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LA MAESTRINA DEGLI OPERAI

 

Di

 

EDMONDO DE AMICIS

 

 

 

Una delle più belle scuole suburbane di Torinoche sontutte nuove e di bell'aspettoè quella del piccolo sobborgo di Sant'Antonioposto un miglio fuor di porta e abitato in gran parte da contadini e da operaidi due grandi fabbriche di ferramenti e di acido solforicoche lo riempion dirumore e lo copron di fumo. Il sobborgo è formato da una sola strada dirittafiancheggiata di piccole case e d'orticellidalla quale si spicca un largovialeche corre nella campagna aperta: in fondo a questo v'è la chiesasolitariae dall'un dei latisul confine d'un campola scuola. L'edifiziopiccolo e graziosoha cinque stanzoni al pian terrenoper le cinque classielementarie due camerette per il cantoniere e sua moglie che servon dabidellie al pian di soprai quartierini per le quattro maestre e un maestroche hanno ciascuno due camerette e una cucina. Agli insegnanti appartengonocinque orti minuscolichiusi nel muro di cinta del cortilee coltivati dalbidelloche tien per sé i legumi e dà al primo piano le fragole e i fiori.Questa piccola famiglia scolasticanon visitata che rare volte dall'ispettoredi Torinose ne vive là come in una villettatranquilla e libera; senonchéle delizie della villeggiatura le sono molto scemate da quattro mesi di freddo edi nebbiadurante i quali il luogo è uggioso e la solitudine triste.

Era appunto una giornata grigia e cruda della fin dinovembree la giovine maestra Varetti stava guardando con maggior tristezza delsolitodalla finestra della sua camerettai tetti bassi del sobborgoal disopra dei quali fumavano i camini altissimi delle officinee la vasta pianuracoperta di nevechiusa lontano dalle Alpi bianchevelate dalla nebbia. L'uggiadella stagione e del luogo le era accresciuta dal pensiero molesto di doverincominciare il giorno dopo la scuola serale degli adulti a cui l'avevadestinata la Direzione delle scuole di Torinoessendosi fatta dispensare daquell'ufficiodopo un mese e mezzo di lezionila moglie del maestro Garalloper indebolimento improvviso della vista. Ella non sarebbe stata così inquietase avesse dovuto far quella scuola in un altro villaggio qualsiasi; ma le davanpensiero quei contadini del suburbio; guasti dalla vicinanza della cittàdoveandavano a passar la domenicae donde ogni giorno di festa veniva là unosciame di barabba a giocare e a straviziar nelle osterietriplicate dinumero dopo che v'era il tranvai; la intimidivano anche di più gli operaimenorispettosi dei contadini e meno maneggevolifra i quali si diceva che cifossero dei socialisti; e più ancora che gli uomini fattitutti quei ragazzitra i dieci e i sedici annich'essa vedeva uscire a frotte dalle fabbrichemaneschisboccatiinsolenti ea quel che le dicevanopiù sfrontatamentecorrotti e viziosi dei grandi. Ma la sua inquietudine derivava pure da ragioniparticolari della sua natura e della sua vita. Figliuola d'un maggiore difanteriadi famiglia nobilemorto alla battaglia di Custozavissuta fino didiciott'anni in un collegio severo di provinciatimida e gentile di naturaaveva avuto fin da bambina una specie di terrore fantastico della plebeeffettod'una malattia graveche le era nata da una violenta commozione di spaventoper aver visto dalla finestra di casa sua una rissa sanguinosa d'operaiminatori. Essa credeva assai più numerosae anche più malvagia che non siaquella parte infima del popolo che vive in uno stato di ribellione perpetua atutte le leggi socialie che dà la maggior folla alle carceri e alle galere:questanella sua immaginazioneera quasi la plebe intera; e il pensiero diquel vasto sotterraneo tenebrosoch'ella si figurava aperto sotto i suoi piedinel quale correvano rigagnoli di vino e di sangue e lampeggiavan coltelli esonavan grida d'assassinati e bestemmie orrende e canti osceni di malfattori edi donnaccel'affannava quasi di continuo come una visione orribileda cui nonsi poteva liberare. Quando qualcuno le passava accantoche le paresse di quellagentele correva un brivido per le vene; a una frase del loro gergoche levenisse per caso all'orecchiole si accapponava la pelle; e al solo veder perla strada un principio di rissaimpallidiva come una mortasi sentiva fuggirele forzerientrava in casa tremante da capo a piedisconfortata dell'umanitàe della vita. Sentiva non di meno per quegli esseri una curiosità viva edinquietache la forzava a guardarli; quando potevadi nascostoa meditar leloro frasi colte a volocome manifestazioni parziali del loro animoarintracciar particolari della vita e della natura loro nelle cronache deigiornalidov'eran raccontate le loro gesta. E questo terrore morboso cercava inogni modo di vincerlopoichébuona e religiosa com'erasentiva che derivavada fonte impurada una insufficiente comprensioneda un sentimento nonabbastanza profondo dell'ingiustizia socialedella miseriadell'ignoranza edel malo esempiocagioni prime dell'abbrutimento e del delitto. E quand'erachiusa nelle sue meditazionicapiva e sentiva tutto ciò vivamentes'impietosiva per coloro che l'atterrivanoli amava d'amor cristianosognavaanzi un'opera redentriceuna legione di signore missionarie di bontà e digentilezza tra la plebeimmaginava se stessa dedicata a quell'operaentravacol pensiero nei luoghi più abbietti a tentar d'aprire e di ammollire i cuorie le pareva che ci sarebbe riuscitae si eccitava in questa immaginazione finoa piangerne di tenerezzae s'illudeva d'aver acquistatocome per un miracoloil coraggiotanto da fermar nell'animo di mettersi alla provaalla primaoccasione. Ma un'ora dopose le accadeva di passar davanti a una dellefabbriche del sobborgo mentre n'usciva l'onda nera e tumultuosa degli operailariprendeva con tutta la sua forza il sentimento consuetoe ogni sforzo ch'ellafacesse per resisterviera vano. Quando la sera della domenicastando allafinestravedeva in fondo al viale la lanterna rossa e l'uscio illuminatodell'osteria della Gallinaal primo suono delle voci sformate eminacciose che annunziavano una baruffaall'immagine esecratache le sipresentava subitodei coltelli branditi e d'un cadavere steso sulla vialepigliava una debolezza mortale dalla nuca alle reniun senso inesprimibiled'impotenzacome una paralisi improvvisa del corpo e dell'animache lelasciava appena la forza di chiudere le imposte. E non potendo far altro cercavadi fortificarsi l'animo prendendo familiarità coi suoi piccoli alunni dellaseconda classepensando che molti di essifatti grandisarebbero pur staticome quegli uomini che le mettevan tanto terrorebevitoririssosipronti alcoltelloferoci. E con questo pensiero li osservava curiosamenteliinterrogavas'ingegnavadi scoprire in loro i germi delle passioni violente ebrutali che li avrebbero agitati più tardi. Ma i suoi studi le giovavan poco.La più parte erano apatici a segno che non si cacciavan neppure le mosche dalnaso e dagli occhi mentre leggevanoe quanto al penetrar nel loro cuorel'impresa era così difficileche in un anno e più da che si trovava aSant'Antonioessa non era ancora riuscita a farne piangere un solo. La classesociale che le turbava l'anima rimaneva sempre davanti alla sua immaginazionemisteriosa e terribile come prima.

 

Tutta compresa di quel pensieroella seguitava con l'occhioun treno lontano della strada ferratache rigava la pianura biancaquando fudistratta da una visitache a quell'ora non s'aspettava più. Era la maestraMazzaraarrivata da Torino col tranvai: veniva una volta il mese a trovar lasua amica suburbanacome la chiamavaquasi sempre il dopo pranzo del giovedì.Era maggiore di lei di dieci annialta e seccatutta nervicon una carnagionedi un rosso di prosciutto crudoe aveva due begli occhi grigi curiosissimiscintillanti sopra un naso a falcettodi sotto al quale s'apriva una fontana diparole inesauribileche qualche volta pareva che s'ingorgasse all'orifizioenon potesse uscire per la troppa furia.

Baciata l'amicale disse quello che aveva già fatto nellagiornata: aveva girato l'ingirabile: s'era levata alle setteera andata atrovare una sua amica francesemonacamaestra nell'istituto del Sacré-Cœura chieder notizie d'un'altramalatamaestra nell'Istituto Facontiaraccomandare un ragazzo a don Boscoall'oratorio di via Cottolengo; poi avevaportato un articolo d'un'amica alla direzione dell'«Unione degl'insegnanti» edato una corsaper un suo affarealla Società del canto coraledi cui facevaparte. «Dopo questo» concluse «ho ancora voluto venire a veder la miaEnrica.» Maavvicinandosi per ribaciarlas'accorse della sua tristezzaecambiando improvvisamente visovoce e atteggiamento: «Che c'è?» le domandò.«Cos'hai? Che è accaduto?».

La Varetti la fece sedere davanti a sénel vano dellafinestrae le disse della scuola serale e dei suoi timori.

«Non è altro?» domandò vivamente l'amicasorridendo.«Oh povera bambina! Tu dovresti esser contenta! Lasciamo andare che sonoottanta lire al mese di più… Ma tu ti crei dei fantasmi. Ti assicuro che titroverai benissimoinvece. La gente del popolo è buona; non bisogna badarealla scorza; ci scoprirai delle qualità di cui non hai idea. Vedraivedrai.Giàtu lo saiio sono mezza socialista.»

Era anche socialistainfatti; era un po' di ogni cosa.Religiosa con le famiglie religiosedemocratica con le famiglie del popoloaristocratica con l'aristocraziafautrice dell'«emancipazione» della donnacon le amiche «emancipate»e affettuosamente piaggiera con tuttiavevarelazione con mezza Torinobazzicava cento casedove dava lezioni e accettavapranziconosceva pretideputatigiornalistigente bisognosacheraccomandava da tutte le parti; aveva amiche in tutti gli istituti signoriliera confidente di cinque o sei direttriciscriveva lettere d'ammirazioneperaver degli autografia uomini e donne illustriandava agli accompagnamentifunebri dei morti ragguardevolicacciandosi in mezzo ai parenti per farsicredere amica di casapresentava gli uni agli altri i suoi conoscenti del mondoscolastico-letterariorendeva servizi a tuttirisapeva tuttos'intendeva ditutto. Soltantonon scriveva perché le mancava il tempo; anzi non parlava maidi letteraturache le premeva poco; non era nata che per l'azionenon avevaalcuna vanità letteraria; la sua suprema ambizione era di diventar direttriced'una scuola municipale.

Ma la Varetti non fu punto rassicurata dalle sue parole.Sapevaper esempioche a una maestra della scuola serale di Sant'Andrea glialunni avevano perfin disegnato delle figure oscene sulla lavagnae fatto taliscandali in classech'era stata costretta a far venire suo padre a assisterealle lezioni. Un'altra aveva trovato una lettera piena di sudicierie sotto ilcalamaioe s'era quasi ammalata dallo spavento perché le avevano messo un topovivo nel cassetto del tavolino. Infineuna maestra d'un altro sobborgoavendodenunciato all'autorità due alunni grandi che disturbavano la scuolaquestis'erano appostati di notte sulla strada dove doveva passare e l'avevan buttatain un fosso.

La Mazzara scrollò le spalle. Erano invenzioniesagerazioni: le maestre facevano una tragedia d'ogni bazzecola. «Credi» disse«il popologli operai specialmenteson gente di buona pastadi cui si faquello che si vuolebasta saperli prendere pel loro verso; e chi ne sparlanonli conosce. Parlo degli uominiperò. Quanto alle donne… è un altroaffare.»

E anche per confortare l'amica col proprio esempiole presea raccontare le fatiche che durava lei a far la scuola festiva nella SezioneNorberto Rosa. «Figuraticinquanta alunne di tutte le etàdai dieci anni aicinquantasartineserveoperaiebottegaieostessegiovani di negoziopiene di malizia… e di peggio. Entrano in scuola facendo un baccanoindiavolatosi disputano perfino a pugni i posti vicino alle finestreperpoter vedere gli amanti nella strada. E poiun amor proprio! Le donne d'etànon vogliono che io corregga i componimenti a voce altae rispondonoimpertinenze se le rimprovero; le giovani ridono quando faccio la morale; questanon vuol che imparare a far dei conti per la sua osteriaquella non vorrebbeche scriver lettereper esercitarsi alle corrispondenze amorose; una vuoleuscir prima perché ha la cucina che l'aspettaun'altra s'addormenta perché hapassato la notte a cucireo chi sa come. CrediEnricache è molto meglioaver che fare coi baffi.»

Mentre essa discorreval'amica osservò un bel vestito dilana bigia finissimache non le aveva mai vistoun po' troppo appariscente perlei; e le domandò quanto le costasse. Quella arrossì un pocoe rispose disfuggita: «Roba vecchia». Ma alla Varetti passò per la mente un sospettospiacevole: che anche quellocome già un altro dell'estate scorsafosse unvestito smesso d'una bella ragazza che aveva fatto fortuna senza maritarsieche prendeva lezioni private d'ortografia dalla Mazzaraper «mettersiall'onore del mondo».

La maestra riprese il suo discorso. «Bisogna vederle uscirepoi. Al suono della campanella scappan tutte con tanta furiache alle voltecadono l'una addosso all'altraed è un miracolo se non seguon disgrazie. Nellastrada si tiran delle palle di nevesi rincorrono. È uno scandalose tuvedessi. Ma non è il peggio. C'è sempre un branco d'uomini alla porta. Asentirleson tutti fratelli e cugini. C'è anche dei caporali. E si pigliano abraccetto senza complimentiin faccia alla direttrice. Ce n'è unafral'altreuna servettaun serpenteche bisognerà finire con cacciarladatanto che ci fa disperare. Non s'è mai visto un'impudenza simile. Ha anche leiun cuginocome l'altre. Tu vedessi che bel giovane! Uno che viene di fuori diTorino apposta per aspettarlaun'anima persauno di questi barabbatusaiche non han paura di nulla e che ti freddano un uomo per una parola. E ilbello è che mentre fa all'amore con leiè geloso anche delle altre. Lui levorrebbe tutte. Ha già attaccato lite con mezzo mondo. Ma tutti lo temonoperché è già stato un anno in prigione per una coltellata. Bisogna veder chefaccia: degli occhi che mettono i brividi. E quella sfrontata se ne vantacapiscivorrebbe imporne alle compagne come una reginae minaccia di farbucare la pelle ai loro fratelli e amorosi. Domenica scorsa egli tirò unoschiaffo a unoci fu un parapigliaaccorsero le guardie. Un giorno o l'altrol'ammazzano. Ma di' pure un bel giovane. L'anno passato andava a far le gare dilotta all'Arena torinese e dicono che buttava giù tutti. Nontanto altoma forte e sveltodei bei capelli nericon un ciuffo sulla fronteuna bella vita. Quand'è impostato là alla cantonatadurante la lezionec'èuna dozzina d'alunnetutte quelle vicine alle finestreche non c'è più versodi tenerle. Non capisco… A me farebbe paura.»

Ma dicendo questorisee quel riso spiacque alla Varettila quale ci vedeva sotto un sentimento discordante dalle parolee necomprendeva il perché. Figliuola d'un brentatore tristo soggettocresciuta inmezzo a tre fratelli discolilegati con la peggior bordaglia di Torino e statiin carcere più volte per disordini e rissela Mazzara s'era levata al di sopradella propria famiglia a forza di studioe in grazia di una naturale bontàd'animo e di certe aderenze signorili; ma le era rimasta per quella gente unaspecie di simpatia di razza; la qualepur non osando di esprimersi apertamentesi lasciava indovinare in una certa indulgenza sorridentespinta talvolta finoad un'ammirazione volgare delle loro gestache offendeva la delicatezza dellasua amica. Questa dimenticò in quel momento la loro buona amicizia di tre annie un servigio importante che le aveva reso la Mazzara in una congiunturadolorosae s'alzòimpazientita da quei discorsi.

L'amica le domandò se aveva da uscire. Essa rispose di sìche andava alla «benedizione» come tutti i giorni. Allora quella cambiòtutt'a un tratto viso ed accentoe le disse con dolcezza di divota: «Fai benebimba mia. Anch'io sento il bisogno d'andar in chiesa ogni giornoa dedicare unpensiero a Dio. Dopomi sento meglio».

D'altra parte doveva lei pure tornare a Torino. Doveva ancorafar visita a un'amicaparente d'una maestra che era stata istitutrice in casadel principe di Carignanodoveva fare una commissione al parroco dellaConsolataun monte di cose.

«Dunque» le disseprendendole il mento con due dita «va'di buon animo a far la scuola serale. Son sicura che ci troverai della gente dicuorerozzama schiettae anche rispettosa. Basta trattarli senza sussiegosemplicementealla loro maniera. Tu vedrai. Fra un mese t'adoreranno.»

La Varetti tentennò il capo. «Ho dei cattivipresentimenti» rispose.

«Fantasie!» disse l'altra. «Il popolo è come il diavolo;moltoma molto meno brutto di quello che si dipinge.»

Poi le espresse una sua idea: per le prime sereavrebbepotuto far assistere alle lezioni il cantoniere.

Ma la Varetti sorrise. Il cantoniere era un poverovecchiettoche faceva il coraggiosoma ch'era pien di pauratanto che quandosi sentivano le grida d'un alterco sul vialenon c'era più modo di trovarlo:pareva che sparisse a traverso ai muri come uno spettro.

«Insomma» concluse la Mazzara «tutto andrà per il megliote lo assicuro io. Tornerò presto a vederti e tu mi dirai che sei contenta.»

La Varetti uscì con lei per accompagnarla fin sul vialeequellamentre scendevanoparlando a precipiziole diede ancora notizie d'unadiecina di amiche.

Arrivate sull'uscio del cortileincontrarono un giovanottocol cappello a cencio e con la pipa in boccail qualefissatele tutte e duesi scansò per lasciarle passaree poi entrò nella scuola voltandosi a guardarla Varetti.

La Mazzara fece un segno di gran maravigliaed esclamò:«È lui!».

«Chilui?» domandò la sua amicaturbata.

«Luiquello di cui t'ho parlato poco fache viene ognidomenica a aspettar la cugina. Non sapevo che stesse a Sant'Antonio. Tu lo deviconoscere».

La Varettibalbettandorispose che lo conosceva di vista.

«Sarà alunno della scuola serale» disse l'altra.

Ma la Varetti sapeva di certo che non era.

«Allora» disse la sua amica «è certo che è venuto perfarsi iscrivere. Che vuoi che venga a far qui?»

La Varetti impallidì. Ma l'amica non se n'accorsee ledisse allegramente: «Toccherà dunque a te a convertirlo. Non trattenerti apigliare il freddo. AddioEnrica!».

E datole un bacioscappò per la neve.

 

La Varetti rientrò in casa col batticuore. Era veramentevenuto a farsi iscrivere per la scuola serale? E perché aveva aspettato che vifosse destinata lei? Ebbe subito l'idea d'andare ad accertarsi della cosa dalmaestro Garallochefacendo da direttorericeveva le iscrizioni; ma larattenne il timore ch'egli indovinasse la sua inquietudinee la tacciasse dipusillanime. Perdette ogni dubbio un minuto dopo vedendo dalla finestra delcortile il giovane che discorreva col maestroil quale l'accomiatò con uncenno delle dita aperteche le parve volesse dire:«Alle otto.» Essa conoscevacolui più che di vistapoiché nel sobborgo tutti ne parlavano. Era un talMuronisoprannominato Saltafinestraperchéda ragazzoper sfuggire auna furia di suo padre che lo voleva ammazzareera saltato giù dalla finestradi casa suarompendosi una gamba sul ciottolato della strada. Suo padreoperaio in una delle fabbriche di Sant'Antonioera morto d'un colpo ricevuto dauna correggia di trasmissionea cui s'era cacciato sottoessendo briaco; dopoaver fatto per dieci anni patir morte e passione a sua moglieuna povera donnatutta chiesache lavorava a una conceria. Il figliuolo lavorava da un fabbroferraioquando n'aveva voglia; passava delle giornate intere a Torino; erastato un anno in carcere per ferimentoe aveva fatto ammattire per un mese icarabinierisguisciando loro di mano dieci volte; praticava la feccia deimalviventi della città e dei dintorni; giocatorebriaconeaccattabrigheprepotente; spietato con sua madrea cui strappava fino all'ultimo centesimominacciando d'andare a far delle scenate in chiesa o di sfregiare le immaginisacre che avevano in casa; infineaccusato dalla voce pubblica di tutte lebirbonate e di tutte le violenze che si commettevan la notte in Sant'Antoniodelle quali non fossero scoperti i colpevoli. La maestra Varetti aveva sempreavuto orrore di luie n'aveva anche di più da qualche tempoperchéfosseper simpatiafosse per il piacere di intimorirla e di confonderla col suosguardoegli aveva preso a fissarla ogni volta che la incontravae asoffermarsi per guardarla ancoradopo ch'era passata; e infatti sotto losguardo dei suoi occhi neri e lampeggianti di luce sinistraella mutava coloree perdeva il fiato. Perché era venuto a farsi iscrivere alla scuola serale? sidomandava la maestra. Non per istruirsicertamente. E le passavan pel capo lepiù tristi idee: cheoffeso dall'avversione ch'essa gli dimostra a malgradosuovolesse venire alla scuola per vendicarseneo cheprendendo percommozione di simpatia il suo turbamentole si volesse avvicinare perconquistarla; e i due sospetti la sgomentavano in egual maniera.

Le pareva ora irragionevole d'essersi tanto inquietata primaquando pure sapeva che colui non faceva parte della scolaresca. Ora sìavevaragione davvero d'essere in affanno. Dio mioche cosa sarebbe accaduto? Come nesarebbe uscita? E agitata da questi pensieriprese a girar per la camera. Sisoffermò un momento davanti a un ritratto di suo padre in divisaappeso allaparetecome per prender consiglio e coraggio dalla sua immagine. Poi siarrestò davanti allo specchioquasi per interrogar la propria personaseavrebbe imposto rispetto o incoraggiato l'impertinenzao frenata questa con unaispirazione di simpatiao anche di pietà. Ma lo specchio non le diceva nullache la confortasse. Sui ventiquattro annibenché alta di staturanedimostrava diciotto; era esile; aveva un corpo gentile di fanciulla adolescenteil viso d'una bianchezza lattea e d'una minutezza di lineamenti da bambinaeuna piccola bocca scoloritada cui usciva una voce debole e dolce di malata.Che autorevolezza avrebbe potuto avere? Perfino quel difetto leggerissimo distrabismo che dava allo sguardo dei suoi occhi celesti una indeterminatezzafantasticala quale a molti riusciva seducentele pareva che si dovesseprestare a scherzi e a dileggicome la sua carnagione delicata e la sua graziasignorileche facevano troppo vivo contrasto con l'aspetto della scolaresca. Estette un po' di tempo davanti allo specchiolisciandosi distrattamente con lamano lunga e bianca i capelli castagni che le scendevan sulle tempiee cercandocon quale atteggiamento del viso avrebbe dovuto presentarsi alla classe la seradopoper guadagnarsi alla prima un po' di benevolenza. Ma si levò di làtutt'a un trattopiù inquieta che maie si avvicinò alla finestraa fissarl'occhio indagatore in fondo al vialedove a traverso alla nebbia della serasplendeva già la lanterna rossa di quella terribile osteriache la facevatanto fantasticare e tremare. Due colpi che sentì nel m urodall'altra partedella camerala riscossero dai suoi pensieri.

 

Era la maestra Baroffi che la chiamava a desinare in camerasua. Da un mese desinavano insiemeloro due e la maestra Latticontentandosidella cucina agreste della cantonierala quale le serviva qualche volta anche atavolatra una scopata e l'altra. La Varettidesiderosa di distrazionecorsesubitoe trovò le sue commensali già sedute a una piccola tavola rotondadove la zuppiera e il lume a petrolio si contendevan lo spaziofumando insieme.Macon suo rammaricola conversazione cadde immediatamente sulla scuolaserale. La Lattipassando poco prima per il paeseaveva inteso un garzonemuratore dire al suo compagnostrizzando un occhio: «Di'domani abbiamo lamaestrina». E scherzò con l'amica a quel proposito.

Ma il suo buon umore era un'eccezione alla regola. La piccolaLatti aveva una monomania malinconicache non lasciavan punto sospettare il suocorpicciolo grassotto e il suo visetto nero e vivo di gitanella: si credevasempre malatad'una malattia che cambiava ogni quindici giorni; aveva in camerasua un'intera farmaciaportava sempre in tasca pillole e polverisapeva amente Il medico di se stessocercava le ricette nelle quartepagine dei giornaliteneva corrispondenza epistolare con un clinico di Torinoefra gli altri malanniera tormentata da una tosse perpetuao meglio da unsospetto perpetuo d'aver la tosseche le faceva far dei continui sforzid'esperimentocome un cantante che abbia perduto la voce. Alle sue alunne davaspesso per tema delle lettere in cui si doveva consolare dei malati lontani oparlare d'una malattia propria. Ogni tantocominciando la lezionediceva:«Bambinequesta è una delle ultime lezioni che vi dà la vostra poveramaestra!». Passando con le amiche davanti al camposantosospirava: «Lì sonoaspettata!». Le scolare astute non avevan che a andarle attorno e dirle:«Cos'hastamanisignora maestrache è così pallida?» e leianche standobeneera presa da un'orribile agitazione. Del restobuona come il pane esuperiore a tutte le piccole miserie e passioncelle del mondo scolasticocomechi crede d'esser già più di là che di qua. Era figliuola d'una guardiacivica.

La Varetti non rispose ai suoi scherzi.

Allora la confortò la maestra Baroffi.

«Io t'invidio» le disse con la voce grossaalzando il suoviso paffuto e sbiancato di madre nobilecoronato d'una capigliaturapoeticamente scompostae guardando sopra il capo all'amicacome se parlasse auna persona ritta dietro di lei. «Tu potrai studiare il popolo: un bel soggettodi studioche non fu mai sviscerato. Potrai fare del gran bene. Io vorreiessere al tuo posto e credo che ne farei quello che vorrei di quella classe. LaGarallo non li capivanon sapeva toccare le corde… Non ha il dono dellaparolainsomma. Ma una ragazza d'ingegno e di cuore deve riuscire a dominarliin quattro lezioni.»

La Varetti scosse il capo in atto incredulo.

«Tu sei troppo teorica» le disse.

Era così. Non ostante le sue trent'otto primaverequellacredeva ancora all'operaio dei libri di lettura che canta le gioie dellapovertà onesta e compiange i ricchi affollati di cure. Tutta immersa nellaletteraturanon aveva alcuna conoscenza pratica della vitanessun fondamentod'osservazione fatta direttamente sugli uomini e sulle cose; ma solo un emporiodisordinato e bizzarro di sentenze di libridi concetti convenzionali e difrasi coniateche combinava continuamente in mosaico per le sue conferenzeideali. La conferenza era in lei un vero furore cefalicoa cagion del qualeavendo trascurato la scuolas'era fatta relegare dalla città a Sant'Antoniodove soffriva di nostalgia letterariacon l'animo sempre rivolto a Torinocampo delle sue piccole glorie passatecome a un paradiso perduto. Giungeva atal segno la sua passionech'essa non poteva vedere un tavolino e una seggiolasenza pensar subito a una conferenza; avrebbe tenute delle conferenze aglialberi del viale; faceva degli esperimenti oratori da sénella sua camera; nonpensava quasi ad altro; tutto quello che le entrava nel capo dalla conversazioneo dai libri vi pigliava forzatamente la forma di un discorso accademicocomecerte materie pigliano una data forma in una data macchina. E in questo ellaoffriva un caso davvero curioso di cleptomania letterariapoiché per istintoinnocentementenon faceva che levar la marca ai pensieri altrui e metterci lapropriacome la cosa più naturale del mondo: pigliavaper esempiounaconferenza d'un altrola rovesciavae la faceva suasenza metterci altro disuo che una certa tinta uniforme lirico-pedagogicache soleva dare a ogni cosae l'intonazione affannosamente drammatica con cui la leggevaquando potevagesticolando come un naufrago che chieda soccorso. Avevaanni addietropubblicato un polpettone di libro di lettura che era da capo a fondo un vero eproprio magazzino d'oggetti di furtiva provenienzasul quale aveva fattostampare: «diritti di proprietà riservati» ed orain quel suoromitaggioandava accumulando i frutti d'un vasto e infaticato saccheggioperquando sarebbe ritornata a Torino. Era soltanto impensierita della pinguedinecrescente e del raffittire dei capelli grigichesecondo leiavrebberonociuto alquanto ai suoi buoni successi avvenire.

L'osservazione della Varetti la punse un poco.

«Non son teorica» rispose. «Ho più esperienza di te econosco il popolo meglio di tee ho osservato che al popoloagli operaiparticolarmentenon si sa insegnare. L'operaio è ingenuo perché è incoltoebuono perché lavorae per questo è facile a tutti gli entusiasmi. Bisognadunque toccarlo nel sentimento patrionell'amore del bello e del grande;bisogna fargli brillare alla mente gli ideali dellagioventùcol linguaggiodella fanciullezza. Ed è questo che non si sa faree che io fareicaraamica.»

«Dio mio!» rispose con tristezza la Varetti. «Quando tifanno un insulto sul visoserve di molto rispondere con gli ideali!»

«A me» ribatté l'altra«l'insulto non lo farebbero.»

La discussioneche s'inaspriva un po'fu interrotta in buonpunto dalla maestra Lattila quale dopo aver mangiato come un lupicinolasciòcadere a un tratto la forchetta esclamando: «Quest'appetito mi sarà fatale!».

Le sue compagne sorrisero.

«A proposito» disse la Baroffi«m'ha detto il Garalloche s'è venuto a far iscrivere Saltafinestra.»

Lo conoscevan tutte di fama.

La Varetti accennò che lo sapeva.

«Eccone unoper esempio» soggiunse la conferenziera «cheio mi sentirei di far piangere come un bambino.»

«Ti vorrei vedere» disse la Varetti

«E mi vedresti» rispose quellascotendo la capigliatura.«Alle voltequei demoni scatenatiche fanno paura a tuttihanno dei cuori difanciulli. Non c'è che a trovar la via d'arrivarcie la parola può tutto.Guarda come li tiene il Garallo.»

Questi faceva la seconda classe della scuola serale. Mal'esempio non calzava perché nella seconda non c'erano uomini fatti. La Varettid'altra partenon credeva punto c'egli tenesse la disciplina come se nevantava. Egli soleva dire: «Nella mia classe si sentirebbe il volo d'unamosca» e leila seradalla sua camerasentiva un baccano dell'altro mondo.

«È un'altra cosa» entrò a dire la maestra Latticheaveva ricominciato a mangiare; «il Garallo è repubblicano; gli è più faciledi tenerli; il popolo ha simpatia per i repubblicani.»

Ma la Mazzara negò. Il Garallo era repubblicano di principiie di cuore; aveva in casa i ritratti del Mazzinidi Aurelio Saffi e di AlbertoMario; suo padre era stato mazziniano; egli si serbava fedele agli ideali di suopadre; ma in iscuola non faceva propaganda; si asteneva soltanto dalleadulazioni e dalle bugiarderie obbligatorie.

«Giàè un repubblicano silenzioso» osservò la Varetti«che si guarda bene dal compromettersi. La propaganda non entra nei suoi conti.»

Quel gioco di parole involontario fece ridere le altre due.Il maestro Garallo e sua moglie eran conosciuti come i due più appassionaticomputisti del corpo magistralefacevan calcoli infiniti sugli stipendi e sugliaumenti quinquennali propri e degli altrierano occupati di continuo inquestioni di contenzioso scolastico finanziariostudiano sui bollettini del Montedelle pensionisu quelli della Cassa Società degl'insegnanti sullerelazioni della Cassa pensioni del Municipiomeditando proposte eosservazioni da far nelle adunanzeregistrando le «liquidazioni» dei lorocolleghidiscutendo il bilancio del Ministero d'istruzione pubblicamovendolamentazioni interminabilia due vocisopra ogni aumento di spesa che sifacesse sugli altri bilanci dello Stato. Non uscivan quasi mai dalla loro bucae si diceva che impiegassero tutte le serate in cómputi e ragionamenti diquella naturasgranocchiando in mezzo alle cifre i salami e le ricotte chericevevano in dono dai parenti dei loro scolari.

Le maestre Latti e Baroffi celiarono per un pezzo suquell'argomento e stavano appunto dicendo che i due coniugi sapevano a menaditostipendiindennità ed incerti di tutti i maestri del mondoda Pietroburgoalla Californiaquando la Varetti sentì nel corridoio il passo del Garallo ches'arrestò davanti all'uscio del suo quartierino.

Mentre essa s'alzava per andare da luisentirono picchiareinvece all'uscio della Baroffila quale corse ad aprire e fece entrare ilmaestroche aveva un gran foglio tra le mani.

Era una strana figura: poco più che quarantenne; piccolo distatura e tarchiatouna enorme testa con una gran capigliatura nera arruffatala faccia pallida e seriacon due baffi corti e irsutigli occhialiaffumicatiuna voce di basso.

Non volle sedere. Venivamandato dalla mogliea portarealla Varetti l'elenco degli iscritti alla sua scuola serale.

La maestra prese il foglio e vi diede un'occhiata: eranquaranta. Guardò l'ultimo nome. Ahimè! Era il MuroniSaltafinestra.

Il Garallo tirò fuori un altro foglio più piccolonelquale eran divisi gli alunni in due sezioni: quelli che sapevan già leggere escrivere alla meglio e quelli che incominciavano. «Saprà» disse «che c'è unnuovo iscritto.»

La maestra rispose che l'aveva visto.

«Non se ne dia pensiero» le disse il maestro con voceburberanotando il suo viso inquieto; «quello lì e gli altri si fanno rigardritto tutti a un modo. Non bisogna far delle frasiné lasciarsi andare alsentimento. Ci vuol franchezza e energiae mostrar di non temer nessuno. Ilpopolo ama i caratteri forti e franchi. Io li tengo tutti nel pugnoi mieienon rifiatano. In ogni casose succedesse qualche cosami mandi a chiamare:non avrò che a farmi vedere.»

La Varetti lo ringraziòcon un leggerissimo sorrisoironico; il maestro augurò la buona sera e s'avviò per uscire. Arrivatoall'usciosi voltò a dare alle colleghe una buona notizia. Pareva chefinalmenteil Ministero si fosse deciso ad accordare una riduzione suibiglietti ferroviari agli insegnanti elementari. «Era tempo» dissee uscì.

La Varetti e la Latti diedero la buona notte all'amica erientrarono nelle loro camere nel momento che il cantoniere sprangava l'usciodel cortile; e la casa solitaria rimase in un profondo silenzio.

La mattina dopomentre stava per scendere alla scuola deibimbila Varetti ricevette una visita inaspettata: la madre di Saltafinestra.

Questa entrò timidamente nella camerainchinandosicomedavanti a una gran signoraenel girare gli occhi intorno in aria dicuriosità rispettosaparve un momento stupita di vedere appeso a una parete ilritratto d'un ufficiale. Era una piccola donna tozzacon un fazzoletto giallosul capoche lasciava vedere i capelli grigi; vestita da contadinapulita: unviso d'anima in penacon una ruga diritta in mezzo alla frontee due occhiinquieti e luccicantiin cui pareva avesse due lacrime fissecomecristallizzate.

Cominciò con una domanda singolarea bassa vocecome separlasse in un confessionale: domandò alla maestra se sapesse per qualmotivo il suo figliuolo si fosse deciso ad andar alla scuola serale. Lamaestra si maravigliò della domanda. Che ne poteva saper lei? E il sospetto chela donna supponesse una relazioneanche solo di paroletra lei ed il giovanele fece salire il sangue alle guance.

Alloracon voce tremolaparlandole pianoquasinell'orecchiola vecchia le raccomandò il figliuolo caso mai non si fosseportato bene e avesse commesso qualche… imprudenzapregava la signorina dicompatirefin che potevadi non prenderlo di punta… per via del suocarattere. Con tutte quelle ch'ei le aveva fattoella mostrava ancora dicredere che fosse piuttosto pervertito dalle cattive compagnieche tristo difondo. Ma la verità le uscì di bocca a malgrado suoquando vide nella ragazzaun'espressione fuggevole di compassione. «Ah! Signora maestra!» esclamògiungendo le mani. «Se sapesse che vita è la mia! Quel figliuolo che gli dareitutto il mio sangue! Santa Maria benedetta! Dire che dai tredici anni in su nons'è più voluto confessare né comunicare!».

E si mise a piangere. Sìle sarebbe parso poca cosa tuttoil restose solamente fosse voluto andare a messa la domenica. Anziera venutaapposta per questo. Se la signora maestrafacendo lezionecosì alla lontanaa poco a pocogli avesse potuto insinuare un po' di religioneun poco di timordi Diocon quelle parole che le persone istruite sanno trovareavrebbe fattoun'opera santae lei l'avrebbe benedetta per tutta la vita.

Qui s'interruppe per avvicinarsi alla finestra e guardar sulvialesenza mettere il viso alla vetrataperché temeva che il figliuolol'avesse vista entrare o potesse vederla uscire. E il suo aspetto e ogni suomovimento rivelavano un affanno abituale ed anticoche s'era fatto come unamalattia cronica in leie lasciava indovinare una storia miseranda di dolori edi stentile notti vegliate ad aspettare il figliuolocol tremacuore divederselo portar ferito o cadaverele persecuzioni e le busse toccate dalmaritoil terrore continuo della giustizia umana e divinaventicinque anni divita ch'erano stati un lungo martirio senza conforto e senza requie. Poi tornòa raccomandare il figliuolo con parole umilidalle quali trapelava nondimenouna certa alterezza paurosa dell'avvenenzadel coraggioe perfino dellacelebrità trista di lui. Cattivi compagni e cattive donne lo cercavanolovolevano tuttilo tiravano a bere e a giuocareegli era orgogliosos'offendeva per una mezza parolanon aveva paura di niente al mondo… Ma dabambino era stato buono come gli altri. E questo ricordo la fece dare in piantoun'altra volta. «Chi me l'avesse detto» esclamòpiangendo nelle mani aperte«quando lo portavo in colloche m'avrebbe straziato il cuore in questo modo!»E mentre la maestra le diceva qualche parola di consolazioneessa levò le manidal viso e stette a guardarla in atto di gratitudine e d'ammirazionecomeosservando per la prima volta la sua figura signorile e la sua voce soave.Espresse poi il suo pensiero nell'andar viaguardandola di nuovo da capo apiedi. «Ah! poverina!» disse «una signorina così… dover far la scuola atutti quegli indemoniati!» E se n'andòdopo aver lanciato un altro sguardosospettoso dalla finestra.

 

La scuola serale doveva incominciare alle otto. Un quartod'ora prima la maestra Varettiguardando traverso alla vetratavide giù nellanebbia del viale dei gruppi neri d'operai che con le pipe e coi sigari accesipicchiettavano l'oscurità come di tanti occhi di fuoco. S'era messa quella seraun vestito di lana color caffèun po' grandeche le pareva il più adatto anon attirar gli sguardi sulla sua persona. Dieci minuti avanti l'oravenne aprenderla il maestro Garallo per presentarla alla scolaresca.

Passando pel corridoioincontrarono il cantoniereunvecchietto secco e nasutocon una faccia petulante. Il Garallo gli ordinò ditener d'occhio la classe della Varretti…

«Dentro?» domandò queglirannuvolandosi.

Il maestro gli rispose: «Di fuori» e l'uomo respirò.«Dentro o fuori» disse «per me è lo stesso.»

La maestra entrò col Garallo nella scuolach'era quelladove la Baroffi faceva lezione ai bimbidi giorno. Non c'erano ancorache seio sette alunni nei banchi in fondo; gli altri venivano entrando. Il maestro e lamaestra salirono sul palcodov'era il tavolinoe stettero in piedi davantialla lavagnasotto la fiammella del gasassistendo all'entrata.

Entravano a uno a unoa trea cinque in filacoi libri ecoi quaderni in manogli uomini pestando i piedi per il freddoi ragazzifacendo un gran rumore di zoccolie tuttinell'entrarevolgevano uno sguardodi viva curiosità alla nuova maestra; alcuni anche si soffermavano un momento;e via via che s'infilavano nei banchiesprimevano a bassa voce ai vicinisorridendola loro impressione. Erano alunni di ogni etàdai dodici aicinquant'anni: operai della fabbrica di ferramenti e di quella d'acidosolforicooperai d'una conceriamuratoricontadinipastoridi quelli chescendono dalle Alpi a svernare a Torino con le bestieper vendere latte eformaggio spalar la neve: capigliature irte o arruffatebarbe incoltevisinericravatte rossecamice sudicierozze giacchette gonfiate dalle doppiesottovesti e dalle grosse maglieche uscivan fuor dalle maniche. Gli uominimaturiun po' vergognosi di venir a scuolas'andavano a metter quasi tuttinegli ultimi banchicon le schiene contro la paretesulla quale si vedevandelle enormi chiazze d'inchiostrofin quasi alla vôlta.

Quando furon tutti al posto e quietiil maestro Garallo fececon la sua voce di toroma con tono molto garbatola presentazione: «Vipresento la vostra nuova maestra. Raccomando l'ubbidienza e il rispetto».

Detto questouscì in fretta senz'aggiungere altroe lamaestra rimase un momento immobileritta in faccia alla sua scolarescache laguardava in silenzio.

Un osservatore estraneo avrebbe indovinato che facevan tuttiun paragone mentale della nuova maestra con la precedentela signora Garallouna piccola e grassa trentenneche pareva la sorella di suo marito; e avrebbecapito pure che il paragone tornava tutto a vantaggio della prima. In quasitutti gli occhi luccicava un sorrisoche esprimeva dei pensieri difficili adesprimersi.

La maestra stette un po' confusacon la vista torbidanonsapendo come principiare. Poi sedette al suo tavolino.

In quel momento entrò Saltafinestra.

S'udì un lungo mormorioe tutti gli occhi si rivolsero aguardar lui e la maestra; la qualeargomentando da quell'atto che tuttisapessero ch'egli veniva al scuola per leiimpallidì leggermente.

Il giovanedisinvolto e tranquillopassò davanti altavolinodando alla maestra una rapida occhiata di sbiecoandò dinanzi alprimo banco a destradov'era un posto vuoto contro il muroe messavi una manosopracon una mossa agilissima vi saltò dentroe sedette.

Per prima cosa la maestra avrebbe dovuto fare un breve esameal nuovo venuto per accertarsi che potesse stare nella sezione dei piùavanzatidove s'era messo di moto proprio; ma l'aspettazione appunto diquell'esameche ella vide negli occhi della scolarescale tolse il coraggio difarlo. Incominciò subito la lezione.

La Garallo le aveva accennato il suo metodo e il punto a cuieran rimasti. Seguitando le sue tracceessa si mise a scrivere sulla lavagnacon mano malfermauna serie di sillabe sempliciper farle prima leggere e poiscrivere alla sezione di sinistra: mentre questi scrivevanoella avrebbe fattoleggere agli altri il libro di lettura.

La lezione pareva che cominciasse bene: per un po' di temponon s'intese alcun mormorio: quelli che non stavano attenti alla letturaparevano assorti nell'osservazione della sua persona.

Timidamentementre leggevano i primi a uno a unoessaesaminò con sguardi furtivi i suoi scolari. I più grandi stavan quasi tuttialla sua sinistracon quelli che eran più addietro. Le diede nell'occhioavanti gli altrinel banco più vicino a leiuna specie d'Ercole raccorciato eingobbitocon una testa smisurata e deformedalla fronte bassissima e dallabocca di bove: una faccia stupidain cui appariva un'ostinazione di brutomachenonostante l'espressione torva degli occhilasciava trapelare non so cherettitudine d'animo. Egli prestava una profonda attenzione alle sue parole ealla lettura degli altri. La maestra osservò che aveva per penna una chiavecon la punta per scrivere confitta nel buco.

Quando venne la sua volta di leggeregli domandò il nome.Quegli rispose in modo appena intelligibile: «Carlo Maggia». Era un garzonemacellaioche aveva trentacinque annie ne mostrava dieci di più. Alle primesillabe che lessecon una voce che pareva d'un can mastinoalcuni ragazzidell'altra sezione cominciavano a ridere; ma a uno sguardo lento ch'egli giròsopra di lorotacquero. Attirò l'attenzione della maestra un altro alunnodella sezione di destrache doveva essere il più attempato di tutti: un uomosulla cinquantinaaltocon una folta barba brizzolataun viso benevolo estanco di onesto lavoratoreche la confortò. Era un certo Perottioperaiodella conceriache aveva nella stessa scuoladue banchi più sottoun suofigliuolo d'undici annilavorante nella sua fabbricaserio e simpatico comelui. Scendendo con lo sguardo trovò la testa bionda d'un altro operaiopiùpulito degli altriche le fece impressione: un uomo sulla trentinalunghicrinito e ben pettinatocon un viso signorile dal gran naso aquilinoecert'occhietti turchini in cui brillava l'intelligenzamista a una espressioned'orgoglioche si fece più viva quando i loro sguardi s'incontrarono. Daquella parte il maggior numero erano ragazzi: dei visi vivaciirrequietisporchiimpertinentidai quali si capiva alla prima che venivano alla scuolapiù per godere il caldo e per fare il chiasso che per imparare. Fra questi ledestò una vera inquietudine un ragazzo sui quattordici annisedutoall'estremità del secondo bancoun muratorinoparevail quale sorriseapertamentecon un'aria di familiarità punto rispettosaquand'essa loguardò. Delle molte grinte di monelli ch'ella aveva visto uscir dalle fabbrichequella era senza dubbio la più invetriata: aveva degli occhi in cuiscintillavano tutti i viziun mezzo naso voltato in suche era un'insolenzaincarnatauna bocca su cui s'indovinavano le oscenitàsenza che parlasselapelle cinereail corpo lungo e scarnitoun po' curvoe il sorriso cinico delragazzo che ha già percorso un gran tratto su tutte le vie che menano allospedale e alla prigione. Da costui ella scese con l'occhio al primo banco; maveduto appena di sfuggita il Muronigirò lo sguardo dalla parte oppostavolgendo l'attenzione agli alunni che leggevan tutti insieme le sillabe dellalavagnacompitando e cantando come bambini che mettessero la voce in un imbuto.S'era intanto diffuso per la scuola un odor forte che le cominciava a offenderle narici: il puzzo delle pipe e dei mozziconi di sigaro spenti da pocountanfo misto di vinodi grasso di macchinadi pelli concedi stalladi scarpefracide. Nel coro della letturaella sentì che alcuni ragazzi forzavan la voceper far la burletta; ma finse di non badarvi.

Quando ebbero finito ordinò che scrivessero le sillabe suiquadernie si voltò all'altra sezione. Ma prima che incominciassescesero daibanchi in fondo tre alunni grandi col quaderno in manofra i quali il Perottie vennero da leicome facevano con la Garalloa farsi chiarire dei dubbi sulcomponimento che quella aveva assegnato. Un pittore avrebbe potuto fare unquadro nuovo e bellissimo col gruppo che formò per qualche momento il visogentile di quella maestrina timida e un po' vergognosachina sui quaderniinmezzo alle teste rozze e scapigliate dei tre operaichinati essi pure perosservare le correzioni. La maestra Garallo aveva dato per lavoro una lettera dicommiato d'un operaio al suo capo di fabbrica. Quando i tre alunni grandi furontornati al loro postoessa ne chiamò uno a casoscorrendo l'elencoper farleggere un componimento ad alta voce. Al nome Lamagna Luigi s'alzòl'operaio biondodai capelli lunghi. Tutti fecero silenzioanche nell'altrasezionee si voltarono a guardarlocome se aspettassero ch'egli leggessequalche cosa di singolare. Quegli cominciò a leggere con una certa correntezzae con un'aria di trascuranza affettataquasi che volesse fingere di pensare adaltro. V'eran nella sua lettera delle frasi che avevan poco che fare colsoggettoe incastratevi quasi per forzanelle quali si mostrava più apertol'orgoglio che la maestra gli aveva già letto negli occhi. Questa gli fecequalche appunto grammaticalea cui egli oppose delle obbiezioninon con malgarboma con un tono da far capire che egli voleva esser tenuto in un contoparticolarenon messo a mazzo con altri. La lettera era sottoscritta: «LamagnaLuigisuo egualenon servo». Queste paroleper la maestrafurono unlampo.

Il Lamagna doveva essere certo quell'operaio socialista dellafabbrica di ferramentidel quale essa aveva inteso parlare molte voltecomed'un giovane d'ingegno ardito e bizzarrotenuto in grande stima dai suoicompagnia cui predicava il verbo nuovo nei crocchiterminando ogni discorsocol raccomandare l'orgoglio di classecome principio e fondamentonecessario della emancipazione avvenire. La maestra gli fece ancora un appuntosopra una parola della chiusaed egli sedettemormorando le sue obiezioni alvicinocon un sorriso dignitoso.

Fin quisalvo qualche leggero bisbigliola classe siportava benee la maestra prendeva animo. Fece aprire il libro di lettural'Artiereitalianoche tutti gli alunni di destra avevanoe lesse ella prima unperiodo. Leggendopensava che avrebbe dovuto a ogni costo far legger dopo dilei il Muronisia per rompere il ghiacciosia per non destare nella classe ilsospetto ch'ella ne avesse paura: d'altra parteprendendo dalla destra delbanco più vicinoegli era il primo. Fece dunque uno sforzoappena ebbe finitodi leggeree voltandosi verso di luigli disse: «Rilegga».

Tutti tacquero.

Il giovane s'alzòcol libro in manosorridendo con l'ariavanitosa di chi sa d'essere oggetto di curiosità e di aspettazione.

Era la prima volta ch'ella fissava gli occhi sopra di luien'ebbe più ripugnanza che non n'avesse mai avuta. Quella piccola testa coicapelli femminilmente spartiti nel mezzoquel viso quasi di ragazzo precocediuna pallidezza lividacon due piccoli occhi neri acutissimid'una espressionedura e risolutain cui s'indovinava un'ira vendicativa senza pietàcon quellabocca stretta e senza labbrache pareva una ferita di coltellonon guernitache di due baffetti arricciati a puntaavevan qualche cosa di feroce insieme edi leziosoche faceva peggior senso della faccia d'un rozzo malfattoreabbrutito. Tutto il suo corpo ben proporzionato e asciutto mostrava d'aver deimuscoli d'acciaio e una sveltezza di saltimbanco. Alla capigliatura impomatataalla cravatta col nodo allentato che lasciava scoperto il collo fino allafontanella della golaai calzoni stretti che s'allargavano a campana sul piedeai larghi polsini di colore che coprivan mezze le manisi riconosceva il tipodel barabba ambiziosomisto di bellimbusto e di brigantedivorato damille appetiti e non contenuto da altro freno che da quello della povertàpronto in qualsiasi ora a qualunque cimento e a ogni più audace birbonata.L'atteggiamento della sua personaimpostata di sghembocon una spalla piùalta dell'altrail balenio intermittente degli occhil'intonazione della vocerauca manifestavano un orgoglio smodato e selvaggiochenon trovando altraviasi sfogava in un disprezzo beffardo di tutti e d'ogni cosa; di queidisprezzi di malfattori che vanno di sotto in sucrescendo gradatamentedallapolvere della via dove nascono fino alla sommità d'ogni grandezza umana.Leggendo a stentoegli fingeva d'intaccare per capriccionon per ignoranzaenell'alzare il viso dal librolanciava ogni tanto un'occhiata alla maestrachenon gli vedeva che il bianco degli occhie n'aveva un senso di freddo allevene. E benché si sforzassequando lo doveva correggerenon osava guardarlonel viso; non guardava che la sua mano destracon la quale ei teneva il libropensando con raccapriccio ch'era quella che aveva immerso il coltello nel fiancod'un amico. Quando finita la letturaegli si rimise a sedereella si sentìcome liberata da un'oppressione del cuore.

Venuta la volta di leggere al ragazzo del secondo bancochele aveva fatto una così trista impressioneella capì dal modo come s'alzò edal movimento di curiosità dei suoi compagni ch'egli doveva esser solito aprovocar l'ilarità e lo scandalo nella classe; e avendo letto nell'elenco PietroMaggiagli domandòcon la speranza d'ingraziarselo un poco in quellamanierase fosse parente dell'altro Maggiaquella specie di grosso brutoch'era nell'altra sezione.

«A l'è me barba» (è mio zio)rispose il ragazzoconuna smorfia buffache fece ridere i vicini. Lo ziointento a scrivere con lasua chiavenon si voltò. E quegli cominciò a leggere con voce contraffattach'era una sua valentia artisticacon cui imitava la voce d'un povero sciancatodel sobborgoche chiedeva l'elemosina. Tutti i ragazzi si misero a ridere. Matre o quattro degli uomini fecero segno di disapprovazione; fra i quali ilPerottidal suo banco in fondogli disse aspramente: «Finiscila!».

«Perché mi manca di rispetto?» gli domandò la maestraincoraggiata da quegli aiuti.

Il ragazzo sedettefacendo l'atto d'arricciarsi un baffo. Lamaestra passò ad un altro. Quando toccò al Lamagnaavendogli detto: «Facciasentir meglio la doppia t» quegli rispose con dignità: «Mi par d'averla fattasentire». Gli altri si contennero bene. Allora essa diede il periodo dascrivere e tornò alla prima sezione.

Intantofurtivamenteguardava di tratto in tratto il Muroniper indovinar dal suo contegno le sue intenzioni. Egli scriveva; ma guardandolei molto spesso; e i suoi sguardipure non palesandole chiaramente il suopensierola confermavan pur troppo nella certezza che con un pensiero eglifosse venutoo spinto da una simpatia brutaleo per far qualche bravataforseper una scommessa fatta coi suoi compagnio col solo proponimento d'impaurirlae di farle dispiacereper malvagità; o chi sa che altro. Ogni volta ch'ei laguardavagli guizzava un sorriso su quella bocca senza labbracome illuccichìo d'una lamail sorriso biecosubdolofuggente di chi cova unproposito maligno. E a ciascuno di quei sorrisi ella si turbavatanto chedoveva fare uno sforzo per non perdere il filo della lezionee quegli sen'accorgevae mandava dagli occhi un lampo di compiacenza trionfanteche laturbava anche peggio. Egli tenne però per tutta la lezione un contegnocorrettonon voltandosi mai a parlar coi vicinicome se fosse tutto assortonella sua idea.

Quelle due lunghissime ore passaronocome Dio volle.Essendovi la doppia vacanza del sabato e della domenicala maestra diede percompito alla sezione più avanzata una lettera a una supposta sorella lontana.Poi raccomandò timidamente a tutti di uscire in silenzio. All'ultime sue paroleil piccolo Maggia mise un fischio sottilecheper fortunapassò inosservatotra il suono della campanella e il rumore che facevan tutti per apparecchiarsiad uscire.

Uscirono in gran disordine. Passandole davantiil Muroni lelanciò uno sguardoch'essa sfuggì. Molti degli uomini la salutarono. Ma ilmaggior chiasso scoppiò di fuori. Uscivano anche gli alunni del Garallo. Parevaun'uscita d'un teatro popolare una sera di martedì grasso: strillisalve difischizufoliiurlateun fracasso di zoccoliun chiamarsi per nome asquarciagolauno schiamazzo di domande e di rispostein cui la maestra sentìpiù volte il proprio nome e dei commenti sulla sua personaseguiti da risateclamoroseda cantida versi d'animalida esclamazioni buffe e da scaracchisonori; e da tutte le parti fiammelle di zolfanelli e di carte accese sullepipeche offrirono per un momento lo spettacolo d'una luminaria nella nebbia.Poi il baccano s'allontanò a poco a poconon si udirono più che grida e cantinel sobborgoe infine seguì un silenzio profondo.

 

La Varetti uscì dalla scuola assai tranquillata. La suaclasse era meno peggio di quello che si fosse immaginata; c'eran dei visi digalantuominiche le parevan disposti a tenere in briglia i ragazzacci; e laconfortava sopra tutto l'immagine di quel Perottisul cui viso onesto essaaveva visto quasi una promessa di protezione paterna. Chiese poi notizie di luial Garalloche raggiunse per la scalae le ebbe eccellenti. Era un buonoperaio e un ottimo padre di famigliache aveva lavorato da falegname primad'entrare alla conceriae fatto due o tre piccoli mobili assai graziosi per ilmuseo pedagogico che il maestro si proponeva di mettere assieme. Avevan tantabuona volontà d'istruirsilui e il suo figliuoloche appena usciti dallaconceria andavano alla scuola senza mangiarerestando così digiuni per dieciore; e il piccinoche aveva fatto la seconda elementarecorreggeva ancora ilavori al padredopo cena. «Vedrà» concluse il Garallo «che col popolo sista bene. Se poi seguiranno dei disordinilei mi manderà a chiamare dalcantonieree non avrò che da affacciarmi all'uscio: tutti rientreranno neldovere.»

La maestra si ripresentò dunque alla scuolabenché turbatasempre dal timore di Saltafinestracon assai miglior animo che non si fossepresentata tre giorni avanti. Ma s'accorse pur troppo fin da principio chenonpiù distratti dalla curiosità ch'essa aveva destata la prima serae ancheperché avevano indovinato la sua indole timidai ragazzi non si sarebbero piùfrenati come l'altra volta. Ella sentì delle risate repressee capì chequalcuno doveva far dei gesti sconvenienti alle sue spallementre stava allalavagna a scriver le sillabe. I ragazzi cominciarono a parlar forte; alcuni siaddormentavano; uno russavae lo dovette svegliare. Fu costretta due o trevolte a interrompersisgomentaaspettando che i grandistizziti d'esserdisturbatiimponessero silenzio. Il piccolo Maggia distraeva i vicini con unaginnastica continua delle mani e dei piedidi sotto al bancoe quando essa loguardavale fissava gli occhi in viso con una espressione di finto stuporecosì impertinenteche le faceva voltare il capo da un'altra parte.

Ammutolirono tutti quandoterminata la lettura della primasezionevidero Saltafinestra uscir dal suo banco col quaderno in mano per salirsul palco a chiedere spiegazioni sul suo lavoro.

La maestra tremòpresa dal presentimento di qualche atto diaudacia.

Il giovane le s'avvicinò perfettamente tranquillosimulandoanzi una grande serietàe messole davanti il quaderno apertole rivolse unadomanda intorno a una frase. Vinta la ripugnanza che sentiva a stargli cosìvicinotremandoe quasi restringendosi in sé come per scansare il suocontattoella chinò il viso sul quadernoe lesse le prime righe delcomponimento: una lettera a una sorella.

Tutt'a un trattomossa da uno sdegno più pronto d'ognitimoreafferrò il foglio con due manilo fece in due pezzie respinse ilquaderno da sé.

Aveva letto il principio d'una dichiarazione amorosa.

Il giovane riprese il quaderno e tornò al suo postocolcapo bassosorridendo sinistramente. La maestra rimase qualche momento biancacome un cencio. Poicon molta faticaricominciò la lezione.

Quell'avvenimento misteriosocommentato subito da un vivomormoriovalse a tenere nella scolaresca un breve silenzio di curiosità e diaspettazione. Ma verso la finementre la maestra voltava un'altra volta lespalle alla classe per scrivere le sillabe col gessettofu riscossa dal colpod'una grossa palla di carta masticata che batté nel mezzo della lavagna ericadde ai suoi piedi.

Si voltò con una fiamma nel visoper cercare il colpevole:il quale non poteva essere il Muronipoiché la palla era venuta d'in mezzoalla scuola. Guardò il piccolo Maggia; ma aveva una faccia impassibile. Guardògli altri ragazzi; eran tutti come statue.

«Chi è stato?» domandò con voce commossa.

Nessuno rispose.

Cercò il viso dei tre o quattro uomini più attempatichecredeva disposti a proteggerla; quello del Perotti fra gli altri; ma tuttiabbassarono il capo. Allorascoraggiatafece uno sforzo per rimandare indietrole lacrimee continuò la lezione.

Quel nuovo affronto che le era stato fatto in faccia a tuttile stringeva il cuore più di quell'altroche pure l'aveva offesa più addentrocome donna; e la sua commozione visibilissima giovò a tenere in certo riserbogli alunnieccetto il piccolo Maggiache tentò due o tre volte di far riderla classe. Ma i grandiindignatilo zittirono. Tristeella seguitò a farleggerenon guardando più il Muroni che verso la fine della lezione. Ma gliocchi ch'ella gli vide in quel puntole rimescolarono il sangue: non era piùlo sguardo tra curioso e beffardo della prima sera: era uno sguardo acuto efreddolampeggiante fra le palpebre socchiusenel quale traspariva l'orgogliooffesoun proponimento risoluto di vendettauna aperta minaccia. Sull'attoella si vide assalitapercossaferitastesa a terra sulla nevee si sentìcorrere il sangue caldo giù per il fiancoe le tremaron le ginocchia come perfebbre.

All'uscitavide molti alunni affollarsi nel corridoiointorno al Muroni per domandargli la rivelazione del mistero. Uno degli ultimi auscire fu il Perotti.

La maestra lo chiamò.

Quegli le si accostò in atto rispettosocol cappello inmano.

«Lei ha visto» disse la maestra con la voce ancora tremante«l'affronto che m'hanno fattoalla lavagna. Se non faccio punire il colpevolefaranno di peggio. Perché non mi dice chi è statolei che è un galantuomo?»

Il Perotti abbassò il visoun po' vergognatosenzarispondere.

«Perché non mi denuncia il colpevole?» ripeté la maestra.

«Ehcara signora» rispose francamente l'operaio «per nonbuscarmi una coltellata.»

La maestra fece un atto di ribrezzo.

«Ma non può essere stato che un ragazzo!» disse.

«Giusto» rispose l'altro «quelli sono peggio dei grandi.»

La maestra non disse più nullae il Perotti se n'andò colcapo basso.

 

Il suo primo pensiero fu di cessare le lezioni. Ma poiprevalse in lei il sentimento della dignità. Sarebbe stata una viltà il cedercosì subito all'insolenza d'una piccola partech'era la peggioredellaclasse. E decise di persisterenon solo; ma di tenere chiusi in sé i suoiaffanni e le sue paure. La maestra Baroffiperaltrola tirò su quel discorsola mattina dopoa colazionelagnandosi con lei che i suoi alunni seraliavessero bucato in fondo i calamai fissi nei banchiin modo che quella mattinaera colato tutto l'inchiostro sui vestiti delle ragazze. Allora la Varetti leparlò delle sue angustie. Ma quellacon la sua voce grassa di madre nobileribatteva sempre lo stesso chiodo: «Ma parla loro una volta! Fa' loro un beldiscorsoche li commova! Fin che non ti farai sentirenon farai nulla. Tiscrivo una parlata iose ti pare. Il tuo motto deve essere: Sursum corda!Ah se fossi io al tuo posto! Me li farei venire a baciarmi le manicome schiaviriconoscenti. La parola è tuttomia cara!». La Varettiperònon le disseverbo dell'atto del Muroni perchéin fondosebbene l'avesse offesal'avevatolta almeno da un'affannosa incertezzasvelandole con che fine era venuto ascuola; e anche il nuovo timore ch'ella aveva ora di una vendetta del suoorgoglio feritoessendo qualche cosa di determinatol'angustiava meno dellapaura misteriosa di prima.

Senonché la terza lezione fu anche più burrascosa dellaseconda. Ella s'accorse fin dai primi momenti che ci doveva essere un'intesa perfar del chiasso fra i peggiori ragazzi della classe. Anche il contegno delMuroni le apparve mutato di proposito fin dal principio. Egli prese nel suobanco un atteggiamento spavaldocon le mani nelle tasche della sottoveste e unagamba sull'altraguardando lei con uno sguardo che andava senza posa dal visoai piedi e dai piedi in suaccompagnato da un dondolio del capo e da un sorrisocontinuocome se volesse farle capire il desiderio sensuale che gli facevaaccarezzar così con occhio insolente tutta la sua persona. Ella scoperse unaccordo fra lui e il piccolo Maggiaal quale dava delle occhiate perincoraggiarlo alle impertinenze. Resse non di meno fin che potésenza farrimproveri. Masenza volerloil socialista Lamagna suscitò il disordine.Quando un alunno di destra lesse ad alta voce una proposizione dell'Artiereitaliano che diceva: «Il galantuomoanche se è poveroè sempre contentoe onorato» il Lamagna fece un riso ironicoe disse forte: «Che pastocchie davenir a contare a noi!». E tutti i ragazzi risero in coro. Ciò non ostanteadogni interruzione o monelleria di costorola confortava il veder la maggiorparte degli uominie in specie i contadini e i pastorifar segno di maravigliae di riprovazionee dare anche sulla voce ai disturbatori; e alcuni di essidei visi onesti e gravimostrare un sincero rammarico. Questo le diede coraggiofino a minacciare qualcuno di espulsione perpetua; ma la sua voce gentile etremola dava così poca forza a quelle minacceche nessuno se ne diede perinteso. A un certo puntoa un'interruzione chiassosa del piccolo Maggias'alzò quella specie di bruto di suo ziorabbioso come un giumento molestatoe gli mostrò il pugno enorme e gli occhi bianchi; ma la paura di quel pugno nonlo racquetò che pochi minuti. Egli non faceva propriamente nulla da potereesser colto e scacciato; la maestra non riusciva mai a prenderlo sul fatto. Conuna varietà e rapidità maravigliosa di gestidi smorfie e di lazzi eglieccitava e disturbava vicini e lontanifacendo sempre in tempo a ricomporre lafaccia ad un'espressione di stupore buffonesco quando essa lo guardava. Infinenacque uno scandalo. Avendo la maestra chiamato a leggere Saltafinestraquestifinita la letturaper rimettersi al sedere fece un giro sopra se stessovoltando la schiena a lei. Stando col viso chino sul libroessa non videl'attoma a una risata di tutta la ragazzaglia sospettò l'ingiuriae mutòcolore.

Scoppiarono varie voci d'indignazionefra le quali s'udìdistinta quella del Perottiche gridò: «È una vergogna!».

Il Muroni si voltò di scatto verso di lui e gli fissò inviso due occhi terribiliin cui balenava la risoluzione d'una vendetta. Poidisse fra i denti: «A più tardi!».

Alla maestra s'agghiacciò il sangue: le parve di veder peraria un coltellotutto le si oscurò dinanzinon ebbe più la forza dipronunciare una parola di rimprovero.

L'aspettazione d'una rissa tenne la classe in silenzio.

La povera ragazza avrebbe voluto che la lezione non finissemai. Quando fu alla fineebbe ancora tanta forza da dire con un filo di voce:«Escano in silenziomi raccomando; vadano subito a casa: non mi diano deidispiaceri».

Saltafinestra aspettò il Perotti sul vialedavanti allascuola. Tremando come una fogliala maestra mise il viso allo spiragliodell'usciodopo aver esortato inutilmente il cantoniere a correr fuori aintromettersi: questi diceva che sarebbe accorsoquando fossero venuti allemanie non si muoveva di dietro a lei. Essa vide gli alunni disporsi in cerchiocome per assistere ad una lotta. Il Perotti ed il Muroni si misero l'uno difronte all'altroal lume del lampionecoi visi altiche quasi si toccavano.Nel silenzio della follaudì le loro voci.

«Torni un po' a dire quello che ha detto!» disse il Muroni.

In quel momento si udì la voce piangente del figliuolo delPerotti che supplicava il padre d'andarsenee pareva che si sforzasse ditirarlo via.

La maestra si sentì un sudore freddo alla fronte.

Ma alle prime parole del Perotticapì ch'egli davaindietro. Gl'intese dire confusamente: «…tra camerati… non val la pena…quando uno dice il suo sentimento…».

Tutta la ragazzaglia mise fuori quell'ah! prolungatocon cui si piglia atto d'una ritrattazione.

Il Muroni disse fortefra il mormorìo: «A me non si fannoosservazioni» e continuòsenza che la maestra capissein tono risentitofischiando quasi le parole. La voce del Perotti rispose anche più blanda diprima. La rissa era scansata. I due contendenti e la folla si cominciarono amovere.

La ragazza respirò. Ma capì che non avrebbe più avutonessun protettore coraggioso contro chi l'insultava.

 

Oracome poteva continuare a far la scuola senza ristabilirla disciplina? E in qual modo ristabilirla? Pensò a chiedere aiuto al Garallo;ma lo conosceva: egli l'avrebbe esortata a pazientare ancoraripetendole lapromessa di farsi vedere quando le cose fossero andate più in là.Poteva ricorrere al soprintendenteil cavalier Sanisproprietario della grandefabbrica di ferramenti; ma era un benedett'uomo irreperibilesempre a Torinoquando lo cercavano a Sant'Antoniosempre qui quando lo volevano là; oltrechés'era fatta una legge comodadi non mai immischiarsi con operai fuori dellafabbrica. La maestra era ancora in quest'incertezza la sera dopoquando venneroa pregarla di dare una corsa al sobborgoa visitare uno dei suoi piccolialunnigravemente malato.

Non c'era che a percorrere il viale della chiesa e fare unaltro centinaio di passi nel paesee poichéessendo ancor giornonon avevanulla da temere dal Muroniandò subito. Ma fu trattenuta in casa del malatopiù che non s'aspettassee quando uscìimbruniva. Ebbe l'idea di cercarqualcuno che l'accompagnasse; ma si vergognò: avrebbero riso di lei. Tiròdunque innanzi a rapidi passi. Quando fu all'imboccatura del vialevedendo cheera desertos'arrestò. Poi riprese risolutamente il cammino per un piccolosentiero aperto tra la neve gelatavolgendo lo sguardo sospettoso a destra e asinistra. Non aveva mai trovato il viale così lungo e le pareva di non arrivarmai alla metàch'era segnata da un sedile di pietra. E c'era appena arrivataquando vide un uomo uscire improvvisamente di dietro al tronco d'uno dei grandialberi del lato sinistroe piantarsele davanti a cinque passi. Le corse unbrivido per le vene. Aveva riconosciuto ai contorni Saltafinestra.

S'arrestò come paralizzata.

Quegli fece un passo avanti; essainchiodata a terranon sipoté movere.

Il giovane domandò con voce rauca e bassa: «Perché mi hastracciato il quaderno?».

La maestra non rispose.

«Non si fa una figura così ad un uomo» disse quegli.

Ella tacque ancoratremando da capo a piedi.

«Io la potrei far pentire» soggiunse lui.

Ella tremava così forte che il giovane se n'accorse.

«Perché ha tanta paura?…» domandò guardandosi intorno.«Non c'è nessuno… Mi dia un bacio.»

E allungò una mano.

La maestra diede in uno scoppio di pianto.

In quel momento comparve un'ombra in fondo al viale.

«Ho detto per ridere» disse il giovane. E soggiunse conaccento di minaccia: «Non parli!».

La maestra si diresse a passi precipitosi verso la scuola.

 

Rientrò in casa così spaventata che non pensò neppure unmomento a denunciare il fatto all'autoritàe quando si fu un poco ricompostaal pensiero d'essere scampata da quell'incontro con null'altro di peggio che ungrande spaventole parve di dover ringraziare Iddio come d'una buona fortuna. Edecise fermamente di non uscir mai più di sera che accompagnata; ma cercòinsieme di confortarsi pensando che quegli non avrebbe più osato di affrontarlauna seconda volta in quel modoche il suo terrore e il suo pianto gli avevanoforse destato un po' di pietào eran bastatise non altroalla soddisfazionedel suo rancore. E infatti essa notò in luialla lezione di quella stessaseraun cambiamento: non provocò più disordininon fece più alcun atto discherno. Ma v'era nel suo contegno qualche cosache quasi le faceva desiderareche non si fosse mutato: pareva ch'egli avesse fatto un ritorno ai pensieri diprimaquando non aveva ancora cominciato a tormentarlae che in quelli fossepiù raccolto e risoluto d'allora. Il suo sguardo non correva più sulla suapersona con quell'espressione di curiosità sensuale e insolente; malungidall'esprimere benevolenzasembrava che spirasse un odio che prima non aveva.Egli la guardava e pensavarodendosi le unghie. Pareva che macchinasse qualchecosauna serie di cosecol dispetto di non trovarne alcuna che losoddisfacesse. E così fece altre serema sempre più pensieroso e accigliato.Quel suo aspetto era intollerabile alla maestra. Avrebbe voluto qualche voltarivolgersi a lui arditamentee interrogarloordinargli di spiegarsisupplicarlo ancheperché la liberasse dall'oppressione di quella perpetuaminaccia mutaparendole che qualunque cosa egli fosse per minacciarledovesseessere meno peggio di quello che le passava confusamente nell'immaginazione.

E quand'era solaragionandocercava di penetrare nei suoipensieri con l'aiuto di quella scarsa e vaga cognizione dello spirito della suaclasse ch'ella aveva di seconda mano. Per esempioegli doveva ad un tempodesiderarla per brutalitàcome un'altra qualsiasie odiarla per l'avversionech'essa gli dimostrava; doveva odiare in lei la classe signorilea cui stimavache appartenessee del cui abborrimento pei giovani suoi pari essa era certo lapiù manifesta e viva espressione ch'egli avesse mai veduto; doveva desideraredi vendicarsi di quell'abborrimento facendole sfregio o violenzaed essereeccitato in quel desiderio dalla sua stessa paurache gli solleticava orgogliodella malvagità e della prepotenza; doveva esser tormentato da una curiositàferoce di vedere come si sarebbe dibattutacome avrebbe supplicatochiestograziagridatosinghiozzatosoffertoinorridito sotto le sue mani. Eglidoveva insieme desiderarla e insultarla in cuor suocercar di disonorarla nelproprio concettodandole i più sconci nomi del suo orribile linguaggiogoderea immaginarsi di percoterla e di avvilirla in presenza di tutti. Questo sivedeva nei suoi occhi biechiche divampavano alle voltebiancheggiando comegli occhi d'una fierae dal modo con cui ribeveva l'ariadi tratto in trattocon quella sua bocca senza labbracome per rattenere uno scoppio - credeva lei- di dispetto e di rabbia. E a questo pensiero rabbrividivae lo scacciavamavi ricadevasuo malgrado.

 

Perònon essendo più aizzati da luii ragazzi sicontennero un po' meglio per alcune lezioni. La pietra dello scandalo era sempreil piccolo Maggia. Una sera la maestra lo dovette cacciar dalla scuola perchéaveva messo un'assicella a traverso alla corsiaper far inciampare i ragazziche andavano alla lavagnaed unoinciampandoviera stramazzato malamente. Igrandi seguitavano a non darle fastidiose non in quanto s'irritavano dellecanzonature dei piccoliquando facevano grossi errori di lettura o discritturaed essa temeva che li picchiassero fuori. Ma questo non avvenne. Ilgrosso Maggia continuava a studiare con una ostinazione mulesca. I pastori simostravano molto diligenti. Essa ebbe una volta sola una breve discussione colLamagna; il qualeperaltronon le mancava mai di rispetto: voleva solo farlecomprendere che non riconosceva in lei alcuna superiorità socialeche laconsideravaper esempiocome una popolana sua pariche invece di spacciarderrate da un bancospacciava cognizioni da un tavolino. Essa fu moltomaravigliata di un'idea espressa da lui in un componimento sul lavororicompensato dalla coscienza: a modo suoegli aveva voluto dire che nellasocietàsecondo giustiziachi ha più ingegno d'un altro non dovrebbe perquesto guadagnar di piùanzi dovrebbe di menoperché l'ingegno agevola illavoro ed è ricompensa a se stesso. La maestrapure comprendendo che quellanon doveva essere un'idea del suo capogli fece con bel modo qualche obiezionea cui egli rispose asciuttamente: «È la mia maniera di pensare». Ma non ci fualtro. E la ragazza credette incominciato un periodo di quiete durevole.

 

Senonchéman mano che la classe pigliava con leifamiliaritàessa notavaspecialmente nei grandiun cambiamento. Pareva chea poco a pocosentissero l'influsso sessuale della sua personae che questos'andasse comunicando dai più giovani ai più attempati. Cominciava a vedernegli sguardi delle fissità prolungatedei bagliori di simpatiadelleespressioni di rispetto e di sollecitudinein cui si capiva l'intenzione dicattivarsi la sua benevolenzae anche dei lampeggiamenti di pensieri amorosi olubriciche alcuni si esprimevano l'un l'altro nell'orecchiosogghignando.Osservò in alcuni grandi il manifesto proposito di entrarle in grazia fingendodi prestarle una profonda attenzioneacconsentendo col capo alle sue parolefacendo i lavori con grande diligenza; parecchi venivano a chiederle spiegazionial tavolinosenza sapere bene quello che si volessero; moltiche l'avevanguardata da principio con tutta indifferenzala guardavano ora da capo a piediarrestando l'occhio su tutte le parti della sua personacome per prenderle lamisura d'un vestito; altridei più maturiassumevano con lei un fare diprotezione benignadisapprovando ostentatamente i disturbatoried ella vedevapassare come un chiarore sul loro viso a certe inflessioni dolci della sua vocee indovinavapiù che non vedesse in loroqualche cosa d'insolitounmovimentoquasi la scossa d'un pensiero improvvisoquando s'avvicinava albanco per veder la scrittura. E tutti questi segni la inquietavano: titubava adentrar nella corsiadoveva misurare i gesti e gli atteggiamentiesitava conuna timidità di bambina a dare una lode dovutaa pronunciar certe frasi chepotevano presentare un doppio sensoa leggere certi passi del libro cherichiedevano un'intonazione di affetto. E non di menoin quella medesimaespressione di pensieri e di desideri che la turbavanovedeva come luccicare inmolti delle qualità buone dell'animocerte delicatezze che non aveva maiimmaginatequasi un rimescolio lento e confuso di sentimenti gentilinascostiabitualmente dalla rozzezza dei modidall'uso del linguaggio grossolanoda unavolgarità più voluta che naturale. I soli incorreggibili erano la più partedei ragazzie il Muroni l'unico dei grandi che le destasse una repugnanza chenon poteva vincere. Questa le fu anche accresciuta da un fatto. Una sera didomenica le arrivò fin nella camera un suono di grida lontane che uscivanodall'osteria della Gallina. Corse alla finestra e vide folla in fondo alviale: era una rissa. Da quella massa nera si spiccò un uomocome un'ombraeprese pel viale con la rapidità di una freccia; un altro gli si lanciò dietro.Quando il primo passò davanti alla scuolala maestra sentì un gridoacutissimo: «Aiuto! Aiuto!» che le suonò nel più profondo dell'anima: l'uomosvoltò dietro la chiesae l'altrovelocissimosulle sue tracce. Ilcantoniereche guardava di dietro all'uscioriconobbe nell'insecutoreSaltafinestra. La ragazza rimase col sangue sossopraaspettando la notizia d'undelitto. Non accadde nulla; l'inseguito non era stato raggiunto. Ma quel gridodi aiutoin cui essa aveva sentito il terrore disperato della mortelelasciò nell'animo un nuovo e violento orrore per il suo nemico.

 

Le durava ancor vivo questo sentimento quando il giorno dopoattraversando il campo coperto di neve dietro alla scuolaper andar in paese afar delle comperementre pensava appunto ch'era impossibile che il Muroni lafermasse lì di pieno giornoa pochi passi dalle casese lo vide venirincontro dall'angolo opposto del campo. Atterritasi guardò intorno: non videche una fila di bambini che facevan gli sdruccioloni lungo il vialea un centopassi da lei. Non era più in tempo a tornare indietro se non correndo; ma leparve una viltà disonorante. Fu presa allora da un coraggio disperatonatodall'eccesso della paurae andò diritta verso di luia passi malfermima colcapo alto.

Dovevano incontrarsi sopra lo stretto sentiero tracciatosulla neve.

A tre passi l'un dall'altro si fermarono tutti e due. Egli silevò la pipa di bocca e se la mise in una tasca della giacchettatenendovi ilpollice sue la guardò con un sorriso che la fece fremere. Pareva che cercasseuna frase per incominciare.

La maestra ebbe uno slancio d'indignazione…

«Che cosa vuoleinsomma? Perché mi ferma? Che cosa le hofatto?»

Il giovane guardò rapidamente intorno al campo: essa temetteuna violenza.

«Perché non mi rispetta?» gridò con voce di piantodandoun passo indietro… «Perché offende una donna che non si può vendicare?…Rispetti almeno la memoria di mio padre!… Io sono figliuola d'un soldatomorto sul campo di battaglia!»

E in quel momentosul suo viso contratto da un singhiozzodisparve il terrore sotto l'espressione dello sdegno altero e della santamemoria invocata.

Il Muroni la guardò attentamente; poi disse a bassa vocecon un tono che pareva tranquillissimo: «Non voglio mica farle del male.»

Quella risposta le scemò la paurae le sue lacrime poteronouscire. Quegli continuava a guardarlacome stupito.

«Non voglio esser fermata!» disse la maestra.

«Io non l'ho fermata» rispose luiguardandosi in torno.

«Allora mi lasci passare!»

Il giovane si fece in là nella nevee mentre ella passavacon accento più di lagnanzache di rancoredisse pianocome tra sé: «Nonson mica un assassino.»

Temendo che il silenzio gli potesse parere un'ingiuriaellasi voltòe con una voce che aveva ancora il tremito del piantoe che suonòsuo malgradoquasi supplichevole: «No» disse… «ma non mi fermi maipiù!».

E nel dir questo fu stupita di non incontrare il suo sguardoche la sfuggì. Ella tirò innanzi a passi lestie quando fu in fondo al campoinvolontariamentesi girò indietro. Il giovane voltava allora le spalle. Nons'era più mosso fino a quel punto.

 

Insommatornò a casa spaurita ancora e tremantema quasiconfortata dalla coscienza d'una vittoriae più dal pensiero d'aver mostratoun coraggioche non credeva d'avere. Il fatto ch'egli avesse sfuggito il suosguardoquando s'era voltatale parve sulle prime un segno di ravvedimento edi vergognache desse a sperar bene per l'avvenire; e si ricordò dei consiglidel Garalloche diceva che col popolo ci voleva ardimento e vigoree delleidee della maestra Baroffisecondo la quale bastava una parola nobile eappassionata ad aprire i cuori più duri. Ma rinvenne ben presto da questeillusioni ripensando il passato orrendo del giovanela sua crudeltà con lamadrela sua cinica scostumatezzaquell'indimenticabile grido di aiutodi quel disgraziato cheessendo inseguito da luisi sentiva alle calcagna lamortee non vide più nel suo contegno di poc'anzi che il timore d'unaresistenza vigorosa di leiche avrebbe dato luogo a una lotta e chiamato gente.E nondimeno andò quella sera a far scuola con minor trepidazione che curiositàdi vedere in qual nuovo atteggiamento egli se le sarebbe presentato.

L'atteggiamento fu nuovoinfatti; ma non per l'appunto qualeessa lo immaginava.

Egli non mostrava più odioné pareva che rimuginasse piùdei propositi tristi; mostravacome se la vedesse per la prima voltauna certacuriosità attentanella quale appariva smorzato il risentimento del suoorgoglio per la ripugnanza ch'ella gli manifestava. E s'ella avesse potutopenetrar nel cervello di luiavrebbe scoperto ch'erano appunto la suaindignazione di poche ore primail suo pianto strozzatola sua alterainvocazione della memoria paternache l'avevano mutato in quel modo. Nonperché l'aspetto e le parole di lei gli avessero toccato il cuore; ma perchéeran stati per lui una cosa nuovauna rivelazione di sentimenti e di forzesconosciutech'egli non aveva mai vistoné immaginato nell'animo di unadonna. Egli la guardava con curiosità come una creatura al tutto diversa daquella che s'era raffiguratae oscura in parte alla sua intelligenza; laguardava come se capisse per la prima volta che sotto alle ragionich'eglipoteva spiegarsidella sua avversione per luice ne fosse una più profondapiù delicatapiù forteradicata più addentro nell'animache non gliriusciva bene di comprendere. Oltreché egli puresebbene più tardi deglialtricominciava a sentire 1'influsso della presenzach'era quasi unacompagniadi quella donnatanto diversa d'aspettod'animo e di modi da tuttele donne ch'egli aveva conosciuto fino allora. Signoreegli non ne aveva maiviste che passare per la strada e non gli era anche occorso di esperimentarech'esse fossero diverse dal concetto che egli e i suoi parisecondo la proprianaturase ne formavano: che è quanto dire di creature fra le quali e quellepraticate da loronon ci fosse che la differenza del vestito e delle maniere;ché se un'altra ce ne fosse statadoveva essere nelle prime un più raffinatopervertimentounabenché nascostapiù sfacciata corruzione dell'anima edella carneprodotta dalla mollezza e dalla facilità maggiore della vita. Maquesta che aveva davanti correggeva alquanto le sue idee. Era la prima signorach'egli vedeva da vicino e a suo agiotutte le sere; la prima che glidiscorresse sovente e chein un certo sensosi curasse di lui; la prima di cuiegli sentivaper dir cosìil soffio e il caloree di cui poteva notare a suoagiocome in casa suaper due lunghe ore tutti i giorniogni gestoogni motodel visoogni inflessione di voce. Egli cominciò a notar tutto questononappena l'orgoglio quetato gli lasciò un po' libera la facoltàdell'osservazionee tutto questo gli riusciva singolare e gli cominciava a farpensare che tutta quella gentilezza non fosse soltanto vernice o artifiziod'educazionecome prima credeva. Era veramente una creatura d'una nuova specieper lui. Nonostante il suo orgoglio selvaggionato come quello dei pochicompagni della sua temprada una prepotente e indeterminata ambizionee da unacoscienza confusa di facoltà non comunisoffocate dalla povertà edall'ignoranzaegli principiava a riconoscere vagamente in lei qualche cosa disuperiore a séche lo umiliava senza inasprirlo. Egli prese a seguitareattentamentecon l'occhio e col pensierotutti gli atti di leie leespressioni del visoe gli accentiquasi cercando il perché dell'effetto chegli facevanocome si cerca ciò che vuol dire una musica. E gli accadevaspesso di ribellarsi a quell'effetto con lo schernoritornando al sospettoabituale d'un'arte finissima di civetteria; ma non si poteva arrestar più alungo in questo sospetto. Provava anche a ribellarsi a se medesimosuscitandosinella mente delle immagini oscenemettendo l'immagine di lei in luoghi e scenevive nella sua memoriafra le quali essa le apparisse come trasformata e tintadel loro sozzo colorecercando con la fantasia quanto ci potesse essere in leidi meno lontano dalla natura propriai pensieri più occultidelle debolezzedelle aberrazionidelle vergogne. Ma per quanto facessela sua figura finivasempre con sollevarsi dall'ombra e dalla mota in cui si sforzava di immergerla egli si ripresentava sempre cosìcome appariva dietro a quel tavolinoconquella fronte biancacon quella grazia fanciullescacon quella timiditàdignitosacon quel non so che di strano e soggiogantedi cui non potevacomprendere la vera essenzae che insieme gli piaceva e lo stizzivalomaravigliavalo avvilivalo ammansavagli facevaall'uscitasputar dellebestemmie più grosse e delle oscenità più brutalicome per rieccitare laforza della sua natura contro l'ammollimento che si sentiva entrare nel sangue.

 

Quest'effetto fu lentoe la maestra non se n'accorse daprimaanche perché pareva che di tanto in tanto egli mirasse a tener viva trala scolaresca la sua reputazione di rompicollo senza riguardi e senza paure conqualche bravata che desse scandalo o suscitasse baccano. Ma faceva questo in unanuova manierapiù per chiamar l'attenzione sopra di séche per recare offesaalla maestra; la qualetrapelando il suo pensieronon si adontava di quegliatti come per l'addietro. A capo di pochi giorniperaltronotò in lui altrenovità: una certa diligenza calligrafica nei lavori di casaun leggeromutamento d'intonazione nella letturacome s'egli si sforzasse di vincere lasua raucedine e di modular meglio la vocee un modo d'ascoltare e d'accettarele sue correzioni che non era più quello di prima; oltreché cercava quasi diprolungarlecon obbiezioni e domande monosillabichecome avrebbe fatto d'unaconversazione gradita. Una seraessendo caduta alla maestra la pennacherotolò fino a piè del primo bancoegli passò di sotto con un movimentorapidissimola raccolse e gliela porse; e questo destò nella classe unmormorio di stupore. Le rese un altro servigio anche più cortese. Siaffacciavano qualche volta alla buca del calorifero dei topi enormichevenivano dalla vicina concerìapassando per i condotti d'acqua; e lascolarescasenza che si movesse nessuno a cacciarlisi divertiva degli atti diribrezzo che faceva la maestra a sentirli strepitare contro la reticella diferro. Una seraessendo i topi ricomparsie mostrando la maestra il ribrezzosolito in mezzo alle risate dei ragazziegli guizzò di sotto il banco e andòa dare un calcio nella reticella; dopo di cheper mascherare la cortesiadell'attotornò al suo posto lanciando alla classe una facezia in gergaccioche provocò nuove risa. Ciò non di menoanche quell'atto fu notato emessoinsieme con gli altri indizicominciò a destare un certo sospetto negliscolari più astuti. Uno dei primi a darne segno fu il piccolo Maggia. Egliprese a vigilare la maestra e il giovanecorrendo continuamente coi suoi occhidi fainacon una rapidità fulmineadall'uno all'altratossendo leggermentequando essa interrogava luidando del gomito al vicino e ammiccando agli altriquando gli pareva che il Muroni stesse in troppa attenta contemplazione dellasignorina: con le debite cauteleperòperché conosceva l'amicoe non c'erada scherzare. Ma la Varetti se n'accorsee sebbeneper istintoora che lovedeva mutatofosse disposta a guardare il giovane con minor diffidenza e ainterrogarlo più spessopure faceva l'una e l'altra cosa il più raramentepossibileintimiditatormentata dalla continua vigilanza di quei due occhisorridenti e maligni del ragazzoche le frugavan nell'anima. Mainsommadalpeggior tormento era liberata e viveva più tranquilla.

 

Viveva più tranquilla perchénon conoscendo l'indole deigiovani di quella classe e di quella fibrapensava che il suo mutamento sisarebbe arrestato lì. Ma quando egli s'accorse checessando in leipereffetto del suo nuovo contegnola paura e la ripugnanza anticanon visottentrava già la simpatiama una indifferenza eguale a quella che essamostrava per gli altriallora fu come colpito da una delusioneche lo accesemeglio. Nell'avversione paurosa ch'ella aveva prima per luiegli trovava almenouna certa soddisfazione d'amor propriopoiché gli pareva un effetto della suatrista celebritàdella sua reputazione d'uomo capace di ogni audacia; allorase non altronon andava confuso con gli altri; avevaanche nella scuoladavanti ad essala supremazia di cui si gloriava di fuori; infinegodeva diprodurre in lei una impressione fortequalunque fosse. Oracessato quel suopotereegli si trovava come disarmatosenz'alcun mezzo di attirare la suaattenzione e di toccarle l'animoe nella sua crescente simpatiasentiva piùrabbiosamente la diversità di condizione socialel'inferiorità della culturala differenza d'educazionedi maniered'ogni cosache gli toglievano disperare una corrispondenza. E così si veniva insinuando in luia poco a pocoun nuovo e più acre fastidio del suo statouna nuova e confusa ambizionevolta a tutt'altre mire che a quelle di primaquando cercava la gloria nellebirbonatenella prepotenzanelle vittorie delle risse. Ma l'ambizione nuovanon avendo sfogo possibiledivampava in lui come una fiamma chiusaraddoppiando l'ardore dell'altra passione Nondimenoper istintocercavad'avvicinarsi a lei in qualche manieraquasi senza pensarvi. Un occhio attentoavrebbe osservato in luida un giorno all'altroil ciuffo rimosso dallafrontela faccia e le mani più puliteuna nettezza più accurata dei panniqualche cosa nei suoi atteggiamenti in scuolae perfino certe singolarità inmezzo alle grosse scorrezioni dei suoi lavoriche annunziavano un'intenzione diraffinamento della persona e della mentee quasi l'imitazione d'un modelloideale. Di tutto questo non s'avvide la maestra quanto d'un cambiamento nel suomodo di guardarlaper il quale essa avrebbe quasi sospettato in lui deisentimenti opposti a quelli che l'animavano. Era una guardatura accigliatainsistentema più rivolta a tutta la sua personache ai suoi occhich'eglipareva sfuggire; un'attenzione dissimulatama fissa e indagatriceche siappuntava anche sul più piccolo dei suoi movimenticome se ciascuno avesseavuto per lui il significato d'una parola scrittanon bene intelligibilediqualche lingua straniera; una visibile meditazione di tutte le frasich'elladicesseche uscissero per poco dal giro del consueto linguaggio didatticocomese fossero altrettanti spiragliper cui egli le potesse penetrar col pensieronell'animoe guardar che cosa vi fosse di nuovo e di stranoche mandasse fuoriquei suonich'ei non aveva mai intesi. Ma non crescevan punto da parte sua lemanifestazioni della cortesia e del rispetto: era ancora tanto calmo da badare anon farsi scorgere apertamente. All'uscita e all'entrataperònei momenti incui egli credeva di poterla guardare senz'esser vistola maestra incontrava ilsuo sguardo acutoscintillantenon più audacema severoinquietoavidoscontentovelato da un'ombra di vergogna; la quale non era la vergogna delleinsolenze passatema della passione nascente. Ma la maestra credeva la primacosae non sospettando altrosi rassicurava.

 

Eran le cose a questo punto quando una mattinamentrepasseggiava al sole del cortiledurante la ricreazione dei suoi bambinilaVaretti vide affacciasi all'uscio la madre del Muroniche cercava di lei. Essafece un atto di rincrescimento come se la soverchia familiarità di quella donnamettesse qualche cosa di comune fra lei e il suo figliuolo. La povera vecchiavenne innanzi con le mani sotto il grembiulegirando in atto guardingo i suoidolci occhi di vittimain cui pareva che fossero congelate due lagrimes'avvicinò alla signorina con un sorrisocome se fosse già avviata fra lorouna buona amiciziae le disse a bassa vocein aria di misterocon accento ditimida soddisfazione: «Va megliosa. Va un poco meglio da un po' di tempo.Pare che si sia quetato un po'. Non mi tratta più malenon va più alla Gallina.Mi par di sognarein verità. La sera sta al lavoro. Io ringrazio il buon Diogiorno e notte!».

E guardò con sospetto verso l'uscio. Essa attribuiva quelmutamento alla scuolae veniva appunto per ringraziar la maestrae anche perfarle una preghiera.

«Sarebbe» le disse «mi perdoni tanto la libertàsignorina; ma sarebbe di approfittare del buon momentoche par disposto cosìbeneper tentare quello che le ho detto il primo giornodi fargli entrare incuore un po' di religioneche si decidesse una buona volta a fare i suoidoveriche son dieci anni che non si avvicina ai SacramentiDio dimisericordiadieci annilei m'intende! E dire che gli devo dare di tanto intanto i miei ultimi soldiper fargli recitare un pater e un aveche non vada aletto come un canee ho ancora nell'idea che dica tutt'altre cosedal modo chefa con la bocca! Se lei volesse far quest'opera di caritàsignora maestragià che gl'insegna tante altre belle cosedi fargli ben capire che la primacosa è di salvar l'animae che io avessi questa consolazioneprima di chiudergli occhidi vederlo riconciliato col Signore! Perché se non si prende questomomentocredaun altro così non ritorna più; io non l'ho visto mai cosìbuonodopo che il buon Dio me l'ha mandatoin fede dell'anima mia!»

La maestra guardò da un'altra parte per non mostrare lasoddisfazione d'amor proprio che le davan le ultime parole. E rispose cheavrebbe fatto quello che potevama che poteva fare ben poco.

«In ogni modo» disse la donnadando un'altra occhiataall'uscio socchiuso «bisogna dire che è una gran benedizione la scuolase fadel bene anche al mio figliuolo. Perché è la scuolanon c'è che dire.»

Quicome colta da un'idea nuovastette un po' pensierosaguardando a terra; poi disse pianorialzando gli occhi: «Salvo il caso…».

La maestra la guardò.

«Salvo il caso» continuò la donnaguardando a terra dacapo«che sia qualche simpatia di sentimento… come l'anno scorsoperla macellarina.»

La maestra ebbe un sospettoma istantaneo: si vedeva che ilpensiero della madre era a mille miglia da lei.

«Eppure» soggiunse questariflettendo «per quanto ioabbia cercato e domandatonon mi son potuta accorger di nessuna.»

Poi tornò tutt'a un tratto alla religione. La maestra ledomandò perché non ricorresse al parroco. Signore Iddio benedettoquel buonvecchinoalto cosìtanto alla mano con tuttiera un sant'uomo; ma non se nevoleva immischiare. Ella sospettava che avesse un po' di «suggezione» del suofigliuolo. E quella «suggezione» che voleva dir pauraera una parola diripiegoin cui l'amor materno metteva pure un'ombra di vanità. Ed era lostesso degli altri: il cavalier Sanispadrone della fabbricail dottorechegli avrebbero potuto far delle ammonizioni e dar dei consiglitutti quantipareva ne avessero un po' di «suggezione»; scherzavano perfin con luiincontrandolo; nessuno lo voleva urtare. «In fine» disse «Nostro Signore micontinuerà ad aiutarepoiché ha cominciato.»

E andandosenementre ringraziava la maestra con unaespressione umile e affettuosa d'ammirazioneil suo sguardo s'arrestò es'avviò un momento sopra di leicome al sorgere d'un pensiero… Ma ilpensiero passò.

«Vado a pregar per leisignorina» le disse di sull'uscioe voltandole la sua povera schiena corta e incurvata di vecchia martires'avviò verso la chiesa.

 

«Insommaè domato!» disse in cuor suo la maestra. Nonaveva più da temere né insulti né violenzepoteva girar tranquillamente peril paeseera liberaera contentaed anche un poco altera dell'opera sua. Econ questi pensieri non titubò un momento a uscir di casa sola il giorno doposull'imbrunirequando venne un ragazzo con le chiavi del quartierino dellamaestra Latti e con un bigliettoscritto a matitacol quale la sua amica lapregava di prender nella camera certi medicinali e di portarglieli subito inpaesein casa del fornaiodov'era ricoverataessendole preso male per lastrada. Ella si ficcò in tasca le boccettesi mise il cappellino e ilmantelloe se n'andò a passi lestisotto una neve che veniva giù a larghefaldee aveva già imbiancato ogni cosa. Trovò la maestra Latti distesa sopraun sofàassistita dalla moglie del fornaio e dalle sue figliuolechesorridevano a fior di labbra.

«Ah Enrica!» esclamò quellatendendole languidamente lamano. «Ti vedo ancora!»

Il suo visoperònon giustificava la tristezza mortale diquel saluto. Avendo mal di capoed essendo scivolata per la strada per avermesso un piede in falsoessa credeva d'esser caduta per una portata di sangueal cervellocon la quale le si fossero scatenati addossocogliendol'occasionetutti gli altri suoi mali. Trasportata sus'era indispettita colmedico - un grosso biondo burlone - cheper tutta curale aveva consigliatal'aria di Massauae poi era ricaduta in un grande abbattimento… «Va» dissecon voce fioca alla Varettidopo aver inghiottito in furia le medicine«nonho più bisogno di te. Questa buona gente mi porterà a casa più tardi… vivao morta.»

Quando la Varettinascondendo un sorrisos'accomiatò daleiera quasi notte. Continuava a nevicare. Sul viale c'era già un palmo dineve. Ella indugiò un momento prima d'entrarvipoi affrettò il passo. I duelampioni del gasvelati dalla nevicatarompevano appena l'oscurità con duedischi di luce pallida; lo strepito delle macchine degli opifici vicini arrivavalà affiacchitocome se uscisse di sotterrae il suon dell'incudine del fabbroferraioch'era all'entrata del paesepareva che venisse da una granlontananza.

Arrivata a un terzo del vialeparve alla maestra di vedermuovere un'ombra dietro a un albero; si soffermòcol respiro oppresso; poi sifece animo e prese la corsa.

A due passi dall'albero le si parò davanti il Muroni.

Ella stava per gittare un gridoma lo rattenne vedendoch'egli si levava il cappello.

«Ancora lei!» esclamòsdegnata. «Cosa vuole?… Mi lascipassare.»

Quegli rispose con la sua voce raucama in tuono rispettoso:

«C'è la neveio le faccio la strada… se permette».

«Non voglio!» rispose la maestra. «Si faccia in làogrido aiuto.»

«Perché?…» domandò luia voce bassa. «Mi credeproprio… Crede che non abbia anch'io un po' di cuore?… Non ha mica dalamentarsi di meda un po' di giorni.»

E senza darle tempo a risponderesaltò a cinque passidavanti a leie si mise in cammino verso la scuolacol corpo chinostrisciando rapidamente i piedi l'uno stretto all'altroper aprirle un sentieroin mezzo alla neve.

La maestrarassicurata un po'gli tenne dietro per untrattosenza perderlo d'occhio; ma poiripresa da una paura improvvisaslanciandosi avanti per fuggirein un momento ch'egli rallentava il passol'urtò col ginocchio. Quegli perdette i lumie mettendo un ah!soffocatovoltatosi bruscamentel'afferrò a due mani per la vita e cercò ilsuo viso con la bocca.

La maestra si dibatté furiosamente sotto il suo alitoaccesoche sentiva l'acquavite e la pipa.

«Mi dia un bacio» disse luicon voce arrantolata«unbacio e la lascio andare… un bacio e la lascio andare…»

Dicendo questofuriosole levò le mani dalla vita perafferrarle il capo: essa gli sfuggì dalle braccia con un guizzo e si diede acorrere disperatamente verso la scuola gridando: «Aiuto! Aiuto!» ma con vocecosì fiocache nessuno l'avrebbe intesa. Egli la inseguìanelandopronunciando parole incomprensibilicon voce sibilante. Nel terrore che lalevava di sennole parve di sentir dire: «Ca scüsa! ca scüsa!»(Mi scusimi scusi). Poi non udì più nullanemmeno il suo passo.

Arrivò trafelata alla scuolaentrò barcollando nelcorridoioe incontrando la bidella col lumesi lasciò andare con la spalla almurosmortaquasi svenuta.

«Cosa c'è?» domandò la donnaspaventata.

«Un ladro!» rispose lei.

Il cantoniere accorse. «Un ladro? un ladro?» Eafferratoun randellosi slanciò fuoriattraversò il cortile… e chiuse l'uscio.

 

La povera maestra passò la notte con la febbrecercandoquale fosse la miglior via per ricorrere alla giustiziapoiché vedeva oramaila cosa necessaria: se riferire il fatto al maestro Garallocome direttoreperché scacciasse il Muroni dalla scuola e lo denunciasse ai carabinierioandar senz'altro dal cavalier Sanisch'era il personaggio più autorevole delsobborgoperché provvedesse lui nel modo che avrebbe stimato più opportuno. Afare un passocomunque fosseera risolutanon reggendole l'animo all'idea chele potesse toccare un'altra volta un affronto e uno spavento come quelli cheaveva avutie al cui pensiero tremava ancora. Si levò la mattina dopodecisad'andar dal soprintendentedopo averne avvertitoper dovere di delicatezzailmaestro. Era domenica: essa contava d'andar prima alla messa e poi alla fabbricadel cavalier Sanis.

Ma mentre stava terminando di vestirsieccoti lì la maestraMazzaraansante e affaccendatacome semprecol sorriso sulla bocca e un paccodi carte fra le mani. Era già stata dalla Baroffi a chiedere un articolo peruna Strenna che volevan pubblicare varie maestre a benefizio d'una lorocollegavedova d'una guardia daziaria. Non poteva trattenersi che pochi minuti.Aveva da galoppare tutto il giorno a Torino per preparare una recita didilettanti al teatro Scribeper la fondazione d'un asilo infantile allaCrocetta; doveva fare una visita alla scuola d'Orticoltura in via Garibaldidove una sua compagna insegnava a scrivere a quaranta giardinieri; voleva andareancora all'istituto del Buon Pastore a vedere che cosa ci fosse di vero in unavoce messa in giro da un giornaleche le maestre monache facessero apparire ildiavolo di notte per spaventare le ragazze riottose. Quand'ebbe detto tuttoquestoriprese fiato; poi domandò notizie della scuola serale all'amicae simostrò addolorata di vederla triste. «Cos'hai? Che c'è stato? Perché seipallida? Che t'hanno fatto?».

Veramenteessa non pareva alla Varetti la confidente piùopportuna per le cose che le aveva da dire; ma non avendone altraraccontòtutto a leifino alla scena della sera avanti.

«Ma dunque l'hai innamorato!» esclamò quella con grandevivacità. «… Per questo non s'è più visto alle scuole festive!»

E stette un po' pensandocome per gustare quello che vi eradi romanzesco nell'avventura.

«E cos'hai deciso di fare?» domandò poi.

La Varetti le disse risolutamente la sua intenzione.

L'amica rimase assorta qualche momento. Poi rispose congravitàtentennando il capo: «Io non ti darei questo consiglio».

E richiesta del perchéspiegò il suo pensiero.

«Perché tu non conosci l'animo di quella gente. Tuprovocherai una vendetta.»

«Ma che vendetta vuoi ch'io provochi?» domandò la Varettiscrollando una spalla. «Che cosa mi può far di peggio di quello che ha fatto?…Ammazzarmi?»

«Eha te non farà nulla» rispose l'altra «si capisce. Mase non si vendicherà su di tesi vendicherà su quelli che lo punirannodiquesto puoi star sicuracome se fosse già fatto. Nonon ti metter sullacoscienza questo rimorso.»

«Ma dunque» esclamò la Varetti con risentimento «io devoingoiarmi l'affronto e starne ad aspettare degli altri?»

L'amica tacque un mezzo minuto. «Mainsomma» disse «nont'ha neppure baciata!»

La Varetti fece un atto di maraviglia e di sdegno. Ma quellanon la lasciò parlare. «Capiscol'affronto c'è stato egualmente. Però…dici che t'ha chiesto scusa… Infinedevi anche considerare che uomo èoderapiuttosto. È già una bella vittoria d'averlo ridotto a quel modod'avergli ispirato un sentimento… Che t'ho da dire? Nei tuoi piediio stareiancora a vedere. Vorrei compir l'operafinire di convertirlo… È un casorarodavvero.» E dopo aver fissato un po' la sua amica: «Ah! la mia poveraEnrichetta» le disse sorridendo e pigliandole il mento con due dita «con quelvisetto di principessina!».

La Varetti si asciugò due lacrime.

«Segui il mio consiglio» riprese l'altra «perdona ancorauna volta. Io son certa che non accadrà più nulla. Tu non conosci questigiovani del popolo. Basta non irritarli o avvilirlise ne fa quello che sivuoleanche dei peggiori. Quello lìvedraidiventerà un agnello! T'ha fattola strada coi piedite la farà coi ginocchi.»

La Varetti rimase perplessa.

«Ah! il popolo!» continuò l'amica. «Crediil popolo èmal conosciuto. Per questo non è amato. E se par malvagio qualche voltaèappunto perché non è amato. Basta. Ti verrò presto a rivedere. Son curiosa disapere come andrà a finire. Cos'hai deciso?»

«Non so» rispose la Varettifissando per la finestra icamini delle fabbrichecome se fossero un dato del problema che la teneva indubbio.

La Mazzaraandandosenele diede ancora in fretta in frettaun sacco di notizie torinesi: c'era un matrimonio nella scuola Sclopis; lacontessa Di Rosa aveva invitato a uno dei suoi magnifici balli le due maestredelle sue figliuole: nel ritiro della Visitazione aveva tentato di avvelenarsiuna ragazza perché le era stata sequestrata una lettera amorosa; a San Filipponella prossima quaresimaavrebbe predicato don Calandra. E glien'aggiunse ancoruna sull'uscio: Il Malonquel famoso socialista francesedoveva tenere unaconferenza agli operai di Torino: essa sperava di potervi andare.

«Animo» le disse infine sulla viacon un sorrisoadulatorio «bella domatrice!»

 

Dopo molta esitazionela Varetti si decise ad aspettareancorae ritornò alla scuola seraleil lunedì seraun po' turbata dentroma tranquilla di fuoricome se nulla fosse accaduto. Seduta appena a tavolinoessa s'accorsesenza guardare il Muroniche questi stava in un atteggiamentoin cui non l'aveva mai vedutocoi pugni appoggiati sul banco e il mento suipugni; e le bastòun minuto dopodargli uno sguardo di sfuggitaperriconoscere che aveva bevuto. Aveva daccapo il ciuffo in mezzo alla frontegliocchi imbambolati e sonnolentila cravatta scompostae parve alla maestra dirivedergli a traverso al velo denso dell'ebbrezza l'espressione trista e biecadei primi giornicome se fosse tornato al proposito di schernirla e di farlepaura. Ma non fece alcun disordine quella serané mutò nemmenol'atteggiamentoed essa non lo interrogò né lo fece leggere. La sera dopovenne a scuola intieramente in sécol viso consuetoe d'allora in poi lorivide stare attentoguardarlaascoltarla con quell'aria d'ammirazionemeditabonda e quasi cupach'egli aveva mostrato prima dell'ultimo incontro sulviale. Soltanto non appariva più alcun segno d'ambizione o di vanità nella suacondottané sulla sua persona: tornava a mostrare il viso e le mani pocopulitileggeva con trascuranzafaceva il lavoro alla diavolao non lo facevae pareva che desiderasse di non essere interrogatodi esser lasciato tranquillonel suo cantoa guardarla in silenziocome un cane da caccia. Ma questa suacontemplazionecosì prolungata alle volte che egli non seguitava più sullibro la lettura degli altrie metteva le spalle al murovoltandosi in pienoverso destraper meglio vederlaquando lei era dalla parte della primasezionefinì con dar nell'occhio anche agli alunni meno osservatori. Grandi epiccolidi tanto in tantose lo accennavan l'un l'altro col capoe se neparlavan negli orecchi. Toh! Era dunque proprio vero: Saltafinestra erainnamorato della maestrina. Era un bel caso! Questa voltaperòl'avrebbeavuta a far con la voglia. S'aveva bell'avere il muso di Saltafinestracivoleva una buona dose di pretensione. Nessuno avrebbe mai pensato che quellestofante lìche n'aveva già fatte e provate di tutte le tinteavrebbe datoun tuffo nella bambinaggine a quella maniera. E gli uomini pei primi gliavrebbero dato la bertase non avesser saputo che con lui c'era da correr deirischi. Ma i ragazzipiù maligni e meno prudentinon si moderavano tanto.Nondimenograzie al timore che incutevanon sarebbe nato nessun scandalos'egli non si fosse lasciato andare a provocarlo.

 

Il Muroni chenei primi giorniaveva eccitato la classealle risa e al disordine in odio alla maestravedeva male ora che altri ledesse noia o le facesse offesa. Cominciò a guardare a traverso quelli chefacevan del chiassoprima quasi involontariamentecome un uomo frastornato inun pensiero fisso; poi col proposito manifesto di farli smetterefissando l'undopo l'altro i disturbatori. Quando costoro se ne accorseroincoraggiandosi apoco a poco al vedersi concordipresero a far peggio; e alloraalla stizza diprimas'aggiunse in lui il risentimento dell'ingiuria a lui diretta. La cosaper alcune serenon passò i termini; ma poi egli s'inasprì. I disturbatoriostinati non eran che i ragazzima tanto più egli si sentiva feritonell'orgoglioche non riusciva a farsi temere da un pugno di monellilui cheaveva fatto tremare degli uomini. Principiòquando s'arrischiavano a qualchemonelleria più sfacciataa dire delle impertinenze fuor dei dentiaminacciare di saldare i conti all'uscita. E proprio sul viso nessuno osava dirispondergli; ma rispondevan tutti insieme facendo la voce sorda del canerugliante o il rantolo dei gatti che fan le fusa; il che lo metteva fuor deigangheri. Il più accanito era il piccolo Maggiauna buona stoffa diSaltafinestra futurocapace d'affrontare anche un uomo. Doveva essere opera suauna strofetta in dialettoche la Varetti gli udì cantare una sera coi suoicompagninella quale rimavano maestra e Saltafinestra a capo didue versi che la fecero arrossire. Ella si trovava in un impiccio penoso edifficilenon potendo accettare in nessun modo né sapendo con qual mezzo farcessare quella troppo aperta protezione di chi era in più mala fama fra i suoiscolari. Ma c'era anche di peggio. Quella aperta passione del Muroni per leiquella sua continua ammirazione avida e mutavenivan ravvivando negli altriper virtù di simpatiaquella fiammella mista di sensualità e di sentimentodi cui s'era accorta dopo i primi giorni. Ella si vedeva oraanche da varidegli uomini più seriguardata con occhi più intenti e più arditi;indovinava dei commenti più liberi sulla sua persona; coglieva a volo dellepiccole manifestazioni di gelosiaperfin sulla faccia di bronzo di quel piccoloMaggia; dal qualepassando una sera in mezzo ai banchile parve di sentirsistrisciar la veste con la mano. I soli che rimanessero immutabili erano ilPerotticon la sua onesta barba di buon padre di famigliache trattava semprela maestra col rispetto d'un vecchio servitore; quella specie di bruto dello zioMaggiasempre ostinato a studiaree curvo sul banco come un animale affamatoalla greppiae il socialista Lamagna. Questisenza dimostrare alcun ossequioalla maestrache considerava come una compagna di officinapareva che fosseinfastidito della mala condotta dei suoi condiscepolie dava dei segni didisgusto alle loro escandescenze più grossolane; perchésecondo luil'operaio avrebbe dovuto insegnar l'educazione ai signorie invece di farsidisprezzare da loro con la villaniafarli arrossire con la sua dignità.

 

Finalmenteil disordine andò tant'oltre una sera che lamaestra decise di ricorrere al maestro Garallo. Dieci minuti dopo la lezionementre si sentivano ancora sul viale i fischi e i canti sgangherati deglialunnipiena di tristezza e fremente di colleraandò a picchiare all'usciodel suo quartierino. Le risposero insieme: «Avanti!» due voci gravi. Ellatrovò marito e moglie seduti dalle due parti d'una tavola coperta di foglitutti e due con le grosse teste arruffatepiccoli e corpulentiche parevanfratello e sorella. Il salottinorepubblicanamente austeronon aveva altroornamento che i ritratti in stampa del Mazzinidel Saffi e di Alberto Marioappesi a una parete; dall'altra pendeva un gran quadro calligraficodiviso inscompartimenti coloratinei quali erano segnati gli stipendi dei maestrielementari di tutti gli Stati civili; la tavola era rischiarata da un lumino dacucinaposto sopra una scatola di zuccherovuota.

«Ah! lei è qui!» disse il maestroed entrò senz'altronel suo discorso predilettoa proposito d'un memoriale che stava scrivendoperché il municipio di Torino accettasse come validipei diritti allapensionegli anni di servizio prestati dai maestri negli altri comuni.«Perché è una sacrosanta giustizia!» esclamò.

Ma la Varetti lo interruppe econ voce concitatagli esposei casi suoi. Aveva pazientato fin alloraper non dargli noia; ma non potevapiù andare avanti con quella classe indisciplinatache le mancava di rispettoin tutte le manieree faceva della scuola un mercato. Era assolutamentenecessario che il maestro andasse la sera dopo a dare un ammonimento solenne atuttie una lezione particolare ai più tristi.

Il maestro si grattò un orecchio; parve seccato da quelladomanda.

«Verrò» rispose; «ma… gliel'avevo detto che in quellascuola ci vuole energia.»

«Ma che energia vuol che abbia una ragazza sola davanti aquaranta uomini?» domandò la Varetti.

«Io li tenevo» disse con una nota di trombone la signoraGarallo.

«Io non ho la sua virtù» rispose piccata la signorina.«Lei ne imponeva di piùanche con l'aspetto…»

La Garallo la fissò.

«Io non riesco a farmi temere» continuò l'altra «non socome fareai miei rimproveri non badanofaccio tutto quello che possomiriducono alla disperazione. È un supplizio a cui non posso più reggere.»

«È inutile» disse il maestroimpazientito «il popolovuol esser trattato in un modo particolarebisogna saperlo prendere… Nonbisogna presentarglisicon manierenon dico aristocratichenon è il casomanemmenoche so io? troppo signorili; non bisogna lasciargli vedere che si haquasi… orrore di lui.»

La Varetti si scosse a quelle parole. «Chi le ha detto cheio usi dei modi aristocratici?» domandò con risentimento. «Chi le ha dettoche io abbia orrore del popolo?»

«Il popolo vuol essere amato!» sentenziò la maestraGarallo.

«E io l'amo!» esclamò la ragazzacon uno slancio vigorosod'affetto e di sdegno. «Che cosa le può far pensare il contrario?»

«Andiamo» concluse il Garalloin tuono conciliante«faremo così. Per ora darò ordine al cantoniere di assistere alle lezioni. Lasua presenza basterà a tenere a segno i ragazzi. Leidal canto suomi daràsera per sera i nomi dei disturbatori. Se poi seguirà qualche cosa di graveilcantoniere mi verrà a chiamaree allora… non avrò che da farmi vedere.Intantosi faccia coraggio.»

La maestraindispettitastava per rispondergli: «Se lofaccia lei» ma rattenne la parola sulla punta delle labbra. Si contentò difare un saluto asciutto e se n'andò.

Uscendoudì la voce del maestro che diceva piano:

«Non capisce il popolo; non sa star col popolo» e lacuriosità la ritenne un momento con l'orecchio teso. Ma quegli parlava già deimaestri del Brasile i qualioltre alla casa e al giardinohanno un tanto diguadagno per ciascun alunno promosso.

 

Rassegnatatornò la sera dopo alla scuola. Nevicava fittoda varie ore; gli alunni arrivavano coi cappelli e con le spalle coperti dinevescotendosi i panni e pestando i piedi con grande strepito. A metà delcorridoiola maestra fu fermata dal cantoniere che le domandò il permesso didirle una parola in confidenza. Il maestro Garallo gli aveva ordinato diassistere alle lezioni per mantenere il buon ordine; ma egli aveva una propostada fare: gli pareva più politico di star nel corridoiocon l'orecchioall'uscioe d'entrar poi all'improvvisoquando avesse inteso rumoreperchéin quella manieraavrebbe potuto cogliere in flagrante i colpevoli. E dicendoquesto strizzò un occhioper far comprender meglio la sua furberia. Ancora unaltro che aveva paura! La maestra gli diede uno sguardo di pietàdicendogliche facesse quel che volevaed eglidissimulando la sua soddisfazionepreseun'impostatura risoluta accanto all'uscio.

Mancavano quella sera più d'una dozzina d'alunni. La maestrane domandò conto e seppe che erano andati con molta altra gente a passar laserata in una stalladove un vecchio contadino reduce dall'Americauno spiritofaceto e bizzarroaveva invitato mezzo il sobborgo a sentir la storia delle sueavventure. Era un po' di sollievo per lei; ma della ragazzagliapur troppononmancava un solo.

Fin dai primi momenti ella s'avvide che il Muroni era piùcupo del solito: dovevano esser corse parole fra lui e gli altri primadell'entrata. E vide anche su quei dieci o quindici visi degli alunni piùaudaci come un pensiero comunel'apparenza d'un accordo che avessero fatto fradi loro; forse per sostenersi a vicenda quando uno di essidopo la scuolafosse stato assalito da Saltafinestrache avevano deciso di provocare. Infattinon appena ella si voltò alla lavagna per scriveresi sentì dietro allespalle un fremito di risa e di mormorii più impertinente dell'usato; ed ebbeuna stretta al cuoreindovinando dal suono particolare di quel riso le smorfielaide e gli atti e le parole licenziose che dovevan correre pei banchi. A uncerto puntofacendosi più alto il rumoreil cantoniere mise il viso allospiraglio dell'uscio e disse: «Silenzio! Non è la maniera!» ma disparve conuna così comica rapiditàche mezza la classe fece una risata. Pochi momentidopomentre essa scriveva ancorale cadde una freccia di carta ai piedipoiuna buccia di castagna. Ma quegli affronti non la ferirono più. Non sentivapiù sdegno oramaima una profonda tristezzae insieme non so che forza nuovanell'animoche la teneva là ferma e intrepidaquasi a una mortificazionemeritataad un'espiazione volontariacome una monaca al letto d'un infermo dimalattia ributtante. Voleva resistere e soffrir fino all'ultimovedere fino ache segno sarebbero giuntie se la sua pazienza di santa non avrebbe finito confarli vergognare della loro condotta.

Ma a un tratto sentì un Ooooh! forte e prolungato dimolte vociin suono di scherno e di sfidaevoltandosivide il Muroni rittosul bancocon gli occhi fiammeggianti e i denti strettiche mostrava il pugnoalla classe. Ella aprì la bocca per gettare un grido al cantoniere…

In quel momento si spalancò l'uscioe un personaggiosconosciuto entrò nella scuola.

Seguì un profondo silenzio.

Era il nuovo ispettore generale di Torinoche la maestra nonaveva mai visto. Egli faceva spesso quella prodezzad'andar a visitare lescuole dei suburbi nelle serate peggiori dell'invernoquando meno eraaspettato. La sua carrozza s'era avvicinata senza rumorea cagion della neve;egli era entrato bruscamente nel corridoio facendo cenno al cantoniere spauritodi non annunziarloeappeso il mantello incerato ad un ganciodopo esserstato un po' all'uscio a sentire il chiasso smodatoaveva fatto quell'entratada palcoscenico. La sua alta figura di vecchio ufficialecoi baffi e col pizzobiancovestitodi scurocoi panni stretti come un'uniformeispirava simpatiae imponeva rispetto. In una tasca sporgente del suo fianco si disegnavano leforme d'una rivoltella. Era indignato.

«Che luogo è questo?» domandòrivolto alla scolarescadopo aver detto chi era. «In questo modo rispettate la vostra scuola e chiv'insegna? Siete onesti operai voialtrio che cosa siete? Non posso credere chesiano gli uomini che facciano questo baccano; ma mi fa maravigliami fa sdegnoche lo sopportino senza arrossir di vergognache lascino insultare in cosìindegna maniera la scuola del popolo.» Poivoltandosi alla maestraconaccento severosenza abbassare abbastanza la voce: «E leisignorinain chemodo tollera una condotta simile? Come tiene la disciplina? Ma per dignità suaquando non fosse per dovere d'ufficioella non dovrebbe permettere che le simanchi di rispetto fino a questo punto! Mi dica: è così tutte le sere?».

La povera ragazzaritta davanti al suo giudicepallidissimamosse le labbra per discolparsi; ma la mente le si turbòla vocenon le venne: le venne invece un'onda di lagrimeche non poté trattenere:tirò fuori il fazzoletto e si mise a piangere come una bambina.

«Si ricomponga» le disse con voce un po' più mitel'ispettore; «questo non giova a ridarle l'autorità che ha perduta.» Poirivolse daccapo alla scolaresca alcune vigorose paroleche tutti ascoltarono insilenziocon quell'attenzione fissa e stupita che il popolo presta agli attori;eccettuato il socialista Lamagnache guardava per la finestracon simulatadistrazioneun albero carico di neverischiarato dal lampione della scuola.

Finita l'intemeratal'ispettore fece un cenno alla maestrala qualecon gli occhi rossi e con voce tremanteriprese il filo dellalezionementre egli vigilava gli alunni con occhi severi. Tutto a un tratto ledomandò: «Quali sono i suoi disturbatori abituali?».

La maestra li conosceva tutti; ma per pura bontà d'animonon per pauranon parendole nobile di far castigare da altri quelli ch'essa nonaveva saputo contenererispose con voce dolceche pareva sincera:

«Nessunosignor ispettore. Il disordine di questa sera èstato un caso».

Mentre ella diceva questolo sguardo dell'ispettore sifissò sul Muroniattratto dal contrasto della dura fierezza di quel viso colsentimento che v'era dipinto in quel puntoe che pareva ispirato dalla rispostagenerosa della maestradella quale egli aveva compreso il pensiero gentile.

«Sta benesignorina!» disse. «L'aspetto dopo la scuola»e dato un ultimo avvertimento agli alunniuscì a passi di soldato.

La scolarescafrenata dal sospetto d'una riapparizioneimprovvisa del personaggiosi contenne decentemente fino alla finee uscì conordine insolitonon facendo che un sordo mormorio.

Ma mentre assisteva all'uscita degli ultimi alunni dalcortileprima d'andar a prendere il monito dall'ispettorela maestra sentìsul viale la voce rauca e furiosa del Muroniche gridò: «Vigliacchi!» ealtre vocismorzate dal nevischio fittoche gli risposero degli insultidilontano.

 

Dopo quella sera parve che nel Muroni crescessero insieme lapassione per lei e l'odio contro i suoi nemicie che meditasse di sfogarquestonon potendo quella. Ma la passione si manifestava in maniera tutta sua.La maestra non vide mai sul suo viso l'espressione propria dell'amore o dellabenevolenza: il suo viso non faceva che intorbidarsi sempre piùe il suosguardo diventava più fisso e più sinistrocome se col sentimento ch'essagl'ispirava maturasse gradatamente in lui il proposito di un delitto. Un grantumulto di idee e di sentimenti seguiva nel suo piccolo cranio e nel suo cuoreesasperato di ribelle al mondo: un fastidio crescente di sé; un disprezzosempre più iroso dei propri eguali; un'acre ambizione d'essere educatoistruitoben vestitoricco per effetto di un colpo di fortuna o d'audaciaod'un miracolo; un mostruoso avvicendarsiquand'era davanti a leidiconcupiscenze violentedi impulsi di pietàdi fantasie affettuose o feroci olascivedi subitanei rivolgimenti dell'animoper cui ora l'avrebbe insultata epercossa come una donna da trivioora si sarebbe umiliatoavrebbe baciatoforbito con la lingua la suola dei suoi stivaletti. Egli aveva l'aria d'un uomoa volte stupitoa volte rabbioso e vergognoso di quello che accadeva dentro disé. Ma qualunque cosa passasse nell'animo suomanteneva inalterate le formedel rispetto per lei. Pareva anzi che le rendesse più visibili per far nascereil sospetto d'una corrispondenza dissimulatache avrebbe dato almeno un pascoloapparente al suo amor proprio. E infattiil sospetto nacque nella scolarescache li osservava assiduamente tutti e due. Quello studio che poneva la maestra anon guardarlo quasi maia mostrar di non accorgersi dello zelo iracondo con cuila proteggevanon pareva naturale a moltii quali cominciavano a pensare chefosse uno sforzo fatto per velare la simpatia. Del restoegli era un belgiovanenoto per le sue conquiste amorose nel proprio ceto; né i suoi compagnipotevan capire che ciò che principalmente attirava a lui le donne sue parilasua trista famadovesse essere per la signorina una cagione fortissima direpugnanzae neppure erano in grado di comprender bene quale distanza mettessefra di loro la diversità dell'educazione. La maestra s'avvide chiaramente diquesto sospetto dall'atto improvviso e ostentato con cui tutti si voltavanoverso di lei e di luiogni volta ch'essa lo interrogavae dal tossireaffettatodai sogghignidalle mezze parole che si lasciavano sfuggireguardandola con occhi ridentianche i più savi; e questo la turbò a segnoche doveva far violenza sopra di sé prima di chiamarlo a leggeree prepararquasi l'animo e i nervi a ricacciare il rossore che le sarebbe salito allafrontes'egli le avesse rivolto una domanda all'improvviso. E stava in continuaansietà che non le riuscisse una volta di nascondere il suo turbamentoperchésenza dubbiola scolaresca non l'avrebbe creduto effetto di timiditào di vergogna dei suoi sospettima rivelazione d'amore. Per sua fortunaunasera che essa più temeva egli non vennee non si fece più vedere a scuola pervari giorni.

Lo vide una mattina dalla finestra gironzolare nel prato dilà dal vialecol capo basso e con le mani in tascacome chiuso nei suoipensieri. Alcune ore dopo lo rivide ancora làseduto sopra un mucchio dighiaiacoi gomiti sulle ginocchia e i pugni sotto il mentorivolto verso lascuola; ma così lontano che non gli poté distinguere il viso. La sera stessaverso nottepassando davanti all'osteria della Gallinasentì la suavoce roca e avvinazzata in mezzo a un gridìo assordante di giocatori di morrae riseppe la mattina dopo dal cantoniere che s'eran picchiati ferocemente dopola mezzanottelui e certi barabba di Torinomettendo per arial'osteriadonde perfino l'oste era fuggito; e si vedevano ancora per la stradadei brandelli di cravatte e delle ciocche di cappellisparsi sulla neve. Sidiceva anzi che il Muroni fosse a letto per una randellata. Infinela mattinadel terzo giornoscendendo per la strada maestrala Varetti lo vide ad unacantonataseduto sopra un paracarrocol cappello rovesciato indietrocolciuffo tra gli occhicon le mani nelle tasche dei calzoniimmobile e smortocol mento insudiciato dal sugo nero d'un mozzicone di sigaroche gli pendevadalle labbrae spettorato come in piena state. Guardandolo di sfuggita primad'esser vistagli lesse scritti sulla faccia tre giorni e tre notti d'oziod'alterchidi gioco e d'ubbriacatureun abbrutimento che le strinse l'anima ela fece rabbrividire al solo pensiero di dover incontrare il suo sguardo. Nonpotendo tornare indietropensò di passar oltre senza voltare il capo; maquando s'accorse ch'ei l'aveva veduta e che s'alzava lentamentesenza osare diavvicinarsifu vinta da un senso di compassionee lo guardò. Era briaco; astento poté levar la mano al cappelloche non trovò subitoe scoprendosisenza riuscire ad alzare il visole diede uno sguardo lungo e profondoaccompagnato da un sorriso stranotristestupidoteneroorribileche lefece ribrezzo e pietàe la lasciò tutta sconvolta.

La sera del dì seguente tornò alla scuolasbriacato epulitoe al primo riveder la maestra e più al risentir la sua vocecome setutti i sentimenti che aveva addormentati per tre giorni gli si ravvivassero aun tratto con maggior vigoreriprese l'antico atteggiamento di contemplazioneimmobile e cupa; con la quale ricominciarono gli scherzi e i disordini dellaragazzaglia. Ma questa volta pareva ch'egli avesse mutato idea. Non minacciavapiù: si voltava soltanto a guardar ora l'uno ora l'altrocome per fissarsinella memoria i nomi e gl'insultie in quel momento la sua faccia fredda etranquilla era più sinistra e più inquietante di quando minacciava. E cosìfece per due o tre sere. Poi mancò alla scuola altre due volte.

Alla maestra giunse notizia d'una nuova rissa seguita lanotte in un'osteria in fondo al paesetra lui e certi contadini della borgatavicina: s'eran viste la mattina delle tracce di sangue sullo scalino esternod'una cappella. Una notte ella riconobbe la sua voce in mezzo a quelle di varialtriche passarono cantando nel campo dietro la scuolae s'allontanarononell'aperta campagna; e la mattina dopoappena levatafu tutta stupita divederlo seduto nel fosso del vialesotto la sua finestracon la schienaappoggiata all'albero e il mento sul pettoche dormivain mezzo al ghiaccio.Poi tornò a scuola una seraubbriaco e insonnolitoe stette per due oreimmobilecon gli occhi lustriin una specie d'ammirazione stupida e infantiled'un suo nuovo vestito color cinerino. Si riscosse verso la finefuribondocontro un ragazzo che aveva lanciato una pelle di topo sul palcoai piedi dellamaestra. Questaall'uscitasentì un gran tumultoe riseppe la mattina dopoch'egli aveva preso a schiaffi e a calci il ragazzo. Poi disparve per altri duegiornie le dissero ch'era stato arrestato.

 

Non era vero; ma non lo vedevano da un giorno e una notte:qualcuno diceva che fosse a Torino. La Varetti lo seppe una mattina da suamadreche la venne a trovare tutta piangentein uno stato d'agitazionefebbrilecon un viso che pareva l'immagine dello spavento.

«Ah! signora maestra» esclamòentrandonella camera«dove sarà il mio figliuolo che non si vede più! Cosa gli sarà accaduto!Come posso io durar questa vitaDio di misericordiaquel figliuolo che parevagià rinsavito!» E si mise le mani nei capellidicendo che le pareva chediventasse mattoche non c'era più modo di averne beneche l'aveva minacciatacon un martello. «Mi dica un po'signora maestra» le domandò con voceaffannosa «son nati dei guai coi compagni della scuolanon è vero? Cos'èsuccesso? Cos'hanno con lui?»

La povera donna veniva la sera di nascostoall'oradell'uscita degli alunniad appostarsi dietro gli alberi del vialee varievoltedai gruppi che passavanoaveva sentito delle minaccedei propositi divendetta contro il suo figliolo. La maestraper compassionecredette didoverle dire che non sapeva nullae cercò di rassicurarla; ma non trovava leparoleessendo distratta da una certa espressione che vedea negli occhi delladonnasupplichevole e scrutatrice insiemeche non le aveva mai visto.

Questa ricominciò ad esclamare: «Ah! signorinail cuore midice che deve seguir qualche disgrazia! Signore Iddiose me lo avessi a vederportare una notte con una coltellatami fa sangue l'animami va via la ragionea pensarci!».

E nello schianto di dolore che risentì a quel pensierotrovò il coraggio d'aprir tutto l'animo suo.

«L'avevo bene avuto io il sospetto» disse a bassa voceprendendo una mano alla maestrasenza osare di guardarla in viso «l'avevo benpensato io che tutto fosse per motivo d'una simpatia; non m'ero ingannata…»

E tutt'a un trattogiungendo le manicon un accentod'ardente supplicazione: «Oh signorina» mormoròfissandola negli occhi «selei volesse far la carità di dirgli qualche buona parolauna sola buona parola…».

Ma s'interruppecome interdettaa uno sguardo di lei.

«Che discorsi son questi?» le domandò la ragazzaarrossendo. «Che parte è quella che fate?»

La donna diede in uno scoppio di pianto.

«Ah! è vero» disse poi «mi perdonisignorina… perdonia una povera mamma che non sa più quello che si dica!» e le prese e le baciòle mani con uno slancio di affetto così umile e così dolorosoche la maestraimprovvisamente commossasvincolò la destra e glie la mise in atto di carezzapietosa sul capo biancoda cui era caduto il fazzolettodicendole: «Fatevianimopovera donnafatevi animo; vedrete che non seguirà nulla… E poi… iovedrò… gli dirò qualche cosa…».

«Dio la benedica!» rispose la vecchia rialzando il viso«Dio la benedica! Anche una sola parola… alle volte… che non faccia morirdi disperazione sua madreche ha già penato tantoche non si metta a nessunbrutto rischioper compassione dei miei ultimi giorniche salvi l'anima sua!»

Ma nell'andarsene fu ripresa dal suo terribile presentimento.«Ho paura che me lo ammazzino!» esclamòrimettendosi a piangere. «Mi diceil cuore che ha da finir maleho paura che me lo ammazzino! Che Dio ci tenga lesue sante mani sul capo!»

Ed era già sull'uscioquando tornò indietro con impeto abaciar la mano alla ragazza. Poi se n'andòcon le mani sul viso.

 

La Varettiper pietà di quella povera vecchiadecise difarsi forza e di mantener la sua promessadi dare qualche ammonimento amorevoleal giovaneper indurlose non altroa non incrudelire contro sua madre. Manon sapeva quando né dove parlarglinon passandole neppur per la mentecongli umori di quella scolarescadi chiamarlo in disparte all'entrata oall'uscita. Questa incertezza le durò tutto quel giorno. La sera Saltafinestravenne a scuola.

Aveva il viso più livido degli altri giorni e un'alterazionedi lineamenti che annunziavano un'ubbriacatura d'acquavite non ancor svaporata.La sua entrata fu accolta con un mormorìoche egli fece cessar subitosoffermandosi in mezzo alla scuolae girando lo sguardo sui banchi. Poi andòal suo postodove prese l'atteggiamento solitoma con un viso torvochiusofermocome se avesse risoluto di far qualche colpo la sera stessa.

La pietà di sua madreil timore ch'egli trascendesse aqualche atroce provocazione e la speranza di prevenirlaindussero la maestra atentare una provache a lei parve arditissima. Dopo averci pensato un pezzocol batticuorecolto il momento in cui le parve che tutta la classe fosseraccolta e non badasse a leiella si voltò verso il Muronidel quale eracerta d'incontrar sempre lo sguardoe lo fissò per qualche secondocome nonaveva fatto maicon una espressione velata di indulgenzadi bontàdipreghiera.

Il giovine restò un momento col viso immobilenell'atteggiamento di chi senta all'improvviso la voce d'una persona invisibileda cui gli paia d'udir pronunziare il suo nome; poi guardò intorno e tornò aguardar la maestrache non lo guardava più; e si passò una mano sulla fronte.E da quel punto parve che si destasse in lui un'agitazione nuovaun nuovoordine di pensieri. I ragazzi ricominciarono a fare il chiasso e gli schernisoliti alla maestraper offender lui. Egli non vi badò per un po' di tempo. Matutt'a un trattoavendo udito mormorare dal piccolo Maggia una sconcia paroladiretta a leiche non l'intesesi voltò di slancio come una tigree glidisse: «Maggiati taglierò la gola».

Varie voci risposero: «Un momento!» «Troppa furia!»«Vedremo!» e un vocione dall'altra parte della scuola muggì: «Ci sono io!».

Era lo zio Maggiache s'era alzato col suo testone deformetutto infiammato. Pur non avendo alcun affetto per il ragazzoche loinfastidiva con le sue monellerieegli sorgeva in difesa del parenteminacciatosenza sapere il perché della minacciasenza domandare nérifletterecome un brutoperché aveva inteso il suo nome.

«Bucherò anche te!» gli rispose il Muroni.

La maestra gli fece un cenno di comando.

«Sapete chi sono» disse ancora il giovane a tutta laclassee risedettemandando dei baleni lividi dagli occhi.

La maestrastentando a raccoglier la voceimpose silenzioe tutti si quetarononon per rispetto a leima pel presentimento di qualchecosa di graveche annunziavano la risolutezza dei visi e l'entrata in lizzadello zio Maggiaconosciuto per la sua forza e pei suoi furori di toro.

La Varetti stette col cuore sollevato fino alla finefacendolezione con un fil di voce. Tutti uscirono in silenzio.

Essa corse nel cortiledove cercò invano il cantonierees'avvicinò all'usciotutta tremantein aspettazione d'una rissa terribile.Udì infatti varie voci che dicevano: «Largo! Largo!» per fare spazio per lalotta; poi la voce del Muroni: «A noi!» e quella dello zio Maggia: «Sonqui!» E s'appoggiò al muro per non cadere.

Ma invece dei colpi e delle grida che s'aspettavasentì unbisbiglio improvvisocome un avvertimento che corresse di bocca in boccae poilo stropiccìo dei piedi della follache si sparpagliava in silenzio.

In quel silenzio udì ancora la voce del Muronigiàlontana: «A rivederci domani».

Varie voci ripeterono: «A domani».

Ed altrepiù vicinein tono d'ammonimento: «A casagiovanottia casa».

Era la pattuglia dei carabinieri che faceva sgombrare la via.

 

La Varetti non s'era mai risentita così vicina come quellasera al terrore che l'aveva messa a rischio di morire nella sua fanciullezzaquando era stata spettatrice di quella rissa sanguinosa degli operai minatori.Essa aveva sentito passar nell'aria il soffio d'un delitto. E le durò per tuttala notte un ribrezzoun affanno angosciosoche accumulò nei suoi sogni tuttele più spaventevoli immagini che l'avevano oppressa nel corso della vitae sisvegliò accasciatapiena di neri presentimenticercando ansiosamentesenzatrovarloun mezzo d'impedire quello che stava per accadere. Tirò un granrespiro di consolazione vedendo apparir sull'uscio la maestra Mazzara.

Essa veniva così entusiasmata dei propri disegni chedimenticò lì per lì di chieder notizie della scuola serale e di Saltafinestrach'era ciò che l'aveva spinta fin lànonostante il freddo intenso e lanebbia. Voleva far scrivere alla Baroffi un articolo sul cattivo nutrimento deibambini degli Asilidove si faceva un abuso di fagioli intollerabile; stavacercando aderenti per invocare una riforma dell'insegnamento del canto nellescuole elementaridovecon la illusione che i ragazzi imparassero la musicali ammaestravano faticosamente a cantar dei cori senza ispirazione e senza vitadelle nenie funebriche addormentavano cantori e uditori; voleva promuovere unasottoscrizione per fare un dono d'onore a una maestra ciecabellissimadell'Istituto d'Azeglioun angelo di grazia e di bontà… Infinequando si fusfogatainterrogò e stette a sentire con grande attenzione l'amicache ledisse minutamente tutto quello che era accaduto e che essa temeva.

Maahimè! fosse per una cattiva disposizione segreta dileio per la natura pericolosa dell'argomentola conversazione doveva durarpoco e finir male.

Quand'ebbe inteso tuttoella mise fuori un consiglioche laVaretti sospettò fosse preparatoda tanto che le venne pronto. «Mia cara» ledissein tono di sorella maggiore «il mio parere è questo: che la cosa sideve far finire a ogni costoe che il farla finita sta in te. Tu non devipermettere che si commetta un delitto per causa tua. E c'è un mezzo solo. Tudevi valerti dell'"ascendente" che hai su di luipigliarlo indisparte e ordinargli ri-so-lu-tamente di desistere da qualunque reazione oprovocazionedi fare sacrifizio del suo orgogliodi cedere e di rassegnarsiper l'interesse tuo. In questo modo non accadrà nulla ed egli si muterà. Segliel'ordini tut'obbedirà. Non c'è altra via. Tu lo devi far per coscienza.Questo è il mio sentimento.

«Ma perché credi che m'obbedirà?» domandò la Varettinon comprendendo ancora il suo pensiero.

La Mazzara esitò. Poi rispose con franchezza: «Sta a tefarlo obbedirealla fin dei conti».

«Oh mia cara!» esclamò l'amica con un sorriso alterolevandosi in piedi «per evitare una disgrazia son disposta a fare qualunquesacrifiziofuor che quello d'avvilirmi.»

La Mazzara fu puntae sentì il suo sangue popolanorimescolarsipensando che la Varetti avrebbe dato la stessa risposta anche peruno dei suoi fratelli. Efrenando il dispettorispose con un sorriso forzato:«Pregiudizi sociali».

«Pregiudizi sociali?» ribatté l'altra con vivacità «Masono i pregiudizi della dignità e dell'onore! Arrossirei davanti al ritratto dimio padre se mi venisse solo il pensiero di mancarvi.»

«Oh Dio mio!» esclamò la Mazzarafremendo senza farsiscorgere. «Gli uomini di tutte le classi sociali si valgonosalvo che i lorovizi e le loro colpe hanno un diverso colore: i signori bevon del vino piùfinofrequentano delle male donne meglio vestitee danno dei colpi di sciabolainvece che dei colpi di coltello.»

La Varetti frenò un impeto d'indignazionee le disse conalterezza: «Tu non sei in te. Mio padre s'è battuto in duelloe tu lometteresti a paro con gli accoltellatori delle taverne?… È un obbrobrio!».

«Un obbrobrio?…» rispose quellacon la voce soffocatadalla collera «un obbrobrio?… Ebbeneio ti dico che mi vanto d'esserfigliuola del popoloche sono altera della mia famigliae che disprezzo i fumidell'aristocrazia e non so che farmi delle amiche aristocratiche!»

E detto questocon le lacrime agli occhiuscì a grandipassi. La Varetti le corse dietrochiamandola per nomepregandola dirientrare. Ma quella si voltò irritatae le rispose: «Verrò un'altra volta:oggi non è aria!». E disparve.

La ragazza si lasciò andare sopra una seggiolaprofondamente scoraggita. Anche la sua amica l'abbandonava quel giorno in cuiaveva tanto bisogno di distrazione e di conforto. Non potendo regger solaandòa cercar la compagnia della maestra Baroffi. La trovò a tavolino coi capelliscomposticol suo largo viso scialbo di vecchia attricecurva sopra unadiecina ai quaderni apertidov'ella trascriveva frasi e sentenze di letteratidi giornalisti e di conferenzierile qualidopo un mese di stagionatura nelsuo magazzinodiventavan suee le teneva così coscienziosamente per sue chese le avveniva di rileggerle altrovele credeva roba rubata a lei. La Varettile disse le sue tristezze e le sue paure. «Ah benedetta creatura» le risposequella con la voce grossa ed enfatica «che t'ostini a non darmi retta! Ma parladunquecommovili. Leggi loro qualche bel brano commovente del Thouar o delLambruschinie te li vedrai mutare sott'occhio da così a così! Ah se ci fossiio!» Ma non ostante la tristezza della sua amicanon si trattenne in queldiscorso. Era tutta eccitata dalla descrizione d'una solennità seguìtaall'Università di Londradovenell'aula magnain presenza del cancellieredi tutto il corpo dei professori e d'una gran folla di studenti e d'altricittadiniuna giovine signora era stata insignita del grado di dottore inscienze. Quello sarebbe stato il sogno supremo della sua ambizione. «Figuratimia cara» esclamò con entusiasmo «quella bella signora con l'assisa rossa edorata di dottorein quel luogodavanti a tutta quella gentein mezzo aquegli applausie Londra intera che ne parla! Io vorrei aver quella gloria emorire un'ora dopo!»

La Varetti la lasciò ai suoi sognipiù triste di primaeandò a cercare la Latti. La trovò che scrivevadavanti a una specie dialtarino di ampolle e di scatolette di spezieriae le cadevan le lacrime sulfoglio. Essa non fece misteri. Sentiva da due giorni dei sintomi così sicuridella sua fine che s'era decisa a scrivere le sue disposizioni testamentarie. LaVaretti sorrise allora per la prima volta nella giornata. Ma se il testamentoera comicola testatrice era spaventata e afflitta davveroe la sua compagnianon le poteva giovare. Essa la lasciò e tornò nella propria cameraa contareil tempo quarto d'ora per quarto d'oraai rintocchi dell'orologio della chiesa.

Si riscosse verso le quattro e andò dal maestro Garallo peresporgli lo stato delle cose e domandargli se non credesse opportuno d'avvertirei carabinieri che passassero anche quella sera davanti alla scuola. Lo trovòche trincava tutto soloun po' eccitatoforse meno dal vino che da qualchebuona notizia finanziaria del mondo scolastico. Egli non si mostrò del suoavviso.

«Se noi» disse «diamo alla scolaresca l'abitudine divedere i reali carabinieri alla portafaremo indubbiamente seguire undisordine la prima volta che non verranno. E poi ne andrebbe del prestigio dellascuola. Non bisogna mostrar diffidenza del popolo.»

Perònon disconosceva la gravità delle cose. E dopo cinqueminuti d'incertezzaprese una risoluzione eroica.

«Questa sera» disse alzandosie piantandosi l'indice alpetto «comparirò io.»

E la maestra se n'andòalquanto riconfortata.

 

Ma sul far della notte le rinacquero l'ansietàla tristezzae la paura. Non poteva staccarsi dalla finestradi dove guardava quel vialesolitariocome per domandargli che cosa sarebbe accaduto quella sera sotto isuoi alberie le pareva di mal augurio quella nebbia folta che copriva ognicosanon lasciando che veder confusamente l'albero più vicino alla scuola. Irintocchi della campana che suonava le orelo strepito cupo delle macchinedegli opificiil suono lontano dell'officina del fabbrola lanterna rossadella Gallina che ardeva in fondo come un occhio sanguignotutto lepareva tetro e minacciosoe le rammentava quei paesaggi sinistri dei cartellonidei mercatidove son dipinte scene d'assassinioche le facevano una cosìprofonda impressione quand'era bambina. A una cert'ora sentì il bisogno d'andara pregare. Non si mise che un cappuccioattraversò il viale a passi furtivientrò nella chiesa e s'inginocchiò accanto a un pilastro. La chiesa eraoscura: non luccicava che una lampada davanti all'altar maggiore: alcune donneerano inginocchiate qua e là: si sentiva in fondo il passo sonoro delsacrestano. Essa pregòricordò sua madreinvocò suo padre che le desseanimoe le parve che egli l'esaudisse. Pensò dopo ai tanti esempi di fortezzae di coraggiotolti dalla religione e dalla storiache ella aveva tante volteraccontati o letti ai suoi piccoli alunnicon l'ardore di chi si sente capacedi imitarlie si vergognòpensando che era una così misera cosa appetto aquelle la virtù che a lei occorreva; che non aveva se non da tener con dignitàil posto suo; che non correva nessun pericolo nella sua personae cheinfinela paura era viltà in un insegnante quanto in un soldato. «Coraggio!» disserisolutamente rialzandosie rinfrancataimpaziente d'affrontar la pauras'avviò per uscire.

Arrivata alla bussolamentre alzava la cortina pesante diquella specie di camerino ch'era tra lei e la portasi vide davanti un uomo.Riconobbe subito il Muroni e tremò all'idea d'esser sola con lui in quel luogochiuso ed oscuro. Ma si rincorò sull'attopensando ch'era impossibile ch'eglitentasse una violenza lìnella chiesa. E andò innanzi.

«Signora maestra» disse il giovane con voce triste e fermaad un tempo «preghi per me.»

Essa voleva rispondere; ma non le venne la voce.

Nello stesso punto si sentì prendere una manocon riguardocome da chi non vuol altro che dare un saluto; ma nel fare uno sforzo persvincolarlaella ebbe una contrazione alle ditache strinsero quelle di luiele rimase ancora tanta chiarezza di mente da comprendere che l'atto ch'egli fecesubito dopo non era premeditatoma imposto da un improvviso ribollimento delsanguesuscitatogli dalla sua stretta. In un balenosi sentì serrata allavitapoi alle bracciapoi alle spallee respirò l'alito di quella bocca checercava il suo viso: resisté con tutte le sue forze puntandogli le mani sulpettosi contorsesi dibattécercò di sfuggirgli inginocchiandosiudì lasua voce rauca: «Un bacio… un bacio… un bacionel nome di Cristo!» Lalotta durò qualche momento disperatain quel buio odorato d'incensorotta daaneliti ardenti e da singhiozzi strozzati… Quando sonò un passo vicinodentro la chiesa: egli la lasciòella si lanciò fuori.

Aveva appena infilato il vialeraggiustandosi il cappucciocon le mani convulseche risentì la voce di lui nella nebbiadietro di séuna voce angosciata e supplichevole: «Mi perdoni. Sono stato un vigliacco. Nonlo farò mai più; lo giuro sull'anima mia!».

Ma essa non si voltòcorse alla scuolasalì in furianella sua cameracadde in ginocchio davanti al ritratto di suo padreescoppiò in singhiozzi.

 

Ma un presentimento confuso che quello dovesse essere il loroultimo incontroe che ci fosse per aria qualche cosa di più grave di quellanuova violenza fatta a leila distolsero anche questa volta dal fare qualunquepasso. Non soloma al momento di presentarsi alla scuolaella si ritrovòassai più coraggio che non avesse speratoforse per effetto appunto di quelpresentimentoche le annunziava una finequalunque fossedei suoi affanni.Nel corridoiomentre gli alunni entravanoil cantoniere la fermòe le dissecon la faccia inquieta: «Si riguardisignora maestraperché… ho sentitocerti discorsi: ha da essere una serataccia». Entrò: la classe era completanonostante il freddo e la nebbia fittissima che copriva la campagna comeun'immensa nuvola di fumo. Ella sentì un tanfo più forte del solito di pipadi grasso di macchina e di liquori. Quando salì sul palco e si voltò verso lascolarescasi fece un silenzio inusitatoe tutti la guardarono conun'espressione nuova di curiosità. E in fattiil turbamento di tutta quellagiornatail pianto di poco primala stanchezza che da vari giorni l'opprimevaavevano affinato e ingentilito ancora il suo bel viso di grande bambinadelquale faceva apparir più pura la bianchezza delicatissima un vestito di lananera; e v'era nella sua persona alta ed esile come una grazia languida dimalatache la rendeva più bella delle altre sere. Girando uno sguardo rapidosulla scolarescavide che non mancava nessuno dei suoi tormentatoricompresoil Muroni.

Era appena seduta quando s'aperse l'uscio e si presentò ilmaestro Garallo. La maestrache disperava già ch'ei mantenesse la suapromessasi rallegrò.

Al modo com'egli entrò scotendo la grossa testa chiomatapestando i piedi e fulminando occhiate sui banchic'era da prevedere cheavrebbe fatto alla scolaresca un'ammonizione terribile. Salito sul palcoinfattiparve per qualche momento quasi soffocato dallo sdegno e dal peso delleparole solenni che doveva dire. Poi disse col tono della più affabilefamiliarità: «Cosa ho inteso direfigliuoliche ci sono dei malumori fravoialtri? Questo mi dispiace… e non dev'essere. Che diavolo! Chi ha da esserd'accordo a questo mondose non sono d'accordo gli operai? E poipare che nonvi portiate abbastanza bene. Non capisco perché. Nella mia classe stanno che èun incanto. (In quel momento si sentiva il baccano dei suoi scolari.) Tantomeglio vi dovreste portar voi per rispetto e per riguardo alla signora maestra.Andiamo dunquestate buoni e non ci date dei dispiaceri… se non ne voleteavere anche voialtri. E ricordatevi bene» concluse con uno sguardo moltoespressivo «che soltanto con la concordia e con l'istruzione la classe operaiapotrà maturare i suoi destini».

Lanciata questa frase che nessuno capìegli se n'andò conquattro salti. Qualcuno dei ragazzi rise; i grandi rimasero muti e indifferenti.La maestraun po' delusaincominciò la lezione.

Con suo stuporela classe stette in un silenzio insolito eda principio essa ne fu contenta. Ma poco dopo s'inquietò appunto di quelsilenzio. Vide su molti visi come un'aspettazione meditabonda di qualche cosache dovesse accadere tra pocoe che fosse immancabileil pensiero fissod'un'azione concertata da un certo numero di alunni; fra i quali e il Muronipiù stravolto dell'usatos'incrociavano continui sguardi indagatori. Perfinoquel bruto di zio Maggiacosì cocciutamente attento alla lezione tutte lealtre serele pareva divagato e inquieto. Pur troppodunquei suoipresentimenti non l'avevano ingannata. Ma quello che le dava più pensiero erala faccia di bronzo del piccolo Maggiasulla quale appariva un'aria di sfidail riso spavaldo e tristo del discolo senza coscienza e senza cuoreche sisente spalleggiato e aizzato a commettere una cattiva azionee che ne pregustala gioia velenosa e la gloria infame. Per la prima volta egli scansava il suosguardoabbassando gli occhi diabolici quando ella lo fissavae nascondendo ilsorriso malvagio dietro la mano sporcacon cui si tormentava la lanugine dellabbro di sopra. Passò per la mente alla maestra che la combriccola avesseincaricato lui di farle a un certo momento un'offesa graveper provocareSaltafinestra. Nondimenouna gran parte della lezione passò senza disordini.Avevan forse fissato di fare il colpo verso la fineperché il conflittoinevitabile potesse seguire quasi immediatamente la provocazione. Non ci fu cheun incidente notevoleuna breve discussione letteraria fra la maestra e ilLamagnaa proposito d'una parola che quei aveva usato nel componimento. Avevascritto: «"Entrò in quel momento un altro sfruttato".» Allamaestradigiuna del linguaggio socialisticoquel participio buttato là comesostantivoper esprimere il concetto di «operaio salariatosfruttato dalpadrone» non riusciva intelligibile; e alla spiegazione che il Lamagna lediedeella fece qualche obbiezionepuramente grammaticaleche quegli accolsecon un sorriso di compatimento rispettoso. Infinequando non mancava più cheun quarto d'ora all'uscitavisto che da vari banchi si facevano dei cennid'incitamento al piccolo Maggiapresa da timoreebbe l'idea di prevenire quelche doveva succederescendendo coraggiosamente tra i banchi e avvicinandosi inaria benevola al ragazzoper guardare il suo quaderno. Pensava che quell'attocortese l'avrebbe forse distolto dal suo proposito. Riuscì infatti a impedirequello che era stato disegnatoch'era di gettare un oggetto indecente sul suotavolino; ma avvenne di peggio. Mentre essa stava china sul bancotoccandoquasi col capo il capo di luiquesti le passò un braccio intorno alla vita.

Sonò una gran risata su vari banchi.

Ella si svincolòmettendo un leggiero grido; il Muronibalzò ritto sul banco per avventarsi sul ragazzo.

«Muroni!» gridò la maestra con tutta la forza che potéraccogliere. «Stia al suo posto!»

Il Muroni si rimise a sedereaddentandosi un pugno. Lamaestra ordinò al ragazzo d'uscir dalla scuola. Questi prese i suoi librie sen'andò dimenando le spalle: ma si voltò ancora sull'uscio a lanciare unosguardo di scherno al Muroni chedigrignando i dentigli fece un cenno con lamano tesa: «Aspetta».

La maestra tornò al suo postosenza sangue nelle veneepresa da un violento tremitonon tanto per l'affronto ricevutoquanto per leconseguenze immediate che ne prevedeva. Un silenzio profondoche la impaurìsuccedette nella classe. Tutti i visi s'eran fatti seri. Il Muroni avevaun'espressione d'odio e di risoluzioneda cui si capiva che nessuna parolaumana l'avrebbe potuto rimuovere. Il rimanente della lezione passò per lei comeun sogno angoscioso. Sentì sul viale lo zufolìo canzonatorio del piccoloMaggiache doveva esser poco lontano dall'uscio. Avrebbe voluto mandare ilcantoniere a chiamare i carabinieriavrebbe voluto mandare a chiamare ilmaestroavrebbe voluto ordinare al Muroni di rimanere nella scuola; ma nonpoté far nessuna di queste cose: il suo male organicoquella terribiledebolezza della spina che le toglieva la volontàil movimentola vocel'aveva presa dalla nuca alle reni e la paralizzava e la istupidiva e le dava ilsenso d'un'agonia. Il tintinnio della campanella che annunciò la fine le fecel'effetto d'una squilla che annunciasse il momento della sua morte. Si lasciòcader sulla seggiola e appoggiò il capo sopra una mano.

Il Muroni fu il primo ad uscire o piuttosto a sparireattraversando la scuola come un fulmine. Tutti gli altri si precipitarono fuoriin gran disordinegli uni per andar a difendere il Maggiagli altri per andara vederei più prudenti per non trovarsi sul terreno della lotta. La maestravide passar fra questicome un'ombrail Perotti e il suo figliuoloed ebbe laforza di chiamarlo: «Perotti!» per raccomandargli che s'intromettesse; maquegli scappò senza risponderetirandosi dietro il ragazzo spaventato.

In quel punto sentì delle grida acute sul vialee unmomento dopo vide entrare nella scuola già vuota il cantonierecol visobiancoforse per rifugiarsi.

«Cos'è stato?» domandò la maestra.

«Saltafinestra ha rotto la faccia al piccolo Maggia»rispose luie scappò via per non ricevere l'ordine d'accorrere fuori.

Si sentiva intanto sul viale un frastuono confuso di grida edi passi concitati. La maestra uscì dalla scuolatenendosi ai murie salìnella sua cameradove udì le voci di spavento della Baroffi e della Lattidalla camera vicina. Le grida e i passi di fuori pareva che s'allontanassero.Riprendendo animocorse ad aprir la finestra e s'affacciò. La nebbiafittissima nascondeva ogni cosa. Essa vide per terradavanti alla scuolaalchiarore del lampionedei cappelli sparsi e un randello. Più in là eraun'oscurità densa e misteriosada cui uscivano delle grida come spentecheora parevan lontane ora vicinecome di gente che s'inseguisse girando «Diqui!» «Piglia di là!» «Addosso!» «Boia!» «Avanti!» «Bucatelo!» Tre oquattro ombre passarono correndo davanti alla scuola e disparvero dietro lachiesa. La maestra sentì dei colpi secchi e sinistri come di randellate sopraun cranio; poi un grido altissimolamentosofuribondo come il ruggito d'unabelva trafitta: «Assassini!» poi altre grida affannose: «Via!» «Allalarga!» e vide altre ombre passar di volo nella nebbiasotto la sua finestraed altre un momento dopoin cui le parve di distinguere i cappelli deicarabinieri. Poi non vide più nullae seguì un silenzio di morte. Allora sispiccò dal davanzalesenza pensare a chiudere i vetrie barcollando epremendosi una mano sul cuorecorse al suo letto e vi si lasciò caderesfinita.

Un momento dopo sentì entrare la Baroffiaffannatache lefece con accento drammatico molte domandea cui essa non rispose. Quellal'aiutò ad alzarsie andarono insieme all'altra finestrache dava sulcortiledove suonavano varie voci: apersero: udirono il maestro Garallo cheincoraggiava il cantoniere ad andar a prender notizieripetendogli che tuttoera finito. Ma quegli ricalcitravarispondendo: «Eh sìmi possono ancoraprendere… come testimonio.» Il maestro bestemmiavadandogli ogni specie dititolima non il buon esempio.

Tornarono all'altra finestra. Sul vialenella nebbiasivedeva un andare e venire di lumisi sentiva il mormorio di molta gente. A untratto scoppiarono le grida e i singhiozzi disperati d'una donna. La Varettiriconobbe quella voce e s'abbandonò fra le braccia della sua amica che laportò quasi sul letto.

Di lì a pochi minuti si rifece un gran silenzio.

La maestra Baroffi tornò alle sue domande: dovevano averferito o ammazzato qualcuno. «È accaduto qualche cosa nella scuola? Come ècominciata la lite? Chi è stato?…»

«Non so nulla» rispose la Varetti tremando; «non possoparlarenon mi dir nulla!»

La sua amica tornò ad affacciarsi alla finestra del viale edesclamò: «Oh Dio mio!… Hanno mandato a chiamare il parroco!».

La Varetti si mise a piangere.

In quel punto picchiarono all'uscio. Erano il maestro e lamaestra Garallo che domandavano il permesso d'entrare per dare e chiedernotizie. La Baroffi li avvertì che tacesseroaccennando la sua amica curva sulletto. Ma il maestro disse con la sua voce di basso: «Hanno feritoSaltafinestra. Ci son vari feriti».

Peròudendo pianger la Varettisi ritirarono tutti e dueper andare ad assister la Latti che s'era messa in lettodicendo che era venutala sua ora.

Le due maestre rimasero un po' di tempo in silenzio. Trecolpi vigorosi battuti sull'uscio del cortile le riscossero tutte e due.Sentirono la voce del cantoniere che parlamentava di dentro prima di decidersiad aprire. «Presto!» gridò una voce di donna impaziente. «Una missione delsignor parroco!»

La Varetti sentì per istinto che la commissione era per leie indovinò quale fossee per uno di quei rivolgimenti istantanei che seguononelle anime buone e nobili alla voce d'un grande doveresi sentì fuggiretutt'a un tratto debolezzapauraribrezzoe con uno slancio generoso gridò:«Vado!» e afferrato il suo cappucciodiscese correndoseguita a fatica dallasua compagna.

Era quello che aveva pensato. La donna veniva da parte delparroco e della madre del Muroni a supplicarla d'andare al letto del ferito.

«Son qui!» rispose la ragazzae lasciando il cantonierestupito del suo coraggiosenza rispondere alla Baroffi che le raccomandava didir qualche bella parolasi slanciò sul vialecon la donna.

 

Essa correva tantoche la donnacon la lanterna alla manostentava a tenerle il passo. Correvano senza parlare. Passarono nella nebbiavicino a vari gruppi di curiosiche giravano qua e là per il vialeguardandoin terrain cerca delle traccie di sanguee commentando l'avvenimento.Arrivate in fondovidero una folla davanti all'osteria della Gallinaesvoltando nella stradacapannelli alle cantonate e davanti agli usci aperti erischiarati. Di fronte alla macelleria incontrarono due carabinieri checonducevano uno ammanettatoaccompagnati da molta genteche faceva un granmormorio. La Varetti voltò il viso da un'altra parte; la nebbia impedì alladonna di riconoscere l'arrestato. «Ah! ne hanno preso un altro!» esclamò.«Assassini! Dieci contro uno si son messi!» La casa del Muroni era accantoalla tabaccheria. La maestra la riconobbeprima di vederladalla molta genteche v'era aggruppata davantie che s'aperse in due aliguardandola con vivacuriositàper lasciarle il passaggio. Passandoudì alcune parole che lafecero rabbrividire. «La punta del coltello» diceva una voce «ha intaccato ilmidollo della spinacapisci; non c'è più niente da fare.» Messo appena ilpiede sulla scalettaessa intese su al primo piano i singhiozzi della vecchiae fu per mancarle l'animo; ma vinse quel momento di debolezza. Salìaffrettatamentevide un uscio aperto ed un lumeentrò difilata. La vecchia lecorse incontro come una pazzaagitando le manisinghiozzando: «Mi muore! Mimuore! Dio di misericordia! Provi lei! Ha buttato via il crocifisso! Mi muorecome un disperato! Gli salvi l'anima leiper l'amore di Gesùper l'amore deisuoi mortigli salvi l'anima lei se la riconosce ancora!».

La maestra si slanciò in una piccola camera nuda e bassaevide il ferito sul lettostravolto e biancocoi segni della morte nel visocoi capelli scarmigliaticon la camicia macchiata di sangue; il quale sidibattevafuriososacrandoarrotando i dentirespingendo da sé il parrocoche gli porgeva il crocifissovibrando i pugni per ariatrafelatogià presodalla paralisi che gli levava il respiro. In un angoloil grosso medico biondosi lavava tranquillamente le mani in un secchiolino. Per tutta la camera v'eraun orribile disordine di coperte e di cenci sanguinosi. Il piccolo vecchiopretecon un'aria rassegnatafra un tentativo e l'altro di far baciare lacroce al morentel'andava ripulendo con una mano dalla polvere che le si eraattaccata sull'ammattonatodove quegli l'aveva sbattuta con un manrovescio.

La maestra s'avvicinò arditamente al capezzale.

Appena la videil giovane si quetò tutt'a un tratto e lefissò in viso gli occhi già velati come da una sottilissima foglia di vetroinumiditoe stette a guardarla con un'espressione di profondo stupore.

La madreritta accanto a leidisse singhiozzando: «Figliuolmio! Guardafigliuol mio: è la tua maestra. Non la riconosci?».

Il parroco colse quel momento per riavvicinare il crocifissoal suo viso; ma egli lo respinse con un atto iroso della manosenza staccar gliocchi dalla maestra.

Un leggerissimo sorriso gli brillò negli occhi e sullaboccaeansandotendendo una mano incerta verso di leipronunciò qualcheparola confusa.

«Mio Dio!» esclamò la madre giungendo le mani. «Hadetto mio Dio!»

Non aveva detto mio Dio. La maestra sola aveva capitole sue parole perchécon tutt'altra vocein tutt'altri momentigliele avevagià udite dire più volte. «Mi dia un bacio» aveva voluto dire.

E in quel momento la prese una immensa pietà e una tenerezzainfinita pensando ch'egli moriva per lei. Essa pigliò con una mano la sua manosinistrae posandogli l'altra sulla frontesi chinòe lo baciò sulla bocca.

Quando rialzò il capolo vide mutato. Egli aveva sul visouna espressione quieta e buona di riconoscenza.

Lentamentesenza lasciar la mano della maestrané cessardi guardarlastese l'altra mano verso il preteprese il crocifissose loavvicinò alla boccae lo baciò; poi se lo strinse al petto.

La madre gettò un grido di gratitudine a Dio e cadde inginocchioabbandonando il capo sul fianco della ragazza.

E il feritocontinuò a tener la mano di lei nella sua e afissarle gli occhi negli occhifin che spirò.