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La coda del diavolo

di Giovanni Verga

Questo racconto è fatto per le persone che vanno colle mani dietro laschiena contando i sassiper coloro che cercano il pelo nell'uovo e il motivoper cui tutte le cose umane danno una mano alla ragione e l'altra all'assurdo;per quegli altri cui si rizzerebbe il fiocco di cotone sul berretto da nottequando avessero fatto un brutto sognoe che lascerebbero trascorrereimpunemente gli Idi di Marzo; per gli spiritistii giuocatori di lottogliinnamoratie i novellieri; per tutti coloro che considerano col microscopio gliuncini coi quali un fatto ne tira un altroquando mettete la mano nel cestonedella vita; per i chimici e gli alchimisti che da 5000 anni passano il lorotempo a cercare il punto preciso dove il sogno finisce e comincia la realtàea decomporvi le unità più semplici della verità nelle vostre ideenei vostriprincipie nei vostri sentimentiinvestigando quanta parte del voi nella notteci sia nel voi destoe la reciproca azione e reazionegente sofistica la qualesarebbe capace di dirvi tranquillamente che dormite ancora quando il sole visembra allegroo la pioggia vi sembra uggiosa - o quando credete d'andare aspasso tenendo sotto il braccio la moglie vostrail che sarebbe peggio. Infineper le persone che non vi permetterebbero di aprir boccafosse per dire unasciocchezzasenza provare qualche cosaquesto racconto potrebbe provare espiegare molte cosele quali si lasciano in bianco appostaperché ciascuno vitrovi quello che vi cerca. Narro la storiaora che i personaggi di essa sono tutti in salvo dalle indiscrete ricerche deicuriosi; poiché dei tre personaggi - è una storia a tre personaggicome lestorie perfettee di tutti e tre avete già indovinato l'azioneper pocopratica che abbiate di queste cose - lui è al Cairoo lì pressoadirigere non so che lavori ferroviari; lei è mortapoveretta! e l'altroin certo modo è morto anche luisi è trasformatoha preso moglienon sirammenta più di nullae non si riconoscerebbe più nemmeno dinanzi ad unospecchio di dieci anni addietrose non fossero certi calabroni petulanti eronzanti attorno a sua moglieche gli mettono lo specchio sotto il nasoesomigliano così a lui quand'era petulante e ronzante anch'essoda farglimontare la mosca al naso. Insommatre personaggi comodissimi che non contanopiùche non esistono quasi - potete anche immaginare che non siano maiesistiti. Lui e l'altro eranodue buoni e bravi ragazzidue anime gemelleamici fin dall'infanziaOreste ePilade dell'Amministrazione ferroviaria. Lui era ingegnerel'altrodisegnatore; abitavano nella medesima casae andavano sempre insiemeciò cheli avea fatti soprannominare i Fratelli Siamesi; si vedevano tutti i giorniall'ufficio dalle nove del mattino alle cinque della sera. Non si seppe spiegarecome lui avesse potuto conoscere la Linafarle la cortee sposarla; -era l'unico torto in trent'anni che Damone avesse fatto al suo Pitia.Ma alla fin fine non era stato un torto nemmen quello. Pitia-Donati sulleprime avea tenuto il broncio al suo Damone-Corsiè veroma il broncio non eradurato una settimana. Lina era tale ragazza che si sarebbe fatta voler bene daun orsoe Donati poi non era un orso; ella sapeva quali gelosie dovessedisarmaree col suo dolce sorriso e le sue maniere gentili e carezzevoli s'eramessa tranquillamente nell'intimità dei due amici come un ramoscello d'ellerainvece di ficcarcisi come un cuneo. In capoad alcuni mesi erano tre amici invece di dueecco tutto il cambiamento. Donatisapeva d'avere anche una sorella oltre il fratelloe Corsi lo sapeva meglio dilui. Di tutto quello che immaginatee che avvenne difattinon c'era neppurl'ombra del sospetto nella mente di alcuno dei tre - altrimenti la storia che viracconto non avrebbe avuto nulla di singolare. Piùsingolare ancora è che questo stato di cose sia durato otto annie avrebbepotuto durare anche indefinitamente. Da principio nelle manifestazionidell'amiciziadella gran simpatia che sentivano l'un per l'altro Donati e Linac'era stato un leggiero imbarazzoforse causato dal timore che potessero esseremale interpretate; poi l'abitudinela lealtà dei loro cuorila purezzaistessa di quei sentimentili avevano resi più espansivipiù schiettiepiù fiduciosi. Donati avea assistito la Lina in una lunga e pericolosa malattiacome un vero fratello avrebbe potuto fareed ella avea per il quasi fratello disuo marito tutte le curetutte le delicate premure di una sorella.La intimità delle due piccole famiglie era divenuta così cordialecosì sinceracosì aperta a due battentiche gli amicii conoscentiilmondonon la stimavano né troppané sospetta. Così rarane convengocom'era rara l'onestà di quelle anime; ma se in una sola di esse ci fosse statodel poco di buononon avrei bisogno di tirare in campo il Fato degli antichiola coda del diavolo dei moderni. La seradopo il desinareandavano a spasso tutti e tre. Donati dava il braccio allaLinae si impettiva allorché leggeva negli occhi dei viandanti «che belladonnina!». La domenica pranzavano insiemee prendevano un palchetto alComunale o all'Alfieri. Donati avea la smania delle sorprese; sorprese che sipoteano indovinare col calendario alla manoa Natalea Pasquae il dìdell'onomastico di Lina. Arrivava con un'aria disinvolta che lo tradiva peggiodelle sue tasche rigonfie come bisaccee si fregava le mani vedendo sorriderela Lina. La serad'invernosi raccoglievano nel salottopresso il tavolino;facevano quattro chiacchiere; sfogliavano delle rivistedei romanzi nuoviindovinavano delle sciaradeo Lina suonava il piano. Donati aveva una pazienzaammirabile per sorbirsi il racconto dettagliato di tutti i romanzi che leggevaLina - era il solo vizio che ella avesse - sapeva indovinare delicatamentel'arte di ascoltaredi farsi punto ammirativoo punto interrogativodiagitarsi sulla seggioladi convertire lo sbadiglio in esclamazionementrepovero diavolocascava dal sonnoo capiva pocoosemplice e tranquillocom'eranon s'interessava affatto a tutti i punti ammirativi cui si credevaobbligato dalla situazione. Spessorisalendo nelle sue stanzetrovava dei fiori freschi sullo scrittoiountappetino nuovo dinanzi al canapèqualche cosuccia elegante messa in bellamostra sui mobili modesti. Un risolino giocondo che veniva dal fondo dell'animafaceva capolino discretamente su quel viso sereno da galantuomoe si riflettevasu tutte quelle cosucce silenziose; allora a mo' di ringraziamentoeglipicchiava due o tre colpi sul pavimento. Lina si era data un gran da fare percercargli moglie; ei rispondeva invariabilmente: - Oibò! stiamo benone così.Non mettiamo il diavolo in casa -. Il poveretto era così persuaso d'appartenerea quella famigliuolaera così contento di quella tranquilla esistenzacheavrebbe creduto di metter il fuoco all'appartamentose avesse fatto un solpasso al di fuori della falsariga sulla quale era uso a camminaree sulla qualeerano regolate tutte le sue azionida perfetto impiegato. Ai suoi amici che gliconsigliavano di farsi una famigliarispondeva: - Ne ho una e mi basta -. E gliamici non ridevano. Lina invece diceva che non bastava; pensava agli anni piùmaturialle infermitàalla vecchiaia del suo amicocome avrebbe potuto farlouna madre. Qualche volta prima di chiuderela finestrasentendolo passeggiare tutto solo nella camera soprastantealzavagli occhi al soffitto e mormorava: - Povero giovane! - L'isolamento di quellavita melanconicascoloritamonotonanell'età delle passioni e dei piaceridava un certo risalto a quel carattere calmo e modestoingigantiva la figuraaustera di quel solitarioesagerava l'idea del sacrificiorendeva l'uomosimpaticosi insinuava come una puntura in mezzo alla felicità di leicosìpienacosì completa; le faceva pensarecon un sentimento di dolcezzaallaparte di protezionedi affetto fraterno e di conforto che ella potevaesercitarvi. A voicercatori d'uncini!A Catania la quaresima vien senza carnevale; ma in compenso c'è la festadi Sant'Agata- gran veglione di cui tutta la città è il teatro - nel qualele signoreed anche le pedinehanno il diritto di mascherarsisotto ilpretesto d'intrigare amici e conoscentie d'andar attornodove voglionocomevoglionocon chi voglionosenza che il marito abbia diritto di metterci lapunta del naso. Questo si chiama il diritto di 'ntuppateddadiritto ilqualechecché ne dicano i cronistidovette esserci lasciato dai Saraceniagiudicarne dal gran valore che ha per la donna dell'harem. Il costume componesidi un vestito elegante e severopossibilmente nerochiuso quasi per intero nelmantoil quale poi copre tutta la persona e lascia scoperto soltanto unocchio per vederci e per far perdere la tramontanao per far dare al diavolo.La sola civetteria che il costume permette è una punta di guantouna punta distivalinouna punta di sottana o di fazzoletto ricamatouna punta di qualchecosa da far valere insommatanto da lasciare indovinare il rimanente. Dallequattro alle otto o alle nove di sera la 'ntuppatedda è padrona di sé(cosa che da noi ha un certo valore)delle stradedei ritrovidi voiseavete la fortuna di esser conosciuto da leidella vostra borsa e della vostratestase ne avete; è padrona di staccarvi dal braccio di un amicodi farvipiantare in asso la moglie o l'amantedi farvi scendere di carrozzadi farviinterrompere gli affaridi prendervi dal caffèdi chiamarvi se siete allafinestradi menarvi pel naso da un capo all'altro della cittàfra il mogio eil fatuoma in fondo con cera parlante d'uomo che ha una paura maledetta disembrar ridicolo; di farvi pestare i piedi dalla folladi farvi comperareperamore di quel solo occhio che potete scorgeresotto pretesto che ne ha ilcapricciotutto ciò che lascereste volentieri dal mercantedi rompervi latesta e le gambe - le 'ntuppatedde più delicatepiù fragilisonoinstancabili- di rendervi gelosodi rendervi innamoratodi renderviimbecillee allorché siete rifinitointontitobalordodi piantarvi lìsulmarciapiede della viao alla porta del caffècon un sorriso stentato di cuorcontento che fa pietàe con un punto interrogativo negli occhiun puntointerrogativo fra il curioso e l'indispettito. Per dir tutta la veritàc'èsempre qualcuno che non è lasciato cosìné con quel viso; ma sono pochi glielettimentre voi ve ne restate colla vostra curiosità in corponove volte sudiecifoste anche il marito della donna che vi ha rimorchiato al suo braccioper quattro o cinque ore - il segreto della 'ntuppatedda è sacro.Singolare usanza in un paese che ha la riputazione di possedere i mariti piùsuscettibili di cristianità! È vero che è un'usanza che se ne va.Ora accade che una voltatre o quattro giorni prima della festaLinaburlona com'eraparlando di 'ntuppateddedicesse a Donati:- Stavoltasapetenon vi consiglio di farvi vedere per le strade -.Donati sapeva che Lina non s'era travestita mai da 'ntuppateddaesiccome era la sola sua amica da cui potesse aspettarsi una sorpresarisposefacendo una spallata: - Poiché me la sonpassata liscia per otto anni!... - Liscia onon lisciaa voi! Uomo avvisato uomo salvato -. MaDonati non cercava di salvarsianzi quel tal pericolo lo attraevasenza farglisospettare il detto del Vangelo. Sarebbe stata una festauna superba occasionedi fare alla Lina un bel regaluccio fingendo di non riconoscerladi prendere ildi sopra e intrigarla invece di lasciarsi intrigaredi godersi l'imbarazzo dileifar lo gnorrie riderne poi di gusto insieme a lei. Stette tutto il giornoalmanaccandoci sopramentre all'ufficio tirava linee rette e curvepassandosila lezione a memoriastudiando le botte e le rispostefacendo provvista dispirito a mente riposata. L'idea di condursi sotto il braccio quella belladonninapotendo fingere di non conoscerladi trovarsi solo con leiin mezzoalla folladi essere per un'ora il suo solo protettoreuno sconosciutounuomo nuovoavea qualcosa di clandestino che lo faceva ringalluzzire come di unabuona fortuna. Ora ecco la coda del diavoloquella benedetta coda che si diverte a mettere sossopra tutte le buoneintenzioni di cui è lastricato l'infernoinsinuandosi fra le commessure diessescoprendo il rovescio dei migliori sentimentimettendo in luce l'altrolato delle azioni più onestedei fatti che sembrano avere il motivo menoindeterminato. La notte che precedette ilgiorno della festa Donati fece un brutto sogno; ma così vivocosì stranocosì sorprendenteaccompagnato da tale verità di circostanzeche allorchéfu sveglio rimase un bel pezzo incerto se fosse stato o no un brutto sognoenon poté chiudere occhio pel resto della notte. Sognò di trovarsi insieme aLinauna Lina che parevagli di non aver conosciuto maivestita da 'ntuppateddacoll'occhio nero e luccicantela voce e le mani tremanti d'emozioneeranoseduti ad un tavolino del Caffè di Siciliadov'egli non soleva andar maistavano immobilizittiguardandosi. Ad un tratto ella s'era lasciata scivolareil manto sulle spallefissandolo sempre con quegli occhi indiavolatirossacome non l'aveva mai vistae afferrandogli il capo per le tempie gli aveaavventato in faccia un bacio caldo e febbrile. Ilpovero Donati saltò alto un palmo sul lettosi svegliò con un granbatticuoree stette cinque minuti fregandosi gli occhiancora balordo. A pocoa poco si calmòfinì col ridere di se stessoe non ci pensò più.Il giorno dopo fece l'indiano; finse di non accorgersi di certi sorrisimaliziosi della Linadell'aria affaccendata di leidell'insolito va e vieniche c'era per casa. Disse che avrebbe passata la sera all'ufficioper un lavorostraordinarioe andò a piantarsi in sentinella sul marciapiede del Gabinettodi lettura. Aspetta e aspettafinalmenteverso le cinqueLina comparve lesta lesta dai Quattro Cantoniun po'impacciata nel mantoma impacciata con grazia; andò difilato dov'eglitrovavasicome se l'avesse saputosi cacciò in mezzo alla follae infilòsenz'altro il suo braccino sotto quello di lui. Donati l'avrebbe riconosciuta aquesto soltanto. Ellaspiritosa e chiacchierinabadava a stordirlo con uncicaleccio tutto scoppiettioad inventargli mille frottole per intrigarloadimbarazzarlo con quel po' d'inglese e di francese che l'era rimasto delcollegiofacendosi credere ora una signora forestieraora una ragazza cheavesse il diritto di cavargli gli occhiora una amica che si fosse travestitaper salvarlo da un gran pericoloora una lontana parente che si fosserammentata di lui per venirgli a chiedere la strenna di una catenella d'oro.Donati fingeva di cascarcise la rideva sotto i baffise la godeva mezzomondosi divertiva ad intrigarla luialla sua voltalasciandole supporre cheavesse indovinato dei gran segretipermettendole di edificare cento storie chenon esistevanosul fantastico addentellato che ella stessa gli avea offerto.Infinequando la vide più curiosaquando le sorprese negli occhi il primobaleno di un sentimento nuovoqualcosa fra la sorpresa e la timidità ditrovarsi con tutt'altro uomoscoppiò a rideree con quella sua faceta bonomiale disse: - Cara Linaquando volete sorprendere il mio segretoe farvi passareper l'incognita che ha il diritto di cavarmi gli occhinon dovete mettere quelbraccialetto lìche me li cava davverotanto lo conosco! - Lina si mise aridere anche leisollevò un po' il mantoe disse: - Bravo! Ora che avetevintogiacché siamo davanti al Caffè di Siciliaoffritemi un sorbetto -. Edentrarono. Bizzarria del caso! andarono amettersi proprio a quel medesimo tavolino che Donati avea visto in sognol'unodi faccia all'altracome nel sogno. Lina avea caldo e si faceva vento colfazzoletto; lasciò scivolare il manto sulle spallee appoggiò il gomito sultavolino. Donati la vedeva fare senza aprir bocca. Daalcuni minuti Donati mostravasi singolarmente imbarazzato; rispondeva sconnessoa spropositoe finalmente le parole gli erano morte in bocca. Linachiacchierava per dueun po' rossa dal caldocoll'occhio acceso dallamascheracome nel sogno. Finalmente si avvide del turbamento che Donati nonsapeva padroneggiaree ad una risposta di lui più sbalestrata delle altredissegli: - O... cos'avete? - Ei si fecerosso. Infinedavvero... che aveva? Era una cosa ridicola! Possibile che quelsogno della notte lo avesse imbecillito per tutta la giornata! e si stringevanelle spalle ridendo ingenuamente di se stesso. - To'! - rispose- ho che sonoun asino. Una sciocchezza! e se ve la nascondessi sarei sciocco due volte: ecco!- e le raccontò il sogno quale s'era riprodotto punto per punto nella realtàmeno una circostanza che tacqueben intesoo piuttosto tradusse ad usumdelphinidicendole che ella nel sogno gli avesse confessato di amarlo -nientedimeno! Donati rideva ancoraridevadi tutto cuore riandando per filo e per segno le stramberie della nottecheraccontate diventavano più assurde; rideva dell'impressione singolare che ilripetersi di talune circostanze del sogno avea fatto su di lui. Ella daprincipio s'era fatta rossa; l'ascoltava in silenziocol mento sulla manosenza guardarlo piùsenza ridere più. Quando egli ebbe finitoabbozzò unpallido sorriso per non lasciarlo senza risposta - non ne trovò una migliore -e s'alzò. Se ne andarono in frettadiscorrendo a sbalziqualche voltacercando le parole. Donati non eraprecisamente certo di non aver detto qualche corbelleria; ma sentiva in nube cheavrebbe dato una mesata del suo stipendio perché non avesse parlatoed anziperché non avesse avuto di che parlare. La festa finì zitta zittae senzaallegria. Tutti gli anniil domani dellafestai tre amici solevano andare a desinare in campagna. Stavolta Lina fuindisposta e non se ne fece nulla. Donati avrebbe voluto a qualunque costo chequel giorno si fosse passato come tutti gli altri anniperché avea sempresullo stomaco il sogno e il gran ciarlare che ne avea fattoe avrebbe volutometterci sopra una buona pietracol seguitare a far quello che avevano semprefattoe non pensarci più. La sera però la passarono come di consuetoinfamiglia. Lina comparve un po' tardicon un viso di donna che ha l'emicraniama calma e serena. Donati le domandò come si sentisse. Ella gli piantò gliocchi in facciadue occhi che gli fecero l'effetto di due chiodie risposesecco secco: - Bene -. Fu la prima serapassata freddamente. D'allora in poi ce ne furono parecchie di simili. LinaagucchiavaDonati suonava o leggevae Corsi s'ingegnava di attaccare unoscampolo di conversazionealla quale la moglie rispondeva con monosillabitenendo gli occhi fitti sul lavoroe Donati con una specie di grugnito senzalasciare il libroné il sigaro; persino Corsiallegro per natura edespansivodiveniva anch'esso taciturno ed uggito; spirava un'aria di musoneriain casa sua che agghiacciava tutto. Si lasciavano di buon'oraLina porgevaappena la mano: qualche volta non compariva che un momento per dare la buonanotte. Il povero Donati non sapeva darsipace. Si sentiva colpevolema la colpa maggiore era stata quella di esagerareil male che aveva fattocolla sua aria di reo; e chiamava in aiuto tutti isantiperché gli dessero il coraggio di prendere una buona volta la Lina aquattro occhi e dirle: - Orsùinfinecos'avete? cosa è stato? cosa ho fatto?- Ma quella domanda semplicissima diveniva la cosa più difficile di questomondo. Il nuovo contegno di leila sua riservatezzala sua freddezza insolitala rendevano tutt'altra donnauna donna che gli chiudeva in bocca leperorazioni più eloquentie gli legava la lingua e i movimenti.Una di quelle serevoltandosi all'improvvisosorprese gli occhi diLinafissi su di lui con tale espressione che gli fece rimescolare il sanguedai piedi alla testa; era uno sguardo che non le avea mai vistoprofondoincui brillava dell'amarezzauna curiosità insolitaacre e pungente. Linaavvampò in viso e chinò il capo; ei non osò più voltarsi per timored'incontrare un'altra volta quegli occhi indiavolati.Finalmenteuna volta che Corsi non c'eragli parve ad un trattosentirsi invadere dal coraggio che avea tanto invocato. Lina era immersa a capofitto in quel che stava leggendoe non fiatava da un gran pezzo; ei si alzòfece un passo verso di leie balbettò: -Lina! - Ella si rizzòspaventata da quellasola parolapallida come un cencio e tutta tremante. Donati rimase a boccaaperta e non seppe andare innanzi. Rimasero alcuni istanti così. Ella si rimiseper la prima; prese il ricamo che aveva accantoma le mani le tremavano ancoratalmente che l'ago punzecchiava stoffa. Egli si arrovellava dentro di séd'essere così grullo. - Cosa avete? - disse infine. - Siete in collera con me?Non mi perdonerete mai? - La donna alzò ilcaposgomentae lo guardò come esterrefatta. Chinò la fronte di nuovo ebalbettò con voce spenta e mal ferma alcune parole inintelligibili.A poco a poco Donati diradò le sue visite. Corsi gli si mostrava semprepiù freddo. Quando i due antichi amici si trovavano insiemeprovavanosenzasaper perchéun imbarazzo inesplicabile. La freddezza di entrambi sicomunicava e si moltiplicava dall'uno all'altro. Corsi avea tutto indovinato dalnuovo contegno della moglie e dell'amicooppure Lina gli avea tutto raccontato?L'ultima volta che Donati andò da leipel suo onomasticola trovò che erasola in casa. Lina si fece di bracia e represse a stento un movimento disorpresa. Donati non sapeva trovare il verso del pelo del suo cappelloné leprime frasi di un discorso che andasse. Ellastava sul canapèin gran cerimoniasì da far venire la voglia al disgraziatovisitatore d'andarsene dalla finestra. La visita durò dieci minuti. Mentrescendeva le scale l'ex-Polluce mormorava con voce soffocata nella gola: - Èfinita! è finita! - D'allora in poi nonebbe più il coraggio di picchiare a quell'uscio. Veniva a casa mogio mogioilpiù tardi che potevaguardando furtivamente quella finestra rischiarata chegli rammentava le sere gioconde passate accanto al fuococol cuore e i piedicaldie affrettava il passo sul ripiano della scala. Giammai le sue modestestanzucce non gli erano sembrate più silenziosepiù freddee piùmelanconiche; adesso il povero romito ci stava il meno che potesse. Standofuorifece come aveva fatto Corsiconobbe un'altra Lina.Venuto il settembreCorsi avea sloggiato senza nemmen dirgli addioenon s'erano più visti. Lina era stata infermae gravemente: Donati l'avevasaputo molto tempo dopo. Gli avevano detto che la malattia l'avea cambiata dimolto; ei ci aveva pensato spessoavea avuto spesso dinanzi agli occhi quelprofilo delicato e pallidoe quegli occhi febbrilicome una trafittacome unrimorso; ma non avrebbe immaginato mai l'impressione che dovevano fare su di luiquel viso e quell'occhiata furtiva la prima volta cheandando colla suafidanzataincontrò Lina. - Ella s'era voltata a guardarlo di nascostocome siguarda un mostro o un malfattore. Intantoera trascorso l'annoed era sopravvenuta la festa di Sant'Agata. Donati dovevasposare da lì a poco. Egli aspettava in mezzo alla folla una 'ntuppateddache quasi gli aveva promesso di farsi vedere un momento quando si sentìafferrare all'improvviso pel braccio. Gettò una rapida occhiata sulla donnamascheratama la sua fidanzata era più piccola di statura e non avevaquell'occhio nero così sfavillante. Ei sentì che il cuore dava un tuffo; nonseppe cosa diree si lasciò rimorchiare dentro il caffè.La sua compagna cercò un tavolino appartato e sedette di faccia a lui;sembrava stanca e commossa fuor di modo. Ei la considerava ansiosamente. - Lina!- esclamò infine. - Ah! - diss'ella con unriso che voleva dir tante cose; e appoggiò la fronte incappucciata sulla mano.Donati balbettava parole senza senso. -Vi sorprende vedermi qui? - domandò Lina dopo un lungo silenzio.- Voi? - Vi sorprende? -Donati chinò il capo. Ella lasciò scivolare il manto sulle spalleemormorò: - Vedete! - Mio Dio! - esclamòDonati. - Vi faccio pieta? Ohalmeno! Manon è colpa vostrano!... Ho avuto sempre una salute cagionevole. Statetranquillo dunque... Non vorrei avvelenare la vostra luna di miele.- Ohcosa dite mai!... Se sapeste... se sapeste quanto ho sofferto!...- Voi? - Sì!... e quanto mi sonopentito!... - Ah! vi siete pentito!- Non so darmi pace!... Non so comprendere io stesso perché... cosa siaavvenuto per... - Non lo sapete?- Noper l'anima mia! - Èaccaduto... che vi ho amato. - Voi! voi! -Ella si fece ancora più pallida; si rizzò in piedi quasi fosse spintada una mollae gli disse con voce sorda: -Perché mi avete raccontato quel sogno dunque? -