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GABRIELED'ANNUNZIO

 

L'innocente

 


 

 

 

 

 

 

Beatiimmaculati...

 

Andaredavanti al giudicedirgli: “Ho commesso un delitto. Quella povera creaturanon sarebbe morta se io non l'avessi uccisa. Io Tullio Hermilio stesso l'houccisa. Ho premeditato l'assassinionella mia casa. L'ho compiuto con unaperfetta lucidità di conscienzaesattamentenella massima sicurezza. Poi hoseguitato a vivere col mio segreto nella mia casaun anno interofino ad oggi.Oggi è l'anniversario. Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi”.Posso andare davanti al giudiceposso parlargli così?

Nonposso né voglio. La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun tribunale dellaterra saprebbe giudicarmi.

Eppurebisogna che io mi accusiche io mi confessi. Bisogna che io riveli il miosegreto a qualcuno.

ACHI?

 

 


 

 

 

 

 

 

 

Ilprimo ricordo è questo.

Eradi aprile. Eravamo in provinciada alcuni giorniio e Giuliana e le nostre duebambine Maria e Nataliaper le feste di Pasquain casa di mia madrein unagrande e vecchia casa di campagnadetta La Badiola. Correva il settimo anno dalmatrimonio.

Ederano già corsi tre anni da un'altra Pasqua che veramente m'era parsa una festadi perdonodi pace e d'amorein quella villa bianca e solinga come unmonasterioprofumata di violacciocche; quando Nataliala seconda delle miefigliuoletentava i primi passiuscita allora allora dalle fasce come un fioredall'invoglioe Giuliana si mostrava per me piena d'indulgenzasebbene con unsorriso un po' malinconico. Io era tornato a leipentito e sommessodopo laprima grave infedeltà. Mia madreinconsapevolecon le sue care mani avevaposto un ramoscello d'olivo a capo del nostro letto e aveva riempita la piccolaacquasantiera d'argento che pendeva dalla parete.

Maorain tre anniquante cose mutate! Tra me e Giuliana era avvenuto un distaccodefinitivoirreparabile. I miei torti verso di lei s'erano andati accumulando.Io l'aveva offesa nei modi più crudelisenza riguardosenza ritegnotrascinato dalla mia avidità di piaceredalla rapidità delle mie passionidalla curiosità del mio spirito corrotto. Ero stato l'amante di due tra le sueamiche intime. Avevo passato alcune settimane a Firenze con Teresa Raffoimprudentemente. Avevo avuto col falso conte Raffo un duello in cui il miodisgraziato avversario s'era coperto di ridicoloper talune circostanzebizzarre. E nessuna di queste cose era rimasta ignota a Giuliana. Ed ella avevasoffertoma con molta fierezzaquasi in silenzio.

 

C'eranostati pochissimi dialoghi tra noie breviin proposito; nei quali io non avevomai mentitocredendo con la mia sincerità diminuire la mia colpa agli occhi diquella dolce e nobile donna che io sapevo intellettuale.

Anchesapevo che ella riconosceva la superiorità della mia intelligenza e che scusavain parte i disordini della mia vita con le teorie speciose da me esposte piùd'una volta in presenza di lei a danno delle dottrine morali professateapparentemente dalla maggioranza degli uomini. La certezza di non esseregiudicato da lei come un uomo comune alleggeriva nella mia conscienza il pesodei miei errori. “Anch'ella dunque - io pensavo - comprende cheessendo iodiverso dagli altri ed avendo un diverso concetto della vitaposso giustamentesottrarmi ai doveri che gli altri vorrebbero impormiposso giustamentedisprezzare l'opinione altrui e vivere nella assoluta sincerità della mianatura eletta.”

Ioero convinto di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito raro; ecredevo che la rarità delle mie sensazioni e dei miei sentimentinobilitassedistinguesse qualunque mio atto. Orgoglioso e curioso diquesta mia raritàio non sapevo concepire un sacrificioun'abnegazione di mestessocome non sapevo rinunciare a un'espressionea una manifestazione delmio desiderio. Ma in fondo a tutte queste mie sottigliezze non c'era se non unterribile egoismo; poichétrascurando gli obblighiio accettavo i benefizidel mio stato.

Apoco a pocoinfattidi abuso in abusoio era giunto a riconquistare la miaprimitiva libertà col consenso di Giulianasenza ipocrisiesenza sotterfugisenza menzogne degradanti. Io mettevo il mio studio nell'esser lealeaqualunque costocome altri nel fingere. Cercavo di confermare in tutte leoccasionitra me e Giulianail nuovo patto di fraternitàdi amicizia pura.Ella doveva essere la mia sorellala mia migliore amica.

Una mia sorellal'unicaCostanzaera morta a nove anni lasciandomi incuore un rimpianto senza fine. Io pensavo spessocon una profonda malinconiaaquella piccola anima che non aveva potuto

offrirmiil tesoro della sua tenerezzaun tesoro da me sognato inesauribile. Fra tuttigli affetti umanifra tutti gli amori della terraquello sororale m'erasempre parso il più alto e il più consolante. Io pensavo spesso alla grandeconsolazione perdutacon un dolore che la irrevocabilità della morte rendevaquasi mistico. Dove trovaresu la terraun'altra sorella?

Spontaneamentequesta aspirazione sentimentale si volse verso Giuliana. Sdegnosa di mescolanzeella aveva già rinunziato ad ogni carezzaa qualunque abbandono. Io già datempo non provavo più neppur l'ombra d'un turbamento sensualestandoleaccanto; sentendo il suo alitoaspirando il suo profumoguardando il piccolosegno bruno ch'ella aveva sul colloio rimanevo nella più pura frigidità. Nonmi pareva possibile che quella fosse la donna medesima che un giorno io avevaveduto impallidire e mancare sotto la violenza del mio ardore.

Iole offersi dunque la mia fraternità; ed ella accettòsemplicemente. Se ellaera tristeio era più triste ancórapensando che noi avevamo sepolto ilnostro amore per sempresenza speranza di resurrezione; pensando che le nostrelabbra non si sarebbero forse unite mai piùmai più. Enella cecità del mioegoismomi parve che ella dovesse in cuor suo essermi grata di quella miatristezza che io già sentivo immedicabilee mi parve che ella dovesse ancheesserne paga e consolarsene come d'un riflesso del lontano amore.

Ambedueun tempo avevamo sognato non pur l'amore ma la passione fino alla morteusquead mortem. Ambedue avevamo creduto al nostro sogno e avevamo proferito piùd'una voltanell'ebrezzale due grandi parole illusorie: Sempre! Mai!Avevamo perfino creduto all'affinità della nostra carnea quell'affinitàrarissima e misteriosa che lega due creature umane col tremendo legame deldesiderio insaziabile; ci avevamo creduto perché l'acutezza delle nostresensazioni non era diminuita neppure dopo cheavendo noi procreato un nuovoesserel'oscuro Genio della specie aveva raggiunto per mezzo di noi il suounico intento.

L'illusioneera caduta; ogni fiamma era spenta. La mia anima (lo giuro) aveva piantosinceramente su la ruina. Ma come opporsi a un fenomeno necessario? Come evitarel'inevitabile?

Eradunque gran ventura chemorto l'amore per le necessità fatali dei fenomeni equindi senza colpa di alcunonoi potessimo ancóra vivere nella stessa casatenuti da un sentimento nuovoforse non meno profondo dell'anticocerto piùelevato e più singolare. Era gran ventura che una nuova illusione potessesuccedere all'antica e stabilire tra le nostre anime uno scambio di affettipuridi commozioni delicatedi squisite tristezze.

Main realtàquesta specie di retorica platonica a qual fine tendeva? Ad ottenereche una vittima si lasciasse sacrificare sorridendo.

Inrealtàla nuova vitanon più coniugale ma fraternasi basava tutta su unpresupposto: su l'assoluta abnegazione della sorella. Io riconquistavo lamia libertàpotevo andare in cerca delle sensazioni acute di cui avevanobisogno i miei nervipotevo appassionarmi per un'altra donnavivere fuoridella mia casa e trovare la sorella ad aspettarmitrovare nelle miestanze la traccia visibile delle sue curetrovare sul mio tavolo in una coppale rose disposte dalle sue manitrovare da per tutto l'ordine e l'eleganza e ilnitore come in un luogo abitato da una Grazia. Questa mia condizione non erainvidiabile? E non era straordinariamente preziosa la donna che consentiva asacrificarmi la sua giovinezzapaga soltanto di essere baciata con gratitudinee quasi con religione su la fronte altera e dolce?

Lamia gratitudine talvolta diveniva così calda che si espandeva in una infinitàdi delicatezzedi premure affettuose. Io sapevo essere il migliore deifratelli. Quando ero assentescrivevo a Giuliana lunghe lettere malinconiche etenere che spesso partivano insieme con quelle dirette alla mia amante; e la miaamante non avrebbe potuto esserne gelosaallo stesso modo che non poteva essergelosa della mia adorazione per la memoria di Costanza.

Masebbene assorto nell'intensità della mia vita particolareio non sfuggivo alleinterrogazioni che di tratto in tratto mi sorgevano dentro. Perché Giulianapersistesse in quella meravigliosa forza di sacrificiobisognava ch'ella miamasse d'un sovrano amore; eamandomi e non potendo essere se non la mia sorelladoveva portar chiusa in sé una disperazione mortale. - Non era dunque unforsennato l'uomo che immolavasenza rimorsoad altri amori torbidi e vaniquella creatura così dolorosamente sorridentecosì semplicecosìcoraggiosa? - Mi ricordo (e la perversione mia di quel tempo mi stupisce) miricordo che tra le ragioni che io dissi a me stesso per acquietarmiquesta fula più forte: “La grandezza morale risultando dalla violenza dei dolorisuperatiperché ella avesse occasione d'essere eroica era necessario ch'ellasoffrisse quel ch'io le ho fatto soffrire”.

Maun giorno io m'avvidi ch'ella soffriva anche nella sua salute; m'avvidi che ilsuo pallore diveniva più cupo e talvolta si empiva come di ombre livide. Piùd'una volta sorpresi nella sua faccia le contrazioni d'uno spasimo represso; piùd'una volta ella fu assalitain mia presenzada un tremito infrenabile che lascoteva tutta e le faceva battere i denti come nel ribrezzo di una febbresubitanea. Una serada una stanza lontana mi giunse un grido di leilacerante;e io corsie la trovai in piediaddossata a un armarioconvulsache sitorceva come se avesse inghiottito un veleno. Mi afferrò una mano e me la tennestretta come in una morsa.

-TullioTullioche cosa orribile! Ahche cosa orribile!

Ellami guardavada presso; teneva fissi nei miei occhi i suoi occhi dilatatichemi parvero nella penombra straordinariamente larghi. E io vedevo in quei larghiocchi passarecome a ondela sofferenza sconosciuta; e quello sguardocontinuointollerabilemi suscitò d'un tratto un terrore folle. Era di seraera il crepuscoloe la finestra era spalancatae le tende si gonfiavanosbattendoe una candela ardeva su un tavolocontro uno specchio; enon soperchélo sbattito delle tendel'agitazione disperata di quella fiammellache lo specchio pallido riflettevapresero nel mio spirito un significatosinistroaumentarono il mio terrore. Il pensiero del veleno mi balenò; e inquell'attimo ella non poté frenare un altro grido; efuori di sé per lospasimosi gittò sul mio petto perdutamente.

-Oh TullioTullioaiutami! aiutami!

Agghiacciatodal terrore io rimasi un minuto senza poter proferire una parolasenza potermuovere le braccia.

-Che hai fatto? Che hai fatto? Giuliana! Parlaparla... Che hai fatto?

Sorpresadalla profonda alterazione della mia voceella si ritrasse un poco e mi guardò.Io dovevo avere la faccia più bianca e più sconvolta della suaperché ellami disse rapidamentesmarritamente:

-Nullanulla. Tullionon ti spaventare. Non è nullavedi... Sono i mieisoliti dolori... Saiè una delle solite crisi... che passano. Càlmati.

Maioinvasato dal terribile sospettodubitai delle sue parole. Mi pareva chetutte le cose intorno a me rivelassero l'avvenimento tragico e che una voceinterna mi accertasse: “Per teper te ha voluto morire. Tutu l'haispinta a morire”. E io le presi le mani e sentii che erano freddee vidiscendere dalla sua fronte una goccia di sudore...

-Nonotu m'inganni- proruppi - tu m'inganni. Per pietàGiulianaanimamiaparlaparla! Dimmi: che hai... Dimmiper pietà: che hai... bevuto?

Ei miei occhi esterrefatti cercarono intornosu i mobilisul tappetodovunqueun indizio.

Alloraella comprese. Si lasciò cadere di nuovo sul mio petto e disserabbrividendo efacendomi rabbrividiredisse con la bocca contro la mia spalla (maimaidimenticherò l'accento indefinibile)disse:

-NononoTullio; no.

Ahche cosa nell'universo può uguagliare l'accelerazione vertiginosa della nostravita interiore? Noi rimanemmo in quell'attonel mezzo della stanzamuti; e unmondo inconcepibilmente vasto di sentimenti e di pensieri si agitò dentro dimein un sol puntocon una lucidità spaventevole. “E se fosse statovero?” chiedeva la voce. “Se fosse stato vero?

Unsussulto incessante scoteva Giulianacontro il mio petto; ed ella ancórateneva celata la faccia; ed io sapeva che ellapur soffrendo ancóra nella suapovera carnenon ad altro pensava che alla possibilità del fatto da mesospettatonon ad altro pensava che al mio folle terrore.

Una domanda mi salì alle labbra: “Hai tu mai avuta la tentazione?”.E poi un'altra: “Potrebbe essere che tu cedessi alla tentazione?”. Nél'una né l'altra proferii; eppure mi parve ch'ella intendesse. Ambedue oramaieravamo dominati da quel pensiero di morteda quell'imagine di morte; ambedueeravamo entrati in una specie di esaltazione tragicadimenticando l'equivocoche l'aveva generata