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Maria Luisa Fargion

 

LUNGO LE ACQUE TRANQUILLE

 

 

 

l'ora del tempo e la dolce stagione

(Inf. I43)

 

 

 

PARTE PRIMA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

- Alle cinque? Ma sei matta! Io non so che sugo ci sia a fareuna levataccia. Partisse il treno... ma con la macchina! - Cosìcon un po' ditira e molla fra me e Annalenasi era fissato per le sei.

Ero impaziente di arrivare al Poggio. Volevo riabbracciare alpiù presto la mammamia sorellail cugino. E poi mi piaceva la gita dimattina presto.

La sera prima l'acquazzone ci aveva bloccato in paese.L'unico autista era introvabile e col cavallo nessuno ci avrebbe portato su conquel tempo.

Erano appena le sette: nella saletta della locanda a terrenol'usciale disegnava un rettangolo di luce pallidarigata dalla pioggia; controi vetri battevano la testa le ultime mosche dell'estateincattivite dallagiornata uggiosa.

Dentro era già scuro e il ragazzo col grembialeche facevada sguattero e da camerieresi decise ad accendere per noi le tre lampadinedella lumiera. Attratte dalla luceora le mosche volavano dall'uscialeintornoal vetro acceso e caldoronzavano insistenti fra i tavoli apparecchiatisuipiatti e sui bicchierisui fichi e l'uva della credenza. In compenso latovaglia era pulita e faceva ben sperare anche per le lenzuola.

Quanto alla cenadopo tanti anemici potagesbianchiccigiallognoli e verdolininon ci sembrò vero di ritrovare il salametoscano bianco e rossoodorososaporito di pepecon il paneil vino delChianti e i fichi dottati.

Poi c'eravamo godute l'acquazzone. Dietro i vetri dellaportaci piaceva veder passare di tanto in tanto gli ombrelloni verdilustridi pioggiacome grandi foglie.

Alle otto salimmo in camera.

 

Due lettini di ferrocon le coperte di cotone bianco colpenerole lenzuola di tela grossama pulitecome si era sperato. Nientearmadio; solo il cassettone di legno scurocon la lastra di marmo biancospessae un piccolo specchio ovale un po' appannatoaltissimoin cui siriusciva appena a vedersialzandosi sulla punta dei piedi. In un angolo illavamanocon il boccale panciuto e la catinella di porcellana. Due seggiole sucui adagiammo i vestitispogliandoci. La finestrapiccolaaveva le persianegià chiuse per il temporale e anche gli scuri erano accostati.

Eravamo ancora in sottovestequando d'un tratto la luceviolenta d'un lampo trapassò le stecche delle persiane: seguì uno schianto ed'un tratto si spense la luce. Al buio si sentiva la pioggia battere contro illegno come se lo frustasse e poi scrosciare forteinondando i vetriplacata.

Bussavano alla porta; afferrai la vestagliacoprendomiappena: era la padrona con una «bugia» con la candela accesa. Come laringraziavorispose con la sua parlata ancora contadina: - Poerini! Un cisarebb'un male! Gli ho porto un po' di lume. D'avanzoaremo a stacci al buio...

La fiamma della candela posata sul marmo del cassettone sirifletteva nello specchio.

Annalena pettinava i suoi bei capelli castani che la lucetremula accendeva di riflessi. Le ricadevano giù ai lati del collo esileindue grappoli foltilucenti.

Guardai un attimo anche me stessacome se non mi conoscessio mi vedessi per la prima volta: io ero brunacon gli occhi grandi e scuri. Orail mio bruno veniva come esaltatoin contrasto ai colori chiari della cugina.

Nello specchio ovale con la cornice di legno i nostri duevolti vicini sembravano fissati come in un medaglione.

Annalena per bizzarria aveva sollevato tutta la massa deisuoi capellifermandoli sulla nuca con una forcina. La penombra della stanzariflessa nello specchiofaceva risaltare debolmente la sua immagine su un fondocolor nocciolacome in una vecchia fotografia un po' sbiadita.

Dove avevo già visto quel viso? Eccoper la prima voltacoglievo una somiglianza con la nostra nonna materna; infatti aveva diciott'annil'età di mia cuginaquando si era sposata. Forseper quanto brunalesomigliavo un po' anch'io.

O forse era perché tutti i giovani si somigliano un poco:sulla loro pelle è diffusa come una luce impalpabile che attenua e ingentiliscei contorni.

Guardavo nello specchioincantata.

Per quanto ancora i nostri volti sarebbero rimasti così? Iltempo della nostra giovinezza non era forse un tempo perduto?

Riudivo le parole di poco fa: «D'avanzoaremo a stacci albuio...».

La sottoveste disegnava appena il giovane seno di Annalenache palpitava.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In una nuvolosa mattina del 1938qualcunocredendo di nonessere ben sveglio o di aver dormito di traversosi era sentito cantare dallacivetta del giornale uno strano privilegio: quello di essere «di razza».

Quel tale alloratre giorni dopochiedeva un passaporto.

Anche se in fondo non si aveva la più lontana intenzione diemigrare nel Siamnel Congo o in Groenlandiaquei nomi di paesifino a ieririmasti tranquillamente sdraiati a casa loro sull'atlante De Agostinioggibalzavano su dalle pagine e ci venivano incontrocon la faccia magari gialla orossa o nerama col sorriso del benvenuto sulle labbra. A differenza dellanostra patriabella sìma ingrata: la nostra patriala nostra terradovegente come noicon la nostra pelle biancagente che parlava come noi la nostracaradiletta linguaquella genteoranon ci voleva più.

Più la lista di quei nomi era lungapiù l'azione erastimolante e sedativa insieme: l'Italia non ci vuolema forse ci vorrà ilDakotasì sìanche il Venezuelaanche le Filippine... noalle Filippinenon si voleva rinunziare.

Eravamo come affamati. Affamati d'amoredi comprensionediumana simpatia.

Ma quanto a spiccare il volo davvero era un altro paio dimaniche. Intanto ci voleva un visto e noi si andava a caccia di vistiper mezzo mondo.

Al consolato franceseil console scuoteva la testa: - Oh! laFrance... la France...

Pareva che non si dovesse metter gli occhi su «la France»quasi «la France» fosse un frutto proibito per noi.

- In Palestinavoilà. Pourquoi non? Il faut se mêler avecla terresavez.

Mescolarsi con la terra... Ce ne accorgemmo a distanza dianni: quelle parole avevano risuonato lungamente allora dentro di noidestandocome un'eco dal profondo.

Tuttavia nel 1938nulla era più al di fuori del nostroorizzonte del mescolarsi con la terra e soprattutto del mescolarsi con gliebrei. Ebrei-tedeschirussi o polacchiimmigrati in Palestina. Ma per noiquelli erano Tedeschierano Russierano Polacchi! Ci sembrava di non averniente in comune con loro.

Si pensava di lasciare l'Italiacome esuli dalla nostraterra; ci si vedeva non nel ruolo dell'ebreo errantema dell'esule italiano.Italiani all'esteroesuliperseguitati oggi da un regime iniquocosì comeieriperseguitati ed esuli furono altri. Forse che non valeva anche per noi ilgrido appassionato del Petrarca?

 

Non è questo il terren ch'io toccai pria?

non è questo il mio nido

ove nutrito fui si dolcemente?

non è questa la patria in ch'io mi fido

madre benigna e pia...

 

Ma la madre si era svelata a un tratto matrigna. Eppure mail'avevamo amata cosìcon furia e disperazione come allora. Il nostro amorescacciato dalla portarientrava dalla finestra e si concentrava su quanto cipareva ancora incolpevoleinnocente: persone e cose.

I pochi amicirimasti fedeliche amammo in quei giorni conla tenerezza disperata di chi dovrà presto dire addioe le cosetutte quantele cosecare alla nostra memoria e al nostro cuore. Non cose inanimatenéentità astrattema viveconcreteamate e amanti: quasi cerchi concentricidisegnati da un'onda d'affettoche muoveva dal nostro stesso cuore. La nostracasala nostra cittàla nostra regionel'Italia tutta e la sua lingua.

Sognavo allora di insegnare l'italiano all'estero. Ricercavogli annuari delle università di tutto il mondo (anche altri facevano così):sceglievo a caso i nomi dei professori docenti per indirizzare a loro stranemissivequasi S.O.S lanciati nel vuotoper gli spazida cielo a cielodamare a mare.

Scrivevo a San Paulo del Brasile: - il ... ottobre 1938: «Sonolaureata in lettere e vorrei...». Poi cancellavo «vorrei»: ancheesprimendomi con un timido condizionaleche cosa potevo volere ioallora? ericominciavo: «Sono laureata in lettere... in lettere... in lettere...».Non sapevo dire altrocome un disco su cui si è incantata la puntina: eratuttoero laureata in letterein italiano! E non potevo insegnare l'italianoin Italia.

Forse si doveva essere più pratici. Fare un taglio netto colpassato. Altro che laurea in lettere! Per la prima volta ci si riuniva con altrigiovani come noi. Eravamo tutti d'accordo su questo taglio netto. Erano soloparolema dietro le paroleanche l'idea si faceva stradapenetrava in noientusiasmandoci. Ci prendeva una strana ebbrezza e un'ancor più stranaallegria. Si stava a sentirci parlare e non riconoscevamo noi stesse: noiragazze borghesicon quella nostra vita fino allora tranquillache si eravenuta sdipanando in una oppiacea e dolce noia. Il tempo che scorreva lento inbiblioteca o nella nostra stanzasempre con un libro aperto dinanzi... quelleragazze facevano ora ben strani discorsi: tagliare i pontisepararsi dai vecchie perfino (poiché le giuste nozze erano vietate) prendere un amante...Si era improvvisamente slargato il cerchio del nostro orizzonte.

Addestrate soltanto ai modesti e ben noti ostacoli dellimitato circuito scolastico-familiareora invececome puledre senza frenosognavamo di correre per immense praterie e saltare addirittura balzedirupitorrenti.

Ma chi dice che dobbiamo fare le insegnanti? Quasi ora sisorrideva di pietà delle nostre compagne di studicondannate ai marmocchi e alrosa-rosae per tutta la vita!

Se ci avessero detto di partire per fare i cercatori d'oronell'Alaska forse avremmo preso sul serio la propostascoprendo in noi unacerta insospettata vocazione.

Anche un mestiere umile ci seduceva: fare il lavapiatti inAmerica. Già ci si vagheggiava nel panni del lavapiattisotto il cuiimmacolato grembiale da cucina batteva un cuore altrettanto immacolato e senzapaura.

Tutti c'eravamo messi a studiare le lingue. Lingue moderne:altro che latino! Specialmente l'inglese (si sa... gli Stati Uniti...).

- The book. Give me the book. - Si ripetevaall'infinitocon una specie di entusiastica noia.

Si riscopriva anche una nuova dimensione dell'amicizia: non icompagni di scuolacui ci lega un oscuro retaggio di compiti nel chiuso di unastanzama gli amici per la pelledi sempre e per sempre.

Era il tempo delle biciclette. Si facevano lunghissime gitequasi che allontanandoci dal centro cittadinoormai odiososi pregustasse giàla gioia di una ritrovata libertà. La bicicletta era fornita del «cambio» enoi ci si metteva tutta per arrivare in cimasenza mai scendereanche per lestrade in salita. In quelle scalate che ci facevano venire il batticuorementreil vento ci scompigliava i capelli sulla fronte accesaci sosteneva una speciedi impegnoquasi una scommessa con noi stessi: se riesco a farcela fino aquella svolta lassùforse arriverò anche... ma dove si voleva arrivare?

«Dove» era l'ignotoma il superare un ostacolo ci sembravaun buon presagio e ci dava una segreta esultanza. Si assaporava di nuovo lagioia di vivere: un sapore che credevamo ormai perduto per sempre.

Era di moda una canzone che suonava particolarmente allusivae allettante al nostro orecchio e al nostro cuore:

 

... se cambia il motivo

del vecchio organin

potrebbe in un giro

cambiare il destin...

 

Alla fine di maggio sembrò davvero che per me «il motivodel vecchio organin» accennasse a cambiare.

Mi arrivò una lettera da Pisa: il mio professore d'italianoquello con cui avevo discusso la tesivoleva vedermi.

Il misterioso messaggio mi provocò subito un tuffo disangue. Cosa poteva volere da me?

 

Passeggiavo sotto il portico della «Sapienza»cercando ditener dietro ai passi del mio gigantesco interlocutore. A un trattoun colpo divento che veniva dall'androne gli investì il gran cappello a tese larghe. Se localcò con rabbia sulla frontefermandosi. Mi fissò per un attimo accigliatoquasi la mia presenza lo provocasse. Lampeggiarono gli occhi siculi nerissimi ela voce tonanteinvano raffrenata dalla sordinaperché riesplodeva aintervalli con un pauroso crescendovomitò anatemi e invettive contro chipermetteva «quello strazio che era una ferita e una vergogna per tutti gliitaliani». Rammento ancora le testuali parole. Finalmente il vulcano siplacò e seguì una notizia per me. Si trattava di una richiesta di insegnantidisposti a emigrare negli Stati Uniti. Lo ringraziai balbettando per l'emozionema appena a casa gli scrissi una lunga lettera in cui riversavo tutta la pienadel mio cuore.

Qualche giorno dopo ero di nuovo a Pisase non altro pervederlo passare sotto i portici. Mi passò vicino infattisalutandomifrettolosamentesenza fare alcun accenno alla mia lettera infocata ed io provaiun senso di disagio e di grande vergogna.

 

A casa la strabiliante notizia era stata accolta in modoaddirittura imprevedibile.

Il babbo scuoteva la testa con manifesti segni diincredulitàcome chi non prende affatto sul serio la cosa: - Ma se non sainemmeno l'inglese! e poi dal dire al fare c'è di mezzo il mare - ridacchiava -e qui anzi c'è l'oceano!

Questo volger tutto allo scherzo in un tale momento era piùdi quanto io potessi sopportare.

La mammainvece di rallegrarsinon disse nulla.

Solo mia sorella mi scongiurava di non dimenticarla ed io frale lacrime e gli abbracci la rassicuravo e lei mi ringraziava supplicandomi dichiamarla al più prestodi farle ioun affidavit. Insieme sognavamo ilnostro Eldorado. Un piccolo gruppo d'italianima anche con molti amiciamericanisi capisce. Già noi non eravamo più noicon la nostra anticainguaribile timidezzama nella nostra fantasia c'eravamo già trasfigurate indue ragazze nuoveintraprendentiaudacianche un tantino avventuriere.

 

Intanto mi preparavo alla partenza: l'ingleseladattilografia.

Alla mamma dissi che bisognava provvedere al mio guardarobaspecialmente a quello invernale. Negli Stati Unitid'invernofa freddo. Oltrel'impermeabileun cappotto ben pesanteun loden grigio ferro.

Si era di maggio e faceva già un bel caldoma io provavo eriprovavo il mio loden davanti allo specchio. Accarezzavo il suo pelocorto e nitido come quello di un puledrino.

A poco a poco la camera si slargavalo specchio spariva. Levie familiari del centro della mia piccola città diventavano nella miafantasticheria grandi arterie di una metropoli ancora sconosciuta. Le luci simoltiplicavanole insegne infittivanoi palazzi si innalzavano fino atrasformarsi in grattacieli.

Camminavo per la 57esima strada della città di New York...Stranamentementre di solito io sono intimidita tra la follami pareva oradentro il mio lodendi trovarmi come un pesce che nuota nel suoelemento.

Passò tutto il maggio ed anche il giugno. Giorni e giornienon succedeva nulla di nuovo.

Ai primi di luglio mi arrivò un biglietto da Pisa. Erabrevissimo. Il mio professore mi informava che quella risposta dall'America erastata negativapurtroppo. La lettera finiva con poche parole cortesi.

 

Si avvicinava l'estate del '39.

Mia sorellaper fortunaera tutta presa dal suo lavoro.«Il Cattaneo e gli Stati Uniti d'Europa». Bell'argomento! E consolante anche!

Gli Stati Uniti d'Europa... Per ora erano di là da veniremolto più di un secolo primaquando scrivevano quei poveri illusidell'Ottocento! Io però mi guardavo bene dal disturbarlasemplicemente lalasciavo in mezzo a quelle cartacce.

Quanto a mel'idea di ritrovarmi al mareai consuetiormaiodiosi bagnifra la odiosa genteera insopportabile.

Ed eccomi a rispolverare il passaporto.

Senza vistisenza affidavitsi poteva andarein Svizzera. La Svizzera era pur sempre «l'estero»! E poteva essere un ponteun primo ponte di passaggio.

Mi occorreva una compagniaperò. Purtroppo mia sorellaconla sua tesinon poteva seguirmi. Così scelsi mia cugina. Annalena aveva presola licenza liceale proprio allora: era quindi disponibile e liberissima. Sebbenenon si mostrasse così entusiasta come io speravotuttavia non rifiutò diaccompagnarmi.

- Sempre meglio che nulla - disse con quella sua apaticaacquiescenza che a volte mi esasperava.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eccoci ora alla tavola rotondaal pensionato di MadameHemlère.

Eccoci alle nostre congetture sui vicini di tavola.

Presto si scoprì che la ragazza triestina dai capelli lunghie biondissimiera «di razza» anche lei.

Madame Hemlère ne parlava a bassa vocecon un'ariacircospettacome chi fa una confidenza su un argomento un po' scabroso. Questacircospezione ci stupiva: noi le avevamo detto subitocandidamentela nostraidentità.

Non eravamo in Svizzera? in un paese libero e amico deifuorusciti politici di tutti i tempi?

Far parte dei perseguitatilungi dal sembrarci un disonoreci dava anzi un senso di orgoglio: ci sentivamo in creditoci pareva che tuttigli onesti sarebbero stati con noi e per noi.

Proprio così era avvenuto con Madame Hemlère. Mi dimostròsubito simpatiaforse perché io ne ebbi subito per lei.

La vecchia signorapiccolina come uno scricciolomiricordava un uccelletto un po' spennacchiatocon i suoi pochi capelli grigi chele svolazzavano sul capo e gli occhi vispi come grani di pepe.

Le dissi di noi. Del mio desiderio di insegnare. OrainSvizzeralo sentivo rinascere come le foglioline verdidopo una energicapotatura. Le parlai dei miei progetti: forse se avessi trovato un posto diinsegnante in qualche collegiomi sarei iscritta all'Università: miinteressava la lingua e la letteratura franceseavrei preso un'altra laurea.

Madame Hemlère mi stava ad ascoltare.

 

La ragazza triestina abitava la camera accanto a quellaoccupata da me e da Annalena.

Una volta le parlammo: siccome era circa della nostra età eper di più compatriota e correligionariaci sembrava più che naturale un po'di confidenza e forse di amicizia fra noi. Ma ci disingannammo subito.

Intanto ci disse che non era affatto necessario sbandierareai quattro venti quella bella novità: che si era ebrei. Cosa si pretendeva noiche fosse una onorificenza?

Lei non ci tenevatanto più che il suo tipo fisico eraassolutamente «ariano» e intanto scuoteva con evidente compiacenza le lunghechiomelisce e biondissime. E poi ignoravamo forse che lìal pensionatolastudentessa tedesca era una fanatica di Hitler? - Già voi ignorate tuttovoisiete anime candide - concluse con palese disprezzo.

 

Quanto alla tedescauna ragazzona florida dalle guancecolorite come quelle dei bambini e due occhi celestoni che ci fissavano serivisto che era una fanatica di Hitlerci sembrava doveroso detestarla.

Nei primi giorni in cui eravamo al pensionatol'avevamoinvece trattata cordialmentesognando col Cattaneo gli Stati Uniti d'Europa...Ma ora? Sapeva chi eravamo noi?

Una volta a tavolaqualcuno aveva nominato Hitler. Leiallora sospiròcome l'avessero feritamentre le sue guance perdevano a untratto il loro colorito florido.

- C'est un homme très maladetrès malade... - disse.Sembrava una madre che parli accoratamente del figlio che teme di perdere.

La frase era ambiguatuttavia. Poteva anche voler dire cheHitler era très malademalato di menteun pazzo forse?

Nessuno indagònessuno chiese altro.

La tedesca continuava ad essere gentile con noi: semprequando arrivavo a tavola un po' in ritardolei mi avvicinava la sedia o miporgeva premurosamente il pane o l'acqua da bere.

Non riuscimmo mai a odiarla davvero.

 

Come ho già dettola tedesca e molti altri frequentavano lescours de vacances.

Mia cugina ed io che eravamo disoccupatealternavamo lepasseggiatediciamo cosìturisticheper i boschi e sul lagoalle giteintenzionalmente utilitarie. Visite agli uffici per prolungare i permessi disoggiornoo ai collegi per cercare un posto di insegnante.

Collegi ce n'erano a bizzeffe in Svizzera.

Ma per quanto tempo era valido il mio permesso di soggiorno?

Quando chiesi di prolungare quel permessol'impiegato del bureaumi guardò con diffidenzae la diffidenza diventò addirittura ostilitàquando dissi che desideravo insegnare.

Insegnare? Travailler? Ah non!

La Svizzera accoglieva tutti come studenti o turistima illavoro era riservato agli svizzeri. - Comprenez vous? Ne vous mettez pas dansla tête de rester en Suisse! - concluse fissandomi severamente.

 

Io andavo innamorandomi di Losanna e confesso che mi eromessa davvero «dans la tête» di restarci almeno un anno o due. Frequentandol'Università come «studente»ero a posto.

Avere dinanzi a me un anno mi sembrava una ricchezza enorme:poter di nuovo studiareconoscere gentein quella città incantevoled'inverno con la neve...

Come mi sembravano felici gli svizzerii legittimi cittadinidi Losannales enfants du paysche potevano vivere lànel loro paesea casa lorospensieratisenza dovere chiedere i permessi di soggiorno chevenivano dati a noi col contagocce!

 

All'Università andai davvero una voltaper informazioni.Pensavo di rivolgermi a un impiegato della segreteriainvece venni senz'altrointrodotta chez Monsieur le Doyenil decano della facoltà di lettere.

Non ero preparata a quell'incontro.

D'un tratto mi colse l'anticoben noto smarrimento: come unlanguore e quella specie di morsa alla gola e alla bocca dello stomacocheprende al momento di entrare nell'aula degli esami. Ero anche cosciente del miocattivo francese.

- C'est vous la demoiselle italienne?

Nell'ampia stanzatappezzata di libri alle paretiilvecchio signore m'invitava cortesemente a sedermi. Si era tolto le lenti e miguardava ora dall'altra parte del tavolocon i suoi occhi chiarissimi e dolci.

Improvvisamente mi sentii in pace.

Quell'aria mi era familiare e salubre: l'atmosfera che spiradai libridalle stanze raccolte nella semilucedall'atteggiamento posato equieto di chi ha il gusto e l'abitudine agli studi. Mi sentivo a mio agio e unpo' di quella calmadi quella serenitàpenetrava dolcemente anche in me.

Non so quanto parlaiintercalando al francesefrasi semprepiù lunghe in italiano.

Le Doyen mi stava ad ascoltare pieno di benevolenzasenzadimostrare la minima fretta.

A un certo momentopoiché gli dicevo quanto desiderassifrequentare quell'Università e restare per un anno a Losanna (la città mipiaceva ed io gliene stavo facendo un elogio appassionato)egli mi interruppe:

- Il n'y a pas les trésors d'art qui se trouvent à Pisa...

Parlava con straordinaria lentezzacome isolando le paroletra lunghe pause di silenzioquasi la voce trovasse riposo e appoggio su le esseche pronunciava dolci: trésorsPisa...

Le parole si disponevano come se fossero in versiin unacantilena che mi cullava.

Mi diceva che avrei potuto includere nel mio piano di studianche l'italianoche lì faceva parte della Facoltà di lingue straniere - ...car vous devez le savoir merveilleusement bien - concluse sorridendomi.

Quando uscii dalla stanza di le Doyen ero raggiante.

Pensavo che avrei ottenuto il permesso di soggiorno e sareirimasta almeno per un anno (dodici mesi365 giorni) in quella incantevoleLosanna (charmante! pensai)dove c'era un'incantevole Universitàenell'Universitàun incantevole vecchio signorecon cui sarebbe statoincantevole studiare.

 

Tre giorni dopomi arrivava una carta con l'ordine dilasciare Losannaanzi la Svizzera franceseentro una settimana.

Perché venivo espulsa così?

Una parola mi ronzava nella testa. Facevo forse parte degli«indesiderabili»? Ma qui la «razza» non doveva entrarci e del resto l'ordineera solo per me e non per mia cugina.

Quando andai a chiedere spiegazione all'impiegatoquellostesso del «Ne vous mettez pas dans la tête...» - mi sembrò cheapprovasse malignamente l'iniqua sentenza.

Il perché del provvedimento?

Io ero già laureatamia cugina inveceno. Per me non erapiù l'età di essere «étudiant»io in realtà aspiravo ad insegnarea travailler.

Ah come mi pentii di averglielo detto io stessaquellavolta! Risultò completamente inutile insistere sull'Universitàdove c'ègente che è liberissima di prendere magari tre o quattro lauree e a qualunqueetà: per quello svizzero insensibilequesta aspirazione al sapere eraassolutamente biasimevole.

Non so come mi venne l'idea di confidarmi ed esporre il miocaso alla demoiselle ingleseimpiegata alla Società delle Nazioni aGinevraattualmente in vacanza a Losannaal nostro pensionato. Mi pareva checome rappresentante della libera Inghilterraavrebbe dovuto odiare ogni soprusoe il fatto che facesse parte della Società delle Nazionimi sembrava di buonauspiciocome se lei potesse essere plenipotenziaria ed arbitra del destino ditutti i popoli e un po' anche del mio in particolare.

La «demoiselle»molto alta e angolosadi etàindefinibile fra i trenta e i quarantacon i capelli ondulati in pieghe piatteche le incorniciavano sempre in perfetto ordine il viso triangolaresedeva ognigiorno con molto contegno a tavolamangiando in silenzio o scambiando solopoche frasi di cortesia sul tempo e su altre banalità.

Al mio racconto arrossì leggermentecome se fosseindignatama presto capii che l'indignazione non era per quanto le venivoesponendoma per l'inaudita mancanza di riserboper la mia sconvenienza nelcercare in lei una confidente. Mi guardava con uno sguardo così gelidodalevarmi per sempre la voglia di continuare.

 

S'imponeva anche una separazione da mia cugina.

Lei non era stata espulsa e non aveva obbligo di partire:anzi da qualche giornoera stata accolta come sorvegliante-bambinaia in ungiardino d'infanzia.

Non era entusiasta di quel lavoro.

- Pettinare un bimbo è un gioco - mi diceva - ma quando tune devi pettinare quaranta ogni mattina!? Ti assicuro che diventi matta! Aquella il fioccoa l'altro la frangettaalla terza i ricci... e guai se lemammela domenicali trovano senza la «banana» o con una treccina solainvece di due; è il finimondo! E poi la colazione all'aperto: anche quellasembra un giocoeh? Ma i bimbi si danno il burro per tutta la facciae passiper il burroma vedessi cosa fanno con la marmellata di more! E poi ci sono leapi e le vespe all'aperto che li fanno strillare per le punture o che cadonocontinuamente nei bicchieri. Roba da diventare mattiti dico!

Mia cugina Annalena è sempre stata «comodona»e quellavita troppo attiva non la entusiasmava proprio. Se io dovevo ritornare inItalialei sarebbe partita con me. Senza fare una tragediacome facevo io.Meno male che lei aveva insistito per rimorchiarmi nelle gite: sennò io avreipassato tutto il tempofra il consolatoil bureau des étrangers ol'Universitàcon quel bel risultato poi«per farmi espellere da tutta laSvizzera». Già io avevo sempre la testa nelle nuvoledietro i sogni piùimpossibili. Lei invece era riuscita ad avere quel posticino al giardinod'infanzia.

La guardai con ammirazione.

Era vero purtroppo: con tutto il mio entusiasmoio non avevoapprodato a nulla. Sognisognisogni: ancora sogni qui in Svizzeracome inItalia.

Non così leimia cugina.

Forsecome correttivo alla sua costituzionale pigriziapossedeva infatti una specie di caparbia tenacia nel raggiungere uno scopo. Unaforza d'inerziaun istinto che la spingeva avantiun po' come quei formiconicheattanagliato un granellolo trascinano faticosamentesenza mollare lapresafino a che non l'hanno nascosto nel loro buco.

A voltequesto suo insistere mi infastidiva.

Quando eravamo in giro per la cittàsi fermava ogni trepassiai negozi eleganti del centroalle botteghe oscure della periferiaadogni bancarella del mercatopretendendo di domandare invariabilmente col suopessimo francese e in cadenza monotonail prezzo di ogni oggetto.

- Combien côute ça? Quel est le prix?

Dai bijoux più costosi fino ai mestoli da cucina!

Io mi vergognavoma era impossibile rimuoverla da questisondaggi. - Ma cosa te ne importa? - dicevo io - Tanto non comperiamo nulla...

Ma lei restava lìappiccicata.

Negli ultimi giorni finalmentesi decise anche ad acheter.Qualche souveniril cui prezzo risultò accessibile al suo borsellino.

Quando poi eravamo lontane dalla cittàdistese sotto glialberi che stormivano dolcementeguardando il cielo così supinementrequalche foglia senza peso si staccava dai ramiio dimenticavo tutto e sognavonon mi sarei più mossa di là.

Giacevo senza memoria del tempo.

Una parte di me mi pareva distaccarsi come quelle foglie:volava via dietro a una stella piumata e lucenteuno di quei semi alati evolubili che si chiamano appunto «fortune».

Come la Fortuna ci sfioranovolando sempre più in altomentre le rare volte che riusciamo a ghermirlesi disfanno in pochi impalpabilifili di setafra le nostre ditarapaci...

Dopo tantomi accorgevo della voce di Annalena che miincitava: - Isa! Che fai? Dormi? Facciamo colazioneche poi dobbiamo arrivarefino a Chillon. Ci sono almeno due ore di strada - mi diceva spiegando la cartatopografica che sempre portavamo con noi.

Vero è che non serbavo rancore a mia cugina per questo.

Dovevo a lei se si scoprivano i luoghi più belli deidintorni di Losanna. Con lei si era fatto il bagno nel lago e la gita di nottesul vaporetto illuminatocon l'acqua scura e tranquilla appena rischiaratadalle lanterne colorate. Con lei si visitavano chiesecastellimostre. Con leisi andava al cinema e c'era piaciuto trovarci dentro Greta Garbo che parlavafrancese.

Si stendevano dunque i tovaglioli sull'erba: si mangiavano isandwiches preparati da Madame Hemlèreannaffiandoli col succo amarognolo del grapefruit.

 

Bisognava dare l'addio alla Svizzera: ai boschi e al lagoall'Universitàa Madame Hemlère e alla tavola rotonda.

Provavo invidia per tutti quelli che restavano. Più di tuttiinvidiavo le ragazze danesi.

Erano due sorelle giovanissime e si somigliavano come gocced'acqua. Sempre insiemesempre a coppia: arrivavano quasi di volocon il loropasso di danzacon i capelli ariosi e chiaritagliati corti. Mangiavano infrettacome uccelletti che si posano per beccare qualche granello e rivolanovia.

Volavano infatti perpetuamente a gitea festea balli...

Così ogni giornotutti i giornicome sesul quadrantedella loro giovinezzale lancette si fossero fermate sulla stessa oraincantata e gioiosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qualcuno mi consigliò di presentarmi al comitato deirifugiati politiciper farmi aiutare a stendere un ricorso.

Nella sala d'attesa c'era gente che parlava in tutte lelingue del mondo: una specie di torre di Babele!

Alcuni vestivano in modo stranofra il turista el'accattone: sotto una giacca sportiva quasi nuovaoriginale per il taglio e latintacomparivano un paio di pantaloni logori. Gente col cappotto o colmaglione da sci si mescolava con altra in calzoni corti e in maniche di camicia.Molti erano muniti di bagaglio: sacchi da montagna e plaids scozzesi a vivacicolori e valigie rigonfie legate con lo spagocon etichette di provenienza daipiù vari paesi. Uomini e donne parevano conoscersi fra loroparlavanoconcitatamente ed era chiaro che erano abituati a venire là spesso ed anchealle lunghe attese.

Io non parlavo con nessuno e nessuno parlava con me.

Nella stanza c'era puzzo di sudore e di fumo. Tutta quellafolla mi era addossomi mancava l'aria: soffocavo. Avevo le gote in fiamme e unsenso di freddo alla nucala gola seccagli occhi brucianti.

D'improvviso sentii crescere quel disagio e quellosmarrimento fino all'insopportabilecome una nausea. Ma non era più unasensazione fisicaera qualcosa di molto peggioche non avevo mai provato.

Anch'io ero una di loroero una stranierasenzaalcun dirittoero lì a mendicare un permesso.

Là nessuno mi conosceva.

Non era come in Italiadove puoi sempre dare un indirizzoun recapitocitare qualcuno che ti conoscee anche senza carta d'identitàtisenti sicurotranquillo. Ora no; stringevo spasmodicamente la borsa con ilpassaportocon il permesso di soggiorno (valevole ancora per una settimana)con i pochi franchi svizzeri che dovevano servire per il viaggio di ritorno:tutta la mia ricchezza.

Bastava perdere quelle poche cosequegli oggetti di pocovalore per confondersi con tutti gli altri.

Chi ti conosce? Tutti possono giustamente diffidare di te. Ela lingua? Con quel poco francese!

Mi pareva a un tratto di essere diventata balbuzientemipareva che ormai avrei balbettato cosìper sempreche non sarei stata piùnulla.

Una apolide forse?...

Mostruosa parola! Mi prese addirittura un senso di panico:stringevo ancora spasmodicamente la borsa.

Finalmente sentii il mio nome.

Era il mio turno.

 

Passai nella stanza attigua: anche lì lunghe filedavanti auno sportello. Mi misi in coda anch'io.

Davanti a me vedevo solo braccia e mani gesticolantiunbraccio dietro l'altrouna mano dietro l'altra. Tutte le destre sventolavano idocumenti: tesserecarte d'identitàpassaportipermessi di soggiornolibretti e fogli di tutti i coloricon firmevistitimbribolli di mezzomondo.

Come sospinta dalla mareami trovai finalmente dinanzi allosportellofaccia a faccia con l'impiegataun'anziana signoraarcigna e senzaespressionea cui esibii il mio ricorso.

Con gli occhi cerchiati dalle lenti azzurrinescorreva orail mio francese da scuola.

La lingua andava bene: rien à corriger. Ma il mio sorriso dascolaretta che ha preso un bel voto nel compitosi disfece subito alle paroleche seguirono. Il ricorso non sarebbe servito a niente. Rien du tout.

Io non avevo molta fiducia nei ricorsi e risposi che infattinon ci speravo molto. Sarei partita senz'altrofra pochi giornisarei tornataa casa miain Italia.

A queste paroledette da me piuttosto tranquillamentelavidi dare un balzocome se l'avesse punta una vespae due occhi cerulei mifissarono con estremo stuporecuriosamentecome se fossi un fenomenoal disopra degli occhiali.

- Vousvous voulez rentrer en Italie?!

Tornare in Italia? Ma ero matta? Io che ero riuscita afuggirea trovarmi in Svizzeraproprio ora volevo tornare in Italia? Ma noncapivo cosa poteva succedermi in Italia? Con Hitler e Mussolini! Altro chepermesso di soggiorno! Dovevo buttarmi malatafarmi mettere in campo diconcentramentoma lì in Svizzerafarmi ammazzare piuttosto.

Nello sdegno aveva le guance arrossate e continuava aparlareincurante della lunga fila dei postulanti che aspettavano dietro di me.

 

Ma io partii egualmente dalla Svizzera entro la settimana.

Nulla era più lontano da me dell'idea di poter vivere fuoridella leggesenza carte in regolacosì alla ventura.

Concepivo la vita come un fiume tranquillo che scorre fra ladoppia sponda di un certificato di nascita da ritirare a uno sportello e diquell'altro certificatoche qualcuno ritirerà per noiallo sportello accanto.

Il fiume mi appariva poi disseminato da una serie di sugherigalleggiantifido traguardo da raggiungere e in cui ritemprare le forzetenendosi a galla: ... certificato di vaccinazione... licenza elementare...ginnasiale... liceale... diploma di laurea...

Quei sugheri galleggianti mi parevano indispensabiliimportantissimi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In trenoal principio del viaggioeravamo le unicheitaliane.

Tutti gli altri erano stranieriin prevalenza francesi.

Ma all'avvicinarsi del confinei francesi discendevano allaspicciolata alle varie stazioni e cominciavano a salire su gli italiani. Comequando in una tazza si versa del latteallungando due dita di caffè. Anche lalingua si miscelavae a poco a poco quel bavardio francese era sommersodall'onda del parlare italiano. Le parole pianele vocali aperteo quellechiuseognuna col suo tonocol suo colore pulitosenza sbavaturesenza tuttigli eauoeeu...senza la salsa piccante della erremoscia che condisce ma confonde tutti gli altri sapori.

 

Nel nostro scompartimentoera rimasto ormai soltanto unfrancesinoun bimbetto minuscolo di tre o quattro anniaccompagnato dallamadre.

Si era già alla fine di settembre e non faceva più caldoma il piccolo francese non era quasi per nulla vestito. Senza calze e insandalini bianchiportava un ridottissimo pagliaccetto bleua bretelline.

Stranamente colpiva quella nuditàdi solito così naturalenei bambini cheanche nudisembrano già belli e vestiti con la seta dellaloro pelle. Ma le carni del francesino erano pallideesangui e facevano un grancontrasto con il bleu della stoffa. Anche il visetto appariva un po'gualcitoun po' fanécon quei suoi occhietti neri lucidi lucidiquasiegli fosse un piccolo viveur in miniatura.

Forsea darmi questa assurda impressionecontribuiva lalingua francese che suonava su quelle labbra infantili. Una lingua cosìsmaliziata...

Inadatta ad un bambino! mi sorpresi a pensarequasi i bimbifrancesi dovessero parlare una lingua diversa dalla materna!

- Mamandonne moi d'autres bonbons...

Il francesino succhiava e sgranocchiava di continuo i suoi bonbons.Ne offriva anche agli altri viaggiatori con graziadisinvoltura e galanteria.

 

Il treno correva per la campagna.

Il vetro del finestrino era a metà alzato: la terra non erapiù arida come d'estate e di lontano le colline apparivano velate da quel verdetenero come una peluria che rispunta alle prime piogge.

Lo scompartimento era quasi vuoto; anche la porta era apertae in quella fresca corrente d'aria si stava proprio bene.

Si affacciò a un tratto un giovanottone alto e robustocheaveva le due mani straordinariamente impegnate. Con la destrainfattireggevauna grossa valigia legata con lo spagocon la sinistrateneva la manina di unbimbetto di tre o quattro anniche a sua volta portavacome appendiceaggrappatoil proprio fratellino.

Che fossero fratellianzigemellinon era dubbioperchél'uno era il ritratto dell'altro.

Prima del viaggiocertamente i gemellini erano statistrigliati a dovere dalle mani amorose della madre. Lustri d'olio sul capodovela divisa minacciava di richiudersi tra i capelli corti e ritticon le camicinefresche di bucatogiacche e pantaloni di buon panno pesantele gambotterobustescure come la terra al di sopra del calzino di cotoneben piantatenelle scarpe di vacchettalegate con solide stringhe.

I nuovi venuti attiravano l'attenzione di tutti gli altriviaggiatorianche del francesinocon cui facevano uno straordinario contrasto.

Luiuno di quei pasticcini leggeri leggeri e senza sostanzache si sciolgono in bocca; loro come il buon pane casalingo che nutrema è unpo' duro a masticare.

Il bimbo francese col suo consumato savoir fairetentava des avances:

- Dis mois quelque chose... dis moi quelche chose...

Insisteva tutto sorrisiporgendo con grazia i suoi dolci al'uno o all'altro dei fratellinima i villanelli si rincattucciavanonell'angolo dietro la tenda del finestrinomuti e inespugnabili.

A un trattoil rapido delle 13 s'incrociò col nostro:

- Dui tèni! Dui tèni!

Gridavano addiritturacon quanto fiato avevano in corpo ederano saltati fuori dalla tenda allo spettacolo straordinario. Vedevano duetreni in una volta!

- Son ròzzipoverètti! - disse il genitore con la parlatalarga del suo dialetto lombardo.

Era la prima volta che viaggiavano - ci spiegò - stavano incampagna in una casa isolata.

Ma subito dopo l'incontro con i «dui tèni»icontadinotti ripresero il loro mutismola loro assoluta indifferenza:masticavano tranquillamente pane e formaggioaccettandolo dalle mani fide delpadre.

 

Ero felice di tornare e felice che i miei fossero lontanidalla città; dovevo raggiungerli dov'era la fattoria di mio cugino e la vecchiavilla del Poggiocircondata da poche case di contadini e dai campi verdi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C'eravamo lasciate alle spalle il paese: le case vecchieammonticchiate le une sulle altrecon le finestre ancora chiuse nel sonno dellanotte; solo qualcuna già apertacon i vetri che specchiavano un bel cielo disettembrequasi tutto pulitod'un celeste da acquerello.

Aveva continuato a piovere per tutta la notte: nel cielosgombrosolo qualche nuvola bianca viaggiava per l'aria come una vela.

Nel silenzio del mattinosi sentiva il suono delle campane.

Ora la macchina oltrepassava il campanile della chiesalemura merlateil doppio filare dei platani sbucciatia macchie giallo chiare.

Ai due lati della strada che ormai correva per la campagnatra le viti e gli ulivisi stendevano i campi lavorati di fresco.

La terra mostrava la sua polpa granellosa come quella di unfruttole zolle rosse ancora umide apparivano di colore più intenso: nellanotte si erano inzuppatebevendo avidamente la pioggia e ora vaporavanonell'aria limpidissima rasciugandosi al primo sole del mattinoche le schiarivaappena qua e là.

Ci scontravamo con un carro tirato dai buoicon un calessecon qualche bicicletta; macchinenessuna.

Qualche contadina e qualche bimbo si fermavano sull'uscio dicasa o sulla loggiaaccanto alle pentole dei geranifacendosi schermo con lamanoper vederci passare. Qualcuno salutava il nostro autista:

- Ohe! Michele! In do' vai?

Michele rallentava un momentosenza fretta.

E a noi: - Bongiorno a lei!

Quel buongiorno delle contadine senesiche non puòdimenticare chi lo ha sentito una volta da quelle voci freschecantanticonquella parlata toscanala più bella del mondo.

Ci accoglieva ad un crocicchio una madonnina col bambinofiorita di garofanisorridendoci dietro una piccola gratacon lo stoppinoacceso nel bicchiere di vetrocome una lucciola impallidita nel chiaroremattinale.

Dove la strada saliva su per la collinaci veniva incontrouna lunga fila di cipressivivisonori con i passerotti che si staccavanodalle loro chiome brune in piccoli voli irrequieti e si rituffavano nel verdescompigliandone la compattezzagiocando a rimpiattinoaggruppandosi esgruppandosiquasi intessendo dei groviglidei nodi volanti di duetredieci... con bisbiglicinguettiitrilli.

L'ombra della morte in agguato ogni sera dietro il profilonero di quegli alberisembrava ora cacciata viaprepotentementedaquell'urgere e premere di vita.

Il sole spandeva su tutto il suo oro.

 

- Siamo quasi arrivati - ci disse Michele ad una svolta.

- Di qui la strada porta su diretta al Poggiofino al«palazzo». - La macchina procedeva ora lentamenteper la salita ripidafradue muretti di sassi. - La terra qui intorno è tutta del su' cugino - cisussurrò con la faccia sorniona e ghiotta di un oste che ti fa assaggiare ilvino buonoquello riposto.

Guardavo i bei campicoltivati a vigna e sparsi di ulivi: itronchi aridicontortisi profilavano sul fondocon la loro anticaseveragrazia. Il fogliame frastagliava il cielolasciando filtrare l'aria tra fogliae fogliatra bacca e bacca: leggeroargenteoeppure nitidocomeun'incisione. Evocavano immutato ai miei occhiun paesaggio toscano delTrecentonon dissimile a quello umbroil paesaggio francescano dei Fioretti.

Ma anche del Boccaccio! mi sorpresi a pensareguardandol'uva che sporgeva sui pampinicon i grappoli graniti dai chicchi tondiappannati da un velo che ne sfumava i colori bruni e dorati.

Sporgendomi dal vetro aperto della macchinarespiravo lacampagna: odore di terradi soledi erba; odore di fienodi conciodi mosto;odore che è già un sapore d'uva e di fichi maturi beccati dagli uccelli nellapolpa rosea che ora si offriva nuda fra il ronzio delle api.

Odore di mieledi mentadi nepitellafragranza di moredirose di macchia...

Sul muretto si affacciava un melogranocon i suoi fruttigià schiantaticome bocche rosse ridenti.

 

Ma quando Michele aprì lo sportello della macchina per farciscenderenon vidi più nulla lì intorno: mi trovai stretta fra le braccia dimia sorella.

- Isa! - mi disse - lo sai come ti aspettavo? Stavo tanto inpensiero! L'hai ricevuta quella lettera?

La mammapoverinaera scesa anche lei per venirci incontroe non poteva parlare. Ci tenne strette a lungome e Annalena.

La dolcezza di quel momento portava dentro come una spinaunrimorso. E pensare che avevo desiderato rimanere in Svizzera per un annoforseper sempre. La guerra poteva dividercinon farci rivedere mai più.

Non mi saziavo di guardare la mamma.

Con un grembialone scurole scarpe bassedi quelle di telada ginnasticacon la sua aria timidaun po' incertadolcecon i suoi occhicelesti ancora infantilisembrava ritornata bimba. Staccata dal ritratto dellaquinta elementare.

Il gruppo della classecon la maestra seduta al centro. Amala pena l'avevo individuata tra tutti quei volti bianchi di giovinette serieseriegià donne a undici anni con quelle pettinature e quelle vesti lungheaccollatissimele maniche gonfiei farpali... Ma ora la riconoscevo a untratto.

Trovavo diversa anche mia sorella.

Guardavo i suoi occhi: occhi nuovi. Pareva vi fosse riflessala luce di quella limpida mattina di settembre.

- Vedraivedrai Isa! - mi diceva con quegli occhi nuovicome se leiin segretosapesse di tesori nascosti che presto mi avrebbemostrati. Intanto ci chiamava: - Vienivenite sull'altalena!

Su quello sfondo di verde e di cielo si spingeva su in altotra i rami. I suoi capelli finileggerisi scomponevano al ventoil volto trale foglie mi appariva ora in ombraora tutto in luce.

Sfidava me e la cuginaincitandociridendocome noi nonricordavamo di averla sentita mai ridere.

 

La mamma voleva che le raccontassi della Svizzerache leparlassi di quel mese in cui eravamo state lontane.

Ma mia sorella era impaziente di mostrarmi la casa«ilpalazzo».

Mentre Annalena si era affrettata a scendere in cucina efarsi servire la colazione con pane e latte muntoLia mi chiamò:

- Vieni Isa! Vieni! Uccio dorme! Fai piano...

Mi pareva contenta che si fosse noi due soleche Annalenafosse in cucinaoccupata con la sua colazioneche il cugino dormisse ancora.

Riconobbi d'un trattogioiosamentequell'aria di segretoquell'aura magicache a volte circondava e chiudeva me e mia sorella come in uncircolo.

- Non guardareIsa! Non devi guardare ancora.

Mi mise una mano sugli occhitrascinandomi su e ridendo.Salimmo innumerevoli scaleio sempre a occhi chiusitenuta per mano da lei.

- Ma dove mi porti? - le dicevo. Ma lei continuava a ridere ea salire.

 

Quando finalmente mi permise di aprire gli occhidaprincipio non vidi nullaun po' perché li avevo tenuti strettie un po'perché nel solaioimmensola luce penetrava appena dall'altodallefinestrelle tondea occhio di bue.

Ma poco a poco quel raggio luminoso svelava al mio sguardoattonito i tesori.

Come nelle novelle:

«Alla luce della lanternaapparvero montagne di pietrepreziosemontagne di monete d'oro... »

Sui graticciilluminati a chiazze dal solel'uvacon isuoi grappoli di rubini e di topazia montagne.

Più in làdistese di pannocchie di granturcodagliinnumerevoli chicchi d'oropigiati come zecchini in una borsanell'involucrochiaro delle foglie.

Sulle tavole di legno scuroi fichi dottati aperti a metàcome conchiglie di madreperla rosa; e ancora i bigiotti e i verdini su altretavolequasi vetrate di rose rosse disposte geometricamente a disegnocon unamandorla piantata nel loro vermiglio cuore.

Nello smalto blula conservaadagiata come un vellutorosso-bruno-denso.

E ancora assi di legno: i pomodoridivisi al mezzooffrivano il loro gioiello: un brillante di sale grossoaccanto a unafogliolina verde di basilico.

Mi destai da un sogno: quell'odorino acre del pomodoromistoalla fragranza del basilicomi aveva risvegliato l'appetito. Ero ancora digiunae trovai irresistibile il richiamo: divorai un mezzo pomodoro che mi sembròsquisitoanche se potentemente salato.

Poi piluccai qua e là qualche chicco d'uva moscatellatraquelli già un po' appassitidove il succo è rappreso in una saporosadolcissima gemma.

Ma i tesori non erano finiti.

Si era appena al principio.

 

In punta di piedi ci affacciammo a una finestrella.

Eravamo nel cuore di un piccolo feudoun mondo chiusoprotetto da un cerchio che sembrava abbracciarlo da ogni parte.

Il palazzo ne era al centro: dinanzi alla sua porta nasceval'erba del prato che si stendeva a tappeto tutto all'intorno smorzando i rumoricreando come un'isola di verdedi silenzio.

Su quel verde sorgevano a destra e a sinistra le case deicontadinile stallei pagliai. Dietro c'era il giardinocinto dalle muramerlate; dinanzi la cappella con i poveri mortisormontata da un cipressoaltissimo.

Sporgendoci dalle finestrelle del solaio e guardando inbassolo sguardo si perdeva tra le chiome immensead ombrellodei platanigiganteschi: lì sotto «al meriggio» si trovava sempre frescura e riposo.

Più lontano si vedevano a perdita d'occhio i campi lavoratii vignetigli ulivile casei sentierisottili come nastri... la macchiascura del bosco. Molto più giùtra i ciottoliluccicava l'acqua della fonte.

La linea ondulata e dolce delle collinechiudendol'orizzonte sfumava nel turchino.

Lo scenario così conchiusocosì completosembravaun'immagine di un piccolo paese di balocchi.

Dall'alto della finestrella mi sentivo come nel vuotoquasianche l'aria fosse fuggita via. Certo i contadini dovevano essere al lavoro peri campi. Qualcuno ne vedevo in lontananza: omettini minuscolipresso a uncarroo all'aratro dei buoipiccoli anch'essi come giocattoli.

Vicinosul piazzalenon c'era nessuno.

Nessuna presenza viva. Per qualche istante tutto rimase cosìsospesocome assorto nell'immobilità e nel silenzio.

D'un tratto qualcosa venne ad animare la scena: una sagomavivamobilenervosabizzarracornutapassava sullo sfondo verde del prato:una capra era sbucata fuori da un chiuso e una giovane contadina col fazzolettorossola inseguiva correndo.

Quasi avesse sentito il nostro sguardola contadinaripresala caprasi voltò in su verso di noi:

- Buongiorno a lei!

L'incantesimo era rotto.

Le foglie dei platani si agitavano al ventoun volo dicolombi passò nel cielouna gallina bianca e nera traversò il pratoun bimbosi mise a strillare...

Un'altra contadina saliva su dalla fontecon la brocca sulcapocon quell'incedere fermocon quell'equilibrio nativosenza sforzoapparentedi chi esegue un passo di danza.

Poteva essere una figura emblematica.

Il sentiero sassoso e in salital'acquala brocca eranoreali reale era la fatica che lei sostenevaeppure quella fatica era comealleggeritatrasfiguratanella misuranel miracolo di quella grazia.

Simbolo di un mondo vivente che seguiva le proprie leggi e ipropri finicerto a prezzo di fatiche e di peneeppure di un mondo chesembrava anche esisterein quell'ora di settembre del 1939per la nostracontemplazioneper la nostra estatica gioia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

- Si può sapere dove vi eravate cacciate? - ci disseAnnalena - Io non soIsacome fai a non morire di fame. Abbiamo cenato allesetteieri sera.

Me ne accorsi d'un tratto: avevo una vera fameun appetitogagliardoche il mezzo pomodorocome aperitivoaveva prepotentementesvegliato. Mentre mi tagliavo una enorme fetta di pane scuro di campagnapreparandomi a spalmarla di burrosentii la voce caldaridanciana del cugino:

- Ma dove sono le «fuoruscite?»

Le «fuoruscite»Annalena ed iogli saltammo al colloabbracciandolo.

- Siete burrosefuoruscite. V'ha portato su Michele Strogoff?Perché se n'è andato via?

- Chi? - mi ricordai del nostro autista.

- Michele Strogoff ed io siamo amicisapete. Anche se iosono «il padroncino» del feudo e lui ci ha «un po' di colore politico» comedicono qui. Per i padroni in genere lui 'un ci ha del teneroma io sonoun'eccezione.

- Ma perché lo chiami Michele Strogoff?

- Non l'avete capito? Michele si chiama luie Strogoffgliel'ho messo io. Era il corriere dello Zar; lui è il mio autista ed io unozar piccolissimo. E poi «Michele Strogoff » ha sapore di tutte le Russieelui naturalmente è russofilo. Porta anche un berrettone di pelo alla russaperfino d'estate.

- Hai ragioneUccioora che ci penso Michele Strogoff haanche una faccia tipicamente russada mugikocon gli zigomi larghigli occhiun po' mongoliingenui. Gli sta bene Michele Strogoff.

- Bravo Zippo! Tu ci capisci.

Mi chiamava Zippoparlandomi al maschilecome semprenellesue improvvise ondate di simpatia per me.

Zippo era un mio nomignolo da bimba.

- SaiZipposono contento che tu sia tornato perché cidivertiremo insieme: con la tua sorella non si può combinare mai niente. Statutto il giorno chiusa in camerasola solaa tu per tu col Cattaneo.

Lo sai cosa dicono di lei i contadini di qui?

«Pare 'na mónaca velata!...»

Pronunciò «mónaca» stretto e con quella cantilenaadagiatapropria della gente di campagna.

Si rideva tuttia cominciare dalla mónaca.

Rideva anche lui con una di quelle sue risate sonantitotalida primitivo.

 

Annalena sfaceva le valigie.

Di tanto in tanto compariva con in mano i più svariatioggetti: un paio di pantofolel'album delle fotografieUn'avventura aBudapest...

- O questo dove lo metto? - Interrompeva il fitto dialogo frame e la mammainsistendo fino a che non aveva ricevuto una risposta.

La mamma mi aveva sequestrato in camera. Mi faceva raccontaree mi raccontava di quel mese di lontananza.

- Sai - mi diceva - qui manca l'acqua in casail gaslaluce elettrica e poi ci sono 12 km dal paese. Il babbo me lo diceva: «Ma cheguerra! La guerra qui in Italia non c'è. Che ci vai a farela Pia dei Tolomeilassù?»

Ma vediio sono venuta per Uccio. Che vuoiun ragazzo divent'annisoloin questa casa! Ci voleva qualcuno che si occupasse un po' dilui e la zia Fredasua madrela conoscinon ha voluto accompagnarlo. Eratempo che vedesse la sua terra. Il fattore l'aveva chiamato.

Tu lo saiil povero ziose l'è goduto poco il suopossesso. Eppure aveva fatto tanto perché ci si riunisse tutti qui per levacanze! Ma sua moglie mainemmeno un mese dell'anno ha voluto starci. Magarinon aveva tutti i torti: manca l'acqua quiil gasla luce e poi ci sono 12km...

Era la seconda volta che glie lo sentivo direné certol'ultima! D'allora in poi: acqualucegas12 km... diventò una speciedi mesto ritornello d'obbligo per le mamme e le ziequando parlavano delPoggio. Appena loro attaccavano la prima nota: acqua... noi cugini si faceva ilcoro: lucegas12 km... con una musichetta specialein chiavesospirosa e nostalgicainventata da Uccio.

La mamma continuava: - Lo zio è morto e qui non c'è maivenuto nessuno. Ci ho il rimorso anch'io di non avergli dato questasoddisfazione. Vediora se venisse la guerraanche qui in Italia... Forse luiaveva pensato anche a questo.

Ti ricordi come ascoltava la radio negli ultimi tempi? Erasempre preoccupatotriste... il mio povero fratello.

Vedevo che la mamma ci pativa a quel ricordo.

- Ora - mi spiegava - non siamo noi soli qui. Il fattore haaffittato delle stanze su al primo piano: l'aveva scritto a Uccioma vediluitarda sempre a rispondere alle lettere di affari. È gente di paesebravagentesaima non ci si sente liberi come a casa nostra. Io me ne partiròpresto insieme a mia sorella; la zia Clara verrà qui a incontrare Annalena.Resterete voi giovanianche Lia si troverà bene con te...

Sentivo nella sua voce un'esitazionecome un'incrinatura.

- Perché mamma? - le dissi. - Lia si trovava bene anche orama deve consegnare la sua tesic'è quell'assilloper via delle «leggi»; nonè ammessoper «noi»rimanere fuori corsonon potrebbe piùlaurearsi.

- Sìsìcertoè cosìè un po' nervosa tua sorella...a volte io non la so capire - la mamma arrossiva -non ci riescoeppure credinon voglio disturbarla. Entro piano piano nella stanza dove lei scrivein mezzoa tutte quelle carte. A voltesaiho necessità di prendere un oggettodall'armadio. Lei non mi dice nullama mi guarda in un modo... Non soa voltetua sorella mi dà soggezioneeppure è la mia figliola.

- Vedrai mammaora ci sono anch'io e tu sarai più contentanon starai più in pensiero per me.

- Questo sì - diceva lei -ma vedi io ora sto in pensieroper babbo.

- Ma è possibile che voi mamme siate sempre in pensiero perqualcuno? Babbo sta beneha il suo lavoro in città; in casa c'è Teresa cheormai sa fare tutto. Tu potresti goderti un altro po' la campagnati farebbebenecredia casa ti stanchi tanto!

Ma lei scuoteva la testa: - Nonosto troppo in pensiero.Eppoi qui... mi manca la mia casala mia roba. Non lo so: vedi qui è tutto diUcciodella zia Freda. L'altro giorno mi s'è rotto un bicchiere...

- Ma un bicchierecosa vuoi che siamamma? Uccio ciriderebbe chissà quanto!

- Lo solo somica per luipoverinoma io ci resto malevediho scompagnato un servito. Guarderò in cittàse potessi ritrovarne unougualema è difficilesai.

E la mamma sospiravarealmente afflitta dalla rottura delbicchiere.

Si sentiva spaesata.

La casa così immensa... lei osava appena mettere un po' diordinefare un po' di puliziama era come votare il mare con un cucchiaio. Epoi c'erano i topi in cucina: a lei facevano impressione.

- Uccio ci ride come un mattodice che i topi sono suoiamici. Sainon fa mai un discorso serioanzi ha detto che non vuole trappoleguai! I topi devono stare liberi allo stato di naturafigurati.

Dopo essersi un po' sfogatala mammapoverinaera piena dirimorsi. - Ma cosa sto qui a chiaccherare! Dobbiamo mettere tutto a postodisfare le valigie...

- Ma c'è tempomammatempo per tuttoqui. Riposatipenserò io.

Ma lei non ebbe pacefinché non la lasciai alle prese conla biancheria da piegareda ripassarecon i vestiti da appendere allegruccette dell'armadiocon le lenzuola del letto che voleva subito rifare permetemendo ch'io fossi stanca.

La guardavo mentre si affaccendava e si confondeva in mezzo aquella Babilonia di robauscita fuori dalle valigie.

Guardavo la sua figura un po' impacciata dal grembialonelebraccia cortegrassocceche sembravano far fatica nell'infilare il guancialenella federamentrecol mentolo teneva puntato contro il petto.

Mi colpì di nuovo quella sua aria infantileun po' incertacome se lei non fosse mai veramente diventata adulta.

 

- Vedi - mi disse Lia - è meglio che la mamma ritorni incittà. Io non le posso fare compagnia e lei forse si sente solaa disagio.

Lo sai che «un'ala del palazzo» è stata affittata? La casasembra tanto grandema è piena di cantinedi soffittedi scaledibugigattoli: c'è un atrio immenso su al primo pianoma le stanze davveroabitabili non sono molte.

Poi la mamma non se la sente di dormire da solacosìabbiamo la camera in comune. Lei insisteva sempre perché io lavorassi allatesilì a quello scrittoiodiceva che sarei stata megliopiù comoda e chelei non voleva disturbarmi affatto. Avrebbe fatto piano... pianissimoanchequandoper necessitàsarebbe entrata nella stanza. Il male è che comparivaogni cinque minutisai com'è leidimentica sempre qualche cosae cosìdoveva cercare

nell'armadio. E poi forse si sentiva solate l'ho detto.Fatto sta che insisteva perché lasciassi l'uscio appena socchiuso e si infilavadentro a passetti cautisenza rumorecon quelle sue scarpe basse di telaconle suole di gommache porta ora. Entrava così furtiva...

Sai cosa mi veniva in mente allora?

Capita qui in campagna che una gallina trovi l'uscioaccostato ed entri per lo spiraglio nella cucina silenziosaquando non c'ènessuno.

Senza rumoreavanza cautamente arrestandosi di tratto intratto nella semilucecon la zampa sospesala cresta un po' tortacomeincantata. Arriva così a metà dell'ammattonatofino a che qualcuno se neaccorge e sciò! sciò! la caccia via a precipiziomagari con la granata.

- Ma Lianon mi dirai che tu cacciavi la mamma?!

- Ma no Isasi capisceci pativo anch'ioperché lei losentiva che mi dava fastidio e ci pativo anche perché mi veniva in mente lagallina. Forse erano quelle scarpe con le suole di gomma e quell'aria timidairresoluta che ha sempre lei. Sarebbe stato meglio credise avesse spalancatola porta e fosse entrata magari pestando i piedi. Lo solo solo faceva pernon distrarmima era peggio Isalo capisci?

Lo capivo benissimo e non sapevo darle tortoma capivo ancheche la mamma c'era rimasta malepoverina.

- Ma ora Lia come va?

- Ora non lavoro più in cameraho un rifugio su nel solaio:una piccola stanza dove ho portato tutti i miei fogli. È un buchettoc'entrasolo un tavolino che per fortuna ho scovato: è un po' basso come scrittoioedio devo stare rannicchiatasedendo su una panchetta; ma mi sento quieta lassùe il Cattaneo mi consola... Mi chiudo lì dentro e ci sto tutto il giorno.

Sorrisiripensando alla mónaca velata.

- E Uccio lavora? - chiesi - Dipinge?

- Non so veramente se lavori - mi disse Lia - prova tu achiederglielo. Non ci vediamo moltosai: si alza tardi e poi va spesso in girocol cavallo. Certo ha anche lui il suo rifugio. Si è riservato una parte dellacantina: quello è il suo regno. Io gli dico che è disceso agli Inferimentreio sono quasi in cieloin Paradiso.

Sorrideva oravolgendo quei suoi occhi lucenti.

- Ma tu Lia stai proprio bene - le dissi - hai un belcoloritonon ti ho mai visto così bene come ora. Eppurese fai la mónacavelata...

Continuava a sorridere con un'aria un po' misteriosa.

- Si vede che la campagna mi giovaanche se me ne stodentro.

Lo sai che a una foglia basta un fil di luce per diventareverde: l'abbiamo studiato nella «fotosintesi clorofilliana»!

E a mevedibasta un soffio d'aria di campagna perdiventare rosea...

Per il momento mi accontentai di quella spiegazionediciamocosì scientificama conoscevo troppo mia sorella e pensai che ci doveva esserequalche altra cosanon soqualche segreto.

 

Della gente del Poggio conobbi per primo Nevoun ragazzonedi quindici annidella famiglia dei Mannozzii mezzadri della casa a destradel palazzo.

A sinistra abitavano gli Albieri e di frontesalendo su perla collinaa quasi trecento metri di distanzasi trovava in alto la casa degliStelli.

Bussò timidamente alla porta.

- Avanti! - dissi io che in quel momento mi trovavo sola incucina.

Se ne stava impalato sulla soglia e dopo il consueto «Bongiornoa lei!» pareva non avesse altro da dire. Poiché gli chiedevo che cosa volessearrossendo mi dette un altro buongiorno fece dietro-front e scappò via.

Uscii fuori per richiamarloma già si era infilato in casasuadalla quale discendeva per la scala esterna della loggiauna vecchiacontadinavenendomi incontro.

- È la signorina Isa? - mi disse - È tornata? La su' mammapoerina steva tanto in pensiero...

Lei era la Beppa dei Mannozzila nonna di Nevoilgiovinotto ch'era venuto poco fa.

- Dovea parlare al padroncinofargli un'ambasciatama che'un glie l'ha detto?

- No - risposi - mi ha dato il buongiorno ed è scappato via.

La vecchia sorrideva ammiccando furbescamente.

- Com'esse' guarda' le bestie... ma pel restante tantosplendido 'un è.

Sorrisi anch'ioma non mi rincresceva che Nevo non fosse«tanto splendido» ricordandomi i suoi begli occhi sereniocchi che sembravanoaver guardato solo lontanoi pascoli e il cielo.

Invitai la Beppa ad entrare in casama non accettòcontinuando a sferruzzare in piedilì all'aperto e guardandomi di tanto intantodi sotto in su. Sentivo la forza di quell'occhio piccolo come quello diuna testuggineche le si accendeva sotto la palpebra pesanterugosa.

Anch'io la guardavo.

La sua faccia che forse in altri tempi era tondama che oranon aveva più forma definitaera ricoperta da una pelle che pareva cottascurita e ammaccatacome la buccia delle cipolle che si mettono ad arrostiresotto la cenere.

Doveva essere vecchissimaeppure dava l'impressione che sesi fosse potuta togliereproprio come a una cipollala prima buccia cottasisarebbe trovatoquasi sotto una mascheraun altro volto nascostomolto piùgiovane e vivocon la sua pelle nuova.

Anche la sua figura tozza appariva per così dire compositaper il numero indefinito di strati sovrapposti l'un l'altrogiubbotti sugiubbottigonnelle su gonnellegrembiali su grembialiscialletti e pezzole:rigonfia come una chioccia quando difende minacciosamente i suoi nati.

Non ricordo di averla mai vista a capo scopertoperché unampio fazzoletto nero calato sulla frontecon una foggia che vidi a lei solaper mezzo di innumerevoli nodi e cocchenascondeva misteriosamente i moltio ipochio gl'inesistenti capelli.

Dalla sua apparente decrepitezza emanava un fascino potente esegreto.

 

- Che 'ni garba quassù al Poggio? - mi disse con quella suastrana voceanch'essa velatarocaeppure fondaquasi parlasse di dietro a unmuro.

Eppoid'improvvisoa tradimento (come un gatto sornione chesembra addormentato e d'un tratto fa un balzo per acchiappare il topolino) - Oalla padrona? - E senza aspettare la mia risposta: - Noialtri 'un s'è piùveduta. Il padroncino è venuto solo... Arrivò una voltail prim'annocol su'zioil poero padrone. Si vide entrare nel palazzoma un'ora dopo erafuggita...

Il collo rugoso e cortosembrò allungarsi e subito quasisparire ritirandosicon un movimento da testugginementre nella pelle mortadel visosi accendeva curiosamente l'occhio piccolo e fisso.

- O quella o com'esse'?...

Capii che la Beppa era affascinata dal mistero inquietantedella padrona e cercava di scalzarmi.

«O quella o com'esse'?...»

Ma la domanda rimase sospesa nell'aria.

 

Avevo dimenticato di chiedere alla Beppa quale fosse«l'ambasciata» di Nevo per mio cuginoma prima di mezzogiorno venne Corinnasua madrea bussare alla porta di cucina. Gli stessi occhi azzurri delfiglioloun po' incantatimi fissavano sotto la pezzola scura.

Il volto quadro mi richiamava alla memoria quelli dellecontadine fiamminghe di certi dipinti di Van Gogh: volti nudi che le cuffiestirate mettono in risaltocon il contrasto dei chiari e degli scuri. Sotto ilgrembiale a pettorinasotto le pieghe monacali della gonnala sua figurasembrava appiattitastilizzata quasi.

Da lei spirava un piacevole senso di ordinedi puliziadicompostezzae quel tanto di rigidoproprio della sua personaera comealleggerito dalla vivacità del suo bel parlare toscano.

Perché Corinna era una «chiaccherina» come dicono lorouna che ha il gustoa cui piace garbatamente discorrere: ciò che è bendiverso da «chiaccherona» (Dio ne liberi!) che ha significato decisamentedispregiativo.

La mammasempre ansiosale diceva:

- Ho lo struggimento per lei. È mezzogiornochissà quantoavrà da fareCorinna...

Ma lei non dimostrava la minima fretta.

- Il tempo si riacquista - concluse lapidariamente una voltacon invidiabile serenità.

Né infatti la vidi mai assillatanonostante l'incredibilemassa di lavoro che sbrigavama sempre a suo agioriposatasicuracome perlei le ore prodigiosamente si moltiplicassero.

 

Finalmente Uccio fu avvertito che in serata sarebbe venuto ilcarro dei buoi «con quella roba» che lui aveva ordinato.

Quando glielo riferiividi che i suoi occhi si accendevano.

- Ma che roba è? - gli chiesi incuriosita da quell'aria disegreto.

Nevo non aveva voluto dir nullala Beppa forse aveva fattofinta di dimenticarsene e ora Corinna aveva usato quell'espressione generica ereticente.

- Cos'è che deve arrivare col carro dei buoi?

- VedraiZippovedrai stasera...

- Ma no - disse con un'improvvisa decisione. - Te lo diròoraho bisogno di sfogarmi con qualcuno e non mi pare vero di parlarne a teperché puoi capirmi. Ma te lo dirò nel mio buen retiro. Vienisi passadi qui.

 

Si doveva attraversare la cantina. E a me non sembrò veroche Uccio mi ci portasseperché ero attratta da quella porta scura sulla qualeera scritto nel marmoa grandi lettere «MORITURO SATIS».

Un ammonimento severoquasi religioso; è abbastanza per chideve morire. Un richiamo alla misuraa non ammassar troppo. Quelle letteronetutte maiuscoledel MORITUROa caratteri neri sul marmo biancoavevanoun'evidenza e una suggestione lapidaria che ben s'intonava ai pensieri dellatomba.

Ma lasciata alle spalle la portain quella frescura odorosadi mostotra quelle botti enormi di bel legno di roverecon l'anno scrittosopra e la panchetta bassache invita a star seduti sotto la cannellina e aspillare il bianco e il rossoOrazioil mio poeta latino predilettomisembrava cantare su un altro metro il «morituro satis».

«Dissuggella il vinocarpe diemperché domanimorrai... Morituro satis... Non ammassare troppoperché verrà l'erede eberrà il tuo vino serrato con cento chiavi...»

E presso una botticella di vin santomi sembrò riudireun'altra voce: «Chente èCisti? è buono?»

Decisamente erano gli spiriti lieti di Orazio e del Boccaccioche aleggiavano là dentro. Le ombre della morte erano state evocate sullasogliacon un effetto di chiaro-scuro per dar più luce e calore alla vita.

Dalle finestrelledietro le inferriatesi vedeva un lembodi cielo e un ramo di foglie verdi chiarecon appese le mele cotogne.

- Beato teUccioche passi di qui. Mi pare che basti unalito di questa fragranza per sentirsi già un po' ebbriispirati.

Lui rideva contentoe dietro un'enorme botte un po' scostadal muroaprì un usciolino.

 

Era una stanza piuttosto grandecon due uscite: l'usciolinosegreto in comunicazione con la cantina e una portafinestra che dava sulgiardino.

Una luce freddaverdastrasi spandeva dalla persianachiusa; i vetri erano velati da una cortina di polverecome se da lungo temponon si aprissero. Nello scaffale i libri allineaticon un ordine che mistupiva.

Sul cavallettoin un angoloc'era una tela biancavuotacome un occhio senza pupilla.

- Ho sgombrato la stanza - mi disse il cuginoforse intuendoil senso di freddo e di delusione che mi penetrava.

- Ma tuUccionon lavori qua dentro?

- SìcertoIsa - mi rispose un po' evasivamente.

È lei che mi ispiranon la riconosci lì sul muro?

Sulle pareti a calcenotai allora certi fuggevoli schizzi acarboncino... gli occhi di una donna e le iridi striate di una tigre.

- No- dissi sorridendonon la riconosco dagli occhi. Nonso chi èora...

- Ma Isalei è sempre la stessaintendo dire latigrelo sai che ne sono sempre innamorato!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era ancora il ragazzo dagli occhi grigi striaticome quellidelle giovani tigri che lui amava tanto: gli sparivano quegli occhi tra leciglia foltediventavano due fessure luminosequando rideva. A volte invece liapriva tutti: sembravano molto più grandi allora e chiariquasi verde acqua.

Amava le tigri: aveva cominciato ad amarle attraverso i libridi Salgari e di Kipling. Le disegnava innumerevoli voltecon i pastellicoloratisulla carta Fabrianogranellosadensae col gesso bianco sui foglineri.

Rivedo questi suoi studi di bambino: una testadue soligrandi occhiuna zampa e più spesso la linea del dorso della tigremolle einsieme scattante. Ma soprattutto la tigre della giungla tra l'erba.

Era suggestionatoincantato dal chiaro-scuro dei verdiimbevuti d'ombra e di lucesul cui fondo cangiante appariva e si confondeva ilmanto striato della belva.

- Senti quiche dolcezza di pelame!... - mi disse una voltaproprio come se carezzasse una tigre viva sotto la golanella morbidezza piùchiara e luminosa della pelliccia.

E veramentementre disegnavail bimbo dimenticava la stanzadei balocchi: se ne stava accucciato tra l'erba che era cresciuta alta in unanottedopo la grande pioggianell'armonioso disordine della giungla.

Più tardi già adolescenteamava ancora le tigrile amavaforse di piùdi un amore-passionesimile a quello nascente per la donna. Miaveva parlato una volta di un brano di Cecchidi Corse al trottocomese mi confidasse un suo segreto.

Ricordi le tigri bianche?

Egli sognava queste tigri biancheaccomunandole nelsogno all'immagine di una donna di una grazia felinanell'agile corpoflessuoso. Una fanciulla dai lunghi capelli folli e gli occhi di giovane belvaluminosi e freddi.

Ingenue reminiscenze di libri e di films; era facileravvisare la compagna di Mowgli o di Tarzan.

Le ragazze «vere» che il cugino incontravasolo a trattiincarnavano la sua fanciulla ideale: la diletta. Quasi si accendessero di unosplendore che balenava improvviso e intermittentecome quello effimero di unalucciola. Un granello verde-luceuna piccola stella che brilla nel buio setatodella notte e subito si spenge diventando un povero insetto neroterrestrecheannaspa sotto un bicchiere.

Così eradi quelle amate di un'ora.

- Nun fa' il fanaticoUccio! - gli diceva allorapresa dalpanicoLallauna ragazza romanavedendolo assortolontanissimocon glioccchi perduti nel vuoto.

Chissà dov'era in quei momenti? Forse giocava con le tigribianche«in uno sfavillio di nevi e di sole»nel desertosconfinatosui ghiacci dell'Himalaia?

Ma la romana lassù non poteva seguirlola romanatrasfigurata per breve tempoin grazia dei capelli lunghi e lucenti e dellalinea un po' tigroide delle cosceche le si disegnavano nel passoappenavelate dalla vestina aderente.

 

- Uccio - gli dissi - mi rammento della tua passione per latigrema le sei proprio fedele ancora?

Da bimbo non ti stancavi mai di disegnarla: c'eranoinnumerevoli disegni di tigri nella tua stanzanella cartellasulla lavagnadappertutto. Invidiavi tanto il guardiano del giardino zoologicoperché potevavederla sempre a tutte l'ore. Dicevi che quel vecchio doveva essere «di unagioia enorme».

Improvvisamente mi parve rattristarsi.

- È vero - disse - quel bimbo era migliore di me. Lavoravatanto... e forse era più felice. Io non vorrei essere cresciuto. Come hai fattoa capirlo?

- Ma Ucciooggi eri così contentomi hai chiamato quidevi dirmi perché eri contento e cos'è quella roba che arriverà su staseracol carro dei buoi.

Con impazienzaquasi volesse cacciar via un pensieroincresciososi passò la mano tra i capelli tagliati corti.

- SìcertoIsa... Arriverà la cretastaseraanzi lecreteperché voglio scolpire ora.

Ho bisogno di un'altra materia per lavorare davvero! Sento ildesiderio della «terza dimensione»capisciqualcosa di più forte deldisegno. La voglia di plasmaredi dare formarilievo. Forse l'ho scoperto quifra questi contadini che sono così verisolidi... Un lavoro più manuale chemi darà gioia e calorecome se faticassi anch'io come loro. Vedilo scultores'impegna anche fisicamente: è più a contatto con la materia e forse perquesto si sente più completopiù felice.

Domani comincerò sul serio!

Mentre parlavale sue stesse parole sembravano animarlogliocchi si riaccendevano di un gaio splendore. La voce era caldasicura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma il fattore spedì un contrordine e la creta non arrivòquella sera. Arrivò invece la zia Claramadre di Annalena.

La zia Clara ci apparve contrariata fin dal primo momento delsuo arrivo al Poggio.

Michele Strogoff non era in sede e lei era arrivata su colcalesse di Benuccio. Si sentiva la schiena rottada quel viaggio impossibile.Era «evidente» che non avrebbe potuto ripartire l'indomanicon quellalombaggine!

La zia Clara possedeva una mente raziocinante e una grandeinclinazione per le scienze esattematematicheda cui mutuava spesso laterminologia: mancano i coefficientiil comune denominatoreridurre ai minimitermini.

A questa forma mentissi aggiungeva una passioneesclusivauna specie di idolatria per la «praticità» (la funzionalitàsidirebbe oggi).

La zia Clara accettava solo le cose «pratiche»voleva lasua casa nitida «senza un granello di polvere»come diceva Ucciofacendolemolto bene il verso (teneva a lungo in bocca il «granello»per poi sputarlofuori energicamentequasi assaporando gli effetti di quella scrupolosapulizia).

Si capisce che «per quest'ordine di idee»al Poggiomancavano assolutamente «i coefficienti»anzitutto era il contrario diquella «praticità» così idoleggiatamentre il confort era «ridottoai minimi termini».

Stanze immenseporte con serramenti arrugginitifinestrealtissimeimpossibili ad aprirsise non arrampicandosiscale buiescantinatie soffittebugigattoli a non finire.

Mobili vecchitarlatienormipieni di intagliveriacchiappapolvere (altro che granello!).

Erano i mobili dei nostri nonni materniil salotto buonoborghesefine ottocentodi noce scurocon gli sportelli della credenzasbalzati in rilievocon ogni ben di Diofruttapescilepriuccelli.

E poi! Nemmeno l'acqua in casa (l'acquacapite?) né il gasné la luce elettrica e 12 km dal paese.

Per ogni servizio bisognava ricorrere alle contadineche nonavevano mai frettaadagiatecalmecome se invece di mezzogiorno (quasi l'oradel pasto!) fossero le cinque di mattina.

Ma la lombaggine teneva duro e la zia Clara dovette rimanereal Poggio molto più di una settimana.

 

Ho già detto che un'ala del palazzo era stata affittata agente del paese.

Conforme agli strani criteri architettonici d'altri tempisebbene nella casa ci fosse un gran numero di stanzela cucina era unica ecosì la «ritirata» come la chiamavanocon un appellativo fra claustrale emilitaresco.

Per arrivarciprima si saliva un'interminabile scalapoi cisi doveva avventurare per un lunghissimo budello ciecosboccando infine in unaspecie di piccola torre quadra di due metri per latocon un finestrinoaltissimonon si sa bene perchémunito di inferriatatanto che Uccio avevachiamato il luogo «la segreta».

Vero è che dalla «segreta»arrampicato sulla seggetta eguardando fuori attraverso i ferriil temporaneo recluso poteva godere di unpanorama magnificoperché al di sotto si stendevano i ripiani verdi dei campia perdita d'occhiofino all'orizzonte. Veniva di là un soffio di aria pura (ilvetro del finestrino era rotto)provvidenzialeanche se alquanto gelidaperrigenerare l'atmosfera dell'ambiente.

Anche nelle nostre future peregrinazioniio ho moltoapprezzato questi finestrini delle «segrete» di campagnaquasi sempreorientati verso la veduta più panoramica della casa. In particolare nericorderò uno che rallegrava col suo rettangolino luminoso una «segreta»affollata di montagne di scarpe vecchie e di pentole sfondate. Incorniciavainfatti un bellissimo nocedai rami fronzuti.

Ma la zia Claralungi dall'apprezzare simili risorseavevaconcepito un vero odio per la «segreta»che del resto si ostinava a chiamare«il gabinetto»con vocabolo assolutamente anacronisticodovuto certo aun'amorosa nostalgia per quegli impianti igienico-sanitarisplendido vanto delnostro secoloil ventesimoma lìin pieno medioevoancora da venire.

 

Durante quella settimanain cucinaavvennero veri scontritra le due partila padronale e l'affittuaria (Signora Grassi e cognata).

Prima dell'arrivo della zia Clarala parte padronale erarappresentata ai fornelli dalla nostra mamma: quindi il rapporto era di uno aduecon netta superiorità della parte avversariaanche perché la mammaperla sua natura dolce e timidaabbandonava subito la posizioneappena arrivavanole altre duemunite di mestoli e di tegami.

Regolarmente infatti il nostro latte andava fuori dal briccotutte le mattine.

Ma ora che sul campo avanzava anche la zia Claraesatta epuntuale come un orologiodecisa e ferma a voler preparare la colazione per sée per Annalenala parte padronale aveva ricevuto rinforzie che rinforzi!

Però le affittuarie non cedevano così facilmente: di quibattibecchimusi e querele a non finirecon enorme divertimento di Uccio eanche di noi tre cugine.

Uccio aveva creato un nuovo termine.

Diceva che «i vecchi» (e tra i vecchi c'erano tutti quellidai trent'anni in su) erano gente «da noiosario»noiosissimi infatti aprendersi sul serioma che potevano diventare piacevolise si rideva un po'alle loro spalle. E così per rideresi divertiva anche a usare una specie dilinguaggio cifratoanzi an langaggaun vecchio giocodi cui la chiaveera semplicissima: tutte le vocali si cambiavano in a. Ma lui sembravagodersela un mondo e in bocca suaanche perché possedeva uno speciale geniobuffonesco nello scegliere le parole e nel mutare il tono di voce«allangagga» era «davvara davartanta».

La zia Clara era taciturna e appariva assolutamenterefrattaria a questi scherzi e alle risatone del cuginoma luisenza perdersid'animodiceva: - Anca la zaa radarà fanalmanta!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al Poggio mi alzavo presto ementre gli altri dormivanoancorascendevo giù a terreno.

In cucina l'acqua della brocca era quasi gelata come già sifosse d'inverno: ne godevo la freschezza sulla pelle e sugli occhi.Nell'oscuritàla lucerna a petrolio diffondeva il suo quieto alone doratomentre la brace rossa del fornello brillava più viva sotto il bricco del caffèd'orzo.

La casa era tutta per me a quell'ora.

Mi piaceva starmene nel silenzio della grande sala delcamino.

Il camino era spentoil «tiraggio» non tiravama iosorbivo lentamente il liquido caldo della tazzaposandovi le mani intorno persentirne il tepore.

La porta della stanza che si apriva sul piazzale era chiusa:l'alba pallida dell'ottobre entrava dall'altodalle finestre feritoie; nelriquadro illuminatole mura in sezione si stagliavano in tutto il lorospessore.

Il primo raggio di sole scendeva sul camino svelando ai mieiocchiancora coperti d'ombral'epigrafe scolpita sulla pietra:

 

SICUT FUMUS DIES MEI

 

Anche le mie giornate si susseguivano così apparentementesenza eventidissolvendosi come fumo leggero. Eppure non mi annoiavoné piùmi tormentavano i miei problemi.

La Svizzerai permessi di soggiornoi programmi di studio odi lavoroperfino «le leggi»tutto mi appariva improvvisamentelontanolontanissimo. Era sopita quell'ansia di determinare in qualche modo losvolgersi della mia vitaquell'urgenza di cercaredi sceglieredi decidere.

Avvertivo una nuova freschezzauna particolare apertura: imiei occhii miei orecchitutti i miei sensi erano più vivacipiù desti. Maal tempo stesso provavo un senso di riposodi calma. Senza mia faticamisembrava che quelle impressioni si ordinassero e si arricchissero dentro di me.Come un vino che si decantaacquista gustofragranza e coloresolo perché iltempo passa: con l'invecchiamento.

 

Socchiudevo la porta: dallo spiraglio il sole penetrava nellastanzaaccendeva i mattoni sul pavimentotagliandolo con una diagonale difuoco. Lo sguardo ne seguiva il percorso oltre la sogliafino all'erba delprato che ondeggiava nel suo verde splendorecome se una liquida luce labagnasse.

Più lontano inveceintorno alla cappella e al cipressoerauna macchia d'ombra.

Mi piaceva uscire all'apertorespirare quel silenzio equell'odore di terra e d'erba.

Mi sedevo su una delle due panche al lato del palazzodoveil sole già ritagliava un triangolo luminoso e caldoprosciugando la pietraumida per il gelo notturno. Fin dopo il tramonto il sasso serbava quel calore.

Qualcuna delle contadine si avvicinavasalutandomi: gliuomini erano già per i campi. Ma raramente accettavano di sedersi. Stavano lìa mezz'ore in piedisferruzzando in silenzio.

Una volta insistetti con la Beppa.

- Ma che 'ni pare! - mi disse - noialtrivedesemo avvezzia sta' male.

Sorrideva con una specie di sorniona civetteriamentredietro il velo degli occhi piccoli e acquosi guizzava una fiammella.

Pareva che in quello «star male»lei ci stesse invecebenissimoe ci trovasse anzi un certo tornaconto.

Mi accompagnai a lei chiacchierandofino a un muricciolosotto il platano. Lì a mezza strada fra il palazzo padronale e la sua casacolonicain territorio neutroaccettò finalmente di sedersi.

Si parlava della guerra.

- Caso mai - mi disse la Beppa - alla guerra ci vanno solo ipoeri. I signori stanno a casa. O quella o com'èsse'?

Questa volta il collo di testuggine si allungòincredibilmente sporgendosiquasi volesse tendermi un laccio con quellaterribilescabrosa domandama poi rientrò e sparì come il solito fra lespallesenza aspettare una risposta.

 

Da un castruccio uscivano all'aperto i maiali denominati«quelle bestiole con rispetto parlando»secondo il galateo contadino.

Correndo goffamente come grandi uova roseerotolavano sulpratomentre le zampe e i grugni carnosi sparivano tuffati nell'erba.

I piccoli guardianiper lo più magri ragazzini ed esilibimbeli richiamavano con voci grosse e terribilicome se fossero scolarettiindisciplinatiosando anche toccarli con una bacchettaquando minacciavano diandare nel seminato. Ce n'era unoanzi unaspropositataenorme: «lamaialina».

Col diminutivo la blandiva la bimba dello Stellicarezzandola perfino sull'orrido grugno.

La Bella e la bestiacome nella fiaba.

Cercavo a volte di attirare vicino a me quei bimbetti: iprimi giorni erano vergognosirestii. Ma presto il ghiaccio fu rotto. Mi siaccoccolavano vicino sulle panche di pietralasciandosi anche carezzare sulcapoancora silenziosima amici. Uno specialmente: Pinoultimo nato dopo tresorelline«il fondo della pentola»come lo chiamava lo zio Poldo.

 

Anche Pino era della famiglia degli Stelli.

Aveva quasi sei anni: vispo come un grillo moro.

- Che non ci vai a scuola? gli dicevo.

Ma lui dondolava il capo rasato e rideva sgranando i dentiniaguzzi e candidi: - Un altr'annoci vò un altr'anno... - con un'allegria negliocchi birbineri come il pepequasi ci prendesse tutti in giro.

- È nato di decembre - borbottava suo padrecome a scusarlo- non ha ancora l'età. - E poi improvvisamente minaccioso verso il bimbetto: -Ma un altr'anno lo vedrai! Sottoa scuola!

Pinoquando sentiva «Sottoa scuola!» si ritiravarabbrividiva tuttoma con deliziaridendo come quando si assaggia l'acquafredda prima del tuffo in mare.

- Io 'un so a chi somigli quello lì. Il vagamondo gli garbafare... il vagamondo.

Pino infatti scappavarifiutandosi perfino di andare «allepecore» e «ai maiali»né di lui si poteva far conto; mentre gli altrifiglioletti dei contadini già accettavanoseri seriil giogola loro partenon piccoladi faccende.

 

«Il vagamondo»!

Pino mi prendeva per mano e mi tiravaimpaziente. Per mano amesi sentiva al sicuro.

Il Padre rinfoderava le armitutt'al più aggiungendomaper pura forma - Badiamo orase dai noia alla signorina Isa...

Ma a me non dava mai noia.

Tenevo chiusa dentro la mia la sua manina brunacaldachemi stringeva forte. Sentivo una scossaun fremito: quasi lo stesso suo sanguepuerile fluisse anche in me nella stretta. Ritornavo bimba con luiavida divedereimpaziente di scappar viadi correre.

Così per manoquasi a volosi ruzzolava giù in discesaper un pendio verdedietro la cappellaridendo tutti e due nell'ariasenza unperchéper la gioia di ridere. In salita poiduravo fatica a tenergli dietromentre si arrampicava con quelle sue gambette brunecon i piccoli muscoli tesisotto la pelle dorata che ormai non temeva i pruniné le ortiche.

Non era mai stanco.

Godeva della mia meravigliaanzi alla mia ignoranzaperchéera lui che mi istruivadicendomi i nomi degli alberi e delle erbe.

A volte esageravo un po' per farlo cantare.

- Cos'è Pino questo alberone? Una quercia?

- Nobahgli è un leccio!

- Allora non c'indovino mai!

Eravamo su un argine erboso: - Vediamo almeno se riconoscol'insalata! Questo è radicchio!

- Nobahgli è radicchiella!

E mi cantavasenza riprender fiatocome fosse unafilastrocca:

- ... radicchio e radicchiellacicerbitelingue di canetenerepoliraperonzoligrassa-galline e salvestrella...

Insieme si andava a far more e funghii porcini o moreccigli ovoli o cocchii lardaiolile ditole. Io mi distraevo nel bosco fra gliodori di borraccinadi muschiodi felci... ma lui mi tiravavoleva chepartecipassi con più ardore e accanimento alla cacciacome a un gioco.

- Guarda bello questo! - gli mostravo un fungo brunocon uncappello color mattone - Cos'è?

- Ie! Una rossellaccia! - diceva lui ridendo e volandolo vialontano.

 

- M'è nato un vitellino stanotte - mi disse Pino.

Diceva «m'è nato»come tutti i contadini che hanno moltovivofin da bimbiil senso del possesso. Si va «nel mio» - dicono - «le mi'bestie»«la mi' casa»...

E il possessivoper affettoviene esteso non solo allecosema alle personea tutti i membri della famiglia: «la mi' Bruna»«ilmi' Piero»...

Entriamo nella stalla.

Da principio distinguo solo delle ombreperché abbiamo gliocchi abbacinati dal solema a poco a poco mi abituo alla semiluce.

Il vitellino è «a giacere» lì sulla paglia: sul musoumido si posano le moschesulle nariciintorno agli occhi. Le caccio viarabbiosamente. Ma che vale? Ritorneranno fra un minuto. Lo carezzo sulla testain mezzo alle orecchie là dove c'è un rigonfio duro: dove gli nasceranno lecorna.

Guardo da vicino gli occhi: sono quasi azzurrini. Le iridihanno un dolce fondo grigio che sfuma appena nell'azzurrola pupilla è lucentedi un nero umido.

Quegli occhi si sono aperti stanotte.

Lo carezzo ancora sul manto color nocciola con dellevariazioni più chiaresetato e un po' ricciuto come un campo d'erbapercorsoappena da un brivido di vento.

La mucca pezzata mugge e si volta a guardare il figlio.

- Lo allevate il vitello? - chiedo a Pino.

- Per tre mesima poi quando è grosso si vende.

Il bimbo sorridetranquilloal di qua del bene e del male.Non soffre all'idea che il vitellino sarà venduto. Quello è il suo destino.

La sua vitanel caldo della stalladura solo tre mesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In quelle giornate lunghesenza tempom'incamminavo incerca di Pino verso la casa degli Stellisu per la collinadove il soleindugiava a tramontare.

Controlucefra i tronchi distorti e rugosi degli uliviavanzavano i due bovi ancora aggiogati all'aratro: lentamente si muoveva la granmassa compattadensalatteasu cui il fogliame leggero disegnava un tatuaggiogrigio-argenteo.

Di lontano mi giungeva la voce dello zio Poldo.

Dolcementecome una tenera madre che accarezzi il suopiccololui parlava ai suoi bestioni: - Su bellino! Su picchino!

Mi accoglieva sempre sorridente: - Buonasera a lei!

Un viso di pace. Tondo come il cappello. Il sorriso vi sistendeva largocome la luce che si spande sui campi.

Un viso di vecchio contadinoscurito dal sole e fitto dirughe come una mela grinzosama in cui fiorivano due occhi chiari ancorainfantili: limpidi e allegri.

Eppure lo zio Poldo aveva conosciuto il dolore. Gli era mortala moglie ancora giovane lasciandolo vedovocon una bimba da crescere.

- Gli era una donna troppo fiera! - mi raccontava. - 'Un m'aveamai detto: Poldo levati teche mi sento malemai in dieci anni! Un giornolavava giù alla fonte; la figliola era lì vicino e vide la su' mamma anda'giù di stianto. Battiede la testa sul sasso. Campò altri tre giornima 'unera più quella e 'un ci fu verso'un si poté trova' punti rimedi.

Lo zio Poldo non aveva ripreso moglie. Lui e Coccala bimbasenza mammasi erano ritirati col fratelloil padre di Pino.

- Oramai semo tutti una famiglia! Son passati tant'anniorala Cocca ci ha il su' marito... lo conosce anco leisignorina IsaVico degliAlbieri.

Ma gli occhi chiari s'erano rabbuiati e lo zio Poldosospiròquasi ci avesse un'altra pena nascosta.

Uno dei due bovi voltò la testagirando lentamente i suoiocchi pazienti.

- Su bellino! Su picchino!

La crosta grigia della terra si spaccava sotto l'erpicelezolle brunerovesciateodoravano. Una gran pace era diffusa nell'aria rossadella sera.

Ora il sorriso era tornato sotto il cappello tondo.

- L'arebbe dovuta conoscerela mi' sposa! Gli era una donnatroppo fiera!

Nella voce non c'era più dolorerimpiantoma risuonavasolo l'esultanza dello sposo giovane e felice che certo lo zio Poldo era statoquasi trent'anni prima.

- Eramo a contadino e le nostre case si toccavano: di già lediscorrevo ch'era una bimbetta. Ma quando ritornai dal soldatos'era fatta unabella ragazza rilevata e la girava du' occhi bianchi e neri che 'un se nevedevano compagni.

 

Conoscevo quegli occhi: gli occhi di Cocca eran quelli di suamadre.

Splendevano quegli occhi bianchi e nerifra tutti gli altricelesti che appartenevano alla famiglia degli Albieri.

Quanti anni aveva Cocca?

Vicoil maritoslavatocon lo sguardo acquosopochi pelidi barba e una vocina fievolerocaera senz'età.

Lei portava già la gonna lungai giubbotti senza forma nécoloreil grembiale nero come le nonnei capelli tirati sotto la pezzola.

Era magrapiccolinala bocca pallida aveva una piega un po'triste. Ma con quegli occhi di fuoco.

 

Me la raccontò Corinnala storia di Cocca.

- Vedesenza la mammagli altri 'un posson badare a ognicosa. 'Un l'arebbe riconosciuta allora: a quindici anni l'era bellinapiccinasìma l'avea un capino riccioil colorito come una mela rosa e du' occhi!

Ora 'un è più quella.

Ma 'un andò a mettesi con un poo bono? Noialtri 'ni si diceama 'un c'era versi'un se lo volea leva' da 'i capo. Su' padrepoeromol'ammazzava dalle bottema lui l'avea stregonata. Un'altra disgraziadopoquella della moglie. Eppoidopo cinqu'anniquel lazzerone la piantò. Cosìebbe a sposare Vico degli Albieri. E l'era manna! Con tutto quell'amore e tuttaquell'età!

Tutta quell'età! Vent'anni.

A vent'anni Cocca aveva dato per sempre l'addio all'amore esi era messa la pezzola scura che le nascondeva il capino riccio. Ma gli occhibianchi e neri a volte lampeggiavano.

 

Era malinconica la casa degli Albieri.

Anche i bimbi avevano un'aria graveassorta: i bimbi diMenicoil fratello di Vicoperché Vico e Cocca figlioli non ce n'avevano.

- E un' arebbono a avennenemmanco in seguito! - mi disseCorinna con un risolino maliziosopur nel compianto sincero per la poveraCocca.

La moglie di MenicoLenapareva una madonna per la lineagentile del colloil pallore del voltogli occhi cerulei sotto la pezzolascura. Quasi sempre silenziosa; quando parlavacon una voce spentale siscoprivano le gengive: già le mancava qualche dentecome a una vecchia.

Nella casa c'era qualcosa di tristedi abbandonato.

La cucina grandecon poca luceil camino immensonero.Persino la fiamma del focolare non mi pareva così allegracome nelle altrecase dei contadini. Forse perché lì accanto c'era sempre un vecchioparaliticoa scaldarsi le membra intorpidite.

- È l'amio del foo... - mi dicevano.

La casa degli Albieri era piena di vecchi.

Il bisnonnoe poi il nonno e la nonnapadre e madre diMenico e di Vicoe Vico stesso... Tutti con quell'aria stancasmemoratadimessa. Un altro vecchio stava sulla porta a scaldarsi al sole.

- Son tutti a quel modosenza rigoglio. - diceva Corinna.

Ma pure così «senza rigoglio»anche gli Albieri mipiacevano: avevano per me una suggestioneun incanto.

Nella loro casami pareva che la penacome quelle membraparalitichesi sciogliesse accanto alla fiamma del focolare o al tepore delsoleperdendo un po' della sua crudezzadella sua forza quotidianastemperandosi in un dolore quasi svanitoin un'aura senza tempoin unastruggente e pur composta malinconia.

 

Cocca premeva nella boccuccia dell'ultima nata il poppatoiodel latte. Attraverso il braccio piegatoil latte sembrava sgorgare dal suoseno o dal suo cuoreper dar nutrimento e vita alla bimba non suain unaritrovata metafisica maternità.

Con gli occhi bassi: sulle nere pupillele palpebre distesene velavano la luce troppo ardente.

Sembrava in pace.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La campagna curava anche me.

Alle prime lucimi svegliavano gli uccelli.

Cominciava un nuovo giorno: scandito dal ripetersi delleabitudini e delle faccende; sempre lo stessoeppure nuovocom'è nuovol'aprirsi di un fioreil nascere di un pulcinoil divampare del fuoco.

Godevo di tutto e tutto mi incantava. Oltre a questo piacereimmediatoce n'era un altro per mepiù sottilema non meno intenso.

Ritrovavo il gustoil sapore dei classici: i cibi noncompri di Virgiliola fonte splendidior vitro di Orazio...

Ma soprattutto il Boccaccio.

Quell'ambientequelle gentimi parevano uscite freschefresche da una novella del Decameron e al tempo stessoper una specie diosmosisentivo levarsi dalle pagine boccaccesche una corrente di vita:reminiscenze di situazionidi linguaggiodi tipiche mi illuminavanomettendone a fuoco l'immagine poeticale figure reali che incontravo là suquello sfondo.

Era uno scambio continuo fra l'arte e la vitaun giocoaffascinante che mi dava il gusto di una scopertadi una testimonianza.Coglievo quei nessi vitalicome se non fossero trascorsi sei secoli di storia edi civiltà.

Così scoprii Benuccio. Un fratello carnale di Fra Cipollabirbante anche luio almeno un birbo...

Qualche tiro doveva averlo giocato ai compaesaniche neisuoi riguardi scuotevano la testa: «Bah - dicevano - gli è un birbante!»

Questo Benuccio (trecentesco anche il nome!)aveva unbarroccino e un cavallo e portava volentieri a giro noi tre ragazze.

Il cugino era pigrodi una sua metafisica pigrizia einsofferente di alcun giogoanche quello di una levataccia. Su lui poteval'incanto della notte più di quello dell'alba.

Ma a me piaceva alzarmi prestissimo e partire un po' allaventura: avevo convinto Annalena e perfino la monaca velata.

Caricavo la sveglia la sera: per le cinque.

Ma già prima dell'ora ero destacon gli occhispalancati nel buio. Nel silenzio il suono del carillon ripeteva in cadenza lenote del Fra Diavolo:

 

quell'uom

dal fiero

aspetto...

 

Sotto le coperte pregustavo giàquasi vivendola inanticipola giornata che mi aspettava.

Saltavo giù dal letto e buttavo giù dal letto Annalena emia sorella che inutilmente tentavano di ribellarsi. Tutt'e tre ci si lavava lafaccia con l'acqua fresca del boccaleper cacciar via il sonno.

Benuccio era puntualissimo.

Non picchiava alla portanon chiamava: ma io sapevo che eralà nel piazzale ad aspettarci. Aprivo senza rumore la finestra ed ero sicura diintravedere giù sullo sfondo dei pagliai che la luna arancione rischiaravalasagoma allungata del ronzino e quella piccola e tozza del suo aurigasegnalatavivacemente dal puntino acceso dell'inseparabile toscanonel buiosparente della notte.

Mentre «il palazzo» era ancora tutto chiuso e gli altridormivanonoi si partiva silenziosamentequasi in segretocome se quellafosse una fuga e Benucciocome un amanteci avesse rapite.

Lui da principio non parlava: ci ravvolgeva le gambe nellarozza coperta di lana grigia che serbava il caldo e l'odore della stalla.

L'aria fredda e pungente ci gelava le goteil cavallocorreva con un trotterello alacre...

Sul capo ci passavano le stellele sagome degli alberiassumevano fantastiche sembianzenessuno diceva una parolain una specie dicomplicità nel silenziotutti e quattro taciturnicom'è taciturno lospumante ancora compresso dal turacciolo nel collo della bottiglia.

Ma quando l'alba schiariva il cielo e il primo sole tingevacome un vino le foglie delle viti che fiammeggiavanogli uccelli si mettevano acantareil turacciolo saltava e lo spumante vivo delle paroledelle risatedei cantitraboccava.

Benuccio chiaccherava e motteggiavané c'era pericolocomedice il Boccaccioche «cadesse in pecoreccio».

Piccolo e di pelo rossocon due occhietti birbi un po'strabuzzaticon un cappelluccio bisuntosbertucciatodi colore indefinibileun po' calato su un occhioma senza ostentazioneuno di quei cappelluccispuntati cosìnaturalmente come i funghi nel bosco.

Anche l'età di Benuccio era indefinibile come il colore delcappello.

Non era certo un giovanotto e neppure nella maturitàmanulla aveva del vecchionulla di cadentené di lontanamente venerabilematutto «lo spirito» che si acquista solo con gli annicome avviene appunto dicerti vinetti (anche se non proprio di marca) che col tempo perdono l'asprigno eti acquistano gradi e fragranza.

Come Bertoldoapparivain certo modoné nudo né vestitoperché oltre il cappelloanche i panni erano fatti di una sostanza che nonpareva più né lanané cotonené linoma qualcosa di viventeconcresciutacon luicome il vello delle pecore o le penne di un uccelloimpregnata del suoodoreanzi di mille odori: di fienodi stramedi sudoredi tabaccodi vinodi cibodi polvered'aria aperta e di vento... Giacca e calzoni né bleunégrigioné marronené certo la camicia era bianca; toppe più scure e piùchiare: colori meravigliosi intonati con le pietre delle vecchie casecon lepareti affrescate e muffitecon l'ammattonato umido dei vicoletti di paese.

Così anche la coperta e i finimenti del ronzino.

Materia che non è più materia: materia smaterializzata.

Il cuoio delle briglie non è più cuoioperché del cuoioha perduto la durezzal'odoreil coloree appare mollequasi reso dolce etenero. La corda della frusta non ha più la rigidezza e il chiarore crudo dellospagonon è una cosa mortama si è mimetizzata con un serpecon un biaccoqualcosa in cui trapassa e si continua la forza del braccio dell'auriga. Vive divita propria ormai: appesa di fianco al calesseall'altezza dell'orecchiasinistra del cavallogli dice solo una parolina di tanto in tanto. Le rarevolte che Benuccio la sfila e con quella accarezza dolcemente la puntadell'orecchia di Otelloquello si mette a trottare quasi impazzito.

Ma più spesso Benuccio gli parla come a un cristianoperché capisce «ogni cosa».

Quando dobbiamo scenderecon un piede in equilibrioinstabile sul predellinoio temo sempre che il cavallo parta: - Ma 'un c'è diquesti pericoli! - mi rassicura Benuccio - Glie l'ho avvisato io.

Mistero! Il povero Otello non si muove: irrigidito sullequattro zampe.

- Nianco deve pisciare ora! Bah! Vorrei vede' anco questaporcellone!

Invece «la pora bestia» piscerà fra pocotra il verdeinuna sosta consentitaper una strada solitaria della campagna.

Mentre Otello pisciaBenuccio ci racconta di una cavallinadisubbidiente.

- L'era bellinapicchina: era una morellaun ricciolo!

Ma capricciosae così lui l'ha venduta.

Quando si metteva ni' capo d' 'un pisciare'un pisciava: lavergognosa! e poi appena tornati nella stalla pscc... di quegli scrosci! nefaceva un barile e a lui toccava la sera quando tornava stracco mortodiripulire tutto e provvederla di paglia fresca. Perché poi l'era una signorina e'un intendeva mia di sta' sulla paglia mollenossignori!

E nemmeno bere voleaquando 'un 'ni garbava.

C'era una polla d'acqua bona sulla strada che mena aCastello: un'acqua chiaraci si vedeva drento il verdeperché la specchiavacome un vetro. C'era il meriggio lì: anco lui ci beveva e poi si sdraiava unpo' sotto il leccioma alla vergognosachissà perché'un 'ni garbava. Ie!'Un volea bere! Nianco una gocciola! nianco se era sfinitanulla! IeStava lìdura e torceva il muso da parte. Dannata! E poi si metteva a tirare come unamattapoi! Sentiva l'odore della stalla. E a casa volea 'un so quanti secchi etoccava a lui stracco mortoe 'un era mai piena.

- Mi faceva doventa' matto anco me! Di già l'era femmina...Poerini! Peròm'è rincresciutobah! Perché l'era bellinapicchinal'era unricciolola morella.

Benuccio ci sospirava ancora sulla bellezza capricciosa dellamorella e se la rifaceva sul povero Otellomaschio e bianco ad onta del nome:Otello un po' bolsosenza grilliera la pazienzanon dirò personificatamacavallinizzata.

Si faceva fare tutto da Benuccio e anche da noi.

Con noi Benuccio era singolarmente «lascivo» cioè a direci lasciava farecercava di accontentarci in tutti i modi. Prima di tuttoeravamo «le signorine» e poi femmine e giovani.

Benuccio in mezzo a noi era molto allegroma non passava maii confini. Dall'alto del barroccino dialogava con tutti quelli che passavano: -Ohedite'un lo vedete icché porto io! O che sarò in Paradiso?

Tutti rispondevano allo scherzo con quella giovialitàpropria dei toscaniun impasto di buonumoredi malizia e di rusticanagalanteria. Così per tutta la strada ci si scambiava salutirisa e piacevolimotti (come direbbe il Boccaccio) e peggio per chi è «sulla cogliona» perché«coglionare» lì piace a tutti«anco alle bestie» che ci hanno il pepesotto la coda.

Alla fine della giornatanell'aria frizzante della seramentre il paese si illuminava qua e là delle prime luci e noi si ritornava conla lanternina ballonzolante all'orecchio del ronzinoBenuccio che aveva bevutoqualche bicchiere vantaggioper la gran sete che avevadiventava anche piùallegro.

Fioriva allora qualche motto più salace.

- Ohe! Benuccio! Te le sei scelte tenerine!

- Bah! Ce n'ho tre! Ci starò poino benecosì stretto!

Anche noi un po' ubriacate dall'aria apertacon sulle guanceil sole di tutta la giornatasi cantavano vecchi stornelli.

Il mazzolin di fiori... o i versi del bell'alpino:

 

Dove sei stato

mio bell'alpino?

 

Le nostre voci ci ritornavano diversecome bagnate daquell'aria vivida della campagna silenziosa:

 

i tuoi colori

ritorneranno

i tuoi colori

torneranno

questa sera

a fa'

l'amore...

 

Quelle parole: coloriseraamorefiammeggiavano d'untratto e si mescolavano coi motti salaci di Benuccio.

Ci si sentiva vivegiovani e innamorate dell'amore.

Il povero Otello ansimava nel tornare su per la salita delPoggiomentre Benuccio arrancando anche lui con le sue gambe corteloconduceva tenendolo per il morso e per le tirelleincitandolo con un borbottiobasso come il ribollire di una pentola che traboccavaquando il terreno erapiù accidentatoin un: «Ohe! Vai! Maremma peperona!» - e altreinnominabili bestemmie.

La lanternina accesa ballonzolava dalla stanga. Era giàquasi notte e tutti i grilli si eran messi a cantare.

Le ragazze dei contadini venivano «alla riscontra».

- O che han portato? - dicevano ridendo - Ma badate! - etiravan giù dal calesse i nostri tesori: le more di macchiale sorbelecorbezzole. Rami interi di pungitopo e di gineprofoglie e bacche rosse daicolori accesi e ginestreginestreginestre...

Mi piaceva tagliare col coltellino i gambi rigidiresistentimentre i petali gialli piovevano giù come una pioggia luminosafantastica.

Le ragazze ridevano col loro buon senso toscano: - O se c'èuna ginestraia qui vicino! Ma badate in do' so' itea coglile!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una sera la creta arrivò davvero.

A corsavenne su Pinofelice di portare lui la notizia.

- Eccolieccolicol carro dei bovi!

Bisognava aprire il cancello sul dietro del giardinouncancello che non era stato più aperto da secoli.

Subito Corinna portò la grossa chiavel'ampollina dell'olioe la penna per ungere la serratura arrugginita; Pino corse a prendere lalanterna. Tutti noi eravamo là fuori.

Era una sera ventosal'aria fredda degli ultimi giorni diottobre faceva già presentire l'inverno: sulla nostra testa trascorrevano lenuvole grige velando e svelando un'esile falce di lunache cominciava appena aprendere fulgore nel cielo cupo. Nel cerchio di luce proiettato dalla lanternaCorinna strappava qualche tralcio di fogliequalche viticcio tenacee ungeva iferramenti fin nel profondo.

Noi si guardava in silenzio; giù nel botro si sentivanogracidare le rane.

Tre o quattro contadiniserrati in gruppostavano aguardare di lontanosenza avvicinarsi: si intravedevano nel buio le loro ombre.- Ohe! Che sete lìRigo? - vociò Corinna - avete a prova' voi!

La chiave non voleva saperne di girare. A turno i contadinici si provarono. Maremma su!... Maremma giù! ma 'un c'era verso:solo mezzo giro.

Intanto arrivavano i bovi.

Procedevano lentifaticosamentesu per la salitabiancheggiando nell'oscurità. Li conducevano a piedi Vanniil padre di Pinocol suo piglio risoluto di bersagliere e Giulio de' Mannozzirobusto come unaquerciasebbene avesse più di settant'anni.Quando si fermarono sul piazzalesi vide il carico che portavano. «Le pore bestie» sudavano e sudavano anche idue uomini.

- Sorteche siam venuti con la frescura! - disse il padre diPino.

Al centro del Piazzalecome su uno scenariocampeggiavanosullo sfondo i due bovi bianchi e immobiliancora aggiogati al carro ricolmo diuna montagna bruna: in primo piano Uccio e i due contadini che gesticolavano.

La voce del cugino ci arrivava sonantedistaccatasullealtre due più basse e indistinte.

Le ragazze dei Mannozzidegli Albieri e degli Stelli avevanofatto cerchio e bisbigliavano fra loro: di tanto in tanto si sentiva nel buiouna risatina.

La nostra mamma e la zia Claraimbacuccate negli scialli dilanasedevano immobili sulle panche di pietra. La Beppa in piedipresso laloggia della sua casaappuntava gli occhi di testuggine nell'oscurità.

Poiché il cancello sul dietro non si aprivafu deciso dipassare dal portone d'ingressoattraversando la sala del camino e il «MORITUROSATIS».

Prontamentecome fanno i muratori con i mattoni e lacalcinai contadini si passavano di mano in mano le paiolate di creta e leandavano scaricando giù nella stanza di Uccio. Per non fare troppe impronte sulpavimentosi erano scalzati e si muovevano silenziosi in fila indiana. I paiolipieni e vuoti andavano su e giù per le stanzema la creta sembrava non finirmai.

Montagne di creta... creta a montagne.

Mia sorella ed io ammutolite si stava vicinecon uno stranosenso di colpevolezza.

Le foglie secche dei platani volteggiavano in mulinelli sulprato e qualcuna volava dentroposandosi qua e là.

La zia Clara fissava con orrore quel tramestio: le porteaperteper cui entravano raffiche gelateforiere di raffreddori e dilombagginima peggio di tuttoquelle montagne di sporcizia che venivano aimbrattare la casa.

- Bah! Ora 'un gli manca il lavoro al padroncino! - disseVanni ridendo e fregandosi le mani un po' per il freddo e un po' come a dire:«Noialtri s'è finitoora tocca a lui».

Il vento aveva spento le fiammelle tremule delle candele esolo la lanterna era posata su un angolo del camino.

Nella penombranon riuscivo a scorgere l'espressione delviso di Uccio.

 

S'era chiuso là dentro con la sua creta.

Io mi sorprendevo a guardare da lontano l'usciale della suastanza. Provavo un fremito gioioso. Dietro quei vetriUccio lavora...

Mi sembrava che quel lavoro fosse non solo suodel cuginoma appartenesse anche a mea tutti noi. Non bussavo alla sua portané glidomandavo nullaneppure quando ci s'incontrava per la casa. Uno strano timoremi trattenevaquasi dubitassi di rompere un incantesimo.

A volte spiavo il suo viso.

I suoi occhi grigistriatia momenti mi sfuggivano ridendonascosti tra le cigliaa volte invece ricambiavano il mio sguardo fissandomiverditutti apertima un po' canzonatoricome a dire: «Non sai leggere qui?Provati! Indovina!».

Un giorno mi decisi:

- Uccio- gli dissi- scommettiamo che indovino. Facciamoun giococome da bimbi. Tu mi dici: Acquaacquerugiolaacquetta... e poifuochino... fuocherello... sai quando ci sono vicina...

- Diavolo di uno Zippo! Fuoco! Fuoco! Lo so già che haiindovinato!

Ma indovinare era stato anche troppo facile.

Già da qualche giorno si era visto tornare in calesseconuna ragazza.

- Malignate purecugine! Ora lo sapete che ho trovato lamodella... Maintendiamociè una ragazza di famigliauna ragazza per bene. Latasta salamanta! Ma cosa avete capito? - disse subitoscoppiando aridere. - È solo la testa che mi interessa!

Per diversi giorni si vide Uccio arrivare puntualmente con lasua ragazza su al Poggio.

Noi cuginein soffittasi spiava il loro arrivonascostedietro i vetri.

Ma lui lo sapeva bene che eravamo di vedetta lassù:aiutandola a scendere dal calesserideva e guardava in alto con intenzione enoi si aveva paura che la ragazza alla fine se ne accorgesse.

- Devi presentarcelaUccio!

Ma lui non voleva.

- No - diceva - altrimenti si farebbero i solitiinsopportabili discorsi: «Lei di dov'èsignorina? Qui del paese? E la suafamiglia?» VediZippo io ho bisogno di costruirmela dentro. Devo dimenticarechi è... perfino come si chiama. Lei è la Musa ora.

Era bella? Noi vedendola così fuggevolmente e di lontano nonavremmo saputo dirlo.

Ma dopo una settimana di assidue sedutela ragazzascomparve.

Il cugino mi pareva insolitamente taciturno ed io non osaifargli domande.

 

Una voltamentre lui non c'eraentrai nella sua stanza.

In un angolouna testina appena abbozzatacol panno umidoper mantenere fresca la creta: sembrava un piccolo feto che chiede invano ilsoffio della vitaper esistere.

Io fissavo l'enorme mucchio di creta ammassata nella stanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Venne l'estate di San Martino.

L'aria era tepidale foglie rossepunticchiate d'orosiaccendevano contro il sole in una fantastica fioritura. Ma quello splendore sispense ad un tratto. Pareva che il sole non sarebbe tornato mai più.

Dietro ai vetrirabbrividendoguardavo gli alberi quasispogliil cielo senza luce.

Giorni e giorni grigiore fermein una immobilità senzatempo. Senza neppure la pioggia: una nebbiolina umida penetrava nell'ossa.

 

Accadde in una di quelle giornate plumbee.

Eravamo in soffitta: mia sorella mi leggeva l'ultimo capitolodella sua tesi. D'un trattoattraverso i vetri chiusi ci giunsero dei rumoridelle voci insolitamente concitate. Ci si precipitò alla finestra.

Nel piazzalecome su un'arenaVannicon altri duecontadinifacevano girare in tondo la vaccaper forzacostringendola algiogo.

La bestia era grande e forte e resistevaproterva. Legata erecalcitranteschiumavamentre i due uomini la pungolavanola colpivanosferzandola barbaramenteaccecati da un'ira selvaggia.

- Dannata! - O che sarà? Un le-oone?!

Le voci suonavano cupecome raschiatebasseinsolitamentepiene di rabbia e d'odio.

La vacca si faceva ammazzarema rifiutava il giogo.

Gli uomini parevano sempre più presi dalla loro rossa iraquasi da un rancore atavico.

- Dannata! Volea fa' la signora!

Scoppiavano come petardi dei Maremma! tremendiseguiti da attributi innominabili.

Noi ragazzeincapaci di schiacciar la testa a un piccione odi tagliare il collo a un conigliolassù alla finestrasenza poter staccaregli occhisi guardava affascinate la corrida insanguinata.

Il delitto della vacca era senza appello:

«Volea fa' la signora!»

Ora era làcome un capro espiatoriosu cui ci si vendica aun tratto di secoli di servitù.

«Fare il signore»per quanto odiato privilegioera pursempre un privilegio di nascita. Ma il destino della vacca non è di «fare lasignora»ma di lavorare «come una bestia»o andare al macello. Perciòquella ribellione rappresentava per i contadini un assurdouna legge violata.

Erano arrivati alla cappella: d'un trattonello svoltareunpauroso scarto.

A testa bassala bestia puntava come un toro infuriato:aveva preso la mano e all'improvviso veniva in direzione della casa degliAlbieri: un urlo squarciò l'aria. Lenache era sulla portarientrò aprecipizio con la bimba in collo.

Anche a noi un grido strozzò la golamentre di scorcioperun istanteci balenò controla testa enorme e il torace largopoderosoquadrato: ce lo sentimmo addosso come una montagna di pietra.

Ora la vacca quasi agonizzavatutta sanguinosa sotto lasferzama la domatura non si compì.

L'indomani fu macellata.

 

Le ultime foglie dei platani si staccavano una dopo l'altradai rami.

A un trattoi tronchi nudirigonfi in cimami sembraronolevare contro il cielo grigiocome una minacciagrosse mani contadine tozze enodose: certo la fantasia eccitata mi giocava dei brutti scherzi.

Il cugino era partito quasi improvvisamentesenza darespiegazioni a nessuno.

Negli ultimi giorni era irrequieto. Restava fuori per ore.

Tornando da quelle passeggiate mi offriva un rametto diquerciaun bioccolo di lanaun sasso levigato. - Ecco per teZippoi doni:un boscoun greggeun torrente...

Anche quando il tempo era mutevole e si presagiva unaburrascasi vedeva la sua alta figuranell'impermeabile color foglia seccaleggeroche gli si gonfiava al vento come una velapercorrere a passi lunghi osalire quasi a corsa il viottolo.

Sempre a capo scopertomentre il cappuccio dell'impermeabilerestava abbassatoritornava da quelle evasioni allegrocon i capelli cortibagnati di pioggiacome l'erba.

Diceva che quelli non erano acquazzoni da prendersi sulserioma piovaschi leggerifatti apposta per rinfrescare le idee. Esotto i piovaschi teneva il volto proteso in altocome bevesse.

A momenti invece era cupodi umore tetro.

Una sera mi disse che invidiava gli animali.

Seguono solo una legge sicuraquella dell'istinto. Hanno leloro stagioni come le piante. Come le piante fioriscono e danno fruttocosìgli animali nella loro stagione d'amore. Neppure mangianoneppure dormono etanto meno lavorano...

- Hai mai visto - mi diceva - un gatto in amore? Diventapelle e ossaha gli occhi accesi come la bracebrucia tutto nel fuocoselvaggio della sua unica passione!

 

Ora Uccio era partito.

La casasenza la sua vocesembrava vuota.

Per la prima voltada che ero al Poggiosentivo lamalinconia risalire dal profondo e minacciare di inondarmi come una marea. Daquel pericolo mi salvò Annalena.

Con tenacia e con metodostava preparando un'intera valigiadi provviste da riportare in città. Come una vera formicaaveva ammonticchiatoi funghi seccati al camino in lunghe collane odorosele olive verdi e le nerele pigne d'uva passitai fichi con la mandorla.

Ora voleva affrontare l'impresa della conserva di melecotogne epoiché le mamme erano già partitee Lia era in soffitta colCattaneorichiedeva perentoriamente il mio aiuto.

Da principiocome semprefui irritata dalla suaostinazione.

Le mele erano ammassate in una gran cestae la sola faccendadi sbucciare richiedeva una settimana!

Armata di coltellino insieme alla cuginami misisvogliatamente al lavoro. Mentre sbucciavo e tagliavomi sorpresi a meditaresulla mia naturale tendenza all'ozio. D'improvviso mi tornava a mente la vaccamacellata. Non sapevo liberarmi da quello strano senso di incubodi paura...riudivo dentro quella voce: «Dannata! volea fa' la signora!»

 

Fare i signori!

Se fare i signori significava sfruttare e opprimereesosamente gli altriquesto non era certo il caso mioma quanto al nonlavorare... Trovai però una giustificazioneriflettendo chequell'ozioeraper meper noiun temporaneo ed anche forzato privilegio.

Ricominciai a sbucciare le mele con più buonavoglia ealacrità.

La grossa pentola di terra già bolliva sopra la fiammachiaranell'oscurità del gran camino. Insieme al vaporesi spandeva per tuttala cucina l'odore delle rosecome se improvvisamente ne fosse fiorito un grancespo.

Straordinaria questa conserva!

Non è solo il profumo; il coloredi cui si accende a poco apoco la polpa delle meleè il colore dell'aurora!

Sul tavolo della cucina stavano allineati i barattoli:dovevano esser puliti e ben asciuttialtrimenti la conserva fa la muffa.

Con un canovaccio di canapadi quelli che «non spelano»Corinna sfregava il vetroche diveniva sempre più terso e lucente. Con ilramaioloAnnalenamia sorella ed iosi cavava fuori dalla pentola scura «lacotognata».

I begli spicchiimbevuti di succo limpido e rosatounosull'altroandavano a gremire il barattolomostrando in sezione la polparubina contro il cristallo: un capolavoro! Mentre tutti si ammirava con occhiattonitiCorinna chiacchierava dei «vecchi padroni» del Poggio.

Anche alla padrona garbavano le conserveperò leilecotognele voleva passate allo staccio e guai se ci restava una buccia oqualche seme!

- Com'erano i padroni vecchiCorinna? - chiesi iogiacchéero curiosa di sentirne parlare.

- I padroni vecchi - mi rispose - erano signori veri.

Ma forse temendo di offendere noii padroni nuoviche inquella cerchia non si sembrava compresiaggiunse subito: - Anco voialtri sivede che sete signori! Anco dalle zucchine!

- Dalle zucchine?!

- Sinoialtrivedesi sceglie sempre le grosse perchéfanno più comparita; le su' mamme invece dicono che quelle ci hanno i buzzi ele vogliono appena natetenerine tenerine... che 'un si fa a tempo a mettelesotto i denti e so' bell'e digerite. Tale e quale la padrona vecchia. Anche leii piselliappena un po' granitidiceva ch'eran palloni e voleva quelli inerbapiccini piccinidolci dolci che paion senza buccia. Quando glieliportavano appena coltine sgranava qualcuno e lo metteva subito in bocca cosìcome avesse a fallo con la voglia!

Avevo imparato come le zucchine e i pisellipossanodiventare una specie di cartina di tornasoleper riconoscere «i signori».

Ma Corinna diceva benei padroni vecchi non solo eranosignorima signori veriper privilegio di nascita.

Erano marchesi.

- Una volta- raccontava ancora Corinna - la padrona passòa guado il botro.

Voleva visitare la pora Priminala bimba della Pieve ch'eraridotta due ossicini in crocee poi spirò quell'inverno. Ci andava tutti igiorni a vederlaper misurarle la febbre e per portarle un po' di brododuearanci e anche quella gelatina di mele che faceva bono per la tosse.

Allora il ponticello non esistevae si traghettava suisassi. Quella notte aveva piovuto fuor di misurae la mattina dopo c'era sempremezzo metro d'acqua: mezzo metro d'acqua gelataperché s'era di decembre. Mala padrona subito subito si levò calze e scarpe e entrò là drento. Con laveste alzata sui ginocchi: bianca... civile...

L'era propria una brava signora e ci pativa alle mattane delmarchese. Bah! Quello era un po' strambo: dicea che lui era come San Francescoche gli garbavano più i nostri mangiari rozzida poeriche tutte le deliziedella città.

«Voialtri 'un sapete icché mangiate!» diceva.

Quando arrivava quassùse era il tempo dei fagiolinevolea subito una terrinacotti da me; quei fagioli bianchi che sgusciati paionomandole. Ci volea una mezza cipolla rossadi quelle fiorentinesalepepeeun filo d'olio del nostro.

Appena aveo messo in tavolache lui pigliava un cucchiaio esi riempiva la bocca. Doventava serio seriomasticava adagiatotenea gli occhiserratie dicea con un filo di voceche parea gli venisse un mancamento: «Maquesto è un cibo degli angeli!»

Io risi: e dire che avevo sempre creduto gli angeli cibarsidi nettare e di ambrosia! Madi certoquelli che preferivano i fagioli e lecipolle fiorentineerano robusti angioloni toscani: il nettare e l'ambrosia gliavrebbero dato il languorino di stomaco.

- Bah! - disse ancora Corinna - i fagioli e le cipolle gligarbavano proprioma poi aveva le mani bucatecome si dice.

Avette a vendere ogni cosa. Li buttava in der pozzo i soldigià si vede che 'un se l'era sudorati.

Annotai un'altra qualifica distintiva del «signore vero».Il signore vero è prodigo del denaro che non ha guadagnato.

Corinna diceva la sacrosanta verità.

Scoprii infatti che il marchese li aveva buttati nel pozzonon metaforicamentema per davveroi suoi denari.

Lì nel giardino della villac'era una grande cisterna.

Il marchese s'era fissato di trovare l'acqua.

Invece d'acqua non ce n'era al Poggio. Chiunque l'avrebbecapito che lassù l'acqua «'un ci potea regnare».

- L'acqua scende sempre - diceva Corinna - e l'acqua c'erasìma in fondo alla discesadov'è la fonte. Ma lui durofaceva scavare unmetro su l'altro.

Ci s'è mai affacciata al pozzosignorina Isa? L'ha vedutocom'è fondodrento? Scavascava... era sempre un alidore. Cavavano fuori solosassi e terra a montagnema quanto all'acquace ne saranno sì e no tresecchi.

E fosse solo la cisterna! Ma il marchese avrebbe chiamato amurare tutto il paese.

- Fece fare una gran scala di pietra: la saliva e la scendevaproprio davanti al palazzo ch'era una bellezza... ma quando fu finita'un gligarbò in punte maniere e lui 'un comandò di la disfare? Ah no? L'ha visto chec'è ancora il segno dei gradini sulla facciata? Solamente a portar via i sassidue camioni sviaggiarono per la salita per una settimana.

E un' avea finito: intorno al giardino ci volle le muraschiccherate: «i merli» dicea lui. Un merlo gli dev'èsse gostato un baiocco!

 

Cominciavo a rendermene conto.

La villa era anticama dunque era stato il marchese a

farla restaurare e a lui forse si dovevano anche il caminodella stanza a terrenoi soffitti a travicelli di legno scuroe forse anche lescritte in latino e in volgare.

A chidalla strada in salitaarrivava sul prato verde eventilato del Poggioveniva incontro «il palazzo»solido nella sua molequadrasormontata dalla torre dell'orologio; austeroma non arcigno.

Come un gioiello incastonato nella sua facciatac'eraun'epigrafe scolpita nella pietra a testimoniare del soggiorno di un umanistainsigne: «Aonio Paleario»che in quelle «aure ospitali»aveva trovatoconforto e riposo.

Ricordo le ultime paroleche mi piacevanostraordinariamentee suonavano proprio così:

 

ALLE AUDACI

ASPIRAZIONI DEL SUO PENSIERO

DEVIATO

PER ECCESSO DI AMORE

 

Forse anche il povero marchese con le sue bizzarrieerastato deviato «per eccesso di amore».

Quanto a meoltre a tutto il restopotevo godermi senzarimorsi i merliil pozzo e le scritte.

Proprio vero che il matto fa la festa e il savio se la gode.

Ma ero proprio savia io in questo caso? Mi accorgevo disimpatizzare col marchesema mi guardai dal dirlo a Corinna.

Del resto non era stata solo «la muratura» a dargli iltracolloperchéoltre a tuttolui giocava e 'un faceva mai nulla: era unsignore veroquello!

 

Pareva che ci fossero maniere diverse di fare i signori ei contadini apprezzavano e coglievano benissimo certe sfumature.

Ora che gli affittuarialle prime pioggeerano partitiCorinna tagliava i panni addosso anche a loro.

- È gente di paese - disseatteggiando le labbra adisprezzo - si danno tante arieperché si son messi un po' sullasignorazzola.

Buona questa! Peccato che Uccio fosse partitose no correvosubito a raccontargliela!

Certe parvenze di signorazzoladel restonon eranosfuggite a noi cugini.

Era gente che badava al sodo: a mangiare bene per esempiooalla «roba» del corredo della figlia.

Quella del mangiare era una funzione che sembrava assorbiredi continuo e totalmente le energie e le attività di tutta la famiglia.

Il padre cacciatoredal faccione accaldato ed euforicotornava trionfantecol carniere pieno di uccelletti.

- Baa-bboo... quanti n'hai morti?

Gli chiedeva a ogni ritorno la figliolaripetendo ognivoltasenza variazioniné di vocabolario né di timbrol'identica domandache riusciva a rendere maledettamente monotona perfino la parlata senesedisolito così briosa.

Quella voce lentaquel lugubre participio passato «morti»e i poveri ciuffi di penne arruffati e sanguinantimi riempivano di tristezza.Pareva ci fossetra padre e figlia una specie di scommessaperché il numerodei tordi e delle lodoleogni voltapaurosamente cresceva e paurosamentecresceva il daffare delle donne di casamadrezia e nipote che sembravanovenute in campagna con l'unico e preciso scopo di sudare davanti allo spiedoche girava eternamente sulla fiamma del caminogocciolando grasso.

Le tre vestali entravano in cucina all'alba e ne uscivano anottedopo interminabili rigovernature.

La madresmilza sotto il grembiale pieno di frittelleforsesi nutriva solo di fumo della cucinae sembrava schiacciata da tutte quellepersonalità sanguignepesanti e dispotiche: maritocognata e la stessa suafigliola.

La ragazza era giunonica e piuttosto untuosanonostante sispolverasse il naso con la cipriaogni volta che compariva fuori.

Borghesi di paesedunque: benestanti.

Ma oltre all'«essere»davano una straordinaria edeccessiva importanza al «parere».

Non mancavano mai di sottolineare la differenza tra la lorocondizione sociale e quella dei contadini: la figlia vantava di continuo la robadel suo corredoe se incontrava in paese le ragazze del Poggiofingeva di nonvederle.

Quanto alla ziagrassa che quasi scoppiava dentro il vestitodi seta Bembergin cucina ci stava soprattutto per dare ordini alla spauritacognata.

Parlava in continuazione di una sua ipotetica malattia difegato (o forse tanto ipotetica non eraperché mangiava troppo)intercalandoal discorsolungo e tetro come un corridoio d'ospedaleuna frase luminosacheparele avesse sussurrato una volta il suo medico curante: «Lei: unfiore di signora!».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Novembre...

Piovepiovepiove...

Annalena è partitasiamo rimaste soleio e la monacavelata. Ma lei sta ancora più chiusa nel suo ritiro. Tra pochi giornidovràspedire il plico della tesi al professore di storia.

Nella stanza del camino fa freddola porta grande è chiusa:in altosui vetri delle finestre feritoiei fili della pioggia disegnano ecancellano labili e tremule righe argentee.

Sono le nove di mattinaeppure il buio inghiotte ancora lastanza. A quel chiarore che scende dall'altoi miei occhi distinguono appenascolpite nella pietrale lettere della scritta sul camino: SICUT FUMUS DIES MEI.

Giornigiornio forse anni?

Anni giovani che volano via.

La malinconia del novembreil silenzio della stanza...Un'angoscia improvvisa mi assale: non posso più stare lì chiusa.

Apro la portaun freddo pungente entra subito dentro. Nonpiove piùma nel cielo non c'è sole.

L'erba del prato è scoloritagià strinata dalla brina. Glialberi sono nudima il loro squallore è solo apparentela loro attesa sicura.A primavera avranno fiori e foglie nuove.

Intanto affondano nella terra le radici.

Ma io? che cosa posso aspettarmi io?

D'un tratto mentre sto lì immobilequasi incantatadietrolo spiraglio della portaavverto una presenza improvvisa.

È un pettirossoincredibilmente vicino e già vola via: maio ho colto per un istante l'occhietto di pepeil bel colore aranciatocome unraggio di sole.

È un novembre un po' matto. Nel cielo le nuvole sirincorrono leggerearioseimbevute di lucepoi di nuovoun gran cappellonero incappuccia la collina.

Ogni mia tristezza è svanita: anzi ora godo della pioggiache scroscia a torrenti.

Mi viene il desiderio di salire su in soffitta dov'è miasorella.

 

Mi aspettavo di trovarlacome sempreseduta al tavolochina fra le sue carteinvece era dritta in piedicontro la finestra aperta.Non c'era vento: la pioggia veniva giù quasi silenziosa a fili lunghicome setratteggiasse una tendaisolando la stanza con una specie di velodi schermodal mondo esterno.

 

Del resto mia sorella non guardava fuorima stava diprofiloverso l'ovale del vetro che le faceva da specchio. Si aggiustava unaciocca di capelli e sorrideva.

Si voltò d'improvviso riscuotendosicome si svegliasse daun sogno.

- Isa - mi disse - mi hai fatto pauranon ti avevo sentitaentrare. Che ore sono?

- Manca poco alle dieci. - risposi.

- Di solito il postino è già arrivato a quest'ora... diquassù l'avrei visto veniredalla strada della fonte.

- Di solito?! Ma se viene a ogni morte di papa! e poi non hamica un'ora fissa come in città! Lo saisi ferma per strada come gli capitaabere un bicchierea scaldarsi al camino...

- È vero - fece lei con un lieve sospiro - son cinque giorniche non si vede.

- Ma come - dissi ioancora più stupita - li hai contati igiornisei così in pensiero? Del restosarà una settimana che si è speditoil manoscritto. Vedraiandrà tutto bene!

- Ma proprio stamani l'aspetto - insisteva ancora - me losento che deve arrivarenon mi riesce di far nulla... Che diciIsasaràcontento Lui?

Mi accorsi che arrossivae quel Lui che venne fuoriimprovvisomi suonò un po' strano.

 

Conoscevo il professore di storia che doveva giudicare latesi.

Alto e magrovestito di grigiocon la cravattainvariabilmente neracon uno sguardo impenetrabile dietro le lenti spesse.

«Così giovane e così già professore!» aveva detto di luiun normalista. Era molto stimatole sue lezioni frequentate.

Nel discorsosempre un po' accademicotogatogli studentinon mancavano di sottolineare una predilezione per certi vocaboli indicativiche lui pronunciava con tutte le vocali aperte della sua parlata lombarda:chiarèzzaimpègnorigòre...

Gli studi erano certo il suo pane e il suo companaticoperquanto si sapevala sua unica passionecome se egli ardesse di una fiammafredda.

Viveva con una madre vecchissimae tutte le sue ore liberele trascorreva in biblioteca.

Sempre molto cortesema tale austerità di vita e la suaaria astratta di studioso non invitavano certo alla familiaritàe tanto menoalla confidenza.

 

- Anche se è più che soddisfatto della tesi - risposi a Lia- non ti aspetterai che ti butti le braccia al collo. Tutt'al più scriveràfrasi del genere:

«Gentile signorina

l'argomènto è sufficientemènte sviluppato: maggiorchiarèzza...»

Lia impallidì.

- Non scherzareIsa - mi disse - È sempre gentilissimoperfetto. Sono sicura che partecipaanzi che si addolora per la nostraparticolare situazione.

- Di questo non dubitoLia. Si sa che è un crociano e certonon può approvare quello che succede oggi. Ma è di quelli che tengono leopinioni per sé. Forse per carattereo per prudenza...

Mia sorella arrossì di nuovo.

- Per prudenzano - disse - ne sono sicura. Per carattereforse... Non è di quelli che parlano tanto per parlarema non muoverebbero undito. Mi ha anche scritto più voltelo sai.

Lo sapevo: qualche cartolinao qualche biglietto che miasorella conservava con religione. Due righe che finivano con «Saluticordiali» o «Cordiali saluti» invariabilmente.

Tutt'e due eravamo ancora in piedidinanzi alla finestraapertaparlandoma io mi accorgevo che Lia guardava fuori di tanto in tantoeteneva d'occhio la strada. A un lampo improvvisoseguito da un gran tuono e dauna pioggia scroscianteil vetro sbatté ed io richiusi con energia.

Mia sorella riprese il suo posto al tavolo: non mi rivolgevapiù la parolaquasi non percepisse la mia presenza e mi avesse ormaicongedato. Si era di nuovo isolata; mi accorgevo però che non leggevaancoraassorta in quell'aspettativa.

D'un tratto mi tornò in mente un piccolo episodio che lei miaveva raccontato.

Il Professore parlava sempre ex cathedranon solofiguratamentema anche in senso proprio. Ma una voltaa una lezione diseminarioessendo Eglid'improvvisodisceso di lassùe aggirandosi fra ibanchigli studenti guardavanovicinissimaquella sua alta figura in grigiospiavano le sue pupille dietro lo scintillare delle lentiascoltavano quellavoce che non cadeva più dall'altoimpersonaleper tutti e per nessunoma quellavoce che ora si avvicinava e sembrava rivolgersi ai singolia ognuno...anzi a una che l'ascoltava incantata.

E poiché Lui si era avvicinato al suo bancoleicolta da un brividosi ritrasse come una sensitiva.

Si era alla fine dell'anno accademico e il bel sole digiugnoentrando fra le fogliedai finestroni dell'auladisegnava caldi occhiluminosi sulla vernice nera del banco. Vedendola ritrarsi e tremareLui avevachiesto con uno stupore divertito: «Ha frèddo?»

Mia sorella si riscossearrossì...

 

La pioggiatutto quell'umido che c'eravamo prese faceva orarabbrividire me. Avevo «frèddo» anch'io.

Discesi giù a terreno e me ne andai in cucina a scaldarmi unpo' al fuoco.

Non erano passati cinque minuti che dietro l'usciale a vetriavanzando a traballoni tra la pioggia scrosciante e le raffiche di ventosottol'ombrellone verdemi vedo apparire la sagoma inconfondibile del nostropostino.

- Venga dentro! Venga - gli dissi spalancando la portamentre lui chiudeva l'ombrello gocciolante e stropicciava gli scarponiinfangati. Con questo tempaccio! Venga a scaldarsi al camino!

Sentii scendere a volo le scale. Lia si precipitò in cucinaaspettando che lui si decidesse ad aprire la borsa.

Ma il nostro postino era di quelli che non hanno mai fretta.Faceva sempre così: si gingillava un po'faceva la storia della giornatadeltempodelle fermatedegli incontri... Come se fosse in credito per la faticasostenuta nel viaggioo sapesse di portare un regalouna specie di befana asorpresaper cui ci si attende qualcosa in cambio.

Mentre gli veniva offerto il bicchiere del vino e il pane eprosciuttola borsa la teneva ancora chiusalimitandosi a qualche accenno vagoe misteriosoquasi godesse a prolungare l'attesa. Perfino quando aveva tiratofuori la letteraprima di consegnarlala tratteneva ancora per un poco fra leditaagitandola sotto il naso del destinatariocome fa la massaia che sidiverte a far sospirare la trippa al gatto.

Era un omino di statura un po' inferiore alla mediae parevaun miracolo come lo servissero a dovere quelle sue gambette storteper fare lemille miglia a piedicon qualunque temposu qualunque strada.

Giallinopalliducciosebbene passasse tutta la sua vitaall'apertodoveva avere in realtà una salute di ferro. Era anche afflitto dauna leggera balbuziee si sarebbe detto checon quei suoi preamboliirritasseil prurito di chi aveva la sacrosanta impazienza di strappare la busta e leggerela missiva. Ma lo spuntinola seduta al fuocoi raccontigli indugi... tuttofaceva parte del cerimoniale: i contadini erano molto ossequiosi dinanzi aquesto piccolo personaggio e lo viziavano addirittura. Gli venivano tributateaccoglienze non inferiori a quelle che toccavano non dico al fattorema altreccone che veniva a vendere e a comprareall'uomo che lavorava il maiale eperfino all'essere più privilegiato tra i privilegiati: il calzolaio.

Intanto la cucina si era riempita di gente: i contadini hannol'occhio lungospecie le ragazze. Ti avvistano chi sta per arrivare a distanzechilometrichemeglio del radar... figurarsi se si tratta del postino!

Finalmente lui pareva disposto alla consegna: tirava fuoriuna cosa per voltacon metodolentamente: un'illustrata per i Mannozziunostampato per gli Albieriper me un giornale...

Per ultimequasi ne intuisse l'importanza straordinarialalettera del fidanzato per una ragazza degli Stelli e una busta per Lia.

Afferrata la predaognuno scappò a godersela in pace el'istinto mi suggerì di non seguire mia sorella. Non mi era sfuggito untrasalimentocome se qualcuno violasse un suo segretonel vedersi consegnarequella letteradi cui anche a me era ben nota la grafiaalla presenza ditutti.

Più tardivenne lei stessa a cercarmi.

Aveva le guance rosategli occhi lucenti di quella luce cheormai avevo imparato a conoscere. Cercava di apparire disinvoltanaturalemala voce le tremava leggermente.

- Tutto beneIsa - mi disse.

Questa volta era qualcosa di più di due righe: si trattavadel giudizio sul lavoro.

Meglio - scriveva il Professore - se mia sorella avessepotuto fare una scappata a Firenzedove lui allora si trovava. A voce lesarebbe stato più precisoriguardo a certi particolari. La lettera finiva conun «cordialmente»...

- Partirai subito? - le dissi.

- Non so - rispose con mia sorpresa - non so... Forsepreferirei non andare e che Lui mi scrivesse ancoradi nuovo. È più bellocosì.

«Cordialmente»vuol dire «col cuore»veroIsa?...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La discussione della tesi di Lia venne fissata per il 20novembre.

Partimmo insieme per Pisa.

Proprio quell'annoera stata istituita una specialecerimonia con la consegna del diploma e di una medaglia ricordo ai neo-laureati.Forse non esisteva una speciale disposizione riguardante gli ebreifatto stache l'invito fu diramato anche a Lia e ad una sua amicanella stessasituazione.

Le due ragazze si consultarono fra loro.

Mia sorellapiuttosto timida e schivaavrebbe volentierifatto a meno di presenziarema l'altra di carattere più battaglierole posequesta angosciosa domanda: «Se non andiamonon sembrerà che abbiamo vergognaa presentarci?»

La risposta era implicita.

Sarebbero intervenute alla cerimonia e alla festa da ballo.

Tutt'e due avevano discusso la loro tesila mattina dibuon'ora.

Le compagne vestite di orbacesogguardavanonon senzainteressela camicetta candida di mia sorellail paltoncino «carta-da-zucchero»dell'amica.

Quante volteinfattiuna ragazza non aveva sognato ilvestito della laurea? Cosìcome si sogna il vestito della prima comunione ol'abito da sposa...

Ora quell'obbligo di vestiretutte ugualila divisaavevasuscitato un certo dispettoprivandole dell'innocente piacere di scegliersi ilvestito.

Il bidellozelante e faccendierospinse indietro le dueragazze in abiti civilifacendo avanzare le altre e stava per cominciarel'appelloquando il Professore di storiaguardando mia sorella chenel suotaierino bianco e bluera volata in coda allo stormo nerocome una rondineperegrina:

- No - dissea voce alta e chiara - la tesi sul Cattaneosarà discussa per prima. Seguirà nell'ordine...

Nessuno trovò niente da dire e il bidello rinfoderò lozelo.

Mia sorella fu felice quella mattina.

Era il più bel ricordo del «suo» Professore e lo avrebbeportato con sé per tutta la vita.

 

Ma quandonel pomeriggiopochi minuti prima dellacerimonialei e l'amica stavano per varcare la soglia dell'aula magnalostesso bidello di piantonee questa volta più zelante e arrogante che mailescortò per un ingresso separatoin una stanza attigua.

Là trovarono già al completosolennemente paludati ebardatigli undici del Consiglio. Al centro«il Rettore Magnifico».

Appariva esausto peròcome se la toga gli andasse troppostretta e il tocco di traverso. Per causa loro infattiera statofino ad unmomento primain preda a fieri dubbiad assillanti dilemmi.

... Quale contegnoquale faccia adatta alla bisognadovevaassumere «un Magnifico» e per giunta fascistanel consegnare agli «ebrei»un diploma di laurea? Un attestato indubbiamente di merito (specie se il votoera altoo peggioseguito da «lode»)ma scritto su una pergamena deturpatada un marchio infamante?

In tutte letterein grassettoin nero-chinanon si potevafar finta di non vedere quelle tre parole:

di razza ebraica!

E quali accoglienzepotevano aspettarsi questi giovaniebreivenuti a ritirare un diploma e una medaglia (!)da alcuni compagniansiosi di tradurre in atto certi inequivocabili programmi? E gli altrie nonerano pochiquelli avversi al regimecolleghi e studenticome avrebberoreagito?

Baraondadisordinicomplicazioni a non finire.

Già l'infelice sudava freddoquando d'un tratto intravideuno spiraglio. Mandare a chiamare gli ebrei e invitarli (per il loro bene) arinunciare alla cerimonia.

Così fece infatti.

Se non chea vedersi apparire davantinon due studentimadue studentessedue signorinedue donne... il poveruomo preso alla sprovvistada un residuo senso di cavalleresca pietà verso «l'eterno femminino»cominciò a farfugliare: - Se qualche fara-farase qualche fara-fara... sequalche fara-butto...

Ma non poté finire l'infelice frase.

Infelice per quel farfugliareindecoroso per «unMagnifico» e per essersi lasciato scappare un «farabutto»nei riguardidell'ardito che osasse lanciare insulti contro gli ebrei!

Successe un momento di indicibile disagio: da una parte ledue ragazze con gli occhi lucidi... dall'altra il Rettore infarfugliato.

Finché il professore di greconotoriamente antifascistaravvolto nella barbona magnanimamentre l'occhio glauco gli brillavacanzonatoriodisse: - Ma che vuoi che succeda? Gli studenti hanno un debole peril gentil sesso!

Nel dir cosìgratificò di un amichevole e confidenzialebuffetto la spalla del suo superiore e collegaquasi volesse fargli passare ilfarfuglio.

 

Durante la cerimonia non successe nullainfatti.

La sera le due ragazze ebree non andarono alla festa daballoche doveva essere anche la loro festa.

Non avevano versato lacrimema sentivano ancora in bocca unsapore amaro a cui gli ebrei non sanno abituarsiquando avvertono di doversoffrireperché ebreidi essere offesio compatitio protetti.

A quella festagli altri cantavano:

 

Di canti di gioia

di canti d'amore...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lasciammo Pisa subitol'indomanicome se il terreno ciscottasse sotto i piedi.

Ci rifugiammo di nuovo al Poggioin campagna.

Presto sarebbe venuto l'inverno: UccioAnnalena eranopartiti e i genitori insistevano perché si tornasse a casa.

Ma nulla ci attraeva in città. Così si lasciavanotrascorrere i giorniin una specie di inerziadi apatiaaccampando ancorapretesti pur di non partire.

Mia sorella saliva su in soffitta come primafra le suecartequasi aspettasse ancora il postinotrascorrendo lunghe ore alla suafinestrella...

Giù nella stanza a terrenovoltando pigramente le paginedel mio libroio guardavo l'epigrafe sulla pietra del camino

 

SICUT FUMUS DIES MEI

 

Eravamo tutt'e due chiuse nel nostro bozzoloe ci avevantagliato le ali per poterne uscire.

Pioveva e pioveva: seguitava a piovere.

Erano giorni grigicolmi di malinconia.

In quel nostro romitaggio non succedeva niente di nuovoneveniva mai nessuno.

Ma una mattina entrò Corinnaannunziando una visita.

 

Venne avanti col cappello in mano e un canestrino nell'altra:un vecchio esile e tutto candido. Era candido non solo per il capodove icapelli erano finiargenteima anche per la carnagioneche avevapallidissima.

Con un'aria un po' smarritaquasi venisse da un altro mondo.

Mi venne in mente Geppettoritrovato da Pinocchio nel ventredel pescecanetutto biancovecchissimocon l'ultima candela ancora accesa...Anche il mio vecchio non pareva del tutto realeverovivoma come resuscitatoper un incantesimo.

Già quel pallore era insolito per un contadinoche stasempre all'aria apertainoltre la sua pelle era levigataquasi trasparentealle tempiedove gli vedevo pulsare una vena azzurrognola.

Parlava senza mai alzare la voce.

Mi presentò anzitutto il canestrodicendomi che lui erapovero: quello che dava era poco e invece ardiva «dimandare tanto».

Disse questosconsolatocome non avesse fiducia di ottenerequello che stava per chiedere. Io gli facevo animo che parlasse.

Finalmente seppi di cosa si trattava: eran rimaste vuote duestanze - una minuscola casa colonicaquasi un'appendice di fianco al palazzo -lui chiedeva di occuparleinsieme alla moglie e a un figliolo.

'Un arebbe dato fastidio a nimo. Terra glie ne bastava pocaper campare lui e la su' vecchiail figliolo lavorava fuori. Dov'era al momento- aggiunse - 'un potea più stare.

Nel dir questoimprovvisamenteuna vampa di rossore glicolorì il visoun istante prima così esangue.

Turbata nel veder arrossire un vecchionon gli chiesi altroe insistevo per non accettare le noci: mi pareva quasi un furto toglierle a quelpoveruomo. Ma lui sembrò anche più rattristato: «che 'un ni garbano le noci?mi disse - noialtri semo poerivede'un abbiamo di meglio».

Lo rassicurai alloralodando le nociche erano davverobellissimetutte raccolte con garbo in un fazzoletto di cotone turchinograndichiareche sembravano appena sgusciate dal mallo.

Le mie parole gli fecero spuntare un timido sorriso sullelabbracontento che accettassi e lodassi il suo dono. Gli dissi che avreiscritto a mio cuginoa Uccio.

Se ne andò confortato.

 

Avevo promesso di scrivere a Uccioe volevo farlo subito;ripensavo a quel vecchioa quel tanto di insolito che era in luial suorossore improvviso.

Bussò alla porta Corinna.

Appena entratacapii dalla sua faccia che era venuta perchiedere e dare notizie.

- Per le stanze mi disse - 'un arebbono a dar fastidio anessuno. - Proprio le parole del vecchiopensai -. C'è una porta che comunicacol palazzoma è serrata da cent'annie poi con queste mura si potrebbecantare e ballare anco la notte. Ma in quella famiglia'un c'è di questipericoli; lorovederagionano tutti a quel modo e sono adagiati che si sentesolo ronzare le mosche. Di certo prima 'un erano così...

Prima? Quando? Ma a Corinna piaceva parlare un po' perenigmi.

Intanto «il vecchio»non era così vecchio come ioimmaginavo: poteva avere quarantasei o quarantasette anniperché «il fatto»era successo quando lei era una bambettache andava alle scole.

Orase lo rammentava bene: lei faceva la terzaaveva setteo ott'anni. Ora n'avea trentaseiperché il su' Nevo n'avea sedicima s'erasposata giovanina. Lui (il vecchio) ne potea avere anco quarantottoma più nodi certoperché a quel tempo era un giovinotto di vent'anni.

Di solito non interrompevo mai i contadiniquando parlavano:mi piaceva seguire il giro del loro discorso. Come quando si imbocca un viottoloattraverso i campiil quale non procede mai in linea rettama con un beldisegno sinuosoe si va avanti riposatisenza frettafermandosi lungo ilpercorsoqui a guardare una lucertolalì a cogliere le morepiù giù a berea una fontanina; sembra perfino di smarrire la stradama poi si finisce sempreper ritrovarla.

Ma quel giorno ero impaziente. Qual era «il fatto»che facendo i conti (si era nel ' 39) doveva essere successo nel 1911 o nel12un fatto di tal rilievo da aver colpito una bimba di terza elementarecosìvivo nel ricordodopo quasi trent'anni?

- Vede signorina Isa - continuò Corinna - a quel tempogliera un bel giovinotto arditoparea un signorema - aggiunse con unarivelazione subitaneache dopo tutti quei preambolimi sembrò più brutale -quando uno è stato drento trent'anni'un è più quellogli è passatoil rigoglio... però è un bonomovedeanco se digraziato. Che gliel'ho araccontare com'è ita?

Rividi a un tratto il volto esangue del vecchioequell'improvvisa vampa di rossore che già mi aveva così turbato.

- No - la interruppi - non voglio saper altro. Ci credo chesia un buonuomo e scriverò subito a mio cugino.

Un senso di colpa mi tormentavaquasi avessi pretesopersciocca curiosità o leggerezzadi gettare uno scandaglio nel mistero dolorosodi un tragico destino umano.

 

Mentre aspettavo la risposta di Uccioandai a visitare lestanze. Chissà da quanto tempo erano disabitate?

Senso di freddo e di squalloretanfo di rinchiusodi muffa.

La cucina ristrettaopaca. Vetri rottimuri umidil'ammattonato sconnesso. Il focarile con il tiraggio inceppato.

Quando si provò ad accenderloinsieme a Corinnasi riempìtutta la stanza di fumo.

E quel povero vecchio chiedeva come una grazia di abitarequel tugurio?

Scrissi di nuovo al cugino. Bisognava almeno fare qualcherestauro in quelle disgraziate stanze.

Per fortuna Ucciodi solito pigrissimo a scrivere letterequesta volta rispose a giro di posta. Lui non poteva starci dietroma andavabenepurché me ne occupassi io.

In margine al foglio c'era una vignetta con scritto astampatello:

 

IL PESO DELLA MURATURA

GRAVERÀ SULLO ZIPPO

 

Sotto un enorme mattone tratteggiato a sanguignac'ero iouna specie di nanerottolo piccolissimo e rannicchiato come una cariatide.

Invecemeravigliandomi io per primache ignoravo una taleinsospettata vocazionesostenni quel peso con leggerezzadirei quasi con unacerta genialità. A conseguire questo mio brillante successomi dette però unamano - anzi tutt'e duee che mani! - uno straordinario ausilio. Si trattavanientemeno che di un capomastro muratore.

«Il Fiorentino»come lo chiamavano tuttiperchénon socomeera capitato lì da Firenzenon era certo «una mezza mestola» einoltrecome tanti dei suoi straordinari concittadiniaveva in sorte unospirito bizzarro. Non soloma fu luicome un rabdomante che con la bacchettascopre la vena sotterranea della polla d'acquaa scoprire e a rivelare «ilmio genio».

Andò proprio così.

 

Mentre luiarrampicato sulla scalacol filo a piomboilcarboncino e il metroeseguivacome un equilibristapericolosi volteggiioa terracol naso in ariaseguivo le sue mosse affascinata.

Ne ammiravo la perizia del mestierel'agilità dellospiritonon meno di quella del corponon so quale delle due più mirabileché infatti non essendo all'apparenza per nulla atleticocon una pancettatonda come un cocomero che gli veniva fuori dalla cintolasi muoveva lassùsulla scalaquasi non avesse pesosporgendosi in bilico incurante delle leggidi gravità.

Non contento di questa sua fisica esibizionemi attiravapoicome avesse una calamitacon quel suo parlare fiorentinounico al mondoper umorelessico e cadenza.

Il mio fiorentino lassù sulla scalaaccompagnava le battuteinclinando la bustina di giornale che portava in caposulle ventitrécome igalletti inclinano la crestacon l'occhio fieroacceso.

Anche il tema dei nostri discorsi mi affascinava. Il soggettoera il camino (il nostro che non tirava)ma poi dal «camino» più ampiamente«i camini».

Fasti e nefasti dei caminirustici e gentilizi. - Unavolta - mi raccontava - un signoreun marchese che abitava a Firenzein unavilla sul viale de' Collifece chiamare i' mi' babboch'era unmaestro-muratore ma di quelli! Come ora 'un c'e più il seme.

«Vieni a vedere» gli dissee spalancò la porta d'una gransala dove al fondo c'era un camino di pietra serena.

Gli era una bellezza e tirava ch'era una bellezza.

Ma la su' mogliela marchesavoleva rammodernare la sala ediceva che i' camino era un'anticaglia. L'avrebbe voluto i' calorifero quella! epoi la pietral'aveva 'n sullo stomacodiceva che 'un era in istilee se ilcamino ci avea da starelo voleva di marmo rosso e con le colonnine.

A i' povero marchese rincresceva di disfare i' su' caminoma'un la voleva scontentarecosì comandò a i' mi' babbo di rifarlo di marmo.

Era una bellezza anche quello: tutto rosso rubino. Lamarchesa parea contenta e anche il marchese si sarebbe contentato; ma chi invece'un fu contentofu il camino. Se n'era avuto per male che gli avessero cambiatoi' frontespizio e smise di tirare. Mi' padre ci doventò mattoma 'un ci fuverso e l'ebbe vinta la marchesae i' marchese ebbe a mettere i' termosifone.

Un altro focarile invecequassù in campagnaempiva di fumola cucina. 'Un c'era punti rimediforse perché era arridosso a una montagnolae il vento ci rammulinava.

Lì c'ero doventato matto ioper farlo tirarema 'untirava.

Allora presi i mi' ciottolini e salutai quella brava genteche mi pareva di mangiargli la giornata.

O 'un mi vengono a chiamare l'indomani?

«Vieni a vede' come tira i' camino! O cosa gli hai fatto? Oche l'hai stregonato stanotte?...»

E invece gli era stato il vento che gli aveva soffiato via laventarola. A quello strambo d'un camino'un gli garbava di porta' i' cappello!

 

Io gli davo spago al Fiorentino e lui ne dava a me.

Qual meraviglia se una corrente di simpatia andava da un poloall'altroda terra fino al sommo della scalaviaggiando su e giùcome «lapaiolina»?

Di tanto in tanto si interrompeva un po' il lavoroscendendoall'apertoanche per sorvegliare Nevo che impastava la calcina.

Allora i contadini che si trovavano a passare di làvenivano a far cerchio intorno: il dialogo continuavale battute volavanomentre noi due s'era come rinfrancati da quell'aria vividae soprattuttodall'averecome attoriuna specie di pubblico.

Fu allora che il Fiorentino mi laureò «architetto».

Bisognava sentire «l'architetto» - diceva - sostenendoch'io ci capivo nella muraturaperché avevo preso «la laurea»all'Università. I contadini non sapevano bene se scherzasse o noperchédiceva questo con faccia serissimaimperturbabile.

Per un po' assecondai lo scherzo e continuai il dialogo con«Sìarchitetto! Noarchitetto!»

Poi il discorso si fece più serio. Spiegai a tutti che «lalaurea» l'avevo presama davveronon in architettura purtroppoma in «lettere».Avevo studiato tanti anni ed ora...

Vedevo dipingersi lo stupore sulla faccia di Nevo: nei suoiocchi chiari passavano le montagne di lettereche lui si figurava io avessiscritto...

- Allorasarebbe a di' che i' su' bel diploma è come unacarta fuori-corso - diceva il Fiorentino - e lei 'un la polespendere in punti modi.

Nonon la potevo spendere in punti modi ed eccomi a spiegareal mio pubblico cos'erano «le leggi razziali».

Neppure sposare si poteva...

- Allorasarebbe a di' - diceva ancora il Fiorentino - chevoialtrela vostra bella gioventù...

Era proprio vero: anche la nostra giovinezza era una speciedi moneta senza corso legale.

S'era fatto un gran silenzio all'intornoi contadinitacevano e mi ascoltavano parlare: sulla campagna scendeva la pace della sera.

Quella gente capivaera con meerano con noi: la verità èunaed è meglio intesa dalle anime semplici.

Non esisteva «un'altra razza»erano i miei fratelli.

La mia voce in quel silenzio non mi pareva più la mia: sullelabbra mi venivano le parole grandigiustizia e libertàquelle parole chequando si prendono sul serioti accelerano i battiti del cuore. Parlavo ditutti quelliebrei o non ebrei i qualicome noipiù di noinell'ombra e nelsilenziosoffrivanocombattevano. Di quelli che morivano...

Sentii allora che la nostra giovinezza era una moneta daspendereanche senza corso legalequalcosa che valevanonostante tutto: unamoneta d'oro.

 

 

PARTE SECONDA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'aprile del '43 fu un bellissimo aprile.

Fiorivano le rosefiorivano le ginestrele rondini volavanonel cielo chiaro: nulla sembrava così incredibilecosì fuori postocome laguerra.

Tuttavia molta gente se ne andava dalle cittàanche seperil momento«lo sfollare» pareva un'avventurauna vacanza in campagna.

L'ultimo giorno del mese fu anche l'ultimo dei nostriincontri.

- Non piangereIsa - mi aveva detto ed io non avevo pianto.

Finché ero con luivivevo in uno stato di ebbrezzacome seun cerchio incantato mi proteggesse; il sangue circolava più velocein unritmo così intensoda acuire e esaltare ogni sensazione: anche il dolore sitramutava in una sorta di felicità. Per sempreavrei rammentato quel cielo equell'aria e il sole caldo sulle braccia nude.

Ma i giorni che seguironoi primi di maggioil tempo mutòimprovvisamente. Pareva che la primavera fosse finita. Cielo cupolampituonie pioggia a torrenti. Un vento freddoun vento da novembre scuoteva gli alberisfogliava le rose e faceva rabbrividire.

Ma io rabbrividivo non solo per il freddo. Ero come queimalatia cui la febbre va giù di colpod'un trattoe restano sfinititremando.

Mi aggiravo per la casa e mi sentivo senza forzesenzavolontà.

Partire? Per me voleva dire strapparmi il cuore. In cittàse c'era luimi pareva meraviglioso anche il pericolo.

Ma il babbovedendomi in quello stato d'inerziadecise perme. Dovevo andare al Poggioal più prestola mamma e Lia sarebbero rimasteancora per pochi giorniper preparare la nostra roba.

Ascoltavo quei discorsi: smontare i mobilipreparare lecasse degli oggettidei libri. Le copertei tappetil'argenteria.

Ascoltavo senza capirechiusa in un solo pensiero: un tempostraordinarioun tempo d'amore era finito per me e forse non sarebbe tornatomai più.

 

Ma arrivati al Poggiosi rinnovò il miracolo.

Lassù il maggio splendeva.

Quell'ariaquel verdequel silenzio... Tutto di nuovo mitrasportava fuori dal mondoin un regno di infinita quietema senza noiacomeper incantamento.

Ero innamorata e vivevo con le immagini meravigliose del mioamore. Non ero più solanon ero più triste. Ricordi e pensieri sembravanoaver perduto la loro forza quotidianaquasi ne fosse rimasta solo un'ecounafragranza.

La casa era tutta per me.

Al mattino aprivo le vecchie imposte. Col primo sole sullepalpebre assonnatemi tuffavo in quell'ariapulitanitidissimaquasi ilrespiro naturale del Poggionel silenzio fondo e sonoro della campagna.

La serasedevo sui merli del muro di cinta del giardino acontemplare le vaghe stelle dell'Orsacome in quella notte in cuiavevamo letto il Leopardi.

Quella solitudine era propizia agli incantiai sortilegi.

Immaginavo che sarebbe arrivato a un trattoin punta dipiedi: era qui alle mie spalle e mi copriva gli occhi con le mani...

Io l'aspettavo; mi ero messa il vestito bianco che a luipiacevaavrei apparecchiato la tavola per duecoi piatti azzurri e le ginestregialle.

Corinna mi coglieva cosìmentre fantasticavo disponendo ifiori nella brocca.

- Non si annoia così solasignorina Isa?

Ma io non mi annoiavo.

La casa vuota viveva con me.

Salendo su per la scalache portava alle cameremi parevadi avere il suo braccio stretto al mio e quasi di sentire il suo respiro o chela fiamma della candela vacillasseper l'aria mossa dalle nostre voci.

 

Ma la nottenon dormivo sola nel «palazzo».

Tre ragazze dei contadini venivano dopo cena a farmicompagnia.

La serame ne stavo in cucinadietro l'usciale a vetriadaspettare il loro arrivo. Mi piaceva vederle venire nel buiosotto la pergola:portavano la lucernauna di quelle piccole lucernette a olioa forma di barca.Le ragazze ridevano con le voci freschementre i pampini della vites'illuminavano alla lucee sembravano posarsi sui volticome farfalle chiare escure.

Ora che venivano tutte le serele conoscevo meglio e mi eroguadagnata un po' della loro confidenza. Non era facileperché di solito sischermivano a qualche domanda più intima.

Erano gelosissime dei loro segreti e almeno altrettantocuriose per quanto riguardava noima non ardivano fare domande.

Tuttaviala seranella grande casa silenziosamentre lacandela si consumava a poco a poco e la penombra favoriva le confidenzemiavevano raccontato «chi era che gli faceva la rota» e che ai giovinottibisognava «dir di noalmeno le tre voltesennò che si passa...»ma poi sidoveva stare attente «a 'un restare pinze».

- Come «pinze»? - dicevo io e loro facevano gran risate.

- Pinzepinze... come si dice da voi? Se una ragazza 'untrova maritoa venticinque anni è pinza.

Ma di «pinze»nei dintorni non ce n'eranoperché igiovani contadini avevan sempre paura di restare senza moglieche «per un omoera la più gran disgrazia».

Quando poi le ritrovavo durante la giornata a «guardar lebestie» per i campimi salutavano col «bongiorno a lei» e seguitavano a farla maglia in silenziosolo sogguardandomi e scoppiando a rideresenzaapparente ragionedi tratto in tratto.

A volte inveceinsieme a qualche bimbettoridiventate bimbeanche noici si rincorreva fino a perdere il fiatoo s'imboccava un viottolorimpiattandocie sbucando fuori a far paura d'improvvisooppure si entrava nelcampo dell'orzodove le spighe verdi erano già altetuffandoci in quel mared'erba. Si coglievano manciate di semidalle reste lunghee si lanciavanolontanifacendoli volare addosso a vicendamentre si correva. Ne restavanoattaccati come amiai capelli e alle vesti.

- Tre - quattro - cinque «sposi» - contavano leragazze e ad ogni «sposo» che scoprivanodavano in un trillo acutocome a una gioiosa sorpresa. Ne tiravano anche a meridendoma a un trattoOrnellafacendosi seriami disse:

- Basta uno soloche ci voglia benevero signorina Isa?

Ed io allora che pensavo ad unoad uno solosentii mancarmiil cuore... mi voleva sempre bene?

 

Con le spighe«si faceva» anche a «andare in paradiso».

Eravamo sedute sul muretto: questo era un gioco silenziosoche esigeva grande concentrazione. Si trattava di togliere dalla spigauno pervoltacon infinita cautelai semi ancor verdi e teneridalle restelunghissimesenza rompere il gambo seghettatoche si faceva sempre piùsottileman mano che si arrivava alla cima.

Chi arrivava in cimaarrivava in paradiso...

Ma l'impresa era arduaperché il gambotanto esile che ilsuo verde diveniva incolorecome un filo di seta in trasparenzasi rompeva ametào magari quasi alla cimainesorabilmente. Bisognava ricominciare dacapocon un'altra spigacon infinita pazienzadando il lieve strappoper staccare il semecon forza calcolataprecisama con mani delicatequasiincorporeeaeree.

Volaron così quei giorniquei giorni durante i qualianch'io ero ancora in paradisoma sospesa a un filo esilissimo efragilequal era il gambo della spiga.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

D'improvvisoarrivarono la zia Clara e Annalenaearrivarono i loro mobili.

Colsi subito uno sguardo di disapprovazionenegli occhidella zia Clara:

- I tuoi mi avevano detto che tu eri venuta a preparare lestanzema tutto è come primaesattamente come prima.

«Esattamente» come prima... Nonostante la parolaantipaticaera pur vero: per quanto stava in meio avevo lasciato «tuttoesattamente come prima».

E così avesse potuto durare per sempre!

Ma non durò «come prima»da allorada quel pomeriggiodel 13 maggio 1943non durò più come primaneppure un altro giornoneppureun'altra oraneppure un altro minuto.

Spessonon ci si rende conto di qualcosa cheviene a turbare per sempre la nostra vita; i cambiamentianche importantissimisuccedono da prima inavvertitisi insinuano subdolisenza che ce neaccorgiamocosì come avviene per il nostro voltoche diventa un altrodall'infanzia alla vecchiaianel volgere dei giornieppure pare lo stessoaltrimenti avremmo spavento a guardarlo nello specchio.

Ma «il volto» della casa mutò d'un trattoquel pomeriggiodel 13 maggioper non tornare mai più quello di prima.

Il camion con i mobili era fuori sul prato: non c'era tempoda perdere. Già arrivavano Corinna e Vanniper aiutare a scaricare. La portagrande fu spalancata nei suoi due battentiper far entrare l'invasore.

Guardavo le orme terrose sul pavimentoanche questa voltacon un senso di vergognacome quando i contadini portavano dentro la creta.

Per il momentorimase invariata la disposizione del mobilionella stanza del caminoa terrenodove ci si riuniva ogni sera. Ma nell'atrioproprio davanti al «MORITURO SATIS»furono ammassati gli orribili mobili «novecento»lustri e con le borchie cromate. Ormai non c'era scampo: sarebbe bisognatoincontrarli ogni volta che si passava di là. Altri mobililetticassettonisediepoltronedivanifurono trascinati per le scale a invadere le stanze alpiano di sopra.

La zia Clara sembrava un capitano che dà ordini sul ponte dicomando della nave. La brama di dare «una sistemazione logicarazionale»forse anche più che l'amore per la sua robala rendeva instancabile. Saliva escendeva le scalemunita di cenci da spolvero che agitava come fiammantibandiereper instaurare finalmente il regno a lei caro e congenialeil regnodella puliziadell'ordinedella funzionalità. Né si dette e dette treguafino a tarda serafino a che cioè tutti gli avamposti furono definitivamenteconquistati.

Stanchissimaandò a letto senza cena.

Annalenapiuttosto di malavogliaaveva funzionato daaiutante di campoma ora pretendeva la libera uscita in cucinaperché tuttoquel movimento le aveva risvegliato una gagliarda fame.

In cucina mi rifugiai anch'ioper sfuggirealmeno perquella seraall'odiosa vista delle masseriziema non avevo appetito.

Rigirandomi nel lettosenza trovar sonnomi sentivo incolpa: in fondo la povera donnala zia Claraaveva ragione e quegli orrendiparallelepipedi lucidi rappresentavano tutta la sua casaeran frutto dieconomie e di fatiche. Era giusto che ne avesse una così gelosa cura.

Ma raffigurandomeli di nuovocosì assurdilì accampati inquell'atrio severo e claustralecon quei muri di pietra dello spessore di unmetrocosì assurdicon il legno impiallacciatocosì falsamente solidinonostante la spigolosa geometria...

Rivederli lìcon le borchie lucide e sfacciate a romperequella penombra frescaproprio davanti al «MORITURO SATIS»... noerainsopportabilee l'antica epigrafe mi pareva assumere un nuovo irridentesignificato.

«MORITURO SATIS». È abbastanza per chi deve morire... eccocos'è dato agli uomini di oggicos'è il frutto delle loro gran fatiche: deibrutti arredi che si rompono prestofra cui si svolge la loro effimera vita.

Il tempo corre veloceora più che mai. I valori eterni: laBellezzal'Artesono un lussoun lusso ormai proibito per chi ha poco tempoda vivere in questo mondoun mondo che diventerà ogni giorno più bruttopiùpiccolopiù insopportabile.

Mi accorsi che i pensieri mi si confondevanocerto stavofarneticando e finalmente mi addormentai.

Come per le invasioni barbarichequella del 13 maggio fusoltanto la prima: ne dovevano seguire molte altre.

Aperta la brecciala vecchia casa fu violentata più volte efra quelle mura si accamparono in seguito gli sfollatie dopo gli sfollatiitedeschie poi i francesie i marocchinie ancora gli inglesii canadesiinegrigli indiani...

Quandofinita la guerrasi tornò a rivedere il Poggiotrovammo i muri sudicicon scritte e disegni oscenie perfino i nostri dischidel corso di lingua inglese fatti a pezzi per spregio dai tedeschi.

Ma in quel maggio del '43le invasioni erano ancora «difamiglia». Arrivò la zia Freda col cugino e arrivò un altro camion.Arrivarono la mamma e Lia: anche il nostro mobilio era pronto e doveva giungerepochi giorni dopo. La mamma mi disse che tutto era stato preparatole famosecasse eran pienegià chiuse.

- Sarai più tranquilla - le dissisembrandomi di sentire uncerto sollievo nella sua vocema vedendola così pallida e con gli occhi troppolucidicapii com'era fatta quella tranquillità.

Sapevo quanta fatica e quanta pena dovevano essere costatiquei preparativi.

Disfare la casa voleva dire: strappare i mobili dalle loronicchiedove son sempre statidove si son sempre vistiil letto in cui sidorme da più di vent'annila tavola che ci riuniva a desinare e a cena.Staccare i quadri dalle paretiche ti lasciano lo stampo e un vuoto che famalinconia. E poi i dubbile incertezzele alternative: o incassare tuttoosceglierescartare quello che è più inutile.

Ma cos'è utile e cos'è inutile veramente?

Diogene viveva nella botte e gettò via la tazza per bere nelcavo della mano... ma noi siamo schiavi della roba e miseramentegrottescamenteattaccati alle «cose».

- Non finivo mai di vuotare l'armadio - diceva la mamma -tovaglielenzuolacoperte di lana per l'inverno...

Non abbiamo più casa! - ripeteva - povera roba! tuttaammucchiataspiegazzata dentro le casse! Pensare che ho faticato tanto astirarechissà come arriverà ora!

Ma c'era un'altra ansia che più la consumava: - Quelpoveruomolui deve restare lì in città al pericolomi par d'essere cattiva alasciarlo soloma vuole ch'io stia con voi figliolemi vorrei dividerealmenosi fosse tutti insieme!...

«Tutti insieme»: questo era sempre il supremo anelito dellamammadi tutte le mammecredoche sentono strapparsi il cuore ad ogniseparazionead ogni distaccoe vorrebberocome le chioccetenerci tutti alcaldo delle loro ali.

Poveruomo e povera roba... aveva ragione la mamma: uomini ecose seguivano lo stesso destino di miseriastrappati dal loro ambientenaturaleseparati forse per sempre.

I contadini si erano affannati a piazzare al posto d'onorecom'era giustovisto che era la roba dei padroni-padronii mobili dellazia Freda e del cugino. Cosìquasi tutta la sala grandedel piano superioreera pienama la stanza del caminoa terrenoera stata quasi rispettata:infatti negli occhi di solito allegri del cuginoavevo colto lo stesso disagioche sentivo io. Ma presto il suo umore burlesco aveva avuto il sopravvento:Uccio era fatto cosìnascondeva i suoi sentimenti prendendo in giro gli altrime soprattuttoforse perché gli somigliavo di più.

- TuZippo- diceva - non sei un terreno molleggiatoseicome una terra arida che si crepa a ogni pioggia: non devi essere cosìmaledettamente sensibileti devi abituare.

Guardaio ho lasciato mettere il pianoforte di mammacapisci «il piano-forte» - scandiva buffonescamente - proprio nella stanza delcamino: cosa vuoi di peggio? È un vero pugno nell'occhio là dentro queldinosauro verniciato!

Uccio era molto devoto a sua madre eper leinon avevavoluto relegare il dinosauro fra le «masserizie».

- Forse non lo suonerà mai - mi diceva - ma qualche volta acasasuonavadi notteperché non le piace essere disturbata. Qui incampagnavedilei non è nel suo ambienteforse si annoierà troppo e la noiaè tremenda.

Temeva la noiail tedioper sua madre anche più che persé.

Non sapevo che la zia Freda suonasse il piano di notte e lanotizia mi aveva sorpresoquasi Uccio mi rivelasse un segreto. Del restonessuno la conosceva davvero la ziaperché non dava confidenza agli altrinoncredo che avesse neppure una vera amica e tanto meno mostrava amicizia aiparentialle cognate. Come sarebbe stata ora quella convivenza con noicon lamammacon la zia Clara?

Ma Ucciosuo figlioe figlio unicoera tutto per lei.

Sembrava anzi che s'intendessero molto bene fra loro e prestodestarono la meraviglia dei contadiniperché se ne andavano a passeggiareinsiemelontanoper i campi e per il boscoe si vedevano sempre parlareparlare fitto tra lorocome avessero chissà cosa da dirsi... «come dueinnamorati» diceva Corinnatrovando straordinario che un giovane di più divent'anniavesse tante cose da dire a sua madrementre «al su' Nevoche neaveva diciannove'un gli si cavava verbo di bocca a pagallo».

Ordinepuntualitàprecisione: questo il programma dellazia Clara.

La poveretta aveva un bel daffare a metterlo in pratica.Intanto aveva piazzato in cucina un cipollone d'orologio perché tutti «ci siregolasse» per le ore dei pasti.

La casa non è un albergo.

Poi aveva assegnato i relativi compiti.

Lei avrebbe atteso alla cucinala mamma al guardarobanoifigliole alle faccende e ai rifornimenti. Non aveva osato far neppure menzionedella zia Freda e di Uccio. Tanto fu chiaro fin dal primo giorno che quei due«non collaboravano».

La zia Freda sembrava non interessarsi affatto all'andamentodella casa: o si chiudeva in camera sua o usciva imperturbabile per le suepasseggiate per i boschiinsieme a Uccio. Uccio era poi una specie di «Primularossa»sempre inafferrabile: non si sapeva se era chiuso nel buen retiroperché la persiana era sempre accostata; a volte poi usciva col cavallo erimaneva fuori tutto il giornoma se lo s'incaricava di qualche commissione inpaesesi era sicuri che se lo era invariabilmente dimenticato. Altre volteinvececompariva a mezzogiorno in cucinasbadigliando e ancora in veste dacamera e chiedeva a faccia fresca «la prima colazione».

Se con Uccio e con la zia Freda «il programma» erapressoché annullatoanche con noi la povera zia non aveva grande fortuna.

Ad esempiolei si era assunta l'impegnativo e onerosocompito della cucina enon si sa comeLia si ostinava a voler fare di personala polentaquando le saltava quel grillo.

Perché poi? Per la semplice ragione che Lia «ci sidivertiva» a fare la polenta. Come se quelli fossero tempi da divertimento!

La zia Clara fremeva.

A fare la polentamia sorella aveva imparato dallecontadineproprio in quel modo barbaro: faceva un fuoco d'inferno sotto ilpaiolosoffiando fino a sfiatarsi e sparpagliando tutta la cenere sul camino.

La zia seguiva ogni mossa di Lia con occhi terribilimaimpotentiperché mia sorellapur nella sua calma di angelettanon mollaequando si è messa in testa una cosa...

Così la polenta si alzava e si abbassava nel paiolo nerosopra la gran fiammatacon spasso di tutti noianche di Uccioche inquell'occasione capitava come per caso in cucina.

Ma il più bello era l'attesa del momento culminantequandoLiadi solito così quietadiventava sempre più battagliera. Entravaaddirittura nel caminomentre il riverbero della fiamma imporporava il suo visoe afferrato con mano salda il paiolorovesciava sul legno del tagliere la granmassa fumante e dorata.

A tagliar le fette col filoci si precipitava tutti noicuginicon le scodelle in manobattagliando a chi arrivava primoe lamontagna del cacio grattugiato calava rapidamentesaccheggiata da tutti noiche nella furia dell'assaltosi spargeva anche intorno per terra... Oltretuttobrontolava la zia Clarain tempi di tessera come quelliera unosgraziare la grazia di Dio.

Ma la grazia di Dio veramente non andava perdutaperché Sultanoil gattonedi Uccioci pensava lui a fare pulizia con la lingua.

Non solo la polentapur così bellapur così dorataerainvece un punto nero per la zia Clara: c'erano anche altri dispiaceri.

Perfino con la mammache era sua sorella. Anche leicosìmiteera però difficile e riluttante alla disciplina militare.

Stava ad ore con «l'uovo» per rammendare le calze inmanosenza mettere un puntocon lo sguardo perduto nel vuoto... Diceva diavere un triste presentimento e non sorrideva più con quel suo dolce sorrisoche le illuminava i begli occhi celestiancora infantilicome quelli di unabimba.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli ultimi giorni di maggioil caldo era scoppiatoimprovvisoprecoce.

Nelle ore del meriggiosul pratola luce accecante erainterrotta con un taglio netto dalle sagome scure dei capanni e dei pagliaiepiù in là dall'ombra frastagliata delle foglie dei platani. Ma non spirava unalito di vento: quel silenzio immobilecome sospeso nell'ariasi alternava alcoro delle cicale che rinascevaassordante.

Tutti sembravano stanchiperfino Corinna non appariva piùcosì fresca e riposatané si tratteneva come di solito a parlare in cucinaanche perché «le faccende» urgevano.

Le notizie dalla città si facevano sempre più cupe: ilbabbo scriveva che lo svegliava ogni notte l'urlo della sirena.

Noi cugini quasi ci si sfuggiva l'un l'altrocon un senso didisagioquasi di vergognacome se quel non far nullalì in campagnacipesassefino a divenire intollerabile.

Io stavo male. Fino allora non avevo provato il tormentodella nostalgia: i ricordi recenti mi avevano accompagnatai sogni e lasperanza mi cantavano nel cuore. Ma ora non piùmi sentivo anch'io sfinitacome se quel caldo improvviso mi debilitasse non solo il corpoma anchel'anima: le immagini gioiose della mia favola d'amore si stingevanosbiadivanocome faville seppellite fra la cenere. Al sogno succedeva il risvegliolasmemorata nostalgia di un bene perdutoansiasmarrimentopaura.

Per non pensareper ammazzare la noialeggevo quasi tuttoil giornoma perfino i miei cari poeti mi sembravano muti.

E LiaAnnalenaUccio che cosa facevano?

Forsepiù a suo agio era Annalena.

Liberata da ogni obbligo di studio e di lavoroeccettuate lepoche faccende per alleviare la zia Clarala sua costituzionale pigriziatrovava uno sfogo: dormiva fino a tardi al mattinoe anche al pomeriggiofaceva una lunga siesta sul prato. Né aveva perduto il suo sano appetito; vistoche non c'era troppa varietà di cibi lì in campagnasi sfogava con quello chesi poteva avere: fette di pane e scodelle di latte a colazionee a merenda granpiatti di pomodori e insalata.

Uccio appariva distrattoassente.

Sui muri del buen retiro c'erano ancora degli schizzia carboncinoma non mi mostrò mai alcun lavoro compiuto.

Una voltache lo interrogai più apertamentesembrandomiche sperperasse troppo del suo tempomi rispose:

- Ma Isatu ti tormentiti assilli. Sei così impazienteinsegui una meta e vorresti raggiungerla prestosubito. Spendi le tue energiesenza risparmio e ti bruci in una gran fiammata! Ma nella vitanell'amoreesoprattutto nell'artebisogna saper aspettare. Vedia me non importa chescorrano i giorni senza fare nullaquesta pausa è solo apparenteperché iocostruisco dentro.

Era insolitamente serio nel dire questo ed io lo guardavo nelprofondo dei suoi occhi grigistriatidov'era una gran luce.

Mi sentii consolata: gli credevo.

Uccio era un'artista. Aveva scelto la sua vialameravigliosa via dell'arte. Era qui il suo segretola sua forza ed anche il suorischio.

Ma a voltenel vederlo gingillarsioziaresentivo unostruggimentoquasi un rimproverocome ne avessi la mia parte di colpa anch'io.Ma che diritto avevo di stimolare luiio che non sapevo realizzare me stessa?Anche per me«le leggi» che ci impedivano di esercitare laprofessionenon costituivano un pericoloso alibi? Intanto anch'io sfuggivo aogni severo programma di studio e di lavoroed ero impazientemi mancava lafedemi consumava l'incertezza del futurola nostalgia per un amoreimpossibile.

Meglio essere come Annalena: lei non si poneva problemiaspettava con calmae forse il suo destino sarebbe stato migliore. Quanto a miasorellanon sembrava assolutamente accorgersi della vanità della nostravita attualené pareva in ansia per qualcuno o per qualcosa. Continuava adalzarsi presto al mattino e si dava da fare come primama anche quando lavedevo disoccupatail suo viso non esprimeva tormento o noiama semmai unasoave malinconia.

Spesso si rifugiava su in soffittacome quando scriveva latesi e sedeva al tavolino dietro le finestrelle tondema se le proponevo dileggere o di studiare insiememi rispondeva:

- NoIsaproprio non me la sentoora.

Così ognuno viveva per conto suoappartato dagli

altri.

Ma più stanca di tutti noiappariva la mamma. Era smagritapallida e si aggirava per le stanze enormidisordinate e affollate di mobilicome un'anima in pena.

 

Il 28 maggio avvenne un fatto singolare.

Ero in ansia per la salute della mammache da qualche giornostava peggio: bianca biancanon mangiava più nulla e la mattina si levava conle occhiaie livideviolacee. Anche il suo sguardo era mutato: isuoi occhi celesti sembravano aver perso tutta la loro luce.

Entrai in camera suaper portarle la colazione. Disolitola trovavo già alzataseduta vicino alla finestracol libro dipreghiere fra le mani e gli occhi che guardavano lontano.

Ma quella mattina fui turbataappena la vidi.

Era ancora in camicia da nottee il candore del lino accentuaval'aspetto quasi spettrale del suo viso. Sembrò non accorgersi della miapresenza.

- Mamma - le dissi - ti senti male? Che cos'hai?

Mi fissò senza risponderee cominciò a tremareun tremitoconvulso che la scuoteva tutta.

Allora mi spaventainon osavo lasciarla per chiedere aiutola stringevo a me per farle riprendere calorema era freddacome non avessepiù una goccia di sangue.

Per fortuna si affacciò la zia Clara e subito dopo corserosu mia sorella e Corinna che si trovava in cucina.

In seguitoanche a distanza di annii contadinirammentavano quell'episodio.

«La poera signora inviò a mugliarema noialtri ci sichiappaa poo... parea fuori di sennocome la mucca quando gli si porta via ilvitello.

Stette a quella maniera tutto il giorno'un si volea leva'da giace' e 'un si volea mette' i panni. Steva lì tutta biancapiù biancadella camiciasenza mangiar nulla. 'Ni si bagnava un po' le labbra e le su'figliole piangeano. A un tratto urlò fortecome la scannassero e parea averperduto il sentimento... ma poi inviò a singhiozzare e a chiama' il maritoch'era al pericolo in città.

La poera signora avea ragione a fa' a quel modoe quellavolta dette in dell'indovino».

«Dette in dell'indovino»... la frase diventòfamosa e fece il giro di tutti i contadini.

Era vero: la mamma ebbe quella crisi proprio il 28 maggiomentre avveniva il primoterribile bombardamento della nostra città.

Il giorno dopo venne su al Poggio il fattore: il babbo avevatelefonato a Colle per darci la notiziaprima che si sapesse dal giornale. Sistesse tranquille: tutto era salvo. Seguì una breve lettera; il babbo ripetevadi stare tranquillelui sarebbe venuto appena possibile. Non parlava dellanostra povera cittàné aveva aggiunto una parola di quell'altrodiquell'altro che mi struggeva il cuore.

La mammasebbene debolissimaera tornata completamentenormale e mi guardava anzi con i suoi occhi celesticome inteneritisenzadirmi nulla.

Ma io non avevo pace: dovevo saperead ogni costo dovevosapere. Sarei partitasubito. Lo dissi a mia sorellama lei non sembravaapprovarmi.

- Le cattive notizie si sanno. Di certo è salvo. I suoierano già sfollati a Marina... perché lui avrebbe dovuto essere in cittàproprio in quel giorno?

- Scriveràvedrai. Vedraiscriverà presto...

Mi ripeteva quelle parole consolanti con una specie di dolcecantilenacome una madre che cerchi di calmarecullandoloil pianto disperatodi un bimbo.

Quanto a mia cuginami sconsigliava assolutamente.

Ma ero matta? Chissà nemmeno se i treni funzionavano! Con lacittà quasi distrutta! E se al primo bombardamento ne seguivano altrineigiorni a venire? Tutti scappavano dalla città ed io volevo tornarci? Se lui eramorto o ferito (lei pronunciava tranquillamente quelle tremende parole)se luiera morto o feritosi sarebbe saputo di certose poi non scrivevaperché nonvoleva scriverefacevo meglio a levarmelo dalla testa. Struggersi per unincosciente cosìnon valeva proprio la pena.

- Bastabasta - le dissi - partirò lo stesso.

Ma non avevo il cuore di parlarne alla mamma. Temevo di nonresistere alle sue preghierealle sue lacrime. Invece con mia meraviglianonmi disse nulla. Sospirò soltanto e mi dette la benedizione solenne in ebraicotenendomi a lungo la mano tremante sul capo.

Io partii a rotta di collo: scesi giù per la ripida discesadel Poggio in bicicletta.

Solo Uccio mi aveva approvatosoprannominandomi «Zippol'avventuroso» e cantandomi le note della Parisina di Mascagni:

Io parto alla ventura! e solo

il cavallo (la bicicletta) mi prendo!

Capivo chepur scherzandocom'era nel suo carattereera con memi seguivacon tutto il suo cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre giorni dopoero già tornata al Poggio e a me parevatrascorso un attimo o un secolo. Come non fossi mai partitae tutto fosse statoun incuboun sogno.

I contadini dicevano chedopo quel viaggio«'un ero piùquella»ma non fecero mai domandeanzi quando li incontravogli uomini misalutavano di lontano e le donne restavano silenzioseseguitando le lorofaccende. Solo la Beppache veniva a far la maglia vicino al muretto dov'io erosedutadi tanto in tanto sospiravaquasi senza voceun «poerini!»grattandosi un orecchio sotto la pezzolacol ferro della calza.

Anche i miei di casa preferivano non chiedermi nulla: quandoentravo in una stanza e loro parlavanoi discorsi morivano d'un tratto al mioapparire. Così vivevo in mezzo agli altri come fossi solain un'altradimensione di tempo e di luogo.

Non so neppure se al presente soffrivo: sapevo solo di averesofferto e che c'era stato un crescendo fino allo spasimoproprio come avvienenei sogniquando sembra di annegare o di cadere nel vuotooppure si èinseguiti e il cuore batte da impazzire. Ci risvegliamo madidi di freddo sudoree tuttavia stentiamo a ricordare che cosa ci abbia fatto tanta paura.

Come se anch'io non fossi ancora desta del tuttosi ripetevaper meall'infinitol'attimo del risveglioin cui sentivo perdurare unaffannoche affiorava appena alla soglia della coscienza. Quella vicendachepure apparteneva a un così recente passatosi era come frantumata nellospecchio della memoria e ne restavano immagini staccatefantasmi... ch'ioinvano pregavo di allontanarsidi sparire nel nullaperché tornavano coninsistenzasenza pietà per la mia enorme stanchezza. Mi parlavano con vociindistinteperdutechiedendomi di ascoltarledi ricomporlecome se anch'iodovessi trovar pacesolo ritrovando il filo conduttore di un racconto.

Un voltopiù degli altrimi era sempre dinanzi: quello cheavrei volutopiù degli altridimenticare. Ma non era più l'amico miopartedi me stessala cui immagine evocavo con la forza del mio amoreper consolarela mia disperata nostalgia.

Mi fissava ora mutocon quei suoi occhi chiarifreddi comeil ghiacciosenza sorriso sulle labbra pallide. Che cosa voleva dirmiperchénon parlava? Quello sguardo gelidoquasi fosse una lama taglienteentrava neimiei occhi ed io li sentivo aprirsi a dismisurarimanere sbarratidiventarecome i suoi: un'immagine riflessa nello specchio.

Anch'io ero muta: la voce non usciva più dalla mia golastrozzata.

Intorno a noi tacevano le cose: non c'era un alito di vento enon si muoveva una foglia: una striscia di mare lividoin lontananzasembravadi pietrasenza onde.

A poco a poco una nebbia grigia si levava su dal mare e quelvisoquegli occhi vi sparivano dissolvendosi. Poi la nebbia diveniva semprepiù fitta e attraverso quella nebbia mi giungeva una voce senza voltola suavoce che diceva: «Non devi aspettarminon aspettarmi mai più».

Ma io non riuscivo a intendere il senso di quelle paroleleripetevo infinite voltefinché d'improvviso divenivano chiarecome un marchiorovente dentro il mio cuore.

Ora la nebbia spariva. D'improvviso si era levato illibeccio. Le ombre calavano rapide tra i piniche sembravano gemere sotto leraffiche del vento.

Sono ancora io là che aspetto? Non so più chiné checosa. Rabbrividisco di freddo. Il sangue mi fugge dalle venecome da unaclessidra che si svuota. Mi smarrisco fra quei tronchiper quei vialiunouguale all'altrouno dopo l'altro...

In fondo alla pinetasento nel buio la voce del mare.L'ultimo spicchio di solevivido come una fiamma chiarascompare fra le nuvolenere che si rincorrono all'orizzonte: su in altosi addensa cupo un colorevioletto.

Un gabbiano vola ad ali spiegatesfiorando le creste delleonde... risale e si cala di nuovosenza trovar pace.

Altre immagini si accavallavano fra loro ed io con immensafatica cercavo di districarle.

Riconosco me stessasolain uno scompartimento del treno.Il treno è fermo in mezzo alla campagna: il finestrino inquadra un paesaggioimmobilefisso nella luce pomeridiana.

Anche il tempo sembra essersi arrestato.

Guardo l'orologioma le lancette si sono fermate. Da quanteore sono in viaggio? Non ero iostamanisul trenino di Colle?

Mi par di riudire delle voci: voci di paesanidi contadiniche s'incontrano e si salutano: «Ma badate chi si vede! O voialtri? Alla graziadi...»

Si fanno festa come non si vedessero da un secolo.

Io invece me ne sto appartata in un cantucciomentre guardofilar via gli ulivi e i cipressi.

Tutta quella gente è tranquilla. Perché io sola d'un trattomi metto a tremare?

Qualcuno ha buttato là delle parole: «'Un l'avete letto ilgiornale? Laggiù 'un c'è rimasto più il seme...»

Fino a quel momentonon avevo pensato che a lui: ero chiusain quell'unico assillotutto e soltanto mio. Ma ora quelle parole buttate làda un estraneo hanno aperto una brecciauna lacerazione nuova e non menointensa. Un senso di angosciadi nostalgia disperata per la mia povera cittàora che sto per ritornarviper tutto quello che avrei trovato e per quello chenon avrei trovato mai più.

Ancora una brusca fermata.

Il treno non riparte mai. Aspetto in una specie di torporecon gli occhi chiusi; non so se mi addormentose sogno. Ma dietro le miepalpebre si accalca una folla...

Chi è quella gente cenciosa che aspetta làsull'altrobinario?

Quandodove li ho visti «gli sfollati»? Non neavevo già incontrati a Colle? Che cosa avevano di strano?

Ma ora li hoper dir cosìriconosciuti.

Mi si confondono allo sguardosembrandomi stranamente tuttiugualiun unico volto terreocon le occhiaie livide: il nuovo volto che hadipinto la guerracon la famele vegliela paura.

«Gli sfollati»quell'attributogià entratonell'uso comuneassume un più precisoparticolare significato: è già comeun marchio nella carnenell'anima. Ha una triste parentela con i profughigliesiliatii deportati...

Qualcuno mi destascrollandomi.

Quanto ho dormito?... Scendo in fretta con un gran salto daun predellino altissimo. Mi trovo su un binario morto; le sagome scure dellepensiline e le luci azzurrate si intravedono nel buiofantomatichelontane.

Nel cielo già appaiono le prime stelle.

Sono stancaho le membra intorpiditecammino cammino per unlunghissimo tratto lungo le rotaieper raggiungere un altro trenoquello chefinalmente dovrà portarmi a casa.

Nello scompartimento ormai inghiottito dall'oscuritàunvecchio russa col capo appoggiato alla tendamentre due altri viaggiatoriparlano ad alta voce.

- Le fiamme si vedevano a più di venti chilometri e i tonfisi sentivano così viciniche sembrava la fine del mondo. Lì alla stazione lagente era morta schiacciataaccalcandosi nei sottopassaggi e ancora non eranostati rimossi i cadaveri...

Non ho più saputo se quella era una notizia verama anchedopo tanti anniogni volta che mi trovavo là dentromi pareva di sentire inquel chiusoin quelle pietre fredde sotto terrail lugubre odore della morte.

 

Eppure è la strada di casa miama mi sembra ancora dicamminare sotto un tunneldove manca l'aria e la luce. La strada è deserta ecompletamente buiatutte le finestre son chiuse per l'oscuramento.

Sento il cuore e la mano che trema nel suonare alla porta.

Nessuno aprenessuno risponde.

Sembra la casa dei morti.

Suono ancora. Aspetto.

Ma come non l'ho capito prima? Certo manca la corrente.

Chissà se c'è sempre quel vecchio campanello del giardino?Cammino lungo il murocome un ciecostendo la mano e tocco i ferri delcancello. Cerco nel buiodo uno strappo leggero.

Main quel silenzioil filo arrugginito cigola e geme:risponde un suono rottocome un singhiozzo.

Resto lì immobile per qualche minutopoi torno indietrofino alla porta.

Finalmente uno spiraglio si apre.

È la zia Tilde. Ancora più magraancora più vecchia:

- Sei qui?... - mi dice sorpresa e la voce non mi sembra piùla sua.

Guardo lo strano aspetto della casa. È quasi vuota daimobili. Nelle camere neppure i lettima solo materassi per terra.

C'è della gente estranea in casa miagente che mi sembra dinon conoscere. Si aggirano per le stanze vuote con i loro volti spettraliallaluce fumosa delle candele di segodei lumini a olio.

Alla zia ho chiesto un boccale d'acquaun pezzo di saponeun asciugamano.

- Trovarlo un asciugamano decente! - dicetrottando per lacasa con le sue povere gambe stanche e mi spiega che la nostra poca biancheriaè sparitaanzi sparisce ogni giornocon quella gente in casa...

La mia casaquelle personemi appaiono del tutto irreali;le loro immagini si agitano al fondo di uno specchio appannatosempre piùsfocate.

D'improvvisocome avessi lucidato la superficie di quellospecchiouna scena mi appare nitidacon i suoi contorni precisi.

Sono seduti intorno alla tavola di cucinalunga e stretta.Sulla tavolasenza tovagliac'è una pentola con pochi fagioli e un po' dicipolla tritata.

Io aspetto il babbo che non è ancora tornatome ne sto inun angolo a guardarli mangiare. Nessuno parlanessuno accenna neppure a quellaterribile notte.

Ammucchiati intorno alla tavolahanno qualcosa dianimalescocome gatti neonatiquasi ciechiche succhiano ognuno un capezzolodella madre. Mangiano con aviditàin silenziosenza vedere che il piattosenza distrarsi dal cibo.

Il babbo invece non mangiò quasiquella sera. Mi accolseburberoanche più del solito.

- Perché sei venuta?

Ma lo sa perchée non mi chiede più nulla.

Sa anche che io non partiròfinché non l'avrò incontrato.

Sono ripartita ieri mattinainsieme al babboper tornare alPoggio.

Di nuovo sono in treno ed è come non ne fossi mai discesa.

Il babbo non mi ha chiesto niente: gli è bastato guardarmi.Tiene una mia mano fra le sue manone d'orso buono.

Il cielo è grigio pallidoi pioppi si delineano appena frala nebbiauna pioggia sottile riga come un pianto i vetri del finestrino. Ilrumore monotono del treno si accorda con la mia stanchezza: dormirò finalmente.

Ma una voce risuona d'improvviso dentro di me:

«Non aspettarminon devi aspettarmi mai più».

Ora capisco il senso di quelle parole. Forse è rimastolaggiùsepolto tra le macerie.

È la voce di un mortonon era lui vivo che mi parlava.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per la prima voltaoraquasi odiavo la campagna.

Il mio cuore era rimasto laggiùsepolto fra le macerie.

Avevo credutoritornandoche la solitudine potesse curarmi:dare spazio e requie al mio dolore. Ma non era così.

Se me ne andavo per i campi e per il boscomi sembrava dierrare come un fantasmain cerca della mia anima.

Nulla avevano da dirmi la terragli alberiil cielo.

Anche la vita che si svolgeva nella casa mi era estranea. Mialzavo al mattinocompivo gli stessi gesti di semprema come un automa cheagisce meccanicamente o come un sonnambuloin uno stato d'incoscienza.

Restavo muta per oreassorta in una fantasticheria cupa; misembrava che avrei dovuto partire di nuovoin cerca di qualcosama che cosa?Non ascoltavo più i discorsi degli altri; solo quando sentivo parlare di mortidi distruzionidi pericoloil mio orecchio si faceva più attentomi parevadi destarmidi scuotermi e che mi avrebbe fatto bene essere làcome su unatrincearischiando minuto per minutosentendo vicino il respiro della morte.

Anzisolo in questo vagheggiamento della mortemi sentivoviva.

Qualche volta sognavo: non erano mai sogni lietimapiuttosto esaltanti visioni di una felicitàla quale non poteva preludere chealla morte. Vivere ancora un attimo di vita e potermi bruciare tutta inquell'attimo tanto più intensoproprio perché ultimo.

Aborrivo il tempo lungovuoto e inutile econ Danteimploravo la Morte: anch'io portavo già «lo suo colore»

 

... vedi che sì desideroso vegno

d'esser de' tuoich'io ti somiglio in fede.

Vieniché il cor te chiede.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le giornate si facevano più lungheil sole più caldolesere più odorose.

Ormai i contadini restavano fuori fino a notte altaper lefaccende. Non tornavano a casa neppure per la cena: le donne portavano nel campoil paniere coperto dal tovagliolo e il vino nel fiasco. Dopo «la merenda» sulpratoall'imbrunirerestavano ancora un po' seduti per terra a riposarsima ipiù giovani giocavano a rimpiattino: nella semiluce si sentiva il sommessoridere delle ragazze a qualche scherzo più ardito.

Al cugino piaceva quell'orae a volte se ne andava lui purenel campomescolandosi ai contadini. Il loro buon umorel'allegraistintivaeccitazione che li prendeva dopo aver un po' bevuto e per la vicinanza delleragazzesi comunicava anche a lui.

- Sono freschi! - dicevaparlando di Nevo e degli altrigiovani. - Per loro l'amore è ancora sorpresagioia di vivere; non drammadoloretristezza.

Una voltauscendo di casapassò dalla stanza dov'ero ioacapo chinosu un libro che non leggevo.

La stanza era tutta in penombra: in un angolo del tavoloc'era una candela accesa.

Mi chiamòinvitandomi ad uscire.

- Zippo - mi disse - non puoi stare così. Se io avessi unabacchetta magica ti farei un sortilegiouna metamorfosi. Ti toccherei e tudiventeresti un ghirouna marmottauno scoiattolo.... saiuno di queglianimalini che cadono in letargo. Te ne resteresti immobilerincantucciatacosìcome sei ora... dormiresti finché fosse passato l'inverno.

- L'inverno?! - dissi io.

- Sìè l'inverno questo per te. Tu non senti più nullanemmeno il calore del solenon vedi il cielo che splendeil grano che maturané i papaveri rossi.

Così addormentatapasserebbero i mesifinché un giorno tisveglieresti a primavera!

Ma io non ho la bacchetta!

D'improvvisoafferrò un tagliacarte d'acciaioa forma dispadinoche era là sul tavolo. Per un istante ne tenne la punta sulla fiammadella candela... e prima ch'io potessi scansarmicome in un gioco di schermami toccò il braccio nudo con quella punta rovente.

Feci un saltosentendomi bruciare la carne.

- Sei vivoZippo! - mi disse - devi combattere!

In quel momentoentrava Lia nella stanza.

Sarebbe stato difficile spiegarle cos'era avvenuto: iosinghiozzavonon certo per il dolore della piccola bruciatura e Uccio era chinosu di mecarezzandomi sul capo.

Questa era «la pietà» del cugino e ne portai il segno sulbraccio per qualche giorno.

Guardando la breve cicatrice rossaavrei voluto singhiozzareancora e che si rinnovasse quell'onda di commozionequella specie di choc chemi aveva scosso in quel momento. Sentivo tuttavia un lieve fremitoqualcosa chesi scioglieva in fondo al cuore. Certo non ero guaritama cercavo di stare menosoladi mescolarmi agli altri.

Dopo il secondo bombardamentoanche il babbo venne perrestare al Poggio. La sua salutedi giorno in giornoera più malandata.

Arrivò a tarda serastancospossato.

La giacca polverosa gli pendeva dalle spalle cascanti. Lerughe apparivano più profonde e quegli occhi che avevano visto le macerie!Quegli occhi erano sfuggenticome ci fosse in lui un senso nascosto di pauraquasi di vergognadi chi ha abbandonato il posto di combattimento.

- Ma come si fa a resistere? - diceva - Ogni nottequellamaledetta sirena!

Noi si ricordava il nostro babbo ancora nel vigore dell'etàaltogrossoforte. Sembrava ora più curvo e come rimpiccolitoquasi unvecchio.

Case crollateintere famiglie distrutte opeggioqualcunorimasto solosenza più né casa né famigliae che ci sta a fare unosolo almondo?

Raccontava di un suo amicoil nostro dottore.

- Non sembrava più luidopo che le bombe gli avevanobuttato giù la casa; gli era rimasto un tremito addosso e la figliola lo tenevaper mano. Venne a salutarmiprima di andar viae tutt'e due si misero sedutisugli scalinidavanti alla portacome non ce la facessero a salire su per lescale. Stavano lìcon gli occhi fissiimbambolati e non facevano cheripetere: «La mia casa! Non ci abbiamo più la casa!»

La casa!

Ora anche la nostraquanto agli arrediveniva trasferita alPoggio. Il babbo era arrivato con un ultimo camion.

Era necessario accatastare ancora i mobili già accatastatiper far posto ai nuovi.

Si era cercato di lasciare riunite fra loro le cose di ognifamigliasicché ogni gruppo aveva ancora un po' la parvenza di quella che erastata una casa. Ma era come se da un organismo vivo e vivente si fosserosezionate le membratratti fuori i viscerile ossa. La credenzail tavololascrivania... il pianoforte della mamma.

Non era a codacome quello più aristocratico della ziaFreda: sembrava un poverellocol suo legno marroncino un po' tarlatoe come incastigoperchéper ragioni di spaziola tastiera era rivolta verso il muro.

Mi accorsi che ogni giorno la mammainsinuandosi a faticanell'angololo spolverava amorosamentesollevando anche la striscia di feltroverde che proteggeva i vecchi tasti.

Il pianoforte poteva essere un'immagine di lei: così fuoripostosmarritaquasi ridotta al silenzio...

D'un tratto rividi la mamma giovane.

Suonava spesso allora: gli occhi celesti splendevano di lucee leipur così timidasembrava esprimere con le note un'altra se stessacomesesoltanto cosìpotesse parlare.

Suonava e cantava a voltecon la sua voce esilema limpidaintonata:

Io ti seguiicom'iride di pace

lungo le vie del cielo...

 

Le note della romanza di Tosti trasportavano lontano anchenoi bimbe.

Forse proprio attraverso quella musicacantata dalla vocedella mammaio avevo avuto la rivelazione di quello che poteva essere lapotenza del sognodell'artedell'«Ideale».

In te rapitoal suon della tua voce

lungamente sognai...

E ti sentii nella lucenell'aria

nel profumo dei fiori

e fu piena la stanza solitaria

di tedei tuoi splendori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stanze affollate di mobiliotto persone che si scontravanodi continuoognuna col suo caratterecon i suoi problemivolti scuriansiosi.

Sembrava dileguata per sempre quella luce di sognoche untempo circolava lassù.

Anche il mio dolore mi pareva appartenere a un altro mondoun mondo già lontano.

La nostra disgrazia c'era venuta dietrolegata come unacatena al piede. Eravamo anche noi senza casasfollati: ecco le nostre robe làammassate. Peggio: eravamo ebreismarritiincerti dell'avvenire.

Ora noi giovani si subivano in silenzio le lamentele deivecchi. Eravamo più indulgenti per il loro disagiola loro pena. Non usavamoneppure più scherzare sulle piccole manie della zia Clara: il suo viso affilatoci moveva piuttosto a pietà.

Nonostante si fosse in campagnaanche i viveriscarseggiavano.

Il prolungarsi di quella nostra forzata villeggiatura rendevai contadini giustamente più avari della loro «roba».

Si erano accorti checol denaroormai non si potevaacquistare quasi nulla. Al paesenoi si andava di radoperché nelle botteghec'era ben poco da compraree d'altra partenessuno aveva voglia di muoversiper passeggiata. Non si ritirava neppure il pane della tesseraperché si eraottenuto di farci assegnare l'equivalente in farina. Così ogni giornoincambio della farinauna delle massaie dei contadini ci pesava sulla stadera lanostra razione.

Toccava a noi ragazze presentarsi a turno dai MannozzidagliAlbieri e dagli Stellia ritirare il pane quotidiano.

Nel «partire il pane» con la coltellala Beppa deiMannozzipuntando il piccolo occhio di testuggine e stringendo le labbrasottilisospirava «Poerini!»

Non si sapeva bene se quel sospiro era dedicato a noiperché il pane che ci toccava era pocooppure perché a lei rincrescevasepararsi dalla mezza pagnotta. Fatto sta chegiudicando prima a occhio dovepress'a poco affondare la coltellafaceva una tacca nella crostatenendosisempre un po' indietroper non rischiareabbondandodi ridurre poi laporzioneo peggiodi doverci regalare il buon peso.

Quando il braccio della stadera cadeva all'ingiùraggiungeva l'equilibrio con «la giunta». La quale giunta era per noi una grantentazione: il pane tagliatospecie frescosapeva così di buono... quellafetta si faceva sparire in un battibalenoaffondando i denti nella midolla.

Se la Beppa era la meno generosa nel fornirci la nostrarazionein compenso il suo pane era ottimocompattocon la crosta bronzataela stessa parsimonia con cui lo affettavalo faceva sembrare più prezioso.

Dagli Albieriinvecesi riceveva sempre la porzione piùgrossa.

Anche la Lena sospiravanel partirci uno di quei pani enormie pallidiche toglieva dalla madianella semiluce della cucina; ma questavolta il sospiro era tutt'uno con quella sua aria stancadolenteed era unsospiro di pietà per tutto e per tutti.

- ...Andateandatepoere bambette! - ci diceva. E nonvoleva essere ringraziata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quelle lunghe sere di luglio... sembrava che il giorno nonfinisse mai. La luce del sole era ancora all'orizzonte e già sorgeva la luna.

Era il tempo della mietitura.

Per il frescoinsieme ai contadinianche noi si andava alegare i covoni. Si lavorava in silenziopresi dalla suggestionedall'incantodell'ora.

Il fieno si ammucchiavaricadendo giù leggerosenza pesoe ogni rumore sembrava attutirsi: in quella luce fatatacome in una sequenza diun vecchio filmsi vedevano i contadini compiere gli antichi gestii gesti disempre.

Quel profumo del fieno falciatoquel brillio di stelle ecantare di grilli! Il chiarore era tutto su in alto e da quel cielo si riversavasulla terra come un consensouna benedizione. In quella calma assolutaperfettasembrava non esserci più posto per l'ansiala paurao almeno cheogni pena potesse venir consolata.

Io sentivo rivivere ed espandersi l'anima mia.

Accettavo la mia feritache si riapriva come un rosso flore.

In una di quelle serenoi cugini eravamo rimasti levati finoa tarda ora.

Tenendoci tutti e quattro a braccettosi camminava giù peril viottolo della fonte. Si vedeva lo scintillio dell'acqua fra i sassie Ucciosi mise a cantare un motivo allora in voga:

Quando c'è la luna piena

quanto è bello passeggiar...

E noi cuginerispondendo con le parole del ritornello:

Con tesoli soli nella notte

con tecanticchiando una canzon...

 

Si continuò non so per quanto tempo sempre più inebbriatidalla lunadal canto e dal sentirci giovani e un po' matti:

Senza un letto per dormire

senza un soldo per cenar

fino all'albatutta notte

non ci resta che cantar...

 

A braccettoci si lasciava andarequasi a volo ormairidendo e cantandogiù per il viottolo scosceso.

Guardando la lunaspecchiata tonda giù nella fonteUcciodecise

- Stanotte si dà retta alla canzone! Chi ha il coraggio diandare a lettocon una luna così?

- Non vorrai mica sdraiarti qui sui sassi! - disse Annalena -perché io vi saluto e vi do la buonanotte.

- Buonanotte e buon riposo! disse Uccio Sono sicuro che loZippo e anche Lia rimarranno con me.

- Non ci dobbiamo separare ora - dissi io - cosa ne dite diandare a sdraiarsi sui pagliai? Altro che letto!

Risalimmo il viottolosempre cantando.

Di lontano apparvero i tre pagliai addossati l'uno aglialtridue larghi e bassi e il terzocon la scala lunghissimaappoggiata indiagonalealto come una roccache formavano nel buio una specie di cittadella.Salendo sulla lunga scalaci preparammo all'assalto: un ripiano ritagliato adue terzi della rocca ci offrì un meraviglioso spiazzo da cui contemplare lunae stelle: così vicine quella notteda poterle toccare.

Quanto al nostro lettoodorava meglio delle lenzuoladi unfragrante odore di fieno e noiincuranti della «gatta porcina»si facevanodi gran capriolefra le più matte risate.

 

- Guardando questo mare di stelle - disse il cugino - miviene in mente un meraviglioso pannello cinese il mare fiorito. Miha fatto sognare tante volte e mi torna a mente nei momenti più impensati...come stanotte.

- Com'era il mare fiorito? - chiesi io - qualistrani fioriche sfumature di colore aveva trovato l'artista?

- NoZippo- mi rispose - l'incisione era in bianco e neroma guardandolatu vedevi anche i colori.

Mentre Uccio parlavaio seguitavo a guardare quel formicoliodi stelle su in alto.

Già le stelle impallidivanol'alba stava per spuntare.

A un tratto un rumore nel silenzio.

È una macchina che sale su per la strada ripida del Poggio.

Chi mai può essere a quest'ora?

 

È Michele! Eccolo sul piazzale.

Lo chiamiamo: si volta e non sembra neppure sorpreso divederci lassù. È trafelatoansantema non può portarci una cattiva notizia:la sua faccia larga sorride.

Ci precipitiamo giù dalla scala.

- Son corso subito! - dura fatica a parlare - L'ha detto orala radio! Se n'è andatocapitese n'è andato! Il fascismo è caduto. Siamoliberi!

Quella notteera la notte del 25 luglio.

La notiziaincredibilesembra anche più incredibile conMichele che è arrivato lassù a quell'orain quell'alba stellatamentre noisembravamo in attesa di un miracolo.

Saliamo su in casaa corsa; destiamo i genitori.

I contadini che dormono sempre con un occhio solohanno giàsentito il rumore della macchinasi affacciano alle finestreguardano giù nelpiazzale. Presto tutti scendono.

Michele è festeggiatoabbracciato. Gli si fa ripetere lanotizia che non sembra neppure vera.

I contadini ci guardano attoniti. Non riusciamo a convincerliche è un casosoltanto un casose quella notte eravamo là.

«Ma loro lo sapevanolo sapevano: e però non sono iti adormire!»

Nessuno torna a letto. Del resto il sole si è già levato:un sole che sembra più chiaropiù splendente.

Siamo ansiosi di scendere al paesedi comunicare con glialtriora che finalmente anche per noiper noi soprattuttoquella è unanuova albauna nuova vita.

A Colle troviamo le strade affollatec'è aria di festa. Deifascisti neppure l'ombra: volatilizzatispariti in poche ore. Si chiacchieranei capannellisi fanno dei nominomi di qualcuno che è scappato a tempo.Altri son tappati in casae c'è chi deve restarci un pezzettoperché glielehanno già suonate.

I piùper lunga abitudinenon ardiscono parlareapertamentesussurranousano perifrasisi guardano ancora attornocome se lemura avessero occhi e orecchi... ammiccano gli uni con gli altriper far capireche si sono intesi.

A noi toccano salutilarghi sorrisi.

La gelateriail bar sono pieni di gente. Entriamo.

Il barista è arrampicato su uno scaleo e stacca un quadrodalla parete: fischiurli: un rumore assordante.

- Finalmente l'hai tirato giù - dice uno - quello lì tiguardava dall'alto e ti levava anche la voglia di respirare. Gli cambieranno unpo' la ghigna oraaltro che saluto romano!

Su al Poggioil cugino ha stabilitoper quel 26 luglioeccezionali festeggiamenti.

Vien fuori la farinavengon fuori le uovavien fuori lozucchero.

Torte e vino dolce.

Ballistornelli e novelle.

La più bella la raccontò lo zio Poldo.

Narrava di un villano che se n'era andato dal suo paese egirava il mondo facendo fortuna con un bel mestiere. Ci aveva due barattolini euna penna lunga che faceva da pennello. Strillava per le contrade:

- Donnec'è il dora-culi!

- Passipassi... - dicevano vecchie e giovanispecie lepiù ricchee perfino le serve se lo facevano «argentare».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo la parentesi euforica del 25 luglio per cuicon lacaduta del fascismosembrava tutto risoltoci si accorge invece che tutto èdi nuovo sul tappeto.

Noi che non siamo più al bandoesclusiora che apertamentepossiamo parlaresperare insieme agli altridobbiamo anche agireriprenderein mano il timone della nostra barcaricominciare una vera vita.

Andai a cercare Uccio. Mi sembrava che per luiun giovaneun uomoanche più che per mesi fosse aperto un amplissimo orizzonte e luidovesse decidereagire subitoimmediatamente.

Pensavo anzi che neppure l'avrei trovato nella sua stanza:certo era scappato via come un puledro.

Invececon mia sorpresalo vidi tranquillamente seduto altavolo con I tre Moschettieri dinanzi.

Alzò gli occhi grigi dal libro:

- SaiZippo - mi disse - che è straordinario! Lo leggo ecredo di saperlo a memoriama me la godocome se fosse la prima volta. Unaltro mondo quelloed io mi calo là dentromi vesto di quei panni e mi cisento benecome nella mia pelle.

- MaUccio - gli dissi - sono anch'io innamorata dellefavole... certo i nostri momenti più puri e più felici li abbiamo vissuti incompagnia dei poeti; ma non ti sembra che ora non sia più il momento di evaderedalla realtà? Anche il nostro tempo può essere bello e la vita vera deveessere ancora vissuta da noidobbiamo anche noi farne parte.

- Detesto la vita «vera» - mi disse - La vita vera per lopiù è stupida e noiosa. Sei tu a credere che si possano incontrare a qualchecantonata la Virtùla Bellezzal'Amore! Ma niente esiste di tutto questo omeglio tutto esistema solo nell'arte: nei quadrinei librinella musica. Ilresto è nulla. Un mondo meschino in cui io non ho nessuna vogliané fretta dirientrare.

- EppureUccio- gli dissi - ci sono dei giovani checombattonoche muoionoper preparare un mondo migliore. Son essi che voglionocambiare questo in cui ora viviamo.

- Combattono e muoiono per un ideale! Ma vediio non credoche si possano realizzare gli ideali.

L'Ideale è bello e fa sognare appunto perché è un Idealeappartiene cioè al Mondo delle Ideecome lo chiama Platone.

Ma il Mondo delle Idee è lontanissimoremotounmondo stellareassolutamente separato dal nostro...

Ora aveva socchiuso gli occhi in due fessure vivesorridevacome sesoltanto cosìcon gli occhi socchiusipotesse contemplare quellaluce lontana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Mondo delle Idee! Non immaginavo che sarei tornataa parlarne pochi giorni dopo quel discorso con Uccio.

Una lezione di filosofia e in programma c'era Platone.

Avevo di nuovo un'allieva. La mia discepolabocciata agliesami di lugliodoveva riparare a settembre.

Ripescare una scolara alla fine di luglioquando mancavapoco più di un mese agli esaminon era facile ed io accettai quel che il cielomi mandava.

Dodici chilometri in bicicletta all'andare e dodici atornarein discesa e in salitami parevano uno scherzo!

Uscendo dal guscioio mi preparavo ad affrontare «la miaguerra». Nulla si conquista con nullama non immaginavo di trovar subito unostacolodiciamo cosìcasalingonella disapprovazione paterna.

Il nostro genitoresubito dopo il 25 lugliocome immediatadomestica conseguenza del capovolgimento politiconon faceva che ripetere a mee a mia sorella di darsi da fareche ormai bastavano gli ozi in campagna! Maora che avevo trovato la mia prima lezionenon poteva capacitarsi che dovesseessere l'insegnante a fare 12 + 12 chilometri per raggiungere la scolara.

- Bel guadagno! - diceva - quella smorfiosa! toccherebbe aleimi parevenire quassù!

Inutile fargli capire che c'erano pure altri insegnanti inpaeseassai più noti di me che ero vissuta forzatamente nell'ombrae che seio avessi fatto «alla smorfiosa» la proposta di arrampicarsi fino al Poggiosarebbe stato come mettere il sale sulla coda a un passerotto: la mia lezionesarebbe volata via subitoimmediatamente! Tanto più che quella ragazza erapigra: di una pigrizia fisica e intellettuale senza rimedio.

Apparentemente era normalissimaanzi bellinabionda... colvestitino a pallini rosa; ma sembrava che i suoi sedici anniinvece di renderlasvegliale mettessero nelle vene un sangue torpido.

La sua casaposta in fondo a un vicoloera una palazzettaun po' tetrama solidapiuttosto grandedove le stanze dovevano esserenumerose; ma la mia allieva non accennò mai a invitarmi a salire su per lascala.

Mi riceveva a terreno «nell'entratura» ed io mi sentivocome un'intrusa alla quale si dà forzata udienzasperando di sbarazzarsene alpiù presto possibile. L'arredo si componeva di un tavolino di ferrodi quellida giardinomal equilibrato sulle tre gambee di due seggiole pure di ferroincredibilmente scomode.

Alle pareti c'erano vecchie oleografie (mi rammento Otello eDesdemona) e in terra un tappeto sudicio.

Per mancanza di spaziosedevamo vicinissime al tavolinozoppo che tentennavaminacciando di rovesciarsiappena si appoggiavano lebraccia o si voltavano le pagine di un libro.

Là dentro stagnava un odore greve di rinchiusomisto aquello acre di un eterno soffritto di cipolla che c'invadeva dalla cucina. Nonc'erano finestre e la luce veniva solo dalla rosta e dallo spiraglio dellaporta.

Lo spiraglio si allargava di tratto in tratto e dal di fuorientrava qualcuno: io vedevo allora i piccoli occhi cilestrini della mia allievafino a quel momento assentiacquosivolgersi subitogirare come se avesseroun pernioattaccarsi al nuovo venutoseguirlo in ogni mossa finché non erascomparso su per le scale. Per lo più si trattava di gente di casa: la nonnacon le scarpe risolatela madre con la borsa della spesail fratellino coltriciclo... ma tant'è: tutto sembrava avesse per lei più potere di seduzionedella mia disgraziata persona.

Si leggeva il Critone: e c'erano pure dei momenti perme in cui tutto sparivail tavolino zoppola cipolla ed anche la scolara ed iosentivo nella mia voce un'altra voce... quella di Socrate nel carcerequandodinanzi ai discepoli assortidialogava con le Leggicome fossero creaturevivepersone.

La bellissimanitida traduzione di Manara Valgimiglich'ioamavomi ricreava quell'incantesimo. Le parole mi venivano alle labbra eparlavo del Mondo delle Ideedi quel mondo lontanoassolutostellare...

Fu in uno di quei momenti che la mia allieva m'interruppe: -Ma a leiSignorinala filosofia le garba per davvero?...

I piccoli occhi cilestrini mi fissavano.

Candidamente risposi di sìche il «Critone» mi piaceva«per davvero»: e allora vidi accendersi in quegli occhi una luce di maliziaquasi direi di scherno o di compatimento per me.

Una seraper la frescaio avevo percorso baldanzosamentegli undici chilometri e mezzo del ritorno e mi apprestavostringendo i freniad affrontare la discesa.

A un trattomalauguratamenteuna radice che sporgeva daterra fece fare un gran salto alla ruota anteriore. La bicicletta sbandòionon riuscii a tener stretti i freni e precipitai giù a rotta di collo.

Proprio il collo non me lo ruppima caddi di traversoperfortuna in un fossatello erboso. Ero insieme ad Annalena che aveva assistitoimpotente al mio volo fulmineo.

Tentai di rialzarmi appoggiandomi alla cuginama unatrafittura atroce al ginocchio sinistro mi fece rimanere lì ritta immobilecontutto il peso del corpo su una gamba solaincapace di muovere un passo.

Annalena vedendomi impallidire a quel modoperse la suaolimpica calma e quasi a corsanonostante la salitaandò su per chiedereaiuto.

Dopo pochi minuti che a me sembrarono eternieccola di nuovoin compagnia di Nevoil primo che aveva incontrato. Con un braccio attorno alcollo di lei e l'altro attorno al collo di luifacendo forza sulla gamba buonami trascinai fin su più morta che viva.

Tentai di minimizzare l'accadutocercando il modo diapparire più disinvolta possibile; ma anche in pianurasul pratozoppicavomaledettamente. A fatica raggiunsi la panca di pietra sul piazzale e me nerestai lì sedutafinché la notizia si diffuse: mi ero fatta un po' male alginocchio.

In quella posizione decente e apparentemente naturalepoteidare udienza ai miei familiarima presto i miei accorgimenti risultarono vani:non potevo restar lì tutta la sera e quando tentai di rialzarmi l'atrocetrafittura mi aggredì peggio di prima. Bisognò per forza ammetteredi fronteall'interrogatorio stringente del genitore che non mi ero fatta un «pochino»di malema «proprio» male al ginocchio e che bisognava portarmi a lettosubitoperché non ne potevo più.

Stesa sul letto Corinna mi applicò «la chiarata».

Con la buonanotte a tuttiriuscii finalmente a restarmenesola con gli occhi fissi nel buio.

Ma altro che «chiarata»! Passavano i giorni e il dolore alginocchio non accennava a diminuire. Impossibile scendere le scale: cosìmalinconicamente dovevo restarmene su in cameraseduta dietro i vetri dellafinestra.

Non ebbi più notizie della mia pigrissima scolarache pureera stata avvertita della mia disavventura. Mio padre mutò l'attributo da«quella smorfiosa» a «quella schifosa»che «dopo avermi fatto rompere unagambanon si degnava neppure di venirmi a trovare».

Ma la sua compassione per me si traduceva in brontolii elamentelequalche volta addirittura in rampogne che coinvolgevano anche miamadre e mia sorella«tutta gente impappinata a stare al mondo»come luidiceva.

Certo «stare al mondo» è sempre stato difficilino pertutti e per noi ebrei lo era un tantino di più.

Come Dio volle e con l'ausilio del dottore che si dovette farvenire dal paese per ingessare la gambaa poco a poco il ginocchio migliorò;ma dovevo sempre andare molto cauta.

La mia bicicletta dormiva in cantina sotto la volta dipietra.

Le notizie dal paese le portavano Annalena e il cugino. Persolidarietà e per non dare altri appigli all'ira del genitoreanche miasorella aveva rinunziato alle gitetanto più che a lei non dispiacevarestarsene lassù.

Per me inveceora più di primaera amaro stare cosìtagliata fuori da ogni partecipazione attiva. Mi sentivo impazientein attesadi qualche cosa che non veniva mai.

Mia sorella mi consolava:

- Non capisci - mi diceva - che non siamo sole ad aspettare?Tutti aspettano che succeda qualcosa. Forse la guerra finirà prestoora almenoabbiamo questa speranza. Dopo verranno altre attese e altre pene.

- Ma come? - le dissi - non speri in un tempo migliore?

- Migliorechissà! - rispose con un sospiro - chissà sesarà proprio migliore o se non dovremo rimpiangere questo...

Era in piedi accanto a medietro i vetri della finestra eaveva preso una mia mano stringendola nella sua. Notai che la mano era fredda eche stringeva la mia come per infondere e insieme ricevere calore.

Sentivo nella sua voce un'incrinaturaquasi temesse unpericolouna minaccia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

- Capitano tutte a me! - pensavo guardando un mosconeprigioniero che si ostinava a sbattere la testa nei vetri.

- Moscone! Novità o persone! - disse ridendo Annalena cheentrava nella stanza. Ma eravamo ben lontane dall'immaginare così prossima unanovità di una tale portata: il giorno dopo era l'8 settembre.

L'armistizio fu accolto con giubilo specialmente dalle mamme:- Presto torneremo a casa nostra! dicevano con un sospirone di sollievo e gliocchi ridenti.

Il babbo scuoteva la testa: - Il bollettino dice: «Laguerra continua...» I tedeschi son sempre i tedeschi!

Quanto a noi cuginiora che forse si avvicinava il momentodi separarcidi riprendere ognuno la sua stradaeravamo come disorientatiunpo' a disagio.

Un pensiero per me era fisso e dominante su tutti gli altri:tornata a casain cittàl'avrei riveduto.

A quel pensiero si accompagnava non la gioiama l'angoscia eil tormento. Il cuore era chiuso a ogni speranzatuttavia mi sentivo inpericolocome un disperato giocatore che ha visto la sua rovina perdendol'ultima posta e non ha più nulla da giocareeppure trema all'idea diritrovarsi al tavolo verde.

Il mosconedopo la novitàportò al Poggio anche «lepersone».

Una sera arrivò il giovinotto di una delle ragazze degliStelli: affamato e senza divisa. L'8 settembre era scappato come tanti altrimilitari e dopo un viaggio avventurosoce l'aveva fatta a tornare a casa.

Ma in quei giornise ne dicevano tante e circolavano anchedelle brutte voci: i soldatipoverinitornavano alle loro casealle lorofamigliema c'erano altri sbandati e fuorilegge che profittavano di quel caosper venire a rubare o a far peggiospecie nei luoghi solitari.

Al Poggiodichiarò la zia Claranon era davvero prudenterestare con tre ragazzeanzi assolutamente irrazionale. Leiin attesa di potertornare in cittàa casa suasarebbe andata ad abitare in paeseinsieme adAnnalena.

La mamma le dava ragionema non poteva decidere nullasoggetta com'era alla patria potestà.

La zia Fredaper sua naturarifuggiva o rimandava qualsiasidecisione. Per lei «il decidere»verbo prediletto dalla cognataera invecesempre «insopportabile» «terribile»: del resto non aveva femmine.

Nostro padrepoicome disse la zia Clara«eludeva ilproblema».

- Ma stai un po' quieta! - le rispose una volta calmo calmocon quel suo risolino provocatorio che aveva il potere di far perdere i lumialla zia e non solo alla zia... -

Non ci son mica solo le nostre figliole! Mi pare o ci sonaltre sette o otto fior di ragazze contadine?

Quanto a Ucciorideva come un matto a quelle paure:

- Difenderò l'onore di una cugina «con la cerbottana» - cidissesoffiando via da una canna un rametto appuntito come una minuscolafreccia.

Altre volte canticchiava sulle note della Cavalleria

 

... priva dell'onor mio

dell'onor mio rimango...

 

La zia Clara non resistette a lungo e partì davvero con armie bagagliinsieme ad Annalena.

La casa del Poggiodopo la loro partenzaera più grande epiù vuota.

Mi accorsi che Uccio aveva perso un po' del suo mordentedella sua inesauribile inventiva: era più serioperfino un po' musone.

- Vedi - mi disse - la zia Clara era la razionalità eper contrasto a noi piaceva essere irrazionali e Annalena... - levò le cigliaun po' in sucome riflettesse - ecco - e gli occhi grigi sfavillarono -Annalena una specie di Sancho Panza e noi ci si sentiva Don Chisciotte!

Vuoi scommettere che d'ora in poi saremo ridotti a guardarel'orologio? Sarebbe tristissimo... tristissimo davvero. «Ordineprecisionepuntualità»ma che gusto c'è ora a fare il contrario se nessuno si arrabbia?E senza il nostro Sancho... ci riuscirà di fare ancora i Don Chisciotte?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'imbrunireuna serami trovavo con Lianella stanza delcamino. La stanza era tutta in penombra. Silenziose e un po' impigritenonc'eravamo ancora decise ad alzarci per accendere la candela: ormai si volevafinire di dipanare un'ultima matassa di lana.

La porta sul piazzale era aperta.

D'improvvisomia sorella allentò le mani e a me sfuggì ilcapo del filo: il gomitolo rotolò per la terra.

Nel vano della porta erano apparsi tre uominianzi treombre. Due erano molto alti e il terzo più piccolo aveva un braccio al collo.Non si distinguevano i visi perché le figure erano contro luce.

Prima di un nostro cenno o di una nostra parolai trescivolarono dentroaccostando la porta e facendoci segno di tacere.

Erano prigionieri inglesiscappati da un campo diconcentramentotentavano di ricongiungersi al loro reparto. Chiedevanoospitalità per quella notte: erano molto stanchi e speravano di poter dormirenella stalla. Un po' in ingleseun po' in italiano e molto a cenniriuscironoa spiegarsi.

Eravamo senza fiato per l'emozione.

Erano «i nostri» finalmente! Non una stallama una reggiaavremmo voluto per loro!

Ci precipitiamo in cerca del cugino.

Con nostra sorpresaUccio non insiste perché restino lì incasama esce insieme a loro per parlare a Vanniil capoccia della famigliadegli Stelli.

Attendiamo col batticuore: dopo mezz'oraeccolo di ritorno.

- Ce n'è voluto a fargliela capire l'enorme differenza! -dice - Per i contadinitedeschi o inglesi son sempre stranieri! e poi poi...forse sanno cosa può capitare... non hanno torto del resto.

Guardo in faccia il cugino. È turbatoinquieto e anch'io losono. Non è bruttoquesto che facciamo? Chiedere di rischiare ad altri:avremmo dovuto tenerli quirischiare noi soli.

- Ma quei ragazzi - insiste Ucciocome mi leggesse dentro -proprio per non compromettere nessuno hanno voluto così; possono sempre direche hanno trovato l'uscio della stalla accosto e sono entrati da solidi notteed è anche più facile per loro scappare al primo allarme.

Ripete queste ragioni dettate dal buonsenso senzaconvinzione. Mi viene in mente una sua frase: «Il buonsenso per lo più è unodioso mercante - ci disse una volta - ed io detesto i buonsensai.»

Sono sicura che in questo momento si detesta: perciò ècosì turbato.

Restiamo tutti e tre in silenzio.

Quando entra il babbocapisco che anche lui sa già tutto.Ha la fronte aggrottatagli occhi sembrano più cupicarichi di malumore comequelli di chi ha ricevuto un soprusoo invece si sente in torto con se stesso?Comunque siaha bisogno di sfogare sugli altri il suo cruccioil suo disagio.

- Non c'è mica da scherzare! - dice - Meno male che hannoavuto il buonsenso di andarsene di qui e dormire nella stalla! Non lo sapete chesi rischia la fucilazione? E noi che siamo ebrei! Voialtre farete bene a nonuscire fuori stasera: nessuno deve saperne nulla. Presto a lettoe speriamo chedomattina se ne siano andati e l'avventura sia finita.

Capisco: forse ha ragione... ma com'è tristecom'èavvilente la paura!

A cena nessuno fa una parola.

Il babbo cupola zia Freda enigmaticaimpenetrabilemangiano guardando nel piatto. La mamma non sa nullama si accorge che c'èqualcosa di strano nell'ariaquella sera. I suoi occhi celestismarriticercano i nostri come a domandare il perché.

Presto salgono in cameradopo averci ripetuto di andarepresto a letto.

Noi cugini restiamo soli come cospiratori. Ci guardiamo l'unl'altro.

 

- S'intende - dice Lia e una goccia di sangue le colora ilviso - s'intende che noi andiamo a trovarli.

Lei che di solito è così riservataun po' timidasi èfatta ardita.

- S'intende! - ha risposto Uccio come a una parola d'ordine egià si avviano fuori: io li seguo zoppicando.

Prima di varcare la portaLia dice: - Portiamogli qualchecosa almenoqualcosa di nostro.

- Per la cena ho incaricato i contadini - risponde Uccio -Corinna preparava già il paniere.

Invidiamo i contadini che quanto a provviste possonodisporreanche regalare. Noi ci sentiamo in imbarazzocon le nostrelimitatissime risorse. Ma pur qualcosa si rimedia: delle bende (uno ha ilbraccio slogato)la fiaschetta del cognac di Ucciodell'uva passitaunbarattolo di conserva di cotogne.

Camminiamo silenziosi per il viottolo fino alla casa degliStelli: la notte è frescala luna una falce sottilissimae le stelle brillanoradelontane lontane. Sull'aiain quel buioappena s'intravedono le sagomedei pagliai.

Giriamo dietro la casasotto la volta che conduce allastalla: Uccio batte tre colpi sui vetri appannati di una finestrella. Unospiraglio luminoso si apre e al fioco chiarore di una lanternaintravediamo idorsi delle bestiei musi sulla mangiatoia. Tre ombre sgusciano fuori: i treinglesi.

Senza parlarein fila indiana per il viottoloci avviamo aipagliai: senza parlarecome si fosse convenuto primasaliamo su quello piùbassoda cui è stata segata una gran fetta. Ci mettiamo seduti in circolocome i turchi su un tappeto.

Fra il loro italiano e il nostro inglese vien fuori unlinguaggio davvero turcooppure ostrogoto.

I tre inglesi per primi scoppiano a ridereanche se un po'in sordina: si è risvegliato il loro senso dell'humour.

Il riso è contagioso e noi facciamo eco.

- Star dust... polvere di stelle... - dice mia sorellaammiccando al cielo.

- Yes...star dust... polvare di stalle... - rispondecon uno sguardo trasognato l'inglese biondissimo.

A quel «polvare di stalle» siamo noi a scoppiare dalridere. Tentiamo di spiegare il doppio sensoma la spiegazione risultacomplicatissima: d'un tratto Uccio si mette a muggirecome un vero bove nellastalla. Gli inglesi ridono da matti: hanno capito.

Siamo tre giovaniinsieme a tre giovani.

A poco a poco prendiamo tutti coraggio e nonostante la Babeledelle lingueci intendiamo benissimo. Ci piace essere insieme e parlareanchese i discorsi procedono a sbalzisenza un filo logicoripescando gli argomentipiù disparati.

- Gìgole... Gìgole - dice ancora l'inglese con ariaromantica.

Ora abbiamo capito noi: ci vorrebbe una bella voce chesapesse cantare: Gìgole è Gigli.

Ci raccontano la loro storia.

Sono tre amici: sono scappati insieme. Parlano delle lorofamigliedelle loro case lontane.

Uno dei tre viveva nel Sud-Africa.

- Molto cibomolto oromolto tutto... poco uomo. Moltobuono! - conclude con un largo sorriso beato.

Un altro improvvisamente ci fissa e dice serissimo:

- In Italia molte spietutte spie! Forse anche voispia?...

 

Ma nessuno fece «la spia» e l'avventura si conclusefelicemente almeno per noi.

La mattina dopo gli inglesi erano svanitisvaporatitantoda poter credere di avere sognato.

 

PARTE TERZA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono passati tanti anni ormaieppure ogni volta che torna ilnovembrecon quella fioritura magica di foglie morteio son presa daun'emozione intensa che mi riporta indietro nel tempoal novembre del '43.

C'è un tremore di rami già nudi: un'ultima foglia siaccende contro il solesi agita a un invisibile soffio di ventocon un brividosi stacca... un'altra tessera di porpora e d'oroche s'intarsia nell'immensomosaico multicolore.

Favoloso pittore il novembre! Ma la sua opera è effimera.Dopo pochi giorniil vento nerola pioggia a torrenti ridurrà gli alberi ascheletrila terra a putrido fango: desolato si annuncia l'inverno.

In quei primi giorni di novembre del '43con gli occhiaridifissiseguivo quel volteggiare di fogliequasiin quella vicenda dellastagionevedessi trascritta un'altra vicenda: la nostra. Eravamo giovaniallora! Tutto il nostro essere si espandevavoleva fiorire... ma quella era lanostra fioritura: non i vividi fioricui seguono i fruttima le foglie morteche si accendono sul ramo in un estremo fulgoreprima della fine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da oltre un mese non ero stata a Colle. Michele venne aprendermi con la macchinaper farmi togliere l'ingessatura dal dottore. Se ioero tristeneppure Michele mi sembrava allegroma non era per l'espressioneseriaanzi perfino arcigna del suo faccione quadrato.

Si sa che i toscani nascondono il loro umore faceto sottoapparenze burberema quello che mi colpì fu il suo silenzioun ostinatomutismocosì insolito.

Era una giornata senza sole. Sui campi si stendeva un velo dibrina.

A un trattodopo la cappellaalla svolta che porta sudritto fino al paese altoci investe un cartello piantato su un cavalletto inmezzo alla campagna; porta una scritta in tedesco a caratteri neri:

 

ACHTUNG!

 

Rabbrividisco: l'angoscia come una tenaglia mi stringe lagola.

Mi sembra enormesacrilegoche quella parola di una linguastraniera e barbara sia potuta arrivare fin làa violare quella solitudinelaquiete serena della campagnadove risuonavano fino allora soltanto le liberevoci della natura e dell'operosa fatica umana.

 

ACHTUNG!

 

Mi sembra che i due tratti della A si allunghinosmisuratamente su nel cielocome gambe di un gigantesco ragno mostruosoquasivolessero proibire non solo agli uominima a quei bei campiagli alberiaifioriagli uccelli dell'ariadi respiraredi esistere.

- Ormai bisogna ingozzarli quei cosi - dice Michele rompendoil silenzio - In paese c'è pienohanno imbrattato tutti i muri.

E in quei terribili giorni veramente le ordinanze tedesche simoltiplicavanoinfittivano.

Quelle parole ormai ci assediavano non solo scrittemaparlatecon quei loro suoni asprigutturaliincomprensibili ai più degliitalianiche ne coglievano solo il timbro odiosamente autoritariocomeun'oscurapaurosa minaccia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'orribile notizia ci arrivò una seramentre eravamo atavola per la cena.

Anche questa volta fu Michele a portarla.

- A Siena hanno arrestato tutti gli ebrei.

Disse «arrestato»ma la parola usata non era quella.

«L'arrestare»infattifa presupporre una qualchelegittima misura di sicurezzanei confronti di chi si presume colpevole di unreato. Ma tutti dicevano: «Son venuti a prendere gli ebrei» comebestie inseguite in una brutale caccia all'uomo.

Ci guardammo l'un l'altro muti.

Immediatamente bisognava fuggire. Anche un'ora di più potevasignificare un rischio estremo. Forse eravamo gli unici ebrei della zona e benconosciuti in paese. Le autorità di Colle potevano ricevere da un momentoall'altro un mandato di cattura. Restare al Poggiovoleva dire essere in boccaal lupo.

La mamma d'un tratto cominciò a singhiozzarecon unsinghiozzo sommesso.

La zia Freda non diceva nullama quel suo viso terreoimmobilefaceva paura.

Nessuno dei contadini era venuto come di solito a salutareMichele: forse già sapevano.

Il cielo cuposenza stelleappariva gonfio di pioggia.

A un tratto bussano alla porta: ognuno di noi ha il cuore ingolama sono Pietro de' Mannozzi e Vanni degli Stelli. I nostri volti e ilnostro silenzio devono averli spaventati. Ci guardano e non fanno domande.

Uccio è il primo a riscuotersi: fa cenno a Pietro e a Vanni.Si appartano in un angolo e parlano fitto fittomentre noi restiamo tuttiinsiemequasi ammucchiatia guardare.

Hanno concertato «un piano».

Per quella notte ci saremmo rifugiati nella casa piùlontanaquella degli Stelli. La casa è su un'altura: dietro si stende ilbosco.

- Stando di guardia lassù - dice Uccio - si vedrebbe «ilcamion» arrivare fino alla strada maestra; di lìchi intendesse venir sudovrebbe imboccare il viottolo e salire a piedi. Del restotrovando la villavuotaforse desisterebbero dalle ricerchepensando che siamo fuggiti piùlontano. Ammesso che proprio volessero venire a cercarci lassù... proprio allebrutteci sarebbe sempre il tempo di scappare nel boscodietro la casa.

Non sappiamo ora se Uccio parli per convincere Vanni ePietroo per convincere noio se stesso.

Tutti lo guardiamo con gli occhi fissisbarrati: quasi ilcugino ci racconti un'incredibile avventurauna di quelle storie della realtàromanzesca che si leggevano nella «Domenica del Corriere»...

Il «piano» appare infatti così fantasticocosì assurdo!

I tedeschi e le SS chetrovando la villa vuotanon«penserebbero» a cercarci nelle case dei contadini... oppure ci cercanomamentre loro salgono su per il viottolo... noi riusciamo a fuggir viaavolatilizzarcia scapparemimetizzandoci nel bosco.

Di nottecol buiocon quella pioggia a torrenti che giàveniva giùper la boscaglia intricata di sterpicon l'orribile spavento cheagghiaccia il sanguecome avrebbe potutonon dico correrema muovere unpassola nostra mammacosì poco «avventurosa»con i suoi poveri piedisempre dolenti nelle scarpe cittadine?

Stava a sentire istupiditadiceva di sì a tuttopurchénon si lasciasse sola.

Eppureper fantastico che fosseil piano di Uccio era peril momento l'unico da poter scegliere.

Si viveva in tempi strani: nulla era più da misurarsisecondo le norme consuete del vivere civile. Gli eventi più irrazionaliinimmaginabiliassurdidivenivano purtroppo realimentre i più logici ecredibili svaporavano nel mondo dell'irrealtàdell'utopia.

 

La notte trascorse senza incidenti. VanniUccio e il babborestarono alzatidi guardiaspiando. Ma nessun camionper grazia di Dioapparve all'orizzonte.

La zia Freda fu ospitata in una camera a partela mamma enoi due sorelle nel letto lasciato libero dallo zio Poldo.

Così strettetutt'e tre insiemeriuscimmo a trovare un po'di caloreanche alla mamma passò il tremito che l'agitava. Accanto alle suefigliole si sentiva confortata. Mormorò le prime parole dello Scemàn ei suoi occhicome quelli di una bimbasi chiusero dolcemente nel sonno.

Lia ed io ci si teneva per manoascoltando il respiro dellanostra mamma vicino a noi.

Mi ricorrevano in mente le parole udite mormorare poco prima:

 

ScemànIsraèl

Ascolta Israelel'EternoDio nostrol'Eterno è Uno.

 

L'indomani tuttaviail mio stato d'animo era mutato. Invanotentavo di richiamarmi a quel momento della notte precedente.

L'angoscial'ansia mi attanagliavano. Mi sembrava già dicogliere i segni dell'inquietudineanche nella famiglia dei contadini che ciospitava.

Che c'era di strano in questo? Era più che naturaleanzilegittimoavere paura.

Le ore di quella giornata mi sembrarono lunghissime.

Quello stesso ritrovarsi tutti nella cucina: ben sei personecostrette a un ozio forzatosilenziosepreoccupated'impaccio agli altri conla sola presenza fisica... gli altri che potevano entrare e uscire liberamenteattendere alle faccende di tutti i giorni.

Tutto questo mi opprimevatormentandomi con un misto diinvidiadi umiliazione e di scoramento.

In quella cucinaeravamo stati cento voltecontenti distare tutti insieme. Perché allora mi sembravano a un tratto estraneicome nonli riconoscessicome se tra noi si frapponesse un muro di gelo?

Ma avevamo chiestoquasi imposto a loro un atto di coraggiouna carità. Eravamo forse ancora «i padroni»? o non piuttosto dei miseripiù poveri dei poveria cui era negato anche il diritto alla vitain cerca diun tettodi un pane per l'amor di Dio?

Ci avevano dato i loro lettiora le loro donne siaffacendavano al camino per noi. Quelle premurequelle delicatezzemisembravano addirittura assurde. Brodopollo arrostocrostini...

O forse era quello una specie di pranzo del condannato amorte? Poteva essere l'ultimo.

 

Mi accorsi che Uccio parlava spesso a bassa voce con Vanni.Chissà se concertavano qualche altro piano? Più volte gli occhi del cuginoincontrarono i mieima mi sembrò che subito se ne distogliesseroquasi il suosguardo volesse sfuggirmi.

D'un tratto una dolorosa scoperta mi lacerò l'anima.

Io dubitavo di Uccio!

Dubitavo di Ucciocol quale eravamo fino allora cosìlegatida un'amicizia assolutapiù che fraterna! Eppure questo vergognososospetto si era insinuato dentro di me: che il cugino pensasse a se stesso e asua madre e complottasse con Vanniescludendo noi e i nostri genitori.

Dopo desinare Vanni scomparveritornando a sera inoltrata:parlarono ancora a voce bassa insieme.

Uccio allora partecipò a tutti noi il segreto: un'altra casapiù lontana e più sicura ci avrebbe ospitato.

Tutti respirarono: ma per me non era solo il sollievo disapere che si era trovato un altro rifugio: mi ero tolta un peso enorme dalcuore.

 

Era quasi notte quando ci mettemmo in viaggio: infagottatenelle coperteissate sul barrocciola zia Fredala mamma e noi sorelle.

Aveva smesso di pioverema il cielo era livido e il ventofaceva contorcere i rami e strappava le ultime foglie.

Sotto l'arcatai contadini stavano muti a vederci partireanche i bimbi zitti zitti ci fissavano con i loro occhi sgranati.

Con quel tempo da lupi era impossibile fare la strada inbiciclettail babbo e Uccio si erano già avviati a piedi.

Scegliendo le vie traverse per non fare brutti incontriVanniimbacuccato fino agli occhie con il cavallo coperto di tela cerataciconduceva al nostro nuovo destino.

Ci inoltrammo nella macchia: dove il viottolo si restringevai rami fradicitutti piegati per il peso dell'acquaci grondavano addossosulle copertesulle manisul viso. Fuori della macchiala campagna sistendeva quasi brulla davanti a noi: ci venivano incontro solo le sagomescheletriche dei pioppiin lunghi filari.

Luci radesperdutebrillavano lontano: qualche casasolitaria sulla collina. A quell'ora già tutti dovevano essere al caldoriuniti per la cena.

L'aria era sempre più fredda e quell'umidoinzuppando lecoperteci penetrava nell'ossa. A un trattoa una svoltail cavallo fece unbalzo indietroe a un temporisuonò un urlo della mamma e un tremendo Maremma!di Vanni.

Un enorme troncoabbattuto dal temporale della nottecisbarrava il cammino. La polpa del suo legno tutta scheggiataquasi una carnenudapallidaesanguedov'era stato lo schianto. Giaceva mortoattraverso unagora d'acqua torbidache specchiava debolmente nuvole e rami.

Mi riscossi alla voce di Vanni:

- Bisognerà allungarla almeno di mezzo chilometroe ce n'èancora di stradaper arrivare a Montecchio. Il posto è solitarioun postaccioa starcima è quello che ci vuole ora per voi.

Il barroccio procedeva a balzelloni fra buche e sassi.

 

Con l'ossa rotte e le membra tremanti dal freddoc'eravamobuttaticome un fagotto di cencisulla paglia.

Solo per la mamma e per la zia Freda si era potuto trovare unletto.

Un nodo di disperazione mi serrava la gola; nonostante latremenda stanchezzagli occhi rifiutavano di chiudersi e rimasero a lungoaperti nel buioinseguendo orribili fantasmi.

L'arbitrio esoso e crudele di leggi inumanela paura e laviltà degli uominici respingevano da ogni civile consorzio: anche quelrifugio in una stalla come le bestienon ne era il segno?

O forse era meglio così! Era quello il luogo più adatto.Non con gli uominima solo con le bestie potevamo sentirci fratelliaggiogaticome loro al nostro destino di pena: vittime condannate alla sofferenzaallatorturaal sacrificio.

Più pietose degli uominicertole bestie!

Anche oradisperati e intirizzitici sentivamo accanto laloro quieta presenzail loro fiato caldo.

Una specie di animalescatorpida pacemi penetrò a poco apoco; finalmente persi coscienzae con un sonno di piombomi addormentai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mattina dopo non mi raccapezzavo più dove fossi. Sentivole membra riposategli occhi chiari lavati dal sonnola fronte distesa.

Un vetro alto si colorava fresco di cielo.

A poco a poco mi risovvenni: giacevo ancora vestita su unmucchio di paglia e accanto a meaddormentatagiaceva mia sorella; al di quadi una volta del murotinto a calceil babbo e Uccio.

Guardando dall'altra parte della voltache divideval'ambienteal tenue chiarore che si spandeva dall'altovedevo svelarsisulfondo oscurole grosse macchie biancastre delle bestieallineate l'una difianco all'altra. Man mano che gli occhi si assuefacevano alla semilucepotevoscorgerne di sotto in su le gambei lombi poderosile codeche si muovevanoscacciando le mosche.

La paglia sulla quale noi giacevamo era pulitachiarae untimido raggio di sole l'accendeva d'oro qua e là. Si respirava là dentroconil caldo buon odore di letameun senso di benesseredi perfetta quiete.

Lia si mosse e quasi contemporaneamente si destarono anche ilbabbo e il cugino.

Proprio vero che il peggio non è a volte quello che si credeo ci si aspetta!

Chi ce lo avrebbe detto che dormire nella stalla ciavrebbe curatorestituito la calma e perfino il buonumore? Quasi quasi cieravamo dimenticati il perché di quello straordinario albergare.

Mentre i bovi e le mucche ruminavano discretamente insilenzioinvece di un «Buongiorno!» Uccio si mise a muggire con un crescendopauroso e con un'imitazione così perfetta che tutti si scoppiò a rideremeravigliandoci di un risveglio così insolitoeppure così inaspettatamenteallegro.

Come si fosse partecipato a uno scherzoa un giocoocomeattori del cinemasi interpretasse una vecchia comica.

Era da incoscienti? o forse un miracolo della Provvidenza?

 

Nella cucina non c'erano finestre. In altosulla portadietro il vetro della rostasi disegnava un intrico sottile di rami nudinelchiarore dell'alba di novembre.

Una madia scurapoche seggiole spagliateun tavolaccio sucui pendeva da una trave un vecchio lume a petroliodiffondendo un alonegiallo.

Dentro al camino enormedove sonnecchiava un po' di cenererossaseduto su una panca addossata alla pietraun vecchio contadino stavaimmobilecome una figura di un bassorilievocol cappello a cencio sullafrontee il braccio puntato su un ginocchioreggendosi il mento con la grossamano deformata dall'artrite.

Al nostro buongiornorispose con una specie di grugnitosenza mutare di posizione. Intanto la moglieanche lei vecchia e piegata in duecome un uncinofaceva bollire sul treppiede una pentola ricolma di latte.

La poca brace nel camino non bastava a scaldare l'ambiente:avevo le mani fredde e un senso di sconforto mi invadeva; forse era così pertutti noidopo quell'assurda ondata di allegria. Infreddoliti e taciturnisedevamo intorno al tavolaccio senza tovagliasul quale era posato un grossopaneun coltello e delle rozze ciotole di terra.

La vecchiacon un ramaioloveniva riempiendo le ciotolescure di bianco latte fumante.

Accompagnandola con un cucchiaione posò una dinanzi aciascuno di noi. Con il coltelloci partì il pane: grosse fette dalla midollasolidacontornata di bruna crosta.

Anche il vecchio aveva ricevuto la sua ciotola e si sentivamasticare lentamente dentro il camino.

Chini sul vapore del latte odoroso e caldofissando nellaciotola la piccola luna tondaeravamo come perduti in un sogno candido... gliocchi si ristoravanole mani intrecciate intorno alla ciotolasiintiepidivano.

Ci si sentiva risospinti all'indietro negli anni.

In quell'atto del ricevere tutti insiemequasicollegialmenteun uguale ciboera come un tornare alle abitudinidell'infanziauna dolce ubbidienza a una patriarcale autoritàun ritrovarsiancora (per quanto tempo ormai?) intorno a una tavolanel cerchio protettivodella famiglia.

Latte e panedue alimenti sempliciprimordialientravanodentro di noisi tramutavano in calorenutrimentovita. Mangiavamo insilenzioquasi religiosamentequieticonsolati.

Il latte e il pane che la Provvidenza ci offriva erano lanostra manna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora noi giovani si viveva più a contatto coi «vecchi».L'ambiente ristretto della cucina non ci permetteva di appartarci e forse lanostra spensieratezzache a tratti rispuntavafaceva bene anche a loro. Anziin un certo sensoerano più spensierati di noisi adagiavanoriprendevano abrontolare: segno che quella vita sembrava loro quasi normale.

Noiinveceoscillavamo fra la consapevolezza della tragediae il rinascere della tendenza a evadere nel sogno. Si viveva ancora una voltasequestrati dalla realtàcome in una parentesiun'attesa.

Pochi giorni prima della nostra fuga dal Poggiomi eracapitato fra le mani un romanzo di MauriacGroviglio di vipere.

Uccio ne aveva subito parafrasato il titolo in «Groviglio digiudei». Noi recitavamo nel «groviglio» e ci vedevamo come personaggi di unassurdoincredibile pasticcio: un romanzo d'appendicenon privo di effetti edi suspense.

 

Fra i personaggi ce n'era uno nuovoun altro «giudeo»delquale fino allora ignoravamo l'esistenzasi era momentaneamente aggrovigliatotra le fila del groviglio.

Era un grosso commerciante milaneseospite nella fattoria dacui dipendeva anche la piccola frazione di Montecchio: un amico del padrone.

Noi si ignorava se questo padrone fosse informato o menodella nostra presenza a Montecchio. Vanni si era rivolto al fattore e il fattoreaveva fatto capire che avrebbe chiuso un occhio o anche duefingendo di nonsapere nulla. Quanto ai due vecchi contadiniforse ci avevano accolto per lasperanza di un compenso (erano poverissimi)forse per umana pietào forse perentrambe queste buone ragioni.

Tacevano sempretanto che a volte ci si dimenticava dellaloro presenzaquasi il vecchio fosse davvero scolpito nel bassorilievo delcaminoe la vecchia facesse parte anch'essa degli arredi della cucinacome iltavolola panca o le sedie.

 

La seradopo cenaarrivava il Milanese.

Di certo aveva passato la cinquantinaed era un po' pingue ebassotto: portava tuttavia calzoni alla zuavagiacca pied-de-poule conla martingalae una sciarpa marron legata alla brava intorno al collocome un vero sportman che viva in campagna. In testaun po' in bilicounberretto con visiera della foggia di quello di De Sica ne Gli uominiche mascalzoni!

Nonostante l'avventuranon propriamente sportivanellaquale anche lui era incappatonon sembrava minimamente depressoma anzidabuon milaneseattivosempre in forma. Tanto che era per noi di un certosollievo veder spuntare nel vano della porta il suo faccionetatuato da unaragnatela di venuzze rosa sul naso e sulle guanceche faceva spicco sullasciarpa marroncon gli occhi piccolima vivissimi e mobilie unorecchio un po' pelosoche si affacciava sotto il berrettocosì arrossato dalfreddo da sembrare addirittura acceso.

Tirava subito fuori dalle tasche il sigaro e un mazzo dicarte e insisteva perché si giocassee non con «i fagioli»ma di qualchespicciolo.

- Bisogna interesciarlo un pochetto! il gioco... -diceva luicon la sua voce grassocciaintrisa di malizia.

Nelle pauseci faceva da gazzettino politico e mondanoinformandoci delle ultime notizie del giornalecondite però di barzelletteedelle piccole storie piccanti dell'entourage.

Alla fattoria era sfollata anche una certa signorina«segretaria privata» del padrone.

- Scì..scì - diceva luisocchiudendo i piccoliocchi un po' strabuzzati - mo-olto intima... mo-olto intima...

La voce grassoccia sembrava affondareanzi addiritturasprofondare nel peccaminoso gorgo di quella intimità. Tanto che Ucciomesso dibuonumore da questa frasela ripeteva con delizia: «Scìscì... mo-oltointima... mo-olto intima...»

Anzi vedendo che il Milanese era ghiotto di storie galantisi scialava a inventargliene qualcunaa suo uso e consumo.

Si finse innamorato di Lia.

Si confidava dicendogli che «purtroppo erano cugini...» esospirava «cugini primicugini carnali e si sa che i figli dei cuginiavolte...»

- Povera piccola! - diceva il Milanesesogguardando miasorella - e quasi potesse farsi arbitro e garantire dei loro destiniscuotevacome Giove olimpico il rosato faccione: - La sposi con tranquillità! I figlivengono beniscimo.

Così il cugino aveva aggiornato il repertorio nel fare ilverso non più alla zia Clarama al «Signor Milanesonissimi»come lochiamava.

 

Bisogna dire che Uccio si prodigava per tenerci suin queigiornima una volta il rimedio sortì un effetto imprevisto e contrario.

Il cugino faceva la parte del «narratore» del«Groviglio di giudei».

Si era all'ultima puntataall'epilogo del romanzo che avevadue varianti: unaa lieto fine come nelle fiabe«e vissero felici econtenti» e l'altrache andava a finir malecon gli inevitabilicommenti al «tristissimo caso».

Ma già nel dire «tristissimo»Uccio faceva il verso a unnostro comune zioun tipo meticolosodi quelli che tutto prevedono e a tuttoprovvedono.

Sulla nostra eventualesciagurata finequel nostro zioavrebbesecondo Ucciopianto ma disapprovato: anzi più disapprovato chepianto.

Per imitare meglio lo zioveniva avanti un po' curvocon unvecchio basco in testa...

Ed evocato come Madame Pace nei Sei personaggi diPirandelloeccolo ed ecco la sua voce: «ma se era saputo erisaputo da tutti! era stato perfino notificato sui giornali!» Poidopo lasuspense di una battuta d'arresto: «Che diamine! Si provvede!»

Tutti noi si rideva come mattirivedendo spiaccicato davantiagli occhi il nostro pignolissimo zio che avrebbe spignolato anche sulla nostratragica fine.

Un altro commento.

Questa volta Uccio imitava un suo giovane amicoun po'fatuoche parlava col «fischio»: «...uno strazio - vi dico - uno strazio!»E intanto fischiava maledettamente sulla zeta.

E con un crescendo di fischi: «Gli ziile zie; le ziegliziile cugine... finitifiniti. Uno straziouno strazio...»

E noi ancora a ridere con le lacrime agli occhi... finché aun trattoguardando la mamma che sedeva in disparte in un cantuccioci siaccorge che dal riso è passato al piantoa un singhiozzare convulso che lascuote tutta paurosamente.

 

Dopo quella voltaUccio non osò più scherzare. «Ilnarratore»interrompendo la lettura del romanzoaveva chiuso il libro «aquella pagina».

Ma il romanzo noi si continuava a viverlo.

Col trascorrere dei giornil'atmosfera si faceva più grave:restavamo ore intere in silenzioa guardarci l'un l'altro. Non sopportando piùl'ambiente chiuso della cucinaavevamo provato a uscire un po' fuorima latristezza della stagionequel paesaggio desolatoacuivano lo sconfortopiuttosto che alleviarlo.

La casa era solitaria: arroccata su un cocuzzolo. Volendoevitare la via più larga e battuta che si snodava in un pendio dolcericongiungendosi alla strada maestranon restava altra scelta che un viottoloscoscesofangoso e tutto sassi che andava a finire in un botro. Al di là delbotro c'era il bosco.

L'ansial'attesa del peggiopareva trascritta in quel cieloche ci gravava addosso: lividocuposenza che si decidesse a piovere. Nelbotro gracidavano le ranecon insistenzacon monotonia: al di là del botronella macchiale foglie morte si tingevano di bruno e di sanguigno.

Di solitoin quelle «passeggiate»i nostri genitoriuscivano insieme e noi sorelle per nostro conto.

Percorrendo su e giù quel tristeeterno viottoloin unaspecie di incuboci si scontrava faccia a faccia: noi si scendeva e lororisalivanoo viceversacome le anime dei dannati per i gironi dell'infernodantesco.

 

In una di quelle tristi sere ci fu un'altra sorpresa.

Per la prima voltada quando eravamo a MontecchioilMilanese non venne. La sorpresa diventò ansiaquando neppure l'indomani sisentì bussare alla porta.

Finalmente la terza sera comparvema subito ci accorgemmoche doveva esser successo qualcosa.

Era insolitamente pallidoe si lasciò quasi cadere su unasediacome avesse l'affanno. Sembrava volesse evitare di dirci cos'eraaccadutofinché alle nostre insistenze ci rivelò la triste verità.

Era tornato il padrone da Milano e gli aveva fatto parlaredal fattore.

- Non ha avuto la faccia di dirmeloa me«al suo amico»che ha paura e non vuole più ospitarmi!

Il fattore aveva cominciato con dei bei discorsi... «che glirincresceva»«che non aveva nulla contro gli ebrei...» ma «la piùelementare prudenza» e poi «gli ordini erano ordini»... insomma pensasse aprovvedersi.

Anzi l'aveva incaricatopoiché veniva a Montecchiodi farea noi la stessa ambasciata.

- Ha aggiunto tuttavia - ci disse col tono di chi offre unpiccolo premio di consolazione - che lui seguiterà naturalmente ad«ignorare»ma ancora per due o tre giorni... al massimo una settimana.

A noi si gelò il sanguea sentirci annunciare quell'ultimatum.

- Non sgomentatevi così! - esclamò allora fissandoseveramente i nostri visi che dovevano essere terreimentre lui aveva ripresocolore e appariva sollevatocome chi si è tolto il peso più grosso - Bisognadarsi da fare... subito...

Per sé aveva già provveduto. Per fortuna aveva amicidappertutto. Sarebbe andato in una parrocchia vicinada un amico prete. Siritirava «all'ombra di una sottana»«dove si sta sempre allegri»aggiunsetentando invano di farci sorridere con un'ultima boutade.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due o tre giorni... al massimo una settimana.

Era urgente decidererisolvere: ma quell'ansia diventava ilnostro incubouna tenaglia che ci stringeva alla golaparalizzandoci.

«Decidere»«risolvere»: prestosubitoimmediatamente!e invece si restava immobilicon la sensazione quasi fisica e straziante diveder fuggir via quel tempoinutilmentecome un ferito guarda attonito ilsangue che gli fugge dalle vene.

Così passò per noi il primo giorno.

 

Ma il giorno dopo ci fu una visita inattesa. La zia Clara eAnnalena.

Partivano ed erano venute a salutarci.

Era proprio la zia Claradi solito poco espansiva a parlaredolcemente alla mammaa carezzarla sul capocome fosse una bambina. Per laprima volta coglievo una somiglianza fra le due sorelle: i lineamenti del voltodella ziadecisiquasi durisi erano come ammorbiditimi accorsi che ilmento le tremava e negli occhi aveva una lacrima.

Intanto Annalena ci informava.

Andavano a Fiesole. Erano riuscite a procurarsi una letteradi raccomandazione del Vescovo e speravano di essere accolte là dalle«Benedettine»in un convento di suore.

- M'è venuta questa idea feliceproprio leggendo unalettera di una mia amica che mi ha scritto da un convento.

Andiamo in un bel posto. L'aria sui colli fiorentini èbuonama te l'immagini che appetito? e senza le tessere! La mia amica scriveche bisogna mettersi in regola e sai cos'è «mettersi in regola?» Farsi fareuna carta l'identità falsa! E poi nella lettera mi racconta che quando c'èqualcosa per arialei e sua madre si vestono addirittura da monache. Per mesono pronta a vestirmi anche da frate! figurati! E voi dove andrete? Avetedeciso? Ma non ci state a pensar tantoIsa!

Ma qualche cosa in me si ribellava.

Mendicare raccomandazionifare carte falseperfinotravestirsi. Vedevo bene che Annalena prendeva tutto allegramentesenzacomplicazioni di coscienzaeppure...

Un bel capitolo del «Groviglio di giudei»avventuroso eperfino ricco di suggestioni manzoniane. L'addio... il convento...

Purché mia cugina non incontrasse un'altra monaca di Monza!

 

La decisione di Annalena e della zia Clara fu per noi come unsasso scagliato in uno stagnodove le acque putride e morte fremono eribollonoportando a galla il fondo torbido.

All'immobilità seguì un disordinato agitarsinella ricercadi una via di scampo. Ma in quella ricerca affannosarinascevano fra noi enostro padre vecchi rancoririmproveriaccuse reciprocheche rendevano piùamaro il tormento. Noi gli si faceva carico di essere stato ciecoquando «leleggi» ci avevano colpito. Quasi con una trista gioia gli si voleva dimostrareora di aver avuto purtroppo ragione! Lui allora ritorceva questi rimprovericontro di noi che eravamo delle «buone a nulla»«con la testa fra lenuvole».

Cominciava con i capi d'accusa: - Ma cosa sapete fare? Sololeggere libri inutili... e poi avete la boria o le fisimenon vi sapeteadattare. Già son proprio disgraziatocon queste tre donne.

Coinvolgeva anche la nostra mamma in quella condanna! - Sefossi solo....

La mamma poverina cominciava a piangeregli diceva chestesse tranquilloraccomandava a noi di non farlo inquietare. Ripeteva il suoconsiglio di sempre: Il Signore non ci abbandonerà... troveremo una stradatutti insieme!

Ma proprio questo «tutti insieme» si rivelava ogni giornopiù impossibile. Per ognuno era già terribilmente arduo provvedere a sestesso.

La zia Clara e Annalena avevano scelto una loro strada. AncheUccio sarebbe andato viapresto.

Me lo disse all'improvvisouna sera.

- Partiremo per Roma. Andiamo in casa di certi parenti diVanni. Saiin una grande città è più facile mimetizzarsisparire.

Io lo guardavo negli occhi grigi.

- Lo so che cosa pensiIsa- mi disse -: che io dovreiinvece «fare qualcosa»entrare nella lotta clandestinaraggiungere ipartigiani su in montagna. Se fossi soloforse lo farei. Ma devo provvedere amia madre prima di tutto. Lei mi fa paura. Non ama abbastanza la vita. Silascerebbe andare senza resisterecapisci? O forse questo è un alibi e sono unbuonsensaio anch'io...

Sorrise tristementedi un sorriso così tristecome nonl'avevo mai visto sorridere.

 

Uccio non ci aveva offerto di partire con lui. Ma questavolta non provavo nessun rancore: la nostra nave affondava e ognuno potevaessere un peso per l'altro.

Noi non avevamo mezzi per vivere in una grande cittànéconoscenze.

D'un tratto ci sentimmo come liberate da un incubo: non cartefalseastuziecompromessi. Volevamo presentarci cosìcome si erasenzafurberiadisarmate. Ci sosteneva solo la coscienza della nostra incolpevolezzae insieme del nostro estremo bisogno.

Chi è povero sente che può osare di chiedere; forsequalcuno ci avrebbe accolto: forse questo «qualcuno» esistevadavvero. C'era come un vincolo d'amore fra noi e quella terrafra noi e quellagente; al nostro grido di aiutoperché nessuno avrebbe risposto?

Si sentiva rinascere la fiducia in un atto consapevole diumana pietà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ero in cucina con la gamba distesaappoggiata alla pedanadel camino: da un po' di tempo il ginocchio aveva ricominciato a farmi male.

La mamma andava e veniva nella stanza accantopreparando lanostra poca roba. Si doveva andar via da Montecchiol'indomani.

Ma dove? Fino allora ogni tentativo era stato inutile.

Il babbo e Lia erano partiti in bicicletta con un'estremasperanza. La figliola di una delle contadine del Poggio si era sposata da pocoed abitava col marito in un podere distante una ventina di chilometri daMontecchio.

Era una buona e brava ragazza: forse avrebbe potuto aiutarci.

Il mio animo era mutevole come il cielo che intravedevo dallarosta della cucina: a momenti un raggio di sole accendeva la mia speranzaamomenti invece vedevo tutto nerocome i nuvoloni che si rincorrevano dietro ilvetro.

AnnalenaUccio se n'erano andati. Inghiottiti. Chissà se cisaremmo incontrati mai più. E quell'altro dov'era? Non avevo più ricevuto dalui un segno di vita.

Ora eravamo rimasti noi della famigliadolorosamenteaggrappati come su un ultimo scoglio; e forse già s'imponeva un'altraseparazioneun altro addio.

Eppure questi giorniin cui eravamo ancora insiemeliavevamo consumati nell'amarezzaferendoci a vicenda.

Passavano le orela poca luce della rosta andava sparendo ela cucina affondava nel buio: la mamma ed io sedevamo vicine senza dir nullaaspettando il ritorno del babbo e di Lia.

Non so quanto tempo rimanemmo così.

A un trattola luce di un lampo balenò dalla rosta: sentiiun brivido percorrermi la schiena. Loro non erano ancora tornati. Fra pocosarebbe stata nottee con quel tempo! E se avessero fatto un brutto incontro?

Non potendo più sopportare il buioaccesi il lume apetrolio. La mamma era pallidissima e stava sempre silenziosaio le presi unamano fra le mie.

Finalmente si sentì scalpicciare dietro la porta.

Vedendoli entrareil nostro sollievo fu tanto che si badavasolo a liberarli dai panni zuppi di pioggia e dalle scarpe infangatesenzadomandare.

La mamma aveva tenuto in serbo un po' di vino caldo e ilbabbo lo bevve d'un fiato. Fu allora che notai l'espressione del volto di miasorella. Aveva ricusato di bere il vino e stava appoggiata contro il murocomele mancassero le forze. L'alone giallo del lume la rendeva anche più spettralee mi accorsi che tremava. Mi colpì la durezza del suo sguardo fisso sul babbomentre beveva.

Agli occhi ansiosi della mammanostro padre rispose con unasola parola: «Nulla!»

Nessuno disse altro quella sera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che si poteva fare? Non avevamo scelta. Ma quale ritorno!

Ci eravamo chiusi di nuovo dentro la casa del Poggiosprangando porte e finestre.

- Noi abbiamo detto che siete partiti tutti e che il palazzoè abbandonato - ci disse Vanni - bisogna che non si sappia che siete ritornati.In cantina ci sono ancora delle provviste e per qualche giorno... ma certodovete andare viaal più presto possibile.

Andare via? Dove?

Quasi non ce la faceva a parlare mia sorellaraccontandomiquello che aveva patito il giorno prima: la voce le si rompeva in gola comeavesse l'affanno.

- Vedi Isatu disgraziatamente non ti puoi muovere per viadel ginocchioma era meglio se andavo solasenza nostro padre. Non è colpasuapoverettoma già durante il viaggio mi aveva ridotto all'esasperazione.Se la prendeva con Uccio che era un egoista e «aveva avuto la faccia di partiresenza una parola»se la prendeva con noi e con la mamma.

Io gli rispondevo di star zitto e di pensare piuttosto allastradache ce n'era di cammino da fare... e allora lui s'impuntavaminacciandomi di tornare indietro: «Ma mi dici cosa ci andiamo a fare laggiù?Bisognerebbe che fossero santi e io ai santi non ci credo. E poi non voglio checi prendano malvolentieriperché se ne pentirebbero dopo tre giorni e sarebbepeggio di prima. Anzi io metterò le carte in tavola e gli dirò così: «Noisiamo perseguitati: accoglierci in casa è di molto pericolosorischiate per lomeno la fucilazionema se non lo fate col cuoreè meglio dircelo subito».

Anch'io son contraria alla diplomaziaIsama Santo Cielo!un discorso similete lo immagini l'effetto? E lui insisteva con quella sualogica paradossale che ti fa perdere la calma: «Ma come? Vorresti che cifacessero il bel bellino il primo giorno perché si vergognano a dire di noepoi magari domani ci tradiscono o per lo meno ti buttano in mezzo alla strada?Meglio saperlo prima; di già io non mi sarei mosso da Montecchio».

«Ma a Montecchio lo sai che ci mandano via - gli dicevo -come possiamo restarci?» E lui di nuovo a ribattere: «Tanto è lo stesso. Èuguale dappertutto».

In salitaspingendo la bicicletta a mano e appoggiandosi almanubriomentre s'asciugava il sudore che gli colava dalla frontemi guardavatorvocome accusandomi anche di quella fatica.

Mi accorgevo di com'era mal ridottocon le borse sotto gliocchidimagritorimpiccolitocon la giacca polverosa che gli pendeva dallespalle curve; eppure sentivo salirmi qualcosa di amaro in golaqualcosa chesomigliava all'odio o peggio al disprezzo.

Finalmentequasi alle due del pomeriggiosi fu in vistadella casa.

 

Sull'aia non c'era nessunoma la porta era socchiusa.

Bussai timidamentesospingendo l'uscio: una contadina erachinata presso il focolarerimestando nel paiolo. Si voltò verso di noi: laMaria!

Aver trovato in casa proprio leimi parve in quel momento unsegno della Provvidenza.

Mi accorsi però che nel riconoscere me e mio padre avevatrasalito ed era turbatapoveretta.

Anch'io non osavo parlare: i nostri occhi si incontraronosubito sfuggendo.

«Da poverima si degneranno...è già passata l'ora didesina». Intanto tirava fuori la tovagliail fiasco del vinoil paneeincominciava ad apparecchiare.

Mi sentivo lo stomaco chiusonon potevo buttar giù neppureun sorso d'acquama mi sedetti a tavola.

Il babbo inveced'improvvisos'era come rischiarato. Vedevole rughe della sua fronte spianarsi a poco a pocomentre deglutiva il vino.

Masticava con avidità il pane e il salame che lodòripetutamente alla Mariacon un'insistenza che appariva fuor di luogo. Senzadimostrare premuracome avesse del tutto dimenticato lo scopo della nostravisitasi versava un altro bicchiereprendeva ancora una fetta di salameschiacciava le nocichiudendone dueuna contro l'altranel pugno. Inquell'attocome compiacendosi della sua forzasorrise perfinoammiccando allaMariache stava lì in pieditrasognataa guardare.

Io arrossiicome una madre che si vergogna: in quel momentoil babbo era proprio un bambino e la mia rabbia si mescolava alla pietà e allapena.

Feci un cenno alla Mariae lasciandolo ancora a tavolamiavviai con lei fuori sull'aia.

 

Com'è difficile chiedereIsa! Non so neppure cosa le dissi:ricordo solo il suo viso in ascoltoche vedevo fra le lacrimecome in unafotoquando s'è mossa la lastra.

«'Un si disperi... Poerini! Che gli ho a dire? Si facciacoraggio... Se dipendesse da mema io 'un conto nulla...»

Sentivo un'esitazioneun'incrinatura nella sua voce: «Quifa tutto il capocciail mi' soceroche è giù nel campo. Se volece la possoaccompagnarema parlareè meglio che gli parli da sé».

Seguii la Maria dietro la casa per un lungo viottolofinchési arrivò su un ciglio: al di sotto si stendevano i campi fino all'orizzontedivisi in larghi riquadri. Uno di quei riquadri aveva le zolle brune rovesciatedall'aratro; là si disegnava nitidamente la sagoma di un vecchio contadino sulcarro dei bovi.

«È quello! - mi disse la Maria indicando l'uomo - Ora ioscendo giù di corsa e gli dico che c'è lei. Aspetti di sotto».

Sparì dietro la scarpata: dopo pochi minuti eccola di nuovocorreva leggera sulle zolle con la sottana a righe che corruscava fra sole eombra.

La vidi avvicinarsi al carrogesticolare parlando al vecchioche restava immobilepoi volgersi e accennare a me che aspettavo.

 

Io ero discesa giù dal ciglio in una conca amplissima.

In quella vastità mi pareva di rimpiccolire a poco a pocoquasi di me non restasse più nullasolo i battiti del mio cuore che sentivopulsare in golacome rintocchi di una campana mutache si perdevano nellalontananza di quel gran cerchionel silenzio.

Il cielo s'era diviso in due bande: bassocome incombentesulla terraera quasi tutto buiocupoma striato all'orizzonte da unastriscia di luce di un giallo sulfureocosì vivida che accecava.

Quasi con spavento ritrassi gli occhi dal quel cieloguardando l'uomo che era ancora lontanopiccolo e nero controlucema venivalentamente avvicinandosi.

 

Tutto il riquadro di terra era ormai scuro e il contadino conil carro si era spostato più avanti. Procedeva ora nella mia direzionemasenza discendere dal carrocontinuando a incidere la terra con l'aratro: unnuovo solco che si allineava agli altriad uguale distanza.

Quando il solco fu finitoa pochi metri da me in linead'ariasi fermò per un istanteed io udii queste parole che mi giungevanodall'alto:

«Qui non è il posto...»

Ne avevo appena colto il sensoche già il carro avevacompiuto una specie di parabolae l'uomo si allontanava in direzione oppostaincidendo con l'aratro un nuovo solco.

Non sapevo se quello fosse un congedo ed ero rimasta lìfermatremando: la Maria mi fece cenno di aspettare.

Poi l'uomo ricomparve e ancora mi arrivò quella voce:

«Qui non è il posto. Ci son troppi di quegliinsettacci...»

Di nuovo l'uomo si fece lontano con quel suo movimentopendolare e di nuovo più da vicino mi arrivarono parole:

«Ma se è inseguita...»

«Inseguita»«Inseguita»... allafantasia eccitata si visualizzavano orribili immagini: un cinghiale braccato daicanil'occhio ancora atrocemente vivo della bestia sanguinantestraziatamoribonda...

Passarono alcuni interminabili minuti: la stria gialla eraquasi scomparsainghiottita dal grigio. Qualche uccello nero era calato giùsul solco fresco a beccare.

Di nuovo la voceche ora giungeva nel buiosenza voltoportata dal vento:

... se è inseguita...

«Per una nottema si ricordisolo per una notte».

 

Rimasi ancora lìincapace di muovermiirrigidita contro ilvento gelidomentre il carro spariva nel buio... finché sentii la mano caldadella Maria che mi stringeva e mi scossi alla sua voce umanavicinachediceva: «Si fa una brutta serapartite subito per carità».

Volle darmi un pane. L'abbracciai.

C'era tutta la sua istintiva gentilezza in quel donocome afar capire che lei avrebbe voluto aprirmi il suo cuore e la sua casa.

Le prime gocce cominciarono a cadere.

 

Mia sorella s'interruppecome se quest'ultima parte delracconto fosse la più difficile a dire.

- S'era fatto buio e c'era ancora un lungo tratto in salita.La strada era pessima e non riuscivo più a smuovere la bicicletta.

Accesi il fanale: una ruota era affondata nel fango.

Il babbo si era fermato e stava a guardare i miei sforziimpotentisenza darmi aiutoquasi mi deridesse.

Allora mi rivoltai contro di luisentivo di vomitar fuoriparole insensate... finché singhiozzai disperatamentesenza più frenarmi.

 

- Come faremo Isa? Come faremo? - anche ora mia sorellasinghiozzava: - Non me la sentonon ho più il coraggio di ritentare.

Cercavo di calmarlami stringevo a lei.

- Resteremo qui al Poggio per ora: nessuno sa che siamoritornati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma fin dal primo giornoquella nuova esistenza di vivi-mortici faceva paura.

La casa era un'altra: svelava un nuovo volto sconosciutosinistro. Quel silenzioquelle finestre chiuse... quello stare di giorno con lacandela accesacome in una veglia funebre...

La mamma pallidaspettralevagava per le stanze ripetendo:«Con chi stoioora?... Con chi sto ioora?...»

Il babbo faceva e disfaceva una sua piccola valigia.

 

Anche mia sorella ed io si andava raccogliendo la nostraroba.

Ci si preparavaper andare dove?

L'armadio restò spalancato come una porta nei suoi duebattentiquasi ci invitasse a inoltrarci in un altro mondoormai lontano.

Un tempo eravamo state delle «ragazze»anzi delle«signorine»:

cretonne... organdi... voile...

Come potevanooraquegli abiti assurdi essere i nostri?

Pendevano dagli attaccapannifluttuando vuotisenza corpoin un'atmosfera surrealegià appartenendo al passatoa dei fantasmi... Manoinoi... chi eravamo noi?

Ci si preparavaper andare dove?

Nel prendere improvvisamente coscienza di quel che potevasignificare quel doveun velo si era squarciato: senza più schermonédifesa contro la mia stessa incontrollatadelirante immaginazionetoccai ilfondo dell'orrore.

Ero prigioniera in un labirintodove qualcuno brutalmente mispingevacostringendomi a forza a guardareinchiodando nel cerchio di luce diuna lanterna ciecaorribili larveagghiaccianti parvenze.

Senza più scampostrappati dalla nostra casadalla nostraterraseparati forse dai nostri cari... non più «persone»ma brandelli dicarne viva che sanguinadove l'anima si spenge...

Eravamo ancora noiquelli?

Spettri confusi tra anonimi spettri... avviati a un'ignotaorrenda destinazione...

Forse restava una sola via d'uscita: finché si era in tempo.Scegliere quellae partire per sempre per un mondo in cui non c'è più bisognodi portare bagaglio.

 

Eppure quell'ideal'idea della morteche un tempo invocavocon disperato desiderio nel mio tormento d'amoremi appariva ora con un altrovoltopauroso anch'essoorribile.

Appariva e spariva quel voltocome al fondo di un pozzo: maa un tratto lo riconobbi. Non era il volto austerochiaro e intrepido dellaMortema l'altro ghignanteambiguo e vile del suicidio.

Mi ritrassi atterritacome da uno specchio in cui avessisorpreso il mio viso stravolto dalla follia.

Gli occhi mi si appannaronomi sembrò di venir meno.

Quando mi risentii singhiozzavosinghiozzavo forteabbandonandomi.

Fui presa da una struggente tenerezzada una sorta di pietàdi mia madredi mia sorelladi mio padreed anche di me stessa. Una religiosapietà di quel barlume di vitadi quella tremula fiamma che ardeva ancoradentro di me: sentivo come sacrilego volerla di forza spengere.

Ognuno di noiforseci aveva pensato e aveva patitola mia stessa crisi.

Non era ancora coraggio di vivere: era solo coraggio di nonvoler morire.

 

Presto sarebbe stata notte.

Ci sdraiammo vestitiaffondai nel sonnopersi coscienza. Mad'improvvisocome un faro penetrò dalle imposteuna luce bianca mi ferì gliocchi e insiemedentro al cervellopercepii un ronzio di ruoteun fragoreunrombo crescente.

Balzai su col cuore che batteva a precipizio in golasudandofreddo. Volevo urlarema non avevo più voce: Il camion! Il camion!

Mia sorella mi stringeva: - Isa... Isa... ti senti male...che hai?

Rimanemmo a lungo sveglieabbracciate insieme: dagli scuriaccostatifiltrava la luce fredda della luna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non so quanti giorni rimanemmo chiusi nella casa del Poggio.Furono giorni senza tempocome un lungo delirio di ammalatidi cui pure ci sidimentica appena si sta meglio e s'intravede una speranza di guarigione.

Una mattina arrivò Pietro con una inaspettata proposta:assai vicino al Poggioquasi nascosta da un macchionec'era una casa dicontadiniamici dei Mannozzi.

- Son bone genti e finché 'un si trova di meglio...

Pietro sembrava quasi scusarsi.

Ma era meraviglioso! Quella notizia voleva dire poter speraredi nuovo! ricominciare a vivere.

- Verrò ioa buioa prendere la signorina Isa - aggiunsePietro - perché con quel ginocchio non si deve arrischiare per la strada dellafonte. Ce la porterò sulle spalle.

Mia sorella ed io eravamo tutte rianimate. Ma i nostrigenitori apparivano più che mai sgomenti alla proposta di Pietro: palliditremantiincertibisognosi di aiuto come bambini.

Questo nuovo cambiamento li metteva in agitazione. La mammaci veniva dietro penosamente di stanza in stanza.

Il babbo ripeteva che tanto era inutileche quella casa eratroppo vicinache tutti lo avrebbero saputo dopo un giornoe che invecebisognava assolutamente «rompere il filo conduttore».

- Non capite - diceva - che per metterci in salvo davverobisogna scappare in segretofar perdere le tracce... rompere il filo. Se non sirompe il filoricostruiranno sempre il luogo del nostro rifugio. Uno lo diceall'altro... e così lo sanno tutti e vengono a prenderci caldi caldi. Bisognarompere il filo. Voialtre non capite niente. Io resto qui e mi muoverò solo sesi rompe il filo.

In teoria aveva ragione poverettoma in pratica eratutt'altro che facile rompere il filoe intanto si sarebbe dovutoricusare l'offerta di Pietro?

Noi si confidavatuttaviache vedendoci decise a partireanche lui ci avrebbe seguito.

Infatti seguitava ad armeggiare intorno alla sua valigia e aun vecchio baulepreoccupato di come e quando avrebbe potuto portarlo via.

 

- Prendi solo il necessario! - gli dissi io.

Ma lui sembrò indispettito e rifiutò il mio aiutocomevolesse gelosamente tenermi lontano dalla sua roba.

Con sorpresascopersi che in questo baule aveva ammucchiatomolti oggetti inutilie non intendeva separarsene.

Involtato in una sciarpa di lanac'era perfino il suovecchio trenino a vapore.

Da piccinenoi si fantasticava sul famoso treninoperchélui lo serbava chiuso a chiave in un cassetto e ce lo mostrava solo nelle grandioccasioninon permettendoci nemmeno di toccarlo.

 

Era un trenino d'ottonecon una piccola caldaia a vaporecome un treno vero. Un pezzettino d'antiquariatooggi: documento e specchio deitempi. Un giocattoloma costruito scrupolosamentesenza permettersi nessuncapriccio o estro dalla fantasia; un modellino faticato e fedelissimo del vero.

La locomotiva piccolottapesantecompleta di tutte le suebiellemanovelle e stantuffisi metteva in moto ansimando; e una voltaperdimostrare che la caldaia funzionava davveroil babbo aveva infilato nelfumaiolo un mazzolino di violette. Dopo pochi sbuffi di vaporei gambi delleviolette apparivano cotti come spinaci...

Noi si guardava attonitead occhi sgranatiquellameravigliae il nostro genitoredopo quasi cinquant'anniriviveva ancoral'ingenuo entusiasmo per l'empio mostro che aveva affascinato gli uominidell'ultimo Ottocento.

Dopo lo spettacololo riponeva con ogni curaasciugando legocce d'acqua e strofinando con un panno di lana l'ottone che ritornava lucidocome l'oro.

Non mancava poi di sottolineare quanto tenesse di conto glioggetti e come fin da ragazzo fosse risparmiatore.

Il trenino era stato conquistato a furia di economie che purnon sarebbero state bastevolise il padre non avesse aggiunto di suo quantomancava alla cifra enorme.

Ultimo dopo sei femmineil babboda bambinoera idolatratoe viziato dal padre già anziano.

- Si farà quello che vuole «il piccolo» - pare fosse ilritornello del nonno.

Feci finta di non aver visto il trenino...

Del restoognuno di noi aveva forse un suo trenino dasalvare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

- GuardaIsa! - disse a un tratto mia sorella che avevasgombrato un cassetto della credenza. - Guarda di dove viene questo biglietto!Da Castello: ce l'ha scritto il 25 luglio la signorina Gentileschiti ricordi?Era sfollata prima dei bombardamenti e di certo è ancora lassù.

È un'antifascista convinta e aveva tanta simpatia per noidue. Se potesse fare qualcosa... ma è così vecchia! Deve aver passato isettant'anni. Castello è vicino. Se ci andassi domani in bicicletta! Sìvoglio andarci domani.

Ero sorpresa dall'improvvisa animazione di Liada quel tonovivacepieno di speranzaquasi avesse dimenticato l'inutilità di tantitentativi.

- Domani... vedremo... Pensiamo solo ad oggi - risposi - perstanotte intanto abbiamo un rifugio.

 

La sera col buio uscimmo fuori alla spicciolata. Pietropuntualevenne a prendermi.

Cammina... cammina... come in una fiabaa sacco di bracesulle sue spallesuperavo ogni ostacolo: i sassi del greto non potevanoferirmila salita non poteva stancarmi. Respiravo l'aria notturna e di sotto insu guardavo la luna.

Nella nuova casadopo tanti giorni di semi-digiuno si feceonore a una vera cena: polenta arrostitaconiglio e mele cotte in forno. Quellabuona gente intendeva con quell'accoglienza di darci un po' di coraggio.

La madre del capoccia disse che se la mamma «si degnava»poteva dormire in compagnia nel suo lettoche tanto lei stava «in proda».

Povera vecchia! era così curvaridotta piccina piccinadall'artritecol capo inchiodato sul petto; eppure offriva di dividere quel suogiaciglio con chi in quel momento era più misero di lei.

Il babbo e noi due sorelle si scese nella stalla.

Questa era uno stanzone enormecon una sola finestra in altoe le pareti molto sudice. Così affollatache il posto riservato a noi sullapaglia era veramente ridotto.

Che differenza dalla spaziosanitida stalla di Montecchio!Quidalle bestienon ci divideva alcun tramezzosoltanto un solcosull'impiantitofatto per lo scolouna specie di rigagnolo giallo emaleodorante.

L'aria era calda e densa: quei bestioni così vicinidasentirci quasi addosso i loro fiati.

Ad ogni modo ci addormentammo.

Mi risvegliai nel cuor della notte: sentivo gli occhi aridiil polso acceleratoscottavo di febbre. Per l'arsione e il mal di gola patiiuna sete tremendatormentata da un favolosocrudele miraggio: un bicchiere difresca aranciatacosì incredibilmente a portata di mano nelle malattiecasalinghe.

Ma il giorno dopoforse per la gran sudata che avevo fattoanche senza l'aspirina mi ritrovai un po' debolema convalescente. Tutti peròavevamo le ossa rottela pelle arrossata da cocciole e prurito dappertutto.

Nondimeno mia sorellainsieme al babbodecise di partire inbicicletta per Castello. Avrebbe voluto andare da solama il babbo avevainsistito.

 

Al ritorno dalla gitaerano apparsi così affaticatich'ionon osavo chiederema Lia mi disse: - Dopo ti racconterò tuttoIsama questoè l'importante: per noi duela signorina ha detto di sì.

La notizia volò subito anche senza radio né telefono:l'indomani già al Poggio sapevano.

Per «rompere il filo» si era tenuta celata ladestinazionema il solo fatto che esistesse qualcuno che aveva il coraggio diaprirci la sua casa (e non per un giorno o duema a tempo indeterminato) sirivelò di un'importanza straordinaria per noi. Era come si fossero sciolti deiblocchi enormi di ghiaccio e le acque ricominciassero a scorrere.

Dal Poggio vennero di nuovo a trovarci VanniPietroCorinnalo zio Poldo; e non avevano più quel contegno incertochiusoquasiostiledi chi è paralizzato dalla paura; erano pieni di iniziativediprogetti.

Non volevamo in nessun modo partire per Castello prima diaver sistemato anche i nostri genitori.

Proprio vero che le difficoltà bisogna affrontarle una pervoltain tal modo - scrive meravigliosamente il Guicciardini - «sisgruppano».

Tre giorni dopotutto era combinato.

In una fattoria vicino a Siena vivevano dei contadinilontani parenti degli Albieri; avevano accettato di ospitare i nostri genitori.Là nessuno li conosceva: avrebbero potuto essere «sfollati» come tanti altri.

Restava ora qualche problema da risolvere.

Impossibile usare la tessera. Bisognava perciò arrivare aCastello e alle Piane con un po' di provvisteper non essere a carico deinostri benefattori. I denari non erano molti e poi cosa valevano ora? Bisognavainsisterebisognava chiedereai Mannozziagli Albieriagli Stelli.

Da principio ci scontrammo con una certa diffidenza eavarizia contadina. Noi avevamo bisogno di tutto e non eravamo più «lesignorine». Smarritestanche... ci vedevano con altri occhi.

Una voltanominando i nostri genitoriCorinna aveva detto«i vecchi» e una frase riguardo a noi sorellecolta sulla bocca di unpigionaleaveva ferito la nostra debolezzala nostra suscettibilità: «Oquelle donne? Icché vorrebbero?»

«I vecchi» e «quelle donne»... eravamo noi... certo.

Come chi incanutisce a un tratto. Era bastato un brevevolgere di tempo per operare la metamorfosi.

 

Tuttaviaa onor del veroquesta specie di egoismo neinostri confronti durò poco.

Si operò anzi un altro miracolo.

I contadiniun tempoci avevano amato pur vedendoci nelruolo dei privilegiati«i signori»...

Orala situazione era capovolta.

I privilegiati erano loroche possedevano ancora una terrauna casauna famigliae potevano mettersi nei panni dei benefattorideisalvatori.

Noiinvecele creature da proteggereda salvare.

Con un senso gentilissimo di umana pietàci paragonavano ailoro figliai loro fratellii soldatiquelli che non avevano fatto ritorno acasae non si sapeva dove eranosperduti per il mondoforse come noiraminghiin cerca di un tettodi un pane.

Cosìsotto mutate formel'antico amore fiammeggiò dinuovoa un tratto.

Si ristabilì l'intesa che c'era sempre stata fra noi. Anziimprovvisamente fecero a gara nel venderciperfino nel volerci regalarequalcosa: un fiasco d'olio... un sacchetto di patate...

Poi presero addirittura gusto all'approvvigionamento dellenostre vettovagliespecie quando mia sorella rivelò un genio inaspettato «peri commerci». Forse gli avi ebrei l'aiutarono in questo. Infattisei denari valevano poco«a scambio roba» era tutt'altra faccenda.

 

Cominciò con gli scarponi da sci.

Si sa l'importanza che giustamente i contadini danno allescarpe: lei prese gli scarponi e andò a metterli sotto il naso della Beppa. Lavecchia li sogguardavaammiccando con l'occhietto di testuggine.

- Che son suesignorina Lia? Vanno bene a i' su' piedino...ma 'un enno pe' noi...

Scuoteva il capoma ne era rimasta affascinata. Li fiutavaaddiritturapalpandoli.

- Ber coio morbido! (In realtà era maledettamente duro eforse un po' autarchico...)

Mia sorellacome una sirena tentatricerincarava la dose: -Un pellame così dove lo trovate? e guardate che suola alta due dita! e poi nonson mica piccole: sulla neve c'è freddo. Io ci tenevo dentro due paia dicalzini di lana.

Intanto era entrata in cucina la nipote Rosetta e anche leicome una mosca dal mieleera attirata dagli scarponi.

La vecchia cercava di resisterema 'un era più tanto«salda».

- ...O quanto grano vorrebbe pel baratto?

A faccia frescamia sorella rispose: un quintale!

- Ma che 'ni pare!? Famo sessanta chili... viape' fa'contenta questa ragazzotta.

La ragazzotta felice acchiappò a volo gli scarponisenzanemmeno provarseli.

Se il cuoio era un po' autarchicoanche il grano si rivelòun po' tonchiato.

Occhio per occhiodente per dente.

La Beppa era troppo astuta.

Ma lo zio Poldo generosamente barattò sessanta chili digrano con sessanta chili di farina soffice e bianca. Sessanta chili di farinavoleva dire sessanta chili di pane per noida camparci per un bel pezzo.

 

Incoraggiata dal successomia sorella contava di seguitaresulla strada dei commerci e dei baratti.

I contadini ci si appassionavano.

Sembrava di essere tornati ai tempi dell'uomo primitivoquando ancora non esisteva il perfido argentoma solo scambi in natura.

Dopo gli scarponipresero il volo due pesanti cappotti dainvernodelle maglie di lanalenzuola e coperte e perfino una buona provvistadi medicinali che avevamo con noi.

- Quello sìche lo preferirei! - dicevano i contadinimain realtà «preferivano» tuttointascando «ogni cosa»garzecotoneidrofilola boccetta della tintura di iodio e il sale inglese... in cambio cifornirono oliomielenocifichi secchi e uva passita.

Ricusarono decisamente solo l'offerta di un taglio di pannonero.

Non so se il colore luttuoso e fascista li sgomentassefattosta che Corinna pronunciò la sentenza definitiva:

«Cavato che per un prete...»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Decidemmo di partire quasi contemporaneamente lo stessogiorno: ci sembrava meno triste così.

Michele avvertitosarebbe venuto a prendere i genitori perun primo viaggio alle Pianee al ritorno avrebbe accompagnato noi a Castello.

Il babbo divise i denarila mamma i suoi pochi gioielli.

Fra questi c'era un anello d'oro con un piccolo segreto: sesi faceva girare il cerchiettoi tre diamantini incastonati sparivano eapparivano tre paroline: io ti amo.

Eraquel cerchiettoun pegno d'amore: il dono del nonnoalla fidanzata.

La mammaguardando il cerchiettodisse: - Lo portava semprela mia cara mammala vostra nonna... ora lo metta al dito una di voituLia.Mi sembra che vi proteggerà. Vogliatevi sempre bene tra voi due sorelle.

Volersi bene e confidare nel Signore.

Tenetelo a menteanche quando io sarò lontana o non cisarò più.

La sua mano si posò leggera sulle nostre teste vicineperdarci la benedizione.

La mamma appariva calmaquasi serena.

 

In attesa di Michelemia sorella girava e rigirava ilcerchietto d'oro che la mamma le aveva messo al dito.

- Siamo rimaste soleIsa - mi disse - ma forse è megliocosì. È stata una pena separarci dai nostri carima vediloro dueinsiemesi intenderanno meglio. La mamma è così dolceremissivail babbo con lei nonavrà ragione di inquietarsi. Io nonon ci riuscivo... proprio.

Anche nella gita a Castello è successo come l'altra voltaeppure non avrei volutote lo giuroma ero così turbata! Lo sai che quando siarrivò in paeseproprio quel giornoera uscito il testo dei nuoviprovvedimenti contro gli ebrei? Quelle lettere neremaiuscolesul giornalecome un annuncio di morte!

Alla locandadove ci eravamo fermati per mangiaremi parevache tutti ci guardasseroche tutti sapessero... e il babbo non voleva capire.

«Ma non ti rendi conto - gli dissi - che se ti presentianche tuse insisti per tutti noi (quattro persone!)con i tuoi cavilli e letue paurenon otterremo nullanulla per nessuno?» «Ci voleva gentecoraggiosa! e sincera! e buona! - insisteva - gente a cui doveva fare schifo unmondo così: le leggi! ma che leggi erano quelle? Si potevano chiamareleggi? Assassinioera un assassinio bello e buono...»

 

Finita la guerrala Signorina stessa che amava ritornare suquelle indimenticabili memorieme l'aveva poi raccontato infinite volte.

«Lo sa? - diceva - che dapprima non riconobbi sua sorella?

La rammentavo come l'avevo vista in cittàquando vennel'ultima volta a farmi visitaprima ch'io mi decidessi a sfollare a Castello.Ai primi di marzosulla fine dell'inverno. Una figurina elegante nel tailleurgrigio; de' begli occhi luminosisotto la tesa del cappello.

Noquel giorno non l'avrei mai riconosciuta. Ed eranopassati solo pochi mesi! Bianca come un cenciocon un fazzoletto annodato intesta... singhiozzavapoverina...»

 

- Non so nemmeno che cosa le dissi - continuò Lia - perchépiangevo. Ricordo solo la sua risposta: «Lei e sua sorellase proprio nontrovano di megliopossono venire».

Ero così smarritache non riuscivo neppure a ringraziare.

Voleva darmi una bevanda calda perché mi rianimassima iodissi che dovevo andare viasubito. Allora chiamò la sua domesticaEdonidequella che è con lei da venti anni. Vestita di nerocol grembiale a pettorinatrinato biancoproprio come in città. Da una vetrinetta tolse un piccolovassoio d'argento e un bicchierino a calice di cristallo. Da una bottigliasmerigliata mi versò un dito di vin santo.

Conoscevo io pure la signorina Gentileschi e compresi. Anchein quelle due stanze a Castellonon rinunciava al suo piccolo cerimoniale.

- Nel prendere congedo - disse ancora mia sorella - nonsapevo come ringraziare. Avrei voluto abbracciarlama non osai. Sentii che miinchinavo per baciarle la manouna mano piccolacolor avoriodalle ditalunghe e sottiliquasi una foglia seccasenza peso.

 

Il babbo mi aspettava fuori.

Rivedendolo nella luce cruda della stradami fece pena: unpoveruomogià vecchiostancoche si affannava a tirarsi dietro la sua e lamia bicicletta.

Perché non si poteva andar d'accordomai? Sentii il bisognodi rassicurarlo.

«Speriamo bene- gli dissi - intanto non ha rifiutato diospitarci». Ma non ebbi il coraggio di aggiungere noi due sole. «Poivedremosi potrà trovare anche un altro rifugio. Tu e la mamma insiemeed iocon Isa. Ma tutti e quattroconvincitiè più difficile. Come 'famiglia'siamo anche più riconoscibili».

Questo argomentoche un nucleo-famiglia fosse piùindividuabilegli sembrava giusto. Ma poi ricominciavaguardandomi aggrondatotruce: «Dimmi un po'tu e tua sorellasaprete rendervi utili almeno? Altroche letteratura! E la vostra mamma che ha sempre bisogno di cento cose! Bruttipoveri siete! Brutti poveri! non vi sapete adattare...»

E con questo Brutti poveri! ricominciava a brontolaree a farci il processo.

 

 

PARTE QUARTA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arrivammo al Castello quasi di notte.

Imboccata l'antica portaMichele accelerò la marcia per lavia lunga e stretta che attraversa il borgo.

A Castello eravamo state più volte: in gitanelle bellegiornate. Sempre ci incantava la fisionomia gentilizia dell'antica piccolacittà. Le murala roccai campanilile torri!

Le stradine medievaliangusteincassate fra due paretitortuose come un labirinto e quell'improvviso sboccare all'aperto; gli scorciariosi sulla campagna vista in prospettive nuoveattraverso un arco osporgendosi da un muretto.

Nel cuore del paese: la piazza.

Spaziosa eppure raccoltaben delimitata nel suo perimetrocome protetta dagli antichi palazzi di nobile e semplice architettura. Làsembravano convergere tutte le risorse della natura e dell'arte.

Forme e colori.

Lo svariare della pietra e del cotto in tutte le meravigliosetonalità delle terredal giallo all'ocradal rosa al sanguigno. Allefinestrei piccoli rettangoli delle vetrate si tingevano di riflessiquasitessere di un mosaicotrascolorando nell'aria lucente. Nel sole fiammeggiavanoi gerani sui davanzali e sulle logge.

Al centroil grande pozzola cisterna.

Rivederlo era per mesempreuna scoperta. Come seognivoltauna mano sicura lo disegnasse nell'ariadinanzi ai miei occhinelle suelinee nude e perfetteubbidendo alla legge suprema e necessaria dell'arte.

Ma quella seraquando la macchina sboccò sulla piazzatraversandola rapidamente in diagonalenon potei sottrarmi a un senso diangosciadi paura.

Finestre e porte erano chiuse per l'oscuramentosenzalasciar filtrare alcuna luce. Solo la lunache pendeva immobile nel cielosbiancava i colori riassorbendoli nell'effetto del chiaro-scurocome in un filmin bianco e nero.

Nella piazza desertal'ombra della cisterna apparivaingigantitasurrealefantastica: in quella fissità mutaquell'incontro avevaqualcosa di sinistrodi ostile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La signorina Gentileschi abitava in un vicoloa fianco di unloggiato. La casa faceva angoloalcune finestre guardavano sulla piazzama ilportoneper nostra fortunasi apriva sul vicoloa quell'ora completamenteoscuro.

La macchina scantonò a fari spenti.

Il portone era accostato. Entrammo.

Michele ci aiutò a scaricare: le valigiei sacchilebiciclette. Sistemò tutto in un angolo dell'andito buiodietro un pilastro.Lesto si rinfilò nella macchina; sporgendo fuori il capo dal vetro abbassatoci disse come sempre burberoma guardandoci con due occhi marroni un po' umidi:- Arrivederci signorinefatevi coraggio; al bisognolo sapete dove sto dicasa.

Ripartì in volata.

Mia sorella salì per le scale e ridiscese subito insieme aEdonidela domestica della Signorina.

Si caricarono di roba: come ladrisotto valigie e sacchisenza fiataresparirono sumentre io restavo lì a terreno a fare il palodiguardia alle biciclette.

Mentre aspettavo con un certo batticuoretrasalii: un uscioappiattato nel muro si era socchiuso. Per un attimofiltrò dallo spiraglio unlume di candelache subito si spense.

Non vidi nessunoné riuscii a capire se lo spiragliorestava apertoma avvertivo nel buio una presenza nemicala forza di un occhiomaligno che spiava.

Appena entrate in casa suala signorina Gentileschi cisalutò con un lieve cenno del capo e un impercettibile sorriso sulle labbrasottilisfiorandoci appena la manocome se la nostra fosse una consuetasemplice visita di cortesia.

Ci fece «accomodare» nel piccolo salotto da ricevere eapparve subito occupata nel dare ordini alla domestica: Edonide venga... Edonidevada...

- Questa è la camera! - ci disse poi aprendo una porta - noici ritiriamo presto e anche loro saranno stanche- aggiunse in un tonolievemente autoritario- buon riposo.

La udimmo allontanarsima dopo un breve intervallonellastanza accantorisuonarono nel silenzio dei piccoli passi affrettaticome dichi è ancora in faccende.

La camera era tutta in penombra: soltanto la fiammella di unapiccola bugia vacillava sul comodino accanto al letto.

Ci spogliammo rapidamente infilandoci fra le lenzuola gelide.Spenta la bugiarestammo a lungo sveglie nel buio.

Finalmente sentii che mia sorella si era assopita; quanto amenon potevo togliermi di mente quell'uscio socchiusoquello spiraglio dilucequell'occhio di cui avevo sentito la forza inquietante e maligna.

 

Mi risvegliai così stanca che mi sembrava di non aver maidormito. Eppure era l'alba: un tenue chiarore filtrava dalle imposte.

Con un braccio piegato sotto il capoe i capelli un po'scompigliati sulla fronteLia dormiva quieta quietacol suo respiro leggerocome quando era piccina.

Eravamo ancora insiemeeravamo in duenoi due! Lerimboccai un po' la coperta. Non c'era fretta di svegliarla. Cercai di non farrumore; rimanendo io pure sdraiata nel lettovolgevo lo sguardo per la camera.A poco a pocodistinguevo in quella semiluce le formei colori delle coseall'intorno.

La stanza era grande: il nostro lettoaddossato a unaparetene occupava solo una piccola parte. Di fronte al lettoun cassettonescuro; nell'angolo un lavamano di ferroil boccale con la catinella diporcellana bianca e azzurra: sul boccale un asciugamano di lino con le cifrericamate A. G.

Alla finestrauna tenda chiara che scorreva tra gli anellidi legnocon le stesse cifre.

La piccola camera linda e in ordine apparivaper così direritagliata in uno spazio ingombro da un numero ragguardevole di sediele qualischierate in file parallelecome a teatrosembravano in attesa. Le sedie eranocoperte di fodere e i destinatari dov'erano? Improbabiliipoteticio forsedatempo immemorabiledefunti?

Fissavo quelle sediedi cuianche sotto le foderesirivelava la grazia un po' leziosa dello stile. Come incantatafissavo ancoraalungoquelle sedie vuotecosì schierateimmobili... finché le file miparvero ondulareconfondersi dinanzi ai miei occhi. Lo spazio si dilatavasislargavamentre le sediecome arretrandosi disponevano garbatamente insemicerchio.

Le fodere opache e rigide sparirono e subito guizzò lalucentezza morbida del velluto giallo-oroun po' sbiadito. Su quel vellutocome ritratti su un medaglionedei volti assortiin ascolto.

Qualcuno è al pianoforte. Le note del minuetto di Boccherinivagano per la sala.

 

Ricordavo ora: noi pure ci eravamo sedute qualche volta suuna di quelle sedie.

In casa della signorina Gentileschiin città.

Erano piccoli trattenimenti musicali. L'atmosfera rimastaquella delle Stampe dell'Ottocento.

Gli invitati: qualche vecchia amicaqualche decrepitoparente...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando ci incontrammo nel corridoiodopo aver trascorso perla prima volta la notte in casa suala signorina Antonina Gentileschi era pernoi ancora quasi una sconosciuta.

Il volto minutodi piccolo idolo cinesegli occhi chiaricome senza pupillastretti e allungati in minutissime rughe fino alle tempiedove la pelle sotto i capelli leggeri diventava di avorio levigatola figurasottile che spariva nell'abito scurola voce fioca da sembrare incoloretuttoin lei serbava una specie di chiusa segretezzadi misteriosa impenetrabilitànon priva di fascino. Un profumo leggero di spigo emanava dalla sua persona: lostesso dell'asciugamano di lino con le cifre ricamate A. G.

Appariva già completamente vestita e in ordine: i capelligrigio-argento raccolti in una minuscola crocchial'abito scuro abbottonatoalto: unica nota chiaramattinaleun piccolo colletto candido.

Con quella sua voce che era appena un soffioeppure sembròrisuonare stranamente scanditaquasi autoritariaci invitò a fare «presto»la nostra prima colazione.

 

Un po' intimidite varcammo la soglia della cucina.

Edonide era all'acquaio e teneva sotto il filo dell'acqua unateglia di smalto blucon un lungo manico. Voltandosi verso di noima senzadare il buongiornodisse:

- Bisogna che la schiaffi subito sotto la cannellasennò«l'attaccato» non vien via.

Mentre ispezionava alla lucecon severità professoraletenendolo quasi contro gli occhialiil fondo appiccicoso della tegliaaggiunse:

- O mangiar quella minestrao saltar dalla finestra!

Lei non scherza e poi è persuasa che la farinata biancasi capisce senza olioné burroné formaggiosia nutriente... appetitosanodi certo. È vero chea questi lumi di luna«stuzzicare l'appetito» sarebbecome tirar la coda a un cane che morde. Ah... ah... ah...!

Rideva di un riso nasale e acido che le imbruttiva il voltozitellonescodall'età indefinibile.

Un po' stupite da questa confidenza e da quel lei chiaramenteallusivonon sapevamo che risponderecontinuando a gingillarci con la scatoladei fiammiferi e il bricco del caffèsenza osare di manomettere i fornelli.

La fissavamo disorientate.

Nei confronti del suo destino in generale e della padrona inparticolareEdonide era infatti vittima e ribelleschiava e tiranna. Creaturadelle monache e figlia di Mariamescolava a una certa unzione un po'bacchettonauna tendenza potremmo dire anarchicache spesso traboccava al difuoricome da una pentola che bolle. Tendenza del resto ben naturaleperessere lei originaria di una città generosamente sovversiva e di linguaggiopittoresco.

Questi contrasti che solitamente sbiadivanosi annacquavanonello scialbore del suo volto (gli occhi piccoli e miopi quasi cancellati dalluccicare delle lenti spesse un dito)questi e altri contrastitalorainvecevenivan fuori all'improvvisoriaccendendosiricolorandosicome nello sviluppodi una decalcomania. Ciò avveniva in momenti particolariinsolitimomenti incui Edonide era in preda a un'emozione incontrollata.

Scoccava uno di quei momenti anche in quella mattina didicembrela prima dal nostro arrivo in casa della signorina Gentileschi.

- È inutile che sperino di accendere- sogghignò ancoraEdonidesporgendo in modo inverosimilequasi provocatoriola pancia fradiciasotto il grembiale - il gas non funziona più da mesima lì sotto - aggiunseadditando un fornello pieno di cenere - c'è ancora un po' di fuoco. Ora losbracio io.

E si dette subito da fare con la paletta e la ventaglia.

Riempito il bricco d'acquamia sorella lo sistemòpericolosamente in bilico su tre tizzoncini rossastri. Edonide seguitava asoffiarema dopo pochi istantiinfuriatabuttò fuori dal fornello «unfumo» e così i tizzoncini rimasero miseramente in due.

Essendo addirittura utopistico sperar di raggiungere con queimezzi i cento gradi centigradipurtroppo indispensabili all'ebollizionerinunziammo.

- Davveronon importaEdonide - dissi io - non vale la penariaccendere il fuoco. Stamani non fa neppur freddo (in realtà la cucina eragelida) e poi il caffè d'orzo c'è venuto a noia. Mangeremo invece pane e fichisecchi.

Edonide approvò subito con visibile sollievosentenziando:- Meglio i fichi che la farinata!

Né aveva tortodel resto.

 

I fichi secchidi cuigrazie ai commerci e scambi con icontadininoi avevamo una scorta potentesi rivelarono infatti preziosissimi.

Anche allorain quei tempi di magracostavano poco: eranoun cibo frugalesenza pretesequasi disprezzato. Infatti il fico non riempiel'occhiocome le altre frutta più profumate e colorite. Così seccato poiconquella pelle grinzosagrigiognola... e invece dentro è pieno di sapore!

Noi si masticava volentieri la bella polpa rossazuccherinacrepitante di piccoli semiaccesi come faville in un fuoco. Col pane eranoottimicon uno spicchio di nocesquisiti.

Al contrario di molte lusinghe della vitarendevano moltopiù di quel che promettessero; tanto che una voltaassaporandoli conparticolare gusto e soddisfazionemia sorella disse: - Ma sai che i fichisecchi sono proprio «onesti»?

Da quel giorno i fichi furono senz'altro «gli onesti».

A fine pastoquandodiciamo cosìl'appetitonon eraancora contentatol'una o l'altra di noi chiedeva: - Dammi un «onesto»;oppure addirittura: - Dammi tre o quattro «onesti».

E con quell'aggiuntacome Pinocchio dopo aver divorato lebucce delle pereci si sentiva egregiamente a posto.

 

Asciugati mestolo e teglia blu (tutta la suppellettile perl'odiosa farinata)Edonide era uscita discretamente dalla cucina per fare laspesa o forse per lasciarci in pace e libertà alla nostra prima colazione.

Masticandonoi ci si guardava attorno.

La cucina era assai ampia (un po' simile a quelle che sivedevano nelle fattorie)tra campagnola e padronale.

Il camino grandecon una quantità di fornelli a carbone: daun latoanche se inservibileil gas. Sull'acquaio le brocchema anche lacannella dell'acqua potabile.

La madia per fare il paneil buratto per la farina.

La tavola rettangolare con un'alta lastra di marmo variegato.

C'era poi una vetrina con una doppia fila di barattoliespostii più piccoli in altocon l'etichetta dipinta come nelle farmacie:pepenoce moscatagarofanispezie... In basso i più grandi: risosalezuccherocaffè...

La luce della finestra svegliava i riflessi d'oro nellebrocche sulla pietra dell'acquaionelle pentole e casseruole di rame su unaparete. Di controuna specie di rastrelliera con appesi ramaioli e coltelli divarie forme e misure: al centro il tagliere con la mezzaluna splendente.

Con tutto quell'armamentario si sarebbe potuto fare da cucinaper una guarnigione di soldati. Ma «la moscarola» in un angolo mi sembròconun esiguo margine di dubbioquasi vuota.

 

Edonide rientrò dopo pochi minuti cavando dalla sporta lerazioni del pane e un grosso cavolole cui foglie verdognole ciondolavanomalinconicamente un po' avvizzite.

L'uscio della cucina era aperto. Nel corridoio la sentimmo«a rapporto» con la padronala quale inusitatamente alzava un po' di tono lavoce.

- L'avevo avvertita - diceva la signorina Gentileschi - leinon sa nullanulla di nulla e qui non è arrivato nessuno.

- Ma cosa dovevo rispondere? Quella insisteva! «Vi sonoarrivati ospiti ieri sera? Ho visto io fermare la macchina e scaricare valigie esacchi... perfino due biciclette!»

Dire di no era impossibilema le ho dato ad intendere cheera gente di passaggio.

- Ha fatto malissimo! - ribatteva la Signorina - Una voltaper sempre: se lo rammenti! Qui non è arrivato nessuno.

A questo puntonoiche in carne e ossa occupavamo spazio incucinaintente per di più alla terrestre funzione di ingerire cibosentendonegare in tono così assoluto la nostra corporea presenzasi cominciò adubitarne.

Ci facemmo piccine piccine e così ridotte di proporzionitentavamo ridicolamente di trasformarci in acrobati spiritelli e di vanireaddirittura nell'aria: quando insopprimibile a un tratto insorse dentro di noicome in Cartesioil dubito-ergo-sum!

Sulla signorina Antonina GentileschiperòCartesio nonfece la minima presa. Come già a Edonideribadì anziper nostro uso econsumola tesi della nostra «non esistenza».

- Loro - ci disse - qui non ci sono.

Non devononé uscire per nessuna ragionené affacciarsialle finestre e neppure farsi sentire per la casa.

Annichilite da tutta quella filza di imperiosi imperativinegativiquando rimanemmo sole: «Ahimé!dicemmo ad un tempoahimé! Qui nonci dureremo!»

 

Trascorsero tuttavia parecchi giorni senza incidenti.

Noi c'eravamo infilate un paio di babbucce di feltrosileziosissimeea furia di esercizioeravamo diventate piuttosto abili inquella nuova arte magica del non esistere.

«Zitti zitti» e invece a noi veniva una voglia matta diparlare e si era imparato a bisbigliare con certe vocine fioche fioche...

«Piano piano»... e in cucina al caminoin un'aura di tesosilenziocome al circonel vuoto dei minuti che precedono il salto mortaleiorivoltavo al volo certe frittatine tondegiallee così perfetteda dubitareche quel piccolo sole fosse una dorata illusionefino all'istante in cuiattanagliato sotto i denti perché non disparissesi rivelava invececonsistentemangereccioe raggiante di ineffabile odore e sapore.

La nottechiuse in cameraci si aggirava come fantasmi neinostri camicionifacendo grandi inchini ogni volta che si passava davanti allospecchiodove affioravanoriflesse alla tremula fiamma della candelalenostre fantastiche immagini.

Oppurecome ladrisi aprivano silenziosamente i cassettisparendo poisenza traccetra cumuli di coperte.

Quando (si era di dicembre) veniva giù la pioggia a torrentiomeglio ancoratuoni fragorosi scoppiavano nel cielo lampeggiantemesse infregola da quella sarabandaci si divertiva a recitare a gran voceo si facevaqualche passo di danza frenetica e pazzae perfino si osava ridereridereforte a scroscio.

Mentre ridevo cosìuna voltamia sorella mi interruppe: -Ti ricordiIsate lo ricordicome rideva Uccio? Dove sarà ora?

Risuonaronocrepitarono dentro di noiriaccendendosi nellaviva fiamma del ricordole risatone del cugino... una lama penetròincise nelprofondo. Una quasi insostenibile nostalgial'accorgersi improvviso di quantolui ci mancassema al tempo stessocome si fosse toccato un filo elettricosentimmo qualcosa che ci congiungevaanche così lontaniqualcosa che duravaancora fra noiche sarebbe durato semprenonostante tuttooltre lo spazioiltempola morte.

- Forse- dissi io - forseanche luiin questo momentociha ricordate.

Noi si viveva dunque una vita segretauna vita tuttanostrae in un certo modo felice.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All'ora dei pastici riunivamo nel salottino con laSignorinasedendo però a tavole separate.

Leiquasi immobileconsumava in silenzio il cibo. Insilenzio e con un certo misteroun po' come a teatroquando non si sa bene see che cosa mangino veramente gli attori sulla scena. Le «portate»giudicandodalla sporta di Edonidenon dovevano essere doviziosema come desserttogliendolodalla vetrinala signorina Gentileschi versava dalla bottiglia smerigliataanoi e a se stessaun dito di vino rossonel quale mescolava un cucchiaino dizucchero.

Non era una piccola offertase si considerano i tempie anoi sembrava quasi indiscreto accettare: ma Lei fu regalmente autoritaria einflessibile nell'imporcelodicendo che «il vino fa sangue»che mia sorelladoveva essere un po' anemica eargomento principeeravamo «sue ospiti».

Solo dopo qualche temposcoprimmo quanto Ella sacrificasse aquesti doveri dell'ospitalità.

La camera delle sediedove noi dormivamoera la sua.

Lei ora dormiva nel salottinosul divano. Ma alle nostreinsistenzeperché riprendesse la sua stanza e il suo lettoricusòcomesempreinflessibilmente. Comprendemmo anzi che era dispiaciuta perché si erascoperto il segretoe la seraaspettava che noi si fosse a lettoper svelareil vero aspetto notturno dell'ambiente.

La mattina si alzava all'alba e rimetteva tutto in ordine: alnostro apparireil salottino mostrava il consueto volto delle ore diurnecontutte le sue chincaglierie scrupolosamente spolverateil divano impeccabilmentesprimacciatoil velluto dello schienale e delle poltroncine che occhieggiavacome scure pupillefra le ciglia chiare della trina traforata a tombolo. Non unpaio di pantofolenon un libro o un bicchiere fuori posto... nessun segnotraditoreinsomma.

Cara signorina Gentileschi! Ne son passati degli anni e Leida tempoquasi in punta di piedi ci ha lasciatoma questi ricordi mi turbanoancora e provo come un tremitoun rossore nel rievocarli.

Per questa fragile donnapovera e quasi ottuagenariamadallo spirito forte e dal cuore intrepidoche ci accolse nella sua casaarischio della vitache cosa potrei sentire iose non un'ardente riconoscenza?

Mafinché abbiamo occhi mortalinoi siamo tenacementeattaccati non solo alle virtùma anche alle piccole debolezzealle bizzarieperfino ai difettidi quelli cui abbiamo voluto bene.

Ella ora tutto vede e tutto comprende e spero vorràperdonarmi.

 

In quel solottino dunquedi giorno e anche di serasisvolgeva tutta la nostra vita comunitaria. Si leggevasi lavorava al'uncinettosi faceva conversazione... vecchi ricordimusicalibri.

Non si può dire che si parlasse di politica: bastavano leocchiate e i sospiri che ci scambiavamospecie ascoltandonel silenzio dellanotte e in sordinala voce di radio-Londra.

La nostra ospite si dichiarava libera-pensatricema leggevacon molto rispetto «L'osservatore romano».

Edonideche prendeva i pasti in cucinasolo raramenteveniva ammessa in salotto.

La signorina Gentileschi non intendeva davvero accorciarecerte distanze.

 

In cittàquando usciva per strada con la sua domesticanonsi sognava nemmeno di camminare con lei di pari passo o tanto meno a braccettoma procedevano una dietro l'altraa debito intervallo.

La piccola tocque di feltro neroseveradi classespoglia:senza un nastroun fioreuna piuma; senza indulgere a piegainclinazione opendenza femminile ed estrosaavanzava diritta - militaresca - battaglieraall'avanguardia.

La pezzola allegra - popolana - fioritaannodata alla buonasotto la golanelle retroviein coda.

Così come imponevano le inconfondibili «condizionisociali».

Un giorno in cui tirava il libecciola tocque neratrafittada una spilla come una spadaresisteva tenacemente in testa... quandoa unacantonataun ragazzaccio indigenoin ossequio all'importanza del fregiarsi diquel copricapole aveva sghignazzato dietro:

- Che pentolo all'antìa!

Investita dalla raffica del vento e di quell'eloquioanarcoidela piccola tocque arretrò un istantein periglioso bilicomariconquistata la posizione con la fulminea spadacontinuò imperterrita evittoriosa l'avanzata.

A distanza di anniEdonideche aveva scritto negli annalidella memoria l'episodio indimenticabileci si sganasciava ancora dalle risate.

 

Dunquecome si è dettorara era la presenza di Edonide nelsalotto.

Ma una voltadopo avere sparecchiatosi trattenne ancora unpo'sempre tenendo stretta al petto la tovaglia ammucchiatacon dentro tuttele briciolesenza decidersi ad andare a scuoterla in cucina.

La signorina Gentileschi parlava delle «proprietà»deipatrimoniche in quei tristi tempi non rendevano nullaobbligando a durisacrifici i legittimi proprietarimentre certa gentevenuta su dal nullamagari facendo la borsa neranuotava nell'abbondanza. Ella considerava conrispetto i ricchi «per nascita»perché sapeva quanto sia difficileconservare un patrimonioquanto sia duro quello scettro.

Edonide ascoltava con viso arcignosempre abbracciata allatovaglia.

Anche leidel restosubiva il fascino padronalesapeva diappartenere a un certo «ceto» e disprezzava a sua volta le domestiche cheservivano in case meno signorilimeno «fini».

Ma a un tratto reagì inusitatamente:

- La giustizia sociale - disse - verrà un giorno! Non cisaranno più né sfruttatoriné sfruttatiné padroniné serviné ricchinè poveri!

E come ispiratasi mise a cantare:

 

... nell'internazionale

futura umanità...

 

Scoccava un altro di «quei momenti»: i capelli svolazzaronosulla fronte accesascintillarono le pupille dietro i cristalli spessi dellelenti.

La tovagliacome una bandierale si sciolse sul pettoincendiandosi al sole...

La sua «padrona» la guardava sorpresa e insieme un po'ironicama senza richiamarla all'ordine.

Quandoripiegata la tovaglia«la domestica» fu uscita apasso bersaglieresco dalla stanzala signorina Gentileschi disse: - Edonide ègiovane! Bisogna scusarla. Ha appena quarantasette anni!

A parte la discutibile interpretazione di un certo colorepolitico di Edonidecome di una vampata di gioventùnoi

non potemmo nascondere una risatina: giovane! A quarantasetteanni!

Solo col tempoanche noi avremmo imparato che tutto a questomondo è relativoanzi ora purtroppo non ne comprendiamo più neppurel'humour...

A chi cammina per gli ottantaè più che naturale che una«appena quarantasettenne» sembri giovaneanziquasi una bimbetta... che c'èda ridere?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dicembre si avvicinava alla fine.

La signorina Gentileschi viveva appartata: del resto laguerra imponeva a tutti sacrifici e rinunzie.

Ma l'atmosfera natalizia era nell'aria: nei tetti coperti dineve brillante come zuccheronella corsa di quelle giornate brevicheprecipitavano nella notte.

Le veglie si facevano più lunghe. Un fumo sottile si levavadai comignoli dei camini e un buon odore di legna bruciata entrava con l'ariapungente della sera.

Fuoriil paese silenzioso immerso nelle tenebrefasciava lacasacome ovattandola: la casaun noccioloun piccolo nucleoin cui però sisvolgeva tutta una vitaanzi quattro vite; ma dentro questa vita coralesidipanava il filo sottile di quell'altratutta nostra.

Qualche conoscentequalche rara amicavenivano per loscambio di auguri e di piccole strenne: appena squillava il campanello allaportanoi si scappava a precipizio in cameranella stanza delle sedie.

Al di là della paretesi sentivano passibisbiglicolpidi tosserisatine nel salotto. Qualche voltasbirciando dallo spiraglio dellaporta socchiusasi potevano ravvisarenella penombra del corridoiounberrettouna sciarpaun pastranoappesi all'attaccapannio un ombrellogocciolante in un angolo.

Pur non vedendo mai di personain carne e ossaivisitatorii loro nomicognomicondizioniabitudiniattraverso gli asciutticommenti della Signorina e le relazioni sovrabbondanti di Edonideci ruotavanoin testa come in un prismacolorandosi di varia luce.

Cosìa poco a poconella nostra immaginazionequelleombre vane assumevano un corpouna figuraun carattere.

Oltre la signorina Gentileschi e Edonide che sembravano fatteappostacostruite su misura per noiil nostro teatro si arricchiva dipersonaggi: la Signora «triste» dal mantello lillala «spensierata» con lasciarpa scozzesela «piccolina» dal berretto rossoil Signore «incerto»con l'ombrellone nero...

I nomi e i cognomi si appiccicavano poi come etichette aipersonaggi. A volte l'etichetta non tornava.

 

Fra i personaggipurtroppoce n'era uno cattivo.

Quello di cui avevo sentito l'occhio malignoattraverso lospiraglio dell'usciola prima sera che arrivammo a Castello. Macosìtrasfigurato in «personaggio»faceva meno pauraquasi avendoci presoconfidenza. Scoperto anzi che «l'occhio cattivo» portava la gonnellaloribattezzammo senz'altro l'occhiaccia.

L'occhiaccia in realtà era un po' troppospesso in scenacompariva anzi malignamente e con intenzione alle ore piùimpensatecostringendoci a precipitose fughe nella stanza delle sedie.

Ma in quale commedia che si rispetti i personaggi sono tuttibuoni? E nella fiaba non c'è sempre l'Orco legato con un filo a Puccettino?

 

Quando tutti i visitatori se n'erano andatiqualche voltanoi si rimaneva sole sole in cameraaccovacciate in un angolo del lettocontinuando a fantasticare.

La penombra invadeva la stanzaspengeva i colori... ilpensiero vagava lontanomentre si sbraciava lo scaldino. Le faville siravvivavano tra la cenere grigiacome acini di fuocoe noi si sentivariaccendersi anche il nostro sangue giovanescintillarebrillare inun'allegria senza ragione. Fu in una di quelle sere che mia sorella mi rivelò«il segreto».

Era quasi il tramonto. Senza affacciarsiun po' discoste daivetri della finestra per non farsi scorgere da alcunosi guardava il cieloluminoso sui tetti di fronte.

Intanto lentamente l'orologio della torre si mise a suonare.

- È un momento incantato - mi disse mia sorella - non crediche le cose lo sappiano e si ricerchinosi accordino apposta?

La stanza spariva nel buio: dietro i vetri l'aria si erafatta tutta d'oro.

Lia aveva abbassato la vocema io bevevo le sue parolenepercepivo l'intensità nuovapiù vivapiù fonda:

- Isa... vorrei saper scrivere... perché sentoqualcosa dentro di me quando vedo quel cielo tutto d'oro e l'orologio suona...Mi torna a mente quando eravamo piccine e la mamma veniva a darci la buonanotte.Appena lei se n'era andataio tuffavo dentro anche la testa e mi raccontavo lenovelle.

Dopo tanti annil'ho inventata di nuovo una novella. Tidirò il titolo: Storia del piccolo paese dei maligni orologi.

- Dimmi se ho indovinatoè questo il piccolo paese?

- Forse - disse Lia - è questo e forse non è questoIsa. Ma so che è proprio un piccolo paesecome quelli che si trovano nellefiabe.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo quella seraLia non mi parlò più delle sue fiabemalo coglievo nel suo muoversinel guardarminel sorriderequalche cosa dilieve e di felicecome un'aura che la proteggesse.

Era il 31 dicembrema nessuna visita si prevedeva: avremmodunque trascorso noi solecon la signorina Gentileschila vigilia del nuovoannoin attesa della mezzanotte. Chiedendo il permesso alla nostra ospitegiàsi pensava di incaricare Edonide di qualche comperaper allietare un po' lafestaquando la Signorina chiamò mia sorella.

Accostandosi ai vetri della finestrada cui si potevaosservare di scorcio un angolo della piazzale disse:

- Guardi quanta gente! Anche se c'è la guerrastaseravogliono proprio stare un po' allegri.

E poi a un tratto:

- Scenda anche lei insieme a Edonide. Qui si tremama ilfreddo per i giovani è sanofa bene quest'aria asciutta dell'invernoe guardiche cielo limpido! Vedrà dopo una trottatina...

Lia ascoltava senza parole.

Il fatto era inauditoperché mai la Signorina avevadato una simile licenza. L'euforia aveva forse contagiato lei pure? Semel inanno! Ed era il 31 dicembre!

Ma... il rischio?

Rispondendo alle parole non dettela Signorina aggiunse: -Non abbia timore! Chi vuole che la riconosca stasera?

C'è tutto il paese fuorima al buiocon l'oscuramentoanch'io non ravviso nessuno. Scendascenda... piuttosto si copra benemettauno scialletto in testa.

Mia sorella non se lo fece ripetere: già sapeva che allaSignorina non si poteva dire di noe poi la proposta era troppo allettante!Dopo quasi un mese di clausura...

Ravvolgendosi nello sciallettoscappò dunque dietro aEdonideavendo solo cura di camminarle un po' discostafingendo naturalmentedi non essere insieme.

Il programma era questo. Edonide sarebbe andata a fare gliacquisti: melearancenocie poi il vin santoil panfortei ricciarelliaffidandodi tanto in tantoparte del peso a mia sorellache la seguiva apiccola distanza.

 

Mi raccontò Lia che tutto era andato in modo splendido.

Edonide spariva dentro una bottega e intanto lei girovagavaper le stradine animate del paesealla vigilia della festa.

Si trovava di nuovo fra la gentequasi giocando una speciedi mosca-ciecadivertendosi nel buio a sfiorare chi incontravagomito agomito. Le sarebbe piaciutoper scherzotirar la treccia a qualche ragazza edire ridendo: «Ci sono anch'io quiinsieme a voi!»

L'attraeva quel rivolo di luce chedagli usci dellebotteghesi spandeva fuori: un invito a entrare in quella calda e coloritaatmosferain quell'odore di pepe e di tabaccodi sacchi di farina e di cestedi frutta.

Ma subito si richiudeva nel suo scialletto.

- Sai? - mi diceva - Il paesele casela gente... nullaesisteva più. I contorni si perdevanosfumavano. Solo sul mio capounpulviscolo di stelle. Chiusa nel mio scialletto trinatotrascorrevo tra quelleombre grigie senza essere vistaero la principessa della fiabaavvolta nellarete fatata che rende invisibili.

Oppure mi trasformavo in pesciolino... scivolavo fra mezzoalla follaconfondendomi nell'acqua torbida e poicon un guizzomi immergevoin un piccolo specchio tutto argenteosolitariocome un lago limpido. Lànuotavoal chiaro di lunaliberamentebeatamente.

Di ritorno a casale lucevano gli occhile guanceavvampavano di un bel colore.

Quasi arditaliberandosi da quel ritegnoche sempreimpediva ogni nostra dimostrazione di affetto verso la signorina Gentileschiosò perfino prenderle le mani con affettuosa confidenza: - Senta come sonocalda ora! Mi par di bruciare come una fiamma! Scaldi le sue mani con le mieSignorina...

La signorina Gentileschi l'accarezzò con lo sguardomentrei piccoli occhi chiari le brillavano più vivicome avesse compresoe sisentisse ricompensata. Ma c'era anchein quegli occhiuna luce argutaquasidirei birichinacome se leicosì vecchiafosse ritornata giovane e sisentisse felice di aver corso un rischiodi aver lanciato una sfida.

 

In quell'atmosfera nuovapiù vivacepiù mossachecomeun donoera fiorita fra noiavvennero altri miracoli.

Nel salottino fu accolta anche Edonide. Dopo cena si eralevata l'eterno grembiale.

Il vin santo ci era salito un po' alla testacomunicandociun piacevole stato di euforiadi leggera ebbrezza. Eravamo silenziose tutt'equattro. La stanza odorava ancora della fragranza degli arancidella cannelladel marzapane.

Proprio questo era il bello: il potercene stare cosìnaturalmentesenza dir nullain quella calda intimità. Ognuna forse seguivail filo dei suoi pensieridei ricordidei sogni.

Dopo una lunga pausala Signorina si alzò lentamenteavvicinandosi al pianoforte.

In tutto quel temponeppure una seral'avevamo uditasuonare. Ebbe cura di mettere la sordina.

Le mani volavano leggere sui tasti...

 

Libiamo... libiamo

nei lieti calici

che giovinezza infiora...

 

Quelle note così smorzatecosì flebilieppure intensetoccantierano una confessione? Parlavano di gioia di viveredi una nostalgiadi giovinezzadi sogni perduti...

La Signorina era molto in là con gli anniEdonide quasisulla soglia della vecchiaiae noi?

La clessidra del nostro buon tempo rapidamente sisvuotava.

Ma in quell'ora fatatatutt'e quattro unitecome le cordedi uno strumento che vibrino nello stesso accordovivemmo in una specie diesultanza profondaanche se un po' straziante.

La Signorina chiuse il pianoforte.

L'attimo fuggente... era fuggito.

 

Ma Edonide«per farci un po' ridere»si mise a raccontaredi altri tempidi quando era ragazzae l'ultima sera dell'annorecitava nelteatrino delle monache.

- Me lo diceva anche la Superiora che ero brava! Nellecomichele facevo tutte smascella' dal ridere e nelle parti tragichepiangevano come agnelli sgozzati. Però mi faceva rabbia di dover far sempre laparte del maschio. Perché ero alta! E ci avevo anche un bel vocione! Ma anch'iopotevo incontrarecome quell'altre smorfiose.

Una voltami ricordom'ero messa una collanina rossa.

Mi trovavo in sagrestia e c'era il seggiolaio. Mi vennevicino. Lo vedevo che lui scherzava col vezzoma io ingenuamente non avevocapito. Durò un bel po' di tempo a tirar l'elastico della collaninache miballava sul petto... io ridevo... Ma intanto era entrato il sagrestano e disse alui di smetterlae a me di filar subito a casa.

Ma insomma a luial seggiolaioio gli ero piaciuta!

Noi si rideva e rideva Edonidesenza prendersela per nulla amale.

Rideva di gusto anche la signorina Gentileschitanto cheEdonideprendendo coraggiodisse: - E la mia Signorina? Loro non l'hannoconosciuta giovane! Ce n'era unoche l'ha aspettata per tanti e tanti anni.L'ho conosciuto anch'io il signor...

A questo puntola sua padrona le fece un così imperiosocenno di tacere che Edonide ammutolì. Volgendosi a noi la Signorina dissementre una goccia di sangue le imporporava il viso e i piccoli occhi chiaridivenivano due fessure vivide di luce:

- ... anche nei romanzi... le passioni segrete non son forsele più interessanti?...

La frase restò suggestivamente sospesa.

 

Una fine d'anno indimenticabile.

A mezzanotte si aprì la radio.

Fiorello La Guardia parlava per noi al di là dell'oceano.

Italiani! La liberazione è vicina...

Nel silenzio notturnoa quel richiamoa quell'auguriovibrarono i nostri cuorisplendettero al chiarore della speranza.

Italiani!

Ci si sentiva stretti in un abbraccio con tutti quelli checon noiattendevano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sera del 31 dicembrel'ultima del '43fu anche l'ultimanostra sera felice a Castello.

Due o tre giorni dopo...

L'occhiaccia tutto aveva spiato e ricostruitotuttosapeva.

Bisognava dunque fuggire da quella casada Castellosubito.Ma andare dove?

Stranamente questa volta io mi sentivo decisapronta. Subitotracciai le linee di un pianoesponendolo a mia sorella e alla Signorina. Anchese per il momentonon si sapeva dove trovare un qualsiasi rifugiobisognavasubitoquel giorno stessoavvertire Micheleperché venisse a prenderci lamattina dopo. Si sarebbe partite molto prestoquando era ancora buio.

Non fu facile neppure questa prima parte del programmama sitrovò il modo. Michele sarebbe arrivato alle cinque.

La notte porta consiglio. Nella camera delle sedietenemmofra noi due un vivace dibattitoesaminando lucidamente il pro e il contro diogni eventuale decisione.

Il partito migliore risultò questo: era trascorso più di unmese dalla nostra fugaforse le ricerche erano diradate o volte in altradirezione. Si sapeva che i contadini del Poggio rispondevano ai curiosi o aitroppo premurosi: «Poerini! enno andati lontano...». Avremmo dunque chiesto aMichele di riaccompagnarci nell'ultima casa che ci aveva accolto prima di venirea Castello. Quella buona genteinfattiproprio al momento della partenzaciaveva detto salutandoci: «Qui da noinon è un posto bonosiamo troppo vicinial Poggio e la nostra casa è povera: ma al bisognopotete sempre ritornare».

Avevamo scartato l'idea di raggiungere i nostri genitori.

Per fortuna si avevano buone notizie; col nostro arrivo lecose potevano complicarsi. Erano più debolipiù bisognosi di aiuto di noimeglio non turbare la loro momentanea e forse precaria quiete.

Ci sentimmo più tranquille: restavano poche ore primadell'arrivo di Michelema dopo una breve preghieraci addormentammo.

 

Alle quattrocome si avesse una sveglia nella testaeccocideste. Ci vestiamo in frettaraduniamo la nostra roba.

Edonide si è alzata per noi: al caminoci prepara il caffèd'orzo.

Anche la Signorina vuole salutarci: eccolaci viene incontrocosì pallidache temiamo si senta male. La voce è anche più sottilema comesempre scanditané le mani tremano mentre le posa sulle nostre testecon unatto che ci ricorda la nostra mamma lontana.

Con faticauna valigia dopo l'altraun sacco dopo l'altrole due biciclette... tutto finalmente è giù a terreno sotto l'arco di pietra.

Risaliamo a precipizio le scale per abbracciare un'ultimavolta la Signorina: lei ci serra insieme contro il suo cuore.

Manca un minuto alle cinque.

Nascoste dietro il pilastroaspettiamo senza fiatare.

La sagoma scura di un gatto silenzioso traversa l'androneametà strada si gira verso di noiinvestendoci con gli occhi verdi come duefari. D'istinto ci tiriamo più indietro.

Michele non si vede.

L'ansia dell'attesa diventa sfinimentoangoscia.

Lì nell'androne lungo e profondo come un tunnelc'èfreddoun tanfo di umido ci prende alla golacome una nausea. Intirizzitetremantiguardiamo sotto la volta del portico uno spicchio di cielo chedanerosi è fatto di colore grigio-livido.

Quanto tempo è passato? Fra poco spunterà l'alba. Si sentein lontananzaun latrare di cani e il canto roco di un gallo.

D'improvvisouno scalpicciare di passiun parlottio. Siincrociano due fasci di lucedalle lanterne cieche.

Il nostro cuore si è fermato.

Due ombre... due uomini.

Nascosteappiattite contro il pilastroli vediamo dirigersiin fondo all'androne: uno alza il coperchio di una botolaintroduce un tubo.

L'inconfondibile odore ci investe... e ci rianima!

I bottinaioli! Per questa voltanon si tratta delle SS!Infatti se la ridevano serenischerzando nella loro parlata paesana. A un certopuntoqualcosa non doveva funzionare nel tubofatto stache dopo aver sparatoqualche Maremma! con relativi attributirimessa a posto la botolauscirono fuori a respiraregirando l'angolo.

 

Sotto il porticoil cielo si era fatto perlaceoquandofinalmente arrivò Michele.

Non gli chiedemmo il perché del ritardonon gli chiedemmoniente. Il solo vederlo ci aveva ridato animocaloresperanza.

Caricati i bagaglipartimmo in volata.

 

Quando l'antica porta del paese fu alle nostre spalleMichele ci chiese dove eravamo diretti. Ma alla nostra rispostafrenòbruscamente in mezzo alla campagna.

- Impossibile! - disse.

Ci guardava così serio e così sconcertatoche noi non sisapeva che pensare.

- Perchéperché Michele! - gli si chiedeva - cos'èsuccesso?

- 'Un me lo chiedeteSignorineperché 'un ve lo possodire. Ho dato la mi' parola di 'un dir nulla a nessuno.

Ma poivedendo il nostro sgomentonon si tenne più.

- In fin de' conti - disse - si tratta del su' cugino!

- Uccio?

SìUccio. Dov'era«in quella città»aveva incontratodei mascalzoni che avevan fatto la spia. Insomma era dovuto tornare aprecipiziodopo pochi giorniinsieme a sua madre.

Non s'era potuto trovar di meglio che quella casa.

- Come faccio ora - disse Michele - a portarci anco voialtre?Son bone gentema son ristrettilo sapeteche ci siete statestareste tuttiin un mucchio...

Michele disse solo questa delle ragioniche era una buonaragionema ce n'erano naturalmente molte altre: unasoprattutto. Ammesso chesi potesse stare «tutti in un mucchio»si poteva chiedere a chi giàrischiava per duedi rischiare per quattro? Insomma aveva ragione Michele:quella strada era da considerarsi chiusa.

 

Intanto s'era fatto giornoesui nostri visidoveva esserdipinto lo sgomento che quella notizia vi aveva suscitatoperché Micheleguardandocidisse:

- 'Un vi disperateSignorineuna qualche maniera sitroverà. Io ci avrei un'idea. Da Collevu' lo sapeteson scappati tuttipervia dei bombardamentie anche la mi' casa è vuota. Le mi' donne son sfollatein campagna. Io invecepel mi' mestierevado e vengo per queste stradema adormireson quasi sempre in paesea casa mia. La sirena suona l'allarme quasitutte le nottima tantoquand'è scrittoè scritto... io non ho paura. Dicerto 'un vi vorrei mettere al risicovoialtre...

Caro e buon Michele! Non aveva paura per sé e temeva pernoiper questo ci offriva così timidamente la sua casa!

I bombardamenti! Ma anche le bombe ci sembravano confettiinconfronto a quell'altro orribile rischio.

- Michele - gli dissi io - noi siamo contente di venireselei ci vuole!

Ci si sentiva sollevatequasi allegrema subitopermettere in atto il nostro piano d'azionesi presentò il primo ostacolo. Comeosarea giorno chiarodi entrare in paesedove ci conoscevano tutti?

«A Colle» ci diceva Michele «non c'era quasi piùnessuno».

Ma qui era il puntoin quel quasi.

Proprio perché il paese era quasi vuotola macchina e chic'era dentronon potevano passare inosservati.

Era indispensabile arrivare col buiocol buio scendere dallamacchina e infilarsi di nascosto in casa.

 

Contro il cielosui rami sottili e nudi dei pioppisivedevano qua e là innumerevoli passerotti brunicome fossero foglie.Svolazzavano da un ramo all'altro nella luce mattutina.

Beati voiuccelli dell'aria! che trovate sempre un alberoun tettoper rifugiarvi!

Echeggiò in quel momento uno sparo in lontananzae ipasserotti se ne volaron via tutti insiemecome foglie staccate dal vento.

Allora mia sorellaguardando a una collinettadov'era unfolto di lecci e di ginepri disse:

- Micheleci lasci lassùin quel bosco. Ormai s'è fattotroppo tardiper entrare in paese.

Si stava vivendo davvero «la nostra fiaba» e per un momentoanche a mesembrò di averla già sentita raccontare così: «...allora sirifugiarono in un bosco e seminarono tanti sassolini bianchiper ritrovare lastrada...».

Michelecon saggezzaci destò da quelle fantasie.

- La notte? Come posso abbandonarvi nel boscodi notte?

Era vero purtroppo! Il sole sarebbe tramontato...

- Lasciate fare a me - disse allora Michele - lo troverò io«un posto» e senza rivelarci altrorimise in moto la macchina.

 

Deviando dalla strada maestraimboccò un viottolo insalita. Noi zitte zitteci si lasciava condurrecon un senso di abbandonatafiduciasapendo che in quel momento non stava più a noi pensaredecidere.

Percorsi forse trecento metrici vennero incontro i pagliaiun capannoe un po' più suun piccolo filare di cipressi. Michelel'oltrepassòdirigendosi ancora avanti e frenando la marcia su un piazzaledove si affacciavano tre o quattro case un po' scalcinatele une a ridossodell'altre.

Intanto qualche bimbo scalzo già si era avvicinato allamacchinauna vecchia sulla soglia di un uscio ci guardava.

Volgendosi a noi Michele disse abbassando la voce:

- Di certo qui il posto è poco bonoperché siamo in unghettoma ci sta un mio amicodi quelli fidati.

Mentre scendeva dalla macchinaio non potei fare a meno dirichiamarlo: - Micheleanche al suo amiconon lo dica il nostro vero nome...

Michele sorrisesenza rispondere né sìné no.

Scomparve dentro una porta. Tornò quasi subitoaccompagnatoda un uomo robustocon una giacca di velluto alla cacciatorache stavaimmobilesenza accennare a salutarcimentre Michele apriva lo sportello dellamacchina.

- Allora - disse Michele a voce alta - per oggi vi consegno aluia questo mio amico. Io tornerò a prendervi domattina presto.

Entrammo in casa.

Non sapendo che cosa avesse detto Michelenoi si stettesilenziose tutto il giornocontentandoci di restarcene in cucina a guardare ilfuoco.

La seradopo cenasi sarebbe voluto sgattaiolare subito alettoper non comprometterci coi discorsi.

Ma i nostri ospiti non la intendevano proprio cosìeazzardarono qualche cauta domandaalla quale noiprendendola alla largaevitando sempre di venire al sodosi rispondeva in modo così vago esconclusionatoda farci meravigliare come quella brava gente non perdesse lapazienzae alla fine non si ammoscasse.

Invece nosembravano divertirsi un mondo a farci parlare.Non ci interrompevano maitanto chepreso coraggio snocciolammo una dopol'altrauna filza di bugie. E loro ad approvarecome fosse oro colato.

Molto tempo dopoa guerra finitaMichele ci rivelò che«sapevano tutto»! Certo si erano un po' divertiti alle nostre spallema senzacattiveriaper quel senso della burla che piace tanto ai toscani.

L'accoglienza invero era stata ottima; ottima la cenacolsalamele nociil vino; ottimo il lettodove noiignaredopo le nostreingenue invenzionici abbandonammo tranquillamente al sonno.

Ma quello che più contal'amico fu davvero «fidato».

 

La mattina seguenteera ancora scuroquando Michelearrivò.

Riposate e ringalluzzite da quel primo successomentre ilpovero Michele si mostrava un po' pensieroso e taciturnonoi si chiacchieravaanimatamente godendoci il seguito della nostra avventura. Si aveva la piacevolesensazione che tutto dovesse filare così liscio come filava la macchinainquell'ora mattutinain mezzo alla campagna.

Non incontrammo anima vivaprima di entrare nel paese altoma nell'attraversare il borgopur desertoper la nota stradauno stringimentoalla bocca dello stomaco e un illanguidirsi del battito ai polsi mi avvertì delrecuperato senso della realtà delle cose.

- Michele- gli dissi con una improvvisa illuminazione- misembra meglio non fermare la macchina davanti a casa. Di solito lei non fa sostanel suo garage? (Mi ricordavo che il garage era in un vicoloa pochi passidall'abitazione).

- Sì - disse Michele- che aveva subito inteso - entreremonel garage a marcia indietroe a fari spenti. Lì scaricheremo ogni cosa. Epoial momento buonostando di guardiache per la strada non passi nessunoapiediuno per volta quatti quattiinfileremo il portone di casa...

Si era così investito nella parteche parlava anche perséquasi anche lui dovesse insinuarsi nella sua propria casadi nascostocome un ladro.

Noi dueun po' ladre lo eravamo davveronell'entrare cosìa rubare la quiete di un poveruomo. Ma non avevamo sceltae in quel momento controppa partecipazione si viveva la straordinaria avventuraper avere deirimorsi.

 

Mezz'ora dopoeravamo sedute a una tavola e Michelecomeuna baliaci nutriva amorosamentesomministrandoci non lattema tre o quattrobicchierini di vin santoche ci fece inghiottireuno dopo l'altrocon un buonnumero di biscottiper darci calore e forza.

Non bastandogli di aver pensato al corpocon l'intento dirallegrarci lo spiritoaprì la radioche era sul ripiano della vetrinetta dicucina.

 

Nei cieli bigi

vedo fumar da mille

comignoli Parigi...

 

Nell'euforia di avercela fattatutti e tre si ascoltavabeatisentendoci vagamente bohémiensanche noiche di lassùattraverso i vetrii cieli bigi si vedevano.

Ma d'un trattoquasi tornando in séMichele si precipitòalla finestra e chiuse le imposte. Come se volesse farci rideredisse: -Quassù in cimalevato un gatto di quei nerivorrei vedere chi dovrebbe farcila spia...

Dopo questo preambolo scherzosofacendosi serioaggiunse: -Sentite Signorinea me rincresce dirveloma dovete cercare di tener chiuso edi non far rumore. Lo capitedi solito qui in casa non c'è nessunoperché ioson fuori tutto il giorno. La gentespecie quella poco bona 'un si sa comevede ogni cosa.

Attento a tuttoperché ci si sentisse come «a casanostra»ci aprì gli sportelli della vetrinadov'era il pane e le altreprovvisteci insegnò il gas e la luceci dette l'asciugamano e il sapone.

Intanto Mimì continuava a cantare:

 

... germoglia in un vaso una rosa

foglia a foglia ne aspiro...

 

Michele era già sulla portama tornò indietro:

- Rincresce - dissegirando l'interruttore della radio -dover chiudere anche questa!

Ma s'illuminò un momento doponel portarci l'Iliade el'Orlando furiosomescolati a Schiavao reginaTra due anime e Ilcorsaro nero.

- Son libri della mi' bambinacosì vi passerà più prestoil tempo. I giornali per voi ora è meglio 'un li leggere. A stasera.

Infelice chi è solo e non ha piú da aspettare nessuno!

Nel dire arrivederci a Micheleci si sentiva protettelegate al filo dell'attesa.

Il suo berrettone bagnato di pioggiarimasto appesoall'attaccapannil'odore del suo sigaroche ancora si sentiva nella stanza...

Nonon ci si sentiva sole: Michelela serasarebbetornato.

 

Trascorsero così tre o quattro giorni di questa nuova vitaa cuipure nella sua singolaritàci andavamo abituando.

Michele continuava a pensare a tutto.

Un giorno arrivò allegro come un ragazzoperché gli eravenuto in mente di portarci un barattolo di salsa di pomodoro «già pronta»per condire la pasta asciutta.

Ma a volte appariva pensierosotaciturno.

Una serale rughe che gli solcavano la fronte sembravanoaddirittura cicatricitanto erano incise. Pareva volesse evitare di guardarci.Finalmentecome a faticacon quel suo tono di voce bassocome non parlasse anoima a se stessodesse:

- Così non si può durare. Questa non è vita.

- PerchéMichele? Noi stiamo benissimo qui...

- Poere bambette! - risposee fu come una carezza sentirglidire cosìinvece che «signorine»come ci chiamava sempre.

- Poere bambettevoialtre sète sagrificatema anche se ioe voi si fusse contentic'è chi ci penerebbe poco a giocarci un tiro mancino.

Qualche anno dopoquando Michele aveva già tutti i capellibianchima gli stessi occhi giovanici raccontò che un tiro mancinogliel'avevano fatto poima non quello che lui pensava... «erano andati a direalla mi' moglie che mentre lei era sfollataio ci portavo a casa le donneciportavo!»

- 'Un ci si può fidare... - continuava a dire quella sera -ma aspetto una risposta. - aggiunse all'improvviso - Se è di sì'un cipensate che anderete a star bene.

La risposta arrivò più presto che noi e Michele stesso nonsi pensasse.

La mattina seguenteun fischio lo chiamò dalla strada.

Due minuti doporisalì quasi a corsa le scalema non erasolo.

- Io - disse il nuovo venuto - sarei quello che vi ritira alMolino. Sono amico di Michele e di Pietro de' Mannozzi. In casa miacrederei'un avesse a mancarvi nulla.

 

Carocarissimo Beppe!

Come promettevano il veroquelle parole!

Non solo in casa sua «non ci mancò nulla»ma ci trovammoil bene più grande: l'amore che tuttoraanche nei momenti più oscurivivenel ricordo e continua a illuminare la nostra strada.

 

 

PARTE QUINTA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

- Che di'? Farò complimenti? - seguitava a dire Michelementre il padrone di casa insisteva perché restasse a cena. - Le mi' donne miaspettano stasera... - ma non si risolveva a andare via: in piedisenzatogliersi il giubbone e il berretto di pelocontinuava a scaldarsi al camino. -Beppe ci avrà due figliole vantaggio- diceva - avete a darvi del tucom'esse' tutti una famiglia.

Quando ci vide sedute in mezzo agli altri alla tavolaapparecchiataquando il capoccia mi disse accennando alla zuppa fumante: - SucavalaLuisa! - allora finalmente il suo faccione si illuminò come una lunapiena e fregandosi ancora un po' le manise ne andò via contento.

Uscito Michelesembrava che nessuno sapesse più cosa dire:quell'improvviso «tu» imbarazzava un poco noi e loro.

In silenzio continuammo a mangiare.

Si stava bene nel tepore della cucinafitti fitti intornoalla tavola. Era un silenzio allegrocom'era allegro il fuoco che splendeva nelcaminoallegra la luce del saliscendi che danzava sulla tovagliasullestovigliesui bicchieri... Brillavano fulgidi i tre stami incandescenti dellalampadina a carbonesotto la campanula di vetro opalinoondulata come i petalidi un fiore.

Subito al nostro arrivo mi aveva colpitonell'entrare incasail vano della porta scavata nel sassocosì luminoso nel buio. Entrandosi avvertiva come un ronzio: la ruota che in cantina azionava il motore.

Vedendoci guardare incantate la lampadinala massaia avevadetto: - ...Ha visto? Al Molino ci avemo l'acqua a scialo e la luce pe'nostr'uso.

Nella rusticità dell'ambientetra quegli arredi che eranrimasti gli stessiimmutati da secoliil ronzio della ruota e quella piccolalampadina a carbone avevano qualcosa di pateticoquasi ci restituivano il sensodel miracolola trepida felicità di una prima scoperta.

O forse coincideva quel momento con un nostro stato d'animodi graziapronto a trasalire a ogni vago segnoa interpretarlo come unpreannuncio di letiziaun augurio di buona fortuna?

In silenzio continuammo a mangiare.

Di tanto in tantodue lucenti pupille nerecome rondini involosi alzavano dal piattosi incrociavano con le nostre e subito siriabbassavano. Ci parlammo a lungoricambiando gli sguardi che a poco a pocodivenivano meno timidipiù liberi e vivacisembrando voler dire: «Sìstaremo bene tra noitutti insieme...»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aghi di luce penetravano dalla trama dello stoino verdeancora abbassato.

In camicia e a piedi scalzimia sorella corse a sollevarlo.Rimase un momento al davanzale della finestrasporgendosi tutta di fuori:

- Isa! Vieni! Vieni!

La voce rivolò nella stanza come rinfrescataquasi il cantomattinale di un uccello.

Io sentivo il sonno ungermi ancora come un balsamo lepalpebre socchiusema c'era impazienzasorpresa e felicità in quel richiamo.

- Vieni! Vieni Isa! Vieni a vedere...

Per la prima voltatutt'e duevicinesi respirava l'ariadel Molino. Un alito leggero e purouna carezza odorosa di neve e di fiori.

La finestra aperta inquadrava un piccolo sognato paradiso.

Nell'ombrala grotta scuracoperta di muschiotagliata datre pioppi altissimi; di fronte la collina vivida nel sole e giùchiara tra iciottolil'acqua.

Un'acqua vivaanche dove si slargava e faceva specchiocolorata di luce e d'ombre verdiincisa da sottili cerchi liquididisegnatidalle libellule e dagli altri insetti alati che la sorvolavanopercorsa damulinellida fremitiquando i batticoda saltellavano fra sasso e sasso etuffavano il becco per bere. Un ponticello l'attraversava; di là c'era unviottolo che si perdeva fra l'erba.

D'improvvisoun raggioun acceso smeraldosfrecciònell'aria: il martin pescatore!

Lo riconobbi con un sussultol'uccellino azzurro dellafiaba...

 

«L'acqua a scialo».

- La gora è sempre piena'un avete a fa' a riguardo; ildoccino è davanti all'uscio di casa e la potete berech'è acqua bonaviengiù dal sasso diacciata ch'è un piaceree chiarache nel secchio si vede ilfondo.

Così diceva l'Elvirala massaiadisponendo con garbo unabrocca di quell'acquagli asciugamani di grossa canapa e un bracere. Sulla«brusta» accesa fumava una caffettieradal buon odore di orzo tostato e dianici.

Ai nostri ringraziamenti per quei doni del mattinovoltandoall'improvviso gli occhi lucidi e tondi come corallirispose con una specie digiubilodi piccolo orgoglio nella voce: - A casain cittàvu' sarete avvezzead altre delizinema anche a noi ci garba ave' il nostro necessario.

Vedendoci così contente di quello che ci aveva portatoaggiunse con un sorriso largo che le illuminò la faccia colorita: - ... Peròl'ariacome questa che si respira qui al Molinoin città 'un ci ha daesse'... Fa freddoche intorno nevicava i giorni scorsima al sole si sta comeangioli!

 

«Si sta come angioli lassù...»

La casaaddossata alla rocciaera quasi completamenteimmersa nell'ombranella frescura del mattinoma dalla parte oppostain altosi stendeva l'aia aperta e soleggiata. Poco lontanoi pagliai gialli nel cieloceleste.

Arrivammo fin làsedendo tra la paglia sparsa a terralespalle contro il dorso di un pagliaiodove mancava una fetta.

Con un fazzoletto bianco sul capo e le maniche rimboccatefino al gomitosentivo la fronte fresca e leggera e una calda carezza sullebraccia nude.

Lì accanto era appoggiata in diagonale una scalalunghissima. Gli occhi ne seguivano i gradinisalendo su in alto fino a quelcielo chiaroattraversato dai colombi. In quello stato di riposodi perfettaquieteavvertivo una straordinaria sensazione di levitàquasi di volo.Guardavo incantata la pagliatutta d'oro nel sole.

 

Era trascorso solo un anno... eravamo di gennaio anchealloraal Poggioin quei tre giornie anche alloradi gennaioil sole giàtingeva: era caldovermiglio come il sangue dietro le palpebre socchiuse.Accanto a mesulla pagliac'era qualcuno che mi stringeva forte una mano nellasua.

Sentivo ancora il calore della sua mano... Pensavo a quelmomentopensavo a luima dissi a mia sorella:

- Liali ritroveremo tuttifinita la guerra?

- Tutti? - rispose - Bisogna sperarlo. Li ritroveremo tuttialmeno nel nostro cuore. - aggiunse con un sospiro.

Ma io ebbi paura. Una folla di visi amati mi venivadinanzi... Come avevo potutonel segretoquasi chiedere una sceltaindicareuna preferenza?

Trema il cuore e si ferma per un attimo: è come sporgersi suun abissonel vuoto... nonon voglionon posso guardare. Noi siamo quiinquesto solein questo cielo celestein quest'aria serenama intanto ora... inquesto stesso istante...

Ma se anche fossero tutti salvi i nostrinon è orribile chealtri centomillecome loro innocentila cui vita ugualmente preziosadebbano perire? E se anche fosse unouno solonon è orribile?

- Isa- mi disse dolcemente mia sorella - ascoltami.Stamaniquando mi sono affacciata alla finestrami è sembrato di rinascere.Ho sentito dentro di me aprirsi di nuovo come un piccolo seme di speranza. Anchenoi siamo in pericoloanche qui siamo a un rischio. Ma dobbiamo coltivarequesto piccolo seme. È come un filo d'erba che deve crescere. Se lo strappiamodentro di noinulla ha valoreneppure la nostra salvezza.

Che cosa importa sopravviverese non sopravviviamo per unasperanza?

A centinaiaa migliaia morranno e forse noi saremo fra loroma che importa? Qualcuno resteràqualcuno che avrà più forzapiù coraggiopiù fede degli altri... qualcuno cui forse è affidato un compitochi puòsapere quale?

- Ma noLia- dissi ioancora prigioniera della miadisperazione - spesso è il caso che decidecapisciil casocon tutta la suabrutale cecità. A volte proprio i migliori soccombono.

- Ma non è «il caso» - mi rispose - Ricordi il Salmo?

 

O giusto che ti ripari all'ombra dell'Altissimo

io ti dicoper quel Dio in cui confido

Egli ti salverà dal laccio che ti è stato teso

dalla peste mortifera

... sotto le sue ali troverai rifugio.

 

Non temerai lo spavento notturno

né la freccia che vola di giorno

né la morte che va attorno di notte.

...Mille cadranno al tuo fianco

e diecimila alla tua destra:

ma a te nulla toccherà.

 

Poiché tu hai detto: O Eterno tu sei il mio rifugio.

Ai suoi angeli Egli ti raccomanderà

essi ti solleveranno sulle loro palme

perché i tuoi piedi non abbiano a urtarsi nelle pietre.

Sopra il leone e l'aspide camminerai

calpesterai il lioncello e il serpente.

Perchédice l'Eternoegli ha posto in me il suo affetto

ed Io lo salverò.

 

- Vedi Isaquesto forse è il significato del Salmo:i giusti son quelli che credono con più forzache credono nonostante tutto.Per essianche morire non è caderenon è perdersi. Per la loro fedesisalveranno.

- Ma non è un atto di volontà il credere! È un donounagrazia.

- Questo sìpreghiamo solo che ci sia data. Rammenti lamammacom'era serena a volte?

Rividi gli amati occhi celesticosì pieni di lucee chinaiil caposenza più osare di interrogarmi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nei giorni che seguironomia sorella mi appariva serena. Inme invecea momenti felicise ne alternavano altri in cui mi riprendeval'ansiala paura. Questi due opposti stati d'animo si contrastavanovivacementecome il bianco e il nerol'ombra e la luce.

La casafasciata nel suo verdeera così solitaria che cisembrava di esser lontani le mille miglia da tutto il mondo.

I nostri ospitifiduciosi che nessuno ci conoscessecipermettevano di uscire e noi si assaporava la nostra nuova libertà. Non c'eraposto per la noiaera anzi un succedersi continuo di scoperted'incontri.

Beppe andava e veniva dalla casa alla stalla. Suo figlioToninoun ragazzo quindicennestrigliava il cavallorientrava con un fasciodi sarmentiportava l'erba per i conigli.

Le figliole che dormivano in camera con noinel lettoaccanto al nostrodi giorno erano sempre nei campi. Si sentivano chiamare echiamarsi di lontano.

- Rosa-anna! Marti-ina! Lu-ci-ia!

Erano trea scala: diciottosediciquattordici anni.

Molto spesso ce ne partivamo a esplorare i dintorni delMolino.

Si passava il ponticello sull'acqua: al di là si biforcavanodue viottoli; uno si inerpicava su in altol'altro si perdeva scendendo fral'erba umida.

Io sceglievo il viottolo in salitaanche se era stretto esassoso e ad ogni passo i rovi e gli arbusti ci impedivano il cammino.

Qualche volta Lia si ribellava:

- Ma Isa! Dove mi porti? - diceva- mostrandomi un ginocchiosgraffiato o un dito punto da un rovoche sanguinava.

Ma io sentivo un'ansia di arrampicarmi sempre più in alto.Non guardavo quello che mi circondavagodevo a respirare quell'aria fineasentire accelerarsi i battiti del cuore. Era il gusto di sentirsi ancora vivaliberacome gli uccelli che ci volteggiavano sul capo. Volevo assaporarlo finoin fondocon l'avidità quasi dolorosa dell'affamato che teme di vedersi portarvia all'improvviso il piatto che ha davanti.

Mia sorella forse non mi capiva. A volte diceva sorridendo: -Sono un po' stancaIsa! Mi pare che per oggi abbiamo scavallato abbastanza.

Eppure non era ancora abbastanza per mema rientravo anch'ioper compiacerla.

La casa era silenziosa in quelle ore pomeridiane. Sulpavimento appena lavatoi mattoni imbevuti d'umido si asciugavano lentamentele brocche di rame lucevano nella penombra.

Tutti erano fuori per i campi.

Nella nostra stanzaLia sedeva al tavolino con un librodinanzi e leggeva. Dalla lentezza con cui voltava le paginecapivo che spessoil suo pensiero vagava lontanoma appariva quietain pace. A volte coglievo unsorriso sulle sue labbra dischiusecome se dialogasse con qualcuno insegreto... Rimaneva là per delle orefinché veniva sera. L'ombra invadeva lastanzama lei non dava segno di accorgersene.

Allora iosenza far rumorescappavo fuori da sola. Nonpotevo più restare chiusa là dentroun'ansia irresistibile mi spingeva aduscire.

Respiravo l'odore dell'erbapiù frescopiù intenso.

La casa spariva nell'oscuritàsolo un filo di fumo dalcamino si levava nel cielo di un azzurro spento.

Il silenzio della sera era appena interrotto da qualche voceche chiamava di lontano:

- Ohe! Rosanna!

- In do' sei Martina?

Sulla via dell'alberaiagli uccelli si posavano a mezzastrada sui rami nudi dei pioppi: di là volavano al cipresso. Il loro cinguettiocresceva d'intensità ed era tutto un balenare di ali che s'infrascavanofino ache cessava lo svolazzareil cinguettio si faceva man mano più sommessos'illanguidiva in un pispiglio fievolee taceva.

Si sentiva solo in lontananza il canto monotono del chiù.

Una sera io seguitavo a vagare fra le ombre: sul mio capocorrevano le nuvolevelando e svelando una sottile falce di luna.

Chiù... chiù... chiù...

Provavo uno struggimentomisto quasi a pauracome se ilchiù mi invitasse a inoltrarmi per la campagna solitaria. Un'ansiaquasi unbisogno di tentare l'ignotomi spingeva ad andare avantisenza più memoriadel tempo.

D'improvviso sento una voce che mi chiama da lontano: - Isa!Isa! Ma dove sei? Dove sei?

Intanto con una lanternami si fa incontro Beppe.

Sono fra le braccia di mia sorellache mi stringemitrascinami rimprovera: - Isa... Isa...

Io li seguo così turbata che incespico nel buio;nell'entrare in casa non mi accorgo neppure chedal muro di sassouna pietraè sporgente. Batto la testa: il sangue mi cola sulla tempia.

In cucinaalla luceBeppe esamina la piccola ferita: - Nonè niente - dice. Intanto l'Elvira bagna un tovagliolo nell'acqua fredda e me loposa sulla fronte. La nonnale tre bimbetutti tacciono e mi guardano.

Io sono piena di vergognanon riesco a frenare i singhiozzifinché Beppe mi sorridesiede a tavola e mi chiama: - SucavalaLuisa...

La zuppa fumante è scodellata.

Ma tutt'e duemia sorella ed ionon possiamo inghiottirenulla. Nessunodurante la cenaaccennò più al fatto. I contadinicol lorodelicato intuitoavevano capito.

Anche dopo tant'anni rammentavano quell'episodio. «Quellavolta che Luisa battiede i' capo nel sasso...»

 

Si andò a dormire presto quella sera.

Le tre ragazzel'una di fianco all'altra nel lettone accantoal nostropresero subito sonno e poco dopo sentii il respiro lieve di miasorella.

Sui vetri della finestra scorreva dolcemente la pioggialavandoli.

La camera era quasi tutta oscurama sul tavolinofra i duelettiqualcosa riverberava come un tenue chiarore. Erano le minuscoleconchiglie madreperlacee che incorniciavano alcune immagini sacre. A poco a pocoi miei occhi si assuefacevano alla semiluce e si posavano su quelle piccoleimmagini che sembravano vegliare protettrici sulla casa. La Madonna col BambinoS. Antonioil Buon Pastore...

Forse in quella fede candida era il segreto.

Di pensiero in pensieroin quel dormivegliami pareva disentirmi più leggeraquasi i miei dubbile mie angoscesi sciogliessero comenevesenza fatica da parte miapiù che per forza di raziocinioper unaspecie di intuito che mi faceva toccare il cuore delle cose.

Provai d'un tratto un senso di gratitudine immensa per quantoci veniva dato: una casail ciboun letto.

Cose semplicinaturalieppur meraviglioseora che non erapiù né semplicené naturalepoterle avere.

E meraviglioso era l'amore fra le creaturecheper unasorta di compensocresce d'intensità quando si resta in pochi. Si moltiplica esi accendecome ora per me e mia sorella: due naufraghi rimasti soli inun'isola.

La pioggia continuava a cadere lieve sui vetri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mattinaquando era ancora buiole tre ragazze sialzavano una dopo l'altrain ordine di età.

Appena si sentiva il rumore della ruota che dava la via allalucela lampadina si accendeva: Rosannala maggioresaltava giù dal letto esubito chiamava la sorellala secondacon un vocione profondobassoancoranotturno; un vocione che poi le spariva col chiarore del giorno.

- Ohe! Marti-na! levatio che saraa-i?

Martinapacificaseguitava a dormire sodoun sonnopesantedensointerofinché la sorella la scrollava addirittura. Solo dopodue o tre tentennonistralunava un po' gli occhi addormentatinuotanti ancoranel latte-miele. Ma appena levataormai svegliachiamava la terzaminacciosamente:

- Ohe! Luci-a! levatio che saraa-i?

Così ogni mattinatutte le mattine.

Noi duenel letto accantosi fingeva di non accorgersi dinulla e di seguitare a dormire.

 

Su in «casina» una piccola appendice della casa cheguardava sull'aiaeran sfollati dal paese una giovane madre con i suoi quattrobimbetti. Il marito muratore veniva la sera a dormire e se ne andava la mattinapresto.

La «casina» era una specie di capannodiviso da untramezzo. Lo spazio era ristrettoper cui la madre e i figlioli spuntavanosempre fuori.

Due fratellini e una sorellina avevano i capelli chiari e sisomigliavano fra lorosolo l'ultimodi un anno appenaera bruno come unrondinotto.

Ma tutticome rondinottispalancavano il becco.

 

È quasi mezzogiorno. Grandi fette di pane scuro bagnate divino rossoun po' di zucchero sopra... e i rondinotti si ingozzano avidiaquell'aria fine.

Il più piccoloil rondinotto brunoavvolto in una copertada soldatodorme.

Mi avvicino a guardarlo: la sua tenera carne splendente nellarozza coperta grigiagli occhi chiusila boccuccia roseaumidaun po'aperta. Il capo dove gli son cresciute le piumette nuovei primi capelli nerineridelicati e lisci come fili di seta.

La madre li sgombra dalla fronte un po' sudata.

Sul braccino morbidoche sporge fuori dalla copertalapelle è bruna. Su quella pelle intatta c'è un pinzo rosso di zanzarachespicca come un fiore.

Vien voglia di passare una carezza su quel braccino cosìnudoe su quel pinzo in rilievo.

Poco lontanosul pratola sorellina si regge appena sullegambette grassea balzelloni vuole avvicinarsi a Vespala cagnache sta lìtesa ad aspettareagitando un mozzicone di coda. La bimba n'è attiratairresistibilmentema caccia uno strillo acuto ogni volta che la tocca efinalmente abbandona il suo pane che Vespa si precipita ad addentare.

È venuta fame anche a noi. Giriamo intorno all'aia perrientrare in casa.

 

Sotto la volta di pietraaccanto alla porticina dove stascrittopennellato in tinta verdeMOLINOsi apre un vano più basso; di lìviene un alito caldo e una fragranza deliziosa: è il pane che cuoce nel forno.

L'Elvirala massaiane sorveglia la cotturarestando quasinascosta sotto l'arco. Sentendoci arrivaresbuca fuori un po' impacciatacomefosse colta in flagrante. Ha gli occhi sgranatile gote accese anche più delsolito e sta masticando un pezzo di «ciaccino»la stiacciata unta. Ne ha inmano una fetta.

Subito con la paladalla bocca ardente del fornone cavafuori un altrointerorotondo e ce lo porge così croccante e dorato.

Beppe intanto passa di là e dice:

- 'Un c'è verso che mangi altro fino a cena... è fatta asu' modo... e ne dura di fatica dalla mattina alla sera!

- Ie! Il lavoro 'un lo conto nulla- risponde lei allegra -ma 'un si comparisce!

- Bah! Vol di' che mi so' trovato una moglie di poo consumo.- Aggiunge Beppe sorridendo.

Rivolta a noi l'Elvira dice:

- Che le preferirebbero du' ova? - le riesce ancora difficiledarci del tu - Vo' a vede' nel pollaio!

 

Di giorno ognuno mangia dove capitain casa e pei campi; lasera ceneremo tutti insieme riuniti in cucina.

Così noi abbiamo scelto di desinare al piccolo tavolodavanti alla finestra spalancata che guarda la grottai tre pioppiilponticello.

- Gennaio-ovaio - dice l'Elvira - so' belle fresche distamani. - Ci porge le uova bianco-rosee e un padellino nero dalla lunga coda. -Vu' le potete cocere sulla brusta.

Subito sbracia e fra la cenere affiorano vivide le favilleaccese.

Mia sorella apparecchia: posa su un tovagliolo bianco duepiatti fioritile posatei bicchieri. In mezzoil fiasco con «l'acquetta»quel vinello leggero a acidulo che bevono i contadini e che aguzza così benel'appetito. Intanto io verso una stilla d'olio nel padellino e apro le uova: duegirasoli bianchi e gialli ci guardano...

Sale e pepe e subito subitomentre ancora friggeintingiamola midolla granellosa nel tuorlo.

 

Rientrando nella cucina un po' scurasi scopriva nonnaEvelina sempre in faccende al focolare.

Così piccina e leggeradoveva pesare poche once. La pezzolainclinata su un orecchio e il visetto di mela vizza che avvampava al riverbero.Senza far rumore si muoveva agile e lesta. Nell'antro del camino rischiaratodalla fiammala sua ombraun folletto del fuocosembrava svolazzasse qua elà.

- So' vecchiarella- diceva tentennando il capino con unacerta civetteria - e mi lassano in casa.

A volte però scappava dalla cucina e andava a pascolare lacapra. Si vedevano sfilare sulle balzecome sullo schermo di una lanternamagicale due figurine inconfondibili: l'una biancanervosacornutainseguita dall'altra nerache di poco la sovrastavasporgendo il capo e ilbastoncino in avantila sottana gonfia di vento.

Lei non si sgomentava mica a tener dietro a quell'animalebizzarro che saltava di proda in prodasporgendosi in fuori sul precipizio.

- Perché? Bah! Perché ' ni garba!

E «'ni garbavano» proprio quei rami spinosi e secchi chepare buchino lo stomaco! Dispettosa e testardapeggio d'un muloquella capra!

Ma si vedeva chein segretola vecchiettina vivaceparteggiava per quell'umore bisbetico: era la sua piccola evasioneil suo granodi folliail suo «capriccio»appunto.

- Bah! - diceva - fin tanto che le gambe mi portano'un mipare il vero di fuggire...

 

Era quasi sempre allegrama una volta ci disse sospirando:

- Ci sarei rimasta serrata in casa anco tutta la vitape'assiste' il mi' poero bambino... che poi mi morì. Una notte mi sveglio che lui'un potea più move' le braccia e le gambine; steva col capino chinato... Iovolevo in tutti i modi portallo in cittàda un dottore di quelli bravima lozio vecchioil capocciami viense sotto gli occhi urlando: «Che ce l'hai isoldi pe' anda' dal dottore?» Che ci poteo ave' io! Poche palancheci aveo...e così le vicine mi disseno: «Mettigli la ruta nella maninamettigli unafilzina d'agli al collo»...

Ma in meno d'un mese mi morì. Era il mio primo bambino.

Ora me lo piglierei in braccio e scapperei di casa e litroverei i soldi! Ma a quel tempo ero giovanina e aveo suggezione.

Poi mi nacque il mi' Beppema quel figliolino 'un l'ho maiscordato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora che noi si viveva insieme ai contadininella stessacasasi vedevano più da vicinonon solo con le loro gioiema anche con leloro faticheaffanni e dolori.

Eppure ci sembravano ancora fortunati. Proprio perché laloro era una vita vera.

Anche il dolore non era mai un tormento che come una rugginecorrode e fa intisichire tutta la pianta. Se di quella pena rimaneva un segnoun'ombracom'era per nonna Evelina il ricordo del bambino perdutoquell'ombranon oscurava per sempre un volto.

Avevano il lavorola religionela famiglial'ambiente:tutto un paese dintorno. A quella terra eran legati da tenaci e secolari radici.

Il giorno era fatto per la faticala notte per dormire quelsonno denso che li ristorava. Si alzavano all'alba: il corso quotidiano dellefaccende seguiva quello del soledella lunadelle stagioni. Le abitudinisicure come leggiimmutabili nel tempoli accompagnavano e li sostenevano.

Il lunedì si lavavano i panniil martedì si faceva ilpaneil venerdì si andava al mercato in paese... la domenica in chiesa.Sembrava che quella vita avrebbe seguitato cosìdi generazione in generazionesino alla fine del mondo.

Anche se ora i figli eran lontanierano soldatiun giornosarebbero tornati a casa.

Le ragazze erano sicure dell'avvenire che le attendeva.

«Quando mi sposerò...» - dicevano - non mettendominimamente in dubbio l'eventualità di un destino diverso.

Rosannala maggiore delle figlioleaspettava il fidanzatoch'era disperso in Russia.

A volte cantava nostalgiche canzoni d'amoresfogandosi inquel modo; a momenti invece si chiudeva in una sua muta amarezza o rispondevamale alle sorelle che avevan sempre voglia di ridere e scherzare.

- 'Un era così! - diceva sua madrel'Elviracovandola congli occhi.

Teneva chiuso nella cassapanca un taglio di panno scuro cheaveva comprato da un treccone: un regalo per il su' Piero. Ce lo volle mostraree andava carezzandolodelicatamentecon struggimentoseguendone il versofelpato- ... la bella stoffa pesa... - sospirava.

Ma ci disse: - Su' madre vorrebbe ch'io andassi a stare incasa suacom'esse' già sposata. Ma se lui 'un torna?....So' giovane ancora...

La ferita che pur sanguinavasi sarebbe rimarginata.

 

Pochiquelli che non avevano famiglia ed eran rimasti soli.

Ne conobbi duedue vecchi scapolidonnenessuna.

Uno era Eliache lavorava la vignaproprio sulla collinasoleggiatadavanti alla nostra finestra.

Un omettino minuscoloche quasi spariva sotto il cappello dipaglia chiazzato di verderame. Lo portava anche d'inverno insieme a ungrembialone di fustagno turchino che gli copriva i calzoni fin sotto i ginocchi.

Elia è preciso come una donna. dicevano Bisogna vedere cometiene ravversata la su' casa. Sa fa' ogni cosasi lava e si rassetta i panni esi coce la minestra.

«Cocisi la minestra» era per i contadini toscani un segnodi civiltà.

In un podere vicino eran venuti a stare dei meridionali.

- Quelli so' come zingarila sera si condiscono du' sedanicrudi o mangiano il pane coll'olive e 'un si cociono nimmanco la minestra.

Di Elia dicevano: - È sempre stato a quel modoanche quandoera giovane.

Ma era difficile immaginarsi come doveva essere Elia dagiovane: una vocina di zanzarapochi peli in testa... con quel grembialoneaveva qualcosa di zittellonescosenz'età. Era compito e si esprimeva beneperessere un contadino.

Una volta mi disse compiaciuto che nel senese si parlava «lavera madre-lingua».

Da ragazzo era stato un po' di tempo in seminario e volevafarsi prete. Ma poi c'era bisogno anche delle sue braccia per il lavoro deicampi e quelle braccia così minutecosì apparentemente esilireggevano benealla fatica.

Teneva la sua terra come un giardino. Non fumavanon bevevaneppure il suo vinomangiava quanto un passerottonon aveva alcun vizio. Tuttii suoi parenti eran morti e luicome un saggio anticoviveva soloin unaspecie di limbo: sembianza aveané tristané lieta.

Quando diventò così vecchio da non poter più zappare laterrasi ritirò «in commenda» dalle monache. Lì continuò a curare lepiante e i fiori del loro orticellofinché la morte fece finta di dimenticarsidi lui.

 

Certo Elia rimase scapolo per vocazione.

Per vocazioneno di certoera invece rimasto solo un altrovecchio.

Era uno zio di Beppeveniva qualche volta al Molino. Rigodetto «il Cinci». Quando era giovinottoci raccontò nonna Evelinasidivertiva a tirare ai tordialle quagliealle lepri... Quella la sua passione.Ma era anche l'età di prender moglie e prender moglie vuol dire per la famiglia«fare le spese».

Il capoccia era di quelli risoluti.

- O la moglie... o il fucile: Tu hai da scegliere.

- Cavatemi la licenza di caccia. - decise il giovinotto ecosì rimase col fucilema senza donna.

Gli rincrescevaoraperò; rimpiangeva di esser rimastosoloanche se il fucile era sempre «la su' compagnia fedele» e «gostava menod'una femmina».

Sapeva fare il verso agli uccelli. Battendo due monete: ti-titi-tititìchiamava i pettirossi. Anche senza barometroconosceva tutto sui venti esulle mutazioni del tempo. Ormai vecchionon era punto impigrito dagli annimagro e robusto: portava sempre una giacca di velluto verde alla cacciatora estava di preferenza sull'uscio della cucina a scrutare il cielocome fosse perpartire.

Lo ricordo alto e diritto nel vano della portain unagiornata grigia.

Pioveva dolcemente sulla campagna.

- Viene giù consolata... - disse il vecchiosocchiudendogli occhi e alzando il viso come a bere la pioggiamentre le rughe incise sullafronte sembravano spianarsi.

Il cielo grigio si apriva nel turchinole gocce sui raminudi brillavano come gemmela terra mandava un fresco odore. Dalle nuvoleariosein fili sottilissimiargenteiseguitava a venir giù la pioggiaplacida«consolata»aveva detto così poeticamente il vecchio.

 

In quel mondo sempliceun sollievoun ristorouna consolazionepareva esistere per ogni affannoper ogni pena degli uomini.

I malati erano assistitile loro camere linde.

Quando uno di loro era all'ospedalein paesetutti andavanoa trovarlo.

- Ce n'avevo una ghirlanda intorno! - raccontava un vecchiocheguaritoera tornato a casa.

Non era l'ospedale anonimoostiledella città e facevameno paura. Solo raramente si andava lontano. Sentii dire di una povera bimbache «gli era entrata una mosca nel capoch'era ita a Genova e 'un ebbe aritornare...»

Allora era come li inghiottisse per sempre una voraginecomesi spalancasse il mare. Evitavano di parlarneaccennandovi qualche rara volta abassa voce«la poera Bianchina»dicevanocome temessero di risvegliare lospirito del Malignonascostoma sempre in agguato.

Anche la malattia incurabilequella che inchioda senzarimedioera un po' meno orrendaun po' meno turpe che in città. Gli infermivivevano per lo più ancora nella famiglianon tra i cronici all'ospizio e unpo' di quel caloredi quella vita che si svolgeva nel cuore della casariscaldava le loro povere membra intorpidite. Stavano vicino al fuocoo sullaporta al sole; d'estateal meriggiosotto gli alberi.

Ricordo chedopo tant'anniandai a trovare lo zio Poldoimmobilizzato dalla paralisi.

Il povero vecchio era quasi irriconoscibile; manel vedermiun pallido sorriso rischiarò il volto smagritodalle gengive nude. Perprendermi la manosporse fuori l'unico braccio che ancora poteva muovere.

Intanto entrò in camera una giovanecon in collo unpiccino. Era il bimbo di Pinobello e florido come un bocciolo tondo.

Il vecchio si rianimò: - Lo vedesignorina Isa- mi disse- questo è «il Pinino»...

La madre glielo posò accanto sulla coperta. E io guardavosu quel braccio dalle vene gonfie e storte come vecchie radicifiorire ilbraccino del bimbocome un tenero germoglio.

Perfino la Morte aveva un volto domestico.

I morti dormivano nel piccolo camposanto del paeseun po'fuori manosulla collina.

La domenica e gli altri giorni festivi si andava a trovarli.

«Si va ai Cipressini» dicevano. La gente sostava a lungoincontrandosiscambiando le notizie tristi e liete.

Lassù si respirava quasi un'aria di famiglia: una lapidevicina all'altracon i ritratti di quando erano giovani.

Si strappavano le erbaccesi annaffiava il pratoanche suquella terra sbocciavano in primavera i garofanini e in autunno «ilsettembrino»«il cielo stellato»... gli stessi fiori dell'orto vicino acasa.

 

Quantiquanti invece...

Quelle distese di croci bianche all'infinitocroci ecroci... quante ne ho viste dopo la guerra! Spesso senza nome a distinguerle.

E gli altri... quelli distrutti nei campi di sterminiodicui son disperse anche le ceneri...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche noi in quel tempo si era o ci si sentiva fortunate. Maquello stato d'animo era eccezionale; noi eravamo un po' malateromantichesenza radici. Forse la stessa presenza del pericolo acuiva ogni nostro senso erendeva più penetranti i nostri occhi.

Una voltami rammentomi inoltrai per il viottolo chescendeva perdendosi fra l'erba umidaal di là del ponticello.

Ero sola.

Il cielo appena velato.

Il viottolo in pendio si restringeva sempre piùcosteggiando le canne che sporgevano su un rigagnolo sottile. Mi tenevo tutta suuna parte per non cadere. A una svolta le canne si infittirono; non c'era piùstrada.

Come quando nella musica si apre un improvvisosentiid'un tratto un'atmosfera nuova: attraverso le canne che si diradavanovidiinuna luminosità verdeluccicare lo specchio dell'acqua.

Sull'altra sponda della gora ch'io non potevo attraversarecresceva un'erba finesoffice e dei gigli acquatici di un giallo splendente.Quasi nascoste fra l'erbaquattro mura di pietrail vano di una porticina e untetto a spiovocon le vecchie tegole rugginosequa a là maculate diborraccina.

Rimasi a lungo nella mia nicchia fra le cannecol fiatosospeso a guardare.

Tutto il mio essere si faceva acquaticolieve come quellelibellule lucenti che sorvolavano l'acqua. Contemplavoattraverso un veloleggero di nebbiaquelle vecchie pietrequel tetto sprofondato fra l'erbaunmiraggio che mi affascinava.

Mi pareva che sotto quel tetto verdeavrei incontrato...chi? forse la Felicità o la Poesia.

Mi ero spinta così avantisull'orlo della gorada nonaccorgermi di affondare nella terra bagnata. Tornando a casa avevo tutte lescarpee non solo le scarpeimpantanate.

A mezza strada incontrai un vecchioinzaccherato anche luiche portava sulle spalle un fascio di giunchi: «Che postaccibimbina - midisse - che postacci!»

- Ma dove sei stata? - mi chiese mia sorella. - Hai gli occhilucentinon ti verrà mica la febbre? Scotti...

La sera a cena raccontavo la mia avventura e l'incontro colvecchio. Altro che «postacci»! quell'erbala gorala casina...

- 'Un l'arei a credere...ma badate in do' se' arrivata!insino alla «ripresa».

C'era là un tempo «la ripresa» dell'acqua del Molino.

Beppe ci si divertiva nel sentirmi raccontarefacendo ilverso al vecchio: «Che postacci! bimbina...».

- Ma io ci vorrei stare per sempre alla «ripresa»!

Beppe mi guardavaforse non capiva benema qualcosa di quelmio focoso amore lo penetrava. - Vol di' ti garba tantoLuisa? - mi disse condolcezza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I nostri ospiti erano piccoli proprietarinon dovevanorendere conto a nessuno. Non c'era dunque da temere che un fattore o un padronevenissero a sapere di noicome era successo a Montecchio. Tuttaviadopo quasiun mese che eravamo in casauna mattina ci sembrò di avvertire qualcosa dimutatocome un malumore.

Qualcuno ci aveva visto nelle nostre passeggiate e avevaparlato. Forse non era gente cattivama il pericolo era grande: per nostro benee per quello di chi ci aveva accolto in casabisognava stare «piùriguardate».

Finalmentecome si fosse levato un peso dal cuoreBeppe celo disse. Non ci disse invece quanto era in pensiero! Quello che aveva fattol'aveva fatto seguendo la sua coscienzaper impulso di cuoreforse nonmisurando a fondo tutte le conseguenzegli affanni. Ora si trattava dicontinuare a mettere a rischio la propria famigliai suoi figlioli!

- Parea quindici giorni! - sospirava l'Elvira - e invece laguerra duravasarebbe finita chissà quando.

- Si starà a vede' - disse nonna Evelina e Rosanna scoppiòa piangere. Forse anche il «su' Piero» era stato raccolto da qualcunolaggiù...

Beppe si era sentito sollevato dal fatto che sua madre ch'erala più vecchia e la figliola ch'era giovane si trovassero d'accordo neltenerci.

Tutto questo l'abbiamo saputo molti anni dopo.

- Ormai - ci raccontava l'Elvira - vi si voleva tutti bene.

Per un po' di tempoper prudenzasi rimase «serrate»nella cameretta.

Beppeche era un contadino e non aveva studiatoaveva peròanima di poeta: sentì che quei giorni indimenticabili erano da celebrarsi in uncanto. Finita la guerrain una letteraci mandò dei versi.

A parte il valore del «documento»certo io non sapreitrovare nulla di più vero e di più bello.

Ne trascriverò dunque alcuni.

Dopo aver fatto cenno alle nostre vicende già trascorsearriva al cuore del racconto.

Ecco il Molino ed ecco noi due:

 

... per mezzo di un amico lì vicino

decisero portarle giù al molino

 

Posto solitario ed al fiume vicino

furon serrate in una cameretta

dalla finestra sol vedean volare

quegli uccelletti che veniva a bere

 

A un tavolino stavano a sedere

leggendo libri che loro avean portato

passan dei giorni lì sempre serrate

noi si vedeva eran sagrificate

 

A prendere un po' d'aria van portate

allor da una viuzza si facean passare

di guardia noi si stava anche sul tetto

per farle gattonare in un boschetto

 

Disse Luisa bel posticino è questo

mi par d'essere sulla spiaggia del mare

sotto le frasche giù nessuno ci vede

e noi si vede la gente passare

 

Il nostro Beppe così immaginosamente continua:

 

la ripresa era chiamata un capannetto

nel mezzo al bosco come una caverna

di molto a loro gli garbava stare

a quei meriggi a leggere a studiare

 

e alternando ai toni idillici quelli comici:

 

un giorno al masso lungo vollero andare

di lì entrarono giù in un borricello

fra quei sassi lì vollero entrare

e la Luisa ci ruppé l'ombrello

 

la Lia disse che guadagno è quello

Luisa sempre avanti volea andare

disse la Lia qui torniamo indietro

ovvia Luisa non mi fa arrabbiare

 

giù per la strada allor della ripresa

tutte pantano ritornonno a casa

 

finalmente tocca i momenti più intensi e patetici:

 

quando da Colle sempre ero tornato

loro mi chiedevan subito il giornale

leggendo gli strazi di quei mascarzoni

a tutti ci cascava i lucciconi

 

queste son verità e non paragoni

so' un piccolo colono capirete...

 

I contadini hanno ben preciso il senso del giusto edell'ingiusto.

Mentre erano scrupolosi nel rispetto della tradizione e dellamoraleavvertivano invece l'arbitrio esoso delle inique leggi fasciste. Cosìc'era in loro la volontà e anche il piacere di eluderle. Si divertivano a farci«gattonare» nel boschetto.

E poi Beppeavvezzo alla libertà della campagnanon

sopportava di vederci in prigionia:

 

passan dei giorni lì sempre serrate

noi si vedeva eran sagrificate...

 

Mi ricordo che anche luise doveva rimanere in casanellelunghe giornate di pioggiaera di cattivo umore. Qualche volta muravaoppureintrecciava i canestri; più spesso faceva il calzolaio. Rimetteva un taccoricuciva una suolaperché le scarpelì«bastavano poo».

Ma ci pativa a stare rinchiuso.

 

Quando invece lavorava nei suoi campiall'aria apertainmezzo ai grandi spazi di verde e di cielomi sembrava un re.

Lo guardavo di lontano: era luiquel piccolo uomochespargeva il semelo aiutava a crescerea dar frutto. Era lui che veniva fattopartecipe degli eterni segreti della vita: il nascere... il fiorire...

Risalendo su dalla scarpatacon la vanga o la zappa sullaspallala faccia gli ridevagli occhi erano più chiari.

Era contento.

Mi mostravasecondo la stagionei fili del granotrasparenti sulla terra come una velatura di verde; le olive che appena sidistinguevano fra le foglie; le vitiche parevano morte e inveceai suoi occhiattentigià spuntavano le gemme.

Sui rami degli alberile ciliege o le susinecosìminuscole come punte di spillo.

Nell'ortonascosto fra i cardi spinosi di un belverdazzurroil primo carciofino morotutto chiusosigillato.

 

Quanto a noiin quelle evasionici si sentiva un po' come lachèvre de Monsieur Seguin...

Ogni boccata d'ariaogni filo d'erba diventavano piùpreziosi. Ogni attimo era nostrogoduto e assaporato fino in fondostrappato achi voleva invece la nostra fine.

Su una vecchia copertacol cielo sulla testa e un beltappeto verde ai nostri piediuna tenda leggera di frasche ci separava dalmondo. Tra frasca e frasca si intravedeva di lontano splendere l'acqua.

Un alito di vento portava un sapore di mandorle amaredallasiepe di biancospino ch'era tutta fiorita. Un nocciolo selvatico con l'esiletronco un po' storto si sporgeva in fuoriprofilandosi contro il cielo; suirami un luccicare primaverile di piumette di un verde quasi argenteochiarissimo.

Avevo con me una vecchia antologia. Sfogliavo l'antologiagiorno per giorno. I versi si imbevevano d'aria e di luce; l'aria e la luceprendevano i colori inventati dai poeti.

 

Si tornava a casa dopo il tramontoquando già sorgeva laluna color arancio e il vento della sera odorava di menta e di nepitella. Unfilo di fumo si levava dal comignolo della casa. Di lontanoscoprendola nelbuioil cuore si rallegrava.

Si sospingeva l'uscio ed ecco il rumore della ruotaecco lalampadina accesa.

I contadinicome api che tornano all'arniaentravano unodopo l'altroportando qualcosa: un secchio d'acquaun fascio di sarmenti...Come se il giro della ruota e l'accendersi della lampadina imprimessero unimpulso più vivace a quella vita corale che ogni sera si rinnovava.

Beppe andava e veniva dalla cucina alla stallaTonino silevava le scarpe e con un coltellaccio grattava via la mota dalle suolenonnaEvelina rattizzava il fuoco sotto il paiolol'Elvira condiva l'insalatalebimbe apparecchiavano la tavola.

Prima di cenail rosarioed ecco la zuppa fumanteecco lavoce di Beppe: «Su cavalaLuisa...» fino alle parole di rito che concludevanola cena: «Anco per oggi s'è mangiato».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo cenafinito di rigovernarementre l'Elvira giàinfilava l'ago sotto la luce della lampadinale figliole venivano a sedersi connoi su una delle panche dentro il camino.

Di fronte stava Beppe sulla coperta grigiaaccanto al gattoche beatamente ronfava.

Sulla nostra panca eravamo così in cinqueuna accantoall'altratutte insiemeun po' strette: una spintinauna gomitataun piccolocalcio... quella stessa vicinanza diveniva motivo di scherzi e di risa.

Dalla porta di casain una raffica di ventosi precipitavadentro Toninoallegro come i suoi quindici annicon il capo scarruffato chequasi spariva sotto un gran fascio di rami secchi.

- Serraserra l'uscio! - gli strillavano le ragazze. Maprendere un po' in giro le sorellespunzecchiarleera sempreper Toninoungran divertimento e lui rispondeva:

- Ma che berciate?! Se fossi femmina come voialtreil freddol'arei caroche fa doventa' le gote belle colorite.

E lasciava apposta l'uscio apertoper farle arrabbiare.

Finalmentechiusa la portasbraciata la ceneresibuttavano rami e pruni sugli alari.

Subito le fiammelle si propagavano da stecco a steccosalivano suvolavano leggere fra un pruno e l'altrobrillando in manciate difavilleaccendendosi in tante piccole aguzze linguecrepitandoquasi anche ilfuoco volesse ridere e scherzare.

Poiuna sola grande fiamma chiaraaltissimasi levavagonfia di ventovermiglia come una vela incendiata dal solesul fondo scurodel camino...

Per un attimoalloradivampava anche in me una gioiaardente.

Un attimo: una viva goccia di sangue di un tempo diverso eormai lontano.

 

Luciala più piccinacominciava a cantare ecome lafiammacosì la canzoneda lei si propagava a tutte noisi accendeva in unsolo coro:

 

Rosabella dimmi sìsìsì

io per sposa voglio tetete

Don Giacinto già lo sasasa

che sposarci dovrà.

 

Ci sposeremo a maggio

con tante rose

con tante rose...

 

Le bimbe avevano gli occhi lucenti.

Bastavano il cantoquelle parole magiche: sposa sposarcisposeremo e per giunta il maggio e le rose a renderle felici.

 

Le comari notte e dì

si preparano per te

Rosabella sposerò

sposerò solo te

 

Ci sposeremo a maggio....

 

Dopo la canzone di Rosabellaseguiva quella di Ninetta.Questa Ninettaper le sue faccende amoroseandava un po' per le spicce.

Mentre Rosabella aspettava romanticamente il maggio e DonGiacintola Ninetta aveva meno pazienza. Andava a finire che... si chiamava ildottore.

Anzi non si faceva in tempo a chiamarlo (bei tempi quelli!)che...

 

Dottore è già arrivato

le tasta la pancetta

Cosa tu ci hai Ninetta?

Cosa tu ci hai Ninetta?

 

La sagace e disinvolta Ninetta aiutava subito il dottorenella diagnosi:

 

Scusi signor Dottore

è malattia d'amore

è malattia d'amore

non si guarisce più.

 

Le ragazze avevano cantato così cento voltema ridevanosempre con lo stesso gustocon la loro frescaingenua malizia.

 

Spesso anche Beppe partecipava con i suoi stornelliconqualche strofetta.

Dopo essersi raschiato energicamente la golaattaccava:

 

O Befana befanella

che le giri case tutte

ti darò una formettina

pe' incacia' le pastasciutte

 

Trascorrendo così dalle consolazioni amorose ad altre nonmeno squisite.

 

C'erano invece altre serein cui le ragazze agucchiavano ofilavano la lana.

Beppe allora stendeva sulla pancadentro il caminolacoperta grigia e ci chiamava nel canto del fuoco.

Si chiacchierava fitto fitto un po' sottovoce.

Beppe si faceva raccontare da noi le vicendei pericolipassati e ci ascoltava volentieri. Poi tirava fuori un libriccino neroiltaccuino dei conti.

Faceva il bilancio della sua piccola azienda. Con la matitain manotirava le sommenon risparmiando le osservazioni e i commenti. Aquanto si vendevano i vitelli e i suinia quanto il latte e le uova.

Stranamentequesto fervore di commerci a poco a pocoinfiammava anche noi. Si godeva con lui quando aveva venduto bene una pecorasipativa se il parto della vacca era andato male. Come se quella fosse anche lanostra vitaci si appassionava ai problemi di ogni giorno. Se conveniva farchiocciare le gallineportare la vacca per la montase si dovevano allevarepiù piccioni o tacchini... concludendo che «le nane mute eran meglio d'ognicosa».

Le «nane mute» erano una razza robustissima di anatre neree dovevan rendere bene «se eran meglio d'ogni cosa».

Però una volta successe un fattaccio.

Furon trovate morteanzi «straziate»due papere bianche egrasse. Avevano i bei colli squarciatile penne lacere e lorde di sangue.

Dopo lunghe indaginiesaminati gli alibii pro e i controla colpa ricadde pesantemente su un maschio della razza nera.

- Quel brigante... volea naná! - sentenziò Beppe.

Le papere bianche si eran difesema avevan pagato con lavita.

L'assassino «muto»dopo il processo senza appellofugiustiziato e comparve fra le patate e il rosmarinola domenica a desinare.

Seguivano coi sottaceti le due vittime.

Mangiammo carne per due settimane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Nannini non buttavano via nulla.

Erano come le api industriose: da tutto traevano profitto eguadagnonon solo dai prodotti coltivati della terra.

Si mangiavano il radicchio e gli asparagi selvaticilecrognolele zizzole e le more di macchia; i funghi tutti quanti: dai piùpregiatii porcinigli ovoli e i lardaioli che talvolta si vendevanofinoalle ditolele rosselle e gli spergifamiglie.

E poi i pesci della gorale rane del botrole chioccioledel pratoil tasso del bosco... e perfinouna voltala civetta.

Le legna servivan per il fuocole canne per i graticci e legabbiei giunchi per mille usi: nelle sere d'inverno s'intrecciavano per farnesporte e panieri.

Tutto serbava ancora il ricordo diretto della terra da cuiproveniva: il materasso di lana e il saccone colmo di piumecaldo perl'invernoe quello di foglie di granturcofresco per l'estate.

Le lenzuola e le tovaglie di grossa tramadi canapa o dilinoche prima si vedevano fiorire nel campo e poi si dovevan raccogliere efilare e tessere.

 

Gli strumenti del lavorola falcela zappala vangaduravano a lungolevigati dall'uso: il metallo reso lucenteil legnodiventato liscio come un ossoaveva il quieto splendore dell'avorio antico.

Sul paiolo della polentasi addensava per anni il nero fumodel camino.

I graticcisu cui venivano seccati i fruttisi impregnavanodegli odori di pomodorodi fichidi uva. La terracottadegli aromi di brododi conservadi miele. Gli orci dell'olio ne serbavano la fragranza per sempre.

La tavola di legno portava i segni dei coltellideibicchieridi tutto quanto serviva alla vita di ogni giorno.

Le cose sembravano destinate a restarea sopravvivere digenerazione in generazionequasi custodissero il respiro caldo di chi le avevapossedute ed amate.

Anche quel poco che si comprava fuori era come se fosse fattoin casa. Le damigiane di vetro verdei fiaschi impagliatigli orcioliicoltellie tanti altri oggetti d'uso comuneavevano un aspetto poveromainsieme solido e gentilee non parevano mai nuovicome venissero carezzatilungamente dalla mano esperta dell'artigiano di paese.

E la roba si conservava con religiosa cura.

Le pentole di smalto e di cocciodopo aver servito per annise erano sfondatesi riempivano di terra e ci si piantavano i gerani e ilbasilico.

 

Parsimonia senza avariziaperò.

Se capitava un ospite inattesogli facevano festainsistevano perché restasse a desinare o a cena.

L'Elvira apparecchiava la tavola con la tovaglia candida efresca. Subito levava dalla madia un bel pane intero e diceva al figliolo: - Supena poova' a piglia' un fiasco di vino in cantinanon quello marimesso! - Ea una delle bimbe: - Porta il cacio e il prosciutto ch'è nel cigliere.

A fine pastonon mancavano le pigne dell'uva passitalenociil vin santo.

E tutto veniva offerto di cuore e con signorile larghezza.

Anche per le spese della famigliagiudicavano con acume seuna cosa «metteva conto» o «'un metteva conto» a farsi.

Se «'un metteva conto» ci rinunziavanoma se «mettevaconto» erano splendidi.

Quando le bimbe del Molino erano invitate a qualchefesticciolaa qualche balloportavano non solo il naturale ornamento dellaloro bella gioventùma anche una vestina che non sfigurasse e le scarpe semprein ordine.

Tonino era sveglio e intelligente.

Finite le elementariBeppe aveva deciso di fargli continuarela scuola e per il suo figliolo spendeva volentieri nei libri e nei quaderni.

 

Apertisensibili al progresso.

La spesa di cui a quel tempo l'Elvira andava veramenteorgogliosa era la «dentinaia» ordinata al dentista giù in paese.

Nonna Evelina era troppo vecchia e anche se «'un potearodere» era avvezza a vivere di zuppa. Le nocidi cui era golosaleschiacciava con un pestello facendone una poltiglia con lo zucchero e la midolladi pane.

Ma l'Elvira era ancora giovane a ora sgranava tutta fiera unabella risatacon i dentoni nuovi bianchissimi.

Mi viene in menteper contrastola Nunziata che stava in unpodere poco lontano.

Una faccia cavallinale gengive scoperte e quasi nudecertimodi risoluti che pareva un uomo.

Una volta che aveva una pezzola nera legata sotto il mento earrabbiava dal doloremi disse:

«Per me aspetto che vadan via tutti a pezzima il cane inbocca mia 'un c'entra!»

Eppure il mal di dentiquando dice sul serio...

Ma ogni opinione è degna di rispetto e c'era una buona dosedi stoicismo nella Nunziataquasi una sorta di grandezza nel non accettarealtra mano che quella del «fato».

I Nannini però giudicavano severamente quella famiglia che«lasciava andare ogni cosa»...

Il figliolo era scappato l'8 settembre e l'avevansoprannominato «Macello»perché diceva a tutti che luiin guerraaveafatto «un macello»... ma ora che era tornato a casa non faceva mai nulla estava tutto il giorno a fumare una cicca spenta.

Disprezzavano anche il sor Giacomouno zuzzurullone diquarant'anniunico figlio di un proprietario dei dintorni.

Il padreil sor Pietroera invece rispettato perché erascaltroe aveva cent'occhi per guardare la su' roba. Ma il Sor Giacomo stavatutto il giorno dietro le sottane della moglie o a pancia all'aria prendeva ilsole ai pagliaiingrassandosi come un maiale.

 

I Nannini possedevano invece ben altre doti: buona volontàintelligenzainiziativa.

Potevano anche capire chi si permetteva qualche lussoqualche grillopurché se lo sapesse mantenere.

Per esempio Elia che era solo e allevava un pavone.

Il pavone si sa che non serve a nulla ed è «anco cattivo».

Una volta aveva assaltato Elia con gli ugnoli e l'avevaferito in testaperché lui era stato lesto a abbassare il capo; se no quelloera buono a cavargli un occhio!

E oltre che cattivoil pavone era «anco birbante».

Elia ci aveva anche la femmina; ma quellola pavona «'un ladegnava» e invece gli garbavan le pollastrespecie le più giovanine.Quand'era in amore faceva il su' verso dalla mattina alla seraun versaccio«possente» che non faceva dormire più nessuno. Allora Elia lo chiudeva in unrecinto di retema gli rincrescevaperché in quel chiuso «'un figurava a farla rota!»

Insomma Elia che era poveroper libera sceltasopportavaspesefaticheingiurie in omaggio alla Bellezza inutile.

Oh potere di quella «rota» dagli orientali occhifascinosi!

 

Di bestie inutilii Nannini non ne tenevano. Anziogni animale doveva fare il suo lavoroadempiere il suo compito per ricevere ilcibotale e quale un cristiano... Se l'asino tirava il carrettoil bovel'aratrole mucche davano il latte; le pecore il cacio e la lana; il maialeiconiglile gallinei piccionila loro stessa carne.

Il caneanzi la cagna «Vespa»faceva la guardia ed erabrava per la caccia.

Il gatto doveva prendere i topiquello il suo mestiere. Damangiareaspettare quando glielo davano. Ma guai se era ladro!

Il gatto del Molinocome tutti i gatti che si scelgono ilposto migliore e d'inverno il più caldoaveva eletto come sua stanzailcamino.

Quando gironzolava per la cucinaci si poteva accorgere diuna toppa scolorita e dal pelo raso su una parteperchévoltando sempre lostesso fianco verso il fuocogli s'era strinata la pelliccia. Si strusciavainsinuantedi continuocon insistenzaalle gambefinché qualcunoesasperatogli si voltava contro con una voce di golache veniva dal profondogravida di chissà quali minaccecome il tuono che precede il temporale:

«Ga......tto!!!»

Così ammonitodiventava filiforme e spariva come una saettadallo spiraglio dell'uscio... per rientrare sornione e indifferente dopo unminuto.

Ma per lo piùacciambellato sulla pancasi finiva perdimenticarsi di luiperché si mimetizzava completamente con la coperta grigia.

Solo quando la pentola del lesso mandava il suo effluvioinebriante o il lardo delizioso arrostiva sulla gratellanel buio siaccendevano due lune giallesi spalancava uno sbadiglio e la coda si muovevairrequieta... Come una molla saltava su dalla coperta e risuscitavaridisegnandosi nella gattesca sua forma: costolezampe e unghioli.

La massaia era lesta a difendere la cenama una volta ilbalzo della molla fu così fulmineoche il ladro riuscì ad arraffare un pezzodl carne.

La sera stessa per direttissima seguì processo e pena.

Una mestolatura solenne.

Il reo cambiò un po' i connotati. Il muso largo gli rimaseanche gonfio per una settimana e gli occhi giallispalancati e attoniticomeavesse ancora paura. Fu anche cacciato dalla coperta e se ne stette su unaseggiola bassa in castigo.

- ...Ma che saretebabbo! - osò direquasi rimproverandola più piccina delle figliedal cuore tenero.

Ma il capoccia aveva ristabilito l'equilibrio della bilancia:la dirittura dell'ago della legge.

 

Ogni boccone è frutto di fatica e non si può rubarloeneppure «sciattarlo». Ogni cosa doveva dar frutto.

Al capoccia era consentito bere un uovo la mattinaperchélui aveva da pensare per tutta la famiglia. Agli altri nole uova si vendevano.

Bere un uovo intero sarebbe stato uno sperpero: con due uovasbattutemescolate con un po' di lardone e di midolla di panenonna Evelinarimediava «il tegamino» per la cena di tutta la famiglia. Quando si faceva lapasta con la farinaalle uova si aggiungeva dell'acqua.

Ricordo che una volta mia sorella ed io c'eravamo preparatel'impastocome si usava fare in casa nostra: farina e uova.

Quando la sfoglia fu prontasfacciatamente giallacivergognammo.

 

A proposito di «tener di conto»un giorno arrivò unomettino grassodalle gambette corteche portava con sésulla biciclettatutti i ferri del mestiere: martello e tenagliechiodie cacciaviti e lalanterna ad acetilene. Faceva lo stagninol'arrotinol'ombrellaio...

Stette lì al Molino ad almanaccare per tutta la giornata ela sera fu invitato a restare a cena.

Mangiava lentocome i contadinitagliando il pane e ilcacio a piccoli dadicon un suo coltellino. Fra un boccone e l'altro bevevariposatamente l'acquetta e senza motivo si metteva a ridere solo soloconquella boccuccia quasi infantileil viso come una palla di lardo.

Disse che aveva girato il mondo e sapeva il francese.

Poiché Beppe gli risposealludendo a noi: «anche lorosanno il francese...»luipuntando un ditocon un cipiglio sospettoso: - Ocontate fino a venti?!

Ci suggerivacome si fa ai bambini: undeuxtroisquatre...

E noi docili: undeuxtroisquatre...

Come trovasse la cosa molto divertenteridiventòallegrissimo e ricominciò a ridere senza smettere più.

Ci raccontò poi che aveva un figliolino che principiava ora«a beccare».

- È grasso come un fattore- disse e intanto rideva dinuovo - e 'un ne sciatta nemmeno una di queste bricioline.

Mentre diceva cosìraccoglieva una per volta e se lemetteva nella boccuccia le crostine e le midolle di pane sulla tovaglia.

A tempo perso faceva il tartufaio.

Una volta l'avevano incontrato nel bosco con il suo cane:

- O che fai?

- Cerco «i neri»... - aveva risposto ammiccandofurbescamente con un occhietto.

Portava una specie di casacca color foglia seccalegata allavita con uno spagociò che gli dava un aspetto un po' fratescoanche perchéaveva il capo liscio e tondocon una piccola corona di capelli.

Ai piedi due fagottiche forse una volta erano scarpe.

Così povero com'eraquell'omettino era allegro.

Forse è un po' vera la leggenda dell'uomo felice che èsenza camicia.

 

Nonna Evelina ci raccontava:

- Ai mi' tempila carne si vedeva solo per Ceppo e per laSanta Pasqua. Dal macellaro si comprava un mezzo chilo di pancetta e il brodoveniva bello grasso: tutto stelle. Ma lo zio vecchioil capocciadiceva:«S'avesse a mangia' sempre così beneil podere rimarrebbe sodo. Il lavoro vollo stento!»

Ora è tutto mutato. Queste bambine so' avvezze a ave' ognicosa: il cacioil rigatinoil melele noci... Enno doventate un po' boccucce!

Quand'ero bambetta ioe s'andava alle pecoresi partiva lamattina che il sole 'un s'era anco levatoco 'un pezzo di pane di semola: panee coltello. E per berel'acqua delle fonti.

Ma si cantava tutto il giorno come lodole.

 

Ho detto che i Nannini erano aperti alle novitàalprogressodotati di spirito di iniziativa.

Vivaceintraprendentequasi una ribelle per i suoi tempiera stata in gioventù la zia Argenta.

Ora aveva più di quarant' annima allora si distingueva frale altre ragazze per intelligenza e bellezza.

Grandealtai capelli ariosi: due occhi stranidel coloredelle viole.

Nata contadinaguidava il carro dei bovimeglio di un uomo.

Sempre a capo scopertosenza la pezzola. Le piaceva anchevestirsi bene e il venerdìal mercato in paesescegliersi una sottana fioritao una camicetta leggera. La chiamavano «la Parigina» e molti giovanotti lainvitavano a ballare: più d'uno l'avrebbe sposata volentieri.

Ma un giorno l'Argenta si fece ardita e disse al padre chel'era venuto a noia di stare in campagna. Voleva andare a Sienaa farel'infermiera al manicomio.

- E mi pai da manicomio!... - rispose il capoccia.

Ma l'Argenta era ostinata e alla fine l'ebbe vinta lei.

Ora da vent'anni faceva l'infermiera e tutti raccontavano chese n'era levati di capricci in città. Ma 'un si sa comeperché di certo dipartiti non gliene mancavanoera rimasta sola.

Era sempre bellai capelli le eran diventati tuttid'argentocome il suo nome. Aveva il viso frescogli occhi vividi. Ma quegliocchi a momenti sembravano velarsi: come le viole appassivano di malinconia.

Venne una volta al Molino. Il suo arrivoper le nipoticostituiva un avvenimentoperché portava una ventata d'aria di città.

Anche noi la guardavamo con interesse: già si era sentitaraccontare la sua storia...

 

Ma gli incontri con il mondo erano rari per nostra fortuna.

Quando dopo il tramonto si rientrava in casaBeppe serravala porta e da più di due mesi nessuno era venuto a turbare la quiete dellenostre cene.

Ma una sera si sentì battere all'uscio. Noi ci ritirammo aprecipizio in camera: l'Elvira fu lesta a far sparire le nostre due scodelle cheeran rimaste a far la spia sulla tavola.

Dopo pochi minuti ci vennero a chiamare di nuovo: in cucinanon c'era più nessuno.

Ci raccontarono che eran due giovani che come noi si dovevantenere «riguardati» per non essere presi dai tedeschi. Erano partigiani ecercavano di raggiungere i compagni sui montima per quella notte avrebberodormito lì nella stalla.

Invece di una soladormirono al Molino due o tre notti eanche di giorno stavano chiusi. Noi si guardava con curiosità l'usciolinoverdefantasticando.

Un'altra voltauna famiglia di sfollati chiese a Beppe ilpermesso d'istallarsi alla cappella. La cappella era sulla stradapoco lontanodalla casa del Molino.

Già s'eran portati dietro la robama ai Nannini nonpiacevano le loro facce.

- 'Un enno gente da fidarsi. - dicevano.

Per sortire dall'impiccioBeppe ebbe una levata di genio:«Che vi paresposina?... alla cappella ci si sente...»

- 'Un aveo finito di dir cosìche loro furono lesti aricaricare la roba sul carretto.

 

I Nannini erano generosi.

Un paneun fiaschetto d'olioun panierino di frutta... Iparenti e gli amici che stentavano in paese non andavano mai via a mani vuote.

In seguitonei giorni difficilipiù d'uno fu accolto anchea dormire: i materassi vennero stesi per terra in cucina.

Ospitarono a lungo una vecchia zia che non aveva piùnessuno.

Zia Rita aveva quasi novant'anni ed era così piegatadall'artrite che non poteva più alzare il capo sul petto. Guardava di sotto insuammiccando con due occhietti piccini piccinicome facesse fatica asollevare anche quelli.

Abitava in una stanza a terreno. Durante il giorno sparivanon si sa dovema la sera spuntava fuorirattrappita e minuscola com'eradaun usciolino scavato nel sasso. Mi sembrava un piccolo tarlo che sorte e rientranel suo buco.

Veniva a prendere una scodella di minestra e non accettavamai altro: «'Un so' mica una ghiottona!» diceva. Né voleva mai sedersi atavola. Se ne stava su una seggiolina presso il camino. In silenzio mangiava epoi andava all'acquaio a lavare la scodella. Augurando a tutti felice nottesparivadi nuovo dentro l'usciolino.

Con stuporeuna volta le vidi un libro in mano: il libro dilettura della terza elementare.

- Legge sempre lo stesso libro! - dissero ridendo le ragazzedel Molino.

Ma a me sembrò commovente che il piccolo tarlo sapesseleggere e custodisse con tanto amore quel povero libriccino.

 

A proposito di libri.

Io sfogliavo le pagine della vecchia antologia.

Il più grandicello dei figli del muratoresfollati in«casina»aveva undici anni: gli chiesi se voleva leggere insieme a me qualcheraccontoqualche poesia.

Era un bel ragazzinochiaro di capellicon due grandi occhilimpidi. Meno vivace dei fratellil'avevano tenuto un po' in collegioinseminario. Forse per l'abitudine a quella clausuraaveva preso certi modilentiadagiatinel muoversi e un'espressione interrogativapensosachecontrastavano con il corpicciolo sveltofatto per correreper saltare.

Da principioalla mia richiestaapparve quasi smarrito e miguardava senza risponderema quando me lo feci sedere vicino e cominciai aleggere ad alta vocesubito mi accorsi che ascoltava.

Sapeva essere allegrocom'era naturale alla sua età. Sidivertiva a ripetere in cadenza:

 

O monachine scintillanti e belle

Che il camin nero inghiotte

Volate forse a riveder le stelle?

Buonanottefavillebuonanotte!

 

Questo «Buonanottefavillebuonanotte!» loesilarava: c'era briodivertimentoin quella sua vocina dal timbro ancorainfantile.

Guardandolomi tornava alla memoria un altro bimbo che unpo' gli somigliava nei lineamenti gentili.

Il suo nome era David. Anche lui aveva undici annianche luichiaro di capellicon lo sguardo limpidocome indifeso.

Ma gli occhi di quel bimbo non ridevano mai.

 

Quando lo conobbi aveva perduto da poco la madre. Frequentavala piccola scuola ebraica dove insegnavo nel gennaio del '42.

La finestra dell'aula guardava su un povero giardino. Gliscolari erano pochi. Dietro i vetri diacciatiio stavo ad aspettarli uno a uno.Lui era più piccolo degli altri e più debole. All'orfanotrofio dormiva in unostanzone gelido e il cibo era scarso.

Finalmente lo vedevo arrivare strascicando i piedi gonfidentro grosse babbucce di feltro.

Era di Triesteil padre abitava ancora in quella città. Frai compagni di scuola doveva sentirsi isolato. Lo prendevano in giro e conl'inconscia crudeltà dei ragazzi gli facevano il verso: «Ci hai i gelòni?»Pronunciavano la o apertacome non si usa in Toscana.

Era stato assente e andai a trovarlo.

Aveva avuto la febbre ed era molto pallido. Portaval'uniforme dell'orfanotrofioun grembialone grigio che gli stava largo. Nelvedermi si fece di fuoco. Non mi parlò quasicome non si fosse più amici edio mi pentii di essere andata lì.

Matornando a scuolami venne incontro e mi sorrise. Unpiccolo sorriso timidissimo.

Riusciva a fatica a esprimersi. In un temaparlando dellamadreaveva scritto: «La morte di costei è stata la rovina della nostracasa».

Io mi ero sentita a disagio nel segnare con la matita quel «costei»che forse per lui suonava come una parola rarauna parola che gli piacevaper la mamma sua che non c'era più.

Una mattina parlavo dei fiordi della Norvegia: di quelleinsenature strette e profonde dove il mare diventa un cristallo. Ne lessi ancheuna descrizione nel libro.

Mi colpì allora lo splendore del suo sguardo. Sembravaritornare da quel viaggio lontano.

Un'altra voltadopo aver letto insieme:

 

Che fai tulunain ciel? dimmiche fai

silenziosa luna?...

 

rimase zitto per qualche minuto.

Mi disse poisollevando grave quei suoi begli occhi limpidi«che quei versi lo facevano tremare».

Proprio queste parolein risposta alla voce eterna dellapoesiavennero sulle labbra a un bambino.

Non le ho più dimenticate.

 

E a proposito di parole non dimenticate.

Ricorderò qui anche una bimba: Barbara. Era un po' rozza dimodima aveva due occhi neri vivacissimi e intelligenti.

Si leggeva il Cantico delle creature.

Dopo i luminosi incontri con frate solesorella luna e lestellecon frate focu bellu et jucundo et robustoso et forte... ciscontrammo infine con l'ombra scura di sora nostra morte corporale - da laquale nullo homo vivente po skappare.

La bimba mi guardava perplessa.

- Anch'io - le dissispiegando - morirò un giornocosìcome tutti morremo.

- Allora - mi rispose - speriamo che quando viene il tempoche lei moraio le voglia meno bene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al Molinole ore volavano via una dopo l'altra.

Chissà che cosa ci aspettava nei giorni avvenire?

Intanto il cuore era intrepidoallegrovivo.

Quasi la spensieratezza di chi in montagna si prepari adaffrontare una bufera di neve con una calda maglia di lana sulla pelle.

Ci fu allora un'altra straordinaria novità: Beppe ci permisedi uscire la mattinaavanti l'alba.

 

Alzarsi presto mi è sempre piaciuto e specialmente incampagna.

Main quei primi giorni di marzoil carillon della sveglial'accendersi della lampadinaerano addirittura il preludio di una festaunafesta tutta per noi.

Si sgusciava fuori dalla porta che ancora era notte.«Ritornate prima che sia chiaro...» ci diceva l'Elvira e ognuna di noi sisentiva Cenerentolafuggendo via con il dono di quelle ore fatate.

Ci aspettava la carrozza dei sogni.

Eravamo stranamente leggere nell'attraversare il ponticellodove un riflesso di luce inargentava l'acqua.

La campagna era silenziosasolo qualche bisbiglio di unuccello solitario nella macchia nera.

In quell'aria grigio-cerulea che ci rendeva invisibili einsieme nascondeva a noi il paesaggiosi sentiva il mormorio dell'acqual'agitarsi lieve delle foglie dei pioppi.

Eravamo invitatenoi solealla lettura di un libro segreto.

In quell'ora antelucana le cose non si erano ancora spogliatedei loro vaghi costumidi quegli irreali travestimenticon cui recitanodinottele loro commedie o farse o i loro umbratili drammi. Presto quei veli sisarebbero dissolti al sole e tutto avrebbe ripreso l'aspetto consuetoquotidiano.

La terra si destava: le gocce della rugiada mattutina cibagnavano il visogli occhiche a poco a poco si aprivano a una seconda vista.

Sulla siepe si affacciavano le rose di macchia.

Una lanugine leggera fioriva qua e là su lunghi tralcisemialati volavano col vento. Una farfalla azzurrina sembrava una briciola di cielo.

Con lo schiarirsi dell'ariaai raggi sottili del primo soleveli da sposa erano distesi fra i rovi: ragnatele luminose e foglie trasparentiricamate dalle argentee lumache.

Andavamo così di incantesimo in incantesimo.

Quasi sempre si tornava insieme.

 

Ma una voltaincantata dalla canzone mattutina di unfringuelloio continuai a salire per il viottolo. Salivo sempre più sufinché mi ritrovai su un'altura.

Avvertii un diradarsi dell'aria: sospinta quasi in unatrasvolata per il cielonuvole biancheluminoselevissimemi venneroincontroarrestando il mio respiro.

Una meraviglia. I ciliegi fioriti.

L'uno si apriva dietro l'altroquasi ne fosse il candidoriflessosfumando in lontananza in una lattea luce soffusa.

Estatica rimasi a lungo a guardare.

Così il cielo divenne tutto chiaro eper la prima voltadimenticai lo scoccare dell'ora.

 

Alzarsi presto ormai era divenuta una consuetudine.

Fu così che ci fu dato assistere a un altro miracolo: lanascita del pane.

Anche questo era un fiorire e un maturare misterioso esegreto.

Nel silenzio della cucinala penombra ancora notturnaeraappena rischiarata dalla tenue luce del saliscendi.

Nel cuore della madiala farinarotti gli arginisisposava al lievito in un gran fiume spumeggiante. Quel fiume ingoiavaingoiavanuova farinarassodandosi in una massa compattache veniva divisa in tanteparti uguali.

Sull'asse di legnocoperto da un telo bianchissimovenivanodolcemente adagiati i panidi un colore pallido come carneovaliquasi enormiteneri semi. Restavano làdentro il camino tepidosotto una densa coperta dilanaper lunghe ore.

Quando cominciavano a sgranarela polpa si faceva piùgonfiapiù sofficei contorni dilatatisì che spesso aderivano l'unl'altro: si aveva allora il pane baciato.

Con la pala si introducevano sulla pietra ricca del caloredelle fascine... e si aspettava.

Rossa in visocon gli occhi lucidil'Elvirae noi lieteimpazienti nell'attesa.

Caldiodorosiabbronzatiuscivano dal forno i pani: comefrutti maturi.

 

Tutto questo si ripeteva ogni martedì della settimana. Unappuntamento atteso con gioianon come un'abitudinecui si è ormaiindifferenti.

Ogni voltaio provavo una specie di trepidazione per quelmiracolo del lievitare che sotto la copertanascostamente si compivaper quel precipitare del temposì che bisognava essere lesti a cogliere ilmomento.

Mi pareva di ravvisarein tutto ciòcome una misteriosaanalogia con l'urgere stesso della nostra giovinezza: non era quel desideriod'amorenascosto in mein mia sorellacome un lievito? Un lievito di vita...e forse era già tardiera già trapassato quel magico istante.

Ed orain quell'improvvisa esaltazione che ci coglieva lamattina prestoin quelle nostre gite antelucanepresentivo un momento unicofatatoche forse non si sarebbe ripetuto.

Ma prima che la nostra pasta «trapassasse di lievito»prima che il seme andasse sprecatoun piccolo fioreanche per noi fiorì a untratto.

 

Una seraa CastelloLia mi aveva confidato un suo segreto:dopo tanti anni aveva inventato una fiabaproprio come quando era piccina. Maio non avrei mai creduto che le fiabe si potessero inventare insiemenoi due.

Eppure fu proprio così.

O meglio era sempre leimia sorellache cominciava araccontarerivelandomi il titolo: Storia delle comari lumache e dei ragnitessitori... ma appena detto il titolocome una ruota che si mettesse agirareio sentivo un brulicare d'immaginiuno sciame di farfalle luminose chesi accendevano. Nel racconto di leiio aprivo una parentesi e raccontavo io...lei allora ne apriva un'altrae raccontava lei...

Cosìdi parentesi in parentesicome si aprissero una seriedi ombrelli multicoloricui appendersi quasi fantastici paracadutenoi ci silasciava andareviaggiando leggere e ardite pei cieli delle fiabe.

Nacquero così le nostre storiedi cui mi piace ricordarequalche titolo:

Storia di Rick e Rock

Storia di Fioccorosa principessa dei peschi fioriti

Storia del nano Pillo che fabbricava e vendeva bolle disapone.

 

La sera al caminoquando Beppe tirava fuori il taccuino nerodei continoi eravamo molto eccitate. Sognavamo di possedere una chioccia e ipulcini e perfino una pecora tutta per noi.

Ma una volta il discorso cadde sulle api.

Le api non chiedevano nullase non una casettina pressol'acquain mezzo ai campi fioriti. Le api erano proprio il tipo di investimentoche andava d'accordo con i nostri sogni poetici e commerciali.

Ci ronzavano nella testa i ricordi virgiliani e le piùrecenti letture della Vita delle api del Maeterlinck.

Investimmo una parte del nostro capitale nell'acquisto di duecassettine. Le cassettine furono situate sul poggiolo dove noi trascorrevamogran parte del giorno.

Beppe era abbonato a «L'apicoltore toscano» e noi seguivamocol nostro entusiasmo di neofiti la piccola postain cui si chiedevano esi davano consigli. Si apprendevano meravigliosi segreti sulla vita di quelleperfette comunità. Sulla raccolta del nettare e del pollinesulla misteriosapresenza delle reginesul volo nuzialesull'allevo delle giovani covate.

Storie davvero straordinariepiù fantastiche delle nostrefiabe. A poco a poco i confini fra i sogni e la realtà si confondevano. Larealtà somigliava ai sogni o i sogni erano divenuti reali?

 

La primavera era sbocciata. Si poteva restare lunghe oreall'aperto.

Le api andavano e venivano con un ronzio dolcecontinuotenendo fra le zampette «nel cestello» il carico del polline.

Rientravano una dopo l'altraabbassando il loro volo pesantefino a penetrare per il pertugio della porticina con i grani verdigiallirossi... un'enorme raccolta.

Noi si seguiva attente quell'andirivieni affaccendatoche sifaceva più vivace al sopravvenire del tramonto.

Sulla soglia «le sentinelle»con le aereealiruotanti in un moto incessante come minuscole elicheventilavanol'entrata.

Un buon profumo di mielemisto alla fragranza del panefresco (l'odore delle covate) si spandeva in quell'aria turchinanella quietedella sera.

Fu allora che cominciammo a raccontarci un'altra fiaba: lanostra fiaba. Cominciava così: «Questa è una fiaba veraanche Zippo eMussi sono vere. Proprio l'altr'announ anno verosaiun Orco orrendo volevaportarle via...»

Ci sembrava che tutto fosse stato provvidenziale: l'incontrocon i contadinicon la terra.

Ci sembrava perfino dolce invecchiare così.

Non ci si accorgeva di fantasticare ancoradi fantasticaredi nuovoe si ripetevano con voluttà i versi di Gozzano:

 

...Lungi i pensieri foschi! Se non verrà l'amore

che importa? Giunge al cuore il buon odor de' boschi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eravamo ai primi d'aprilequando la terra appare come inattesa. Sembra rinnovarsi allora il miracolo della creazione.

Giornate celesti.

Al Molinogiù dove l'acqua scorreva chiarasi lavavano lepecoreprima di tosarle della loro candida lana.

Già eran nati gli agnelli e i teneri capretti.

Si schiudevano le uovale chiocce avevano la loro piccolaschiera di piumosi gialli pulcini.

Le api volavano e rivolavano nel cielo luminoso con le loroali iridate.

Il nostro stato d'animo era lieveintonato a quei coloriaquell'atmosfera.

 

Ma proprio in quei giorniun libro mi capitò fra le mani.

Era L'autoemancipazione di Pinsker.

L'avevo con mema per una strana riluttanza non l'avevo maiaperto.

Mi bastò leggere le prime righe: lo divorai. Con la fame diun affamatocon la sete di un assetato. Sentivo fluire in quelle pagine unalinfa vitalecome un fiume amaro che a poco a poco si mescolava col mio stessosangue.

Quante volte si guarda senza vederesi ascolta o si leggesenza capire!

Maquella parola autoemancipazione era scritta alettere di fuoco. Non potevo più ignorarla.

Quel libro mi parlava con una voce austera e impietosa.Metteva a nudonella sua infinita miseriala nostra condizione di schiavi.

Per l'ebreo errante di paese in paeseanche se i dirittiumani e civili gli erano largitisarebbe sempre venuto il tragico istante delrisveglio. Si sarebbe accorto della sua condannadel suo non essere come glialtrima diverso dagli altri. Più miseropiù infelice dello straniero che hatuttavia una patria lontanal'ebreo era il senza patrial'eterno stranierol'escluso.

Leggendomi accorgevo che quell'amara verità non eraqualcosa di estraneoche veniva dal di fuorima una favilla che sempreoscuramenteavevo cercato di copriredi soffocareper l'inconscio timore chedivampasse in un incendio e mi bruciasse dentro.

Come se una benda fosse cadutavedevo sotto altra luce anchequella che era stata la mia ragione di vitala mia passione più grande. Lastoriala linguala letteratura italianach'io avevo amato come fossero lamia storiala mia linguala mia letteraturaappartenevano invece ad altri.

Si aspettava un'era nuovain cui ogni gretto nazionalismodoveva sparire in una fratellanza universale... Sentivo tuttavia che qualcosa siera incrinato per sempre.

Anche se la fine della guerra fosse stata quale ormai tuttisi speravacome riannodare i fili della nostra vita?

Quei fili si erano spezzati.

Quella magica parola libertàin tutto quel tempointravista da lontano come una bandiera in un meraviglioso miraggiosiafflosciavaperdeva i suoi colori?

Noi si stava vivendo una parentesic'era stata concessa unavigilia. C'eravamo innamorate di quel mondo e perfino illuse di condividere persempre la vita semplice dei contadini. Ma eravamo senza radici. Quellaterraquel mondoquella vitanon erano la nostra terrail nostro mondolanostra vita.

Un pauroso vuoto mi si spalancava dinanzi.

Temevo di interrogarmi più a fondo. Mi sentivo di nuovoprigioniera in un labirinto di pensieri e sentimenti contrastanti: quel librooffriva forse anche il filo di Arianna per uscirnema seguendolosentivo chesarei approdata in un pauroso deserto.

Ora che tutto stava per esserci restituitoavremmo dovuto atutto rinunziare? Ricominciare da principiopartire per le vie di un esilio:esilio volontarioma non per questo meno doloroso.

Abbandonare la nostra terrala terra in cui eravamo natelalingua maternaavventurarci verso un lontano miraggioin cerca di una nuovapatriain quella Babele di linguedi abitudini diverse? Quella terra diPalestina di cui avevamo sentito parlare... sarebbe divenuta la nostra terra?

Quelli che eran partiti provenivano da paesi in cuil'antisemitismo feroce aveva fatto odiare la terra di origine e forse l'odio erastato il seme dell'amore per una nuova patria: ma in noi non c'era odiotutti inostri legami affettivi ci stringevano tenacemente alla terra che ci aveva vistonascere.

E che cosa saremmo andate a fare laggiùprive della nostralinguacon la nostra miserainutile culturacon le deboli nostre forze?

Una risposta mi salì improvvisa alle labbra: la forzanasce dall'amore.

Era l'amore che mi mancava.

Noi eravamo disperatamente figlie della diaspora. Per forzadi raziocinioio era arrivata a un traguardoma non per forza di amore. Lapassione di Pinsker aveva agito su di me come un catalizzatoreaveva suscitatouna reazione.

Avevo inteso che il divino volto della libertà non potevaessere contemplato come un donoma era una conquistada pagarsi a prezzo dilacrime e sangue.

Questo voleva dire autoemancipazione.

Una verità che mi appariva nudasemplicee tuttavia miturbava nel profondo dell'essere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per qualche giornodopo quella sconvolgente rivelazionemisentii così stancacome fossi ammalata. Cercavo di non pensarema per laprima volta da che ero al Molinotrascorsi alcune notti inquiete. Sentivotuttavia che a poco a poco la mia stanchezza stava sciogliendosi.

Ero di nuovo lucida e anzi vegliavo in una specie di ansiosaaspettativain un'atmosfera tesacome quando da bimbi si gioca a nascondarelloe pur non scorgendo ancora nullasi avverte dietro un muroun alberounasiepeuna presenza viva. Così era in quella mia trepidazione: sentivo chepresto avrei trovatoavrei scoperto quello che cercavo.

Una notte non riuscii addirittura a prender sonno: il temposembrava precipitare in una corsa veloce ed io mi sentivo leggera come avessiriposatofinchécon sorpresaintravidi il pallido chiarore dell'alba. Nonriuscivo a ricordare quali fossero stati i miei pensieri durante quelle orenotturnemi sovvenni invece che non avevo neppure detto una preghiera.Cominciai allora lo Scemànma come non avevo forse mai fattoo almenoavevo dimenticato da tempotraducevo mentalmente ogni versetto ebraico initaliano.

 

Scemàn Israèl Adonài Eloénu Adonài Ehàd...

Ascolta Israelel'Eternonostro Diol'Eterno è Uno...

 

A mano a mano che traducevole parole mi sembravano nuovecome non le avessi mai sentiteo come se qualcuno me ne suggerisse il verosignificato: si fondevano con il desiderioil votola preghiera del mio cuorene divenivano il battito vivo.

 

...E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuocuorecon tutta la tua animacon tutte le tue forze...

 

Ascoltavo con nuovi orecchi:

 

... E avverrà chese ubbidirete diligentemente aimiei comandamenti che Io vi do oggiamando l'Eterno vostro Dio eservendolo con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra animaIodarò la pioggia alla vostra terra a suo tempola pioggia d'autunno ela pioggia di primaverae tu raccoglierai il tuo granoil tuo mosto eil tuo olio e darò l'erba al tuo campo per il tuo bestiame e tumangerai e ti sazierai...

 

Sentii un'onda di affettoche si allargava in un cerchioinfinito.

Quei poveri miei fratelli ebreiche io non avevo amatochemi sembravano tristi e chiusi in una sterilelibresca dottrinaerano idiscendenti dei prigionieri del ghetto che non vedevano da secoli il solechiusi fra i muri dei quartieri più tetri e malsani delle città.

Eppure quei miseri non avevano dimenticato di essere figlidella terra e avevano avuto tanta fede e tanta immaginazione da parlare ancoradella meravigliosa vicenda delle stagionidi pioggia d'autunno e di pioggia diprimaveradi grano e di mostodi olio e d'erba...

Nella loro patriasulla loro terraerano stati pastoricontadinie ancora si esprimevano in quel linguaggio arioso e celeste.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo quella nottecome se i miei occhi si fossero aperti aduna seconda vistaleggevo le pagine del libro di preghiere che la mamma miaveva dato.

La Pasqua... l'uscita dall'Egittoil paese di servitù.

La storia si era ripetuta. Ancora una volta eravamo noiquegli Ebrei smarritiche vivevano in attesaaffidati alla grazia di Dio.

 

«Le scianà abbà Ieruscialàim - Quest'altr'anno aGerusalemme».

 

In quei secoli tristinei paesi dell'esiliogli Ebreiavevano ripetuto infinite volte quell'augurio.

Così promettevano le Scritture:

 

«Quand'anche i tuoi esuli fossero all'estremità deicielil'Eterno tuo Dio li raccoglierà e di là li riprenderà.L'Eterno tuo Dio ti ricondurrà al tuo paese che i tuoi padri avevanoposseduto e tu lo possiederai»

 

E di secolo in secolodi generazione in generazioneilPopolonel suo ardente dialogare con Dioinvocava:

 

«O Eterno nostro Dioaduna tutti noi insieme daiquattro angoli della terraal più prestoai nostri giorni... Torna adabitare la tua città».

 

Ora il miracolo stava per compiersi. Un altr'anno aGerusalemme... Per qualcuno era verosarebbe stato vero.

Mi tornava in mente la nostalgica canzone della Tikvà:la Speranza.

 

La nostra fede ancor non è

smarritamillenaria speranza

di far ritorno nella terra avita

nella città che a David fu stanza.

 

«Far ritorno»... ecco svelato il segreto di amore:quella terraper gli Ebreianche se sconosciutaera pur sempre la terra deiloro antichi padri.

Cominciavo anch'io a sentire quel richiamo? Questo amore peruna terra lontana? Per la mia genteper quella lingua di cui conoscevo soltantopoche parole?

Con una trepidazione nuovacome un bambino che impara asillabareprovai a pronunziarne qualcuna:

 

scémesc il sole

lévanà la luna

òr la luce

làila la notte

sciamàim il cielo

 

Scoprii che erano bellebelle come le parole della mialingua maternaesprimevano anch'esse il misterol'infinità del Creato.

 

L'attesa della Pasqua ci disponeva a dolci pensieri:nostalgici ricordi familiaritenere memorie d'infanzia.

La cena al tramonto: la tavola scintillanteapparecchiata incasa dei nonni.

Il più piccolo dei convitati ripete in dolce cantilenaconcandido stupore:

«Che c'è di diverso staseradalle altre sere?»

E il più vecchio risponde:

 

«Disse Mosè al popolo: ricordatevi del giorno nelquale usciste dall'Egittodalla schiavitùperché con mano potente vitrasse di là l'Eterno. Non si mangi pane lievitato. Voi usciste ogginel mese della primavera. E in quel giorno tu spiegherai la cosa a tuofiglio...»

 

Anche noi avremmo voluto cuocere il pane non lievitatolenostre azzime.

 

L'Elvira assecondò il nostro desiderio. Insieme alle azzimequelle piccole ciambelle dolcicosì saporose e doratele roschette d'uovolechiamava la mamma.

Furono le migliori azzime della nostra vita.

Con quella rapida cottura estemporaneaerano fragranti delbuon sapore di grano tostato. E odorose le ciambelle: ci sarebbe piaciutopoterle mandare ai nostri cari.

Come se i pensieri si fossero incontratiarrivò uncontadino con una lettera.

«Care figliole» - scriveva la mamma -e con i suoi caratteri minuscolima nitidiun po' inclinatiaveva riempitotre pagine fitte.

Ci mandava in dono una piccola tovaglia ricamata e terminavacon gli auguri pasquali e la sua benedizione.

Nel rivedere la nota calligrafiala firma «vostraaffezionatissima mamma Margherita»la sentimmo più che mai vicina.

Anche il babbo aveva aggiunto qualche rigo.

In cambio fummo felici di poter inviare un barattolo delnostro mieledue azzime e un panierino di ciambellecome corolle di un fiore:«le margheritine»in omaggio al nome della nostra mamma.

Un secondo panierino fu preparato per Uccio. Di lui non siavevano notiziesebbene si fosse così vicini.

Nel panierino c'era anche un messaggio:

 

Al cugino «prigione»

l'augurio della vecchia Pasqua.

 

Al tramontoeravamo sedute al nostro piccolo tavolo.

Lia accese le candele: in quella luce d'orosplendeval'azzima sulla tovaglia ricamata.

Ci alzammo in piedi per la benedizione:

 

«Benedetto Tu o SignoreDio nostroRe del mondoche ci hai ordinato di mangiare il pane azzimo».

 

Questa fu la prima nostra vera Pasqua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nessuna risposta di Uccio.

L'Elvira che aveva portato il panierino non era riuscita aparlargli. Aveva chiesto di luiche cosa mandava a dire alle sue cugine. Mal'avevano congedata con una sola parola: «Giace».

Cosìtra noic'era un muro di silenzio.

«Giace»... poteva voler dire indolenzatetraggine diumorema anchepensai con sollievol'affidarsi alle fantasticherieal mondodei sogni.

Lo immaginavo distesocon gli occhi semichiusi in unasonnolenza verde-grigia. Forsedietro quelle pupille in cui si specchiavanosenza che egli li vedessei quattro muri della stanza dove viveva prigionieropassavano altre immagini: immagini di vitadi libertà.

Desideravo tanto rivederlo: improvvisamente decisi che sareiandata da lui. Beppe acconsentìpurché fosse di seracol buio. Mi avrebbeaccompagnato Toninoil suo figliolo.

Attraverso i viottoli e le scorciatoieil nostro breveviaggio si compì senza incidenti. L'avventurarsi così in quella notte stellatami aveva un po' eccitato; mi sentivo leggera e felice di rivedere il cugino dopopiù di sei mesi di lontananza.

Ma in vista della casa provai un improvviso batticuore.

I contadini erano stati avvertiti e la massaia non mostròsorpresa nel vedere me e il ragazzo che mi accompagnava. Ci fece entrare echiuse con un certo sospetto laporta. Tonino si congedò ed io rimasi seduta suuna panchettain attesa di vedere Uccio.

 

Mi ero aspettata invece di incontrarlo subitodi trovarlo adaspettarmidi abbracciarlo.

I contadiniforse per delicatezzaerano usciti dalla stanzaed io ero lì sola su quella panchettacon una specie di ansiadi vagomalesserecome quando si fa anticamera prima di essere introdotti da unestraneo di cui si ha un po' di soggezionedi timore.

Timore... soggezione!?

Ma era Uccio che aspettavo! Perché tardava a venire?

Una porta si aprì ed io mi precipitai nelle braccia delcugino.

- UccioUccio! - non riuscivo a dire altrostringendolo.

Avevo sentito che era luima abbracciandolo non avevo vistola sua faccia. Mi colpì invece il suono della voce che non sembrava la sua: -Isa- mi disse - perché sei venuta? È pericoloso per te e anche per me. Nonc'è buonsenso...

Era Uccio a parlare così? Mi sciolsi dall'abbraccio.

Era bianco in visocome chi da tempo non vede più il sole:gli occhi infossatii capelli lunghi dietro le orecchiele guance polverose dibarba. Sembrava più vecchio e al tempo stesso ritornato indietro negli anniall'età ingrata degli adolescenti.

Me lo ricordai a un tratto come l'avevo visto una voltadopouna malattiaimprovvisamente cresciutocosì diversocon qualcosa disgradevoledi disarmoniconelle gambe troppo lunghenelle braccia magrenelviso pallidosu cui spuntavano i peli scuri della prima barba.

Intanto i contadini erano rientrati in cucina ed io provaisollievo alla loro presenza che impediva di trovarci soli. La zia Freda non sifece vedere: Uccio disse che aveva mal di testa. Ci scambiammo le notizie. Miasorella... i genitori... ma dopo due o tre frasi stentatesembrava non ci fossealtro da dire.

Il capoccia propose di giocare un po' a tombola.

Sentivo chiamare i numeri e li segnavo sulla cartellanellafissità di un sogno sciocco. Una specie di incubo.

Dopo la tombolaUccio cominciò un altro «gioco»:intrecciava fra le due mani uno spago e si accaniva puerilmente a districare deinodi. Ma era così seriocosì tetrocome si trattasse di vita o di mortecome avesse fatto una scommessa e dall'esito del gioco dipendesse il suodestino.

A un certo puntospossatovintobuttò via lo spago ed ioprovai una pietà assurda.

Nell'andare a letto lo salutai: la mattina dopo me ne sareiandata prima dell'alba.

Dormii male quella notte.

 

Ma con stuporequando era ancora buiome lo vidi appariredinanzi come un fantasma nella cucina silenziosa.

- Volevo rivedertiIsa - mi disse con una specialestranagravità nella voce.

- Uccio - gli risposi - Uccio... che cosa ti è successo?

- NullaIsaa me non succede mai nulla.

Io tremai: sentivo dietro quelle parole un fondo oscuro chemi faceva paura.

Gli dissi ancora: - Forse sei troppo solo... Ma non puoidisegnaredipingere anche qui?

- Ho provato- mi rispose - ma è inutile. Neppure quellaSignorala «Musa»si è più degnata di farmi un po' di compagnia... Sonoproprio solo ormai. AddioZippo.

Nel chiamarmi cosìc'era un'eco dell'affetto di una volta egli vidi negli occhi un riflesso dell'antica luce.

Chiusa dietro di me la porta della cucinami avviai per unviottolo nascosto fra l'erba alta. Già cominciava ad albeggiaredovevoaffrettarmi. La strada era in discesa ed io mi misi a correrenella corsasentivo affluire il sangue.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le giornate divenivano più lunghe e noi si trascorreva piùtempo fuorisul poggio delle api. Il crognolo si era vestito di foglie: l'acquadella gora si tingeva di riflessi verdi. Il sole era più caldo.

Stanche di tutte quelle ore trascorse all'apertosirientrava nella nostra camerettasocchiudendo gli scuri per attenuare la troppaluce. Nella stanza c'era un silenzio assolutopropizio al riposoin quellapenombra pomeridiana.

Ma una voltad'improvvisoci giunse dal di fuori unosciabordare d'acquadei tonfi insieme a risa e a voci gutturali. Ci avvicinammoa guardare attraverso lo spiraglio degli scuri socchiusi. I tedeschi!

Erano in cinquestavano dritti in piedi sul massoquasinudiridendo e incitandosi l'un l'altro a tuffarsi.

Spogli della rigida uniforme militare e senz'armile carnibianco-rosee di conigli spellatiil loro aspetto poteva sembrare in quelmomento inoffensivoma il vederseli lì presenti e vivi a pochi metri didistanzaci fece rabbrividire. E se fossero entrati in casa? Quella voltatuttaviadopo il bagnose ne andarono com'erano venuti.

Ma il giorno dopoeccoli di nuovo.

Noichiuse nella camerasi provava una crescenterepugnanza. Ci pareva che insudiciassero l'acqua del nostro Molino. Non ci siavvicinava più allo spiraglio della finestra per guardare. Ma si sapevasisentiva che erano lì. Si restava dentro senza respironella spasmodica attesadi non sentire più i tonfile risale voci.

Il terzo giornodue di loro entrarono in casa. A precipiziovenne ad avvertirci l'Elvirache non si uscisse di camera.

- Sono in cucina - ci disse - e vogliono mangiare.

Noi col cuore in golasotto il lettosi stava strettevicineaspettando...

Anche quella volta finalmente se ne andarono e l'Elvira vennea liberarci.

Ma ormaianche lo stare in casa era pericoloso. Si restavafuori quasi tutto il giorno nascoste tra le frasche sul poggio delle api.Rannicchiate sul nostro scalino di terraa poco a poco le membra siintorpidivano. Ci si sentiva le ossa rotte e la gola arida.

La campagna ci appariva più tristecosì fissata per lungheore in un quadro immobilein cui variavano solo le luci dall'alba al tramonto.Il grano cominciava a ingiallirea morire...

A queste paure presentisi mescolava un'altra ansia che civeniva dai fatti sentiti raccontareracconti di prepotenze e violenze.

E i genitori come se la cavavano da soli?

La paura si fa più nera per noi: noi che non possiamo fargruppo con gli altri.

Ci sembra che quel pericolo solitarionostrodentro ilpericolo di tuttisia insopportabile.

 

Intanto tutti cercano di nascondere la roba.

I più murano nella doppia paretedietro un armadioinnascondigli più o meno segreti. Ma si sa che i tedeschie non solo i tedeschihanno imparato a battere con le nocche su un muro per sentire se è vuoto.

Raccontano che in una villa del vicinatosi son portati viauna borsa di pellepiena zeppa di gioielli. Ma come si fa a tenere i gioielliproprio in una borsa?

I contadini invece avevano salvato il loro poco oro nascostodentro un calzerotto. O forse in una scarpa vecchia. Nelle case dei contadini cene sono sempre a montagne di sudice scarpe vecchie e i tedeschiinvecelescarpe ce l'avevano buonedi bel cuoio forte.

Questa del calzerotto era buona. Forse anche noi...

Invece ci decidiamo a sotterrare qualche spilladue anelliuna cateninadentro un vasetto di cold-cream ai piedi del nostrocrognolo. Facciamo una piccola buca sul poggio delle api.

Questo episodio che ha qualcosa in comune con l'atmosferadelle fiabeci solleva un po'. Ma non succederà come per gli zecchini d'oroseminati da Pinocchio nel campo dei miracoli?

 

Anche al Molino avvenne un furto.

Un tedesco entrò in casa e si portò via dalla dispensa dueo tre formette di cacio pecorino.

- M'ha spogliato! - gridava Beppe furioso - M'ha spogliato!

L'Elvira e i figlioli cercavano di calmarlo a lo tiravano perle manichecostringendolo a restar fermo in cucina.

Beppe non era avarotutt'altro. Chi aveva bisogno ricorrevaa lui. Regalavaanchela sua poca roba così sudata; ma vedersela portare viavedersela rubare! Non badava nemmeno al pericolotanto gli ribolliva il sangue.

Ormai la pace era perduta.

Se si fosse dovuto sgombrare anche di lì? E se itedeschi?... E se?... Ci ritornavano a mente certi libri lettiVae victis!le orribili storie dell'invasione del Belgio.

Anche le ragazze dei contadini hanno paura. La sera nessunosi spoglia per andare a letto.

Quello che invece non ci intimidisce sono i mitragliamenti.

Quando le formazioni si avvicinanosi sente gridare:«l'apparecchil'apparecchi!». Tutti scappanosi buttano a terrapresi dalpanico. Si sente il sibilogli schianti...

Noi invece non abbiamo paura. Certo è da incoscienti. Maforse il coraggio non è che una forma di incoscienzae per noi la coscienza cifa presenti altri pericoli.

Tutti stanno più in casa. Chi si allontana fa sempre starein pensiero gli altri. L'Elvira non vuole che le ragazze vadano in paese; maleiquando c'è bisognoparte ancora con la bicicletta.

Noi sorelle non ci separiamo più: qualunque cosa succedavogliamo essere insieme. E i genitori? Li rivedremo mai?

Abbiamo sentito raccontare dopo delle storie atroci.Di qualcuno che è stato fatto montare su un camion dai tedeschimentre uno deisuoi cari era imbarcato su un altroo lasciato morto a terra. Il fratelloseparato dal fratello... la madre dal figlio...

A Siena ci dissero di una povera vecchia quasi gobbarespinta con una pedatamentre cercava di avvicinarsi al camion che portava viatutti i suoi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Hanno fatto saltare i ponti... i tedeschi scappano...»

Viene a trovarci Michele: gli occhi gli scintillanoilfaccione largo sorride.

- State allegre Signorineche ormai ce n'è per poco. Potetevenir fuori anche voialtre. I tedeschi ci hanno altro da pensare!

Già i paesi vicini erano stati «liberati»era questionedi giorniforse di ore.

Una ventata di vita nuova.

«Quaggiù in buca vu' sete più sicuri e poisotto cotestomassoil rifugio gli è di già bell'e preparato».

Così da tutte le parti eran piovuti al Molino i contadinidei dintorni. Molti del tutto sconosciutialtri intravisti o sentiti nominare.

Noicon sorpresaci si accorge di non destare moltasorpresa: qualcunonon si sa come«lo sapeva».

Tutti ci sorridonoscambiano volentieri due paroleanche sei momenti son brutti. C'è l'atmosfera viva dell'attesaquasi un'aria di festa.Un bisogno di aiutare e di aiutarsi.

L'Elvira sempre in moto a fare«a ravversare».

La casa sembra un accampamento. Ci sono materassi e coperteper terradappertutto: ci dormono più di venti persone.

Il Molino è diventato un piccolo paese. I contadini hannoportato giù anche gli animali.

A destra della casala stalla che è tutta piena: due muccheson lì fuori sotto la tettoia e c'è chi munge all'aperto. Un asino abbocca lapoca erbalegato ai piedi del noce.

A sinistra«il masso»una specie di antro naturale dipietradove di solito stanno gli attrezzi e il calesseservirà di rifugio perla nottecosì come servirà di rifugio la cantina: l'usciolino verde si aprelì accanto.

Al centrola casa: il cuore caldodove tutti entrano edescono per avere cibo e ristoro. Davanti alla casa c'è un largoilpalcoscenico dove recitano in primo piano gli attori. Fra gli attori siamo oraanche noiliete di poter finalmente mescolarci con gli altri.

La guerra è una cosa seriai pericoli non sono finiti. Anziper tutti noi deve ancora «passare il fronte».

Eppure c'è un'animazione festosa: non si parla più dirastrellamentidi mortidi orrende crudeltà e di rapinema dell'arrivoimminente degli alleatidella fine delle pauredell'abbondanza che prestotornerà nelle case.

Così gli uomini presto dimenticano o almeno presto siilludonoe gli animi si aprono come vele spiegate al vento della speranza.

Passano le oreè una vita corale. Siamo sempre tuttiinsieme.

Qualcuno arriva in bicicletta e porta le ultime notizie.

Forse stanotte...

 

Ma trascorrono ancora unaduetre notti.

C'è chi rimane in casa: i più malatii più vecchii piùpigri o i più indifferenti. Chi ha scelto la cantina: molte fra le donneleragazze e i bimbi. Lì si credono più al sicuro.

Ma ci sono anche quelli che «là drento serrati» si sentonosoffocare e preferiscono stare sotto il massodove almeno circola l'aria.

Fra quelli siamo noi.

Questa sarà la notte.

Già ierisi sentivano sempre più vicinischiantisibilitonfi.

Ma stanotte più che mai... c'è stato un crescendo.

Dalla porta semiaperta della cantinanelle pauseci arrivail lamentare delle vecchiei singhiozzi delle ragazzei pianti dei bimbi.

Sotto il masso siamo in tantiper lo più uoministivatialla megliochi da capochi da piedichi di traversoper utilizzare tutto lospazio.

Avvolte in una coperta grigiarespiriamo quell'odore dellalana e della notteci teniamo strette insieme.

Al di là di due grosse scarpe contadinevedo uno spicchiodi cielo e un ramo del noce: le foglie si muovono appena alla brezza leggera.Dopo quel finimondonelle brevi pausesembra impossibile il silenzio assolutocome vuotoeppur popolato da tutte quelle presenze: nessuno si muovenessunodormenessuno quasi respira...

Solo si sente gocciolare la fontanina sotto il noce: stranorumore amico e discretodopo quello schiantoin quella spasmodica attesa.

Passa il tempo interminabilegocciola anch'essoistante peristantecome il filo tenue dell'acqua della fontanina.

Di là dalla voltaguardo il cielo che si schiara appena.

Sento a un tratto di non aver più nessuna pauraprovo anziun senso di pace immensaprofonda. Una pace perfettaquasi fisicami par direspirarla con l'aria della notte.

Mi vengono sulle labbra le parole del Salmo:

 

L'Eterno è il mio pastorenulla mi mancherà.

Egli mi fa giacere nei verdeggianti pascoli

mi guida lungo le acque tranquille.

Quand'anche camminassi nella valle d'ombra della morte

io non temerei...

 

Rivedo nella memoria i volti dei miei cari: la mammailbabboUccio... la zia Iginia.

Da anniforsenon pensavo a leicome l'avessi dimenticataeppure quella notted'improvvisovenne a farmi compagnia.

Quando ero bimba l'adoravo.

«Gli altri»a volte mi sgridavano. La zia Iginiano: eravenuta in questo mondo per regalare la gioia.

- Non si deve mai «chiedere» mi avevano insegnato; maallazia Iginiaio «chiedevo»con una specie di segreta complicitàquasi leifosse piccina come mema grande abbastanza per poter disporre e far dono diinesauribili ricchezzedi sconosciuti tesori.

- NiniaNiniatutru!- le sussurravo impazientetirandola per la gonnadi nascosto alla mamma. E la zia Ninia rideva e micarezzavaporgendomi lo zucchero: una cristallina zolla di scintillante tutru.

Fu lei a rivelarmi il gesciocome io lo chiamavo.

Col gesciosulla lavagna neravedevo nascere dallamia piccola manolunghe strade bianche e casine con il tetto coperto di candidaneve.

A differenza della nonna e delle zie che portavano abiti ditinte scurela zia Iginia aveva sempre un grembiale a fondo turchino o verdesparso di minuscoli fiorellini gialli e rossi. Io l'abbracciavoappuntandole unditino sul petto: mi pareva di trovarmi su un prato fiorito e di poter coglieredi quei fiorellini per farmene un mazzetto.

 

Forse mi sono un po' assopita e nel sogno mi sentivo leggerae felice.

La mia mano stringe più forte quella di mia sorella.

Ora mi prende quasi un'allegria.

Mi piace trovarmi lìin mezzo ai contadini: provo un sensonuovodi forzain quell'essere tutti insiemelegati allo stesso destinoinattesa della vita o della mortecome su una soglia...

 

... Quanto tempo sarà passato?

Non si sente nulla.

Qualcuno si muovequalcuno tossiscequalcuno rompe ilsilenzio e parla. Forse è davvero finita. Siamo salvi?

Un vecchio si tira su a sedere. Si mette a raccontare:

- Ero rimasto solo in casa quella mattina. T'entra dentro untedescocon una coniglia ciondoloni in mano: ammazzare l'avea di giàammazzatama 'un gli garbava di scoialla. Nun aveo mai spellato coniglie invita miaso' lavori da donne quellima vaglielo a spiegare a quello là. Mipuntò l'arma contro: si fece intendere 'un ci pensate!

...Fu così ch'avetti a impara' subito a spella' le coniglie.

Tutti ridevanosi eran levati su e facevano cerchiocome sifosse a veglia.

Parlavano ancora dei tedeschich'eran buoni a mangiarsi unafrittata d'una dozzina d'uova per uno e ci stiaffavan dentro ogni cosa: lozucchero e la ciccia grassada veri trogoloni che erano!

Peggio di «quelle bestiole con rispetto parlando».

I tedeschi lurchi! pensavoe quei racconti di ieriuditi così nella nottegià diventavano il passatola storia... quasi unaleggenda.

 

Finalmente ci alzammo per rientrare in casanella nostracameretta.

Eravamo affacciate alla finestrarespirando l'aria delMolinocome fosse la prima e l'ultima volta.

- Una notte storica - disse ad alta voce mia sorella.

Poi distese sul lettoin una specie di lucida ebbrezzarestiamo in silenzio.

Finché il sonno ci coglie lieve e profondo insiemecomenella prima infanzia.

Quanto avrem dormito?

Poche ore certo o forse soltanto pochi minutiperché cisiamo addormentate che già il cielo schiariva ed ora è appena l'alba.

Ci laviamo il visoci pettiniamo i capellicambiamo lenostre vesti gualcite in altre fresche.

D'improvvisovoci liete e affannose ci chiamano dalla porta.

- Venitevenite! Arrivano!

 

Anche vivessi mill'anni non potrei dimenticare l'incontro coifrancesi.

Quegli attimi così intensiin cui l'animo si apriva tuttointero alla gioiaalla speranza.

Sfilarono davanti alla porta di casa sui loro carrimentrenoi si faceva gruppo con i contadini. Gli ufficiali discesero e si fermarono.

Per i nostri sguardi incantatiper i nostri cuori intumultoerano davvero «i liberatori» i primi soldatiamici.

Il vederseli arrivare lìproprio al Molinoin quell'angolodimenticatopareva un miracolo.

Ci sembravano ritornati per noi da un mondo di leggenda: comesi vedessero discendere da una stampa antica. Ci venivano in mente i paladini diFrancia e i moschettieri. Ma erano vivimeravigliosamente vivi e vestivanopanni dei nostri tempila divisa militare grigioverde. Avevano fatto la guerraeppure apparivano freschi e anche in questo c'era del miracolo: con i visi bensbarbatila pelle sana e abbronzata dei giovanile membra del corpo armoniosegli occhi limpidi.

La loro forza era come levigataresa gentile da un ideale.Quello che più ci colpiva era questa fierezza senza proterviaquesta autoritànon più cieca e passivama illuminata e vigile.

Il sentir risuonare non più le odiose gutturali tedeschemala lingua franceseuna lingua latinafamiliare e dolce al nostro orecchio epiù al nostro cuoreci dava una gioia intensaquasi amorosa. Anche loroparevano contenti che noi s'intendesse e si potesse rispondere.

- Parlez-vous français?

- Bien!

- Bon!

Ci sorridevano.

Osiamo parlare con lorocon il nostro piccolo bagaglio difrancese scolastico. Conversiamo anzi amabilmenteraccontiamo un po' dellanostra storia e ci sentiamo di nuovo donnegiovanicittadine anzi.

I contadini ci guardano meravigliati e forse ci disapprovano:diffidano sempre dei soldati stranieri in generecapiscono fino ad un certopunto l'enorme differenza.

Qualcuno di loro parlava anche un po' d'italiano.

- Bello Molino del Sasso... - ripeteva un ufficialesocchiudendo gli occhi castani al sole del mattino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli ufficiali per il momento fissarono il loro quartieregenerale proprio al Molino.

Forse li decise la posizione all'incrocio di molte strademasolitariaprotetta dal masso e in bucasicché la casa di lontano non sivedevamimetizzata nel paesaggio.

Naturalmente noi ne fummo entusiaste. Mia sorella indossò unpullover bleu a cui sferruzzava da mesicon un collettino bianco e una gonna divelluto. Si mise l'ultimo paio di calze di seta gelosamente conservato e lescarpe col tacco alto. Notai che aveva pettinato i capelli in modo più estrosocon una ciocca leggera che le ricadeva sulla fronte.

Anch'io feci del mio meglio.

Gli ufficiali regalarono a Beppe due casse di roba con ogniben di Dio: perfino bottiglie di champagne.

Anzi ci chiesero di brindare con loro.

In piediintorno alla rustica tavola del Molinoilluminatidal tenue chiarore della lampadina che aveva visto ogni sera scodellare lazuppa. Era singolare ora assistere al mutato spettacolodi quei giovanieleganti ufficiali che scherzavano e ridevano versando champagne neibicchieri... E noi eravamo fra lorocome su un palcoscenico.

Ci invitarono poi a far due giri di valzer lì nella cucina.

Ogni nostra timidezza era svanita (forse anche a causa dellochampagne)ci si sentiva spigliateliberegiovani. Incontravo gli occhiluminosi di mia sorella che mi sembravano ingranditi e lei certo incontrava imiei.

I contadini guardavano dalla portarimanendo appartati ingruppo ed io colsi più volte lo sguardo delle ragazze quasi ostilenon sapròmai se per nascosta invidia o per palese disapprovazione.

Dopo le danzeci trattenemmo fino a tarda ora a parlare: lalingua francese rifluiva sulle mie labbraquasi ridestandosi da un lungo obliocome se continuassi una conversazione cominciata anni prima a Losanna.

Un tenente ci volle regalarein memoria di quella sera e diquella dataun numero di «Le Monde». Qualcuno scrisse sulla prima pagina duerighe: tutti firmarono.

Ricordo che un capitano si chiamava François Mauriac come loscrittore e annotò sotto la firma «Un grand nom!».

Insieme a loro si cantava:

 

J' ai deux amours

mon pays et Paris...

 

ed anche

 

Auprès de ma blonde

qu'il fait bonfait bonfait bon!

Auprés de ma blonde

qu'il fait bon coucher...

 

Eravamo accaldatee uscimmo per un momento a respirarel'aria della notte.

Il Molino presentava un aspetto davvero inconsueto. Qua a làerano state accese delle piccole lanterne e a quelle luci incerteapparivano esparivano nel buiole sagomele faccegli occhi scuri e scintillantii dentibianchissimi dei soldati marocchiniseduti a terraa gambe incrociatesulciglio che circondava lo spiazzo davanti alla casa.

Quasi immobili: come fossero irreali. Una strana ghirlandaesoticaintorno al paesaggio familiare del Molino.

Tenuti a freno come cani a catena dalla presenza dei loroufficiali.

Quella prima serasi guardavano solo con curiositàsenzaalcun timore o ribrezzo: non erano arrivate ancora fino a noi le orribili storiesul loro conto.

 

Nei due giorni che seguironoper gli ufficialifu preparatala mensa.

L'Elvirale figliole si davan da fare.

Si tirò il collo a qualche gallettosi immolarono le nanemute. Furono fritte le patatine novelle e conditi i primi pomodori dell'orto.

Beppe levò dalla cantina tre o quattro fiaschi di vino.

Si apparecchiò con la nostra tovaglia ricamatacon qualcheposata d'argento che avevamo con noi: sulla tovagliain un vaso di cristalloun mazzo tutto d'oro di ginestre.

Ma nulla ci pareva abbastanza splendido per festeggiarli.

Ci rincresce che la casa non sia nostradi non poter offrireuna ospitalità più ricca. Anziper la prima voltaci troviamo in un certocontrasto con i contadiniche sono naturalmente quelli di sempreparsimoniosiriservati e non si montano la testa.

Gli ufficialicome ho già dettoavevano contribuito condue casse piene di roba. C'erano provviste per un mese! E infattianche dopoche furono partitiquasi una scia del loro passaggioogni giorno comparivanosulla tavola del Molino scatolette di cheese e barattoli di milkbustine di tea e di coffeecandies e chocolates. Nonmancavano le sigarette che i contadini custodivano gelosamentema senzafumarle.

Noi ci si estasiava a quei sapori cittadinisaporidimenticati e ritrovati.

Il gusto così denso della cioccolata! Si ripeteva come siscoprisse di nuovo: teo-broma cacaoil cibo degli Dei.

Ci si lasciava sedurre dalla fragranza di rose del tèdall'aroma inverosimile del caffèdi un colore caldoun po' meno bruno delnostro.

I contadinidopo la prima curiositàcon nostra meravigliasi mostravano quasi insensibilianzi indifferenti e perfino ostili a quelledelizie. Non buttavano via nienteperché erano per natura parsimoniosimamentre noi la mattina si beveva un «cappuccino»loro continuavanoimperturbabili a mangiare la polenta o ad affettare con il coltellino il paneil cacio o le cipolle.

Da principio mostrarono di far più caso delle lattine di beefe di porkdi cui i francesi avevano lasciato una montagna. Ma dopoaverle assaggiatenon sembrarono più tanto apprezzarle a sentenziarono che«metteva conto farci la minestra»

La carnemimetizzata coi fagioli indigeni e il panecasalingodivenne più accetta al loro palato.

 

Le paurei pericoli trascorsi sembravano quasi dimenticati.La vita riprendeva il suo corsoil suo ritmo di sempre. Già urgevano lefaccendeil grano ingialliva nei solchi.

Ma noi ancora si vivevasi respirava il clima di queigiorni. Quella ripresa di contattoquel rituffarci fra la gentequegliincontri con una realtà straordinariaci affascinavano. Si aveva netta lapercezione di vivere un momento storico e insieme un'altra pagina eccezionaledel nostro romanzodella nostra vita. Ormai ci pesava lo stare dentro; ognipretesto era buono per uscireper mescolarci con gli altriper parlareperudire le altrui testimonianze.

Al Molino arrivava di continuo gente: ognuno aveva qualcosadi suo da raccontare.

 

Ricordo una sfollatauna donnetta con una pezzola nera intesta e gli occhi di carboneche venne a chiedere un po' di pomodori «per ilragù».

Era una siciliananon so come capitata dalle nostre partiesembrava tutta presa non tanto dalla realtà sconvolgente e collettiva dellaguerraquanto da una vicenda molto tranquilla e privatama che la interessavatroppo da vicino.

Da pochi giornile si era maritata una figlia. Avevanovissuto per mesi in una capannaristretti in una specie di pollaio e in quellapromiscuità con un'altra famigliain cui c'era un giovinottoera successo«l'irreparabile»: ovverosia per ripararenonostante l'inclemenza dei tempierano avvenute a precipizio le giuste nozze.

Ora la madreogni cinque minutinominava questa suafigliolasottolineando con enfasi la sua presentelegittimacondizione eposizione: «Mia fiiala spòsa!»

Pronunciava la o stretta e la s un po' aspracome i siciliani.

Ci disse che pochi giorni prima le era stato regalato daifrancesi un pane. - Un pane bia-nco! - diceva -Che paa-ne!

Si trattava in realtà di quel pane a cassettasoffice e unpo' insipidoneppure da paragonarsi al saporoso pane di campagna; ma tant'èquella miracolosa bianchezza le aveva colpito l'immaginazione.

Sgranava gli occhi e spalancava ancora la bocca per lostupore - Un pane biaa-nco! Che paa-ne!

Ci raccontò poicome proprio a sua figlia «la spòsa!»fosse capitato un brutto incidente.

Era sola in quel momentoa lavare i panni sotto un doccinoquando le si era avvicinato un soldatochiedendole di berecon due occhilustri lustri che pareva «se la volessero mangiare». In mano ci aveva quellachepurtroppoin quei tempi tristi e peccaminosivenne spesso giudicataun'irresistibile merce di scambio: una tavoletta di cioccolata!

Ma la figliafatta accorta che quello «teneva un'altrasète»rinunziando eroicamente alla cioccolataera riuscita a fuggire.

 

«Macello»il giovane contadino che abitava nel podereaccanto al nostroci raccontò un altro fatto.

Un soldato era corso dietro a una massaia che abitava in unacasa solitaria lì su un poggetto. Era una donnona enormegià anzianottaaveva passato la cinquantina.

Lei che aveva capitosenza prenderlo troppo sul serioglistrillava: «Ma proprio a me? Ma che se' grullo? So' vecchiapotrei esse' tu'nonna...»

E quello che sapeva un po' d'italianole rispose serioserio: «No... no... è abastansa... abastansa...»

«Macello»nel raccontarerideva come un matto: - SicchéTerzilia- le aveva detto - 'un vi scoraggiateche sète ancora abastansa.

Le ragazze dei contadini ammiccavano e ridevano a sentirloanche rimproverando a «Macello» di essere «uno svergognato».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

- Le pecchie! Le pecchie!

Venne a dircelo l'Elvira: - Hanno buttato all'aria ogni cosa!

Noi si corse sul poggetto: le cassette erano scoperchiateifavi rotti.

Le apiuscite fuori sulle porticinesembravano disoccupatiriuniti in minacciosi capannellioperai che meditino uno sciopero... C'èquell'aria che prelude a una rivoltaa una guerra civile.

Cos'è stato?

Certo un marocchino ha dato l'assalto alle loro case.L'abbiamo sentito dire ch'eran ghiotti di miele!

Quei musi neri son come bestie - dice Beppe - hanno la pelleduranon curano nemmeno le bucature e sì che le pecchie gli l'avranno fattoassaggiare il pungiglione!

Vedendo il nostro dispiacereprende il cappellaccio e ilsoffietto e ci aiuta a rimettere a posto il tetto e i telainisenza rispondereai richiami da casa. Ohbabbo... o che fate? Ma sarete! Venite dentro!

E infatti è pericoloso stare lì allo scoperto sul poggio.Si sentono gli apparecchi da ricognizione sulle nostre teste e c'è da beccarsiuna bella manna dal cielo. Ma anche noi non sentiamo nulla: se non si fa prestole api morranno. Anzi forse nulla gioverà e le nostre api morranno lo stesso.

Tutt'a un tratto ci prende lo sconfortola malinconia.

La cassetta profanata ci pare il simbolo di tante altre caseviolentatedistrutte.

Ma non si sapeva cosa sarebbe successo la notte dopo:l'orribile notte dei marrocchinila più brutta che abbiamo mai passato in vitanostra.

Fino allora il pericolo era stato atrocema invisibile comeun incubo: quasi irreale.

Invece quella notte lo incontrammo e lo vedemmo per la primavolta da vicinofaccia a faccia. E le facce erano brutte davvero: i musibestiali dei marocchini.

Andavamo ancora a letto vestite e quella sera ci eravamoportate sotto il guanciale un coltellino a puntada cucina: - Caso maivenissero ancora dei tedeschi (ce n'erano sbandati qua a là) ci difenderemo! Manel dir cosìsi rideva brandendo il coltellino che serviva a tagliare il cacioo le cipolle.

Dal letto accanto al nostrosi udiva il respiro delle bimbe:dormivano già. Noi invecemia sorella ed ioeravamo ben deste: con gli occhiaperti nel buio.

D'un trattodietro la porta chiusadopo uno stranoincomprensibile parlottiosi sentono chiaramente queste parole di Beppe: - Nonoqui no. Non ci sono tedeschi nascostici dormono i bimbi e si spaventano!

Ma intanto un calcio villano spalanca la porta.

Entrano due ombre: nel buio brilla una lanterna cieca. Lalanterna si avvicina al nostro lettoai nostri visi.

Nel ricostruire il fattomi accorgo che mi manca la nozionedel tempo.

Fu un incalzareun succedersi di emozioni sconvolgenticomesi fosse vissuta un'agonia interminabile... ma forse tutto durò soltanto pochiminuti.

Dall'attimo in cui ci investì la luce della lanterna ciecauna mano si allungò come a ghermirci e un nostro urlo rispose a quel gesto...fino a quandochiuse in camera col respiro affannosoil viso gonfio di bottegli occhi spalancati in una visione orrendanon si riusciva a credere chefossero davvero scappatiandati via per sempre.

Tremavo e avevo ancora pauraun tremito e una paura che mirimasero addosso per molti giorni di seguito.

 

Le ragazze e noi con lorodopo quella terribile provaabbandonammo per il momento il Molinoaccolte in una casa di contadini amicimeno appartata e solitaria.

Di lìsi scorgeva poco lontano il campo dei francesi e pernostra tranquillità e consolazioneci facevan vedere dalle finestre che isoldatianche i marocchinici avevano le loro donneun piccolo harem che sispostava col fronte.

Noiseminascoste dietro gli scuriinsieme alle ragazze deinostri nuovi ospiti che ridacchiavanosi osservavano delle specie di femminecoi musi scuri. A individuarne il sessobastavano le sottane a righe colorate evivaci e se qualcuna portava i pantaloni: «O che 'un glie lo vedete i' petto ei' culocome ce l'hanno ritto dal di dietro?»

Non c'era proprio più niente da temere.

Del resto ci dissero che si poteva andare al Comando peravere giustizia. Se si riconoscevano «quelle bestiacce»perché non si potevachiamarli uominisarebbero stati fucilati.

Ma come ravvisare quelli che si erano intravisti per pochiistantialla luce incerta di una lanterna ciecain quell'ottundimento di ognisensoper cui non sapevamo neppure di essere vive noi stesse? E se si fossefatto condannare un innocente?

 

Tutti intanto ci fanno festa: siamo le protagoniste evogliono che si racconti il fatto.

- Ma com' è ita? - dicono - com' è ita?

Ed io parlo parlocon la mia voce ancora roca dal gridarema le parole mi si accavallano alle parolecome in un mare in tempesta: alcuniparticolari mi balzano su vividie i miei ascoltatori mi incitano; di nuovovogliono sapere «di quando il marocchino aveva sparato nel buio...»

- Insieme alle altre ragazzemia sorella era riuscita afuggirema lei sapeva ch'io ero rimasta sola con quei due nella camera a misentiva gridare... allora era rientrata nella stanza. Proprio in quel momentouno di loro spara e una voce che non è più la mia e sembra venire da un altromondo grida: «Lia... sei morta?»

...Io ero prigioniera fra le due braccia tese del marocchinoche mi buttava sdraiata all'indietro sul letto e a un tratto mi vedo vicinissimala sua testa china e gli prendo il casco... lui allora alza in su la faccia e inquell'attimo io gli sbatto l'elmetto di ferro contro il naso.

... Quel naso gocciolante di sangue... (le macchie si eranritrovate sul mio vestito e sul muro e così il bossolo dell'arma).

E poi «la luce» che investe d'improvviso la stanza.

Forse era stata proprio l'Elvira a salvarciquesta piccoladonna animosache con straordinaria presenza di spirito aveva dato via allaruota giù in cantina e si era messa a gridare: «Arrivano i comandanti!Arrivano i comandanti!»

E loroi marocchiniindietreggiando verso l'uscita eranoscappatisempre col fucile spianato... quello stesso fucile che solo un momentoprima era puntato contro Beppeimpotente a difenderci: altri due marocchini glitenevano le braccia e un terzo sorvegliava la porta e Beppe aveva risposto allenostre grida disperate: «Poere bambette! Poere bambette!»

...Quello sparo nel buio... quel sangue... quella luceimprovvisa...

L'episodio raccontato era sempre di grande effetto.

 

Meno che coi genitoripoveretti. Quando la mamma sentì ilprincipio del raccontodiventò pallida come svenissetanto che non avemmocuore di raccontare il seguito. Le dicemmo solo «che non era successo nulla» elei ci abbracciava strettecome a difenderci oraringraziando Dio della nostrasalvezza.

Ma non sapeva che era stata leiin quel momento atroceaproteggermi da lontano. L'immagine del suo viso soave mi aiutò anche allora:era come l'avessi vicina e trovai la forza di non sveniredi resisterementrei colpi sulla testa cercavano di stordirmi.

A un primo pensiero atroce che mi aveva attraversato ilcervello: così è la vita nella realtàtutto sarà stato inutilequasi unasadica beffaun insulto della sorte maligna: proprio da parte dei liberatoriverrà il tuo strazio... A quel pensiero che pure mi passò lucido nellamentene seguì un'altro: nonon è veronon può finire cosìnon finiràcosì.

E il cuore aveva formulatocon disperata fedeun'invocazioneuna preghiera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'episodio dei marocchini ormai era già nella nostramemoriacome una leggendauna favola.

Non ci pareva più di averlo vissuto: anche a noi apparivaquasi inverosimilecome doveva sembrare a qualche ascoltatore.

Ricordo che una voltamentre si raccontava a un conoscenteper caso incontrato alla «Trattoria del partigiano»a Sienaun vicino ditavolaal punto culminante dell'episodio: «... ci fu uno sparo nel buio...ed io sbattei l'elmetto sul naso del marocchino... e il sangue cominciò agocciolare...» rimase con la forchetta alzata e gli spaghettiattorcigliatima sul viso aveva un'espressione così incredulacome quella dichi ascolta un'avventura rodomontescaassolutamente irreale.

Intanto noi si ricominciava a uscire dal buco come lumachedopo il temporale.

Lo spettacolo era troppo vario e unico e interessante.

Dopo i francesi e i marocchini arrivarono gli inglesi e gliindiani e poi gli americani e i negri.

Figure che sembravano uscite dall'atlante scolasticomescolate al ricordo delle loro terre lontane: l'Indiaun triangolol'Americacon la sua coda un po' storta...

Ma quello che stupiva era ritrovarle mobili e vivenell'inquadratura di uno sfondo così diverso: il paesaggio per noi consueto efamiliare della campagna toscanaaddirittura del nostro Molino.

Non si poteva staccare lo sguardo da un gruppo di indianinudi fino alla cintolaun panno bianco avvolto intorno alle renicon i capellilunghiuntuosiche pettinavano continuamente immergendo il pettine nell'acquadella fontee che intrecciavano poiin foltescure trecce: le pupille umidenerissime che quasi si confondevano con le iridisul bianco-azzurro dellacornea.

Guardando quegli occhiquelle bocche grandiquel coloritoambratoci veniva in mente La grande pioggiadove l'autoreaconfronto del risaltodella vivezza di una faccia indianaaveva definito unviso europeo «un'anemica pappa».

Incantatesi ascoltavano ridere i canadesi di quel loro risoinfantile. Portavano il berretto militareuna specie di bascoinclinato su unorecchio e i loro visi erano nitidifreschicon gli occhi chiari e ingenui; lacamicia aperta sul pettole maniche rimboccate.

Regalavanoridendomontagne di caramelle e di chewing-gum.

E poi le facce incredibilmente nere dei negri.

Quelli si che fanno paura! Peggio dei marocchini! e invecenon era vero: i negri si rivelarono molto migliorimolto più civili.

Soltanto nell'entusiastico desiderio di beneficarciunavolta uno di loro scaraventò da una jeepa un pelo dalla nostra testaun duroproiettile: una scatoletta di meat and vegetables.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si riprende la biciclettaaffrontando ormai sempre piùlunghi viaggi.

Incontriamo innumerevoli camion militari: spesso siamocostrette a scenderea farci da un lato per lasciarli passare.

 

Un giornosulla via di Siena...

Il cuore si arresta un istanteriprende a battereprecipitoso. Come incantatefissiamo una macchina ferma sul ciglio dellastrada.

La stella di David!

Ondeggianodinanzi ai nostri occhi incerti fra il riso e ilpiantoi colori bianco-azzurrii colori soavi del talèd il manto dellapreghiera.

Dalla macchina scende un soldato: ci guarda col suo sguardogrigio-acciaio. Noi siamo così turbateche non osiamo avvicinarciparlare. Matutto si svolge con il susseguirsi straordinario e insieme naturale di un sogno.

- Shalom! - egli ci saluta.

- Shalom! - noi rispondiamo.

L'antico augurionell'antica lingua...

Ogni timidezza è travolta da un'onda di affettodiimprovvisa confidenzacome si fosse ritrovato un fratello.

Shalom! Pace!sospiro accorato di tutte le gentiinquell'orama dal nostro popolo invocata con più struggente nostalgiain unasempre delusamillenaria speranza.

Saliamo accanto a luisulla macchinaascoltando parolenuove: Kibbùzmosciàvhaluzìm...

Si chiamava Sammy. Sapeva anche un po' l'italiano.

- Qual è il paese più bello del mondo? - gli chiesi io.

- Dove nostra casa...dove terra nostra - rispose.

Intanto levava fuori dal portafoglio le fotografie dellamogliedei suoi bambini nati in Erez Israel e quelle dei genitori deportati daitedeschi.

- Questanostra casa (in Austria). - Si vedeva una villettacircondata da un giardino. Davanti al piccolo cancello due vecchisuo padre esua madresorridevano.

- Quikibbuz. - Una distesa di capanne tutte uguali: intornoil deserto. A una finestra una giovane donnasulla porta un ragazzinocol soleche batteva sui capelli chiari.

- Loro due contenti... - diceva (accennando ai vecchi) - luiè molto bravo... (al ragazzo).

Come se i vivi e i morti fossero insieme in una stessarealtàfuori delle dimensioni di spazio e di tempo.

Ed io sentii che era belloera giusto parlare così.

Nel corso della vita percorriamo un'infinitesima parte dicamminoviviamo solo un attimo di tempoma questa nostra sorte individualeappartiene a un altro disegnoimmensamente più vastoeternoin cui siamotutti ugualmente presenti.

 

Ora dinanzi a noi si aprivano di nuovo le strade.

Nastri che si snodano bianchi all'infinito e sembranocongiungere i paesi e gli uomini di tutto il mondo.

Basta uscire dalla porta di casaimboccare un sentierofamiliare e andare avanti.

Ma strade che taloraa una svoltasi biforcano a un bivio.

Ogni scelta appare assoluta quando si è giovani.

Poi nel volgere degli annil'orizzonte si sposta sempre piùlontano: siamo quasi alla fine del viaggio e ancora incontreremo un bivio... unasvolta.

Sappiamo tuttavia che qualunque sarà la sceltala nostrametala nostra vera terranon la troveremo mai quaggiù.

 

 

NOTA AL ROMANZO

di Ferdinando Giannesi

 

 

 

 

 

 

 

 

C'è chi scrive romanzi e chi li legge. Appartenendopervocazione e per mestierealla seconda di queste categorieconfesseròonestamente che anch'io (in buona compagniadel resto) ho avuto più di unavolta la tentazione di dichiarare che il romanzo era morto: troppi libriincomprensibilitroppe storie messe giù per calcolo a freddotroppivirtuosismi senza capo né coda. Ma poi mi sono sempre ricreduto perché mirestava sempre viva la voglia di tornare a leggere; e la voglia intramontabileportava con sé un germe di speranza. Ogni tantoinfattimettiamo pure diradocapitava lo scossone di una sorpresa: voci inattese ma sicuregenuinematurate da sé con l'autenticità delle cose che nascono perché debbononascere. E allora il romanzo dà l'illusione di essere la cosa più naturale delmondo proprio perché ti rappresenta un pezzo di mondo: personaggi che vivonosi muovonoparlano ripetendo sulla carta un momento della vita; cieli e acque ealberi che creano un paesaggio non meno accessibile di quello che ci staintorno. Un'illusionecerto. Anche pericolosaperché il lettore dimentica diessere lettore e va avanti come spettatore. Mapericolo a parteproprio questocredo che sia il segreto dei romanzi veri.

E romanzo veroeccoè Lungo le acque tranquille diMaria Luisa Fargion. Che non ha certo bisogno di prefazioni - uno ci entradentroe va benissimo avanti da sololeggendo senza accorgersi di leggere - manel quale mi intrometto volentieriin punta di piediperché mi ci trovo comea casa mia. Anche se so di rischiare la figura di chi incide le proprie inizialisu un albero: e lo fa per entusiasmoma fra il suo temperino e le linfe chescorrono sotto la corteccia c'è una crudele incompatibilità.

Di dove vienequesto entusiasmo? In partenzami haassistito la fortunaspianando casualmente la strada. Certe esperienze di Isala protagonista in prima persona della vicendasono state anche mie. Quel suoprofessore di letteratura italianacol gran cappello a tese larghegli occhilampeggianti di siculo e la voce tonanteè stato anche mio professore; e cosìè stato mio professore anche il grecista saggio dalla gran barba biancanotoper il suo antifascismo in tempi di fascismo imperiale e imperanteche comparepiù avanti sereno in un doloroso episodio. Incontrandolie trovandoli cosìvivimi si è allargato nella memoria tutto uno scenario che credevo di averdimenticato. Sicchécome ho già dettola coincidenza di esperienze comuni miha spianato la strada. Ma è stato solo un avvio; e dall'incontro non sono natedavvero intenerite complicità sul piano della memoria.

Perché Isa è Isa: una donna - una giovanissima donna - cheha vicende suesoltanto suegelosamente suenon identificabili neppure conquelle di altre creature che pur conobbero drammi non troppo diversi. Vogliodire: qui abbiamo la storia di una giovane ebrea in due momenti terribili.Primanel 1938quando le disposizioni delle leggi sulla razza cominciarono aisolarla dal resto del mondocreando un'artificiosa 'diversità' accolta piùcon stupore che con amarezza dalla ragazza incline ad entusiastichefantasticherie. Poisul finire della guerraquando persecuzioni e rischi nemisero la vita a quotidiano repentagliotra fughe e spaventi e insidie divenuteanche più assillanti nei giorni successivi alla Liberazione. (Si vedal'episodio dei marocchini).

Eppurela dolente parabola non è mai apologo né documentodi una sorte comune: sullo sfondo storico di fatti purtroppo notissimiIsaritaglia una personalissima avventurafra arguzie e trepidazioneche proprioper essere strettamente individuale finisce col coinvolgere un po' tutti. Eanche questo è un segno di autenticitàsecondo l'eterno paradosso per cuiquando chi scrive imbocca la via giustapiù guarda dentro di sé e più leimmagini e le passioni diventano nostre.

E qui il trepido ed arguto personaggio - ma è difficilestaccare il personaggio dalla persona dell'autricecosì comealmeno per meè difficile uscire dal binomio 'arguzia-trepidazione' - ha inavvertitamentescelto il sentiero più felice camminando contromarcia. Per esempio: scrive inprima personama dice di sé quanto basta per dare autonoma consistenza alproprio io. Però le figure più scavate sono gli antagonisti: la sorella Liaper esempioquieta ed assennata ma con estri improvvisi e imprevedibili risorsee ombrosi segreti (quel suo professore di storia...); il padre brusco eapparentemente distaccatoche però resta indimenticabile per un suo oggetto-feticcioil trenino d'ottone conservato dall'infanzia. E a questo carattererisentitoma in sostanza deboledel padrefa da contrappunto quello dellatenerissima madrechenella quasi infantile fragilitàpossiede inveceun'enorme forza: l'abbandono fiducioso alla sua religione che in parole semplicisi compendia in una specie di testamento spirituale affidato alle figliole: volersibene e confidare nel Signore.

Mafra tutti i protagonistichi forse colpisce di piùl'immaginazione dei lettori è il cugino Uccio che sembra incarnare l'allegria el'incanto della spensierata giovinezzanei momenti felici in cui crede a un suodestino d'arte e d'amorema che soffre il tormento dell'incapacità di viverela vita vera che per lui è stupida e noiosa. Direi che la sua è la presenzapiù drammatica di tutto il romanzograzie anche alla bella reticenza dellarappresentazione.

Altro esempio del procedere contromarcia: innamorata dellelucidegli odoridegli accenti della campagna senese che è scenario costantedel romanzo come sede di sfollamentoIsa ne scopre a fondo gli incanti neimomenti più drammatici dell'emergenza: proprio alloraquasi per reazionelavita semplice tra gente semplice acquista cadenze di idillio. E dalla pauranasce più forte l'amore per la vita.

Strano. Certe parole che leggiamo poco dopo il principio

- Concepivo la vita come un fiume tranquillo che scorrefra la doppia sponda di un certificato di nascita da ritirare a uno sportello edi quell'altro certificatoche qualcuno ritirerà per noiallo sportelloaccanto - sembrerebbero una premessa dolorosamente ironicadestinataall'atroce disinganno della bufera imminente. Pare che così vorrebbero i fatti:ma infinite sono le vie del Signore.

Mi richiamo ad altre parole che si leggono quasi alla fine.Siamo al 'Molino'sotto il masso di pietrala notte che prelude allaLiberazione.

Di là dalla voltaguardo il cielo che si schiara appenasento ad un tratto di non aver più nessuna pauraprovo anzi un senso di paceimmensaprofonda... Mi vengono sulle labbra le parole del Salmo

 

L'Eterno è il mio pastorenulla mi mancherà

Egli mi fa giacere nei verdeggianti pascoli

mi guida lungo le acque tranquille.

Quand'anche camminassi nella valle d'ombra della morte

io non temerei...

 

E proprio le parole eterne del Salmo si legano al titolo: Lungole acque tranquille.

A libro chiuso non ci sentiamo affatto di concludere chequesta è la storia di un'educazione al pessimismo. Anzi: oltre i doloriglisbigottimentile ansieoltre la bestialità della persecuzionequi sentiamoche a trionfare è la serenità dell'inerme. È proprio vero: il fiore dellagrazia e della gentilezza cresce e rasserena dovunque gli accada di dovercrescere.

Qui è cresciutoe l'abbiamo davanti.

 

 

LUOGHI E PERSONE

DEL ROMANZO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Luoghi del romanzonella campagna prossima a Colle Vald'elsa

 

 

 

 

La chiesuola delle Graziefuori le mura di Colle sullastrada campestre che porta al Poggio (Cercignano)

 

 

 

 

 

Nella pagina a fronte. Le mura merlate di Colle altoe -in basso - l'autista colligiano Michele (Ciro Cardinali) con il figlioaltempo in cui si svolge la storia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella pagina a fronte. Il "Palazzo"com'eradetta la villa del Poggio (Cercignano)e un particolare della facciata conla porta d'ingresso e le panche di pietra.

Qui sopra la casa colonica degli Albieri (Righi) a fiancodel "Palazzo".

 

 

 

Pietroil capoccia della famiglia mezzadrile deiMannozzi (Muzzi) e sua moglie Corinna (Amelia).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella pagina a fronte. In alto il "padroncino"del Poggioil cugino Uccio (Giulio) adolescentefotografato tra l'erbacome a lui piaceva.

In basso la narratrice della storiaIsaa quattordicianni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Isal'io narrante di queste pagine. L'immaginedovuta aun noto fotografo livorneseBruno Miniatiritrae l'autrice-protagonista altempo in cui si svolge la storia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Isa da piccina (non ancora due anni e mezzo)quandotutti la chiamavano Zippo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I genitori di Isa e di Lia al tempo del loro matrimonio.

 

 

 

 

 

 

 

Beppe e l'Elvira (Amelia)il giorno del loro matrimonio. La famigliadei Nannini (Anichini) di Molino del Sasso. Al centro il padre e la madredi Beppe tra la nuora Elvira e il figlio.

 

 

 

 

 

 
 

Rolandouno dei giovani nascosti per tre giorniper sfuggire aitedeschinella stalla del Molino. Tonino (Marino)figlio di Beppeaitempi della nostra storia.

 

 

 

 

 

Lo zio Ugofratello della mamma di Isa e Lia e padre di Uccio. Per primonella famiglia della narratrices'era innamorato della campagna senesetantoda acquistare la villa e il podere del Poggio (Cercignano). Senza di lui questastoria si sarebbe svolta in maniera diversa e non sarebbero state dunque scrittele pagine di Lungo le acque tranquille.