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Il fu Mattia Pascal

di Luigi Pirandello

I

Premessa

Una delle poche coseanzi forse la sola ch'io sapessi di certo eraquesta: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qualvolta qualcuno de' miei amici o conoscenti dimostrava d'aver perduto ilsenno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimentomi stringevo nelle spallesocchiudevo gli occhi e gli rispondevo:

- Io mi chiamo Mattia Pascal.

- Graziecaro. Questo lo so.

- E ti par poco?

Non pareva moltoper dir la veritàneanche a me. Ma ignoravo allorache cosa volesse dire il non sapere neppur questoil non poter piùrisponderecioècome primaall'occorrenza:

- Io mi chiamo Mattia Pascal.

Qualcuno vorrà bene compiangermi (costa così poco)immaginandol'atroce cordoglio d'un disgraziatoal quale avvenga di scoprire tutt'aun tratto che... sìnienteinsomma: né padrené madrené come fu ocome non fu; e vorrà pur bene indignarsi (costa anche meno) dellacorruzione dei costumie de' viziie della tristezza dei tempiche ditanto male possono esser cagione a un povero innocente.

Ebbenesi accomodi. Ma è mio dovere avvertirlo che non si trattapropriamente di questo. Potrei qui esporredi fattiin un alberogenealogicol'origine e la discendenza della mia famiglia e dimostrarecome qualmente non solo ho conosciuto mio padre e mia madrema e gliantenati miei e le loro azioniin un lungo decorso di temponon tutteveramente lodevoli.

E allora?

Ecco: il mio caso è assai più strano e diverso; tanto diverso estrano che mi faccio a narrarlo.

Fuiper circa due anninon so se più cacciatore di topi cheguardiano di libri nella biblioteca che un monsignor Boccamazzanel 1803volle lasciar morendo al nostro Comune. E' ben chiaro che questoMonsignore dovette conoscer poco l'indole e le abitudini de' suoiconcittadini; o forse sperò che il suo lascito dovesse col tempo e con lacomodità accendere nel loro animo l'amore per lo studio. Finorane possorendere testimonianzanon si è acceso: e questo dico in lode de' mieiconcittadini: Del dono anzi il Comune si dimostrò così poco grato alBoccamazzache non volle neppure erigergli un mezzo busto pur che fossee i libri lasciò per molti e molti anni accatastati in un vasto e umidomagazzinodonde poi li trassepensate voi in quale statoper allogarlinella chiesetta fuori mano di Santa Maria Liberalenon so per qualragione sconsacrata. Qua li affidòsenz'alcun discernimentoa titolo dibeneficioe come sinecuraa qualche sfaccendato ben protetto il qualeper due lire al giornostando a guardarlio anche senza guardarliaffattone avesse sopportato per alcune ore il tanfo della muffa e delvecchiume.

Tal sorte toccò anche a me; e fin dal primo giorno io concepii cosìmisera stima dei librisieno essi a stampa o manoscritti (come alcuniantichissimi della nostra biblioteca)che ora non mi sarei mai e poi maimesso a scriveresecome ho dettonon stimassi davvero strano il miocaso e tale da poter servire d'ammaestramento a qualche curioso lettoreche per avventurariducendosi finalmente a effetto l'antica speranzadella buon'anima di monsignor Boccamazzacapitasse in questa bibliotecaa cui io lascio questo mio manoscrittocon l'obbligo però che nessunopossa aprirlo se non cinquant'anni dopo la mia terzaultima edefinitiva morte.

Giacchéper il momento (e Dio sa quanto me ne duole)io sono mortosìgià due voltema la prima per erroree la seconda... sentirete.

II

Premessa seconda (filosofica) a mo' di scusa

L'idea o piuttostoil consiglio di scrivere mi è venuto dal mioreverendo amico don Eligio Pellegrinottoche al presente ha in custodia ilibri della Boccamazzae al quale io affido il manoscritto appena saràterminatose mai sarà.

Lo scrivo quanella chiesetta sconsacrataal lume che mi viene dallalanterna lassùdella cupola; quanell'abside riservata al bibliotecarioe chiusa da una bassa cancellata di legno a pilastrinimentre don Eligiosbuffa sotto l'incarico che si è eroicamente assunto di mettere un po'd'ordine in questa vera babilonia di libri. Temo che non ne verrà mai acapo. Nessuno prima di lui s'era curato di saperealmeno all'ingrossodando di sfuggita un'occhiata ai dorsiche razza di libri quel Monsignoreavesse donato al Comune: si riteneva che tutti o quasi dovessero trattaredi materie religiose. Ora il Pellegrinotto ha scopertoper maggior suaconsolazioneuna varietà grandissima di materie nella biblioteca diMonsignore; e siccome i libri furon presi di qua e di là nel magazzino eaccozzati così come venivano sotto manola confusione è indescrivibile.Si sono strette per la vicinanza fra questi libri amicizie oltre ogni direspeciose: don Eligio Pellegrinotto mi ha dettoad esempioche hastentato non poco a staccare da un trattato molto licenzioso Dell'artedi amar le donne libri tre di Anton Muzio Porrodell'anno 1571una Vitae morte di Faustino MaterucciBenedettino di Polironeche talunichiamano beatobiografia edita a Mantova nel 1625. Per l'umiditàlelegature de' due volumi si erano fraternamente appiccicate. Notare che nellibro secondo di quel trattato licenzioso si discorre a lungo della vita edelle avventure monacali.

Molti libri curiosi e piacevolissimi don Eligio Pellegrinottoarrampicato tutto il giorno su una scala da lampionajoha pescato negliscaffali della bibliotecaOgni qual volta ne trova unolo lanciadall'altocon garbosul tavolone che sta in mezzo; la chiesetta nerintrona; un nugolo di polvere si levada cui due o tre ragni scappanovia spaventati: io accorro dall'absidescavalcando la cancellata; doprima col libro stesso la caccia ai ragni su pe'l tavolone polveroso; poiapro il libro e mi metto a leggiucchiarlo.

Cosìa poco a pocoho fatto il gusto a siffatte letture. Ora donEligio mi dice che il mio libro dovrebbe esser condotto sul modello diquesti ch'egli va scovando nella bibliotecaaver cioè il loro particolarsapore. Io scrollo le spalle e gli rispondo che non è fatica per me. Epoi altro mi trattiene.

Tutto sudato e impolveratodon Eligio scende dalla scala e viene aprendere una boccata d'aria nell'orticello che ha trovato modo di farsorgere qui dietro l'absideriparato giro giro da stecchi e spuntoni.

- Ehmio reverendo amico- gli dico ioseduto sul murellocol mentoappoggiato al pomo del bastonementr'egli attende alle sue lattughe. -Non mi par più tempoquestodi scriver librineppure per ischerzo. Inconsiderazione anche della letteraturacome per tutto il restoio debboripetere il mio solito ritornello: Maledetto sia Copernico!

- Oh oh ohche c'entra Copernico! - esclama don Eligiolevandosi sula vitacol volto infocato sotto il cappellaccio di paglia.

- C'entradon Eligio. Perchéquando la Terra non girava...

- E dàlli! Ma se ha sempre girato!

- Non è vero. L'uomo non lo sapevae dunque era come se non girasse.Per tantianche adesso non gira. L'ho detto l'altro giorno a un vecchiocontadinoe sapete come m'ha risposto? ch'era una buona scusa per gliubriachi. Del restoanche voi scusatenon potete mettere in dubbio cheGiosuè fermò il Sole. Ma lasciamo star questo. Io dico che quando laTerra non giravae l'uomovestito da greco o da romanovi faceva cosìbella figura e così altamente sentiva di sé e tanto si compiaceva dellapropria dignitàcredo bene che potesse riuscire accetta una narrazioneminuta e piena d'oziosi particolari. Si legge o non si legge inQuintilianocome voi m'avete insegnatoche la storia doveva esser fattaper raccontare e non per provare?

- Non nego- risponde don Eligio- ma è vero altresì che non sisono mai scritti libri così minutianzi minuziosi in tutti i piùriposti particolaricome dacchéa vostro direla Terra s'è messa agirare.

- E va bene! Il signor conte si levò per tempoalle ore otto emezzo precise... La signora contessa indossò un abito lilla con una riccafioritura di merletti alla gola... Teresina si moriva di fame... Lucreziaspasimava d'amore... Ohsanto Dio! e che volete che me n'importi?Siamo o non siamo su un'invisibile trottolinacui fa da ferza un fil disolesu un granellino di sabbia impazzito che gira e gita e girasenzasaper perchésenza pervenir mai a destinocome se ci provasse gusto agirar cosìper farci sentire ora un po' più di caldoora un po' piùdi freddoe per farci morire - spesso con la coscienza d'aver commessouna sequela di piccole sciocchezze - dopo cinquanta o sessanta giri?CopernicoCopernicodon Eligio mio ha rovinato l'umanitàirrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati allanuova concezione dell'infinita nostra piccolezzaa considerarci anzi menche niente nell'Universocon tutte le nostre belle scoperte e invenzionie che valore dunque volete che abbiano le notizienon dico delle nostremiserie particolarima anche delle generali calamità? Storie di vermucciormai le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille?Niente. La Terrapoverinastanca di girarecome vuole quel canonicopolaccosenza scopoha avuto un piccolo moto d'impazienzae ha sbuffatoun po' di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le avevamosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sonostati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie migliaja di vermucciabbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne parla più?

Don Eligio Pellegrinotto mi fa però osservare che per quanti sforzifacciamo nel crudele intento di strapparedi distruggere le illusioni chela provvida natura ci aveva create a fin di benenon ci riusciamo. Perfortunal'uomo si distrae facilmente.

Questo è vero. Il nostro Comunein certe notti segnate nelcalendarionon fa accendere i lampionie spesso - se è nuvolo - cilascia al bujo.

Il che vuol direin fondoche noi anche oggi crediamo che la luna nonstia per altro nel cieloche per farci lume di nottecome il sole digiornoe le stelle per offrirci un magnifico spettacolo. Sicuro. Edimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali perrispettarci e ammirarci a vicendae siamo capaci di azzuffarci per unpezzettino di terra o di dolerci di certe cosecheove fossimo veramentecompenetrati di quello che siamodovrebbero parerci miserieincalcolabili.

Ebbenein grazia di questa distrazione provvidenzialeoltre che perla stranezza del mio casoio parlerò di mema quanto più brevemente misarà possibiledando cioè soltanto quelle notizie che stimerònecessarie.

Alcune di essecertonon mi faranno molto onore; ma io mi trovo orain una condizione così eccezionaleche posso considerarmi come giàfuori della vitae dunque senza obblighi e senza scrupoli di sorta.

Cominciamo.

 

III

La casa e la talpa

Ho detto troppo prestoin principioche ho conosciuto mio padre. Nonl'ho conosciuto. Avevo quattr'anni e mezzo quand'egli morì. Andato con unsuo trabaccolo in Corsicaper certi negozii che vi facevanon tornopiùucciso da una perniciosain tre giornia trentotto anni. Lasciòtuttavia nell'agiatezza la moglie e i due figli: Mattia (che sarei ioefui) e Robertomaggiore di me di due anni.

Qualche vecchio del paese si compiace ancora di dare a credere che laricchezza di mio padre (la quale pure non gli dovrebbe più dar ombrapassata com'è da un pezzo in altre mani) avesse origini - diciamo così -misteriose.

Vogliono che se la fosse procacciata giocando a cartea Marsigliacolcapitano d'un vapore mercantile ingleseil qualedopo aver perduto tuttoil denaro che aveva secoe non doveva esser pocosi era anche giocato ungrosso carico di zolfo imbarcato nella lontana Sicilia per conto d'unnegoziante di Liverpool (sanno anche questo! e il nome?)d'un negoziantedi Liverpoolche aveva noleggiato il vapore; quindiper disperazionesalpandos'era annegato in alto mare. Così il vapore era approdato aLiverpoolalleggerito anche del peso del capitano. Fortuna che aveva perzavorra la malignità de' miei compaesani.

Possedevamo terre e case. Sagace e avventurosomio padre non ebbe maipe' suoi commerci stabile sede: sempre in giro con quel suo trabaccolodove trovava meglio e più opportunamente comprava e subito rivendevamercanzie d'ogni genere; e perché non fosse tentato a imprese troppograndi e rischioseinvestiva a mano a mano i guadagni in terre e casequinel proprio paesellodove presto forse contava di riposarsi negliagi faticosamente acquistaticontento e in pace tra la moglie e ifigliuoli.

Così acquistò prima la terra delle Due Riviere ricca di olivie di gelsipoi il podere della Stìa anch'esso riccamentebeneficato e con una bella sorgiva d'acquache fu presa quindi per ilmolino; poi tutta la poggiata dello Sperone ch'era il migliorvigneto della nostra contradae infine San Rocchinoove edificòuna villa deliziosa. In paeseoltre alla casa in cui abitavamoacquistòdue altre case e tutto quell'isolatoora ridotto e acconciato adarsenale.

La sua morte quasi improvvisa fu la nostra rovina. Mia madreinetta algoverno dell'ereditàdovette affidarlo a uno cheper aver ricevutotanti beneficii da mio padre fino a cangiar di statostimo dovesse sentirl'obbligo di almeno un po' di gratitudinela qualeoltre lo zelo el'onestànon gli sarebbe costata sacrifizii d'alcuna sortapoiché eralautamente remunerato

Santa donnamia madre! D'indole schiva e placidissimaaveva cosìscarsa esperienza della vita e degli uomini! A sentirla parlareparevauna bambina. Parlava con accento nasale e rideva anche col nasogiacchéogni voltacome si vergognasse di riderestringeva le labbra.Gracilissima di complessionefudopo la morte di mio padresempremalferma in salute; ma non si lagnò mai de' suoi maliné credo se neinfastidisse neppure con se stessaaccettandolirassegnatacome unaconseguenza naturale della sua sciagura. Forse si aspettava di morireanch'essadal cordoglioe doveva dunque ringraziare Iddio che la tenevain vitapur così tapina e tribolataper il bene dei figliuoli.

Aveva per noi una tenerezza addirittura morbosapiena di palpiti e disgomento: ci voleva sempre viciniquasi temesse di perdercie spessomandava in giro le serve per la vasta casaappena qualcuno di noi sifosse un po' allontanato.

Come una ciecas'era abbandonata alla guida del marito; rimastanesenzasi sentì sperduta nel mondo. E non uscì più di casatranne ledomenichedi mattina per tempoper andare a messa nella prossima chiesaaccompagnata dalle due vecchie servech'ella trattava come parenti. Nellastessa casaanzisi restrinse a vivere in tre camere soltantoabbandonando le molte altre alle scarse cure delle serve e alle nostrediavolerie.

Spiravain quelle stanzeda tutti i mobili d'antica foggiadalletende scoloritequel tanfo speciale delle cose antichequasi il respirod'un altro tempo; e ricordo che più d'una volta io mi guardai attorno conuna strana costernazione che mi veniva dalla immobilità silenziosa diquei vecchi oggetti da tanti anni lì senz'usosenza vita.

Fra coloro che più spesso venivano a visitar la mamma era una sorelladi mio padrezitellona bisbeticacon un pajo d'occhi da furettobruna efiera. Si chiamava Scolastica. Ma si trattenevaogni voltapochissimoperché tutt'a un trattodiscorrendos'infuriavae scappava via senzasalutare nessuno. Ioda ragazzone avevo una gran paura. La guardavo contanto d'occhispecialmente quando la vedevo scattare in piedi su le furiee le sentivo gridarerivolta a mia madre e pestando rabbiosamente unpiede sul pavimento:

- Senti il vuoto? La talpa! la talpa!

Alludeva al Malagnaall'amministratore che ci scavava soppiatto lafossa sotto i piedi.

Zia Scolastica (l'ho saputo dipoi) voleva a tutti i costi che mia madreriprendesse marito. Di solitole cognate non hanno di queste idee nédànno di questi consigli. Ma ella aveva un sentimento aspro e dispettosodella giustizia; e più per questocertoche per nostro amorenonsapeva tollerare che quell'uomo ci rubasse cosìa man salva. Oradatal'assoluta inettitudine e la cecità di mia madrenon ci vedeva altrorimedioche un secondo marito. E lo designava anche in persona d'unpover'uomoche si chiamava Gerolamo Pomino.

Costui era vedovocon un figliuoloche vive tuttora e si chiamaGerolamo come il padre: amicissimo mioanzi più che amicocome diròappresso. Fin da ragazzo veniva col padre in casa nostraed era ladisperazione mia e di mio fratello Berto.

Il padreda giovaneaveva aspirato lungamente alla mano di ziaScolasticache non aveva voluto sapernecome non aveva voluto sapernedel restodi alcun altro; e non già perché non si fosse sentitadisposta ad amarema perché il più lontano sospetto che l'uomo da leiamato avesse potuto anche col solo pensiero tradirlale avrebbe fattocommettere - diceva - un delitto. Tutti fintiper leigli uominibirbanti e traditori. Anche Pomino? Noecco: Pominono. Ma se n'eraaccorta troppo tardi. Di tutti gli uomini che avevano chiesto la sua manoe che poi si erano ammogliatiella era riuscita a scoprire qualchetradimentoe ne aveva ferocemente goduto. Solo di Pominoniente; anzi ilpover'uomo era stato un martire della moglie.

E perché dunqueoranon lo sposava lei ? Oh bellaperché eravedovo! era appartenuto a un'altra donnaalla quale forsequalche voltaavrebbe potuto pensare. E poi perché... via! si vedeva da cento miglialontanonon ostante la timidezza: era innamoratoera innamorato...s'intende di chiquel povero signor Pomino!

Figurarsi se mia madre avrebbe mai acconsentito. Le sarebbe parso unvero e proprio sacrilegio. Ma non credeva forse neppurepoverinache ziaScolastica dicesse sul serio; e rideva in quel suo modo particolare allesfuriate della cognataalle esclamazioni del povero signor Pominoche sitrovava lì presente a quelle discussionie al quale la zitellonascaraventava le lodi più sperticate.

M'immagino quante volte egli avrà esclamatodimenandosi su laseggiolacome su un arnese di tortura:

- Oh santo nome di Dio benedetto!

Omino lindoaggiustatodagli occhietti ceruli mansueticredo ches'incipriasse e avesse anche la debolezza di passarsi un po' di rossettoappena appenaun velosu le guance: certo si compiaceva d'averconservato fino alla sua età i capelliche si pettinava con grandissimacuraa farfallae si rassettava continuamente con le mani.

Io non so come sarebbero andati gli affari nostrise mia madrenoncerto per sé ma in considerazione dell'avvenire dei suoi figliuoliavesse seguìto il consiglio di zia Scolastica e sposato il signor Pomino.E' fuor di dubbio però che peggio di come andaronoaffidati al Malagna(la talpa!)non sarebbero potuti andare.

Quando Berto e io fummo cresciutigran parte degli averi nostrièveroera andata in fumo; ma avremmo potuto almeno salvare dalle grinfiedi quel ladro il resto chese non più agiatamenteci avrebbe certopermesso di vivere: senza bisogni. Fummo due scioperati; non ci volemmodar pensiero di nullaseguitandoda grandia vivere come nostra madreda piccolici aveva abituati.

Non aveva voluto nemmeno mandarci a scuola. Un tal Pinzone fu il nostroajo e precettore. Il suo vero nome era Francescoo GiovanniDel Cinque;ma tutti lo chiamavano Pinzoneed egli ci s'era già tanto abituato chesi chiamava Pinzone da sé.

Era d'una magrezza che incuteva ribrezzo; altissimo di statura; e piùaltoDio miosarebbe statose il bustotutt'a un tratto quasi stancodi tallir gracile in sùnon gli si fosse curvato sotto la nuca in unadiscreta gobbettada cui il collo pareva uscisse penosamentecome queld'un pollo spennatocon un grosso nottolino protuberanteche gli andavasù e giù. Pinzone si sforzava spesso di tener tra i denti le labbracome per morderecastigare e nascondere un risolino taglienteche gliera proprio; ma lo sforzo in parte era vanoperché questo risolinononpotendo per le labbra così imprigionategli scappava per gli occhipiùacuto e beffardo che mai.

Molte cose con quegli occhietti egli doveva vedere nella nostra casache né la mamma né noi vedevamo. Non parlavaforse perché non stimavadover suo parlareo perché - com'io ritengo più probabile - ne godevain segretovelenosamente.

Noi facevamo di lui tutto quello che volevamo; egli ci lasciava fare;ma poicome se volesse stare in pace con la propria coscienzaquandomeno ce lo saremmo aspettatoci tradiva.

Un giornoper esempiola mamma gli ordinò di condurci in chiesa; eraprossima la Pasquae dovevamo confessarci. Dopo la confessioneuna brevevisitina alla moglie inferma del Malagnae subito a casa. Figurarsi chedivertimento! Maappena in istradanoi due proponemmo a Pinzone unascappatella: gli avremmo pagato un buon litro di vinopurché luiinveceche in chiesa e dal Malagnaci avesse lasciato andare alla Stìain cerca di nidi. Pinzone accettò felicissimostropicciandosi le manicon gli occhi sfavillanti. Bevve; andammo nel podere; fece il matto connoi per circa tre oreajutandoci ad arrampicarci su gli alberiarrampicandocisi egli stesso. Ma alla seradi ritorno a casaappena lamamma gli domandò se avevamo fatto la nostra confessione e la visita alMalagna:

- Eccole dirò... - risposecon la faccia più tosta del mondo; e lenarrò per filo e per segno quanto avevamo fatto.

Non giovavano a nulla le vendette che di questi suoi tradimenti noi ciprendevamo. Eppure ricordo che non eran da burla. Una seraper esempioio e Bertosapendo che egli soleva dormireseduto su la cassapancanella saletta d'ingressoin attesa della cenasaltammo furtivamente dallettoin cui ci avevano messo per castigo prima dell'ora solitariuscimmo a scovare una canna di stagnoda servizialelunga due palmila riempimmo d'acqua saponata nella vaschetta del bucato; ecosì armatiandammo cautamente a luigli accostammo la canna alle nari - e zifff!-. Lo vedemmo balzare fin sotto al soffitto.

Quanto con un siffatto precettore dovessimo profittar nello studiononsarà difficile immaginare. La colpa però non era tutta di Pinzone; chéegli anzipur di farci imparare qualche cosanon badava a metodo né adisciplinae ricorreva a mille espedienti per fermare in qualche modo lanostra attenzione. Spesso con mech'ero di natura molto impressionabileci riusciva. Ma egli aveva una erudizione tutta sua particolarecuriosa ebislacca. Eraper esempiodottissimo in bisticci: conosceva la poesiafidenziana e la maccaronicala burchiellesca e la leporeambicae citavaallitterazioni e annominazioni e versi correlativi e incatenati eretrogradi di tutti i poeti perdigiornie non poche rime balzanecomponeva egli stesso.

Ricordo a San Rocchinoun giornoci fece ripetere alla collinadirimpetto non so più quante volte questa sua Eco:

In cuor di donna quanto dura amore?- (Ore). Ed ella non mi amò quant'io l'amai? - (Mai). Or chisei tu che sì ti lagni meco? - (Eco).

E ci dava a sciogliere tutti gli Enimmi in ottava rima di GiulioCesare Crocee quelli in sonetti del Moneti e gli altripure in sonettid'un altro scioperatissimo che aveva avuto il coraggio di nascondersisotto il nome di Caton l'Uticense. Li aveva trascritti con inchiostrotabaccoso in un vecchio cartolare dalle pagine ingiallite.

- Uditeudite quest'altro dello Stigliani. Bello! Che sarà? Udite:

A un tempo stesso io mi son unae dueE fo due ciò ch'era unaprimamente. Una mi adopra con le cinque sue Contra infiniti che in capo hala gente. Tutta son bocca dalla cinta in sueE più mordo sdentata checon dente. Ho due bellichi a contrapposti sitiGli occhi ho ne' piediespesso a gli occhi i diti.

Mi pare di vederlo ancoranell'atto di recitarespirante delizia datutto il voltocon gli occhi semichiusifacendo con le dita ilchiocciolino.

Mia madre era convinta che al bisogno nostro potesse bastare ciò chePinzone c'insegnava; e credeva fors'anchenel sentirci recitare glienimmi del Croce o dello Stiglianiche ne avessimo già di avanzo. Noncosì zia Scolasticala quale - non riuscendo ad appioppare a mia madreil suo prediletto Pomino - s'era messa a perseguitar Berto e me. Ma noiforti della protezione della mammanon le davamo rettae lei si stizzivacosì fieramente chese avesse potuto senza farsi vedere o sentireciavrebbe certo picchiato fino a levarci la pelle. Ricordo che una voltascappando via al solito su le furies'imbatté in me per una delle stanzeabbandonate; m'afferrò per il mentome lo strinse forte forte con leditadicendomi: - Bellino! bellino! bellino! - e accostandomimanmano che dicevasempre più il volto al voltocon gli occhi negli occhifinché poi emise una specie di grugnito e mi lasciòruggendo tra identi:

- Muso di cane!

Ce l'aveva specialmente con meche pure attendevo agli strampalatiinsegnamenti di Pinzone senza confronto più di Berto. Ma doveva esser lamia faccia placida e stizzosa e quei grossi occhiali rotondi che miavevano imposto per raddrizzarmi un occhioil qualenon so perchétendeva a guardare per conto suoaltrove.

Erano per mequegli occhialiun vero martirio. A un certo puntolibuttai via e lasciai libero l'occhio di guardare dove gli piacesse meglio.Tantose drittoquest'occhio non m'avrebbe fatto bello. Ero pieno disalutee mi bastava.

A diciott'anni m'invase la faccia un barbone rossastro e ricciutoascàpito del naso piuttosto piccoloche si trovò come sperduto tra essoe la fronte spaziosa e grave.

Forsese fosse in facoltà dell'uomo la scelta d'un naso adatto allapropria facciao se noivedendo un pover'uomo oppresso da un naso troppogrosso per il suo viso smuntopotessimo dirgli: " Questo naso stabene a mee me lo piglio; " forsedicoio avrei cambiato ilmio volentierie così anche gli occhi e tante altre parti della miapersona. Ma sapendo bene che non si puòrassegnato alle mie fattezzenon me ne curavo più che tanto.

Bertoal contrariobello di volto e di corpo (almeno paragonato conme)non sapeva staccarsi dallo specchio e si lisciava e si accarezzava esprecava denari senza fine per le cravatte più nuoveper i profumi piùsquisiti e per la biancheria e il vestiario. Per fargli dispettoungiornoio presi dal suo guardaroba una marsina nuova fiammanteunpanciotto elegantissimo di velluto neroil gibuse me ne andai a cacciacosì parato.

Batta Malagnaintantose ne veniva a piangere presso mia madre lemal'annate che lo costringevano a contrar debiti onerosissimi perprovvedere alle nostre spese eccessive e ai molti lavori di riparazione dicui avevano continuamente bisogno le campagne.

- Abbiamo avuto un'altra bella bussata! - diceva ogni voltaentrando.

La nebbia aveva distrutto sul nascere le olivea Due Riviere;oppure la fillossera i vigneti dello Sperone. Bisognava piantarevitigni americaniresistenti al male. E dunquealtri debiti. Poi ilconsiglio di vendere lo Speroneper liberarsi dagli strozzinichelo assediavano. E così prima fu venduto lo Speronepoi DueRivierepoi San Rocchino. Restavano le case e il podere della Stiacol molino. Mia madre s'aspettava ch'egli un giorno venisse a dire ch'eraseccata la sorgiva.

Noi fummoè veroscioperatie spendevamo senza misura; ma è anchevero che un ladro più ladro di Batta Malagna non nascerà mai più su lafaccia della terra. E' il meno che io possa dirgliin considerazionedella parentela che fui costretto a contrarre con lui.

Egli ebbe l'arte di non farci mancare mai nullafinché visse miamadre. Ma quell'agiatezzaquella libertà fino al capricciodi cui cilasciava godereserviva a nascondere l'abisso che poimorta mia madreingojò me solo; giacché mio fratello ebbe la ventura di contrarre atempo un matrimonio vantaggioso.

Il mio matrimonioinvece...

- Bisognerà pure che ne parliehdon Eligiodel mio matrimonio?

Arrampicato làsu la sua scala da lampionajodon EligioPellegrinotto mi risponde:

- E come no? Sicuro. Pulitamente...

- Ma che pulitamente! Voi sapete bene che...

Don Eligio ridee tutta la chiesetta sconsacrata con lui. Poi miconsiglia:

- S'io fossi in voisignor Pascalvorrei prima leggermi qualchenovella del Boccaccio o del Bandello. Per il tonoper il tono...

Ce l'ha col tonodon Eligio. Auff! Io butto giù come vien viene.

Coraggiodunque; avanti!

 

IV

Fu così

Un giornoa cacciami fermaistranamente impressionatoinnanzi a unpagliajo nano e panciutoche aveva un pentolino in cima allo stollo.

- Ti conosco- gli dicevo- ti conosco...

Poia un trattoesclamai:

- To'! Batta Malagna.

Presi un tridentech'era lì per terrae glielo infissi nel pancionecon tanta voluttàche il pentolino in cima allo stollo per poco noncadde. Ed ecco Batta Malagnaquandosudato e sbuffanteportava ilcappello su le ventitré.

Scivolava tutto: gli scivolavano nel lungo faccione di qua e di làlesopracciglia e gli occhi; gli scivolava il naso su i baffi melensi e sulpizzo; gli scivolavano dall'attaccatura del collo le spalle; gli scivolavail pancione languidoenormequasi fino a terraperchédatal'imminenza di esso su le gambette tozzeil sartoper vestirgli quellegambetteera costretto a tagliargli quanto mai agiati i calzoni;cosicchéda lontanopareva che indossasse invecebassa bassaunavestee che la pancia gli arrivasse fino a terra.

Ora comecon una faccia e con un corpo così fattiMalagna potesseesser tanto ladroio non so. Anche i ladri m'immaginodebbono avere unacerta impostaturach'egli mi pareva non avesse. Andava pianocon quellasua pancia pendentesempre con le mani dietro la schienae tirava fuoricon tanta fatica quella sua voce mollemiagolante! Mi piacerebbe saperecom'egli li ragionasse con la sua propria coscienza i furti che dicontinuo perpetrava a nostro danno. Non avendonecome ho dettoalcunbisognouna ragione a se stessouna scusadoveva pur darla. Forseiodicorubava per distrarsi in qualche modopover'uomo.

Doveva essere infattientro di sétremendamente afflitto da una diquelle mogli che si fanno rispettare.

Aveva commesso l'errore di scegliersi la moglie d'un paraggio superioreal suoch'era molto basso. Or questa donnasposata a un uomo dicondizione pari alla suanon sarebbe stata forse così fastidiosa com'eracon luia cui naturalmente doveva dimostrarea ogni minima occasionech'ella nasceva bene e che a casa sua si faceva così e così. Ed ecco ilMalagnaobbedientefar così e cosìcome diceva lei - per parere unsignore anche lui. - Ma gli costava tanto! Sudava sempresudava.

Per giuntala signora Guendalina poco dopo il matrimoniosi ammalòd'un male di cui non poté più guariregiacchéper guarirneavrebbedovuto fare un sacrifizio superiore alle sue forze: privarsi nientemeno dicerti pasticcini coi tartufiche le piacevano tantoe di simili altregoleriee ancheanzi soprattuttodel vino. Non che ne bevesse molto;sfido! nasceva bene: ma non avrebbe dovuto berne neppure un ditoecco.

Io e Bertogiovinettieravamo qualche volta invitati a pranzo dalMalagna. Era uno spasso sentirgli farecoi dovuti riguardiuna predicaalla moglie su la continenzamentre lui mangiavadivorava con tantavoluttà i cibi più succulenti:

- Non ammetto- diceva- che per il momentaneo piacere che prova lagola al passaggio d'un bocconeper esempiocome questo - (e giù ilboccone) - si debba poi star male un'intera giornata. Che sugo c'è?Io son certo che me ne sentireidopoprofondamente avvilito. Rosina! - (chiamavala serva) - Dammene ancora un po'. Buonaquesta salsa majonese!

- Majonese! - scattava allora la moglie inviperita. - Bastacosì! Guardail Signore dovrebbe farti provare che cosa vuol dire starmale di stomaco. Impareresti ad aver considerazione per tua moglie.

- ComeGuendalina! Non ne ho? - esclamava Malagnamentre si versavaun po' di vino.

La moglieper tutta rispostasi levava da sederegli toglieva dallemani il bicchiere e andava a buttare il vino dalla finestra.

- E perché? - gemeva quellorestando.

E la moglie:

- Perché per me è veleno! Me ne vedi versare un dito nel bicchiere?Toglimeloe va' a buttarlo dalla finestracome ho fatto iocapisci?

Malagna guardavamortificatosorridenteun po' Bertoun po' meunpo' la finestraun po' il bicchiere; poi diceva:

- Oh Dioe che sei forse una bambina? Iocon la violenza? Ma nocara: tuda tecon la ragione dovresti importelo il freno...

- E come? - gridava la moglie. - Con la tentazione sotto gli occhi?vedendo te che ne bevi tanto e te l'assapori e te lo guardi controlumeper farmi dispetto? Va' làti dico! Se fossi un altro maritoper nonfarmi soffrire...

EbbeneMalagna arrivò fino a questo: non bevve più vinoper dareesempio di continenza alla mogliee per non farla soffrire.

Poi - rubava... Eh sfido! Qualche cosa bisognava pur che facesse.

Se non chepoco dopovenne a sapere che la signora Guendalina se lobeveva di nascostoleiil vino. Come seper non farle malepotessebastare che il marito non se ne accorgesse. E allora anche luiMalagnariprese a berema fuor di casaper non mortificare la moglie.

Seguitò tuttavia a rubareè vero. Ma io so ch'egli desiderava contutto il cuore dalla moglie un certo compenso alle afflizioni senza fineche gli procurava; desiderava cioè che ella un bel giorno si fosse riso-luta a mettergli al mondo un figliuolo. Ecco! Il furto allora avrebbeavuto uno scopouna scusa. Che non si fa per il bene dei figliuoli?

La moglie però deperiva di giorno in giornoe Malagna non osavaneppure di esprimerle questo suo ardentissimo desiderio. Forse ella eraanche steriledi natura. Bisognava aver tanti riguardi per quel suo male.Che se poi fosse morta di partoDio liberi?... E poi c'era anche ilrischio che non portasse a compimento il figliuolo.

Così si rassegnava.

Era sincero? Non lo dimostrò abbastanza alla morte della signoraGuendalina. La pianseoh la pianse moltoe sempre la ricordò con unadevozione così rispettosa cheal posto di leinon volle più mettereun'altra signora - che! che! - e lo avrebbe potuto benericco come giàs'era fatto; ma prese la figlia d'un fattore di campagnasanafloridarobusta e allegra; e così unicamente perché non potesse esser dubbio chene avrebbe avuto la prole desiderata. Se si affrettò un po' troppovia... bisogna pur considerare che non era più un giovanotto e tempo daperdere non ne aveva.

Olivafiglia di Pietro Salvoninostro fattore a Due Riviereio la conoscevo beneda ragazza.

Per cagion suaquante speranze non feci concepire alla mamma: ch'iostessi cioè per metter senno e prender gusto alla campagna. Non capivapiù nei pannidalla consolazionepoveretta! Ma un giorno la terribilezia Scolastica le aprì gli occhi:

- E non vediscioccache va sempre a Due Riviere?

- Sìper il raccolto delle olive.

- D'un'olivad'un'olivad'un'oliva solabietolona!

La mamma allora mi fece una ramanzina coi fiocchi: che mi guardassibene dal commettere il peccato mortale d'indurre in tentazione e diperdere per sempre una povera ragazzaecc.ecc.

Ma non c'era pericolo. Oliva era onestadi una onestà incrollabileperché radicata nella coscienza del male che si sarebbe fattocedendo.Questa coscienza appunto le toglieva tutte quelle insulse timidezze de'finti pudorie la rendeva ardita e sciolta.

Come rideva! Due ciriegele labbra. E che denti!

Mada quelle labbraneppure un bacio; dai dentisìqualche morsoper castigoquand'io la afferravo per le braccia e non volevo lasciarlase prima non le allungavo un bacio almeno su i capelli.

Nient'altro.

Oracosì bellacosì giovane e frescamoglie di Batta Malagna...Mah! Chi ha il coraggio di voltar le spalle a certe fortune? Eppure Olivasapeva bene come il Malagna fosse diventato ricco! Me ne diceva tantomaleun giornopoiper questa ricchezza appuntolo sposò.

Passa intanto un anno dalle nozze; ne passano due; e niente figliuoli.

Malagnaentrato da tanto tempo nella convinzione che non ne avevaavuti dalla prima moglie solo per la sterilità o per la infermitàcontinua di questanon concepiva ora neppur lontanamente il sospetto chepotesse dipender da lui. E cominciò a mostrare il broncio a Oliva.

- Niente?

- Niente.

Aspettò ancora un annoil terzo: invano. Allora prese a rimbrottarlaapertamente; e in finedopo un altro annoormai disperando per sempreal colmo dell'esasperazionesi mise a malmenarla senza alcun ritegno;gridandole in faccia che con quella apparente floridezza ella lo avevaingannatoingannatoingannato; che soltanto per aver da lei un figliuoloegli l'aveva innalzata fino a quel postogià tenuto da una signoradauna vera signoraalla cui memoriase non fosse stato per questononavrebbe fatto mai un tale affronto.

La povera Oliva non rispondevanon sapeva che dire; veniva spesso acasa nostra per sfogarsi con mia madreche la confortava con buone parolea sperare ancorapoiché infine era giovanetanto giovane:

- Vent'anni?

- Ventidue...

E dunquevia! S'era dato più d'un caso d'aver figliuoli anche dopodiecianche dopo quindici anni dal giorno delle nozze.

- Quindici? Mae lui? Lui era già vecchio; e se...

A Oliva era nato fin dal primo anno il sospetto cheviatra lui e lei- come dire? - la mancanza potesse più esser di lui che suanon ostanteche egli si ostinasse a dir di no. Ma se ne poteva far la prova? Olivasposandoaveva giurato a se stessa di mantenersi onestae non volevaneanche per riacquistar la pacevenir meno al giuramento.

Come le so io queste cose? Oh bellacome le so!... Ho pur detto cheella veniva a sfogarsi a casa nostra; ho detto che la conoscevo daragazza; ora la vedevo piangere per l'indegno modo d'agire e la stupida eprovocante presunzione di quel laido vecchiaccioe... debbo proprio dirtutto? Del restofu no; e dunque basta.

Me ne consolai presto. Avevo allorao credevo d'avere (ch'è lostesso) tante cose per il capo. Avevo anche quattriniche - oltre alresto - forniscono pure certe ideele quali senza di essi non siavrebbero. Mi ajutava però maledettamente a spenderli Gerolamo II Pominoche non ne era mai provvisto abbastanzaper la saggia parsimonia paterna.

Mino era come l'ombra nostra; a turnomia e di Berto; e cangiava conmeravigliosa facoltà scimmiescasecondo che praticava con Berto o conme. Quando s'appiccicava a Bertodiventava subito un damerino; e il padreallorache aveva anche lui velleità d'eleganzaapriva un po' la boccaal sacchetto. Ma con Berto ci durava poco. Nel vedersi imitato financhenel modo di camminaremio fratello perdeva subito la pazienzaforse perpaura del ridicoloe lo bistrattava fino a cavarselo di torno. Minoallora tornava ad appiccicarsi a me; e il padre a stringer la bocca alsacchetto.

Io avevo con lui più pazienzaperché volentieri pigliavo agodermelo. Poi me ne pentivo. Riconoscevo d'aver ecceduto per causa sua inqualche impresao sforzato la mia natura o esagerato la dimostrazione de'miei sentimenti per il gusto di stordirlo o di cacciarlo in qualcheimpicciodi cui naturalmente soffrivo anch'io le conseguenze.

Ora Minoun giornoa cacciaa proposito del Malagnadi cui gliavevo raccontato le prodezze con la mogliemi disse che aveva adocchiatouna ragazzafiglia d'una cugina del Malagna appuntoper la quale avrebbecommesso volentieri qualche grossa bestialità. Ne era capace; tanto piùche la ragazza non pareva restìa; ma egli non aveva avuto modo finoraneppur di parlarle.

- Non ne avrai avuto il coraggiova' là! - dissi io ridendo.

Mino negò; ma arrossì tropponegando.

- Ho parlato però con la serva- s'affrettò a soggiungermi. - E n'hosaputo di bellesai? M'ha detto che il tuo Malanno lo han lìsempre per casae checosì all'ariale sembra che mediti qualchebrutto tirod'accordo con la cuginache è una vecchia strega.

- Che tiro?

- Mahdice che va lì a piangere la sua sciagura di non averfigliuoli. La vecchiaduraarcignagli risponde che gli sta bene. Pareche essaalla morte della prima moglie del Malagnasi fosse messo incapo di fargli sposare la propria figliuola e si fosse adoperata in tuttii modi per riuscirvi; che poidisillusan'abbia detto di tutti i coloriall'indirizzo di quel bestionenemico dei parentitraditore del propriosangueecc.ecc.e che se la sia presa anche con la figliuola che nonaveva saputo attirare a sé lo zio. Orainfineche il vecchio sidimostra tanto pentito di non aver fatto lieta la nipotechi saqual'altra perfida idea quella strega può aver concepito.

Mi turai gli orecchi con le manigridando a Mino:

- Sta' zitto!

Apparentementeno; ma in fondo ero pur tanto ingenuoin quel tempo.Tuttavia - avendo notizia delle scene ch'erano avvenute e avvenivano incasa Malagna - pensai che il sospetto di quella serva potesse in qualchemodo esser fondatoe volli tentareper il bene d'Olivase mi fosseriuscito d'appurare qualche cosa. Mi feci dare da Mino il recapito diquella strega. Mino mi si raccomandò per la ragazza.

- Non dubitare- gli risposi. - La lascio a teche diamine!

E il giorno dopocon la scusa d'una cambialedi cui per combinazionequella mattina stessa avevo saputo dalla mamma la scadenza in giornataandai a scovar Malagna in casa della vedova Pescatore.

Avevo corso appostae mi precipitai dentro tutto accaldato e insudore.

- Malagnala cambiale!

Se già non avessi saputo ch'egli non aveva la coscienza pulitame nesarei accorto senza dubbio quel giorno vedendolo balzare in piedi pallidoscontraffattobalbettando:

- Che... che cam...che cambiale?

- La cambiale così e cosìche scade oggi... Mi manda la mammachen'è tanto impensierita!

Batta Malagna cadde a sedereesalando in un ah interminabiletutto lo spavento che per un istante lo aveva oppresso.

- Ma fatto!... tutto fatto!... Perbaccoche soprassalto... L'horinnovataeh? a tre mesipagando i fruttis'intende. Ti sei davverofatta codesta corsa per così poco?

E riserisefacendo sobbalzare il pancione; m'invitò a sedere; mipresentò alle donne.

- Mattia Pascal. Marianna Dondivedova Pescatoremia cugina. Romildamia nipote.

Volle cheper rassettarmi dalla corsabevessi qualcosa.

- Romildase non ti dispiace...

Come se fosse a casa sua.

Romilda si alzòguardando la madreper consigliarsi con gli occhi dileie poco doponon ostanti le mie protestetornò con un piccolovassojo su cui era un bicchiere e una bottiglia di vermouth. Subitoaquella vistala madre si alzò indispettitadicendo alla figlia:

- Ma no! ma no! Da' qua!

Le tolse il vassojo dalle mani e uscì per rientrare poco dopo con unaltro vassojo di laccanuovo fiammanteche reggeva una magnificarosoliera: un elefante inargentatocon una botte di vetro sul gropponeetanti bicchierini appesi tutt'intornoche tintinnivano.

Avrei preferito il vermouth. Bevvi il rosolio. Ne bevvero anche ilMalagna e la madre. Romildano.

Mi trattenni pocoquella prima voltaper avere una scusa a tornare:dissi che mi premeva di rassicurar la mamma intorno a quella cambialeeche sarei venuto di lì a qualche giorno a goder con più agio dellacompagnia delle signore.

Non mi parvedall'aria con cui mi salutòche Marianna DondivedovaPescatoreaccogliesse con molto piacere l'annunzio d'una mia secondavisita: mi porse appena la mano: gelida manoseccanodosagialliccia; eabbassò gli occhi e strinse le labbra. Mi compensò la figlia con unsimpatico sorriso che prometteva cordiale accoglienzae con uno sguardodolce e mesto a un tempodi quegli occhi che mi fecero fin dal primovederla una così forte impressione: occhi d'uno strano color verdecupiintensiombreggiati da lunghissime ciglia; occhi notturnitra due bandedi capelli neri come l'ebanoondulatiche le scendevano su la fronte esu le tempiequasi a far meglio risaltare la viva bianchezza de la pelle.

La casa era modesta; ma già tra i vecchi mobili si notavano parecchinuovi venutipretensiosi e goffi nell'ostentazione della loro novitàtroppo appariscente: due grandi lumi di majolicaper esempioancoraintattidai globi di vetro smerigliatodi strana foggiasuun'umilissima mensola dal piano di marmo ingiallitoche reggeva unospecchio tetro in una cornice tondaqua e là scrostatala quale parevasi aprisse nella stanza come uno sbadiglio d'affamato. C'era poidavantial divanuccio sgangheratoun tavolinetto con le quattro zampe dorate e ilpiano di porcellana dipinto di vivacissimi colori; poi uno stipetto amurodi lacca giapponeseecc.ecc.e su questi oggetti nuovi gli occhidi Malagna si fermavano con evidente compiacenzacome già su larosoliera recata in trionfo dalla cugina vedova Pescatore.

Le pareti della stanza eran quasi tutte tappezzate di vecchie e nonbrutte stampedi cui il Malagna volle farmi ammirare qualcunadicendomich'erano opera di Francesco Antonio Pescatoresuo cuginovalentissimoincisore (morto pazzoa Torino- aggiunse piano)del quale volle anchemostrarmi il ritratto.

- Eseguito con le proprie manida sédavanti allo specchio.

Ora ioguardando Romilda e poi la madreavevo poc'anzi pensato:" Somiglierà al padre! ". Adessodi fronte al ritratto diquestonon sapevo più che pensare.

Non voglio arrischiare supposizioni oltraggiose. Stimoè veroMarianna Dondivedova Pescatorecapace di tutto; ma come immaginare unuomoe per giunta bellocapace d'essersi innamorato di lei? Tranne chenon fosse stato un pazzo più pazzo del marito.

Riferii a Mino le impressioni di quella prima visita. Gli parlai diRomilda con tal calore d'ammirazionech'egli subito se ne accesefelicissimo che anche a me fosse tanto piaciuta e d'aver la miaapprovazione.

Io allora gli domandai che intenzioni avesse: la madresìavevatutta l'aria d'essere una strega; ma la figliuolaci avrei giuratoeraonesta. Nessun dubbio su le mire infami del Malagna; bisognava dunqueaogni costoal più prestosalvare la ragazza.

- E come? - mi domandò Pominoche pendeva affascinato dalle mielabbra.

- Come? Vedremo. Bisognerà prima di tutto accertarsi di tante cose;andare in fondo; studiar bene. Capirainon si può mica prendere unarisoluzione così su due piedi. Lascia fare a me: t'ajuterò. Codestaavventura mi piace.

- Eh... ma... - obbiettò allora Pominotimidamentecominciando asentirsi sulle spine nel vedermi così infatuato. - Tu diresti forse...sposarla?

- Non dico nullaioper adesso. Hai pauraforse?

- Noperché?

- Perché ti vedo correre troppo. Piano pianoe rifletti. Se veniamo aconoscere ch'ella è davvero come dovrebbe essere: buonasaggiavirtuosa(bella ènon c'è dubbioe ti piacenon è vero?) - oh! poniamo orache veramente ella sia espostaper la nequizia della madre e diquell'altra canagliaa un pericolo gravissimoa uno scempioa unmercato infame: proveresti ritegno innanzi a un atto meritorioa un'operasantadi salvazione?

- Io no... no! - fece Pomino. - Ma... mio padre?

- S'opporrebbe? Per qual ragione? Per la doteè vero? Non per altro!Perché ellasai? è figlia d'un artistad'un valentissimo incisoremorto... sìmorto beneinsommaa Torino... Ma tuo padre è riccoenon ha che te solo: ti può dunque contentaresenza badare alla dote! Chese poicon le buonenon riesci a vincerloniente paura: un bel volo dalnidoe s'aggiusta ogni cosa. Pominohai il cuore di stoppa?

Pomino risee io allora gli dimostrai quattro e quattr'otto che egliera nato maritocome si nasce poeta. Gli descrissi a vivi coloriseducentissimila felicità della vita coniugale con la sua Romilda;l'affettole curela gratitudine ch'ella avrebbe avuto per luisuosalvatore. Eper concludere:

- Tu ora- gli dissi- devi trovare il modo e la maniera di fartinotare da lei e di parlarle o di scriverle. Vediin questo momentoforseuna tua lettera potrebbe essere per leiassediata da quel ragnoun'àncora di salvezza. Io intanto frequenterò la casa; starò a vedere;cercherò di cogliere l'occasione di presentarti. Siamo intesi?

- Intesi.

Perché mostravo tanta smania di maritar Romilda? - Per niente. Ripeto:per il gusto di stordire Pomino. Parlavo e parlavoe tutte le difficoltàsparivano. Ero impetuosoe prendevo tutto alla leggera. Forse per questoallorale donne mi amavanonon ostante quel mio occhio un po'sbalestrato e il mio corpo da pezzo da catasta. Questa voltaperò-debbo dirlo - la mia foga proveniva anche dal desiderio di sfondare latrista ragna ordita da quel laido vecchioe farlo restare con un palmo dinaso; dal pensiero della povera Oliva; e anche - perché no? - dallasperanza di fare un bene a quella ragazza che veramente mi aveva fatto unagrande impressione.

Che colpa ho io se Pomino eseguì con troppa timidezza le mieprescrizioni? che colpa ho io se Romildainvece d'innamorarsi di Pominos'innamorò di meche pur le parlavo sempre di lui? che colpainfinesela perfidia di Marianna Dondivedova Pescatoregiunse fino a farmicredere ch'io con la mia artein poco tempofossi riuscito a vincere ladiffidenza di lei e a fare anche un miracolo: quello di farla ridere piùd'una voltacon le mie uscite balzane? Le vidi a poco a poco ceder learmi; mi vidi accolto bene; pensai checon un giovanotto lì per casaricco (io mi credevo ancora ricco) e che dava non dubbii segni di essereinnamorato della figliaella avesse finalmente smesso la sua iniqua idease pure le fosse mai passata per il capo. Ecco: ero giunto finalmente adubitarne!

Avrei dovutoè verobadare al fatto che non m'era più avvenutod'incontrarmi col Malagna in casa di leie che poteva non esser senzaragione ch'ella mi ricevesse soltanto di mattina. Ma chi ci badava? Eradel restonaturalepoiché io ogni voltaper aver maggior libertàproponevo gite in campagnache si fanno più volentieri di mattina. Miero poi innamorato anch'io di Romildapur seguitando sempre a parlarledell'amore di Pomino; innamorato come un matto di quegli occhi bellidiquel nasinodi quella boccadi tuttofinanche d'un piccolo porroch'ella aveva sulla nucama finanche d'una cicatrice quasi invisibile inuna manoche le baciavo e le baciavo e le baciavo... per conto di Pominoperdutamente.

Eppureforsenon sarebbe accaduto nulla di gravese una mattinaRomilda (eravamo alla Stìa e avevamo lasciato la madre ad ammirareil molino)tutt'a un trattosmettendo lo scherzo troppo ormai prolungatosul suo timido amante lontanonon avesse avuto un'improvvisa convulsionedi pianto e non m'avesse buttato le braccia al colloscongiurandomi tuttatremante che avessi pietà di lei; me la togliessi comunquepurché vialontanolontano dalla sua casalontano da quella sua madracciada tuttisubitosubitosubito...

Lontano? Come potevo così subito condurla via lontano?

Doposìper parecchi giorniancora ebbro di leicercai il modorisoluto a tuttoonestamente. E già cominciavo a predisporre mia madrealla notizia del mio prossimo matrimonioormai inevitabileper debito dicoscienzaquandosenza saper perchémi vidi arrivare una lettera seccasecca di Romildache mi diceva di non occuparmi più di lei in alcun modoe di non recarmi mai più in casa suaconsiderando come finita per semprela nostra relazione.

Ah sì? E come? Che era avvenuto?

Lo stesso giorno Oliva corse piangendo in casa nostra ad annunziarealla mamma ch'ella era la donna più infelice di questo mondoche la pacedella sua casa era per sempre distrutta. Il suo uomo era riuscito a far laprova che non mancava per lui aver figliuoli; era venuto adannunziarglielotrionfante.

Ero presente a questa scena. Come abbia fatto a frenarmi lì per lìnon so. Mi trattenne il rispetto per la mamma. Soffocato dall'iradallanauseascappai a chiudermi in camerae solocon le mani tra i capellicominciai a domandarmi come mai Romildadopo quanto era avvenuto fra noisi fosse potuta prestare a tanta ignominia! Ahdegna figlia della madre!Non il vecchio soltanto avevano entrambe vilissimamente ingannatomaanche meanche me! Ecome la madreanche lei dunque si era servita dimevituperosamenteper il suo fine infameper la sua ladra voglia! Equella povera Olivaintanto! Rovinatarovinata...

Prima di sera usciiancor tutto frementediretto alla casa d'Oliva.Avevo con mein tascala lettera di Romilda.

Olivain lagrimeraccoglieva le sue robe: voleva tornare dal suobabboa cui finoraper prudenzanon aveva fatto neppure un cenno diquanto le era toccato a soffrire.

- Maormaiche sto più a farci? - mi disse. - E' finita! Se si fossealmeno messo con qualche altraforse...

- Ah tu sai dunque- le domandai- con chi s'è messo ?

Chinò più volte il capotra i singhiozzie si nascose la faccia trale mani.

- Una ragazza! - esclamò poilevando le braccia. E la madre! lamadre! la madre! D'accordocapisci? La propria madre!

- Lo dici a me? - feci io. - Tieni: leggi.

E le porsi la lettera.

Oliva la guardòcome stordita; la prese e mi do mandò:

- Che vuol dire?

Sapeva leggere appena. Con lo sguardo mi chiese se fosse proprionecessario ch'ella facesse quello sforzoin quel momento.

- Leggi- insistetti io.

E allora ella si asciugò gli occhispiegò il foglio e si mise ainterpretar la scritturapian pianosillabando. Dopo le prime parolecorse con gli occhi alla firmae mi guardòsgranando gli occhi:

- Tu?

- Da' qua- le dissi- te la leggo ioper intero.

Ma ella si strinse la carta contro il seno:

- No! - gridò. - Non te la do più! Questa ora mi serve!

- E a che potrebbe servirti? - le domandaisorridendo amaramente. -Vorresti mostrargliela? Ma in tutta codesta lettera non c'è una parolaper cui tuo marito potrebbe non credere più a ciò che egli invece èfelicissimo di credere. Te l'hanno accalappiato beneva' là!

- Ahè vero! è vero! - gemette Oliva. - Mi è venuto con le mani infacciagridandomi che mi fossi guardata bene dal metter in dubbiol'onorabilità di sua nipote!

- E dunque? - dissi ioridendo acre. - Vedi? Tu non puoi più ottenernulla negando. Te ne devi guardar bene! Devi anzi dirgli di sìche èveroverissimo ch'egli può aver figliuoli... comprendi?

Ora perché maicirca un mese dopoMalagna picchiòfuribondolamoglieecon la schiuma ancora alla boccasi precipitò in casa miagridando che esigeva subito una riparazione perché io gli avevodisonoratarovinata una nipoteuna povera orfana? Soggiunse cheper nonfare uno scandaloegli avrebbe voluto tacere. Per pietà di quellapoverettanon avendo egli figliuoliaveva anzi risoluto di tenersiquella creaturaquando sarebbe natacome sua. Ma ora che Dio finalmentegli aveva voluto dare la consolazione d'aver un figliuolo legittimoluidalla propria moglienon potevanon poteva piùin coscienzafare anche da padre a quell'altro che sarebbe nato da sua nipote.

- Mattia provveda! Mattia ripari! - conclusecongestionato dal furore.- E subito! Mi si obbedisca subito! E non mi si costringa a dire di piùo a fare qualche sproposito!

Ragioniamo un po'arrivati a questo punto. Io n'ho viste di tutti icolori. Passare anche per imbecille o per... peggionon sarebbeinfondoper meun gran guajo. Già - ripeto - son come fuori della vitaenon m'importa più di nulla. Se dunquearrivato a questo puntovoglioragionareè soltanto per la logica.

Mi sembra evidente che Romilda non ha dovuto far nulla di malealmenoper indurre in inganno lo zio. Altrimentiperché Malagna avrebbe subitoa suon di busse rinfacciato alla moglie il tradimento e incolpato mepresso mia madre d'aver recato oltraggio alla nipote?

Romilda infatti sostiene chepoco dopo quella nostra gita alla Stìasua madreavendo ricevuto da lei la confessione dell'amore che ormai lalegava a me indissolubilmentemontata su tutte le furiele aveva gridatoin faccia che mai e poi mai avrebbe acconsentito a farle sposare unoscioperatogià quasi all'orlo del precipizio. Orapoiché da séellaaveva recato a se stessa il peggior male che a una fanciulla possacapitarenon restava più a leimadre previdenteche di trarre daquesto male il miglior partito. Quale fosseera facile intendere. Venutoal- l'ora solitail Malagnaella andò viacon una scusae la lasciòsola con lo zio. E alloraleiRomildapiangendo - dice - a caldelagrimesi gittò ai piedi di luigli fece intendere la sua sciagura eciò che la madre avrebbe preteso da lei; lo pregò d'interporsid'indurre la madre a più onesti consiglipoiché ella era già d'unaltroa cui voleva serbarsi fedele.

Malagna s'intenerì - ma fino a un certo segno. Le disse che ella eraancor minorennee perciò sotto la potestà della madrela qualevolendoavrebbe potuto anche agire contro di megiudiziariamente; cheanche luiin coscienzanon avrebbe saputo approvare un matrimonio con undiscolo della mia forzasciupone e senza cervelloe che non avrebbepotuto perciò consigliarlo alla madre; le disse che al giusto e naturalesdegno materno bisognava che lei sacrificasse pure qualche cosachesarebbe poi statadel restola sua fortuna; e concluse che egli nonavrebbe potuto infine far altro che provvedere - a patto però che sifosse serbato con tutti il massimo segreto - provvedere al nasciturofargli da padreeccogiacché egli non aveva figliuoli e ne desideravatanto e da tanto tempo uno.

Si può essere - domando io - più onesti di così?

Ecco qua: tutto quello che aveva rubato al padre egli lo avrebberimesso al figliuolo nascituro.

Che colpa ha luise io- poi- ingrato e sconoscenteandai aguastargli le uova nel paniere?

Dueno! ehduenoperbacco!

Gli parvero troppiforse perché avendo già Robertocom'ho dettocontratto un matrimonio vantaggiosostimò che non lo avesse danneggiatotantoda dover rendere anche per lui.

In conclusionesi vede che - capitato in mezzo a così brava gente -tutto il male lo avevo fatto io. E dovevo dunque scontarlo.

Mi ricusai dapprimasdegnosamente. Poiper le preghiere di mia madreche già vedeva la rovina della nostra casa e sperava ch'io potessi inqualche modo salvarmisposando la nipote di quel suo nemicocedetti esposai.

Mi pendevatremendasul capo l'ira di Marianna DondivedovaPescatore.

 

 

Maturazione

La strega non si sapeva dar pace:

- Che hai concluso? - mi domandava. - Non t'era bastatodi'essertiintrodotto in casa mia come un ladro per insidiarmi la figliuola erovinarmela? Non t'era bastato?

- Eh nocara suocera! - le rispondevo. - Perchése mi fossiarrestato lì vi avrei fatto un piacerereso un servizio...

- Lo senti? - strillava allora alla figlia. - Si vantaosa vantarsiper giunta della bella prodezza che è andato a commettere c quella... - equi una filza di laide parole all'indirizzo di Oliva; poiarrovesciandole mani su i fianchiappuntando le gomita davanti: - Ma che hai concluso?Non hai rovinato anche tuo figliocosì? Ma giàa luicheglien'importa? E' suo anche quelloè suo...

Non mancava mai di schizzare in fine questo velenosapendo la virtùch'esso aveva sull'animo di Romildagelosa di quel figlio che sarebbenato a Olivatra gli agi e in letizia; mentre il suonell'angustianell'incertezza del domanie fra tutta quella guerra. Le facevanocrescere questa gelosia anche le notizie che qualche buona donnafingendodi non saper nullaveniva a recarle della zia Malagnach'era cosìcontentacosì felice della grazia che Dio finalmente aveva volutoconcederle: ahsi era fatta un fiore; non era stata mai così bella eprosperosa!

E leiintantoecco: buttata lì su una poltronarivoltata dacontinue nausee; pallidadisfattaimbruttitasenza più un momento dibenesenza più voglia neanche di parlare o d'aprir gli occhi.

Colpa mia anche questa? Pareva di sì. Non mi poteva più né vederené sentire. E fu peggioquando per salvare il podere della Stìacol molinosi dovettero vendere le casee la povera mamma fu costretta aentrar nell'inferno di casa mia.

Giàquella vendita non giovò a nulla. Il Malagnacon quel figlionascituroche lo abilitava ormai a non aver più né ritegno néscrupolofece l'ultima: si mise d'accordo con gli strozzinie compròluisenza figurarele caseper pochi bajocchi. I debiti che gravavanosu la Stìa restarono così per la maggior parte scoperti e ilpodere insieme col molino fu messo dai creditori sotto amministrazionegiudiziaria. E fummo liquidati.

Che fare ormai? Mi misima quasi senza speranzain cerca diun'occupazione qual si fosseper provvedere ai bisogni più urgenti dellafamiglia. Ero inetto a tutto; e la fama che m'ero fatta con le mie impresegiovanili e con la mia scioperataggine non invogliava certo nessuno adarmi da lavorare. Le scene poia cui giornalmente mi toccava d'assisteree di prender parte in casa mia mi toglievano quella calma che miabbisognava per raccogliermi un po' a considerareciò che avrei potuto esaputo fare.

Mi cagionava un vero e proprio ribrezzo il veder mia madrelì incontatto con la vedova Pescatore. La santa vecchietta mianon piùignarama agli occhi miei irresponsabile de' suoi tortidipesi dal nonaver saputo credere fino a tanto alla nequizia degli uominise ne stavatutta ristretta in sécon le mani in grembogli occhi bassiseduta inun cantuccioma come se non fosse ben sicura di poterci starelì a quelposto; come se fosse sempre in attesa di partiredi partire tra poco - seDio voleva! E non dava fastidio neanche all'aria. Sorrideva ogni tanto aRomildapietosamente; non osava più di accostarsele; perchéuna voltapochi giorni dopo la sua entrata in casa nostraessendo accorsa aprestarle ajutoera stata sgarbatamente allontanata da quella strega.

- Faccio iofaccio io; so quel che debbo fare.

Per prudenzaavendo Romilda veramente bisogno d'ajuto in quel momentom'ero stato zitto; ma spiavo perché nessuno le mancasse di rispetto.

M'accorgevo intanto che questa guardia ch'io facevo a mia madreirritava sordamente la strega e anche mia mogliee temevo chequand'ionon fossi in casaesseper sfogar la stizza e votarsi il cuore dellabilela maltrattassero. Sapevo di certo che la mamma non mi avrebbe dettomai nulla. E questo pensiero mi torturava. Quantequante volte non leguardai gli occhi per vedere se avesse pianto! Ella mi sorridevamicarezzava con lo sguardopoi mi domandava:

- Perché mi guardi così?

- Stai benemamma?

Mi faceva un atto appena appena con la mano e mi rispondeva:

- Bene; non vedi? Va' da tua moglieva'; soffrepoverina.

Pensai di scrivere a Robertoa Onegliaper dirgli che si prendesselui in casa la mammanon per togliermi un peso che avrei tanto volentierisopportato anche nelle ristrettezze in cui mi trovavoma per il bene dilei unicamente.

Berto mi rispose che non poteva; non poteva perché la sua condizionedi fronte alla famiglia della moglie e alla moglie stessa era penosissimadopo il nostro rovescio: egli viveva ormai su la dote della mogliee nonavrebbe dunque potuto imporre a questa anche il peso della suocera. Delrestola mamma - diceva - si sarebbe forse trovata male allo stesso modoin casa suaperché anche egli conviveva con la madre della mogliebuonadonnasìma che poteva diventar cattiva per le inevitabili gelosie egli attriti che nascono tra suocere. Era dunque meglio che la mammarimanesse a casa mia; se non altronon si sarebbe così allontanata negliultimi anni dal suo paese e non sarebbe stata costretta a cangiar vita eabitudini. Si dichiarava infine dolentissimo di non potereper tutte leconsiderazioni esposte più sùprestarmi un anche menomo soccorsopecuniariocome con tutto il cuore avrebbe voluto.

Io nascosi questa lettera alla mamma. Forse se l'animo esasperato inquel momento non mi avesse offuscato il giudizionon me ne sarei tantoindignato; avrei consideratoper esempiosecondo la natural disposizionedel mio spiritoche se un rosignolo dà via le penne della codapuòdire: mi resta il dono del canto; ma se le fate dar via a un pavonelepenne della codache gli resta? Rompere anche per poco l equilibrio cheforse gli costava tanto studiol'equilibrio per cui poteva viverepulitamente e fors'anche con una cert'aria di dignità alle spalle dellamogliesarebbe stato per Berto sacrifizio enormeuna perditairreparabile. Oltre alla bella presenzaalle garbate manierea quellasua impostatura d'elegante signorenon aveva più nullaluida darealla moglie neppure un briciolo di cuoreche forse l'avrebbe compensatadel fastidio che avrebbe potuto recarle la povera mamma mia. Mah! Diol'aveva fatto così; gliene aveva dato pochino pochinodi cuore. Chepoteva farcipovero Berto?

Intanto le angustie crescevano; e io non trovavo da porvi riparo. Furonvenduti gli ori della mammacari ricordi. La vedova Pescatoretemendoche io e mia madre fra poco dovessimo anche vivere sulla sua renditucciadotale di quarantadue lire mensilidiventava di giorno in giorno piùcupa e di più fosche maniere. Prevedevo da un momento all'altro unprorompimento del suo furorecontenuto ormai da troppo tempoforse perla presenza e per il contegno della mamma. Nel vedermi aggirar per casacome una mosca senza capoquella bufera di femmina mi lanciava certeocchiataccelampi forieri di tempesta. Uscivo per levar la corrente eimpedire la scarica. Ma poi temevo per la mammae rincasavo.

Un giornoperònon feci a tempo. La tempestamenteera scoppiatae per un futilissimo pretesto: per una visita delle due vecchie serve allamamma.

Una di essenon avendo potuto metter nulla da parteperché avevadovuto mantenere una figlia rimasta vedova con tre bambinis'era subitoallogata altrove a servire; ma l'altraMargheritasola al mondopiùfortunatapoteva ora riposar la sua vecchiajacol gruzzoletto raccoltoin tanti anni di servizio in casa nostra. Ora pare che con queste duebuone donnegià fidate compagne di tanti annila mamma si fosse pianpiano rammaricata di quel suo misero e amarissimo stato. Subito alloraMargheritala buona vecchierella che già l'aveva sospettato e non osavadirglielole aveva profferto d'andar via con leia casa sua: aveva duecamerette pulitecon un terrazzino che guardava il marepieno di fiori:sarebbero state insiemein pace: ohella sarebbe stata felice di poterlaancora serviredi poterle dimostrare ancora l'affetto e la devozione chesentiva per lei.

Ma poteva accettar mia madre la profferta di quella povera vecchia?Donde l'ira della vedova Pescatore.

Io la trovairincasandocon le pugna protese contro Margheritalaquale pur le teneva testa coraggiosamentementre la mammaspaventatacon le lagrime agli occhitutta tremantesi teneva aggrappata con ambole mani all'altra vecchiettacome per ripararsi.

Veder mia madre in quell'atteggiamento e perdere il lume degli occhi fututt'uno. Afferrai per un braccio la vedova Pescatore e la mandai aruzzolar lontano. Ella si rizzò in un lampo e mi venne incontropersaltarmi addosso; ma s'arrestò di fronte a me.

- Fuori! - mi gridò. - Tu e tua madrevia! Fuori di casa mia!

- Senti; - le dissi io alloracon la voce che mi tremava dal violentosforzo che facevo su me stessoper contenermi. - Senti: vattene via tuor oracon le tue gambee non cimentarmi più. Vattene; per il tuobene! vattene!

Romildapiangendo e gridandosi levò dalla poltrona e venne abuttarsi tra le braccia della madre:

- No! Tu con memamma! Non mi lasciarenon mi lasciare qua sola!

Ma quella degna madre la respinsefuribonda:

- L'hai voluto? tientelo oracodesto mal ladrone! Io vado sola!

Ma non se ne andò s'intende.

Due giorni dopomandata - suppongo - da Margheritavenne in granfuriaal solitozia Scolasticaper portarsi via con sé la mamma.

Questa scena merita di essere rappresentata.

La vedova Pescatore stava quella mattinaa fare il panesbracciatacon la gonnella tirata sù e arrotolata intorno alla vitaper nonsporcarsela. Si voltò appenavedendo entrare la zia e seguitò adabburattarecome se nulla fossa. La zia non ci fece caso; del restoellaera entrata senza salutar nessuno; diviata a mia madrecome se in quellacasa non ci fosse altri che lei.

- Subitovia vèstiti! Verrai con me. Mi fu sonata non so che campana.Eccomi qua. Viapresto! il fagottino!.

Parlava a scatti. Il naso aduncofieronella faccia brunaittericale fremevale si arricciava di tratto in trattoe gli occhi lesfavillavano.

La vedova Pescatorezitta.

Finito di abburattare; intrisa la farina e coagulatala in pastaoraessa la brandiva alta e la sbatteva forte appostasu la madia: rispondevacosì a quel che diceva la zia. Questaallorarincarò la dose. Equellasbattendo man mano più forte " Ma sì! - ma certo! - macome no? - ma sicuramente! " ; poicome se non bastasseandò aprendete il mattarello; e se lo pose lì accantosu la madiacome perdire: ci ho anche questo.

Non l'avesse mai fatto!- Zia Scolastica scattò in piedisi tolsefuriosamente lo scialletto che teneva su le spalle e lo lanciò a miamadre:

- Eccoti! lascia tutto. Via subito!

E andò a piantarsi di faccia alla vedova Pescatore. Questaper nonaverla così dinanzi a pettosi tirò un passo indietrominacciosacomevolesse brandire il matterello; e allora zia Scolasticapreso a due manidalla madia il grosso batuffolo della pastagliel'appiastrò sul capoglielo tirò giù su la faccia ea pugni chiusilà làlàsul nasosugli occhiin boccadove coglieva coglieva. Quindi afferrò per unbraccio mia madre e se la trascinò via.

Quel che seguì fu per me solo. La vedova Pescatoreruggendo dallarabbiasi strappò la pasta dalla facciadai capelli tuttiappiastricciatie venne a buttarla in faccia a meche ridevoridevo inuna specie di convulsione; m'afferrò la barbami sgraffiò tutto; poicome impazzitasi buttò per terra e cominciò a strapparsi le vestiaddossoa rotolarsia rotolarsifreneticasul pavimento; mia moglieintanto (sit venia verbo) receva di làtra acutissime stridamentr'io:

- Le gambe! le gambe! - gridavo alla vedova Pescatore per terra. - Nonmi mostrate le gambeper carità!

Posso dire che da allora ho fatto il gusto a ridere di tutte le miesciagure e d'ogni mio tormento. Mi vidiin quell'istanteattore d'unatragedia che più buffa non si sarebbe potuta immaginare: mia madrescappata viacosìcon quella matta; mia mogliedi làche...lasciamola stare!; Marianna Pescatore lì per terra; e ioio che nonavevo più panequel che si dice paneper il giorno appressoio con labarba tutta impastocchiatail viso sgraffiatogrondante non sapevoancora se di sangue o di lagrimeper il troppo ridere. Andai adaccertarmene allo specchio. Erano lagrime; ma ero anche sgraffiato bene.Ah quel mio occhioin quel momentoquanto mi piacque! Per disperatomis'era messo a guardare più che mai altrovealtrove per conto suo. Escappai viarisoluto a non rientrare in casase prima non avessi trovatocomunque da mantenereanche miseramentemia moglie e me.

Dal dispetto rabbioso che sentivo in quel momento per la sventatezzamia di tanti anniargomentavo però facilmente che la mia sciagura nonpoteva ispirare a nessunonon che compatimentoma neppur considerazione.Me l'ero ben meritata. Uno solo avrebbe potuto averne pietà: colui cheaveva fatto man bassa d'ogni nostro avere; ma figurarsi se Malagna potevapiù sentir l'obbligo di venirmi in soccorso dopo quanto era avvenuto trame e lui.

Il soccorsoinvecemi venne da chi meno avrei potuto aspettarmelo.

Rimasto tutto quel giorno fuori di casaverso seram'imbattei percombinazione in Pominochefingendo di non accorgersi di mevolevatirar via di lungo.

- Pomino!

Si volsetorbido in facciae si fermò con gli occhi bassi:

- Che vuoi?

- Pomino! - ripetei io più fortescotendolo per una spalla e ridendodi quella sua mutria. - Dici sul serio?

Ohingratitudine umana! Me ne volevaper giuntame ne volevaPominodel tradimento chea suo crederegli avevo fatto. Né mi riuscìdi convincerlo che il tradimento invece lo aveva fatto lui a mee cheavrebbe dovuto non solo ringraziarmima buttarsi anche a faccia perterraa baciare dove io ponevo i piedi.

Ero ancora com'ebbro di quella gajezza mala che si era impadronita dime da quando m'ero guardato allo specchio.

Vedi questi sgraffii? - gli dissia un certo punto. - Lei me li hafatti!

- Ro... cioètua moglie?

- Sua madre!

E gli narrai come e perché. Sorrisema parcamente. Forse pensò che alui non li avrebbe fattiquegli sgraffiila vedova Pescatore: era in benaltra condizione dalla miae aveva altra indole e altro cuorelui.

Mi venne allora la tentazione di domandargli perché dunqueseveramente n'era cosi addogliatonon l'aveva sposata luiRomildaatempomagari prendendo il volo con lacom'io gli avevo consigliatoprima cheper la sua ridicola timidezza o per la sua indecisionefossecapitata a me la disgrazia d'innamorarmene; e altroben altro avreivoluto dirglinell'orgasmo in cui mi trovavo; ma mi trattenni. Glidomandaiinveceporgendogli la manocon chi se la facessedi queigiorni.

- Con nessuno! - sospirò egli allora. - Con nessuno! Mi annojomiannojo mortalmente!

Dall'esasperazione con cui proferì queste parole mi parve d'intenderea un tratto la vera ragione per cui Pomino era così addogliato. Ecco qua:non tanto Romilda egli forse rimpiangevaquanto la compagnia che gli eravenuta a mancare; Berto non c'era più; con me non poteva più praticareperché c'era Romilda di mezzoe che restava più dunque da fare alpovero Pomino?

- Ammógliaticaro! - gli dissi. - Vedrai come si sta allegri!

Ma egli scosse il caposeriamentecon gli occhi chiusi; alzò unamano:

- Mai! mai più!

- BravoPomino: persèvera! Se desideri compagniasono a tuadisposizioneanche per tutta la nottese vuoi.

E gli manifestai il proponimento che avevo fattouscendo di casaegli esposi anche le disperate condizioni in cui mi trovavo. Pomino sicommosseda vero amicoe mi profferse quel po' di denaro che aveva consé. Lo ringraziai di cuoree gli dissi che quell'aiuto non m'avrebbegiovato a nulla: il giorno appresso sarei stato da capo. Un collocamentofisso m'abbisognava.

Aspetta! - esclamò allora Pomino. - Sai che mio padre è ora alMunicipio?

- No. Ma me l'immagino.

- Assessore comunale per la pubblica istruzione.

- Questo non me lo sarei immaginato.

- Jerseraa cena... Aspetta! Conosci Romitelli?

- No.

- Come no! Quello che sta laggiùalla biblioteca Boccamazza. E'sordoquasi ciecorimbecillitoe non si regge più sulle gambe.Jerseraa cenamio padre mi diceva che la biblioteca è ridotta in unostato miserevole e che bisogna provvedere con la massima sollecitudine.Ecco il posto per te!

- Bibliotecario? - esclamai. - Ma io...

- Perché no? - disse Pomino. - Se l'ha fatto Romitelli...

Questa ragione mi convinse.

Pomino mi consigliò di farne parlare a suo padre da zia Scolastica.Sarebbe stato meglio.

Il giorno appressoio mi recai a visitar la mamma e ne parlai a leipoiché zia Scolasticada menon volle farsi vedere. E cosìquattrogiorni dopodiventai bibliotecario. Settanta lira al mese. Più riccodella vedova Pescatore! Potevo cantar vittoria.

Nei primi mesi fu un divertimentocon quel Romitellia cui non ci fuverso di fare intendere che era stato giubilato dal Comune e che per ciònon doveva più venire alla biblioteca. Ogni mattinaalla stess'oranéun minuto prima né un minuto dopome lo vedevo spuntare a quattro piedi(compresi i due bastoniuno per manoche gli servivano meglio deipiedi). Appena arrivatosi toglieva dal taschino del panciotto un vecchiocipollone di ramee lo appendeva a muro con tutta la formidabile catena;sedevacoi due bastoni fra le gambetraeva di tasca la papalinalatabacchiera e un pezzolone a dadi rossi e neri; s'infrociava una grossapresa di tabaccosi pulivapoi apriva il cassetto del tavolino e netraeva un libraccio che apparteneva alla biblioteca: Dizionario storicodei musicistiartisti e amatori morti e viventistampato a Venezianel 1758.

- Signor Romitelli! - gli gridavovedendogli fare tutte questeoperazionitranquillissimamentesenza dare il minimo segno d'accorgersidi me.

Ma a chi dicevo? Non sentiva neanche le cannonate. Lo scotevo per unbraccioed egli allora si voltavastrizzava gli occhicontraeva tuttala faccia per sbirciarmipoi mi mostrava i denti gialliforse intendendodi sorridermicosì; quindi abbassava il capo sul librocome se volessefarsene guanciale; ma che! leggeva a quel modoa due centimetri didistanzacon un occhio solo; leggeva forte:

- BirnbaumGiovanni Abramo... BirnbaumGiovanni Abramofecestampare... BirnbaumGiovanni Abramofece stampare a Lipsianel 1738...a Lipsia nel 1738... un opuscolo in-8°: Osservazioni imparziali su unpasso delicato del Musicista critico. Mitzler... Mitzler inserì...Mitzler inserì questo scritto nel primo volume della sua Bibliotecamusicale. Nel 1739...

E seguitava cosìripetendo due o tre volte nomi e datecome percacciarsele a memoria. Perché leggesse cosi fortenon saprei. Ripetonon sentiva neanche le cannonate.

Io stavo a guardarlostupito. O che poteva importare a quell'uomo inquello statoa due passi ormai dalla tomba (morì difatti quattro mesidopo la mia nomina a bibliotecario)che poteva importargli che BirnbaumGiovanni Abramo avesse fatto stampare a Lipsia nel 1738 un opuscoloin-8°? E non gli fosse almeno costata tutto quello stento la lettura!Bisognava proprio riconoscere che non potesse farne a meno di quelle datelì e di quelle notizie di musicisti (luicosì sordo!) e artisti eamatorimorti e viventi fino al 1758. O credeva forse che unbibliotecarioessendo la biblioteca fatta per leggervifosse obbligato alegger luiposto che non aveva veduto mai apparirvi anima viva; e avevapreso quel librocome avrebbe potuto prenderne un altro? Era tantoimbecillitoche anche questa supposizione è possibilee anzi molto piùprobabile della prima.

Intantosul tavolone lì in mezzoc'era uno strato di polvere altoper lo meno un dito; tanto che io - per riparare in certo qual modo allanera ingratitudine de' miei concittadini - potei tracciarvi a grosselettere questa iscrizione:

A MONSIGNOR BOCCAMAZZA MUNIFICENTISSIMO DONATORE IN PERENNE ATTESTATODI GRATITUDINE I CONCITTADINI QUESTA LAPIDE POSERO

Precipitavano poia quando a quandodagli scaffali due o tre libriseguiti da certi topi grossi quanto un coniglio.

Furono per me come la mela di Newton.

Ho trovato! - esclamai tutto contento. - Ecco l'occupazione per mementre Romitelli legge il suo Birnbaum.

Eper cominciarescrissi una elaboratissima istanzad'ufficioall'esimio cavalier Gerolamo Pominoassessore comunale per la pubblicaistruzioneaffinché la biblioteca Boccamazza o di Santa Maria Liberalefosse con la maggior sollecitudine provveduta di un pajo di gatti per lomenoil cui mantenimento non avrebbe importato quasi alcuna spesa alComuneatteso che i suddetti animali avrebbero avuto da nutrirsi inabbondanza col provento della loro caccia. Soggiungevo che non sarebbestato male provvedere altresì la biblioteca d'una mezza dozzina ditrappole e dell'esca necessariaper non dire cacioparolavolgareche - da subalterno - non stimai conveniente sottoporre agliocchi d'un assessore comunale per la pubblica istruzione.

Mi mandarono dapprima due gattini così miseri che si spaventaronosubito di quegli enormi topie - per non morir di fame - si ficcavanoloro nelle trappolea mangiarsi il cacio. Li trovavo ogni mattina làimprigionatimagribruttie così afflitti che pareva non avessero piùné forza né volontà di miagolare.

Reclamaie vennero due bei gattoni lesti e seriiche senza perdertempo si misero a fare il loro dovere. Anche le trappole servivano: equeste me li davan vivii topi. Orauna seraindispettito che di quellemie fatiche e di quelle mie vittorie il Romitelli non si volesseminimamente dar per intesocome se lui avesse soltanto l'obbligo dileggere e i topi quello di mangiarsi i libri della bibliotecavolliprima d'andarmenecacciarne duevivientro il cassetto del suotavolino. Speravo di sconcertarglialmeno per la mattina seguentelaconsueta nojosissima lettura. Ma che! Come aprì il cassetto e si sentìsgusciare sotto il naso quelle due bestiesi voltò verso meche giànon mi potevo più reggere e davo in uno scoppio di risae mi domandò:

- Che è stato?

- Due topisignor Romitelli!

- Ahtopi... - fece lui tranquillamente.

Erano di casa; c'era avvezzo; e ripresecome se nulla fosse statolalettura del suo libraccio.

In un Trattato degli Arbori di Giovan Vittorio Soderini si leggeche i frutti maturano " parte per caldezza e parte per freddezza;perciocché il calorecome in tutti è manifestoottiene la forza delconcuocereed è la semplice cagione della maturezza ". Ignoravadunque Giovan Vittorio Soderini che oltre al calorei fruttivendoli hannosperimentato un'altra cagione della maturezza. Per portare laprimizia al mercato e venderla più caraessi colgono i fruttimele epesche e pereprima che sian venuti a quella condizione che li rende sanie piacevolie li maturano loro a furia d'ammaccature.

Ora così venne a maturazione l'anima miaancora acerba.

In poco tempodivenni un altro da quel che ero prima. Morto ilRomitelli mi trovai qui solomangiato dalla nojain questa chiesettafuori manofra tutti questi libri; tremendamente soloe pur senza vogliadi compagnia. Avrei potuto trattenermici soltanto poche ore al giorno; maper le strade del paese mi vergognavo di farmi vederecosì ridotto inmiseria; da casa mia rifuggivo come da una prigione; e dunquemeglio quami ripetevo. Ma che fare? La caccia ai topisì; ma poteva bastarmi?

La prima volta che mi avvenne di trovarmi con un libro tra le manitolto così a casosenza saperloda uno degli scaffali' provai unbrivido d'orrore. Mi sarei io dunque ridotto come il Romitellia sentirl'obbligo di leggereio bibliotecarioper tutti quelli che non venivanoalla biblioteca? E scaraventai il libro a terra. Ma poi lo ripresi; e -sissignori - mi misi a leggere anch'ioe anch'io con un occhio soloperché quell'altro non voleva saperne.

Lessi così di tutto un po'disordinatamente; ma libriin ispeciedifilosofia. Pesano tanto: eppurechi se ne ciba e se li mette in corpovive tra le nuvole. Mi sconcertarono peggio il cervellogià di per sébalzano. Quando la testa mi fumavachiudevo la biblioteca e mi recavo perun sentieruolo scoscesoa un lembo di spiaggia solitaria.

La vista del mare mi faceva cadere in uno sgomento attonitochediveniva man mano oppressione intollerabile. Sedevo su la spiaggia em'impedivo di guardarloabbassando il capo: ma ne sentivo per tutta lariviera il fragorìomentre lentamentelentamentemi lasciavo scivolardi tra le dita la sabbia densa e grevemormorando:

- Cosìsemprefino alla mortesenz'alcun mutamentomai...

L'immobilità della condizione di quella mia esistenza mi suggerivaallora pensieri sùbitistraniquasi lampi di follia. Balzavo in piedicome per scuotermela d'addossoe mi mettevo a passeggiare lungo la riva;ma vedevo allora il mare mandar senza requielàalla spondale suestracche ondate sonnolente; vedevo quelle sabbie lì abbandonate; gridavocon rabbiascotendo le pugna:

- Ma perché? ma perché?

E mi bagnavo i piedi.

Il mare allungava forse un po' più qualche ondataper ammonirmi:

" Vedicaroche si guadagna a chieder certi perché? Ti bagni ipiedi. Torna alla tua biblioteca! L'acqua salata infradicia le scarpe; equattrini da buttar via non ne hai. Torna alla bibliotecae lascia ilibri di filosofia: va'va' piuttosto a leggere anche tu che BirnbaumGiovanni Abramo fece stampare a Lipsia nel 1738 un opuscolo in-8°: netrarrai senza dubbio maggior profitto. "

Ma un giorno finalmente vennero a dirmi che mia moglie era stataassalita dalle dogliee che corressi subito a casa. Scappai come undàino: ma più per sfuggire a me stessoper non rimanere neanche unminuto a tu per tu con mea pensare che io stavo per avere un figliuoloioin quelle condizioniun figliuolo!

Appena arrivato alla porta di casamia suocera m'afferrò per lespalle e mi fece girar su me stesso:

- Un medico! Scappa! Romilda muore!

Viene da restareno? a una siffatta notizia a bruciapelo. E invece" Correte! ". Non mi sentivo più le gambe; non sapevo più daqual parte pigliare; e mentre correvonon so come- Un medico! unmedico! - andavo dicendo; e la gente si fermava per viae pretendeva chemi fermassi anch'io a spiegare che cosa mi fosse accaduto; mi sentivotirar per le manichemi vedevo di fronte facce pallidecosternate;scansavoscansavo tutti: - Un medico! un medico!

E il medico intanto era lagià a casa mia. Quando trafelatoin unostato miserandodopo aver girato tutte le farmacierincasaidisperato efuribondola prima bambina era già nata; si stentava a far venir l'altraalla luce.

- Due!

Mi pare di vederle ancoralìnella cunal'una accanto all'altra: sisgraffiavano fra loro con quelle manine cosi gracili eppur quasiartigliate da un selvaggio istintoche incuteva ribrezzo e pietà:miseremiseremiserepiù di quei due gattini che ritrovavo ognimattina dentro le trappole; e anch'esse non avevano forza di vagire comequelli di miagolare; e intantoeccosi sgraffiavano!

Le scostaie al primo contatto di quelle carnucce tènere e freddeebbi un brivido nuovoun tremor di tenerezzaineffabile: - erano mie!

Una mi morì pochi giorni dopo; l'altra volle darmi il tempoinvecedi affezionarmi a leicon tutto l'ardore di un padre chenon avendo piùaltrofaccia della propria creaturina lo scopo unico della sua vita;volle aver la crudeltà di morirmiquando aveva già quasi un annoes'era fatta tanto bellinatantocon quei riccioli d'oro ch'iom'avvolgevo attorno le dita e le baciavo senza saziarmene mai; mi chiamavapapàe io le rispondevo subito: - Figlia -; e lei di nuovo: - Papà...-;cosìsenza ragionecome si chiamano gli uccelli tra loro.

Mi morì contemporaneamente alla mamma mianello stesso giorno e quasialla stess'ora. Non sapevo più come spartire le mie cure e la mia pena.Lasciavo la piccina mia che riposavae scappavo dalla mammache non sicurava di sédella sua mortee mi domandava di leidella nipotinastruggendosi di non poterla più rivederebaciare per l'ultima volta. Edurò nove giorniquesto strazio! Ebbenedopo nove giorni e nove nottidi veglia assiduasenza chiuder occhio neanche per un minuto... debbodirlo? - molti forse avrebbero ritegno a confessarlo; ma è pure umanoumanoumano - io non sentii penanosul momento: rimasi un pezzo in unatetraggine attonitaspaventevolee mi addormentai. Sicuro. Dovetti primadormire. Poisìquando mi destaiil dolore m'assalì rabbiosoferoceper la figlietta miaper la mamma miache non erano più... E fui quasiper impazzire. Un'intera notte vagai per il paese e per le campagne; nonso con che idee per la mente; so chealla finemi ritrovai nel poderedella Stìapresso alla gora del molinoe che un tal Filippovecchio mugnajolì di guardiami prese con sémi fece sedere piùlàsotto gli alberie mi parlò a lungoa lungo della mamma e anche dimio padre e de' bei tempi lontani; e mi disse che non dovevo piangere edisperarmi cosiperché per attendere alla figlioletta mianel mondo dilàera accorsa la nonnala nonnina buonache la avrebbe tenuta sulleginocchia e le avrebbe parlato di me sempre e non me la avrebbe lasciatamai solamai.

Tre giorni dopo Robertocome se avesse voluto pagarmi le lagrimemimandò cinquecento lire. Voleva che provvedessi a una degna sepolturadella mammadiceva. Ma ci aveva già pensato zia Scolastica.

Quelle cinquecento lire rimasero un pezzo tra le pagine di un libracciodella biblioteca.

Poi servirono per me; e furono - come dirò - la cagione della mia primamorte.

 

VI

Tac tac tac...

Lei solalà dentroquellapallottola d'avoriocorrendo graziosa nella roulettein sensoinverso al quadrantepareva giocasse:

" Tac tac tac "

Lei sola: - non certo quelli che la guardavanosospesi nel supplizioche cagionava loro il capriccio di essaa cui - ecco - sottosu iquadrati gialli del tavolieretante mani avevano recatocome in offertavotivaorooro e orotante mani che tremavano adesso nell'attesaangosciosapalpando inconsciamente altro oroquello della prossimapostamentre gli occhi supplici pareva dicessero: " Dove a tepiacciadove a te piaccia di caderegraziosa pallottola d'avorionostradea crudele! ".

Ero capitato làa Montecarloper caso.

Dopo una delle solite scene con mia suocera e mia moglieche oraoppresso e fiaccato com'ero dalla doppia recente sciagurami cagionavanoun disgusto intollerabile; non sapendo più resistere alla nojaanzi alloschifo di vivere a quel modo; miserabilesenza né probabilità nésperanza di miglioramentosenza più il conforto che mi veniva dalla miadolce bambinasenza alcun compensoanche minimoall'amarezzaallosqualloreall'orribile desolazione in cui ero piombato; per unarisoluzione quasi improvvisaero fuggito dal paesea piedicon lecinquecento lire di Berto in tasca.

Avevo pensatovia facendodi recarmi a Marsigliadalla stazioneferroviaria del paese vicinoa cui m'ero diretto: giunto a Marsigliamisarei imbarcatomagari con un biglietto di terza classeper l'Americacosì alla ventura.

Che avrebbe potuto capitarmi di peggioalla fin finedi ciò cheavevo sofferto e soffrivo a casa mia? Sarei andato incontrosìad altrecatenema più gravi di quella che già stavo per strapparmi dal piedenon mi sarebbero certo sembrate. E poi avrei veduto altri paesialtregentialtra vitae mi sarei sottratto almeno all'oppressione che misoffocava e mi schiacciava.

Se non chegiunto a Nizzam'ero sentito cader l'animo. Gl'impeti mieigiovanili erano abbattuti da un pezzo: troppo ormai la noja mi avevatarlato dentroe svigorito il cordoglio. L'avvilimento maggiore m'eravenuto dalla scarsezza del denaro con cui avrei dovuto avventurarmi nelbujo della sortecosì lontanoincontro a una vita affatto ignotaesenz'alcuna preparazione.

Orasceso a Nizzanon ben risoluto ancora di ritornare a casagirando per la cittàm'era avvenuto di fermarmi innanzi a una grandebottega su l'Avenue de la Gareche recava questa insegna a grosse letteredorate:

DÉPOT DE ROULETTES DE PRECISION

Ve n'erano esposte d'ogni dimensionecon altri attrezzi del giuoco evarii opuscoli che avevano sulla copertina il disegno della roulette;

Si sa che gl'infelici facilmente diventano superstiziosiper quantopoi deridano l'altrui credulità e le speranze che a loro stessi lasuperstizione certe volte fa d'improvviso concepire e che non vengono maia effettos'intende.

Ricordo che iodopo aver letto il titolo d'uno di quegli opuscoli: Méthodepour gagner à la roulettemi allontanai dalla bottega con un sorrisosdegnoso e di commiserazione. Mafatti pochi passitornai in- dietroe(per curiositàvianon per altro!) con quello stesso sorriso sdegnoso edi commiserazione su le labbraentrai nella bottega e compraiquell'opuscolo.

Non sapevo affatto di che si trattassein che consistesse il giuoco ecome fosse congegnato. Mi misi a leggere; ma ne compresi ben poco.

" Forse dipende" pensai" perché non ne so moltoiodi francese. "

Nessuno me l'aveva insegnato; avevo imparato da me qualche cosacosìleggiucchiando nella biblioteca; non ero poi per nulla sicuro dellapronunzia e temevo di far ridereparlando.

Questo timore appunto mi rese dapprima perplesso se andare o no; ma poipensai che m'ero partito per avventurarmi fino in Americasprovvisto ditutto e senza conoscere neppur di vista l'inglese e lo spagnuolo; dunqueviacon quel po' di francese di cui potevo disporre e con la guida diquell'opuscolofino a Montecarloli a due passiavrei potuto beneavventurarmi.

" Né mia suocera né mia moglie" dicevo fra mein treno" sanno di questo po' di denaroche mi resta in portafogli. Andrò abuttarlo lìper togliermi ogni tentazione. Spero che potrò conservaretanto da pagarmi il ritorno a casa. E se no... "

Avevo sentito dire che non difettavano alberi - solidi - nel giardinoattorno alla bisca. In fin de' contimagari mi sarei appesoeconomicamente a qualcuno di essicon la cintola dei calzonie ci avreifatto anche una bella figura. Avrebbero detto:

" Chi sa quanto avrà perduto questo povero uomo! "

Mi aspettavo di megliodico la verità. L'ingressosìnon c'èmale; si vede che hanno avuto quasi l'intenzione d'innalzare un tempioalla Fortunacon quelle otto colonne di marmo. Un portone e due portelaterali. Su queste era scritto Tirez: e fin qui ci arrivavo;arrivai anche al Poussez del portoneche evidentemente voleva direil contrario; spinsi ed entrai.

Pessimo gusto! E fa dispetto. Potrebbero almeno offrire a tutti coloroche vanno a lasciar lì tanto denaro la soddisfazione di vedersiscorticati in un luogo men sontuoso e più bello. Tutte le grandi cittàsi compiacciono adesso di avere un bel mattatojo per le povere bestielequali pureprive come sono d'ogni educazionenon possono goderne. E verotuttavia che la maggior parte della gente che va lì ha ben altra vogliache quella di badare al gusto della decorazione di quelle cinque salecome coloro che seggono su quei divanigiro gironon sono spesso incondizione di accorgersi della dubbia eleganza dell'imbottitura.

Vi seggonodi solitocerti disgraziaticui la passione del giuoco hasconvolto il cervello nel modo più singolare: stanno li a studiare ilcosì detto equilibrio delle probabilitàe meditano seriamente i colpida tentaretutta un'architettura di giuococonsultando appunti su levicende de' numeri: vogliono insomma estrarre la logica dal casocomedire il sangue dalle pietre; e son sicurissimi cheoggi o domaniviriusciranno.

Ma non bisogna meravigliarsi di nulla.

- Ahil 12! il 12! - mi diceva un signore di Luganopezzo d'omonelacui vista avrebbe suggerito le più consolanti riflessioni su leresistenti energie della razza umana. - Il 12 è il re dei numeri; ed èil mio numero! Non mi tradisce mai! Si divertesìa farmi dispettimagari spesso; ma poialla finemi compensami compensa sempre dellamia fedeltà.

Era innamorato del numero 12quell'omone lìe non sapeva piùparlare d'altro. Mi raccontò che il giorno precedente quel suo numero nonaveva voluto sortire neppure una volta; ma lui non s'era dato per vinto:volta per voltaostinatola sua posta sul 12; era rimasto su la brecciafino all'ultimofino all'ora in cui i croupiers annunziano:

- Messieursaux trois dernier!

Ebbeneal primo di quei tre ultimi colpiniente; niente neanche alsecondo; al terzo e ultimopàffete: il 12.

- M'ha parlato! - conclusecon gli occhi brillanti di gioja - M'haparlato!

E' vero cheavendo perduto tutta la giornatanon gli eran restati perquell'ultima posta che pochi scudi; dimodochéalla finenon avevapotuto rifarsi di nulla. Ma che gl'importava? Il numero 12 gli avevaparlato!

Sentendo questo discorsomi vennero a mente quattro versi del poveroPinzoneil cui cartolare de' bisticci col seguito delle sue rime balzanerinvenuto durante lo sgombero di casasta ora in biblioteca; e vollirecitarli a quel signore:

Ero già stanco di stare alla bada della Fortuna. La dea capricciosadovea pure passar per la mia strada.

E passò finalmente. Ma tignosa.

E quel signore allora si prese la testa con tutt'e due le mani econtrasse dolorosamentea lungotutta la faccia. Lo guardaiprimasorpresopoi costernato.

- Che ha?

- Niente. Rido- mi rispose.

Rideva così! Gli faceva tanto maletanto male la testache nonpoteva soffrire lo scotimento del riso.

Andate a innamorarvi del numero 12!

Prima di tentare la sorte - benché senz'alcuna illusione - volli stareun pezzo a osservareper rendermi conto del modo con cui procedeva ilgiuoco.

Non mi parve affatto complicatocome il mio opuscolo m'aveva lasciatoimmaginare.

In mezzo al tavolieresul tappeto verde numeratoera incassata la roulette.Tutt'intornoi giocatoriuomini e donnevecchi e giovanid'ogni paesee d'ogni condizioneparte sedutiparte in piedis'affrettavanonervosamente a disporre mucchi e mucchietti di luigi e di scudi ebiglietti di bancasu i numeri gialli dei quadrati; quelli che nonriuscivano ad accostarsio non volevanodicevano al croupier inumeri e i colori su cui intendevano di giocaree il croupiersubitocol rastrello disponeva le loro poste secondo l'indicazioneconmeravigliosa destrezza; si faceva silenzioun silenzio stranoangosciosoquasi vibrante di frenate violenzerotto di tratto in trattodalla voce monotona sonnolenta dei croupiers:

- Messieursfaites vos jeux

Mentre di làpresso altri tavolierialtre voci ugualmente monotonedicevano:

Le jeu est fait! Rien ne va plus!

Alla fineil croupier lanciava la pallottoLa sulla roulette

- Tac tac tac...

E tutti gli occhi si volgevano a lei con varia espressione: d'ansiadisfidad'angosciadi terrore. Qualcuno fra quelli rimasti in piedidietro coloro che avevano avuto la fortuna di trovare una seggiolasisospingeva per intravedere ancora la propria postaprima che i rastrellidei croupiers si allungassero ad arraffarla.

La boulealla finecadeva sul quadrantee il croupierripeteva con la solita voce la formula d'uso e annunziava il numerosortito e il colore.

Arrischiai la prima posta di pochi scudi sul tavoliere di sinistranella prima salacosìa casacciosul venticinque; e stetti anch'io aguardare la perfida pallottolama sorridendoper una specie divellicazione internacuriosaal ventre.

Cade la boule sul quadrantee:

- Vingtcinq! - annunzia il croupier. - Rougeimpairet passe!

Avevo vinto! Allungavo la mano sul mio mucchietto multiplicatoquantoun signorealtissimo di staturada le spalle poderose troppo in sùchereggevano una piccola testa con gli occhiali d'oro sul naso rincagnatolafronte sfuggentei capelli lunghi e lisci su la nucatra biondi e grigicome il pizzo e i baffime la scostò senza tante cerimonie e si preselui il mio denaro.

Nel mio povero e timidissimo francesevolli fargli notare che avevasbagliato - ohcerto involontariamente!

Era un tedescoe parlava il francese peggio di mema con un coraggioda leone: mi si scagliò addossosostenendo che lo sbaglio invece eramioe che il denaro era suo.

Mi guardai attornostupito: nessuno fiatavaneppure il mio vicino chepur mi aveva veduto posare quei pochi scudi sul venticinque. Guardai i croupiers:immobiliimpassibilicome statue. " Ah sì? " dissi tra me equietamentemi tirai su la mano gli altri scudi che avevo posato sultavolino innanzi a mee me la filai.

" Ecco un metodopour gagner à la roulette"pensai" che non è contemplato nel mio opuscolo. E chi sa che nonsia l'unicoin fondo! "

Ma la fortunanon so per quali suoi fini segretivolle darmi unasolenne e memorabile smentita.

Appressatomi a un altro tavolieredove si giocava fortestetti primaun buon pezzo a squadrar la gente che vi stava attorno: erano per lamaggior parte signori in marsina; c'eran parecchie signore; più d'una miparve equivoca; la vista d'un certo ometto biondo biondodagli occhigrossicerulivenati di sangue e contornati da lunghe ciglia quasibianchenon m'affidò moltoin prima; era in marsina anche luima sivedeva che non era solito di portarla: volli vederlo alla prova: puntòforte: perdette; non si scompose: ripuntò anche forteal colpo seguente:via! non sarebbe andato appresso ai miei quattrinucci. Benchédi primacoltaavessi avuto quella scottaturami vergognai del mio sospetto.C'era tanta gente là che buttava a manate oro e argentocome fosserorenasenza alcun timoree dovevo temere io per la mia miseriola?

Notaifra gli altriun giovinettopallido come di ceracon ungrosso monocolo all'occhio sinistro il quale affettava un'aria disonnolenta indifferenza; sedeva scompostamente; tirava fuori dalla tascadei calzoni i suoi luigi; li posava a casaccio su un numero qualunque esenza guardarepinzandosi i peli dei baffetti nascenti aspettava che la boulecadesse; domandava allora al suo vicino se aveva perduto.

Lo vidi perdere sempre.

Quel suo vicino era un signore magroelegantissimosu i quarant'anni;ma aveva il collo troppo lungo e gracileed era quasi senza mentocon unpajo d'occhietti nerivivacie bei capelli corviniabbondantirialzatisul capo. Godevaevidentementenel risponder di sì al giovinetto. Egliqualche voltavinceva.

Mi posi accanto a un grosso signoredalla carnagione così brunachele occhiaje e le palpebre gli apparivano come affumicate; aveva i capelligrigiferrugineie il pizzo ancor quasi tutto nero e ricciuto; spiravaforza e salute; eppurecome se la corsa della pallottola d'avorio glipromovesse l'asmaegli si metteva ogni volta ad arrangolareforteirresistibilmente. La gente si voltava a guardarlo; ma raramente egli sen'accorgeva: smetteva allora per un istantesi guardava attornocon unsorriso nervosoe tornava ad arrangolarenon potendo farne a menofinché la boule non cadeva sul quadrante.

A poco a pocoguardandola febbre del giuoco prese anche me. I primicolpi mi andarono male. Poi cominciai a sentirmi come in uno statod'ebbrezza estrosa curiosissima: agivo quasi automaticamenteperimprovviseincoscienti ispirazioni; puntavoogni voltadopo gli altriall'ultimolà! e subito acquistavo la coscienzala certezza che avreivinto; e vincevo. Puntavo dapprima poco; poiman manodi piùdi piùsenza contare. Quella specie di lucida ebbrezza cresceva intanto in mené s'intorbidava per qualche colpo fallitoperché mi pareva d'averloquasi preveduto; anziqualche voltadicevo tra me: " Eccoquestolo perderò; debbo perderlo ". Ero come elettrizzato. A uncerto puntoebbi l'ispirazione di arrischiar tuttolà e addio; e vinsi.Gli orecchi mi ronzavano; ero tutto in sudoree gelato. Mi parve che unodei croupiers come sorpreso di quella mia tenace fortunamiosservasse. Nell'esagitazione in cui mi trovavosentii nello sguardo diquell'uomo come una sfidae arrischiai tutto di nuovoquel che avevo dimio e quel che avevo vintosenza pensarci due volte: la mano mi andò sulo stesso numero di primail 35; fui per ritrarla; ma nolìlì dinuovocome se qualcuno me l'avesse comandato.

Chiusi gli occhidovevo essere pallidissimo. Si fece un gran silenzioe mi parve che si facesse per me solocome se tutti fossero sospesinell'ansia mia terribile. La boule girògirò un'eternitàconuna lentezza che esasperava di punto in punto l'insostenibile tortura.Alfine cadde.

M'aspettavo che il croupiercon la solita voce (mi parvelontanissima)dovesse annunziare:

- Trentecinqnoirimpair et passe!

Presi il denaro e dovetti allontanarmicome un ubriaco. Caddi a sederesul divanosfinito; appoggiai il capo alla spallieraper un bisognoimprovvisoirresistibiledi dormiredi ristorarmi con un po' di sonno.E già quasi vi cedevoquando mi sentii addosso un pesoun pesomaterialeche subito mi fece riscuotere. Quanto avevo vinto? Aprii gliocchima dovetti richiuderli immediatamente: mi girava la testa. Ilcaldolà dentroera soffocante. Come! Era già sera? Avevo intravedutoi lumi accesi. E quanto tempo avevo dunque giocato? Mi alzai pian piano;uscii.

Fuorinell'atrioera ancora giorno. La freschezza dell'aria mirinfrancò.

Parecchia gente passeggiava lì: alcuni meditabondisolitarii; altria duea trechiacchierando e fumando.

Io osservavo tutti. Nuovo del luogoancora impacciatoavrei volutoparere anch'io almeno un poco come di casa: e studiavo quelli che miparevano più disinvolti; se non chequando meno me l'aspettavoqualcunodi questieccoimpallidivafissava gli occhiammutolivapoi buttavavia la sigarettaetra le risa dei compagniscappava via; rientravanella sala da giuoco. Perché ridevano i compagni? Sorridevo anch'ioistintivamenteguardando come uno scemo.

- A toimon chéri! - sentii dirmipianoda una vocefemminileun po' rauca.

Mi voltai; e vidi una di quelle donne che già sedevano con me attornoal tavoliereporgermisorridendouna rosa. Un'altra ne teneva per sé:le aveva comperate or ora al banco di fiorilànel vestibolo.

Avevo dunque l'aria così goffa e da allocco?

M'assalì una stizza violenta; rifiutaisenza ringraziaree feci perscostarmi da lei; ma ella mi preseridendoper un braccioe -affettando con meinnanzi a gli altriun tratto confidenziale - miparlò pianoaffrettatamente. Mi parve di comprendere che mi proponessedi giocare con leiavendo assistito poc'anzi ai miei colpi fortunati:ellasecondo le mie indicazioniavrebbe puntato per me e per lei.

Mi scrollai tutto: sdegnosamentee la piantai lì in asso.

Poco doporientrando nella sala da giuocola vidi che conversava conun signore bassottobrunobarbutocon gli occhi un po' loschispagnuolo all'aspetto. Gli aveva dato la rosa poc'anzi offerta a me. A unacerta mossa d'entrambim'accorsi che parlavano di me; e mi misi inguardia.

Entrai in un'altra sala; m'accostai al primo tavolierema senzaintenzione di giocare; ed eccoivi a pocoquel signoresenza più ladonnaaccostarsi anche lui al tavolierema facendo le viste di nonaccorgersi di me.

Mi posi allora a guardarlo risolutamenteper fargli intendere chem'ero bene accorto di tuttoe che con medunquel'avrebbe sbagliata.

Ma non aveva affatto l'apparenza d'un mariuolocostui. Lo vidigiocaree forte: perdette tre colpi consecutivi: batteva ripetutamente lepàlpebreforse per lo sforzo che gli costava la volontà di nascondereil turbamento. Al terzo colpo fallitomi guardò e sorrise.

Lo lasciai lìe ritornai nell'altra salaal tavoliere dove dianziavevo vinto.

I croupiers s'erano dati il cambio. La donna era lì al posto diprima. Mi tenni addietroper non farmi scorgeree vidi ch'ella giocavamodestamentee non tutte le partite. Mi feci innanzi; ella mi scorse:stava per giocare e si trattenneaspettando evidentemente che giocassiioper puntare dov'io puntavo. Ma aspettò invano. Quando il croupierdisse: - Le jeu est fait! Rien ne va plus! - la guardaied ellaalzò un dito per minacciarmi scherzosamente. Per parecchi giri nongiocai; poieccitatomi di nuovo alla vista degli altri giocatoriesentendo che si raccendeva in me l'estro di primanon badai più a lei emi rimisi a giocare.

Per qual misterioso suggerimento seguivo così infallibilmente lavariabilità imprevedibile nei numeri e nei colori? Era solo prodigiosadivinazione nell'incoscienzala mia? E come si spiegano allora certeostinazioni pazzeaddirittura pazzeil cui ricordo mi desta i brividiancoraconsiderando ch'io cimentavo tuttotuttola vita fors'ancheinquei colpi ch'eran vere e proprie sfide alla sorte? Nono: io ebbiproprio il sentimento di una forza quasi diabolica in mein quei momentiper cui domavoaffascinavo la fortunalegavo al mio il suo capriccio. Enon era soltanto in me questa convinzione; s'era anche propagata neglialtrirapidamente; e ormai quasi tutti seguivano il mio giuocorischiosissimo. Non so per quante volte passò il rossosu cui miostinavo a puntare: puntavo su lo zeroe sortiva lo zero. Finanche quelgiovinettoche tirava i luigi dalla tasca dei calzonis'era scosso einfervorato; quel grosso signore bruno arrangolava più che mai.L'agitazione cresceva di momento in momento attorno al tavoliere; eranfremiti d'impazienzascatti di brevi gesti nervosiun furor contenuto astentoangoscioso e terribile. Gli stessi croupiers avevanoperduto la loro rigida impassibilità.

A un trattodi fronte a una puntata formidabileebbi come unavertigine. Sentii gravarmi addosso una responsabilità tremenda. Ero pocomen che digiuno dalla mattinae vibravo tuttotremavo dalla lungaviolenta emozione. Non potei più resistervi edopo quel colpomiritrassivacillante. Sentii afferrarmi per un braccio. Concitatissimocon gli occhi che gli schizzavano fiammequello spagnoletto barbuto eatticciato voleva a ogni costo trattenermi - Ecco: erano le undici e unquarto; i croupiers invitavano ai tre ultimi colpi: avremmo fattosaltare la banca!

Mi parlava in un italiano bastardocomicissimo; poiché ioche nonconnettevo già piùmi ostinavo a rispondergli nella mia lingua:

- Nonobasta! non ne posso più. Mi lasci andarecaro signore.

Mi lasciò andare; ma mi venne appresso. Salì con me nel treno diritorno a Nizzae volle assolutamente che cenassi con lui e prendessi poialloggio nel suo stesso albergo.

Non mi dispiacque molto dapprima l'ammirazione quasi timorosa chequell'uomo pareva felicissimo di tributarmicome a un taumaturgo. Lavanità umana non ricusa talvolta di farsi piedistallo anche di certastima che offende e l'incenso acre e pestifero di certi indegni e meschinituriboli. Ero come un generale che avesse vinto un'asprissima e disperatabattagliama per casosenza saper come. Già cominciavo a sentirloarientrare in mee man mano cresceva il fastidio che mi recava lacompagnia di quell'uomo.

Tuttaviaper quanto facessiappena sceso a Nizzanon mi riuscì diliberarmene: dovetti andar con lui a cena. E allora egli mi confessò cheme l'aveva mandata luilànell'atrio del casinoquella donnettaallegraalla quale da tre giorni egli appiccicava le ali per farlavolarealmeno terra terra; ali di biglietti di banca; dava cioè qualchecentinajo di lire per farle tentar la sorte. La donnetta aveva dovutovincer benequella seraseguendo il mio giuocogiacchéall'uscitanon s'era più fatta vedere.

- Che podo far? La póvara avrà trovato de meglio. Sono viechioió.E agradecio Dioántesche me la son levada de sobre!

Mi disse che era a Nizza da una settimana e che ogni mattina s'erarecato a Montecarlodove aveva avuto semprefino a quella seraunadisdetta incredibile. Voleva sapere com'io facessi a vincere. Dovevo certoaver capito il giuoco o possedere qualche regola infallibile.

Mi misi a ridere e gli risposi che fino alla mattina di quello stessogiorno non avevo visto neppure dipinta una roulettee che non solonon sapevo affatto come ci si giocassema non sospettavo nemmenlontanamente che avrei giocato e vinto a quel modo. Ne ero stordito eabbagliato più di lui.

Non si convinse. Tanto vero chegirando abilmente il discorso (credevasenza dubbio d'aver da fare con una birba matricolata) e parlando conmeravigliosa disinvoltura in quella sua lingua mezzo spagnuola e mezzo Diosa che cosavenne a farmi la stessa proposta a cui aveva tentato ditirarminella mattinatacol gancio di quella donnetta allegra.

- Ma noscusi! - esclamai iocercando tuttavia d'attenuare con unsorriso il risentimento. - Può ella sul serio ostinarsi a credere che perquel giuoco là ci possano esser regole o si possa aver qualche segreto?Ci vuol fortuna! ne ho avuta oggi; potrò non averne domanio potròanche averla di nuovo; spero di sì!

- Ma porqué lei- mi domandò- non ha voluto occi aproveciarse dela sua forturna?

- Ioaprove...

- Sicome puedo decir? avantaciarsevoilà!

- Ma secondo i miei mezzicaro signore!

- Bien! - disse lui. - Podo ió por lei. Leila fortunaió metaróel dinero.

- E allora forse perderemo! - conclusi iosorridendo. - Nono...Guardi! Se lei mi crede davvero così fortunato- sarò tale al giuoco;in tutto il restono di certo - facciamo così: senza patti fra noi esenza alcuna responsabilità da parte miache non voglio averneleipunti il suo molto dov'io il mio pococome ha fatto oggi; ese andràbene...

Non mi lasciò finire: scoppiò in una risata stranache voleva parermaliziosae disse:

- Eh nosegnore mio! no! Occisìl'ho fatto: no lo fado domaniseguramente! Si lei punta forte con migobien! si nono lo fadoseguramente! Gracie tante!

Lo guardaisforzandomi di comprendere che cosa volesse dire: c'erasenza dubbio in quel suo riso e in quelle sue parole un sospettoingiurioso per me. Mi turbaie gli domandai una spiegazione.

Smise di ridere; ma gli rimase sul volto come l'impronta svanente diquel riso.

- Digo che noche no lo fado- ripeté. - No digo altro!

Battei forte una mano su la tavola econ voce alterataincalzai:

- Nient'affatto! Bisogna invece che dicaspieghi che cosa ha inteso disignificare con le sue parole e col suo riso imbecille! Io non comprendo!

Lo vidiman mano che parlavoimpallidire e quasi rimpiccolirsi;evidentemente stava per chiedermi scusa. Mi alzaisdegnatodando unaspallata.

- Bah! Io disprezzo lei e il suo sospettoche non arrivo neanche aimmaginare!

Pagai il mio conto e uscii.

Ho conosciuto un uomo venerando e degno ancheper le singolarissimedoti dell'intelligenzad'essere grandemente ammirato: non lo eranépoco né moltoper un pajo di calzonciniio credochiaria quadrettitroppo aderenti alle gambe miserech'egli si ostinava a portare. Gliabiti che indossiamoil loro taglioil loro colorepossono far pensaredi noi le più strane cose.

Ma io sentivo ora un dispetto tanto maggiorein quanto mi pareva dinon esser vestito male. Non ero in marsinaè veroma avevo un abitoneroda luttodecentissimo. E poise - vestito di questi stessi panni -quel tedescaccio in prima aveva potuto prendermi per un babbeotanto ches'era arraffato come niente il mio denaro; come mai adesso costui miprendeva per un mariuolo?

" Sarà forse per questo barbone" pensavoandando"o per questi capelli troppo corti... "

Cercavo intanto un albergo qualunqueper chiudermi a vedere quantoavevo vinto. Mi pareva d'esser pieno di denari: ne avevo un po' da pertuttonelle tasche della giacca e dei calzoni e in quelle del panciotto;oroargentobiglietti di banca; dovevano esser moltimolti!

Sentii sonare le due. Le vie erano deserte. Passò una vettura vuota;vi montai.

Con niente avevo fatto circa undicimila lire! Non ne vedevo da unpezzoe mi parvero in prima una gran somma. Ma poipensando alla miavita d'un tempoprovai un grande avvilimento per me stesso. Eh che! Dueanni di bibliotecacol contorno di tutte le altre sciagurem'avevandunque immiserito a tal segno il cuore?

Presi a mordermi col mio nuovo velenoguardando il denaro lì sulletto:

" Va'uomo virtuosomansueto bibliotecariova'ritorna a casaa placare con questo tesoro la vedova Pescatore. Ella crederà che tul'abbia rubato e acquisterà subito per te una grandissima stima. O va'piuttosto in Americacome avevi prima deliberatose questo non ti parpremio degno alla tua grossa fatica. Ora potresticosì munito.Undicimila lire! Che ricchezza! "

Raccolsi il denaro; lo buttai nel cassetto del comodinoe mi coricai.Ma non potei prender sonno. Che dovevo fareinsomma? Ritornare aMontecarloa restituir quella vincita straordinaria? o contentarmi diessa e godermela modestamente? ma come? avevo forse più animo e modo digoderecon quella famiglia che mi ero formata? Avrei vestito un po' menopoveramente mia moglieche non solo non si curava più di piacermimapareva facesse anzi di tutto per riuscirmi incresciosarimanendospettinata tutto il giornosenza bustoin ciabattee con le vesti chele cascavano da tutte le parti. Riteneva forse cheper un marito come menon valesse più la pena di farsi bella? Del restodopo il grave rischiocorso nel partonon s'era più ben rimessa in salute. Quanto all'animodi giorno in giorno s'era fatta più aspranon solo contro mema controtutti. E questo rancore e la mancanza d'un affetto vivo e vero s'eranmessi come a nutrire in lei un'accidiosa pigrizia. Non s'era neppureaffezionata alla bambinala cui nascita insieme con quell'altramorta dipochi giorniera stata per lei una sconfitta di fronte al bel figliomaschio d'Olivanato circa un mese dopoflorido e senza stentodopo unagravidanza felice. Tutti quei disgusti poi e quegli attriti che sorgonoquando il bisognocome un gattaccio ispido e nero s'accovaccia su lacenere d'un focolare spentoavevano reso ormai odiosa a entrambi laconvivenza. Con undicimila lire avrei potuto rimetter la pace in casa efar rinascere l'amore già iniquamente ucciso in sul nascere dalla vedovaPescatore? Follie! E dunque? Partire per l'America? Ma perché sareiandato a cercar tanto lontano la Fortunaquand'essa pareva proprio cheavesse voluto fermarmi quaa Nizzasenza ch'io ci pensassidavanti aquella bottega d'attrezzi di giuoco? Ora bisognava ch'io mi mostrassidegno di leidei suoi favorise veramentecome sembravaessa volevaaccordarmeli. Viavia! O tutto o niente. In fin de' contisareiritornato come ero prima. Che cosa erano mai undicimila lire?

Così il giorno dopo tornai a Montecarlo. Ci tornai per dodici giornidi fila. Non ebbi più né modo né tempo di stupirmi allora del favorepiù favoloso che straordinariodella fortuna: ero fuori di memattoaddirittura; non ne provo stupore neanche adessosapendo pur troppo chetiro essa m'apparecchiavafavorendomi in quella maniera e in quellamisura. In nove giorni arrivai a metter sù una somma veramente enormegiocando alla disperata: dopo il nono giorno cominciai a perderee fu unprecipizio. L'estro prodigiosocome se non avesse più trovato alimentonella mia già esausta energia nervosavenne a mancarmi. Non seppiomeglionon potei arrestarmi a tempo. Mi arrestaimi riscossinon permia virtùma per la violenza d'uno spettacolo orrendonon infrequenteparein quel luogo.

Entravo nelle sale da giuocola mattina del dodicesimo giornoquandoquel signore di Luganoinnamorato del numero 12mi raggiunsesconvoltoe ansanteper annunziarmipiù col cenno che con le paroleche unos'era poc'anzi ucciso lànel giardino. Pensai subito che fosse quel miospagnuoloe ne provai rimorso. Ero sicuro ch'egli m'aveva ajutato avincere. Nel primo giornodopo quella nostra litenon aveva volutopuntare dov'io puntavoe aveva perduto sempre; nei giorni seguentivedendomi vincere con tanta persistenzaaveva tentato di fare il miogiuoco; ma non avevo voluto più ioallora: come guidato per mano dallastessa Fortunapresente e invisibilemi ero messo a girare da untavoliere all'altro. Da due giorni non lo avevo più vedutopropriodacché m'ero messo a perderee forse perché lui non mi aveva più datola caccia.

Ero certissimoaccorrendo al luogo indicatomidi trovarlo lìstesoper terramorto. Ma vi trovai invece quel giovinetto pallido cheaffettava un'aria di sonnolenta indifferenzatirando fuori i luigi dallatasca dei calzoni per puntarli senza nemmeno guardare.

Pareva più piccololì in mezzo al viale: stava compostocoi piediuniticome se si fosse messo a giacere primaper non farsi malecadendo; un braccio era aderente al corpo; l'altroun po' sospesocon lamano raggrinchiata e un ditol'indiceancora nell'atto di tirare. Erapresso a questa mano la rivoltella; più làil cappello. Mi parvedapprima che la palla gli fosse uscita dall'occhio sinistrodonde tantosangueora rappresogli era colato su la faccia. Ma no: quel sangue eraschizzato di lìcome un po' dalle narici e dagli orecchi; altroin grancopian'era poi sgorgato dal forellino alla tempia destrasu la renagialla del vialetutto raggrumato. Una dozzina di vespe vi ronzavanoattorno; qualcuna andava a posarsi anche lìvoracesu l'occhio. Fratanti che guardavanonessuno aveva pensato a cacciarle via. Trassi dallatasca un fazzoletto e lo stesi su quel misero volto orribilmentesfigurato. Nessuno me ne seppe grado: avevo tolto il meglio dellospettacolo.

Scappai via; ritornai a Nizza per partirne quel giorno stesso.

Avevo con me circa ottantaduemila lire.

Tutto potevo immaginaretranne chenella sera di quello stessogiornodovesse accadere anche a me qualcosa di simile.

 

VII

Cambio treno

Pensavo:

" Riscatterò la Stìae mi ritirerò làin campagnaafare il mugnajo. Si sta meglio vicini alla terra; e - sotto - fors'anchemeglio.

" Ogni mestierein fondoha qualche sua consolazione. Ne hafinanche quello del becchino. Il mugnajo può consolarsi col frastuonodelle macine e con lo spolvero che vola per aria e lo veste di farina.

" Son sicuro cheper oranon si rompe nemmeno un saccolànelmolino. Ma appena lo riavrò io:

" - Signor Mattiala nottola del palo! Signor Mattias'è rottala bronzina! Signor Mattiai denti del lubecchio!

" Come quando c'era la buon'anima della mammae Malagnaamministrava.

" E mentr'io attenderò al molinoil fattore mi ruberà i fruttidella campagna; e se mi porrò invece a badare a questail mugnajo miruberà la molenda. E di qua il mugnajo e di là il fattore farannol'altalenae io nel mezzo a godere.

" Sarebbe forse meglio che cavassi dalla veneranda cassapanca dimia suocera uno dei vecchi abiti di Francesco Antonio Pescatoreche lavedova custodisce con la canfora e col pepe come sante reliquiee nevestissi Marianna Dondi e mandassi lei a fare il mugnajo e a star sopra alfattore.

" L'aria di campagna farebbe certamente bene a mia moglie. Forse aqualche albero cadranno le foglievedendola; gli uccellettiammutoliranno; speriamo che non secchi la sorgiva. E io rimarròbibliotecariosolo solettoa Santa Maria Liberale. "

Così pensavoe il treno intanto correva. Non potevo chiudere gliocchiché subito m'appariva con terribile precisione il cadavere di quelgiovinettolànel vialepiccolo e composto sotto i grandi alberiimmobili nella fresca mattina. Dovevo perciò consolarmi cosìcon unaltro incubonon tanto sanguinosoalmeno materialmente: quello di miasuocera e di mia moglie. E godevo nel rappresentarmi la scena dell'arrivodopo quei tredici giorni di scomparsa misteriosa.

Ero certo (mi pareva di vederle!)che avrebbero affettato entrambealmio entrarela più sdegnosa indifferenza. Appena un'occhiatacome perdire:

" To'qua di nuovo? Non t'eri rotto l'osso del collo? "

Zitte lorozitto io.

Ma poco doposenza dubbiola vedova Pescatore avrebbe cominciato asputar bilerifacendosi dall'impiego che forse avevo perduto.

M'ero infatti portata via la chiave della biblioteca: alla notizia delmia sparizioneavevano dovuto certo scassinare la portaper ordine dellaquestura: enon trovandomi là entromortoné avendosi d'altra partetracce o notizie di mequelli del Municipio avevano forse aspettatotrequattrocinque giorniuna settimanail mio ritorno; poi avevano dato aqualche altro sfaccendato il mio posto.

Dunqueche stavo a far lìseduto? M'ero buttato di nuovoda meinmezzo a una strada? Ci stéssi! Due povere donne non potevano averl'obbligo di mantenere un fannulloneun pezzaccio da galerache scappavavia cosìchi sa per quali altre prodezzeecc.ecc.

Iozitto.

Man manola bile di Marianna Dondi crescevaper quel mio silenziodispettosocrescevaribollivascoppiava: - e ioancora lìzitto!

A un certo puntoavrei cavato dalla tasca in petto il portafogli e misarei messo a contare sul tavolino i miei biglietti da mille: làlàlà e là...

Spalancamento d'occhi e di bocca di Marianna Dondi e anche di miamoglie.

Poi:

" - Dove li hai rubati?

" - ...settantasettesettantottosettantanoveottantaottantuno; cinquecentoseicentosettecento; dieciventiventicinque;ottantunmila settecento venticinque liree quaranta centesimi in tasca."

Quietamente avrei raccolti i bigliettili avrei rimessi nelportafoglie mi sarei alzato.

" - Non mi volete più in casa? Ebbenetante grazie! Me ne vadoe salute a voi. "

Ridevocosì pensando.

I miei compagni di viaggio mi osservavano e sorridevano anch'essisotto sotto.

Alloraper assumere un contegno più seriomi mettevo a pensare a'miei creditorifra cui avrei dovuto dividere quei biglietti di banca.Nasconderlinon potevo. E poia che m'avrebbero servitonascosti?

Godermelicerto quei cani non me li avrebbero lasciati godere. Perrifarsi lìcol molino della Stìa e coi frutti del poderedovendo pagare anche l'amministrazioneche si mangiava poi tutto a duepalmenti (a due palmenti era anche il molino)chi sa quant'anni ancoraavrebbero dovuto aspettare. Oraforsecon un'offerta in contantime lisarei levati d'addosso a buon patto. E facevo il conto:

" Tanto a quella mosca canina del Recchioni; tantoa FilippoBrìsigoe mi piacerebbe che gli servissero per pagarsi il funerale: noncaverebbe più sangue ai poverelli!; tanto a Cichin Lunaroiltorinese; tantoalla vedova Lippani... Chi altro c'è ? Ih! hai voglia!Il Della PianaBossi e Margottini... Ecco tutta la mia vincita! "

Avevo vinto per loro a Montecarloin fin dei conti! Che rabbia perque' due giorni di perdita ! Sarei stato ricco di nuovo... ricco!

Mettevo ora certi sospironiche facevano voltare più dei sorrisi diprima i miei compagni di viaggio. Ma io non trovavo requie. Era imminentela sera: l'aria pareva di cenere; e l'uggia del viaggio erainsopportabile.

Alla prima stazione italiana comprai un giornale con la speranza che mifacesse addormentare. Lo spiegaie al lume del lampadino elettricomimisi a leggere. Ebbi così la consolazione di sapere che il castello diValençaymesso all'incanto per la seconda voltaera stato aggiudicatoal signor conte De Castellane per la somma di due milioni e trecentomilafranchi. La tenuta attorno al castello era di duemila ottocento ettari: lapiù vasta di Francia.

" Press'a pococome la Stìa... "

Lessi che l'imperatore di Germania aveva ricevuto a Potsdamamezzodìl'ambasciata marocchinae che al ricevimento aveva assistito ilsegretario di Statobarone de Richtofen. La missionepresentata poiall'imperatriceera stata trattenuta a colazionee chi sa come avevadivorato!

Anche lo Zar e la Zarina di Russia avevano ricevuto a Peterhof unaspeciale missione tibetanache aveva presentato alle LL. MM. i doni delLama.

" I doni del Lama? " domandai a me stessochiudendo gliocchicogitabondo. " Che saranno? "

Papaveri: perché mi addormentai. Ma papaveri di scarsa virtù: miridestaiinfattiprestoa un urto del treno che si fermava a un'altrastazione.

Guardai l'orologio: eran le otto e un quarto. Fra un'orettadunquesarei arrivato.

Avevo il giornale ancora in mano e lo voltai per cercare in secondapagina qualche dono migliore di quelli del Lama. Gli occhi mi andarono suun suicidio cosìin grassetto.

Pensai subito che potesse esser quello di Montecarloe m'affrettai aleggere. Ma mi arrestai sorpreso al primo rigostampato di minutissimocarattere: " Ci telegrafano da Miragno ".

" Miragno? Chi si sarà suicidato nel mio paese? "

Lessi: " Jerisabato 28è stato rinvenuto nella gora d'unmulino un cadavere in istato d'avanzata putrefazione... ".

A un trattola vista mi s'annebbiòsembrandomi di scorgere nel rigoseguente il nome del mio podere; esiccome stentavo a leggerecon unocchio soloquella stampa minuscolam'alzai in piediper essere piùvicino al lume.

" ... putrefazione. Il molino è sito in un podere detto dellaStìaa circa due chilometri dalla nostra città. Accorsa sopra luogol'autorità giudiziaria con altra genteil cadavere fu estratto dallagora per le constatazioni di legge e piantonato. Più tardi esso furiconosciuto per quello del nostro... "

Il cuore mi balzò in gola e guardaispiritatoi miei compagni diviaggio che dormivano tutti.

" Accorsa sopra luogo... estratto dalla gora... e piantonato...fu riconosciuto per quello del nostro bibliotecario... "

" Io? "

" Accorsa sopra luogo... più tardi... per quello del nostrobibliotecario Mattia Pascalscomparso da parecchi giorni. Causa delsuicidio: dissesti finanziarii. "

" Io?... Scomparso... riconosciuto... Mattia Pascal..."

Rilessi con piglio feroce e col cuore in tumulto non so più quantevolte quelle poche righe. Nel primo impetotutte le mie energie vitaliinsorsero violentemente per protestare: come se quella notiziacosìirritante nella sua impassibile laconicitàpotesse anche per me esservera. Mase non per meera pur vera per gli altri; e la certezza chequesti altri avevano fin da jeri della mia morte era su me come unainsopportabile sopraffazionepermanenteschiacciante... Guardai di nuovoi miei compagni di viaggio equasi anch'essilìsotto gli occhi mieiriposassero in quella certezzaebbi la tentazione di scuoterli da queiloro scomodi e penosi atteggiamentiscuoterlisvegliarliper gridarloro che non era vero.

" Possibile? "

E rilessi ancora una volta la notizia sbalorditoja.

Non potevo più stare alle mosse. Avrei voluto che il trenos'arrestasseavrei voluto che corresse a precipizio: quel suo andarmonotonoda automa durosordo e grevemi faceva crescere di punto inpunto l'orgasmo. Aprivo e chiudevo le mani continuamenteaffondandomi leunghie nelle palme; spiegazzavo il giornale; lo rimettevo in sesto perrilegger la notizia che già sapevo a memoriaparola per parola.

" Riconosciuto! Ma è possibile che m'abbianoriconosciuto?... In istato d'avanzata putrefazione... puàh! "

Mi vidi per un momentolì nell'acqua verdastra della gorafradiciogonfioorribilegalleggiante... Nel raccapriccio istintivoincrociai lebraccia sul petto e con le mani mi palpaimi strinsi:

" Iono; iono... Chi sarà stato?... mi somigliavacerto...Avrà forse avuto la barba anche luicome la mia... la mia stessacorporatura... E m'han riconosciuto!... Scomparso da parecchi giorni...Eh già! Ma io vorrei saperevorrei sapere chi si è affrettato così ariconoscermi. Possibile che quel disgraziato là fosse tanto simile a me?vestito come me? tal quale? Ma sarà stata leiforseleiMariannaDondila vedova Pescatore: oh! m'ha pescato subitom'ha riconosciutosubito! Non le sarà parso verofiguriamoci! - E' luiè lui! miogenero! ahpovero Mattia! ahpovero figliuolo mio! - E si saràmessa a piangere fors'anche; si sarà pure inginocchiata accanto alcadavere di quel poverettoche non ha potuto tirarle un calcio egridarle: - Ma lèvati di qua: non ti conosco -. "

Fremevo. Finalmente il treno s'arrestò a un'altra stazione. Aprii losportello e mi precipitai giùcon l'idea confusa di fare qualche cosasubito: un telegramma d'urgenza per smentire quella notizia.

Il salto che spiccai dal vagone mi salvò: come se mi avesse scosso dalcervello quella stupida fissazioneintravidi in un baleno... ma sì! lamia liberazione la libertà una vita nuova!

Avevo con me ottantaduemila liree non avrei più dovuto darle anessuno! Ero mortoero morto: non avevo più debitinon avevo piùmoglienon avevo più suocera: nessuno! libero! libero! libero! Checercavo di più?

Pensando cosìdovevo esser rimasto in un atteggiamento stranissimolà su la banchina di quella stazione. Avevo lasciato aperto lo sportellodel vagone. Mi vidi attorno parecchia genteche mi gridava non so checosa; unoinfinemi scosse e mi spinsegridandomi più forte:

- Il treno riparte!

- Ma lo lascilo lasci ripartirecaro signore! - gli gridai ioa miavolta. - Cambio treno!

Mi aveva ora assalito un dubbio: il dubbio se quella notizia fosse giàstata smentita; se già si fosse riconosciuto l'errorea Miragno; sefossero saltati fuori i parenti del vero morto a correggere la falsaidentificazione.

Prima di rallegrarmi cosìdovevo bene accertarmiaver notizieprecise e particolareggiate. Ma come procurarmele?

Mi cercai nelle tasche il giornale. Lo avevo lasciato in treno. Mivoltai a guardare il binario desertoche si snodava lucido per un trattonella notte silenziosae mi sentii come smarritonel vuotoin quellamisera stazionuccia di passaggio. Un dubbio più forte mi assalìallora:che io avessi sognato?

Ma no:

" Ci telegrafano da Miragno. Jerisabato 28... "

Ecco: potevo ripetere a memoriaparola per parolail telegramma. Nonc'era dubbio! Tuttaviasìera troppo poco; non poteva bastarmi.

Guardai la stazione; lessi il nome: ALENGA.

Avrei trovato in quel paese altri giornali? Mi sovvenne che eradomenica. A Miragnodunquequella mattinaera uscito Il Fogliettol'unico giornale che vi si stampasse. A tutti i costi dovevo procurarmeneuna copia. Lì avrei trovato tutte le notizie particolareggiate chem'abbisognavano. Ma come sperare di trovare ad Alenga Il Foglietto?Ebbene: avrei telegrafato sotto un falso nome alla redazione del giornale.Conoscevo il direttoreMiro ColziLodoletta come tutti lochiamavano a Miragnoda quandogiovinettoaveva pubblicato con questotitolo gentile il suo primo e ultimo volume di versi.

Per Lodoletta però non sarebbe stato un avvenimento quella richiestadi copie del suo giornale da Alenga? Certo la notizia più "interessante " di quella settimanae perciò il pezzo piùforte di quel numerodoveva essere il mio suicidio. E non mi sarei dunqueesposto al rischio che la richiesta insolita facesse nascere in luiqualche sospetto?

" Ma che! " pensai poi. " A Lodoletta non può venire inmente ch'io non mi sia affogato davvero. Cercherà la ragione dellarichiesta in qualche altro pezzo forte del suo numero d'oggi. Datempo combatte strenuamente contro il Municipio per la condutturadell'acqua e per l'impianto del gas. Crederà piuttosto che sia per questasua "campagna". "

Entrai nella stazione.

Per fortunail vetturino dell'unico legnettoquello de la postastava ancora lì a chiacchierare con gl'impiegati ferroviarii: il paeselloera a circa tre quarti d'ora di carrozza dalla stazionee la via eratutta in salita.

Montai su quel decrepito calessino sgangheratosenza fanali; e via nelbuio.

Avevo da pensare a tante cose; puredi tratto in trattola violentaimpressione ricevuta alla lettura di quella notizia che mi riguardavacosì da vicino mi si ridestava in quella neraignota solitudinee misentivoalloraper un attimonel vuotocome poc'anzi alla vista delbinario deserto; mi sentivo paurosamente sciolto dalla vitasuperstite dime stessosperdutoin attesa di vivere oltre la mortesenza intravedereancora in qual modo.

Domandaiper distrarmial vetturinose ci fosse ad Alenga un'agenziagiornalistica:

- Come dice? Nossignore!

- Non si vendono giornali ad Alenga?

- Ah! sissignore. Li vende il farmacistaGrottanelli.

- C'è un albergo?

- C'è la locanda del Palmentino.

Era smontato da cassetta per alleggerire un po' la vecchia rozza chesoffiava con le froge a terra. Lo discernevo appena. A un certo puntoaccese la pipa e lo vidialloracome a sbalzie pensai: " Se eglisapesse chi porta... ".

Ma ritorsi subito a me stesso la domanda:

" Chi porta? Non lo so più nemmeno io. Chi sono io ora? Bisognache ci pensi. Un nomealmenoun nomebisogna che me lo dia subitoperfirmare il telegramma e per non trovarmi poi imbarazzato sealla locandame lo domandano. Basterà che pensi soltanto al nomeper adesso. Vediamoun po'! Come mi chiamo? "

Non avrei mai supposto che dovesse costarmi tanto stento e destarmitanta smania la scelta di un nome e di un cognome. Il cognomespecialmente! Accozzavo sillabecosisenza pensare: venivano fuori certicognomicome: StrozzaniParbettaMartoniBartusichem'irritavano peggio i nervi. Non vi trovavo alcuna proprietàalcunsenso. Come sein fondoi cognomi dovessero averne... Ehvia! unoqualunque... Martoniper esempioperché no? Carlo Martoni... Uheccofatto! Mapoco dopodavo una spallata: " Sì! Carlo Martello...". E la smania ricominciava.

Giunsi al paesesenza averne fissato alcuno. Fortunatamentelàdalfarmacistach'era anche ufficiale telegrafico e postaledroghierecartolajogiornalajobestia e non so che altronon ce ne fu bisogno.Comprai una copia dei pochi giornali che gli arrivavano: giornali diGenova: Il Caffaro e Il Secolo XIX; gli domandai poi sepotevo avere Il Foglietto di Miragno.

Aveva una faccia da civettaquesto Grottanelli con un pajo d'occhitondi tondicome di vetrosu cui abbassavadi tratto in trattoquasicon pena certe pàlpebre cartilaginose.

- Il Foglietto? Non lo conosco.

- E' un giornaluccio di provinciasettimanale_ gli spiegai. - Vorreiaverlo. Il numero d'oggis'intende.

- Il Foglietto? Non lo dieci - badava a ripetere.

- E va bene! Non importa che lei non lo conosca io le pago le spese perun vaglia telegrafico alla redazione. Ne vorrei avere dieci venti copiedomani o al più presto. Si può?

Non rispondeva: con gli occhi fissisenza sguardoripeteva ancora: - IlFoglietto?... Non lo conosco -. Finalmente si risolse a fare il vagliatelegrafico sotto la mia dettaturaindicando per il recapito la suafarmacia.

E il giorno appressodopo una notte insonnesconvolta da untempestoso mareggiamento di pensierilà nella Locanda del Palmentinoricevetti quindici copie del Foglietto.

Nei due giornali di Genova cheappena rimasto solom'ero affrettato aleggerenon avevo trovato alcun cenno. Mi tremavano le mani nellospiegare Il Foglietto. In prima paginanulla. Cercai nelle dueinternee subito mi saltò a gli occhi un segno di lutto in capo allaterza pagina esottoa grosse lettereil mio nome. Così:

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MATTIA PASCAL

Non si avevano notizie di lui da alquanti giorni: giorni di tremendacosternazione e d'inenarrabile angoscia per la desolata famiglia;costernazione e angoscia condivise dalla miglior parte della nostracittadinanzache lo amava e lo stimava per la bontà dell'animoper lagiovialità del carattere e per quella natural modestiache gli avevapermessoinsieme con le altre dotidi sopportare senza avvilimento e conrassegnazione gli avversi fationde dalla spensierata agiatezza si era inquesti ultimi tempi ridotto in umile stato.

Quandodopo il primo giorno dell'inesplicabile assenzala famigliaimpressionata si recò alla Biblioteca Boccamazzadove eglizelantissimodel suo ufficiosi tratteneva quasi tutto il giorno ad arricchire condotte letture la sua vivace intelligenzatrovò chiusa la porta; subitoinnanti a questa porta chiusasorse nero e trepidante il sospettosospetto tosto fugato dalla lusinga che durò parecchi dìman mano peròraffievolendosich'egli si fosse allontanato dal paese per qualche suasegreta ragione.

Ma ahimè! La verità doveva purtroppo esser quella!

La perdita recente della madre adoratissima ea un tempodell'unicafigliolettadopo la perdita degli aviti beniaveva profondamentesconvolto l'animo del povero amico nostro. Tanto checirca tre mesiaddietrogià una prima voltadi notte tempoegli aveva tentato di pôrfine a' suoi miseri giornilànella gora appunto di quel molinochegli ricordava i passati splendori della sua casa ed il suo tempo felice.

...Nessun maggior dolore Che ricordarsi del tempo felice Nellamiseria...

Con le lacrime agli occhi e singhiozzando cel narravainnanzi algrondante e disfatto cadavereun vecchio mugnajofedele e devoto allafamiglia degli antichi padroni. Era calata la nottelugubre; una lucernarossa era stata deposta lì per terrapresso al cadavere vigilato da dueReali Carabinieri e il vecchio Filippo Brina (lo segnaliamoall'ammirazione dei buoni) parlava e lagrimava con noi. Egli era riuscitoin quella triste notte a impedire che l'infelice riducesse ad effetto ilviolento proposito; ma non si trovò più là Filippo Brina pronto adimpedirloquesta seconda volta. E Mattia Pascal giacqueforse tutta unanotte e metà del giorno appressonella gora di quel molino.

Non tentiamo nemmeno di descrivere la straziante scena che seguì sulluogoquando l'altro ieriin sul far della serala vedova sconsolata sitrovò innanzi alla miseranda spoglia irriconoscibile del dilettocompagnoche era andato a raggiungere la figlioletta sua.

Tutto il paese ha preso parte al cordoglio di lei e ha volutodimostrarlo accompagnando all'estrema dimora il cadaverea cui rivolsebrevi e commosse parole d'addio il nostro assessore comunale cav. Pomino.

Noi inviamo alla povera famiglia immersa in tanto luttoal fratelloRoberto lontano da Miragnole nostre più sentite condoglianzee colcuore lacerato diciamo per l'ultima volta al nostro buon Mattia: - Valediletto amicovale!

M. C.

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Anche senza queste due iniziali avrei riconosciuto Lodoletta comeautore della necrologia.

Ma debbo innanzi tutto confessare che la vista del mio nome stampatolìsotto quella striscia neraper quanto me l'aspettassinon solo nonmi rallegrò affattoma mi accelerò talmente i battiti del cuorechedopo alcune righedovetti interrompere la lettura. La " tremendacosternazione e l'inenarrabile angoscia " della mia famiglia non mifecero riderené l'amore e la stima dei miei concittadini per le miebelle virtùné il mio zelo per l'ufficio. Il ricordo di quella miatristissima notte alla Stìadopo la morte della mamma e della miapiccinach'era stato come una provae forse la più fortedel miosuicidiomi sorprese dapprimaquale una impreveduta e sinistrapartecipazione del caso; poi mi cagionò rimorso e avvilimento.

Ehno! non mi ero uccisoioper la morte della mamma e dellafiglietta miaper quanto forsequella nottene avessi avuto l'idea! Men'ero fuggitoè verodisperatamente; maeccoritornavo ora da unacasa di giuocodove la Fortuna nel modo più strano mi aveva arriso econtinuava ad arridermie un altroinveces'era ucciso per meunaltroun forestiere certocui io rubavo il compianto dei parenti lontanie degli amicie condannavo - oh suprema irrisione! - a subir quello chenon gli apparteneva falso compiantoe finanche l'elogio funebredell'incipriato cavalier Pomino!

Questa fu la prima impressione alla lettura di quella mia necrologiasul Foglietto.

Ma poi pensai che quel pover'uomo era morto non certo per causa miaeche iofacendomi vivo non avrei potuto far rivivere anche lui; pensai cheapprofittandomi della sua morteio non solo non frodavo affatto i suoiparentima anzi venivo a render loro un bene: per essiinfattiil mortoero io non luied essi potevano crederlo scomparso e sperare ancorasperare di vederlo un giorno o l'altro ricomparire.

Restavano mia moglie e mia suocera. Dovevo proprio credere alla loropena per la mia mortea tutta quella " inenarrabile angoscia "a quel " cordoglio straziante " del funebre pezzo fortedi Lodoletta? Bastavaperbaccoaprir pian piano un occhio a quel poveromortoper accorgersi che non ero io; e anche ammesso che gli occhifossero rimasti in fondo alla goravia! una moglieche veramente nonvoglianon può scambiare così facilmente un altro uomo per il propriomarito.

Si erano affrettate a riconoscermi in quel morto? La vedova Pescatoresperava ora che Malagnacommosso e forse non esente di rimorso per quelmio barbaro suicidiovenisse in ajuto della povera vedova? Ebbene:contente lorocontentissimo io!

" Morto? affogato? Una crocee non se ne parli più! "

Mi levaistirai le braccia e trassi un lunghissimo respiro disollievo.

 

VIII

Adriano Meis

Subitonon tanto per ingannaregli altriche avevan o voluto ingannarsi da sécon una leggerezza nondeplorabile forse nel caso mioma certamente non degna d'encomioquantoper obbedire alla Fortuna e soddisfare a un mio proprio bisognomi posi afar di me un altr'uomo.

Poco o nulla avevo da lodarmi di quel disgraziato che per forza avevanovoluto far finire miseramente nella gora d'un molino. Dopo tantesciocchezze commesseegli non meritava forse sorte migliore.

Ora mi sarebbe piaciuto chenon solo esteriormentema anchenell'intimonon rimanesse più in me alcuna traccia di lui.

Ero solo ormaie più solo di com'ero non avrei potuto essere su laterrasciolto nel presente d'ogni legame e d'ogni obbligoliberonuovoe assolutamente padrone di mesenza più il fardello del mio passatoecon I'avvenire dinanziche avrei potuto foggiarmi a piacer mio.

Ahun pajo d'ali! Come mi sentivo leggero!

Il sentimento che le passate vicende mi avevano dato della vita nondoveva aver più per meormairagion d'essere. Io dovevo acquistare unnuovo sentimento della vitasenza avvalermi neppur minimamente dellasciagurata esperienza del fu Mattia Pascal.

Stava a me: potevo e dovevo esser l'artefice del mio nuovo destinonella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi.

" E innanzi tutto" dicevo a me stesso" avrò cura diquesta mia libertà: me la condurrò a spasso per vie piane e semprenuovené le farò mai portare alcuna veste gravosa. Chiuderò gli occhie passerò oltre appena lo spettacolo della vita in qualche punto mi sipresenterà sgradevole. Procurerò di farmela più tosto con le cose chesi sogliono chiamare inanimatee andrò in cerca di belle vedutediameni luoghi tranquilli. Mi darò a poco a poco una nuova educazione; mitrasformerò con amoroso e paziente studiosicchéalla fineio possadire non solo di aver vissuto due vitema d'essere stato due uomini."

Già ad Alengaper cominciareero entratopoche ore prima dipartireda un barbiereper farmi accorciar la barba: avrei volutolevarmela tuttali stessoinsieme coi baffi; ma il timore di far nascerequalche sospetto in quel paesello mi aveva trattenuto.

Il barbiere era anche sartorevecchiocon le reni quasi ingommatedalla lunga abitudine di star curvosempre in una stessa posituraeportava gli occhiali su la punta del naso. Più che barbiere doveva essersartore. Calò come un flagello di Dio su quella barbaccia che nonm'apparteneva piùarmato di certi forbicioni da maestro di lanacheavevan bisogno d'esser sorretti in punta con l'altra mano. Nonm'arrischiai neppure a fiatare: chiusi gli occhie non li riapriise nonquando mi sentii scuotere pian piano.

Il brav'uomotutto sudatomi porgeva uno specchietto perché glisapessi dire se era stato bravo.

Mi parve troppo!

- Nograzie- mi schermii. - Lo riponga. Non vorrei fargli paura.

Sbarrò tanto d'occhie:

- A chi? - domandò.

- Ma a codesto specchietto. Bellino! Dev'essere antico...

Era tondocol manico d'osso intarsiato: chi sa che storia aveva edonde e come era capitato lìin quella sarto-barbieria. Ma infinepernon dar dispiacere al padroneche seguitava a guardarmi stupitome loposi sotto gli occhi.

Se era stato bravo!

Intravidi da quel primo scempio qual mostro fra breve sarebbe scappatofuori dalla necessaria e radicale; alterazione dei connotati di MattiaPascal! Ed ecco una nuova ragione d'odio per lui! Il mento piccolissimopuntato e rientratoch'egli aveva nascosto per tanti e tanti anni sottoquel barbonemi parve un tradimento. Ora avrei dovuto portarlo scopertoquel cosino ridicolo! E che naso mi aveva lasciato in eredità! Equell'occhio!

" Ahquest'occhio" pensai" così in estasi da unlatorimarrà sempre suo nella mia nuova faccia! Io non potrò far altroche nasconderlo alla meglio dietro un pajo d'occhiali coloratichecoopererannofiguriamocia rendermi più amabile l'aspetto. Mi faròcrescere i capelli econ questa bella fronte spaziosacon gli occhiali etutto rasosembrerò un filosofo tedesco. Finanziera e cappellaccio alarghe tese. "

Non c'era via di mezzo: filosofo dovevo essere per forza con quellarazza d'aspetto. Ebbenepazienza: mi sarei armato d'una discretafilosofia sorridente per passare in mezzo a questa povera umanitàlaqualeper quanto avessi in animo di sforzarmimi pareva difficile chenon dovesse più parermi un po' ridicola e meschina.

Il nome mi fu quasi offerto in trenopartito da poche ore da Alengaper Torino.

Viaggiavo con due signori che discutevano animatamente d'iconografiacristianain cui si dimostravano entrambi molto eruditiper un ignorantecome me.

Unoil più giovanedalla faccia pallidaoppressa da una folta eruvida barba nerapareva provasse una grande e particolar soddisfazionenell'enunciar la notizia ch'egli diceva antichissimasostenuta daGiustino Martireda Tertulliano e da non so chi altrisecondo la qualeCristo sarebbe stato bruttissimo.

Parlava con un vocione cavernosoche contrastava stranamente con lasua aria da ispirato.

- Ma sima sibruttissimo! bruttissimo! Ma anche Cirillod'Alessandria! SicuroCirillo d'Alessandria arriva finanche ad affermareche Cristo fu il più brutto degli uomini.

L'altroch'era un vecchietto magro magrotranquillo nel suo asceticosquallorema pur con una piega a gli angoli della bocca che tradiva lasottile ironiaseduto quasi su la schienacol collo lungo proteso comesotto un giogososteneva invece che non c'era da fidarsi delle piùantiche testimonianze.

- Perché la Chiesanei primi secolitutta volta a consustanziarsi ladottrina e lo spirito del suo ispiratoresi dava poco pensieroeccopoco pensiero delle sembianze corporee di lui.

A un certo punto vennero a parlare della Veronica e di due statue dellacittà di Paneadecredute immagini di Cristo e della emorroissa.

- Ma sì! - scattò il giovane barbuto. - Ma se non c'è più dubbioormai! Quelle due statue rappresentano l'imperatore Adriano con la cittàinginocchiata ai piedi.

Il vecchietto seguitava a sostener pacificamente la sua opinionechedoveva esser contrariaperché quell'altroincrollabileguardando mes'ostinava a ripetere :

- Adriano!

- ...Beronikein greco. Da Beronike poi: Veronica...

- Adriano! (a me).

- OppureVeronicavera icon: storpiatura probabilissima...

- Adriano! (a me).

- Perché la Beronike degli Atti di Pilato...

- Adriano!

Ripeté così Adriano! non so più quante voltesempre con gliocchi rivolti a me.

Quando scesero entrambi a una stazione e mi lasciarono solo nelloscompartimentom'affacciai al finestrinoper seguirli con gli occhi:discutevano ancoraallontanandosi.

A un certo punto però il vecchietto perdette la pazienza e prese lacorsa.

- Chi lo dice? - gli domandò forte il giovanefermocon aria disfida.

Quegli allora si voltò per gridargli:

- Camillo De Meis!

Mi parve che anche lui gridasse a me quel nomea me che stavo intantoa ripetere meccanicamente: - Adriano... -. Buttai subito via quel dee ritenni il Meis.

" Adriano Meis! Si... Adriano Meis: suona bene... "

Mi parve anche che questo nome quadrasse bene alla faccia sbarbata econ gli occhialiai capelli lunghial cappellaccio alla finanziera cheavrei dovuto portare.

" Adriano Meis. Benone! M'hanno battezzato. "

Recisa di netto ogni memoria in me della vita precedentefermatol'animo alla deliberazione di ricominciare da quel punto una nuova vitaio era invaso e sollevato come da una fresca letizia infantile; mi sentivocome rifatta vergine e trasparente la coscienzae lo spirito vigile epronto a trar profitto di tutto per la costruzione del mio nuovo io.Intanto l'anima mi tumultuava nella gioja di quella nuova libertà. Nonavevo mai veduto così uomini e cose; l'aria tra essi e me s'era d'untratto quasi snebbiata; e mi si presentavan facili e lievi le nuoverelazioni che dovevano stabilirsi tra noipoiché ben poco ormai io avreiavuto bisogno di chieder loro per il mio intimo compiacimento. Oh levitàdeliziosa dell'anima; serenaineffabile ebbrezza! La Fortuna mi avevasciolto di ogni intricoall'improvvisomi aveva sceverato dalla vitacomunereso spettatore estraneo della briga in cui gli altri sidibattevano ancorae mi ammoniva dentro:

" Vedraivedrai com'essa t'apparirà curiosaoraa guardarlacosi da fuori! Ecco là uno che si guasta il fegato e fa arrabbiare unpovero vecchietto per sostener che Cristo fu il più brutto degliuomini... "

Sorridevo. Mi veniva di sorridere così di tutto e a ogni cosa: a glialberi della campagnaper esempioche mi correvano incontro constranissimi atteggiamenti nella loro fuga illusoria; a le ville sparse quae làdove mi piaceva d'immaginar coloni con le gote gonfie per sbuffarecontro la nebbia nemica degli olivi o con le braccia levate a pugni chiusicontro il cielo che non voleva mandar acqua: e sorridevo agli uccellettiche si sbandavanospaventati da quel coso nero che correva per lacampagnafragoroso; all'ondeggiar dei fili telegraficiper cui passavanocerte notizie ai giornalicome quella da Miragno del mio suicidio nelmolino della Stìa; alle povere mogli dei cantonieri chepresentavan la bandieruola arrotolatagravide e col cappello del maritoin capo.

Se non chea un certo puntomi cadde lo sguardo su l'anellino di fedeche mi stringeva ancora l'anulare della mano sinistra. Ne ricevetti unascossa violentissima: strizzai gli occhi e mi strinsi la mano con l'altramanotentando di strapparmi quel cerchietto d'orocosìdi nascostoper non vederlo più. Pensai ch'esso si apriva e cheinternamentevierano incisi due nomi: Mattia-Romildae la data del matrimonio.Che dovevo farne?

Aprii gli occhi e rimasi un pezzo accigliatoa contemplarlo nellapalma della mano.

Tuttoattornomi s'era rifatto nero.

Ecco ancora un resto della catena che mi legava al passato! Piccoloanellolieve per séeppur così pesante! Ma la catena era giàspezzatae dunque via anche quell'ultimo anello!

Feci per buttarlo dal finestrinoma mi trattenni. Favorito cosìeccezionalmente dal casoio non potevo più fidarmi di esso; tutto ormaidovevo creder possibilefinanche questo: che un anellino buttatonell'aperta campagnatrovato per combinazione da un contadinopassandodi mano in manocon quei due nomi incisi internamente e la datafacessescoprir la veritàche l'annegato della Stìa cioè non era ilbibliotecario Mattia Pascal.

" Nono" pensai" in luogo più sicuro... Ma dove?"

Il trenoin quellasi fermò a un'altra stazione. Guardaie subitomi sorse un pensieroper Ia cui attuazione. provai dapprima un certoritegno. Lo dicoperché mi serva di scusa presso coloro che amano il belgestogente poco riflessivaalla quale piace di non ricordarsi chel'umanità è pure oppressa da certi bisognia cui purtroppo deveobbedire anche chi sia compreso da un profondo cordoglio. CesareNapoleone eper quanto possa parere indegnoanche la donna più bella...Basta. Da una parte c'era scritto Uomini e dall'altra Donne;e lì intombai il mio anellino di fede.

Quindinon tanto per distrarmiquanto per cercar di dare una certaconsistenza a quella mia nuova vita campata nel vuotomi misi a pensaread Adriano Meisa immaginargli un passatoa domandarmi chi fu mio padredov'ero natoecc. - posatamente sforzandomi di vedere e di fissar benetuttonelle più minute particolarità.

Ero figlio unico: su questo mi pareva che non ci fosse da discutere.

" Più unico di così... Eppure no! Chi sa quanti sono come menella mia stessa condizionefratelli miei. Si lascia il cappello e lagiaccacon una lettera in tascasul parapetto d'un pontesu un fiume; epoiinvece di buttarsi giùsi va via tranquillamentein America oaltrove. Si pesca dopo alcuni giorni un cadavere irriconoscibile: saràquello de la lettera lasciata sul parapetto del ponte. E non se ne parlapiù! E vero che io non ci ho messo la mia volontà: né letteranégiaccané cappello... Ma son pure come lorocon questo di più: cheposso godermi senza alcun rimorso la mia libertà. Han voluto regalarmelae dunque... "

Dunque diciamo figlio unico. Nato... - sarebbe prudente non precisarealcun luogo di nascita. Come si fa? Non si può nascer mica su le nuvolelevatrice la lunaquantunque in biblioteca abbia letto che gli antichifra tanti altri mestierile facessero esercitare anche questoe le donneincinte la chiamassero in soccorso col nome di Lucina.

Su le nuvoleno; ma su un piroscafosìper esempiosi puònascere. Eccobenone! nato in viaggio. I miei genitori viaggiavano... perfarmi nascere su un piroscafo. Viaviasul serio! Una ragione plausibileper mettere in viaggio una donna incintaprossima a partorire... O chefossero andati in America i miei genitori? Perché no? Ci vanno tanti...Anche Mattia Pascalpoverettovoleva andarci. E allora queste ottantaduemila lire diciamo che le guadagnò mio padrelà in America? Ma che! Conottantadue mila lire in tascaavrebbe aspettato primache la mogliemettesse al mondo il figliuolocomodamentein terraferma. E poibaje!Ottantadue mila lire un emigrato non le guadagna più cosi facilmente inAmerica. Mio padre... - a propositocome si chiamava? Paolo. Sì: PaoloMeis. Mio padrePaolo Meiss'era illusocome tanti altri. Avevastentato trequattr'anni; poiavvilitoaveva scritto da Buenos-Airesuna lettera al nonno...

Ahun nonnoun nonno io volevo proprio averlo conosciutoun carovecchiettoper esempiocome quello ch'era sceso testé dal trenostudioso d'iconografia cristiana.

Misteriosi capricci della fantasia! Per quale inesplicabile bisogno edonde mi veniva d'immaginare in quel momento mio padrequel Paolo Meiscome uno scavezzacollo? Eccosìegli aveva dato tanti dispiaceri alnonno: aveva sposato contro la volontà di lui e se n'era scappato inAmerica. Doveva forse sostenere anche lui che Cristo era bruttissimo. Ebrutto davvero e sdegnato l'aveva veduto làin Americase con la moglielì lì per partorireappena ricevuto il soccorso dal nonnose n'eravenuto via.

Ma perché proprio in viaggio dovevo esser nato io? Non sarebbe statomeglio nascere addirittura in Americanell'Argentinapochi mesi primadel ritorno in patria de' miei genitori? Ma si! Anzi il nonno s'eraintenerito per il nipotino innocente; per meunicamente per me avevaperdonato il figliuolo. Così iopiccino piccinoavevo traversatol'Oceanoe forse in terza classee durante il viaggio avevo preso unabronchite e per miracolo non ero morto. Benone! Me lo diceva sempre ilnonno. Io però non dovevo rimpiangere come comunemente si suol faredinon esser mortoallora di pochi mesi. No: perchéin fondoche doloriavevo sofferto ioin vita mia? Uno soloper dire la verità: quello dela morte del povero nonnocol quale ero cresciuto. Mio padrePaolo Meisscapato e insofferente di giogoera fuggito via di nuovo in Americadopoalcuni mesilasciando la moglie e me col nonno; e là era morto di febbregialla. A tre anniio ero rimasto orfano anche di madree senza memoriaperciò de' miei genitori; solo con queste scarse notizie di loro. Mac'era di più! Non sapevo neppure con precisione il mio luogo di nascita.Nell'Argentinava bene! Ma dove? Il nonno lo ignoravaperché mio padrenon gliel'aveva mai detto o perché se n'era dimenticatoe io non potevocertamente ricordarmelo.

Riassumendo:

a) figlio unico di PaoloMeis; - b) nato in America nell'Argentinasenz'altra designazione;- c) venuto in Italia di pochi mesi (bronchite); - d) senzamemoria né quasi notizia dei genitori; - e) cresciuto col nonno.

Dove? Un po' da per tutto. Prima a Nizza. Memorie confuse: PiazzaMassenala PromenadeAvenue de la Gare... PoiaTorino.

Eccoci andavo adessoe mi proponevo tante cose: mi proponevo discegliere una via e una casadove il nonno mi aveva lasciato finoall'età di dieci anni affidato alle cure di una famiglia che avreiimmaginato lì sul postoperché avesse tutti i caratteri del luogo; miproponevo di vivereo meglio d'inseguire con la fantasialìsu larealtàla vita d'Adriano Meis piccino.

Questo inseguimentoquesta costruzione fantastica d'una vita nonrealmente vissutama colta man mano negli altri e nei luoghi e fatta esentita miami procurò una gioja strana e nuovanon priva d'una certamestizianei primi tempi del mio vagabondaggio. Me ne feciun'occupazione. Vivevo non nel presente soltantoma anche per il miopassato cioè per gli anni che Adriano Meis non aveva vissuti.

Nulla o ben poco ritenni di quel che avevo prima fantasticato. Nullas'inventaè veroche non abbia una qualche radicepiù o men profondanella realtà; e anche le cose più strane possono esser vereanzinessuna fantasia arriva a concepire certe folliecerte inverosimiliavventure che si scatenano e scoppiano dal seno tumultuoso della vita; mapurecome e quanto appare diversa dalle invenzioni che noi possiamotrarne la realtà viva e spirante! Di quante cose sostanzialiminutissimeinimmaginabili ha bisogno la nostra invenzione perridiventare quella stessa realtà da cui fu trattadi quante fila che lariallaccino nel complicatissimo intrico della vitafila che noi abbiamorecise per farla diventare una cosa a sé!

Or che cos'ero iose non un uomo inventato? Una invenzione ambulanteche voleva edel restodoveva forzatamente stare per sépur calatanella realtà.

Assistendo alla vita degli altri e osservandola minuziosamentenevedevo gl'infiniti legami eal tempo stessovedevo le tante mie filaspezzate. Potevo io rannodarleoraqueste fila con la realtà? Chi sadove mi avrebbero trascinato; sarebbero forse diventate subito redini dicavalli scappatiche avrebbero condotto a precipizio la povera biga dellamia necessaria invenzione. No. Io dovevo rannodar queste fila soltanto conla fantasia.

E seguivo per le vie e nei giardini i ragazzetti dai cinque ai dieciannie studiavo le loro mossei loro giuochie raccoglievo le loroespressioniper comporne a poco a poco l'infanzia di Adriano Meis. Viriuscii così beneche essa alla fine assunse nella mia mente unaconsistenza quasi reale.

Non volli immaginarmi una nuova mamma. Mi sarebbe parso di profanar lamemoria viva e dolorosa della mia mamma vera. Ma un nonnosìil nonnodel mio primo fantasticarevolli crearmelo.

Ohdi quanti nonnini veridi quanti vecchietti inseguiti e studiatiun po' a Torinoun po' a Milanoun po' a Veneziaun po' a Firenzesicompose quel nonnino mio! Toglievo a uno qua la tabacchiera d'osso e ilpezzolone a dadi rossi e neria un altro là il bastoncinoa un terzogli occhiali e la barba a collanaa un quarto il modo di camminare e disoffiarsi il nasoa un quinto il modo di parlare e di ridere; e ne vennefuori un vecchietto fino un po' bizzosoamante delle artiun nonninospregiudicatoche non mi volle far seguire un corso regolare di studiipreferendo d'istruirmi luicon la viva conversazione e conducendomi consédi città in cittàper musei e gallerie.

Visitando MilanoPadovaVeneziaRavennaFirenzePerugialo ebbisempre con mecome un'ombraquel mio nonnino fantasticatoche piùd'una volta mi parlò anche per bocca d'un vecchio cicerone.

Ma io volevo vivere anche per menel presente. M'assaliva di tratto intratto l'idea di quella mia libertà sconfinataunicae provavo unafelicità improvvisacosì forteche quasi mi ci smarrivo in un beatostupore; me la sentivo entrar nel petto con un respiro lunghissimo elargoche mi sollevava tutto lo spirito. Solo! solo! solo! padrone di me!senza dover dar conto di nulla a nessuno! Eccopotevo andare dove mipiaceva: a Venezia? a Venezia! a Firenze? a Firenze!; e quella miafelicità mi seguiva dovunque. Ahricordo un tramontoa Torinoneiprimi mesi di quella mia nuova vitasul Lungo Popresso al ponte cheritiene per una pescaja l'impeto delle acque che vi fremono irose: l'ariaera d'una trasparenza meravigliosa; tutte le cose in ombra parevanosmaltate in quella limpidezza; e ioguardandomi sentii così ebro dellamia libertàche temetti quasi d'impazziredi non potervi resistere alungo.

Avevo già effettuato da capo a piedi la mia trasformazione esteriore:tutto sbarbatocon un pajo di occhiali azzurri chiari e coi capellilunghiscomposti artisticamente: parevo proprio un altro! Mi fermavoqualche volta a conversar con me stesso innanzi a uno specchio e mimettevo a ridere.

" Adriano Meis! Uomo felice! Peccato che debba esser conciatocosì... Mavia' che te n'importa? Va benone! Se non fosse perquest'occhio di lui di quell'imbecillenon saresti poialla finfinetanto bruttonella stranezza un po' spavalda della tua figura. Faiun po' ridere le donneecco. Ma la colpain fondonon è tua. Sequell'altro non avesse portato i capelli così cortitu non saresti oraobbligato a portarli così lunghi: e non certo per tuo gustolo sovaiora sbarbato come un prete. Pazienza! Quando le donne ridono... ridi anchetu: è il meglio che possa fare. "

Vivevoper altrocon me e di mequasi esclusivamente. Scambiavoappena qualche parola con gli albergatoricoi cameriericoi vicini ditavolama non mai per voglia d'attaccar discorso. Dal ritegno anzi che neprovavomi accorsi ch'io non avevo affatto il gusto della menzogna. Delrestoanche gli altri mostravan poca voglia di parlare con me: forse acausa del mio aspettomi prendevano per uno straniero. Ricordo chevisitando Venezianon ci fu verso di levar dal capo a un vecchiogondoliere ch'io fossi tedescoaustriaco. Ero natosìnell'Argentinama da genitori italiani. La mia veradiciamo così " estraneità" era ben altra e la conoscevo io solo: non ero più niente io;nessuno stato civile mi registravatranne quello di Miragnoma comemortocon l'altro nome.

Non me n'affliggevo; tuttavia per austriaconoper austriaco non mipiaceva di passare. Non avevo avuto mai occasione di fissar la mente su laparola " patria ". Avevo da pensare a ben altroun tempo! Oranell'ozio cominciavo a prender l'abitudine di riflettere su tante cose chenon avrei mai creduto potessero anche per poco interessarmi. Veramentecicascavo senza volerloe spesso mi avveniva di scrollar le spalleseccato. Ma di qualche cosa bisognava pure che mi occupassiquando misentivo stanco di giraredi vedere. Per sottrarmi alle riflessionifastidiose e inutilimi mettevo talvolta a riempire interi fogli di cartadella mia nuova firmaprovandomi a scrivere con altra grafiatenendo lapenna diversamente di come la tenevo prima. A un certo punto peròstracciavo la carta e buttavo via la penna. Io potevo benissimo essereanche analfabeta! A chi dovevo scrivere? Non ricevevo né potevo piùricever lettere da nessuno.

Questo pensierocome tanti altri del restomi faceva dare un tuffonel passato. Rivedevo allora la casaIa bibliotecale vie di Miragnolaspiaggia; e mi domandavo: " Sarà ancora vestita di nero Romilda?Forse sì per gli occhi del mondo. Che farà? ". E me la immaginavocome tante volte e tante l'avevo veduta là per casa; e m'immaginavo anchela vedova Pescatoreche imprecava certo alla mia memoria.

" Nessuna delle due" pensavo" si sarà recataneppure una volta a visitar nel cimitero quel pover'uomoche pure èmorto così barbaramente. Chi sa dove mi hanno seppellito! Forse la ziaScolastica non avrà voluto fare per me la spesa che fece per la mamma;Robertotanto meno; avrà detto: - Chi gliel'ha fatto fare? Poteva vivereinfine con due lire al giornobibliotecario -. Giacerò come un canenelcampo dei poveri... Viavianon ci pensiamo! Me ne dispiace per quelpover'uomoil quale forse avrà avuto parenti più umani de' miei che loavrebbero trattato meglio. - Madel restoanche a luiormaicheglien'importa? S'è levato il pensiero! "

Seguitai ancora per qualche tempo a viaggiare. Volli spingermi oltrel'Italia; visitai le belle contrade del Renofino a Coloniaseguendo ilfiume a bordo d'un piroscafo; mi trattenni nelle città principali: aMannheima Wormsa Magonzaa Bingena Coblenza... Avrei voluto andarpiù sù di Coloniapiù sù della Germaniaalmeno in Norvegia; ma poipensai che io dovevo imporre un certo freno alla mia libertà. Il denaroche avevo meco doveva servirmi per tutta la vitae non era molto. Avreipotuto vivere ancora una trentina d'anni; e così fuori d'ogni leggesenza alcun documento tra le mani che comprovassenon dico altrola miaesistenza realeero nell'impossibilità di procacciarmi un qualcheimpiego; se non volevo dunque ridurmi a mal partitobisognava che mirestringessi a vivere con poco. Fatti i continon avrei dovuto spenderepiù di duecento lire al mese: pochine; ma già per ben due anni avevoanche vissuto con menoe non io solo. Mi sarei dunque adattato.

In fondoero già un po' stanco di quell'andar girovagando sempre soloe muto. Istintivamente cominciavo a sentir il bisogno di un po' dicompagnia. Me ne accorsi in una triste giornata di novembrea Milanotornato da poco dal mio giretto in Germania.

Faceva freddoed era imminente la pioggiacon la sera. Sotto unfanale scorsi un vecchio cerinajoa cui la cassettache teneva dinanzicon una cinta a tracollaimpediva di ravvolgersi bene in un logoromantelletto che aveva su le spalle. Gli pendeva dalle pugna strette sulmento un cordoncinofino ai piedi. Mi chinai a guardare e gli scoprii trale scarpacce rotte un cucciolotto minuscolodi pochi giorniche tremavatutto di freddo e gemeva continuamentelì rincantucciato. Poverabestiolina! Domandai al vecchio se la vendesse. Mi rispose di sì e che mel'avrebbe venduta anche per pocobenché valesse molto: ahsi sarebbefatto un bel caneun gran canequella bestiola:

- Venticinque lire...

Seguitò a tremare il povero cucciolosenza inorgoglirsi punto diquella stima: sapeva di certo che il padrone con quel prezzo non avevaaffatto stimato i suoi futuri meritima la imbecillità che aveva credutodi leggermi in faccia.

Io intantoavevo avuto il tempo di riflettere checomprando quelcanemi sarei fatto sìun amico fedele e discretoil quale per amarmie tenermi in pregio non mi avrebbe mai domandato chi fossi veramente edonde venissi e se le mie carte fossero in regola; ma avrei dovuto anchemettermi a pagare una tassa: io che non ne pagavo più! Mi parve come unaprima compromissione della mia libertàun lieve intacco ch'io stessi perfarle.

- Venticinque lire? Ti saluto! - dissi al vecchio cerinajo.

Mi calcai il cappellaccio su gli occhi esotto la pioggerella finafina che già il cielo cominciava a mandarem'allontanaiconsiderandoperòper la prima voltache era bellasìsenza dubbioquella mialibertà così sconfinatama anche un tantino tirannaeccose non miconsentiva neppure di comperarmi un cagnolino.

 

IX

Un po' di nebbia

Del primo invernose rigidopiovosonebbiosoquasi non m'ero accorto tra gli svaghi de' viaggi enell'ebbrezza della nuova libertà. Ora questo secondo mi sorprendeva giàun po' stancocome ho dettodel vagabondaggio e deliberato a impormi unfreno. E mi accorgevo che... sìc'era un po' di nebbiac'era; e facevafreddo; m'accorgevo che per quanto il mio animo si opponesse a prenderqualità dal colore del tempopur ne soffriva.

" Ma sta' a vedere" mi rampognavo" che non debbapiù far nuvolo perché tu possa ora godere serenamente della tualibertà! "

M'ero spassato abbastanzacorrendo di qua e di là: Adriano Meis avevaavuto in quell'anno la sua giovinezza spensierata; ora bisognava chediventasse uomosi raccogliesse in sési formasse un abito di vitaquieto e modesto. Ohgli sarebbe stato facilelibero com'era esenz'obblighi di sorta!

Così mi pareva; e mi misi a pensare in quale città mi sarebbeconvenuto di fissar dimoragiacché come un uccello senza nido non potevopiù oltre rimanerese proprio dovevo compormi una regolare esistenza. Madove? in una grande città o in una piccola? Non sapevo risolvermi.

Chiudevo gli occhi e col pensiero volavo a quelle città che avevo giàvisitate; dall'una all'altraindugiandomi in ciascuna fino a rivedere conprecisione quella tal viaquella tal piazzaquel tal luogoinsommadicui serbavo più viva memoria; e dicevo:

" Eccoio vi sono stato! Oraquanta vita mi sfuggeche séguitaad agitarsi qua e là variamente. Eppurein quanti luoghi ho detto: - Quavorrei aver casa! Come ci vivrei volentieri! -. E ho invidiato gliabitanti chequietamentecon le loro abitudini e le loro consueteoccupazionipotevano dimorarvisenza conoscere quel senso penoso diprecarietà che tien sospeso l'animo di chi viaggia. "

Questo senso penoso di precarietà mi teneva ancora e non mi facevaamare il letto su cui mi ponevo a dormirei varii oggetti che mi stavanointorno.

Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini ch'esso evocae aggruppaper cosi direattorno a sé. Certo un oggetto può piacereanche per se stessoper la diversità delle sensazioni gradevoli che cisuscita in una percezione armoniosa; ma ben più spesso il piacere che unoggetto ci procura non si trova nell'oggetto per se medesimo. La fantasialo abbellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d'immagini care. Né noi lopercepiamo più qual esso èma cosìquasi animato dalle immagini chesuscita in noi o che le nostre abitudini vi associano. Nell'oggettoinsommanoi amiamo quel che vi mettiamo di noil'accordol'armonia chestabiliamo tra esso e noil'anima che esso acquista per noi soltanto eche è formata dai nostri ricordi.

Or come poteva avvenire per me tutto questo in una camera d'albergo ?

Ma una casauna casa miatutta miaavrei potuto più averla? I mieidenari erano pochini... Ma una casettina modestadi poche stanze? Piano:bisognava vedereconsiderar bene primatante cose. Certoliberoliberissimoio potevo essere soltanto cosìcon la valigia in mano: oggiquadomani là. Fermo in un luogoproprietario d'una casaehallora :registri e tasse subito! E non mi avrebbero iscritto all'anagrafe? Masicuramente! E come? con un nome falso? E allorachi sa?forse indaginisegrete intorno a me da parte della polizia... Insommaimpicciimbrogli!... Novia: prevedevo di non poter più avere una casa miaoggetti miei. Ma mi sarei allogato a pensione in qualche famigliain unacamera mobiliata. Dovevo affliggermi per così poco?

L'invernoL'inverno m'ispirava queste riflessioni malinconicheLaprossima festa di Natale che fa desiderare il tepore d'un cantuccio caroil raccoglimentol'intimità della casa.

Non avevo certo da rimpiangere quella di casa mia. L'altrapiùanticadella casa paternal'unica ch'io potessi ricordare con rimpiantoera già distrutta da un pezzoe non da quel mio nuovo stato. Sicchédunque dovevo contentarmipensando che davvero non sarei stato piùlietose avessi passato a Miragnotra mia moglie e mia suocera -(rabbrividivo!) - quella festa di Natale.

Per ridereper distrarmim'immaginavo intantocon un buon panettonesotto il braccioinnanzi alla porta di casa mia.

" - Permesso? Stanno ancora qua le signore Romilda Pescatorevedova Pascale Marianna Dondivedova Pescatore? "

" - Sissignore. Ma chi è lei? "

" - Io sarei il defunto marito della signora Pascalquel poverogalantuomo morto l'altr'annoannegato. Eccovengo lesto lesto dall'altromondo per passare le feste in famigliacon licenza dei superiori. Me neriparto subito! "

Rivedendomi cosi all'improvvisosarebbe morta dallo spavento la vedovaPescatore? Che! Lei? Figuriamoci! Avrebbe fatto rimorire medopo duegiorni.

La mia fortuna - dovevo convincermene - la mia fortuna consistevaappunto in questo: nell'essermi liberato della mogliedella suoceradeidebitidelle afflizioni umilianti della mia prima vita. Oraero liberodel tutto. Non mi bastava? Eh viaavevo ancora tutta una vita innanzi ame. Per il momento... chi sa quanti erano soli com'ero io!

" Sima questi tali" m'induceva a riflettere il cattivotempoquella nebbia maledetta" o son forestieri e hanno altroveuna casaa cui un giorno o l'altro potranno far ritornoo se non hannocasa come tepotranno averla domanie intanto avran quella ospitale diqualche amico. Tu invecea volerla diresarai sempre e dovunque unforestiere: ecco la differenza. Forestiere della vitaAdriano Meis."

Mi scrollavoseccatoesclamando:

- E va bene! Meno impicci. Non ho amici? Potrò averne...

Già nella trattoria che frequentavo in quei giorniun signoremiovicino di tavolas'era mostrato inchinevole a far amicizia con me. Potevaavere da quarant'anni : calvo sì e nobrunocon occhiali d'oroche nongli si reggevano bene sul nasoforse per il peso de la catenella purd'oro. Ahper questo un ometto tanto carino! Figurarsi chequando silevava da sedere e si poneva il cappello in capopareva subito un altro:un ragazzino pareva. Il difetto era nelle gambecosì piccoleche nongli arrivavano neanche a terrase stava seduto: egli non si alzavapropriamente da sederema scendeva piuttosto dalla sedia. Cercava dirimediare a questo difettoportando i tacchi alti. Che c'è di male? Sìfacevan troppo rumore quei tacchi; ma gli rendevano intanto cosìgraziosamente imperiosi i passettini da pernice.

Era molto bravo poiingegnoso - forse un pochino bisbetico e volubile- ma con vedute sueoriginali; ed era anche cavaliere.

Mi aveva dato il suo biglietto da visita: - Cavalier Tito Lenzi.

A proposito di questo biglietto da visitaper poco non mi feci ancheun motivo d'infelicità della cattiva figura che mi pareva d'aver fattanon potendo ricambiarglielo. Non avevo ancora biglietti da visita: provavoun certo ritegno a farmeli stampare col mio nuovo nome. Miserie! Non sipuò forse fare a meno de' biglietti da visita? Si dà a voce il proprionomee via.

Così feci; maperdir la veritàil mio vero nome... basta!

Che bei discorsi sapeva fare il cavalier Tito Lenzi! Anche il latinosapeva; citava come niente Cicerone.

- La coscienza? Ma la coscienza non servecaro signore! La coscienzacome guidanon può bastare. Basterebbe forsema se essa fosse castelloe non piazzaper così dire; se noi cioè potessimo riuscire a concepirciisolatamenteed essa non fosse per sua natura aperta agli altri. Nellacoscienzasecondo meinsommaesiste una relazione essenziale... sicuroessenzialetra me che penso e gli altri esseri che io penso. E dunque nonè un assoluto che basti a se stessomi spiego? Quando i sentimentileinclinazionii gusti di questi altri che io penso o che lei pensa non siriflettono in me o in leinoi non possiamo essere né paghinétranquilliné lieti; tanto vero che tutti lottiamo perché i nostrisentimentii nostri pensierile nostre inclinazionii nostri gusti siriflettano nella coscienza degli altri. E se questo non avvieneperché... diciamo cosil'aria del momento non si presta a trasportare ea far fiorirecaro signorei germi... i germi della sua idea nella mentealtruilei non può dire che la sua coscienza le basta. A che le basta?Le basta per viver solo? per isterilire nell'ombra? Eh via! Eh via! Senta;io odio la retoricavecchia bugiarda fanfaronacivetta con gli occhiali.La retoricasicuroha foggiato questa bella frase con tanto di petto infuori: " Ho la mia coscienza e mi basta ". Già! Ciceroneprima aveva detto: Mea mihi conscientia pluris est quam hominum sermo.Cicerone peròdiciamo la veritàeloquenzaeloquenzama... Dio nescampi e libericaro signore! Nojoso più d'un principiante di violino!

Me lo sarei baciato. Se non chequesto mio caro ometto non volleperseverare negli arguti e concettosi discorsidi cui ho voluto dare unsaggio; cominciò a entrare in confidenza; e allora ioche già credevofacile e bene avviata la nostra amiciziaprovai subito un certo impacciosentii dentro me quasi una forza che mi obbligava a scostarmia ritrarmi.Finché parlò lui e la conversazione s'aggirò su argomenti vaghituttoandò bene; ma ora il cavalier Tito Lenzi voleva che parlassi io.

- Lei non è di Milanoè vero?

- No...

- Di passaggio?

- Sì...

- Bella città Milanoeh?

- Bellagià...

Parevo un pappagallo ammaestrato. E più le sue domande mi stringevanoe io con le mie risposte m'allontanavo. E ben presto fui in America. Macome l'ometto mio seppe ch'ero nato in Argentinabalzò dalla sedia evenne a stringermi calorosamente la mano:

- Ahmi felicito con leicaro signore! La invidio! Ahl'America...Ci sono stato.

C'era stato? Scappa!

- In questo caso- m'affrettai a dirgli- debbo io piuttostofelicitarmi con lei che c'è statoperché io posso quasi quasi dire dinon esserci statotuttoché nativo di là; ma ne venni via di pochi mesi;sicché dunque i miei piedi non han proprio toccato il suolo americanoecco!

- Che peccato! - esclamò dolente il cavalier Tito Lenzi. - Ma lei ciavrà parentilaggiùm'immagino!

- Nonessuno...

- Ahdunqueè venuto in Italia con tutta la famigliae vi si èstabilito? Dove ha preso stanza?

Mi strinsi ne le spalle:

- Mah! - sospiraitra le spine- un po' quaun po' là... Non hofamiglia e... e giro.

- Che piacere! Beato lei! Gira... Non ha proprio nessuno?

- Nessuno...

- Che piacere! beato lei! la invidio!

- Lei dunque ha famiglia? - volli domandarglia mia voltaper deviareda me il discorso.

- E nopurtroppo! - sospirò egli alloraaccigliandosi. - Son solo esono stato sempre solo!

- E dunquecome me!...

- Ma io mi annojocaro signore! m'annojo! - scattò l'ometto. - Permela solitudine... eh siinfinemi sono stancato. Ho tanti amici; macreda purenon è una bella cosaa una certa etàandare a casa e nontrovar nessuno. Mah! C'è chi comprende e chi non comprendecaro signore.Sta molto peggio chi comprendeperché alla fine si ritrova senza energiae senza volontà. Chi comprendeinfattidice: " Io non devo farquestonon devo far quest'altroper non commettere questa o quellabestialità ". Benissimo! Ma a un certo punto s'accorge che la vitaè tutta una bestialitàe allora dica un po' lei che cosa significa ilnon averne commessa nessuna: significa per lo meno non aver vissutocarosignore.

- Ma lei- mi provai a confortarlo- lei è ancora in tempofortunatamente...

- Di commettere bestialità? Ma ne ho già commesse tantecreda pure!- rispose con un gesto e un sorriso fatuo. - Ho viaggiatoho girato comelei e... avventureavventure... anche molto curiose e piccanti... siviame ne son capitate. Guardiper esempioa Viennauna sera...

Cascai dalle nuvole. Come! Avventure amoroselui? Trequattrocinquein Austriain Franciain Italia... anche in Russia? E cheavventure! Una più ardita dell'altra... Ecco quaper dare un altrosaggioun brano di dialogo tra lui e una donna maritata:

LUI: - Eha pensarcilo socara signora... Tradire il maritoDiomio! La fedeltàl'onestàla dignità... tre grossesante parolecontanto d'accento su l'a. E poi: l'onore! altra parola enorme... Main praticacredeteè un'altra cosacara signora: cosa di pochissimomomento! Domandate alle vostre amiche che ci si sono avventurate.

LA DONNA MARITATA: - Sì; e tutte quante han provato poi un grandedisinganno!

LUI: - Ma sfido ma si capisce! Perché impeditetrattenute da quelleparolaccehanno messo un annosei mesitroppo tempo a risolversi. E ildisinganno diviene appunto dalla sproporzione tra l'entità del fatto e iltroppo pensiero che se ne son date. Bisogna risolversi subitocarasignora! Lo pensolo faccio. E' cosi semplice!

Bastava guardarlobastava considerare un poco quella sua minuscolaridicola personcinaper accorgersi ch'egli mentivasenza bisogno d'altreprove.

Allo stupore seguì in me un profondo avvilimento di vergogna per luiche non si rendeva conto del miserabile effetto che dovevano naturalmenteprodurre quelle sue panzanee anche per me che vedevo mentire con tantadisinvoltura e tanto gusto luilui che non ne avrebbe avuto alcunbisogno; mentre ioche non potevo farne a menoio ci stentavo e cisoffrivo fino a sentirmiogni voltatorcer l'anima dentro.

Avvilimento e stizza. Mi veniva d'afferrargli un braccio e digridargli:

" Ma scusicavaliereperché? perché? "

Se però erano ragionevoli e naturali in me l'avvilimento e la stizzami accorsiriflettendoci beneche sarebbe stata per lo meno scioccaquella domanda. Infattise il caro ometto imbizzarriva cosi a farmicredere a quelle sue avventurela ragione era appunto nel non aver eglialcun bisogno di mentire; mentre io... io vi ero obbligato dallanecessità. Ciò che per luiinsommapoteva essere uno spasso e quasil'esercizio d'un dirittoera per meall'incontroobbligo incresciosocondanna.

E che seguiva da questa riflessione? Ahimèche iocondannatoinevitabilmente a mentire dalla mia condizionenon avrei potuto avere maipiù un amicoun vero amico. E dunquené casané amici... Amiciziavuol dire confidenza; e come avrei potuto io confidare a qualcuno ilsegreto di quella mia vita senza nome e senza passatosorta come un fungodal suicidio di Mattia Pascal? Io potevo aver solamente relazionisuperficialipermettermi solo co' miei simili un breve scambio di parolealiene.

Ebbeneerano gl'inconvenienti della mia fortuna. Pazienza! Mi sareiscoraggiato per questo?

" Vivrò con me e di mecome ho vissuto finora! "

Sì; ma ecco: per dir la veritàtemevo che della mia compagnia non misarei tenuto né contento né pago. E poitoccandomi la faccia escoprendomela sbarbatapassandomi una mano su quei capelli lunghi orassettandomi gli occhiali sul nasoprovavo una strana impressione: mipareva quasi di non esser più iodi non toccare me stesso.

Siamo giustiio mi ero conciato a quel modo per gli altrinon per me.Dovevo ora star con mecosì mascherato? E se tutto ciò che avevo fintoe immaginato di Adriano Meis non doveva servire per gli altriper chidoveva servire? per me? Ma iose maipotevo crederci solo a patto che cicredessero gli altri.

Orase questo Adriano Meis non aveva il coraggio di dir bugiedicacciarsi in mezzo alla vitae si appartava e rientrava in albergostanco di vedersi soloin quelle tristi giornate d'invernoper le vie diMilanoe si chiudeva nella compagnia del morto Mattia Pascalprevedevoche i fatti mieiehavrebbero cominciato a camminar male; che insommanon mi s'apparecchiava un divertimentoe che la mia bella fortunaallora...

Ma la verità forse era questa: che nella mia libertà sconfinatamiriusciva difficile cominciare a vivere in qualche modo. Sul punto diprendere una risoluzionemi sentivo come trattenutomi pareva di vederetanti impedimenti e ombre e ostacoli.

Ed eccomi cacciavodi nuovofuoriper le stradeosservavo tuttomi fermavo a ogni nonnullariflettevo a lungo su le minime cose; stancoentravo in un caffèleggevo qualche giornaleguardavo la gente cheentrava e usciva; alla fineuscivo anch'io. Ma la vitaa considerarlacosìda spettatore estraneomi pareva ora senza costrutto e senzascopo; mi sentivo sperduto tra quel rimescolìo di gente. E intanto ilfrastuonoil fermento continuo della città m'intronavano.

" Oh perché gli uomini" domandavo a me stessosmaniosamente" si affannano così a rendere man mano piùcomplicato il congegno della loro vita? Perché tutto questo stordimentodi macchine? E che farà l'uomo quando le macchine faranno tutto? Siaccorgerà allora che il così detto progresso non ha nulla a che fare conla felicità? Di tutte le invenzionicon cui la scienza crede onestamented'arricchire l'umanità (e la impoverisceperché costano tanto care)che gioja in fondo proviamo noianche ammirandole? "

In un tram elettricoil giorno avantim'ero imbattuto in unpover'uomodi quelli che non possono fare a meno di comunicare a glialtri tutto ciò che passa loro per la mente.

- Che bella invenzione! - mi aveva detto. - Con due soldiniin pochiminutimi giro mezza Milano.

Vedeva soltanto i due soldini della corsaquel pover'uomoe nonpensava che il suo stipendiuccio se n'andava tutto quanto e non glibastava per vivere intronato di quella vita fragorosacol tram elettricocon la luce elettricaecc.ecc.

Eppure la scienzapensavoha l'illusione di render più facile e piùcomoda l'esistenza! Maanche ammettendo che la renda veramente piùfacilecon tutte le sue macchine così difficili e complicatedomandoio: " E qual peggior servizio a chi sia condannato a una briga vanache rendergliela facile e quasi meccanica? ".

Rientravo in albergo.

Làin un corridojosospesa nel vano d'una finestrac'era una gabbiacon un canarino. Non potendo con gli altri e non sapendo che faremimettevo a conversar con luicol canarino: gli rifacevo il verso con lelabbraed esso veramente credeva che qualcuno gli parlasse e ascoltava eforse coglieva in quel mio pispissìo care notizie di nididi fogliedilibertà... Si agitava nella gabbiasi voltavasaltavaguardava ditraversoscotendo la testinapoi mi rispondevachiedevaascoltavaancora. Povero uccellino! lui sì m'intenerivamentre io non sapevo checosa gli avessi detto...

Ebbenea pensarci non avviene anche a noi uomini qualcosa di simile?Non crediamo anche noi che la natura ci parli? e non ci sembra di cogliereun senso nelle sue voci misterioseuna rispostasecondo i nostridesideriialle affannose domande che le rivolgiamo? E intanto la naturanella sua infinita grandezzanon ha forse il più lontano sentore di noie della nostra vana illusione.

Ma vedete un po' a quali conclusioni uno scherzo suggerito dall'oziopuò condurre un uomo condannato a star solo con se stesso! Mi venivaquasi di prendermi a schiaffi. Ero io dunque sul punto di diventare sulserio un filosofo?

Nonovianon era logica la mia condotta. Cosìnon avrei potutopiù oltre durarla. Bisognava ch'io vincessi ogni ritegnoprendessi aogni costo una risoluzione.

Ioinsommadovevo vivereviverevivere.

 

X

Acquasantiera e portacenere

Pochi giorni dopo ero a Romaperprendervi dimora.

Perché a Roma e non altrove? La ragione vera la vedo adessodopotutto quello che m'è occorsoma non la dirò per non guastare il mioracconto con riflessioni chea questo puntosarebbero inopportune.Scelsi allora Romaprima di tutto perché mi piacque sopra ogni altracittàe poi perché mi parve più adatta a ospitar con indifferenzatratanti forestieriun forestiere come me.

La scelta della casacioè d'una cameretta decente in qualche viatranquillapresso una famiglia discretami costò molta fatica.Finalmente la trovai in via Ripettaalla vista del fiume. A dir verolaprima impressione che ricevetti della famiglia che doveva ospitarmi fupoco favorevole; tanto chetornato all'albergorimasi a lungo perplessose non mi convenisse di cercare ancora.

Su Ia portaal quarto pianoc'erano due targhette: PALEARI diquaPAPIANO di là; sotto a questaun biglietto da visitafissato con due bullette di ramenel quale si leggeva: Silvia Caporale.

Venne ad aprirmi un vecchio su i sessant'anni (Paleari? Papiano?)inmutande di telacoi piedi scalzi entro un pajo di ciabatte rocciosenudoil torso roseocicciososenza un pelole mani insaponate e con unfervido turbante di spuma in capo.

- Oh scusi! - esclamò. - Credevo che fosse la serva... Abbia pazienzami trova cosi... Adriana! Terenzio! E subitovia! Vedi che c'è qua unsignore.. Abbia pazienza un momentino; favorisca... Che cosa desidera?

- S'affitta qua una camera mobiliata?

- Sissignore. Ecco mia figlia: parlerà con lei. SùAdrianalacamera!

Apparvetutta confusauna signorinetta piccola piccolabiondapallidadagli occhi cerulidolci e mesticome tutto il volto. Adrianacome me! " Ohguarda un po'! " pensai. " Neanche a farloapposta!

- Ma Terenzio dov'è? - domandò l'uomo dal turbante di spuma.

- Oh Diopapàsai bene che è a Napolida jeri. Ritìrati! Se tivedessi... - gli rispose la signorinetta mortificatacon una vocinatenera chepur nella lieve irritazioneesprimeva la mitezza dell'indole.

Quegli si ritiròripetendo: - Ah già! ah già! -strascicando le ciabatte e seguitando a insaponarsi il capo calvo e ancheil grigio barbone.

Non potei fare a meno di sorriderema benevolmenteper nonmortificare di più la figliuola. Ella socchiuse gli occhicome per nonvedere il mio sorriso.

Mi parve dapprima una ragazzetta; poiosservando bene l'espressionedel voltom'accorsi ch'era già donna e che doveva perciò portaresevogliamoquella veste da camera che la rendeva un po' goffanonadattandosi al corpo e alle fattezze di lei così piccolina. Vestiva dimezzo lutto.

Parlando pianissimo e sfuggendo di guardarmi (chi sa che impressione lefeci in prima!)m'introdusseattraverso un corridojo bujonella camerache dovevo prendere in affitto. Aperto l'usciomi sentii allargare ilpettoall'ariaalla luce che entravano per due ampie finestreprospicienti il fiume. Si vedeva in fondo in fondo Monte MarioPonteMargherita e tutto il nuovo quartiere dei Prati fino a Castel Sant'Angelo;si dominava il vecchio ponte di Ripetta e il nuovo che vi si costruivaaccanto; più là il ponte Umberto e tutte le vecchie case di Tordinonache seguivan la voluta ampia del fiume; in fondoda quest'altra partesiscorgevano le verdi alture del Gianicolocol fontanone di San Pietro inMontorio e la statua equestre di Garibaldi.

In grazia di quella spaziosa veduta presi in affitto la camerache eraper altro addobbata con graziosa semplicitàdi tappezzeria chiarabianca e celeste.

- Questo terrazzino qui accanto- volle dirmi la ragazzetta in vesteda camera- appartiene pure a noialmeno per ora. Lo butteranno giùdiconoperché fa aggetto.

- Fa... che cosa?

- Aggetto: non si dice così? Ma ci vorrà tempo prima che sia finitoil Lungotevere.

Sentendola parlare pianocon tanta serietàvestita a quel modosorrisi e dissi:

- Ah sì?

Se ne offese. Chinò gli occhi e si strinse un po' il labbro tra identi. Per farle piacereallorale parlai anch'io con gravità:

- E scusisignorina: non ci sono bambiniè veroin casa?

Scosse il capo senza aprir bocca. Forse nella mia domanda sentì ancoraun sapor d'ironiach'io però non avevo voluto metterci. Avevo detto bambinie non bambine. Mi affrettai a riparare un'altra volta.

- E... dicasignorina: loro non affittano altre camereè vero?

- Questa è la migliore- mi risposesenza guardarmi. - Se non leaccomoda...

- No no... Domandavo per sapere se...

- Ne affittiamo un'altra- disse allora ellaalzando gli occhi conaria d'indifferenza forzata. - Di làposta sul davanti... su la via. Eoccupata da una signorina che sta con noi ormai da due anni: dà lezionidi pianoforte... non in casa.

Accennòcosì dicendoun sorriso lieve lievee mesto. Aggiunse:

- Siamo ioil babbo e mio cognato...

- Paleari?

- No: Paleari è il babbo; mio cognato si chiama Terenzio Papiano. Deveperò andar viacol fratello che per ora sta anche lui qua con noi. Miasorella è morta... da sei mesi.

Per cangiar discorsole domandai che pigione avrei dovuto pagare; ciaccordammo subito; le domandai anche se bisognava lasciare una caparra.

- Faccia lei- mi rispose. - Se vuole piuttosto lasciare il nome...

Mi tastai in pettosorridendo nervosamentee dissi:

- Non ho... non ho neppure un biglietto da visita... Mi chiamo Adrianosìappunto: ho sentito che si chiama Adriana anche leisignorina. Forsele farà dispiacere...

- Ma no! Perché? - fece leinotando evidentemente il mio curiosoimbarazzo e ridendo questa volta come una vera bambina.

Risi anch'io e soggiunsi:

- E allorase non le dispiacemi chiamo Adriano Meis: ecco fatto!Potrei alloggiare qua stasera stessa? O tornerò meglio domattina...

Ella mi rispose: - Come vuole- ma io me ne andai con l'impressioneche le avrei fatto un gran piacere se non fossi più tornato. Avevo osatonientemeno di non tenere nella debita considerazione quella sua veste dacamera.

Potei vedere però e toccar con manopochi giorni dopoche la poverafanciulla doveva proprio portarlaquella veste da cameradi cui benvolentieriforseavrebbe fatto a meno. Tutto il peso della casa era sule sue spallee guaj se non ci fosse stata lei!

Il padreAnselmo Paleariquel vecchio che mi era venuto innanzi conun turbante di spuma in capoaveva pure cosìcome di spumailcervello. Lo stesso giorno che entrai in casa suami si presentònontanto - disse - per rifarmi le scuse del modo poco decente in cui mi eraapparso la prima voltaquanto per il piacere di far la mia conoscenzaavendo io l'aspetto d'uno studioso o d'un artistaforse:

- Sbaglio?

- Sbaglia. Artista... per niente ! studioso... così così... Mi piaceleggere qualche libro.

- Ohne ha di buoni! - fece luiguardando i dorsi di quei pochi cheavevo già disposti sul palchetto della scrivania. - Poiqualche altrogiornole mostrerò i mieieh? Ne ho di buoni anch'io. Mah!

E scrollò le spalle e rimase lìastrattocon gli occhi invagatievidentemente senza ricordarsi più di nullané dov'era né con chi era;ripeté altre due volte: - Mah!... Mah!- con gli angoli dellabocca contratti in giùe mi voltò le spalle per andarsenesenzasalutarmi.

Ne provailì per lìuna certa meraviglia; ma poiquando egli nellasua camera mi mostrò i libricome aveva promessonon solo quellapiccola distrazione di mente mi spiegaima anche tant'altre cose. Queilibri recavano titoli di questo genere: La Mort et l'au-delà - L'hommeet ses corps - Les sept principes de l'homme - Karma - La clef de laThéosophie - A B C de la Théosophie - La doctrine secrète - Le PlanAstral - ecc.ecc.

Era ascritto alla scuola teosofica il signor Anselmo Paleari.

Lo avevano messo a riposoda caposezione in non so qual Ministeroprima del tempoe lo avevano rovinatonon solo finanziariamentemaanche perché libero e padrone del suo tempoegli si era adessosprofondato tutto ne' suoi fantastici studii e nelle sue nuvolosemeditazioniastraendosi più che mai dalla vita materiale. Per lo menomezza la sua pensione doveva andarsene nell'acquisto di quei libri. Giàse n'era fatta una piccola biblioteca. La dottrina teosofica però nondoveva soddisfarlo interamente. Certo il tarlo della critica lo rodevaperchéaccanto a quei libri di teosofiaaveva anche una riccacollezione di saggi e di studii filosofici antichi e moderni e librid'indagine scientifica. In questi ultimi tempi si era dato anche a gliesperimenti spiritici.

Aveva scoperto nella signorina Silvia Caporalemaestra di pianofortesua inquilinastraordinarie facoltà medianichenon ancora benesviluppateper dire la veritàma che si sarebbero senza dubbiosviluppatecol tempo e con l'eserciziofino a rivelarsi superiori aquelle di tutti i medium più celebrati.

Ioper conto mioposso attestare di non aver mai veduto in urlafaccia volgarmente bruttada maschera carnevalescaun pajo d'occhi piùdolenti di quelli della signorina Silvia Caporale. Eran nerissimiintensiovatie davan l'impressione che dovessero aver dietro uncontrappeso di piombocome quelli delle bambole automatiche. La signorinaSilvia Caporale aveva più di quarant'anni e anche un bel pajo di baffisotto il naso a pallottola sempre acceso.

Seppi di poi che questa povera donna era arrabbiata d'amoree beveva;si sapeva bruttaormai vecchia eper disperazionebeveva. Certe sere siriduceva in casa in uno stato veramente deplorevole: col cappellino asghimbesciola pallottola del naso rossa come una carota e gli occhisemichiusipiù dolenti che mai.

Si buttava sul lettoe subito tutto il vino bevuto le riveniva fuoritrasformato in un infinito torrente di lagrime. Toccava allora alla poverapiccola mammina in veste da camera vegliarlaconfortarla fino a tardanotte: ne aveva pietàpietà che vinceva la nausea: la sapeva sola almondo e infelicissimacon quella rabbia in corpo che le faceva odiar lavitaa cui già due volte aveva attentato; la induceva pian piano aprometterle che sarebbe stata buona che non l'avrebbe fatto più; esissignoriil giorno appresso se la vedeva comparire tutta infronzolata econ certe mossette da scimmiatrasformata di punto in bianco in bambinaingenua e capricciosa.

Le poche lire che le avveniva di guadagnare di tanto in tanto facendoprovar le canzonette a qualche attrice esordiente di caffè-concertosen'andavano così o per bere o per infronzolarsied ella non pagava nél'affitto della camera né quel po' che le davano da mangiare là infamiglia. Ma non si poteva mandar via. Come avrebbe fatto il signorAnselmo Paleari per i suoi esperimenti spiritici?

C'era in fondoperòun'altra ragione. La signorina Caporaledueanni avantialla morte della madreaveva smesso casa evenendo a viverlì dai Paleariaveva affidato circa sei mila lirericavate dallavendita dei mobilia Terenzio Papianoper un negozio che questi le avevapropostosicurissimo e lucroso: le sei mila lire erano sparite.

Quando ella stessala signorina Caporalelagrimandomi fece questaconfessioneio potei scusare in qualche modo il signor Anselmo Paleariil quale per quella sua follia soltanto m'era parso dapprima che tenesseuna donna di tal risma a contatto della propria figliuola.

E' vero che per la piccola Adrianache si dimostrava cosìistintivamente buona e anzi troppo savianon v'era forse da temere: ellainfatti più che d'altro si sentiva offesa nell'anima da quelle pratichemisteriose del padreda quell'evocazione di spiriti per mezzo dellasignorina Caporale.

Era religiosa la piccola Adriana. Me ne accorsi fin dai primi giorniper via di un'acquasantiera di vetro azzurro appesa a muro sopra iltavolino da notteaccanto al mio letto. M'ero coricato con la sigarettain boccaancora accesae m'ero messo a leggere uno di quei libri delPaleari; distrattoavevo poi posato il mozzicone spento inquell'acquasantiera. Il giorno dopoessa non c'era più. Sul tavolino danotteinvecec'era un portacenere. Volli domandarle se la avesse toltalei dal muro; ed ellaarrossendo leggermentemi rispose:

- Scusi tantom'è parso che le bisognasse piuttosto un portacenere.

- Ma c'era acqua benedetta nell'acquasantiera?

- C'era. Abbiamo qui dirimpetto la chiesa di San Rocco...

E se n'andò. Mi voleva dunque santo quella minuscola mamminase alfonte di San Rocco aveva attinto l'acqua benedetta anche per la miaacquasantiera? Per la mia e per la suacertamente. Il padre non dovevausarne. E nell'acquasantiera della signorina Caporaleseppure ne avevavin santopiuttosto.

Ogni minimo che - sospeso come già da un pezzo mi sentivo in un vuotostrano - mi faceva ora cadere in lunghe riflessioni. Questodell'acquasantiera m'indusse a pensare chefin da ragazzoio non avevopiù atteso a pratiche religiosené ero più entrato in alcuna chiesaper pregareandato via Pinzone che mi vi conduceva insieme con Bertoperordine della mamma. Non avevo mai sentito alcun bisogno di domandare a mestesso se avessi veramente una fede. E Mattia Pascal era morto di malamorte senza conforti religiosi.

Improvvisamentemi vidi in una condizione assai speciosa. Per tuttiquelli che mi conoscevanoio mi ero tolto - bene o male - il pensieropiù fastidioso e più affliggente che si possa averevivendo: quellodella morte. Chi sa quantia Miragnodicevano:

- Beato luialla fine! Comunque siaha risolto il problema.

E non avevo risolto nullaiointanto. Mi trovavo ora coi librid'Anselmo Paleari tra le manie questi libri m'insegnavano che i mortiquelli verisi trovavano nella mia identica condizionenei " gusci" del Kâmalokaspecialmente i suicidiche il signorLeadbeaterautore del Plan Astral (premier degré du mondeinvisibled'après la théosophie)raffigura come eccitati da ogni sortad'appetiti umania cui non possono soddisfaresprovvisti come sono delcorpo carnalech'essi però ignorano d'aver perduto.

" Ohguarda un po'" pensavo" ch'io quasi quasipotrei credere che mi sia davvero affogato nel molino della Stìa eche intanto mi illuda di vivere ancora. "

Si sa che certe specie di pazzia sono contagiose. Quella del Paleariper quanto in prima mi ribellassialla fine mi s'attaccò. Non checredessi veramente di esser morto: non sarebbe stato un gran malegiacché il forte è morireeappena mortinon credo che si possa avereil tristo desiderio di ritornare in vita. Mi accorsi tutt'a un tratto chedovevo proprio morire ancora: ecco il male! Chi se ne ricordava più? Dopoil mio suicidio alla Stìaio naturalmente non avevo veduto piùaltroinnanzi a meche la vita. Ed ecco quaora: il signor AnselmoPaleari mi metteva innanzi di continuo l'ombra della morte.

Non sapeva più parlar d'altroquesto benedett'uomo! Ne parlava peròcon tanto fervore e gli scappavan fuori di tratto in trattonella fogadel discorsocerte immagini e certe espressioni così singolaricheascoltandolomi passava subito la voglia di cavarmelo d'attorno ed'andarmene ad abitare altrove. Del restola dottrina e la fede delsignor Palearituttoché mi sembrassero talvolta puerilierano in fondoconfortanti; epoiché purtroppo mi s'era affacciata l'idea cheungiorno o l'altroio dovevo pur morire sul serionon mi dispiaceva disentirne parlare a quel modo.

- C'è logica? - mi domandò egli un giornodopo avermi letto un passodi un libro del Finotpieno d'una filosofia così sentimentalmentemacabrache pareva il sogno d'un becchino morfinomanesu la vitanientemeno dei vermi nati dalla decomposizione del corpo umano. - C'èlogica? Materiasì materia: ammettiamo che tutto sia materia. Ma c'èforma e formamodo e modoqualità e qualità: c'è il sasso e l'etereimponderabileperdio! Nel mio stesso corpoc'è l'unghiail denteilpeloe c'è perbacco il finissimo tessuto oculare. Orasissignorechivi dice di no? quella che chiamiamo anima sarà materia anch'essa; mavorrete ammettermi che non sarà materia come l'unghiacome il dentecome il pelo: sarà materia come l'etereo che so io. L'eteresìl'ammettete come ipotesie l'anima no? C'è logica? Materiasissignore.Segua il mio ragionamentoe veda un po' dove arrivoconcedendo tutto.Veniamo alla Natura. Noi consideriamo adesso l'uomo come l'erede di unaserie innumerevole di generazioniè vero? come il prodotto di unaelaborazione ben lenta della Natura. Leicaro signor Meisritiene chesia una bestia anch'essocrudelissima bestia enel suo insiemeben pocopregevole? Concedo anche questoe dico: sta benel'uomo rappresentanella scala degli esseri un gradino non molto elevato; dal verme all'uomoponiamo ottoponiamo setteponiamo cinque gradini. Maperdiana!laNatura ha faticato migliajamigliaja e migliaja di secoli per salirequesti cinque gradinidal verme all'uomo; s'è dovuta evolvereè vero?questa materia per raggiungere come forma e come sostanza questo quintogradinoper diventare questa bestia che rubaquesta bestia che uccidequesta bestia bugiardama che pure è capace di scrivere la DivinaCommediasignor Meise di sacrificarsi come ha fatto sua madre e miamadre; e tutt'a un trattopàffetetorna zero? C'è logica? Madiventerà verme il mio nasoil mio piedenon l'anima miaper bacco!materia anch'essasissignorechi vi dice di no? ma non come il mio nasoo come il mio piede. C'è logica?

- Scusisignor Paleari- gli obbiettai io- un grand'uomo passeggiacadebatte la testadiventa scemo. Dov'è l'anima?

Il signor Anselmo restò un tratto a guardarecome se improvvisamentegli fosse caduto un macigno innanzi ai piedi.

- Dov'è l'anima?

- Sìlei o ioio che non sono un grand'uomoma che pure... viaragiono: passeggiocadobatto la testadivento scemo. Dov'è l'anima?

Il Paleari giunse le mani econ espressione di benigno compatimentomi rispose:

- Masanto Dioperché vuol cadere e batter la testacaro signorMeis?

- Per un'ipotesi...

- Ma nossignore: passeggi pure tranquillamente. Prendiamo i vecchi chesenza bisogno di cadere e batter la testapossono naturalmente diventarescemi. Ebbeneche vuol dire? Lei vorrebbe provare con questo chefiaccandosi il corposi raffievolisce anche l'animaper dimostrar cosìche l'estinzione dell'uno importi l'estinzione dell'altra? Ma scusi!Immagini un po' il caso contrario: di corpi estremamente estenuati in cuipur brilla potentissima la luce dell'anima: Giacomo Leopardi! e tantivecchi come per esempio Sua Santità Leone XIII! E dunque? Ma immagini unpianoforte e un sonatore: a un certo puntosonandoil pianoforte siscorda; un tasto non batte più; duetre corde si spezzano; ebbenesfido! con uno strumento così ridottoil sonatoreper forzapuressendo bravissimodovrà sonar male. E se il pianoforte poi tacenonesiste più neanche il sonatore?

- Il cervello sarebbe il pianoforte; il sonatore l'anima?

- Vecchio paragonesignor Meis! Ora se il cervello si guastaperforza l'anima s'appalesa scemao mattao che so io. Vuol dire chese ilsonatore avrà rottonon per disgraziama per inavvertenza o pervolontà lo strumentopagherà: chi rompe paga: si paga tuttosi paga.Ma questa è un'altra questione. Scusinon vorrà dir nulla per lei chetutta l'umanitàtuttadacché se ne ha notiziaha sempre avutol'aspirazione a un'altra vitadi là? E' un fattoquestoun fattounaprova reale.

- Dicono: l'istinto della conservazione...

- Ma nossignoreperché me n'infischio iosa? di questa vilepellaccia che mi ricopre! Mi pesala sopporto perché so che devosopportarla; ma se mi provanoperdianache - dopo averla sopportata peraltri cinque o sei o dieci anni - io non avrò pagato lo scotto in qualchemodoe che tutto finirà lì ma io la butto via oggi stessoin questostesso momento: e dov'è allora l'istinto della conservazione? Mi conservounicamente perché sento che non può finire cosi! Ma altro è l'uomosingolodiconoaltro è l'umanità. L'individuo finiscela speciecontinua la sua evoluzione. Bel modo di ragionarecodesto! Ma guardi unpo'! Come se l'umanità non fossi ionon fosse lei ea uno a unotutti.E non abbiamo ciascuno lo stesso sentimentoche sarebbe cioè la cosapiù assurda e più atrocese tutto dovesse consister quiin questomiserabile soffio che è la nostra vita terrena: cinquantasessant'annidi nojadi miseriedi fatiche: perché? per niente! per l'umanità? Mase l'umanità anch'essa un giorno dovrà finire? Pensi un po': e tuttaquesta vitatutto questo progressotutta questa evoluzione perchésarebbero stati? Per niente? E il nienteil puro nientedicono intantoche non esiste... Guarigione dell'astroè vero? come ha detto leil'altro giorno. Va bene: guarigione; ma bisogna vedere in che senso. Ilmale della scienzaguardisignor Meisè tutto qui: che vuole occuparsidella vita soltanto.

- Eh- sospirai iosorridendo- poiché dobbiamo vivere...

- Ma dobbiamo anche morire! - ribatté il Paleari.

- Capisco; perché però pensarci tanto?

- Perché? ma perché non possiamo comprendere la vitase in qualchemodo non ci spieghiamo la morte! Il criterio direttivo delle nostreazioniil filo per uscir da questo labirintoil lume insommasignorMeisil lume deve venirci di làdalla morte.

- Col bujo che ci fa?

- Bujo? Bujo per lei! Provi ad accendervi una lampadina di fedeconl'olio puro dell'anima. Se questa lampadina mancanoi ci aggiriamo quanella vitacome tanti ciechicon tutta la luce elettrica che abbiamoinventato! Sta benebenissimoper la vitala lampadina elettrica; manoicaro signor Meisabbiamo anche bisogno di quell'altra che ci facciaun po' di luce per la morte. Guardiio provo anchecerte sereadaccendere un certo lanternino col vetro rosso; bisogna ingegnarsi in tuttii moditentar comunque di vedere. Per oramio genero Terenzio è aNapoli. Tornerà fra qualche mesee allora la inviterò ad assistere aqualche nostra modesta sedutinase vuole. E chi sa che quel lanternino...Bastanon voglio dirle altro.

Come si vedenon era molto piacevole la compagnia di Anselmo Paleari.Mapensandoci bene potevo io senza rischioo megliosenza vedermicostretto a mentireaspirare a qualche altra compagnia men lontana dallavita? Mi ricordavo ancora del cavalier Tito Lenzi. Il signor Paleariinvece non si curava di saper nulla di mepago dell'attenzione ch'ioprestavo a' suoi discorsi. Quasi ogni mattinadopo la consueta abluzionedi tutto il corpomi accompagnava nelle mie passeggiate; andavamo o sulGianicolo o su l'Aventino o su Monte Mariotalvolta sino a PonteNomentanosempre parlando della morte.

" Ed ecco che bel guadagno ho fatto io" pensavo" anon esser morto davvero! "

Tentavo qualche volta di trarlo a parlar d'altro; ma pareva che ilsignor Paleari non avesse occhi per lo spettacolo della vita intorno;camminava quasi sempre col cappello in mano; a un certo puntolo alzavacome per salutar qualche ombra ed esclamava:

- Sciocchezze!

Una sola volta mi rivolseall'improvvisouna domanda particolare:

- Perché sta a Roma leisignor Meis?

Mi strinsi ne le spalle e gli risposi:

- Perché mi piace di starci...

- Eppure è una città triste- osservò egliscotendo il capo. -Molti si meravigliano che nessuna impresa vi riescache nessuna idea vivavi attecchisca. Ma questi tali si meravigliano perché non voglionoriconoscere che Roma è morta.

- Morta anche Roma? - esclamaicosternato.

- Da gran temposignor Meis! Ed è vanocredaogni sforzo per farlarivivere. Chiusa nel sogno del suo maestoso passatonon ne vuol piùsapere di questa vita meschina che si ostina a formicolarle intorno.Quando una città ha avuto una vita come quella di Romacon carattericosi spiccati e particolarinon può diventare una città modernacioèuna città come un'altra. Roma giace làcol suo gran cuore frantumatoale spalle del Campidoglio. Son forse di Roma queste nuove case? Guardisignor Meis. Mia figlia Adriana mi ha detto dell'acquasantierache stavain camera suasi ricorda? Adriana gliela tolse dalla cameraquell'acquasantiera; mal'altro giornole cadde di mano e si ruppe: nerimase soltanto la conchettae questaoraè in camera miasu la miascrivaniaadibita all'uso che lei per primodistrattamentene avevafatto. Ebbenesignor Meisil destino di Roma è l'identico. I papi neavevano fatto - a modo loros'intende - un'acquasantiera; noi italiani neabbiamo fattoa modo nostroun portacenere. D'ogni paese siamo venutiqua a scuotervi la cenere del nostro sigaroche è poi il simbolo dellafrivolezza di questa miserrima vita nostra e dell'amaro e velenoso piacereche essa ci dà.

 

Di seraguardando il fiume

Man mano che la familiaritàcresceva per la considerazione e la benevolenza che mi dimostrava ilpadron di casacresceva anche per me la difficoltà del trattareilsegreto impaccio che già avevo provato e che spesso ora diventava acutocome un rimorsonel vedermi lìintruso in quella famigliacon un nomefalsocoi lineamenti alteraticon una esistenza fittizia e quasiinconsistente. E mi proponevo di trarmi in disparte quanto più mi fossepossibilericordando di continuo a me stesso che non dovevo accostarmitroppo alla vita altruiche dovevo sfuggire ogni intimità e contentarmidi vivere così fuor fuori.

- Libero! - dicevo ancora; ma già cominciavo a penetrare il senso e amisurare i confini di questa mia libertà.

Ecco: essaper esempiovoleva dire starmene lìdi seraaffacciatoa una finestraa guardare il fiume che fluiva nero e silente tra gliargini nuovi e sotto i ponti che vi riflettevano i lumi dei loro fanalitremolanti come serpentelli di fuoco; seguire con la fantasia il corso diquelle acquedalla remota fonte apenninavia per tante campagneoraattraverso la cittàpoi per la campagna di nuovofino alla foce;fingermi col pensiero il mare tenebroso e palpitante in cui quelle acquedopo tanta corsaandavano a perdersie aprire di tratto in tratto labocca a uno sbadiglio.

- Libertà... libertà... - mormoravo. - Ma purenon sarebbe lo stessoanche altrove?

Vedevo qualche sera nel terrazzino lì accanto la mammina di casa investe da cameraintenta a innaffiare i vasi di fiori. " Ecco lavita! " pensavo. E seguivo con gli occhi la dolce fanciulla in quellasua cura gentileaspettando di punto in punto che ella levasse lo sguardoverso la mia finestra. Ma invano. Sapeva che stavo lì; maquand'erasolafingeva di non accorgersene. Perché? effetto di timidezza soltantoquel ritegnoo forse me ne voleva ancorain segretola cara mamminadella poca considerazione ch'io crudelmente mi ostinavo a dimostrarle?

Eccoella oraposato l'annaffiatojosi appoggiava al parapetto delterrazzino e si metteva a guardare il fiume anche leiforse per darmi avedere che non si curava né punto né poco di mepoiché aveva perproprio conto pensieri ben gravi da meditarein quell'atteggiamentoebisogno di solitudine.

Sorridevo tra mecosì pensando; ma poivedendola andar via dalterrazzinoriflettevo che quel mio giudizio poteva anche essere erratofrutto del dispetto istintivo che ciascuno prova nel vedersi non curato;e: " Perchédel resto" mi domandavo" dovrebbe ellacurarsi di merivolgermisenza bisognola parola? Io qui rappresento ladisgrazia della sua vitala follia di suo padre; rappresento forseun'umiliazione per lei. Forse ella rimpiange ancora il tempo che suo padreera in servizio e non aveva bisogno d'affittar camere e d'avere estraneiper casa. E poi un estraneo come me! Io le faccio forse paurapoverabambinacon quest'occhio e con questi occhiali... ".

Il rumore di qualche vettura sul prossimo ponte di legno mi scoteva daquelle riflessioni; sbuffavomi ritraevo dalla finestra; guardavo illettoguardavo i librirestavo un po' perplesso tra questi e quelloscrollavo infine le spalledavo di piglio al cappellaccio e uscivosperando di liberarmifuorida quella noja smaniosa.

Andavosecondo l'ispirazione del momentoo nelle vie più popolate oin luoghi solitarii. Ricordouna nottein piazza San Pietrol'impressione di sognod'un sogno quasi lontanoch'io m'ebbi da quelmondo secolareracchiuso lì tra le braccia del portico maestosonelsilenzio che pareva accresciuto dal continuo fragore delle due fontane.M'accostai a una di essee allora quell'acqua soltanto mi sembrò vivalìe tutto il resto quasi spettrale e profondamente malinconico nellasilenziosaimmota solennità.

Ritornando per via Borgo Nuovom'imbattei a un certo punto in unubriacoil qualepassandomi accanto e vedendomi cogitabondosi chinòsporse un po' il capoa guardarmi in volto da sotto in sùe mi dissescotendomi leggermente il braccio:

- Allegro!

Mi fermai di bottosorpresoa squadrarlo da capo a piedi.

- Allegro! - ripetéaccompagnando l'esortazione con un gesto dellamano che significava: " Che fai? che pensi? non ti curar di nulla!".

E s'allontanòcempennantereggendosi con una mano al muro.

A quell'oraper quella via desertalì vicino al gran tempio e coipensieri ancora in mentech'esso mi aveva suscitatil'apparizione diquesto ubriaco e il suo strano consiglio amorevole e filosoficamentepietosom'intronarono: restai non so per quanto tempo a seguir con gliocchi quell'uomopoi sentii quel mio sbalordimento rompersiquasiinuna folle risata.

" Allegro! Sicaro. Ma io non posso andare in una taverna cometea cercar l'allegriache tu mi consigliin fondo a un bicchiere. Nonce la saprei trovare io lìpurtroppo! Ne so trovarla altrove! Io vado alcaffèmio carotra gente per beneche fuma e ciarla di politica.Allegri tuttianzi felicinoi potremmo essere a un sol pattosecondo unavvocatino imperialista che frequenta il mio caffè: a patto d'essergovernati da un buon re assoluto. Tu non le saipovero ubriaco filosofoqueste cose; non ti passano neppure per la mente. Ma la causa vera ditutti i nostri malidi questa tristezza nostrasai qual è? Lademocraziamio carola democraziacioè il governo della maggioranza.Perchéquando il potere è in mano d'uno soloquest'uno sa d'esser unoe di dover contentare molti; ma quando i molti governanopensano soltantoa contentar se stessie si ha allora la tirannia più balorda e piùodiosa: la tirannia mascherata da libertà. Ma sicuramente! Oh perchécredi che soffra io? Io soffro appunto per questa tirannia mascherata dalibertà... Torniamo a casa! "

Ma quella era la notte degl'incontri.

Passandopoco dopoper Tordinona quasi al bujointesi un fortegridotra altri soffocatiin uno dei vicoli che sbucano in questa via.Improvvisamente mi vidi precipitare innanzi un groviglio di rissanti. Eranquattro miserabiliarmati di nodosi bastoniaddosso a una donna datrivio.

Accenno a quest'avventuranon per farmi bello d'un atto di coraggioma per dire anzi della paura che provai per le conseguenze di esso. Eranoquattro quei mascalzonima avevo anch'io un buon bastone ferrato. E veroche due di essi mi s'avventarono contro anche coi coltelli. Mi difesi allamegliofacendo il mulinello e saltando a tempo in qua e in là per nonfarmi prendere in mezzo; riuscii alla fine ad appoggiar sul capo al piùaccanito un colpo bene assestatocol pomo di ferro: lo vidi vacillarepoi prender la corsa; gli altri tre alloraforse temendo che qualcunostesse ormai per accorrere agli strilli della donnalo seguirono. Non socomemi trovai ferito alla fronte. Gridai alla donnache non smettevaancora di chiamare ajutoche si stesse zitta; ma ellavedendomi con lafaccia rigata di sanguenon seppe frenarsi epiangendotuttascarmigliatavoleva soccorrermifasciarmi col fazzoletto di seta cheportava sul senostracciato nella rissa.

- Nonograzie- le dissischermendomi con ribrezzo. - Basta... Nonè nulla! Va'va' subito... Non ti far vedere.

E mi recai alla fontanellache è sotto la rampa del ponte lì vicinoper bagnarmi la fronte. Mamentr'ero lìecco due guardie affannatechevollero sapere che cosa fosse accaduto. Subitola donnache era diNapoliprese a narrare il " guajo che aveva passato " con meprofondendo le frasi più affettuose e ammirative del suo repertoriodialettale al mio indirizzo. Ci volle del bello e del buonoper liberarmidi quei due zelanti questuriniche volevano assolutamente condurmi conloroperché denunziassi il fatto. Bravo! Non ci sarebbe mancato altro!Aver da fare con la questuraadesso! comparire il giorno dopo nellacronaca dei giornali come un quasi eroeio che me ne dovevo star zittoin ombraignorato da tutti...

Eroeeccoeroe non potevo più essere davvero. Se non a patto dimorirci... Ma se ero già morto!

- E vedovo leiscusisignor Meis?

Questa domanda mi fu rivolta a bruciapelouna seradalla signorinaCaporale nel terrazzinodove ella si trovava con Adriana e dove miavevano invitato a passare un po' di tempo in loro compagnia.

Restai malelì per lì; risposi:

- Io no; perché?

- Perché lei col pollice si stropiccia sempre l'anularecome chivoglia far girare un anello attorno al dito. Cosi... E veroAdriana?

Ma guarda un po' fin dove vanno a cacciarsi gli occhi delle donneomegliodi certe donnepoiché Adriana dichiarò di non essersene maiaccorta.

- Non ci avrai fatto attenzione! - esclamò la Caporale.

Dovetti riconoscere cheper quanto neanche io vi avessi fatto maiattenzionepoteva darsi che avessi quel vezzo.

- Ho tenuto difatti- mi vidi costretto ad aggiungere- per moltotempoquiun anellinoche poi ho dovuto far tagliare da un oreficeperché mi serrava troppo il dito e mi faceva male.

- Povero anellino! - gemette allorastorcignandosila quarantenneinvena quella sera di lezii infantili. - Tanto stretto le stava? Non volevauscirle più dal dito? Sarà stato forse il ricordo d'un...

- Silvia! - la interruppe la piccola Adrianain tono di rimprovero.

- Che male c'è? - riprese quella. - Volevo dire d'un primo amore...Sùci dica qualche cosasignor Meis. Possibileche lei non debbaparlar mai?

- Ecco- dissi io- pensavo alla conseguenza che lei ha tratto dalmio vezzo di stropicciarmi il dito. Conseguenza arbitrariacarasignorina. Perché i vedovich'io mi sappianon sogliono levarsil'anellino di fede. Pesase maila moglienon l'anellinoquando lamoglie non c'è più. Anzicome ai veterani piace fregiarsi delle loromedagliecosì al vedovocredoportar l'anellino.

- Eh sì! - esclamò la Caporale. - Lei storna abilmente il discorso.

- Come! Se voglio anzi approfondirlo!

- Che approfondire! Non approfondisco mai nullaio. Ho avuto questaimpressionee basta.

- Che fossi vedovo?

- Sissignore. Non pare anche a teAdrianache ne abbia l'ariailsignor Meis?

Adriana si provò ad alzar gli occhi su mema li riabbassò subitonon sapendo - timida com'era - sostenere lo sguardo altrui; sorriselievemente del suo solito sorriso dolce e mestoe disse:

- Che vuoi che sappia io dell'aria dei vedovi? Sei curiosa!

Un pensieroun'immagine dovette balenarle in quel punto alla mente; siturbòe si volse a guardare il fiume sottostante. Certo quell'altracompreseperché sospirò e si volse anche lei a guardare il fiume.

Un quartoinvisibileera venuto evidentemente a cacciarsi tra noi.Compresi alla fine anch'ioguardando la veste da camera di mezzo lutto diAdrianae argomentai che Terenzio Papianoil cognato che si trovavaancora a Napolinon doveva aver l'aria del vedovo compuntoe cheperconseguenzaquest'ariasecondo la signorina Caporalela avevo io.

Confesso che provai gusto che quella conversazione finisse così male.Il dolore cagionato ad Adriana col ricordo della sorella morta e diPapiano vedovoera infatti per la Caporale il castigo della suaindiscrezione.

Se non chevolendo esser giustiquesta che pareva a me indiscrezionenon era in fondo naturale curiosità scusabilissimain quanto che perforza doveva nascere da quella specie di silenzio strano che era attornoalla mia persona? E giacché la solitudine mi riusciva ormaiinsopportabile e non sapevo resistere alla tentazione d'accostarmi a glialtribisognava pure che alle domande di questi altrii quali avevanobene il diritto di sapere con chi avessero da fareio soddisfacessirassegnatonel miglior modo possibilecioè mentendoinventando: nonc'era via di mezzo! La colpa non era degli altriera mia; adesso l'avreiaggravataè verocon la menzogna; ma se non volevose ci soffrivodovevo andar viariprendere il mio vagabondaggio chiuso e solitario.

Notavo che Adriana stessala quale non mi rivolgeva mai alcuna domandamen che discretastava pure tutta orecchi ad ascoltare ciò cherispondevo a quelle della Caporalecheper dir la veritàandavanospesso un po' troppo oltre i limiti della curiosità naturale e scusabile.

Una seraper esempiolì nel terrazzinoove ora solitamente ciriunivamo quand'io tornavo da cenami domandòridendo e schermendosi daAdriana che le gridava eccitatissima: - NoSilviate lo proibisco! Nont'arrischiare! - mi domandò:

- Scusisignor MeisAdriana vuol sapere perché lei non si facrescere almeno i baffi...

- Non è vero! - gridò Adriana. - Non ci credasignor Meis! E stataleiinvece... Io...

Scoppiò in lagrimeimprovvisamentela cara mammina. Subito laCaporale cercò di confortarladicendole:

- Ma novia! che c'entra! che c'è di male?

Adriana la respinse con un gomito:

- C'è di male che tu hai mentitoe mi fai rabbia! Parlavamo degliattori di teatro che sono tutti... cosìe allora tu hai detto: " Comeil signor Meis! Chi sa perché non si fa crescere almeno i baffi?..."e io ho ripetuto: " Giàchi sa perché... ".

- Ebbene- riprese la Caporale- chi dice " Chi sa perché..."vuol dire che vuol saperlo!

- Ma l'hai detto prima tu! - protestò Adrianaal colmo della stizza.

- Posso rispondere? - domandai io per rimetter la calma.

- Noscusisignor Meis: buona sera! - disse Adrianae si alzò perandar via

Ma la Caporale la trattenne per un braccio:

- Eh viacome sei sciocchina! Si fa per ridere... Il signor Adriano ètanto buonoche ci compatisce. Non è verosignor Adriano? Glielo dicalei... per che non si fa crescere almeno i baffi.

Questa volta Adriana risecon gli occhi ancora lagrimosi.

- Perché c'è sotto un mistero- risposi io allora alterandoburlescamente la voce. - Sono congiurato!

- Non ci crediamo! - esclamò la Caporale con lo stesso tono; ma poisoggiunse: - Peròsenta: che è un sornione non si può mettere indubbio. Che cosa è andato a fareper esempiooggi dopopranzo allaPosta?

- Io alla Posta?

- Sissignore. Lo nega? L'ho visto con gli occhi miei. Verso lequattro... Passavo per piazza San Silvestro...

- Si sarà ingannatasignorina: non ero io.

- Giàgià- fece la Caporaleincredula. - Corrispondenzasegreta... Perchéè veroAdriana?non riceve mai lettere in casaquesto signore. Me l'ha detto la donna di serviziobadiamo!

Adriana s'agitòseccatasu la seggiola.

- Non le dia retta- mi disserivolgendomi un rapido sguardo dolentee quasi carezzevole.

- Né in casané ferme in posta! - risposi io. - E vero purtroppo!Nessuno mi scrivesignorinaper la semplice ragione che non ho piùnessuno che mi possa scrivere.

- Nemmeno un amico? Possibile? Nessuno?

- Nessuno. Siamo io e l'ombra miasu la terra. Me la son portata aspassoquest'ombradi qua e di là continuamentee non mi son maifermato tantofinorain un luogoda potervi contrarre un'amiciziaduratura.

- Beato lei- esclamò la Caporalesospirando- che ha potutoviaggiare tutta la vita! Ci parli almeno de' suoi viaggiviase non vuolparlarci d'altro.

A poco a pocosuperati gli scogli delle prime domande imbarazzantiscansandone alcuni coi remi della menzognache mi servivan da leva e dapuntelloaggrappandomiquasi con tutte e due le mania quelli che mistringevano più da pressoper girarli pian pianoprudentementelabarchetta della mia finzione poté alla fine filare al largo e issar lavela della fantasia.

E ora iodopo un anno e più di forzato silenzioprovavo un granpiacere a parlarea parlareogni seralì nel terrazzinodi quel cheavevo vedutodelle osservazioni fattedegli incidenti che mi eranooccorsi qua e là. Meravigliavo io stesso d'avere accoltoviaggiandotante impressioniche il silenzio aveva quasi sepolte in mee che oraparlandorisuscitavanomi balzavan vive dalle labbra. Quest'intimameraviglia coloriva straordinariamente la mia narrazione; dal piacere poiche le due donneascoltandodimostravano di provarnemi nasceva a manoa mano il rimpianto d'un bene che non avevo allora realmente goduto; eanche di questo rimpianto s'insaporava ora la mia narrazione.

Dopo alcune serel'atteggiamentoil tratto della signorina Caporaleerano radicalmente mutati a mio riguardo. Gli occhi dolenti le siappesantirono d'un languore così intensoche richiamavan più che mail'immagine del contrappeso di piombo internoe più che mai buffo apparveil contrasto fra essi e la faccia da maschera carnevalesca. Non c'eradubbio: s'era innamorata di me la signorina Caporale!

Dalla sorpresa ridicolissima che ne provaim'accorsi intanto che ioin tutte quelle serenon avevo parlato affatto per leima perquell'altra che se n'era stata sempre taciturna ad ascoltare.Evidentemente però quest'altra aveva anche sentito ch'io parlavo per leisolagiacché subito tra noi si stabilì come una tacita intesa dipigliarci a godere insieme il comico e impreveduto effetto de' mieidiscorsi sulle sensibilissime corde sentimentali della quarantenne maestradi pianoforte.

Macon questa scopertanessun pensiero men che puro entrò in me perAdriana: quella sua candida bontà soffusa di mestizia non potevaispirarne; provavo però tanta letizia di quella prima confidenza quale equanta la delicata timidezza poteva consentirgliene. Era un fuggevolesguardocome il lampo d una grazia dolcissima; era un sorriso dicommiserazione per la ridicola lusinga di quella povera donna; era qualchebenevolo richiamo ch'ella mi accennava con gli occhi e con un lievemovimento del capose io eccedevo un po'per il nostro spasso segretonel dar filo di speranza all'aquilone di colei che or si librava nei cielidella beatitudineora svariava per qualche mia stratta improvvisa eviolenta.

- Lei non deve aver molto cuore- mi disse una volta la Caporale- seè vero ciò che dice e che io non credod'esser passato finora incolumeper la vita.

- Incolume? come?

- Sìintendo senza contrarre passioni...

- Ahmaisignorinamai!

- Non ci ha voluto direintantodonde le fosse venuto quell'anellinoche si fece tagliare da un orefice perché le serrava troppo il dito...

- E mi faceva male! Non gliel'ho detto? Ma si! Era un ricordo delnonnosignorina.

- Bugia!

- Come vuol lei; ma guardiio posso finanche dirle che il nonnom'aveva regalato quell'anellino a Firenzeuscendo dalla Galleria degliUffizie sa perché? perché ioche avevo allora dodici anniavevoscambiato un Perugino per un Raffaello. Proprio così. Inpremio di questo sbaglio m'ebbi l'anellinocomprato in una delle bachechea Ponte Vecchio. Il nonno infatti riteneva fermamentenon so per qualisue ragioniche quel quadro del Perugino dovesse invece essere attribuitoa Raffaello. Ecco spiegato il mistero! Capirà che tra la mano d'ungiovinetto di dodici anni e questa manaccia miaci corre. Vede? Ora sontutto cosìcome questa manaccia che non comporta anellini graziosi. Ilcuore forse ce l'avrei; ma io sono anche giustosignorina; mi guardo allospecchiocon questo bel pajo d'occhialiche pure sono in parte pietosie mi sento cader le braccia: " Come puoi tu pretenderemio caroAdriano" dico a me stesso" che qualche donna s'innamori dite? ".

- Oh che idee! - esclamò la Caporale. - Ma lei crede d'esser giustodicendo così? E' ingiustissimoinveceverso noi donne. Perché ladonnacaro signor Meislo sappiaè più generosa dell'uomoe non badacome questo alla bellezza esteriore soltanto.

- Diciamo allora che la donna è anche più coraggiosa dell'uomosignorina. Perché riconosco cheoltre alla generositàci vorrebbe unabuona dose di coraggio per amar veramente un uomo come me.

- Ma vada via! Già lei prova gusto a dirsi e anche a farsi più bruttoche non sia.

- Questo è vero. E sa perché? Per non ispirare compassione a nessuno.Se cercassivedad'acconciarmi in qualche modofarei dire: "Guarda un po' quel pover'uomo: si lusinga d'apparir meno brutto con quelpajo di baffi! ". Invececosìno. Sono brutto? E là: brutto benedi cuoresenza misericordia. Che ne dice?

La signorina Caporale trasse un profondo sospiro.

- Dico che ha torto- poi rispose. - Se provasse invece a farsicrescere un po' la barbaper esempios'accorgerebbe subito di non esserequel mostro che lei dice.

- E quest'occhio qui? - le domandai.

- Oh Diopoiché lei ne parla con tanta disinvoltura- fece laCaporale- avrei voluto dirglielo da parecchi giorni: perché nons'assoggettascusia una operazione ormai facilissima? Potrebbevolendoliberarsi in poco tempo anche di questo lieve difetto.

- Vedesignorina? - conclusi io. - Sarà che la donna è più generosadell'uomo; ma le faccio notare che a poco a poco lei mi ha consigliato dicombinarmi un'altra faccia.

Perché avevo tanto insistito su questo discorso? Volevo proprio che lamaestra Caporale mi spiattellasse lìin presenza d'Adrianach'ella miavrebbe amatoanzi mi amavaanche cosìtutto rasoe con quell'occhiosbalestrato? No. Avevo tanto parlato e avevo rivolto tutte quelle domandeparticolareggiate alla Caporaleperché m'ero accorto del piacere forseincosciente che provava Adriana alle risposte vittoriose che quella midava.

Compresi cosìchenon ostante quel mio strambo aspettoella avrebbepotuto amarmi. Non lo dissi neanche a me stesso; mada quella sera inpoimi sembrò più soffice il letto ch'io occupavo in quella casapiùgentili tutti gli oggetti che mi circondavanopiù lieve l'aria cherespiravopiù azzurro il cielopiù splendido il sole. Volli credereche questo mutamento dipendesse ancora perché Mattia Pascal era finitolìnel molino della Stìae perché ioAdriano Meisdopo avereerrato un pezzo sperduto in quella nuova libertà illimitataavevofinalmente acquistato l'equilibrioraggiunto l'ideale che m'ero prefissodi far di me un altr'uomoper vivere un'altra vitache oraeccosentivosentivo piena in me.

E il mio spirito ridiventò ilarecome nella prima giovinezza;perdette il veleno dell'esperienza. Finanche il signor Anselmo Paleari nonmi sembrò più tanto nojoso: l'ombrala nebbiail fumo della suafilosofia erano svaniti al sole di quella mia nuova gioja. Povero signorAnselmo! delle due cosea cui si dovevasecondo luipensare su laterraegli non s'accorgeva che pensava ormai a una sola: ma forsevia!aveva anche pensato a vivere a' suoi bei dì! Era più degna dicompassione la maestra Caporalea cui neanche il vino riusciva a darl'allegria di quell'indimenticabile ubriaco di Via Borgo Nuovo: volevavivereleipoverettae stimava ingenerosi gli uomini che badanosoltanto alla bellezza esteriore. Dunqueintimamentenell'animacisentiva bellalei? Oh chi sa di quali e quanti sacrifizii sarebbe statacapace veramentese avesse trovato un uomo " generoso "! Forsenon avrebbe più bevuto neppure un dito di vino.

" Se noi riconosciamo" pensavo" che errare èdell'uomonon è crudeltà sovrumana la giustizia? "

E mi proposi di non esser più crudele verso la povera signorinaCaporale. Me lo proposi; maahimèfui crudele senza volerlo; e anzitanto piùquanto meno volli essere. La mia affabilità fu nuova esca alsuo facile fuoco. E intanto avveniva questo: chealle mie parolelapovera donna impallidivamentre Adriana arrossiva. Non sapevo bene ciòche dicessima sentivo che ogni parolail suonol'espressione di essanon spingeva mai tanto oltre il turbamento di colei a cui veramente eradirettada rompere la segreta armoniache già - non so come - s'era tranoi stabilita.

Le anime hanno un loro particolar modo d'intendersid'entrare inintimitàfino a darsi del tumentre le nostre persone sono tuttaviaimpacciate nel commercio delle parole comuninella schiavitù delleesigenze sociali. Han bisogni lor proprii e loro proprie aspirazioni leanimedi cui il corpo non si dà per intesoquando veda l'impossibilitàdi soddisfarli e di tradurle in atto. E ogni qualvolta due che comunichinofra loro cosìcon le anime soltantosi trovano soli in qualche luogoprovano un turbamento angoscioso e quasi una repulsione violenta d'ogniminimo contatto materialeuna sofferenza che li allontanae che cessasubitonon appena un terzo intervenga. Allorapassata l'angosciale dueanime sollevate si ricercano e tornano a sorridersi da lontano.

Quante volte non ne feci l'esperienza con Adriana! Ma l'impaccioch'ella provava era allora per me effetto del natural ritegno e dellatimidezza della sua indolee il mio credevo derivasse dal rimorso che lafinzione mi cagionavala finzione del mio esserecontinuaa cui eroobbligatodi fronte al candore e alla ingenuità di quella dolce e mitecreatura.

La vedevo ormai con altri occhi. Ma non s'era ella veramentetrasformata da un mese in qua? Non s'accendevano ora d'una più viva luceinteriore i suoi sguardi fuggitivi? e i suoi sorrisi non accusavano oramen penoso lo sforzo che le costava quel suo fare da savia mamminailquale a me da prima era apparso come un'ostentazione?

Sìforse anch'ella istintivamente obbediva al bisogno mio stessoalbisogno di farsi l'illusione d'una nuova vitasenza voler sapere néquale né come. Un desiderio vagocome un'aura dell'animaaveva schiusopian piano per leicome per meuna finestra nell'avveniredonde unraggio dal tepore inebriante veniva a noiche non sapevamo intantoappressarci a quella finestra né per richiuderla né per vedere che cosaci fosse di là.

Risentiva gli effetti di questa nostra pura soavissima ebrezza lapovera signorina Caporale.

- Oh sasignorina- diss'io a questa una sera- che quasi quasi hodeciso di seguire il suo consiglio?

- Quale? - mi domandò ella.

- Di farmi operare da un oculista.

La Caporale batté le manitutta contenta.

- Ah! Benissimo! Il dottor Ambrosini! Chiami l'Ambrosini: è il piùbravo: fece l'operazione della cateratta alla povera mamma mia. Vedi?vediAdrianache lo specchio ha parlato? Che ti dicevo io?

Adriana sorrisee sorrisi anch'io.

- Non lo specchiosignorina - dissi però. - S'è fatto sentire ilbisogno. Da un po' di tempo a questa partel'occhio mi fa male: non mi haservito mai bene; tuttavia non vorrei perderlo.

Non era vero: aveva ragione leila signorina Caporale: lo specchiolospecchio aveva parlato e mi aveva detto che se un'operazione relativamentelieve poteva farmi sparire dal volto quello sconcio connotato cosìparticolare di Mattia PascalAdriano Meis avrebbe potuto anche fare ameno degli occhiali azzurriconcedersi un pajo di baffi e accordarsiinsommaalla megliocorporalmentecon le proprie mutate condizioni dispirito.

Pochi giorni dopouna scena notturnaa cui assistettinascostodietro la persiana d'una delle mie finestrevenne a frastornarmiall'improvviso.

La scena si svolse nel terrazzino lì accantodove mi ero trattenutofin verso le dieciin compagnia delle due donne. Ritiratomi in cameram'ero messo a leggeredistrattouno dei libri prediletti del signorAnselmosu la Rincarnazione. Mi parvea un certo puntodi sentirparlare nel terrazzino: tesi l'orecchio per accertarmi se vi fosseAdriana. No. Due vi parlavan bassoconcitatamente: sentivo una vocemaschileche non era quella del Paleari. Ma di uomini in casa nonc'eravamo altri che lui e io. Incuriositom'appressai alla finestra perguardar dalle spie della persiana. Nel bujo mi parve discernere lasignorina Caporale. Ma chi era quell'uomo con cui essa parlava? Che fossearrivato da NapoliimprovvisamenteTerenzio Papiano?

Da una parola proferita un po' più forte dalla Caporale compresi cheparlavano di me. M'accostai di più alla persiana e tesi maggiormentel'orecchio. Quell'uomo si mostrava irritato delle notizie che certo lamaestra di pianoforte gli aveva dato di me; ed eccoora essa cercavad'attenuar l'impressione che quelle notizie avevan prodotto nell'animo dicolui.

- Ricco? - domandò eglia un certo punto.

E la Caporale:

- Non so. Pare! Certo campa sul suosenza far nulla...

- Sempre per casa?

- Ma no! E poi domani lo vedrai...

Disse proprio così: vedrai. Dunque gli dava del tu; dunque ilPapiano (non c'era più dubbio) era l'amante della signorina Caporale... Ecome maiallorain tutti quei giornis'era ella dimostrata cosìcondiscendente con me?

La mia curiosità diventò più che mai viva; maquasi a farmeloappostaquei due si misero a parlare pianissimo. Non potendo più con gliorecchicercai d'ajutarmi con gli occhi. Ed eccovidi che la Caporaleposava una mano su la spalla di Papiano. Questipoco dopola respinsesgarbatamente.

- Ma come potevo io impedirlo? - disse quellaalzando un po' la vocecon intensa esasperazione. - Chi sono io? che rappresento io in questacasa?

- Chiamami Adriana! - le ordinò quegli alloraimperioso.

Sentendo proferire il nome di Adriana con quel tonostrinsi le pugna esentii frizzarmi il sangue per le vene.

- Dorme- disse la Caporale.

E coluifoscominaccioso :

- Va' a svegliarla! subito!

Non so come mi trattenni dallo spalancar di furia la persiana.

Lo sforzo che feci per impormi quel frenomi richiamò intanto in mestesso per un momento. Le medesime paroleche aveva or ora proferite contanta esasperazione quella povera donnami vennero alle labbra: "Chi sono io? che rappresento io in questa casa? ".

Mi ritrassi dalla finestra. Subito però mi sovvenne la scusa che ioero pure in ballo lì: parlavano di mequei duee quell'uomo volevaancora parlarne con Adriana: dovevo sapereconoscere i sentimenti dicolui a mio riguardo.

La facilità però con cui accolsi questa scusa per la indelicatezzache commettevo spiando e origliando così nascostomi fece sentireintravedere ch'io ponevo innanzi il mio proprio interesse per impedirmi diassumer coscienza di quello ben più vivo che un'altra mi destava in quelmomento.

Tornai a guardare attraverso le stecche della persiana.

La Caporale non era più nel terrazzino. L'altrorimasto solos'eramesso a guardare il fiume appoggiato con tutti e due i gomiti sulparapetto e la testa tra le mani.

In preda a un'ansia smaniosaattesicurvostringendomi forte con lemani i ginocchiche Adriana si facesse al terrazzino. La lunga attesa nonmi stancò affattoanzi mi sollevò man manomi procurò una viva ecrescente soddisfazione: supposi che Adrianadi lànon volessearrendersi alla prepotenza di quel villano. Forse la Caporale la pregava amani giunte. Ed eccointantocoluilà nel terrazzinosi rodeva daldispetto. Speraia un certo puntoche la maestra venisse a dire cheAdriana non aveva voluto levarsi. Ma no: eccola!

Papiano le andò subito incontro.

- Lei vada a letto! - intimò alla signorina Caporale. - Mi lasciparlare con mia cognata.

Quella ubbidìe allora Papiano fece per chiudere le imposte tra lasala da pranzo e il terrazzino.

- Nient'affatto! - disse Adrianatendendo un braccio contro l'imposta.

- Ma io ho da parlarti! - inveì il cognatocon fosca manierasforzandosi di parlar basso.

- Parla così! Che vuoi dirmi? - riprese Adriana. - Avresti potutoaspettare fino a domani.

- No! ora! - ribatté quegliafferrandole un braccio e attirandola asé.

- Insomma! - gridò Adrianasvincolandosi fieramente.

Non mi potei più reggere: aprii la persiana.

- Oh! signor Meis! - chiamò ella subito. - Vuol venire un po' quasenon le dispiace?

- Eccomisignorina! - m'affrettai a rispondere.

Il cuore mi balzò in petto dalla giojadalla riconoscenza: d'unsaltofui nel corridojo: ma lìpresso l'uscio della mia cameratrovaiquasi asserpolato su un baule un giovane smilzobiondissimodal voltolungo lungodiafanoche apriva a malapena un pajo d'occhi azzurrilanguidiattoniti: m'arrestai un momentosorpresoa guardarlo; pensaiche fosse il fratello di Papiano; corsi al terrazzino.

- Le presentosignor Meis- disse Adriana- mio cognato TerenzioPapianoarrivato or ora da Napoli.

- Felicissimo! Fortunatissimo! - esclamò quegliscoprendosistrisciando una riverenzae stringendomi calorosamente la mano. - Midispiace ch'io sia stato tutto questo tempo assente da Roma; ma son sicuroche la mia cognatina avrà saputo provvedere a tuttoè vero? Se lemancasse qualche cosadicadica tuttosa! Se le bisognasseperesempiouna scrivania più ampia... o qualche altro oggettodica senzacerimonie... A noi piace accontentare gli ospiti che ci onorano.

- Graziegrazie- dissi io. - Non mi manca proprio nulla. Grazie.

- Ma dovereche c'entra! E si avvalga pure di mesain tutte le sueopportunitàper quel poco che posso valere... Adrianafigliuola miatudormivi: ritorna pure a lettose vuoi...

- Ehtanto- fece Adrianasorridendo mestamente- ora che mi sonlevata...

E s'appressò al parapettoa guardare il fiume.

Sentii ch'ella non voleva lasciarmi solo con colui. Di che temeva?Rimase lìassortamentre l'altrocol cappello ancora in manomiparlava di Napolidove aveva dovuto trattenersi più tempo che non avesseprevedutoper copiare un gran numero di documenti dell'archivio privatodell'eccellentissima duchessa donna Teresa Ravaschieri Fieschi: MammaDuchessacome tutti la chiamavanoMamma Caritàcom'egliavrebbe voluto chiamarla: documenti di straordinario valoreche avrebberorecato nuova luce su la fine del regno delle due Sicilie e segnatamente sula figura di Gaetano Filangieriprincipe di Satrianoche il marcheseGigliodon Ignazio Giglio d'Aulettadi cui egliPapianoerasegretariointendeva illustrare in una biografia minuta e sincera.Sincera almeno quanto la devozione e la fedeltà ai Borboni avrebbero alsignor marchese consentito.

Non la finì più. Godeva certo della propria loqueladava alla voceparlandoinflessioni da provetto filodrammaticoe qua appoggiava unarisatina e là un gesto espressivo. Ero rimasto intronatocome un ceppod'incudinee approvavo di tanto in tanto col capo e di tanto in tantovolgevo uno sguardo ad Adrianache se ne stava ancora a guardare ilfiume.

- Ehpurtroppo! - baritoneggiòa mo' di conclusionePapiano. -Borbonico e clericaleil marchese Giglio d'Auletta! E ioio che... (devoguardarmi dal dirlo sottovoceanche quiin casa mia) io che ognimattinaprima d'andar viasaluto con la mano la statua di Garibaldi sulGianicolo (ha veduto? di qua si scorge benissimo)io che griderei ognimomento: " Viva il XX settembre! "io debbo fargli dasegretario! Degnissimo uomobadiamo! ma borbonico e clericale.Sissignore... Pane! Le giuro che tante volte mi viene da sputarci sopraperdoni! Mi resta qua in golam'affoga... Ma che posso farci? Pane! pane!

Scrollò due volte le spallealzò le braccia e si percosse le anche.

- SùsùAdrianuccia! - poi disseaccorrendo a lei e prendendolelievementecon ambo le mani la vita : - A letto! E tardi. Il signoreavrà sonno.

Innanzi all'uscio della mia camera Adriana mi strinse forte la manocome finora non aveva mai fatto. Rimasto soloio tenni a lungo il pugnostrettocome per serbar la pressione della mano di lei. Tutta quellanotte rimasi a pensaredibattendomi tra continue smanie. La cerimoniosaipocrisiala servilità insinuante e loquaceil malanimo di quell'uomomi avrebbero certamente reso intollerabile la permanenza in quella casasu cui egli - non c'era dubbio - voleva tiranneggiareapprofittando delladabbenaggine del suocero. Chi sa a quali arti sarebbe ricorso! Già men'aveva dato un saggiocangiando di punto in biancoal mio apparire. Maperché vedeva così di malocchio ch'io alloggiassi in quella casa?perché non ero io per lui un inquilino come un altro? Che gli aveva dettodi me la Caporale? poteva egli sul serio esser geloso di costei? o erageloso di un'altra? Quel suo fare arrogante e sospettoso; l'aver cacciatovia la Caporale per restar solo con Adrianaalla quale aveva preso aparlare con tanta violenza; la ribellione di Adriana; il non aver ellapermesso ch'egli chiudesse le imposte; il turbamento ond'era presa ogniqualvolta s'accennava al cognato assentetuttotutto ribadiva in me ilsospetto odioso ch'egli avesse qualche mira su lei.

Ebbene e perché me n'arrovellavo tanto? Non potevo alla fin fine andarvia da quella casase colui anche per poco m'infastidiva? Che mitratteneva? Niente. Ma con tenerissimo compiacimento ricordavo che elladal terrazzino m'aveva chiamatocome per esser protetta da mee cheinfine m'aveva stretto forte forte la mano...

Avevo lasciato aperta la gelosiaaperti gli scuri. A un certo puntola lunadeclinandosi mostrò nel vano della mia finestraproprio comese volesse spiarmisorprendermi ancora sveglio a lettoper dirmi:

" Ho capitocaroho capito! E tuno? davvero? "

 

L'occhio e Papiano

- La tragedia d'Oreste in unteatrino di marionette! - venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari.- Marionette automatichedi nuova invenzione. Staseraalle ore otto emezzoin via dei Prefettinumero cinquantaquattro. Sarebbe da andarcisignor Meis.

- La tragedia d'Oreste?

- Già! D'après Sophocledice il manifestino. Sarà l'Elettra.Ora senta un poche bizzarria mi viene in mente! Senel momentoculminanteproprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è pervendicare la morte del padre sopra Egisto e la madresi facesse unostrappo nel cielo di carta del teatrinoche avverrebbe? Dica lei.

- Non saprei- risposistringendomi ne le spalle.

- Ma è facilissimosignor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmentesconcertato da quel buco nel cielo.

- E perché?

- Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl'impulsi della vendettavorrebbe seguirli con smaniosa passionema gli occhisul puntogliandrebbero lì a quello strappodonde ora ogni sorta di mali influssipenetrerebbero nella scenae si sentirebbe cader le braccia. Oresteinsommadiventerebbe Amleto. Tutta la differenzasignor Meisfra latragedia antica e la moderna consiste in ciòcreda pure: in un buco nelcielo di carta.

E se ne andòciabattando.

Dalle vette nuvolose delle sue astrazioni il signor Anselmo lasciavaspesso precipitar cosìcome valanghei suoi pensieri. La ragioneilnessol'opportunità di essi rimanevano lassùtra le nuvoledimodochédifficilmente a chi lo ascoltava riusciva di capirci qualche cosa.

L'immagine della marionetta d'Oreste sconcertata dal buco nel cielo mirimase tuttavia un pezzo nella mente. A un certo punto: " Beate lemarionette" sospirai" su le cui teste di legno il fintocielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciosené ritegniné intoppiné ombrené pietà: nulla! E possono attendere bravamentee prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse inconsiderazione e in pregiosenza soffrir mai vertigini o capogiripoiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tettoproporzionato.

" E il prototipo di queste marionettecaro signor Anselmo"seguitai a pensare" voi l'avete in casaed è il vostro indegnogeneroPapiano. Chi più di lui pago del cielo di cartapestabassobassoche gli sta sopracomoda e tranquilla dimora di quel Dioproverbialedi maniche larghepronto a chiuder gli occhi e ad alzare inremissione la mano; di quel Dio che ripete sonnacchioso a ogni marachella:- Ajutatich'io t'ajuto -? E s'ajuta in tutti i modi il vostroPapiano. La vita per lui è quasi un gioco d'abilità. E come gode acacciarsi in ogni intrigo: alacreintraprendentechiacchierone! "

Aveva circa quarant'anniPapianoed era alto di statura e robusto dimembra: un po' calvocon un grosso pajo di baffi brizzolati appena appenasotto il nasoun bel nasone dalle narici frementi; occhi grigiacuti eirrequieti come le mani. Vedeva tutto e toccava tutto. Mentreperesempiostava a parlar con mes'accorgeva - non so come - che Adrianadietro a luistentava a pulire e a rimettere a posto qualche oggettonella camerae subitoassaettandosi:

- Pardon!

Correva a leile toglieva l'oggetto dalle mani:

- Nofigliuola miaguarda: si fa cosi!

E lo ripuliva luilo rimetteva a posto luie tornava a me. Oppures'accorgeva che il fratelloil quale soffriva di convulsioni epilettiche" s'incantava "e correva a dargli schiaffetti su le guancebiscottini sul naso:

- Scipione! Scipione!

O gli soffiava in facciafino a farlo rinvenire.

Chi sa quanto mi ci sarei divertitose non avessi avuto quellamaledetta coda di paglia!

Certo egli se ne accorse fin dai primi giornio - per lo meno - me laintravide. Cominciò un assedio fitto fitto di cerimoniech'eran tutteuncini per tirarmi a parlare. Mi pareva che ogni sua parolaogni suadomandafosse pur la più ovvianascondesse un'insidia. Non avrei volutointanto mostrar diffidenza per non accrescere i suoi sospetti; mal'irritazione ch'egli mi cagionava con quel suo tratto da vessatoreservizievole m'impediva di dissimularla bene.

L'irritazione mi proveniva anche da altre due cause interne e segrete.Una era questa: ch'iosenza aver commesso cattive azionisenz'aver fattomale a nessunodovevo guardarmi cosìdavanti e dietroumoroso esospettosocome se avessi perduto il diritto d'esser lasciato in pace.L'altranon avrei voluto confessarla a me stessoe appunto perciòm'irritava più fortementesotto sotto. Avevo un bel dirmi:

" Stupido! vattene vialevati dai piedi codesto seccatore! "

Non me ne andavo: non potevo più andarmene.

La lotta che facevo contro me stessoper non assumer coscienza di ciòche sentivo per Adrianam'impediva intanto di riflettere alle conseguenzedella mia anormalissima condizione d'esistenza rispetto a questosentimento. E restavo lìperplessosmanioso nella mal contentezza dimeanzi in orgasmo continuoeppur sorridente di fuori.

Di ciò che m'era occorso di scoprire quella seranascosto dietro lapersiananon ero ancor venuto in chiaro. Pareva che la cattivaimpressione che Papiano aveva ricevuto di me alle notizie della signorinaCaporalesi fosse cancellata subito alla presentazione. Egli mitormentavaè veroma come se non potesse farne a meno; non certo coldisegno segreto di farmi andar via; anzial contrario! Che macchinava?Adrianadopo il ritorno di luiera diventata triste e schivacome neiprimi giorni. La signorina Silvia Caporale dava del lei a Papianoalmenoin presenza degli altrima quell'arcifanfano dava del tu a leiapertamente; arrivava finanche a chiamarla Rea Silvia; e io nonsapevo come interpretare queste sue maniere confidenziali e burlesche.Certo quella disgraziata non meritava molto rispetto per il disordinedella sua vitama neanche d'esser trattata a quel modo da un uomo che nonaveva con lei né parentela né affinità.

Una sera (c'era la luna pienae pareva giorno)dalla mia finestra lavidisola e tristelànel terrazzinodove ora ci riunivamo raramentee non più col piacere di primapoiché v'interveniva anche Papiano cheparlava per tutti. Spinto dalla curiositàpensai d'andarla a sorprenderein quel momento d'abbandono.

Trovaial solitonel corridojopresso all'uscio della mia cameraasserpolato sul bauleil fratello di Papianonello stesso atteggiamentoin cui lo avevo veduto la prima volta. Aveva eletto domicilio lassùofaceva la sentinella a me per ordine del fratello?

La signorina Caporalenel terrazzinopiangeva. Non volle dirmi nulladapprima; si lamentò soltanto d'un fierissimo mal di capo. Poicomeprendendo una risoluzione improvvisasi voltò a guardarmi in facciamiporse una mano e mi domandò:

- E mio amico lei?

- Se vuol concedermi quest'onore... - le risposiinchinandomi.

- Grazie. Non mi faccia complimentiper carità! Se sapesse chebisogno ho io d'un amicod'un vero amicoin questo momento! Lei dovrebbecomprenderlolei che è solo al mondocome me... Ma lei è uomo! Sesapesse... se sapesse...

Addentò il fazzolettino che teneva in manoper impedirsi di piangere;non riuscendovilo strappò a più ripreserabbiosamente.

- Donnabrutta e vecchia- esclamò: - tre disgraziea cui non c'èrimedio! Perché vivo io?

- Si calmivia- la pregaiaddolorato. - Perché dice cosisignorina?

Non mi riuscì dir altro.

- Perché... - proruppe leima s'arrestò d'un tratto.

- Dica- la incitai. - Se ha bisogno d'un amico...

Ella si portò agli occhi il fazzolettino laceratoe...

- Io avrei piuttosto bisogno di morire! - gemette con accoramento cosìprofondo e intensoche mi sentii subito un nodo d'angoscia alla gola.

Non dimenticherò mai più la piega dolorosa di quella bocca appassitae sgraziata nel proferire quelle parolené il fremito del mento su cuisi torcevano alcuni peluzzi neri.

- Ma neanche la morte mi vuole- riprese. - Niente... scusisignorMeis! Che ajuto potrebbe darmi lei? Nessuno. Tutt'al piùdi parole...siun po' di compassione. Sono orfanae debbo star quatrattata come...forse lei se ne sarà accorto. E non ne avrebbero il dirittosa! Perchénon mi fanno mica l'elemosina...

E qui la signorina Caporale mi parlò delle sei mila lire scroccateleda Papianoa cui io ho già accennato altrove.

Per quanto il cordoglio di quell'infelice m'interessassenon era certoquello che volevo saper da lei. Approfittandomi (lo confesso)dell'eccitazione in cui ella si trovavafors'anche per aver bevutoqualche bicchierino di piùm'arrischiai a domandarle:

- Mascusisignorinaperché lei glielo ha datoquel danaro?

- Perché? - e strinse le pugna. - Due perfidieuna più neradell'altra! Gliel'ho dato per dimostrargli che avevo ben compreso che cosaegli volesse da me. Ha capito? Con la moglie ancora in vitacostui...

- Ho capito.

- Si figuri- riprese con foga. - La povera Rita...

- La moglie?

- Sì Ritala sorella d'Adriana... Due anni malatatra la vita e lamorte... Si figurise io... Ma giàqua lo sannocom'io mi comportai;lo sa Adrianae perciò mi vuol bene; lei sìpoverina. Ma come sonrimasta io ora? Guardi: per luiho dovuto anche dar via il pianofortech'era per me... tuttocapirà! non per la mia professione soltanto: ioparlavo col mio pianoforte! Da ragazzaall'Accademiacomponevo; hocomposto anche dopodiplomata; poi ho lasciato andare. Ma quando avevo ilpianoforteio componevo ancoraper me solaall'improvviso; misfogavo... m'inebriavo fino a cader per terracredasvenutain certimomenti. Non so io stessa che cosa m'uscisse dall'anima: diventavo unacosa sola col mio strumentoe le mie dita non vibravano più su unatastiera: io facevo piangere e gridare l'anima mia. Posso dirle questosoltantoche una sera (stavamoio e la mammain un mezzanino) siraccolse gentegiù in istradache m'applaudi alla finea lungo. E ione ebbi quasi paura.

- Scusisignorina- le proposi alloraper confortarla in qualchemodo. - E non si potrebbe prendere a nolo un pianoforte? Mi piacerebbetantotantosentirla sonare; e se lei...

- No- m'interruppe- che vuole che suoni io più! E finita per me.Strimpello canzoncine sguajate. Basta. E finita...

- Ma il signor Terenzio Papiano- m'arrischiai di nuovo a domandare-le ha promesso forse la restituzione di quel denaro?

- Lui? - fece subitocon un fremito d'irala signorina Caporale. - Echi gliel'ha mai chiesto! Ma sìme lo promette adessose io lo ajuto...Già! Vuol essere ajutato da meproprio da me; ha avuto la sfrontatezzadi propormelocositranquillamente...

- Ajutarlo? In che cosa?

- In una nuova perfidia! Comprende? Io vedo che lei ha compreso.

- Adri... la... la signorina Adriana? - balbettai.

- Appunto. Dovrei persuaderla io! locapisce?

- A sposar lui?

- S'intende. Sa perché? Hao piuttostodovrebbe avere quattordici oquindici mila lire di dote quella povera disgraziata: la dote dellasorellache egli doveva subito restituire al signor Anselmopoiché Ritaè morta senza lasciar figliuoli. Non so che imbrogli abbia fatto. Hachiesto un anno di tempo per questa restituzione. Ora spera che...Zitto... ecco Adriana!

Chiusa in sé e più schiva del solitoAdriana s'appressò a noi:cinse con un braccio la vita della signorina Caporale e accennò a me unlieve saluto col capo. Provaidopo quelle confidenzeuna stizza violentanel vederla così sottomessa e quasi schiava dell'odiosa tirannia di quelcagliostro. Poco dopo peròcomparve nel terrazzinocome un'ombrailfratello di Papiano.

- Eccolo- disse piano la Caporale ad Adriana.

Questa socchiuse gli occhisorrise amaramentescosse il capo e siritrasse dal terrazzinodicendomi:

- Scusisignor Meis. Buona sera.

- La spia- mi susurrò la signorina Caporaleammiccando.

- Ma di che teme la signorina Adriana? - mi scappò dettonellacresciuta irritazione. - Non capisce chefacendo cosìdà più ansa acolui da insuperbire e da far peggio il tiranno? Sentasignorinaio leconfesso che provo una grande invidia per tutti coloro che sanno prendergusto e interessarsi alla vitae li ammiro. Tra chi si rassegna a far laparte della schiava e chi si assumesia pure con la prepotenzaquelladel padronela mia simpatia è per quest'ultimo.

La Caporale notò l'animazione con cui avevo parlato econ aria disfidami disse:

- E perché allora non prova a ribellarsi lei per primo ?

- Io?

- Leilei- affermò ellaguardandomi negli occhiaizzosa.

- Ma che c'entro io? - risposi. - Io potrei ribellarmi in una solamaniera: andandomene.

- Ebbene- concluse maliziosamente la signorina Caporale- forsequesto appunto non vuole Adriana.

- Ch'io me ne vada?

Quella fece girar per aria il fazzolettino sbrendolato e poi se loraccolse intorno a un dito sospirando:

- Chi sa!

Scrollai le spalle.

- A cena! a cena! - esclamai; e la lasciai lì in assonel terrazzino.

Per cominciare da quella sera stessapassando per il corridojomifermai innanzi al baulesu cui Scipione Papiano era tornato adaccoccolarsie:

- Scusi- gli dissi- non avrebbe altro posto dove star seduto piùcomodamente? Qua lei m'impiccia.

Quegli mi guardò balordocon gli occhi languentisenza scomporsi.

- Ha capito? - incalzaiscotendolo per un braccio.

Ma come se parlassi al muro! Si schiuse allora l'uscio in fondo alcorridojoed apparve Adriana.

- La pregosignorina- le dissi- veda un po' di fare intender lei aquesto poveretto che potrebbe andare a sedere altrove.

- E malato- cercò di scusarlo Adriana.

- E però che è malato! - ribattei io. - Qua non sta bene: gli mancal'aria... e poiseduto su un baule... Vuole che lo dica io al fratello?

- No no- s'affrettò a rispondermi lei. - Glielo dirò ionondubiti.

- Capirà- soggiunsi. - Non sono ancora reda avere una sentinellaalla porta.

Perdettida quella sera in poiil dominio di me stesso; cominciai asforzare apertamente la timidezza di Adriana; chiusi gli occhi em'abbandonaisenza più riflettereal mio sentimento.

Povera cara mammina! Ella si mostrò dapprincipio come tenuta tra duetra la paura e la speranza. Non sapeva affidarsi a questaindovinando cheil dispetto mi spingeva; ma sentivo d'altra parte che la paura in lei erapur cagionata dalla speranza fino a quel momento segreta e quasiincosciente di non perdermi; e perciòdando io ora a questa sua speranzaalimento co' miei nuovi modi risolutinon sapeva neanche cedere del tuttoalla paura.

Questa sua delicata perplessitàquesto riserbo onesto m'impedironointanto di trovarmi subito a tu per tu con me stesso e mi fecero impegnaresempre più nella sfida quasi sottintesa con Papiano.

M'aspettavo che questi mi si piantasse di fronte fin dal primo giornosmettendo i soliti complimenti e le solite cerimonie. Inveceno. Tolse ilfratello dal posto di guardialì sul baulecome io volevoe arrivòfinanche a celiar su l'aria impacciata e smarrita d'Adriana in miapresenza.

- La compatiscasignor Meis: è vergognosa come una monacella la miacognatina!

Questa inattesa remissionetanta disinvoltura m'impensierirono. Dovevoleva andar a parare?

Una sera me lo vidi arrivare in casa insieme con un tale che entròbattendo forte il bastone sul pavimentocome setenendo i piedi entro unpajo di scarpe di panno che non facevan rumorevolesse sentire cosìbattendo il bastonech'egli camminava.

- Dôva ca l'è stô me car parent? - si mise a gridare constretto accento torinesesenza togliersi dal capo il cappelluccio dalletese rialzatecalcato fin su gli occhi a sportelloappannati dal vinoné la pipetta dalla boccacon cui pareva stesse a cuocersi il naso piùrosso di quello della signorina Caporale. - Dôva ca l'è stô me carparent?

- Eccolo- disse Papianoindicandomi; poi rivolto a me: - SignorAdrianouna grata sorpresa! Il signor Francesco Meisdi Torinosuoparente.

- Mio parente? - esclamaitrasecolando.

Quegli chiuse gli occhialzò come un orso una zampa e la tenne untratto sospesaaspettando che io gliela stringessi.

Lo lasciai lìin quell'atteggiamentoper contemplarlo un pezzo; poi:

- Che farsa è codesta? - domandai.

- Noscusiperché? - fece Terenzio Papiano. - Il signor FrancescoMeis mi ha proprio assicurato che è suo...

- Cusin- appoggiò queglisenza aprir gli occhi. - Tut iMeis i sôma parent.

- Ma io non ho il bene di conoscerla! - protestai.

- Oh ma côsta ca l'è bela! - esclamò colui. - L'è propipër lon che mi't son vnù a trôvè.

- Meis? di Torino? - domandai iofingendo di cercar nella memoria. -Ma io non son di Torino!

- Come! Scusi- interloquì Papiano. - Non mi ha detto che fino adieci anni lei stette a Torino?

- Ma si! - riprese quegli alloraseccato che si mettesse in dubbio unacosa per lui certissima. - Cusincusin! Questo signore qua... comesi chiama?

- Terenzio Papianoa servirla.

- Terenziano: a l'à dime che to pare a l'è andàit an America:cosa ch'a veul di' lon? a veul di' che ti t' ses fieul 'd barba Antoni cal'è andàit 'ntla America. E nui sôma cusin.

- Ma se mio padre si chiamava Paolo...

- Antoni!

- PaoloPaoloPaolo. Vuol saperlo meglio di me?

Colui si strinse nelle spalle e stirò in sù la bocca:

- A m'smiava Antôni - disse stropicciandosi il mento ispidod'una barba di quattro giorni almenoquasi tutta grigia. - 'I veui nencôtradite: sarà prô Paôlo. I ricordo nen benperché mi' i l'hai nenconôssulo.

Pover'uomo! Era in grado di saperlo meglio di me come si chiamasse quelsuo zio andato in America; eppure si rimiseperché a ogni costo volleesser mio parente. Mi disse che suo padreil quale si chiamava Francescocome luied era fratello di Antonio... cioè di Paolomio padreeraandato via da Torinoquand'egli era ancor masnàdi sette annieche - povero impiegato - aveva vissuto sempre lontano dalla famigliaunpo' quaun po' là. Sapeva pocodunquedei parentisia paternisiamaterni: tuttaviaera certocertissimo d'esser mio cugino.

Ma il nonnoalmenoil nonnolo aveva conosciuto? Vollidomandarglielo. Ebbenesì: lo aveva conosciutonon ricordava conprecisione se a Pavia o a Piacenza.

- Ah si? proprio conosciuto? e com'era?

Era... non se ne ricordava luifranc nen.

- A son passà trant'ani...

Non pareva affatto in mala fede; pareva piuttosto uno sciagurato cheavesse affogato la propria anima nel vinoper non sentir troppo il pesodella noja e della miseria. Chinava il capocon gli occhi chiusiapprovando tutto ciò ch'io dicevo per pigliarmelo a godere; son sicuroche se gli avessi detto che da bambini noi eravamo cresciuti insieme e cheparecchie volte io gli avevo strappato i capelliegli avrebbe approvatoallo stesso modo. Non dovevo mettere in dubbio soltanto una cosache noicioè fossimo cugini: su questo non poteva transigere: era ormaistabilitoci s'era fissatoe dunque basta.

A un certo puntoperòguardando Papiano e vedendolo gongolantemipassò la voglia di scherzare. Licenziai quel pover'uomo mezzo ubriacosalutandolo : - Caro parente! - e domandai a Papianocon gli occhifissi negli occhiper fargli intender bene che non ero pane pe' suoidenti:

- Mi dica adesso dov'è andato a scovare quel bel tomo.

- Scusi tantosignor Adriano ! - premise quell'imbroglionea cui nonposso fare a meno di riconoscere una grande genialità. - Mi accorgo dinon essere stato felice...

- Ma lei è felicissimosempre! - esclamai io.

- Nointendo: di non averle fatto piacere. Ma creda pure che è statauna combinazione. Ecco qua: son dovuto andare questa mattina all'Agenziadelle imposteper conto del marchesemio principale. Mentr'ero làhosentito chiamar forte: " Signor Meis! Signor Meis! ". Mivolto subitocredendo che vi sia anche leiper qualche affarechi saavessedicobisogno di mesempre pronto a servirla. Ma che! chiamavanoa questo bel tomocome lei ha detto giustamente; e alloracosì... percuriositàmi avvicinai e gli domandai se si chiamasse proprio Meis e diche paese fossepoiché io avevo l'onore e il piacere d'ospitare in casaun signor Meis... Ecco com'è andata! Lui mi ha assicurato che lei dovevaessere suo parenteed è voluto venire a conoscerla...

- All'Agenzia dell'imposte?

- Sissignoreè impiegato là: ajuto-agente.

Dovevo crederci? Volli accertarmene. Ed era verosì; ma era vero delpari che Papianoinsospettitomentre io volevo prenderlo di frontelàper contrastare nel presente a' suoi segreti armeggiimi sfuggivamisfuggiva per ricercare invece nel mio passato e assaltarmi così quasi ale spalle. Conoscendolo beneavevo pur troppo ragione di temere che eglicon quel fiuto nel nasofosse bracco da non andare a lungo a vento: guajse fosse riuscito ad aver sentore della minima traccia: l'avrebbe certoseguitata fino al molino della Stìa.

Figurarsi dunque il mio spaventoquandoivi a pochi giornimentre mene stavo in camera a leggeremi giunse dal corridojocome dall'altromondouna voceuna voce ancor viva nella mia memoria.

- Agradecio Dioántes che me la son levada de sobre!

Lo Spagnuolo ? quel mio spagnoletto barbuto e atticciato di Montecarlo?colui che voleva giocar con me e col quale m'ero bisticciato a Nizza?...Ahperdio! Ecco la traccia! Era riuscito a scoprirla Papiano!

Balzai in piedireggendomi al tavolino per non caderenell'improvvisosmarrimento angoscioso: stupefattoquasi atterritotesi l'orecchioconl'idea di fuggire non appena quei due - Papiano e lo Spagnuolo (era luinon c'era dubbio: lo avevo veduto nella sua voce) - avessero attraversatoil corridojo. Fuggire? E se- Papianoentrandoaveva domandato alla servas'io fossi in casa? Che avrebbe pensato della mia fuga? Ma d'altra partese già sapeva ch'io non ero Adriano Meis? Piano! Che notizia poteva averdi me quello Spagnuolo? Mi aveva veduto a Montecarlo. Gli avevo io dettoallorache mi chiamavo Mattia Pascal? Forse! Non ricordavo...

Mi trovaisenza saperlodavanti allo specchiocome se qualcuno mi ciavesse condotto per mano. Mi guardai. Ah quell'occhio maledetto ! Forseper esso colui mi avrebbe riconosciuto. Ma come maicome mai Papiano erapotuto arrivare fin làfino alla mia avventura di Montecarlo? Questopiù d'ogni altro mi stupiva. Che fare intanto? Niente. Aspettar lì checiò che doveva avvenire avvenisse.

Non avvenne nulla. E pur non di meno la paura non mi passòneppure lasera di quello stesso giornoallorché Papianospiegandomi il misteroper me insolubile e terribile di quella visitami dimostrò ch'egli nonera affatto su la traccia del mio passatoe che solo il casodi cui daun pezzo godevo i favoriaveva voluto farmene un altrorimettendomi trai piedi quello Spagnuoloche forse non si ricordava più di me né puntoné poco.

Secondo le notizie che Papiano mi diede di luiioandando aMontecarlonon potevo non incontrarvelopoich'egli era un giocatore diprofessione. Strano era che lo incontrassi ora a Romao piuttostocheiovenendo a Romami fossi intoppato in una casaove anch'egli potevaentrare. Certos'io non avessi avuto da temerequesto caso non misarebbe parso tanto strano: quante volte infatti non ci avviened'imbatterci inaspettatamente in qualcuno che abbiamo conosciuto altroveper combinazione? Del restoegli aveva o credeva d'avere le sue buoneragioni per venire a Roma e in casa di Papiano. Il torto era mioo delcaso che mi aveva fatto radere la barba e cangiare il nome.

Circa vent'anni addietroil marchese Giglio d'Aulettadi cui Papianoera il segretarioaveva sposato l'unica sua figliuola a don AntonioPantogadaaddetto all'Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede. Pocodopo il matrimonioil Pantogadascoperto una notte dalla polizia in unabisca insieme con altri dell'aristocrazia romanaera stato richiamato aMadrid. Là aveva fatto il restoe forse qualcos'altro di peggioper cuiera stato costretto a lasciar la diplomazia. D'allora in poiil marchesed'Auletta non aveva avuto più paceforzato continuamente a mandar danaroper pagare i debiti di giuoco del genero incorreggibile. Quattr'anni fala moglie del Pantogada era mortalasciando una giovinetta di circasedici anniche il marchese aveva voluto prendere con séconoscendo purtroppo in quali mani altrimenti sarebbe rimasta. Il Pantogada non avrebbevoluto lasciarsela scappare; ma poicostretto da una impellentenecessità di denaroaveva ceduto. Ora egli minacciava senza requie ilsuocero di riprendersi la figliae quel giorno appunto era venuto a Romacon questo intentoper scroccare cioè altro danaro al povero marchesesapendo bene che questi non avrebbe mai e poi mai abbandonato nelle manidi lui la sua cara nipote Pepita.

Aveva parole di fuocoluiPapianoper bollare questo indegno ricattodel Pantogada. Ed era veramente sincera quella sua collera generosa. Ementre egli parlavaio non potevo fare a meno di ammirare il privilegiatocongegno della sua coscienza chepur potendo indignarsi cosìrealmentedelle altrui nequiziegli permetteva poi di farne delle simili o quasitranquillissimamentea danno di quel buon uomo del Palearisuo suocero.

Intanto il marchese Giglio quella volta voleva tener duro. Ne seguivache il Pantogada sarebbe rimasto a Roma parecchio tempo e sarebbe certovenuto a trovare in casa Terenzio Papianocol quale doveva intendersi ameraviglia. Un incontro dunque fra me e quello Spagnuolo sarebbe statoforse inevitabileda un giorno all'altro. Che fare?

Non potendo con altrimi consigliai di nuovo con lo specchio. Inquella lastra l'immagine del fu Mattia Pascalvenendo a galla come dalfondo della goracon quell'occhio che solamente m'era rimasto di luimiparlò così:

" In che brutto impiccio ti sei cacciatoAdriano Meis! Tu haipaura di Papianoconfessalo! e vorresti dar la colpa a meancora a mesolo perché io a Nizza mi bisticciai con lo Spagnuolo. Eppure ne avevoragionetu lo sai. Ti pare che possa bastare per il momento ilcancellarti dalla faccia l'ultima traccia di me? Ebbenesegui ilconsiglio della signorina Caporale e chiama il dottor Ambrosiniche tirimetta l'occhio a posto. Poi... vedrai! "

 

Il lanternino

Quaranta giorni al bujo.

Riuscitaohriuscita benissimo l'operazione. Solo che l'occhio misarebbe forse rimasto un pochino pochino più grosso dell'altro. Pazienza!E intantosìal bujo quaranta giorniin camera mia.

Potei sperimentare che l'uomoquando soffresi fa una particolareidea del bene e del malee cioè del bene che gli altri dovrebbero farglie a cui egli pretendecome se dalle proprie sofferenze gli derivasse undiritto al compenso; e del male che egli può fare a gli altricome separimenti dalle proprie sofferenze vi fosse abilitato. E se gli altri nongli fanno il bene quasi per dovereegli li accusa e di tutto il malech'egli fa quasi per dirittofacilmente si scusa.

Dopo alcuni giorni di quella prigionia ciecail desiderioil bisognod'esser confortato in qualche modo crebbe fino all'esasperazione. Sapevosidi trovarmi in una casa estranea; e che perciò dovevo anziringraziare i miei ospiti delle cure delicatissime che avevano per me. Manon mi bastavano piùquelle cure; m'irritavano anzicome se mi fosserousate per dispetto. Sicuro! Perché indovinavo da chi mi venivano. Adrianami dimostrava per mezzo di essech'ella era col pensiero quasi tutto ilgiorno Lì con mein camera mia; e grazie della consolazione! Che mivalevase io intantocol miola inseguivo di qua e di là per casatutto il giornosmaniando? Lei sola poteva confortarmi: doveva; lei chepiù degli altri era in grado d'intendere come e quanto dovesse pesarmi lanojarodermi il desiderio di vederla o di sentirmela almeno vicina.

E la smania e la noja erano accresciute anche dalla rabbia che mi avevasuscitato la notizia della subitanea partenza da Roma del Pantogada. Misarei forse rintanato lì per quaranta giorni al bujose avessi saputoch'egli doveva andar via cosi presto?

Per consolarmiil signor Anselmo Paleari mi volle dimostrare con unlungo ragionamento che il bujo era immaginario.

- Immaginario? Questo? - gli gridai.

- Abbia pazienza mi spiego.

E mi svolse (fors'anche perché fossi preparato a gli esperimentispiriticiche si sarebbero fatti questa volta in camera miaperprocurarmi un divertimento) mi svolsedicouna sua concezionefilosoficaspeciosissimache si potrebbe forse chiamare lanterninosofia.

Di tratto in trattoil brav'uomo s'interrompeva per domandarmi:

- Dormesignor Meis?

E io ero tentato di rispondergli:

- Sìgraziedormosignor Anselmo.

Ma poiché l'intenzione in fondo era buonadi tenermi cioè compagniagli rispondevo che mi divertivo invece moltissimo e lo pregavo anzi diseguitare.

E il signor Anselmoseguitandomi dimostrava cheper nostradisgrazianoi non siamo come l'albero che vive e non si sentea cui laterrail solel'ariala pioggiail ventonon sembra che sieno cosech'esso non sia: cose amiche o nocive. A noi uominiinvecenascendoètoccato un tristo privilegio: quello di sentirci viverecon labella illusione che ne risulta: di prendere cioè come una realtà fuoridi noi questo nostro interno sentimento della vitamutabile e variosecondo i tempii casi e la fortuna.

E questo sentimento della vita per il signor Anselmo era appunto comeun lanternino che ciascuno di noi porta in sé acceso; un lanternino checi fa vedere sperduti su la terrae ci fa vedere il male e il bene; unlanternino che projetta tutt'intorno a noi un cerchio più o meno ampio dilucedi là dal quale è l'ombra neral'ombra paurosa che nonesisterebbese il lanternino non fosse acceso in noima che noi dobbiamopur troppo creder verafintanto ch'esso si mantiene vivo in noi. Spentoalla fine a un soffioci accoglierà la notte perpetua dopo il giornofumoso della nostra illusioneo non rimarremo noi piuttosto alla mercédell'Essereche avrà soltanto rotto le vane forme della nostra ragione?

- Dormesignor Meis?

- Seguasegua puresignor Anselmo: non dormo. Mi par quasi divederlocodesto suo lanternino.

- Ahbene... Ma poiché lei ha l'occhio offesonon ci addentriamotroppo nella filosofiaeh? e cerchiamo piuttosto d'inseguire per ispassole lucciole sperduteche sarebbero i nostri lanternininel bujo dellasorte umana. Io direi innanzi tutto che son di tanti colori; che ne dicelei? secondo il vetro che ci fornisce l'illusionegran mercantessagranmercantessa di vetri colorati. A me sembra peròsignor Meische incerte età della storiacome in certe stagioni della vita individualesipotrebbe determinare il predominio d'un dato coloreeh? In ogni etàinfattisi suole stabilire tra gli uomini un certo accordo di sentimentiche dà lume e colore a quei lanternoni che sono i termini astratti: VeritàVirtùBellezzaOnoree che so io... E non le pare che fosse rossoad esempioil lanternone della Virtù pagana? Di color violettocolordeprimentequello della Virtù cristiana. Il lume d'una idea comune èalimentato dal sentimento collettivo; se questo sentimento però siscinderimane sì in piedi la lanterna del termine astrattoma la fiammadell'idea vi crepita dentro e vi guizza e vi singhiozzacome suoleavvenire in tutti i periodi che son detti di transizione. Non sono poirare nella storia certe fiere ventate che spengono d'un tratto tutti queilanternoni. Che piacere! Nell'improvviso bujoallora è indescrivibile loscompiglio delle singole lanternine: chi va di quachi di làchi tornaindietrochi si raggira; nessuna più trova la via: si urtanos'aggregano per un momento in dieciin venti; ma non possono mettersid'accordoe tornano a sparpagliarsi in gran confusionein furiaangosciosa: come le formiche che non trovino più la bocca del formicajootturata per ispasso da un bambino crudele. Mi paresignor Meische noici troviamo adesso in uno di questi momenti. Gran bujo e gran confusione!Tutti i lanternonispenti. A chi dobbiamo rivolgerci? Indietroforse?Alle lucernette superstitia quelle che i grandi morti lasciarono accesesu le loro tombe? Ricordo una bella poesia di Niccolò Tommaseo:

La piccola mia lampa Noncome solrisplendeNécome incendiofuma; Non stride e non consumaMa con la cima tende Al ciel che me ladiè.

Starà su mesepoltoViva; né pioggia o VentoNé in lei le etàpotranno; E quei che passeranno Errantia lume spentoLo accenderan dame.

Ma comesignor Meisse alla lampa nostra manca l'olio sacro chealimentava quella del Poeta? Molti ancora vanno nelle chiese perprovvedere dell'alimento necessario le loro lanternucce. Sonoper lopiùpoveri vecchipovere donnea cui mentì la vitae che vannoinnanzinel bujo dell'esistenzacon quel loro sentimento acceso come unalampadina votivacui con trepida cura riparano dal gelido soffio degliultimi disinganniché duri almeno accesa fin làfino all'orlo fataleal quale s'affrettanotenendo gli occhi intenti alla fiamma e pensando dicontinuo: " Dio mi vede! " per non udire i clamori dellavita intornoche suonano ai loro orecchi come tante bestemmie. " Diomi vede... " perché lo vedono loronon solamente in séma intuttoanche nella loro miserianelle loro sofferenzeche avranno unpremioalla fine. Il fiocoma placido lume di queste lanternucce destacerto invidia angosciosa in molti di noi; a certi altriinveceche sicredono armaticome tanti Giovedel fulmine domato dalla scienzaeinluogo di quelle lanternuccerecano in trionfo le lampadine elettricheispira una sdegnosa commiserazione. Ma domando io orasignor Meis: E setutto questo bujoquest'enorme misteronel quale indarno i filosofidapprima specularonoe che orapur rinunziando all'indagine di essolascienza non escludenon fosse in fondo che un inganno come un altrouninganno della nostra menteuna fantasia che non si colora? Se noifinalmente ci persuadessimo che tutto questo mistero non esiste fuori dinoima soltanto in noie necessariamenteper il famoso privilegio delsentimento che noi abbiamo della vitadel lanternino cioèdi cui le hofinora parlato? Se la morteinsommache ci fa tanta pauranon esistessee fosse soltantonon l'estinzione della vitama il soffio che spegne innoi questo lanterninolo sciagurato sentimento che noi abbiamo di essapenosopaurosoperché limitatodefinito da questo cerchio d'ombrafittiziaoltre il breve àmbito dello scarso lumeche noipoverelucciole sperduteci projettiamo attornoe in cui la vita nostra rimanecome imprigionatacome esclusa per alcun tempo dalla vita universaleeternanella quale ci sembra che dovremo un giorno rientrarementre giàci siamo e sempre vi rimarremoma senza più questo sentimento d'esilioche ci angoscia? Il limite è illusorioè relativo al poco lume nostrodella nostra individualità: nella realtà della natura non esiste. Noi-non so se questo possa farle piacere - noi abbiamo sempre vissuto e semprevivremo con l'universo; anche orain questa forma nostrapartecipiamo atutte le manifestazioni dell'universoma non lo sappiamonon lo vediamoperché purtroppo questo maledetto lumicino piagnucoloso ci fa vederesoltanto quel poco a cui esso arriva; e ce lo facesse vedere almenocom'esso è in realtà! Ma nossignore: ce lo colora a modo suoe ci favedere certe coseche noi dobbiamo veramente lamentareperbaccocheforse in un'altra forma d'esistenza non avremo più una bocca per poternefare le matte risate. Risatesignor Meisdi tutte le vanestupideafflizioni che esso ci ha procuratedi tutte le ombredi tutti ifantasmi ambiziosi e strani che ci fece sorgere innanzi e intornodellapaura che c'ispirò!

Oh perché dunque il signor Anselmo Palearipur dicendoe conragionetanto male del lanternino che ciascuno di noi porta in séaccesone voleva accendere ora un altro col vetro rossolà in cameramiape' suoi esperimenti spiritici? Non era già di troppo quell'uno?

Volli domandarglielo.

- Correttivo! - mi rispose. - Un lanternino contro l'altro! Del resto aun certo punto questo si spegnesa!

- E le sembra che sia il miglior mezzocodestoper vedere qualchecosa? - m'arrischiai a osservare.

- Ma la così detta lucescusi- ribatté pronto il signor Anselmo-può servire per farci vedere ingannevolmente quanella così detta vita;per farci vedere di là da questanon serve affattocredaanzi nuoce.Sono stupide pretensioni di certi scienziati di cuor meschino e di piùmeschino intellettoi quali vogliono credere per loro comodità che conquesti esperimenti si faccia oltraggio alla scienza o alla natura. Manossignore! Noi vogliamo scoprire altre leggialtre forsealtra vitanella naturasempre nella naturaperbacco! oltre la scarsissimaesperienza normale; noi vogliamo sforzare l'angusta comprensioneche inostri sensi limitati ce ne dànno abitualmente. Orascusinonpretendono gli scienziati per i primi ambiente e condizioni adatti per labuona riuscita dei loro esperimenti? Si può fare a meno della cameraoscura nella fotografia? E dunque? Ci sono poi tanti mezzi di controllo!

Il signor Anselmo peròcome potei vedere poche sere doponon neusava alcuno. Ma erano esperimenti in famiglia! Poteva mai sospettare chela signorina Caporale e Papiano si prendessero il gusto d'ingannarlo? eperchépoi? che gusto? Egli era più che convinto e non aveva affattobisogno di quegli esperimenti per rafforzar la sua fede. Come uomodabbenissimo che eranon arrivava a supporre che potessero ingannarlo peraltro fine. Quanto alla meschinità affliggente e puerile dei resultatila teosofia s'incaricava di dargliene una spiegazione plausibilissima. Gliesseri superiori del Piano Mentaleo di più sùnon potevanodiscendere a comunicare con noi per mezzo di un medium bisognavadunque contentarsi delle manifestazioni grossolane di anime di trapassatiinferioridel Piano Astralecioè del più prossimo al nostro:ecco.

E chi poteva dirgli di no?*

Io sapevo che Adriana s'era sempre ricusata d'assistere a questiesperimenti. Dacché me ne stavo tappato in cameraal bujoella non eraentrata se non raramentee non mai solaa domandarmi come stessi. Ognivolta quella domanda pareva ed era infatti rivolta per pura convenienza.Lo sapevalo sapeva bene come stavo! Mi pareva finanche di sentire uncerto sapor d'ironia birichina nella voce di leiperché già ellaignorava per qual ragione mi fossi così d'un tratto risoluto adassoggettarmi all'operazionee doveva perciò ritenere ch'io soffrissiper vanitàper farmi cioè più bello o meno bruttocon l'occhioaccomodato secondo il consiglio della Caporale.

- Sto benonesignorina! - le rispondevo. - Non vedo niente...

- Ehma vedràvedrà meglio poi- diceva allora Papiano.

Approfittandomi del bujoalzavo un pugnocome per scaraventarglieloin faccia. Ma lo faceva apposta certamenteperch'io perdessi quel po' dipazienza che mi restava ancora. Non era possibile ch'egli non s'accorgessedel fastidio che mi recava: glielo dimostravo in tutti i modisbadigliandosbuffando; eppureeccolo là: seguitava a entrare in cameramia quasi ogni sera (ah luisì) e vi si tratteneva per ore interechiacchierando senza fine. In quel bujola sua voce mi toglieva quasi ilrespiromi faceva torcere su la sediacome su un aculeoartigliar ledita: avrei voluto strozzarlo in certi momenti. Lo indovinava? lo sentiva?Proprio in quei momentieccola sua voce diventava più mollequasicarezzevole.

Noi abbiamo bisogno d'incolpar sempre qualcuno dei nostri danni e dellenostre sciagure. Papianoin fondofaceva tutto per spingermi ad andarvia da quella casa; e di questose la voce della ragione avesse potutoparlare in mein quei giorniio avrei dovuto ringraziarlo con tutto ilcuore. Ma come potevo ascoltarlaquesta benedetta voce della ragioneseessa mi parlava appunto per la bocca di luidi Papianoil quale per meaveva tortotorto evidentetorto sfacciato? Non voleva egli mandarmiviainfattiper frodare il Paleari e rovinare Adriana? Questo soltantoio potevo allora comprendere da tutti que' suoi discorsi. Oh possibile chela voce della ragione dovesse proprio scegliere la bocca di Papiano perfarsi udire da me? Ma forse ero io cheper trovarmi una scusala mettevoin bocca a luiperché mi paresse ingiustaio che mi sentivo già presonei lacci della vita e smaniavonon per il bujo propriamentené per ilfastidio che Papianoparlandomi cagionava.

Di che mi parlava? Di Pepita Pantogadasera per sera.

Benché io vivessi modestissimamentes'era fitto in capo che fossimolto ricco. E oraper deviare il mio pensiero da Adrianaforsevagheggiava l'idea di farmi innamorare di quella nipote del marcheseGiglio d'Aulettae me la descriveva come una fanciulla saggia e fierapiena d'ingegno e di volontàrecisa nei modifranca e vivace; bellapoi; uhtanto bella! brunaesile e formosa a un tempo; tutta fuococonun pajo d'occhi fulminanti e una bocca che strappava i baci. Non dicevanulla della dote: - Vistosissima! - tutta la sostanza del marchesed'Aulettanientemeno. Il qualesenza dubbiosarebbe stato felicissimodi darle presto maritonon solo per liberarsi del Pantogada che lovessavama anche perché non andavano tanto d'accordo nonno e nipote: ilmarchese era debole di caratteretutto chiuso in quel suo mondo morto;Pepita invecefortevibrante di vita.

Non comprendeva che più egli elogiava questa Pepitapiù cresceva inme l'antipatia per leiprima ancora di conoscerla? La avrei conosciuta -diceva - fra qualche seraperché egli la avrebbe indotta a intervenirealle prossime sedute spiritiche. Anche il marchese Giglio d'Auletta avreiconosciutoche lo desiderava tanto per tutto ciò che egliPapianogliaveva detto di me. Ma il marchese non usciva più di casae poi nonavrebbe mai preso parte a una seduta spiriticaper le sue idee religiose.

- E come? - domandai. - Luino; e intanto permette che vi prenda partela nipote?

- Ma perché sa in quali mani l'affida! - esclamò alteramente Papiano.

Non volli saper altro. Perché Adriana si ricusava d'assistere a quegliesperimenti? Pe' suoi scrupoli religiosi. Orase la nipote del marcheseGiglio avrebbe preso parte a quelle sedutecol consenso del nonnoclericalenon avrebbe potuto anch'ella parteciparvi? Forte di questoargomentoio cercai di persuaderlala vigilia della prima seduta.

Era entrata in camera mia col padreil quale udita la mia proposta:

- Ma siamo sempre lìsignor Meis! - sospirò. - La religionedifronte a questo problemadrizza orecchie d'asino e adombracome lascienza. Eppure i nostri esperimentil'ho già detto e spiegato tantevolte a mia figlianon sono affatto contrarii né all'una né all'altra.Anziper la religione segnatamente sono una prova delle verità che essasostiene.

- E se io avessi paura? - obbiettò Adriana.

- Di che? - ribatté il padre. - Della prova?

- O del bujo? - aggiunsi io. - Siamo tutti quacon leisignorina!Vorrà mancare lei sola?

- Ma io... - risposeimpacciataAdriana- io non ci credoecco...non posso credercie... che so!

Non poté aggiunger altro. Dal tono della vocedall'imbarazzoioperò compresi che non soltanto la religione vietava ad Adrianad'assistere a quegli esperimenti. La paura messa avanti da lei per iscusapoteva avere altre causeche il signor Anselmo non sospettava. O ledoleva forse d'assistere allo spettacolo miserevole del padre puerilmenteingannato da Papiano e dalla signorina Caporale?

Non ebbi animo d'insistere più oltre.

Ma ellacome se mi avesse letto in cuore il dispiacere che il suorifiuto mi cagionavasi lasciò sfuggire nel bujo un: - Del resto...- ch'io colsi subito a volo:

- Ah brava! L'avremo dunque con noi?

- Per domani sera soltanto- concesse ellasorridendo.

Il giorno appressosul tardiPapiano venne a preparare la camera:v'introdusse un tavolino rettangolared'abetesenza cassettosenzavernicedozzinale; sgombrò un angolo della stanza; vi appese a unafunicella un lenzuolo; poi recò una chitarraun collaretto da cane conmolti sonagliolie altri oggetti. Questi preparativi furono fatti al lumedel famoso lanternino dal vetro rosso. Preparandonon smise - s'intende!- un solo istante di parlare.

- Il lenzuolo servesa! serve... non sapreida... da accumulatorediciamodi questa forza misteriosa: lei lo vedrà agitarsisignor Meisgonfiarsi come una velarischiararsi a volte d'un lume stranoquasidirei siderale. Sissignore! Non siamo ancora riusciti a ottenere "materializzazioni "ma luci sì: ne vedràse la signorina Silviaquesta sera si troverà in buone disposizioni. Comunica con lo spirito diUn suo antico compagno d'AccademiamortoDio ne scampidi tisiadiciott'anni. Era di... non sodi Basileami pare: ma stabilito a Romada un pezzocon la famiglia. Un geniosaper la musica: reciso dallamorte crudele prima che avesse potuto dare i suoi frutti. Così almenodice la signorina Caporale. Anche prima che ella sapesse d'aver questafacoltà medianicacomunicava con lo spirito di Max. Sissignore: sichiamava cosìMax... aspettiMax Olizse non sbaglio. Sissignore!Invasata da questo spiritoimprovvisava sul pianofortefino a cader perterrasvenutain certi momenti. Una sera si raccolse perfino gentegiùin istradache poi la applaudì...

- E la signorina Caporale ne ebbe quasi paura- aggiunsi ioplacidamente.

- Ahlo sa? - fece Papianorestando.

- Me l'ha detto lei stessa. Sicché dunque applaudirono la musica diMax sonata con le mani della signorina Caporale?

- Giàgià! Peccato che non abbiamo in casa un pianoforte. Dobbiamocontentarci di qualche motivettodi qualche spuntoaccennato su lachitarra. Max s'arrabbiasa! fino a strappar le cordecerte volte... Masentirà stasera. Mi pare che sia tutto in ordineormai.

- E dica un po'signor Terenzio. Per curiosità- volli domandargliprima che andasse via- lei ci crede? ci crede proprio?

- Ecco- mi rispose subitocome se avesse preveduto la domanda. - Perdire la veritànon riesco a vederci chiaro.

- Eh sfido!

- Ahma non perché gli esperimenti si facciano al bujobadiamo! Ifenomenile manifestazioni sono realinon c'è che dire: innegabili. Noinon possiamo mica diffidare di noi stessi...

- E perché no? Anzi!

- Come? Non capisco!

- C'inganniamo così facilmente! Massime quando ci piaccia di crederein qualche cosa...

- Ma a menosa: non piace! - protestò Papiano. - Mio suocerocheè molto addentro in questi studiici crede. Iofra l'altrovedanonho neanche il tempo di pensarci... se pure ne avessi voglia. Ho tanto dafaretantocon quei maledetti Borboni del marchese che mi tengono lì achiodo! Perdo qui qualche serata. Dal canto mioson d'avvisoche noifinché per grazia di Dio siamo vivinon potremo saper nulla della morte;e dunquenon le pare inutile pensarci? Ingegnamoci di vivere alla megliopiuttostosanto Dio! Ecco come io la pensosignor Meis. A rivederlaeh?Ora scappo a prendere in via dei Pontefici la signorina Pantogada.

Ritornò dopo circa mezz'oramolto contrariato: insieme con laPantogada e la governante era venuto un certo pittore spagnuoloche mi fupresentato a denti stretti come amico di casa Giglio. Si chiamava ManuelBernaldez e parlava correttamente l'italiano; non ci fu verso però difargli pronunciare l'esse del mio cognome: pareva che ogni voltanell'atto di proferirlaavesse paura che la lingua gliene restasseferita.

- Adriano Mei- dicevacome se tutt'a un tratto fossimodiventati amiconi.

- Adriano Tui- mi veniva quasi di rispondergli.

Entrarono le donne: Pepitala governantela signorina CaporaleAdriana.

- Anche tu? Che novità? - le disse Papiano con mal garbo.

Non se l'aspettava quest'altro tiro. Io intantodal modo con cui erastato accolto il Bernaldezavevo capito che il marchese Giglio non dovevasaper nulla dell'intervento di lui alla sedutae che doveva esserci sottoqualche intrighetto con la Pepita.

Ma il gran Terenzio non rinunziò al suo disegno. Disponendo intorno altavolino la catena medianicasi fece sedere accanto Adriana e poseaccanto a me la Pantogada.

Non ero contento? No. E Pepita neppure. Parlando tal quale come ilpadreella si ribellò subito:

- Gracie tantoasì no puede ser! Ió voglio estar entre el segnorPaleari e la mia governantecaro segnor Terenzio!

La semioscurità rossastra permetteva appena di discernere i contorni;cosicché non potei vedere fino a qual punto rispondesse al vero ilritratto che della signorina Pantogada m'aveva abbozzato Papiano; iltratto peròla voce e quella sùbita ribellione s'accordavanoperfettamente all'idea che m'ero fatta di leidopo quella descrizione.

Certorifiutando cosi sdegnosamente il posto che Papiano le avevaassegnato accanto a mela signorina Pantogada m'offendeva; ma io non solonon me n'ebbi a malema anzi me ne rallegrai.

- Giustissimo! - esclamò Papiano. - E allorasi può far così:accanto al signor Meis segga la signora Candida; poi prenda posto leisignorina. Mio suocero rimanga dov'è: e noi altri tre pure cosìcomestiamo. Va bene?

E no! non andava bene neanche così: né per mené per la signorinaCaporalené per Adriana e né - come si vide poco dopo - per la Pepitala quale stette molto meglio in una nuova catena disposta proprio dalgenialissimo spirito di Max.

Per il momentoio mi vidi accanto quasi un fantasima di donnacon unaspecie di collinetta in capo (era cappello? era cuffia? parrucca? chediavolo era?). Di sotto quel carico enorme uscivan di tratto in trattocerti sospiri terminati da un breve gemito. Nessuno aveva pensato apresentarmi a quella signora Candida : oraper far la catenadovevamotenerci per mano; e lei sospirava. Non le pareva ben fattoecco. Diochemano fredda!

Con l'altra mano tenevo la sinistra della signorina Caporale seduta acapo del tavolinocon le spalle contro il lenzuolo appeso all'angolo;Papiano le teneva la destra. Accanto ad Adrianadall'altra partesedevail pittore; il signor Anselmo stava all'altro capo del tavolinodirimpetto alla Caporale.

Papiano disse:

- Bisognerebbe spiegare innanzi tutto al signor Meis e alla signorinaPantogada il linguaggio... come si chiama?

- Tiptologico- suggerì il signor Anselmo.

- Pregoanche a me- si rinzelò la signora Candidaagitandosi su laseggiola.

- Giustissimo! Anche alla signora Candidasi sa!

- Ecco- prese a spiegare il signor Anselmo. - Due colpi vogliono dir ...

- Colpi? - interruppe Pepita. - Che colpi?

- Colpi- rispose Papiano- o battuti sul tavolino o su le seggiole oaltrove o anche fatti percepire per via di toccamenti.

- Ah no-no-no-no-nó!! - esclamò allora quella a precipiziobalzando in piedi. - Ió non ne amotocamenti. De chi?

- Ma dello spirito di Maxsignorina- le spiegò Papiano. - Gliel'hoaccennatovenendo: non fanno mica malesi rassicuri.

- Tittologichi- aggiunse con aria di commiserazioneda donnasuperiorela signora Candida.

- E dunque- riprese il signor Anselmo- due colpi; trecolpino; quattrobujo cinqueparlate; seiluce.Basterà così. E ora concentriamocisignori miei.

Si fece silenzio. Ci concentrammo.

 

Le prodezze di Max

Apprensione? No. Neanche perombra. Ma una viva curiosità mi teneva e anche un certo timore chePapiano stésse per fare una pessima figura. Avrei dovuto goderne; einveceno. Chi non prova penao piuttostoun frigido avvilimentonell'assistere a una commedia mal rappresentata da comici inesperti?

" Tra due sta" pensavo: " o egli è molto abileol'ostinazione di tenersi accanto Adriana non gli fa veder bene dove simettelasciando il Bernaldez e Pepitame e Adriana disillusi e perciòin grado d'accorgerci senza alcun gustosenz'alcun compensodella suafrode. Meglio di tutti se n'accorgerà Adriana che gli sta più vicina; malei già sospetta la frode e vi è preparata. Non potendo starmi accantoforse in questo momento ella domanda a se stessa perché rimanga lì adassistere a una farsa per lei non solamente insulsama anche indegna esacrilega. E Ia stessa domanda certodal canto lorosi rivolgono ilBernaldez e Pepita. Come mai Papiano non se ne rende contoor che s'èvisto fallire il colpo d'allogarmi accanto la Pantogada? Si fida dunquetanto della propria abilità? Stiamo a vedere. "

Facendo queste riflessioniio non pensavo affatto alla signorinaCaporale. A un trattoquesta si mise a parlarecome in un leggerodormiveglia.

- La catena- disse- la catena va mutata...

- Abbiamo già Max? - domandò premurosamente quel buon uomo del signorAnselmo.

La risposta della Caporale si fece attendere un bel po'.

- Sì- poi disse penosamentequasi con affanno. - Ma siamo introppiquesta sera...

- E' vero sì! - scattò Papiano. - Mi sembra peròche così stiamobenone.

- Zitto! - ammonì il Paleari. - Sentiamo che dice Max.

- La catena- riprese la Caporale- non gli par bene equilibrata.Quada questo lato (e sollevò la mia mano)ci sono due donne accanto.Il signor Anselmo farebbe bene a prendere il posto della signorinaPantogadae viceversa.

- Subito! - esclamò il signor Anselmoalzandosi. - Eccosignorinasegga qua!

E Pepitaquesta voltanon si ribellò. Era accanto al pittore.

- Poi- soggiunse la Caporale- la signora Candida...

Papiano la interruppe:

- Al posto d'Adrianaè vero? Ci avevo pensato. Va benone!

Io strinsi fortefortefortela mano di Adriana fino a farle maleappena ella venne a prender posto accanto a me. Contemporaneamente lasignorina Caporale mi stringeva l'altra manocome per domandarmi: " E'contento così? ". " Ma sìcontentone! " lerisposi io con un'altra strettache significava anche: " E ora fatepurefate pure quel che vi piace ! ".

- Silenzio ! - intimò a questo punto il signor Anselmo.

E chi aveva fiatato? Chi? Il tavolino! Quattro colpi: - Bujo!

Giuro di non averli sentiti.

Se non cheappena spento il lanterninoavvenne tal cosa chescompigliò d'un tratto tutte le mie supposizioni. La signorina Caporalecacciò uno strillo acutissimoche ci fece sobbalzar tutti quanti dalleseggiole.

- Luce! luce!

Che era avvenuto?

Un pugno! La signorina Caporale aveva ricevuto un pugno su la boccaformidabile: le sanguinavano le gengive.

Pepita e la signora Candida scattarono in piedispaventate. AnchePapiano s'alzò per riaccendere il lanternino. Subito Adriana ritrassedalla mia mano la sua. Il Bernaldez col faccione rossoperché teneva trale dita un fiammiferosorridevatra sorpreso e incredulomentre ilsignor Anselmocosternatissimobadava a ripetere:

- Un pugno! E come si spiega?

Me lo domandavo anch'ioturbato. Un pugno? Dunque quel cambiamento diposti non era concertato avanti tra i due. Un pugno? Dunque la signorinaCaporale s'era ribellata a Papiano. E ora?

Orascostando la seggiola e premendosi un fazzoletto su la boccalaCaporale protestava di non voler più saperne. E Pepita Pantogadastrillava:

- Graciesegnori! gracie! Aqui se dano cachetes!

- Ma no! ma no! - esclamò il Paleari. - Signori mieiquesto è unfatto nuovostranissimo! Bisogna chiederne spiegazione.

- A Max? - domandai io.

- A Maxgià! Che leicara Silviaabbia male interpretato isuggerimenti di lui nella disposizione della catena?

- E probabile! è probabile! - esclamò il Bernaldezridendo.

- Leisignor Meische ne pensa? - mi domandò il Palearia cui ilBernaldez non andava proprio a genio.

- Ehdi sicuroquesto pare- dissi io.

Ma la Caporale negò recisamente col capo.

- E allora? - riprese il signor Anselmo. - Come si spiega? Maxviolento! E quando mai? Che ne dici tuTerenzio?

Non diceva nullaTerenzioprotetto dalla semioscurità: alzò lespallee basta.

- Via - diss'io allora alla Caporale. - Vogliamo contentare il signorAnselmosignorina? Domandiamo a Max una spiegazione: che se poi egli sidimostrerà di nuovo spirito... di poco spiritolasceremo andare. Dicobenesignor Papiano?

- Benissimo! - rispose questi. - Domandiamodomandiamo pure. Io cisto.

- Ma non ci sto iocosì! - rimbeccò la Caporalerivolta proprio alui.

- Lo dice a me? - fece Papiano. - Ma se lei vuol lasciare andare...

- Sìsarebbe meglio- arrischiò timidamente Adriana.

Ma subito il signor Anselmo le diede su la voce:

- Ecco la paurosa! Son puerilitàperbacco! Scusilo dico anche aleiSilvia! Lei conosce bene lo spirito che le è familiaree sa chequesta è la prima volta che... Sarebbe un peccatovia! perché -spiacevole quanto si voglia quest'incidente - i fenomeni accennavanoquesta sera a manifestarsi con insolita energia.

- Troppa! - esclamò il Bernaldezsghignazzando e promovendo il risodegli altri.

- E io- aggiunsi- non vorrei buscarmi un pugno su quest'occhioqui...

- Ni tampoco ió! - aggiunse Pepita.

- A sedere! - ordinò allora Papianorisolutamente. - Seguiamo ilconsiglio del signor Meis. Proviamoci a domandare una spiegazione. Se ifenomeni si rivelano di nuovo con troppa violenzasmetteremo. A sedere!

E soffiò sul lanternino.

Io cercai al bujo la mano di Adrianach'era fredda e tremante. Perrispettare il suo timorenon gliela strinsi in prima; pian pianogradatamentegliela premetticome per infonderle caloreecol calorela fiducia che tutto adesso sarebbe proceduto tranquillamente. Non potevaesser dubbioinfattiche Papianoforse pentito della violenza a cuis'era lasciato andareaveva cangiato avviso. A ogni modo avremmo certoavuto un momento di tregua; poi forseio e Adrianain quel bujosaremmostati il bersaglio di Max. " Ebbene" dissi tra me" seil giuoco diventerà troppo pesantelo faremo durar poco. Non permetteròche Adriana sia tormentata. "

Intanto il signor Anselmo s'era messo a parlare con Maxproprio comesi parla a qualcuno vero e realelì presente.

- Ci sei?

Due colpilievisul tavolino. C'era!

- E come vaMax- domandò il Paleariin tono d'amorevolerimprovero- che tutanto buono tanto gentilehai trattato cosìmalamente la signorina Silvia? Ce lo vuoi dire?

Questa volta il tavolino si agitò dapprima un pocoquindi tre colpisecchi e sodi risonarono nel mezzo di esso. Tre colpi: dunqueno:non ce lo voleva dire.

- Non insistiamo! - si rimise il signor Anselmo. - Tu sei forse ancoraun po' alteratoehMax? Lo sentoti conosco... ti conosco... Vorrestidirci almeno se la catena così disposta ti accontenta?

Non aveva il Paleari finito di far questa domandach'io sentiipicchiarmi rapidamente due volte su la frontequasi con la punta di undito.

- Sì! - esclamai subitodenunciando il fenomeno; e strinsi la manod'Adriana.

Debbo confessare che quel " toccamento " inatteso mi fecepurelì per liuna strana impressione. Ero sicuro chese avessi levatoa tempo la mano avrei ghermito quella di Papianoe tuttavia... Ladelicata leggerezza del tocco e la precisione erano statea ogni modomeravigliose. Poiripetonon me l'aspettavo. Ma perché intanto Papianoaveva scelto me per manifestar la sua remissione? Aveva voluto con quelsegno tranquillarmio era esso all'incontro una sfida e significava:" Adesso vedrai se son contento "?

- BravoMax! - esclamò il signor Anselmo.

E iotra me:

" (Bravosì! Che fitta di scapaccioni ti darei!) "

- Orase non ti dispiace - riprese il padron di casa- vorresti darciun segno del tuo buon animo verso di noi?

Cinque colpi sul tavolino intimarono: - Parlate!

- Che significa? - domandò la signora Candidaimpaurita.

- Che bisogna parlare- spiegò Papianotranquillamente.

E Pepita :

- A chi?

- Ma a chi vuol leisignorina! Parli col suo vicinoper esempio.

- Forte?

- Sì- disse il signor Anselmo. - Questo vuol diresignor MeischeMax ci prepara intanto qualche bella manifestazione. Forse una luce... chisa! Parliamoparliamo...

E che dire? Io già parlavo da un pezzo con la mano d'Adrianae nonpensavoahimènon pensavo più a nulla! Tenevo a quella manina un lungodiscorso intensostringentee pur carezzevoleche essa ascoltavatremante e abbandonata; già! l'avevo costretta a cedermi le ditaaintrecciarle con le mie. Un'ardente ebbrezza mi aveva presoche godevadello spasimo che le costava lo sforzo di reprimer la sua foga smaniosaper esprimersi invece con le maniere d'una dolce tenerezacome voleva ilcandore di quella timida anima soave.

Orain tempo che le nostre mani facevano questo discorso fitto fittoio cominciai ad avvertire come uno strofinio alla traversatra le duegambe posteriori della seggiola; e mi turbai. Papiano non poteva col piedearrivare fin là; equand'anchela traversa fra le gambe anteriorigliel'avrebbe impedito. Che si fosse alzato dal tavolino e fosse venutodietro alla mia seggiola? Main questo casola signora Candidase nonera proprio scemaavrebbe dovuto avvertirlo. Prima di comunicare a glialtri il fenomenoavrei voluto in qualche modo spiegarmelo; ma poi pensaicheavendo ottenuto ciò che mi premevaoraquasi per obbligomiconveniva secondar la frodesenz'altro indugioper non irritaremaggiormente Papiano. E avviai a dire quel che sentivo.

- Davvero? - esclamò Papianodal suo postocon una meraviglia che miparve sincera.

Né minor meraviglia dimostrò la signorina Caporale.

Sentii rizzarmi i capelli su la fronte. Dunquequel fenomeno era vero?

- Strofinìo? - domandò ansiosamente il signor Anselmo. - Comesarebbe? come sarebbe?

- Ma sì! - confermaiquasi stizzito. - E séguita! Come se ci fossequa dietro un cagnolino... ecco!

Un alto scoppio di risa accolse questa mia spiegazione.

- Ma è Minerva! è Minerva! - gridò Pepita Pantogada.

- Chi è Minerva? - domandaimortificato.

- Ma la mia cagnetta! - riprese quellaridendo ancora. - La viechiamiasegnoreche se grata asì soto tute le sedie. Con permisso! conpermisso!

Il Bernaldez accese un altro fiammiferoe Pepita s'alzò per prenderequella cagnettache si chiamava Minervae accucciarsela ingrembo.

- Ora mi spiego- disse contrariato il signor Anselmo- ora mi spiegola irritazione di Max. C'è poca serietàquesta seraecco!

Per il signor Anselmoforsesì: ma - a dir vero - non ce ne fu moltadi più per noi nelle sere successiverispetto allo spiritismos'intende.

Chi poté più badare alle prodezze di Max nel buio? Il tavolinoscricchiolavasi movevaparlava con picchi sodi o lievi; altri picchis'udivano su le cartelle delle nostre seggiole eor qua or làsu imobili della camerae raspamentistrascichii e altri rumori; strane lucifosforichecome fuochi fatuisi accendevano nell'aria per un trattovagolandoe anche il lenzuolo si rischiarava e si gonfiava come una vela;e un tavolinetto porta-sigari si fece parecchie passeggiatine per lacamera e una volta finanche balzò sul tavolino intorno al quale sedevamoin catena; e la chitarra come se avesse messo le alivolò dal cassettonesu cui era posata e venne a strimpellar su noi... Mi parve però che Maxmanifestasse meglio le sue eminenti facoltà musicali coi sonaglioli d'uncollaretto da cane che a un certo punto fu messo al collo della signorinaCaporale; il che parve al signor Anselmo uno scherzo affettuoso egraziosissimo di Max; ma la signorina Caporale non lo gradì molto.

Era entrato evidentemente in iscenaprotetto dal bujoScipioneilfratello di Papianocon istruzioni particolarissime. Costui era davveroepiletticoma non così idiota come il fratello Terenzio e lui stessovolevano dare a intendere. Con la lunga abitudine dell'oscuritàdovevaaver fatto l'occhio a vederci al bujo. In veritànon potrei dire fino ache punto egli si dimostrasse destro in quelle frodi congegnate avanti colfratello e con la Caporale; per noicioè per me e per AdrianaperPepita e il Bernaldezpoteva far quello che gli piaceva e tutto andavabenecomunque lo facesse: lìegli non doveva contentare che il signorAnselmo e la signora Candida; e pareva vi riuscisse a meraviglia. E verobensìche né l'uno né l'altra erano di difficile contentatura. Ohilsignor Anselmo gongolava di gioja; pareva in certi momenti un ragazzettoal teatrino delle marionette; e a certe sue esclamazioni puerili iosoffrivonon solo per l'avvilimento che mi cagionava il vedere un uomonon certamente scioccodimostrarsi tale fino all'inverosimile; ma ancheperché Adriana mi faceva comprendere che provava rimorso a godere cosìa scapito della serietà del padreapprofittandosi della ridicoladabbenaggine di lui.

Questo solo turbava di tratto in tratto la nostra gioja. Eppureconoscendo Papianoavrebbe dovuto nascermi il sospetto chese egli sirassegnava a lasciarmi accanto Adriana econtrariamente a' miei timorinon ci faceva mai disturbare dallo spirito di Maxanzi pareva che cifavorisse e ci proteggessedoveva aver fatto qualche altra pensata. Maera tale in quei momenti la gioja che mi procurava la libertàindisturbata nel bujoche questo sospetto non mi s'affacciò affatto.

- No! - strillo a un certo punto la signorina Pantogada.

E subito il signor Anselmo:

- Dicadicasignorina! che è stato? che ha sentito?

Anche il Bernaldez la spinse a direpremurosamente; e allora Pepita:

- Aquìsu un ladouna carecia...

- Con la mano? - domandò il Paleari. - Delicataè vero? Freddafurtiva e delicata... OhMaxse vuolesa esser gentile con le donne!Vediamo un po'Maxpotresti rifar la carezza alla signorina?

- Aquì està! aquì está! - si mise a gridare subito Pepitaridendo.

- Che vuol dire? - domando il signor Anselmo.

- Rifàrifà... m'acareccia!

- E un bacioMax? - propose allora il Paleari.

- No! - strillò Pepitadi nuovo.

Ma un bel bacione sonoro le fu scoccato su la guancia.

Quasi involontariamente io mi recai allora la mano di Adriana allabocca; poinon contentomi chinai a cercar la bocca di leie così ilprimo baciobacio lungo e mutofu scambiato fra noi.

Che seguì? ci volle un pezzoprima ch'io smarrito di confusione e divergognapotessi riavermi in quell'improvviso disordine. S'erano accortidi quel nostro bacio? Gridavano. Unodue fiammiferiaccesi; poi anche lacandelaquella stessa che stava entro il lanternino dal vetro rosso. Etutti in piedi! Perché? Perché? Un gran colpoun colpo formidabilecome vibrato da un pugno di gigante invisibiletonò sul tavolinocosìin piena luce. Allibimmo tutti epiù di ogni altroPapiano e lasignorina Caporale.

- Scipione! Scipione! - chiamò Terenzio.

L'epilettico era caduto per terra e rantolava stranamente.

- A sedere! - gridò il signor Anselmo. - E caduto in tranceanche lui! Eccoeccoil tavolino si muovesi sollevasi solleva... Lalevitazione! BravoMax! Evviva !

E davvero il tavolinosenza che nessuno lo toccassesi levò altopiù d'un palmo dal suolo e poi ricadde pesantemente.

La Caporalelividatremanteatterritavenne a nascondere la facciasul mio petto. La signorina Pantogada e la governante scapparono via dallacameramentre il Paleari gridava irritatissimo:

- Noquaperbacco! Non rompete la catena! Ora viene il meglio! Max!Max!

- Ma che Max! - esclamò Papianoscrollandosi alla fine dal terroreche lo teneva inchiodato e accorrendo al fratello per scuoterlo erichiamarlo in sé.

Il ricordo del bacio fu per il momento soffocato in me dallo stuporeper quella rivelazione veramente strana e inesplicabilea cui avevoassistito. Secome sosteneva il Palearila forza misteriosa che avevaagito in quel momentoalla lucesotto gli occhi mieiproveniva da unospirito invisibileevidentementequesto spirito non era quello di Max:bastava guardar Papiano e la signorina Caporale per convincersene. QuelMaxlo avevano inventato loro. Chi dunque aveva agito? chi avevaavventato sul tavolino quel pugno formidabile?

Tante cose lette nei libri del Paleari mi balzarono in tumulto allamente; econ un brividopensai a quello sconosciuto che s'era annegatonella gora del molino alla Stìaa cui io avevo tolto il compiantode' suoi e degli estranei.

" Se fosse lui! " dissi tra me. " Se fosse venuto atrovarmiquaper vendicarsisvelando ogni cosa... "

Il Paleari intantoche - solo - non aveva provato né meraviglia nésgomentonon riusciva ancora a capacitarsi come un fenomeno cosìsemplice e comunequale la levitazione del tavolinoci avesse tantoimpressionatodopo quel po' po' di meraviglie a cui avevamoprecedentemente assistito. Per lui contava ben poco che il fenomeno sifosse manifestato alla luce. Piuttosto non sapeva spiegarsi come maiScipione si trovasse làin camera miamentr'egli lo credeva a letto.

- Mi fa specie- diceva - perché di solito questo poveretto non sicura di nulla. Ma si vede che queste nostre sedute misteriose gli handestato una certa curiosità: sarà venuto a spiaresarà entratofurtivamentee allora... pàffeteacchiappato! Perché e innegabilesasignor Meische i fenomeni straordinarii della medianità traggono ingran parte origine dalla nevrosi epiletticacatalettica e isterica. Maxprende da tuttisottrae anche a noi buona parte d'energia nervosae sene vale per la produzione dei fenomeni. E' accertato! Non si sente ancheleidifatticome se le avessero sottratto qualche cosa?

- Ancora noper dire la verità.

Quasi fino all'alba mi rivoltai sul lettofantasticando diquell'infelicesepolto nel cimitero di Miragnosotto il mio nome. Chiera? Donde veniva? Perché si era ucciso? Forse voleva che quella suatriste fine si sapesse: era stata forse riparazioneespiazione... e io men'ero approfittato! Più d'una voltaal bujo - lo confesso - gelai dipaura. Quel pugnolìsul tavolinoin camera mianon lo avevo udito iosolo. Lo aveva scagliato lui? E non era egli ancor lìnel silenziopresente e invisibileaccanto a me? Stavo in orecchise m'avvenisse dicogliere qualche rumore nella camera. Poi m'addormentai e feci sognipaurosi.

Il giorno appresso aprii le finestre alla luce.

 

Io e l'ombra mia

Mi è avvenuto più voltesvegliandomi nel cuor della notte (la nottein questo casonon dimostraveramente d'aver cuore)mi è avvenuto di provare al bujonel silenziouna strana meravigliauno strano impaccio al ricordo di qualche cosafatta durante il giornoalla lucesenz'abbadarci; e ho domandato alloraa me stesso sea determinar le nostre azioninon concorrano anche icolorila vista delle cose circostantiil vario frastuono della vita. Masìsenza dubbio; e chi sa quant'altre cose! Non viviamo noisecondo ilsignor Anselmoin relazione con l'universo? Ora sta a vedere quantesciocchezze questo maledetto universo ci fa commetteredi cui poichiamiamo responsabile la misera coscienza nostratirata da forzeesterneabbagliata da una luce che è fuor di lei. Eall'incontroquante deliberazioni presequanti disegni architettatiquanti espedientimacchinati durante la notte non appajono poi vani e non crollano e nonsfumano alla luce del giorno? Com'altro è il giornoaltro la nottecosì forse una cosa siamo noi di giornoaltra di notte: miserabilissimacosaahimècosì di notte come di giorno.

So cheaprendo dopo quaranta giorni le finestre della mia cameraionon provai alcuna gioja nel riveder la luce. Il ricordo di ciò che avevofatto in quei giorni al bujo me la offuscò orribilmente. Tutte le ragionie le scuse e le persuasioni che in quel bujo avevano avuto il loro peso eil loro valorenon ne ebbero più alcunoappena spalancate le finestreo ne ebbero un altro al tutto opposto. E invano quel povero me che pertanto tempo se n'era stato con le finestre chiuse e aveva fatto di tuttoper alleviarsi la noja smaniosa della prigioniaora - timido come un canebastonato - andava appresso a quell'altro me che aveva aperte le finestree si destava alla luce del giornoaccigliatoseveroimpetuoso; invanocercava di stornarlo dai foschi pensieriinducendolo a compiacersipiuttostodinanzi allo specchiodel buon esito dell'operazione e dellabarba ricresciuta e anche del pallore che in qualche modo m'ingentilival'aspetto.

" Imbecilleche hai fatto? che hai fatto? "

Che avevo fatto? Nientesiamo giusti! Avevo fatto all'amore. Al bujo -era colpa mia? - non avevo veduto più ostacolie avevo perduto ilritegno che m'ero imposto. Papiano voleva togliermi Adriana; la signorinaCaporale me l'aveva datame l'aveva fatta sedere accantoe s'era buscatoun pugno sulla boccapoverina; io soffrivoe - naturalmente - per quellesofferenze credevo com'ogni altro sciagurato (leggi uomo) d'aver diritto aun compensoe - poiché l'avevo allato - me l'ero preso; lì si facevanogli esperimenti della mortee Adrianaaccanto a meera la vitala vitache aspetta un bacio per schiudersi alla gioja; ora Manuel Bernaldez avevabaciato al bujo la sua Pepitae allora anch'io...

- Ah!

Mi buttai su la poltronacon le mani su la faccia. Mi sentivo fremerele labbra al ricordo di quel bacio. Adriana! Adriana! Che speranze leavevo acceso in cuore con quel bacio? Mia sposaè vero? Aperte lefinestrefesta per tutti!

Rimasinon so per quanto tempoli su quella poltronaa pensareoracon gli occhi sbarratiora restringendomi tutto in merabbiosamentecome per schermirmi da un fitto spasimo interno. Vedevo finalmente: vedevoin tutta la sua crudezza la frode della mia illusione: che cos'era infondo ciò che m'era sembrata la più grande delle fortunenella primaebbrezza della mia liberazione.

Avevo già sperimentato come la mia libertàche a principio m'eraparsa senza limitine avesse purtroppo nella scarsezza del mio denaro;poi m'ero anche accorto ch'essa più propriamente avrebbe potuto chiamarsisolitudine e nojae che mi condannava a una terribile pena: quella dellacompagnia di me stesso; mi ero allora accostato agli altri; ma ilproponimento di guardarmi bene dal riallacciarefoss'anchedebolissimamentele fila recisea che era valso? Ecco: s'eranoriallacciate da séquelle fila; e la vitaper quanto iogià inguardiami fossi oppostola vita mi aveva trascinatocon la sua fogairresistibile: la vita che non era più per me. Ahora me n'accorgevoveramenteora che non potevo più con vani pretesticon infingimentiquasi puerilicon pietosemeschinissime scuse impedirmi di assumercoscienza del mio sentimento per Adrianaattenuare il valore delle mieintenzionidelle mie parolede' miei atti. Troppe cosesenza parlarele avevo dettostringendole la manoinducendola a intrecciar con le miele sue dita; e un bacioun bacio infine aveva suggellato il nostro amore.Oracome risponder coi fatti alla promessa? Potevo far mia Adriana? Manella gora del molinolà alla Stìaci avevano buttato me quelledue buone donneRomilda e la vedova Pescatore- non ci s'eran micabuttate loro! E libera dunque era rimasta leimia moglie; non iochem'ero acconciato a fare il mortolusingandomi di poter diventare un altrouomovivere un'altra vita. Un altr'uomosì ma a patto di non far nulla.E che uomo dunque? Un'ombra d'uomo! E che vita? Finché m'ero contentatodi star chiuso in me e di veder vivere gli altrisìavevo potuto bene omale salvar l'illusione ch'io stessi vivendo un'altra vita; ma ora che aquesta m'ero accostato fino a cogliere un bacio da due care labbraeccomi toccava a ritrarmene inorriditocome se avessi baciato Adriana con lelabbra d'un mortod'un morto che non poteva rivivere per lei! Labbramercenariesìavrei potuto baciarne; ma che sapor di vita in quellelabbra? Ohse Adrianaconoscendo il mio strano caso... Lei? No... no...che! neanche a pensarci! Leicosì puracosì timida... Ma se purl'amore fosse stato in lei più forte di tuttopiù forte d'ogni riguardosociale... ah povera Adrianae come avrei potuto io chiuderla con me nelvuoto della mia sortefarla compagna d'un uomo che non poteva in alcunmodo dichiararsi e provarsi vivo? Che fare? che fare?

Due colpi all'uscio mi fecero balzar dalla poltrona. Era leiAdriana

Per quanto con uno sforzo violento cercassi di arrestare in me iltumulto dei sentimentinon potei impedire che non le apparissi almenoturbato. Turbata era anche leima dal pudoreche non le consentiva dimostrarsi lietacome avrebbe volutodi rivedermi finalmente guaritoalla lucee contento... No? Perché no?... Alzò appena gli occhi aguardarmi; arrossì; mi porse una busta:

- Eccoper lei...

- Una lettera?

- Non credo. Sarà la nota del dottor Ambrosini. Il servo vuol saperese c'è risposta.

Le tremava la voce. Sorrise.

- Subito- diss'io; ma un'improvvisa tenerezza mi prese- comprendendoch'ella era venuta con la scusa di quella nota per aver da me una parolache la raffermasse nelle sue speranze; un'angosciosaprofonda pietà mivinsepietà di lei e di mepietà crudeleche mi spingevairresistibilmente a carezzarlaa carezzare in lei il mio doloreil qualesoltanto in leiche pur ne era la causapoteva trovar conforto. E pursapendo che mi sarei compromesso ancor piùnon seppi resistere: le porsiambo le mani. Ellafiduciosama col volto in fiammealzò pian pianosue e le pose sulle mie. Mi attirai allora la sua testina bionda sul pettoe le passai una mano su i capelli.

- Povera Adriana!

- Perché? - mi domandòsotto la carezza. - Non siamo contenti?

- Sì...

- E allora perché povera?

Ebbi in quel momento un impeto di ribellionefui tentato di svelarletuttodi risponderle: " Perché? senti io ti amoe non possonondebbo amarti! Se tu vuoi però... ". Ma dàlli! Che poteva volerequella mite creatura? Mi premetti forte sul petto la sua testinae sentiiche sarei stato molto più crudele se dalla gioja suprema a cui ellaignarasi sentiva in quel punto inalzata dall'amoreio l'avessi fattaprecipitare nell'abisso della disperazione ch'era in me.

- Perché- dissilasciandola- perché so tante coseper cui leinon può esser contenta...

Ebbe come uno smarrimento penosissimonel vedersicosi d'un trattosciolta dalle mie braccia. Si aspettava forsedopo quelle carezzeche iole dessi del tu? Mi guardò enotando la mia agitazionedomandòesitante:

- Cose... che sa lei... per séo qui... di casa mia?

Le risposi col gesto: " Quiqui " per togliermi latentazione che di punto in punto mi vincevadi parlaredi aprirmi conlei.

L'avessi fatto! Cagionandole subito quell'unicoforte doloreglieneavrei risparmiato altrie io non mi sarei cacciato in nuovi e più asprigarbugli. Ma troppo recente era allora la mia triste scopertaavevo ancorbisogno d'approfondirla benee l'amore e la pietà mi toglievano ilcoraggio d'infrangere così d'un tratto le speranze di lei e la mia vitastessacioè quell'ombra d'illusione che di essafinché tacevopotevaancora restarmi. Sentivo poi quanto odiosa sarebbe stata la dichiarazioneche avrei dovuto farleche iocioèavevo moglie ancora. Sì! sì!Svelandole che non ero Adriano Meis io tornavo ad essere Mattia PascalMORTOE ANCORA AMMOGLIATO! Come si possono dire siffatte cose? Era il colmoquestodella persecuzione che una moglie possa esercitare sul propriomarito: liberarsene leiriconoscendolo morto nel cadavere d'un poveroannegatoe pesare ancoradopo la morte. su luiaddosso a luicosì. Ioavrei potuto ribellarmi è verodichiararmi vivoallora... Ma chialposto mionon si sarebbe regolato come me? Tuttitutticome mein quelpuntonei panni mieiavrebbero stimato certo una fortuna potersiliberare in un modo così inattesoinsperatoinsperabiledella mogliedella suoceradei debitid'un'egra e misera esistenza come quella mia.Potevo mai pensareallorache neanche morto mi sarei liberato dellamoglie? leisìdi mee io no di lei? e che la vita che m'ero vedutadinanzi libera libera liberanon fosse in fondo che una illusionelaquale non poteva ridursi in realtàse non superficialissimamentee piùschiava che maischiava delle finzionidelle menzogne che con tantodisgusto m'ero veduto costretto a usareschiava del timore d'esserescopertopur senza aver commesso alcun delitto?

Adriana riconobbe che non aveva in casaveramentedi che essercontenta; ma ora... E con gli occhi e con un mesto sorriso mi domandò semai per me potesse rappresentare un ostacolo ciò che per lei era cagionedi dolore. " Noè vero? " chiedeva quello sguardo e quel mestosorriso.

- Ohma paghiamo il dottor Ambrosini! - esclamaifingendo diricordarmi improvvisamente della nota e del servo che attendeva di là.Lacerai la busta esenza por tempo in mezzosforzandomi d'assumere untono scherzoso: - Seicento lire! dissi. - Guardi un po'Adriana: laNatura fa una delle sue solite stramberie; per tanti anni mi condanna aportare un occhiodiciamo cosìdisobbediente; io soffro dolori eprigionia per correggere lo sbaglio di leie ora per giunta mi tocca apagare. Le sembra giusto?

Adriana sorrise con pena.

- Forse- disse- il dottor Ambrosini non sarebbe contento se lei glirispondesse di rivolgersi alla Natura per il pagamento. Credo che siaspetti anche d'esser ringraziatoperché l'occhio...

- Le par che stia bene?

Ella si sforzò a guardarmie disse pianoriabbassando subito gliocchi:

- Sì... Pare un altro...

- Io o l'occhio?

- Lei.

- Forse con questa barbaccia...

- No... Perché? Le sta bene...

Me lo sarei cavato con un ditoquell'occhio! Che m'importava piùd'averlo a posto?

- Eppure- dissi- forse essoper conto suoera più contentoprima. Ora mi dà un certo fastidio... Basta. Passerà!

Mi recai allo stipetto a muroin cui tenevo il denaro. Allora Adrianaaccennò di volersene andare; io stupidola trattenni; magiàcomepotevo prevedere? In tutti gl'impicci mieigrandi e piccinisono statocome s'è vistosoccorso sempre dalla fortuna. Ora ecco com'essaanchequesta voltami venne in ajuto.

Facendo per aprire lo stipettonotai che la chiave non girava entro laserratura: spinsi appena appena esubitolo sportellino cedette: eraaperto!

- Come! - esclamai. - Possibile ch'io l'abbia lasciato così?

Notando il mio improvviso turbamentoAdriana era diventatapallidissima. La guardaie:

- Ma qui... guardisignorinaqui qualcuno ha dovuto metter le mani!

C'era dentro lo stipetto un gran disordine: i miei biglietti di bancaerano stati tratti dalla busta di cuojoin cui li tenevo custoditiederano lì sul palchetto sparpagliati. Adriana si nascose il volto con lemaniinorridita. Io raccolsi febbrilmente quei biglietti e mi diedi acontarli.

- Possibile? - esclamaidopo aver contatopassandomi le mani tremantisu la fronte ghiaccia di sudore.

Adriana fu per mancarema si sorresse a un tavolinetto lì presso edomandò con una voce che non mi parve più la sua :

- Hanno rubato?

- Aspetti... aspetti... Com'è possibile? - dissi io.

E mi rimisi a contaresforzando rabbiosamente le dita e la cartacomesea furia di stropicciarepotessero da quei biglietti venir fuori glialtri che mancavano.

- Quanto? - mi domandò ellascontraffatta dall'orroredal ribrezzoappena ebbi finito di contare.

- Dodici... dodici mila lire... - balbettai. - Erano sessantacinque...sono cinquantatré! Conti lei...

Se non avessi fatto a tempo a sorreggerlala povera Adriana sarebbecaduta per terracome sotto una mazzata. Tuttaviacon uno sforzosupremoella poté riaversi ancora una voltae singhiozzandoconvulsacercò di sciogliersi da me che volevo adagiarla su la poltrona e fece perspingersi verso l'uscio:

- Chiamo il babbo! chiamo il babbo!

- No! - le gridaitrattenendola e costringendola a sedere. - Non siagiti cosìper carità! Lei mi fa più male... Io non vogliononvoglio! Che c'entra lei? Per caritàsi calmi. Mi lasci prima accertareperché... sìlo stipetto era apertoma io non possonon vogliocredere ancora a un furto così ingente... Stia buonavia!

E daccapoper un ultimo scrupolotornai a contare i biglietti; pursapendo di certo che tutto il mio denaro stava lìin quello stipettomidiedi a rovistare da per tuttoanche dove non era in alcun modo possibilech'io avessi lasciato una tal sommatranne che non fossi stato colto daun momento di pazzia. E per indurmi a quella ricerca che m'appariva a manoa mano sempre più sciocca e vanami sforzavo di credere inverosimilel'audacia del ladro. Ma Adrianaquasi farneticandocon le mani sulvoltocon la voce rotta dai singhiozzi:

- E inutile! è inutile! - gemeva. - Ladro... ladro... anche ladro!...Tutto congegnato avanti... Ho sentitonel bujo... m'è nato ilsospetto... ma non volli credere ch'egli potesse arrivare fino a tanto...

Papianosì: il ladro non poteva esser altri che lui; luiper mezzodel fratellodurante quelle sedute spiritiche...

- Ma come mai- gemette ellaangosciata- come mai teneva lei tantodenarocosiin casa?

Mi voltai a guardarlainebetito. Che risponderle? Potevo dirle che perforzanella condizione mia dovevo tener con me il denaro? potevo dirleche mi era interdetto d'investirlo in qualche modod'affidarlo aqualcuno? che non avrei potuto neanche lasciarlo in deposito in qualchebancagiacchése poi per caso fosse sorta qualche difficoltà nonimprobabile per ritirarlonon avrei più avuto modo di far riconoscere ilmio diritto su esso?

Eper non apparire stupitofui crudele:

- Potevo mai supporre? - dissi.

Adriana si coprì di nuovo il volto con le manigemendostraziata:

- Dio! Dio! Dio!

Lo sgomento che avrebbe dovuto assalire il ladro nel commettere ilfurtoinvase meinveceal pensiero di ciò che sarebbe avvenuto.Papiano non poteva certo supporre ch'io incolpassi di quel furto ilpittore spagnuolo o il signor Anselmola signorina Caporale o la serva dicasa o lo spirito di Max: doveva esser certo che avrei incolpato luiluie il fratello: eppureeccoci s'era messoquasi sfidandomi.

E io? che potevo far io? Denunziarlo? E come? Ma nientenienteniente! io non potevo far niente! ancora una voltaniente! Mi sentiiatterratoannichilito. Era la seconda scopertain quel giorno! Conoscevoil ladroe non potevo denunziarlo. Che diritto avevo io alla protezionedella legge? Io ero fuori d'ogni legge. Chi ero io? Nessuno! Non esistevoioper la legge. E chiunqueormaipoteva rubarmi; e iozitto!

Matutto questoPapiano non poteva saperlo. E dunque?

- Come ha potuto farlo? - dissi quasi tra me. - Da che gli è potutovenire tanto ardire?

Adriana levò il volto dalle mani e mi guardò stupitacome per dire:" E non lo sai? ".

- Ahgià! - fecicomprendendo a un tratto.

- Ma lei lo denunzierà! - esclamò ellalevandosi in piedi. - Milascila pregomi lasci chiamare il babbo... Lo denunzierà subito!

Feci in tempo a trattenerla ancora una volta. Non ci mancava altrocheoraper giuntaAdriana mi costringesse a denunziare il furto! Nonbastava che mi avessero rubatocome nientedodici mila lire? Dovevoanche temere che il furto si conoscesse; pregarescongiurare Adriana chenon lo gridasse fortenon lo dicesse a nessunoper carità? Ma che!Adriana - e ora lo intendo bene - non poteva assolutamente permettere cheio tacessi e obbligassi anche lei al silenzionon poteva in verun modoaccettare quella che pareva una mia generositàper tante ragioni: primaper il suo amorepoi per l'onorabilità della sua casae anche per me eper l'odio ch'ella portava al cognato.

Ma in quel frangentela sua giusta ribellione mi parve proprio dipiù: esasperatole gridai:

- Lei si starà zitta: gliel'impongo! Non dirà nulla a nessunohacapito? Vuole uno scandalo?

- No! no! - s'affrettò a protestarepiangendola povera Adriana. -Voglio liberar la mia casa dall'ignominia di quell'uomo!

- Ma egli negherà! - incalzai io. - E alloraleitutti di casainnanzi al giudice... Non capisce?

- Sibenissimo! - rispose Adriana con fuocotutta vibrante di sdegno.- Neghineghi pure! Ma noiper conto nostroabbiamo altrocredadadire contro di lui. Lei lo denunziinon abbia riguardonon tema pernoi... Ci farà un benecredaun gran bene! Vendicherà la poverasorella mia... Dovrebbe intenderlosignor Meische mi offenderebbesenon lo facesse. Io vogliovoglio che lei lo denunzii. Se non lo fa leilo farò io! Come vuole che io rimanga con mio padre sotto quest'onta! No!no! no! E poi...

Me la strinsi fra le braccia: non pensai più al denaro rubatovedendola soffrire cosìsmaniaredisperata: e le promisi che avreifatto com'ella voleva purché si calmasse. Noche onta? non c'era alcunaonta per leiné per il suo babbo; io sapevo su chi ricadeva la colpa diquel furto; Papiano aveva stimato che il mio amore per lei valesse benedodicimila liree io dovevo dimostrargli di no? Denunziarlo? Ebbenesìl'avrei fattonon per mema per liberar la casa di lei da quelmiserabile: sìma a un patto: che ella prima di tutto si calmassenonpiangesse più cosìvia! via! e poiche mi giurasse su quel che avevadi più caro al mondoche non avrebbe parlato a nessunoa nessunodiquel furtose prima io non consultavo un avvocato per tutte leconseguenze chein tanta sovreccitazionené io né lei potevamoprevedere.

- Me lo giura? Su ciò che ha di più caro?

Me lo giuròe con uno sguardotra le lagrimemi fece intendere suche cosa me lo giuravache cosa avesse di più caro.

Povera Adriana!

Rimasi lìsoloin mezzo alla camerasbalorditovuotoannientatocome se tutto il mondo per me si fosse fatto vano. Quanto tempo passòprima ch'io mi riavessi? E come mi riebbi? Scemo... scemo!... Come unoscemoandai a osservare lo sportello dello stipettoper vedere se non cifosse qualche traccia di violenza. No: nessuna traccia: era stato apertopulitamentecon un grimaldellomentr'io custodivo con tanta cura intasca la chiave.

- E non si sente lei - mi aveva domandato il Paleari alla finedell'ultima seduta- non si sente lei come se le avessero sottrattoqualche cosa?

Dodici mila lire!

Di nuovo il pensiero della mia assoluta impotenzadella mia nullitàmi assalìmi schiacciò. Il caso che potessero rubarmi e che io fossicostretto a restar zitto e finanche con la paura che il furto fossescopertocome se l'avessi commesso io e non un ladro a mio dannonon mis'era davvero affacciato alla mente.

Dodici mila lire? Ma poche! poche! Possono rubarmi tuttolevarmi finla camicia di dosso; e iozitto! Che diritto ho io di parlare? La primacosa che mi domanderebberosarebbe questa: " E voi chi siete? Dondevi era venuto quel denaro? ". Ma senza denunziarlo... vediamo un po'!se questa sera io lo afferro per il collo e gli grido: " Qua subitoil denaro che hai tolto di làdallo stipettopezzo di ladro! ".Egli strilla; nega; può forse dirmi: " Sissignoreeccolo quaI'hopreso per isbaglio... "? E allora? Ma c'è il caso che mi dia anchequerela per diffamazione. Zittodunquezitto! M'è sembrata una fortunal'esser creduto morto? Ebbenee sono morto davvero. Morto? Peggio chemorto; me l'ha ricordato il signor Anselmo: i morti non debbono piùmoriree io sì: io sono ancora vivo per la morte e morto per la vita.Che vita infatti può esser più la mia? La noja di primala solitudinela compagnia di me stesso?

Mi nascosi il volto con le mani; caddi a sedere su la poltrona.

Ahfossi stato almeno un mascalzone! avrei potuto forse adattarmi arestar cosìsospeso nell'incertezza della sorteabbandonato al casoesposto a un rischio continuosenza basesenza consistenza. Ma io? Iono. E che faredunque? Andarmene via? E dove? E Adriana? Ma che potevofare per lei? Nulla... nulla... Come andarmene però cosìsenz'alcunaspiegazionedopo quanto era accaduto? Ella ne avrebbe cercato la causa inquel furto; avrebbe detto: " E perché ha voluto salvare il reoepunir me innocente? ". Ah nonopovera Adriana! Mad'altra partenon potendo far nulla come sperare di rendere men trista la mia parteverso di lei? Per forza dovevo dimostrarmi inconseguente e crudele.L'inconseguenzala crudeltà erano della mia stessa sortee io per ilprimo ne soffrivo. Fin Papianoil ladrocommettendo il furtoera statopiù conseguente e men crudele di quel che pur troppo avrei dovutodimostrarmi io.

Egli voleva Adrianaper non restituire al suocero la dote della primamoglie: io avevo voluto togliergli Adriana? e dunque la dote bisognava chela restituissi ioal Paleari.

Per ladroconseguentissimo!

Ladro? Ma neanche ladro: perché la sottrazionein fondosarebbestata più apparente che reale: infatticonoscendo egli l'onestà diAdriananon poteva pensare ch'io volessi farne la mia amante: volevocerto farla mia moglie: ebbene allora avrei riavuto il mio denaro sottoforma di dote d'Adrianae per di più avrei avuto una mogliettina saggiae buona: che cercavo di più?

Ohio ero sicuro chepotendo aspettaree se Adriana avesse avuto laforza di serbare il segretoavremmo veduto Papiano attener la promessa direstituireanche prima dell'anno di comportola dote della defuntamoglie.

Quel denaroè veronon poteva più venire a meperché Adriana nonpoteva esser mia: ma sarebbe andato a leise ella ora avesse saputotacereseguendo il mio consiglioe se io mi fossi potuto trattenereancora per qualche po' di tempo lì. Molta artemolta arte avrei dovutoadoperaree allora Adrianase non altroci avrebbe forse guadagnatoquesto: la restituzione della sua dote.

M'acquietai un po'almeno per leipensando così. Ahnon per me! Perme rimaneva la crudezza della frode scopertaquella de la mia illusionedi fronte a cui era nulla il furto delle dodici mila lireera anzi unbenese poteva risolversi in un vantaggio per Adriana.

Io mi vidi escluso per sempre dalla vitasenza possibilità dirientrarvi. Con quel lutto nel cuorecon quell'esperienza fattame nesarei andato viaorada quella casaa cui mi ero già abituatoin cuiavevo trovato un po' di requiein cui mi ero fatto quasi il nido; e dinuovo per le stradesenza metasenza scoponel vuoto. La paura diricader nei lacci della vitami avrebbe fatto tenere più lontano che maidagli uominisolosolo' affatto solodiffidenteombroso; e ilsupplizio di Tantalo si sarebbe rinnovato per me.

Uscii di casacome un matto. Mi ritrovai dopo un pezzo per la viaFlaminiavicino a Ponte Molle. Che ero andato a far lì? Mi guardaiattorno; poi gli occhi mi s'affisarono su l'ombra del mio corpoe rimasiun tratto a contemplarla; infine alzai un piede rabbiosamente su essa. Maio noio non potevo calpestarlal'ombra mia.

Chi era più ombra di noi due? io o lei?

Due ombre!

Làlà per terra; e ciascuno poteva passarci sopra: schiacciarmi latestaschiacciarmi il cuore: e iozitto; l'ombrazitta.

L'ombra d'un morto: ecco la mia vita...

Passò un carro: rimasi lì fermoapposta: prima il cavallocon lequattro zampepoi le ruote del carro.

- Làcosi! fortesul collo! Ohohanche tucagnolino? Sùdabravosi: alza un'anca! alza un'anca!

Scoppiai a ridere d'un maligno riso; il cagnolino scappò viaspaventato; il carrettiere si voltò a guardarmi. Allora mi mossi; el'ombramecodinanzi. Affrettai il passo per cacciarla sotto altricarriSotto i piedi de' viandantivoluttuosamente. Una smania mala miaveva presoquasi adunghiandomi il ventre; alla fine non potei piùvedermi davanti quella mia ombra; avrei voluto scuotermela dai piedi. Mivoltai; ma ecco; la avevo dietroora.

" E se mi metto a correre" pensai" mi seguirà!"

Mi stropicciai forte la fronteper paura che stessi per ammattireperfarmene una fissazione. Ma si! così era! il simbololo spettro della miavita era quell'ombra: ero iolà per terraesposto alla mercé dei piedialtrui. Ecco quello che restava di Mattia Pascalmorto alla Stìa:la sua ombra per le vie di Roma.

Ma aveva un cuorequell'ombrae non poteva amare; aveva denariquell'ombrae ciascuno poteva rubarglieli; aveva una testama perpensare e comprendere ch'era la testa di un'ombrae non l'ombra d'unatesta. Proprio cosi!

Allora la sentii come cosa vivae sentii dolore per essacome ilcavallo e le ruote del carro e i piedi de' viandanti ne avessero veramentefatto strazio. E non volli lasciarla più lìespostaper terra. Passòun trame vi montai.

Rientrando in casa...

 

Il ritratto di Minerva

Già prima che mi fosse aperta laportaindovinai che qualcosa di grave doveva essere accaduto in casa:sentivo gridare Papiano e il Paleari. Mi venne incontrotutta sconvoltala Caporale:

- E dunque vero? Dodici mila lire?

M'arrestaiansantesmarrito. Scipione Papianol'epiletticoattraversò in quel momento la saletta d'ingressoscalzocon le scarpein manopallidissimosenza giacca; mentre il fratello strillava di là:

- E ora denunzii! denunzii!

Subito una fiera stizza m'assalì contro Adriana chenon ostante ildivietonon ostante il giuramentoaveva parlato.

- Chi l'ha detto? - gridai alla Caporale. - Non è vero niente: horitrovato il denaro!

La Caporale mi guardò stupita:

- Il denaro? Ritrovato? Davvero? AhDio sia lodato! - esclamòlevando le braccia; e corseseguìta da mead annunziare esultante nelsalotto da pranzodove Papiano e il Paleari gridavano e Adriana piangeva:- Ritrovato! ritrovato! Ecco il signor Meis! Ha ritrovato il denaro!

- Come!

- Ritrovato?

- Possibile?

Restarono trasecolati tutti e tre; ma Adriana e il padrecol volto infiamme; Papianoall'incontroterreoscontraffatto.

Lo fissai per un istante. Dovevo essere più pallido di luie vibravotutto. Egli abbassò gli occhicome atterritoe si lasciò cader dallemani la giacca del fratello. Gli andai innanziquasi a pettoe gli tesila mano.

- Mi scusi tanto; leie tutti... mi scusino- dissi.

- No! - gridò Adrianaindignata; ma subito si premé il fazzoletto sula bocca.

Papiano la guardòe non ardì di porgermi la mano. Allora io ripetei:

- Mi scusi... - e protesi ancor più la manoper sentire la suacometremava. Pareva la mano d'un mortoe anche gli occhitorbidi e quasispentiparevano d'un morto.

- Sono proprio dolente- soggiunsi- dello scompigliodel gravedispiacere chesenza volerloho cagionato.

- Ma no... cioèsì... veramente- balbettò il Paleari- eccoerauna cosa che... sìnon poteva essereperbacco! FelicissimosignorMeissono proprio felicissimo che lei abbia ritrovato codesto denaroperché...

Papiano sbuffòsi passò ambo le mani su la fronte sudata e sul capoevoltandoci le spallesi pose a guardare verso il terrazzino.

- Ho fatto come quel tale... - ripresiforzandomi a sorridere. -Cercavo l'asino e c'ero sopra. Avevo le dodici mila lire quanelportafoglicon me.

Ma Adrianaa questo puntonon poté più reggere:

- Ma se lei- disse- ha guardatome presenteda per tuttoanchenel portafogli; se lìnello stipetto...

- Sìsignorina- la interruppicon fredda e severa fermezza. - Maho cercato maleevidentementedal punto che le ho ritrovate... Chiedoanzi scusa a lei in special modoche per la mia storditaggineha dovutosoffrire più degli altri. Ma spero che...

- No! no! no! - gridò Adrianarompendo in singhiozzi e uscendoprecipitosamente dalla stanzaseguita dalla Caporale.

- Non capisco... - fece il Palearistordito.

Papiano si voltòirosamente:

- Io me ne vado lo stessooggi... Pare cheormainon ci sia piùbisogno di... di...

S'interruppecome se si sentisse mancare il fiato; volle volgersi amema non gli bastò l'animo di guardarmi in faccia:

- Io... io non ho potutocredaneanche dire di no... quando mihanno... quapreso in mezzo... Mi son precipitato su mio fratello che...nella sua incoscienza... malato com'è... irresponsabilecioècredo...chi sa! si poteva immaginareche... L'ho trascinato qua... Una scenaselvaggia! Mi son veduto costretto a spogliarlo... a frugargli addosso...da per tutto... negli abitifin nelle scarpe... E lui... ah!

Il piantoa questo puntogli fece impeto alla gola; gli occhi gli sigonfiarono di lagrime; ecome strozzato dall'angosciaaggiunse:

- Così hanno veduto che... Ma giàse lei... Dopo questoio me nevado!

- Ma no! Nient'affatto! - diss'io allora- Per causa mia? Lei deverimanere qua! Me n'andrò io piuttosto!

- Che dice maisignor Meis? - esclamò dolenteil Paleari.

Anche Papianoimpedito dal pianto che pur voleva soffocarenegò conla mano; poi disse:

- Dovevo... dovevo andarmene; anzitutto questo è accaduto perchéio... cosìinnocentemente... annunziai che volevo andarmeneper via dimio fratello che non si può più tenere in casa... Il marcheseanzimiha dato... - l'ho qua - una lettera per il direttore di una casa di salutea Napolidove devo recarmi anche per altri documenti che gli bisognano...E mia cognata allorache ha per lei... meritatamentetanto... tantoriguardo... è saltata sù a dire che nessuno doveva muoversi di casa...che tutti dovevamo rimanere qua... perché lei... non so... avevascoperto... A mequesto! al proprio cognato!... l'ha detto proprio ame... forse perché iomiserabile ma onoratodebbo ancora restituirequaa mio suocero...

- Ma che vai pensandoadesso! - esclamòinterrompendoloil Paleari.

- No! - raffermò fieramente Papiano. - Io ci penso! ci penso benenondubitate! E se me ne vado... Poveropoveropovero Scipione!

Non riuscendo più a frenarsiscoppiò in dirotto pianto.

- Ebbene- fece il Paleariintontito e commosso. - E che c'entra piùadesso?

- Povero fratello mio! - seguitò Papianocon tale schianto disinceritàche anch'io mi sentii quasi agitare le viscere dellamisericordia.

Intesi in quello schianto il rimorsoch'egli doveva provare in quelmomento per il fratellodi cui si era servitoa cui avrebbe addossato lacolpa del furtose io lo avessi denunziatoe a cui poc'anzi aveva fattopatir l'affronto di quella perquisizione.

Nessuno meglio di lui sapeva ch'io non potevoaver ritrovato il danaroch'egli mi aveva rubato. Quella mia inattesa dichiarazioneche lo salvavaproprio nel punto in cuivedendosi perdutoegli accusava il fratello oalmeno lasciava intendere - secondo il disegno che doveva aver primastabilito - che soltanto questi poteva essere l'autore del furtolo avevaaddirittura schiacciato. Ora piangeva per un bisogno irrefrenabile di dareuno sfogo all'animo così tremendamente percossoe fors'anche perchésentiva che non poteva starese non cosìpiangentedi fronte a me. Conquel pianto egli mi si prostravami s'inginocchiava quasi ai piedima apatto ch'io mantenessi la mia affermazioned'aver cioè ritrovato ildenaro: che se io mi fossi approfittato di vederlo ora avvilito pertirarmi indietromi si sarebbe levato controfuribondo. Egli - era giàinteso - non sapeva e non doveva saper nulla di quel furtoe ioconquella mia affermazionenon salvavo che suo fratelloil qualein finde' contiov'io l'avessi denunziatonon avrebbe avuto forse a patirnulladata la sua infermità; dal canto suoeccoegli s'impegnavacomegià aveva lasciato intravederea restituir la dote al Paleari.

Tutto questo mi parve di comprendere da quel suo pianto. Esortato dalsignor Anselmo e anche da mealla fine egli si quietò; disse che sarebberitornato presto da Napoliappena chiuso il fratello nella casa disaluteliquidate le sue competenze in un certo negozio che ultimamenteaveva avviato colà in società con un suo amicoe fatte le ricerchedei documenti che bisognavano al marchese.

- Anzia proposito- conchiuserivolgendosi a me. - Chi ci pensavapiù? Il signor marchese mi aveva detto chese non le dispiaceoggi...insieme con mio suocero e con Adriana...

- Ahbravosì! - esclamò il signor Anselmosenza lasciarlo finire.- Andremo tutti... benissimo! Mi pare che ci sia ragione di stare allegrioraperbacco! Che ne dicesignor Adriano?

- Per me... - feci ioaprendo le braccia.

- E alloraverso le quattro... Va bene? - propose Papianoasciugandosi definitivamente gli occhi.

Mi ritirai in camera. Il mio pensiero corse subito ad Adrianache sen'era scappata singhiozzandodopo quella mia smentita. E se ora fossevenuta a domandarmi una spiegazione? Certo non poteva credere neanche leich'io avessi davvero ritrovato il denaro. Che doveva ella dunque supporre?Ch'ionegando a quel modo il furtoavevo voluto punirla del mancatogiuramento. Ma perché? Evidentemente perché dall'avvocatoa cui leavevo detto di voler ricorrere per consiglio prima di denunziare il furtoavevo saputo che anche lei e tutti di casa sarebbero stati chiamatiresponsabili di esso. Ebbenee non mi aveva ella detto che volentieriavrebbe affrontato lo scandalo? Sì: ma io - era chiaro - io non avevovoluto: avevo preferito di sacrificar così dodici mila lire... E dunquedoveva ella credere che fosse generosità da parte miasacrifizio peramor di lei? Ecco a quale altra menzogna mi costringeva la mia condizione:stomachevole menzognache mi faceva bello di una squisitadelicatissimaprova d'amoreattribuendomi una generosità tanto più grandequantomeno da lei richiesta e desiderata.

Ma no! Ma no! Ma no! Che andavo fantasticando? A ben altre conclusionidovevo arrivareseguendo la logica di quella mia menzogna necessaria einevitabile. Che generosità! che sacrifizio! che prova d'amore! Avreipotuto forse lusingare più oltre quella povera fanciulla? Dovevosoffocarlasoffocarlala mia passione; non rivolgere più ad Adriana néuno sguardo né una parola d'amore. E allora? Come avrebbe potuto ellamettere d'accordo quella mia apparente generosità col contegno che d'orainnanzi dovevo impormi di fronte a lei. Io ero dunque tratto per forza aprofittar di quel furto ch'ella aveva svelato contro la mia volontà e cheio avevo smentitoper troncare ogni relazione con lei. Ma che logica eraquesta? delle due l'una: o io avevo patito il furtoe allora per qualragioneconoscendo il ladronon lo denunziavoe ritraevo invece da leiil mio amorecome se anch'ella ne fosse colpevole? o io avevo realmenteritrovato il denaroe allora perché non seguitavo ad amarla?

Sentii soffocarmi dalla nauseadall'iradall'odio per me stesso.Avessi almeno potuto dirle che non era generosità la mia; che io nonpotevoin alcun mododenunziare il furto... Ma dovevo pur dargliene unaragione... Eran forse denari rubatii miei? Ella avrebbe potuto supporreanche questo... O dovevo dirle ch'ero un perseguitatoun fuggiascocompromessoche doveva viver nell'ombra e non poteva legare alla suasorte quella d'una donna? Altre menzogne alla povera fanciulla... Mad'altra partela verità ch'ora appariva a me stesso incredibileunafavola assurdaun sogno insensatoIa verità potevo io dirgliela? Pernon mentire anche adessodovevo confessarle d'aver mentito sempre? Ecco ache m'avrebbe condotto la rivelazione del mio stato. E a che pro? Nonsarebbe stata né una scusa per mené un rimedio per lei.

Tuttaviasdegnatoesasperato com'ero in quel momentoavrei forseconfessato tutto ad Adrianase leiinvece di mandare la Caporalefosseentrata di persona in camera mia a spiegarmi perché era venuta meno algiurarnento.

La ragione m'era già nota: Papiano stesso me l'aveva detta. LaCaporale soggiunse che Adriana era inconsolabile.

- E perché? - domandaicon forzata indifferenza.

- Perché non crede- mi rispose- che lei abbia davvero ritrovato ildanaro.

Mi nacque lì per lì l'idea (che s'accordavadel restocon lecondizioni dell'animo miocon la nausea che provavo di me stesso) l'ideadi far perdere ad Adriana ogni stima di meperché non mi amasse piùdimostrandomele falsodurovolubileinteressato... Mi sarei punitocosì del male che le avevo fatto. Sul momentosìle avrei cagionatoaltro malema a fin di beneper guarirla.

- Non crede? Come no? - dissicon un tristo risoalla Caporale. -Dodici mila liresignorina... e che son rena? crede ella che sarei cosìtranquillose davvero me le avessero rubate?

- Ma Adriana mi ha detto... - si provò ad aggiungere quella.

- Sciocchezze! sciocchezze! - troncai io. - E veroguardi... sospettaiper un momento... Ma dissi pure alla signorina Adriana che non credevopossibile il furto... E difattivia! Che ragionedel restoavrei io adire che ho ritrovato il denarose non l'avessi davvero ritrovato?

La signorina Caporale si strinse ne le spalle.

- Forse Adriana crede che lei possa avere qualche ragione per...

- Ma no! ma no! - m'affrettai a interromperla. - Si trattaripetodidodici mila liresignorina. Fossero state trentaquaranta lireehvia!... Non ho di queste idee generosecreda pure... Che diamine! civorrebbe un eroe...

Quando la signorina Caporale andò viaper riferire ad Adriana le mieparolemi torsi le manime le addentai. Dovevo regolarmi proprio così?Approfittarmi di quel furtocome se con quel denaro rubato volessipagarlacompensarla delle speranze deluse? Ahera vile questo mio modod'agire! Avrebbe certo gridato di rabbiaelladi làe mi avrebbedisprezzato... senza comprendere che il suo dolore era anche il mio.Ebbenecosi doveva essere! Ella doveva odiarmidisprezzarmicom'io miodiavo e mi disprezzavo. E anzi per inferocire di più contro me stessoper far crescere il suo disprezzomi sarei mostrato ora tenerissimo versoPapianoverso il suo nemicocome per compensarlo a gli occhi di lei delsospetto concepito a suo carico. Sìsìe avrei stordito così anche ilmio ladrosìfino a far credere a tutti ch'io fossi pazzo... E ancorapiùancora più: non dovevamo or ora andare in casa del marchese Giglio?ebbenemi sarei messoquel giorno stessoa far la corte alla signorinaPantogada.

- Mi disprezzerai ancor piùcosiAdriana! gemettirovesciandomi sulletto. - Che altroche altro posso fare per te?

Poco dopo le quattrovenne a picchiare all'uscio della mia camera ilsignor Anselmo.

- Eccomi- gli dissie mi recai addosso il pastrano. - Son pronto.

- Viene cosi? - mi domandò il Paleariguardandomi meravigliato.

- Perché? - feci io.

Ma mi accorsi subito che avevo ancora in capo il berrettino da viaggioche solevo portare per casa. Me lo cacciai in tasca e tolsidall'attaccapanni il cappellomentre il signor Anselmo ridevaridevacome se lui...

- Dove vasignor Anselmo?

- Ma guardi un po' come stavo per andare anch'io - rispose tra le risaadditandomi le pantofole ai piedi. - Vadavada di là; c'è Adriana...

- Viene anche lei? - domandai.

- Non voleva venire- disseavviandosi per la sua camerail Paleari.- Ma l'ho persuasa. Vada: è nel salotto da pranzogià pronta...

Con che sguardo durodi rampognam'accolse in quella stanza lasignorina Caporale! Ellache aveva tanto sofferto per amore e che s'erasentita tante volte confortare dalla dolce fanciulla ignaraora cheAdriana sapevaora che Adriana era feritavoleva confortarla lei a suavoltagratapremurosa; e si ribellava contro di meperché le parevaingiusto ch'io facessi soffrire una così buona e bella creatura. Leisìlei non era bella e non era buonae dunque se gli uomini con lei simostravano cattivialmeno un'ombra di scusa potevano averla. Ma perchéfar soffrire cosi Adriana?

Questo mi disse il suo sguardoe m'invitò a guardar colei ch'iofacevo soffrire.

Com'era pallida! Le si vedeva ancora negli occhi che aveva pianto. Chisa che sforzonell'angosciale era costato il doversi abbigliare peruscire con me...

Non ostante l'animo con cui mi recai a quella visitala figura e lacasa del marchese Giglio d'Auletta mi destarono una certa curiosità.

Sapevo che egli stava a Roma perchéormaiper la restaurazione delRegno delle Due Sicilie non vedeva altro espediente se non nella lotta peril trionfo del potere temporale: restituita Roma al Ponteficel'unitàd'Italia si sarebbe sfasciatae allora... chi sa! Non voleva arrischiarprofezieil marchese. Per il momentoil suo cómpito era ben definito:lotta senza quartierelànel campo clericale. E la sua casa erafrequentata dai più intransigenti prelati della Curiadai paladini piùfervidi del partito nero.

Quel giornoperònel vasto salone splendidamente arredato nontrovammo nessuno. Cioèno. C'eranel mezzoun cavallettoche reggevauna tela a metà abbozzatala quale voleva essere il ritratto di Minervadella cagnetta di Pepitatutta nerasdrajata su una poltrona tuttabiancala testa allungata su le due zampine davanti.

- Opera del pittore Bernaldez- ci annunziò gravemente Papianocomese facesse una presentazioneche da parte nostra richiedesse unprofondissimo inchino.

Entrarono dapprima Pepita Pantogada e la governantesignora Candida.

Avevo veduto l'una e l'altra nella semioscurità della mia camera: oraalla lucela signorina Pantogada mi parve un'altra; non in tuttoveramentema nel naso... Possibile che avesse quel naso in casa mia? Mel'ero figurata con un nasetto all'insùarditoe invece aquilino loavevae robusto. Ma era pur bella così: brunasfavillante negli occhicoi capelli lucidinerissimi e ondulati; le labbra fine taglientiaccese. L'abito scuropunteggiato di biancole stava dipinto sul corposvelto e formoso. La mite bellezza bionda d'Adrianaaccanto a leiimpallidiva.

E finalmente potei spiegarmi che cosa avesse in capo la signoraCandida! Una magnifica parrucca fulvaricciolutae - su la parrucca - unampio fazzoletto di seta cilestrinaanzi uno scialleannodatoartisticamente sotto il mento. Quanto vivace la cornicetanto squallidala faccina magra e flosciatuttoché imbiaccatalisciataimbellettata.

Minervaintantola vecchia cagnettaco' suoi sforzati rochiabbajamentinon lasciava fare i convenevoli. La povera bestiola però nonabbajava a noi; abbajava al cavallettoabbajava alla poltrona biancachedovevano esser per lei arnesi di tortura: protesta e sfogo d'animaesasperata. Quel maledetto ordegno dalle tre lunghe zampe avrebbe volutofarlo fuggire dal salone; ma poiché esso rimaneva lìimmobile eminacciososi ritraeva leiabbajandoe poi gli saltava controdigrignando i dentie tornava a ritrarsifuribonda.

Piccolatozzagrassa su le quattro zampine troppo esiliMinervaera veramente sgraziata; gli occhi già appannati dalla vecchiaja e i pelidella testa incanutiti; sul dorso poipresso l'attaccatura della codaera tutta spelata per l'abitudine di grattarsi furiosamente sotto gliscaffalialle traverse delle seggioledovunque e comunque le venissefatto. Ne sapevo qualche cosa.

Pepita tutt'a un tratto la afferrò pel collo e la gettò in braccioalla signora Candidagridandole:

- Cito!

Entròin quelladi furia don Ignazio Giglio d'Auletta. Curvoquasispezzato in duecorse alla sua poltrona presso la finestrae - appenaseduto - ponendosi il bastone tra le gambetrasse un profondo respiro esorrise alla sua stanchezza mortale. Il volto estenuatosolcato tutto dirughe verticalirasoera d'un pallore cadavericoma gli occhiall'incontroeran vivacissimiardentiquasi giovanili. Glis'allungavano in guisa strana su le gotesu le tempiecerte grosseciocche di capelliche parevan lingue di cenere bagnata.

Ci accolse con molta cordialitàparlando con spiccato accentonapoletano; pregò quindi il suo segretario di seguitare a mostrarmi iricordi di cui era pieno il salone e che attestavano la sua fedeltà alladinastia dei Borboni. Quando fummo innanzi a un quadretto coperto da unmantino verdesu cui era ricamata in oro questa leggenda: " Nonnascondo; riparo; alzami e leggi " egli pregò Papiano di staccardalla parete il quadretto e di recarglielo. C'era sottoriparata dalvetro e incorniciatauna lettera di Pietro Ulloa chenel settembre del1860cioè agli ultimi aneliti del regnoinvitava il marchese Gigliod'Auletta a far parte del Ministero che non si poté poi costituire:accanto c'era la minuta della lettera d'accettazione del marchese: fieralettera che bollava tutti coloro che s'erano rifiutati di assumere laresponsabilità del potere in quel momento di supremo pericolo ed'angoscioso scompigliodi fronte al nemicoal filibustiere Garibaldigià quasi alle porte di Napoli.

Leggendo ad alta voce questo documentoil vecchio s'accese e sicommosse tantochesebbene ciò ch'ei leggeva fosse affatto contrario almio sentimentopure mi destò ammirazione. Era stato anch'eglidal cantosuoun eroe. N'ebbi un'altra provaquando egli stesso mi volle narrar lastoria di un certo giglio di legno doratoch'era pur lìnel salone. Lamattina del 5 settembre 1860 il Re usciva dalla Reggia di Napoli in unlegnetto scoperto insieme con la Regina e due gentiluomini di corte:arrivato il legnetto in via di Chiaja dovette fermarsi per un intoppo dicarri e di vetture innanzi a una farmacia che aveva su l'insegna i giglid'oro. Una scalaappoggiata all'insegnaimpediva il transito. Alcunioperajsaliti su quella scalastaccavano dall'insegna i gigli. Il Re sen'accorse e additò con la mano alla Regina quell'atto di vile prudenzadel farmacistache pure in altri tempi aveva sollecitato l'onore difregiar la sua bottega di quel simbolo regale. Egliil marchesed'Aulettasi trovava in quel momento a passare di là: indignatofurentes'era precipitato entro la farmaciaaveva afferrato per ilbavero della giacca quel vilegli aveva mostrato il Re ll fuorigliaveva poi sputato in faccia ebrandendo uno di quei gigli staccatis'eramesso a gridare tra la ressa: " Viva il Re! ".

Questo giglio di legno gli ricordava oralì nel salottoquellatriste mattina di settembree una delle ultime passeggiate del suoSovrano per le vie di Napoli; ed egli se ne gloriava quasi quanto della chiaved'oro di gentiluomo di camera e dell'insegna di cavaliere di SanGennaro e di tant'altre onorificenze che facevano bella mostra di sé nelsalonesotto i due grandi ritratti a olio di Ferdinando e di FrancescoII.

Poco dopoper attuare il mio tristo disegnoio lasciai il marchesecol Paleari e Papianoe m'accostai a Pepita.

M'accorsi subito ch'ella era molto nervosa e impaziente. Volle perprima cosa saper l'ora da me.

- Quattro e meccio? Bene! bene!

Che fossero però le quattro e meccio non aveva certamentedovuto farle piacere: lo argomentai da quel " Bene! bene!" a denti stretti e dal volubile e quasi aggressivo discorso in cuisubito dopo si lanciò contro l'Italia e più contro Roma così gonfia disé per il suo passato. Mi dissetra l'altroche anche loroin Ispagnaavevano tambien un Colosseo come il nostrodella stessaantichità; ma non se ne curavano né punto né poco:

- Piedra muerta!

Valeva senza fine di piùper lorouna Plaza de toros. Sìeper lei segnatamentepiù di tutti i capolavori dell'arte anticaquelritratto di Minerva del pittore Manuel Bernaldez che tardava avenire. L'impazienza di Pepita non proveniva da altroed era già alcolmo. Fremevaparlando; si passava rapidissimamentedi tratto intrattoun dito sul naso; si mordeva il labbro; apriva e chiudeva le manie gli occhi le andavano sempre lìall'uscio.

Finalmente il Bernaldez fu annunziato dal camerieree si presentòaccaldatosudatocome se avesse corso. Subito Pepita gli voltò lespalle e si sforzò d'assumere un contegno freddo e indifferente; maquando eglidopo aver salutato il marchesesi avvicinò a noio meglioa lei eparlandole nella sua linguachiese scusa del ritardoella nonseppe contenersi più e gli rispose con vertiginosa rapidità:

- Prima de tuto lei parli talianoporqué aquì siamo a Romadove cisono aquesti segnori che no comprendono lo espagnoloe no me par bonacrianza che lei parli con migo espagnolo. Poi le digo che me ne importaniente del su' retardo e che podeva pasarse de la escusa.

Queglimortificatissimosorrise nervosamente e s'inchinò; poi lechiese se poteva riprendere il ritrattoessendoci ancora un po' di luce.

- Ma comodo! - gli rispose lei con la stessa aria e lo stesso tono. - Leipuede pintar senza de mi o tambien borrar lo pintadocome glie par.

Manuel Bernaldez tornò a inchinarsi e si rivolse alla signora Candidache teneva ancora in braccio la cagnetta.

Ricominciò allora per Minerva il supplizio. Ma a un supplizio ben piùcrudele fu sottoposto il suo carnefice: Pepitaper punirlo del ritardoprese a sfoggiar con me tanta civetteriache mi parve anche troppa per loscopo a cui tendevo. Volgendo di sfuggita qualche sguardo ad Adrianam'accorgevo di quant'ella soffrisse. Il supplizio non era dunque soltantoper il Bernaldez e per Minerva; era anche per lei e per me. Misentivo il volto in fiammecome se man mano mi ubriacasse il dispetto chesapevo di cagionare a quel povero giovaneil quale tuttavia nonm'ispirava pietà: pietàlì dentrom'ispirava soltanto Adriana; epoiché io dovevo farla soffrirenon m'importava che soffrisse anche luidella stessa pena: anzi quanto più lui ne soffrivatanto meno mi parevache dovesse soffrirne Adriana. A poco a pocola violenza che ciascuno dinoi faceva a se stesso crebbe e si tese fino a tal puntoche per forzadoveva in qualche modo scoppiare.

Ne diede il pretesto Minerva. Non tenuta quel giorno insoggezione dallo sguardo della padroncinaessaappena il pittorestaccava gli occhi da lei per rivolgerli alla telazitta zittasi levavadalla positura volutacacciava le zampine e il musetto nell'insenaturatra la spalliera e il piano della poltronacome se volesse ficcarsi enascondersi lìe presentava al pittore il di dietrobello scopertocome un oscotendo quasi a dileggio la coda ritta. Già parecchie voltela signora Candida la aveva rimessa a posto. Aspettandoil Bernaldezsbuffavacoglieva a volo qualche mia parola rivolta a Pepita e lacommentava borbottando sotto sotto fra sé. Più d'una voltaessendomeneaccortofui sul punto d'intimargli: " Parli forte! ". Ma eglialla fine non ne poté piùe gridò a Pepita:

- Prego: faccia almeno star ferma la bestia!

- Vestiavestiavestia... - scattò Pepitaagitando le maniper ariaeccitatissima. - Sarà vestiama non glie se dice!

- Chi sa che capiscepoverina... - mi venne da osservare a mo' discusarivolto al Bernaldez.

La frase poteva veramente prestarsi a una doppia interpretazione; me neaccorsi dopo averla proferita. Io volevo dire: " Chi sa che cosaimmagina che le si faccia ". Ma il Bernaldez prese in altro senso lemie parolee con estrema violenzafiggendomi gli occhi negli occhirimbeccò:

- Ciò che dimostra di non capir lei!

Sotto lo sguardo fermo e provocante di luinell'eccitazione in cui mitrovavo anch'ionon potei fare a meno di rispondergli:

- Ma io capiscosignor mioche lei sarà magari un gran pittore...

- Che cos'è? - domandò il marchesenotando il nostro fareaggressivo.

Il Bernaldezperdendo ogni dominio su se stesso s'alzò e venne apiantarmisi di faccia:

- Un gran pittore... Finisca!

- Un gran pittoreecco... ma di poco garbomi pare; e fa paura allecagnette- gli dissi io allorarisoluto e sprezzante.

- Sta bene- fece lui. - Vedremo se alle cagnette soltanto!

E si ritirò.

Pepita improvvisamente ruppe in un pianto stranoconvulsoe caddesvenuta tra le braccia della signora Candida e di Papiano.

Nella confusione sopravvenutamentr'io con gli altri mi facevo aguardar la Pantogada adagiata sul canapèmi sentii afferrar per unbraccio e mi vidi sopra di nuovo il Bernaldezch'era tornato indietro.Feci in tempo a ghermirgli la mano levata su me e lo respinsi con forzama egli mi si lanciò contro ancora una volta e mi sfiorò appena il visocon la mano. Io mi avventaifuribondo; ma Papiano e il Paleari accorseroa trattenermimentre il Bernaldez si ritraeva gridandomi:

- Se l'abbia per dato! Ai suoi ordini!... Qua conoscono il mioindirizzo!

Il marchese s'era levato a metà dalla poltronatutto frementeegridava contro l'aggressore; io mi dibattevo intanto fra il Paleari ePapianoche mi impedivano di correre a raggiungere colui. Tentò dicalmarmi anche il marchesedicendomi cheda gentiluomoio dovevo mandardue amici per dare una buona lezione a quel villanoche aveva osato dimostrar così poco rispetto per la sua casa.

Fremente in tutto il corposenza più fiato gli chiesi appena scusaper lo spiacevole incidente e scappai viaseguito dal Paleari e daPapiano. Adriana rimase presso la svenutach'era stata condotta di là.

Mi toccava ora a pregare il mio ladro che mi facesse da testimonio: luie il Paleari: a chi altri avrei potuto rivolgermi?

- Io? - esclamòcandido e stupitoil signor Anselmo. - Ma che!Nossignore! Dice sul serio? - (e sorrideva). - Non m'intendo di talifaccendeiosignor Meis... Viaviaragazzatesciocchezzescusi...

- Lei lo farà per me- gli gridai energicamentenon potendo entrarein quel momento in discussione con lui. - Andrà con suo genero a trovarequel signoree...

- Ma io non vado! Ma che dice! - m'interruppe. - Mi domandi qualunquealtro servizio: son pronto a servirla; ma questono: non è per meprimadi tutto; e poiviaglie l'ho detto: ragazzate! Non bisogna dareimportanza... Che c'entra...

- Questono! questono! - interloquì Papiano vedendomi smaniare. -C'entra benissimo! Il signor Meis ha tutto il diritto d'esigere unasoddisfazione; direi anzi che è in obbligosicuro! devedeve...

- Andrà dunque lei con un suo amico- dissinon aspettandomi ancheda lui un rifiuto.

Ma Papiano apri le braccia addoloratissimo.

- Si figuri con che cuore vorrei farlo!

- E non lo fa? - gli gridai fortein mezzo alla strada.

- Pianosignor Meis- pregò egliumile. - Guardi... Senta: miconsideri... consideri la mia infelicissima condizione di subalterno... dimiserabile segretario del marchese... servoservoservo...

- Che ci ha da vedere? Il marchese stesso... ha sentito?

- Sissignore! Ma domani? Quel clericale... di fronte al partito... colsegretario che s'impiccia in questioni cavalleresche... Ahsanto Dioleinon sa che miserie! E poiquella fraschettaha veduto? è innamoratacome una gattadel pittoredi quel farabutto... Domani fanno la paceeallora ioscusicome mi trovo? Ci vado di mezzo! Abbia pazienzasignorMeismi consideri... E proprio così.

- Mi vogliono dunque lasciar solo in questo frangente? - proruppiancora una voltaesasperato. - Io non conosco nessunoqua a Roma!

-...Ma c'è il rimedio! C'è il rimedio! - s'affrettò a consigliarmiPapiano. - Glielo volevo dir subito... Tanto ioquanto mio suocerocredaci troveremmo imbrogliati; siamo disadatti... Lei ha ragioneleifremelo vedo: il sangue non è acqua. Ebbenesi rivolga subito a dueufficiali del regio esercito: non possono negarsi di rappresentare ungentiluomo come lei in una partita d'onore. Lei si presentaespone loroil caso... Non è la prima volta che càpita loro di rendere questoservizio a un forestiere.

Eravamo arrivati al portone di casa; dissi a Papiano: - Sta bene! - elo piantai lìcol suoceroavviandomi solofoscosenza direzione.

Mi s'era ancora una volta riaffacciato il pensiero schiacciante dellamia assoluta impotenza. Potevo fare un duello nella condizione mia? Nonvolevo ancora capirlo ch'io non potevo far più nulla? Due ufficiali? SìMa avrebbero voluto prima saperee con fondamentoch'io mi fossi. Ahpure in faccia potevano sputarmischiaffeggiarmibastonarmi: dovevopregare che picchiassero sodosìquanto volevanoma senza gridaresenza far troppo rumore... Due ufficiali! E se per poco avessi loroscoperto il mio vero statoma prima di tutto non m'avrebbero credutochisa che avrebbero sospettato; e poi sarebbe stato inutilecome perAdriana: pur credendomim'avrebbero consigliato di rifarmi prima vivogiacché un mortovianon si trova nelle debite condizioni di fronte alcodice cavalleresco...

E dunque dovevo soffrirmi in pace l'affrontocome già il furto?Insultatoquasi schiaffeggiatosfidatoandarmene via come un vilesparir cosìnel bujo dell'intollerabile sorte che mi attendevaspregevoleodioso a me stesso?

Nono! E come avrei potuto più vivere? come sopportar la mia vita?Nonobasta! basta! Mi fermai. Mi vidi vacillar tutto all'intorno;sentii mancarmi le gambe al sorgere improvviso d'un sentimento oscurochemi comunicò un brivido dal capo alle piante.

" Ma almeno primaprima... " dissi tra mevaneggiando" almeno prima tentare... perché no? se mi venisse fatto... Almenotentare... per non rimaner di fronte a me stesso così vile... Se mivenisse fatto... avrei meno schifo di me... Tantonon ho più nulla daperdere... Perché non tentare? "

Ero a due passi dal Caffè Aragno. " Làlàallo sbaraglio!" Enel cieco orgasmo che mi spronavaentrai.

Nella prima salaattorno a un tavolinoc'erano cinque o sei ufficialid'artiglieria ecome uno d'essivedendomi arrestar lì presso torbidoesitantesi voltò a guardarmiio gli accennai un salutoe con vocerotta dall'affanno:

- Prego... scusi... - gli dissi. - Potrei dirle una parola?

Era un giovanottino senza baffiche doveva essere uscito quell'annostesso dall'Accademiatenente. Si alzò subito e mi s'appressòconmolta cortesia.

- Dica puresignore...

- Eccomi presento da me: Adriano Meis. Sono forestieree non conosconessuno... Ho avuto una... una litesì... Avrei bisogno di duepadrini... Non saprei a chi rivolgermi... Se lei con un suo compagnovolesse...

Sorpresoperplessoquegli stette un po' a squadrarmipoi si voltòverso i compagnichiamò:

- Grigliotti!

Questich'era un tenente anzianocon un pajo di baffoni all'insùlacaramella incastrata per forza in un occhiolisciatoimpomatatosilevòseguitando a parlare coi compagni (pronunziava l'erre allafrancese) e ci s'avvicinòfacendomi un lievecompassato inchino.Vedendolo alzarefui sul punto di dire al tenentino: " Quellonoper carità! quellono! ". Ma certo nessun altro del crocchiocomericonobbi poipoteva esser più designato di colui alla bisogna. Aveva sula punta delle dita tutti gli articoli del codice cavalleresco.

Non potrei qui riferire per filo e per segno tutto ciò che egli sicompiacque di dirmi intorno al mio casotutto ciò che pretendeva dame... dovevo telegrafarenon so comenon so a chiesporredeterminareandare dal colonnello ça va sans dire... come aveva fatto luiquando non era ancora sotto le armie gli era capitato a Pavia lo stessomio caso... Perchéin materia cavalleresca... e giùgiùarticoli eprecedenti e controversie e giurì d'onore e che so io.

Avevo cominciato a sentirmi tra le spine fin dal primo vederlo:figurarsi orasentendolo sproloquiare così! A un certo puntonon nepotei più: tutto il sangue m'era montato alla testa: proruppi:

- Ma sissignore! ma lo so! Sta bene... lei dice bene; ma come vuolech'io telegrafiadesso? Io son solo! Io voglio battermiecco! battermisubitodomani stessose è possibile... senza tante storie! Che vuolech'io ne sappia? Io mi son rivolto a loro con la speranza che non ci fossebisogno di tante formalitàdi tante ineziedi tante sciocchezzemiscusi!

Dopo questa sfuriatala conversazione diventò quasi diverbio eterminò improvvisamente con uno scoppio di risa sguajate di tutti quegliufficiali. Scappai viafuori di meavvampato in voltocome se miavessero preso a scudisciate. Mi recai le mani alla testaquasi perarrestar la ragione che mi fuggiva; einseguito da quelle risam'allontanai di furiaper cacciarmiper nascondermi in qualche posto...Dove? A casa? Ne provai orrore. E andaiandai all'impazzata; poimanmano rallentai il passo e alla finearrangolatomi fermaicome se nonpotessi più trascinar l'animafrustata da quel dileggiofremebonda epiena d'una plumbea tetraggine angosciosa. Rimasi un pezzo attonito; poimi mossi di nuovosenza più pensarealleggerito d'un trattoin modostranod'ogni ambasciaquasi istupidito; e ripresi a vagarenon so perquanto tempofermandomi qua e là a guardar nelle vetrine delle bottegheche man mano si serravanoe mi pareva che si serrassero per mepersempre; e che le vie a poco a poco si spopolasseroperché io restassisolonella notteerrabondotra case tacitebujecon tutte le portetutte le finestre serrateserrate per meper sempre: tutta la vita sirinserravasi spegnevaammutoliva con quella notte; e io già la vedevocome da lontanocome se essa non avesse più senso né scopo per me. Edeccoalla finesenza volerloquasi guidato dal sentimento oscuro che miaveva invaso tuttomaturandomisi dentro man manomi ritrovai sul PonteMargheritaappoggiato al parapettoa guardare con occhi sbarrati ilfiume nero nella notte.

" Là? "

Un brivido mi colsedi sgomentoche fece d'un subito insorgere conimpeto rabbioso tutte le mie vitali energie armate di un sentimento d'odioferoce contro coloro cheda lontanom'obbligavano a finirecome avevanvolutolànel molino della Stìa. Esse Romilda e la madremiavevan gettato in questi frangenti: ahio non avrei mai pensato disimulare un suicidio per liberarmi di loro. Ed eccooradopo essermiaggirato due annicome un'ombrain quella illusione di vita oltre lamortemi vedevo costrettoforzatotrascinato pei capelli a eseguire sume la loro condanna. Mi avevano ucciso davvero! Ed esse esse sole si eranoliberate di me...

Un fremito di ribellione mi scosse. E non potevo io vendicarmi di loroinvece d'uccidermi? Chi stavo io per uccidere? Un morto... nessuno...

Restaicome abbagliato da una strana luce improvvisa. Vendicarmi!Dunqueritornar lìa Miragno? uscire da quella menzogna che misoffocava divenuta ormai insostenibile; ritornar vivo per loro castigocol mio vero nomenelle mie vere condizionicon le mie vere e proprieinfelicità? Ma le presenti? Potevo scuotermele di dossocosìcome unfardello esoso che si possa gettar via? Nonono! Sentivo di non poterlofare. E smaniavo lìsul ponte ancora incerto della mia sorte.

Frattantoecconella tasca del mio pastrano palpavostringevo con ledita irrequiete qualcosa che non riuscivo a capir che fosse. Alla finecon uno scatto di rabbiala trassi fuori. Era il mio berrettino daviaggioquello cheuscendo di casa per far visita al marchese Gigliom'ero cacciato in tascasenza badarci. Feci per gittarlo al fiumema -sul punto - un'idea mi balenò; una riflessionefatta durante il viaggioda Alenga a Torinomi tornò chiara alla memoria.

" Qua" dissiquasi inconsciamentetra me" suquesto parapetto... il cappello... il bastone... Sì! Com'esse lànellagora del molinoMattia Pascal; ioquaoraAdriano Meis... Una voltaper uno! Ritorno vivo; mi vendicherò! "

Un sussulto di giojaanzi un impeto di pazzia m'investìmi sollevò.Ma sì! ma sì! Io non dovevo uccider meun mortoio dovevo ucciderequella folleassurda finzione che m'aveva torturatostraziato due anniquell'Adriano Meiscondannato a essere un vileun bugiardounmiserabile; quell'Adriano Meis dovevo uccidereche essendocom'eraunnome falsoavrebbe dovuto aver pure di stoppa il cervellodi cartapestail cuoredi gomma le venenelle quali un po' d'acqua tinta avrebbedovuto scorrereinvece di sangue: allora sì! Viadunquegiùgiùtristo fantoccio odioso! Annegatolàcome Mattia Pascal Una volta peruno! Quell'ombra di vitasorta da una menzogna macabrasi sarebbe chiusadegnamentecosìcon una menzogna macabra! E riparavo tutto! Che altrasoddisfazione avrei potuto dare ad Adriana per il male che le avevo fatto?Ma l'affronto di quel farabutto dovevo tenermelo? Mi aveva investito atradimentoil vigliacco! Ohio ero ben sicuro di non aver paura di lui.Non ionon ioma Adriano Meis aveva ricevuto l'insulto. Ed oraeccoAdriano Meis s'uccideva.

Non c'era altra via di scampo per me!

Un tremoreintantomi aveva presocome se io dovessi veramenteuccidere qualcuno. Ma il cervello mi s'era d'un tratto snebbiatoil cuorealleggeritoe godevo d'una quasi ilare lucidità di spirito.

Mi guardai attorno. Sospettai che di làsul Lungotevereci potesseessere qualcunoqualche guardiache - vedendomi da un pezzo sul ponte -si fosse fermata a spiarmi. Volli accertarmene: andaiguardai prima nellaPiazza della Libertàpoi per il Lungotevere dei Mellini. Nessuno! Tornaiallora indietro; maprima di rifarmi sul pontemi fermai tra gli alberisotto un fanale: strappai un foglietto dal taccuino e vi scrissi collapis: Adriano Meis. Che altro? Nulla. L'indirizzo e la data.Bastava così. Era tutto lìAdriano Meisin quel cappelloin quelbastone. Avrei lasciato tuttolàa casaabitilibri... Il denarodopo il furtol'avevo con me.

Ritornai sul pontechetochinato. Mi tremavano le gambee il cuoremi tempestava in petto. Scelsi il posto meno illuminato dai fanaliesubito mi tolsi il cappelloinfissi nel nastro il biglietto ripiegatopoi lo posai sul parapettocol bastone accanto; mi cacciai in capo ilprovvidenziale berrettino da viaggio che m'aveva salvatoe viacercandol'ombracome un ladrosenza volgermi addietro.

 

Rincarnazione

Arrivai alla stazione in tempoper il treno delle dodici e dieci per Pisa.

Preso il bigliettomi rincantucciai in un vagone di seconda classecon la visiera del berrettino calcata fin sul nasonon tanto pernascondermiquanto per non vedere. Ma vedevo lo stessocol pensiero:avevo l'incubo di quel cappellaccio e di quel bastonelasciati lìsulparapetto del ponte. Eccoforse qualcunoin quel momentopassando dilàli scorgeva... o forse già qualche guardia notturna era corsa inquestura a dar l'avviso... E io ero ancora a Roma! Che s'aspettava? Nontiravo più fiato...

Finalmente il convoglio si scrollò. Per fortuna ero rimasto solo nelloscompartimento. Balzai in piedilevai le bracciatrassi un interminabilerespiro di sollievocome se mi fossi tolto un macigno di sul petto. Ah!tornavo a esser vivoa esser ioio Mattia Pascal. Lo avrei gridato fortea tuttiora: " IoioMattia Pascal! Sono io! Non sono morto!Eccomi qua! ". E non dover più mentirenon dover più temered'essere scoperto! Ancora noveramente: finché non arrivavo a Miragno...Làprimadovevo dichiararmifarmi riconoscer vivorinnestarmi allemie radici sepolte... Folle! Come mi ero illuso che potesse vivere untronco reciso dalle sue radici? Eppureeppureeccoricordavo l'altroviaggioquello da Alenga a Torino: m'ero stimato feliceallo stessomodoallora. Folle! La liberazione! dicevo... M'era parsa quella laliberazione! Sìcon la cappa di piombo della menzogna addosso! Una cappadi piombo addosso a un'ombra... Ora avrei avuto di nuovo la moglieaddossoè veroe quella suocera... Ma non le avevo forse avute addossoanche da morto? Ora almeno ero vivoe agguerrito. Ahce la saremmoveduta!

Mi parevaa ripensarciaddirittura inverosimile la leggerezza concuidue anni addietrom'ero gettato fuori d'ogni leggealla ventura. Emi rivedevo nei primi giornibeato nell'incoscienzao piuttosto nellafolliaa Torinoe poi man mano nelle altre cittàin pellegrinaggiomutosolochiuso in menel sentimento di ciò che mi pareva allora lamia felicità; ed eccomi in Germanialungo il Renosu un piroscafo: eraun sogno? noc'ero stato davvero! ahse avessi potuto durar sempre inquelle condizioni; viaggiareforestiere della vita... Ma a Milanopoi...quel povero cucciolotto che volevo comperare da un vecchio cerinajo...Cominciavo già ad accorgermi... E poi... ah poi!

Ripiombai col pensiero a Roma; entrai come un'ombra nella casaabbandonata. Dormivano tutti? Adrianaforseno... m'aspetta ancoraaspetta che io rincasi; le avranno detto che sono andato in cerca di duepadriniper battermi col Bernaldez; non mi sente ancora rincasaree temee piange...

Mi premetti forte le mani sul voltosentendomi stringere il cuored'angoscia.

- Ma se io per te non potevo esser vivoAdriana- gemetti- meglioche tu ora mi sappia morto! morte le labbra che colsero un bacio dalla tuaboccapovera Adriana... Dimentica! Dimentica!

Ahche sarebbe avvenuto in quella casanella prossima mattinaquandoqualcuno della questura si sarebbe presentato a dar l'annunzio? A qualragionepassato il primo sbalordimentoavrebbero attribuito il miosuicidio? Al duello imminente? Ma no! Sarebbe statoper lo menomoltostrano che un uomoil quale non aveva mai dato prova d'essere un codardosi fosse ucciso per paura di un duello... E allora? Perché non potevotrovar padrini? Futile pretesto! O forse... chi sa! era possibile che cifosse sottoin quella mia strana esistenzaqualche mistero...

Ohsì: l'avrebbero senza dubbio pensato! M'uccidevo cosìsenz'alcuna ragione apparentesenza averne prima dimostrato in qualchemodo l'intenzione. Sì: qualche stranezzapiù d'unal'avevo commessa inquegli ultimi giorni: quel pasticcio del furtoprima sospettatopoiimprovvisamente smentito... Oh che forse quei denari non erano miei?dovevo forse restituirli a qualcuno? m'ero indebitamente appropriato d'unaparte di essi e avevo tentato di farmi credere vittima d'un furtopoim'ero pentitoein fineucciso? Chi sa! Certo ero stato un uomomisteriosissimo: non un amiconon una letteramaida nessuna parte...

Quanto avrei fatto meglio a scrivere qualche cosa in quel bigliettinooltre il nomela data e l'indirizzo: una ragione qualunque del suicidio.Ma in quel momento... E poiche ragione?

" Chi sa come e quanto" pensaismaniando"strilleranno adesso i giornali di questo Adriano Meis misterioso...Salterà certo fuori quel mio famoso cuginoquel tal Francesco Meistorineseajuto-agentea dar le sue informazioni alla questura: sifaranno ricerchesu la traccia di queste informazionie chi sa che cosane verrà fuori. Sìma i danari? l'eredità? Adriana li ha vedutituttique' miei biglietti di banca... Figuriamoci Papiano! Assalto allostipetto! Ma lo troverà vuoto... E alloraperduti? in fondo al fiume?Peccato! peccato! Che rabbia non averli rubati tutti a tempo! La questurasequestrerà i miei abitii miei libri... A chi andranno? Oh! almeno unricordo alla povera Adriana! Con che occhi guarderà ellaormaiquellamia camera deserta? "

Cosìdomandesupposizionipensierisentimenti tumultuavano in mementre il treno rombava nella notte. Non mi davano requie.

Stimai prudente fermarmi qualche giorno a Pisa per non stabilire unarelazione tra la ricomparsa di Mattia Pascal a Miragno e la scomparsa diAdriano Meis a Romarelazione che avrebbe potuto facilmente saltare a gliocchispecie se i giornali di Roma avessero troppo parlato di questosuicidio. Avrei aspettato a Pisa i giornali di Romaquelli de la sera equelli del mattino; poise non si fosse fatto troppo chiassoprima che aMiragnomi sarei recato a Onegliada mio fratello Robertoasperimentare su lui l'impressione che avrebbe fatto la mia resurrezione.Ma dovevo assolutamente vietarmi di fare il minimo accenno alla miapermanenza in Romaalle avventureai casi che m'erano occorsi. Di queidue anni e mesi d'assenza avrei dato fantastiche notiziedi lontaniviaggi... Ahoraritornando vivoavrei potuto anch'io prendermi ilgusto di dire bugietantetantetanteanche della forza di quelle delcavalier Tito Lenzie più grosse ancora!

Mi restavano più di cinquantadue mila lire. I creditorisapendomimorto da due annis'erano certo contentati del podere della Stìacol mulino. Venduto l'uno e l'altros'erano forse aggiustati alla meglio:non mi avrebbero più molestato. Avrei pensato iose maia non farmipiù molestare. Con cinquantadue mila lirea Miragnovianon dicograssoavrei potuto vivere discretamente.

Lasciato il treno a Pisaprima di tutto mi recai a comperare uncappellodella forma e della dimensione di quelli che Mattia Pascal aisuoi dì soleva portare; subito dopo mi feci tagliar la chioma diquell'imbecille d'Adriano Meis.

- Cortibelli cortieh? - dissi al barbiere.

M'era già un po' ricresciuta la barbae oracoi capelli cortieccoche cominciai a riprender il mio primo aspettoma di molto miglioratopiù finogià... ma sìringentilito. L'occhio non era più stortoeh!non era più quello caratteristico di Mattia Pascal.

Eccoqualche cosa d'Adriano Meis mi sarebbe tuttavia rimasta infaccia. Ma somigliavo pur tanto a Robertoora; ohquanto non avrei maisupposto.

Il guajo fuquando - dopo essermi liberato di tutti quei capellacci -mi rimisi in capo il cappello comperato poc'anzi: mi sprofondò fin su lanuca! Dovetti rimediarecon l'ajuto del barbiereponendo un giro dicarta sotto la fodera.

Per non entrare cosìcon le mani vuotein un albergocomperai unavaligia: ci avrei messo dentroper il momentol'abito che indossavo e ilpastrano. Mi toccava rifornirmi di tuttonon potendo sperare chedopotanto tempolà a Miragnomia moglie avesse conservato qualche miovestito e la biancheria. Comperai l'abito bell'e fattoin un negozioeme lo lasciai addosso; con la valigia nuovascesi all'Hotel Nettuno.

Ero già stato a Pisa quand'ero Adriano Meised ero sceso alloraall'Albergo di Londra. Avevo già ammirato tutte le meraviglie d'artedella città; orastremato di forze per le emozioni violentedigiunodalla mattina del giorno avanticascavo di fame e di sonno. Presi qualcheciboe quindi dormii quasi fino a sera.

Appena sveglioperòcaddi in preda a una fosca smania crescente.Quella giornata quasi non avvertita da metra le prime faccende e poi inquel sonno di piombo in cui ero cadutochi sa intanto com'era passatalìin casa Paleari! Rimescolìosbalordimentocuriosità morbosa diestraneiindagini frettolosesospettistrampalate ipotesiinsinuazionivane ricerche; e i miei abiti e i miei librilàguardaticon quella costernazione che ispirano gli oggetti appartenenti a qualcunotragicamente morto.

E io avevo dormito! E orain questa impazienza angosciosaavreidovuto aspettare fino alla mattina del giorno seguenteper saper qualchecosa dai giornali di Roma.

Frattantonon potendo correre a Miragnoo almeno a Onegliamitoccava a rimanere in una bella condizionedentro una specie di parentesidi duedi tre giorni e fors'anche più: morto di làa MiragnocomeMattia Pascal; morto di quaa Romacome Adriano Meis.

Non sapendo che faresperando di distrarmi un po' da tantecosternazioniportai questi due morti a spasso per Pisa.

Ohfu una piacevolissima passeggiata! Adriano Meische c'era statovoleva quasi quasi far da guida e da cicerone a Mattia Pascal; ma questioppresso da tante cose che andava rivolgendo in mentesi scrollava confosche manierescoteva un braccio come per levarsi di torno quell'ombraesosacapellutain abito lungocol cappellaccio a larghe tese e con gliocchiali.

" Va' via! va'! Tornatene al fiumeaffogato! "

Ma ricordavo che anche Adriano Meispasseggiando due anni addietro perle vie di Pisas'era sentito importunatoinfastidito allo stesso mododall'ombraugualmente esosadi Mattia Pascale avrebbe voluto con lostesso gesto cavarsela dai piediricacciandola nella gora del molinolàalla Stìa. Il meglio era non dar confidenza a nessuno deidue. O bianco campaniletu potevi pendere da una parte; iotra quei duené di qua né di là.

Come Dio vollearrivai finalmente a superare quella nuovainterminabile nottata d'ambascia e ad avere in mano i giornali di Roma.

Non dirò chealla letturami tranquillassi: non potevo. Lacosternazione che mi tenevafu però presto ovviata dal vedere che allanotizia del mio suicidio i giornali avevano dato le proporzioni d'uno deisoliti fatti di cronaca. Dicevano tuttisù per giùla stessa cosa: delcappellodel bastone trovati sul Ponte Margheritacol laconicobigliettino; ch'ero torineseuomo alquanto singolaree che s'ignoravanole ragioni che mi avevano spinto al triste passo. Uno però avanzava lasupposizione che ci fosse di mezzo una " ragione intima "fondandosi sul " diverbio con un giovane pittore spagnuoloin casadi un notissimo personaggio del mondo clericale ".

Un altro diceva " probabilmente per dissesti finanziarii ".Notizie vagheinsommae brevi. Solo un giornale del mattinosolito dinarrar diffusamente i fatti del giornoaccennava " alla sorpresa eal dolore della famiglia del cavalier Anselmo Palearicaposezione alMinistero della pubblica istruzioneora a riposopresso cui il Meisabitavamolto stimato per il suo riserbo e pe' suoi modi cortesi ".- Grazie! - Anche questo giornaleriferendo la sfida corsa col pittorespagnuolo M. B.lasciava intendere che la ragione del suicidio dovessecercarsi in una segreta passione amorosa.

M'ero ucciso per Pepita Pantogadainsomma. Maalla finemegliocosì. Il nome d'Adriana non era venuto fuoriné s'era fatto alcun cennode' miei biglietti di banca. La questura dunqueavrebbe indagatonascostamente. Ma su quali tracce?

Potevo partire per Oneglia.

Trovai Roberto in villaper la vendemmia. Quel ch'io provassi nelrivedere la mia bella rivierain cui credevo di non dover più metterpiedesarà facile intendere. Ma la gioja m'era turbata dall'ansiad'arrivaredall'apprensione d'esser riconosciuto per via da qualcheestraneo prima che dai parentidall'emozione di punto in punto crescenteche mi cagionava il pensiero di ciò che avrebbero essi provato nelrivedermi vivod'un trattoinnanzi a loro. Mi s'annebbiava la vistaapensarcimi s'oscuravano il cielo e il mareil sangue mi frizzava per leveneil cuore mi batteva in tumulto. E mi pareva di non arrivar mai!

Quandofinalmenteil servo venne ad aprire il cancello della graziosavillarecata in dote a Berto dalla mogliemi sembròattraversando ilvialech'io tornassi veramente dall'altro mondo.

- Favorisca- mi disse il servocedendomi il passo su l'entrata dellavilla. - Chi debbo annunziare?

Non mi trovai più in gola la voce per rispondergli. Nascondendo losforzo con un sorrisobalbettai:

- Di'... dite... ditegli che... sìc'è... c'è... un suo amico...intimoche... che viene da lontano... Così...

Per lo meno quel servo dovette credermi balbuziente. Depose la miavaligia accanto all'attaccapanni e m'invitò a entrare nel salotto lìpresso.

Fremevo nell'attesaridevosbuffavomi guardavo attornoin quelsalottino chiaroben messoarredato di mobili nuovi di lacca verdina.Vidi a un trattosu la soglia dell'uscio per cui ero entrato un belbimbettodi circa quattr'annicon un piccolo annaffiatojo in una mano eun rastrellino nell'altra. Mi guardava con tanto d'occhi.

Provai una tenerezza indicibile: doveva essere un mio nipotinoilfiglio maggiore di Berto; mi chinaigli accennai con la mano di farsiavanti; ma gli feci paura; scappò via.

Sentii in quel punto schiudere l'altro uscio del salotto. Mi rizzaigli occhi mi s'intorbidarono dalla commozioneuna specie di riso convulsomi gorgogliò in gola.

Roberto era rimasto innanzi a meturbatoquasi stordito.

- Con chi...? - fece.

- Berto! - gli gridaiaprendo le braccia. - Non mi riconosci?

Diventò pallidissimoal suono della mia vocesi passò rapidamenteuna mano su la fronte e su gli occhivacillòbalbettando:

- Com'è... com'è... com'è?

Ma io fui pronto a sorreggerloquantunque egli si traesse indietroquasi per paura.

- Son io! Mattia! non aver paura! Non sono morto... Mi vedi? Toccami!Sono ioRoberto. Non sono mai stato più vivo d'adesso! Sùsùsù...

- Mattia! Mattia! Mattia! - prese a dire il povero Bertonon credendoancora agli occhi suoi. - Ma com'è? Tu? Oh Dio... com'è? Fratello mio!Caro Mattia!

E m'abbracciò forteforteforte. Mi misi a piangere come un bambino.

- Com'è? - riprese a domandar Berto che piangeva anche lui. - Com'è?com'è?

- Eccomi qua... Vedi? Son tornato... non dall'altro mondono... sonostato sempre in questo mondaccio... Sù... Ora ti dirò...

Tenendomi forte per le bracciacol volto pieno di lagrimeRoberto miguardava ancora trasecolato:

- Ma come... se là...?

- Non ero io... Ti dirò. M'hanno scambiato... lo ero lontano daMiragno e ho saputocome l'hai saputo forse tuda un giornaleil miosuicidio alla Stìa.

- Non eri dunque tu? - esclamò Berto. - E che hai fatto?

- Il morto. Sta' zitto. Ti racconterò tutto. Per ora non posso. Tidico questo soltantoche sono andato di qua e di làcredendomi felicedapprimasai?: poiper... per tante vicissitudinimi sono accorto cheavevo sbagliatoche fare il morto non è una bella professione: ed eccomiqua: mi rifaccio vivo .

- Mattial'ho sempre detto ioMattiamatto... Matto!matto! matto! - esclamò Berto. - Ah che gioja m'hai dato! Chi potevaaspettarsela? Mattia vivo... qua! Ma sai che non ci so credere ancora?Lasciati guardare... Mi sembri un altro!

- Vedi che mi sono aggiustato anche l'occhio?

- Ah giàsì... per questo mi pareva... non so... ti guardavotiguardavo... Benone! Sùandiamo di làda mia moglie... Oh! Maaspetta... tu...

Si fermò improvvisamente e mi guardòsconvolto:

- Tu vuoi tornare a Miragno?

- Certamentestasera.

- Dunque non sai nulla?

Si coprì il volto con le mani e gemette:

- Disgraziato! Che hai fatto... che hai fatto...? Ma non sai che tuamoglie...?

- Morta? - esclamairestando.

- No! Peggio! Ha... ha ripreso marito!

Trasecolai.

- Marito?

- SìPomino! Ho ricevuto la partecipazione. Sarà più d'un anno.

- Pomino? Pominomarito di... - balbettai; ma subito un riso amarocome un rigurgito di bilemi saltò alla golae risirisifragorosamente.

Roberto mi guardava sbalorditoforse temendo che fossi levato dicervello.

- Ridi?

- Ma si! ma sì! ma sì! - gli gridaiscotendolo per le braccia. -Tanto meglio! Questo è il colmo della mia fortuna!

- Che dici? - scattò Robertoquasi rabbiosamente. - Fortuna? Ma se tuora vai lì...

- Subito ci corrofigùrati!

- Ma non sai dunque che ti tocca a riprendertela?

- Io? Come!

- Ma certo! - raffermò Bertomentre sbalordito lo guardavo iooraamia volta. - Il secondo matrimonio s'annullae tu sei obbligato ariprendertela.

Sentii sconvolgermi tutto.

- Come! Che legge è questa? - gridai. - Mia moglie si rimaritaedio.. Ma che? Sta' zitto! Non è possibile!

- E io ti dico invece che è proprio così! - sostenne Berto. -Aspetta: c'è di là mio cognato. Te lo spiegherà meglio luiche èdottore in legge. Vieni... o megliono: attendi un po' qua: mia moglie èincinta; non vorrei cheper quanto ti conosca pocole potesse far maleun'impressione troppo forte... Vado a prevenirla... Attendieh?

E mi tenne la mano fin sulla soglia dell'usciocome se temesse ancorache - lasciandomi per un momento - io potessi sparir di nuovo.

Rimasto solomi misi a fare in quel salottino le volte del leone." Rimaritata! con Pomino! Ma sicuro... Anche la stessa moglie. Lui -eh già! - la aveva amata prima. Non gli sarà parso vero! E anche lei...figuriamoci! Riccamoglie di Pomino... E mentre lei qua s'era rimaritataio là a Roma... E ora devo riprendermela! Ma possibile? "

Poco dopoRoberto venne a chiamarmi tutto esultante. Ero ormai peròtanto scombussolato da questa notizia inattesache non potei risponderealla festa che mi fecero mia cognata e la madre e il fratello di lei.Berto se n'accorsee interpellò subito il cognato su ciò che mi premevasoprattutto di sapere.

- Ma che legge è questa? - proruppi ancora una volta. - Scusi! Questaè legge turca!

Il giovane avvocato sorriserassettandosi le lenti sul nasocon ariadi superiorità.

- Ma pure è così- mi rispose. - Roberto ha ragione. Non rammentocon precisione l'articoloma il caso è previsto dal codice: il secondomatrimonio diventa nulloalla ricomparsa del primo coniuge.

- E io devo riprendermi- esclamai irosamente- una donna cheasaputa di tuttiè stata per un anno intero in funzione di moglie con unaltr'uomoil quale...

- Ma per colpa suascusicaro signor Pascal! - m'interruppel'avvocatinosempre sorridente.

- Per colpa mia? Come? - feci io. - Quella buona donna sbagliaprimadi tuttoriconoscendomi nel cadavere d'un disgraziato che s'annegapois'affretta a riprender maritoe la colpa è mia? e io devo riprendermela?

- Certo- replicò quegli- dal momento che leisignor Pascalnonvolle correggere a tempoprima cioè del termine prescritto dalla leggeper contrarre un secondo matrimoniolo sbaglio di sua mogliesbaglio chepoté anche - non nego - essere in mala fede. Lei lo accettòquel falsoriconoscimentoe se ne avvalse... Ohbadi: io la lodo di questo: per meha fatto benissimo. Mi fa specieanziche lei ritorni a ingarbugliarsinell'intrico di queste nostre stupide leggi sociali. Ione' panni suoinon mi sarei fatto più vivo.

La calmala saccenteria spavalda di questo giovanottino laureato difresco m'irritarono.

- Ma perché lei non sa che cosa voglia dire! - gli risposiscrollandole spalle.

- Come! - riprese lui. - Si può dare maggior fortunamaggiorfelicità di questa?

- Sìla provi! la provi! - esclamaivoltandomi verso Bertoperpiantarlo lìcon la sua presunzione.

Ma anche da questo lato trovai spine.

- Oha proposito- mi domandò mio fratello- e come hai fattointutto questo tempoper...?

E stropicciò il pollice e l'indiceper significare quattrini.

- Come ho fatto? - gli risposi. - Storia lunga! Non sono adesso incondizione di narrartela. Ma ne ho avutisai? quattrinie ne ho ancora:non credere dunque ch'io ritorni ora a Miragno perché ne sia a corto!

- Ahti ostini a tornarci? - insistette Berto- anche dopo questenotizie?

- Ma si sa che ci torno! - esclamai. - Ti pare che dopo quello che hosperimentato e soffertovoglia fare ancora il morto? Nocaro mio: làlà; voglio le mie carte in regolavoglio risentirmi vivoben vivoeanche a costo di riprendermi la moglie. Diun po'è ancora viva lamadre... la vedova Pescatore ?

- Ohnon so- mi rispose Berto. - Comprenderai chedopo il secondomatrimonio... Ma credo di sìche sia viva...

- Mi sento meglio! - esclamai. - Ma non importa! Mi vendicherò! Nonson più quello di primasai? Soltanto mi dispiace che sarà una fortunaper quell'imbecille di Pomino!

Risero tutti. Il servo venne intanto ad annunziare ch'era in tavola.Dovetti fermarmi a desinare; ma fremevo di tanta impazienzache nonm'accorsi nemmeno di mangiare; sentii però infine che avevo divorato. Lafierain mes'era rifocillataper prepararsi all'imminente assalto.

Berto mi propose di trattenermi almeno per quella sera in villa: lamattina seguente saremmo andati insieme a Miragno. Voleva godersi la scenadel mio ritorno impreveduto alla vitaquel mio piombar come un nibbio làsul nido di Pomino. Ma io non tenevo più alle mossee non volli saperne:lo pregai di lasciarmi andar soloe quella sera stessasenz'altroindugio.

Partii col treno delle otto: fra mezz'oraa Miragno.

 

Il fu Mattia Pascal

Tra l'ansia e la rabbia (nonsapevo che mi agitasse di piùma eran forse una cosa sola: ansiosarabbiarabbiosa ansia) non mi curai più se altri mi riconoscesse primadi scendere o appena sceso a Miragno.

M'ero cacciato in un vagone di prima classeper unica precauzione. Erasera; e del restol'esperimento fatto su Berto mi rassicurava: radicatacom'era in tutti la certezza della mia trista morteormai di due annilontananessuno avrebbe più potuto pensare ch'io fossi Mattia Pascal.

Mi provai a sporgere il capo dal finestrinosperando che la vista deinoti luoghi mi destasse qualche altra emozione meno violenta; ma non valseche a farmi crescer l'ansia e la rabbia. Sotto la lunaintravidi dalontano il clivio della Stìa.

- Assassine! - fischiai tra i denti. - Là... Ma ora...

Quante cosesbalordito dall'inattesa notiziami ero dimenticato didomandare a Roberto! Il podereil molino erano stati davvero venduti? oeran tuttoraper comune accordo dei creditorisotto un'amministrazioneprovvisoria? E Malagna era morto? E zia Scolastica?

Non mi pareva che fossero passati soltanto due anni e mesi;un'eternità mi parevae che - come erano accaduti a me casistraordinarii - dovessero parimenti esserne accaduti a Miragno. Eppurenienteforsevi era accadutooltre quel matrimonio di Romilda conPominonormalissimo in sée che solo adessoper la mia ricomparsasarebbe diventato straordinario.

Dove mi sarei direttoappena sceso a Miragno. Dove s'era composto ilnido la nuova coppia?

Troppo umile per Pominoricco e figlio unico la casa in cui iopoverettoavevo abitato. E poi Pominotenero di cuoreci si sarebbetrovato certo a disagiolìcon l'inevitabile ricordo di me. Forse s'eraaccasato col padrenel Palazzo. Figurarsi la vedova Pescatorechearie da matronaadesso! e quel povero cavalier PominoGerolamo Idelicatogentilemansuetotra le grinfie della megera! Che scene! Néil padrecertoné il figlio avevano avuto il coraggio di levarsela daipiedi. E oraecco - ah che rabbia! - li avrei liberati io...

Sìlàa casa Pominodovevo indirizzarmi: che se anche non ce liavessi trovatiavrei potuto sapere dalla portinaja dove andarli ascovare.

Oh paesello mio addormentatoche scompiglio dimanialla notizia dellamia resurrezione!

C'era la lunaquella serae però tutti i lampioncini erano spential solitoper le vie quasi deserteessendo l'ora della cena pei più.

Avevo quasi perdutoper la estrema eccitazione nervosalasensibilità delle gambe: andavocome se non toccassi terra coi piedi.Non saprei ridire in che animo fossi: ho soltanto l'impressione come d'unaenormeomerica risata chenell'orgasmo violentomi sconvolgeva tutte levisceresenza poter scoppiare: se fosse scoppiataavrebbe fatto balzarfuoricome dentii selci della viae vacillar le case.

Giunsi in un attimo a casa Pomino; ma in quella specie di bacheca cheè nell'androne non trovai la vecchia portinaja; fremendoattendevo daqualche minutoquando su un battente del portone scorsi una fascia dilutto stinta e polverosainchiodata lìevidentementeda parecchi mesi.Chi era morto? La vedova Pescatore? Il cavalier Pomino? Uno dei duecertamente. Porse il cavaliere... In questo casoi miei due colombiliavrei trovati sùsenz'altroinsediati nel Palazzo. Non poteiaspettar più oltre: mi lanciai a balzi sù per la scala. Alla secondabrancaecco la portinaja.

- Il cavalier Pomino?

Dallo stupore con cui quella vecchia tartaruga mi guardòcompresi cheproprio il povero cavaliere doveva esser morto.

- Il figlio! il figlio! - mi corressi subitoriprendendo a salire.

Non so che cosa borbottasse tra sé la vecchia per le scale. A pie'dell'ultima branca dovetti fermarmi: non tiravo più fiato! guardai laporta; pensai: " Forse cenano ancoratutti e tre a tavola...senz'alcun sospetto. Fra pochi istantiappena avrò bussato a quellaportala loro vita sarà sconvolta... Eccoè in mia mano ancora lasorte che pende loro sul capo ". Salii gli ultimi scalini. Colcordoncino del campanello in manomentre il cuore mi balzava in golatesi l'orecchio. Nessun rumore. E in quel silenzio ascoltai il tin-tinlento del campanellotirato appenapian piano.

Tutto il sangue m'affluì alla testae gli orecchi presero a ronzarmicome se quel lieve tintinno che s'era spento nel silenziom'avesse invecesquillato dentro furiosamente e intronato.

Poco doporiconobbi con un sussultodi là dalla portala voce dellavedova Pescatore:

- Chi è?

Non poteilì per lirispondere: mi strinsi le pugna al pettocomeper impedir che il cuore mi balzasse fuori. Poicon voce cupaquasisillabandodissi:

- Mattia Pascal.

- Chi?! - strillò la voce di dentro.

- Mattia Pascal- ripeteiincavernando ancor più la voce.

Sentii scappare la vecchia stregacerto atterritae subito immaginaiche cosa in quel momento accadeva di là. Sarebbe venuto l'uomoadesso:Pomino: il coraggioso!

Ma prima bisognò ch'io risonassicome dianzipian piano.

Appena Pominospalancata di furia la portami vide - erto - col pettoin fuori - innanzi a sé - retrocesse esterrefatto. M'avanzaigridando:

- Mattia Pascal! Dall'altro mondo.

Pomino cadde a sedere per terracon un gran tonfosulle natichelebraccia puntate indietrogli occhi sbarrati:

- Mattia! Tu?!

La vedova Pescatoreaccorsa col lume in manocacciò uno strilloacutissimoda partoriente. Io richiusi la porta con una pedatae d'unbalzo le tolsi il lumeche già le cadeva di mano.

- Zitta! - le gridai sul muso. - Mi prendete per un fantasima davvero?

- Vivo?! - fece leiallibitacon le mani tra i capelli.

- Vivo! vivo! vivo! - seguitai iocon gioja feroce. - Mi riconoscestemortoè vero? affogato là?

- E di dove vieni? - mi chiese con terrore.

- Dal molinostrega! - le urlai. - Tieni qua il lumeguardami bene!Sono io? mi riconosci? o ti sembro ancora quel disgraziato che s'affogòalla Stia?

- Non eri tu?

- Crepamegera! Io sono quavivo! Sùalzati tubel tomo! Dov'èRomilda?

- Per carità... gemette Pominolevandosi in fretta. - La piccina...ho paura... il latte...

Lo afferrai per un bracciorestando iooraa mia volta:

- Che piccina?

- Mia... mia figlia... balbettò Pomino.

- Ah che assassinio! - gridò la Pescatore.

Non potei rispondere ancora sotto l'impressione di questa nuovanotizia.

- Tua figlia?... - mormorai. - Una figliaper giunta?... E questaora...

- Mammada Romildaper carità... - scongiurò Pomino.

Ma troppo tardi. Romildacol busto slacciatola poppante al senotutta in disordinecome se - alle grida - si fosse levata di letto infretta e in furiasi fece innanzim'intravide:

- Mattia! - e cadde tra le braccia di Pomino e della madreche latrascinarono vialasciandonello scompigliola piccina in braccio a meaccorso con loro.

Restai al bujolànella sala d'ingressocon quella gracile bimbettain braccioche vagiva con la vocina agra di latte. Costernatosconvoltosentivo ancora negli orecchi il grido della donna ch'era stata miae cheoraeccoera madre di questa bimba non mianon mia! mentre la miaahnon la aveva amataleiallora! E dunquenoio oranoperdio! nondovevo aver pietà di questané di loro. S'era rimaritata? E io ora...Ma seguitava a vagire quella piccinaa vagire; e allora... che fare? perquietarlame l'adagiai sul petto e cominciai a batterle pian pianino unamano su le spallucce e a dondolarla passeggiando. L'odio mi sbollìl'impeto cedette. E a poco a poco la bimba si tacque.

Pomino chiamò nel bujo con sgomento:

- Mattia!... La piccina!...

- Sta' zitto! L'ho qua- gli risposi.

- E che fai ?

- Me la mangio... Che faccio!... L'avete buttata in braccio a me... Oralasciamela stare! S'è quietata. Dov'è Romilda?

Accostandomisitutto tremante e sospesocome una cagna che veda inmano al padrone la sua cucciola:

- Romilda? Perché? - mi domandò.

- Perché voglio parlarle! - gli risposi ruvidamente.

- E svenutasai?

- Svenuta? La faremo rinvenire.

Pomino mi si parò davantisupplichevole:

- Per carità... senti... ho paura... come maitu... vivo!... Dove seistato?... AhDio... Senti... Non potresti parlare con me?

- No! - gli gridai. - Con lei devo parlare. Tuquanon rappresentipiù nulla.

- Come! io?

- Il tuo matrimonio s'annulla.

- Come... che dici? E la piccina?

- La piccina... la piccina... - masticai. - Svergognati! In due annimarito e mogliee una figliuola! Zittacarinazitta! Andiamo dallamamma... Sùconducimi! Di dove si prende?

Appena entrai nella camera da letto con la bimba in bracciola vedovaPescatore fece per saltarmi addossocome una jena.

La respinsi con una furiosa bracciata:

- Andate làvoi! Qua c'è vostro genero: se avete da strillarestrillate con lui. Io non vi conosco!

Mi chinai verso Romildache piangeva disperatamentee le porsi lafigliuola:

- Sùtieni... Piangi? Che piangi? Piangi perché son vivo? Mi volevimorto? Guardami... sùguardami in faccia! Vivo o morto?

Ella si provòtra le lagrimead alzar gli occhi su mee con vocerotta dai singhiozzibalbettò:

- Ma... come... tu? che... che hai fatto?

Ioche ho fatto? - sogghignai. - Lo domandi a meche ho fatto? Tu hairipreso marito... quello sciocco là!... tu hai messo al mondo unafigliuolae hai il coraggio di domandare a me che ho fatto?

E ora? - gemette Pominocoprendosi il volto con le mani.

- Ma tutu... dove sei stato? Se ti sei finto morto e te ne seiscappato... - prese a strillar la Pescatorefacendosi avanti con lebraccia levate.

Glien'afferrai unoglielo storsi e le urlai:

- Zittavi ripeto! Statevene zittavoiperchése vi sento fiatareperdo la pietà che m'ispira codesto imbecille di vostro genero e quellacreaturina làe faccio valer la legge! Sapete che dice la legge? Ch'ioora devo riprendermi Romilda...

- Mia figlia? tu? Tu sei pazzo! - inveìimperterritacolei.

Ma Pominosotto la mia minacciale si accostò subito a scongiurarladi taceredi calmarsiper amor di Dio.

La megera allora lasciò mee prese a inveire contro di luimelensoscioccobuono a nulla e che non sapeva far altro che piangere edisperarsi come una femminuccia...

Scoppiai a riderefino ad averne male ai fianchi.

- Finitela! - gridaiquando potei frenarmi. - Gliela lascio! la lascioa lui volentieri! Mi credete sul serio così pazzo da ridiventar vostrogenero? Ahpovero Pomino! Povero amico mioscusamisai? se t'ho dettoimbecille; ma hai sentito? te l'ha detto anche leitua suocerae tiposso giurare: cheanche primame l'aveva detto Romildanostramoglie... sìproprio leiche le parevi imbecillestupidoinsipido...e non so che altro. E veroRomilda? di' la verità... Sùsùsmetti dipiangerecara: rassèttati: guardapuoi far male alla tua piccinacosì... Io ora sono vivo - vedi? - e voglio stare allegro... Allegro!come diceva un certo ubriaco amico mio... AllegroPomino! Ti pare chevoglia lasciare una figliuola senza mamma? Ohibò! Ho già un figliuolosenza babbo... VediRomilda? Abbiamo fatto pari e patta: io ho un figlioche è figlio di Malagnae tu ormai hai una figliache è figlia diPomino. Se Dio vuoleli mariteremo insiemeun giorno! Ormai quelfigliuolo là non ti deve far più dispetto... Parliamo di cose allegre...Ditemi come tu e tua madre avete fatto a riconoscermi mortolàalla Stìa...

- Ma anch'io! - esclamò Pominoesasperato. Ma tutto il paese! Nonesse sole!

- Bravi! bravi! Tanto dunque mi somigliava?

- La tua stessa statura... la tua barba... vestito come tedi nero...e poiscomparso da tanti giorni...

- E giàme n'ero scappatohai sentito? Come se non m'avessero fattoscappar loro... Costeicostei... Eppure stavo per ritornaresai? Ma sìcarico d'oro! Quando... che èche non èmortoaffogatoputrefatto... e riconosciutoper giunta! Grazie a Dio. mi sono scialatodue anni;mentre voiqua: fidanzamentonozzeluna di mielefestegiojelafigliuola... chi muore giaceeh? e chi vive si dà pace...

- E ora? come si fa ora? - ripeté Pominogemendotra le spine. -Questo dico io!

Romilda s'alzò per adagiar la bimba nella cuna.

- Andiamoandiamo di là- diss'io. - La piccina s'è riaddormentata.Discuteremo di là.

Ci recammo nella sala da pranzodovesulla tavola ancoraapparecchiataerano i resti della cena. Tutto tremantestralunatoscontraffatto nel pallore cadavericobattendo di continuo le palpebre sugli occhietti diventati scialbiforati in mezzo da due punti neriacutidi spasimoPomino si grattava la fronte e dicevaquasi vaneggiando:

- Vivo... vivo... Come si fa? come si fa?

- Non mi seccare! - gli gridai. - Adesso vedremoti dico.

Romildaindossata la veste da cameravenne a raggiungerci. Io rimasia guardarla alla luceammirato: era ridivenuta bella come un tempoanzipiù formosa.

- Fammiti vedere... - le dissi. - PermettiPomino? Non c'è niente dimale: sono marito anch'ioanzi prima e più di te. Non ti vergognareviaRomilda! Guardaguarda come si torce Mino! Ma che ti posso fare senon son morto davvero?

- Così non è possibile! - sbuffò Pominolivido.

- S'inquieta! - feciammiccandoa Romilda. - NoviacalmatiMino... Ti ho detto che te la lascioe mantengo la parola. Soloaspetta... con permesso!

Mi accostai a Romilda e le scoccai un bel bacione su la guancia.

- Mattia! - gridò Pominofremente.

Scoppiai a ridere di nuovo.

- Geloso? di me? Va' là! Ho il diritto della precedenza. Del restosùRomildacancellacancella... Guardavenendosupponevo (scusamisaiRomilda)supponevocaro Minoche t'avrei fatto un gran piacerealiberartenee ti confesso che questo pensiero m'affliggeva moltissimoperché volevo vendicarmie vorrei ancoranon crederetogliendotiadesso Romildaadesso che vedo che le vuoi bene e che lei... sìmi pareun sognomi pare quella di tant'anni fa... ricordiehRomilda?... Nonpiangere! ti rimetti a piangere? Ahbei tempi... sinon tornano più!...Viavia: voi ora avete una figliuolae dunque non se ne parli più! Vilascio in paceche diamine!

- Ma il matrimonio s'annulla? - gridò Pomino.

- E tu lascialo annullare! - gli dissi. - Si annullerà pro formase mai: non farò valere i miei diritti e non mi farò neppure riconoscervivo ufficialmentese proprio non mi costringono. Mi basta che tutti mirivedano e mi risappiano vivo di fattoper uscir da questa morteche èmorte veracredetelo! Già lo vedi: Romildaquaha potuto divenir tuamoglie... il resto non m'importa! Tu hai contratto pubblicamente ilmatrimonio; è noto a tutti che lei èda un annotua mogliee talerimarrà. Chi vuoi che si curi più del valor legale del suo primomatrimonio? Acqua passata... Romilda fu mia moglie: orada unannoè tuamadre d'una tua bambina. Dopo un mese non se neparlerà più. Dico benedoppia suocera?

La Pescatorecupaaggrondataapprovò col capo. Ma Pominonelcrescente orgasmodomandò:

- E tu rimarrai quaa Miragno?

- Sìe verrò qualche sera a prendermi in casa tua una tazza dicaffè o a bere un bicchier di vino alla vostra salute.

- Questono! - scattò la Pescatorebalzando in piedi.

- Ma se scherza!... - osservò Romildacon gli occhi bassi.

Io m'ero messo a ridere come dianzi.

- VediRomilda? - le dissi. - Hanno paura che riprendiamo a fareall'amore... Sarebbe pur carina! Nono: non tormentiamo Pomino... Vuoldire che se lui non mi vuole più in casami metterò a passeggiare giùper la stradasotto le tue finestre. Va bene? E ti farò tante belleserenate.

Pominopallidovibrantepasseggiava per la stanzabrontolando:

- Non è possibile... non è possibile...

A un certo punto s'arrestò e disse:

- Sta di fatto che lei... con tequavivonon sarà più miamoglie...

- E tu fa' conto che io sia morto! - gli risposi tranquillamente.

Riprese a passeggiare:

- Questo conto non posso più farlo!

- E tu non lo fare. Maviacredi davvero - soggiunsi- che vorròdarti fastidiose Romilda non vuole? deve dirlo lei... Sùdi'Romildachi è più bello? io o lui?

- Ma io dico di fronte alla legge! di fronte alla legge! - gridò egliarrestandosi di nuovo.

Romilda lo guardavaangustiata e sospesa.

- In questo caso- gli feci osservare- mi sembra che più di tuttiscusadovrei risentirmi ioche vedrò d'ora innanzi la mia bella quondammetà convivere maritalmente con te.

- Ma anche lei- rimbeccò Pomino- non essendo più mia moglie...

- Ohinsomma- sbuffai- volevo vendicarmi e non mi vendico; tilascio la moglieti lascio in pacee non ti contenti? SùRomildaalzati! andiamocene vianoi due! Ti propongo un bel viaggetto di nozze...Ci divertiremo! Lascia questo pedante seccatore. Pretende ch'io vada abuttarmi davvero nella gora del molinoalla Stìa.

- Non pretendo questo! - proruppe Pomino al colmo dell'esasperazione. -Ma vattenealmeno! Vattene viapoiché ti piacque di farti creder morto!Vattene subitolontanosenza farti vedere da nessuno. Perché io qua...con te... vivo...

Mi alzai; gli battei una mano su la spalla per calmarlo e gli risposiprima di tuttoch'ero già stato a Onegliada mio fratelloe cheperciò tuttilàa quest'orami sapevano vivoe che domaniinevitabilmentela notizia sarebbe arrivata a Miragno; poi:

- Morto di nuovo? Lontano da Miragno? Tu scherzimio caro! - esclamai.- Va' là: fa' il marito in pacesenza soggezione... Il tuo matrimoniocomunque sias'è celebrato. Tutti approverannoconsiderando che c'è dimezzo una creaturina. Ti prometto e giuro che non verrò mai aimportunartineanche per una miserrima tazza di caffèneanche pergodere del dolceesilarante spettacolo del vostro amoredella vostraconcordiadella vostra felicità edificata su la mia morte... Ingrati!Scommetto che nessunoneanche tusviscerato amiconessuno di voi èandato ad appendere una coronaa lasciare un fiore su la tomba mialànel camposanto... Di'è vero? Rispondi! - Ti va di scherzare!... - fecePominoscrollandosi.

- Scherzare? Ma nient'affatto! Là c'è davvero il cadavere di un uomoe non si scherza! Ci sei stato?

- No... non... non ne ho avuto il coraggio borbottò Pomino.

- Ma di prendermi la mogliesìbirbaccione!

- E tu a me? - diss'egli allorapronto. - Tu a me non l'avevi toltaprimada vivo?

- Io? - esclamai. - E dàlli! Ma se non ti volle lei! Lo vuoi dunqueripetuto che le sembravi proprio uno sciocco? Diglielo tuRomildaperfavore: vedim'accusa di tradimento... Orache c'entra! è tuo maritoenon se ne parla più; ma io non ci ho colpa... Sùsù. Ci andrò iodomani da quel povero mortoabbandonato làsenza un fioresenza unalacrima... Di'c'è almeno una lapide su la fossa?

- Si- s'affrettò a rispondermi Pomino. - A spese del Municipio... Ilpovero babbo...

- Mi lesse l'elogio funebrelo so! Se quel pover'uomo sentiva... Chec'è scritto su la lapide?

- Non so... La dettò Lodoletta.

- Figuriamoci! - sospirai. - Basta. Lasciamo anche questo discorso.Raccontamiraccontami piuttosto come vi siete sposati così presto... Ahcome poco mi piangestivedovella mia... Forse nienteeh? di' sùpossibile ch'io non debba sentir la tua voce? Guarda: è già notteavanzata... appena spunterà il giornoio andrò viae sarà come non ciavessimo mai conosciuto... Approfittiamoci di queste poche ore. Sùdimmi...

Romilda si strinse nelle spalleguardò Pominosorrise nervosamente:poiriabbassando gli occhi e guardandosi le mani:

- Che posso dire? Certo che piansi...

- E non te lo meritavi! - brontolò la Pescatore.

- Grazie! Ma infinevia... fu pocoè vero? - ripresi. - Codestibegli occhiche pur s'ingannarono così facilmentenon ebbero asciuparsi moltodi certo.

- Rimanemmo assai male- dissea mo' di scusaRomilda. - E se nonfosse stato per lui...

- Bravo Pomino! - esclamai. - Ma quella canaglia di Malagnaniente?

- Niente- risposeduraasciuttala Pescatore. - Tutto fece lui...

E additò Pomino.

- Cioè... cioè... - corresse questi- il povero babbo... Sai ch'eraal Municipio? Benefece prima accordare una pensioncinadata lasciagura... e poi...

- Poi accondiscese alle nozze?

- Felicissimo! E ci volle quatutticon sé... Mah! Da due mesi...

E prese a narrarmi la malattia e la morte del padre; l'amore di lui perRomilda e per la nipotina; il compianto che la sua morte aveva raccolto intutto il paese. Io domandai allora notizie della zia Scolasticatantoamica del cavalier Pomino. La vedova Pescatoreche si ricordava ancoradel batuffolo di pasta appiastratole in faccia dalla terribile vecchiasiagitò sulla sedia. Pomino mi rispose che non la vedeva più da due annima che era viva; poia sua voltami domandò che avevo fatto iodov'erostatoecc. Dissi quel tanto che potevo senza far nomi né di luoghi nédi personeper dimostrare che non m'ero affatto spassato in quei dueanni. E cosìconversando insiemeaspettammo l'alba del giorno in cuidoveva pubblicamente affermarsi la mia resurrezione.

Eravamo stanchi della veglia e delle forti emozioni provate; eravamoanche infreddoliti. Per riscaldarci un po'Romilda volle preparare con lesue mani il caffè. Nel porgermi la tazzami guardòcon su le labbra unlievemesto sorrisoquasi lontanoe disse:

- Tual solitosenza zuccheroè vero?

Che lesse in quell'attimo negli occhi miei? Abbassò subito lo sguardo.

In quella livida luce dell'albasentii stringermi la gola da un nododi pianto inattesoe guardai Pomino odiosamente. Ma il caffè mi fumavasotto il nasoinebriandomi del suo aroma e cominciai a sorbirlolentamente. Domandai quindi a Pomino il permesso di lasciare a casa sua lavaligiafino a tanto che non avessi trovato un alloggio: avrei poimandato qualcuno a ritirarla.

- Ma sì! ma sì! - mi rispose eglipremuroso. - Anzi non te necurare: penserò io a fartela portare...

- Oh- dissi- tanto è vuotasai?... A propositoRomilda: avrestiancoraper casoqualcosa di mio... abitibiancheria?

- Nonulla... - mi risposedolenteaprendo le mani. - Capirai...dopo la disgrazia...

- Chi poteva immaginarselo? - esclamò Pomino.

Ma giurerei ch'eglil'avaro Pominoaveva al collo un mio anticofazzoletto di seta.

- Basta. Addioeh! Buona fortuna! - diss'iosalutandocon gli occhifermi su Romildache non volle guardarmi. Ma la mano le tremònelricambiarmi il saluto. - Addio! Addio!

Sceso giù in istradami trovai ancora una volta sperdutopur quinel mio stesso paesello nativo: solosenza casasenza mèta.

" E ora? " domandai a me stesso. " Dove vado? "

Mi avviaiguardando la gente che passava. Ma che! Nessuno miriconosceva? Eppure ero ormai tal quale: tuttivedendomiavrebberopotuto almeno pensare: " Ma guarda quel forestiero làcome somigliaal povero Mattia Pascal! Se avesse l'occhio un po' stortosi direbbeproprio lui ". Ma che! Nessuno mi riconoscevaperché nessunopensava più a me. Non destavo neppure curiositàla minima sorpresa... Eio che m'ero immaginato uno scoppiouno scompiglioappena mi fossimostrato per le vie! Nel disinganno profondoprovai un avvilimentoundispettoun'amarezza che non saprei ridire; e il dispetto e l'avvilimentomi trattenevano dallo stuzzicar l'attenzione di coloro che iodal cantomioriconoscevo bene: sfido! dopo due anni... Ahche vuol dir morire!Nessunonessuno si ricordava più di mecome se non fossi maiesistito...

Due volte percorsi da un capo all'altro il paesesenza che nessuno mifermasse. Al colmo dell'irritazionepensai di ritornar da Pominoperdichiarargli che i patti non mi convenivano e vendicarmi sopra luidell'affronto che mi pareva tutto il paese mi facesse non riconoscendomipiù. Ma né Romilda con le buone mi avrebbe seguitoné io per ilmomento avrei saputo dove condurla. Dovevo almeno prima cercarmi una casa.Pensai d'andare al Municipioall'ufficio dello stato civileper farmisubito cancellare dal registro dei morti; mavia facendomutai pensieroe mi ridussi invece a questa biblioteca di Santa Maria Liberaledovetrovai al mio posto il reverendo amico don Eligio Pellegrinottoil qualenon mi riconobbe neanche luilì per lì. Don Eligio veramente sostieneche mi riconobbe subito e che soltanto aspettò ch'io pronunziassi il mionome per buttarmi le braccia al colloparendogli impossibile che fossiioe non potendo abbracciar subito uno che gli pareva MattiaPascal. Sarà pure cosi! Le prime feste me le ebbi da luicalorosissime;poi egli volle per forza ricondurmi seco in paese per cancellarmidall'animo la cattiva impressione che la dimenticanza dei mieiconcittadini mi aveva fatto.

Ma io oraper ripicconon voglio descrivere quel che seguì allafarmacia del Brìsigo primapoi al Caffè dell'Unionequando donEligioancor tutto esultantemi presentò redivivo. Si sparse in unbaleno la notiziae tutti accorsero a vedermi e a tempestarmi di domande.Volevano sapere da me chi fosse allora colui che s'era annegato alla Stìacome se non mi avessero riconosciuto loro: tuttia uno a uno. E dunqueero ioproprio io: donde tornavo? dall'altro mondo! che avevo fatto? ilmorto! Presi il partito di non rimuovermi da queste due risposte e lasciartutti stizziti nell'orgasmo della curiositàche durò parecchi eparecchi giorni. Né più fortunato degli altri fu l'amico Lodoletta chevenne a " intervistarmi " per il Foglietto. Invanopercommuovermiper tirarmi a parlare mi portò una copia del suo giornale didue anni avanticon la mia necrologia. Gli dissi che la sapevo a memoriaperché all'Inferno il Foglietto era molto diffuso.

- Ehaltro! Grazie caro! Anche della lapide... Andrò a vederlasai?

Rinunzio a trascrivere il suo nuovo pezzo forte della domenicaseguente che recava a grosse lettere il titolo: MATTIA PASCAL E' VIVO!

Tra i pochi che non vollero farsi vedereoltre ai miei creditorifuBatta Malagnache pure - mi dissero - aveva due anni avanti mostrato unagran pena per il mio barbaro suicidio. Ci credo. Tanta pena allorasapendomi sparito per semprequanto dispiacere adessosapendomiritornato alla vita. Vedo il perché di quella e di questo.

E Oliva? L'ho incontrata per viaqualche domenicaall'uscita dellamessacol suo bambino di cinque anni per manoflorido e bello come lei:- mio figlio! Ella mi ha guardato con occhi affettuosi e ridentichem'han detto in un baleno tante cose...

Basta. Io ora vivo in paceinsieme con la mia vecchia zia Scolasticache mi ha voluto offrir ricetto in casa sua. La mia bislacca avventuram'ha rialzato d'un tratto nella stima di lei. Dormo nello stesso letto incui morì la povera mamma miae passo gran parte del giorno quainbibliotecain compagnia di don Eligioche è ancora ben lontano dal dareassetto e ordine ai vecchi libri polverosi.

Ho messo circa sei mesi a scrivere questa mia strana storiaajutato dalui. Di quanto è scritto qui egli serberà il segretocome se l'avessesaputo sotto il sigillo della confessione.

Abbiamo discusso a lungo insieme su i casi mieie spesso io gli hodichiarato di non saper vedere che frutto se ne possa cavare.

- Intantoquesto- egli mi dice: - che fuori della legge e fuori diquelle particolaritàliete o tristi che sienoper cui noi siamo noicaro signor Pascalnon è possibile vivere.

Ma io gli faccio osservare che non sono affatto rientrato né nellaleggené nelle mie particolarità. Mia moglie è moglie di Pominoe ionon saprei proprio dire ch'io mi sia.

Nel cimitero di Miragnosu la fossa di quel povero ignoto che s'uccisealla Stìac'è ancora la lapide dettata da Lodoletta:

COLPITO DA AVVERSI FATI

MATTIA PASCAL

BIBLIOTECARIO

CUOR GENEROSO ANIMA APERTA

QUI VOLONTARIO

RIPOSA

LA PIETA' DEI CONCITTADINI

QUESTA LAPIDE POSE

Io vi ho portato la corona di fiori promessa e ogni tanto mi reco avedermi morto e sepolto là. Qualche curioso mi segue da lontano; poialritornos'accompagna con mesorridee - considerando la mia condizione- mi domanda:

- Ma voiinsommasi può sapere chi siete?

Mi stringo nelle spallesocchiudo gli occhi e gli rispondo:

- Ehcaro mio... Io sono il fu Mattia Pascal.

AVVERTENZA SUGLI SCRUPOLI DELLA FANTASIA

Il signor Alberto Heintzdi Buffalo negli Stati Unitial bivio tral'amore della moglie e quello d'una signorina ventennepensa bene diinvitar l'una e l'altra a un convegno per prendere insieme con lui unadecisione.

Le due donne e il signor Heintz si trovano puntuali al luogo convenuto;discutono a lungoe alla fine si mettono d'accordo.

Decidono di darsi la morte tutti e tre.

La signora Heintz ritorna a casa; si tira una revolverata e muore. Ilsignor Heintzallorae la sua innamorata signorina ventennevisto checon la morte della signora Heintz ogni ostacolo alla loro felice unione èrimossoriconoscono di non aver più ragione d'uccidersi e risolvono dirimanere in vita e di sposarsi. Diversamente però risolve l'autoritàgiudiziariae li trae in arresto.

Conclusione volgarissima.

(Vedere i giornali di New York del 25 gennajo 1921edizione delmattino.)

Poniamo che un disgraziato scrittor di commedie abbia la cattivaispirazione di portare sulla scena un caso simile.

Si può esser sicuri che la sua fantasia si farà scrupolo prima ditutto di sanare con eroici rimedii l'assurdità di quel suicidio dellasignora Heintzper renderlo in qualche modo verosimile.

Ma si può essere ugualmente sicurichepur con tutti i rimediieroici escogitati dallo scrittor di commedienovantanove criticidrammatici su cento giudicheranno assurdo quel suicidio e inverosimile lacommedia.

Perché la vitaper tutte le sfacciate assurditàpiccole e grandidi cui beatamente è pienaha l'inestimabile privilegio di poter fare ameno di quella stupidissima verosimiglianzaa cui l'arte crede suo dovereobbedire.

Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimiliperchésono vere. All'opposto di quelle dell'arte cheper parer verehannobisogno d'esser verosimili. E alloraverosimilinon sono piùassurdità.

Un caso della vita può essere assurdo; un'opera d'artese è operad'arteno.

Ne segue che tacciare d'assurdità e d'inverosimiglianzain nome dellavitaun'opera d'arte è balordaggine.

In nome dell'artesì; in nome della vitano.

C'è nella storia naturale un regno studiato dalla zoologiaperchépopolato dagli animali.

Tra i tanti animali che lo popolano è compreso anche l'uomo.

E lo zoologo sìpuò parlare dell'uomo e direper esempioche nonè un quadrupede ma un bipedee che non ha la codavuoi come la scimmiavuoi come l'asinovuoi come il pavone.

All'uomo di cui parla lo zoologo non può mai capitar la disgrazia diperdereponiamouna gamba e di farsela mettere di legno; di perdere unocchio e di farselo mettere di vetro. L'uomo dello zoologo ha sempre duegambedi cui nessuna di legno; sempre due occhidi cui nessuno di vetro.

E contraddire allo zoologo è impossibile. Perché lo zoologose glipresentate un tale con una gamba di legno o con un occhio di vetrovirisponde che egli non lo conosceperché quello non è l'uomoma unuomo.

E' vero però che noi tuttia nostra voltapossiamo rispondere allozoologo che l'uomo ch'egli conosce non esistee che invece esistono gli uominidi cui nessuno è uguale all'altro e che possono anche avere per disgraziauna gamba di legno o un occhio di vetro.

Si domanda a questo punto se vogliono esser considerati come zoologi ocome critici letterarii quei tali signori chegiudicando un romanzo o unanovella o una commediacondannano questo o quel personaggioquesta oquella rappresentazione di fatti o di sentimentinon già in nomedell'arte come sarebbe giustoma in nome d'una umanità che sembraessi conoscano a perfezionecome se realmente in astratto esistessefuori cioè di quell'infinita varietà d'uomini capaci di commettere tuttequelle sullodate assurdità che non hanno bisogno di parer verosimiliperché sono vere.

Intantoper l'esperienza che dal canto mio ho potuto fare d'una talcriticail bello è questo: che mentre lo zoologo riconosce che l'uomo sidistingue dalle altre bestie anche per il fatto che l'uomo ragiona e chele bestie non ragionano; il ragionamento appunto (vale a dire ciò che èpiù proprio dell'uomo) è apparso tante volte ai signori criticinoncome un eccesso se maima anzi come un difetto d'umanità in tanti mieinon allegri personaggi. Perché pare che umanitàper lorosia qualchecosa che più consista nel sentimento che nel ragionamento.

Ma volendo parlare così astrattamente come codesti critici fannononè forse vero che mai l'uomo tanto appassionatamente ragiona (o sragionache è lo stesso)come quando soffreperché appunto delle suesofferenze vuol veder la radicee chi gliele ha datee se e quanto siastato giusto il dargliele; mentrequando godesi piglia il godimento enon ragionacome se il godere fosse suo diritto?

Dovere delle bestie è il soffrire senza ragionare. Chi soffre eragiona (appunto perché soffre)per quei signori critici non è umano;perché pare chechi soffradebba esser soltanto bestiae che soltantoquando sia bestiasia per essi umano.

Ma di recente ho pur trovato un criticoa cui son molto grato.

A proposito della mia disumana epareinguaribile "cerebralità " e paradossale inverosimiglianza delle mie favole e deimiei personaggiegli ha domandato a quegli altri critici dondeattingevano il criterio per giudicare siffattamente il mondo della miaarte.

" Dalla cosiddetta vita normale? " ha domandato." Ma cos'è questa se non un sistema di rapportiche noi scegliamonel caos degli eventi quotidiani e che arbitrariamente qualifichiamo normale?" Per concludere che " non si può giudicare il mondo d'unartista con un criterio di giudizio attinto altrove che da questo mondomedesimo ".

Debbo aggiungereper dar credito a questo critico presso gli altricritici che non ostante questoanzi proprio per questoanch'egli poigiudica sfavorevolmente l'opera mia: perché gli parecioèch'io nonsappia dar valore e senso universalmente umano alle mie favole e ai mieipersonaggi; tanto da lasciar perplesso chi deve giudicarlise io nonabbia inteso piuttosto limitarmi a riprodurre certi curiosi casicerteparticolarissime situazioni psicologiche.

Ma se il valore e il senso universalmente umano di certe miefavole e di certi miei personagginel contrasto com'egli dicetrarealtà e illusionetra volto individuale ed immagine sociale di essoconsistesse innanzi tutto nel senso e nel valore da dare a quel primocontrastoil quale per una beffa costante della vitaci si scopre sempreinconsistentein quanto chenecessariamente purtroppoognirealtà d'oggi è destinata a scoprircisi illusione domanima illusione necessariase purtroppo fuori di essa non c'è per noi altra realtà? Se consistesseappunto in questoche un uomo o una donnamessi da altri o da se stessiin una penosa situazionesocialmente anormaleassurda per quanto sivogliavi duranola sopportanola rappresentano davanti agli altrifinchénon la vedonosia pure per la loro cecità o incredibile buonafede;perché appena la vedono come a uno specchio che sia posto loro davantinon la sopportano piùne provan tutto l'orrore e la infrangono ose nonpossono infrangerlase ne senton morire? Se consistesse appunto inquestoche una situazionesocialmente anormalesi accettaanchevedendola a uno specchioche in questo caso ci para davanti la nostrastessa illusione; e allora la si rappresentasoffrendone tutto ilmartiriofinché la rappresentazione di essa sia possibile dentro lamaschera soffocante che da noi stessi ci siamo imposta o che da altri o dauna crudele necessità ci sia stata impostacioè fintanto che sottoquesta maschera un sentimento nostrotroppo vivonon sia ferito cosìaddentroche la ribellione alla fine prorompa e quella maschera sistracci e si calpesti?

" Alloradi colpo " dice il critico " un fiottod'umanità invade questi personaggile marionette divengonoimprovvisamente creature di carne e di sanguee parole che brucianol'anima e straziano il cuore escono dalle loro labbra "

E sfido! Hanno scoperto il loro nudo volto individuale sotto quellamascherache li rendeva marionette di se stessio in mano agli altri;che li faceva in prima apparir durilegnosiangolosisenza finitezza esenza delicatezzacomplicati e strapiombanticome ogni cosa combinata emessa sù non liberamente ma per necessitàin una situazione anormaleinverosimileparadossaletale insomma che essi alla fine non han potutopiù sopportarla e l'hanno rotta.

L'arruffìose c'èdunque è voluto; il macchinismose c'èdunqueè voluto; ma non da me: bensì dalla favola stessadagli stessipersonaggi; e si scopre subitodifatti: spesso è concertato apposta emesso sotto gli occhi nell'atto stesso di concertarlo e di combinarlo: èla maschera per una rappresentazione; il giuoco delle parti; quello chevorremmo o dovremmo essere; quello che agli altri pare che siamo; mentrequel che siamonon lo sappiamofino a un certo puntoneanche noistessi; la goffa incerta metafora di noi; la costruzionespessoarzigogolatache facciamo di noio che gli altri fanno di noi: dunquedavveroun macchinismosìin cui ciascuno volutamenteripetoè lamarionetta di se stesso; e poialla fineil calcio che manda all'ariatutta la baracca.

Credo che non mi resti che di congratularmi con la mia fantasia secontutti i suoi scrupoliha fatto apparir come difetti realiquelli ch'eranvoluti da lei: difetti di quella fittizia costruzione che i personaggistessi han messo su di sé e della loro vitao che altri ha messo sù perloro: i difetti insomma della maschera finché non si scopre nuda.

Ma una consolazione più grande m'è venuta dalla vitao dalla cronacaquotidianaa distanza di circa vent'anni dalla prima pubblicazione diquesto mio romanzo Il fu Mattia Pascalche ancora una volta oggisi ristampa.

Neppure ad essoquando apparve per la prima voltamancòpur tra ilconsenso quasi unanimechi lo tacciasse d'inverosimiglianza.

Ebbenela vita ha voluto darmi la prova della verità di esso in unamisura veramente eccezionalefin nella minuzia di certi caratteristiciparticolari spontaneamente trovati dalla mia fantasia.

Ecco quanto si leggeva nel Corriere della Sera del 27 marzo1920:

L'OMAGGIO DI UN VIVO ALLA PROPRIA TOMBA

Un singolare caso di bigamiadovuto all'affermata ma non sussistentemorte di un maritosi è rivelato in questi giorni. Risaliamo brevementeall'antefatto. Nel reparto Calvairate il 26 dicembre 1916 alcuni contadinipescavano dalle acque del canale delle " Cinque chiuse " ilcadavere di un uomo rivestito di maglia e pantaloni color marrone. Delrinvenimento fu dato avviso ai carabinieri che iniziarono leinvestigazioni. Poco dopo il cadavere veniva identificato da tale MariaTedeschiancor piacente donna sulla quarantinae da certi Luigi Longonie Luigi Majoliper quello dell'elettricista Ambrogio Casati di Luiginato nel 1869 marito della Tedeschi. In realtà l'annegato assomigliavamolto al Casati.

Quella testimonianzaa quanto ora è risultatosarebbe stata alquantointeressataspecie per il Majoli e per la Tedeschi. Il vero Casati eravivo! Eraperòin carcere ancora dal 21 febbraio dell'anno precedenteper un reato contro la proprietà e da tempo viveva divisosebbene nonlegalmentedalla moglie. Dopo sette mesi di gramagliela Tedeschipassava a nuove nozze col Majolisenza urtare contro nessuno scoglioburocratico. Il Casati finì di scontare la pena l'8 marzo del 1917 e soloin questi giorni egli apprese di essere... morto e che sua moglie si erarimaritata ed era scomparsa. Seppe tutto ciò quando si recò all'Ufficiodi anagrafe in piazza Missoriavendo bisogno di un documento.L'impiegatoallo sportelloinesorabilmente gli osservò:

- Ma voi siete morto! Il vostro domicilio legale è al cimitero diMusoccocampo comune 44fossa n. 550...

Ogni protesta di colui che voleva essere dichiarato vivo fu inutile. IlCasati si propone di far riconoscere i suoi diritti alla... resurrezionee non appena rettificatoper quanto lo riguardalo stato civilelapresunta vedova rimaritata vedrà annullato il secondo matrimonio.

Intanto la stranissima avventura non ha punto afflitto il Casati: anzisi direbbe che l'ha messo di buon umoreedesideroso di nuove emozioniha voluto far una capatina alla... propria tomba e come atto di omaggioalla sua memoriaha deposto sul tumulo un fragrante mazzo di fiori e viha acceso un lumino votivo!

Il presunto suicidio in un canale; il cadavere estratto e riconosciutodalla moglie e da chi poi sarà secondo marito di lei; il ritorno delfinto morto e finanche l'omaggio alla propria tomba! Tutti i dati difattonaturalmente senza tutto quell'altro che doveva dare al fattovalore e sensouniversalmente umano.

Non posso supporre che il signor Ambrogio Casati elettricistaabbialetto il mio romanzo e recato i fiori alla sua tomba per imitazione del fuMattia Pascal.

La vitaintantocol suo beatissimo dispregio d'ogni verosimiglianzapoté trovare un prete e un sindaco che unirono in matrimonio il signorMajoli e la signora Tedeschi senza curarsi di conoscere un dato di fattodi cui pur forse era facilissimo aver notiziache cioè il marito signorCasati si trovava in carcere e non sottoterra.

La fantasia si sarebbe fatto scrupolocertamentedi passar sopra a untal dato di fatto; e ora goderipensando alla taccia di inverosimiglianzache anche allora le fu datadi far conoscere di quali realiinverosimiglianze sia capace la vita anche nei romanzi chesenza saperloessa copia dall'arte.