Abbiamoora scelto e' primi migliori essercizii. E' secondi migliori saranno quegli e'quali pi˙ a questi primi s'accosterannoe gli altri appresso saranno que' chemanco giaceranno da' primi lodatissimi essercizii rimossi e luntaniin quali seservirÓ menoe quali anco meno alla fortuna saranno sottoposti. AbbiÓ'glitutti scelti. Ora di questi quali apprenderemo noi? Quegli certocome dissi disoprae' quali pi˙ a noi si confaranno. Poi come gli adopereremo noi? Quiforse si richiederebbe maggiore e pi˙ accurata rispostama per esserebrevissimo vi dar˛ regole generalicolle quali potrete in ogni essercizio nonerrare. Dicovelo: in quel che appartiene all'animofate quanto dicevano coloro:l'animo mai serva. Serve l'animo quando e' sia cupidoavaromiserotimidoinvidiosoo sospettosoimperochÚ i vizii signoreggiano e premono l'animonÚmai lasciano aspirarlo con alcuna libertÓ e leggiadra volontÓ a degnamenteacquistare lode e fama. E come l'infermitÓ del corpo tengono el corpo giacendoe grave in modo che lo 'nfermo non ha libertÓ delle membra suacosÝl'avariziala timiditÓla suspizionela sete del guadagno e gli altri similimorbi dell'animo debilitano la forza dello 'ngegnoe tengono la mente oppressanÚ lasciano el discurso e ragione nell'animo satisfare ad alcuna proprianecessitÓ. E sonocome al corpo vacazion d'ogni doloresinceritÓ di sangue efermezza di membracosÝ all'animo necessarie quietetranquillitÓ e veritÓle quali cosecome le sue a el corpo sono da moderato e netto viverecosÝqueste all'animo nascono da ragione e virt˙. Ma alla virt˙ qual si richiedeall'animosta contro el vizioel quale sempre sta grave e priva la mentecogitazione e operazione degli animi d'ogni virile e dovuta libertÓ. Adunquenon sia vizioso l'animoe non servirÓ; ornisi di virt˙e arÓ libertÓ. Nonsia sottoposto l'animo ad alcuno errorenon si sottometta ad alcuna disonestÓper avanzare aurofugga ogni biasimo per non perdere famanon perda virt˙ peracquistare tesauroimperochÚcome soleva dire Platonequel nobilissimoprincipe de' filosofi: "Tutto l'oro nascoso sotto terratutto l'oroserbato sopra terratutto l'avere del mondo non Ŕ da comparare colla virt˙".Pi˙ vale la virt˙ constante e ferma che tutte le cose sottoposte alla fortunacaduche e fragilipi˙ la fama e nome nutrita da virt˙ che tutti e' guadagni.Troppo sarÓ grandissimo guadagnose noi asseguiremo grazia e lodeper lequali cose solo si cerca vivere in ricchezza. Non servirÓ l'animo adunque perarricchirenÚ constituirÓ el corpo in ozio e deliziema userÓ le ricchezzesolo per non servire. E forse non Ŕ se non spezie di servit˙ sottomettersipregare e suplicare per sovvenire a' bisogni tuoi. Nonpertantosi spregino lericchezzema signoreggisi alle cupiditÓ e nel mezzo della copia e abundanzadelle cose. CosÝ viveremo liberi e lieti. Poi in quello ove s'adopera il corpoperchÚ ogni opera del corpo si pu˛ quasi chiamare servit˙non Ŕ servit˙ amio credere altro che stare sotto imperio altrui. Avere imperio sopra d'alcunocredo sia non altro che fruttare l'opere sue. Qui adunque servasi el manco sipu˛servasi non per premioma per grazia; servasi pi˙ tosto alla famigliasua che agli altripi˙ tosto agli amici che agli stranipi˙ volentieri a'buoni che a' non buoni; la patria vero a tutti si preponga. In quello cheavviene dalla fortuna nolla temeteneanche la desiderate. Se la fortuna vi donaricchezzeadoperatele in lodo e onore vostro e de' vostrisovvenitene agliamiciadoperatele in cose magnifiche e onestissime. Se la fortuna con voi sarÓtenace e avaranon per˛ per questo viverete sollicitinÚ troppo mancocontentineanche prenderete nell'animo gravezza alcuna sperandoaspettando dalei pi˙ che la vi porga. Spregiatela pi˙ tostochÚ facile cosa vi sarÓspregiare quello che voi non arete. E se la fortuna a voi toglie le giÓ date ebene adoperate ricchezzeche si dee fare se non portarlo in pace e forte?Volere con maninconiecon miseria d'animo acquistare o riavere quello che a noisia vietatosarebbe pazziasarebbe serviresarebbe certo essere infelice. Inquello poi procede dalle cosesi vuole esservi nÚ sÝ desidiosonÚ sioccupatoche tu ancora non sia utile agli altri pi˙ lodati essercizii. Agiugnia tutti questi documenti quello che sempre mi parse necessario a tutta la vitasanza il quale nulla rimane lodatonulla sta utilenulla con autoritÓ edignitÓ si conserva; e questo sarÓ quello che darÓ l'ultimo lustro a tutte lenostre operazionipulitissimo e splendidissimo in vitae doppo noi firmissimoe perpetuissimodico la onestÓ. In tutti e' tuoi pensieri e institutiintutti gli atti e modiin tutt'i fattiopere ed esserciziiin tutte le parolein tutte le espettazioniin tutti e' desideriiin tutte le volontÓin tuttigli appetitiin ogni qualunque sia nostra cosa consiglierenci sempre collaonestÓla quale sempre fu ottima maestra delle virt˙fedele compagna dellelodibenignissima sorella de' costumireligiosissima madre d'ognitranquillitÓ e beatitudine al vivere. E non sia inetta al proposito questasimilitudine: stimate che l'ombra nostra sia questa divina e santissima onestÓla quale sempre presente intendeconoscepon mentegiudica quantoin chemodoe a che fine qui noi adoperiamo e facciamo; cosÝ tutto notatuttodistinguetutto essaminatutto ci va considerando; del ben fare graziosa tilodaabondante ti ringraziamolto ti porge dignitÓ e autoritÓ; del maleirata ti sgridaveemente t'acusaturbata ridicepromulga a tutti el vizio eil vituperio tuo. Con questa cosÝ fatta onestÓ adunque fate che voi viconsigliate sempree con molta reverenza e osservanza seguite el consiglio suoel quale sempre sarÓ interissimo e maturissimonon manco e utilissimo.L'onestÓ mai ti lascerÓ serviresempre sarÓ tuo scudo verso gl'impeti dellafortunanÚ mai seguendo e ubidendo suoi comandamenti e consiglicosamaravigliosa e incredibilemai di tuo alcuno detto o fatto arai da penterti. EcosÝ sempre satisfacendo al giudicio della onestÓ ci troverremo ricchilodatiamati e onorati. Ma se il vizioso non si consiglierÓnon seguirÓ elgiudicio e ricordo della onestÓlui mai si troverrÓ contentoricconÚlodatonÚ amatonÚ felicee infinite volte vorrebbe pi˙ tosto esserepovero che vivere ricco con quelle molte reprensioni acerbissimele quali e'disonesti al continuo patiscono ne' loro animi. E stimate sempre che manco nuocela povertÓ che il disonoree pi˙ giova la fama e grazia che tutte lericchezze. Ma di questo sarÓ altrove da disputarne. Noi vero qui ciconsiglieremo in ogni nostra viain ogni spassonon colla utilitÓnon collavoluttÓma colla onestÓ. Sempre daremo luogo alla onestÓche con noi siacome un publicogiustopratico e prudentissimo sensaleel quale misuripesianoveri molto bene pi˙ voltee stimi e pregi ogni nostro attofattopensieroe voglia. E cosÝ con lei diventeremose non di molta roba ricchialmeno difamalodograzia e favore e onore abundantissimicose tutte da preporre aqual si sia grandi e amplissime ricchezze. CosÝ adunque faremo. Saracci semprel'onestÓ presso e a frontetemerÚlla e amerÚlla. Credo per ora qui bastinoquesti come generali documenti a non essere povero. Noi non cerchiamo altro. Lericchezze si vogliono per non aver bisognoe troppo a me sarÓ colui ricco achi nulla bisognerÓ; e chi come abbiamo detto sÚ stessi esserciterÓcostuicertamente di nulla arÓ bisognoanzi pi˙ tosto d'ogni onesta cosa abonderÓ.PoichÚ noi cosÝ testÚ abbiamo veduto quali sieno e' pi˙ utili esserciziipi˙ da pigliaree in che modo s'abbia a reggervisiora veggo vorrestispiegassimo e riconoscessimo qua' sian questi esserciziicome sieno chiamatise sono que' dell'armequegli dell'agriculturao quelli delle scienze e artio vero pur quegli della mercantiae usciti di questi essercizii disiderrestiudire della masseriziala quale dissi era delle due l'una a diventar ricco.BATTISTA SÝ. Ma pon menteCarloe' mi paresentire... LIONARDO E anche a me. Ben telo dissiBattistae tu vedi testÚche apunto in sul pi˙ fermo nostroragionare... CARLO Egli Ŕ Ricciardo.BATTISTA SÝ? CARLOSÝ. LIONARDO AndiÓ'gli contropoidomani per tempo saremo qui insieme. BATTISTASta bene. VÓ. Io ti seguo.

PROEMIO DEL LIBRO TERZO

A FRANCESCO D'ALTOBIANCO ALBERTI

Messere Antonio Albertiuomo litteratissimo tuo zioFrancescoquantonostro padre Lorenzo Alberti a noi spesso referivanon raro solea co'suoi studiosi amici in que' vostri bellissimi orti passeggiando disputarequale stata fosse perdita maggiore o quella dello antiquo amplissimonostro imperioo della antiqua nostra gentilissima lingua latina. NÚdubitava nostro padre a noi populi italici cosÝ trovarci privati dellaquasi devuta a noi per le nostre virt˙ da tutte le genti riverenza eobedienzamolto essere minore infelicitÓ che vederci cosÝ spogliati diquella emendatissima linguain quale tanti nobilissimi scrittori notoronotutte le buone arti a bene e beato vivere. Avea certo in sÚ l'anticonostro imperio dignitÓ e maiestÓ maravigliosaove a tutte le gentiamministrava intera iustizia e summa equitÓma tenea non forse minoreornamento e autoritÓ in un principe la perizia della lingua e letterelatine che qualunque fosse altro sommo grado a lui concesso dalla fortuna.E forse non era da molto maravigliarsi se le genti tutte da natura cupidedi libertÓ suttrassero sÚe contumace sdegnorono e fuggirono e' dittinostri e leggi. Ma chi stimasse mai sia stato se non propria nostrainfelicitÓ cosÝ perdere quello che niun ce lo suttrasseniun se lorapÝ? E pare a me non prima fusse estinto lo splendor del nostro imperioche occecato quasi ogni lume e notizia della lingua e lettere latine. Cosamaravigliosa intanto trovarsi corrotto o mancato quello che per uso siconservae a tutti in que' tempi certo era in uso. Forse potrebbesigiudicare questo conseguisse la nostra suprema calamitÓ. Fu Italia pi˙volte occupata e posseduta da varie nazioni: GalliciGotiVandaliLongobardie altre simili barbare e molto asprissime genti. Ecome onecessitÓ o volontÓ induceai popoliparte per bene essere intesiparte per pi˙ ragionando piacere a chi essi obedianocosÝ apprendevanoquella o quell'altra lingua forestierae quelli strani e avventiziiuomini el simile se consuefaceano alla nostracredo con molti barbarismie corruttela del proferire. Onde per questa mistura di dÝ in dÝinsalvatichÝ e viziossi la nostra prima cultissima ed emendatissimalingua.

NÚ a me qui pare da udire coloroe' quali di tanta perditamaravigliandosiaffermano in que' tempi e prima sempre in Italia esserestata questa una qual oggi adoperiamo lingua communee dicono non potercredere che in que' tempi le femmine sapessero quante cose oggi sono inquella lingua latina molto a' bene dottissimi difficile e oscuree perquesto concludono la lingua in quale scrissero e' dotti essere una quasiarte e invenzione scolastica pi˙ tosto intesa che saputa da' molti. Da'qualise qui fusse luogo da disputaredimanderei chi apresso gli antichinon dico in arti scolastice e scienzema di cose ben vulgari e domesticema' scrivesse alla mogliea' figliuolia' servi in altro idioma che soloin latino. E domanderei chi in publico o privato alcuno ragionamento maiusasse se non quella unaquale perchÚ a tutti era communeper˛ inquella tutti scrivevano quanto e al popolo e tra gli amici proferiano. Eancora domanderei se credono meno alle strane genti essere difficilenetto e sincero profferire questa oggi nostra quale usiamo linguache anoi quella quale usavano gli antichi. Non vediamo noi quanto sia difficilea' servi nostri profferire le dizioni in modo che sieno intesisoloperchÚ non sannonÚ per uso possono variare casi e tempie concordarequanto ancora nostra lingua oggi richiede? E quante si trovorono femmine aque' tempi in ben profferire la lingua latina molto lodateanzi quasi ditutte pi˙ si lodava la lingua che degli uominicome dalla conversazionedell'altre genti meno contaminata! E quanti furono oratori in ognierudizione imperiti al tutto e sanza niuna lettera! E con che ragionearebbono gli antichi scrittori cerco con sÝ lunga fatica essere utili atutti e' suoi cittadini scrivendo in lingua da pochi conosciuta? Ma nonpar luogo qui stenderci in questa materia; forse altrove pi˙ a pieno diquesto disputarÚno. BenchÚ stimo niuno dotto negarÓ quanto a me parequi da credereche tutti gli antichi scrittori scrivessero in modo che datutti e' suoi molto voleano essere intesi.

Se adunque cosÝ erae tuFrancescouomo eruditissimocosÝ reputiqual giudicio di chi si sia ignorante sarÓ apresso di noi da temere? Echi sarÓ quel temerario che pur mi perseguiti biasimando s'io non scrivoin modo che lui non m'intenda? Pi˙ tosto forse e' prudenti mi loderannos'ioscrivendo in modo che ciascuno m'intendaprima cerco giovare amolti che piacere a pochichÚ sai quanto siano pochissimi a questi dÝe' litterati. E molto qui a me piacerebbe se chi sa biasimareancoraaltanto sapesse dicendo farsi lodare. Ben confesso quella antiqua latinalingua essere copiosa molto e ornatissimama non per˛ veggo in che siala nostra oggi toscana tanto d'averla in odioche in essa qualunquebenchÚ ottima cosa scritta ci dispiaccia. A me par assai di presso direquel ch'io voglioe in modo ch'io sono pur intesoove questi biasimatoriin quella antica sanno se non taceree in questa moderna sanno se nonvituperare chi non tace. E sento io questo: chi fusse pi˙ di me dottootale quale molti vogliono essere riputaticostui in questa oggi communetroverrebbe non meno ornamenti che in quellaquale essi tanto prepongonoe tanto in altri desiderano. NÚ posso io patire che a molti dispiacciaquello che pur usanoe pur lodino quello che nÚ intendononÚ in sÚcurano d'intendere. Troppo biasimo chi richiede in altri quello che in sÚstessi recusa. E sia quanto dicono quella antica apresso di tutte le gentipiena d'autoritÓsolo perchÚ in essa molti dotti scrisserosimilecerto sarÓ la nostra s'e' dotti la vorranno molto con suo studio evigilie essere elimata e polita. E se io non fuggo essere come intesocosÝ giudicato da tutti e' nostri cittadinipiaccia quando che sia a chimi biasima o deponer l'invidia o pigliar pi˙ utile materia in qual sÚdemonstrino eloquenti. Usino quando che sia la perizia sua in altro che invituperare chi non marcisce in ozio. Io non aspetto d'essere commendato senon della volontÓ qual me muove a quanto in me sia ingegnoopera eindustria porgermi utile a' nostri Alberti; e parmi pi˙ utile cosÝscrivendo essercitarmiche tacendo fuggire el giudicio de' detrattori.

Per˛Francesco miocome vedesti di soprascrissi duo librinelprimo de' quali avesti quanto in le bene costumate famiglie siano e'maggiori verso la giovent˙ desti e prudentie quanto a' minori verso de'vecchi sia debito e officio faree ancora trovasti quanta diligenza siarichiesta da' padri e dalle madri in allevare e' figliuoli e farlicostumati e virtuosi. El secondo libro recit˛ quali cose s'avessero aconsiderare maritandosie narr˛ quanto allo essercizio de' giovani s'apartenea.Persino a qui adunque abbiÓn fatta la famiglia populosa e avviata adiventar fortunata; oraperchÚ la masserizia si dice essere utilissima aben godere le ricchezzein questo terzo libro troverrai descritto unpadre di famigliael quale credo ti sarÓ non fastidioso leggere; chÚsentirai lo stile suo nudosimplicee in quale tu possa comprenderech'io volli provare quanto i' potessi imitare quel greco dolcissimo esuavissimo scrittore Senofonte. Tu adunqueFrancescoperchÚ sempreamasti mesempre a te piacquero le cose mieleggerai questo buon padredi famigliada cui vedrai come prima sÚ stessi e poi ciascuna sua cosabene governi e conservi. E stimerai ch'io desidero non satisfare a' meritituoi verso di me mandandoti questo libro quasi come pegno e segno dellanostra amiciziama giudicherai me molto pi˙ a te rendermi obligato oveio dimander˛ da te che tu duri fatica in emendarmiacci˛ che noilasciamo a' detrattori tanto men materia di inculparci. LeggimiFrancescomio suavissimoe quanto fai amami.

 

 

LIBRO TERZO

LIBER TERTIUS FAMILIE: ECONOMICUS

Avea giÓ datoci a pi˙ cose risposta Lionardodelle quali Carlo e iocirca i ditti di sopra ragionamenti o dubitavamo o non bene ciricordavamoe avea cominciato grandemente a lodarci della diligenza laquale Carlo e io avÓmo tenuta la notte passata in trascrivere inbrevissimi commentarii quanto il dÝ di sopra nelle udite sue disputazionitenevamo. In questoGiannozzo Albertouomo per sua grandissima umanitÓe per suoi costumi interissimi da tutti chiamato e riputatocomeveramente erabuonosopragiunse. Venia per vedere Ricciardo. Salutocci edomand˛ quanto si sentisse bene Lorenzoe quanto si fusse confortato perla giunta del fratello. Lionardo lo ricevŔ con molta riverenza e disse: -Ben vorreiGiannozzovoi fossi qui ieri da sera stato quando Ricciardoqui giunse.

GIANNOZZO Bene arei cosÝ voluto. Nollo seppi in tempo.

LIONARDO Sarebbevi l'animocredotutto intenerito. Stavasi Lorenzopur grave a dire il veropur deboleGiannozzo. Questo suo male verso lasera il priemee pi˙ lo tiene la notte grave che il dÝ. SentÝ Lorenzoe conobbe la voce del fratello quasi come lasso si destasse. Alz˛ su gliocchi insieme e lev˛ alquanto una mano con tutto il braccio scoperto elasciollo un poco pi˙ lÓ ricaderee sospir˛e volgendosi verso elfratello lo mirava ben fisoe in tutto che fosse debolissimo purs'aiutava ad onorarlo. Porsegli la mano. Ricciardo si gli accost˛ecosÝ presi si tenerono non piccolo spazio abbracciati. L'uno e l'altropareva volesse salutarsi e dire pi˙ cosema nulla potesse profferire.Lacrimorono.

GIANNOZZO AhcaritÓ!

LIONARDO Poi si lasciorono l'uno l'altro. Ricciardo si sforzava moltonon parere piangioso. Lorenzodoppo un pocole prime sue parole furonoqueste: "Fratello mioBattista costÝ e Carlo ormai sarannotuoi". Non fu tra noi chi pi˙ potesse tenere le lacrime.

GIANNOZZO O pietÓ! E Ricciardo?

LIONARDO Pensatelo voi.

GIANNOZZO O fortuna nostra! Ma come si sente Ricciardo?

LIONARDO Pur bene di quello ch'io veggia.

GIANNOZZO Io venia per vederlo.

LIONARDO Credo io lui testÚ si posa.

GIANNOZZO Non suole Ricciardo cosÝ essere pigro e sonnolento. Mai mista in mente vidi uomo pi˙ che Ricciardo desto e sempre adoperarsi.

LIONARDO Non vi maravigliateGiannozzose Ricciardo soprastÓalquanto ricreandosi. Stanotte molto si ripos˛ tardirotto pelcamminaree forse coll'animo da molti pensieri stracco e convinto.

GIANNOZZO Troppo bene a noi vecchiacciuoli ogni piccolo travaglionuoce. Questo pruovo io testÚ in me. Stamani in su la prima aurora perservire allo onore e utile d'uno mio amico io sali' in Palagio. Non futempo ivi a quello ch'io volea; vennine qua ratto. Se in questo mezzosalutassi Ricciardopotrei ire al tempio a vedere il sacrificio e adorareIddiopoi tornerei a fare quanto allo amico mio bisognasse. Ora qui a mepare essere tutto rottotutto sono lasso. Per certo questi dÝ serotinifanno a noi il contrario che agli arbori. Sogliono e' dÝ serotinialleggerirespogliare e diffrondare gli alberi. Vero a noi vecchietti e'dÝ serotini nella etÓ nostra ci caricano e veston di molta ombra eaffanno. E cosÝfigliuoli mieichi pi˙ ci vive pi˙ ci piange inquesto mondo. Quello mio amicoanche lui si sente carico d'anni e dipovertÓe se io non traprendessi parte de' suoi incarichisallo Iddioin quanta miseria giacerebbe.

LIONARDO Adunque non sanza cagione da' nostri e dagli altri tutti visentoGiannozzoappellare buonopoichÚ per molte altre ragioni e perquesta ancora cosÝ meritateche mai vi sentite sazio di molto servireagli amicisollevare e' miserisovvenire agli affannati. Ma sedeteGiannozzo. Voi siete straccoe a questa etÓ si conviene cosÝ. Sedete.

GIANNOZZO Or sÝfar˛. Intendi per˛Lionardoquesto m'intervieneda non molti anni in qua. Non posso affaticarmi a gran parte quanto iosoleva.

LIONARDO E quante ancora cose a voi era consuetudine fare giovanequale ora non faresti vecchio! E piÓcevi testÚ quante altre che alloraforse non vi pareano grate!

GIANNOZZO MolteLionardo mio. E' mi ricorda quando io era giovanesesi facevacome spesso in quelli tempiin quello buono stato della terranostra si facevagiostre o simile alcuno publico giuocola maggiorecontenzione tra' miei vecchi e me era questa unaper˛ che io insieme congli altri al tutto volea uscire in mezzo a farmi valere. Tornavano quellidi casa nostra sempre con molta lode e pregio. Io di questo godea tra mestessima pure e' mi dolea non essere stato di quelli uno in affannarmi ecome gli altri meritare. O famiglia Albertache sempre vedevi altretantipi˙ che di tutte le maggiori famiglie di Firenze nostra giovent˙ Albertaa mezzo il campo trascorrere lietaanimosaatta nell'armi! Tutto ilpopolo parea non avesse cura ad altri che a' nostri Alberti; non sapea ilpopolo lodare chi non era Alberto; pareva a ciascuno frodare de' meritinostrise ivi si lodava altri che noi Alberti. Iopensacome dall'unolato godea della tanta grazia in quale giustamente erano i nostri Albertie dall'altro latostima tuLionardouno giovane che abbia l'animo destoe virilequale in quelli tempi era il miogli sarÓ troppa molestia nonpotendo come desidera essere tra quelli suoifarsi mirare da tutti elodare. CosÝ a me intervenia. Io aodiava chiunque me ne stoglievae ogniparola di quelli nostri vecchi allora mi pareva veramente alle orecchiemieLionardouna sassata. Non poteva ascoltarli quando e' misgomentavano tutti insiemee dicevano la giostra essere giuocopericolosodi niuno utiledi molta spesaatta ad acquistarsi pi˙invidia che amistÓpi˙ biasimo che lodoesservi troppe sciagurenascervi questioniavermi pi˙ caro che io non pensava nÚ forsemeritava. E io quetoaccigliato. Poi appresso quelli pur numeravano moltestorie di quanti erano usciti di quelle armi parte mortiparte in tuttoil resto della vita inutili e guasti. Fare'ti ridere se io ti contassi conquante astuzie pi˙ volte cercai ottenere licenza da' miei maggiorisenzale cui voluntÓ arei nÚ in quellonÚ in altra cosa mai fatto nulla.Interposi pregatoriparentiamici e amici degli amici. Dissi averlopromessoeravi chi affirmava me averlo giurato a' compagni. Nullagiovava. Pertanto fu volta che io volea loronon quanto io soleabene.Ben conosceva io tutto farsi perchÚ io era loro pur troppo caroeperchÚ amorevoli temevano a me non intervenisse qualche sciaguracomespesso a' ben robusti e a' molto valenti interviene o in la persona onello onore. Ma pure e' mi parevano odiosi in tanto dissuadermi e cosÝessere contro a questa mia virile voglia troppo ostinati. E molto pi˙ midispiacevano quando io stimava lo facessino per masseriziacome eglieranosaipur buoni massaiottiquale io testÚ sono diventato. E inquelli tempi era giovanespendeva e largheggiava.

LIONARDO Testeso?

GIANNOZZO TestÚLionardo miosono io prudentee cognosco chi gettavia il suo essere pazzo. Chi non ha provato quanto sia duolo e fallace a'bisogni andare pelle mercÚ altruinon sa quanto sia utile il danaio. Echi non pruova con quanta fatica s'acquistifacilmente spende. E chi nonserva misura nello spenderesuole bene presto impoverire. E chi vivepoverofigliuoli mieiin questo mondo soffera molte necessitÓ e moltistentie meglio forse sarÓ morire che stentando vivere in miseria.SicchÚLionardo mioquello proverbio de' nostri contadinicredi a mecome a chi in questo possa per pruova e conoscimento non pi˙ essernecertocosÝ comprendo che gli Ŕ verissimo: "Chi non truova ildanaio nella sua scarsella molto manco il troverrÓ in quellad'altrui". Figliuoli mieie' si vuole essere massaioe quanto dauno mortale inimico guardarsi dalle superflue spese.

LIONARDO Non credo per˛Giannozzoin questo tanto fuggire le spese avoi piaccia nÚ esserenÚ parere avaro.

GIANNOZZO Dio me ne guardi! Avaro sia chi male ci vuole. Nulla sitruova tanto contrario alla fama e grazia degli uomini quanto la avarizia.E qual sarÓ sÝ chiara e nobile virt˙ alcunala quale non stia oscuratae isconosciuta sotto della avarizia? Ed Ŕ cosa odiosissima quanto alcontinuo abita in l'animo degli uomini troppo stretti e avarigranrodimento e grave molestia ora affannata in congregareora adolorata perqualche fatta spesale quali cose pessime sempre vengono agli avari. Maigli veggo lietimai godono parte alcuna delle sue fortune.

LIONARDO Chi non vuole parere avarolo tiene necessitÓ esserespendente.

GIANNOZZO E anche a chi vuole parere non pazzogli sta necessitÓessere massaio. Ma se Dio t'aiutiperchÚ non Ŕ egli da volere primaessere massaio che spendente? Queste spesecredete a meil quale omaiper uso e pruova intendo qualche cosaqueste simili spese non moltonecessarie tra' savi sono non lodatee mai vidie cosÝ stimo voivederete mai fatta sÝ grandenÚ sÝ abondante spesanÚ sÝ magnificach'ella non sia da infiniti per infiniti mancamenti biasimata: sempre v'Ŕstato o troppo quellao manco quella altra cosa. Vedetelo se unoapparecchia uno convitobenchÚ il convito sia spesa civilissima e quasicenso e tributo a conservare la benivolenza e contenere familiaritÓ tragli amici: lasciamo adrieto il tumultola sollecitudinegli altriaffanni: quello si vorrÓquesto bisognerÓanzi questo altro; iltrambustole seccaggineche prima ti senti stracco che tu abbicominciato a disponere alcuno apparecchio; e anche passiamo il gittare viala robascialacquamentistrusciamenti per tutta la casa: nulla pu˛stare serratoperdesi questodomandasi questo altro; cerca di quaaccatta da coluicomperaspendirispendigetta via. Agiugni qui dipoie' ripetii e molti pentimentiquali tu e col fatto e doppo nell'animoportiche sono affanni e stracchezze inestimabili e troppe dannosedellequali tuttespentone il fummo alla cucinaspentone ogni graziaLionardoogni graziae apena ne se' guatato in fronte. E se la cosa Ŕ itaalquanto assettatapochi ti lodano di veruna tua pompae molti tibiasimano di poca larghezza. E hanno questi molto bene ragione. Ogni spesanon molto necessaria non veggo io possa venire se non da pazzia. E chi incosa alcuna diventa pazzogli fa mestiero ivi in tutto essere pazzoimperochÚ volere essere con qualche ragione pazzo sempre fu doppia eincredibile pazzia. Ma lasciamo andare tutte queste cosequali sonopiccole a petto a quest'altrele quali testÚ diremo. Queste simili spesedel convivare e onorare gli amici possono una o due volte l'anno venireeseco portano ottima medicinachÚ chi una volta le pruovase giÓ costuinon sarÓ fuori di sÚcredo fuggirÓ la seconda. Vieni tu stessiLionardoqui apresso uno poco pensando. Pon mente che niuna cosa pi˙sarÓ atta a fare ruinare non solo una famigliama uno comuneuno paesequanto sono questi...come gli chiamate voi ne' vostri libriquesti e'quali spendono sanza ragione?

LIONARDO Pr˛digi.

GIANNOZZO Chiamali come tu vuoi. S'io avessi di nuovo a imporli nomeche potre' io chiamarli se non molto male che Iddio loro dia? SviÓti chee' sono da sÚ moltoe' isviano altrui. L'altra giovent˙com'Ŕcorrotto ingegno de' giovani trarre pi˙ tosto a' sollazzosi luoghi chealla bottegaridursi pi˙ tosto tra giovani spendenti che tra vecchimassaiveggono questi tuoi pr˛digi abondare d'ogni sollazzosubito ivis'accostanodÓnnosi con loro alle lasciviealle delicatezzeallo oziofuggono i lodati esserciziipongono la loro gloria e felicitÓ in gittarvianon amano essere quanto si richiede virtuosipoco stimano ognimasserizia. Veroe chi di loro mai potesse diventare virtuoso vivendoassediato da tanti assentatori ghiottibugiardie da tutte le turme de'vilissimi e disonestissimi uominitrombettisonatoridanzatoribuffoniruffianifrastaglilivree e frange? E forse che tutta questabrigatina non concorre a fare cerchio in su l'uscio a chi sia prodigocome a una scuola e fabrica de' viziionde e' giovani usati a tale vitanon sanno uscirne? O! per continuarviDio buonoche non fanno egli dimale! Rubano il padreparentiamiciimpegnanovendono. E chi maipotrebbe di tanta perversitÓ dirne a mezzo? Ogni dÝ senti nuovirichiamiogni ora vi cresce fresca infamiaal continuo si stendemaggiore odio e invidia e nimistÓ e biasimo. Alla fineLionardo mioquesti pr˛digi si truovano poveri in molta etÓsanza lodoconpochissimianzi con niuno amico; imperochÚ quelli goditori leconiqualie' riputavano in quelle grande spese essere amicie quelli assentatoribugiardie' quali lodavano e chiamavano virt˙ lo spenderecioŔ ildiventare poveroe col bicchiere in mano giuravano e promettevano versarela vitatutti questi sono fatti come tu vedi e' pesci: mentre l'escanuota a gallae' pesci in grande quantitÓ germugliano; dileguata l'escasolitudine e diserto. Non mi voglio stendere in questi ragionamentinÚdartene essemplio racontarti quanti io n'abbia con questi occhi vedutiprima ricchissimipoi per sua poca masserizia stentareLionardochÚsarebbe lunga narrazione; non ci basterebbe il dÝ. SicchÚ per esserebrieve dico cosÝ: quanto la prodigalitÓ Ŕ cosa malacosÝ Ŕ buonautile e lodevole la masserizia. La masserizia nuoce a niunogiova allafamiglia. E dicoticonosco la masserizia sola essere sofficiente amantenerti che mai arai bisogno d'alcuno. Santa cosa la masserizia! equante voglie lascivee quanti disonesti appetiti ributta indrieto lamasserizia! La giovent˙ prodiga e lascivaLionardo mionon dubitaresempre fu attissima a ruinare ogni famiglia. I vecchi massari e modestisono la salute della famiglia. E' si vuole essere massaionon fossequesto per altro se none che a te stessi resta nell'animo una consolazionemaravigliosa di viverti bellamente con quello che la fortuna a teconcesse. E chi vive contento di quello che possiedea mio parere nonmerita essere riputato avaro. Questi spendenti veramente sono avariiquali perchÚ e' non sanno saziarsi di spenderecosÝ mai si sentonopieni d'acquistare e da ogni parte predare questo e quello. Non stimassitu per˛ essermi grata alcuna superchia strettezza. Ben confesso questo; ame pare da dislodare troppo uno padre di famiglia se non vive pi˙ tostomassaio che godereccio.

LIONARDO Se gli spenditoriGiannozzodispiacionochi non spenderÓvi doverÓ piacere. L'avariziabench'ella stiacome dicono questi saviin troppo desiderareella ancora sta in non spendere.

GIANNOZZO Bene dici il vero.

LIONARDO E l'avarizia dispiace?

GIANNOZZO SÝ troppo.

LIONARDO Adunque questa vostra masserizia che cosa sarÓ?

GIANNOZZO Tu saiLionardoche io non so lettere. Io mi sono in vitaingegnato conoscere le cose pi˙ colla pruova mia che col dire d'altruiequello che io intendo pi˙ tosto lo compresi dalla veritÓ chedall'argomentare d'altrui. E perchÚ uno di questi i quali leggono tuttoil dÝa me dicesse "cosÝ sta"io non gli credo per˛ se iogiÓ non veggo aperta ragionela quale pi˙ tosto mi dimonstri cosÝessereche convinca a confessarlo. E se uno altro non litterato mi adducequella medesima ragionecosÝ crederr˛ io a lui senza allegarviautoritÓcome a chi mi dia testimonianza del librochÚ stimo chiscrisse pur fu come io uomo. SÝ che forse io testÚ non sapr˛ cosÝ a terispondere ordinato quanto faresti tu a meche tutto il dÝ stai collibro in mano. Ma vedi tuLionardoquelli spenditoride' quali io tidissi testÚdispiaciono a meperchÚ eglino spendono sanza ragioneequelli avari ancora mi sono a noiaperchÚ essi non usano le cose quandobisognae anche perchÚ quelli medesimi desiderano troppo. Sa' tu qualimi piaceranno? Quelli i quali a' bisogni usano le cose quanto basta e nonpi˙l'avanzo serbano; e questi chiamo io massai.

LIONARDO Ben v'intendoquelli che sanno tenere il mezzo tra il poco eil troppo.

GIANNOZZO SÝsÝ.

LIONARDO Ma in che modo si conosce egli quale sia troppoquale siapoco?

GIANNOZZO Leggermentecolla misura in mano.

LIONARDO Aspetto e desidero questa misura.

GIANNOZZO Cosa brevissima e utilissimaLionardoquesta. In ogni speseprevedere ch'ella non sia maggiorenon pesi pi˙non sia di pi˙ numeroche dimandi la necessitÓnÚ sia meno quanto richiede la onestÓ.

LIONARDO O Giannozzoquanto giova pi˙ nelle cose di questo mondo unosimile sperto e pratico che uno rozzo litterato!

GIANNOZZO Che dici tu? Non avete voi queste cose tutte ne' librivostri? Eppur si dice nelle lettere si truova ogni cosa.

LIONARDO CosÝ pu˛ esserema io non mi ricordo altrove averletrovate. E se voi sapessiGiannozzoquanto ci siate utile e beneaccaduto a propositovoi ve ne maraviglieresti.

GIANNOZZO Dici tu il vero? Io godo se io vi sono utile in cosa alcuna.

LIONARDO Utilissimo. Questi giovani quiBattista e Carlodesideravanoudire della masserizia qualche buono documentoe io insieme con lorobramava il simile. Ora da chi poteriamo noi udirne pi˙ a pieno e con pi˙veritÓ che da voiil quale siete tra' nostri riputato nÚ sÝ spendenteche in voi non sia onestissima masserizianÚ sÝ sete massaio che uomovi possa riputare non liberale? Per˛ voglio avervi pregatopoichÚ lamasserizia Ŕ sÝ utilissimanon vogliate noi non la conosciamo pi˙tosto da voida cui l'udiremo con pi˙ fede e con pi˙ veritÓ che daaltriil quale c'insegnerebbe forse pi˙ tosto essere avaro che veromassaio. SeguiteGiannozzodirci quello sentite di questa santamasseriziache spero udiremo da voi come sino a qui cosÝ del resto coseelettissime.

GIANNOZZO Io non saprei dirvi di no per rispetto alcunopregandomi tuLionardo. E' m'Ŕ debito fare cose piaccino a' miei. E tanto pi˙ voglioessere facile a narrarvi quello quale per pruova alla masserizia conoscoquanto voi avete vogliae quanto a voi sarÓ utilissimo avermi udito. NÚvoi avete pi˙ desiderio d'udirmi che io di farvi massai. E dicovi tantoa me questo giova la masserizia: se io mi truovo in fortuna alcunacomemi truovograzia d'Iddiomezzanamente ben postoio vi posso direavermivi pi˙ per masserizia che per altra industria alcuna. Vero... Masedete. SiediLionardo. Questi garzoni staranno in piŔ.

LIONARDO Sto bene.

GIANNOZZO Siedi.

LIONARDO Sedete voi. Sapete il costume nostro di casa. In presenza deipi˙ atempati fu mai chi s'asedesse.

GIANNOZZO SÝfuori in publico. Questi saranno ragionamenti tra noi incasautili a noi. Siedi. Egli Ŕ meglio lasciarsi vincere ubidendo chevolere fare a suo modo stimando parere costumato. Siedi. Or benechediciavamo noi della masserizia? Ch'ella era utile. Io non so quelli vostrilibri quello se ne vogliano; io vi dir˛ di meche masserizia sia la miadi che cose e in che modo. Che la masserizia sia utilenecessariaonestae lodata stimo niuno dubita. Che se ne dice apresso de' vostri libri?

LIONARDO Che stimate voiGiannozzose nonecome voi dicestiquelliantichi scrittori fussero uomini come testÚ sete voi?

GIANNOZZO SÝma pi˙ dotti. E se cosÝ non fossel'opere loro nonviverebbono tante etÓ.

LIONARDO Confessoloma a mio parere e' non dicono per˛ di questesimili altro che quello se ne vegga per ogni diligente padre di famiglia.Che poterebbono essi dire pi˙ che voi in sul fatto stessi ve ne vediatecon l'occhio e colla pruova? Troppo diconose non fusse chi serbassesarebbe stultizia portare in casa il guadagnatoe anche sarebbe non mancoda ridere se uno volesse serbare quello che non li fusse arecato.

GIANNOZZO SÝ. Ohquanto e' dicono bene! Che giova guadagnare se nonse ne fa masserizia? L'uomo s'afatica guadagnando per avÚllo a' bisogni.Procaccia nella sanitÓ pella infirmitÓe come la formica la state pelverno. A' bisogni adunque si vuole adoperare le cose; non bisognandoserbÓlle. E cosÝ hai: tutta la masserizia sta non tanto in serbare lecose quanto in usarle a' bisogni. Intendi?

LIONARDO SÝ beneper˛ che non usare a bisogni sarebbe avarizia ebiasimo.

GIANNOZZO Ancora e danno.

LIONARDO Danno?

GIANNOZZO Grande. Ha' tu mai posto mente a queste donnicciuolevedovette? Elle ricolgono le mele e l'altre frutte. TŔngolle serratesŔrballenÚ prima le guaterebbono s'elle non fossero magagnate eguaste. Fanne conto; troverrai ch'ella n'averÓ a gittare e' tre quartipelle finestree pu˛ dire averle serbate per gittarle. Non era megliostolta vecchierellagittare quelle poche primeprendere le buone pellatua mensadonarle? Non si chiama serbare questoma gittare via.

LIONARDO E quanto meglio! Arebbene qualche utileo vero gliene sarebberenduto pur qualche grazia.

GIANNOZZO Ancora: e' cominci˛ a piovere una gocciola in sulla trave.L'avaro aspettava domanie di nuovo posdomane. Pioveva ancora; l'avaronon volle entrare in spesa. Di nuovo ancora ripiove; all'ultimo il travecorroso dalle piove e frollo si tronc˛. E quello che costava uno soldoora costa dieci. Vero?

LIONARDO Spesso.

GIANNOZZO Per˛ vedi tu ch'egli Ŕ danno questo non spendere e nonsapere usare le cose al bisogno. Ma poichÚ la masserizia sta in usare eserbare le coseveggiamo quale cose s'abbino a usare e serbare. E qui inprima a me pare che volere usare e serbare le cose altrui sarebbe oarroganzao violenza al tutto o ingiustizia. Dico io bene?

LIONARDO Molto.

GIANNOZZO Per˛ conviene le cose di che noi abbiÓno a essere veri esolliciti massai veramente siano nostre. Ora quali saranno elleno?

LIONARDO Io odo dire la moglie miae' figliuoli mieila casa mia.Forse queste?

GIANNOZZO Oh! questeLionardo mionon sono nostre. Quello che io tiposso t˘rre a ogni mia postadi chi sarÓ. Tuo?

LIONARDO Pi˙ vostro.

GIANNOZZO La fortuna pu˛ ella a ogni sua posta t˘rci mogliefigliuoliroba e simili cose?

LIONARDO Pu˛ certo sÝ.

GIANNOZZO Adunque sono elle pi˙ sue che nostre. E quello che a te maipu˛ essere tolto in modo alcunodi chi sarÓ?

LIONARDO Mio.

GIANNOZZO Pu˛ egli a te essere tolto questo che a tua posta tu amidesideriappetiscasdegni e simili cose?

LIONARDO Certo no.

GIANNOZZO Adunque simili cose sono tue proprie.

LIONARDO Vero dite.

GIANNOZZO Ma per dirti brievetre cose sono quelle le quali uomo pu˛chiamare sue propriee sono in tanto che dal primo dÝ che tu venisti inluce la natura te le diede con questa libertÓche tu l'adoperi e bene emale quanto a te pare e piacee comand˛ la natura a quelle sempre stianopressotinÚ mai persino all'ultimo dÝ si dipartano di sieme da te.L'una di queste sappi ch'ell'Ŕ quello mutamento d'animo col quale noiappetiamo e ci cruciamo tra noi. Voglia la fortuna o nopure sta in noi.L'altro vedi ch'egli Ŕ il corpo. Questo la natura l'ha subietto comestrumentocome uno carriuolo sul quale si muova l'animae comand˛gli lanatura mai patisse ubidire ad altri che all'anima propria. CosÝ si vedein qualunque animale si sia rinchiuso e subietto ad altrimai requia perliberarsi e rendersi proprio a sÚper adoperare sue alie o piŔ e altrimembri non a posta d'altrima con sua libertÓa sua voglia. Fugge lanatura avere il corpo non in balia dell'animae sopra tutti l'uomonaturalmente ama libertÓama vivere a sÚ stessiama essere suo. Equesto si truova essere generale appetito in tutti e' mortali. Adunquequeste duel'animo e il corposono nostre.

LIONARDO La terza quale sarÓ?

GIANNOZZO Ha! Cosa preziosissima. Non tanto sono mie queste mani equesti occhi.

LIONARDO Maraviglia! Che cosa sia questa?

GIANNOZZO Non si pu˛ legarenon diminuirla; non in modo alcuno pu˛quella essere non tuapure che tu la voglia essere tua.

LIONARDO E a mia posta sarÓ d'altrui?

GIANNOZZO E quando vorrai sarÓ non tua. El tempoLionardo mioeltempofigliuoli miei.

LIONARDO Bene dite il veroma non mi venia in mente possedere cosaalcunaquale io non potessi transferire in altrui. Anzi mi parea tuttel'operazioni dell'animo mio potÚlle dare ad altri per modo che pi˙ nonfossino mie: amareodiaree a persuasione d'altrui commuovermie avolontÓ d'altrui volerenon volereridere e piagnere.

GIANNOZZO Se tu avessi te in una barchetta e navigassi alla seconda permezzo del nostro fiume Arnoecome alcuna volta a' pescatori acadeavessi le mani e il viso tinti e infangatinon sarebbe tua quella acquatuttaove tu la adoperassi in lavarti e mondarti? Vero? CosÝse tu nonla adoperassi...

LIONARDO Certo non sarebbe mia.

GIANNOZZO CosÝ proprio interviene del tempo. S'egli Ŕ chi l'adoperiin lavarsi il sucidume e fango quale a noi tiene l'ingegno e lo intellettoimmundoquale sono l'ignoranza e le laide volontÓ e' brutti appetitieadoperi il tempo in impararepensare ed essercitare cose lodevolicostuifa il tempo essere suo proprio; e chi lascia transcorrere l'una ora doppol'altra oziosa sanza alcuno onesto esserciziocostui certo le perde.Perdesi adunque il tempo nollo adoperandoe di colui sarÓ il tempo chesaprÓ adoperarlo. Ora avete voifigliuoli mieil'operazioni dell'animoil corpo e il tempotre cose da natura vostre propriee sapete quanto lesiano preziose e care. Per rimedire e sanare il corpo ogni cosa preziosasi sponee per rendere l'anima virtuosaquieta e felices'abandonatutti gli appetiti e desiderii del corpo; ma il tempo quanto e a' beni delcorpo e alla felicitÓ dell'anima sia necessariovoi stessi poteteripensarvie troverrete il tempo essere cosa molto preziosissima. Diqueste adunque si vuole essere massaio tanto e pi˙ diligente quanto ellepi˙ sono nostre che altra cosa alcuna.

LIONARDO Mandate a memoriaBattista e tu Carloquesti non detti de'filosofima come oraculi d'Apolline ottimi e santissimi documentiqualinon troverrete in su' nostri libri. Troppo vi siamo obligatiGiannozzo.Seguite.

GIANNOZZO Dissi che la masserizia stava in usare ancora e in serbare lecose. Parmi da investigare di queste trecorpoanima e tempoin chemodo s'abbino a conservaree poi apresso s'abbino a usare. Ma io dispongoessere brevissimo. Uditemi. E prima dell'animodel quale io cosÝ fomasseriziaLionardo mio. Io l'adopero in cose necessarie a me e a' mieie cerco conservallo in modo che piaccia a Dio.

LIONARDO Quale sono le cose necessarie a voi e a' vostri?

GIANNOZZO La virt˙la umanitÓla facilitÓ. Non mi detti allelettere quando io era giovanee questo venne pi˙ tosto da negligenza de'miei che da mio alcuno mancamento. E' miei missoro me ad altri esserciziiquanto a quelli tempi loro parse necessarioforse desiderando prima da meutile che laudequali nÚ seppinÚ potei facilmente lasciarli. Ma ioper me sempre mi sono adoperato in farmi bene volere con ogni quale sipossa ingegno e artee sopra tutto con essere e volere parere buonogiusto e quietoe non mai dispiacerenon ingiuriare alcuno: non indettinÚ in fattimai alcunonÚ presente nÚ assentemolestai. Esono queste l'operazioni dell'animo veramente ottimealle quali sonosimili fare come testÚ fo ioinsegnare quello che l'uomo sa di beneammonire chi errassetutto porgerti pieno di fede e caritÓemendandocome padreconsigliando con diligenzaveritÓ e amoree cosÝ adoperarelo 'ngegnol'industrial'intelletto in onore di me e de' miei. Sonoancora operazioni dell'animo quali io di sopra dissiamareodiaresdegnarsisperaredesiderare e simili. Adunque si vuol queste benesaperle usare e contenereamare i buoniodiare i viziosisdegnarticontro a' malignisperare cose amplissimedesiderare cose ottime elodatissime.

LIONARDO Santamente. E queste parole di GiannozzoBattista e tu Carlovedete voi quanto abbino in sÚ nervo e polso. Ma seguiteGiannozzo. Poiper conservare l'animo a Dioche modo tenete voi?

GIANNOZZO Due modi tengol'uno in cercare e fare quanto possa in mestessi l'animo lietonÚ mai averlo turbato d'irao cupiditÓo alcunoaltro superchio appetito. Questo sempre stimai essere ottimo modo. L'animopuro e simplice troppo mi pare che piaccia a Dio. L'altro modo a piacere aDio a me pare sia fare mai cosa della quale dubiti s'ella sia bene fatta omale fatta.

LIONARDO E questo credete voi che basti?

GIANNOZZO Credo certo sÝ che basti assaisecondo che io mi ricordoavere inteso. Eh! figliuoli mieisapete voi perchÚ i' dissi fare mai setu dubiti? ImperochÚ le cose vere e buone stanno da sÚ allumate echiareallegrescorgonsi invitantivoglionsi fare. Ma le cose non buonesempre giaciono adombrate di qualche vile o sozzo dilettoo di cheviziosa opinione si sia. Non adunque si vogliono farema fuggilleseguire la lucefuggire le tenebre. La luce delle operazioni nostre stanella veritÓstendesi con lode e fama. E niuna cosa pi˙ Ŕ tenebrosanella vita degli uomini quanto l'errore e la infamia.

LIONARDO Niuna masserizia tanto sarÓ mai quanto questa vostraperfettissima. Oggi impariamo non solo quale sia la vera masseriziamainsieme l'ottimo civilissimo viverediventare virtuosoadoperare lavirt˙vivere lieto e fare cose delle quali non dubiti. MaGiannozzos'egli Ŕ licito il domandarnequesti prestantissimi e diviniammaestramenti fabricastegli voi stessi da voio vero gli avetequantomi parse testÚ dicessiimparati da altrui?

GIANNOZZO Ben vi paiono beglichefigliuoli miei? Tenetegli a mente.

LIONARDO CosÝ faremoche nulla pi˙ potrebbe esserci grato e aperpetua memoria commendato.

GIANNOZZO Egli Ŕ quanto? L'anno doppo al quarantottodico io bene?Anzi fu l'anno doppoin casa di messer Niccolaio Albertopadre dimessere Antonioal quale Niccolaio messere Benedettopadre di messerAndreaRicciardo e di Lorenzo vostro padreBattista e tu Carlofufratello cuginoper˛ che Iacopo padre di messer Niccolaio e Nerozzovostro bisavolopadre di Bernardo tuo avoloLionardoe padre di messerBenedettoe Francesco avo di Bivigliano furono fratelli nati d'Albertofratello di Lapo e Neri figliuoli di messer Iacobo iurisconsulto nato dimesser Benci iurisconsultoe fu questo Lapo avolo di messer Iacobocavaliereil quale messer Iacobo fu fratello di Tomaso nostro padree fupadre del vescovo Paolo nostro cuginoe cugino di messer Ciprianoalquale testÚ vive el nepote messere Albertoe quello Neri di soprafratello di Lapo e Alberto fu padre di messere Agnolo. Mai sÝ.

LIONARDO E tutta questa moltitudine de' nostri avoli chiamati messerifurono eglino cavalieri o pur cosÝ per etÓ o altra dignitÓ chiamati?

GIANNOZZO Furonoe notabilissimicavalieri quasi tutti fatti conqualche loro singularissimo merito. E questo messer Niccolaio nostrouomod'animo e costumi nobilissimouno di quelli sedendo in magistratotenendo il suppremo luogo ad aministrare giustizia fra il collegio diquelli pochi i quali reggono tutta la republicaporgendo la insegna evessillo militare al guidatore del nostro essercito contro all'oste diPisanon sanza grande letizia di tutti i nostri cittadini e merito dellafamiglia nostrali fu donato grado e onoranza di cavalleria sulla portadi quello palagiodi quello publico seggio e ridotto de' nostrimagistratial quale fondato e principiato da' nostri Albertisempre fuogni sua dignitÓ e maiestÓ con quanta mai potemmo opera e spesa per noiconservata e amplificata. Come sapetei primi fondamenti del nostropublico palagio furono imposti sendo Alberto figliuolo di messer Iacoboiurisconsulto collega priore in la amministrazione della republica. E iospesso fra me stessi pongo mente che da grandissimo tempo sino a qui maifu in casa nostra Alberta alcuno del sangue nostro il quale non fossepadreo figliuolozio o nipote di cavalieri nati di noi Alberti.

Ma lasciamo andare questa genealogiala quale non sarebbe al propositonostro della masserizianÚ a quello di che tu mi adomandi se quelliprecetti quali io recitava erano da me fabricatio pur intesi da altri.Dico che in casa di messer Niccolaiosendovi messer Benedetto Albertocome era loro usanza mai ragionare di cose infimesempre di cosemagnificesempre fra loro in casa conferendo quanto apartenesse alloutile della famigliaallo onore e commodo di ciascunosempre stavano oleggendo questi vostri librisempre o in palagio a consigliare la patriae in qualunque luogo disputando con valenti uominimonstrando la virt˙loro e rendendo virtuosi chi gli ascoltavacosÝ solevano al continuoessercitarsi. Onde per questo io e gli altri nostri giovani Albertiquanto dalle altre faccende a noi era licitoal continuo eravamo con loroper imparare e per onorarli. E fra l'altre voltecome degli altrituttorain casa di messer Niccolaio capit˛ uno sacerdote vecchiocanutotutto ornato di modestia e umanitÓcon quella sua barba stesa epiena di molta gravitÓcon quel fronte aperto pieno di costumi eriverenzail quale fra molti bellissimi ragionamenti cominci˛ ivinarrare di queste cosenon della masserizia noma diceva de' doni qualiIddio diede a' mortalie seguiva narrando quanto dovea l'uomo di tantibeneficii averne grazia a Dioe molto dimonstrava quanto sarebbe l'uomoingrato non riguardando e non adoperando bene la grazia quale avessericevuta da Dio. Ma diceva niuna cosa era propria nostrase non solo uncerto arbitrio e forza di mentee se pure alcuna si poteva chiamarenostraqueste erano le sole tre quali dissianimacorpo e tempo. EbenchÚ il corpo fusse sottoposto a molti morbia molti casi e miseriepure il dimonstrava in tanto essere nostro quanto sofferendo con virilitÓe con pazienzavincendo le cose avverse e molestenoi meritavamo nonmeno che adoperando le membra in cose liete e ben grate. Ma io non sapreiracontare queste cose sÝ bene quanto colui le seppe con maravigliosoordine dire. Stesesi in uno grande ragionamentodisputando quale diqueste tre dette cose pi˙ fosse proprie de' mortalie se io bene miricordofece non piccolo dubio se il tempo era pi˙ o meno nostro chel'animoe cosÝ ci tenne dicendo molte cosele quali messer Benedetto emesser Niccolaio confessorono mai avere udite. E' mi piacque tanto quellovecchio che io l'udi' fermo e fiso parecchi ore senza tedio alcuno. NÚmai mi dimenticai quelle sue gravissime parole; sempre mi rimase in animoquella dignitÓ e presenza sua. Se non mel pare testÚ vedere modestograzioso e nel ragionare riposato e dolce. Poicome vedida me a meadussi que' suoi detti al mio proposito nel vivere.

LIONARDO Dio gli renda premio a quello vecchioe a voi mercÚche sÝbene avete quei suoi detti recitati. Ma poichÚ cosÝ al vostro ragionareconsegue diredetto dell'animoora del corpo che masserizia ne fate voi?

GIANNOZZO Buonagrandesimile a quella dell'animo. Io l'adopero incose onesteutili e nobili quanto possoe cerco conservallo lungo temposanorobusto e bello. Tengomi nettopulitocivilee sopratutto cercod'adoperare cosÝ le manila lingua e ogni membrocome l'ingegno e ognimia cosain onore e fama della patria miadella famiglia nostra e di mestessi. Sempre m'afatico in cose utili e oneste. LIONARDO Certo meritategrazia e lodee con queste parole date a noi buono ricordo a seguirequanto ci solete monstrare con vostra opera ed essemplo. Ma poiGiannozzoalla sanitÓ che trovate voi essere utile? A voi crederr˛ ioperchÚ mai mi ramenta vedere pi˙ frescopi˙ rittoe da ogni partepi˙ bello vecchio di voi: la vocela vistae' nervi tutti nettipuri eliberi. Cosa maravigliosa e troppa rara in questa etÓ. GiANNOZZO Ben!grazia d'IddiocosÝ mi sento assai sanoma manco gagliardo che io nonsolea. BenchÚ a questa etÓ non si richiede gagliardiama prudenza ediscrezionepur vorrei almanco poterecome io soleacamminare. NÚdubitareper questo pur lascio adrieto molte faccende e mie e degli amicimieiove io non posso essere per altrui opera sollicito quanto sarei perla mia. Malodato Iddiopur mi reputo parte di lodo in questa mia etÓessere come io sono pi˙ che molti altri meno vecchi di melibero eleggiere da ogni infermitÓ. La sanitÓ in uno vecchio suole esseretestimonianza della continenza avuta nella giovent˙; e vuolsi avere curadella sanitÓ in ogni etÓe tanto avella pi˙ cara quanto ella Ŕmaggiore; e delle cose care dobbiamo esserne riguardatori e buoni massai.LIONARDO CosÝ confesso si vuole esserne massaio. Ma che cose trovate voiin prima utilissime alla sanitÓ? GIANNOZZO Lo essercizio temperato epiacevole. LIONARDO Doppo questo? GIANNOZZO Lo essercizio piacevole.LIONARDO E apresso? GIANNOZZO Lo essercizioLionardo mio. L'essercitarsifigliuoli mieisempre fu maestro e medico della sanitÓ. LIONARDO E nonfaccendo essercizio? GIANNOZZO Rare volte m'accade che io non possa darmia qualche essercitazionema pur se mai m'interviene per altre occupazioniche io manco m'esserciti che l'usatotruovo che molto mi giova la dieta.Non mangiare se tu non senti fame; non bere se tu non hai sete. E truovoin me questo: per cruda che sia cosa a digestirevecchio come io sonosoglio dall'uno sole all'altro averla digestita. Mafigliuoli mieiprendete questa regola brievegeneralemolto perfetta: ponete diligenzain conoscere qual cosa a voi suole essere nocivae da quella molto viguardate; quale vi giovae voi quella seguite. LIONARDO Sta bene. Adunquela pulitezzal'esserciziola dietaguardarsi da' contrariiconservanola sanitÓ. GIANNOZZO E anche la giovent˙ e la bellezza. In questo mipare differenza tra 'l vecchio e 'l giovaneperchÚ l'uno Ŕ debolel'altro Ŕ robustol'uno Ŕ frescol'altro sta vincido e passo. Adunquechi conserva la sanitÓ conserva le forze e la giovent˙ insieme e lebellezze. E pare a me stiano le bellezze in molta parte giunte al buonocolore e freschezza del visoe niuna cosa tanto conserva all'uomo buonosangue e bene vigoroso colore quanto l'essercizio insieme colla sobrietÓdel vivere. LIONARDO Avete detto della masserizia quale fate dell'animo edi quella del corpo. Resta a dire del tempo. E di questaGiannozzochemasserizia ne fate voi? Il tempo al continuo fuggenÚ puossi conservare.GIANNOZZO Dissi io la masserizia sta in bene adoperare le cose non mancoche in conservallevero? Adunque io quanto al tempo cerco adoperarlobenee studio di perderne mai nulla. Adopero tempo quanto pi˙ posso inessercizii lodati; non l'adopero in cose vilinon spendo pi˙ tempo allecose che ivi si richiegga a farle bene. E per non perdere di cosa sÝpreziosa puntoio pongo in me questa regola: mai mi lascio stare in oziofuggo il sonnonÚ giacio se non vinto dalla stracchezzachÚ sozza cosami pare senza repugnare cadere e giacere vintoocome moltiprimaaversi vinti che certatori. CosÝ adunque fo: fuggio il sonno e l'oziosempre faccendo qualche cosa. E perchÚ una faccenda non mi confondal'altrae a quello modo poi mi truovi averne cominciate parecchie efornitone niunao forse pur in quello modo m'abatta avere solo fatte lepiggiori e lasciate adrieto le migliorisapete voifigliuoli mieiquello che io fo? La mattinaprimaquando io mi levocosÝ fra mestessi io penso; oggi in che ar˛ io da fare? Tante cose: ann˛verolepensovie a ciascuna assegno il tempo suo: questo stamanequello oggiquell'altra stasera. E a quello modo mi viene fatto con ordine ognifaccenda quasi con niuna fatica. Soleva dire messer Niccolaio Albertouomo destissimo e faccentissimoche mai vide uomo diligente andare se nonadagio. Forse pare il contrarioma certoquanto io pruovo in mee' diceil vero. All'uomo negligente fugge il tempo. Segue che il bisogno o pur lavolontÓ il sollecita. Allora quasi perduta la stagione gli sta necessitÓfare in furia e con fatica quello che in sua stagioneprimaera facile afare. E abbiate a mentefigliuoli mieiche di cosa alcuna mai sarÓtanta copianÚ tanta abilitÓ ad averla che a noi non sia difficilissimoquella medesima fuori di stagione trovarla. Le sementele piantee'nestifiorifrutti e ogni cosa alla stagione sua pronto si ti porge:fuori di stagione non senza grandissima fatica si ritruovano. Per questofigliuoli mieisi vuole osservare il tempoe secondo il tempodistribuire le cosedarsi alle faccendemai perdere una ora di tempo.Potrei dirvi quanto sia preziosa cosa il tempoma altrove sia da dirnecon pi˙ elimata eloquenzacon pi˙ forza d'ingegnocon pi˙ copia didottrina che la mia. Solo vi ricordo a non perdere tempo. CosÝ facciatecome fo io. La mattina ordino me a tutto il dÝil giorno seguo quanto misi richiedee poi la sera inanzi che io mi riposi ricolgo in me quantofeci il dÝ. Ivise fui in cosa alcuna negligentealla quale testÚpossa rimediarvisubito vi supplisco: e prima voglio perdere il sonno cheil tempocioŔ la stagione delle faccende. Il sonnoil mangiare e questealtre simili posso io recuperare domane e satisfarlema le stagioni deltempo no. BenchÚa me rarissimo aviene- se io ar˛ bene distribuito lefaccende mie a ciascuno tempo e ordinatonÚ sar˛ stato dipoinegligente- dicorarissimo e quasi mai m'acade che io abbia ivi aperdere o sopratenere mia necessitÓ alcuna. E se egli acade che io perallora nulla possa rimediarvivengo insegnando a me stessi come per l'avenireabbia non simile a perdere tempo. Fo adunque di queste tre cose quantoavete udito. Adopero l'animo e il corpo e il tempo non se non bene. Cercodi conservalle assaicuro non perderne punto. E a questo mi porgosollecitissimo e quanto pi˙ posso desto e operosoimperoch'elle a mepaiono quanto le sono preziosissime e molto pi˙ proprie mie che altraalcuna cosa. Ricchezzepotenzestatisono non degli uomininodellafortuna sÝ; e tanto sono degli uomini quanto la fortuna gli permetteusare. LIONARDO E di queste cosÝ a voi concesse per la fortunafatenevoi masserizia alcuna? GIANNOZZO Lionardo mionon faccendo masserizia diquello che usandolo diventa nostrosarebbe negligenza ed errore. Tantosono le cose della fortuna nostre sÝ quanto ella ce le permettee ancoraquanto noi le sappiamo usare. BenchÚa noi Alberti in queste nostrecalamitÓ la fortuna ci sta pur troppo contraria e molestanon facile eliberale delle cose suema iniqua e malvagia a turbarci qualunque nostraben propria cosae possiamoa dirti il veromale essere veri massai. Inquesto nostro essilio sempre siamo stati in quella espettazione diritornare alla patriariaverci in casa nostrariposarci tra' nostrilaquale cosa quanto pi˙ speravamo e desideravamotanto pi˙ ci era dolorea noi insieme e dannoimperochÚ mai sapemmo fermare l'animo nÚ ilvivere nostro ad alcuno stabile ordine. E se io avessi potuto il primo dÝnon dico in noi crederema fingere quanto infortunio e quanta miseriaabbia la famiglia nostra Alberta giÓ tanto tempo soffertase io giovaneavessi creduto quel che io pruovo vecchiodiventare fuori di casa miacanutofigliuoli mieiforse arei tenuto altri modi. LIONARDO Per˛ diceBattista- ramÚntati quello terenziano Demifo- ciascunoquando lecose gli secondanoallora molto gli Ŕ mestiero fra sÚ pensare in chemodoaccadendoe' sofferisca l'avversa signoria della fortunapericolidanniessilii. Tornando di viaggio sempre pensi qualche malefatto de'figliuolio della moglieo qualche sinistro a' suoicose possibiliquali tutto il dÝ avengonoacci˛ che all'animo nulla sopravenga nonpreveduto. Suole meno ferire il visto prima dardo. E cosÝ ci˛ che truovisalvo meglio che non avevi teco pensatostimalo a guadagno. Se cosÝdobiamo fare ne' tempi feliciancora molto pi˙ quando le cose comincianoa declinare e ruinare. GIANNOZZO O Lionardo mioin che modo arei io cosÝpotuto stimare in altrui durezza nelle ingiurie nostre pi˙ che in mestessi? Come potevo iofigliuoli mieistimare che quelli i quali avevanoper qual che si fosse o non onestao poco licita cagione offesa lafamiglia nostrapi˙ fossero ostinati in malivolenza e odio che noiiquali ogni dÝ pi˙ sentavamo l'offese e le ingiurie loro? E io pur sonouno di quelli quale giÓ pi˙ anni dell'animo mio cancellai il nome ememoria di ciascuno da chi noi perfino testÚ sentiamo tanta iniquitÓ etanto dolore. NÚ mi parse mai in uomo alcuno durare quanto in costoroanimo al tutto inumano e crudelissimoingiusti a cacciarcicrudeli aperseguitarci. NÚ loro basta tenerci in tanta miseria vivi. Ancorapongono premio a chi ci acresca l'ultime nostre miserie. Ma Dio di questosia inverso di noi iudice pi˙ piatoso che severo verso chi erra. E dicofigliuoli mieiche buono per mese io giÓ pi˙ anni in me avessi avutaaltra opinione. LIONARDO E che aresti voi fatto? Come aresti voi ordinatola masserizia? GIANNOZZO Meglio del mondo; una vita quieta senza gravealcuna sollecitudine. Are'mi cosÝ pensato- vieni quaGiannozzomonstra qui che cosa ti concede la fortuna. Truovomi da lei avere in casala famigliala robavero? E altro? SÝ. Che? Lo onore e l'amistÓ difuori. LIONARDO Chiamate voi forsecome questi nostri cittadinionoretrovarsi nelli uffici e nello stato? GIANNOZZO Niuna cosa mancoLionardomio; niuna cosa mancofigliuoli miei. Niuna cosa a me pare in uno uomomeno degna di riputarsela ad onore che ritrovarsi in questi stati. Equestofigliuoli mieisapete voi perchÚ? SÝ perchÚ noi Alberti ce nesiamo fuori di questi fummisÝ anche perchÚ io sono di quelli che maigli pregiai. Ogni altra vita a me sempre piacque pi˙ troppo che quelladellicosÝ diremostatuali. E a chi non dovesse quella al tuttodispiacere? Vita molestissimapiena di sospettidi fatichepienissimadi servit˙. Che vedi tu da questi i quali si travagliono agli statiessere differenza a publici servi? Pratica quiripriega quiviscap˙cciati a questogareggia con quelloingiuria quell'altro; moltisospettimille invidieinfinite inimistÓniuna ferma amiciziaabundanti promessecopiose proferteogni cosa piena di fizionevanitÓe bugie. E quanto a te pi˙ bisognatanto manco truovi chi a te serbi opromessa o fede. E cosÝ ogni tua fatica e ogni speranza a uno tratto contuo dannocon dolore e non senza tua ruinarimane perduta. E se a te purcon infinite prieghiere accade qualche venturache per˛ truovi tu avertiacquistato? Eccoti sedere in ufficio. Che n'hai tu d'utile se none unosolo: potere rubare e sforzare con qualche licenza? Odivi continuirichiamiinnumerabili accusegrandissimi tumultie intorno a te sempres'aviluppano litigiosiavariingiustissimi uominiempionti l'orecchiedi sospettil'animo di cupiditÓla mente di paure e perturbazioni.Convienti abandonare e' fatti tuoi proprii per distrigare la stultiziadegli altri. Ora si richiede dare ordine alle gabellealle spese; oraprovedere alle guerre; ora confirmare e rinovare le legge; sempre sonocollegate le molte pratiche e faccendealle quali nÚ tu solo puoinÚcon gli altri mai t'Ŕ licito fare quanto vorresti. Ciascuno giudica lavolontÓ sua essere onestae il giudicio suo essere lodatoe l'opinionesua migliore che gli altri. Tu seguendo l'errore comune o la arroganzad'altrui acquisti propria infamiae se pur t'adoperi in servirecompiacia unodispiaci a cento. Au! furia non conosciutamiseria non fuggitamale non odiato da ciascuno quanto e' merita; la qual cosa a me pare cheavenga solo perchÚ questa una sola servit˙ pare vestita di qualcheonore. O pazzia degli uomini! i quali tanto stimano l'andare colle trombeinanzi e col fuscello in manoche a loro non piace pi˙ il proprio riposodomestico e la vera quiete dell'animo. O pazzifummosisuperbipropriitiranneschiche date scusa al vizio vostro! Non potete sofferire glialtri meno ricchima forse pi˙ antichi cittadini di voiessere pari avoi quanto si richiede: non potete vivere senza sforzare e' minoriper˛desiderate lo stato. E per avere statostoltiche fate voi? Pazzichevi sponete a ogni pericoloporgetevi alla morte; bestialiche chiamateonore cosÝ essere assediato da tutti i cattivinÚ sapete vivere coglialtri buoniconvienvi servire e confratellarvi a tutti i ladroncelliquali perchÚ sono vilicosÝ poco stimano la vita in seguire le voluntÓvostre! E chiamate onore essere nel numero de' rapinatorichiamate onoreconvenire e pascere e servire agli uomini servili! O bestialitÓ! Uominidegni di odiose cosÝ pigliate a piacere tanta perversitÓ e travaglioquanto trabocca adosso a chi sia in questi uffici e amministrazionipubliche! E che piacere d'animo mai pu˛ avere costuise giÓ e' non siadi natura feroce e bestialeil quale al continuo abbia a prestareorecchie a doglienzelamentipianti di pupillidi vedovee di uominicalamitosi e miseri? Che contentamento arÓ colui il quale tutto il dÝarÓ a porgere fronte e guardarsi insieme da mille turme di ribaldibarattierispionidetrattorirapinatori e commettitori d'ogni falsitÓe scandolo? E che recreamento arÓ colui al quale ogni sera sia necessariotorcere le braccia e le membra agli uominisentirli con quella dolorosavoce gridare misericordiae pur convenirli usare molte altre orribilicrudeltÓessere beccaio e squarciatore delle membra umane? Au! cosaabominevole a chi pur vi pensacosa da fuggilla. Tu adunqueuomocrudelissimochiederai li stati? Dirai tu certo sÝperchÚ a me sarÓlodo soffrire quelle gravezzeper gastigare i malisollevare e ornare ibuoni. Adunque per gastigare e' mali tu in prima diventi pessimo? A me nonpare buono colui il quale non vive contento del suo proprioe colui sarÓpiggiore il quale desidererÓ e cercherÓ quello d'altrie quello sarÓsopra tutto pessimo il quale bramerÓ e usurperÓ le cose publice. Non tibiasimer˛ se di te porgerai tanta virt˙ e fama che la patria ti riceva eimpongati parte de' incarichi suoie chiamer˛ onore essere cosÝpregiato da' tuoi cittadini. Ma che io volessi fare come molti fannogittarmi sotto questofare coda a quello altroe servendo cercare disignoreggiareo vero che io mi dessi a diservire o ingiuriare alcuno percompiacere a costui col favore del quale io aspettassi salire in statoovero che io volessicome quasi fanno tuttiascrivermi lo stato quasi permia ricchezzariputarlo mia bottegach'io pregiassi lo stato tra le dotealle mie fanciullech'io in modo alcuno facessi del publico privatoquello che la patria mi permette a dignitÓ transferendolo a guadagnoapredanon puntoLionardo miononfigliuoli miei. E' si vuole vivere asÚnon al comuneessere sollicito per gli amiciveroove tu noninterlasci e' fatti tuoie ove a te non risulti danno troppo grande. Anoi non sarÓ amico colui il quale non fugga ogni danno e vergogna nostra.Vorrassi per gli amici lasciare adrieto parte delle faccende tueove a tesia dipoi renduto non dico premioma grado e grazia. Starsi cosÝsaimezzanamentesempre fu cosa felice. Voi altriche avete lette le moltestoriedi questo pi˙ di me potete ramentare essempli assaine' qualimai troverretemai caduto alcuno giacere se none chi saliva troppo alto.Basti a me essere e parere buono e giustocolla quale cosa mai sar˛disonorato. Questa sola onoranza sta meco e in essilioe si starÓ mentreche io non l'abandoner˛. Abbiansi gli altri le pompee' venti gonfinoquanto la fortuna gliele concedegodansi infra gli statidolgansi nonl'avendopiangano dubitando pŔrdelloaddolorino quando l'abbinoperdutochÚ a noii quali siamo contenti del nostro privato e maidesiderammo quello d'altruisarÓ mai dispiacere non avere quello che siapublico o perdere quello di che noi non facciamo stima. E chi facessestima di quelle servit˙fatiche e innumerabili martorii d'animo?Figliuoli mieistiamoci in sul pianoe diamo opera d'essere buoni egiusti massai. StiÓnci lieti colla famigliuola nostragodiÓnci quellibeni ci largisce la fortuna faccendone parte alli amici nostrichÚ assaisi truova onorato chi vive senza vizio e senza disonestÓ. LIONARDO Quantoa me pare comprendere del dire vostroGiannozzoin voi sta quellamagnifica e animosa volontÓla quale sempre a me parse maggiore e pi˙degna d'animo virile che qualunque altra quale si sia volontÓ e appetitode' mortali. Veggo preponete il vivere a sÚ stessiproposito degno eproprio d'animo reale stare in vita non avendo bisogno d'alcunoviverecontento di quello che la fortuna ti fa partefice. Sono alcuni e' quali iocon voi insieme posso giustamente riprendereove essi stimano grandezza eamplitudine d'animo prendere ogni dura e difficile impresaognilaboriosissima e molestissima operaper potere nelle cose pi˙ che glialtri cittadini. De' quali uomini come altrove cosÝ alla terra nostra sitruovano non pochiperchÚ cresciuti in antichissima libertÓ dellapatria e con animo troppo pieno d'odio acerbissimo contro a ogni tirannonon contenti della comune libertÓ vorrebbono pi˙ che gli altri libertÓe licenza. E certoGiannozzochi se immetterÓ a volere sedere in mezzoa' magistrati per guidare le cose publiche non con volontÓ e ragione dimeritare lode e grazia da' buonima con appetito immoderato solo diprincipare ed essere ubiditocostui non vi nego sarÓ da essere moltobiasimatoecome ditedimonstrerÓ sÚ essere non buono cittadino. Eaffermovi che il buono cittadino amerÓ la tranquillitÓma non tanto lasua propriaquanto ancora quella degli altri buonigoderÓ negli oziiprivatima non manco in quello degli altri cittadini suoidesidererÓl'unionequietepace e tranquillitÓ della casa sua propriama moltopi˙ quella della patria sua e della republica; le quali cose non sipossono mantenere se chi si sia riccoo saggioo nobile fra' cittadinidarÓ opera di potere pi˙ che gli altri liberima meno fortunaticittadini. Ma neanche quelle republiche medesime si potranno beneconservareove tutti e' buoni siano solo del suo ozio privato contenti.Dicono e' savi ch'e' buoni cittadini debbono traprendere la republica esoffrire le fatiche della patria e non curare le inezie degli uominiperservire al publico ozio e mantenere il bene di tutti i cittadinie pernon cedere luogo a' viziosii quali per negligenza de' buoni e per loroimprobitÓ perverterebbono ogni cosaonde cose nÚ publiche nÚ privatepi˙ potrebbono bene sostenersi. E poi vedeteGiannozzoche questovostro lodatissimo proposito e regola del vivere con privata onestÓ quisolobenchÚ in sÚ sia prestante e generosonon per˛ a' cupidi animidi gloria in tutto sia da seguire. Non in mezzo agli ozii privatimaintra le publiche esperienze nasce la fama; nelle publiche piazze surge lagloria; in mezzo de' popoli si nutrisce le lode con voce e iudicio dimolti onorati. Fugge la fama ogni solitudine e luogo privatoe volentierisiede e dimora sopra e' teatripresente alle conzioni e celebritÓ; ivisi collustra e alluma il nome di chi con molto sudore e assiduo studio dibuone cose sÚ stessi tradusse fuori di taciturnitÓ e tenebred'ignoranza e vizii. Pertanto a me mai parrebbe da biasimare coluiilqualecome colle altre virtuose opere e studiicosÝ con ogni religionee osservanza di buoni costumi procacciasse essere in grazia di qualuncheonestissimo e interissimo cittadino. NÚ chiamerei servire quello che a mefosse debito fare: senza dubio a' giovani sempre fu debito riverire imaggiori e apresso di loro molto cercare quella fama e dignitÓ in quale imaggiori si truovano amati e riveriti. Neanche chiamerei appetitotirannesco in coluinel quale fusse sollecitudine e cura delle coselaboriose e generosepoichÚ con quelle s'acquista onore e gloria. MaperchÚ forse testÚ di quelli e' quali tengono occupati e' magistratinella terra nostra niuno vi pare d'ingegno non furioso e d'animo nonservileper˛ tanto biasimate chi desiderasse essere ascritto nel numerodi quelli cosÝ fatti non buonianzi pessimi cittadini. Io pur sono inquesto desiderioGiannozzoche per meritare famaper acquistare graziae nomeper trovarmi onoratoamato e ornato d'autoritÓ e di grazia fra'miei cittadini nella patria miamai fuggireiGiannozzomai alcunainimistÓ di quale si fusse malvagio e iniquo cittadino. E dove benebisognasse essequire qualche estrema severitÓa me certo parrebbe cosapiissima esterminare e spegnere i ladroni e ciascuno viziosoinsieme eciascuna fiamma d'ingiusta cupiditÓ persino col sangue mio. MapoichÚquesto per ancora a noi non licerestiamo di richiedere quello quale noncome voi ditesi debbe stimare pocochÚ a me lo onore e la fama semprefu da stimare pi˙ che ogni altra fortuna; madiconon seguiamo condesiderio quello che per ancora non accade potere con opera ottenere.Facciamo come voi c'insegnate: aspettiamo la stagione suachÚ forsequando che sia la pazienza e modestia nostra troverrÓ qualche premioela ingiustizia e iniquitÓ de' maligni e furiosii quali per ancora nonrestano di trascorrere ogni spazio d'ingiuria e crudelitÓ contro di noiforsegiustizia di Dios'intropperÓ in qualche degna e meritatavendetta. Noi in questo mezzoBattista e tu Carloseguiamo con virt˙con ogni studiocon ogni arte a meritare lodo e famae cosÝapparecchiÓnci essere utili alla republicaalla patria nostraacci˛chequando la stagione interverrÓnoi ci porgiamo tali che GiannozzonÚ questi temperatissimi e modestissimi vecchi ci reputino indegnivederci tra' primi luoghi publichi onorati. GIANNOZZO CosÝ mi piacerÓfacciatefigliuoli mieicosÝ spero e aspetto faretee a quello modoacquisterete e conserverete onore assai. Ma bene vi ramento che mainondico per acquistare onorechÚ per onore si vogliono molte cose lasciareadrietoma dico per reggere altrimai lasciate di reggere voi stessi;per guidare le cose publiche non lasciate per˛ le vostre private. CosÝvi ramentoper˛ che a chi mancherÓ in casacostui molto meno troverrÓfuori di casa; e le cose publiche non sovvengono alle necessitÓ private.Gli onori di fuori non pascono la famiglia in casa. Arete cura e diligenzadelle vostre cose domestiche quanto al bisogno sarÓ debitoe alle cosepubliche vi darete non quanto l'ambizione e l'arroganza v'aletterÓmaquanto la virt˙ vostra e grazia de' cittadini vi darÓ luogo. LIONARDOMolto bene ci ricordateGiannozzoquello che bisogna. CosÝ faremo. Madi tutte queste cose private e domestichele quali voi dicevi esserequattrodue in casala famiglia e le ricchezze; due fuori di casal'onore e l'amistÓa quale saresti voi pi˙ affezionato? GIANNOZZO Danatura l'amorela pietÓ a me fa pi˙ cara la famiglia che cosa alcuna. Eper reggere la famiglia si cerca la roba; e per conservare la famiglia ela roba si vogliono amicico' quali ti consiglii quali t'aiutinosostenere e fuggire l'averse fortune; e per avere con gli amici fruttodella robadella famiglia e della amiciziasi conviene ottenere qualcheonestanza e onorata autoritÓ. LIONARDO Che chiamate voi famiglia?GIANNOZZO E' figliuolila mogliee gli altri domesticifamigliservi.LIONARDO Intendo. GIANNOZZO E di questi sai che masserizia se ne vuolefare? Non altra che di te stessi: adoperÓlli in cose onestevirtuose eutilicercare di conservalli sani e lietie ordinare che niuno di loroperda tempo. E sai in che modo niuno di loro perderÓ tempo? LIONARDO Seciascuno farÓ qualche cosa. GIANNOZZO Non basta. Anzi se ciascuno farÓquello se gli apparterrÓ; se la donna governerÓ e' picchinicustodirÓle cosee provederÓ a tutta la masserizia domestica in casa; s'e'fanciulli studieranno d'imparare; se gli altri attenderanno a fare bene ediligente ci˛ che da' maggiori loro sia comandato. E sai in che modo e'perderanno tempo? LIONARDO Credo se faranno nulla. GIANNOZZO Certo sÝ; eancora se quello quale pu˛ fare unoivi saranno infaccendati due o pi˙;e se dove bisogna due o pi˙ ivi sudi uno solo; e se a uno o pi˙ sarÓdata faccenda alla quale e' sia inutile o disadatto. ImperochÚ dove sianotroppialcuno sta indarnoe ove sono manco e inutiliegli Ŕ peggio chese facessino nullaper˛ che cosÝ s'afaticano senza fruttoe disturbanoin grande parte e guastano le cose. LIONARDO Bene dite. GIANNOZZO MaisÝa questo modo non si lasciono perdere tempo: comandisi a ciascuno cosaquale sappi e possa fare. E acci˛ che tutti possano e vogliano con pi˙diligenza e amore fare quello se gli appartienesi vuole fare come fo ioil debito mio. A me s'apartiene comandare a' miei cose giusteinsegnarleloro fare con diligenza e benee a ciascuno dare quello sia necessario ecomodo. E sai quello che io fo per meglio fare il debito mio? Io pensoprima molto a lungia costoro che pu˛ bisognarequale sarebbe meglio;dipoi apresso io di tutto cercoduro fatica per averlapoi con diligenzala serboe cosÝ insegno a' miei serballo sino al tempo suoe alloral'adopero. LIONARDO Prendete voi delle cose quanto pensate vi bisognienon pi˙? GIANNOZZO Pur qualche cosa pi˙se se ne versasseguastasseperdesseche non manchi al bisogno. LIONARDO E se ne avanzasse? GIANNOZZOPenso quale sia il meglioo acquistarne e servirne uno amicoo vero sepur bisognasse per noi serballachÚ mai alla famiglia mia volsi minimacosa alcuna mancasse. Sempre mi piacque avere in casa tutte le cose comodee necessarie al bisogno della famiglia. LIONARDO E che trovate voiGiannozzobisognare a una famiglia? GIANNOZZO Molte coseLionardo mio:buona fortunae simile quale non possono gli uomini. LIONARDO Ma quellequali possono gli uominiquali sono? GIANNOZZO Sono avere la casa ove siriduca insieme la tua brigataavere da pascerlipoterli vestire.LIONARDO E farli virtuosi e costumati? GIANNOZZO Anzi niuna cosa tanto mipare alle famiglie quanto questa una necessariafare la giovent˙ suacostumatissima e virtuosissima. Ma non accade al proposito dellamasserizia qui dire della disciplina in allevare e' figliuoli. LIONARDO Ein quelle adunque come fate voi? GIANNOZZO Dissiti io testÚ in questenostre avverse fortune a me non Ŕ licito essere vero massaio. LIONARDODicesti sÝ; ma pur quanto io veggio voi avete gran famigliae voletelitutti essere simili a voi onesti e modestie cosÝ vivete civile esplendido in casa. Adunque in queste cose che ordine tenete voi? GIANNOZZOSecondo il tempo e le avversitÓ quanto pi˙ posso migliore. LIONARDO Maper avere da voi compiuto ammaestramentoponete caso essere in questaetÓ miaavere moglie e figliuoliessere prudenteessercitato come visetee al tutto disponessi vivere vero massaio. In che modo guiderestivoi le cose? GIANNOZZO O figliuolo miose io fussi di questa etÓ tuamolte cose potreiquali testÚ non possendo non faccio. E la primafaccenda mia sarebbe d'avere la casa in luogo ove io potessi starmivi amia voglia lungo tempobene agiatoe senza avermi a tramutare. Non Ŕcosa da crederee tuLionardonollo provando non in tutto micrederestiquanto sia cosa dannosa e di grandissima spesaquanto portidisagio e molestia questo tramutarsi di luogo a luogo. Perdonsi le cosesmarrisconsiromponsi. Agiugni a quelli danniche tu con l'animo e conla mente troppo ti svii e turbie stai una etÓ prima che ti ritruovibene rassettato. E delle spesele quali ti crescono per assettarti incasadico nulla. Per˛ si vuole trovare luogo in prima conveniente e attocome io diceva. LIONARDO OimŔGiannozzoe noi ancora giovanipartenati in essilioparte cresciuti nelle terre altruiancora siamo nonignoranti quanto sia fastidio e travaglio questo tramutarsicome lanostra iniquissima fortuna tutto il dÝ ci getta ora quaora lÓsenzapermetterci minima alcuna requiemiseri noisempre perseguitandocisempre con nuove ingiuriesempre con maggiori calamitÓ opprimendoci. MaDio lodatoil quale cosÝ a noi dÓ materia d'acquistare non poco lododella infinita pazienza nostra in tanti malie in sÝ grande avversitÓtroppo incredibile e maravigliosa constanza. Ma ritorniamo al propositonostro. DicoGiannozzocome faresti voi a trovare luogo di cosÝ lungoriposoa trovarlo per le terre altrui? GIANNOZZO Cercherei quale terra aquesto mi fosse attadonde io non avessi a tramutarmie dove io potessimolto vivere sano senza disagio e con onore. LIONARDO E a che conoscerestivoi la terra quanto fosse atta a queste tutte cose? Non sarebbe eglidifficile non solo conoscerlama trovarla? GIANNOZZO Non punto. A me nonsarebbe certo molto difficilenoLionardo mioe vedi come. Io in primaconoscerei quanto ivi si vivesse benesano. Porrei mente la giovent˙ inprima e a' fanciulli; s'e' fossino freschi e bellistimerei ivi fossebuona aere e sanaimperochÚ la etÓ puerilepare a meteme e sentemolto l'aere e le cose non buone alla sanitÓ. E se ivi fusse quantitÓ divecchi ben prosperidiritti e vigorosistimarei anche io invecchiarvi.Poidicotiporrei mente che paeseche vicinicome sia aperto o chiusocontro alle scorrerie de' forestieri inimicie notarei se questo luogofusse da sÚ fertileo se pur gli bisognasse chiedere le cose d'altrondee vederei in che modo quelle vi si conducessonoe vorrei sapere se allesubite necessitÓ ivi si possa presto e con facilitÓ porvi rimedio.Essaminerei s'e' vicini qui fussino utili o dannosie domanderei se glialtri casipestilenzafebre e similiraro l'asalisseno; e considerreise accadendo il bisogno io potessi t˘rmi indi senza troppo fare spesa. Esopra tutto con diligenza molto investigherei se ivi e' cittadini fussinoricchi e onesti; e informare'mi se la terra avesse buono e stabilereggimentogiuste legge e modesti rettoriimperochÚfigliuoli mieisela terra sarÓ con giustizia ordinata e con maturitÓ rettaa lei maiverranno impeti di nimicinÚ casi avversi nÚ ira di Dio; anziarÓbuoni a sÚ vicinipacifico stato e fermo reggimento. E se i cittadinisaranno onesti e ricchinon aranno bisognonÚ voglia di rapirel'altruianzi aiuteranno gl'industriosi e onoreranno i buoni. LIONARDO Edove si troverrebbe mai una sÝ fatta terra compiuta di tante lode? SegiÓ a voiil quale vi dilettate abitare in Vinegiaquella una terra nonvi paresse in tutte queste meno che l'altre viziosa; certo credo sarebbedifficile trovarla. GIANNOZZO E io pur ne cercherei. Non vorrei avermi apentire della negligenza mia. E quella ove io trovassi le pi˙ e lemigliori di tutte quali dissi coseivi mi fermerei. LIONARDO E quale sonole migliori? GIANNOZZO IntendiLionardo mio? e' non mi pare pocogiudicarne; e quanto iotestÚ non bene scorgo il certoma cosÝ quantom'occorre inanzi senza pensarvi. Tra queste sarÓ da preporre la sanitÓ;per˛ molto ricercherei ove fusse l'aria e l'altre cose pi˙ atte allasanitÓ. Sapete voifigliuoli mieil'uomo sano per tutto guadagna inqualche modoe l'uomo infermo mai si pu˛ riputare ricco; e chi Ŕ giustoe buonocostui pur si truova riguardato da tutti. LIONARDO Lo onore?GIANNOZZO In ogni latoLionardo miochi sarÓ buono e farassi conoscerebuonocostui sarÓ onorato e pregiato. LIONARDO Sono contento. Ma inprima che parrebbe a voi bene atto alla sanitÓ? GIANNOZZO Quella qualevoglia tu o notale ti conviene usarla quale tu la truovi: l'aria.LIONARDO Poi apresso? GIANNOZZO L'altre buone cose al cibo e al viverenostro- e fra esse il buono vinoLionardo mio. Tu ridi? LIONARDO Equivi vi fermeresti? GIANNOZZO Dove io bene mi riposassi e bene fussiveduto. LIONARDO Come faresti voi? Comperresti voi la casao pur ivi netorresti una a pigione? GIANNOZZO A pigione certo noper˛ che in tempol'uomo si truova pi˙ volte avere comperata la casa e non averla; che mene comperrei una ariosaspaziosaatta a ricevere la famiglia miae pi˙se ivi capitasse qualche amicissimopoterlo ritenere in casa onestamente.E in questa cercherei spendere quanto manco potessi danari. LIONARDOTorresti voi forse fuori di mano la casaove le abitazioni soglionovendersi vilee come si dice a migliore mercato? GIANNOZZO Non diremigliore mercato. Niuno pu˛ essere buono pregio quale tu spendi in cosanon ti s'acconfaccia. Ma cercherei spendere in casa mi s'aconfacessenonpi˙ ch'ella si valesse; nÚ sarei furiosonÚ mi monstrerrei volenterosocomperatore. Eleggere'mi casa posta in buona vicinanza e in via famosa oveabitassono onestissimi cittadinico' quali io potessi senza mio dannofarmegli amicie cosÝ la donna mia dalle donne loro avesse onestacompagnia senza alcuno sospetto. E anche m'informerei molto bene prima chine' tempi di sopra l'avessi abitatae domanderei quanto gli abitatori ivisiano vivuti sani e fortunati. Sono alcune case nelle quali mai alcunopare vi sia potuto vivere lieto. LIONARDO Certo sÝdite il vero.Ramentami d'alcuna e bella e magnifica stanza vederne esperienza: chi viimpoverÝchi vi rimase solochi con molta infamia ne fu cacciato;tuttimale arrivatisi dolerono. E sono veramente ottimi questi vostriricordit˘rre atta casa in buona e onesta vicinanzain terra giustariccapacificasana e abondante di buone cose. EGiannozzoavendoquestecome ordineresti voi l'altra masserizia? GIANNOZZO Vorrei tutti imiei albergassero sotto uno medesimo tettoa uno medesimo fuoco siscaldassonoa una medesima mensa sedessono. LIONARDO Per pi˙ vostraconsolazionecredo; per non vi trovare in solitudineper vedervi inmezzo padre di tutti ogni dÝ sera acerchiatoamatoriveritopadrone emaestro di tutta la giovent˙la quale cosa suole essere a voi vecchitroppo supprema letizia. GIANNOZZO Grandissima. E ancheLionardo mioegli Ŕ maggiore masseriziafigliuoli mieistarsi cosÝ insieme chiusientro ad uno solo uscio. LIONARDO CosÝ affermate? GIANNOZZO E faronnecerto ancora te. DimmiLionardose testÚ fusse notte e buioquiardesse il fanale in mezzotuio e questi insieme vederebbono assaiquanto bastasse a leggerescrivere e fare quello ci paresse. Vero? E senoi ci dividessimotu assettassi te colÓio susoquesti altrovevolendo ciascuno di noi quanto prima vedere bene lumecredi tu il cavezzoquale ci toccasse in parte durasse ardendo quanto prima durava il tuttoinsieme? LIONARDO Certo manco. Chi ne dubita? ImperochÚ dove prima ardevauno capotestÚ si consumarebbe in tre. GIANNOZZO E se testÚ fosse ilgran freddo e noi avessimo qui in mezzo le molte braci accesetu diqueste volessi altrove la parte tuaquesti se ne portassino la lorochestimi tupotresti meglio scaldarti o peggio? LIONARDO Peggio. GIANNOZZOCosÝ accade nella famiglia. Molte cose sono sufficienti a molti insiemele quali sarebbono poche a pochi posti in distanti parti. Altro caldo arÓl'uno pell'altro fra' suoi cittadini e fra gli stranie altro lume dilode e di autoritÓ conseguirÓ chi se truovi accompagnato da' suoi permolte ragioni fidatiper molte ragioni temutiche coluiil quale sarÓcon pochi strani o senza compagnia. Molto pi˙ sarÓ conosciutopi˙ erimirato il padre della famiglia quale molti de' suoi seguirannochequalunque si sia solo e quasi abandonato. E voglio testÚ favellare tecocome uomo pi˙ tosto pratico che litteratoaddurti ragioni ed essempliatti all'ingegno mio. Io comprendo questoche a due mense si spiega duemappea due fuochi si consuma due catastea due masserizie s'adopera dueserviove a uno assai bastava solo uno. Ma io non ti so bene dire quelloche io sento; pur stima che io ti dico il vero. A fare d'una famiglia duegli bisogna doppia spesae molte cose delle quali si giudica per pruovameglio che dicendomeglio si sentono che non si narrano. Per˛ a me maipiacque questo dividere le famiglieuscire e intrare per pi˙ d'unouscio; nÚ mai mi patÝ l'animo che Antonio mio fratello abitasse senza mesotto altro tetto. LIONARDO Da lodarvi. GIANNOZZO SÝLionardo miosottouno tetto si riducano le famigliee secresciuta la famigliauna stanzanon pu˛ riceverleassettinsi almeno sotto una ombra tutti d'uno volere.LIONARDO O parola degna di tanta autoritÓ quanta Ŕ la vostra! Ricordo datenerlo a perpetua memoria. Sotto uno volere stiano le famiglie. E dipoiGiannozzoquando ciascuno fosse in casadimanderebbono da cena.GIANNOZZO Vero. Per˛ si dia ordine che possino desinare e cenareLionardo mioal tempo e molto bene. LIONARDO Cenare beneposso iointendere pascersi di buone cose? GIANNOZZO BuoneLionardo mioancora eabundanti. Non paonicapponi e starnenÚ simili altri cibi elettissimiquali s'apparecchiano agl'infermima pongasi mensa cittadinesca in modoche niuno de' tuoi costumato desideri cenare altrovesperando ivi saziaremeglio la fame sua che teco. SarÓ la mensa tua domesticasenzamancamento di vinopane in copia. SarÓ il vino sincero e il pane insiemequanto si richiede buonie arai con questi netti e sofficienti condimential pane. LIONARDO Piacemi. E queste coseGiannozzole comperresti voi didÝ in dÝ? GIANNOZZO Non comperreinoimperochÚ non sarebbemasserizia. Chi vende le cose sue stimi tu venda testÚ quello chepotrebbe pi˙ oltre serbare? Che credi tu che si cavi di casail miglioreo pur il piggiore? LIONARDO Il piggioree quello quale pensa non poterebene serbare. Ma ancora alcuna volta per necessitÓ del danaio si vendonole cose buone e utili. GIANNOZZO CosÝ confesso. Ma se costui sarÓ savioe' prima venderÓ il piggiore; e vendendo il migliorenon fa egli divenderlo pi˙ che non viene a sÚ? Non cerca egli con ogni astuzia farteloparere migliore che non Ŕ? LIONARDO Spesso. GIANNOZZO Per˛vedi tuchicompera spende quello superchioe stassi a rischio di non avere toltocosa falsificatamale durabile e poco buona. Vero? E quando mai vi fussealtra cagionea me avermi presso tutto quello mi bisognaa me avereprovato pi˙ anni le cose mie e conoscerle quanto e in che stagione sianobuonepi˙ mi giova che cercarne altrove. LIONARDO Voi forse vorrestiavere in casa per tutto l'anno quanto alla spesa domestica bisognasse?GIANNOZZO VorreisÝavere quello che in casa si pu˛ senza pericolosenza grande fatica bene serbare. E quello che io non potessi bene serbarese non con grande sinistro e troppo ingombro della casaio quellovendereie poi al tempo me ne rifornireichÚ meglio mi mette per sinoalla stagione lasciarne faticaincarco e pericolo ad altri. LIONARDOVenderesti voi quello che prima comperasti? GIANNOZZO Quanto primapotessiove serbandola me ne nascesse danno. Ma iopossendonon vorreiavere a vendere e comperare ora questo ora quelloche sono faccende damercennariie vili occupazionialle quali non Ŕ se non masseriziaperuscire di tramasopraspendervi qualche cosa pi˙ e attendere a maggiorifaccende. E parrebbemi pi˙ masserizia di tutto fornirmi a' tempi. E ancheti dicovorrei non avere ogni anno a scemare i danari anoverati in cassa.LIONARDO Non veggo come cotesto si possa. GIANNOZZO Mˇstrotelo. CosÝ.Darei io modo d'avere la possessione la quale per sÚ con molto minorespesa che comperandole in piazza fusse atta a tenermi la casa fornita dibiavevinolegnestrame e simili coseove farei alevarvi suso pecuglicolombi e polliancora e pesce. LIONARDO In ogni cosaGiannozzoioappruovo la vostra sentenzama in questo non so se fusse masserizia farequeste quali dite imprese su terreni altruile qualibenchÚ sieno utilialla famiglia e grate ad acquistarsi benivolenza da chi sono lepossessionipure stimo non troverresti chi poi non richiedesse lepossessioni per godersele quando voi con quelle simili spese e opere cosÝl'avessi bene migliorate. E senza quelle spese non mi pare la villa siaquanto voi volete atta a pascere la famiglia. E rinovare ogni dÝ nuovilavoratoricondurli a pregio e prestare loro quanto s'usadipoi ove tustimavi riaverne opere o servigi convenirtimutando possessioneinpartecome accadeperderenon credo questo sia da lodare tra verimassai. GIANNOZZO Per questo proprio e per altre cagioni assai io micomperrei la possessione de' miei danariche fusse miapoi e de'figliuoli mieie cosÝ oltre de' nipoti mieiacci˛ che io con pi˙amore la facessi governare bene e molto cultivaree acci˛ che e' mieirimanenti in quella etÓ prendessono frutto delle piante e delle operequali io vi ponessi. LIONARDO Vorresti voi campi da ricorre tutto in unosolo sito insiemequanto diciavate: granovinoolioe strame e legne?GIANNOZZO Vorreipossendolo. LIONARDO Or ditemiGiannozzo. A volere ilbuono vinobisogna la costa e il solitÝo; a fare buono grano si richiedel'aperto piano morbido e leggiere; le buone legne crescono nell'aspero ealla grippa; il fieno nel fresco e molliccio. Tanta adunque diversitÓ dicose come troverresti voi in uno solo sito? Che diteGiannozzo? Stimatevoi si truovino simili molti siti atti a vignasementiboschi e pascoli?E trovandolicrederresti voi averli a pregio non carissimo? GIANNOZZOQuanto sÝ! Ma pureLionardo mioio mi ricordo a Firenze quanto sianodegli altri assaie ancora quelli nostri luoghiquelli di messerBenedettoquelli altri di messere Niccolaioe quelli di messer Ciprianoe quelli di messere Antonioe gli altri de' nostri Albertia' quali tunon desiderresti cosa pi˙ niunaposti in aere cristallinain paeselietoper tutto bello occhiorarissime nebbienon cattivi ventibuoneacquesano e puro ogni cosa. Ma tacciamo di quellie' quali pi˙ sonopalagi da signorie pi˙ tengono forma di castella che di ville. Non ciricordiamo al presente delle magnificenze Albertedimentichianci quelliedificii superbi e troppo ornatissimine' quali molti vedendovi testÚnuovi abitatori trapassano sospirandoe desiderandovi l'antiche fronti ecortesie nostre Alberte. Dicocercherei comperare la possessione ch'ellafusse tale quale l'avolo mio Caroccionipote di messer Iacoboiurisconsultoe padre di quello nostro zio messer Iacobo cavalieredicui nacque il secondo Caroccio Albertosolea dire voleano essere lepossessioniche portandovi uno quartuccio di sale ivi si potesse tuttol'anno pascere la famiglia. CosÝ adunque farei ioprovederei che lapossessione in prima fusse atta a darci tutto quello bisognasse perpascere la famigliae se non tuttoalmeno insieme le pi˙ necessariecosepanevino. E per la via d'andare alla possessioneo ivi pressotorrei il pratoper potere andando e rivenendo porre mente se cosa ivimancassee cosÝ sempre per quivi farei la viarivedendo tutti e' campie tutta la possessione; e molto vorrei o tutto insieme o ciascuna partebene vicina per meglio poterli spesso senza troppa occupazione tuttitrascorrere. LIONARDO Buona ragioneper˛ chementre che voisollicitassi quelli lÓ suquesti lavoratori qua gi˙ sarebbono forsepi˙ negligenti. GIANNOZZO E anche per non avere a trafficare con troppafamiglia di villani: cosa da nolla crederequanto in questi aratoricresciuti fra le zolle sia malvagitÓ. Ogni loro studio sempre sta peringannarti; mai a sÚ in ragione alcuna lasciano venire inganno; maierrano se non a suo utile; sempre cercano in qualunque via avere eottenere del tuo. VorrÓ il contadino che tu prima gli comperi il buelecaprela scrofaancora la giumentaancora e le pecore; poi chiederÓgli presti da satisfare a' suoi creditorida rivestire la mogliedadotare la figliuola; poi ancora dimanderÓ che tu spenda in rassettarli lacapanna e riedificare pi˙ luoghi e rinnovare pi˙ masseriziee poiancora mai resterÓ di lamentarsi; e quando bene fusse adanaiato pi˙forse che il padrone suoallora molto si lagnerÓ e dirassi povero.Sempre gli mancherÓ qualche cosa; mai ti favella che non ti adduca spesao gravezza. Se le ricolte sono abundantilui per sÚ ne ripone due lemigliori parti. Se pel temporale nocivo o per altro caso le terre furonoquesto anno sterileil contadino a te non assegnerÓ se non danno eperdita. CosÝ sempre dell'utile riterrÓ a sÚ le pi˙ e le miglioripartidello incomodo e disutile tutto lo getta sopra al soccio suo.LIONARDO Adunque forse sarebbe il meglio a spendere qualche cosa pi˙ inpiazza per fornire la casache avere a communicare con simili malvagiegenti. GIANNOZZO Anzi giovaLionardo miomolto giova trassinare taliingegni villaneschiper poi meglio sapere sofferire e' cittadiniqualiforse abbiano simili costumi villani e dispettosi; e insÚgnanti e'rustici non poco essere diligente. E poidove tu non arai a conversarecon troppa moltitudine di lavoratoria te non sarÓ la loro maliziaodiosae dove tu sarai diligente a' fatti tuoiil tuo agricultore pocopotrÓ ingannartie tu delle sue malizuole arai mille piaceri fra testessimolto e riderai. LIONARDO A me questa vostra prudenza troppopiaceGiannozzosapete persino da' malvagi cavarsene qualche utilitÓ elodo nel vivere. GIANNOZZO MaisÝfigliuoli mieicosÝ farei. Ma iocercherei questa possessione in luogo dove nÚ fiuminÚ ruine di pioveme gli potessoro nuoceree dove non usassono furoncelli; e cercherei ivifusse l'aria ben pura. Imperoch'io odo si truovano villeperaltrofruttuose e grassema ivi hanno l'aere piena d'alcune minutissime einvisibili musculine; non si sentonoma passanoalitandosino entro alpulmoneove giunte si pasconoe in quello modo tarmano l'enteriorieoccidono gli animaliancora e molti uomini. LIONARDO Ben mi ricorda avereletto di ci˛ apresso agli antichi. GIANNOZZO Per˛ cercherei non mancod'avere ivi buono aere che buono terreno. In buono aeres'e' frutti noncrescono in grandissima quantitÓ come certo vi cresconoquelli pur chevi crescono molto pi˙ sono saporitimolto pi˙ che gli altri altrovemigliori. Agiugni qui ancora che la buona aereriducendoti in villaconferma molto la sanitÓe porgeti infinito diletto. E ancoraLionardomiocercherei d'avere la possessione in luogo donde i frutti e le ricoltemi venissino a casa senza troppa vetturae potendola avere non lungidalla terra troppo mi piacerebbeper˛ che io pi˙ spesso v'andereispesso vi mandereie ogni mattina anderebbe pelle frutteper l'erbe epe' fichi; e andere'mivi io stessi spassando per essercizioe quellilavoratorivedendomi spessoraro peccarebbonoe a me per questoporterebbono pi˙ amore e pi˙ riverenzae cosÝ sarebbono pi˙ diligentia' lavorÝi. E di queste possessioni cosÝ fatte poste in buono aerelontane da diluviivicine alla terraatte a pane e vinocredo io se netroverebbe assai. E di legne in poco tempo me la fare' io fertilissimaimperochÚ mai resterei di piantarvi cosÝ in sulle marginionde s'auggiasseil vicino campo non il mioe vorre'vi allevare ogni delicato e rarofrutto. Farei come solea messer Niccolaio Albertiuomo dato a tutte legentilezzequale volse in le sue ville si trovassino tutti e' fruttinobilissimi quali nascono per tutti e' paesi. E quanta fu gentilezza inquello uomo! Costui mand˛ in Sicilia per pinii quali nati fruttanoprima ch'eglino agiungano al settimo anno. Costui ancora nelli orti suoivolle pini de' quali e' pinocchi da sÚ nascono fessi: lo scorzo dall'unode' lati Ŕ rotto. Costui ancora di Puglia ebbe quelli pinie' qualifruttano pignuoli collo scorzo tenerissimo da frÓngelli colle ditae diquesti fece la selva. Sarebbe lunga storia racontare quanta strana ediversa quantitÓ di frutti quello uomo gentilissimo piantasse negli ortisuoitutti di sua mano posti a ordinea filoda guardalli e lodallivolentieri. E cosÝ farei io: pianterei molti e molti alberi con ordine auno filoper˛ che cosÝ piantati pi˙ sono vaghi a vedellimancoauggiano e' seminatimanco mungono il campoe per c˘rre e' frutti mancosi scalpesta e' lavorati. E are'mi grande piacere cosÝ piantareinnestare e aggiugnere diverse compagnie di frutti insiemee dipoinarrare agli amici comequando e onde io avessi quelle e quelle altrefrutte. Poi a me sarebbeLionardo mioche tu sappiautile molto grandese quelli piantati fruttassono bene; e se non fruttassonoa me ancorasarebbe utile: taglierei per legneogni anno disveglierei e' pi˙ vecchie' meno fruttiferie ogni anno ivi ristituirei migliori piante. E quantoiodi questo arei troppo in me piacere. LIONARDO Quale uomo fusseilquale non si traesse piacere della villa? Porge la villa utilegrandissimoonestissimo e certissimo. E pruovasi qualunque altroessercizio intopparsi in mille pericolihanno seco mille sospettiseguongli molti danni e molti pentimenti: in comperare curain condurrepaurain serbare pericoloin vendere sollicitudinein credere sospettoin ritrarre faticanel commutare inganno. E cosÝ sempre degli altriessercizii ti premono infiniti affanni e agonie di mente. La villa solasopra tutti si truova conoscentegraziosafidataveridica. Se tu lagoverni con diligenza e con amoremai a lei parerÓ averti satisfatto;sempre agiugne premio a' premii. Alla primavera la villa ti dona infinitisollazziverzurefioriodoricanti; sforzasi in pi˙ modi farti lietotutta ti ride e ti promette grandissima ricoltaÚmpieti di buonasperanza e di piaceri assai. Poi e quanto la truovi tu teco alla statecortese! Ella ti manda a casa ora unoora un altro fruttomai ti lasciala casa v˛ta di qualche sua liberalitÓ. Eccoti poi presso l'autunno. Quirende la villa alle tue fatiche e a' tuoi meriti smisurato premio ecopiosissime mercÚe quanto volentieri e quanto abundantee con quantafede! Per uno dodiciper uno piccole sudore pi˙ e pi˙ botti di vino. Equello che tu aresti vecchio e tarmato in casala villa con grandissimausura te lo rende nuovostagionatonetto e buono. Ancora ti dona lepassule e l'altre uve da pendere e da seccaree ancora a questo agiugneche ti riempie la casa per tutto il verno di nocipere e pomi odoriferi ebellissimi. Ancora non resta la villa di dÝ in dÝ mandarti de' fruttisuoi pi˙ serotini. Poi neanche il verno si dimentica teco essere la villaliberale; ella ti manda la legnal'olioginepri e lauri perquando ticonduca in casa dalle nevi e dal ventofarti qualche fiamma lieta eredolentissima. Ese ti degni starti secola villa ti fa parte del suosplendidissimo solee porgeti la leprettinail caproil cervoche tugli corra drietoavendone piacere e vincendone il freddo e la forza delverno. Non dico de' pollidel cavrettodelle giuncate e delle altredeliziequali tutto l'anno la villa t'alieva e serba. Al tutto cosÝ Ŕ:la villa si sforza a te in casa manchi nullacerca che nell'animo tuostia niuna malinconiaÚmpieti di piacere e d'utile. E se la villa da terichiede opera alcunanon vuole come gli altri essercizii tu ivi teatristinÚ vi ti carchi di pensierinÚ punto vi ti vuole affannato elassoma piace alla villa la tua opera ed essercizio pieno di dilettoilquale sia non meno alla sanitÓ tua che alla cultura utilissimo. GIANNOZZOChe bisogna direLionardo? Tu non potresti lodare a mezzo quanto sia lavilla utile alla sanitÓcommoda al vivereconveniente alla famiglia.Sempre si dice la villa essere opera de' veri buoni uomini e giustimassarie conosce ogni uomo la villa in prima essere di guadagno nonpiccoloecome tu dicevidilettoso e onesto. Non ti convienecomenegli altri mestieritemere perfidia o fallacie di debitori oprocuratori. Nulla vi si fa in oscuronulla non veduto e conosciuto damoltinÚ puoi esservi ingannatonÚ bisogna chiamare notari etestimoninon seguire litigii e l'altre simili cose acerbissime e pienedi malinconie che alle pi˙ fiate sarebbe meglio perdere che con quellesuste d'animo guadagnare. Agiugni qui che tu puoi ridurti in villa eviverti in riposo pascendo la famigliuola tuaprocurando tu stessi a'fatti tuoila festa sotto l'ombra ragionarti piacevole del buedellalanadelle vigne o delle sementisenza sentire romorio relazionioalcuna altra di quelle furie quali dentro alla terra fra' cittadini mairestano- sospettipauremaledicentiingiustizierissee l'altremolte bruttissime a ragionarne cosee orribili a ricordarsene. In tuttie' ragionamenti della villa nulla pu˛ non molto piacertidi tutte siragiona con dilettoda tutti se' con piacere e volentieri ascoltato.Ciascuno porge in mezzo quello che conosce utile alla cultura; ciascunot'insegna ed emendaove tu errassi in piantare qualche cosa o sementare.Niuna invidianiuno odioniuna malivolenza ti nasce dal cultivare egovernare il campo. LIONARDO E anche vi godete in villa quelli giorniaerosi e puriaperti e lietissimi; avete leggiadrissimo spettacolorimirando que' colletti fronditie que' piani verzosie quelli fonti erivoli chiariche seguono saltellando e perdendosi fra quelle chiomedell'erba. GIANNOZZO SÝDiouno proprio paradiso. E anchequello chepi˙ giovapuoi alla villa fuggire questi strepitiquesti tumultiquesta tempesta della terradella piazzadel palagio. Puoi in villanasconderti per non vedere le rubalderiele sceleraggine e la tantaquantitÓ de' pessimi mali uominiquali pella terra continuo tifarfallano inanti agli occhiquali mai restano di cicalarti tornoall'orecchiequali d'ora in ora seguono stridendo e mugghiando per tuttala terrabestie furiosissime e orribilissime. Quanto sarÓ beatissimo lostarsi in villa: felicitÓ non conosciuta! LIONARDO Lodate voi abitare invilla pi˙ che in mezzo alla cittÓ? GIANNOZZO Quanto ioa vivere conmanco viziocon meno maninconiecon minore spesacon pi˙ sanitÓmaggiore suavitÓ del vivere miosÝ benefigliuoli mieiche io lodo lavilla. LIONARDO Parrebbevi egli pertanto d'allevare ivi e' figliuolivostri? GIANNOZZO Se i figliuoli miei non avessoro in etÓ a conversare senon con buonicerto a me piacerebbe averli cresciuti in villa. Ma egli ŔsÝ piccolo il numero de' non pessimi uominiche a noi padri convieneper essere sicuri da' viziosi e dai molti inganni lorovolere ch'e'figliuoli nostri li conoscano; nÚ pu˛ bene giudicare de' viziosi coluiil quale non conosce il vizio. Chi non conosce il suono della cornamusanon pu˛ bene giudicare se lo strumento sia buono o non buono. Per˛ sianostra opera fare come chi vuole diventare schermidoreprima imparareferireper meglio conoscere e a tempo sapere fuggire la punta e scostarsidal taglio. S'e' vizii abitanocome fannotra gli uominia me potrÓparere il meglio allevare la giovent˙ nelle terrepoichÚ ivi abondanonon meno vizii che uomini. LIONARDO E ancheGiannozzonella terra lagiovent˙ impara la civilitÓprende buone artivede molti essempli daschifare e' viziiscorge pi˙ da presso quanto l'onore sia cosabellissimaquanto sia la fama leggiadrae quanto sia divina cosa lagloriagusta quanto siano dolci le lodeessere nomatoguardato e avutovirtuoso. Destasi la giovent˙ per queste prestantissime cosecommove esÚ stessi incita a virt˙e proferiscesi ad opere faticose e degne diimmortalitÓ; quali ottime cose forse non si truovano in villa fra'tronchi e fra le zolle. GIANNOZZO Con tutto questoLionardo miodubitoio quale fusse pi˙ utileallevare la giovent˙ in villa o nella terra.Ma sia cosÝabbiasi ciascuna cosa le sue proprie utilitÓsiano nelleterre le fabriche di quelli grandissimi sognistatireggimentie famae nella villa si truovi quietecontentamento d'animolibertÓ di viveree fermezza di sanitÓio per me cosÝ ti dico: se io avessi villa similequale io narravaio mi vi starei buoni dÝ dell'annodare'mi piacere emodo di pascere la famiglia mia copioso e bene. LIONARDO Non daresti voianche modocome diciavate bisognaredi vestire la famiglia? GIANNOZZOFra' miei primi pensieri questo sarebbecome sempre fuil primod'averela mia famiglia quanto a ciascuno si richiedesse onestamente bene vestitaper˛ chese io in questo fussi negligentela brigata mi servirebbe conpoca fedee i miei mi porterebbono odio; sare'ne spregiatoquelli difuori me ne biasimerebbonosare'ne riputato avaroe per tanto sarebbenon buona masserizia non vestirli bene. LIONARDO Come la terresti voivestita? GIANNOZZO Pur bene: civili vestimentisopratutto pulitiatti ebene fatti; colori lietiaperti quali pi˙ s'afacesse loro; buoni panni.Questi frastagliquesti ricami a me piacquono mai vedellise non solo a'buffoni e trombetti. In dÝ solenni la vesta nuovagli altri dÝ la vestausatain casa la vesta pi˙ logora. Le vesteLionardo mioonorano te.Vero? Onora tu adunqueonora le veste. E soglio io porre mentee parmiqui non s'abbia quanto merita riguardo; e benchÚ potrebbe parere ailarghi e spendenti uomini cosa da non ne fare troppa stimapure egli ŔcosÝ: il cignere la vesta fa due malil'uno che il vestire pare menoampio e meno onorevolel'altro si vede che il cinto lima il panno e benesubito arÓ stirpato il pelotale che tu arai la vesta per tutto nuovasolo nel cingere sarÓ consumata e vecchia. Non si vogliono adunquecingere le belle vestee voglionsi avere le belle vesteperchÚ ove elleonorano te moltotu il simile riguardi loro. LIONARDO Vestiresti voicosÝ tutta la famiglia ornata di belle veste? GIANNOZZO Vedi tusÝbenea ciascuno secondo se gli richiedesse. LIONARDO E a quelli i qualisi riducessono con voi in casadonaresti voi il vestire quasi in premio?GIANNOZZO Sarei sÝ bene con questi ancora liberaleove io gli vedessiamorevoli e diligenti verso di me e verso de' miei. LIONARDO PerpremiarlistimocosÝ faresti. GIANNOZZO E anche per incitare gli altrie meritare da me quanto quelli buoni avessino ricevuto. Niuna cosa sarÓtanto molto atta e utile a rendere bene modestacostumata e officiosatutta la famigliaquanto onorando e premiando e' buoniper˛ che levirt˙ lodate crescono negli animi de' buonie nelle menti de' non cosÝbuoni incendono gli altrui premii e lode voluntÓ di meritare con similiopere e virt˙. LIONARDO Piacemie dite bellissimo. CosÝ certo confessoessere. Ma a vestire la famiglia onde soppliresti voi? Venderesti voi e'frutti della possessione? GIANNOZZO Se quelli m'avanzassinoperchÚ nonmi dovessi io farne danarie in altro spenderli quando bisognasse? Semprefu utile al padre della famiglia pi˙ essere vendereccio che compraiuolo.Ma sappi che alla famiglia tutto l'anno accaggiono minute spese permasserizie e aconcimi e manifatture; e cosÝ non raro ti sopravengonodell'altre maggiori spesedelle quali tutte quasi le prime sono ilvestire. Cresce la giovent˙apparecchiansi le nozzeanoveransi le dotee chi a tutte volesse colla sola possessione satisfarvicredo ionon libasterebbe. Per˛ farei d'avere qualche essercizio civile utile allafamigliacommodo a meatto a me e a' mieie con questo essercizioguadagnando di dÝ in dÝ quanto bisognasse sopplirei; quello cheavanzasse mi serberei per quando accadessino maggiori spese: o servirne lapatriao aiutarne l'amicoo donarne al parenteo similiquali tutto ildÝ possono intervenirespese non piccolenon da nolle faresÝ perchÚsono dovutesÝ perchÚ sono piatosesÝ anche perchÚ acquistanoamistÓnome e lodo. E a me molto piacerebbe a quello modo avere overidurmie dove contenessi e' miei giovani non scioperati e non oziosi.LIONARDO Quale essercizio prenderesti voi? GIANNOZZO Quanto potessionestissimoe quanto pi˙ potessi a molti utilissimo. LIONARDO Forsequesto sarebbe la mercantia? GIANNOZZO Troppomaper pi˙ mio riposoiom'eleggerei cosa certaquale di dÝ mi vedessi migliorare tra le mani.Forse farei lavorare le laneo la setao similiche sono essercizii dimeno travaglio e di molto minore molestiae volentieri mi darei a taliessercizii a' quali s'adoperano molte maniperchÚ ivi in pi˙ persone ildanaio si spargee cosÝ a molti poveri utilitÓ ne viene. LIONARDOQuesto sarebbe officio di grandissima pietÓgiovare a molti. GIANNOZZO Echi ne dubita? Massime faccendo come vorrei io si facessechÚ areifattori e garzoni mieinÚ io porrei mano pi˙ oltre se non a provedere eordinare che ciascuno facesse il debito suoe a tutti cosÝ comanderei:siate con qualunque si venga onestigiusti e amichevolicon gli straninon meno che con gli amicicon tutti veridici e nettie molto viguardate che per vostra durezza o malizia mai alcuno si parta dalla nostrabottega ingannatoo male contento; chÚfigliuoli mieicosÝ a me pareperdita pi˙ tosto che guadagnoavanzando monetaperdere grazia ebenivolenza. Uno benevoluto venditore sempre arÓ copia di comperatoriepi˙ vale la buona fama e amore tra' cittadini che quale si siagrandissima ricchezza. E anche comanderei nulla sopravendessino superchioe checon qualunque o creditore o debitore si contraessesempre lororicorderei con tutti stessino chiari e nettinon fossoro superbinonmaledicentinon negligentinon litigiosie sopratutto alle scritturefussono diligentissimi. E in questo modo spererei Dio me ne prosperasseeaspetterei acrescermi non poco concorso alla bottega miae fra' cittadinistendermi buono nomele quali cose non si pu˛ di leggieri giudicarnequanto col favore di Dio e colla grazia degli uomini di dÝ in dÝ faccinoe' guadagni essere maggiori. LIONARDO E' fattoriGiannozzospesso sonopoco sollicitie raro cercano fare prima l'utile vostro che il suoproprio. GIANNOZZO E io per questo sarei diligente in t˘rre fattorionesti e buonie apresso vorrei molto spesso conoscere e rivedere persinoalle minime cosee qualche voltabenchÚ io sapessi ogni cosadi nuovone ridomanderei per parere pi˙ sollecito. Non farei cosÝ per monstrarmisuspizioso troppo o sfidatoma per t˘rre licenza a' fattori d'errare. Se'l fattore vederÓ niuna cosa a me essere occultastima che vorrÓ mecoessere sollicito e veritiero; e volendo essere il contrario non poterebbeper˛ cheio spesso riconoscendo le cosenon potrebbono gli erroriinvecchiarmi tra le manie dove fosse cadutovi errore alcunose nonoggidomani subito si rinverrebbee non fuori di tempo si glirimedierebbe. E se cosa fosse ascosa sotto qualche maliziacredi chespesso razzolandovi e ricercandovi di leggieri si scoprirebbe. Diceamesser Benedetto Albertiuomo non solo in maggiori cose della terrainreggere la repubblica prudentissimoma in ogni uso civile e privatosavissimoch'egli stava cosÝ bene al mercatante sempre avere le manitinte d'inchiostro. LIONARDO Non so se io questo m'intendo. GIANNOZZODimonstrava essere officio del mercatante e d'ogni mestierequale abbia atramare con pi˙ personesempre scrivere ogni cosaogni contrattoognientrata e uscita fuori di bottegae cosÝ spesso tutto rivedendo quasisempre avere la penna in mano. E quanto a me questo precetto pare troppoutilissimoimperochÚse tu indugi d'oggi in domanele coset'invecchiano pelle manivengonsi dimenticandoe cosÝ il fattore pigliaargomento e stagione di diventare o viziosoo come il padrone suonegligente. NÚ stimare alle cose tue altri sia pi˙ che tu stessosollicitoe cosÝ alla fine te n'hai il dannoo vero ti perdi ilfattore. NÚ dubitareLionardo mioch'egli Ŕ peggio avere male fattoreche in tutto nollo avere. La diligenza del maestro pu˛ d'uno fattore nonmolto buono farlo migliorema la negligenza di chi debba avere principalecura delle cose sempre suole di qualunque buono lasciarlo piggiorare.LIONARDO E quanto! Uno fattore vizioso ti ruba e inganna per suo malignoingegnobenchÚ tu sia sollicitoe molto pi˙ ti nocerÓ ove vedrÓ allecose tue in te stessi essere negligenza. E bene questo spesso provorono e'nostrie bene spesso hanno avuto chi per suo vizio molto pi˙ che pernostra negligenza ci Ŕ stato dannoso. Ma da' viziosi raro si pu˛ senzadanno ritrarsi. GIANNOZZO A mequando io riduco a memoria quelli danni eperdite di molti mercatantie ove io veggo che de' sei infortunii e'cinque sono occorsi per difetto di chi governa le cosepare veramentepossa cosÝ affermare che niuna cosa tanto fa buono fattore quanto ladiligenza del maestro. La pigriziatralasciare e non spesso rivedere e'fatti suoi troppofigliuoli mieitroppo nuoce. E stolto coluiil qualenon saprÓ favellare de' fatti suoi se non per bocca altrui. Cieco percerto sarÓ coluiil quale non vedrÓ se non con gli occhi altrui. Vuolsiadunque stare sollicitodestodiligenterivedere spesso ogni nostracosaperchÚ cosÝ nulla si pu˛ facilmente perderee ismarrita pi˙tosto si truova. Agiugni che sendo negligente ti si fa una somma difaccende quale a scioglierle non vi basta il dÝnÚ ivi puoi quantobisogna faticae truovi quel che tu ne' tempi suoi aresti fatto bene econ dilettooravolendo quello quanto bisogna doppo allo indugiot'Ŕimpossibile o farlo a compimentoo delle molte parti farne alcuna benequanto certo prima aresti nelle stagioni loro fatto. CosÝ adunque iosarei sempre in ogni cosa diligentee in questa quanto a me s'apartenessemolto sarei sollicitoprima in scegliere quanto pi˙ potessi buonofattorepoi sarei diligente in nollo lasciare piggiorare rivedendo spessoe riconoscendo ogni mia cosa. E acci˛ ch'e' miei avessino cagioned'essere miglioriio gli onorerei e largamente bene gli trattereiestudiare'mi farli amorevoli a me e alle cose mie. LIONARDO CosÝ mi parecerto necessario avere grande diligenza in scegliere e' fattori benebuonie ancora avere non minore diligenza in non gli lasciare piggioraree ancora quanto dite molto bisogna essere diligente in farli di dÝ in dÝamorevoli e studiosi delle cose vostre. GIANNOZZO Moltoe sai come?Conviensi prima da pi˙ persone domandarneavisarsi delle condizioniloroinformarsi de' costumiporre bene mente che usanzeche manieresiano le loro. LIONARDO E per fattori quali a voi piacerebbono pi˙o glistrani o pure e' vostri della casa? PerchÚ spesso vidi fra mercatantifarne non piccolo dubio. Eravi chi diceva potersi meglio vendicare evalersi con pi˙ facilitÓ da uno strano che da uno della sua propriafamiglia. Altri stimava gli strani pi˙ essere ubbidienti a' maestri epi˙ suggetti. Altri parea non volesse ch'e' suoi fossero in tempo pervenire in tale fortuna che potessino t˘rsi il primo grado e occuparel'autoritÓ e luogo di chi governa. E cosÝ erano varie le loro opinioni.GIANNOZZO Quanto ioLionardo miomai chiamerei fattorema pi˙ tostonimico mioe non vorrei tra' miei domestici quello uomo da cui aspettassivendicarmi; nÚ apresso comprendo per che cagione io dagli strani dovessipi˙ essere riverito che da' mieiquantunque da' miei a me pi˙ parrebbeonesto accettarne benivolenza e amore che obedienza e servit˙; nÚ iostimo meno essere utile alle faccende la fede e diligenza di quelli qualici portino amoreche sia la subiezione di chi noi tema; e non reputodegno di buona fortunanÚ meritare autoritÓnÚ doversi grado alcuno acolui al quale sia molesto l'onore e felicitÓ de' suoi; e a me potrÓparere stultissimo coluiil quale stimerÓ senza favore e aiuto de' suoimantenersi in dignitÓ o in felice alcuno stato. Credete a mefigliuolimieiche di questo mi ramenta infiniti essempliquali per pi˙ brevitÓnon riferisco; credete a meniuno pu˛ durare in alcuna buona fortunasenza spalle e mano degli altri uomini; e chi sarÓ in disgrazia a' suoicostui stolto s'egli stima mai essere bene agli strani accetto. Ma perdiffinire la questione tuapresupponi tuLionardoch'e' tuoi sienobuoni o mali? LIONARDO Buoni. GIANNOZZO Se fiano buonimi rendo iocertissimo molto saranno migliori meco i miei che gli strani. E cosÝragionevole a me pare stimare ne' miei essere pi˙ fede e amore che inqualunque sia stranoe a me pi˙ debba essere caro fare bene a' miei cheagli altrui. LIONARDO O se fossoro mali? GIANNOZZO ComeLionardo? Che nonsapessino procurare bene? Non sarebbe qui a meLionardomaggiore debitoinsegnare a' miei che agli strani? LIONARDO Certo. Ma secome alcunavolta accadee' v'ingannassino? GIANNOZZO DimmiLionardoa te saprebbeegli peggio se uno tuo avesse de' beni tuoiche se uno strano se glirapisse? LIONARDO Meno a me dorrebbe se a uno de' miei le mie fortunefusseno utilima pi˙ mi sdegnerei se di chi pi˙ mi fido pi˙m'ingannasse. GIANNOZZO Lievati dall'animoLionardoquesta falsaopinione. Non credete che de' tuoi alcuno mai t'inganniove tu lo tratticome tuo. Quale de' tuoi non volesse pi˙ tosto avere a fare teco che congli strani? Pensa tu in te stessi: a chi saresti tu pi˙ volentieri utilea' tuoi pure o agli altrui? E stima questoche lo strano si riduce tecosolo per valersi di meglio; e ric˛rdati (spesso lo dico perchÚ sempre civuole essere a mente) ch'egli Ŕ pi˙ lodo e pi˙ utile fare bene a' suoiche agli strani. Quello poco o quello assaiquale lo strano se ne portanon torna pi˙ in casa tuanÚ in modo alcuno in tempo sarÓ a' nipotituoi utile. Se lo strano teco diventa riccoperchÚ cosÝ stima meritareda tepoco te ne sa grado; mase da te il parente tuo arÓ benee'confesserÓ esserti obligatoe cosÝ arÓ volunterosa memoria fare ilsimile a' tuoi. E quando bene e' non te ne sapesse nÚ gradonÚ meritose tu sarai buono e giustotu prima dovrai volere in buona fortuna e'tuoi che quale si sia strano. Ma pensa che di questo mai a te bisognerÓtemerese tu cosÝ sarai diligente a eleggere buonoe desto a nonlasciare peggiorare el fattore. E dimmi ancora: scegliendo il fattore oveara' tu manco indizii a bene conoscere de' costumi? Pigliando de' tuoie'quali a te sono cresciuti nelle manie' quali tu hai pratichi tutto ildÝo pure togliendo degli stranico' quali avesti molto mancoconoscenza e molto minori esperienze? CosÝ credo ioLionardo miomoltopi˙ sia difficile conoscere lo 'ngegno degli strani che de' tuoi. E secosÝ Ŕse a noi per bene scegliere molto si conviene conoscere edessaminare e' costumichi mai credesse pi˙ tosto investigalli in unostrano che ne' suoi proprii? Chi mai volesse pi˙ tosto uno strano nonbene conosciuto che uno suo bene conosciuto? Voglionsi aiutare e' nostriquando e' sono buoni e attie se da sÚ non sonocon ogni nostraindustria e aiuto voglionsi e' nostri di dÝ in dÝ rendere migliori.Segno di poca caritÓ sdegnare e' suoi per beneficare agli altrisegno digrande perfidia non si fidare de' suoi per confidarsi degli altri. Ma iodico forse troppo in questa materia. A teLionardoche ne pare? LIONARDOA me parequesta vostraamorevoleiusta e verissima sentenzae taleche s'ella fusse da tutticome da mecreduta e gustataforse lafamiglia nostra arebbe manco da dolersi di molte ingiuriequali giÓ pi˙volte ricevette dagli strani. E certo la vostra cosÝ confesso esseregiusta sentenza: non sa amare chi non ama e' suoi. GIANNOZZO E quantogiustissima! Maise tu puoi avere de' tuoinon mai t˘rre gli altrui. E'ti giova sollicitarlipigli piacere a insegnarligodi ove te vediriputar padrepuoi ascriverti a felicitÓ averti con tuoi beneficiiaddutta in luogo di figliuoli molta giovent˙la quale speri e dispongateco tutta la sua etÓ. Quale cose non cosÝ farÓ lo strano. Anziquandoegli arÓ cominciato a pi˙ qualcosa sapere o averee' vorrÓ esserecompagnodiratti volersi partiremoveratti doppo questo unae doppoquella un'altra lite per migliorare sua condizionee del danno tuodellainfamia tua poco stimerÓ ove a sÚ ne risulti bene. Ma lasciamo passare.Io potrei monstrarti infinite ragioni pelle quali vederesti che lo stranosempre sta teco come nimicodove e' tuoi sempre sono amici. Procurono e'tuoi il bene e l'onore tuofuggono il danno e la infamia tuaperchÚd'ogni tuo onore a loro ne risulta lodoe d'ogni disonore sentono partedi biasimo. E cosÝ occorrerebbono doppo queste infinite altre ragionipelle quali manifesto vederresti ch'egli Ŕ pi˙ dovutopi˙ onestopi˙utilepi˙ lodatopi˙ sicuro t˘rre de' suoi che degli strani. E quandoa te questo bene paresse il contrarioio ti consiglierei sempre pi˙verso e' tuoi avessi caritÓ che verso gli stranie ricordere'ti quanto anoi stia debito avere cura della giovent˙trarla in virt˙condurla inlode. E stima tu certo che a noi padri di famiglia non Ŕ se non granbiasimopossendo onorare e grandire e' nostrise noi li terremo adrietoquasi spregiati e aviliti. LIONARDO A me non bisogna udirne pi˙ ragioni.Io stimo in parte di grandissimo biasimo non sapere gratificarsi a' suoie confesserei io sempre che chi non sa vivere co' suoi molto meno saprÓvivere con gli strani. E di questi vostri ricordiin la masserizia troppoutilissimimolto vi siamo questi giovani e io obligatissimie anche cisarÓ molto pi˙ dono e debito da voi aver sentito il resto quantoaspettiamo seguitiate. PoichÚ detto avete della casadella possessione edegli essercizii accommodati alla masseriziaora c'insegnate quantoabbiamo a seguire in queste spesele quali tutto il dÝ accaggionooltreal vestire e al pascere la famigliae ancora ricevere amicionorarli condoni e liberalitÓ. E accade tale ora a fare qualche spesa la qualeapartenga allo onore e fama di casacome alla famiglia nostra delle altreassai e fra molte quella una de' padri nostri in edificare nel tempio diSanta Crocenel tempio del Carminenel tempio degli Agnoli e in moltiluoghi dentro e fuori della terraa Santo Miniatoal Paradisoa SantaCaterinae simili nostri publici e privati edificii. Adunque a questespese che regola o che modo daresti voi? So in questo come nell'altreforse dovete avere perfetti documenti. GIANNOZZO E hogli tali che nullameglio. LIONARDO E quali? GIANNOZZO Uditemi. Io soglio porre menteepŔnsavi ancora tu s'io tengo buona opinione; vedia me pare le spesetutte siano o necessarie o non necessariee chiamo io necessarie quellespesesenza le quali non si pu˛ onesto mantenere la famigliaqualispese chi non le fa nuoce allo onore suo e al commodo de' suoi; e quantonon le faccendo pi˙ nuocionotanto pi˙ sono necessarie. E sono questenumero a raccontarle grandissimo; ma insomma possiamo dire siano quellefatte per averne e conservarne la casala possessione e la bottegatremembri onde alla famiglia s'aministra ogni utilitÓ e frutto quantobisogna. Verole spese non necessarie sono o con qualche ragione fatteosenza alcuna pazzamente gittate via. Ma le spese non necessarie conqualche ragione fatte piacciononon fatte non nuocono. E sono queste comedipignere la loggiacomperare gli arientivolersi magnificare con pompacon vestire e con liberalitÓ. Sono anche poco necessariema non senzaqualche ragionele spese fatte per asseguire piacerisollazzi civilisenza quali ancora potevi onesto e bene viverti. LIONARDO Intendovi: comed'avere bellissimi librinobilissimi corsierie simile voglie d'animogeneroso e magnifico. GIANNOZZO Proprio questo medesimo. LIONARDO Adunquesi chiamino queste spese voluntarieperchÚ satisfanno pi˙ tosto allavoluntÓ che alla necessitÓ. GIANNOZZO Piacemi. Di poi le spese pazzesono quelle quali fatte meritano biasimocome sarebbe pascere in casadraconi o altri animali pi˙ che questi terribilicrudeli e venenosi.LIONARDO Tigri forse? GIANNOZZO AnziLionardo miopascere scelerati eviziosi uominiimperoch'e' mali uomini sono pi˙ che le tigre e chequalunque si sia pestifero animale molto piggiori. Uno solo vizioso mettein ruina tutta una universa famiglia. Niuno si truova veneno maggiorenÚsÝ pestilenzioso quanto sono le parole d'una mala lingua; niuna rabbiatanto sarÓ rabbiosa quanto quella d'uno invidioso raportatore. E chipasce simili sceleraticostui certo fa spese pazzebestialissimeemolto merita biasimo. Vuolsi fuggire quanto una pestilenza ogni uso edimestichezza di simili malediciraportatori e ghiottonacci quali s'inframettonofra gli amici e conoscenti delle case. NÚ mai si vuole essere amico dichi racolga volentieri simili viziosiimperochÚ a chi ama e' viziosipiace il vizio: a chi piace il vizio costui non Ŕ buonoe a' mali uominimai e' buoni furono amici. Pertanto sarÓ nÚ utilenÚ facileacquistarsi amistÓ di questi talide' quali non stia l'uscio el'orecchie molto serrato a tutti e' viziosi. LIONARDO SÝ certoGiannozzosÝ dite il veroe sono spese non solo pazze ma anche troppodannosechÚ sogliono e' viziosi con loro raportamenti e falseaccusazionigodendo in usare la sua malvagitÓaddurti in suspizione eodio a tutti e' tuoisolo perchÚ tu non abbia a credere a chi teveramente amiquando e' t'avisasse del vizio e malignitÓ di quelli.GIANNOZZO Per˛ nÚ questenÚ simili spese pazze mai si vogliono fare.Voglionsi fuggirenon udirenÚ riputare amico chi le domandinÚ chite ne consigli. LIONARDO E quelle altre dueGiannozzole necessarie e levolontarie spesecon che ragione abbiamo noi ad essequille? GIANNOZZOCome ti pensi? Sai come fo io le necessarie spese? Quanto pi˙ posso le fopresto. LIONARDO Non vi pensate voi prima quale modo sia il migliore?GIANNOZZO Certo sÝ. NÚ stimare che in cosa alcuna a me mai piacciacorrere a furiama bene studio fare le cose maturamente presto. LIONARDOPerchÚ? GIANNOZZO PerchÚ quello che era necessario fare mi giova subitoavello fattonon fusse per altro se none per avermi scarico di quellopensiero. CosÝ adunque fo le necessarie subitoma le voluntarie spesetraduco io in altro modo buonoutile. LIONARDO E quale? GIANNOZZO Ottimoutilissimo. Dicotelo. IndugioLionardo mioindugio parecchi terminiindugio quanto posso. LIONARDO E questo perchÚ? GIANNOZZO Pur per bene.LIONARDO Desidero sapere che buona cagione vi muovachÚ so nulla fatesenza ottima ragione. GIANNOZZO Dicotelo. Per vedere se quella vogliam'uscisse in quello mezzo; e non m'uscendoio pure mi truovo avere spazioda pensare in che modo ivi si spenda mancoe pi˙ a pieno mi satisfaccia.LIONARDO RingrazioviGiannozzo. Voi testÚ m'avete insegnato schifaremolte spesealle quali iocome gli altri giovaniraro mi sapevarafrenare. GIANNOZZO Per˛ non Ŕ se non dovuto che a noi vecchi si rendamolta riverenzae cosÝ a voi giovani pare sia utile in ogni vostrafaccenda addimandiate e riceviate da noi padri consiglio. Molte cose diquesto mondo meglio per pruova si conoscono che per giudicio e prudenzaenoi uomini non gastigati dalle letterema fatti eruditi dall'uso e dagliannie' quali a tutto l'ordine del vivere abbiamo e pensato e distintoquale sia il meglionon dubitarepossiamo in bene molte cose con lanostra pratica forse pi˙ che a voi altri litterati non Ŕ licito collevostre sottigliezze e regole di malizia. E dicovisempre a me parse viabrevissima acome voi ditebene filosofareconversare e assiduotrovarsi apresso de' vecchidomandarliudirli e ubidilliimperochÚ iltempoottimo maestro delle coserende e' vecchi buoni conoscitori eoperatori di tutte quelle cosequali a noi mortali sono nel vivere nostroutili e buone a tradurre l'etÓ nostra in quietetranquillitÓ eonestissimo ozio. LIONARDO Bene aspettavamo da voi apreendere molte eperfette cosema voi e in questo e negli altri vostri singularissimi eperfettissimi ditti superasti ogni nostra espettazione. Tante cosec'insegnate quante io mai arei pensato si potessoro adattare allamasserizia. Ma non so se io mi giudico il vero. DicoGiannozzochevolere essere padre di famiglia come voi ce l'avete distintomi pareforse sarebbe opera molto faticosa: prima essere massaio delle sue propriecosereggere e moderare l'affezioni dell'animofrenare e contenere gliappetiti del corpoadattarsi e usufruttare il tempoosservare egovernare la famigliamantenere la robaconservare la casacultivare lapossessioneguidare la bottegale quali cose da per sÚ ciascuna sarÓnon piccolissima a chi voglia in quella essere diligentissimoe in tutteinsieme credo ioperchÚ sono difficilisarÓ quasi impossibileadoperarsi in modo che la nostra sollecitudine in qualche una non manchi.GIANNOZZO Non essere in questa opinione. Elle non sonocome a te forsepaionoLionardo mio; queste non sono difficili quanto credeviper˛ cheelle sono tutte collegate insieme e incatenate per modoche a chi vuoleessere buono padre di famigliaa costui convieneguidandone bene unatutte l'altre seguano pur bene. Chi sa non perdere tempo sa fare quasiogni cosae chi sa adoperare il tempocostui sarÓ signore di qualunquecosa e' voglia. E quando queste bene fussino difficilielle porgono tantautilitÓ e tanto piacere a chi in esse si dilettie con tuo tanto biasimoti stanno adosso ove tu nolle molto procurich'elle debbono non attediarenÚ straccareanzi parere giocundissime a chi sia in sÚ buonoe non intutto pigro e negligentee a noi debba piacere farci e' fatti nostri.Niuna cosa tanto si truova piacevole quanto contentare sÚ stessoe assaisi contenta chi fa quello che gli piacee dobbiamo riputarci a lode faree' fatti nostri pur beneove faccendoli male sentiamo per pruova quantoci sia non meno biasimo che danno. E quando pure ti piacesse pi˙alleggerirtipiglia di tutti una certa parte quale pi˙ all'ingegnoetÓcostumi e autoritÓ tua s'aconfacciama sempre statuisci te sopratuttiin modo che non tu per le mani e indizio d'altrima gli altri tuoitutti per la volontÓ e sentenza tua ne' fatti tuoi seguano quanto siaonesto e devutoe cosÝ sempre provedi che ciascuno de' tuoi faccia ildebito suo. Terrai e' tuoi fattori distribuiti pelle faccendequello allavillaquesto alla terragli altri ove bisognae cosÝ ciascuno in qualemeglio si gli aconfaccia. Voi litterati (quanto spessoora mi ramentafucostume di messer Benedetto Albertiuomo in casa studioso e assiduo alleletteree fuori fra' cittadini e amici umanissimoil quale con una sualetizia piena di gravitÓ sempre ragionava di cose onestissime ebellissimegrate e utili a chi l'ascoltavasoleva ragionando seguirequesti vostri litterati)e' quali trattando della prudenza e vivere umanosolete adurre essemplo dalle formichee dite che da loro si debbaprendere amonimento provedendo oggi a' bisogni di domane; e cosÝconstituendo il principe solete prendere argomento dall'apile qualitutte a uno solo obedisconoe pella publica salute tutte con fortissimoanimo e ardentissima opera s'essercitanoqueste a mietere quella supremacalugine de' fioriqueste altre a suportare e condurre il pesoquelle adistribuirlo in operaquelle altre a fabricare lo edificioe tutteinsieme a difendere le loro riposte ricchezze e delizie; e cosÝ avetemolte vostre piacevolissime similitudini atte a quello che voi intendetedimonstrare e molto dilettose a udirle: e sia testÚ ancora licito a mecon qualche mia similitudine non tanto apropriatissima quanto le vostrema certo non in tutto inettaper meglio e pi˙ aperto narrarvie quasidipigneree qui in mezzo porvi inanzi agli occhi quello che a me pare inuno padre di famiglia sia necessariosiadicotestÚ a me licitoseguire ne' miei ragionamenti la vostra lodata e nobile consuetudine. Voivedete el ragno quanto egli nella sua rete abbia le cordicine tutte permodo sparse in razzi che ciascuna di quellebenchÚ sia in lungo spaziostesapure suo principio e quasi radice e nascimento si vede cominciato euscito dal mezzoin quale luogo lo industrissimo animale osserva suasedia e abitacolo; e ivipoichÚ cosÝ dimoratessuto e ordinato il suolavorosta desto e diligentetale cheper minima ed estremissimacordicina quale si fosse toccasubito la sentesubito s'apresenta e atutto subito provede. CosÝ faccia il padre della famiglia. Distingua lecose suepongale in modo che a lui solo tutte facciano capoe da lui s'adirizzinoe ferminsi ai pi˙ sicuri luoghi; e stia il padre della famiglia in mezzointento e presto a sentire e vedere il tuttoe dove bisogni provederesubito provegga. Non soLionardo mioquanto questa mia similitudine tidispiaccia. LIONARDO In che modo potrebbe alcuno vostro detto dispiacermi?GiuroviGiannozzomai a me parse vedere pi˙ attanÚ pi˙ utilesimilitudinee bene certo comprendocerto cosÝ essere quanto voidiciavateche il modo e diligenza di chi governa le cose rende ognigrande e grieve fatto facile e trattabile. Ma non so io come tale ora pareche le faccende di fuori impacciano le domestichee le domestichenecessitÓ spesso non lasciano bene di servire alle cose publiche. Per˛dubito la diligenza nostra a tutte le cose in tempo fusse non quanto sirichiede sufficiente. GIANNOZZO Non stimare costÝ ancora non sia presto eottimo rimedio. LIONARDO Quale? GIANNOZZO Dicotelo. Faccia il padre dellafamiglia come feci io. PerchÚ a me parea non piccolo incarco provederealle necessitÓ entro in casabisognando a me non raro avermi fuori tragli uomini in maggiori faccendeper˛ mi parse di partire questa sommaame tenermi l'usare tra gli uominiguadagnare e acquistare di fuoripoidel resto entro in casa quelle tutte cose minori lascialle a cura delladonna mia. CosÝ fecichÚ a dirti il verosÝ come sarebbe poco onorese la donna traficasse fra gli uomini nelle piazzein publicocosÝ a meparrebbe ancora biasimo tenermi chiuso in casa tra le feminequando a mestia nelle cose virili tra gli uominico' cittadiniancora e con buoni eonesti forestieri convivere e conversare. Non so se tu in questo mi lodigiÓ che io veggo alcunie' quali vanno rovistando e disgruzzolando percasa ogni cantuccionulla sofferano rimanere ascosonulla pu˛ tantoessere occulto che questi ivi non pongano gli occhi e le manituttoessaminanopersino se le lucerne avessino i lucignoli troppo doppiedicono essere vergogna niunanÚ fare ingiuria ad alcuno se procurano e'fatti suoio se danno sue legge e suoi costumi in casa suae alleganoquello detto solea dire messer Niccolaio Alberti uomo diligentissimochela cura e diligenza delle cose sempre fu madre delle ricchezze. Molto mipiace e lodo questa sentenzachÚ essere diligente in ogni cosa giova; mapure io non posso darmi a credere che agli uomini occupati in cose nonfeminili stia bene essere o monstrarsi tanto curiosi circa queste taliinfime masseriziuole domestiche. Non so se io erro qui. TuLionardochene di'che te ne pare? LIONARDO AconsentiscochÚ proprio sete dellaopinione degli antichi ove dicevano che gli uomini hanno da natura l'animorilevato e pi˙ che le femine atto con arme e consiglio a propulsare ogniavversitÓ quale premesse la patriale cose sacreo e' nati suoi. Ed Ŕl'animo dell'uomo assai pi˙ che quello della femmina robusto e fermo asostenere ogni impeto de' nimicie sono pi˙ forti alle fatichepi˙constanti negli affannie hanno gli uomini ancora pi˙ onesta licenzauscire pe' paesi altrui acquistando e coadunando de' beni della fortuna.Contrario le femmine quasi tutte si veggono timide da naturamolletardee per questo pi˙ utili sedendo a custodire le cosequasi come lanatura cosÝ provedesse al vivere nostrovolendo che l'uomo rechi a casala donna lo serbi. Difenda la donna serrata in casa le cose e sÚ stessicon oziotimore e suspizione. L'uomo difenda la donnala casae' suoi ela patria suanon sedendo ma essercitando l'animole mani con moltavirt˙ per sino a spandere il sudore e il sangue. Per˛ non Ŕ dadubitareGiannozzoquesti scioperatii quali si stanno il dÝ tutto trale femminelleo che si pigliano ad animo tali simili penseruzzifemminilicerto non hanno il cuore maschio nÚ magnificoe tanto sono dabiasimare costoro quanto e' dimonstrano pi˙ piacerli sÚ essere feminache uomo. A chi piace l'opere virtuose dimostra piacerli sÚ esserevirtuoso; a chi non ha in odio queste minime cose femminili facilmentedimonstra non fuggire d'essere riputato femminile. E per questo molto mipare siate da essere lodatopoichÚ alla donna vostra lasciasti ilgoverno delle cose minorie per voiquanto vidi semprevi tenesti ognifaccenda virile e lodatissima. GIANNOZZO Or sÝ ben sai cosÝ sempre miparse debito a' padri della famiglia non solo fare le cose degne all'uomoma ancora fuggire ogni atto e fatto quale s'apartenga alle femmine. Vuolsilasciare le faccenduzze di casa tutte alle donne come feci io. LIONARDOVoi potete lodarvi che aveste la donna forse pi˙ che l'altrevirtuosissima. Non so quanto si trovasse altrove donna tanto faccente etanto nel reggere la famiglia prudente quanto fu la vostra. GIANNOZZO Fucerto la mia e per suo ingegno e costumima molto pi˙ per mieiammonimenti ottima madre di famiglia. LIONARDO Voi adunque gl'insegnasti?GIANNOZZO In buona parte. LIONARDO E come facesti voi? GIANNOZZO Dicotelo.Quando la donna mia fra pochi giorni fu rasicurata in casa miae giÓ ildesiderio della madre e de' suoi gli cominciava essere meno graveio lapresi per mano e andai monstrandoli tutta la casae insegna'li suso altoessere luogo pelle biavegi˙ a basso essere stanza per vino e legne.Monstra'li ove si serba ci˛ che bisognasse alla mensae cosÝ per tuttala casa rimase niuna masserizia quale la donna non vedesse ove stesseassettatae conoscesse a che utilitÓ s'adoperasse. Poi rivenimmo incamera miae ivi serrato l'uscio le monstrai le cose di pregiogliarientigli arazzile vestele gemmee dove queste tutte s'avessonone' luoghi loro a riposare. LIONARDO A tutte queste cose preziose adunqueera consegnato luogo in camera vostracredo perchÚ ivi stavano pi˙sicuree pi˙ rimote e serrate. GIANNOZZO Anzi ancoraLionardo mioperpotelle rivedere quando a me paresse senza altri testimoni; chÚsiatecertifigliuoli mieinon Ŕ prudenza vivere sÝ che tutta la famigliasappia ogni nostra cosae stimate minore fatica guardarvi da pochi che datutti. Quello el quale saputo da pochi pi˙ sarÓ sicuro a serballoancora perduto pi˙ sarÓ facile a riavello da pochi che da moltie ioper questo e per molti altri rispetti sempre riputai meno pericolo tenereogni mia cosa preziosa quanto si pu˛ occulta e serrata in luogo remotodalle mani e occhi della moltitudine; sempre volli quelle essere ripostein luogo ove elle si serbino salve e libere da fuoco e da ogni sinistrocasoe dove spessissimo e per mio diletto e per riconoscere le cose iopossa solo e con chi mi pare rinchiudermisenza lasciare di fuori a chim'aspetta cagione di cercare di sapere e' fatti miei pi˙ che io mivoglia. NÚ a me pare a questo pi˙ atto luogo che la propria camera miaove io dormoin qualecome io dicevavolsi niuna delle preziose miecose fosse alla donna mia occulta. Tutte le mie fortune domestiche gliapersispiegai e monstrai. Solo e' libri e le scritture mie e de' mieipassati a me piacque e allora e poi sempre avere in modo rinchiuse che maila donna le potesse non tanto leggerema nÚ vedere. Sempre tenni lescritture non per le maniche de' vestirima serrate e in suo ordineallogate nel mio studio quasi come cosa sacrata e religiosain qualeluogo mai diedi licenza alla donna mia nÚ meco nÚ sola v'intrasseepi˙ gli comandaise mai s'abattesse a mia alcuna scritturasubito me laconsegnasse. E per levarli ogni appetito se mai desiderasse vedere o miescritture o mie secrete faccendeio spesso molto gli biasimava quellefemmine ardite e baldanzosele quali danno troppo opera in sapere e'fatti fuori di casa o del marito o degli altri uomini; ramentavagli chesempre si vide questo essere verissimo quale mi ricorda messer CiprianoAlbertiuomo interissimo e prudentissimodisse alla moglie d'uno suoamicissimoche pur vedendola troppo curiosa in domandare e investigaredove e con cui il marito fusse albergatoper amonilla quanto poteva e perrispetto della amicizia forse doveacosÝ gli disse: "Io ticonsiglio per tuo beneamica miache tu sia molto pi˙ nelle cose dicasa sollecita che in quelle di fuorie ramentoti come a sorella che'savi dicono che le donne quali spiano pure spesso degli uomini non sonosenza sospetto che a loro troppo stiano nell'animo gli uominie forse simonstrano pi˙ desiderose di sapere se altri conosce e' costumi suoi checupide di conoscere e' fatti d'altruie di queste pensa tu quale alleoneste donne stia peggio". CosÝ dicea messer Cipriano; cosÝ io consimili detti ammaestrai la donna miae sempre m'ingegnai ch'ella in primanon potessee apresso poi ch'ella non curasse sapere le mie secrete cosepi˙ che io mi volessi; nÚ vuolsi maiper minimo secreto che io avessimai farne parte alla donna nÚ a femina alcuna. E troppo mi spiaccionoalcuni maritii quali si consigliano colle moglienÚ sanno serbarsidentro al petto secreto alcuno: pazzi che stimano in ingegno femminilestare alcuna vera prudenza o diritto consigliopazzi per certo se credonola moglie ne' fatti del marito pi˙ essere che 'l marito stessi tenace etaciturna. O stolti maritiquando cianciando con una femmina non viramentate che ogni cosa possono le femmine eccetto che tacere. Per questoadunque sempre curai che mio alcuno secreto mai venisse a notizia delledonnenon perchÚ io non conoscessi la mia amorevolissimadiscretissimae modestissima pi˙ che qual si fusse altrama pure stimai pi˙ sicuros'ella non poteva nuocermi che s'ella non voleva. LIONARDO O ricordoottimo! E voi non meno prudente che fortunatose mai la donna vostra davoi trasse alcuno secreto. GIANNOZZO MaiLionardo mioe dicoti perchÚ:prima come ella era modestissimacosÝ mai si cur˛ pi˙ sapere che a leis'apartenessee io poi questo seco osservavache mai ragionava se nonedella masserizia o de' costumi o de' figliuolie di queste molto spessofaceva seco parole assaiacci˛ che ella e dal dire mio imparasse fareeper saperne meco ragionare e rispondermi studiasse conoscere e con operebene asseguire tutto ci˛ che a quelle s'apartenesse; e ancheLionardomiocosÝ faceva per t˘lli via d'entrare meco in ragionamenti d'alcunamia maggiore e propria cosa. CosÝ adunque feci: e' secreti e le scritturemie sempre tenni occultissime; ogni altra cosa domestica in quella ora edipoi sempre mi parse licito consegnalle alla donna miae lascialle nonin tanto a custodia sua che io spesso non volessi e sapere e vedere ogniminuta cosa dove fosse e quanto stesse bene salva. E poichÚ la donnacosÝ ebbe veduto e bene compreso ove ciascuna cosa s'avesse a rassettareio gli dissi: "Moglie miaquello che doverÓ essere utile e grato ate come a me mentre che sarÓ salvoe quello che a te sarebbe dannoso earestine disagio se noi ne fossimo straccuratidi questo conviene ancoraa te esserne sollicita non meno che a me. Tu hai vedute le nostre fortunele qualigrazia d'Iddiosono tante che noi doviamo bene contentarcene:se noi sapremo conservallequeste saranno utili a tea me e a' figliuolinostri. Per˛moglie miaa te s'apartiene essere diligente e averne curanon meno che a me". LIONARDO E qui che vi rispuose la donna?GIANNOZZO Rispuose e disse che aveva imparato ubidire il padre e la madresuae che da loro avea comandamento sempre obedire mee pertanto eradisposta fare ci˛ che io gli comandassi. Adunque dissi io: "Mogliemiachi sa obedire il padre e la madre sua tosto impara satisfare almarito. Ma- dissi- sa' tu quel che noi faremo? Come chi fa la guardiala notte in sulle mura per la patria suase forse di loro qualcuno s'adormentacostui non ha per male se 'l compagno lo desta a fare il debito suo quantosia utile alla patriaiodonna miamolto ar˛ per benese tu maivedrai in me mancamento alcunome n'avisiimperochÚ a quello modoconoscer˛ quanto l'onore nostrol'utilitÓ nostra e il bene de'figliuoli nostri ti sia a mente; cosÝ a te non spiacerÓ se io tedester˛ dove bisogni. In quello che io mancassi supplisci tue cosÝinsieme cercheremo vincere l'uno l'altro d'amore e diligenza. Questa robaquesta famigliae i figliuoli che nasceranno sono nostricosÝ tuoi comemieicosÝ miei come tuoi. Per˛ qui a noi sta debito pensare non quantociascuno di noi ci port˛ma in che modo noi possiamo bene mantenerequello che sia dell'uno e dell'altro. Io procurer˛ di fuori che tu quiabbia in casa ci˛ che bisogni; tu provedi nulla s'adoperi male".LIONARDO Come vi parse ella udirvi? Volentieri? GIANNOZZO Moltoe dissegli piacerÓ fare con diligenza quanto saprÓ e potrÓ quello che mi sia agrado. Per˛ dissi io: "Donna miaodimi: sopra tutto a me sarÓgratissimo faccia tre cose: la primaqui in questo letto fa'moglie miamai vi desideri altro uomo che me solosai". Ella arrossÝ e abass˛gli occhi. Ancora glielo ridissi che in quella camera mia ricevesse solomee questa fu la prima. La secondadissiavesse buona cura dellafamigliacontenessela e reggessela con modestia in riposotranquillitÓe pace; e questa fu la seconda. La terza cosadissiprovedesse che dellecose domestiche niuna andasse a male. LIONARDO Monstrastile voi come elladovesse fare quanto li comandavateo pure essa da sÚ in queste tutte eramaestra e dotta? GIANNOZZO Non credereLionardo mioche una giovinettapossa essere in le cose bene dotta. NÚ si richiede dalle fanciulle tuttaquella astuzia e malizia quale bisogna in una madre di famigliama moltopi˙ modestia e onestÓquali virt˙ furono in la donna mia sopra tuttel'altree non potrei dirti con quanta riverenza ella mi rispondesse.Dissemi la madre gli avea insegnato filarecucire soloed essere onestaancora e obedienteche testÚ da me imparerebbe volentieri in reggere lafamiglia e in quello che io gli comandassi quanto a me paressed'insegnarli. LIONARDO E voi comeGiannozzoinsegnastili voi questecose? GIANNOZZO Che? Forse adormentarsi senza uomo altri che me appresso?LIONARDO Molto mi dilettaGiannozzoche in questi vostri ricordi eammonimenti santissimi e severissimi voi ancora siate giocoso e festivo.GIANNOZZO Certo sarebbe cosa da ridere se io gli avessi voluto insegnaredormir sola. Non so io se quelli tuoi antichi li sepporo insegnare.LIONARDO Ogni altra cosa. Ma e' racontano bene come e' confortavano ladonna che con suoi atti e portamenti ella non volesse parere pi˙disonesta che in veritÓ non fusse. E racontasi come e' persuadevano alledonne per questo non si dipignessono il viso con cerusabrasile e simileliscio alcuno. GIANNOZZO Dicoti che in questo io bene non mancai. LIONARDOMolto vorrei udire il modo perquando anche io ar˛ la donnasappia farequello quale poco sanno molti mariti. A ciascuno dispiace vedere la moglielisciatama niuno pare sappia distornela. GIANNOZZO E in questo fu' ioprudentissimonÚ ti dispiacerÓ udire in quanto bello modo io gliponessi in odio ogni liscio; e perchÚ a voi sarÓ utilissimo avermiuditoascoltatemi. Quando io ebbi alla donna mia consegnato tutta lacasaridutti come racontai serrati in camerae lei e io c'inginocchiammoe pregammo Iddio ci desse facultÓ di bene usufruttare quelli beni de'quali la pietÓ e beneficenza sua ci aveva fatti parteficie ripregammoancora con molta divotissima mente ci concedesse grazia di vivere insiemecon tranquillitÓ e concordia molti anni lieti e con molti figliuolimaschie a me desse ricchezzaamistÓ e onorea lei donasse integritÓe onestÓ e virt˙ d'essere buona massaia. Poilevati dirittidissi:"Moglie miaa noi non basta avere di queste ottime e santissime cosepregatone Iddiose in esse noi non saremo diligenti e solleciti quantopi˙ ci sarÓ licitoper quanto pregammo essere e asseguirle. Iodonnamiaprocurer˛ con ogni mia industria e opera d'acquistare quantopregammo Iddio: tu il simile con ogni tua voluntÓcon tutto lo ingegnocon quanta potrai modestia farai d'essere essaudita e accetta a Dio intutte le cose delle quali pregasti; e sappi che di quelle niuna tantosarÓ necessaria a teaccetta a Dio e gratissima a me e utile a'figliuoli nostri quanto la onestÓ tua. La onestÓ della donna sempre fuornamento della famiglia; la onestÓ della madre sempre fu parte di dotealle figliuole; la onestÓ in ciascuna sempre pi˙ valse che ognibellezza. Lodasi il bello visoma e' disonesti occhi lo fanno lordo dibiasimo e spesso troppo acceso di vergogna o pallido di dolore e tristezzad'animo. Piace una signorile personama uno disonesto cennouno atto diincontinenza subito la rende vilissima. La disonestÓ dispiace a Dioevedi che di niuna cosa tanto si truova Iddio essere severo punitore controalle donnequanto della loro poca onestÓ: rendele infame e in tutta lavita male contente. Vedi la disonestÓ essere in odio a chi veramente e dibuono amore amae sente costei la disonestÓ sua solo essere grata a chia lei sia inimico; e a chi solo piace ogni nostro male e ogni nostrodannoa costui solo pu˛ non dispiacere vederti disonesta. Per˛mogliemiase vuol fuggire ogni specie di disonestÓ e dare modo di parere atutti onestissimachÚ a quello modo faresti ingiuria a Dioa mea'figliuoli nostri e a te stessia questo modo acquisti lodopregio egrazia da tuttie da Dio potrai sperare le preghiere e i voti tuoi esserenon poco essauditi. Adunquevolendo essere lodata di tua onestÓtufuggirai ogni atto non lodatoogni parola non modestaogni indiziod'animo non molto pesato e continente. E in prima arai in odio tuttequelle leggerezze colle quali alcune femmine studiano piacere agli uominicredendosi cosÝ lisciateimpiastrate e dipintein quelli loro abitilascivi e inonestipi˙ essere agli uomini grate che monstrandosi ornatedi pura simplicitÓ e vera onestÓ; chÚ bene sono stultissime e troppovane femmineove porgendosi lisciate e disoneste credono essere da chi leguata lodatee non s'aveggono del biasimo loro e del dannonon s'aveggonomeschine che con quelli indizii di disonestÓ elle allettano le turme de'lascivi; e chi con improntitudinechi con assiduitÓchi con qualcheingannotutti l'assediano e combÓttolla per modo che la misera eisfortunatissima fanciulla cade in qualche erroredonde mai si lieva senon tutta brutta di molta e sempiterna infamia". CosÝ dissi alladonna mia; e ancora per rŔndella bene certa quanto alle donne fosse nonsolo biasimoma molto ancora dannoso marcirsi il viso con quelle calcinee veneni quali le pazze femine appellano liscivediLionardo miocomebellamente io l'amaestrai. Ivi era il Santouna ornatissima statuad'argentosolo a cui il capo e le mani erano d'avorio candidissimo: erapulitalustravaposta nel mezzo del tabernaculo come s'usa. Dissili:"Donna miase la mattina tu con gessi e calcina e simili impiastriimbiutassi el viso a questa imaginesarebbe forse pi˙ colorita e pi˙bianca sÝma se poi fra dÝ il vento levasse alto la polvere lainsusciderebbe pur sÝe tu la sera la lavassie poi e' dÝ seguenti insimili modo la rimpiastrassi e rilavassidimmidoppo molti giornivolendola vendere cosÝ lisciataquanti danari n'aresti tu? Pi˙ che mainon avendola lisciata?" Rispuose ella: "Molti pochi"."E cosÝ sta"dissi io"per˛ che chi compera l'imaginenon compera quello impiastro quale si pu˛ levare e porrema appregia labontÓ della statua e la grazia del magisterio. Tu adunque aresti perdutala fatica e le spese di quelli impiastri. E dimmise tu seguissi purlavandola e impiastrandola pi˙ mesi o annifarestila tu essere pi˙bella?". "Non credo"disse ella. "Anzi"dissiio"la guasterestilogorerestilarenderesti quello avorio incottoriarso con quelle calcinee lividogiallo e frollo. Certo sÝ. E sequeste adunque pultiglie tanto possono in una cosa durissimain unoavoriochÚ vedi l'avorio per sÚ durare eternostima certomoglie miaquelle molto pi˙ potranno nel fronte e nelle guance tuequali senzaimbrattalle sono tenere e delicatee con qualunque liscio diventerannoaspre e vizze. E non dubitare che quelli venenise tu poni mentetuttesono cose ne' vostri lisci venenosee a te molto pi˙ che a quello avorionocerannogiÓ che ogni poca polvereogni piccolo sudore ti farÓ ilviso imbrattato. NÚ a quello modo sarai pi˙ bellaanzi pi˙ sozzae alungo andare ti troverresti fracide le guance". LIONARDO Monstr˛ella assentirvi e stimare che voi le dicessi il vero? GIANNOZZO E qualepazza stimasse il contrario? Anzi ancora perchÚ ella pi˙ mi credesseladomandai d'una mia vicinala quale tenea pochi denti in boccae quellipareano di busso tarmatoe avea gli occhi al continuo pestiincavernatiil resto del viso vizzo e cennericcioper tutta la carne morticcia e inogni parte sozza; solo in lei poteano alquanto e' capelli argentiniguardandola non dispiacere. Adunque domandai la donna mia s'ella volesseessere bionda e simile a costei. "OimŔ no!"disse ella."O perchÚ?"dissi io"ti pare ella cosÝ vecchia? Diquanta etÓ la stimi tu?". Rispuosemi vergognosa dicendo che male nesapeva giudicarema che li parea quella fosse di tanta etÓ quanta era labalia della madre sua. E io allora li giurai il vero che quella sÝ fattavicina mia non era due anni nata prima di menÚ certo agiugneva ad annitrenta e duema cagione de' lisci cosÝ era rimasta pestae tanto pareaoltre al suo tempo vecchia. Dipoi che io di questo la vidi assaimaravigliarsiio gli puosi a mente tutte le fanciulle nostre Alberte miecugine e l'altre della casa. "Vedi tudonna mia"dissi io"come le nostre tutte sono frescozze e tutte vivenon per altro senone perchÚ a loro solo basta lisciarsi col fiume. CosÝ farai tudonnamia"dissi io. "Tu non ti intonicherai nÚ scialberai il visoper parermi pi˙ bellagiÓ che tu a me se' candida troppo e coloritamacome le nostre Alberte solo coll'acquacosÝ tu terrai lavata te e netta.Edonna miatu non hai a piacere se non a me in questoe stima nonpotere piacermi volendomi ingannaremonstrandoti lisciata quello che tunon fussi; benchÚ me non potresti tu ingannareperchÚ io ti veggo ogniora e bene mi stai in mente come tu se' fatta senza liscio. Di quelli difuorise tu amerai mestima tu quale potrÓ esserti ad animo pi˙ che ilmarito tuo. E sappimoglie miache chi cerca pi˙ piacere a quelli difuori che a chi ella debba in casacostei monstrerrÓ meno amare ilmarito che gli strani". LIONARDO Prudentissime parole. Ma fustine voiobedito? GIANNOZZO Pur tale ora alle nozzeo che ella si vergognasse trale gentio che ella fosse riscaldata pel danzarela mi pareva alquantopi˙ che l'usato tinta; ma in casa non maisalvo il vero una sola voltaquando doveano venire gli amici e le loro donne la pasqua convitati a cenain casa mia. Allora la moglie mia col nome d'Iddio tutta impomiciatatroppa lieta s'afrontava a qualunque veniae cosÝ a chi andava siporgevaa tutti motteggiava. Io me n'avidi. LIONARDO Crucciastivi voiseco? GIANNOZZO Ah! Lionardocolla donna mai mi crucciai. LIONARDO Mai?GIANNOZZO PerchÚ dovessino tra noi durare crucci? Di noi niuno mai volsedall'altro cosa se non tutta onesta. LIONARDO Pur credo vi dovesti turbarese in questo la donna non quanto dovea voi ubidiva. GIANNOZZO SÝquestosÝ bene. Ma non per˛ mi li scopersi turbato. LIONARDO Non la riprendestivoi? GIANNOZZO Eh! Eh! pur con buono modochÚ a me sempre parsefigliuoli mieicorreggendo cominciare con la dolcezzaacci˛ che ilvizio si spenga e la benivolenza s'accenda. E apprendete questo da me. Lefemmine troppo meglio si gastigano con modo e umanitÓ che con quale sisia durezza e severitÓ. El servo potrÓ patire le minacciale busseenon forse sdegnerÓ se tu lo sgriderai; ma la moglie pi˙ tosto teubidirÓ amandoti che temendotie ciascuno libero animo pi˙ sarÓ prestoa compiacerti che a servirti. Per˛ si vuolecome feci iol'errore dellamoglie in tempo bellamente riprendere. LIONARDO E in che modo lariprendesti voi? GiANNOZZO Aspettai di riscontrarla solasorrisili edissili: "Tristo a mee come t'imbrattasti cosÝ il viso? Forse t'abattestia qualche padella? Lavera'tiche questi altri non ti dileggino. La donnamadre della famiglia conviene stia netta e costumatas'ella vuole chel'altra famiglia impari essere costumata e modesta". Ella me inteselacrim˛. Io gli die' luogo ch'ella si lavasse le lacrime e il liscio.Dipoi ebbi mai di questo che dirgliene. LIONARDO O moglie costumatissima!Di lei bene posso io credere che sendo a voi tanto ubbidiente e tanto insÚ modestamolto potesse rendere l'altra famiglia reverente e costumata.GIANNOZZO E cosÝ tutte le moglie sono a' mariti obediente quanto questisanno essere mariti. Ma veggo alcuni poco prudenti che stimano poterefarsi ubidire e riverire dalle moglie alle quali essi manifesto e miseriservonoe dimonstrano con loro parole e gesti l'animo suo troppo lascivoed effeminatoonde rendono la moglie non meno disonesta che contumace. Ame mai piacque in luogo alcuno nÚ con parole nÚ con gesto in qualeminima parte si fusse sottomettermi alla donna mia; nÚ sarebbe paruto ame potermi fare ubidire da quella a chi io avessi confessato me essereservo. Adunque sempre mi li monstrai virile e uomosempre la confortai adamare la onestÓsempre le ricordai fusse onestissimasempre li ramentaiqualunque cosa io conosceva degna sapere alle perfette madri di famigliae spesso gli dicea: "Donna miaa volere vivere in buonatranquillitÓ e quiete in casaconviene che in prima sia la famigliatutta costumata e molto modestala quale stima tu questo tanto sarÓquanto saprai farla ubidiente e riverente. E quando tu in te non saraimolto modesta e molto costumatasia certo quello quale tu in te non puoimolto manco potrai in altri. E allora potrai essere conosciutamodestissima e bene costumatissima quando a te dispiaceranno le cosebrutte; e gioverÓ questo ancora che quelli di casa se ne guarderanno pernon dispiacerti. E se la famiglia da te non arÓ ottimo essemplo dicontinenza e costume interissimonon dubitare ch'ella sarÓ poco a teubidiente e manco riverente. La riverenza si rende alle persone degne.Solo e' costumi danno dignitÓe chi sa osservare dignitÓ sa farsiriveriree chi sa fare sÚ riverire costui facilmente si fa ubidiremachi non serba in sÚ buoni costumicostui subito perde ogni dignitÓ ereverenza. Per questomoglie miasarÓ tua opera in ogni attoparole efatti essere e volere parere modestissima e costumatissima. E ramentotiche una grandissima parte di modestia sta in sapere temperarsi congravitÓ e maturitÓ in ogni gestoe in temperarsi con ragione econsiglio in ogni parola sÝ in casa tra' suoisÝ molto pi˙ fuori trale genti. Per questomolto a me sarÓ grato vedere a te sia in odioquesti gesti leggieriquesto gittare le mani qua e lÓquesto gracchiarequale fanno alcune treccaiuole tutto il dÝ e in casa e all'uscio ealtrovecon questa e con quelladimandando e narrando quello ch'ellesanno e quel ch'elle non sannoimperochÚ cosÝ saresti riputata leggieree cervellina. Sempre fu ornamento di gravitÓ e riverenza in una donna lataciturnitÓ; sempre fu costume e indizio di pazzerella il troppofavellare. Adunque a te piacerÓ tacendo pi˙ ascoltare che favellareefavellando mai comunicare e' nostri segreti ad altrinÚ troppo maiinvestigare e' fatti altrui. Brutto costume e gran biasimo a una donnastar tutto il dÝ cicalando e procurando pi˙ le cose fuori di casa chequelle di casa. Ma tu con diligenza quanto si richiede governerai lafamigliae conserverai e adopererai le cose nostre domestiche bene".LIONARDO E voi credocome l'altre cosecosÝ ancora gl'insegnasti ilgoverno della famiglia. GIANNOZZO Non dubitare che io m'ingegnai farla inogni cosa ottima madre di famiglia. Dissili: "Moglie miareputa tuoofficio porre modo e ordine in casa che niuno mai stia ozioso. A tuttidistribuischi qualche a lui condegna faccendae quanto vedrai fede eindustriatu tanto a ciascuno commetterai; e dipoi spesso riconosceraiquello che ciascuno s'adoperain modo che chi sÚ essercita in utile ebene di casa conosca averti testimone de' meriti suoie chi con pi˙diligenza e amore che gli altri farÓ il debito suocostuimoglie mianon t'esca di mente molto in presenza degli altri conmendarloacci˛ cheper l'avenire a lui piaccia essere di dÝ in dÝ pi˙ utile a chi e' sentasÚ essere gratoe cosÝ gli altri medesimi studino piacere fra' primilodati. E noi poi insieme premiaremo ciascuno secondo e' meriti suoie aquello modo faremo che de' nostri ciascuno porti molta fede e molto amorea noi e alle cose nostre". LIONARDO Ma purGiannozzopoichÚ cosÝsi vede non solo de' servima de' famigli ancora la maggiore parte sononon in tutto discretichÚse fussero di pi˙ industria e sentimentonon starebbono con noiadatterebbonsi a qualche altro essercizioperquesto insegnasti voi alla donna come ella avesse a farsi ubidire e aversicon simile gente rozza e inetta? GIANNOZZO Sia certo ch'e' servi sonquanto e' signori li sanno volere obedienti. Ma truovo alcunie' qualivogliono ch'e' servi sappiano ubidirli in quelle cose quali essi non sannocomandaree altri sono che non sanno essere nÚ farsi riputare signori. Estimate questofigliuoli mieiche mai sarÓ servo sÝ ubidiente el qualv'ascolti se voi non saprete come signori loro comandarenÚ mai sarÓservo sÝ contumace il quale non ubidiscase voi saprete con modo eragione essere signori. Vuolsi sapere da' servi essere riverito e amatonon meno che ubiditoe truovo io che a farsi riputare molto giova quelloche io dissi alla donna mia facesseche quanto manco potea manco stesse aragionare con la fanteancora e manco con famigliimperochÚ la troppadimestichezza spegne la reverenza. E dissili che loro spesso comandassenon come fanno alcuniquali comandano a tutti insieme e dicono: "Unodi voi cosÝ faccia"e poidove niuno l'ubidiscetutti sono incolpa e niuno si pu˛ correggere; e comandasse alle fante e a' servi chedi loro niuno uscisse di casa senza sua licenzaacci˛ che imparassinoessere assidui e presti al bisogno; e mai desse a tutti licenza in modoche in casa non fusse al continuo qualcuno a guardia delle cosea ci˛chese caso avenissesempre vi sia qualcuno aparecchiato. E per questosempre a me piacque cosÝ ordinare la famigliachea qualunque ora ilgiorno e la nottesempre in casa fusse chi vegghiasse per tutti e' casiquali alla famiglia potessono avenire. E sempre volsi in casa l'oca e ilcaneanimali destissimi ecome vedetesuspiziosissimi e amorevoliacci˛ che l'uno destando l'altro e chiamando la brigata sempre la casafusse pi˙ sicura. CosÝ adunque soglio. Ma torniamo a proposito. Dissialla donna mia mai a tutti desse licenzaequando rivenissono tardivolesse con modofacilitÓ e maturitÓ saperne la cagione. E pi˙ lidissi: "PerchÚ spesso acade ch'e' serviquantunque obedienti ereverentipur tale ora sono tra loro discordi e gareggionsiper questo atedonna miacomando sia prudentenÚ mai te inframettere in rissa ogare d'alcunonÚ debbasi mai a chi si sia in casa dare ardire che facciao dica pi˙ che a lui s'apartenga. E se tumoglie miacosÝ vorraiprovedere a questonon porgere mai orecchie nÚ favore ad alcunoraportamento o contendere di qualunque si siaimperochÚ la famigliagareggiosa mai pu˛ avere pensiero o voluntÓ ferma a bene servirti. Anzichi reputa sÚ offeso o da quello rapportatore o da te ascoltatorecostuisempre sta con quello incendio in animo pronto a vendicarsie in moltimodi cerca addurti a disgrazia quello altroe cosÝ arÓ caro coluicommetta in le cose nostre qualche grandissimo erroreper a quello modocacciarlo; e se il pensiero gli riesceesso piglia licenza e arte di fareil simile a chi altri e' volesse. E chi potrÓ cacciare di casa nostraquale a lui talenterÓcostuimoglie mianon vedi tu che sarÓ nonservidorema signore nostro? E se costui non potrÓ vinceresempre lacasa per lui sarÓ in tempestae dall'altro lato penserÓ in che modoperdendo l'amistÓ tua possa di meglio valersinÚ per satisfare a sÚmolto si curerÓ del danno nostro; e a costui medesimopartitosi da temai per iscusare sÚ mancherÓ materia da incolpare noi. CosÝ adunquetenere uomo rapportatore e gareggiatore in casa vedi quanto sia danno;mandarlo vedi quanto a noi sia danno e vergogna. Agiugni che tenendolodidÝ in dÝ sarÓ forza mutare nuova famigliala qualeper non servire a'nostri servicercherÓ nuovo padroneonde quelli scusando sÚinfameranno tee cosÝ tu resti pelle parole loro riputata superba estranao avara e misera". E certofigliuoli mieidelle gare de'suoi di casa niuno pu˛ averne se non biasimo. Non sarÓ la casagareggiosase chi la governa non Ŕ imprudente. Il poco senno di chigoverna fa l'altra famiglia essere poco modesta e poco regolatae cosÝsempre sta perturbataserveti peggioperdine utile e fama non poca. Perquesto debbono a' padri della famiglia troppo dispiacere questiraportatorie' quali sono principio e cagione d'ogni garad'ognidiscordia e rissasubito li doverebbono cacciare; e troppo debba piacerevedersi la casa v˛ta d'ogni tumultopiena di pace e concordiaqualicose ottime se vorranno bene potere quanto si richiedefaranno quantodissi io alla donna mianon daranno orecchie o arbitrio a raportamento ogare di qualunque si sia. E pi˙ dissi alla donna miase pure in casafusse alcuno non ubidientequanto alla quiete e tranquillitÓ dellafamiglia s'apartiene mansueto e fedelecon lui non contendesse nÚgridasseimperochÚ in donna simile a tedissi iomoglie miaonestissima e degna di riverenzatroppo pare sozzo vederla con la boccacontortacon gli occhi turbatigittando le manigridando e minacciandoed essere sentitabiasimata e dileggiata da tutta la vicinanzadare disÚ che dire a tutte le persone. Anzimoglie miauna donna d'autoritÓquale di dÝ in dÝ spero sarai tutanto quanto in te saprai servaremodestia e dignitÓsarebbe bruttissimo non dico solo amonendomacomandando ancora e ragionando mai alzare la vocequale fanno alcuneparlando per casa come se tutta la famiglia fusse sordao come volesserod'ogni sua parola tutta la vicinanza esserne testimone: segno d'arroganzae costume di treccausanza di queste fanciulle montaninequali soglionochiamare gridando per essere intese da questo monte a quello. Vuolsiadunquedissi iomoglie miaamonire con dolcezza in ogni atto e paroleessere non per˛ vezzosa e leziosama molto mansueta e continentecomandare con ragione e in modo che non solo sia fatto quanto comandimausare comandandoquanto patisce la dignitÓ tuaogni facilitÓ emodestiae in modo che chi ubidisce faccia il debito suo volentieri conmolto amore e con intera fede. LIONARDO Quali documenti pi˙ si possonotrovare altrove utilissimi a informare una ottima madre di famiglia quantisono questi di Giannozzoel quale prima insegna parere ed essereonestissima e continentissimainsegnali farsi ubidiretemereamare eriverire? O noi beati maritise quando aremo moglie sapremo con questivostri ricordiGiannozzofare le nostre donne simili alla vostra intante virt˙ lodatissima! Ma poichÚ voi cosÝ a lei monstrasti quanto sigli richiedea onestÓ e regola a contenere la famigliamonstrastili voiancora conservare e bene usare le cose? GIANNOZZO Apuntoio vi far˛ quiridere. LIONARDO ComeGiannozzo? GIANNOZZO Lionardo miocome quella laquale era di pura simplicitÓ e d'ingegno non maliziosostimandosi giÓessere prudente madre di famiglia pelle cose quali da me ella con sÝgrande attenzione avea compresedicendoli io che a una madre di famiglianon solo era sufficiente il volere fare il debito suose ella insiemeancora non sapea bene quanto bisognava essequiree domandandola se inquesto fusse espertaquanto dalla madre sua avesse veduto in procurare lecose domestice che niuna andasse a maledisse la simplice che in questocredea assai da sÚ poterne essere quasi maestra. "Benmogliemia"dissi io"piacemi ti proferisca a me molto esperta quantostimo in te sia proposito averti compiuta buona madre di famiglia in tuttele cose. Mache Dio a te sia favorevole a questa tua buona voluntÓ econservi in te molta onestÓmoglie miacome faresti tu?". LIONARDOChe rispuose ella? GIANNOZZO Rispuosemi presto lieta lietama pur colviso alquanto rosato con qualche fiammolina di verecundia. "Far˛ iobene"disse ella"tenendo ogni cosa bene serrata?"."Main˛"dissi io. E vediLionardo mioquale essemplo mioccorresse a mente stimo ti piacerÓ. Dissili: "Donna miase tu neltuo forziere nuziale insieme colle veste della seta e con tuoi ornamentid'oro e gemme ponessi la chioma del linoancora v'asettassi il vasettodello olioancora vi chiudessi entro e' pulcini e tutto serrassi achiavedimmiti parrebbe averne forse cosÝ buona cura perchÚ sono beneserrate?" Ella ferm˛ il guardare suo basso a terrae tacendo pareadolersi troppo essere stata ratta e subita a rendermi risposta. Io alloranon poco fui in me stessi lietovedendo in lei quello ornatissimopentirsiquale a me diede indizio a persuadermi che se lei pensava essereparuta troppo a rispondermi leggiereella pell'avenire curarebbe nelleparole e ne' fatti di dÝ in dÝ essere pi˙ matura e pi˙ grave. Puredoppo un poco questa con una tarditÓ umile e molto onestissima su lev˛verso me gli occhi e tacendo sorrise. E io: "Come ti parrebbe dallevicine tue esserne lodatase quando elle venendo a salutarti in casatrovassino te avere sino alle predelle serrato? E ben saimoglie miachecollocare e' pulcini in mezzo il lino sarebbe dannosoporre l'olioapresso delle veste sarebbe pericolosoe serrare le cose le quali tuttaora s'adoperano in casa sarebbe poca prudenza. Per˛ bisogna che non tuttele cose sempre stiano quanto dicevi serratema sia quanto si richiedeciascuna a' luoghi suoie non solo ne' luoghi suoima in modo ancora chel'una non possa essere nociva all'altra. E cosÝ tutte si rasettino inlato ove ciascuna per sÚ molto si salvimolto sia presta e apparecchiataa' bisogni con quanto manco si possa ingombro della casa. E tu hai vedutodissi iodonna miaove ciascuna per sÚ abbia a staree se a te parrÓforse altrove stessono pi˙ assettatepi˙ apparecchiate e pi˙ serratepŔnsavi bene e rassettale meglio. E se tu vorrai che nulla vada a malefa'subito che sarÓ la cosa adoperatasubito si riponga nel luogo suoacci˛ che quando altra volta accaderÓ d'adoperallaquesta si possasubito rinveniree s'ella si smarrisse o fosse prestata a qualche amicotu subito vedendo il luogo suo vacuo conosca in che modo ella manchi esubito studii di riaverlache per negligenza non si perdae poiriavutola tu la rasegnerai al luogo suoovese sarÓ da tenerla serratacomanderai si serri e rendasi le chiavi a teper˛ che tumoglie miahai a custodire e mantenere ci˛ che sta in casa. E per bene poterequestoa te conviene non tutto il dÝ sedendo starti oziosa colle gomitain sulla finestraquale fanno alcune mone lentosequali per suo scusatengono il cucito in mano che mai viene meno. Ma pigliati questo piacevoleessercizio di rivedere ogni dÝ pi˙ volte da sommo a imo tutta la casarinumerare se le cose sono ne' luoghi loroe conoscere ciascuno quantos'adoperilodare pi˙ chi meglio faccia il debito suoe se quello che facostui meglio si potesse in altro modo fareinformarlo: al tutto semprefuggire l'oziosempre in qualche cosa essercitartiimperochÚ questoessercizio molto gioverÓ alla masseriziae molto anche a te sarÓutilissimochÚ poi cenerai con migliore appetitosara'ne pi˙ sanapi˙ coloritafresca e bellae la famiglia ne sarÓ pi˙ regolatanonpotranno cosÝ scialacquare la roba". LIONARDO Certo dite il vero.Quando e' famigli non temono essere vedutinÚ hanno chi gli rasegniquelli allora gettano via pi˙ molto che non logorano. GIANNOZZO Ancoraivi surge maggiore dannodiventano ghiotti e lascivie dalla negligenzade' padri della famiglia pigliano licenza e ozio a maggiori vizii. Per˛dissi io alla donna miaquanto potesse fusse diligente provedendo che incasa si distribuisse le cose con ragione e ordinee che per casa nonsofferisse essere alcuna cosa in uso la quale fusse pi˙ che al bisogno s'apartenessesuperfluama scemasse ogni superchio e quello facesse riporre in luogosalvo; se fusse disutilelo desse a venderee sempre pi˙ si dilettassedi vendere che di comperaree de' danari comperasse solo cose necessariealla famiglia. LIONARDO Insegnastili voi conoscere quando qualche cosa sidovesse giudicare superchia? GIANNOZZO Feci. Dissili: "Donna miaogni cosa senza la quale onestamente si pu˛ a' nostri bisogni supplirequella si vuole stimare superchiae vuolsi non lasciarla per casa allemani di tuttima riporla: come gli arientiquali in casa ogni dÝ nons'adoperanoripo'gliassettali ne' luoghi loroe quando noi onoraremogli amicitu allora ne ornerai la mensa. E cosÝ quello che s'adoperasolo il verno provederai non stia per casa la statee quello che siadopera solo la state conviene stia riposto il verno; e quanto diqualunque cosa nell'uso nostro domestico potrai onestamente scemarestimaivi tutto quello esservi troppo. Per˛ scemaloripollo e serbalo".LIONARDO E per serballo desti voi alla donna regola alcuna? GIANNOZZO SÝdiedi questa. Dissili: "Bisogna per conservare le cose primaprovedere che da sÚ a sÚ quelle non si guastinopoi guardalle che daaltri non fussino magagnate o destrutte. Pertanto in prima bisogna riporreciascuna in luogo atto a molto mantenerlacome il grano in luogo frescoscoperto da tramontanael vino in luogo dove nÚ caldo nÚ freddosuperchionÚ vento nÚ cattivo alcuno odore vi possa nuocere; econviensi spesso rivedellache se per caso alcuno incominciassi acorrompersisubito si possa o risanarla o prima adoperarla che in tuttoella sia fatta disutileo per modo medicarla ch'ella tutta non si perda;poi sarÓ necessario tenerle chiuse in parte che non a ogni persona sialicito aoperarla e logorarla". Adunque cosÝ li dissi; in questo nonbiasimerei se le cose da serbareper non le lasciare in mano e uso dellabrigatasi serrassino ne' luoghi loro colle chiavie lodarei le chiavitutte stessono apresso della madre di famigliala quale osservassech'elle non andassono per troppe manianzi le tenesse tutte apresso disÚ; solo quelle chiavi quali s'adoperassino tutta oracome della cella edella dispensaqueste consegnasse a uno de' pi˙ assidui in casa e pi˙fidatopi˙ onestopi˙ costumatopi˙ amorevole e massaio verso lecose nostre. LIONARDO E a questo desse quelle chiaviche andasse in su ingi˙ portando quanto bisogna? GIANNOZZO SÝancora perchÚ sarebbe unaricadia alla donna dare e richiedere le chiavi sÝ spesso. Ma dissi:"Donna miaordina che le chiavi sempre siano in casaper non avercercando ad indugiare se forse bisognassee ordina che al tempo costuiapparecchi in modo che la brigata tutto abbi ci˛ che bisogna a fuggire lasete e la fameper˛ che loro mancando questoci servirebbono male e nonprocurerebbono con diligenza le cose nostre. A' sani farai dare le cosebuoneacci˛ che di loro niuno infermi; e' non sani farai moltogovernaree con molta diligenza curerai che tornino a sanitÓimper˛che egli Ŕ masserizia presto guarirli; mentre che giacessorotu nonsaresti servita e arestine spesa. Quando e' saranno sani e liberie' tiserviranno con pi˙ fede e con pi˙ amore. SÝ chedonna miacosÝ faraiciascuno in casa abbia quello che a lui bisogna". CosÝ li dissieagiunsi ancora questo: "Moglie miaacci˛ che a questo e agli altridomestici bisogni non manchi le cosefa in casa come fo io nel restofuori di casa. Pensa molto prima quale cosa possa bisognareponi mentequanto di ciascuna sia in casaquanto quella soglia bastarequanto siaduratae quanto ancora all'uso nostro possa supplire; e a quello modobene comprenderai ove sia da provederee subito me lo dirai molto primache quella a noi in casa scemi afattoacci˛ che io possa di fuoritrovare del migliore e con minore spesa. SÝquello che si compera infretta le pi˙ volte sarÓ male stagionatomal nettoguastasi prestocosta pi˙e cosÝ se ne getta via altretanto pi˙ che non sen'adopera". LIONARDO E la donna cosÝ facevaprevedeva e avisava?GIANNOZZO SÝe per questo sempre io avevo spazio a procacciarne delmigliore. LIONARDO Trovate voi masserizia in comperare sempre delmigliore? GIANNOZZO E quanto grande! Se tu manometti il vino forteelsalato guastoo qualunque altra cosa non buona a pascere la famiglianonso come veruno sappia farne riserbo. Gettasiversasiniuno se ne curaciascuno se ne duolee per questo ti serve di peggioascrivonti questoad avariziachiÓmanti misero. Adunque ne ricevi danno e infamiae cosÝchi non ama le cose tue triste impara poco amare e riverire te. Ma se tuhai il vino buonoil pane migliorel'altre cose competentela famigliasta contenta e lieta a servirti. Il dispensatore fa delle buone cosemasseriziae delle cattive insieme con gli altri si duole; e per ciascunode' tuoi le cose buone si riguardanoe dagli strani molto ne se' onoratoe durano sempre le cose buone pi˙ che le non buone. Eccoti questa miacioppa quale io tengo in dosso. Qui giÓ sotto ho io consumato pi˙ e pi˙annipoichÚ io me la feci persino quando maritai la prima mia figliuolae fui di questa onorevole parecchi anni le feste; testÚ per ogni dÝancora vedi quanto ella sia non disdicevole. Se io allora non avessiscelto il migliore panno di Firenzeio dipoi n'arei fatte due altrenÚper˛ sarei stato di quelle onorevole come di questa. LIONARDO Ben sisuole dire le cose buone meno costano che le non buone. GIANNOZZO Nondubitareegli Ŕ verissimo. Le cose quanto sono migliori tanto pi˙duranotanto pi˙ ti onoranotanto pi˙ ti contentanotanto pi˙ siriguardano. E voglionsi avere in casa le cose buonee averne in copiaquanto basti. E quello detto d'alcuni e' quali dicono essere megliocarestia di piazza che dovizia di casami pare solo vero in una famigliadisordinata e sanza regola. Ma chi per tempo e con ordine sa regolare sÚe' suoia costui giova avere la casa doviziosa e abondante d'ogni bene.NÚ si potrebbe dire a mezzo quanto in ogni cosa sia nocivo il disordinee per contrario utilissimo l'ordinenÚ so quale pi˙ sia alle famigliedannoso o la straccuraggine de' padri o il disordine della famiglia.LIONARDO Dicesti voi alla donna di questo ordine quanto bisognava?GIANNOZZO Nulla rimase adrieto. Pi˙ e in pi˙ modi lodai l'ordine ebiasimai il disordinequali modi testÚ sarebbe lungo recitarli.Monstra'li che l'ordine era necessariocome con l'ordine si facevano lecose leggiermente e benee doppo molte ragioni io diedi questasimilitudine: dissi: "Eh! moglie miase il dÝ solenne della grandefesta tu uscissi in publico e mandassiti inanzi le fanti e le servetupoi seguissi drieto cortesee fussi vestita col broccatoe avessi ilcapo fasciato come quando tu vai a posartie portassi cinta la spada e inmano la roccacome ti parrebbe esserne lodata? Quanto ne saresti tuonorata?". LIONARDO Considerate voiBattista e tu Carloquanto insÚ abbino forza queste similitudini insieme e quanta grazia. Ma che virispuose ellaGiannozzo? GIANNOZZO "Certo"disse ella"trista a mein quello abito mi riputeresti pazza"."Per˛"li dissi io"moglie miasi vuole avere ordine emodo in tutte le cose. A te non sta portare la spadanÚ come gli uominifare l'altre cose virilinÚ ancora alle donne sta bene in ogni luogo e aogni tempo fare ogni cosa licita alle femminecome tu vedi che tenere larˇccaportare el broccatoavere il capo fasciato non si conviene se nonciascuno a' tempi e a' luoghi suoi. Ma sia tuo officiodonna miaesserela prima inanzi a tutto il resto della famiglianon con superbiama conmolta umanitÓe con ogni diligenza avere a tutto buono ordine e buonacurae provedere che le cose siano in uso a' tempi dovutiper modo chequello el quale s'afaceva all'autunno non si consumi il maggioe quellodovea bastare uno mese non si logori in uno dÝ". LIONARDO Come viparse la donna bene animata a fare quante cose voi contavi? GIANNOZZO Ellapure stava non poco in sÚ sospesa. Per questo li dissi: "Moglie miaqueste cose quali io dicose tu disporrai di farletutte verranno a teleggiermente fatte. Non ti paia grieve fare quello di che tu sarai lodata;pi˙ tosto ti pesi lasciare adrieto quello quale non faccendo sarestibiasimata. Credo io sino a qui tuin ci˛ che io t'ho dettoabbia intesome senza alcuna faticae piacemi. Dicoticome queste a te sono stateleggieri ad impararecosÝ molte saranno dilettose a farleove tu amandomedesiderando l'utile nostroqui porrai l'animo a fare con ordine ediligenza quanto da me tutto il dÝ imparerai. Emoglie miaquello chetu farai volentieriper difficile che siati verrÓ fatto bene. Semprequello che si fa non volentieriper facile che sianon si fa bene. Nonper˛ voglio tu sia quella che facci ogni cosano. Molte cose a tesarebbono male a faresendovi altri che le facessema a te sta nellecose pi˙ infime comandaree in tuttequanto spesso ti dicoconoscerein casa quello che ciascuno s'adoperi". LIONARDO O buoni e santissimiamaestramentiquali desti alla donna vostra: fusse e volesse parereonestacomandasse e facessesi riverirecurasse l'utile della famiglia econservasse le cose domestice! E quanto li dovesti voi parere uomo dagloriarsi esservi moglie! GIANNOZZO Sia certoella conobbe che io lidissi il verocomprese quanto io diceva per sua utilitÓintese meessere pi˙ savio di lei; per˛ sempre mi port˛ grandissimo amore e moltariverenza. LIONARDO Quanto faquanto Ŕ il sapere ammaestrare e' suoi! Maquanto vi parse ella avervene grazia? GIANNOZZO La maggiore. Anzi soleadire spesso tutte le ricchezze suetutte le fortune sue essere in meecon l'altre donne sempre dicea che io era e' suoi ornamenti. E io dicea:"Donna miagli ornamenti tuoi e le bellezze tue saranno la modestiail costumee le ricchezze tue staranno nella tua diligenza; per˛ pi˙ siloda in voi donne la diligenza che la bellezza. Mai fu la casa per vostrabellezza riccama sÝ spesso diventa per diligenza ricchissima. Pertantotudonna miae sarai e desidererai parere pi˙ diligentemodesta ecostumata che bellae a quello modo ogni tuo bene sarÓ in te".LIONARDO Queste parole la doverono incendere per modo che tutti e' suoipensieritutto el suo ingegno mai dovea restare di fare ogni cosa qualevi piacessesempre studiarsi e sollicitarsi in procurare bene ogni cosamai dovea requiare di provedere a tutto per monstrare sÚ essere diligentee amorevole quanto ella dovea. GIANNOZZO Ella pure da prima era alquantotimidetta in comandarecome quella ch'era usata ubidire alla madreeancora la vedeva oziosettae pareva alquanto starsi malinconosa. LIONARDOE a questo non rimediasti voi? GIANNOZZO Rimediai. Quando io giugneva incasaio la salutava con apertissimo fronteacci˛ che ella vedendo melieto ancora si rallegrassee vedendo me stare tristo non avesse cagionedi contristarsi. Dipoi li dissi come el compar miouomo prudentissimosolea subito tornando in casa avedersi se la moglie suala quale eraritrosissimaavesse conteso con alcunonon ad altro segno se non quandoe' vedea ch'ella fusse meno che l'usato lieta. E quimolto biasimandoliel contendere in casaio affermava che le donne sempre doverebbono incasa stare lietee questo sÝ per non parere diverse come la comare econtenziosesÝ ancora per pi˙ piacere al marito. Una donna lieta sempresarÓ pi˙ bella che quando ella stia accigliata. "E ponvi mente tustessimoglie mia"dissi io"quando io torno in casa conqualche acerbo pensieroche spesso accade a noi uomini perchÚconversiamo e abbattiÓnci a' malvagi maligni e a chi ci inimicatucosÝ vedendomi turbatotutta in te t'atristi e dispiaceti. CosÝ stimainterviene e molto pi˙ a meperchÚ so tu non puoi avere in animo alcunaacerbitÓ se non di cose quali vengono solo per tuo mancamento. A te nonaccade se non vivendo lieta farti ubidire e procurare l'utile della nostrafamiglia. Per questo mi dispiacerebbe vederti non lietaove iocomprenderei con quello tuo attristirti confesseresti avere in qualchecosa errato". Questo e molte simili cose atte alla materia pi˙ volteli dissiconfortandola al tutto fuggisse ogni tristezzasempre a mea'parenti e agli amici miei si porgesse con molta onestÓlietaamorevolee graziosa. LIONARDO E' parenti assai credo essa potea conoscere qualifossinoma non so quanto a una giovinetta di quella etÓ sia facilediscernere chi sia amicoove troviamo in la vita quasi niuna cosa pi˙difficilissima che in tanta ombra di fizioniin tanta oscuritÓ divoluntÓe in tante tenebre d'errori e viziiquanto da ogni parteabondanoscorgere quale ti sia vero amico. Per questo a me sarebbe carosapere se voi alla donna vostra insegnasti conoscere chi vi fusse amico.GIANNOZZO Non l'insegnai conoscerenochi mi fosse amicoper˛ checome tu di'cosÝ questo a me pare cosa incertissima e molto fallaceintendere l'animo d'uno se m'Ŕ vero amico o no. Ma io bene alla donnainsegnai conoscere chi ci fosse inimicoe poi appresso l'insegnai chiella dovesse riputare amico. Dissili: "Non stimaremoglie miauomoalcuno mai essere nostro amico el quale tu vegga cercare contro all'utilenostro; e stima colui essere inimicissimo il quale cerchi cosa alcunacontro al nostro onoreimperochÚ pi˙ a noi debba essere caro moltol'onore che la robapi˙ la onestÓ che l'utile. Manco ci farÓ danno chia noi torrÓ qualche cosache chi ci darÓ infamia. E perchÚmogliemiain due modi si vive contro alli inimicio superchiandoli con forzao fuggendoli ove tu sia pi˙ deboleagli uomini giova adoperare la forzavincendoma alle donne non resta se non il fuggire per salvarsi. Fuggiadunquenon mai porre occhio a niuno nostro inimicoma riputa amicoqualunque io in presenza onoro e in assenza lodo". CosÝ li dissi.Dipoi ella cosÝ facea. Era onestissimalietagovernava con modoprocurava con molta diligenza tutta la famiglia. Ma in questo peccavachealcuna voltaper parere troppo diligentesi sarebbe data a fare una ouna altra cosa infimae io subito gliele vietavadiceali questocomandasse ad altrie comandando facesse valere sÚ apresso e' suoiinqualunque modo avendosi per casa come si richiede patrona e maestra dituttie fuori di casa ancora cercasse acquistare in sÚ qualche dignitÓ;e per questo qualche volta ancoraper prendere in sÚ qualche autoritÓ eper imparare comparire tra la gentesi porgesse fuori aperto l'uscio conbuona continenzacon modo graveper quale e' vicini la conoscessoroprudente e pregiassoroe cosÝ e' nostri di casa molto la riverissono.LIONARDO CosÝ a me pare ragionevole la donna sia riverita. GIANNOZZO Anzifu sempre necessario questo. Se la donna non si fa riverirela famiglianon cura e' comandamenti suoie ciascuno fa le cose a sua vogliasta lacasa perturbata e male servita. Ma se la donna sarÓ desta e diligentealle cosetutti e' suoi la ubidiranno. S'ella sarÓ costumatatutti lariveriranno. In questo ragionamento Adovardo discese verso noi. Giannozzoe Lionardo si levorono incˇntroli a salutarlo. Carlo e io subitoascendemmose cosa fusse bisognata a nostro padre per vederlo. Trovammoe' famigli aveano in comandamento stare in sull'uscio fuori della camerache niuno lÓ entro entrasse. Maravigliammoci e subito ritornammo gi˙ oveAdovardo rispondeva a Giannozzo come Ricciardo era tutta questa mattinastato a rinvenire scritture e commentarii secretie che ora cosÝ erarimaso con Lorenzo per essere con lui solo insiemee che Lorenzo moltogli parea migliorato. Allora disse cosÝ Giannozzo: - Se io avessi cosÝstimato Ricciardo essere stamani infaccendatonon mi sarei qui tantoindugiatoanzi in questo mezzo sarei ito a riverire Iddio e adorare ilsacrificiocome giÓ molti anni sempre fu mia usanza fare ogni mattina.ADOVARDO Costume ottimoe vuolsi prima cercare la grazia d'Iddio chidesidera essere quanto siete voi agli uomini grato e accetto. GIANNOZZOCosÝ mi pare condegno rendere grazia a Dio de' doni quali la sua pietÓsino a qui ci concedee pregarlo ci dia quiete e veritÓ d'animo e diintellettoe pregarlo ci conceda lungo tempo sanitÓvitae buonafortunabella famigliaoneste ricchezzebuona grazia e onore tra gliuomini. ADOVARDO Sono queste le preghiere quali porgete a Dio? GIANNOZZO Esonoe ogni mattina cosÝ soglio. Ma costoro stamani qui m'hanno tenuto.Fuggitosi il tempo ragionandonon ce ne siamo acorti. LIONARDO StimateGiannozzoquesto vostro officio di pietÓ essere gratissimo a Dio nonmeno che se fossi stato al sacrificioavendoci insegnato tante buone esantissime cose. ADOVARDO Che ragionamenti sono stati e' vostri? LIONARDOE' pi˙ nobiliAdovardoe' pi˙ utili; e quanto ti sarebbe piaciutoavere udito infiniti perfettissimi suoi ragionamenti! ADOVARDO Bene so iodove tu siamai si ragiona di cose se non molto nobilissimee conosco intutti e' suoi ragionamenti Giannozzo essere da udirlo molto volentieri.LIONARDO In tutte l'altre cose sempre fu Giannozzo da essere ascoltatomain questa una pi˙ che nell'altre ti sarebbe veduto e da 'scoltarlo e damaravigliartenetante sono state le sue sentenze alla masseriziaelegantissime e maturissimeinnumerabiliinaudite. ADOVARDO Quantovorrei esserci stato! LIONARDO GioverebbetichÚ aresti inteso come lamasserizia non manco sta in usare le cose che in serballee come quelledelle quali si dee fare pi˙ che dell'altre masserizia sono le cose pi˙che tutte l'altre proprie nostre; e aresti udito come la robalafamiglial'onore e l'amicizie non in tutto sono nostree aresti impresoin che modo di queste si debba essere massaio; giudicaresti questo dÝesserti felicissimo. ADOVARDO Duolmi altrove essere stato occupatochÚniuna cosa a me sarebbe pi˙ cara che avermi trovato con questi vostrodiscipoloGiannozzoa imparare quel che oggimai m'accadediventarebuono massaiochÚ cosÝ mi pare si convenga a noiquanto primadiventiamo padricrescendo in famiglia simile si cresca in masserizia.GIANNOZZO Non ti lasciare cosÝ leggiere persuadereAdovardoquello chenon Ŕ. Lionardo qui sempre fu in me troppo affezionatoe forse gli sonopiaciuto ragionando della masseriziala quale cosa per ancora non gliaccade interamente provare; piacegli udirne come di cosa nuova. E se iosono a lui in questi nostri passati ragionamenti piaciuto pi˙ che le mieparole nÚ meritavanonÚ cercavanonon lo imputate a mema giudicateche la troppa affezione di Lionardo in me fa che ogni mia parola gli paresentenziosa. Di mie parole che grazia posso io porgere apresso di voilitterati e studiosii quali tutto il dÝ leggete e vedete diviniingegnitrassinate sentenze nobilissimetrovate detti prudentissimiapresso quelli vostri antichile quali cose in parte alcuna non sono inme? Ben mi sono certo ingegnato dire cose utiliquali dirle coneloquenzacon ordineintesservi essempliadducervi autoritÓornalledi parolecome solete dire voi che bisognaarei nÚ saputo nÚ potuto;chÚ mi conoscete sono idiota. Quello che io volessi dire d'altra cosa inquale io sono meno pratico non sarebbe degno d'audienzanÚ anche quellodella masserizia si potesse per me narrare sarebbe se non quanto per lungapruova cosÝ truovo essere utile; sÝ che dicotiAdovardo mionon tidolga non ci essere stato. Tu hai moglie e figliuoli; pruovi e conosci didÝ in dÝ quello medesimo quale ho conosciuto ioe quanto tu hai pi˙ingegno di me insieme e pi˙ dottrinatanto pi˙ e presto e meglio da tea te comprenderai e' bisogniil modol'ordine e tutto quello si richiedealla masserizia. ADOVARDO NÚ Lionardo stima di voi pi˙ che vi meritiatenÚ voi ragionando della masserizia potresti parlare se non utilissimo. Earei io caro per altre cagioni avervi uditoe per questa ancoraperriconoscere se l'opinione mia fusse simile al giudicio vostro. GIANNOZZOPotrei io giudicare di cosa alcuna se non ben volgare e aperta? E potreiioAdovardointerpormi in causa alcuna ove il tuo sentimentole tuelettere non ponessoro il giudicio tuo molto di sopra al mio? Io sempresono stato contento non pi˙ sapere che quanto mi bisognae a me bastaintendere quello che io mi veggo e sento tra le mani. Voi litterati voletesapere quello che fu anni giÓ centoe quello che sarÓ di qui doppo asessantae in ogni cosa desiderate ingegniartedottrina ed eloquenzasimile alle vostre. Chi mai potesse satisfarvi? Io certo no. Di quelli nonsono io. E dicovi tantoforse mi pu˛ essere caro tuAdovardonon cisia stato presentenon perchÚ io stimi da meno il giudicio di Lionardoche il tuoAdovardoma perchÚ cosÝ arei avuto a satisfare a due voilitterati; ove forse avessi voluto parervi quello che io non sonoio areidetta qualche sciocchezzae molto pi˙ mi sarei vergognato sentendomi nonpotervi satisfare. LIONARDO Siate certoGiannozzocheragionando voidella masseriziain qualunque luogo e' litterati non fastidiosi viudirebbono volentierinÚ so chi desiderasse in voi altro stile nÚ altracopia d'ingegno nÚ altro ordine d'eloquenza. ADOVARDO Certo non che ioavessi desideratovi altra copiama io mai arei stimatoe dicoti il veroLionardomai arei creduto la masserizia in sÚ avesse tanti membri quantitu dicevi che Giannozzo la distinse. LIONARDO Non ne dissi a mezzo.ADOVARDO Come? LIONARDO Molte pi˙ cose: in che modo alla famiglia bisognala casala possessionela bottegaper avere dove tutti insieme siriducano per pascere e vestire e' suoie come di queste si debba essernemassaio. ADOVARDO E della moneta dicesti vo' come o quale masserizia sen'abbia a fare? GIANNOZZO Che bisogna dirnese non come dell'altre cose?Spendansi alle necessitÓl'avanzo si serbise caso venisse servirneall'amicoal parentealla patria. ADOVARDO E vedeteGiannozzodiversaopinione quale io stimavae forse poteva non senza ferma ragione cosÝgiudicareche a uno massaio bisognasse non altro pi˙ che fare buonamasserizia del danaio. E potea me muovere questoche pur si vede ildanaio essere di tutte le cose o radiceo escao nutrimento. Il danaioniuno dubita quanto e' sia nervo di tutti e' mestieriper modo che chipossiede copia del danaio facilmente pu˛ fuggire ogni necessitÓ eadempiere molta somma delle voglie sue. Puossi con danari avere e casa evilla; e tutti e' mestierie tutti gli artigiani quasi come servi s'afaticanoper colui il quale abbia danari. A chi non ha danari manca quasi ognicosae a tutte le cose bisogna danari; alla villaalla casaallabottega sono necessarii i servifattoristrumentibuoie simili altrele quali cose non si posseggono e ottengono senza spendere danari. Seadunque il danaio supplisce a tutti i bisogniche fa mestiere occuparel'animo in altra masserizia che in sola questa del danaio? E ponete menteGiannozzoin queste nostre fortune acerbissimein questo nostro essilioingiustissimoponete mente la famiglia nostra Albertaquelli i quali sitruovano avere danari quante sofferino manche necessitati che se fossinostati copiosi di terreni. Quanta ricchezza manca a' nostri Alberti quifuori di casa nostraper avere in casa speso il grande danaio in mura eterreni! Giudicate voi stessi quanto sarebbe maggiore il nostro averesenoi cosÝ avessimo potuto portarne gli edificii e i molti nostri campidrietoci come fatto abbiamo il danaio. Stimerete voi forse a noi non fossetestÚ pi˙ utile qui trovarci in danari anoverati quello che lÓ oltrevagliono quelle nostre molte possessioni? GIANNOZZO Bene a me soglionoquesti vostri litterati parere troppo litigiosi. Niuna cosa si truovatanto certaniuna sÝ manifestaniuna sÝ chiarala quale voi convostri argomenti non facciate essere dubiaincertae oscurissima. MatestÚ meco o piacciavi come tra voi solete disputareo piacciavi vederein questo che opinione sia la miaconosco a me essere debito rispondertipi˙ per contentarne teAdovardoche per difendere alcuna opinione. Ionon ti voglio negareAdovardoche per sopplire alle necessitÓ e persatisfare alle nostre voglie il danaio non vaglia assaima io non ticonfesser˛ per˛benchÚ io avessi danariche ancora a me non manchinomolte e molte cosele quali non si truovano tutte ora apparecchiate a'bisognio sono non sÝ buoneo costano superchio. E quando le benecostassino vilia me sarÓ pi˙ grato pigliarmi fatica piacevole ingovernare le mie possessionila mia casa io stessie ricormi quello mibisognache d'avere prima al continuo fatica in contenere e' danaripoiavere travaglio in trovare le cose di dÝ in dÝe in quelle spenderemolto pi˙ che se io me l'avessi stagionate in casa. E se non fusse inqueste nostre avversitÓ tu qui senti a te pi˙ commodo il danaio che lepossessioni altrovestimo ne giudicaresti quello che io medesimoeavendo quanto fusse assai per satisfare alle necessitÓ e alle voglie tuee della famiglia tuatu credo non troppo ti cureresti del danaio. Quantoiomai seppi a che fusse utile il danaio altro che a satisfare a' bisognie volontÓ nostre. Ma vedi ora quanto io sia da te pi˙ oltre in diversaopinionese tu pi˙ stimi utili i danari ch'e' terreni: ove tu truovi temanco avere perduto danari che possessioniti pare egli per˛ ch'e'danari si possino meglio serbare che le cose stabili? Parti per˛ pi˙stabile ricchezza quella del danaio che quella della villa? Parti pi˙utile frutto quello del danaio che quello de' terreni? Quale sarÓ cosaalcuna pi˙ atta a perdersipi˙ difficile a serbarepi˙ pericolosa atrassinallapi˙ brigosa a riavellapi˙ facile a dileguarsispegnersiirne in fummo? Quale a tutti quelli perdimenti tanto sarÓ atta quantoessere si vede il danaio? Niuna cosa manco si truova stabilecon mancofermezza che la moneta. Fatica incredibile serbar e' danarifatica sopratutte l'altre piena di sospettipiena di pericolipienissima diinfortunii. NÚ in modo alcuno si possono tenere rinchiusi e' danari; e setu gli tieni serrati e ascosisono utili nÚ a te nÚ a' tuoi: niuna cosati si dice essere utile se non quanto tu l'adoperi. E potrei ancoraracontarti a quanti pericoli sia sottoposto il danaio: male manimalafedemalo consigliomala fortunae infinite simili altre cose pessimein uno sorso divorano tutte le somme de' danaritutto consumanomai pi˙se ne vede nÚ reliquie nÚ cenere. E in questoLionardo e tu Adovardoparvi forse che io erri? LIONARDO Quanto iosono in cotesta medesimasentenza. ADOVARDO In chi diciavate voiGiannozzotanto essere forzad'argomentazioni che ogni ferma sentenza dicendo pervertiva? In noi forselitterati? Quanto ionon per˛ vorrei non sapere quali mi dilettanolettere. Ma se i litterati sono quelli e' quali sanno quanto voi dite conargomenti rivolgere ogni cosa e monstralla contrariacerto in me si pu˛giudicare niuna letteratanto testÚ mi manca ogni ridutto da confutaree' vostri argomenti. Ma per non mi arendere cosÝ tostochÚ sapeteGiannozzosempre fu pi˙ lodo vincere chi si difende che vincere chisubito s'abandoniionon per concertare ma pi˙ tosto per perderevirilmentedico ch'e' vostri argomenti non per˛ in tutto mi satisfanno.Non saprei addurvi altra ragionese non quanto mi pare che 'l corso eimpeto della fortuna cosÝ se ne porta le possessioni come il danaioeforse tale ora in luogo rimangono ascose e salve le pecunieove lepossessioni e gli edificii in palese sono da guerreda inimicicon fuocoe con ferro disfatte e perdute. GIANNOZZO Ancora mi piacecom'e' pratichibuoni combattenti adoperano per vincere non meno astuzia che forzae taleora monstrano fuggire per condurre il nimico in qualche disavantaggiocosÝ tu meco qui mostri accedermie pur ti fortifichi pi˙ tostod'astuzia che di fermezza. Ma voglio di questo lasciarne il giudicio a te.Non temo da voi alcune insidie come forse dovrei. ConsideraAdovardochenÚ mani di furoninÚ rapinenÚ fuoconÚ ferronÚ perfidia de'mortalinÚche ardir˛ io direnon le saetteil tuononon l'irad'Iddio ti priva della possessione. Se questo anno vi casc˛ tempestasemolte piovese troppo gelose ventio calureo secco corruppero eriarsero le sementea te poi seguita uno altro anno migliore fortunasenon a tea' figliuoli tuoia' nipoti tuoi. A quanti pupillia quanticittadini sono pi˙ state utili le possessioni ch'e' denari! Per tutto sene vede infiniti essempli. E quanti fallitie quanti corsalie quantirapinatori hanno saziati e' danari de' nostri Alberti! Somme inestimabilisomme infinitericchezze da nolle credere tutte fatte con nostra perdita.E volesse Dio si fussero spesi in prateriein boschi o grippe pi˙ tostoche almanco pur sarebbono dette nostrealmanco si potrebbe sperare amigliore nostra fortuna di riavelle. Stimate adunque il danaio non esserepi˙ che le possessioni utile; stimate alla famiglia essere e utile enecessario la possessione. NÚ so conoscere io il danaio a che sia trovatose non per spendereper a quello cambio riceverne cose. Tuveroavendole coseche ti bisogna il danaio? E hanno le cose questo in sÚ pi˙chele truovano e' danarisuppliscono al bisogno. Ma non ci aviluppiamo inquesto ragionamento; favelliamo come pratichi massai; lasciamo ledisputazioni da parte. CosÝ giudico: el buono padre di famiglia conoscatutte le fortune suenÚ voglia avelle tutte in uno luogonÚ tutte inuna cosa posteacci˛ che se gli inimicise gli impeti ostilis'e' casiavversi premono di quatu vaglia e possa di lÓ; se danneggiano di lÓtu salvi di qua; se la fortuna non ti giova in quellonÚ anche ti sianociva in questo. CosÝ adunque mi piace non tutti danarinÚ tuttepossessionima parte in questoparte in altre cose poste e in diversiluoghi allogate. E di queste s'adoperi al bisognol'avanzo si serbipell'avenire. LIONARDO Che pure miri tuAdovardoquasi come stupefatto aquesti detti di Giannozzo? Se tu avessi udito e' suoi ragionamenti sopratu confesseresti e' suoi detti alle famiglie quasi oraculi divini esseretutti necessarii a bene reggere ogni famiglia fuori e dentro in casa.Nulla v'Ŕ mancatotutto v'Ŕ detto con suavitÓchiaronettopuro.Lodarestilo. ADOVARDO Se Lionardo me ne consigliaio sono contentoconsentirviGiannozzoe come volete giudicher˛ che il buono massaiodebba non ridursi in danari solinÚ in sole possessionima debbapartire le fortune sue in pi˙ cose e in pi˙ luoghi. E sono contentoaccresce'gli fatica e porgli ad animo la custodia e conservazione pi˙ chedel danaiosola una cosa della quale essere massaio stimava io chebastasse. LIONARDO Crederesti tu potere errareAdovardonella masseriziaconsentendo al giudicio di Giannozzo? ADOVARDO Anzi sarebbe in grandeerrore chi credesse il giudicio e sentenze di Giannozzo non essereverissimoma in alcuna cosaLionardobenchÚ le siano veretale oranon mi pare biasimo dubitarne. E vedeteGiannozzoin quello che iopotrei dubitare. Voi testÚ mi isvilisti il danaioIddio buonoper modoche niuna cosa pi˙ sarebbesendo come diciavatevile; solo fatto ildanaio per comperare le cose. Parse a me volesti pur troppo rendere ildanaio disutile; sotto tante sciaguresotto tanti pericoli il ponestichese altri vi credesse mainonchÚ esserne massaioma e' no' glivorrebbe vedere. E benchÚ io vegga ne dite in molta parte el veropurestimo nel danaio esservi alcune altre commoditÓ. Pare a me non fate stimain una piccola borsetta trovarvi panevinoe tutte le vittoaglievestecavallie ogni cosa utile portarsi in seno. Ma chi negasse il danaio nonessere ancora utile in prestallo agli amici quanto diciavatee intraficarlo? GIANNOZZO Non dissi io che tuAdovardotendevi qualcheinsidie? Ma vinca meco questo costume di voi altri litteratinÚ sia cosaalcuna sÝ bene detta quale voi non sappiate monstrare essere male detta;nÚ io sarei sufficiente volella con voi vincere. ADOVARDO Certo non adaltro fine ve ne domandose non per imparare da voi quanto permaturissima prudenza in questo come nell'altre cose conoscete. LIONARDODel trafficare i danari risponder˛ io quanto compresi da Giannozzo. Inogni compera e vendita siavi simplicitÓveritÓfede e integritÓ tantocon lo strano quanto con l'amicocon tutti chiaro e netto. ADOVARDOOttimo. Ma del prestargliGiannozzose qualche signorecome tutto dÝaccadevi richiedesse? GIANNOZZO Dare'gli pi˙ tosto in dono venti che inpresto centoe per non fare nÚ l'uno nÚ l'altroAdovardo miochÚtutti gli fuggirei. ADOVARDO Che te ne pareLionardo? LIONARDO E ioancora il simile. Eleggerei perdere venti acquistandomi graziachearischiarne cento senza essere certo di riaverne grado. GIANNOZZO Taci.Non dire. Non sia chi speri mai da' signori nÚ grado nÚ grazia. Tantoama il signoretanto ti pregiaquanto tu gli se' utile. Non ama ilsignore per tua alcuna virt˙nÚ si possono le virt˙ fare note a'signori. Sempre pi˙ sono e' viziosiostentatoriassentatori e maligniin casa de' signori ch'e' buoni. E se tu consideriquasi la maggioreparte di quelli stanno ivi perdendo tempo oziosichÚ non sannoguadagnare in altro modo il propio vivere. Pasconsi del pane altruifuggono la propria industria e onesta fatica. E se ivi sono e' buonistansi modestistimano pi˙ venire in grazia per la virt˙ che perostentazioneamano pi˙ essere bene voluti per suo merito che coningiuriare altrui. Ma la virt˙ non si conosce se non quando sia per operamanifestatae poi ancora conosciuta pare assai s'ella Ŕ lodata; e forseraro si truova virt˙ bene premiatae tu virtuoso non potrai laconversazione di quelli sceleratia' quali dispiacerÓ la continenzaseveritÓ e religione tua. NÚ tra i viziosi a te sarÓ luogo monstrarevirt˙nÚ arecherai a lodo contendere qualche premio con alcunosceleratolascera'lo vincere e ottenere quello che tu appetivi per nonperseverare in questa contenzionedella quale tu vegga essertiapparecchiata molta pi˙ ingiuria da quelli audacissimi uomini che lodedagli altri buoni. Quelli adunque arditi e baldanzosi ti lasciano adrietoe spesso pi˙ nuoce uno raportamento di quelli assentatori in tuo biasimoche non giova molta testimonianza in tua comendazione. Per˛ sempre a meparse da fuggire questi signori. E credete a meda loro si vuole chiederee t˘rredare o prestare non mai. Ci˛ che tu loro daisi getta via.Hanno molti donatorianzi comperatori delle grazie loroanziricomperatori delle ingiurie. Se tu porgi pocone ricevi odioe perdi ildono; se tu assainon te ne rende premio; se tu tropponon per˛satisfai alla grande loro cupiditÓ. Non solo vogliono per loroma pertutti ancora e' suoi. Se tu dai a unoapri necessitÓ a te stessi di darea tutti gli altrie quanto pi˙ daitanto pi˙ in te stessi ricevidannotanto pi˙ quelli aspettanotanto pi˙ loro pare dovere ricevere:quanto pi˙ prestitanto pi˙ te ne arai a pentire. Apresso e' signori lepromesse tue sono obligole prestanze sono donie' doni sono uno gittarevia. E colui si stimi a felicitÓ a chi non molto costano le conoscenzede' signori. Raro ti puoi fare grato a uno signorese non ti costa.Soleva dire messer Antonio Alberti ch'e' signori si voleano salutare conparole dorate. E proverrai ch'e' signori debitoriper non rendertipremioadombreranno tecostrazierannotiper farti rompere in qualchedetto o risposta onde e' piglino loro scusa a nuocertie semprecercheranno male finirti; e dove possano in molti modi nuocertiivi tifanno peggio. ADOVARDO Adunque sar˛ per vostro consiglio prudente.Fuggir˛ ogni pratica de' signorioacadendomi con loro qualchetrafficosempre domander˛o domandato cercar˛ dar loro quanto mancopoter˛. GIANNOZZO CosÝ faretefigliuoli mieie pi˙ tosto fuggireteogni lusinga e fronte d'ogni tirannoe questo vi troverrete utilissimo.ADOVARDO Agli amici? GIANNOZZO Che domandi tu? Ben sai che con l'amico sivuole essere liberale. LIONARDO Prestaredonare loro? GIANNOZZO Questobene sapete. Ove non bisognia che fine vorresti voi donare? Non perchÚe' t'aminogiÓ che sono amici. Non perchÚ e' conoscano la liberalitÓtuagiÓ che non bisogna. Niuna donazione mi pare liberalitÓse nonquando il bisogno la richiede. E io sono di quelli el quale pi˙ tostovoglio amici virtuosi che ricchi. Ma ancora io mi diletto pi˙ d'avereamici fortunati che infortunati e poveri. LIONARDO Ma all'amico che possoiodomandandominegarli? GIANNOZZO Sai quanto? Tutto quello quale e'dimandasse disonesto. ADOVARDO Ne' bisognicredonon sarebbe disonestodomandare allo amico qualunque cosa. GIANNOZZO Se a me fosse tropposconcio fare quanto chiedesse l'amicoperchÚ devessi io pi˙ avere carol'utile suo che lui il mio? Ben voglioa te non resultando troppo dannopresti all'amicoin modo per˛ cherivolendo il tuonÚ tu entri inlitigionÚ lui ti diventi inimico. LIONARDO Non so quanto voi massari miloderetema io all'amico sarei in ogni cosa largofidere'mi di luiprestere'lidonare'li; nulla sarebbe tra lui e me diviso. GIANNOZZO E selui non facesse a te il simile? LIONARDO Farebbelo sendo mio amico.Comunicarebbe cosÝ tutte le cosetutte le voglietutti e' pensieri; etutte le nostre fortune insieme sarebbono tra noi non pi˙ sue che mie.GIANNOZZO Sapra'mi dire quanti tu arai trovati comunicare teco altro cheparole e frasche; mostrera'mi a chi tu possa fidare uno minimo tuosecreto. Tutto il mondo si truova pieno di fizioni. E abbiate da mequesto: chi con qualunque artecon qualunque colorecon quale si siaastuzia cercherÓ t˘rvi del vostrocostui non vi sarÓ vero amico.ADOVARDO CosÝ sta. Salutatorilodatoriassentatori si truovono assaiamici niunoconoscenti quanti vuoifidati pochissimi. Quali adunque conquesti saremo noi? GIANNOZZO Sapete voi quale uno mio amicouomo inl'altre cose intero e severoma ne' fatti della masserizia forse troppotegnentesuole porgersi a questi tali leggieri uomini e dimandatoriquando e' vengono a lui sotto colore d'amicizia racontando parentadi eantiche conoscenze? Se questi a lui donano salutee lui contra infinitesalute. Se questi li ridono in frontee lui molto pi˙ ride a loro. Sequesti lodanoe lui molto pi˙ loda loro. In queste simili cose molto lotruovano liberalesentonsi vincere di larghezza e facilitÓ. A tutte loroparolea tutte loro moine presta fronte e orecchiema come quelliriescono narrandoli e' suoi bisognie lui subito finge e narra molti de'suoi; quando quelli cominciano a conchiudere pregandolo che presti lorooche almanco entri fideiussoree lui subito diventa sordofrantendee adaltra cosa rispondee subito entra in qualche altro lungo ragionamento.Quellie' quali sono in quella arte dello ingannare altrui buoni maestrisubito framettono una novellettae dove doppo quello poco ridere di nuovoripicchianoe lui pure il simile. Quando alla fine con lunga importunitÓlo vinconose domandano piccola sommaper levarsi quella ricadiamancandoli ogni scusapresta loroma il meno che pu˛. Ove la somma glipare grandeallora l'amico mio... Matristo meche fo io? Quando iodoverrei insegnarvi essere cortesi e liberaliio v'insegno esserefingardi e troppo tegnenti. Non pi˙. Io non voglio mi riputiate maestrodi malizie. Verso gli amici si vuole usare liberalitÓ. ADOVARDO Anziquesto riputatelo virt˙Giannozzocon malizia vincere uno malizioso.LIONARDO SÝ certoa me pare spesso necessario usare astuzia co' troppoastuti. GIANNOZZO Pur vorrete trovare da me via per onde possiate fuggirequesti chieditori. S'e' ditti miei gioveranno a convincere astuzia conastuziasono contento. Se vi noceranno aiutandovi essere non liberali elarghima tenaci e strettiancora potr˛ di questo esserne contentoperchÚ almanco arete qualche colore a parere motteggiatori ove siateavari. Ma per mio consiglio piacciavi pi˙ acquistandovi onore parereliberali che astuti. La liberalitÓ fatta con ragione sempre fu lodata;l'astuzia spesso si biasima. E non lodo tanto la masserizia che io biasimitale ora essere liberalenÚ tanto a me pare dovuta la liberalitÓ fragli amici che ancora qualche volta non sia utile usarla verso gli stranio per farti conoscere non avaroo per acquistarti nuovi amici. ADOVARDOQuanto a noi pareGiannozzotestÚ qui vogliate seguire l'uso di quellovostro amicochÚper non rispondere a quanto da voi aspettiamovoirivolgete il ragionare vostro della molta masserizia e traducetelo proprioin contraria parte dicendo della liberalitÓ. Noi desideriamo udire eimparare da quello vostro amicoper poterci valere contro a questichieditorie' quali tutto il dÝ ci seccano. GIANNOZZO CosÝ al tuttovolete? Dicovelo. Solea l'amico mio a questi trappolatori prima rispondereche per gli amici a lui era debito fare tuttoma per ora non esserepossibile fare come vorrebbee quanto era sua usanza fare agli amici nonmeno che si meritino. Poi si dava con molte parole a mostrare loro nonfusse meglionÚ per ora bisognasse fare quella spesa. Diceva quello nongli essere utilemeglio essere indugiarepi˙ giovare tenervi quellaaltra viae cosÝ di parole molto si dava largo e prodigo. Apressoconfortava ne chiedessono qualche uno altroe prometteva di parlarne eadoperarsi in ogni aiuto a trovarli da chi si sia degli altri amici. E sepur questi ripregando lo convinceanoallora l'amico per stracchezza dicea:"Io mi vi penser˛e troverrovvi buono rimedio; torna domani".Poi e' non era in casao egli era troppo infaccendatoe cosÝ a coluiconveniva giÓ stracco provedersi altronde. LIONARDO Forse sarebbe ilmeglio negare aperto e virile. GIANNOZZO Quanto ioprima era di questoanimoe spesso ne ripresi l'amico mioma lui mi rispondea e dicea la suaessere migliore viaimperochÚ a questi infrascatori pare saperci dire inmodo che noi non possiamo loro dinegare cosa quale e' dimandino; per˛ sivogliono contentare di quello che non ci costa. E dicea l'amico mio:"Se io da prima negassi apertoio monstrerrei non curarlisareiloro odioso. A questo modo quelli pur sperano ingannarmie io monstrostimarlie cosÝ poi elli giudicano me da pi˙ che loro ove e' si veggonoavanzare d'astuzianÚ a me ancora par poco piacere ove io dileggio chime voglia ingannare". ADOVARDO Molto a me piace costuiil qualerichiesto di fatti dava parolee a chi domandava danari porgea consiglio.LIONARDO Ma se uno de' vostri di casa vi richiedessecome tutto il dÝaccadecome li tratterresti voi? GIANNOZZO Ove io potessi senzagrandissimo mio sconcioove io gliene facessi utileprestere'gli danarie roba quanto e' volesse e quanto io potessiper˛ che a me sta debitoaiutare e' miei con la robacol sudorecol sanguecon quello che ioposso persino a porvi la vita in onore della casa e de' miei. ADOVARDO OGiannozzo! LIONARDO Dirittobuonoprudente padre. Simili vogliono esseree' buoni parenti. GIANNOZZO La robae' danari si vogliono sapere spenderee adoperare. Chi non sa spendere le ricchezze se non in pascere e vestirechi non sa usarle in utile de' suoiin onore della casacostui certo nonle sa adoperare. ADOVARDO Ancora mi occorre qui dimandarviGiannozzo.Ecco in me di qui a uno pezzo e' miei figliuoli cresceranno. Usano e'padri in Firenze a ciascuno de' suoi figliuoli dare certa somma d'argentoper minute loro spesee loro pare ch'e' garzoni manco ne siano sviatiavendo in quello modo da satisfare alle giovinili sue vogliee dicono cheil tenere la giovent˙ stretta del danaio la pinge in molti vizii ecostumi scelerati. Che diteGiannozzo? Parvi da cosÝ allargare la mano?GIANNOZZO DimmiAdovardose tu vedessi uno tuo fanciullo maneggiarerasoi arrotatiaffilatitroppo taglientiche faresti tu? ADOVARDOTorre'li di mano. Temerei non s'impiagasse. GIANNOZZO E adirerestitisocon chi avesse cosÝ lasciatoli trassinare. Vero? E quale credi tu esserepi˙ suo mestiere a uno fanciullotrassinare rasoi o moneta? ADOVARDO NÚl'uno nÚ l'altro mi pare suo atto mestiere. GIANNOZZO E stimi tu senzapericolo a uno garzonetto trassinare danari? Certo a meche sono omaivecchiosono e' danari fatti cosÝche non senza pericolo ancora ben somaneggiarli. E credi tu che a uno giovane non pratico sia nonpericolosissimo trassinare danari? Lasciamo da parte che gli sarano toltida' ghiottida' lacciuolida' quali e' giovani sanno male schifarsi.Pensa tuuno giovane che utilitÓ potrÓ egli sapere trarre de' danari;che necessitÓ saranno quelle d'uno garzonetto? La mensa gli apparecchiail padreel quale sendo prudente non patirÓ che il figliuolo si satollialtrove. Se vorrÓ vestirerichieggane il padreel qualesendo facile ematurolo contenterÓma non lascerÓ il figliuolo vestire isfoggiatonÚ con alcuna leggerezza. Quale adunque pu˛ in uno garzonetto venirenecessitÓo quale vogliase non una sola di gittarli in lussurieindadi e in ghiottornie? Io pi˙ tosto consiglierei e' padri cheprocurassinoAdovardo mioch'e' figliuoli suoi non scorrino in voglielascive e disoneste. A chi non arÓ volontÓ di spenderea costui nonbisogneranno danari. S'e' tuoi figliuoli aranno voglie onestemolto sarÓloro caro tu le sappia; dirannotelee tu in quelle abbiati con lorofacile e liberale. LIONARDO Quelli nostri prudenti cittadinistimo ioGiannozzose non conoscessono essere ivi qualche utilitÓforse nonservarebbono quella larghezza co' giovani loro. GIANNOZZO Se io vedessiche le volontÓ e il corso della giovent˙ in tutto si potesserestringereio grandemente biasimerei quelli padri e' quali noncercassino distorre e' suoi figliuoli dalle voglie prima che darli aiuto aseguirle. E io quanto pi˙ penso tanto meno conosco ove surga pi˙ vizionella giovent˙o per essere troppo bisognosi del danaioo per essernecopiosi. LIONARDO A me pare comprendere che Giannozzo vorrebbe prima e'padri stogliessono da' giovani le voglie quanto e' potessonopoi mi pareessere certo non gli vorrebbe diventare piggiori per mancamento alcuno didanari. GIANNOZZO Proprio. ADOVARDO O Lionardoquanto m'Ŕ Giannozzoutile stamani! LIONARDO Molto pi˙ fu utile con noi dicendo tutto ci˛ chedella masserizia si possa udiree pi˙ ancora in che modo si sia massaiodella robae in che modo si regga la famiglia. E pare a me di tutte lecose necessarie al viveredi tutte Giannozzo ci abbia insegnato esseremassaio. ADOVARDO Non riputate voiGiannozzoutile al vivere l'amiciziafama e onore? GIANNOZZO Utilissimo. ADOVARDO E di queste dicesti voi inche modo si debba esserne massaio? LIONARDO Quello no. ADOVARDO Forse nongli parse da darne precetti. GIANNOZZO Anzi sÝpare. ADOVARDO Cheadunque ne dite voi? GIANNOZZO Quanto iodella amistÓche so io? Forsepotrebbesi dire che chi Ŕ ricco truova pi˙ amici che non vuole. ADOVARDOIo pur veggo e' ricchi essere molto invidiati dagli altrie dicesi chetutti e' poveri sono inimici de' ricchie forse dicono il vero. Voletevoi vedere perchÚ? GIANNOZZO Voglio. DÝ. ADOVARDO PerchÚ ogni poverocerca d'aricchire. GIANNOZZO Vero. ADOVARDO E niuno poverose giÓ nongli nascessono sotto terra le ricchezzeniuno povero arricchisce se aqualche altro non scemano le sue ricchezze. GIANNOZZO Vero. ADOVARDO E'poveri sono quasi infiniti. GIANNOZZO Vero. Molto pi˙ ch'e' ricchi.ADOVARDO Tutti s'argomentano d'avere pi˙ robaciascuno con sua arteconingannifrauderapinenon meno che con industria. GIANNOZZO Vero.ADOVARDO Le ricchezze adunque assediate da tanti piluccatori v'arrecanoelle amistÓ pure o nimistÓ? GIANNOZZO E io pur sono uno di quelli elquale vorrei pi˙ tosto potere da me con mie ricchezzemai avere arichiedere alcuno amico. Manco mi nocerebbe negare a chi mi chiedesse cheprestare a tutti chi mi domandasse. ADOVARDO Puossi egli questo forsevivere sanza amici e' quali vi sostenghino in pacifica fortunadifendinvidagli ingiustiaiutinvi ne' casi? GIANNOZZO Non ti nego che nella vitadegli uomini sono gli amici accommodatissimi. Ma io sono uno di quelli elquale richiederei l'amico quanto rarissimo potessie se grandissimobisogno non mi premessemai addurrei allo amico gravezza alcuna. ADOVARDODite ora voi a meGiannozzose voi avessi l'arconon vorresti voitendello e saettare una e un'altra volta in tempo di paceper vederequanto nella battaglia contro e' nimici e' valesse? GIANNOZZO SÝ.ADOVARDO E se voi avessi la bella vestanon la vorresti voi provare incasa qualche voltaper vedere come voi ne fossi onorato ne' dÝ e ne'luoghi solenni? GIANNOZZO SÝ. ADOVARDO E se voi avessi il cavallonon lovorresti voi avere fatto correre e saltareper sapere come bisognando e'vi potesse cavare della via difficile e portarvi in luogo salvo? GIANNOZZOSÝ. Ma che intendi tu dire? ADOVARDO Voglio dire pertantocosÝ credo siconviene fare degli amici: provarli in cose pacifiche e quieteper saperequant'e' possino alle turbateprovarli in cose private e piccole in casaper sapere com'e' valessino nelle publice e grandiprovarli quantocorrano a fare l'utile e l'onore tuoquanto siano atti a portarti esofferirti nelle fortunee cavarti delle avversitÓ. GIANNOZZO Nonbiasimo queste tue ragioni. Meglio Ŕ avere gli amici provati che averli aprovare. Ma quanto io pruovo in meche mai offesi alcunoche semprecercai piacere a tuttidispiacere a niunoche sempre curai e' fatti mieiio stessi attesomi alla mia masseriziaper questo mi truovo delleconoscenze assainon mi bisogna richiederenÚ afaticare gli amicitruovomi oneste ricchezzee tra gli altrigrazia d'Iddiosono posto nonadrieto; cosÝ voglio confortare voi. Seguite come fatevivete onestiein ditti e in fatti mai vi piaccia nuocere ad alcuno. Se voi non vorretel'altruise saprete del vostro esserne massaia voi molto raromoltopoco bisognerÓ provare gli amici. Io sarei qui con voi quanto vipiacessema io veggo l'amico mio per cui bisogna m'adoperi in palagio;cosÝ ordinammo stamane per tempo; testÚ sarÓ ora di comparire; nonvoglio abandonare l'amico mio: sempre a me piacque pi˙ tosto servirealtri che richiederepi˙ tosto farmi altri obligato che obligarmi; epiacemi questa opera di pietÓsollevarlo e aiutarlo con fatti e conparole quanto io possoe questo non tanto perchÚ conosco lui ama mequanto perchÚ conosco lui essere buono e giusto. E voglionsi e' buonitutti riputare amicie benchÚ a te non siano conoscentie' buoni evirtuosi voglionsi sempre amare e aiutare. Voi adunque vi rimarrete. Altrevolte saremo insiemee una cosa qui non voglio dimenticarmi. Terretequesto a mentefigliuoli miei: siano le spese vostre pi˙ che l'entratenon mai maggiori; anziove tu puoi tenere tre cavallipiacciati vedertipi˙ tosto due ben grassi e ben in punto che quattro affamati e malefornitiimperochÚcome voi litterati solete dire l'occhio del signoreingrassa el cavalloquesto intendo ioche non manco si nutrisce lafamiglia con diligenza che con ispesa. Pare a voi cosÝ da interpetrarquel detto antico? ADOVARDO Parci. GIANNOZZO Se adunque cosÝ vi pareachi di voisendo quanto sete prudentinon pi˙ piacerÓ produrre inpublico due lodatori della diligenza vostra che quattro testimoniie'quali a tutti gli occhi a chi gli miri accusino la vostra negligenza?Vero? Adunque cosÝ fate: sian le spese pari o minori che la intratae intutte le coseattiparolepensieri e fatti vostri siate giustiveritieri e massai. CosÝ sarete fortunatiamati e onorati.

 

LIBRO QUARTO

liber quartus familie: de amicitia

Era giÓ quasi da riporre gli argenti e ridurre in mensa l'ultima collazioneal convitoquando Butoantico domestico della famiglia nostra Albertaudendoche per vedere nostro padrequale ne' libri di sopra dicemmo iacea infermo egravefussero que' nostri vecchi venuti: GiannozzoRicciardoPieroe glialtri a lui persino dai primi suoi anni molto familiari; sopragiunse a visitarlie present˛ loro poche ma fuori di stagione scelte e raree di sapore e odoresuavissime frutte. Ondedoppo a' primi salutifu commendata la fede econstanza di Butoche cosÝ ne' nostri casi avesse conservata la ottima persinodallo avolo suo co' nostri Alberti nata e ben nutrita amicizia: essere adunquevero amico costui a chi qual sia commutazion di fortuna pu˛ mai distorre ominuire la impresa benevolenzae sopra gli altri meritar lode chi come Buto disua affezione e animo nelle cose avverse ancora non resti dare di dÝ in dÝaperti e grati di sÚ stessi indizii e beneficio. Seguirono questi ragionamentioltre sino che gli affermorono cosÝin vita de' mortali pi˙ quasi trovarsinulla sopra alla amicizia da tanto essere pregiata e osservata.

Butouomo di natura lietoe uomo quale forse ancora la sua perpetuapovertÓ e insieme el convenirli assentando e ridendo piacere apresso chi e'discorreva per pascersi in varie e diverse altrui casecosÝ l'avea fattoridicolo e buono artefice di mottegiare: - E che? Tanto lodate voi questaamicizia- disse- e tanto ponete in alto grado di prudenza chi sappi darsi eservarsi a ferma benivolenza e molta grazia? Non sia chi stimi in vita potersitrovare uomo qual vero possa dirsi bene amato. Pi˙ volte intesi messerBenedettomesser Niccolaiomesser Ciprianocavalieri Albertiuomini quantociascuno dicea litteratissimiin queste simili disputazioni molto e alto fraloro contrastareche non mi duole essere com'io sono ignorantese a chi salettera conviene come a loro sempre bisticciare e insieme gridare; nÚ parepossano sanza gittare le dita e le manie le ciglia e il visoe il capo etutta la personafarsi bene intenderetanto non basta a questi litterati collalingua e con molta voce tutti in un sieme garrire. Molte diceano dell'amiciziacose belle a udirlema cose quale a chi poi le pruova favole. Diceano che a benfermare l'amicizia convenia che due in uno si congiungesseroe bisognarvi nonso io che moggio di sale. Giurovime la donna mia pi˙ molto amava primavergine che poi sposata e coniunta; e in ora non buona per noi coniunti che noifummopersino che ella fu meco in vitamai m'occorse una sola mezza ora inquale mi fosse lecito sederli presso sanza udirla gridarmi e accanirmi garrendo.Forse que' vostri saviiquali scrissero quelle belle cose dell'amiciziapocosi curavano in quella parte amicarsi femmineo forse cosÝ a tutti stimoronoessere noto che con femmina si pu˛ non mai contrarre certa amicizia. E quantoiooggidÝ pi˙ che allora savionon ne gli biasimereichÚ certo quelfastidio lorohau! pur troppo Ŕ grandeche mai si possano atutare. E non cheun moggio di salema e venticosÝ m'aiuti Dioivi non punto sarebbero assai.So iola donna mia quanto pi˙ mangiava sale pi˙ era da ogni parte sciocca.Pertanto vi consigliocredete meno a questi vostri che sanno dire bellomacose inutili. Credete a mee proverrete cosÝ essere verissimo: cosa niunatanto nuoce a farsi amare quanto trovarsi povero; porgetevi ricchie ivi pi˙arete amici che voi non vorrete.

A RicciardoAdovardo e Lionardouomini litteratissimiquesti e molti altriridiculiquali con assai risi di tutti e con gesti accommodatissimi Buto aveadolce recitatifurono grati. - NÚ mi par questo- disse Lionardo- dissimileda quelli conviti filosoficiquali PlatoneSenofontePlutarco descrisseropieni di giuoco e risoe non vacui di prudenza e sapienzacon molta grazia edignitÓ.

- Quanto- allora disse Piero Alberti- io lodo l'ingegno di Buto! Econfermo il detto suo essere verissimoquanto provaiche ad acquistareamicizia con molte iniurie vi si oppone la povertÓ e interrompe ogni nostroinstituto e impresa. Come sapeteogni mio sussidio e fortuna familiare eraquando sedavamo in la patria nostraquasi tutta in possessioni e ville. Inquesto poi nostro grave essilioa difendermi dagli odii e nimicizia quali noispogliorono de' publici ornamenti e troppo ci persequitavanoa me parse utileagiugnermi a qualche principeapresso di chi io vivessi con pi˙ autoritÓ cheesclusoe con men sospetto che nudoe con pi˙ riguardo della salute mia.CosÝ feci adunque; con molta industria e sollecitudine a me acquistai la graziadi trecome sapestiin Italia ottimie in tutte le genti famosissimiprincipi. Questi furono Gian Galeazzo duca di MelanoLadislao re di NapolieGiovanni summo ponteficea quale ciascuna impresa provai quanto il non esserepi˙ ch'io mi fussi ricco a me noceva e disturbava.

Qui disse Lionardo: - CredoPierole ricchezze assai giovino a pi˙ facilefarsi gratocome agli altricosÝ massime a' principiquali quasinon so senatura sua o consuetudinetutti solo pregiano chi a sue voglie e bisogni loroin tempo essere possa accomodato. E in principe (perchÚ sono i principi quantovogliono d'ogni onesto essercizio vacuioziosie in tempo non poco dati allevoluttÓe acerchiati non da amici ma da simulatori e assentatori) raro nasconvoglie se non lascive e bruttee spesso loro bisogna adoperare le ricchezze de'suoi cittadini e di ciascuno a lui amico pecunioso e ricco. E perchÚ primacerti segni delle ricchezze pi˙ si veggono palese che della virt˙per˛apresso de' principidove per poca qual di sÚ fanno copia meno possonoconoscere le virt˙ che la fortunasono i ricchi pi˙ forse che i buoni inprima accetti. E perchÚ non dubitano che chi sia buono poco li seconderebbealle sue non lodate volontÓ e appetitiper˛ pregiano quanto loro acade iviziosie preferiscono la amicizia di chi a' suoi errori in proposito cauto econ astuta malizia sovenga. BenchÚ in voi per˛ comprenda la vostra virt˙Pierotanto sempre valse apresso di ciascuno ch'ella per merito suo era nonpoco scortagrata e amata da tutti; e poi la probitÓ e integritÓ vostrasempre giov˛ pi˙ che non fu impedimento el non essere quanto meritavatericchissimo e fortunatissimo.

- Come? Concederott'io qui forse- disse Adovardo- che a giugnerti abenivolenza ad un principenon molto pi˙ vaglia la virt˙ che le ricchezze?Puoe forse in sÝ oscuro luogo giacere la virt˙ch'ella da chi stia in altafortuna poco sia scorta e al tutto non conosciuta? E tanto pi˙ si porge lavirt˙ maravigliosa a' principiquanto pi˙ vede numero di ricchi un principeche di virtuosi. E sempre fu la virt˙ in sÚ da tutti tenuta talech'ellamerita in qualunque ben povero essere amata; e assai forse troverrai copia diricchi malvoluti perchÚ non sono ornati di virt˙ e onestÓche poverivirtuosi e onesti non da molti accetti e pregiati. E tanto in qualsisia animonon in tutto bestiale e perduto pu˛ certo la onestÓche prencipe perintemperante e poco modesto che siamai alcuno userÓ ogni sua licenza inseguire ciascuna sua volontÓche 'l santissimo nome della onestÓ nollorafreni e contenghi. E parmi talora miracoloche chi quanto e' vuole puotecostui pur per non essere tenuto e detto viziosovinca e moderi sÚ stessi.CosÝ intendiamo che da natura niuno quasi non giudica cosa brutta l'essere eparere non virtuosoe fugge per questo sÚ male essere per suo vizio accetto.Adunque e' degna la virt˙ in altruiquale egli stima in sÚ. E forse questisegni e applaudimenti d'amiciziaco' quali i principi allettano e ablandisconoe' suoi ricchi e fortunatisono solo per adoperarlicome scrive Suetonio diVespasiano Cesarequale disponea in luogo d'amicia' suoi credo porti e doanee in simili magistratiuomini rapaci e industriosi al guadagnoe nati quasisolo per congregare pecunia; chÚ dove questi poi erano come la spongia beneinzuppata e pregnaben gravi di rapinalui eccitatoli contrae uditone pi˙ epi˙ accuse e doglienze delli offesigli premeae rendeali arridi e poveri cont˘rli e' beni loro paterni e questi cosÝ sopra accumulati. E solea per questoadunque Vespasiano chiamarli sue per spungie. CosÝ ultimo sentiano sÚ esserenon amicidove rimanevano vacui e arridi d'ogni copia e sugo di sue fortunepieni d'odio e malivolenza. E stimo Piero cosÝ trov˛ in uso pi˙ esserli assaila virt˙ stata in aiutoche cosa qual altra potesse la fortuna averli donato eagiunto. E questa fie suacredosentenza: cosa niuna trovarsi a farsi amarequanto la virt˙ commoda e utilissima.

PIERO Non sapre' io qui certo averarvi qual pi˙ siao la virt˙o pure lericchezzeutile a farsi amare. Voi litterati fra voi meglio el discernereteche solete d'ogni difficile e oscurissima cosa con vostre suttilissimedisputazioni trovare ed esporne el certo. Ma in me el non essere pi˙ che allorami fussi abiente e fortunato a potere suplire alle molte che forse bisognavanospese e liberalitÓcerto m'era pure incommodo: e non vi nego per˛ che laindustria e diligenza mia a me giov˛ non poco ad acquistarmi la grazia ebenivolenzaquale io desideravadi que' principichÚ credose la fortunamia fusse stata pi˙ copiosa e abundantea me gran parte bisognava meno usarequanta usai arte e sollecitudine.

RICCIARDO Chi credesse potere arrivare e giugnere a buona grazia e nome sanzasplendore di qualche virt˙ e via di simplice gentilezza e interi costumiocredessi ch'e' doni della fortuna soli assai per sÚ valessero a farsi amarestimo io costui certo errarebbe. Raro ch'e' viziosi siano se non odiati. E a chila fortuna poco secondanon a costui sarÓ facile acquistar buon nome e fama disue virt˙. La povertÓquanto chi che sia pruovanon affermo io al tuttoimpediscama ottenebra e sottotiene in miseria ascosa e sconosciuta spesso lavirt˙; come pure veggiamo in panniquanto diconosordidi e abiettiqualch'ora latitare la virt˙. Conviensi adunque sÝch'e' beni della fortunasieno giunti alla virt˙e che la virt˙ prenda que' suoi decenti ornamentiquali difficile possono asseguirsi sanza copia e affluenza di que' beniqualialtri chiamano fragili e caduchialtri gli apella commodi e utili a virt˙. Maguardate non in prima forse sia necessaria non tanto virt˙ e ricchezzaquantocerta non so come la nominare cosaquale alletta e vince ad amare pi˙ questoche quelloposta non so dovenel fronteocchi e modi e presenzacon unacerta leggiadria e venustÓ piena di modestia. Nollo posso con parole esprimere;chÚ vedrete saranno due pari virtuosipari studiosipari in ogni altrafortunanobili e pecuniosie di loro questo verrÓ iocondo e amatoquelloritarderÓ quasi odiato. E forse chi persuadeva le amicizie avere occulti equasi divini principii e radici era da udirlo. Sono in le cose produtte dallanatura maravigliose e occultissime forze d'inimicizia e di amoredelle qualiancora non seppi comprendere causa o aperta ragione alcuna. Scrive Columellatanta essere inimicizia tra l'olivo e il quercioche ancora tagliata laquerciale sole sue sotto terra radici estingueno qualunque ivi presso fussepiantato olivo. Pomponio Mela racconta alle fini di Egitto presso quella gentedetta Esfogecome da innata e naturale inimicizia convenirvi numero d'ucceglichiamati <I>ibides</I> ad inimicare e combattere contra lamoltitudine de' serpenti quale ivi inabita. El cavallodice Erodotonaturalesua inimiciziatanto teme il cammelloche non tanto vederlo fuggema odorarloel perturba. E cosÝ contrario racconta Plinio troppo la ruta essere amicissimaal ficopoichÚ insieme curano el venenoe sotto el fico piantata escrescelietissimae pi˙ che in qual sia altrove luogo si fa ampla e verzosa. ECicerone scrisse trovarsi animaliquali insieme vivono amicissimicome fral'ostree quello chiamato pineapesce amploquale apre e quasi come paretitende que' due suoi scorzidove convenuta copia di pisciculila squillapiccino animalela eccita ch'ella inchiuda la congregata predaonde cosÝambedue si pascano. Noto animale Ŕ 'l coccodrilloaltrove ferocequalepasciuto iace facile e trattabilee porge sue fauce a certi uccegliqualiaccorrono a svŔgliargli e mundarli ci˛ che superfluo era fra' denti suoirimaso. E quanto non so a voi se cosÝ forse intervengadirovvi cosa che nonpi˙ mi ramenta altrove averla dettae holla in me molto osservata: raro elprimo aspetto di chi si sia ignotissimo a me dispiacque e turbommida cui ionon in tempo abbi poi ricevuta onta alcuna e sconcio da odiarlo; quasi come lanaturain quel primo offendermi la effigie di coluimi presagisse e indicasseessere tra lui e me naturalecome da' cieli datamalivolenza. E alcuniceleste beneficio e divino donoa qualunque li miri prestano di sÚ buonoaspetto e grazia.

PIERO O bisognivi virt˙o sianvi necessarie le ricchezzeo convengali inprima quel dono celeste tuoRicciardoquale se in persona a' dÝ nostri fucerto in messer Benedetto Alberto vostro padre troppo fu maraviglioso esingolare- niuno potea vedendolo fare che nollo amassee di lui in sÚpigliasse affezione a desiderarli seconda fortunatanta era in lui modestiafacilitÓ e gentilezza insiemee non potrei dire che altro non so che in luisplendeaquale si monstrava in lui dolce gravitÓ e infinita prudenzapienad'uno animo virilissimo e mansuetissimo- pur lo studio per˛ nostro e modotroverete ad aplicarvi a benivolenza non meno che qualsisia altra cosa moltogiovarvi.

LIONARDO E quale trovasti voi studio e modoPiero in farvi familiare edomestico a que' prestantissimi principiper uso ed esperienza a voi essere inprima accommodatissimo?

PIERO CostÝ arei io da recitarvi una mia istoria e quasi progresso della miavita e costumiqual sarebbe lungo e forse non in tutto adattato a questi vostriragionamenti. Ma in pi˙ parte a questi giovani quiBattista e Carloaccaderebbono in uso cosÝ avere quasi come domestico essemplo me a saperesimile trarsi persino entro alla secreta camera e non reietto da qual forsecosÝ bisognasse loro o atagliasse avere a sÚ principe benivolo e amico.

GIANNOZZO Anzi e a noi tutti fie gratoe a me in primache tu qui testÚcome io stamaneprenda a te questa faticaPieroe certo onesta e degna operain referire come io della masseriziacosÝ tu ogni tuo argomento e pensiero perfare noi altriquali ancora in questa etÓ di dÝ in dÝ cerchiamo essereinfarci amare pi˙ dottionde alla famiglia nostra quanto in noi sia accresciamoda ogni parte presidio e molto favore. E sarÓ certo utilissimo e a questoragionamento accommodatissimo udire ogni tuo gestoper quale aremo in pronto daimitare la tua prudenza e diligenza.

PIERO In qualunque modo mi convinciate ch'io non possaquello che nÚ debbonÚ voglionon ubidirvia me basta vedere che cosÝ volete udirmi favellare.Racconterovvi adunque che artificio fu il mio in adurmi familiare e domesticoprima a Gian Galeazzo duca di Milano: appresso racconter˛ quale studio tenni infarmi benvoluto da Ladislao re di Napoli: poi ultimo reciteremo con che maniereosservai la grazia e benivolenza di Giovanni summo pontefice. E credo vidiletterÓ udire mie varie e diverse viemie caute e poco usate forse e raroudite astuziemolto utilissime a conversare con buona grazia in mezzo el numerode' cittadini. Uditemi.

A meper conscendere all'amicizia del principe Ducacompresi era necessarioadattarmi de' suoi antichi e presso di lui pratichi amici qualche unoquasicome grado e mezzo per cui in atto modo e tempo potessi presentarmiquandoqualche ora fusse el Duca meno che l'usato occupatissimo alle pubblice sue certograndissime faccendechÚ vedesti quanta copia e forza d'arme esso conteneainfestando qualunque impedisse el suo corso a immortal gloria con suoi triunfifra' quali la nostra repubblica fiorentina sentÝ quanto fusson grandissime sueforze a fermo imperio. Ed era suo essercizio in amministrare a' popoli suoiquanto in lui fusse iustizia interissimae mantenere a' suoi domestica pace; edera studio suo contraere publica societÓ e amicizia con tutti e' suoifinittiminÚ era ozioso in iungere benivolenza con qualunque degna fusse enobile republica e principe in Italia e fuori di Italia. Ancora di dÝ in dÝ siestendea con ogni arte e industria fare a tutti noto e 'l nome e la magnificenzasua. E quello che in lui non ultimo a me parea di pregiareera cupidissimo de'virtuosi e amantissimo de' buonie padre della nobilitÓ. Presi adunque ditutti e' suoi chi pi˙ che gli altri a me parea e cosÝ da molti udiva colprincipe era assiduo in secreti spesso e soloe di quale io quanto si conveniasanza esserli tediosopotessi avere copia a farmeli ben familiaree quale disua natura fusse serventee a cui el nome della famiglia nostra Alberta fussenon molestoe quale fusse posto in grado dalla fortuna cheper serbare sÚ asÚ stessisperando qualche utile occasione non mi si desse tardo e rattenutoad interporsi per farmi nota e utile la liberalitÓ di chi lo amava; chÚsapetealcuni porgono sÝ caro la presenza e parole del principe in cui e'possonoche apena ti danno addito a vederlo sanza gravi premiie alcunifuggono spendere la grazia del prencipe in utilitÓ d'altri che di sÚ stessi.Questo uno adunquechiamato Francesco Barbavarauomo d'ingegno e di costuminobillissimoassiduo col prencipefacileliberale e nulla contumace aconcedermisi ad amiciziafu quello al quale me assiduo diedi con visitarlo esalutarlo. E perchÚ lo dilettavano e' poetiper˛ in tempo li recitava quantoavea io mandatomi a memoria pi˙ altri e in prima poemi del nostro messerAntonio Alberti. A costui omo studiosissimo molto piaceanochÚ certoquantoe' dicea sono pieni di soave maturitÓ e aspersi di molta gentilezza eleggiadriaea pari degli altri nostri toscani poetidegni d'essere letti emolto lodati. E cosÝ a me el feci domestico di giorno in giornotanto ch'e'desiderava in qualche mia laude e felice fortuna essermi in aiuto e utile.Quinci adunque seco apersi el mio animo e consiglioe quanto el pregaiper luiebbi addito e lieta fronte e umanissimo ricetto e non poca audienza apresso delprencipe Ducaqualeinteso el nome della famiglia e patria miapi˙ cose conmolta gravitÓ e signorile modestia disse con pi˙ parole a questa sentenza: sÚessere a' Fiorentini non d'animo in quella parte infesto che non preponga laamicizia loro a ogni contenzione: nÚ parerli per˛ che 'l contendere suo siameno onesto che viriledove con laude bellica e forza delle armiquali cosesempre furono proprii essercizi de' principicosÝ cercava essere non inferiorea chi esso sempre desider˛ esser pari di autoritÓ e degnitÓ: ben dispiacerliche di tanta virt˙quanta Ŕ conosciuta ne' nostri cittadiniper altri aquesto che per sua opera avenisseche la fortuna avesse quasi ad iudicarne:solere per indiligenza e temeritÓ degli inesperti prefetti in arme facileavvenire contendendo con mano e col ferroch'e' superiori altrove e prepotenticadeno e succumbeno; ma diligenza niuna e prudenza niunaa finire con salute evittoria la guerra mai quasi tanto valere quanto la fortuna: sÚ essere adunquecosÝ animato e dare operache per sÚ non manchi che come gli strani abbianopi˙ da lodare la sua virt˙ che la fortunacosÝ chi disturbasse el corsodella sua espettata gloria el pruovi da pi˙ amarlo in pace che da temerloarmato: ben per˛ desiderare alla famiglia nostra da' nostri cittadini altraumanitÓ. CosÝ disse el Duca.

Io quel che mi parse per allora rispuosi: i cittadini nostri quanto meno chegli altri liberi popoli temerarii e inconsultitantoloro naturapi˙ essereche gli altri molto cupidi d'ozio pi¨ che di contenzione: nÚ in chi gustilibertÓ meno dirsi onesto difenderlache virile in altri oppriemerla eperturballa: pertanto me essere di questa sentenzache nulla dubitava tutte legenti o loderÓno l'amore e officio si rende alla patrias'e' nostri cittadiniper sua virt˙ col Duca otterranno onesta e ferma paceo non biasimeranno ilnostro institutose la fortuna forse pi˙ verso di noi sarÓ iniqua che nonmeriti a chi moltoquanto debbiaami la sua libertÓ: del resto essere officiomiocome degli altri cittadiniconsigliare la patria mia con fedeamore ediligenzaquando mi voglia udire: non a menÚ a privato cittadino alcuno maiessere licito iudicare quanto sia iusto o iniusto fatto cosa che la republicasua constituiscae convenirli non con ostentare la prudenza sua preferirsimaubidendo e satisfacendo alle leggi sue colla osservanza suae con ogni virt˙ elodato costumenulla patire sÚ a degli altri cittadini suoi essere inferiore;chÚ se per imprudenza o vizio forse di chi amministra le cose publice questa anoi Alberti calamitÓ avvienedovermi pi˙ tosto condolere dello loro errore edello incommodo porta la republica per male essere amministratache per odio dipochi tentarenÚ mai pensare cosa alcuna in danno e detrimento della patriamiase cosÝ affermano sia in pari grado impietÓ iniuriarlaquanto fareviolenza al proprio padre.

Al Duca questa mia risposta piacquee parsegli degna del nome e fama dellafamiglia nostraquali sempre preponemmo la salute e tranquillitÓ della patriaa ogni nostro commodo e volontÓ. Partimmi con grazia talech'e' da quel dÝprovide che a me nulla mancasse quanto bastasse per onesto mio vivere evestirmi; e non raro me accett˛ a' suoi simili ragionamenti magnanimi certo edegni di tal prencipeonde sempre mi riducea in casa con pi˙ grazia sua e conpi˙ autoritÓ e buona oppinione de' miei costumi apresso di tutti e' suoi. VidicosÝ potereper˛ me interpuosi che gli altri mieiquali sÚ ivi trovoronoAlbertisentissero quale io in sÚ pari dal Duca liberalitÓ e munificenza.ChÚ ben sapete a noi sta debito in qualunque possiamo cose essere utili l'unoallo onore e fortuna dell'altro. E le amicizie de' principi massime si voglionacquistare e aoperare per accrescere e amplificare a' suoi e alla famiglia suanome e buona fama e degna autoritÓ e laude.

LIONARDO Prudente consiglioPierofu el vostro e da lodarlo. Sentenza de'dottiquanto afermano che a coniungere e contenere insieme duebisogna ivimezzo sia qualche terzo. CosÝ voi interponesti quasi interpretre ecomediconopersoneta dell'amicizia coluiquale uomo al prencipe Duca fusse assiduodomesticoe non per˛ continuo ivi sÝ occupato che non potessi di sÚprestarvi onesta copiainsieme e fusse facileliberale e proclive ad amarvi.Ma se non questo uno a voi conseguiva quanto lo sperasti amicosarestivi credocon simile ragione e arte che al primodato ossequente ad altri alcuno.

PIERO Non per˛ a me sarebbe paruto utilemolto spendere tempo provandociascuno quanto e' li piacesse per suo beneficio obligarmisi. Anziveroforsemi sareiquanto fecidato ostinato ad acquistarmi grazia con questo uno al mioproposito accommodatissimopi˙ che a tentare instabile or questa orquest'altra fortuna. E cosÝ istimo ragionevole instituto quasi niuno trovarsiquale con fermezza e modo perseguito non quando che sia a nostra voglia succedae assecondi; e l'essere instabile a perseguitare sempre fu nimico a finire laespettazione. E giÓ ivi col nostro Barbavaronon meno e col principe Ducaame molto bisogn˛ pazienza e fermezza incredibile. Dicovinon rarissimo mitrovai intero il dÝ ieiunodissimulando altre faccende miesolo aspettare dimostrarmi loro e salutarlitanto volea non per mia indiligenza perderequalunque apparesse occasione utile a trarmi pi˙ oltre accettoe pi˙ d'ora inora per uso ben familiare. E per non apportarli di me mai tedio alcunoda loropartendomi sempre di me lasciava qualche espettazione; sempre a loro con cosenuove me li rendea lietocon ogni reverenza e modestia grato. Questi nostriAlberti d'Inghilterradi Fiandradi Spagnadi Franciadi Catalognada Rodidi Soriadi Barberiae di que' tutti luoghi ove oggidÝ ancora reggono eadirizzano mercantiaquanto i' gli avea per mie lettere pregaticosÝ otumultiarmateesserciti o legge nuoveaffinitÓ fra prencipipubliceamiciziearmi o incendiinaufragiio qualunque cosa acadesse per le provincenuova e degna di memoriasubito me ne faceano certo.

Erano in que' tempi gli animi de' dotti astronomi solliciti e pieni di variaespettazionequanto el cielo porgea loro manifesti indizii di permutazioni edeversioni di republichestati e summi magistrati; e quasi comune sentenzastatuivano non poter lungi essere che quella stella crinitaquale a mezzo ilcielo splendidissima e diurna continuati i dÝ appariva in que' mesiper suanotata consuetudine predicesse fine e morte di qualche simile al Ducafamosissimo e supremo principe. E giÓ era chi di questa promulgata opinioneforse fatto avea el Duca certo; a cuimagnifica rispostadiconoe degna diprinciperispose el Duca: sÚ non acerbo cadere dai mortaliove cosÝ restipersuaso sÚ essere stato al cielo tanto a curae parerli morte gloriosaquestaove doppo a sÚ poi viva diuturna fama; chÚ quelle intelligenze celestecosÝ per sÚ esposero raro e maraviglioso segno e indizioonde manifestociascuno compreenda che que' lasuso divini animi immortali di sua vita e mortestati erano curiosi. Ma pur credo per questo tenea qualche ad altri pocomanifestama dentro in sÚ non piccola agitazion d'animoquale io bello glistolsicome accadde che i nostri di Rodi prestissimo me avisorono in que' dÝTemir Scitaprincipe vittoriosissimoduttore d'uomini in arme numero pi˙ chetrecento milaconditore di quella amplissima cittÓ ivi chiamata Ezitercaniera uscito di vita. Onde el Ducacome io m'avidifacile stim˛ indi fusse alpronostico del cielo pel caso di tanto principe satisfatto. Con simili adunquenovelle raro ch'io non avessi ottimo e quanto domandava prestissimo introito alprencipequal cosa m'acrescea buona grazia e manteneami benivolenza.

Morto el Ducami trasferetti a Ladislao re de' Napolitaniomo ch'era dinaturapi˙ alquanto che aperto di costumivita ed eloquenzapi˙ attoall'imperio d'arme che alla gravitÓ e maturitÓ de' consigli. E costui giuns'ioa farmegli noto e amico senza altro alcuno che me solo interpetre. CosÝ aveafra me deliberatocosÝ mi fu luogo e occasione troppo atta concessa. EraLadislao in quel dÝ uscito a cacciaquando il trovai disceso seguendo le fierearditissimosoloin luogo ond'e' nÚ facile fuggirenÚ senza pericolosostenere potea l'impeto di quello orso grandissimo quale verso di lui irato ivisÚ stessi concitava. Ond'e'poichÚ solo avea non altro che dardi due sardi inmanoimproviso assalitostupido che in un tratto poco gli era luogo coll'animovacare a consigliarsi e discernere qual meglio in quell'ora fusse o cedere allabestia o contrastaretimido stette; chÚ ben volendonon in quel loco assaivalea fidarsi di sue armi e virt˙e per questo in qual parte si volgesse nonavea. Io con due quali presso meco avea ottimi e ubidentissimi cani acorsiecon parole eccitai il Re a men temere. Era de' cani uno leggieredestroanimoso a perturbare ogni impeto della fierae da ogni parte nulla cessavainfestarla. Era l'altro fermorobustissimofortissimo a contenere e a rompereogni averso impeto. Questi a me cani nobilissimi avea el nostro Alisoomofortissimo tuo fratelloAdovardomandati in dono; e a lui stati erano dal redi Granataapresso di cui forse e' mercatavain premio donati alle sue virt˙segno della benivolenza e amore quale quel re ad Aliso puoseperchÚ ivi afortissimo uomo nullo in certa loro celebritÓ e publica festanÚ a lanciarenÚ a saltarenÚ lottarenÚ cavalcarenÚ simile alcuna destrezza eprodezza di membra e animo era stato licito superarlo. Chiamavasi quel pi˙veloce Tigried era nome all'altro pi˙ robusto cane Megastomo. Tigri adunquecauto e ardito svolse la rabbia della fiera in contraria parte tutta verso disÚ. Megastomoquell'altro d'ogni forza e fermezza armatissimo canein tempoove la fera invano ardeae in aria perdea suoi ferimentiivi con gravissimo etenacissimo morso la prese su proprio alla cervicee atterrolla sÝ subito checerto vidi verissimo quello diconoanimale quasi niuno pi˙ che l'orsotrovarsia cui sia quella parte debole e fragile; tale che orso tommandodiconosi trov˛ rompersi el collo; benchÚ simile affermino dell'ocache pertroppa ingluvie e gullositÓ si vide non raro ch'ella stirpando un caule a sÚstessi disnod˛ il collo. Adunque subito il Re co' dardi trafisse e spacci˛quel cosÝ atterrato orsoe verso me ridendo disselatino loro vocabolo:"Te am'iocommiliton mioche della salute nostra nelle voluttÓ non menoavesti che in arme cura". "Hovvi"diss'io"grazia chequanto desideravacosÝ me ascrivete fra i vostrie godone non alla virt˙miama tanto alla fortunaquale oggi me fece essere vostrocome ditecommilitonechÚ assai sempre fu pari riputata questa milizia delle caccesimile alla milizia delle armi contra a' nimici". E a questo proposito giÓrecitava io pi˙ cosequando intanto sopragiunse el volgo de' cacciatoria'quali io molto lodai la virt˙ del Reche con sue mani e solo avesse aterratasÝ grandissima e ferocissima bestia. Piacque adunque al Re io poi la sera secofussi in cenadove molto proseguimmo ragionando come alla cacciae a quelladelli ucceglie a quella delle feree quella de' pesci era necessario averechi le fiere trovasse per non ivi indarno affaticarsi; e bisognavavi chiinterpellasse e arrestasse la ferase forse o timida fuggisseo troppoferocissima insultasse; e convenirvi chi la ritenga e prosterna e sottengaesimile cose assaiper qual si dimostrava essere le cacce non solo simili alloessercizio delle armima necessario e lodato essercizio a' principinon meno ea' privati nobili cittadini.

GIANNOZZO E che lode fie questadarsi o intendersi di cacce? Seguendobestieatorniato da bestiecomandare e gridare a bestiesedere sulla bestia?E chi cosÝ troppo si dilettaancor lui bestia! E sono spese quelle grandi einutilissime; poi tutto l'anno la casa mal nettatutto l'anno pascer bestie persolo dÝ quindici trastullarsi etrastullo certo da discioperati e da puttivedere correre e volare; chÚ se questo vi dilettaun gattuccio in casa farÓseguendo un parpaglione tarpatoo volgendo uno uovo infiniti mille pi˙bellissimi e strani attucci; e fuori un nibbio vederete e con maggiore astuziavolteggiare la predae con animo non raro pi˙ che lo sparbierecon l'altronibbiaccio combattere suso alto a mezzo il cielo. E se forse la preda vidilettacon molte e molte minor spese e minor faticae pi˙ salvezza dellasanitÓ vostraaltrove arete da saziarvi. Non a' caldi mezza alla estatenona' freddi e nevenon alla polverenon a' venti aspri vi sarÓ opera agitarvi etanta sofferir stracchezza per poi averne sÝ piccolo e brieve piacere e inutilesollazzo. In cose pi˙ degne e pi˙ alla famiglia nostra accommodate vorr˛vedere la nostra giovent˙ essercitarsi.

PIERO E la preda non dispiacee il giuoco di vederli volare a predareagrada. Ma in prima lo essercizio troppo contenta; el pigliar aria e lassarl'animo dalle cure publice assidue e grave ci diletta. Agiugni che le cacce sonopreludii e quasi scuola a bene essercitare in arme. Ivi s'impara meglio usare lasaettail dardolo spedoe imparasi giugnere correndoe aspettare fermol'inimico. Non dico quanto l'imperio in arme e lo essercizio qui alla caccia siaconforme e simile; sarebbe lungo e fuori del mio proposito.

LIONARDO Anziassai credo caderebbe in propositochÚ se veggiamo l'usodell'arme quanto necessario a difendere e servare l'autoritÓ e dignitÓ dellapatriae conosciamo la vittoria suole fermare tranquillitÓ e pace e dolceamiciziachi negasse che qualunque cosÝ noi renda pi˙ dotti a repellere egastigare chi disturbi tanto frutto dell'ozio e tanto emolumentocostui insegnabene in questa parte e onesto vivere?

PIERO Sianocome tu di'l'arti da superare e vincere l'inimico atte a'ragionamenti nostri della amiciziae sieno le caccecome dissiutile a'principi tanto quanto di queste cose altrove si racconterÓqui a me ora pareda preterirle. In quella cena adunque piacque a Ladislao re dipoi avermi assiduofra' suoi domestici familiari in casa; e piacqueli ch'io apresso di lui tantopotessiquanto i' volea. Non per˛ mai commissi che persona suspicasse me usarla grazia e favore di Ladislao in cosa non tutta iustissima e lodatissima. Edelle cose ben giuste per˛ non sempre quanto m'era licito volsie prima constudio fuggii adoperare la benivolenza del Re in cosa alcuna donde per chi sifusse errore o vizio a me potessi essere impinto alcuno mal grado. E per questoricusava che per me alcun pigliasse magistrato a quale e' non fusse e per uso eper costumi molto attissimo. E al tutto mai assentiva cheper amicissimo che mifussealcuno isse in custodia alcunaper fortissima e munitissima ch'ellafusse e lungi da ogni suspizione; chÚ non era io ignorante quanto in quellesimili pericolosissime amministrazioni la fede e diligenza sia raro e pocopremiatae la imprudenzainerzia e ogni caso sparge troppo danno evulgatissima infamianon di chi erra soloma di tutti e' suoi. E come inquesto cosÝ adunque ancora altrove fuggiva io ogni odio e ogni invidiaescludendo a me tutte le ostentazioni e fastidiose pompequali nei pochiprudenti subito sogliono insieme colla prospera fortuna escrescere. Io cosÝcontrame declinava: davami facileaffabileumano a qualunque a me in casa efuor di casa si presentavae cosÝ studiava essere grato e iocundo agli occhi eoricchi persino de' plebei e infimi uomini. E perchÚ cosÝ al Re dilettavavedere e' suoi mottegiosifestividestinulla pigrinulla desidiosiio nonraro in sua presenza me essercitavae con dolcezza eccitava gli altri a parifar prova di sua virt˙a cavallo in giostraa piŔ schermendosaltandolanciandoe dava opera a tutti essere di costume e gentilezza non meno che inqueste simili prodezze superiore; e bastavami non essere inferiore di forzaquando potea superarli di cortesia e lode d'animobenchÚ a quelle destrezze egagliardiese a voi ramentavedesti me giovane non debolee fra gli altri nondisadatto. Ma come era apresso el Duca a me prima suto incommodo molestissimo elconvenirmi con infinito studio di diligenza osservare e accorrerech'io nontardassi o perdessi quella e quell'altra ora utile a presentarmicosÝ conLadislao qui m'era molestia gravissima nÚ ozionÚ certo spazio d'ora a miaprivata alcuna volontÓ o faccenda quasi mai restarmi; tanto mi convenia cosÝnon altrove essere che pressolichÚ bene intendea io quanto chi disse labenivolenza de' signori essere simile alla dimestichezza dello sparvieredisseel vero. Una volata el rende soro e foresto; uno minimo erroreuna parolacomevoi litterati di ci˛ avete infiniti scritti essemplianzi e un sol guardo s'Ŕtrovato stato cagione che 'l signore prese odio capitale contro chi e' moltoprima amava.

LIONARDO E abbiÓnne essempli non pochinÚ vulgari. Scrive Cicerone cheDionisio re di Siragusa studioso di giucare a pallagiucando avea dato aserbare la vesta sua a uno garzonetto da sÚ amatoe de' suoi amici unogiucando disse: "E sÝDionisioa costui che racomandasti? La vitatua?" Vide Dionisio a quelle parole el fanciullo surrideree per questocomand˛ ambo que' due fussero uccisiquali l'unoquanto e' giudicavadiedevia a poterlo venenaree l'altro ridendo parse assentirli.

PIERO Per˛ io con molta vigilanzaassiduitÓ e osservanzacon onestissimie iocundissimi esserciziicon ogni riguardo in favellare e degna moderaziond'ogni mio gestocurava mantenermi la grazia e benivolenza di Ladislao re.Quale mortoIoanni papa in Bolognainstigato da' nostri inimicichiese chefra dÝ non pi˙ che ottoe' nostri Alberti ivi in corte a lui facessero prestiper danari depositi a' nostri in Londraquella somma grandissimaquale tuRicciardoprima che nÚ egli chiedeanÚ uomo altro stimava si potessisubitoin gran parte da Vinegia rimessati per Lorenzo tuo fratellogli anoverasti;somma incredibile e non prima a' dÝ nostri in uno solo monte apresso di privatoalcuno cittadino vedutachÚ furono pi˙ che mille volte ottanta monete d'oro.Io quale el quarto dÝ doppo che furono chiestiera con molta larghezza ito aprofererli e sollecitarlo se le prendessel'altro dÝ poi doppo che furono achi e' comand˛ consegnatitornai a visitarloe raccontai pi˙ e pi˙beneficii dalla famiglia nostra a lui e a pi˙ altri pontefici staticontribuiti: che mai quasi niuno entr˛ a' dÝ de' nostri in ponteficatoqualenon abbia da lodarsi della liberalitÓ e sussidio nostro: creder bene chequalche bisogno e occulta cagione l'avea indutto a darci quello sconcioqualea' mercatanti si truova pericolosotrarli tanta e sÝ presta somma di danariche vero si dice sono come sangue di chi se dia alla mercatantia: ma menoesserci stato il nostro incommodo gravese lui per tanto si contentava quantodesideravamo; onde el pregava conoscesse l'animo nostro non meno esserliaffezionatoche qualunque altro forse desiderava noi da lui meno essere amati.Furono l'ultime mie parole con frontein ogni mio direapertoe con gestiquanto questi prelati ricercanoquasi adorandoloch'io gli profferia lafamiglia nostra Albertain quale e' volesse parteubidientissima efidelissima. Guardommi fisoe poifermato el guardo a terraraccolse insiemele manie per allora disse non acadea darmi lunga risposta: amarci assaie cheio a lui tornassi. Fecilo.

Erano in lui alcuni viziie in prima quello uno quasi in tutti e' preticommune e notissimo: era cupidissimo del danaio tantoche ogni cosa apresso dilui era da vendere; molti discorreano infami simoniacibarattieri e arteficid'ogni falsitÓ e fraude. Cominciommi ad amarecredo per tanta ricchezza quantae' vedea in la famiglia nostraond'e' a sÚ stessi persuadea fussi omoquantoio me gli mostrailargo e aperto potere valersene utile e molto emolumento. Eraancora fra tutti e' suoi domestici una incredibilecontinua dissensione e d'orain ora volubilitÓ di tutti gli animi della sua famiglia. Oggi questo potea eltutto; domani era costui da tutti escluso; e cosÝ d'ora in ora ciascunoprocurava rendere odiato e dismesso chi sopra sÚ apresso del Papa fusse acetto.E per questo moltivedendo quanto mi fusse dal pontefice prestato orecchie emostrata fronteper prepormi a' suoi aversaristudiavano ch'io stessi primo atutti in grazia apresso del maggiore. E come sapetenon la diligenza e virt˙nostra solo noi fa grandima la cupiditÓ e opinioni di chi ci si sottomette anoi acresce autoritÓdegnitÓ e possanza. Costoro cosÝo per altrui invidiapreponendo me agli altrio per concetta in sÚ opinione di mia alcuna virt˙facile me aveano collocato in suprema licenza e grado. Io a cui que' vizii esuoi e di tutta la famiglia dispiaceanoe non poco intendea el Papa non amarmise non per quanto egli aspettava da noi qualche utilitÓe per non coinquinarmie ricevere qualche nuota d'infamia conversando con quelli scelerati e da tuttie' buoni odiati e vituperativolentieri sÝ mi stava da loro segregato elontano; chÚ sapete l'uso co' viziosi sempre diede infamia e danno. Ma perusare la benivolenza suacome si dice convenirsi fruttare l'amicizia de' pretisempre e per me e per miei gli domandava cose quale era suo debito darese nona me ad altri: officiibeneficiigrazie; e avute pi˙ repulsenon per˛ metirava adrietoanzi di nuovo entrava a ripregarlo. Voglionsi vincere distracchezza e importunitÓinsieme e vincere e' competitorinon come moltifanno raportando e traendoli in invidia e malagrazia- per˛ che cosÝ avienea' principi e' raportatori tacendo sono sospettie referendo odiosi- ma divirt˙ e merito vorremo essere primi; chÚ a chi chiedesolo basta fra molteuna volta trovarlo facile e prono a dartie le cose de' principi negate nonper˛ sono a voi sÝ vietate che in tempo non si possino conseguire. Rendettiloadunque meco in questo liberalemolto pregandolomolto ringraziandolomoltolodandolo presso de' suoi. E quello che tutto vinceaio d'ogni ricevutabeneficenza el premiava con donisicchÚ mai de' suoi niuno si partisse da mesenza mia liberalitÓquale parte tenesse a sÚparte presentasse al Papa.

GIANNOZZO O questa una ultimaPiero miodi quante usasti buone astuziesempre a me la trovai ottima! E quale oggi sarÓ che in miglior fortuna non sÚstessi contengae quasi fugga qualunque amicizia di chi meno si sia fortunatoe da cui e' s'aspetti no' altro essere per averne che gravezza e spesa? E chinon tutto sÚ dia a felici e abundanti uominisperando da loro aiuto e favorealle sue necessitÓ e desiderii? Tanto siamo quasi da natura tutti proclivi einclinati all'utileche per trarre da altrui e per conservare a noidotticredo dalla naturasappiamo e simulare benivolenzae fuggire amicizia quantoci attaglia. NÚ mi maraviglio secome tu dicevie' preti ancora sonocupidissimiquali insieme l'uno coll'altro gareggianonon chi pi˙ abbia qualee' debbia virt˙ e lettera- pochi sono preti litterati e meno onesti- mavogliono tutti soprastare agli altri di pompa e ostentazione; vogliono moltonumero di grassissime e ornatissime cavalcature; vogliono uscire in publico conmolto essercito di mangiatori; e insieme hanno di dÝ in dÝ voglie per troppoozio e per poca virt˙ lascivissimetemerarieinconsulte. A' qualiperchÚpur gli soppedita e soministra la fortunasono incontinentissimiesenzarisparmio o masseriziasolo curano satisfare a' suoi incitati apetiti. Ondeavviene che loro conviene eleggere non e' buoniquali non sarebbono pronti adessequire le cose bruttema solo volere chi sia testÚ atto a questa sualibidine e vizioquale adempiuto segue in lui altra scelerata volontÓ; e perasseguirla si sottomette e come servo prega; e cosÝ di dÝ in dÝ muta nuovimezzani e interpetri a' nuovi suoi sporcissimi appetitionde fra chi fuori sivede escluso da quella ieri tanto intrinseca domestichezza e consuetudineecostui quale ora possiede l'animo e guida le cosenasce e arde maravigliosamalivolenzae sempiterne gare e sŔtte arrabbiate in casa. E ciascunoperessere in graziatrama qualche nutrimento al vizio di colui cosÝ assuefatto aquesta oscenissima e inonestissima vitaassediato da perditissimi esceleratissimi assentatorie quasi al continuo inceso e infiammato a nuovalibidine e vizioal quale sempre l'entrata manca e pi˙ sono le spese chel'ordinarie sue ricchezze. CosÝ loro conviene altronde essere rapaci; e alleonestissime spesead aitare e' suoia sovvenire agli amicia levare lafamiglia sua in onorato stato e degno gradosono inumanitenacissimitardimiserrimi.

Qui Butoquel ridiculo del quale sopra feci menzione: - Tutte queste vostreragioni s'affanno- disse- alla mia brevissimama certo verissima echiarissima. E troverrete cosÝ essere el vero: la natura ce 'l dimostrache dicucuzzolo raso non bene si cava pelo. E sono questi preti fatti come la lucernaquale posta in terra a tutti fa lumee in alto elevataquanto pi˙ saletantodi sÚ pi˙ rende inutile ombra.

Adunque sorrisono e levoronsi da tavola. Io indi e Carlo mio fratelloentrammo a salutare nostro padre. Partitosi gli altri da Lorenzo nostro padresopragiunse Ricciardo. Piacqueli rimanere fra pi˙ scritture ivi solo in cameracon Lorenzocredo a determinare e constituire fra loro qualche utile cosa allanostra famiglia Alberta. Tornammo adunque in sala dove cosÝ trovai Adovardorispondea a Lionardo:

ADOVARDO Parmi certo sÝquanto diceviLionardotutto el ragionare diPiero stato maturogravee pieno di prudenza; e bene vi scorsi la sua astuziae arte non poca; e non ti negocomprese quelle tre onestevoluttuose e utileamicizie. Ma parmi in questa materia giÓ fra me non so che pi˙ desiderarvialtro filo e testurain quale nÚ degli antichi ancora scrittori alcuno apienomi satisfece.

LIONARDO Sarebbeti forse Piero piaciuto pi˙s'egli non in modo d'istoriama come sogliono e' litteratiavesse prima diffinita che cosa sia l'amiciziapoi diviso le sue speziee con quello ordine proseguito sue argumentazioni esentenzescegliendo di tutte quale e' pi˙ approvasse.

ADOVARDO Anzi a me piace la sentenza di Cornelio Celsoquale pi˙ loda quelmedico per cui opera si restituisca la buona sanitÓe restituita si conserviche di colui per cui sapienza sia noto se 'l cibocome dicea Ippocratenellostomaco si consumi da innato alcuno in noi quasi ardore naturaleo secomePlistonico discipulo di Parassagora affermavasi putrefÓo secome adAsclepiade pareacosÝ si traduce indigesto e crudo. CosÝ quise come elmedico cerca sanitÓcosÝ el filosofo e chi disputa di queste cose cercafelicitÓe la felicitÓ non si pu˛ avere senza virt˙; e se la virt˙consiste in operarlae se l'amicizia si dice officio di virt˙costoro udir˛io pi˙ molto attento e loderollise m'insegneranno quanto m'Ŕ certonecessario prima acquistarmi numero d'amicigiÓ che niuno come di robacosÝnasce ricco d'amici. Ma chi non se gli acquistacerto non si truova quanta liconviene copia d'amici. Poi quando nulla pu˛ in vita da mortali a noi in unaora essere e principiata e perfettacostoro vorre'io a me dessono via acondurre la principiata amicizia in quello statoquale egli stimano esserebuono e onesto e da ogni parte perfetto: e se in questa opera qualche non primaa me noto e nocivo vizio in cu' io amava si scoprisserendano me dotto qual siautile arte a quanto e' vogliono ch'io discucia la amicizia e non la stracci. Ese tempo acadessi che io potessi revocarlo emendato ad onesto amarmivorrei nonessere ignorante e poco saputo a ritrarlo e raggiugnermelo di vera amiciziaqualepoichÚ vediamo quanta sia ne' mortali instabilitÓ e volubilitÓ d'ognipensiero e institutoancora non meno desidero sapermelo in perpetua benivolenzae fede molto conservare. <I>Nam</I> e che utile porge in vita saperedisputando persuadere che la sola qual sia amicizia onesta persevera durabile eperpetua pi˙ che l'utile o la voluttuosa? che ancora troverr˛ io forse pi˙numero d'amiciquando Pitagora filosafo m'arÓ persuaso che degli amici tuttele cose debbano fra chi insieme s'ama essere comuni? che credo quelli meameranno con pi˙ fede e pi˙ constanzaquando Zenonequell'altrooArestotele filosofo m'arÓ persuaso che l'amicocome domandato Zenone rispuosesia quasi un altro sÚ stessio siacome rispuose Aristotelel'amicizia hadue corpiuna anima? NÚ Platone ancora mi satisfa dicendo che alcune amiciziesono da essa natura quasi constituitealcune unite con semplice e apertaconiunzione ed equalitÓ d'animoalcune con minor vinculo collegate e solo condomestichezzaconversazione e convivereuso d'amiciziacontenute; quali tree' nomina la prima naturalel'altra equalel'ultima ditta da quella anticaconsuetudine ch'e' cittadini di qui divertivano a casa quelli lÓe' quali siriducono simili qui ospiti apresso di costoroe per questo s'appella ospitale.

Queste adunque simili scolastice e diffinizioni e descrizioni in ozio e inombra fra' litterati non nego sono pure iocondee quasi preludio come all'usodell'arme lo schermire: ma a travagliarsi in publico fra l'uso e costume degliuominise null'altro aducessero che sapere se la madre pi˙ che 'l padre ama e'nati suoio se l'amor del padre verso e' figliuoli sia maggior che quello de'figliuoli verso el padree qual cagion faccia e' fratelli insieme amarsitemoloro interverrebbe come a quel Formio peripatetico filosofoal quale Annibaludita la sua lunghissima orazione dove e' disputava <I>de remilitari</I>rispose avere veduti assaima non alcuno pazzo maggior checostuiel quale dicendo forse stimasse potere in campo e contro all'inimiciquanto in scuola ozioso disputando. E ben saiin tanta diversitÓ di ingegniin tanta dissimilitudine d'oppinioniin tanta incertitudine di volontÓintanta perversitÓ di costumiin tanta ambiguitÓvarietÓoscuritÓ disentenzein tanta copia di fraudolentifallaciperfiditemerariiaudaci erapaci uominiin tanta instabilitÓ di tutte le cosechi mai si credesse collasola simplicitÓ e bontÓ potersi agiugnere amiciziao pur conoscenze alcunenon dannose e alfine tediose? Conviensi contro alla fraudefallacie e perfidiaessere prevedutodestocauto; contro alla temeritÓaudacia e rapina de'viziosiopporvi constanzamodo e virt˙ d'animo; a qual cose i' desideropratico alcuno uomoda cui io sia pi˙ in fabricarmi e usufruttarmi l'amicizieche in descriverne e quasi disegnarle fatto ben dotto. CosÝ adunque vorreidell'amicizia m'insegnassero acquistarlaaccrescerladescinderlarecuperarlae perpetuo conservalla.

LIONARDO Questo ordine tuo apresso e' dotti credoAdovardonon poco sarebbeapprovatochÚ cosÝ la natura el conduce. NÚ quelli scrittori antiqui per˛stimo a te meno per questo satisfaccianose per altri loro principii e processidimostrano prima la vera amicizia nulla essere altro che coniunzione di tuttenostre divine cose e umaneconsentendosi insieme e amandosi con aperta e sommabenivolenza e caritÓ. NÚ se non solo tra e' buoni consisterÓ questa veraamiciziapoich'e' viziosi sempre a sÚ stessi sono odiosi e gravipieni sempreo di tedio o di sfrenata libidineadunque e meno atti con altri ad amicizia.Onde quinci descrissero le differenze di varie amiciziee di quelle qual siastabile e verae in quella ottima quali sieno ottime e santissime regole a benfruttarla: chÚ sai loro essere precettoche prima si giudichi quanto quellosia atto ad amicizianÚ cominci ad amare chi tu non bene conosca fido ediritto; e siamo ad amarlo non troppo da principio inclinati e quasi ruinosimasostegniamo l'impeto della benivolenza; e ogni cosÝ nostro affettodiconoconprudenza e modestia si fermi e temperi; e poi ivi datosi ad amaresia fra noinulla fittonulla simulatonulla non onestosempre vero e volontario officioe pronto beneficio retto e contenuto non da ambizione o cupiditÓma da veraconstante e ferma virt˙. E se pur forse quello ordine tuo te pi˙ dilettassetroverai credo apresso e' scrittori antiqui da copioso in qual vogli partesatisfarti.

ADOVARDO NÚ io a te neghereiLionardoe' precetti antiqui assai essereutilissiminÚ per˛ ti conceder˛ che in questo artificio siano quanto videsidero scrittori molto copiosi; giÓ che oggicome tu saitroviamo in questamateria de' nostri scrittori non molti pi˙ che solo Ciceronee in qualcheepistola Seneca; e de' Greci hanno AristoteleLuciano. E questi non li biasimoma nÚ molto in questa parte credo altri che io gli lodassia cui semprequalunque scrittore fu in reverenza e ammirazione. E dicono che la virt˙ Ŕvinculo e ottima conciliatrice della amiciziae che l'amicizia fiorisce a buonfruttopoichÚ fra loro el beneficio sia ricevutolo studio conosciutoadiuntovi consuetudine. E dicono starvi la virt˙ ad onestÓla consuetudine aioconditÓed esservi una quasi necessitudine creata dai beneficiquale inducaad amare. Simile nÚ molto suttilinÚ assai al vivere utilissimi detti sÝcerto sapevi tu non inesperto prima che mai gli leggessi altrove scritti. Equale sÝ sciocco in tutto e nulla intendente non conosce che e' beneficiil'essere studioso e assiduo in cose quale sieno gratefanno averci cari eamati? Ma non ciascuno dotto in lettere saprÓ porgere la sua virt˙ con modo edignitÓ a farsi valere a benivolenza e amicizianÚ saprÓ quello scolasticodove e quanto l'asiduitÓlo studioel beneficioin questo pi˙ che in quelloingegnoluogo e tempo giovi e bene s'asetti; quale cognizione dicoe tu noncredo neghiessere necessaria. NÚ puossi bene averne dottrina solo dai librimuti e oziosi. Conviensi in mezzo alle piazzeentro a' teatri e fra e' privatiridutti averne altra essercitazione e manifesta esperienza. Non truovo io sÝfacile conoscere que' buoni a chi solo piaccia la virt˙nÚ a tutti con mioofficio e beneficioquanto desiderotanto m'Ŕ licito far noto l'animo mioverso di lui; nÚ per nostra assiduitÓ e frequente uso a noi sempre fie luogo aricevere frutto della amicizia. Quanto si truova raro che quella paritÓ edequalitÓ d'animo fra gli amici risponda a quel antico detto del nostro poetalatino Ennio: l'amico certo si possa conoscere ne' casi incerti! DicotiLionardonon fia forse come gl'indotti si stimano facilenoacquistarsi gliamici; che industria non vi bisogni altra che pur solo sapere se la amicizia futrovata per sovenire alle necessitÓo se doviamo essere di quel medesimo animoverso gli amici di quale e' sono verso di noio se la amicizia si debba adaltro alcun fine che solo a frutto di vero e onesto amore.

LIONARDO QuasiAdovardocome se tu poco avessi in questa parte apressociascuno scrittore veduto pi˙ e pi˙ ammonimenti ed essempli utilissimi; chÚnon solo e' filosofima e ancora ciascuno istorico a me pare pieno di documentiperfettissimi a ogni uso di qual si sia amiciziaquali credo non posponi adalcuno essemplo tratto di mezzo il volgo e moltitudine. NÚ credo truovi postaapresso della istoria meno che apresso di qualunque espertissimo plebeoprudenza e ragione del vivere. Se la etÓ lunga presta conoscimento di variecosela istoria vedi comprende pi˙ d'una non solo etÓma seculi. Se l'avereuditovedutoprovato molte cose porge cognizione e cauta astuziala istoria evide e conobbe e cagioni ed effettie pi˙ a numero e pi˙ maravigliosiconmaggiore autoritÓ e dignitÓche qual si sia mai diligente padre di famigliain vita. Della istoria adunque e degli altri ancora litterati potremo faciletrovare e coadunare questa industria e artificio tuoquando da' filosofi araicompreso che ogni tuo studio e opera sarÓ con piccolo profittose nonosserverai loro precetti e amonimenti in eleggere virtuosi e studiosi amici;quali precetti se poco valessero ad amicizianulla ti nocerebbono no' gliosservandodove ti noceranno poco osservati.

ADOVARDO Maravigliomi che tu della istoriaquale solo sempre recitaperturbazioni di statieversioni di republicheinconstanza e volubilitÓ dellafortunapreponga dedurmi precetti a conseguire quanto voglio amicizia. Soncerto della dissensione quale venne fra' Cartaginesi e' Latini per ottenereciascuno l'isola di Ciciliatu estrarrai e' vincoli della amiciziae dalleinsidie e prede fra loro seguitetu comporrai arte da condurmi in tranquilla edolce coniunzione e unione d'animo. Riderei se tu meco facessi professionemonstrarmi con quelle occisioni e ruine delle terre in che modo io potessigodere con felice amicizia.

LIONARDO E' sono apresso gli storici e apresso e' filosofi essempli e dettiinfiniti ad acquistarsi amici accomodatissimidolcissimi a leggerlidegnissimia mandarseli a memoriapieni d'autoritÓe da nulla parte da poco udirli estimarli. Olimpiamadre d'Allessandro macedonesolea scriverli fusse studiosod'acquistarsi amicizia con donibeneficioe con quelle cose donde egliampliasse e di sÚ promulgasse laude e gloria. Ed era in prima sentenza di tuttigli stoici filosofinulla pi˙ trovarsi attissima a farsi amare che la virt˙ ela onestÓ. CosÝ Teseoquello che super˛ el tauro maratoniofu dalla fama elode di Ercule mosso ad amarlo. Temistocledice Plutarcoacquist˛ fra' suoigran benivolenzaperchÚ in magistrato rendendo ragione era iustissimo eseverissimo. Aulo Vitellioquello quale doppo la morte di Silvio otenne ilprincipato in Romascrive SuetonioperchÚ era in augurii peritofu a Gaioimperadore amicissimo; e non meno a Claudio fu costui medesimo accettissimoperchÚ e' bello giucava a tavole. A Ottaviano piacque MecenasperchÚ loprovava taciturno; piacqueli Agrippaquale vedea pazientissimo in ogni fatica.A Catonevedendo Valerio Flacco suo vicino in villa molto assiduo dare operaalla agriculturadi quale Catone troppo si dilettavael prese in amicizia. Inquesti adunque valse la virt˙ e similitudine di studio alle cose oneste elodate.

L'utilitÓe' beneficie' doniquanto e' giovino chi nollo sa? TitoQuinzio FlamminiodiconoperchÚ co' suoi decreti rendette libera la provinciaAsia dalle molte false iscritte usure in quali ella iacea oppressaacquist˛apresso di tutti que' provinciali maravigliosa benivolenzae tanta gli fu inteatro renduta festa e gratulazioneche per le grandissime in alto voce messedal popolo lietouccegli non pochi storditi e stupefatti cadderon in mezzodella moltitudine. E che non possono e' doni? Non solo conciliarsi nuovi amicima e reconciliare a grazia e' giÓ incesi animi di grave malivolenza e induratoodio. La famiglia de' Fabii in Romanon in quel tempo assai grata al popoloquando ricevette in casa e govern˛ a sanitÓ gran moltitudine di feriti inquella battaglia in que' dÝ fatta contro gli Etruschi popoliove Fabio consulefu mortoper questo recuper˛ l'antica e buona grazia. E prima sendo el Senatoin grande odio e dissension col popolofece decreto che si distribuissestipendio a' cittadini romani quali ivi erano in essercito; e a questo uso siconiorono e' primi in Italia danari. CosÝ quelli prima alienatiora per questodono ritornorono in grazia e pacifica amicizia.

NÚ solo si domestica co' doni l'uomoma e le bestie. Scrive Aulo Gellio cheAndrodoro servo d'un romano uomo nobile e consulare in Africafuggitosi dal suopadrone in luogo desertocur˛ in quella spelonca ove e' latitavauno lioneferito da un stecco nel piŔe per questo beneficio fra loro tanta nacqueconiunzione che poi insieme vissero anni tre in summa concordia. E in merito delricevuto beneficio el leone qualunque dÝ all'uomo portava parte delle predesuequale Androdoro a mezzo dÝ alla vampa del sole incoceae cosÝ sÚ pasceae sostentava. Acadde che preso el lione e tradutto a Romaall'uomo convennealtronde procacciarsi; e uscito della spelonca fu ripreso dallo essercito dicolui a cui egli era fuggitivo servo; e dipoiper punire la sua contumaciafuadiudicato alle bestiea qual morte gli sceleratissimi ivano condennati. Cosamiracolosa! chÚ subito veduto dal suo amico lione Androdoroda lui fu quasi ingrembo ricevuto e dall'altre fere salvato. Per quale spettaculo mosso gli animidella moltitudinefu el servo e il lione donati a libertÓe usciti inpublicodiconotanta era consuetudine fra la fera e l'uomoche consottilissimo freno Androdoro servo menava quasi al lascio el suo leone per tuttigli artefici di Romae diceasi: "Ecco l'uomo amico del lionee il lione<I>hospes</I> dell'uomo". E Seneca simile scrive avere vedutotale spettaculo maraviglioso certo e incredibile. E ancora e' buoni scrittori ePlinio mandorono a memoria come quella serpe in Egittousa pascersi alla tavoladi quello uomo a cui uno de' suoi serpentelli morse e uccise el figliuoloconosciuto che per colpa del suo era viziata l'amiciziain vendicarli laingiuria lo uccisee sÚ stessi cosÝ priv˛ del caro suo figliuolo. NÚcontenta a questopoi pi˙ ebbe audacia di ritornare sotto que' tettidovetanto era vivuta familiaree dove tanta per e' suoi fusse stata commessaingratitudine. Adunque ben conoscea divo Titoquanto Suetonio e anche Eutropioaffermanose molto valessero e' doni ad amiciziapoichÚ la sera ridutto solosi dolea quando in quel dÝ nulla avea o promesso o donato a chi che sia.

E simile vedrai nascere grande benivolenza fra coloro quali insieme arannoioconda e voluttuosa conversazione. E dicea Platone gl'uomini quasi com'e' pescicon l'amocosÝ colla voluttÓ pigliarsi. Scriveno che a Perseo tanto dilett˛el generoso aspetto di Teseoe a Teseo tanto fu gratissimo la presenza ebellezza di Peritouche sola quasi questa fu prima cagione a insiemeconiungergli d'amicizia. Fu Pisistrato a Solone e a Socratedicono alcunifuel suo Alcibiade amicissimoperchÚ erano di forma bellissimi. Marco Antonioacquist˛ amicizia non pochissima protraendo colla giovent˙ ragionamentiamatoriie servendo alle passioni degli innamorati. Sillareferisce Sallustiofu meglio voluto dal suo essercitopoichÚ lo lasciava in Asia oltr'al severocostume antiquo romano essere lascivo. E potrei simile infinite istorie e dettiraccontartiper e' quali arai ottime imitazioni a estraere precetti utilissimiad acquistarti amici; qual cosa chi sappia e chi certo sa rendersi per similioccasioni e ragion di vivere amatocostui con quello artificio saprÓ e intempo rinnovaree quanto basti in loro accrescere molta benivolenza e fermagrazia; qualea mantenerlanulla stimo pi˙ ivi ben sia accommodato che l'usofrequentelietoonesto e nutrito non senza qualche utile. E controadiscinderla chi negasse che 'l disuso pi˙ che cosa altra alcuna molto giova?Cosa niuna tanto cancella dell'animo qualunque ferma inscritta si sia memoriaquanto fa la dissuetudine.

ADOVARDO Eh! quanti precetti qui necessari mancherebbonoLionardoa chivolesse lato e diffuso disputarne! come se chi forse avesse dagli astronomiudito che Marte disponga impeto di esserciti e furore d'armeMercurioinstituisca varie scienze e suttilitÓ d'ingegno e maravigliose arteIovemoderi le cerimonie e animi religiosiel Sole conceda degnitÓ e principatilaLuna conciti viaggi e movimenti feminili e plebeiSaturno aggravi e ritardinostri pensieri e incetti; e tenesse di tutti cosÝ loro natura e forzadovenolli fusse noto in qual parte del cielo e in quanta elevazione ciascuno per sÚmolto o meno vagliae con che razzi l'uno all'altro porga amicizia oinimiciziae quanto coniunti possano in buona o mala fortunacerto sarebbe noncostui astrologo. Ma quella semplice cognizione di que' nudi principiia volerebene in quella arte venire eruditosarÓ tale che senza esse nulla potrÓ; conesse non per˛ arÓ che introito ad aprendere l'altre quasi infinite ragioni aprevedere e discernere le cosea quale el cielo tende per produrle. CosÝ quiora que' tutti essempli e sentenzequali affermo sono apresso gli ottimiscrittori utilissimi e copiosissiminon per˛ prestano quanto aiuto ci bisogna.

E ramentami in questo pensiero e investigazione qualche volta meco iscorsinon le cagioni solo onde nascessero le amiciziema e ancora el modo e quasilegge d'intrarvi. E vidi nascere l'amiciziao per nostra industriao per operadi chi noi quasi invitati coniugniamo a darceli benivoli e cupidi dello onore eutile suo. Intesi quanto conferia a cosÝ farsi chiedereel sapere porgersionestomodestofacileaffabileiocondoastinenteofficiosomansuetoeanimoso ancora e constantee chiaro di buona fama e nome. Vidi quanto allettavadarci a qualunque lodati e buoniquasi come refuggio e portodove truovinofedel consigliopronta operapresto aiutoe in ogni loro cosa diligente curamolto e assiduo officio. Conobbi la liberalitÓosservanzamunificenzagratitudinefedereligionee in tutti buona speranza di noi e buonaespettazionequeste essere ottimi interpetri della amicizia. E meco compresibisognarci varie artivario ingegnoe non poca prudenzae molto uso a legarsigli animi degli uominiquali sonoquanto nulla pi˙volubilileggierifacili a ogni impeto a quale e' sieno incitati; minima favilla in loro incendegrandissimo odiominimo lustro di virt˙ gli abbaglia ad amarci. E come chiprima piglia la somma foglia del ramopoi prende la vetta pi˙ fermaappressoabbranca el tronco e piegaloe carpisce el fruttocosÝ conviensi a trattarele menti e ingegni umaninon in un tempo volerli avere irretatima primatendere e con maturitÓ procedere: ieri salutarlie bast˛ darli di te buonapresenza e dolce ariaper quale e' ti giudicasse non incivile nÚ imperito;oggi inseminarli qualche espettazionequalche desiderio d'essere teco domani. Equasi sarÓ niuno a cui non paia lungo aspettare quel dÝ quale arai predettolinonchÚ di dirli o darli cosa gli piacciama e di chiederli e aoperarlo in tuoalcuno non ancora dettoli bisognotantonon so comesiamo da natura cupidi efrettolosi a conoscere ogni cosa. E sarÓ quasi niuno quale non desideritrovarsi spesso con chi gli renda onore e prestili ioconditÓ e onesto riso.

Ma constituiva io meco non per˛ sempre da condursi a quel certame conqualunque in mezzo si presentasse. E sono io per˛sÝnon negodi quelli chevorrei da' buoni e da' non buoni essere amatogiÓ che qualunque odio pu˛nuocermie l'amore di chi si sia conduce in tempo a' nostri bisogni; nÚ sibiasima chi col pericolo de' non ottimi cittadini propulsa e vendica l'iniuriericevute da' viziosi e perduti uomini. Pur semprequanto in me fussefuggireila consuetudine e familiaritÓ de' mali e scelleratide' quali assentisco aque' filosofi che affermano mai potere se non tra' buoni essere amicizia. A chipu˛ essere caro altri pi˙ ch'a sÚ stessi? Non amano sÚ stessi e' mali.Sempre sono seco gravi e molestiora ricordandosi de' suoi passati delittiorapendendo coll'animo a qualche nuova scellerata impresae ora essaminando egiudicando quanto e' siano vacui di virt˙. Compiuti di vizioin odio agliuominimal grati a Dio viveno miserrimi. Agiugni che l'amicizia de' viziosi stapiena d'incommodidannidifficultÓ e gravissima sollecitudine; alla fineconvienti o insieme col vizioso amico cadere in infamiao partirti inimico.Adunque fuggo e' non buonie controapparecchio me a prendere tutto el numerodi chi a me paian buoni.

Discerno e' buoni da' non buoni per molti segnifra' quali el nome e famavulgata assai mi testifica e persuade quanto ciascuno sia degno d'essere amato.E sempre conobbi ottimo segno di vera probitÓ in coluiquale vidi astenersidalle voluttÓdarsi con studio e opera e diligenza alle cose in prima lodate enon poco faticose. E per meglio potere conoscere e agiugnersi molti buonichidubita bisogna non tenersi in solitudinema conversare in mezzo allamoltitudine? Dove non lodo chi a tutti sÚ dia pur a un modo facilee biasimochinon servata ogni dignitÓusa o gravitÓ o umanitÓ dove e come e quantonon bene sia assettata. Alcuni dispiaceno perchÚ poco degnano; alcuni menpiacceno quando quasi publici abracciatori salutano questobaciano quell'altroarrideno a un altroe con troppa blandiziaassentatori e servilise gettano agratificare a qualunque se gli presenti. Ameremo adunque in ogni cosaaccomodarvi modestia. NÚ per allettarci grazia faremo che noi perdiamo dignitÓe autoritÓquali due cose sempre ad amicizia utilissimenon sanza faticas'acquistanoe facile si perdono. Uno atto di levitÓuna parola inconsideratacancella di noi spesso buona oppinione. Adunque in ogni nostro processoserviremo agli occhi della moltitudinepoichÚ nostro officio fie piacerliquando indi instituimo sceglier copia d'amici a noi.

Ma chi pu˛ dire qual sia varietÓ maggiore ne' visi degli uominio pur ne'loro animi? Vedrai alcuni gravi d'aspettomoderati nelle paroleduri arispondereseveri al giudicareiracundi al disputaresuperbi al contenderequali vizii sono comuni alle ricchezze e prosperitÓ della fortuna; alcunimotteggiosifestivilietiridiculi; alcuni pacificiremissitaciturniumilivergognosi; alcuni petulantiaudaciinconsideratiiattabundisubitivolenterosi; e alcunicome Callicles dicea presso a Plauto poetastarannodoppi e moltiplicinon d'ingegno solo e animoma in ogni risposta e atti eparoleche mal potrai conoscere a qual parte e' pervengano ad amicizia o adinimicizia. CosÝtanto si truova diversitÓ e corrotta natura in fra e'mortali! NÚ iniuriaTeofrastoquello antiquo filosofoin etÓ sino anninovantasi maravigliava che cagion cosÝ facesse e' Grecitutti nati sotto uncielo e con ordine d'una equale disciplina e costume educati e instruttitantofra loro l'uno essere all'altro dissimile. E onde questoche alcuniquandomolto mostrano lodartiv'agiugnono cose che pi˙ siano a biasimo evituperazione che a lodein modo sÝ escusato che tu non hai aperto da dirtioffeso. Altri in ogni vita ambiguo; altri ostinatoarrogante; altri perfidifallaciquali aperto lodando e applaudendo e cedendo studiano locar sÚsuperiorie da te molto essere ubiditi e beneficati. E cosÝ quasi vederaitrovarsi niuno in cui non sia qualche segnato mancamento in suoi costumiecerto in la ragione del vivererari che sappino in sue oppinion e voglieinstituti e opere tenere quella mediocritÓ qual tanto piace a' peripateticifilosofiche nulla da noi sia superchionÚ si pecchi verso el tropponÚverso el poco.

ManÚ io a te negher˛ che la virt˙ molto vale darci a qual si sia uomobenivoli e accettipoichÚ sÝ da natura tutti siamo affetti a' virtuosietanto ci muovono le loro lodi a pregiarli e reverirli. E niuno sarÓ che neghiciascuno dato a virt˙ molto meritar lodee pertanto grazia e buona affezioneverso di sÚ. E appresso confesserotti che ogni dissimilitudine di vitadicostumid'usod'etÓdi studii disturba e non permette quello qual diceaEmpedoclesche simile a quello che aquaglia el lattecosÝ con amore siconcreino insieme gli animi e couniscono; e qualunque similitudine siadicomolto alletta e invita gli animi a comunicare amore. Quello famoso in istorieTimone atenienseuomo acerbissimo e durovolle in familiare amicoquale e'dicea piacerliAlcibiadegiovine ardito e concitatoperchÚ a lui pareacostuiquando che siasarebbe a molti cittadini pestifero e calamitoso. Am˛ancora Apemantouomo bizzarro e simile a sÚ. E leggesi cheper acquistarsi labenivolenza de' popoli barbariAlessandro vestÝ stola e abito barbaro. E MarcoCatone mi ramenta cheper molto darsi caro a' suoi uomini d'armevolle in cosaniuna da loro aversi dissimile. Per quali tutte cose ben conosco quello testÚche giovanetto e in queste lettere non tanto eruditoma dotto dalla naturadiscernevaogni ancora forse dislodata similitudine conciliare fra' mortalipari amicizia. E provai ne' miei primi anni in Genova molto a me giov˛ questaastuziache giunto ivi e solo di conoscenzefinsi amare una quale fra l'altrestava in bellezza e gentilezza celebratissima fanciulla; e con questa licenza metragittai fra gli altri nobili giovani dati in quella etÓ all'ozio amatorioappresso de' quali principai notizia e familiaritÓ a me e a' miei fino inquesta etÓ utilissime.

Ma tanto t'afermo essere alcuni sÝ da natura proni e proclivi ad amiciziache piccola ombra di virt˙ e qualunque segno di simili studii li eccita econduce a benivolenza. Alcunicontrosono ad amare tardi e rattenutiin qualnumero e' vecchibenchÚ d'animo e studii a te similipur costoro pi˙ sonoche i giovani tardi e pesati a contraere nuove amicizie. NÚ forse glibiasimereipoichÚ provorono in molta etÓ alcuni tanto tramare quasi pattuitaamicizia per solo valersenee collo altrui sudore e fortune pascersi. E quasiniuno correrÓ a congiunger nuova teco benivolenza senza suo qualche utileproposito e sperata commoditÓ. I giovani quasi tutti godono acumularsi nuovegrazienÚ pochi sono que' poveri e in le sue fortune male constantiqualisuo artificiosottomettono sÚe con industria profferendosi e quasi adescandorendono sÚ amati. Quali cose poichÚ cosÝ sonovarie adunque artevarioingegno ci bisogna. NÚ pur solocome dicea Zenone filosofosono ottima presagli orecchiquale interpreto io con eloquenzao forse in prima con buona famadi noi e commendazionmolto ad acappiarsi gli animi umani: ma sono lacci ancoranon pochissimo atti in noi l'indole e la presenza e 'l modo del vivere civilee' gesti degni e aspersi di umanitÓ e parati a grazia. NÚ sarÓ che tu possise non piacerese in ogni tuo attodettofattoabito e portamento tepresenterai modestocostumatoornato di virt˙. E raro acaderÓ che di dÝ indÝ non succedano nuove coppie a iniziar teco nuova conoscenza e assiduitÓsecome dicea Cicerone al fratello suoel volto e frontequali sono quasi portedell'animo nostro e additomai saranno a persona non apertee quasi publice eliberali. Verranno gli studiosi di lettere e dati a cognizione dellesuttilissime cose e difficillime arti; costoro desiderano te testimone epromulgatore della fama e lode sue. Quelli operosi a' traffichi e a mercantiaancora teco proccurranno e adatteranno qualche utile. A' fortunati possentigiovani e splendidi manca in prima al loro appetito tradursi a sera con qualchevoluttÓ; e questi non saranno ultimi a usufruttare quella sÝ loro grata qualein te vedranno umanitÓ e gentilezza. Tu con ciascuno di questi ramentereiimmitassi Alcibiadequale in Spartaterra data alla parsimoniaessercitata infatichecupidissima di gloriaera massaroruvidoinculto; in Ionia eradelicatovezzoso; in Tracia con quelli s'adattava a bevazzare ed empiersi didiletto; e tanto sapea sÚ stessi fingere a quello acadea in taglioche sendoin Persiaaltrui patriapomposacuriosa d'ostentazionivinse el re Tisafernede elazione d'animo e di magnificenza.

Ma per in tempo accommodarsi e accrescere amiciziafia luogo comprendere ne'gestiparoleuso e conversazioni altruidi che ciascuno si dilettidi ches'atristiqual cosa el muova a cruccioad ilaritÓa favellarea tacere. Eper pi˙ certificarsi quali in loro siano affetti e proclinazioni d'animo evolontÓnon manca certa ottima astuzia da non molti conosciuta: due e pi˙volte recitare vera o fitta alcuna istoriacon che arte e modo quello amatorecondusse e' suoi amoricon che diligenzacalliditÓ e solerzia quelloconseguisse el guadagnocon quanto studioassiduitÓ e ardore quell'altro sÚtutto desse alla dottrina e cognizione delle lettereallo essercizio militareo a qual altra opera e cosa teco facci coniettura secondi chi t'ascolta; e inquella narrazionenulla con ostentare tuo o ingegno o esquisita eloquenzamacon puro e semplice modo di ragionarenotare ogni suo movimento di voltodigestie in ogni risposta quanto appruovi e quanto biasimi. Bruto e Cassioconiurati a vendicare la libertÓ della patria suaquale Gaio Cesare avea conarme occupataproponendo in mezzo forse simili disputazionise per beneficareel popolo sia lodato porre in pericolo el senatoo se la discordia civile fussea' cittadini meno che 'l tiranno graveargomentando compresero quanto aStatilio epicurro e con Favonio imitatore di Catone potessero poco communicareo commettersi a loro constanza e fede.

NÚ meno fu prudenza in messer Benedetto Alberto vostro avoloBattistauomocivilissimoquale in Ponente alle compagnie e a que' grandissimi loro traffichimandava uno in vista modestoalle faccende assiduone' costumi assai moderatogiovanein cui non conoscevi scoperto biasimo alcuno. Qual cosa fece che messerBenedetto dubitava in costui essere pur qualche vizioma sÝ grande e sÝbruttissimo che per˛ molto s'afaticasse occultarlo. NÚ dubitava in qualunqueuomoper ottimo che sia e santissimopoichÚ siamo terreni e quasi sforzaticon pi˙ stimolo seguire la volontÓ e appetito che con vero iudicio eintegritÓ ubidire alla ragioneper˛ sempre in noi sedere qualche menda edifetto. Adunque con molta diligenza molto notando e pesandolosolo una primavolta a tavola el videcenatomaneggiare que' minuzzoli rimasi del panequalechi getta e' dadi. Subito per questo poi a messer Andrea suo primo figliuolocavaliere giovanequalese ora fusse in questa etÓ in vitanon dissimileallora di costumi e di studiioggi sarebbe d'autoritÓ e fama al padre noninferiorecommisseli tentasse el giovane prima a scacchitavolee simili noninonestionde poi seguisse tentando quale esso sÚ avesse agli altri pi˙dislodati e brutti giuochi. CosÝ el trov˛ non utile a chi e' fidasse suoidanari e traffichi. Simile adunque astuzie non poco aitano a discernere la vitae costumi in altribenchÚ occulti.

Onde poi conosciuta la natura e modi di quelli quali tu proponi accoglierti eaccrescerti ad amiciziasta luogo usare la industria di Catelinauomo inquesto certo prudentissimo e ottimo arteficequale a questo donava losparvierea quello l'armea quest'altro el ragazzoe a tutti quello di che inprima si dilettasse. E vidi io inseminare e farsi molto maggiore la benivolenzanon raro ancora fra chi te mai non videquando fummo lodatori e quasipromulgatori delle virt˙ sue; quando difendemmo la dignitÓautoritÓ e nomesuo appresso de' maledici e detrattori; quando fummo a' suoi amici e procuratoricon nostra operaconsiglio e suffragio utilie in aiuto a conservarli eaccrescerli utilitÓ e pregio; quando sovvenimmo alle loro espettazioni edesiderii. E seguir˛ io pur qui teco essere inettoLionardoquasi comeinstituendo te in amiciziaomo quale pi˙ che altro alcuno sempre conobbi datutti molto amato. NÚ so come entraie forse temerario seguitai questiragionamentidegniquanto ora m'aveggiodi pi˙ premeditata e pi˙ eruditaragione di direche confesso non Ŕ in me. E che diraiLionardo? che sianoampli questi luoghie dove per adempier a ciascunobisogni copia di precettimaggiore assaiche tu non dicevi bastare a tutta la materia? Tu solo affermaviquel che nÚ io negol'utilela onestÓla voluttÓ dare principio edessordio alle amicizie; e chi fusse artefice buono di creare nuove a sÚbenivolenzecostui assai era dotto a innovarle e raccenderle giÓ spenteefarle maggiori.

LIONARDO Non te con questi sotterfugiiAdovardosottrarraiche tu oggi nondia questa intera e ottima opera qui a Battista e Carloquali desiderano moltoessere a te simili bene amatiel quale in questo tuo ragionare fusti nonchÚnon inettoma in prima non poco facundo e copioso; e adducestimi in questasentenzache io affermo cosÝ trovarsi artificio ad amicizia in mezzo l'uso econversazione degli uomini pi˙ moltoche ne' nostriquali io troppoapprovavalibri e discipline scolastiche. Onde tuel quale sempre studiasti inacquistarti grazia e benivolenzase contro a' tuoi precetti forsequal noncredovorrai darti a noi difficile e duro a satisfare a' desideriallepetizionialla utilitÓ nostrasia certo nulla ti crederemo sia quantorecitasti. Se giÓ non giudicassi forseo poco essere a noi grati e utili e'tuoi ricordi in questa materiao forse pi˙ cureresti altrove essere daglistrani per tuo beneficio che da' tuoi amatodorremoci se verso di noiqualusasti verso di tutti gli altrinon userai la tua natura e costumi faciliumani e liberalissimi.

ADOVARDO E appresso degli altri m'Ŕ grato locarmi con benivolenzae sempremi fu a cuore quello che mi sarebbe vituperio se appresso de' miei ricusassiogni dÝ pi˙ essere carissimo. Ma ritiemmi ch'io vorrei avervi premeditatochepur sino a qui dicendo da me stessi desiderava ordine pi˙ di cosa in cosadedutto e meglio composto.

LIONARDO E a chi sÝ delicatissimo sarebbe quello ordine tuoAdovardostatoingrato? dove prima ponesti l'amicizia e per nostra e per altrui operaprincipiarsi; subiungesti qual noi cose facciano chiederee quali rendanoaccetto a grazia e benivolenza; recitasti el modo a principiare familiaritÓ;discernesti con chi fusse facile o difficile adattarsi e aggiugnersi aconsuetudine e domestichezzae ivi desti segni in prima patenti e noti; poi cirendesti sagaci a investigare le occulte latebre degli animi umani; ultimocominciasti fabricare e crescere su' primi congittati fondamenti maggiore e pi˙ferma amicizia: ordine nobilissimo. Tu tanto adunque seguitae fa sÝ che pertua dottrinaquale dico utilissima e ne' nostri libri da me non prima intesanoi e del tuo insegnarci multiplicare amiciziae del nostro avere imparatoate rendiamoquanto ci fie debito rendertipremio se perseveri; e se nonperseverinon sapendo adattarci a questo officio di amartinon potremo. Niunascusa ammettiamo cupidissimi udir tequal dicesti come si principii amicizia;ora udiremo quella in che modo si faccia maggiore e rendasi perfetta. SÚguita.

ADOVARDO In non pochissimi de' nostri e pi˙ altrove cittadini studiosid'avere molti benivolicol cui favore e suffragio salgano in amplitudine e fra'suoi stiano temuti conobbi io questa fraudeche chi e' non poterono a sÚ forsequanto voleano allettarli e farseli domestichicuravano per altri fusserotratti in qualche litigioo indutti in qualche nimicizia grave e capitaleoalfine intriggati in qualche aspera difficultÓ; onde ivi subito apparecchiatie' sollecitatori e promettitoriquasi vinti dalla necessitÓ e propositaoccasionedove prima ricusorono chiamati darsi liberi amicitestÚ per uscired'incommodo non restano pregare e obligare sua fede e opera a molto meritare dachi poi e' confessano sÚ essere servi. Non far˛ io cosÝ; nÚ sar˛ di quellicheper rendere pi˙ caro el beneficiosostenga voi in alcuno desiderio dicose ch'io possa; chÚ sarebbe contro a' primi vulgatissimi precetti d'amiciziase cosÝ recusando ubbidirvi diservissi a fine di pi˙ essere amato. ChÚ purstimo tanto l'ordine mio non vi dispiaceche non qui a me bisogna cosÝ farecome chi preserva pregio alle gemme con essere avaro e duro a dimostrarle. Madivolgarete voi in publico ch'io uomo ingegnosissimo trovai nuove e non primascritte amicizie? Chi potrÓ tenersi che di voi non ridaquali sÝ attenti meascoltasti? Niuno sarÓ ancora tinto di lettereche me non riprenda arrogante enon contento della dottrina e scritti de' maggioritanta etÓ da tuttiapprovati.

LIONARDO Riderebbe certo Battista qui e Carlosedove a te qui protestaivolerti udire e accettare da te scusa niunatu qui ora con questa insinuazionefuggissi satisfare al desiderio ed espettazion nostra. E in questi nostriragionamenti familiari assai sarÓ averciquanto chiediamogiovatoci. Quandoaltrove acaderÓsatisfarai al volgo e a' litterati. Ora sappi a tes'appartiene dar qui opera che noi conosciamo tequanto afferminulla volereche noi lungo desideriamo la tua facilitÓ.

ADOVARDO Vincetemi. Uditemi. Seguita vedere qual cosae in che modo accrescae rendasi perfetta la amicizia; poi seguitase cosa disturbasse el corso delloamorequali io ivi stimi ricordi necessarii. Diremo poi del ricuperareeultimo narrer˛ cose non vulgari nÚ poche necessarie a conversare fra' vostricittadini e fra gli strani; e vedretele accommodatissime a lungo conservare lainviata e cresciuta grazia e benivolenza. Udirete adunque del conducere glianimi accesi di benivolenza a perfetto e ardentissimo amoredegnissimi esapientissimi dettise primadi que' tuttiquali dicemmo trovarsi varii emultiplici ingegniquanto resta esplicheremo chi di loro pi˙ sia degnissimo incui pogniamo ogni nostro studioarte e opera per molto iungercelo a noibenivolo e amicissimo. Sarebbe chi forse in questo luogo sÚ estenderebbeeostentarebbe l'ingegno suo multiplicando a questa materia questioni: se forse adamicizia pi˙ siano atti i ricchi uomini che i poco fortunati; e quali sia pi˙in amore constanteo chi da te bisognoso domandao tu che libero el ricevi; ese i prudenti pi˙ sono ch'e' non prudenti tardi a farsi familiari e domestici;e s'e' virtuosi pi˙ altri amanoche da altri siano amati. E simili potre' ioancora qui addur non pochima non forse molto qui accomodati dubiiqualialtrove fra chi si diletta in scuole gloriarsi disputando pi˙ saranno grati. Mabasti qui a noi tanto asseguire quanto Valerio Marziale antiquo poeta neammoniscesuo epigramma:

S'ancora forse dai te a farti amare

poich'io te vedo atorniato d'amici

cedimiRuffose t'avanzaun luogo;

e non mi recusar perch'io sia nuovo

chÚ sÝ fur tutti i tuoi antiqui amici.

Tu tanto guarda chi ti s'apparecchia

se potrÓ farsi a te buon vecchio amico.

Adunque per brevissimo assolvere questo luogocosÝ statuisco: e' fortunatie ben possenti uomini sono ad averli amici utilissimi; non tanto che possanobeneficarti con sue ricchezze e amplitudinema ancoraquanto io provai perusoche sempre diedi opera avermi familiare a' primarii cittadini in qualunqueterra soprastettiquesti molto apreno via al concorso poi de' minori e plebeiabitatoriquali tutti studiano con benivolenza e osservanza onorare eapplaudere a chi el suo maggiore monstri fronte lietae presti non dureorecchie. E sono gli studiosi di lettere come cupidi di acquistare fama e nomecosÝ certo prontissimi porgersi a qualunque degnofacile e liberale adamicizia; chÚ iudicano la molta e con molti benivolenza essere non aliena daquale e' desiderano onoree iudicano el promulgarsi noto fra le genti cosaessere molto coniunta a quale e' cercano fama e nome. Ma sopra tutti a veraamicizia e semplice amore attissimi sono quelli e' quali bene sino a qui resserole giÓ pi˙ tempo principiate amiciziee' quali per l'amico non ricusoronofaticasÚ stessi profferirono a ricevere incommodispese e grave dannoe maiin pericolo e caso alcuno si dimenticaron la fede e officio della amiciziaefurono diligenticupidi e curiosiservando e accrescendo utilitÓlaudedignitÓautoritÓ e fama a chi e' giÓ presono ad amarlo. Sono questi certonon moltie rari. Ma chi non pi˙ tosto diletti due o pure un solo verochemolti fitti e lievi volgari amici? E forse come nell'altre communicazioni diesserciziirobaofficii e studiiel troppo numero de' collegati sempre fugrave all'onesto e senza sconcio sostenerlocosÝ forse in questo colligare glianimi non si loderÓ coniugarsi a molti. E quelli antiqui populi di Scizia inquelle loro col sangue suo iurate amiciziechecome ti ramentauominibellicosissimi per pi˙ essere in battaglia forti contra a' nemici quasinecessitati a fermarsi ottima amiciziaa sÚ intaccavano el dito; e que' due otre al pi˙quali in quel sangue intinta la punta della spada e insiemebe˙toneprometteano mai l'uno in pericolo o fortuna alcuna all'altro venirmenosai appresso delli antiqui scrittori s'appruovanodove e' biasimavano eriputavano simile alle publice meretrici chi con pi˙ coppie di simili coniuratisÚ patteggiassi. E ancora piace Aristotele e sua sentenza: come non atto lanostra casa riceverebbe mille e mille uominie altrove dieci o venti uomini nonadempirebbono populo a una cittÓcosÝ in amicizia dicono bisognarvi certo edeterminato numero d'amici. Parvi da investigare qual numero sia non grave nÚdebole?

LIONARDO E chi ricusasse non da tutti essere amato? Chi non molto dilettassetrovarsi amici numero quasi infinito? Sempre a me piacque quella nostra appressode' nostri sacerdoti sacra e divina sentenzaquale comanda tanto ami elprossimo quanto te stessi: processo di caritÓ con quale puoi avere a tecommendatissimi tutti gli uomini.

ADOVARDO Lodo la sentenza tuaper quale me induci a non preterire cose quidegnissime. Adunquenon per monstrarmi qui teco eruditoLionardoma peresplicare me stessi solo quanto mi vedo essere necessariobreve repeter˛questa materia da' suoi principii; onde insieme apriremo via e addito a quantoproposi dire dello escrescere e rendere perfetta l'amiciziaquale se cosÝ sichiama perchÚ in lei solo in prima vi si pregia quella affezione d'animochiamata amoreper cui forza ti diletta ogni onestÓutilitÓcontentamento elaude di chi tu amiconviensi investigare donde e come esso amore nascaequale e' sia. A me non raro intervenne ch'io desiderai lieta fortuna e felicevita a chi io mai vidima sentiva era dottobuono e studioso di virt˙. Questaaffezione in me tucredochiami non amiciziama benivolenza. E tu simile nonraro t'abattesti a chi familiare e domestico teco sÝ usava assiduo e con tantaverso te osservanzache facile potevi iudicarlo amicoquando in lui fussestata fede e intera benivolenza. Ma come non si dirÓ tempio nÚ basilicaperfetta quella struttura a quale tettoche cuopra chi entro al sacrificiofusse dal sole e dalle piovee sponde mancassequali parte difendano da'ventiparte la tengano segregata dagli altri siti publici e profanie forseancora mancandoli e' dovuti a sÚ ornamenti sarebbe edificio non perfetto nÚassolutocosÝ la amicizia mai si dirÓ perfetta e compiutaa quale manchidelle sue parti alcuna. NÚ sarÓ vera amicizia se fra gli amici non sarÓ unacomune fede e ferma e semplice affezione d'animo sÝ fattach'ella escluda efuori tenga ogni suspizione e odioquale da parte alcuna potesse disturbare ladolce fra loro pace e unione. NÚ io reputer˛ perfetta amicizia quella qualenon sia piena d'ornamenti di virt˙ e costume; a qual certo cose chi dubita lasola per sÚ benivolenza non valervise non quanto sia e conosciuta ericambiata? Questo perchÚ? PerchÚbench'io siacome i' sonocupido dibenificartie tu studiosissimo d'essermi ad utile e onorenon per˛ fra noisarebbe ch'io potessi riputarti amiconÚ tu di me potessicome di chi vero teamiconfidartise non prima a te fusse noto quanto insieme possiamo l'unodall'altro e sperare e aspettare; qual cognizione si tiene non altronde se nondall'uso e conversazione e quasi esperimento della benivolenza. E questo usofamiliare e domesticoha egli in sÚ vera forza e nervi d'amicizia? Certo no.PerchÚ? PerchÚcome puoi vedere tutto il dÝmolti ci salutanoproferiscononon rari ci sono in aiutoalcuni ancora donano e usano officii diamiciziapur conosciamo in loro meno essere benivolenza che non fingono.Adunque non la benivolenza per sÚnÚ per sÚ stesso ancora l'uso familiareconstituisce la intera amiciziama inseminasi l'amicizia da benivolenza. E comeel pavoncino per essere covato esce in vita fuori donde era nell'uovo inchiusocosÝ l'amore giÓ nell'animo conceputo piglia spirito ed esce in luce e comunenotizia fra chi amaquando per uso e domestichezza sie bene osservato; e dovela assiduitÓ mancasseli segue che quello giÓ forse impreso caldo e fervorevitale perisce o esce abortivocosÝ in amicizia la benivolenza non con assiduoofficio servata perisce. E se alla loro conversazione e insieme in amiciziafedele comunicazione manca l'ardore della benivolenzacome se covasse corrotteuova o vacuecosÝ qui ogni opera e studio sarÓ non utile consumato.

Che diremo? Adunque cosÝ? - che la benivolenza adiunta alla familiaritÓconstituisce vera e perfetta amicizia? Diremo no. PerchÚ? O non sai tu che nonogni uso domesticonÚ ogni cosÝ accesa affezion d'animo per˛ dona perfettoessere alla amicizia? Aspetto pi˙ aperto intendere qual sia questa perfettaamiciziae qual uso e qual benivolenza la produca. Ponete qui animoBattista etu Carlo: a voinon a Lionardouomo dottissimorepeto questi principii dimezzo le fonti de' filosofi. Dico che degli uomini quali vediamo a noi monstranobenivolenza e prestano fedele e pronta operaalcuni cosÝ fanno perchÚ forseiudicano in noi essere virt˙prudenza e sapienzatale che sia merito a noiea loro dovuto renderci reverenza e desiderarci seconda fortuna e interaprosperitÓ. Alcuni a noi cosÝ sÚ dannoperchÚ ricevonoaspettano e speranoper nostra benignitÓ e grazia a' suoi casi e bisogni sussidioaÝto e favore.Alcuni cosÝ in noi sono affezionatiperchÚ non poco gli muove per nostrapresenzafacundia e festivitÓ molto poter escludere dell'animo ogni tristezzae sedare le gravi cure e i duri pensieri con dolce facezie e iocunde cose nostree ridiculi detti. NÚ truovasi vinculicredoquali tengano gli animi a noiadiunti e dedicati se non solo questi trequali vedesti sono o iocundi evoluttuosio utili e con emolumentoo lodationesti e pieni di virt˙. Questia noi tutti desiderano e parte cercano prospera e affluente fortuna. Ma in lorotutti non per˛ sarÓ uno medesimo fine e cagion del suo desiderarti feliceper˛ che i voluttuosi amanti non per benificare altrima per satisfare a sÚsumministrano e porgeno di sÚ ogni opera e cosaper quale chi egli amano segli presenti lieto molto e iocundo. E quelli che tratti dai doni e utilitÓricevute ed espettate amanosimile in prima a te desiderano buona e abundantefortuna per avere onde beneficare a sÚnon per solo vederti felice. Ma sarÓamore niuno maggiore che di coluinon el quale per gratissima e accettissima date cosa ricevuta e desideratanÚ per beneficioquale per tua liberalitÓ eglida te ottenga o aspettite osserverÓ e onorerÓma quale solo pregiarÓ ediletteralli la tua virt˙ e i tuoi lodati costumi. NÚ questi ancora sarannoteco beni uniti di ferma e stabile amiciziase grandissima fra voi benivolenzanon prima fia quasi nutrita e allevata con moltaassidualieta e onestissimafamiliaritÓ. Amici sÝ troveremo iocundi e voluttuosi numero moltie amiciquali pendano a qualche loro commodo non pochi ti si offeriranno. Amici verocosÝ in noi affettiche d'ogni nostra buona fortuna e felicitÓ non ivi solosieno studiosi e cupidiove a sÚ cerchino frutto e premio del suo verso di teservigio e officioma quali solo del nostro bene molto in prima che del suocontentamento godanosaranno certo non moltima ben molto sopra gli altriconstantissimi in benivolenza e ottimi.

NÚ riputare amico chi giÓ quanto in lui siaper uso teco non siaconiuntissimo e quasi unito. Co' voluttuosi e co' cupidi amici nÚ benivolenzasi truova interanÚ uso diuturnoper˛ che ricchezzebellezzepotenzeprosperitÓ e simili ornamenti e copie della fortunaquanto ciascuno tuttorapruova e in luce vedesono caduche e fragili; onde segue che la benivolenzacolligata da simili deboli e poco durevoli vincoliserba constanza in sÚ efermezza niuna. E come chi susterne alle radici profondo e fresco lettoall'ulivetoe con diligenza alle viti giugne suo marito l'olmonon costui curaessere amatoma procura di sue opere e spese trarre utile quanto possamaggiorecosÝ in uso e vita de' mortalicolpa de' costumi corrotti e viziatiquesta arte divulgatissima quanto sÚ essercitache con parolefronte e operadotti fingere benivolenzaseguiamo commutando insieme officioutiledilettoquasi come premio a opera e servigio a doni! E raro che mensa lauta e beneapparecchiata stia vacua di questinon amicima fitti e simulati domestichi efamiliari assentatoriquali vi consiglio da voi gli vogliate quanto in voi siamolto essere lungi. E quelli quali vedretea quanto la virt˙ e costumi vostrigli allettirispondano pi˙ con benivolenza che con parolee pi˙ conaumentarvi onorevirt˙ e lodo che con porgervi riso e giuocoquestiaccetteretequesti darete opera continuo sieno con voi molto assidui familiarie sempre domestichi. E non dubitate che la virt˙cosa divina e santissimaquale perpetuo sta illustre con molto lume e splendore di lode e fama in chi lasiacerto adornerÓ quella ottima vostra amiciziaqual per sÚ nata e conconstanza affermatatra voi sarÓ poi eterna e molto iocundissima. Direte voi:questi veri virtuosiai quali la nostra virt˙ dilettisono rari; e a chi nonsia virtuoso la virt˙ non molto gusta. Vero. Pertanto cosÝ a voi restipersuaso che certo e non molto numero d'amici sono quellia' quali noi dobbiamoadirizzare ogni nostro animoconsiglio e industriaed esporre ogni nostraoperastudio e diligenzaper molto averli a noi benivoli; poichÚ non se nonpochi quali sieno virtuosia noi ben possono veri essere e perpetui durareamici.

Dicemmo adunque quali sieno attissimi ad amarlie qual sia numero adamicizia condegno. Resta adunque quanto proponemmo esplicarein che modo fraquesti scelti e noi molto cresca amicizia. Ma non qui vorre' ioLionardopi˙essere stato che tu me aspettassi prolisso quanto alla materia s'apartenea.Parsemi da esplicare quel luogo a questi non come tu dottissimi. Sar˛ pertantodi qui oltre breve. Ma che qui te preme testÚ all'animoLionardoondesospiriquasi come a te fosse in mente occorso qualche tristezza?

LIONARDO AnziAdovardo mioquanto da te qui ora eccitato mi pare prevederetanto mi duole che de' nostri Alberti alcuno sia forse a chi queste quali moltoa proposito recitasti ottime sentenzepoco stiano note e poco stimate: qualiuomini se fussono meno inconsideratimeno credulie meno in ogni sua vogliaprecipitosi e ostinatiforse non qualunque gli faccia ridere sarebbe in numerodi quelli quali li inducono a pi˙ pregiare gli strani prosuntuosi che i suoimodestissimi e onestissimida chi essi troppo si vedeno amati e reveriti. NÚdubito chi te udirÓcostui meno con chi non meriti sarÓ profuso e prodigo. Equanto mi parequanto Adovardocostui el quale anovera gli amici suoi a turmevederlo ancora vivere solovecchioabandonato da quelli e' quali esso coninumanitÓ sua e impietÓ sempre da sÚ gli volle essere luntanie perseverandoin questi costumiiniuriando a' suoiamando e' lasciviaspetto ancora sÚvederÓ come accusato da' buonicosÝ insieme e da questi tutti applauditorispregiato e troppo avuto a vile! E certo qual altri che costui stoltissimo nonconosce quanto in ogni fortuna gli amici non vertuosi nÚ onesti siano gravi edannosi? Essi avarilascivitemerariiin aversitÓ nulla ti sovengono; e tuin alto grado posto dalla fortuna molto soffri da loro infamia e odio. MaseguitaAdovardo. Dio proibisca alla famiglia nostra tanto infortunio ecalamitÓ!

ADOVARDO AimŔ! Felice chi nella copia e affluenza della fortuna sappiapreporre in benivolenza la fedeconstanza e onestÓ alla lieve assentazione efitta subiezione degl'importuni e impuri ciarlatori. Ma speriamo qui ora meglioalla famiglia nostraquanto a Lorenzo e a noi sarÓ licito essere in vita.SarÓdico adunqueamicizia quella grandissimaa quale tu pi˙ nulla videsideri; chÚ non si direbbe perfettase cose ivi necessarie potessiagiungerli. E sono quanto discorremmo cose all'amicizia necessarieinterasimplice e aperta benivolenzadolce uso e conversazione con onestecomunicazioni di studiiopinioni e fortunee con ogni officio insiemecolligata e nutrita. CosÝ resta che chi vorrÓ dare augmento alla amiciziaacostui sarÓ sua opera dirizzarla a essere perfetta. SarÓ perfetta dove nonutilitÓnon voluttÓ in primama solo onestÓ la contenga. Parti?

LIONARDO Parmi.

ADOVARDO Fia pertanto prima officio mio volere che chi io proposi ad amarlomolto in me conosca essere animo e volontÓ iunto a sola onestÓ. Poi apresso ame sarÓ debito non soffrire che chi mi sia dato ad amicizianon al tutto siaben vacuo d'ogni vizio e biasimoe quanto io possavolerlo ornato d'ognivirt˙ e costumiacciochÚ fra noi la benivolenza di dÝ in dÝ eccitata dallavirt˙ crescae l'uso mantenuto da' buoni costumi la renda robustissimaecontro ogni suspizione e oblivione fermissima.

LIONARDO E quale si truova sÝ modesto e facilea cui diletti essere da chisi sia altri fatto migliore? NÚ so quanto fusse grato allo amico suo chi glipalesassi quanto e' forse lo conosca non buono; tanto a ciascuno poco dispiaceel vizio proprio.

ADOVARDO Tu confessi un vizioso nulla potersi vero riputare amico?

LIONARDO Che poi?

ADOVARDO Dirolotiquando m'arai risposto qual tu pi˙ lodio rescinderel'amiciziao fare chi tu ami migliore.

LIONARDO Non mi sendo luogo senza eccitar odio renderlo men viziosoa mepi˙ graderebbe serbarmi quanto da lui potessi benivolenzaquando siacome sidiceche 'l servire acquista amicie la veritÓ genera odio.

ADOVARDO Quasi come pochissime ti si avengano in ogni ragionamento attissimevie con parole emendarli. Chi in te prima conosca intera fede essere e veraaffezioneniuno tanto stimo sarÓ intemperato e pieno di licenza in sÚ stessie petulantequale vedendo a teomo grave e constantei lascivi tutti essereodiosi moltoed e' bestiali starti a stomaconon medesimo curi parertidissimile da quelli quali tu con severitÓ e fronte molto biasimi e riprenda. Ese pur cosÝ accade correggerliqual mai buono schifasse con maturitÓ e modosanza acerbitÓquanto in sÚ siache chi gli Ŕ caro costui alla patria siaper sÚ fatto migliore cittadino? Ma non dubito io che chi con prudenza ecaritÓ sÚ in tempo darÓ a vendicare l'amico suo da biasimo e mala vocemoltoper questo pi˙ da lui sarÓ che per tacere amato. E quando al tutto cosÝdubitassi di suo duro ingegnonon per˛ nullaquanto dissigioverÓ renderloin qualunque possi altra virt˙ pi˙ da te degno d'essere amatounde poi travoi seguirÓquanto io diceaben cresciuta e interissima amicizia. E senÚcon tuo studio rendendo chi tu ami di lode ornatonÚ con tua diligenzatraendolo di turpitudinesarÓ tale che meriti da te essere amatotu prudentecredo pi˙ tosto vorrai discindere seco ogni amiciziache averlo alla fama enome tuo infesto e quasi inimico. ChÚ se chi a noi perturba e diminuisce lefortune nostre sarÓ forse da nollo volere amicocerto chi a noi torrÓ le cosepreziosissimeel nomefama e autoritÓqual cosa fanno e' viziosi a noi amicie familiari pi˙ forse ancora sarÓ da odiarlo che chi a te porgesse altroveaperta inimicizia. E quanto la amicizia e uso teco de' viziosi sia dannosaaltrove pi˙ sarÓ luogo ampio a referirne.

Seguita vedere in che modo con simili immodesti abbiamo a disiungerel'amicizia. E perchÚ raro si discinderÓ con loro familiaritÓ che non siincenda in loro odioper questo investigheremo che ragione sia da reggersicontro all'odio; qual cosa era sopra da me a dirne luogo terzo proposto. Talecheora detto come s'acquisti amiciziadetto in che modo e qual cagionie conquali attissimi e ad amicizia utilissimi uomini ben s'acresca vera e perfettaamiciziaora diremo del dividere l'amiciziae del sostenere la inimicizia.CosÝ a voi pare che io faccia?

LIONARDO Parci.

ADOVARDO Ascoltatemi. Apresso di me chi ora monstri odio a chi e' prima amavasarÓ mai non da nollo vituperare. Inconstanza troppo grandissima e costumecerto feminilee levitÓ odiosanon sapere perseverare amando chi tu riputastidegno da te essere amato. Adunquee chi non biasimasse costui el quale o primatroppo fu imprudente e molto inconsiderato eleggendo e dandosi ad amar personaindegnao poi fu volubile e poco fermo in serbare con virile officio la benprincipiata amicizia? Quale stolto non fra' primi suoi beni reputa l'amicosupprema e a sÚ carissima cosa? E qual cagione picciola e lieve tanto potrÓapresso di noiche a noi in qualunque modo non dolga perdere uno amico? Perquesto che diremo? Non convenirsi che molto sia maggiore cagione quella qualeinduca te a privarne te stessiche quella per quale altri te inciti a perderela principiata amicizia? E voglio sia appresso di noi qui persuaso che in chisia perfetta sapienzacostui mai resterÓ di perseverare amando chi giÓ egliprincipi˛ riputarlo amico. Confesser˛ qui per˛ pure tutti e' mortali nonmeritare essere ascritti nel numero de' perfetti saviie tutti quasi da naturadesiderare amicied essere proni ad amicizia. E affermerotti quanto diraichenon rarissimo possono avvenire pi˙ coseper le quali chi sia buono eonestissimochi pregi fama e lodechi sia affezionato alla virt˙ e allapatrias'indurrÓ a preeleggere che chi egli ama ora meno a sÚ sia che l'usatoconiuntissimo. Se cosÝ acadessenon sarÓ biasimo con modo e ragione dividerel'amicizia.

Vuolsi adunque investigare per qual cagioni sia licito avere in luogo distrano chi sino a testÚ a noi fu coniuntissimo. E qui accade ridurre a memoriaquanto di sopra dicemmol'amicizia surgere da benivolenzaquale nata da coseoneste accende gli animi a desiderar bene a chi gli par che 'l meriti; e quasiniuno in cui sia ragion pu˛ non odiare uno disonesto e vizioso; nÚ chidesidera bene ad altri per fine e cagione non onesta amama desiderando vederlopi˙ lieto e pi˙ fortunato appetisce utile a sÚ pi˙ che ad altri. Per qualitutte brevissime raconte cagioni possiamo averare la vera benivolenza esser purcosa certo onesta e mai disiunta dalla onestÓ. Onde varii igniculi e favilled'amore cosÝ inserti ne' nostri animiben desiderando a chi ben meritidi dÝin dÝ tanto s'accendono in maggior fiammequanto l'uso e familiaritÓ glinutrisce con assiduo e pronto officio e aperta commutazione di amorevolezza. Equi ancorase la onestÓcosa quanto niuno debba dubitare santississima ereligiosissimafu onde s'apprese la benivolenzanon mi dispiace crediamo labenivolenza una essere simile alla onestÓ religiosa e sacra. Mai sarÓ che lareligione sia non onestissimanÚ mai fu religioso quale in prima non amasse laonestÓnÚ troverrai onesto quale non molto sia religioso. CosÝnon iniuriastatuiremo la iusta benivolenza fra le cose religiose e sante. Poi a me quiparrÓ similitudine attissimaquanto si scrive appresso de' ponteficiche 'lmatrimonio sta legato di due in prima notissimi vinculi: l'uno fu primo vinculodi que' due animiquali in uno cosÝ insieme volersi con onestÓ convenironoequesta unione aperto monstrano essere cosa divinaqual disputazione qui sarebbelungo e non molto a proposito raccontarla; onde negano a noi mortali esserelicito dividerla. Ma quell'altra coadiunzione insieme ad una opera per procrearefigliuoliin questa se cosa vi sopra fusse grave sÝ che qualunque prudente benconsigliandosi la fugissesarÓ licito separarsi. CosÝ in amicizia niuno stimiessere non quasi religione servare in sÚ la benivolenza quanto si pu˛ etterna.Officio di umanitÓ richiesto da essa incorrutta e ben servata naturache tuami qualunque teco sia uomo in vita. Confessoti che in cui siano vizii e costumidi bestiacostui sarÓ quasi non uomo ma monstro piuttosto. Restaci adunquenecessitÓ non odiare chi a te pi˙ era che per esser uomo in vitaconiunto direligioso quale dicemmo vincolo di benivolenza. Ma per l'uso familiare se cosaalcuna a te starÓ gravissimae quale uomo niuno prudente e buono non a forzasoffrissea te qui non lever˛ io licenzaquanto la ragione ti consiglitantoin quella parte interlassi quantodisiunta l'assiduitÓ e conversazioneper tesempre la benivolenza sia con onestÓ e religione osservata. E dir˛ sia controalla religione e oltra che allo officio per qualunque offesa mai rompere in irao vendetta alcunaper la quale la fede tra voi antiqua e ciascuno secreto quasideposto appresso di te dalla santissima benivolenzain tempo alcuno sia nonmolto per te osservato e occulto; per˛ che quella fede e que' secreti furono diquella a te cara amiciziala quale testÚ pi˙ non Ŕ tra voi. Puossi sperareritornerÓ; e darvi opera sarÓ utile e lodo; e mai non tornandotanto similebiasimer˛ chi sia qui perfido nocendo allo antico amicoquanto chi altroveper noiare a uno inimicofusse inimico a chi l'amasse. Gobria assirio pressoSenofontenarrando a Ciro re de' Persi che cagion sÚ tenesse fuori della suapatriaespose non potere soffrire in regno chi gli avea ucciso el suo carissimofigliuolo; poter sÝma non volere esserli in altro gravesendo amicissimostato del padre. Cicerone molto accusava <I>in senatu</I> M. Antonioche contro ogni officio di civilitÓora inimico avesse monstro letterefamiliari a sÚ da Cicerone scrittenÚ convenirsiricevuto alcuna offensionedivulgare e' passati colloquii di chi t'era amico. Pertanto que' che diconomolte cose doversi alla antica amiciziaa me pu˛ parere vogliano affermaresiano quelle alla onestÓ e alla dolce passata benivolenza dovute. Qual cosedame forse troppo breve e pertanto forse dette oscurese cosÝ vi si persuadonoLionardoaremo a vedere quale a noi e donde resti licenza a privareodiminuire alla sino testÚ lieta amicizia e dolce e gratissimo uso amatorio.

LIONARDO E chi desiderasse qui persuasione maggiore a quanto uomo niunocivile dubitache la benivolenza iunta alla onestÓ sia da riputarla fra lecose ottime e religiose? E chi noncome tu di'alla antica e quasi spenta oraamicizia renderÓ suo officiose ancora verso e' medesimi inimici dicono esseredebito a noi serbare fede e ogni officio di onestÓ? E chi negasse che romperela fede tanto pi˙ nuoce a chi cosÝ iace in vizioche a chi per altruiperfidia cadesse in calamitÓquanto e' provano che 'l vizio pi˙ sia dannosoin chi e' vivache la povertÓ e qual vuoi dolore? Ma forse era quivi luogo noninetto ad esplicare quali incommodi e qual gravezze appresso de' buoni fusseroquelleonde a noi fusse prestata licenza a cosÝ discindere l'amicizia; chesecosÝ approvassi comune oppinioneche 'l danaio nelle cose umane tra e' mortalisia quasi primo commodissimo e da pregiarloonde non pochi astutisubito cheveggiono de' suoi amici alcuno addutto in necessitÓsospettandoper nonessere richiestipreoccupano e interrumpono ogni addito a chi sperava in luieaccusano e' tempinarrano sÚ essere oppressi da molte difficultÓ insperatefingono debiti. E che pi˙ biasimeraiancora vidi chi per pi˙ espeditoliberarsi diede opera con qualche offesa render da sÚ alienato e indegnato elsuo antiquo amico.

ADOVARDO Odiosi! e quanto vero! Nulla tanto stimer˛ alieno da chi sia omoiusto e buonoquanto non odiar molto simile astuziecerto villane e brutteeal tutto contrarie a chi meriti e cerchi amici. E quella antiqua notissimaoppinion di que' filosofiquali affermavano l'amicizia solo essere nata persovenire l'uno all'altro ne' nostri quasi assidui d'ora in ora varii bisogni enecessitÓpotrÓ ella nulla a persuaderci che a' bisogni dello amico siaofficio dell'amicizia sovvenirli? E secome tutto el dÝ presso de' bencostumati e gentili animisi loda chi non aspett˛ essere pregato nÚ primarichiestoma liberalevolentieri e pronto offerse e don˛ allo amico quanto epi˙ ancora non bisognava; e se niuno umano e moderato uomo si troverrÓ a cuinon dispiaccia quello discorteseel quale per servarsi intero un gruzzolo dipecunia s'accrebbe vizio e biasimo; e se chi fia vero virtuoso e in primaliberaleriputerÓ in parte di buona fortuna avere dove e' ben collochi el donosuodove stimeremo noi con pi˙ lode e pari voluttÓ altrove che appresso de'nostri amici esser liberali? E dove sarÓ pi˙ da biasimare l'avariziacheverso di coloroa' quali dicono ogni tua cosa debba essere comune? Adunquecome ascrivere' io qui fra' gravi incommodi questo vero e lodatissimo uso diliberalitÓsovvenendo alla necessitÓ di chi in me sperava e me amava? Elodansi alcuni quali esposero persino la propria vita per serbare integroofficio alla amiciziae affermano che chi vero sia amicocostui perdonerÓ nÚa robanÚ a faticanÚ a sÚ stessi per benificare chi egli ami.

LIONARDO Que' gravi adunque incommodi da deporliquali seranno?

ADOVARDO ParrÓ grave perder la roba per benificare l'amico?

LIONARDO A molti.

ADOVARDO ParrÓ grave el dolorela miseria per mantenere l'amico lieto econtento?

LIONARDO Certoe a molti.

ADOVARDO ParrÓ grave travagliarsi in ultimo pericolo della vita sua persalvare l'amico?

LIONARDO E quanto gravissimo!

ADOVARDO E quanti si troverranno molto travagliarsi in mare in mezzo alletempestatie in terra fra l'arme ad ultimi pericoli per accumularsi roba?

LIONARDO Assai.

ADOVARDO Non so degli altrima io certo per acquistar lode esporrei moltericchezze.

LIONARDO E noistimasiamo nel numero de' simili a te cupidissimi dimeritar lode.

ADOVARDO Che credi tu degli altri?

LIONARDO Credo quasi si troverrÓ niuno non in tutto incivileel quale peraversi onorato e lodato non molto fusse prodigo.

ADOVARDO Se cosÝ stimiamodiremo che per conservare lode e fama di noiancora non molto cureremo le ricchezze.

LIONARDO Certo sÝ.

ADOVARDO E riputaremo ogn'altra cosa minor che la infamia.

LIONARDO Persuadesi.

ADOVARDO Grave adunque stimeremo l'infamia.

LIONARDO Siamo in cotesta sentenza.

ADOVARDO E per non cadere in infamiafaremo simile a quello testÚ narravi.Preoccuperemo ogni additostatuendo ivi come alla guardiaprudenza e onestÓ.

LIONARDO Lodoti. E parmi cosÝ vuoi: se dallo amico per suo vizio a teimpendesse infamiaconosciutola gravissimaper deporre ogni sinistro nomesarÓ permesso segregarselo e da sÚ volerlo lungi.

ADOVARDO CosÝ voglio m'intendiate. Ma non per˛ ogni vizio mi par meriti inamicizia discidio. Antico proverbio: "el vizio dello amico chi nol soffreel rende suo".

LIONARDO E a me pu˛ parer detto prudente: "chi soffra el vizio durarnell'amicoquasi tacendo fa quel vizio suo".

ADOVARDO Vedi quanto m'industriodicendoessere brevee argumentandoforse troppo stretto in questa materia; per˛ non mi stender˛ approvando oessaminando qual sia de' due me' detto. Ma cosÝ mi par qui modo e regolach'e'vizii in quali facile ciascuno peccae quali a pi˙ altri non nuoceno che a chiin sÚ gli ricevabereamare e simili voluttÓse per tua ammonizione nonsentissi giovarli a rendelo pi˙ moderatissimodicono apo el volgo"amicotuo col vizio suo"; ma que' vizii gravi onde a te ne venisse infamiaaccettare un ladrofavoreggiare a un proditore della patriasostenere unpirrata e simili cose gravivorremmo da noi essere luntani. Parvi?

LIONARDO Massime.

ADOVARDO Adunque vedute le cagioni per quali abbiamo e non abbiamo dadiscindere l'amiciziae veduto ancora che solo l'usoserbata la benivolenzaera dove avÓmo licenza a separarlasÚguita vedere el modo a discinderla.Assai el nome dimonstra che vi si appruoviquanto e' dicononon stracciarlama discucire la amicizia e a punto a punto dislegarla. E certo in questoseparare l'assidua conversazione insieme e familiaritÓloder˛ chi imiterÓ elbuon padre di famiglia aggravato dalle speseel quale non in un dÝ rende lafamiglia e le spese minoriper non dare di sÚ ammirazione alla moltitudinemane' dÝ passati ne mand˛ el maestro de' cavagli e serbossi una sola necessariacavalcaturaoggi licenzia quelli senza cui opera la famiglia ben si pu˛governaree di tempo in tempo ne manderÓ persino de' suoi a quello essercizioe a quell'altro altrove. Molti in essercito di Gaio Marzio RutilianoscriveLivioaveano consigliatosi insieme surripere Capuaterra fruttifera eabundantissima. Adunque con modo Rutilio dissimulando nulla di ci˛ esserlisospizionescelto or uno ora doppo un altro de' principi di tanta turbazionein diverse parti a varii simulati bisogni gli trasse da sÚ e transmissealtrovequali nondubitoin un sieme senza grave discidio e pericolo arebbeesterminatoli. NÚ chi volesse spegnere in sala in molte legne acceso el fuoco ame parrÓ pigli el miglior modononin un tratto su versandovi un fiumed'acqua per amorzarlo; anzilevando l'uno doppo l'altro e' tizzi e tuffandoliin acquacon meno faticacon meno acqua e con men fummo e pi˙ presto lespegnerÓe senza lordare el pavimento. Agiugni che quanto vorrÓ tanto virimarrÓ fiamma e braci. CosÝ in amiciziase ieri alienasti da te quellistrumenti e cavalli e uccegli e cani e similiper e' quali costui era tecoassiduoe oggi in quella e quell'altra cosa comincerai a nollo secondare e menservirlo che l'usatoe di dÝ in dÝ addirizzerai tuoi essercizii in altrepartiquasi da sÚ stessi piglierÓ teco disuso non molesto. ChÚ puoicomprendere una accesa amorevolezza non senza nebule di perturbazioni d'animo emacula d'odio subito si potrebbe per disuso ben spegnere. E loder˛ chispegnendola saprÓ serbarsi fiamma e bracedove entro viva la benivolenzalaquale non so come non mantenuta con qualche usoben per sÚ lungo durasse.Adunque cosÝ di cosa in cosa dismettendolaprocederemo con quelle ragioniquali fanno gli architetti edificando la torre: prima lasciorono assodare e'fondamentiora soprastanno che questi sino a qui levati muri piglinocome e'diconodentepoi sicuro sopra edificheranno e renderannola finitadovesetutto in un continuato tempo e ininterrutta opera avessero proseguitonondubito e' primi a terra muramenti fra sÚ poco insieme tenacipel soprapeso siscommetteanoe tutto el lavoro in un tratto avallava. CosÝ noi lasceremoradurarlo in quel primo disuso; poi simile negli altri con questa moderazioneintermettendoasseguiremo che non ruinerÓ a noi in inimicizia e in premerci dimaggiore alcuno incommodo. E vidi io chi cosÝ repente e subito esclusotantosi riput˛ offesoche nulla gli parse non licito a vendicarsi.

LIONARDO Ragione v˛le che non senza grande vizio sÝ subito odio nascach'io serri l'uscio testÚ a chi poco fa era libero addito a me perfino ai pi˙segreti luoghi. Ma e alcuni ancora tanto sono di natura lievi a indegnarsiemaligni in serbare l'onteche per ogni minima offesa ti si oppongono capitaliinimicide' quali merito si dice che picciola onta volge un leggier fronte.

ADOVARDO Veroe adunquequanto cosÝ gli conosceremo importunitanto conpi˙ modo e prudenza gli tratteremoe quando pur ci volessero inimici. Nonper˛ vitupero chi con animo virile pi˙ tosto voglia lungi da sÚ tenere unoinsolenteche presso di sÚ soffrirlo vizioso e quasi nutrire a sÚ stessiinfamia.

LIONARDO Non posso non approvar ogni tua ragionebenchÚ forse troverrei nonpochi quali pi˙ tosto vorranno soffrire un temulentodicace ottrettatoreperfidofallaceche volerlo altrove publico suo diffamatore. E dicono non menoessere da non tenere una fera legata e pasciuta in casache lasciarla ireaffamata per teatri; in qual sentenza scrivono fu Filippo macedon padred'Allessandroel quale da' suoi amici confortato mandasse da sÚ un de' suoisparlatore e malediconeg˛ esser el meglio cosÝ darli cagione di scorrermaldicendo dove e' non fusse conosciuto.

ADOVARDO Non credo uomo alcuno integro di costumi e d'animo ertotanto stimila vanitÓ di chi si sia ch'e' vogli monstrarsi o troppo timido o non pi˙cupido d'essere che di parere buonochÚ sai chi sia d'animo generosoprimavorrÓ essere che ostentarsi virtuoso. E chi sarÓ virtuoso dubiterÓcredonulla che le sue lode sieno sÝ oscure e sÝ deboli che le parole d'uno iniquole ottenebri o rompa. Solo e' viziosi temonoquanto tu di'la lingua di chi e'credono sappi e ardisca palesare e' vizii suoi.

LIONARDO Non potrÓ egli accadere che le false diffamazioni si credano?

ADOVARDO Certo sÝ. E dicesichi ode non disode. Non cerca chi ode qual siael veroma quanto sia verisimilee questa ragion deducono dalla vita e da'costumi altrove conosciuti.

LIONARDO Chi sia virtuoso uomo e civileche farÓ ivi? Nulla forse curerÓchi cosÝ gli sia infesto e grave? O pur come molti usanodarÓ opera nocendoliretundere e raggroppare quella dicace e troppo disciolta lingua?

ADOVARDO Tu m'induci ch'io entri in materia qual volentieri qui in pruovafuggiva trattarneper quanto m'ingegnavabreve e succintotranscorrendoprestoqui finire questa quale m'imponesti opera di recitarvi quello sentodella amicizia; e tirimi in nuovo favellare della inimiciziachÚ sai alloinimico sta avere modo e ragione in sostenere e vendicarsi delle iniurie. Edelle iniuriealcune sono alla persona nostra fattealcune sentiamo a noi condanno essere gravi in nostre cose; e fra le nostre cose s'ascrive e annumera lafamala dignitÓl'autoritÓ e nomee simili carissimi e ottimi amminiculiper confermarsi a felicitÓ e gloria fra' mortali. Ma qui alcuni non beneinterpretanoe reputando molesto e dannoso a sÚ chi era da nulla stimarlopigliano ad animo inimicizia non lodata. Qual prudente orando in conzione causaalcuna molto gravissimae in mezzo monstrando suo ingegno ed eloquenzariputasse inimico quell'asinoe preponesse vendicarsiquale raghiando eldisturbasse? O quale non stolto in quel giuoco lupercal anticoin qualedicePlutarconobili giovani e posti in magistratonudi correndo faceano con ferzeaprirsi via dalla moltitudinerestasse di certare correndo per acquietar quelcane quale el perseguita abbaiando? CosÝ in vita chi con virt˙ e degne operepromulgando sue laudi molto stimasse le voce d'un bestiale uomoo chi conottimi studii e con tutto l'animo incitato a gloria interrompesse el principiatocorso suo occupando sÚ stessi ad asentare uno abbaiatore e vilissimodetrattore? Mai sÝ nostro officio con opere lodatissime palesarli mendaci efitti. Pirrore <I>Epirotarum</I>domand˛ alcuni giovani se cosÝfusse che bevendo insieme avessero detrattoli molto e biasimatolocom'egliudiva. Risposero: "E quanto assai; e se pi˙ avessimo beutomolto pi˙saremmo stati intemperanti". Credo rise. Filippopadre d'Alessandromacedonedisse agli oratori ateniensi: "Arovvi grazia che per vostro diremale di merendete me di dÝ in dÝ miglioreper˛ ch'io mi sforzer˛ con vitae con parole farvi bugiardi". E Alessandro suo figliuolo rispuose a chi gliacusava un maledico: "Questo Ŕ proprio a un reche faccendo bene egli odamale". Se adunque i requali poteano vendicarsi e grave punire lainsolenza di quelli suoi e impuri uominisi lodano perchÚ poco gli stimoronocredo io sarÓ da non biasimare qualunque buono simile non molto curerÓ coloroquali senza sua molestia male potrÓ vendicandosi gastigarli.

LIONARDO CosÝ adunque qui teco potremo constituire: non da' levissimi uominiriceveremo loro cianciamenti e sparlamenti in luogo di tale iniuriache da noistimiamo meritino inimistÓ e vendetta. Scriveno che di que' duee' qualiaveano sparlato di luicondenn˛ quel severo e grave di naturae quell'altroleggiere e uso a non contenere la lingua e temperare le parolelasci˛impunito. CosÝ adunque se grave alcuno e maturo per minuirci fama e laude cosÝdi noi promulgasse qualche calunnia e mala famanon forse sarebbe da nollopesare ad inimicizia.

ADOVARDO E qual grave uomo non arÓ in odio fingere cose non vere? Cosa altutto contraria alla gravitÓ e maturitÓ civile niuna tanto si truova quantoquesta una levitÓ troppo brutta e indegna all'uomo virile. Stultizia da moltofuggirla! E qual sarÓ pari pazzia quanto promulgar sÚ stessi iniquopusillanimo e vilissimo? Nequizia troppo odiosa di costuiel quale senzautilitate alcuna e con molto suo danno nuoce a chi nollo meriti! Qual altro siavizio simile abominevole? Furtolatrociniorapinapresta qualche utilitÓ epertanto qualche scusa; solo el maledico riceve odio da tutti e biasimof˙ggollo come uomo pestifero e venenoso. E certo viltÓ d'animo troppo davituperarlanon che con false diffamazionima in modo alcuno con parolebenchÚ grave offesovendicarsi; officio di feminelle in ogni forza d'animodebolisolo darsi in cinguettare audaci. Ciro re de' Persi el giovane ferÝ amorte con un dardo Menete suo condutto militeperchÚ molte parole brutte diceain Alessandro contro cui erano armati: "Io te"disse"nutriscoperchÚ tu combatta col ferro contro Alessandronon co' maleditti". E qualsarÓ a chi non dolga la turpitudine sua vedendo contro a' suoi detti palese echiara la virt˙ di chi e' biasima?

LIONARDO E quanti troviamo qualunque dÝ moltidetti prudentiquali fra leprime gravi iniurie ascriveno qualunque parola sia di sÚ detta non onoratissimae piena di lodee in luogo di capitale inimico statuiscono chi cosÝ glioffendee nulla lasciano a vendicarsi. E diconoqual sentenza e tu testÚapprovavinulla essere da tanto pregiare quanto la famae in luogo volar leparole e tanto portare contro la fama pesteche nÚ saetta di Iove alcuna ivitanto nocerebbe. E adducono quella antiqua sentenza di Zenone filosofo:"S'io non curo e' mal' detti di menÚ io ancora sentir˛ le lode". Emuoveli Chilone antiquo filosofoquello el quale per letiziachÚ vide el suofigliuolo in Olimpide vittore e coronatofinÝ sua vita; domandatorispuoseessere difficilissimo tenere e' secretiben usare l'ozio e potere tolerare leiniurie. Onde non biasimano Coriolanoel quale affermava la austeritÓ epertinaciasoprastare a tuttisottomettersi a niunoproprio essere d'animogrande e officio di fortitudine. E Alcibiade non riprendenoel quale dannatocapitale dalla patriae per quello fuggendo ai Lacedemonidisse farequantopoi con armi fecesentirli sÚ essere in vita. E confermono la sentenza diPublio poeta: "Soffrendo l'antica iniuria s'invita a nuova iniuria". Ecerto iudicano doversi contra l'iniurie fortitudinee piacegli a suo propositoaddurre Eraclitoove disse: "L'iniurie si debbano spegnere". Eapprovano chi dica: "Se soffri l'iniuriafavoreggi l'iniusto". Elodano Agatocleel qualevinta con arme e soggiogata a sÚ la terra di que'cittadinivendÚ molti vendicandosi delle villane parole aveano combattendodettoli. E domandatolo: "O orciolaio- fu el padre d'Agatoclecome saimaestro di vasi: si chiamavano figuli- onde satisfara' tu a que' tuoisoldati?"rispuose: "vintovi". E cosÝ adunque vendendoli disse:"Se voi non sarete per l'avenire modestiio v'acuser˛ a' vostripadroni". Isocratescrivendo a Demonicoaffermava doversi nÚ all'amicoceder di benivolenzanÚ al nemico d'odio. E cosÝ molti potrei addurrequalipongono el vendicarsi fra le prime lode d'uno animo virile e grandeeaggiungono che una famiglia mai sarÓ molto pregiatas'ella vendicandosi dalleiniurie non saprÓ farsi temere.

ADOVARDO Se costoro non superbi e troppo subiti ben discernessero che cosasia inimiciziae quanto apresso de' buoni sia licito perseguir vendettaconoscerebbonocredola inimicizia in prima essere cosa grave e da moltofuggirla. Diceano gli antiqui quella affezione amatoria chiamata amore esseretaleche chi lo voglia in sÚ lo piglima non chi vuole el lascia. CosÝ quicerto potremo dire la inimicizia facile si comincima non senza grandedifficultÓ e danno si finisce. Diffiniscono la inimicizia essere odio induratoe grave. L'odio forse diremo nasca da invidiaqual viziodetto che gli pesiveder bene a chi poco gli par lo meriticomune sorge per nostra ambizione e pernostro essere poco modesti; dove pur soprafaccendo a quello ci s'apartieneepresentandoci altierie pertanto ingrati a chi ci miravogliamo in vistasoprastare a chi poi doppo l'invidia in sÚ verso di noi prende grave odio.CosÝ quasi concludeno per nostro difetto venire in inimicizia. Ma io pur veggoe' buoni essere odiati non raro. A Socrateuomo ottimo e santissimofu inimicoAristofon poetael quale scrisse in lui sua commedia. Platone filosofo eSenofonte oratoreEschines amico di Socrate e Aristippo molto insieme siinimicorono. Catoneottimo cittadino e religiosissimo custode della Repubblicafu da' suoi inimici non meno che in cinquanta iudiici capitali accusato: delquale si legge che in etÓ d'anni ottanta in iudizio difendendosi disse cosaesser difficile a luich'era vivuto fra altriora con nuovi cittadiniconvenirli disputare della vita sua. E non pochi appresso di Aulo Gellio e deglialtri scrittori si raccontano subito tornati da inimicizia in non sperataamicizia; qual cose fanno che forse alcuni dubitano queste veementissimeaffezioni nascere non da nostra alcuna operama quasi da qualche fato e forzade' cieli. Raccontono che da prima puerizia Aristidequasi instigato da naturaprese odio capitale contro a Temistocle figliuolo di Nicocle. E Arato sicionioda natura con grande opera e studio inimicava ciascun tirannoe quasi induttoda' faticome el sacerdotetrovato in la vittima due insieme in una reteravolti fieligli predisse ancora sarebbe con un suo capitale inimico moltoconiunto in benivolenzacosÝ poi fu ad Antigone tiranno tanto amico cheriduttosi a mente el pronostico del sacerdotequando poi sotto un panno eranopel freddo lui e Antigono coperti sorridendo gli raccont˛ la istoriae fulligratissimo cosÝ piacesse agli dii. E legesi che sanza altri mezzanoquasidestinatoe ordine da' cieliAffricano e GraccoLepido e Flacco inimicissimitornorono in grazia.

Pertanto non disputiÓn qui quale sieno le prime cause ecome appellanoe'primi elementi della inimicizia. Nasca l'inimicizia o per nostro difettoo peraltrui malignitÓo per condizion de' cielitanto veggo che chi a me siainimicocostui in tutte le cose farÓ el contrario che chi a me sarÓ amico.DesidererÓ chi me ami a me sia benee del male mio arÓ doloree studierÓ egoderÓ beneficarmi. L'inimico desiderarÓ sia a me miseria e calamitÓarÓfesta d'ogni mio infortunioproccurerÓ e glorierassi noiarmi e perturbarmiogni onesto incetto e laude. All'amico ancora piacerÓ vedermi e assiduo elietosaralli voluttÓ ragionarsi meco di cose a me utilea noi iocundeedonde a me ogni mio desiderio e onore s'acquisti e cresca. L'inimicocontraquando me vederÓtutto si turberÓcurerÓ e studierÓ solo dirmi e farmicose con ontapiene di sdegnodonde a me resulti all'animo grave perturbazionee molestiae vivane in tristezza e lutto. L'amico meco ogni suo secretoaprirÓmiei terrÓ secretissimipresente e assente arÓ in animo beneficarmie molto e molto servire alla salute mia. L'inimico e presente e assente arderÓad iniuriarmie saralli grave la salute e la vita miatale chese cosÝdescriverremo l'amicizia essere una coniunzione d'animifra' quali ogni lorocosa e divina e umana sia comunecontrario diremo della inimicizia che siacontrarietÓ disiunta d'animi e voleri in qualunque cosa. Adunque contro a chicosÝ fusse inimiconon biasimere' io chi pi˙ tosto con ragione e modo occurraalle iniurie onde se senta offesoche chi per negligenza e pusillanimitÓservile le soffra. Non per˛ sarÓ ch'io non vituperi in vendicarsi ognisubitezza e acerbitÓ di consiglio. E riputer˛ indegna d'animo virile e grandeogni iracundia e contenzione sÝ fattache poi ne renda grave danno o biasimo:per˛ che questo sarebbe non vendicarsima gratificare e seguire a' desideriied espettazioni dello inimico cupido d'ogni nostro male. Alcuni dissonol'iracundia essere come quasi dove la fortezza s'aruota. Pitagora e gli altriassai filosofi per˛ pur negavan prudente alcuno dover mai incendersi ad iranÚ contro a liberonÚ contro a qual si sia servo. Potrei adur qui ArchitatarentinoPlatone e gli altri notissimi e nelle istorie lodatiche nullavolsero con ira perseguire. Solo qui tanto affermo essere non officio di uomoconstante e gravenÚ segno di maturo e ben disputato consiglio per iracundiaincorrere in subitezza alcuna. "Da ogni parte s'apre luogo avendicarsi"disse Quinto Catulo a Gaio Pisone"purchÚ tu aspetti eltempo". E proverbio nostro in la nostra Etruria: "ogni arme passa unfuscel di paglia saettato in tempo". Onde non posso non biasimare coloroe' quali benchÚ iusto proseguitino sua vendettasono in parole minacciandoconcitatie in fatti precipitosi e troppo inconsideratisimili a quelproverbio antiquo de' Battrianiquale scriveno Corabes medo in convito a Dariodisse: "El can timido pi˙ che 'l mordace abaia"e dicono l'acqua inalto corso del fiume fa strepito meno che la bassa. CosÝ gli animi erti e gravidi profondo consiglio pi˙ a' suoi inimici tacendo che minacciando sonopericolosi. E veggo lo sdegno de' virili simile all'arco: quanto pi˙ duro agonfiarsi d'irae quanto per pi˙ forza d'offesa pieganotanto pi˙ percuotevendicandosi.

E benchÚ non pochi sieno d'oppinion lungi da me contrariae riputinoanimositÓpreso la garapersino col sangue e ultimo spirito mantenerlaedicano fortezza tenersi ultimi a deporre le 'niurie; e dicano come Coriolanoelquale ferito combattendoe pregato dagli amici curasse la sua salute e tornasseal sicurorispuose: "chi vince non s'afatica"; e pi˙ ancora piacciala risposta de' Romani fatta agl'imbasciadori de' Volsci: "voi primicorresti in armenoi pertanto staremo ultimi a deporle"; non per˛ a me inuomo prudente non dispiacerÓ ogni contenzionequando ella sia a chi cosÝcontenda dannosa. Pirrusperduto in vittoria molti suoi amicidisse: "Seun'altra volta vinceremo e' Romanicerto tutti periremo". Grave adunque eda non volere quella vittoria qual sia con nostro danno. Onde e chi sarÓ chenon biasimi quel Buten prefetto assediato da Cimone in Traciaquale permantenere sua durezza d'animo infiamm˛ la terrae fra le fiamme con moltinobilissimi prÝncipi di Persia perÝ? Non racconto que' TalaniqualidiceSallustiooppressi da MetellosÚ e sue cose perderono ardendo. Simile e'Numantini da Scipionee appresso le radici dell'Alpi que' famosi Galli da Mariosuperati; e altrove quelle femmine delli Ambronitiquale percossero e'figliuoli suoi su' sassie sopra loro sÚ dierono a morte; e que' compagni diIosuo Ierosolimitani rinchiusi in quella spiluncaquali assortiti l'uno uccisel'altro; e que' Litii vinti da Brutoancora contumaci perseguiti e ossessiapresso SanzioqualipoichÚ essi ebbero incese le macchine atorno de' Romanie videro le fiamme portate dal vento scorrer ardendo pi˙ e pi˙ tetti sino inmezzo alla terra loroquasi lieti di tanta sua calamitÓgrandi e piccolimaschi e femmine e ogni etÓaccorsero furiosi a repellere e' Romaniqualipiatosi sÚ porgeano a spegnere tanto e sÝ diffuso incendio. E tanta fudiconoin que' Litii ostinazione e pervicacitÓche con sue mani per tuttoaltrove trasferirono el fuocoe piacque a tutti insieme colla patria sua cadereperdendo in cenere. E simili ostinati e immanissimi animiquali prima volseroperder la vita che la garatutti qui sarebbe lungo perseguirli biasimando;quali sempre negar˛ io siano d'animo stati virilise per paura che 'l suo no'gli fusse rapitocosÝ acerbi e pervicaci deliberoron perderlo sanza fruttoalcuno. E quanto e' dicessero per non servire voler non essere in vitatantoaffermerei non sapessono che cosa sia fortitudine e nolli udirei se volesseropersuadermi la vera virt˙ d'un animo fortissimo stare in non sapere soffrireogni dolore e ogni sinistra fortuna.

Ma questa disputazion nÚ qui moltonÚ alla nostra quale vi tesso brevitÓs'apartiene; cosÝ altanto voglio esservi esplicato: niuna contenzion piacermidove <I>presertim</I> pi˙ sia per vincer dannoche utilitÓvincendo; nÚ mai riputer˛ non stolto chi pur voglia contrastare a chi di forzaa lui sia superiore. NÚ in uomo ben consigliato mai sarÓ la speranza delvincere seiunta dalla cupiditÓ del concertare. E stimo el toroil cavallo esimili raro poter ferire sanza sentire in sÚ qual e' dia colpo. E semprelodar˛ chi certando vorrÓ in prima essere sua fama e nome da ogni repreensionee biasimo libera e soluta. NÚ semprenÚ con tutti statuisco esser licitoessercitare suo odio grave e acerbo. Alessandrofigliuolo di Filippo re diMacedoniaquando el padre el confortava certasse in que' giuochi chiamatiOlimpineg˛ ubidirloper˛ che non avea pari a sÚ con chi essercitarsi econtendere. Lodasi Catonecome in tutta la sua vita e gesticosÝ in questoprudente e virilequale verso di Scipione a lui per etÓ minoreda chi essoera non ben volutosi port˛ non pi˙ difficile che quanto si dovea verso ungiovane e men maturo. E certo cosÝ a me parequanto dicea Ciceroneproprioofficio del magnanimo esser placabilee nulla duro nÚ ostinato. E voglio chevoi sappiate che 'l non sapere depor l'odio suol venire o da paura o da troppaintrattabile e villana natura. E interviene che alcuni ivi diventano tuoicapitali e crudeli inimicidove stimano te non sapere deporre nÚ dimenticartila inimicizia. E chi troppo sia sollicito e arda d'odio vendicandosiquasi datutti sarÓ come rabbioso monstro odiato. E come dice Ciceronequasi da naturatutti siamo proclivi a occurrere e propulsare e' pericoli. E se saremo nonaperti inimicinon so come ancora agli alienissimi in gravi pericoli loro siamoin luogo e con officio e studio d'amico. E chi non odiasse quelle gentecrudelissime di lÓ da' Nomadiquali beono el sangue del suo ferito inimicoeque' ditti Zeloniquali ne' teschi de' suoi morti inimici si pasceanoe quelliScitede' quali scrive Erodoto che de' dieci presi inimici immolavano uno inluogo di pecoree solo chi portava el capo dell'inimico era participe dellapredafaceano della pelle degl'inimici faretre da saette e simili? Veggio visono ragionandone odiosi. Pertanto ogni crudelitÓ da voi sia sempre luntana. Ese forse acade severo vendicarci co' fattichi sia prudentesempre in sueparole sarÓ modestissimoe monstrerÓ in ogni suo gesto non da voglia delvendicarsima da iniuria dell'inimico sÚ esser stato a cosÝ fare sforzato.Marco Tulliouccisi que' coniuratori di Catelinarinunziandolo al popolodisse: "vissero". Fotion non volse per la morte di Filippo suo inimicodimonstrarsi lieto; e agli amici quali el confortavano cosÝ ne facesse agli diisacrificiorispuose nulla doversi a un re allegrarsi delle calamitÓ de'mortali.

Non preterir˛ tre precettiquali sempre desidero siano in mente a chicontende. Primo: ricordisi quanto e' nulla pi˙ sia che mortale uomo sopposto a'casi della fortuna; l'altro: consideri che chi lo inimicaper vil che siapureŔ uomo. E non solo el toro e il leonel'orso e il porcoquali tutti un infimouomo pu˛ con sua industria aterraretengono cornidenti e artigli da noiartima ecome disse Brassidas morso nel ditoancora el topo e qualunque benchÚminimo sia animale sÚ difende. Terzo qui precetto: a noi sia sempre persuasogli animi umani essere volubili; facile poter seguire che di loro inimiciciascuno si pentirÓ vivere in quelle curein quelle sollecitudine continue etroppoquanto e' provanogravi. E come solea dire quello Biasuno de' setteantiqui detti Savi Filosofi (quale ancora dicono fu sentenza di Publio poeta)cosÝ ameremo come se quando che sia aremo essere non amicicosÝ qui noireggeremo le inimiciziecome se in tempo aremo da essere insieme non odiosi einfesti. Questo a me par della inimiciziase giÓ qui altro voi nonrichiedessi.

LIONARDO Certo e ottimi precetti. E dilettommi in tanta copia di sentenze edi istorie la risecata orazion tuanÚ vi desiderai stile troppo pi˙ dilatatoe amplo. E abbiÓnti graziaAdovardoche c'insegnasti senza biasimo sostenerele inimiciziequal cosa forse ben pochi seppono fare. E se come imparammoconcertarecosÝ ora fussimo dotti a vincere chi c'inimicanulla pi˙ sarebbein questa materia da desiderarvise giÓ chi che sia non racontasse quantiincommodi sogliono venire per non discoprire palese a sÚ inimico chi occultol'offendadove conosciuto non amicosarebbe men dato fede a sua ottrettazionie infamazioni e simili coperti modi di nuocere e iniuriaree pertanto inducessecostui essere meglio tanto perseguire le inimicizieche da qual si siasollicitoindustrioso e animosissimo certatore nulla pi˙ ivi si potesseagiugnere. Qual cosa chi cosÝ facessenon costui reggerebbe forse qual tudicevi le inimiciziecome se in tempo pensasse essere non infesto a chi l'odia.Ma io cosÝ interpetro el detto tuo: inimicando commetta mai cosa per qualesein tempo cessino poi fra loro le vendetterimanga odio verso l'usata nequizia escellerata crudeltÓ.

ADOVARDO CosÝ era mia sentenzaLionardo. E dicochi sÚ dia a concertarevindicandoarÓ opera fare che l'inimico meno possa offenderloo che nonvoglia. Che non possa sarÓ in due modi: l'uno armar sÚ con vigilanzaconprecauzionecon ottimo riguardomolto pi˙ che con irasdegno e ferro; ma nÚancora manchi qualunque cosa bisogni a ottima difesapoichÚ si dice nullacontro la forza pu˛ se non la forza. L'altro adunque sarÓ levarli ogni arme eforza da inimicarti. Queste come e quali sianoin sul fatto ti consiglierai.Sono armi dello inimico non solo el ferro e le saettema e' fautori ecoadiutorile occasionile astuziefraude e simile coseper quale e' possanonoiarci. SarÓ adunque nostra opera t˘rliquanto in noi siaqueste armi dimano; e in questa opera chi sarÓ non perfidonon proditorema aperte e iustoconcertatoremai costui sarÓ chi del difendersi virile e animoso el biasiminÚ sarÓ chi non assai lo scusi se renderÓ pari a parinon odio per odiomaforza per forzae sdegno contro alle iniurie. CosÝ adunque faremo: leveremol'armi a luie noi prepararemo che nÚ in la persona nÚ in le nostre cosepossa esserci dannoso. E in prima cureremo servare la fama nostra integrissimaqual cosa sempre appresso e' prudenti fu sopratutto carissima e preziosissima.

LIONARDO Piacemi. Ma forse fia pi˙ difficile fare che e' non vogliamolestarci. Pertantose aremo fatto che non possa nuocere a noiche restaaltro se non cercare di superarlo?

ADOVARDO Non sa' tu che due furono sempre ottime e gloriosissime vittoriecontro ogni inimicizial'una quanto Diogenesdomandato in che patto moltopotesse essere grave al suo inimicorispuose: "vivendo onestissimo eadoperandoti in cose lodatissime". NÚ dubitare che a chi dispiace vedereel campo tuo ben cultivato e molto seminatoe a chi duole vederti in leggiadrie splendidi ornamenti vestitoe frequentato da molti amicisano e robustocostui adolorerÓ vedendo te ben culto di costumimolto ornato di virt˙celebrato con buona fama e molte laudi e in parte niuna vizioso. L'altro modosarÓ se sapremoquanto i' diceafar che men voglia esserti non amico. E chidubita questa sarÓ vittoria molto grandissima e di tutte nobilissima in unaonestalieta e lodata opera uccidere l'odio e tutta la inimicizia insiemeeacquistarti nuovo amico?

LIONARDO E chi stimi tu tanto sarÓ dotto e perito in queste arti che bensappia quanto tu proponi? Credi tu forsecome i' diceacosÝ qui qualunquestudioso arÓ mandato a memoria le cose sino a qui recitastie vorrÓ seguiree' buoni quali esponesti ammonimenticostui sarÓ non imperito a farsi nonodiare? VediAdovardoche a ridurti benivolo l'animo di chi giÓ verso te siainceso di grave odionon bisogni altro maggiore studio che questo qualdimonstrasti bisognava ad allettarci nuovo alcuno benivolo? Dura cosa stimanosiasenza prima satisfarsi vendicandodeponere l'ira; e qualunque irato siacostui iudica sÚ non iniusto difendere sua contesa; pertanto statuisce in lodecontendere per la iustizia.

ADOVARDO Non voglio dubitiLionardoche la facilitÓbenignitÓliberalitÓ e simili virt˙come a iungere nova amiciziacosÝ ancora moltomuoveno gli animibenchÚ acerbi e duria repacificarsi in antiqua benivolenzacon chi e' le senta essere nÚ fitte nÚ simulate. GiÓ chese 'l benificioricevuto da chi nulla a noi poteva nÚ doveva nuocere tanto ci fu gratochinegherÓ non te dovere rendere a costui graziaquale potendo e forse dovendoesserti grave e infestofu umano e teco benificientissimo? Credo prudente niunoiudicherÓ non essere questo doppio dono a tee benificio di colui al qualestava noiartie propose teco non solo non essere difficile e gravemaumanissimo e accomodatissimo. NÚ fu se non benificio e liberalitÓ propriad'animo degno d'imperio e generosoprima quanto a te nulla fu dannosopoiquanto a te accrebbe utilitÓ ed emolumento. E chi potrebbe non amare un talesimile nato a gloria e a meritare immortalitÓ? In cui sarebbe sÝ prepostera eperfida natura ch'e' non commendasse a perpetua memoria costuida cuibenificenza e' sia uscito d'ogni suspizione e sollecitudinequali sonogravissime in la inimiciziae sia con dignissima liberalitÓ revocato a dolce elieta amicizia? E qual inettocupido d'ozio e tranquillitÓquale ciascuno amain sÚ e lodacon odio e contumelia pur studii vendicando essere sicuro? Qualestolto non conosce quanto le iniurie nulla lievino le inimiciziema moltoacrescano odio? Dara'mi tu savio qual dica per altro vendicarsi che per renderea sÚ l'inimicizia men molesta? E sia quanto vogliono prudente sentenza quelladi Tales milesioqualedomandato qual cosa facesse essere lieve la gravezzadelle cose in vita molesterispose: "se vedremo l'inimico peggio afflittoche noi"; sarÓ e' che uomo ben consigliatodispiacendoli quanto debba aciascuno non stolto dispiacere el vivere sollicito in inimicizianon costuiprocurri levare la malivolenza pi˙ tosto che accrescere gli odiiquali chi quicon pi˙ ozio investigassetroverebbe non poche ottime ragioni e modi amitigare ogni crudo e aspro animo?

Dicono che de' malfatti sono medicina le buone parole. Scrivesi poi che peltedio del navicare furono incese le navi de' profughi Troiani da quella feminachiamata Roma; onde la terra poidicono alcunifu da loro ivi non lungiedificatadetta Roma. Le donne con domandar perdonanza e con umili parolepacificorono e' loro mariti verso sÚ troppo di iusta ira accesieapparecchiati a gastigarle. Cirodice Senofontechiamato da parte Ciassareeavuto colloquioe discusso e purgato le cagioni dell'odioindi uscironoamicissimi. Marco Marcello con facilitÓ e benignitÓ seppe reconciliarsi e'suoi accusatori e farseli fedeli amici. Alcibiades con lusinghe e blandizieaumili˛ e rapacific˛ Tisafernequale per troppa avutoli invidia era partitoda' Lacedemonesi inimico del nome de' Greci. E quanto racconta Iustinobeneintesero quelli Eracliensiquali con benificio e doni seppero d'inimico a sÚrendere amico Lammaco e suo essercito; estimorono ottimo satisfare a' ricevutidanni in guerrase chi gli era graveora gli sia fatto amico. E affermo iocertoquando nÚ per nostro vizio fu principiato l'odionÚ con nostra alcunadurezza e acerbitÓ villana perseguite furono le 'niuriea noi fie faciledeclinandoci e cedendo alla iracundiamitigare qualunque in noi commossoinimico. E per uscire di sollecitudine e perdere ogni odioe per acquistartiuno amicomi sarÓ sanza dignitÓ inclinarti ad umanitÓ e a facilitÓ. E volerpur perseverare in contenzione e rissa potendo finirlasarÓ non superbia soloe caparbitÓma stultizia incomportabile. Dicea Zenone e' lupini esseredurissimi e amarissimima per stare in acqua si mollificano e adolciscono.CosÝ gli animi umanibenchÚ per fiamme d'iracundia e per sdegno sienoinduriti e pregni d'amaritudinenon forse in un dÝma certo con maturitÓsecondandoli e aprendoli l'animo nostro cupido d'amiciziae dimonstrandoliragioni accomodateel renderÓ molle e trattabile. E gioveratti essere primoquale te stessi purghi presso a chi ti sia familiareper˛ che tequale conpi˙ modo narrerai el fatto e onestera'lo di scuseudirÓ egli con modestiapi˙ che un delatore e rapportatore; e tu pi˙ facile impetrerai perdonanza seforse errastisendo la indignazione frescache sendo invecchiata.

LIONARDO Piacemi. Ma ramentami quanto scrive Plutarco: Dionisio simul˛essere tornato in grazia con Dionee cosÝ allett˛ Dione solo in la roccaemonstrolli quella epistola sua scritta agli Ateniesie comand˛ a' nocchieriesponessero Dione in Italia. Onde non forse male dicono: "di inimicoriconciliato non ti fidare"; quasi come afferminochi sia una voltainimico pi˙ possa mai vero essere amico. Ma parmi intenderti non rimanga perloro quanto possono lungi uscire dell'odio e molestie della nimistÓe tradursia benivolenza.

ADOVARDO Certoper˛ che l'odio si dice essere veneno della amicizia esangue della inimicizia. E in essa inimicizia tanto si truova nulla molestoquanto l'odiocosa pestilente e da ogni prudente molto da temerloquale in chie' siamai resta morderli l'animoe come preso veneno continuo persequitacorrodendo e viziando ogni intimo suo ragionevol pensiero e iusto consiglio. Inaltrui verochi non conosce l'odio quanto e' sia rabbioso e infesto verso chie' si dirizzi? Agiugni che l'odio concita e' tuoi necessarii e coniunti animicartie incende gli animi alieni da te a molto iniuriarti e a perseguitarticon ogni arte di nuocerti e dannegiarti. Per l'odio le rapinele occisionileeversioni delle patrie e tradimentile coniurazioni e ogni male. E come ne'templi antiqui el caprifico fra le coniunture de' marmi tenero era da reciderlocon l'unghiepoi cresciuto e preso durezzain tempo scommuove pietregrandissimee dÓ in ruina lo edificiocosÝ l'odio ne' primi suoi nascimentifacile era da stirparlopoi per lunghi dÝ fatto maggiore e radduratoscommuove ogni ordine a beato vivere e ogni composta ragion dell'animoe dÓllosÝ in ruina che qualunque innumanitÓ e crudelitÓ gli par licita pervendicarsi e satisfarsi. Adunque molto saremo curiosi e solliciti e in noi e inaltri schifare tanto veneno e peste<I>presertim</I> volendo esserebuoni artefici e conservatori delle amicizie. E chi dicesse a conservarel'amicizia doversi solerzia simile a' mediciquali descrivendo ragioni e artida conservare la sanitÓprima investigoron onde sogliono l'infermitate varieacaderee conosciutole forse venire o da crudenza e indigestioneo da troppofreddoo da lassitudineo da dolore e simili contrarie cagioniqualiammoniscono che evitando perpetueremo in sanitÓcosÝ in amicizia credo nonerrarebbe chi per conservalla investigasse onde surga inimiciziae ivi sÚopponesse diligentissimo a non lasciarla intervenire. Che dite? CosÝ vi pare?

LIONARDO Affermiamo sarÓ utile investigarne; se giÓ non seguissiquantopoco fa sopra recitasti quasi per gradi dedurre che dalla invidia nasca l'odioe dall'odio l'inimicizia.

ADOVARDO Piacemi. Ma indi sarÓ nostro ordine a conservar l'amiciziaqual fuluogo quinto da noi proposto a dirne. PoichÚ vedemmo nascerecrescererescindere e recuperare l'amiciziae trovammo la inimicizia essere contrariaalla amiciziae conoscemmo e' primi principii ed elementi della amicizia esserein prima benivolenza scoperta e fatta maggiore con uso domestico e familiarepieno d'officio e benificioforse adunque e malivolenza scoperta e fattamaggiore per uso pieno d'iniurie e onte saranno principii della inimiciziacontrarii. Qual cosa se cosÝ m'asentiteracconterovvi a proibir la 'nvidiadonde poi nasce l'odio contrario alla benivolenzacosa utilissima e forse nonaltrove udita.

LIONARDO NÚ a ragione possiamonÚ vogliamo non assentirti. Seguita.

ADOVARDO Ubbidirottie sar˛ pur dicendo non prolisso. Veggo alcunifortunati e abientiquali pi˙ che gli altri ostentano sue ricchezze e consuperbia si gloriano de' doni della fortuna; e in vestire splendido e suntuosoin copia di serviin moltitudine di salutatori e simile pompe quanto sonoimmoderatitanto molti desiderano vederli in fortuna meno prospera e menseconda. Alcuni veggoperchÚ vivono scellerati e libidinosinulla curandolegge o iudizio de' buonie meno pregiando la grazia e benivolenza de'cittadiniper questo la presenza loro sta grave a tutti e' suoi cittadini.Alcuni non rarissimo ancora si troveranoa' quali o per cupiditÓ d'essere e'primi onoratio per qual sia cagioneloro sarÓ ingrato costui forseindustriosostudioso di buone artidato a cose difficili e lodatissimeperquale facea pregiarsi. E quasi sempre comune principio di malivolenza vidisorgere da qualunque sia contenzioneove ciascuno studia asseguire quanto e'desiderae da chi lo disturba sÚ dice gravato.

SÝ adunque trovammo tre quasi incitamenti a malivolenza: contro e' pomposicontro e' scelleratie contro coloro a cui desideriamo essere o superiori opari. Non ti nego sono alcuni sÝ maligni e di natura sÝ acerbiche ogninostra buona fortuna gli Ŕ grave. Quale di queste sia da non biasimarequi nonabbiamo da disputarne; e forse a conservare amicizia tutte sono non lodevoli.Veggo apresso non sempre vizio d'altruiquanto e da noi stare quello onde poicresca odio e nimistÓ. Pi˙ stimo facile bene instituire noi stessi che altrui.Adunque cosÝ noi appareremo che agli occhi e orecchie di niuno vorremo esseregravi in pompa alcunanÚ in alterezza di nostri gesti o parole. LodavaVirgilio el suo Mecenate: "Te che sÝ grande ogni cosa puoi..."; maiuomo s'avide nuocere li potessi. Antiquo detto approbatissimo presso tutti e'filosofi: "Quanto pi˙ puoitanto men vorrai"; quale chi bene in sÚlo osserviconoscerÓ per moderare sue voluntÓ nulla scemarsi fortunainsiemee acrescersi laude e buona graziacose molto pi˙ gloriose che le ricchezze.Platone filosofo scrive a Dione siracusano: "E siati in mente adunqueoDioneche molto la benivolenza alle cose arai da fare giova; superbia veroinduce solitudine d'amici". E certo chi sia superbocostui sarÓ noniocundo a' suoi con chi e' vivae meno agli strani. E per questo quanto diceaAristotele: "PoichÚ noi raro amiamo chi a noi non Ŕ iocundosarÓ elsuperbo come iniocundocosÝ meno amato". E per piccolo atto di superbiaproviamo quanto non raro in chi e' ci dispiaceda noi sia mal volentieriveduto. CosÝ se in noi fussero atti alcuni immodestidobbiamo iudicare potrÓsorgerne grave odio di noi a chi cosÝ impettorati ed elati ci appresenteremo.Sallustio scrive che Iensalo prese a sdegno gravissimo che 'l fratello suoAterbal li si pose superbo in sedere a sÚ di sopra. Graccotornato daCartaginenuova tolse casa presso al mercato tra' poveri artigianipermonstrarsi volere essere non superiore agli altrinÚ sÚ stessi estorsi infasto e superbia. CosÝ adunque noi conterremo e moderremoe niuno indizio disuperbia vorremo in noi essere palese. E molto pi˙ ogni oscenitÓ e incivilitÓdi vita e di parole vorremo da noi molto essere lontana. E sarÓ nostro officiobiasimare niunolodare chi 'l meritie darci quasi <I>precones</I>e promulgatori delle virt˙ de' nostri amiciproprio come quasi diamo opera chemolti siano testimonii delle lode sue e della benivolenza nostra. ScriveaIsocrate a Demonico che l'inizio della benivolenza era lodaredella malivolenzabiasimare. Fuggiremo adunque mai con atti nÚ con parole biasimare alcunoedaremo operaservata la dignitÓche persino a' minimi conoscano da noi esserelungi ogni fasto e vana pompae sentano nostra umanitÓ e cortesia sempreessere pronta a farci amare. E quanto Lelio apresso di Cicerone dicea sÚ incosa alcuna mai essere stato grave a Scipionemai da lui avere ricevuto cosaingratacosÝ noi molto fuggiremo essere non iocundissimi e accettissimi a chivorremo esserci affetti di benivolenza. E dove in quelli quali riputiamobenivoliquasi da natura forse saranno elevazioni d'animo inettee arderannod'immodesta e non molto comportabile cupiditÓ d'essere pi˙ ch'e' non meritanoonorati e pregiati; e dove alcuni forse saranno di natura dura e solitariaiviesclusa ogni assentazionequal sempre fu servile e indegna d'animo onestoprovederemo con dolcezza e iocundi ragionamenti contenerli a noi molto benivoli.E come diceano sapea AlcibiadecosÝ noi imitaremo el cameleonteanimale qualedicono a ogni prossimo colore sÚ varia ad assimigliarlo. CosÝ noi co' tristisaremo severico' iocundi festivico' liberali magnifici; e quanto diceaCicerone al fratellola fronteel visole parole e tutti e' costumiacomodaremo a' loro appetiti. E troveremo quasi niunoper severo e solitarioche siaa cui e' poemi e ogni musica e ogni istoria<I>presertim</I> ridicula non diletti. E dicea Laberio poeta che invia dove pel tedio del caminare quasi ciascun sta tristo e graveun iocundocompagno era come veiculo e sollevamento del tedio. Catone solea dire la mensa econvitodove pi˙ s'apregiava e' ragionamenti e festivitÓ tra gli amici che levivandeessere procreatrice della amicizia. E dicea Paulo Emilio el convitobene aparecchiato essere opera d'animo grandenon dissimile a chi bene ordinilo essercitoma venirne frutto dissimileper˛ che indi stai temutoquit'acresci e conservi benivolenza. E niuna cosa tanto par propria agli amicidice Aristotelequanto insieme vivere.

Ma vuolsi con tempo e modo darsi a qualunque sia cosae in prima a trattaregli animi degli uominiquali di natura sono igneifacili ad incendersi disdegno e irae leggieri a levarsi da benivolenza. GioverÓ pensare che come innoi non sempre l'animo sta lietonÚ continuo persevera in una benchÚ lodatavolontÓcosÝ in altri sono varie mutazioni d'affezionie nuovi d'ora in orainstituti. In tutte le coniunzionidicea Tullio a Decio Brutomolto fa qualisiano e' primi additie per cui comendazioni quasi le porti della amiciziafurono aperte. Come chi a noi viene non a tempo ci Ŕ grave e molestocosÝ leepistole e salutazioni offendono non in luogo porte. Ciroquanto scriveSenofontesolea per Sacca suo domestico sempre prima certificarsi se Astiagesuo avolo forse fosse lieto o tristoper sceglier tempo d'andarlo a salutare.Isocrate scrivendo a Demonico lo amoniva quanto d'ogni cosa era sazietÓepertanto raro convenisse gli amici. Adunque non lodaremo questi quali ogni dÝviveno in conviti e suntuositÓ disregolata; nÚ sempre apruovo la parsimonia etenacitÓ. Scrive Suetonio che Cesarinvitato dall'amicopartendosi con troppamasserizia trattato in cenadisse: "Non mi credea tanto essertiamico". Non rarissimo ancora in chi a te sia coniunto di familiaritÓpermutazion di fortuna o per altra qual sia cagion sorgono costumi e volontÓ nuovee varie e nocive alla benivolenza. E forse in loro saliti in grado elevato epieno d'autoritÓcrescerÓ insolenza e fastidio verso e' meno possenti amici;o forse caduti in avversitÓrotti da miseria iaceno abbandonando sÚ stessi etroppo diffidandosie per questo sÚ dÓnno ad essercizii sozzinulla lodati evili. Qui credo sarÓ prudente niuno quale non confessi doversi reverenza aquello amicoquale se a te non fusse notoonorresti e cederesti alla degnitÓ.E niuno stimo uomo umano e civile vorrebbe non molto essere utile alleespettazioni e necessitÓ di chi egli ami. E piatoso sarÓcredoniunoqualenon goda con suo fedel consigliocon deditissimo studiocon lodata diligenzacon dovuta assiduitÓ e con pronta opera sollevare l'animo di colui a sÚbenivoloe trarlo d'ogni tristezzarenderlo lietoquanto e pi˙ ancora chesÚ stessi contento. GiÓ che non si nega officio dell'amicizia servire a'comuni commodiove cosÝ sia che degli amici qualunque cosa debba esserecomunee appruovasi la sentenza dello Epicuro filosofol'amicizia esserelodato consorzio di volontÓ. Chi adunque non curerÓ levar della amicizia comeparte de' suoi mali ogni tristezza? NÚ ci dimenticherÓ la sentenza di Demetriofigliuolo di Fanostratequale dicea: "El vero amico sarÓ quello che allaprospera tua fortuna non verrÓ se non chiamatoma correrÓ sÚ stessiproferendo a ogni tua avversitÓ". E cosÝ Chilon filosofo volea l'amicopi˙ pronto a comportare teco l'onte della fortunache a godere in tuafelicitÓ. E se pure acade che da te chi tu ami chieggia cosa non onestissimaedica quanto dicea Blosio amico a Graccoper servire a' desiderii dello amicodoversi in cosa niuna non ottemperarlidicea Aristoteleconfutando certeoppinioni di Platone suo maestrosÚ amare l'amicoma prima la veritÓ. CosÝnoi serviremo a chi ci amima prima riputeremo amica l'onestÓ. NÚ io bencomprendo come chi voglia vedermi non onesto a me sia amico. All'amico chedomand˛ dicesse falso testimoniorispuose Pericle: "Ubidirotti persinoalla ara"luogo ove era da prestare el giuramento. E Chilone filosofoquale per salute dello amico suo avea dato non giusto consigliopersinoall'ultimo suo dÝ condolendosidubit˛ quanto fusse da lodare o biasimare.Antigonoper sogno apparsoli vedere Mitridato mietere biave d'oroper questocon Demetrio suo figliuolodatogli giuramento comunic˛ volerlo uccidere.Demetrio chiam˛ Mitridato e ragionando d'altre cosecon una bacchetta scrissein sul lito dove passeggiavano"fuggi". Inteselo e consigliossi.

Adunque assai da voi potete comprendere quanto io iudichi in cosa utile eonesta mai doversi con nostro ancora pericolo aspettare siamo pregatima esseremerito alla benivolenza presentarci non richiestie con prudenza e degnacauzione insieme provedere al nostro e allo altrui pericolo. E cose bruttecredo non dubitate essere nostro officio schifarle. Acaggiono ancora fra noi echi dice amarciche stimano quella e quell'altra dignitÓ pi˙ troppo che lanostra benivolenzaquali se cosÝ meritanofaremo come Pedareto lacedemoniesequaleavuta repulsa domandando el magistratonulla atristito tornavae dissetroppo essere lieto poichÚ in la patria sua vedea essere tanto sopra sÚ numerodi virtuosi cittadini a' quali si fidi la repubblica. E assentiremo a Crassoquale dicea con animo non turbato soffrire altri a sÚ essere in quelle cosesuperiore quale la fortuna possa t˘rlima in quelle quali per nostra industrias'acquistonoqual son virt˙ e cognizion di cose ottimenon poter non dolersise fusse ad altri inferiore. E in queste competizioni delle cosequale elfavore e grazia del popolo a chi si sia attribuiscecredo sarÓ poco licitosendo partevolere la nostra sentenza di noi stessi pi˙ sia che 'l iudiziod'altrui da nollo biasimare; e riputare che chi conferisce la degnitÓ sia nonindotto e con ragione e consiglio mossosarÓ lode d'animo ben costumato; e seforse lo reputi indottoarai da incolparne teche sÝ te sottomettesti algiudicio e sentenza di persone imperite.

E non raro interviene che degli amici tuoi insieme alcuni saranno nonconcorditale che favoreggiando a questo t'aduci inimico quell'altroetalvolta ti segue che dall'una e dalla altra parte resti meno amato. ScriveLivio istorico che sendo la plebe romanaper molti debiti e usure gravatadiscorde da' patriziiimplor˛ la fede e aussilio del consule Servilioe moltoel preg˛ avesse cara la salute loroe da tanti e sÝ gravi incommodi lilevasse. El consule contenendo sÚ mezzo e protraendonulla acquist˛ graziadal Senatomolto da quella causa alienonÚ sÚ tenne ben voluto dalla plebequale instava ne referisse al Senato. Ma seguÝgli che da' patrizii fu iudicatotroppo molle e ambizioso popularee dalla plebe fu stimato fallace e doppio;onde breve poi e da questi e da quelli ne fu odiato. Ma pure qui mi piacqueCesarequale vedendo Crasso e Pompeio insieme non amiciper agiugnerli a sÚambodui e per lor grazia farsi maggiorediede sÚ a compor fra loro unione econcordia. CosÝ gli fu licito quivi e qui essere familiare e veduto assiduo. EPlatone scrivendo a Dione: "Debbo io sÝ"disse"fra voi esseremezzanose forse cadesse discidioe riconciliarvi e pacificarvi; ma seconcertarete d'odio gravequalunque di voi voglio cerchi a sÚ altroadiutore". Aristotele filosofo morendo in etÓ d'anni sessanta e duedomandato da' discepoli pronunziasse qual de' suoi discepoli lasciasse in luogosuo come erede precettore degli altri (erano fra loro due Teofrasto lesbio eMenedemo rodio)tacque Aristotele alquanto; pur a questi che cosÝ instavanoridomandatocomand˛ trovassero qualche pi˙ atto vino alla sanitÓ sua.Portorongli vini ottimi di Rodi e di Lesbo. Gust˛ l'uno e monstr˛ glipiacesse; gustato l'altro"e questo"disse"ancora mipiace". Onde intesero Teofrasto lesbio e Menedemo rodio gli piaceano. CosÝlaudorono la sua sentenza come per altrocosÝ ancora che tanto servassemodestiae tanto volse ancora morto non essere da tutti non molto amato.Scriveno di Pomponio AtticopoichÚ vide la terra non poco per que' tumulti diCinna essere perturbatae non gli restare facultÓ vivere in dignitÓ sua sanzadarsi a qualche di quelle parti quali insieme contendeanosi segreg˛easettossi in Atene dando opera agli studii; e ivi con liberalitÓ fe' grato sÚal popolo ateniensee accrebbela vivendo sÝ che volse parere comune agl'infimie pari a' prÝncipi ivi cittadini. Fece ancora a grazia che favellava sÝ nettala lingua grecacome se fusse nato e allevato proprio in Ateneper qual cosaforse fu detto Attico. Sillauno de' principi della contenzionemolto lo amavae pregiava le sue virt˙e richiedevalo fusse in suoi esserciti. RispuoseAttico: "Pregoti non volere avermi avversario a coloro co' quali nonvolendo io esserti controabandonai Italia". Lodollo Silla. E simile poinelle contenzioni di Cesare e Pompeo sÚ escus˛ vecchio e inutile alla miliziae a' campi; e per questobenchÚ aitasse gli amici di Pompeo con danarinonper˛ fu da Cesare vittore male accetto. E scrisse Tiro litteratissimo servo diCicerone cheedificando Pompeo el tempio della Dea Vittoria in Romaevolendovi porre suoi onorati tituliera dissensione fra' litterati se doveascriversi TERTIUM CONSUL o TERTIO C. Fu delata la disputazione e iudizio a MarcoTullioquale prudentissimo comand˛per satisfare a tuttisolos'inscrivessero tre le prime lettereTER. E Chilone filosofoscrive LaerzioDiogeneschiamato arbitro fra due amiciper non offendere di loro alcunopersuase provocassero da sÚ el litigio. E Camillo dittatorepoichÚ e' sÝebbe condutta la ossidione che potea subitoper quella quale egli avea sottoterra fatto viairrumpere in la rocca de' Vei e prendere la loro terra moltoricchissimaavendo in mano tanta vittoria volse nÚ intrare in invidia delSenato se forse donava tanta preda a' suoi essercitinÚ venire in disgraziadel popolo e moltitudine se forse tanta preda riponea in publico erario. Adonquescrisse al Senato comandassero quello iudicassero da seguirne. CosÝ costoroevitorono offendere gli animi de' suoi.

Vedesti quanto m'ingegnai esser brevissimo. Pi˙ cose potea addurre nonsuperfluema in quali troppo mi sarei steso. Uno ricordo non preterir˛: cosaniuna voglio stimiate tanto valere a ogni stato e progresso d'amicizia quanto e'beneficiide' qualiperchÚ molto acaggiono a questa materiapoichÚ nullapi˙ch'io stimiresta a dire della amiciziaracontar˛ qui a Battista eCarlo succinte alcune sentenzequali in questa loro etÓ studioso mandai amemoria.

LIONARDO Non interruppi questa tua brevitÓ pregna di maravigliose sentenze eottimi essemplidonde a qualunque parola pi˙ e pi˙ cose sentiva degned'essere notate e lodate. Troppo a meAdovardotroppo mi satisfacesti; ma nonti concedo essere a pieno fatto assai a quanto acadea dire della amicizia.

ADOVARDO Dicemmo con che arte s'acquisticome s'accrescain che modi sirescindache cagion sia da racquistarla; e ora discurremmo qual industrias'apruovi a conservarla. Che pi˙ avevi tu da desiderarvi?

LIONARDO Nullase coteste tutte a pieno fossero come furono esplicate. Mavedi quanto da te aspetti. Piero a noi insegn˛ acquistar benivolenza apressode' signori; da te siamo fatti dotti in ogni altra ragione amatoria. Chi da teottimo maestro delle amiciziesendo in principatochiedesse divenire eruditoin quello quale quasi principe niuno par che sappiadico ben farsi amarestimosarebbe da tua umanitÓ troppo alieno negarli tanta utilitÓ.

ADOVARDO Oh! felicissimo quel principe quale cosÝ vorrÓ acquistarsibenivolenzae meno essere temuto che amatoquanto con una sola facile e pienadi voluttÓ cosa possono tuttima non curano in questa parte insiemeacquistarsi benivolenza e lode immortali.

LIONARDO Aspetto udire quale essa sia.

ADOVARDO Che dice Carlo?

LIONARDO Dice messere Antonio Alberti esser qui giunto per salutar Lorenzo.

ADOVARDO Adunquee domani vi satisfar˛.