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GIACOMOCASANOVA

 

 

ILDUELLO

 

 

 

 

Animumregequinisi paretImperat

huncfrenishunc tu compesce catena.

ORAZIOEp. I262-63

 

 

Un uomo nato a Venezia dapoveri parentisenza beni di fortuna e senza nessuno di que' titoli che nellecittà distinguono le famiglie dalle ordinarie del popoloma educatocomepiacque a Dionella guisa di quelli che sono destinati a tutt'altro fuorché amestieri coltivati dal volgoebbe la disgrazianell'età di ventisett'annidi incorrere nell'indignazione del governo; enell'età di vent'ottoebbe la fortuna di fuggire dalle sacre mani di quella giustiziadella quale nonsoffriva di buona voglia il castigo. Fortunato è quel reo che può in pacesoffrire la pena che meritòaspettandone il termine con rassegnata pazienza;infelice è l'altro chedopo aver erratonon ha il coraggio di compensare lesue colpe e cancellarlesoccombendo puntualmente alla sua condanna. Questoveneziano era un intollerante; fuggìmalgrado che avesse preveduto chefuggendosi esponea al rischio di perdere la vitadella quale senza la libertànon sapea qual uso fare; e forse egli non ragionò tantoma fuggì ascoltandosolamentecome fanno i più vili animalila semplice voce della natura. Sequel governodalla disciplina del quale egli fuggiaavesse volutol'avrebbesicuramente fatto arrestare in viaggioma non se ne curò e lasciò in talguisa che il mal avveduto giovine andasse ad esperimentare cheper vaghezza dilibertàl'uomo si espone spesso a vicende assai più crudeli di una passaggeraschiavitù. Un prigioniero che fugge non sveglia mai nella mente che il condannòsentimento d'irama bensì di pietàpoiché fuggendo accresceciecoipropri malirinunzia al bene del proprio ristabilimento in patriae resta reocom'era avanti che cominciasse ad espiare il suo delitto.

Questo venezianoin sommain preda del fuoco della sua etàuscì dello Stato per la via più lungapoiché sapea che la più corta è per lo più fatale a chi fugge ed andò a Monaco in Bavieradove stette un mese perristabilirsi in salute e provvedersi di denaro e di onesto equipaggioe poiattraversando la Svevial'Alsaziala Lorena e la Ciampagnagiunse aVersailles il giorno 5 di Gennaio dell'anno 1757mezz'ora avanti che ilfanatico Damien desse la coltellata al re Luigi XV di felice memoria.

Quest'uomodivenutoavventuriere per forzapoiché tale è chiunque va non ricco pel mondo indisgrazia della sua patriaprovò in Parigi i straordinari favori della fortunae ne abusò. Passò in Olanda dovecondusse a fine affari che gli produssero rilevanti sommeche consumò; ed andòpoi in Inghilterradove una malnata passione gli fe' quasi perdere il cervelloe la vita. Lasciò l'Inghilterranell'anno 1764e per la Fiandra francese entrò ne' Paesi Bassi austriacipassòil Renoe per il Vesel entrò in Vestfaliascorse i paesi di Annover e diBrunsviche giunse per Magdeburgo a Berlinocapitale del Brandeburgo. In duemesi che vi soggiornò e nei quali siabboccò due volte col re Federicograzia che facilmente S. M. accorda a tuttique' forastieri che gliela dimandano per iscrittoconobbe che servendo quel renon avea luogo di sperar gran fortunaonde partì con un servo e con unlorenese ben istrutto nelle matematicheche prese seco in qualità di suosegretario: avend'egli intenzione di andar a cercar fortuna in Russiaun uomotale gli era necessario. Si fermò egli pochi giorni a Danzicapochi in Königsbergcapitale della Russia ducalee costeggiando il mar Baltico giunse in Mitaviacapitale della Curlandiadove passò un mesemolto onorato dall'illustre ducaGio. Ernesto de Birhena spese del quale egli scorse tutte le miniere di ferrodel ducato; onde partì poi generosamente ricompensatoattesoché egli suggerìa quel sovrano e dimostrò i modi di stabilire in quelle utilissimimiglioramenti. Lasciata la Curlandiasi fermò poco in Livoniascorse la Carelia e l'Estonia e tutte quelleprovincieed arrivò nell'Ingria a Pietroburgodove avrebbe trovato quella fortuna che bramavase vi fosse andatochiamato. Non isperi di far fortuna in Russia chi vi si porta per semplicecuriosità: cosa è egli venuto a far qui è una frase che tuttipronunziano e tutti ripetono; sicuro poi di essere impiegato e proveduto dipingue stipendio è colui che a quella corte arriva dopo aver avuto la destrezzadi presentarsi in qualche corte di Europa al ministro russoil qualese rimanepersuaso del merito della personane dà parte all'imperatricedalla qualericeve ordine di spedirle l'avventuriere pagandogli il viaggio. A questo talenon può mancar fortunapoiché non dee poter dirsi che non portava la spesa digettar via i denari del viaggio in un soggetto di niuna capacità: il ministroche il propose si sarebbe ingannatoe nemmen questo può esserepoiché iministri se ne intendono d'uomini moltissimo; il solo uomoalla fineche nonha e non può avere merito alcunoè il buon uomo che va là a proprie spese; equesto avviso serva a quello de' miei lettori che ruminasse il progetto diandarvi non chiamatosperando di divenir ricco all'imperial servigio.

Il nostro veneziano perònon perdette il suo tempo poiché fusempre suo costume d'impiegarlo in qualche cosama non fece fortuna; sicché incapo ad un annoprovveduto al suo solito se non di lettere di cambiodi buoneraccomandazioniandò in Varsavia. Egli partì da Pietroburgo nel suo legnotirato da sei cavalli da posta e con due servi ma con poco danarodi modo che quando incontrò in un boscodell'Ingria il maestro Galuppi detto Buranelloche andava colà chiamato dallaCzarina avea la sua borsa già vuota;ciò non ostante ei corse felicemente novecento miglia che dovea fare perarrivare nella capitale della Polonia. Inque' paesi chi ha l'aria di non averne bisogno trova facilmente denaroe non èdifficile là l'aver quest'ariacom'è difficilissimo l'averla in Italiadovenon v'è alcuno che supponga una borsa piena d'orose prima non l'ha vedutaaperta. Italiam! Italiam!

Il veneziano in Varsavia fumolto bene accolto. Il principe Adamo Czartoryski cui si presentò con una valida comendatiziail presentò alprincipe palatino di Russia suo padreal principe zio gran cancelliere diLituania e dottissimo giureconsultoed a tutti que' grandi del regno chetrovavansi allora alla corte. Egli non fu presentato con altro nome che conquello che trasse dall'umile sua nascita népotea esser ignota a' polacchi la di lui condizionepoiché da una gran partedi que' grandi era stato veduto a Dresda quattordici anni primadove avea servito con la sua penna il re Augusto IIIe dove avea madrefratellicognati e nipoti. Abbiano pazienza i signori mendacissimi gazzettieri;sono però i poverini degni di compatimentopoiché gli articoli falsiprincipalmente quando sono maledicimettono in voga le loro gazzette molto piùdei veri. Il solo aggiunto stranieroche decorava l'esteriore della non malpiantata persona del venezianoera il troppo strapazzato ordine dellacavalleria romanache appeso ad un brillante vermiglio nastro egli portava alcollo en sautoircioè come i monsignori portano la croce. Egli avevaavuto quell'ordine dal papa Rezzonicodi felice ricordazionequando ebbe labella sorte di baciargli in Roma il sacro piede nell'anno 1760. Un ordine dicavalleriaqualunque ei siaquando è brillanteè molto giovevole ad un uomocheviaggiandoha occasione di comparir nuovo in varie città quasi ogni mese:egli è un ornamentouna rispettabile decorazione che impone a' sciocchi; ond'ènecessariopoiché di sciocchi il mondo è pienoed inchinati sono tutti almalesicché quando il calmarli dipende da un bell'ordine di cavalleria che lirende estaticiconfusi e rispettosiè bene lo sfoggiarlo. Il veneziano poifinì di portare quest'ordine nell'anno 1770 a Pisa dovetrovatosi in bisognodi denarovendette la sua crocech'era adorna di brillanti e di rubini: eraegli d'essa già da molto tempo disgustatopoiché decorati della medesima aveaveduto varj ciarlatani.

Otto giorni dunque dopoch'egli giunse in Varsavia ebbe l'onore di cenare in casa del principe AdamoCzartoryski con quel monarcadi cui tutta l'Europa parlavae ch'egliardentemente bramava di conoscere.

Alla rotonda tavolacuisedevano otto personetutti poco o molto mangiaronofuori che il re ed ilvenezianopoiché ragionarono sempre e della Russiamolto conosciuta dalmonarcae dell'Italia ch'egliquantunque d'essa assai curiosonon vide mai.Ciò non ostante molte persone a Romaa Napolia Firenzea Milano mi disserodi averlo trattato nelle loro casee lasciai che così dicessero e credesseropoiché corre gran pericolo a questo mondo chi intraprende il difficil mestieredi disingannar gl'ingannati.

Dopo quella cena ilveneziano passò tutto il rimanente di quell'anno ed un pezzo del seguente a faromaggio a S. M.a que' principi ed a que' ricchi prelatiessendo egli sempreconvitato a tutte le brillanti festeche si facevano alla corte e nellemagnifiche case de' magnatie principalmente in quelle della famiglia (cosìera chiamata per eccellenza l'inclita casa Czartoryski)dove regnavabensuperiore a quella della cortela vera magnificenza.

Giunse in quel tempo inVarsavia una ballerina veneziana checon le sue grazie e co' suoi vezzisicattivò l'animo di moltie fra gli altri del gran panattiere della coronaXaverio Braniscki. Questo signoreche oggi è gran Generaleera nel fioredella sua etàbell'uomo cheinclinato fin dalla sua adolescenza al mestierdella guerraavea servito sei anni la Francia. Avea là imparato a sparger ilsangue de' nemici senza odiarliad andarsi a vendicar senza iraad uccideresenza discortesiaa preferire l'onorech'è un bene imaginarioalla vitach'èl'unico bene reale dell'uomo. La carica dell'ordine equestre di gran Postòlidella coronavocabolo che significa panattierel'avea ottenuta dal re Augustoterzo; era decorato dell'ordine insigne dell'Aquila Biancaritornava alloradalla corte di Berlino alla quale era stato accreditato dal nuovo re suo amicoper certa secreta commissione nota a tutti. Di questo re egli era ilfavoritoed a lui dovette in seguito la sua fortunapoiché ricolmato ei fu dibenefici. Vero è anche che il gran favore cui era asceso l'avea meritato colproprio suo valor guerrierocon la fedeltà con la quale gli era statocompagnoquandoqualche anno prima ch'egli fosse eletto reera stato allacorte di Pietroburgodove divenne adoratore delle eminenti qualitàdellospirito e della avvenenza della gran duchessa di Moscovaora gloriosissimaimperatrice. Questo cavaliere meritava realmente la predilezione dell'amicomonarcapoichécome l'era stato quand'egli era suo egualecosìquandogiunse allo splendor del tronofu sempre pronto e quasi cieco esecutore de'suoi ordini ad ogni occasionee non con men di fervorequando si trattava diesporre pei di lui servigio ad evidente rischio la propria vita. Ei fuquell'intrepidoche combatté e si fe' nemica tutta la nazione polaccae daprincipio quella considerabil parteche malcontenta si armòquando la dietadi convocazione stabilì di porre il diadema reale sulla testa di Stanislao oraregnantech'egli adorava. Verso la metà dell'anno 1766 il re gli conferì lamolto utile carica di Lofcigo sia gran cacciatore della coronamentre giaceaferito dalla pericolosa pistolettata che il veneziano gli die' nel duello di cuisiamo per parlare. Per ottenere tal caricaei lasciò quella di gran panattiereabbenché di due gradi fosse alla nuova superiore; ma non era lucrativa: illucro è una sostanza che molti preferiscono ad ogni altra superiorità.

La veneta ballerina nonavea bisognoper farsi rispettaredella protezione del Braniski Postòli dellaCoronapoiché tutti l'amavanoe godea anche di altre più segnalateprotezionima pure il favore dell'intrepido e bravo Postòlicavaliererisoluto e di non facile accessoaccresceva il di lei creditoe tenea forse infreno quelli che in divisi partiti teatrali sono qualche volta cagioni allevirtuose di non piccioli disgusti.

Il veneziano era per genioe per dovere amico della veneta ballerinama non in guisa che per applaudirealla sua danza fosse divenuto nemico di quella di un'altra prima ballerinafragli amici della quale esser egli soleaavanti che la veneziana arrivasse allacorte di Varsavia. Ciò era di mal animo da questa danzatrice sofferto. Lesembrava che non le convenisse il soffrire in pace che l'unico suo compatriottache trovavasi in Varsaviafosse nel drappello di quelli che applaudivano allasua rivalepiuttosto che nel suo. Una donna di teatroche sostiene unaconcorrenzaaspira alla vittoria con tanta ansietàche è nemica dichiaratadi tutti quelli che non le prestan mano a soggiogare chi vuol starle incompetenza ed a trionfare. Questo e' il modo di pensare di tutte le eroine dellascena; dominate dall'ambizione e dall'invidianon sanno perdonarla a quelli chesostengono l'emulasiccome non v'è favore che non sieno pronte ad accordare inpremio dell'abbandono a chiunque riescano ad allontanare da' ferri dell'altrase possano imaginarsi contribuire molto quel tale a mantenere l'altalena dellabilancia.

Erasi ella molte voltelagnata col suo Postòlialla testa allora del suo partitodell'ingratitudinedel veneziano; ma egli non sapea che fare: solamente le promise chesel'occasione se gli presenteràsaprà mortificarlonel modo medesimo che ne'passati giorni avea mortificato altra persona che non potea naturalmente esserd'essa parziale. L'occasionebenché strascinata pel collonon tardò molto apresentarsegli.

Il 4 di Marzogiorno diSan Casimirofu solennizzato da gala di corteper chiamarsi con questo nome ilprincipe gran ciambellano fratello del re. Dopo il pranzo S. M. disse alveneziano che avrebbe piacere di udire cosa egli pensasse della commedia polaccache per la prima volta avea fatto che in quel giorno con attoricome giàs'intendepolacchivenisse rappresentata sul suo teatro di Varsavia. Ilveneziano promise al re di essere tra' spettatorisupplicandolo a non voler poich'egli ne dia parerepoiché quella lingua gli era affatto ignota. Sorrise ilmonarcae tanto bastò perché il veneziano abbia in quell'augusta assemblearicevuto un grande onore. Quando i monarchi si trovano corteggiati in pubblicodalla numerosa assemblea de' loro ministridegli ambasciatori e de' forestierihanno attenzione ad indirizzare una qualche domanda a tutti quelli che voglionoche sieno sicuri che la maestà loro si avvede che trovansi a lei presenti;quindi pensano a quale specie di questione possan fare a questo o a quello cuivogliono fare l'onore del colloquiola quale sia non suscettibile di seriariflessionenon equivocanon tale che l'interrogato possa rispondere che nonsa; e sopratutto parlano schietto e precisopoiché non dee mai avvenire che lapersonachiamata dalla voce regia a parlareabbia a rispondere: Sirenonho inteso ciò che V. M. mi ha detto; questa risposta farebbe riderel'assembleapoiché assurda è l'idea che offre o un re che non fu inteso pernon aver saputo spiegarsio un cortigiano che non intende un re che gli parla.Il cortigianonel caso che non abbia intesoo abbassa con un gesto diriconoscenza il capoo risponde ciò che gli viene in boccaea proposito onova sempre bene.

Le parole poi che ilsovrano dice in pubblico a qualcuno debbono esser freddure; ma qualche cosa deedire; se no l'affare è notatoe tutta la città sala mattina seguentecheun tale è mal veduto in cortepoiché il re a cena non gl'indrizzò mai ildiscorso. Queste bazzecole sono notissime a tutti i sovranicompongono anzi unode' più importanti articoli del loro catechismopoiché con occhi d'Argo finoal più piccolo de' loro gesti è attentamente dagli astanti esaminato; le loroparole poiper poco che ne siano suscettibilisono soggette a cento differentiinterpretazioni.

Mi trovainell'anno 1750a Fontanablò nel circolo di quelli che assistevano al pranzoo (per megliodire) guardavano la regina di Francia a mangiare. Il silenzio era profondo. Lareginasola alla sua tavolanon guardava che le vivandeche le veniano posteinnanzi dalle sue donnequandogustando essa di un piatto a segno di volernela replicaalzò maestosamente lo sguardoed accompagnando gli occhi col girarlento del capoa differenza di certe signore poco accorte del nostro paesechenon girando che i soli occhi sembrano spiritatescorse in un istante tutto ilcircolo; poi fermatasi sopra un signoreil più grande di tuttie quello forseal quale solo era a lei conveniente di fare tanto onoredissegli in chiaravoce: Je croismonsieur de Lowendalque rien n'est meilleur d'une fricasséede poulets. - Io credosignor Lowendalche una fricassea di polli sia ilmigliore di tutti i cibi. Egli (avanzatosi già di tre passi tosto che udìla regina a pronunziar il suo nome)rispose con voce sommessaserioeguardandola fissoma col capo chino: Je suis de cet avis-làMadame. - Taleo Madamaè il mio parere. Detto questoei ritornòtenendosicurvoin punta di piedi e camminando all'indietroal luogo dov'erae 'lpranzo si terminò senza che si pronunziasse più parola.

Io ero fuori di me. Tenevogli occhi fissi su quel grand'uomoche pria non conoscevo se non per nome e pelfamoso espugnatore di Berg-op-Zoome non potevo concepire come avesse eglipotuto tenersi dal ridereeglimaresciallo di Franciaa quella frase dacuocoche la regina si era degnata d'indrizzarglied alla quale egli avearisposto con lo stesso serioso tono e con quella gravità con la quale in unconsiglio di guerra avrebbe opinato per la morte di un uffiziale colpevole. Piùvi pensavoe più sentivo a venirmi meno la forzache impiegavo per trattenerelo sbruffo del riso che mi strangolava. Guai a mese non avessi avuto il vigoredi trattenerlo! mi avrebbero preso per un solenne pazzoe Dio sa cosa misarebbe avvenuto. Da quel giorno in poicioè per un intero mese che passai aFontanablòtrovai ogni giorno in tutte le case dove andai a pranzolafricassea di polli che cuochi e cuoche componevano a garasostenendo che laregina avea detto il veroma che vero altresì erache non v'era nella cucinafrancese piatto più difficile di quello. Io poi non seppi mai intendere comequel piatto potesse in fatti esser tanto difficilementre il trovavo dapertuttoe dapertutto egualmente perfettoma mi guardavo di spiegarmipoichédopo chela regina ne aveva fatto l'elogiomi avrebbero fischiato. Fu deciso che nonv'era che il cuoco della regina che potesse vantarsi di comporlo allaperfezione.

Quella parola che quelgiorno il re di Polonia disse al veneziano per non sapergli che direfu cagionedel duellopoichése il re non gliel'avesse comandatoè cosa certa che eglinon sarebbe mai andato ad annojarsi alla commedia polacca. Egli vi andòedopo il primo ballo ch'ei videstando dietro alla sedia del re nel palchettoproscenioavendo osservato che S. M. avea battuto le mani alla ballerinaCasassigli venne voglia di andar in scena a complimentarlapoiché il re quelgiorno non era stato generoso del suo applauso che ad essa sola. Egli andòprima in passando a fare una visita alla ballerina veneziana nel suo camerinodove stavasi alla sua teletta per il secondo balloma non v'era entrato appenache videsi comparire d'innanzi il Postòli assai torbido in ciera. Il venezianovedendolo comparire accompagnato dal Bissinski vestito alla polacca e tenentecolonnello del suo reggimentose ne andò facendogli umilissima riverenza. Que'cortigiani galantiche fanno al di là de' monti cortesi visite ne' lorocamerini alle sedicenti virtuoseusano andarsene allorquando un nuovovisitatore arriva; e questa si chiama urbana civiltàpoiché è impiegata perfar piacere a dueed il patto tacito è reciproco. In Italia la cosa si faaltrimenti. Chi arriva il primo non se ne va mai più. Ei sa che fa rabbia; maha piacere. Uscendo dallo stanzinoil veneziano incontrò dietro una quintaMadama Casassi e si trattenne con essafacendole complimento sull'applauso cheavea riscosso dal monarca e scherzando con lieti motteggi su varie cose. Ma eccoimprovvisamente il Postòliil quale dovea esser uscito dal camerino dove l'avealasciato nulla per altro che per inseguirlo ed attaccarlo. Se gli piantòd'innanzieguardandolo incivilmente come fanno i sartori da capo a piediglidomandò cosa facesse là con quella donna. Il venezianoche con quel signorenon avea mai parlatonon poco sorpreso gli rispose che trattenevasi là conessa per farle complimenti. Il Postòli allora gli domandò se la amavaed eigli rispose che sì. L'interrogatore soggiunse che l'amava anch'esso e che nonera suo costume il soffrir rivali. Il veneziano gli rispose che di questo suogusto egli non era informato. Dunquedisse il Postòlivoi dovete cederla ame. Il venezianocon tuono alquanto scherzoso: benissimosignoregli rispose;ad un bel cavaliere come voi non v'è uomo che non debba cedere: io vi cedodunque questa amabile signora pienamentee con tutti i diritti che posso aversopra di lei. Così mi piacesoggiunse il Postòli con faccia bruscama unpoltrone che cedequando ha ceduto f..t le camp. Queste parolechescrissi in franceseperché in francese parlavanoe perché mal si possonotradurresono quelle vilissime che per dir va via impiega un uomoalterosuperiore ed incivile verso un uomo vilissimo al qualeservendosi diquesto stilenon solo vuol dar segno di sommo disprezzoma vuol minacciare disubitanea risoluzione a via di fattose pronto non ubbidisse.

Il venezianoche per suamala o buona sorte intendeva il francesee che fin dalla sua più tenera etàsi era avvezzato a resistere al primo motoil qualeveramente indegnodell'uomo che ragionail trasforma in bestiae per il quale io rido che leleggi abbiano stabilito di aver misericordiaseppe moderarsifrenar latentazione fortissima che gli venne di uccider sul fatto il brutale edincamminarsi tosto verso la scalettache conduceva giù dalla scenaavendosolamente detto al superbo insultatoreprima di muovere il primo passo perandarseneguardandolo fisso in faccia e ponendo la sua mano sinistra sullaguardia della sua spada: c'en est trop: - questo è troppo. La disfidanon era dubbiosapoiché poteva essere ancora più laconica: la mano sullaguardia della spada dovea bastareun movimentoun gestoun batter d'occhio.Mentre il veneziano con lentissimo passo se ne andavail Postòli disse ad altavocesicché l'intesero anche due ufficiali ch'erano di là poco distanti: Quelpoltrone veneziano prendeandandoseneil buon partito; j'allais l'envoyer sefaire f....e: - Ero per mandarlo a farsietc.alle quali parole l'altrosenza voltarsirispose: Un poltron vénitien enverra dans un moment à l'autremonde un brave polonais: - un veneziano vigliaccoda qui a un pochettomanderàall'altro mondo un valoroso polacco. - Se al terminebenché grossolanodipoltronegli non avesse accoppiato l'epiteto di venezianoavrebbeforse l'altro sofferto l'affronto; ma una parola che vilipende la nazionenonv'èa mio credereuomo che possa soffrirla. Dopo aver così detto andò sullaporta del teatro ad aspettarlocon intenzione di andar sul fattobenché lanotte fosse molto oscurain qualche luogoa dare o a ricevere qualche stoccatae terminar così l'affare; ma si trattenne in vano per mezz'ora senza vederalcunoe la pioggia agghiacciata cadea sulla neveonde mezzo intirizzito sideterminò a far avanzare la sua carrozza e ad andarsene alla casa del principepalatino di Russiadove sapea che il re dovea portarsi a cena.

Il veneziano fu prudente asoffrire nel loco in cui si trovava l'insolente ingiuria del Postòlipoichéil re trovandosi con le guardie a quel loco molto vicinoogni di lui motoviolentobenché picciolosarebbe divenuto di gran conseguenza; ma egli nonpotea dissimular l'affare. Due uffiziali furono presenti alla scena ed ilBissinski fido amico del Postòlisicché egli rimase immerso nella più seriaperplessità.

Senza determinarsi a nullagiunse a gran trotto alla casa del principe palatinodove trovò alla assembleail fiore della nobiltà.

Il principetosto che ilvidefece la partita di tresetteecome soleasel prese per compagno; maegli giocando non facea che spropositide' quali rimproverato dal principeglirispose ch'era con la testa quattro leghe lontano dal loco in cui giocava. Ilprincipedicendo con aria serena che bisogna aver la testa non altrove che làdove si giocagettò le carte sulla tavolae la partita finì. Arrivò alloraun uffiziale di corte a dire che il re non sarebbe venuto a cenaonde ilpalatino ordinò che le tavole fossero subito imbandite.

Dispiacque molto al poveroforastiere ingiuriato che il re non venissepoiché avrebb'egli comunicato a S.M. l'ingiuria che il Postòli aveagli fattaed il sovrano avrebbe accomodatotuttoobbligando l'ingiusto insultante a dare all'offeso qualche sufficienterisarcimento; ma l'affare dovea definirsi in modo assai diverso.

Sedettero tutti a cenaedal capo della tavola bislunga egli sedea presso il principe palatinoalla suasinistra. Parlavasi di cose lieteed a tutt'altro egli pensava fuori che aparlare della sua disgraziache avrebbe desiderato che potesse rimanere occultaa tutta la terraallorquando a mezza la cena arrivò il principe GaspareLubomirski generale al servigio di Russiache andò a sedere al capo oppostodella tavolaalla quale trenta in circa potevano esser quelli che mangiavano.Quando questo principe si vide in faccia di lui all'altro capogli disse adalta voce che gli dispiacea della lacrimevole avventura ch'eragli sopravvenutaal teatro; a tal complimentoche andò a ferirgli l'animae ch'egli buonamentesperava che non avesse ad essergli fatto da alcunoper non essersi l'affareancora divulgatonon ebbe la forza di risponderema nulla di meno il principeGaspare seguitòforse malignamentea confortarlodicendogli che l'offensoreera ubriacoche convenia sprezzar la cosache la stimache tutti faceanodella sua personanon sarebbe a cagione di ciò per diminuirsie cento similicrudelissimi conforti cheinvece di calmarlol'accendevanodella qual cosa ilpalatino avvedendosigli domandò con bontà a bassa voceche affare eraquello: egli pregò Sua Altezza ad aspettare fino dopo cenache testa a testaglielo comunicherebbe. Vedevasi però tutti all'altro capo della tavola aparlare e ad ascoltare il principe Gasparementre l'altro moria di vergognavedendo fissi sopra di lui gli occhi di tutta la compagnia da quel lato.

Terminatasi la cenailprincipe palatino il trasse in dispartee da esso fedelmente circonstanziataintese tutta la miserabile istoria. Avea quel principeascoltandoloil doloredipinto sul maestoso suo voltoed arrossia che fosse in Varsavia un uomo onestosottoposto a simili vigliaccherie. Terminata la sua narrazioneei domandò alprincipe cosa il consigliasse di fare nel caso in cui si trovava; alla qualdomanda rispose ch'era suo costume di non dar mai ad alcuno il suo consiglio inpari casi: conviene all'uomo onesto in simili frangentidiss'eglisospirandofar moltoo nulla affatto. Così dicendo il principe siritiròe l'altrofattosi dare la sua pellicciauscì dal palazzoentrò nelsuo legnoe si avviò alla sua casadove coricossi subito e dormìsaporitamente sei ore. Svegliato prese certa medicinache erano già duesettimane che prendeaper guarire da certo male che allora l'affliggea e chel'obbligava dopo presa a starsene per lo meno sei ore a letto. Fatto ciòsiaccinse a spicciare le lettere sue e quelle che indispensabilmente dovea in quelgiorno di mercordìgiorno in cui partia il regio dispaccio per l'Italiamandar alla corte. Accingendosi a questo lavororicapitolò ciò che gli eraavvenuto col Postòli la sera della non ancor scorsa notte; riandò il propriocontegno e ponderò le parole che il principe palatino di Russia gli avea dettorichiesto di consiglioed in quelle sagge paroleche glielo negavanoei lotrovò. Moltoo nulla.

Pensò prima al nullaesi ricordò che Platone nel Gorgia dicea che l'eroismo consiste nel nonfar ingiuria ad alcunoonde ne segnia che dovea più pregiarsi colui ch'eracapace di soffrirlache l'altro che impunemente avea saputo farla.Che non essendo egli uomo di guerramestiere che chi il professa deeconvincere il mondo che non fa caso della vitae fuggir la nota di spaurosocome fugge l'infamiaera dispensato dalla sovrana legge di uccidere chil'insultò o di farsi dallo stesso uccidere; onde potea con intrepida ed alterafronte dichiararsi seguace del gran filosofoche dice chiaro nell'ep. VIIch'èmeno disonore sopportar gravissime ingiurie che farle. Pensò poi anche cheera questa la massima di un cristianoe si rimproverò che Platone si fossepresentato alla sua mente un momento prima del Vangelo. Mariflettendo poi colmaledetto orgoglio attaccato alla natura umanaesaminò il modo del pensare de'filosofi della corteli quali espressamente o tacitamente vogliono che l'onorregni e che l'onore sia modellato dal codice militareper accelerare il trionfodel quale i monarchi medesimi ne portano addosso pomposamente le insegne. Eglivide chese l'avesse fatta alla platonicasarebbe stato un buon cristiano edun bravo filosofoma non meno perciò disonoratoe vilipesoe forse cacciatovia dalla corteo escluso dalle nobili assemblee con maggior obbrobrio.

Tale è il nostro secolo.Tocca alla filosofia a lagnarsenee quelli che vogliono seguire le di leimassime debbono abitare da per tutto fuori che nelle corti.

Se il povero oltraggiatoavesse preso il partito di pacificamente ingoiare l'amara pillolatacendo opalesando la cosa a quella neutra torma d'oziosi che sfoggiano il freddo e vuototitolo di comuni amiciavrebbe trovato in folla mediatori checon l'apparenzadel maggior zelosi sarebbero impegnati di riconciliare i discordi; ma eglisapea qual era ordinariamente de' mediatori il costume: tutti per massimapreliminare più favorevoli all'offensore che all'offeso; tale essendo lamalignità dell'umana naturache gode sempre del male avvenutoed è perciòportata sempre a favorire chi l'ha fattoridendo in sé di chi ha soffertol'oltraggio e studiando di sminuirlo con sofistiche ragionisotto lo speciosopretesto del desiderio del bene della pace.

Un vero amico d'un uomooltraggiatoo lo aiuta a vendicarsio fa come fece il principe palatino diRussiail deplora e lascia ch'ei faccia ciò che gli viene suggerito dalsentimento d'onore ch'egli hache non è dato ad alcuno l'indovinare di qualcalibro sia. Il mediatore in generale fa sempre più o meno di ciò che l'offesopuò desiderare. Un uomo che opera così non ha d'amico altro che il nome;nome che non merita quando pretende che l'amico voglianon ciò che vuolemaciò che a parer suo dee voleree che non si contenta di consigliaremaergendosiaffetta superiorità di mire e di prudenza. Queste sono parole diCicerone; e per questo le distinsi.

Fattesi dall'oltraggiatoqueste riflessioni in tempo assai minore di quello ch'io ho impiegato ascriverlesi determinò a far molto. Si risolse a sfidare a duello quelcavaliere che l'avea vilipesounico modo in que' paesi ed in altri ancora colquale un uomo onestooffeso da chi non ha sopra di lui diritto alcunopuòlavare la macchia che la ricevuta ingiuria gl'impresse.

Se gli offesichiamando ingiustizia gli offensoripotessero lusingarsi di esser per ottener dal giudiceuna pingue sentenza in loro favorepotrebbe darsi che i duelli non avvenisserotanto di frequentemalgrado le infelici massime del punto d'onore; mal'esperienza fa che non possano sperar niente più di una fredda scusa o di unaridicola ritrattazioneche secondo il parer di certi pensatori sembra più attaad accrescere la macchia che a toglierla. In Inghilterra però un uomo che hadetto ad un altro una parola offensivase tradotto in giustizia non puòprovare di avergli detto il veroè mezzo rovinato.

Questa riflessione èquella che porta certuni a chiamar in duello chi li insultò ed a farsi anchespesso da' medesimi uccidere.

Rousseau il moderno aquesto proposito ne dice una delle sue: dice che i veri vendicati non sono giàquelli che uccidonoma quelli che costringono i loro offensori ad ucciderli.Confesso di non aver lo spirito abbastanza elevato per esser in questo del parerdel sublime ginevrinoquantunque il pensiero sia peregrinonuovo esuscettibileper chi volesse giustificarlodi sottili ed assai eroiciragionamenti; di quelli de' quali vanno in traccia i pensatori modernichepropriamente sono beati quando possono con sofismi fare che paradossi diventinoaforismi. - O il Postòlidiscorrea il venezianoaccetta la miasfidao la rifiuta; se l'accettaeccomi risarcitoqualunque sia per essere lasorte del duello; se la rifiutasono ciò non ostante vendicatopoichésfidandolo gli dimostro che non lo temo e che chiudo in seno un core intrepidoed un animo che m'induce a non far più caso della propria vitadopo che fuottenebrata da un insulto; e con tal passo lo sforzo a stimarmi ed a pentirsi diaver oltraggiato un uomo ch'egli non può più spacciare per vileperché ilvede pronto ad immolarsi al proprio onore. Si aggiunga chese il Postòlirifiutava il duelloil veneziano divenia padrone di accusarlo di poltroneria edi dire apertamente che non si credea più macchiato da quell'ingiuriadacchéavea scoperto che l'ingiuriatore era un vil poltronedal quale un uomo d'onorenon può mai essere offesopoiché il disprezzo lo pone nella linea de' pazzi.

Lo sfidar a duello chioffese è un natural impulso di un animoche l'educazione seppe renderemoderato e padrone di frenar la brutalità de' primi moti. Un animo barbarocheuna nobil educazione non avvezzò a reprimere i primi impulsirispinge offesacon offesae tentacondotto dalla sua passione e da natural disio di vendettadi privar di vita chi il vilipesesenz'esporsi al rischio di divenir essomedesimo la vittima del suo proprio diritto.

In conseguenza di questoragionamentofondato sulla conoscenza del core umano e sulla forza de'dominanti pregiudiziegli si dispose senza frapporre tempo alcuno a scrivere alcavaliere un bigliettoil quale in fatti lo sfidassema che di tal tempra nonpotesse essere giudicato dalla giustiziain ogni caso che potessesopraggiungerein un paese nel quale sotto pena di morte erano vietati iduelli. Questo è quanto contenea il bigliettodi cui la fedel copia originaleesiste tra le mani di chi ora scrive questo fatto.

 

Monseigneur

Hyerau soirsur le théâtreVotre Excellence m'a insulté de gaieté de coeuretelle n'avoit ni raisonni droit d'en agir ainsi vis-à-vis de moi. Cela étantje jugeMonseigneurque vous me haïssez; et que par conséquent vous voudriezme faire sortir du nombre des vivants. Je puis et je veux contenter VotreExcellence.

Ayezla complaisanceMonseigneurde me prendre dans votre équipageet de meconduire où ma défaite ne puisse pas vous rendre fautif vis-à-vis des lois dela Pologneet où je puisse jouir du même avantagesi Dieu m'assiste au pointde tuer Votre Excellence.

Jene vous ferais pasMonseigneurcette propositionsans l'idée que j'ai devotre générosité.

J'ail'honneur d'êtreMonseigneurde Votre Excellence le très humble et très obéissantserviteur.

G.C.

cemercredi5 mars 1766à la pointe du jour.

 

 

Eccellenza

Jeri sera dietro allascena Ella mi offese senza motivo e senza dritto alcuno di procedere verso di mein simil guisa. Ciò essendogiudico che V. E. mi odj e cheper conseguenzabrami di farmi uscire dal numero de' vivi. Posso e voglio contentarla.

V. E. si compiaccia diprendermi seco nella sua carrozza e di condurmi in luogo nel qualeuccidendomiElla non abbia a divenir reo violatore delle leggi della Poloniae nel quale iopossa goder dello stesso vantaggiose con l'assistenza di Dio mi riuscisse diuccider Lei.

Se non sapessi quantosia grande la sua generositànon farei a V. E. questa proposizione.

Ho l'onor d'essereoggimercordì 5 Marzo allo spuntar del giorno

Di V. E.

L'umil.dev. oss. Servitore G. C.

 

Copiato e sigillato questobigliettoegli scosse dal sonno un cosaccoche dormia sempre vestito sullasoglia della sua stanzaed il mandò portatore del biglietto alla Corteall'appartamento del Postòlie gli ordinò di consegnarlo senza nominare chilo mandava e di ritornar subito a casa. Così ei fece. Non passò mezz'ora cheun paggio del Postòli venne a consegnare nelle proprie mani del veneziano laseguente rispostascritta di sua manosigillata con le sue armi.

 

Monsieur

l'acceptevotre propositionmais vous aurez la bontéMonsieurde vouloir bien m'avertirquand j'aurai l'honneur de vous voir. Je suis très parfaitementMonsieur

Votre trèshumble et très obéissant

ServiteurBranicki P.

5 mars 1766.

 

Signore

Accetto la vostraproposizionema avrete la bontàSignoredi voler bene avvertirmi quando avròl'honore di vedervi. Sono perfettissimamenteSignore

Vostro Um. ed Obbed. Servitore.

 

Dal nobile laconismo diquesto biglietto si conosce che il Postòli non esitò neppur un minuto adaccettare la sfidae che fu anzi un piacere per lui quello di riceverla.Scorgendo in un attimo di aver offeso un uomo che nol temegli venne unpensiero che gli trafisse il core: ebbe timore che lo sfidatore potesseimmaginarsi di aver a fare con un poltronee forse di atterrirlo. Rifletté chel'uomo che lo sfidò si crede forse più bravo di luie se ne rise. Gli vennepoi in pensiero che ebbe forse la disgrazia d'insultare un uomo intrepidoequindi riconobbe per suo religioso dovere quello di risarcirloancheuccidendolo se abbisognassema onorandolo nel medesimo tempo e compiangendolopoi che abbia voluto farsi uccidere per non saper soffrire da lui una picciolaingiuria; non indifferente in questa riflessione al piacere di un nuovo trionfo.Quindi si affrettò ad accettar la sfidaacciò l'altrosupponendolo timorosonon avesse tempo di accrescersi il coraggio. Gli venne anche un altro pensiermaligno. S'imaginò che lo sfidatoresfidandoloabbia sperato ch'egli nonaccetti la sfida. Accettò dunquee si lusingò ch'ei fosse per inciampare inqualche poltroneriala quale poi potesse giustificar luidimostrando al mondoche alfine non avea insultato che un vile. Desiderò però nel fondo del suocore che lo sfidatore fosse uomo valorosopoiché non avviene mai che un bravostimi un altro più bravo di luionde prevede la sua vittoria sempre piùgloriosae della vittoria nel suo core è sicuro. Questi sono i pensieri che insimili occasioni albergano nell'animo dell'uomo veramente nobile. L'uomo nobileche ha offesonon va in traccia di sotterfugi per esimersi dal dareall'oltraggiato tutte le soddisfazioni. Quelli che non sono pronti a darle sonoinfingardise pure non dimostrino che le persone che offesero meritavanod'esserloo erano in debito d'essere anime vili insensibili ad ogni affronto;ovvero tenuti dall'umiltà della loro condizione o dalla doverosa subordinazionea dissimularlo.

Contento il veneziano diavere condotta a buon termine la faccendarispose sul fatto così:

 

Jeme rendraiMonseigneurdemain matin jeudià l'antichambre de V. E.;j'attendrai votre réveilet j'aurai toute la journée libre. Vous ne sauriezpenserMonseigneurcombien je me crois honoré par la réponse que V. E. m'afaite. J'ai l'honneuretc.

Domani mattina giovedìaspetterò nella sua anticamera che V. E. si sveglied avrò libero tutto ilgiorno. V. E. non può figurarsi quanto io mi senta onorato dalla sua risposta.Ho l'onore d'essereetc.

 

Egli consegnò la rispostaal medesimo paggioil quale ritornò un quarto d'ora dopo con questo bigliettodell'impaziente Postòli:

 

Jene consens pas à transporter à demain une affaire qu'on doit termineraujourd'hui. Je vous attends chez moi d'abord. Marquez-moien attendantlesarmes et le lieuetc.

Non acconsento atrasportare a dimani un affareche si deve terminar oggi. Vi aspetto quisubito. Nominatemi intanto le armi e il luogoetc.

 

Il venezianogli rispose:

 

Jen'aurai point d'autre arme que mon épéeet quant au lieu ce sera celui où V.E. me conduiràhors de la starostie de Varsovie; mais pas avant demainpuisqu'auiourd'hui j'ai un paquet à remettre au roij'ai pris médecineetj'ai un testament à faire. Je suisetc.

Non avrò altre armi chela mia spada equanto al luogomi piacerà quello dove V. E. mi condurràfuori della starostia di Varsavia; ma replico che ciò avverrà dimanipoichéoggi ho un pacchetto da rimettere al reho preso medicinaed ho a faretestamento. Sonoetc.

 

Mezz'ora dopo che questalettera fu speditail venezianoil quale era a lettorimase un poco sorpresodi veder il Postòli comparire solo nella sua stanza e di udirlo a dirgli cheavea a parlargli di affare segreto. Onde udite queste parolealquantisubalterniche si trovavano per caso nella stanzanon aspettarono di esserpregati di partire; i due principali attori rimasero soli ed il Postòli siassise sul letto. Perdoni il lettorese chi scrive ha qui bisogno di divenir drammatico per essere fedelissimo nellastoria ed abbastanza chiaro.

Postòli (seduto sulletto del veneziano). - Sono venuto per domandarvi se pensate prendervigiuoco della mia persona.

Venez. - Come mai!Io ho per la vostra personao signoreil maggior rispetto che aver si possa.

Post. - Mi mandateuna sfida edopo ch'io l'ho prontamente accettatacercate di guadagnar tempo.Questo non si fa. Se sentiste l'affronto che pretendete ch'io vi abbia fattodovreste aver più fretta di me di scaricarvene.

Venez. - Dell'ingratissimopeso mi sento già di molto alleggerito dal momento che vi siete impegnato dibattervi meco. Una dilazione di ventiquattr'ore non è considerabile; la nostrarissadopo un accordoè divenuta tale che può accoppiarsi con la cortesia.Chi ci affretta ad andarci a battere oggi più tosto che domani?

Post. - Lapersuasione in cui sono chese non ci battiamo subitonon ci batteremo più.

Venez. - Chi potràimpedircelo?

Post. - Un comunearresto d'ordine regio.

Venez. - E come? chipotrà far nota a S. M. la nostra intenzione?

Post. - Io no persicuro.

Venez. - E men'io.

Post. - Non so;conosco i strattagemmi della vostra nazione.

Venez. - V'intendoma v'ingannate a partito. La mia nazione ha insegnato la bravura e la civilepolitezza alla vostraeper quanto dipende da mevi sforzerò a rispettarla.Sappiate poi che son tanto lontano dallo scruttinar strattagemmi per ischivaredi cimentarmi con voi cheper aver un tal onorefarei cento leghe a pieditanto è grande la stima che ho del vostro personaggio; e sappiate ancora ch'ioho sopra di voi un vantaggioed è ch'io non credo voi capace di una viltà.

Post. - Mi rallegroche mi conosciate perfettamente. Io non sono tenuto ad aver di voi la buonaopinione che voi avete di mepoiché voi dovete sapere che non vi conosco. Vidirò bensì che la vostra sfida mi fa ben augurare di voima col differire ilcimento mi date di voi un saggio che vi è assai svantaggioso. Non facciamotante parole; battiamoci oggi e datemi così una convincente prova che nonchiudete in mente i disegni che sono indotto a sospettar che coviate.

Venez. - Ho unamedicina in ventreho lettere a scrivere di somma importanzae debbo fare unpicciolo testamento.

Post. - Da qui a seiore la medicina avrà oprato; le lettere potrete scriverle dopo che ci saremobattutiese soccombete con la vitacredetemiche non vi verrà ciòda chiresterà al mondo dopo di voiannotato a gran mancamento; quanto poi altestamentoin verità mi fate ridere; voi prendete un duello per cosa tropposeria; non si muorenotanto facilmente; sappiatelo. Non abbiate paura. Voglioche in questo voi pensiate come me; sono picciole bagatelle. Vi dirò in sommain due parole chedopo che mi sfidaste e ch'io accettaiho dritto di dirvi cheo voglio battermi oggi o mai più. Voi mi avete inteso.

Venez. - V'intesitanto bene che mi avete persuasoanzi convinto. Sarò pronto ad andar in vostracompagnia a battermi con voi oggi tre ore dopo mezzogiorno.

Past. - Così mipiacete: bravo; ma ho ancora una cosa a dirvi.

Venez. - Diteladigrazia.

Post. - Voi mi avetescritto che le vostre armi saranno la vostra spada; e questo è un sogno.

Venez. - Perché?

Post. - Perché ioposso dispensarmi dal battermi con la spada con qualunque uomo ch'io nonconoscoessendoché voi potete di quel giuoco essere troppo abile maestro ed intal guisa aver sopra di me un troppo grande vantaggiopoiché non ne so di piùdi quello che convenga sapere ad ogni cavalierela professione del quale è laguerra.

Venez. - Potresterifiutare un maestro di schermave l'accordoma non meche naturalmente credodi saperne meno di voiessendoché il vostro mestiere non fu mai il mio.

Post. - Vi replicoche non vi conosco. Ci batteremo a colpo di pistola. L'arma è egualeefacilmente con essa eguale può essere il valore.

Venez. - La pistolaè troppo pericolosa. Con mio sommo dolore potrebbe avvenirmi la sciagura diuccidervied egualmente potrestemalgrado vostrosenza forse molto odiarmiuccider me. Dunque no pistola. Con la spada alla mano spero che non mi avverràdi ferirvi mortalmentee poche stille del vostro sangue abbondantemente micompenseranno dell'affronto con cui mi avete lordato. Così a voi non riusciràtanto porrò ogni studio a tenermi bene in guardiase mi feristeche ilpungermi leggermente la pellee quella poca quantità del mio sangue mi avràsufficientemente lavato dalla brutta macchia con cui mi avete annerito.Ricordateviin sommache mi avete dato la scelta dell'armiche scelsi laspadae che non voglio battermi che con la spadae che ho il diritto disostenervi che non dipende più da voi il rifiutarla.

Post. - È veronon posso negarlo: io non sono più in dritto di ritirare la mia parola; ma sevi domandassi ciòcome si domanda ad un amico un piacere?

Venez. - Un piacere!Uomo barbaro!

Post. - Sì unpiacere. Ascoltatemi. Cominceremo il nostro duello con un buon colpo di pistolacadaunoe poi se vorrete ci batteremo alla spada a sazietà. Questo è ilpiacere che vi chieggo. Potrete negarmi un così tenue favore che vi domando?

Venez. - Se è poivero tanto fermamentecome mi diteche questo vi paia un piacerequello dicontentarvi diventa un piacere anche per me. Sarete servitoci manderemoentrambi un buon colpo di pistola; ma lasciatemi ridereperché egli è di unaspecie che credo non abbia molto del voluttuoso. Vi prego intanto di portar convoi due pistole da duellopoiché io non ne ho che di corte.

Post. - Porteròmeco arme perfette. Mi avete sensibilmente obbligato. Vi ringrazio e vi stimo.Porgetemi la vostra mano. Verrete meco ed andremo a batterci con la più interareciproca soddisfazionee saremo poi buoni amici. Verrò a prendervi in puntoall'ore tre dopo mezzogiorno. Mi promettete voi di esser pronto?

Venez. - Vipromettosignoreche non vi occorrerà nemmeno di salire queste lunghe scale.Mi troverete prontissimo.

Posi. - Tanto mibasta. Addio.

Tosto che il venezianorimase solomise in pacchetto sotto sigillo le scritture che avea presso di séimportantissime; edopo aver ben pensato di qual persona gli convenisseservirsidella di cui fede potesse credersi sicurosi determinò a scegliereun veneziano maestro di ballodimorante allora in Varsaviachiamato VincenzoCampioni. Egli mandò a cercare quest'uomo econsegnandogli il pacchettoglidomandò s'era pronto a giurargli di eseguir fedelmente una commissione che alui importava più della propria vita. Egli impegnossi. Il veneziano gli disseallora Se alla fine di questo giorno potete parlarmimi rimetterete questopacchetto; se noandrete a rimetterlo tra le proprie mani di S. M.esequesta mia commissione vi fa in questo momento formare qualche sospettoviavviso chese osate comunicarla a qualcunodivenite verso di me un traditore edivenite il più atroce de' miei nemici. Quest'uomoche sapea ciò ch'eraavvenuto tra il veneziano e il gran panettiere nel giorno innanzie che l'aveaper caso veduto quella stessa mattina uscire dalla di lui casas'immaginò chetrattavasi di un duello. Egli temea molto per la vita del venezianoch'egliavea cagione di amare; e dipendea da lui l'andar tosto a riferire ogni cosa alsovranoonde il conflitto non avrebbe avuto luogoed avrebbe allontanatodall'amico il pericolo di perder la vita o la libertà; ma così non oprò: seavesse così oprato sarebbe stato un vileuno spergiuroun poltroneuntraditoreinsommaun falso amico.

Il vero amico non sa farnulla che ad intera soddisfazione dell'amicoe crede mal fatto tutto ciò che aqualcun altro sembrerebbe meglio fatto in diversa guisa. Il vero amico èammirabile negli affarine' quali interesse o gloria impedisce l'interamentespiegarsi. Facilissimo è il fargli vedere e capire ciò che non si vuole nèmostrarglinè dirglied a cagione di quella riserva non si offendenès'impiega con meno calore di quello con cui si sarebbe impiegatose l'amico conlui si fosse affatto spiegatoaffidandosi alla di lui discrezione. Il veroamico in somma non può essere contento di sé medesimo che tanto quanto rendesoddisfatto colui per il qual operanon avendo altro interesse in ciò che fase non il solo dell'amico per cui s'impegna.

Il falso amicoall'oppostoè sempre mal soddisfatto della maniera con cui è impiegato;abbonda di tacite riflessioni; si forma sempre qualche interesse personalenell'affare che gli viene appoggiato; ed ha sempre qualche segreta mira che nonardirebbe confessare. Quando fa d'uopo penetrare il senso sostanziale dellacosal'eseguisce ad verbumequando non conviene staccarsi in modoalcuno dalla parolava ghiribizzando raffinamenti. Egli ha sempre o mal lettoo mal intesoe con lui nessuno si è mai abbastanza spiegato. Posto ch'egliebbe in sicuro l'involtopensò a desinare delicatamenteonde diede sopra diciò gli ordini opportuni e mandò a pregare due dotti giovani cavalieriaffettuosi fratelliche l'onoravano della loro amiciziadi portarsi a pranzarseco a mezzogiorno. Le vivande squisiteil buon vino e la buona compagnia dipersone sceltee sopra tutto bene affettecompongono un nutrimento che collocaun uomo sano nel sommo grado di quella perfezione di cui è capace. Un pastotale mette in un fermo equilibrio i fluidicorrobora i solididà tutto ilnecessario vigore a tutte le facoltà fisiche ed una letizia allo spirito chesveglia tutte le virtùle qualiunite all'eccitato coraggiocostituisconoquell'individuo attissimo ad intraprendere qualunque importante azionenellaquale abbia bisogno di tutto se stessoe sopra tutto di non aver arimproverarsi qualche mancamento se non riesce con felicitàonde gliesaminatori dell'azione possano dopo l'avvenimento dire ch'egli si regolò male.Ciò era noto al veneziano: egli sapea che le facoltà del corpo e dello spiritorimangono a cagione del mangiare e del bere sopite ed ammorzate in quellich'eccessivamente ne usanoonde sopravvien lorodopo preso il nutrimentoquelletargo che chiamasi sonnodel quale la natura non avrebbe quel pronto bisognose non l'avessero stancataoppressa e mortificata col soverchiogrossolanoomal ammannito mangiare. La cucina franceseche giustamente gode dell'applausouniversalenon generain quelli che ne conoscono i preginè intempestivosonnonè indigestionenè pentimento in chi senza ingordigia sa gustarne ledelizie. Non v'è uomonon v'è donna che non siadopo un delicato pranzo piùbellapiù eloquentepiù animatapiù cortese e più giudiziosa e piùpresente a se stessafeconda di bei pensieri e di peregrine invenzioni atte aprocurar onesti e leciti piaceri a questa misera umanità chese si lasciaandare abbandonata a se stessaè una fonte inesausta di miseriedi noje e diaffannosi dissapori.

Siccome dunque procede dalbuon cibo la salute del corponon si dovrà dubitare che da esso non derivianche la tranquillità dello spiritoche non può aver altro moto che quelloche riceve dalle impressioni fisiche. Guai poi a quelli che si sono meritati almondo il nome che li disegna per mangiatori. Rari sono fra questi quelli chesappiano cosa sia ben mangiare; l'ingordigia è il loro numee se licontempliamo non discerniamo nè nel loro corponè nel loro spiritoverunsegno del felice nutrimento di cui io qui sopra feci l'elogio. Il soverchiomangiare genera malattieaccorcia la vita e rintuzza le facoltà dell'anima.

 

Dulcia se in bilemvertentstomacoque tumultum

Lenta feret pituita.Vides ut pallidus omnis

Cœna desurgat dubia?quin corpus onustum

Hesternisvitiis animum quoque pregravat una

Atqueaffigit humo divinæ particulam auræ.

 

Dopo aver ben pranzato edamalgamato il cibo con puro vino di Borgognaegli pregò la compagnia diandarsene. Il giorno di corriere questa preghiera non può parer incivile.Restato solosi mise in punto di non fare aspettare il Postòli chesecondol'accordopoco potea stare a comparire. Egli arrivò all'ora stabilita a grantrotto di sei cavalliche tiravano una carrozza inglese da quattro persone.Scese presto il veneziano le scale e si trovò alla portiera del legnomentreil Postòli era per uscirne. Nel legno si ritrovava oltr'esso un ciamberlanoajutante di campo generale del re ed uno de' suoi cacciatori. L'aiutantegeneraleche sedea presso il Postòlicedette il loco al venezianosedendosisul d'innanzi; ma questotenendo già il piede sullo staffone del cocchiosospese l'entrarvi quando in un'occhiata videoltre i postiglionicacciatorivolantistaffieri e paggianche un altro ajutante generale a cavallo con unservo che avea alla mano due cavalli bardati. Egli rivolse allora il capo edisse a' due suoi serviche erano per montar dietro la carrozzache nolseguisseroma stessero là ad aspettar i suoi ordini. Il gran panettiereudendo ciògli disse: Lasciate che vi seguanopoiché potrebbe avvenireche aveste bisogno di essi; il veneziano gli rispose: - giacché nonposso condur meco un numero di servi eguale al vostronon voglio neppure que'due miserabili; voi ne avete abbastanza per far servire anche mese ne avessibisogno. Posso sperarlo? - Sìegli risposee vi prometto da cavalierd'onoreche vi farò servire in preferenza di me medesimo. Eciò dicendogli porse la manoche l'altro strinse entrando in carrozza e ponendosi pressodi lui. Partirono subitoe non seppe dove andasseronè si curò didomandarlo.

Non erano ancora fuoridella cittàquando parve al veneziano una civiltà quella di rompere ilsilenzio. Egli domandò dunque al Postòli se pensava di far la sua dimora inVarsavia nella futura estate; alla qual questione egli rispose: Così avevodivisato di farema voi forse sarete cagione che dovrò fare altrimenti. Ilveneziano gli rispose che sperava di non aver ad esser cagione di cosa alcunache fosse per dispiacergli. - M'immagino giàrispose l'altroche abbiatecarattere di gentiluomoo che abbiate servito in guerra... - Il venezianointerrompendologli disse che non si era mai trovato tanto nobile quanto inquel giorno; ma perchésoggiunse egliguardando il Postòli in visomifate voi questa dimanda?

- Non so perchérisposel'altro vivacemente e sorridendoper non sapere che altro dire: non neparliamo piùvi prego. E non se ne parlò più. Malgrado la molta neve icavallicorrendo assai benearrivarono due ore e mezza avanti notte a Wolaampio giardino appartenente al conte di Bruhlgran generale dell'artiglieriadella coronache allora trovavasi a Dresda.

Inoltratosi nel giardino ilPostòlicon l'altro a fianco e seguito da tutta la sua comitivasi fermòsotto una pergolata di figura ovalenon più lunga di dieci perticheche aveanel mezzo una tavola di pietra. Su questa tavola il suo cacciatorecui eglifece un cennodepose un paio di pistole di lunga misura e brillanti dal forbitoacciajoe con esse una picciola ferriera ed un astucciod'onde quell'uomotrasse polvepalle e bilanciacon una specie di mulinello necessario acaricare quell'arme. Dopo ch'ei mostrò ch'eran vuote ai due principali attoriche attentissimi stavano guardando il di lui lavoroscelse due palle adattate edi egualissimo peso e calibroe pesò due eguali quantità di polvereed indile caricò. Caricate che furonoil gran panattiere con viso cortese pregò ilveneziano di dar di mano a quella di quell'arme che più gli piacesseessend'egli per servirsi dell'altra. La voce allora dell'ajutante generale delre impedì il veneziano dal prontamente scegliere. Qui si trattadiss'egliin tedescodi un duelloe ciò io non soffrirò. - Voi non dovete sapererisposegliil Branisckidi che si tratti; tacete e state a vederee quando avreteveduto potrete parlare. - Non posso ignorar nullareplicò l'altrosiamonella starostia di Varsaviaio sono oggi di guardiami avete con ingannolevato dalla corte per rendermi complice di un delitto che mi tirerà addosso losdegno di S. M. Alle vostre ideegiacché mi avete fatto venir quiio mioppongo. - Come volete opporvi? disse l'altro sorridendo: il re viperdonerà quando saprà che voi siete stato presente al fatto per sorpresaepel rimanente acchetatevipoiché prendo sopra di me tutte le conseguenzedell'affarecui per buone ragioni vi voglio presente. Avete inteso? Scostatevidunque due passi e lasciateci fare. Son cavaliere d'onore e debbo darsoddisfazione a chiunque crede aver dritto di domandarmelae voglio dimostrar aquest'italiano «que je sais payer de ma personne» che so sempre bastar a memedesimo. - Tocca dunque a voi signor C....... (replicò al venezianol'ajutante generale) a schivar questo duello: vi invito a rimettere ognivostra cagione di lagnanza a S. M.e vi avviso che qui non potete battervipoiché siete nella regia starostia. Il veneziano allora rispose che nonpensava a battersi ma a difendersiil che avrebbe fatto anche se fosse inchiesa; ma che se si trattava di dar un segno della sua venerazione al re(e ciòdicendolevossi il cappello) rimettendosi a lui pel compenso di un torto che ilsignor Postòli gli avea fattoera pronto a tutta la sommissione purché a ciòl'invitasse il medesimo Postòlie ch'era anzi pronto a non pretendersoddisfazione ulteriorese egli volea alloralui presentedirgli che glidispiacea di avergli detto jeri quelle oltraggiose parole. Con faccia bruscaallora il Postòliguardando fisso in faccia il venezianogli disse: Monsieur!je ne suis pas venu ici pour raisonnermais pour me battre- io non venniin questo luogo per discorrerema per battermi. - L'ajutante generale alloralevò gli occhi al cielo epercotendosi con la sua destra la fronteritirossidue passi. Il Postòli con aria serena levossi la pellicciache un paggioraccolsee si slacciò la spada che consegnò allo stesso paggio. L'altro sivergognò di non imitarlo: fece anch'esso lo stesso e consegnò la sua spadaallo stesso paggioma con dolorepoiché non sapea come l'affare potesseandaree così oprando rimanea disarmato. Pensò un istante che potea tener lasua spada a fiancorichiamando al Postòli il patto di sguainarla dopo un colpodi pistolama temette di dimostrarsi men cortese del cavaliereo troppoeccitato da mal animo. Il Postòli allora gli replicò che desse di mano ad unadi quell'armi che incrociate erano sulla tavolail che egli eseguì prendendoquella di cui il calcio era verso lui rivoltoe prontamente il Postòli afferròl'altra dicendogli queste medesime parole: L'arme que vous tenezMonsieurest parfaite; j'en suis garant. - Quell'arma che sceglieste è perfettave nefaccio io la sicurtà. Al qual complimento di formalità venne in boccaall'altro questa troppo vera risposta: ActuellementMonseigneurje lecroismais je ne le saurai qu'après en avoir fait l'expérience contre votre tête;prenez garde à vous: - Orasignorecredo ciòma nol saprò che dopo avernefatto l'esperienza contro la vostra testa; tenetevi bene in guardia. Di piùnon disseroma con arme basseguardandosi in facciaretrocessero lentamenteentrambi dieci passionde restarono dieci passi geometrici lontani unodall'altrodistanza ch'era quasi tutta la lunghezza della pergolata. Ilvenezianoche aveva già montata la pistola tenendone la bocca verso terrasiadattò in fiancocome se dovesse battersi alla spadama senza punto allungarla guardiaed in questa posituralevandosi il cappello eportandolo alginocchio sinistrodisse al Postòli: Votre Excellence m'honorera de tirerle premier. Egli rispose: Mettez-vous en garde. L'altro in un istante simise il cappelloportò la stessa mano al suo sinistro fiancoalzò conl'altra mano la pistolaequando la vide dritta al corpo del Postòlila sparò:nel medesimo istante il cavaliere sparò la suasicché i vicini non udironoche un sol colpotanto è vero che scaricarono nello stesso tempo. Se il Postòlinon avesse perduto tempoè cosa certa che avrebbe tirato avanti l'altro el'avrebbe forse ucciso; ma egli perdette almeno tre secondi a rispondereall'altro: mettez-vous en garde (cosa alla quale non toccava a lui apensare) ed a estendersi sul suo corpoallungando a tutto suo potere la suaguardiain modo che l'altro non potea più vedergli la testacontro la qualesupponea che il veneziano mirassein conseguenza delle parole che gli aveadetto; paroleche egli disse per un modo di direnon già con intenzion dieseguirlepoiché troppo disavantaggio ha il duellante che prende di mira ilcapo dell'avversario e non il petto. Il venezianodopo aver dettoall'avversario: fatemi l'onore di tirare il primonon si credette tenutoa supporre che differisse nè a troppo allungare il civil complimento aspettandotutto il comodo dell'altronè pensò al fievole vantaggio di farsi piùpicciolo allungandosi sulla guardiama nella non incomoda positura in cui erasenza punto muoversi nè batter occhiocon polso fermo sparòe nello stessotempo che si sentì ferito alla mano sinistrache cacciò presto nellasaccoccia della giubbavide il Postòli sostenersi con la sinistra a terra pernon caderee l'udì dire: Je suis blessé. Gettò via il veneziano lapistola e corse ad essoma a mezza strada vide due sciabole polacche pendentisopra lui pronte a tagliarlo in pezzi; e gli sarebbero già piombate addossopoiché erasi fermato ed immobile attendea i due fendentise con voce di atrocecollera il guerrieroche sostenevasi appenavedendo que' sciagurati non avessegridato: Canaillerespectez ce chevalier. - Canaglierispettate questocavaliere[1]A questi accenti si vergognarono quegli infingardi (alla polacca però veriamici del Braniscki) e si ritirarono. Corse il veneziano alla sinistra delgenerosoe con la sua destra sotto l'ascella il sollevòmentre alla drittaera accorso l'affannato generale ad aitarlo. In questa guisa il Postòlicamminando curvo sostenuto dai due e seguito dai suoigiunse all'osteria centopassi di là distantedove sdrajato sopra una gran sedia volle veder la suaferita. Fu prestamentesupino come si teneasbottonatoed alzatagli da' servil'insanguinata camiscia sino al pettosi vide che la palla eragli entrata nelcorpo fra la terza e quarta costa spuria alla drittaed era uscita descrivendouna diagonale lunga un palmo verso il mezzo dell'ippocondrio sinistrolasciandoillesi gl'intestini; tanto era egli allungato ed esteso quando ricevette ilcolpo. Mentre i suoi servi mondavangli il ventre dal sangue di cui era tuttobruttatoil venezianoche stavagli a fianco in piediosservò ch'egli volgeadi tempo in tempo gli occhi al di lui ventreonde gettando egli il guardo soprase stessosi avvide ch'era tutto grondante di sangue che uscivagli dal ventredella qual cosa si maravigliòma non fece alcun movimento.

Quandoil Postòli vide l'orribile propria feritasereno in faccia ordinò checorressero alla città tutti in traccia di chirurghied all'altroche tenevasiappoggiato alla spalliera della sediadisse: Monsieurvous m'avez tuéj'ai le cordon de l'aigle blanc et une charge dans la couronne; les duels sont défenduset nous sommes dans le district de Varsovie; vous serez condamné à mort;sauvez-vous; servez-vous de mes chevauxdont je croyais de devoir me servirmoi-mêmeallez en Livonie et si vous n'avez pas d'argentacceptez ma bourse. Miavete uccisoho l'onore dell'Aquila bianca ed una carica nella corona; i duellisono proibitie siamo nel distretto di Varsavia; sarete condannato a morte;fuggite; servitevi de' miei cavallide' quali credevo dovermi servire iostesso; ricovratevi in Livonia; e se non avete denaro accettate la mia borsa. Ilveneziano ammiratore di tanta virtùgli rispose con l'angoscia nell'anima: Accettereisignorele vostre offertese pensassi a fuggire; vado in Varsavia a farmimedicaree spero che pericolosa non sia la feritadi cui mi avete astretto adesser autore. Se fossi poi reo di mortevado a portar la mia testa a' piedi deltrono. - J'accepterais vos offresMonseigneursi je pensais à me sauver. Jevais à Varsovie me faire soigner de mes blessureset le veux espérer quecelle dont vous m'avez forcé à être l'auteur n'est pas dangereuse. Si le suiscoupable de mortje vais porter ma tête aux pieds du trône. Dettoquestogl'impresse un bacio sulla sudata frontee partì sologettandosi adattraversare un campo coperto di neve per cogliere una slitta che vedea giungerea buon trotto di due cavalli sulla strada maestra. Senza quella slitta chemandogli la provvidenzaegli si sarebbe trovato a mal partitopoiché a piedipericoloso gli sarebbe stato il portarsi alla città e difficilea cagione delmolto sangue che perdea dalla mano e dal ventree degli angosciosi dolori chela ferita della manoche cominciava ad inasprirsigli recava.

Questo fatto fece divenirlecito al veneziano queste seguenti critiche riflessioni.

Il Signor Postòli ilcondusse seco soloessend'egli accompagnato da dieci persone; e questa fu unasoperchieriapoichés'egli rimanea mortoquegli amici suoi uccidevano il suouccisore. Ciò fu dimostrato dal fattoed in simili materie il punto d'onore ela delicatezza esigono che si supponga tutto. Gli promise di battersi con laspada dopo una mutua pistolettataesul campo di battaglia levandoselacostrinse la delicatezza dell'altro a far lo stessoonde l'espose al sommo deipericoli. Quando entrò nel di lui legnogli giurò da cavalier d'onore che ilfaria servire in preferenza di lui medesimoe nol fecesicché senza quellaslittache gli fu certamente mandata dal suo angelo custodeegli rimaneaesposto alla furia dell'indemoniato Bissinsckiche gli avrebbe tagliato il caponettoil quale diavolo arrivò dieci minuti dopocome si vedrà.

Il colpo di pistola che glidiede Postòli il colse un pollice sotto l'umbelico: sdrucciolò la palla a fiordi carnelasciandogli una poco considerabile ferita che per altro suppurò permolti giorni ma che sul fatto non sentìed entrò nella sua mano sinistra neimuscoli del polliceed infrangendo la prima falange rimase dentro morta eschiacciatacome fu veduta quando il chirurgo per estrarla fu costretto adaprirgli la mano alla parte superiore opposta.

Entrato nella slitta invirtù di un zecchino che diede al paesano che la guidavasi sdrajò e si fececoprire da una stuojapiù per ripararsi dalla neve che il trotto de' cavallifacea saltar dentroche per nascondersi. Buon fu per lui il trovarsi cosìcoperto e non esposto alla vista di alcunopoiché non avea ancora fatto unmiglio che incontrossi col Bissinsckiche a cavallo di carriera aperta con lasciabola sfoderata correasperando d'incontrarlo per tagliarlo in minuti pezzicon tanto buon corecon quanto l'amoroso pastore dà un'archibugiata al lupoche incontra traendo seco sul collo l'agnellache gli uccise e rubò. IlBissinscki avrebbe eseguito il suo polacco progetto senza né pure idearsi checreatura ragionevole avesse potuto chiamare la sua azione men che onestanonche spacciarla per un tradimento; tanto sembra eroica oggidì ancora a' polacchila vendetta. Egli non poté mai immaginarsi ch'ei fosse sotto quella stuojaonde seguitò a correre verso l'osteriadove l'amico suo ferito stavaaspettando ristoroe 'l veneziano giunse in Varsaviadovenon avendo trovatoalcuno alla casa del principe Adamo Czartoryskisi determinò a ricoverarsi nelconvento de' zoccolanti.

Essendosi egli presentatoil portinaioche nol conosceavedendolo tutto sporco di sangue e supponendoloperciò un malfattoreera per chiudergli la porta in facciama il venezianonon gli diede tempo; entrò a forza gettandolo con le gambe all'aria. Accorseromolti frati allorae 'l guardiano istessoil quale si determinò a dargli unastanza. Non passò mezz'ora che quella stanza si vide piena de' primi signoridella corte e de' più accreditatipoiché il Postòli in sostanzaquantunqueintrepido e valorosissimoera considerato come il maggior nemico della nazionee favorito del reavea la maledizione che hanno tutti i favoritiera temuto edodiato o invidiato da tutti. I più cospicui tra magnati si affrettarono dunquedi accorrere al conventochi per udire la storia del fattochi per assicuraril ferito di protezionechi per offrirgli danaro che non accettò e che sefosse stato saggio avrebbe accettato; ma trovavasi troppo in que' momenti inpreda del demone dell'eroismo. La necessità però il costrinse ad accettarecento zecchini dal principe palatino di Russiae dal figlio principe Adamo iltrattamento intero della tavola giornalieranon per lui che fu tosto condannatoalla dietama per chi portavasi all'ora di pranzo ad onorarlo. Un chirurgofrancese accorse tosto ad aver cura di luiil quale dopo avergli cacciatosanguegli aprì il di sopra della mano presso al pollicegli estrasse lapallagli passò nella ferita un cordone di setagliela fasciòe poi gliordinò un medicamentoperché dicea che sgombro da ogni materia dovea esserelo stomaco di un ferito e che dovea poi esser lasciato senza nutrimento alcunoeccettuato quello di semplice brodo; al qual ordine il veneziano non osòopporsicome avrebbe desideratoquando udì quel chirurgoche pregiavasid'intendere il latinofulminargli l'aforismo: Vulnerati fame crucientur. L'operazioneche il chirurgo gli fe' per trargli dall'interno della mano la pallafudolorosissima; ma egli imparò che non v'è dolore materiale che un animorisoluto non possa dissimulare: mentre il chirurgo opravaegli narrava il fattoal palatino di Calich Tuardouski e ad altri magnati astantie potémalgradoil dolore che sentiané dar segno di sentirloné interrompere il suoracconto. Il non posso è troppo di frequente sulle labbra dei mortali;per l'uomo che vuolevi si trova assai di raro.

Il principe StanislaoLubomirski allora Strasnikora gran maresciallo della coronadotto edolcissimo signoreportossi alla stanza del veneziano al cominciar della nottee narrogli la scena ancor più tragica avvenuta dopo il duello. Il furiosoBissinscki quandogiunto a Volavide l'amico in quello statoe seppe che ilveneziano se n'era andatodiè nelle smanie; rimontò a cavallo determinato diandarlo a cercare ne' più cupi ripostiglinon già per isfidarlo a duellomaper ucciderlo di presenza in qualunque luogo fosse per ritrovano. S'immaginòdunquetornando in Varsaviach'egli si fosse ricoverato in casa del conteTomatisitaliano anch'essodel quale sapea che il veneziano era amico. Sifigurò anzi che dal Tomatis medesimo poteva il veneziano esser stato spronato achiamare il Postòli in duelloper vendicarlo di una vilissima ingiuria cheavea dovuto soffrire dal Postòli poco tempo avantie per la quale avrebbemeritato che il Tomatis l'avesse ucciso sul fatto. Ma se anche il Bissinscki nonavesse pensato a ciòegli dovea certamente credere che gratissimo fosseriuscito al Tomatis il modo con cui il veneziano avea abbassata e punital'insolenza del troppo ardito cavaliereonde gli parve indegno di vivere ed andòdeterminato di uccider luise in di lui casa non ritrovasse l'altro.

Scese da cavallo nellacortemontò furibondo le scaleetrovato il Tomatis in bella compagnia didonne e di cavalieridimandò che gli si desse subito tra le mani il venezianoalla qual dimanda avend'egli risposto che non sapea dove la persona ch'eglivolea si trovassel'altro si trasse di tasca una pistola e gliela sparò allatesta. Il colpo andò a vuoto. Il conte MozinskiStolnik della coronaamabiledottogeneroso e vigorosissimoche trovavasi là presentecorse ad afferrarea traverso il furioso per gettarlo dalla finestra; ma avend'egli per disgrazialibero il braccio drittolanciò al Mosinski due fendenticon uno de' qualigli ferì il braccio sinistroe con l'altro tagliogli la faccia imprimendogliuna lunga ferita che dall'alto della guancia sinistra scendevagli fin sotto labocca alla destraavendogli tagliato il labbro e quattro denti con grave feritanelle gingive. Fatto ciòrapidamente corse sul principe Stanislao Lubomirskiche trovavasi parimenti in quella compagnia epresentandogli al petto unapistolail prese pel braccio e 'l minacciò di mortese nol conducea subitosalvo fino al suo cavalloche avea lasciato nella corte. Era colui un diavolodeterminatodi cui non era permesso eludere i cenni; il principe il condusse asalvamento al suo cavalloe lasciò che egli andasse alla malora. Grandeintanto era divenuto lo strepito e lo spavento in Varsavia. Erasi sparsa la voceche il veneziano avea ucciso il Postòlionde correvano a cavallo gli Ulani edi suoi ben affetti per tutte le strade cercando l'uccisoreche non conosceanoe lanciando colpi di sciabola a tutti quelli che incontravano non vestiti allapolacca. Avevan presto tutti i mercadanti chiuse le loro botteghecome seavessero temuto un armata di turchiche fosse per entrar vittoriosa e dare ilsacco alla città. Fortunata fu la combinazione che la notte non tardasse moltoa sopraggiungere.

Questo fu il racconto cheal venezianocagione di tutti questi accidentife' il principe chein virtùd'una pistola al pettofu quello che aiutò l'assassino ad uscir salvo dallacasa del conte Tomatis. Giunse allora nella stanza un frateche venne a direche il convento era tutto circondato da guardie. Disse il principe che ciòerasi fatto per ordine del gran maresciallo della coronache temea a ragioneche non andassero gli Ulani a forzare il convento per impadronirsi della personadel veneziano e vendicarfacendone stragel'ucciso loro colonnello.

Il tribunale del granmaresciallo della coronacui compete tutto il criminale e chenon soggetto adappellazionecondanna i malfattori a mortepadrone di negar la grazia dellavita di qualcuno anche allo stesso repubblicò contro il Bissinskiche andòa ricoverarsi a Kônigsbergun severo bando sotto pena capitale e con tagliacon confiscazione di beni e degradamento di nobiltà.

Giunse in quegl'istanti unuffiziale del principe Czartoryski palatino di Russiache consegnò alveneziano un biglietto nel quale trovavasene incluso un altro. Quello delprincipe dicea così: Lisezmon amice que le roi m'écritet mettez votreesprit en repos: leggeteamicociò che il re mi scrivee ponetevi l'animo incalma. L'incluso biglietto eradel ree dicea: J'ai donné ordremon cher onclea mes chirurgiens d'avoirgrand soin de Braniskimais j'ai su toute l'affaireet je n'ai pas oublié lepauvre C....... Vous pouvez lui faire savoir que je lui fais grâce.- Ordinaimio caro zioai miei chirurghi di aver gran cura di Braniskima hosaputo tutto l'affaree non dimenticai il povero C....... Voi potete farglisapere che gli accordo grazia. Il veneziano baciò ambi i bigliettiebisognoso di riposo congedò la compagnia e si mise a letto.

Nel giorno seguente il Postòlimandò un suo uffiziale a complimentarloa portargli la sua spadaadinformarsi di sua salute ed a fargli sapere che la ferita da lui riportata nonera giudicata mortalema bensì bisognosa di lunga curapoiché v'era granlaceramento di tegumenti. Fu fatto dal veneziano il contraccambioe questareciproca visita si fece ogni giorno.

Visibile in tutte lecombinazioni è la divina provvidenzaed ingrato è colui che non vi riflette enon vuol riconoscerla. Il Postòli non perì in quel duello per aver fatto ciòche il veneziano non fecee questo sarebbe probabilmente restato sul suoloseavesse fatto ciò che al Postòli parve bene di fare. Tosto che il Braniskiappuntò con l'altro l'ora del combattimentoe che ne fu certoandò aconfessarsi ed a comunicarsi ed udì messa con la più profonda divozionepoistette due ore solo e non volle prendere cibo di sorte alcuna. L'evento dimostròch'ei dovette la vita al non aver desinato; se avesse mangiatola palla gliavrebbe forato a traverso i tumidi intestinie sarebbe morto. Il veneziano adigiuno avrebbe parlato in guisa affatto diversae non avrebbe fatto nell'altroquella impressione cheper poco che l'abbia alteratodiminuì in lui l'altraabilitànota a tuttich'egli avea per colpire con palla di pistola nel tagliod'un coltello ogni volta che voleasicché la palla rimanea tagliata. Ilveneziano con la pistola non si era mai esercitatoe ad altro non si affidòquando si risorse a cimentarsiche alla scienza che aveache altra linea lapalla espulsa non potea descrivere che la retta; sicuro dunque di mirar dritto edi aver impedito con un buon pranzo la possibilità del tremito del suo polsoandò a battersi ed ottenne vittoria.

Discorse assaiinconsideratamente un certo ragionatoreche volea sostenere che il venezianoavrebbe fatto un'azione più che eroica e forse anche una assai brillantefortunase avesse tirato il suo colpo non al corpo del Postòli ma all'aria.

A me pare che quando questocaso di tirar il colpo all'aria sopravvenne a questo mondosia sopravvenutocondotto dalla combinazionee mai premeditato; e se premeditato ei fusostengoche qualunque uomoche andò a battersi covando in sua mente questo progettofu un pazzo da catenapoiché il primo precetto che si dà a chi va acimentarsi è di procurar più presto che può di ridurre il nemico impotente adoffendere.

L'arte di ridurl'avversario a scaricar le sue armi per divenir di lui padroneappartiene a chisi batte a colpo di pistola a cavallodove non si può scaricare cheguadagnando la groppapoiché la testa del cavallo copre il cavaliereeduccidere il cavallo è una viltàma a piedi il giuoco è diverso. Egli è comealla spada: afferrate l'armiciascuno pensa a séma il cortese non spara senon vede l'avversario in atto di appostar la suapoiché appostare e tirare èun solo tempo. Il veneziano disse all'altrotenendo la bocca della sua pistolacontro terrache tirasse il primoper confonderlodandoli in quel criticomomento un segno di rispettoil quale pochi uomini hanno la forza di pensarema il riporsi il cappellol'appostar e 'l tirare fu un sol tempo: e l'altroavrebbe certamente tirato il primose non avesse perduto il tempo ad allungarla sua guardia: tempo che il veneziano sarebbe stato uno sciocco se glieloavesse concesso.

Che se poi il Postòliavesse tirato subito e fallato il colpoallora possoio che conosco ilvenezianoassicurare il lettore chenell'istantequello di correre sopra luisparando il colpo all'aria ed abbracciandolo amichevolmente sarebbe stato in luiun solo movimento. Queste circostanze tutte eventuali dimostrano che il tirar ilcolpo all'aria non può ragionevolmente mai esser l'effetto di un progettopremeditato. Ma chi può sapere che il Postòlidopo veduto il colpo tiratoall'arianon avesse preteso di ricominciar il duello! Con certa superba gentele eroiche azioni vanno in danno di chi le fa. Saggio è colui che schiva tuttele occasioni di pari cimentima chi vi si mettea nessuna cosa dee tantopensare quanto a disfarsi del nemico.

Resta ad esaminarsi qualsia quello di questi due combattenti che abbiaprima di battersidato segno dimaggior religione cristiana. Il gran panattiere andò a confessarsi; masedisse tuttonon capisco come possa essere stato assolto; e se non disse tuttonon intendo come egli possa essere rimasto in sua coscienza soddisfatto di unaassoluzione carpita. Mi fu detto che ad un uomo di guerra si trova facilmenteconfessoreche permette ch'ei vada a battersi e modo provisionis gli dàanche innanzi tratto l'assoluzione in articulo mortis. Questo può forseessere; ma il duello tra questi due era affatto fuori della sfera di quelli chela religione una volta permetteacioè quando regnava lo spirito dellacavalleria errante; spirito che in certi bravi regna ancora. M'immagino che ilBraniscki abbia detto al confessore che il suo onore esigea che andasse abattersie dovendo l'onore essere dal guerriero preferito alla stessa vitaegli avrà trovato un confessore assai docile. Così la cosa debb'essere; maresto attonito di quella coscienza che persuade di aver legittimamente ottenutal'assoluzione.

Seppi poi in qual guisaragionò il venezianoil qualecristiano cattolicoamava per lo meno quantoil Postòli l'anima suaed il quale non sarebbe certamente andato a battersi sefosse stato sicuro di restar mortocertissimo poi essendo che l'anima suasarebbe andata nel foco eterno uscendo del suo corpo. Ecco la breve giaculatoriach'ei fece a Dio nel suo pensiero. Io soo Dioche non posso andarmi abattere che in disgrazia vostrapoiché vado ad espormi alla prossima occasionedi divenir omicida; abbiate dunque misericordia dell'anima miafacendo ch'ionon rimanga ucciso; poichése perissi sul fattoconosco che non mi è neppurelecito di pregarvi ora di esentarmi dalle pene eterne dell'inferno. Concedetemio Dioil tempo e la forza di pentirmi di quel peccato che per superbia vadoadesso spontaneamente a commettere.

Anche questa preghiera èassurda e contraddicente; primaperché è cosa ridicola che un uomo preghi ilsovrano dei sovrani di una grazia nel tempo medesimo che sa esser a lui notal'intenzione che ha di offenderlo; poiperch'egli non ha bisogno di domandarperdono di un delitto ch'è padrone di non commettere; onde ne segue checommettendolo divien doppiamente reose temerario aspira a quel perdono. Ciònon ostantela religione del veneziano mi sembra meno irragionevole di quelladell'altro.

      Nel giorno seguente si presentò alconvento un gesuita; egli si nominò confessore di Monsignor Czartoryski vescovodi Posnaniae domandò di abboccarsi con lui da solo a solo. Fatto dar luogoagli astantigli disse che veniva a nome di Monsignore per assolverlo dallecensure ecclesiastichenelle quali era incorso avendo fatto duello. Ilveneziano il ringraziòe gli disse che non si credea scomunicatopoichésapea di non aver fatto duello. Qui vi fu una non breve seria contestazione tralui e 'l gesuita sulla questionese avesse fatto duello o nola quale non sisarebbe facilmente terminatase il gesuita non avesse escogitato un mezzotermineche non dispiacque al preteso scomunicato. Ecco la formula con la qualeconfessò il suo delitto. Se ad onta che a me non sembra duelloil mioconflitto col gran panattiere della corona fu veramente duellome ne confessome ne pento e domando dalla santa madre chiesa l'assoluzione del mio peccato ela riabilitazione della mia persona nella comunione de' fedeli. Detto ciòil discreto padre l'assolsee se ne andò. Il venezianoper buone ragionicomunicò per lettera questo fatto al principe palatino di Russia. Gli premeache il suo affare non potesse rigorosamente essere riconosciuto per duello; edin fatti egli a rigore non ne avea tutti i requisiti.

Il chirurgo intanto non eracontento del progresso della ferita. Era neranon gli piacea la suppurazioneil braccio era gonfioe vedea imminente la cancrena. Il quinto giorno dopo lasfasciatura disse chiaramente che convenia ricorrere all'amputazione della mano;giunsero nel medesimo istante due chirurghi di corteche dopo un serio esamedecisero che indispensabil era il taglio. Vousconsentirez doncMonsieur(disseil chirurgoch'era franceseal venezianoche dopo cinque giorni trovavasiesinanito dalla fame) à vous laisser couper la mainnous ferons cela avecune adresse étonnanteet cela ne sera pas long; en deux minutes vous serezservi. - Monsieur (rispose l'ammalato)je n'y consens pas. - Etpourquois'il vous plait? disse l'altroed ei rispose: - Parce que jeveux garder ma main; et personne ne peut y trouver rien à redirepuisque jesuis son maître souverain.

Chir.- Mais Monsieurla gangréne va s'y mettre.

Venez.- Y est elle?

Chir.- Pas encoremais elle est imminente.

Venez.- Fort bien. Je veux la voir; j'en suis curieux. Nous parlerons de ceci aprèsson apparition.

Chir.- Ce sera trop tard.

Venez.- Pourquoi?

Chir.- Parce que ses progrès sont extrêmement rapideset il sera pour lors nécessairede vous couper le bras.

Venez.- Très bienvous me couperez le bras; mais en attendant remettez-moi mesbandeauxet allez-vous en.

 

Chir. - Voiconsentiretesignorea lasciarvi tagliar la mano. Vi faremo questa operazionecon una destrezza che v'incanteràe l'affare non sarà lungo; in due minutisarete servito.

Ven. - Signor mionon v'acconsento.

Chir. - Ditemi digrazia il perché.

Ven. - Perchévoglio tenermi la mia manoe non v'è alcuno che a ciò possa opporsipoichésono d'essa il sovrano padrone.

Chir. - Ma lacancrena...

Ven. - Dov'è?

Chir. - Èimminente.

Ven. - Benissimo: iointanto voglio vederla; ne sono assai curioso. Parleremo del taglio della manodopo la sua apparizione.

Chir. - Sarà troppotardi.

Ven. - Perché?

Chir. - Perché farapidissimi progressied allora sarà necessario di tagliarvi il braccio.

Ven. - Bravissimo.Mi taglierete il braccio. Fasciatemi intantoe poi andate via.

 

Due ore dopo ei seppe dalprincipe Czartoryskiche il re gli avea detto ch'egli era un pazzo a non volerlasciarsi tagliar la manopoiché avrebbe dovuto poi lasciarsi tagliar ilbraccio. Egli rispose al principe (pregandolo di ringraziar il re)che nonsapea che fare del suo braccio senza la manoonde che perdonasse seprima diveder la cancrenanon potea risolversi a lasciarsela tagliarema che vedutache l'avessenon sarebbe per opporsi all'amputazione del braccio. Vennero i trechirurghi la seradisposti di far l'operazione; avevano per ciò l'ariacontenta e vittoriosa. Levate le fasciela ferita fu veduta bella e netta. Sismarrirono a tal vista. Il più accorto d'essich'era polaccosostennech'erasi votato a qualche santo. In tre settimane egli uscì di là col braccioal collo e molto smagrito; ma sano. Era il giorno di Pasqua.

Dopo ch'egli andò a fareil suo dovere con santa chiesaandò a corte per baciar la regia manoe nontrovò S. M. Avendo saputo che stavasi in casa Oghinskivi si portò ed alregio aspetto baciò la real destra ponendo un ginocchio a terra; il resollevandolo gli domandò come andasse quel reumatismoche l'obbligava a teneril braccio al collo; e senza dargli tempo di risponderevi consigliodissea schivar per l'avvenire tutte le occasioni di contrarre simili malattiepoiché sono mortali. L'ascoltatore rispose col silenzio ed abbassando ilcapo. Fatto questoandò a fare una visita al Postòli all'appartamento ch'eglioccupava in casa del gran ciambellanoe vide rimaner tutti attonitinell'anticameraquando domandò di esser annunziato. Entrò timidamente unuffiziale polaccoche tutt'altro s'immaginava fuori ch'egli potesse esserericevutoma s'ingannò. Uscìordinando ad un servo di spalancare le impostee fu fatto entrare. Egli trovò il Postòli coricatoestenuato in cierama checortesemente gli porse la destra; accostandosi egli a luigliela prese e baciòa forzae gli disse: Mi dispiacesignored'esser io il primo a far unavisita a V. E.; vengo a dirle che riconosco d'essere stato da lei millevolte più onorato che offesoe le domando perdono se non ho potuto nel giornodi San Casimiro dissimulare quel sentimentoche fu cagione del presente suomale. Ella mi onori per l'avvenire della sua grazia e della sua protezione. Laprima era una bugiatutte le altre erano verità e veri desiderj. Eglirispose: Je suis charmé de vous voirMonsieur; je vous demande pour letemps à venir votre amitié; je crois d'avoir assez bien payé de ma personnepour la mériter. Je vous prie de vous asseoir. Qu'on porte àMonsieur du chocolat. - Mi rallegro di vedervisignore; vi domando pel tempo avenire la vostra amicizia. Credo di avervi assai ben soddisfatto con la miapersona per meritarmela. Vi prego di sedere. Portate a questo signore lacioccolata.

Si trattennero in varjdiscorsi testa a testama per pochi istanti. Non passò un quarto d'ora chegiunsero a quella casa più di dieci carrozze di signori cheavendo saputo cheil venezianouscendo dal palazzo Oghinskiaveva ordinato al suo cocchiere dicondurlo dal Postòlierano accorsicuriosi di sapere e vedere qualiconseguenze dovesse avere una visitache pareva a tutti assai strana e troppoardita. Entrarono tutti e si rallegrarono di vedere que' due in contegno dellapiù sincera riconciliazione. Il veneziano dovea al Postòli quella visita pertutti i riguardie pure non avrebbe osato fargliela solose il medesimo nonavesse costantemente mandato ogni giorno uno de' suoi per aver nuove della dilui salute. La sua quarta visita fu fatta al rispettabile vecchio Bielinskigran maresciallo della corona. Approssimandosi a lui gli baciò la mano.

Quel grand'uomo gli domandòs'era stato dal re; voi doveteegli dissea sua Maestà la vitapoiché se il re non mi avesse persuaso a farvi graziaio vi avrei condannato amorte. Il venezianobenché non persuasoseppe abbassar la testa e tacere.

Egli passò due mesi inVarsavia dopo questo avvenimentogodendo di tutti gli onorima non tranquillopoichéavend'egli rifiutato molti palliati inviti dipersone sospetteche dovevano terminarsi con effusione di sangueaveva moltinemici e gran ragione di temere notturni agguati. Erano state scritte al re ed amolti grandi varie lettere anonimeche ponevano il povero veneziano nella vistala più abbominevole. Il rappresentavano esule dalla sua patria non soloma daquasi tutti i paesi d'Europaqua per intacchi di caffèlà per tradimentiper rattiper scelleraggini infamie dalla sua patria poi per cose nefandegiacché non poteano sapersi. Queste erano tutte calunniema l'effetto dellecalunnie non è fors'egli lo stesso che quello delle accuse fondate sul vero? Lagiustificazione le dilegua; questo è vero: ma chi ignora quanto arduo sia ilgiustificarsi? Tutti sanno che ad un povero calunniato non riuscì mai l'usciredal purgatorio della giustificazione senza portar seco indelebile la macchiache la falsa accusa gli impresse. Ciò che saggiamente oprando dee fare chi sivede preso di mira dalla perseguitatrice invidiaè di cambiar cielo. Virfugiens denuo pugnabit. Madura cosa è l'andarsenee lasciare il campo libero a' scelleratied accordarla vittoria alla colpa: questo è veroma così dee fare colui che non prevideche pericoloso è sempre l'eccitare l'invidiae che spesso chi l'eccitòdovette farne la penitenza. Non si dee però per non isvegliarla lasciar la virtù.Invidiam placare paras virtute relicta? Contemnere miser. Vitanda est improbaSiren desidia.

Il veneziano si determinòad andar a vedere la Podoliala Volinniala Pocuzia e quelle Russie polaccheche con un altro nome vivono oggi sotto la disciplina di uno scettro assai piùsaggio del vecchio. Impiegò egli in questo giro tre mesiné spese molto inalberghipoiché fu sempre da per tutto dove andava con molta generositàaccolto da que' grandiche detestando il nuovo sistema tenevansi lontani dallacortei quali poi furono della loro indocilità puniti dall'imperatrice diRussiaquando osarono in dieta apertamente opporsi a' suoi desideri.Se il veneziano non avesse veduto que' paesiavrebbe assai maleconosciuta l'antica Polonia.

Col suo braccioche avearicuperato tutto il vigoreegli ritornò in Varsavia. Vide il Postòli cheguarito uscìa di casané avealo invitato ad andare seco lui alla corte. Cenòcon la principessa Lubomirskitrovandosi a tavola il rech'è suo cuginoenon ebbe l'onore di udir la regia voce a lui diretta. Dal principe palatino diRussia non gli fu più offerto quell'appartamento che quel signore splendido egeneroso gli aveva fatto ammobigliare. Denigratum est aurum ei dissee ben previde ciò ch'era per avvenirgli.

Quel medesimo ajutantegeneralech'era stato presente al suo duellovenne a comandargli a nome di SuaMaestà di uscire dalla starostia di Varsavia in otto giorni di tempo. Ilveneziano scrisse al principe Adamo Czartoryski una lettera di doglianzanellaquale gli rappresentava quanto ingiusto fosse il complimento che Sua Maestà gliaveva mandato a farema altro il principe Adamo non gli rispose che queste treparole: Invitus invitum dimitto. Egliscrisse allora al conte Mozinskiquello cui il Bissinski tagliò la facciasignore ch'era sempre al fianco del re; gli scrisse che non potea ubbidirepoiché avea molti debiti e in qualità d'uomo onesto dovea pensare a pagarlipria di partire. Corse in persona quel signore alla casa del congedato persapere a qual somma ascendevano que' suoi debiti; della qual cosa da luiistrutto con un'informazione per iscritto il lasciòdopo avergli detto che trelettere anonime scritte contro di lui erano state le cagioni della suadisgrazia.

Non so decidere qual de'due personaggi merita maggior correzione; se il vile che scrive contro un uomoqualunque una lettera anonimao l'incauto chedandole rettafa che il perfidoche l'ha scrittaottenga il suo intento. I velenii coltellile occulteinsidie non avrebbero mai fatto male ad alcunose non avessero trovato quelliche con l'opera loro ne fecero uscire i malvagi effetti. Colui che scrisse unalettera anonima è in somma sempre un traditorese anche l'effetto di quellalettera possa essere un bene.

Il generoso Mozinski siportò in persona nel dì seguente alla casa nella quale il veneziano abitava egli diede mille zecchini e 'l buon viaggio. Con parte di questi ei pagò tutti isuoi creditorile quittanze de' quali mandò a quel nobilissimo uomoe partì per Breslavia capitale della Slesiadove stette otto giorni agoder della dotta conversazione e dell'ospitalità dell'abbate Bastianivenezianoche nel capitolo di quella cattedrale gode di un posto assai distintoe d'una assai ricca prebenda.

Da Breslavia ei passò aDresda ed andò poi alla fiera diLipsiaindi a Praga ed a Viennadove gli avvenne un assai strano accidentedel qualese dovesse chi è assai bene informato delle particolarità scriverl'istoriasarebbe per castigo de' lettori un volumetto poco differente daquesto.

Il veneto ambasciatorecheper riguardi politici credette di non dover accogliere in sua casa il venezianoebbe core di salvarlo con due paroleche si lasciò a bella posta uscir dibocca trovandosi col principe Kaunitz. Quell'ambasciatore fu sempre uomo grandeed oggi è grandissimo. L'implacabileSchrottembak  ebbe quella volta unamentita. Da Vienna passò in Baviera e poi in Augustadove conservavaparticolari aderenzee dove stette fermo sino che seppe che la principessaLubomirskinata Czartoryskidovea trovarsi a Spa nel mese di Agosto.Incamminossi allora il veneziano verso quella partefermandosi però nelPalatinato e nel Wintemberga cagione di varie avventureed un giorno aColonia sulla sinistra riva del Reno per finire un affare che gli stava molto acuore e cheriguardando la materia del duellonon dee passarsi sotto silenzio.

Standosi il veneziano aDresdaun mese dopo la sua partenza dalla Polonia leggendo sulla gazzetta diColonia l'articolo di Varsaviaritrovò la storia del congedo ch'egli ebbe daquella cortein uno stile e con certe circostanze che gli dispiacquero assai.Tutte le gazzette insieme unite compongono la storia del mondoed i lettorid'esseche non sanno le cose particolarmente(e questi sono il maggior numero)si attengonoper essere informati di tuttoa quello che da esse è lororiferito: que' personaggiche vi sono commendatipajon loro eroied hannoassai brutta idea di quelli che rappresentati vi sono ingiusti e fraudolentienon avendo altre a ciò contrarie notiziequelle idee supposte da essi trattedal vero rimangono nella loro memoria scolpite.

Non è dunque maravigliache siasi sdegnato il povero venezianotrovandosi in quella gazzetta dipintocon colori che non erano i suoie vestito dalla menzogna in modoin cuipareagli ingiustoche si trovasse al mondo chi volesse ch'ei passasse al tempiodella memoria. Egli non si sarebbe offesose avesse letto che un uffizialgenerale il congedò per ordine del re dalla cortee non da tutta la Poloniaenon che ciò gli avvenne dopo che il monarca fu informato del suo vero nomeedella falsità di quelle qualità ch'egli erasi attribuiteall'ombra dellequali avea rappresentato alla corte un personaggio affatto differente da quelloche dovea rappresentare. Queste oltraggiose bugie furono dal venezianoregistrate nella propria sua mente con interno proposito di andare a suo agio adisingannare l'imprudente gazzettiere.

Giunto egli dunque aColonia alla metà di Lugliopoco meno di un anno dopo la sua partenza dallacorte di Varsaviasi fece indicar la casa del gazzettiere suo panigiristaedandò poi al suo albergofece porre i cavalli al suo legnoe partì prendendola strada di Giuliereche conduce in Aquisgrana; ma appena uscito dalla cittàfece altoordinò al servo che l'aspettasse làe tornò solo ed a piedi allacittàdove andò a fare una visita al signor Jacquiergazzettiere francesecolà domiciliato. Entrato in casauna servacui dimandò di luigli mostròla stanza in cui stavasi egli solo componendo la sua gazzetta. Vi entrò ilveneziano bruscamentechiuse la porta col chiavistelloimbrandì una grossacanna che avea nella mano drittae cavò di sua saccoccia con la sinistra unapistolae si avvicinò al gazzettiereche levato da sedere stavasi immobile etremante.

Se fate strepito sietemortogli disse il veneziano: ascoltatemie fate subito quello che vi ordinodi fareperché ho frettae badate a non mentirepoiché la vostra vita me lapagherebbe. Appena dette queste parole a quell'uomo che non battea palpebraglipresentò la sua gazzettae mostrandogli l'articolo di Varsavia gli ordinò dileggerglielo chiaramente. Appena gettativi gli occhi sopraegli volea parlarema il venezianolevando la cannaleggidisseglie non parlar poi che perrispondermi il verose vuoi che ti conceda la vita. Egli lesse tuttol'articoloma con voce sì curiosamente ora tremanteora languenteed orasospirosache il buon veneziano si sentì tutto ad un tratto colto da unsentimento di pietàe da un tal prurito di riderech'ebbe bisogno di tutta lasua forza per ritenerne lo scoppio. Finito ch'egli ebbe di leggereil venezianogli disse: mostrami da qual fonte hai preso questa storiae sappi ch'io sonl'uomo che con questa gazzetta tu infamasti. Egli gittossi allora ginocchioneechiamandosi incautodisse che egli avea tratto l'articolo da una lettera diVarsavia: se questa letteragli rispose l'altronon si trova per tua malasorte in questa stanzatu sei mortoe gli presentò al petto la pistola: sìsignoreegli soggiunsecadendo a braccia apertedebb'esser qui in questastanzae m'impegno di trovarvela subito. Presto trovala. Egli levossie simisestandogli il veneziano a fiancoa cercare e scartabellare pacchetti inuna scansiama tutto ad un tratto divenne pallidoandò in sudoree si lasciòcader sopra una sedia. Il veneziano trovossi allora in un fastidioso imbroglio equasi pentitoma resistette ed aspettò senza parlare che quel misero siriavesse. Si riebberitrovò la letterail veneziano la lessenon riconobbe nénomené caratterese la mise in tascae poi ordinò al gazzettiere discrivere sotto la sua dettatura un articoloche si fece promettere(e glimantenne parola) di porlo tal quale nella sua prima gazzetta. Fatto questogliela fece copiaree ritenne per sé la duplicata. Ordinogli poi di andarsecoe non gli permise di andar a prendersi un ferrajuoloche disse di aver inun'altra stanzaper ripararsi da una pioggia che cadea dirotta. Si fece da luicondurre alla sua sedia da postae dopo avergli detto di guardar bene dal nonmeritarsi una seconda visitagli regalò due luigie così fu terminata questascena. Il gazzettiere fu puntualemail veneziano non rimase appieno soddisfattopoiché non poté mai sapere chisia stato colui che con quel nome a tutti ignoto scrisse quelle bugie. Ilgazzettiere meritava d'essere ben bastonatonulla per altro se non perchécredea che l'ostensione di quella lettera bastasse a dichiararlo innocente; mail veneziano è bravo per ruminar vendettedebole poi quando si viene al puntodi eseguirlepoiché per sua buona sorte è sottoposto al sentimento di pietàsentimento eroicoche è gran peccatoche quando il pensatore l'esaminaloscorga procedente da debolezza d'animo. Oggi poi quest'uomo è divenuto taleche non v'è avversità per lui sopra la terra capace di alterarlo che per breviistanti. Egli si concentra a compatire chi il condannaa deplorare chi confidanegli uominia disprezzare i superbied a desiderare di divenir utile a tuttiquelli che gli sono stati di nocumentovendetta sublime ed eroicase pure nonvada accoppiata con un poco di superbiail che è da temersi. Le personechenella sua patria egli stimasono pochema ha il piacer di vedere che quellepoche sono munite di quel vero meritoche non si lascia discernere che dagliocchi del saggio. Del solo suffragio di queste egli va in tracciae disgustatodel mondopoiché non gli somministra più voluttà alcunaaspetta senzadesiderarla e senza temerlala natural dissoluzione della sua macchinaprocurando di mantenerla tranquilla e sana. Tra i suoi difetti non è il minorequello ch'egli ha di voler far conoscere certe verità di mondo a persone cheprevenute troppo in proprio favorenon sono suscettibili di documentoo nonpossono soffrire che scaturisca da chi riguardano come loro subalterno. Quandoil veneziano sarà divenuto ben saggiose pure avrà tempo di divenirlocontento di ciò che sa e disposto sempre ad imparare da chi ha più esperienzadi luilascerà che tutti credano quello che voglionoe non vorrà a forzaistruire del vero chi ricalcitrante ripugna a spogliarsi delle false idee enotizie che nutrisce. Gli uomini per natura son tali che non si possono disporread imparare cosa alcuna da quelli che vogliono far loro da maestri a forza: edhanno tanta ragione quanto han torto i primi.

Ma è tempo di terminare.Il veneziano andò a Spa poi aParigidove fermossi tre mesi per convincere il re di Polonia della falsità diuna lettera anonimapoi in Ispagnadove soffrì massime disavventure edinsidie alla propria vita per cagioni ches'egli fosse stato saggionon sisarebbero verificate: resistendo però costantementesuperò tutte le difficoltàuscì di quel regnoattraversò il Linguadocchela Provenza e 'l Piemonteeandò a scrivere la confutazione di una maligna istoria in un paese di cui nonsarebbe uscito se un ministro di stato non l'avesse scossosvegliando in luil'ambizione di entrare nella spedizione de' russi sul mare contro il re de'turchi. Fu egli a Livorno dove il suo destino fe' che il conte Alessio Orloffnon l'accettasse con le condizioni ch'egli volea. Andò allora a Napolie india passare un anno a Roma e poscia a Firenze; ma in capo a sei mesi dovetteuscirne per sovrano comandoe per ragioni che saranno certamente statelegittimepoiché saggia è quella mente cui erano notema che il venezianonon fu mai degno di sapere né di immaginare. Lasciata la Toscanaandò aBologna dove soggiornò nove mesipoi andò in Ancona per farsi trasportare dilà dal mare. Stette due anni in Triestee ritornò verso la fine dell'anno1774 per sovrana clemenza nella sua patriadel favor della quale s'ei fossedegnotroverebbe in essa facilmente il proprio sostegno.

Questo pezzo della storiadel veneziano serva a disingannare quelli che bramano ch'egli la scriva tutta.Sappiano che s'ei si disponesse a servirlinon potrebbe mai risolversi a farloin stile ed in metodo differente da quello di cui questa narrazione offre loroil saggio. Prospettiriflessionidigressioniminute circostanzeosservazionicritichedialoghisoliloquîtutto dovrebbero soffrire da una penna che nonha né

 vuole aver frenopoiché è sicura di non spargere reo obugiardo inchiostroatto a macchiar le convenienze della societàa rendersospetto l'umil sentimento di suddito fedelea far rivocare in dubbio idoverosi pensamenti dell'uomo cristiano.

 

IL FINE.



[1]Da chevalier in francese a cavaliere in italiano passa una gran differenza.Perdonino quelli che non hanno bisogno di quest'avviso.