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ILLIBRO DELLE VERGINI

 

diGabriele D'Annunzio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.

Le vergini

26.

Favola sentimentale

33.

Nell’assenza di Lanciotto

44.

Ad altare Dei

 


LEVERGINI

 

I.

 

Ilviatico uscì dalla porta della chiesa a mezzogiorno. Su tutte le strade era laprimizia della nevesu tutte le case era la neve. Ma in alto grandi isoleazzurre apparivano tra le nuvole nevosesi dilatavano su 'l palazzo di Brinalentamentes'illuminavano verso la Bandiera. E nell'aria biancasul paesebianco appariva ora subitamente letificante il miracolo del sole.

Ilviatico s'incamminava alla casa di Giuliana; la gente si fermava a veder passareil prete incedente a capo nudocon la stola violaceasotto l'ampio ombrelloscarlattotra le lanterne portate dai chierici accese. La campanella squillavalimpidamente accompagnando i salmi sussurrati dal prete. I cani vagabondi siscansavano nei vicoli al passaggio. Mazzanti cessò di ammucchiare la neveall'angolo della piazza e si scoprì la calvizieinchinandosi. Si spandeva inquel punto dal forno di Flajano nell'aria l'odore caldo e sano del pane recentequell'odore che éccita il palato.

Nellacasa dell'inferma li astanti udirono li squillie udirono su per le scale ilsalire dei vegnenti. Giuliana era su 'l lettosupinatenuta dallo stuporedella febbreda una sonnolenza inertecon la respirazione frequente rotta da irantoli. Su 'l candore del guanciale posava la testa quasi nuda di capellilafaccia d'un colore quasi ceruleo ove le palpebre erano semichiuse sopra li occhivischiosi e le narici parevano annerite dal fumo. Ella aveva nelle maniscarnificate certi piccoli moti incoscienticerti vaghi conati di prenderequalche cosa nel vuotocerti strani segni improvvisi che davano come un sensodi terrore a chi stava da presso; e nelle braccia pallide si producevano a voltecerte contrazioni di fasci muscolarii sussulti dei tendini; e a volteun balbettamento inintelligibile le usciva dalle labbra come se le parole le siimpigliassero nella fuliggine della linguanel muco tenace delle gengive.

Nellastanza si faceva quel silenzio tragico che suole precedere gli avvenimentisupremiun silenzio dove il respiro dell'inferma e i gesticolamenti incerti ele irruzioni rauche della tosse bronchiale acquistavano una specie di solennitàfúnebre. Dalle finestre aperte entrava l'aria pura ed uscivano le esalazionidella malattia. Un vivo bagliore bianco si rinfrangeva dalla neve coprente icornicioni e i capitelli corintii dell'arco di Portanova; una efflorescenzacristallina di ghiaccioli scintillava d'iridi all'altezza della stanza.Nell'internosu le paretipendevano grandi medaglie sacre d'ottone; pendevanoimagini di santi. Sotto un vetro una Madonna di Loreto tutta nera il volto ilseno le braccia; come un idolo barbaricoemergeva glorificata dalla veste d'oroove le mezze lune salivano. In un angoloun piccolo altare candido sorgeva conun vecchio Gesù di avorio su una croce intarsiata di madreperlacon dueboccali turchini di Castelli pieni d'erbe aromatiche.

Camillala sorellal'unica parentepresso al lettopallidissimatergeva le labbranerastre e i denti incrostati dell'inferma con un lino umido di aceto. DonVincenzo Bucciil medicosedutoguardava il pomo d'argento della bella mazzale belle corniole incise ch'egli aveva negli anelli delle ditaaspettando.Teodora La Jeceuna tessitrice vicinastava rittain silenziotutta intentanell'atteggiare la faccia bianca e lentigginosagli occhi grigi di piombolabocca crudele al dolore.

-Pax huic domui - disse il prete entrando. Apparve sull'uscio Don GennaroTiernouna figura altissima e smilzatutta ad angolipoggiata su piedienormi. Veniva dietro di lui Rosa Catenauna femmina che aveva fatto pubblicaprofessione d'impudicizia al suo tempo verde e che ora si salvava l'animaassistendo i moribondilavando i cadaverivestendoli e accomodandoli nellabarasenza prender mercede.

Nellastanza di Giuliana tutti erano in ginocchiochini la faccia. L'inferma nonudiva; una stupefazione intensa le teneva ancora i sensi. E l'aspersorio si levòsu di leilucido nell'ariaaspergendo il letto.

-Aspergesme dominehyssopoet mundabor... - Ma Giuliana non sentìl'onda purificatrice che la rendeva più bianca della neve innanzi al suoSignore.

Ellastirava davanti a sé con le dita fragili le coperteaveva un moto tremulonelle labbranella gola il gorgoglio della parola che ella non potevaprofferire.

-Exaudi nosdomine sancte...

Allorauno scoppio di pianto risonò fra le parole latinee Camilla nascose sullasponda del letto la faccia rigata di lacrime. Il medico s'era accostato e tenevafra le dita inanellate il polso di Giuliana. Egli voleva scuoterlaapprestarlaa ricevere il Sacramento dalle mani del sacerdote di Gesù Cristofare che ellaporgesse la lingua all'ostia.

Giulianabalbettògesticolòancora vagamente nel vuotomentre la sollevavano su iguanciali. Ella doveva sentire un tintinnio nei nervi dell'orecchio perturbatiforse dalle gridaforse una musica. Come fu sollevatasubitamente il rossorelivido della faccia si mutò in un pallore di cadavere; la vescica di ghiacciocadde dalla testa su 'l lenzuolo.

-Misereatur...

Porseella finalmente la lingua tremantecoperta di una crosta mista di muco e disangue nerastrodove l'ostia vergine si posò.

-Ecce agnus Deiecce qui tollit peccata mundi...

Maella non ritirò la lingua a quel contattoperché non aveva coscienza di quelche faceva; lo stupidimento non era rotto dal lume dell'Eucaristia. Camillaguardava con gli occhi rossi pieni di terrore e di dolore quella faccia terreadove ogni segno di vita mancava a poco a pocoquella bocca aperta che pareva labocca di uno strangolato. Il prete seguitavanella solennità del suoministeriole preghiere latine lentamente. Tutti gli altri rimanevanogenuflessisotto il diffuso albore che fuori dalla neve suscitava il meriggio.Un buffo d'odore di pane caldo salì col vento e fece fremere le papille delnaso ai clerici.

-Oremus...

Allieccitamenti del medico Giuliana richiuse le labbra. La riadagiarono supina;poiché il prete entrava nel sacramento dell'Estrema Unzione. Dai clericigenuflessi suonava sommessamente l'antifona dei Salmi penitenziali.

-Ne reminiscaris.

TeodoraLa Jece metteva di tratto in tratto un singulto soffocatocoperta il volto conle palme a' piedi del letto. Rosa Catena stava rittaa cantocon un occhiosemichiuso da cui le colava di continuo un liquido giallognolo e con l'altroocchio cieco e bianco per un'albùginescorreva un rosariomormorando. Ementre i Salmi sommessamente dal pavimento si elevavanosu quel mormorìoconfuso dominava la formola sacra del prete ungente in croce li occhiliorecchile naricila boccale mani dell'inferma inerte.

-...indulgeat tibi Dominus quidquid per gressum deliquisti. Amen.

FuCamilla che scoperse i piedi della sorella; apparvero tra le coperte due piedigiallisquamosilividi nelle unghieche al tatto davano un ribrezzo di membramorte. E su quella pelle secca le lacrime cadderosi mescolarono con l'unzioneestrema.

-Kyrie eleison. Christe eleison. Kyrie eleison. Pater noster...

L'untadel Signore stava ora immobilerespirandocon li occhi chiusi dinanzi allalucecon le ginocchia sollevate e le mani strette fra le cosce inquell'atteggiamento così abituale alli ammalati di tifo. E il pretepoich'ebbe premuto sulle labbra di lei per l'ultima volta il crocefissofatto ilsegno della croce alto in mezzo alla stanza con la gran manouscì seguito daiclerici. Vagava ancora nella stanza quell'odore svanito d'incenso e di cera chehanno le vesti sacerdotali. Fuorisotto le finestreMatteo Puriello martellavala suola canticchiando.

 

 

II.

 

Isegni del male declinavano lentamente in favore: succedeva ora il quartosettenariosuccedeva al sopore stupido la quiete naturale del sonnounaquiete durevole in cui a poco a poco tutte le perturbazioni della coscienza sisedavano e le facoltà del senso si facevano meno torbide e la frequenza dellarespirazione diminuiva. Ma una tosse aspra scoppiava a tratti nel pettodell'infermafacendo sussultare le vertebre; una distruzione dolorosa dellapelle e dei tessuti molli si compiva ai gomitialle ginocchiaall'estremitàdella schienadi giorno in giorno. Quando Camilla si chinava su 'l lettochiamando - Giuliana! - la sorella tentava aprire li occhivolgersi verso lavoce. Ma la debolezza la opprimeva; lo stupore torbido le occupava di nuovo ilsenso.

Ellaaveva fameella aveva fame. Una bramosia bestiale di cibo le torturava leviscere vuotele dava alla bocca quel movimento vago delle mandibole chiedentiqualche cosa da masticarele dava talvolta alle povere ossa delle mani quellecontrazioni prensili che hanno le dita delle scimmie golose alla vista del pomo.Era la fame canina della convalescenza del tifoquella terribile avidità dinutrimento vitale in tutte le cellule del corpo impoverite dal lungo malore. Unascarsa onda di sangue restava a pena circolante pei tessuti; nel cervellodebolmente irrigato ogni attività ristagnava come in un machina a cui la forzamotrice del liquido difetti. Soltantoin quella materia disordinatamente ora siproducevano certe vibrazioni determinanti certi arti che nella vita anterioreerano abituali; né di quel lavorìo meccanico aveva la convalescente coscienza.Ella per lo più diceva ad alta voce le letanie; divideva in sillabe parolesenza senso; minacciava punizioni a discepoli; cantava le strofe quinarie di uninno a Gesù. Aveva per lo più nell'indice della mano sinistra un moto diindicazione scorrente su l'orlo del lenzuolocome se ella con quel segnoguidasse l'occhio dei discepoli su le righe del libro. Poitalvoltala suavoce si sollevavaprendeva una solennità quasi minacciosapronunciando leammonizioni delle sette trombericordando confusamente le parole di fraBartolomeo da Saluzzo ai peccatoriavendo forse nelli occhi stupefatti lavisione di quelle vecchie stampe impresse dal legno piene di deformi angelitubanti e di demonii debellati. Ma nelli occhi non mai aveva uno sguardo. Lepalpebre pesanti coprivano l'iride a metàquell'iride senza colore spersanella sclerotica che pareva come velata da un muco giallastro. Ella stava nelsuo letto distesacon il capo su due guanciali. Quasi tutti i capelli le eranocaduti nella malattia; un pallor terreodi quei pallori sotto cui pare nonanche possa rimanere la vitale occupava la facciale cavità della faccia; eil teschio ne traspariva e da tutta la restante aridezza della pelle loscheletro trasparivae intorno a tutto quell'ossame nei punti di pressione sulletto i tessuti aderenti degeneravano. Soloun'immensa fame animava quellarovinatorturava gl'intestini ove le ulceri tifose si cicatrizzavanolentamente.

Fuoriera la novena di Natalela bella festività de' vecchi e de' fanciulli. Eranocerti vespri chiari e rigidisotto cui tutto il paese di Pescara si popolava dimarinari e si empiva dei suoni delle zampogne. L'odore acuto delle zuppe dipesce si propagava nell'aria dalle cantine aperte. Lentamentealle finestrealle portenelle viei lumi apparivano. Il sole indugiava roseo su i terrazzidi pietra della casa di Farinasui comignoli della casa Memmasu 'l campaniledi San Giacomo. Le altezze illustri dominavano come fari su 'l paese occupatodall'ombra. Poid'un trattola notte cominciava a constellare i firmamenti;sopra le case di Sant'Agostino una mezza luna si affacciava dal bastione tra ilfanale rosso e il pino del telegrafocrescendo.

Allastanza di Giuliana tutta quell'animazione di vita saliva in un romorìo confusodi alveare che si sveglia.

Lepastorall delle zampogne si avvicinavanodi casa in casadi porta in porta;avevano una religiosa e familiare letizia quei suoni che i ciociari di Atinatraevano da un otre di pecora e da un gruppo di canne forate. La convalescenteudivasi sollevava su 'l letto; poiché quella sensazione le ridestava ifantasmi di altre sensazioni trascorsee gli occhi gli si empivano tutti divisione sacradi presepi raggianti e di bianchi peregrinaggi d'angeli inazzurri immacolati. Ella si metteva a cantare le lauditendendo le bracciarestando talvolta con la bocca aperta mentre la voce nelli organi le mancava;ella si metteva a laudare Gesù con una elevazione ardente e dolce di amoretrasportata dai suoni delle pastorali appressantisiallucinata dalle imaginisante delle pareti. Ascendeva ai cielitra le musiche dei cherubinitra ivapori della mirra e dell'incenso.

-Hosanna!

La voce le mancava. Ella tendeva le braccia. Camilla da pressovolevariadagiarla su i guanciali; si sentiva come soggiogare da quel cieco entusiasmodi fede; le tremavano le manile labbra. Giuliana ricadeva stesacon il capoabbandonatoscoperta la gola e il pettomostrando delli occhi solo il bianconel gran palloresorridente a qualche cosa invisibilein un atteggiamento divergine martire

Lezampogne passavano; tardi passavano le canzoni del vino gridate dai marinarinella notte tornanti alle barche della Pescara.

 

 

III.

 

L'istintodella fame si ridestava vivissimocome più chiara si faceva la coscienza.Quando dal forno di Flajano saliva nell'aria l'odore caldo del paneGiulianachiedeva; chiedeva con un accento di mendicante famelicatendeva la manosupplicandoalla sorella. Divorava rapidamentecon un godimento brutale ditutto l'essereguardando d'intorno se qualcuno tentasse strapparle di tra lemani il ciboin sospetto.

Laconvalescenza era lunga e lenta; ma già un senso mite di sollievo cominciava aspargersi per le membraa liberare il capo. Per quella sana nutrizione dialbume e di carne muscolare un sangue novello si produceva: i polmoni dilatatiora largamente dall'aria vivificavano il sangue carico di sostanze; e i tessutiirrigati dall'onda tiepida e rapida si colorivano ricomponendosisirinnovellavano nelle piaghe di decubitosi ricoprivano a poco a poco; e leattività cerebrali a quell'affluire operavano sicure; e le innervazioni negliorgani sensorii non più perturbate rendevano limpida la sensazione; e sulcranio i bulbi capilliferi rigermogliavano densi; da quel riordinamento delleleggi meccaniche della vitada quel dispiegarsi di energie prima latenti che lamalattia aveva provocateda quella intensa brama che la convalescente aveva divivere e di sentirsi vivereda tuttolentamentequasi in una seconda nascitauna creatura migliore sorgeva.

Eranoi giorni primi di febbraio.

Dalsuo letto Giuliana vedeva la sommità dell'arco di Portanovai mattoni rossiccifra cui crescevano le erbe. i capitelli sgretolati dove le rondini avrebberoappeso i nidi. Le viole di Sant'Anna nelle screpolature del fastigio non anchefiorivano. Il cielo sopra si apriva in una gentile beatitudine di colore; e perl'aria a tratti giungevano dall'arsenale li squilli dellefanfare.

Fuallora chequasi con un senso di meravigliaella riandò l'esistenzatrascorsa. Le pareva quasi che quel passato non le appartenessenon fosse suo:una lontananza smisurata ora la divideva da quei ricordiuna lontananza come disogno. Ella non aveva più la valutazione sicura del tempo; ella doveva guardareli oggetti che la circondavanofare uno sforzo della menteraccogliersi alungoper ricordare. Si toccava con le dita le tempia dove i capellirigerminavano tenuie un sorriso vago di smemorata le sfiorava le labbrapallidele fuggiva nelli occhi.

-Ah! - sussurrò fioca! e il gesto delle dita alle tempia le ritornavagentilmente.

Erastata una vita triste ed ugualein quelle tre stanzefra tutte quelle piccolestatue deformi di Santifra tutte quelle imagini di madonnefra tutti queibimbi compitanti in coro ad alta voce per cinque ore del giorno le medesimeparole scritte col gesso su la lavagna. Come le martiri gloriose della leggendacome Santa Tecla di Licaonia e Santa Eufemia di Calcedoniale due sorelleavevano consacrata la loro verginità allo sposo celesteal talamo di Gesù.Avevano mortificata la carne a furia di privazioni e di preghiererespirandol'aria della chiesal'incenso e l'odore delle candele ardenticibandosi dilegumi.

Avevanostupefatto lo spirito in quell'esercizio arido e lungo di sillabazionein quelfreddo distillio di parolein quell'opera macchinale dell'ago e del filo su leeterne tele bianche odoranti di spigo e di santità. Mai le loro mani cercaronola fronte dei discepoliin una effusione di tenerezza improvvisa. Insegnavanola piccola dottrinai piccoli canti della religione; facevano prostrare tuttequelle teste gioconde lungamente sotto le ammonizioni quaresimali; parlavano delpeccatodelli orrori del peccatodelle pene eternecon la voce gravementretutti quei grandi occhi si empivano di meraviglia e tutte quelle bocche rosee siaprivano allo stupore. Intornoper le fantasie vive dei fanciulli le cose sianimavano; dal fondo dei vecchi quadri uscivano certi profili giallognoli disanti misteriosi; e il Nazareno cinto di spine e di stille di sangue guardava daogni parte con gli occhi agonizzantiperseguitando; e su per la gran cappa delcamino ogni macchia di fumo prendeva una forma atroce. Così infondevano esse lafede in quelle anime inconsapevoli.

Orail ricordo di quella sterilità si destò in Giuliana torbidamente. Ellarisalivarisaliva alli anni più lontani per una naturale tendenza dellospiritosi rifugiava alle fonti; e una pienezza improvvisa di giubilo la inondòcome se in un momento tutta la sua infanzia le rifluisse al cuore.

-Camilla! Camilla! - chiamò. - Dove sei?

Lasorella non risposenon stava nell'altra stanza; era forse andata giùnellachiesaal vespro. Allora una tentazione prese la convalescentedi mettere ipiedi a terradi provare i passi su 'l pavimentocosìsola.

Ridevad'un riso timido di bambina che esiti in una impresa difficile; socchiudeva liocchi soffermandosi nel nuovo diletto di quel pensiero; palpava con le dita leginocchiale caviglie esiliraccogliendosicome per misurare la forza; eridevarideva poiché il riso le insinuava uno sfinimento dolceuna sottiledeliziavibrante in tutto l'essere.

Unafreccia di sole strisciava sul davanzale e feriva l'acqua di un bacile in unangolo; il riflesso mobile veniva nella paretecome una fine trama di oro. Unostuolo di colombi attraversò lo spazio e venne a posare su l'arco; parve unaugurio. Ella pianamente scansò le coperteebbe ancora un'esitazione; sedutasu la sponda del letto cercava con la punta del piede scarno e giallo lapianella di lana. La trovòtrovò l'altra; ma ora una tenerezza l'assaliva ele si empivano di lacrime li occhie tutto tremolava dinanzi a lei in un alboreindistinto come se le cose in torno si facessero aeree ed evanissero. Le lacrimele rigavano le guancele si fermavano alla bocca tiepide e salse: ella ne bevvealcunene sentì il sapore. Fuoridall'arco i colombi ad uno ad unosirialzavanofrullando. Giuliana con un moto delle fauci respinse il groppo delpianto; poi si poggiò sulla spondapremettesi alzò finalmente in piedi;sorrise dalli occhi umidiguardandosi. Non sapeva di essere così deboledinon potersi così reggere diritta sulle gambe; aveva una strana sensazione diformicolio nelli stinchidi vellicamento nei muscoliquasi la sensazione d'unferito che si levi quando l'osso infranto non anche è ben saldato. Tentò dimuovere un passoavanzò il piedetimidamente: ebbe paurasedette di nuovo sula spondaguardandosi in torno come per assicurarsi che non la spiava alcuno.Poi cercò un punto di metala finestrae ricominciòpianamentecon liocchi fissi sul piede che avanzavain equilibriostringendosi lo scialle verdeal pettoinvasa un poco dal freddo. Un subitaneo spavento la presea mezzo:ella barcollòagitò le manisi rivolse verso il lettomise tre o quattropassi precipitosiricadde su la sponda. Stette un momento làin affanno;rientrò sotto le coperte dove ancora restava il tepores'avvolse e si raccolserabbrividendo.

-Come son deboleSignore!...

Eguardava curiosa su 'l pavimento il luogo dove ella aveva fatto i passiquasivi cercasse le orme.

 

 

IV.

 

Diquesto primo tentativo non disse nulla alla sorella. Quando sentì Camillarientrarechiuse li occhistette immobile come una dormienteprovando unostrano piacere in sé di quell'ingannoricacciando a forza indietro il riso chela vellicava a sommo del petto e le saliva alle labbra. Ella gioiva di quelpiccolo segreto: tutti i giorni aspettava con un desiderio inquieto l'ora in cuiCamilla scendeva le scale; restava un momento in ascoltoseduta su 'l lettofin che giungeva il rumore del lento discendere; poi si levavasoffocando liscoppi di risoappoggiandosi alle paretiai mobilimettendo gridi di paurasommessi  ogni volta che leginocchia minacciavano di piegarsiogni volta che l'equilibrio mancava.

DalForno di Flajano a quell'ora saliva quasi sempre l'odore del pane ad irritarla.Ella si avvicinava alla finestra per cercare il vento; provava una tortura mistadi voluttà nell'aspirare quella emanazione sanacon la lingua nuotantenell'acquolina e li occhi vivi di cupidigia. Allora la prendeva una furia difrugare da per tuttodi mettere da per tutto le manitraendosi di qua di làcon minore lentezzafacendo sforzi inutili e irosi su le serrature di cuiCamilla aveva portato seco le chiavi. Una voltain fondo al repostiglio di untavolino trovò una mela e ci ficcò i denti golosamente. Da tempo nel regimesevero della convalescenzaella non assaporava un frutto. In quello era unfresco profumo di rosail profumo accolto che certe mele aggrinzite e scoloritehanno. Cercò di nuovo nel repostigliosperando; ma non trovò che una speciedi siliqua verdognolachiusache doveva contenere forse un gruppo di semi; ela presela guardò curiosamentela nascose sotto il guanciale.

Passavacosì quell'orain segretocon il godimento acre che danno ai fanciulli inguarigione le cose proibitele infrazioni delli ordini dottoralii piccolifurti. Solo testimone era un miciotutto maculato come una pelle di serpenteche girava talvolta intorno a Giuliana con un miagolìo famigliare o si fermavateso invano a ghermire se fuori volavano su l'arco i colombi. A poco a pocoGiuliana prendeva amore a quel compagno discreto. Ella lo accoglieva nel teporedel lettogli sussurrava parole senza nessolo guardava lungamente leccarsicon la lingua rosea la zampaporgere la gola di lucertola alla blandiziaunagola gialliccia che palpitava d'un suono rauco e dolce simile al tubare delletortore nei boschi. Ellaforse per un naturale ricorso di quel suo misticismoanterioreamava i bagliori tralucenti dalli occhi dell'animale nella penombraquelli sprazzi di fosforoche emanavano da una forma misteriosa e silenziosanella penombra.

Camillavedeva tutte queste strane predilezioni della sorellacon una specie didiffidenza ed anche di rammarico sordoma taceva. E lentamentequasiinsensibilmentequelle due anime si distaccavanosi allontanavano per repulsa.

Eranoprima vissute in una comunione di abitudini e di sentimenti continuaperché inloro ogni diversità d'indole e ogni insorgimento si agguagliava e placavanell'unica fedenel culto infrangibile della deità di Cristoin quelcontemplamento ch'era divenuto lo scopo della vita loro. Ma come il culto leassorbiva interein loro i legami della consanguineità a poco a poco eranostatidirei quasicoperti e sopraffatti da quelli della comune religione;quindi non mai una espansione di tenerezzanon mai un abbandono di confidenza odi ricordi o di speranzecome tra sorelle. Erano correligionarieerano membridella grande famiglia di Gesù spersi su la terra e agognanti il cielo.

Cosìche a penaper la rinnovazione operata prima dalla malattia e dopo dal regimein Giuliana si manifestarono inaspettati atteggiamenti d'indole e modiinconsuetila repulsa avvenne inevitabile e la voce del comun sangue sopita nonsi poté levare a contrasto.

 

 

V.

 

Idiscepoli tornarono: fu la prima volta una mattina del marzo nascente. Giulianas'era levata dal letto; stava seduta su la spondacol calore del sole alla nucaed alli omeri. Nella stanza si sentiva l'odore agro dell'aceto che Camilla avevaversato nei calamai muffiti; e dalle finestre raramente il vento recava lieffluvi delle viole già fiorite su l'arco.

Fuallora una irruzione d'infanzia nella stanza. Fu prima sull'uscio un sospingersitumultuoso di piccole teste che volevano sollevarsi le une su le altre pervederepoi una esitazioneuna timiditàuna specie di meraviglia ingenuadinanzi alla maestra pallida pallida e scarna che i discepoli riconoscevano apena.

MaGiuliana sorridevasotto un turbamento improvviso di tutto il suo sangue;Giuliana li chiamava a séconfondeva i loro nomi che le si affollavano allelabbra e tendeva loro le mani. A unoa duea trei bimbi si avanzavanovolevano prenderle le mani per metterci la bocca sopraridicevano le parole diaugurio imparate a casaingoiando per la furia le sillabe.

-Nononon più! - esclamava Giulianasopraffattama abbandonando le mani aquelle bocche tiepide e molli. Si sentiva quasi mancare.

-Camillatienilitienili.

Ognibimbo recava un dono: erano fiorierano frutta. Le violette avevano subitosparso il profumo nell'ariae in quel profumoin quella luce tutte quellefaccie infantili invermigliate dal buon sangue plebeo sorridevano.

Poila scuolanell'altra stanzacominciò. La prima classe diceva a voce alta levocali e i dittonghila seconda sillabava; e su quel coro chiarissimo a trattisi levava l'ammonimento di Camilla.

-Lalelilolu...

Nelliintervalli di silenziosi udiva Matteo Puriello picchiare su le suola o iltelaio della Jece sbattere.

-Vavevivovu...

Allorail fastidio oppresse Giuliana. La monotonia de' rumori e delle voci le dava alcapo una pesantezza ingratale conciliava il sonnomentre ella voleva esseredestamentre ella sentiva ancora intorno a sé la respirazione dei fanciulliil soffio giocondo di quelle vite.

-Balbelbilbolbul...

Presei fiorili mise in un bicchiere pieno d'acqua per conservarli. Li fiutò poilungamente. Stette con le narici tra quel frescochiudendo li occhiraccogliendosi tutta in quel peccato d'olfatto.

-Gragregrigrogru...

Unagran nuvola bianca velò il sole. Giuliana si accostò alla finestrasi sporseal davanzale per guardar giù nella piazza. Di fronteDonna Fermina Memma inuna roba rosata stava su 'l balcone tra i vasi dei garofani; e un gruppo diuffiziali passava sotto a lei ridendo e facendo un tintinnìo di sciabole su 'llastrico. Più in lànel giardino publico le piante di lilla erano su 'lfiorirela punta del gigantesco pino si piegava al vento. Dalla cantina diLucitino usciva Verdural'eterno ubriacobarcollando e vociferando.

Giulianasi ritrasse: era la prima voltadopo tantoche si affacciava su la piazza. Leparve di essere in alto in altoguardando in giù; la prese una leggeravertigine.

-Narnernirnornur...

Ilcoro dentro seguitavaancoraancoraancora.

-Plaplepliploplu...

Giulianasi sentiva soffocarevenir menoa quella tortura: i suoi poveri nerviindeboliti cedevano. Il coro seguitavaal ritmo della bacchetta di Camillabattuta su 'l tavolinoimplacabile.

-Ramremrimromrum...

-Satsetsitsotsut...

Alloraun impeto subitaneo di singhiozzi squassò Giulianal'abbatté su 'l letto.Ella singhiozzava. cosìbocconia braccia apertepremendo la faccia su iguancialisenza potersi frenare.

-Talteltiltoltul...

 

 

VI.

 

Leerano ricresciuti tutti i capellicrespi e castaneicome prima. Ella aveva orauna curiosità grande di guardarsi nello specchio; perché Rosa Catenacon unodi quei lezii che sempre svelavano in lei l'antica femmina impudicapassandolela mano su 'l corpo le aveva detto: - Bellezza!

Aspettòdunque che Camilla uscisse; poi scese dal lettostaccò dalla parete uno diquelli specchi rococò a cornice d'oro appannati di macchie verdi; con unlembo della coperta tolse la polvere e si guardò dentrosorridendo. Ella avevatutto il collo nudo e pe 'l collo certe vene azzurrognole quasi in rilievoenella testa piccola e lunga qualche cosa di caprinola bocca fineil mentoacutoli occhi castanei come i capellima più tendenti al giallo. Il palloretrasparente e il sorriso davano una grazia nuovauna nuova giovinezza ai suoiventisette anni.

Ellarestò a guardarsi a lungo; e godeva allontanare lentamente lo specchio e vedersparire l'imagine in quella luce un po' glauca come in un velo d'acqua marinaequindi riemergere. La vanità la conquistavala occupava. Ella si accorse ditante piccole cose a cui prima non aveva badato mai; per esempiodi un neosimile a una lenticchiache le macchiava la pelle sulla tempia sinistrae diuna cicatrice leggera che le attraversava l'arco di un sopracciglio. Restò cosìa lungo. Poi assalita da una gioia repentina cercò in torno un diletto.

Quellacupola vegetalech'ella aveva trovato in fondo a un repostiglios'era apertacome in due valve scoprendo un grappolo denso di semi nerastri. Ogni seme parevalegato a filamenti sottilissimi d'una lucidità argentea; e il grappolo simanteneva compatto. Ma a pena Giuliana vi mise un soffioun nuvolo di piumolinebianche si levò nell'aria e si sparpagliò qua e là brillando: erano le spie.I semi parevano alatiparevano insetti èsili ed evanescenti che sidissolvessero incontrando i raggi del sole o parevano lanugini di cigno a penavisibili; ondeggiavanoricadevanosi mescolavano ai capelli di Giulianalesfioravano la facciala coprivano tutta. Ella ridevadifendendosi daquell'invasionecercando di scacciare quella pelurie che le vellicava la pellee le si attaccava alle mani; ma le risa le impedivano i soffi.

Allafine si distese lunga su 'l lettolasciò che tutta quella molle nevicata lescendesse sopra lentamente. Teneva gli occhi semichiusi per prolungare ladolcezza; e a mano a mano che il sopore la invadevasi sentiva come sommergerein un giaciglio alto di piume. La luce che entrava nella stanza era una diquelle pallide chiarità pomeridiane del mese di marzoove la rosea letiziasolare ride modestamente estinguendosi come un indizio di aurora in un grancielo albeggiante.

Camillatrovò la sorella ancora addormentata con accanto lo specchiocon ne' capellile spie.

-OhSignore Gesù! oh Signore Gesù! - mormorò tra i denticongiungendo lemaniin atto di compassione amara.

Lacristiana veniva dalla chiesadove aveva cantate le litanie per l'Annunciazionee aveva ascoltata la predica su 'l messaggio dell'Arcangelo all'ancella di Dio. EcceAncilla Domini. L'eloquenza sonora del frate predicante l'aveva inebriata;le restavano ancora negli orecchi certe parole ammonitrici.

Giulianasi destava in quel momento con un lungo sbadiglio voluttuosoe stirava lemembra.

-Ah! sei tuCamilla? - disse ella un po' confusa di quella presenza.

-Sono iosono io! tu ti perderaisciaguratatu ti perderai - irruppe ladevotaadditando lo specchio su 'l letto. - Tu hai tra le mani lo strumento deldemonio...

Edeccitata dalla prima irruzioneella seguitavasollevava la vocegittava lefrasi ardenti della predicacon de' grandi gesti nell'aria incalzava nelleminacce dei castighi eterninon si rivolgeva soltanto a Giulianaassorgeva adammonire l'universo dei peccatori.

-Memento! memento!

Giuliananon intendeva più nulla poiché tutta quella vociferazione l'aveva stordita.

D'untratto dall'angolo della piazza scoppiò la fanfara militare in uno squillo diventi trombe.

 

 

VII.

 

L'ultimastanza della casa era stretta e bassacon le travi del soffitto annerite dalfumopiena d'un lezzo di cipolledi rigovernatura e di carbone spento. I vasidi rame pendevano alla parete in ordinesenza luccichìo; i piatti di Castellistavano in ordine su la mensola con le loro gioconde pitture di fioridiuccelli e di teste d'uomini; le antiche lucerne di ottonele bottiglie vuotele foglie di erbaggio non più fresche erano sparpagliate per le tavole; e sututto dominava proteggitore San Vincenzo effigiato con il gran libro in una manoe la fiamma rossa in mezzo al cranio.

Lànel vecchio tempoGiuliana stando in mezzo ai vapori dell'acqua bollente e alleesalazioni dei cibi vegetalispesso aveva sentito giungersi su 'l capo dallapiccola finestra alta i ritornelli d'una canzone libertina e certi larghischiamazzi di risa che s'inseguivano. I canti e le risa crescevano nelle sere diestatetra i passagalli delle chitarrefra li urti della danza su 'l terreno.Tutti i romori della vita d'una suburra infima salivanoin certe orea quellaaltezza e facevano tremare d'orrore le povere spose di Gesù chine in umiltà sui tegami d'argilla pieni dell'eremitica innocenza dei legumi e delle verdure. Maoraal novel tempo e gaiocome un giorno udì Giuliana le vociuna voglianell'animo le corse di spinger la vista fuori.

Camillanon stava nella casa; era la domenica quinta di Lazzaro. Urgeva nell'ariadopole brevi pioggecon un più dolce alito di calore l'imminenza dell'aprile; e inquell'aria la pulzella più aveva pieno e chiaro il senso del suo rinascimento.Ein oziogirando per le stanzeebbe ella naturalmente la curiosità diguardarepresa al fascino malsano che li spettacoli di lascivia esercitanoanche su li animi verecondi.

Ellasalì su una sedia all'altezza dell'apertura; ma prima di spingere lo sguardoinnanzifu invasa da un turbamento di tremitie ritta su la sedia si volseintorno temente se non qualcuno la sorprendesse nell'atto.

Intornotutto era quieto: ogni tanto una gocciola di acqua cadeva dall'alto di unbacilesonando. Di fuori salivano le voci ed allettavano.

Giulianarassicurataguardò. Nel vicolosotto la pioggia il fracidume aveva fermentatocome un lievito; una melma nera copriva il lasrticoove spoglie di fruttaresidui di erbestracciciabatte marcefalde di cappellotutto il ciarpamesfatto che la miseria gitta nella stradasi mescolavano. Su quella cloacaincui il sole suscitava inserti e miasmiuna fila di case nane soffocavaaddossata alla Caserma. Da tutte le finestre peròda tutti li spiragli siriversavano le piante dei garofani non più contenute nei vasi; e i grandi fiorirosei e rossi penzolavano al sole aperti magnificamente. E tra quei fioriapparivano le facce flosce e dipinte delle meretricipassavano le oscenitàdelle canzonettele risa gutturali: e giù su 'l lastricosotto le inferriatedella casermaaltre femmine si tendevano verso i soldati parlando a voce altaprovocandoli.

Ei soldati che sentivano nel sangue alla primavera rifiorire i mali di Venereallungavano le mani di tra le sbarre pur di brancicare qualcosadivoravano conli occhi in fiamme quelle femmine usate già per anni dalla lascivia di tanteciurme briache e di tanti facchini fradici.

Giulianastette lì stupidita allo spettacolo di tutta quella corruzione di lupanarefermentante pe 'l buon sole di quaresima e salente fino a lei. Non si ritraevaancora; ma come alzò li occhivide in un abbaino su 'l tetto della caserma unuomo biondo che la guardava e sorrideva. Ella scese dalla sedia a precipiziopiùpallida di primacredendo di sentire la voce di Camilla. Corse nella suastanzae si gettò sul lettosbigottitasenza respirocome se l'avesseperseguitata qualcuno minacciandola.

 

 

VIII.

 

Daquel giornotutte l'oretutti i momenti in cui Camilla non era nella casaunasollecitazione violenta di desiderio la trascinava a quello spettacolo. Ellaprima pugnavavanamentesenza forzelasciandosi vincere. Andava là conl'ansia sospettosa di chi va a un ritrovo di amore; ci restava lungo tempodietro la persiana quasi cadentementre i miasmi del lupanare la turbavano e lacorrompevano.

Ellaspiava tuttoacuendo lo sguardocercando di penetrare nelli internicercandodi scoprire qualche cosa fra i garofani che chiudevano le finestre. Il sole eracaldo e pesante: sciami d'insetti turbinavano nell'aria. Ad intervalli quandoentrava nel vicolo qualche uomovenivano dalle finestre i richiami delleaspettanti; femmine discintecon il seno scopertouscivano fuori ad offerirsi.L'uomo spariva in una delle porte oscure con l'eletta. Le deluse gittavanoscherni e risa dietro la coppiae si rimettevano all'agguato tra i garofani.

Cosìin Giuliana si accendeva la brama. Il bisogno dell'amoreprima latentesilevava ora da tutto il suo esserediventava una torturaun supplizioincessante e feroce da cui ella non sapeva difendersi.

Un fiotto di sanità caldo la riempiva; certe sùbite gioie di vivere lemuovevano il sanguele mettevano nel petto quasi dei battimenti d'alelemettevano de' canti nella bocca. A volte un soffiouno di quei piccoli fremitidell'aria che si dilata sotto il soleuna canzone di mendicanteun odoreunnulla bastava a darle smarrimenti vaghiabbandoni in cui le pareva di sentiresu tutte le membra come il passaggio carezzevole del velluto d'un frutto maturo.Ella era così librata e perduta in abissi ignoti di dolcezza. L'irritazionedella continenzala sovrabbondanza insolita de' succhiquel distendersicontinuo dei nervi sotto li stimoli la tenevano in una specie di stordimentosimile al primo stadio dell'ebbrezza; pareva come de' vapori le salissero alcervello dal cuore e le dessero una visione rossa. Il passato si dileguavasiassopiva in fondo alla memorianon risorgeva più. E in ogni orain ogni luogoil desiderio le tendeva insidie; i  santi delle murale madonnei cristi crocefissi ignudilepiccole figure di cera deformitutte le cose intornoprendevano per leiapparenze impure.

Datutte le cose l'impurità emanava e le alitava su la personaaffocantemente.Era allora una suprema pugnain cui la coscienza si curvavala volontà sipiegavai sensi sopravvincevano.

-Eccoora scendo nella strada - diceva ella a sé stessanon reggendo più.

Poile mani le tremavano su la portanell'aprire: il chiavistello scorrente nellianelli le dava ancora un'immagine oscena. Ella tornava in dietrosi gettava su'l letto quasi svenendosilividasotto un fantasma d'uomo.

 

 

IX.

 

Ladomenica delle Palme ella uscì dopo tanti mesiper la prima volta; poichéCamilla voleva condurla a render grazie della guarigione al Signore. Quando lecampane si misero a squillareGiuliana s'affacciò. Tutto il paese era ridentenel grande riso pasquale del sole d'aprile. Tutto il contado invadeva le vie conil segno pacifico dei rami di olivo.

Ellaora doveva vestirsi in festa; la gente nelle vie l'avrebbe guardata passare. Unafuria di vanità sùbito la prese; si chiuse nella stanza; cercò in fondo allacassa le vesti più chiare. Un odore acuto di canfora saliva da quei vecchitessuti conservati là dentro per anni; erano grandi gonne di seta a fioramiverdi e violette e cangiantiche nel vecchio tempo la crinolina aveva forsegonfiate intorno alle anche di una sposa novella; erano lunghi busti con mànicheampiemantelline color di tortora orlate di merletti bianchiveli intrecciatidi fili di argentocollari di tela fina ricamati a giorno; tutte cose morte perl'usogoffemacchiate dall'umido.

Giulianasceglievacome guidata da un nuovo istintoprofumandosi di canfora le mani nelcercare. Tutta quella seta inutile e quei veli la irritavano; non trovava alfinenulla che le andasse alla persona. Chiuse la cassa irosamentela respinse sottoil letto con un urto del piede. Le campane suonavano per la terza volta. Ella simise in furia il consueto abito triste color di cenerein cospetto di Camillamordendosi le labbra per ricacciare in giù le lacrime.

Lecampane chiamavano. Per le vie i fasci delle palme mettevano un mobile luccicoreargenteo; da ogni gruppo di villici sorgeva una selva di ramoscelli; e unacandida clemenza di benedizione cristiana si diffondeva per tutta l'aria daquelle selvecome se si appressasse il Galileoil re povero e dolce sedente sul'asina fra la turba dei discepoliin contro alli osanna del popolo redento. Benedictusqui venit in nomine Domini. Hosanna in excelsis!

Nellachiesa la folla era immensala selva delle palme era immensa. Per una di quellecorrenti che si formano irresistibili nelle masse del popoloGiuliana fu divisada Camilla; restò sola in quel rigurgitoin mezzo a tutti quei contattiinmezzo a tutti quelli urtia tutti quelli aliti. Ella tentava aprirsi un varco:le sue mani incontravano delle schiene d'uominidelle altre mani tiepide il cuitocco la turbavano. Ella si sentiva sfiorare il volto da una foglia d'olivocontrastare il passo da un ginocchiospingere il fianco da un gomitooffendereil pettooffendere le spalle da pressioni incognite. Sotto l'odoredell'incensosotto le palme benedettenella penombra misticain tuttoquell'ammasso di cristiani e di cristiane piccole scintille erotiche scoccavanoper attrito e si propagavano; amori segreti si ritrovavano e si congiungevano.Passavano accanto a Giuliana fanciulle della campagna con palme su 'l pettoconun riso fuggente nel bianco delli occhi vòlto ad amatori che dietro leinsidiavano; ed ella sentiva in torno a sé così passare l'amoreella sitrovava così a mettere il suo corpo tra quei corpi che si cercavanoella eraun ostacolo a quei gesti che tentavano toccarsiella separava le strette diquelle manii legami di quelle braccia. Ma qualche cosa di quelle carezzeinterrotte le penetrava nel sangue. In un punto ella s'incontrò a faccia afaccia con un soldato biondo; quasi gli posò il capo su la tunicaperché unacolonna di gente dietro la spingeva. Ella levò li occhi; e il giovine sorrisecome aveva sorriso un giorno dall'abbaino della caserma. Dietrol'urtoseguitava: il vapore dell'incenso si spandeva più densoe il Diacono dal fondocantò:

-Procedamus in pace.

Eil coro rispose:

-In nomine Cristi. Amen.

Eral'annunzio della processioneche mise un sommovimento enorme in tutto ilpopolo. Per una violenza d'istintosenza pensareGiuliana si attaccòall'uomocome se già gli appartenesse; si lasciò quasi sollevare da quellebraccia che la prendevano ai fianchisi sentì ne' capelli quel fiato virileche sapeva lievemente di tabacco. Ella andava cosìindebolitasfinitaoppressa da quella voluttà che l'aveva colta d'improvvisonon vedendo che unbarbaglio dinanzi a sé.

Alloradall'altare maggiore si mosse il turiferario spargendo nuvoli di fumo cerulo edolce su 'l popolo; e una processione candida si svolse nel mezzo della chiesa.I celebranti portavano in mano rami d'olivo e cantavano.

 

 

X.

 

Tuttala settimana santa protesse delle sue complici ombre l'amore di Giuliana. Lechiese erano immerse nel crepuscolo della passionei crocifissi su li altarierano coperti di drappi violacei; i sepolcri del Nazareno erano circondati digrandi erbe bianche cresciute ne' sotterranei; un profumo di fiori e dibelgiuino caricava l'aria.

LàGiulianainginocchiataattendevafin ché un passo leggero dietro di lei lafaceva trasalire. Ella non poteva volgersiperché Camilla la vigilava; ma ellasi sentiva tutta abbracciare dallo sguardo di quell'uomocome da un fuocosottilee una tenerezza di desìo le scendeva nella carne. Allora fissava iceri ardenti in scala su un triangolo di legno presso l'altare. I preticantavano d'innanzi a un gran libro; e ad uno ad uno i ceri venivano spenti. Nonne rimanevano che cinquenon ne rimanevano che due; l'oscurità si avanzava dalfondo delle cappelle su la gente in preghiera. L'ultima fiammella finalmentespariva; tutte le panche risonavano sotto le battiture delle verghe. Giuliananel buioa pena si sentiva toccare da due mani cercantiscattava dalpavimentocon un sussultosmarrita. Poiquando usciva dalla chiesailpensiero d'aver violato un luogo sacro la empiva di rimorso: subitamentedalsostrato della sua coscienza l'idea del castigo risorgeva. Era poi come un sognodove la figura livida di Gesù morto e lo scroscio delle battiture e i brivididella carne sollecitata e l'odor grave dei fiori e li aliti di quell'uomo biondosi mescolavano in un senso dubbio di dolore e di piacere.

 

 

XI.

 

Macome Gesù trionfante risalì alla gloria dei cielili aromi pasquali non piùconfortarono l'amore di Giuliana. Scena dell'amore fu allora il dominio deigatti randagi e dei colombi terrajuoli. Dall'abbaino alla finestra i dolci segnicorrevano: tra mezzo il lupanare si sprofondava come un fossato d'acquelimacciose a' cui cigli crescessero fiori alimentati dalla putredine. I colombisorvolavano con il luccicchio verde e grigio delle loro piume.

L'amadoreaveva un bel nome anticosi chiamava Marcelloe aveva un bel fregio rosso ed'argento su le maniche della tunica. Scriveva delle epistole piene di fuocoeternocon frasi impetuose che davano all'amadrice deliqui di tenerezza efremiti di voluttà mal contenuta. Giuliana leggeva quei fogli in segretoliteneva notte e giorno nel seno: pe 'l calore la scrittura violetta les'imprimeva su la pelleed era come un gentile tatuaggio d'amoredi cui ellagioiva. Le risposte di lei non finivano mai: tutta la sapienza grammaticale diuna maestratutto il tesoro delle apostrofi psalmistiche di una devotatuttala fluente sentimentalità di una pulzella tardiva si riversava su la carta de'quaderni scolastici rigata di turchino. Ella scrivendo si obliavasi sentivatrascinare in un'onda di verbosità sonora: pareva quasi che una facoltànovella si esplicasse in lei e prendesse forme maniached'improvviso. Quel gransedimento di lirismo mistico accumulato per la lettura de' libri di preghiera intanti anni di fidelità allo Sposo Celesteorascosso dal tumulto dell'amoreterrenosi levava su confusamente e attraversando recenti strati di coscienza eunendosi ad elementi estranei assumevaquasi direisapori di profanità nuovi.Così le lacrimose implorazioni a Gesù si mutavano in sospiri di speranza versoletizie d'amplessi non etereile offerte del fior dell'anima al Sommo Bene simutavano in tenere dedizioni della carne al desio del biondo amantee il lumeafrodisiaco della luna si cingeva di tutti li epiteti per cui va radioso loSpirito Santoné li zefiri della primavera mancavan di rapire li aromi allemense del paradiso.

 

 

XII.

 

Eramessaggero uno di quelli uomini che paion cresciuti sùcome funghidall'umidità della strada immonda ed hanno in tutta la figura quasi una nativatinta di fango; di quelli uomini bigiche s'insinuano per tuttoche si trovanoper tutto ov'è un centesimo da guadagnareun po' di untume da leccareunostraccio da sottrarreoggi rigattieri e domani procaccianti di serve o di malefemmineoggi falsi sensali di mercanzia e domani accalappiatori di canierratici.

Costuiaveva un nome melodrammaticosi chiamava Lindoro: dal quartiere dell'Ospedaleal bastione di Sant'Agostino una popolarità grande s'era fatta in torno aquesto nome. Nasceva costui dall'accoppiamento d'un suonatore ambulante diclarinetto con una piazzaiuola rivenditrice di fruttagliaereditando l'istintonomade del padre e la natural cupidigia di lucro della madre. S'era primatrascicato per li immondezzai di tutte le casecon la scopa e il canestro;aveva poi fatto il guattero in una bettoladove soldati e marinai gli gettavanosu 'l viso li sgoccioli del bicchiere e le spine del pesce mal fritto. Dallabettola era caduto in un fornodove spingeva i pani con la lunga pala dentro lefiammetutta la nottein sudoreaccecandosi. Dal forno era passatoall'uffizio di accenditore pubblico de' fanali logorandosi una spalla sotto il peso della scala portatile. Scacciato daquell'uffizio perché sottraeva il petrolio dalle grandi casse di zinco biancosi mise alla ventura della stradacomprando e rivendendo abiti vecchifacendoin tutte le case popolane i servigi più vilioffrendo ai soldati e aiforestieri i suoi ruffianesimilottando così per il tozzo.

Nelsuo corpo e nella sua anima ogni mestiere aveva impresso una tracciaavevalasciato un gesto abitualeuno sviluppo di singoli muscolil'indebolimento diun organouna callositàuna cadenza di voceuna frase del gergo. Egli era dipiccola staturamagrocon una testa enorme e quasi calvacon delle chiazze dipeli radi su le guancecon delle pustole tra i peli. Il suo vestito era ibridoe mutevole; tutte le fogge passavano su la sua personasi sovrapponevano acontrasto: nobili zimarrine verdognole e calzoni carichi di toppecappelli difeltro arrossenti e ciabatte servilibottoni di metallo lucidoformelle d'ossobiancogalloni militaritrinequel miscuglio di ricchezza usata e di miseriaignobileche ingombra i fondi d'una bottega di rigattiere ebreo.

 

 

XIII.

 

Oracostui fu il galeotto. Portava le epistole di Marcello con le conche piened'acqua della Pescara su alla casa di Giulianae tornava giù con le conchevuote e con epistole di risposta. Giulianaquando lo sentiva salire le scalesi faceva pallida; cercava pretesti per allontanare Camillaper essere sola conl'uomo portatore di acqua e di gioia. Avvenivano allora dei contatti rapidinelsotterfugio; passavano allora tra lei e il galeotto quelli fuggevoli accenni deimuscoli faccialiquei sguardi obliqui d'intesaquei monosillabi sommessicheson li aiuti dell'astuzia umana e che a lungo andare stringono dei legami tra liingannatoriove sieno essi differenti di sessodeterminando certe singolaricorrispondenze di moti nel corpole quali in taluni casi possono esser causa dirisvegli sensuali. Per il chea poco a poco nell'amore di Giuliana qualche cosadell'influenza di Lindoro penetrava; una specie di domestichezza a poco a pocosi stabiliva tra l'amadrice e l'ambasciatore. Ellase costui giungevanell'assenza di Camillalo incalzava di domandegli parlava da pressofacendogli sentire l'alitoqualche volta inavvedutamente gli posava su laspalla una mano. Lindoro scioglieva i freni alla sua loquacità di pizzajuolointramezzando parole di gergoreticenze impudichefurbi sorrisi rivelatorigesti ambiguipiccoli schiocchi di lingua e di labbra.

Egliruffianeggiava con artesapeva insinuare sottilmente la corruzione nell'animodi Giulianasapeva trascinare lentamente all'insidia di Marcello quella preda.E Giuliana stava ad ascoltarlo intentacon in fondo alli occhi una fiamma checrescevacon in bocca l'aridezza prodotta dall'orgasmo lascivosenza piùinterrompere. Lindoro s'accorgeva subito di aver suscitato nella femmina labrama; e dinanzi a quella figura tutta protesa e tutta sconvolta si risvegliavain lui la mascolinità d'un tratto e una tentazione l'assaliva di cogliere quelfiore ch'egli apprestava al piacere di un altro; ma la paura sorgente dal fondodella sua viltà lo tratteneva e gli ghiacciava l'ardore.

CosìGiuliana al fine aveva concesso a Marcello un ritrovo. Sarebbe stata in una casaremota del sobborgoin fondo a un vico desertodove nessuno li avrebbe spiati;sarebbe stato per una domenica di giugnostando Camilla nella chiesa lungotempofacendo buona guardia Lindoro.

Neigiorni precedenti quel gran fattoGiuliana era tenuta da un'eccitazione amarada una specie di febbre che a volte le dava il battito dei denti e le vampe allafaccia e i brividi alla radice dei capellialla nuca. Ella non poteva più starfermanon poteva più star seduta; poiché una furia di mobilità lesolleticava tutte le membra. Nella scuolain mezzo al coro eguale deidiscepoliin mezzo a quello stillicidio continuo di sillabeuna demenza diribellione le abbagliava la vista all'improvvisoed ella avrebbe voluto balzaretra i fanciullisconvolgere con le mani tutte quelle capigliaturerovesciarela lavagnale tabellele panchegittare delle gridaspezzare qualche cosastordirsi. Sotto lo sguardo freddo e scrutatore di Camillapoco mancava cheella non svenisse per lo spasimoper la bileper l'immenso sforzo anteriore didissimulazione.

Poiquando Camilla uscivaella si agitava per tutte le stanzemuoveva le sediemorsicchiava dei fioribeveva di un fiato de' grandi bicchieri d'acquasiguardava nello specchiosi affacciava alla finestrasi abbatteva a traverso illettosfogava in mille modi l'irrequietudinel'esuberanza della vitalitàsensuale. Tutto il suo corponel tardivo fermento della verginitàsi eraarricchito ed espanto; era come una di quelle sanguigne fioriture autunnali chela pianta esplode al sentirsi da un'ultima corrente di forza vegetativa investirle radici quasi morte nel letargo del terreno. Tutti i pori del suo corpoesalavanoirradiavano la voluttà mal contenuta; in tutti i suoi gestiintutti i suoi atteggiamentiin tutti i suoi minimi moti uno spontaneo fascinoafrodisiacouna procacità involontaria e inconscia si esplicavaindipendentemente dalla presenza di un uomo. Ella era tutta sàtura di desio; lefibrille giallognole delle sue irididilatandosisprizzavano bagliori; illabbro inferioretormentato dalle morsicchiaturesporgeva umido e vermiglio;pe 'l collo salivano le trame glauche delle vene e nei movimenti repentinitalora certi gruppi di nervi guizzavano. La sua testa non era bellanon avevala quadratura vigorosalo splendore olivastro di certe razze d'Abruzzoquellepure linee del naso e del mento svolgentesi grecamente nella latina ampiezzadella faccia. Ma ellainconsapevolesotto la goffaggine delle vesti grigiesotto la cascaggine delle pieghe incompostecelava una magnificenza statuariadi torso e di gambe.

Eranoi primi giorni di giugno: sorgeva l'estate dalla primaveracome da un campod'erbe un àloe. Tra il mare e il fiume tutto il paese di Pescara godeva nellaventilazione salina e nel refrigerio fluvialecome distendendo le braccia versoquei naturali confini d'acqua amara e d'acqua dolce. Salivano alla stanza diGiuliana allora le blandizie della temperie; insetti lucidi urtavano ai vetri erimbalzavano come una grandine d'oro.

Giulianase era solaprovava un bisogno di distendersidi gettare lungi le vestidigiaceree di raccogliere su la pelle quella blandizia ignota che fluttuavanell'aria.

Cominciavalentamente a spogliarsicon una pigrizia di gesti molliindugiando con le ditain torno alle allacciature e ai fermaglifacendo de' piccoli sforzi svogliatinel cacciar fuori le braccia dalle manichefermandosi a mezzo e abbandonando indietro la testa dai capelli crespi e cortiquella sua testa di efèbo.Lentamentesotto l'amorosa faticadalla informità delle vesticome dallascoria del tempo una statua diseppellitail corpo ignudo si rivelava. Unmucchio di lana e di tela vile era ai piedi della pulzella così purificataeda quel mucchio ella come da un piedestallo sorgeva nella luce coronandosi conle bracciamentre al contatto dell'aria una vibrazione a pena visibile lecorreva i contorniil fior della pelle. In quell'attitudine momentanea tutte lelinee del dorso si distendevano e salivano verso il capo ricinto; si appianavala leggera onda del ventre non anche deturpato dalla concezione; li archi dellecoste si designavano. Poise un insetto entrava nella stanzail ronzìoaliante in torno ed accennante ad attingere la nuditàil ronzìo sbigottivaGiuliana; ed era allora un difendersi della puntura mal temutaerano movimentiserpentiniscatti di muscoli sotto la cutepaurosi raggruppamenti di membrafalli dei malleoli non bene forti al giocobalziguizzitutti quelli sviluppiimprovvisi di agilità e quei raggricchiamenti di pelle provocati in una donnadal ribrezzo.

Poicosì eccitata dal moto e caldaella aveva delle voglie nuove. Apriva l'usciocauta in sospetto; e metteva fuori il capo guardando nell'altra stanza. C'era unodore di chiusoquello squallore inanimato che hanno le scuole senza fanciulli:nelle tabelle quadrate l'alfabeto cubitale e i gruppi dei dittonghi e dellesillabe stavano muti dominatori del luogo. Giuliana si avanzava evitando co'piedi nudi li interstizii del pavimento smossoprovando la titubanza di chicammina scalzo per la prima volta su un piano aspro e la confusione di una donnache non sente più in torno al suo passo l'impedimento abituale della veste.Andava così fino alla terza stanzadov'era l'acquadove l'umidità le mettevauna sensazione di fresco sotto i piedi e dove ella sentiva dei brividi neicapelli al pensiero che l'amante poteva essere là poco lontano. Alloraintingeva le mani nell' acquasi spruzzava tuttacoraggiosamentecon de' sùbitiarresti di respiro quando una gocciola più grossa le rigava l'epidermide.Usciva di làtutta sparsa di rugiada: lo specchio alto di un antico mobile latentava.

Erauna specie di canterano a cui restavano ancora frammenti d'intarsi qua e là: lospecchioche celava un armario sovrastanteaveva in torno fregi misti d'oro edi colori e in alto due puttini decapitati. Giuliana saliva fin làattratta dauna irresistibile curiosità femminile di vedersi nuda. La sua persona tuttaancora fresca di gocciole sorgeva nell'offuscamento dell'antico specchio soffusad'un'ombra di pallidezza argenteaaddolcita d'impercettibili apparenze diazzurro e di verde dove il cristallo più era alterato dal tempo. Ella siguardava; mentre l'istinto sessuale della bellezza svegliandosi le faceva orasalire alla bocca una viva spontaneità di sorriso. Il sorrisoogni movimentodei muscoli pareva far tremolare tutte le linee della nudità nello specchiocome quelle di una immagine dentro le acque. Allora ella cominciava una speciedi mimica vanitosaguardando riprodursi tutti i suoi gesti nella lastraaprendo le labbra per mostrare i dentialzando le braccia per mostrare leascellepresentando la schiena arcata e forzando il capo a volgersi in dietro;fin che un pazzo impeto di ilaritàdinanzi a quello spettacolo di sélescuoteva tutta la persona. In fondo in fondodietro la donnasi riflettevadalla parete avversa una tabella di alfabeto.

 

 

XIV.

 

Oraavvenne che in uno di quei momenti battesse alla porta della scala Lindorovenuto sù con le conche. Giuliana gridò:

-Aspetta!

Eraccolse da terra le vestiin furia; se le mise addossoin furia; andò adaprire.

Eranole sei di sera; il reverbero bianco del palazzo di Brina entrava nella stanza;tutto il paese di Pescaragrande ospizio di rondinicantava.

Iduein mezzorittiparlarono del ritrovo imminente. Lindoro cercava con lasua loquacità vincere le estreme esitazioni della pulzella; poiché egli giàteneva una parte della mercedee l'adescava il resto. Li artifizi persuasorigli avvivavano le paroleli occhii gesti. Egli aveva nel fiato l'odore delvinoe nella facciasu la tempiape 'l passaggio recente del rasoiopiccolemacchie rosse e violacee. Mentre parlavagli si scopriva la fila dei dentieguale e schiettauna di quelle forti chiostre che spesso armano le boccheplebee: la singolarità emergeva vivacemente dalla generale turpitudinedell'uomo.

Giulianaopponeva dubbiipauread interrompere; ma giàpoi che l'impudicizia a mano amano sorgendo più calda dal fòmite del vino bevuto si insinuò nellepersuasioni del galeottoella cominciava a sentire quel calore d'afflusso intorno alli occhiquell'intorpidimento della linguaquei sordi colpi delsangueche sono i sintomi dell'orgasmo amoroso. S'era ritirata a poco a pocoverso il muroappoggiandovisi. Dalle aperturelasciate qua e là nell'abitoper la furia del rivestirsisi intravedevano lembi della biancheriasottostantequei candori di lino che paiono essere qualche cosa della nuditàfemminile. La gola era tutta scopertabianca e rigata dalla collana di Venere;i piedi senza calze nascondevano nelle babucce soltanto le dita.

Maellaa un puntoinvolontariamenteper quel cieco istinto da cui una donna èavvertita d'essere innanzi a un uomo bramosocorse con la mano a chiudere sottola golasu 'l petto li uncinelli. Quell'attocol quale Giuliana cosìriconosceva nel mezzano l'uomoquell'improvviso atto fece scattare dall'abbiezionedi Lindoro un impeto di orgoglio maschile. Ahegli dunque aveva potuto per séstesso turbare una donna? Ed egli si fece più da presso; ecome il coraggiodel vino lo animavaquella volta nessun ritegno di viltà lo trattenne.

Eintieramentesopra la pulzella smarrita e senza forzesi manifestò allora ilbruto.

 

 

XV.

 

Giulianarimase inertenella prima impressione violenta e divina di quel fatto naturalecompiutoin una specie di rapimento che non poteva esalarsi. Rimase lunga su imattonicon nelle vesticon in tutta la figura lo scompiglio della donnaviolata.

Atratti nel bianco dei suoi occhi naufraganti appariva come un tremolìo; nellesue braccia passavano dei sussultidelli stiramenti di nervi irritati; fremitinervosi le increspavano la frontele facevano battere le palpebrecurvare in sùli angoli della boccamuovere in piccoli moti vaghi il pollice dei piediscalzi.

Ellaquando udì i passi di Camilla nella scaladal fondo della sua languidezza silevò su un gomito; rapidamente passo le mani su le vesti sconvolte; ritrovò leparole per dire alla sorella che una sùbita mancanza di forze l'aveva fattacadere nel mezzo della stanza.

Fuoriannottava: su 'l paese si spandeva la grande frescura glauca della sera digiugnooriginante dall'Adriatico. Voci e risa empivano la piazza; giù pe 'lcasamento cantava la gioia sabatina delli abitanti sollevati. Dal secondopianerottolo Teodora La Jece gridò:

-Comare Camillacomare Giulianavenite?

Giulianaseguì la sorellasenza parlaresenza pensare. Durava fatica a sovvenirsi; unaspecie di ebetudine le teneva ancora la memoria. Teodora La Jece le empiva liorecchi del suo chiaccherio di femmina maldicente e petulante.

-Sapete; comarela figlia di Rachela Catena si marita.

-Ah.

-Sapetepiglia Giovannino Speranzaquel rosso che tiene locanda alla Pesceria eil mal di San Donatoliberanosdòmine.

-Ah.

-Sapetecomare; Checchina Madrigale se n'è scappata un'altra volta aFrancavilla. Voi la conoscete: quella grassa che sta di casa a Glorianeracolnaso a becco... quella.

TeodoraLa Jece seguitando aveva preso il passo di Giuliana. Camilla veniva un poco indietroa capo chinosenza badare ai peccati di mormorazione che la linguadella tessitrice commetteva contro il prossimo. Per le vie tutta la gente godeval'aria; gruppi di donne passavanoin vesti di telacon le braccia nude sino algómito.

-Comareguardate Graziella Potavigna che falbalà s'è messo. Guardate RosaZazzettacon un sergente avanti e uno in dietro... Ahvoi non sapete?

Equi una storia d'amorazzi piena d'indiscrezioni salacisussurrata quasiall'orecchio. Per una di quelle obliosità che sono il rifugio di certe naturedeboli e dubbieGiuliana si immerse nel pettegolezzo intieramentecon unaspecie di furia convulsanon dando a sé stessa il tempo di ripensareinterrogandoeccitando Teodora alla chiaccheratemendo li intervalli disilenzioriempiendoli con de' piccoli sussulti di riso. Ella aveva quasi ungodimento amaro a sentire i vituperii delli altri.

-Oh! ecco Don Paolo!

Venivain contro con la sua bella placidezza Don Paolo Secciaun ottuagenario ancoraaspro e verde come un gineprogiocondo e saggio come Pantagruele.

-Venite con noiDon Paolo; usciamo fuori.

Tuttii macelli per la via di quadi laavevano i loro manzi freschi penzolanti inmezzo alla porta: l'odore della carne bovina si spandeva dalle ventraie aperte eassaliva le nari. Più in sùlunghe file di maccheroni stavano attelate allume della luna che le guardava dalla cima di un'antenna soperchiante lacaserma. Gruppi di soldati si affollavano in torno alle rivenditrici di fruttavociferando.

-Andiamo alla Bandiera disse Teodoradando la precedenza a Don Paolo ed aCamilla.

Giulianapassò in mezzo a tutti quei rumori e quelli odori fortistordita. Cominciavaalfine uno sbigottimento vago a sommuoversi dal fondoa torcerle la bocca nelrisonelle parolea impedirle la lingua. Anche certi piccoli tormenti fisicila molestavano e la richiamavano alla realtà delle cose. Ella non sapeva piùsfuggire: le moriva la voce fra i dentil'angoscia le sollecitava la golailfantasma di qualche cosa d'enorme e d'irrimediabile le si drizzava dinanzi. Ellaora si sentiva morire dalla fatica di reggersi in piedidi mettere i passi: sisentiva percossa dalla fischiante animazione della vita nella strada che è ditutti.

-Dunquecomare miaquel guercio del marito senza saper nulla di nulla... -diceva Teodora riannodando la maldicenza interrotta.

Andavanoper la Bandiera. Il ponte a battellisu la sinistracavalcava il fiume.Dall'altro latola mole cupa e grave del bastione si disegnava nel chiarore. Ivecchi cannoni di ferropiantati con la bocca nel terrenosi dilungavano infila trattenendo le gòmene; grandi àncore di ferro ingombravano lo scalo.Nelle toldea rivai marinai sotto le tende mangiavano e fumavano: le tendeilluminate contrastavano con un rossore sanguigno l'albore della luna. Intornoalla proesu l'acqua larghe chiazze come di materia liquefatta fluttuavanolentamente.

-...mandò a chiamare Don Nerèo Memmafiguratevi! - seguitava Teodoraimplacabile.

-Chi parla del dottor Dulcamara? - fece Don Paoloa cui era giunto quel nomeridendo dalla franca bocca ancora armata di avorii.

Giuliananon sentiva più: ella era pallida come la faccia della luna. Da primatuttaquella gran pace luminosa piovente dal cielo su 'l fiume e tutte quelle lunghevene di odore marino ruscellanti pe 'l fresco le aveva no dato una impressionedi sollievo quasi gioconda; poiché dinanzi a quello spettacolo di dolcezza ifantasmi vagheggianti dell'amore in fondo a lei si risollevavano e le sommitàdel sentimento al raggio lunare riscintillavano. Fusùbito dopocome unasoffocazionecome un tumulto confuso in cui ella aveva coscienza di sé soloper il battere delle arterie alle tempiaper quel sussurrìo assordante cheparve dilatarsi e riempire tutta l'aria d'un tratto. Le mancava sotto i piedi ilsuolo fermo: il limite delle acque si confuseper la vertigine; il fiume invasela strada; acque acque acque si spársero in torno. Poid'un trattounoscintillìo di bagliori si accese dentro li occhi di leiun tremolìo crescentedi fiammelle fatue che rompevanosi intrecciavanosi allontanavanoe sifondevano e perdevano serpentinamente in una mezza ombra. In quellailluminazione la figura di Marcello compariva e sparivacon una rapidità e unamutabilità di sogno. La vertigine cessò. Giuliana riconobbe i riflessi dellaluna nel fiume placido; continuò a camminarestupefattaindebolitaquasipresso a svenirsi.

-Stancaeh? comare; voi non siete abituatasi sa. Appoggiatevi a meappoggiatevi - diceva Teodora. - La figlia di donna Mentina Ussoriaquella piùpiccolabutteratastava proprio innanzi alla bottegasapetesu lapiazzetta...

Eranoalla caserma dei finanzieri. Grandi mucchi di carrùbe mandavano un odore fortecome di pelli conciate; e la strada seminata di scaglie d'ostriche scricchiolavasotto i passi. Due sciàbichepresso la rivafacevano pesca d'anguilleinsilenziocon la luna propizia. Ma la sonorità del mare empiva di grandezza ilsilenzio: si annunziava la foce con l'ondeggiamento del sale superante il lievefiore dell'acqua dolce.

-Torniamo in dietrobelle figliole - disse Don Paoloprendendo una carruba dalmucchio vicino.

Giulianasi lasciava condurre. Ella durava fatica a rattenere l'ansia del respiro; poichéora il suo statocon una terribilità incalzantele si ripresentava dinnanzi eschiacciava tutti li aneliti e i tumulti del sentimento suscitati dalla voluttàdella notte lunare. Ella vedevanella fissazione del suo pensierola figura diLindoro levarsi e vivere; si sentiva un'altra volta afferrare e palpare daquelle mani aspresoffocare da quel fiato caldo di vino e di libidineviolaresu i mattoni della stanza. Ma in quel momentopensavaella non avevaresistitonon aveva gridatonon aveva fatto nessun moto per opporsi; ellaaveva soggiaciutosenza forzenon distinguendo più nullanon sentendo cheuna gran gioia mista di dolore innondarle le fibrenon sentendo che da tutto ilsuo essere la violenza della natura compressa insorgere. Allora quel riflesso disensazione mise nella carne di lei un nuovo turbamentouna tenerezza dilanguore infinita; e in quel disordine della coscienza la volontà delle sueidee si estinse. Le parve che tante cose della nottecome avessero voci ed alivenissero a batterle contro la tempiavenissero a tentarlaa darle dei trèmitie a suggerirle delle parole. Guardava innanzi a sépallida con li occhiingranditi e più neri. Ella era così: deboleincertaincapace di determinarecon la volontà uno stato d'animo e di coseoscillante miseramente tra lesuggestioni del mondo esterno e il travaglio interiore.

-Sentite come il vino canta - disse Don Paolosoffermandosi.

Nellebarche i marinai stavano distesi tra i cordamiin mezzo al fumo del tabacco diDalmaziae cantavano di femmine bellein gran coro.

 

 

XVI.

 

Camillasu l'inginocchiatoiopregò a voce bassaco 'l capo prostratocon giunte lemanilungamente; poi accese la lampada votiva a Maria Vergineper la notte;piegò poi nel sonno tenendo il dolce cuore di Gesù tra i fiori vizzi del seno.Il suo respiro di dormiente era religioso come se sfiorasse l'ostia sacra su lapatèna d'argento. Nella volta le ombre seguivano le oscillazioni dellafiammella alimentata dall'olio; quei romori secchi del legno che si dilata e deitarli che ròdonoli scricchiolii misteriosi che hanno i vecchi mobili nellacalma notturnaronzii di zanzare rompevano il silenzio.

Giulianastava nello stesso lettoa fianco di Camilladistesasenza muoversisenzachiudere li occhipoiché una grande stanchezza insonne le occupava le membra ela vigilanza assidua dell'angoscia le martoriava l'anima tapina. Ella ascoltavail silenziospiava sé stessa con una curiosità ansiosacome per sentire qualmutamento si fosse compiuto nell'essere suo.

Aun trattoCamilla nel sonno cominciò a mormorare delle parole vaghede'frammenti di parole incomprensibilimovendo appena le labbramettendo lunghirespiri dentro cui si sentivano de' suoni semispentisi sentivano i gorgoglirochi delle voci non formate e li accenti delle voci infrante. La testa di leiscarnaaffilataquasi direi scolpita e cesellata rigidamente dalla penitenza edal digiunoingiallita dal lume della lampadaposava sulla bianchezza delguanciale come una effige mal dorata di santa sopra una raggiera. Piccole ombreviolacee segnavano l'interno delle naricii solchi del collo teso e pieno dicordele fosse delle gotele occhiaie d'onde sporgeva grande il globo copertodella pelle molle della pálpebra. Ella pareva così il cadavere di una martiredentro cui scendesse lo spirito di Dio.

Benchéquello dei soliloquii notturni non fosse il primoGiuliana sentì freddo inmezzo ai capelli: un terrore improvviso l'assalì e la oppresse. Ellainstintivamente si rannicchiòcercò di allontanarsi dal corpo della sorellaritraendosi su l'orlo della sponda: stette immobilesospesa nelli intervalli disilenziocon li occhi fissi su la bocca della dormienteprovando un sordobalzo in mezzo al petto se quelle labbra si muovevano a profferire nuove parole.Ella non comprendeva; ma qualche cosa di lontanamente profondo e di solenne erain quel mormorio interrottoquasi un mistero di fenomeno soprannaturale silevava da quel corpo inerte e inconsapevole che parlava senza udire la propriavoce. Nella stanza passava come un alito di sepolcro; per la fantasia sconvoltadi Giulianale ombre oscillanti prendevano forme spaventose e minacciose dispettri; l'aria pareva solcata da rumori ignoti. Tutte le cose su cuil'allucinata si rifugiava con lo sguardotutte le cose si trasformavano e sianimavano verso di lei. Allora l'idea del castigo e della pena eterna ancora unavolta le risorse nella coscienza e la incalzò. Ella si imbatté sotto l'incubodel suo peccatomettendo in croce le braccia su 'l petto per difendersi dalleminaccie dei demonitentando di dire delle preghiere con la lingua impedita dalterroreaggrappandosi con un supremo slancio all'àncora del pentimentoall'ultima salvezza. Ella si sentiva perdutaella chiedeva ora misericordiadall'intimo del suo cuore al divin Sposo traditoa Gesù buono e grandeaColui che perdona.

Lavoce di Camilla si esalava in sospirisi confondeva in un borboglìo tremulosi spegneva del tutto nella respirazione lenta ed egualea mano a mano chel'entusiasmo del sogno mistico si andava placando. Le ombre seguitavano adoscillare. Non ancora il Crocefisso discendeva dalla parete a raccogliere con ledolcissime braccia la pecorella tornante all'ovile.

 

 

XVII.

 

-Ha detto il Signore per bocca del profeta Gioelefiglio di Petuel: “Avverràche io spanderò il mio Spirito sopra ogni carnee i vostri figliuoli e levostre figliuole profetizzeranno; i vostri vecchi sogneranno de' sognii vostrigiovani vedranno delle visioni”.

Questospirito di cui li Apostoli ebbero le primizie e la beatitudinefu per essi eper noi uno spirito di veritàuno Spirito di Santità e uno Spirito diforza... O divino amoreo sacro legame che unisci il Padre e il figlioSpiritoonnipotentefedele consolatore delli afflittipenetra nelli abissi profondidel nostro cuore e infondici la tua gran luce.

Cosìpredicava Don Gennaro Tierno nella Pentecostedall'altare maggiorevolto alpopolo ascoltante. Sopra di luiin altola terza persona della SS. Trinitàapriva l'arco radioso delle ali d'oroe nella chiesa l'illuminazione dei cerispandeva rossore simile a un riflesso d'incendio. Li enormi pilastri di pietrasostenenti le due navatecoperti di barbare sculture cristianecavalcavanoverso l'altare pesantemente; su le pareti li avanzi dei mosaici mettevano larghemacchie di colore scuro; qualche testa di Apostoloqualche braccio rigido disantaqualche ala d'angelo emergeva ancora nell'offuscamento e nelloscrostamento operato dai secoli. Tra i mosaici piccole navi ex votopendevanouna intiera flottiglia di barche veliere pendeva dedicata al tempiodai naufraghi supérstiti. E in mezzo a tutta questa rude solennità primordialesi elevava agile un gruppo di colonne rosee a spira sorreggenti il pergamo anchemarmoreo fiorito di acanti e animato di bassorilievi.

-Spandi la tua dolce rugiada su questa terra desertaa fin che cessi la sualunga aridità. Manda i raggi celesti del tuo amore fino al santuario dell'animanostraa fin che penetrandoci accendano fiamme consumatrici delle nostredebolezzedelle nostre negligenzedei nostri languori! - seguitava il pretesalendo ai supremi culmini della sua eloquenza e della sua potenza vocale.

Giulianada pressoascoltavatutta raccolta. Ella si era rifugiata nella casa delSignoreella era tornata al talamo; voleva che il Signore la purificasse e laricevesse un 'altra volta nella benignità del suo grande abbracciamento. Quelbarbaglio subitaneo di fede la abbacinavale faceva quasi dimenticare ognifallo anteriore. Le pareva che subitamente dalla sua anima le macchie sicancellassero e dalla sua carne cadessero le scorie dell'impurità terrena.Giammai ella si era accostata all'altare di Dio con un più profondo tremito disperanza; giammai aveva ascoltato la parola di Dio con una più lunga ebrezza.

Dall’istantein cui l'orrore della dannazione le si levò nella coscienzaella si compressein una specie di accoglimento cupoquasi direi sorvegliando sé stessasorvegliando i propri attii proprii pensierii minimi motipe 'l timore chequella veemenza di pentimento si esalasseper l'ansia di conservare intattodentro di sé quel fiore di fede rigermogliato d'improvviso. Fu una specied'assunzione verso Gesù; fu una specie di isolamento geloso dalla vitacircostanteun ripudio di ogni legame umano.

Ellasi esaltò nella lettura dei libri sacri; si gettò nella contemplazione delleimagini e dei misteri; lottò contro le molli viltà della carnecontro icalori della giornatacontro l'insidie della nottecontro i profumi che leportava il ventocontro il soffio che saliva dai suoi ricordi impuricontro levoci che parevano vellicarle l'udito e sussurrarle segreti nuovi di piaceri.

Dopoquella settimana solitaria di passioneella ora deponeva il sacrificio ai piedidell'altare: beveva il balsamo della parola di Diofissando li occhi in altoalla colomba radiosa e sentendosi a poco a poco naufragare nel pèlagodell'estasi

-Vieni dunquevienidolce consolatore delle anime desolaterifugio neipericoliprotettore nella sventura. Vienio tu che purifichi l'anime da ognimacchia e ne guarisci le piaghe. Vieniforza del deboleappoggio di quegli checade. Vienistella dei navigantisperanza dei poverisalute di chi è permorire - incalzava Don Gennaro Tiernoalto nella pianeta d'argentovermiglioin voltocon occhi forzanti le orbitecon gesti che parevano toccare il cielo.

Nellachiesa una calura grave si era addensata su i cristiani. Le navate sischiacciavano su i pilastri; in una vetrata la testa di San Luca evangelistaraggiava percossa dal sole e il gran manto metteva nell'aria una zona dicrepuscolo verde. Il púlpito marmoreo si levava come un miracoloso fioremisticoin quel vapore di luce.

-Vienio Spiritovieni ed abbi misericordia di noi!...

Giulianateneva li occhi all'alto: sull'onda di tutte quelle invocazioni ella ascendevaverso il nimbopenetrata dalla ineffabile soavità che attira l'anime all'odoredelli aromi spirituali. Le parve un istante di vedere la colomba d'oro balenarleun lampo di assentimentoe il cuore le balzò di giubilo nel seno come SanGiovanni nelle viscere d'Elisabetta alla visita della Vergine Maria.

-Per nostro signore Gesù Cristo. Amen.

Ilpretetutto d'argentosi volse verso la custodiadicendo a voce bassa un credo.Due turiferarii bianchi ai lati cominciarono a scuotere i turiboli fumanti eodoranti. Un nuvolo di incenso avvolse Giuliana che stava da pressoesubitamente un invincibile fiotto di nausea dal fondo della maternità le salìalla gola e le fece torcere la bocca.

 

 

XVIII.

 

Nonc'era dunque scampo? - Più giorni ancora ella oscillò nel dubbioaspettandol'ultima prova. Vertigini la prendevano al levarsiquand'ella metteva a terra ipiedi; sfinimenti vaghi la invadevano su la serafievolezze in cui il pensierola volontài ricordi parevano quasi avere la confusionela sonnolenzafluttuante delle prime ore mattutine. Ella faceva le cose per abitudinecon de'gesti di sonnambulacon una lentezza di donna stanca. Nella scuolase venivasu 'l vento l'odore del pane caldo dal fornoella si sentiva moriresentivacome tutte le viscere montarle d'un tratto alla bocca: un sapore di lisciva lesi spandeva nella lingua. Un giornomentre un bimbo succhiava delle ciliegeuna voglia violenta di quel frutto la fece contorcere su la sediaimpallidire esudare. Poielladopo il pastotutta amara di nauseasi metteva lunga su 'llettosi lasciava occupare dal sopore: il caldo era pesantele moscheronzavanole grida d'un venditore di occhiali passavano sotto la finestrarauche nel silenzio.

Sfiduciataella non cercò più la chiesa: l'incenso anche la ributtava.

Ellanon pensò più a Marcello; non lo vide piùnon ebbe di lui che un ricordoincertocome d'un sogno remoto: l'ansia presente l'assorbiva tutta.

Lindorosaliva a portar l'acquacome prima. Egli giungeva su rosso e stillante disudore: posava le conche. lanciando sguardi di sbieco a Giuliana. Giuliana siritirava nell'altra stanza o si curvava su 'l lavoro: nelle sue guance lestrette convulse dei denti mettevano piccoli moti di collera repressa: i suoiocchi si intorbidavano.

Lindorose ne andavacome un cane frustato; ma il pensiero di aver posseduto quelladonna gli turbava il sangue: avrebbe voluto ora trascinarsela con sétenerselaesserne il padrone come di una merce da usare e da vendere. Cupidigiasensuale e avidità di guadagno allora in lui si mescolavano.

Unasera egli aspettò che Camilla uscissealla porta di strada; poi salì aprecipizio per sorprendere Giulianaper trovarla sola nella casa. Quando eglibatté all'uscio Giuliana lo riconobbe e si sentì rimescolare.

-Che vuoi da meche vuoi? - chiese ella con la voce soffocatasenza aprire.

-Sentimi un momentosentimi! Non aver paura; non ti faccio male...

-Vattenecaneinfameassassino... - proruppe la donnacon una veemenzastridente di vituperiitogliendo il freno a tutto l'odio accumulato contro dilui. - Vattenevattene!

Esfinitasi ritrasse nella sua stanzasi gettò su i guanciali mordendoli frale lacrime. Un tremito violento la scuoteva tuttaun irrigidimento convulsivodelle mascelle le rendeva dolorosi i singulti.

 

 

XIX.

 

Nonc'era più scampo. - La figlia di Maria Camastra aveva bevuto il vetriolo ed eramorta cosìcon un bimbo di tre mesi nel ventre. La figlia di Clemenza Jorios'era precipitata dal ponteed era morta cosìnella fanga della Pescarina.Bisognava dunque morire.

Quandoquesto pensiero balenò alla mente di Giulianacadeva il pomeriggio. Tutte lecampane suonavano a glorianella vigilia del Corpus Domini; grandi tribùdi rondini schiamazzavano e turbinavano su 'l palazzo di Brinasi assembravanoa parlamento su l'Arco. Una magnifica nuvola rossa sovrastava le casesimileforse a quella che versò bitume ardente su l'empietà di Sodoma.

Giulianaal baleno di quel pensiero si smarrìebbe paura. Poi a mano a mano che ilsentimento della vergogna la persuadeva al passoin fondo a lei una sordaribellione di vitalità cominciava a levitarele viscere fremevano. Ella d'untratto sentì il rossore e il calore del suo sangue metterle delle chiazze su lafrontesu le guance. Si levò dalla sediatorcendosi le braccianell'agitazione della lotta. Econ impeto di forza nervosafinalmente uscìdalla stanzaentrò nella cucinacercò su le tavole un bicchiere e il mazzodelli zolfanelli. L'odore forte del carbone le turbava lo stomaco; la vertiginele prendeva il cervello. Ella trovò tutto: mise li zolfanelli a disciogliersinell'acqua; rientrò nella sua stanza e nascose in un angolosotto un mobile ilbicchiere.

-Dio mio! Dio mio!

Ellaaveva ora paura di trovarsi cosìsola dinanzi al suo proponimento. Le tornòsubitamente nella fantasia il cadavere di Cristina Jorio intraveduto quel giornomentre lo portavano su la barella alla casa della madre: un corpo gonfio come unotrecon la melma ne' capellinel cavo delli occhinella boccatra le ditade' piedi violetti...

-Dio mio. Dio miomorire!

Esussultò come se una mano fredda e rigida le si fosse posata su 'l capo: unbrivido le corse tutte le membrale durò un momento su 'l cranio conl'impressione di una lama che vi penetrasse per distaccarne la pelle; e nellavista le passò il ribrezzo dell'orrorequel non so che di bianco che dilata leorbite.

-Nonono! - disse con voce alterata come se volesse scacciare da sé ilcontatto di qualche cosa orribile. E andò alla finestrasporse il capo fuoricercando un rifugio.

Ellarimase làinchiodataattònita dinanzi a quella visione d'incendio biblico ea quella tregenda di uccelli neri. Quando si volse un poco dietro la stanzaintravide nell'ombra un bagliore stranoil luccichìo delle mezzelune d'oro sula veste della Madonna di Loreto e il luccichìo delle medaglie. Ebbe ancorapaura; si schiacciò su 'l davanzalesi sporse di più; stette làsenza avereil coraggio di muoversi. Allorain quella immobilitàl'indebolimento seralecominciò a invaderla; ed ella si strinse la testa grave tra le palmesocchiusele pàlpebre.

-Ah!

D'improvvisole s'era aperto nell'animo uno spiràcolo. - Sìsìella se ne rammentava!Spaconeil magoquel vecchio con la barba lungaquello che faceva i miracolie aveva le medicine per ogni male... Era venuto al paese qualche volta acavalcioni di una muletta biancacon due triangoli d'oro alli orecchicon unafila di bottoni larghi come de' cucchiai d'argento senza mánico. Tante donneuscivano su li usci e lo chiamavanoe lo benedicevano. Egli aveva guarito ognisorta di malattie con certe erbe e certe acque e certi segni del dito pollice ecerte parole magiche. Egli doveva avere i rimedi pure per quella cosa... sìsìli doveva avere!

EGiuliana rivisse in un barlume di speranzamentre il languore saliva saliva.Dinanzi a leile cose annegavano nel crepuscolo; il giorno vermigliopenetratodalle ceneri della notte vicinamancava in un lento scoloramento tra roseo eviolaceosi ritirava a poco a poco dal bassofiniva senza contrasti. Unarondinecome un pipistrellopassò radendole il capo. Un fiotto della vitalitàardente dell'estate le batté nella facciacon la brezzadandole una specie disoffocazione e di palpitazione.

Ellacon un moto involontario e inconsapevolemise le mani su 'l ventre e le tennecosì un istante. Qualche cosa come un indefinito sentimento di maternità leattraversava l'anima. E dal fondochi sa per quale processo interioreunricordo della convalescenza lontana si svegliò. - Ahera di marzo... una granbianchezza ridente... e sopra di lei le spiele lanugini mollipiovevano.

 

 

XX.

 

Cosìfu che la mattina dopo ella uscì dalla casadi sotterfugio; e s'incamminòsola fuori del paeseper la strada nuova di Chieti.

Nellevicinanze di San Rocco abitava Spacone. Sotto la maestà di una querciadruidicaegli compiva i miracoli e formulava i responsi. Tutto il contadoinventi miglia di circuitoricorreva a luicome a un apostolo della Provvidenza.Nelle epidemie del bestiame indigenomandre di bovi e di cavalli siraccoglievano in torno alla quercia per ricevere il talismano preservante dalmorbo: le orme delle unghie equine e bovine facevano come un circolo d'incantisu l'erbe semplici del terreno.

QuandoGiuliana s'incamminòera nella terra pescarese un gran giuoco d'ombra ed'illuminazione. Le nuvole nòmadi trasmigravano dalla marina alla montagnacome carovane con buone salmerie d'acquaper quel cielo arabico del mese digiugno. A intervallilarghe zone di terra si sommergevano nell'ombraaltrezone emergevano illustrate; e come l'ombra era turchina e mobilela campagnacosì dava l'apparenza di un arcipelago che galleggiasse copioso d'alberi e difromento. Molto canto di uccelli letificava la maturità di biade.

Alprimo spettacolo Giuliana ebbe una subitanea sensazione di ristoro; poiché lalibertà della campagnala felicità della luce su 'l fogliameli odoricordiali dell'aria circondandole d'un tratto la persona le mossero il sangueela nuova speranza in lei al dispiegarsi dell'orizzonte si fortificò ed esultò.Ellacome sempresi abbandonava ora all'influenza delle cose esteriori; sialleggeriva di tutte le angosceviveva per due sentimenti soliper la speranzadella salvazione corporea e pe 'l desiderio di raggiungere la meta. In fondoalla metaella vedeva nella sua fantasia sorgere il Vecchio benefico eilluminarsi misteriosamente. Per una nativa tendenza superstiziosaellatrasformava quella figurala ingigantiva e la vestiva di una dolcezzacristianala cingeva di nimbo. Allora tutte le dicerie che correvano tra ilvolgo le tornarono alla memoria confusamente e gittarono sprazzi di lucemeravigliosa su la fronte di Spacone. Allora ella si rammentò che Rosa Catenain un giorno lontano della malattiaaveva parlato del Vecchio con una reverenzadevota citando miracoli. - Un cieco di Torre de' Passeri era andato a San Roccoed era tornato dopo tre dì con li occhi che ci vedevano e con una cifraturchina su le tempia. Una femmina di Spoltoreinvasa dalli spiriti maligniera tornata mansueta come un'agnelladopo aver bevuto due sorsi di un'acqua chestava in una piccola zucca secca.

Cosìa poco a pocolungo il camminope 'l concorso di tanti elementi sparsi sivenne formando nella mente di Giuliana una specie di leggenda. E a poco a pocogiacché nulla possono li uomini senza l'assistenza di Diosorse anche lapersuasione che il vecchio fosse un inviato del cieloun redentore delle animedalla dipendenza corporaleun distributore di grazie celesti su la terra aicaduti. - La speranza estrema non era discesa su la peccatrice improvvisamentequasi per influsso divinofra i segnali accesi nell'aria? E nella Pentecoste lacolomba non aveva balenato dall'altoalli occhi della preganteun lampo dibuona promessa?

La promessa ora si compiva nel santo giorno del Corpus Domini.Giuliana dunquetutta calda di fede e di giubiloandava su la polvere dellavia nuovanon curando la fatica dei passi. Ai due latile siepibiancheggiavano come coperte di escrementi d'uccelli. Gruppi di pioppi sonoristavano sui

limiti;e i tronchicome grandi pezzi di argenteria vecchiariverberavano levariazioni della luce. Le contadine della Villa del Fuoconaneco 'l nasocamusocon le labbra schiacciatefemmine cafre dalla pelle biancavenivanoincontro a duea tre. In tornosu l'immenso teatro della campagna le vicendedelle nuvole gigantescamente si rappresentavano.

Giulianapassò il Mulinopassò la Villa: una energia nervosa le animava il passo. Ellasi sentiva battere il vento su la nuca e sentiva su 'l capo a intervallistormire i pioppi. Ma l'oscillare delle ombre e la polvere cominciavano aturbarle un poco la visione; il calore del moto le affluiva alla testa; lavolontà era tutta occupata nell'insolito sforzo materiale dell'incedere. Ellacosì andò innanzi in una specie di stordimento crescente che si mutava inmalessere; evinta dalla fatica e dal caldosi lasciò allettare da un mucchiodi olivi messi in salita a sinistra.

Passavanoquattro o cinque zingari seminudibronzinicon qualche cosa di luccicantesu'l pettoa cavalcioni di certi grandi asini rossastri. Uno di loro fischiavaurtando con le calcagna il ventre della sua bestia. Tutti avevano in mano cannee portavano bisacce di pelle sulle cosce. Guardarono la donna rifugiata sotto liolivi e mormorarono poi delle parole ridendo.

Giulianaebbe paura di quegli occhi che mostravano il bianco nello sguardoe stettesbigottita fin che il gruppo non si allontanò. Lo scoraggiamento incominciava aimpadronirsi di lei; la solitudine cominciava ad esserle inquietantepoichénella campagna correva per lunghi brividi l'annunzio della pioggia e una certasolennità di silenzio scendeva nell'aria dalle nuvole raccolte. Ella s'eraappoggiata a un tronco: a trattide' soffii freschi le investivano la persona ele gelavano il sudore nei poride' soffii che accorrevano a lei con 'l frusciodel passo di un animale su l'erba; mentre in torno il tremolìo del sole parevaun reverbero d'acque rinfrangenti o qualche cosa come il riflesso di una meteoralontana. Molti fiori d'un giallo pallido di zolfo facevano onda a pie' delliolivi.

Unricordo scese allora dai buoni alberi su l'animo della donna. La chiesa eratutta piena di palme benedette e di aromiquel giorno; ed ella andava tra ilpopolo sorretta dalle braccia di Marcelloin una gran dolcezza... Macome ellasi soffermò in quel pensierouno smarrimento le prese la memoria; tutto lesfuggì in una incertezza di sogno. Soltantode' colpi sordi le batterono ilcuore e dei sussulti di angoscia le affannarono il respiro. Ella aveva ora lasensazione ottusa di un sopore che le cadesse su 'l cervello con la pesantezzad'un colpo di maglio su la fronte di un bove. Un resto di volontà vigile lebastò a scuotersi debolmente e a discendere nella strada.

Lenuvole raccolte verso la Majella avevano preso il colore diafano e grigio di unamassa pendula d'acque. Larghe trombe si avvicinavano dalla marina più cariche;e ancora qualche florido intervallo d'indaco si dilatava nell'alto. Un odore diumidità già saliva dalla polveresaliva dalla campagna ansantenell'aspettazione. Li alberi immobili parevano assorbire la lucesi levavanoanneriti in mezzo alla fumosità dell'ariapopolavano di forme incerte lalontananza.

Giulianacamminava con una fatica immensasentendo che le forze stavano perabbandonarla.

-Ecco- pensava- arriverò a quell'albero e poi cadrò.

Manon cadeva. Si scorgevano a destra le case di San Rocco. Un contadino veniva incontro a corsa.

-Buon uomoè quello San Rocco?

-Sìsìvoltate alla prima scorciatoia.

Grossegocce sonanti cominciarono a cadere; poi d'un tratto la pioggia crescente rigòl'aria di lunghe frecce bianchedi lunghe sferze che percotendo schioccavano.Un sommovimento mostruoso agitò allora le nuvole: sprazzi di raggi eruppero diquadi là. Tutte le collinein fondoa traverso le liste della pioggia siaccesero un momento e si rispensero. Una fievole serenità d'argento si levò sula Majellain una zona sottile.

Giulianatentava di correre verso la quercia distante un tiro di fucile. Le gocce lebattevano su la nucale scivolavano giù per la schienale colpivano lafaccia; e già le vesti erano tutte molli sino alla pelle. I passi le mancavanosu 'l terreno sdrucciolevole; ella cadde e si rialzòdue volte. Poiquasifollesi mise a gridare verso la casa.

-Aiuto! aiuto!

Unafemmina uscì dalla porta e venne a sorreggerlaseguita da due cani cheabbaiavano.

Giulianasi lasciò condurre machinalmentesenza poter più proferire una parola atraverso i denti serratilividacon la faccia stravolta. Ella non si riscosseche dopo qualche tempoper le domande che l'ospite le faceva. E allorarepentinamenteall'udire il nome di Spaconesi risovvenne di tutto.

-Ahdov'è Spacone? - chiese.

-È a Popolidonna santa: l'hanno chiamato.

Giuliananon resse più: cominciò a singhiozzare e a strapparsi i capelli.

-Che voletedonna santa? che volete? Io sono la moglie; ci son qua io... -miagolava la stregatrattenendole i polsiincitandola a parlare.

Giulianaesitò un momento; poi disse tuttoa precipiziotra i singulticoprendosi lafaccia.

-Aspettate. Il rimedio c'è; ma costa cinquanta soldidonna santa - fece lastrega in quel suo idioma tutto molle di vocalicantando quel bello appellativoper intercalare.

Giulianasciolse un nodo nel fazzoletto e offerse cinque piccole monete d'argento. Poiaspettò più calma.

Lastanza era vastama bassa. Le paretisu cui qua e là il salnitro fiorivaavevano dei toni di pelli di serpente seccaavevano come delle scaglie direttile. Rozzi idoli cristiani di maiolica popolavano quel fondo antico; formestrane di utensili e di stromenti ingombravano le tavole. L'insieme daval'impressione religiosa di un santuario custodito da un semplicista monaco.

Lamoglie di Spaconedinanzi al caminocomponeva il suo filtroin silenzio. Erauna femmina alta ed ossutabianchissima in facciaco 'l naso guasto avente ilcolor violetto di certi fichi meridionalicon i capelli rossi e lisci su letempiacon due piccoli occhi di albinatatuata nel mentonella fronteneldorso delle mani.

-Eccodonna santa! Coraggio!

Giulianaingoiò il liquido d'un fiato; ma si sentìsubito dopoda un'amarezza atrocemordere il palato e le viscere. Restò con la bocca apertapremendosi il ventrecon le manibattendo rapidamente un piede su 'l pavimentonello spasimo dellaprima contrazione uterina.

-Coraggiodonna santacoraggio! - le ripeteva la stregafissandola con quelliocchi bianchicci di molluscosoffregandole le reni. – Avete tempo di arrivarea Pescara... Via! via!

Giuliananon poteva rispondere: alla bocca non le venivano che urli. I crampi leserravano lo stomacole irrigidivano i muscoli respiratoriile eccitavano ilvomito. I bulbi visivi le ruotavano in altocome se ella fosse entrata ne'sintomi di una convulsione epilettica. In tutto il suo debole organismo lapotenza eccessiva della bevanda operava ora effetti inaspettati. Il parto falsosi produsse quasi d'improvvisocon una di quelle terribili perdite per ove leforze della vita se ne vanno mollementeinsensibilmentefluendo.

-GesùGesùGesù! - mormorava la strega inquietapresa da una subita pauradinanzi al corpo di Giuliana riverso che a pena certe piccole ondulazioniconvulsive scuotevano. - Gesùaiutatemi!

Allesollecitazioni di leiGiuliana rinvenne. E come dopo qualche tempo il profluvioparve arrestarsiGiuliana si poté levare in piedi; sospinta dalla femminauscire; giungere fino alla strada nuovabarcollandopallida come se non lefosse rimasta sotto la pelle una goccia di sanguema tenuta viva da unasperanza che il maggior pericolo fosse ormai superato.

Orala campagna era tutta frescamente luminosa. Passava una fila di carretti carichidi gessoe i grossi carrettieri di Letto Manoppellopieni di vinosdraiati sui sacchi fumavano. Come Giuliana si mise dietro la filauno di quellil'estremogridò:

-Ohevolete che vi portibella figliuola?

MachinalmenteGiuliana si lasciò tirar sù dalle forti braccia dell'uomoe stette cosìseduta su i sacchi. Non intendeva le grasse risa e i motti osceni che di carroin carro si propagavano.

Conuna energia involontaria d'istintoteneva le ginocchia serrate per impedire alflusso la via. Sentiva a poco a poco una specie di ottusità occuparle lacoscienzacosì che li sbalzi frequenti delle ruote su la ghiaia non le davanoche una dolorazione sorda e il lezzo delle pipe non le turbava che lievementel'olfatto. Ma già il sussurro lontano alli orecchiil bagliore alla vistalevertigini annunziavano lo sviluppo dell'anemia nel cervello. Più volte ellasarebbe caduta se non l'avessero sorretta le mani del carrettiere cheincoraggiato dalla muta docilità di lei cominciava de' tentativi brutali dicarezze.

Ilpaese di Pescara apparve in cima alla strada in mezzo al solemandando suoni su'l vento.

-Fanno la processione - disse uno delli uomini. Tutti li altri sferzarono; e lastrada risuonò sotto il trotto pesanteal tintinnìo de' sonaglialloschiocco delle fruste.

Quellaviolenza di scosse e di fragore richiamò per un momento Giuliana al senso dellarealtà circostante. Mapoiché l'uomo le cingeva i fianchi con un braccio e lemetteva il fiato vinoso nella guanciaella per un cieco impeto si mise agridare e a gesticolare quasi l'avesse presa un delirio. E il fantasma diLindoro subitamente le si rizzò dinanzi alli occhi offuscati e poté ancosuscitarle il ribrezzo dell'orrore in quel poco di sensibilità che le restavanei nervi. Ellaa pena il carro si fermòdiscese a terra dai sacchiscivolandotentò di muovere i passicon la furia affannosadi chi cerchiraggiungere un luogo sicuro per cadere.

Venivanoin contro nella strada le verginelle coperte di veli candidicon in mano i cèreidipintie cantavano. Dietro la torma angelicaun grande sventolìo di drappi edi baldacchini empiva l'aria beneficata dalla pioggia recente. E cantavano:

 

Tantumergo sacramentum

Veneremurcernui...

 

Giulianaintravedendovoltò nel vicolo; giunse alla casa di Rosa Catenaentrò; presadalla vertiginecadde in mezzo al pavimento. Ecome il profluvio del sanguericominciavala paralisi le occupò la metà inferiore del corpoogni facoltàdi moto volontario in lei si spense.

Rosanon era nella casa: la processione aveva attirato tutto il paesequel giorno.In un angolo della stanza Muàil padreun mostro di vecchiaia umanaun ciecoinchiodato per anni su 'l legname di una sedia dall'artrite deformantetentavavagamente con la punta del bastone i mattoni intorno a sé per scoprire la causadel rumore improvviso.

Allorain mezzo al sangueGiuliana fu scossa da un parossismo di convulsione. Lecontrazioni dei muscoli le gettavano il tronco da una parte e dall'altra; liarti le si allungavano con lo scatto e il battito d'una gamba di animale feritoa mortele mani stringevano i pollici nel pugnosi riaprivanoristringevano;i bulbi delli occhi si ritraevano dalle orbitesotto le palpebre violastrequasi con un movimento di fiore che ritiri i petali flosci in sé. A un trattola testa si arrovesciò in dietro tuttanel supremo colpo dell'apoplessianervosa; il tronco senza sangue si irrigidì nella paralisi. Un leggero tremoreapparve nelle corde del collole dita chiusedopo un minutosi distesero.

Muàsenza comprenderegirava ancora intorno a sé il bastone tentandovanamentecon un borbottìo nella bocca sdentata.

FAVOLASENTIMENTALE

 

I.

 

Galatealevò dalle carte que' suoi freddi occhi verdognoliergendosi al fine su lavita esile e lungafacendo crepitare le dita esili e bianche. Dissecon unrespiro:

-Ho finito.

-GrazieGalatea. Siete stanca? - sussurrò Cesare con quella sua voce fiocaseguitando a voltar le pagine di un gran libro su 'l leggìo.

-Un poco. Mi riposerò.

Ellas'immergeva così nel silenzio: sul fondo di cuoio scuro della spalliera lacapellatura cinerea posava dolcemente e un'ombra attenuava la nitida marmoreitàdel viso. Intorno la biblioteca pareva dormisse un sonno buono e pacifico divecchiometteva un alito di cartapecora e di noce antico nell'ariamettevaturbinii di polvere nelle zone di sole.

DatempoCesare e Galatea passavano le ore cosìstudiandoin una quiete augustadi monastero. Egli era venuto nella villa dello zio materno a cercarvi lasolitudinea sacrificarvi la bella gioventùi belli amori: a poco a pocotutte le esuberanzetutte le irrequietezze della sua natura si agguagliavano inuna serenità alta e viriles'illimpidivano in una veggenza felice; il cultodell'arte a poco a poco gli andava infondendo un non so che di spirituale e disacerdotale anche nell'aspetto. Fu l'opera lenta della consuetudinefu l'operadi quella luce mite in cui egli vivevadi quel crepuscolo ove li occhi suoimiopi languivano quasi di continuoove su la sua faccia i fiori del sangueimpallidivano.

Galateagli era una compagna taciturna e pensosauna aiutatriceuna gentile amanuenseche non si perdeva mai tra i labirinti e li arabeschi delle scritture sapienti.Ella cresceva come uno stelocresceva nella grande malinconia di quella casaove ella non aveva mai veduto sorridere la madre... Povera madre morta! Con chelungo sospiro di amore e di dolore Galatea guardava il velo disteso sul ritrattodella povera madre morta! Quel ritratto era in una larga stanza nudasopra unaparete biancalàall'estremità della villa: nessun rumore vi giungevalaluce penetrava a traverso le tende fievole e triste. Quando Galatea varcava lasogliaun filo gelido di terrore l'assalivaun ribrezzo le strideva per leossa; le pareva come d'entrare in un sotterraneo; tutto quel candore le dava lasensazione dell'immenso. Pure ella restava là lungo tempoin ginocchioapregarea pregarementre il lembo del velo ondeggiava a ogni alito di ventosopra a quell'effige di cadavere; ella teneva gli occhi smarriti nel vanoe nelvano la preghiera si smarriva con un sussurro debole di labbra. Lentamente ichiarori del giorno mancavano. Allora nella penombra pareva che l' ondeggiamentosi allargasseingigantisse; a poco a poco un immane lembo di sudario sistendeva in tutta la stanza con un soffio impuro. Ella ne sentiva il contattorabbrividendo; ella diveniva diaccia ed immobile come di pietrarestava là finche non la traevano fuori tutta pallidatutta tremante.

Matornava poi a quell'adorazione cupa e solitariaci tornava con impeti dilacrimechiamando la morta fra i singhiozzi. Ella voleva vederlavederla unavoltama vivama con la vita nelle pupillevederla bella e ridenteuna voltasola!

-Era bionda; è vero? bionda come me; è vero? - chiedeva al padresollevando liocchi umiditentando fra la tenerezza delle lacrime un lampo di sorriso.

Ellaera cresciuta cosìnel dolore. Ella aveva in sé qualche cosa di quelle piantebianchevissute al buioche sembrano germogliare dal morbo di un corpo umano eombreggiano della loro tristezza i sepolcri. Il gran solela gran luce lafastidivano: ella socchiudeva le lunghe cigliaella difendeva dalla ferita que'poveri occhi infermi. Pureamava i fiori. Dietro la villain un pezzo diterrenouna vegetazione malaticcia e pingue sonnecchiava nell'ombra; eranogrosse foglie carnose di un bruno tendente al violettocosparse di pelurie comedi una muffa; erano ramificazioni naneignudesimili a rettili morti o abruchi enormi; erano lame piatte di un verde pallidorigate di bianco emacchiate come dorsi di rane. Certi grandi fiori paonazzi si aprivano a coppasorgevano da terra su lunghi tubisenza fogliame; certi calici di un roseo dipelle umana si gonfiavano su li steli contorti; certe bocche di uno scarlattocupo emettevano stami simili a piccole lingue gialliccie. I petali avevano comeil viscidume dei funghigli involucri sparsi di cavità erano favi di cera.Qualche tulipano si schiudeva pigramente in una striscia di sole; qualche peoniavinceva co' larghissimi fiori carichi di carminio; e in tornonell'autunnolevitalbe sembravano viluppi di ragni pelosi o mazzi di piume grigiastre. Solo ilsambuco odorava dalle ampie antele candidefresco e mitelà dentro. Lefarfalle passavano fuggevoli; gruppi di chiocciole andavano qua e làstrisciando tra le piante succoselasciando le righe lucenti.

Galateaamava quel luogo: quella triste plebe di vegetali aveva per lei un incanto; comelei soffrivacome lei pareva inferma. Elladritta in mezzonell'abito brunofaceva pensare a un gran fiore solitario. Ella provava allora un sentimentomalsano di tenerezza per quelle povere esistenze che languivano senzaun'occhiata di sole; ella si accasciavaudiva come un gemito sollevarsiudivail gemito delle cose morenti. Perché nel suo organismo pieno di umori acquei unsenso misterioso della morte pareva influisse fin dal giorno natale che ful'ultimo alla madre.

 

 

II.

 

Ellaviveva cosìquando Cesare giunse. Da principio provò quasi un disgusto; lepareva che quel giovine venisse a turbarle la quiete alta e gentile della casavenisse a interromperle la malinconia muta ove ella voleva adagiarsiove ellacredeva di sentire la presenza invisibile dell'estinta. Ma a poco a poco ellavinse il disgustofu buona e cortese. Cesare era dominato lentamente dalsilenziodal raccoglimento profondo di tutto ciò che lo circondava; e si obliònell'arte.

Passavanodelle ore nella biblioteca del vecchio conte. Nella grande sala rettangolare laluce entrava dai vetri opachi dei finestroniavviando i fregi d'oro matto su liscaffali di noceperdendosi nelli angoli. Li stemmi gentilizi intagliati nellegno coronavano la sommità; e nel mezzo della volta cavarosseggiavano ilarghi svolazzi di un affresco secentesco a fondo di nuvole giallognole. Inpenombra le file dei libri parevano come una muraglia piena di screpolatureinverdita qua e là dai muschichiazzata dalle pioggiesolcata dalle lumache.

Galatealeggeva o trascriveva; od ascoltava Cesare parlarecon i freddi occhi apertiabbandonata alla spalliera di cuoio. Pure tra le ecloghe fragranti e fiorenti diVirgilio e le liriche alatee sospirose del dolce stile novoil loroidillio non sbocciò.

Galateanon aveva che un austero e verginale sorriso di vestale antica; ella volevaesser tutta del suo mesto dio lareche la vigilava di sotto al velo funerario.

Euna volta sola Cesare sentì le sue fibre di artista vibrare dinanzi a lei. Eraun pomeriggio caldo di giugno: ma la biblioteca taceva immersa nella frescuraazzurrognola delle tende calate su i vetri.

Eglientrò; la fanciulla dormiva dolcemente nelle pieghe ricche e fluide di unatunicapoggiata il capo alla grande sfera delle costellazioni. La sfera parevadi avorio ingiallitopareva come un enorme teschio umano intorno a cui stranefigure di animali giravano; i capelli di Galatea sciolti ricadevano con riflessisottili giù per le spalle; ricoprivano le gote; e un nastro aureo di soletraversando la frescura illuminava su 'l capo di lei una fila di libri incartapecora verdastra simile a rame ossidato. Ella aveva cinte le braccia allasfera; le larghe maniche lasciavano scoperte la carne bianca e diafana che tramedi vene fiorivano.

Cesareguardavapensando alle Norne scandinave e alle vergini merovinghe; quando ellasi destò pel ferire del sole e gli sorrise viva dalle iridi ove il fulgore novoe il torpore del sonno e la meraviglia per un istante pugnarono.

-Perché vi destateGalatea? Siete così bella nel sonno! - disse egli con unaccento ingenuo di ammirazione.

Ellagli sorrise ancoraannodandosi i capelli: la guancia destra era soffusa divermigliodal premere sulla sfera.

Maquel germe d'idillio rimase chiuso in un sonettoper semprecome un fiore ouna farfalla nella nitida prigione dell'ambra.

 

 

III.

 

Ungiorno il conteprima del pranzoannunziò la venuta della baronessa De Rosaseconda moglie del fratello Federicoreduce dai trionfi estivi di Rimini e diLivorno. Egli mostrò a Cesare una lettera azzurrina stemmata in oro.

-Leggi - disse.

Cesarela prese; e l'odore acuto emanante dal foglio gli mise nell'anima un turbamentostranogli suscitò come una inquietudine. Pe 'l foglio saliva una volata dipiccole cicogne bianchee fra le cicogne i caratteri piccoli e nervosis'incalzavano in violettosquisitamente.

-Quando arriverà? - chiese Galatea.

-Domani.

Giunsein fatti. Ella era una ben giovine ziauna splendida figura di andalusa dallenerissime iridi piene di desiderii e di misterii.

-Ohmia bella bionda! ohmia bella bambola bionda! - esclamavastringendo frale braccia Galateasconvolgendole i capelli su la frontetormentandola dibaci.

-E voiCesare? Anche voi siete quinel castello solitariopaggiotrovatorecavaliere... come?

Erideva in certi piccoli tintinni di cristalli e di metalli vibrantipiegando ilcapo in dietromentre le gengive rosee le si scoprivano un po' crudelmente e ilpetto le sussultava sotto la corazza di raso.

-Non temete gl'incantesimiCesare?

Ellaera così; parlava con una volubilità petulante e cinguettantecon unadorabile brillio di erre. Contro li erre l'onda fresca della voce pareva che sifrangesse e s'increspasse.

-Sempre quisempre quiGalatea? Non vorrai mai rompere il tuo cerchio magicodunque? Ve la rapirò conteve la rapirò questa vostra Jolanda dalli occhipensosi... Ma tu hai proprio due smeraldi per occhiGalatea! Perché mi guardicosì? Ti piaccio?...

Es'impazientiva nel togliersi i lunghi guanti di camoscio nero che le serravanole braccia fino al gomito.

-Andiamo. Conducimi.

Aquell'irrompere improvviso di allegria li echi della sala si svegliaronolesonorità cupe delle volte fremevano; un solco di profumo seguiva il fruscìo diVinca sopra i pavimenti di mosaico anticoa traverso le stanze piene di legnoscolpito e di tappezzerie sfiorenti.

Accantoa quella donnaGalatea prima si sentì presa come da uno stordimento; poi comeuna irritazione sorda l'assaliva contro quella mobilità nervosacontro quelleonde acri di odore che a lei davano la nauseacontro quelli scoppî di risa chea lei ferivano i timpani acutamente. Ella avrebbe voluto ribellarsi a certefurie di bacia certe carezze vivacia certe lusinghe svenevoli.

-Bambola bella! - sussurrava spesso Vincaa denti strettia labbra aperteconun piccolo vezzo felinomentre serrava la tempia della fanciulla tra le palme el'attirava alla bocca.

-No; non mi chiamate più cosìziavi prego - ruppe una volta Galateacon unlieve tremito d'ira nella voce.

-Bambola bella! - ripeté Vinca. E gittò all'aria una di quelle fresche risatescampanellantiabbandonata su 'l divano con tutta la personain unatteggiamento provocatore. Su 'l divano il soleentrando dalla finestrarinvermigliava i fiorami di seta smorti nel vecchio tessuto di argento: e daquel fondo emergeva il bel corpo femineo chiuso nell'abito di casimiroavvoltonel pulviscolo dei raggi. Era un quadro di tinte dolci; dalla parete pendeva unarazzo scolorito ove due cavalieri inseguivano una cerva fuggiasca. Vincarideva: le risa nel sole pareva brillassero. Quando apparve su la soglia Cesare:

-Entratedottoreentrate - esclamò la ziaergendosi e tendendo le mani versoil giovine. - Placate Galateaper carità!

Ma la fanciulla ora sorrideva sottilmente. Cesaresenza volere aspiròil profumo fine di violetta che si insinuava per l'ariail profumo stesso dellalettera con le cicogne: al senso del piacere le narici

glitrepidarono. Egli veniva dal tanfo grave dei volumi tarlatidal silenzio dellabiblioteca ove il richiamo delle risa di Vinca era giunto. Era giunto nelsilenziomentre egli curvo su le pagine sentiva dalle pagine liberarsi la sanagiocondità delle canzoni goliardiche precipitanti con un scrosciar vivace dirime latine nella fuga del ritmo.

 

O!o! totus floreo..

 

Egliaveva teso l'orecchio; e nell'orecchio gli squillarono per un istante le risacon i chicchiriamenti di una strofe pazza.

 

Venivenivenias

neme mori facias

hyriahyria nazaza

trilliriuo.

 

Tuttili ardori e le cupidigie della giovinezza parvero ridestarsi d'un tratto nelsangue di lui come a una musica di battaglia e di vittoriae rigerminare connuova violenza. Gli parve di sentire in tutte le membra come un crepitiod'involucri spezzati e di gemme rompentisotto la grandine allegra di quellerisa e di que' ritornelli.

 

O!o! totus floreo.

 

Egliscattò in piedi. Quella fredda solitudine l'opprimeva; egli la odiavaquellasolitudine...

-Entratedottoreentrate - fece la voce cristallina della baronessa.

Conche felice audacia il corso della baronessa si staccava dal vecchio fondobiancastro a fiorami rossi! Dai fini lobi delle orecchie i cerchi d'argento acontrasto del tono bruno delle gote le pendevano zingarescamente; e su le goteuna peluria lievissima le fioriva ombreggiando anche il labbro superiorelievissima.

-SentiGalateabambina; facciamo la pace - sussurrò ella con un accentopieghevole e carezzevole. - Andiamo giùnel viale: andiamo al sole conCesare... Vuoi venire?

-Nozia; lasciami qui. Non posso andare al soleio - rispose Galateasommessa.

-Venite voiCesare? - chiese Vinca al giovine.

Cesarele offrì il braccioinchinandosi.

 

 

IV.

 

S'inoltraronope 'l viale delle robiniesoli. Su la coppia era un galleggiamento floscio difoglie; e un odore di fiori morti esalava dai grappoli flosciun odoreindistintonella crescente malinconia.

L'oranon penetrava l'anima di Vinca: ella veniva cantarellando un'arietta di Suppècon certi ondeggiamenti spavaldi del capo.

-Dio mioparlate un poco: ditemi de' versifatemi pure de' madrigali - ruppeella finalmente. - Ma parlatemi di qualche cosa! O volete che ascoltiamo illamento delle foglie moribonde e le voci del vespro e le avemarie languidesospirando? Ah!...

Edella sospiròcon una grazia adorabilelevando il bianco degli occhi al cielo.

-Nonosignora - fece ridendo Cesare: e nel riso gli si scoprirono le filenitide ed eguali dei dentisotto i baffi castanei. Egli non era brutto: unpallore gentile gli occupava la facciaonde le linee irregolari si attenuavano.Su quel pallore i chiari occhi miopiquasi sempre socchiusitalvolta sidilatavano smisuratamente e le iridi vinte dalla pupilla parevano talvolta duebuchi neri.

-Nonosignora zia - ripeté con uno strascico di voce.

-Sentitenipoteche odore?

-Sento l'odore della violetta - disse Cesare con una dolcezza melodiosa.

Lerisa scampanellarono vivamente sotto la tranquilla volta vegetale.

-Ahnipote; voi avete fatto il primo verso d'un sonetto o un principio didichiarazione? Che ingenuità audace! Voi cominciate a farmi tremare.Scostatevi.

Edella voleva liberarsi dal braccio di luicon un'aria di canzonatura e di paura;ma Cesare la tenne prigione sotto la stretta.

-Restatezia. Io sono innocente.

Facevanocosìper gioco. Però Cesare quando nel trattenerla le prese la mano senzaguantosentì un brivido fine salirgli le ossa: e guardò quella piccola manodalle dita lunghedalle unghie di ònice che aveva una emme profonda su lapalma. Dal polsodi sotto ai braccialetti d'oro e d'argento niellatocertevene verdognole si diramavano perdendosi nel misterio del casimirosimili ainfiltramenti di rame in un pezzo di alabastro.

-Restatezia.

Eranodinanzi a una grande vasca solitaria. Su le acque inerti galleggiavano chiazzegiallastre di putredine e certe foglie rossigne di cuoio si stendevano ingreggia presso alli orli erbosi. Nel mezzo un gruppo di tritoni dalle code dipesce invigilava que’ silenzi che non più lo scroscio delli zampilli rompevada tempo; su la vecchia pietra i muschi e i licheni facevano come un mantotigrato; alla base le borracine si allungavano in verdi filamenti.

-Sediamo qui - disse Cesarescoprendo un pezzo di rude bassorilievo atterratofra le erbe. Egli si sentiva inquietomentre Vinca sedendo lo guardava con ivivi occhi pieni di misericordia.

-Quiai miei piedio Cesare - ella imposecon un tono scherzevole d'imperio.

-Nomai.

-Quiai miei piedi - ripeté.

- EccomiVinca; tu vinci.

Facevanocosì per gioco. Ma Cesare co 'l capo quasi le toccava i ginocchii ed ellavedeva la nuca bianca del giovaneuna nuca di Antinoo modellata squisitamente.

-GuardateCesarele farfalle che cadono.

Ellaindicava le foglie pioventi a una a una su le acque; ella voleva parlarecominciava a temere il silenziocominciava a perdere l'arguzia a pocoa poco.Non aveva saputo dire che quella frasecomune e sentimentale in quel luogoinquel momento.

-Guardate...

Ellarespingeva dolcemente i tentativi timidi di carezze che Cesare faceva con ledita malferme su i nastri della veste; e quella timidezza la seduceva. Cesarenon guardava le foglie; perché una piccola scarpa di lei luccicava in mezzoall'erba e su quella pelle iridata egli osservava i leggeri movimenti che Vincaci metteva a tratti con le dita del piede stretto. E il pallore gli cresceva su'l voltoperchégualcendo egli uno dei nastrile dita urtavano a lei unginocchio.

-Si fa tardi: andiamo - fece la signora alzandosi. Le tremavano le parole.

Maquando si sentì le gambe avviluppare dalle braccia di Cesare che era rimastoprostrato come uno schiavo e tendeva in alto la faccia smorta ove un conato diriso pugnava co 'l brividìo del desiderio.

-Traditore! - sussurrò ellapiegandoglisi flessuosamente su la bocca.

 

 

V.

 

Tornarono.

-Così presto? - disse Galateacon un tono crudele d'ironia nella vocefissandoli con i freddi occhi indovini.

Ellanon aveva pregato il dio larequel giornoper la prima volta! Allora che lisquilli di Vinca si persero giù per le scale e i passi della coppia su lasabbia del viale si attenuaronod'un tratto un'angoscia cupa l'aveva invasauno sgomento cupo l'aveva oppressa. Fu come un assalto inaspettatocontro cuiella si sentiva debolecontro cui ella si sentiva inerme; fu come il divampareimprovviso di un incendio che ella portava dentro di séda tempoinconsapevole. Da prima ella non credetteella non voleva crederenon vollepenetrare quel sentimento nuovo che la sopraffaceva e la prendeva tutta; ellaprovò a distendervisisenza gemerecon un abbandono cieco

Mano; ma dal suo cuorema dal fondo dell'anima sual'immagine di Cesareprorompevavittoriosamente. - Dunque era vero? Dunque ella lo amava? Dunqueella sarebbe stata infedele alla povera mamma morta?

-O mamma! o mamma! - singhiozzò allora affrantatorcendosi le braccianascondendosi tra i cuscini la faccia riarsa dalle lacrime.

Apoco a poco quel dolore cedette; sorgeva una passione più umanasorgeva unostrazio più umano. Le risa di Vinca parea vibrassero ancora nella vuota sonoritàdella volta. Era là Vinca dianziabbandonata su quel divanotutta odorosa eluminosa. Cesare la involgeva tutta del suo sguardo avido: egli non aveva maiavuto quel luccicore nelle pupillemai. Erano andati solinel vialelà giùsotto li alberisoli.

Ellasi tormentava cosìda se stessa; aspettando.

-Povera Galateacome ti sarai tediata! - disse Vinca accarezzandole i capelliinsinuandole fra le ciocche le dita gemmanti di anelli. - Ma tu ardiGalatea...SentiteConte; ha la febbre.

-Nonon ho nullababbo; nulla.

Edella teneva fitti li occhi su Cesareli occhi ardenti nel mortale pallore delviso. Poi si passò una mano su la fronte; provava uno sfinimentounaffievolimentoper tutto il corpoun freddo sottile sottile.

-Ho tanto sonno; mi pesa tanto il capo... Ma la febbre no! Sento che dormireitanto tanto - sussurrava con una lentezza stanca socchiudendo le cigliacome sele venisse meno il respiro. - Dormirei... sì... tanto...

Ellasi abbandonò su la spalliera; un sopore invincibile le occupava quelle poverevene esaustele intorbidava la vita.

-Galatea! Galatea!

Leuscì un gemito dalle labbra bianche; come un soffio.

-Galatea!

 

 

VI.

 

Fuun lungo letargo. Quando ella aprì li occhi ove ancora la nebbia del letargofluttuava vide la testa calva del padre curva su di lei in un muto atteggiamentodi timore e di dolore.

-Dov'è Cesare? - gli chiese con una voce che le moriva in gola.

-Di làfiglia; con Vinca.

Ellarinchiuse le palpebrecome per affievolire l'intensità della fitta; le parveche le giungesse come un rumore lieve di risa soffocate.

Vincae Cesare empivano tutta de' loro amori e delle loro giovinezze la vecchia casaaustera; i segreti dei loro amori si nascondevano all'ombra delli arazziscolorati ove nella rosea lucidità della seta un bel popolo ignudo di ninfe edi cacciatrici aveva fiorito un giorno. Cesare in braccio a quel piacere siabbandonava con tutto l'impeto oblioso delle nature represse; egli se la vedevasempre dinanzi quella bella e perversa maliarda a cui la gengiva vermiglia siscopriva sempre nel riso e nel sorriso; egli se la vedeva sorgere tra gl'immanicandelabri di noce scolpitotra i seggioloni stemmatitra li specchi appannatie macchiatisotto i baldacchini rigati d'orosotto le portiere pesantiinmezzo a tutte quelle cose morte; da per tuttoerta e procace e sfidante.

Galateasentiva quell'anelito nuovo; col meraviglioso istinto che a lei dava il morboaveva indovinato.

-Fammi morire! fammi morire! - ripeteva ella fra i singultigittata come unostraccio dinanzi all'effige della madreguardando con li occhi stravolti dallospasimo quel velo mutolà giùnella stanza lontana. - Fammi morire!

Maal fine Vinca partì: il marito la voleva. Fu una partenza improvvisain unamattina fredda e grigia di ottobre.

-AddioGalatea. AddioConte. AddioCesare.

Ellanon era triste; ella era solo un po’ pallidaa traverso il velo nero. BaciòGalatea tante volte; tese la mano a Cesare che stava lì ritto senza parlare.

-Ci rivedremo a primavera - gridò ancora affacciando la testa allo sportellodella carrozzaagitando le dita. E il trotto dei cavalli si perse pel vialesotto le robinie che si accasciavano nella grande umidità nebbiosa.

AlloraGalatea sentì un sollievo dolce penetrarle a poco a poco nell'anima; sentì liantichi silenzi ridiscendere lenti e solenni a regnare su la casa; sentì co 'lsollievo anche uno sfinimento placido ove la sua povera vita si estingueva comesommergendosi. Erano i giorni limpidi e tepidi dell' estate di San Martino: unvelo di sopore aleggiava su la campagna godente in quelli ultimi abbracci delsole.

Ellaamava ora il sole; ella voleva che i raggi benigni la involgessero tutta come inuna veste fluida di oro; ella dava la faccia al calore pienochiudendo lepalpebreprovando un senso di piacere nella gola a quella blandizia.

-Com'è gentile! - diceva ellasommessa. Cesareda cantola guardava con unsorriso pieno di malinconia.

-Cesare... - ruppe ella un giorno al finecon un impetotendendogli le scarnebraccia. Ma tacque poi; ricadde nella muta stanchezza donde invano tentava disorgere. Il petto esile aveva un alenare fiocosotto le pieghe della tunica.

Ellasalì all'organo che dormivada tempoin un angolo della biblioteca. Cesaretirava i mantici polverosi: i mantici ansavano con un respiro ampio di giganteumanonel silenziosuscitando le anime dei suoni entro le lunghe cannemetalliche. Galatea ricordava su i tasti un'armonia di Bachincertamente.

Nellabibliotecadai finestroni apertientravano zone vive di luce. Le file deilibria quella irruzione insolitarivivevanogittavano anch'esse le loro notedeboli dai curvi dossi tarlati. Era tutta una gamma di colori: li Annalidi Baronio e di Raynaldo nella cartapecora verdognola prendevano riflessi dubbiidi bronzo antico; li Acta sanctorum gialleggiavano e biancicavano in unatinta di tonache domenicaneoccupando quasi intero uno scaffale altissimo; inquel biancicore Strykius faceva una macchia vivace di azzurro e il piccolo Fréretvibrava quasi uno sprazzo audace di scarlatto. Erano poi toni scialbi e varii ditappezzerie usate; erano vecchiumi di cuoiochiazze di un rossastro di rugginedi un violaceo lividodi un arancio sbiadito. Ma il sole avvivava quei tonidestava luccicchii nuovi nell'oro mortoinfondeva un'aria di giovinezza aquelle carte che la polvere e la muffa di tanti lustri copriva.

Dallecanne dell'organo li accordi di Bach si spandevano pe 'l vano timidamente; sottole dita diafane di Galatea i tasti cedevano appena. Ella sentiva il fremitosonoro correrle pe’ i nervi con un senso quasi di dolore; ella si sentivamancare il respiro.

-Cesare - mormorò con un filo di voceabbandonata su la spallieravinta dallostesso mortale sopore di quella volta.

Ecome tese le bracciaesalò al fine l'animula blanda in un sospiro.


NELL'ASSENZADI LANCIOTTO

 

I.

 

-OhDonna Clarasalute!

All'augurioella sorrise tristemente; poiché sentiva che la buona salute a poco a poco laabbandonavaforse per sempre.

Tentavadi rimanere ancora in piedidi tenere in piedi quella grande sua macchinaossuta contro l'affievolimento crescente: pareva così fortemalgrado una fittairradiazione di rughemalgrado una bella colorazione di nevi senili. E poiallora principiavano li allettamenti della primaveracosì dolci nella campagnaove ella viveva da tanti anniprincipiavano allora quei buoni tepori aspettatiche l'avrebbero fatta guarireche l'avrebbero salvata certamente. Bastavach'ella avesse la virtù di non cedere a quella spossatezzabastava ch'ella nonsi accasciassebastava che la nuova aria l'entrasse nei pulmonile accelerasseil sangue. Questa fiducia le ravvivava lo spiritola faceva essere quasi ilarele faceva amare i clamori infantilidi cui Eva rallegrava le stanzele facevaamare li squilli di canto di cui la nuora empiva le volte. Quel profumo digiovinezza umana che saliva tutt'intornoe quella benevolenza della stagionenascente l'eccitavanole davano una specie di energia momentanea che certiliquori dànnola turbolenta sollevazione di vita che ha l'infermo se oda unamusica allegra passare. C'era in tutto questo però qualche cosa di amarol'acredine che viene immancabilmente da ogni lotta. Quando la nuoravedendolapallida nella zona di sole che traversava i vetri della finestrasmetteva dicantarellarepresa dal rispetto pietoso che hanno i sani per i sofferenti e lechiedeva se proprio si sentisse beneDonna Clara rispondeva:

-SìFrancescami sento bene. Cantate pure.

Mail tono sordo della voce svelava una irritazione repressa; e Francesca se neaccorgeva.

-Voletemammache vi faccia preparare il letto?

-Nono.

-Avete bisogno di nulla?

-Ma nodi nulla...

L'impazienzairrompeva. Ella apriva le vetrate e poggiava i gomiti sul davanzalecercando direspirare largamente la salute nell'aria. O chiamava a sé la piccola nipoteEvache le si gettava addosso con la furia cieca dei fanciulli ebbri di chiassoridente nella faccia rossa di calore tra l'abbondanza del biondo.

-O nonna grande! - gridava la bimba incurante della pena recata alle ginocchiadella vecchia nell'urto dell'accorrere. E rimaneva a riposarsimentre DonnaClara godeva immergere le dita signorilmente lunghe nella vitalità di quellachioma che esalava il profumo naturale dell'infanziacome in un bagno salutare.Per un momento quell'espansione di tenerezza le faceva benesentiva per unmomento da quel piccolo corpoancora tutto vibrante de' moti anterioriripercuotere in sé una sensazione di gioia incosciente; o meglioella .sentiva che in quel piccolo corpo qualche parte del suo proprio essere vivevacome per passaggio di ereditàe ne gioiva. Sollevava il capo della bimba; lavoleva guardare in quei puri e profondi occhiquasi sempre dalla meravigliafatti maggiori.

-Ha li occhi e la fronte di Valerio; non è veroFrancesca?

-Sìmamma; ossia li occhi vostri e la fronte vostra.

Allorale rughe nella faccia di Donna Clara si aggruppavano come ragginella luminositàche loro dava la compiacenza del sorriso.

Poiquando Evapresa da una nuova frenesia di agitarsile guizzava sotto lacarezza sfuggendoDonna Clara restava in una specie di stupefazionecome chisenta mancare uno stimolo dilettevole in una parte delle membrae tema chescuotendosi anche l'ultima ondulazione del diletto vanisca. A poco a poco lafatica di tenersi sù contro il languore diventava penosae quella ostinazionedi resistenza a poco a poco cedeva; e prima un 'inquietudine vaga che si andavadeterminando via via in timoree quindi un terrore veroil terrore di chiavendo esaurito il coraggio si trova senza scampo dinanzi al pericolostrinsela vecchia anima e la irrigidì. Il corpo aveva bisogno di star disteso e di nonpiù gravare su i muscoli affievoliti; poggiando il capo alla spalliera dellasedia e rilasciando le membral'inferma provava un sollievo. Ma quel gran lettocupotutto chiuso in torno dalle cortine di damasco verdema quel gran lettooccupante da solo tutta la cameradov'era morto cinque anni innanzi il maritoquel letto le aggravava il terrore. Ora non ci sarebbe entrata mai; le sarebbeparso di seppellirsi per sempredi soffocare. E invece ella conservavanelturbamentola bramosia dell'aria piena e della piena luce; ella odiaval'isolamentoper l'illusione che il contatto e la vista delle cose fortigiovani e liete l'avrebbero lentamente rinnovata.

Cosìquando Gustavoil figlio minorecon la dolcezza la persuaseella volle che lemettessero un piccolo letto nella camera all'angolo della casasopra la grantettoia delli arancitra mezzogiorno e levante dove si vedeva il cielodoveerano le due larghe finestre aperte alle invasioni del sole.

 

Apena fu adagiataa pena ebbe il presentimento che non si sarebbe forse alzatamai piùsuccesse in lei al terrore una calma singolare. Ora ella attendeva; enulla più triste di quella lunga attesadi quella lenta deperizione d'unacreatura umanadi quella consacrazione sicura alla morte.

Lanuova stanza aveva le pareti nudel'aspetto di un luogo fin allora disabitato.A traverso i vetri di una delle due finestre si scorgeva l'ultimo limite dellapianura e la linea scura de' collie dietro i collisu 'l cielo vivoilprofilo di Montecornoquella figura dolce di dea supina che sotto la neve pareuna immensa statua di marmo abbattuta lungo la terra d'Abruzzila protettricedella vecchia patriache i marinai dalla costa salutano con effusione d'amorecome un giorno i nauti del Pireo salutavano l'asta di Atena. Sotto l'altrafinestra si rischiarava ai buoni soli una fila di aranci.

Ei giorni passavano. Valerio lontano non sarebbe tornato che fra duefra tremesi forse. Dal letto dell'inferma si diffondeva per tutta la casa il silenzio;era quella soffocazione o attenuazione di tutti i rumoridi tutte le voci chesi fa in torno ai malati per non disturbare il riposo. Il medicoun piccolouomo dalla faccia tutta rasaquasi lucidaveniva ogni serapoco prima deltramontoalla stessa ora. Nella stanza cominciavano le ombrerotte talvolta daun ultimo bagliore che dalla finestra di mezzo entrava a sfiorare il letto; undomestico portava il lume coperto da una gran ventola verde. Quando il medicoera uscitorestavano nella stanza Gustavo e Francescaseduti accanto al lettosilenziosidominati da quella luce egualeascoltando le voci fievoli chemandava la campagna nel lontano. Eva piegava la testa nella gravezza del sonnoinondando le ginocchia della madre con i capelli di sotto a cui usciva ilrespirosenza che si vedesse la bocca. Erano i capelli una morbida massapalpitante.

-Sentiteli - disse una volta Francesca al cognatoaccarezzandoli con lacompiacenza delle madri felici.

Gustavov'immerse le dita leggere appressandosi col chinare il corpo senza levarsi dallasedia; e nel solco s'incontrarono le mani fuggevolmente. Purea quel contatto idue giovani per un moto istintivo le ritrassero. Si guardarono dopocon lameraviglia curiosa di chi abbia d'un tratto scoperta per caso qualche cosa finallora inaspettatanascosta; nessuno dei dueprimaaveva pensato che daquell'avvicinamento di epidermidi sarebbe scoccata quella scintilla. E insiemeguardarono la vecchia; dormiva Donna Clara; aveva gli occhi chiusidovevadormire. Stettero un momento ad ascoltare quella respirazione un po’ roca chepesava nel silenzio.

-Oh mamma! - mormorò la voce d'Eva mentre di tra il biondo sbucava la facciaincrespata nella confusione fastidiosa del primo svegliarsi.

 

 

II.

 

Nacque allora in quelle due nature differenti un sentimento stranomistodi rammarico e di timorein fondo a cui un sommovimento vago di bramosiecominciava a determinarsi; era come quando nel sonno dalle sedi interneovedormono fantasmi di passate sensazioni e frammenti d'immagini dimenticatecominciano a salire le visioni confusamente; era come quando all'urto di uncorpo nella quiete dell'acqua limpida si sollevano i detriti accumulati daltempo. Allora certi piccoli fatti anteriori

riapparirononella memoria sotto una luce nuovapresero significazioni che innanzi nonebberoatteggiamenti che innanzi non ebbero.

Dapoco più di un mese Francesca era venuta in quella casaper rimanerci durantel'assenza del marito; i sette anni del matrimonio li aveva passati quasiinteramente a Napoli con Valerio. Francesca ricordava che il giorno dell'arrivodopo avere abbracciata Donna Claraaveva porta la fronte a Gustavoe Gustavol'aveva baciata arrossendo in quella sua selvatichezza di eremita. Una mattinamentre ella e Gustavo sedevano nell'aranceto e Gustavo le leggeva un fatto diamore in una cronaca di giornaleella ridendo e mostrando nel risosuperiormente il roseo della gengiva aveva cominciato:

-Soli eravamo e senz'alcun sospetto...

Cosìridendocon quella sua bella noncuranza sorvolante; e il riso davaun'espressione fine al voltoa quel puro ovale di miniatura indianadove liocchi erano tagliati leggermente salienti alli angoli verso le tempiee lesopraccigliaarcuandosi forse troppo e allontanandosi dalle palpebremettevanonella fisonomia un'aria singolare d'infantilità.

Un'altramattina Evapresa da uno de' consueti inebriamenti di chiassoaveva voluto cheGustavo la portasse pe 'l viale su le spalle correndo sotto i rami checominciavano a rigermogliare; poia pena vide in fondo apparire la madreunnuovo capriccio la prese; volle che ella intrecciasse le mani con Gustavo e suquell'intrecciamento sedette avvolgendo con le piccole braccia il collo dell'unae dell'altrogittando loro nelle orecchie le strida acute.

Tuttiquesti fatti e altri insignificanti ora tornavano nel ricordo modificativivissimi. Francesca nella nottedopo il primo turbamento e la prima resistenzacontro la tentazione del fantasticare malsanoadescata da quel sottile profumodi colpa che dal fondo di tutto ciò saliva ad irritare il suo senso di donnagiovinea poco a poco si abbandonò per quel pendìo. E come cedevaall'abbraccio del sonnoondeggiando in quel punto in cui l'attività dellacoscienza si affievolisce nel rilasciamento dei nervi e non ha più virtù didirigere e di moderare le  espansionidella fantasiaella per quel pendio scese in fondo languida col desiderio aldolce peccato della figliola di Guido. Né quello dei peccati di Francescasarebbe stato il primo. Ella era giunta nel matrimonio allo stadio inevitabilein cui la pluralità delle donneper le molte allegre ragioni  che il medico Roudibilis espone al buon Panurgecade. Ellaera già passata fugacemente a traverso due o tre amoriemanando nel passaggiosoltanto una irradiazione di giovinezza e seguitando oltre illesa. Ella era unadi quelle nature muliebri in cui la mobilità dello spirito e la facilità dellesensazioni subitanee tengono lontana la passione; una di quelle natureripugnanti dal soffrire per la stessa intima virtù che i metalli nobili hannocontro la corruzione dell'ossido. Portava nell'amore una sensualità fine equasi ingenuamente curiosa all'apparenza; anzi appunto era questa curiosità illato singolare del suo aspetto di amatrice. Quando gli uominiquei duequeitrele profusero in ginocchio tutta la eloquenza così volgare del loro cuoreella li guardò con i belli occhi d'oliva attentamentenon senza un'aria diironia lievecome ascoltando se per caso avessero una volta un accento nuovouna espressione nuova. Poi sorrisepiegandoo meglio concedendosi con unaspecie di condiscendenza signorile. I grandi impeti allora e i grandi ardori laoffendevano: ella non voleva la febbreella non capiva certe brutalità delpiacere. Preferiva la commedia gaiadi buon gustoscoppiettanteben eseguitaal grave dramma declamato male. Era questa la conseguenza di una feliceconformazione del suo organismo; ed anche di una educazione artistica noncomunepoiché il sano gusto dell'arte nelle donne sane genera a poco a pocouna specie di scetticismo amabile e di mobilità gioiosache le difende dallapassione.

 

Gustavoper contronon molto più che ventenneera vissuto nelli ultii anni quasisempre alla campagnacon Donna Claraoscuramenteamando i cavalli vivaci e ilgrande levriere bianco ereditato dal padre. Aveva lo spirito incoltooscillanteattraversato a tratti da malinconie vaghescosso da turbolenzeimprovvise. Perché in lui i rigogli amari della pubertà soffocati tornavanoqualche volta a levarsi con la stessa ostinazione di vita che hanno le radicidelle gramigne abbarbicate nel terreno. Così quando la scintilla scattòtuttequelle forze latenti irruppero con una violenza nuova. E nella notte fuun'angoscia enorme sotto il cui peso il giovine rimase prostratoun'angosciaove già il rimorso aguzzava la puntaove già un presentimento cupo disciagure si affacciavaove tutti i fantasmi insorgevano e ingigantivano eincalzavano senza tregua. Pareva a lui di soffocare; ascoltava tutta la stanzaempirsi dei battiti del suo cuoree in mezzo a quei colpi come delle vocipassarele voci della madre. Lo chiamava forse la madre dall'altra stanza? Loaveva forse sentito soffrire?

Silevò sui gomititenendo li orecchi al buiosenza poter distinguere inquell'intronamento alcun suono. Nel dubbioaccese il lume; traversò l’usciosi avvicinò al letto dell'inferma. Ella a quella luce volse dall'altra parte liocchi feriti.

-Che vuoiGustavo?

-Non mi hai chiamato?

-Nofigliuolo.

-Mi parevamammadi aver sentito...

-Vadormi. Che Dio ti benedica figliuolo mio.

 

 

III.

 

Lamattina dopotornava Gustavo lentamente giù pe 'l vialeinsieme con Famulusil grande cane niveo che lo seguiva con quel dondolamento di danza così molleed elegante nei levrieri. Era una di quelle mattine verginali della primaverache nascein cui la campagna ha come un'indolenza di convalescenza nellosvegliarsi. Qualche cosa di latteoun chiarore chiarissimo vagava su 'l verdesotto li alberi; e su quella massa il sole metteva una radiosità tra bionda eroseauna trepidazione indistinta. La vecchia terra d'Abruzzi ora s'inteneriva.

Lontanoin fondo al vialesu 'l cupo verde delli aranciGustavo scorgeva una macchiabianca simile a quelle che le statue fanno nei giardini. Maacuendo egli losguardoil cane gli si piccò dal fiancoquasi avesse odorato la predaconquelli stupendi slanci di antilope in corsa.

-Famulusqua! Famulus!

Erala voce di Francescatra le piante. Ella ritta aspettava che il levriero laraggiungessefacendo schioccare le ditadando quel richiamo squillanteall'aria. Gustavo le fu presso quando ella già stava china su 'l caneserrandone il lungo muso tra le mani carezzevoli: bellissimanella vestemattinale a pieghe ricche dentro cui s'indovinava la flessibilità del corpovivocon i capelli dalla nuca tirati sùe stretti in un nodo su 'l sommodella testa come in certi ritratti settecentisticosì curva su l'animale chesupino agitava le zampe sottili e nervose verso di leimostrando il ventresmilzo color di carne.

-Buon giornosignora.

-Oh Gustavobuon giorno! - rispose ella drizzandosi con un movimento vivaceleggermente colorita nella faccia dall'essere stata china. E mentre gli tendevala manolo guardò curiosamente socchiudendo gli occhi: poiché ella dal lettos'era levata con la sua bella serenità. Poi alternando per gioco la vocesoggiunse:

-Donde veniteo signore?

Gustavocapì e sorrise; egli non l'aveva chiamata a nome nel saluto per una deboletrepidazione di fanciullo; ora si pentivavoleva parlare sicuramentediremolte cose.

-Di lontanoFrancesca. Sono uscito all'albaho condotto meco Famulus. L'ariafrizzava. Abbiamo preso per i campiabbiamo attraversato la pineta... La pinetaè tutta fiorita di violette; c'è l'odore della resina mescolato all'odore deifiori... Se sentiste! Ci andremo a cavalloun giornoquando vorrete... Siampassati anche dalla fattoria sotto i colli; c'è il prato tutto bagnato diguazza. Scappavano i conigli da tutte le parti. Famulus n’ha afferrato pe 'lcollo uno; glie l'ho fatto lasciare. Dopo il giro lungoci siam messi pe 'lviale. Famulus vi ha scoperto da lontano e vi è corso in contro per leccarvi lemani. Voi gli date troppi pezzi di zucchero a questo vecchio ghiottone: loguastereteFrancesca...

Parlòancora; perché Francesca lo ascoltava. Quando apparve Eva con l'aria spaventatagridando:

-Corrimamma! Nonna grande si sente male.

Accorseroinsieme. Trovarono Donna Clara su 'l letto in preda a uno di quelli attacchinervosi di freddo che la facevano tutta tremare e le squassavano le povere ossa.Non poteva parlare: un pallore quasi livido le occupava la facciadove il mentoaveva un battito rapido e li occhi parevano perduti nelle loro orbite sotto lapalpebra semichiusa. Non si poteva far nulla per aiutarla; bisognava aspettareche quel momento passasse. Gustavo le teneva la mano calda sulla fronte gelatapendendo con un'espressione di timore e di tenerezza da quel povero voltoillividitomettendole nel volto il respiro caldochiamandola sommessoatratti con la bocca presso alle orecchie di lei. Ella doveva sentire; perchéallora nel globo giallognolo delli occhi ricompariva l'iride verso gli angolienelle labbra lottava contro il battito convulso un moto vano di sorriso. Il solenon entrava ancora nella stanza; un fiammeggiamento d'oro si frangeva su i vetrichiusi. A poco a poco nell'inferma il ribrezzo si placava; ella aprì due o trevolte la bocca aspirando l'ariaad intervallidebolmente. Come a poco a pocola penetrava il caloresu la faccia il pallore diveniva più dolce. Volse liocchi a quelli che le stavano accanto; poté sorridere allora abbassando lepalpebresenza parlare. Una stanchezza immensa le invadeva tutto l'essere; e inquella prostrazione ella conservava ancora la sensazione del ribrezzo chel'aveva scossa; mentredinanzi alla felicità crescente del mattinoprimaverileun rimpianto amaroil rimpianto di qualche cosa d'irrimediabilesinghiozzava in lei. Tutto era finito; ella era vecchiaella doveva dunquemorire. E la stanchezza seguitava ad invaderla; uno smarrimento dei sensiuntepore grave dalla testa ai piedi s'impossessava di lei.

-S'addormenta - sussurrò Francesca.

-Nosviene - disse Gustavopallidoche aveva sentito affievolire nei polsidella madre i colpi della vita.

-CorreteGustavo: su nella mia stanzaaccanto al letto c'è una fiala dicristallo. Portatela qui.

Egliandòsalì le scale correndoentrò nella stanza. Malgrado la commozionefilialeun'impressione viva di odore e di freschezza gli batté nella faccia elo fece trasalire; un'impressione di luce rossacome d'un gran polverio roseodove nuotavano le esalazioni tepide del bagnodove viveva ancora il profumonaturale della cute femminilequel profumo che turba. Egli cercò la fialaaccanto al lettola cercò senza guardare; nel letto le coperte rovesciatelasciavano vedere il lenzuolo bianchissimo dove rimanevano ancora le improntedel corpo che ci aveva giaciuto. Saliva di lì l'odore di Francescaquello cheella soleva avere.

Eglicercando mise le mani in qualche cosa di morbido; era forse una camiciaravvoltachi saqualche cosa ch'ella aveva già dovuto portare. L'odore glirimase forte nelle mani. Trovò la fialauscìtornò giù correndo.

 

 

IV.

 

...Ilmezzogiorno trascorso a pena. Avevano finalmente la sera innanzi deciso dicavalcare alla pineta; e il pomeriggio di quel marzo morente era lusingatore.

Simisero per la via grande. Cavalcavano a fianco al trotto di caccia; da principiosilenziosi. Gustavo costringeva un poco indietro il suo baioper guardare lafigura sottile ed eretta di Francesca che chiusa nell'amazone neraavendo lemasse dei capelli castanei raccolta sotto il feltro elegantemanteneva con laferma stretta del guanto il sauro in quel trotto leggero. Ella così era tuttaintenta nel diletto di sentirsi il vento su la facciadi sentire l'anima urtareco 'l pie' nervoso il terreno elastico e sonante. Quando un riccio di capelli leirritava gli occhiella lo rimandava in dietro su le tempie con un movimentovivo del capo. Una volta diede un colpo di frustino su la siepe che limitava laviapiegando il fianco verso quel lato; una torma di uccelli si levòrumorosamente nello azzurroin quell'azzurro avente allora la dolcezza diffusache ride fra li intervalli delle nuvole dopo la pioggia su la campagnastupefatta. Nella campagna allora si sentiva come l'influenza pacifica della Deanivaledi quella figura che era la linea più grandiosa del paesaggiocircostante. Pei seminati stavano sparsi i coltivatori.

- A sinistraFrancesca - avvertì Gustavo spingendosi avanti

Venivanoin contro due paia di bovi aggiogatiinfiocchettati di rossoforse tolti pocoprima dal carrocondotti da una specie di vecchio fauno che reggeva in mano lefuni.

Ilsauro ruppe il trottoentrando in un moto di piccolo galopposenza avanzare.Francesca teneva corte le brigliechinatain un atteggiamento audaceperguardare le zampe dell'animale moventesi in quel gioco pieno di grazia. Gustavoammirando diceva che il sauro avrebbe saputo galoppare anche nel cerchio di unnapoleone d'oro. Allora una voglia di corsa avventurosa prese Francesca; lenarici rosee le si dilatarono al sentore del vento.

-Hop! hop! hop! hurrà!

Simossero insieme di slancio i cavallicrescendo vivamente nell'animazionequelle belle e giovini bestie che avevano anche fiutato la primavera.

-Hop!

Lacavalcatrice ora si eccitava; il vento frescoquasi freddole metteva ilrossore nella facciametteva un increspamento nelle labbra tra cui apparivano identi e un po' della gengiva superiore. Ella aveva uno di quelli oblii feliciche le persone sane hannoquando un esercizio di forza e di agilità le dilettae le commuove di sensazioni vivaci. E come dalla gioia nasce una bontà naturaledi espansioniella ora si sentiva attratta verso Gustavo che le galoppava alatoella ora sentiva che quella effusione di benessere la congiungeva a lui.

-Hop! hop!

Nonsi guardavanoma provavano il profondo incanto che dà il guardarsi dentro lepupille. La strada volgeva a gomito; un piccolo ponte traversante un canalerisuonò al passaggio: la pineta in fondo nereggiavaponendo su 'l cielo lostesso ondeggiamento montante che hanno i dorsi nelle masse di bestiamesegnatamente di pecorein cammino.

-La pineta! - gridò primo Gustavotenendo da quella parte il frustino. Arrivavasu 'l vento l'aroma resinoso. E il cavaliere dissecurvandosi un poco verso lacompagna:

-AspirateFrancesca. Quest'odore fa bene.

Eglidisse queste semplici parole con un accento indescrivibilecome avrebbe dettoil principio impetuoso di una lirica d'amore. La festa della sua giovinezza oraesplodeva luminosamente; egli non la comprimevanon la voleva comprimere.Nessuna forma di felicità è forse più dolce che l'essere al fiancodell'amatacavalcandoa traverso la primavera nascenteverso una mètad'amore. Quelli insorgimenti di libertà barbarache li uomini hanno nelsangueora facevano a lui dimenticare il fratello. La donna del fratello erabella ed egli la conquistava.

-Hop! hop!

Lapineta era vicina; dentro la selva dei fusti altissimi penetrava a zonemagnifiche il solee pe 'l chiarore s'allontanavano fughe di portici favolosi.Entrarono al passolasciando perdere le briglie mentre i cavalli sbuffavanorumorosamente scuotendo la testa o appressavano le froge come per parlarsi insegreto. Dinanzisi alzavano i voli delli uccelli spaventati. Sopra il caposiaprivano raramente quelli spazi di cielo che tra il verde muta il suo azzurro inun violetto soave.

Cosìesploravano il bosco. A traverso il labirintotra fusto e fustoi cavalli nonpotevano camminare insieme. Francesca andava innanzi un po' affaticata dallacorsa; accarezzando con la mano aperta il collo fumante del sauro. Dietro venivaGustavoin silenzio. Ma dai cespugli un profumo acutodi fiori che non sivedevanosaliva; un profumo che li turbava e li faceva desiosi. Erano in una diquelle brevi radureper lo più circolaridove si sente più vivo e penetranteil fascino della selva.

-AhGustavoguardate quel fiore! - esclamò Francesca additando. - Se mi teneteil frustinolo colgo da me.

Edato il frustinoella si curvò dalla sella con una movenza agile: mentre ilsauro urtava con una zampa arcuata il terreno. È una cosa che accade semprecomunementein tutte le cavalcate a duenei libri di romanzo e nella vitareale.

Quelloera un piccolo fiore rossodi una fragranza fine.

-OdorateloGustavo - ella fecee glie l'accostò alle nari.

Unatentazione: Gustavo le sfiorò le dita con la bocca caldatremando. Ella nondisse nullama mutò un poco nel viso; e spinse il cavallo innanzi.

-AscoltateFrancescaun momento! - le gridò dietro il giovaneanch'eglispingendo l'animale. E fu quasi un inseguimento a traverso la densitàpericolosa delli alberiun calpestìo sonoro su le pine secche tra i cespugli.Un braccio di lei aveva urtato in un troncoseccamente.

-Fermatevifermatevi! Vi fate male.

Ellaera giunta nel foltodove il cavallo si rifiutava di avanzare. I grandi pinisorgevano diritti ed inflessibili nel penetrale del bosco. Tutto in tornonell'illuminazione verdealberialberi!

-Fermati!

Esi trovarono tutti e due a facciaimpalliditiesitanti; mentre i cavalliscalpitavano irritati dal morso.

-Avete urtato il braccio. Sentite male? - chiese Gustavo con la voce rauca edolce. Egli costrinse il cavallo ad avvicinarsiprese il braccio di Francescaleggermentesbottonò la manica al polso. Francesca lasciava fareguardava. Lamanica dell'amazone era così stretta! Si scopersetra il guanto e il pannoneroil polso rotondoniveoquel polso rigato di vene come la tempia di unfanciullo. Gustavo stringendo il polso tra le ditacon l'altra mano cercava ditirare in sù la manica. Il cavallo scuoteva le briglie lasciate su 'l collolibero.

-Ecco!

Su'l bracciovicino al gomitoc'era una macchia rossa che cominciava adillividirsi; una piccola ferita cattiva nel candore della pelle molle dilanugine. Gustavo la voleva baciare. Ma allora Francesca rapidamentebellissimanell'attorapidamenteconcesse al fratello di Lanciotto la boccamentrescalpitavano i cavalli irritati.

Sirimisero su le tracce per uscire. Il tramonto suscitava maggiore abbondanza diincensi dalla boscaglia ove morivano i bagliori tra quella ultima visione diportici favolosi. E poinel prato umidodinanzi al trotto dei cavallifuggirono i conigli bianchi e grigi con ritta la coda sparendo in mezzo all'erbanuova.

 

 

V.

 

Quandoal ritorno entrarono nella stanza di Donna Claraquell'odore singolare che ènell'aria respirata dalli infermiquell'odore li ferì nelle narispiacevolmente; poiché essi conservavano ancora la sensazione vivace delleemanazioni silvestri e del vento vespertino soffiante alla prateria.

DonnaClara stette ancora un momento senza aprire li occhisupinain una di quellesonnolenze ineguali che verso sera la prendevano. Ella era là: avevaun'espressione smarrita come di chi abbia perduta la conoscenza. Una fasciabianca le copriva la frontele coperte le giungevano sino al mento: da tuttaquella bianchezza accorante usciva il profilo del naso estenuatoun profiloquasi diafano; e le forme lunghe dal corpo in giù sotto le pieghe si perdevano.

Francescae Gustavo restavano in piedidi controai due lati del lettosenza levare gliocchiperché quel corpo di vecchia sofferente li dividevali allontanava.Sentivano essipure innanzi a quella tristezzaun'impazienza tentarlil'impazienza di chi essendo incalzato da un desiderio deve reprimersi in unindugio fastidioso. Oramai una forza li sospingeva l'un verso l'altra. Ma aGustavo la voce di figlio avvertiva sommessamente che quell'impazienza eracrudele; ed egli per sfuggirla si dava quei rimproveri e quelle esortazioniinteriori che dinanzi a un sentimento colpevole li uomini si dànno su 'l palcoscenico della loro coscienza. - Quella povera malata dunque non era più suamadre? Dunque egli non sentiva più la tenerezza di una volta? Dunque dopoesserle stato tanto tempo lontano ora gli pareva duro il rimanere un poco nellastanza a guardarla? E perché? Era egli diventato cattivo d'un trattoinsensibile? - Chiedeva queste cose a sé stessoma senza attenzione dispiritocome recitando una parte nobileper ingannare l'accusa. I pensieri e ifantasmi del recente pomeriggio d'amore lo distraevanol'occupavano.

Allafine Donna Clara aperse li occhi lenticon fatica. Non disse nullaalledomande non rispose che con un leggero abbassamento delle palpebre e con unsorriso vanente. La vista di quei due non l'aveva sollevata; anzi una vena diamarezza le saliva ora per l'animapoiché le pareva di essere stata per troppotempo abbandonata da loro. Ella il giorno aveva udito giù nel viale ridereFrancescaparlare Gustavoe quindi perdersi lo scalpitìo dei cavalli pe 'llontano. Era rimasta sola; era dopo poco entrata Eva correndo.

-SentiEva buona; apri quella finestra.

Labimba aveva presa un'aria grave d'infermiera. Non arrivava ad aprireancheergendosi sulla punta dei piedi.

-Chiama Susanna. Tu non puoi.

-Ohnonna grandeche dici?

Edaveva trascinata una sedia nel vano della finestra per montarci sopra ed aprire.Ella aprì. La nonna la guardava sorridendo: la bimba aveva una grazia agile dicapretta che tenti l'erta della siepeavvolta nella polvere lucida che salivadal pavimentonude le piccole braccia.

Dallafinestra semiaperta erano passati i soffi tepidi dell'aria; s'erano intravisti icampi tutti protetti dal sole.

-Cosìnonna?

-SìEva buona; vieni.

Lavecchia s 'era sentita intenerire; l'aveva presa un bisogno di stringersi alpetto quella dolce massa di capellidi appoggiarvi la gota un momento. Ella cosìsi rifugiava nella adorazione di quella testa infantile.

Evapoi se n'era andata anche leigiù nel giardinoa correre su l'erba. Dallafinestra passava l'aria troppo viva; cresceva il vento; le cortine ondeggiavanoe si gonfiavano; entrava la luce limpida e rigida come un'acqua sorgiva. Alloraun brivido aveva incominciato a scuotere l'infermala prendeva un'altra voltaquel freddo nervoso che le faceva dolore. Aveva avuto appena la forza di suonareil campanello per chiamare qualcuno. Era venuta Susannaquella donna pingue eclamorosaa tenerle la mano ruvida su la fronte e ad invocare le Vergini delcielo...

Oradunque Francesca e Gustavo tornavano dalla passeggiata? Così tardi? Non avevanodunque pensato a lei mai?

Francescavoleva rompere quel silenzio che le pesava.

-Sapetemamma?siamo stati alla pineta.

-Ah.

-S'è fatto tardi senza che ce ne siamo accorti.

-Ah.

-Vi ho portato questo fiore.

Gustavoa quelle ultime parole si riscosse; il fiore galeotto aveva ancora una fragranzasottile che giunse a lui; e l'odore risvegliò il fantasma del bacio fuggevole edella radura remota.

DonnaClara levò fuori dalle coperte la mano magra e tremante per prendere il fiore.

 

 

VI.

 

Inquel momento la luna si levava lentamente tra li albericasta ed argenteasecondo il costume; e veniva su i vetri delle finestre a vincere il chiarorefievole che la ventola verde dall'interno effondeva.

DonnaClara aveva richiuso li occhi. Dopo qualche minutoai dueche rimanevano làtacitiin piedidisse con la voce indebolita:

-Sarete stanchi... Mandatemi Susanna. Andate voi a cena.

Essiuscirono dalla stanza; provavano quasi una soddisfazione di fanciulli liberatidal castigosi guardarono sorridendo nelle pupille.

-Oh mammali aranci! - gridò Eva correndo incontro a Francescaabbracciandolaalle ginocchia in un impeto di gioiacon un arancio stretto in ciascuna mano.Ella le si arrampicòparvesino ai fianchicon un'agilità di scoiattoloele si strinse al collo mettendole nel viso l'alito che odorava delle fruttasucchiate.

-Vuoi li aranci?

Andaronocosì nella sala rossa; sedettero alla cena che Eva riempì del suo clamoredelle sue piccole grazie di bimba golosa. Ellanella sua inconsapevolezzafaceva da complice.

-Oh mammasbucciami l'arancio.

Lamamma ficcò nella scorza fragrante le unghie fini e rosee per aprirla: e ledita le si inumidivano del succo premuto e nelle unghie le restava una lievecolorazione d'oro. Eva guardava con una ingordigia di rosicante famelico. Quandoil frutto fu nudoella fece il sacrificio di uno spicchio alla mamma e aGustavo.

-Questa metà per uno - disse gravemente. - Mordimamma.

Francescafranse con i denti la metà dello spicchiosorridendo.

-Prendi tu ora.

Gustavoprese tra le labbra l'altra metà; ebbe una sensazione deliziosa.

Nellasala c'era quel tepore emanante dalla vaporazione dei cibi caldiquel teporeche mette nel sangue una pigriziauna beatitudine inertedopo il pasto. Laluce scendeva placida dal globo pendulo di porcellana.

Gustavosi alzòandando verso la finestra ad aprire.

-Che luna meravigliosa! - esclamò: poiché in luiche aveva quasi nullamangiatola sentimentalità di amante novello ora a quell'albore si commoveva.

Francescaebbe un moto di fastidio: l'aria fredda entrava a turbarle il calore dolce oveella s'era adagiataa scuotere quell'abbandono pieno di fantasie vaganti e didesideri indeterminati ove ella stava per cullarsi.

-Chiudete per caritàGustavo!

-Venite un momento a vedere.

Ellasi levò dalla sedia a fatica; all'affacciarsi ebbe un brividosi strinsetuttanascondendo le mani dentro le maniche ampie della veste; instintivamentesi accostò a Gustavo.

Dinanzinell'immensità della notte calava la luce della lunala pace della lunadovetutte le cose sommerse davano come la visione indistinta di un fondo sottomarinocon le sue grandi flore animali tra cui è un brulichio pieno di orrore. Lemontagne della patria coperte di neve si avvicinavanoquasi incombevano alpiano; si poteva discendere con lo sguardo in tutte le cavità d'ombrasaliretutte le sommità luminose. Parevano come le grandi vertebre di una terra il cuisole fosse estinto da secoli; davano come l'impressione del paese lunare visto atraverso il telescopio.

Essiguardavanomuti. La grandezza di quella scena naturale per un momento lidominava. Stavano da pressotoccandosi con i gomititoccandosi con leginocchia.

Dietrodi loro Eva giuocava su la tavola tagliuzzando le scorze delli aranci rimastenei piattimormorando parole vaneaspettando che il sonno se la prendesse trale braccia.

Gustavopianamenteinsinuò le dita dentro le maniche di Francesca e le prese il pugnonudo sotto la stoffa che lo copriva.

-LasciateGustavolasciate! - disse ella volgendosi indietrotemendo d'Eva; enel volgersi mise su 'l collo di lui un alito.

Eglinon intendevaegli si sentiva salire alla facciasotto la pelle fredda perl'aria della nottetutto il sangue del cuoreuna vampa.

Leaveva prese le due manisi curvava per coprirle di baci.

-Nonon quiGustavo...

Eglinon intendeva. Francesca svincolò una mano dalla stretta; per respingerloaffondò la mano nei capelli di luigli sollevò il capo. Poi si allontanòsiavvicinò alla tavola; tremava tutta.

-Che freddo! - disse. - Chiudete.

Gustavosporse all'aria la frontestette un istante con il petto inclinato verso lanotte. Egli voleva così placare il tumultoil calore. Poi chiuse; si volse;era pallidocon qualche cosa di convulso nella bocca.

Francescas'era rifugiata accanto ad Eva.

Labimba aveva chinata la testa su la tavolasu la tovaglia niveapoiché ilsonno l'avvinceva; era di rosatutta di rosa con un sorriso vago su tutta lafaccia; le palpebre chiuse erano così diafane che parevano lasciar trasparirelo sguardo; da la bocca aperta usciva un soffio lentoil respiro.

-Dorme - sussurrò la madre. E fece segno a Gustavo di camminar piano.

-La porterò io sùnella stanza - disse piano Gustavo.

Ellain quelle parole fiutò l'insidiae sorrise con un lieve moto d'ironia nellabbro inferiore. Ma Gustavo s'era avvicinato; delicatamente sollevava ora su lebraccia il piccolo corpo inerte di Eva. Andavano così sù per le scale;Francesca innanziGustavo dietro. La testa della bimba pendeva da una partemostrando la gola mollelasciando piovere le chiome.

Nellastanza ardeva una lampadain mezzo alla vòltacon una illuminazione quasilunare. Dalli abitidalle biancherieda ogni angolo esalavano i profumi enuotavano nell'aria.

-Mettetela su 'l lettolàin quello.

Gustavoadagiò la bimba. Già gli tremavano le braccia; egli sentiva il profumo che unavolta l'aveva fatto trasalire. Francesca stava china su la figliala guardavadormireaspettando che Gustavo parlasse. Egli non parlò; la prese per lebraccia d'improvvisole mise la bocca su la nuca dove due o tre piccoliriccioli erano bianchi di cipria. Aveva nelli occhi quel luccicore cuponellafaccia quell'ardore cupo che Francesca riconosceva. Ma Francesca non volevaquesto; la offendevano le violenze.

-NonoGustavo. Andate- disse ella seriariavviandosi i capelli su la nuca.- Siate savio.

Allorain lui tutta l'onda contenuta della passione irruppe. - Egli l'amava! Eglisentiva di impazzire. Lo lasciasse almeno restare un'ora làinginocchiato su'l tappetoin quella stanzain quell'odore! Egli non chiedeva niente più;fosse buona!

-Noandate. Si sveglierà Eva.

Egliincalzava. - Eva era nel primo sonno; non poteva svegliarsi. Egli sarebbe statolà senza muoversi. Lo lasciasse rimanere; ancora un pocoancora un poco!

S'erariavvicinatole prendeva i polsisupplicava con lo sguardo; la volevalentamente soggiogare. Francesca sentiva che avrebbe cedutopoiché unadolcezza e una stanchezza vaghe incominciavano a penetrarla. Ella volse due otre volte li occhi in torno a séassalita da una inquietudinepoiché Gustavol'aveva presa alla vita attirandola. Un'ultima rivolta la tenne forte contro illanguore.

-Ma lo sapeteGustavoquello che noi facciamo?

Gustavola strinsele cercò la bocca. - Egli l'amava! Egli l'amava!

 

 

VII.

 

Daallora si lasciarono avviluppare e trascinare; Francesca per quella suacondiscendenza e fatuità obliosa dell'animoGustavo per quella sua ciecaavidità di amare. E come l'amore soverchia e prostra ogni altro sentimentoumanoessi ora abbandonavano l'inferma.

Erauna triste operache compievano naturalmente. Li adescava fuori la stagionefeliceli dilettava la grande ariali penetrava da tutte le parti la vitalitàstraripante della terra vegetale Nella casa lo sforzo d'attenzione nel reprimereogni vocenel soffocare ogni rumoreli fastidiava e li irritava. Essiuscivanostavano lungo tempo assentiobliandosi; prediligevano i siti remoti;i rifugi protetti dalli alberii sentieri spersi tra le piantagioni. Gustavoportava nei ritrovi la foga della sua passionetutte le veemenze della suanatura quasi vergine; Francesca la sua bella mobilità di aspettile piccolecrudeltà della sua calmala raffinatezza signorile della sensazione.Sfuggivano istintivamente da ogni cosada ogni circostanza di coseche lipotesse condurre a un ripiegamento della coscienza su se stessa. Nell' uscirequasi sempre uno dei due dicevacome per giustificarsi:

-Pare che stia meglio; è vero? Non si lamenta mai.

Eandavano.

MaDonna Clarain quella stanza nudain faccia allo splendore che si riversava su'l pavimento dalle imposte semichiusesentiva un grande accoramento cupo che lauccidevasi sentiva finire. Ella non aveva da prima indovinato: restava supinasu 'l lettolunghe oretenuta dal malecon li occhi già torbidi vuoti disguardocon le estremità di gelocome s'ella avesse già cominciato a morirein una agonia lunga e senza sussulti. Aveva qualche volta nelle mani scarne quelcercare inquieto e incertoquell'incresparsi vano delle dita che tentavano diprendere. Allora ella voleva berevoleva la tazza per togliersi l'aridezzadalle fauci. Susanna veniva ogni tanto ad affacciarsi su l'uscio; si accostavametteva la tazza alla bocca dell'inferma reggendole la nuca con una mano.

-Dove sono... loro?

-Ehsignora miachi lo può sapere?

DonnaClara trasaliva; Susanna aveva dette quelle parole con un accento perfido. -Dove andavano? Che facevano tanto tempo fuori? Ahera dunque per questo? - Unaluce subitanea la rischiarò; einsieme al sospetto che ingigantivarapidamenteuna collera violenta d'improvviso la prese. - Ahera dunque perquesto? oh infami! oh infami! oh infami!

Entravaallora Evacon un passo leggeroportando un fascio di fiori tra le braccianude sino al gomito. Ella si avvicinò al lettosorridendo; bellissima. Maquando si sentì prendere la testa dalle mani umidicce e brucianti dellavecchiae si sentì su i capellisu 'l collosu le gote tante gocciole caldetante lacrime caderee tra le lacrime si sentì cercare la fronte da quellabocca arida che aveva l'alito grave della malattia e udì rotto fra quelsinghiozzare lacerante il nome del padreella sbigottita tentava liberarsiprendere le mani che la tenevanoguardare nella faccia la vecchia; gridavasoffocata:

-        Che hai? Che hai?...

ADALTARE DEI

 

I.

 

Dolcenella memoria. Quando le campane cominciarono a squillare e cominciarono le ondedel suono a dilatarsi intorno su le terre benedettenoi ci fermammo nel mezzodel sentiero.

-È la Purificazione - disse Giacinta.

AveMaria!

Ioricordo: ella era tutta biancain una veste di lana quasi monacale. Le piegheabondavano su 'l pettole si stringevano fitte alla vitale ricadevano liberefino ai piedi. Ella aveva nella pelle del collodella nucadelle tempiesparso un colore dolce di oroqualche cosa d'indefinibilmente aureo etrasparentesotto la peluria a pena visibile. Su 'l pallore delle guancie leperle pendenti dalla conchiglia rosea dell'orecchio stillavano uno splendorevagotalvolta leggermente opaco. Era scoperta una parte della nucasu cuifioriva una nebbia meravigliosa di capelli: il resto del collo era coperto dallacravatta di velo bianco altasotto i giri delle perle: il resto dei capelli erafermato in un gran nodo fulvo e si diffondeva ai lati in una velatura di cipriache li faceva sembrare cinerei.

Ricordotutto.

Elladisse: - AveMaria! - candidamente. Poi mi sorrise da quella bella boccasmisurata. E restammo un momento ad ascoltare le campane che suonavano nellagrande solennità del mattino di febbraio.

Eravamoin vicinanza di Fontanella. Su quelle alture li ultimi vapori bianchi sisollevavano dal suolo e si fondevano nell'aria; e come le alture si umiliavanoal pianosuccedeva ai vapori un vivo scintillamento di brina recente. Tutto ilterreno pareva cristallizzatoe su quel fondo mobile di splendori li alberinudi sorgevano come fredde efflorescenze di pietra. Da un lato un gran mucchiod'alberi di fico grigi aveva delle forme mostruose di ramificazione. Rammentoancora che certi altri alberi dai rami numerosi e sottiliforse olmiforsepioppi mi dettero l'impressione puerile di giganteschi millepiedi eretti su unaestremità.

Giacintapregava; vedevo le sue labbra muoversi al proferire sommesso delle sillabe. Iola guardavo. Ella non era veramente belladi una bellezza pura; nel sorriso labocca le si allargava salendo ai lati verso i lobi delli orecchima i dentiavevano una nitidezza gemmea; li occhi avevano l'iride piccola e il globo grandeaddolcito da quella tinta lieve d'indaco che è comune nei bambini. Così mipiaceva. Già ella aveva messo nella mia puerizia vergine un turbamentoqualchecosa che somigliava un germe d'amore. Ella usciva dai sedici annidonna.

Edopo un momento disse: - Andiamo verso la chiesa.

Camminavamoal fiancope 'l sentiero rompendo a pena con qualche parola il silenzio. Da unlato si stendevano le vigne morte coi tralci rossi che aspettavano i tagli delroncopoiché presentivano la primavera; dall'altro lato si allungavano isolchi di grano nell'infanzia verde e gentile. Quando sboccammo su la strada diChietiun branco di pecore ci guardò passare; le mansuete bestie nere ebianche stavano con la testa altacon li orecchi rosei contro la lucesul'erbe corte nell'idillio mattinale: e due o tre poppanti cercavanoirrequietamente i capezzoli tra le zampe delle madri.

Giacintasorrise quasi teneramentevolgendosi; ella era pia.

 

 

II.

 

Lachiesa stava in fondo a una strada protetta da querci che avevano una gravitàdi patriarchi ed una età di numi. Di fuori gli scrostamenti dell'intonacolasciavano vedere il mattone rossastrosi aprivano ai lati le finestresemilunari. Su la cuspide ottusa della facciata una croce di ferro tendeva lebraccia. Era una chiesa di architettura semplice e rudesimile a quelle che ifanciulletti con poche linee tracciano su i margini dei libri odiosi. Siaffacciavano attorno su la piazza le case dei colonii cumuli alti di pagliasecca. Io conservo ancora un'impressione di colore; le pignatte di terracottavermiglia su certi fusti d'albero contorti altissimi in quel cielo di un azzurrocosì spirituale. Ed ho ancora dinanzi la faccia cava di quella femmina malatache ci tese la mano per l'elemosina su la porta. Una faccia d'una tintaindefinibiledove di vivo non restavano che due occhi tristemente glauchi dirospo solitario nell'ombra di un fazzoletto nero a piccoli fiori gialli legatosotto il mento. Una mano che faceva pensare alla palma pelosa dell'anatra.

Entrammonella chiesa io e Giacinta tra la folla. I contadini ossequienti ci lasciavanopassare nella graveolenza dell'olio ch'essi portavan lucido ai capelli.Giungemmo nel mezzo; dove cominciava digradando verso l'altarela mèsse dellecristiane inginocchiateuna gran mèsse varia di teste coperte dai fazzolettidi seta giallirossineria pallea strisciea fiorami. L'altare sorgevaintorno tutto fiammeggiante di ceri votivii cui raggi si rinfrangevano su lepalme di zinco sottopostesu le dorature false della custodiasu i fioriartificiali di fili d'argento e di lana. Presso l'altareda una eminenza laVergine sovrastava alla turba dei fedeli; la Regina delle Verginitutta bellanella veste di raso azzurro a ricami d'orotutta gloriosa nel diadema dimetallo bianco a grosse pietre gemmantitutta illuminata dall'adorazione diquelle anime peccatrici che supplicavano il perdono.

Ioe Giacinta eravamo rimasti in piedistretti l'uno contro l'altra dallapressione della follasilenziosiguardando. Nell'ariagià fatta tepida datanti aliti umaniin mezzo alle esalazioni della turba nuotavano li odori acutidelle giunchigliedelle viole e del rosmarino. Un chiarore cupo scendeva dallefinestre semilunari coperte di tende rosse. Non si udiva che il soffiare deimantici su l'organo e a tratti quando uno apriva la porta per entrarela vocelamentevole e rauca della mendicante malata.

-Introibo ad altare Dei. Ad Deum qui laetificat juventutem meam... -cominciò il prete a' piedi dell'altare.

Giacintastava immobileascoltando. Ella sola era in mezzo a tutto quel tumulto dicolori nella penombra; ella sola era diritta ed esileemergente come un granfiore d'acqua che si protenda verso la luce. Ed ella credevaella era pia.Accanto a noirammentos'alzava una specie di tabernacolo di legno scurochiuso da tre vetrateche custodiva il simulacro di San Rocco in gesso dipinto.Stavamo sotto la protezione del santo. Un cane barboneaccovacciato sopra ilpiedistalloergeva il muso verso il protettore; e il martire dalla barba neraadditando con la sinistra mano una piaga paonazza su 'l ginocchio nudocon ladestra sorreggendosi al bastone di pellegrinoguardava immobile nel vuoto condue occhi di vetro bianco forati. In cima al tabernacolo pendevano due piediaccoppiati e un braccioformati rozzamente nella cerarossicci come veremutilazioni di membra d'uominiex voto.

-Confitebor tibi in citharaDeusDeus meus! - seguitava il pretecon lavoce cavernosaa' piedi dell'altare. L'organo in alto metteva delli accordiprofondi ma sommessicambiando ad ogni momento il tono. Le canne lucenti dellostrumento sorpassavano la sommità del baldacchino; e là dietronel corodallo strappo di una tendina apparve d'un tratto il sole e si allungò nell'ariain una striscia d'oro tutta formicolante di atomi. Una parte del Cristocrocefisso si disegnò scura su quella striscia gloriosa.

-Gloria Patri. et Filioet Spiritui Sancto...

Tuttala turba si piegava in un raccoglimento e la gran voce dell'organo rispondendodominava il canto rauco del prete. L'ombra era accresciuta dal contrasto delsole nel coro; cresceva il tepore alimentato dai fiati dei genuflessiun teporepesante che persuadeva la sonnolenzache abbatteva li spiriti nellacontemplazione inerte del dio.

-Domine exaudi orationem meam.

Ioe Giacinta eravamo stretti l'uno contro l'altraUna specie di affievolimentocominciava a prendermiun calore intenso mi saliva alla faccia; aveva unasensazione strana di tutto quell'agglomeramento di uomini sopra cui passaval'onda della preghieranell'ombra rotta dai bagliori tremoli dell'altare. Iopure credevo; e dalla mia fede di fanciullo i suoni dell'organo sacri e l'odoredolce che emanava da Giacinta suscitavano delle visioni confusedelle visioniinfinitedi mezzo a cuinon so perchéfiorivano certi ricordi vaghi dellaprima infanzia; il ricordoper esempiodi tanti gigli dai grandi caliciargentei che mi assopirono co 'l profumo una sera di giugno nella stanza di miasorella; il ricordo di un grappolo di nidi che io feci cadere con una cannadalla grondaiauna mattina di primaveraper rubare le piccole ova perlate allerondini covanti.

-Oremus teDomineper merita Sanctorum tuorum...

Eli accordi dell'organo misero un lungo fremito su tutte le teste. Giacintas'inchinò. Io la tenevo per la mano. Ella era più alta di me; io le appoggiavoleggermente il mio capo su la spalla. Io non so quel che ella sentisse; ma lamia era una sensazione pura e mite; era un languore che mi saliva a poco a pocole veneera quasi una tenerezza che mi vinceva l'anima e mi faceva piegare leginocchia inconsciamente e piegare il capo.

-Tu solus Dominustu solus AltissimusJesu Christe...

Cifu un movimento confuso in tutta la turba inginocchiataci fu su tutta la turbail passaggio rapido di qualche cosa di biancastro. Erano forse le mani chefacevano il segno della croce dalla fronte al cuore. L'organo d'improvvisoascese alle voci acutegittò nella navata un grande accordo gioioso d'Inno cheattraversò tutte quelle anime come un fascio di raggi e le assunse al paradiso.

Masi sentì tra la folla il tintinnare delle monete di bronzo su 'l piatto che ilchierico portava in giro; poi si sentì in alto lo scorrere stridulo delletendine rosse. Una gran luce piovve dall'alto; fu una emersione di coloriinbassoalla luce.

-Kyrieeleison. ChristeeleisonKyrieeleison.

Cominciaronole voci nel coromalfermeincerte; le voci delle bambine che non si vedevano.Parvero zampilli salire in quell'aria dove il sole di febbraio diffondeva unavirginale beatitudine di nimboquasi una evanescenza di polviscoli biondi. Iochiusi li occhiebbi un lungo brivido di letiziami strinsi a Giacinta cheseguiva a voce bassa la litania; e l'istinto dell'amoreche si andavadeterminando lentamente nel mio organismo di fanciullometteva in quellaletizia mistica una vena lieve di desiderio sensuale. Io vedevoa traverso lepalpebreun bagliore roseouna gran selva rosea fiorirea traverso il tessutovivente delle mie palpebre.

-Sancta Mariaora pro nobis!

Levoci si facevano sicure e limpide; le cadenze dell'organo si seguitavano in tonominore. La turba aveva da prima un ondeggiamento di teste indistinto; poiapoco a pocotrascinata dal canticostupefatta dal calore e dall’odore mistodell'incenso e dei fioria poco a pocosi protese in avantisi protese versola Verginecon uno di quelli impeti ciechi che la superstizione dà alle animesemplici. La Vergine risplendeva nella luce superiore; avea la faccia bianca eimpassibileli occhi immoti e senza sguardo e in que' globi di cristallo lafascinazione intensa che è solo nelli occhi delli idoli informi e dei pescimorti.

-Virgo prudentissima. Virgo veneranda. Virgo predicanda...

Alloratutte le voci irruppero; fu un gran cantico di tutte le vociuna grandeelevazione di laudi nell'ariain altoverso la navata che coronavano i raggidel sole crescenti e i vapori del turriboloin altoin alto.

-Rosa mystica. Turris Davidica. Turris eburnea...

Inalto! Una tenerezza infinita di amore invadeva la turba genuflessaun soffioardente e dolce passava sopra tutte le teste e le prostrava nella preghiera su'l pavimento.

-Consolatrix afflictorumora pro nobis!

Giacintacantava anch'ellareclinatacon un rossore spirituale su 'l voltocon lucidili occhivibrando come uno strumento sonoro. Io non avevo piegato le ginocchianon v'era spazio intorno a me; ma una specie di sbigottimento folle mi tenevaperché io solo soprastavo a tutti li altri in giroe quelle creature umane cosìprostrate e così ciecamente implorantiquella vivente massa di materia da cuiirrompeva un così alto inno di passione quasi inconsciamentee quel sole cheempiva la navata e qua e là s'abbatteva su i dorsie quei vapori strani oranauseanti ed ora celestie sopra tutte le cose quella madonna immobile erigidaquei santi immobili e rigidi guardanti nel vuotomi davano unospettacolo paurosomi sconvolgevano la piccola anima incolta.

El'inno crescevale litanie ascendevano; pareva che al lungo fremito le cannedell'organo scoppiassero.

-Regina virginum. Regina Sanctorum omniumora pro nobis!

L'agnellodi Dio veniva ora nel canticol'agnello di Dio che scancella i peccati delmondo. Era l'ultima elevazione delle laudi.

-Ora pro nobissancta Dei Genitrix!

L'organocessò; si propagò il rombo della navatae il rombo cessò. Si faceva nellachiesa un silenziodove i credenti ancora prostrati respiravano gravemente. Poitutte le fronti si rialzaronotutte le mani si levarono nel segno della Croce;un bisbiglio corse nella turba; dalla porta aperta entrò un'ondata di arialibera purificatrice. Dal coro venivano voci rotte; dietro l'altare si vedeva unondeggiamento confuso di stendardi.

Ioe Giacinta eravamo ancora sotto il tabernacolo di San Rocco. Quando sollevai liocchi verso di leiella mi sorrise; ma io non so ora fermare nelle parole quelsorriso: fu come il passaggio di qualche cosa di benigno e di luminoso su la suafaccia che restò triste; non fu un moto della bocca né delli occhino; parveeccoquasi un bagliore che accendesse il profilo pensoso di una statua bianca;noneppure; io non trovo la frase. Restammo dopo in silenzioaspettando chedalla sacrestia cominciasse a svolgersi la processione. Alla portasu lospiazzoun gruppo di uomini vociferava: si metteva all'incanto la gloria diportare su li omeri il peso dell'immagine di Maria.

-Cinque carlini! Un ducato! Due ducati!...

Laturba aspettava. Quasi tutte le femmine le mani incrociate su ‘l ventre enelli occhi uno stupidimento smorto; li uomini guardavano verso la portacon unmormorìo. In mezzo a loronel solco lasciato liberosu 'l pavimento cominciòa muoversi una massa incertanerastraun mucchio di cencie a strisciarelentamente verso l'altare.

-Due ducati! tre ducati!

Daquel mucchio di cenci usciva una testa umanacome dal guscio di una testugginesbuca la testa verdastra tentennando. Era la mendicante malata; io la riconobbicon un brivido di ribrezzoperché ella non aveva più il fazzoletto che lacoprisse: appariva un cranio deformepieno di rosicchiature simile a un teschiodissotterrato dove ancora rimanesse qualche ciocca di capelli grigi e qualcheavanzo di cotenna rossiccia. E quel cranio veniva innanzi su ‘l pavimentosospinto dal corpo che le palme delle mani e le ginocchia sorreggevano.

-Tre ducati! tre ducati e mezzo!

Lamendicante faceva tante croci con la lingua su i mattoniin gloria di Maria;voleva andare sino ai piedi di Maria; voleva essere degna di baciarle il lembodella veste. Raccoglieva le forzecontraendosipuntando le dita dei piediscalzi. Dai due lati del solco la gente guardava con l'indifferenza di chi èavvezzo a uno spettacolo di orrore. Ma sopraggiunse un uomo altovestito di unacappa turchinacon un gran naso aduncoiroso; percosse col piede lamendicantela rialzò brutalmente da terrala trascinò fuori della porta: -Via! via!

-Tre ducati e mezzo! quattro ducati!

L'incantoera finito. Dietro la sacrestia cominciò a squillare il campanello; poid'untrattoun grande scoppio di campane in alto fece tremare la chiesa dallefondamenta. E i primi stendardi si mossero orizzontaliuscirono all'ariasiraddrizzarono e sventolarono; erano due stendardi violacei con le trined'argento. Din don! din don! Si mossero gl'incappati azzurricon i ceriaccesia due a duein fila.

Dindondin don dan!Si mosse un terzo stendardoaltissimodi scarlatto cupo orlato d'orocon unapalla d'oro in cima all'asta. Din don dan! Si mosse il Cristo gigantescoinchiodato su la crocetutto chiazzato di lividure e di sangueportato su labocca dello stomaco da un uomo mambruto sorretto da due altri ai lati.

Dindondon don! Glistrumenti d'ottone cominciarono una marcia trionfale; i mortaletti saltarono. Simoveva alfine la Vergine delle Verginila Stella mattutinala Torre d'avorioin mezzo alle grida del suo popoloe usciva al soleusciva a spargere labenedizione su tutte le campagne seminate.

-Alleluja! alleluja!

Laturba delle femmine e delli uomini trascinata seguiva lo scintillare el'ondeggiare del manto in alto. Li stendardi investiti dal vento sbattevano e siattorcigliavano alle aste. Nella strada la polvere si sollevava a buffiinvolgendo tutta la pompa. Il baldacchino rosso oscillava su i quattro sostegnidoratiminacciando i preti cantori.

Ioe Giacinta vedemmo allontanarsi la processione tra le querci patriarcalivedemmo li ultimi sventolamenti violacei nell'aria chiaravedemmo brillare lacroce su 'l diadema della Madonnaperdersi poi tutte quelle forme mobili nelfiammeggiamento del sole che proteggeva la campagna deserta...

 

 

 

-FINE -