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La festa dei morti

di Giovanni Verga

Nella collina solitariairta di croci sull'occidente imporporatodove nonodesi mai canto di vendemmiané belato d'armentic'è un'ora di festaquandol'autunno muore sulle aiuole infioratee i funebri rintocchi che commemorano idefunti dileguano verso il sole che tramonta. Allora la folla si riversachiassosa nei viali ombreggiati di cipressie gli amanti si cercano dietro letombe. Ma laggiùnella riviera nera dovetermina la cittàc'era una chiesuola abbandonatache racchiudeva altre tombesulle quali nessuno andava a deporre dei fiori. Solo un istante i vetri dellasua finestra s'accendevano al tramontoquasi un faro pei navigantimentre lanotte sorgeva dal precipizioe la chiesuola era ancora bianca nell'azzurroappollaiata come un gabbiano in cima allo scoglio altissimo che scendeva a piccosino al mare. Ai suoi piedinell'abisso già nerosprofondavasi una cavernasotterraneabattuta dalle ondepiena di rumori e di bagliori sinistridi cuiil riflusso spalancava la bocca orlata di spuma nelle tenebre.Narrava la leggenda che la caverna sotterraneaper un passaggiomisteriosofosse in comunicazione colla sepoltura della chiesetta soprastante;e che ogni annoil dì dei Morti - nell'ora in cui le mamme vanno in punta dipiedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbie questisognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucentie le ragazzeprovano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che ilfidanzato ha mandato in dono per i morti - un prete sepolto da cent'anni nellachiesuola abbandonatasi levasse dal catalettocolla stola indossoinsieme atutti gli altri che dormivano al pari di lui nella medesima sepolturacollemani pallide in crocee scendessero a convito nella caverna sottostantechechiamavasi per ciò «la Camera del Prete». Dal largoverso Agnoneinaviganti s'additavano l'illuminazione paurosa del festinocome una luna rossasorgente dalla tetra riviera. Tutto l'annoi pescatori che stavano di giorno al sole sugli scogli circostanticolla lenzain manonon vedevano altro che lo spumeggiare della mareaquando s'internavamuggendo nella «Camera del Prete»e il chiarore verdognolo che ne uscivacolla risacca; ma non osavano gettarvi l'amo. Un palombaro che s'era arrischiatoa penetrarvinuotando sott'acquauno che non badava né a Dio né al diavolopel bisogno che lo stringeva alla golae i figliuoli che aspettavano il paneaveva visto il chiarore ch'era lì dentroazzurro e ondeggiante al pari di queifuochi che s'accendono da sé nei cimiteriil pietrone liscio e piattocomeuna gigantesca tavola da pranzoe i sedili di sasso tutt'intornorosidall'acquae bianchi quali ossa al sole. L'onda che s'ingolfava gorgogliandonella cavernascorreva lenta e livida nell'ombrae non tornava mai indietro;come non tornò più quel poveretto che s'era strascinato via. L'estatenell'ora in cui ogni piccola insenatura della riva risonava della gazzarra deibagnantil'onda calma scintillavarotta dalle braccia di qualche ragazzo chenuotava verso le sottane biancheformicolanti come fantasmi sulla spiaggia. -Così quel preteun sant'uomoaveva perso l'anima e la ragione dietro ifantasmi delle terrene voluttàil giorno in cui Lei - la tentazione - eravenuta a confessargli il suo peccatonella chiesetta solitaria ridente al soledi Pasquacol seno ansante e il capo chinosu cui il riflesso dei vetriscintillanti accendeva delle fiamme impure. Da cent'anni le sue ossaconsuntedal peccatoposavano nella fossastringendosi sul petto la stola maculata. Ivinon giungevano gli strilli provocanti delle ragazze sorprese nel bagnoné ilcanto bramoso dei giovaniné le querele delle lavandaiené il pianto deifanciulli abbandonati. La luna vi entrava tacita dallo spiraglio aperto nellarocciae andava a posarsiuno dopo l'altrosu tutti quei cadaveri stesi infila nei catalettisino in fondo al sotterraneo tenebrosodove faceva apparireper un istante delle figure strane. L'alba vi cresceva in un chiarore smortoche al fuggire delle ombre sembrava far correre un ghigno sinistro sullemascelle sdentate. Il giorno lungo della canicola indugiava sotto le arcateverdognolecon un brulichìo furtivo di esseri immondi in mezzo all'immobilitàdi quei cadaveri. Erano defunti d'ogni etàe d'ogni sesso: guance ancora azzurrognolecome se fossero state rase ieril'ultima voltae bianche forme verginali coperte di fiori; mummie irrigiditenei guardinfanti rigonfie toghe corrose che scoprivano tibie nerastre. Dallospiraglio aperto nell'azzurro entravano egualmente il soffio caldo dellosciroccoe i gelati aquiloni che facevano svolazzare come farfalle di bruchi letrine polverose e i riccioloni cadenti dai crani gialli. I fiorigià secchi dilagrimesi agitavano pel sotterraneocome vivie andavano a posarsi su altrelabbra rose dal tempo; e appena il vento sollevava i funebri lenzuolistesi damani smarrite d'angoscia su caste membra amateocchi inquieti di rettiliimmondi guardavano furtivi nelle ossa nude. Poscianell'ore in cui il sole moriva sull'orlo frastagliato dello spiraglioil ghignoschernitore di tutte le cose umane sembrava allargarsi sui teschi camusie leocchiaie vuote farsi più nere e profondequasi il dito della morte vi avessescavato fino alla sorgente delle lagrime. Là non giungeva nemmeno il mormoriodelle preci recitate all'altare in suffragio dei defunti che dormivano sotto ilpavimento della chiesuolae i singhiozzi dei parenti non passavano il marmodella lapide. Le raffiche delle notti di fortuna scorrevano gemendo sulla casadei mortisenza lasciarvi un pensiero per coloro che in quell'ora erravanolaggiùpel mare tempestosocoi capelli irti d'orrore al sibilo del vento nelsartiame; né un senso di pietà per le povere donne che aspettavano sulla rivasferzate dal vento e dalla pioggia; né un ricordo delle lagrime che videroforsenell'ora torbida dell'agoniae che bagnarono quegli stessi fiori cheadesso vanno da una bara all'altracome li porta il vento. - Così le lagrimesi asciugarono dietro il loro funebre convoglio; e le mani convulse checomposero nella bara le loro spogliesi stesero ad altre carezze; e le boccheche pareva non dovessero accostarsi ad altri baciinsegnano ora sorridendo abalbettare i loro nomi ai bimbi inginocchiati ai piedi dello stesso lettocollepiccole mani in croceperché i buoni morti lascino dei buoni regali ai loropiccoli parenti che non conobbero. - Tanto tempo è passatoinsieme alle buferedella nottee al soffio d'aprilecolle ore che suonano uniformi e impassibilianch'esse sul campanile della chiesuolasino a quella del convito!A quell'ora tutti gli scheletri si levano ad uno ad uno dalle baretarlatecoi legacci cascanti sulle tibie spolpatecolla polvere del sepolcronelle orbite vuotee scendono in silenzio nella «Camera del Prete»recandonelle falangi scricchiolanti le ghirlande avvizzitecol ghigno beffardo ditutte le cose umane nelle bocche sdentate. Piùnulla! più nulla! - Né la tua treccia biondache ti cade dal cranio nudo. -Né i tuoi occhi bramosipei quali egli sfidò il disonore e la morteondeportarti il bacio delle labbra che non ha più. Ti rammentii baci insaziatiche dovevano durare eterni? - E neppure i morsi acuti della gelosiail deliriosanguinoso che mise in mano a quell'altro l'arma omicida. - Né le lagrime chesi piangevano attorno a quel lettoe quel morente voleva stamparsi negli occhidilatati dall'agonia. - Né le ansie delle notti vegliate in quella stanza giàfunebrein quell'attesa già disperata. - Né le carezze con cui il caro bimbopagava il latte di quel seno e i dolori di quella maternità. - E neppure lelotte in cui l'uno si è logorato. - Né le speranze che hanno accompagnatol'altro sin là. - Né i fiori del campo per cui si è tanto sudato. - Né ilibri sui quali si è vissuto tanta e tanta vita. - Né la bestemmia delmarinaio che stringe ancora le alghe secche nelle falangi contratte. - Né lapreghiera del prete che implora il perdono dei falli umani. - E non l'azzurroprofondo del cielo tempestato di stelle; né il tenebrore vivente del mare chebatte allo scoglio. - L'onda che s'ingolfa gorgogliando nella cavernasotterraneae scorre lenta e livida sulla «Tavola del Prete» si porta via persempre le briciole del convitoe la memoria di ogni cosa.Ora nel costruire la diga del molo nuovohanno demolito la chiesuola escoperchiano la sepoltura. La macchina a vapore vi fuma tutto il giorno nelcielo azzurro e limpidoe l'argano vi geme in mezzo al baccano degli operai.Quando rimossero l'enorme pietrone posato a piatto sul piedistallo di rocciacome una tavola da pranzoun gran numero di granchi ne scappò viae quanticonoscevano la leggendaandarono narrando che avevano visto lo spirito delpalombaro ivi trattenuto dall'incantesimo. Il mare spumeggiante sotto la catenadell'argano tornò a distendersi calmo e color del cieloe scancellò persempre la leggenda della «Camera del Prete». Nelraccogliere le ossa del sepolcreto per portarle al cimiterofu una lungaprocessione di curiosiperché frugando fra quegli avanziavevano trovato unacarta che parlava di denarie molti pretendevano di essere gli eredi. Infinenon potendo altrone cavarono tre numeri pel lotto. Tutti li giocaronomanessuno ci prese un soldo.