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LA CRISI ITALIANA

di Paolo Sylos Labini

1.
LE ORIGINI DELLA CRISI
Quella che stiamo vivendo è una crisi grave e sconcertante. Molti pensavano che l'Italia stava uscendo da un periodo oscurodominato da numerosi sintomi di degenerazionefra cui una dilagante corruzioneper entrare in tempi brevi in una fase di miglioramento politico e sociale. Finora di questo miglioramento non c'è alcuna indicazioneanzipare che sia in atto un grave peggioramento: aumenta giorno per giorno il numero di coloro che si vanno convincendo che siamo caduti dalla padella nella brace (con diversi elementi positivi a favore della padella).
Lo svolgimento ha preso avvio poco meno di tre anni fa dalle inchieste aperte da alcuni giudici di Milano sulle così dette tangenti - che sarebbe più corretto definire secanticome mi faceva notare un amico matematico -; le inchiesteoramai passate alla storia col nome di Tangentopolisono tuttora in corso.
Per cercare di comprendere quel che sta accadendo in un modo non superficiale dobbiamo cercare di andare oltre gli eventi contingenti e di considerare la crisi in atto adottando una prospettiva più ampia. A questo scopo possiamo prendere le mosse dalla concezione di Adamo Smithil qualeprima di essere un economistaera un filosofo.
Secondo Smithper cercare di comprendere l'evoluzione di una determinata società conviene studiare tre aspetti: culturaistituzioni ed economia. Interpretando Smithpossiamo dire che la cultura comprende l'istruzionel'eticale abitudinile idee e le ideologie prevalenti nella società. Le istituzioni comprendono le forme organizzative e l'assetto giuridico della società sia nella sfera del diritto pubblico che in quella del diritto privato. L'economia in senso proprio comprende le risorse naturali e la posizione geografica e riguarda la produzione e il commercio dei beni e le relazioni che si stabiliscono fra gli uomini nelle attività produttive e commerciali. I tre aspetti vanno visti unitariamente; cosìla crescita della produzione e degli scambi è fortemente condizionataanche se non puntualmente determinatadall'evoluzione della cultura e delle istituzioni.
In questo periodo in Italia stiamo vivendo una crisi multipla: ideologico-politicaistituzionale ed economica.
La crisi ideologico-politica
Durante il secolo che ora volge al termine l'intera umanitàin un modo o nell'altroha vissuto uno dei drammi più terribili della storia moderna. Al centro di questo dramma troviamo il marxismoche ha contribuito alla nascita dell'Unione Sovietica e in certi paesiper reazionealla comparsa di regimi fascisti. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale l'Unione Sovieticasulla base della dottrina dell'imperialismo di derivazione marxistasi è contrapposta a paesi retti da sistemi liberaldemocratici.
Il conflitto fra i paesi guida dei due blocchiUsa e Urssnon era solo ideologico: era anche istituzionale ed economico. Ed è essenzialmente sul piano economico che si è conclusonel modo che tutti conoscono: la data simbolica è quella in cui è stato abbattuto il muro di Berlino. Sebbene la Cina per ora non abbia cambiato il sistema politicoha certamente cambiato il sistema economicoche non può essere più definito come un sistema a pianificazione centralizzata. I mutamenti che stanno avendo luogo nel mondo dopo la caduta del muro di Berlino sono enormi. Il conflitto aveva condotto l'umanità assai vicino all'olocausto nucleare ed aveva dato origine a una divisione in due grandi zone d'influenza di tutti i continentieccettuata l'Oceania.
I confini di queste due zone non sono rimasti stabili nel tempo; tutt'altro. Fra i cambiamenti più significativiattuati o tentatiricordo quelli avvenuti in Arabia (Yemen del Sud)in Africa (Mozambico e Angola)nell'America centrale e meridionale (CubaNicaraguaCile). In tutti i paesi appena nominati larghe parti delle popolazioni hanno spinto o favorito i cambiamenti che portavano verso la sfera d'influenza sovietica. Era la speranza di cospicui miglioramenti economici che spingeva in tale direzione quelle personeche di norma facevano parte dei "dannati della terra". Ma i cambiamenti hanno gravemente deluso le aspettative: venuta meno la tutela sovietica le popolazioni di quei paesi si sono trovatese possibileperfino peggio di prima. Per l'America latina non pochi intellettuali di sinistra sostenevano che gli interventi che il governo degli Stati Uniti attuava per contrastare o impedire l'avvento al potere di partiti filocomunisti andavano attribuiti ai disegni reazionari e antipopolari di quel governo. Nella realtà gli interventinon di rado durissimierano dovuti alla preoccupazione - se si vuoleall'angoscia - che l'avvento al potere di partiti filocomunisti potesse aprire la porta all'influenza o addirittura al controllo dell'Unione Sovieticacome del resto era accaduto a Cuba.
La verità è che la cosiddetta guerra fredda è stata combattuta senza esclusione di colpi. Ciascuno dei due contendenti usava anche l'arma dei finanziamenti dei partiti amici. Come di recente è risultato evidentei finanziamenti erano clandestini; e ciò non poteva non alimentare pratiche di corruzione. Questo è accaduto in tutti o quasi tutti i paesi dell'Alleanza atlantica; ma è accaduto in forme particolarmente accentuate nei paesicome l'Italia e la Greciain cui più forti erano i partiti collegati con l'Unione Sovietica. I comunisti dovevano restare fuori dal potere a tutti i costianche a costo - era questo il modo di vedere dei servizi segretiimpropriamente detti deviatistranieri e italiani - di promuovere stragi e assassinii. (La degenerazione dei servizi segretiper forza d'inerziaè sopravvissuta alla spinta che l'aveva determinata.)
All'interno della politica italiana s'era creato un complesso politico-mafioso-terroristico: all'origine troviamo la strategia anticomunistaanche se in seguito le motivazioni si sono ampliate e complicate. Le azioni volte a scongiurare l'ingresso dei comunisti nell'area del potere si intensificarono quando sembrò profilarsi un'intesa tra i due nemici storiciDemocrazia cristiana e Partito comunista. La corruzione alligna in tutti i paesi e in tutti i tempi; e l'Italiaper quel che è dato saperenon ha mai fatto eccezione. Non c'è dubbioperòche negli ultimi due decenni la corruzione in Italia ha avuto un'accelerazione impressionante. L'ipotesi più probabile è che l'avvio di tale processo abbia avuto una motivazione essenzialmente politica - i finanziamenti clandestini servivano soprattutto ai partiti dei due schieramenti -.Una volta avviatotuttaviail processo si è autoalimentato e quella motivazione politica ha perduto d'importanzaanche se è venuta meno solo dopo la caduta del muro di Berlino. Sono invece aumentate d'importanzada un latol'esigenza di finanziare apparati di partito ormai pletorici edall'altrola spinta verso l'arricchimento personale di un crescente numero di dirigenti politici e d'intermediari.
Diversi intellettuali ed alcuni uomini politici hanno riconosciuto la connessione fra azione anticomunista e corruzione; tuttaviaben di rado hanno fatto riferimento all'altra lineapiù ferocedella stessa azione: stragiassassinii ed uso politico delle organizzazioni criminalicome la mafia. Qualcuno si è spinto fino al punto di giustificare una tale condottacon l'argomento che una condotta pulita avrebbe consentito ai comunisti di prendere il potere. Una tale giustificazione non è ammissibile non solo e non tanto perché quel rischio in Italia non è mai stato veramente grandequanto perché non possiamoper amore della vitaperdere le ragioni di vivere - è la splendida regola etico-politica che Giovenale esprime nella sua ottava satira e che vale per tuttianche per i più convinti anticomunisti.
Oggi diversi giudici stanno facendo esplodere una serie di scandali: stanno mettendo sotto i riflettori un gigantesco letamaionel quale si sono rotolati per annicome se fosse un prato graziosomolti uomini politici e molti uomini di affari. Occorre notare che quandodiversi anni faalcuni giudici hanno cercato di perseguire quegli uomini politici che si distinguevano nella corruzione e in altre attività criminosesono stati rapidamente bloccati da quei personaggiun tempo potenti; altri giudici hanno attuato una sorta di autocensura per il timore che il partito filosovietico menasse scandalo e in tal modo traesse vantaggio politico. I valori eticisi è dettodormivano; si deve aggiungere che il sonno era profondo perché era stato somministrato un potente sonnifero. Il fatto che da un certo punto in poispecialmente dopo che erano venuti meno i finanziamenti dell'Unione Sovieticalo stesso Partito comunista sia entrato nel giro della corruzione - nel giro delle cosiddette tangenti - non è affatto in contrasto con la diagnosi ora abbozzata.
È bene che sia chiaro: non intendo attribuire l'estendersi della corruzione soltanto e neppure prevalentemente alla guerra fredda. Il Giapponepaese che non ha avuto nel suo interno un forte partito comunistama dove la corruzione è stata e a quanto pare è tuttora ampiadimostra che una tale diagnosi sarebbe monca (l'unica analogia sta forse nel lungo predominio di un solo partito). Intendo tuttavia affermare che la guerra fredda ha contribuito ad aggravare in misura rilevante le spinte degenerative: a differenza del Giapponela stessa assenzaper molti annidel ricambio politico è imputabile alla guerra fredda. Sono poi da considerare la personalitàtotalmente amoraledi certi uomini politici ed il consumismoche ha favorito le tendenze e le tentazioni al rapido arricchimento.
Tare antiche e recenti della società italiana
Lo sviluppo del capitalismo in Italia è stato tardivo. I paesi ritardatarinella fase inizialesono costretti a concentrare le loro risorse sulle grandi infrastrutture - che comprendono le ferrovie - e sulle industrie pesanticome la siderurgia (la quale riceve un particolare impulso se il governo attribuisce un'elevata priorità agli armamenti). Ma infrastrutture e industria pesante in un paese ritardatarioper definizione economicamente molto arretratocon pochi imprenditori moderni e con un mercato molto ristrettoesigono un robusto intervento pubblico. Di qui due caratteristiche del capitalismo italianocome anche di quello di diversi altri paesi ritardatari. La prima consiste in una spaccatura fra poche grandi imprese moderne direttamente o indirettamente sostenute dallo Statoe piccole impreseche restano a lungo di tipo tradizionale e sono quindi assai poco dinamiche; la seconda caratteristica è data dalla commistione tra pubblico e privato in economia con i connessi gravi rischi di abusi e corruzione. In Italia la spaccatura fra grandi e piccole imprese e la commistione tra pubblico e privato divennero ancora più accentuate durante la prima guerra mondialeper via delle commesse militarie poi nelle vicende che seguirono la crisi del 1929che costrinse il governo a compiere numerosi salvataggi di grandi banche e grandi imprese.
Sotto l'aspetto civileoccorre tener ben presente che sino al 1912 in Italia c'erabensìuna libertà politica degna di considerazionema la democrazia era assai circoscritta. Aveva diritto al voto poco più di un decimo della popolazione. Nel 1913 il suffragio divenne più ampio - il diritto di voto fu esteso a circa un quinto della popolazioneche era tuttavia pur sempre una minoranza -.In quel tempo la stragrande maggioranza degli italiani era analfabeta o semi-analfabeta. Dopo due anni venne la guerra e poi il fascismo.Pertantonel nostro paese la democrazia è un fenomeno relativamente recente.
Tutto questo ha favorito una situazione di non partecipazione o di separatezza tra classe politica e popolazione. Fino alla prima guerra mondiale tale separatezza non fomentòcome era possibileuna diffusa corruzione nella vita politica ai più alti livelli poiché in quel tempo di regola - ma non sono rare le eccezioni - si dedicavano alla politica membri di cospicue famiglie borghesi o dell'aristocrazia terrieratutte persone che non pensavano certo alla politica come mezzo per migliorare le loro condizioni economiche o addirittura per arricchirsi. Diversamente stavano le cose al livello politico localesoprattutto nel Mezzogiornocome il meridionale Gaetano Salvemini mise spietatamente in evidenza in scritti famosied in certe porzioni dell'economiaspecialmente là dove aveva luogo la commistione cui ho accennato. In politicaalmeno al verticegli standard morali erano relativamente buoni.
Con la prima guerra mondialesoprattutto attraverso i gradi intermedi dell'esercitoe subito dopo la guerraentrano tumultuosamente sulla scena sociale e politica schiere di persone appartenenti alla media e piccola borghesia (specialmente piccola borghesia impiegatizia)schiere già in espansione e la cui crescita riceve un vigoroso impulso dalla guerra. Qui non sono rari purtroppo gli individui famelici e di moralità scadente - la fame si rivolge non solo verso il danaroma anche verso il potere e l'influenza sociale -; per affermarsiquesti individui vanno sia a destra che a sinistrae sia all'estrema destra che all'estrema sinistra. Le violente lotte sociali nel primo dopoguerral'angoscia per il bolscevismol'ascesa del fascismo sono da considerare in questo quadro.
La separatezza fra popolazione e classe politica diventa acuta con la dittatura fascista e la corruzione si estende soprattutto fra gli alti gerarchi. Diviene tuttavia galoppante dopo la seconda guerra mondiale e specialmente negli ultimi vent'anni. Come in ogni paese che perde una guerrala sconfitta che conclude la seconda guerra mondiale rappresenta un trauma grave per l'intera società. Nel nostro paese il trauma è stato gravissimo non solo per le sofferenze di ogni genere ma anche per l'impressionante contrasto fra retorica militaresca e imperialistica e penosa realtàun contrasto messo a nudo prima dall'assai infelice campagna di Grecia e poi dalla tragica spedizione in Russia. Il trauma non è stato ancora superato ed è rimastaalmeno in partequella scarsa fiducia in se stessi che spinge molti italiani ad atteggiamenti spietatamente autocriticiche stupiscono non pochi stranieri. Finita la guerra nel modo tragico e vergognoso che ben conosciamo - la catastrofe non fu solo militarema anche politica e morale - numerosi giovani si rivolsero al Partito comunistache usciva da quella spaventosa esperienza con grande prestigio grazie alle persecuzioni subìte e grazie alla Resistenzache li aveva visti fra i più impegnati. Quei giovanicome molti altriche si rivolgevano ad altri partiti avevano l'ansia di rinnovare radicalmente una società di cui la guerra aveva rivelato tare gravissime. Al tempo stessotutti coloro che aborrivano i comunisti e coloro che ad essi sembravano alleati o affinisi rivolgevano in gran parte verso la Democrazia cristiana chegrazie soprattutto al capillare sostegno anche organizzativo della Chiesa cattolicasi presentava come il "baluardo contro il comunismo".
Lo scontro di cui ho parlato va visto in un tale contesto.
La crisi economica e finanziaria
Fra le tre aree di Smith - culturaistituzionieconomia - non sussistono paratie stagne; e gli stessi problemi economici che oggi affliggono il nostro paese sono in vari modi collegati con la crisi ideologico-politica e con la crisi istituzionale. L'incubo del nostro paese e della classe politica è costituito dall'enorme debito pubblico; esso rappresenta anche il principale ostacolo al nostro pieno ingresso in Europa. Il debito pubblico ha raggiunto le dimensioni che conosciamo anche per effetto dei prezzi pagati per fini di stabilizzazione sociale e politica. Lo stato sociale s'inseriva in una tendenza comune a tutti i paesi industrializzati; ma in Italia esso ha assunto i connotati assistenziali e clientelari che conosciamo - sia rispetto agli utenti sia nell'ambito dei pletorici apparati che lo amministrano - perché nella pratica politica i fattori cui accennavo hanno avuto un peso di rilievo.
Al fabbisogno finanziario derivante dai disavanzi di bilancio lo Stato fa fronte con la vendita di titoli pubblici: non occorre aderire alla teoria monetarista per riconoscere che disavanzi sistematicamente finanziati con la stampa di biglietti aggravano l'inflazione. Difattioramai da tempo i governi evitano di seguire questa strada. Anno per anno però il disavanzo tende a crescere a causa del crescente onere per interessisalvo che non si attuino adeguati tagli di spesa o non si accrescano i tributi - due vie politicamente assai difficili da percorrere -. Secom'è accaduto in Italia da parecchi anniil disavanzo complessivo aumenta ed aumenta il volume dei titoli da vendereil tasso dell'interesse subisce una spinta verso l'altoper convincere i risparmiatori a cedere allo Stato una parte cospicua dei loro risparmi. Il volume dei titoli da vendere è dunque il primo determinante del tasso dell'interesse. Il secondo determinante è costituito dall'intensità della pressione inflazionistica. Un terzo determinante è di carattere internazionale: per sostenere la quotazione della lira rispetto alle altre monete e contrastare l'inflazione importata occorre mantenere l'interesse ad un livello tale da scoraggiare l'esodo di capitali ese occorreda attirare capitali dall'estero. Cosicchése nei paesi con cui abbiamo relazioni commerciali e finanziarie l'interesse tende a flettereuna tale flessione imprime una spinta verso il basso anche all'interesse internocom'è accaduto fino a pochi mesi fa. Tuttaviase cresce la massa dei titoli da vendereè ben difficile che possa aver luogo una significativa riduzione dell'interesse. Oraun interesse relativamente alto ha conseguenze negative sia sugli investimenti pubblici che su quelli privati. Sui primi un alto interesse ha conseguenze negative poichéquando la massa dei titoli da vendere è grande e crescenteil gravoso onere per interessi induce il governo a comprimere tutte le spese che politicamente possono essere compressea cominciare dalle spese per investimenti. Quanto al settore privatoun alto interesse decurta i profitti netti e in questo modo frena gli investimenti. Ma gli investimenti rappresentano la molla principale dello sviluppo: bassi investimenti comportano uno sviluppo basso o nullo. Proprio per questo motivo un aumento dell'interesse a breve a volte è usato dalla banca centrale per indurre sindacati e associazioni padronali a contenere gli aumenti dei salari.
In tutti i paesi industrializzati dal 1989 e fino all'autunno del 1993 le economie si sono dibattute in una situazione vicina al ristagno e la schiera dei disoccupati è decisamente aumentata. Dall'autunno del 1993 si è profilata una ripresa economica internazionaleche ha ridotto in misura sensibile la quota dei disoccupati negli Stati Unitidove la ripresa è stata nettamentre l'ha ridotta molto poco in Europa ein particolarein Italia. Bisogna osservare che la disoccupazione può aumentare anche quando la produzione non diminuisceper effetto dell'aumento della produttivitàche procede quasi senza interruzione anche quando c'è ristagno. Bisogna anche osservare che un certo ammontare di disoccupati è fisiologicogiacché si ricollega al tempo occorrenteper i giovaniper cercare un impiego eper tuttiper cambiare lavoro. La disoccupazione raggiunge e supera livelli patologici quando il tempo per la ricerca e il cambiamento diviene molto lungo. In questo dopoguerra si è notato che la disoccupazione fisiologica - o "di attrito" - che permane anche in condizioni di sostenuta espansioneè andata crescendoessenzialmente perchécon l'aumento del livello medio d'istruzione e col miglioramento delle condizioni economiche delle famigliecoloro che desiderano trovare o cambiare occupazione sono in grado di attendere più a lungo. Quando c'è ristagno cresce la divergenza fra lavori desiderati e lavori disponibili; e poiché ben difficilmente un laureato o un diplomato accetterà un posto di lavapiatti o di facchino nei mercati generalila disoccupazione non potrà non aumentare. Né giova affermare che la disoccupazione non esisterebbe se tutti fossero disposti ad accettare qualsiasi lavorogiacché la divergenza cui ho accennato denuncia un problema genuino. Problemi di tal genere sono frequenti soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia.
Più in generaleoccorre osservare che da circa vent'anni la velocità della crescita è diminuita in tutti i paesi industrializzati (in Italia il saggio di aumento annuale medio del prodotto lordo è sceso dal 55% al 25%): effettoquestodi diversi fattoritra cui è da ricordare la sempre più vigorosa concorrenza mossain modo diretto o indirettoda un numero crescente di paesi del Terzo mondosia in certe produzioni di basecome l'acciaio e la chimicasia in diverse produzioni di beni di consumocome i prodotti tessili e le calzature. Per i paesi industrializzati la via maestra per contrastare gli effetti negativi di tale concorrenza è di accelerare la crescita delle produzioni ad alta tecnologiaciò che comporta un'intensificazione degli sforzi per la ricerca. In questo campo l'Italia è in grave ritardo.
Stato e mercato
Oggi hanno luogo vivaci discussioni sulla contrapposizione fra Stato e mercato; ma le difficoltà hanno riguardato sia i paesi che si sono posti sulla via della privatizzazione sia paesi decisamente statalisticome l'Italia. Il problema della riduzione dell'area pubblica a favore di quella privata appare al centro della crisi ideologica e degli scontri politici del nostro tempo. La questione sembra particolarmente importante nel nostro paesedove l'area pubblica è fra le più estese dei paesi industrializzati - mettendo da partebenintesoi paesi che facevano parte del socialismo realenei quali la questione si pone in termini profondamente diversi.
Quando si mettono in risalto i vantaggi del mercato in contrasto con l'azione pubblica nella vita economica generalmente si fa riferimento a quella rete sistematica di scambi in cui sia la domanda che l'offerta fanno capo a tanti soggetti privati ed i prezzi si formano in modo spontaneo e impersonale; in altre parolesi fa riferimento ad un mercato in concorrenza bilaterale. Non è di questo genere un mercato in cui l'offerta ovvero la domanda è controllata da un soggetto solosia esso privato o pubblicoovvero quello in cui è lo Stato che controlla il prezzo. Tenendo conto di tali restrizioninon possono essere considerati come mercati che si autoregolano ed in cui il prezzo dipende impersonalmente dall'azione di tanti e tanti soggetti:
- il mercato del lavorola cui forma si approssima al monopolio bilaterale e nel qualeper di piùin certi paesicome il nostroè rilevante l'intervento pubblico;
- il mercato delle aree fabbricabilidove l'offerta è fortemente condizionata dall'autorità pubblica;
- il mercato delle opere pubblichein cui è la domanda ad essere condizionata dall'autorità pubblica;
- il mercato di beni e servizi che presuppongono concessioni da parte di autorità pubblichecome ad esempio i telefonile acque mineralile emittenti televisive e radiofoniche;
- il mercato dei beni prodotti in regime di monopolio naturalecome l'energia elettrica;
- i mercati di diversi prodotti industrialicome le armi e i prodotti farmaceuticirichiesti in misura significativa da organismi pubblici;
- i mercati di molti prodotti agricolii cui prezzi sono in qualche modo regolati dall'autorità pubblicaanche per effetto di accordi internazionalicome quelli del Mercato comune europeo.
I mercati del credito sono condizionati non solo dalla banca centraleche è un organismo pubblicomapiù fondamentalmentedall'autorità pubblicache spesso controllaattraverso pacchetti azionari di maggioranzanumerosi istituti di credito. Analogamentesono controllate dall'autorità pubblica diverse grandi imprese industrialisocietà di assicurazionedi trasportodi comunicazione. La scuolala ricercala sanità sono attività in misura più o meno ampia - spesso molto ampia - gestite o controllate da autorità pubbliche. A conti fattisembra che il mercato operi pienamente solo nell'areapur vastadelle piccole imprese e nell'area delle medie e grandi imprese nei settori aperti alla concorrenza internazionaleanche sein queste come in altre areesono relativamente frequenti i dazii sussidi per interessi e i trasferimenti in conto capitale a favore delle imprese che a rigore alterano il libero gioco del mercato.
È dunque lo Stato e non il mercato che oggi domina la vita economica? Per l'economia italianala risposta sembra affermativa. Ma in una certa misura la domanda si pone anche per gli Stati Unitila roccaforte del capitalismo. In effettise le spese pubbliche in Italia rappresentano quasi la metà del reddito nazionale - una quota solo limitatamente più alta che negli altri paesi europei -negli Stati Uniti la quotatutt'altro che modestaè di circa il 35%; in quel paese è molto minore l'incidenza delle spese socialimentre è maggiore quella delle spese militari - in quel paese ha tuttora gran peso politicooltre che economicoil così detto complesso militare-industriale -. È indubbio però chenell'ambito dei paesi industrializzatida noi l'intervento pubblico sia fra i più estesi. Perché? Le ragioni sono diverse. Ho già osservato che il capitalismo moderno in Italia ha cominciato a svilupparsi con ritardo ed ha avuto bisogno fin da principio di interventi pubblici particolarmente robusti. Altri interventicome quelli che portarono alla creazione delle acciaierie di Terni o alla costruzione di certi rami ferroviarisono stati motivatipiù che da ragioni economicheda esigenze strategiche e militari. La statizzazione di diverse grandi banche e di grandi imprese industriali ha ricevuto un forte impulso dalla crisi economica che ebbe inizio nel 1929che stava provocando fallimenti a catena. Per bloccare un tale fenomenoche dava origine ad un aumento enorme della disoccupazionelo Stato è intervenuto ed ha salvato numerose grandi imprese e grandi banche. Il dichiarato intento era di restituire quelle imprese all'iniziativa privata appena possibile. Ma per decenni sono state operate privatizzazioni solo in via eccezionale. Anzisono stati compiuti nuovi salvataggi e non pochi industriali e banchieri privati hanno sollecitato nuove statizzazioni. Abbiamo poi avuto due casi - petrolio ed elettricità - in cui l'intervento pubblico è stato compiuto perché si trattava di settori strategici per lo sviluppo economico. Infinein Italia l'allargamento dell'intervento pubblico è stato favorito da correnti dottrinarie diversecome la dottrina sociale cristianail keynesismoil corporativismoil marxismo.
È necessario mettere bene in chiaro che le spinte provenienti dall'economia o dalle ideologie sono state utilizzate dai partiti - da tutti o da quasi tutti i partitidi destradi centro o di sinistra - nel loro stesso interesse: dal momento che i partiti avevano occupato lo Statola statizzazione ha significato controllo esercitato dai partiti sulle imprese e sulle banche statizzatecon vantaggi di potere e con vantaggi economici.
Anche in Italia si è profilato un movimento contro l'intervento dello Stato e in favore delle privatizzazioni e del "mercato". Le resistenze sono grandi. Sotto l'aspetto dell'interesse generale le privatizzazioni sono da noi più che giustificategiacché l'allargamento dell'area statale nel nostro paese è andato ben oltre i limiti fisiologicicomunque intesi. Le motivazioni addotte a favore delle privatizzazioni sono tre: 1) l'esigenza di una maggiore efficienza; 2) la possibilità di ricavare cospicui mezzi finanziari dalla vendita di imprese pubbliche; 3) l'esigenza di porre fine agli abusi di ogni genere perpetrati dai partiti nell'area statale. La prima motivazione ha una base incerta (quasi tutte le imprese pubbliche sono organizzate nella forma di società per azioni); la seconda motivazione può avere un certo peso; ma è la terza la motivazione di maggior rilievo.
La reazione all'intervento pubblico ed a favore del "mercato" significa cambiamento e non abolizione delle regole. Il mercato non è assenza di regolecome alcuni sembrano ritenerenon è un vuotoriempito solo dalle azioni dei singoli che sono mossi dal loro tornaconto. Il mercato è un complesso prodotto giuridico e istituzionalefrutto di un'evoluzione plurisecolare: sistemi di contrattitipi e forme di imprese pubbliche e privatedi istituzioni e di organismi pubblici addetti al controllo ed alla vigilanza su operazioni complessecome quelle svolte da intermediari finanziari e da società per azionicondizionanoracchiudono ed anzi costituiscono il mercato.
Come nel caso del mercatoanche nel caso del liberismo oggi circolanoin Italia e fuoriconcetti gravemente erronei.
Il liberismo ha tre significatiche in parte si sovrappongonoma non coincidono. In primo luogoil liberismo si contrappone al protezionismo e significa libertà del commercio internazionale. In secondo luogosignifica massimo spazio assegnato ai mercati in libera concorrenzacon l'eliminazione delle posizioni di monopoliolà dove ciò è possibilee con l'introduzione di controlli di vario genere per le posizioni di tipo monopolisticodi cui ho dato esempi più sopra; infineil liberismo si contrappone allo statalismoossia all'"eccesso" dell'intervento pubblico in economia.
Due riflessioni sul terzo significato di liberismo. Prima riflessione: il grado d'intervento pubblicocomunque misurato (per esempio: percentuale delle spese pubbliche sul prodotto nazionaleestensione della proprietà pubblica di unità produttive)varia nel tempo e nei paesi. Di regoladopo la seconda guerra mondiale è cresciuto in tutti o quasi tutti i paesi industrializzatialmeno se come misura si usa la quota delle spese pubbliche.
Io sostengo che in Italia l'intervento pubblico è andato troppo avantinon solo per motivi legati all'evoluzione economicama anche enegli ultimi tre decennisoprattutto per motivi di stabilizzazione sociale e politica.
Seconda riflessione. Adamo Smithche molti considerano il profeta del liberismoerain realtàdecisamente in favore del liberismo nel commercio internazionaleeradi nuovoin favore dei mercati in concorrenzama era decisamente contrario ad ogni forma di monopolio; era certamente contrario ad estendere l'intervento pubblico nell'economiama in questa direzione non si spingeva affatto così lontano come sembrano ritenere molti suoi sedicenti seguaci. Mi limito a ricordare che le funzioni che Smith assegna allo Stato sono trenon due: oltre la difesa e la giustiziafra quelle funzioni include la costruzione di quelle opere pubbliche e la creazione di quelle istituzionispecialmente nell'area dell'istruzioneche non sono - o non sono sufficientemente - profittevoli per i privatimentre sono vantaggiose "per una grande società".
Mutamenti della struttura sociale
Conviene riflettere sui dati delle due tabelle che seguono: i dati possono dare una prima idea delle profonde trasformazioni subìte dalla struttura economico-sociale del nostro paese dopo la fine della guerra.
Tab. 1. Categorie economiche (composizione percentuale)
1951 1971 1983 1993
1. Agricoltura 43 18 13 9
2. Industria e artigianato 35 42 35 32
3. Servizi 15 30 36 41
4. Pubblica amministrazione 7 10 16 18
Tab. 2. Classi e categorie sociali (composizione percentuale)
1951 1971 1983 1993
1. "Borghesia" 2 3 3 3
2. Classi medie urbane 26 38 46 52
di cui:
impiegati privati 5 9 10 11
impiegati pubblici 8 11 16 18
artigiani 5 5 6 6
commercianti 6 8 9 11
3. Contadini proprietari 31 12 8 6
4. Classe operaia 41 47 43 39
di cui:
salariati agricoli 12 6 4 3
operai dell'industria 23 31 28 25
commerciotrasporti e servizi 6 10 11 11

Sotto l'aspetto delle categorie economichein questo dopoguerra le trasformazioni più rilevanti sono avvenute in agricoltura (l'esodo agrario è stato gigantesco) e nei servizi - ormai l'occupazione nei servizi privati e pubblici rappresenta il 60% della popolazione attiva -. Dal punto di vista delle classi e delle categorie socialiè fortemente cresciuta la piccola borghesia impiegatizia e sono cresciuti i commercianti - circa il doppio -mentre la "classe operaia"dopo essere aumentatanei primi venti annidal 41 al 47%è poi diminuita ed ora non arriva al 40%.
Queste profonde trasformazioni sono avvenute in un contesto di rapido sviluppo economicoil più rapido mai avvenuto nella nostra storia: dal 1951 il reddito totale è aumentato di ben cinque voltequello individualedi quattro volte. In via di larga massimacontrariamente a quanto molti credonociò è avvenuto tanto nel Centro-Nord quanto nel Sudcon l'avvertenza che il divario economico fra le due grandi circoscrizionimisurato in termini di reddito individualeche nel 1951 era pari a circa il 46% ed era sceso al 35 nel 1975 per effetto delle massicce migrazioni dal Sud al Nordè risalito alla quota del 1951 negli ultimi anni.
Queste quantità dicono pocotuttaviadel divario sociale e civile fra Sud e Centro-Nordche può essere variamente misurato: ad esempiousando i dati riguardanti le persone o i lavoratori con diversi titoli di studioo la delinquenza minorileo altri. Quanto alla crescita culturale dell'intera societàin generale si può forse affermare che essa procede ad una velocità più bassa della crescita strettamente economica: in certi periodi può procedere addirittura in direzione opposta.
Le trasformazioni nella struttura sociale hanno accentuato la frammentazione delle posizioni politiche; in particolareman mano che diminuisce il peso della così detta classe operaia ein particolaredi quella che fa capo alle grandi impresesi modificano il profilo della sinistra e il carattere del sindacato. Insieme con un discreto benessere economicosi sono diffusi atteggiamenti di tipo conservatore fra i ceti più diversi. Ma le posizioni politiche di questo tipo cambiano radicalmente sia nelle diverse epoche storiche siain tempi brevisecondo gli interessi economici dei gruppi più influenti - proprietari terrierigrandi industrialipiccoli imprenditori dell'industria e dei servizi -. Così l'orizzonte politicoche è a lungo termine nel caso dei proprietari terrieriè breve o brevissimo nel caso dei gruppi di ceti medi epertantocomporta una forte fluiditàcon repentini mutamenti sulle aggregazioni socialipolitiche e sindacali; tali mutamentioggivengono esasperati dalla crisi ideologico-politica in atto e dalla caduta del comunismo reale.
La fluidità della situazione politica
La crisi in atto nel nostro paese ha dato luogo ad una fluidità e mutevolezza della vita politica quali ben raramente erano state osservate in passato. Oggi non è più chiaro dov'è la destra e dove la sinistra. L'intero quadro politico è in via di radicale trasformazione. Le classi medieche hanno sempre avuto il dono dell'ubiquità politica e culturaleoggidopo il sostenuto sviluppo economicosi sono ulteriormente allargate e sono divenute ancora più eterogenee e mobili che in passato. La frammentazione delle classi mediegià notevole sul piano politicoè ancora più accentuata sul piano sindacale. La classe operaiacostituita dai lavoratori salariatiè ulteriormente diminuita. La parte della classe operaia che fa capo alle grandi imprese è tuttora relativamente omogenea; ma le grandi imprese oggi sperimentano difficoltà nettamente più gravi di quelle in cui si dibattono le imprese di minori dimensioni. Il quadro sociale è oggi reso più complesso dalla presenza di una non trascurabile schiera d'immigrati extra-comunitariche sono disposti a svolgere quei lavori poco gradevoli che i lavoratori italianianche quelli del Mezzogiornonon sono più disposti a svolgere. Fra coloro che avversano un'ulteriore restrizione dei flussi d'immigrazione ci sono persone che paventano le difficoltà economiche conseguenti a tale restrizione; essi tuttavia sottovalutano le capacità di adattamento del sistema economico (progresso tecnicoulteriore meccanizzazione di certe operazioniristrutturazioni produttiveaumento delle importazioni di certi prodotti). A coloro che sono addirittura a favore di un allargamento dell'immigrazione in nome di ideali umanitarisi deve far notare che il modo per aiutare il Terzo mondo e particolarmente certi paesi africani non è questoma sta nel predisporred'accordo con altri paesi europeiprogetti di sviluppo scolastico ed educativo (ciò chefra l'altropuò contribuire alla flessione della natalità) e adeguati programmi di assistenza tecnica e organizzativa nel campo della produzionea cominciare dall'agricoltura.
Le prospettive
Se le prospettive immediate sono caratterizzate da grande fluiditàper le prospettive non immediate dobbiamo riconoscere che siamo entrati in una crisi gravissimada cui tuttavia possiamo uscire in tempi non lunghianche se non brevie possiamo avviarci a divenire un paese veramente e pienamente civile. Ciò potrà accadere se sapremo introdurre alcune riforme essenzialinon solo nei sistemi elettoralima anche nella organizzazione della pubblica amministrazionedella sanitàdella scuoladell'Universitàdella ricerca. Chi studia l'evoluzione della società inglese nel secolo scorso può trarre motivi di confortopur tenendo conto che le condizioni di quella società erano profondamente diverse da quelle della società italiana di oggi: la pubblica amministrazioneche era inefficiente e non marginalmente corrottadopo alcune importanti riforme cambiò e migliorò in misura molto notevole. In effettidi motivi di conforto oggi abbiamo grande bisognogiacché il momento che stiamo vivendo (dicembre 1994) è a dir poco atroce.

2.
BISOGNA FARE I CONTI CON MARX
Le responsabilità di Marx
La crisi ideologico-politica cui ho fatto cenno è sboccata nella crisi delle istituzioni. La crisi ha colpito in primo luogo il marxismo e i partiti che si richiamavano a quella dottrina. Paradossalmentetuttaviain modo indiretto ha colpito anche i partiti antimarxisti e anticomunistiche hanno visto ridurre in modo non esiguo il consenso popolare e intellettuale e venir meno il cemento che li univa e il sostegno internazionale; lo stesso appoggio della Chiesa è divenuto molto più critico e molto più differenziato. Con Marx bisogna fare i conti non solo e non tanto per motivi culturaliche possono interessare solo una minoranza di intellettuali. I conti con Marx vanno fatti anche per comprendere l'assai infelice situazione in cui oggi viviamo. Non possiamo non chiederci: come mai nella campagna elettorale Silvio Berlusconi ha potuto usare il tema dell'anticomunismo con un non trascurabile successocome pare? Eppure dopo la caduta del muro di Berlino il comunismo non dovrebbe far più paura né sul piano internazionale né su quello interno; per di piùdopo un lungo e drammatico dibattito ed una dolorosa scissioneil Partito comunista italiano ha cambiato nomeobiettivi e simbolo (al 90%).
Evidentementeesistono ancorasoprattutto in certi strati della piccola borghesiaalcuni riflessi condizionati. Il grande trauma nazionalemai pienamente superatofu quello del 1921-22quando il pericolo del comunismoreso incombente dalla vittoria dei bolscevichi in Russiaseminò panico e orrore in una cospicua fetta della società italiana e non soltanto per via degli interessi economici minacciati. Se non si tiene conto di quel panico e di quell'orrore non si può comprendere l'ascesa del fascismo al potere.
In Europa dopo la prima guerra mondiale e nell'America latina dopo la seconda guerrala paura del comunismo ha contribuito alla nascita e all'affermazione dei fascismialle condiscendenze dei conservatori inglesi verso Hitler e a quelle dei nordamericani verso le dittature militari latinoamericane (attenzione: ha contribuito non vuol dire che ha determinato). In Europadopo la prima guerra mondiale e poi durante la secondaper combattere quel fascismo che avevano contribuito a far sorgeremolti comunisti hanno affrontato pericoliprigionetorturesacrifici di ogni genere.
Le atrocità commesse dai comunisti per impadronirsi del potere e poi quelle perpetrate nei paesi in cui erano riusciti ad instaurare la dittatura possono rendere comprensibili le reazioni anticomunistema non possono in alcun modo giustificare i mezzi adoperati quando si tratti di mezzi barbari o tali da imbarbarire la vita sociale. Se si pone mente al fine si può sostenere che il senatore americano Joseph McCarthy aveva ragione; si deve però subito aggiungere che erano radicalmente sbagliati i mezzicosicché la condanna morale e politica del maccartismo fu pienamente giustificata. Quandoin Italiadopo la prima guerra mondiale ebbe luogo quella reazione antibolscevica che fu ampiamente utilizzata dal Partito fascista furono pochima non pochissimifra coloro che avevano una profonda avversione per il bolscevismogli uominicome Giustino FortunatoGaetano Salvemini ed Ernesto Rossiche non si fecero travolgere dalla paura neppure nei momenti più difficili e tennero duro. Oggidopo la tragedia della seconda guerra mondiale scatenata dal principale allievo e imitatore di Mussoliniappare evidente che ebbero ragione coloro che tennero duroanche se in quel momento vennero battuti. In brevenon si può combattere una barbarie con un'altra barbarie: i Gulag e Auschwitz si equivalgono.
Dobbiamo chiederci: qual è la responsabilità di Marx in queste tragedie?
Sono molti gli intellettuali che tendono a minimizzare le responsabilità di quegli altri intellettuali che non si limitano a sforzarsi di conoscere il mondoma si propongono di cambiarlo. Oranon c'è dubbio che nel gran crogiolo dell'evoluzione storicagli intellettuali di un qualche rilievo sono in qualche misura responsabili: poco o moltosecondo i casi. Con le sue sdegnate denunceche avevano affascinato molticon le sue tesi sulla socializzazione dei mezzi di produzionesulla necessità di un "piano generale" una volta socializzati i mezzi di produzionesulla dittatura del proletariato (tesi che è servita per giustificare tremende dittaturenon solo nell'Unione Sovietica)coi suoi incitamenti a usare il terrorismocon la sua morale rivoluzionariacon le sue grandiose analisi storiche ed economichepoi sviluppate da diversi seguacisegnatamente da LeninMarx ha una responsabilità innegabilmente rilevante nell'evoluzione intellettuale e politica dell'Unione Sovietica evia vianegli altri paesi in cui il marxismo ha svolto un ruolo di rilievo. Le grandiose analisi storiche ed economiche rappresentano uno straordinario merito intellettuale di Marx - tornerò su questo punto -; al tempo stesso costituiscono (non è un paradosso) una circostanza che aggrava le sue responsabilità sotto l'aspetto etico-politico.
Dobbiamo dunque distinguere il Marx rivoluzionario dal Marx economista: il primo si è assunto responsabilità tremende nei suoi sforzi volti a "cambiare il mondo"; il secondo può aiutare a comprenderlo. In due parole: il primo Marx va esecratoil secondo va studiato; dal momento che non ci troviamo di fronte al fondatore di una religionema a un pensatorela distinzione e la separazione sono del tutto legittime.
Cominciamo col Marx rivoluzionario.
Di violenzadi frodedi inganni al mondo ce ne sono sempre stati eio temoce ne saranno sempre. Gli intellettuali che teorizzano l'opportunità ed anzi la necessità di ricorrere a violenzaa frode e a inganno si assumono la responsabilità di giustificare e quindi di aggravare ed estendere queste atroci tendenze insite nell'uomo. Marxè stato dettosi è assunto senza esitazione quella responsabilità per un fine nobile: per il riscatto degli oppressi del nostro tempo - i lavoratori salariati -. Ma il raggiungimento del fine è estremamente incerto e problematico - la realtà dei paesi dove la dottrina di Marx si è affermata mostra che il progetto è miseramente e tragicamente fallito -. Applicando quei terribili insegnamenti nel perseguire quel fine la somma delle violenzedelle frodi e degli inganni cresce: questo è matematicoquesto è accaduto. Il fine non è stato raggiunto: al contrario.
Mi è stato obiettato: considera la Rivoluzione francese: anche in quella serie di eventi tragici vi furonoin abbondanzaviolenzefrodi e inganni; ma non per questo la Rivoluzione francese è da condannare. È vero. Ma sfido chiunque a individuare un solo intellettuale in qualche modo paragonabile a Marx che nel periodo preparatorio abbia teorizzato l'opportunità di usare anche i mezzi più barbari per perseguire quel fine. Dobbiamo tenere ben presente che il marxismo fondava le sue basi teoriche sulla lotta di classe econnessamentesull'odio di classe; non solo la violenzacompresa la violenza terroristicama anche la frode e l'inganno erano del tutto leciti ed anzi raccomandabili per far trionfare la causa del proletariato e cambiare il corso della storia. Nelle opere indirizzate agli intellettuali Marx ha parlato ripetutamente di lotta di classeha parlato di miseria crescente e di crescente abiezione dei proletari in regime capitalistico. Non ha esplicitamente parlato di odio di classe e dei mezzi da usare per il trionfo del proletariato. Tuttaviacoloro che hanno studiato a tavolino le principali opere di Marx ea maggior ragionecoloro che non le hanno studiatema sono stati attratti dalle sue violente denunce dei vizi della società capitalisticadi rado si sono resi conto delle tremende implicazioni delle sue idee. Coloro che sono passati dalla teoria alla prassi sono stati indotti o costretti dalle circostanze a rendersi ben conto di quelle implicazioni. Del restoMarx le aveva rese esplicite in lettere e in indirizzi rivolti al primo nucleo del Partito comunista tedesco. Per togliere di mezzo ogni dubbio è utile qualche citazione.
Vae victis! Noi non abbiamo riguardi; noi non ne attendiamo da voi. Quando sarà il nostro turno non abbelliremo il terrore.
Lo sdegno di Marx contro le nefandezze del capitalismoche in passato aveva esercitato un notevole fascino su tanti e tanti giovaniera strumentalegiacché egli non esitava a raccomandare ogni sorta di nefandezze per combatterlo: "Agite gesuiticamentebuttate alle ortiche la germanica probitàonestàintegrità. In un partito si deve appoggiare tutto ciò che aiuta ad avanzaresenza farsi noiosi scrupoli morali".
Marx scrive a Engelsriferendosi a una tesi esposta in un articolo sull'India destinato all'"Herald Tribune"del quale per un breve periodo fu collaboratoreuna tesi di cui non era sicuro ma checiò nonostantevoleva esporredato che (il commento è mio) un profeta non poteva ignorare una questione così grave come l'"insurrezione indiana" - questo era il titolo dell'articolo -. Scrive dunque a Engels: "È possibile che io ci faccia una figuraccia. Tuttavia possiamo sempre cavarcela con un po' di dialettica. Naturalmente ho tenute le mie considerazioni su un tono tale che avrò ragione anche in caso contrario".
Marx: le tesi erronee
e le tesi analiticamente feconde
Stando così le cosepossiamo fidarci di Marx come analista della società ein particolarecome economista? Ritengo cheper sceverare le tesi erronee da quelle valide e analiticamente fecondesi può adottare il seguente criterio: quanto più direttamente le tesi di Marx riguardano il suo programma rivoluzionariotanto più bisogna diffidarnementre le tesi più lontane da quel programmaossia le tesi strettamente analitichevanno consideratepur sempre con occhio criticoma con minore sospetto.
Le principali tesi erronee sul piano interpretativo sono due: la tesi della tendenza alla proletarizzazione delle società capitalistiche e la tesi dell'immiserimento della classe operaia. Queste tesi si articolano in cinque proposizioni: 1) "Tutta la società si scinde sempre più in due vasti campi nemiciin due classi ostili l'una all'altra"; 2) "L'operaio modernoinvece di elevarsi col progresso dell'industriacade sempre più in bassoal disotto delle stesse condizioni della propria classe. L'operaio si trasforma in un povero e il pauperismo tende ad aumentare assai più rapidamente dell'aumento della popolazione e della ricchezza"; 3) "L'antico ceto medio rovina e cade nel proletariato"; 4) "Il moto proletario è il moto autonomo dell'immensa maggioranza della popolazione in favore dell'immensa maggioranza"; 5) "Nei paesi dove la civiltà moderna si è sviluppata si è formata una piccola borghesia nuova. Essa oscilla tra il proletariato e la borghesia. Senonché i suoi componenti vengono continuamente ricacciati nel proletariato per effetto della concorrenza". (Sono tutte citazioni tratte dal Manifesto del Partito comunistache è appunto concepitonon come un'analisima come una presentazione sintetica di tesi fondamentali.)
Tutte le tesi ora richiamate appaiono come errori madornalisolo molto limitatamente giustificabili facendo riferimento al tempo in cui furono scritte.
Una tesi che si presenta come analitica e per certi aspetti lo èma che deve esser vista come strumentale rispetto al programma rivoluzionarioè la tesi del valore-lavoroche mirava a fornire una interpretazione "scientifica" dello sfruttamento - in realtàun concetto etico -. Dopo dibattiti durati oltre un secoloè stato dimostrato - paradossalmente da un economista per nulla ostile a Marx - che la teoria del valore-lavoro non è sostenibile. Sulla tomba di questa teoria possono essere scritticome epitaffiodue righi che si trovano nell'indice analitico di Produzione di merci a mezzo di merci di Piero Sraffa: "Il valore è proporzionale al costo in lavoro quando i profitti sono zero".
Altre tesi di Marxche possono essere considerate indipendentemente dal suo programma rivoluzionarioappaiono analiticamente feconde. Ricordo quattro tesi di questo tipo.
1) Se la tesi della inevitabile proletarizzazione inerente alle moderne società capitalistiche è radicalmente sbagliatanon è invece sbagliatama anzi è utilel'analisi riguardante i movimenti delle molteplici classi sociali che Marx svolge nelle sue opere storiche (la dicotomia - proletari e capitalisti - va considerata in prospettivanon come realtà già in atto).
2) È feconda la tesi secondo la quale il movimento del sistema economico va studiato considerando due settori (una dicotomia che anticipa quella keynesiana fra consumi e investimenti) e distinguendo fra riproduzione semplice e riproduzione su scala allargata - il movimento in cui si suppone che il sovrappiù sia almeno in parte investito.
3) È particolarmente feconda la tesi secondo cui il processo di accumulazione capitalistica è spinto dalle innovazioni e ha carattere ciclico. Qui non vanno lesinati i riconoscimenti all'intuizione fondamentale di Marx. Si deve tuttavia osservare che egli si limita a enunciare la tesima non si addentra nell'analisi.
4) È importante la tesi secondo cui la creazione di moneta bancaria ha un ruolo essenziale nell'accumulazione ciclica.
Oltre le tesi di questo genereche vanno approfondite e utilizzatec'è un'idea fondamentaleche a rigore non è originalema che Marx per primo presenta in termini precisi e metodologicamente rilevanti: è - come afferma Joseph Schumpeter in Capitalismosocialismo e democrazia (cap. III) - "l'idea di una teoria del processo economico così com'esso si svolgeper impulso internonel tempo storicoun processo che in ogni momento produce una situazione che da sola determina la successiva. In tal modol'autore di tante concezioni errate è stato anche il primo a visualizzare quella che perfino oggi è ancora la teoria economica del futuroper la quale andiamo lentamente e faticosamente accumulando mattoni e calcedati statistici ed equazioni funzionali". È agevole rendersi conto che questa è la stessa idea che sottende il recente approccio dinamico definito "path dependence" ("dipendenza dal percorso precedente"). In ultima analisil'approccio della "path dependence" tende verso una sorta di "histoire raisonnée"che costituisce il ponte fra la teoria economica e la storia.
Questo duplice giudizio - favorevole per il Marx economistadrasticamente negativo per il Marx rivoluzionario - può apparire contraddittorio. Ho cercato di chiarire perché non lo è. Sul progetto rivoluzionario di Marxtuttaviapermane un quesito fondamentaleche ho già proposto altrove e che qui ripropongo.
Marx e i comunisti
Molti di coloro che durante e subito dopo la seconda guerra mondiale hanno sentito la forte attrazione esercitata dal comunismo e dal Partito comunista e spesso hanno operato in quel partito con gravi sacrificichiedono oggi che vengano comprese le ragioni delle loro scelte considerando il momento storico in cui venivano fatte. È una richiesta giusta: anche chi scrive sentì fortemente quell'attrazione ese non ne fu travoltolo dovette all'influenza di diverse persone di grande statura moralenon comuniste ma neppure violentemente anticomuniste - il violento anticomunismo avrebbe potuto avere l'effetto opposto per quella tendenza anticonformistica frequente fra i giovani.
Dobbiamo dunque liquidare tutto quanto è stato compiuto nel nome di Marx - ecco il quesito -; dobbiamo negare o rinnegare la passionel'impegno e i gravi sacrifici? Tutto da buttar via sul terreno dell'azione?
Io dico di no. In certi paesifra cui è l'Italiai comunisti hanno di fatto accantonato da lungo tempo il progetto rivoluzionario e hanno dato rilevanti contributi all'evoluzione democratica della società in cui hanno operato. È anche veroperòche se molti di quei comunisti avessero conosciuto il contenuto di quelle "confidenze" di Marxdi cui ho citato solo alcuni esempiavrebbero abbandonato il partito o avrebbero preteso un cambiamento radicale del nome e della linea politicacome solo di recente è accaduto. Si può obiettare: non c'era alcun bisogno di conoscere quelle "confidenze"; la condotta assolutamente cinica e priva di scrupoli dei massimi dirigenti era apparsa in modo più che evidente durante gran parte della tragica esperienza sovietica e durante la guerra civile spagnola - è ancora illuminante il libro scritto nel 1937 in uno stile terribilmente sobrio da George Orwell (Omaggio alla CatalognaMilano 1993) -. All'obiezione si può rispondere ricordando che i comunisti - a parte i capi - non credevano a quelle che venivano definite come calunnie borghesi. D'altra partele stesse azioni riformistiche portate avanti dai comunisti erano doppiamente viziate: sul piano della politica internazionaledall'ostilità degli Stati Uniti - un'ostilità durissima e in nessun modo vantaggiosa per il paese considerato - e sul piano della politica economica da residui della dottrina marxista di cui parlerò fra poco. Criticare il marxismo in quanto dottrina rivoluzionaria e rimuovere quei residui significa liberare energie che fino a un tempo recente risultavano gravemente frenate e limitate. Un caro amico poco meno che mio coetaneoche in gioventù è stato comunista e che da molti anni non lo è più mi diceappassionatamenteche egli non può condividere le conclusioni che emergono dalla mia durissima criticapolitica ed eticaal Marx rivoluzionario e che conduconoindipendentemente dalle intenzionia criminalizzare milioni di persone in perfetta buona fedeche spesso hanno rischiato la vita o l'hanno persa per perseguire quegli ideali che hanno origine antichissima e che erano stati fatti propri in tempi vicini a noi da Marx e dai rivoluzionari da lui ispirati. Non solo nelle mie intenzioni ma neppure nelle conclusioniio credosi possono trovare elementi per una criminalizzazione. Ho già dichiarato che per poco non divenni comunista; se lo fossi diventatonon per questo sarei entrato nella schiera dei criminali. Credo che i due volumiediti da Einaudiche raccolgono le Lettere dei condannati a morte della Resistenza - uno dei quali curati da Giovanni Pirellifratello del "capitalista" - costituiscano una fra le più nobili testimonianze a favore dell'uomo; e molti fra quei condannati erano comunisti. Tutto ciò non toglie assolutamente nulla a quegli uomini ed a quelle donne e alla loro esperienzama non fa che aggravare le responsabilità di Marxmosso più da un luciferino orgoglio intellettuale che da amore per i proletari; i qualia differenza del suo amico Engelsnon conosceva neppure. Il punto è chese ci convinciamo che la dottrina di Marxin quanto dottrina rivoluzionariaè radicalmente erronea ed ha provocato immani disastridobbiamo proclamarlo a gran voceanche se siamo stati comunistianche se dobbiamo far valere la nostra buona federichiamando alla nostra stessa memoriaper non veder scemare neppure di poco la stima di noi stessile azioni positive e socialmente utili che possiamo aver compiute. In una tale denuncia non ci deve far velo nessuna considerazione emotiva o affettiva. Non c'è dubbio: una critica che può colpire persone che stimiamo profondamente e che in qualche caso sono anche nostri cari amicicome anche un'autocriticaci costa. Ma solo cosìio credopossiamo restare fedeli al nostro mestiere di intellettuali.
La posizione della sinistra verso le piccole imprese
La scarsa considerazione per le piccole imprese da parte di molti esponenti della sinistra politica e sindacale può essere in una certa misura riconducibile alla tesi marxista della progressiva concentrazione delle imprese. Questa tesi non è erronea in sé. Per un lungo periodoa partire dalla fine del secolo scorsosi è osservata una tale tendenza in diversi rami dell'industria e della finanzaanche se negli ultimi due decenni essaa quanto paresi è arrestata o si è addirittura capovolta. L'errore sta nell'interpretazione di tale tendenzache cioè le grandi e grandissime imprese sarebbero destinate a dominare un numero crescente di mercati e a condizionare in misura crescente il potere politicoal livello interno e nei rapporti internazionali; questa è l'interpretazione che può essere ricondotta a Marx e a Lenin. C'è poi l'interpretazione di Schumpetersecondo il quale la capacità d'innovare tende a essere sempre più una prerogativa delle grandi imprese. Entrambe le interpretazioni vanno respintenon perché - mi riferisco a Marx e a Lenin - le grandi imprese non continoma perché non è vero che abbiano un peso crescente e non è vero che in paesi democratici gruppi sociali diversicome quelli rappresentati dai militaridagli intellettuali e da organizzazioni politichesiano puramente subordinati ai gruppi economici - certe volte è vero il contrario -. Quanto all'interpretazione di Schumpeterappare ormai evidentemente infondata la tesi secondo cui le piccole imprese avrebbero avuto un ruolo sempre più marginale nel campo essenziale delle innovazioni; non di radoil loro ruolo è invece di primaria importanza. (Conviene notare che la teoria della concentrazione costituisce una delle basi della teoria leninista dell'imperialismo.)
La tesi del processo di concentrazione poteva indurrecome ha indottoi marxisti a considerare con freddezzama non necessariamente con avversionele piccole imprese. Una certa avversione è riconducibile al marxismo per via dell'"antagonismo di classe"che nelle piccole imprese è affievolito o annullato. È riscontrabilespecialmente nel passatouna notevole freddezza non solo da parte dei marxisti ma anche della sinistra non marxista; presumibilmente una delle ragioni sta nel fatto che la forza dei sindacati di norma è maggiore nelle grandi che nelle piccole imprese esia pure in misure e con caratteristiche diverse secondo i paesii sindacati hanno influenza sui partiti e sulla vita politica. Abbiamo tuttavia in Italia una situazione che appare in contrasto con le osservazioni appena espresse: in Emilia e in altre zone del Centro-Nord hanno prevalso a lungo i partiti di sinistra di tipo marxista ein particolarei comunistieppure le piccole imprese hanno avuto uno sviluppo molto notevole enon di radosono state create da ex operai specializzati che erano e sono poi rimasti comunisti. Il paradosso si spiega tenendo conto che la "pace sociale"che nelle piccole imprese quasi sempre s'instauraper motivi strutturaliha decisamente favorito lo sviluppo di quelle impresecon vantaggi sia dei lavoratori che dei "capitalisti". D'altra parteanche in questo caso è rimasta una notevole ambiguità: nei fatti - e soprattutto nei fatti riguardanti le zone cui alludevo dianzi - l'atteggiamento del Partito comunista verso le piccole imprese era sostanzialmente favorevolema in via di principioal livello della politica economica nazionalerestava la freddezzase non proprio l'ostilità.
Con la costituzione del Partito democratico della sinistra le cose sono alquanto cambiate; ma il cambiamento resta ancora in superficie.
Le formule partecipative
Fra i residui perniciosi del marxismo sul piano della politica economica vanno annoverati i residui che si manifestano nell'avversione a tutte le formule chein senso latopossiamo definire partecipative. Fra queste possiamo considerare: le integrazioni retributive e i premi collegati con gli aumenti di produttività o di profittabilità delle impresela partecipazione agli utilivarie forme di partecipazione alla gestionel'azionariato dei lavoratori epiù ampiamenteil cosiddetto azionariato popolare. Il motivo dell'avversione sta nel fatto che tutte queste forme partecipative comportano collaborazione fra lavoratori dipendenti e capitalisti; ma non si può collaborare col "nemico di classe": è un peccatose non un tradimento. Orache le forme appena ricordate possano prestarsi ad abusinon c'è alcun dubbio; ma se dovessimo rifiutare ogni forma o formula che comporta il pericolo di abusinon potremmo fare assolutamente nulla al mondo - e non solo nel mondo delle imprese -. D'altra parteil pericolo di abusi era relativamente elevato alcuni decenni or sonoquando il livello d'istruzione dei lavoratori dipendenti era relativamente basso e quando i sindacati non disponevano di uffici studi bene attrezzati. Oggi le cose sono cambiatema quell'avversione persistesia pure solo come residuo di una dottrina politicamente perniciosa.
Lotta di classe e odio di classe
Sia nel caso delle piccole imprese sia in quello delle forme partecipative affiora quello che considero l'elemento peggiore del marxismo: la predicazione dell'odio di classe che nell'originaria dottrina marxista doveva servire ad accelerare lo scontro finale e ad alleviare i dolori del partonella fideistica certezza che la rivoluzione era inevitabile e quindi quanto più fosse violenta e rapida tanto meglio sarebbe stato. Oraè più che evidente che fra capitalisti e lavoratori dipendenti non vi è necessariamente armonia d'interessi: gli scioperi non infrequenti neppure nei paesi in cui la dottrina marxista ha avuto assai pochi seguaci e dove nessuno parla di rivoluzionebastano a dimostrare che i conflitti d'interesse ci sono e a volte sono aspri. Ma gli interessi non sono sempre e necessariamente in conflittocome appare chiaro quando è in gioco la sopravvivenza stessa dell'impresa o quando si adotta l'una o l'altra delle forme partecipative di cui si è dettocon un successo che in molti casi è netto.
Nel progetto rivoluzionario di Marx "non pomi v'eran ma stecchi con tosco" - per usare le parole del grande poeta -. Lo stecco più velenoso è senza dubbio quello dell'odio di classe considerato come la leva indispensabile per attuare la nuova società.
Se si riconosce che le linee di politica economica richiamate sopra sono nell'interesse dei lavoratoridipendenti o indipendentiallora si deve attribuire al marxismo la responsabilità di averle ostacolatecol risultato che alcune di quelle linee sono state adottatealmeno parzialmentedalla destramentre era ed è nell'interesse della sinistra adottarle e svilupparleammesso che questa parte politica sia particolarmente sollecita verso gli interessi dei lavoratori. Mi auguro che coloro che hanno a cuore il rinnovamento della cultura di sinistra - compresi coloro che accoglievano il messaggio marxista nel suo complesso - approfondiscano la critica non solo al fine di utilizzare gli aspetti analitici validima anche per individuare altri residui passiviche spesso non sono evidenti e sono rintracciabili non solo a sinistrama anche a destra.
Marx e Machiavelli
La raccomandazione che Marx rivolge al primo nucleo del Partito comunista tedesco - "agite gesuiticamente" eccetera - merita qualche commento. Si tratta di una raccomandazione tipicamente machiavellicache nel nostro paeseabituato da tempo immemorabile a rispettare ed ammirare i punti di vista del grande segretario fiorentinonon fa scandalo. Dico che ciò è male. Dico che il machiavellismo rappresenta una tabe gravissima della cultura politica del nostro paeseche - andando ben oltreè verole idee originarie - è servita a giustificare ogni sorta di delitti e di imbrogli e quindi ha decisamente contribuito a renderli molto più diffusi di quanto altrimenti sarebbero stati; una tabe che ha contagiato non pochi politici e intellettuali sia fra i laici che fra i cattolici - in questo secondo caso lo sconcerto è anche maggioredata la pretesa dei cattolici di essere portatori di una moralità più ampia e più elevata di quella dei laici.
Per evitare di dar esca a complicate e inconcludenti discussioni filosofichemi limito ad affermare che il mio punto di vista coincide con quello espressoin termini quanto mai pacati e concretidal mio economista e filosofo preferitoAdamo Smithil qualeriferendosi al ben noto massacro dei rivali perpetratoa tradimentoda Cesare Borgianella Teoria dei sentimenti morali (parte VIsez. II) così scrive:
Machiavelliuomo in effetti di moralità non troppo scrupolosa anche per i suoi tempifaceva parte della corte di Cesare Borgiaquale rappresentante della Repubblica di Firenzequando il delitto fu perpetrato. Egli ne dà una descrizione molto dettagliata in quella lingua puraelegante e semplice che contraddistingue tutti i suoi scritti. Ne parla con molta freddezzasi compiace dell'abilità con cui Cesare Borgia lo orchestròmostra molto disprezzo per l'ingenuità e la debolezza delle vittimema nessuna compassione per la loro triste e prematura mortenessun genere di indignazione per la crudeltà e la falsità del loro assassino.
Se l'umanità deve consistere di esseri civili e non di selvaggi e di assassinicerti valori morali debbono essere rispettati: è un'affermazione che Salvemini esprime in un articolo pubblicato nella rivista "Il Ponte" del 1952; la condivido in pieno.
Posto che si voglia avanzare sulla via dell'incivilimentoallora nessun fineneppure l'unità politica di un grande paeseneppure il riscatto del proletariatopuò giustificare l'abbandono di quei valori. Altrimenti l'unità nazionalepur se la si ottienediviene unità di una palude melmosa e il riscatto del proletariato si trasforma nel suo opposto: i mezzi deturpano il fine in modo molto difficilmente rimediabile.

3.
LA LEGGE FINANZIARIA
IL ROVESCIAMENTO DELLA SCALA
DI PRIORITÀ E IL CONFLITTO D'INTERESSI1
Passatopresentefuturo. Nei capitoli precedenti ho espresso alcune riflessioni su due temi molto ampiche riguardano essenzialmente il passatoantico e recente: le origini della crisi della società italiana e la crisi del marxismocoi suoi residui perniciosi. In questo capitolo discuterò questioni riguardanti il presentementre nei capitoli successivi considererò le prospettive e tratterò alcune linee di politica economica riguardanti i più gravi problemi di carattereal tempo stessoeconomico e civile: disoccupazioneMezzogiornoscuola e ricerca.
Oggi c'è una situazione che alcuni giudicano paradossale: l'andamento dell'economia reale è favorevole; è l'economia finanziaria che va male. Vediamo meglio.
Economia reale ed economia finanziaria
Le esportazioni tiranograzie alla ripresa internazionale ed alla svalutazione della lirala bilancia commerciale è decisamente attivala produzione industriale cresce ad un ritmo sostenuto e cresce il reddito. D'altro latoi capitali esteri se ne vannocon effetti negativi sulla bilancia dei pagamenti e sulla lirache perde colpi rispetto alle altre monetespecialmente rispetto al marco; al tempo stesso la Borsa va male e aumenta l'interesse a breve eancor piùquello a lungo termine e sale il divario fra il nostro tasso e quello degli altri paesi industrializzati. Alcuni hanno detto che questa divaricazione fra economia reale ed economia finanziaria economicamente è priva di senso; si può spiegare solo per l'azione di qualche fattore del tutto anomalocome per esempio un complottonazionale o internazionale. Non è così. Non è la prima volta che ha luogo una netta divergenza fra economia reale ed economia finanziaria. Un esempio rilevante si ebbe non molti anni fa negli Stati Uniti. Nell'ottobre 1987 vi fu un crollo in Borsa - del 30% in pochi giorni - simile a quello che nel 1929 segnò l'inizio della grande depressionee numerosi economisti ritennero che stesse per aver luogo una nuova grande depressione. La depressione non ci fu e non ci fu neppure una recessioneche Guido Carlifra gli altriaveva giudicato probabilee l'economia reale continuò ad espandersi. La crisi finanziaria venne superata nel giro di tre mesigrazie all'intelligente politica del Sistema della riserva federaleche attraverso operazioni di mercato aperto iniettò dosi massicce di liquiditàcontrobilanciando una netta flessione della moneta bancariapreludio di una flessione dell'economia reale. La divergenza fra economia reale ed economia finanziaria ebbe dunque luogoma durò poco; probabilmentese la crisi finanziaria fosse durata più a lungola stessa economia reale sarebbe stata coinvolta e forse travolta. In effettianche se non implicano sintonia di movimenti dei grandi aggregatiesistono nessi essenziali fra economia reale ed economia finanziariala quale non è regolata da abili e diabolici speculatori (gli gnomi di Zurigonella pittoresca concezione un tempo diffusa a sinistrache fa il paio con la teoria dei complottituttora diffusa a destra)ma subisce spinte da mutevoli aspettativecondizionatefra l'altrodallo stato delle finanze pubblichedalle emissioni dei titoli pubblicidai tassi dell'interessedai cambi e dalla pressione inflazionistica. Le principali cinghie di trasmissione fra il settore finanziario e quello reale sono rappresentate dai tassi dell'interesse e dai finanziamenti bancari e azionari alle imprese.
Dunqueda alcuni mesi nel nostro paese è in atto una divaricazione fra i due settorila quale è imputabile a ragioni politiche. Più precisamenteil grave ritardo nella presentazione della legge finanziariai gravi contrasti interni alla maggioranza e i conflitti sociali hanno scosso la fiducia degli operatori stranieriinducendo molti investitori a lasciare il nostro paese. Come conseguenza di ciòil livello dei titoli pubblici a lungo termine (futures) che al principio della primavera era di 120 lireè sceso al valore nominale di emissione100 lire; ciò significa che il tasso dell'interesse a lungo termineche era sceso di circa due puntiè risalito al livello di sei mesi fa e il differenziale fra i nostri tassi e quelli tedeschi è aumentato anche di più. Al tempo stessola quotazione del marcoche alcuni mesi fa era di 940-950 lire ora supera le 1020 lire; il dollaro è salito da 1500 a 1600 lire e più. Il tasso a breve è aumentato - è stato aumentato di mezzo punto lo sconto ufficialesoprattutto come segnale rivolto al mercato dei cambi -; ed è aumentato di più il tasso a breve praticato dalle banche sui prestiti alle imprese. La preoccupazione maggiore riguarda il dollaroche orain parte per ragioni internesimili a quelle che hanno provocato l'aumento del marcoe in parte per effetto del rialzo dello sconto negli Stati Unitiha mostrato una tendenza a salire: se l'aumento si consoliderà opeggiose proseguiràsi aggrava il rischio di un'inflazione importatadato che noi paghiamo in dollari la maggior parte del petrolio e delle materie prime acquistate all'estero.
La legge finanziaria
Il ritardo della legge finanziaria ha decurtato i tempi di preparazione: solo tre settimane contro i tre mesi (o poco meno) dei tanto criticati governi presieduti prima da Amato e poi da Ciampi. Eppure non occorreva del genio per comprendere checon l'incubo del debito pubblico e l'enorme deficit di bilanciola preparazione e poi il varo della legge finanziaria dovevano avere la massima priorità. E di fatti al principio di giugno Berlusconi aveva dichiaratocerto anche per consiglio del ministro del Tesoro Diniche entro luglio sarebbe stata messa a punto la finanziaria. Il ritardo ha avuto gravi conseguenzegiacché è mancato il tempo per gli studi preliminari e per gli incontri con le parti sociali. O meglio: le pensioni erano state oggetto di uno studio approfondito da parte della Commissione presieduta da Onorato Castellinoun economista rigoroso e competente. Ma per giungere ad una legge equilibrata e ampiamente accettabileil governo doveva considerare con lo stesso impegno e con la stessa serietà anche le altre due grandi aree di spesa: la sanitàdove si poteva fare un'opera di disboscamento radicalee i trasferimenti agli enti localiproblema su cui la Lega avrebbe potuto dare un importante contributo di razionalizzazione e di risparmio. Un tempo adeguato avrebbe consentito una serie di incontri con sindacatiindustriali ed esponenti dell'opposizione; avrebbe consentito anche un più sistematico dialogo all'interno della maggioranzagià divisa da forti dissensi.
Il tempo non c'è stato - tre settimane sono poche assai - e la legge finanziaria è nata malegiacché solo il problema delle pensioni è stato studiato in modo adeguatoma lo studio è stato seguìto da rari incontri coi sindacati e con poche ea quanto paretempestose riunioni interne al governo. È vero: la finanziaria è squilibratanel senso che colpisce soprattutto i pensionati e i lavoratori dipendentima io credo che questa è la conseguenzanon di un disegno preordinatoma della dannata fretta. La questione della sanità è stata sostanzialmente lasciata nelle mani di un solo ministroche ha fatto quello che ha potuto - i tagli sono stati abbastanza consistentiè veroma potevano essere più razionali e molto più incisivicome appare anche dal fatto che le proteste dei sindacati hanno riguardato quasi soltanto le pensioni e assai poco la sanità -. Con un tempo sufficiente a disposizionetutto questo sarebbe risultato evidente e sarebbe risultato chiaro che consistenti risparmi potevano essere ottenuti anche prima della riformapur necessaria e urgentedelle finanze locali. La legge finanziaria richiede un tempo non breve giacché presuppone tre fasi: quella dello studioquella degli incontri tra governo e parti sociali e la fase dell'approvazione in Parlamento.
Perché dunque quel grave ritardo?
È stato detto: quel ritardo è imputabile quasi esclusivamente alla "rissosità" interna alla maggioranzache trova in Umberto Bossi il principale responsabile; Bossi non lascia lavorare Silvio Berlusconi: ecco il punto.
Non è così. Bossiè veroperseguendo i suoi finiha dato gomitate ed ha spesso contestato in modo duro e becero Berlusconi e l'altro alleato di governoFini. Ma se consideriamo una per una le contestazioni a Berlusconi ci rendiamo conto che tuttein un modo o nell'altroriguardano quelli che esponenti della Lega e non solo avversari politici hanno denunciato come interessi privati in atti di ufficio: le polemiche erano sguaiatema non prive di fondamento.
La verità è che le polemiche e le risse hanno aggravato la crisi finanziariama non l'hanno creata; come l'hanno aggravatama non creatal'incompetenza e l'inesperienza di diversi ministri. All'origine di tale crisi c'è invece - questo è veramente il punto - il rovesciamento della scala di priorità operato da Berlusconi per dedicarsi ad obiettivi niente affatto urgentianzialcuni in pieno contrasto con l'interesse pubblicoanche se conformi agli interessi del gruppo Fininvest: TvRai (con la brutale defenestrazione di un Consiglio di amministrazioneil cui programma non si volle neppure esaminare)il decreto salvaladri (pernicioso soprattutto per una norma obiettivamente vantaggiosa per i mafiosi). Non è vero che Berlusconi non ha potuto lavorare: ha lavoratoeccomema pensando principalmente ai suoi interessi. Alle misure appena ricordate occorre aggiungere l'abolizione della legge Merloniintrodotta per mettere un argine alle tangenti negli appaltie gli assalti all'autonomia della Banca d'Italia compiuti da esponenti della maggioranzamai richiamati all'ordine: attacchi fondati su una serie di pretestiuno diverso dall'altro. Nel quadro più recente entrano i conflitti coi magistrati di Mani puliteconflitti che si sono delineati anche prima dell'avviso di garanzia inviato a Berlusconimagistrati un tempo elogiati e corteggiati politicamente (a Di Pietro era stato offerto un ministero) e poi maledetti e perseguitati e quasi insultati. (Occorre tuttavia osservare che le critiche ai magistrati di Milanoche pure hanno l'attenuante della provocazionenon sono tutte infondate. C'è da augurarsi che in futuro non offrano più pretesti a chi ha buoni motivi per detestarli e che adottino il duplice criteriopiù volte da loro enunciato ma non sempre applicato: misura e silenzio. In tutti i modii magistrati di Milano hanno meriti straordinari; è sconvolgente la recentissima notizia delle dimissioni del giudice Antonio Di Pietro.)
La crisi finanziaria in corso ha colpito numerosi risparmiatori. Negli ultimi otto mesi sono fuggiti dall'Italia - niente meno - ben 60 mila miliardi di lire; nello stesso periodo in Borsa si registra una perdita di oltre 70 mila miliardi per la flessione dei corsi azionarimentre l'aumento dei tassi di interessea breve e a lungo termineha effetti negativi sul bilancio pubblico (ogni punto d'interesse comporta un maggior onere di 15 mila miliardi) e sugli investimenti privati.
Al principio di dicembre il governo ha scongiurato all'ultimo momento uno sciopero generale rinviando alcuni interventi qualificanti per le pensioni. In questo modo è stata salvata la pace socialee ciò è un bene; ma si è aperta una nuova falla nei conti pubbliciche va ad aggiungersi al probabile maggior onere per interessi e alla probabile sovrastima di certe entrate e di certi risparmi di spesa. All'origine dello squilibrio che ha condotto a far gravare sulle pensioni una quota troppo alta dei risparmi di spesa troviamodi nuovoquel rovesciamento della scala di priorità di cui ho detto e della conseguente maledetta fretta nel preparare la legge finanziaria. È bene ricordare che i sindacati avevano protestato contro le misure riguardanti le pensioni non perché si opponevano alla riforma in séma perché volevano che la riforma fosse oggetto di un provvedimento specifico e perché criticavano duramente il metodo: volevanoa mio parere giustamenteessere consultati in modo sistematico.Data l'importanza della materia e degli interessi in giocociò vale anche per i partiti di opposizionequale che sia il governo.È anche bene ricordare chesulle pensioniil Pds ha preparato un progetto serio e rigorosoche segna una vera e propria svolta rispetto alla linea prevalentemente assistenzialistica del passato: è un segnale importanteda non sottovalutare.
È stato detto e si continua a dire: ha vinto la destrala sinistra ha perso. Magari fosse così. Ioche mi considero un laico di sinistrapensavo da tempo che per un certo periodo un governo di destra poteva essere utile al paese per accelerare sia l'opera di risanamento delle finanze pubbliche sia il processo di privatizzazioni - due operazioni tipicamente "di destra".Questo governo non ha fatto né l'una cosa né l'altra. La verità è che il leader non è né di destra né di sinistra: è interessato essenzialmente ai suoi affari. Questo comincia a diventar chiaro a un numero crescente di personeanche fra i membri e fra i consiglieri del governo. L'aumento del saggio dell'interesse danneggia gli imprenditorispecialmente i piccolile perdite sulle azioni e sui titoli a medio e a lungo termine colpiscono i risparmiatori; se poi la pressione inflazionistica si aggraverà a causa dell'aumento del dollaroallora la schieragià ampiadegli oppositori di questo governo crescerà con una velocità travolgente.
Riflettendo sulle vicende degli ultimi mesi si deve concludere che il governo Berlusconi ha assunto connotati chiaramente sovversivi giacché ha scatenato una sorta di guerriglia contro tutte le istituzioni che contano (se i successi appaiono limitati è solo perché le resistenze sono state assai più forti del previsto). Ecco le istituzioni che sono state oggetto d'attacco; l'elenco è impressionante: la Rai-Tvil Consiglio superiore della magistratura (al principio)la magistraturala Banca d'Italiai sindacatii grandi giornali e lo stesso Presidente della Repubblica. Questa guerriglia istituzionale è già costata al paese diverse decine di migliaia di miliardi di lire.
Le critiche al governo Berlusconi
Spesso Berlusconi si lamentanon solo di Bossima anche di molti giornalisti e intellettualiche alimentano polemiche dure e preconcette. È così?
Io dico che le polemiche sono certamente durema non sono preconcette. Salvo poche eccezioninei primi due mesi del governo le critiche erano poche e tutticompresi molti politici dell'opposizioneinsistevano sull'idea che bisognava mettere il governo alla prova. In seguito le critiche sono cresciute di numero e d'intensità. La prova che stava fornendo il governo eradapprima dubbiapoi sempre più chiaramente negativa. C'era sempre la cupa ombra del conflitto d'interessi; ma non c'era solo quest'ombra. Le critichesempre più diffuseerano e sono pienamente meritate ed anzia causa dell'insufficiente conoscenza di notizie e datiche pur sono pubblici o si possono desumere agevolmente da varie pubblicazionile critiche sono molto meno dure di quanto dovrebbero essere.
Silvio Berlusconi ha dovuto ammettere di essersi iscritto alla P2di cui aveva sentito parlare come di un'associazione di persone che rappresentavano quanto di meglio c'era in Italia. Sandro Pertini l'aveva definita un'"associazione per delinquere". Chi aveva ragione? Della P2 facevano parte - l'abbiamo appreso poima una persona accorta si sarebbe informato meglio in tempo utile - personaggi come PoggioliniGiudiceLo Preteoltre ad una serie di personaggi squallidi e anonimipreoccupati solo della carriera e degli affari. Dov'erano gli eccellenti? Nola P2 non era un'élite aristocraticama una pur ristretta cachistocrazia - il potere dei peggiori.
Già prima dell'avviso di garanzia a Silvio Berlusconi era noto a tutti che nella Fininvest gli indagati dalla giustizia penale erano diversi. Il personaggio che suscita le più gravi preoccupazioniperòè uno dei principali collaboratori di BerlusconiMarcello Dell'Utridi cui ricordo solo due fatti. Il primo: una conversazione telefonica fra Dell'Utri e un esponente di spicco di Cosa Nostrariportata in un rapporto della Criminalpol e discussa in un'intervista al giudice Borsellinoche è stata pubblicata da "L'Espresso" dell'8 aprile 1994. In quel rapporto si leggono notizie tremende; e non c'è mai stata alcuna smentita. Di recente il Tribunale della Libertà ha respinto la richiesta della Procura di Milano di arrestare Dell'Utri; ma non perché presume la sua innocenza - il Tribunale anzi ribadisce la presunzione di colpevolezzasoprattutto per fatture false - bensì per il fatto che non ravvisa più il pericolo d'inquinamento delle prove o di fuga. Tuttaviagli elementi più gravi sono quelli che emergono da una biografia di Berlusconi cui nei mesi scorsi ho fatto riferimento in diversi articoli definendola agghiacciante; e l'ho definita agghiacciante per quello che in essa si legge e per il fatto che i due autoriMario Guarino e Giovanni Ruggerisono stati assolti nei tre gradi di giudizio dalla querela per diffamazione. Quello che vi si legge a me ha fatto accapponare la pelle; fra l'altroapprendiamo che Berlusconiattraverso un suo prestanomericonosciuto tale in giudizioha partecipato ad una società in cui troviamo Flavio CarboniDomenico Balducciusuraio della cosca di Pippo Calòe Danilo Abbruciatigià capo della banda della Magliana. Da parte suaVito Ciancimino è entrato più volte in non occasionali rapporti d'affari con Marcello Dell'Utri attraverso il costruttore Francesco Rapisarda.
In generaleil clima che si è creato desta gravi preoccupazioni. Luciano Violantein un recente libro (Non è la piovra. Dodici tesi sulla mafia italianaEinaudi)ricorda il tentativo del governo di cancellare l'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziarioche prevede il carcere duro per i mafiosi. Violante ricorda anche che il tentativo fallì; pur tuttavia dopo quel fallimento si assiste a tentativi di svuotare la norma per via amministrativa. "Le magistrature di sorveglianza revocano molte attribuzioni a regime previste dall'articolo 41 bis di imputati e condannati per gravi delitti di mafia: si è passati dai 733 detenuti sottoposti a questo regime del maggio 1994 ai 445 del settembre successivo". Sono notizie estremamente preoccupanti; neanche queste sono state smentite.
Obiezioni ad una interpretazione moralistica
Diversi amici hanno mosso obiezioni alle mie critiche che uno di loro ha definito moralistiche. Ecco le obiezioni più precise.
1. Non è compito nostroma dell'autorità giudiziariaapprofondire quegli addebiti: a ciascuno il suo mestiere.
2. In tutti i paesi troviamo corruzione e azioni gravemente censurabilia volte perseguibili penalmentedi non pochi leader politici. In Italia è sempre stato così: il gruppo politico che ha governato l'Italia per decenni non era migliore del gruppo attualecome Tangentopoli ha dimostrato.
3. È vero: diversi personaggi della Fininvest risultano indagati per corruzione o per concussionefra cui ora troviamo anche il capo; ma bisogna riconoscere che quello era divenuto un sistema generalizzato e quindi la Fininvest non poteva non essere coinvoltacome ha ammesso lo stesso Berlusconi.
4. Morale e politica non coincidono e possono entrare addirittura in conflitto. Perché scandalizzarsi o addirittura indignarsi? Del restodobbiamo riconoscere che esiste una necessaria divisione del lavoro: oggi Berlusconi è un politico e come tale va giudicato. La morale non c'entra.
Rispondo.
1. È veronon è compito nostro indagare sulle malefatte dei politici. Ma non possiamo ignorare i risultati delle indagini già svolte e dei processicome quelli intentati a Guarino e a Ruggeri. In quanto cittadininon in quanto giudicidobbiamo formarci un giudizio preciso sui politici che operano al vertice delle istituzioni. Ciò accade in tutti i paesi che pretendono di essere civiligiacché si tratta di una questione di civiltà e non solo di codice penale; si tratta di chiarire a noi stessi quale tipo di società intendiamo lasciare ai nostri figli. Penso che tuttilaici o cattolicidobbiamo reagire al processo di assuefazione al malaffare se vogliamo evitare che il nostro paese si trasformi in modo irreversibile in un'immensa palude melmosaun processo che è in atto e che non può essere occultato neppure se i convegni su "etica ed economia" e su "etica e politica" da mensiliquali ora sonodiventano settimanali.
2. È vero che in tutti i paesi troviamo politici che compiono ribalderie di vario genere. Ma il problema non è di stabilire se da noi le cose vanno meglio o peggio - mi pare più che evidente che oggi vanno peggiosoprattutto perché ha avuto luogo quel processo di mitridatizzazione cui alludevo poco fa e nel complesso le reazioni sono inadeguate -. Il problema è: che fanno i "giusti"? Si oppongono oper quieto viveretirano a campare? Solo se si oppongono attivamente possiamo nutrire speranze di miglioramento civile del nostro paese: il movimento e la sua direzione contano assai più della situazione osservabile in un dato momento. Avere in Italia al governo politici dalla moralità molto dubbia non è una fatalità: nel passato abbiamo avuto più volte governi decisamente civili - l'esempio più recente è costituito dal governo Ciampi.
3. Se quello delle tangenti era un sistema in cui era coinvolta anche la Fininvestallora perché Berlusconi è entrato in politica? L'unica risposta è: se entrava in politica correva dei rischima se ne restava fuori correva rischi anche maggiori: non disponendo più di protettori politicidoveva difendersi da solo per salvare se stesso eper usare un'espressione di Giovanni Vergaper salvare "la roba". Bisogna ammettere che il quadro è assai deprimente.
4. Quanto alla contrapposizione fra morale e politicaho già ricordato che il mio punto di vista sul machiavellismo coincide con quello di Adamo Smith. Sono crollate le ideologie: non sarebbe bene riflettere sugli ideali?
Dopo i primi due mesidurante i quali il giudizio sul governo è stato di favorevole attesa anche da parte di molti oppositorila credibilità di Berlusconi è andata declinando. Credo che l'indice più significativo sia dato dall'andamento dei buoni del tesoro a lungo termine ose si preferiscedella quotazione del marco. Di recentedopo l'avviso di garanziapare che la credibilità sia precipitatama era ulteriormente declinata già primacome mostrano i risultati delle recenti elezioni amministrative. A questo declino hanno decisamente contribuito non solo le misure d'interesse chiaramente aziendale e le gravi difficoltà finanziarieche hanno procurato perdite cospicue a molti risparmiatorima anche le due solenni promesse fatte durante la campagna elettorale e non mantenute: la riduzione delle imposteda realizzare unificando le aliquote Irpef al 30%e la creazione di un milione di posti di lavoro da ottenere in tempi ragionevolmenti brevi. Queste promesse sono state disattese e la gente si è sentita gabbata. È vero che la promessa fiscale era stata "corretta" poco prima delle elezioni. Ma oramai l'inganno era stato compiuto e l'effetto era stato raggiunto. Anche la martellante propaganda delle reti televisive controllate dalla Fininvest ha contribuito a spingere molti elettori a votare per il movimento Forza Italia: la teledipendenza denunciata da Norberto Bobbio ha giocato la sua partealmeno immediatamente. In brevec'è stato un abuso della credulità popolare chequando è dolosoconfigura un reato perseguito dal codice penale.
Via via che la gente si rende conto di essere stata gabbatasi ricrede. Cosicché il richiamo ai risultati delle elezioni di marzo e poi delle elezioni europee fatto da Berlusconi per legittimare il suo rifiuto di dimettersi nonostante l'avviso di garanzia èoramaifuori luogo.
Si dice che l'Italia è un laboratorio politico. Credo che sia così. Ma più per gli esperimenti peggiori che per quelli da assumere come modello. I gravi costi economici e non economici che abbiamo sopportato (e purtroppo la storia non è finita) costituiscono una prova empirica degli effetti disastrosi del tanto discusso conflitto d'interessi. L'unica via di uscita oramai è che Berlusconi si dimetta nel più breve tempo possibilenell'interesse del paese ese dobbiamo credere a quanto affermadella sua salute.
Un'obiezione politica
Amici di centro e di sinistra hanno mosso al mio modo di ragionareoltre la critica che ho chiamato moralisticauna critica politica: guarda che se Berlusconi cadegli elettori di Forza Italia si riversano su Finiche è un fascistasia pure molto abileanche nel mimetizzarsi. È vero che i suoi seguaci sono relativamente pulitianche perché di regola sono rimasti fuori dal poterealmeno dal potere centrale; ma sono pur sempre gli eredi di Mussolini.
Questa argomentazione mi convince solo in parte. Se riconosciamo che il fascismo sorse principalmente come reazione al bolscevismoche incuteva orrore e paura - per ragioni morali e culturali più che economiche - ad un gran numero di personefra cuialmeno in un primo tempoalcuni grandi intellettualiallora non possiamo non essere comprensivi. Certoil calcolo degli avversari del boscevismo nel lungo periodo è fallito miseramente: volevano l'ordine e la salvaguardia dei valori tradizionalie si sono trovati con un regime che ha soppresso la libertàsi è alleato con Hitler - del restoinizialmente allievo di Mussolini - ed ha poi portato l'intero paese alla rovinanon solo per la moltitudine di morti e non solo nelle strutture materiali ed economichema anche e ancora di più per la débacle morale.Il punto è che eravamo manifestamente impreparati alla guerra e la disfattanonostante l'eroismo di moltinel suo significato politico complessivo è stata ignominiosa - è il termine da usare giacché il dittatore aveva preparato il paese con dichiarazioni impastate di bolsa retoricacome quella degli otto milioni di baionettee aveva gettato il paese nell'inferno di una guerra totale ben sapendo (anche a meragazzoappariva evidente) che la preparazione militare era assolutamente inadeguata: l'uomo voleva approfittare delle vittorie del potente alleato. Perciòla salvaguardia dei valori si è tradotta nel suo contrario - ciò che illustra ottimamente sia il fatto che la paura è una pessima consigliera sia l'idea che non è per moralismo che dobbiamo seguire la regola di Giovenale.
In ogni modoaccetto solo limitatamente quell'argomentazione e sono pronto a riconoscere che Fini ha compiuto un notevole progresso per lasciare dietro di sé il fascismo. Il progresso è degno di notama è ben lungi dall'essere completo. Segni recenti di un tale ritardo sono costituiti dalla grave resistenza al processo di privatizzazionivisto oramai con favore anche a sinistranon tanto per motivi economici o finanziari quanto per porre un freno alla corruzione ed agli abusi dei politici al potere. La resistenza dei ministri di Alleanza nazionale ha fatto segnare il passo a quel processoin contrasto con la politica di Ciampitanto criticato da Alleanza nazionale. Per di piùpersonaggi di spicco di questo partito si sono distinti negli attacchi all'autonomia della Banca d'Italiaun'azione che si ricollega a quella di un magistrato dichiaratamente missino e che si concretò principalmente in una vergognosa persecuzione di Paolo Baffiuomo civile e integerrimo. Infineun'esponente del movimento ha dichiarato che occorre un organismo di controllo per i giornali e i giornalisti che usano male la libertà di stampa; in sintonia con questo punto di vistail capo dell'attuale governo si è spinto fino ad auspicare una legge speciale per la stampache ponga fine alle "distorsioni". (Di fronte a tutto ciòle formule "Polo della libertà" e "Buon governo" suonano come una macabra irrisione.)
Sono segni o segnali molto preoccupantiche hanno contribuito a danneggiare l'immagine politica dell'Italia all'estero e la credibilità del nostro paese nei mercati finanziari internazionali e che denunciano una tendenza veterostatalista e centralista tipica della fase finale del fascismo. Per di piùnel movimento creato da Fini si nota pur sempre un cospicuo numero di personaggi quanto mai equivoci. E il capoparole a parteha sempre mostrato un'evidente simpatia per i dittatoriper i violenti e per i razzisti. Le mie obiezioni a questo movimento restano dunque molto gravi. A parte tali obiezionio forse anche per queste (molti le condividono)nego che possa aver luogo un travaso completo o quasi completo di voti da Forza Italia ad Alleanza nazionale.Le recenti elezioni amministrativese pure circoscritte ad una quota minoritaria dell'elettoratoindicano che il travaso c'è statomanell'aggregatoè stato modestissimo: hanno guadagnato di più quasi tutti gli altri gruppi. Certola sinistra e il centro possono ingrandirsi in misura significativa a spese di entrambi quei movimenti a condizione di pervenire ad una base programmatica comune e ad una concordia di intenti che ancora non c'èma che oggi non sembra troppo lontana.
1 Il lettore tenga presente che questo capitolo è stato scritto quando Berlusconi era ancora Presidente del Consiglio (nota aggiunta nel febbraio 1995).

4.
LA RIFORMA DELLO STATO SOCIALE
Insegnamenti utili per il futuro
Dopo i risultati delle elezioni amministrative e l'avviso di garanzia a Silvio Berlusconioggi (principio di dicembre 1994)il governo in carica si dibatte in gravi difficoltà. Non è possibile prevedere quali saranno i prossimi svolgimentianche se dobbiamo essere ben consapevoli che Berlusconi non è un politico normale e che non se ne andrà senza aver compiuto tutti i possibili tentativi e accettato tutti i possibili compromessi per restare al potere. Nel precedente capitolo mi sono soffermato sul governo Berlusconi perché credo che da questa infelice esperienza si possono ricavare importanti insegnamenti per il futuroprincipalmente due.
Primo insegnamento. Quello del conflitto d'interessi non è un problema soltanto etico: è un problema di grande rilevanza economica e politica. Per il futuro occorrerà risolvere seriamente questo problemaper esempiofissando delle incompatibilità assolute e introducendo un vero blind trust - quello proposto dalla Commissione non era neppure un myopic trust.
Secondo insegnamento. Il debito pubblico ha raggiunto dimensioni gigantesche e il deficit di bilancioin assenza d'interventi chirurgicitende a crescere sia per la lievitazione automatica di certe spesesia perchéessendo finanziato con titolicresce solo per questo motivo l'onere per interessi. Per bloccare questa spirale infernaledobbiamo dare tagli molto incisivi specialmente alle spese maggiori che crescono automaticamente. E poiché il grosso di tali spese si riferiscono alla previdenzaall'assistenza e alla sanitàdobbiamo renderci ben conto che la preparazione della legge finanziaria - ed oramai mi riferisco alla prossima legge - investeniente menol'intera riforma dello stato sociale. Ed è su questo fondamentale problema che intendo soffermarmi in questo capitolo.
Oramaiil debito pubblico e il relativo onere per interessi sono diventati una pesantissima palla al piede per la nostra politica economica: le spese d'investimento sono le prime a soffrirne e difattiin termini realidal 1990 al 1993 sono diminuite del 16%e quest'anno la diminuzione risulterà ancora più accentuata. Non si può predisporre alcuna vigorosa politica tendente alla crescita dell'occupazione ed allo sviluppo del Mezzogiorno senza ridurre drasticamente il deficit pubblico che alimenta il debito. Oramai sia dentro che fuori del governo si pensa che una manovra addizionale sia indispensabile in tempi brevianche ricorrendo ad aggravi fiscaliin pieno contrasto con le promesse elettorali.
Ma se vogliamo alleggerire drasticamente la paralizzante palla al piede del debito pubblicoper la legge finanziaria relativa al 1996 dobbiamo prepararci ad un taglio anche superiore a quello compiuto dal governo Amatoche fu di ben 90 mila miliardi: e dobbiamo prepararciio credoad un taglio dell'ordine di 100 mila miliardi e forse più.
Certosi può operare non solo sulle spesema anche sulle entrate tributariesia intensificando la lotta all'evasione sia introducendo un'addizionale Irpef. Più volte ho proposto d'inviare "commandos" di esperti nei paesi in cui il fisco funziona per imitare creativamentenei metodi praticiese occorreanche in certe normequel che conviene imitare. Ma una tale azioneche comunque va fattanon può avere effetti rapidi. Nel passato avevo anche suggerito d'introdurre un'addizionale Irpefuna misura che ha il vantaggio di far pagare soprattutto i redditieri più abbienti e di non avere effetti di tipo inflazionisticoma ha lo svantaggio di colpire principalmente i lavoratori dipendenti e i redditieri più onesti. Non mi pare che oggi sia rilevante l'obiezione che mi fu rivolta due anni fache cioè un inasprimento fiscale poteva indebolire la domanda di beni di consumocon ripercussioni negative sulla congiuntura economicache allora era molto insoddisfacente. Tutto consideratoperòil contributo principale alla riduzione del deficit non può provenire che da risparmi ottenibili con la realizzazione di tagli delle principali categorie di spese sociali. È qui che si pone il problema di una riforma dello stato socialeche sia radicale e che sia concepita in modo unitario. Imporre con la forza una tale riforma non è possibilecome esperienze antiche e recenti hanno confermato. Può essere attuata col consenso delle parti sociali. Ma per ottenere risultati adeguati servono a poco le intese parziali; occorre invece un patto organico con le parti sociali - sindacati (di sinistradi centro e di destra)associazioni degli imprenditorigrandi e piccolied altre associazioni di categoria.
Tre grandi aree di spesa
Ai tagli di trasferimenti riguardanti le spese sociali conviene aggiungere tagli riguardanti i trasferimenti agli enti locali. Per avere solo un'idea di larga massima delle dimensioni finanziarie per i diversi trasferimenti nel 1993 (si tratta di cifre tondein migliaia di miliardi): previdenza 260assistenza 30sanità 90; in totale380 mila miliardimentre i trasferimenti agli enti localial netto delle spese sanitarieascendono a 80 mila miliardi.
Si pone un importante quesito: come possono tagli molto rilevanti consentire la sopravvivenza stessa dello stato sociale?
In via di principiola risposta non è ardua: lo stato sociale non va demolitova trasformato e reso più snello e più robusto proprio per salvare la sua funzione principaleche è quella di sostenere ed aiutare i più deboli. Può apparire come un'azione di pura e semplice solidarietà in sé apprezzabile ma non rilevante dal punto di vista economico o da quello sociale. Non è così. La prestazionea spese della collettivitàdei servizi sanitari ai non abbientia lungo andaretenendo in vita e in salute persone che in questo modo possono accudire figli molto piccolitende a ridurre la microcriminalità; inoltrele persone che altrimenti sarebbero morte o diventate invalide nel corso del tempo possono dare il loro contributo allo sviluppo economico ealcuneallo sviluppo culturale della società. Considerazioni analoghe valgono per le pensionidove pesa molto di più la questione dei diritti acquisiti. Tutto questoperòsignifica che lo stato sociale va salvato anzi rafforzato per la fascia bassa dei redditieri; la fascia dei redditieri medi può essere aiutata con incentivi fiscali e quella dei maggiori redditieri neanche in tal modo: in queste due fasce possono avere un ruolo importante le mutue e le assicurazioni.
Questo criterioche nella sua formulazione essenziale appare ovvio e che io avevo prospettato in modo articolato dieci anni faè stato via via tenuto presente nei diversi tentativi di effettuare risparmi sulle spese sociali. Si trattaperòdi non procedere attraverso interventi frammentari: si tratta di por mano a una riforma organicapreparata adeguatamente.
È stato affermato che nelle recenti vicende è emerso che né i partiti di opposizione né i sindacati avevano progetti alternativi. Io dico che può essere fatta una critica opposta: i partiti di opposizione e i sindacati di progetti ne avevano fin troppi; è mancato un progetto unitarioben definito nelle linee essenzialianche se non troppo dettagliato. Penso che i diversi partiti e i sindacatisia di destra che di sinistradovrebbero accordarsi per cominciare a delineare un progetto unitario di riforma dello stato sociale. Forse il Consiglio dell'economia e del lavoro potrebbe essere l'organismo adatto per coordinare un tale lavoro. Ma un progetto operativo può essere predisposto solo dal potere politico ein particolaredel governo. Io mi auguro che Berlusconiche ormai è diventato un ostacolo al miglioramento della situazione economica e politicavenga messo da parte e si pervenga a un nuovo governosia pure dichiaratamente provvisorioche pongafra le sue prioritàla riforma istituzionale e quella delle autonomie locali e che avvii immediatamente la preparazione della legge finanziaria per il 1996. In una tale prospettivaconverrebbe ricostituire subito la Commissione di studi presieduta da Castellino per rendere più razionaleper il futurola riforma delle pensioni; e converrebbe creare altre due Commissioni: per la sanità e per i trasferimenti agli enti locali opiù ampiamenteper la riforma delle finanze locali. Già esistonoin ParlamentoCommissioni che si occupano di questi problemi. Occorrono peròa fianco e a sostegno di questeCommissioni di studio che non facciano altro lavoro e che siano composte da specialisti. Appena pronte le relazioni preliminari delle tre Commissioni bisognerebbe avviare le discussioni con le parti socialicon le associazioni di categoria e con le parti politiche che sono fuori dal governoquale che esso siariconoscendo che la riforma dello stato sociale rappresenta oramai un'emergenza nazionale.
La posizione dei sindacati
Mi è stato obiettato: è ingenuo attendersi che i sindacati siano pronti a collaborare a misure che comportino tagli incisivi delle spese sociali; potranno dare il loro consenso solo a tagli marginali: la difesa dello status quo per i sindacati ein particolareper i sindacati di sinistra è pressoché un riflesso condizionato. La prova è data dalla durissima resistenza ai risparmiattuali e futuriconnessi con la riforma delle pensioniuna resistenza che ha indotto il governoper preservare la pace socialea rinviare tale riforma.
Io contesto questo punto di vista. L'opposizione è stata condizionata dalla fretta e quindi dalla scarsezza di incontri col governodalle conseguenti decisionilargamente unilateralie dall'insufficiente considerazione delle altre aree di spesa. A mio giudiziola dura opposizione va messa in relazione anche col deterioramento dell'immagine di Berlusconi: non solo coloro che operano nei mercati finanziari interni e internazionalima anche i lavoratori - numerosissimi lavoratori - modificano la loro condotta sulla base del giudizio che si formano del governo in virtù dell'evidenza empirica. In effettile due leggi finanziariequella preparata da Amato e quella di Ciampiprovocarono manifestazioni di protesta e scioperi di gran lunga meno vigorosi ed estesi di quelli attuali. Ma c'è un altro motivo per cui non si può dar ragione agli scettici. Al tempo del primo accordo sul costo del lavoro del 1992 pochi pensavano che i sindacati avrebbero rinunciato a qualsiasi forma di scala mobile. Eppure questo è accaduto: merito del governo Amato che seppe portare avanti gradualmente gli elementi dell'accordo; merito dei sindacati - la Cgil dovette affrontare una grave lacerazione interna - e delle associazioni degli imprenditoriche fecero diverse concessioni.
Sempre nel 1992 Amato aveva elaboratoattribuendo deleghe al governo approvate poi dal Parlamentoalcuni capisaldi delle riforme delle pensioni e della sanitàsu cui i sindacati si erano espressi favorevolmente; un anno dopo il governo Ciampi aveva decisamente esteso l'accordo sul costo del lavoroincludendo anche misurerimaste poi inattuatesulle scuole professionalisulla ricerca ed altre; gli effetti dei due accordi sono stati chiaramente positiviin primo luogosull'inflazionee poiin modo indirettosul deficit pubblico.
Se poi si riconosce che gli obiettivi da perseguire con le assai più ampie possibilità aperte dai tagli sono socialmente rilevanti - ne parlerò nei due capitoli che seguono - allora né i sindacatiné i partiti di sinistra e di centroné i partiti classificabili nell'area di destra faranno un'opposizione a oltranza.

5.
UNA POLITICA PER ACCELERARE
LA CRESCITA DELL'OCCUPAZIONE
E LO SVILUPPO CIVILE
DEL MEZZOGIORNO
La crescita dell'occupazione
La riformache dovrebbe rendere più vigoroso lo stato sociale soprattutto per la fascia meno abbiente della popolazionedovrebbeal tempo stessocomportare minori spese e liberare risorse adeguate per finanziare un programma con tre grandi obiettivifra loro strettamente interconnessi: occupazioneMezzogiornoscuola e ricerca. Dell'occupazione e del Mezzogiorno parlerò brevemente in questo capitolo; ai problemi della scuola e della ricerca accennerò nel capitolo successivoche è anche l'ultimo.
Tre sono le interpretazioni analitiche della disoccupazione: l'interpretazione dei liberistiquella keynesiana e quella degli economisti chein mancanza di un termine più precisochiamerò post-keynesiani; corrispondentementetre sono le strategie di politica economicaanche se è bene avvertire subito che fra le tre correnti di pensiero non c'è più quella contrapposizione che si poteva osservare fino a qualche anno fa.
Per i liberistila disoccupazione si combatte rendendo i salari più flessibili verso il bassociò che si ottiene riducendo drasticamente quegli interventi esterni al mercato introdotti dallo Stato e dai sindacatiche spingono i salari su livelli più alti di quelli che il mercato determinerebbe. I liberisti raccomandano la drastica riduzione dei vincoli che ostacolano la mobilità da un'attività ad un'altra e da un'impresa ad un'altra epiù in generalela flessibilità nel mercato del lavoro.
Per i keynesianiè raccomandabilenel breve periodoridurre il tasso dell'interesseespandere le spese pubblicheproduttive e improduttiveda finanziare con emissione di titoli; con riferimento al lungo periodoraccomandano d'introdurre tributiper redistribuire i redditi ed accrescere così la propensione al consumoe di attuare un "controllo sociale degli investimenti".
Fra i post-keynesianile posizioni sono diverse.
Questo non è il luogo per approfondire i problemi appena accennati. Mi limito ad osservare che il difetto dei liberisti sta in ciòche essi trascurano il fatto che i salari non sono solo costisono anche reddititalché una loro riduzione frena la domanda di beni di consumo. Inoltrei liberisti si riferiscono a livelli "troppo alti" dei salarimentre le difficoltà dipendono dal fatto che non di rado i salari crescono più della produttivitàcomprimendo progressivamente i margini di profitto eal tempo stessodeterminando o accentuando l'aumento dei prezzi. Invecesulla convenienza di accrescere la flessibilità nel mercato del lavoro sono ormai d'accordo tutti gli economistiliberisti e non liberistima alcunied io fra questisostengono chese è vero che una flessibilità troppo limitata è dannosa sotto l'aspetto economicolo è anche una flessibilità "eccessiva" (ho cercato di spiegare questa nozione in un saggio di carattere teorico).
Quanto alle altre raccomandazionitutti gli economisti sono d'accordo sulla convenienza di ridurre il tasso dell'interesseanche se ci sono differenze nel valutare le condizioni che debbono verificarsi affinché una tale riduzione possa essere attuata senza creare guai.
Mentre oggi neppure i keynesiani più convinti sono disposti a sottoscrivere la raccomandazione di espandere ogni tipo di spesa pubblicasono numerosi gli economisti che raccomandano investimenti pubblici produttivi o innovativi alla condizionealcuni aggiungonodi compensare le maggiori spese volte a questi fini con risparmi di altre spese pubbliche.
Fra le linee di politica economica raccomandate dai post-keynesianioltre quelle ricordate poco fasu cui concordano tutti gli economistiricordo la raccomandazione di ridurre gli orari di lavorodi organizzare lavori socialmente utili e di promuovere la creazione di nuove imprese. Esprimerò brevissimi commenti sulla prima e la seconda linea di politica economicaper concentrarmi sulla terza linea - creazione di nuove imprese - che ritengo la più importante e la più feconda di tutte.
Io credo che nel breve periodo la riduzione degli orari promossa dai sindacati e dallo Stato possa essere più una misura difensivaper contenere l'aumento della disoccupazione in certe industrieche un modo capace di far crescere l'occupazione. Nel lungo periodo la riduzione delle ore può contenere su un più largo fronte la crescita della disoccupazione; ma bisogna essere ben consapevoli che questa viala quale può essere percorsa in vari modiè assai accidentata. Volendo introdurre una nota ironica in una problematica peraltro molto seriapossiamo dire chein generalesulla via della riduzione degli orari gli impiegati pubblici sono dei pionieri formidabili!
È certo raccomandabile la propostaripetutamente avanzata in forme diverse da diversi economistidi organizzare un "esercito di lavoro" per servizi d'interesse socialenon solo in patria (soprattutto per affrontare i problemi dell'ambiente)ma anche per contribuire alla creazione di nuove attività produttive nei paesi del Terzo mondo. Tuttaviaper non andare incontro a delusionioccorre non sottovalutare né i problemi finanziari né i gravi problemi organizzativi che la proposta di lavori socialmente utili comporta.
La creazione di nuove imprese
In generalenelle condizioni attualinelle qualidiversamente da quanto accadeva al tempo di Keynesnormalmente un'estesa disoccupazione non si associa ad un'ampia capacità inutilizzatail problema non è quello di riattivare una domanda aggregata caduta da alti livelli precedenti: il problema fondamentale è quello di allargare la capacità produttivanon solo e non tanto attraverso l'espansione delle imprese esistentiquanto attraverso la creazione di nuove imprese specialmente nell'industriaeancora di piùnei servizi.
Considerando la crescente differenziazione del mercato del lavoro e la crescente importanza delle innovazioni di specializzazioneoccorre accelerare l'aumento dei livelli di istruzione e di formazione dei lavoratorisia riformando il sistema scolasticosia stimolando la crescita delle occasioni di impieghi qualificati attraverso la creazione di imprese capaci di usare nuove tecnologie eaddiritturacapaci di promuoverle. E poiché uno dei due punti deboli delle piccole imprese sta nella capacità di innovare e di applicare nuove tecnologie (l'altro è costituito dalla capacità di esportare)è necessario che l'autorità pubblica favoriscasia sotto l'aspetto legale e organizzativo sia sotto quello fiscale e creditiziola costituzione di consorzi. Alcune misure in questa direzione sono state già prese dal governo Ciampi e dall'attuale governo; ma occorre fare molto di più. Al tempo stesso - ed è un punto di grande rilievo - l'autorità pubblica deve anche predisporre servizi ausiliari per l'assistenza tecnicaprendendo a modello organismi esistenti in altri paesi europei (in Francia c'è l'Anvar). La proposta dei distretti industrialiche è caldeggiata da diversi economisti e che mira a rafforzare e a diffonderein certe zonele cosiddette economie esternes'inserisce in una tale prospettiva.
Le nuove imprese possono offrire beni e servizi per le grandi imprese che decidono di acquistarli fuori piuttosto che produrli direttamente; oppure beni e servizi la cui domanda aumenta sia perché cresce il reddito individuale sia perchécon tale crescitasi accentua la differenziazione dei bisogni e dei mercati; ovvero beni e servizi prodotti a costi relativi decrescenti grazie al progresso tecnico; oinfinebeni e servizi importatiche possono essere vantaggiosamente prodotti all'interno.
Una forma particolarmente importante di creazione di nuove imprese può essere costituita da quella che ho chiamato "produzione d'imprese a mezzo d'imprese". Da uno studio presentato dal Censis a un convegno sulla situazione industrialetenuto a Sorrento nel 1988risultava che 6-7 nuove piccole imprese su 10 nel Nord e 5-6 nel Sud erano organizzate da lavoratori che dipendevano da imprese di dimensioni maggiori e che si mettevano in proprio. Certe volte il distacco avveniva col pieno accordo delle imprese maggioriche trovavano conveniente decentrare certe attività e diventavano le principali clienti delle nuove imprese. Una tale forma di creazione di piccole imprese va decisamente raccomandata giacché le persone acquisiscononelle imprese di provenienzaun' importante esperienza pratica. La creazione di nuove imprese può essere favorita dagli stessi sindacati proponendonei contratti collettiviclausole particolari per le liquidazioniclausole che possono essere integrate da incentivi fiscali e creditizi decisi dallo Stato. Incentivi di questo genere possono essere previsti per i fondi amministrati dalla Cassa integrazione guadagniche oggi rappresenta un organismo per distribuire sussidi di disoccupazione. In sostanza si tratta di aiutare i lavoratori in Cassa integrazione epiù in generalei disoccupati a formare nuove piccole imprese o a diventare lavoratori indipendenti.
La via maestra da percorrere per ridurre progressivamente la disoccupazione è dunque costituita dalla creazione di nuove piccole imprese. È la via maestra non solo per ragioni economiche ma anche per ragioni civiligiacché fa crescere la schiera delle persone autonomecapaci di autogestirsipersone che rinunciano ad attendere il posto da influenti uomini politici locali. Per tutto il nostro paesema specialmente per il Mezzogiornociò riveste vitale importanzagiacché lo sviluppo civile è ben più importante dello sviluppo economicoopiù precisamentequesto è importante solo se è strumentale rispetto a quello.
Lo sviluppo civile nel Mezzogiorno
La creazione di nuove imprese è importante per il Mezzogiorno in primo luogo perché è in quest'area che il problema della disoccupazione è particolarmente grave. La quota dei disoccupatiinfattiqui supera il 18%mentre è la metà nel Centro ed è poco più di un terzo (65%) nelle regioni settentrionali. È lecito affermare che in queste regioni la disoccupazione supera assai limitatamente il livello fisiologico (livello "di attrito") che stimo intorno al 5-6%da due a tre volte più alto del livello fisiologico di trenta o quaranta anni fa. Questo è vero per tutti i paesi industrializzati - con qualche differenzanon particolarmente rilevantenelle cifre -. Il fatto è che con l'aumento del livello medio di istruzione dei lavoratorile aspettative di un lavoro gratificante e corrispondente agli studi fatti si elevano e quindi cresce il tempo di attesa che i giovani sono disposti ad affrontare per trovare un lavoro di quel genere; un aumento del tempo di attesa diviene possibile anche per la crescita del reddito familiare medio. Pertantoconsiderando puramente la quantitàla disoccupazione è un problema di scarso rilievo nel Nordassume un certo rilievo nel Centro e appare come un grave problema nel Sud.
Per molti aspetti il problema rientra nella così detta questione meridionale. C'è tuttavia un aspetto particolareche si ricollega a due caratteristiche della società meridionale odierna. La prima consiste in questoche la quota principale dei disoccupati è costituita da giovani forniti di licenza di scuola media inferiore o di diploma; questi giovani appartengono a famiglie checome ho già osservatopossono mantenerli anche dopo la fine degli studicircostanza che ha frenato le migrazioni dal Sud al Nord. In effettiquasi tutto l'aumento della disoccupazione nel Sud è imputabile all'aumento delle personespecialmente donnein cerca di prima occupazioneun aumento che si è concentrato in quattro annidal 1986 al 1989senza poi regredire. La seconda caratteristica è che la quota dei dipendenti della pubblica amministrazioneche nel Nord ascende al 18% dell'occupazione totalenel Suddove c'è meno da amministrareè più alta che nel Nord (23%). E poiché spesso nella media nazionale le retribuzioni del settore pubblico sono cresciute più che nel settore privato ed'altra partenel Sud il settore pubblicotenuto conto anche della sicurezzaoffre spesso retribuzioni più appetibili che nel settore privatosi comprende perché molti giovaniforniti di titoli di studio medinon di rado perseguiti proprio per ottenere un posto nella pubblica amministrazionepreferiscono aspettare piuttosto che cercare un impiego nel settore privatodove la domanda di lavoro cresce molto lentamenteo avviare un'attività autonoma. Se è vero che questo fattore ha aggravato la situazione della disoccupazione nel Sudcome è stato messo in rilievo da un recente studio del Centro Europa Ricerche di Romaè necessario che il governo sia molto cauto tanto nella politica delle retribuzioni quanto nella politica di creazione di nuovi posti di lavoro nel settore pubblico del Sudfavorendo vigorosamenteal tempo stessola creazione di nuove imprese per evitare chenonostante tuttomolti giovani restino in fila di attesa per un posto pubblicomentre la domanda di lavoro nel settore privato cresce poco o non cresce affatto.
Il livello d'istruzione dei lavoratori
La questione del titolo di studio dei lavoratori è importante anche sotto altri aspetti.
Se si dividono sia gli appartenenti alle forze di lavoro che i disoccupati in quattro categoriesecondo il titolo di studio - persone che hanno al massimo la licenza elementarelicenziatidiplomati e laureati -si nota che la quota di coloro che hanno al massimo la licenza elementare in Italia è ancora nettamente più alta rispetto agli altri paesi sviluppati (si trattain sostanzadi semi-analfabeti): stiamo sul 24% - il 22% nel Centro-Nord ed il 28% nel Sud -. Si tratta di quote patologiche per un paese civile: questi indici debbono convincerci che è necessario intensificare gli sforzi per riorganizzare ed ammodernare l'intero sistema scolasticocominciando dalle scuole elementari.
L'andamento dell'occupazione
negli ultimi quarant'anni
Dal momento che nella campagna elettorale per le elezioni di marzo si discusse molto della promessa di creare un milione di nuovi posti di lavoro e poiché il problema dell'occupazione è comunque un problema graveconviene ricordare schematicamente le variazioni dell'occupazione nel nostro paese durante gli ultimi decenni.
Se si considera l'occupazione totalequesta dal 1954 al 1974che pure è stato un periodo di rapido sviluppo produttivoè diminuitaa causa dell'esodo agrario (tabella 1). Dal 1974 al 1993l'occupazione totale è aumentatain mediadi 210 mila unità l'anno. Se si considera l'occupazione extra-agricola questa è cresciuta di 420 mila unità l'anno nel periodo 1954-1974; nel ventennio successivo l'aumento - 250 mila unità l'anno - è dovuto soltanto al sostenuto aumento nell'occupazione nel settore dei serviziprivati e pubbliciil quale ha più che compensato non solo la flessione dell'occupazione nell'agricoltura ma anche la flessione nell'industriaimputabile a un rapido processo di ristrutturazione che si è svolto in un periodo di sviluppo più lento. Nel 1993 l'occupazione extra-agricola ha subìto addirittura una cadutapoichéa causa dell'avversa congiuntura economicai servizi privati hanno addirittura espulso 300 mila lavoratori ea causa delle difficoltà finanziariela pubblica amministrazione non ha assorbito nuovi lavoratori (tabella 2). Mettendo da parte l'occupazione in agricolturache è stata sempre in diminuzionepiù o meno fortela creazione annuale di nuovi posti è statanegli altri settoridi 320 mila unità l'anno nel quadriennio 1967-70un periodo di rapido sviluppoe di 390 mila unità nel 1974anche questo un anno nettamente favorevole. In quegli anniperònon si era profilato quel processo di intensa ristrutturazione che ha provocato una cospicua flessionese pure con interruzioninell'occupazione industriale. Sebbene il 1994 sia un anno di ripresa economicatutti gli istituti di ricerca prevedono un aumento molto limitato dell'occupazione. Le cose potranno andar meglio nel 1995specialmente se si adotta un'adeguata politica volta a sostenere la crescita dell'occupazione. Ma la promessa di un milione di nuovi posti di lavoro oggi appare chiaramente a tutti quella che era: una promessa che mirava ad abbindolare gli ingenui.
Tab. 1. Variazioni medie annuali dell'occupazione (migliaia)
Agricoltura Industria Servizi Pubb. Totale
amm.ne
1954-74 -460 120 200 100 -40
1974-93 -150 -130 380 120 210
Tab. 2. Variazioni medie annuali dell'occupazione nei settori extra-agricoli (migliaia)
Industria Servizi Pubblica Totale
Ammin.ne
1959-62 200 40 40 200
1967-70 140 120 60 320
1974 115 160 115 390
1982-93 -220 115 30 -75
1993 -200 -300 0 -500
Chi vuol farsi un'idea delle relazioni fra le variazioni della struttura dell'occupazione e quelle della struttura sociale può mettere a confronto queste due tabelle con quelle presentate nel primo capitolo.

6.
LA SCUOLALA RICERCA SCIENTIFICA
E LA QUALITÀ DEL LAVORO
Sovente si discute del sistema scolastico e della ricerca come di due settori che hanno certamente un ruolo molto importante nella societàma che vanno considerati separatamente. Si tratta di una concezione gravemente fuorviante. Già gli accenni espressi nel precedente capitolo sulla suddivisione della forza lavoro secondo i titoli di studio mostrano chiaramente che i problemi della scuoladel Mezzogiorno e dell'occupazione costituiscono un insieme da considerare in modo unitario; i problemi della ricerca scientificaa loro voltanon sono separabili da quelli dell'Università e della qualità del lavoro di tutti e non solo dei ricercatori e degli scienziati. La stessa creazione di piccole impreseche è quella qui proposta come la via maestra per affrontare i problemi quantitativi e qualitativi dell'occupazioneva vista congiuntamente coi problemi della scuola. È evidente che solo una scuola efficiente può dare un contributo di rilievo alla creazione di nuove piccole imprese: persone semi-analfabete o con basso livello di istruzione ben di rado sono in grado di organizzare nuove impreseper quanto modeste. D'altro latoè necessario favorire specialmente la nascita e la crescita di piccole imprese dinamiche anche sotto l'aspetto delle innovazioni per creare posti di lavoro di tipo moderno. A questo scopo servono organismi di assistenza tecnologica alle piccole impresecome il già citato Anvar francese - ma in Francia ci sono altri due organismi di questo genere; ce ne sono anche in altri paesi europei e negli Stati Uniti -. Da noi un dipartimento dell'Enea svolge un'assistenza tecnologica alle piccole impresema è necessaria una radicale riorganizzazione per rendere veramente efficiente quell'attivitàoggi svolta in modo frammentario. D'altra parteconsiderata l'elevata mortalità delle piccole imprese nei primi anni di vitaoccorrono anche organismi che operino da "tutor". Anche in questo campo possono intervenire società privateche tuttavia hanno bisogno di incentivi e di sostegni organizzativi da parte di enti pubblici.
È socialmente utile stimolare la creazione di piccole imprese di ogni tipo; tuttavia la creazione di piccole imprese tecnologicamente avanzate richiede non solo la costituzione e lo sviluppo di organismi di cui si è appena dettoma anche uno sviluppo più vigoroso di certe Facoltà universitarieuno sviluppo da considerare nel quadro complessivo della riforma dell'Università; così una crescita più sostenuta dei laureati in ingegneria elettronica può portare con sé una crescita meno lenta di piccole imprese operanti in tale importante settore.
A questo punto è conveniente proporre qualche specifico tema di riflessione sulla scuolasull'Università e sulla ricerca scientifica.
Una condizione preliminare
per riorganizzare il sistema scolastico
Considerata la dichiarata disponibilità d'intellettuali ed influenti uomini politici del centro e della sinistra a trovaresulla questione della scuola privatauna soluzione non conflittualesi può pensare di avviare in tempi brevi la procedura di revisione costituzionale per abolire la norma che vieta il finanziamento della scuola privata e chealla fineè risultata un ostacolo ad una riorganizzazione unitaria eal tempo stessorazionalmente differenziata del sistema scolastico. Mi riferisco alla norma che così recita: "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti d'istruzionesenza oneri per lo Stato"; mi riferisco anche a quella lunga serie di espedienti che sono stati escogitati dall'italica furbizia per far diventare "con" quel "senza".
Riflessioni sulla riforma universitaria
Il recente provvedimento del ministro Podestà ha più difetti che pregi; comunqueha una rilevanza molto modesta. Senza dubbiooccorre por mano in tempi brevi ad alcune essenziali linee di riforma riguardantiin primo luogoi professori. Sui concorsi è bene far partecipare alle commissioni docenti di altri paesi europeimaforsenon direttamente (c'è il problema della lingua)bensì richiedendo loro un giudizio scritto su un numero prestabilito (limitato) di lavorieventualmente sintetizzati a cura degli interessati. Non è detto che i docenti stranieri siano migliori dei nostri; ma sonoquasi sempredisinteressati; io stesso sono stato invitato a presentare il mio giudizio su un candidato alla cattedra di una Università inglese: in quel paese questa è prassi abituale. Con la stessa prassiogni tre o quattro annidopo aver vinto il primo concorsociascun docente deve essere sottoposto a giudizio per l'avanzamento di carriera e di stipendio. Un'analoga prassipreferibilmente con una maggioranza di docenti stranierideve essere adottata per giudicaresulla base di una relazione periodical'attività di ricerca degli istituti e dei laboratorisia quelli dell'Università sia quelli degli enti pubblici di ricerca: un tale giudizioformulato per iscritto da Commissioni di valutazionedeve condizionare l'assegnazione dei fondi per la ricercache oggi sono distribuiti alla cieca ocome si dicea pioggia. Sia i giudizi delle Commissioni dei concorsi sia quelli delle Commissioni di valutazione dovrebbero partire da punteggi preliminari elaborati su dati obiettividifferenziati secondo quattro o cinque grandi gruppi di discipline; è un metodo che comincia a diffondersi in diversi paesi. Infinedev'essere reintrodotta la norma (un tempo c'era) secondo la quale i docenti hanno il dovere di tenere lezioni durante l'intero anno accademico: se scelgono corsi "semestrali" devono tenere due corsi in due distinti "semestri" - che in realtà duranociascunotre mesi e mezzo -. Quale che sia la loro efficaciale lezioni sono importanti perché stabiliscono una continuità di rapporti fra studenti e docenti. Ricordo che nelle Università americane ogni docente deve tenere due o tre corsi per "term": ne segue che i docenti italiani sono sovrapagati e sono troppi.
Per pungolare i docenti e indurli ad adempiere nel modo migliore ai loro doveri conviene attribuire agli studenti che abbiano superato un determinato numero di esami il compito di formulare valutazioni sui corsi. In certe Universitàanche in Italiaquesta è già prassi: si tratta di estenderla e di stabilire regole generalisemplici e chiare.
Anche per gli studenti occorre introdurre nuove regole generaliche non sono affatto in contrasto con l'autonomia delle Universitàmaanzipossono rafforzarla. È essenziale affrontare alle radici il problema della tremenda "mortalità" studentesca: solo uno studente su tre giunge alla laurea. Occorrein via preliminareelevare le tasse universitarieche oggi coprono poco più del 5% del costoportandole al 15-20%; contemporaneamente occorre moltiplicare le borse di studio per i "meritevoli"capaci di coprire le tasse o - per i molto meritevoli - di fornire anche mezzi di mantenimento. Inoltreva incentivata la praticaparticolarmente raccomandabile perché insegna a contare su se stessidei "prestiti d'onore". Occorre poi istituireall'entrata dei giovani nell'Universitàun colloquio di valutazione ed orientamento ed occorre introdurre l'obbligo di superare ogni anno un numero minimo di esami fissandoal tempo stessoun periodo massimo per conseguire la laureacome avviene in paesi più civili del nostro.
Negli anni recenti alcuni passi nella direzione di una riforma valida dell'Università sono stati compiuti; ma i passi più importanti sono ancora da compiere.
I gravi problemi della ricerca
L'indice che viene usato in via preliminarespecialmente per compiere confronti internazionaliè la quota sul prodotto interno lordo delle spese di ricerca; già questo indice non dà motivi di ottimismo: è vero che negli ultimi anni è alquanto aumentatoma è anche vero che è pur sempre la metà dei valori che si osservano in Gran Bretagnain Franciain Germania (16% contro il 3-32%). Per di piùil governo attuale ha addirittura ridotto gli stanziamenti per la ricerca. Tuttaviapur non essendo privo di significatol'indice appena ricordato non ha grande valore: in realtàse si potesse valutare la produttivitàscientifica e socialedelle spese per la ricerca (ciò è difficile mase si compiono studi approfonditi di settorenon impossibile)si arriverebbe alla conclusione che la distanza che ci separa dai partner europei appena ricordati non è di 1 a 2ma più ampiapresumibilmente non di poco. Il fatto è che la nostra organizzazione della ricerca è caratterizzata da gravi sprechi e non solo nell'Universitàma anche negli enti pubblici di ricerca: il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr)l'Eneal'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn)l'Istituto superiore di sanità ed altri enti minori. Secondo Felice Ippolitoun uomo che ha dedicato buona parte della sua vita ai problemi della ricercail Cnr e l'Eneain particolaredovrebbero essere completamente ristrutturatiseguendo i modelli della Franciadella Germania e della Gran Bretagna ("Le scienze"novembre 1994).
Non solo nell'Universitàma anche negli enti di ricerca non mancano le "isole di eccellenza": vanno studiate proprio per comprendere che cosa funziona e trarne indicazioni pratiche - pur essendo consapevoli che le "isole di eccellenza" debbono molto alla personalità di singoli scienziati -. Forse sarebbe opportuno promuovere un'indagine parlamentare sull'Università e sugli enti di ricercachiamando anche a testimoniare docentiricercatorifunzionaritecnici e studenti.
La ricerca di base è svolta soprattutto (ma non esclusivamente) nell'Universitàmentre la ricerca applicata è svolta negli enti di ricerca e nelle imprese privateparticolarmente nelle grandi imprese. Bisogna dire chese i politici hanno gravi responsabilità per la situazione infelice della ricerca nel nostro paeseanche gli industriali non sono affatto privi di colpegiacché preferiscono investire cospicui mezzi finanziari nel calcio ("circenses") piuttosto che in cultura: un indiceanche questodell'arretratezza civile dell'intero paese tanto nel suo settore pubblico quanto in quello privato. Il giorno in cui vedremo costituirsi una robusta lobby in Parlamento per far passare un provvedimento fiscale che preveda fortissimi sgravi fiscali (ben più incisivi di quelli esistenti) per la costituzione di istituti di ricerca finanziati da imprese privatesarà un gran bel giorno per il paese.
Tuttavianon basta inventare: per lo sviluppo economico e civile occorre poi applicare le invenzionioccorre cioè innovare; ed è necessario che le innovazioni si diffondano progressivamente. Oral'estensione e la velocità della diffusione dipendono dall'efficienza del sistema scolastico considerato nel suo complesso. A questo proposito può essere interessante una osservazione - forse dovrei definirla soltanto una ipotesi -. I laboratori e gli istituti di ricerca inglesi sono fra i più avanzati del mondo; eppure la performance dell'economia inglesese si considera la crescita della produttività e il ritmo dell'immissione di nuovi prodottiappare meno e non più brillante di quella di altri paesi industrializzati: chiaramentela diffusione delle innovazioni è lenta in Gran Bretagna. Certi indizi inducono a ritenere che ciò dipende dal fatto che le scuole medie non sono particolarmente efficienti. È un'ipotesi da approfondire.
Torniamo al nostro paesedove le cose vanno certamente peggio. Sotto l'aspetto economicoun debole sistema di ricerca comporta un fiacco e limitato sviluppo di prodotti ad alta tecnologiacon la conseguenza che anche le esportazioni di tali prodotti crescono relativamente poco. Questo è un fatto negativopoichéa lungo andarei prodotti che possono fare tutti sono vulnerabili nella concorrenza internazionale.
La crescita delle attività della ricerca scientifica riveste grande importanza per lo sviluppo economico; ma la ricerca scientificaintesa in senso latoè essenziale per lo sviluppo civileche è assai più importante dello sviluppo economico. I due processi non coincidonoma si sovrappongono in vari modi. Così lo sviluppo della ricerca scientifica direttamente e indirettamente favorisce la crescita dei posti di lavoro capaci di procurare soddisfazioni intellettuali assai più che soddisfazioni economiche. E in realtànonostante la filosofia consumistica e dell'arricchimentoche sembra prevalerecredo che un numero crescente di giovani aspiri più a quelle che a queste.
La scienza non è soltantocome afferma Adamo Smithil grande antidoto del fanatismo e della superstizionema è anchecome sostengono lo stesso Smith e poimolto più vigorosamenteil nostro Carlo Cattaneoil principio primo dello sviluppo economico e dell'incivilimento. La scienza è l'acqua sorgiva chescendendo dalle montagne puòa cascatairrigare e rendere fertili e prospere le colline e le vallate sottostanti. Può gradualmente migliorare la qualità del lavoro ossiain ultima analisila qualità della vita.

INDICE DELVOLUME
Premessa VII
1. Le origini della crisi 3
La crisi ideologico-politicap. 4 - Tare antiche e recenti della società italianap. 9 - La crisi economica e finanziariap. 12 - Stato e mercatop. 16 - Mutamenti della struttura socialep. 22 - La fluidità della situazione politicap. 25 - Le prospettivep. 26
2. Bisogna fare i conti con Marx 28
Le responsabilità di Marxp. 28 - Marx: le tesi erronee e le tesi analiticamente fecondep. 34 - Marx e i comunistip. 37 - La posizione della sinistra verso le piccole impresep. 40 - Le formule partecipativep. 42 - Lotta di classe e odio di classep. 43 - Marx e Machiavellip. 45
3. La legge finanziariail rovesciamento della scala di priorità e il conflitto d'interessi
47
Economia reale ed economia finanziariap. 47 - La legge finanziariap. 50 - Le critiche al governo Berlusconip. 56 - Obiezioni ad una interpretazione moralisticap. 58 - Un'obiezione politicap. 62
4. La riforma dello stato sociale 66
Insegnamenti utili per il futurop. 66 - Tre grandi aree di spesap. 69 - La posizione dei sindacatip. 71
5. Una politica per accelerare la crescita dell'occupazione e lo sviluppo civile del Mezzogiorno
74
La crescita dell'occupazionep. 74 - La creazione di nuove impresep. 77 - Lo sviluppo civile nel Mezzogiornop. 80 - Il livello d'istruzione dei lavoratorip. 82 - L'andamento dell'occupazione negli ultimi quarant'annip. 83
6. La scuolala ricerca scientifica e la qualità del lavoro
86
Una condizione preliminare per riorganizzare il sistema scolasticop. 88 - Riflessioni sulla riforma universitariap. 88 - I gravi problemi della ricercap. 91

- FINE -



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