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Luigi Pirandello

L'esclusa

 

Parte 1

I

Antonio Pentàgora s'era già seduto a tavola tranquillamente per cenarecome se non fosse accaduto nulla.
Illuminato dalla lampada che pendeva dal soffitto bassoil suo volto tarmatopareva quasi una maschera sotto il bianco roseo della cotenna rasaridondantesulla nuca. Senza giaccacon la camicia floscia celesteun po' stintaapertasul petto irsutoe le maniche rimboccate sulle braccia peloseaspettava che loservissero.
Gli sedeva a destra la sorella Sidorapallida e aggrottatacon gli occhi acutiadirati e sfuggenti sotto il fazzoletto di seta nera che teneva sempre in capo.A sinistrail figlio Niccolinospiritatocon la testa orecchiuta dapipistrello sul collo stralungogli occhi tondi tondi e il naso ritto.Dirimpetto era apparecchiato il posto per l'altro figlioRoccoche rientravain casaquella seradopo la disgrazia.
Lo avevano aspettato finoraper la cena. Poiché tardavas'erano messi atavola. Stavano in silenzio tutt'e trenel tetro stanzonedalle pareti basseingiallitelungo le quali correvano due interminabili file di seggiole quasitutte scompagne. Dal pavimento un po' avvallatodi mattoni rosispirava untanfo indefinibiled'appassito.
FinalmenteRocco apparve sulla sogliacupodisfatto. Era uno stangone biondodi pochi capelliscuro in viso e con gli occhi biaviquasi vani e smarritiche però gli diventavano cattivi quando aggrottava le sopracciglia e stringevala bocca largadalle labbra molliviolacee. Camminando sulle gambe apertesidimenava sul busto e seguiva con la testa e con le braccia l'andatura. Ognitanto aveva un tic alle corde del collo che gli faceva protendere il mento etirare in giù gli angoli della bocca.
- Ohbravo Roccuccioeccolo qua! - esclamò il padre fregandosi le grosse maniruvidepiene d'anelli massicci.
Rocco stette un po' a guardare i tre seduti a tavolapoi si buttò su la primaseggiola presso l'usciocoi gomiti su le ginocchiale pugna sotto il mentoilcappello su gli occhi.
- Ohe àlzati! - riprese il Pentàgora. - T'abbiamo aspettatosai? Non micredi? Parola d'onorefino alle dieci... nopiùpiù... che ora è? Vieniqua: ecco il tuo posto: apparecchiatoquacome prima.
E chiamòforte:
- Signora Popònica!
- Epponìna- corresse Niccolino a bassa voce.
- Zittobestialo so. Voglio chiamarla Popònicacome tua zia. Non èpermesso?
Roccoincuriositoalzò la testa e brontolò:
- Chi è Popònica?
- Ah! una signora caduta in bassa fortuna- rispose allegramente il padre. -Vera signorasai? Da jeri ci fa da serva. Tua zia la protegge.
- Romagnola- aggiunse Niccolinosommessamente.
Rocco ripiegò la testa su le mani; e il padresoddisfattosi recò pian pianoalle labbra il bicchiere ricolmo; lo scoronò con un sorsellino cauto; poistrizzò un occhio a Niccolino efacendo schioccare la lingua:
- Buono! - disse. - Roccucciovino nuovo; fa stringer l'occhio... Assaggiaassaggiati rimetterà lo stomaco. Sciocchezzefiglio mio!
E tracannò il resto in un fiato.
- Non vuoi cenare? - domandò poi.
- Non può cenare- osservò piano Niccolino.
Tacquero tuttibadando che le forchette non frugassero nei piatticome per nonoffendere il silenzio ch'empiva penosamente lo stanzone. Ed ecco la signoraPopònicacoi capelli color tabacco di Spagnaunti non si sa di qual mantecagli occhi ammaccati e la bocca grinzosa appuntitaentrare tentennante su legambetteforbendosi le mani piccolesconciate dal lavoroin una giacca smessadel padronelegata per le maniche intorno alla vita a mo' di grembiule. Latintura dei capellil'aria mesta del volto davano a vedere chiaramente chequella povera signora caduta in bassa fortuna avrebbe forse desiderato qualcosadi più che il disperato amplesso di quelle maniche vuote.
Subito Antonio Pentàgora con la mano le fe' cenno d'andar via: non c'era piùbisogno di leipoiché Rocco non voleva cenare. Quella inarcò le cigliasbalzandole fin sotto i capellidistese su gli occhi dolenti le pàlpebrecartilaginosee andò viadignitosasospirando.
- Ricòrdatioh! che te l'avevo predetto- uscì a dire finalmente ilPentàgora.
Sonò il suo vocione così urtante nel silenzioche la sorella Sidoraquantunque sempre astrattabalzò da sederetolse dalla tavola il piattodell'insalataghermì un tozzo di panee scappò viaa finir di cenare inun'altra stanza.
Antonio Pentàgora la seguì con gli occhi fino all'usciopoi guardò Niccolinoe si stropicciò il capo con ambo le maniaprendo le labbra a un ghignofrigidomuto.
Ricordava.
Tant'anni addietroanche a luidi ritorno alla casa paterna dopo il tradimentodella mogliela sorella Sidorabisbetica fin da ragazzaaveva voluto che nonsi movesse alcun rimprovero. Zitta zittalo aveva condotto nell'antica suacamera da scapolocome se con ciò avesse voluto dimostrargli che si aspettavadi vederselo un giorno o l'altro ricomparire davantitradito e pentito.
- Te lo avevo predetto! - ripetériscotendosi da quel ricordo lontanocon unsospiro.
Rocco si alzòsmaniosoesclamando:
- Non trovi altro da dirmi?
Niccolino allora tiròsotto sottola giacca al padrecome per dirgli: «Stiazitto!».
- No! - gridò forte il Pentàgora su la faccia di Niccolino. - Vieni quaRoccuccio! Lèvati codesto cappello dagli occhi... Ahgià: la ferita! Lasciamivedere...
- Che m'importa della ferita? - gridò Roccoquasi piangente dalla rabbiasbertucciando e sbatacchiando il cappello sul pavimento.
- Sìguarda come ti sei conciato... Acqua e acetosubito: un bagnolo.
Rocco minacciò:
- Ancora? Me ne vado!
- E vàttene! Che vuoi da me? Parlasfògati! Ti prendo con le buonee sparicalci... Mettiti il cuore in pacefigliuolo mio! La letteraio dicoavrestipotuto raccoglierla con più garbosenza romperti così la fronte nellosportello dell'armadio. Ma basta: sciocchezze! Denari ne hai quanti ne vuoi;femminepotrai averne quante ne vorrai. Sciocchezze!
Sciocchezze! era il suo modo d'intercalare e accompagnava ogni voltal'esclamazione con un gesto espressivo della mano e una contrazione dellaguancia.
Si levò di tavola erecatosi presso il cassettonesu cui stava accoccolato ungrosso gatto bigiotrasse una candela; staccòper dare a vedere ciò cheintendeva farei gocciolotti dal fusto; poi l'accese e sospirò:
- E oracon l'ajuto di Dioandiamo a dormire!
- Mi lasci così? - esclamò Roccoesasperato.
- E che vuoi che ti faccia? Se parlo ti secchi... Debbo stare qua? Ebbenestiamo qua...
Soffiò su la candela e sedé su una seggiola presso il canterano. Il gatto glisaltò sulle spalle.
Rocco passeggiava per lo stanzonemordendosi a quando a quando le mani ofacendo con le pugna serrate gesti di rabbia impotente. Piangeva.
Niccolinoseduto ancora a tavolasotto la lampadaarrotondava con l'indicepallottoline di mollica.
- Non hai voluto darmi ascolto- ripresedopo un lungo silenzioil padre. -Hai... ehm...! sìhai voluto fare come me... Mi viene quasi da riderechevuoi farci? Ti compatiscobada! Ma è stataRocco miouna riprova inutile.Noi Pentàgora... - quietoFufùcon la coda! noi Pentàgora con lemogli non abbiamo fortuna.
Tacque un altro pezzopoi ripigliò lentamentesospirando:
- Già lo sapevi... Ma tu credesti d'aver trovato l'araba fenice. E io? Talquale! E mio padresant'anima? Tal quale!
Fece con una mano le corna e le agitò in aria.
- Caro miovedi queste? Per noistemma di famiglia! Non bisogna farsene.
A questo puntoNiccolinoche seguitava ad arrotondare tranquillamentepallottolinesghignò.
- Scioccoche c'è da ridere? - gli disse il padrelevando sù dal petto iltestone rasosanguigno. - È destino! Ognuno ha la sua croce. La nostraèqua! Calvario.
E si picchiò sul capo.
- Maalla fin finesciocchezze! - seguitò. - Croce che non pesaè veroFufù?quando abbiamo cacciato via la moglie. Anziporta fortunadicono. La gentepiglia mogliecome si piglia in mano la fisarmonicache pare chiunque debbasaperla sonare. Sìa stendere e a stringere il mànticenon ci vuol molto; maa muover le dita di quella maniera per pigiare su i tastilì ti voglio! Diconoche sono cattivo. Ma perché sono cattivo? Come sto in pace iocosì vorrei chestésse in pace tutto il mondo. Ci sono però di questi taliche quando possonodir male di unopare che ingrassino. Del resto a me mi fa più utile chi mibiasima. Sai che faccio? Prendo il biasimo e me l'applico qua.
Si picchiò sulla natica. E poco dopo ripigliò:
- Chi vuol moriremuoja. Io m'ingegno di campare. Salutene abbiamo da vendereeper tutto il restola grazia di Dio non ci manca. Si saper altroche lemogli è il loro mestiere d'ingannare i mariti. Quand'io sposaifiglio miotuononno mi disse precisamente quel che poi io ripetei a teparola per parola. Nonvolli ascoltarlocome tu non hai voluto ascoltarmi. E si capisce! Ognuno vuolfarne esperienza da sé. Che cosa credevo io che fosse Fanamia moglie?Precisamente ciò che tuRoccuccio miocredevi che fosse la tua: una santa!Non ne dico malené gliene voglio: ne siete testimonii. Do a vostra madretanto che possa viveree permetto che voi andiate a visitarla una volta l'annoa Palermo. M'ha reso in fin dei conti un gran servizio: m'ha insegnato che sideve obbedire ai genitori. Dico perciò a Niccolino: «Tu almenofigliuolo miosàlvati!».
Quest'uscita non piacque a Niccolinoche già faceva all'amore:
- Ma pensate a vojaltrivoiche a me ci penso io!
- A luioibò! a lui... ahfiglio mio! - esclamò sogghignando il Pentàgora.- Ma San Silvestro... Ma San Martino...
- Va beneva bene- rispose Niccolino irritatissimo. - Ma a noi la mammapoverettache male ha fattose pur è vero che...?
Niccoli'ora mi secchi! - lo interruppe il padrelevandosi in piedi. - Èdestinosciocconaccio! E io parlo per il tuo bene. Prendiprendi mogliesetre esperienze non ti bastanoe - se sei davvero dei Pentàgora - vedrai!
Si liberò del gatto con una scrollatatolse dal canterano la candela esenzaneanche accenderlascappò via.
Rocco aprì la finestra e si mise a guardar fuori a lungo.
La notte era umida. In bassodopo il ripido degradare delle ultime case giùper la collinala pianura immensasolitariasi stendeva sotto un velo tristedi nebbiafino al mare laggiùrischiarato pallidamente dalla luna.Quant'ariaquanto spazio fuori di quell'alta finestra angusta! Guardò lafacciata della casaesposta lassù ai ventialle pioggemalinconicanell'umidore lunare; guardò in basso la viuzza neradesertavegliata da unsolo fanale piagnucoloso; i tetti delle povere case raccolte nel sonno; e sisentì crescere l'angoscia. Rimase attonitoquasi con l'anima sospesaamirare; e comedopo un violento uraganolievi nuvole vagano indecisepensierialienimemorie smarriteimpressioni lontane gli s'affacciarono allo spiritosenza precisarsi tuttavia. Pensò che lìin quella straducola angustaquand'egli era bambinoproprio sotto a quel fanale dal fioco lume vacillanteuna notteera stato ucciso un uomo a tradimento; che poi una serva gli avevadetto che lo spirito di quell'ucciso era stato veduto da tanti; e lui ne avevaavuto una gran paura e per parecchio tempo non aveva più potuto affacciarsi disera a guardare in quella via... Ora la casa paternalasciata da circa dueannilo riprendevacon tutte le reminiscenzecon l'oppressione antica. Egliera libero di nuovocome ritornato scapolo. Avrebbe dormito soloquella nottenella cameretta nudanel lettuccio di prima: solo! La sua casa maritalecoiricchi mobili nuoviera rimasta vuotabuja... le finestre erano rimasteaperte... e quella lunacalante tra le brume sul mare lontanodoveva vedersicerto anche dalla sua camera da letto... Il suo letto a due... tra i cortinaggidi seta rosea... ah! Strizzò gli occhi e serrò le pugna. E domani? che sarebbestato domaniquando tutto il paese avrebbe saputo ch'egli aveva scacciato dicasa la moglie infedele?
Làcol capo immerso nel vasto silenzio malinconico della notte punto qua e làe vibrante da stridi rapidi di pipistrelli invisibilicon le pugna ancoraserrateRocco gemetteesasperato:
- Che debbo fare? che debbo fare?
- Scendi giù dall'Inglese - insinuò piano e quieto Niccolinoche se ne stavaancor presso la tavolacon gli occhi fissi su la tovaglia.
Rocco stolzò alla vocee si voltòstordito da quel consiglio e dal vedere ilfratello ancora lìimpassibilesotto la lampada.
- Da Bill? - gli domandòaccigliato. - E perché?
- Ionel tuo casofarei un duello- disse con aria semplice e convintaNiccolinoraccogliendo nel cavo della mano tutte le pallottoline arrotondate eandando a buttarle dalla finestra.
- Un duello? - ripeté Roccoe stette un poco a pensareimpuntato; poiproruppe: - Ma sìma sìma sìdici bene! Come non ci avevo pensato?Sicuroil duello!
Dalla chiesa vicina giunsero i rintocchi lenti della mezzanotte.
- Mezzanotte.
- L'Inglese sarà sveglio.
Rocco raccolse il cappello ammaccato dal pavimento.
- Ci vado!

 

Parte I

II

Per la scalaal bujoRocco Pentàgora rimase un tratto perplessosepicchiare all'uscio dell'Inglese o a quello più giù d'un altro pigionanteilprofessor Blandino.
Antonio Pentàgora aveva edificato quella sua casache pareva un torrioneapiano a piano. Al quartoper il momentos'era arrestato. Mao che la casarimanesse veramente fuori manoo che nessuno volesse aver da fare colproprietarioil fatto era che al Pentàgora non riusciva mai d'appigionarne unquartierino. Il primo piano era vuoto da tant'anni; del secondo una sola cameraera occupata da quel professor Blandinoaffidato alle cure della signoraPopònica; del terzoparimenti una soladall'inglese Mr H.W. MaddendettoBill. Tutte le altrequa e làdai topi. Il portinajo aveva la dignitosagravità d'un notajo; macinque lire al mese; per cui non salutava mai nessuno.
Luca Blandinoprofessore di filosofia al Liceosu i cinquant'annialtomagrocalvissimoma in compenso enormemente barbutoera un uomo singolareben noto in paese per le incredibili distrazioni di mente a cui andava soggetto.Aggiogato per necessità e con triste rassegnazione all'insegnamentoassorto dicontinuo nelle sue meditazioninon si curava più di nulla né di nessuno.Tuttaviachi avesse saputo all'improvviso impressionarlocosì da farlo perpoco discendere dalla sfera di quei suoi nuvolosi pensieriavrebbe potutotirarlo dalla sua e farsene ajuto prezioso e disinteressato. Rocco lo sapeva.
Uomo non meno singolare era il Maddenprofessore anche luima privatodilingue straniere. Dava a pochissimo prezzo lezioni d'inglesedi tedescodifrancesebistrattando l'italiano. Piazza internazionaledunquequella suafronte smisurata. I capelli aureifinissimipareva gli si fossero allontanatidai confini della fronte e dalle tempie per paura del naso aduncorobusto; main cerca di lorodalla punta delle sopracciglia serpeggiavano sù sùcome perandarsi a nasconderedue vene sempre gonfie. Sotto le sopracciglias'appuntavano gli occhietti grigio-azzurria volta astutia volta dolenticome gravati dalla fronte. Sotto il nasoi baffetti color di fienotagliatirigorosamente intorno al labbro. Nonostante la fronte monumentalela naturaaveva voluto dotare il corpo del signor Madden d'una certa agilità scimmiesca;e il signor Madden subito aveva tratto partito anche di questa dote: nelle ored'oziodava lezioni di scherma; ma cosìsenz'alcuna pretesabadiamo!
Probabilmente neppur luipovero Billavrebbe saputo ridire come mai dallanativa Irlanda si fosse ridotto in un paese di Sicilia. Nessuna lettera maidalla patria! Era proprio solocon la miseria dietronel passatoe la miseriadavantinell'avvenire. Così abbandonato alla discrezione della sortepure nons'avviliva. In veritàil signor Madden aveva in menteper sua venturapiùvocaboli che pensieri; e se li ripassava di continuo.
Rocco - come Niccolino aveva supposto - lo trovò sveglio.
Bill stava seduto su un vecchiosgangherato canapè davanti a un tavolinoconla gran fronte illuminata da una lampada dal paralume rotto; senza scarpeteneva una gamba accavalciata su l'altra e dava morsi da arrabbiato a un paninoimbottitoguardando religiosamente una bottiglia sturata di pessima birrachegli stava davanti.
Ogni mattonein quella camerareclamava la scopa e una cassetta da sputare peril signor Madden; reclamavano le pareti e i pochi decrepiti mobili unospolveraccio; reclamava il letticciuolo dai trespoli esposti le solide bracciad'una servottache lo rifacessero almeno una volta la settimana; reclamavanogli abiti del signor Madden non una spazzolama una bruscapiuttostodacavallo.
Le vetrate dell'unica finestra erano aperte; le persianeaccostate. Le scarpedel signor Maddenuna quauna làin mezzo alla camera.
- Oh Rocco! - esclamò con la barbara pronunzianella quale gargarizzavaschiacciavasputava vocali e consonanticon sillabazione spezzatacome separlasse con una patata calda in bocca.
- ScusaBillse vengo così tardi- disse Roccocon faccia cadaverica. - Hobisogno di te.
Bill ripeteva quasi sempre le ultime parole del suo interlocutorecome peragganciarvi la risposta:
- Di me? un momento. È mio dovere di rimettere prima le scarpe.
E guardòsconcertatola ferita su la fronte dell'amico.
- Ho avuto una lite.
- Non capisco.
- Una lite! - urlò Roccoadditando la fronte.
- Ahuna litebenissimo: a strifeder Streiteune mêléeyescapito benissimo. Si dice lite in italiano? Li-tebenissimo. Checosa posso io fare?
- Ho bisogno di te.
- (Li-te). Non capisco.
- Voglio fare un duello!
- Ahun duellotu? Benissimo capito.
- Ma non so- riprese Rocco- non so proprio nulla di... di scherma. Come sifa? Non vorrei farmi ammazzare come un canecapisci?
- Come un canebenissimo capito. E allora qualche... coup? Ahun colpo- si dice? Sìinfallibleio te lo insegnare. Molto semplicesì.Subito?
E Billcon una mossa da scimmia ben educatastaccò dalla parete due vecchifioretti arrugginiti.
- Aspettaaspetta... - gli disse Roccoturbandosi alla vista di quei ferracci.- Spiegamiprima... Io sfidoè vero? oppureschiaffeggio e sono sfidato. Ipadrini discutonosi mettono d'accordo. Duello alla sciabolaponiamo. Si vasul luogo stabilito. Ebbeneche si fa? Eccovoglio saper tuttocon ordine.
- Sìecco- rispose il Maddena cui l'ordineparlandopiacevaper nonimbrogliarsi; e si mise a spiegargli alla meglioa suo modoi preliminari d'unduello.
- Nudo? - domandò a un certo punto Roccocosternatissimo. - Come nudo?perché?
- Nudo... di camicia- rispose il Madden. - Nudo il... come si dice? letronc du corps... die Brust... ahyestorsoil torso. O puramentesenza nudosì... come si vuole.
- E poi?
- Poi? Ehsi duellare... La sciabla; in guardia; à vous!
- Ecco- disse Rocco- ioper esempioprendo la sciabola; avantiinsegnami... Come si fa?
Bill gli dispose beneprima di tuttole dita di tra le basette. Rocco silasciò piegarestirareatteggiare come un automa. Si avvilì presto però inquelle insolite positure stentate. - Cado! cado!- e il braccio teso gli sistancavagli s'irrigidiva; il fiorettopossibile? pesava troppo. - eh! eh!olà! oilà- incitava intanto il Madden. - AspettaBill! - nel dare quelcolpoil piede sinistro come poteva star fermo? e il destroDio! Dio! nonpoteva più ritrarsi in guardia! A ogni movimento il sangue gli affluiva conimpeto alla ferita della fronte. Intantoalle paretii decrepiti mobili parevache sussultasserosbalorditiagli sbalzi ridicoli delle ombre mostruosamenteingrandite di quei duellanti notturni.
bum! bum! bum! - alcuni colpi bussati con rabbia sotto il pavimento.
Il Madden ristettescosciatocon la gran fronte imperlata di sudore. Tesel'orecchio.
- Abbiamo svegliato il professore Luca!
Rocco si era abbandonatorifinitosu una seggiolacon le braccia ciondolonila testa cascanteappoggiata alla parete; quasi in deliquio. Parevainquell'atteggiamentoche avesse già terminato il duello con l'avversario ericevuto una ferita mortale.
- Abbiamo svegliato il professor Luca- ripeté Billguardando Roccoa cuitale notizia pareva non arrecasse alcuna spiacevole sorpresa.
- Andrò io dal Blandino- diss'egli alla finelevandosi in piedi. - Bisognasbrigar tutto prima di domani. Il Blandino mi farà da testimonio. Addio;grazieBill. Conto anche su tebada.
Il Madden accompagnò col lume in mano l'amico fino alla porta; aspettò sulpianerottolo che il professor Blandino venisse ad aprire eallorché la portadel secondo piano fu richiusasi ritirò facendo un suo gesto particolare conla manocome se si cacciasse una mosca ostinata dalla punta del naso.
Luca Blandino accolse di malumore quella visita notturna. Borbottandobarcollandointrodusse Rocco per le altre stanze desertenella sua camera;poicol barbone grigio abbatuffolato e gli occhi gonfii e rossi dal sonnointerrottosedé sul letto con le gambe nudepelosepenzoloni.
- Professoreabbia pietà di mee mi perdoni- disse Rocco. - Mi metto nellesue mani.
- Che t'è accaduto? Tu sei ferito! - esclamò il Blandino con voce raucaguardandolo con la candela in mano.
- Sì... ah se sapesse! Da dieci oreio... Samia moglie?
- Una disgrazia?
- Peggio. Mia moglie m'ha... L'ho scacciata di casa...
- Tu? Perché?
- Mi tradiva... mi tradiva... mi tradiva...
- Sei matto?
- No! che matto!
E Rocco si mise a singhiozzarenascondendo la faccia tra le mani e nicchiando:
- Che matto! che matto!
Il professore lo guardava dal lettonon credendo quasi agli occhi suoiai suoiorecchicosì soprappreso nel sonno.
- Ti tradiva?
- L'ho sorpresa che... che leggeva una lettera... Sa di chi? dell'Alvignani!
- Ah birbante! Gregorio? Gregorio Alvignani?
- Sissignore - (e Rocco inghiottì). - Oracapisceprofessore... così...così non puònon deve finire! Egli è partito.
- Gregorio Alvignani?
- Scappatosissignore. Questa sera stessa. Non so dovema lo saprò. Ha avutopaura... Professoremi metto nelle sue mani.
- Io? Che c'entro io?
- Una soddisfazioneprofessoreio una soddisfazione certamente me la devoprenderedi fronte al paese. Non le pare? Posso restar così?
- Pianopiano... Càlmatifiglio mio! Che c'entra il paese?
- L'onore mioprofessore! Le pare che non c'entri? Debbo difendere il mioonore... di fronte al paese...
Luca Blandino scrollò le spalleseccato.
- Lascia stare il paese! Bisogna riflettereragionare. Prima di tutto: ne seiben sicuro?
- Ho le letterele dicole lettere che lui le buttava dalla finestra!
- LuiGregorio? come un ragazzino? Ma mi dici davvero? Ohiohiohi... Lebuttava le lettere dalla finestra?
- Sissignorele ho qua!
- Ma guardaguardaguarda... E tua mogliesanto Dio! Non è figlia diFrancesco Ajalatua moglie? Badacaro mioche quello è una bestia feroce...Adesso nasce un macello... Che m'hai detto? Che m'hai detto? Vah... vah... vah...Dalla finestra? Le buttava le lettere dalla finestracome un ragazzino?
- Posso contare su leiprofessore?
- Su me? Perché? Ah tu vorresti fare... Aspettafigliuolo miobisognaragionare... Mi hai tutto scombussolato... Non è possibileadesso...
Scese dal letto; accostò a Rocco ebattendogli una mano su la spallaaggiunse:
- Torna sùfigliuolo mio... Tu soffri troppolo vedo... Domanieh? con laluce del sole. Ne riparleremo domani; ora è tardi... Va' a dormirese ti saràpossibile... va' a dormirefiglio mio...
- Ma mi prometta fin d'ora... - insisté Rocco.
- Domanidomani- lo interruppe di nuovo il Blandinospingendolo versol'uscio. - Ti prometto... Ma che birbanteoh! Le lettere gliele buttava dallafinestra? Bisogna aspettarsi di tutto a questo mondacciocaro mio! PoveroRoccuccioma guarda! ti tradiva... Sùsùandiamo...
- Professore... non m'abbandoniper carità! Conto su lei!
- Domanidomani- ripeté il Blandino. - Povero Roccuccio... la vitaeh? chemiseria... Buona nottefigliuolo miobuona nottebuona notte...
E Rocco sentì chiudersi dietro le spalle la portapiano pianoe restò albujosul pianerottoloin mezzo alla scala silenziosasmarrito. Nessuno volevapiù sapernedi lui?
Sedettecome un bambino abbandonatosu i primi scalini della brancapresso laringhieracoi gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani. Il bujoilsilenziola positura stessa gli strinsero il cuoregli fecero cader l'animo inun avvilimento profondo. Contrasse il volto e si mise a piangere e a lamentarsisommessamente:
- Ahmamma mia! mamma mia!
Pianse e pianse. Poi si cercò in tasca e ne trasse una lettera tuttabrancicata. Accese un fiammifero e si provò a leggere; ma avvertì su la manoil contatto di qualcosa umidalievissimaun po' vischiosa; e alzò ilfiammifero per veder che fosse. Un filo di ragnolunghissimoche pendevadall'alto della scala. Si distrasse a guardarloe non avvertì al fiammiferoche gli si consumava intanto tra le dita; si scottò eal bujogridò piùvolte:
- Maledetto! maledetto! maledetto!
Accese un altro fiammifero e si mise a leggere la letterach'era scritta diminutissimo caratteresu una carta cinerearuvida in vista. Lessemacchinalmente le prime parole: « Ti scrivo da tre mesi (son già tre mesi)e ancora... ». Saltò alcuni righi; fissò lo sguardo su un «: Quando?» sottolineatopoi buttò il fiammifero e restò con la lettera in mano e gliocchi sbarrati nel bujo.
Rivedeva la scena.
Aveva sforzato l'uscio con un violento spintonegridando: «La lettera! dammila lettera!». Al fracassoMarta s'era fatta riparo dello sportello aperto delgrande armadio a muro presso al quale leggeva. Egli aveva tratto in avanti conforza lo sportello e le aveva attanagliato i polsi. «Che lettera? Chelettera?» aveva ella balbettatoguardandolo atterrita negli occhi. Ma lacartaspiegazzata nell'improvviso terrore e impigliata tra le vesti e unpalchetto dell'armadio era caduta come una foglia secca sul pavimento. Ed eglinel lanciarsi a raccoglierlas'era ferito alla fronteurtando contro losportello aperto dell'armadio. Accecato dall'iradal doloreaveva allorainveito contro di leisenza riguardo alla maternità incipientee la avevasenz'altro cacciata di casa a urtonia percosse.
Poil'altra scenacol suocero. Era andato a mostrargli quella e le altrelettere dell'Alvignani rinvenute nell'armadio. Non c'era colpa? «E in checonsiste allora la colpa per lei?» gli aveva domandato. «Scusiforse perchéè sua figlia?». Francesco Ajala gli era saltato addosso come una tigre. «Miafiglia? che dici? mia figlia una sgualdrina?» Poi s'era ammansato. «BadaRoccobada a quello che fai... Vedi di che si tratta? Lettere... E tu rovinidue case: la tua e la mia. Forse puoi ancora perdonare...» «Ah sì? e laperdonerebbe leial mio postose invece d'esser padre fosse marito?» EFrancesco Ajala non aveva saputo rispondergli.
«Lui noe io sì? Oh bella!» pensò Rocconel silenzio della scala.
«È finita! ora è finita!»
Si levò in piedi eaccendendo un altro fiammiferosi mise a risalire lascalacon gli occhi alla lettera che aveva ancora in mano.
«Che vorrà dire?...» domandava a se stessocercando di decifrare il mottodell'Alvignani inciso in rosso in capo al foglio:

NIHIL - MIHI - CONSCIO.

 

Parte I

III

L'ombrapoi man mano il bujo avevano invaso la stanzaove la madre avevaaccolto Marta scacciata dal marito. Nel bujola suppellettile di vetro su latavolagià apparecchiata per la cena prima dell'arrivo di Martaritraevadalla strada qualche filo di luce.
La signora Agata Ajalaaltissima di statura e corpulentama con una dolcezzanello sguardo e nella voce che pareva volesse subito attenuarein chi laguardava o le parlaval'impressione sgradevole che il suo corpo doveva perforza destare; rientrando dalla saletta dove poc'anzi la avevano chiamataintravide all'improvviso lumenell'aprir l'usciole due figliuole sul canapèdi fronte: Marta con un fazzoletto sul volto abbandonata su la spallieraeMaria che le teneva una manochina su lei.
- Vuol partire... - annunziòquasi istupidita dall'inattesa sciagura.
- Mammaha saputo... ha saputo- disse allora Marta scrollando il capo etorcendosi le mani. - Ha saputo e non vuol più tornare a casa. Non perdonaloso. Va' tu a trovarlo; digli che tornimamma; io me ne vado. Lo sonon micrede più degna di stare in casa sua. Digli che vi sono venuta... cosìperché non sapevo dove andare. Me ne vado. Non sapevo dove andare.
Due care bracciatese in un impeto di commozionela attirarono a sé.
La madre disse:
- Dove volevi andare? Dove puoi andare? Rimanirimani quacon Maria. Andrò aparlargli...
Si tirò sul capo e si avvolse attorno al collo uno scialletto nero di lanaeuscì.
La larga strada del sobborgomolto animata durante il giornorestava poilaserasilenziosa e sola come una contrada di sognocon le alte case in filasule cui finestre la luna rifletteva un verde lume qua e là. Un greveinterrottosfilar di nubi fumolente velava a quando a quando la pallida e fresca serenitàlunare e gettava ombre cupe su la strada umida.
Oh San Francesco! invocò la madrealzando una mano verso la chiesa in fondoalla strada.
Lìa pochi passi dalla casasu la stessa strada suburbanasorgeva la vastaconcerìadi cui Francesco Ajala era proprietario. Appressandosiella scorseil marito a un balcone del primo piano; tremò al pensiero d'affrontarne l'ira eil doloresapendo purtroppo a quali terribili eccessi potevano trascinarlo. Eraalto più di leie il corpo gigantesco si disegnava in ombra nel vano luminosodel balcone.
Due erano le sciagurenon una sola. E questa del padre assai più grave diquella di Marta. Perchéa ragionare con un po' di calma e aspettando qualchegiornola sciagura della figlia forse si sarebbe potuta riparare. Ma col padrenon si ragionava.
La signora Ajala già da un pezzo aveva imparato a misurare ogni dispiacereogni dolorenon per se stessoche le sarebbe parso poco o nientema inconsiderazione delle furie che avrebbe suscitato nel marito. Se talvoltabuonDioper il guasto o la rottura di qualche oggetto anche di poco valorema dicui difficilmente si sarebbe potuto trovare il compagno in paesetutta la casapiombava nel luttonella costernazione più grave... E i vicinigli estraneirisapendolone ridevano; e avevano ragione. Per una boccettina? per unquadrettino? per un ninnolo qualunque? Ma bisognava vedere che cosa importasseper luiper il maritoquel guasto o quella rottura. Una mancanza di riguardonon all'oggetto che valeva poco o nullama a luia lui che l'aveva comperato.Avaro? Nemmen per sogno! Era capaceper quel ninnolo di pochi bajocchidimandare in frantumi mezza casa.
In tanti anni di matrimonioella era riuscita con le dolci maniere adammansarlo un po'perdonandogli anchespessotorti non lievisenza mai venirmeno tuttavia alla propria dignità e pur senza fargli pesare il perdono. Ma unnonnulla bastava di tanto in tanto a farlo scattare selvaggiamente. Forsesubito dopose ne pentiva; non volevaperòo non sapeva confessarlo: glisarebbe parso d'avvilirsi o di darla vinta: desiderava che gli altri loindovinassero; ma poiché nessunonello sbigottimentoardiva nemmeno difiatareegli si chiudevas'ostinava in una collera nera e muta per interesettimane. Certocon segreto dispettoavvertiva il troppo studio nei suoi dinon far mai cosa che gli désse pretesto di lamentarsi minimamente; e sospettavache molte cose gli fossero nascoste; se qualcuna poi veramente ne scopriva anchedopo molto tempolasciava prorompere furibondo il dispetto accumulatosenzariflettere che ormai quelle escandescenze erano fuor di luogoe che infines'era fatto per non dargli dispiacere.
Si sentiva estraneo nella sua stessa casa; gli pareva che i suoi lo tenesseroper estraneo; e diffidava. Specialmente di leidella mogliediffidava.
E la signora Agatainfattisoffriva sopra tutto di questo: che nell'animo dilui fossero impressi due falsi concetti di lei: l'uno di malizial'altrod'ipocrisia. Tanto più ne soffrivain quanto che lei stessa si vedeva spessocostretta a riconoscere che non senza ragione egli doveva credere così; perchédavvero ellamancando ogni intesa fra loro duetalvolta era forzata daibisogni stessi della vita a far di nascosto qualcosa ch'egli non avrebbecertamente approvata; e poi a fingere con lui.
Era sicura adesso la signora Agatache il maritonel furorele avrebberinfacciato tutte quelle lievi concessioni che in tanti anni era riuscita con ladolcezza a ottenere.
- Francesco! - chiamò con voce umilenel silenzio della strada.
- Chi è là? - domandò forte l'Ajalascotendosicurvandosi su la ringhieradel balcone. - Tu? Chi ti ha detto di venire? Vàttene! vàttene via subito! Nonmi far gridare di qua!
- Aprite ne supplico...
- Vàttenet'ho detto! Non voglio veder nessuno! A casa! subitoa casa! No?Scendosai?
E Francesco Ajaladiede uno scrollo poderoso alla ringhiera di ferroe siritrasse.
Ella attese a capo chinocome una mendicanteappoggiata al portoneasciugandosi di tanto in tanto gli occhi con un fazzoletto che teneva in mano daquattr'ore.
Un rumore di passi per il lungo androne internocuporintronante: lo sportelloa destra del portone s'aprìe l'Ajalacurvandosisporgendo il capoafferròper un braccio la moglie.
- Che sei venuta a far qui? Che vuoi? Chi sei? Non conosco più nessuno io; nonho più nessuno; né famiglia né casa! Fuori tutti! Fuori! Schifo mi fateschifo! Vàttene via! via!
E le diede un violento spintone.
Ella rimasecol braccio indolenzito dalla strettadavanti al vano dellosportello; poi entrò come un'ombrarassegnata ad aspettare ch'egli si votasseil cuore di tutta la collerarovesciandogliela addosso; decisa anche a farsipercuotere.
In mezzo al bujo andronel'Ajalacon le mani intrecciate dietro la nucalebraccia strette intorno alla testas'era messo a guardare la grande porta avetriin fondocieca nel blando chiaror lunare. Si voltòsentendo nel bujopiangere la moglie; le venne incontro con le pugna serrateruggendo conscherno:
- L'hai ricevuta in casa? Te la sei baciatacarezzatalisciatala tua bellafiglia? Che vuoi ora da me? Che aspetti qua? me lo dici?
- Vuoi partire... - singhiozzò ellapiano.
- Subitosì! La valigia...
- Dove vuoi andare?
- Debbo dirlo a te?
- Ma anche... per sapere ciò che debbo prepararti... quanto starai fuori...
- Quanto? - gridò lui. - E t'immagini ch'io possa ritornare? rimettere piedenella vostra casa svergognata? Via per sempre! In galera o sottoterra. Loraggiungerò! lo raggiungerò! Oha costo di...
- E ti par giusto? - arrischiò elladesolatamente.
- Noma che! no! - tuonò egli con un ghigno orribile. - Giusto è che unafiglia insudici il nome del padre! che si faccia scacciare come una sgualdrinadal maritoe che poi venga a insegnarne l'arte alla sorella minore! Questo ègiustoquesto è giusto per telo so!
- Come vuoi tu- diss'ella. - Ma io ti domandavo seprima di lasciarti andarea un tale eccessonon ti pareva che convenisse piuttosto...
- Che cosa?
- Vedere se fosse possibile evitare lo scandalo.
- Lo scandalo? - gridò egli. - Ma se Rocco è venuto qua!
- Qua?
- A mostrarmi le lettere!
- Ahtu le hai vedute? - domandò ella con ansia. - L'ultima? C'è la prova cheMarta...
- È innocenteè vero? - scattò egliafferrandola per un bracciorespingendolaandandole addosso di nuovo. - Innocente? Innocente? hai ilcoraggio di dire innocente davanti a me? E quaquaquarossorequane hai?rossorequa?
Ein così diresi percosse più volte furiosamente le guance. Poi ripigliò:
- Innocente... Con quelle lettere? Avresti fatto lo stessodunquetu? Sta'zitta! Non arrischiarti a scusarla!
- Non la scuso- gemette ellapianocon strazio. - Ma se ho la provaiolaprova che mia figlia non merita il castigo che le si vuole infliggere...
- Ahquesto- tonò cupamente l'Ajala- questo l'ho detto anch'io aquell'imbecille...
- Vedi? - gridò la mogliequasi ilarata da un lampo di speranza.
- Ma poi egli mi chiese se ioal posto suoavrei perdonato... Ebbeneno!Perché io- aggiunseriafferrando per le braccia la moglie e scrollandolaforte- io non t'avrei perdonato: ti avrei uccisa!
- Senza colpa.
- Per quella lettera! Non ti basta?
- Martasìsarà colpevole- si piegò allora ad ammettere la madre- mad'una leggerezzanon d'altro. Ma ora tu che vuoi fare? Partireaffrontarecoluitu! E non intendi che la sciaguracosì... Lasciami direper carità!Ho fedeioho fede che un giornoprestola luce si farà...
- Non scusare! Non scusare!
- Non scuso Martano; accuso meva bene. Memeperché io non dovevolasciarlo fare questo matrimonio...
- Accusi anche medunque?
- Ma se tu stesso l'hai detto! Non te n'eri pentito? Abbiamo avuto troppa frettadi maritarlae confessa che abbiamo scelto male! E quel che le toccò soffriresotto la tirannia di quella strega della zia e del padre infameprima che Roccosi risolvesse a far casa da sé? Questo non la scusasìè verolo so; mapuò renderemi sembrameno severi nella pena. E pure una disgraziata... sìuna...
Non poté seguitare. Nascose il volto nel fazzoletto scossa dai singhiozziirrefrenabili.
Eglicon un gomito appoggiato al muro e la fronte nella manoscompigliavaritmicamente col piede un mucchietto di ferruche raccolte lì nell'androneecon le ciglia giunteirsuteaggrondatepareva solo intento a quell'eserciziodel piede. Poi disse con voce cupa:
- Giacché la colpa è mia e tuaquesta è la nostra condannae dobbiamoscontarla. Bada! Rientro con te in casa; saràd'ora in poila mia e la tuaprigione. Non ne uscirò che morto!
Andò sù per chiudere il balcone rimasto aperto. La moglie attese un pezzonelbujo dell'androne; poivedendolo tardaresalì anche lei. Lo trovò con lafaccia contro il muroche piangevasolo.
- Francesco...
- Via! via! via!
La spinse avantidi furia. Chiusa la concerìafecero in silenzio il brevetratto fino a casa. Davanti alla portaordinò alla moglie di salire avantiaggiungendominaccioso:
- Non debbo vederla!
Poco doposalì anche lui e andò a chiudersi a chiave in una cameraal bujo;si buttò sul lettovestitocon la faccia affondata nei guancialistringendocon una mano la testata della lettiera.
Giacque così tutta la notte. Di tratto in trattobalzava a sedere sul letto.Tendeva l'orecchio. Nessun rumore per casa. Pure nessuno certo dormiva.
Quel profondo silenzio gl'irritava sordamente l'interno tumulto dell'animaviolenta. Così sedutosi torturava le gambele bracciacon le ditaartigliatestretto alla gola da una voglia rabbiosaimpotentedi piangered'urlare. Poi ricadeva sul lettoriaffondava la faccia nel guanciale bagnato dilagrime.
Come! Aveva dunque pianto?
A poco a pocosotto l'incubo dei pensieri che gli si presentavano sempre con lamedesima formacol medesimo girosi stordì e rimase a lungo immobilequasiinconsapevolesospirando di tratto in trattostanco; ridestandosi talora conla coscienza ottusa e la sensazione soltanto degli occhi aridisbarrati nelbujo della camera.
Poi le fessure delle imposte cominciarono a schiarirsi. Grado gradoquei filiesili d'umido albore s'accesero vieppiù nel bujorifulsero biondi: il sole!
Egli dal lettocon le mani intrecciate dietro la nucaguardava le imposte.Giù per la strada cominciava il trànsito continuo dei carried era come segli passassero per la mente: li vedevacosì giacente e compreso ancora daltepore del letto e della cameracon l'anima appena risentita. Di fuoriilgiorno... il lavoro... Gli operajseduti l'uno accanto all'altro sulmarciapiediaspettano che s'apra il portone della concerìa. Eccosuona lacampanaentranoa due a duea treallegri o taciturnicon un fagottinosotto il braccio. Il vecchio Scomaahquegli non parla mai... sua figlia...
Anche mia figlia! anche mia figlia! Peggio di quella! Quella non tradìfutradita; e ora la miseria...
Balzò dal lettoquasi per correre da Marta e afferrarla per i capellitrascinarla per casapercuoterla a sangue.
Due picchi all'usciotimidi.
- Chi è? - gridò sobbalzando.
- Io... - sospirò una vocedietro l'uscio.
- Via! Non voglio veder nessuno!
- Se hai bisogno...
- Via! via!
E sentì i passi della moglie allontanarsi pian pianoe li seguì col pensieronelle altre stanze. Dov'era «ella»? che faceva? poteva aver l'ardire diparlaredi guardare in faccia la madrela sorella? e che diceva? Svergognata!svergognata!
Il pensiero di leila curiosità di vederlail bisogno quasi di sentirla tuttapiangere tremante sotto gli occhi suoi senza concederle il perdono supplicato inginocchiolo tennero tra le smanie tutto il giorno. Aveva lasciato la camera albujoed era giunto a sentir finanche orrore delle fessure luminose delleimposte che gli ferivano gli occhi ogni qualvolta si voltavapasseggiando.
Sul tardicondiscese ad aprire alla figlia minore. Aprì l'uscio e si stese dinuovo sul letto.
- Richiudi subito!
Maria richiuse subito l'uscio e posò a tasto una tazza di brodo sul tavolino danotte.
- Ti senti male?
- Non mi sento nulla- rispose con durezza.
Maria sedettesospirando pianoa piè del lettocol tovagliolo tra le mani.
Egli si levò su un gomitoforzandosi a discernere la figlia nel bujo.
Maria non era mai stata la preferita. Era cresciuta quasi all'ombra di Martaeda se stessa pareva si fosse acconciata al còmpito di stare accanto allasorella adorata per farne meglio risaltare l'ingegnolo spiritola bellezza.Nessuno aveva mai badato a leiné ella se n'era mai neppure lagnata fra sévinta anch'essa dal fascino di Marta. Pensieri e sentimenti erano rimasti chiusiin leiquasi non richiesti da nessuno. E né il padre né la madre pareva sifossero peranche accorti ch'ella era cresciutach'era ormai donna. Non bellané vaga; ma dagli occhi e dalla voce spirava tanta bontà e dagli atteggiamenticosì timida graziache riusciva a tutti irresistibilmente simpatica.
- Maria- chiamò con voce rauca il padreancora nella stessa positura.
Maria accorse al letto e si sentì all'improvviso cingere e serrare forte dalbraccio di luisi sentì sul seno la testa del padre. Così piansero entrambisenza dir nullavieppiù strettia lungo.
- Vàttenevàttene... - diss'egli alla fineangosciato. - Non voglio nulla...Voglio restar solo...
E la figlia obbedìtremante ancora dalla tenerezza inattesa.

L'esclusa

 

Parte 1

IV

Maria aveva ceduto a Marta la camerettain cui questa soleva dormire daragazza. Nulla era mutato in essanulla di suo vi aveva messo Maria.
Era ancora lì quel caro armadietto dalle antiche pitture villerecce su glisportellialle quali la pàtina veramente aveva più aggiunto che tolto. Eraancora lì il tavolinetto da lavoro della nonna dall'impiallacciatura arsa escoppiata da tanto tempoda quella serain cui ella vi aveva lasciato cadersù il lume e per poco la fiamma non le si era appresa alle gonnelle. Ecco lìancoraaccanto al lettuccio d'ottonel'acquasantiera di vetro esottolarametta di palma col nastro roseoora sbiadito.
C'era acqua santa in quella piletta? Ohcerto sì: Maria era tanto divota!
E al capezzale l'Ecce homo d'avorioriparato da una lastra concavadentro la cornice ovalenera; l'Ecce homo che una volta aveva chinato insegno d'assentimento il capo incoronato di spine a lei e a Maria accorse unadopo l'altra a supplicarlo per la madre colta da improvviso malore.
Marta non era mai stata superstiziosa; pure quel segno non le era uscito maipiù dalla memoriacon lo strano sgomento nel sapere dalla sorellaalquantotempo dopoche anche a lei era parso di vedere l'Ecce homo chinare ilcapo in segno di assentimento.
Allucinazionicerto! Matuttaviaperché non osava adesso alzar gli occhi aguardare quell'immagine sacra al capezzale?
Non era davvero innocente? Aveva forse amato l'Alvignani? Ma via! Non le parevaneanche ammissibile che qualcuno potesse crederci sul serio. Tutto il suo tortoconsisteva nel non aver saputo respingerecome dovevaquelle letteredell'Alvignani. Le aveva respintema da inespertarispondendo... A ogni modonon si sentiva in nullaper nulla colpevole verso il marito.
Della furtiva corrispondenza epistolare aveva letto con interesse solo quellaparte che si riferiva al caso di coscienza tanto gravequanto ingenuamente dalei esposto all'Alvignani in risposta alle prime lettere di lui troppofilosoficheper disgrazianella loro composta sentimentalità.
Delle frasi d'amore non s'era curatao ne aveva risocome di superfluitàgalanti e innocue. S'era insomma impegnata tra loro due una polemica puramentesentimentale e quasi letterariala quale era durata così circa tre mesie dicui forsesìsi era un po' compiaciutanell'ozionella solitudine in cui lalasciava il marito. Curando la formascegliendo le frasi come per uncomponimento scolasticoera orgogliosa di fronte a se stessa di quel segretoduello intellettuale con un uomo quale l'Alvignaniavvocato di gridolodatoammiratocorteggiato da tutta la cittàche si preparava a eleggerlo deputato.
L'irrompere del marito nella cameramentr'ella leggeva la letteranella qualeper la prima volta l'Alvignani s'era arrischiato a darle del tula scenaviolenta che n'era seguital'aveva stupita e spaventata tanto piùin quantoche si sentivaleggendolaaffatto calma e indifferente. Innocentediceva lei.
A ogni donna onestache non fosse bruttapoteva capitar facilmente di vedersiguardata con strana insistenza da qualcuno; e se colta all'improvvisoturbarsene; se prevenuta della propria bellezzacompiacersene. Ora a nessunadonna onestanel segreto della propria coscienzasarebbe sembrato dicommettere peccato in quell'istante di turbamento o di compiacenzacarezzandocol pensiero quel desiderio suscitatoimmaginando in uno sprazzo fuggevoleun'altra vitaun altro amore... Poi la vista delle cose attorno richiamavaricomponeva la coscienza del proprio statodei proprii doveri; e tutto finivalì... Momenti! Non si sentiva forse ciascuno guizzar dentrospessopensieristraniquasi lampi di folliapensieri inconseguentiinconfessabilicomesorti da un'anima diversa da quella che normalmente ci riconosciamo? Poi queiguizzi si spengonoe ritorna l'ombra uggiosa o la calma luce consueta.
Senza volerlosenza sapere precisamente in qual modosi era trovata presaavviluppata in un intrico.
Dalla paurosa sorpresa nel vedersi buttare dall'Alvignani la prima lettera edalla incertezza tormentosa sul partito da prendere per impedire che coluiseguitassenon sapeva più comeella - onestaonestafiglia di gente onesta- ecco quaera potuta man mano arrivare fino a quel puntosenza alcunsospetto. Ahquante imprudenze aveva commesso quell'uomo avanti che le buttassela prima lettera e dopo! Ora le notava; ora se ne sentiva offesa. Quelle tendinedelle finestre dirimpetto non avevano requie: sollevate da una parte odall'altrapoi d'un tratto abbassate; e certe subitanee scomparse dallafinestrae certi segni del capo e delle mani... E aveva potuto riderealloraridere di quell'uomo già maturorispettabileche si rendeva davanti a leicosì ridicoloimbambolito... Ma a qual mezzo avrebbe dovuto appigliarsi perfare che colui smettesse dal tormentarla? Compromettere il padre? il marito?N'era esasperataavvilita; e pur non di meno gli occhi le andavano sempre lìalle finestre dirimpettoinvolontariamentequasi per forza di legamentolì... Usciva soventeper sottrarsi a quella tentazione puerile; si recava perintere giornate alla casa paterna; e qua costringeva Maria a sonarea sonarsempre la stessa cosauna vecchia e mesta barcarola.
- Martaebbene?
E leisprofondata sul divanorispondeva con voce flebile e gli occhi invagati:
- Sono lontano... lontano...
Maria ridevae a Marta risonavano ora negli orecchi le risate schiette dellasorella. E seguitava a ricordarea rivedere col pensiero. Nel salotto entravala madreche le domandava del marito.
- Al solito... - le rispondeva lei.
- Sei contenta?
- Sì.
E mentiva. Non che avesse da ridire su la condotta di lui; ma eccole rimanevain fondo all'anima un sentimento ostilenon ben definito; e non da ora: fin dalprimo giorno della promessa di matrimonioallor che a leiragazza di sedicianni appenatolta dal collegioagli studii seguiti con tanto fervoreRoccoPentàgora era stato presentato come promesso sposo. Era un sentimento di vagaoppressione ricacciato dentro e soffocato dalle savie riflessioni dei genitoriche nel Pentàgora avevano veduto un partito convenienteun buon giovinericco... Sìsì; e lei aveva ripetuto come sue queste savie considerazionidella madre e del padre alle compagne di collegio dalle quali aveva volutoprendere commiato; come se da bambina tutt'a un tratto fosse diventata vecchiaprovata e sperimentata nel mondo.
Qua e là le pareti della cameretta serbavano tuttavia alcune date scritte dalei: ricordicertodi antichi trionfi di scuola o d'ingenue feste tra amiche odi famiglia. E su quelle pareti e su tutti quegli oggetti umili semplici e caripareva che il tempo si fosse addormentato e che ogni cosa là dentro serbassel'odore del suo respiro. E Marta col pensiero rifrugava nella sua vita difanciulla.
Quante volte non aveva uditostandosene con gli occhi intenti e lo spiritovagantequel crepitìo delle prime piogge su i vetri delle finestre; quantevolte non aveva veduto quella luce scialbamalinconicanella camerettaraccoltacon la sensazione dolce nell'anima dei prossimi freddial declinaredell'autunno nuvolosodei brividori che fan le notti invernaliinnanzi almattutino?
Maria guardava la sorellastupita di quella calmae quasi non credeva agliocchi suoioffesa nel cuore dall'indifferenza con cui Marta pareva si fosse oraacchetata alla sciaguracome se la tempesta non le fosse passata or ora sulcapo. «Eppure non ignora» pensava Maria«in quale stato s'è ridotto ilbabbo per causa sua!». E quasi piangeva dalla pena di non veder la sorella comeavrebbe volutoumile cioèdesolatavinta nel suo cordoglio e inconsolabilecome nei primi giorni dopo il ritorno in casa.
Marta infatti non piangeva più. Dopo aver confessato tutto alla madretuttofin nei minimi particolarinei più intimi e segreti sentimentiaveva speratoche il padre almenose non più il maritole rendesse giustiziae sirimovesse da quel proposito di non uscire più di casach'era per leidifronte a tutto il paeseuna condanna anche più grave di quella che il maritocon sì poca ragione aveva voluto infliggerlescacciandola dal tetto coniugale.
Così eglisuo padreconfermava l'accusa del marito e la infamavairrimediabilmente. Come non lo intendeva?
Aveva domandato con ansia alla madre se avesse riferito al padre la confessionee la madre le aveva detto di sì.
Ebbene? Irremovibile?
Da quel momentonon aveva più versato una lagrima. Si era sentita tuttarimescolaree la rabbia raffrenata s'era irrigidita in lei in un disprezzofreddoin quella maschera d'indifferenza dispettosa di fronte all'afflizionedella madre e della sorellale qualianziché condannare il padre per la suaciecatestarda ingiustiziasi mostravano costernate per luiper il male checerto gliene sarebbe venuto alla salutecome se n'avesse colpa lei.
E ora Marta domandava apposta a Maria notizie di qualche amica che prima venivaa visitare la madre; epoiché Maria rispondeva impacciataellasorridendostranamenteesclamava:
- Adessosi sanessuno vorrà più venire in casa nostra...
Tuttodunquedoveva finire così? Si doveva rimanere come in prigioneinquell'afain quel bujoin quel luttoquasi che il mondo fosse crollato?
La famiglia s'era ritirata nelle stanze più remote da quella ove FrancescoAjala se ne stava rinchiuso. Nessuna vocenessun rumore giungevano agli orecchidi luicheseduto su la poltrona a piè del lettoguardava la sogliailluminata sotto l'uscio nerospiava il lievecauto scalpiccìo su l'assitodella stanza attigua e si sforzava d'indovinare chi vi passasse in punta dipiedi. Non leicerto: era Agata... era Maria... era la serva...
- La concerìa- volle un giorno rammentargli la moglie. - Vuoi che propriotutto si perda così?
- Tutto! tutto! - le rispose egli. - Morremo di fame.
- E Maria? Non è figlia tua anche lei? Che colpa ha la povera Maria?
- E io? - gridò l'Ajalalevandosi torbido davanti alla moglie. - Che colpaavevo io? Tu l'hai voluto!
Si frenòsedette di nuovo; poi riprese con voce cupa:
- Fa' che venga da me tuo nipotePaolo Sistri. Affiderò a lui la direzionedella conceria. Non c'è più da aver superbiaora. Voleva Marta in moglie? Sela pigli! Ormai può essere di tutti.
- Oh Francesco!
- Basta così! Manda a chiamare Paolo. Andate via!
Da questo Paolo Sistrifigliuolo d'una sorella defunta della signora Agataebbero le tre donne notizia delle prodezze di Rocco Pentàgorach'era partitoveramenteil giorno dopo lo scandaloin cerca dell'Alvignanicol professorBlandino e col Madden. A PalermoGregorio Alvignani non aveva voluto dapprimaaccettare la sfida; era anzi riuscito a persuadere il Blandino d'indurre ilPentàgora a ritirarla; ma allora questi lo aveva pubblicamente investito percostringerlo a battersi con lui. E s'era fatto il duello e Rocco aveva riportatouna lunga ferita alla guancia sinistra. Orada tre giorniera ritornato inpaese in compagnia d'una donnaccia venduta; se l'era portata nella casamaritalel'aveva costretta a indossare le vesti di Marta esollevandol'indignazione di tutto il paesesi offriva spettacolo alla genteconducendosela a passeggioin carrozzacosì parata.
Ebbenedopo tali notizienon riconosceva ancora il padre l'indegnità di quelvile? non si vergognava di sottostare alla condanna infame di colui?
Marta fremeva di sdegno e di rabbiafaceva un continuo violento sforzo su sestessa per contenersi di fronte alla madre e alla sorellache si mostravanosempre più afflitte e abbattute.
- PiangiMariama perché? - domandò una mattinacon fare derisorio allasorella che entrava nella sua cameretta con gli occhi rossi.
- Il babbo... lo sai! - rispose Mariaa stento.
- Eh- sospirò Marta. - Che vuoi farci? Forse si riposa. Non fa male anessuno...
Era senza corpettodavanti allo specchioin piedi: trasse dal capo leforcinelle di tartarugae il nero volume dei capelli le cascò fragrante su lespallesu le braccia nude. Rovesciò indietro il capo e scosse così più voltela bella chioma pesante; poi sedettee l'omero tondocandidissimolevigatole emerse tra i capelli che s'erano partiti tra il seno e le terga. Su l'omeroil neo di violavenuto sù con gli anni lentamentecome una stelladallascapoladove prima Maria lo aveva scopertoquando ancora entrambe dormivanoinsieme.
- SupèttinamiMaria.

 

Parte 1

V

Lungo lungosparutodalle gambe sperticatedal volto sbiancatopinticchiato di lentigginicon ciuffetti di peli rossi su le gote e sul mentoPaolo Sistri veniva ora ogni sera a sottomettere all'approvazione dello zioAjala il rapporto giornaliero dei lavori della concerìa.
Dopo circa mezz'ora usciva abbattuto e sbalordito dalla stanza del rinchiusoealla zia Agata e a Maria che lo aspettavano ansiose rispondeva ogni voltapiegando da un lato la testa:
- Ha detto che va bene.
Ma dell'approvazione pareva non fosse né convinto né soddisfattocome insospetto che lo zio lo lodasse per beffa. Si abbandonava su una seggiolatiravadentro quanto più aria poteva e la soffiava pian piano per le naritentennandoil capo.
Ormaisotto l'imbrigliatura d'uomo d'affariaveva rinunziato a ogni velleitàamorosa. Nei primi giorni si mostrò impacciatissimo della presenza di Marta;poiman manosi rinfrancò un poco; parlandoperòsi rivolgeva piuttosto aMaria o alla zia Agata. Narrava con garbuglio opprimente di parole tutte leperipezie della giornatae si ripiegava in tutti i versi su la seggiola egirava gli occhi di qua e di là e sudava e inghiottiva. Ogni periodo di quelsuo discorso avviluppato restava in aria o sfumava a un tratto in unaesclamazione; se però qualcunoper disgraziagli riusciva alla fine senzaimpuntaturelo ripeteva tre e quattro volteprima di rimettersi alla fatica difigliarne un altro.
La zia mostrava d'ascoltarlo con attenzioneassentiva col capo quasi a ogniparola e spessoalla finesapendo ch'egli ormai non aveva più nessuno incasalo invitava a rimanere a cena.
Paolo accettava quasi sempre. Ma erano ben tristi quelle cene in silenziointerrotte dall'invio del cibo alla stanza del rinchiusogelate dall'aspetto diMariache ne ritornava ogni volta più oppressa.
Marta osservava ogni cosa con una strana espressione negli occhiora quasiderisoriaora sdegnosa. Quel dolore impresso negli altri non era un raffaccio alei della presunta sua colpa? Spesso si alzavaabbandonava la tavolasenza dirnulla.
- Marta!
Non rispondeva: andava a chiudersi nella sua cameretta. Maria alloradietrol'usciola pregava d'apriredi ritornare a cena. Ascoltava con un misto didolore e di godimento quelle preghiere insistenti della sorellae non aprivané rispondeva; poiappena Mariastanca di pregare inutilmenteandava viasistizziva contro se stessa di non aver ceduto e si metteva a piangere. Ma subitoil rimorso si cangiava in odio contro il marito. Ahin quella rabbia di cuorein quel momentose avesse potuto averlo fra le mani! E se le torcevale manipiangendosmaniando. E il frutto di quell'uomointantomaturava in grembo alei... Sarebbe stata madretra poco! Il suo stato le faceva orrore; sidibattevacadeva in convulsione; e quelle crisi violente la lasciavanodisfatta.
Talvolta Paolo Sistri rimaneva un po'dopo cenaa tener compagnia.Sparecchiata la mensasi rinfocolava timidamenteintorno a quella tavolasotto la lampadaun po' di vita familiare. Ma la voce usciva dolente da quellelabbraquasi paurosa del silenzio imposto alla casa dalla sciagura. Di trattoin tratto Maria si recava in punta di piedi a origliare dietro l'uscio delpadre.
- Dorme- rispondevarientrandoalla madre che la guardava in attesa.
E la madre chiudeva gli occhi sul suo cordoglio e sospiravarimettendosi allavoro: al corredino per il nascituro.
Bisognava far presto; poiché nessunofinoraci aveva pensatoa quel lavoroper il povero innocente che sarebbe venuto al mondo in quelle condizioni. Ciaveva pensatoda lontanoun'amica d'altri tempicon la quale la signoraAgataper ordine del maritoaveva rotto ogni relazione.
Si chiamava Anna Veronicaquest'amica. Quando la signora Agata l'avevaconosciuta la prima voltaella viveva insieme con la madreal cui mantenimentoera orgogliosa di provvedereinsegnando nelle scuole elementari. Molti giovaniin quel tempo s'erano messi a corteggiarlasperando di trarre in ingannol'appassionata natura di lei; ma Annache veramente si consumava dentronell'attesa d'un uomo a cui avrebbe consacrato il più ardente e devoto amores'era saputa sempre difendere. Qualche mazzolino di fiorilo scambio di qualcheletterinadiscorsi e sognifors'anche qualche bacio carpito: e basta poi.
Pure nell'insidia era caduta una voltapoco dopo la morte della madree vi erastata vilmente trascinata dal fratello d'una tra le sue più ricche amicheincasa delle quali soleva spesso recarsi dopo le interminabili ore di scuolasempre ben accettapoiché ella le ajutava nei loro lavori di cucitolerallegrava con le sue barzellette argute e prontee spesso rimaneva da loro adesinare e talvolta anche a dormire.
Quella prima caduta era stata tenuta nascosta con interessata prudenza daiparenti del giovinecosì che nulla di preciso n'era trapelato in paese. Annaaveva pianto segretamente la propria giovinezza sfiorital'avvenire spezzatoeaveva per qualche tempo sperato nel ravvedimento del giovine. Molte delleamicheignare o generosele avevano conservato la loro amiciziae fra questeAgata Ajalaallora da poco maritata.
Dopo alcuni anniperòAnna Veronica s'era imbattuta per disgrazia in un altrogiovinemalatomalinconicoil quale era venuto ad abitare vicino a leiintre stanzette umili e ariosecon un terrazzino pieno di fiori. Costui l'avevachiesta in moglie; ma Annaonestamenteaveva voluto confessargli tutto; poinon aveva saputoné forse potuto negargli quella stessa prova d'amore giàconcessa a un altro. Ma questa voltadopo la disdetta e l'abbandonoerasopravvenuto lo scandaloperché Anna s'era incinta del seduttore sentimentalepartito all'improvviso dal paese. Il bimboper fortunaera morto appena nato;Annadestituita da maestraaveva per carità ottenuto una misera pensioncinamercé la quale aveva potuto vivucchiare nella solitudine e nell'ignominiaincui quel malinconico miserabile l'aveva gettatae s'era rivolta a Dio perperdono.
La signora Agata vedeva spesso in chiesa Anna Veronicama fingeva di nonaccorgersene; Anna intendeva e non se n'aveva per male: levava gli occhi inaltoe in essi e sulle labbra le ferveva più viva la preghierapreghieranutrita ormai d'amore per tuttiper gli amici e per i nemicicome se toccassea lei dare prima esempio di perdono.
Avvenuto lo scandalo di MartaAnna Veronica aveva guardato con altri occhi lasignora Agatale domenichea messa. Sapeva che Marta era incinta; e un giornouscendo dalla chiesas'era accostata umilmente all'amica che pregava ancora edeponendole in fretta un involtino in grembole aveva detto:
- Questo per Marta.
La signora Agata aveva voluto richiamarla; ma Anna s'era voltata appena asalutarla con la mano ed era scappata via. Nell'involtino la signora Agata avevatrovato alcune trine intrecciate all'uncinettotre bavaglini ricamatiduecuffiette. N'era rimasta intenerita fino alle lagrime.
Delle molte amiche ch'ella contavanessuna dopo lo scandalo era rimasta fedele;maeccoin cambioquest'antica amicizia ora si riannodava quasi furtivamente.Difattila domenica appressoaveva riveduto Anna Veronica in chiesale si eraseduta accanto edopo messaavevano parlato a lungocommovendosi ai ricordidella loro antica amicizia e alle vicende e ai tristissimi casi occorsi adambedue.
E ora che Francesco Ajala se ne stava sempre rinchiusonon poteva Anna Veronicavenire di nascosto a tener compagniaad ajutare come un tempo l'amica nei suoilavori di cucito?
Potevasì. Ed eccoAnna Veronica attraversava in punta di piedi la stanzaattigua a quella del rinchiuso; si liberava del lungo scialle nero da penitente;e sorridendo a Marta e a Maria con due diversi sorrisi:
- Eccomi quafigliuole mie- diceva sottovoce. - Che c'è da fare?
Marta assisteva la sera a quel lavoro amoroso della madre e dell'amica; espessofissando quelle fascequelle camicinequei corpettiniquellecuffiette nel canestrogli occhi le s'infoscavano o le si riempivano di lagrimesilenziose.
Intanto Paolo a bassa voce si sforzava di fare intendere a Maria il congegnodella concerìa: la macina ritta per schiacciare le bucce di mortella o disommaccole trosce per l'addobbo dei cuojil mortajo... - o le rifaceva lacronaca del paese. Si era sossopra per le imminenti elezioni politiche. GregorioAlvignani aveva posato la candidatura. I Pentàgora spendevano un banco didenari per combatterlo. Manifestigaloppinicomiziigiornalettid'occasione... LuiPaolonon sapeva da qual parte tenerecome regolarsi; pernon essere coi Pentàgoranon voleva parteggiare per l'avversariodell'Alvignani; a questo intanto non avrebbe mai dato il suo voto; perl'autorità che gli veniva dalla direzione della concerìain cui lavoravanopiù di sessanta operainon gli pareva ben fatto appartarsi dalla lotta.
La povera Maria fingeva di prestar ascoltoper non dargli dispiacere; e quelsupplizio durava per lei una e due orespesso.
- Vuoi scommettere- le disse Marta sorridendouna seraprima d'andare aletto- che Paolo è innamorato di te?
- Marta! - esclamò Mariaarrossendo fin nel bianco degli occhi. - Come puoipensare a codeste cose?
Marta scoppiò in una stridula risata:
- Che vuoi? Non lo sai? Sono una donna perdutaio!
- Marta! oh Marta miaper carità! - gemette Marianascondendosi il volto conle mani.
Marta allora le afferrò le bracciaescotendola con violenzale gridòaccesa d'ira:
- Volete farmi impazzire con codesta tragedia che mi rappresentate attorno?L'avete giurato? Volete farmi andar via? Ditelo una buona volta! Me n'andròmene vado subito viaora stesso... Lasciamilasciami...
Si lanciò verso l'usciotrattenuta da Maria. Accorse la madre.
- ZittaMartaper carità! Piano... Sei pazza? Dove vuoi andare?
- Giù! Per istradaa gridar giustizia... Pazzasìpazza!
- Non gridar così... Tuo padre ti sentirà!
- Tanto meglio! Mi senta! Perché se ne sta lì rinchiuso? Non per nulla s'èchiuso al bujo: cosìcome un ciecomi condanna... Non voglionon voglio piùstare con voi... Così sarete contenti e felici...
Il pianto a un tratto la vinse; si dibatté fino a tarda notte in una tremendaconvulsione di nervivegliata dalla madre e dalla sorella.

 

Parte 1

VI

Col capo abbandonato su la spalliera dell'ampia poltronale belle manidiafane su i bracciuoliin un'atonìa invincibileMarta ora si affisava alungo su qualche mobile della camera; e le pareva che soltanto adesso le sichiarissema stranamenteil significato dei singoli oggettie li esaminavane concepiva quasi l'esistenza astraendoli dalle relazioni tra essi e lei. Poigli occhi le si fermavano di nuovo su la madresu Mariasu Anna Veronicachelavoravano in silenzio davanti a lei; abbassava le pàlpebre; traeva un lungosospiro di stanchezza.
Così passavano lentissimamente i giorni della triste attesa.
Finalmente una mattinapoco prima di mezzogiornole sopravvennero le doglie.
Gelatacon la fronte molle di sudoresi agitava per la cameranon trovavapiù luogo da schermire lo spasimo; e intanto guardava con terrore la vecchialevatrice e un'altra donna assistente che preparavano il letto. Un fremito distizza la scoteva tutta a ogni sennatoplacido consiglio ch'esse lerivolgevano.
Nella stanzetta accantoun giovane medicoaltopallidobiondicciochiamatoper consiglio della levatrice molto impensierita per lo stato della partorientedi nascosto disponeva e apparecchiava con minuziosa curasu un tavolinofascecompressefiaschitubi elasticistrumenti di strana foggia. E ogni voltaposando con studiata disposizione l'oggetto preparatopareva dicesse: «Equesto è fatto!». A quando a quando tendeva l'orecchio e sorrideva tra sé perqualche lamento della partoriente.
- Mammamuojo! - nicchiava Martaagitando continuamenteregolarmente la testada un lato all'altro. - Mammamuojo! Ahmamma! ahmamma!
E stringeva forte un braccio della madre che la sorreggeva guardandola coninfinita pietà tra le lagrime che le rigavano il voltodilaniata dai gemitisordi o acutidal mugolìo continuo della figlia: lìaddossate tutt'e due aun angolo della cameracome se lì soltanto ella potesse soffrir meno.
Maria s'era ritirata con Anna Veronica in una stanza lontanaprossima a quelladel padree Anna a bassa voce procurava di calmar l'ansia e l'impazienza dilei.
- Quando il bambinello verrà con la sua manina a battere a quell'usciochiamando nonno! nonno! con l'odore del latte nella vocinaahvogliovedere se non aprirà! Aprirà... E allorafigliuola miaio non potrò piùvenire da voiè vero; ma non importa! Io prego ogni sera il mio Gesù che vifaccia questa grazia.
Improvvisamentebarcollandourlandocon le braccia levatefuribonda daglispasimi e dalla paurairruppe in quella stanza Martadiscintascarmigliatainseguita dalla madre e dalle donne assistenti. MariaAnna Veronica si levaronospaventate e le corsero dietro anch'esse. Marta andò a urtare contro l'usciodel padre ebattendovi con la testa e con le manichiamavasupplicava:
- Babbo! Apribabbo! Non mi far morire così! Apribabbo! Muojoperdonami!
Le donnepiangendogridandocercavano di strapparla di là. Il medico laprese per le braccia.
- Codeste sono pazziesignora! Viavia: il babbo verrà; si lasci condurre...
Le donne la circondaronola tolsero quasi di pesola trascinarono nella cameradel travaglio.
Quivi la adagiarono sfinita su i guanciali.
Poco dopoMariach'era ritornata a origliare all'uscio del padreentrò nellacamera della sorellacon faccia stravoltatutta tremantea chiamare la madre;la condusse all'uscio del rinchiuso etendendo di nuovo l'orecchiole disse:
- Senti? senti? Mammasenti?
Veniva dalla stanzaattraverso l'uscioun romor sordocontinuocome unruglio di cane aizzato.
- Francesco! - chiamò forte la signora Ajala.
- Babbo! - chiamò Marialì lì per piangere.
Nessuna risposta. La madre afferrò con mano convulsa la gruccia dell'uscio espinse e scosse: invano. Attese: il rantolo continuavacrescente come in unringhio.
- Francesco! - chiamò di nuovo.
- Mamma! oh mamma! - fece Mariapresagatorcendosi le mani.
La signora Ajala diede allora una spallata all'uscio resistente; una seconda;alla terza l'uscio cedette.
Nella camera al bujo giaceva Francesco Ajalabocconi sul pavimentocon unbraccio protesol'altro storto sotto il petto.
Al grido acutissimo della madre e di Maria rispose dalla camera dellapartoriente come un ùlulo lungoferino. Accorse Anna Veronicaaccorse ilmedico; si spalancarono le imposte; e il corpo inertefulminato di FrancescoAjala fu deposto con inutile cautela sul letto e messo quasi a sederesorrettoda guanciali.
- Non gridinoper caritànon gridino! - scongiurò il medico. - O neperderanno due!
- Dunque è perduto? - gridò la signora Ajala.
Il medico fece un gesto disperatoe prima di accorrere alla camera dellapartoriente ordinò alla serva di recarsi per un altro medicosubitoallaprossima farmacia.
Mariapiangendoasciugava con un fazzoletto su la faccia congestionata delpadre il sangue che gli usciva da una lieve ferita alla fronte. Ah se questosolo fosse stato il male! Pure ella metteva tutta l'attenzionetutto il suoamorenell'arrestare quelle poche gocce di sanguecome se da questo soltantodipendesse la salvezza del padre. La madre pareva impazzita: voleva a ogni costoche il marito parlassee l'abbracciava e gli stringeva le mani diaccegiàmorte. Francesco Ajalaterreo in voltocontinuava a rantolare sordamenteconla bocca spalancata e gli occhi chiusi.
Accorse l'altro medicoch'era un omacciotto calvobircio d'un occhio.
- Largo! che c'è? Mi lascino vedere... Eh! - fececon voce oppressa daintasamento nasalepercotendosi le anche. - Povero signor Francesco! Ghiaccioghiaccio... Quialla farmacia dirimpettocarte senapateuna vescica... Chiva? chi corre? Si levino d'attorno al letto... aria! aria! Povero signorFrancesco...
Giunse attraverso gli usci chiusi un grido prolungatoquasi di rabbiafuribonda. Il medico si volse di scatto; tutti per un attimo si distrassero eattesero.
- Povera figlia mia! - poté finalmente gemere la signora Agatarompendo insinghiozzi.
Allora le altre donne piansero e gridarono insieme. Il medico si guardò intornosmarritosbalorditosi grattò con un dito il craniopoi sedette e si mise afar rincorrere i due pollici delle mani intrecciate sul ventre.
Una lagrima solcò lentamente il volto del moribondo e si arrestò ai foltibaffi grigi.
Ogni rimedio fu vano.
L'agonia durò fino a sera. Solo quel rantolo continuomonotonoattestava unultimo resto di vita in quel corpo gigantescoripiegato quasi a sedere sulletto.
Sul tardila signora Agata pensò a Martae si recò alla camera di lei. Fucolpitanell'aprir l'usciodall'odore dell'ammoniaca e dell'aceto. Il partoera dunque avvenuto?
Marta giaceva immobilecerea su i guancialie pareva esanime. La donnaassistente reggevachina su la puerperauna compressae il medicopallidissimosbracciatobuttava fiocchi di ovatta insanguinata in un catinoper terra.
- Di là- diss'egli alla madreaccennando l'uscio della stanza attigua.
La signora Agatain silenzioprima d'entrare nell'altra stanza come un automaguardò la figlia.
- Morto... - bisbigliò questacome a se stessacon voce vuota d'espressionequasi non le fosse venuta da più lontano che dalle labbra.
La levatrice mostrò di là alla madreun mostricciattolo quasi informetra labambagialividoodorante di musco.
- Morto...
Dalla via sottostante giunse il suono stridulo d'un campanello e un coro nasalequasi infantiledi donne in frettolosa processione:

Oggi e sempre sia lodato nostro Dio sagramentato...

Il Viatico! - disse la vecchia levatriceinginocchiandosicol morticino tra le bracciain mezzo alla stanza.
La signora Agata uscì in frettaaccorse alla sala d'ingressomentre giàentrava il prete paratocon la pisside in manoe un uomo che gli venivadietrocon gli occhi quasi spiritati di paurachiudeva il baldacchino. Ilsagrestano con un tabernacoletto tra le braccia seguì il prete nella camera delmoribondo. Le donne e i fanciulli che accompagnavano il Viaticos'inginocchiarono nella salettaparlottando tra loro.
Francesco Ajala non intesenon comprese nulla; ricevette soltanto l'estremaunzione epresente ancora il pretespirò.
Appena giù per la stradail suono stridulo del campanello e il rosario delledonne si confusero con le grida clamorose e gli applausi d'una folla dischiamazzatorii qualicon una bandiera in testaesaltavano la proclamazionedi Gregorio Alvignani a deputato.

 

Parte 1

VII

Dopo il partoMarta stette circa tre mesi tra la vita e la morte.
Provvidenza divinaquesta malattiadiceva Anna Veronica. Sìperchéaltrimentile due povere superstitila vedova e l'orfanasarebbero certoimpazzite. Invecenella lotta disperata contro quel male che sembravainvincibilele loro labbrache pareva non avessero dovuto mai più sorrideresorrisero due mesi appena dopo la morte quasi violenta del capo di casaaiprimi accenni della convalescenza di Marta.
InstancabileAnna Veronicadopo tante veglierecava adesso ogni mattina allaconvalescente piccole immagini odorose di santicontornate di carta trapuntapunteggiate d'orocon nimbi d'oro.
- Qua- diceva- dentro la bustasotto il guanciale: ti guariranno: sonobenedette.
E mostrandole i due santi patroni del paeseSan Cosimo e San Damianocon letuniche fino ai piedila corona in capo e le palme del martirio in mano; i duesanti miracolosidi cui presto sarebbe ricorsa la festa popolaree ai qualiella aveva promesso un'offerta per la guarigione di Marta:
- Questi- soggiungeva- valgono più del tuo medico spelatocon un occhio aCristo e l'altro a San Giovanni.
E contraffaceva il medico e la voce di lui oppressa dal perenne intasamentonasale: - «soffro di litiasisignora mia!» - Che sarebbe? - «Maldi pietrasignora miamal di pietra!».
Marta sorrideva dal letto pallidamenteseguendo con gli occhi i versi di AnnaVeronicae anche Maria e la madre sorridevano.
La seraprima di tornarsene a casaAnna recitava il rosario con la signoraAgata e con Marianella camera di Marta.
La malata ascoltava il borbottìo della preghiera nella camera debolmenterischiarata da un lume guarnito d'una ventola di mantino verde; guardava le tredonne inginocchiatecurve sulle seggiolee spessoalla litanìarispondevaanche lei alle invocazioni di Anna Veronica:
- Ora pro nobis.
Quel senso di serenitàfrescadolce e lieveche suol dare la convalescenzale si turbava al sopravvenire della sera. Le pareva che quel lume riparato dalmantino verde fosse pocotroppo poco contro l'ombra che invadeva la casa; eun'ambascia cupaun'oscura costernazioneun'impressione di vuotodi sgomentosentiva venirsi dalle altre stanzein cui spingeva trepidantedal lettoilpensiero: subito ne lo ritraevaaffisando di nuovo gli occhi al lumepersentirne il conforto familiare. In quell'ombrain quel bujo delle altre stanzeil padre era scomparso. Di là egliormainon c'era più. Nessuno piùdilà... L'ombra. Il bujo. Che incuboè veroera egli stato per lei! Ma a qualprezzoorase n'era liberata... La cupa ambascial'oscura costernazioneilsenso di vuotodi sgomentonon le venivano piuttosto dal pensiero di lui?
- Ora pro nobis.
Spesso si addormentava con la preghiera su le labbra. La madre le giaceva afiancosu lo stesso letto; ma stentava tantoogni seraa prender sonnononsolo per il ricordo vivo e straziante del maritoma anche per la preoccupazioneassidua in cui la teneva il nipotePaolo Sistria cui era affidata ormail'esistenza della famiglia.
Paolodopo la disgrazianon veniva piùpuntualmenteogni sera. Bisognavache la zia mandasse a chiamarlo due e tre volte per aver notizie dellaconcerìa; equando finalmente si risolveva a venireappariva più abbattuto esbalordito di prima.
Una sera le si presentò con la testa fasciata.
- Oh DioPaoloche t'è accaduto?
Niente. In una stanza della concerìaal bujoqualcuno (e forse a bellaposta!) s'era dimenticato di richiudere la... come si chiama? sì... la... lacaditojaeccosu l'assitoed eglipassandopatapùmfete! giù: avevaruzzolato la... la come si chiama di legno... la scala della caterattagià!Per miracolo non era morto. Ma tutto benebenonealla concerìa. Forse peròecco... sarebbe stato meglio tentare adesso una certa concia alla francese.. -quella tal maniera di concia per la quale... eccogià! si adopera in polverela... come si chiama... la scorza di lecciodi sughero e di cerro; mentreallamaniera nostranacon la vallonèa spenta nell'acqua di mortella...
- Per caritàPaolo! - lo interrompeva la ziaa mani giunte. - Non facciamonovità! Andava tanto bene la concia all'uso nostro finché ci badò labuon'anima.
- Gesù! che c'entra? - le rispondeva Paolosaccenteora che lo zio non c'erapiù. - È un'altra cosa! Perché... vede com'è? Si piglia... prima che sipigliava? l'acqua cotta. Ohe ora si piglia l'acqua pura...aspetti! con lapolvere di lecciooppure...
E seguitava per un pezzoimbrogliandosirifacendosi daccapoa spiegare allazia quella benedetta concia in rammortoalla francese.
- Mi sono spiegato?
- Nocaro. Ma forse non comprendo io. Mi raccomando: attenzione!
- Lasci fare a me.
E veramente per lui non mancava. Notte e giornoin continua briga: di giornoora quaai calcinajper sorvegliare la bolleratura; ora làalle troscepeibagni; poiai cavallettiper la pelatura e la scarnatura delle pellie cosìvia: di nottelìsu i libri di cassaa far conti. Sentiva su le quattrocantare i galli... Che ne sapeva sua zia? I galliparola d'onoreallequattro... E lui ancora in piedi! L'inchiostro del calamajo non rispettavanessuna delle sue dieci ditae n'aveva pur cenciate sul naso e sulla fronte.
- La vorrei quaa vedere! - sbuffavain maniche di camiciacol caporovesciato sulla spalliera del seggiolone come se volesse trovar le cifre delconto tra i ragnateli del soffittoa cuidistraendosivoleva far giungere ilfumoche tirava a gran boccate dalla pipa: - fffff.
Per la stradaintantonel vasto edificiosilenzio di tomba. Su la paretenudaingiallitala candela verberava il lume tremolante a ogni sbuffo diPaolola cui ombra si protendeva enorme e mostruosa sul pavimento.
- Puah! Alla faccia di... - e nominava un creditorescaraventando uno sputocontro la parete.
Un ragno gli passava sotto gli occhizitto zittocome impaurito dal lumetraballando leggermente su le otto lunghe esilissime gambe. Paolo aveva ribrezzodi questi animaletticome le donne dei topi. Subito scattava in piedisilevava una pantofolae pàffete! - schiacciava con la suola il ragno; poicolvolto atteggiato di schifostava un po' a mirar la vittima così appiccicataalla parete.
Dopo la morte dello zioaveva piantato tenda definitivamente alla concerìa. Vimangiava e vi dormiva; e in quella stanzaccia intanfata non permetteva cheentrasse mai nessuno. Lui si apparecchiava da mangiarelui il letto: tutto lui;ma glien'andasse mai una bene! Cercava le posate? - la carne gli s'abbruciavasul fuoco. Voleva bere? - trovava scandelle a galla sul vino. Chi aveva versatoolio nel suo bicchiere?
- Puah! Mannaggia...
E restava con la lingua fuori e il volto atteggiato di schifo.
Ma era nientequesto. Quel che gli toccava combattere con un nugolo di corvipiombati sulla concerìa dopo la morte dello zio! Difendeva con feroce zelogl'interessi della povera vedovail cortile della concerìa rimbombava dellesue liti rumoroseviolente; ma alla fine doveva cedere e pagare e pagare.Intanto la vendita scemava di giorno in giorno; crescevano i debiti e i reclami;i mercanti di cuojame disdicevano gl'impegni o rimandavano la merce e sirivolgevano altrove. La ziaignaragli domandava ogni mese per l'andamento dicasa quella somma che era solita di prendere per l'addietrocome se gli affariandassero bene allo stesso modo; e luiche non si sentiva il coraggio diesporle il miserando stato delle coses'adoperava in tutti i modi perchéognimesenon mancasse almeno il denaro per lei.
Marta finalmente s'era levata di lettoe già moveva i primi passisorrettadalla madre e da Maria: dalla poltrona a piè del letto fino allo specchiodell'armadio.
- Come sonomio Dio!
Levava un braccio dal collo di Maria e si ravviava con la bianca mano tremolantei capelli dalla frontelievementee sorrideva guardandosi negli occhiquasicon smarrita pietà per le sue povere labbra arse dal cociore di tante febbri.Poi andava a sedere nel seggiolone di cuojo presso la finestra. Veniva AnnaVeronica e le parlava con la sua naturale dolcezza dei vespri di maggioconsacrati alla Madonna: - La chiesa frescatutta fragrante di rose; poi labenedizionee infine le canzonette sacre cantate al suono dell'organo: gliultimi raggi d'oro del sole entravano in chiesa per i larghi finestroni apertiin altoe anche qualche rondine entrava e svolava di quadi làsmarritamentre fuori garrivano le altre com'ebbreinseguendosi.
Marta ascoltava con l'anima quasi alienata dai sensi.
- Ti ci condurremo noiandremo tutt'e quattro insiemeprima che finisca ilmese. Oh starai benenon dubitare.
Ma ella diceva di noche non le sarebbe stato possibile.
- Sìla chiesaa due passi; ma se ancora non mi reggo...
La terza domenica di maggiodopo la funzione sacraAnna accorseesultantedalla chiesa.
- A tea teMarta! uscita in sorte a te!
- Che cosa? - domandò Martaguardando quasi sgomenta dal seggiolone.
- La Madonna! La Madonna: a te! Senti? Te la portano cantando le Figlie diMaria. Senti il tamburo? La Madonna ti viene in casa!
Nelle domeniche di maggioin chiesadopo la predica e la benedizionesifaceva tra i divoti il sorteggio d'una Madonnina di cera custodita in unacampana di cristallo.
- E come? come mai? - diceva Martatutta confusasentendo appressare vieppiùalla casa il coro delle divote e il rullo del tamburo.
- Iotutte le domenicheho preso un numero per te. Oggi il cuore me lo diceva:uscirà in sorte a Marta! E così è stato. Ho gettato un grido di contentezzacosì forte nella chiesache tutti si sono voltati. Ecco la Madonna che viene avisitarvi... EccolaeccolaVergine santa!
Entrò nella stanza una commissione di fanciulle che avevano tutte sul seno unamedaglina pendente da un nastro azzurro; entrò il sagrestano della chiesa conla Madonna di cera entro la campana di cristallo che tra le grosse mani scabre enere pareva anche più fragile. Per la scala rullava fragorosamente il tamburo.
Quelle fanciulle erano abituate a sorridere tutte a un modoguardando e udendole espressioni di giubilo con cui i divoti accoglievano la Madonnina: vedendoora Marta rimanere sedutapallidastordita dalla commozione troppo forte perle sue deboli forzerimasero dapprima un po' sconcertatepoi le siappressarono e presero a parlarleripetendo ognuna le parole dell'altra: -Adesso sarebbe guaritacerto... La Madonna... La visita della Madonna... Viamedicimedicamenti...
Il rullo del tamburo era intanto cessato: la signora Ajala aveva regalatoqualche soldo al tamburinoaltri ne regalò al sagrestanoe poco dopo la casafu sgombra.
Marta non si saziava d'ammirare la Madonnina su le sue ginocchiareggendola conle mani ceree su la campana.
- Com'è bella! com'è bella! Oh Maria!
E veramenteprima che finisse il mesepoté recarsi in chiesa a ringraziare laMadonnain compagnia d'Anna Veronicadella madre e della sorella.

Parte 1

VIII

«Mio buon Gesùvoglio riconciliarmi con Voiconfessando al Vostroministro tutti i peccati coi quali V'ho offeso. Grande miseria è la miasetanto facile m'è dimenticarmi di Voi. Ingratanon so vivere senz'offender VoiPadre mio e mio amabile Salvatore. E ora che mi sento colpevolemi accusomipentoimploro misericordia da Voi. Piangimio cuoreche hai offeso Dioilquale tanto ha sofferto pe' tuoi peccati. Riceveteo Signorequesta miaconfessione; graditeavvalorate con la grazia Vostra il mio atto di contrizionee il proponimento del cuor mioche mi fa ripetere con Santa Caterina da Genova:- Amor mionon più mondonon più peccati; ma amorefedeltàobbedienza aiTuoi santi comandamenti. - In nome del Padredel Figliuoloe dello SpiritoSanto. Così sia».
Segnatasi e chiuso il libro delle preghiereMarta rivolse uno sguardoangoscioso al confessionaledavanti al qualedall'altra partestavainginocchiata una vecchia penitente venuta prima di lei. Da quest'altra parteil legno del confessionaletutto a forellinilevigato e giallognoloserbaval'impronta opaca di tante fronti di peccatori. Marta lo notò con un certoribrezzoe si tirò ancora di più sul capo il lungo scialle nerofin quasi anascondersi il volto. Era pallidissimae tremava.
La chiesadesertaaveva un silenzio misteriosoassorbentenella crudaimmobile frescura insaporata d'incenso. La solenne vacuità dell'interno sacroquasi sospeso agl'immani pilastrialle ampie arcatedava all'animain quellapenombraun senso d'oppressione. Tutta la navata di centro era occupata da dueali di seggiole impagliatedisposte in lunghe file sul pavimento polverosoineguale per le antiche pietre tombalilogore.
Marta stava inginocchiata su una di queste pietree aspettava che quellavecchia penitente le cedesse il posto nel confessionale.
Quanti peccatiquella vecchia! Ma suoi o della miseria? e quali mai? Il vecchioconfessore li ascoltava attraverso i forellini del legnocon volto impassibile.
Ma chinò gli occhi eper distrarsicercò di decifrare l'iscrizione funerariain parte svanita sulla pietra dalla logora effigie. Lì sottouno scheletro...Che importava più il nome? Ma come e quanto più raccoltopiù sicuropiùprotettonella pace solenne d'una chiesaappariva il riposo della morte!
Le due ali di seggiole s'allungavano fino alle colonne che reggevano sulnàrtice la cantorìa. Dietro queste colonne erano due lunghe panchesu unadelle quali Martaentrandoaveva veduto un vecchio contadino con le bracciaincrociate sul pettorapito nella preghieracon gli occhi risecchi dagli anniinfossati. Oh quelle mani scabreterrosequel collo dalla floscia giogajadivisa da un solco nerodal mento giù giù fin sotto la golae quelle tempieschiacciatequella fronte increspata sotto l'ispida canizie! Di tratto intratto il vecchietto tossivae quei colpi di tosse rimbombavano cupamente nelsilenzio della chiesa deserta.
Dai finestroni in alto entrava a colpire a fasci i grandi affreschi della vòltal'ardente pallore in cui il giorno moriva tra uno sbaldore assordante dirondini.
Marta era venuta in chiesa per consiglio di Anna Veronica. Ma cominciava giàin quella lunga attesaad avere di se stessainginocchiata lì come unamendicanteuna penosissima impressione. Intendeva in Anna tutta quell'umiltàfonte per lei di tanta serena dolcezza; Anna era veramente caduta; aveva perciòcercato e trovato nella fede un confortonella chiesa un rifugio. Ma lei? Avevala coscienza sicuraleiche non sarebbe mai venuta meno ai suoi doveri dimoglienon perché stimasse degno di tale rispetto il maritoma perché nondegno di lei stimava il tradirloe che mai nessuna lusinga sarebbe valsa astrapparle una anche minima concessione. La genteoravedendola lì in chiesaumile e prostratanon avrebbe supposto ch'ella avesse accettato come giusta lapunizione e che s'inginocchiasse davanti a Dio a mendicare conforto e rifugioperché non si riconosceva più il diritto di levarsi in piedi e a fronte altadavanti agli uomini? Non per questiè veronon per la punizione immeritatanon per la sciagura del padredi cui lei non voleva riconoscersi cagionesiera lasciata indurre da Anna a venire in chiesa per confessarsi; ma per séperaver lume e pace da Dio. Che avrebbe detto peròtra pocoa quel vecchioconfessore? Di che doveva pentirsi? Che aveva fattoqual peccato commesso dameritare tutti quei castighiquelle penee l'infamiala sciagura del padre edel figliuoloil perpetuo lutto in casae forse la miseriadomani? Accusarsi?pentirsi? Se male aveva fattosenza volerloper inesperienzanon lo avevascontato a dismisura? Certo quel sacerdote le avrebbe consigliato d'accettarecon amore e con rassegnazione il castigo mandato da Dio. Ma da Dioproprio? SeDio era giustose Dio vedeva nei cuori... Gli uominipiuttosto... Strumenti diDio? Ma ricevono da Dio forse la misura del castigo? Eccedonoo per bassezza dispirito o per aberrazione d'onestà... Accettare umilmente la condannasenzaragionarlae perdonare? Avrebbe potuto perdonare? No! No!
E Marta levò il capo e guardò la chiesacome se a un tratto vi si trovassesmarrita. Quel silenzioquella pace solennel'altezza di quella vòltae làquel confessionale piccoloe quella vecchia prostrata e quel confessoreimmobileimpassibiletutto le si allontanò improvvisamente dallo spiritorivoltatocome un sogno vano in cui ellanel torpore della coscienzafossepenetrata e che orarisentendo la cruda e dolorosa sua realtàvedessedileguare.
Si alzòancora perplessa; sentì mancarsi le gambeebbe come una vertiginesi portò una mano agli occhie con l'altra si sorresse a una seggiola; poiattraversò quasi vacillante la chiesa. Su la pancasotto la cantorìavideancora il vecchiettonella stessa posituracon le braccia incrociate sulpettoassorto nella preghieraestatico.
Fino a casa si portò nell'anima l'immagine di lui.
Quella fede ci voleva! Ma non poteva averla lei. Lei non poteva perdonare.Dentro il cranioil cervello le si era ormai ridotto come una spugna aridadacui non poteva più spremere un pensiero che la confortasseche le désse unmomento di requie.
Era fantasticaforsequesta sensazione; ma le cagionava intanto un'angosciaverache invano cercava sfogo nelle lagrime. QuanteDioquante ne avevaversate! Oraecconeanche di piangere le riusciva più. Sempre quel nodosempreirritanteopprimentealla gola. Vedeva addensarsiconcretarsi intornoa lei una sorte iniquach'era ombra primavana ombranebbia che con un soffiosi sarebbe potuta disperdere: diventava macigno e la schiacciavaschiacciava lacasatutto; e lei non poteva più far nulla contro di essa. Il fatto. C'era un fatto.Qualcosa ch'ella non poteva più rimuovere; enorme per tuttiper lei stessaenormeche pur lo sentiva nella propria coscienza inconsistenteombranebbiadivenuta macigno: e il padre che avrebbe potuto scrollarlo con fiero disprezzose n'era lasciato invece schiacciare per il primo. Era forse un'altraleidopoquel fatto? Era la stessasi sentiva la stessa; tanto che non le parevaverospessoche la sciagura fosse avvenuta. Ma s'impietriva anche leioracominciava a non poter sentire più nulla: non cordoglio per la morte del padrenon pietà per la madre né per la sorellané amicizia per Anna Veronica:nullanulla!
Tornare in chiesa? E perché? Pregavae la preghiera era solamente un vanoagitarsi delle labbra; il senso delle parole le sfuggiva. Spessodurante lamessasi sorprendeva intenta a guardare i piedi del sacerdote su la predelladell'altarele brusche d'oro della pianetai merletti del messale; poiall'elevazionedestata dal rumorìo delle seggiole smossedallo scampanellìoargentinosi alzava anche lei e s'inginocchiavaguardando stupita certe vicineche si davano pugni rintronanti sul pettopiangendo lagrime vere. Perché?
Per sottrarsi al vaneggiamento in cui ogni suo pensieroogni sentimentonaufragavaprovò se le riusciva di rimettersi allo studioo almeno a leggere.Riaprì i vecchi libri abbandonatie n'ebbe un'indicibile tenerezza. Le memoriepiù dolci rivissero e quasi le palpitarono sotto gli occhi: rivide la scuolale varie classile panchela cattedra: eccoa uno a unotutti i professoriche si susseguivano nel giro delle lezionie poi il giardino della ricreazioneil chiassole risale passeggiate a braccetto per i vialetti tra le compagnepiù care: poi il suono della campanae la classe di nuovo; il direttoreladirettrice... le gare... i castighi... Sul tavolino le stava aperto sotto gliocchi un libroun trattato di geografia; sfogliò alcune pagine: sul margine diunaun segnoe queste parole scritte di sua mano:
«Mitadomani partiremo per Pekino!». Mita Lumìa... Che abisso ora tralei e quella compagna di collegio!
Come mai in certe anime non sorgeva alcuna aspirazione a levarsi un po' sopragli altrifoss'anche in una minima cosa?
Questosù per giùMarta aveva notato in tutte le sue compagne di scuolaquesto notava in sua sorellanella buona Maria. Suo marito era poi propriodell'armentoe lieto e pago di appartenervi. Oh se ella avesse seguitato glistudii! A quest'ora!
Si ricordò di tutte le lodi che i professori le avevano fattoe anche... sìanche delle lodi che un altro le aveva fatte: l'Alvignaniper lerisposte alle sue lettere. Che gli aveva risposto? Aveva discusso con lui dellecondizioni della donna nella società... «Ella sa accomodare i sensiacutissimi» le aveva scritto in una delle sue lettere l'Alvignani«i sensiacutissimi all'osservazione della realtà.» L'aveva fatta ridere tanto questalode. E quell'accomodare i sensi! Forse era detto bene... perchécultissimol'Alvignani... ma scrivevasecondo leitroppo dipinto; mentrequando parlava... Oha Romaleise non l'avessero così incatenata... A Romamoglie di Gregorio Alvignaniin altro ambientelargopieno di luceintellettuale... lontanolontano da tutto quel fango...
Chinava il capo su i librianimata improvvisamente dall'antico fervorequasiper un bisogno irresistibile di rinutrire comunque un'aspirazione che pur nonresisteva al minimo urto della realtà; al cigolare dell'uscioquand'elladoveva recarsi nelle altre stanzeove erano la madre e la sorella vestite dinero.
Di ciò che avvenisse in famiglianon sapeva nulla. Aveva notato soltanto chela madre e Maria la guardavanocome se volessero nasconderle qualcosa: unaimpressioneun sentimento. Non erano forse contente che ella se ne stéssequasi tutto il giorno appartata? La scusavano? la compativano? La madre avevaspesso gli occhi rossi di pianto; Maria s'assottigliava sempre piùspighivaaveva preso un'aria sbalorditauna gramezza che affliggeva. Per farle piacerele domandava:
- Andiamo in chiesaMaria?
Questa domanda per la sorella significava:
«Andiamo a pregare per il babbo?» E rispondeva sempre di sì; e andavano.
Un pomeriggiouscendo dalla chiesafurono prese d'assalto da un ragazzettoquasi tutto ignudocon la camicina soltantosudiciache gli cadeva asbrendoli su le gambette magreterrose; il visettogiallo e sporco. Con unamanina egli afferrò lo scialle di Marta e non volle più lasciarlopregandoche gli facessero la carità: era figlio di un muratore caduto dalla fabbrica.
- È vero- confermò Maria. - Jerida un'impalcatura. S'è rotto un braccio euna gamba.
- Vienivieni con mepovero piccino! - disse allora Martaavviandosi.
- NoMarta... fece Mariaguardando pietosamente la sorella; ma subito abbassògli occhicome pentitacontrariata.
- Perché? - le domandò Marta.
- Nullanulla... andiamo... - rispose frettolosamente Maria.
Giunte a casaMarta domandò alla madre qualche soldo per quel ragazzo.
- Oh figlia mia! Non ne abbiamo più neanche per noi...
- Come!
- Sìsì... seguitò tra le lagrime la madre. - Paolo è scomparso da duegiorni; non si sa dove sia... La concerìa chiusa; vi hanno apposto isuggelli... È la nostra rovina! State quafigliuole mie. Diglielo tuMaria.Io debbo recarmi subito dall'avvocato.

 

Parte 1

IX

Prima dell'alba del giorno appresso furono destate di soprassalto da unostrepito indiavolato giù per la strada: urligrida scomposte che andavano alcielofischi spaventevoli di bùccine marine.
- I pescatori... - disse Mariaquasi tra séin un sospironel bujodella camera.
Eh sì: quello era il giorno della festa dei santi Patroni del paese. Chi ciaveva pensato?
Come ogni annosù dalla borgata marina venivano in tumultosu lo spuntar delgiornoi così detti pescatori: quasi tutta la gente che abitava in rivaal marenon dedita alla pesca soltanto. A loroa gli abitanti della borgataera serbato per antica abitudine l'onore di portare in trionfo per le vie dellacittà il fèrcolo de' due santi Patroniche appunto nel mare avevano soffertoil loro primo martirioe su i marinaj perciò facevano valere più specialmentela loro protezione.
Così ogni anno la città era destata da quell'invasione fragorosacome dalmare stesso in tempesta. Lungo le vie si schiudevano le finestrefrettolosamenteda cui si sporgevano braccia nudesubito ritiratee faccepallide di sonnoavvolte in vecchi scialliin cuffiein fazzoletti.
Nessuna delle tre sconsolate pensò di scendere dal letto. Rimasero con gliocchi aperti nel bujoe a ciascuna passò innanzi alla mente la visione diquegli energumeni giù per la viatra il fumo e le fiamme sanguigne delle torcea vento squassatevestiti di biancoin camicia e mutandecoi piedi scalziuna fascia rossa alla vitaun fazzoletto giallo legato intorno al capo.Tant'altre voltenegli anni lietili avevano veduti.
Passata quella furia infernalela strada ricadde nel silenzio notturno; ma siravvivò poco dopo festivamente. Maria affondò la faccia nel guanciale e simise a piangere in silenzioangosciata dai ricordi.
S'intese il primo grido degli scalzi miracolati:
- Il Santo delle graziedivoti!
Erano ragazzigiovinottiuomini maturiche per miracolo dei santi Cosimo eDamiano (di cui il popolo faceva un santo solo in due persone) si ritenevanoscampati da qualche pericolo o guariti da qualche infermitàe cheogni annoper votoandavano in giro per il paesein pedulivestiti di bianco come i pescatorie con un vassojo davanti sostenuto da una fascia di seta a tracolla. Sul vassojoerano immagini dei due Martirida unoda dueda tre soldi e più.
- Il Santo delle graziedivoti!
Salivano nelle case per vendere quelle immagini; ricevevano dalle famiglieinadempimento dei votiofferte d'uno o più ceri doratid'uno o più gallettiinfettucciati; offerte e quattrini recavano d'ora in ora alla Commissione deifestajoli nella chiesetta dei Santi.
Oltre ai ceri e ai gallettiofferte maggiori andavano a quella chiesapompaticamentea suon di tamburi: agnellipecoremontonianch'essiinfettucciatidal vello candidopettinatoe frumentazioni su muli parati conricche gualdrappe e variopinti festelli.
Nelle prime ore del mattino giunse Anna Veronicavestita di neroal solitocol lungo scialle da penitente. Bisognava adempiere al voto fatto durante lamalattia di Marta: recare alla chiesa le due torce promesse e la tovagliettaricamata.
E Marta doveva andare con lei. Nello scompiglio di quegli ultimi giornidopo lafuga di Paoloella non aveva pensato ad avvertirne Martala vigilia.
- Sùsùfigliuolafatti coraggio. A un voto non si può mancare.
Martatutta chiusa in sécome avvolta in un silenzio tetrole risposesubitourtata:
- Non vengo... lasciami! Non vengo.
- Come! - esclamò Anna. - Che dici?
E guardòferitaMaria e l'amica.
- Avete ragionesì- risposescrollando il capo. - Ma chi può ajutarci?
Marta sorse in piedi.
- Debbo dimostrarmi grata per giuntaè vero? della grazia che ho ricevutoguarendo... -
- Ma è facile morirefigliuola mia- sospirò Anna Veronicasocchiudendo gliocchi. - Se sei rimasta in vitanon ti par segno che Dio ti vuol viva perqualche cosa?
Marta non rispose; come se queste parole dell'amicapronunciate con la consuetadolcezzaavessero risposto a un suo segreto sentimentoa un segreto propositocorrugò le ciglia e s'avviò per la sua camera.
- Ti servirà anche di svago- aggiunse Anna.
Giù per le vie era un gran fermento di popolo. Dalla marinadai paesellimontanida tutto il circondarioera affluita gente in numerose comitivecheora procedevano a disagioprese per mano per non smarrirsia schiere di cinqueo sei: le donnegajamente paratecon lunghi scialli ricamati o con brevimantelline di panno biancoazzurro o nerograndi fazzoletti a fioramidicotone o di setain capo e sul senogrossi cerchi d'oro a gli orecchi ecollane e spille a pendagli e a lagrimoni; gli uomini: contadinisolfarajmarinajimpacciati dai ruvidi abiti nuovidagli scarponi imbullettati.
Marta e Anna Veronicache sotto lo scialle nascondeva le torce e latovagliettatra la folla fluttuantestorditasenza direzioneandavano quantopiù sollecitamente potevano.
Giunsero alla fine nella piazza davanti alla chiesuolarigurgitante di popolo.Il baccano era enormeincessante; la confusioneindescrivibile. S'eranoimprovvisate tutt'intorno baracche con grandi lenzuola palpitanti: vi sivendevano giocattoli e frutta secche e dolciumigridati a squarciagola;andavano in giro i figurinaj con le imagini di gesso dipinterifacendo il versodegli scalzi miracolati; i frullonajtirando e allargando la cordicella delfrullo; i gelataj coi loro carretti a mano parati di lampioncini variopinti e dibicchieri:
- Lo scialacuore! lo scialacuore!
E al gajo bando seguiva una distribuzione di scappellotti ai monelli piùmolestiche attorniavano i carretti come un nugolo ostinato di mosche.
Contrastava con quel vario allegro berciare dei venditori la cantilena lamentosaopprimente d'una turba di mendicanti su gli scalini davanti al portone dellachiesadove la gente accalcata faceva a gomitate per entrare. Marta e AnnaVeronica si trovarono presequasi schiacciate tra quel pigia pigia e sospintealla fine senza muover piede entro la chiesa bujazeppa di curiosi e di divoti.
Deposto in mezzo alla navata centrale s'ergeva il fèrcolo enormemassiccioferratoper poter resistere alle scosse della disordinata bestiale processione.Sul fèrcolole statue dei due santi dalle teste di ferroquasi identichenell'atteggiamentocon le tuniche fino ai piedi e una palma in mano. In fondosotto un arco della navataa sinistratra due colonneattorno a un'ampiatavolastava in gran faccende la Commissione dei festajoliche riceveva daidivoti l'adempimento delle promesse: tabelle votivein cui era rappresentatorozzamente il miracolo ottenuto nei più disparati e strani accidentitorceparamenti d'altaregambebracciamammellepiedi e mani di cera.
Tra i festajoliquell'annoera Antonio Pentàgora.
Per fortunaAnna Veronica se n'accorse prima d'accostarsi alla tavola; ristetteperplessaconfusa.
- Rimani qua un momentinoMarta. M'accosto io sola.
- Perché? - domandò Martache s'era fatta d'improvviso pallidissima; eaggiunsecon gli occhi bassi: - C'è Nicola in chiesa.
- È lì al bancoil padre- disse Annasottovoce. - Meglio che tu stia qua.Mi sbrigo subito.
Niccolino non s'aspettava quell'incontro con Marta. Non la aveva più rivedutadalla vigilia della rottura col fratello. Restò come stralunato a mirarla; pois'allontanò mogio mogiosi confuse tra la follavergognoso. Ne aveva avutosempre una gran soggezione; aveva tanto desiderato d'esser voluto bene da leicome un fratello minorecresciuto com'era senza madresenza sorelle. Di traquel rimescolìo di teste cercò di scorgerla da lontanosenza più farsivedere: la scorse; rimase a contemplarlaa spiarla; poiintrufolandosi tra laressala seguì con gli occhi fino all'uscita della chiesa. Per un pezzo nonpoté più avere né occhi né orecchi per lo spettacolo della festa. Siritrovòsenza saper comein mezzo alla piazza stipatasoffocato tra la follaenormemente cresciutache aspettava ora l'uscita del fèrcolo dalla chiesa.Dalla calca dei corpi ammaccati si levavano tutt'intornosu i colli tesilefacce accaldatecongestionatesmanianti nell'oppressura il respiro; alcune conuna espressione suppliced'avvilimentonegli occhialtre con una espressioneferoce. Le campane in alto sonavano a distesa su quel fermentoe le campanedelle altre chiese rispondevano in distanza.
A un trattotutta la folla si commossesi sospinse premuta da mille forzecontrarienon badando agli urtialle ammaccaturealla soffocazionepur divedere.
- Eccolo! Eccolo! Spunta!
Le donne singhiozzavanomolti imprecavano inferocitidivincolandosirabbiosamente tra la calca che impediva loro di vedere; tutti vociavano in predaal delirio. E le campane rintoccavanocome impazzite dagli urli della folla.
Il fèrcolo irruppe a un trattoviolentementedal portone e s'arrestò dibotto làdavanti alla chiesa. Allora il grido uscì frenetico da migliaja digole:
- Viva San Cosimo e Damiano!
E migliajamigliaja di braccia s'agitarono per ariacome se tutto il popolo sifosse levato in furorea una mischia disperata.
- Largo! Largo! - si gridò da ogni partepoco dopo. - La via al Santo! La viaal Santo!
E davanti al fèrcololungo la piazzala gente cominciò a ritrarsi di qua edi là a stentorespinta con violenza dalle guardieper aprire un solco. Sisapeva che i due Santi procedevano per via quasi di corsaa tempesta: erano iSanti della salutei salvatori del paese nelle epidemie del colerae dovevanocorrere perciò di qua e di làcontinuamente. Quella corsa era tradizionale:senz'essa la festa avrebbe perduto tutto il brio e il carattere. Ciascuno peròtemeva di restarne schiacciato.
Squillò davanti alla chiesa stridulamente un campanello. Alloratra lepoderose stanghe della bara s'impegnò una zuffa tra i pescatori chedovevano caricarsela sulle spalle. A ogni tappalungo la viasi ripetevaquella zuffasedata a stento ogni volta dai festajoli che dirigevano laprocessione.
Cento teste sanguignescarmigliateda energumenisi cacciarono tra le stanghedella macchinaavanti e dietro. Era un groviglio di nerborute braccia nudepaonazzetra camìce strappatefacce grondanti sudore a rivitra mugolìo eaneliti angosciosispalle schiacciate sotto la stanga ferratamani nodoseferocemente aggrappate al legno. E ciascuno di quei furibondisotto l'immanecaricoinvaso dalla pazzia di soffrire quanto più gli fosse possibile peramore dei Santitirava a sì la barae così le forze si escludevanoe iSanti andavano com'ebbri tra la folla che spingeva urlando selvaggiamente.
A ogni breve tappadopo una corsadai balconidalle finestre gremitealcunefemmine buttavano per divozione sul fèrcolo e su la follada canestridacestefette di pan nerospugnoso. Esottola folla s'azzuffava perghermirle. Nel frattempoi portatori imbottavano fiaschi di vino es'ubriacavanosebbene quasi tutto il vino tracannatodi lì a pocosen'andasse in sudore.
A quando a quando il fèrcolo diventava d'una leggerezza portentosa: procedevaallora con slancio irresistibilesalterellando tra l'allegro schiamazzo dellafolla. Tal'altraal contrariodiventava d'una pesantezza insopportabile: iSanti non volevano andare avantirinculavano improvvisamente: accadevano alloradisgrazie; qualcuno tra la folla rimaneva pesto. Un momento di pànico; poituttiper rifarsi animogridavano: - Viva San Cosimo e Damiano! -dimenticavano e procedevano oltre. Ma più voltegiunti allo stesso punto diprimaecco di nuovo il fèrcolo arrestarsi improvvisamente; tutti gli occhiallora si volgevano alle finestree la follaminacciandoimprecandocostringeva coloro che vi erano affacciati a ritirarsipoiché era segno chefra essi doveva esserci qualcuno che o non aveva adempiuto alla promessa o avevafatto parlar male di sé e non era degno perciò di guardare i Santi.
Così il popolo in quel giorno si rendeva censore.
Stavano a un balconeaffacciateMarta e Anna Veronicatra la signora Agata eMaria. Antonio Pentàgora già da un pezzo aveva dato il segno ai portatori.Dapprimale quattro povere donne non compresero la mossa dei Santi: li viderorincularema non credettero che quella manovra si facesse per loro. Quando ilfèrcolo pervenne di nuovo sotto il balcone e s'arrestòtutta la folla levògli occhi e le braccia contro di loro gridandoimprecandoesasperata per lasciagura d'un povero ragazzo tratto allora da terrafracassato e sanguinante.Subito Marta e Anna Veronica si ritrassero dal balconeseguite da Maria chepiangeva; la signora Agata pallidissimatutta vibrante di sdegnochiuse cosìdi furia le imposteche un vetro andò in frantumi. Parve quest'atto un insultoalla folla fanatica: gli urligl'improperii salirono al cielo. E a quellatempesta imperversante sotto la loro casa tremavano le quattro povere donne averga a vergatenendosi strette l'una all'altrarincantucciate; e nell'attesaangosciosa udirono contro la ringhiera di ferro del balcone battere unaduetre voltepoderosamentela testa d'uno dei Santi.
A ogni testata tremava la casa.
Poi la furia a poco a poco si quietò; successe nella strada un gran silenzio.
- Vili! vili! - diceva Marta a denti strettipallidafremente.
Anna Veronica piangeva con la faccia nascosta tra le mani. Maria s'appressòpaurosamente al balcone eattraverso il vetrovide una bacchetta dellaringhiera torta dalle ferree testate.

 

Parte 1

X

- Troppoeh? - fece Antonio Pentàgoracol suo solito ghigno frigidorassegato su le labbra e negli occhi uno sguardo di commiserazione perNiccolino.
- Vigliaccheria! - proruppe questifuribondo. - Si vergogni! Tutto il paese èpieno dello scandalo di jeri. Bella prodezza!
- E bravo Niccolino! - esclamò tranquillamente il padre. - Me ne congratulodavvero! Sentimenti nobiligenerosi... Bravo! Tienteli ben radicatifigliuolomioe vedrai col tempo come ramificheranno.
Niccolino scappo via fremendoper non lasciarsi andare a qualche eccesso. Cosìpure era scappato via Rocco la sera avantidopo una lite violentadurante laquale padre e figlio per poco non erano venuti alle mani.
Rimasto soloAntonio Pentàgora scosse più volte il capo lentamente esospirò:
- Poveri di spirito!
E rimase a lungo a pensarecol faccione sanguignochino sul pettogli occhichiusile ciglia aggrottate.
Sapevasapeva d'essere inviso a tutticominciando dagli stessi suoi figli.Mah!... E poi? Non era in suo potere portarci rimedio: doveva essere cosìperforza. Per i Pentàgoracui la sorte s'era divertita a bollare col marchio deicervinon c'era remissione. «Là! o esposti all'odio o al dileggio. Meglioall'odio. Era destino!»
Tutti gli uominiper luivenivano al mondo con la parte assegnata. Sciocchezzail credere di poterla cambiare. Anch'egliin gioventùcome adesso ifigliuolilo aveva creduto per un momento possibile: aveva speratos'eralusingato: gli era parso d'aver nel cuorecome il povero Niccolinosentimentinobiligenerosi: s'era affidato ad essidov'era giunto? Gira giraalle corna.La parte era quelladoveva esser quella.
S'era così fissato in questo suo modo di pensareche se per caso qualcunospinto dal bisognoveniva a chiedergli ajutoeglipur sentendosi talvoltainchinevole a cederegià commossosi frenavasbuffavapoi apriva le labbraal solito ghigno e consigliava a quel povero diavolo di rivolgersi altrove: altal dei taliper esempiobuon filantropo del paese:
- Va' da luicaro mio: è nato apposta per soccorrere la gente. Io novedi. Amequest'ufficio non m'appartiene. Farei un'offesa a quel degno galantuomo chelo esercita da tant'anni e non può farne a meno. Iodi corna negozio.
Era divenuto così cinico nel linguaggioinvolontariamente. Diceva queste cosecon la massima naturalezza. E derideva lui per primo la sua disgrazia coniugaleper prevenire gli altri e disarmarli. Si sentiva in società come sperduto inmezzo a un campo nemico. E quel suo ghigno era come il digrignare d'un caneinseguitoquando si volta. Per fortunaera ricco: dunqueforte. Non aveva datemere. Tutta la genteinfattigli faceva largo: largo al vitelloanzi al bued'oro!
- Sciocchezze!
Dopo il tradimentoper lui inevitabiledella nuorasi era rallegrato dellasfacciata relazione di Rocco con quella donnetta galante:
- Bravo Roccuccio! Mi piace. Ora sei a posto. Vedrai che a poco a poco... Fammitastar la fronte...
Ma no: quello scioccone non ci s'era sentito a suo agionel posto assegnatoglidalla sorte. Imbronciato sempresgarbatodi pessimo umore. Poiall'improvvisoera accaduta la morte di Francesco Ajaladel bau!Ebbenee quell'animella squinternata s'era d'un subito sentita schiacciaredall'unanime compianto che quel pazzo furioso aveva raccolto in paese. Zittozittoper non dar più luogo a ciarles'era liberato dell'amantee gli eraritornato in casa come un funerale.
- E perché? L'hai forse ucciso tu Francesco Ajala?
Non c'era stato versoper lungo tempod'indurlo a uscir di casaa divagarsi.Cavallicavalli da tiro e da sella: sei cavalli gli aveva comperati! Dopoquindici giorni non aveva più voluto saperne. - E allorache altro? unviaggetto di distrazionein Italia o all'estero? - No: neppur questo! - Ilgiuocoal circolo? - Novemila lire perdute in una sola sera. E gliele avevapagatesenza neppur fiatare.
Ebbeneche gli restava da fare? S'era presentata l'occasione della festa deisanti Patroni: a mali estremiestremi rimedii: e aveva provocato lo scandalodella processione sotto i balconi di casa Ajala.
Non se ne pentiva. Rocco era scappato via come una mala bestiasparando calcialla bollatura di fuoco. Sì: gliel'aveva data un po' troppo fortepoverino. Maci voleva! Col tempo si sarebbe calmato e lo avrebbe ringraziato.
«Sentisenti la pazza!» fece tra sé Antonio Pentàgorariscotendosi alfitto bofonchìo precipitoso della sorella Sidorache s'aggirava smaniosamenteper casa.
Anche a leiforseera arrivata la notizia dello scandalo. Che ne pensava?Nessuno poteva saperlotranne il fuoco del caminoacceso d'estate e d'invernonel quale ella - diceva il Pentàgora - voleva incenerire tutte le corna dellafamigliae non ci riusciva.
Per parecchi giorni Rocco non volle vedereneppur da lontanoil padre.Niccolino gli teneva compagniagli offriva uno sfogoda buon fratello.
- Non bastavanon bastava averla scacciata? M'ero vendicato... Bastava! Ma no:le muore il padreper giunta. Non dico che ci abbia avuto colpa io; ma certo inqualche modo vi ho pure contribuito; muore il bambino; anche lei è stata permorire; si rialza a stento dalla malattia; e luivigliaccova a farle sottogli occhi quella scenata infame! Perché insultarla ancora? Chi glien'aveva datol'incarico? Vigliacco! Vigliacco!
E si torceva le mani dalla rabbia.
Intanto le notizie di giorno in giorno peggioravano. La concerìachiusa; PaoloSistriscappato (e la gente lo incolpava d'aver rubato dalla cassa quel che poinon c'era). La miseriadunquebatteva alla porta delle tre povere donneabbandonate. Come avrebbero fatto? Solesenza ajutomal viste da tutto ilpaese?
E la notte a Rocco pareva di vedersi comparire davanti la figura gigantesca diFrancesco Ajala in atto di scuotere le manipallidogonfio in volto: «Rovinidue case: la tua e la mia!». Vedeva tal'altra la suocera (fin dal primogiorno del fidanzamento tanto buona con lui) scarmigliatadisperatae Martapiangentecon la faccia nascostae Maria quasi istupiditache mormorava: «Chici ajuta? chi ci ajuta?».
Così Roccoil giorno in cui seppe che la concerìa era messa all'incantofacendosi violenzasi recò lui per primo dal padre a proporgli - cuposenzaguardarlo in faccia - di acquistarla per suo conto.
- Tu sei pazzo! - gli rispose il Pentàgora. - Neanche se me l'aggiudicasseroper tre bajocchi. Poiguarda: fin qui t'ho lasciato fare: denariadessome nehai buttati via abbastanza. Non son rena! Anche la carità? Non è affar miolosai. Nojaltridi corna negoziamo.

parte 1

XI

MartaMaria e la madre s'erano da poco levate di lettoquando udirono ilcampanello della porta tintinnire discretamente. Maria si recò ad aprire eguardando prima dalla spiavide un vecchietto poveramente vestitoinsieme condue giovinottiin attesa dietro la porta.
- Che volete? - domandòincertadalla spia.
- Zirol'uscieredon Protògene- rispose il vecchietto stirandosi i pelibianchi ricciuti della barba a collana. - Favorisca d'aprire.
- L'usciere? Ma chi cercate?
- Non è questa la casa di don Francesco Ajala? - domandò l'usciere Ziro ai duegiovinotti che l'accompagnavano.
Maria aprì timidamente la porta.
- Perdonisignorina- disse uno dei giovinotti. - (Don Protògenedatele lacarta). Eccosignorinafaccia vedere codesta carta alla mamma. Noi aspetteremoqua.
La signora Agata si faceva in quel momento anche lei alla porta.
- Mamma- chiamò Maria- vieni a vedere... io non so...
- Zirol'uscieredon Protògene- si presentò di nuovo il vecchiettolevandosi questa volta dal capo risecco il tubino spelato che gli si sprofondavafin su la nuca. - Non faccio... diciamo piacerema... la Giustizia comandanoiportiamo il gamellino.
La signora Agata lo squadrò un pocostordita; poi spiegò la carta e lesse.Mariaintimoritaguardava la madre; il vecchio usciere approvava col capo aogni parola equando la signora levò gli occhi dalla cartanon comprendendobenedisse con voce umile:
- Codesta è l'ordinanza del pretore. E questi due sono i testimonii.
I due giovinotti si scappellaronoinchinandosi.
- Ma come! - esclamò la signora Agata. - Se mi avevano detto...
Anche Martaadessos'era fatta alla portaa sentire; e i due giovinotti sel'ammiccavano dal pianerottolodandosi furtivamente gomitate.
- Ma come... - ripeté la signora Agatasmarritarivolta a Marta. - L'avvocatomi aveva detto...
- Tante cose dicono gli avvocati... interloquìcon un certo sorrisetto che lofece arrossireuno dei giovinottitozzo e biondo. - Lasci fare a noisignorae vedrà che...
- Ma se ci tolgono...
- Mamma- la interruppe Martaalteramente- è inutile star qui a discutere.Lasciali entrare. Sono comandati: debbono fare il loro dovere.
- Con doloresì... - aggiunse don Protògene. - Ehpurtroppo...
Chiuse gli occhiaprì le mani e applicò la punta della lingua al labbrosuperiore.
- Abbiano pazienza- riprese poco dopo- donde dobbiamo cominciare? Se lasignora volesse avere la bontà...
- Seguitemi- ordinò Marta. - Ecco il salotto.
Aprì l'uscio ed entrò avanti a gli altri per dar luce alla stanzache datanti mesi dormiva con gli scuri chiusiabbandonata. Poirivolta alla madre ealla sorellasoggiunse:
- Andate via. Attenderò io a costoro.
I due giovinotti si guardarono mortificati; e il biondoch'era un forensegiàgaloppino di Gregorio Alvignani e che aveva pregato insistentemente il vecchiousciere di portarselo con sé come testimonioper curiosità di veder Marta davicinodisseguardandosi le unghie lunghescarnate:
- Noi siamo dispiacenticredasignora...
Marta lo interruppecon lo stesso piglio sprezzante:
- Sbrigatevi. Son discorsi inutili.
Don Protògenetratto dalla tasca in petto un foglio di cartaun calamajod'osso con lo stoppino e una penna d'ocasi disponeva a comporre l'inventariodel salottoquandoguardando in giro e vedendo soltanto poltrone e seggioleimbottitesu cui non stimò buona creanza mettersi a sederechiese con umilesorriso a Marta:
- Se la signora volesse avere la bontà di farmi portare una seggiola...
- Sedete pur lì- disse Martaindicando una poltrona. E il vecchietto sedettein punta in puntaper obbedire; con la mano tremolante armò di lentil'estremità del naso estendendo la carta sul tavolinetto tondo che stavadavanti al canapèscrisse con solennità in capo al foglio: «Sallotto»con due elle. Ciò fattos'inserì la penna su un orecchio estropicciandosile manidisse a Marta:
- Naturalmente questi mobili rimarranno quaesimia signora; io adesso fosoltantocosìsopra sopraun piccolo inventariocon la stima.
- Ma potete anche portarli via- disse Marta. - Fra giorni lasceremo questacasae tanta mobilia non entrerebbe nella nuova.
- Vuol dire che si provvederà- concluse don Protògene. E cominciò a notare:- Un pianoforte...
Marta guardò il pianoforte che Maria aveva tante volte sonatoe anche leidaragazzafino a tanto che la passione per lo studio non le aveva tolto il tempod'attendere alla musica. E man mano che il vecchio e i due giovinottinominavanonotandoi varii oggettigli occhi di Marta vi si affisavano untrattorievocando un ricordo.
Era venutanel frattempoAnna Veronicaa cui la signora Agataavvilitapiangendocomunicò la nuova sciagura.
- Anche questo! in mezzo alla strada... AhSignorenon avete pietà? neanchedi quell'orfana innocenteSignore?
E con la mano indicò Maria che se ne stava con la fronte contro i vetri dellafinestraper nascondere alla madre il pianto silenzioso.
- Marta? - domandò Anna Veronica.
- Di làcon loro... - rispose la signora Agataasciugandosi gli occhi.- Se la vedessi: impassibile; come se non si trattasse della casa nostra..
- Agata miacoraggio! - disse Anna. - Dio ci vuol provare...
- No! DionoAnna! - la interruppe la signora Agatastringendole un braccio.- Non dire Dio! Dio non può voler questo!
E con la mano accennò di nuovo a Mariasoggiungendo sottovoce:
- Che spina! che spina!
Anna Veronicaalloraper divagarlale parlò della nuova casetta.
- Vengo di là. Se la vedessi! Tre stanzette piene d'aria e di luce. Non tantopiccoleno: ohvi starete benissimo... E poiun terrazzino! Buono dastendervi il bucato; sìvi sono anche i cordini di ferro; quattro pali agliangoli; e affacciandovi di làguardapossiamo proprio stringerci la manocosì... La finestra della mia cameretta è proprio dirimpetto... Le notti diluna...
Anna s'interruppe: in un baleno rivide una notte del tempo passato: il seduttoresentimentale aveva abitato in quella casettaove tra pochi giorni sarebberoandate ad abitare le sue amiche. Turbatacangiò discorso:
- Mente mia! guarda... me ne dimenticavo ed ero venuta apposta! Ho da darvi unabuona notizia. Sì... - e chiamò: - Maria! Vieni quafigliuola mia... Sùasciughiamo codeste lagrime; qua a me il fazzoletto. Ohcosì... brava! Dunquevi do parte e consolazione che la figlia del barone Troìsi si marita...Scommetto che non ve ne importa nulla; ma a me sìcare; perché la signorabaronessapare impossibile! ha la degnazione di dare ad allestire qua in paeseil corredo della figliacapite? e per buona parte me ne sono tolto il caricoio. Così lavoreremo tuttie Dio ci ajuterà. A casa nuova!
- Permesso? - fece a questo punto Zirol'uscieresu la sogliainchinandosigoffamentecon la penna d'oca su l'orecchioil calamajo e la carta in unamanola tuba nell'altra.
I due giovinotti lo seguivano. Sopravvenne Marta.
- Avantientrate pure. Mammatu va' di là. Ohsei quiAnna? ConducitipregoMaria e la mamma di là.
- Hai visto? - disse la madre all'amicaalludendo a Marta. - Come s'è potutaridurre così?
- ComeAgata? osservò Anna Veronica. - Perché vuoi credere che non soffranulla? Non vorrà darlo a vedere in questo momentoper farvi animo...
- Sarà- sospirò la madre. - Ma tu lo sai; sei stata qua con noi: mentrel'inferno si scatenavacome si scatena tuttora su la mia povera casache hafatto lei? Se n'è stata chiusa di làcome se non avesse voluto accorgersi dinulla. Mi par miracolo che oggi si veda per casache s'interessi un tantino dinoi... Che scrive? che legge? Mi vergognoAnna miaridotta come sono a badarea certe cose. Io e Maria andiamo presto a letto per risparmiare il lumee leilo tiene acceso fino a mezzanottefino alle due del mattino... Studia...studia... Ed io mi domando se la malattiaper casonon le abbia dato alcervello... Come! - dico- sa in quale stato ci siamo ridotte... il padremortola rovina... la miseria... e lei può attendere così alla lettura...appartatatranquillacome se nulla fosse?
Anna Veronica ascoltavaaddolorata: neppur lei arrivava a comprendere quel modod'agire di Martatanta noncuranzaanzi peggioinsensibilità: non egoismoveramentegiacché anche lei era coinvolta nella rovina.
- Permesso? - venne a ripeterepoco dopoanche su quella soglia l'usciereseguito dai testimonii.
E anche da quella stanza le tre donne uscirono; e cosìdi stanza in stanzafurono quasi respinte da quella casache di lì a tre giorni abbandonarono persempre.
Nella nuovadopo il malinconico sgombero e il riassettoAnna Veronica portòla tela odorosail bisso molle e delicatoe le trine e i nastri e i merlettidella baronessina Troìsi.
La signora Agataguardando Maria intenta al lavorotratteneva a stento lelagrime: ahella non avrebbe mai atteso a cucire il suo corredo da sposa:sarebbe rimasta cosìpovera figliuolaorfana e solasempre...
Martanella nuova casaseguitava a tenere lo stesso modo di vita. AnnaVeronicaperònon se ne stupiva più: Marta le aveva confidato un suopropositoimponendole di non parteciparlo né alla madre né alla sorella.
Lo partecipò lei finalmenteuna serauscendo rannuvolata dalla sua camera.S'era preparata agli esami di patenteche sarebbero cominciati la mattinaappresso alla Scuola Normale. Anna Veronica aveva presentato la domanda per leipagandocoi suoi risparmiila tassa.
La madre e la sorella restarono.
- Lasciatemi fare- disse Martaurtata dal loro stupore. - Non mi contrariateper carità. -
E tornò a chiudersi in camera.
Giungeva in tempo a dar gli esami con le antiche compagne di collegio. Leavrebbe dunque rivedute! Non si faceva illusione su l'accoglienza che leavrebbero fatta. Sarebbe andata incontro a loro col contegno di chi si tengapronto a lanciare una sfida: sìe non ad esse soltantose maima a tutto ilpaesedi cui ora rivedeva le vieper cui la mattina seguente sarebbe passata.Avrebbe guardato in faccia la vigliacca gente che nel giorno della festaselvaggia l'aveva pubblicamente oltraggiata.
Pensando all'enorme folla imbestiata nel vino e nel soletumultuante con lebraccia levate sotto i balconi dell'altra casaMarta sentiva più fortel'impulso alla lotta; sentiva veramentein quella vigiliache sarebbe risortadall'onta vile e ingiusta; armata di sprezzo e con l'orgoglio di poter dire:«Ho sollevato dalla miseria mia madremia sorella: esse vivono ora per medime!».
A poco a pococonfortata da questi pensierie la cura dell'avveniresovrapponendosi nell'anima di lei alla costernazione per l'imminente provagiunse a vincere la trepidazione; ma non cessò la smaniae quella si ridestòe crebbefino a divenire smarrimentola mattinaal levarsi da letto.
Non sapeva più ciò che dovesse fare: si guardava attornoquasi aspettando chela povera e scarsa suppellettile della camera glielo suggerisserichiamandola:là il catinoin cui doveva lavarsi; qua la seggiolasu cui erano le vesti chedoveva indossare. Poco dopo si diede a far tutto frettolosamente.
Mentre si pettinavacosì alla megliosenza specchioentrò la madre giàpronta per accompagnarla.
- Oh bravamamma! Finisci di pettinarmi tuti prego... È tardi!
E la madre si mise a pettinarlacome soleva ogni mattina quando ella si recavaa scuola. Finitoguardò la figlia: Dio! non le era sembrata mai tanto bella...E provò un vivo ritegno pensando che doveva uscir con lei per la cittàcondurla tra gli sguardi maligni della gentea un'impresa chenella schivaumiltà della propria indolenon sapeva né comprenderené apprezzare.Pensava che quella bellezzaquell'aria di sfida che Marta aveva nello sguardoavrebbero forse dato cagione alla gente d'esclamare: Guarda com'è sfrontata!
- Sei così accesa in volto... - le disseschivando di guardarla; e avrebbevoluto aggiungere: «Tieni gli occhi bassi per via».
Scesero finalmente la scala e s'avviarono strette fra loromentre Mariadietroi vetri della finestrale seguiva cogli occhitrepidante.
La signora Agata avrebbe voluto essere almeno della metà men alta di staturaper non attirare tanto gli sguardi della gente e passare inosservata; correre inun baleno quella via che le pareva interminabile. Marta invece pensavaall'incontro con le antiche compagnee non si dava col pensiero tanta fretta disottrarsi alla via.
Arrivarono per le prime al Collegio.
- Oh signorina bella! Come mai? Qua di nuovo? Guarda come s'è fatta grande! Ohfaccia rara... - esclamò la vecchia portinajagestendodall'ammirazioneespansivacon la testa e con le mani.
- Nessunoancora? - domandò Martaun po' imbarazzatasorridendo benevolmentealla vecchia.
- Nessuno! - rispose questa. - Leisempre la prima... Si rammenta quand'erapiccina così eogni santa mattinabum! bum! bum! calci al portone... Gesùmioera quasi bujo... Si rammenta?
- Ahsì! - Marta sorrideva... - Ahi bei ricordi!
- Vogliono entrare in sala? - riprese la vecchia. - La signora sarà stanca...
Eguardando la signora Agata in voltosospiròtentennando il capo:
- Povero signor Francesco! Che pena... Non ne vengono più al mondo galantuominicome quellosignora mia! Basta. Il Signore benedetto l'abbia in gloria! Credoche l'uscio della sala d'aspetto sia ancora chiuso. Abbiano pazienza un tantinovado a prender la chiave.
- Buona donna! - fece a Marta la signora Agatagrata dell'accoglienzarispettosa.
Dopo un minuto la vecchia portinaja tornò di corsa dicendo:
- Anche mia figlia Eufemia dà oggi gli esami con leisignorina Marta!
- Eufemia? Sì? Come sta?
- Poverettanon dorme più da tante notti... Ahper questobuona volontà nongliene manca... Lei che ha tanto talentosignorinaoggise maime l'ajuti unpo'! Dicono ch'è la prova più difficile! Or ora la faccio venire giù: cosìle terrà compagnia... Eccoloro intanto s'accomodino qua.
E pulì con un lembo del grembiule il divano di cuojo.
- Se Eufemia studianon la chiamate- disse Marta alla vecchia che giàusciva.
- Ma che! ma che! - rispose la vecchia senza voltarsi.
Eufemia Sabetti era statafin dalle prime classicompagna di scuola di Martaquantunque maggiore almeno di sei anni. Cresciuta nella scuolain mezzo acompagne molto superiori a lei di condizioneaveva assunto una cert'ariasignorile che formava l'orgoglio della madrela quale poi lo scontava a costod'innumerevoli sacrificii. Eufemiaè verodava del tu a tutte le compagneportava il cappellinoaveva tratti e lezii da vera «signorina»; ma era purrimasta nella considerazione delle compagne la figlia della portinaja. Lecompagne veramente non glielo spiattellavano in faccia: nopoverina! ma glielolasciavano intendere o dal modo con cui le guardavano la veste e il cappellinoo col piantarla lì qualche volta per prestare ascolto a un'altra delle loro.Ed Eufemia faceva le viste di non accorgerseneper mantenersi in buoni rapporticon esse.
- Oh Marta! Che fortuna! - esclamò entrando e accorrendo a baciar l'amicasenza impaccio. Salutòridendola signora Agatae sedette sul divanolasciando in mezzo Marta. - Che fortuna! - ripeté. - Come va? Qua di nuovo connoi? E farai gli esami?
Era brunamagrissimamiserina nella veste latt'e caffèguarnita di nero.Parlando fremeva tuttaagitava continuamente le pàlpebre su gli occhietti vivida furetto; ridendo scopriva la gengiva superiore e i denti bianchissimi.
Cominciavano di già le domande imbarazzanti. E bisognava pur rispondere allameglio alle più discrete; le altre però che restavano negli occhi d'Eufemiacostringevano le parole di Marta a non esser sincere.
La signora Agata si alzò.
- Io torno a casaMarta. Ti lascio con l'amica. Coraggiofigliuole mie!
Uscendo dalla sala d'aspettovide nell'atrio un crocchio di signorine in abitigaj d'estatetra le quali riconobbe alcune antiche compagne di Marta. Questetacquero a un tratto e abbassarono gli occhi mentr'ella passava. Nessuna lasalutò: una solaMita Lumìale rivolse un lieve cenno del capo.
La vecchia portinaja aveva loro annunziato la venuta di Marta.
- Badateci vuol faccia tosta! - diceva una.
- Ioper menon entro- dichiarava un'altra.
E una terza:
- Che viene a fare con noi?
- Oh bellagli esami: potete impedirglielo? - rispondeva Mita Lumìaurtataanche leima non così accanita come le altre.
- Va bene; ma accanto a lei- protestava una quarta- non seggoneanche se ildirettore stesso viene a impormelo!
E una quinta diceva a Mita Lumìa:
- Se non sappiamo neppure come dobbiamo chiamarla! Pentàgora? Ajala?
- Oh Dio! Chiamatela Martacome la chiamavamo! - rispose la Lumìa infastidita.
Nello stesso tempo Martacon amaro sorrisodiceva alla Sabetti:
- Chi sa che dicono di me...
- Lasciale cantare! - le rispose Eufemia.
Irruppero e attraversarono la sala quattro del crocchiodi corsasenza volgeregli occhi al divano.
Martaquantunque grata in fondo alla Sabetti della compagnia che le tenevanonpoteva tuttavia sottrarsi a un senso d'avvilimento nel vedersela accanto; nonper séma per quelle pettegole che la vedevano insieme con quella lìaccoltacioè dalla figlia della portinaja.
Si alzarono. Entrò in quella Mita Lumìa senza fretta.
- OhMarta... Come stai?
E tentò un sorriso e porse la manomolle molle.
- Cara Mita... - rispose Marta.
E rimasero lì un breve tratto senza saper dire una parola di più.

 

parte 1

XII

L'invidia da un cantodall'altro gl'intrighi spezzatile aspirazioni delusetrassero agevolmente dalla calunnia una scusa alla loro sconfitta.
Era chiaro!
Marta Ajala avrebbe occupato il posto di maestra supplente nelle prime classipreparatorie del Collegiosolo perché «protetta» del deputato Alvignani.
E vi funei primi giorniuna processione di padri di famiglia al Collegio:volevano parlare col Direttore. Ahera uno scandalo! Le loro ragazze sisarebbero rifiutate d'andare a scuola. E nessun padrein coscienzaavrebbesaputo costringerle. Bisognava trovarea ogni costo e subitoun rimedio.
Il vecchio Direttore rimandava i padri di famiglia all'Ispettore scolasticodopo aver difeso la futura supplente con la prova degli ottimi esami. Se qualchealtra avesse fatto megliosarebbe stata presa a supplire in quella classeaggiunta. Nessuna ingiustizianessuna particolarità...
- Ma sì!
Il cavalier Claudio Torchiaraispettore scolasticoera del paese e amicointimo di Gregorio Alvignani. A lui i reclami si ritorcevano sotto altra forma esotto altro aspetto. Voleva l'Alvignani rendersi impopolare con quellaprotezione scandalosa?
E invano il Torchiara s'affannava a protestare che l'Alvignani non c'entrava népunto né pocoche quella della maestra Ajala non era nomina governativa. Ehviaadesso! Che sostenesse ciò il Direttore del Collegiotranseat!maluiil Torchiarach'era del paese; eh via! Bisognava aver perduto la memoriadegli scandali più recenti...
Era venuta dunque così dall'aria quella nomina dell'Ajala? E in coscienza se ilTorchiara avesse avuto una figliuolasarebbe stato contento di mandarla ascuola da una donna che aveva fatto parlare così male di sé? Che fior dimaestra per le ragazze!
Se a Martaogni dì più oppressa dalla crescente miseriamentre furtivamentenon compresa dai suoichiusa nella sua camerettasi preparava a quegli esamisi fosse per un momentino affacciato il pensiero che avrebbe incontratosott'altro aspettoquasi la stessa vigliacca e oltraggiosa rivolta popolare;forse le sarebbe a un tratto caduto l'animo. Ma spronavano allora la suabaldanza giovanile da un canto troppa ansia di risorgeredall'altro la miseriain cui senza riparo ella e la sua famiglia precipitavano e la coscienza delproprio valore e la santità del suo sacrifizio per la madre e la sorella.Pensava allora soltanto a vincere la prova; sarebbe poi riuscita nel suointentoavvalendosi della prova superata.
Oraora intendeva lo stupore doloroso della madre e della sorella all'annunziodella sua animosa determinazione. E ancora non le era arrivata agli orecchi lacalunnia di cui la gente onesta si armava per osteggiarlaper ricacciarla beneaddentro nel fango da cui smaniava d'uscire!
La vecchia Sabetti era intanto venuta ad annunziarleaddoloratache al postogià promesso a lei avrebbe insegnato la Breganzenipote d'un consiglierecomunale.
Nel frattempoalla notizia inattesa che Marta intendeva darsi all'insegnamentola pietà di Rocco Pentàgoraprossima a cangiarsi in rimorsoimprovvisamenteaombratas'era cangiatainvecein dispetto.
Egli non vide in quella determinazione di Marta le strette della necessitàl'urgenza di provvedere ai bisogni primi della famigliaai quali lui stesso dinascosto avrebbe voluto provvedere; vide soltanto l'ardita e sprezzante volontàdi lei di levar la fronte contro tutto il paesequasi dicendo: «Basto a mestessa e ai miei: non mi curo della vostra condanna». E si sentì messo daparte; non solo non curatoma anche disprezzato e deriso dalla moglie. E unasmania rabbiosa cominciò ad agitarlola quale si manifestava specialmente inuno sdegno incomprensibile per la professione ch'ella voleva darsi a esercitare:
- La maestra! La maestra! Colei che fu mia moglieora deve fare la maestra!
E non se ne poteva dar pacecome se fare la maestra significasse un disonoreper il nome che aveva portato.
Intantocome impedirglielo? come farsi vivo? come farle sentire che non potevanon curarsi di luispezzare la catenasottrarsi al peso morto d'un legameacui non s'era mantenuta fedele?
E le smanie crescevano... Un nuovo scandalo? una nuova vendetta? Si sarebbeprestato a fomentare la calunnia della pretesa relazione tra Marta el'Alvignanipubblicando le lettere che questi le aveva scritte? Nono! Ilridicolo sarebbe caduto più apertamente sopra di lui. Tantoil paese credeva aquella relazione scandalosae il partecipare alla calunnia gli avrebbe fattosoltanto sentire vieppiù l'impotenza sua contro colei che mostrava di noncurarsi né di lui né di nessuno. Meglio anzi fare in modo che quella calunniasi sventasse. Sì... ma come? E qui un sorgere e un immediato abortire dipropositi contrariiora dettati dall'odio per l'Alvignanie furibondioradalla stizzaora dall'amor proprio feritoora dalla generosità.
Usciva di casasenza direzione. A un trattosi ritrovava per la strada delsobborgopresso alla concerìa di Francesco Ajala. Che era venuto a fare finqua? Ohse avesse potuto vederla... Ecco la vecchia casa... Adesso ella abitavapiù giù... dopo la chiesa... E si avanzava cautoguardando furtivamente airari balconi illuminati. Al primo rumore di passi in distanzaper la stradasolitariatornava indietro per non farsi scorgere in quei dintorni; erincasava.
Ma il giorno appressodaccapo.
Perché quella smania di rivedere Martao megliodi farsi rivedere da lei? Nonlo sapeva neppur lui. Se la immaginava vestita di nerocome Niccolino l'avevaveduta quel giornoin chiesa.
- Sai? Più bella di prima!
Ma ellacertonon lo avrebbe guardato; avrebbe abbassato subito gli occhiscoprendolo da lontano. Fermarla per istrada? parlarle? Follie! E che avrebbepensato la gente? E luiche le avrebbe detto?
In tali condizioni di spiritouna mattinasi recò in casa di Anna Veronica.
Nel vederselo davantipallidosconvoltoAnna restò.
- Che vuole da me?
- Scusi dell'incomodo... Stiastia sedutaprego. Prendo la seggiola da me.
Ma tutte le seggiole erano ingombre di biancheria ammonticchiatae Anna dovettealzarsi per liberarne una.
- Quanta bella roba... - fece Roccoimbarazzato.
- Della baronessa Troìsi.
- Per la figlia?
Anna accennò di sì col capoe Rocco trasse un sospirocontraendo la fronte einfoscandosi. Si ricordò dei preparativi delle sue nozzedel corredo di Marta.
- Ecco la seggiola- gli disse Annacon impacciata premura.
Rocco sedettecupo. Non sapeva da qual parte incominciare il discorso. Restòun momento con le ciglia aggrottategli occhi bassiinsaccato nelle spallecome in attesa di qualche cosa che dovesse cadergli addosso. Anna Veronicaancora presa dallo stuporelo spiava in volto acutamente.
- Lei... già saprà... m'immagino- cominciò egli finalmenteimpuntando aogni parolasenza alzar gli occhi. - So che è amica di casa di... e anzi...
S'interruppe; non poteva seguitare in quel tonoin quella positura. Si scossealzò la testa e guardò Anna in faccia.
- Sentasignora maestraio credo che... sìio non credo a ciò che la genteva dicendo contro di... Martaadessoper questa sua nuova pazzia...
- Ah- fece Annacrollando il capo con un mesto sorriso. - La chiama pazzialei?
- Più che pazzia! - rispose Roccoprontocon ira. - Scusi...
- Non so che vada dicendo la gente- riprese Anna. - Me l'immagino... E lei fabenesignor Pentàgoraa non crederci; tanto più che nessuno meglio di leipuò sapere. -
- Non parliamo di questo! non parliamo di questola prego! - saltò a dirRoccoponendo le mani avanti. - Non sono venuto per parlare del passato.
- E allora? Scusise lei stesso dice che non crede... - tentò d'aggiungereAnna.
- Che cosa? Sa che dice la gente? - domandò egli con voce alterata. - Che lacorrispondenza con l'Alvignani séguita... Ecco!
- Séguita?
- Sissignora. E questo perché? Per l'eterna sua smania di comparire! Ma come...tu sai ciò che ti pesa addossosai quello che hai fattoe hai il coraggiod'uscire in piazza a sfidare la maldicenza del paese? La gente parla... Sfido!Come ha ottenuto quel posto?
- Ma si sa! - fece Anna con amarissimo sdegno. - Così soltanto oggi siottengono i posti! E sono loroi tanti guardiani dell'onestà che ha il nostropaeseche insegnano il modo e la via... Fate cosìperché tanto... lofacciate o noè tutt'uno; per noi sarà sempre come se l'aveste fatto. ScioccaMartadunqueche non l'ha fattoè vero? Che le ha giovato? Chi ci crede?
- Io non ci credole ho detto- rispose Roccoinfoscandosi maggiormente. - Epur nondimeno ritengo chese la gente sparlanon ha tutti i torti... Che vuoleche si capisca d'esami fatti più o meno bene? Si pensa all'intrigosi pensa!Ehnon vuol guardarcileida quest'altro lato... Ecco perché può scusarla!
- Non solosa? - gridò Annalevandosi- ma anche lodarlasignor Pentàgora!Io lodo Marta e l'ammiro! Perché entro nella coscienza di quella poverafigliuola ese ci vedo un rimorso per gli altri che penano per leiingiustamentenon ci trovo però né macchia né peccatodavanti a Dio! Citrovo il bruciore per le offeseper gli oltraggi patitici sento un grido:«Ora basta!». Ma sa lei come sono ridotte? Sa che non hanno più neanche damangiare? A chi spettava di sostenere la madre e la sorella? di rialzarle un po'dalla miseria? So ioso io il sacrifizio che le è costatopovera Marta! Odovevano morire di fame per far piacere a lei e al paese?
Rocco Pentàgora si alzò anche luistravoltocon la faccia pezzata qua e làdi rosso; s'aggirò smaniosamente per la stanzatastando i mobiliagitandocontinuamente le dita; poi s'accostò ad Annacon gli occhi torvile afferròle mani:
- Sentasignora maestra... Per caritàle dica... le dica che rinunziiall'idea di... di far la maestra; che... che non dia più cagione alla gente disparlare e... e provvederò iodica cosìai bisogni della sua famigliasenza... senza farlo sapere a nessuno... neanche a mio padres'intende! Glieloprometto su la santa memoria di Francesco Ajala! Non lo faccio per amorecreda!lo faccio per decorodi lei e mio... Glielo dica...
Anna Veronica promise di far l'ambasciata: e poco dopo egliripetendoraccomandazioni e promesseandò via più turbato e smanioso di com'era venuto.
- Per decoronon per amore... Glielo dica. Per decoro! siamo intesi...

 

parte 1

XIII

Anna Veronica scappò in fretta dalle Ajalaappena andato via RoccoPentàgora.
- Dov'è Marta? - domandò piano a Mariaponendosi un dito su le labbra.
- Nella sua camera... Perché?
- Zitta! Piano!
Fece segno alla signora Agata d'accostarsi; si guardò d'attorno:
- Lasciatemi sedere... Tremo tutta... Ahcare miese sapeste! Indovinate chiè venuto da mepoco fa? Il marito di Marta!
- Rocco! Lui! - esclamarono insiemesottovoceMaria e la madrestupite.
Anna si ripose il dito su le labbra.
- Come un pazzo- aggiunseagitando le mani per aria. - Ah che paura! La amaancorave lo dico io! Se non fosse... - Ma sentite: dunqueè venuto da me.Iodicenon credo alle calunnie della gente...
- E allora? - scappò dal cuore alla madre.
- Giusto così: e allora? gli ho detto iocome te. Ma egliMartadice-aspetta! - non dovevadiceesporsi alla malignità della gentefar lamaestrainsomma... N'è sdegnatoavvilito... Basta: sapetecare mieche m'haproposto? Che io induca Marta a rinunziare alle sue idee... Provvederà luidiceai bisogni vostri; tanto perché la gente non sparli più.
- E nient'altro? - sospirò a questo punto la signora Agata. - Ahcon un po' didanaro soltantosomministrato di furtocome in elemosinaintende di chiuderela bocca alla gente? E domani non si dirà che il denaro ci venga da altra mano?Oh sciocco e vile!
- No! no! - riprese Anna. - Non dire così... È innamoratocredi a me... Mac'è quel cane giudeo del padrecapisci? e finché c'è lui... Se Marta intantovolesse scrivergli un biglietto...
- A chi?
- A luial marito! da intenerirlo; una lettera come lei sola sa scriverne...Questo sarebbe proprio il momento! «Tu sai bene» dovrebbe dirgli«quanto cisia stato di vero... e ora vedi come sono trattata? ciò che si dice di me?»Ahse volesse scrivergli queste due parole... Tanto più che me l'ha chiestalui una risposta... Che ne dite?
- Marta non lo farà! - disse Mariascotendo il capo.
- Proviamo! - replicò Anna. - Volete che le parli io? Dov'è?
- Di là- accennò la signora Agata. - Ma temo che non sia il momento...
- Vado io sola- aggiunse Annalevandosi.
Marta era stesa sul lettucciocon le braccia conserte sul guanciale e la faccianascosta; appena sentì schiudere l'uscio restrinse le braccia e vi cacciò piùaddentro il volto.
- Sono ioMarta- disse Annarichiudendo l'uscio pian piano.
- Lasciamiper caritàAnna! - rispose Martasenz'alzare la testaagitandosisul letto. - Non tentare di confortarmi!
- Nono- s'affrettò a soggiungere Anna Veronicaaccostandosi al lettuccio eposandole lieve una mano su le spalle. - Volevo soltanto vederti...
- Non voglio veder nessunonon posso sentire nessunoin questo momento! -riprese Marta smaniosamente. - Lasciamiper carità!
Anna ritrasse subito la manoe disse:
- Hai ragione...
Attese un pezzopoi riprese sospirando:
- Troppo bello... troppo facile sarebbe stato! T'immaginavi che la gente nondovesse impedirti d'andare per la strada che ti sei aperta col lavoroconl'ingegnocol coraggio... Ma a che servonocara miaqueste cose? Protezionici vogliono! Ne hai? No... Si va avanti con queste soltanto; e ognuno giudicacome pensa...
Marta levò improvvisamente la testa dal guanciale e disse con ira:
- Ma se l'avevano promesso a mequel posto!
- Sì- replicò subito Anna- ed è infatti bastato questo soltantoquestasemplice promessa non mantenutaperché la gente cominciasse a gridare che tueri protetta da qualcuno...
- Io? - fece Martanon comprendendo dapprima e guardando negli occhi AnnaVeronica. Poi diede un grido: - Ah!... Io... io... - E non poté dir altro; sipremette il volto con le mani; poi proruppe: - Eh già! sì... sì... così devecredere la gente! Ci sarà chi va spargendo questa nuova calunnia!
- Luinosai? tuo maritono- disse subito Anna. - È venuto da me appostaper dirmelo.
- Rocco? - esclamò Martasbalorditatentando invano d'aggrottare le ciglia. -Rocco è venuto da te?
- Sìsìpoco fa... per dirmi che non ci crede!
- Da te? lui?
Lo sbalordimento impediva ancora all'odio di trovare la ragione di quellavisita.
- E che vuole?
- Vuole... - rispose Anna- vorrebbe che tu...
- Sai che vuole? - scattò Martacon gli occhi lampeggianti. - Gli è mancatoil coraggio; ha rimorsoda un canto; edall'altro... io ho tentato di alzarela testaè vero? ebbenee luigiù! vorrebbe farmela riabbassaregiù!giù! nel fango in cui m'ha gettata! Questo vuole! Io non debbo più respirare;non debbo cancellarmi dalla frontequail marchioil marchio con cui hacreduto di bollarmi! Questo vuole! Ohse gli do questa soddisfazionedirimanere appiattata nel fangocome una ranocchia ch'egli possa schiacciare colpiedese gliene venga la voglia; se gli do questa soddisfazionesai? masarebbe anche capace di mantenermidi darmi da vestire e da mangiarea me e aimiei...
Anna la guardò sorpresa e dolente.
- Non vuole questodi'? - incalzò Marta. - Ho indovinato? Vuoi darlo davvero aconoscere a me? Gli leggo in frontecome in un librociò che gli passa per ilcapo!
- Se tutto questo volessi scriverglielo... - arrischiò timidamente Anna.
- Io? a lui?
- Perché vorrebbe una risposta...
- Da me? - fece Martacon sdegno. - Ioscrivere a lui? Ma io... guardapiuttosto... giacché nulla è valso per costoro e la mamma e Maria per viveredebbono avvilirsi con me al servizio altrui... ioguardaa un altro piuttostoscriverei... a Roma...
- NoMarta! - esclamò Annaafflitta.
- No... no... - si disdisse subito Martarovesciandosi di nuovo sul lettoconla faccia affondata nei guanciali. - No... lo so! Morire di famepiuttosto...
Anna Veronica non seppe dirle più nulla. Carezzò con gli occhi pietosisullettoquel corpo fiorentescosso dal pianto; con una mano le rassettò suipiedi un lembo della veste che le si era rimboccato su la gamba.
Sospirò e uscì dalla camera.
Né la signora Agata né Mariarivedendolale domandarono nulla. Tutt'e trestettero in silenzio un lungo trattocon gli occhi fissi nel vuoto.
- Se tu andassi dal Torchiara? - suggerì Annaalla fine.
La signora Agata la guardòcome per dire: «A far che?».
- È un'ingiustizia- aggiunse Anna. - Qualche cosa il Torchiara ti dirà...Anche per sentire... Potete durare così?
Da due giorniinfattiMarta non prendeva quasi cibobuttata lì sul lettoirremovibile.
- Che vuoi che mi dica? - Sospirò la signora Agata. - Ormai il posto è dato...
- Ma era stato promesso a Martaprima! - disse Anna.
- Ti spiegherà... Nosenza farti illusionilo so; ma ti dirà almeno qualchebuona parola. Per scuotere questa povera figliuola... SùAgata miava'... Orastesso! Lo soè un sacrificio...
- Per me? - fece desolatamente la signora Agatalevandosi e aprendo le braccia.
Tutto per leiormaiera come niente. Non aveva più volontà. Si appuntò lacuffia vedovile su i capelli divenuti grigi in pochi mesie disse:
- Per mevado subito...
Come se avesse veramente da vergognarsi di qualche cosaschivava però per viagli sguardi della gente. Erano tantitutto il paese era per l'ingiustiziaperla condanna; e s'era nascosto il maritol'uomo che non aveva chiesto mai nullache non s'era mai inchinato ad alcuno. Che era lei? Una povera donna erasbigottita da quella ingiustiziasbigottita dalla sciagura; e si vergognavasìdella miseriasi vergognava della veste che aveva indosso. MartaMartaavrebbe dovuto starsene rassegnata e dimessaad aspettare giustizia dal tempo:avrebbero lavorato tutte e tre insiemenell'ombrae tirato innanzi allameglio; senza andare a suscitare di nuovo tutta questa guerra.
Ecco la casa del Torchiara. Salì a stentoansimandola scala; davantiall'uscio prima di sonaresi nascose il volto con le mani.
- È solo? - domandò per prima cosa alla servache venne ad aprirle.
- Noc'è il professor Blandino- le rispose questa.
- Allora... aspetto qua?
- Come vuole... Intantol'annunzio.
Poco dopoil cavalier Claudio Torchiarascostando con una mano la tendadell'uscio e rialzandosi con l'altra sul naso le lenti fortissime da miope chegli rimpiccolivano gli occhichiamò:
- Venga avantifavoriscasignora!
La prese per mano e la condusse davanti al canapè dello studio.
La signora Agatainchinando il capo con un sorriso mestosedette in un angolodel canapè.
- Il professor Luca Blandino- aggiunse il Torchiarapresentandolo.
- Conosco... conosco... - interruppe l'uomo calvo e barbutoporgendodistrattamente la mano alla signora che guardava imbarazzata. - La vedova diFrancesco Ajala? Gran galantuomosuo marito!
Il Torchiara sospiròrialzandosi una seconda volta sul naso le lenti legate ingrossi cerchietti d'oro. Vi fu un momento di silenziodurante il quale lasignora Agata frenò a stento le lagrime.
- Com'è vero- riprese il Blandinocon gli occhi chiusile braccia conserte- com'è vero che la nostra condotta è per gli altri giusta o ingiustanon invirtù della sua natura intrinsecama in virtù d'ordini estrinseci... Comeabbiamo giudicato noi Francesco Ajala? Lo abbiamo giudicato col vocabolario dicui comunemente ci serviamo parlando d'obblighi e di dovericioè senzapenetrare affatto nel codice particolare prescritto a lui dalla sua stessanatura e redattoper così diredalla sua educazione. Purtroppo cosìgiudichiamo noi!
E si alzò.
- Te ne vai? - gli domandò il Torchiara.
Il Blandino non rispose: si mise a passeggiare per la stanza con le cigliacorrugate e gli occhi semichiusinon intendendo affattonella sua distrazionedi quanto impaccio fosse alla signora la sua presenza e quanto sconveniente.
- Ella mi fa l'onore di questa visita per la sua figliuolaè verosignora? -domandò piano il Torchiaraguardandola con aria di rassegnazione e di scusaper la presenza del Blandinocome se volesse dirle: «Pazienza! bisognacompatirlo: è fatto così...».
Al Torchiara però non rincresceva affatto la presenza del Blandino. Lo avevaanzi trattenuto apposta all'annunzio della visitaper far che questa nondurasse troppo e non riuscisse soverchiamente penosa all'ottimo suo cuoresensibilissimo. Gli toccava infatti di togliere le ultime speranze a quellapovera madre... Ma era troppo prestoeccoper una nominafosse purtemporaneadi semplice supplenza... Carriera difficiledifficilissimaquelladell'insegnamento! Bisognava attendere ancora un po'ecco... Ohl'avveniresarebbe stato pianoridente di belle promesse per la giovine maestrasenzadubbio! Comecome? La Breganze? Ah sì... E a questa interrogazione moltoimbarazzante per l'ottimo suo cuoreil cavalier Torchiara si grattò il capocon un dito e si rialzò una terza volta sul naso le lenti. Sìla Breganzelanipote del consigliere Breganzeamico suo... Nessuna inframmettenzabadiamo!Precedenza soltantoquestione di precedenzaecco... Non di valore! Per quantola Breganzebrava insegnante anch'essavia... Ma egli sapeva bene che ilvalore della giovine maestra Ajala era incomparabilmente superiore... oh sì! ohsì!
A Luca Blandinomentre passeggiava assorto nei suoi pensiericon le manicongiunte dietro la schienagiungevano alcune frasi a mezzoche gli facevanocorrugare vieppiù le cigliadi tratto in tratto. Non intese nulla delpenosissimo dialogo; notò solo l'espressione d'angoscioso smarrimentodiprofonda disperazione sul volto della signora Ajalaquando si alzò e chinò ilcapo in segno di saluto.
- Auff! - sbuffò il Torchiaradopo avere accompagnato la signora fino allaportarientrando in salotto. - Non ne posso più di questa maledetta faccenda!La compatiscopovera signora. Ma che posso farci iose la figliuola... Tum'intendi! Abbiamo la disgrazia di vivere in una piccola cittàdove certe cosenon si sanno perdonarené dimenticare... Non posso mica mettermisignor miocontro tutto il paeseOrazio sol contro Beozia tutta!
- Di che si tratta? - domandò il Blandino.
- Miseriecaromiserie! Della più tremenda: quella in abito nero! Di pane sitratta... Ma che posso farcisignore Iddio benedetto? Me n'affliggoe basta.
E spiegò al Blandino le ragioni della visita della signora Ajala.
- Come? E tu l'hai mandata via così? - esclamò il Blandinoin risposta. - Ohiohi ohi... m'hai tutto scombussolato... Come? Perdio! Ma qui bisogna agireriparare... e subito!
Il Torchiara scoppiò a ridere.
- Dove vuoi andare adesso?
Il Blandinotutto agitatos'era messo a correre per la stanza.
- Il cappello... Dove ho lasciato il cappello?
- La testa! la testa! - esclamò il Torchiararidendo ancora. - Cerca la testapiuttosto!
Lo afferrò per un braccio.
- Vedi? Poi ti dicono pazzo! Prima hai preso le parti del maritonel duello;adesso vuoi difendere la moglie?
- Ma io non giudico come voi! - gli gridò Luca Blandino. - Io giudico secondo icasi: non mi tracciocome voiuna linea: fin qui è malefin qui è bene...Lasciami agire da pazzo! Vado a scrivere un letterone d'improperii a GregorioAlvignani... Ahluiil grand'uomose ne deve uscire cosìdopo aver gettatonell'ignominia e nella miseria un'intera famiglia? Ma sai che le lettere glielebuttava dalla finestra come un ragazzino? Ti saluto... ti saluto...
E il Blandino scappò viatra le risa sforzate del cavalier Claudio Torchiara.

 

Parte 1

XIV

Circa tre mesi dopoinaspettatamentevenne a Marta un invito del Direttoredel Collegio.
La vecchia portinaja Sabettiche aveva recato dolente la cattiva notizia dellasupplenza accordata alla Breganzeentrò questa volta gridandotuttaesultante:
- Signorina! Signorina! La avremo con noi! Con noisignorina bella! Tengalegga questo biglietto...
Funella squallida desolazionecome un raggio di sole improvviso. Martadiventò in volto di bragia.
- Che felicità! - seguitava la vecchia Sabettigestendo con fuoco. - Lamaestra Flori della seconda preparatoriase ne torna lassùfuorivia! Haottenuto il traslocoDio sia lodato! Le ragazze rifiateranno. -
- Debbo recarmi in giornata al Collegio... annunziò Marta con voce tremantedalla commozionedopo aver letto l'invito.
- Sissignora! - riprese la vecchia portinaja. - E vedrà che è per questo! Nesono sicura!
- Ma come! - osservò Marta. - La Floritrasferita?
- Traslocatasissignora! Fortunale dicoper le povere ragazze... Chepittima!
- Con l'anno scolastico già cominciato? - osservò Martanon sapendo chepensare.
- Il Torchiaraforse... - sfuggì alla signora Agata.
E riferì alla figlia la visita fatta di nascosto all'Ispettore scolastico.
Poco dopomentre si vestiva per recarsi al Collegiopassata la primacommozioneMarta intuì a chi doveva quella nomina tardiva: n'ebbe una scossae sentì mancarsi a un tratto la forza d'agganciare il busto alla vita.
Ricominciò la guerra fin dal primo giorno di scuola.
Già le altre maestre del Collegiooneste e brutte zitellonese la recaronosubito a dispetto. GesùGesù! un breve salutola mattinacon le labbrastrettee via; un freddolieve cenno del capoed era anche troppo! Un'ontaper la classe delle insegnanti! un'onta per l'Istituto! Il mondosìintrigo:per riusciremani e piedi! ma onestamenteoh! Anzionoratamente.
Esotto sottocomentavano con acre malignità il modo con cui il Direttore egli altri professori del Collegio fin dal primo giorno si erano messi a trattarel'Ajala; e rimpiangevano quella cara maestra Flori che non avrebbero piùriveduta. La Flori: che pena!
Riusciti vani i nuovi e più aspri reclami delle famigliele ragazze(assentatesi per alcuni giorni dalla scuola all'annunzio della nomina di Marta)cominciarono man mano a ripigliare le lezioni; ma cattiveastiosemesse sùevidentemente dai genitori contro la nuova maestra.
A nulla giovò l'affabilità con cui Marta le accolse per disarmarle fin daprincipio; a nulla la prudenza e la longanimità. Si sottraevano sgarbatamentealle carezzesi mostravano sorde ai benevoli ammonimentiscrollavano le spallea qualche rara minaccia; e le più cattivenell'ora della ricreazione ingiardinosparlavano di lei in modo da farsi sentire oper farle dispettoaccorrevano ad attorniare le antiche maestre e a carezzarlepiene di moine e dipremurelasciando lei sola a passeggiare in disparte.
Ritornando a casadopo sei ore di penaMarta doveva fare uno sforzo violentosu se stessa per nascondere alla madre e alla sorella il suo animo esasperato.
Ma un giornoritornando più presto dal Collegioaccesa in voltovibranted'ira contenuta a stentoappena la madre e Anna Veronica le domandarono che lefosse avvenutoellaancora col cappellino in caposcoppiò in un piantoconvulso.
Esaurita finalmente la pazienzavedendo che con le buone maniere non riusciva anullaper consiglio del Direttore s'era messa a malincuore a trattare con unpo' di severità le alunne. Da una settimana usava prudenza con una di essech'era appunto la figlia del consigliere Breganzeuna magrolina biondastizzosatutta nervila qualemessa sù dalle compagneera giunta finanche adirle forte qualche impertinenza.
- E io ho finto di non udire... Ma quest'oggi alla finepoco prima cheterminasse la lezionenon ho saputo più tollerarla. La sgrido. Lei mirisponderidendo e guardandomi con insolenza. Bisognava sentirla! «Escafuori!» «Non voglio uscire!» «Ah! no!» Scendo dalla cattedra per scacciarladalla classe: ma lei s'aggrappa alla panca e mi grida: «Non mi tocchi! Nonvoglio le sue mani addosso!». «Non le vuoi? Viaalloravia! escifuori!» e fo per strapparla dalla panca. Lei allora si mette a strillareapestare i piedia contorcersi. Tutte le ragazze si levano dalle panche e levengono intorno; leiminacciandomiesce dalla classeseguita dalle compagne.È andata dal Direttore. Questi non mi dà torto in loro presenza; rimasti solimi dice che io avevo un po' ecceduto; che non si debbonodicealzar le mani sule allieve... Iole mani? Se non l'ho toccata! Alla fine però accetta le mieragioni... Ma DioDio; come andare avanti così? Io non ne posso più!
Il giorno appressointantoil padre della ragazzail consigliere cavaliereufficiale Ippolito Onorio Breganzeandò a fare una scenata nel gabinetto delDirettore.
Era furibondo.
L'obesità del corpo veramente non gli permetteva di gestire come avrebbevoluto. Corto di bracciacorto di gambeportava la pancetta globulenta in quae in là per la stanzafaticosamentefacendo strillare le suole delle scarpe aogni passo. Alzare le mani in faccia alla sua figliuola? Neanco Dioneanco Diodoveva permetterselo! Luich'era il padrenon aveva mai osato far tanto! Siera forse tornati ai beati tempi dei gesuitiquando s'insegnava a colpi diferula su la palma della mano o sul di dietro? Voleva pronta e ampiasoddisfazione! Ah sìperrrdio! Se la signora Ajala aveva valide protezioni epreziose amicizieluiil consiglierrr Breganzeavrebbe rrreclamatorrriparazione e giustizia più in altopiù in alto (e si sforzava invano disollevare il braccino) - sissignorepiù in alto! a nome della Morale offesanon solo dell'Istitutoma dell'intero paese.
E dri dri dri - strillavano le scarpe.
Il Direttore non riusciva a calmarlo. Gli veniva quasi da ridere: in paese sidiceva che colui non era veramente il padre della sua figliuola. Ma ilconsigliere Ippolito Onorio Breganzepaonazzo in voltonon potevaaccontentarsi della semplice riprensione fatta a quattr'occhi alla maestra:pretendevaesigeva una graveuna seria punizione! A luiadessonon istavapiù a cuore soltanto la sua cara piccinama anche «la salute moralesignorDirettoredi tutto il paese scandalizzato!». Non era forse a conoscenza ilsignor Direttore di quanto era avvenuto? non sapeva a qual donna si era affidatal'educazione delle tenere mentidelle gracili anime?
- È un'im-mo-ra-li-tà! - tuonò alla fine con tutta la vocesillabando. - Oci rrrimedia leio ci rrrimedio io. Vado a far reclamo formale all'Ispettorescolastico! La rrriverisco.
E cacciandosi di furia in capopuhm! il cappello a stajose ne andò. Entravail bidello. Si diedero un inciampone così forteche per poco non si gettaronoa terra tutti e due.
- Scusi...
- Scusi...
E dri dri dri...
Due giorni dopoil Direttore del Collegio fu chiamato dall'Ispettorescolastico.
Da due mesi il Torchiara notavacosternatoil grave danno che quella nominadella maestra Ajala produceva in paese alla posizione politica non ancoraassodata dell'Alvignani. «Signor mioil cuore è stato sempre il gran nemicodella testa!» aveva ripetuto più volte a se stesso. Perché si dilettavailcavalier Claudio Torchiaradi formulare aforismiintercalandovi di solito quelsignor mio anche quando gli enunziava a una donna oper solitariospassoa se medesimo.
La visita furibonda del consiglier Breganze lo aveva lanciato addirittura in unmare di confusione. Adessodunquepure il Municipio si sarebbe voltato control'Alvignani? Aveva promesso al Breganze riparo e soddisfazioneora invitava ilDirettore del Collegio; vagliando e traendo giudizio dalle opposte versioni delfattoavrebbe scritto all'Alvignani per provvedere alla meglio e salvareall'uopocome suol dirsicapra e cavoli. In ultima analisipazienza per lacapra. I cavoliin questo casoerano i voti con cui Gregorio Alvignani erastato eletto deputato.
Il Direttore del Collegiosebbene stanco ormai delle noje che gli avevacagionate involontariamente quella maestradifese pure Marta davantiall'Ispettoreper debito di coscienza.
- Capiscocapiscogli rispose il cavalier Torchiara. - Ma l'ingegnosignormioe la volontà di far bene non bastano; bisogna pure guardareguardarenella vita privatala qualesignor mioinfluisceha il suo peso e non pocosu la considerazionein cui le allieve debbono tenere la propria maestramispiego?... la quale...
Ma il Direttore era venuto da poco in paese; non sapeva i precedenti dellamaestra; ammirato invece del grande valore di leicredeva meritasse ogniconsiderazione!
- E ne terremo conto! - esclamò il cavalier Torchiara. - Come no? ne terremocontotanto più che io so in che tristi condizioni versi la famiglia di leila quale... Non dubitisi provvederàcon un trasferimentoper esempiovantaggioso per la maestra... Intantosignor mioil naso bisogna pur cacciarlofuori della scuola... e... e tener conto dei reclami del pubblicoil quale...Eccopare tuttavia che la signora maestraper quantonon dico di noprovocata e anche in certo qual modo scusabile... pare abbia.. sìdicoecceduto un tantino... Eh già! Il Breganzesignor miopersonaggio di conto...eh!... e anche nell'interesse della maestrasarà meglio dargli qualchesoddisfazioncellaperché la cosa non esca dalle sfere scolastichemispiego?... Sentafacciamo così. Lei persuada la maestra Ajala a darsi perammalata per una quindicina di giornie intanto chiami una supplente perché lealunne non abbiano a soffrirne nello svolgimento del programmail quale... Nelfrattempo si provvederà. Va bene così?
E lo stesso giorno scrisse una lunga lettera confidenziale al suo caroGregorioscongiurandolo di far tutto il possibile per ottenere iltrasferimento della sua «raccomandata» - causa per lui di gravissimi danni.Non s'illudeva su le difficoltà; ma a luiall'Alvignanidopo lo splendidodiscorso alla Camera dei Deputati nella discussione del bilancio della pubblicaistruzione (discorso ched'un colpo - non per adularlo! - gli aveva creato unavera posizione parlamentarecome tutti i giornali assicuravano)nessunadifficoltà doveva riuscire insormontabile. Per quell'annodel restolamaestra Ajala poteva andare come supplente nel Collegio Nuovo in Palermo (postovacante).
In attesa di così grave decisioneMarta fu costretta a prolungare di altriquindici giorni «la sua malattia». Dopo circa un mese arrivarono due letteredell'on. Alvignaniuna per Martal'altra per l'ispettore Torchiara.
Nel ricever quella letteraMarta provò un vivissimo turbamento. Avvilitadall'impotenza di lottare contro l'ingiustizia patente di tutti; rivoltata dellapunizione inflittale immeritamentesi sentiva ormai avvelenata d'odio e dibile. Quella lettera le parve un'arma per la vendetta.
Era sapientemente composta; non una anche vaga allusione al passato che potessein quel momento urtarla; masotto le amare riflessioni su la vita e su gliuominitanta intuizione dello stato d'animo in cui ella si trovava! Megliomeglio chiudersi in un sogno continuosopra le volgarità e le comuni miseriedell'esistenza quotidianasopra il giogo livellatore delle leggi a un palmo dalfangorete protettrice dei naniostacolo e pastoja a ogni ascensione versoun'idealità!
Le diceva d'aver saputo quanto a lei era toccato di soffrire in quegli ultimitempi e le annunziava il trasferimento e la nominaper liberarla dal fango chel'attorniava. Si era presa luispontaneamentequesta libertàsicurod'interpretare un desiderio che ella non gli avrebbe mai manifestato; e lapregava di lasciarlo faredi concedere almeno cheda lontanoegli siprendesse cura e si ricordasse sempre di lei. Purtroppoi mezzi che gli sioffrivano per manifestare rispettosamente tutto l'animo suo erano meschini eristretti!
In capo al foglioancora quilatinamente incisoil motto:

NIHIL - MIHI - CONSCIO.

Un solo rammarico per Martaper Maria e per la madrepartendo: quello dilasciare Anna Veronica.
Povera Anna! Faceva loro coraggioma in fondo al cuore era la più disajutata:esse erano in tre: lei sarebbe rimasta solasolasolacome abbandonata tranemici. E di nuovo per lei il silenziodi nuovo la solitudinei giorni tristilunghiuguali...
- Mi scrivereteperò!
Diceva di non voler piangeree piangeva. Le labbra costrette per forza asorridereinvece di un sorrisofacevano il greppo.
Volle accompagnarle fino alla stazione ferroviaria a piè del colle su cuisorgeva la città. Durante il tragitto in vetturanon scambiarono una parola.Era una giornata umidagrigiae la vecchia vettura rimbalzava su i fradicisassi dello stradone scoscesoscotendo continuamente i vetri mal connessi deglisportellii quali davano un frastuono irritante.
Quando poi il convoglio stava per partireAnna Veronica e la signora Agatarimaste aggrappate l'una all'altrasoffocando i singhiozzi ciascuna su l'omerodell'altrafurono quasi strappate con violenza dal conduttore. Già lavaporiera fischiavalì lì per mettersi in moto.
Anna rimase col volto bagnato di lagrime e le braccia tese che si andavanolentamente abbassandoman mano che il nero convoglio si allontanava; gli occhifissi a gli sportelli del vagone in cui le tre amiche erano salitee da cuiancora fin laggiùfin laggiùsi agitavano in saluto i fazzoletti...
- Addio... Addio... - mormorava quasi a se stessaagitando il suol'abbandonata.

Parte II

I

Una gaja casetta in via del Papiretoall'ultimo pianoariosa: quattrolucide stanzettecol pavimento di mattoni di Valenzacon carta da parato unpo' sbiaditasìma senza strappi e di tinta gentile. La meno angusta sarebbeservita per la signora Agata e per Mariache dormivano insieme; quella attiguaper Marta; da letto e da studio: vi si sarebbe adattata volentieri in grazia delbalcone che dava su la via del Papireto; le altre duesala da pranzo e salottoda metter sùper benecol tempo. Delizia della casaun terrazzola cuibalaustrata a pilastrini parevaa guardarla dalla viauna corona che cingessel'edificio. Quanti fiori vi avrebbe coltivati Maria!
Marta aveva trovato questa casaguidata da un lontano ricordo. Il padrenelcondurla a Palermo tanti anni addietroaveva voluto mostrarle il luogo ove dagiovane aveva combattutoil giorno stesso dell'entrata di Garibaldi.
Lìall'imboccatura di quella viaegliin compagnia d'altri due volontariisparava contro una nuvola di fumo che partiva da lontane case di fronteoves'erano appiattate le soldatesche borboniche. Uno dopo l'altroi due compagnieran caduti: egli seguitava a far fuocoquasi aspettando che un'altra pallavenisse per lui. A un trattos'era sentito battere leggermente a una spallaedir così:
- Giovanottolevatevi di qua: siete troppo esposto.
Si era voltatoe aveva veduto LuiGaribalditutto impolveratocalmocon leciglia aggrottateil qualescostandolosi era espostosenza nemmenopensarcial posto che aveva stimato pericoloso per un semplice volontario.
Marta aveva volutoa sua voltacondurre la madre e la sorella a quella viaper indicar loro il posto. Per casoalzando gli occhiaveva scorto un cartellocon l'appigionasi giusto lìal portoncino su l'imboccatura del vicolo.E avevano preso a pigione quella casa per memoria del padrequasi perché ilpadre stesso ve le aveva condotte.
Mariacon quel ricordo nell'animavi si sentiva meno sola e come protetta.
Riassettatesi alquantodopo il trambustocominciarono tutte e tre a provvedereai primi bisogni della nuova dimora. Le poche masserizie scampate alla rovinanon bastavano più: poverimalinconici avanzi di naufragioa cui pur tantiricordi s'aggrappavano.
Uscivano di casa insieme per qualche comperasenza saper dapprima dovedirigersi. Si fermavano a guardare nelle vetrine di questo o di quel negoziofuggendo la tentazione di entrare nei più ricchi. Smarrite per le vie dellacittàtra tanta gente ignota e il moto e il frastuono continuiprovavanonello smarrimentoun certo sollievo: nessuno lì le conosceva; potevano andaredi quadi làindugiarsi a guardare a loro agioliberamentesenza attiraregli sguardi maligni della gente. A Marta dava segreto fastidio l'ammirazione chesuscitava nei passanti. Talvoltaper essere meno notatausciva di casa senzarifarsi a modo i capelli.
- Cosìcosì... diceva a Mariaappuntandosi il cappellino e ravviandosi poiappena appenain frettale ciocche su la fronte.
Ma s'accorgevapur senza volerloche quel po' di disordine cresceva graziaalla sua figura: fuggevolmente glielo diceva lo specchioglielo ripetevano poigli sguardi dei passanti e le vetrine delle botteghe.
Al Collegio Nuovointantoera stata accolta con benevolenza dalla vecchiaDirettricevera signora piena di garbo e di gustodegna di presiedere a quelregio Educandatoov'era accolto il fiore dell'aristocrazia e del censo.
I modi e la figura di Marta attirarono subito l'attenzione della vecchiaDirettricela quale non volle nascondere alla signora Agata il gradimento diavere per maestra «una bella figliuola» come quella. Tutto nella vitasu laterraper la vecchia signora lindacurataabbigliata con squisita eleganzaera fatto per la gioventù e per far sospirare i poveri vecchi. E dicendo ciòsorrideva: ma chi sa da qual fondo d'amarezza affiorava quel sorriso. Davecchiaella ormai non era bruttaanche perché si dimostrava così affabile ebuona; ma da giovane non aveva dovuto esser bella. Tanto maggior meritodunqueper la sua bontà.
Diede a Martacon quell'amorevolezza semplice che rassicuranotizia delCollegiodelle altre insegnanti internedi tre professoridelle convittricidipingendo tutti con parole festevoli; parlò dell'orario della scuolaparlòun po' di tutto; e finalmente accordò a Marta quattro giorni di vacanza.
Marta uscì dal Collegio come abbagliata di quell'accoglienza cordialecheriferì poi a Marialodando tutto: l'edificio del Collegioil lusso internol'ordine che doveva regnarvi. E dopo il primo giorno di scuola tornò a casaraggiante anche dell'accoglienza che le avevano fatto le convittrici dopo lapresentazione lusinghiera della Direttrice.
Al lieto umore di Marta rispondevano in quei giorni i primi accenni in terra ein cielo della rinascente primavera. L'aria era fredda ancorafrizzante nelmattinoquand'ella si recava al Collegio; ma era così limpido il cielo e cosìpuro e saldo quel rigore del tempo che gli occhi erano felici di guardare e ilseno d'allargarsi in larghi respiri. Pareva che l'anima delle coseserenatafinalmente dalla lieta promessa della stagionesi componesseobliandoin unaconcordia arcanadeliziosa.
E quanta serenitàquale freschezza nello spiritoin quei giornie che paceinteriore! Si ridestava in Marta il lucido e gajo senso cheda bambinapossedeva della vita. Era paga: aveva vinto; sentiva di far benee le piacevadi vivere. Oh che brulichio sommesso avevano le foglie nuoveal levarsi delsolequand'ella passava sotto gli alberi di Piazza Vittorio davanti alla Reggianormannae poi sotto quelli del Corso Calatafimi oltre Porta Nuova. La chiostradei monti pareva respirasse nel tenero azzurro del cielocome se quei monti nonfossero di dura pietra.
E andando cosìsenza frettaMarta pensava alle lezioni da impartiree dalbenessere che sentivanon solamente le idee sgorgavano spontaneema quasi lezampillavano le parole che avrebbe dettei sorrisi con cui le avrebbeaccompagnate. Provava uno stringente bisogno d'essere amata dalle allieveeppure indugiava in quell'aria fresca della via per godere poi maggiormente delcalore di quell'amore riverente delle alunnenella tiepida stanza della scuola.
Davverodavvero erano passati i lugubri giorni; la primavera davvero ritornavaanche per lei. Non la terra soltanto scoteva le ombre invernali; anch'ellapoteva sottrarsi all'incubo delle tristi memorie.
In casaanche la madre e Maria parevano a Marta contentee ne gioiva in fondoal cuorecon la coscienza ch'esse erano così per lei. Vivevano tutte e trel'una per l'altraschivando ogni ricordo del passato che le riconducesse colpensiero al paese nataledonde una sola immagine cara veniva: quella di AnnaVeronicadella quale parlavano spessorileggendo le lunghe lettere ch'ellainviava. Così Anna rimaneva ancora la loro unica amical'unica compagna inquella separazionequasi istintiva ormaidal mondo.
Degli altri inquilini della casa ricevettero soltanto una visitache offrìloro in seguito e per parecchio tempo cagione di molte risa. Si era anchenovamente stabilita in Marta la disposizione a scoprire e a rappresentare ilridicolo nascosto un po' in fondo a tutte le cose e a tutte le personech'ellarifaceva negli atteggiamenti e nella voce con straordinaria facoltà imitativa.Le gambe di don Fifo Juèl'inquilino del secondo pianoe il suo modo disederela parlantina e i gesti romantici di sua moglie furono da lei resi contanta comicitàche la madre e Maria si tenevano i fianchi dal troppo ridere:
- BastaMartaper carità!
Questo don Fifo Juè e la moglieche si chiamava Maria Rosasi presentaronoparati di strettissimo luttocon gli occhi bassil'espressione compuntacomese tornassero allora allora da un accompagnamento funebre.
- Visita di convenienza... siamo gl'inquilini del secondo piano- dissero convoce flebile a Maria cheaperta la portaera rimasta perplessa davanti a queidue sconosciuti. Ed emiserocon un lamento della golaun breve sospiro.
Introdotti nel «futuro» salottodon Fifolungo e magrosedette con le gambeunitei piedi congiuntitoccando appena il pavimento con la punta dellescarpe; le braccia consertecome un ragazzo in castigo. I suoi pantaloni eranocosì strettiche parevano cuciti su le gambe. Donna Maria Rosagrassa erubicondasi rialzò su una spalla il lunghissimo e fitto velo di crespo che lependeva dal cappello sul volto esedendotrasse un altro sospiro lamentoso.
Erano marito e moglie da tre mesi. Da un anno soltanto era morto il primo maritodi donna Maria Rosadon Isidoro Juèdetto don Doròfratello maggiore di donFifo. E donna Maria Rosadurante la lunga visitanon parlò che del maritodefunto e del suo primo matrimoniocon le lagrime agli occhi e nella vocecomese don Dorò fosse morto ieri. Don Fifoimmobileascoltava con gli occhi bassie le braccia conserte quell'eterno elogio funebre del fratellodi cui eglipareva il sarcofago e la moglie il cenotafio.
Ahnessunonessuno avrebbe saputo ridire tutte le virtù di don Dorò (leveltù - diceva donna Maria Rosa per parlare in lingua). Ella e don Fifomentre Dorò vivevasi erano data la mano per circondarlo di cure e dirispetto. EgliDoròera stato la loro guida nella vitail loro maestro.Maritomoglie e cognato erano vissuti sempre insiemeun'anima in tre corpi.
- Nella pace degli angelisignora mia!
E Dorò stessocon le sue labbrasant'anima! morendoaveva balbettato ai dueinfelici superstiti: - Fifo- dice- ti raccomando Maria Rosa! Consolatevi!Consolatevi! Seguitate a vivere l'uno per l'altra...
- Ahsignora mia! - proruppe a questo punto donna Maria Rosa già al colmodella commozionericordando quelle parole e asciugandosi gli occhi che eranodivenuti due fontane di lagrimecon un fazzoletto listato di nero. - Noi delresto- riprese poco doporassettatasi alquanto e soffiatosi strepitosamenteil naso- noidel restoabbiamo domandato consigliosignora miaa tutti iconoscentiuno per unoraccomandando che ci ajutassero con la loro esperienzache ci dicessero coscienziosamente ciò che avremmo dovuto fare noi duepoveretti rimasti solisenza la Sant'anima! La nostra condizione era questa:cognati... e dovevamo vivere insiemesotto lo stesso tetto... la gente avrebbepotuto sparlare... E tuttitanto buonibisogna dire la veritàci hannoconsigliato di far questo passotutti! Siamo entrambi d'una certa etàèvero; ma sasignora miala maldicenza com'è? dove non può mettere i piedimette le scale... E in questa città poi...
- Ohda per tutto! - sospirò la signora Agata.
- Da per tuttoda per tuttodice benesignora mia... Cosìci siamo sposatich'è poco... Abbiamo dovuto aspettare i nove mesi prescritti dalla leggebenché per mesanon ci fosse pericolocome volevo far notare ai signori delMunicipio: figliniente; Dio non m'ha voluto consolare; Dorò malaticcio sempree debolucciosignora mia... Bastaci siamo sposati.
Don Fifo pareva tutto appiccicatoe chemovendosi a parlaresi spiccicassetutto: le labbrala linguale palpebrele pinne del naso. Soltanto le gambegli restavano appiccicate l'una all'altra. Main fin dei continon parlòmolto. A un certo pulitoruppe in questa esclamazione:
- Ahdolorisignoradolori! Cristo solo lo sa!
E per poco Marta e Maria non scoppiarono a ridergli in faccia.

 

Parte II

II

Marta avrebbe voluto rifare tanto alla madre quanto a Maria la vita comoda elieta d'una voltaallor che il padre vivevae prosperava la concerìa. E nonrisparmiava sacrifizii e lavoro. Aveva ottenuto dalla Direttrice del Collegio didare lezioni particolari alle piccole convittrici delle classi inferiori; e quelche traeva da queste lezioni e lo stipendio mensile dava intatto alla madreacui proibiva di lamentarsi della troppa fatica alla quale si sottoponevagiornalmentesenza godere più nulla dei frutti. Ma la madre s'ingannava. Martanon godeva? O non erano frutti del suo lavoro la rinata fiducia nella vita tantodella madre quanto della sorellae la presente pace? non era premio al suolavoro il sorriso che ora ritornava spontaneo alle loro labbra? Avrebbe dato ilsangue delle vene per vederle ancora più contenteper godere della vistad'altri sorrisi su le loro labbra. E in fondo al cuore si sentiva inebriatadella propria generositàgiacché ella nell'intimo suo non s'era mai acchetataall'offesa che il padre le aveva fattocondannandola cecamente e precipitandola famiglia nella miseria.
L'unica passione di Maria pareva la musica? Ebbeneun pianoforte a Mariaquasinuovoda pagare a un tanto al mese. Tenere nella piccola dispensa le derrateper tutto un mese contribuiva a rendere più quieta e paga la madre? Ebbenecontenta anche la madre; e la piccola dispensa era sempre ben provvista.
Don Fifo Juè e la moglie salivano qualche sera a tenere compagnia alle tredonnee il defunto Dorò continuava a fare le spese della conversazione.
Per loro mezzo Marta venne a sapere che la signora Fanamoglie del Pentàgoraviveva ancora nella più squallida miseria.
- Noi abbiamo una casa in via Benfratellisignora mia- disse una sera donnaMaria Rosa- e nell'ultimo pianoin due stanzetteabita una povera donnadivisa dal marito. Il marito è un regnicolo delle loro parti... Forse loro loconosceranno... si chiama... di'Fifoti rammenti?
- Fana: Stefana- rispose Fifo spiccicandosi.
- Nodico luiil marito...
- Ahsì... aspettaPentàgono!
Maria rise involontariamente.
- Pentàgora- corresse la signora Agataper scusare il riso della figlia.
- Lo conoscono?
Donna Maria Rosa volle sapere che uomo fossee parlò a lungo della moglieinfelice... Né Marta né la signora Agata riuscirono a farle cangiar discorsoper quella sera.
Maria s'era ridata con fervore allo studio del pianoforte; e la seradopo cenasonavamentre la madre cucivae Marta nella stanza attigua correggeva icòmpiti di scuola.
Così chiusanon vista dalla madre e dalla sorellaspesso Marta sospendeval'ingrato lavoro ecoi gomiti appoggiati sul tavolino e la testa tra le manirimaneva attonitaquasi in un'ansia d'ignota attesao s'inteneriva fino allelagrime alla patetica musica di Maria. Una profonda malinconia le stringeva lagola. Non pensava a nullae piangeva. Perché? Vagoignoto dolorepenad'indefiniti desiderii... Si sentiva un po' stancanon di spiritoma nelcorpo: stanca... Mentre la madre e la sorella lodavano il suo coraggiolaparagonavano al padre per l'energiaper la volontà; a leiquelle serequasinon riusciva ingrata la sua amarezzaquell'intenerimento indefinito che lafaceva piangere e quel languore greve a cui abbandonava con triste voluttà lemembra rilassate; la coscienza infine che in quel momento ella si faceva d'esserdebole e donna... Nono: non era forte... E infattiperché piangeva così?Ohviavia: sciocchezze da bambina... E cercava il fazzolettoscotendosi; esi rimetteva al lavorocon nuova lena.
Di questa condizione di spirito di Marta né la madre né Maria s'accorgevano.Ella si guardava bene dal lasciarla trapelare; cercava anzi con ogni arte di nonvenire mai meno al concetto ch'esse si erano formato di lei. Il suo còmpito eraquestodoveva esser questo. E aveva finanche nascosto alla madre una lettera diAnna Veronicain cui si parlava a lungo di Roccodelle furie di costui dopo laloro partenzadi minacce di nuovi scandalidi pazzie...
Perché affliggere la madre con tali notizie? E Marta aveva risposto ad AnnaVeronicache ella non si curava né voleva più sentir parlare di coluiprimascioccoadesso pazzo; tristo prima e adesso.
Vedeva intanto la madre e la sorella ritornate alle abitudinialla calma d'unavoltaalla vita semplice e tranquilla di prima; e maggiormenteper forza dicontrastosentiva penetrarsi dal convincimento che lei sola era l'esclusaleisola non avrebbe più ritrovato il suo postochecché facesse; per lei sola nonsarebbe più ritornata la vita d'un tempo. Altra vita: altro cammino... La pacela felicità dei suoilo studiola scuolale alunne: ecco quello che lerestavaecco la meta del nuovo cammino... - null'altro!
Se ne doleva? No: erano momenti di passeggera tristezza. Dopo la foscainvernatadurante la quale il colore del tempo s'era accordato coi suoipensierisi ridestava adesso per quella nuova via al gaio sole di primaveradicui un raggio era penetrato a frugarea sommuoverle la torbida posatura ditanti dolori in fondo al cuore: ed era triste per questo; o era effetto dellalettera di Anna Veronica o della musica di Maria?
Non voleva più curarsi di sé. La madre si era rimessa a pettinarla ognimattina; ma lei non voleva che perdesse tanto tempo ad acconciarla.
- Bastamammalasciacosì va bene...
E allontanava lo specchietto a bilico che teneva sul tavolinoquasi infastiditadella propria immaginedello splendore intenso degli occhidelle labbraaccese. Se poi la madre la costringeva a stare ancora sedutasotto il pettinesbuffava dall'impazienzadiventava irrequietasmaniosacome se sottostesse auna tortura. Perchéa che proadessotanto studio e tanto amore per la suaacconciatura? Non intendeva la madre che a leiadessonon doveva importareproprio nulla di comparire più o meno bella?
E un giorno che la madre volle provarle i ricci sulla frontenon ostante levivaci ripulseterminata l'acconciaturaMarta piangeva.
- Come? Piangi? Perché? - le domandòsorpresala madre.
Marta si sforzò di sorridereasciugandosi gli occhi.
- Per nulla... Non ci badare...
- Santa figliuolama perché? Ti stanno tanto bene...
- Nonon voglio... Disfa'disfa'... Sta meglio senza.
Non era una crudeltà incosciente della madre? E intantoellache bambina!Piangere cosìper nullain presenza di lei...
Durante il giorno si mostrò più vivace del solitoper cancellarel'impressione di quelle lagrime nell'animo della madre.
Provava un turbamento nuovoun incomprensibile timoreun'apprensione stranaadessonel vedersi solasenza nessuno accantoper le vie apertetra la genteche la guardava.
Nessunoè verol'aveva molestata; ma si sentiva ferita da tanti sguardi; lepareva che tutti la guardassero in modo da farla arrossire; e andava impacciataa capo chinomentre gli orecchi le ronzavano e il cuore le batteva forte.Perché? E come maitutt'a un trattola sua presenza di spirito s'erarintanata così in quello sciocco timore? di che temeva? non aveva tante volteriso di certe zitellone che avevano ritegno a uscire sole per la cittàpaventando a ogni passo un attentato al loro pudore?
Pureappena entrata nel Collegiosi rinfrancava. E la presenza di spirito leritornava di fronte ai tre professoriche spesso trovava in salae coi qualiscambiava qualche parolaprima che ciascuno si recasse a impartire la proprialezione nelle varie classi.
S'era accorta che due di essi intendevano farle velatamentee ciascuno a suomodola corte. E non che temernene rideva tra sé; fingeva di non accorgersiproprio di nullae pigliava a goderseli segretamentenotando il vario effettoche il suo contegno produceva in quei due.
Il professor MormoniPompeo Emanuele Mormoniautore di ben quattordici volumiin ottavo di Storia Sicilianacon appendice dei nomi e dei fatti piùmemorabilicon date e luoghialtograssobrunodai grand'occhi neri edal gran pizzo qua e là appena brizzolato come i capellidignitoso semprenella sua napoleona e col cappello a stajosi gonfiava dal dispetto come untacchino ecosì gonfiopareva volesse dire a Marta: «Ohsaicarina? se tunon ti curi di meneanch'io di te: non t'illudere!». Ma se ne curavainvecee come! e quanto! Certi momenti pareva fosse lì lì per scoppiare. Avevafinanche perdutosedendoi suoi atteggiamenti monumentaliper cui tutte leseggiole diventavano quasi tanti piedistalli per lui: «scolpitemi così!».
Marta di tanto in tanto sentiva scricchiolare la seggiolasu cui il Mormonistava sedutoe tratteneva a stento un sorriso. Tutte le seggiole della salad'aspettoda un mese a quella parteerano sfilate; a una era saltata lacartellaa un'altra qualche stecca.
Attilio Nuscol'altro insegnantechiamato comunemente nel Collegio il professoricchioera al contrario fino finopiccolograciletimidotutto vibrantetuttoimpacciato. Povero Nuscocome se diffidasse di trovare il suo posticino nellavitapareva che con lo sguardocoi sorrisicon gl'inchini frettolosi dellamiserrima personcinavolesse accaparrarsi il favore degli altriper non esserecacciato via. E occupavasedendoil minor posto possibile (scusi! scusi!);parlandola voce gli tremava; non contraddiceva mai nessuno; era comeimbarazzato sempre dall'eccessiva sua compitezza. Avrebbe voluto pesare su glialtri meno che un fuscellino di paglia. E intantoil cuore... Ahquella Marta:non s'accorgeva proprio di nulla?
Il poveretto si provava man mano a uscire un tantino dalla propria timidezzacome dalla tana una lucertolina insidiata: prima la punta del musetto; poi unaltro tantinofino agli occhi; poi tutta la testinaquasi aspettando d'essercolta dal cappio alla posta.
Si era spinto a temerità inaudite: fino a domandare a Martasudando: - Sentefreddo stamani? -. Portava a scuola qualche primo fiore della stagione; nerigirava il gambo tra le gracili dita irrequiete; ma non ardiva offrirlo.
Marta notava tutto ciòe ne rideva.
Un giorno egli volle dimenticarsi il fiore sul tavolino della sala d'aspetto:dopo un'oravi ridiscese: il fiore non c'era più. Ahfinalmente! Marta avevacapito e se l'era preso... Maridisceso in sala dopo l'altra oradisingannocrudele: il fiore era all'occhiello della napoleona di Pompeo Emanuele.
- Ciaocardellino! Ciaovioletto mammolo!
Eppure il Nusco non era uno sciocco: laureato in letteregiovanissimo ancoraoccupava per concorso il posto di professore d'italiano al liceo e insegnavaanche per incarico nel Collegio Nuovo; scriveva poi in versi con gusto egentilezza non comuni.
Marta lo sapeva; ma che volevano da lei tanto il Nusco quanto il Mormoni?
Il terzo professore pareva non si fosse ancora accorto della presenza di lei. Sichiamava Matteo Falcone; insegnava disegno. Pompeo Emanuele Mormoni lo chiamaval'istrice eda imperatore romanolo avrebbe condannato adpurgationem cloacarum.
Era veramente d'una bruttezza mostruosae aveva di essa coscienzapeggio anzi:un tragico invasamento. Sempre cuporaffagottatonon levava mai gli occhi infaccia a nessunoforse per non scorgervi il ribrezzo che la sua figura destava;rispondeva con brevi grugnitia testa bassa e insaccato nelle spalle. Ilineamenti del suo volto parevano scontorti dalla rabbiosa contrazione che glidava la fissazione della propria mostruosità. Per colmo di sciagura aveva anchei piedi sbiechideformi entro le scarpe adattate alla meglio per farlo andare.
Il Mormoni e il Nusco erano già avvezzi ai modi di luipiù d'orso che d'uomoe non ne facevano più caso; Martanei primi giornine fu urtatanon ostantile prevenzioni della Direttrice. In fondo in fondomentr'ella non badava allesmorfie e ai lezii degli altri duese non per riderneprovava una certa stizzaper la noncuranza quasi sprezzante di quel terzo per lei affatto innocuo.
In quel po' di tempo che si tratteneva in salaaspettando l'ora precisa dellalezioneegli s'immergeva nella lettura d'un giornalesenza badare a nessuno.Spesso Marta volgeva uno sguardo fuggevole alla fronte di quell'uomo semprecontrattae poi si dava a immaginare che sorta di pensieri sotto tal frontedovesse albergare quel testone ispido: - sciocchinocertamente; ma forsebrutali.
Una sola volta aveva udito la voce di luie fu una mattinain cuiavendole ilMormoni accennato con gli occhi l'istrice sprofondato al solito nellalettura del giornaleellaper non condividere l'ironia ch'era in quell'accennoe per fare stizza al «grand'uomo»si lasciò sfuggire dalle labbrainconsultamente:
- Buon giornoprofessor Falcone.
- Riverisco- grugnì in risposta coluisenza levare gli occhi dal giornale.
Un'altra mattinaMartaentrando in salafu molto sorpresa di trovarvi accesauna disputa tra il Falcone e il Nusco. Questicol volto infiammatoun sorrisonervoso su le labbra e le mani tremolanticercava di far valere la propriaopinione con molti saràma... investiti dalla dura voce del Falconeilquale senza dar retta all'avversario seguitava a parlare con gli occhi algiornale spiegato davanti. Il Mormoni ascoltava in uno dei suoi atteggiamentimonumentalinon degnando di una parola quelle «scempiataggini».
Il Falcone s'era scagliato contro quei letterati che inacidivano i loro versi ele loro prose d'una certa ironiamentre poi in fondo rimanevano ossequentissimialle opinioni imperanti nella società.
- Le opinioni sono false? Le credete ingiuste e dannose? Ribellateviperdioinvece di scherzarci sùdi farvi sù sgambetti e smorfiecamuffando l'animada pagliaccio! No: voi da un canto piegate il collo al giogoe deridetedall'altro la vostra supinità. È arte da tristi buffoni!
- Saràma... - ripeteva il Nusco. E avrebbe voluto osservare come anche ilridicolo fosse un'armae che il DickensHeine... Ma il Falcone non lo lasciavadire:
- Tristi buffoni! Tristi buffoni!
- Sentiamo la signora Ajala- propose il Mormoni con un gesto consentaneo allamagnificenza dell'atteggiamento.
- La donna per sua natura è conservatrice- sentenziò bruscamente il Falcone.
- Conservatrice? Per meferro e fuoco! - esclamò Marta con tale espressioneche il Falcone alzò gli occhi a guardarla per la prima volta in faccia.
Marta rimase profondamente turbata da quegli occhi che illuminarono un voltoaffatto nuovoocchi d'una belva sconosciutaintelligentissimi.
Un'altra mattinapoco tempo dopoil Falcone entrò in sala d'aspetto colcappello ammaccato e impolveratola falda rotta sul davantiil nasosgraffiatopallidissimo in volto e pur con un tristo sorriso che gli sistorceva sulle labbra in orribile smorfia; strappata la giacca sul petto eanch'essa impolverata.
- Che le è accadutoprofessore? - esclamò il Mormonivedendolo in quellostato.
Marta e il Nusco si voltarono a guardarlo con paurosa maraviglia.
- Una lite? - Noniente... - rispose il Falconecon voce tremantema con lasmorfia del riso ancora su le labbra. - Mi trovavo a passare sotto la chiesa diSanta Caterina da tre anni puntellata... Questa mattina santa madre chiesaaspettava proprio me per rovesciarmi addosso un pezzo del suo cornicione. Martail Nuscoil Mormoni allibirono. - Sì... - continuò il Falcone. - Mi è cadutoaddosso proprio così: a radermi il corpo... E intanto - (aggiunse con un ghignoatroceaccennando i piedi sbiechi deformi) - ammirate la provvida natura! LeiNuscoa quest'ora non ce li avrebbe avuti più codesti piedini da ballerino.Invece ioi mieice l'ho ancorae m'arrabatto!
Così dicendos'avviò per la lezione.
Parve quella veramente al Falcone una tremenda risposta della «provvidanatura» a tutte le imprecazioni ch'egli le aveva scagliate a causa dellapropria deformità? Sentì veramente come una voce che gli avesse detto:«Lodami dei piedi che t'ho dati»?
Certoda quel giornocominciò a poco a poco a uscire dalla cupezza abituale.O non piuttosto operava il miracolo la presenza di Marta?
Questo era il sospetto del Mormoni.
- Perchévedi- diceva al Nusco- noi dueè veroadesso ci saluta pure;ma grugnisce come prima; non ci dice: «Ossequiosignor Nusco!» con lastessa voce per dir così domenicalecon cui dice: «OssequiosignoraAjala!». Morbidezza setolosacapiscoma... E poihai notato? Collettinuovioh!come usano adessoabito nuovo! cappello nuovo! Evviva ilcornicione di Santa Caterina.
Né l'uno né l'altro potevano seriamente ingelosirsi del Falconeil qualefaceva loro finanche pietàvia! Ma né il Mormoni s'ingelosiva del Nusconéquesti del Mormoni. Per il Nusco il gran Pompeo Emanuele era troppo grossotroppo scioccoed egli aveva troppa stima dell'ingegno di Marta da temerlo; ilMormoni invece aveva troppa stima del gusto di Marta da temere il piccoloAttilio con quell'animella sempre spaventata. Cosìtutti e due s'appajavanoper commiserare «il povero Falcone» e segretamente poi si commiseravano l'unl'altro.
Intantola scoperta di quell'animo nuovo del Falcone verso di lei produsse aMarta ribrezzo e timore insieme. Sapeva e sentiva di non poter ridersi di luicome degli altri due. La bruttezza di quell'infelice pur così sdegnoso ledestava pietà e le incuteva orrore a un tempo. Probabilmente colui non avevamai amato alcuna donna.
Se Marta pensava che il Falconenon ostante la coscienza della propriadeformitàpoteva pretendere amore da leisi sentiva offesa e sdegnata; mad'altro canto intendeva che quella passioneforse la prima germogliata in quelcuorepoteva essere così forte da vincere e ottenebrare quella coscienzastessaper quanto tragicamente invasata.
Ma un pensiero la rassicuravache cioè non aveva fatto nullaproprio nullaperché quest'affetto mostruoso nascesse.
Oraquasi ogni giorno sul tramontovedeva il Falcone passare per la via delPapireto e alzare gli occhi al balcone della sua stanza. Il primo giornovollemostrarlo a Maria; non s'aspettava ch'egli dovesse alzare il capo a guardare.
- Guarda qua? Come mai?
Così ebbe la prima prova di quell'amorea cui già per tanti segni men chiarinon aveva saputo né voluto prestar fede. D'allora in poinon si lasciò piùscorgere dietro la vetrata; ma di nascosto vedeva il Falcone ripassare ognigiorno e guardare in altoduetre volte.
Adessodopo i sogni della notte gravi d'incubi e di visioni straneagitati dacontinue smanie; dopo il duro urto nel riaprire gli occhi stanchi alla realtànuda e monotona della sua esistenzain mezzo a quel rifiorire fascinoso dellastagione; ogni mattina l'apprensione di sentirsi sola le cresceva; i nervi levibravanoandandoquasi fosse sotto l'imminenza d'ignoti pericoli; né sapevapiù rinfrancarsi appena entrata nel Collegio.
Come contenersi di fronte al Falcone? Mostrargli che si fosse accortanonvoleva; ma come dissimularese ogni mattina era ancora invasa dall'orrore deisogninei quali la figura del Falcone le appariva quasi sempre e talvolta menomostruosa della realtà? A trattarlo come primatemeva che quella passione nonsi nutrisse di qualche lusingadi qualche inganno pietoso.
Né il Mormoni la divertiva più come nei primi giorni. La sola vista di lui orale produceva anzi tal rabbiache lo avrebbe schiaffeggiato. E stizza e fastidiole cagionava la timidezza angosciosa del Nusco.
«Lei non mi secchi!» avrebbe voluto gridargli in facciasicura disprofondarlo con quelle quattro parole un palmo sotterradalla vergogna.

 

Parte II

III

Anche lui forseAttilio Nusconell'intimo suo sentiva la povertà delleproprie manieree come dovesse parere compassionevolmente ridicola la suainvincibile ritrosia; forse se n'adontava enon vistosi ribellava contro sestessoperché tra sé non doveva stimarsi affatto uno sciocco. Chi saquant'altriinvecepensandostimava egli sciocchi!
Proprio in quei giorni aveva mandato a stampa su un giornale letterario dellacittà un sonetto per Marta.
Pompeo Emanuele Mormoni lo aveva scoperto. Il sonettoveramenteportava untitolo misterioso: A lei.
«A lei?... A chi? Ci sono tante donne a questo mondo: più delle mosche!Io fo le viste di non aver capito a chi si riferisca.»
E il giorno dopoapprofittandosi del pudore del Nuscodiede egli stesso ilgiornale a Martasicuro di farle stizza.
- C'è un sonetto del Nusco: A lei.
- A me? - disse Martasorpresainvermigliandosi.
- Nono: A leiintitolato così... Ma come s'è fatta rossa! Sono coseche fanno piacere. Lo leggaglielo lascio... Scappoperché a momenti piove esono senza ombrello. Un salutoe viaa naso ritto.
Marta ebbe il primo impeto di buttar via il giornale; ma poi lo ritennelospiegò e lesse:

A LEI

Contro il tuo senche appena ai dolci intenti d'amor s'era con vagaansia levatorabbioso groppo di crudeli eventi la man villana scatenòdel fato. Quei che a te si prostrâr nei dì ridentiinvan pregando uncenno innamoratoor contra te pur levansiirridenti l'orgoglio antico eil tuo novello stato. Ma bene io so che ad un amor fedeleper cuispregiasti ogni men puro amoreoltre te 'n vainé t'acerba quel fiele.Pur nei sorrisi tuoi trema un sospiro sovente! E sol per questoentro delcuoreteprovata e non vintaamo ed ammiro.

Un furioso rovescio d'acqua venne a percuotere i vetri dellasala. Marta levò gli occhi dal giornale e guardò macchinalmente la finestra.
Erano per lei quei versi? Chi aveva raccontato al Nusco le vicende della suavita? E che significava quel verso: Ma bene io so che ad un amor fedele?A quale amore? Le venne subito in mente l'Alvignani. Nonon poteva alludere alui... Teprovata e non vintaamo ed ammiro...
Così riflettendo sul sonettonon pensava più alla villania del Mormonichegliel'aveva dato a leggere.
Sopravvenne il Falcone. Marta si scosse. L'ombrello? Dove lo aveva lasciato?Rammentava benissimo di averlo portato con sé da casala mattina.
- Che cercasignora? - le domandò il Falcone.
- L'avrò forse lasciato sù... - disse Marta quasi tra sé. E chiamò labidella.
- Prenda il mio- le propose il Falcone. - Non è nuovoma può servirle lostesso.
Nel dir cosìpareva che ingiuriasse. Era più fosco e più nervoso del solito.
Poco dopo la bidella ridiscese: non lo aveva trovatoné in classené per ilcorridojo. Marta si stizzìdiventò inquietaperché il Falcone insistevaduramente nell'offrirle il suo. Pioveva forteed ella non poteva permettere cheil Falconeper leisi prendesse tutta quell'acqua.
- Allorase me lo concedepotrei accompagnarla- dissecangiandosi in voltoil Falcone. - Abito adesso su la stessa sua viaun po' più giù. - E aggiunsea capo chinoguardandosi i piedi: - Se non si vergogna...
Marta si sentì salire le fiamme al volto; finse di non intendere l'allusioneerispose:
- Non mi sono mai curata della gente. Vengaandiamo.
- Dimentica sul tavolino un giornale- le disse il Falconeraccogliendolo eporgendolo.
- Oh grazie; matanto... C'è una poesia del Nusco.
- Imbecillotto! - fischiò tra i denti Matteo Falcone.
«Come farò» pensava Martasmarrita «a camminargli accanto?»
Sentiva la gioja e l'impaccio ch'egli doveva provare in quel momento; e questola turbava e la faceva soffrire così violentemente chese egli la avessetoccata appena appena anche senza volerlocerto da tutto il corpo fremente lesarebbe scattato un grido acutissimo di ribrezzo.
Prima d'uscire su la viala portinaja le porse una lettera.
- Per me? - fece Martacontenta che le si offrisse quel mezzo per nasconderelì per lì il proprio turbamento. - Permette? - aggiunserivolta al Falcone; elacerò la busta.
La lettera era d'Anna Veronica. Marta si mise a leggereavviandosi piano versol'uscita. Il Falcone la spiava di sbiecoaombrato. Scorse a un certo punto unrepentino cambiamento sul volto di Martaun fosco palloreun corrugarsisdegnoso delle ciglia. Erano già sul portone. Marta non leggeva più; guardavala pioggia che rimbalzava sul fango della via.
- Vogliamo andare? - le disse cupamenteaprendo l'ombrello.
Marta si scosse; ripiegò la lettera e si cacciò sotto l'ombrello.
- Ahsìeccomi!... scusi!
Non badava più al contattoperaltro inevitabiledel braccio col braccio delFalconené notava lo studio penoso di questo per andare più spedito accanto alei. Avrebbe voluto fuggirenon più per lui (e il Falcone lo intuiva) ma perqualche notizia contenuta in quella lettera. Roso dalla gelosiaormai non sicurava più dei piedi chenell'andar così di frettas'arrabattavanosovrapponendosi man mano molto più goffamente del solito. Avrebbe volutogridare a Marta di chi fosseche contenesse quella lettera; e intanto lalasciava sguazzare e inzupparetemendo che il suo richiamo ad andare più cautapotesse da lei essere interpretato come un pietoso richiamo ai suoi piedi cheveramentenon potevano più seguirla in quella corsa e sfangavano orribilmente.Ansimavae Marta non lo udiva. Perchéperché fuggiva così?
A un tratto Marta ebbe come un brivido e si contennesi fermò per un attimoquasi per soffocare un grido.
- Che ha? ch'è stato? - le domandò il Falconefermandosi.
- Nulla! vengavenga... - gli disse Martapianoa capo chinoproseguendo.
Il Falcone si voltò e vide un po' avanti a lorosul marciapiede a destraduesignori sotto un ombrelloche guardavano Marta e lui: l'uno terreo in volto econ piglio foscol'altro più altomagrostraniero all'aspetto e conun'espressione scioccamente derisoria negli occhi chiari.
Erano Rocco Pentàgora e il signor Madden.
Il Falconenon ostante il divieto di Martaappuntò contro quei due gli occhida belva.
- Non guardi! non si volti! gl'imposecon rabbia soffocataMarta.
- Mi dica chi sono quei due! - domandò egliquasi a voce altaaccennando afermarsi di nuovo.
- Stia zittole ripetoe venga con me! - riprese Martacon lo stesso accento.- Che diritto ha lei di saperlo?
- Nessun dirittoma io... lei non sa... - continuò il Falcone con voce che nonpareva più la suacome se piangesseansandointerrompendosi strozzato dallacommozionee pur seguitando ad andare quasi di corsa angosciosamentedietro aMartasotto la pioggia ringagliardita. Le confessava il suo amoreimplorandopietà.
Martacon l'anima in tumultoe anche stordita dalla violenza della pioggiavedeva fuggire sotto i piedi vorticosamente la strada già mezzo allagata;correva senza ascoltareudendo solo confusamentecon insopportabile angosciale affannose parole del Falcone. Alla fine giunse alla porta di casa.
Lì il Falcone si provò a trattenerla per un braccioscongiurandola di dargliuna risposta.
- Mi lasci! - gli gridò Martasvincolandosi con uno strappo; e via di corsasù per la scala.
Venne ad aprirle Maria.
- Tutta bagnata?
- Sìvado a cambiarmi!
Si chiuse a chiave. S'abbandonò su una seggiolapremendosi fortefortefortele tempie con le manilamentandosi pianocon gli occhi chiusi:
- Oh Dio! oh Dio!
Era in preda alla vertigine: non la camerama tuttora la via le giravaleturbinava davanti agli occhi; sentiva negli orecchi lo scroscio della pioggia;le parole di quel mostro arrangolatoche le piangeva dietro.
E quei due lì fermi sul marciapiedealla posta! Ma che volevano da lei tutticostoro? Per chi la prendevano? E quegli altri dueanche quegli altri duequelgrosso imbecillee quel piccolo che le indirizzava pubblicamente i suoi versi?
Ahe la lettera di Anna? La cercòla rilessesaltando ciò che in quelmomento non la interessava.
«Tu saicara Martacome io... Ma da me non è più venutodopo quella visitafuriosadella quale... Dalla famiglia Miracoliperòda cui si recaspesso il fratello Niccolino (sposerà Tina Miracolidicono in paese)hosaputo ch'egli stamani è partito per costà. Vuole scoprireha detto Niccolinoalla fidanzatache cosa tu faccia a Palermoconvinto che debba esserci unaforte ragioneun serio impedimento al tuo ritorno in paese. Tinabenchécome ogni altra timorata ragazza debba far le viste di non capirepuredaltono misterioso con cui mi ha confidato questa notiziaha lasciato capire a meinveceche cosa avrei dovuto intendere per forte ragione e serio impedimento.Figùrati come l'ho trattata e quello che le ho risposto! Ma lei dice che non sanullache non crede affatto a queste cosee che parla solodiceper boccadei Pentàgora. Primatu lo saiquando la buon'anima di tuo padre vivevaevoi eravate ricchela signora Miracoli era la migliore amica di tua madre;adessocon questa proposta di matrimonio tra Tina e Niccolinoella è tutt'unacon don Antonio Pentàgorail qualetra parentesidel matrimonio pare nonvoglia sapere. Per tornare a tuo maritose egli (dice sempre Nicola) scopriràqualche cosaricorrerà ai tribunali per ottenere la separazione. Ma sonoparole d'un ragazzo dette per boria in presenza dell'innamorata.»
Un altro pugno di fango. La persecuzione ancorada lontano. Calunnie ancora evillanie.
Marta si levò da sedere tutta vibrante d'ira e di sdegnocon gli occhilampeggianti d'odio.
Innocenteper essersi difesa con inesperienza da una tentazionenon ostante laprova della sua fedeltà: in compensol'infamia; in compensola condanna ciecadel padre! e tutte le conseguenze di essa aggiudicate poi come colpe a lei: ildissestola rovinala miserial'avvenire spezzato della sorella; e poil'infamia ancorail pubblico oltraggio d'una folla intera senza pietàad unadonna solamalatavestita di nero. Aveva voluto vendicarsi nobilmenterisorgere dall'onta ingiusta col proprio ingegnocon lo studiocol lavoro?Ebbeneno! Da umileoltraggiata; da alteralapidata di calunnie. E questoinpremio della vittoria! E amarezzeingiustiziee quell'esistenza vuota per séesposta alle brame orrende d'un mostroai gracilitimidi desiderii d'un poverodi spiritoalle pettorute vigliaccherie di quell'altro: sassispine ovunqueper quella via lontana dalla vita. Fu scossa da due picchi all'uscio. E la vocedi Maria:
- A tavolaMarta.
La cenadi già? Non s'era ancora svestita. Come cenareadessocomenascondersi alla madrealla sorella? Si svestì in fretta in furia. Non s'eraneanche tolto il cappellino entrando. Si lavò per rinfrescar gli occhi e lafaccia infiammati.
- Un miele! - diceva Mariagià a tavolatra il fumo che la avvolgeva dallascodella.
E la madre prese a narrarle tutto quello che avevano fatto lei e Mariadurantequella pioggia improvvisasù in terrazzoper salvare i fiori.

Parte II

IV

«Crederà adesso che quel mostro sia il mio amante! N'è capace» pensavaMartadopo cenarinchiusa in camera.
E diceva a se stessa proprio così: il mio amantepoiché come tale ilmarito le aveva già affibbiato un altroquell'altro! Ma quanto piùobbrobriosa adesso le sembrava questa parolariferita al Falcone!
Voleva dunque prendersi una nuova vendettaesasperato dal disprezzo di lei? Laminaccia era esplicitanella lettera di Anna Veronica.
Un nuovo scandalo... Ma le prove? Oh Dioquel mostro... sìera probabile chegliele avrebbe offerte quel mostrole provese si fossero incontrati un'altravolta per via... Qualche scenata... e il nome di lei sù pe' giornali accanto aquello del Falcone.
Marta si torceva le mani dalla pauradallo schifosmaniando senza requie; e aMaria cheintantonella stanza attigualeggeva sul pianoforte alcuni brani divecchia e piana musicadelizia della madreavrebbe voluto gridarerabbiosamente che smettesse.
Ah la tranquillità della madre e della sorellala quiete della casalamusicai discorsi alienicome la facevano soffrirein quel momento!
Sìopera sua; ma nessuno dunque intendevanessuno indovinava a prezzo diquale martirio? Fatta una croce sul passatonon doveva parlarsene più? Lamadre e la sorella ne erano uscite; ed ecco una nuova vitacalma e modestaeraricominciata per loro. Ma lei? la sua vitala sua giovinezza dovevano rimaneresepolte lìnel passato? Non se ne doveva più parlare? Quel ch'era stato erastato? Morta? Tutto mortoper lei? Viva solamente per far vivere gli altri?Sìsìse ne sarebbe magari contentata seesclusa così dalla vitaleavessero almeno concesso di godere in pace dello spettacolo dolce e quieto diquella casettach'era come edificata sul sepolcro di lei... Ma che si parlassealmeno un pocoche si avesse qualche compianto almeno della sua giovinezzamortadella sua vita spezzata! Era stato pure un delitto spezzarle la vitacosìsenza ragionestroncarle così la giovinezza! Non se ne doveva piùparlare?
Un'ombrae ancora combattuta! perseguitata ancora! Il giorno appressocertoavrebbe riveduto il maritolì alla posta; avrebbe riveduto il Falcone alCollegio.
«Se continua a molestarmine parlerò alla Direttrice» pensò improvvisamenteMartain un risveglio impetuoso d'energiae cominciò a svestirsi con le ditanervoseper mettersi a letto. - E quegli altri duese non la finisconolimetto a posto io! E tuaspetta- disse poipiù col fiato che con la vocealludendo al marito. Rimboccò la coperta e spense il lume.
Nel bujoraggomitolata sotto le copertevolle raccogliere le ideema nonpoté precisarne alcuna contro il marito. Diceva a se stessa: «Sìquesto peril Falconese séguita... La Direttrice non può soffrirlocerca un appiglioqualunqueper levarselo di torno; gliel'offrirò io...». E ripetendomeccanicamente queste frasicercava quel che avrebbe potuto fare contro ilmarito. Nulladunque? Non un solo mezzo di vendetta? Enell'impotenzasentival'odio quasi fermentare in una rabbia crescente. Poi (benché non avvertisse lasofferenza fisica della troppa e vana tensione) il cervellocome in un cerchiodi torturanon sapendo suggerirle il pensiero ch'ella cercavaaltri pensieriin cambio cominciò a presentarle confusamenteche la distraessero. Martaperòostinata a trovare quel che cercavaappena sortili scacciava. Unofinalmente riuscì a distrarla: il suo ombrello - sì - adesso rammentava conprecisione - lo aveva appoggiato all'uscio della classe sul corridojoperappuntarsi meglio il cappello; sìe poi se l'era dimenticato lassù... Ahsenza dubbio il Falconepassando per il corridojolo aveva riconosciuto enascostosìper poterle offrire il suoper aver modo d'accompagnarla... luisìsenza dubbio! Perciò era così inquietogiùin sala d'aspetto... Doveaveva potuto nasconderlo?
Poco dopo Marta dormiva.
Si svegliò per tempocon un forte mal di capoma con l'animo tuttaviasostenuto da un'energia nervosache non era più la forza che prima le derivavadalla sicurezza di sé. Non vedeva l'uscita della sua via; ma sarebbe andatafino in fondoa qualunque costo; già in attesa e preparata a scagliarsi controogni nuovo ostacolo che volesse sopraffarla.
Non provò quel giorno nessuna apprensione nell'uscir sola di casa. Dopo lapioggia del giorno innanziil verde degli alberi si era ravvivato quasifestivamentee un aspetto festivo pareva avessero anche le case e le vie nellalimpida freschezza dell'aria mattutina.
Con gli occhiintantocercava innanzi a sése il marito fosse alle poste;sentiva che avrebbe avuto il coraggio di passare a testa alta sotto gli occhi dilui.
«Ma a quest'ora dorme» pensò a un trattoe un sorriso di scherno le vennealle labbraandando. «Non ha mai visto nascere il solein vita sua...»
Lo rivide col pensieroa lettoaccanto a leipallidocoi radi baffi biondiscomposti sulle labbra arideschiuse.
Distrasse subito la mente da quell'immagine epoiché si recava al Collegiooggetto immediato del suo dispetto diventò il Falcone. Non pensava piùnonbadava più alla propria sofferenza.
Che avrebbe fattoche avrebbe dettose egli si fosse arrischiato a fare ilminimo accenno alla giornata di jeri?
Non lo sapeva ancora. Vedeva soltanto con straordinaria lucidità la salad'aspetto del Collegioin cui tra poco sarebbe entrata; e già vi entrava colpensiero; vedeva il Nusco e il Mormoni come spettatori della scena ch'ellaandava a rappresentare là dentro; e il Falcone che l'attendevapiù cupo delsolito.
Era già davanti al portone del Collegio: scese i pochi scalini; entrò.
In salanessuno.

 

Parte II

V

Matteo Falconequella mattinanon s'era recato al Collegio.
Se Martail giorno avantisi fosse voltata nel salireavrebbe avuto forse unpo' di pietà per lui rimasto sul portoncino come impietrito. Certo egli avevasperato ch'ellasalendogli rivolgesse almeno uno sguardo: poi s'era mossosotto la pioggiaquasi barcollandoattirando gli sguardi della gente.
Non aveva provato mai tanto e così feroce odio contro se stesso. Ne ghignavaforte e squassava l'ombrello fin quasi a spezzarne il fusto e borbottava: - Iol'amore! Iol'amore! - e altre parole inintelligibili. E poifortelì inmezzo alla viacol volto contratto e gli occhi fissi biecamente in faccia aqualche passante:
- Meno male che non ha riso di me!
Ne rideva lui inveceorribilmente; e la gente si voltava a mirarlostupitacome si guarda un pazzo.
Alla finefradicio di pioggias'era ridotto a casa.
Abitavacon la madre e una ziadecrepite e stolide entrambeuna vecchia evasta casa tutta ingombra di masserizie senza valoreallineate lungo le paretie alcune anche rammontate le une su le altrecome in un magazzino di mobilia:armadii enormi di legno dipintotavolini d'ogni forma e d'ogni dimensionecassettonicassapanchestipettimensoleattaccapanniseggiole impagliate eimbottitedalla stoffa stintae poi certi canapè d'antica foggia con duerulli alla base delle testate.
Le due sorellefacendo casa comunedopo la morte dei loro maritinon avevanovoluto privarsi di nessuna masserizia appartenente alla propria casa maritale:donde quell'inutile abbondanza: ingombro più che ricchezza.
Nella loro stolidaggine le due vecchie non ricordavano più d'aver avuto maritoe ciascuna aspettava la morte dell'altra per andare a nozze con un loro sposoimmaginario.
- Perché non muori? - si domandavano contemporaneamente sul musoogni qualvolta s'incontravano appoggiate alla spalliera delle seggiole con le quali sistrascinavano a stento per le camere.
Vivevano separate l'una dall'altraai lati opposti della casa. E di tanto intantolungo la giornata e spesso anche durante la nottel'una domandavaall'altrafacendo un verso lungo e lamentoso:
- Che ora è?
E l'altra invariabilmente rispondeva con voce lunga e cupa:
- Sett'ooòre!
Sempre sett'ore!
A qualche vicina che saliva in casa per ridere alle loro spallele due vecchieconsigliavanolevando le braccia e scotendo in aria le mani aggrinzite:
- Maritatevi! Maritatevi!
Pareva non ci fosse per loro altro scampoaltra salvezza nella vita. E sapevaloro mill'anni che il giorno sospirato delle nozze giungesse alla fine. Mal'altraahimèl'altra non voleva morire! E frattanto si facevano acconciareparare dalle vicine con gli abiti del loro bel tempo; e le vicine sceglievanoapposta quelli di stoffa più chiarai più goffii più antichi e stridenticon la vecchiezza delle due povere dissennate; e siccome i corpetti andavanoloro adesso troppo larghilegavano alla vita a questa un boa spelatoa quellaun gran nastro; e fiori di carta mettevano loro in capo e foglie di cavolo o dilattuga e capelli fintie poi cipria in facciao imporporavano loro le gotesquallidecascanticon uva turca:
- Così! così sembra proprio una ragazzina di quattordici anni!
- Sìsì... - rispondeva la vecchiagongolandoridendo con la bocca sdentatadavanti allo specchio e forzandosi a tener ferma la testaperché l'edificio diquella acconciatura non crollasse. - Sìsìma chiudi subito l'uscio! Adesso egliverràe non vorrei che quella lì lo vedesse entrare... Chiudi! chiudi!
Matteo Falconerincasandole trovava spesso così goffamente mascherateimmobili sotto l'incubo dell'enorme acconciatura.
- Oh mamma!
- Va' di làva' di là! tua madre è di là! - gli rispondeva stizzita lamadre mascherata. - Io non ho figli! Ventott'anni ho... Non sono maritata...
E così pure gli rispondeva la ziaper cui egli aveva anche rispetto ecompatimento filiale.
- Ventott'anni... Non sono maritata!
Alla zia però sorgeva e pesava tante volte il sospettonon fosse Matteoveramente suo figlio; poiché a quando a quando nella memoria ottenebrata le siridestava un vago senso del dolore provato tanti e tant'anni addietro per laperdita dell'unico suo figliuolo.
- Ma come! - le dicevano le vicine. - Se lei non ha mai avuto marito?
- Sìeppure... eppure Matteoforseè figlio mio- rispondeva lavecchia sorridendo maliziosamentecon aria di mistero. - forse!
- Ma come?
La vecchia allora attirava per un braccio la vicina e le diceva all'orecchio:
- Per virtù dello Spirito Santo!
E una gran risata.
Quanto aveva contribuitooltre alla coscienza della propria bruttezzaquelcontinuo spettacolo in casaalla formazione dell'orrendo concetto che ilFalcone aveva della vita e della natura?
Non arrivava a intendere la infelicità che l'anima suol crearsi o coi dubbii ocon la febbre di sapere; la povertà era per lui male comportabile e riparabile;due sole vere infelicità aveva la vitaper coloro sui quali la natura esercitala sua feroce ingiustizia: la bruttezza e la vecchiajasoggette al disprezzo eallo scherno della bellezza e della gioventù.
Non continuavano forse a vivere per servire di trastullo alle vicine la madre ela zia? E luiperché era nato? Perché togliere la ragione e lasciare la vitaa chi per la morte è già maturo?
Era invasato e rivoltato così profondamente da quest'ideache tante volte sisentiva spinto da tutto l'essere suo a vendicare le vittime di tantaingiustizia: sfregiare la bellezzasottrarre la vecchiaja all'agonia dellavita. E doveva in certi momenti far violenza a se stesso per resistereall'impulso del delittomentre che lo spirito lucidissimo glielo rappresentavagià visibilmentecome se egli allora lo commettesse. Delitto? No. Riparazione!
E quante voltedistogliendosi con subitaneo sforzo da quest'invasamentodelittuoso e recandosi dalla madrecome per compensarla con esagerate cure deltruce proposito nutrito per un istante contro di leinon gli avveniva divedersi accolto dalle risa della incoscienteche gli diceva:
- Mettiti i piedi giusti!
Credeva la vecchietta ch'egli li tenesse così per capriccio o per farla ridere.E insistevaridendo:
- Mettiti i piedi giusti!
Allora anche lui rideva. Oh diventar pazzo di fronte alla stolidaggine dellamadre!
- Sìeccomamma: ora me li aggiusto.
E la vecchiaguardandorideva degli sforzi di luiche si raddrizzava i piedireggendosi alla parete.
Il giorno della sprezzante ripulsa di Martanon si recò nemmeno a visitarenelle loro camere la madre e la ziacome solevarincasando; non desinònonandò a letto la nottenon si tolse neanche gli abiti inzuppati di pioggia.Appena ruppe il giornouscì per una delle sue lunghe passeggiatenelle qualidopo le crisi più violentemetteva alla tortura i piedi e se stesso.Montecuccioil più alto monte della Conca d'oroera la mèta. Raggiunto ilculminelanciava con tutta l'anima uno sputo in direzione della città:
- Io vermea te vermicajo!
Vi ridiscesequel giornospossatosfinitogià quasi calmo. Era tardi: aquell'ora le lezioni al Collegio dovevano essere già terminate. Stimò tuttaviaprudente recarvisiper scusare l'assenza. In fondovi si recava con lasperanza d'incontrare Marta per via.
E infatti la incontrò a pochi passi dal portone del Collegio. Andavalentamenteleggendo una lettera: un'altra lettera... Chi le scriveva ognigiorno? E com'era accesa in volto! Quellasenza dubbioera una letterad'amore!
Il Falcone n'era così certocome se gliel'avesse strappata di mano e letta.
Era stato ben questo il primo impeto nel vederla; ma s'era trattenuto: l'avevalasciata passare davanti a sé lentamenteper la sua stradaassorta nelladolce lettura.
«Non m'ha veduto...» fece tra sé. E andò per un'altra viasenza pensarepiù di scusare al Collegio la sua assenza.

 

Parte II

VI

Entrata nel porticino di casaMartaprima di mettersi a salire la scalalacerò e disperse in minutissimi pezzi la lettera veduta dal Falcone. Insiemecon la lettera lacerò un biglietto d'invito a stampa; poi si passò le mani sugli occhi e su le guance infiammatee stette un po' perplessacome se siforzasse a rammentare qualcosa.
Si sentiva pulsare tutte le vene ein quella momentanea indecisionel'internoturbamento cresceva e le offuscava il cervelloquasi inebriandola. Eracom'ebradifattie sorrise inconsciamente col volto acceso e gli occhisfavillantia piè della scala.
Che aspettava per salire?
La calma esteriorealmenoperché la madre e la sorella non s'accorgessero dinulla!
Salì in frettacome se sperasse di sfuggire con quella corsa al pensiero chela turbava. Avrebbe mentito in presenza della madre e della sorellainqualunque modosenza preparazione: non mentiva forse ogni giorno per nasconderele proprie amarezze?
Aveva distrutto la lettera; ma le parole in essa contenutecome se si fosseroricomposte dai pezzettini di carta sparpagliatila inseguirono sù per lasalita quasi turbinandole intorno al capo e ronzandole negli orecchi. Le udivaentro di sé confusamentenon con la voce di chi le aveva scrittema conquella che dava a loro leiin quel momento: non dolce né carezzevole: voce dirivolta a tutto quanto le era toccato fin lì di soffrire.
Appena sola in camerasentì maggiormente quanto fosse per lei angosciosa lacontinua menzogna a cui era costretta nella propria casa; e più profondo chemai sentì il distacco tra lei e la madre e la sorella. Tanto l'una che l'altracon la schiva umiltà contegnosacoi riguardi timorosi e l'apprensione costantedi non dar mai nell'occhio alla genteerano già rientrate in quel mondo da cuiella era stata espulsa e condannata senza remissione.
Una ruga nuova le si disegnò su la fronte a quel nuovo moto deciso dell'animocontro i suoi. Cercò d'arrestarlocercò d'impedire che lo scompiglio delproprio spirito s'aggruppasse in quel sentimento d'odioche le sorgevaspontaneo e prepotente per dominareper soffocare l'inquietudine della suacoscienza antica.
Ma perché doveva essere una vittimalei? lei che aveva vinto? Una mortaleiche faceva vivere? Che aveva fattoleiper perdere il diritto alla vita?Nullanulla... E perché soffriredunquel'ingiustizia palese di tutti? Nél'ingiustizia soltanto: anche gli oltraggi e le calunnie. Né la condannaingiusta era riparabile. Chi avrebbe più creduto infatti all'innocenza di leidopo quello che il marito e il padre avevano fatto? Nessun compenso dunque allaguerra patita: era perduta per sempre. L'innocenzal'innocenza sua stessa lescottavale gridava vendetta. E il vendicatore era venuto.
Gregorio Alvignani era venuto. Era a Palermo: le aveva scrittounendo allalettera un biglietto d'invito per la conferenza che il giorno appresso avrebbetenuto all'Università nelle ore antimeridiane. «VengaMarta!» diceva a quelpunto la letterach'ella riteneva a memoria quasi parola per parola: «Vengas'accompagni con la Direttrice del Collegio. Vedrà di che luce s'accenderannole mie parolesapendo che lei sarà lì ad ascoltarle.»
Nono. Come andare? Già aveva lacerato il biglietto d'invito. E poi...
Ma lo avrebbe riveduto lo stessoil giorno dopo. Egli le scriveva che sisarebbe recato al Collegio per sentire dalle labbra di lei se vi stéssecontenta. Sapeva che ella non gli avrebbe mai scrittomai manifestato alcundesiderio; e se ne affliggeva assai nella lettera: e per questo appunto sarebbevenuto a trovarla.
Perché tremavaoracosì? Si levò in piedi e si rialzò con una manoalteramente i capelli su la fronte. Aveva il volto infocatoera irrequietacome se un impeto di sangue nuovo le fervesse per le vene. Aprì il balcone eguardò il cielo acceso fulgidamente dal tramonto.
Rimaner fuori per sempre dalla vita? riempire d'ombra e di nebbia quel fulgore?soffocare gli affetti che già da un pezzo cominciavano a ridestarsi in leiconfusamentefebbrilmentecome ansiosa aspirazione a quell'azzurroa quelsole di primaveraa quella letizia di rondini e di fiori; le rondini cheavevano nidificato in capo al balcone; i fiori che la madre aveva sparso un po'da per tutto nella casa? Non era venuto anche per lei il tempo di rivivere?
«Vivere! vivere!» diceva la lettera dell'Alvignani. «Ecco il grido che mi èscoppiato dal cuore tra le tante cure inutili e vane e gli intrighi e le noje ei fastidiile tristi arti della finzione e la falsità in quel pandemonio dellaCapitale. Vivere! vivere! E son fuggito...»
Marta era stata come investita da quella lettera inattesach'era tutta quasi uninno alla vita. Stretta all'improvviso da una voglia angosciosa di piangeresiritrasse subito dal balcone con gli occhi pieni di lagrime e sedettenascondendosi il volto con le mani.

 

Parte II

VII

La lettera di Gregorio Alvignani eracome ogni altra manifestazione de' suoisentimentisincera in parte.
Veramente a Roma aveva sentito ciò che nella lettera chiamava «la voce sinceradella nostra natura...».
Il troppo lavoro sedentariol'attività mentale incessantela persistenzaprolungataininterrotta di sforzi a cui era costretto non solo per sostenerequella vita signorile ch'era abituato a condurrema anche per nutriregiustificare e imporre altrui la pronta sua ambizione ai poteri politici; noncompensati dal sonno necessariodai necessarii riposi intermittentilo avevanoalla fine strematogli avevano cagionato un gran perturbamento nervoso.
E una mattinadavanti allo specchiogli era avvenuto di notare il pallore delvolto quasi disfattole rughe alla coda degli occhila piega triste dellelabbrai capelli di molto diradatie se n'era rammaricato profondamente.Entrato poi nello studio e sedutosi davanti alla scrivania tutt'ingombra dipesanti incartamenti disposti con ordinenon aveva saputo metter mano alproseguimento d'alcun lavoro cominciato. Gli s'era imposta cosìd'un trattola coscienza della propria incapacità d'agiree aveva pensato che un lungoriposo gli era addirittura indispensabile.
In quei giorniper giuntaera disgustato della guerra bassa e sleale chealcuni suoi colleghi movevano trivialmentesia nell'aula del Parlamentosianei giornalial Ministerodi cui anch'egli era oppositore. L'aggressione diquei pochi in mala fede minacciava di coinvolgere tutta l'opposizione neldisgustonella nausea della pubblica opinione. Aveva preveduto che la Camera sisarebbe chiusa tra breve con la proroga della sessione parlamentare. E difattila chiusura era avvenuta pochi giorni dopo.
Divisò allora d'allontanarsi da Roma per ricostituire col riposo le forze eprepararsi così alla prossima lotta. Parlò anche lo specchio ai penosisentimenti che lo agitavano. Era già su l'altro declivio della vita: s'eramesso a discendere: temeva di precipitare; sentiva il bisogno d'aggrapparsi aqualche cosa.
Nella breve carriera parlamentare era stato molto fortunato. S'era messo subitoin vista; aveva suscitato invidie e simpatiedestato serie speranze; s'eraguadagnate preziose amicizie. Ottenuta cosìtroppo agevolmentela vittoriale immancabili amarezze della politicamolte disillusioni lo avevano afflittotanto più in quanto che nessuno intorno a lui aveva intimamente gioito dei suoitrionficome nessuno adesso lo confortava delle amarezze. Era solo.
Fatti in fretta i preparativi della partenzaappena in viaggioaveva provatoun subitaneo sollievo quasi insperatocome se le nebbie gli si fossero a untratto diradate attorno. Ecco il sole! ecco il verde nuovo delle campagne! E iltreno volava. Bevendo a larghi sorsi l'aria mossasibilantedal finestrinodella vetturaaveva già gridato a se stessoprima che a Marta: «Vivere!vivere!». E l'esaltazione era cresciuta durante tutto il viaggio. Gli era parsodi vedere il mondola vitaquasi sotto un aspetto nuovo: senza flessosottoil solenella beatitudine immensaazzurra e verde del cielodel maredellacampagna.
Trovòpochi giorni dopo l'arrivo a Palermola casa che in quel momento gliconveniva meglioin una via desertafuori Porta Nuova: in via Cubalontanadal centro della cittàquasi in campagna.
Era una palazzina d'un sol pianodi signorile aspettocon un balcone in mezzoe due finestre per ciascun lato.
- Un paradiso! Non ci si può morire... - gli disse il portinajo nell'aprire ilportoncino sotto il balcone.
Appena attraversato l'androneGregorio Alvignaninel porre il piede sul primodei tre scalini d'invito che mettevano in una specie di cortelargaammattonatacinta di muri e scopertasussultò improvvisamente a unastrepitosa volata di colombiche andarono ad allinearsi in capo ai due muri dicintagrugando.
- Quanti colombi!
- Sissignore. Sono del padrone del casino. L'ho in custodia io... Se vossignorianon li vuolesi portano via.
- Noper melasciateli; non mi disturbano.
- Come vuole. Vengo io a dar loro da mangiaredue volte al giornoe a farpulizia.
E il vecchio portinajo li chiamò con un suo verso particolare e col frullodelle dita. Prima unopoi due insiemepoi trepoi tutti quanti scesero nellacorte al noto richiamotubandoallungando il colloscotendo le testine perguardare di traverso.
A sinistraaccostata al muroesteriormente sorgeva la scala in due brevibranche molto agevoli. Questa scala a colloin quella cortecon quei colombidava all'abitazione un'aria villereccia molto modesta e allegra.
- Non c'è soggezione di sorta. Vossignoria può guardare tutt'in giro. Nessunocchio ci vede qua dentro: solo Dio e le creature dell'aria- spiegò ilvecchio portinajo.
Salirono a visitare la casa internamente. Erano otto stanze ammobiliate con unacerta pretensione d'eleganza. L'Alvignani ne rimase contento.
- Il signorino ha famiglia?
- Nosolo.
- Ahbene. E allorase volesse cambiato questo letto a duecon uno piccolo...I padroni abitano qui a due passisul Corso Calatafimi. Se volesse mangiare incasafanno anche pensione. Potrà avere insomma ciò che vorrà.
- Sìsìc'intenderemo... - disse l'Alvignani.
- Aspetti: il terrazzo! Deve vederlo: una delizia. Le montagnesignorino miosi possono toccare cosìcon le mani.
Ah sìsì: quello era il rifugio che ci voleva per lui: lìal cospetto deimontialla vista della campagna.
Due giorni dopo vi prese alloggio.
- Qua mi riposerò.
Scendendo ogni mattina in città per il Corso Calatafimipassava davanti alCollegio Nuovo; guardava il portonele finestre del vasto edificio; pensava cheMarta era làe si prometteva che l'avrebbe rivedutanon foss'altropercuriosità. Ma bisognava trovar l'occasione. Pensava: «Potrei entrareancheadesso; farmi annunziarevederla e parlarle. No. Così all'improvvisono.Sarà meglio prevenirla. Ella non sa neppure ch'io sia quitanto vicino a lei.Chi sa come la ritroverò? Forse non sarà più come prima...».
Passava oltrelieto d'avere ancora un buon tratto di via deserta davanti a séprima d'entrare in cittàdove avrebbe senza dubbio incontrato tanti seccatori.
Era profondamente persuaso del proprio valoredella sua importanza; ma intantoper oral'aria di spigliatezza un po' petulante a cui s'abbandonava lontano daRoma e dagli affarimodificava a gli occhi altrui piacevolmente quantod'assoluto era in quella persuasione.
Non aveva ancora ben definito come avrebbe occupato il tempo del suo soggiorno aPalermo. In oziono: ozio e noja erano per lui sinonimi. E l'ozio inoltre glisarebbe riuscito molto pericoloso. Giàda quand'era arrivatonon aveva che unsolo pensieroo (come diceva) una sola curiosità: rivedere Marta.
«Comprerò qualche libro nuovo di letteratura. Leggerò. Continuerò poise mene verrà vogliai miei appunti su l'etica relativa. Bastavedrò.»
Non voleva fermarsi a lungo sopra alcun pensiero. Il suo spirito sonnecchiavanel benessere e si ristorava.
«Non si vuol morire; sfido! Anche quando il cervello è annebbiato di pensieriil corpo trova tanta ragione di godere: nella mitezza della stagione; in un belbagnod'estate; accanto a un buon focod'inverno; dormendodesinandopasseggiando. Godee non ce lo dice. Quando parliamo noi? quando riflettiamo?Solamente quando vi siamo costretti da cause avverse; mentre poi in quelle checi dànno diletto il nostro spirito riposa e tace. Pare così che il mondo siasoltanto pieno di mali. Un'ora breve di dolore c'impressiona lungamente; ungiorno sereno passa e non lascia traccia...»
Questa riflessione gli parve giustissima e originalee sorrise di compiacimentoa se stesso. Ma come trovare l'occasioneil mezzo di rivedere Marta? Per quantocercasse di distrarsiritornava col pensiero sempre lì; e sempre si ritrovavaintento a escogitare il modo d'ottenere quell'incontrosenza compromissione néper sé né per lei.
Usciva di casa. E camminandopensava: «Se potessi vederla almeno per istradaprimasenza farmi scorgere. Mae se poi s'accorge di me? Dal primo incontrodipenderà tutto...».
Tutto - che cosa? Gregorio Alvignani rifuggiva dal pensarlo.
«Dal primo incontro dipenderà tutto...»
L'occasione a un tratto gli s'offersee gli parve molto propizia. Fu invitato atenere una conferenza sopra un soggetto di sua scelta nell'aula magnadell'Università. Quantunque non avesse con sé che pochi libri e si trovasseaffatto impreparatopure accettòdopo essersi lasciato molto pregare. Unlargoeloquente esame della coscienza moderna lo aveva sempre tentato: avevacon sé gli appunti per uno studio iniziato e interrotto su le Trasformazionifuture dell'idea morale: se ne sarebbe giovato. Dall'esame della coscienzaintendeva passare all'esame delle varie manifestazioni della vitaeprincipalmente di quella artistica. - Arte e coscienza d'oggi - ecco iltitolo della conferenza.
«Le scriverò. La inviterò ad assistere alla conferenza. Così la vedròl'avrò davanti a meparlando.»
Era sicuro del buon successo che non gli era mai mancatoe lo solleticava moltoil pensiero che Marta lo avrebbe riveduto lìtra gli applausi d'un numerosouditorio.
Tracciò lo schema della conferenzalo meditò punto per puntopoiché avrebbeparlato e non letto; e quand'ebbe chiara la linea e intero il concettosoddisfatto di séscrisse a Marta la lettera d'invito.
Il trionfo oratorio rispose quel giorno alla conferenzacome e forse più chel'Alvignani stesso non si fosse aspettato; ma non rispose Marta. Egli la cercòcon gli occhi nell'ampia sala zeppa di gente; scorse la Direttrice del Collegiosola: Marta non era venuta. Ecome se non avesse intesodimenticò dirispondere a gli applausi con cui l'immenso uditorio lo accolse su l'entrare.

 

Parte II

VIII

- Vengadue passi... Il mal di capo le svanirà. Vede che giornata? Duepassi...
- Ha fatto male a venire...
- Perché?
- Avrei voluto avvisarla... Ma dove?
- Perché? - insistette l'Alvignani.
Era turbatissimo anche lui. Non s'aspettava di ritrovare Marta in tanto rigogliodi bellezza e così confusa e tremante davanti a lui. Non sapeva come spiegarsila facilità con cui ella pareva si lasciasse condurre; e n'era quasi sgomento;temeva d'ingannarsisi sforzava di dubitare e temeva di credere; temeva che ungestouna parolaun sorriso imprudente non dovessero in un attimo romperel'incanto.
Marta andava a capo chinocol volto in fiamme. Non avendo saputoné quasicreduto possibile separarsi da lui su la soglia del Collegioed essendosipiegata all'invito di fare due passi insiemesi era messa ad andare in sùdove il Corso diveniva man mano più solitario. Non si sarebbe certamenteavviata con lui verso la cittàincontro alla gente.
Usciva dal Collegio due ore prima del solito; né il marito dunque poteva esseredi già alle postené Matteo Falcone l'avrebbe veduta. Pure tremava; le parevache tutti dovessero accorgersi dell'imprudenzaanzi della temerità di lui edell'estrema agitazione con cui lei lo seguivacome trascinata veramentecomecieca. E non penetrava il senso delle parole ch'egli le diceva con vocetremantema le udiva. Erano parole ardenti e affollateche le cagionavano a untempo vergogna e sgomentomisti a un piacere indefinibile. Le diceva che dalontano aveva sempre pensato a lei...
E lei ripeté involontariamentecon aria incredula:
- Sempre...
- Sìsempre!
Che diceva adesso? Che non gli aveva risposto? Quando? A qual lettera? Fece peralzare gli occhi a guardarloma subito riabbassò il capo. Sìera vero: nongli aveva risposto. Ma come avrebbe potuto rispondergliallora?
Pensieri sconnessi le guizzavano intanto nel cervello; le due bambine a cuisoleva dare in quel giorno la lezione particolare; l'ultima minaccia del maritonella lettera d'Anna Veronica; il mostruoso amore e la gelosia di MatteoFalcone... Ma nessuno di quei pensieri riusciva a riflettersi su la suacoscienza sconvoltatra l'angoscia incalzante dei palpiti.
Sentiva ch'era di quell'uomo elegantearditoche le camminava a fiancoch'eravenuto a prendersela improvvisamente; e lo seguivacome se avesse davvero undiritto naturale su leie lei il dovere di seguirlo.
Empiti di sangue le balzavano alla testa; poi un subito spossamento le aggravavale membra. Aveva perduto affatto la coscienza di séd'ogni cosa; e andavainnanzi senza volontàné speranza di potere più sciogliersi da quell'uomoche la avviluppava con la parola commossa.
Anche lui era preso e vinto dall'irresistibile fascino amorosoe parlavaparlava senza saper bene ciò che dicessema sentendo che ogni parolailsuonol'espressione di essa erano in perfetta armoniae avevano virtùspontanea d'infallibile persuasione. Né anche egli pensava più; non sapeva cheuna cosa sola: che era vicino a leiche non l'avrebbe lasciata più.
L'aria s'era come infiammata intorno ai loro corpis'era fatta avvolgenteevietava ogni percezione della vita circostante; gli occhi non iscorgevano piùalcun oggettogli orecchi non accoglievano più alcun suono.
Egli era arrivato a darle del tucome già nell'ultima letterain quellascoperta dal marito; ed ella questa volta lo aveva accolto quasi senza notarlo.
Da un pezzo lo stradone era divenuto solitario; la luce del sole metteva sulgiallo della polvere come un fervore d'innumerevoli scintille che accecavanoeper cui pareva fervesse sotto i loro piedi anche la terra. Il cielo era d'unazzurro intensoimmacolato.
A un tratto si fermarono. Si fermò lui per primo. Marta si guardò attornosmarrita. Dove erano? Da quanto tempo camminavano?
- Non eri mai arrivata fin quassù?
- No... mai... - rispose timidamentecontinuando a guardare come se uscisse daun sogno.
- Di qua... - le disse l'Alvignaniprendendole senza alcuna pressione il polsoe accennando una via traversaalla sua sinistra.
- Dove? - chiese leiforzandosi a guardarlo e ritirando un po' il braccioch'egli non lasciava.
- Di quavieni... - insistette luiattirandola dolcementecon un lievetremulo sorriso su le labbra aridepallido in volto.
- Ma no... io adesso... - tentò lei di schermirsipiù che mai impacciata esgomentanotando il fremito della manoil sorriso nervosoil pallore delvolto e l'espressione aggressiva degli occhi di luiintorbidati e rimpiccoliti.
- Un momento solo... di qua... Vedinon c'è nessuno...
- Ma dove? No...
- Perché no? Vedrai la chiostra dei monti... Morreale lassù... poi le campagnetutte fiorite... e da questa parte il mareMonte Pellegrino... e la cittàintera sotto i tuoi occhi. Eccola porta è qui. Vieni!
- Nono! - negò più recisamente Martaguardando la portaquasi noncomprendendo ancora ch'egli abitasse lì e non trovando tuttavia la forza diliberare il polso dalla mano di lui.
Ma egli la attirò. Varcata la sogliaMarta trasse un lungo sospiro; sentì trale mura del breveangusto androne un momentaneo sollievocome un frescorefrigerante.
- Guardaguarda... - le disse Gregorio accennando i colombi che tubavano tuttiinsiemeora avanzandosi impettiti come in difesa del loro campooraallontanandosi impauriti dalla voce di Marta che s'era chinata a chiamarli:
- Come son belli... Uhquanti...
Gregorio la guardava così chinacol desiderio irresistibile d'abbracciarladistringerla forte a sé e non lasciarlanon lasciarla mai più. Gli parevad'averla sempresempre desiderata cosìfin dal primo giorno che l'avevaveduta.
- Ora guarda: due scalini... Andremo sù al terrazzo...
- Nonoora me ne vado... - rispose subitamente Martarizzandosi.
- Come! Ora che sei entrata? Sono due scalini... Devi vedere il terrazzo... Seigià qui...
Marta si lasciò novamente attirare; maappena posto il piede nell'internodella casasi sentì sciolta dall'incanto che l'aveva trascinata fin lì; les'infoscò la vista; un vertiginoso smarrimento la colse. Era perduta! Ecomein un incubosentì l'impotenza di sottrarsi al pericolo imminente.
- Il terrazzo? Dov'è il terrazzo?
- Ecco... vi andremo... - le rispose Gregorioprendendole una mano epremendosela sul petto. - Ma prima...
Ella gli levò in volto gli occhi pieni d'angosciasupplicanti.
- Dov'è? - ripetéritraendo la mano.
Non vedeva altro scampoora.
Gregorio la condusse attraverso le stanze; poi salirono un'angusta scaletta dilegno.
Marta lassù sentì aprirsi il cuore.
Lo spettacolo era veramente magnifico. La grande chiostra dei monti incombevamaestosa e fosca sotto il cielo fulgidissimo. Le schiene poderose si disegnavanocon tagli d'ombra netti. E Morreale pareva là un candido armento pascolante amezza costa; esottola campagna sparsa di bianche casette si stendevaoscurata dall'ombra dei monti.
- Ora di qua! - diss'egli.
Quanto imminente e fosco era dalla parte dei monti lo spettacolotanto vasto elucente si spalancava dalla parte opposta. Tutta la cittàdistesa immensa ditettidi cupoledi campanilitra cuigigantescala mole del Teatro Massimosi offerse a gli occhi di Martae il mare sterminato in fondoriscintillanteal solesotto i cui raggi Monte Pellegrino rossigno pareva sdrajato beatamente.
Marta per un momento si obliò nella contemplazione del vasto spettacolo. Poicercò con gli occhi il campanile del Duomodietro a cui sorgeva la sua casa; esubitoal pensiero della madre e della sorella che colà la aspettavanosentìpiù vivo il turbamentopiù acuto il rimorsoe una sfiducia profonda edisperata di sé. Trasse il fazzoletto e si nascose la faccia.
- Piangi? PerchéMarta? Perché? - le domandò egli con affettuosa premuraaccostandosele. - Vieniscendiamo... Adesso te ne andrai...
- Sìsì... subito... - fece leisforzandosi di dominarsi. - Non dovevo...non dovevo venire...
- Ma perché? - ripeté Gregorioafflittocome ferito dalle parole di leiajutandola a discendere. - Perché dici cosìMarta? Marta mia... Aspettaaspetta... Così! non piangere... rasséttati...
E asciugandole gli occhila carezzavatutto tremante.
- No... no... - cercava di schermirsi Martaabbandonata di forze.
Quand'egli la abbracciòella ebbe un fremito per tutte le membraun singultocome uno schiantodi chi cede senza concedere.

Parte II

IX

- Quandoquando ritornerai? - le domandò con fuoco l'Alvignani stringendolaforte tra le bracciasu la scala.
Si lasciò stringeresenza rispondere: inertecome insensata. A volereparlarenon avrebbe trovato la voce. Ritornare? Ma ora lei non avrebbe piùvoluto andar via; non già per non sciogliersi da quelle bracciama perché lìormai si sentiva come giunta al suo finepiombata nel suo fondodove tuttituttila avevano spintaquasi a furia d'urtoni alle tergae precipitata. Comeritrarsene? come ritornare più indietro? come riprendere più la lotta oramai?Era finita! Dove tutti avevano voluto ch'ella arrivasseera arrivata. Ed egliche l'aspettavase l'era presa; era venuto a prenderselacosìsemplicementecome se tutte le ingiustizie da lei patite gli avessero creato questo diritto sulei. Ecco perché subitofin dal primo vederlonon aveva potuto resistergli esi era trovata senza volontà davanti a lui così sicuro. Senza volontà! Questaera la sua più forte impressione.
- Mia... mia... mia... - insisteva l'Alvignanistringendola vie più forte.
Sì; sua! Cosa sua. Cosa data a lui.
Non intendendo quell'abbandonoo piuttostointerpretandolo altrimentieglicom'ebbrosi chinò a sussurrarle all'orecchio di trattenersidi trattenersiancora un poco...
- Novado- diss'ellariscotendosi improvvisamente e quasi sguizzandoglidalle braccia.
Egli le prese una mano:
- Quando ritornerai?
- Ti scriverò...
E andò via. Appena sola per quella stessa stradapercorsa un'ora avantiaccanto a luisi sentì come riassalita dai proprii sentimentismarriti lungol'andarecome se si fossero posti in agguatoaspettando il ritorno di lei su iproprii passi.
Si voltò a guardarequasi sgomentala via da cui era uscita; poi prese adandare in giùfrettolosacon la mente scombujata. Eandandochiamava insoccorsoa raccoltaragioniscuse che sostenessero di fronte a lei stessa ilconcetto della propria onestàquasi per farsene forte contro colui che cosìimprovvisamente gliel'aveva toltae per sottrarsi nello stesso tempo all'ideache l'avviliva e la schiacciavadi essere stata trattacioèquasipassivamentea quella stessa colpadi cui - innocente - era stata accusata.Volle costringersi a vedereproprioa sentiread assaporare in quella suasubitanea cadutache la sconvolgevauna vendetta voluta da leila vendettadella sua antica innocenzacontro tutti.
Alla vista del Collegio alla sua destrariuscì con uno sforzo a risollevare lospirito. Rientrava ora in quel tratto del Corso per cui era solita di passareogni giorno. Rallentò il passoproseguì più calma e più sicuracome severamente si fosse lasciata dietro le spalle la colpasolo perché la genteoravedendolapoteva pensare: «Ella torna dal Collegio». Tuttavia si sentivaancora addosso qualcosa d'indefinibileche avrebbe potuto tradirlase qualcunoavesse respirato molto vicino a leiguardandola e parlandole. Procurò disottrarsi alla molestia di questa sensazioneguardando le note insegne dellebotteghei noti volti di quelli ch'era solita d'incontrare ogni giorno. Lacolse a un tratto il timore cheparlandole avrebbe tremato la voce; e subitole venne alle labbra questo sospiro: - Ahche stanchezza! -. Pronunziò leparole tenendo attentissimo l'uditoma come se esse esprimessero veramente quelche sentivae non fossero una prova immediatasuggerita dal timoreimprovvisamente concepito. Era la sua voce consuetasì; ma le parve come nonuscita dalla propria boccao come se lei stessa avesse voluto imitarla.
Notò con sollievo che nulla di nuovo era avvenuto nella vita di tutti i giorniper quella stradache tutto insomma era come primae volle costringersi adaccordarsi anche lei alla uniformità consueta dei comuni casi giornalieri.Eccopassava adesso sotto Porta Nuovacome jericome l'altro jeri. E man manoche s'appressava a casasentivaper forza di riflessione e di volontàcrescere la calma.
Maria era al terrazzo eguardando di tra i vasi dei fiori imbasati in fila sula balaustratascorse giù nella via la sorella. Marta le fe' cenno con lamanoe Maria sorrise. Nulla di nuovoneppure in casa.
- Come... più presto oggi? - le domandò la madre.
- Più presto? Sì... ho tralasciato una lezione particolare... Mi faceva un po'male il capo.
Diceva la verità. La voceferma. Si rammentava del mal di capo a proposito.Sorrise alla madre e aggiunse:
- Vado a svestirmi. Maria è sul terrazzo... L'ho vista dalla strada...
Solain camerasi stupì della propria calmacome se non se la fosse impostalei stessaa forza; si stupì di saper fingere così bene; e lo stupore eraquasi soddisfazione. Si mostrò allegra quel giornocome la madre e la sorellanon la vedevano più da molto tempo.
Venuta la sera però s'accorse che non tanto per gli altri aveva bisogno difingerequanto per sé. Subitoper non badare alla propria inquietudinepernon restar sola con sétrasse dal cassetto i còmpiti scolastici dacorreggerecome soleva ogni seratolse in mano la matita per segnare glierrorie si mise a leggereconcentrando sul primo scritto tutta l'attenzione.Lo sforzo fu vano: una gran confusione le si fece nel cervello. Non potérimanere sedutae andò ad appoggiare la fronte che le scottava su i vetrigelidi del balcone.
Lìcon gli occhi chiusivolle rifarsi lucidamente i minimi particolari dellagiornata. Ma la lucidezza dello spirito le s'intorbidava anche adessoricordando la passeggiata con l'Alvignani fino alla casa di lui. Egli abitavalassùe la aveva trascinataignarafino a casa sua! Avrebbe dovutosciogliersi da luipervenuta lassù all'angolo della via. Ma come? se non avevasaputo proferire neanche una parola? Rivide la corte piena di colombi; la scalascoperta. Ecco: se la scala non fosse stata così scopertaforse non sarebbesalita... Ahsì: certo! Le si riaffacciò alla mente lo spettacolo dell'ampiachiostra dei monti. Poi provò una strana impressionesuscitata dal ricordod'aver cercato con gli occhidal terrazzo dell'Alvignaniil tetto dellapropria casa presso il Duomo: le parve di trovarsi ancora a guardare da quelterrazzo e di vedersi com'era adessolìnella sua cameracon la fronte su ivetri del balcone.
- Tutti l'hanno voluto... - mormorò tra séduramenteper ricacciar lacommozione che già le stringeva la gola. - Gli scriverò- aggiunseaggrottando le ciglia; poicon repentino mutamento d'animoscrollando lespalleterminò: - Ormai! Così doveva finire...
E scrisse una lunga lettera che s'aggirava tuttasmaniosamentesu queste duefrasi: «Che ho fatto?» e «Che farò?». Il rimorso della subitanea caduta visi mostrava in uno slancio aggressivo di passionenella frase appositamenteripetuta e sottolineata: «Ora sono tua!» quasi per fargli paura.
«Andando in sùaccanto a teio non sospettavo... Avresti dovuto dirmelo: nonsarei venuta. Quantoquanto sarebbe stato meglio per me e per te! Se tu sapessiquel che ho sofferto al ritornosola; come soffro adessoquitra mia madre emia sorella! E domani? Io mi trovo sbalzata fuori d'ogni traccia di vitae nonso come faròquel che avverrà di me. Sono il sostegno unico di due poveredonne; e io stessa sono senza guidaperduta... Senti com'è amaro il frutto delnostro amore? Tanti e tanti pensieri v'infiltrano questo veleno. Ma com'èpossibile non pensarenella mia condizione? Tu sei libero: io no! La libertàdelle animeche tu dicisi riduce a un supplizio per il corpo incatenato...»
La lettera terminava improvvisamentequasi strozzata dalla mancanza di spazioa piè del foglietto. «Bisogna che ci rivediamo. Ti avviserò quando...Addio.»

 

Parte II

X

- Ohmia caraquando io dico: «La coscienza non me lo permette»io dico:«Gli altri non me lo permettonoil mondo non me lo permette». La miacoscienza! Che cosa credi che sia questa coscienza? È la gente in memia cara!Essa mi ripete ciò che gli altri le dicono. Orbenesenti: onestissimamente lamia coscienza mi permette d'amarti. Tu interroga la tuae vedrai che gli altrit'hanno ben permesso di amarmisìcome tu stessa hai dettoper tutto quelloche t'hanno fatto soffrire ingiustamente.
Così sofisticava l'Alvignani per ammansare gli scrupolii rimorsi e la pauradi Martae spesso ripeteva sott'altra forma il ragionamentoperché apparissepiù chiaro e più convincente anche a luie la crescente foga delle parolestordisse anche i suoi scrupolii suoi rimorsi e la paura non manifestati néapertamente né segretamente ancora a se stesso.
Marta ascoltava in silenziopendeva dalle labbra di luisi lasciava avvolgereda quel linguaggio caldo e coloritopersuasa a crederenon convinta. Purtropposapeva quanto le costasse quel venire di furto in casa di luie che tortura alCollegioe che smanieche angosciale notti! Certo quello smarrimentoin cuisi agitavano dissociati tutti i suoi pensieritutti i suoi sentimentilaavrebbe traditaun giorno o l'altro. Avrebbe voluto essere sicura del domani.Sicura di che? Non avrebbe saputo dirlo a se stessa; ma sentiva che non erapossibile durare a lungo in quello statoprotrarre quell'esistenza. Non trovavapiù luogo ove stare in pace un momento: nella propria casala menzogna; nelCollegiola tortura; nella casa di luiil rimorso e la paura. Dove fuggire?che fare?
Andava dall'Alvignani unicamente per sentirlo parlareper sentirsi dire ciòchepensando tra séavrebbe voluto credere: che ella non era stata vinta; chequell'uomo non s'era impadronito di lei per violenza altrui; ma che ella loaveva volutoe ormai doveva starcipoiché gli s'era data. L'anima nesoffrivasmaniosamentee soltanto nelle parole di lui riposava un poco.
- Se tu amassi piùpenseresti meno- le diceva lui. - Bisogna dimenticaretutto nell'amore.
- Ma io non vorrei pensare! - diceva Martacon stizza.
- Vediio penso questo soltanto; che tu sei mia e che noi dobbiamo amarci.Guardami negli occhi: mi ami tu?
Marta lo guardava un po'poi abbassava gli occhile guance les'invermigliavano e rispondeva:
- Non sarei qui...
- E allora? - le domandava egli e le prendeva una mano e la attirava a sé.
Non reluttava: si abbandonava vergognosa e tremante alla carezza; poi fuggivacredendoal destarsi dal momentaneo oblioche si fosse trattenuta troppo dalui.
Egli intanto non rimaneva più su l'ultimo gradino della scalafin dove solevaaccompagnarlainsoddisfatto e affascinatocome il primo giorno. Oraappenaella svoltava per l'andronemandandogli con la mano un ultimo triste salutotraeva spontaneamente un sospirocome se provasse sollievoo forse per pietàdi leie risaliva lentamente la scalapensieroso.
Svaniva così a poco a poco il primo stupore quasi di sognoil primo turbamentocagionatogli dalla vista di Marta e dalla insperata facilità con cui il suoimprovviso ardentissimo desiderio s'era effettuato. Ora si rendeva conto delperché e del come fosse riuscito così d'un tratto ad averla; si rendeva contodei sentimenti di Marta per lui. No; ella non lo amava: non gli si eraabbandonata per virtù d'amore. Forse in altre condizionisìlo avrebbeamato; non ora chenello scompiglio dell'improvvisa cadutas'aggrappava a luicome un naufrago s'aggrappa ad un altrosenza probabilità di scampodisperatamente.
- Come uscirne?
- «Vorrà venire con me a Roma?» pensava l'Alvignani.
Luicertone sarebbe stato contento. Mae la madre? la sorella? Insieme conlei? Nessuna difficoltàda parte sua. Ma come proporglielo? Ella si mostravacosì altera... e certo non avrebbe voluto piegarsi alla condizione ch'eglipoteva offrirle. Questae non altra. Che cosa infatti avrebbe potuto fare perlei? Era pronto a tutto: aspettava un cenno.
Così pensandol'Alvignani credeva proprio di non aver nulla a rimproverarsi.
- Ti stancoè vero? - gli domandava lei amaramente. - Tu pensi a partire...
- Ma noMarta! Da che lo argomenti? Mi giudichi male... Tranne che tu nonvoglia venire con me...
- Con te? Se fossi sola! Vedi intanto che è vero che tu pensi a partire?
Gregorio si stringeva nelle spalle. Sospirava.
- Se non vuoi capire ciò che ti dico! Sono quicon tefino a che tu non avraipreso una decisione per il nostro avvenire. Vorrei soltanto farti contenta. Nonpenso ad altro...
- E come? come? Se sapessi!
- Lo so; t'intendo. Ma vedi che per me non manca?
Sì; e Marta doveva convenirne. Ma che poteva volerelei? Aveva ognuno davantia sé una viao triste o lieta; lei solano; lei sola non sapeva ciò che lerestasse da fare.
Ormai da circa due mesi si trascinava così la loro relazioneaduggiataintristita dall'ombra della colpa che la coscienza di lei continuamente viprojettava. Invano egli aveva tentato di rimuoveredi scuotere quest'ombra conle sue parole appassionate. Ora ne soffriva in silenzio l'oppressioneaccrescendo il peso della comune tristezza con la propria inerziaper renderlaa entrambi alla fine insopportabile.
- Tocca a te decidere. Io te l'ho detto: sono pronto a tutto.
Partirsenetornarsene a Romaadducendo per lettera una scusa qualsiasi:l'improvviso richiamo per qualche urgente affare professionale? Così ellaavrebbe forse trovato un po' di calma; enella calmaqualche decisione. No:dopo matura riflessioneaveva scartato questo partito come troppo violento.Sarebbe stato forse meglio proporle apertamente di finirla: non per lui; per leiche già ne soffriva tanto. Ma anche questo partito fu respinto da GregorioAlvignani in previsione di qualche scena disgustosa. Meglio aspettare che a talpasso fosse venuta leida sé.
Sopraggiunse intanto una notizia inattesa che sconvolse in diverso modo Marta el'Alvignani. Anna Veronica annunziò in una lunga lettera che Rocco Pentàgoragravemente ammalato di tifosi trovavaper giudizio dei medicia un caso dimorte.
Marta allibì nel leggere questa lettera che le giungeva come immediataodiosarisposta ai voti disperati delle sue notti insonnivoti che la coscienzaintimamente disapprovavapoiché ella ormai non si riconosceva più alcundiritto di sperare su la morte del marito. Eppurequante voltedibattendosisul lettonon aveva pregato:
- Diomorisse!
Moriva... ecco. Era per morire davvero.
In preda a una vivissima agitazionesi recò a comunicare la notiziaall'Alvignani.
Questi resta perplesso a guardare Marta che lo spiava acutamente. Si guardaronoun trattoed egli ebbe quasi l'impressione che il silenzio della stanzaattendesse una sua parolacome se la morte fosse entrata e sfidasse il loroamore a parlare.

 

Parte II

XI

- A Palermo? Come mai!
E Gregorio Alvignani si fermò davanti al professor Luca Blandinoil qualeandava al solito con gli occhi semichiusiassorto nei suoi pensiericolbastone sotto il bracciole mani dietro la schiena e il lungo sigaroaddormentato su la barba.
- Ohbello mio! - fece il Blandinoguardando l'Alvignani senza alcunasorpresacome se già fosse stato in compagnia di lui un'ora avanti. - Alzaalza un po' il mento: così... Quanto?
- Che cosa? - domandò ridendo Gregorio.
- Codesti collettia quanto l'uno? Troppo alti per me... Perché ridibirbante? Mi minchioni? Voglio comperarmene tre. Vieniajutami. Debbo fare unavisitae così come sono non potrei presentarmi. Arrivo adesso...
Prese il braccio dell'Alvignani che rideva ancorae s'avviò con lui.
- Oha proposito! E tu che fai qui?
- A proposito di che? - gli domandò Gregorio Alvignani rimettendosi a ridere.
- Nullanulla... per saperlo- rispose il Blandinodiventando a un trattoserio e corrugando le ciglia.
- La Camera è chiusa... - disse l'Alvignani.
- Lo so... E tu perché sei qui? Non vorrei fare un altro pasticcio... Dimmi laverità.
- Che pasticcio? - domandò Gregoriodivenuto serio anche lui e sforzandosi dicomprendere.
- Ora ti dirò... Entriamo qui- rispose il Blandinocacciandosi in un negoziodi biancheria. - Compro i colletti.
- Ho tenuto una conferenza all'Università... Fra qualche giorno riparto...
- Per Roma?
- Per Roma.
- Colletti! - ordinò il Blandino al giovine di negozio. - Cosìguardi... comequesti dell'amico mioun po' più bassi.
Fatta la comperaGregorio Alvignani propose al Blandino di andare a casa sua(Marta quel giorno non sarebbe venuta) - e si misero in vettura.
- Spiegami adesso il pasticcio.
- Ahgià! Dunqueuna conferenza? E riparti subito?
- Spero...
- Avrei preferito non trovarti qua.
- E perché?
L'Alvignani credette di comprendere; tuttavia simulò un'aria tra smarrita esorpresa. Un lieve sorriso gli si delineò su le labbra.
Da questo sorriso il Blandinose fosse stato un osservatore più acutosisarebbe accorto che l'Alvignani s'era già messo in guardia.
- Perché? Perché mi dà sospetto la tua presenza qua.
- Oh sta' a vedere ch'io non debbo più venire a Palermo! E tu perché ci seivenuto? Edi graziache sospetto?
- Non m'hai capito? - domandò il Blandinoguardandolo fiso.
- Non t'ho capito... cioèsuppongo che tu non voglia alludere... Sì? Ah sì?Ancora? Caro mio: acqua passata...
- Parola d'onore?
Gregorio Alvignani scoppiò di nuovo a riderepoi disse:
- Sai la nuova? Tu diventi più stolido di giorno in giorno.
- Hai ragione! - confermò con molta serietà Luca Blandinoscrollando il capoe chiudendo gli occhi. - Oggi più smemorato e più balordo di ieri. Non possopiù insegnare: non ricordo più nulla... Ottantaottanta e ottanta: due lire equarantaè vero? Aspettacredo che ci sia errore. Tre collettiè vero? Duelire e quaranta... ladri! Quanto mi hanno restituito? Nono - è giusto:quaranta e sessantacento - tre lire giuste. Benissimo. Dunquedicevamo?
- Quanti anni di servizio hai da fare ancora per avere la pensione? - glidomandò Gregorio Alvignani.
- Molti. Non ne parliamoti prego- rispose il Blandino. - Si tratta adesso diriconciliare Rocco Pentàgora e la moglie.
Gregorio Alvignani credette dapprima di non aver bene inteso e impallidì. Ilsorrisetto motteggiatore gli rimase tuttavia su le labbra.
- Ah sì? Come mai? Dopo...
S'interruppe: notò che la voce non era ben ferma.
- Sono venuto per questo- aggiunse il Blandinostudiandolo. - Perciò tidicevo che avrei preferito non trovarti qua.
- E che c'entro io? - fece l'Alvignani con aria stupita.
- Sta' zittosta' zitto che c'entri- esclamò sospirando il Blandino. - Manon se ne parli più... bisogna pensare alla riconciliazioneadesso.
- Sei sicuro che si farà? - domandò l'Alvignanisimulando una perfettaingenuità.
- Speriamo... Perché no? Il marito la rivuole.
- S'è persuaso finalmente? - aggiunse Gregorio Alvignani con indifferenza.
Proseguirono in silenzio.
- Vetturinodi qua: via Cubaal primo portone- ordinò finalmentel'Alvignani.
Poco dopoentrati nell'ampia stanza in cui si apriva il balcone dallabalaustrata a pilastriniripresero la conversazione.
- Sei davvero incorreggibile! - esclamòridendoGregorio. - Vuoi propriopigliarti tutte le gatte a pelare?
- Ehlo so! Ma che vuoi farci? È il mio destino. Tutti ricorrono a me. Non sodire di noe... Questa volta però... Sai che quel povero ragazzo si èammalato? È stato proprio per morire.
- Il Pentàgora? Davvero?
- LuiRocco; eh sìdi tifo... Io abitonon so se lo sainella stessa suacasa. M'ha fatto chiamare... Poverinos'è ridotto pelle e ossa: che non siriconosce più. «Professore» dice«lei deve ajutarmi... Le lettere nonservono a nulla... Lei deve andare dalla madre di Marta; le dica come m'haveduto. Io rivoglio Martala rivoglio!...» E cosìsiamo quacaro Gregorio!Speriamo di metter fine a questa storia disgraziata per tutti.
- Sìsì... - affermò l'Alvignanipasseggiando per la stanza. - È il meglioche si possa faresenza dubbio.
- Non è vero?
- Sì. Sarebbe stato meglio che nulla purtroppo fosse accadutocome nulladoveva accadere. Te lo dissi già una voltarammenti? quando avesti il coraggiodi comparirmi davanti come testimonio del Pentàgora. Egli agì allora proprioda ragazzo; volle provocarmi; io non potei più evitare il secondo scandalo delduello. Prevedevo fin d'allora questa soluzione. Ci è voluto forse troppotempo. Basta: a ogni modoora egli ripara; fa bene.
- Ma sai che luiil marito- disse il Blandino- ha tentato altre voltedopola morte di Francesco Ajaladi riconciliarsi? Non ha voluto saperne lei...
- Troppo tardi o troppo prestoforse- osservò l'Alvignani. - Perché bisognacompatire anche la mogliemi pare! Non dovrei dirlo io; ma resti tra noi;tantoormai tutto è finitoo sarà tra breve. L'hanno infamata! Se qualchecolpa... cioècolpa... non diciamo colpa! errorelievissimo errore c'èstatol'ho commesso ioe me ne sono pentito amaramente; me ne pento tuttora.Un momento d'aberrazionelo confesso: la vicinanzala simpatia vivissima... lamia vita chiusasepolta nel lavoro... un momentoinsommadi cordialeirresistibile espansioneecco! Sarei presto rientrato in memercé l'onestàdi leise tutt'a un trattocon una leggerezza incredibile da parte del maritonon fosse avvenuto quel che è avvenuto. Ah! Non bisogna trattenersi mai tantonel sognocaro mioche l'urto della realtà sopravvenga! Quante volte non melo sono ripetuto... Questo per dimostrarti che se luiil maritoper disgraziafosse mortoavrei subito riparato io al male che da ogni parte è piombato sula povera signora. Tu mi conosci: non son uomo d'avventureio! Tu stesso m'haiscritto una volta per lei una lettera un po' troppo vivaceti rammenti? Non mene sono avuto a male. Ho fatto subito per la signora quanto m'è statopossibile: pocopurtroppoin considerazione della jattura; ma tutto ilpossibile. Ora mi dài una consolante notizia. Le si renderà giustiziainteramente davanti alla società. Ecco quello che bisognerà farle intendere...Sìperché ellam'immaginonon sarà molto ben disposta a rispondere adessoal pentimento del marito. Siamo giusti! Ha troppo soffertopoverina. Lapropostavediio credo che tu debba presentarla da questo latoper riuscire!E ci vuole efficaciacalore... non mancherà a te! È proprio la via d'uscitala riparazione vera per leila provail riconoscimento dell'innocenza da partedi chi l'aveva accusata e condannata a occhi chiusi! Non ti pare? Questoquestodevi sostenere davanti a lei!
- Sìsì... - approvò distratto il Blandino. - Lascia fare a me...
- Non ti pare? - ripeté l'Alvignaniassorto ancora nel suo ragionamentocomese specialmente lo volesse persuadere a se stesso. - È proprio la finedesideratala verala giustala più naturaledel restodi questatristissima storia. Non puoi crederecaro amicoquanto ne sia contento... Tum'intendi: mi pesava su la coscienza enormemente questa condizione di cose fattaper mio incentivo a una donnasenz'alcuna ragione. Saperlapovera signoracosì sbalestrataancora giovanebellaesposta alla malignità della gente...eracrediper meun rimorso continuo... Te ne vai?
- Sìme ne vado- rispose il Blandinoche già s'era alzato.
- Vediamoci stasera... vorrei sapere... Ceneremo insieme?
Si diedero convegnoe Luca Blandino andò via. Poco dopoGregorio Alvignaniaprendo l'uscio della camera da letto quasi al bujosi sentì sul volto questedue parolecome due schiaffi:
- Vile! vile!
Diede un balzo indietro:
- Tu quaMarta!
E richiuse subito l'uscio.

 

Parte II

XII

- Qua. Ho inteso tutto- riprese Martavibrante di sdegno.
- E che ho detto io? - balbettò Gregorio Alvignani quasi tra sé.
- Mi sono tenuta le mani per non aprireper non entrare a smascherarti davantia quell'imbecille! Di qui stesso avrei voluto gridargli: «Non gli creda! Iosono quain casa sua!».
- Marta! Sei impazzita? - gridò Gregorio. - Che volevi che dicessi? Son ioforse cagionese egli è venuto a parlarmi di tuo marito?
- E t'ha chiesto forse che gl'insegnassi il miglior modo di prendermi al lacciodi presentarmi la proposta? Ahne sei contento? Davvero?
- Io? Ebbenesì; per te!
- Per me? E quale altra viltà vorresti farmi commettere adesso? Per medici? Eche sono diventata io? Ora che ti sei stancatodi' un po'vorresti respingerminelle braccia di mio marito?
- Nono! Se tu non vuoi! - negò forte Gregorio.
- Voglia o non voglia: è forse più possibileoradopo quello che è avvenutofra te e me? Hai potuto sperarlorallegrartene? Dio! Che hanno fatto di me...Che sono divenuta io? Mi hai aspettata; ci sono venutaquain casa tuacoimiei piedi; eora che mi hai avutame ne posso pure andare da quell'altro?
- Come sospetti bassamente di me! - esclamò l'Alvignaniavvilito.
- Ahio di te? E tu di me che pensise hai potuto sperare che... Ma non sai ilpeggio ancora! Ahla mia testa... la mia povera testa...
E Marta si premette forte le tempie con le mani che le tremavano.
- Il peggio? - fece Gregorio Alvignani.
- Sìsì: per me non c'è più scampoormai. Sappilo! La morte sola.
- Che dici?
- Sono perduta! M'hai perduta... Sono venuta apposta per dirtelo.
- Perduta? Che dici? Spiègati!
- Perduta: non capisci? - gridò Marta. - Perduta... perduta...
Gregorio Alvignani restò come basitoguardando fissocon terroreMartaebalbettò:
- Ne sei certa?
- Certacerta... Come ingannarmi? rispose Martalasciandosi cadere su unaseggiola. - Sono venuta per dirti questo. Come nasconderò a mia madrea miasorella il mio stato? Se ne accorgeranno... Nono: prima morire! Per forza ioora debbo morire. Non mi resta più altro.
- Che sbaraglio! - mormorò l'Alvignani annichilitocoprendosi la faccia con lemani.
- Che riparo? che rimedio? - fece Marta disperatamentetra le lagrime.
- Non piangere così! Cerchiamo insieme...
- Ahtuper telo so: per tel'avevi trovata la via d'uscita!
- Per me? Come? No... no... Non rimproverarmi ancora... Come potevo supporre?Perdonami! Senti: corro a raggiungere il Blandino. Gli dirò che... laverità!... Che non si occupi più...
- Come! E poi?
- Tu verrai con me...
- Daccapo? Vuoi straziarmi l'anima inutilmente? O me lo dici perché sai che nonposso volerlo?
- E dàlli con la diffidenza! Martaperdionon vedi che il mio dolore èsincero? Non puoi volerlo: ma tu deviadesso! Che vuoi fare?
- Non lo so... non lo so... Venire con tesìio sìpotrei ormai: sonoperduta... Ma la mamma? mia sorella? Sai che vivono di me. Posso trascinarlenell'obbrobrio? Non intendi questo? Non sai chi è mia madre?
- E allora? - domandò Gregorio con voce irritatacercando di rialzarsidall'avvilimento con la forza della ragione. - Non intendi che non c'è piùaltro scampo? O con meo con luicon tuo marito!
Marta si levò in piedialteramente.
- No! - disse. - Quest'ultima viltàno! non la commetterò mai!
- E allora? - ripeté Gregorio.
Dopo un momento di silenzioriprese:
- Con meno; con luineppure; mentre egli te ne offre l'occasioneprovvidenzialmente... Lasciami dire! Pensa: non hai il coraggio di venire conme... per tua madre e per tua sorellaè vero? Sta bene. Come ripari allora? Oti sacrifichi tu per lororiunendoti con tuo maritoo si sacrifichino loro pertee tu vieni con me. Ma dimmi: hai forse cercato tuadessoil riparo che tisi offre? No. Eglituo maritoviene a offrirtelospontaneamente.
- Sì- oppose Marta. - Ma perché? perché mi sa senza colpacom'ero primaeperché è pentito d'avermi punita ingiustamente.
- E non t'ha punita davvero ingiustamente?
- Sì.
- E dunque? Perché hai quasi l'aria di difenderlo adesso?
- Io? Chi lo difende? - gridò Marta. - Ma non posso più accusarlo oracapisci?
- Ora accusi meinvece...
- Ma teme stessatuttila mia sorte infame... - seguitò Marta.
Gregorio Alvignani si strinse nelle spalle.
- Ti stendo la mano... la respingi... Hai pure ascoltato ciò che ho detto dilà al Blandino. Se tuo marito fosse mortot'avrei fatta mia... Qual'altraprova potrei darti dell'onestà delle mie intenzioni? Ma tu vuoi per forzavedere in me uno... uno che si sia approfittato della tua sciagura! Ebbeneno!io non sono quello che tu mi stimi. Sono prontoora come semprea fare per tetutto quello che vorrai... Che altro posso dirti? Perché m'accusi?
- Me sola accuso- disse Martacupamente. - Me solache sono diventata la tuaamante...
L'Alvignania questa parolaebbe uno scatto improvviso; s'accostò a Martalaprese per le braccia.
- La mia amante? Nocara! Ahse io vedessi in tenei tuoi occhiun po'd'amore! Andrei da tuo marito; gli direi: «Tu l'hai scacciata senza colpainfamata senza ragionerovinataperché io l'amavo? e ora che lei mi amatula rivorresti? Ebbeneno! ora ella è miamia per sempretutta mia: uno dinoi due è di troppo!». Ma tu mi ami? No... La mia amanteno! E ben per questoho potuto accogliere con piacere la proposta inaspettata di una riconciliazionecon tuo marito. Ho pensato che tu non potevi durare più oltre nella condizioneche io t'avevo fattainsopportabile per te che non mi amavinon per me che tiamointendilo! Tu non mi hai mai amato: non hai amato nessunomai! o perdifetto tuoo per colpa d'altri; non so. Tu stessa l'hai detto: ti sei sentitaspinta da tutti nelle mie braccia... E oravedivedisarebbe questa la veravendettaquesta; e se io fossi in tenon esiterei un solo minuto! Pensaci!Innocenteti hanno punitascacciatainfamata; e ora che tuspinta da tuttiperseguitatanon per tua passionenon per tua volontàhai commesso il fallo- per te è tale! - il fallo di cui t'accusarono innocenteora ti riprendonoora ti rivogliono! Vacci! Li avrai puniti tutti quanticome si meritavano!
Lo sdegno eloquenteimpetuoso dell'oratore stordì Marta lì per lì. Rimase untratto a guardarlopoi gli occhi le andarono alla finestra della camera eavvertirono subito l'ombra sopravvenuta. Balzò in piedi.
- Già sera? E come faccio? È bujo... Oh Dioe che dirò a casa? Che scusatroverò?
- Quel che bisogna trovare è il rimedio- disse l'Alvignanicuponon badandoalla costernazione di Marta per l'ora tarda. - Pensapensa a ciò che t'hodetto!
- Tu ragioni- sospirò Marta- tu puoi ragionare... io... Lasciamilasciamiandareora... debbo andare... è già sera...
- T'aspetto quidomani - le disse l'Alvignani. - Qualunque cosa tu decidasappilo: pronto a tutto. Addio! Aspetta... i capelli... rasséttati un po' icapelli almeno...
- Nono... eccocosì... Addio!
Marta scappò via stropicciandosi gli occhiravviandosi i capellipensandoalla scusa da addurre per il grande ritardo con cui rincasava.
Allo svolto della vianella semioscuritàsi trovò improvvisamente di fronteMatteo Falcone.
- Di dove viene?
- Lei! Che vuole da me?
- Di dove viene? - ripeté il Falconequasi sul volto di Marta.
- Mi lasci passare! Chi le dà il diritto d'insolentire la gente per istrada? Fala spia?
- Io la svergogno! - ruggì tra i denti il Falcone.
- Villano! Si approfitta d'una donna sola?
- Di dove viene? - fece ancora una volta il Falconefuori di sé dalla gelosiatentando di ghermire un braccio di Marta.
- Mi lascivillano! o grido!
- Gridilo faccia venir giù! Sono cosìma ho polsiperdioda storcergli ilcollo come a un galletto! È quel biondo mingherlino dell'altra volta?
- Sìmio marito! - fece Marta. - Vada a trovarlo!
- Suo marito? Come! Quello è suo marito? - esclamò il Falconeinterdettostordito.
- Mi si tolga dai piedi... Non ho da rispondere a lei...
Marta prese la via precipitosamenteseguita dal Falcone.
- È suo marito? Senta... senta... Mi perdoni....
- Vuol mettermi alla disperazione? - gli gridò Marta voltandosi e fermandosi unistante.
- Non si disperi... Sono io il disperato! Mi perdoniabbia pietà di me...merito compassionenon disprezzo... Non sono io il mostroil mondo è unmostromostro pazzo che ha fatto lei tanto bella e me così... Mi lasci gridarvendetta! Ripari leiin odio a questo mondo pazzo! Faccia lei la mia vendetta!È una vendetta... è una vendetta...
Marta tremava tuttadi sdegnodi pauracorrendo: s'era lasciato dietro ilFalconeche gridava gestendo in mezzo alla via deserta:
- Vendetta! Vendetta!
Le finestre si schiudevanola gente usciva dalle case terrene: in breve ilFalcone fu circondato.
- Un pazzo! - si gridò dalle finestre.
Marta si voltò un momentoe vide nell'ombra come una mischia: il Falconeinveiva contro la gente che tentava d'afferrarlovociando; urlavadivincolandosi. La strada s'animò d'accorrenti. Marta si diede a correre ingiùin giùverso casamentre nella suprema agitazioneun pensiero scioccopuerile le suggeriva: «Dirò che mi sono sentita maleal Collegio...».
Quando si fu di molto allontanatagià presso Porta Nuovasi fermò un trattocome se la paura avesse dato a tutto il suo corpo un freno violento. Non avrebbefatto il Falconenella pazzia sopravvenutail nome di lei?
Marta sentì aprirsi come un abisso dentro il pettoenella turbinosadissociazione d'idee e di sentimentirestò perplessa un attimose tornareindietro o proseguire verso casa. Un'incosciente energia la sorresse: nonpensavanon sentiva più nulla; riprese ad andare in giùcome seguendo ilpensiero che dentro il cervello le ripeteva: «Dirò che mi sono sentita maleal Collegio...».

 

Pira II

XIII

Entrandoil giorno dopotrepidantenella sala d'aspetto del CollegioMarta vi trovò la vecchialinda Direttrice che conversava col Mormoni e colNusco.
- Ha saputosignora?
- Che cosa? - balbettò Marta.
- Il povero professor Falcone!
- Falcone... La signora lo sa: era da aspettarselo! - esclamò Pompeo Mormonitrinciando in aria uno dei soliti gesti.
- Impazzito! - riprese la Direttrice. - O almeno ha dato segni d'alienazionementalesu la pubblica viajeri sera.
Marta guardava negli occhi ora la Direttriceora il Mormoniora il Nusco.
- S'è messo a urlare- aggiunse questisorridendo nervosamente. - Poi s'èaccapigliatodiconocon la gente che gli s'è fatta intorno...
- Dove si trova adesso? - domandò al Mormoni la Direttrice.
- Forse al manicomioo almeno... Jeri seradapprimalo condussero inquestura. Ubriaco non era: non beve vino; ma ritornava forse da Montecuccioperché lui... già! con quei piedi... è solito di fare queste amenissimeascensioni: il sole gli avrà dato alla testao chi sa che grillo gli saràsaltato; gridava vendetta.
- Speriamo che a quest'ora- augurò il piccolo Nusco- sia rientrato in sépoverino!
- Sì- fece la Direttrice- e intanto? siamo giusti: io vi confesso che oraavrei paurase dovesse ritornare qui tra le mie alunne. Voglio sperare che lomanderanno altrovedato che ritorni in sensicome gli auguro.
«Perderà il posto!» pensava Martaascoltando. «Anch'io perderò ilposto...»
E impartì quel giorno le lezioni quasi automaticamentecon l'anima di trattoin tratto percossainvestitatrascinata via dai violenti pensieri tra cuis'era dibattuta angosciosamente l'intera notte.
L'idea della mortesprizzata tra le strette dei due partiti odiosi propostidall'Alvignanil'aveva dominata durante tutta la nottee continuava adominarla. Ma l'immagine dell'attuazione la riempiva ancora d'orrorele davaquasi la vertigine. Contro la tenebra invadentetremava ancora in lei unbarlume di speranza: che ella cioè non fosse davvero nello statoin cuipurtroppoper tanti segniaveva argomento di temere che fosse. Questo barlumedi speranza apriva nel bujo orrendo una pallida via d'uscital'unica. Ahconquale impeto avrebbe voluto slanciarvisi! Trattenutacome sotto un incuboforzava gli occhi a scrutare questa via solitarialontana dall'Alvignanilontana dal marito; e anelavae spiava nello stesso tempo in sénel suocorpoqualche accenno che le désse cagione di sperare.
Rientrando in casadopo le lezionivi trovò a visita i Juègl'inquilini delsecondo piano.
Subitodagli occhi della madre e della sorellas'accorse che il Blandino eragià stato da loro. Gli occhi della madre brillavano; il volto accesoallavista di leile si ilarò a un trattocontenendo a stento l'esultanza difronte ai due importuni.
Avendo Marta detto alla Juè d'essersi sentita e di sentirsi ancora poco benequesta esclamòrivolgendosi alla signora Agata:
- Sturbi di stagionesturbi di stagionesignora mia; non ne faccia caso. Mezzacittà ne soffre... Noi abbiamo nella casa in via Benfratelli quella signora dicui le ho parlato una voltasi rammenta? quella poveretta divisa dal marito.Ebbenea letto anche quella! L'altro ieri Fifo è andato a riscuotere quel po'di pigione che ci paga (una miseria) esi sa... è dovuto tornar via a manivuote... Ahse sapesseSignora miaquel che ci tocca soffrire col cuore cheabbiamoper questa benedetta casa... Diglielo tuFifo...
Il Juèseduto con le gambe e i piedi unitile braccia conserte al pettosispiccicò per ripetere la sua frase favorita:
- Cristo solo lo sa!
Poco dopomarito e moglie «sospesero l'incomodo». Appena andati vialasignora Agata buttò le braccia al collo di Marta e se la strinse forteforteal senobaciandola più e più volte in fronte:
- Figlia miafiglia mia; tieni! tieni! Ecco il premio. Ti si rende giustiziafinalmente!
Gli occhi le si riempirono di lagrime e proseguì:
- A tuo padresant'animaquella seranon glielo dissi io? La luce si farà;l'innocenza di tua figlia sarà riconosciuta! Aspettaaspetta... Ahse eglivivesse ancora! Non piangerenon piangerefiglia mia... Che hai? Oh DioMartache hai?
Marta s'era lasciata cadere su una seggiolapallidafoscatutta tremante.
- Sai che mi sento male... - mormorò.
Sìma ora non bisogna piangere più! - riprese la madre. - Sai chi è stato danoi questa mattina? Tu forse non lo conosci: il Blandino... il professorBlandino. E sai perché è venuto? chi l'ha mandato? Tuo marito! Sai ch'egli èstato per morire?
- Lo so - disse Marta con le ciglia aggrottate.
- Lo sai? come lo sai?
- Me l'ha scritto Anna Veronica.
- Ahdi nascosto?
- Sìgliel'ho raccomandato ioche non parlasse mai di lui nelle sue lettere avoi.
- Sìsìma ora... Di'sai forse pure...?
Martalevandosi con penaabbattuta:
- Vuole riconciliarsiè vero? - disse.
- Sìsì- affermò con gioja la madre. Ma le cadde subitoquella giojadifronte al cupo aspetto di Marta.
- Ti pare possibile ormai? - domandò questalasciando cadere le parole eguardandola negli occhi.
- Come! Perché? - esclamò la madrestupita.
- Perché? Egli mi rivuole; non lo voglio più io.
- Come! e non pensi... ma come? - balbettò la madre. - Se questa è per te lariparazione! Non vedi che ti si rende giustizia in faccia al mondo? E vuoiricusarti? Come?
- Giustizia... riparazione... - la interruppe Marta. - Tu ci credimamma?
- Come no? Se il Blandino è venuto qua...
- Ahche il Blandino sia venutolo so... Mammaè inutile! Io dico: credi tuche quello che mi hanno fattoprima luiRoccopoi il babbosia riparabile?Nomammano: non si ripara... Io rimarròstanne pur certaquella che sononé più né menonel concetto della gente... Sai che si dirà? Si diràch'egli ha perdonato; nient'altro! e rideranno di luicome d'un imbecille... Iosarò sempre la colpevole... E come no? «Se fosse stata davvero innocente»diranno «e perché dunque il padre si sarebbe rinchiuso dalla vergogna per mesie mesi al bujoin una camerafino a morirne? E perché il marito lascacciò?» Mae poi! riparazionesìe il babbo a tea Mariachi ve loridà? E tutto quello che abbiamo patitochi ce lo leva dal cuore? Ma sulserio? Sono strappiquestiche si rattoppanoforse? Nomamma. Io non debboné posso accettare il pentimento di lui.
- Ma se egli ora riconosce pubblicamente il suo torto?
- Nessuno gli crederà.
- Nessuno? Ma tuttifiglia mia! Chi avrà più diritto di parlarese lui tirende giustizia? Ohfiglia miae credi che la gente non sappia che tu seiinnocente?
Marta si sentì mancare sotto lo sguardo della madre e della sorella rimastamuta ad ascoltare.
- Sì... sì... - disse. - Ci penserò; lasciami pensare... Ora non posso dirtinulla.
- PensacipensaciMartaper carità! Vedrai che è giusto e addiverrai... nesono certa! Intantodi'al Blandino che risposta debbo dare?
- Nessunaper ora. Digli... digli che ho bisogno di tempo per riflettereecco... Mi si dia temporifletterò.
Ma che riflettere? Aspettare che quel barlume di speranza smorisse di giorno ingiorno e il bujo e il vuoto s'estendessero vieppiùdentro e intorno a lei.
Presto riconobbe che nessuna illusione era più possibile. E cosìdi fronteall'orrore che l'idea della morte le incutevasi vide costretta a decidere.
Nessuna distrazioneneppure momentanea. Da tutte le parti si vedeva strettaspinta. La sua esistenza non potevanon doveva contare più che pochi giorni:unoduetre giorni ancora... e poi? Il sangue le s'agghiacciava nelle vene. Siritraeva dal balcone per paura che un'improvvisa tentazione non la spingesse atroncare subito quell'agonia. Oh nono: quella morteno! Ma armiin casa nonce n'erano. Un veleno! Meglio morire di veleno. Come procacciarselo?
Farneticavae le ultime energie vitali si appigliavano a queste difficoltàmateriali; le ingrandivano. Sentiva nelle altre stanze parlare la madree sidomandava: «Come farà? Avranno pietà di lei e di Mariaquando io non saròpiù?». Ma perché la madre considerava come premio e compenso alle sciagure ilpentimento del maritola proposta di riconciliazione? Avrebbe voluto gridarle:«La chiami giustiziatu? Mi credi innocentee chiami giustizia il pentimentodi chi m'ha infamata senza ragione? E se io fossi ancora veramente come tu micredidi che mi compenserebbe questo pentimento? Ahti pare che possasorridermi l'idea di ritornare a vivere in compagnia d'un uomo che mi ha fattotanto male e che non m'intendeche io non stimo e non amo? Sarebbe questo ilpremio della mia innocenza?».
Volle recarsi un'ultima volta dall'Alvignani. Non s'illudeva; ma... chi sa!forse eglipensandoparlando col Blandinoaveva trovato qualche altro scampo.
- Stavo a scriverti! - le disse Gregoriovedendola entrare. - Ecco lalettera...
Marta stese la mano per prenderla.
- Noè inutileora... La lacero: pazzie! Non sei più venuta...
La guardò; le lesse in fronte la disperazionee aggiunse:
- Povera Marta!
Poi le domandòma quasi senza speranza di risposta:
- Hai deciso?
Marta sospirò aprendo le mani a un lieve gesto desolatoe sedette.
Egli tornò a guardarlae sentì tutta la gravezza enormeinsopportabile dellaloro situazione. Quel silenzioquell'inerte irragionevolezza opprimente lourtarono. Per scuoterladisse:
- Verrai con me?
Ma ella si voltò solamente a guardarlo. Poi chiuse gli occhi e reclinòindietro il capocon disperata stanchezza.
- Nulladunquenulla- disse- non hai trovato nulla?
- Ma che vuoi trovare? - s'affrettò a risponderleappassionatamente. - Giornoe notte ho pensato a te; ho aspettato che tu venissi... È inutile cercareMarta! Guardati scrivevo proprio questo: «Decididecidi presto: non c'ètempo da perdere; ne hai perduto già troppo... Da' una risposta al Blandinodigli subito o sì o noe se no...». Guardae qui ti proponevo... Vuoileggerlo tu?... Leggileggi...
Marta prese la lettera ch'egli le porgevaindicandole il punto da cui dovevacominciare la lettura; ma dopo alcuni righi abbassò la mano su le ginocchia.
- Leggi fino in fondo! - la esortò egli.
Marta si rimise sotto gli occhi la lettera. Per quanto mal prevenutaleggendoespresse sul volto l'ansia con cui cercava su quel foglio una parola che lefacesse nascere un pensiero non ancora sorto in lei; l'ansia con cui unviandantemoribondo per setepuò cercare nel letto petroso d'un torrente unfilouna goccia d'acqua. Ed erano come aridipesanti sassi per lei quelleparole dell'Alvignani: le rimoveva senza trovarvi nulla sotto; e accennavadesolatamente di nodi nocol capo.
Terminata la letterasi levò in piedi sospirandosenza dir nulla.
- Che ne pensi? - le domandò lui.
Marta si strinse nelle spallee restituì la letteraesclamando:
- Non ripigliamo la discussione inutile dell'ultima voltaper caritào il miocervello...
- Ma che vuoi fare?
- Non vedi? Che altro mi resta da fare?
- Tu sei pazza!
- Pazza? Avrei dovuto farlo molto tempo primaquando viveva ancora mio padre...E allora... allora non sarebbe stato brutto come adesso! Ora sono con le spalleal muro.
- Ti ci metti tu! - rimbeccò duramente l'Alvignani.
Le prese ambo le manie seguitò:
- Ma ragiona con me. Chi dev'essere punito? Devi essere punita tuforse? Luiluilui!
- E come? - disse Marta. - Col mio inganno? Non sarebbe più per lui lapunizione; sarebbe mia! Non vedinon senti che mi fa orrore? Per meper me mifa orrore! Non lo intendi? Se io fossi una cosa... Ma io pensoio so che sonostata con teso come sono... e non possonon posso: mi fa orrore!
- Non è possibilesenti- le disse allora l'Alvignanilevandosirisoluto-non è possibile che io ti lasci compiere cosìsapendoloun doppio delitto.Dunque tu non pensi più neanche a tua madrea tua sorella? Io scriverò!
- A chi? - domandò Martascotendosi.
- A luia tuo marito- rispose l'Alvignani. - Non posso lasciarti solaabbandonarti a te stessaalla tua disperazione...
- Sei pazzo? - lo interruppe Marta. - Che vorresti scrivergli?
- Non lo so. Mi detterà la coscienza. So questo soltantoche tu non sei lacolpevole. O su me o su lui deve cadere la punizionee chi di noi due restaripari!
- Follie! - esclamò Marta. - No... senti... senti...
S'interruppe: un'idea le balenò in mentee subito il volto le si rischiaròquasi sorrise.
- Non scrivere tu- riprese. - Gli scriverò io... Lascia che gli scriva io...Ho trovato! Ho trovato!
- Che cosa? - domandò ansiosamente Gregorio. - Che gli scriverai?
- Ho trovato! - ripeté Martacon gioja. - Sìcosì si aggiusterà tutto...Vedrai! Poi ti dirò... Ora lasciami andare...
- Nodimmi prima...
- Poipoi... - fece Marta. - Tutto si aggiusteràti dico... Lasciamiandare... Te lo dirò poi... Promettimi che tu non scriverai!
- Ma io vorrei sapere... - opposeperplessol'Alvignani.
- Non hai nulla da sapere. Lascia fare a me... Promettimi...
- Ebbene: prometto... Quando ritornerai?
- Presto. Non dubitare: ritornerò. Ora addio!
- Addio! A presto!
Marta andò via; estrada facendo verso casal'idea che le era balenata inmenteman mano assunse forma concretaprecisa. Nello stato d'esaltazionequasi di delirioin cui si trovavanon vedeva l'assurdo del rimedioimprovvisamente concepito. E diceva tra séandando: «Io non accetto il suoperdonoil perdono di chi avrebbe invece da pentirsi... Non l'accetto... Unapunizione me la merito. Sta bene! Me la darò. Ma una riparazione a tutto ilmale ch'egli mi fece primaingiustamente... una riparazione egli me la deve...Bene: io mi tolgo di mezzoe quand'io mi sarò tolta di mezzonon potrebbesposare mia sorella? Maria è saggia... Maria è buona... lo farà per lamamma... faranno una sola famiglia con la mamma... E così tutto sarebberiparato...».
Andava in frettaparlando tra sé; si sentiva come alleggerita da un pesoenorme; si guardava intorno con gli occhi lucidissimiilarie quasi ridevadavvero a ogni cosa in cui lo sguardo s'imbattesse. Le pareva che una perfettacalma le si fosse fatta nello spirito.
E in tale stato d'animo rincasò.
- Hai decisoMarta? - s'arrischiò a domandare la madre.
- Adessomamma- le rispose. - Ci ho pensato a lungo. Debbo scrivergli. Nondubitare: stasera o domani gli scriverò. Penso a voi!
- A noi? Ma devi pensare a tefigliuola mia... Vedi come ti sei ridotta?
- A me e a voi... - disse Marta. - Non dubitare.

Parte II

XIV

Aveva preso sonno sul far del giorno. Durante la notteaveva formulato lalettera per il maritovagliando ogni parolaescludendo ogni frase di tenerezzaper sédi recriminazione per lui. S'era poi messa a immaginare la vita deglialtri senza di leiminutamente; il piantola disperazione della madre e dellasorella; il conforto ch'egliil maritosarebbe accorso a recare; il rammaricola maraviglia dei conoscenti; il compianto... poicon l'andar dei giornilacalma desolata in cui il cordoglio s'assopisce; e man mano le strane piccolesorprese nel vederenel sentire che la vita ha seguito e segue tuttavia il suocorsoe noi... noi con essa. I morti? I morti sono lontani...
Dopo due ore appena di sonnosi svegliò tranquillissimacome se l'animoavessedurante il breve riposoespulso la determinazione violenta. Né diquesta calma si stupì: a lungo aveva pensatoa lungo discussoe aveva pensatospecialmente ai suoi: nessun rimorsodunque; era preparatagià pronta. Dopocolazione avrebbe scritto la lettera; eccoe poiverso serasarebbe uscitaper impostarla con le proprie mani; e poi... poi non sarebbe ritornata più acasa. Ormai ogni difficoltà circa al modo di darsi la morte le apparivapuerile: si sarebbe recata in prossimità della stazione ferroviariae giùcol capo tra le ruote d'un treno; o alla spiaggiaper annegarsi in qualchepunto deserto.
- Che bel tempo! - disse a Mariauscendo dalla camera. - Avevo lasciato gliscuri accostati per svegliarmi appena fosse giorno... aspettaaspetta: ilgiorno non spuntava mai...
Il cielo infatti era coperto e minacciosola prima voltadopo tanta stagioneserena.
Marta quel giorno fu dolcissima con la madre e con la sorellain ogni parolain ogni sguardo. Fu quasi allegra a tavola. Terminata la colazioneannunziòalla madre che avrebbe scritto al marito.
- Sìfiglia mia... Dio t'assista!
La madre era sicura che Marta accondiscendeva alla riconciliazione; e con Mariaattese tranquilla alle consuete faccende domestiche.
Nel pomeriggio il cielo s'incaverò: nubi gravide di temporale s'addensarono sula cittàe si levò un gran vento. A ogni sbuffoi vetri delle finestreurtati con violenzapareva dovessero fragorosamente cedere alla furia; e sùla porticina del terrazzo sbatteva a quando a quando. Guizzò a un trattonellatetraggineun lampo vivissimo e quasi contemporaneamente il tuono scoppiòsquarciando l'aria con formidabile rimbombo. Marta cacciò un grido fuggendodalla camerae andò ad aggrapparsi alla madre tremando a verga a vergapallidaconvulsa.
- Hai avuto paura? - le disse la madrecarezzandole i capelli. - Vedi come seinervosa? Che bambina!
- Sìsì... - fece Martascossa da brividi che diventarono singhiozzi. - Nonè possibile che scriva oggi... Scriverò domani... Tremo tutta...
- Sta' qui con noi- le consigliò Maria.
Star lì con lorolìin quella cucinetta raccoltaassaporando la vitafamiliarechiusaristretta e santala vita che non era più per lei!
Aveva lacerato tanti e tanti fogli di carta: la lettera facilmente formulatanella delirante esaltazione della nottele era parsasul punto di scriverlaquasi inconsistente. S'era messa a pensare per riformularla; invano! lo spiritole rimaneva attonito; arido il cervello; e intanto il corpo smaniava sottol'imposizione della volontà. Sentiva il corpo l'incombente minaccia del tempol'elettricità vibrante nell'ariala violenza del ventoe gli occhi si eranovolti a guardar fuori. Si era veduta allora in preda a quel ventolungo laspiaggia desertacol mare mossorabbiosourlante sotto gli occhi; si eraveduta in cerca d'un luogo acconcio per buttarsi a quelle onde torbideorrendegiù; e mentre con l'animo sospeso seguiva quasi i suoi passi fino all'ultimofino al punto di spiccare il saltoera guizzato un lampoera scoppiato iltuono.
Un momento doporideva istintivamente alle parole della madre e di Mariachela calmavanoscherzando su la paura da lei avuta.
La sera precipitò orrenda su la città. Martala madre e Maria stavanoraccolte a cenaquando una forte scampanellata alla porta fece loro a un tempoesclamare:
- Chi sarà a quest'ora?
Era donna Maria Rosa Juèla quale entrò con le mani per ariascotendo latesta e gridando:
- Signora mia! signora mia! Che ho da dirle! Càpitano tutte a me! E che v'hofattoSignore Iddioche v'ho fatto? Quella poveraccial'inquilina mia aiBenfratelli... Signora miasta per morire... Gesù! Gesù! Gesù! Muore lìcome una cagnasalvo il santo battesimo... Le ho mandato il medico a mie spese;le ho comprato le medicine: imposturesignora miache non servono a nullamatanto perché non si dica che sia mancata per noi... Non ci ha pagato lapigione... Basta... Ora io dico: qualche parente questa poveraccia ce l'avràdeve avercelo laggiùnel loro paese... Non parlo per la miseria della pigionedel medicodelle medicine... ma per il funeralesignora mia! chi deve mandarlaal camposanto? Io e Fifo abbiamo fatto già troppoper caritàper amor diprossimo... Con questo tempacciopoi! Ventosignora miache si porta via lecase... Siamo tornati un momento per prendere un boccone in fretta e furia...andiamo di nuovoadessoper stare a vegliarla magari tutta la notte... Come sifa? Siamo cristiani! Ahi maritii mariti! Non parlo del mio: ioper graziadi Dioindegnamenteduesignora miauno meglio dell'altro: la sant'anima equesto che è il ritratto di suo fratellotal qualelo stesso cuore. Ciroviniamosignora miaper il buon cuore... Possono scrivere loro a qualcunose conoscono qualche parente laggiù?
- Sìal figlio... - rispose la signora Agatastordita dalla furia con cui laJuè aveva parlato e dall'annunzio inatteso.
- Come! - esclamò donna Maria Rosa. - Quella poveraccia ha un figlio? E ilfiglio la lascia morire cosìcome se fosse una cagna? Ahi figlii figlipeggio dei mariti! Gli scrivanoper carità; gli scrivano che è proprio agliestremi! Questa sera stessa le faccio dare i sacramenti... Siamo cristianisìo no? È carne battezzata!
- Vengo con lei- disse Martalevandosi da sedere.
La madre e Maria si voltarono a guardarla.
- Vuoi andar tu? - domandò la madre. - Ti senti così maleMartae con questotempo...
- Lasciami andare... - insisté Martaavviandosi per la camera.
La signora Agata non s'oppose più; ammirò la figlia che rispondeva cosìconun atto di generositàal male che il marito le aveva fatto. E le parve che conquella visita alla suocera moribonda Marta volesse rispondere al pentimento delmaritoe suggellare la pace.
Martainvececercando il cappellino e lo scialle nella camera al bujopensavatra sé: «Sarà una vittima anche lei. Voglio vederlaconoscerla...».
- Eccomi pronta.
- Si appunti bene il cappellinoanzi lo lascidia ascolto a me- le suggerìdonna Maria Rosa. - Lo scialletto in capocome ho fatto io.
Don Fifo attendeva sul pianerottolo del secondo pianomorto di freddocon lemani in tascail bavero alzato.
Appena fuori su la viaMarta sentì la straordinaria furia del vento cheruggiva per la stradacome se volesse portarsi via tutte le case. Guardò inaltoil cielo sconvoltocorso da enormi nuvole squarciatetra cui la lunascoprendosi di tratto in trattopareva fuggisse impauritaprecipitosamente. Lavia era quasi al bujo: alcuni fanali erano stati spenti dal ventoche sulpoggetto del Papireto aveva anche spezzato un albero e gli altri agitavastorceva. Le vesti impedivano alle due donnecurve contro la furiad'andarespeditamente. Don Fifo teneva con ambo le mani le tese del cappellucciosprofondato fin su la nuca.
Alla svolta del Duomosul Corsoun non mai visto spettacolo: un fragorosotorrentecrescevole sempredi foglie secche rovinava vorticosamentecome seil vento avesse strappato tutte le foglie delle campagne e via con impeto dirabbiain un veemente eccesso di distruzione se le trascinasse da Porta Nuovagiùgiùfino al marein fondo.
Le due donne e don Fifo furono presi dal turbine a le spalle e spinti di corsain giùquasi sollevati con le foglie. A un tratto don Fifo cacciò un gridoeMarta lo vide saltare come un grillo e precipitarsi dietro il cappello sparitoin un attimo tra le foglienel turbine.
- LascialoFifo! - gli gridò dietro la moglie.
Ma anche don Fifo sparve nel turbine delle foglienel bujo.
- Di quadi qua! - disse la Juè a Martascantonando per via Protonotarochenon imboccava il vento e in cui una moltitudine di foglie s'era come rifugiata.- Andrà a ripigliarsi il cappello a Porta Felicese pure lo arriva! Ci volevaanche questaci voleva! Il cappello nuovo!
Traversarono la piazzetta dell'Origlionee presto furono in via Benfratelli.
- Eccoentriè qua- riprese la Juècacciandosi in un portoncino.
Salirono la scala erta e stretta al bujofino all'ultimo piano. La Juè trassedalla tasca una grossa chiavevi soffiò nel bucocercò a tasto la serraturae aprì la porticina. Subitoaprendogridò:
- Gesummaria! Le finestre!
Le tre stanzeche componevano la miserrima dimora della moribondaerano invasedal vento che aveva sforzato le imposte e rotto i vetri. La candela nella camerada letto s'era spentae nel bujo rantolava spaventata Fana Pentàgora.
- I vetri! anche i vetri... tutti rotti! A voi l'offroSignorein penitenzadei miei peccati! - esclamava la Juè mettendo nelle braccia tutta la forza perrichiudere le imposte contro il vento.
Marta era rimasta su la soglia raccapricciatacon gli orecchi intenti alrantolo mortale della moribonda.
Richiuse le impostequel rantolo divennenel silenzioinsopportabile.
- E i fiammiferi? - esclamò donna Maria Rosa. - Ce l'ha Fifo che corre dietroal cappello e lascia noi qua al bujonell'imbarazzo. Ah che uomo! Tuttol'oppostocerte voltedi suo fratellosant'anima! Vado a cercare in cucina...
Marta si accostò al lettoa tentoniquasi attirata dal rantolo. Fece perappoggiare le mani sul letto e subito le ritrassecon vivissimo ribrezzo: avevatoccato il corpo della giacente; si chinò su lei e la chiamò sottovoce:
- Mamma... mamma...
Solo il rantolo angoscioso le rispose.
- Sono la moglie di Rocco... - riprese Marta.
- Rocco... - parve a Marta d'udir balbettare dalla moribondanel rantolo.
- La moglie di Rocco... - ripeté. - Non abbia più paura: ci sono qua ioora.
- Rocco- fece questa volta veramente la moribondasospendendo il rantolo.
Il silenzio diventò pauroso.
- Zittazitta! - riprese Marta in tono d'amorevole ammonimento. - C'è lapadrona di casa...
Uno zolfanello accesoriparato da una manosi moveva nel bujocome un fuocofatuo.
- Dov'è il lume? Eccolo!
Donna Maria Rosaacceso il lumerimase con le dieci dita delle mani aperte peraria.
- Dioche schifezza! Mi sono tutta insozzata in cucina... Guardateguardateche babilonia qui!
I frantumi dei vetri della finestra erano schizzati fino in mezzo alla camera.
Intanto Marta osservava con raccapriccio la moribonda che moveva lentamente latesta affondata nei guancialicercando con gli occhi smortiattonitinellacameracome stupita dal lume e dal silenziodopo la tenebra e l'urlo delvento. Aveva una grossa maglia nella luce dell'occhio destroe la pelle tuttadella faccia e specialmente il naso punteggiato di nerelliniche spiccavanonell'estremo palloremadidoopaco del volto. I capelli grigiruvidiricciutiabbondantissimi erano arruffati sul guanciale ingiallito. Gli occhi diMarta si fermarono su le mani enormida maschioche la moribonda tenevaabbandonate sul lenzuolopiù sporco della camicia aperta sul seno seccoossutoorribile a vedere.
- Rocco... - mormorò ancora una volta la moribondafissando lungamente gliocchi in volto a Martacome assetata.
- Che dice? - domandò la Juè curvacon la veste alzata fin sopra ilginocchiomentre si tirava sopra la gamba tozzatostala calza ricaduta su lafiocca del piede.
- Chiama il figlio... - rispose Martariaccostandosi alla giacenteper dirle:- Verrànon dubiti... Ora gli scrivo che venga subito...
Ma la moribonda non comprese e ripeté con fievolissima vocecercando con gliocchi intorno per la stanza:
- Rocco...
- Un telegrammaè vero? - disse la Juè. - Andrà Fifo al telegrafo... Nonc'è tempo da perdere. Eccoqui nel cassetto ci dev'essere carta e l'occorrenteper scrivere... Mio Dioche puzzo... sente? Che è che puzza così in questacamera?
Era sul tavolinopresso la finestraun bicchiere a metà pieno d'una misturaverdastraesalante un pestifero odore.
- Ahtu? - fece la Juèadditando con l'indice tozzo il bicchiere- adesso tibutto via!
Marta accorse:
- Noche è?
- Sarà veleno- fece donna Maria Rosanotando l'ansia di Marta.
- Può servire...
- Che vuole che serva piùcara lei... Ci appesterebbe tutta la notteinutilmente...
E andò a buttarlo in cucina.
Marta s'appressò al tavolino per scrivere il telegramma. Scrisse semplicementecosìquasi senza pensare: «Tua madre sta male. Vieni subito. Marta».
- Ahlo conoscete intimamente? - osservò la Juèleggendo il telegramma. -Sono forse parenti?
Marta arrossìconfusae chinò più volte il capo in segno affermativo. DonnaMaria Rosa notò quella confusione improvvisa e quel rossore e sospettò che cidovesse esser sotto qualche cosa.
- E già... paesani... - disse. Equasi per cancellare la domanda indiscretaaggiunse: - Venisse subitoalmeno...
Udirono picchiare alla porta.
- Ecco Fifo!
Don Fifo entrò col capo scopertoi capelli per ariaesclamando esasperatocon larghi gesti delle braccia:
- Non era cappelloera diavolo!
- Sìva bene... - gli disse la moglie. - E adesso scappa al telegrafo! Ci sonoanche i vetri della finestra rotti!
Don Fifo diede un balzo indietro.
- Io? al telegrafo? adesso? Neanche se mi fanno papa!
- Sciocco! Ti dico che ci sono anche i vetri della finestra rotti! - ribattéarrabbiandosi donna Maria Rosa. - Scappa al telegrafo!
- Oh Cristo mio! - sclamò don Fifo. - Fuori ci sono tutti i diavolidell'inferno scatenati... Dove vuoi che vada? Debbo andare senza cappello?
- Ti metterai in capo il mio scialle...
Don Fifo guardò Marta e aprì la bocca a un sorriso da scemo:
- Sìlo scialle... per far ridere la gente...
- Chi vuoi che ti vedaa quest'oracon questo tempo? Sùsù.
E gli buttò lo scialle in capoaggiungendo:
- Poi te n'andrai a casaa dormire.
- Solo? - domandò don Fiforassettandosi in capo lo scialle.
- Hai paura?
- Pauraio? Non so che voglia dire... Ma tu quaio là... nienteguardapiuttosto me ne starò li in quel cantuccio... Abbi pazienza: vado e torno.
Scappò. Tornò dopo circa mezz'ora. Marta spiava acutamente la moribondaches'era ancora inabissata nel letargo. La Juèall'altro lato del lettoerta sulbusto protuberantegià pisolava. Don Fifo la guardò un pocopoi si rivolse aMarta e disse piano:
- Se Dio liberisi mette a ronfare...
Scosse forte le braccia con le pugna chiusee soggiunse:
- Trema la casa!
Non aveva finito di dirloche donna Maria Rosa tirò il primo ronfospalancando la bocca. Don Fifo accorse e la chiamòscotendola lievemente:
- Mararrò... Mararrò...
- Ah... che è?... che vuoi?... Hai spedito il... Va bene...
- No... ti dico... - osservò timidamente don Fifo. - Fa' piano... eccolamalata...
- Non mi seccareFifo! - lo interruppe donna Maria Rosaricomponendosi adormire.
Don Fifo si strinse nelle spalle e alzò gli occhi al soffittosospirando.
Poco dopodormiva anche luipresso la moglie che ronfava formidabilmente; eanche lui a poco a poco si mise a ronfarema d'un debole timido ronfolinoaccompagnato da un tenero sibilo del naso. Moglie e marito parevanoquella unbombardonequesti un violino con la sordina.
Marta rimase assorta nella contemplazione della moribonda; orribile immaginedell'imminente suo destino.
«Domani egli verrà» pensava. «Mi vedrà qui; crederà che io voglia e possaaccettare la sua proposta. Non ho pensato a luivenendo; ma egli forsequandosaprà tuttosospetterà ch'io sia venuta apposta per intenerirlo. Nonodomattinaprima ch'egli giungaandrò via... per non farmi vedere... Andròvia...»
Si levava da sedere; si accostava in punta di piedi alla giacente che parevagià morta; si chinava con l'orecchio su lei per accertarsi se respirava ancorae tornava a sederea pensare:
«Com'è placida! E muore... La morte è già dentro di leidentro il suo corpodormente... Andar via? Noio non posso andar via... debbo prima parlargli... aogni costo... Col mio sacrifizio debbo ottenere ch'egli faccia il suo dovere:ajuti mia madre. Dunquemi trovi quipresso la sua! Gli dirò tutto...tutto...»
Il lume moriva sul tavolino lì accanto. Le ombre dei due dormentis'ingrandivano e balzavano di tratto in tratto al singultare della fiammellasula parete. Marta ebbe paura del bujo imminente e si alzò per svegliare la Juè.
- Il lume Si spegne...
- Che fa? Ahsi spegne?... Facciamo così...
Si alzòandò barcollando al tavolino e soffiò sul lumesoggiungendo:
- Puzza... Non c'è petrolio... Dov'è la mia seggiola?
- Ahi! - strillò don Fifo. - M'hai assassinato un piede!
- La mia seggiola... Eccola! PazienzaFifo mio: domani sera speriamo di dormirenel nostro letto... Tantosarà giorno tra poco...
Un galloinfatticantò poco dopo nel silenzio. Martainvolta nel bujotesel'orecchio. Un altro gallo rispose da più lontanoall'appello; poi un terzoancora da più lontano. Ma non appariva indizio di luce attraverso le fessuredelle imposte.
Finalmente spuntò il giorno. La Juè Si svegliòstiracchiandosi e quasinitrendo; poi domandò a Marta notizie della moribonda. Don Fifoin uncantucciocon la testa china sul pettole braccia consertele gambe unitemiserinorestò a trar soloscompagnatoil timido ronfo col sibiletto infine.
- È fredda! è fredda! - fece la Juè ancor mezzo insonnolitacon una mano sula fronte della moribonda. - Bisogna mandar subito per un prete... Fifo! Fifosvégliati!
Don Fifo si svegliò.
- Corri subito qua a santa Chiara... o questa infelice morirà senzasacramenti... Mi sentiFifo?
Don Fifo s'era levato in piedi e messo a svariare per la camera con gli occhiammammolati.
- Che cerchi?
- Cerco il... Ahgià! senza cappellosanto Dio! Avessi almeno unberrettino... Vado così?
- Va'! va'! corri... Non c'è tempo da perdere- gli gridò donna Maria Rosaeaggiunse rivolta a Marta: - Noi intanto rassettiamo un tantino la camera: civerrà il Signore!
Marta guardò la Juè come stordita. Il Signore? Le si affacciò subito allamente Anna Veronicae quasi la cercò in quella camerae la vide quasi in sestessain quel momento supremo. Inginocchiare la sua colpa e il suo pudore perottenere il perdono di Diocome Anna aveva fatto? Ahno! no! Poiché ilSignore tra poco sarebbe venuto lìellainginocchiatalo avrebbe soltantopregato per la salute dell'anima.
La moribondamentre la Juè aggiustava un po' il lettoschiuse gli occhivelatisenza sguardo. Marta osservò quegli occhi e quel volto già comesoffuso di sovrumana serenità: solo il corpo esausto pareva su quel lettosenza più percezione ormai della circostante miseria; senza doloresenzamemorie.
Venne finalmenteinavvertito dalla morenteil Viatico. Fana Pentàgora guardòil prete con gli occhi stessi con cui aveva guardato il soffitto della cameraenulla rispose alle domande di lui. Gli astanti si erano inginocchiati intorno alletto e mormoravano preghiere; Marta piangeva con la faccia nascosta.
Poco dopola funzione era finita. Marta levò la faccia lacrimosae si guardòintorno disillusaquasi nauseatacome se avesse assistito ad unainconcludentevolgarissima scena. Quellala visita del Signore? Un biondofreddoinsulso prete goffamente parato... E lei per un momento aveva potutopensare di buttarsi in ginocchio e invocare pietà...
- Ho paura che non arrivi a tempo... - sospirò la Juèalludendo al figliodella morente.
Don Fifodopo il Viaticos'era allontanato dalla camera e passeggiava nellasalettacosternato con le braccia consertesbuffando di tratto in tratto easpettando che la moglie venisse ad annunziargli la morte della pigionante.Impazienteallungava dalla soglia la faccia sparuta verso il lettoe con uncenno del capo domandava: - Vive ancora?
Donna Maria Rosa spiegò a Marta:
- Dopo la morte di Doròbuon'animaquell'uomo lì non può più veder morirenessuno...

 

Parte II

XV

Man mano che le ore si trascinavano lentissimecresceva l'ansia di Marta.L'aspettazione diveniva di punto in punto più angosciosa.
Finalmentenelle prime ore del pomeriggioarrivò Rocco Pentàgora. Sipresentò ansantequasi smarritosu la soglia.
Parve a Marta più alto nella magrezza lasciatagli dalla malattiadurante laquale gli erano caduti i capelliche già rispuntavano lieviquasi aereifinissimi e un po' ricciuti; e la fronte gli si era allargatae schiarita lapellesebbene fosse tuttavia pallidissimo. Negli occhi aveva un'espressionenuovaridentequasi infantile.
- Marta! - esclamòscorgendolaaccorrendo a lei.
Turbata dalla vista del marito così trasfigurato e ingentilito dallaconvalescenzaturbata dallo slancio appassionatoMartasenza volerlolorattenne con un cenno confidenziale di taceree gli additò il letto e la madrein agonia.
Subito il figlio si rivolse al lettosi curvò sulla madrechiamando:
- Mamma! mamma! Non mi sentimamma? Guardami... sono venuto!
La moribonda aprì gli occhi e lo guardò attonitacome se non lo riconoscesse.
Egli soggiunse:
- Non mi vedi? Sono io... sono venuto... Adesso guarirai...
La baciò piano in frontee si portò via con un rapido atto della mano lelagrime dagli occhi.
La madre moribonda continuò a guardarlofissorichiudendo di tanto in tantocon lenta penale pàlpebrecome se il corpo ormai non avesse più forza dadare alcun altro segno di vita. O era un cenno ultimoquasi lontanodellospirito già inoltrato nella mortequel lento moto delle palpebre?
Marta frenava a stento le lagrime per pudore davanti alla Juèche ostentavasmorfiosamente il suo pianto.
Man mano però gli occhi della moribonda s'animaronos'animarono alquantocomese dal fondo della morte un estremo residuo di vita le tornasse a galla. Schiusee mosse le labbra.
- Che dici? - domandò con viva ansia il figliocurvandosi vie più su lei.
- Muojo... - alitò la madrequasi impercettibilmente.
- Nono... - la confortò egli. - Se stai meglioora... Ci sono qua io... Ec'è anche Marta... Non l'hai veduta? Martaqua... vieni qua...
Marta andò all'altro lato del lettoe la moribonda si volse a guardarlacomeprima aveva guardato il figlio.
- Eccola... La vedi? - soggiunse egli. - Eccola Marta... È questa... Ti ricordiquanto ti parlai di leil'ultima volta?
La moribonda trasse un sospiroa stento. Pareva non intendessee guardava congli occhi invagati. Poi le ceree guance le si colorirono un po' d'una tenuissimatinta roseae mosse una mano sotto le coperte. Subito Marta le sollevò e posela mano in quella di leiche agitò l'altraguardando il figlio. Questi seguìl'esempio di Marta e la madre allora congiunse con uno sforzo le loro due manitraendo un altro sospiro.
- Sìsì... - fececommossoRocco alla madrestringendo forte la mano diMartache non poté più frenare le lagrime.
I due Juè guardavano sbalorditi dalla sponda del letto ora Marta ora Rocco.
Poco dopola moribonda richiuse gli occhirientrando quasi nella profonditàmisteriosaove la morte l'aspettava.
Marta ritrasse timidamente la mano dalla mano del marito.
- Riposa di nuovo- fece sottovoce la Juè. - Lasciamola riposare... Sentasignora Martaio e Fifo approfittiamo di questo momento di calma per scappareun po' a casa. Bisogna pensare a tutto. Non fo per vantarmima nelle occasioniso trovarmi... Fifodillo tu... La pena c'èsi capisce; ma come si dice?sacco vuoto non si regge... Il povero signor Roccodopo tante ore di ferroviaavrà certo bisogno di qualche ristoro...
- No... no... io no...
- Lascino fare a me... - lo interruppe la Juè.
- Marta piuttosto- disse Rocco.
- Lascino fare a me! - ripeté donna Maria Rosa. - Penso io a tutto... Epenserò un pochino anche a me e quest'anima di Purgatorio... Non abbiamoassaggiato neppur l'acquada stanotte. Macome si fa? Bisogna aver pazienza...Arrivederliarrivederli... E stiano di buon animoeh?
I due Juè andarono via. Da un canto Marta avrebbe voluto trattenerli ancoraaviva forzaper non restare sola col marito; dall'altroper quanta agitazionele cagionasse il pensiero dell'estrema confessioneconsiderandola ormaiinevitabileanelava che avvenisse al più presto.
- Oh Marta! Marta mia! - esclamò Roccoaprendo le braccia e chiamandola a sé.
Marta si levò da sedere in preda a un tremito convulsoe gli disse:
- Di là... di là... No... aspetta... Voglio dirti subito tutto... Vieni...
- Come? Non mi perdoni? - le chiese egliseguendola nell'altra stanza quasi albujo.
- Aspetta... - ripeté Martasenza guardarlo. - Io... io non ho nulla daperdonartise tu...
S'interruppe; contrasse tutto il voltochiudendo gli occhicome per un internospasimo insopportabile. Poi volse uno sguardo di cordoglio al maritoe ripreserisolutamente:
- SentiRocco: tu lo sapevi...
S'interruppe di nuovoa un trattonotando su la guancia di Rocco la lungacicatrice rimastagli della ferita riportata nel duello con l'Alvignani. Sentìcadersi l'animoe si strinse il voltofortefortecon ambo le mani.
- Perdonami! Perdonami! insistettesupplicò egliposandole amorosamente lemani su le braccia.
- NoRocco! Senti: io non ti chiedo nulla per me... - riprese Martascoprendoil volto. - Voglio dirti soltanto questo: pensa che il babbo ci lasciò nellamiseria: la mammaMaria... senza colpa... per causa tua. Sole... tre poveredonnein mezzo alla stradatra la guerra infame di tutto il paese...
- Dunque non mi perdoni? Non vuoi? VedraiMartavedrai come ti compenserò...Tua madreMariaverranno con noi... in casa nostra... Non è già inteso? C'èbisogno di dirlo? Con noiper sempre! Volevi dirmi questo? Viaper caritàMartanon ritorniamo più sul passato... Piangi? Perché?
Martacon la faccia di nuovo nascosta tra le maniscoteva il capopiangendo;e invano Rocco la stringeva a dir la ragione del pianto e del muto negare.
- Ahper la mamma... per Maria... - scoppiò a dire finalmentescoprendo dinuovo il volto in fiammeinondato di lagrime. - SentimiRocco...
- Ancora? - domandò egliperplessoconfusoafflitto.
- Sì: io ti lascio liberoliberoda questa sera stessa... Non puoi pretenderedi piùda me...
- Come!
- Ti lasciosì... ti lascio la via liberaperché tu possa fare quello chedevi verso mia madreverso mia sorellada uomo onesto... Non chiedo nulla perme! Intendimi... intendimi...
- Non t'intendo! Che vuoi da me? Mi lasci libero? Io non ti capisco... Macomandafarò tutto quello che vorrai... Non piangere! Dovrei piangere io...Perdonami a qualsiasi patto; accetto tuttopurché mi perdoni...
- Oh Dio! Ora noRocco! ora no... Primaprima dovevi chiedermi perdonoconcodesta vocee non te l'avrei negato... Ora nonon posso accordare più nullaio!
- Perché?
- Debbo morire. Sì... E morrò. Ma... Dio... Dio! Se non ho potutodifendermi... e la rabbia mi è rimasta nel cuore... Che sono io ora? Mi vedi?Che sono?... Sono ciò che la genteper causa tuam'ha creduta e mi credeancora e sempre mi crederebbeanche se io accettassi ora il tuo pentimento. Ètroppo tardi: lo intendi? Sono perduta! Vedi che n'hai fatto di me? Ero sola...mi avete perseguitata... ero sola e senza ajuto... Ora sono perduta!
Egli restò a guardarla attonitoquasi temendo di comprendered'aver compreso:
- Marta! E come... tu... AhDio!... Tu...
Marta piegò il volto tra le manie chinò ripetutamente il capotra isinghiozzi.
Rocco le afferrò allora le braccia per staccarle le mani dal voltoe lascosseancora stupitoancor quasi incredulo:
- Tu dunque... dunquedopo... con lui? Parla! Spiègati! Ahdunque è vero? èvero? Parla! Guardami in faccia! Quel miserabile... Non dici nulla? Ahmiserabile- proruppe allora. - È vero! E io ho potuto credere... e io sonovenuto quaa chiedere perdono... E ora... di'fors'anche prima... di'conlui?
- No! - gridò Martainfiammata di sdegno. - Non lo intendi che tutu stessocon le tue manie tuttitutti con tem'avete ridotta fino al puntod'accettare ajuto da lui; avete fatto in modo che da lui soltanto venisse allavita miatra le amarezze e le ingiustizieuna parola di confortoun atto digiustizia? Ah tu notu solo non puoi rinfacciarmi nulla! So bene quel che miresta da fare: sono caduta sotto la guerra vostranon m'importa! Non si parlipiù di me! Ma tutu fa' pure quello che devi: ripara! Tu sai che per causatuamia madre e mia sorella sono ridotte a vivere di me soltanto. Chi resteràper loro? Come vivranno? Voglio prima saper questo... Per questo t'ho confessatotutto... Potevo tacereingannarti. Siimi almeno grato di questo... e incompensoajuta... ajuta la mia famigliaperché non ioma tutu l'hairidotta nello stato in cui ora si trova!
Rocco si era sedutoe coi gomiti su i ginocchi e la faccia tra le mani ripetevapianotra sésenza espressionecome se il cervello non gli reggesse più:
- Miserabile... miserabile...
Nel silenzio momentaneamente sopravvenutoMarta colse dalla camera attigua comeun rantolo cupoprofondoe uscì dalla stanza per accorrere al letto dellamoribonda.
Egli la seguì e làaffatto dimentico della madre morentedomandòsotto gliocchi di leifuribondo:
- Dimmidimmi tutto! Voglio saperlo... voglio saper tutto! Dimmelo...
- No! - rispose Marta con ferma fierezza. - Se debbo morire.
E si chinò a rassettare i guanciali sotto il capo della giacenteche seguitavaa mandaredalla profondità del coma in cui era cadutail sordo rantolomortale.
- Morire? - domandò egli con scherno. - E perché? perché non vai da lui? T'haajutata? continui ad ajutarti...
Marta non rispose all'amaro oltraggio; chiuse soltanto gli occhi lentamentepoiterse con un fazzoletto il sudor ghiaccio dalla fronte della moribonda.
Rocco seguitò:
- Ecco una via per te! Vattene a Roma! Perché morire?
- Oh Rocco! - fece Marta. - Tua madre è ancora qui... Fallo per lei...
Egli tacqueimpallidìcontemplando la madre. L'idea della mortemanifestatada Martaassunse allorasubitodentro di lui una terribile immagine.Premendosi le tempie con le maniuscì dalla camera.
Era già quasi sera. Marta guardò macchinalmente nell'ombra sopravvenuta illume vuoto sul tavolino: chi poteva pensare che l'agonia si sarebbe protrattafino a tanto? Sedette presso la sponda del letto con gli occhi intentinell'ombra sul volto dell'agonizzantequasi aspettando dal proposito a lungomeditato e maturatosi in lei sordamente la spinta per alzarsi e andarsene. Piùdel rantolo della moribonda sentiva il suono cadenzato dei passi del maritonell'altra stanzae aspettavacome se il suono di quei passi le indicasse latraccia dei pensieri di lui. Intuivasentivache in quel momento egli risalivaangosciosamente col pensiero agli anni passatiassalito in quel bujo dallememorie e dai rimorsi... Ahi rimorsi erano per tutti: per due soltantono:Maria e la madre. E Marta aspettava dal marito giustizia per esse: non aspettavaaltroseguendo con gli orecchi i passi di lui.
A un trattosilenzionell'altra stanza. Aveva egli deciso? Marta sorse inpiedi e cercò a tentoni lo scialle; trovatolostava per farsi su la soglia achiamarloquando udì picchiare alla porta. Erano i due Juè di ritornoseguiti da un guattero con una cesta di vivande.
- Ohal bujo? - esclamò donna Maria Rosaentrando.
- Ho portato la candela... Scusino... ohdov'è il signor Rocco?... Fifoaccendi!
Don Fifo accese la candela e apparve nella camera tutto smarritocol lungoinvolto di quattro torce mortuarie tra le braccia.
Marta s'era curvata sul letto a spiare il volto della morente.
- Come va? come va? - domandò forte la Juè.
Martaimpaurita da un gorgoglìo lungostranoraschioso nella gola dellamoribondalevò la faccia sconvoltaguardò perplessa la Juèpoirisolutamente si recò fino alla soglia dell'altra stanzae chiamò nel bujo:
- Vieni... vieni... muore...
Rocco accorse e tutti e due si chinarono sul letto. Don Fifo uscì dalla camerain punta di piedicon l'involto delle torcechiamandosi dietro con un cennodella mano il guattero.
Rocco levò gli occhi dal volto della madre a quello di Martavicino al suoestette un po' a guatarlaprima con le ciglia aggrottatepoi attonitoquasiistupidito. Marta teneva tra le sue una mano della morentesu cui stavaprotesacome se volesse infonderle il suo alito.
A un tratto la Juè disse pianoimpallidendo:
- Vengasignor Pentàgora...
- È morta? - domandò Roccovedendo Marta lasciar la mano della madre erialzarsi sul busto. E chiamò fortecon voce convulsa: - Mamma! Oh mamma!Mamma mia! - gridò poirompendo in singhiozzi e chinando il volto sulguancialeaccanto al volto della morta.
- FifoFifo- chiamò la Juè. - SùFifo: portalo con te... con tedilà... Coraggiofigliuolo mio... Ha ragione... ha ragione... Venga... Vada conFifo...
E con l'ajuto del marito riuscì a strappare Rocco dal corpo esanime dellamadre. Don Fifo lo condusse con sé nell'altra stanza.
- Ho pensato a tutto... - disse sotto voce la Juè a Martaappena rimaste sole.Non poteva durareme l'aspettavo... Ho comperato quattro belle torce... Primala lasciamo rassettare; poi la vestiremo...
Marta non staccava gli occhi sbarrati dal volto del cadaveresenza coglierealcuna parola delle tante e tante che la Juè le dicevae che forse don Fifonell'altra stanzaripeteva a Rocco.
- Si scosti un po'... Adesso la vestiamo.
Marta si scostò dal lettomacchinalmente. E la Juèmentre vestiva la mortasotto gli occhi di Marta tremante di ribrezzonon cessò di parlare velatamentedelle spese fattesenza dimenticare nullané le medicinené il mediconéi vetri rotti della finestrané la cenané le torcené la pigione nonpagata dalla defuntaaffinché Marta poi riferisse tutto al figlio. Terminatala vestizionecoprì con un lenzuolo il cadavere e accese ai quattro angoli delletto le torce.
- Ecco fatto- poi disse. - Tutto pulito! Non fo per vantarmima...
E sedette accanto a Martaad ammirar la sua opera.
Passarono così parecchie ore. In quella camera le quattro torce soltanto parevavivesserostruggendosi a lento. Di tratto in trattodonna Maria Rosa s'alzavastaccava i gocciolotti dal fusto e ne nutriva le fiammelle.
Finalmente don Fifo si presentò su la soglia e fece alla moglie un cennocheMarta non vide. La Juè rispose al cenno del maritoe poco dopo disse piano aMarta:
- Noi ora ce n'andiamo. Le lascio qui sul tavolino questo pajo di forbici persmoccolare le torce di tanto in tanto... Se non le smoccolabadile torcescoppiano e il lenzuolo può prendere fuoco... Mi raccomando. Ea rivederla.Ritorneremo domattina...
- Dicala pregoalla mamma di non venire... - le disse Martacome trasognata.- Le dica che restiamo qua noiio e il figlio... dica cosìa vegliare lamorta... e che stieno tranquille... e... che io le saluto...
- Sarà servitanon dubiti. Ohsenta... se per casopiù tardiil signorRocco... e anche lei... la cesta è qui nella saletta... dicose per caso... Ionon ho affatto appetito. Mi credasignora mia: ho come una pietra quasu labocca dello stomaco. Sono molto sensibile... Bastala saluto. Chiamo adaginoadagino Fifo e ce ne andiamo. Coraggioe la saluto.
Rimasta solaMarta tese l'orecchio per ascoltare che cosa il marito facessenell'altra stanza. Piangeva in silenzio? pensava?
«Non gl'importa più nulla di me...» disse tra sé Marta. «Non gli nasceneppure la curiosità di sapere se io sia o no andata via... Eppure sa dovedebbo andare... Ora andrò... Gli ho detto tutto... Solo del figliono. Ma ilfiglio è mio... mio soltanto... com'era mio soltanto quell'altro che mi morìper lui... Ahse io l'avessi avuto...»
Volse gli occhi al lettosu cui le quattro torce aduggiavano la giallezza delcaldo lume. Alcune rigide pieghe del lenzuolo accusavano il cadavere nellapesante immobilità.
Paurosamentecon una manoMarta scoprì il volto della defunta giàtrasfigurato; cadde in ginocchio accanto al letto e sciolse l'enorme cordoglioin uno sgorgo infinito di lagrimecostringendosi con una mano su la bocca a nongridarea non urlare.
Stette così a piangerefinché Rocco non venne dall'attigua stanza; allorasorse in piedi con lo scialle sotto il bracciola faccia tra le manie simosse per uscire.
Rocco la trattenne per un braccioe le domandò con voce cupa:
- Dove vai?
Marta non rispose.
- Dimmi dove vai- ripeté lui eindecisostese l'altra mano e afferrò perle due braccia.
Allora Marta scoprì appena il volto:
- Vado... Non lo so... Ti raccomando...
Non la lasciò proseguire: in un impetoquasi di pauraaccostò il volto alvolto di leie proruppe in lagrimeabbracciandola:
- NoMarta! No! No! Non mi lasciar solo! Marta! Marta! Marta mia!
Ella tentò di scostarsi con le braccia; trasse indietro il capo; ma non riuscìa sciogliersi dall'abbraccio e tremòcosì stretta da lui.
- Rocconoè impossibile... Lasciami... È impossibile...
- Perché?... Perché?... - chiese eglitenendola sempre a sépiù strettaebaciandola perdutamente. - PerchéMarta? Perché me l'hai detto?
- Lasciami... No... lasciami... Non mi hai voluta... - seguitò Martasoffocatadalla commozionenell'ardente amplesso. - Non mi hai voluta più.
- Ti voglio! ti voglio! - gridò luiesasperatoaccecato dalla passione.
- No... lasciami... - scongiurò Martaschermendosigià quasi abbandonata diforze. - Fammi andar via... te ne supplico...
- Martadimentico tutto! e tu puredimentica! Sei mia! Sei mia! Non mi vuoipiù bene?
- Non è questono! - disse Marta in un gemitoaffogata dall'angoscia. - Manon è più possibilecrediminon è più possibile!
- Perché? Lo ami ancora? - gridò Rocco fieramentesciogliendoladall'abbraccio.
- NoRoccono! Non l'ho mai amatoti giuro! mai! mai! E ruppe in singhiozziirrefrenabili; sentì mancarsi; s'abbandonò tra le braccia di luicheistintivamente si tesero di nuovo a sorreggerla. Fiaccato dal cordoglioa quelpesoegli fu quasi per cadere con lei: la sostenne con uno sforzo quasirabbiosonella tremenda esasperazione: strinse i denticontrasse tutto ilvolto e scosse il capo disperatamente. In quest'attogli occhi gli andarono sulvolto scoperto della madre sul letto funebretra i quattro ceri. Come se lamorta si fosse affacciata a guardare.
Vincendo il ribrezzo che il corpo della moglie pur tanto desiderato gl'incutevaegli se la strinse forte al petto di nuovo econ gli occhi fissi sul cadaverebalbettòpreso di paura:
- Guarda... guarda mia madre... Perdonoperdono... Rimani qui. Vegliamolainsieme...