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Emilio Salgari

Jolanda la figlia del Corsaro Nero

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo Primo

 

La taverna «El Toro»

 

Quella sera la taverna El Torocontrariamente alsolitobrulicava di personecome se qualche importante avvenimento fosseavvenuto o stesse per succedere.

Quantunque non fosse una delle migliori di Maracayboframmiste a marinaia facchini del portoa meticci e ad indiani caraibisivedevano - cosa piuttosto insolita - delle persone appartenenti alla miglioresocietà di quella ricca ed importante colonia spagnola: grossi piantatoriproprietari di raffinerie di zuccheriarmatori di naviufficiali dellaguarnigione e perfino qualche membro del governo.

La salapiuttosto ampiacoi muri affumicatidall'ampiocaminomalamente illuminata da quelle incomode e famose lampade usate sulfinire del sedicesimo secolone era piena. Nessuno però beveva ed i tavoliniaddossati alle paretialla rinfusaerano deserti. Invece la grande tavolacentrale di vecchio nocelunga più di dieci metriera circondata da unaquadrupla fila di personaggiche parevano in preda ad una vivissima agitazionee che scommettevano con un furoreche avrebbe meravigliato anche un modernoamericano degli Stati dell'Unione.

«Venti piastre per Zambo!»

«Trenta per Valiente

«Valiente si prenderà una tale speronata che cadràal primo colpo!»

«Sarà Zambo a cadere!»

«E voidon Raffaele?»

«Punterò su Plataè più robusto dell'uno edell'altro e avrà la vittoria finale!»

«Canarios! Un poltrone quel Plata

«Come vorretedon Alonzoma io aspetto il suo turno!»

«Basta!»

«Avanti i combattenti!»

«Chiusura! Chiusura!»

Un tocco di campana annunciò che le scommesse eranoterminatee ai clamori assordanti di prima successe un profondo silenzio.

Due uomini erano entrati nella sala per due porte diverse esi erano collocati alle due estremità del tavolo. Portavano fra le braccia duesplendidi galliuno tutto nero colle penne a riflessi azzurro-dorati; l'altrorosso a striature bianche e nere.

Erano due careadores ossia allevatori di gallicombattentiprofessione anche oggidì assai lucrosa e molto apprezzata nelleantiche colonie spagnole dell'America Meridionale.

In quell'epoca la passione per quello sport barbaroavevaraggiunto un vero fanatismo e si può dire che non passava giorno senza che viavvenissero combattimenti di galli. E non mancavano perfino i giudici di campoil cui giudizio era inappellabile.

L'educazione dei galli battaglieri richiedeva però cureminuziosequanto quelle dei bulldog destinati ad affrontare i torise non dipiù. Essi venivano abituati a misurarsi ancora quand'erano pulcini. Avevano unnutrimento specialecomposto per lo più di granoturcoil cui numero digranelli era stabilito per ogni pasto. Per dare agli speroni maggior forza edimpedire che potessero guastarsisi proteggevano con guaine di cuoio foderatedi lana.

Alla comparsa dei due galliun entusiastico evviva erascoppiato fra gli spettatori:

«BravoZambo

«ForzaValiente

Il giudice di campoun grosso raffinatore di zuccherochedoveva conoscere le regole complicate di quel turfpesò minuziosamentei due volatilimisurò la loro alatura e la lunghezza degli speroni ondeeguagliare le condizioni di combattimentoquindi una voce forte dichiarò chel'eguaglianza era perfetta e che tutto andava benissimo.

I due galli furono subito lasciati libericollocandoli alledue estremità della tavola.

Come abbiamo dettoerano entrambi bellissimi e di razzaandalusala migliore e la più battagliera.

Zambo era più alto di qualche pollice del suoavversariocon un becco robustoun po' arquato alla sua estremità come quellodei falconicogli artigli piuttosto corti ed invece assai acuminati. ElValiente appariva più robustopiù tozzocon gambe più grosse e speronipiù lunghiil becco era invece più cortoma più largo e aveva sulla testauna bella cresta d'un rosso quasi violaceo e gli occhi più brillantianzi piùprovocanti.

Appena messi in libertài due galli si rizzarono in tuttala loro altezzastarnazzando le ali ed arruffando le penne del collo elanciarono quasi simultaneamente il loro grido di guerra e di sfida.

«Assisteremo ad una bella lotta» disse un ufficiale dellaguarnigione.

«Io ritengo invece che sarà breve» disse don Raffaele «eche la vittoria la deciderà Plata

«Silenzio!» gridarono tutti.

I due galli stavano per accostarsitenendo la testa bassaquasi rasente alla superficie del tavoloquando due passi pesanti ed unostrascinare di spadonili fece arrestare.

«Chi disturba la lotta?» chiede il giudice di campoconstizza.

Tutti si erano voltati corrugando la fronte e brontolando.

Due uomini erano entrati nella tavernaaprendofragorosamente la portanon immaginandosi certo di disturbare quelle bravepersone e tanto meno i due galli combattenti.

Erano due tipi di bravacci o di avventurieripersonaggi chesi trovavano allora di frequente nelle colonie spagnole d'oltre Atlantico.D'aspetto piuttosto brigantescoportavano vesti un po' sgualcitecappellaccidi feltro dalle tese ampie con piume di struzzo quasi senza barbealti stivalidi cuoio gialloa tromba molto largae posavano fieramente la sinistra sucerti spadoniche dovevano mettere i brividi indosso a più d'un tranquilloborghese di Maracaybo.

Uno era di statura molto altacoi lineamenti piuttostoangolosicoi capelli d'un biondo rossastro; l'altro invece più basso e piùmembrutocon barba nera ispida.

Tanto l'uno che l'altro poi avevano la pelle assaiabbronzataarsa dal sole e dai venti del mare.

Udendo gli spettatori a mormorare e vedendosi addosso tuttiquegli sguardi un po' crucciatii due avventurieri alzarono i loro spadoni es'avviarono in punta dei piedi verso un tavolo situato nell'angolo più oscuroordinando ad un garzoneche era prontamente accorsoun boccale di Alicante.

«C'è numerosa compagnia qui» disse l'uomo più basso amezza voce. «Troveremo forse in questa taverna quanto ci occorre.»

«Sii prudenteCarmaux.»

«Non temereamburghese.»

«Toh!... Ecco un bellissimo spettacolo! Un combattimento digalli! Da un pezzo non ne vedevo.»

«Bisognerebbe abbordare qualcuno di quegli spettatori.»

«Basta che non sia un ufficiale.»

«Prenderò un borgheseWan Stiller» disse Carmaux. «Alcapitano poco importapurché sia un maracaybino.»

«Guarda là quell'uomo panciutoche mi ha l'aria di essereun qualche ricco piantatore o qualche raffinatore di zuccheri.»

«Che possa saperne qualche cosaquell'uomo?»

«Tutti questi grossi piantatori e commercianti sono inrelazione col governatore. E poichi non ricorda il Corsaro Nero qui? Neabbiamo fatte di belle con quel valoroso gentiluomo.»

«Maledette guerre!» esclamò Carmaux «Se invece di tornarenel suo Piemontefosse rimasto quiforse sarebbe ancora vivo.»

«TaciCarmaux» disse l'amburghese. «Tu mi rattristitroppo. Mi sembra impossibile che sia morto. E se il capitano Morgan fosse statomale informato?»

«Egli lo ha saputo da un compatriota del Corsaro Nerocheha assistito alla sua fine.»

«Dove l'hanno ucciso?»

«Sulle Alpimentre combatteva valorosamente contro ifrancesi che minacciavano d'invadere il Piemonte. Si dice però che quel prodela cercasse la morte.»

«PerchéCarmaux? Tu non me lo hai mai detto prima d'ora.»

«Non lo seppi che ieri dal signor Morgan.»

«Quale motivo lo spingeva a giuocare pazzamente la vita?»chiese l'amburghese.

«Il dolore d'aver perduta la mogliela duchessa di Wan Guldmorta nel dare alla luce la bambina.»

«Povero signor di Ventimiglia! Così valorosocosì lealecosì generoso... Verranno altri filibustierima come lui nomai.»

Uno scoppio fragoroso di grida li fece alzare entrambi. Glispettatori che circondavano il tavolo parevano in preda ad una vera frenesia.Alcuni acclamavanoaltri imprecavanotutti si agitavanosbracciandosi epestando i piedi.

Carmaux e l'amburghesevuotate d'un fiato le tazzesi eranoaccostati agli spettatorimettendosi specialmente dietro al grasso piantatore oraffinatore di zuccheroche era quel señor Raffaele che voleva riservare lesue scommesse per il Plata.

I due gallidopo una serie di finte e di saltisi eranoattaccati con furore e Zambo aveva ricevuto un colpo di sperone sullatesta perdendo parte della sua bella cresta e anche un occhio.

«Bel colpo!» mormorò Carmauxche pareva se n'intendesse.

Il careador si era subito impadronito del vintobagnandogli le ferite coll'acquaviteonde arrestarne almeno per qualche istanteil sangue.

El Valientetronfio della vittoria riportatacantava apiena golapavoneggiandosi e starnazzando le sue belle ali.

La lotta non era però che cominciataperché Zambonon si poteva ancora considerare fuori combattimento. Anzimalgrado fosse ciecodi un occhiopoteva disputare a lungo la vittoria ed anche riuscire astrapparla all'avversario.

Si capisce che ormai il favorito era El Valiente cheaveva dato un così bel saggio della sua bravura.

Perfino don Raffaele si era sentito tentare. Dopo un po' diesitazione aveva gridato:

«Cinquanta piastre sul Valiente. Chi tiene? chi...»

Un colpetto sulla spalla destra gl'interruppe la frase e lofece voltare indietro.

Carmaux non aveva ancora alzata la mano.

«Che cosa voleteseñor?» chiese il raffinatore opiantatore che fosseaggrottando la fronte e mostrandosi un po' offeso perquella familiarità.

«Volete un consiglio?» disse Carmaux. «Puntate sul galloferito.»

«Siete forse un careador

«A voi poco deve importare se lo sia o no. Se voletepuntoduecento piastre su quello...»

«Su Zambo?» chiese il piantatorefacendo un gestodi sorpresa. «Avete del denaro che vi pesa troppo nelle tasche?»

«Niente affattoanzi sono venuto qui per guadagnarne.»

«E puntate su Zambo

«Sìe vedrete comefra pococoncerà l'altro.Scommettete con meseñor.»

«Sia» disse il grasso piantatoredopo qualche esitazione«Se perdo mi rifarò con Plata

«Scommettiamo insieme?»

«Accetto.»

«Trecento piastre per Zambo!» gridò Carmaux.

Tutti gli sguardi si erano fissati su quell'avventurierochescommetteva una somma relativamente grossa su un gallo ormai semi-sconfitto.

«Tengo io!» gridò il giudice di campo. «Avanti icombattenti.»

Un momento dopo i due campioni si ritrovavano l'uno di fronteall'altro.

Zamboquantunque così mal conciato e sanguinanteassalì per primosaltando molto in altoma anche questa volta sbagliò ilcolpo e fu respinto.

El valiente che si teneva prontos'alzò in tutta la suaaltezzapoi con uno slancio improvviso si precipitò sull'avversario tentandodi cadergli sul cranio per spaccarglielo con un buon colpo d'artiglio.

Zambo peròsi era prontamente rimessosi teneva inguardia colle ali pronte alla parata e la testa ritiratae gli rispose con uncolpo di becco così bene assestatoda strappargli di colpo uno dei duebarbigli della gola.

«Bravo gallo! Gallo fino!» gridò il piantatore.

Aveva appena pronunciate queste parolequando El Valienteche perdeva sangue in abbondanzasi precipitò sul rivale colla velocità el'impeto del falcone.

I due volatili si videro per alcuni istanti dibattersiunitistrettamentepoi rotolarsi sulla tavolapoi diventare immobili come se sifossero uccisi reciprocamente. Zambo era rimasto sotto l'avversario e nonsi scorgeva quasi più.

Don Raffaele si era voltato verso Carmauxdicendogli conaccento secco:

«Abbiamo perduto.»

«Chi ve lo dice?» chiese l'avventuriero. «Ah! Guardate!Trecento piastre sono già nelle nostre tascheseñor.»

Zambo non era affatto mortoanzi tutt'altro. Quando glispettatori cominciavano a disperarsicon una mossa improvvisa era sfuggito disotto all'avversario e si era alzatocantando a piena gola e piantando glisperoni nel corpo del vinto.

El Valiente era morto e giaceva inerte col craniospaccato.

«Ebbene señorche cosa ne dite?» chiese Carmauxmentreattorno alla tavola scoppiava una salva d'imprecazioni all'indirizzo del vinto.

«Dico che voi avete avuto un colpo d'occhio ammirabile»rispose il piantatorecon accento lieto.

Carmaux ritirò le trecento piastre e ne fece due mucchiegualidicendo:

«Centocinquanta per ciascunoseñor. La partita non èstata cattiva.»

«Nov'ingannate» disse don Raffaele.

«E perché?»

«Non ho scommesso che cinquanta piastre.»

«Perdonatema noi abbiamo giuocato in società. Raccoglietele vostre piastre che sono state guadagnate lealmente contro il giudice di campoche ha puntato sul morto.»

«Siete molto ricco voi per essere così generoso?» chieseil piantatore guardandolo con molto stupore.

«Non ci tengo al denaro: ecco tutto» rispose Carmaux.

«Voglio farvi guadagnare anch'ioseñor. Puntate sul galloche porteranno ora.»

«Vedremo.»

Un altro careador era in quel momento entratodeponendo sulla tavola un gallo di forme splendidepiù alto di Zambocon una coda magnifica e le penne tutte bianche a riflessi argentei.

Era El Plata.

«Che ne dite señor?» disse fon Raffaelevolgendosi versoCarmaux.

«Bellissimo senza dubbio» rispose l'avventurieroche loguardava attentamente.

«Puntate?»

«Sìcinquecento piastre su Zambo

«Sul Plata volete dire.»

«Señorcinquecento piastre per Zambo. Chi citiene?» gridò.

«È una follìa.»

«Scommettete con me?»

«Che sia invincibile quel Zambo

«Questa sera sì!»

«Siete il diavolovoi?»

«Se non sono veramente Belzebùsarò un suo prossimoparente» rispose Carmauxironicamente. «Orsùci tenete con me?»

«Sìper la metà. El Platache era il miofavoritoa mare.»

Le scommesse erano finite ed il silenzio era tornatonell'ampia sala.

I due galliappena trovatisi di frontesi erano assaliticon furoresbattendo le ali e strappandosi mazzetti di penne.

Parevano entrambi della stessa forza e Zamboquantunque semi-cieconon accordava tregua all'avversario.

Ben presto il sangue cominciò a macchiare la tavola. I duecombattenti si erano già trafitti parecchie volte cogli speroni ed El Plataaveva la bella cresta violacea a brandelli.

Di tanto in tantocome di comune accordos'arrestavano perriprendere lena e scuotere i grumi di sangue che li acciecavanopoi tornavanoalla carica con maggior furia di prima. Al quinto attacco El Plata rimasesotto a Zambo.

Un coro d'imprecazioni rimbombò nella salagiacché i piùavevano scommesso per il nuovo gallo. El Plata peròcon una scossaimprovvisa riuscì a liberarsi dalla strettama non riuscì a parare un colpodi becco dell'avversario che gli strappò un occhio.

«Così almeno sono pari» disse Carmaux. «L'uno e l'altrone hanno perduto uno.»

Il careador si era precipitato verso El Plata.Gli fece ingoiare un sorso d'acquavitegli lavò la testa colla spugna persbarazzarlo dai grumi di sanguegli sprizzò nell'orbita vuota un po' di succodi limonepoi tornò a lanciarlo sulla tavoladicendo:

«Sumio bravo.»

Aveva avuto troppa fretta. Il povero galloancora storditonon poté far fronte al fulmineo attacco del prode Zambo e cadde quasisubito colla testa spaccata da un furioso colpo di becco.

«Che cosa vi avevo dettoseñor?» disse Carmauxvolgendosi verso don Raffaele.

«Che voi siete uno stregoneod il migliore careadordell'America.»

«Con tutte queste piastre che abbiamo guadagnatopossiamopermetterci il lusso di vuotare una bottiglia di Xeres. Ve l'offro iose non virincresce.»

«Lasciate a me questo onore.»

«Come voleteseñor.»

 

 

Capitolo secondo

 

Il rapimento del piantatore

 

Mentre venivano portati due altri gallidurando queicombattimenti delle notti intere talvoltaCarmauxWan Stiller ed il grasso donRaffaeleseduti intorno ad un tavolo collocato in un angolo della salatrincavano allegramentecome vecchi amicidell'eccellente Xeres a due piastrela bottiglia.

Lo spagnolomesso in buon umore dalle vincite fatte e daalcuni bicchierichiacchierava come una gazzavantando le sue piantagionilesue raffinerie di zuccheroe facendo comprendere ai due avventurieri come eglifosse uno dei pezzi grossi della colonia.

Ad un tratto s'interruppechiedendo a bruciapelo a Carmauxche continuava a riempirgli il bicchiere:

«Ma... señor mionon siete della colonia voi?»

«Noanzi siamo giunti solamente questa sera.»

«Da dove?»

«Da Panama.»

«Siete venuti per cercare qui da occuparvi? Ho qualche postosempre disponibile.»

«Siamo gente di maresignorenoi e poi non abbiamointenzione di fermarci a lungo qui.»

«Cercate qualche carico di zucchero?»

«No» disse Carmauxabbassando la voce. «Siamo incaricatidi una missione segreta per conto dell'illustrissimo signor presidentedell'Udienza reale di Panama.»

Don Raffaele sgranò tanto d'occhi e divenne leggermentepallido per l'emozione.

«Signori» balbettò. «Perché non me lo avete dettoprima?»

«Silenzio e parlate a voce bassa. Noi dobbiamo fingerciavventurieri e nessuno deve sapere chi ci ha qui mandati» disse Carmaux convoce grave.

«Siete incaricati di qualche inchiesta sull'amministrazionedella colonia?»

«Nodi appurare una notizia che interessa assail'illustrissimo signor presidente. Ah! Ora che ci pensovoi potreste dirciqualche cosa. Frequentate la casa del governatore?»

«Prendo parte a tutte le feste ed a tutti i ricevimentisignor...»

«Chiamatemi semplicemente Manco» disse Carmaux. «Dicevoche voiche frequentate la casa del governatorepotreste darci qualchepreziosa informazione.»

«Sono tutto a vostra disposizione. Chiedetemi.»

«Questo non è veramente il luogo» disse Carmauxsbirciando gli spettatori. «Si tratta di cosa molto grave.»

«Venite a casa miaseñor Manco.»

«Le pareti talvolta hanno delle orecchie. Preferisco l'arialibera.»

«Le vie sono deserte a quest'ora.»

«Andiamo sulla calatacosì noi saremo vicini alla nostranave. Vi spiacerebbeseñor?»

«Sono ai vostri ordini per far piacere all'illustrissimopresidente. Gli parlerete di me?»

«Oh! Non dubitatene.»

Vuotarono la seconda bottigliapagarono il conto e uscironomentre un quarto gallo cadeva sulla tavolacolla testa traforata da uno deglisperoni dell'avversario.

Carmaux e l'amburghesequantunque avessero vuotatonientemeno che sei bottigliepareva che avessero mandato giù dell'acqua; ilpiantatore invece aveva le gambe malferme e si sentiva girare la testa.

«Sii pronto quando io ti darò il segnale» mormorò Carmauxagli orecchi dell'amburghese. «Sarà una buona presa.»

Wan Stiller fece col capo un cenno di assentimento.

Carmaux passò familiarmente un braccio sotto quello delgrasso piantatoreper impedirgli di camminare a sghimbescioe tutti e tre sidiressero verso la spiaggiaattraversando viuzze strette e oscurissimenonsentendosi in quei tempi il bisogno dell'illuminazione delle strade.

Quando sboccarono sul largo viale di palmeche conduceva alportoCarmaux che fino allora era rimasto silenziososcosse il piantatore chepareva fosse lì lì per addormentarsidicendogli:

«Possiamo parlare; non v'è nessuno qui.»

«Ah! Già... il presidente... il segreto...» borbottò donRaffaele aprendo gli occhi. «Eccellente quell'Alicante... un altro bicchiereseñor Manco.»

«Non siamo più nella tavernamio caro signore» disseCarmaux. «Se vorrete vi torneremo e vuoteremo altre due o tre bottiglie.»

«Eccellente... squisito...»

«Bastalo sappiamoveniamo al fatto. Voi mi avete promessodi darmi le informazioni che desideravo e badate che vi è di mezzol'illustrissimo signor presidente dell'Udienza reale di Panama e vi avverto chequell'uomo non ischerza.»

«Sono un suddito fedele.»

«Benebeneseñor.»

«Parlateche cosa desiderate? Io sono amico delgovernatore... molto amico...»

«Un amiconelo sappiamo. Ditemie aprite bene gli orecchie pensate bene quello che dite. È vera la voce corsa che qui si trovi la figliadel cavaliere di Ventimigliail famoso Corsaro Nero? È vera? Il signorpresidente dell'Udienza vorrebbe saperlo.»

«Che cosa può importargliene?» chiese don Raffaeleconstupore.

«Né io né voi dobbiamo saperlo. È vero o no?»

«È vero.»

«Quando è giunta?»

«Saranno quindici giorni. L'hanno catturata su una naveolandesecaduta in potere d'una nostra fregatadopo un sanguinosocombattimento.»

«Che cosa veniva a fare quiin America?»

«Si dice che venisse a raccogliere l'eredità di suo nonnoWan Guld. Il duca possedeva vaste tenute qui e anche a Costaricache non sonomai state vendute.»

«È vero che è prigioniera?»

«Sì.»

«Perché?» «Voi vi scordatesembraquanto male abbiafatto a Maracaybo ed a Gibraltar suo padreil Corsaro Nero.»

«Per vendicarsidunque.»

«E per impedirle di entrare in possesso dei beni del duca.Rappresentano dei bei milioniche il governatore conta di far passare nellecasse proprie ed in quelle del governo.»

«E se il Piemonte o l'Olanda reclamassero la sua libertà?Voi sapete che non è suddita spagnola.»

«Vengano a prenderlase l'osano.»

«Dove si trova ora?»

«Questo lo ignoro» disse don Raffaele dopo un po' diesitazione.

«Voi non lo volete dire.»

«Non voglio compromettermi col governatoreseñor Manco.»

«Diffidereste di noi?»

Don Raffaele si era fermatopoi aveva fatto un passoindietroguardando con spavento quei due avventurieri e maledicendo in cuor suoi gallile bottiglie e la sua imprudenza.

«Voi non mi avete ancora data alcuna prova di essereveramente quelli che mi avete detto.»

«Ve le daremo le prove quanto primaquando sarete a bordodel nostro legno. Venite con noinon abbiate timore.»

«Siapurché passiamo sull'altro viale.»

«Vi sono i doganieri colà e non desideriamo di essereveduti da nessuno. Venite o...» disse Carmaux con accento minacciosomettendola destra sull'impugnatura dello spadone.

Il povero piantatore impallidì orribilmentepoitutto d'untratto si slanciòcon un'agilità che non si sarebbe mai supposta in quelcorpo così grosso e rotondofra le aiuole che dividevano i due vialigridandocon quanta voce aveva in gola:

«Aiuto doganieri! M'assassinano!»

«Carmaux aveva mandato una rauca imprecazione.

«Birbante! Ci fa prendere! Addosso amburghese!»

In due salti furono alle spalle del fuggiasco. Bastò unpugno di Wan Stiller per farlo cadere mezzo intontito.

«Presto il bavaglio!»

Carmaux si slacciò d'un colpo la fascia di lana rossa chegli stringeva i fianchie ravvolse intorno al viso del piantatorenonlasciandogli scoperto che il naso onde non morisse asfissiato.

«Prendilo per le bracciaamburghesee lesti allascialuppa. Per satanasso! I doganieri!»

«Buttiamolo in mezzo alle aiuoleCarmaux» dissel'amburghese.

Afferrarono il disgraziato piantatore e lo lasciarono caderein mezzo ad un cespuglio di macupi le cui larghe foglie erano più chesufficienti per nasconderlo.

Si erano appena allontanati di pochi passiquando una voceimperiosa gridò:

«Alt o facciamo fuoco.»

Due uominidue doganierierano balzati sul vialedirigendosi velocemente verso i due avventurieri..

Uno era armato d'un archibugiol'altro invece teneva inpugno un'alabarda.

«Siamo persone oneste» rispose Carmaux. «Dove andiamo? Aprendere una boccata d'aria. Questo maledetto lago è così pieno di zanzare chenon si può dormire.»

«Chi ha gridato: Aiuto doganieri?»

«Un uomo che fuggivainseguito da un altro.»

«Da quale parte?»

«Da quella.»

«Voi mentite; veniamo appunto di là e non abbiamo vedutonessuno a fuggire.»

«Mi sarò ingannato» rispose Carmauxplacidamente.

«M'avete un'aria sospettamiei signori. Seguiteci al postoe consegnateinnanzi tuttole vostre spade.»

«Signor doganiere» disse Carmauxcon accento d'uomooffeso. «Non si arrestano due tranquilli cittadini che possono essere deigentiluomini. Noi contrabbandieri! Per la morte di Belzebù volete scherzare?»

«Al posto di dogana e fuori le spade» ripeté il doganierealzando l'archibugio. «Si vedrà poi chi siete. Presto o faccio fuoco: èl'ordine.»

«Folgore» disse Carmaux volgendosi verso l'amburghese elevando la spada come se si preparasse a consegnarla.

Appena l'ebbe in pugnocon una mossa fulminea si gettò daun latoper non ricevere la scarica in pieno petto e vibrò al doganiere unapuntata così terribile in mezzo al ventreda passarlo da parte a parte.

Quasi nello stesso momento Wan Stilleril quale certo si eramesso in guardia per la parola pronunciata dal compagno che doveva avere unsignificatosi precipitava sul secondo doganiereche era ben lungidall'attendersi quell'improvviso attacco.

Con un rovescione spezzò netto il manico dell'alabardapoicolla guardia della spada lo percosse tremendamente sul craniofacendolostramazzare al suolo mezzo accoppato.

I due spagnoli erano caduti l'uno sull'altrosenza averavuto il tempo di mandare un grido.

«Bel colpoCarmaux» disse l'amburghese.

«E di corsa. La fortuna non protegge due volte di seguito.»

Volsero uno sguardo all'intorno e non vedendo nessunobalzarono fra le aiuole e presero il piantatore per le gambe e le bracciacorrendo poi verso la riva.

Don Raffaelemezzo soffocato e anche mezzo morto dispaventonon aveva opposta alcuna resistenzaanzi non aveva nemmenoapprofittato dell'intervento dei due doganieri per cercare di fuggire.

Presso la riva si trovava una di quelle scialuppestrettissimechiamate balenierefornita d'un piccolo albero con un'antenna edi timone.

Carmaux e Wan Stiller vi salironodeposero il piantatore frai due banchi di mezzogli legarono le gambe e le braccialo copersero con unpezzo di velapoi presero i remi e sciolsero l'ormeggio.

«È mezzanotte» disse Carmauxdando uno sguardo allestelle«e la via è lunga. Non vi giungeremo prima di domani sera.»

«Teniamoci sotto la riva: vi è la caravella che veglia allargo.»

«Passeremo egualmente» rispose Carmaux. «Noninquietarti.»

«Alziamo la vela?»

«Più tardi. Avanti e non fare troppo rumore.»

La baleniera partì velocissima e silenziosarasentando lagettataper tenersi all'ombra che proiettavano i filari delle altissime palmeche si prolungavano per un buon tratto.

Nel porto tutto era silenzio. Le naviancorate qua e làcolle antenne e le vele calate sul ponteerano deserte.

Gli spagnoli si credevano troppo sicuri in Maracayboperprendersi la briga di tenere uomini di guardia. Dopo l'ultima scorreria deifilibustieri della Tortueguidati dall'Olonesedal Corsaro Nero e dal Bascoavvenuta molti anni primaavevano innalzati fortiche si credevanoinespugnabili ed un gran numero di formidabili batterieche collegavano i lorotiri fra la costa e le isolette davanti alla città.

I due avventurieri s'avanzavano con prudenzanon essendopermesso di notte di entrare nel porto e nemmeno di uscirne. Sapevano che al dilà delle isolette una grossa caravella incrociava per impedire entrate sospetteo fughe.

Quando la scialuppa raggiunse l'estremità della gettataCarmaux e Wan Stiller deposero i remi ed issarono una piccola vela latina cheera tinta in neroaffinché non la si potesse scorgere fra le tenebre.

Il vento era favorevolesoffiando dal lago e poi anche al dilà sulla gettatal'ombra continuava essendo la costa coperta da paletuvierifoltissimi e da palme mauritie assai alte.

«Sempre sotto?» chiese Wan Stillerche si era collocato apoppaalla barra del timone mentre Carmaux teneva la scotta.

«Sìper ora.»

«Vedi la caravella?»

«Sto cercandola.»

«Che navighi coi fanali spenti?»

«Senza dubbio.»

«Sarebbe un guaio se la trovassimo sulla nostra rotta.»

«Ah! Eccola laggiù che sta girando la punta diquell'isoletta. Governa diritto. Non ci scorgeranno.»

La balenieramessasi al ventocominciò a filare collavelocità di uno squaloradendo sempre la spiaggia.

In quindici minuti raggiunse il promontorio che chiudevaverso settentrione il piccolo porto e che era guardato da un fortino costruitosulla cima d'una rupevi girò intorno senza che le sentinelle l'avesseroscorta e si diresse verso il nord per attraversare lo stretto formato fra lapenisoletta di Sinamaica da un lato e le isole di Tablazo e di Zaparadall'altroonde raggiungere il golfo di Maracaybo.

Ormai non avevano più nulla da temerepotendo spacciarsiper pescatori o per canottieri.

«Gettiamo le nostre vesti e diventiamo marinai» disseCarmaux. «Nessuno sospetterà di noi.»

Aprì una cassa che si trovava sotto la prora ed estrassedelle grosse casacche di panno grigiodelle fascie di lana e dei berrettiterminanti a punta con grosso fiocco azzurro.

Legato il timone e la scottain pochi istanti sitrasformaronopoi gettarono lungo i bordi alcune retilasciando cadere inacqua i sugheri.

«Vediamo come sta ora l'amico» disse Carmauxquand'ebbefinito.

Levò la tela che copriva il disgraziato piantatorepoi losbarazzò della sciarpa che gli chiudeva la bocca.

Don Raffaele respirò a lungosenza però aprire gli occhi.

«Il sonno è stato più forte della paura» dissel'avventuriero ridendo. «Quello Xeres e quell'Alicante erano proprio di primaqualità. Il capitano Morgan sarà ben lieto di questa cattura e penserà lui afar sciogliere la lingua al nostro prigioniero.»

«Purché non muoia sul colporisvegliandosi nelle mani deifilibustieri» disse Wan Stiller.

«Prenderemo le nostre precauzioni onde non spaventarlo tuttod'un tratto.»

«Avrebbe fatto meglio a spiattellare tutto ciò che sapevaintorno alla figlia del cavaliere di Ventimiglia.»

«L'avrei rapito egualmente.»

«Che cosa vuol farne Morgan di un abitante di Maracaybo?»

«Mio caropotrà avere da questo imbecille delle prezioseinformazioni sul numero dei soldati che occupano i forti e dei cannoni che liarmano.»

«Dunque è risoluto ad assalire la piazza?»

«Ora più che mai!»

«Avremo un osso duro da roderemio caro Carmaux. Hai vedutoche opere imponenti hanno innalzato gli spagnoli? Maracaybo non è più quellache era quando l'espugnammo col Corsaro Nero e con quel diavolo di Olonese.»

«Siamo in buon numero e non ci mancano le artiglierie. Imilioni di piastre che ricaveremo compenseranno largamente i rischi d'una simileimpresa.»

«Purché la flotta non venga scoperta.»

«La baia di Amnay è ben coperta e nessuno scorgerà lenostre navi. D'altronde i nostri stanno in guardia e non si lasceranno sfuggirei curiosi e gli spioni.»

Essendo il vento sempre favorevole e tendendo anzi arinfrescare sempre piùavvicinandosi l'albala baleniera guadagnava via concrescente rapidità.

Graziosamente piegata sul tribordocoll'estremità delpennone inferiore quasi a fior d'acquascivolava senza far rumore sulletranquille acque dell'ampia lagunalasciandosi a poppa una striscia di spumafosforescente.

I due filibustieri tacevanoperò si grattavano di quando inquando con furore.

Erano le zanzarele jejeus e le zancudostempranerosche di tratto in tratto calavano in nuvole fitte sullascialuppapunzecchiando ferocemente e dolorosamente i due avventurieri.

Esse sono un vero flagello per quelle regioni e non lascianotregua. In certe ore del giorno volteggiano le prime; di notte sono le secondeche si mettono in campagna e che montano la guardiacome dicono gl'indianicaraibi.

E come sono dolorose le loro punture! Tanto che i poveriindianiche non sono vestitipreferiscono affrontare un feroce giaguaropiuttosto che imbattersi in una nuvola di zancudos.

Fortunatamente l'alba non era lontana. Le stelle cominciavanoa scolorirsi e verso oriente una pallida striscia bianca con delicate sfumaturerosacominciava a delinearsi al di sopra dei cupi ed immensi boschi della costad'Altagracia e di La Rita.

Tablazouna delle due isole che chiudono o meglio riparanola laguna dalle ondate del golfosi disegnava già colle sue belle e ricchepiantagioni di cacao e di canne da zucchero e coi suoi pittoreschi villaggifondati sui bassifondi e abitati dagl'indiani.

Quei villaggiche allora s'incontravano dappertutto lungo lecoste del golfo e della laguna di Maracaybo e che oggi sono piuttosto raridavano un aspetto oltremodo grazioso a quella regione chiamata dai primiscopritori spagnoli Venezuelaossia piccola Venezia.

Ogni villaggio era formato da una sola abitazionelungaparecchie centinaia di metricapace però di contenere qualche centinaio difamiglie o anche più.

Quelle lunghe casesituate a tre o quattrocento passi dallariva e talvolta anche più lontanoviste in lontananza sembravano casegalleggiantiinvece erano costruite su solide palafitteformate da pali di gajactanto robusti da sfidare la scure e anche la sega e che rimanendo immersi sidiceva acquistassero la durezza del ferro.

Sopra i pali quegli abili costruttori avevano formatoun'immensa piattaforma di legno leggierodi bombax ceiba o di cedroneropoi con bambù intrecciati innalzavano le abitazionicoprendole confoglie di cenea o di vihai che sostituivano abbastanza bene le tegole ole ardesie.

Non esistevano paretiregnando tutto l'anno un caloreintensoquindi i naviganti potevano vederesenza faticaciò che accadeva inquelle strane abitazionisenza prendersi l'incomodo di entrarvi.

La laguna cominciava a popolarsi.

Dei canotti scavati nel tronco d'un cedro odorosomontati daindiani quasi interamente nudiscivolavano rapidamente sulle acquelasciandosidietro delle lunghe file di grosse zucche che le piccole ondate prestodisperdevano; al largo alcune piccole caravelle veleggiavano lentamenteaspettando l'alta marea per approdare nei minuscoli porti dell'isoletta.

«Sotto o sopravvento?» chiese l'amburghese.

«Stringi sempre la costa» rispose Carmaux. «Passeremo fraZapara e la costa.»

 

 

Capitolo terzo

 

La flotta dei filibustieri

 

Alle otto del mattinola scialuppa superava di volata lostretto formato dalla punta orientale dell'isola di Zapara e la costa diCapataridaentrando nel golfo di Maracaybo.

Quantunque i due filibustieri avessero incontrate due grossecaravelle da guerra ed anche un galeonenessuno li aveva disturbatinéavevano chiesto loro chi erano e dove si recavano.

Le reti che tenevano lungo i bordidovevano aver fattosupporre agli spagnoli che fossero dei tranquilli pescatori e perciò nessuno siera preso la briga di fermarli.

Appena giunti fuori dallo strettoCarmaux e Wan Stillermisero la prora verso l'esttenendosi un po' lontani dalla costaessendoquella cosparsa di bassifondidai quali sorgevano ancora in buon numero deivillaggi di caraibi.

Anche in quel luogo si vedevano galleggiare moltissime grossezucchefra le quali nuotavano e giuocherellavano un bel numero di anitre e digallinelle acquatichesenza manifestare alcuna paura per quei galleggianti.

«Dimmi un po'Carmaux» disse Wan Stiller. «Servono anutrire i pesci tutte quelle zucche? Ne sai qualche cosa tu?»

«Noservono a prendere gli uccelli acquaticimio caroamburghese.»

«Scherzi?»

«Parlo da senno. Come tu sai tutti gli uccelli marini sonoassai diffidenti e non si lasciano quasi mai accostare dalle scialuppe. Icaraibi gettano dunque un gran numero di zucche che sono legate le une allealtrecon liane lunghissimeper abituare i volatili alla loro presenza. Quandocredono giunto il buon momentodegli abili nuotatori si gettano in acquacollatesta cacciata entro una zucca nella quale prima praticano alcune aperture perpoter vedere liberamente.»

«Comprendo» disse Wan Stillerridendo. «Protetti dallazucca s'avvicinano ai volatili e li tirano sott'acqua.»

«Precisamente» rispose Carmaux«e ti posso dire anche chefanno delle caccie abbondanti e che non tornano mai ai loro villaggi senzaportareappesi alla cinturaotto o dieci volatili. Quando poi...»

Uno sternuto sonoro gl'interruppe la frase. Don Raffaeleaveva aperti gli occhie faceva sforzi disperati per alzarsi e per rompere ilegami che gli imprigionavano le mani ed i piedi.

«Buon giornoseñor» disse Carmaux. «Pare che fosseveramente di prima qualitàquell'Alicante.»

Il disgraziato piantatore lo guardò con due occhistrambuzzatipoi digrignando i dentidisse con voce rauca:

«Siete due malandrini.»

«Malandrini! Oibò! V'ingannateseñor» rispose Carmaux.«Siamo più galantuomini di quello che credete e potrete persuadervene frugandole vostre tascheappena vi avremo sciolte le mani.

«Che cosa volete dunque da me? Perché m'avete rapito?Suppongo che non mi ripeterete la storiella del signor presidente dell'Udienzareale di Panama.»

«Veramente quel signore non c'entra più» disse Carmaux.«Vi condurremo però dinanzi ad una persona che è non meno potente e che delpari non scherza.»

«Chi è costui?»

«Un altissimo personaggioche pare s'interessi assai dellasorte della figlia del Corsaro Nero e che farà di tutto per salvarla.»

«Toglierla al governatore!... Ehviaquell'uomo non se lalascerà sfuggire.»

«La vedremoquando i cannoni smantelleranno le fortezze diMaracaybo» rispose Carmaux. «Venti anni or sono quegli stessi pezzi hannospazzato via la guarnigione.»

Don Raffaele era diventato spaventosamente pallido.

«Sareste dei filibustierivoi?» chiese con voce strozzata.

«Per servirviseñor.»

«Misericordia!... Sono un uomo morto!...»

«Non mi sembraalmeno per ora» disse Carmauxironicamente.

«Chi è il vostro capo?»

«Morgan.»

«L'antico luogotenente del Corsaro Nero!... Il vincitore diPortobello?»

«Lo stesso.»

«Povero me!... Povero me!...» sospirò il disgraziato.

«Oh! Non spaventatevi tantoseñor» disse Carmaux. «Ilcapitano Morgan non ha mai mangiato alcuno e passa per un buon gentiluomo.»

«Sìun gentiluomo che ha fatto massacrare tutti i frati etutte le monache di Portobello.»

«Giàè l'inferno che ci ha vomitati» disse l'amburgheseridendo. «Così almeno dicono i vostri frati.

«Señorlasciate andare le vostre colleree accettate uncrostino. Abbiamo qui un po' di biscottouna bella anitra arrostita ierimattina e anche un paio di bottiglie di vino spagnoloche non varranno meno diquelle del taverniere.

«È poca cosa per un signore pari vostroma per il momentonon abbiamo di meglio da offrirvi.»

Carmaux trasse dalla cassa le provvistene fece tre partiuguali e slegò le braccia al prigionierodicendo:

Don Raffaelea cui la brezza marina aveva messo indosso uncerto appetitopur brontolando e roteando gli occhisi mise a mangiare e nonrifiutò un paio di bicchieri di Porto offertigli con gentilezza un po' ironicada Carmauxné un eccellente sigaro di tabacco di S. Cristoforo regalatoglidall'amburghese.

A mezzodì la baleniera si trovava già nelle acque del golfoCaroformato da una parte dalla costa venezuelana e dall'altra dalla penisoladi Paraguana.

L'amburgheseche teneva sempre il timone e che si regolavasu di una bussola tascabilemise la prora verso il capo Cardonche già sidelineava vagamente sull'orizzonte.

Il golfo era desertopoiché di rado le navi spagnoleardivano spingersi lontane dai porti ben difesise non erano in buon numero eper lo meno scortate da qualche nave d'alto bordoper paura di venire catturatedai terribili corsari della Tortue.

La baleniera continuò tutto il giorno ad inoltrarsi versosettentrionefavorita da una brezza sempre fresca e dalle acque che eranoappena mosse. Nel momento in cui il sole tramontavagiungeva dinanzi alla baiad'Amnayrifugio in quell'epoca affatto disabitato e molto di rado frequentatodalle naviche non vi cercavano un approdo se non in causa di qualcheviolentissima tempesta.

«Ci siamo» disse Carmauxvolgendosi verso don Raffaele.

Il disgraziato piantatoreche dopo la colazione si erachiuso in un ostinato silenziosospirò a lungosenza rispondere.

La scialuppa manovrò per alcuni minuti in mezzo ad alcunecatene di scoglietti a fior d'acquapoi si cacciò arditamente nella baiaallacui estremità si vedevano delle masse oscure sormontate da alte alberature edantenne.

«Che cosa sono? Delle navi?» chiese don Raffaele che erasifatto smorto.

«È la flotta del capitano Morgan» rispose Carmaux.

«Una flotta?»

«Che farà buona prova contro i forti di Maracaybo.»

Dietro una punta rocciosa era comparsa improvvisamente unagrossa fregatache si trovava ancorata dinanzi alle altre naviin modo dasbarrare l'entrata della baia.

«Ohè!» gridò Carmauxfacendo portavoce colle mani.

«Chi vive?» gridò una voce alzatasi sul ponte della nave.

«Fratelli della Costa: Carmaux e Wan Stiller. Calate lascala!»

La baleniera accostò la nave sotto il tribordo e siormeggiò all'estremità della scala di cordache era stata subito gettatadagli uomini di guardia.

«Señorcoraggio» disse Carmauxsciogliendo le corde chestringevano le gambe del piantatore.

«Sìne avrò per morire» disse don Raffaele con vocecupa.

Quantunque si sentisse tremare le gambesi aggrappò allascala e dopo una mezza dozzina di sospirigli uni più profondi degli altrisitrovò sulla nave ammiraglia della flotta corsara.

Alcuni uominiarmati fino ai denti e muniti di lanterneaccorsero subito circondandolo e guardando con viva curiosità.

«Il capitano?» chiese Carmaux.

«È nella sua cabina.»

«Fate chiaro. Veniteseñor e non tremate tanto.»

Prese il piantatore per un braccio eparte spingendolo eparte tirandololo condusse nel quadrointroducendolo in un salotto che erailluminato da una lampada d'argento e che aveva le pareti coperte d'armi dafuoco e da taglio.

Un uomo di mezza etàdi statura piuttosto bassamarobustissimodall'aspetto fierocogli occhi nerissimi e vivacistava sedutodinanzi ad un tavolo tenendo dinanzi a sé delle carte marineche stavaesaminando con profonda attenzione.

Vedendo entrare i due uomini s'alzò quasi di scattochiedendo:

«Che cosa mi portimio bravo Carmaux?»

«Un uomosignoreche potrà dirvi quanto desiderate saperesulla figlia del cavaliere di Ventimiglia.»

Una rapida emozione alterò per un istante i fieri lineamentidel terribile corsaro.

«È làè vero?» chiese a Carmaux.

«Sìcapitano.»

«Nelle mani degli spagnoli?»

«Prigioniera del governatore.»

«GrazieCarmaux: esci e lasciami solo con quest'uomo.»

 

 

Capitolo quarto

 

Morgan

 

Morgandopo la scomparsa del suo comandanteil CorsaroNeronon aveva abbandonato il golfo del Messiconé i filibustieri dellaTortue.

Dotato d'una forza d'animo straordinariad'un coraggio atutta prova e di larghe vedutenon aveva tardato a farsi largo fra i Fratellidella Costai quali si erano ben presto accorti che quell'uomo avrebbe potutocondurli a grandi imprese.

Possessore ancora d'una discreta fortunaraccolti gli avanzidell'equipaggio della Folgoresi era subito messo in mareaccontentandosi dapprima di assalire le navi isolateche commettevanol'imprudenza di solcare senza scortale acque di San Domingo e di Cuba.

Quella crocierapiù pericolosa che fruttiferaduravadaparecchi anni con varia fortunaquando gli venne offerto il comando di unasquadra composta di dodici navi fra grosse e piccolecon un equipaggio disettecento uominiper tentare qualche grossa impresa a danno degli spagnoli.

Morgan non aspettava che l'occasione di aver forzesufficientiper realizzare i suoi grandiosi progetti.

Salpò quindi dalla Tortue annunciando che va ad assalirePuerto del Principeuna delle più ricche e anche delle meglio difese cittàdell'isola di Cuba.

Un prigioniero spagnolo che era a bordo della sua flottaconun coraggio temerario si gettò in acqua eriuscito a prendere terracorse adavvertire il governatore di quella città del pericolo che la minacciava.

Il governatore aveva sottomano ottocento soldativalorosissimi e sapeva di poter contare sulla popolazione.

Marciò sui corsari ed impegnò un disperato combattimentoma dopo quattro ore i suoi soldati volgono in fugalasciando sul campo dibattaglia fra morti e feriti più di tre quarti di loro.

Lo stesso governatore era caduto.

Morganimbaldanzito della vittoriaassaltò la città enonostante la difesa opposta dagli abitantise ne impadronì e la saccheggiòcon poco profitto peròperché gli abitanti avevano avuto tempo di nasconderenei boschi le loro migliori cose.

Saputo da una lettera che era stata intercettatache ungrosso corpo di spagnoli accorreva da Santiago per cacciarli dalla cittàifilibustieri si guastarono col loro capoche accusavano di averli condotti aduna impresa più pericolosa che fruttifera.

Una rissa nata fra i marinai francesi ed inglesicheformavano gli equipaggi fece nascere una viva discordia. I primi si separaronoda Morgan; i secondi inveceche disponevano di otto navigiurarono di seguirloovunque egli volesse condurli.

Si parlava molto in quell'epoca dell'opulenza di Portobellouna delle più belle città dell'America centraleche riceveva tesori immensida Panamama che era anche una delle meglio fortificate e delle meglioguardate.

Nella mente audace di Morgannasce l'idea di piombare suquella città e di tentarne l'espugnazione.

Quel progetto sembrava così temerario che i filibustiericrollarono la testa quando li avvertì del suo disegno.

«Che importa» disse allora il fiero corsaro«se piccoloè il nostro numeroquando grandi sono i nostri cuori?»

Come resistere a quell'uomo? E la squadrafidandonell'abilità del suo ammiraglioveleggiò verso Portobello. Era l'anno 1668.

Morgan approdò di notte a qualche miglio dalla città;lasciò un piccolo numero a guardia dei legni; fece salire il grosso sullescialuppe ed i filibustieri s'accostarono silenziosamente ai forti.

Quattro marinai che servivano da perlustratoris'impadronirono d'una sentinella spagnola e la portano a Morganil qualeriuscì a ottenere le notizie che gli erano necessarie per predisporrel'assalto.

Poi la fece condurre sotto uno dei forti perché invitasse laguarnigione ad arrendersise non voleva essere tagliata a pezzi.

Portobello aveva due castelliritenuti da tuttiinespugnabilipresidiati ognuno da trecento soldati e armati di un buon numerodi cannoni. Morgan assaltò il primodopo un sanguinoso combattimento vipenetrò alla testa dei suoirinchiuse la guarnigione in un recintomise unamiccia al magazzino delle polveri e fece saltare spagnoli e castello insieme!...

Lieti di quel primo ed insperato successoi filibustiericorsero verso la cittàper assalire il secondo ma vennero accolti da un fuococosì terribileche cominciarono a dubitare dell'esito dell'ardita impresa.

Morgan fece uscire dai conventi e dalle chiese tutti i fratie tutte le monache e procuratesi dodici lunghe scaleli obbliga a piantarleessi medesimi nei fossatiservendosi di loro come di baluardo per proteggere ipropri uomini.

Gli spagnolisordi alle grida strazianti dei monaci e dellemonachefermi nel volersi difenderenon cessarono il fuocoe fecero unastrage completa di quei miseri e di quelle disgraziate.

Nondimeno i filibustieri non si perdettero ancora d'animoriuscirono a salire sulle muraallontanando con granate i difensori e siimpadronirono anche del secondo castello.

La lotta non era però ancora finitapoiché un terzo fortedominava la città ed era quello on cui si era rinchiuso il governatore.

Morgan intimò la resapromettendo al presidio salva lavita. L'intimazione ebbe per risposta una salva di cannonate.

I filibustieriche sono ormai risoluti a tuttonon ostantele perdite tremende che subivanoe l'eroica difesa del presidioscalaronoanche quelle mura colla sciabola alla mano eincredibile a dirsiriuscirono aprendere anche il terzo castello. Il governatore e tutti gli ufficiali viavevano lasciata la vita. I superstiti furono risparmiati.

Così in un solo giorno quel terribile corsarosenzaartiglierie e con quattrocento soli uominiriusciva a espugnare una delle piùcospicue città dell'Americache era l'emporio maggiore delle colonie spagnoledopo Panamain fatto di metalli preziosi.

Il bottino fu immenso; eppure Morgan ebbe ancora l'audacia dimandare due prigionieri al presidente dell'Udienza Reale di Panamacoll'incarico di chiedergli cento mila piastre per il riscatto della città!...

Quel presidente aveva millecinquecento uomini. Andò perscacciare i corsari e... fu battuto e costretto a tornarsene sulle rivedell'Oceano Pacifico!... Peròsperando di ricevere nuovi rinforziintimò aMorgan di lasciare la città.

Morgan gli rispose che se non la riscattava l'avrebbeincendiata e avrebbe ucciso tutti i prigionieri. E le centomila piastre furonomandate.

Il riposo non era fatto per l'allievo del Corsaro Nero.

Risvegliatasi in Europa la guerra contro la Spagnanel 1669chiese patente di corso al governatore della Giamaicail quale non solo glielaaccordòma gli offerse anche il comando di un vascello di trentasei cannoniperché assalisse le colonie spagnole.

Morgan andò ad incrociare nelle acque di San Domingocon lasperanza di fare grossi bottinima la nave gli saltò in aria con trecento deisuoi uominied egli si salvò per miracolo.

Il fuoco alle polveri era stato impiccato da alcuni francesiche aveva fatto incatenareperché si erano messi ai servigi della Spagna adanno degl'inglesi.

Avendo però costoro un vascello poderoso come quello che gliera stato affidato dal governatore della GiamaicaMorgan coi marinai superstitise ne impadronì e tornò trionfante alla Tortue per organizzare una grossaspedizione.

Già aveva radunati parecchi legni montati da ben novecentofilibustieri e si preparava a rivolgersi verso le città del Venezuela chepromettevano ricchi saccheggiquando si sparse la voce che la figlia del suoantico capitanodel Corsaro Neroera giunta nelle acque del Golfo del Messicoe che gli spagnoli l'avevano catturataper vendicarsi del male che aveva fattosuo padrediciassette anni primaai possedimenti del grande Carlo V.

Come abbiamo già dettoMorgan non aveva più avuto notiziedel terribile corsaro. Solo aveva molti anni prima ricevuto un anello che recavale armi intrecciate dei signori di Ventimiglia e di Roccabruna e dei duchi diWan Guldlo stemma della donna che amava e solo delle vaghe voci erano giuntea lunghi intervallialla Tortuesparse da filibustieri provenzali e savoiardiche asserivano essersi quell'intrepido gentiluomo ritirato nei suoi castelli delPiemontedopo aver sposata la figlia del suo implacabile nemico.

Un marinaio olandeseche montava la nave catturata daglispagnoli e nella quale si trovava la figlia del Corsaro Nerosfuggitomiracolosamente alla rabbia degli assalitoriaveva portato alla Tortue lanotizia del suo arrivo in America e della sua catturaprovocando una enormesensazione fra i filibustieriche non avevano ancora scordato il fiero cavalierdi Ventimigliache per tanti anni li aveva condotti alla vittoria.

Soprattutto Morganche conservava una vera venerazione peril suo antico capitanoera stato profondamente colpito. Fino allora avevaignorato che il Corsaro Nero avesse avuto dal suo matrimonio una figlia e chefosse morto sulle Alpi in difesa del suo forte Piemonte e dei Duchi Savoiardi.

Fatto cercare il marinaio olandese e avuta la conferma chesulla nave catturata si trovava realmente la figlia del suo capitanoappreseche era stata condotta prigioniera a Maracaybo. Allora non ebbe più che unasola idea: andare a salvarlaa costo di devastare tutte le città spagnole delVenezuela.

La propostafatta ai filibustieri della squadragenteruvida e feroce se vogliamoma di gran cuoreera stata senz'altro accettata ele navi erano salpatemettendo risolutamente la prora al sud.

Disgraziatamente una fiera tempesta le aveva assaliteprimadi avvistare le coste venezuelanedisperdendole in varie direzionie diquindicisolamente otto erano riuscite a rifugiarsi nella baia di Amnay. Di làMorgan aveva inviati Wan Stiller e Carmauxi due marinai fidati del CorsaroNeroa Maracaybo per avere notizie più precise sulla sorte toccata alla figliadel gentiluomo piemontese o perché gli portasse qualche prigioniero che glifornisce più dettagliate informazioni...

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Uscito CarmauxMorgan si era messo ad osservare con un certointeresse il piantatoreche si teneva appoggiato ad una paretepallido come uncencio di bucato e tremante come se avesse la febbre terzana.

«Voi siete?» gli chiese finalmentecon voce secca.

«Don Raffaele Tocuyoseñor capitano.»

«È vero che la figlia del cavaliere di Ventimigliaomeglio del Corsaro Neroè prigioniera a Maracaybo?»

«L'ho udito a raccontare.»

«Dove si trova?»

«Nelle mani del governatore: l'ho già detto ai vostriuomini.»

«Narratemi quanto sapete.»

Il piantatorecon voce tremantenon si fece pregare e gliraccontò quanto aveva già detto ai due filibustieri che lo avevano fattoprigioniero.

«È tutto?» chiese Morganpiantandogli addosso uno sguardoscrutatore.

«Lo giurocapitano.»

«Non sapete dove si trova rinchiusa?»

«Nove lo assicuro» rispose don Raffaeledopo un po' diesitazione che non isfuggì al corsaro.

«Eppure un uomo che frequenta la casa del governatoredovrebbe saperne di più.»

«Non sono il suo confidente.»

«È giovane la figlia del Corsaro?»

«Mi hanno detto che non deve avere più di sedici anni e chesomiglia a suo padre.»

«Di quali forze dispone il governatore di Maracaybo?»

«Ah!... Signore...»

Morgan corrugò la fronte ed un lampo minaccioso brillò neisuoi occhi nerissimi.

«Non sono abituato a ripetere la medesima domanda» dissecon voce breve e tagliente come la lama d'una spada.

Batté le mani e Carmaux e Wan Stillerche dovevano essersimessi di guardia nella corsìafurono pronti ad entrare.

«Conducete sul ponte quest'uomo» disse Morgan.

«Che cosa volete fare di mesignore?» chiese don Raffaelespaventato. «Io sono un povero uomo inoffensivo.»

«Lo saprete subito.»

I due filibustieri lo presero per le braccia e lo condusseroin coperta. Morgan li aveva seguìti.

Gli uomini di guardia vedendo comparire il comandante eranoaccorsi portando parecchie lanterne.

«Un cappio dal pennone d'artimone» disse loro Morganamezza voce.

Un marinaio salì sulle grisellescomparendo in mezzo allavelatura.

«Parlerete ora?» chiese Morganvolgendosi verso ilprigionieroche era stato collocato presso l'albero di mezzana.

Don Raffaele non rispose. Il buon sangue spagnolo si eraridestato in lui e non si sentiva l'animo di commettere un tradimento.

Ad un tratto vacillò e mandò un urlo terribile.

Un gherlino era sceso silenziosamente dall'alto e Carmauxadun cenno di Morganaveva gettato al collo del piantatore il cappiodandogliuna stretta.

«Issa!» gridò Morgan.

«No... no... dirò tutto!» urlò il piantatoreportandosile mani al collo.

«Vedete che ho degli argomenti irresistibili» disse ilcorsaroridendo ironicamente.

«Vi sono seicento soldati» disse don Raffaeleprecipitosamente.

«È vero che il forte della Barra lo si giudicaimprendibile?»

«Così si dice.»

Morgan alzò le spalle.

«Anche quelli di Portobello si ritenevano inespugnabilieppure li abbiamo presi» disse. «Voi mi assicurate che la figlia del cavalierdi Ventimiglia è la?»

«Lo ripeto.»

«Voi tornerete questa notte istessa a Maracaybo con unalettera per il governatore. Badate che io saprò trovarvi e punirvi se noneseguirete ciò che vi dico. Qui una lanterna.»

Strappò da un libbriccino una paginasi levò da una tascauna matitas'appoggiò alla murata e scrisse alcune righe.

«Cacciatevi bene queste parole nel vostro cervello ondepossiate ripeterle al governatorenel caso che smarriste il biglietto» dissepoirivolgendosi a don Raffaele.

 

«Al signor Governatore di Maracaybo.

 

«Vi accordo ventiquattr'ore per mettere in libertà edinviarmi la figlia del cavaliere di Ventimiglia e della duchessa di WanGuldil cui padre fu un tempo governatore di Maracaybo e sudditospagnolo.

«Se non obbeditespianerò la città e se occorreanche quella di Gibraltar.

«Rammentatevi di ciò che hanno saputo fare ifilibustieri guidati dal Corsaro Neroda Pietro l'Olonese e da Michele ilBascodiciott'anni or sono.

Morgan

«Almirante della squadra della Tortue.»

 

«Carmauxfa preparare una scialuppa montata da otto uominied inalberare la bandiera bianca. Condurranno questo señor a Maracaybo.»

«Dobbiamo accompagnarli io e Wan Stiller?»

«Avete bisogno di riposo: restate a bordo. Andate señor ebadate che la vostra pelle è ormai segnata. Sta in voi a salvarla.»

Ciò detto tornò nella sua cabinamentre il poveropiantatore scendeva nella scialuppa che era stata già calata in acqua.

 

 

Capitolo quinto

 

La presa di Maracaybo

 

Le ventiquattro ore erano trascorse senza che notizia alcunafosse giunta alla flotta filibustierache non aveva lasciato il suo ancoraggio;peggio ancoranemmeno la scialuppa aveva fatto ritornoquantunque il mare sifosse mantenuto sempre calmo e il vento non avesse cessato di soffiare.

Una profonda commozione si era impadronita dei cinquecentocorsari che equipaggiavano la flottatemevano che gli spagnoli di Maracaybo nonavessero rispettata la bandiera bianca inalberata sulla scialuppaciò chealtre volte era accaduto.

Anche Morgandi solito così calmocominciava a dar segninon dubbi d'una viva irritazionepasseggiando sulla coperta con passo agitato ela fronte corrugata.

Carmaux e Wan Stiller erano addirittura furiosi. «Sono statipresi ed impiccati» ripeteva il primo. «Non rispettano nemmeno i nostriparlamentari. Eppure siamo belligeranti patentatiessendo la Spagna in guerracolla Francia e coll'Inghilterra.»

«Il capitano li vendicheràamico Carmaux» rispondeval'amburghese.

«Raderemo Maracaybo al suolo. Questa volta non larisparmieremocome quando ci siamo andati col Corsaro Nero e coll'Olonese.»

Altre dodici ore trascorsero in continue impazienze ed inattese vane. Già Morgand'accordo con Pierre le Picard() suo secondo nelcomando della squadrasi accingeva a dare il comando di salpare le àncorequando agli ultimi raggi del sole fu scorto un piccolo canotto indiano montatoda un solo uomo e che arrancava faticosamentecercando d'imboccare la piccolabaia.

Gli fu mandata incontro una scialuppa montata da dodiciuominie venti minuti dopo quell'uomo si trovava a bordo della nave ammiragliadinanzi a Morgan.

Un grido di sorpresa e di rabbia era sfuggito a tutti imarinairiconoscendo in lui uno degli otto filibustieri incaricati di scortareil piantatore.

«Dove sono i tuoi compagni?» chiese Morgandopo d'averlolasciato vuotare una tazza di rumtanto quel povero diavolo appariva sfinitodalla fatica.

«Impiccaticapitano» rispose il filibustiere. «Essipenzolano da sette forche erette sulla Plaza Maior di Maracaybonell'istesso luogo ove diciott'anni or sono fu preso il Corsaro Rossoilfratello del signore di Ventimiglia.»

Un lampo terribile era guizzato negli occhi dell'Almirantedella squadra.

«Impiccati! ...» gridò con voce terribile.

«Per ordine del governatore.»

«Malgrado la bandiera bianca?»

«Che hanno subito stracciata sotto i nostri occhidopoaverci fatti sbarcare e averci accolti come parlamentari.»

«E non vi siete difesi?»

«Ci avevano prima invitati a deporre le armipromettendo dirispettarci come messi di pace.»

«Miserabili!... E perché ti hanno risparmiato?»

«Perché vi recassi la risposta del governatore.»

«L'hai?»

«Eccola» disse il filibustiere levandosi dalla fascia dilana che gli cingeva i fianchiun biglietto.

Morgan se ne impadronì vivamentegettandovi sopra gliocchi.

Non conteneva che due righe:

 

«Aspetto a Maracaybo i filibustieri della Tortue perimpiccarli tutti.

 

Il governatore della piazza».

 

Morgan stracciò con ira il bigliettopoi rivolgendosi almarinaiochiese:

«Ti ha detto nulla della figlia del cavaliere diVentimiglia?»

«Sìche andate a prenderlase ne avete il coraggio.»

«E la prenderemo» rispose Morgan.

Poicon voce tuonantein modo da poter essere udito anchedai marinai delle altre navigridò:

«Si salpino le àncore e si sciolgano le vele. Prima didomani sera Maracaybo sarà nostra.»

Un urlo immensoalzatosi su tutte le navirispose:

«A Maracaybo!... A Maracaybo!...»

Mezz'ora dopo le otto navi lasciavano la baiaveleggiandoverso il golfo. La Folgore - che era la nave di Morgancosì battezzataa ricordo della valorosa nave del Corsaro Nero - apriva la via.

Era la più grossa di tutteuna fregata a tre alberiarmatadi trentasei cannoni di grosso calibrofra cui alcuni pezzi da caccia e montatada ottanta uomini che nulla temevano.

Le altreche erano quasi tutte caravelle predate aglispagnolima armate di numerosi pezzi di cannonedi petriere e di grossespingardela seguivano in una doppia colonnatenendosi ad una distanza dicinque o seicento metri l'una dall'altraonde aver campo sufficiente permanovrare senza correre il pericolo d'investirsi.

Tutte avevano i fanali spenti. Tuttaviaquantunque la lunamancassela notte era abbastanza chiaraessendo l'aria delle regioni tropicalied equatoriali d'una purezza straordinaria.

Morganche si trovava sul ponte di comandoscrutavaattentamente l'orizzonteessendogli stato riferito giorni innanzi che tregrosse navi spagnole avevano lasciati i porti di Cuba per dargli la caccia eassalirlo prima che tentasse qualche altra impresa contro le città delcontinente.

Carmauxche era il suo fidosi trovava con lui escambiavano qualche parola.

«Mi viene però un dubbiocapitano» disse Carmaux.

«E quale?»

«Che il governatoreconoscendo lo scopo della nostraspedizione e sapendoci viciniapprofitti del nostro ritardo per far trasferirealtrove la figlia del signor di Ventimiglia.»

Una ruga profonda si era disegnata sull'ampia fronte diMorgan.

«Se non ritrovassi quella fanciulla» disse con voceminacciosa«non darei una piastra di tutte le pelli degli spagnoli diMaracaybo. Tu sai che so essere gentiluomo come il signor di Ventimiglia; maanche tremendo ed implacabile come Pietro l'Oloneseche fu il più feroce espietato filibustiere della Tortue.»

«Quel cane di governatoreche mi fu dipinto come un uomoavidissimo e che fu un tempo amico intimo del duca Wan Guldil suocero delsignor di Ventimigliasarebbe capace di farla scomparire.»

«Sventura a lui. Come il Corsaro Nero fu implacabile controil ducaio non lo sarò meno col governatore di Maracaybo e lo perseguitereifino alla morte. Ah! Se la figlia del nostro vecchio condottiero ci avesseavvertiti del suo arrivo in Americagli spagnoli non l'avrebbero presa. Tutti ipiù celebri filibustieri della Tortue si sarebbero tenuti onorati di scortarlae di proteggerla. È strano che non si sia ricordata che suo padre contava franoi un numero così immenso di amici e di camerati devoti e che ignorasse chealla Tortue egli possiede ancora una villa e delle piantagioni che io soloamministro da diciassette anni.»

«Forse era sua intenzione di giungere fra noiimprovvisamente esenza l'incontro colla fregata spagnola che ha catturata lanave olandesesarebbe già la regina della Tortue.»

«Ah!... Guarda Carmaux!...»

«Che cosacapitano?»

«Dei fanali laggiù che navigano verso il nord.»

«Che siano i tre vascelli che sono incaricati di darci lacaccia? Ho udito a raccontare che sono navi grossed'alto bordoequipaggiateda biscaglini e capaci d'affrontare una squadra ben più numerosa della nostra.In guardia con quei lupicapitano.»

«Quei fanali vanno verso il settentrionequindi non liincontreremo sulla nostra rotta» rispose Morgan.

«Purché non facciano rotta falsaper poi piombarci allespalle quando saremo impegnati coi cannoni del forte della Barra a Maracaybo»disse Carmaux.

«Giungeranno troppo tardi. Va ad avvertire Pierre le Picarddi stringere contro la costa e fa chiamare in coperta tutti gli uomini.»

Mentre venivano eseguiti i suoi ordiniMorgan seguivaattentamente cogli sguardi i sei punti luminosi che continuavano ad allontanarsidal golfo di Maracayboanziché accorrere in difesa della città. Quando livide scomparire sul fosco orizzonterespirò liberamente e la ruga che sidelineava sulla frontescomparve.

«Se tornerannogiungeranno a cose finite» mormorò.«Quando sorgerà l'albanoi saremo sotto il forte della Barra e vedremo se glispagnoli resisteranno a lungo.»

Le otto navi che formavano la squadra si erano ripiegateverso la costastringendo il vento il più possibile. Già l'isola di Zaparaera in vista sulle sue spiagge non brillava nessun fuoco che annunciasse qualchesorveglianza da parte degli spagnoli.

Mancava qualche ora all'albaquando la squadraancora danessuno avvistataentrava a gonfie vele nella laguna di Maracaybopassando frala penisoletta di Sinamaica e la punta occidentale di Tablayo.

Tutti gli uomini erano già ai loro posti di combattimentodietro le brande accumulate sui bastingaggi o nelle batterie dietro ai pezziedi comandanti sui ponti col portavoce in mano.

«Carmaux» disse Morgan che fissava il forte della Barragià in vista. «Dà ordine ai nostri artiglieri di non far fuocoanche se glispagnoli ci bombardano.

Cominciavano a diradarsi le tenebrequando la squadracomparve improvvisamente nelle acque battute dal fortedisposta su una solalineacolla Folgore nel centro.

L'allarme era stato già dato e l'intera guarnigione erauscita frettolosa dalle casematte per accorrere sugli spalti del castello. Queisoldati dovevano però essere ben sorpresi di vedersi piombare addossoall'improvvisoquella squadra che non era stata fino allora segnalata nemmenodalle caravelle incaricate della vigilanza della bocca della laguna.

Probabilmente il governatorenon credendo alla minaccia diMorgannon si era preso nemmeno il fastidio di avvertire il comandante delforte di prepararsi alla difesa.

Gli spagnoli però non si perdettero d'animo ed accolsero lasquadra con un furioso cannoneggiamentocredendo di affondarla facilmente o perlo meno di costringerla a tornare nel golfo.

Avevano però da fare con gente che non s'inquietava gran chedelle cannonate.

Malgrado quella grandine di pallele navi corsarecontinuavano tranquillamente ad accostarsisenza prendersi la briga dirispondere.

Qualche albero e qualche pennone cadevaqualche murata sisfasciava qualche filibustiere venivano mutilato o fulminato da quelleincessanti scaricheeppure nessuno osava trasgredire l'ordine dato da Morgantanto era ferrea la disciplina che regnava sui vascelli corsari.

Già la Folgore non si trovava che a due gomene dallaspiaggia e si preparava a calare in mare le scialuppequando tutto quel furiosocannoneggiamento come per incanto cessò.

Diradatosi il fumo che ondeggiava sugli spaltigli equipaggicon loro grande stupore non scorsero più nessun uomo dietro alle artiglierie.

«Che cosa vuol dir ciò?» si chiese Morganche non avevaabbandonato per un solo istante il ponte di comando. «Che si arrendano? Eppureritenevano questo forte inespugnabile. Pierre le Picard!...»

Il filibustiere che portava quel nome e checome abbiamodettoaveva il comando in seconda e che godeva fama di essere uno dei piùintrepidi Fratelli della Costalasciò la ribolla del timoneraggiungendo ilcomandante.

«Che cosa ne pensi tu di questo improvviso silenzio?» glichiese Morgan. «Che nasconda qualche sorpresa?»

«Vado ad assicurarmene» rispose il filibustieresenzaesitare. «Datemi quaranta uominitenetene pronti altri cento e do la scalataal forte.»

Le scialuppe erano state già calate in acqua. Ilfilibustiere scelse i suoi uomini e vogò verso terramentre le altre navi sipreparavano a sbarcare parte dei loro equipaggionde appoggiarlonell'ardimentosa impresa.

Morganche temeva una sorpresafa scaricare tutti i venticannoni di tribordotempestando le difese avanzate del castelloma nessunorisposené alcun soldato si mostrò.

I quaranta corsari della Folgoresbarcati a terrapresero ascalare le roccearmati solamente d'una pistola e d'una corta sciabolalottando in celerità per giungere primi. Giunti sotto le mura scagliarono fra imerli alcune granate mandandole a scoppiare al di là delle cintepoi montandogli uni sulle spalle degli altrisi arrampicarono sulla cinta esterna e lascalarono mandando urla terribili.

Non trovano altro che i cannoni e pochi fucili abbandonatidal nemico nella sua precipitosa ritirata. Il presidiocredendo di non poterarrestare i corsari e spaventato dal numero delle navisi era ritiratoprecipitosamente in Maracayboaccontentandosi di mettere una miccia accesa almagazzino delle polveriperché con esse saltassero in aria anche i nemici.

Fortunatamente i corsari non erano ancora entrati nel fortequando lo scoppio avvenne.

Crollarono con immenso fracasso le casemattele merlature eparte delle muraglieaprendo qua e là delle enormi brecciesenza peròdanneggiare l'equipaggio della Folgore.

Udendo quel rombo spaventevole e vedendo innalzarsi quellacolonna di fumoi marinai delle altre navi si erano affrettati a prendere terraper accorrere in aiuto dei loro camerati che credevano di trovare malconci eanche alle prese cogli spagnolie furono invece accolti da altissime grida divittoria.

Morganinformato della ritirata del presidiodecisesenz'altro d'investire la cittàprima che i suoi abitanti potessero rifugiarsinei boschi e mettere in salvo i loro tesori.

Lo scoppio del forte aveva già sparso il terrore fra quelladisgraziata popolazioneche aveva già provati gli orrori del saccheggiocompiuto vent'anni prima dai filibustieri del Corsaro Nerodi Pietro l'Olonesee di Michele il Basco.

Invece di prepararsi alla difesa tutti gli abitanti si eranodati a fuga precipitosa nei boschi viciniportando con sé quanto aveva dimeglioe anche fra i soldati della guarnigione regnava un panicoche lapresenza del governatore e dei suoi ufficiali non bastava a dissipare.

Il nome di Morganl'espugnatore di Portobellofacevatitubare i più vecchi soldatiche pur avevano date tante prove di valore suicampi dell'Europa e che avevano conquistati e rovesciati impericome quellidegli Aztechi nel Messico e degli Incas nel Perù.

I filibustierilasciati pochi uomini a guardia della squadrae saliti sulle scialuppesi accostarono velocemente alle banchine del porto.Morgan era alla loro testa con Pierre le PicardCarmaux e Wan Stiller.

Vedendoli sbarcaregli spagnoliche erano pure in buonnumero e che avevano innalzate frettolosamente delle trinceeavevano aperto unviolentissimo fuoco di moschetteriamentre i due fortini che proteggevano lacittà dal lato di terrafacevano rombare i loro grossi cannoni. Era peròormai troppo tardi per arrestare quei filibustieriche le possenti e numeroseartiglierie del forte della Barra non avevano saputo trattenere né schiacciare.

I bucanieriche si trovavano sempre in buon numero sullenavi corsare e chein quell'epocaerano i migliori bersaglieri del mondoconscariche ben aggiustateavevano ben presto costretto il presidio ad abbandonarele trincee ed a salvarsi con una fuga più che precipitosa.

Dieci minuti dopole bande di Morgan irrompevano nelle viedella disgraziata cittàinvadendo le case e uccidendo senza misericordiaquanti tentavano di opporre resistenza.

 

 

Capitolo sesto

 

Don Raffaele

 

Mentre i filibustieri s'abbandonavano al saccheggioMorgancon una cinquantina dei suoi marinai si era diretto verso il palazzo delgovernodove sperava di sorprendere ancora il governatore e dove supponeva ditrovare qualche resistenza.

Non vi era invece più nessuno. Tutti erano fuggitilasciando il portone spalancato ed il ponte levatoio abbassato.

Solo sette forchedalle quali pendevano i sette corsari cheavevano accompagnato il piantatorefacevano triste mostraproprio nel mezzodell'ampia e deserta piazza.

Nello scorgerliun urlo di rabbia era scoppiato fra ildrappello di Morgan.

«Bruciamo il palazzo del governatore!... Vendettacapitanovendetta!... Trucidiamo tutti!...»

Pierre le Picardche faceva parte del drappellogridò:

«Portate qui due barili di polvere e facciamo saltare ilpalazzo!...»

Già degli uomini stavano per slanciarsi in varie direzioniquando un comando breve ma energico di Morgan li arrestò.

«Sono io che comando qui!... Chi si muove è uomomorto!...»

Il filibustiere si era gettato fra la turba furibondacollaspada nella destra e una pistola nella sinistra.

«Insensati!...» urlò. «Che cosa siamo venuti a far qui? Enon pensate che forse in questo palazzoin qualche antro segreto si trova lafiglia di cavalier di Ventimiglia? Volete ucciderla per una stupida vendetta?»

A quelle parole l'ira furibonda dei filibustieri eraimprovvisamente sbollita. Chi poteva assicurare che il governatoreprima difuggirenon avesse nascosta in qualche sotterraneo la fanciullaper la cuisalvezza avevano tentato quell'ardito colpo di mano?

«Invece di gridare come oche» disse l'almirantedella flotta corsara«cercate di fare quanti prigionieri potete. Qualcunosaprà dirci dove si trova la figlia del Corsaro Nero.

«Questo si chiama parlare d'oro» disse Carmaux che facevaparte del drappello. «Ehiamburghesedove sei?»

«Eccomicompare» rispose Wan Stiller.

«In cacciaamico mio. Cerchiamo di prendere qualche pezzogrosso.»

Mentre Morgan entrava con parecchi dei suoi ufficiali nelpalazzo del governoper frugarlo da cima a fondoe gli altri si disperdevanoin varie direzioni per procurarsi dei prigionieriCarmaux e l'amburghesecheconoscevano sufficientemente la città essendovi stati già due volte colCorsaro Nero molti anni primapresero un viottolo che serpeggiava fra lemuraglie di alcuni giardini.

«Dove mi conduci?» chiese l'amburghesedopo aver percorsoun centinaio di passisenza aver incontrato alcuno. «Non è da questa parteche fuggono gli abitanti.»

«Voglio andare a fare una visita alla taverna El Toro»rispose Carmaux. «Scommetterei una piastra contro un doblone di Spagna chetroveremo qualcuno da quelle parti.»

«I nostri non devono ancora essere giunti fino là.»

«Infatti non odo alcun colpo di fucile echeggiare verso lalaguna.»

«Allunga il passoamburghese.»

I filibustieri della squadrache avevano appena alloracominciato il saccheggiosi trovavano ancora nei sobborghiche si prolungavanodietro il forte della Barra e non erano giunti ancora nel cuore della città.

Da quella parte si udivano clamori spaventevoliseguìti daqualche scarica di fucili e si vedevano alzarsi anche delle colonne di fumo. Neigiardini e nelle case adiacentiregnava invece un silenzio assoluto. Lapopolazione doveva aver approfittato della breve resistenza opposta dalletruppeper sgombrare precipitosamentesalvandosi nei boschi o sulle isoledella laguna.

Carmaux e l'amburghesedi quando in quando scorgevano bensìqualche uomo o qualche donna attraversare velocemente i giardinima non siprendevano la briga di dare loro la caccia.

Correvano da dieci minutiquando si trovarono su unapiazzetta all'estremità della qualedinanzi ad una portapendevano due enormicorna.

«La taverna» disse Carmaux.

«Sìla riconosco dall'insegna» rispose l'amburghese.

«Pare che anche qui tutti abbiano sgombrato.»

«Taci!...»

«Che cos'hai?»

«Qualcuno s'avvicina.»

Presso la taverna s'apriva una via e da quella parte siudivano delle persone avanzarsicorrendo disperatamente.

«Attento amburghese» gridò Carmauxslanciandosi da quellaparte.

Aveva appena raggiunto l'angoloquando un uomo gli cadde frale braccia. Carmaux fu pronto a stringerselo al pettogridandogli con voceminacciosa:

«Arrenditi!...»

Nel medesimo istante otto o dieci negri che correvanoall'impazzatacarichi di pacchi voluminosiurtarono l'amburghese cosìviolentemente da mandarlo a gambe levateprima ancora che avesse potuto alzareil moschetto.

«Tuoni d'Amburgo!...» aveva esclamato Wan Stiller. «Miaccoppano!...»

Udendo quella vocel'uomo che era caduto fra le braccia diCarmaux aveva alzato il capolasciandosi sfuggire subito un grido d'angoscia.

«Sono morto!...»

Carmaux era scoppiato in una risata fragorosa.

«Ah!... Il piantatore!... Che bell'incontro!... Come stateseñor Raffaele?...»

Il disgraziato piantatoresentendosi allentare la strettaaveva fatto due passi indietroripetendo con voce strozzata:

«Sono morto!... Sono morto!...»

«È dunque una vera mania che avete di credervi sempremorto?» chiese Carmaux che non cessava di ridere. «Eppure mi sembra chescoppiate per troppa salute.»

«Toh!» esclamò in quel momento Wan Stillerche si eraalzato. «Chi vedo?... Il piantatore?... Buona presaCarmaux!»

Don Raffaelemuto per il terroreguardava or l'uno orl'altrotirandosi i capelli.

«Ohimè!...» sospirò il piantatore. «Mi impiccherete pervendicare i vostri cameratiche il governatore ha fatto appendere alle forchedella Plaza Mayor

«Non siete stato voi.»

«Lo soperò il vostro comandante potrebbe crederlo.»

«Bah!... Bah!...» fece Carmauxche si divertivaimmensamente e che faceva sforzi sovrumani per conservarsi serio. «Coraggiosignor mio; ecco là Wan Stiller che porta in trionfo quattro bottigliechedevono essere state turate ai tempi di papà Noè. Perbacco!... Che fiuto che haquell'amburghese!... Ha scoperto la cantina di colpo!...»

Carmaux aveva preso per un braccio ben stretto il piantatoreonde non gli scappassequando a breve distanza rimbombarono alcuni colpi diarchibugio e da una via laterale sbucarono a corsa sfrenata parecchi abitantiche portavano sulle spalle dei grossi involti contenenti probabilmente le loroultime ricchezze.

«Misericordia!...» esclamò il piantatore. «Ciuccidono!...»

«Ragione di più per rifugiarci nella taverna» disseCarmaux. «Non si sa mai!... Una palla può deviare e fare scoppiare anche lavostra pancia.»

Lo spinse violentemente entro la tavernadove l'amburghesestava decapitandocolla sua corta sciabolale quattro bottiglie.

La sala era desertama tutto era sotto sopra. La grandetavola dove avevano combattuto i galli giaceva colle gambe all'ariai tavolinierano addossati alla rinfusa contro le pareti; gli sgabelli ingombravano ilpavimento assieme a vasi e bottiglie infrante.

Pareva che il proprietarioprima di fuggireavesse cercatodi spezzare quanto non aveva potuto portare con sé.

«Purché sia rimasta salva la cantinapoco importa» disseCarmaux. «È cosìamburghese?»

«Vero Alicante» rispose Wan Stillerfacendo schioccare lalingua da buon intenditore. «È proprio di quello che abbiamo bevuto la seradel combattimento dei gatti.

«Bada che gli altri non vengano a vuotarceleperché non hotrovate che queste bottiglie. Quel mascalzone di taverniere ha fracassato tuttonella cantina. Imbecille!»

Riempì un bicchiere trovato per miracolo ancora intatto e looffrì al piantatoredicendogli:

«Elisir di lunga vitasignor spagnolo. È di quellove nericordate?»

Don Raffaeleche si sentiva tremare le gambelo vuotò d'unfiato borbottando un grazie.

«Un altro» disse Carmauxmentre l'amburghese si mettevaalle labbra una delle quattro bottiglie.

«Volete ubriacarmi una seconda volta per poi impiccarmi?»chiese don Raffaele.

«Ve l'ha detto qualcuno che il capitano Morgan ha decretatola vostra morte?» chiese Carmauxcon voce grave.

«Sono un moribondodunque?» urlò don Raffaelediventandolivido. «Vuole vendicare su di me la morte dei suoi sette marinai?»

Carmaux lo guardò per qualche istante in silenzioaggrottando a più riprese la frontepoi disse:

«Sta in voi salvarvi.»

«Che cosa devo fare? Ditemelo! Io sono riccoposso pagareun grosso riscatto al vostro capitano...»

«Quello lo pagherete a noimio caro signore» disseCarmaux«essendo stati noi a farvi prigioniero; ma per ora non è questione didanarobensì di pelle.»

«Spiegatevi meglio» disse don Raffaeleche cominciava arespirare più liberamente. «Non ho alcun desiderio di ballare un fandangoall'estremità d'una corda.»

«Allora rispondete e pesate bene le vostre parole» disseCarmauxche tutto d'un tratto era diventato minaccioso. «Dove è statanascosta la signora di Ventimiglia?»

«Come!» esclamò il piantatorefacendo un gesto disorpresa. «Non l'avete ancora trovata?»

«No.»

«Eppure io non l'ho veduta a fuggire col governatore.»

«Ah! Ha preso il largo quel brav'uomo!» esclamò WanStiller con voce ironica.

«Assieme ai suoi ufficiali e su buoni cavalli» rispose donRaffaele. «A quest'ora deve essere ben lontano e sarete ben bravi se riusciretea raggiungerlo.»

«E non vi era con lui la figlia del Corsaro Nero?»

«No.»

«Don Raffaele!» gridò Carmauxpicchiando sulla tavola unpugno così formidabile da far saltare le bottiglie. «Badate che giuocate lavostra vita.»

«Lo so ed è per questo che io non cercherò d'ingannarvi.»

«Allora si trova ancora qui?»

«Ne sono più che certo.»

«O che sia stata uccisa?» chiese Carmaux impallidendo.

«Non credoche il governatore abbia avuto il coraggio dilordarsi le mani del proprio sangue.»

«Che cosa dite?» chiesero ad una voce i due filibustieri.

Il piantatore si morse le labbra come se si fosse pentito diessersi lasciate sfuggire quelle parolepoi alzando le spalle disse:

«Io non ho giurato di mantenere il segreto e poi la mia vitasi trova nelle vostre mani ed io ho il diritto di difenderla come meglioposso.»

Carmaux tracannò un sorso d'Alicantepoi incrociando lebraccia e piantando gli occhi in viso al piantatoredisse:

«Don Raffaelespiattellate. Di quale sangue parlavate?»

«Avrete la pazienza di ascoltarmi?»

Carmaux stava per risponderequando alcuni colpi di fucilerimbombarono sulla piazza e parecchie persone passarono correndo dinanzi allatavernagettandosi verso le vicine ortaglie.

Cinque o sei filibustieriche avevano in mano gli archibugiancora fumantivedendo l'insegna del Torosi erano affacciati alla porta dellatavernaurlando:

«Una cantina! Hurrà! Buchiamo le botti!»

Carmaux si slanciò verso di loro coll'archibugio in manogridando:

«Indietrocamerati!»

«Toh!» esclamò uno di quei corsari. «I dueinseparabili!... Volete bere tutto voi?... Satanasso!... Lo spagnolo che hafatto impiccare i nostri compagni!... Abbruciamolo vivo!...»

«È nostro prigioniero» gridò Carmaux.

«Fosse anche del diavoloio non me ne andrò se prima nongli avrò bucato il ventre» disse un altro corsaro. «Largocamerata!Quell'uomo appartiene alla giustizia dei Fratelli della Costa.»

Il povero don Raffaeleche era diventato paonazzo dalterroresi era rifugiato dietro la tavolacercando di farsi più piccino chepoteva.

«Levatevi dai piedi!» urlò Carmauxpuntando risolutamentel'archibugio verso i filibustieri che si spingevano l'un l'altro per entrare.«Quest'uomo è una preda dell'almirante

Udendo quelle parolei corsari si arrestarono titubantipoivolsero le spalle allontanandosi di corsatanto era il terrore che esercitavaMorgan anche su quell'accozzaglia di scorridori del mareche pur nonriconoscevano né legginé governo.

«Parlateora» disse Carmauxtornando verso il piantatore.«Nessuno verrà più a disturbarci.»

Don Raffaele bevette d'un fiato un bicchiere d'Alicanteperriprendere coraggiopoi disse:

«L'istoria che io sto per narrarvi è un segreto che solopochissimi spagnoli conoscono e che voi ignorate. Vorrei però sapereprima dicominciarlaquale causa dell'odio implacabile che regnava fra il Corsaro Nerosignor di Ventimigliaed il duca Wan Guldun tempo governatore di questacittà.

«Voi che siete stati marinai e forse confidenti delterribile corsaroche tanto male ha recato alle nostre coloniedovete sapernequalche cosa e ciò schiarirebbe forse l'odio che il governatore attuale nutreora per la giovine figlia di quello scorridore del mare.»

«Come!» esclamò Carmaux. «Il governatore odia la figliadel Corsaro Nero? Non è dunque solo l'interesse che lo ha spinto a farlaprigioniera?»

«Noè odio di sangue» disse don Raffaelecon voce grave.«Se il duca è morto ha lasciato un vendicatore che non sarà meno implacabiledi lui.»

«Che cosa mi narrate voi?» disse Carmauxspaventato.

«Rispondete alla domanda che vi ho fattapoi io mispiegherò meglio.»

 

 

Capitolo settimo

 

Il monastero dei Carmelitani

 

Carmauxche pareva in preda ad una vivissima agitazionestette qualche istante silenzioso guardando il piantatorepoi disse:

«L'odio fra il Corsaro Nero ed il duca di Wan Guld risalecirca a venticinque anni fa e non ebbe principio in Americabensì nelleFiandre. I signori di Ventimiglia erano allora in quattro fratelli ecombattevano fra le truppe dei duchi di Savoiaalleati della Franciacontro laSpagna. Belli tuttivalorosiaudacigodevano fama d'essere i più nobiligentiluomini del Piemonte. Un giorno essi vennero assediati in una roccafiamminga da un numero strabocchevole di spagnoliassieme al loro reggimentoche era comandato dal duca di Wan Guld. Resistevano tenacemente da alcunesettimanecombattendo come leoniquando una notte il nemico entrava nellarocca a tradimento e se ne impossessavadopo d'aver ucciso uno dei quattrofratelli che era accorso a contrastargli il passo. Un uomo aveva venduta larocca ed aveva aperte le porte: quel miserabile era il duca di Wan Guld.»

«Avevo udito a parlare vagamente di quella storia» dissedon Raffaele. «Continuate.»

«Il ducaper sfuggire all'ira dei signori di Ventimigliaaveva chiesto al governo spagnolo un posto nelle colonie dell'America ed erastato nominato governatore di questa città.»

«Era il prezzo del tradimento» disse l'amburghesepicchiando il pugno sulla tavola.

«Il duca» proseguì Carmaux«credeva di essere statodimenticato dai signori di Ventimigliama s'ingannava. Non erano ancoratrascorsi sei mesi da che aveva assunto il suo postoquando comparvero allaTortue tre navimontate dai tre fratelli piemontesi. Erano il Corsaro NeroilVerde ed il Rossoi quali avevano giurato di non lasciar più pace al traditoree di vendicare il fratello assassinato nella rocca.»

«Conosco il seguito» disse don Raffaele. «Dopo varievicendeil duca riusciva a catturare ed impiccare il Corsaro Verde e poi ilRossomentre il Nerosenza saperlos'innamorava della figlia del suo mortalenemicoche egli credeva fosse una principessa fiamminga.»

«Sìè così» rispose Carmaux. «E quando il CorsaroNeroche aveva giuratosui cadaveri dei fratellidi sterminare senzamisericordia tutti coloro che portavano il nome del traditoreseppe che lafanciulla che amava era la figlia del ducapur piangendol'abbandonò sola frale onde in una scialuppaquando la tempesta stava per scoppiare sul golfo delMessico. Dio però vegliava sulla fanciulla e la scialuppainvece di venireassorbita dai gorghiandava a naufragare sulle coste meridionali della Floridaabitate da una tribù di Caraibii qualisedotti dalla bellezza meravigliosadella naufragainvece di divorarla la proclamarono la loro regina.»

«Ed il Corsaro uccise il ducaè vero?» chiese donRaffaele.

«Noperché venuti all'abbordaggio alcuni mesi dopoappunto nelle acque della Floridail vecchio traditorepiuttosto di caderevivo nelle mani del suo nemicodava fuoco alle polveri inabissandosi collapropria nave fra i baratri del Golfo del Messico.»

«Il Corsaro era già a bordo di quella nave?»

«Sìe anche noi» disse Carmaux«avevamo già espugnatoil vascello del ducaquando l'esplosione ci scaraventò in mare assieme alCorsaro. Salvatici su alcuni rottamiper una fortunata combinazionedue giornidopo approdavamo sulle coste della Floridadove venivamo fatti prigionieri daisudditi della duchessala regina dei Caraibi. Se non ci mangiarono fu perchéla figlia di Wan Guld ci aveva riconosciuti a tempo e perché non si era spentaancora in lei l'affezione profonda che nutriva per il Corsaro.»

«E non si vendicò?» chiese don Raffaele.

«Tutt'altroperché una sera s'imbarcarono insieme su unascialuppa e per molti anni non si seppe più nulla di loro. Più tardi unfilibustiere italiano ci narrò come il Corsaro e la giovane duchessa eranostati raccolti al largo da una nave inglese in rotta per l'Europa e condotti inPiemontedove si erano sposati.

«La loro felicitàcome forse avrete saputo anche voifubreve. Dieci mesi dopola duchessa moriva dando alla luce una bambina e l'annoseguente il Corsaroche non poteva rassegnarsi alla perdita della sua compagnasi faceva uccidere sulle Alpicombattendo contro i francesi che avevano invasala Savoia e che minacciavano il Piemonte.»

«Sìè così» disse don Raffaele. «Il governatore diMaracaybo era stato esattamente informato.»

«Perché s'interessava tanto del Corsaro?» chiese Carmauxcon sorpresa.

«Perché aveva ricevuto da suo padre una terribilemissione.»

«Quale?»

«Di vendicarlo.»

«Ma chi era dunque suo padre?»

«Il duca di Wan Guld.»

Un grido di stupore era sfuggito dalle labbra di Carmaux e diWan Stiller. Entrambi erano balzati in piediin preda ad una vivissimaagitazione.

«Il duca ha lasciato un figlio!» avevano esclamato.

«Sìun figlio avuto da una marchesa messicana ed a cui fuimposto il nome di conte di Medina e Torres; non potendo assumere quello delpadre.»

«Ed è lui il governatore di Maracaybo?» chiese Carmaux.

«Sìfu lui a far prigioniera Jolanda di Ventimiglialafiglia del Corsaro Nero.» disse il piantatore «Dai suoi agentiche avevamandati in Italia per spiare il Corsaro epossibilmenteanche per ucciderlociò che sarebbe certo a quest'ora avvenutoegli seppe che la giovane si eraimbarcata su una nave olandese in rotta per l'Americaonde entrare in possessodei beni immensi lasciati dal duca».

«Mandò due navi poderose furono mandate a sorvegliare ipassi delle Antillecoll'incarico di catturare il veliero olandesetemendo ilconte di Medina che la figlia del Corsaro si recasse prima alla Tortue achiedere l'appoggio dei filibustieriper riavere i beni che il governospagnolodietro istigazione del governatore di Maracayboaveva sequestrati.»

«E perché li aveva sequestrati?»

«Per vendicarsi del male che aveva fatto il Corsaro Neroalle colonie spagnole» disse don Raffaele.

«E chi amministra quei beni?» chiese Carmaux.

«Il bastardo del ducail quale finirà poi pertrattenerseli; e quei possessise non lo sapetevalgono una decina dimilioni.»

«E non li ha mai reclamati la duchessa di Wan Guldlamoglie del Corsaro?»

«Certoma senza risultato.»

«Per cento milioni di aringhe salate!» esclamò Carmaux.«Ora comprendoun po' meglio di primaperché quel briccone di governatore citeneva a fermare la figlia del Corsaro ed averla nelle sue mani. Mio caro donRaffaeleecco una bella occasione per salvare la vostra pelle e anche le vostresostanze. M'impegno io di farvele rispettare dai miei cameratima bisogna chevoi ci fate trovare la fanciulla. «Se il governatore non l'ha condotta consé...»

«Di questo son certo» disse il piantatore.

«Allora deve essere ancora qui. Dove? A voi il dircelo.»

Don Raffaele era rimasto silenziosocolla fronte stretta frale manicome se pensasse profondamente. Ad un tratto si alzò dicendo:

«Sìnon può essere stata affidata che al capitanoValera.»

«Chi è costui?» chiese Carmaux.

«Un intimo amico del conte di Medina e un po' anche la suaanima dannata.»

«Dove abita?»

«Nel convento dei Carmelitani.»

«Non sarà fuggito?»

«Si sarà invece nascosto nei sotterranei che sono immensi eche si dice comunichino colla laguna.»

«Che uomo è?»

«Un valorosocapace di difendere a lungo la predaaffidatagli.»

«Non perdiamo tempo» disse Carmaux. «Se i sotterraneicomunicano col lagoquel furfante potrebbe questa sera prendere il largo collafanciulla.»

«Avvertiamo il capitano» disse Wan Stiller.

«E prendete con voi degli altri uomini» disse don Raffaele.

«Siamo già in troppi noi due» rispose Carmaux. «Sappiamomaneggiare la spada come veri gentiluominiè vero Wan Stiller?»

«Siamo allievi del Corsaro Nerola prima e la più famosalama della Tortue» rispose l'amburghese.

«Su in cammino» disse Carmaux.

Vuotarono l'ultima bottiglia e uscirono.

Due filibustieri carichi di vasi di argento e di arredisacriche avevano probabilmente rubati in qualche chiesa vicinapassavano inquel momento dinanzi alla taverna.

«Ohecamerati» gridò loro Carmaux. «Avvertite senzaritardo il capitano Morgan che siamo sulle tracce della figlia del Corsaro Neroe che non s'inquieti se tarderemo a tornare.»

«Buona fortunaCarmaux» risposero i due corsariallontanandosi velocemente.

«Guidateci don Raffaele e non dimenticatevi che la vostravita sta nelle mani della signora di Ventimiglia.»

«Lo so» rispose il piantatorecon un sospiro che venivaproprio dal cuore«e farò il possibile per salvarla.»

Si diresse verso una viuzza che doveva essere qualchescorciatoiaaperta fra una piantagione d'indaco e di canne da zuccherofacendosegno ai due filibustieri di seguirlo.

Dopo aver percorsi parecchi viottoli che separavano le ultimecase della città dalle piantagioni e dalla lagunadon Raffaele si arrestòdinanzi ad un vecchio palazzo annerito dal tempo e che era sormontato da duetorrette munite di campane.

«Il convento dei Carmelitani» disse.

«Sembra che sia stato lasciato dai suoi abitanti» disseCarmauxche aveva osservato che la porta era aperta.

«Tutti sono fuggiti. Voi sapete che i corsari inglesi nonrisparmiano i nostri frati.»

«È vero» rispose Wan Stiller.

«Entriamo?» chiese il piantatore.

«Perbacco!» esclamò Carmaux. «Voglio vedere quel bravocapitanose ci sarà ancora.»

«Sono certo che non è fuggito.»

Spinsero la porta ferrata che era socchiusa e si trovarono inuna sala vastissimain una specie di chiesa con alcuni altari e molte torce.

Quantunque i filibustieri di Morgan non fossero giunti finolàvi regnava un gran disordine. Banchi e sedie erano stati gettati sossopra;gli altari erano stati frettolosamente spogliati di quanto avevano di piùprezioso ed in terra si vedevano quadri d'immagini sacre e crocifissi.

«È vasto questo monastero?» chiese Carmaux.

«Assai» rispose don Raffaele. «Ritengo però inutilefrugare le sale e le celle. Se il capitano si trova ancora quisi sarànascosto nei sotterranei.»

«Dove si trovano?»

Don Raffaele indicò un angolo della chiesa:

«Sotto quella pietra.»

«Che abbia dei compagni il vostro capitano?»

«Lo ignoro.»

«Ah! diavolo!» esclamò Carmaux. «Forse siamo statiimprudenti a non prendere con noi un rinforzo! Che cosa ne diciamburghese?»

«Dico che siamo solidi e ben armati» rispose Wan Stiller«e che non è questo il momento di rimandare l'impresa.»

«Tu parli come un libro stampatocompare. Giacché abbiamocominciatochecché debba succederedobbiamo condurlo a termine.»

Raccolse da terra un grosso cerosubito imitatodall'amburghesel'accese e si diresse verso l'angolo indicato dal piantatore.

«Sperodon Raffaele» disse«che non ci attirerete inqualche agguato. Io andrò innanzima il mio compagno vi terrà dietro collaspada in mano e vi avverto che quando vibra un colpo inchioda un uomo come unoscarafaggio.»

Il piantatore fece un cenno affermativo col capo e siasciugò il sudore che gli bagnava la fronte.

Entro una specie di nicchia si vedeva una pietra circolarefornita d'un anello di ferroche pareva l'ingresso di una tomba. Ed infatti sivedevano delle lettere incise sulla lastra e anche uno stemmache rappresentavadue leoni rampanti su una fascia diagonale.

«Qui» disse il piantatore con voce soffocata.

Carmaux passò la canna dell'archibugio nell'anello e aiutatodall'amburghese levò e rovesciò la pietra.

Un tanfo di muffa e d'aria corrotta sfuggì dal forofacendoindietreggiare i due corsari.

«Un rifugio punto profumato» disse Carmaux. «Possibile chequel capitano si sia rifugiato qui dentro?»

«Sì» disse il piantatore.

«Da chi lo avete saputo voi?»

«Dal governatore e dal padre superiore del monastero.»

«Sapete molte cose voidon Raffaele. È stata una verafortuna l'avervi incontrato quella sera del combattimento dei galli.»

«O una disgrazia?»

«Per voi forsenon certo per noi» disse Carmaux ridendo.«Orsù scendiamo.»

Una scaletta di pietra a chiocciola conduceva nei sotterraneidel monastero. Carmaux snudò la spadaaccese anche la torcia dell'amburghesepoi scese coraggiosamentebadando dove metteva il piede.

Don Raffaele lo seguiva brontolando; Wan Stiller veniva perultimo col moschetto armato.

Dopo quindici gradinii due filibustieri ed il piantatore sitrovarono in una specie di criptasulle cui paretisemi-muratesi vedevanodei feretri di pietra con degli stemmi e delle iscrizioni.

«Sono i sepolcri del monastero?» chiese Carmauxfacendouna smorfia.

«Sì» rispose don Raffaele.

«Il luogo è veramente poco allegro. Dove andiamo ora?»

«Entrate in quella galleria; conducene sono certoalrifugio del capitano Valera.»

«Sarà solo colla figlia del Corsaro Nero?»

«Io non posso saperlove lo dissi già.»

«Andiamocompare» disse Carmauxvolgendosi versol'amburghese. «Non voglio che quest'uomo creda che noi abbiamo paura.»

Alzò la torcia per meglio vedere dove metteva i piedi es'inoltrò risolutamente nel corridoiotenendo la punta della spada dirittainnanzi a sé. Anche in quel corridoio si vedevano numerose tombe e anche deimonumentirappresentanti per lo più dei cavalieri spagnoli con corazzespadeed elmetti.

Dopo qualche minuto giunsero dinanzi ad un cancello di ferrosemiarruginitoche non era chiuso.

Al di là si vedeva una seconda cripta e all'estremitàCarmaux e Wan Stiller scorserocon viva gioiauna sottile striscia di luce chesi proiettava dall'umido e nero pavimento del sotterraneo.

«Ci siamo» mormorò Carmauxspegnendo rapidamente le duetorce.

«Ho mantenuta la mia promessa?» chiese don Raffaele.

«Da gentiluomo» rispose Carmaux. «È ben là che noitroveremo la figlia del Corsaro Nero?»

«Ne son certo.»

«Le hanno scelta una ben brutta prigione.»

«Bisognava sottrarla alle vostre ricerche.»

«Compare Wan Stillerpreparati a battagliare» disseCarmaux. «Il capitano non si arrenderà senza lotta.»

«Di questo non ne dubito» disse don Raffaele. «È unvaloroso.»

S'avvicinarono cautamente a quella striscia di luce es'accorsero che sfuggiva al disotto di una porta.

Carmaux accostò un occhio alla toppa che era abbastanzalarga e guardò attentamenterattenendo il respiro.

Al di làvi era una stanza piuttosto vastacolle pareticoperte da tavoloni di legno e arredata semplicementenon essendovi che alcuniscaffali e delle vecchie poltrone a bracciuoli in pelle di Cordova. Due uoministavano seduti dinanzi ad una tavola che si trovava nel mezzo e parevano intentia finire una partita agli scacchi.

Uno aveva l'aspetto d'un gentiluomo e indossava anchel'elegante costume dei ricchi spagnolil'altro sembrava un soldatoavendoindosso la corazza ed in testa un mezzo elmetto d'acciaio con una piuma.

«Non sono che due» disse Carmaux sottovocevolgendosiverso l'amburghese.

«È aperta la porta?»

«Mi sembra.»

«Spingi ed entriamo. E le torce?»

«La stanza è illuminata e non ne avremo bisogno.»

«Avanti dunque.»

Carmaux spinse violentemente la portache non doveva esserestata assicurata internamente e s'inoltrò colla spada in pugnodicendo convoce un po' ironica: «Buona serasignori!...»

 

 

Capitolo ottavo

 

Un duello terribile

 

I due giuocatorivedendo entrare quei tre personaggidi cuidue armati di spada e d'archibugiobalzarono rapidamente in piediallontanandole sedie.

Colui che pareva un gentiluomoera di statura piuttostoaltamagro come un biscaglinocolle gambe e le braccia estremamente lunghe epoteva avere una quarantina d'anni.

Il suo voltodai lineamenti duriangolosicon due occhigrigi dal lampo vividonon era affatto piacevole.

L'altroche doveva essere un soldatoera invece piuttostotozzobasso di statura ed abbronzato come un indiano o per lo meno come unmeticcio.

Aveva gli occhi nerissimi invece ed i lineamenti assai menoduri del compagnoquantunque avesse nell'insieme qualche cosa che ricordava ilmuso astuto e feroce del coguaro.

«Chi è di voi che si chiama il capitano Valera?» chieseCarmaux sempre ironicoscoprendosi con finta cortesia il capo.

«Sono io» rispose l'uomo magro squadrandolo dal capo allepiante. «E voi chi siete?»

«Vi preme saperlo?»

«Certoprima di cacciarvi di qui a calci.»

«Ah!... È una cosa un po' difficilemio signore» disse ilfilibustiere ridendo. «Ho dunque l'onore di dirvi che noi siamo due corsariagli ordini del capitano Morgan.»

Una bestemmia era sfuggita dalle labbra dello spagnolo.

«Chi vi ha guidati qui?»

Carmaux aveva gettato un rapido sguardo verso la porta e nonvide che l'amburghese. Il prudente don Raffaele non aveva osato compariredinanzi al capitanoche probabilmente lo conosceva.

«Siamo venuti di nostra iniziativa» disseritenendoinutile compromettere il piantatore.

«E che cosa volete?»

«Null'altro che la restituzione della signora diVentimigliache il conte di Medina vi ha affidata.»

«Chi ve lo disse?» gridò il capitanosfoderandorapidamente la spada.

«Adagio colle armi» disse Carmauxfacendo due passiinnanzimentre l'amburghese alzava l'archibugio.

«Ci minacciate?»

«Siamo gente di guerramio caro signore. Basta! Abbiamochiacchierato abbastanza e non abbiamo tempo da perdere. Consegnateci la figliadel Corsaro Nero.»

«Alcazara me!» urlò il capitano. «Cacciamo questigaglioffi.»

Il soldato era già balzato innanzi snudando la spadae conun urto improvviso aveva rovesciata la tavolagettando a terra il candeliere.

Wan Stiller aveva fatto fuoco sul capitanoma in causadell'improvvisa oscurità aveva mancato il colpo.

«Mano alla spadacompare!» urlò Carmaux. «Ci piombanoaddosso.

«Don Raffaeleaccendete una torcia!»

Nessuno rispose.

«Tuoni d'Amburgo!» gridò Wan Stillerindietreggiandoverso la portae menando colpi all'impazzata per impedire ai due spagnoli diaccostarsi. «Il piantatore è scappato come una lepre!...»

«Tieni testa tu per qualche minuto?»

«Sìcompare.»

Carmauxindietreggiandoaveva ritrovata la porta. Avendolasciate le due torce nel corridoioappoggiate alla paretes'avanzò a tentoniper ritrovarle ed accenderleavendo con sé l'acciarino e l'esca.

L'amburgheseche non correva più il pericolo di venirecolpito dal compagnotirava stoccate in tutte le direzioni e si copriva conmulinelli fulmineiurlando a squarciagola.

«Avantise l'osate!... Prendete questacapitano!... A tesoldataccioche tremi come un coniglio!... Tuoni d'Amburgo!... Vi faccio incinquemila pezzi!...»

I due spagnolitrincerati dietro la tavolatiravanoanch'essi colpi all'impazzataper tener lontani gli avversarie non facevanomeno fracasso gridando:

«Ladri!...»

«Assassini!...»

«Fuori di quibricconi!...»

«Volete la figlia del Corsaro? Eccola colla puntad'acciaio.»

Mentre i tre uomini battagliavano contro le tenebresenzaosare fare un passo innanziCarmaux trovò finalmente le torcema non ilpiantatoreil quale aveva approfittato per darsela a gambe. Carmaux ne acceseuna.

«Vedremo ora come se la caveranno» disse.

Spalancò la porta e si precipitò nella sala sotterraneaurlando:

«Giù le armi o vi uccidiamo!»

Invece di abbassare le spadei due spagnoli si posero inguardiagridando:

«Avanzatevise l'osate!»

Carmaux piantò la torcia in una fessura del pavimentoe sifece innanzidicendo:

«A te il soldatoa me il capitano.»

«Sì» rispose l'amburghese.

Prima però d'incrociare la lamaCarmaux fece un ultimotentativo.

«Siamo allievi del Corsaro Neroche fu il più formidabilespadaccino della Tortue» disse. «Noi vi uccidiamoquesto è certo. Voletearrendervi e consegnarci la signora di Ventimiglia?»

«Il capitano Valera non si arrende ad un mascalzone parituo» rispose lo spagnolo. «Vedrai come ti scucirò il ventre.»

«Tuoni dell'aria!... A noi due!...»

Carmaux con un salto si era gettato verso la tavoladietrola quale si tenevano i due spagnoli ed aveva incrociata la spada col capitano.

Wan Stillerdal canto suo aveva girato l'ostacolopiombandoaddosso al soldatoil quale era stato costretto a lasciare il riparo per nonfarsi prendere alle spalle.

I quattro duellanti mostravano di conoscere a fondo tutte lesottigliezze della scherma e di essere spadaccini di vaglia.

I due corsari peròavendo fatte le loro prime armi sotto ilCorsaro Neroche fu il più famoso schermitore del suo tempofino dai primicolpi avevano gettato un po' di timore negli animi dei due spagnolii quali sierano illusi di sbrigare presto la partitanon essendo generalmente ifilibustieri che dei bravi tiratori d'archibugio.

Carmaux incalzava furiosamente il capitanosenza concedergliun istante di tregua. L'aveva costretto a lasciare il riparo ed a rompere tre oquattro volteed ora combattevano presso un angolo della sala.

Wan Stiller tempestava il soldato di botte. Già due voltel'aveva toccatoma avendo lo spagnolo il petto coperto dalla corazzanon neaveva avuto alcun danno.

Si capiva però che il suo avversarioassai meno destro delcapitanonon poteva durarla a lungo e si vedeva che si esauriva rapidamentevibrando stoccate inutili.

«Ti arrendi?» chiese ad un certo momento l'amburgheseaccorgendosi che non parava più colla rapidità di prima.

«Mai» rispose il soldato. «I Bardabo muoionoma non siarrendono.»

«Non vedi che sto per uccidertie che non ne puoi più?»

«Allora prendi questa!»

Il soldato che si trovava quasi addosso al murocon unoscatto improvviso si era gettato sull'amburghese ementre gl'impegnava la spadaguardia contro guardiaaveva allungata una gambatentando di dargli unosgambetto e di farlo cadere.

«Ah!... Traditore!...» urlò l'amburghese. «Non è lealeciò. Muori dunque!...»

Si gettò bruscamente da una parte per disimpegnare meglio lalamapoi andò a fondospingendo il ferro con velocità fulminea.

La puntaentrata sotto l'ascella destra del soldatoche lacorazza non difendevaera scomparsa nel corpo del disgraziato.

«Toccato» brontolò lo spagnolocon voce semi-spenta.

Si appoggiò alla paretelasciandosi sfuggire la spadastravolse gli occhimormorò qualche parolapoi stramazzò al suolo vomitandosangue.

«L'hai voluto» disse l'amburghese.

Poi si slanciò verso Carmauxdicendo:

«Vengo in tuo aiutocompare.»

Il capitano teneva ancora testa al filibustierema sitrovava quasi addosso al muro e appariva assai affaticato.

Aveva passata la spada dalla destra alla sinistrapercercare di imbrogliare vieppiù Carmauxil qualenon essendo mancinonondoveva trovare quel cambiamento di suo gusto.

«Pensate anche a me» disse Wan Stillerpiombandogliaddosso.

«Nocomparenon sarebbe leale» disse Carmaux. «Lascia ame sbrigare la faccenda.»

Il capitanoudendo quelle parole aveva fatto un ultimo saltoindietro ed aveva abbassata la spada.

«Vi credevo un ladrone del mare» disse«capace diassassinarmi anche a tradimentoe ritrovo invece in voi un gentiluomo. Alvostro postoun altro non avrebbe rifiutato il concorso d'un compagno.»

«Il Corsaro Nero mi ha insegnato a essere leale» risposeCarmaux. «Vi arrendete?»

Il capitano prese la spada con ambe le manil'appoggiò suun ginocchio e la spezzò in duedicendo:

«Sono vostro prigioniero.»

«Non sappiamo che cosa farne dei prigionieri» risposeCarmaux. «Morgan a quest'ora ne ha perfino troppi. Noi siamo venuti qui acercare la figlia del Corsaro Nero»

«Mi è stata affidata dal governatore e senza un suo ordineio non posso cederla.»

«È fuggito dopo le prime cannonate e non sappiamo dove sia.Quindi non potrebbein questo momentodarvi il permesso.»

«È presa adunque la città?»

«È in nostra mano da tre ore.»

«Allorasignoriogni resistenza da parte mia sarebbeinutileda che tutti sono fuggiticompreso il governatore.»

«Dov'è la signorina di Ventimiglia?»

Il capitano ebbe un'ultima esitazionepoi disse:

«Io ve la cederòse voi mi promettete di ottenere dalvostro capitano il permesso di lasciare la città indisturbato.»

«Il signor Morgan ve lo accorderà» disse Carmaux.«Impegniamo la nostra parola.»

«Prendete la torcia e seguitemi.»

Wan Stiller obbedì. Lo spagnolo si trasse dalla cintura dipelleche portava ai fianchiuna chiave e si diresse verso una porta che sivedeva all'estremità della sala sotterranea.

«Adagiosignore» disse Carmaux che era sempre diffidente.«Eravate soli qui?»

«Non vi è nessun altro» rispose il capitano. «Al fracassosarebbero già accorsi e allora le sorti del duello sarebbero forse cambiate.»

«Infatti avete ragione» disse Carmaux.

Il capitano introdusse la chiave nella toppa e aprì laportaavanzandosi in un'altra sala illuminata da un lampadario di stilevenezianocolle pareti rivestite di pannelliil pavimento riparato da untappeto assai fitto e arredata con una certa eleganza.

All'estremità si vedeva un'alcovale cui tende rosseconricami d'oro sbiadito dal tempo e dall'umiditàerano abbassate.

«Signora» disse il capitano. «Vi prego d'alzarvi. Dellepersone che hanno conosciuto vostro padre sono venute qui e vi aspettano.»

Un grido si udì dietro alle tendeun grido di stupore eanche di gioia; poi una fanciulla con una mossa fulminea erasi slanciata fuoridall'alcovafissando i suoi occhi sui due filibustieri che si erano levati iberretti.

Era una bellissima fanciulladi quindici o sedici annialtae flessibile come un giuncodalla pelle pallidissimaquasi alabastrinacon latinta che ricordava suo padre il Corsaro Nero; aveva due occhi grandid'un nerointensoe lunghe ciglia che lasciavano cadere sul suo viso la loro ombra.

I suoi capellineri come l'ala di un corvoli tenevasciolti sulle spallelegati solamente presso la nuca da una piccola fila diperle.

Indossava una semplice cappa biancocon guarnizioni di trinee un sottile ricamo d'oro sulle larghe maniche.

Vedendo i due corsarisi lasciò sfuggire un secondo grido erimase colla bocca apertamostrando due file di denti piccoli come granelli diriso e più splendenti dell'opale.

«Signorina di Ventimiglia» disse Carmauxinchinandosigoffamente e con un certo imbarazzo«noi siamo due fedeli marinai di vostropadrequi mandati dal suo antico luogotenenteil capitano Morgan...»

«Morgan!...» esclamò la fanciulla. «Morgan!... Ilcomandante in seconda della Folgore

«Sìsignorina. Avete udito a parlare di lui?»

«Mio padre è morto troppo presto perché me ne parlasse»disse la fanciulla con profonda tristezza«manelle sue memorieho trovatomolte volte il nome di quel fedele e valoroso corsaroche lo seguì sui mari eche lo aiutò a compiere le sue vendette. Dov'è ora?»

«Quiin Maracaybosignorina.»

«Morgan qui? Allora i filibustieri della Tortue hanno presola città!»

«Da stamane.»

«E potrò vederlo?»

«Quando vorrete.»

«E voicapitanome lo permetterete?» chiese volgendosiverso lo spagnolo.

«Voi siete liberasignoradal momento che il governatoreè fuggito.»

«Ah!» fece la giovanecon accento un po' ironico. «Ilconte di Medina è scappato dinanzi ai filibustieri della Tortue? Lo credevopiù valoroso.»

«Meglio la fuga che la prigionia.»

«Giàper coloro che non sanno morire combattendo. Sicchéio sono libera?»

«E sotto la nostra protezionesignorina» disse Carmaux.

«Voi siete...»

«Eravamo due devoti servitori di vostro padreil CorsaroNero.»

«I vostri nomi.»

«Carmaux e Wan Stiller.»

La giovane si passò una mano sulla frontecome perrisvegliare delle lontane memoriepoi disse:

«Carmaux... Wan Stiller... voi dovete aver accompagnato miopadre nella Florida... dopo l'esplosione del vascello di mio nonno il duca...Nelle memorie scritte e lasciate a me da mio padre io ho trovato molte volte ivostri nomi...»

Fece alcuni passi innanzi e tese le sue belle mani dalle ditaaffusolate verso i due filibustieridicendo:

«Una strettaeroi del marefedeli compagni di mio padrenella sua triste vita avventurosa.»

I due corsariconfusiimpacciatichiusero le due maninefra le loro dita ruvide e calloseborbottando qualche parola.

«Ed ora» disse la fanciulla «sono con voise il capitanonon si oppone.»

Si gettò sulle spalle una lunga mantiglia di seta nera conpizzi di Veneziaprese un grazioso cappello di feltro oscuro adorno d'una piumanera e si mise fra i due corsaridicendo al capitano con accento ironico:

«I miei saluti al signor conte di Medina e Torrese ditegliche se mi vorràbisognerà che venga a prendermi alla Tortuese ne avrà ilcoraggio.»

Il capitano non rispose; ma appena Carmaux e Wan Stillerfurono usciti colla fanciulladisse:

«Stupidi!... Non mi avete ucciso!... Miei cariavrete benpresto mie nuove. Ed ora cerchiamo di raggiungere il governatoresenzaattendere il loro salvacondotto.»

 

 

Capitolo nono

 

Jolanda di Ventimiglia

 

Quando i due filibustieri e la figlia del Corsaro Nerouscirono dal convento dei Carmelitanitrovarono sulla porta don Raffaele.

L'onesto piantatore se l'era svignataper paura che i duecorsari avessero la peggio in quel combattimento e che il capitano Valera glifacesse pagare ben caro il tradimentoma non aveva osato lanciarsi attraversole vie della cittàche erano percorse dagli uomini di Morgani quali potevanofargli passare un brutto quarto d'ora.

Si era perciò tenuto nascosto dietro la porta del monasteroin attesa che il capitano od i corsari comparisseropronto a mettersi sotto laprotezione dell'uno o degli altri.

«Ah!... Siete quidon Raffaele?» disse Carmauxscorgendolo raggomitolato dietro la porta. «Non avete dato una bella prova delvostro coraggiolasciando noi soli alle prese coi vostri compatrioti.»

«Voi sapete che io non sono mai stato un uomo di guerra»rispose il piantatore. «Che cosa volete che facessi per voinon possedendonessuna arma per di più?

«Ah!... La signora di Ventimiglia!... Che uomini sietevoi!... Riuscite in tutte le vostre imprese. Li avete uccisi gli altri?»

«Uno soloil soldato» rispose Carmaux. «Bastaconduceteci al palazzo del governo per vie fuori di manose è possibile.»

«Attraverseremo le ortaglie» rispose don Raffaele.

«Vi fidate di costui?» chiese la fanciulla a Carmaux.

«È una nostra vecchia conoscenza» rispose il filibustiereridendo. «Non temete di quel coniglio.»

Si misero in camminoinoltrandosi attraverso a delle piccolepiantagioni d'indaco e di cotoneche si stendevano dietro i sobborghi.

Non si scorgeva nessuno. Spagnoli e schiavi negri eranofuggiti o erano stati già catturati dai filibustieri di Morganche avevanospinto fino là le loro scorreriea giudicarlo dalle porte sfondate osgangherate delle abitazioni e dagli ammassi di mobili fracassatiche siscorgevano sulle vie e che dovevano essere stati gettati dalle finestre.

Dopo un lungo giroil piccolo drappello giunse sulla PlazaMayordove gran parte dei corsari di Morgan vi si erano radunati.

Montagne di barilidi balle di cotonedi botti di zuccherodi farina e di altre derrateingombravano la piazzache pareva fosse statatramutata in un immenso mercato.

Parecchie centinaia di prigionieri spagnoliscelti fra lepersone più cospicue della cittàsi trovavano ammassati in un angologuardati da drappelli di corsariarmati fino ai denti.

Vedendo comparire Carmaux e Wan Stiller colla fanciulla e colpiantatoreparecchi filibustieri erano mossi loro incontro gridando:

«Buona presaCarmaux?»

«Corna di toro!... Il vecchio marinaio ha scelta una veraperla!... Dove hai scovata quella bellezzafurbone?»

«E questi è il traditore che ha fatto impiccare i nostricamerati» urlarono parecchicircondando don Raffaele. Facciamolo ballare conuna buona corda al collo!...»

«Oh!... Canaglianon scappi più.»

Venti mani si erano allungate verso il disgraziatopiantatoreche pareva più morto che vivoe stavano per afferrarloquandoCarmaux si gettò in mezzo a loro colla spada in manourlando:

«Largo!... È preda mia e guai a chi la tocca!...»

«Impicchiamolo!... Lascia farecamerata. Te lo pagheremoegualmente.»

«È del capitano» ribatté Carmaux. «Me lo ha già pagato.Sgombrate! E questa fanciulla è la figlia del Corsaro Nero»

Un grido di stupore ed insieme d'ammirazione sfuggì da tuttii petti. Tutti lasciarono cadere le spade e le sciabolee si levarono iberretti ed i cappellacci.

«La signora di Ventimiglia!» esclamarono.

La fanciulla era rimasta impassibilee guardava fieramentequei ruvidi uomini del marecolle ciglia aggrottate.

Fece solamente un lieve cenno col capovedendo ifilibustieri scoprirsi rispettosamente.

«Andiamosignora» disse Carmauxringuainando la spada.«Il capitano ci aspetta.»

Il circolo si aperse. Carmaux e Wan Stiller si diresseroverso il palazzo del governatoredove Morgan aveva preso alloggio.

Anche colà i filibustieri avevanosecondo la loroabitudinetutto devastatocolla speranza di trovare oro e denaro nascosti.

I mobili erano stati fracassatile tappezzerie lacerateisoffitti sfondati e sgretolatie sollevate perfino le lastre di pietra deipavimenti.

Carmauxche conosceva il palazzoavendo preso parte alsaccheggio compiuto vent'anni prima dai filibustieri dell'Olonesedel CorsaroNero e di Michele il Bascocondusse la fanciulla in una delle sale superioridicendole:

«Aspettatemi quisignorae tu Wan Stillermettiti diguardia alla porta e impedisci a tutti l'entrata. Vado a cercare il capitano.»

Morgan si trovava nell'ampia sala del Consiglio coi suoiufficialitutti occupati a far chiudere in casse il denarol'oro e le pietrepreziosefrutto del saccheggio.

Vedendo entrare Carmauxche non aveva più veduto dalmattinoma che era stato avvertito come si trovasse sulle traccie della figliadel Corsaro Nerogli mosse sollecitamente incontrochiedendoglipremurosamente:

«Nullaè vero?»

«L'abbiamo trovata.»

«Jolanda di Ventimiglia!...» esclamò Morgan trasalendo.

«È qui.»

«Tu sei un uomo meravigliosoCarmaux. Avrai doppia partenella ripartizione del bottino e altrettanto avrà l'amburghese.

«Conducimi da lei.»

«Un momentomio capitano. Ho appreso un segreto sul contodel governatore di Maracayboche la figlia del Corsaro Nero probabilmenteignorama che voi dovete conoscere prima di vederla.»

Morgan lo condusse in un gabinetto attiguo alla salachiudendo la porta.

Quando Carmaux gli ebbe narrato tutto ciò che aveva appresoda don Raffaelelo stupore dell'almirante non ebbe più limiti.

«Il conte di Medinafiglio di Wan Guld!» esclamò. «Eccoun nemico che se somiglia a suo padreci darà del filo da torcere e chebisogna che cada nelle nostre mani prima che noi lasciamo Maracaybo. Quellarazza è implacabile nei suoi odii. Sai dove si è rifugiato?»

«Tutti lo ignoranocapitano.»

«Finché egli è liberoJolanda di Ventimiglia avrà tuttoda temere da luise è vero che suo padre lo ha incaricato di vendicarlo anchesui discendenti del Corsaro Nero.»

Rifletté un momentopoi disse:

«Dobbiamo recarci a Gibraltar senza perdere tempo. So che lasquadra spagnola è stata veduta al largo di Puerto de Chimare e potrebbeda unmomento all'altrogiungere qui ed impedirci l'uscita dalla laguna. Darò ordineai miei d'imbarcarsi oggi stessoveleggeremo questa sera alla volta diGibraltar. Conducimi dalla fanciullamio bravo Carmaux. Sono impaziente divederla.»

Rientrarono nella sala del Consiglio. Morgan conferì perqualche minuto coi suoi ufficialidando gli ordini opportunionde prima che letenebre scendesserogli equipaggii prigionieri e le ricchezze accumulate sitrovassero a bordo dei legni; poi seguì Carmaux entrando nel salotto dove sitrovava la figlia del Corsaro Nero.

Appena si trovò in presenza della fanciullaun grido glisfuggì.

«Mi sembra di vedere in voisignora» le disse inchinandosigalantemente «il fiero gentiluomo d'oltremare.»

«Siete voi il capitano Morgan?» chiese la fanciulla convoce armoniosafissando sul formidabile filibustiereche empiva ormai già ilmondo delle sue audaci impresei suoi grandi occhi neri.

«Sì» egli rispose«Io ero il luogotenente di vostropadresignora.»

«Morgan» disse Jolandasenza staccare un solo istante isuoi sguardi dal fiero scorridore del mare. «Quante volte ho trovato questonome nelle memorie lasciate da mio padre! Sapete che io ho lasciato l'Europaper venire a chiedere la vostra protezione?»

«Contro chisignora?» chiese il filibustiere.

«Contro il conte di Medinache mi nega i dirittiindiscutibili che io ho sull'eredità di mia madrela duchessa Honorata WanGuld.»

«Se voisignoraprima di salpare dai porti dell'Europamiaveste avvertito delle vostre intenzioniavrei lasciata la Tortue con unaflotta imponente per venirvi ad incontrare all'entrata del golfo del Messico.Sarebbe bastata la notizia che la figlia del Corsaro Nero veniva a chiedere laprotezione dei Fratelli della Costaperché tutti i filibustieri della Tortuesi mettessero in mare. Vostro padreo signoraquantunque sia scomparso damolti anniconta ancora più amici che i più famosi corsarime compreso.»

«Sì» disse la fanciulla con un sospiro. «Mio padre avevaquifra gli eroi del mareancora molti devoti camerati.»

«Signora» disse Morgan con impeto. «Vi hanno usata qualchevillania gli spagnoli? Parlate eparola di Morganvoi ne avrete prontavendetta.»

Jolanda lo guardò a lungo in silenzioquasi sorridendopoidisse: «No.»

«Nemmeno il governatore?»

«No.»

«Eppure io so che meditava di farvi sparire.»

«Farni… sparire?»

«Sìsignora.»

«Per qual motivo?» chiese la fanciulla con stupore.

«Ve lo dirò in un altro momento.»

«Queste parole mi sorprendono. So che il governatoreinsisteva perché rinunciassi in favore del governo spagnolo ai miei dirittisulle vaste possessioni che appartenevano a mia madredopo la morte del ducamio nonno.»

«E avete rinunciato?»

«Ohmai!...»

«Non vi ha minacciato?»

La fanciulla parve riflettere qualche istantepoi disse:

«Mi ha parlato di vendettache egli era stato incaricato dicompiere.»

«Miserabile!» gridò Morgan. «Il giaguaro volevaingannarviprima di divorarvi.»

«Dite?» chiese Jolanda.

«Signorasi dice che il governatore sia fuggito aGibraltar. In questo momento i miei uomini stanno imbarcandosi per andarlo atrovarenon potendo essere io tranquillo finché quell'uomo non sarà in miamano. Vi offro sulla mia naveche porta il nome glorioso e temuto dellainvincibile Folgore che comandava vostro padreun posto. Mi seguiretevoi? Sarete sotto la protezione della bandiera dei Fratelli della Costa enessuno potrà giungere fino a voise prima non ci avranno distrutti dal primoall'ultimo. Accettate?»

«Ho fede nella lealtà dei filibustiericompagni di miopadre» rispose la fanciulla. «Capitano Morganio appartengo allafilibusteria.»

«Venitesignorae si provino gli spagnoli a strapparviagli scorridori del mare della Tortue.»

 

 

Capitolo decimo

 

Il sacco di Gibraltar

 

La sera stessala flotta corsara abbandonava Maracaybononlasciando in città che una piccola partita di filibustieriincaricati discovare gli abitantiche dovevano trovarsi ancora in buon numero nascosti neiboschi dei dintornie di sorvegliare l'entrata della lagunaonde le navispagnole già segnalate non chiudessero il passo.

Morgan speravacome già avevano fatto diciassette anniprima il Corsaro Nerol'Olonese ed il Bascodi sorprendere Gibraltar e diaverla in sua mano senza troppa resistenza.

Sapeva che la città era risorta più bella e più riccainquel periodo di calma relativamente lungo e che gli spagnoli l'avevanofortificata. Era quindi quasi certo che il conte di Medina avesse trovato colàun rifugionon essendovene altri di considerevoliin quell'epocain tutta lavasta laguna di Maracaybo.

A mezzanottela flottaforte di sette naviavendonelasciata una ai filibustieri rimasti a terrasi trovava già in mezzo al lagoavendo il vento favorevole e muoveva velocemente verso la baia de la Mochilasulle cui rive sorgeva la città!

Morgancome al solitoguidava in persona la sua naveessendo più pratico di quei bassifondi. Era d'altronde un uomo a cui bastavaqualche ora di riposo per rimettersi completamentetanto era gagliarda la suafibra.

Carmaux e Wan Stillerche eranosi può direi suoiaiutanti di campo e che godevano la sua completa fiduciagli tenevanocompagniafumando dei grossi sigari spagnoli e chiacchierando fra di loro.

La notteabbastanza chiaraquantunque la luna mancassepermetteva alla flotta di tenersi al largo dalle numerose isole che ingombravanoalloramolto più di adessola laguna. I piloti d'altrondeseguivanoperfettamente la rotta della nave ammiragliamantenendosi su una sola lineanon essendo tutti pratici di quelle acqueche nascondevano banchi e bassifondiin gran numero.

Cominciava ad albeggiarequando la flotta giunse in vistadelle coste verdeggianti de la Mochila. Qualche lume si discernevasull'orizzonteancora piuttosto foscoannunciante l'entrata del piccolo portodi Gibraltar.

«Carmaux» disse Morganche non aveva lasciatodurantetutta la nottela ribolla del timore. «Ti ricordi ancora del porto?»

«Sìmio capitanoquantunque siano trascorsi ormai tantianni.»

«Dobbiamo governare a levante?»

«Con una quarta a greco.»

«Il tuo piantatore ti ha detto di quali mezzi di difesa puòdisporre la guarnigione?»

«Quel povero diavolo da ieri mi sembra assolutamenteimbecillito e non ha saputo dirmi nulla.»

«L'hai imbarcato con noi?»

«Si trova nella mia cabina. È stato a pregarmid'imbarcarlomentre io avrei fatto a meno di quel poltroneche non ha ormaipiù alcun valore per noi.»

«Forse t'ingannimio bravo Carmaux. Può diventare ancoraun uomo preziosoessendo uno dei notabili di Maracaybo e conoscendo ilgovernatore. Ho più fiducia in luiche in tutti gli altri prigionieri.»

«Colla paura che lo ha presomi pare che non valga piùd'un negro. Si è fisso in capo che quel capitano Valera si sia accorto che èstato lui a guidare me e Wan Stiller al monastero e trema continuamente per lasua pelle.»

«Lo lasceremo andare senza riscatto.»

«Se avrà il coraggio di andarsene» disse l'amburgheseridendo.

«Va a svegliarlo» disse Morgan.

Wan Stiller vuotò la pipa e pochi istanti dopo tornava incopertaspingendosi innanzi il piantatore.

Il povero uomo pareva che fosse diventato veramente unimbecille. Si vedeva perfino troppo evidentemente che non era mai stato un uomodi guerra.

«Io ho ancora un vecchio conto da saldare con voi» glidisse Morganquando se lo vide dinanzi. «Direttamente od indirettamente voifoste la causa dell'impiccagione dei marinai che vi scortavano Non ve l'hoperdonatocome forse speravate.»

«Ahsignore» gemette il povero diavolo. «Voi credeteancora che...»

«Basta: ho bisogno di voi.»

«Ancora? Allora uccidetemi.»

«Vi farò impiccarese lo desideratema più tardi.Conoscete Gibraltar?»

«Sìsignore.»

«Vi mando colà come mio parlamentario.»

«Io sono un povero piantatoresenza influenza alcuna.»

«Ve la procureremo noi l'influenza che vi manca» disseMorgancon accento secco «appoggiata dai novantasei cannoni della nostrasquadra.»

«E se mi uccidessero invece?»

«Sapremo vendicarvi.»

«Magro compenso» brontolò don Raffaele. «Se mi trova nonmi risparmierà!»

«Chi?»

«Il capitano Valera.»

«Tanta paura avete di quell'uomo?»

«È l'anima dannata del conte di Medina.»

«È impossibile che voi lo troviate a Gibraltar» disseCarmaux. «Io sono certo che è rimasto nascosto nei sotterranei delmonastero...»

«Uhm!» fece il piantatorecrollando il capo. «Non loconoscete.»

«Orsùfinitela colle vostre paure» disse Morgan. «Voiporterete al governatore di Gibraltar un mio messaggioche ho già scrittocolquale invito la guarnigione e la popolazione a consegnarmi il conte di Medinasotto penain caso di rifiutodi distruggere la città da cima a fondo. E voisapete che Morgan ha sempre mantenute le sue promesse.»

«E se non fosse ancora giuntosignore?» chiese donRaffaele.

«M'indicheranno dove si è rifugiato. Io d'altronde sonoconvinto che egli si trova già in quella città. Carmauxfa' armare unascialuppa con dodici filibustierionde conducano quest'uomo a terra. Non siamoche a sei miglia dalla costae se alle dieci non riceveremo rispostaparola diMorganla popolazione si ricorderà per lunghi anni di me e dei filibustieridelle Tortue. A voi la lettera e v'auguro buona fortunadon Raffaele.»

«E se anche il governatore di Gibraltar facesse impiccare ivostri uomini?» chiese il piantatore.

«Ci saremo noi a proteggerli colle nostre artiglierie.D'altrondesbarcherete solo voi. Andate.»

Il filibustiere mise la nave attraverso il ventoondepermettere di calare in mare la scialuppapoiquando la vide allontanarsisegnalò alle navi della squadra di stringere la fila e di entrare in porto.

Cosa appena credibile: gli spagnoli di Gibraltarpur sapendoche i corsari si erano impadroniti di Maracaybo ed avendo già provati gliorrori del saccheggio commessi dall'Olonesenon aveva presa misura alcuna peropporre una lunga difesasicché alle sette del mattino le sette navi di Morganpoterono entrare tranquillamente nella piccola baia e gettare le àncore dinanzialle mura ed ai fortini che si prolungavano lungo le rive della laguna.

La scialuppadopo d'aver sbarcato don Raffaeleera tornataa bordo della Folgoresenza essere stata disturbataperò pareva chegli spagnoliquantunque molto meno numerosi di quelli di Maracaybosipreparassero alla difesavedendoli piazzare le artiglierie di fronte allasquadra e coronare le cime degli spalti e le merlature dei castelli.

Morgandopo aver fatto disporre i suoi corsari ai posti dicombattimento e d'aver fatto calare in acquabene armate con petrieritutte lescialuppesi era seduto tranquillamente su un mucchio di cordamisull'altocastello di prora della sua naveaspettando la risposta del governatore.

Jolanda di Ventimigliache aveva lasciata la sua cabinaappena ricevuto l'annuncio che la flotta si preparava ad assalire la cittàsiteneva presso di luiappoggiata alla murata di babordoguardandosenzamanifestare alcun timorele artiglierie nemiche che minacciavano la squadra.

Aveva indossato un elegante vestito di seta nera con ricami etrineil colore preferito da suo padreche faceva risaltare doppiamente ilpallore alabastrino del suo viso.

Non portava nessun gioiello. Solo una fila di perle azzurreche dovevano avere un valore immenso per la loro tintaera annodata intornoalla lunga capigliatura nera che portava sciolta sulle spalle.

Pareva che non facesse attenzione al formidabile corsaromentre invecedi quando in quandodi sfuggitai suoi occhioni neri sifissavano rapidamente su di lui.

Quasi come sentisse la penetrazione di quegli sguardiancheil filibustiere usciva bruscamente dalla sua apparente tranquillità e alzava ilcapogirandolo verso la fanciulla.

Era già una mezz'ora che la flotta aveva gettate le àncoresenza che gli spagnoli nulla avessero tentatoquando un colpo di cannonerimbombò sulla più alta cima dei castelliseguíto dal ben noto fischio raucodel proiettile.

La palla andò a spaccare la dolfiniera del bompresso escheggiò la cima della polenapassando poi fra Morgan e la fanciulla.

«Ci salutanocapitano» disse Jolandavolgendosi verso ilfilibustiereche era balzato in piedipallidissimo.

«Ho tremato per voi» disse Morgangettandosi prontamentedinanzi alla fanciullaper farle scudo col proprio corpo. «Discendete: glispagnoli ci mirano.»

«Non vi spaventatecapitano» rispose Jolanda. «Mio padrenon temeva certo le palle nemiche.»

«Qui fra poco cadrà piombo e ferrosignora. Vi pregoritiratevi.»

Un altro colpo di canone era partito da uno degli spalti e lapalla era passata sopra le loro testemandando in ischegge l'argano prodiero.

Morgan aveva afferrata la fanciulla per un bracciotraendolasulla tolda.

«Gli spagnoli pagheranno cari questi due colpi di cannonesparati forse più contro di voi che su di me. Essi sanno di certoa quest'orache voi siete con noi. Nella vostra cabinasignora di Ventimiglia.»

«Quando assalirete la cittàmi avvertirete?» chiese lafanciulla.

«Ecco il buon sangue del Corsaro Nero» disse Morganguardandola con ammirazione. «Voi siete degna d'essere la figlia del più prodecampione della filibusteria.»

La condusse fino al quadro di poppamentre le navi dellasquadra facevano tuonare i cannoni e le scialuppe s'empivano di combattenti perassalire i castelli.

«A noiora» disse Morgansalendo sul ponte di comando.«Rispondete alla mia intimazione col ferroe ferro e fuoco avretefinchévorrete. Artiglieri!... Fuoco di bordata!»

Le sette navi avevano già cominciato a risponderecon uncrescendo spaventevoletempestando gli spalti e le merlature dei castelli conuragani di bombementre le scialuppe prendevano rapidamente il largomontateda duecento bucanieriche erano i bersaglieri della flotta.

La fregata di Morgan specialmenteavvampava come un craterein piena eruzionetirando delle tremende fiancateche aprivano degli squarciconsiderevoli nelle muraglie non troppo resistenti della città.

La navenon ostante la sua moletrabalzava sotto quelleformidabili scarichecome se fosse lì lì per aprirsied il rombo siripercuoteva con tale intensità nella stiva e nelle corsìeche gli artiglierinon riuscivano a comprendersi.

Gli spagnoli avevano dapprima risposto con molto vigoremadopo alcune scarichecominciarono a rallentare.

Vedendo avanzarsi le scialuppevolsero contro quelle le loroartiglieriesparando a mitragliama i filibustieri avevano dei piloti cosìdestriche assai di rado gli equipaggiche le montavanovenivano colpiti. Ipezzi avevano appena fatto fuocoche le imbarcazioni viravano con fulmineavelocitàgettandosi fuori dal campo di tiro.

L'abilità di quegli uomini e soprattutto l'esattezzamatematica del fuoco dei bucanierii quali di rado mancavano ai loro colpinontardarono a sconcertare i difensori ed a persuaderli che la resistenza era ormaivana.

Ed infatti le prime baleniere erano appena sotto le muraglieche si videro gli spagnoli sgombrare rapidamente gli spalti e le merlature efuggire all'impazzata verso la cittàsenza nemmeno inchiodare le loroartiglierie.

Anche gli abitantierano già scappatiper mettersi insalvo nelle foreste foltissimeche circondavano il lago; troppo tardi però persfuggire ai filibustieriuna partita dei quali si era gettata verso le savaneper tagliare loro il passo.

In meno di mezz'orai terribili scorridori del golfo delMessico si erano resi padroni della cittàdei castellidelle artiglierie edei magazzini delle armi.

Furibondi per la resistenza trovata e anche per le perditesubìteche erano state più considerevoli che nell'impresa di Maracayboqueipredoni si erano abbandonati al saccheggio.

Morgancome aveva già fatto a Maracaybosi era subitoprecipitato del palazzo del governocolla speranza di sorprendervi il conte diMedinama vi era giunto quando ormai tutti erano fuggiti.

«È una vera sfortuna» disse Carmaux a Wan Stiller. «Anchequi giungiamo quando quelli che cerchiamo hanno già sloggiato. Che quel dannatoconte sia un diavolo simile a suo padre? Te ne ricordiamburghesecome il ducadi Wan Guld sfuggì al Corsaro Neroquando cercammo di catturarlo prima aMaracaybo e poi qui?»

«Tuoni d'Amburgo!» esclamò Wan Stiller. «Si direbbe chela medesima istoria si ripete senza nessuna variante. Dove sarà fuggito quelmaledetto conte?»

«Non siamo ancora certi che si sia rifugiato qui.»

«Se potessimo trovare don Raffaele.»

«Ci pensavo in questo istante. Quel sornioneche finge nonsaper mai nullafinisce sempre col conoscere mille cose.»

«Purché non l'abbiano impiccato! Tu sai che i governatorispagnoli non sono mai stati troppo teneri pei loro amministrati.»

«Mi rincrescerebbe» disse Carmaux«se avesse fatta unatale fine. Non la meritava.»

«Orsùche cosa facciamo? È inutile ostinarsi a rimanerequiora che gli uccelli sono scappati. Lasciamo agli altri l'incarico difrugare le cantine ed i solai. Il governatore ed i suoi ufficiali non sarannostati così sciocchi da nascondersi in questo palazzo. Cerchiamo anche noi disaccheggiare qualche casa.»

«Preferisco una cantina» disse Carmaux. «Mi ripugnarubaree poi il Corsaro Nero ci ha compensati a sufficienzaper aver bisognodi qualche mezzo migliaio di piastre.»

«Invecchicompare» disse l'amburgheseridendo.

«È per questo che preferisco ora la bottiglia.»

«Vada per la cantinadunque. Non ne mancheranno aGibraltar.»

I due filibustieri si presero sotto braccio es'allontanaronosenza più occuparsi dei loro camerati che si preparavano a farscontare orribilmentea quei disgraziati abitantila breve resistenza opposta.

Avevano già percorse tre o quattro vietenendosi lontanidalle caseper non ricevere sul capo i mobili che venivano lanciati dallefinestreassordati dagli spari che echeggiavano in tutte le direzioni e dalleurla strazianti degli abitantiche venivano terrorizzati in tutti i modi eanche tormentationde confessassero i luoghi ove avevano nascosti i lorotesoriquando su una piazza s'imbatterono in un gruppo di filibustieri cheschiamazzavano a piena gola.

«È preso!... È preso!...»

«Getta una corda su quel palmizio!...»

«Non ci scappi più.»

«Facciamo dondolare la botte!...»

«E spilliamola per vedere se è piena di vino o disangue!...»

«Chi hanno preso?» chiese l'amburghese.

«Il governatore di Maracaybo forse!» esclamò Carmaux.

«Accorriamocompare!...»

I filibustieriche pareva si divertissero come una banda dicollegiali in vacanzaavevano formato circolo intorno ad uno dei palmizi cheombreggiavano la piazzaed uno di loro erasi arrampicato fino alla cimagettando ai compagni una funeche terminava in un nodo scorsoio.

«Ohè!... Issa la botte!...» avevano gridato quelli chestavano abbasso.

Un urlo strazianteche fece balzare innanzicon maggiorvelocitàCarmaux e Wan Stillersi udìpoi un corpaccio grosso veramentecome una botte s'alzò fra quel gruppo d'uominiagitando pazzamente le bracciae le gambe.

Era l'impiccatoche veniva tirato in aria.

«Tuoni d'Amburgo!» urlò Wan Stillersguainando la suadraghinassa. «Don Raffaele!».

In pochi slanci furono addosso ai filibustieri che ridevano acrepapellevedendo le smorfie che faceva il povero piantatore e sfondaronoimpetuosamente il circolomandandone parecchi a gambe levate.

«Ferma!... Ferma!...» tuonò Carmauxalzandominacciosamente la sua spada.

L'amburgheseche era molto più alto del compagnocon uncolpo di draghinassa aveva tagliata la corda ed aveva ricevuto fra le bracciadon Raffaeleche era già diventato paonazzo e che aveva cacciato fuori mezzopalmo di lingua.

L'atto di Wan Stiller e l'aria minacciosa di Carmauxavevanoprodotto un effetto così profondo sui corsariche nessuno si era mosso perimpedire che il povero piantatore venisse salvato. Solo uno di loroforse piùseccato degli altri di essere privato di quel divertimentos'alzò dinanzi aCarmauxdicendogli con accento irritato:

«Hai proprio giurato di proteggere sempre quel pappagallo?Per la seconda volta ce lo strappi dalle mani e cominciamo a perdere lapazienza.»

«Saresti capace di ripetere queste parole in presenza delcapitano Morgan?» gli chiese Carmauxmuovendogli incontro.

Il corsaro fece una smorfiache fece scoppiare dalle risa isuoi compagni.

«Andatevene dunque» disse Carmaux. «E l'ordine.»

Poi i filibustieriche sapevano che con Morgan non vi era dascherzaree l'amburghese e Carmaux godevano la piena confidenza del caposisbandarono in varie direzionilasciandoli soli.

«Come va don Raffaele?» chiese Carmaux al piantatorea cuil'amburghese faceva inghiottire alcuni sorsi d'aguardiente.

«È meglio che mi uccidiatesignori» rispose ildisgraziato. «Ormai sono un uomo finito.»

«Con tutta quella polpa che avete indosso! Eh viadonRaffaele! State meglio di noi.»

«Se non mi uccidete voilo faranno gli altri.»

«Noperché noi vi proteggiamo. Avete veduto il conte diMedina?»

«Noe credo che non sia venuto quine sono certo.Perderete inutilmente il vostro tempose vorrete cercarlo.»

«E il governatore della città?»

«Fuggito anche luisignoredopo le prime cannonate e dopod'avermi fatto anche bastonare.»

«Voi? E perché?»

«Perché gli ho portata la lettera del capitano Morgan. Hole ossa tutte rotte. Maledetti galli!... Senza quella lottanon mi avrestepreso e non avrei dovuto sopportare tante disgrazie.»

«Vi abbiamo fatto guadagnare un bel gruzzolo di piastre e vilagnate ancora» disse Wan Stillerridendo. «Ecco la riconoscenza degliuomini!...»

«Venitedon Raffaele» disse Carmaux. «Vi faremo passarelo spavento con un paio di bottiglie d'Alicantedi quello che tanto vi piace.Il mio camerata saprà scovare qualche cantina.»

 

 

Capitolo undicesimo

 

Fra il forte e la squadra spagnola

 

Per sei settimanei filibustieri di Morgan si fermarono inquella disgraziata cittàtormentando gli abitanti per far loro confessare dovetenevano nascosti i loro tesori e frugando i boschi e le savanecolla speranzadi scoprire il governatore di Maracaybo.()

La taglia di cinquemila piastre promessa da Morgan a chiriusciva a prenderloera stato uno dei motivi principali per cui i filibustierisi erano accaniti contro la popolazionesperando di strappare qualcheconfessione sul rifugio scelto dal conte di Medinama tutto era stato vano.

La notizia recata da alcuni corsari lasciati in Maracayboche gli spagnoli avevano rioccupato e riattato il forte della Barra e che tregrosse fregateal comando d'un ammiraglioerano improvvisamente comparseall'entrata della lagunacoll'incarico di distruggere la squadra corsaradecise finalmente i filibustieri a lasciare Gibraltardove d'altronde non viera ormai più nulla da saccheggiare.

Non soddisfatti però del bottino accumulatosi feceropromettere dagli abitanti un riscatto di cinquantamila piastreche dovevaessere pagato a Maracaybominacciando in caso di rifiuto di tornare perincendiare e distruggere da capo a fondo la città.

Lo stesso giorno i corsari salpavanoportando con sé inotabili che dovevano rimanere in ostaggio come garanzia del versamentopromesso.

Erano però tutti inquieti per le notizie ricevute dai lorocamerati di Maracaybo e anche Morgan pareva che fosse un po' scosso.

Non li preoccupava il riattamento e l'armamento del fortedella Barrabensì l'arrivo della squadra spagnolacomposta di navi d'altobordoarmate ognuna di sessanta cannoni e montate da forti equipaggi.

Che cosa avrebbe potuto fare la squadracomposta quasi tuttadi caravelle relativamente piccoleassai vecchie e malamente armate? Solo lafregata di Morgan avrebbe potuto impegnare la lotta e anche quella con nessunaprobabilità di vittoria.

«Che cosa faretesignor Morgan?» chiese Jolandaquando ilfilibustiere scese nel quadro per informarla della gravità della situazione.

«Non lo so ancora» rispose il filibustiere «ma noi non ciarrenderemo di certo e ci difenderemo finché rimarrà sulle nostre navi un solouomo ed una sola carica di polvere.»

«Se vi prendesseroche cosa vi farebbero gli spagnoli?»

«Ci impiccherebberosenza misericordia.»

«E quale sarebbe la mia sorte?»

Morgan guardò la fanciullache gli aveva rivolta quelladomanda con una voce assolutamente tranquillacome se la cosa quasi non lariguardasse.

«Signora» disse il filibustiere «non siete ancora nelleloro manie per impossessarsi di voibisognerebbe che passassero prima sulcorpo di noi tutti.»

«E se gli spagnoli l'avessero piuttosto con me che con voi?Sapete a che cosa pensavo in questo momento?»

«A chi?»

«Al conte di Medina.»

«Al governatore di Maracaybo?»

«Io sono quasi certa che sia stato lui a far giungere lasquadra spagnola per riavermi in sua mano.»

«Ciò è possibilesignora. Quell'uomo ha infatti moltointeresse a tenervi prigioniera. Ci tiene ai milioni di vostro nonno; se cosìnon fosse non avrebbe mandato due fregate alle piccole Antilleper aspettare lanave che vi conduceva in America.»

«È il governo spagnolo che vuole privarmi dell'ereditàmaternao lui?»

«Luisignora.»

«Non ha diritti da vantare sulle possessioni lasciate dalducamio avo.»

«Ne siete ben certa?» chiese Morgan. «Non vi ha dettonullaquando vi condussero in sua presenza?»

«Mi ha solamente invitata a firmare la rinuncia dei mieibeni posseduti nel Venezuela ed a Panama» rispose Jolanda.

«Con quale pretesto?»

«Che mi erano stati sequestrati dal vice re di Panamaperrisarcire le popolazioni danneggiate dalle scorrerie fatte da mio padre e daisuoi saccheggi.»

«Miserabile!» esclamò Morgan. «Tuttigli spagnolicompresinon ignoravano che vostro padre non volle mai una sola piastrafruttata dalle imprese dei corsari. Egli possedeva nella sua patria castelli eterre sufficienti per non averne bisognoe lasciava la sua parteche glispettava per diritto di conquistaai suoi marinai.

«Non avete alcun sospetto di chi possa essere quel conte?»

«Perché mi fate questa domandasignor Morgan?» chiese lafanciulla con sorpresa.

«Desideravo saperlo.»

«È uno spagnoloche forse odiava mio padre più deglialtri.»

Morgan tacque per qualche istantefacendo il giro delsalottopoi chiese:

«Quando vostro padre morì da eroe sulle Alpicombattendocontro lo stranierochi s'incaricò di voi?»

«Una mia lontana parente.»

«Non vi siete mai accorta che attorno a voi si esercitasseuna certa sorveglianza?»

Jolandaa quella domanda era rimasta mutainterrogandocogli sguardi il corsaro.

Ad un tratto si batté la fronte colla manodicendo:

«Fritz...»

«Fritz!...» esclamò Morgan. «Chi era costui?»

«Un fiammingovenuto non so da doveche la mia parenteaveva preso ai suoi servigi e che non mi lasciava un solo istante.»

«Vecchio o giovane?»

«Aveva allora trent'anni.»

«Quando lasciaste l'Europavi accompagnò?»

«Sìcapitano.»

«Che cosa è avvenuto di quell'uomo?»

«Non lo so. Scomparve dopo l'abbordaggio dato alla naveolandese che mi conduceva in America. È morto nel combattimento o fu fattoprigionieroio non lo so.»

«Ecco il traditore» disse Morgan.

«Perché?»

«Deve essere stato lui ad informare il governatore diMaracaybo della vostra partenza per l'America.»

«Voi dunque credete?...»

«Io dico che quell'uomo ve lo aveva messo a fianco il contedi Medina.»

«Tanto interesse aveva il governatore a sorvegliarmi?»

«Più di quello che credetesignora» disse Morgan. «Ungiorno ne saprete di più. Se però gli spagnoli pensano di riprenderviora chesiete sotto la protezione dei Fratelli della Costas'ingannano. Ah!... Vengonoa chiudermi il passo con tre vascelli d'alto bordo!... Ebbenenoi la vedremo.Vivete tranquillasignora di Ventimiglia. L'antico luogotenente di vostropadremette la sua spada a vostra disposizione.»

Morgancosì parlandocosa stranasi era animatociò cheaccadeva ben di rado in un uomo del suo caratterepiuttosto chiuso e freddo.

Lasciò il quadro e risalì in copertapiù preoccupatoperò di quello che realmente sembrasse.

Le navi della squadra veleggiavano in gruppocome setemessero da un momento all'altro la comparsa dei tre formidabili vascellispagnoliche ormai sapevano lancianti sulle loro tracce.

Stringevano soprattutto il ventoper tenersi ben presso lafregata di Morgancome uno stormo di pulcini che non si sentono sicuri chepresso la chioccia.

Gibraltar da parecchie ore era ormai scomparsa ed il vento lespingeva rapidamente verso Maracaybo.

«Ebbenecapitano?» chiese Carmauxabbordando Morgan chepasseggiava sul ponte di comando.

«Che cosa vuoivecchio mio?»

«Come ce la caveremo?»

«Ti ricordi di Puerto Limon?» chiese ad un tratto Morganfermandosi dinanzi a lui.

«Come fosse iericomandante.»

«Come ha fatto il Corsaro Nero a sbarazzarsi delle navispagnoleche gli chiudevano il passo?»

«Ha preparato un buon brulotto pieno di zolfo e di pece e loha mandato contro di loro.»

«E il risultato?»

«Una nave incendiata e l'altra in pericolo.»

«E noi faremo lo stesso» rispose Morgan. «Vi è la Caramadache non vale cinquemila piastrecompresi i suoi dodici cannoni.

«La trasformeremo in un brulotto e la scaraventeremo controle navi spagnole. Tutto finirà benemio vecchio Carmaux: lo vedrai.»

«Abbiamo la figlia del Corsaro Nero e non possiamo ridarlanelle mani degli spagnoli. Io sono pronto a dare la mia vecchia pelle per quellafanciulla.»

«Ed io a dannare anche la mia anima» rispose Morganconaccento così caldo che fece alzare il capo al vecchio marinaio. Poiquasi sifosse pentito di aver detto troppoaggiunse con un accento freddo: «Faremoquello che potremo.» E riprese la sua passeggiatacon un passo però piùagitato di primaborbottando: «Sìquello che potremo.»

Alla mezzanottela squadrache aveva avuto il vento semprefavorevolegiungeva dinanzi a Maracayboaccolta con grida di giubilo dallapiccola guarnigione che vi aveva lasciata.

Disgraziatamente le notizie recate a bordo da essi erano pocoincoraggianti. Il forte della Barra era stato munito formidabilmente di nuoveartiglieriedurante quelle sei settimane e occupato da una forte guarnigioneele navi spagnole non avevano lasciati i loro ancoraggi in attesa di dare aicorsari una terribile e decisiva battaglia.

La via era chiusaper riguadagnare il mare dei Caraibieuna lotta era impossibile ad evitarsi.

Morganche non si sentiva in grado di assalire le grossenavi spagnoleprese nondimeno e senza esitare il suo partitocolla speranza dispaventare i nemici e deciderli a lasciarlo andare.

Fece scendere in una scialuppa alcuni prigionieriscelti frai più influenti e la stessa notte li mandò all'ammiraglio spagnolointimandogli di lasciargli sgombra la ritiratase voleva evitare la distruzionedella città ed il massacro di tutti gli ostaggi che aveva a bordo.

L'alba non era spuntatache i messaggieri tornavanoscoraggiati a bordorecando la notizia che l'ammiraglio avrebbe pagato ilriscatto chiesto con delle palle di cannone e che si sarebbe ritirato solamentedopo la restituzione del bottino preso nelle due città e di tutti iprigionierigli schiavi negri compresi e soprattutto della signora Jolanda diVentimiglia.

Udendo quelle pretesesoprattutto l'ultimaun terribilescoppio d'ira si era manifestato fra gli equipaggi della squadra. Tuttopiuttosto che rendere la figlia del Corsaro Nero; questo era stato il grido cheera echeggiato su tutte le navi.

Morgan aveva subito chiamato a bordo della Folgore ivari comandantidicendo loro:

«Volete voi accettare la vostra libertàcol sacrificio delvostro bottino e della signora di Ventimigliao difendervi?»

La rispostaa nome di tuttila diede Pierre le Picardchedopo Morganera quello che godeva maggior influenza fra i filibustieri.

«Preferiamo farci uccidere dal primo all'ultimopiuttostoche rendere la figlia del Corsaro Nero. I Fratelli della Costa mai simacchieranno d'una simile viltà.»

Avendo però riflettuto meglio alle forze imponenti di cuidisponeva l'ammiraglio spagnolodecisero di mandargli altri messaggericoll'incarico di dirgli che avrebbero abbandonato Maracaybo senza distruggerlache abbandonavano il pensiero di esigere un riscatto e che si offrivano dimettere in libertà tutti gli ostaggi e metà degli schiavi e dei prigionieri diGibraltar.

Non vedendo giungere risposta alcuna e sospettando che glispagnoli cercassero di guadagnar tempoper avere qualche altra nave dirinforzoMorgan decise di agire senza ritardo e di sorprendere la flottaavversaria.

Aveva già messi gli occhi sulla Caramadache era unadelle più grossema anche delle più vecchie navi della squadrae che potevaprestarsi ottimamente per farne un brulotto fiammeggiante da lanciare fra lenavi spagnole.

Fece asportare quanto poteva avere valorepoi fece riempirela nave di zolfodi pecedi bitumedi grassi e di legnami resinosiondedaun momento all'altroprendesse fuoco da prora a poppapoi fece collocare sullacoperta dei fantocci con cappellacci alla filibustierache volevanorappresentare uominie piantare sulla ribolla del timone il grande stendardod'Inghilterraonde far credere agli spagnoli che quella fosse la naveammiraglia.

Sei giorni furono impiegati in quei preparatividurante iquali l'ammiraglio spagnoloche si credeva ormai sicuro di tenere in suo poterei corsarinon diede segno di vitamentre avrebbe potuto facilmente piombaresulla squadrasgominarla e affondarla senza troppa fatica.

Verso il tramonto del settimo giornoMorgandopo d'averfatto giurare ai suoi uomini di non chiedere grazia fino all'ultimo sospirodiede il segnale della partenza.

La nave-brulottoche era montata da un pugno d'uomini sceltifra i più valorosiapriva la marcia con tutte le vele sciolteper megliomascherare i fantocci della coperta.

La seguiva a breve distanza la fregata di Morganpoivenivano le altre navi su due colonne.

Una profonda ansietà regnava su tutti i pontipoichénessuno ignorava che se il colpo non riusciva era la fine di tutti.

Morganal momento di muoversiera sceso nel quadro doveJolanda si trovava.

«Signora» le disse con una certa emozione. «Noi stiamo pergiuocare una partita disperataforse la più tremenda di quante io ne abbiaimpegnate cogli spagnoli. Checché succeda non lasciate il quadro. Se la naveaffonderà all'ultimo momento mi troverete al vostro fianco.»

«Signor Morgan» rispose la fanciullaalzando su di lui isuoi begli occhi«voi potreste risparmiare questa battaglia che può costaretante vite umane. Me soprattutto che gli spagnoli vogliono: cedetemi a loro.Sono una donna e non mi faranno alcun male.»

«Maisignora. I filibustieri sono pronti a dare la lorovita per la figlia di colui che fu il più grande eroe del mare. E poisignoracorrereste più pericoli voi che noi.»

«Io?...» chiese Jolanda con stupore. «Sono i miei possessiche vogliono e non già la mia vita. Se li prendano dunque e diròcome miopadreche ho in Piemonte abbastanza terre e castelliper farne a meno diquelli che possedeva qui mio nonno.»

«Se si trattasse solamente di questosignora» disseMorgan«non avrei esitatocol vostro consensoad aprire trattativecoll'ammiraglio spagnoloma c'è ben d'altro che voi ignorate. Volete unconsiglio? Guardatevi dal governatore di Maracaybodal conte di Medinaperchéquell'uomo cercherà di farvi tutto il male possibile.»

«Per quale motivo? Io non l'ho mai veduto prima del mioarrivo in America.»

«È un segretoche per ora non vi posso svelare. Addiosignorae se le palle mi risparmierannoci rivedremo dopo la battaglia. Eccoil cannone che comincia a tuonare. Pregate per le nostre armi.»

Ciò dettoMorgan si slanciò verso la scalache mettevasul pontegridando:

«Pronti per l'abbordaggiomiei prodi!...»

Il brulotto non si trovava allora che a mille passi dallenavi spagnolele quali stavano salpando le àncoreper dare addosso allasquadra.

Erano tre grosse fregate di sessanta cannoni ciascunadaibordi altissimi ed il castello pure assai altogià pieno d'armati.

Le navi filibustiereeccettuata la fregata di Morganfacevano una ben meschina figuradi fronte a quei poderosi colossi.

Pareva però che gli spagnoliconfidando nelle proprieforzenon avessero troppa fretta di muoversiné di aprire il fuoco.

La sola nave ammiraglia era stata lesta a salpare le àncoree si dirigeva verso il brulotto per tagliargli il passo.

Cosa appena credibile: invece di far tuonare i suoi sessantacannoniche sarebbero stati più che sufficienti per mandarlo a fondo in pochiminutitanto più checome abbiamo dettoMorgan aveva resa la Caramadaun puro scheletrogli muoveva addosso per abbordarlo!...()

Era quello che desideravano i filibustierii qualistentavano a credere d'aver tanta fortuna.

«Tuoni d'Amburgo!...» esclamò Wan Stillerche dalcastello della Folgore seguiva attentamente la marcia del brulotto.«Quegli spagnoli sono pazzi!...»

«Fanno a meraviglia il nostro giuococompare» disseCarmauxche gli stava presso. «Fra poco vedremo un bel fuoco!...»

La distanza fra il brulotto e la nave ammiraglia scemava avista d'occhioe nessuna cannonata partiva ancora dall'enorme nave.

Solo le altre due cominciavano a sparare qualche colpo sullasquadramaltrattandola abbastanza gravemente.

I marinai della Caramadanascosti dietro le muratecolle torce acceseaspettavano in silenzio.

Ad un tratto il pilotache stava semi-coperto sotto ilgrande stendardo inglesevedendo la nave ammiraglia di traversocon un colpodi ribolla le cacciò il bompresso fra le sartìeurlando:

«Fuoco!... Date fuoco!... E gettate gli arponid'arrembaggio!...»

I dieci o dodici uominiche montavano la Caramadascagliarono le torce fra i cumuli di zolfodi bitume e di peceche sitrovavano dispersi per la coperta fra il legname resinosoche ingombrava lastivalanciarono poscia i grappini d'abbordaggio fra le griselle della fregata;quindiapprofittando dello stupore degli spagnolisi gettarono in acquaraggiungendo a nuoto la scialuppa che si trovava dietro la poppa e recidendo lafune che la tratteneva.

Una fiammata immensaprodotta dall'esplosione di alcunibarili di polverenascosti fra le materie infiammabilis'alzò sulla Caramadainvestendo la velatura ed il sartiame della nave ammiraglia e costringendo gliuomini che si trovavano sulle muratepronti a respingere il temuto abbordaggioa fuggire.

Una luce intensa illuminava il mare e le navi. Il brulottoardeva come uno zolfanello e con lui l'ammiragliala cui alberatura era ormaitutta in fiamme.

Un urlo immenso era echeggiato fra i filibustieri:

«AvantiFratelli della Costa!... Addosso!...»

Mentre le navi minori investivano l'ammiragliacannoneggiandola furiosamenteper impedire agli spagnoli di spegnerel'incendioMorgan si era gettato addosso ad un'altra navela più grossa dellasquadratempestandola coi suoi quaranta cannoni.

La terza aveva già ai fianchi le due navi della riservacheerano le meglio armate dopo la Folgoree montate per la maggior parte dabucanieriquegli impareggiabili tiratoriche non avevano rivali al mondo e checon ogni palla uccidevano.

 

 

Capitolo dodicesimo

 

«All'abbordaggiofigli del mare!»

 

La battaglia si era impegnata con furore d'ambe le partifragrandi clamori e un rimbombo assordanteessendovi su tutte quelle navi più ditrecento pezzi d'artiglieria.

I filibustieriincoraggiati dal primo successocombattevanocol solito valoremirando soprattutto a distruggere l'ufficialità e facendo unfuoco infernale sui pontisui casseri e sui castelliper sgombrarli e tentareun fulmineo abbordaggio.

La nave ammiragliatutta avvolta dalle fiammeera ormaiperduta e bruciava assieme al brulottoche le era rimasto impiccicato alfianco.

I filibustieri delle piccole navi non avevano trovata alcunaresistenzapoiché il fuoco era avvampato così rapidamenteche la maggiorparte degli spagnoliche montavano la fregataerano rimasti arsi dal primoscoppio e soffocati dal fumo intenso e nauseanteche si sprigionava dalla stivadella Caramada.

Per compassione avevano salvato i pochi superstiticompresol'ammiraglioche era stato raccolto da una scialuppanel momento in cui stavaper annegare.

Tuttavia la vittoria non era ancora guadagnatapoiché ledue altre navi si difendevano terribilmentemettendo a dura prova il valore deicorsari. Due volte Morgan aveva tentato di abbordare la nave che aveva assalitoe ne era sempre stato respintocon grande perdita d'uomini.

I sessanta cannoni della spagnolaabilmente manovratiavevano anzi causato alla Folgore tali dannida temere che da un momentoall'altro affondasse o per lo meno perdesse la sua intera alberatura.

Eppuredall'espugnazione di quella grossa fregata dipendevala vittoriaessendo i filibustieri ancora troppo inferiori di forze per tenerfronte a tutte e due.

Morganche vedeva sfuggirsi di mano tutte le speranze cheaveva concepite e vedeva la sua squadra in pericolo di venire dispersa ericacciata verso Maracaybofece un supremo appello ai suoi uomini.

«A me i più valorosi!...» urlòimpugnando colla destrala spada e colla sinistra la pistola. «Cento piastre a chi metterà i piedisulla fregata!... Carmaux!... Abborda!...»

Il franceseche si trovava alla ribolla con Wan Stillerconun brusco colpo di barra gettò la Folgore addosso alla fregatamentre igabbieri dalle coffe e dalle gabbie gettavano i grappini d'abbordaggio.

La spagnola però era così alta di bordoche le muratedella Folgore si trovavano appena a livello degli sportelli della batteria.

I corsarituttaviaincoraggiati da Morgan e da Pierre lePicardche pei primi si erano aggrappati alle bancazzetentando di issarsifino ai bastingaggidopo d'aver scagliate parecchie bombe sulla fregataspagnolaper allontanarne i difensorisi erano slanciati all'arrembaggioconurla tremendetenendo fra i denti le loro corte sciabolecolle quali solevanocombattere nelle pugne corpo a corpo.

Disgraziatamente gli spagnoli affacciati al parapetto dellaloro nave avevano buon gioco a fucilarli mentre si arrampicavano.

Il momento era terribile e lo scoraggiamento cominciava adimpossessarsi di quei forti e rubidi uomini del marequando improvvisamente unavoce metallica ed imperiosache ricordava i comandi taglienti del Corsaro Nerosi levò sul ponte della Folgoredominando il rimbombo delle artiglieriee le urla dei combattenti:

«Suuomini del mare!... All'abbordaggio!...»

Tutti si erano voltatidimenticando per un istante che glispagnoli stavano sopra di loro e che li fucilavano.

Jolanda di Ventimigliatutta vestita di nerocome usava suopadrecon una lunga piuma pure nera infissa nei capelli ed una spada nelladestraera comparsa sul ponte della Folgorefra il fumo delleartiglieriee additava ai corsari la fregata.

«Suuomini del mare!...» ripetécon quell'accento chesapeva ritrovare suo padre nei momenti più terribili. «All'abbordaggio! Lafiglia del Corsaro Nero vi guarda!...»

Un clamore spaventevole aveva risposto alla fanciulla.«All'abbordaggio!... All'abbordaggio!...»

E quegli uominiche stavano per cederesi erano inerpicatisu per le bancazze e su per le sartìecome una legione di demonîurlando asquarciagola:

«Morte!... Morte agli spagnoli!...»

Un uomo soloche si teneva sospeso allo sportello d'unsabordo della batteriaera rimasto immobilefissando i suoi sguardisull'eroica fanciullache colla sua presenza stava per decidere della vittoria.Era Morgan.

Quella contemplazione però non ebbe che la durata di pochiistanti.

Udendo sopra la sua testa il fragore delle spade e dellesciabolesi inerpicò su per lo sportelloaggrappandosi alle sartìedell'albero maestroe gridando con voce tuonante:

«Susufigli del mare!... La figlia del Corsaro Nero viguarda!...»

I filibustieri erano già sulla coperta della fregata e sierano rovesciati addosso all'equipaggio spagnolocon tale impetodaricacciarlo parte a poppa e parte a prorain completo disordine.

Il comandante della fregatavedendo la nave ormai perdutasi era lasciato uccidere e anche gli ufficiali erano per la maggior parte cadutial primo urto.

L'arrivo di Morgan e di Pierre le Picardcon un nuovodrappello di filibustieripersuase gli spagnoli a gettare le armi e chiederequartiere.

L'equipaggio della terza fregatavedendo ammainaredall'albero maestro della compagnail grande stendardo di Spagna e vedendo lanave ammiraglia affondarefra un vortice di fiamme e di scintille e fral'orrendo fragore delle santebarbareprese rapidamente il suo partitoonde nonvenire a sua volta assalita e presa.

Con due tremende bordateeseguite dai suoi sessanta cannonirespinse le navi più piccole della squadra filibustierache le si stringevanoaddossomaltrattandole più o meno gravemente quasi tuttepoispiegaterapidamente tutte le veleprese la fuga in direzione del forte della Barra.

Sia per partito presoaffinché i corsari nons'impadronissero più tardi delle artiglierieod imperizia dei suoi pilotiurtò così poderosamente contro le scogliere dell'isolottoda spaccarsi ametà e da colare a fondo in pochi minutilasciando appena il tempoall'equipaggio di guadagnare terra e di rifugiarsi nel forte.

Un urlo formidabileun urlo di vittoriasprigionatosi daquasi quattrocento pettiaveva salutata la fuga dell'ultima nave.

Maifino allorai filibustieri avevano ottenuto un trionfocosì completo. Miracoli molti e prodigi di valore quasi incredibiline avevanocompiuti in cento altre lottema non come quelli.

Morganappena fatti rinchiudere i prigionieri spagnoli nellebatterie e collocare alle porte delle polveriere uomini fidationde evitarequalche tradimentoera sceso sulla sua navedove Jolanda di Ventimiglia sitrovava semprecalmasorridentecolla spada ancora in pugno.

«Signora» le dissementre i suoi occhiordinariamentefreddis'accendevano d'un lampo strano. «È a voi che noi dobbiamo la fortunadi aver vinto una delle più terribili battaglie che ricordi la storia deifilibustieri della Tortue. Senza la vostra improvvisa comparsa e quel gridocheimitava così bene la voce squillante di vostro padrel'invincibile CorsaroNeroforse a quest'ora la mia flotta sarebbe stata distrutta e noi tuttisaremmo in fondo al mare.»

«Io!...» esclamò la fanciulla sorridendo. «Mi sonorammentata della frase che mio padre lanciavaquando spingeva i suoi uominiall'abbordaggio e l'ho pronunciata. Una cosa che qualunque altra donna avrebbepotuto fare.»

«Nosignora» rispose Morgancon insolito calore.«Un'altra donna non avrebbe avuto il coraggio di esporsi al fuoco d'una cosìgrossa fregata e si sarebbe guardata dal lasciare la sua cabina. Solo voinellecui vene scorre il sangue del più grande eroe del mareavreste potuto fareciò che avete fatto. Abbiatesignorala riconoscenza mia e quella dei mieiuomini.»

Poivolgendosi verso i filibustieriche dall'alto dellemurate della fregata spagnola o del cassero e dal castello della Folgorecontemplavano muti la fanciullagridò:

«Salutate l'eroina del mare!»

Un urlo entusiasticoche si ripeté su tutti i legnicheerano accorsi attorno alla fregata di Morgans'alzò fra quei quattrocentouomini:

«Viva la figlia del Corsaro Nero!... Evviva l'eroina delmare!...»

Quei ruvidi uominiche da un istante all'altro sembravanoimpazzitiagitavano i cappelli e scaricavano in aria le armifra urrahstrepitosiche dovevano giungere fino agli orecchi della guarnigione del fortedella Barra.

La fanciullaprofondamente commossafece colla mano uncenno di saluto; poiaiutata da Morganscese la scaletta del ponteritornandonel quadromentre i tre urrah di rigore squarciavano l'aria ed i cannoni dellavinta fregata tuonavanocon orrendo frastuonoin onore della valorosaitaliana.

«Tuoni d'Amburgo!» esclamò Wan Stillerche si trovavasotto il ponte di comandoinsieme all'inseparabile suo compare ed a donRaffaele. «Si direbbe che io ho gli occhi umidi!...»

«Ed io li ho davvero» rispose Carmaux. «Ah!... la bravafanciulla!... E quel grido!... Mi pareva che noi fossimo tornati ai tempi in cuiil Corsaro Nero comandava l'abbordaggio dal castello della vecchia Folgore

«Sìuna bella e valorosa fanciulla» borbottò ilpiantatore. «Peccato che non si trovasse sul ponte della fregata dei mieicompatrioti.»

«Che cosa avete da mormoraredon Raffaele?» chieseCarmauxche aveva realmente gli occhi umidi.

«Dicevo che se quella fanciulla non fosse uscita dalla suacabinanon so se voi avreste vinta la fregata» rispose il piantatore con unsospiro.

«Non dico il contrario. Si difendevano bene i vostricompatriotiparola di Carmaux. Ci hanno ammazzati quindici o venti uomini eferiti quasi altrettanti.»

«E non siete ancora fuori dalla laguna. Il forte della Barraè stato rialzato più formidabile di prima e non vi lascierà passaresenzabombardarvi per bene.»

«È vero» disse Wan Stillerguardando le imponenti operedi difesa che munivano l'isolotto e che in sole sei settimane gli spagnoliavevano costruite. «Quello sarà un osso ben duro da rodere.»

«E che ci darà dei grossi fastidi» aggiunse Carmaux.«Eppure bisognerà andarcene al più presto. Pierre le Picard ha saputo da unpilotacaduto in nostra manoche queste tre fregate facevano parte di unasquadra di sei vascelli incaricata di sterminarci.

«Prima ancora che gli altri giunganodobbiamo sgombrare.Non si è due volte fortunati. Ah!...»

«Che cos'hai compare?» chiese Wan Stille.

«Don Raffaeledevo darvi una notizia che non so se vi faràpiacere o dispiacere.»

«Quale?»

«Sapete chi ho veduto fra i difensori della fregata?»

«Non saprei.»

«Il capitano Valera.»

L'emozione che provò il povero uomo nell'apprendere quellanotizia fu taleche cadde fra le braccia dell'amburghese che gli stava dietro.

«Ohedon Raffaele!» gridò il filibustiererimettendoloin equilibrio«che cosa vi piglia?»

«È morto?» chiese il piantatoreche era diventato livido.

«Nosi trova fra i prigionieri» rispose Carmaux.

«Allora sono un uomo finito.»

Il fischietto del mastro d'equipaggioche chiamava ifilibustieri a raccoltainterruppe la loro conversazione.

Morgandopo un breve consiglio tenuto coi comandanti dellenaviche si erano radunati nel quadro della Folgoreaveva dato ordineai mastri di far alzare le vele e di muoveresenza ritardoverso il fortedella Barra per tentare di espugnarloo per lo meno di guadagnare il mar deiCaraibionde evitare il pericolo di farsi rinchiudere nella laguna dalle altretre fregateche potevano comparire da un momento all'altro.

Gli equipaggi delle due navi più maltrattate e che eranodiventate quasi inservibilifurono imbarcati sulla nave spagnola eallamezzanottela squadraaggiustati alla meglio i danni riportati dallealberaturemuoveva risolutamente verso il forteper tentare l'ultimo colpo.

Già entusiasmati dal primo successoi filibustieri sitenevano quasi sicuri di riuscire anche nella seconda impresasicché si fecerosotto il fortesenza nemmeno degnarsi di rispondere al fuoco intenso deglispagnoli egiunti dinanzi alle scoglieremisero in acqua le scialuppe epresero terra in numero di trecentoassalendo vigorosamente le torri e letrincee.

Avevano però fatto troppo affidamento sulle loro forze ecome aveva già detto Wan Stillertrovarono un osso troppo duro per i lorodenti.

Nonostante l'impetuosità dei loro attacchi e la moltitudinedi bombe che lanciavano a mano sugli spaltidue ore dopo erano costretti aripiegare più che in frettalasciando un numero considerevole di morti eportando con sé molti feriti.

La sconfitta inaspettataturbò profondamente queiformidabili uominiche si reputavano invincibili e anche lo stesso Morganilquale cominciava a dubitare di poterla spuntare.

Egli tornò col grosso della squadraaveva fatto ritorno aMaracayboper vedere di prendered'accordo coi capi delle naviqualchedecisione disperata.

Prevalse dapprima l'idea di impressionare la guarnigione delfortemandando al governatore alcuni prigioniericoll'incarico di chiedergliun forte riscatto se voleva che risparmiassero la città. E così fu fatto.

Ottenuto un formale rifiutoMorgan si rivolse agli abitantii qualiper non vedersi completamente rovinatisi deciserofacendo uno sforzosupremoa pagarlo.

Con quelle migliaia di piastre non miglioravano affatto laposizione dei filibustierii quali si vedevano sempre nell'impossibilità dilasciare la laguna e sopra il capo la minaccia di veder comparire il resto dellasquadra spagnola.

Decisero di scendere a pattichiesero al comandante delforte che li lasciasse uscireoffrendogli in cambio la libertà di tutti iprigionieriche si trovavano come ostaggi a bordo delle navi filibustiereminacciandoin caso di rifiutod'impiccarli tutti agli alberi ed assicurandolopoi chedopopasserebbero egualmente sotto il forte.

La risposta fu tutt'altro che quella speratapoiché ilgovernatore fece loro dire da un suo messoche se gli abitanti di Maracayboavessero impedito l'ingresso ai piraticome egli era risoluto d'impedirnel'uscitanon si sarebbero trovati in quelle tristi condizioni e che liimpiccassero pure.

Morgan non era inumano e d'altronde non voleva offrire allafiglia del Corsaro Nero un così triste e feroce spettacolo. Aumentando però ilpericolo e cominciando a mancare i viveri in Maracaybodecise di tentarenuovamente la sorte.

Fece dividere fra i filibustieri le duecento cinquantamilapiastre ricavate dal saccheggio nelle due cittàparte in oroparte in argentoed in pietre preziosegli schiavi negri e le merci preziose che erano in grandequantità; poisopra piccoli legnifece passare dietro le boscaglie del fortedella Barra duecento dei suoi uominicome se si preparassero ad assalire glispagnoli da quella parte.

Appena però calarono le tenebreli fece rimbarcarenascostamente sui legni.

Gli spagnoliingannati da quella manovrasospettando che ifilibustieri assalissero il forte dalla parte di terraerano stati solleciti apiazzare da quella parte la maggior parte delle loro artiglierieperschiacciarli facilmente.

Quell'inganno doveva essere la salvezza dei corsari. Infatticol favor delle tenebrela stessa nottela squadra lasciava tacitamente lalagunacoi fanali spentiimboccando audacemente lo stretto della Barra.

Quando gli spagnoli s'accorsero dello strattagemmaeratroppo tardi per impedire ai loro odiati nemici l'uscitaed invano fecerotuonare le loro artiglierie.

Appena giunto fuori di tiroMorgan fece sbarcare la maggiorparte dei prigionieriper non avere le navi troppo ingombreesalutato ilforte con una salvasi spingeva in alto mare senz'altre molestie.

Ancora una volta la fortuna aveva arriso a quell'audacefilibustiere.

 

 

Capitolo tredicesimo

 

Fra il fuoco e le onde

 

Da due giornila squadra dei filibustieri aveva lasciate leacque di Maracaybonavigando di conserva per essere pronta a dare battagliaalle tre fregate spagnoleche dovevano battere quel mare e che non avevanoancora preso parte al combattimentoquando la sera del terzomentre si trovavaa una cinquantina di miglia dall'isola d'Orubas'alzò improvvisamentesull'orizzonte una nuvola nerissimache non prometteva nulla di buono.

L'atmosfera già da qualche ora aveva acquistata unatrasparenza straordinariasegno infallibile d'un prossimo uraganoed il marequantunque apparisse tranquilloesalava un odore stranocome se le acque sifossero improvvisamente corrotte.

Era la stagione degli uragani e dei tremendi maremotiorazzi di mareprodotti dai furiosi venti di ponente e che di frequentesconvolgono le Antillegrandi e piccolecausando disastri immensi.

Al sentire quell'odore caratteristico e al vedere il soletramontare più rosso del solitouna certa inquietudine si era impadronita ditutti gli equipaggi della squadra che conoscevano per prova la violenza delletempeste del mar dei Caraibi e dell'immenso golfo del Messico.

«Si prepara di certo una brutta notte» disse Carmaux a WanStillerche guardava attentamente le prime stelle alzarsi sull'orizzontee cheapparivano più grandi del consueto.

«Cattivo odore» rispose l'amburghesefiutando a piùriprese l'aria.

«Odor di buferacompare.»

«Il capitano Morgan ha avuta una buona idea di farci passaresu questa fregata. È molto più solida della sua Folgoreche ha ilcassero sconquassato e l'alberatura danneggiata.»

«Si direbbe che presentiva la bufera» disse Carmaux.

«Abbiamo però una mina nella stiva.»

«Una mina?»

«I prigionieri spagnoliche potrebbero approfittare dellatempesta per giuocarci qualche brutto tiro.

«Se io fossi stato il capitanoli avrei sbarcati assiemeagli altri. Già temo che non caverà da essi grossi riscatti.»

«Vi sono fra loro dei pezzi grossiamico Carmaux.»

«Il capitano Valera forse?»

«Ah!»

«Che haiamburghese?»

«Hai mai chiesto a costui come è riuscito ad imbarcarsisulla squadra spagnolamentre noi l'avevamo lasciato nei sotterranei delconvento? Non hai trovato strana la sua presenza su questa nave?»

«Infattiè vero» disse Carmauxche era stato colpitodalla riflessione dell'amburghese. «Perché quell'uomo invece di mettersi insalvo si è unito alla squadra? Che si trovasse sulla fregata anche ilgovernatore?...»

«Di cui era l'anima dannata e l'amico intimocome disse donRaffaele» aggiunse Wan Stiller. «Vorrei vederci un po' chiaro in questafaccenda.»

«Ed io non meno di teamburghese» disse Carmaux.

«E il diavolo ce lo ha mandato quidove si trova la figliadel Corsaro Nero!»

«Teniamolo d'occhiocompare. Il nemico peggiore per lasignora di Ventimigliadopo il conte di Medinaè quello.»

Uno scricchiolìo si era fatto udire in alto. Le vele dipappafico e di contrapappafico giravanosbattendo fortementesotto le primeraffiche.

Morgan era comparso in quel momento sul pontecon Pierre lePicard e la signorina di Ventimiglia.

«Tempesta» disse volgendosi verso la fanciullacheguardava verso ponentedove la nuvola s'alzava rapidissimatinta dagli ultimiriflessi del tramonto. «Non avrete paurasignora?»

«Sono la figlia d'un uomo di mare» rispose Jolandaconvoce tranquilla.

«Per quanto violenta sianoi potremo reggere alle onde ealla furia dei venti» disse Morgan. «Sono le piccole navi della squadra che sitroveranno a mal partito e non potranno seguirci. Pierre le Picardprendi tuttele disposizioni necessarie per far fronte all'uragano. Non lasciamocisorprendere. Temo qualche razzo di mare.»

«Che cos'è?» chiese Jolanda.

«È un'onda mostruosa che si solleva improvvisamentenell'epoca delle grandi mareeed alla quale difficilmente le navi possonoresistere. Fra il luglio e l'ottobre si ripete ogni anno due o tre volte ecagiona sempre danni immensispecialmente sulle spiagge delle isole. Talvoltaquel cavallone s'alzaquando il mare è quasi tranquillos'avvicina alle costecosì lento che niuno crederebbe potesse causare incomodo alcuno. Quando perògiunge a quattro o cinquecento passis'alza fulmineocome sollevato da unaforza misteriosa e piomba così tremendoche spazza via città e borgate etrascina le naviancorate nelle radeattraverso le campagne dove le lascia insecco. Qualche volta invece compare durante gli uragani e allora è piùtremendo.»

Un rombo formidabileche si ripercosse lungamente nel senodella nuvola nera e che parve lo scoppio simultaneo d'una mezza dozzina digrossi pezzi d'artiglieriainterruppe la loro conversazione.

Quasi subito si udirono per l'aria dei lunghi fischistridenticome se mille correnti s'incrociasseroprovenienti da variedirezionie l'alberatura della fregata fu scossa dalla cima degli alberetti aitravi inferiori.

Fra i fragori delle prime ondatei fischi del vento e lenote stridule dei mastri e dei contro-mastrisi udì la voce di Carmaux agridare:

«Attenti alle gabbie e che la fortuna ci protegga!»

Il mare montava a vista d'occhiomentre la nuvola neracopriva tutta la vôlta celestecon rapidità fantasticaintercettando la lucedegli astri.

Sulle acque del mar dei Caraibi era piombata una profondaoscuritàche i due grossi fanali di poppa della fregata non riuscivano arompere.

Da ponentei fischi continuavano a succedersiseguìti daraffiche sempre più impetuoseche facevano crepitare le vele. Le onde vifacevano ecomuggendo sordamente.

«Sai che cosa mi ricorda questa notte?» chiese Carmauxchestava alla ribollaessendo uno dei migliori piloti della squadra filibustiera.

«Lo indovino» rispose l'amburgheseche lo aiutava inquella gravosa manovra. «La notte in cui il Corsaro Nero abbandonava fra leondesolasu una scialuppala madre della signora Jolandala figlia di quelmaledetto duca.»

«Sìamburghese» rispose Carmauxcon voce commossa.«Anche allora il mare montava e la tempesta ci minacciava. Chi avrebbe dettoche un giornoil Corsaro avrebbe ritrovata la fanciulla che pur tanto avevaamataregina d'una tribù di antropofaghi caraibi e che l'avrebbe sposata?»

«E come piangeva quella notte il Corsaro!...»

Un muggito spaventevoleche si fece udire al largosoffocòle ultime parole dell'amburghese.

«È il razzo di mare che si forma» disse Carmaux. «Checosa accadrà delle piccole navi della squadra? Badiamo che non ci piombi ditraverso.»

La fregata teneva testa alle ondeche già l'assalivano confurore e la scuotevano poderosamentenon ostante la sua mole relativamenteenorme.

I gabbieri avevano già ammainato tutte le vele bassenonconservando che le gabbie ed i fiocchipure l'alberatura subiva ancora scosseviolentissimequando le raffiche la investivano.

Le altre navi cominciavano già a disperdersi. Si vedevano iloro fanali brillare in varie direzionialcuni verso il sudaltri versolevantecome se fuggissero dinanzi all'uragano. Morgan d'altrondea mezzo dirazziaveva loro segnalato di rifugiarsi dove meglio credevanobencomprendendo che non avrebbero potuto seguirlo nella sua rotta.

A mezzanotte tutte erano scomparse. Certo avevano cercato dirifugiarsi verso le numerose isole che coprono le spiagge venezuelanedovepotevano trovare ottime rade.

La fregata però non aveva ancora deviato dalla sua rottaeproseguiva verso il settentrione per raggiungerese non la Tortuealmeno laGiamaicadove non poteva correre pericolo alcunoessendo colonia inglese edaperta alle navi filibustiere che avevano ottenuto patenti di corsa contro glispagnoli.

Il mare diventava sempre più spaventoso e le rafficheaumentavano di violenza. Il vento di ponente si scatenavaacquistando la forzaprodigiosa che suole raggiungere nelle grandi tempesteallorquando riesce aspostare perfino i grossi cannoni da trentadue delle batterie esposte alla suafuria.

Tuoni assordanti rimbombavano in seno alla nube neracon uncrescendo terribilecoprendo sovente la voce dei mastri e dei contro-mastrimentre lampi abbaglianti si succedevano senza posa.

Morganquantunque prevedesse che la bufera avrebbe benpresto raggiunta la massima violenzamostrava una calma ed una tranquillitàd'animo ammirabile. Se era un formidabile uomo di guerraera pure uno dei piùvalenti marinai dell'epoca.

Ritto sul ponte di comandocol portavoce in manoimpartivagli ordini senza che si sentisse nel suo accento alcuna vibrazione chedimostrasse la menoma apprensione.

Jolandache si era rifiutata di scendere nella sua cabinastava presso di luiaggrappata alle traverse dal pontesfidando intrepidamentegli spruzzi delle onde che giungevano talvolta fino a quel punto elevatissimodella fregatae guardando con curiositàesente da qualsiasi timorei baratriche si formavano fra i cavalloni ed entro i quali la grossa nave affondava conmille paurosi scricchiolii.

«Non avete paura?» le chiedeva sovente Morgan.

«Sono la figlia d'un uomo di mare» rispondeva ellasorridendo. «Su questi mari mio padre ha sfidato gli uragani. Perché non debbosfidarli anch'io?»

Verso le due del mattinoun clamore assordante s'alzò inmezzo alle onde. Pareva che migliaia e migliaia di persone urlassero tutteinsieme e che invocassero soccorso.

Morgan era diventato un po' pallidoe la sua fronte si eraaggrottata.

«Che cos'è?» chiese Jolanda.

«Il razzo di mare che si forma» rispose il filibustiere.

A un trattoparve che il cielo s'incendiasse da levante aponente. Alla notte tenebrosa successe una vera notte di fuoco.

Le onde parevano avvamparecome se nel loro seno si fosseroaperti centinaia di vulcani sottomarini.

I lampi si succedevano ai lampie così vividi e intensiche i marinai si sentivano abbacinati. Una vera pioggia di folgori cadeva sulmare e se ne vedevano perfino di quelle a due ed anche a tre branche.

L'equipaggio della fregata guardava con terrore quellospettacolocogli occhi socchiusi. Anche Jolandaper la prima voltasembravascossa.

«Signor Morgan!...» esclamava. «Che cosa succede?»

«Attraversiamo una meteora di fuocosignora. Scendete nelquadro!... Scendete!...»

In quel momento si udì una voce a gridare:

«Lassùsul mostravento del maestro!...»

Tutti apersero gli occhiguardando sulla cimadell'alberatura.

Una sferanon più grossa di un arancioche parevaincandescente e proiettava una luce azzurrognolagirava intorno al mostraventodel contrapappaficocome se cercasse di posarsi sulla punta della banderuola.()

D'improvvisoscoppiò con una detonazione seccache parveprodotta dal frangersi d'una granatapoi una lingua di fuoco serpeggiò lungol'alberoavvolgendo le sartìe ed i paterazzi e raggiunse la gran gabbiaspandendo all'intorno un acuto odore di zolfo.

Un urlo di spavento si era alzato fra i filibustieri dellafregata.

«Al fuoco!... Al fuoco!...»

La gran gabbia si era incendiata e le fiammealimentate dalventosi erano allungate verso la vela latina dell'albero di trinchetto.

Morgan stava per slanciarsi giù dal ponte di comandosecotrascinando la figlia del Corsaroquando udì Pierre le Picard a urlare:

«Anche la latina ha preso fuoco ed il razzo di mare romba allargo!...»

Morgan soffocò a stento una imprecazioneper non allarmarela fanciulla. Non poté però trattenere un grido di furore.

«È la maledizione che piomba su noi!»

Riacquistando però prontamente il suo sangue freddoaiutòJolanda a scendere la scalache le onde volta a volta attraversavano.

«Signora» le disse con voce un po' commossaguardandolanegli occhi. «Morgan non è uomo da lasciarsi abbattere; abbiate fiducia inme.»

«Non ho paura» rispose Jolanda. «So che uomo siete.»

«Lasciate il pontesignora. Siamo fra le onde ed il fuocoed i pericoli non si possono sempre prevedere.»

«Vi obbediscocapitano Morgan.»

«Wan Stillera te la signora!...» gridò il filibustierevedendo passare l'amburghese con dei buglioli in mano.

Guardò la fanciulla che si allontanavastretta al bracciodel filibustieresempre tranquillacome se nessun pericolo la minacciassepoisi slanciò attraverso la toldadove regnava una viva confusionegridando convoce stentorea:

«Alle pompe!...»

La fregata si era messa alla cappacolle sue vele dellamezzanaper fuggire dinanzi all'uragano che la investiva con forza terribiletrascinandola verso levante. L'albero maestro ed il trinchetto erano entrambi infiamme.

I paterazzile sartìele manovre correntii pennoni e lecoffe bruciavano come fiammiferiessendo imbevuti di catrame e le velelasciavano cadere sulla coperta lembi di tela accesa e scintille in gran numero.

L'alberatura poteva considerarsi come perdutapericologravissimo in mezzo ad una buferache poteva durare molte ore. Senza le vele lanave era priva d'ogni stabilità.

Al comando di Morgani corsari avevano messe in opera lapompa di prora e quella di poppama la manovra era tutt'altro che facilecolleonde che ad ogni istante invadevano la copertaminacciando di spazzare via gliuominiche si erano collocati alle traverse.

I gettid'altrondenon potevano avere grande efficacia inalto. Gli attrezzianche bagnatibruciavano egualmente elasciando cadere adogni istante od un pezzo di pennone infiammatood un lembo di tela ardenteodun paterazzoesponevano gli uomini ad un continuo pericolo.

Per di piùessendo il vento instabilevi era laprobabilità che anche l'albero di mezzana prendesse fuoco.

Tuttavia quei fieri uominiabituati da lunga pezza a tutti ipericolilottavano disperatamente. Alcuni avevano già assalito i due albericolle scuriper farli cadere in marequando Morganvedendo che non bastavanodiede l'ordine di chiamare in coperta i prigionieri spagnoliche si trovavanoracchiusi nella stiva e chevedendo quei bagliori sinistriurlavanospaventosamente.

Erano una trentinafra cui il capitano Valera e donRaffaele.

Udendo però quel comandoCarmaux aveva fatto un salto.

«Ecco un'imprudenza che noi possiamo pagare cara» avevadetto a Wan Stillerche lo aveva raggiunto. «Dei nemici in copertaquando ilfuoco è a bordo!... Compareapri gli occhi!...»

«Credo che tu abbia torto» rispose l'amburghese. «La loropelle vale la nostra e ci terranno a salvarla.»

«Gli altri sìma ve n'è uno che sarebbe ben lieto dimandarci tutti in fondo al mare. Apri gli occhicompare.»

«Di chi sospetti?»

«Del capitano Valera.»

Un urlo scoppiato a prora li fece rabbrividire.

«Largo!... Cade il maestro!...»

Una turba di gente passò a corsa sfrenata fra di lorospingendoli verso le murate. Erano gli uomini delle pompeche si salvavano sulcasseronon ostante le grida ed i sagrati di Pierre le Picard e di Morgan.

Nel medesimo istante si udirono i gabbieri del bompresso adurlare:

«Badapilota!... Il razzo monta!...»

 

 

Capitolo quattordicesimo

 

Il razzo di mare

 

Uno sgomento inenarrabile si era impadronito dei sessantauomini che formavano l'equipaggio della fregataall'annuncio dato dai gabbieriche il temuto razzo di mare stava per montare ed irrompere contro la fregata.

L'incendio dell'attrezzatura dunque non era un pericoloabbastanza graveperché vi si mescolasse la furia delle onde? Mancava ancoraquel tremendo cavalloneterrore dei naviganti del Golfo del Messico e del Maredei Caraibiper mettere a più dura prova la sortegià molto precariadellanave?

«Siamo perduti!» aveva esclamato involontariamente Carmauxche si era precipitato verso il casserodove si trovavano Morgan e Pierre lePicard.

La fregatainvestita da onde spaventevoliche montavanosopra i bordi con muggiti assordantie quasi priva di veletrabalzava alloradisordinatamenterovesciandosi ora sul babordo ed ora sul tribordo.

L'albero maestrogià privo dei paterazzi e delle sartìetutto fiammeggiante dalla base alla cima come una torcia colossaleoscillava inavanti ed indietro con mille lugubri scricchioliilasciando cadere in copertaora un pezzo di pennone ed ora un frammento di coffa o di crocetta.

Una vera pioggia di tizzoni ardenti rimbalzava in copertaminacciando di dar fuoco al catramesparso fra le connessure delle tavole e dibruciare le imbarcazioniche erano state levate dalle gru onde i cavalloni nonle portassero via.

Morganche conservava il suo solito sangue freddoavevadato ordine di abbandonare le pompediventate ormai inutili. Non si preoccupavache del razzo di mareche poteva subissare di colpo la fregata.

«Quattro uomini alla ribolla del timone!» aveva urlato.«Attentia virare!... Salvate la mezzana!»

Uno scroscio orribile aveva fatto seguito alle sue parole.l'albero maestrogià carbonizzato alla base e privo dei paterazzidellesartìe e delle griselledopo aver oscillato alcuni istantidescrivendo unarco di fuocoera caduto attraverso la fregata fracassando le impagliettature erovesciando in mare un cannone da caccia della coperta.

Il rimbombo era stato taleche Morgan e Pierre le Picardper un momento aveva temuto che anche i corbetti di tribordo avessero ceduto.

Fortunatamente sopraggiunse un'onda violenta era sopraggiuntache dopo aver spentocon mille sibilile antenne fiammeggianti ed i rimasuglidella velaturaportò via l'alberopermettendo alla nave di risollevarsi.

Era tempo. Il razzo di mare stava per rovesciarsi sullafregata con impeto irresistibile.

Si era formatoo meglioera apparso a cinque o sei gomenedalla prora e s'avanzava con mille muggiticome una immensa muraglia liquidala cui altezza non poteva misurarsi.

Sulla cimauna frangia di spuma che rifletteva i baglioridelle fiammeavvolgenti ancora l'albero di trinchettos'arricciava e sirompeva sotto le incessanti e poderose sferzate del vento.

I marinai della fregatavedendolo avanzarsisi eranorifugiati precipitosamente sul casseroche era la parte più alta e quindi lameno esposta.

«Aggrappatevi e tenetevi fermi!...» tuonò Morgan. «WanStiller!... Carmaux!... Nel quadro e impedite l'uscita alla fanciulla!...»

Aveva appena pronunciate quelle parole ed i due filibustierierano scomparsi nel quadrochiudendo la portaquando la mostruosa onda sirovesciò con un muggito così potente da soffocare i tuoni del cielo.

La naveinvestita a prora da quell'enorme massa liquidasirizzò bruscamentequasi verticalmentepoi piombò in un abisso che pareva nonavesse fondocon mille scricchiolii. Pareva che i madieri ed i corbetti sispezzassero e che tutti i puntelli del frapponte cadessero.

Un colpo di mare la avvolse da prora a poppatutto spezzandoefrantumando le murateuscì sopra il casserosbattendo in tutte ledirezioni gli uomini che l'occupavano.

Quando la fregata tornò a gallail razzo era già passato es'allontanava verso il sud con un rombo spaventevoleed una profonda oscuritàavvolgeva il mare.

Il cavalloneche si era rovesciato sulla toldaavevaschiantato l'albero di trinchetto e l'aveva portato viacome fosse stato unfuscello di pagliaspegnendo contemporaneamente l'incendio.

Anche parecchi uominifra cui non pochi prigionierispagnolierano pure scomparsitravolti e spinti fuori dai bordi da queltorrente d'acquache si era infranto contro il casserodopo aver spazzato ilcastello e la tolda.

La nave era sfuggita al colpo datole dal razzoma in qualicondizioni si trovava!... Si poteva ormai considerare come un rottamedestinatopresto o tardia diventare preda dei flutti.

Dei suoi alberi non rimaneva che quello di mezzanaperchéanche il bompressoche primo aveva ricevuto l'urtoera stato strappato dicolpo; le sue murate erano state sventrate in tutta la loro lunghezza; lescialuppe erano scomparse e perfino il timone era ormai così sgangherato da nonpoter più servire a nulla. Eper colmo di disgraziala tempesta continuava adinfuriare e non era improbabile che un nuovo razzo si formasse e tornasse apiombarle addosso.

«È finita o sta per finire?» chiese Pierre le Picard aMorgan che si era spinto fino sul castello di proraper rendersi conto deidanni subiti dalla fregata.

«Il disastro non poteva essere maggiore» rispose ilfilibustiere. «La nave è perduta e non vale più d'una zattera. Se sitrattasse di noi solipoco m'importerebbe. Ne abbiamo viste di peggiori e ce lasiamo sempre cavata con fortuna.»

« Ti preoccupi per la figlia del Corsaro?»

«Sì» rispose Morgan.

«La salveremo a dispetto delle onde e dei venti» dissePierre le Picard. «Dove supponi che siamo?»

«Il vento ci ha spinti sempre verso levanteetenendoconto della velocità che imprimeva alla fregataio ritengo che noi ci troviamoall'altezza dell'isola della Tortuga.»

«Che corsa!... Dove andremo a dar di cozzo noio dovecercheremo un rifugio?»

«Certo contro le isole della Nueva Esparta» rispose Morgan.

«Ci sono spagnoli su quelle isole?»

«Lo ignoro.»

«Sarebbe meglio evitarle.»

«Faremo il possibile.»

«Se potessimo cacciarci nel golfo di Paria?»

«È quello che tenteremoper non farci sorprendereincosì miserando statoda qualche nave spagnola. Aspettiamo che l'uragano sicalmipoi vedremo.»

Pareva invece che la tempesta non avessealmeno per ilmomentoalcun desiderio di andarsene altrove.

Il vento continuava ad infuriare sempre da ponentetrascinando la fregata verso levanteessendo rimasta spiegata la grande velalatina sull'albero di mezzana.

Anche il mare non accennava a calmarsi e le onde siseguivanosempre altissimescrollando incessantemente la povera nave epercuotendo poderosamente i malfermi fianchi.

L'equipaggio peròvedendo che nessuna via d'acqua si eraaperta nello scafo e che nessun altro razzo di mare li minacciavaaveva ripresoanimo e aveva messo un po' d'ordine sulla toldasgombrandola dai rottami edagli avanzi dei pennoni e dei cordami.

Alcuni marinai tentarono di saldare alla meglio il timonemadovettero rinunciarvia causa dell'incessante irrompere delle onde.

Al mattinoquando la luce riapparvei filibustieri sicontarono. Quattordici dei loro e sei prigionieri spagnoli erano scomparsidurante la nottestrappati dal razzo di mare.

«Fosse stato almeno inghiottito anche il capitano Valera»disse Carmauxche presenziava all'appello fatto da Pierre le Picard.

«Invece è là che ci guarda ridendo» rispose Wan Stiller.«Si direbbe che egli ha indovinato il tuo desiderio.»

«E don Raffaele?»

«È ancora vivo.»

«Che batosta però per la fregata!...»

«E delle altre navi che cosa sarà accaduto?»

«Se il razzo le ha raggiunte in alto mare le avrà sommersedi colpo» rispose Carmaux. «Non erano in gradoeccettuata forse la Folgoredi resistere a tale cavallone.»

«Dovremo dunque lasciarci trasportare dall'uraganofinchétroveremo qualche scogliera o qualche spiaggia che ci arresti?» si chiese WanStillerche pareva preoccupato. «Fosse almeno una spiaggia deserta!...»

« Tu temi gli spagnoli cheè verocompare?»

«Hanno grosse colonie nel Venezuela e potrebbero scorgercie darci la caccia. Che cosa ne ditedon Raffaele?» chiesescorgendo presso disé il piantatore.

«Se vi prendono vi impiccheranno e che vi ritoglieranno lafiglia del Corsaro» rispose il piantatore con maligna compiacenza.

«In quanto all'impiccarcicredo che non abbiano delle funiabbastanza resistenti per noi» disse l'amburghese. «Siamo ancora in buonnumero e abbiamo a bordo polvere e palle in abbondanza.»

«Palle sìma polvere... vorrei un po' vedervi a caricare icannoni.»

«Che cosa ditedon Raffaele?» chiese Carmauxcorrugandola fronte.

«Io non so che cosa il razzo di mare abbia sfondatoviposso solamente dire che ho veduto entrare dell'acqua nel frappontepresso lasantabarbara e che i depositi di polvere devono essere sommersi.»

«Tuoni d'Amburgo!» gridò Wan Stiller. «È impossibile.Noi non abbiamo urtato in alcun luogo.»

«Eppure qualcosa ha urtato e sfondato i madieri» disse lospagnolo. «Andate un po' ad assicurarvi.»

Carmaux e l'amburghese non l'ascoltavano più. Stavano perscendere la scala che metteva nel frappontequando udirono fra i fischi furiosidel vento ed i muggiti crescenti delle ondeun rotolare cupoaccompagnato dacolpi sordicome se degli arieti percuotessero furiosamente la nave.

«È acqua che entra?» si chiese Wan Stillerfermandosimentre Carmaux staccava una delle lampade che illuminavano la camera comunedell'equipaggio.

«Si direbbe che rotolino dei cannoni » rispose il francesediventando pallido. «Che i pezzi della batteria abbiano spezzati i freni?»

«O che qualcuno li abbia invece tagliati?»

Scesero a precipizio la scala ed entrarono nel frappontedove s'arrestaronomandando un urlo di furore.

Quattro pezzi della batteriaspezzate le funi che litrattenevano ai sabordicorrevano all'impazzata per il frappontea seconda chela fregata si piegava sul babordo o sul tribordo.

Quelle masse di bronzoandavano e venivano con cupo fragoreche non si udiva sopra coperta a causa degli ululati del vento e dei muggitidelle ondee investivano i fianchi del legno con foga irresistibileschiantando i puntali e fracassando a poco a poco i baglii corbetti ed imadieri.

Già uno squarcio si era aperto all'estremità opposta delfrappontein prossimità della Santa Barbara e vi penetravano attraverso grossifiotti d'acquache correvano come torrenti verso poppacolando nella sentina enei depositi.

«Qui è stato commesso un tradimento» disse Carmaux. «Èimpossibile che il rollìo abbia potuto spezzare dei paranchi di quellarobustezza.»

«Da chi?»

«Da chi? Dai prigionieri spagnoli. Qualcuno deve averapprofittato dell'incendio dell'alberaturaper scendere qui inosservato etagliare le funi. Hanno scelti i cannoni prossimi al deposito delle polveri perinondarci le munizioni.»

«Se non riusciamo ad arrestarli finiranno per sfondare ifianchi della fregata.»

«Diamo l'allarmecompare!»

Si erano slanciati entrambi su per la scalaavvertendoPierre le Picard del grave pericolo che correva la nave.

Una rauca imprecazione era sfuggita al filibustiere.

«Non bastavano la perdita dell'alberatura ed il razzo che ciha sconquassati!...» esclamò. «A memarinai!»

Quindici o venti corsari erano accorsimuniti di aspe e dimanovellee si erano introdotti con precauzione nel frapponteportandoparecchi fanali.

Quei quattro pezzi parevano dotati di vita. Si arrestavano unmomentomostrando le gole nerepoi riprendevano la corsa tutti insiemescorrendo velocemente sopra le loro ruote massiccecon un fragore di ferraccio.

Di quando in quandoqualcuno andava a dare di cozzo controuno dei pezzi collocati dietro i sabordigirava su sé stessopoi tornava adavventarsi in direzione oppostasenza che si potesse prevedere dove sarebbeandato a vibrare un nuovo colpo.

«È il nostro colpo di grazia!» aveva esclamato Pierre lePicard. «Se non riusciamo a frenarlispezzeranno i paranchi degli altri eallora sarà la fine per la fregata.

«Coraggiocamerati! Ci va di mezzo la salvezza di tutti!...Cento piastre a chi ne ferma uno!...»

Poiper incitare i suoi uomini che titubavanotemendo divenire travolti da quei pesantissimi pezzistrappò ad un marinaio un'aspa e sislanciò risolutamente nel frappontesubito seguíto da Carmaux e da WanStiller.

L'impresa a cui si accingevano era però così difficile ecosì pericolosache i loro compagni si sentirono correre per le ossa unbrivido di terrore. Avrebbero amato meglio lanciarsi all'abbordaggio d'un legnotre volte più grosso della fregata e zeppo di nemicipiuttosto che arrestarequei mostri di bronzo.

Un violento colpo di mareche sollevò la nave da prora apoppaaveva rimessi in movimento i quattro pezzi.

Vedendoli indietreggiare all'impazzata verso il quadroPierre le Picard ed i suoi due compagni si slanciarono verso il più vicinogettando fra le ruote dell'affusto le loro aspe e balzando subito da un lato pernon venire travolti.

Il pezzo girò su se stesso fracassando gli ostacoli comefossero pagliepoi prese la corsa verso la murata di babordosotto un colpo dirollìopassando appena ad un passo da Carmauxe andò a dar di cozzo controun cannone della batteriacon tale violenza da spezzare di colpo i freni che lotrattenevano.

Quasi nel medesimo istante un altro se ne staccava versol'estremità poppiera del frapponte.

Pierre le PicardCarmaux e Wan Stiller avevano avuto appenail tempo di mettersi in salvoverso la camera di proradove già si eranorifugiati i loro compagni.

I sei pezzi attraversarono con rapidità vertiginosa ilfrapponte e abbatterono di colpo la tramezzata di prora e l'estremità inferioredella scalapoi ripartirono in senso inversourtando gli altri pezzi estaccandone altri tre.

«Siamo perduti!...» aveva esclamato Pierre le Picard. «Fradieci minuti tutti i venti pezzi della batteria saranno in moto e sfonderanno ifanchi della fregata.»

Volerli arrestare era ormai una follìa. Sarebbero statenecessarie delle granateper scagliarle fra gli affusti e far saltare i pezzi;ma disgraziatamente si trovavano nella Santa Barbara già inondata.

«Non possiamo far nulla dunque?» chiese Carmauxche sistrappava i capelli.

«Prepariamoci a colare a picco» rispose Pierre le Picard.«La fregata è perduta.»

Risalirono in copertacupi e scoraggiati.

«Morgan» disse Pierre le Picardavvicinandosi al capitano.«Tutto è finito.»

«Dunqueè vero?»

«Sìi pezzi non si possono più frenare ed i fianchicominciano a cedere.»

«Maledizione!...» esclamò Morganstringendo le pugna.

I suoi sguardi si erano fissati sui prigionieri spagnoli chestavano raggruppati sul cassero.

«Sono stati loro!» disse con voce minacciosa.

«Impicchiamoli tutti» disse Pierre le Picard.

«Sìimpicchiamoli!...» gridarono sette od otto marinaiche avevano udita la proposta del filibustiere. Morte ai traditori!»

Morgan stava per aprire la bocca e dare forse quell'ordinecrudelequando una voce dolcema nel medesimo tempo fermasi fece udiredietro di loro.

«Voi non lo faretecapitano Morgan. I filibustieri chehanno combattuto con mio padrenon devono mutarsi ora in carnefici.»

Jolanda era comparsa dietro i due comandantifacendosi largofra i marinaiche si erano stretti attorno a loro e che già allungavano lemani verso un mucchio di cordami.

«Voisignora?» disse Morgantrasalendo.

«Giungo in tempo per impedire una inutile crudeltà.»

«Hanno tagliati i freni dei pezzisignorae per colpaloronoi fra poco forse affonderemo» disse Pierre le Picard.

«I filibustieri sono gente di guerra e non già deicarnefici» disse Jolanda. «Quali prove d'altronde avete per condannare queidisgraziati? Nocapitano Morgannon darete mai il vostro consensoalmeno finoa che io sarò fra voi. La figlia di colui che voi chiamavate il gentiluomod'oltremarenon può assistere freddamente a simili crudeltà.»

«Avete ragione» disse Morgan. «Il luogotenente del CorsaroNero non offrirà mai un simile spettacolo alla signora di Ventimiglia.»

«Graziecapitano» rispose la fanciulla. «Fieri e prodisìi filibustierima anche magnanimi.»

Nessuno aveva osato ribattere parolatanto ormai eral'ascendente che esercitava su quei ruvidi e battaglieri uomini del mareladolce figura della figlia del gentiluomo piemontese.

«Signor Morgan» disse la fanciulla. «È dunque perduta lanave? Ditemelo francamente. La figlia del Corsaro Nero non deve aver paura.»

«Spero che resisteràse la tempesta si calma» rispose ilfilibustiere. «Anche se i pezzi sfondassero la batteria superioreil pericolonon sarà immediato.

«Non dobbiamo essere lontani dalle isole della NuevaEsparta. Non vi nascondosignorache tuttavia non mi faccio soverchieillusioni e che la nave potrebbe affondareprima di avvistare quelle terre. Nontemete però. Abbiamo qui tanto legname da poter costruire dieci zattere ed èciò che noi faremoappena le onde si saranno un po' calmate.»

«Ho piena fiducia in voicapitano Morgan.»

«Siete ammirabilesignora.»

«Perché?» chiese la fanciulla sorridendo.

«Una tranquillità simile non si troverà mai in nessunadonna. Quale buon sangue aveva il Corsaro Nero!...»

 

 

Capitolo quindicesimo

 

Una sorpresa in alto mare

 

Durante tutta la giornatala tempesta continuò adimperversare senza un momento di treguamalmenando la povera fregataed ipezzi non cessarono di sgangherarle i fianchisfondando parecchi madieri etutte le tramezzate.

Non fu che verso serache il mare cominciò a calmarsi e cheil vento cessò di soffiare da ponentegirando verso il settentrione.

In quelle dodici ore la nave si era ridotta in uno statoveramente miserando. Galleggiava ancorama era mezza piena d'acquaentratadagli squarci aperti dagli urti formidabili di tutti quei pezziche nessunoaveva più osato fermare.

Tutte le murateeccettuata quella poppiera del casseroerano scomparse e solo ancora resistevaper un vero miracolol'albero dimezzana; ma non poteva essere di alcuna utilitàpoiché nessuno avrebbe osatospiegare alcuna vela per il timore di vederlo rovinare.

«È finita» disse Carmauxche guardava desolato la toldadella naveingombra di rottami. «Se non sarà questa nottedomaniquestapovera carcassa si inabisseràa meno che troviamo qualche scogliera o qualchecosta su cui arenarla.»

«Che cosa dice il signor Morgan?» chiese don Raffaele chegli stava presso.

«Dice che ha intenzione di far costruire delle zattere.»

«Quando?»

«Questa notte.»

«Entra ancora acqua?»

«La fregata beve senza tregua» disse Carmaux.

«Allora anche la figlia del Corsaro è in pericolo» dissedon Raffaele. «Non valeva la pena di assalire Maracayboper poi lasciarselaprendere dal mare.»

«Vi ho detto che si costruiranno delle zattere e... Oh!...Làlà!... Non ci mancherebbe altro!... Se ci scorgono la finiremo prima.Furie dell'inferno!...»

«Che cosa avete?»

Carmaux non rispose. Curvo innanzisull'orlo estremo delcastello di proraguardava attentamente verso il settentrione.

«Che cosa cercate dunque?» chiese don Raffaele. «Io nonvedo che dell'acqua nera.»

«Aspettate un po'deve esservi ancora mare agitato lassù.Aspettiamo che ricomparisca.»

«Ma chi?»

Invece di rispondere Carmaux scese a precipizio la scala chemetteva sulla coperta e si diresse correndo verso il casserodove Morgancercava di far collocare una specie di timoneformato con un pennonealla cuiestremitàche doveva immergersiaveva fatto inchiodare due ceppi d'àncoraonde poterlo far funzionare come un remo gigantesco.

«Capitano» disse il filibustierecon voce agitata. «Vi èuna nave in vista.»

«Dove?» chiese Morgantraendolo da una parte.

«Viene dal settentrione. Ho scorto or ora i suoi fanali.»

«Sei certo di non esserti ingannato?» chiese il comandantedopo aver gettato un rapido sguardo nella direzione indicata dal filibustieresenza scorgere nulla

«Ho la vista buona.»

«Seguimi sulla coffa. Di lassù vedremo meglio.»

Salirono le griselle di babordo dell'albero di mezzana egiunti sulla cima del primo travoscorsero infatti verso il nord due puntiluminosiche spiccavano nettamente sul tenebroso orizzonte.

«Sìuna nave» disse Morgan. «Non deve trovarsi che acinque o sei miglia da noi e ci si presenta di prua.»

«Non vi pare però che quei lumi siano immobili?» chieseCarmauxdopo di aver osservato con maggior attenzione.

«Forse t'inganni» rispose il capitano. «Tuttavia non misembra che quella nave cammini troppoquantunque abbia il vento in favore.»

«Che sia una delle nostre?»

«Che viene dal nordossia da Cuba o da San Domingo? Uhm!...Non può essere che una spagnoladiretta a qualche porto del Venezuelao a laGuayra od a Cumana.»

«Se potessimo abbordarla e lasciare questa carcassaormaidestinata a sparire? Sono certo che i nostri uomini non esiterebberotrattandosi di salvare la pelle.»

Morgan aveva guardato Carmauxcome fosse stato colpito daquell'audace idea.

«E perché no?» disse poiquasi parlando fra sé.«Abbordarla in silenzioinvadere bruscamente il ponteassalire l'equipaggiocolla sciabolagiacché la polvere quasi ci manca? Forse che Braccio di Ferronon ha fatto altrettantoquando la sua naverotta dalla tempestastava perinabissarsi?»

Scese in coperta e chiamò attorno a sé i suoi marinai.Aveva preso risolutamente il suo partito.

«Una naveche ritengo sia spagnolasta per attraversarcila rotta. Preferite attendere quisu questo rottamela morte che non saràlunga a venire o tentare la sorte? Siamo ancora in sessanta e con tale numeroaltri filibustieri hanno compiuti dei prodigi straordinarii. Se voi vorrete iocercherò di guidarvi ancora alla vittoria. Chi si rifiuta esca dalle file.»

Nessuno si era mossoanzi tutti avevano estratte le lorocorte sciabolecome se la nave da assalire fosse ormai a pochi passi.

«Verrete tutti?» chiese Morgan.

«Sìtutti» risposero ad una voce i corsari.

«Che nessuno accenda un lumeche nessuno mandi un grido edio rispondo del successo» disse Morgan. «La nave non è che a cinque o seimigliacerchiamo di raggiungerla e chi ha un po' di polvere la tenga in serboper gli ultimi colpi.»

L'impresa non era certamente facile e poteva terminare in unacompleta catastrofema i filibustieri non erano uomini da esitare sulle lorodecisioni e quella tenacia costituiva probabilmente la loro forza.

Potendo disporre solo dell'albero di mezzana e che per dipiù era pericolantepensarono a tutta prima di assicurarloonde poterspiegare la latina poppieraciò che fecero rapidamentenon mancando a bordoné paterazzi né sartìe di ricambio.

Issarono quindi un palo a proraal posto del trinchettopersciogliere al vento una gabbiae fissarono un pennone al posto del bompresso.

Il timonebene o malegià funzionava e poteva bastare perguidare il rottame per un tratto relativamente così breve.

Dopo che il mare si era calmatoanche i cannoni avevanocessato le loro sarabandequindi essi potevano accostarsicol favor delletenebrealla navesenza che alcun rumore li tradisse.

Alle undici di notte la fregata era sotto vela e si dirigevalentamente verso i due punti luminosiche erano ormai perfettamente visibilianche agli uomini della coperta.

Pareva però che la spagnolain quell'ora consumata daicorsari nei loro preparativinon avesse guadagnato gran che. Era stataanch'essa gravemente danneggiata dalla buferache doveva aver battuto tutto ilmare dei Caraibi e fors'anche il golfo del Messicooppure le mancava il vento?.

Quella semi-immobilità preoccupava non poco i corsariquantunque a loro giovasse perché in tal modo potevano accostarla prima chesfuggisse.

«Che cosa ne pensiCarmaux?» chiese Wan Stillervedendoil compagno grattarsi furiosamente la testa.

«Io penso che quel legno deve avere le gambe rotte per nonpoter camminare. Se le avesse sanea quest'ora dovrebbe essere già qui.»

«Che abbia perduto il timone? Vedo parecchi lumicinibrillare sul cassero.»

«Anch'io li ho osservati e tucomparepotresti avereragione. Quei lumi rischiarano probabilmente i carpentierioccupati a compierequalche urgente riparazione. Purché giungiamo prima che abbiano finito!...»

«Non siamo che a tre o quattro migliae Morgan dirige ilrottamein modo da tagliare la strada alla nave spagnola.

«Sono certo che glielo getterà attraverso la porta.»

«E farà bene» rispose Carmaux. «Saliremo per le trinche ele dolfiniere del bompresso e saremo sul castello prima che gli spagnoli possanorimettersi dalla sorpresa causata dall'investimento.»

«E la figlia del Corsaro Nero?»

«Ci saremo noi a proteggerla ed a salvarlase la fregataandrà a picco. Morgan me ne ha dato l'incarico.»

Il rottame intanto continuava ad avanzarsi lentamentequasisenza far rumore. Essendo semi-pieno d'acquaera ormai così basso da nonpoterlo facilmente scorgeretanto più che Morgan aveva fatto tingere di scurola vela di gabbiache era sufficiente per nascondere la latina poppiera.

I corsari avevano fatti i loro preparativi di combattimentoed occupati i posti loro assegnati da Pierre le Picard.

Il numero più grosso era stato radunato a metà navee nonera stato armato che di pistole e di sciabole.

Due dozzine d'uominidivisi in due gruppierano statipiazzati sul cassero e sul castello di proraforniti d'archibugiperchéproteggessero i loro compagni nel caso che la sorpresa non riuscisse.

Erano quasi tutti bucanieritiratori infallibili: ogniarchibugiata gettava un uomo fuori di combattimentomorto o ferito.

A mezzanotteil rottame non si trovava che a poche gomenedalla nave e nessuno degli uomini di guardia pareva che essersi accorto delpericolo.

Era un grosso velieroa due albericon numerosi sabordi;probabilmente qualche nave mercantile armata da guerra e forse montata anche daun numeroso equipaggio.

Carmaux non si era ingannatoaffermando che gli parevaimmobile. Ed infatti aveva le vele quasi tutte imbrogliate e non s'avanzava cheper la spinta del vento che agiva sulla massa.

Verso poppaoltre i due grossi fanalisi vedevano agitarsiparecchi lumie si udivano risuonare dei colpi sordicome se l'equipaggiofosse affaccendato ad eseguire qualche urgente riparazione.

«Io credo che stiano cambiando il timone» disse Morgan aPierre le Picardche lo interrogava. «Non scorgo alcuna ombra sul castello. Sitengono sicuri di non fare cattivi incontri. Avverti gli uomini di tenersipronti. Getterò la fregata attraverso la prora del veliero.»

«Sarò alla loro testa» disse il filibustierescendendosulla tolda colla spada sguainata.

«Carmaux!...»

«Signore» rispose il franceseche in quel momento salivacon Wan Stiller per ricevere gli ultimi ordini.

«Nel quadrovecchio miopresso la signora di Ventimiglia.Se la fregata nell'urto dovesse sfasciarsigettatevi subito in mare assieme alei e badate di non farvi assorbire dal gorgo.»

Per la prima volta forse in vita suail fiero filibustierepareva profondamente commosso.

«M'hai uditoCarmaux» dissedopo un istante di silenzio.«Perdere tutto sìma non quella fanciulla.»

«Contate su di noisignor Morgan» disse Carmaux.«Checché accadala signora di Ventimiglia sarà salva. Vieni compare Wan estacca i salvagente.»

Erano appena scomparsiquando si udì sul castello di proradel veliero una voce a gridare:

«Un'antenna!... Che cos'è che s'avanza?... Ohedel...»

La voce fu coperta da uno scricchiolìo sinistro e da uncozzo non troppo forte.

Morgancon un colpo di barra aveva gettato il rottameattraverso la prora del velieroda cui non distava ormai che pochi passi.

Nel medesimo istante si udì la voce di Pierre le Picardgridare:

«Sulesti!...»

Il bompresso si trovava sopra la tolda della fregatacheattraversava da babordo a tribordoe la dolfiniera rasentava colla suaestremità inferiore il tavolato.

Al comando di Pierre le Picardquaranta uomini sislanciaronosenza mandare un gridoverso le trincheissandosi con rapiditàfulminea sull'albero.

In un momento vi sono sopra e si slanciano verso il castellodi prorasilenziosi come una legione di fantasmi.

Tre o quattro marinai del velieroappena rimessisi dallostuporeprodotto da quell'urto inatteso e allarmati dal grido del lorocameratasalivano in quel momento la scalamentre a poppa si udivanoincrociarsi domande e risposte e si vedevano delle ombre accorrere con dellefiaccole in mano.

Pierre le Picard che per primo era giunto sul castellobalzò come una tigre sull'uomo di guardia che aveva dato il primo allarmee louccise.

Gli altriche vedono irrompere tutte quelle persone e chenon sapevano lì per lì spiegarsi da dove potessero essere salitecercano didarsi alla fuga.

I filibustieriche sono già saltati in copertapiombaronoaddosso turando loro la bocca e li legaronogettandoli verso la murata piùvicina.

Morganvedendo che la fregatamalgrado l'urto subitocontinuava a galleggiareaveva intanto raggiunto il grosso dei bucanierioccupando fortemente il castello.

L'attacco era stato così fulmineo e così silenziosochequando comparvero gli spagnoli che lavoravano a poppaquasi tutti i corsaridella fregata si trovavano a bordo del veliero.

Vedendoli avanzare colle torce in manoMorgan lanciòinnanzi i suoi archibugierigridando:

«Arrendetevi o comando il fuoco!...»

Gli uomini di guardia si fermarono di bottoterrorizzati.Non erano che sette od otto e non avevano altre armi che dei martelli e qualchescure.

Vedendosi puntare contro tutti quegli archibugi e scorgendoil castello ingombro di gentegettarono i loro istrumentidicendo:

«Non opponiamo resistenza.»

«Dov'è il capitano?»

«Eccomi!...» gridò una voce. «Chi mi vuole? Che cosasuccede qui? Chi ha urtato?»

Un uomo sulla quarantinache teneva in mano una pistolaerauscito dall'ombraesponendosi alla luce proiettata dai due grossi fanali dipoppa.

Morgan balzò verso si luigridandogli: «Arrendetevisignore!... Siamo ormai padroni della vostra nave.»

«Chi siete voi?» chiese lo spagnolo con voce minacciosa.

«Morganil filibustiere!...»

Lo spagnoloudendo quelle paroleaveva alzata rapidamentela pistola per fare fuoco. Pierre le Picardche lo sorvegliavafu lesto afargliela saltare di mano con un colpo di spada.

Quattro o cinque uomini si erano gettati addosso allospagnoloalzando su di lui le sciabolepronti ad ucciderlo.

«Rispettate i valorosi» disse Morgan. «Legatelo econducetelo in una cabina. «Venti uomini nella camera di prora e che siassicurino dei marinai che dormono. «A mePierre le Picard!... Nelquadro!...»

Si diresse verso poppaseguíto da una trentina dei suoicorsari e scese nel quadroil cui salotto era ancora illuminato.

Due uomini stavano seduti dinanzi ad un tavolo e giuocavanotranquillamente al montesancora ignari di quanto era avvenuto incoperta.

Uno doveva essere un personaggio appartenente all'altanobiltà spagnolaa giudicarlo dalla ricchezza delle sue vesti e dallamagnificenza delle trine che gli guarnivano le maniche.

Era un uomo di trenta o trentadue annidi statura altaquantunque magrissimocoi capelli e la barba biondicol naso leggermentericurvogli occhi da falcoed il mento aguzzoindizio certo d'una energiapoco comune.

L'altro inveceche doveva essere qualche ufficiale delvelieroera assai più giovane e coi lineamenti più grossolani.

Vedendo irrompere Morganseguíto da parecchi uominiilgentiluomo era balzato vivamente in piedimettendo la destra sulla guardiadello spadone.

«Che cosa volete voi e da dove siete sbucati?» chieseaggrottando la fronte. «E chisoprattuttovi ha dato il permesso didisturbare la nostra partita?»

«Il permesso ce lo siamo presi noisignore» disse Morgansalutandolo colla spada.

Evedendo che lo sconosciuto accennava a trarre la spada:

«Lasciatela nel foderosignor mio.» aggiunsecon tono unpo' ironico. «Non guadagnereste nulla ad opporre resistenza. Siamo in sessantae voi dovreste conoscere ormai quanto valgono i filibustieri della Tortue.»

Il gentiluomo aveva fatto due passi indietro.

«Siete sorti dal mare o dall'infernovoi?» gridò. «Razzainfame che il diavolo protegge per nostra disperazione!...»

«Basta!... Gettate la spada!» comandò Morgan.

«E se mi rifiutassi?»

«Vi farei uccideresignore.»

Il gentiluomo mormorò qualche cosa fra i denti e spezzò condispetto la lama che aveva già estrattagettando i due tronconi fuori dalsabordo che era aperto.

«Chi siete voi che m'imponete la resa?» chiese con ira.

«Morgan» rispose il filibustiere. «Un nome che glispagnoli di Puerto del Principedi Portobellodi Maracaybo e di Gibraltarconoscono già.»

Un pallore cadaverico si era diffuso sul viso dello spagnolo.

«Morgan» disse con voce malferma. «Anch'io conosco questonome.

«A quale prezzo fissate il mio riscatto? So che voi assalitecittà e navi spagnole perché siete spinti da una inestinguibile sete d'oro.

«Di ciò parleremo più tardiquando avremo saputo chisiete voi.»

«Fatica inutileperché io sono qui per tutti unosconosciuto. D'altronde non sono uso a mercanteggiare. Fissate il prezzo e lacittà ove desiderate essere pagato.»

«Legate questi due uomini e chiudeteli in qualche cabina»disse invece Morgan. «Che si mettano due sentinelle alla loro porta. «Addiosignore» aggiunse poi con voce ironica«ci occuperemo più tardi di voi.»

 

 

Capitolo sedicesimo

 

Il governatore di Maracaybo

 

Non erano trascorsi cinque minutiche tutto l'equipaggiocomposto di sessanta uominisorpreso in gran parte nelle amache della cameracomune di prorasi trovava prigioniero nel frapponte della naveguardato daotto corsari armati d'archibugi.

Nessuno aveva osato opporre resistenzatanto era il terroreche ispirano in quell'epoca i filibustieri della Tortueche godevano fama diessere invincibiliperché uomini d'origine infernale. Qquella conquista nonera costata che la perdita d'un uomodel marinaio di guardia sul castelloucciso da Pierre le Picard.

Il cambio della nave però non si rivelò così buonocomedapprima i filibustieri avevano speratoquantunque quel veliero valesseinfinitamente di più della sgangherata fregata destinata ormai a inabissarsi.

Anche la nave spagnola aveva assai sofferto per l'uragano eper il razzo di mareche l'aveva sorpresa alcune ore dopo che si era rovesciatosulla fregata: essa aveva perduto il timonetutta la murata poppiera e gliattrezzi sopra coperta. Per di piùl'equipaggio aveva affermato a Morgan cheda otto ore la nave faceva acqua e che esso aveva pompato tutta la giornata pervuotare la sentina che si era riempita.

Comunque fossei corsari si ritenevano più sicuri su quellegno che sul rottameavendo l'alberatura quasi intatta e legname sufficienteper costruire un nuovo timone.

«Signora» disse Morgan a Jolandache aveva lasciato ilrottame assieme a Carmaux ed a Wan Stillersalendo sul veliero. «Credevo diessere più fortunatotuttavia non dispero di poter condurre questa nave allaTortue. Abbiamo fra noi degli abili carpentieriche non si troverannoimbarazzati a turare la falla ed a costrurre un nuovo timone o meglio a finirequello che gli spagnoli avevano cominciato.»

«Ho sempre avuta piena fiducia in voisignor Morgan»rispose la fanciulla «e questa fiducia non verrà meno neanche ora.»

«Wan Stiller conduci la signora nel quadroe tuCarmauxpreparale la migliore cabina. I prigionieri ne faranno a meno e siaccontenteranno del frapponte.»

«Andiamocompare» disse il francesevolgendosi versol'amburghese. «Prepareremo alla signora di Ventimiglia un grazioso nido.»

Erano appena scesi nel salotto del quadro che era rimastoilluminatoquando Jolanda si arrestòmandando un grido di sorpresa.

Si era fermata dinanzi ad una miniatura sospesa ad unapareteche raffigurava la testa d'un vecchio dalla barba e dai capelli bianchie dall'aspetto severo.

«Che cosa avetesignora?» chiese Carmaux.

«Io ho veduto nel mio castello di Ventimiglia una miniaturaidentica a questa!...» esclamò Jolanda.

«Ventre di pescecane!...» gridò Carmauxfacendo un passoindietro. «Lui!... Diciassette anni non me lo hanno fatto scordare!...»

«Tuoni d'Amburgo!...» esclamò Wan Stiller. «Sìlui!...Come questa miniatura si trova qui?...»

«Avete visto quell'uomo?» chiese Jolanda con una certaagitazione.

«L'abbiamo conosciutosignora» rispose Carmauxcon ariaimbarazzatafacendo contemporaneamente a Wan Stiller un rapido cenno.

«Chi è?»

«Era un governatore spagnolo che diede molto da fare aicorsari della Tortue.»

«E come si trova nel mio castello di Ventimiglia unaminiatura precisa a questa?» chiese Jolanda. «Che l'aavesse portatadall'America mio padre?»

«Certosignora» rispose Carmaux. «L'avrà avutanelladivisione del bottino ricavato dal sacco di Vera Cruz.»

«Strana combinazione!... Trovare qui la medesimaminiatura!... Sìsono i suoi occhile fattezze del suo viso sono identichel'espressione dura è la medesima. Io desidererei sapere a chi appartiene.»

«Probabilmente al comandante della nave. Cercheremod'interrogarlo. Andate a riposarvisignoraè già la una del mattino.»

Apersero varie cabine e trovatane una che pareva non fossestata abitata da alcuno e arredata con una certa eleganzala pregò di entraree di coricarsi nel bianco lettuccio che ne occupava il centro.

Quando Carmaux e Wan Stiller furono tornati nel salottodueesclamazioni sfuggirono simultaneamente dalle loro labbra:«Suo nonno!»

«Il duca di Wan Guld!»

«Compare Stillerbisogna sapere come questo quadrettino sitrova qui. Io sono certo di non ingannarmiè lui!...»

«Mi pare di vedermelo ancora dinanzila notte che comparvesul cassero della sua navecolla fiaccola in manofra i due barili dipolvere» disse l'amburghese. «E mi pare ancoranel mirarlodi udire lospaventevole rimbombo che ne seguì e di vedere la vampa alzarsi verso il cielo.Te ne ricordiCarmaux?»

«Perbacco!... Mi sento correre ancora indosso un brividotutte le volte che ci penso. Comparecerchiamo di sapere a chi appartienequesta miniatura. Non sono meno curioso della signora di Ventimiglia.»

«Andiamo a chiederlo al capitano del veliero.»

«Sarà meglio interrogare qualcuno dell'equipaggioilpilota per esempio.»

«Andiamo Carmaux.»

«Vuotiamo prima questi due bicchieriche sono rimastimiracolosamente diritti e che il capitano ed i suoi ufficiali si sonodimenticati di tracannare.

I due compariche ci tenevano a bagnarsi l'ugola quando sipresentava l'occasionevuotarono d'un fiato le due tazzepoi passarono nelfrapponte dove si trovavano allineati su due ranghi e legati i prigionieriguardati dagli otto corsari.

Carmaux s'accostò ai cameratisussurrò loro qualcheparolapoi s'accostò ad un vecchio marinaio dalla barba biancache supponevafosse uno dei piloti edopo d'averlo slegatolo trasse in un angolodicendogli:

«Ti prometto del tabacco e anche una bottiglia se mi daraiuna indicazione che mi urge» gli disse.

«Parlate» rispose lo spagnolo.

«Tu conosci il quadro della nave?»

«Vi sono sceso un centinaio di volte.»

«A chi appartiene quella miniatura appesa a una dellepareti?»

«Una testa di vecchio?»

«Sìsì» disse Carmaux.

«Al viaggiatore che abbiamo imbarcato nella baia di Macuiraall'uscita del golfo dei Caraibi.»

«Mostratemelo.»

«È il primo della seconda filaquello che si trova pressoil capitano. Un gran signorea quanto parequalche gentiluomo di certo.»

Carmaux fissò gli sguardi sull'uomo indicatoche era lostesso che aveva spezzata la spada all'intimazione di arrendersi.

«Non lo conosco e non l'ho di certo mai veduto» mormoròCarmaux dopo un attento esame. «Eppure... guardalo anche tuWan Stiller.»

«Il lampo di quegli occhi non ti è nuovoè verocamerata?» chiese l'amburghese. «Ricorda il vecchio Wan Guld.»

«Chi è quell'uomo?» chiese il francesevolgendosi versolo spagnolo.

«Non lo sosignore.»

«Quando lo avete imbarcato?»

«Otto settimane or sono.»

«Era solo?»

«Noaveva con sé parecchi ufficiali che sono però rimastia terra.»

«Siete rimasti sempre in mare fino ad oggi?»

«Siamo stati a Cuba ed ora tornavamo sulle coste delVenezuela.»

«Non sai dirmi da dove veniva quell'uomoquando loimbarcaste nella baia di Macuira?»

«Lo ignoroma sono certo che il capitano lo aspettavaessendo noi rimasti una settimana nascosti entro la baiasenza fare alcuncarico. Vi dico però che deve essere qualche pezzo grossoa giudicarlo dalmodo con cui lo trattava il comandante. Era lui che dava gli ordini a bordo.»

«Avrai il tabacco e la bottiglia» disse Carmauxriconducendolo tra i prigionieri.

«Chi credi possa essere?» chiese Wan Stillerquandorisalirono in copertadove i filibustieri lavoravano a tutta lena alle pompeper vuotare la sentinaonde permettere ai carpentieri di scoprire la falla e diturarla.

«Deve essere lui!»

«Chi lui?»

«Cerchiamo don Raffaele ese non parleràparola dimarinarolo getterò in mare.»

Si era messo a correre per la toldacercando fra i gruppidei marinai e dei prigionieri della fregata che erano stati lasciati ancoraliberiil piantatore e lo trovòfinalmenteseduto su un rotolo di gomenecolla testa fra le mani e gli occhi fissi sul tavolato.

«Non è il momento di sognare questodon Raffaele» glidisse Carmauxscuotendolo.

«Non è ancora finita dunque la mia triste esistenza?»chiese il poveraccio con un sospirone. Che cosa volete?»

«Ditemise vi mostrassi il governatore di Maracayboilconte di Medinalo riconoscereste?»

«Non sono ancora interamente imbecillito» rispose ilpiantatore.

«Egli è quisapete?»

Don Raffaele s'era alzato di colpo.

«Scherzate?» chiese. «È impossibile!...»

«Vi dico che è qui» ribatté Carmaux.

«Su questa nave?»

«Sìe sono certo chevedendololo riconosceretesubito.»

«Voi avete sognato?»

«Venite dunquetestardo.»

«Andiamo» disse il piantatore. «Non ho ancora perduta lavista.»

«Compare» disse Wan Stiller «ti devi essere ingannato.»

«Aspettaprima di pronunciarti» rispose il francese. «Iosono convinto di avere indovinato giusto. Un altro uomo che non fosse o suofiglio o qualche suo stretto parentenon potrebbe possedere la miniatura di WanGuld. Siamo sulla buona stradate lo dico ioed il capitano Morgan rimarràben sorpreso quando apprenderà che valore ha la sua preda.»

Il piantatoreun po' trascinato da Carmaux e un po' sospintodall'amburghesescese nel frappontedove si trovavano ancora i prigionieriilluminati da due lanterne sospese al soffitto.

«Guardate il primo di quella filadon Raffaele» disseCarmauxspingendolo innanzi. «Guardatelo bene eprima di dirmi se loconoscete o nopensateci due volte.»

Il piantatore aveva appena fissati gli sguardi sulgentiluomoquando un grido gli sfuggì:

«Voi siete uno stregone!».

«È lui?»

«Sì.»

«Il conte di Medina?»

«E di Torres.»

«Il bastardo del duca?»

«L'ho veduto cento volte e si è degnato di parlare conme.»

«Lo sospettavo!» esclamò Carmaux. «Ecco una preda che ciconsola di aver dato l'abbordaggio ad una nave che valeva ben poco.

«Il capitano Morgan ne sarà ben lieto.»

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Mentre Carmauxtutto lieto della scoperta fattasi recavaad informare il filibustiereun uomo che nessuno dei due corsari e nemmeno donRaffaele avevano osservatoperché si era fino allora tenuto nascosto dietro iltronco inferiore dell'albero di trinchettopresso la scassasi era bruscamentealzatomandando una sorda imprecazione.

Era il capitano Valerail qualesospettando qualche cosali aveva silenziosamente seguìti e si era collocato così vicino a loroda nonperdere una sola sillaba.

«Quella canaglia di piantatore lo ha tradito» mormorò.«Non mi ero ingannatosospettando che fosse stato lui a condurli nelmonastero. Ho fatto bene a sorvegliarlo. A suo tempo ti pagherò come meriti.»

Si diresse verso i corsari di guardiachiedendo loro:

«Permettete di salutare un mio compatriota?»

«Non abbiamo ordini per impedirvelo» rispose uno deifilibustieri. «Fate pure.»

«Grazie» rispose il capitano. «Ho trovato qui una vecchiaconoscenza.»

Passò dietro la seconda fila dei prigionieri e si accostòal governatore di Maracayboche stava seduto su una curcumatutto concentratoin sé stesso.

«Ho molto dispiacere di trovarvi quisignor conte» glidissesedendoglisi presso. «Sarete però anche voi molto sorpreso divedermi.»

Il governatore si volse vivamentee fece un gesto distupore.

«Voicapitano!» esclamò. «Possibile!...»

«In carne ed ossasignor conte» disse Valera. «Non sonostato più fortunato di voila fregata che montavo fu catturata da quel dannatoMorganche il diavolo se lo porti all'inferno.»

«Quale fregata?» chiese il conte.

«Ignorate dunque chedei sei legni che dovevano distruggerei corsaritre sono stati distrutti dai filibustieri?»

«E i nostri si sono lasciati fare a pezzi?» disse ilgovernatorecon ira. «Sono dunque invincibili questi filibustieri!»

«Io li credo talisignor conte» rispose il capitano.

«È vero che hanno saccheggiato anche Gibraltar?»

«Sì.»

«E la figlia del Corsaro è sempre al sicuro?»

«Nosignor conteè in mano di Morgan.»

Il governatore aveva fatto un soprassaltoaccompagnato da ungesto di furore.

«In mano dei filibustieri!» mormorò con voce fremente.«Che cosa mi narrate voi?»

«Che è quia bordo di questa nave.»

«Chi mi ha tradito?»

«Non io di certosignor conte.»

«Narratemi tuttotutto!» disse il gentiluomomordendosirabbiosamente le dita.

Il capitano non se lo fece dire due voltee gli raccontòbrevemente quanto gli era accadutodopo la presa di Maracaybo da parte deifilibustieri.

Il conte di Medina lo aveva ascoltato senza interromperlodiventandovolta a voltaora smorto ed ora rossocome fosse lì lì percoglierlo un colpo.

«Maledetti!... Maledetti!...» mormorò coi denti strettiquando il capitano ebbe finito. «Chi può avermi riconosciuto?»

«Quel piantatoredon Raffaele Caldarache ho visto poco facoi due filibustieriCarmaux e Wan Stiller.»

«Io ho udito ancora questi nomi.»

«Erano i due fedeli che accompagnavano sempre il CorsaroNero.»

«Sìmio padre mi aveva parlato di loro. Spero che queltraditore non vivrà a lungo.»

«M'incarico io di farlo sparire» rispose il capitano«tanto più che sospetto sia stato lui a guidare i due filibustieri alconvento.»

«Che fare ora? Morgan non accetterà alcun riscatto da me emi terrà prigionierose conosce i miei progetti sulla figlia del Corsaro.»

«Su vostra nipotesignor conte» corresse il capitano.

Il governatore gli lanciò un'occhiata feroce.

«No» disse «i miei progetti sulla figlia dell'uomo che fufatale a mio padre e che mi tolsesposando la duchessauna immensa fortuna. Lalotta però è appena cominciata e Morgangiacché si è creato il protettoredella signora di Ventimigliatroverà in me un avversario implacabile!»

«Per questo occorre che voi siate liberosignore»

«Posso contare su di te?»

«Sempresignore. Cosa devo fare?»

«Impedire che questa nave ci trasporti alla Tortue.»

«Non sarà impresa facile.»

Un sorriso contrasse le labbra del conte.

«Che cosa ci vuole per rovinare una nave? Una falla apertaal momento opportuno; un barile di polvere che accidentalmente prende fuoco e larovina parzialmente; dei cannoni che spezzano i freni...»

«Ho già fatto questo giuocosignoreper rovinare lafregata e sarebbe pericoloso ripeterlo» disse il capitano con un soffio divoce. «Ne so abbastanza; però metterò in esecuzione una mia idea.»

«Hai amici su cui contare qui?»

«Due soldati della guarnigione di Maracaybo che mi sonofedeli.»

«Prometti loro senza contare le piastre a nome mio...»

Una voce che risuonò all'estremità del frapponte che fecetrasalire il capitanolo interruppe.

Era Carmaux che gridava:

«Conducete nel quadro il gentiluomo. È aspettato.»

«Morgan vuole parlarvi» disse il capitano. «Negate tutto egiuocate d'astuzia.»

«Sarò un avversario degno di lui» disse il contealzandosi. «Vedremo chi proverà che io sia realmente il governatore diMaracaybo.»

 

 

Capitolo diciassettesimo

 

Due rivali formidabili

 

Quando il conte di Medina entrò nel quadrotrovò Morgansoloappoggiato alla tavola che occupava il centro del salottosu cui stavanoancora i bicchieri vuotati da Carmaux e da Wan Stiller.

Il filibustierevedendolo entrareaveva spinto innanzi duesediedicendo con voce secca:

«Sedetesignor conte; abbiamo da parlare di coseimportanti.»

«Conte!...» esclamò il governatore di Maracaybofingendoun gesto di stupore. «Ecco un titolo che sarei lieto di averema per ora nonlo possiedo. Vi siete ingannatocapitano Morganchiamandomi così.»

«Ne siete ben convinto?» chiese il filibustiere con accentoleggermente beffardo.

«Io sono don Diego Mirandae null'altro. Non ho mai avutoalcun titolo nobiliare.»

«Piantatore forse?»

«Fabbricante di cioccolatto a S. Domingo.»

«Possibile che io mi sia ingannato o meglio che si sianoingannati coloro che avevano conosciuto in piena funzione il governatore diMaracaybo?» disse Morgansempre beffardo. «Signor conte di Medinaè meglioche giuochiamo a carte scoperte.»

«Conte di Medina!» esclamò il figlio del duca. «È unoscherzo questocapitano Morganper aumentare il prezzo del riscatto? Se sitratta di piastreparlare pure. Sono abbastanza ricco per pagare e vi prego find'oradi voler fissare la somma necessaria per riacquistare la mia libertà.»

Morgan si mise a ridere; era però un riso seccoche non siudiva certo con piacere e che fece sussultare il conte.

«Un riscatto» disse. «Non vi ho fatto chiamare perspillarvi alcune migliaia di piastre. Non ho terre e castelli come quel grandegentiluomo che fu il Corsaro Nerotuttavia sono oggi ricco a sufficienza. E poiche importa a me l'oro? Signor contefiglio del duca di Wan Guldsia pure natoda altra donnagettate la maschera.»

«Quale?» chiese il governatore con voce sardonica.

«Quella che cercate di applicarvi al viso per nascondere ilvostro vero essere.»

«Dunque io sarei?»

«Il conte di Medina e Torresgovernatore di Maracaybo.»

«Un bel nome ed un bel titolo» disse il gentiluomo. «Vihanno ingannato per bene coloro che vi hanno detto ciò.»

Morganche cominciava ad impazientirsitese una mano versola miniatura appesa alla pareteche rappresentava il duca di Wan Guld.

«Ebbenesignor contenegate orase l'osatechequell'uomo non sia vostro padre. Lo conobbi troppo benequando lottavaferocemente contro il Corsaro Neroa cui aveva prima ucciso nelle Fiandre ilfratello maggiorea tradimento e poi impiccati quiin Americagli altri due:il Corsaro Verde ed il Rosso. Negatelo!...»

Il conte era rimasto silenzioso.

«Negatelo dunque» ripeté Morgan. «Quella miniatura viappartiene.»

«Chi ve lo ha detto?» chiese il conte. «Chi fu ilmiserabile che mi ha tradito? Maledizione su di lui. Ebbene sìio sono ilconte di Medina e Torresfiglio del duca di Wan Guld e della marchesa diMirandae governatore di Maracaybo... Che desiderate ora da me?»

«Sapere una sola cosa» disse Morgan.

«Quale?»

«Perché avete mandato delle navi ad impadronirsi dellafiglia del Corsarodella signora Jolanda di Ventimiglia?»

«Voi volete sapere troppocapitano Morgan» disse il conte.«Sono affari che riguardano me solo e non i filibustieri della Tortue.»

«Voi avete dimenticato che il Corsaro Nero fu uno dei piùgrandi capitani della filibusteria e checome talesua figlia ha diritto allanostra protezione.»

«La protezione di ladri di maredi uomini posti fuori dellalegge!» disse il conte con un sorriso ironico. «Bei gentiluominiin fedemia!...»

Una vampa d'ira era salita sul viso di Morgan. La sua destrasi posò rapidamente sulla guardia della spada ed estrasse a metà il ferrodalla guaina.

«Uccidetemio meglio assassinatemi» disse il conte convoce pacataaprendosi il giubetto e mostrando la bianca camicia di seta. «Ilcuore batte qui.»

Quella calma e quelle parolefurono come una doccia gelataper il filibustiere.

«Morgan si battema non assassina» disse ringuainando ilferro. «Avete la lingua che tagliasignor conte.»

«La mia spada taglierebbe di più» rispose arditamente ilfiglio di Wan Guld.

«Lo vedremose un giorno noi ci incontreremo l'uno difronte all'altrocol ferro in pugno.»

«Accetto fin d'ora la sfida.»

«Volete rispondere alla mia domanda?»

«Vi ho detto che sono affari che riguardano la miafamiglia.»

«Voi odiate la signora di Ventimiglia.»

«È possibile che io possa odiare la figlia di colui checausò la morte di mio padreil duca di Wan Guld.»

«Il Corsaro Nero non lo uccise. Fu vostro padre che diedefuoco alle polveriquando la Folgore abbordò la sua fregata. Io eropresente a quella tragica scena. D'altrondeil Corsaro aveva dei gravi motiviper odiare vostro padreche gli aveva assassinati tre fratelli.»

«Ma non di abbandonare sulle onde del Mare dei Caraibicolla tempesta che stava per iscoppiarela figlia legittima di mio padreHonorata di Wan Guld.»

«Il Corsaro Nero aveva giurato di sterminare tutti coloroche portavano quel nome nefasto e l'aveva giurato sulle salme dei suoi fratelliil Corsaro Rosso ed il Verde. D'altronde Honoratasfuggita miracolosamente allatempestanon solo gli perdonòma divenne persino sua moglie.»

«Ebbene anch'io ho giurato... Ho raccolta l'eredità di miopadre.»

«Nelle vene della signora di Ventimiglia scorre il sanguedella vostra famiglia.»

«Mia madre non era quella di Honorata; io non sono un WanGuldsono un bastardo» disse il contecon amarezza.

Si passò una mano sulla frontecome per scacciare un tristepensieropoi dissequasi con impazienza:

«Orsùche cosa volete fare di me?»

«Promettetemi di rinunciare ai vostri disegniche nonpossono essere se non malvagisulla signora di Ventimiglia e di lasciare persempre le colonie spagnole dell'Americaed io vi porrò in libertà.»

«Non sperate di strapparmi una simile promessa» disse ilconte con voce energica.

«Allora vi condurrò alla Tortue e vi rimarrete prigionierofinché avrete cambiato idea.»

«Fate pure.»

«Vi avverto chefino all'arrivovoi rimarrete chiuso inuna cabina e guardato a vistanon desiderando io che la signora di Ventimigliasappia che voi siete a bordo.»

«Ah!... Ella è qui!...» esclamò il contefingendo lapiù viva sorpresa.

«Non lo sapevate?»

«Nessuno me lo disse.»

«Non createvi delle illusioni.»

«Che cosa volete diresignor Morgan.»

«Lasciate ogni speranza di poter agire contro di lei.»

Il conte alzò le spalle senza rispondere. Appena peròMorgan gli ebbe voltato il dorso per chiamare gli uomini che vegliavano al difuori in attesa del prigionieroun sorriso sinistro gli apparve sulle labbramentre una cupa fiamma gli balenava negli occhi.

«Signor conte» disse Morganlasciando entrare i duecorsari di guardia. «Seguìte questi uomini.»

«Sta bene» rispose il governatore.

E uscì colla fronte altasenza tradire la menomaapprensione e senza nemmeno salutare il suo nemico.

«Ecco un uomo capace di darmi molto da fare» mormoròMorganquando si trovò solo. «Sarà meglio affrettarci ad approdare allaTortue. «In mare non dormirò tranquillo finché vi sarà a bordo costui.Carmaux!...»

Il franceseche forse s'aspettava quella chiamata e chefumava sull'ultimo gradino della scala in compagnia dell'inseparabileamburghesefu lesto ad accorrere.

«Che cosa vuole il signor Morgan?»

«Affido a te ed all'amburghese la sorveglianza del conte.Non è necessario che ti dica che egli è un pericoloso personaggio.»

«È il figlio di Wan Gulddel terribile vecchio che ha datial Corsaro Nero tanti fastidi» disse Carmaux. «Io ed il mio compare Wanveglieremo a turno dinanzi alla sua cabina.»

«E non una parola alla signora di Ventimigliasullapresenza del conte. Forse non vivrebbe più tranquillasapendolo a bordo.»

«Non siamo che in quattro a conoscerloe se don Raffaeleparlalo butto ai pesci.»

«Lavorano i carpentieri?»

«Sono tutti nella cala e pare che la falla sia più larga diquanto supponevano gli spagnoli.

«Non potremo rimetterci alla vela prima di domani a sera.»

«Andrò io ad accelerare i lavori. Va'Carmauxe apri gliocchi.»

Il francese raggiunse l'amburgheseche non aveva abbandonatoil suo posto.

«Acqua in boccacomparesu quanto è avvenuto. Èl'ordine.»

«Non parlerò.»

«Hai veduto don Raffaele?»

«Mi pare di averlo scorto poco fa sul castello di prora.»

«Andiamo a cercarlo.»

Attraversarono la toldadove una parte dell'equipaggioaiutato da parecchi prigionieri spagnoli della fregatalavorava accanitamentealle pompeper vuotare la sentina e salirono sul castelloma non riuscirono ascorgerlo.

Percorsero nuovamente la copertaguardando sotto le vele cheerano state calate in coperta e fra i rotoli di cordami; poi scesero nellebatterie interrogando i loro camerativisitando perfino la camera comunedell'equipaggio e le dispense senza trovarlo.

«Questa sparizione è misteriosa» disse l'amburghese. «Chequel paurosotemendo qualche vendetta da parte del governatoresia fuggito?»

«E dove?» chiese Carmaux. «È più probabile che si siaannegato. La desiderava tanto la morte!...»

«È impossibile che abbia presa una così disperatarisoluzione; cerchiamolo ancoracompare.»

Alcuni amiciinformati della scomparsa del piantatoresierano uniti a lorovisitando la nave dalla tolda alla cala; dovetterofinalmente convincersi che quel povero uomo non si trovava più a bordo delveliero.

Uno dei prigionieri della fregata aveva detto loro chetrovandosi pochi minuti prima sul casserogli pareva di aver udito un tonfocome se un corpo o qualche attrezzo fosse caduto in mare.

«Si è annegato» disse l'amburghese. «Mi rincresceparoladi marinaioperchéquantunque spagnoloera un buon uomo.»

«O l'hanno invece annegato?» disse Carmaux.

«E chi?» chiese l'amburgheseche era stato profondamentecolpito da quelle parole.

«Qualcuno che forse sospettava di lui.»

«Il capitano Valera?»

«Chi lo sa?»

«Avrebbe gridato e opposta qualche resistenza.»

«Possono averlo prima pugnalato a tradimento odimbavagliato.»

«Eppure ho scorto poco fa il capitano giù nel frapponteche chiacchierava tranquillamente col capitano del veliero» disse l'amburghese.

«Comunque siami rattrista la miseranda fine di quel buondiavoloche ci ha reso tanti servigi. In guardiaamburghese. Il governatore èaffidato alla nostra sorveglianza e dobbiamo tenere gli occhi aperti. Quello èil più pericoloso di tutti!...»

 

 

Capitolo diciassettesimo

 

Il tradimento

 

Quando l'alba sorsela nave non si trovava in condizioni dirimettersi alla vela.

I carpentieriquantunque avessero lavorato alacremente tuttala nottenon erano ancora riusciti a turare interamente la fallache si eraaperta presso la ruota di prora e che aveva delle dimensioni talida mettere inserio pericolo il veliero.

Anche il timone non era stato ancora finitonon avendotrovato nei depositi il legname adatto a quel genere di costruzionicosicchéMorgan si vedeva costretto ad attender forse altre ventiquattro oreprima dipoter abbandonare quei paraggi che potevano diventare pericolosissimiessendofrequentati dalle navi spagnole.

Durante la notte il velieroquantunque non soffiasse ventotrascinato forse da qualche correntesi era accostato alla costa venezuelana ditantoche si poteva già scorgerla vagamente. Quale tratto della costa fossenessuno poteva saperloperché anche il capitano spagnolointerrogato inpropositonon aveva data alcuna informazione precisaaffermando di non averpotuto fare il punto del mezzodì da quarantotto orein causa dell'uragano.

Anche il rottameabbandonato a sé stessoera statotrascinato verso il sud durante la notte e lo si poteva vederead una distanzadi dodici o quindici migliaun po' rovesciato sul babordoma sempregalleggiante.

Morganche aveva premura di mettersi alla vela e dirifugiarsi alla Tortueanche per sapere se gli altri legni della squadracheportavano buona parte delle ricchezze predatesi erano salvatinon avevalasciata la calae continuava ad incoraggiare i carpentieri.

La riparazione non era facileanche in causa dell'acqua checontinuava ad entrare dal foro e che le pompequantunque energicamentemanovratenon riuscivano a vincere.

Perfino i prigionieri spagnoli della fregata erano statioccupati a formare una doppia catenae si facevano passare con mastelli ebuglioliche venivano riempiti in sentina e vuotati in coperta.

Ciò malgrado calò la serasenza che il duro lavoro fosseancora stato ultimatocon grande apprensione dell'equipaggioil qualecominciava a disperare di poter venire a capo di riuscire a mettere il velieroin grado di navigare.

«La va male» disse Carmauxche era salito in coperta arespirare una boccata d'aria e che aveva appreso dai camerati quelle non lietenotizie. «Si direbbe che qualche santo o qualche diavolo protegga il conte diMedina. Se la continua cosìinvece di andare alla Tortueandremo a naufragaresulle coste del Venezuela.»

«Lo credi compare?» chiese Wan Stillerche si era fattosurrogare nella guardia da un amico.

«Stamane la costa era appena visibileed ora si distingueperfettamente. Vi è una maledetta corrente che ci trascina fatalmente verso ilsud.»

«Non si può dunque chiudere quella falla?»

«Pare invece che se ne sia aperta un'altra. Mi hanno dettoor ora che altra acqua entrascendendo dalla poppa.»

«Non se n'erano accorti prima?»

«No.»

«Come si spiega questa istoria?»

«Corrono dei sospetti.»

«Quali?»

«Che qualche prigioniero spagnoloapprofittando della pocasorveglianza che esercitano i nostri uominitroppo occupati alle pompeabbiasabotato la nave da quel lato.»

«Il capitano dovrebbe farlo impiccare.»

«Va a cercarlo tu» disse Carmaux.

«Che cosa dice il signor Morgan?»

«È furibondo ed ha minacciato di far gettare in acqua tuttii prigionierise riesce a scoprirne qualcuno con qualche attrezzo datrapanare.»

«Hai tenuto d'occhio il capitano?»

«Non ho cessato di sorvegliarlo e credo che si sia accortoche io ho dei sospetti su di lui.»

«Che sia stato lui a sabotare la nave a poppa?»

«Noperché l'ho sempre veduto a pompare» rispose Carmaux.

«Che abbia qualche complice?»

«Chi può saperlo? Bahnon disperiamo» disse Carmaux.

Ahimè!... Pareva che la sfortunaunita forse al tradimentoavesse giurato di non lasciar tregua ai vincitori di Maracaybo e di Gibraltar.

I carpentierialla mezzanottequando già speravano dipoter dare gli ultimi colpi alle tavole e alle lastre di rame adoperate perchiudere la fallaerano stati bruscamente scacciati dalla sentina daun'improvvisa irruzione d'acqua che colava da babordo e così rapidamente che inmeno di dieci minuti aveva coperto il paramezzale.

Quasi nell'istesso tempocome se quella nuova disgrazia nonbastassesi era levato un forte vento dal nordspingendo la navecon maggiorvelocitàverso la costa venezuelanache doveva essere ormai vicina.

Al grido di allarme dei carpentieriMorgan era prontamenteaccorso con Pierre le Picard ed aveva dovutosuo malgradoconstatare chequesta nuova via d'acquaapertasi improvvisamentenon era possibile vincerlacolle pompe di bordotanto più che l'equipaggio era completamente prostrato daquell'incessante e faticosa manovra che durava da ventiquattr'ore.

«Tanto valeva rimanere sul rottame» disse a Pierre lePicardche si asciugava alcune stille di sudore freddo. «Nel cambio nonabbiamo fatto alcun guadagno.»

«Era dunque un crivello lo scafo di questa dannata nave?»disse il secondocon ira. «O che una mano colpevolemalgrado le tue minacceabbia sabotata nuovamente la chiglia? Se avessimo urtato contro qualche rocciail colpo si sarebbe ripercosso anche sulla coperta.»

«Sì» disse Morgan«qui è stato commesso un infametradimento. Mentre i nostri uomini cercavano di otturare la fallauna manocolpevole ne ha aperta un'altra.»

«A quale scopo?»

«Per impedirci di tornare alla Tortue; la cosa èspiegabilissima.»

«Che il governatore avesse qualche amico fra i prigionieridella fregata?»

«Può darsiPierre» rispose Morgan.

«Avresti dovuto gettarli tutti in marecome io ti avevoconsigliato» disse il piccardo.

«La signora di Ventimiglia non ci avrebbe mai perdonata unasimile crudeltàche suo padre mai avrebbe permessa.»

«È vero» rispose Pierre le Picardcon un po' di malumoreperò. «Che fare ora?»

«Non ci rimane altro che far arenare la nave su qualchebanco e tentare poi di chiudere le falle.»

«Il mare montaMorganed il vento di tramontana soffiaforte.»

«Cercheremo di arenarci su di una costa piana. Orsùspieghiamo qualche vela e cerchiamo di approdareprima che la nave si riempiad'acqua.»

Quando salirono in copertatrovarono Jolandala qualeavvertita da Carmaux del pericolo che correva il velieroaveva lasciata subitola cabina.

«Affondiamosignor Morgan?» chiese colla sua solita vocetranquilla.

«Non ancorasignora» rispose il filibustiere. «Prima chela nave sia piena d'acqua passeranno almeno due ore ed a noi ne basta una pertoccare la costa. La scorgete laggiù verso il sud!»

«Non si spezzerà il veliero? Vedo le onde a formarsi eprecipitarsi all'assalto.»

«Sìil mare diventa cattivo» rispose Morgan«Tuttaviaspero di trovare un buon punto per arenare la nave.»

Poialzando la voce gridò:

«In coperta anche la guardia franca e issate le vele!»

Tutti salirono sulla toldacompresi Carmaux e Wan Stilleriquali ritenevano inutile la guardia al governatore in un simile momento.

Il mare in pochi minutiforse per la vicinanza della costa eper la presenza di scogliere e di bassifondioltre che per il ventoeradiventato cattivo.

Enormi cavalloni che si formavano sotto gli occhidell'equipaggioinvestivano poderosamente la navescrollandola brutalmente.

Pierre le Picardper dare al veliero un po' di stabilità eanche per aumentarne la corsaaveva già fatto spiegare le due vele latine equalche fiocco sul bompresso.

La costa venezuelana non doveva essere molto lontana. Siudiva il fragore formidabile delle onde rompentisi contro la spiaggia o controle scoglieree si vedeva estendersi dinanzi alla nave un immenso lenzuolobiancastro prodotto dalla spuma.

Morgan si era messo al timonevolendo dirigere la nave disuo pugno ed aveva pregato Jolanda di non allontanarsi da luionde esserepronto a soccorrerlaignorando se la nave avrebbe potuto resistere all'urtoeCarmaux si era unito a loromentre l'amburghese scandagliava il fondo assieme aPierre le Picard.

I colpi di mareman mano che il veliero si accostava allaterrasi succedevano con maggior frequenza. Dei cavalloni enormi varcavano diquando in quando le murate e si rompevano in copertaminacciando di trascinarevia i prigionieri della fregata e anche gli uomini dell'equipaggio.

Il fracasso prodotto da quella terribile risaccain certimomenti era taleche non si udivano quasi più i comandi di Morgan e di Pierrele Picard.

A mezzanotte la costa non era più che a cinquecento passima l'oscurità era così fitta da non poter discernere se esistesse qualcherifugio o se vi erano delle scogliere da evitare.

«Dove andiamo noi?» si chiedeva Carmauxche teneva con unamano la signora di Ventimigliaonde sorreggerla. «Ci fracasseremo contro lescogliere o la nave affonderà prima di toccare?»

Il timore che la nave s'inabissasse da un momento all'altronon era ingiustificato. La falla o le falle aperte dal traditoredovevanoessersi rapidamente allargate sotto gli urti poderosi ed incessanti delle ondepoiché il velieroin meno di mezz'orasi era immerso d'un paio di metri el'acqua cominciava a trapelare attraverso i sabordi della batteriaquantunqueMorgan avesse fatti chiudere tutti gli sportelli onde ritardare la sommersione.

Si udiva giù nella stiva l'acqua muggire cupamente erompersi contro le tramezze della batteria e del frapponteogni qualvolta lanaveinvestita dalle ondesi piegava su un fianco o sull'altro.

Morgantemendo che i prigionieri della nave morisseroannegati là dentroli aveva già fatti salirecompreso il conte di Medina cheera stato condotto a prorae affidato a Wan Stilleraffinché la fanciulla chesi trovava a poppanon potesse vederlo.

Alle dodici ed un quarto la nave si trovava fra la risaccala quale si faceva sentire fortemente. Morgan era sempre al timone e facevasforzi prodigiosi per mantenere il veliero in rotta.

Quell'intrepido uomo di marequantunque non ignorasse che latolda da un momento all'altro poteva mancargli sotto i piediconservava anchein quel terribile frangente una calma ammirabile ed impartiva i comandi con vocecalma e limpida.

Solo i suoi sguardi tradivano una profonda emozionequandosi fissavano su Jolandaquantunque la fanciulla si sfrozasse di non dimostrarealcuna ansietàné alcuna apprensione e avesse già tre volte detto:

«Non preoccupatevi per mesignor Morgan. Questo naufragionon m'impressiona.»

La naveurtata da tutte le partiscrollata furiosamentesidibatteva fra un mare di spumanon obbedendo quasi più all'azione del timonené alla spinta delle vele che il vento gonfiava.

S'avanzavapoi indietreggiavarovesciandosi violentementeora su un fianco e ora sull'altroinalberandosi bruscamentequasiverticalmenteper ricadere subito dopo.

Sotto quelle scosse l'acqua che la riempiva si precipitavacome un torrente attraverso il frappontealle corsìe della batteria e allastiva e sfondava con muggiti orribili le porte delle cabinetutto travolgendonella sua corsa.

Già la costa non era che a qualche centinaio di metriquando a prora si udì Pierre le Picard urlare:

«Frangenti dinanzi a noi!... Poggia tuttoMorgan!...»

Il filibustiere che non aveva lasciata la ribollaorzò allabanda con tutte le forzesperando di gettare la nave fuori dalla rottaquandoun'onda spaventevole si rovesciò sulla poppa attraversandola da parte a parte.

Morgan s'era precipitato verso Jolandaafferrandola strettafra le bracciamentre Carmaux veniva spinto sopra la murata.

«Aggrappatevi a mesignora!» aveva gridato.

Aveva appena pronunciate quelle parole che si sentìsollevare dall'enorme cavallone assieme alla fanciulla e portare via.

Sprofondò in un avvallamentosenza abbandonare la signoradi Ventimigliafu coperto da un'ondapoi rimontò alla superficie.

Quando poté aprire gli occhiscorse la nave ad una gomenadi distanzache veniva ributtata al largo da una contro-ondata.

«Tenetevi stretta a mesignora» disse. «La costa non èche a pochi passi e la nave fra poco naufragherà!»

Jolanda gli si era invece abbandonata fra le bracciacome sefosse svenuta.

«A me!... A me!...» gridò Morganspaventato.

Una voce che non era lontanaaveva risposto a quellachiamata disperata:

«Vengocapitano!...»

Una testa umana era apparsa fra un fiotto di spumalibrandosi sulla cresta di un'ondapoi subito scomparve.

Morganvedendo che la fanciulla era inertecercava ditenerle la bocca fuori dall'acqua onde sottrarla all'asfissia e si era messo anuotare disperatamente.

Uomo gagliardo e abituato a sfidare i fluttiquantunque lasignora di Ventimiglia lo imbarazzasse non poconon temeva di annegare. Altrevolte si era sottratto alla mortegettandosi audacemente fra le onde prima chela nave affondasse.

Ciò che invece lo preoccupava eraoltre alla violenza deicavallonila vicinanza della costa. Se questa rappresentava la salvezzapotevaanche offrire dei gravi pericolicon quella risacca furiosa che tuttosconvolgeva.

Ripeté la chiamata e udì la medesima voce di prima arispondere:

«Un momentosignor Morganauff!... Vengo!...»

Un grido di gioia era sfuggito al filibustiere:

«Carmaux!...»

«Sìsono iosignor Morgan.»

«Affrettati.»

«Maledette onde!...»

«La signora di Ventimiglia è svenuta!...»

Il bravo marinaio con un'ultima bracciata era giunto dietro aMorgan.

«Qui... appoggiatevicapitano... ho strappato un salvagentenel momento in cui l'onda mi spazzava via...

«Tuoni d'Amburgocome dice l'amico Wan... la signoraqui...»

Morganvedendo presso di sé il marinaio che s'appoggiavaall'anello di sugherosi era voltatoallungando la mano che aveva liberamentre colla sinistra alzava la fanciulla che non era ancora tornata in sé.

«GrazieCarmaux» dissementre un'altra onda li portavavia spingendoli maggiormente verso la spiaggia.

«Avete urtatocapitano?» chiese il marinaio.

«Io no.»

«La signora è svenuta?»

«Forse l'onda l'avrà sbattuta sul capo di banda. AiutamiCarmauxe facciamole scudoquando verremo scaraventati contro la spiaggia.»

«Riceverò io il primo urtocapitano» rispose Carmauxpassando un braccio attorno alla vita di Jolanda.

«E la navedov'è andata che non si scorge più?»

«L'ho veduta respinta al largo... Badiamo!... Ho toccato...siamo addosso alla riva.»

«Non lasciate la signora... Carmaux!»

«No... signor Morgan...»

Le onde li travolgevanosbattendoli in tutti i versi. Ilfrastuono prodotto dalla risacca era diventato tale che non potevano piùudirsi. Morgan faceva sforzi sovrumani per tenere la testa della fanciulla fuoridall'acquaperòdi quando in quandouna massa di spuma li copriva tutti etre obbligandoli a bere.

Già due volte avevano toccatoquando un cavallone che siavanzava muggendoli sollevò a prodigiosa altezzaspingendoli innanzi conrapidità straordinaria.

«Non lasciare!...» ebbe appena il tempo di gridare Morgan.

Sentirono le loro gambe impigliarsi in qualche cosa e comeimprigionarli. La cresta del cavallone passò sopra le loro teste frangendosicontro i tronchi d'alcuni alberiche apparivano confusamente fra le tenebrepoi la massa liquida si ritrasse verso il marecercando di trascinare seco itre naufraghima gli ostacoli che li avevano imprigionati non avevano ceduto.

«Siamo a terra!...» aveva urlato Carmaux con voce tuonante.«Siamo salvi!...»

Il cavallone li aveva trascinati in mezzo ad un caos dipaletuvieri ed i rami contorti di quelle piante li avevano non solo trattenutima avevano anche smorzata la violenza dell'urto.

«Fuggiamoprima che l'onda ritorni» aveva gridato Morgan.

Lasciò andare il salvagenteche ormai non gli era piùd'alcuna utilitàcon un braccio si strinse al petto la fanciullae passandodi ramo in ramoraggiunse il margine della boscaglia.

Fortunatamenteil secondo cavallone non fu così enorme comel'altro e si era sfasciato contro le prime file delle rizofore.

«Ecco un approdo veramente fortunato» disse Carmauxcheera stato lesto a seguire Morgan. «Cerchiamo di far tornare in sé la signoradi Ventimiglia.»

«Speriamo che non abbia riportata alcuna ferita» riposeMorganla cui voce era un po' alterata. «Ci vorrebbe del fuocoinnanzitutto.»

«Ho l'acciarino e l'esca chiusi in una scatola di metalloimpenetrabile all'umidità! Vediamo se tutto è asciutto.»

«SbrigatiCarmaux. Sono inquieto.»

«Batte il suo cuore?»

«Sì.»

«Non sarà nullasignor Morgan. l'esca è ben secca e nonè entrata una sola goccia d'acqua nella scatoletta.»

«Raccogli dei rami secchi mentre io preparo un giaciglio.»

Morgan depose dolcemente la fanciullapoiavendo ancora alfianco la spadatagliò otto o dieci foglie di banano e ne formò uno stratoche rese più soffice con dei muschi strappati dal tronco d'un albero enorme.

Carmaux intanto aveva raccolto a tentoni delle foglie secchee dei rami ed aveva improvvisato un piccolo falòaccendendolo senza troppafatica.

Appena la fiamma s'alzòrompendo le tenebrefu vista lafanciulla alzare un bracciocome se cercasse di allontanare qualche cosa.

Morgan aveva mandato un grido di gioia:

«Ritorna in sé!... Signora Jolanda!... Signora diVentimiglia!...»

La fanciulla aveva ancora gli occhi chiusi ed il suo bel visoera pallidissimoperò la respirazione da qualche istante era diventata piùlibera.

«Signora... signora... siete salva» ripeteva Morganche lestava curvo sopraspiando ansiosamente ogni suo minimo movimento. «Siamo sullacosta!...»

A un tratto la fanciulla si scosse ed i suoi begli occhi siaprironofissandosi su Morgan.

«Voi... signore...» mormorò.

«Sìsono ioMorgan...»

Un sorriso sfiorò le labbra della figlia del Corsaro Nero ela sua destra strinse quella del filibustiere.

«L'onda... me la ricordo... ma sono ancor viva?...»

«Siete feritasignora?»

«No... ho urtato... è vero... quando l'onda mi trascinavavia... e la nave? e gli altri?...»

«Non pensate al veliero» disse Morgan. «Suppongo che sisia arenato in qualche luogo.»

«Ah!...» esclamò la fanciullavedendo presso di sé ilfrancese. «Siete voiCarmaux?»

«Dove si trova la figlia del mio capitanomi trovo sempreanch'io» rispose il marinaiosorridendo.

«Ma dunque tu non sei stato trascinato dall'onda?» disseMorgan.

«Mi ero già aggrappato alle griselle di babordo dell'alberomaestroquando vidi voi fuori dal bordo colla signora di Ventimiglia ed allorami sono lasciato andare anch'iopensando di potervi essere utiletanto piùche avevo potuto staccare un salvagente.»

«Grazievecchio mio» disse Morgan con voce commossa. «Tusei un marinaio impareggiabile.»

«Sono un marinaio del Corsaro Nero» rispose modestamenteCarmaux.

 

 

Capitolo diciannovesimo

 

I naufraghi

 

Per il resto della nottei due filibustieri e la signora diVentimigliache si era prontamente rimessanon avendo riportata alcuna feritalo passarono accanto al fuoco per asciugarsi le vestinon osando allontanarsidalla costa.

D'altrondeprima di prendere una qualche decisionevolevanosapere che cosa era avvenuto del velieroche era scomparso fra le tenebre e nonsi era più vista. Non credevano che fosse andato a piccoquantunque ormaiquasi pieno d'acqua; era più probabile che si fosse arenato in qualche altropunto della costa o sui bassifondi che Pierre le Picard aveva segnalatipochiminuti prima che quel terribile colpo di mare si rovesciasse sulla poppa.

Se il veliero si fosse spaccato a breve distanzacerto legrida dei naufraghi sarebbero giunte agli orecchi di Morgan e del suo compagnomalgrado l'incessante frastuono delle onde.

Un ardente desiderio di conoscere la sorte toccata alladisgraziata nave aveva tormentato incessantemente Morgan ed il francesesicchéappena i primi albori ebbero fugate le tenebrefurono lesti adirigersi verso i paletuviericolla speranza di scoprirla.

Fu un crudele disinganno: la nave era scomparsa!...

«Che sia andata a picco?» chiese Carmauxche pensava alsuo amico Wan. «Che cosa ne ditesignor Morgan?»

«Se fosse naufragata si vedrebbero dei rottami» rispose ilfilibustiereche osservava attentamente le onde che si accavallavano ancoraviolentementerovesciandosi verso la spiaggia. «Vedi tu delle cassedeibarilidei pennoni o dei pezzi di murata?»

«Nosignore.»

«E nemmeno io» disse Jolanda che li aveva raggiunti. «Vedolaggiù una punta che si protende verso il nord-est» disse Morgan. «Può darsiche le onde l'abbiano spinta dietro quel capo.»

«Mi rincrescerebbe che il mio amico Wan Stiller si fossesommerso senza di me.»

«Appena potremoci spingeremo verso quella punta» disseMorgan.

«Capitano» disse Jolanda«sapete dove siamo naufragati?»

«Sulla costa venezuelanasignorama dove precisamentenonve lo saprei dire.»

«Hanno delle città qui gli spagnoli?»

«Sìe non pochequantunque assai lontane le une dallealtre. Preferisco però evitarle con somma cura.»

«Come farete allora a tornare alla Tortue?»

«Non lo sosignora; per ora non pensiamo a ciò. In qualchemodo ce la caveremoè vero Carmaux?»

«Un filibustiere trova sempre il modo di tornarsene acasa.»

«Potresti intanto offrirci qualche cosavecchio mio. Leforeste del Venezuela non mancano di risorse.»

«Non ho che il mio coltello di manovrasignor Morgan.»

«Ed io la spada e la mia pistola che non prenderàcertamente fuoco. Magro armamentose troveremo gli indiani.»

«Ve ne sono qui?» chiese Jolanda.

«I Caraibi sono numerosi su queste coste e vi sono anchedelle tribù che hanno ancora l'usanza di divorare i prigionieri di guerra.Dovremo guardarci da loro.

Convinti di poter ben presto ritrovare i loro cameratilasciarono la spiaggia e si avviarono verso il margine della forestacheformava come una immensa muraglia di verzura e chea prima vistasembravaimpenetrabile.

Quelle terre bagnate dalle acque del golfo del Messicoirrigate da fiumi giganti e benedette dal solesono di una fertilitàprodigiosa e lo sviluppo che viprendono le piante è straordinario.

Basta che una piantagione venga trascurata per pochesettimaneperché sia subito invasa da un caos di piante che crescono quasi avista d'occhio. Dopo un announa vera boscaglia copre ogni cosa e fa sparireogni traccia di coltivazione.

La foresta che copriva tutta la costae chemoltoprobabilmentesi estendeva per un tratto immenso anche nell'internoesistendoin quell'epoca un gran numero di foreste vergini nell'America Meridionalepareva che fosse costituitaalmeno sul margineda due sole qualità di piante:da palmizi e da bombax.

Infattifin dove si estendeva lo sguardonon si scorgevanoche le foglie verdi cupe dei primidisposte come immensi ciuffi all'estremitàdi fusto non molto alti né molto grossi e assai dirittie quelle più chiare emeno lunghe dei secondiche avevano tronchi più grossi e biancastri ed i ramicoperti di frutta irte di spineche sono poi così dure da potersi adoperarecome chiodi.

Sotto quelle vôlte di verzurastrette le une alle altreritte o aggrovigliate come serpentio giacenti al suolosi scorgevano ammassidi piante parassitedi lianedi racchette che danno una specie di fichi diBarberia e di gambi sarmentosi di nikudalla scorza bruna e lucente.

Fra i rami strillavano a piena gola dei macachiscimmievoracissime e ghiottissimee svolazzavano dei tucani dal becco enorme e deicassichi che facevano dondolare i loro nidi in forma di borse.

In lontananza un onoratoappollaiato sulla cima del piùalto palmiziolanciava con una monotonìa noiosa le sue note musicali: do...mi... sol... do...

«La colazione non mancherà» disse Carmauxdopo d'averdato uno sguardo alle piante.

«Forse quelle frutta spinose?» chiese Jolanda.

«Buone appena per le scimmie quellesignora.» risposeMorgan. «I formaggeri non sono d'alcuna utilità per gli uomini e sopratuttoper gli affamati.»

Quelle piante dalla scorza biancastra si chiamano anche cosìe non già perché producano del formaggioma per il loro legno che è bianco eporoso»

«E gli altri?» chiese Jolanda.

«Sono cavoli palmistiè veroCarmaux?»

«Sìsignoreed è un vero peccato non avere qualcheanimale da mettere allo spiedoavendo il pane ormai assicurato.»

Anche l'arrosto stava per offrirsi da sé.»

Un grido stranoche pareva emesso da una trombettaeraecheggiato a breve distanza.

«Che cos'è?» chiese Jolandastupita.

«Un segnale degl'indiani?» chiese Morgansfoderandorapidamente la spada.

«È arrosto che si annuncia» disse Carmaux ridendo. «Buonuccello l'agami. Rincresce ucciderloma il ventre non ragiona. Signor Morgandatemi la vostra spada.»

Un bel volatilegrosso come un gallocolle gambelunghissimecolle penne nere sul collo e sulle alia riflessi azzurro doratisotto il ventre e rossastri sul dorsoera balzato fuori da un cespugliosalutando i naufraghi con un allegro strombetto.

Quel grazioso uccello non dimostrava alcun timore per lavicinanza di quelle tre personeanzi le guardava a testa altastarnazzando leali e continuando la sua rumorosa fanfara.

«Non scappa no quel bravo uccello» disse Carmauxvedendoche Morgan cercava qualche pezzo di ramo per lanciarglielo addossocollasperanza di abbatterlo.

«Lasciate fare a mecapitano.»

Vedendo a qualche passo un calupo diavolopianta cheproduce dei semi che si ritengono ottimi contro i morsi dei serpentispecialmente se messi in infusione coll'acquavitesgusciò alcuni di queigranelli e li gettò al volatileil quale si mise a beccarli tranquillamente.

«Vedete come si familiarizza subito colle persone» disseCarmaux. «Mi rincrescelo ripetoma non abbiamo di meglio.»

Mentre con una mano continuava a gettare semicoll'altraaveva impugnata la spada datagli da Morgan elentamentes'accostava al poverouccelloil quale non si accorgeva del pericolo.

A un tratto la lama scintillò in aria e l'agamidecapitatodi colpostramazzò fra le foglie secchesbattendo le ali.

«Ah! Poveretto!» esclamò Jolanda. «Tradire così la suafiducia.»

«Combattiamo la lotta per l'esistenzasignora» risposeMorgan. «Occupati del pane oravecchio miomentre io preparo l'arrosto.»

Aiutato dalla fanciulla fece raccolta di rami e riaccese ilfuocopoi si mise a spennacchiare il volatilementre Carmauxaiutandosi collelianedava la scalata ad uno dei più grossi palmizi.

Pochi minuti dopo un rumore di fronde scosse e di ramischiantati annunciava a Morgan che anche il pane era assicurato.

Pane veramente non erapoiché i cavoli palmisti non hannonulla a che fare cogli artocarpi che danno una pastache se non somigliaprecisamente a quella che si ricava dalla farinane fa benissimo le veciquantunque abbia un gusto che la fa piuttosto rassomigliare a quello di certespecie di zucche e del gambo dei carcioffi.

I palmisti producono invece una mandorla mostruosalungatalvolta quasi un metro e grossa anche come la gamba d'un uomobiancalisciadi sapore eccellente e che per gl'indiani fa le veci della cassavaossiadelle gallette di maniocaquando questo tubero manca.

Carmauxche era discesosi era subito messo a scortecciarela mandorlaquando ai suoi orecchi giunse un rumore di foglie e di ramicomese qualcuno cercasse di aprirsi il passo fra le piante.

«Signor Morganall'erta!» gridòbalzando in piedi eporgendogli la spada. «Pare che qualcuno si avvicini.»

«Qualche animale?» chiese il filibustieregettandosiprontamente dinanzi a Jolanda.

«Non lo sosignore» rispose il marinaioraccogliendo daterra un grosso ramo che poteva servirgli da randello. «Mi pareva che qualcunocorresse fra le piante.»

«Io non odo nulla; e voisignora Jolanda?»

«Nemmeno» rispose la fanciulla.

In quel momento i rami d'un folto cespuglio s'erano aperti edue indiani erano comparsi improvvisamenteimpugnando un lungo arco di duemetri e delle freccie pure lunghissimemunite all'estremità d'una spinaacutissima.

Erano quasi nudidi statura piuttosto altacolla pellebruno-rossicciasolcata da strane pitture fatte col succo di genipaicapelli nerigrossolani e lunghissimie gli occhi assai foschi.

Attorno alle reni portavano un piccolo gonnellino di fibrevegetali ed al collo ed ai polsi collane e braccialetti di denti d'animaliferoci e di artigli di giaguaro o di coguarocon qualche scaglietta ditartaruga.

Vedendo i naufraghisi erano arrestati guardandoli con unacerta curiositàsenza però manifestarealmeno per il momentoalcunaintenzione ostilepoi uno dei due che portava infisso nei capelli il becco d'untucanofece qualche passodicendo in cattivo spagnolo:

«Che cosa fanno qui gli uomini bianchi?»

«Siamo naufragati la scorsa notte» rispose Morganchecopriva semprecol proprio corpoJolanda. «E voi chi siete?»

«Caraibi» disse l'indiano.

«Come mai conosci lo spagnolotu?»

L'indiano prese un atteggiamento fieropoi con un gestomaestoso disse:

«Io sono Kumarail più valente guerriero della tribùcheha uccisi molti nemici e che ha veduto la grande città degli uomini venuticolle grandi piroghe dalla parte ove il sole si leva. Io conservo nella miacapanna la collana di metallo bianco che mi ha dato il capo dei volti bianchi.Kumara è un grande guerriero.»

L'indianoterminata la sua presentazionesi era appoggiatoall'arcosporgendo il petto e alzando la testa più che poteva in una posaeroicomicache fece sorridere i naufraghi.

«Signor Morgan» disse Carmaux «aspetta la nostrarisposta.»

«T'incarico di fare la mia presentazione» rispose ilfilibustiere.

«Sarà tremenda.»

Fece a sua volta due passi innanzi e alzando minacciosamenteil randello come se volesse spaccare il groppone a qualcunogridò con vocetuonanteindicando Morgan:

«L'uomo che tu vedi è il capo d'una immensa tribùche nonè stata mai vinta nemmeno dagli spagnoli. Ha un numero infinito di grandipiroghedi tubi che scatenano il fulmine e che uccidono a grandi distanze epuò dominarecon un gestoi venti e le tempeste. Il suo braccio èinvincibile e la spada che stringe ha tagliate più teste di quanti sono glialberi di questa foresta. Egli è il più grande guerriero dei paesi dove ilsole si leva.»

«Non mancava altro che mi proclamasse un nume» disseMorganridendo.

I due indiani avevano ascoltato in silenzio le spacconate diCarmauxconservando una serietà assoluta.

«Le mie parole hanno fatto colpo» disse Carmaux. «Eccocidiventati invincibili.»

«Se vi avranno creduto» disse Jolanda.

«Oh! Bevono grosso quelle genti» rispose il marinaio.L'indiano che portava sui capelli il becco di tucanoscambiò col compagnoalcune parolepoi s'avanzò verso i naufraghidicendo:

«Voi che siete uomini così potentipermetteteci dimetterci sotto la vostra protezione.»

«Vi minaccia qualcuno forse?» chiese Morgan.

«Sìi guerrieri Oyaculè» rispose l'indiano che sichiamava Kumaraguardandosi paurosamente intorno.

«Chi sono costoro?»

«Degl'indiani assai cattiviche ammazzano i prigionieri diguerra e che ci hanno sorpresi stamane presso le rive d'una savanamentreattendevamo a cacciare un maipuri (tapiro).»

«Sono uomini che hanno la pelle quasi bianca come la vostrail naso ricurvo una barb lunga» rispose Kumara. «Abitano le grandi forestedell'interno e di quando in quando fanno delle scorrerie fino sulle rive delmareper saccheggiare e devastare i nostri villaggi.»

«Erano molti quelli che ti hanno assalito?» chiese Morgan.

«Nosette od otto» rispose l'indiano.

«Con archi e frecce?»

«E anche con delle pesanti vanaya

«Che cosa sono?»

«Delle mazze di legno del ferrodi forma quadrangolarecheessi adoperano con un'abilità veramente straordinaria.»

«Vi hanno inseguiti?»

«Sì.»

«Che siano vicini?»

«Non lo so» rispose l'indiano. «Da un'ora li abbiamoperduti di vista.»

«E non aver nemmeno un fucile» disse Morgangettando unosguardo inquieto su Jolandala qualequantunque avesse tutto compresoconoscendo benissimo lo spagnoloconservava la sua solita calma.

«Avete la pistolasignor Morgan?» disse Carmaux.

«Con due soli colpi e la polvere bagnata.»

«L'asciugheremo e serberemo quei due colpi per le grandicircostanze.»

«Facciamo colazione in frettapoi sgombriamo» disse ilfilibustiere. «Se troviamo i nostri compagninon avremo più nulla da temereda quei selvaggi. Sedetevi signora di Ventimigliae non preoccupatevi perora.»

«Presso di voi mi sento sicura» rispose la fanciulla.

Essendo il volatile cottolo diviserodandone un pezzo aidue indiani e tagliarono la colossale mandorla che fu assai gustata da tutti.

Mentre mangiavanoKumara narrò loro che egli ed il compagnoappartenevano ad una grossa tribù di Caraibiche avevano il loro villaggiosulle rive d'un profondo golfonon molto lontano da quel luogo e che egli erauno dei capi più rispettati e più stimati.

Terminarono la colazione senza essere stati disturbati.

Probabilmente gli antropofagi avevano smarrite le traccie deidue indianio disperando di poterli raggiungeresi erano ritirati nelle loroimpenetrabili foreste.

«Sloggiamo» disse Morganaiutando Jolanda ad alzarsi.«Andremo a vedere quella puntagiacché io suppongo che la nave moltofacilmente si sia sfasciata al di là.»

«E se fosse andata a picco con tutti quelli che lamontavano?» chiese la fanciulla.

«Sarebbe una grave disgrazia» rispose Morgan. «Comeritornereste alla Tortue?»

«Non ci rimarrebbe che tentare la traversata del golfo suuna piroga indianaun'impresa pericolosa è verosignorama io sono bendeciso a non finire qui i miei giorni» rispose il filibustiere con accentorisoluto.

«Non si spingono fino su queste spiagge i corsari dellaTortue?»

Preceduti dai due indianiche si sentivano più sicuripresso gli uomini bianchi e che non osavano rientrare nella foresta per paurad'incontrare gli Oyaculèche ispiravano loro un terrore invincibilesi miseroin marcia seguendo il margine della foresta.

Essendo il vento di tramontana cessatole onde a poco a pocosi erano calmateinvece la risacca si faceva sentire sempre violentissima suquelle spiaggiea causa dei numerosi bassifondi e scoglietti che laproteggevano.

Nessun rottame appariva fra i cavalloni che indicasse esserecolà naufragata una nave; piuttosto il veliero doveva essere stato respinto allargo e trascinato al di là del capo dove probabilmente si era sfasciato.

Gli alberi della foresta a poco a poco variavano. Di quandoin quando fra i palmizi apparivano enormi gruppi di banani dalle foglie immensedei simaruba che hanno proprietà tonichesia nella scorza che nelle radici esotto cui si nascondonose si deve credere agl'indianile testugginiterrestri; e di bambù colossalicosì grossi che gl'indigeni se ne servono percostruire delle belle canoe così resistenti da sfidare le scuri meglioaffilate.

Bande di tucani dalle penne multicolori e dal becco enormed'una bella tinta giallasvolazzavano assieme a numerosi pappagallimentre frai cespugli fuggivano delle lucertole mostruose dai fianchi di smeraldoorribilia vedersi e che nondimeno sono pregiatissime per la loro polpa bianca chesomiglia ancheper saporea quella delicata dei polli.

I due indianiquantunque abituati ad attraversare i boschiprocedevano con precauzioneguardando attentamente dove posavano il piede efrugando primacolla punta dei loro archile foglie secche e le alte erbepernon venire morsi dai serpenti che sono numerosissimi in quelle regioni o dallegrosse formiche che producono dei dolori atroci e anche la febbrespecialmentequelle chiamate fiammingheche sono le più tremende di tutte.

Già avevano veduto più d'un rettile fuggire fra le foglie eunotutto nerosi era rizzato dinanzi a loro mandando un sibilo acutissimo etentando di morderli. Era stato un ay-ayuno dei più pericolosiessendo il loro veleno così potente da causare la morte in pochi istanti.

Un'ora dopo il drappellosuperato un bosco di enormipassifloreche copriva quella penisoletta che si protendeva verso il mare peralcune centinaia di metrigiungeva sulla spiaggia opposta.

Un grido era subito sfuggito a Morgan:

«Dei rottami!... La nave si è sfasciata!...»

 

 

Capitolo ventesimo

 

L'assalto degli Oyaculè

 

I naufraghi erano giunti sulle rive d'un vasto golfo ches'addentrava assai nella costa coperta da foreste.

Fra i cavalloni che si frangevano contro le scogliereavevano scorto un gran numero di rottami.

In mezzo alla spuma ondeggiavano antennepezzi di fasciame edi pontecasse e barili che si urtavano rumorosamente fra di loro.

Alcune enormi travistrappate forse alle ruote di prora e dipoppa dello scafosi erano arenate fra i paletuvierie al rifluire della mareaerano rimaste in secco fra i loro rami contorti.

Se i rottami erano abbondantimancavano assolutamente gliuomini. La spiaggiafin dove giungevano gli sguardiera deserta e anche inacqua non si scorgeva alcun cadaverecosa inesplicabileconsiderato il grannumero di persone che si trovavano a bordo del veliero nel momento in cui leonde ed il vento lo spingevano verso i bassifondi.

«Possibile che si siano tutti annegati!...» esclamòMorgancon voce alterata. «C'erano fra i nostri uomini dei valenti nuotatoriche non avevano paura dei cavalloni. Che cosa ne diciCarmaux?»

«Apparterranno alla nostra nave questi rottami?» chieseinvece il marinaio.

«Che cosa volete direCarmaux?» domandò Jolanda.

«Che potrebbero appartenere anche alla fregata che noiabbandonammo dopo l'abbordaggio.»

«E la nostra nave?» chiese Morgan. «Dove vuoi che siafinita? Andiamo a vedere quelle travi» disse Morganche era diventatopensieroso.

Aprendosi il passo fra i paletuvierigiunsero ben presto làdove le onde avevano spinto quegli avanzie trovarono fra le sabbie parecchialtri rottamifra cui un affusto di cannonemancante del pezzo.

Morgan vi si era precipitato sopranon ignorando che lebocche da fuoco ordinariamente portavano dipinto il nome della nave a cuiappartenevano.

«Hai ragioneCarmaux!» gridò. «Questi avanziappartengono alla fregata. Ecco qui sull'affusto il suo nome.»

«Ma dunque che cosa è accaduto del veliero?» chieseJolanda.

«Io non oso rispondervisignora» disse Morganla cuifronte si era oscurata. «Temo che sia successa una catastrofe»

«Allora voi credete che la nostra nave si sia inabissata?»chiese Jolanda con voce commossa.

«I miei uomini devono riposare tutti in fondo al mare; eccola mia opinionesignora. La nave deve essere stata respinta al largoforse amolta distanza dalla costae poi inghiottita.»

«Ah!... Mio povero Wan!» gemette Carmaux. «Andarsene senzadi me!...»

«Noi non abbiamo ancora alcuna prova che quella nave si siasommersa» disse Jolanda.

«Era piena d'acquasignoraed a meno d'un miracolononpuò essere sfuggita alla sorte che lo attendeva. Credo che a noi non rimangache di occuparci dei casi nostri.»

«Che cosa intendete di faresignor Morgan?»

«Giacché la fortuna ci ha mandati questi due indianiseguiamoli alla loro tribù» rispose il filibustiere. «Là almeno troveremoper il momento un rifugio e una protezione. Non dimentichiamo che in questeforeste si aggirano gli Oyaculè.»

«Come ci accoglieranno quegl'indiani?»

«I Caraibi non sono cattiviquando non si provocano»rispose Carmaux. «Io li conosco per averli frequentati con vostro padre.»

Morgan interpellò Kumara.

«Domani sera potremo giungere al villaggiose gli Oyaculènon ci arresteranno» rispose l'indiano. «Abbiamo lasciata la nostra piroga suun fiume che sbocca in una savananascosta fra le larghe foglie dei mucumucùe può darsi che i nostri nemici non l'abbiano scoperta.»

«È lontana quella savana?»

«Tre ore di marcia.»

«Purché quei maledetti Oyaculè non ci aspettino colà»disse Carmaux. «Amo poco aver da fare con quei selvaggispecialmente quandonon ho fra le mani il mio archibugio.»

«Potremmo venire egualmente sorpresianche rimanendo qui»rispose Morgan. «D'altrondenon sono che otto e la polvere della mia pistolasi è bene asciugata con questo calore ardente. Tengo dunque la vita di dueuomini e poi ho la spada. Vuoi guidarci?» chiese poi all'indiano che aveva ilbecco del tucano.

«Cogli uomini bianchi io non ho paura» rispose Kumara.«Sono dei forti guerrieri.»

Si misero in camminopreceduti dai due indianiche sitenevano l'uno dietro l'altrocoll'arco in mano e le freccie pronte ad esserescagliate.

I tre naufraghi erano tristi e molto preoccupatispecialmente Morganil quale oltre ad aver perduti tutti i suoi fedeli compagnied il frutto dell'audacissima spedizionesi trovava senza nave e senza aiuti econ molte probabilità di cadere nelle mani dei selvaggi o degli spagnoliassieme alla fanciulla che aveva giurato di salvare.

Anche Carmaux aveva perduta la sua consueta allegriapensando alla miseranda fine del suo inseparabile compagnoil poveroamburghese.

Man mano che s'inoltravano nella grande forestala marciadiventava sempre più penosa.

Si trovavano come impacchettati fra una vegetazione troppoesuberanteche aveva invasi i più piccoli lembi di terra. A destraasinistradinanzi e dietros'intrecciavano confusamente passiflorelianesarmenti di pimentonoci moscate selvatichealberi del pepecedri delVenezuelaalberi del cotone carichi di fiori gialli e porporinigruppi dieuforbiecactiformi irti di spine e di baspa butirraceecosì chiamateperché si estrae da quelle piante una specie di burro assai apprezzatodagl'indiani.

Fra quel caos di rami e di foglie non si vedeva alcunvolatilenondimeno di quando in quando il silenzio che regnava nella forestaveniva improvvisamente rotto da urla assordanti e da muggiti formidabili chefacevano arrestare di colpo i tre naufraghicredendo che fossero i temutiantropofagi che si preparassero ad assalirli.

Erano invece alcune truppe di scimmie rosse che sidivertivano a dare una prova della solidità dei loro polmoni o meglio del lorogozzo. Quei quadrumani sono straordinariamente abbondanti nelle foreste delVenezuela e delle vicine Guianee per potenza di voce possono gareggiare coi barbadobrasiliani.

Si raccolgono fra i rami d'un grosso albero e là gonfiano iloro gozziche sono grossi come un uovo di tacchinomandando degli hon-hone dei muggiti così formidabili da udirsi facilmente alla incredibile distanzadi cinque chilometri.

Se quelle scimmie erano inoffensivealtri pericoliminacciavano il drappelloil quale era costretto ad avanzarsi colla massimaprudenza.

Di quando in quando fra le foglie seccheche formavano deglistrati altissimisi vedevano uscire certi formiconi lunghi un centimetro emezzonerilucenticoll'addome gonfioche subito si rizzavano per mordere ipiedi nudi dei due indiani e che non davano indietro.

Morganche aveva già percorso altre volte le forestedell'America Meridionalespecialmente quelle delle Guiane e della Colombiaeche sapeva quanti pericoli nascondonovegliava attentamente su Jolandabadandodove posava i piedi e frugando le erbe e le foglie colla punta della spadaperpaura che nascondessero qualche formidabile trigonocefalo o qualche serpentecorallodal morso senza rimediood un serpente lianatutti rettili cheabbondano straordinariamente in quelle regioni e che sono assai aggressivi.

E non guardava solamente verso terra. Seguendo l'esempio deidue indianiscrutava anche il fitto fogliame delle piantepotendo piombareimprovvisamente sulla fanciulla qualcuno di quegli enormi rettili chiamatipitoniche posseggono una forza da stritolare senza difficoltà l'uomo piùrobusto o qualche coguaroamando questi sanguinari animali tenersi nascosti frai rami per meglio sorprendere la preda.

Camminavano da un paio d'oresempre inoltrandosi con grandidifficoltànella forestaquando un grido acuto ruppe improvvisamente ilsilenzio che regnava in quel momento sotto le vôlte di verzuraarrestando dicolpo i due indiani.

«Che cosa c'è?» chiese Morganmettendosi prontamentedinanzi alla fanciulla ed impugnando la pistolamentre Carmaux le si ponevadietrofacendo un rapido dietro fronte.

«Avete udito?» chiese Kumara.

«Il grido di qualche animale pericoloso?»

«Nod'una bernaca

«Ne so meno di prima.»

«Di un'oca selvatica» disse l'indiano.

«E ti spaventi d'un simile volatile?»

«Dove si trova una capanna vi si trovano sempre di quelleochema non è ciò che mi preoccupa.»

«Quale altro motivo dunque?»

«Quel grido non mi parve naturale e anche Jayil miocompagnoè del medesimo avviso.»

«Che sia stato qualche segnale?»

«È quello che noi sospettiamosignor uomo bianco» disseil caraibo.

«Fatto da qualche Oyaculè?» chiese Carmaux.

«Non vi sono tribù amiche qui.»

«Puoi esserti ingannato» disse Morgan.

Kumara scosse il capopoi disse:

«Un caraibo non s'inganna mai.»

«È lontana la savana?»

«Deve essere anzi vicinissima.»

«Se vogliono assalirci ci piomberanno egualmente addossosia qui che più innanzi» disse Morgan a Jolanda. «Tenetevi presso di mesignorae prendete la mia pistolaa me la spada basta.»

I due indiani si consultarono a bassa voceprovaronol'elasticità dei loro archidando ad ognuno un giro di corda onde avessero unaportata maggiorepoi partirono in silenzioguardando l'uno a destra e l'altroa sinistra.

La foresta cominciava allora a diradarsi un po' ed adiventare umidissima. In mezzo alle piante si udivano scrosciare dei torrentelliche pareva scorressero tutti verso un'unica direzione.

I due indiani ascoltavano sempre e alzavano di frequente gliocchicome se cercassero la bernaca che aveva mandato quel grido; invecenessuna oca selvatica appariva.

Avevano percorsi due o trecento passiscivolandosilenziosamente fra le passiflore che ingombravano il suoloquando tornarono afermarsidicendo:

«Sentiamo il fiume che si versa nella savana.»

Infatti un po' più innanzidell'acqua scrosciava. Parevache un torrente rapidissimo si aprisse il passo fra le piante.

«Dov'è il tuo canotto?» chiese Morgan.

«Sul fiume» rispose Kumara.

«M'avevi detto nella savana.»

«L'acqua morta non è lontana.»

Stavano per riprendere le mossequando udirono ripetersiemolto vicinoil grido della bernaca.

I due indiani si erano voltati rapidamentetendendo gliarchi.

«Ancora il segnale?» chiese Morgan.

«Sì» rispose Kumara. «Il grido dell'oca selvatica èstato molto bene imitatoma non c'inganna.»

«Affrettiamoci a raggiungere il fiume» disse Morgan. «Sepossiamo trovare la vostra piroga siamo salvi.»

«Deve trovarsi presso quell'albero» disse Kumaraindicandoun bacabauna specie di palma vinifera dai cui rami pendevano dei fiorichermisini disposti a festoni.

«Andate a vedereuomo biancomentre noi sorvegliamo laforesta col vostro compagno.»

«Sìandatecapitano» disse Carmaux. «Mettete prima insalvo la signora di Ventimiglia. «Affrettateviodo le fronde ad agitarsi.»

Morgan si spinse rapidamente innanziseguíto da Jolanda egiunse sulla riva d'un corso d'acqua assai rapidonon più largo d'una mezzadozzina di metriche scorreva fra due vere muraglie di verzura.

Gli alberi erano così immensi che congiungevano i loro ramie le loro foglie attraverso il fiumicelloformando una vôlta quasiimpenetrabile ai raggi del sole.

Morgan si curvò sulla riva e scorsesemi-nascosto fra lelarghe foglie dei mucumucuuno di quei canotti scavati nel tronco d'unbambù gigantechiamati montariasarmato di quattro pagaje dalla palaassai larga ed il manico molto corto.

«Eccola la piroga!» gridò. «Prestosignoraimbarcatevi.»

Aiutò la fanciulla a scendere la riva che era molto ripida ecoperta di arbusti spinosi e la fece imbarcare nel canotto.

Stava per risalire onde chiamare i compagniquando delleurla spaventevoli scoppiarono nella foresta.

«Signor Morgan» udì a gridare Carmaux. «Salvate lasignora!... Fuggite!...»

Invece di obbedireil filibustiere si spinse fino sulla cimadella sponda e vide Carmaux ed i due indiani fuggire a precipizio verso il foltodella forestainseguiti da sette od otto uomini semi-nudidi staturaaltissimacol viso adorno di lunghe barbe e che lanciavano delle freccie conrapidità prodigiosa.

«Gli Oyaculè!...» esclamò. «QuiCarmauxqui!... Ilcanotto!... Il canotto!...»

Era troppo tardipoiché gli antropofagiforse senzavolerlosi erano gettati fra i fuggiaschi ed il fiumeimpedendo così loro disalvarsi nella piroga.

Udendo le grida di Morgantre uomini si staccarono dalgruppo e gli lanciarono contro alcune frecciesenza riuscire a colpirlo.

Il filibustierecomprendendo che ormai non poteva piùcontare sui suoi compagnicon due salti raggiunse il fiume e si gettò nelcanottogridando alla fanciulla che aveva armata risolutamente la pistola:

«Gettatevi nel fondo della pirogasignora!... Vengono!...»

Poimentre Jolanda obbedivaprese due pagaie estrappatala cordasi spinse al largo remando affannosamente.

Si era allontanato di una decina di metriquando i treselvaggi che gli si erano volti controcomparvero sulla riva.

Tre freccie sibilaronoseguìte da un grido di dolore. Duesi erano piantate sul bordola terza invecemeglio direttasi era conficcataprofondamente nel petto del filibustierequasi all'altezza della spalla destra.

Jolandache lo aveva veduto strapparsi furiosamente ilsottile cannello di bambù e che aveva udito il suo grido di doloresi eraalzata di colpo e scorgendo i tre selvaggi che stavano per tendere nuovamentegli archiscaricò sul più vicino un colpo di pistola.

L'antropofagocolpito alla testarotolò giù per la rivasbattendo pazzamente le braccia e piombò in acquaaffondando subito.

Gli altri duespaventati dallo sparoforse il primo cheudivanoe dalla morte fulminea del loro compagnorisalirono precipitosamentela riva scomparendo fra le piante.

La fanciullache era diventata pallidissimas'accostò aMorgan il qualenon ostante il dolore intenso che doveva produrgli la feritacontinuava ad arrancare con suprema energia.

«Non sarà cosa gravesignora» disse il filibustierecercando di sorridere. «La punta è rimasta nella carnee più tardi laestrarremo.»

«Mio Dioe se la punta fosse avvelenata!...»

«Non conoscono i veleni questi selvaggirassicuratevisignora Jolanda. Prendete le pagaie e aiutatemi meglio che potrete. Ènecessario allontanarci prima che quei furfanti ricompariscano. Oh!... Voitirate meravigliosamente!... Grazie!...»

«Vedo il sangue trapelare attraverso la vostra giubba.Permettete che vi fasci la ferita.»

«Più tardi... lasciate che coli... prestosignora...possono giungere a crivellarci di freccie.»

La fanciullacomprendendo che non sarebbe riuscita adindurre il fiero corsaro a lasciarsi fasciar la ferita etemendo che gliantropofagi ricomparissero e tornassero per dargli il colpo di graziaprese lealtre due pagaie e si mise a remare per aiutarlo.

Era profondamente commossa e voltava ad ogni istante il capoverso il filibustierechiedendogli con premura:

«Volete riposarvisignor Morgan? Lasciate a me la cura dicondurre il canotto. So guidare una scialuppa.»

«Nosignorapiù prestopiù presto» rispondeva Morgan.

Il fiume fortunatamente aveva una corrente rapidissima ed ifuggiaschi si allontanavano veloci. Erapiù che un fiumeuna specie ditorrentedalle acque pesanti e quasi nerastresature di miasmi prodotti dalcorrompersi delle foglie che trasportava ed incassato fra i due margini dellaforesta fra i quali si era aperto violentemente il passo.

Sotto la vôlta di verzura che lo copriva intensamentenonsoffiava il minimo alito d'aria e regnava una temperatura da stufache facevasudare prodigiosamente i due remiganti.

Quella vôlta invece li preservava dai colpi di sole che sonocosì frequenti in quelle regioni quasi equatorialidal mezzodì alle quattro equasi mai perdonano.

Morganquantunque soffrisse assai per la punta della frecciache gli era rimasta conficcata nelle carnie sebbene continuasse a perderesangue non cessasse di colareresisteva tenacementesenza che gli uscissedalle labbra un solo lamento.

Aveva però la fronte bagnata da un freddo sudore e lo sivedeva stringere i dentiper non lasciarsi sfuggire nessun grido di dolore.

Jolanda lo secondavamanovrando energicamente le pagaie ecercando di mantenere il canotto in mezzo al fiumema le sue inquietudiniaumentavanovedendo formarsiai piedi del filibustiereuna chiazza di sangueche a poco a poco si allargava.

«Bastasignor Morgan» disse ad un trattosentendo cherallentava la battuta. «Volete uccidervi? Lasciate a me la cura di condurre ilcanottofasciatevi la ferita.»

«Un momento ancorasignora» rispose Morgancon vocesoffocata. «Vedo un largo dietro di noi... deve essere la savana o qualchelaguna...»

«Ve ne prego...»

«Aspettate...»

«Ve l'ordinoallora.»

Il filibustiereche non si reggeva piùaveva ritirate lepagaiecomprimendosi la ferita con ambe le mani.

Il canotto in quel momento sboccava in una vasta lagunaingombra di foglie di mucumucù e di fasci di legno cannone dai fustibianchilisci ed argentei.

Jolanda lo spinse verso la riva più vicinaarenandolo su unbanco limaccioso.

«Venitesignor Morgan» dissecon voce commossa.

Il filibustiere si era alzatobarcollando.

«È la punta che mi lacera le carni» mormoròtergendosiil sudore che gli bagnava la fronte.

«Che sia avvelenata?» chiese Jolandacon terrore.

«No... no...»

Scese sulla rivasorreggendosi sulla spadama giunto colàdovette appoggiarsi alla fanciulla.

«Mio povero amicoquanto dovete soffrire» disse Jolanda.

«Tutto passerà» rispose il filibustiereguardandola cogliocchi socchiusi. «Legate il canottosignora... la corrente può trascinarlo...E Carmaux?... Dove sarà Carmaux?...»

Poi si ripiegò bruscamente su sé stesso e si lasciò caderesulla rivamandando un sordo gemito.

«Signor Morgan!» gridò Jolandaslanciandosi verso di luiper sorreggerlo.

«Non spaventatevisignora» rispose il filibustiererimettendosi prontamente. «I corsari hanno la pelle dura.»

 

 

Capitolo ventunesimo

 

Il ferito

 

Il fiume si riversava in una vastissima laguna o savana chefosseinterrotta qua e là da banchi fangosisu cui erano cresciuti rigogliosimazzi di bambùgrossi quanto il corpo d'un uomo e di manghii qualiimmergevano nelle acque le loro radici contorte.

Le rivequantunque assai lontaneapparivano coperte daboscaglie che dovevano essere foltissimea giudicarle dalla enorme quantità ditronchi che si slanciavano a grandi altezzestendono in tutte le direzionidelle foglie mostruose.

Nessun canotto scivolava fra le larghe foglie delle aningae delle murici che coprivano vaste zone d'acqua. Volavano invece ingrossi stormi dei martini pescatoridei beccaccini e dei ciganasspeciedi fagiani che difficilmente si allontanano dalle rive dei fiumi o delle paludi.

Dopo essersi assicurato che quel luogo era deserto e averfatto legare il canottoaffinché la correnteche si faceva sentire abbastanzafortenon lo portasse viaMorgan si sbottonò la casacca di grosso panno e lacamicia di flanellamettendo allo scoperto la spalla destradove appariva unosquarcioprodotto dalla frecciache dava sangue in abbondanza.

«Mio povero amico» disse Jolandache guardava con visibilecommozione la ferita. «Quanto dovete soffrire!»

«Datemi la spadasignora» disse Morgan.

«Che cosa volete fare?»

«Allargare la ferita per estrarre la punta che è rimastanella carne.»

«Mio Dio!...»

«Bisogna levarlasignorao produrrà un'infiammazionepericolosa.»

«Soffrite assai.»

«Non è la prima freccia che mi colpisce. Sulle rivedell'Orenoco ne ho ricevuta un'altra. Fortunatamente quest'indiani non hanno latriste abitudine d'avvelenarlese no a quest'ora non sarei più vivo.»

«Aspettatesignor Morgan» disse Jolanda.

«Che cos volete fare?»

«Non abbiamo nulla per fasciare la ferita.»

«Ecco là una pianta di cotone. Troverete al suolo dellecapsule ben fornite di peluria. Per fasciarla basterà una manica della miacamicia di lana.

«Andatesignora Jolanda; è tempo di arrestare il sangue.»

La fanciulla aveva già osservata la piantache cresceva acinquanta o sessanta passi dalla rivasul margine dell'immensa foresta.

Mentre si allontanavaMorgan pulì la punta della spadasulla propria camiciapoi con coraggio straordinario la cacciò delicatamentenella ferita allargandolafinché trovò l'estremità inferiore della freccia.Afferrarla e strapparla violentemente colle ditafu l'affare d'un istante.

Il dolore però era stato così intensoche il disgraziatocadde all'indietro mezzo svenuto.

Quando la fanciulla ritornò colle mani piene di cotoneMorgan non si era ancora rimesso dall'atroce spasimo.

Giaceva disteso sull'erbacogli occhi socchiusipallidissimomentre il sangue usciva a fiotti dalla ferita.

Nella mano sinistra stringeva ancoracolle dita raggrinzatela punta della frecciauna spina d'ansara lunga un buon pollicedalla puntaacutissima e resistente quanto un ago d'acciaio.

Vedendolo in quello statola signora di Ventimiglia avevamandato un grido d'angoscia:

«Signor Morgan!... Signor Morgan!...»

Il filibustierea quel grido aveva riaperti gli occhi edaveva tentato di rialzarsisenza riuscirvi. Le indicò la feritamormorando:

«Qui... arrestate... la vita fuggirà... Nonspaventatevi...»

Jolanda si era inginocchiata presso di lui.

Con mano ferma pulì la ferita da cui il sangue sfuggivasempreriunì delicatamente le due labbra prodotte dalla spinavi applicò unamanata di bambagiapoistrappato un lembo del fazzoletto di seta che portavasul capo per difendersi dagli ardori del solefasciò la piaga meglio chepoté.

Morgan non aveva mandato un lamento. Anzi le labbra del fieroscorridore del mare si erano atteggiate ad un sorriso.

«Grazie... signora...» mormoròrespirando a lungo. «Miavete bendato... meglio d'un... medico.»

«Soffrite molto?»

«Cesserà... poi... la perdita del sangue... mi haindebolito...»

«Riposatevisignor Morganio veglio su di voi...»

Il filibustiere accennò col capo di sì e si abbandonò frale erbe. Si sentiva estremamente spossato e provava negli orecchi un ronzìodoloroso.

La febbre non doveva tardare a sopraggiungere. Già le suegote si colorivano d'una tinta infuocata ed il suo respiro diventava affannoso.

La fanciullatemendo che prendesse qualche colpo di solecolla spada tagliò alcune gigantesche foglie di bananopiantò al suolo alcunirami ed improvvisò una minuscola tettoiasufficiente a riparare il ferito.

«Ahmio Dio!» mormorava la povera fanciullache si eraseduta presso il filibustiere ormai assopito. «Se vi fosse qui Carmaux. Che iselvaggi l'abbiano ucciso? Che cosa farò iosu questa lagunacon unferito?...»

Morgan cominciava a vaneggiare. Dalle sue labbraarse daiprimi assalti della febbreuscivano parole tronche e sconclusionate.

Parlava della Tortuedella sua Folgoredi Pierre lePicarddi Carmaux.

Ad un tratto un nome giunse agli orecchi della fanciullafacendola sussultare.

«Jolanda» aveva mormorato il feritocon un tono di vocedolcissima. «Brava fanciulla...»

«Sogna di me» disse la figlia del Corsaro.

Un rapido rossore le aveva inporporate le gote e i suoisguardi si erano fissati sui fieri lineamenti del filibustiereche né ildolore prodotto dalla feritané la febbre avevano alterati.

«Sogna» mormorò per la seconda volta. «E sogna di me...»

D'improvviso Morgan si scosse e aprì gli occhibalbettandocon voce rantolosa:

«Acqua... acqua... la sete mi divora.»

Aveva fatto cenno di rialzarsima la fanciulla gli pose unamano sulla frontedicendo:

«Nosignor Morgannon muovetevi. Vi porterò da bere.»

«Ah!... Siete voisignora Jolanda... quanto siete buona...Vegliate su di me... maledetto selvaggio!...»

«Non irritatevi. Nessuno ci minaccia.»

«E Carmaux?... E Carmaux?»

«Non ho veduto più nessuno. Speriamo che siano riusciti asfuggire all'inseguimento degli Oyaculè.»

«Voi... sola...»

«Ho la spada e anche una palla nella pistola. Non ho sparatoche un solo colpo. Attendetemisignor Morgan.»

Raccolse una foglia di bananone staccò un pezzo chearrotolò in forma di cornetto e si avviò verso il fiumeessendosi accorta chel'acqua della laguna era salmastra.

La foce del rapido corso d'acqua non era lontana che tre oquattrocento passi.

La coraggiosa fanciulla vi si diressecosteggiando il boscoe giunta presso la rivasi curvò per riempire il cornetto.

Stava per immergerloquando s'arrestòguardando conispavento verso la riva oppostache non distava più di quindici passi.

Su un albero che si curvava sul fiumeadagiato su un ramotrasversale che radeva quasi l'acquastava un animale lungo oltre un metrocolla testa piuttosto grossail corpo robustocoperto da un pelame fitto emorbidogrigiastro sul dorso con macchie e striscie neree bianco sotto ilventre.

Guardava attentamente la corrente e lasciava pendere dal ramola codasfiorando dolcemente l'acqua coll'estremità di essa.

«Che sia un giaguaro?» mormorò la fanciullagettandosiprontamente dietro una macchia di legno cannone.

Il fiume che la divideva dalla fieracome dicemmoera pocolargo in quel punto e quell'animale potevacon un saltovarcarlo e piombarleaddosso.

Pareva però che non si fosse nemmeno accorto della presenzadella fanciullapoiché continuava la sua misteriosa manovra senza staccare glisguardi dalla corrente.

«Ho commessa un'imprudenza a non prendere con me né laspadané la pistola» mormorò Jolanda. «Eppure bisogna che porti dell'acquaa Morgan.»

Stava per uscire dalla macchiaquando vide l'animale fare unbrusco movimentoquindi lo udì mandare un rauco ruggito.

Aveva ritirata rapidamente la coda a cui erasi attaccatoqualche cosa d'informeche a prima vista Jolanda non comprese che cosa potesseesserepoi curvatosi innanzi afferrò colle zampe anteriori quel corpo che sidibatteva.

«Una testuggine» disse Jolanda. «Che abile pescatore!»

L'animale soddisfatto della sua presacon un salto immensosi era slanciato sulla rivascomparendo rapidamente fra i cespugli.

«Forse quel povero rettile mi ha salvata la vita» pensò lafanciulla.

Riempì d'acqua il cornetto e fuggì verso la lagunaguardandosi alle spalle per paura che quell'animale si fosse deciso a varcare ilfiume per procurarsi una preda più grossa.

Quando giunse presso la piccola tettoiaMorgan era ricadutoin un profondo torpore e giacevain mezzo alle foglie di bananocolle bracciaallargate e la testa rovesciata.

Jolanda stava per chiamarloquando retrocesse vivamentemandando un grido d'orrore.

Sul petto del feritofra la camicia e la casaccastavaaccovacciato un ragno mostruosodal corpo peloso e nerole zampe lunghissimepure pelose e rigate in gialloarmate alle loro estremità di brancheformidabili.

Aveva otto occhibrillanti come carbonchidi grandezzainegualedisposti gli uni vicini agli altri in forma d'un X.

L'orribile bestia pareva che si disponesse a rimuovere lafasciatura della ferita.

Jolandainorriditaera rimasta immobilementre il ragnoaccortosi della sua presenzala fissava coi suoi numerosi occhidardeggiandosu di lei degli sguardi feroci.

Ad un tratto si volseraccolse la spada e vibrò un colpo dipuntagettando il mostruoso ragno a tre passi di distanzapoi con un fendentelo spaccò in due.

«Ah!... L'orribile mostro!...» esclamò. «Se tardavo asopraggiungeredissanguava Morgan!...»

In quel momento vide il ferito riaprire gli occhi e tentaredi alzarsi.

«Voi... signora» mormoròmentre un lampo gli illuminavagli sguardi.

«Avete setesignor Morgan?» chiese la fanciulla.

«Sì.... ho la gola arsa... è la febbre che sopraggiunge esotto questo clima non manca mai di visitare i feriti.»

Jolanda si curvò su di luil'aiutò ad alzarsi un po' e gliaccostò alle labbra il cornetto che era ancora quasi pieno di acqua.

Il ferito la trangugiò avidamente fino all'ultima stillamandando un sospiro di soddisfazione.

«Graziesignora» disse.

Ad un tratto fece colle mani un gestocome di stupore.

«Che cosa avetesignora?» chiese. «Siete pallidissima ele vostre braccia tremano. Avete veduti gl'indiani?»

«Nosignor Morganrassicuratevi. Guardate là quellabrutta bestia che agita ancora le sue zampe. Si era accoccolata sul vostropetto.»

«Una migale» disse Morgan. «L'odor del sangue l'avevaattirata. Sono ben brutti quei ragni.»

«Uccidono?»

«Oh nonon sono capaci di tanto le migale. È bensì veroche talvoltase riescono a trovare qualche bambino addormentatolo dissanguanoaprendogli una ferita al colloma non sono pericolose per gli uomini. Aveteveduto nessuno sulle rive del fiume?»

«Solo un animale che pescava le testuggini e cheve loconfessomi spaventò non poco dapprimaessendomi recata colà senza laspada.»

«Grosso molto?» chiese Morganche aveva provato un fremitodi spaventonon già per sébensì per la valorosa fanciulla.

«Pareva una giovane tigre col pelame grigiobruno e biancoe striscie nere sul dorso.»

«Doveva essere invece un maracaya od un pardinograndipredatori sìma che non assalgono mai l'uomo. Ricordatevi di prendere semprela spada o la pistolase sarete costretta ad allontanarvi. Io sono oraimpotente a difendervi! Vi fosse qui almeno Carmaux!...»

«Che cosa sarà avvenuto di luisignor Morgan?» chieseJolandacon voce commossa. «Che quei selvaggi lo abbiano ucciso?»

«Carmaux non è uomo da lasciarsi ammazzare come un coniglioe poi era coi due caraibi.»

«Che vengano a cercarci?»

«Non ne dubito. Gl'indiani sanno trovare una traccia anchein mezzo alle boscaglie enon vedendo più il canottos'immagineranno che noici siamo messi al sicuro in questa savana.

«Ecco la febbre che torna. Passerete una brutta nottesignora.»

«Voinon io.»

«Allorainsieme» disse Morgancercando di sorridere.«Ah!...» Infilò una mano in una tasca della casacca e aveva estratto unascatoletta di latta. «L'esca e l'acciarino di Carmaux» disse con voce lieta.«È stata una vera fortuna che me l'abbia data.»

«Volete che accenda il fuoco?»

«Questa serasignora. Le belve temono la fiamma e nonoseranno accostarsi.»

«Vado a fare raccolta di legna.»

«E cercate qualche frutto per voisignora. Non avete nullaper la cena.»

«Se permettete tornerò al fiume onde questa notte non vimanchi dell'acqua.»

«Siete troppo buonasignora. Se poteste trovare una cuierasarei lieto.»

«Conosco quelle piante» rispose Jolanda «e so come fannogl'indiani per avere dei buoni recipienti. Non sarà difficile trovarne.

«Addiosignor Morgannon inquietatevi.»

La brava fanciulla prese la spada e si diresse verso laboscagliacoll'intenzione di attraversare il lembo che copriva una specie dipromontoriodietro a cui doveva scorrere il fiume.

S'inoltrò dunque coraggiosamente fra le enormi piantechecrescevano in tale numero e così vicine da non permettere al sole diattraversare la vôlta di verzura.

Ve n'erano di tutte le speciemescolate confusamente:saponiericosì chiamati perché le loro corteccie e le loro bacche messe inacqua danno una schiuma densa che ha le proprietà del sapone; cedriche eranoprivi di frutta; formaggieri; cotonieri; simaruba; palmizi e maot dalle foglieimmense.

La fanciulla ascoltò dapprimaper tema che vi fosse qualchecarnivoro nei dintornipoinon udendo che le note monotone dell'onoratosicacciò in mezzo alle pianteraccogliendo qua e là dei rami mortiche riunivain piccoli fascilegandoli con dei pezzi di liana.

Non dimenticava anche la cena e faceva raccolta di manghiche abbondavano sul suolostaccatisi perché troppo maturie anche dei grossiaranciche faceva cadere dai rami più bassi servendosi della spada.

Continuò così ad avanzarsi attraverso il promontorioaffrettando il passoperché vedeva ormai il sole declinare rapidamente el'oscurità addensarsi sotto le macchie.

Udiva già il mormorìo del fiumequando scoperse la cuierache cercava; una pianta enorme con larghe foglie e numerosi ramiavvolti dapiante parassite ed il tronco coperto di muschio. Portava un numero infinito digrosse zucchelucentissimedi color verde-pallidodi forma sferica e assaipiù grosse dei poponi.

Ne staccò unala spezzò in due legandola forte con unaliana e la vuotò della polpa bianca che conteneva.

«Ecco due ottimi vasi che riempirò d'acqua per il signorMorgan» disse.

E s'avviò rapidamente verso il fiumepassando fra enormicespugliin mezzo ai quali scorgevanon senza un profondo senso di ribrezzonumerose migali pelose che la guardavano coi loro occhi lucentissimicome secercassero di affascinarla.

Alcune stavano invece semi-nascoste in mezzo alle folte erbeoccupate certo a digerire gli uccelli che avevano sorpresi nei loro nidi e levedeva asciugarsi sul dorso peloso le loro zampe ancora lorde di sangue.

Riempì in fretta le due metà della cuierapoitornò nel bosco che attraversò più presto di prima.

Morgan era sempre coricato e aveva gli occhi apertifissisulle acque nerastre della laguna. La febbre però lo aveva ripreso ed il suovisorosso come la luna piena quando s'alza in certi tramonti d'estatesudavacopiosamente.

«Avete fatto nessun incontro?» chiese.

«Nosignor Morgan. Ecco l'acqua e delle frutta. Vado araccogliere la legna per il fuoco di questa notte» rispose la fanciulla.

«Affrettatevila sera cala rapida.»

«Le fascine non sono lontanisignor Morgan.»

La fanciulla che non si sentiva affatto stancaritornònella foresta e riportò alcune fascine. Ne aveva però lasciati altri piùinnanzi etemendo che la provvista non bastasse per tenere acceso il fuocotutta la nottequantunque il sole in quel momento fosse scomparsofece unaseconda gita.

Si era già caricata degli altri fastelliquando in mezzo aduna folta macchia di passifloreudì un miagolìo rauco che terminò in unaspecie di ululato.

«Un'altra bestia» mormorò la signora di Ventimiglia. «Che brutta notte si prepara.»

Si mise a correre e scese la costa senza essersi sbarazzatadei fastelli.

Trovò Morgan seduto che stringeva nella destra la pistola.Pareva in preda ad una viva agitazione.

«Ah!... Graziesignora!» esclamòvedendo la fanciulla.«Ho tremato per voi.»

«Perchésignor Morgan?» chiese Jolanda.

«Avete udito quell'urlo?»

«Sì.»

«Era d'un giaguaro.»

«Temevate che mi assalisse?»

«Non hanno paura degli uomini quelle belve equando sonoaffamatenon esitano a gettarsi anche contro i cacciatori. L'avete veduto?»

«Noperò non doveva essere molto lontano dal luogo ove miero fermata a raccogliere la legna.»

«Accendete subito il fuocosignora.»

«Che venga a ronzare attorno al nostro accampamento?»

«Avete paura?»

«Per ora nosignor Morgan» rispose la valorosa fanciulla.

«Il giaguaro si mostreràne sono sicuro. E non sono ingrado di difendervi! La febbre fra poco m'atterreràlo sento.»

«La vostra pistola ha ancora una palla e se quella bruttabestia verràle farò fuoco addosso.

Jolanda fece due mucchi di legna e li accese a pochi passi didistanza l'uno dall'altropoi si sedette presso il feritoche era ricaduto sulsuo giacigliomostrando in apparenza una calma ammirabile.

Nel medesimo istantenella tenebrosa foresta s'alzava unaltro urlopiù prolungato del primo.

Il giaguaro certamente stava per scendere verso la laguna.

 

 

Capitolo ventiduesimo

 

Il giaguaro

 

La nottesulle rive di quella deserta lagunaal margine diun bosco vicino infestato probabilmente da belve affamates'annunciavaterribile per la valorosa fanciullatanto più che Morganripreso dallafebbreche sotto quei climi assume rapidamente dei sintomi gravissimiricominciava a vaneggiare.

Si era accoccolata sotto la piccola tettoiapresso il feritoe dietro ai due fuochi che mandavano bagliori sinistri sulle piante vicine. Siera messa dinanzi la spada e la pistola e spiava ansiosamente il margine dellaforestadove udivadi quando in quandoecheggiare il lugubre ululato delgiaguaro.

Mille rumori cominciavano ad alzarsisia sugli isolotti esui banchi della laguna ingombri di legni cannone e di manghisia fra le foltemacchie che proiettavano le loro cupe ombre sulla riva.

Erano gracidii di batraci o di quegli enormi rospi chiamati pipasibili di rettili acquatici e terrestriurla acute che si ripercuotevano senzaposa sotto le vôlte di verzuramandate dalle scimmie rosse e dai cebia cuifacevano di quando in quando eco gli u-uh! rauchi dei coguari e deimaracaya.

Jolanda si sforzava di mostrarsi tranquillatuttavia ad ogniululato del giaguaro si stringeva presso Morgan e rabbrividivacredendo sempredi vedersi dinanzi quei formidabili predatori che la fame dovevapresto otardispingere verso il piccolo accampamento.

«Come finirà questa notte?» si chiedeva con angoscia.«Avessi almeno delle munizionimentre non ho che un solo colpo da sparare eche può anche andare a vuoto.»

Il filibustiere pareva che non udisse nulla. Dormiva o meglioera assopito dalla febbre che abbatteva la sua vigorosa fibraperò di quandoin quando si agitava violentementesbarrava gli occhi e pronunciava parole chenon avevano senso.

Jolanda si sforzava di calmarloma il disgraziato pareva chenon udisse neanche la voce della fanciulla. Pareva anzi che si fosse perfinoscordato di averla vicina.

Solo a lunghi intervalliacquistava qualche istante dilucidità e allora la prima parola che gli sfuggiva dalle labbra arse dallafebbre era per chiedere acqua.

Fortunatamente le due mezze zucche erano molto capaci eJolanda non aveva timore che la provvista si consumasse prima dell'alba.

Verso la mezzanotte peròla febbre essendo forse cessataMorgan tornò completamente in se stesso. Il suo primo sguardo fu per lafanciulla che gli stava vicino.

«Vegliate?» chiese eglicon dolcezza. «Povera signora!...Fate la guardiamentre io dormo.»

«Non ho sonnosignor Morgan» rispose Jolanda. «E poi mipreme che non si spenga il fuoco.»

«Eppure dovete essere stanca.»

«Mi riposerò quando si alzerà il sole. Io sto benementrevoi siete ferito e avete perduto tanto sangue.»

«Sìquella maledetta freccia!» esclamò Morganconrabbia.

«Nessuno ci minaccia per ora.»

«La notte nasconde mille pericoli.»

A un trattocon uno sforzo supremosi alzò a sederefissando sulla fanciulla due occhi smarriti.

Aveva udito in quel momento echeggiare il rauco ululato delgiaguaro.

«Dite che nessuno vi minaccia?» esclamò. «Avete scordataquella belva?»

«Non si è ancora mostrata presso di noi e poi non ho laspada e la pistola?» rispose la fanciulla.

«Può piombarvi addosso.»

«I fuochi ci proteggono.»

«Sìma non sono tranquillosignora. Se vi dilaniasse?Aiutatemi ad alzarmi. Voglio difendervi.»

«Non avete la forza di affrontare un simile carnivorosignor Morgan. Rimanete coricato o la vostra ferita invece di rimarginarsis'inasprirà maggiormente.»

«Divorerà almeno meinvece di voi. Non voglio che voicadiate fra gli artigli di quella fiera.»

«Vi ripeto che non si è ancora mostrata. Orsùricoricatevive ne prego. Ecco la febbre che vi riprende.»

«La febbre» disse Morgancon un brivido. «Acqua... laTortue è sempre lontana? Non vedo qui più la mia Folgore... Che quelcane d'un conte l'abbia affondata?»

«Che cosa ditesignor Morgan?» chiese Jolanda.

«Sìè stato luisaiCarmaux? Bisogna impiccarloaffinché non faccia del male alla signora di Ventimiglia... Vuol riaverla insua mano... Prepara una buona fune... lassù... sul pennone di parrocchetto...»

Morgan tornava a vaneggiarementre l'ululato del giaguaro sifaceva udire sempre più vicino.

Jolanda lo costrinse a ricoricarsipoi afferrò la pistola ela spada e guardò con profonda ansietà verso il margine della foresta.

L'urlo del giaguaro era risuonò così vicinoda far credereche si trovasse solo a pochi passi.

E infatti in mezzo ad un folto cespo di passiflore che sialzava a metà costaJolanda vide scintillare fra le tenebre due puntiverdastrisimili agli occhi di un gatto.

«È là che mi spia» mormorò la fanciullamentre sisentiva bagnare la fronte di freddo sudore. «Potrò io resistergli o cisbranerà tutti e due?»

Gettò su Morgan uno sguardo disperato. Il filibustiere avevarinchiusi gli occhiperò continuava ad agitare le braccia e a pronunciareparole sconnesse.

Colla punta della spada riattizzò il fuoco più vicinopoivi gettò sopra un fastello di legna resinosa.

La fiamma s'alzò altissimailluminando tutto il decliviodella costa e gettando in aria numerose scintille.

Il giaguarosenza dubbio spaventato o irritato daquell'improvvisa fiammatasi era slanciato fuori dalla macchia di passifloreululando spaventosamente.

La luce proiettata dalle fiamme lo illuminava pienamente.

Era un superbo animalegrosso quanto una tigre di mezzaetàdi forme tozze ed un po' pesantilungo quasi due metricon un mantellocortofitto e morbidodalla tinta giallo-rossiccia a macchie nere orlate dirosso ed il ventre biancastro.

Vedendo la fanciulla ritta dinanzi ai due fuochiin unatteggiamento risolutocolla spada in pugno che scintillava alla luce dei duefalòsi era arrestatoraggrinzando il muso e mostrando i suoi formidabilidenti.

La sua coda spazzava dolcemente le erbesollevando le fogliesecche con uno scrosciare ruvido. Non ululava più: coi baffi irti ringhiavasordamentedardeggiando sulla signora di Ventimigliache pareva che losfidasseuno sguardo ripieno d'ardente bramosìa.

La fame doveva tentarloperò i due fuochi lo trattenevanoancora e non osava slanciarsi verso la piccola tettoia sotto la quale Morganinpreda alla febbrecontinuava a vaneggiare.

Si leccò con quella mossa che è familiare ai felinilezampe anteriorisi lisciò le spalle ed il pettosbadigliò due o tre voltepoi fece qualche passo innanzi con un rom-rom che non era certo di buonaugurio.

Stette un momento immobilecontinuando a lisciarsi ilpelamepoi fece alcuni passi ancorasempre fissando la fanciulla edaccostandosi al fuoco.

Si muoveva lentamentequasi avesse paura di spaventarlarivoltandosi di frequente su se stesso per leccarsi i fianchi. La signora diVentimigliaquantunque non conoscesse le abitudini traditrici di queiformidabili animalinon si lasciava sedurre da quelle dimostrazioni pacifiche.

Ritta sempre dietro ai due fuochicolla spada tesa e lapistola nella sinistralo fissava intrepidamenterisoluta ad opporre la piùfiera resistenza. Non tremava più: si era irrigidita ed i suoi muscoli in quelmomento si sentivano capaci di sostenere qualsiasi urtopur di difendere ilfilibustiere che dormiva dietro di lei.

Il giaguaro ebbe un po' di esitazionepoi cercò di girareattorno ai due fuochiprima quello di destrapoi quello di sinistra.

Jolandacomprendendo il pericolo che correva se l'animaleriusciva a compiere quella manovras'abbassò rapidamente deponendo per unmomento la spadaraccolse un grosso ramo resinoso e glielo gettò controcolpendolo sul muso.

L'animalesentendosi bruciare i baffimandò un ululatospaventevolepoi fuggì a rompicollo facendo balzi di tre o quattro metri sulmargine della foresta s'arrestò guardando coi suoi occhi fosforescenti eminacciosi il piccolo accampamento.

Jolanda trasse un profondo respiro di sollievo. Il pericoloper il momento era scongiurato.

«Non resisterei però ad un'altra simile prova» mormoròasciugandosi il sudore che le bagnava la fronte. «Non avevo mai veduta la mortecosì vicina.»

Guardò Morgan e vide che dormiva tranquillo. La febbredoveva avergli concessa un po' di tregua.

«Non si è accorto che la belva stava per assalirci» disse.«Meglio così. Anche ferito si sarebbe alzato per difendermi e forse avrebbecommessa qualche pazzia e provocato lo slancio del giaguaro.»

Alzò gli occhi verso il margine della foresta e vide ancorail maledetto animaleritto fra due cespugliche la osservavaseguendoattentamente tutti i movimenti che essa faceva.

Pareva di pessimo umoreperché lo si udiva brontolare.Quell'accoglienza che gli era costata la perdita dei baffi non l'aveva certosoddisfatto.

«Pare che non abbia voglia di ritentare la prova» disse lafanciullagettando sui fuochi due altri fastelli di legna.

In quel momento udì Morgan chiamare:

«Signora... acqua... brucio.»

«Avete sempre la febbreè verosignor Morgan?» chieseJolandapresentandogli la zucca ed aiutandolo ad alzarsi.

«Ne avrò fino all'alba» rispose il filibustiere. «E voinon avete preso ancora un istante di riposo? Vi ammaleretesignora.»

«Non pensate a me. Avrò tempo per riposarmi.»

«Ah!...»

«Che cosa avetesignor Morgan?»

«Ed il giaguaro?»

«L'ho fatto fuggire.»

«Voi!...» esclamò Morgan.

«Guardatenon gira più attorno a noi. Si era bensìaccostato il bricconee gli ho accarezzato il muso con un tizzone acceso e ciha lasciati tranquilli.»

«Siete ben la figlia del Corsaro Nero voi» disse ilfilibustiereguardandola con ammirazione. «Così giovaneaffrontare unasimile fiera!... Nemmeno Carmaux l'avrebbe osato.»

«Eppure la cosa è stata facilissima e non ho nemmenosacrificato l'ultimo colpo di pistola.»

«Quanto vi dovròsignora!»

«Sìun po' d'acqua» disse Jolanda scherzando.

«Nola vitapoiché se io fossi stato soloassopito dallafebbre come eroil giaguaro mi avrebbe divorato. È lontana l'alba? Io hoperduta la nozione del tempo.»

«Abbiamo ancora parecchie ore di oscurità. Cercate diriposaresignor Morgan; il sonno fa bene agli ammalati. E la vostra ferita viaddolora?»

«Non tropposignora. Sotto questi climi si cicatrizzanorapidamente. È la febbre che può diventare pericolosa.»

«Ricoricatevimentre io vado a riattizzare il fuoco.»

Morganche si sentiva effettivamente assai spossatoun po'in causa dell'eccessiva perdita di sangue e un po' per la febbreobbedì.

Jolandache temeva sempre qualche altra sorpresa da partedel giaguarosi accostò ai fuochi che riattizzò sprigionando un nembo discintille che fecero fuggire tre o quattro grossi vampiri che volteggiavano inquel momento al di sopra della piccola tettoiaforse colla speranza disorprendere Morgan e dissanguarlo colle loro trombe a ventosaarmate di papilleperforanti.

Guardò verso il margine del bosco e fu ben lieta di nonvedere più il giaguaro.

O l'animaledisperando di saziarsi colle delicate carnidella fanciullaaveva perduta la pazienza e se n'era tornato nella sua tanaoppure aveva potuto sorprendere qualche altra preda più facile da abbattere ese l'era portata più lontana per divorarsela tranquillamente.

La fanciullarassicuratae vedendo che Morgan aveva ripresonuovamente il sonnosi sedette presso i due fuochiaspettando pazientementeche il sole spuntasse.

Nella foresta non si udivano più né ululatiné ringhiiné fischi di rettili. Le sole scimmie davano ancora dei concerti spaventevolifacendo rimbombare le vôlte di verzura coi loro formidabili hon... hon.

Finalmente le tenebre cominciarono a diradarsi verso orientee le acque della laguna si tinsero dei primi riflessi dell'alba.

Gli uccelli si destavano. L'onorato riprendeva le sue notemusicalido... mi... sol... do; i tucani mandavano le loro grida discordi eduresomiglianti al cigolare d'una ruota priva di grasso; i craci gorgogliavanoimitando i tacchini; i pappagalli schiamazzavano sulle più alte cime deiformaggieri od in mezzo alle sipe.

Jolanda si era alzata avvicinandosi a Morgan. Il filibustieredormiva ancora ed era tranquillissimo.

La febbre doveva essere cessata.

«Se approfittassi del suo sonno per cercare la colazione?»si chiese Jolanda. «Con un colpo di pistola potrei uccidere qualche animale. Houdito raccontare che i cervi non mancan nelle foreste del Venezuela.»

Mise accanto a Morgan una cuia onde potesse dissetarsinel caso che si svegliassepoidopo d'aver ravvivati i due falò cogli ultimifastellisapendo ormai per prova che erano sufficienti a proteggere il piccoloaccampamentoprese la spada e la pistola e si mise a costeggiare la lagunalecui rive erano coperte da foltissime macchie di legno cannone e di passiflore.

Non aveva già intenzione di allontanarsi troppoper paurache il giaguaro approfittasse della sua assenza per gettarsi sul ferito edilaniarlo.

Si mise a rasentare le macchiefrugandole colla punta dellaspadacolla speranza di sorprendere qualche animalevolgendosi di quando inquando per guardare la tettoia.

Aveva già percorsi cinque o seicento passiquando videuscire da un cespuglio un branco di grossi granchi di mare che fuggivanoprecipitosamente verso la laguna.

Erano dei brutti crostaceiche rassomigliavano per grandezzaalle migalicolle branche adunche e robustissime ed il dorso rugoso.

«Fuggono!...» esclamò la fanciulla. «Che vi sia qualchecarogna in mezzo a quel cespuglio?»

Allontanò con precauzione i rami e s'avanzò lentamentetenendo la spada tesama ad un tratto si fermòpoi indietreggiò mandando ungrido d'orrore.

Steso fra le foglie secchestava un corpo umanocheindossava ancora un vestito di grosso panno verde ed una corazzaed il cui capocompletamente scarnato o dai granchi o dalle termitiera privo della piùpiccola particella di carne.

Anche i lunghi stivali di cuoio giallonon stringevano chedue stinchi e dalle maniche della giubba spuntavano delle falangi prive di pellee di nervi.

A pochi passi stava uno spadone irruginito e snudato ed unafiaschetta di metalloche pareva di stagno.

«Un morto!...» aveva esclamato la fanciulladopo il primoistante di spavento. «Chi avrà ucciso questo disgraziato? Gl'indiani o qualchebelva?»

Lo guardò meglio e non scorse sulle vesti alcuna traccia disanguené alcun strappo che potesse indicare il passaggio d'una punta difreccia.

«Triste scoperta» mormorò la signora di Ventimiglia.«Sarà serbata anche a noi una sorte eguale?»

Stette qualche momento a contemplare quel disgraziatounospagnolo di certoa giudicarlo dalle vesti; poi raccolse la spada e lafiaschettapensando che potevano essere di maggior utilità ai vivi che aimorti.

Stava per ritornare verso Morganquando i suoi sguardi sifermarono su alcuni segni che parevano delle lettere incise sulla fiaschetta conqualche puntaforse quella della spada.

Guardandoli attentamenteriuscìnon senza faticaadecifrarli.

La mano di quel povero uomo aveva scritto in lingua spagnola:

«Smarrito nella forestamuoio di fame.»

Vi era sotto un R poi un Yup...

La morte doveva averlo sorpreso prima che potesse scriverecompletamente il suo cognome.

La fanciullaassai impressionata per quella lugubrescopertatornò lentamente verso l'accampamentodove trovò Morgan sedutochestava fasciandosi nuovamente la ferita.

«Come statesignor Morgan?» gli chiese con premura.

«Molto meglio di ierisignora» rispose il filibustiere.

«La ferita comincia già a rimarginarsi un po'; mi sentoperò sempre debolissimo.

Toh!... Dove avete trovata quella spada?»

Jolanda lo informò della lugubre scoperta.

«Avete fatto bene a raccogliere quell'arma e quellafiaschetta» disse Morgan. «Chi sarà quel disgraziato? Che vi sia qualchecolonia o qualche borgata spagnola non lungi da qui? Amerei meglio che non ve nefossero.»

«Nessuno sa chi noi siamo. Potremmo inventare qualcheistoria.»

«Gli spagnoli sono più da temersi degl'indianisignora.Oh!... Avete udito?»

Verso la laguna era echeggiato un fischioseguíto poco dopoda un tonfoche sollevò un alto sprazzo di spuma.

Jolanda si alzò vivamente

«Armatevisignora» disse Morgan.

«Prendo la vostra spada.»

Ciò detto s'avanzò cautamente verso la lagunaaprendosi ilpasso attraverso i fusti di legno cannone che ingombravano la riva.

 

 

Capitolo ventitreesimo

 

Un'altra notte terribile

 

Un animaleo meglio un mammiferodi grosse dimensionieracomparso fra le foglie delle mucumucù che coprivano buoa parte dellalagunae si divertiva a sollevare delle piccole ondate colla sua larga codapiattamassacrando quelle piccole zattere galleggianti.

Nelle forme rassomigliava un po' ad una focaessendo anchemunito di pinne somiglianti a delle bracciala testa invece di essere rotondaera piuttosto allungatafornita all'estremità di peli ruvidi e lunghi cheparevano dei baffi.

Sul petto aveva due grosse mammelle che ricordavano quelledelle famose sirene dell'antichità.

Doveva pesare un paio di quintali di certoa giudicarlodalla sua lunghezza che superava i due metri e mezzo e dalla sua rotondità.

Jolandanascosta in mezzo ai legni cannonelo guardava concuriositàchiedendosi che specie di mammifero potesse esserenon avendone maivisto uno similené potendo ammettere che delle foche si trovassero nellecalde acque equatoriali.

Si rovesciava ora sul dorso ed ora sul ventresbattendovigorosamente l'acqua colle sue lunghe pinnesi lasciava affondarepoi con unabrusca spinta si slanciava fuori più che mezzomandando dei lunghi fischi.

Jolandasempre nascostasi domandava come avrebbe potutoimpadronirsi di quella grossa predache avrebbe assicurato cibo a lei e aMorgan per parecchio tempo.

Aveva bensì la pistolama dubitava con una sola palla dipoter abbattere un animale così enorme. Se Morgan non fosse stato feritoforseavrebbero potuto raggiungerlo col canotto e assalirlo a colpi di spada.

Stava per ritornare onde consigliarsi col filibustierequando vide il mammifero accostarsi alla riva e frugare col muso fra le erbeacquatiche che crescevano abbondanti in quel luogo.

«Se mi provassi a dargli un colpo di spada?» si chieseJolanda. «L'arma è solida e la punta aguzzamentre quell'animale non misembra che debba avere la pelle duranon avendo squame.»

Si gettò a terra e allontanando dolcemente i fusti dei legnicannonesi mise a strisciare verso la riva.

Udiva il mammifero grugnire proprio sotto le erbe acquaticheche tappezzavano il margine della lagunaquindi doveva essere a buona portataanche per un colpo di spada.

La speranza di poter offrire al filibustiere un bel pezzo dicarnedi cui aveva tanto bisogno per rimettersi del sangue perdutola spingevaa tentare la sorte.

D'altronde non poteva correre pericolo alcunonon avendoquell'abitante delle acquené un aspetto ferocené armi di difesa d'alcunaspecie.

Giunta sulla riva la brava fanciulla scostò lentamente leerbeche erano assai alte e si spinse dolcemente innanziimpugnando con manoferma la spada del filibustiere.

Il mammifero era lì sottooccupato a mangiare le radicidelle erbe e pareva che non si fosse ancora accorto del pericolo che lominacciava.

Si agitava appena e continuava a grugnire come un maialetto.

Jolanda si rizzò di colpo sulle ginocchia e affondò ilferro nel dorso dell'animalecacciandovelo dentro quasi fino alla guardia.

Udì un rapido fischiopoi uno spruzzo di spuma l'avvolsefacendola cadere indietro e costringendola ad abbandonare la spada che erarimasta nella ferita.

Quando poté rialzarsi vide il mammifero a dibattersifuriosamentea quindici passi dalla riva. Aveva la spada ancora infitta neldorso e dalla ferita colava un rivoletto di sangue che arrossava l'acqua.

«Signor Morgan!... È preso!... È preso!...» gridòJolandacon voce trionfante.

«Chisignora?» chiese il filibustiere che faceva sforzidisperati per alzarsi.

La fanciullacerta ormai che l'animale era agonizzantesiera slanciata verso la tettoiaper armarsi della spada dello spagnolo.

«È nostro!... E nostro!...» gridòaccostandosi a Morgan.«Avremo quanta carne vorremo.»

«Chi avete ucciso?» chiese il filibustiere.

«Non souna bestia assai grossauna specie di foca.»

«Una foca!... È impossibilesignora; qui non se netrovano.»

«Ne ha almeno le forme.»

«Quello che avete ucciso non può essere che un manatoo meglio un lamantinouna preda squisitala cui carne può gareggiarepergusto e delicatezzacon quella dei giovani vitelli.»

«Salgo nel canotto e vado a finirlo» disse la fanciulla.«Devo anche ricuperare la vostra spada.»

«Badate che non vi rovesci in acqua. I manati non sonopericolosituttavia hanno della forza nella coda.»

«Sarò prudente:»

Impugnò lo spadone dello spagnolo e si diresse verso ilcanotto che era legato alla riva.

Lo staccòvi balzò dentroprese le pagaie e si spinse allargo.

Il lamantino si dibatteva presso un banco di fango e parevaagli estremi. L'acqua tutt'intorno al suo corpo era rossa di sangue.

Jolandacon pochi colpi di remo lo raggiunseealzato lospadone dello spagnolosi mise a tempestarlospecialmente sulla testanécessò finché non lo vide esalare l'ultimo respiro.

Essendo su un bassofondoera rimasto col dorso fuoridall'acqua.

Jolanda si provò a levare la spada di Morgan esentendo cheresistevapassò nella guardia una liana per rimorchiare la grossa preda allariva.

Non fu impresa facilepoiché il lamantino era grosso assaie tendeva ad affondare; nondimenodopo un quarto d'orariusciva a tirarlopresso un mango che tuffava nelle acque le sue radici contorte.

Morganche da lontano aveva seguíto cogli sguardi e nonsenza una certa ansietàle diverse fasi della cacciao meglio della pescasalutò il ritorno della valorosa ed intraprendente fanciulla con un fragorosourrà.

«Un momento ancorasignor Morgan» disse Jolanda «e vioffrirò una buona colazionese è vero che la carne di questi mammiferi ècosì squisita come mi avete detto.»

Dopo reiterati sforzi trasse dal corpo del lamantino l'armadel filibustiere; poiservendosi dello spadone spagnolo che era più largo epiù pesantequindi meglio adatto per servire da coltellotagliò dal dorsouna fetta enorme che portò presso la capannucciadove ardevano ancora i duefalò.

Con dei sassi improvvisò alla meglio un fornelloinfilzòla carne nel ferro del filibustiere e ravvivò con alcuni rami il fuoco.

«Eccomi diventata cuoca» disse Jolandache era assai dibuon umoreper la splendida riuscita di quell'impresa. «Fra breve assaggereteun pezzo della mia preda.»

«Sìapprezzerete fra poco la delicatezza della suacarne.»

«Signor Morganlasciate che completi la colazione.»

«Che cosa volete aggiungere ancora?»

«Ho veduto poco famentre tornavo da quella lugubrescopertaun banano che aveva un grappolo enorme.»

«Eccellenti quelle fruttaspecialmente se cucinate sotto lacenere. Possono surrogare il pane.»

«Manca però il sale.»

«Vi sono in questo paese delle piante che possono fornirne;non so dove si troveranno. «Gli indiani non adoperano che quello.»

«Come fanno ad estrarlo?»

«Bruciano i ramifanno bollire la cenerepoi la filtrano etrovano sempre dei cristalli di sale.»

«Noi però possiamo farne a meno.»

«E comesignor Morgan?»

«M'avete detto che l'acqua della laguna è salata. Aspargeteun po' l'arrosto ed ecco trovato il rimedio.»

«Che pessima cuciniera sarei io! Rinuncio fin d'ora allacarica cui aspiravo a bordo della vostra Folgore

Anche scherzandola brava fanciulla non perdeva però il suotempo e badava che l'arrosto si cucinasse a perfezione.

Quando lo vide quasi prontolo asperse con poche goccied'acqua salatapoi andò a far raccolta di banane e di manghie ficcò leprime sotto la cenere calda.

«Signor Morgan» disse ad un certo momento. «Sieteservito.»

Avendo deposto l'arrosto su una bella foglia di bananoappena tagliatae si era seduta presso il feritoil quale aspirava convisibile soddisfazione il delizioso profumo che esalava l'enorme fetta dellamantino.

La colazionenon variata è veroma assai abbondantefumolto gustata tanto dal ferito quanto da Jolandaed entrambiche dal mattinoinnanzi non avevano mangiato che qualche fruttovi fecero molto onore.

«Signor Morgan» disse la fanciulla quand'ebbero finito.«Consigliamoci un po' per cercare di uscire da questa situazione. Quandopotretea vostro giudizioriprendere le vostre forze?»

«Fra due o tre giorni noi lascieremo questo luogo» risposeil filibustiere. «Le mie gambe sono sane e anche solide.»

«E dove andremo noi? Che cosa faremo? La vita dei Robinsonnon nego che abbia dei lati bellima voi non siete uomo da vivere sempre sottoqueste foreste.»

«E nemmeno voisuppongo» rispose Morgan. «Il vostro postonon è qui.»

«Dunque?»

«Ascoltatemisignora. Se questa laguna ha l'acqua salataio m'immagino che comunichi col mare per qualche canale o direttamente. Appenaio sarò guaritonoi c'imbarcheremo sul canotto e cercheremo di raggiungere lerive del golfo del Messico. Solo là noi potremo trovare la nostra salvezza. Edorasignoracoricatevi e riposate; ne avete bisogno. Io intanto veglierò.»

«Obbedisco al vostro consiglio.»

La fanciulla andò a tagliare parecchie foglie di palmizioper prepararsi un giaciglio e si coricò all'ombra di un simarubache s'alzavaa qualche passo dalla capannuccia.

Morganmessosi accanto lo spadone dello spagnolos'immersein profondi pensieri.

Di quando in quando però si scuoteva e guardava la fanciullache dormiva profondamentecon un braccio ripiegato sotto la testain una posagraziosaed ascoltava il suo respiro regolare e tranquillissimo.

«Bella e valorosa» mormoravacon un sospiro. «Ecco unadonna che farà felice l'uomo cui vorrà bene.»

Il sonno di Jolanda durò molte ore. Il sole già precipitavaall'orizzontequando riaprì gli occhi e Morgan vegliava ancora.

Era più bella che maicon quei neri capelli che lescendevano sulle spallein disordinee che le incorniciavano graziosamente ilfresco visino leggiermente roseo.

«Quanto ho dormito!» esclamòalzandosi in fretta. «Visarete molto annoiatosignor Morgan?»

«No signora Jolanda» rispose il filibustiere. «I volatilidella laguna mi hanno distrattoe poi provavo un vero piacere nel vederviriposare.»

«Mi dispiace peròavendo molto da fare.»

«E che cosasignora?»

«Rinnovare la provvista d'acqua e la legna. Tornerà anchequesta notte il giaguaro?»

«Speriamo che abbia fatto buona caccia e che non venga adisturbarci. Quando i carnivori si sono satollatinon inquietano nessuno.»

«Al lavoro» disse la fanciulla.

Si armò e si diresse verso il fiume. Desiderava vivamente digiungere su quelle rivecolla speranza di riveder comparirese non Carmauxalmeno qualcuno degl'indiani.

Attraversò il bosconon incontrando che alcuni gruppi discimmie barrigudo che la salutavano con degli strepitosi escke!... escke!...e raggiunse felicemente il corso d'acquama non vide alcun essere umanoaggirarsi su quelle rive.

Riempì le cuiepoi s'affrettò a ritornare. Fatta laprovvista d'acquas'occupò della legna.

I rami secchi e anche resinosi abbondavano sul margine dellaforestasicché poté formaresenza alcuna faticaparecchi fastelli cheportò all'accampamento.

«Ora possiamo attendere tranquillamente la notte» disse aMorgan.

«Avete fatto alcun incontro?» chiese il filibustiere.

«Nessuno»

Cenarono con un pezzo di lamantino avanzato dalla colazioneed alcuni manghi e bananipoi Jolanda accese i due fuochi e ne preparò unterzo verso la rivaessendosi ricordata che il giaguaro aveva cercato di girareintorno all'accampamento.

Aveva appena terminati quei preparativiquando il solescomparve. Gli uccelli si erano già ritirati nei loro nidi e soli volavano perl'ariacon dei bruschi zig zagquegli schifosi pipistrelli chiamati vampiridal corpo peloso e le ali grandissime.

Morgan si era a poco a poco assopitodopo essersi fattopromettere dalla fanciullache più tardi lo avrebbe svegliato perché montasseil suo quarto di guardiase la febbre non lo prendeva.

Jolanda si sedette fra i due fuochicome la notteprecedentesorvegliando il margine della forestaperché solo da quella partepoteva giungere qualche pericolo.

Erano passate due o tre ore senza che si udisse alcun gridood un urlo sotto le folte piantequandonon senza una certa inquietudinevidedue ombre scendere cautamente la costa e dirigersi verso la laguna.

Tuttavia pareva che non avessero alcun desiderio diaccostarsi all'accampamentoche i due falò illuminavano come in pieno giorno.

Certoil fuoco li teneva in distanza.

Jolanda si alzò per vedere quale specie di animali fossero etrasalì nello scorgere degli occhi fosforescenti.

«Due felini» mormorò. «Eppure non rassomigliano algiaguaro che è qui venuto ieri sera.»

E infatti erano più piccolidi forme più svelte edelegantied avevano il pelame differented'un colore rosso-giallastroche sioscurava sul dorso e diventava bianco-rossiccio sotto il ventre.

"Che siano due coguari?" si chiese Jolanda."Mi hanno detto che anche quegli animalise non sono feroci come igiaguarinon sono tuttavia meno pericolosi."

Le due belve passarono a dieci passi dai due fuochivoltandola testa verso la fanciulla e mandando un rauco u... u!... poicontinuarono a scendere verso la laguna.

Ad un trattoJolanda li vide spiccare un gran salto epiombare su qualche cosa che dapprima non seppe che cosa fosse.

«Che abbiano sorpreso qualche animale?» mormorò lafanciullaguardando con maggior attenzione.

Un'esclamazione di collera le sfuggì dalle labbra e siaccostò rapidamente a Morgansvegliandolo bruscamente.

«Che cosa avetesignora?» chiese il filibustierealzandosi a sedere. «È il mio quarto?»

«Divorano le nostre provviste?»

«Chi?»

«Non sovi sono due animali sbucati dalla foresta checenano col nostro lamantino.»

«Che bestie sono?»

«Mi sembrano due coguari» rispose la fanciulla.

«Non commettete l'imprudenza di andarli a scacciaresignora» rispose Morgan. «Sono pericolosi quanto i giaguari e non esiterebberoad assalirvi.»

«Se provassi a scaricare contro di loro la pistola?»

«Non sprecate la nostra ultima palla. Potremmo più tardirimpiangerla.

«Lasciateli cenare; qualche cosa rimarrà anche per noiessendo il lamantino assai grosso.»

Morgan s'ingannava nelle sue speranzepoiché quando i duecoguaripieni da scoppiarese ne andaronogiunsero quasi subito per prendereparte al banchettodue coppie di maracayapoi alcuni yaguarabundichiamati anche gati de montei quali divorarono gli ultimi avanzi delmammifero.

Quando finalmente il sole riapparvela povera fanciulladovette constatare che dell'enorme massa di carne non rimanevano che poche ossatriturate.

«Signor Morgan» dissetornando verso il ferito «dovremoaccontentarci di sola frutta. Quei ghiottoni hanno fatto scomparire tutta lanostra riserva.»

«Me lo immaginavo» rispose il ferito.

«Mi rincresce per voinon avendo quasi nulla da offrirviper la colazione di stamane.»

«Non inquietatevi per mesignora. Nella mia vitaavventurosadella fame ne ho sofferto e molta e nemmeno questa volta morirò.Fra tre o quattro giorni sarò in grado di alzarmi e vedrete che in dueriusciremo a scovare qualche animale ed ucciderlo. Queste foreste devono essereassai ricche di selvaggina.»

«Ma no» disse a un tratto la fanciullala quale da qualcheistante teneva agli occhi fissi sulle isolette che ingombravano la palude«lacolazione non ci mancherà! Anzi mi stupisco come non abbia pensato prima aitrampolieri.

«E come volete cacciare quei volatili? Sapete bene che nonabbiamo che un solo colpo da sparare.»

«Penso alle uova dei trampolierisignor Morgan. Sceglieròle più fresche e saranno cento volte più nutritive dei manghi e dei banani.»

«Siete veramente una donna impareggiabilesignora diVentimiglia..»

«Il bisogno aguzza la fantasia e le ideesignor Morgan.Avete bisogno di me?»

«Nosignora. Lasciatemi una spada e non preoccupatevi dime. D'altronde nessun pericolo mi minaccia e poi le belve raramente lasciano digiorno i loro covi.»

«Tornerò subitosignor Morgan.»

 

 

Capitolo ventiquattresimo

 

L'isola galleggiante

 

La brava fanciullacerta che nessuno potesse minacciare ilferito e rassicurata dal silenzio che regnava nella vicina forestascese larivaportando con sé lo spadone dello spagnologiacché poteva esserciqualche jacarè nella palude e s'imbarcò sul canottospingendolo allargo.

Come abbiamo dettosu quella savana sommersa si estendevanonumerosi banchi melmosiche le piante palustri avevano subito ricoperto e cheservivano di rifugio ad un numero infinito di trampolieri chiassosi.

Jolandaavendone osservato uno che pareva vastissimo e cheera ingombro di canne altissimesi diresse verso quellocolla speranza di fareun'ampia provvista d'uova.

Non era lontano che mezzo miglio dall'accampamento ed essendouna canottiera abbastanza abilein meno d'un quarto d'ora lo raggiunse.

Fu però non poco sorpresanel salirvi soprasentendolomuoversi ed abbassarsi lievementecome se quell'isolotto non posasse sul fondodella laguna.

«È strana» mormorò. «Si direbbe che galleggia come unazattera. Che mi sia ingannata?»

Si provò ad avanzare fra le canne e si convinse chequell'isolotto doveva essere formato da un'amalgama di ramiarrestatisi làforse intorno a qualche ostacolo e poi intrecciatisi strettamentein modo daformare una di quelle zattere rassomiglianti a quelle che si scorgono sulleacque del lago del Messico.

«Purché mi sostenganon occupiamoci ad indagare come siaformato questo isolotto» mormorò la fanciulla.

Legò il canotto ad una delle cannesfondò una linea dipaletuvieri che formavano come l'orlo della zattera e s'inoltrò cautamentesollevando intorno a sé una vera nuvola di trampolieri.

«I nidi non mancheranno di certo» disse Jolanda. «Laraccolta sarà abbondante.»

Si mise a costeggiare l'isolotto e con viva soddisfaziones'avvide di non essersi ingannata nelle sue previsioni.

In mezzo alle canneposate entro piccole buche col fondocoperto di foglievi erano delle uova in gran numeroalcune piccole ed altregrosse quasi quanto quelle delle galline.

La fanciulla scartò quelle passateraccolse quelle chedalla loro trasparenza le parevano più fresche e le mise nella sottanacheaveva doppiata attorno alla cintola.

Stava per ritornare al canottolieta di essersi procuratauna colazione sostanziosa e tutt'altro che cattivaquando sentì l'isolottoinclinarsi dolcemente verso il margine oppostocome se qualche grosso animaletentasse di salirvi.

Dapprima provò un vago senso di terroretrovandosi cosìlontana da Morgan; poiricordandosi di avere lo spadone dello spagnoloun'armapoderosa e di buon filonon ostante la ruggine che la ricoprivala impugnòsolidamente e fece una prudente ritirata verso il canotto.

«Con pochi colpi di remo raggiungerò la riva» si eradetta.

Riaprì i paletuvieri e subito un grido d'angoscia lesfuggì.

Il canottoche pochi minuti prima aveva legato ad una grossacannase ne andava lentamente alla derivagirando dolcemente su se stesso.

«Ah!... Mio Dio!...» esclamò la disgraziata fanciulla.«Sono perduta!... Come farò ora ad abbandonare questo isolotto?»

Gettò all'intorno uno sguardo smarritoe non vide alcunoaprirsi il passo fra le canne ed i paletuvieri. Eppure l'isolotto subiva diquando in quando delle leggiere oscillazionispecialmente verso il margineopposto.

Qualcuno dovevaper qualche segreto scopoaver lasciatoallontanare il canottoaffinché la fanciulla rimanesse prigionierasull'isolotto.

«Che vi sia qualche indiano nascosto fra questi vegetali?»si chiese Jolanda. «Eppure non ne abbiamo veduto. Che si tratti di queiterribili selvaggi?» si domandòretrocedendo fino sul margine dell'isolotto.«Che cosa potrei fare io se mi assalissero in parecchi?»

Si era fermatacoi piedi quasi in acquascrutandoattentamente le canne e sembrandole ad ogni istante di udire il sibilo diqualche freccia. Invece nulla; anzil'isolotto non si agitava più e simanteneva perfettamente immobile.

Un po' rassicurataguardò il canotto. La debole correntel'aveva spinto verso un banco pantanoso emergente dall'acqua di qualche palmolontano un centinaio di metri.

«Non potrò mai raggiungerlo» mormorò. «Non osereiimmergermi fra queste acqueche possono nascondere dei voraci caimani: chissàanzi che non mi spiino in questo momentoin attesa di divorarmi.

«Cerchiamo di avvertire il signor Morganpoi vedrò comepotrò fare per raggiungere il canotto.»

Colle mani fece portavoce e gridò con quanto fiato aveva:

«Signor Morgan!...»

Il filibustiereche si trovava a meno di mezzo miglioudìdistintamente la chiamatapoiché si sollevò più che potégridando a suavolta:

«Che cosa desideratesignora di Ventimiglia?»

«Hanno tagliata la liana del mio canotto e non so come farea ritornare.»

«È affondato?»

«Nosi è arenato a cento metri da me.»

«E chi ha recisa la corda?»

«Non lo soeppure temo che qualcuno si sia accostatoall'isolotto.»

«Non potete costruire una zattera?»

«Non vi sono che delle cannequi.»

Il filibustiere fece un gesto di disperazione.

«E non poterla aiutare in modo alcuno!» gridò. «Signorasapete nuotare?»

«Sì.»

«Gettatevi in acqua senza indugio e raggiungete ilcanotto.»

«E gli alligatori?»

«È veronon vi avevo pensato» rispose Morgan. «Cercheròio di venire verso di voi.»

«Ve lo proibisco. La vostra ferita s'inasprirebbee poichissà se voi potreste riuscire nell'intento.»

L'isolotto si era nuovamente piegato verso il margineoppostocon degli scricchiolii sordi.

«Non spaventiamo inutilmente il signor Morgane cerchiamodi cavarcela meglio che è possibile» disse. «Io non devo contare su di lui osarebbe capace di commettere qualche pazzia per venire in mio aiuto. La figliadel Corsaro Nero deve mostrarsi degna del padre.»

Aprì arditamente le canne colla mano sinistra e s'avanzòrisolutamente colla spada tesapronta a colpire.

L'isolotto non aveva più di dieci metri di larghezza su unalunghezza di quindici o sediciquindi in pochi istanti giunse sulla rivaopposta.

Con sua sorpresa non vide nessuno. Solamente notò che ungruppo di fusti di legno cannone che crescevano su di un minuscolo bancolontano pochi passisi agitava ancora come se qualcuno vi si fosse nascosto nelmezzo.

«Deve essere stato un caimano» disse Jolanda. «Spintodalla fameavrà cercato di salire sull'isolotto colla speranza disorprendermi.

«Lasciamolo in pace e cerchiamo invece di trovare qualchemezzo per raggiungere il canotto.»

Ad un tratto le sfuggì un grido di gioia.

«Io dimenticavo che quest'isolotto è galleggiante!»esclamò. «Cerchiamo qual'è l'ostacolo che lo trattiene e recidiamolo. Liberoche siala corrente può portarmi là dove si trova il canottoo per lo menoverso la riva.»

Si mise a percorrere l'isolotto in tutti i sensispiccandodi quando in quandoun saltoper assicurarsi della sua soliditàfacendoloogni volta ondeggiare vivamentee s'arrestò verso il centro dove ergevasi unamassa informe coperta di muschi e di piante parassite.

«Che sia questo l'ostacolo?» si domandò. «Si direbbe chequesto è un pezzo di tronco e che attorno ad esso tutte queste piante si sonofermate ed intrecciate strettamente.»

Prese lo spadone e tagliò muschi e piantemettendo alloscoperto un pezzo d'albero ormai semi-imputridito che si scheggiava facilmentesotto i colpi dello spadone.

«Me l'ero immaginato» mormorò la fanciulla. «È questoche trattiene l'isolotto come un'àncora.

«Tagliato che siatutta questa massa seguirà la correnteed in qualche luogo mi condurrà.»

S'appressò all'orlo del galleggiante e si mise a gridare:

«Signor Morgan!... Signor Morgan!...»

«Signora» rispose il filibustiere.

«Se ritardo a tornarenon inquietatevi. Ho trovato il mezzodi raggiungere egualmente la riva.»

«Non correte alcun pericolo? Ditemelo od io tenterò latraversata della laguna a nuoto.»

«Oh!... Non fatelonon muovetevisignor Morgan. Rimanetetranquillo e prima di mezzodì io saròsperocon voi.»

Fece ritorno al tronco e dopo d'aver tagliate all'intorno leradici delle piante acquaticheche formavano il fondo del galleggiantee averlevato i detriti vegetali già quasi convertiti in terricciosi mise a lavorarea colpi di spadone con tutte le sue forze.

La lunga immersione aveva guastato il legnouna verafortunapoiché quell'alberospezzatosi chissà per quale causaed affondatoaveva una circonferenza notevolee certo la fanciulla non sarebbe mai riuscitaa spezzarlosenza l'aiuto d'una buona scure.

Lavorava già da una buona mezz'oracon crescenteaccanimentodecisa a non interrompersi fino all'esaurimento completo delle sueforzequando sentì l'isola nuovamente oscillarepoi piegarsi verso un lato.

«Che sia il caimano che ritenta l'attacco?» si domandòvoltandosi rapidamente. «Quel bestione vuole un buona lezione e gliela darò.Quei rettili non sono già voraci né pericolosi come i coccodrillie poi nonsono molto agili a terra e le canne gl'impediranno di servirsi della sua coda.

«Finiamola!...»

Decisa ad affrontare l'ingordo saurianoonde non venire daun momento all'altro sorpresasi avanzò adagio adagioscostando le cannedolcemente per non fare rumore.

Era già giunta dietro i paletuvieriquando udì due tonfiuno subito dopo l'altro e vide balzare in aria un fiotto di spuma giallastra.

Con un salto fu sul margine dell'isolotto e si curvòprontamente allungando lo spadonepoi si ritrasse subitofacendo un gesto diterrore.

Attraverso l'acquache era piuttosto trasparenteavevaveduta una forma umana nuotare velocemente e scomparire in mezzo alle larghefoglie dei mucumucù e delle victoria.

«Un uomo!...» avea esclamato. «E forse erano due!... Chesiano indiani antropofagi?»

Si abbassò dietro le rizofore per non venire scorta eguardò il bancoche si trovava di fronte all'isolotto e su cui poco primaaveva veduto agitarsi i fusti di legno cannone.

Non erano trascorsi cinque secondiquando vide una testacoperta da lunghi capelli biondastriemergere quindi un corpo semi-nudoscivolare fra le piante e scomparire.

Poco dopo un altro ne sorgeva a breve distanza e pure sinascondeva fra le piante.

«Sono due cannibali» mormorò la povera fanciullarabbrividendo. «Il colore dei loro capelli li ha traditi. Quei miserabilicercano di prendermi per divorarmi. Che siano due di quelli che ci hanno fattifuggire? Il pericolo è grave e bisogna che mi affretti a liberare l'isolottodall'ostacolo che lo tiene prigioniero.»

Per un momento ebbe il pensiero di avvertire Morganpoiriflettendoci megliovi rinunciò. Già non poteva esserle di alcun aiuto e neltentativo di salvarla avrebbe commesso qualche pazzia.

Rimase in osservazione alcuni minutipoi vedendo che i dueindiani non si facevano viviquasi persuasa che non osassero affrontarladirettamente e che fossero privi d'arminon avendo veduto indosso a loro alcunarcoanzi nemmeno un coltelloritornò verso il centro dell'isolariprendendoil duro lavoro.

Il tronco era già stato profondamente intaccato dalla grossalama dello spadoneun'arma impareggiabileforse di vero acciaio di Toledotemprato nelle acque del Guadalquivir.

Ci volle una buona ora prima che quel pezzo di legno fossetagliato a sufficiente profondità per permettere a quell'ammasso di radici e dipiante di potersi liberamente muovere.

«Va!...» esclamò Jolanda. «l'isolotto si muove! Sonosalva!»

Quel grido l'aveva mandato troppo presto.

La massa galleggiante si era appena messa in motoquandos'inchinò bruscamente da un lato lasciando filtrare abbondantemente l'acquaattraverso le radici ed il terricciopoi un urlo raucoche sembrava l'urlo diguerra di un indianosquarciò improvvisamente l'aria.

Jolanda aveva fatto un salto indietromentre un uomo di altastaturaquasi interamente nudogrondante d'acquale si precipitò addossoallungando le mani per afferrarla.

Dalla tinta della pelleassai più chiara di quella deglialtri indianidagli occhi azzurrognoli invece d'essere neri e dal naso aduncocome il becco d'un pappagallola signora di Ventimiglia aveva subitoriconosciuto nel suo assalitore uno di quei feroci abitatori delle selve internedel Venezuelache si pascevano di carne umana; tuttavia non si smarrì.

Aveva nelle vene il sangue del formidabile scorridore delmare e quantunque sola e giovanissima fece fronte all'impetuoso attacco delselvaggio.

Questi d'altronde era inerme.

«Indietro o t'uccido!» gridò la valorosa italianaspingendo minacciosamente innanzi lo spadone.

L'indianoche si credeva abbastanza robusto per misurarsicon una creatura che gli pareva deboleinvece di dare indietro spiccò un saltoper strapparle l'arma.

Jolanda con una mossa fulminea si sottrasse all'attaccopoiallungò il braccio armatocolpendo l'indiano sotto la gola e con tale violenzache la lama entrò nelle carni per parecchi pollici.

Il ferito mandò un urlo ferocesi portò le mani sullosquarcio per arrestare il sangue che sfuggiva a fiottipoi fuggì via come unpazzorantolando.

Jolanda stava per slanciarglisi dietro onde costringerlo adabbandonare l'isolotto quando udì dietro di sé le canne aprirsi violentemente.

Ebbe appena il tempo di voltarsi e di rimettersi in guardiache vide apparire il secondo indianoche teneva in mano un grosso bambùterminante in una rozza punta.

Vedendo l'atteggiamento fiero e risoluto della fanciulla esoprattutto la spada che impugnava solidamenteebbe un momento di esitazione.

Jolanda che vedevasi rizzare dinanzi la mortene approfittòper incalzarlo vigorosamentevibrando tre o quattro stoccate.

La scherma non le era sconosciuta e sapeva valersi delle armiusate in quei tempi.

«T'uccido!...» gli gridò.

L'indianosorpreso di aver trovato quell'inaspettataresistenza e forse spaventato dal grido di morte del compagnoindietreggiòverso l'orlo della zatteradigrignando i denti e ruggendo come una belva.

Due volte aveva tentato di colpire la fanciulla colla suaarma primitivasenza riuscirvi.

Vedendosi presso il margine cercòcon un salto improvvisodi fare inclinare quell'ammasso di radici e di piantecolla speranza di farcadere la valorosa fanciulla e di gettarsele poi addosso a tradimento.

Venutogli meno anche quel tentativotentò di scagliarsisull'avversaria a corpo perduto e di stringerla fra le braccia; invece cadde inacqua con una puntata in mezzo al pettoche gli strappò un urlo di dolore.

Quasi nel medesimo istante le acque si gonfiarono bruscamentepresso di luidue enormi mascelle apparvero munite di denti formidabili e sichiusero con un lugubre scricchiolìo intorno al suo corpotagliandolo in due.

Il disgraziato ebbe appena il tempo di mandare un gridoorribile e scomparve assieme al caimanodiventato inconsciamente alleato dellagiovane.

Jolanda atterrita da quell'atroce spettacolo era rimasta mutacogli occhi sbarratifissi sul cerchio di sangueche s'allargava a fiord'acqua.

«Non supponevo che finisse così» dissetergendosi ilfreddo sudore che le bagnava la fronte. «È orribile!... È orribile. Cerchiamoalmeno di soccorrere l'altrose è possibile.»

Il primo indianofuggendoaveva tracciato un largo solcofra le canne e le piante non si erano ancora alzate. Lo seguì fino sul marginedell'isolotto senza trovare quel disgraziato. Le foglie dei paletuvieri eranoimbrattate di sangue non ancora coagulatoma l'indiano non vi era più.

Probabilmente era balzato in acqua ed era morto in fondo allapalude o era spirato su qualche banco vicino.

«L'hanno voluto» disse con voce triste. «Sarei stata benfelice di risparmiarli.»

Ritornò lentamente verso l'altro margine dell'isolotto eguardò verso la riva.

Morgan non si scorgeva più e nemmeno l'accampamento. Lazattera si era spostata e filava dolcemente attraverso un ampio canale apertofra i banchiandando alla deriva.

 

 

Capitolo venticinquesimo

 

La marcia notturna

 

Jolandacerta che anche il primo indiano fosse mortocominciava a rassicurarsi; tuttavia non era troppo soddisfatta della via cheseguiva l'isola galleggiante e che non poteva in modo alcuno modificarenonavendo forza sufficiente per spostare una simile massaanche se avesse avuto asua disposizione qualche remo.

Aveva dapprima sperato che andasse alla deriva verso il bancosu cui stava ancora arenato il canotto; invece la corrente l'aveva tenuta assailontana e la trascinava non già verso la rivabensì verso il mezzodìdovenon scorgevansialmeno fino alloraalberi di nessuna specie che indicassero lavicinanza d'una foresta e quindi la terra ferma.

«Che questa laguna sbocchi in mare?» si domandò conapprensione. «Nonon è possibile» aggiunse poidopo essersi orientata colsole. «Il golfo del Messico sta verso il settentrioneossia dietro di me.

«Dove va dunque quest'acqua? Che si riversi in qualchegrande laguna interna? Come sarà inquieto il signor Morgan non scorgendomipiù! Se potesse ancora udirmi ed avvertirlo. Proviamo!...»

Si spinse verso l'orlo dell'isolotto e con quanta voce avevalo chiamò tre volte per nomepoi attese.

Poco dopo una voce assai lontana le rispose.

«Signora!... Signora!... Dove siete?... La corrente mitrascina verso il sud. Appena toccherò terra verrò a raggiungervi. Nessuno miminacciaquindi attendetemi senza angosciarvi anche se tardo.»

Si sedette sull'orlo della zatteramettendosi a fianco laspada e trangugiò una mezza dozzina d'uovafra quelle che aveva prese dainidie deposte in una buca.

«Peccato non poter invitare il signor Morgan» disse. «Edè lui soprattutto che ha bisogno di rinvigorirsi.»

Terminato il magro pastocon alcune canne si costruì unapiccola tettoia per ripararsi dai raggi del sole diventati ardentissimi edattese pazientemente che la zattera approdasse in qualche luogo.

Il canale era terminato e dinanzi all'isolotto si stendevauna immensa superficie liquidaquasi sgombra di banchisolcata solo da unnumero infinito di uccelli acquaticiche volteggiavano con piena sicurezzaanche sopra la testa di Jolanda e che si posavano senza alcuna diffidenza fra lecanne.

Al sud invecesi cominciava a discernere una striscia un po'oscurache doveva essere il margine di una foresta.

Doveva trovarsi là dietro il bacino di raccolta delle acquepoiché la correntequantunque fosse sempre debolissimanon variava direzione.

«Non giungerò all'altra sponda prima del tramonto» dissela fanciullache si era alzata per meglio osservare quella linea. «Quanta viadovrò poi fare per raggiungere il signor Morgan?

«E dovrò farla di nottequando le belve escono dai lorocovi per mettersi in cerca di preda! Eppure non posso lasciare solo ilfilibustiereche si trova ancora così debole da non potersi difendere.

Tornò a sedersi sotto la tettoiaguardando le acqueche diquando in quando qua e là si gonfiavanoper mostrare qualche dorso rugosocoperto da scaglie fangose.

Erano dei caimani che giuocherellavanoinseguendosi.Fortunatamente pareva che non facessero nessuna attenzione all'isolotto.

La sponda intanto diventava sempre più visibile. Era assaibassatanto che pareva si trovasse a livello della laguna e coperta di alberiche pareva appartenessero alla specie dei manghipiantati su radici altissime econtorte che parevano uscire dall'acqua.

Il sole stava per tramontarequando l'isolotto finalmente siarenò su quella riva che pareva costituita da pantani assai mollii qualipotevano benissimo nascondere delle sabbie mobili.

I manghi erano vicinissimi e le loro radici erano così uniteda permettere il passaggio.

Jolandache diffidava di quel terreno traditoresi appeselo spadone al fiancopoiaiutandosi colle mani e coi piedisalì sulla radicepiù vicinasenza preoccuparsi delle proteste rumorose ed affatto inoffensived'una banda di scimmie rosse che aveva occupati i rami per saccheggiarne lefrutta.

Aggrappandosi alle lianeche pendevano numerose dai tronchie che erano resistenti come corde di canapa eguardando attentamente doveposava i piedi per non venire inghiottita dalle sabbiedopo un quarto d'ora diginnastica faticosa si trovò finalmente sul terreno solidoche era coperto dipalme gommifere d'aspetto bellissimo e pittoresco.

«Risaliamo verso il settentrione» disse Jolandache parevafosse instancabile. «Le belve ordinariamente non lasciano i loro covi primadella mezzanotte e per quell'ora avrò percorso un lungo tratto di via. Poverosignor Morgancome sarà inquieto!...»

Raccolse alcuni manghi che giacevano al suolose ne misealcuni nella sottana ripiegata per serbarti per il feritonon avendo prese consé le uova per essere più liberaimpugnò lo spadone e si misecoraggiosamente in camminocosteggiando la laguna.

Il sole era già scomparso e lunghe file di trampolierisolcavano lo spazio per raggiungere le isolettein mezzo alle cui canne avevanoi loro nidi. La luna cominciava a mostrarsi al di sopra dei grandi alberitingendo di riflessi argentei le acque.

I rumori a poco a poco si spegnevano. Scimmie e volatilitacevano e cominciavano invece a ronzare le terribili zanzare che s'alzavano abattaglioni dai paletuvieri.

Jolanda affrettava il passotenendosi lontana più chepoteva dal margine della forestaper non venire improvvisamente sorpresa daqualche giaguaro o da qualche coguaro e si fermava sovente e tendere gliorecchi.

Fortunatamente anche la forestaalmeno fino a quel momentoera silenziosa e non si udiva che il lieve stormire delle frondeappena agitatedal venticello notturno.

Nondimeno non si sentiva tranquilla equantunque avesse lospadonedelle vaghe paure cominciavano ad infiltrarsi nel suo animo. Le parevadi vedere fra i cespugli della foresta agitarsi delle forme umane e scintillareanche gli occhi fosforescenti degli animali feroci.

Si fermò tre o quattro volteguardandosi intorno conspaventocredendosi seguita da uomini o da animalie chiedendosi se nonsarebbe stato meglio rifugiarsi su qualche albero e attendere l'alba.

Ogni volta il timore che Morganl'uomo per cuiin fondoall'anima nutriva ormai qualcosa di più d'un semplice affettopotesse correrequalche grave pericolola spronò a riprendere la marcia.

Camminava già da un paio d'oreaffrettando sempre più ilpassoquando le parve che una figura mostruosa si agitasse sull'orlo dellaforesta a quaranta passi da lei.

La lunache splendeva in un cielo purissimola illuminavasolamente in parteessendovi in quel luogo delle piante assai fronzute cheproiettavano una folta ombra

Jolanda non riusciva a capire bene che animale fosse; lesembrava però una scimmia piuttosto che un giaguaro od un tapiroe didimensioni assolutamente straordinarie.

«Che sia un orangutan?» mormorò. «Eppure mi hannoassicurato che in America non si trovano che scimmie di piccola statura.»

Si provò a fare qualche passo innanzisperando dispaventare quel singolare animale; invece quello non lasciò il posto econtinuò a dondolarsi comicamente ed a fare degli inchini.

Jolanda non sapeva che decisione prendere. Tornare indietro eriguadagnare la zattera non voleva; d'altronde esitava a perché quel quadrumanesi trovava appunto là dove bisognava passareessendovi la laguna da una parteed il bosco dall'altra.

Finalmente si decise e avanzò.

L'animale la lasciò accostare senza fare alcunadimostrazione ostilepoiquando se la vide a pochi passisi alzò e scappòverso il bosco. Cosa strana!... Nel muoversi erasi rimpicciolito e non sembravapiù alto di una scimmia comune.

«Oh!... Curiosa!...» esclamò la fanciullaridendo. «Chesia stata una illusione ottica? Effetto di raggi di luna ripercossi sulle acqueforseche hanno ingrandito quello scimiotto?

Tutta lieta di essere sfuggita così bene a quel pericolo chenon le era sembrato dapprima immaginarioriprese animosamente la via.

Dopo un'altra oramentre scendeva da una piccola altura checosteggiava la lagunadistinse finalmente in lontananza un punto luminoso.

«Il nostro accampamento!...» esclamò con voce giuliva.«Povero signor Morgancome avrà fatto ad accendere il fuocoferito come è?Sarà ben lieto di vedermi.»

Raddoppiò il passosenza più preoccuparsi delle urla deilupi rossiche di quando in quando risuonavano sotto gli alberi; ad un trattoquando già non distava dall'accampamento che tre o quattrocento metri ecominciava a distinguere la minuscola tettoiaun grido la fece trasalire.

«Prendicanaglia!...» aveva urlato una voce formidabile.

«Il signor Morgan!...» aveva esclamato Jolanda. «Diomio!... È in pericolo!...»

Si mise a correre disperatamentegridando:

«Signor Morganvengo in vostro aiuto!»

Vicino al fuoco mezzo spento vedeva un gruppo che si agitavae che sembrava formato da un uomo e da un animale.

Di quando in quando balenava in aria qualche cosacome lalama d'una spadache poi calava rapidaper rialzarsi subito.

La voce continuava a urlare:

«Eccone un'altra!... Non te ne vai ancora? Prendidunque!...»

Poi si udivano dei rauchi brontoliiche finivano in unaspecie di ruggito soffocato.

Il filibustiere doveva essere stato assalito da qualche belvae si difendeva disperatamente a colpi di spada.

Jolanda si precipitò verso l'accampamentogridando:

«Eccomisignor Morgan!... Giungo in tempo!...»

«Guardatevenesignora» rispose il filibustiere. «È uncoguaro quello che m'ha assalito!»

«Così saremo in due ad affrontarlo» rispose la valorosafanciulla.

Il coguarovedendo sopraggiungere quel rinforzosi volseper far fronte a quel nuovo nemicoe Morgan approfittò per tirargli un colpodi spada nelle natiche.

La belva mandò un ruggito di rabbia e di dolorecon un urloabbatté la tettoia e fuggì verso il boscospiccando salti di tre o quattrometri.

«Graziesignora» disse Morgancon voce commossa. «Stavoper essere sopraffatto da quell'animalaccio. Come sono lieto di rivedervi!Cominciavo a temere che vi fosse successa qualche grave disgrazia.»

«Siete stato nuovamente ferito?» chiese la fanciullapremurosamente.

«Nosignora. Solamente la mia casacca è stata ridotta incattivo stato. Ebbi il tempo di afferrare la spada e potei così tenere ilcoguaro a distanza.»

«Vi aveva sorpreso?»

«Sìmentre stavo riattizzando il fuoco» rispose ilfilibustiere. Voida dove venite? Esporvi cosìdi nottesolasu questesponde che sono infestate da animali pericolosi.

«Non sono forse la figlia del Corsaro Nero?» disse Jolandasorridendo.

«È vero» rispose Morganimitandola. «Vi dico però chenessun'altra donnaspecialmente alla vostra etàavrebbe avuto un talecoraggio.»

«Tacetesignor Morgan e ditemicome va la vostra ferita?»

«Comincia già a cicatrizzarsisignora.»

«Avrete sofferto fame e sete quest'oggi?»

«Ero troppo inquieto per voi per accorgermene.»

«Vi ho portato alcuni manghi.»

«Mi basteranno. Sedetevi e riposatevisignorae poi miracconterete le vostre avventure.»

«Che sono terribilisignor Morgan. Per poco non venivouccisa e divorata.»

«Da chi?» chiese il filibustiereimpallidendo.

«Da due di quegli indiani che ci hanno inseguiti.»

«Da quegli antropofagi?...»

«Mangiatesignor Morganpoi vi racconterò tutto.»

 

 

Capitolo ventiseiesimo

 

Ricompare don Raffaele

 

Quattro giorni dopoil filibustiere si dichiarò pronto amettersi in marcia.

La ferita si era quasi interamente rimarginataequantunquesi fosse nutrito di sole fruttale forze a poco a poco gli erano ritornate.

La sua robustaanzi eccezionale fibraaveva concorso nonpoco ad affrettare la sua guarigione.

Già il giorno innanzi si era provato a fare una brevepasseggiata nel bosco vicinosenza provare alcun dolore.

«Partiamosignora» disse dunque quella mattinadopo unamagra colazione di banane cucinate sotto la cenere. «Dobbiamo raggiungere ilmare al più presto.»

7«Là sta la nostra salvezza.»

«Supponete che questa laguna abbia uno sbocco verso il golfodel Messico?» chiese Jolanda.

«Sìperché io ho ieri osservato che la corrente scendeverso il sud per sei oree che poi risale verso il settentrione.»

«Dunque queste acque subiscono il flusso e riflusso delmare?»

«Precisamente.»

«E sperate di trovare là Carmaux?»

«O per lo meno qualche villaggio di Caraibi. Quei selvagginon sono più cattivi e rispettano gli uomini dalla pelle biancaora che hannosubìto la colonizzazione spagnola. Da loro potremo avere facilmente una buonapiroga colla quale riusciremo a giungere alla Tortue. Colla promessa di qualchefucilenon si fanno pregare per accompagnarci.»

«E Carmaux?»

«Quando saremo alla Tortue manderò qui un drappello dibucanieri o di filibustieri a cercarlo.

«Dov'è il nostro canotto?»

«L'ho ricondotto qui ieri seramentre voi dormivate. Lazattera che mi avete insegnato a costruiremi ha trasportata fino al banco dovesi era arenato.»

«Siete una fanciulla ammirabilesignora di Ventimiglia.»

Presero le spade e la pistola e scesero la rivama unadolorosa sorpresa li attendeva: l'imbarcazione era nuovamente scomparsa!...

«Che si sia affondata?» si chiese Morgandiventandopallidissimo.

«Non lo ammetterò mai» rispose Jolandache appariva nonmeno sgomentata del filibustiere. «Era tutta d'un pezzo e non aveva alcunacrepatura.»

«Allora ce l'hanno rubata.»

«E quando?»

«Voi siete certa che vi fosse ancora ieri sera?»

«Sìl'avevo legata con una liana nuova.»

«Qualcuno ce l'ha rubata approfittando dell'oscurità.Durante la vostra veglia non avete veduto nessuno?»

«Non mi parvesignor Morgan.»

Il filibustiere scese la riva e prese la liana che primauniva il canotto ad un fusto di legno cannone e la esaminò attentamente.

«È stata tagliata con un colpo di coltello o con qualchecosa di simile» disse. «Signoraio suppongo che altri indiani abbianoscoperto il nostro accampamento e la più elementare prudenza consiglia diandarcene di qui al più presto.»

«E dove?» chiese Jolanda.

«Nella foresta dove gli Oyaculè hanno inseguito Carmaux edi due caraibi. M'inganneròeppure io spero di ritrovare ancora il miomarinaio»

«Sarà necessario attraversare il fiumema mi pare chel'acqua non sia troppo profonda e poi sono un buon nuotatore e non avreidifficoltà a portarvi sulla riva opposta.»

«Allora andiamosignor Morgan» rispose Jolanda.«Marciando sempre verso il nord noi giungeremo in ogni modo al mare e voi aveteuna piccola bussolaè vero?»

«Sìsignora di Ventimiglia.»

Raccolse un grosso ramo per servirsene da bastone e si miserotutti e due in camminoattraversando il promontorio boscoso.

Morgan s'avanzava adagio per non irritare troppo la ferita edi quando in quando si arrestava per scrutare i dintornitemendo sempre unasorpresa da parte di coloro che avevano rubata la scialuppa.

La foresta sembrava invece desertanon si scorgevano chepochi gruppi di cebo brunescimmie dal corpo massiccioricche di pelo che sisolleva in forma di cresta sul capoterminante in un ciuffo e che poi siallunga come una barbagirando intorno al mento.

In dieci minuti Morgan e Jolanda attraversarono il lembodella foresta e giunsero sulla riva del fiumein un luogo ove l'acqua non eramolto profonda ed il guado possibile.

«Permettete che vi prenda in bracciosignora» disseMorgan. «Non voglio che vi bagniate.»

Stava per curvarsi onde prendere la fanciulla fra le bracciaquando alcune freccie sibilarono ai suoi orecchisenza colpirlopoi una turbad'indiani uscì correndo dalla forestamaneggiando le pesanti mazzequadrangolari ed agitando gli archi.

Morgan snudò rapidamente la spadagettandosi dinanzi aJolanda per proteggerlapoicoprendosi con un fulmineo mulinelloarrestò perun istante gli assalitorigridando in lingua spagnola:

«Fermatevi o vi uccido!...»

Gl'indiani invece di obbedire si schierarono in semicerchiotendendo gli archi e puntando le frecce contro il petto del filibustiere.

Il momento era terribile. Era impossibile che a così brevedistanza gl'indianiche sono generalmente abilissimi arcieripotessero mancareal bersaglio.

Morgancomprendendo che la sua vita e quella di Jolandaerano in grave pericoloabbassò la spadadicendo con voce minacciosa:

«Che cosa volete voi dall'uomo bianco? Io non sono vostronemico. Perché mi assalite?»

Un indiano che era più alto degli altri e che portavainfisse nei capelli alcune penne di cracecon un cenno fece abbassare gliarchipoi s'avanzò di qualche passodicendo pure in lingua spagnola:

«Chi sei tu e da dove vieni?»

«Siamo naufraghi che la tempesta ha gettati su questecoste.»

«Sei tu che hai ucciso uno dei nostri capi che era quivenuto a cacciare il maipuri (tapiro) con un suo compagno e che poi nonha fatto più ritorno alla sua città?»

«Intendi parlare di Kumaraforse?» chiese Morganfacendoun gesto di sorpresa ed insieme di gioia.

«Come conosci il mio nome?» chiese l'indianocon nonminore sorpresa.

«Io l'ho incontrato cinque giorni or sono presso la costaassieme al suo compagno. Era stato sorpreso dagli Oyaculè e si era rifugiatonel mio accampamento.»

«Sono comparsi qui gli Oyaculè?» chiese l'indianocon untremito nella voce.

«Sìe furono essi a dividermi da Kumara.»

«E dov'è ora il capo?»

«Io non lo so. È fuggito nella foresta assieme ad uno deimiei compagni e non ho più riveduto nessuno»

«Tu mi giuri sul tuo piaye che non l'hai ucciso?»

«Lo giuro» disse Morgan.

L'indiano si volse verso i suoi compagni e scambiò con loroalcune parolein una lingua che il filibustiere non comprendevaquindi tornòverso Morgan che stava sempre dinanzi a Jolanda e gli disse:

«Credo a quanto hai raccontatouomo bianco. Dove andaviora?»

«Verso la costacolla speranza di veder passare uno deinostri canotti.»

«Vieni invece al nostro villaggio che è situato pure pressole rive del mareall'uscita delle acque della laguna. Noi ti accordiamo largaospitalità e non avrai nulla da temere. Tu sai che i caraibi sono oggi glialleati degli spagnoli.»

«Noi siamo pronti a seguirti.»

«È tua figlia quella fanciulla?» chiese il caraibo.

«Nomia sorella» rispose Morgan.

«Deve essere coraggiosa quanto è bella.»

«E saprà difendersi quanto un uomo di guerra.»

«È sotto la mia protezione e nessuno oserà alzare glisguardi su di lei. Facciamo colazionepoi partiremo.»

Gli indiani si sedettero intorno a Morgan e a Jolanda etrassero dalle loro pagara (specie di ceste formate di foglieintrecciate) dei pesci che avevano pescati di recente e che avevano giàarrostitialcuni quarti di kariacù (specie di cervo)dei bananidellegallette di manioca e alcuni fiaschi di casciriforte liquore chebevuto in abbondanzaubbriaca quanto l'acquavite.

Erano una quarantinatutti di statura mediacome lo sonoanche oggidì i pochi caraibi sfuggiti alle stragi commesse dagli spagnolidaifrancesidagli olandesicon spalle larghenerborutidalla pelle d'una tintagiallo-rossicciaresa ancora più rossiccia da una mistura d'olio di coccomescolato all'urina che solevano spalmarsi per difendersi dalle punture delleinnumerevoli zanzare.

Avevano il viso tondogrossod'aspetto un po' malinconico egli occhi piccolineri e vivacissimi ed i capelli assai oscuri e grossolani.

Tutto il loro vestito consisteva in un piccolo gonnellino dicotone ornato di frange e palline di diversi colori; invece abbondavano dicollane e di braccialetti formati con denti di belvecon cocche variopintebecchi di tucano e cristalli di monte; molti avevano il setto nasale bucato eattraversato da una spina di pesce e sotto il labbro inferiore portavanoincastrato nella carneun dischetto di legno od un pezzo di scaglia ditartaruga.

Quand'ebbero terminata la colazioneche fu consumata insilenzionon avendo gli indiani dell'America meridionale l'abitudine di parlaredurante i loro pastisi dissetarono abbondantementepoi diedero il segnaledella partenza.

Morgan e Jolanda si misero dietro al capoil qualeperdimostrare meglio le sue pacifiche intenzioninon aveva prese nemmeno le lorospade.

Attraversarono un lembo della forestaaprendosifaticosamente il passo fra quegli ammassi di verzurae scesero verso la lagunain una piccola cala dove si trovavano arenati sulla riva sette lunghi canottifra cui quello che aveva appartenuto a Morgan.

«Sei stato tu a rubarmelo?» chiese il filibustiere al capodell'orda.

«Sì» rispose l'indianoridendo. «Te l'ho preso ieriserapoco dopo il tramonto. Avendo scorti i fuochi che ardevano nel tuo campoho costeggiato la laguna per vedere chi erano le persone accampate etrovato ilcanottote l'ho preso. D'altronde non era tuo.»

«Apparteneva a Kumara» rispose Morgan.

«L'ho riconosciuto subito ecredendo che tu avessi uccisoquel valente guerrieroti ho teso l'imboscata per vendicarlo.»

«Sospetti ancora che io l'abbia ammazzato?»

«No.» rispose l'indiano. «Prestoimbarchiamoci.»

I caraibi presero posto nei canottiafferrarono le pagaie ela piccola flottiglia si spinse al largodirigendosi verso settentrione.

Morgan e Jolanda si erano installati nella piroga del capoche era la più lunga e anche la più comodaessendo riparata nel centro da unapiccola piupaossia tettoia formata con foglie di waie e di maripa.

Verso sera i canotti giungevano alla foce d'un fiume o d'uncanale che fosseche pareva comunicasse col marescendendo la corrente versola laguna.

Gl'indiani s'accamparono all'estremità d'un promontorioaccendendo numerosi fuochi per tener lontane le belve. Al mattinoallo spuntaredel soletornavano ad imbarcarsiremando con gran lena.

A mezzodì il canale s'allargò improvvisamente e subitoapparvesu una delle riveun villaggio acquaticoo aldè piantato suuna enorme palizzata e composto di tre o quattro dozzine di carbègigantesche case formate da una immensa tettoialunghe da sessanta a ottantapiedialte diciotto o venticoi tetti di canne e di foglie di latania.

Attorno alle palizzateche sostenevano quelle ampiecostruzionisi scorgevano numerosi canottialcuni scavati nel tronco d'uncedro ed altri di bambù.

Udendo le grida dei guerrieridalle carbè e anchedalle jupache sono le capanne destinate alle donneuscirono numerosiindiani seguìti da un gran numero di fanciulliche salutavano l'arrivo dellasquadriglia con strilli così acuti da sfondare gli orecchi.

La canoa del capoche era la primaabbordò la palizzatapiù prossima ed il capo stesso aiutò Morgan e Jolanda a salire sullapiattaformadove si erano radunati alcuni sotto-capiriconoscibili per lepenne di craci e di tucani che portavano infisse nei capelli.

Il capo scambiò con loro alcune parolepoi facendo un gestodi sorpresa si volse verso Morgandicendogli in lingua spagnola:

«Tu hai detto il vero e ne sono lieto.»

«Perché?» chiese il filibustiere.

«Kumara è giunto qui ieri serasano e salvo.»

«E l'uomo bianco?»

«Gli uomini bianchivuoi dire.»

«Nove n'era uno solo cogl'indiani.»

«Ve ne sono ora due: guarda. Ecco che giungono.»

Due uomini si erano precipitati fuori da una capanna ecorrevano verso Morgan e Jolandabalzando attraverso le piattaforme e agitandopazzamente le braccia.

«Carmaux!...» aveva esclamato il filibustiere con gioia.

«E don Raffaele» aveva aggiunto Jolanda.

«Da dove è sbucato quello spagnolo?» si chiese Morganconstupore. «E lo dicevano morto!...»

«Capitano!... Capitano!...» gridò Carmauxche arrivavacome una bomba. «Salvi!... Salvi!... Ecco il più bel giorno della miavita!...»

 

 

Capitolo ventisettesimo

 

Il rapimento di Jolanda

 

Un quarto d'ora dopo MorganJolandaCarmaux ed ilpiantatore di Maracaybo si trovavano radunati in una comoda jupa copertada tre lati di stuoiemessa a loro disposizione da Kumara. Erano seduti davantia due magnifiche oche marine perfettamente arrostite e ad un cumulo di gallettedi cassavadi manghi e di ananassi.

Non mancava nemmeno un monumentale fiasco di casciri.

Tutti erano ansiosi di sapere in causa di quali fortunatecircostanze erano riusciti a sfuggire alla morte; masopratuttomeravigliaval'inaspettata presenza di don Raffaele che avevano creduto annegato.

La narrazione di Carmaux non aveva destato molto interesse.

Il bravo marinaio ed i due indianicon una rapida corsariuscirono a salvarsi nella parte più folta della forestadove gli Oyaculènon avevano osato inseguirli; più tardierano tornati verso il fiume percercare Morgan e Jolanda e non avendoli trovati si erano decisi di recarsi all'aldèper chiamare soccorso e prendere un nuovo canotto onde perlustrare la laguna.

«Ora a voidon Raffaele» disse Jolandaquando Carmauxebbe finito. «La vostra presenza fra questi indianiper noi è assolutamentestraordinaria.»

«Infattisignorami sono salvato e sono qui giunto in modomiracoloso» disse il piantatoreche mangiava per due e baciava frequentementeil fiascocon un accompagnamento di profondi sospiri. «Mi pare impossibile diessere ancora vivo. Mi avevano gettato in mare per affogarmisignore; non èvero che io fossi caduto da me» disse don Raffaele.

«Chi ti aveva gettato?» chiese Morganaggrottando lafronte.

«Quel dannato capitanotemendo che io avessiriconosciuto...»

«Altcamerata» disse Carmauxstrizzandogli l'occhio.

«…il comandante della nave» riprese don Raffaeleche eragià stato precedentemente avvertito dal marinaio di non fare cenno alcuno sulgovernatore di Maracaybo.

«E quale capitano?» chiese Morgan.

«Il signor Valera.»

«Quello che mi teneva prigioniera nei sotterranei delconvento di Maracaybo?» chiese Jolanda.

«Sìsignora. Doveva essersi immaginato che ero stato io acondurre laggiù i due filibustieri del signor Morgan e non aspettava chel'occasione propizia per vendicarsi di me. Approfittando del momento in cui voieravate occupati a turare le falle apertesi nel velieromi seguì sul castellodi prora epresomi a tradimento per le spallemi precipitò in mareprimaancora che avessi avuto il tempo di mandare un grido.»

«E come vi siete salvato?» chiese Morgan. «Eravamo alloraassai lontani da queste coste.»

«Ora ve lo narro. Quando tornai a gallamezzo istupidito daquel bagno improvvisola vostra nave era già lontana; ma vidia qualchegomena da meil rottame della fregata che galleggiava ancora. Essendo un buonnuotatoremi vi diressi ed avendo trovata una fune pendente dal bordomi viissai. Il rottametrasportato dal vento e anche da qualche correntes'infransesu queste coste e mi salvai quasi miracolosamente sulla spiaggiadove venni poitrovato da alcuni indiani di questo villaggio e qui condotto.»

«Abbiamo infatti trovati gli avanzi della povera fregata»disse Morgan. «Don Raffaelevoi dovete essere nato sotto una buona stella.»

«Comincio a crederlo anch'io» rispose il panciutopiantatore. «Vorrei però...»

Che cosa voleva? Né Morgan né Carmaux poterono mai saperlopoiché la conversazione fu improvvisamente interrotta da alcune scariche difucili e da un gridìo assordante.

I due corsariJolanda e don Raffaele si erano precipitatifuori della capannamentre i caraibi passano a corsa sfrenata attraverso lepiattaformeseguìti dalle loro donne che urlavano disperatamente e dai lorobambini che strillavano a piena gola.

Kumaravedendo comparire Morgangli si era slanciatoincontrodicendogli:

«Capo biancodifendici!...»

«Chi vi minaccia?» chiese il filibustiere.

«Non sodegli uomini bianchi s'accostano all'aldèfacendo fuoco.»

«Degli spagnoli?»

«Non mi pare.»

«Andiamo a vedere.»

Morgan girò intorno ad una gigantesca capannachegl'impediva di guardare verso la laguna e giunto sul margine della piattaformascorse due enormi zattere cariche di personele quali sparavano dei colpi difucile in aria e non già contro il villaggio.

Morgan e Carmaux avevano mandato due grida di gioia:

«I nostri compagni!...»

Erano infatti i filibustieri del veliero che s'inoltravanonel canale che comunicava col marespingendo faticosamente innanzi le zattereche parevano formate cogli avanzi d'una nave.

C'eranose non tuttiquasi tutti e Pierre le Picard era conloro.

Come si trovavano lì e sopratutto per quale combinazionefortunata erano riuscitianch'essia sfuggire alla morte?

«Amici!...» aveva gridato Morgan con voce tuonante.«Cessate il fuoco!... Siete ospiti d'indiani che non vi daranno fastidi.»

Un urlo immenso si era alzato fra i corsari:

«Il capitano!... Il signor Morgan!...»

La prima zatteraspinta innanzi da una dozzina di remigiunse ben presto sotto le palizzate e Pierre le Picard per il primo salì sullapiattaformagettandosi fra le braccia di Morgan.

«Anche la signora di Ventimiglia!...» esclamòaccorgendosi della presenza di Jolanda. «Ah!... Quale fortuna!...»

«E la nave?» chiese Morgan.

«Naufragata» rispose Pierre le Picard «Coi suoi rottamiabbiamo costruite queste zattere.»

«Io ho percorsa la costa senza vederla.»

«Si è sfasciata su di un isolottolontano quindici migliada queste spiaggie.

«Le onde ci avevano respinti nuovamente al largonelmomento in cui tu venivi portato via assieme a Carmaux e alla signora diVentimiglia e ci gettarono sopra dei bassi fondi. E tu? Ah!... Un momento. Midimenticavo di dirti che per poco gli spagnoli ci catturarono.»

«Quali spagnoli?»

«Una nave si è ancorata a poche miglia da quiin una baiae per poco non scoperse i nostri galleggianti.»

«Una nave!» esclamò Morgannella cui mente eraimprovvisamente sorta un'idea.

«Sì e grossa; a quanto mi parve.»

«Pierrequanti uomini hai?»

«Cinquantaessendosene alcuni annegati. I prigionierispagnoli sono invece fuggiti ieri seraapprofittando d'una fermata a terra.»

«Anche...»

«Sì» rispose Pierreche lo aveva compreso.

Morgan trattenne a stento un gesto di rabbiapoi disse convoce sorda:

«Più tardi ci occuperemo di loro; per ora abbiamo qualchecosa di meglio da fare.»

Si curvò sull'orlo della piattaforma evolgendosi verso isuoi corsari che attendevano il suo ordine per sbarcaregridò loro:

«Approdate sulla riva opposta dove fra poco viraggiungerò.»

«Che cosa vuoi fareMorgan?» chiese Pierre le Picard.

«I tuoi uomini hanno salvate le armiè vero?»

«È stato il loro primo pensiero e tutti hanno l'archibugiola sciabola d'arrembaggio e munizioni sufficienti.»

«È grossa e molto bene armata la nave che hai veduta?»

«Un bel vascelloin fede mia» rispose Pierre le Picard.

«A noi non resta che tentare un colpo disperatoPierre»disse Morgan.

«Vuoi impadronirti di quella nave?»

«Sì; è l'unica risorsa che ci rimane per poter lasciarequeste coste e tornare alla Tortue.»

«Diavolo! Un'impresa che non sarà facileMorgan. Quellanavea giudicarla dalla sua grossezzadeve avere un equipaggio assainumeroso.»

«Noi non siamo abituati a contare i nostri nemici» disseMorgan «Orsùnon perdiamo tempo. Carmaux!»

Nessuno rispose. Il bravo marinaioscorgendo sulla secondazattera l'amburgheseil suo inseparabile amicolo aveva subito raggiunto.

«Sarà con Wan Stiller» disse Pierre.

«Non importa» disse Morgan.

Si volse verso Jolanda che aveva assistito al colloquio senzaparlare.

«Signora» le disse «noi partiamo per una spedizione chepuò riuscire pericolosissima e non desidero esporvi. Se vi lasciassi quisottola guardia di Kumara e di don Raffaelevi spiacerebbe? Quest'indiani sono bravepersoneincapaci di tentare qualche cosa contro di voi.»

«Vi aspetteròsignor Morgan e perfettamente tranquilla»rispose Jolanda. «Quello che domando a voi è di non esporvi troppo. La morted'un uomo così valoroso e così cavallerescola piangerei troppo.»

Morgan era rimasto mutocogli occhi fissi sulla fanciullapoicon un gesto rapidole aveva presa la destra portandola alle labbra.

«Signora» dissecon voce alterata da una gioia intensa«vivrò per voi e se una palla malaugurata mi attraverserà il pettomorròcol vostro nome sulle labbra.»

Un vivo rossore erasi diffuso sulle gote della fanciulla.

«V'aspettocapitano» disse con un sospiro. «Che Iddio viprotegga.»

«Addiosignoranoi saremo di ritorno prima di questasera.»

Morgan s'allontanò rapidamente come se volesse nasconderel'emozione che provava e scese in un canottodove già si trovava Pierre lePicard con quattro caraibi.

Jolandaritta sull'orlo della piattaformalo seguiva collosguardosorridendogliné si mosse finché il canotto non scomparve dietro gliisolotti che ingombravano il canale.

«Sono sotto la vostra protezionedon Raffaele» disse alpiantatore. «Spero chequantunque voi siate spagnolonon mi tradirete.»

«Preferirei farmi uccideresignora» disse il piantatorecon enfasi. «Ormai io sono amico dei filibustieri e se qualcuno vorràtoccarviproverà la forza delle mie braccia.»

«Conducetemi nella jupa che Kumara ha messa a nostradisposizione.»

«I vostri desideri sono ordini per mesignora.»

Le fece largo fra gl'indiani che si erano radunati in buonnumero sull'ultima piattaforma e la precedette fino alla capanna; poi andò incerca di Kumara che si trovava all'altra estremità del villaggioonde mettesseuna scorta d'onore a disposizione della fanciulla.

Aveva già combinato ogni cosa e stava per tornarsene allacapannagirando le piattaforme meridionaliquando i suoi sguardi caddero su uncanotto montato da una dozzina d'uomini e che sbucava in quel momento fra leisolette che si estendevano in buon numero anche da quel lato.

Fu tale l'emozione che provò nel riconoscere le persone chelo montavanoche dovette aggrapparsi ad un palo per non cadere.

Il pover'uomo non aveva torto a spaventarsi in quel modopoiché fra quei dodici uomini che s'avvicinavano rapidamente al villaggioaveva veduto il conte di Medina e la sua anima dannatail capitano Valera.

Quando si riebbeil canotto era ormai giunto dinanzi alleprime palizzate e gli spagnoli stavano salendo sulla piattaforma.

«Sono perduto!...» mormorò don Raffaele. «Il capitano migetterà nella laguna e con una pietra al collo questa volta.»

Per un momento ebbe l'idea di correre alla jupa edavvertire la signora di Ventimigliama comprese che era troppo tardi e che nonavrebbe potuto ormai fare nulla per salvarla.

«Se mi recassi ad avvertire il signor Morgan e Carmaux?» sichiese. «Forse non sono molto lontani e potrebbero tornare ancora in tempo perimpedire al conte d'impadronirsi della fanciulla.

«Animonon perdiamo tempo e mostriamoci coraggiosi unabuona volta.»

Sotto la piattaforma vi erano parecchi canotti legati allapalizzataforniti di pagaie.

Don Raffaeleche per la prima volta forse in vita sua sisentiva nel cuore un coraggio da leonesi lasciò scivolare lungo un palo escese nel canotto più leggiero.

Stava per spingersi risolutamente al largoquando un'ideabalenatagli improvvisamente nel cervellolo trattenne.

«Io stavo per commettere una sciocchezza» disse. Spinse ilcanotto sotto le piattaformepassando abilmente fra la moltitudine di pali chele sorreggevano e si diresse verso l'angolo orientale del villaggio.

Mentre le attraversava udiva distintamentesopra la suatestale donne e gli uomini chiacchierare ed i bambini ridere o strillareessendo i pavimenti delle abitazioni formati da travicelli di bambùcoperti datralicci di fibre legnose che non impedivano ai suoni di trasmettersi.

«Benissimobenissimo» mormorò don Raffaele. «Nonperderò una sillaba di quanto dirà il conte alla signorina di Ventimigliacosì potrò raccontare tutto al signor Morgan.»

Giunse così inosservato presso l'angolo orientale dell'aldèdove sopra sorgeva la jupa che il capo aveva destinata a Jolanda.

Tese gli orecchi e udì un passo leggiero che ora s'accostavaed ora s'avvicinava.

«La signorina è sopra di me» mormorò. «Aspettiamo.»

Non erano trascorsi dieci minutiquando udì dei passipesantipoi la voce del conte dire:

«Rimanete qui di guardiacapitano.»

«Maledetto briccone!» mormorò Don Raffaele. «Se potessiafferrare quel dannato Valera e tirarlo giùsarei ben contento. Ah!... Èentrato il conte!... Apriamo gli orecchi.»

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Vedendo giungere quegli uomini bianchi e salire senzadiffidenza sulle piattaformeKumaraseguíto dai sotto-capisi era affrettatoad andarli a ricevere.

Appena trovatosi di fronte al conte di Medinanon avevapotuto frenare un grido di stupore ed insieme di gioia.

«Mi riconosci ancoramio bravo caraibo?» chiese ilgovernatore di Maracaybocon un sorriso di contentezza.

«Tu sei il grande uomo bianco che comandava quella bellacittà che io ho visitato due anni or sono e che mi accolse da amico» risposel'indiano.

«Sì» disse il conte «io ero allora governatore di Cumana.Sono lieto che tu abbia serbato buona memoria dell'accoglienza che ti feci inquella città degli uomini bianchi.»

«Tengo ancora i regali che tu mi hai dati. Che cosa possofare ora per te? Sei mio ospite.»

«Fa dare una capanna e dei cibi ai miei uomini che hannofamepoi conducimi al tuo carbè avendo io bisogno di parlarti.»

Il caraibo diede ai suoi sotto-capi alcuni ordinipoirivolgendosi al conte:

«Seguitemigrande uomo bianco» gli disse.

«Venitecapitano» disse il governatorefacendo a Valeraun cenno.

Mentre gli uomini che li avevano accompagnatie che altronon erano che marinai del veliero abbordato da Morganvenivano condotti in unacapanna. Kumara si diresse verso il suo carbèche era assai vastointroducendo il conte ed il capitano in una stanza appartataprospettante lalaguna.

«Siete in casa mia» disseprendendo una zucca piena di casciried empiendo alcuni bicchieri che aveva ricevuto in dono dagli spagnoli diCumana.

«Ascoltami attentamente» disse il conte «e se mi serviraifedelmenteio regalerò a te ed alla tua tribù armivesti e l'acqua chebrucia la gola.»

«Conosco la generosità del grande uomo bianco» risposeKumaramentre i suoi occhi s'accendevano d'una fiamma vivida.

«Stamane io ho veduto passare per il canale sette od ottodelle tue canoee su una vi erano un uomo bianco ed una fanciulla.»

«È vero» rispose l'indiano.

«Sono ancora qui?»

«L'uomo è partito due ore or sono assieme a molti altriuomini bianchi che erano qui giunti con delle zattere.»

Il conte guardò il capitano Valera.

«Che Morgan si sia riunito ai suoi uomini?» chiese.

«Certo» rispose il capitano.

«È il demonio che protegge quell'uomo? Lo credevo annegatoed invece ha ritrovato ancora i suoi maledetti corsari!... Quando finirà la suafortuna?

«SaiKumanadove si sono recati?»

«Lo ignorogrande uomo bianco» rispose il caraibo. «Houdito però parlare di uno di quei grandi canotti che hanno le ali.»

«D'una nave?»

«Sìcosì voi li chiamate.»

«Che qualche legno corsaro abbia approdato su questecoste?» disse il capitano.

«La fanciulla è partita con quell'uomo?»

«Noè qui.»

Il conte aveva fatto un soprassalto.

«Qui!...» esclamò.

«Nella jupa che le lo destinata» disse l'indiano.

«Ecco una fortuna che non speravo!... Che superbarivincita!... Me la ritolga Morganse è capace. Bisognerà che cedala figliadel Corsaro.»

«Adagiosignor conte» disse il capitano. «Morgan puòaver lasciata qui una scorta per proteggerla.»

«Non è rimasto che un uomo solo a guardarla» disse Kumara«e mi sembraanziche sia uno spagnolo.»

«Se cercherà opporre resistenza lo getteremo nella laguna»disse il capitanocon accento risoluto.

«Andiamo a vederla e lasciatemi entrare solo» disse ilconte. «TuKumaraavrai quanto ti ho detto.»

«L'altro uomo bianco nulla mi aveva promesso» pensò ilfurbo indiano. «Serviamo questo.»

Prese il suo arco e le sue freccie e uscì seguíto dai duespagnolifacendo cenno agl'indiani che si trovavano sul suo passaggio diallontanarsi.

Attraversò il villaggio acquatico e si fermò dinanzi alla jupadi Jolandadicendo:

«La bella fanciulla bianca è qui.»

«E l'uomo incaricato di vegliare su di lei?» chiese ilcapitano.

«Sarà andato a procurarsi del casciri» risposel'indiano. «Mi ha già vuotato tre fiaschie del migliorepreparatoappositamente per me.»

«Rimanete qui di guardiacapitano» disse il conte.

Si levò il cappello piumatoed entrò risolutamente nellacapannaaprendo bruscamente la portanon senza chiedere:

«Si può?»

La fanciulla stava in quel momento rassettando la casucciache era ingombra di canestri contenenti delle provviste e di stuoie di nipa.

Udendo quella voce si era vivamente voltatamandando ungrido di sorpresa.

«Voisignore?» chieseinarcando le sopraccigliaefacendo due passi indietromentre le sue gote si scolorivano.

«Mi riconoscetesignora di Ventimiglia?» chiese il contedi Medina con accentò un po' ironicomentre s'inchinava e spazzava il suolocoll'estremità della lunga piuma del suo feltro.

«Non dimentico mai coloro che si sono dichiarati mieinemici» rispose Jolandache si era prontamente rimessa dalla sorpresa.

«Io credosignorache voi abbiate avuto sempre torto aconsiderarmi come vostro nemico» disse il governatore di Maracayboconstudiata cortesia. «Avete mai pensato che io potessi esserein qualche modoun po' vostro parente?»

«Voi!...»

«Vostra madre erase non m'ingannouna duchessa di WanGuld.»

«E cosìsignore?»

«E nelle mie vene» disse il contealzando fieramente ilcapo«scorre pure il sangue dei Wan Guld.»

«Mentite!...»

«Vostra madresignoranacque dalla prima moglie del duca;io sono nato da un'altra donna che fu come seconda moglie del duca di Wan Guld.Quale differenza passa dunque? Ma queste sono cose che non vi riguardano. Sangueducale scorre pure nelle mie vene e basta.»

«Allora dovreste...»

«Proteggerviè verosignora?» chiese il conte con vocebeffarda. «Disgraziatamenteio non sono tale uomo da difendere le persone chesono amiche dei ladri di mare e degli amici di vostro padre.»

Jolanda si era rizzata con una mossa di leonessa feritacolviso rosso di collerala destra tesa.

«Siete venuto qui a offendere la memoria di mio padresignore?» gridò.

«Vostro padre» disse il conte «Chi era? Un filibustieredella Tortueun ladro di mare al pari degli altriinsomma.»

«Signore!... Uscite!...»

«Sìquando avrete firmata la rinuncia dei beni che miopadre il duca di Wan Guld possiede quinelle colonie spagnole dell'Americameridionale e centrale. Un milione di piastre stanno meglio nelle mie tasche chenelle vostre. Void'altrondein Piemonte avete terre e castelli asufficienza.»

«Non firmerò mai quella cartasignore.»

«Mai! Eh viasignoraaltri hanno pronunciata quella parolae poi non sempre l'hanno mantenuta. Non mi conoscete ancora.»

«Sìper un miserabile!» gridò Jolanda.

Il conte di Medina diventò pallido come un cencio lavato.Per un momentola fanciulla lo vide curvarsi come un toro che si prepara agettarsi sul toreadorpoi inchinarsi profondamentedicendo:

«Allorasignorarimarrete mia prigioniera.»

«E non pensate che io sono sotto la protezione deifilibustieri della Tortue?» disse Jolanda.

«Sono ladri di mare!»

«Sono uomini formidabili.»

«Disgraziatamente per voi torneranno troppo tardi.» Poi convoce recisadisse:

«Firmate?»

«No.»

«Badate!....

«Delle minaccie a me!... Nonon firmerò mai poiché ho lacertezza che in seguito non potrei riacquistare la mia libertà!»

Una fiamma sinistra era balenata negli occhi del conte.

«Devo vendicare mio padre!...» gridò. «Mi aveteindovinato!... Vi spezzerò in due!... A mecapitano!»

Valerache stava presso la porta e che tutto aveva uditocon un salto si slanciò nella capannadicendo:

«Eccomisignor conte.»

«Impadronitevi di questa fanciulla.»

Jolanda aveva fatto altri due passi indietrocercandoqualche arma. Il capitanoche aveva forse indovinata la sua intenzionein unbaleno le fu addossoafferrandola attraverso la vita.

La fanciulla mandò un grido:

«Aiutocaraibi!...»

Kumara era diventato peròalmeno in quel momentocompletamente sordo. Pensava alle armialle vesti e all'acqua che rode la goladel grande uomo bianco e credette opportuno di non muoversi.

«Firmate ora?» chiese il conte.

«No... mai!...» rispose Jolandache si dibattevadisperatamente fra le braccia del capitano.

Il conte uscì dalla jupa.

«Hai una canoa pronta?» chiese a Kumara.

«Ne ho più di cinquanta» rispose l'indiano.

«Chiama i miei uomini e falli salire sulla più grossa. Ioti aspetto a Cumana per consegnarti i regali che ti ho promesso.»

«Tu sei generosogrande uomo bianco» rispose l'indiano.«Ed io stesso ti condurrò a Cumana. Prima di questa sera noi vi saremo.»

«E prima di mezzanotte noi salperemo per la Costarica e dilà passeremo a Panamaè vero capitano?» disse il conte. «Vedremo se Morgansarà capace di venire fin là a prenderla. Là abbiamo truppe e cannoni incosì grande numero da tener fronte ad un'armata. Signora» disse poi. «Viprego di seguirci.»

«E dovesignore?» chiese la fanciulla.

«Lo saprete più tardi.»

«E se mi rifiutassi?»

«Mi vedrei costrettocon mio grande rincrescimentoadimpiegare la forza.»

«Lasciate almeno che scriva un biglietto per il capitanoMorgan» disse Jolanda. «Io ho contratto degli obblighi verso di lui.»

«Non acconsentirò mai. Sbrigatevisignoranon abbiamotempo da perdere.»

«Siete dei miserabili!» gridò Jolandacon supremodisprezzo.

Il conte impallidì sotto quell'oltraggiopoi riprese subitoil suo sangue freddo.

«Le offese d'una donna non si lavano col sangue» disse.«Basta: venite o chiamo i miei uomini.»

«Non voglio che i vostri sgherri mi tocchino. Vi seguo; ilcapitano Morgan saprà raggiungervi e vendicarmi.»

«Vedremo» rispose il contecon un sorriso ironico.

Le offerse il braccioche ella sdegnosamente respinse euscirono dalla jupa.

Un gran canotto montato dagli spagnolida sei indiani e daKumarali attendeva dinanzi all'ultima piattaforma.

Don Raffaeleche temeva di essere scortosi lasciò caderenel fondo della sua imbarcazione.

Vide scendere prima il capitanopoi Jolandaquindi ilconte; poi il gran canotto prese rapidamente il largo dirigendosi versosettentrione.

«La conducono a Panama» mormorò il brav'uomoasciugandosila fronte. «La signora di Ventimiglia è perduta; i corsari mai riusciranno adespugnare quella grande cittàche è così lontana.

«Orsùandiamo a dare la triste notizia al signor Morgan.»

Passò sotto le piattaforme remando con gran lena e sidiresse là dove aveva veduto sbarcare i corsariprendendo terra sul marginedella immensa foresta.

 

 

Capitolo ventottesimo

 

La corvetta spagnola

 

Mentre il conte di Medinacon un colpo fortunatos'impadroniva della figlia del Corsaro NeroMorgan alla testa dei suoi fidicorsarisi recava in cerca della nave spagnola che era approdata sulle costevenezuelane e che gli era necessaria per fare ritorno alla Tortue. Non avevafatto ancora il suo piano d'attaccotuttavia era più che certo cheprima cheil sole cadessein un modo o nell'altroavrebbe avuto in suo potere il legnospagnolo.

Pierre le Picard si era messo a capo della comitivaavendorilevato approssimativamente il luogo dove la nave aveva gettate le àncore. Conuna marcia rapidissimatre ore dopo giungevano sulla riva del mareall'estremità d'una insenatura assai profondadove il legnosia per fareprovvista di acqua o per riparare delle avarieaveva cercato un momentaneorifugio.

I corsari si fermarono sotto una folta boscaglialasciandoche solo i due capi si spingessero fino sulla spiaggiaper timore di venirescoperti e di mandare a male l'impresa.

La nave che era penetrata nel golfoera una magnificacorvetta armata da guerra.

«Che cosa ne diciMorgan?» chiese Pierre le Picardche siera coricato presso al filibustiere.

«La nave è grossa e probabilmente avrà un bel numero diartiglierie e un equipaggio numeroso» rispose Morgan. «Eppure non dispero disorprenderla col favore delle tenebre.

«Quel vascello ci è assolutamente necessario per ritornarealla Tortue. Chi oserebbein questa stagioneche è quella dei tremendi razzidi maretentare la traversata su dei canotti indianicolla signora diVentimiglia?»

«Hai ragioneMorgan. Ah!... Ecco una combinazionefortunata.»

«Che cos'haiPierre?»

«Non vedi gli spagnoli calare in acqua delle scialuppecariche di barili?»

«Ebbene?»

«Scendono a terra.»

«Pierre» disse Morganalzandosi «credo di aver un belcolpo da tentare.»

«Quale?...»

«Lascia pensare a me. Raggiungiamo i nostri uomini senzaperdere tempo. Ti prometto che prima di sera la corvetta sarà nostra. Andiamoad imboscarci.»

«Che cosa vuoi tentare?»

«Lo vedrai fra poco.»

L'equipaggio aveva calato in acqua due grosse scialuppe eduna baleniera e vi avevano preso posto trenta o trentacinque uominituttiarmati di archibugi e di scuri.

I due filibustieriche si tenevano coricati dietro unamacchia di passifloreattesero che le scialuppe si dirigessero verso la costapoi si alzarono e raggiunsero frettolosamente i loro compagni.

«Preparate le armi» disse loro Morgan. «Abbiamo dasorprendere le scialuppe che stanno per toccare la costa.» Poivolgendosiverso Pierregli parlò sottovoce.

«Farò come vorrai» disse il luogotenentedopo d'averloascoltato senza interromperlo. «La tua mente è sempre ricca d'espedienti. Micrederanno poi?»

«Tu parli lo spagnolo benissimo e non dubiteranno dinulla.»

«Dove mi aspetterete?»

«Quiin mezzo a questi alberi. È necessario che gli uominirimasti a bordo non si accorgano dell'imboscata o leveranno le àncore eprenderanno il largo.»

«Bada che i nostri uomini non fucilino anche me.»

«Al primo colpo d'arma da fuoco gettati a terra.»

Pierre le Picard si levò la giacca ed i calzoninonconservando che le mutande che strappò qua e làgettò via anche gli stivalie la spadaraccolse un grosso ramo e s'allontanòdicendo:

«Se mi ucciderannomi vendicherete.»

«Saremo pronti ad impedire loro d'impiccarti» risposeMorgan.

Mentre i filibustieri si gettavano a terranascondendosidietro le macchiePierre le Picard si era messo risolutamente in camminoavanzandosi attraverso la foresta che era foltissima.

Si orientava in modo da poter giungere sulla spiaggia dovegli spagnoli dovevano aver preso terra.

Camminava da dieci minutiquando udì dei colpi sonoriecheggiare a breve distanza. Pareva che degli uomini abbattessero delle piante.

Pierre alzò gli occhi e vide che si trovava in mezzo di unavasta macchia di palmizi caraibici.

«Cercano i cavoli palmisti» disse. «Che siano a corto diviveri o che abbiano degli uomini colpiti dallo scorbuto a bordo? Animoebadiamo di non raccontare delle sciocchezze.»

S'appoggiò al bastonedandosi l'aria d'un uomo sfinito dauna lunga marcia e si avanzò attraverso gli alberidirigendosi là doverisuonavano i colpi di scure.

Aveva attraversato un folto gruppo di simarubaquando udìuna voce esclamare:

«Toh!... Un selvaggio!...»

Quattro marinai stavano intorno ad un cavolo palmistooccupati ad abbatterlo. Vedendo comparire Pierreavevano deposte le scuri eraccolti precipitosamente i loro archibugi.

«Non fate fuocoragazzi» disse il filibustierein linguaspagnola. «Io non sono un selvaggio.»

«È veroè un uomo bianco» disse uno dei quattroabbassando l'archibugio. «Da dove venitevoi?»

«Sono un povero naufrago» disse Pierreavanzandosi«evostro compatriota.»

I quattro marinaipienamente rassicuratilo avevanocircondatoguardandolo con curiosità mista a compassione.

«Povero uomo» disse il più vecchio dei quattro. «È moltotempo che errate in questa foresta?»

«Tre settimane» rispose Pierre.

«Si è sfasciata la vostra nave?»

«Completamente e senza poter salvare nulla.»

«Come si chiamava?»

«La Pinta

«Ed i vostri compagni si sono tutti annegati?»

«La maggior partesì.»

«Non siete dunque solo?»

«Ci siamo salvati in sette.»

«Dove sono gli altri?»

«In una capanna che abbiamo costruita poco lungi da qui esono tutti così sfiniti dalla fame che non possono nemmeno camminare.»

«Eppure abbondano i cavoli palmisti qui» osservò un altro.

«Non abbiamo nemmeno una scure per abbatterli.»

«Non vi lascieremo morire d'inedia» rispose il primo.«Aspettate che vada ad avvertire l'ufficiale e voicameratidate a questopovero uomo un po' di biscotto ed un sorso d'aguardientese ne aveteancora nelle fiaschette.»

Pierre le Picardche recitava a meraviglia la parteinsegnatagli da Morganaveva appena stritolati due biscotti e bevuto un po' diacquavitequando vide tornare il marinaio accompagnato da un luogotenente e dauna trentina di marinai.

«Dove sono i vostri compagni?» chiese l'ufficiale alfilibustiereche si era subito alzato. «Il mio marinaio Pedro mi ha raccontatoche voi non siete solo.»

«È verosignore» rispose Pierre le Picard «e non sonomolto lontani.»

«Avete incontrati degl'indiani in questa foresta?»

«Non ne abbiamo vedutosignore.»

«La vostra nave si chiamava?»

«La Pinta

«Ed apparteneva?»

«Al dipartimento marittimo di Uraba. Nel Darien.»

«Sìsignore.»

«È vivo il capitano?»

«È morto nel naufragio.»

«Conducetemi dai vostri compagni. La nostra nave èabbastanza grossa per poter imbarcare otto o dieci uomini.»

«Graziesignore» rispose Pierre le Picardcon sottileironia. «Voi siete troppo buono. Se non vi rincresceseguitemi.»

«Avanti» disse l'ufficiale volgendosi verso i suoi uomini.

Il drappello si dispose su una doppia fila e seguì ilfilibustiere che si era accompagnato al luogotenente.

Attraversarono un lembo della forestaprocedendo con unacerta precauzionepoi ad un tratto Pierre le Picard finse d'inciampare in unalianalasciandosi cadere come corpo morto.

Quasi nel medesimo istante si udì la voce di Morgan gridare:

«Fuoco!...»

Una terribile scarica era partita in mezzo ai cespugligettando a terra una decina di spagnolipoi i filibustieri si erano slanciatifuori colle sciabole d'abbordaggio in manogridando:

«Arrendetevi!...»

Lo stupore dei sopravvissuti era stato taleche non avevanonemmeno pensato di reagire. D'altrondeil numero dei nemici era così superioreda togliere loro ogni desiderio di tentare la resistenza.

Solo il luogotenente estrasse rapidamente la spada e siavanzò contro Morgan che era dinanzi a tuttigridando:

«Chi siete voi che assassinate degli uomini bianchi al paridi voi?»

«Siamo dei nemici ben più formidabili degl'indiani»rispose il filibustiereche aveva pure messo mano alla spada. Volete sapere chisiamo? Filibustieri della Tortue. Gettate le armi ed arrendetevi.»

Udendo quelle paroleil luogotenente fece un gesto distupore.

«Voifilibustieri della Tortue!...» esclamò

«Vi arrendete sì o no? Noi non abbiamo tempo da perdere.»

L'ufficiale esitavapoi vedendo che i suoi uomini lasciavanocadere gli archibuginon sentendosi il coraggio di dare battaglia ad una cosìgrossa partita di nemici tanto temutiruppe la spadagettando i due pezzi inun cespuglio.

«Cedo alla forza» dissefacendo un gesto di rabbia.«Fucilatecise lo credete.»

«Sono abituato a rispettare il valore sfortunato» risposeMorgan. «Voi avrete salva la vitave ne dò la mia parola.»

Quindivolgendosi verso i suoi uomini che tenevano i fuciliimbracciatipronti a far fuocodisse:

«Legate questi Signori.»

Mentre eseguivano i suoi ordinimosse incontro a Pierre lePicard che rideva a crepapellesempre sdraiato fra le folte erbe.

«GraziePierre» gli disse. «Tu mi dai in mano quellanave.»

«Non l'abbiamo ancora presa» rispose il luogotenentesempre ridendo.

«Non dubito dell'esito finale» rispose Morgan. «Mancanodue sole ore al tramonto e questa sera non si alzerà la luna.

«Una sorpresa la si può tentare.»

«E non s'inquieterannoquelli rimasti a bordonon vedendoritornare i loro compagni?»

Morganinvece di risponderechiamò sette od otto corsaripoi disse a Pierre le Picard:

«Conducimi là dove sono le scialuppe.»

«Non siamo lontani più di un chilometro.»

«In marciadunque.»

Il drappello partì di buon passomentre i filibustieririmasti legavano agli albericon delle robuste lianei prigionieri spagnoli.

Dieci minuti dopoMorganPierre ed i loro uomini giungevanopresso la riva del mare. Si nascosero in mezzo alle piantepoi il capitanoordinò di fare una scarica in aria.

Un istante dopo i cannoni della corvetta tuonavano con unrimbombo assordante.

«Credono di spaventare dei selvaggi» disse Morgan. «Certosuppongono che i loro camerati siano stati sorpresi da qualche banda di caraibi.

«Inoltratevi nel bosco e continuate a sparareallontanandovi dalla spiaggia più che potete; e noiPierresorvegliamo lanave.»

I corsari partirono di corsasparando di tratto in tratto edirigendosi verso il centro della boscaglia per far credere che inseguissero iselvaggi.

«Vedi che non si muovono?» disse Morgandopo alcuniminuti. «Udendo i colpi d'archibugio sempre meno distintiil comandante nondubiterà che i suoi uomini siano vincitori.»

«Sei un demoniotu» disse Pierre le Picard.

«Cerco d'ingannarli» rispose Morgan«e vedrai che noi ciriusciremo.»

Gli uomini rimasti a bordo non si erano mossi. D'altrondemancavano di scialuppenon vedendosi sospesa alla grue che una piccola jolaappena capace di contenere tre o quattro persone.

Quando il sole scomparvefecero tuonare nuovamente i cannonidel cassero per chiamare gli uomini rimasti a terrapoi accesero i due grandifanali di poppa.

«È il momento d'agire» disse Morgan. «Va' a radunare inostri corsari e conducili qui senza ritardo.»

«Devo lasciare delle sentinelle a guardia dei prigionieri?»

«Basteranno quattro» rispose Morgan. «AffrettatiPierresono impaziente d'impadronirmi della nave.»

Il luogotenente partì di corsa. Un quarto d'ora dopo icorsari si trovavano radunati sulla spiaggiapronti ad imbarcarsi.

«Pierre» disse Morgan «tu che parli lo spagnolo meglio diqualunque altro dei nostridà la voce a quelli di bordo.»

Il luogotenente gridò con quanto fiato aveva:

«Ohècamerati!...»

Dalla corretta si udì un uomo rispondere tosto:

«Siete voi?»

«Sì.»

«Tutti?»

«Tutti.»

«Imbarca e tornate a bordo. Ed i selvaggi?»

«Sono in fuga.»

«Bene: a bordo.»

«Salite nelle scialuppe e non parlate» comandò Morgan.«Sono carichi i vostri archibugi?»

«Sìcapitano» risposero i corsari.

«Appena saremo sulla tolda del legno date dentro senzamisericordia.»

I cinquantasei uomini s'imbarcarono in silenzio nellescialuppe.

Morgan aveva preso posto nella più grossache era montatada diciotto corsari; Pierre nella baleniera; gli altri si erano stipati nellaterza.

Staccatesi dalla spiaggiale tre imbarcazioni si diresserovelocemente verso la corvettain modo d'abbordarla da due lati.

La scialuppa di Morgan fu la prima a giungere sotto la scaladi babordo che era rimasta abbassata.

Il filibustiere impugnò le armi e salì in frettaseguítodai suoi diciotto uomini.

Appena giunto in copertavedendo avvicinarsi alcuni marinaiscaricò contro di essi i due colpi della sua pistolache furono subitoseguìti da una scarica d'archibugi e dalle grida:

«Arrendetevi ai filibustieri o siete morti!...»

Gli uomini di guardiaspaventatipresi da un improvvisopanico e vedendo cadere parecchi di lorosi erano dati alla fuga verso lacamera di proraprecipitandosi all'impazzata giù per la scala.

«Occupate il quadro e fate fuoco su chi tenta diuscire!...» gridò Morgan.

Le altre due scialuppe avevano intanto abbordato il legno atribordo e gli equipaggi erano saliti frettolosamentemandando clamori feroci.

Pierre le Picard fece subito occupare il cassero ed ilcastellodove si trovavano alcuni pezzi di cannone e collocare un fortedrappello dinanzi alla camera comune di prora.

Nelle batterie del frapponte si udivano i marinai spagnoli acorrere e urlare: «Tradimento!... Tradimento!....

Morgan fece accendere quante lanterne poté trovarepoiordinò di aprire il boccaporto.

Gli spagnolicompresi gli ufficialiavevano disertate lecabine del quadro e la camera comunerifugiandosi nel frappontedove forsepensavano di opporre qualche resistenza.

Morgan si curvò sull'orlo del boccaportogridando:«Arrendetevi: la nave ormai è in nostra mano.»

Due o tre colpi di fucilesparati a casacciofurono larisposta.

«Vi prometto salva la vita» ripeté Morgan.

«Fuoco su quei ladri di mare!...» comandò una vocechedoveva essere quella del capitano.

Morgan si ritirò prontamentementre il frappontes'illuminava di lampi. Gli spagnoliinvece di arrendersirispondevanovigorosamente.

«Vi snideremo egualmente» disse Morgan. «Pierre...»

«Eccomi» rispose il filibustiereaccorrendo.

«Guarda se nella camera comune o nel quadro vi è qualchecassa di granate.»

«Vuoi bombardare gli spagnoli?»

«Non ho alcun desiderio di salpare le àncore con tantepersone a bordo che potrebbero giuocarmi qualche brutto tiro.»

«Saranno poi un centinaio?»

«Andiamo a vedere» disse Pierre. «Anche gli spagnoliconoscono le granate e ne fanno uso.»

Pochi minuti doop Pierre tornòseguíto da otto marinai cheportavano con precauzione due casse pesantissime.

«Ve ne sono qui tante bombeda far saltare la nave» dissefacendole deporre dinanzi a Morgan.

Mentre i corsari svitavano le casse colle dovute precauzionigli spagnoli non avevano cessato di fare fuoco verso il boccaportomassacrandole manovre dell'albero maestro e facendo cadere un gran numero di cordami. Eranoperò polvere e palle sprecatepoiché i corsari si guardavano bene di esporsia quelle scariche che si succedevano con una frequenza furiosa.

Ad ogni intimazione di arrendersi quei valorosiignari delgrave pericolo che li minacciavarispondevano con colpi di archibugio e coninsolenzepromettendo che avrebbero fatto saltare la Santa Barbara piuttosto dilasciarsi prendere.

Morgansicuro di tenerlinon si preoccupava però gran che.Prese una granataaccese tranquillamente la miccia e la scagliò nel frapponte.Lo scoppio fu seguíto da urla terribili e da passi precipitosi.

Gli spagnoliche non s'aspettavano di certo quella sorpresasi erano ritirati verso le estremità delle corsìe per mettersi al coperto daiframmenti delle granate e continuare a tenere testa.

I filibustierifuriosi per quella inaspettata resistenzaavevano cominciato a lanciare i proiettili in tutte le direzioniper impedireai loro avversari di organizzare la difesa.

Già una ventina di granate erano cadute nel frappontequandofra i lampi dei colpi d'archibugiosi vide un uomo avanzarsi sotto ilboccaporto e lo si udì gridare:

«Basta!... Ci arrendiamose ci promettete salva la vita.»

«Sia!...» rispose Morgan. «Salite a due a due dal quadrodi poppa.»

«Giurate che ci risparmierete.»

«Morgan non ha che una parola.»

Un grido di stupore e di spavento era echeggiato nelfrapponte della corvetta: «Morgan!... Il famoso filibustiere!...»

Poi la voce che poco prima aveva comandato il fuocodisse:

«Siete voi veramente Morganil vincitore di Portobello?»

«Sìio sono Morgan il filibustiere» rispose il corsaro.

«Allora mi arrendo.»

«Uscite dal quadro a due a dueo noi continueremo ascagliare bombe finché sarete tutti distrutti.»

Nel frapponte si udirono dei bisbiglipoi dei passiaffrettatiquindi un fragore sordo come di fucili che vengono lasciati cadereal suolo.

Morgan aveva fatto radunare una ventina dei suoi uominidinanzi alla scala del quadrocogli archibugi spianati.

Poco dopo un uomo comparve tenendo in mano una spada.

«Dov'è il signor Morgan?» chiese.

«Eccomi» rispose il filibustiere avanzandosi e puntandosullo spagnolo la pistola.

«Ecco la mia spada. Io sono il comandante della corvetta.»

«Conservate la vostra arma» disse il filibustiere. «Voisiete un coraggioso.»

«Graziesignore» rispose lo spagnoloringuainandola.«Ditemi però che cosa farete di me e dei miei uomini.»

«Vi sbarcheremo senza fare né a voiné a loro alcun male.A me basta avere la nave che ormai mi appartiene per diritto di conquista.»

«Voi avete ragionesignoredal momento che noi non siamostati capaci di difenderla. Non sperate tuttavia di sbarcarmi vivo.»

Nel medesimo istantecon un gesto fulmineoil valorosocomandante si puntava una pistola alla frontebruciandosi le cervella e cadendoesanime ai piedi di Morgan.

«Ecco un uomo che poteva rivaleggiare col nostro coraggio»disse il filibustiereprofondamente impressionato. «Presentate le armi alvalore sfortunato.»

Mentre i corsarinon meno commossiobbedivanoaltriufficiali e marinai si presentavano all'uscita del quadro.

Morgan li fece condurre nelle scialuppesotto buona scortaordinando di tradurli a terra.

Dieci minuti dopo sulla corvetta non rimaneva più deglispagnoli che il cadavere del comandantecoperto dal grande stendardo di Spagnaammainato appositamente dal corno dell'artimone.

 

 

Capitolo Ventinovesimo

 

Un'impresa pericolosa

 

Dopo tante disgraziate vicendela fortuna aveva finalmentearriso a quel pugno di valorosi.

La naveche con tanta astuzia ed audacia avevano conquistatae senza subire perdita alcunanon valeva certo la fregata che li avevaaffrontati dinanzi al forte della Barra di Maracayboera però infinitamentemigliore di quella montata dal conte di Medina che avevano abbordata colrottame.

Si trattava d'un solido velieroalto di pontearmato didodici pezzi di grosso calibro e quasi nuovo. Doveva aver fatto parte di qualchesquadra incaricata di scortare qualche convoglio di navi mercantili od i famosigaleonirecanti in Europa l'oro estratto dalle ricche miniere del Perù e delMessico.

Probabilmente qualche colpo di vento lo aveva separato dalgrossocostringendolo a cercar rifugio sulle coste venezuelane.

Morgan e Pierre le Picardaccertatisi che la corvettacontrariamente a quanto avevano suppostoera anche sufficientemente fornita diviverideliberarono di richiamare senza ritardo gli uomini che avevano lasciatia terra a guardia dei primi prigionieri e di muovere verso il villaggio deicaraibi per imbarcare la signora di Ventimiglia.

«Tu» che hai percorso quel canale comunicante colla lagunacredi che troveremo acqua sufficiente per inoltrarci fino all'aldè diKumara?»

«Sìil canale è profondo quanto basta» aveva rispostoPierre.

«Fa dunque ritirare i nostri uomini e portare ai prigionierialcuni moschetti e dei viverionde non muoiano di fame in mezzo alla foresta.»

Pierre le Picard stava per obbedirequandoverso la costasi udì la voce di Carmaux che gridava:

«Signor Morgan!... Signor Morgan!... Mandate subito unascialuppa!... Presto!... Presto!...»

«Che cosa vuole quel brav'uomo?» si chiese il filibustiereil quale provò nondimeno un sussulto.

«Otto uomini nella baleniera!...» comando Pierre. Lascialuppa che non era stata innalzata sui paranchipartì quasi subito montatada otto corsaridirigendosi frettolosamente là dove Carmaux continuava agridare:

«Prestocamerati!... Più presto!...»

La baleniera toccò la spiaggiapoi tornò con rapiditàfulminea verso la navecoll'equipaggio aumentato di due uomini.

«Uno è Carmaux di certo» disse Pierreche si eracollocato dietro Morgan. «Chi può essere l'altro?»

Morgan non aveva risposto. Curvo sulla scalaguardavaattentamente l'uomo che sedeva presso Carmauxtentando di ravvisarlo.

Quando la baleniera giunse presso la corvettaun grido didoloroso stupore sfuggì dalle labbra del filibustiere:

«Don Raffaele!...»

«Il piantatore!...» esclamò Pierre. «Per quale motivo halasciato l'aldè dei caraibi?»

Morgan era impallido. Presentiva già una disgrazia.

Il piantatorequantunque fosse rotondo come una botte epesante come un piccolo ippopotamosaliva in frettaspinto da Carmaux.

«Signor Morgan...» grido con voce affannosa... «l'hannorapita... i birbanti...»

«Chi?» urlò il filibustiereafferrandolo per un braccio escuotendolo violentemente.

«Lui... il conte... ci ha sorpresi ed ha condotta via lasignora di Ventimiglia.»

Morgan mandò un urlo come di belva ferita e aveva fatto duepassi indietroportandosi una mano sul cuore. Quell'uomoordinariamente cosìcalmo e freddoera in quel momento così trasfigurato da un dolore intensochei suoi uominiaccorsi subito alla notizia che don Raffaele era tornatonefurono profondamente commossi.

«Udiamo» disse Pierre le Picard. «Spiegatevi megliodonRaffaele.»

Il piantatore narrò meglio che poté quanto era avvenuto nell'aldèdei caraibi dopo la loro partenzae riferì il colloquio che aveva udito fra ilconte di Medinail capitano Valera e la signora di Ventimiglia.

«A Panama!... La conducono a Panama!...» gridò Morganfacendo un gesto di disperazione.

Poicompletamente accasciato da quella notiziasi eraappoggiato contro la muratatergendosi nervosamente il sudore freddo che glibagnava la fronte.

«Tu l'amiè vero?» gli sussurrò Pierreavvicinandoglisi.

«Sì» rispose il filibustiere.

«Me n'ero accorto. Che cosa dobbiamo fare per strapparlaun'altra volta dalle mani di quel maledetto conte? Tu sai come noi tutti tiamiamo e di che cosa siamo capaci. Speri di poter raggiungere la nave prima chetocchi i porti dell'America Centrale?»

«È quello che tenteremo» rispose Morganche riacquistavaa poco a poco la sua energia.

«Don Raffaele» disse Pierre. «Siete mai stato a Panama?»

«Vi sono natosignore» rispose il piantatore.

«Allora conoscete il passo dello Chagres?»

«È il solo che conduce a Panama.»

«Vi è una guarnigione colà?»

«Sìe ce n'è una nell'isola di Santa Caterinaabbastanzanumerosa... masignoreiodicendovi ciòtradisco la mia patria.»

«Anche senza le vostre spiegazioni nessuno ci tratterrebbe.«ComandaMorgan. Dove dobbiamo andareinnanzi tutto?» chiese Pierre

«A bruciare il villaggio dei traditori» rispose Morgan.«Guai se Kumara cadrà nelle mie mani.»

«A quest'orasignoreegli è a Cumana ed il conte saràsalpato per l'America Centrale» disse don Raffaele.

«Ritengo inutile perdere del tempo prezioso» disse Pierre.«Veleggiamo senza ritardo verso la Tortue e là vedremo cosa dovremo fare.

«Non ci mancano né uomininé navi.»

Morgan trasse in disparte il suo luogotenentedicendogli:

«Giuro su Dio che se non raggiungeremo il conte prima chesbarchi a Chagresio vi condurrò sotto le mura di Panama.»

«Tu mediti una simile impresa!...» esclamò Pierre. «Comevorresti attraversare l'istmo ed espugnare una così grande cittàla piùpopolosa e la meglio fortificata di tutte quelle che posseggono in America glispagnoli?»

«Eppure mi sento l'animo di condurre a buon fine una simileimpresache renderebbe maggiormente temuta la filibusteria» disse Morgan.

«Alla Tortue non mancano uomini audacipronti a qualsiasicimento e quanto alle navioggi ve ne sono in abbondanza nella nostra isola.Che mi diano mille corsari ed io li condurrò a vedere la regina dell'OceanoPacifico e darò loro milioni e milioni di piastre.»

«Sarebbe meglio per noi poter mettere le nostre zampe sulconteprima che sbarchi sulle coste dell'istmo!» disse Pierre le Picard. «Sesi potesse sapere quale rotta terràsarebbe una gran bella cosa.»

«Ed in quale modo?»

«Dove supponi che si sia recato colla signora diVentimiglia?»

«L'avrà condotta nel porto più prossimo.»

«A Cumanaallorache è vicino. Se potessimo mandare làqualcuno ad informarsi qualcuno dei nostri…»

«L'idea non mi dispiace. Uomini di fegato ne abiamo finchévogliamo. Ah!...»

«Che cosa vuoi?»

«Don Raffaele che può esserci ancora molto utile.»

Si guardò intorno e scorgendo sul cassero il piantatore chechiacchierava con Carmaux e coll'amburgheselo raggiunsechiedendogli:

«Aveva cavalli il conte di Medina?»

«Nessunosignore.»

«Dove si è diretto?»

«A Cumanache è la città più vicina e dove troverà naviin abbondanzaessendo quel porto assai frequentato.»

«Conoscete qualcuno laggiù?»

«Sìun notaio che anni orsono abitava in Maracaybo e cheè un po' mio parente.»

«Vorreste recarvi colà assieme a due dei miei uomini?»

«Correrei il rischio di farmi impiccare come traditore.»

«La vostra vita mi appartiene e ve l'ho risparmiata già unpaio di volte.»

«Riflettetesignoree non dimenticate che io sono unospagnolo.»

«Che sarebbe ben lieto però di vendicarsi del capitanoValera.»

«Non lo nego» rispose don Raffaele; «ed è appunto delcapitano che io ho paura. Se è ancora a Cumana potrebbe riconoscermi e farmistringere il collo con una buona cravatta.»

«Vi trasformeremo in modo da rendervi irriconoscibilese lodesideratee poi non vi obbligo a mostrarvi al vostro nemico. Non vi chiedoaltro che di condurre due dei nostri in quella città e di farli ospitare nellacasa del vostro amico. Non desidero altro da voi.»

«Non mi comprometteranno i vostri uomini?»

«Non vi daranno alcun fastidio e vi lasceranno liberodopoche li avrete condotti da quel notaio. Accettate?»

«Farò quello che vorrete» rispose don Raffaelecon unsospiro.

«Seguitemi nel quadro e tuPierreprepara tutto perchéall'alba la nave possa salpare senza ritardi.»

Mentre stava per scendere nel quadro assieme allo spagnoloCarmaux e Wan Stiller s'accostarono a Pierreche si preparava a mandare a terradelle scialuppeonde far ritornare gli uomini rimasti a guardia deiprigionieri.

«Si parte dunquesignor Pierre?» chiese Carmaux.

«È vero che si va a Panama?»

«Sembra» rispose il filibustiere.

«Benone» disse il francese. «Speriamo questa volta ditorcere il collo a quel furfante di conte. Amico Stillerandiamo a dormire.»

Invece però di ritirarsi nella camera comunesi cacciaronosotto il castello di prora che era ingombro di vele e di cordami e trassero daun bugliolo due bottiglie polverose che guardarono amorosamente.

«Beviamocompare» disse Carmaux «e scacciamo un po' ilmalumore. Devono contenere dello Xeres eccellenteavendole prese nella dispensadel capitano spagnolo.» Baciò il collo della bottigliapoi: «Tuoni diBrest!... Perdere ancora la signora di Ventimigliaquando era ormainostra!...» esclamò.

«La riprenderemocompare.»

«E quando?»

«Il capitano Morgan è un uomo capace di andare anche aPanama.»

«Un'impresa che nessun filibustiere ha mai sognato ditentare.»

«La tenterà lui. Bevicompare.»

«Corpo...»

Carmaux si alzò bruscamente alzatovedendo un'ombracomparire sotto il castello.

«Il capitano!...» aveva esclamatocercando di nasconderele bottiglie.

«Continua pure a bereCarmaux» disse Morganpoiché eralui in persona. «Intantorispondi.»

«Se posso offrirvisignor Morgan» disse il franceseconaria imbarazzata.

«Più tardi. Ho altro da fare per il momento.»

«Voi sapetecapitano Morganche noi siamo i pezzi vecchidella filibusteriasempre pronti a qualunque sbaraglio.»

«È perciò che ho pensato a voiche siete stati i piùfedeli marinai del Corsaro Nero.»

«Avete qualche missione da affidarcicapitano Morgan?»chiese Wan Stiller.

«Voi conoscete Chagres?»

«Ci siamo statianni or sonocoll'Olonese» risposeCarmaux. «Brutta borgata dove si beve male e si mangia peggio.»

«Hai conoscenze laggiù?»

«Sìsignor Morganun taverniere basco che mi ha fattoassaggiare del Malaga che poi non ho più bevuto in vita mia.»

«Fidato?»

«Eh!... Un basco non è né spagnoloné francesesta fragli uni e gli altria seconda che gli conviene. Si chiamava... aspettatecapitano.»

«Ribach» disse Wan Stiller.

«SìRibach» ripeté Carmaux.

«Dovrete andarlo a trovarementre io alla Tortueorganizzerò una poderosa spedizione per attraversare lo stretto e piombare suPanama» disse Morgan.

Carmaux aveva fatto un soprassalto.

«Milioni di cannoni!...» esclamò.

«Io non so ancora se sarà necessario spingersi cosìlontano ed affrontare i gravi pericoli che presenterà tale impresa. Se però tue Pierre le Picard giungerete troppo tardi a Chagres per arrestare il conte diMedinanoi marceremo su Panamaparola di Morgan. Sono risoluto tentare tuttopur di riavere la contessa di Ventimigliadovessi dare fondo a tutte le miericchezze.

«Ho già preso gli accordi opportuni con Pierre le Picardperché mi preceda a Chagres assieme a voi e ad un buon numero di filibustieri.Vi domando ora di rendermi un servizio urgente.»

«Lo somiei bravi» rispose Morgan. «Siete mai stati aCumana?»

«Maisignore.»

«Vorrei mandarvi colà assieme a don Raffaele.»

«Ci andremo» risposero Carmaux e l'amburghese ad una voce.

«Sapete come gli spagnoli trattano i filibustieri che cadononelle loro mani.»

«Nessuno ignora che tengono sempre in serbo un bel numero dicravatte di canapa per noi» disse Carmaux ridendo. «Ce ne guarderemosignorMorgannon datevene pensiero. Diteci invece che cosa dobbiamo fare a Cumana.»

«Informarvi della rotta che terrà il conte di Medinadellanave che avrà noleggiata e della sua esatta destinazione.»

«Volete possibilmente assalirlo prima che sbarchinell'America Centrale?»

«Sìse farò in tempo» rispose Morgan.

«Come andremo a Cumana? A piedi?»

«Colla baleniera che Pierre sta già fornendo di vele e direti.»

«Fingeremo di essere dunque dei pescatori?»

«Sìcacciati dalla tempesta sulle coste venezuelane. Ioverrò ad incrociare fra due giorni dinanzi a quella baia per raccogliervi e nonpartirò senza avere vostre notizie. Ho fatto collocare nella scialuppa deirazziche voi accenderete su qualche punto della costa. Noi saremo pronti adaccorrere.»

«Va benesignor Morgan» risposero i due corsari.

«La baleniera è già in acqua.»

Carmaux e Wan Stiller vuotarono i bicchieripoi si alzaronofrettolosamentescomparendo nella camera comune di prora.

 

 

Capitolo trentesimo

 

Il notaio di Maracaybo

 

Non era ancora trascorsa mezz'oraquando Carmauxl'amburghese e don Raffaele scendevano la scala di tribordosotto cuiondeggiava una svelta baleniera fornita di due piccole vele e d'un fiocco.

Morgan li aspettava sulla piccola piattaforma inferioreperdare loro le ultime istruzioni.

I due filibustieri e lo spagnolo indossavano dei vestiti dapescatoridi grosso panno azzurrocon larga fascia di lana rossa e berretto ditela cerata. Inoltre don Raffaeleper rendersi meno riconoscibilesi eratagliato i baffi e le lunghe basette.

«Ricordatevi del segnale e usate le maggiori cautele» disseloro Morgan. «Io incrocerò solo di nottecominciando da domani sera e digiorno mi celerò in fondo al golfo di Cariacoche è lungo e sicurissimo.Avete tre razzi di diverso colore e voi sapete che cosa significano.»

«Il verdeaspettateci in mareil rossomandate unascialuppal'azzurro fuggite» rispose Carmaux. «Addiosignor Morgane se glispagnoli ci impiccano vi auguro fortuna a Panama.»

«Siete troppo prudenti e troppo astuti per lasciarviprendere» rispose il filibustiere.

Strinse loro la mano e risalì in copertamentre Carmauxprendeva la barra del timone e l'amburghese e lo spagnolo si collocavano aprora.

«Lascia» disse il francese.

L'amburghese sciolse la corda e la baleniera prese il largofilando rapidamente verso oriente.

La nave di Morgan rimase all'ancoraggionon avendo premuradi mostrarsi nelle acque di Cumanache potevano essere battute da navi daguerraavendone gli spagnoli in quasi tutti i portiprincipali.

«Andiamo a meraviglia» disse l'amburghese fregandosi lemani. «Mare calmo e vento in poppa. Quando potremo giungeredon Raffaele?»

«Non prima di domani sera» rispose il piantatore.

«Così lontani siamo dunque da quel porto?» chiese Carmaux.

«Lo suppongo e poi è meglio per voi e anche per megiungervi a notte inoltrata.»

«Siete già stato a Cumana?»

«Conosco tutte le città del Venezuela» rispose ilpiantatore.

«E chi è quel vostro amicodi cui mi ha parlato ilcapitano?» riprese Carmaux.

«Un notaioche un tempo abitava a Maracaybo.»

I due filibustieri si guardaronofacendo un gesto disorpresa.

«Aspettatedon Raffaele» disse l'amburghese. «Quel vostroamicovent'anni or sonoesercitava a Maracaybo?»

«Sì.»

«Un giorno la sua casa fu distrutta dal fuocoè vero?»

Don Raffaele lanciò uno sguardo interrogatore sui duefilibustierii quali risposero con una risata clamorosa.

«Lo conoscete forse?» chiese il piantatoreconinquietudine.

«Perbacco!... È un nostro carissimo amico!...» risposeCarmauxche schiattava dalle risa. «Che bottiglie deliziose aveva quelbriccone!... Ah!... Ah!... Il notaio di Maracaybo!...»

Il piantatore si era fatto oscuro in visomentre i duefilibustieri non cessavano di ridere.

«Don Raffaele» disse finalmente Carmaux «vi ricordereteforse di quel tragico e comico episodio che ha privato quel povero notaio dellasua casa. I vostri compatrioti ci avevano assediati in quella bicocca assieme alCorsaro Nero.»

«Che aveva fatti prigionieri il notaio ed anche un certoconte di Lermaun valoroso e cavalleresco gentiluomo» aggiunse l'amburghese.

«Sìme lo ricordo» disse don Raffaele. «Voi eravatefuggiti sul tetto dopo aver fatto saltare la casa di quel povero uomo.»

«Per scendere poi nel giardino d'un conte o marcheseMoralesscappando così ai vostri compatrioti» disse Carmaux.

«Eravate voi quei demoni che per ventiquattro o trenta oreteneste testa ad una o due compagnie di archibugieri?»

«Sìdon Raffaele.»

«Eccomi in un bell'imbarazzo. Se il notaio viriconoscesse?»

«Sono passati vent'anninon sarà quindi facile che ricordiancora i nostri volti» disse l'amburghese.

«Non commettete imprudenze almeno.»

«Saremo tranquilli come due agnellini» promise Carmaux.

Una viva ondulazioneche fece rollare la balenieraliavvertì che si trovavano presso delle scogliere.

«Sono le isole di Pirita» disse don Raffaeleprevenendo ladomanda che stava per rivolgergli Carmaux. «Stringete verso la costa.»

Carmaux vedendo delinearsi verso il settentrione delle isolespinse la scialuppa verso la costadove il mare appariva sgombro di scogliere.

All'albaavvistavano una grossa borgata annidata in fondo aduna vasta insenatura e dove si scorgevano le alberature di non poche navi.

«Barcellona» disse il piantatore. «Siamo già a buon puntoe giungeremo a Cumana prima che il sole tramonti. D'ora innanzi non parlate chelo spagnolo e se qualche nave ci accostalasciate che risponda io.»

«Vi avvertoperòdon Raffaeleche noi vi sorveglieremorigorosamente. Per il vostro bene siate leale».

«Vi ho dato prove sufficienti della mia lealtàsignorCarmaux» rispose il piantatore.

Verso le sei della sera la balenierache aveva avuto quasisempre il vento favorevolesi trovava dinanzi a Cumanache in quel tempo erauna delle città più ricche e più popolose della Venezuela e che era anche bendifesatrovandosi a non molte centinaia di miglia dalla Tortue.

Appunto in quel momento entravano in rada parecchie barche dipescatorimontate per la maggior parte da indiani.

Carmaux spinse dietro di esse la scialuppaonde passareinosservato fra due grosse caravelle che stazionavano presso l'entrata dellarada.

«Non credevo di passarla così liscia» disse Carmauxdirigendo la scialuppa verso la gettata più prossima. Dove abita il notaio?»

«Non siamo lontani; aspettate che il sole sia tramontato.Sta già per scomparire.»

Carmaux fece calare le vele latine e servendosi solamente delfioccoapprodò dinanzi ad un vecchio fortino caduto in rovina.

«Ecco un bel luogo per fare il segnale a Morgan» disseguardando le muraglie che ancora rimanevano in piedi.

Legarono la scialuppamisero in ordine le retiarrotolaronole velepoi si nascosero sotto le fascia di lana un paio di pistole ognuno eduna di quelle navaje cheapertediventano lunghe come spade.

«Possiamo andare» disse Carmaux a don Raffaele. «Non ci sivede più.»

«Mi promettete di non commettere violenze?» chiese ilpiantatore.

«Non siamo così sciocchi» rispose l'amburghese.

«Allora seguitemi.»

«Adagiodon Raffaele. Sarà ancora vivo il notaio?»

«Sei mesi fa non era ancora morto.»

«Deve essere assai vecchio.»

«Sessant'anni. Andiamo.»

Si orientò per qualche istantesi diresse verso una viuzzache passava in mezzo a dei giardini tenuti con gran curapoi imboccò una largastrada fiancheggiata da belle case a due pianitutte in pietra ed illuminata daqualche lampada fumosa.

Dopo un centinaio di metris'arrestò dinanzi ad unaabitazione piuttosto vecchiaun po' più alta delle altree sormontata da unaterrazza coperta di piante.

«Aspettatemi qui» disse. «Vado ad annunciare la vostravisita.»

«Fate pure» rispose Carmaux.

Don Raffaele lasciò cadere il pesante martello di ferrosospeso alla porta eappena questa s'aprìentrò in un andito buioscomparendo agli sguardi dei due filibustieri.

«Sei tranquillo?» chiese Carmaux all'amburghese.

«Non diffido di quel brav'uomo. Sa che noi siamo capaci difargli passare un brutto quarto d'ora.»

Poco dopo il piantatore ricomparve sulla soglia del portone epareva che non fosse di cattivo umore.

«Possiamo dunque entrare?» chiese Carmaux.

«Sì» rispose il piantatore. «Il notaio vi accordaospitalità e vi offre anche una cena.»

«È la perla dei notai!...» esclamò l'amburghese.

«Lo dicevo io che era un uomo eccellente.»

«Seguitemi» disse don Raffaele.

I due filibustieri entrarono in un androne malamenteilluminato da una fumosa lampada ad olio e vennero introdotti in un salotto apianterrenomodestamente ammobiliatodove si trovava una tavola coperta ditondi su uno dei quali faceva bella mostra un'anitra assai grassa.

Il notaio si era già seduto al desco e pareva che sipreparasse a cenaresenza attendere gli ospiti.

Era un uomo sulla sessantinamolto magro e molto rugosod'aspetto bonario. Vedendo entrare i due filibustieri li guardò quasisospettosamentepoisenza nemmeno salutarlifece loro cenno di accomodarsialla tavoladicendo:

«Se credetetenetemi compagnia.»

Carmaux e l'amburghese si scambiarono uno sguardo e fecerouna smorfia che indicava un certo malcontento.

Non s'aspettavano un'accoglienza così freddané una cenacosì magratuttavia Carmaux rispose:

«Graziesignorequesto invito giunge in buon punto poichésiamo affamatianzi tremendamente affamati.»

«E molto assetati anche» aggiunse Wan Stiller.

«Ah!...» fece il notaio.

Tagliò l'anitra e ne offerse a tuttima non fece aggiungerenulla.

«Quest'uomo è diventato estremamente avaro» pensavaCarmaux. «Non è più quello che ci ha ospitati a Maracaybo. È vero che alloraaveva le nostre spade alla gola. Le bottiglie le tirerà fuori: a questo cipenso io.»

Quand'ebbero finitoil notaioche durante il pasto nonaveva più aperto boccalimitandosi a guardare di tratto in tratto i duefilibustieriandò a prendere una fiasca di vino e riempì i bicchieridicendo:

«Bevete pure. Poi mi direte chi siete voi e che cosadesiderate da me.»

«Signor notaio» disse Carmaux «se don Raffaele non vi haancora detto chi noi siamovi dirò allora io che siamo due personaggi inmissionemandati qui dal signor Presidente dell'Udienza Reale di Panamaperavere informazioni precise sul signor conte di Medinadi cui non si hanno piùnotizie dopo la sua fuga da Maracaybo.»

«Dovevate rivolgervi al governatore di Cumana.»

«Non abbiamo creduto di farlosignor notaioper certimotivi che non vi possoalmeno per oraesporre. È vero che il conte è giuntoqui?»

«Sì» rispose il notaio. «È arrivato improvvisamenteconuna piccola scorta ed una fanciulla.»

«Ed è già ripartito?» chiese Carmaux con ansietà.

«A mezzodì.»

«Per dove?»

«Per Chagresmi hanno detto.»

«Allora si reca a Panama?»

«Lo credo.»

«Su quale nave si è imbarcato?»

«Sull'Andalusa

«Vascello da guerra?»

«Una corvetta di ventiquattro cannoni» disse il notaio.

Carmaux fece imprudentemente un gesto di furore. Il notaioche da qualche po' l'osservava attentamentealzò vivamente la testae chiese:

«Quale interesse ha il signor Presidente dell'Udienza Realedi Panama di conoscere queste cose? Sarei curioso di saperlomio carosignore.»

«Lo ignoro» rispose prontamente il francese.

«Ah!...» fece il notaio. Poidopo qualche istante disilenzio e guardando fisso fisso Carmauxgli chiese a bruciapelo:

«Siete mai stato a Maracaybomolti anni or sono?»

Il filibustiere per poco non fece un soprassaltopoirispose:

«Una sola voltasignoredue mesi or sono. Perché mi fatequesta domanda?»

«Che volete? Mi pare di aver già udito la vostra voce.»

«Forse vi confondete con un altrosignore.»

«Ne sono convinto» disse il notaio con un certo tono cheturbò i due filibustieri. «E poi è passato tanto tempo che posso essermiingannato. Viveva allora ancora il terribile Corsaro Nero.»

«L'avete conosciuto voi?» chiese Carmauxper meglioingannarlo.

«Sìper mia disgrazia e vi ho perduta una casa per colpasuauna bella casa che fu distrutta dal fuoco.»

«Mi avete già raccontata quell'avventura» disse donRaffaele.

«Era insieme a due corsari e ad un negro gigantesco»proseguì il notaio«ed avevano avuta la malaugurata idea di rifugiarsi nellamia casa.»

«E non vi hanno ucciso?» chiese l'amburghesechetratteneva a stento le risa.

«Nosi accontentarono di vuotarmi mezza cantina.»

«Che paura però dovete aver provata» disse Carmaux.

«Non avevo più sangue nelle vene.»

«Sfido iogodeva una fama terribileil Corsaro Nero.»

«E poicome vi dissiera insieme a due dei suoi...Oh!...»

«Che cosa avete signore?» chiese Carmaux.

«Il caso è stranissimo!...»

«Quale?»

Il notaio non rispose. Guardava attentamente l'amburgheseilquale dal canto suo raggrinzava il volto per dargli un'altra espressione.

«La mia memoria deve essersi indebolita» disse finalmenteil notaio. «Non mi ricordo più come io sia riuscito a salvarmi quando la casaardeva.»

«Sarete saltato dalla finestra» disse Carmauxchecominciava però a sudar freddo.

«È probabile. Signoriè tardi ed ho l'abitudine dialzarmi presto. Don Raffaeleconducete questi signori nella stanza che ho loroassegnata. Ci rivedremo domani a colazionesignori.»

Il piantatore accese una candela e fece segno ai duefilibustieri di seguirli.

«Buona nottesignoree grazie della vostra corteseospitalità» disse Carmauxinchinandosi dinanzi al notaio.

Il piantatoreche doveva conoscere la casafece percorrereai due filibustieri un lungo corridoiopoi li introdusse in una stanzapiuttosto vasta e ammobiliata con un certo sfarzo.

Appena la porta fu chiusadue imprecazioni sfuggirono aCarmaux.

«Il vecchio ci ha riconosciutiè vero compare?» chieseWan Stiller.

«Ne ho quasi la certezzae faremo bene a filare questanotte stessa. Che ne pensate voidon Raffaele?»

«Lasciate che vada ad interrogare il notaio. Se correretequalche pericolo verrò subito ad avvertirvi.»

«O ci farete invece arrestare?» chiese Carmaux.

«Noperché intendo di seguirvi.»

«Voi!...» esclamarono ad una voce i due filibustieri.

«Voi andate a Panamaè vero?»

«Certo.»

«Verrò anch'io: voglio vendicarmi di quell'odiatocapitano.»

Appena lo spagnolo fu uscitoCarmaux aprì una delle duefinestre e guardò al di fuori.

«Mette su un'ortaglia» disse a Wan Stiller «e non vi sonoche due metri d'altezza. Un piccolo saltocompareche anche don Raffaele puòtentaresenza pericolo di rompersi le gambe.»

«Che sia già giunto Morgan?» chiese l'amburghese.

«Col vento che ha soffiato quest'oggi non sarà rimastodietro di noi. Vedrai che risponderà subito al nostro segnale.»

«Taci: ecco don Raffaele che ritorna.»

Il piantatore un momento dopo entrava precipitosamente nellastanza.

«Fuggiamo subito» disse.

«Che c'è?» chiesero ad una voce i due filibustieri.

«Il notaio vi ha riconosciuti.»

«Per le sabbie d'Olonnecome diceva Pietro l'Olonese»rispose Carmaux. «Che memoria ha quel diavolo d'uomo per ricordarsi ancora dinoi dopo diciott'anni!»

«Vi dico di fuggire e senza perdere tempo» ripeté donRaffaele. «È già andato ad avvertire le guardie.»

«Allora» disse l'amburghese «non abbiamo altro da fare chequesto.»

Salì sul davanzale e saltò nel giardinomassacrando unasplendida aiuola di rose.

Carmaux lo aveva subito imitatodicendo al piantatore: «Secredetefate come facciamo noi.»

E per poco non era caduto addosso all'amburghese.

Don Raffaelemisurata l'altezzaa sua volta si era lasciatoandare.

«Come le lepriora» disse Carmaux. «Dritti allabaleniera.»

In un baleno attraversarono l'ortaglia che non era moltovastasfondarono una siepe di cactus e si slanciarono su una viuzza deserta.

«Don Raffaele» disse Carmaux «guidateci fino allagettata.»

Malgrado la rotondità del suo ventreil piantatore si eramesso a correre come se avesse già le guardie alla calcagna.

In meno di cinque minuti giunsero sulla gettatadovetrovarono ancora la baleniera semi-arenata sotto il fortino in rovina.

«Il segnale» disse Carmaux.

Prese un razzos'arrampicò su un bastione diroccato el'accesementre Wan Stiller alzava le due vele della baleniera e don Raffaelespiegava il fiocco.

Il razzo era appena scoppiato in aria che al largoverso ilnordsi scorse una striscia di fuoco fendere le tenebrequindi dileguarsi.

«È Morgan!...» gridò Carmauximbarcandosiprecipitosamente.

«Al largocompare!...»

Si erano allontanati da soli dieci minutiquando udirono unavoce gridare:

«Eccoli!... Fuoco!...»

Quattro o cinque colpi d'archibugio rimbombarono verso laspiaggia.

«Buona notte!...» gridò Carmaux. «Fila verso la bocca delportoamburghese!...»

Essendo il vento notturno piuttosto frescola baleniera siallontanò rapidamentementre sulla gettata rimbombavano altri spari.

Con due bordate la scialuppa giunse all'imboccatura del portoe uscì in mare.

Una massa nera passava in quel momentoa meno di trecentometridinanzi al porto.

«A noiFratelli della Costa!...» urlò Carmaux. «Ci dannola caccia!...»

La nave virò quasi sul postomettendosi attraverso ilventomentre un'altra voce rispondeva:

«A bordoCarmaux.»

Con una bordata la scialuppa giunse sotto la navepresso lascala che era stata subito abbassata.

Due paranchi furono calati per issarlamentre Carmauxl'amburghese ed il piantatore si slanciavano su pei gradini.

Un uomo li aspettava: era Morgan.

«Dunque?» chiese.

«Partitosignore» rispose Carmaux.

«Quando?»

«Stamane.»

«Per dove?»

«Per Chagres.»

«Sta bene» rispose Morgan. «Andremo a prenderlo aPanama.»

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Quattro giorni dopo la corvetta di Morgan faceva la suaentrata nella piccola baia della Tortue.

Era quell'isola il covo dei famosi filibustieri del Golfo delMessicoche avevano giurata una guerra spietata agli spagnoli per vendicare lainumana distruzione degl'indiani compiuta dai primi conquistadoresopiuttosto per alleggerire gli spagnoli di una parte delle immense ricchezze chetraevano dalo sfruttamento delle loro colonie.

Il ritorno improvviso di Morganche tutti avevano credutomortoprodusse un'emozione straordinaria fra tutti i corsariche tenevano ingrande stima l'antico luogotenente del Corsaro Neroper il suo coraggio e perle sue audaci imprese.

Le notizie della presa di Maracaybodella liberazione dellasignora di Ventimigliadel sacco di Gibraltar e della distruzione della flottaspagnola erano già giunte alla Tortueportate dai compagni di Morgan i qualipiù fortunati del loro capoerano riusciti a porsi in salvo assieme allericchezze predate.

La scomparsa della fregata predata all'ammiragliosullaquale Morgan si era imbarcato con la signora di Ventimigliaaveva dato luogo agravi timorie molti capi della filibusteria avevano finito per ammettere chetutti dovevano esser morti annegati nel mar dei Caraibi.

Perciò il ritorno quindi dell'audace corsaroche contava ungran numero di amici e di ammiratoriera stato salutato con grande gioia.

La nave si era appena ancorata fra i velieri corsari cheingombravano la piccola baiache già i più famosi scorridori del mare sitrovavano a bordo.

C'era Brodelyche più tardi doveva rendersi famoso nellapresa del castello di S. Felipegiudicato la più formidabile fortezza deglispagnoli; SharpHarrisSawkinstre uomini terribilile cui imprese dovevanofar meravigliare il mondo; Watlingil saccheggiatore delle coste peruviane;MontaubanMichel ed altri allora poco notima che dovevano diventare a lorovolta famosi.

Nell'apprendere che la signora di Ventimiglia era stataripresa e condotta a Panamaun urlo di furore scoppiò fra quegli uominiformidabili e in tutti i cervelli si affacciò l'idea di tentare la grandeimpresa ideata da Morgan.

Quella grande cittàemporio delle ricchezze del Perù e delMessicoaveva già da tempo risvegliato la cupidigia dei filibustieri. Tuttaviala distanza e le difficoltà che potevano incontrare nella traversatadell'Istmoche a quel tempo non era tagliato da nessun canale ed era per essiterreno completamente sconosciutopiù che le forze imponenti che potevanoopporre loro gli spagnolili avevano fino allora trattenuti.

Udendo Morgan fare la proposta di tentare la grande impresanessuno sollevò alcuna obbiezione.

«Là» aveva detto il filibustiere«oltre liberare lasignora di Ventimigliache si è messa sotto la protezione delle nostre spadetroverete tesori tali da diventare tutti ricchi.»

Un'ora dopo la spedizione veniva decisa dai più celebri epiù audaci capi della Tortue.

 

 

XXXI

 

Nell'America Centrale

 

Lo stesso giornola Vasquez - tale era il nome dellacorvetta spagnola predata da Morgan sulle coste venezuelane - spiegava le veleper l'America Centralecol grande stendardo di Spagna sciolto sull'artimone.

Era comandata da Pierre le Picard e montata da ottantauominiscelti fra coloro che parlavano correntemente il castigliano e cheindossavano i vistosi costumi usati in quell'epoca dagli spagnoli delle colonieamericane.

Carmaux e Wan Stilleri due inseparabiline facevano partecol grado di mastri d'equipaggioessendo i soli che conoscevano la piccolaborgata di Chagres e che potevano dare preziose informazioni e più preziosiconsigli.

La Vasquez doveva costituire l'avanguardia dellaspedizioneancorarsi nella piccola baia e assicurarsiinnanzi tuttose ilconte di Medina aveva già iniziata la traversata dell'Istmo per raggiungerePanama edin caso contrariodoveva abbordare la sua nave e riprendergli lasignora di Ventimiglia.

Morgancome grande ammiraglio della squadra filibustierache doveva essere numerosissima per poter tener testa alle grosse navi spagnolesi era fermato alla Tortueonde preparare ogni cosa e assicurare il buon esitodella grande ed audacissima impresa.

Scarseggiando però in quell'epoca i viveri alla Tortuesubito dopo la partenza della corvettaegli mandò quattro a farne provvistanei porti spagnoli più viciniaffidandone il comando a Brodelyche godevafama d'uomo arditissimo.

La Vasquezspinta da buon ventomise la prora versoil sud-ovestfrettolosa di avvistare le coste dell'istmo di Panama.

Era una buonissima velieratant'è che al mattino del quintogiornoil suo equipaggio già salutava con gioia l'alta vetta del CastelloChico e le cime accidentate della Sierra di Veraguavisibili in mare a grandedistanza.

Pierre le Picard fece chiamare in coperta Carmaux e WanStilleri quali in tutto quel tempo non avevano fatto altro che giuocare eberesenza affatto curarsi del regolamento che proibiva il giuoco a bordo dellenavi filibustiere in spedizione guerresca.

«Alla ribollaamico Carmaux» gli disse Pierre. «Spetta ate condurre in porto la corvetta.»

«Signor Pierre» rispose il francese«preparate intantovoi la farsa. Che non manchino né i pifferiné i tamburi per salutare ilfortino. Del resto rispondo io. Vienicomparee apri bene gli occhi edimentica la tua lingua.»

La Vasquezche aveva il vento in poppapuntò versouna piccola insenatura che s'apriva sulla costaormai perfettamente visibile.

Era quella di Chagres. Il suo villaggioche in quei tempiaveva molta importanzapassando per di là la via che conduceva alla reginadell'Oceano Pacificoa poco a poco cominciava a delinearsicol suo fortino ele sue casette a un solo pianosormontate da belle terrazze coperte di fiori.

Carmauxchecome dicemmovi era già stato molti anniprimacon due bordate sorpassò felicemente la punta meridionale che difendevala rada dai forti venti del nord-est e spinse innanzi la corvettafacendolaancorare fra due vecchie navi in demolizione.

Udendo tuonare i cannoni di bordo e vedendo sventolaresull'artimone il vessillo spagnolotutta la popolazionecomposta di due o trecentinaia di anime e di due compagnie di soldatis'era affollata sullaspiaggiamentre il forte restituiva il saluto.

Ad un cenno di Pierrei pifferi ed i tamburi avevanointuonata una marcia spagnolacon un accordo passabilmente discreto.

Le àncore erano appena affondatequando una scialuppa sistaccò dalla spiaggia. Era montata dalle due maggiori autorità della borgata:l'alcalde ed il comandante della guarnigione e da una mezza dozzina dibarcaiuoli.

«Signor Pierre» disse Carmauxche aveva indossata unadivisa fiammante e che si era cinto un lungo spadone. «Badate all'inglese!...Se vi sfugge una parola guasterete la faccenda.»

«Non temere» rispose il corsaroche s'era avanzato finosul pianerottolo della scala per ricevere le autorità. «Da questo momento iosono don Juan Perredocavaliere dell'ordine di Sant'Jago...»

L'alcalde ed il comandante della guarnigione stavanoallora salendo la scala. Il primo era un uomo sulla cinquantinarotondo quasicome don Raffaele; l'altro invece aveva l'aspetto d'un vero uomo di guerra emalgrado fosse più vecchio del primos'avanzava impettito tenendo fieramenteil pugno sul fianco.

«Don Juan Perredocavaliere di Sant'Jagocomandante della Vasquezha il piacere di salutarvi» disse Pierrestringendo la mano prima all'alcaldepoi al comandante. «Eravate già stati avvertiti del mio arrivo?»

«Nocapitano» rispose l'alcaldeche sbuffavaancora per la faticosa ascensione. «Anzi siamo rimasti assai stupiti di vedergiungere questa nave e per poco non la credemmo montata da quei diavoli di mareche si chiamano filibustieri.»

«Come!...» esclamò Pierrefingendo abilmente un gesto distupore. «Il conte di Medina non vi aveva annunciato il mio arrivo?»

«Il signor governatore di Maracaybo è giunto qui ierimattina ed è partito subito per Panamasenza annunciarvi. Aveva molta frettail signor conte.»

«Non comprendo come non mi abbia atteso» disse Pierre lePicardfingendosi assai contrariato da quella risposta.

«Dovevate scortarlo fino a Panamacapitano?» chiese ilcomandante.

«Sì» rispose il filibustiere.

«Gli ho dato io una buona scortacomposta di uomini fidatie valorosi.»

«Aveva con sé una fanciulla?» chiese Pierre.

«Sì» rispose l'alcalde «una giovane e bellissimasignorina.»

«Quanto si è fermato qui?»

«Appena una mezz'orail tempo sufficiente per provvedersidi cavalcature.»

«E la nave che lo ha condotto è ripartita pure?»

«Credo che sia andata a Costarica.»

«Forse il conte mi farà pervenire i suoi ordini» dissePierre.

«Vi fermate qui?» chiese l'alcalde.

«Ho l'ordine di non rimettermi alla vela.»

«In che cosa possiamo esservi intanto utili?»

«Mettete qualche casa a nostra disposizione e forniteci diviveri freschi.»

«Il palazzo del governatore è pronto ad ospitare voi ed ivostri ufficialisignor capitano.»

«Arrivedercisignorie grazie» rispose Pierrefacendo ungesto di congedo.

I due rappresentanti le autorità della borgatacomprendendoche il colloquio era finitoridiscesero nella scialuppa e tornarono a terra.

«Non abbiamo fortunaCarmaux» disse Pierrequando furonosoli.

«È quello che dicevo poco fa a Wan Stiller» rispose ilfrancese«Il conte non sarà andato molto lontano però.»

«Se ci provassimo ad inseguirlo?»

«Era venuta anche a me l'ideama ho udito a parlare delcastello di S. Felipe che chiude la via e sotto a cui non si passa se non si haun ordine dal Presidente dell'Udienza di Panama. Se non fosse lontano!... Eh!...Bisognerebbe informarci. Lo chiederò al bascose non sarà morto. Sono diecianni che non vengo più qui.»

«Un tavernieremi hai detto.»

«Sìsignor Pierre.»

«Tu sei amico di tutti i tavernieri del mondo.»

«Mi ci trovo bene fra le botti» rispose Carmauxridendo.«Volete che vada a cercarlo?»

«Ti do carta liberapurché sii prudente.»

«Oh!... Non uscirà dalla mia bocca una parola che non siaspagnola. Compare Stillerandiamo.»

Le scialuppe erano già state messe in acqua. I dueinseparabili si munirono di un paio di pistole e si fecero condurre a terrasbarcando un po' lontano dalle prime case.

«Orientiamoci» disse Carmaux all'amburghese. «In diecianni questa borgata è cambiata.»

Due o tre viuzze strette e fangose si offrivano dinanzi aloro. Scelsero la più vicina e s'avanzarono strascinando rumorosamente i lorospadoni.

Gli abitanti che incontravanoriconoscendoli per marinaidella corvettafacevano loro buon visoinvitandoli ad entrare nelle case abere una tazza di cioccolatabevanda allora assai in uso nelle colonie spagnoled'Americaessendo il caffè ancora sconosciuto.

Chiedendo ora all'unoora all'altrodopo un buon quartod'orai due corsari si trovarono finalmente dinanzi ad una tavernaccia dimeschina apparenzasulla cui soglia stava un ometto magro come un'aringa edalla pelle un po' olivastra.

«Che il diavolo mi impicchi se costui non è il basco»disse Carmaux. «Non è molto invecchiato l'amico.»

«Con quelle bottiglie!» esclamò Wan Stiller. «In cantinanon s'invecchia maicompare.»

S'accostarono all'ometto che li guardava curiosamentefacendo una serie d'inchini e lo spinsero nella tavernachiedendogli:

«Non si riconoscono più gli amici?»

Il basco aveva fatto un soprassalto.

«Misericordia!... I filibustieri!...» esclamò.

«Silenzio o ti taglio la linguaamico» disse Carmaux.«Noi non siamo più coi ladri di mare. Siamo arruolati sotto le bandiere dellagrande Spagna e ti assicuro che non ci troviamo male.»

«Avete lasciato Laurent? Eravate con luidieci anni orsonoquando veniste qui a saccheggiare la borgata.»

«Ma non la tua cantinache noi proteggemmo contro larapacità dei nostri camerati.»

«Non mi sono mai scordato di quella vostra buona azione.»

«Veniamo a farci pagare quel debito di riconoscenza» disseWan Stiller.

«La mia cantina come la mia borsa è a vostra disposizione»disse l'omettocon voce grave. «Non vi ho mai dimenticati.»

«Porta dunque da bere per ora e non spaventarti» disseCarmaux. «Non siamo venuti né per prenderti la borsané per asciugare le tuebotti.»

Non aveva ancora terminato di parlareche già il taverniereera scomparso per tornare poco dopo con due polverose bottiglie che promettevanodi essere delle migliori.

«Basco» disse Carmauxdopo d'aver assaggiato il vino. «Tuhai una cantina degna d'un re. Scommetterei che il grande Carlo Vse fosseancora vivonon sdegnerebbe di trincare con noi.»

«Ho altre bottiglie come questa; bevete senza darvipensiero.»

«Possiamo fidarci di te?»

«Senza di voisarei stato rovinato completamente daicorsari del signor Laurentve lo dissi già.»

«Hai vedutotula nave che è entrata in porto ierimattina?»

«Ero sulla gettata quando affondò le àncore.»

«Ne è disceso un signoreaccompagnato da una fanciullaèvero?»

«Mi hanno detto che era il conte di Medinagovernatore diMaracaybo.»

«Ed è partito subito per Panama?»

«Circa mezz'ora dopo.»

«Il signor conte ci deveuna grossa sommache non siamostati fin'ora capaci di riavere e vorremmo raggiungerlo al più presto con unmanipolo dei nostri camerati che hanno anche essi dei conti da saldare con quelpezzo grosso sìma pessimo pagatore. Dove credi che si trovi a quest'ora?»

«Non troppo vicino di certo. Ha fatto requisire i miglioricavalli e deve aver oltrepassato anche il castello di S. Felipe.»

«L'oltrepasseremo anche noi; è lontano?»

«Tre sole leghema senza un lascia-passare il comandantenon vi permetterebbe di proseguire. L'avete voi?»

«Vedremo di procurarcelo.»

«Uhm!» fece il tavernierescuotendo il capo.

«Che cos'è quel castello?»

«Un forte piantato sulla cima d'una rupeche domina la viache conduce nella valle del Chagres.»

«Credi che sia impossibile passarvi sotto senza venirescorti?»

«Di notte il passo è chiuso e guardato da sentinelle.»

«Affare perduto» disse poi. «Il conte non ci pagheràpiù. Brutto spilorcioderubare così degli onesti marinai. Se potessi mettereil piede in Panama! A propositoconosci quella cittàtu?»

«Vi sono stato l'anno scorso.»

«È vero che gli spagnoli l'hanno fortificataformidabilmente?»

«È tutta cintataha torri e artiglierie in gran numero esi dice che non vi siano mai meno di ottomila uomini di guarnigione.»

«Mi piacerebbe visitarla» disse Carmaux. «Bah!... saràper un'altra volta. Bevicompare Stiller.»

Vuotarono coscienziosamente le bottigliepoi se ne tornaronolentamente a bordonon poco malcontenti della magra riuscita della loromissione.

Erano appena saliti sulla corvetta ed avevano informatoPierre le Picard di quanto avevano appreso dal bascoquando una scialuppamontata da un ufficiale e da parecchi remigantiabbordò il legnofermandosipresso la scala.

«Qualche notizia sul conte?» si chiese Pierre le Picardmuovendo incontro all'ufficialeche teneva in mano una lettera:

«Salitesignore.»

«Da parte dell'alcaldecapitano» disse il messomettendo piede sulla tolda.

La lettera conteneva un invito per gli ufficiali della nave epei marinaiad un fandango notturnoonde festeggiare il loro arrivo.

«In mancanza di altrodivertiamoci» mormorò ilfilibustiere. «Non avremo nulla da fare fino all'arrivo della squadra.»

Quindialzando la vocedisse all'ufficiale che aspettavauna risposta:

«Dite all'alcalde che noi siamo riconoscenti diquesto invito e che lo accettiamo con piacere.»

«Conducete il maggior numero possibile di marinaisignore»disse il messo.

«Non lascerò a bordo che gli uomini puramente necessari.»

«Sono cortesi questi abitanti» dissevolgendosi versoCarmauxquando l'ufficiale ridiscese nella scialuppa. «Se sapessero che razzadi spagnoli siamo noi!... EhiCarmauxhai il viso oscuro?»

«Non ho mai avuto gran fiducia negli inviti degli spagnoli»rispose finalmente il francese.

«Che cosa temi? Oh!... giàpreferiresti cacciarti inqualche cantina. Anche al fandango il buon vino non mancheràvecchiomio.»

Carmaux non risposema scosse ripetutamente il capo.

 

 

Capitolo trentaduesimo

 

Una festa finita male

 

Appena tramontato il soleuna diecina d'imbarcazioni montatedagli ufficiali della guarnigione spagnola e dai notabili della borgataabbordarono la corvetta per fare scorta d'onore all'equipaggio.

Pierre le Picardvolendo mostrarsi sensibile a quelladimostrazione di simpatia verso gli uomini di maree non avendo d'altrondenulla da temereaveva scelti sessanta marinaistimando sufficienti gli altriventi per la guardia della nave. Per precauzione aveva ordinato a tutti di nonsepararsi né dalla spadané dalla pistola.

L'alcalde era salito a bordoseguíto da una diecinadi barcaiuoli muniti di canestri contenenti tortillas - specie difocaccie dolci - e bottiglie destinate agli uomini che dovevano rimanere sullacorvettaonde avessero la loro parte.

«Vi aspettiamosignor capitano» disse inchinandosi.

Le scialuppe della corvettamunite di fanali e di torceerano già state calate in acqua. I sessanta corsariche avevano indossati perla circostanza i più vistosi costumiad un comando dei mastri lasciarono lanave e la piccola flottiglia si diresse verso la gettata ingombra di gente cheapplaudiva calorosamente i baldi giovani della flotta spagnola.

Tutti i corsariche non dubitavano di nullaeranoallegrissimi ed entusiasti di quelle accoglienze alle quali non erano certoabituati nelle colonie spagnoledove invece di applausi ricevevano ferro epiombo e granate. Solo Carmauxcontrariamente al solitopareva preoccupato eborbottava.

«Ehicompare» disse l'amburgheseche gli camminava alfianco «Che cosa mastichi? Tabacco o parole?»

«Io non so per quale motivocompare amburgheseho questasera dei brutti presentimenti.»

«Che cosa temi? Siamo in buon numero innanzi tutto e nessunodubita che noi non siamo dei bravi marinai spagnoli.»

«Spero d'ingannarmi» rispose Carmaux.

La festa era stata allestita nel palazzo del governounamassiccia costruzione a due pianicon solide inferriate alle finestre ed ilportone laminato in ferrodovendo talvolta quegli edifici servire anche dafortezza.

Le ampie sale erano state splendidamente illuminate ebrulicavano di borghesidi ufficiali e anche di fanciulle.

I corsariaccolti da evviva entusiastici e dal suono d'unamezza dozzina di chitarresi dispersero per le saledove altri chitarristiintuonavano già chi il bolerochi il fandangodue ballabiliassai in voga in quell'epoca.

Carmaux e Wan Stillerche preferivano le bottiglie a quellaginnastica indiavolatasi spinsero subito in un angolo della sala maggioredove c'erano dei tavoli forniti di fiaschi di mezcal e di vini di Spagna.

«Lasciamo che si divertano i giovani» aveva detto Carmaux.«E noi invece apriamo gli occhi.»

La festa prometteva di riuscire brillantissima. Nuoviarrivati giungevano ad ogni istante e fanciulleborghesiufficiali e soldatiandavano a gara per colmare di cortesie i corsari.

Soprattutto l'alcalde ed il comandante dellaguarnigione si facevano in quattro per mostrarsi gentilissimi con tuttioltreche con Pierre le Picard. Si erano perfino degnati di dare due vigorose strettedi mano a Carmaux ed a Wan Stillerindicando loro i fiaschi contenenti il vinomigliore.

Alla mezzanotte la festa era al colmo e l'allegria regnavasovrana. Già Carmaux cominciava a rassicurarsiquando ad un tratto udì versoun angolo della sala un gridopoi vide due uomini aprirsi violentemente ilpasso fra le coppie danzanti e uscire.

Il francese si era alzò precipitosamente.

«VieniWan Stiller!...» esclamò.

«Che cosa ti pigliacompare?» chiese l'amburghese.

«Vieniti dico» ripeté Carmaux.

L'amburghesecolpito dall'accento di Carmaux e anche dallasua agitazionesi alzò borbottando:

«Peccato lasciare lì questo Porto.»

Carmaux aveva fatto rapidamente il giro della salacercandocogli sguardi Pierre le Picard. Vedendolo chiacchierare tranquillamente coll'alcaldeuscì sperando di raggiungere i due uomini che avevano mandato quel grido.

La folla che ingombrava le sale vicine era d'altronde tantada non permettergli di avanzare in fretta.

«Che cos'hai dunque?» gli chiese Wan Stillerche lo avevafinalmente raggiuntobarcollando sulle malferme gambe.

Carmauxinvece di rispondere lo trasse verso una finestralasciando cadere dietro di sé le tende.

«Non hai udito quel grido?» gli chiese.

«L'avrà mandato qualche fidanzato geloso» risposel'amburghese.

«L'hai udito bene?»

«Sì.»

«Non ti ricorda nulla?»

«Assolutamente nulla e poi col Porto che stavo bevendo...Oh!... Avevo altro da fare.»

«Eppure io non posso essermi ingannato.»

«Spiegati megliocompare.»

«Giurerei d'aver udito il grido del capitano Valera.»

«Tuoni d'Amburgo!...» esclamò Wan Stillerdiventandolivido. «Il capitano qui!... Allora verremo scoperti.»

«Cerchiamoloe non lasciamolo scappare.»

I due compari rialzarono la tenda e si misero a girare fra lecoppie danzantipoi passarono al pianterreno dove corsarispagnoli e fanciullealternavano il fandango al bolero con grande slancio e fra unchiasso indemoniato.

Stavano per passare dinanzi ad una portaquando quella siaprì e comparve il comandante della guarnigione col volto abbuiato. Egli fissòsu di loro uno sguardo acuto come la punta d'uno spillo.

«Pare che vi annoiate» disse lo spagnoloaffettando unsorriso. «Non vi ho ancora veduti a danzare.»

«Siamo troppo vecchicomandante» rispose Carmaux.«Lasciamo il posto ai più giovani.»

«Fatevi servire del vino e dei cibi nella sala superiore ecercate di divertirvi meglio che potete.»

«Graziecomandante» risposero i due comparisalendo loscalone che metteva al secondo piano.

«Hai notato quello sguardo?» chiese Carmauxquando sitrovarono al loro tavolo.

«Sìcompare» rispose l'amburghese. «Aveva l'ariacorrucciata e anche imbarazzatail comandante.»

«Avvertiamo Pierre. Io non sono tranquillo.»

Stavano per alzarsiquando un tumulto spaventevole scoppiòimprovvisamente nella salaripercuotendosi in quelle vicine.

Le danzatrici avevano lasciati improvvisamente i lorocavalieri e fuggivano disordinatamente verso le scale seguìte dai borghesidagli ufficiali e dai suonatorimentre si udivano echeggiare dovunque le gridadi: «Tradimento!... Tradimento!...»

I marinai della corvettasorpresi da quella fuga improvvisaerano rimasti intontitichiedendosi che cosa era avvenuto.

«Camerati!...» gridò Carmauxsfoderando la spada. «Allearmi!...»

Nel medesimo istante si udirono rimbombare verso la radaalcuni colpi di cannoneseguìti da nutrite scariche di moschetteria.

I corsaririmessisi dal loro stuporecomprendendo che eranostati traditistavano per precipitarsi giù dallo scalone per unirsi ai lorocompagni che si trovavano nelle sale inferioriquando comparve Pierre collaspada in pugno.

«È troppo tardi!...» gridò con voce alterata. «Le truppeci hanno bloccati ed i nostri stanno barricando il portone.»

«Ve lo avevo dettosignor Pierreche avevo dei bruttipresentimenti» disse Carmaux. «Fu lui che aveva mandato quel grido.»

«Chi lui?» chiese il filibustiere.

«Il capitano Valera.»

«Ancora quel furfante?»

«È lui che ha preparato l'agguatone sono certo.»

«Mille demoni!...» gridò Pierre.

«Tentiamo un'uscita» disse l'amburghese.

«Hanno piazzato quattro pezzi di cannone dinanzi al portonee vi sono due compagnie di archibugieri» disse Pierre. «Ci faremmo massacrareinutilmente.»

«Siamo dunque assediati?» chiesero parecchie voci.

«Non perdetevi d'animocamerati» rispose Pierre.«L'edificio è solido e resisteremo a lungo. D'altrondela squadra di Morgannon tarderà a giungere.»

«E la corvetta?» chiese Wan Stillerudendo rombare conmaggior intensità le artiglierie.

«Temo che quella sia perduta» rispose Pierre. «I ventiuomini che abbiamo lasciati a bordo non la dureranno a lungo. Si scorge il molodalle finestre?»

«No» rispose Carmaux. «Abbiamo due file di case dinanzi anoi.»

«Organizziamo la resistenza» disse Pierre. «Barrichiamo lascala e le porte e ritiriamoci tutti quassù. Vedremo se gli spagnoli avranno ilcoraggio di assalirci anche qui dentro.»

Mentre i corsari accorrevano in aiuto dei loro cameratichestavano accumulando dietro il portone tutta la mobilia delle sale inferioriCarmaux e Wan Stiller s'accostarono cautamente ad una finestra.

Essendo l'edificio isolato in mezzo alla piazza dellaborgatapotevano scorgere quello che facevano gli spagnoli e valutare le loroforze.

Il presidio aveva prese le sue misure per bloccarecompletamente i corsari. Due compagnie di archibugieri avevano occupatifortemente i quattro sbocchi delle vieerigendo frettolosamente delle barricatecon carrettebotti e tronchi d'albero ed avevano collocati anche quattrocannoni di fronte alla portaalla distanza di cento passi.

Pareva però che gli spagnoli non avessero alcuna fretta diassalire il palazzo. Forse contavano di prendere egualmente i corsariaffamandoli.

«Brutto affare» disse Carmaux all'amburghese. «Si tengonosicuri di averci nelle manisenza consumare la polvere.»

«I nostri della corvetta sapranno che Morgan aveva deciso dimandare una forte avanguardia all'isola di Santa Caterina?»

«Morizche ha ora il comando della navenon deve ignorarloe si recherà subito là per vedere se le navi sono giunte. Se le trovaquestoassedio non durerà a lungo.»

«Odi Carmaux?»

«Sìi colpi di cannone rallentano. La corvetta deveessersi messa alla vela.»

«Almeno quelli si salvano.»

«Speriamo di cavarcela anche noicompare.»

Stavano per ritirarsiquando videro accendersi sulla piazzaalcune cataste di legnapoi avanzarsi un ufficiale che teneva sulla punta dellaspada un fazzoletto. Un trombettiere lo seguiva.

«Un parlamentario» disse Carmaux.

Udendo il primo squilloPierre le Picard si era slanciatoverso la finestra occupata da Carmaux e dall'amburghese.

«Vengono ad intimarci la resa» disse il filibustiere. «Chenessuno faccia fuoco.»

L'ufficiale si era fermato a dieci passi dal portonementreil trombettiere faceva squillare poderosamente il suo istrumento.

«Che cosa vogliono dunque?» chiese Pierre affacciandosi.

«D'ordine del comandante della guarnigione e dell'alcaldev'intimo la resa» gridò l'ufficialealzando il capo.

«Per chi ci prendete?» gridò il filibustierefingendosiincollerito. «Così voi trattate i marinai della flotta? Quale scherzo èquesto?»

«Ah!... Lo chiamate uno scherzo!...» esclamò l'ufficiale.«È inutile che voi prolunghiate l'equivoco; ormai siete stati riconosciuti.»

«Per chi?»

«Per filibustieri della Tortue.»

«Ma voi siete pazzi!» gridò Pierre. «Finitelao noi vidaremo l'assalto alla borgata e la bruceremo. I miei marinai sono furiosi e nonson più capace di trattenerli.»

«Volete prolungare la commedia?»

«Ditemi almeno chi è quell'imbecille che pretende diriconoscere in noionorati marinai della flotta spagnoladei ladri di mare.»

«È un uomo che fu vostro prigioniero: il capitano Juan deValera.»

«Che l'inferno l'inghiotta...» mormorò Carmaux. «Non miero ingannato.»

«Dite a quel capitano che è un imbecille!» urlò Pierre.«Noi non siamo corsari.»

«Ho l'ordine d'intimarvi la resa. Poi si vedrà se voi sieterealmente spagnoli o ladroni della Tortue.»

«La marina non cede dinanzi a simili intimazioni.»

«Badate che vi sono qui cinquecento soldati e che la vostranave ha già preso il largo abbandonandovi.»

«Noi siamo in numero sufficiente per resistervi finché cipiacerà. Attaccatecise l'osatee i miei marinai vi mostreranno di che cosasono capaci.»

«Lo vedremo» rispose l'ufficiale allontanandosiseguítodal trombettiere.

«Se avessimo i nostri archibugi non m'inquieterei troppoquantunque si trovino di fronte a noi cinquecento uominise sono veramentetanti.»

«Dubito che siano così numerosi» rispose Carmaux.

«Devono però essere in buon numero e hanno cannoni earchibugi.»

«Ci siamo lasciati prendere come ragazzi inesperti. Non cirimane che sperare nell'avanguardia della flotta di Morganche doveva partireall'alba del giorno successivo a quello della nostra partenza. Se è giàapprodata a Santa Caterina verrà avvertita dalla Vaquez e l'assedio non dureràmolto. Come stiamo a viveriCarmaux?»

«C'è da beresignore.»

«Intanto berremo» concluse pacatamente Pierreche non erauomo da perdersi d'animo. «Le muraglie sono grossele finestre del pianoinferiore sono munite di solide inferriatela porta e lo scalone sono barricatied infine abbiamo le nostre spade e le nostre pistole. Non faranno di noi unsolo boccone.»

Gli spagnolianche dopo il ritorno del parlamentarionondiedero segno di voler forzare il palazzo del governo.

Per il momento si accontentavano di sorvegliare gliassediati; quella tregua non doveva tuttavia durare a lungotutti i corsari neerano convinti.

E infatti ai primi alboriun colpo di cannonela cui pallasfondò uno dei due battenti del portonediede il segnale della battaglia.

Gli spagnoli durante la notte si erano poderosamentetrincerati agli sbocchi delle vie ed avevano anche scavato una piccola trinceaper mettere al coperto i loro pezzi e gli artiglieri.

«La festa comincia» disse Carmaux. «Difendiamo la pellecompare Wan.»

«Siamo tutti pronti» rispose l'amburghese.

Al primo colpo di cannone ne era venuto dietro un altropoiun terzoquindi delle furiose scariche di moschetteria si erano seguìte.

Mentre i pezzi miravano a sfondare la portagli archibugieridirigevano il fuoco contro le finestreper impedire ai corsari di affacciarsi edi rispondere.

Pierre le Picardche non voleva esporre inutilmente i suoiuomini e che voleva sopratutto economizzare le munizioni per l'ultima difesaaveva dato ordine di non occuparsene. Già le massiccie pareti erano più chesufficienti a ripararli e la barricata innalzata fra il portone e la scala ligarantiva da un immediato attacco.

Quel fuoco violentissimo durò una buona oracon grandespreco di polvere da parte degli spagnoli e con scarso successo. Solo ilportonescardinato e semi-fracassato dal tiro dei quattro pezzi d'artiglieriaaveva finito per rovinare addosso alla barricatama l'ingresso era ostruito datanti rottami da osatacolare ogni tentativo di attacco.

Quando gli zappatori si mossero per sgombrare quell'enormecumulo di mobili sfasciatifurono accolti da parte dei corsari con una talescarica di pistolettate che più della metà rimasero dinanzi al palazzo morti omoribondi. Gli altrinonostante le imprecazioni degli ufficialirinunciaronosubito alla pericolosa impresarifugiandosi dietro le trincee.

«L'osso è duro da rodere» disse Carmauxche da unafinestraprudentemente riparato dietro un angolospiava le mosse degliassedianti. «Non oseranno prendere d'assalto il palazzo. Ti sembracompare?»

«Ne sono convinto anch'io» rispose Wan Stiller. «Hannotroppa paura dei filibustieri.»

«Ah!... Se potessi vedere quel maledetto capitano!...»

«Si guarderà bene dal mostrarsi. Vorrei sapere perché nonha seguíto a Panama il conte di Medina.»

«Quello avrà fiutato il pericolo e lo avrà lasciato quiper sorvegliare la costa. Volpone!... Ci ha giocati per bene; se capita ancorafra i piedi non commetterò la sciocchezza di risparmiarlo come feci nelmonastero di Maracaybo.»

«Hanno sospeso il fuoco!...»

«Si ritengono certi di prenderci anche senza sprecare pallee polvere» disse Carmaux. «Contano sulla fame e più di tutto sulla setecompare. Se posdomani nessuno viene in nostro aiuto o saremo costretti a tentareuna sortita disperata o lasciarci morire d'inedia.»

«Non aspetteremo quel momento» disse l'amburghese.«Usciremo finché avremo forza per lavorare colle spade.»

 

 

Capitolo trentatreesimo

 

Fra il piombo ed il fuoco

 

Dopo quel primo scaccogli spagnoli persuasi delledifficoltà che si presentavano nell'espugnazione di quell'edificio difeso daquei sessanta disperatinon avevano più rinnovato il tentativo.

La prima giornata era così trascorsa relativamente calmamal'assedio era stato convertito in un blocco strettissimo onde impedire aifilibustieri di invadere e saccheggiare le case vicine per provvedersise nondi viverialmeno d'acqua nelle cisterne dei cortili.

Anche durante la nottegli assedianti si mantennerotranquilli attorno ai fuochi che avevano accesi in gran numero per farcomprendere agli assediati che vegliavano rigorosamente.

Il secondo giorno le cose non variarono. Qualche colpo dicannone sparato contro la barricataqualche scarica d'archibugi verso lefinestre e null'altro.

Pierre le Picard cominciava ad impensierirsi. La corvettadoveva essere giunta fino dal giorno innanzi all'isola di Santa Caterina. Se nonera tornata era segno che colà non doveva aver trovata l'avanguardia dellasquadra flibustiera.

Come continuare la resistenza?

Le tortillas erano finitei fiaschi erano vuoti e lasete più che la fame cominciava a farsi sentirespecialmente a causa del grancaldo che regnava.

«La va male» brontolava Carmauxche si affacciava ora aduna finestra ed ora ad un'altra colla speranza di veder gli spagnoli levarel'assedio. «Siamo in un bell'impiccio e se non facciamo un colpo di testacreperemo di fame e di sete.»

Già i più vecchi ed i più influenti avevano proposto aPierre le Picard di tentare una sortita; ma il filibustiere che non disperavaancorasi era recisamente parendogli quella un'impresa troppo arrischiata.

«Sessanta e senza archibugio non riusciranno mai a vincernequattro o cinquecentoarmati anche di cannoni» aveva risposto. «Aspettiamoancora. Forse gli aiuti sono già in viaggio.»

Stava per calare la nottequando Carmaux e Wan Stillerchespiavano le mosse degli assediantinotarono fra loro un movimento insolito.

Il numero dei soldatisoprattutto degli archibugierieraaumentato e ai quattro pezzi della trincea se n'era aggiunto un quinto.

«Uhm!...» mormorò il francesescuotendo la testa. «Temoche la notte non passerà liscia.»

Fece chiamare Pierre le Picard e lo mise a parte dei suoitimori.

«Sìsi preparano ad un assalto decisivo» disse ilfilibustieredopo aver notato a sua volta il movimento che regnava fra gliassedianti.

«Signor Pierre» disse Carmaux«mi viene un sospetto.»

«E quale?»

«Che gli spagnoli siano stati avvertiti che si viene innostro aiuto. È impossibile che l'avanguardia della flottache doveva partiredodici ore dopo di noi dalla Tortuenon sia ancora giunta a Santa Caterina.Sono trascorsi già tre giorni e non mi stupirei che fosse arrivato anche ilcapitano Morgan col grosso»

«Che tu sia un veggenteCarmaux?»

«Non è che una semplice supposizionesignor Pierre.»

«Che io condivido. Prepariamoci ad una difesa disperata.»

I corsariavvertiti dei preparativi d'attacco che facevanogli spagnolisi erano messi alacremente all'opera per prolungare la difesa ilpiù possibile.

Accesero tutte le lampadeche erano ancora in buon numero;raccomodarono alla meglio la barricataquindi coi mobili rimasti ne formaronouna seconda sull'ultimo pianerottolo dello scalonedinanzi alla porta dellasala maggiore del secondo pianodove intendevano opporre l'ultima difesa.

Avevano appena ultimati quei preparativiquando i cinquepezzi della trincea tuonarono insieme con un rimbombo assordantesfondando irottami del portone.

Pierre le Picard aveva divisi i suoi uomini in due drappelli:uno doveva incaricarsi della difesa della scalal'altro far fuoco dallefinestre nel caso che gli spagnoli tentassero qualche scalata.

I colpi di cannone si succedevano ai colpifracassando apoco a poco i mobili accumulati dinanzi alla scala.

Quella musica infernale durò un quarto d'orapoiquando labarricata crollòuna compagnia d'alabardierisostenuta da un grosso drappellodi archibugierimosse risolutamente all'assalto dello scalone con urlaformidabili.

Malgrado i colpi di pistola dei filibustierigli assalitorientrarono ben presto sotto l'atriooccupandolo fortementee sgombrandolo dairottami per far posto ad una seconda compagnia che si era formata per l'assaltodecisivo.

I filibustieriradunatisi sull'ultimo pianerottololiaspettavano colle spade in pugno.

Pierre le Picard era in prima linea ed incoraggiava i suoiuominigridando:

«Tenete duro!... I soccorsi stanno per giungere.»

La compagnia d'assaltoentrata a sua voltafece una scaricacontro gli assediati gettandone a terra parecchipoi si slanciò su per lascala colle picche in pugno.

Era il momento atteso dai filibustieri per riprendersi larivincita. Con un urto poderso rovesciarono giù per la scala i mobili cheavevano accumulato dinanzi la porta della sala maggiorepoiapprofittandodella confusione e dello spavento che aveva colto gli spagnolivedendosiprecipitare addosso quella valangasi scagliarono a loro volta col ferro inmanoimpegnando una mischia furiosa.

La loro discesa era stata così fulmineache gliarchibugieri rimasti sotto l'atrio non avevano avuto nemmeno il tempo di farefuoco. Se li trovarono dunque addosso mentre la compagnia d'assaltodisorganizzata da quella tempesta di mobili che ne aveva uccisi parecchi e anchestorpiati non pochiscappava a tutte gambe.

Gli spagnolianche in quell'epocanon erano uomini dacedere facilmente il passo e fecero animosamente fronte al poderoso assalto deicorsaridifendendosi disperatamente.

La lotta durava da qualche minuto con gravi perdite d'ambo tepartiquando si udì una voce gridare:

«Al fuoco!... Al fuoco!....»

La barricata si era incendiatao forse era stata incendiataappositamente dagli assediantie fiamme vivissime si sprigionavano fraquell'ammasso di rottamisollevando fra i combattenti una barriera ardente.

«In ritirata!...» aveva urlato Pierre le Picardche erauscito incolume da quella lotta sanguinosa.

I filibustieri che si sentivano avvolgere dal fumorisalirono precipitosamente la scalamentre le fiamme si comunicavano alletappezzerie ed ai tendaggi delle vicine porte.

Un'ondata di fumo e di scintillespinta dalla corrented'aria che entrava per il portones'allungava su per la scala.

«Ci bruciano vivi!» gridò Carmaux. «Chiudete la portadella sala o soffocheremo.»

Fu subito obbeditoma ormai l'incendio si propagavarapidamente per le sale inferiori.

I corsari si contarono rapidamente: erano ancora inquarantadue. Diciotto erano rimasti sulla scala e nell'atrio uccisi dallescariche di moschetteria e dalle alabarde.

«Amici» disse Pierre le Picard «non ci rimane che disaltare dalle finestre e morire vendendo cara la pelle. Sfondiamo una inferriatae mostriamo agli spagnoli come sanno cadere i filibustieri della Tortue.»

Nella sala erano rimasti ancora alcuni mobili assai pesantifra cui una lunga tavola.

Venti braccia la sollevarono e servendosene come d'unacatapulta percossero poderosamente una delle inferriaterinnovando l'urto pertre volte di seguito.

Al quarto le sbarrestrappate dal loro alveolocadderosulla piazza.

«Io apro la via» gridò Pierrementre il fumopassandofra le fessurestava per invadere la sala.

Misurò l'altezza: non vi erano che cinque metriun'ineziaper quegli uomini che avevano dell'agilità da vendere.

Pierre impugnò la spadae per il primo saltòcadendo inpiedi.

Aveva appena toccato terra e si preprava ad avventarsi controi nemiciquando un rimbombo assordante echeggiò verso la baia. Pareva cheventi o trenta cannoni avessero fatto fuoco contemporaneamente.

Pierre aveva mandato un urlo di gioia:

«Ecco la nostra squadra!... Saltateamici!...»

Si guardò intorno: non vi erano più spagnoli sulla piazza.

Udendo quegli spari che annunciavano l'arrivo d'altrifilibustierisi erano affrettati a porsi in salvo sulla via di Panama perrifugiarsi forse nella formidabile rocca di S. Felipe.

Anche gli abitanti fuggivano all'impazzata verso i boschifra le urla delle donne ed i pianti dei bambini.

I corsariche temevano di veder sprofondare il pavimentodella salasaltarono tutticompresi Carmaux e Wan Stiller.

Pierre le Picard organizzò la sua banda e mosse velocementeverso la rada. Le cannonate erano cessate e si udivano invece gli urràstrepitosi degli equipaggi.

Quando il drappello giunse sulla gettatadieci scialuppecariche di gente armata vi giungevano.

Un uomo sbarcò per il primo e mosse verso Pierredicendogli:

«Sono ben lieto di essere giunto in tempo per salvarti.»

Era Morgan.

 

 

Capitolo trentaquattresimo

 

L'assalto di Panama

 

La spedizione organizzata da Morgan per muovere all'attaccodella regina dell'Oceano Pacificoera la più formidabile che fino alloraavessero potuto formare i filibustieri della Tortue.

Essa si componeva di trentasette legni fra grossi e piccolimontati da duemila combattentisenza contare i marinaimuniti di artiglieriedi fuochi artificiali e di abbondanti munizioni da bocca e da guerra: una veraarmata per quei tempi.

Da tutte le parti erano accorsi uomini per arruolarsi sottola bandiera di Morgancolla speranza di arricchirsi prodigiosamente nelsaccheggio di quella grande ed opulenta cittàla maggiore che possedessero glispagnoli dopo la capitale del Perù.

Ne erano giunti dalla Giamaicada S. Cristoforoda Goave equasi tutti i bucanieri di San Domingo; quei terribili e famosi bersaglieriavevano aderito per odio contro gli spagnoli.

Con un tatto e con un'abilità straordinariaMorgan erariuscito a riordinare quell'accozzaglia di ladri di mareformata dalla piùindisciplinata canaglia dell'universo.

Separata la squadra in due divisioniaveva nominato séstesso ammiraglio col comando della prima e un altro contrammiraglio per ilcomando della seconda. Quarantotto ore dopo la partenza della corvetta di Pierrele Picardmuovendo risolutamente verso l'isola di Santa Caterina che era alloratenuta fortemente dagli spagnoli e dove contava di lasciare parte della suagente onde avere sempre una buona riserva.

Raggiunto in alto mare dai quattro legni comandati daBrodelyche aveva mandato in cerca di viveri e che si erano rifornitiabbondantementeprendendo d'assalto e saccheggiando la città di Rancariapresso Cartagenadopo cinque giorni aveva calato le àncore nella baiadell'isola di Santa Caterina.

Il presidio spagnolospaventato per la comparsa di forzecosì imponentinon aveva osato opporre la menoma resistenzaquantunquedisponesse di forze abbastanza numerose.

Alla prima intimazione di resa era subito sceso a patticedendo ai filibustieri dieci forti armati di un gran numero di pezzid'artiglieria ed i magazzini ben forniti d'armidi munizioni e di provvistealimentari.

La resa era appena avvenuta quando nella rada era entrata lacorvetta. Udendo la triste avventura toccata ai corsari di Pierre le Picardledue squadre non avevano indugiato a levare le àncoredopo d'aver lasciato unforte presidio a Santa Caterina ecome abbiamo vedutoerano giunti dinanzialla borgata nel momento in cui gli assediati si credevano ormaiirremissibilmente perduti.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

La sera stessa Morganche temeva che la notizia del suosbarco potesse giungere a Panama troppo presto e che gli spagnoli potesserochiedere soccorsi alle colonie del Perùdel Cile e del Messicoorganizzavatosto una forte colonna per impadronirsi del forte di S. Felipechiamato ancheforte di San Lorenzoper aprirsi la via che conduceva all'Oceano Pacifico.

Ne affidò il comando a Brodelyche si era acquistata moltafamae che godeva la fiducia di tuttidandogli per sottotenente Pierre lePicard.

Carmaux e Wan Stillersempre all'avanguardia delle impresepiù arrischiatene facevano parte assieme a don Raffaele che era giunto con lasquadra e che per odio contro il capitano Valeraaveva ormai abbracciatodefinitivamente la causa dei filibustieriquantunque gli spiacessee non pocodi dover agire contro la bandiera della sua patria.

La colonna si componeva di cinquecento uominiscelti fra ipiù valorosipoiché non si ignorava che quel castello era uno dei più solidie che anzi era ritenuto inespugnabile.

E infattieretto con enormi spese sulla cima d'una rupe edincaricato di chiudere l'unica via che conduceva a Panamapoderosamente armatodi grosse artiglierie e difeso da una guarnigione numerosa e anche valorosaquel castello era ostacolo così formidabile da fare indietreggiare i piùaudaci.

I filibustieri peròabituati a non dare mai indietrosierano animosamente mossipiù che certi di venire a capo di quella pericolosaspedizione.

Al mattino erano già sotto il castelloe intimavanoaltezzosamente alla guarnigione la resaminacciando in caso contrario disterminare la guarnigione.

La risposta che ottennero fu una terribile grandinata dipalle di fucile e di cannone.

I filibustieri non si sgomentarono per questo. Animati dallavoce dei sotto-capisi slanciarono intrepidamente all'assaltosmaniosi divenire all'arma bianca. Ma il fuoco degli assediatilungi dal rallentarediventò invece formidabile.

Già cominciavano a scoraggiarsiquando un bucaniere ebbeun'idea luminosa. Aveva osservato che le tettoie del forte erano coperte difoglie di palma seccheentrò in un campo coltivato a cotone che si estendeva afianco della ruperaccolse alcune manate di bambagia eformata una pallal'attaccò alla bacchetta dell'archibugiodopo aver passata l'estremitàinferiore nella canna.

Ciò fatto diede fuoco al cotone e scaricò il fucile. Quellostrano proiettile andò a cadere sulle tettoie del forte le cui foglie nontardarono ad accendersi.

I suoi compagni vedendo quel buon risultatolo imitarono ecominciò a cadere sulle fortificazioni una pioggia di fuoco anziché di piomboche caddeche sviluppò un incendio terribile.

Mentre gli spagnoliche correvano il pericolo di morirearrostiticercavano di domare le fiammei filibustieri giunsero sotto lepalizzate. Abbattutene alcune ed incendiatene altredopo un sanguinosocombattimento riuscivano finalmente ad impadronirsi della rocca.

Di trecentoquaranta spagnoli soli ventiquattro erano riuscitia sfuggire alla morte; ma anche i filibustieri avevano pagata a caro prezzoquella prima vittoriapoiché centosessanta di loro erano rimasti sul terreno eottanta erano feriti.

Spento dopo lunghi sforzi l'incendioBrodelyche nonostantela perdita delle gambe non aveva ceduto il comandos'affrettò a farerestaurare il forte onde difendere quel passo importante nel caso che da Panamafossero mandate truppe a riconquistarlo.

Morgan informato di quel primo successoqualche giorno dopoarrivò al castello col grosso. Aveva fretta di giungere a Panama per nonlasciar tempo agli spagnoli di chiamare truppe dal Perù e dal Messicodove vierano numerose guarnigioni e poi per paura che il conte di Medina gli sfuggissenuovamente riparando nelle altre colonie.

Lasciati cinquecento uomini a guardia del castelloil 18gennaio del 1671 si metteva risolutamente in marcianon avendo altra guida chedon Raffaele che aveva condotto con sénon essendovi nessuno dei suoi checonoscesse la via che attraversava l'istmo.

Il povero piantatore si era bensì dapprima recisamenterifiutato di far la parte del traditorema minacciato di esser fatto morire frai più atroci tormentiaveva dovuto cedere alla volontà del formidabilecorsaro.

Gli spagnoligià avvertiti dell'avanzarsi di quel piccoloesercitonon essendo ancora in numero sufficiente per tentare la sorte dellearmiavevano invece distrutti tutti i villaggi e bruciarono perfino lepiantagioniperché i nemici non si rifornissero di viveri.

Morgan però non era uomo da spaventarsi. Sebbene la fametravagliasse crudelmente i suoi uominicontinuò la sua marcia ora attraverso aboscaglie od ora salendo in canotti il fiume Chagres.

Don Raffaele aveva assicurato che nela borgata di Crucesdovevano trovare grandi magazziniessendo quel borgo il deposito principale ditutte le merciche andavano a Panama o ne venivano seguendo per un tratto lavia fluviale del Chagres.

Fu una crudele delusione. Gli spagnolifuggendo dinanzi alleavanguardie dei filibustieriavevano tutto bruciato e portato via.

Quegli affamati ebbero nondimeno la fortuna di trovare unsacco di cuoio pieno di pane e sedici giare di vinoben poca cosa per tantagente.

Si rifecero invece coi cani e coi gatti che erano in buonnumero e che distrussero per metterli ad arrostire.

Là finiva il corso del Chagres.

Morgan rimandò alla costacolle scialuppe che avevaportatosessanta dei più sfinitinon conservando solo una piccola barca chedoveva servirgli per mandare notizie alla flottae dopo una notte di riposoriprese la terribile marcia.

Aveva ancora mille e cento uominiforza certo imponentesenon tale da fronteggiare gli spagnoli rinchiusi in Panamache si supponevanoquattro o cinque volte più numerosi. Tuttavia Morgan non disperava dell'esitofinale di quell'ardita impresa.

Si impegnarono allora fra le aspre gole della Cordigliera diVeragua. Avanzando non scorgevano che burroni e abissi profondiimmense rupiche pareva da un momento all'altro dovessero precipitare sulle loro teste eboscaglie dove non vi erano tracce d'alcun sentiero.

Guidandosi colle bussolequegli uomini intrepidi nonesitarono a spingersi avanti ed a superare tutti gli ostacoli.

Guai se gli spagnoli li avessero assaliti in quelle gole!...

Se non osavano mostrarsimandavano però contro ifilibustieri grosse partite d'indiani che li tribolavano non poco.

Di quando in quando dalle foreste o dai picchi piombavanoloro addosso nembi di freccie e tempeste di sassisenza che mai riuscissero ascorgere le mani che scagliavano quei proiettiliperché gl'indiani subitofuggivano colla velocità dei dainisottraendosi abilmente alle scariche degliarchibugieri.

Nel penultimo giorno dovettero sostenere una furiosabattaglia che per poco non riuscì loro fatale.

Si erano inoltrati in una gola strettissimacolle paretitagliate quasi a picco e dove cento uomini ben risoluti e bene armati sarebberostati sufficienti per sterminarli tuttiquando si videro assaliti da una turbad'indiani coi quali furono costretti a venire alle mani e combattere con tuttele loro forze.

Per parecchie ore la sorte rimase indecisa e già ifilibustieri scoraggiati stavano per ritirarsiquando un fortunato colpo difucile abbatté il capo degl'indiani. I suoi uominiperdutisi d'animoabbandonarono il campofuggendo sulle montagne.

Il nono giorno quell'orda affamatadopo d'aver superata coninfiniti stenti la Cordiglieragiungeva in una vasta pianura caldissimadovecorse il pericolo di morire di setenon avendo trovato una sola goccia d'acqua;e forse non avrebbe avuto il coraggio di seguire più oltre Morganse unapioggia abbondantissimaseguita da un violento uraganonon li avesse un po'ringagliarditi.

Lo stesso giorno scoprivano da lontano l'Oceano Pacificoedin una vallata trovarono un gran numero di bovidi asini e di cavalli.

Fu un vero ristoro per quei disgraziatiche in tanti giorninon avevano fatto un solo pasto abbondante.

Si erano appena rimessi in marciaavanzando a casaccioperché don Raffaele aveva dichiarato di non riconoscere più quei luoghiquando videro sorgere all'orizzonte le torri di Panama.

L'opulenta regina dell'Oceano Pacifico stava dinanzi aloro!...

Un entusiasmo indicibile si era impadronito di quegli uominiche avevano temuto di rimanere sopraffatti dalle crescenti difficoltàdell'impresa.

«Andiamo all'assalto!...» tale fu il grido che sfuggì datutti i petti.

Morgan che non voleva cimentarsi subito con uomini ancorastanchi e che desiderava esplorare il terrenopromise l'attacco per l'indomani.

Gli spagnoliavvertiti della presenza di quei formidabilinemicirimasero stupefatti e spaventati. Fino allora non avevano creduto chequegli uomini fossero capaci di tanta audacia.

Nondimenomentre si organizzava la difesail Presidentedell'Udienza Reale spinse alcuni corpi di truppe verso i filibustierisperandodi bloccarlie fece tagliare le vie che conducevano in città ed alzare qua elà trincee e batterie.

Morgan avendo scorta una boscaglia dove non vi era la menomatraccia di sentieroapprofittò della notte per farla attraversare dai suoiuominigiungendo alle spalle dei corpi spagnolii quali si videro costretti alasciare le trincee e le batteriediventate ormai inutili.

Al mattino i filibustieri erano pronti per muovereall'attacco della città.

Gli spagnoli si erano già riuniti fuori delle mura per dareloro battaglia. Le loro forze si componevano di quattro reggimenti di lineadiduemila quattrocento uomini di truppa leggeradi quattrocento cavalieri e diduemila tori selvaggi condotti da parecchie centinaia d'indiani.

I filibustieri invece non erano che mille e senza un solopezzo di artiglieria.

«Compare» disse Wan Stiller a Carmauxche dal marginedella foresta osservavaassieme a don Raffaelegli spagnoli che si spingevanoper la pianura in ordine di battagliacoi tori in testa

«Qui noi tutti vi lascieremo le ossa.»

«Vedremovedremocompare Wan» rispose Carmauxcon vocetranquilla. «Sono forse i tori che ti spaventano?»

«Io mi domando che cosa accadrà di noi quando cirovineranno addosso tutte quelle bestie indemoniate e dietro di esse tutti queireggimenti.»

«Finché non vedo Morgan preoccupatonon ho alcun timore.Che le forze che abbiamo dinanzi siano imponenti non lo negoma noi siamosempre i terribili filibustieri della Tortue. Don Raffaelevoi sapete dove sitrova il palazzo del conte di Medinaè vero?»

«Sì» rispose il piantatore.

«Appena saremo entrati in Panama ci condurrete là assieme aMorgan. Il conte non deve sfuggirci.»

«Se sarete capaci di entrare» disse don Raffaelecoi dentistretti. «Spero che i miei compatrioti vi diano fra poco una tale batosta dafarvi scappare più che in fretta fino a Chagres.»

«Voi avete ragione di dire cosìmio caro don Raffaele.Siete spagnolo.»

I primi colpi di cannone sparati dagli spagnoliinterrupperola loro conversazione.

La battaglia stava per cominciare.

Morganche al pari degli altritemeva l'irrompere di quellemasse d'animaliaveva raccomandato ai suoi uomini di non lasciare il marginedella foresta.

Essendo colà il terreno assai malagevolefrastagliato daburroncelli e da crepaccicontava su quegli ostacoli per disorganizzare lecolonne dei tori. Aveva avuto anzi la precauzione di mettere in prima fila tuttii bucanieriquei formidabili bersaglieri che erano abituati a misurarsi conquei robusti animali che nelle boscaglie di San Domingo e di Cuba costituivanoil loro principale nutrimento.

Gli spagnoli muovevano all'attacco in linee profondefiancheggiati dalla cavalleria e preceduti dagl'indiani che conducevano i tori.

Quando i filibustieri videro quella massa enorme slanciarsiinnanziaizzata dalle urla selvagge degl'indigenifurono lesti ad aprire unfuoco formidabile per arrestarla prima che potesse giungere sul margine dellaforesta.

La carica di quei duemila animali era spaventosa. Correvanoall'assalto a testa bassacolle corna tese orizzontalmentepronti a sgominarele linee dei corsari e muggendo furiosamente.

Il terreno invece non si prestava ad un assalto compatto.Costretti a dividersi e suddividersi in causa dei burronifurono accolti daibucanieri con un fuoco così terribileche in pochi minuti la metà di essirimase sul terreno.

Gli altri si dispersero e tornarono verso gli spagnolispargendo il panico fra le loro file.

Imbaldanziti da quel primo successoi corsari ormai sicuridella vittorialasciarono la boscaglia assalendo con impeto disperato le forzespagnole.

Si impegnò una mischia sanguinosissimache durò ben dueore con grande strage d'ambo le parti.

Eppureincredibile a dirsinon ostante l'accanitaresistenza opposta dagli spagnolialle dieci del mattinofantialabardieri edarchibugieriquelle truppe che il Presidente dell'Udienza Reale aveva mandatecontro il piccolo esercito dei filibustiericolla speranza di schiacciarlocompletamentefuggivano disordinatamente verso Panama.

Tutta la cavalleria era stata distrutta dal fuoco implacabiledei bucanierie seicento spagnoli erano rimasti morti sul campo a testimoniareil loro valoreoltre un gran numero di feriti e di prigionieri.

Morganradunati i suoi capiadditò loro le torri diPanamadicendo:

«Ed ora non ci rimane che d'impadronirci della città.Avantimiei prodi!... La regina dell'Oceano Pacifico è in nostra mano!...»

 

 

Capitolo trentacinquesimo

 

La morte del conte di Medina

 

Quantunque la battaglia in campo aperto si fosse risolto conla completa sconfitta degli spagnoliPanama era ancora in grado di opporre unalunga ed ostinata resistenza e di far pagare cara ai filibustieri la loroaudacia

Oltre ad essere la più grossa città dell'America Centrale ela più opulentaera anche la più fortificataessendo stata cinta interamentedal lato di terra e munita di torri e d'una formidabile artiglieria.

Aveva inoltre nella sua rada navi in buon numerobeneequipaggiate e poderosamente armate e la maggior parte dei suoi abitanti eragente abituata ai combattimenti.

Morganche più che la smania di conquista lo spingeva ildesiderio di liberare la figlia del Corsaro Neroalla quale ormai era legato daun affetto ben più profondo che una semplice amiciziada buon capitano nonindugiò a muovere all'assalto della poderosa città.

Voleva approfittare del terrore e della confusione che viregnavadopo la disastrosa sconfitta subìta dalle truppe.

Formate quattro colonne d'assalto e dati gli ordini necessariai suoi capimezz'ora dopo la vittoria i suoi uominigià sicurid'impadronirsi della cittàerano sotto le mura.

Malgrado la dolorosa impressione prodotta dalla perdita dellabattagliasoldati e cittadini avevano organizzata rapidamente la resistenza.

Un formidabile fuoco d'artiglieria aveva accolse le colonned'attacco dei filibustierifacendo delle vere stragi; ma quei coraggiosi non siperdettero d'animo

Tre ore durò la lotta dinanzi alle muramettendo adurissima prova il valore ormai leggendario di quei ladroni di mare. Finalmentemalgrado il fuoco infernale degli spagnoliPierre le Picard per il primoriuscìalla testa d'un pugno di disperatia impadronirsi d'uno dei piùsolidi bastionidopo aver distrutto fino all'ultimo i difensoricompresi ifrati che il Presidente dell'Udienza Reale aveva inviati sulle muraperchécolla loro presenza incoraggiassero i difensori.()

Voltate le artiglierie contro la città e contro le torriquel primo manipolo diede tempo agli altri di scalare le mura e di rovesciarsiattraverso le vie come un torrente che rompe gli argini.

Ormai più nessuno opponeva resistenza. Fuggivano i soldatifuggivano i cittadinifra un frastuono orrendo e le bordate che scaricavano lenavi della rada facevano più danno alle case che ai filibustieri.

Un panico indescrivibile si era impadronito di tutticosicché mancò la difesa internache avrebbe potuto disputare ancora a lungola vittoria dei terribili scorridori del golfo del Messico.

I capid'altrondeavevano perduta la testaed erano statii primi od a fuggire o ad arrendersicompreso il Presidente dell'Udienza Reale.

Morgantemendo che i suoi uominidopo tante sofferenze siabbandonassero all'orgias'affrettò a far spargere la voce che gli spagnoliavevano avvelenati i cibi e le bevande.

Mentre i filibustierioccupati i punti principalibombardavano le navi della baia che erano ormai le sole a opporre ancora qualcheresistenzaMorgan con una schiera di corsari sceltifra i quali Pierre lePicardCarmaux e Wan Stillersi diresse velocemente verso il centro dellacittà. Don Raffaelecontinuamente minacciato di morteli guidava al palazzodel conte di Medina che era uno dei più noti e dei più belli di Panama.

A Morgan premeva precludergli la fuga e di strappargliJolanda.

Certo il fulmineo assalto dato dai filibustierigli avevaimpedito di prendere il largo per tempo.

Un quarto d'ora dopo il drappelloche si cacciava innanziturbe di fuggentigiungeva su una vasta piazzanel cui centro sorgeva unbellissimo edificio a due piani. Sul portone si scorgeva lo stemma del conte:due leoni rampanti in campo azzurro.

Dei servi fuggivano in quel momentocarichi di pacchi checontenevano probabilmente degli oggetti preziosi.

Vedendo comparire quel drappello di uomini armatigettaronoogni cosa a terra per essere più lesti nella corsama Pierre le Picard giunsein tempo per fermarne uno.

«Non uccidetemi!» aveva gridato il povero uomocon vocetremante. «Sono un misero servo.»

«Tu sei proprio il tipo che ci occorregiovanotto» risposePierre. «Noi non ti faremo male alcuno se risponderai e subito alle nostredomande.»

«Dov'è il conte di Medina?» gli chiese Morganmentre isuoi uomini occupavano l'atrio del palazzo per impedire la fuga a coloro cheerano ancora rimasti dentro.

«Non lo sosignore» rispose il servodiventando livido.

«Pierre»disse il filibustiere«fa fucilare quest'uomogiacché cerca d'ingannarci.»

Il poverettocomprendendo che la sua vita era appesa ad unfiloaveva alzate le manigridando:

«Nosignoriparlerò.»

«Dov'è dunque?» chiese Morgancon voce terribile.

«Nel palazzo.»

«Non è fuggito?»

«Gli è mancato il tempo. Non credeva che la città cadessenelle vostre mani così presto.»

«Vi è una fanciulla con lui?»

«Sìsignore.»

Morgan non aveva potuto frenare un grido di gioia:

«Finalmente Jolanda è mia!...»

«C'è qualcuno col conte?»

«Il capitano Valera e due dei suoi ufficiali.»

«Dove si trova il conte?»

«Si è nascosto»»

«Guidaci» disse Morgan. «A me Carmaux con Wan Stiller. Glialtri circondino il palazzo e facciano fuoco su chi cercherà di uscire.»

«E anche voidon Raffaeleseguiteci» disse Carmaux.

Mentre i filibustieri circondavano il palazzoMorganPierreCarmauxWan Stiller e don Raffaeleseguivano il servo.

Invece di salire il marmoreo scalone che metteva nelle salesuperioriil prigioniero li condusse in un corridoio alla cui estremità siscorgeva un quadro di grandi dimensioni rappresentante una Madonna.

«Dove andiamo?» chiese Pierreche diffidava.

«Vi conduco dove si trova il conte» rispose il servo.

«Mano alle spadeamici» comandò il filibustiere.«Rammentatevi dei colpi che vi ha insegnati il Corsaro Nero.»

«Silenziosignori» disse il servo. «Pare chealterchino.»

Tutti si erano accostati al quadro tendendo gli orecchi. Siudiva la voce del conte confusa ad altre.

Pareva che là dietro si discutesse animatamente. Morgancheaveva il cuore strettoascoltava attentamente rattenendo il respiro.

Ad un trattodopo un brevissimo silenzioudì ilgovernatore di Maracaybo dire con voce minacciosa:

«Firmatesignorasiete ancora in tempo!... Firmate o nonuscirete viva di qui!...»

Morgan era diventato pallido come un morto.

«Attenti amici: vi è la signora di Ventimiglia ed il contepotrebbe ucciderla. E tuapri!...»

Il servo toccò un bottone nascosto fra i fregi della corniceed il quadro scivolò sottoscomparendo entro una fessura apertasi nelpavimento.

Dinanzi ai filibustieri s'apriva una sala assai ampiailluminata da due doppieri. Non conteneva che una lunga tavolacollocata nelmezzosu cui stavano delle carte ed un calamaio.

Il conte di Medina vi stava appoggiatotenendo in mano unapenna. Dietro di lui si scorgevano il capitano Valera e due ufficiali chetenevano le spade snudate.

Di frontedall'altro lato della tavolasi trovava Jolandarittain una posa fiera e risoluta.

«Nosignorenon firmerò giammai!» aveva gridato.

In quell'istante i quattro filibustieri si slanciarono comeun solo uomo nella salagridando:

«A noisignori!...»

Pierre le Picardche era il primosi era gettato versoJolandamentre Wan Stiller e Carmauxcon una spinta irresistibilemandaronoall'aria la tavola onde non servisse di barriera ai quattro spagnoli.

Il conte di Medina vedendo irrompere quei quattro uomini cheben conoscevaaveva mandato un urlo di furore.

Gettò la pennaestrasse rapidamente una pistola che tenevaalla cinturae prima che alcuno potesse impedirglielo fece fuoco verso Jolandaurlando:

«Muori per mano del bastardo!...»

Un grido di dolore aveva seguíto lo sparoma non lo mandòJolandabensì Pierre le Picard.

Il bravo filibustiere con una mossa fulminea aveva coperto lafanciulla ed aveva ricevuto la palla nel petto.

Tuttavia era rimasto in piedi. S'appoggiò al muro per noncaderelevò a sua volta la pistola e fece fuoco contro il gruppo formato daiquattro spagnoli abbattendo uno dei due ufficiali.

«Sono vendicato» ebbe appena il tempo di dire.

E stramazzò al suolomentre Jolanda si curvava su di lui.Quella scena si era svolta così rapidamenteche Morgan non aveva potutoimpedirla. Cieco di rabbia si era scagliato addosso al conte che l'aspettava apie' fermocolla spada in manogridandogli:

«Difendetevisignoreperché non vi accorderòquartiere.»

Carmaux si era gettato invece contro il capitanomentre WanStiller caricava furiosamente l'ufficiale.

Don Raffaeleistupiditoerasi fermato in un angoloappoggiandosi contro la parete. La presenza del capitanodel suo implacabilenemicolo aveva come inchiodato al suolo.

I sei uomini combattevano ferocementedecisi a uccidere iloro avversari o farsi uccidere.

Erano tutti abilissimi spadacciniche conoscevano a fondotutte le sottigliezze della terribile scuola dell'acciaio.

Morganaccortosi fino dai primi colpi d'aver dinanzi unavversario pericolosoche non ignorava le botte segrete dei più famosi maestridi quell'epocadopo i primi fulminei attacchi era diventato prudentefrenandol'eccitazione dei propri nervi.

Non incalzava più coll'impeto dei primi momenti. Stavainvece sulla difensivaaspettando che il conteassai meno vigoroso e menomuscolosoesaurisse le proprie forze per tentare qualche botta segretainsegnatagli dal cavaliere di Ventimiglia.

Il governatore di Maracayboche forse si era accortodell'intenzione dell'avversariosi risparmiava più che potevalimitandosi afare delle finte e non rompendo che di rado.

Carmaux ed il capitano Valera s'attaccavano invecerabbiosamentefacendo sprizzare scintille dai ferri.

«Questa volta non vi risparmierò come l'altra» dicevaCarmauxincalzando vigorosamente l'avversario.

Il capitano conservava un silenzio feroce. Pareva che qualchesinistro pensiero lo preoccupasse più che la spada di Carmaux ed il pericolo dicadere con tre pollici di ferro nel petto.

Colla fronte aggrottatale labbra contratte da un sogghignocrudelelanciava a destra ed a sinistra degli sguardi obliqui come se cercassedi scoprire qualche rifugio. Rompeva di frequentecome se non fosse capace ditener testa agli assalti più impetuosi del francese e per calcolo o per casos'accostava a poco a poco a don Raffaele che era sempre addossato al muroabreve distanza dalla signora di Ventimiglia.

L'amburghese invecepiù flemmatico del francesequantunquenon meno valente di luiscambiava vigorose stoccate coll'ufficialespingendoloa poco a poco verso la parete contro la quale pensava d'inchiodarlo.

Jolandainginocchiata presso il cadavere di Pierre lePicardpareva che pregasse.

Ad un tratto un urlo selvaggio echeggiò nella sala coprendoil fragore dei ferrisubito seguíto da un grido di dolore e da una voce chediceva:

«Son morto!...»

Era il capitano Valera che aveva fatto il suo colpo.

A poco a pocosempre indietreggiandosi era accostato a donRaffaele edopo essersi assicurato con un rapido sguardoche ormai si trovavaa buona portatacon un salto da tigre si era gettato fuori dalla linea dellaspada di Carmauxpoi con una stoccata fulminea aveva immerso il ferro nellagola del piantatore.

Il disgraziatocolpito a morteera stramazzato al suolomandando quel grido:

«Son morto!...»

Carmauxvedendosi sfuggire l'avversarioera piombato su diluiurlando:

«Ora vendicherò don Raffaele!...»

Il capitanoagile come un gattosi era nuovamente gettatoda una parteprecipitandosi addosso alla signora di Ventimiglia che non si eraaccorta del grave pericolo.

Già stava per trafiggerla alle spallequando Wan Stillerche era a pochi passie che aveva udito il grido di furore di Carmauxcon unastoccata poderosa inchiodò l'ufficiale alla paretepoiritirato il ferrofumante di sanguetese il braccio armato per coprire la fanciulla.

Il capitanoche non s'aspettava quel nuovo avversariospinto dal proprio slanciosi era infilzato da sé contro la spadadell'amburghese.

Cacciò un urlo ferocealzò le manipoi rovinò al suolomandando un'ultima bestemmia.

Il ferro gli aveva attraversato il cuore.

La signora di Ventimigliavedendosi cadere intorno quei dueuominil'ufficiale ed il capitanosi era alzata di scattofacendo un gestod'orrore. Pareva che solo in quel momento si fosse accorta che in quella salasei uomini lottavano ferocementedecisi a vincere od a morire.

«Basta!... Basta sangue!...» gridò.

Un urlo di rabbia e di dolore le rispose. Il conte di Medinaera stato toccato da Morgansopra la mammella sinistra.

«E questa è la botta segreta del Corsaro!...» gridò ilfilibustiereportandogli un secondo colpo dal basso in altoessendosiripiegato fino a toccare quasi il suolo.

Udendo quella voce e vedendo il conte arretrareJolandaaveva gridato:

«NoMorgan... risparmiatelo!»

Era troppo tardi. La botta segreta del Corsaro Nero erapartita ed il ferro del filibustiere era scomparso più che mezzo nel petto delconte.

Il figlio di Wan Guld aveva lasciò cadere la spadaportandosi ambe le mani sul cuore.

Fece tre passi indietrocome un automacogli occhisbarratile labbra bianchepoi piombò al suolo come un albero sradicatodall'uragano.

Jolanda si precipitò verso di luipallida come una mortacommossa.

«Signor conte!...» gli disseinginocchiandosi presso dilui e prendendogli le mani che diventavano ormai già fredde. «Perdonatemi...non volevo la vostra morte...»

Il bastardo aprì gli occhi già velati e li fissò sullafanciulla.

Fece cenno che lo rialzassero.

Morgangettata via la spada con un gesto di orroresi erapure inginocchiato presso il morente e lo aveva aiutato a sollevarsionde ilsangue non lo soffocasse.

«Sono... stato... malvagio...» mormorò con vocesemispenta. «Perdonatemi... Jolanda... perdona...temi... dite...lo...»

«Vi perdonosignor conte» rispose la fanciullasinghiozzando.

Il conte girò il capo verso Morgan che era pureprofondamente commosso.

«L'ama...te... è... vero?...» chiese.

Il corsaro fece col capo un cenno affermativo.

Il conte gli prese la destra e gliela strinse fortementepoirovesciò il capo.

Era morto.

Jolanda si era alzata piangendo. Staccò dalla parete uncrocefissolo depose sul petto del contepoi gli chiuse gli occhi.

«Andiamosignora» disse Morgan.

E la trasse con dolce violenza fuori da quella sala dovecinque cadaveri giacevano al suoloilluminati dalla funebre luce dei doppieri.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Due settimane durò il sacco di Panama e sarebbe di certodurato assai di piùpoiché immense ricchezze rimanevano ancora daraccoglierequantunque gli abitanti avessero nascoste le cose più preziosequando un incendio spaventevole scoppiò quasi contemporaneamente in piùluoghiavvolgendo la regina del Pacifico in un mare di fuoco.

Gli spagnoli accusarono i filibustierio meglio Morgandiaverlo provocato; questi invece ne diede la colpa ai primiche l'avrebberosuscitato per interrompere il sacco e tentare anche di soffocarli.

Comunque sial'intera città andò distrutta totalmentemaanche in mezzo alle ceneri i filibustieri trovarono gran copia d'oro e d'argentoe di gemme.

Dopo quattro settimane essi abbandonavano definitivamente lesponde dell'Oceano con un convoglio di seicento e quindici bestie da somacheportavano il frutto di tanta impresa.

Il bottino fu valutato a quattrocentoquarantatremila libbred'argento.

Un mese dopo i filibustiericon Morganla signora diVentimigliaCarmaux e Wan Stiller sbarcavano alla Tortuesenza essere statimolestati dalle squadre spagnole del golfo del Messicoe otto giorni dopo sicelebravano le nozze della figlia del Corsaro Nero coll'ardito e fortunatofilibustiere.

Avendo in quell'epoca l'Inghilterra fatta la pace collaSpagna e mandato ordine al governatore della Giamaica che vietasse a qualunquefilibustiere di mettersi in marei corsari si divisero in varie partite percorseggiare per loro conto ed a loro rischio e pericolo.

Morgan si ritirò alla Giamaica per vivere tranquillo collagiovane sposa che adorava. Fu molto stimato dal conte di Carlislegovernatoreallora di quell'importante isolache lo fece nominare vice-governatore; e il reCarlo II d'Inghilterra lo nominò cavaliere.

Carmaux e Wan Stillerormai invecchiati e stanchi di menarele maniseguirono l'antico luogotenente del orsaro Nerogodendosi in pace gliultimi anni della loro tribolata ed avventurosa esistenza.

 

 

F I N E