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Gabriele D'Annunzio

 

LA FIGLIA DELLA BOREA

 

I

     Il re Caldore e la regina Olina erano giàoltre il limitare della vecchiezza. La loro corte componevasi di cavalierisaggidi monacidi astrologhi e d’alchimisti. Essi amavano conversare su lecose della sapienzaapprendere la dottrina delle stelleinterpretare le SacreScritture e conoscere le virtù dei metalli e delle pietre secondo il Lapidariodel vescovo Marbodo. Avevano pieno di grave maestà il voltola caniziepurissimadolce la voce. I loro gesti erano lenti; le loro movenze spiravanopace. Quando su le chinee mansuete venivano cavalcando pe ’l reameli uominiaccorrevano umili a fare omaggiole donne gittavan copia di fiori.
     Il lor figliuolo era un principe assai bello egagliardo.
     La regina diceva al figliuolo: «Figliuolo mionoi siamo vecchi omai. Perché non ti scegli una sposa?»
     Il principe rimaneva in pensieroe sospiravatalvoltadal profondo cuore.
     Un giornopoiché ricorreva la festa cristianadell’Ascensionesu le mense tutte sparse di rose i valletti recarono unafresca giuncata. Il principecom’era per tagliarla con un coltello d’orosi ferì la mano; e una goccia di sangue maculò la bianchezza del latte.
     «O madre» disse il principesorridendo«volentieriio sceglierei una sposa; ma ben vorrei così la giovine bella: sangue e latte.»
     Corse per tutte le mense un mormorio leggerocomed’un vento tra le fronde; e le damigelle s’invermigliarono.
     Soggiunse il principe: «Io la troverò.»
     Eil giorno seguentevenne al padre e allamadre; e disse: «Datemi la vostra santa benedizione.»
     Avuta la benedizionesi mise in cammino.
     Viaggiò tutto il giornosenza fermarsi mai; passòboschi e fiumi. La notte lo prese in mezzo a una pianura sconfinata; ed eranotte senza luna. Egli scorse lontano un punto che brillava come una stellanella solitudine; e il cuore gli palpitò forte. Come più egli avanzavapiùquel punto diveniva luminoso. Alla fineil principe giunse in vicinanza d’ungran palazzo; e pose il piede in un cerchio di luce.
     Pel raggio di sette migliain tornoil palazzoemanava splendore; così che pareva sorgere in luce diurnamentre le terrecircostanti giacevano nella notte.
     Sorgeva il palazzo su la riva destra d’un fiumeal confine di labirinti floridi abitati da cervi e da paoni. L’artifiziosaarchitettura marmorea spandevasi nel cielo candidamentecome un’adunazione ditabernacoli; quattro scaleornate di balaustriscendevano a bagnarsi nelfiume; e per entro la trasparenza adamantina delle acque si vedevano i gradigiungere sino al fondo dell’alveo consperso di arene d’oro.
     Su l’altra riva una selvanutritaallargavanell’aria fogliami non mai veduti. Dai tronchi prossimi al margine stillavanoin abondanza le gomme liquide e colavano per la corteccia o cadevano sul’acqua formando ricche masse d’ambra che la corrente traeva. Le marmoreeimagini e le arboree nel comune specchio si abbracciavanopendule e tremule. Laserenità era perenne.
     Il principe ristettepreso dalla meraviglia.Quindi si fece animoa piè del palazzoe gittò una voce.
     «Chi chiama?» chiese la bella Vijendaaffacciandosi al balcone d’una torre alta ed appartata.
     «Datemi ricoveroper amore di nostro signore GesùCristobella giovinetta. Io sono un povero viandante» rispose il principesupplichevole.
     «Andateandate! Mia madre non è meco.»
     «Abbiate misericordiabella giovinetta. Io muoiodi stanchezza e di fame.»
     «Andate andate! Mia madre non è meco.»
     «Siate pietosaper amor della madrebellagiovinetta.
     Mi si piegano i ginocchimi fanno sangue i piedi.»
     «Andateandate!»
     «O bella giovinettachi vi diede il cuore cosìduro? Sporgetevi alla ringhiera e guardatemi morire.»
     «Dio! Dio!»
     Vijenda discese dalla torretremando; ed aprì laporta.
     Il principe gittò un gridoin conspetto di tantabellezza.
     «O madreo madreringraziamo il signore Iddionostro; perché ho trovata la mia sposa!»
     «Chi siete voi?» chiese Vijendaa pena vide ilgiovine sconosciuto. «Entrate e nascondetevi. Se torna mia madrevi divora.»
     «Io sono figliuolo di ree vi cerco. Per pietànon mi scacciate!»
     Chiuse Vijenda la portache al tocco della suamano scintillò come un diamante a un raggio; e condusse il principe su per lescale interiori.


II

     Le scale salivano per lunghe spirein tornoun’alta colonnaa simiglianza di serpi attorcigliati a una verga. La colonnamateriata d’una pietra soprannaturaleera quella che reggeva tutto l’edifizioe generava la luce. Di tal natura era la luceche penetrava e traversavaqualunque durezza; e faceva cerchio preciso in torno per sette miglia. Come lafiamma in una lampada di cristallo così la colonna nel palazzo turrito.
     Giunta alla sua torreVijenda disse al principe:«Entratemio signore.»
     Quivi la bella dimorava. Quiviseduta alla guisadelle Orientali su cuscini di broccato d’argentodilettavasi a trapuntaredalmatiche e stoleprendendo riposo dalla sottil fatica per pregare Iddio. Icarbonchi su le pareti rendevano chiarore; dentro un vaso l’aloè ardevarendendo odore. Ellavestita d’una seta di Caturatrapuntava e cantava. Lesue attitudini erano armoniose come una musica; tutto il suo corpo irradiavanativamente la luce e la giovinezzacome il corpo di una divinità. Ellatrapuntava e cantava. E la comunione dei raggidei profumidelle attitudini edella voce formava in torno a lei una sorta d’incantamento.
     «Entratemio signore.»
     Il principe entrò.
     «Sedetemio signore.»
     Il principe si assise.
     Vijenda si fece al balcone e rimase un istante inascolto. Il silenzio era profondoin quel giorno soprannaturale.
     «O bella giovinetta» chiese il principe«vorrestech’io vi fossi sposo?»
     «Ben io vorreimio signore. Ma sappiate che miamadre è la Borea. Se torna mia madrevi divora.»
     «Voi mi salvereteo bella; perché voi siete lamia sposa.»
     Nelli occhi di Vijenda appariva l’inquietudine.Un mormorio lontano giungeva dalla selva dell’opposta riva. Il mormoriocrescevarapidamente. Era come il muggito d’un gran vento.
     «Ecco mia madre!» esclamò la bella.
     Tutta la selva rimbombavasul fiume.
     «Ecco mia madre!»
     Tutta la selva rimbombavae il palazzo tremavadalle fondamenta.
     «Ecco mia madre! Nascondetevi in quel forziered’oro.»
     Il principe si nascose nel forziere d’oro.
     Il vento batteva forte le mura; battevabattevaper riprendere le forme umane. Alla finecompiuta la trasmutazionechiamò disotto alla torre:

     «Figlia Vijendao fior de le bellezze
     fatti al balconespandi le tue trezze!
     Spandi le belle trezzeocchio di sole
     perché la madre tua risalir vuole.
     Vuol risalire per la dolce scala:
     fatti al balconle belle trezze cala!
     Vuol risalire per la scala d’oro:
     figlia Vijendagetta il tuo tesoro!»

     Vijenda sciolse i suoi lunghi capellidall’alto della torre; e la Borea risalì.
     Come fu dentrola Borea fiutò l’aria. In vanoVijenda gettò nel braciere ardente un pugno d’aloè puro. La Borea disse: «Quic’è un cristiano.»
     «O madrecome vuoi tu che qui ci sienocristiani? Forse ancora ne porti nelle nari l’odoreperché giri tutto ilmondo.»
     La Borea non si diè per vinta. Cercò per tuttala torre; e trovò alla fine il figliuolo del renel forziere prezioso.
     «Ahtu sei qui? Preparati a morire.» E mettevada’ denti un terribile stridore.
     «Perdonalomadre» pregò Vijendainginocchiandosi. «E un viandante che ha smarrita la via. Chiede ricovero perquesta notte sola.»
     La Borea perdonòper quella notte sola.


III

     La mattina seguentela Boreaprima dipartirechiamò il figliuolo del reche ancora era fra le braccia de’ sogni.
     «Alzati e seguimi.»
     Il principe si alzò; e la seguì in una grandestanza tutta quanta di cristallodove un mucchio innumerabile di gemmefiammeggiava come un rogo. Erano più che cento sacca di smeraldizaffiricarbonchicrisoprassialmandinigiacinti e turchesi. E la variazione deifuochi era tale che li occhi del principe ne restarono abbarbagliati e laragione per un poco ne restò smarrita.
     Disse la Borea: «Io ti chiudo qui dentro. Tuquesta seraal mio ritorno mi farai trovar separate tutte le pietre in settecumulisecondo la loro qualità. Se nonpreparati a morire.»
     Chiuse; e partì pe’ suoi viaggi volubili su leterre e su i mari.
     Udì il figliuolo del re rimbombare la selva comela sera innanzi; ea quel romboimaginò i terribili castighi. Il mucchiodelle gemmea mezzo del pavimento cristallinoardeva aspettando che ci siponesse all’opera. Un silenzio profondo occupava la casa.
     «Cristo Gesùaiutatemi!» pregò il miseroprincipe.
     Eguardando il mucchio che richiedeva almeno iltempo d’una lunazione ad esser numerato da un uomo soloruppe in un granpianto.
     «O Vijenda! O Sposa Vijenda!»
     La giovinetta comparvedi là dalla paretediafana e sonora. Ella sorrideva. Il sorriso moltiplicavasi nel cristallocomeun’onda lucida in un lago quieto.
     Tre volte ella girò silenziosamente in torno allacarcere del principe. Quindi parlò.
     «Non piangeteo mio sposo. Le pietre m’obediranno.Io so ben l’arte.»
     Le pietre si misero a fiammeggiare più forte e avivere come occhi che avessero sguardo.
     Ella chiamò i carbonchi. «O carbonchiche avetevirtù di riconfortare alli uomini gli spiriti e le membradi fugar per semprela tristezza e i sogni vaniio vi comando. Separatevi.»
     I carbonchi a quelle parole eruppero dal mucchiocome le faville da un incendio sotto un vento improvviso.
     Ella chiamò gli zaffiri. «O zaffirigemme attealle dita dei repotenti a dissetare il sitibondoa lenire l’ardenzainterioree infusi nel latte a sanar le feritee a proteggere l’uom castocontro la pauracontro il tradimentocontro il velenoio vi comando.Separatevi.»
     Gli zaffiriuscendo dal mucchionon più turbatidalle altre fiammerifulsero placidi eguali in dispartesimili ai frammentid’un puro cielo.
     Ella chiamò gli smeraldi. «O smeraldicustodidella castitàche sanate la lebbrascoprite la menzognaaccrescete laricchezzaplacate la procellaio vi comando. Separatevi.»
     Gli smeraldi spuntarono fuor del mucchiosimilialle piccole innumerevoli foglie in un tronco ebro di primavera.
     Ella ancora chiamò i crisoprassili almandiniigiacintile turchesi. Tutte le qualità delle gemme si separaronoinnanzi alprincipe stupefatto.


IV

     Quando a sera tornò la Borea e vide ilmiracolodisse: «Questa non è opera tuama della mia Vijenda.»
     E il giorno dopoprima di partirecondusse ilprincipe in un’altra vastissima stanza; dov’era un mucchio di piumegaio emolle come una messe di fiori.
     «Cento specie di uccelli han fornito questepiume» disse la Borea. «Fa che al mio ritorno io trovi separate le centoqualità in cento cumuli diversi. Se nonpreparati a morire.»
     Ed ella partìmugolando.
     Allora Vijenda per virtù d’un’arte magica aprìla porta della prigione e fecesi innanzi al figliuolo del reche piangeva.
     «Io non piango per paura della mortema perchétu non sarai più la mia sposa!»
     «Io sarò la tua sposaperché t’amo. Vuoi tufuggir mecomio signore?»
     «Voglio.»
     «E beneaspetta.»
     Prima di fuggireVijenda compose un beveraggio eabbeverò tutti li utensili della casapoiché tutti li utensili eran fatati.Ma obliò di abbeverare un treppiè d’oro che stava in mezzo alla cenere.
     «Sei pronta?» chieseimpazienteil principe.
     «Eccomi. Aspetta.»
     Ella prese un pettineuna spola e una reliquiadella croce di Nostro Signore Gesù Cristo. Quindi gridò: «Andiamo.»
     Per lucidi labirinti di scalecondusse l’amantea una porta di cedro immarcescibile cheobedendo a una parola mormoratasiaperse.
     Dava quella porta sopra un chiuso. Si levavanod’intornoa grande altezzasiepi di rose che fiorivano perpetuamente eformavano un limite insormontabile. Il terreno era coperto d’erbe mollituttegemmanti di rugiade. Rivoli d’acqua irrigavano la verdura e facevano unamusica sommessa. Quivi i cavalli della Borea pascolavano.
     Erano bianchi come i cignisnelli come liunicorniferoci come le sfingiardenti come le chimere. I loro occhi lucevanoumidi e neri fra i crini; i loro crini eran così lunghi che le zampe nelgaloppo vi s’implicavano; le loro zampe avean unghie polite come il diasproche davan faville e tuono.
     Quando essi udirono il piccolo grido che gittò labellaaccorsero nitrendofremendochiedendo di correremettendo il soffiodelle loro narici su le mani di leiguatandola con occhi ove fiammeggiava labrama delli spazii smisurati.
     Vijenda scelse nella torna i due corridori piùveloci. Ella balzò su l’unoil principe su l’altro. Sentendo il pesoicavalli partirono come da un arco saette.


V

     Tornò a sera la Borea e chiamò:

     «Figlia Vijendao fior di bellezze
     fatti al balconespandi le tue trezze!
     Spandi le belle trezzeocchio di sole
     perché la madre tua risalir vuole.
     Vuol risalire per la dolce scala:
     fatti al balconle belle trezze cala!
     Vuol risalire per la scala d’oro:
     figlia Vijendagetta il tuo tesoro!»

     Chiamò a lungo ed in vano. Sul balcone dellatorre non apparve alcuno.
     Ma il treppiè d’oroche non era statoabbeveratosi fece piano piano presso una finestra e disse: «Non chiamarenonchiamare; perché la tua Vijenda è fuggita col figliuolo del re.»
     Mise un urlo la madree senza indugio si diede ainseguire i fuggitivi.
     Corsecorsecorse. Vijenda la sentì inlontananza.
     «Ecco mia madre! Ecco mia madre!»
     Ella gittò la spola.
     «Io voglio che questa spola divenga una montagnaalta fino alle nuvolecosì che né pure il vento la possa varcare.»
     La spola divenne una montagna; ma la Boreadopomolta faticapassò.
     «Ecco mia madre! Ecco mia madre!»
     Vijenda gittò il pettine.
     «Io voglio che questo pettine divenga una siepedi spini così densa che né pure il vento la possa penetrare.»
     Il pettine divenne una siepe. La Boreas’insanguinò tuttama passò.
     «Ecco mia madre! Ecco mia madre!»
     Vijenda gettò la reliquia. La reliquia divenneuna chiesa; Vijendauna pila d’acqua santa; il figliuolo del re uncrocifisso. I cavalli disparvero.
     Giunse la madre alla chiesa ed entrò. Sotto liarchi il silenzio era solenne. Nelle cappelled’innanzi alle imaginilelampade ardevano dolcemente. Tutta la navata si rispecchiava nella pilaprofonda.
     Stette in ascolto la madre; ma non udì che il suoansare.
     Allora s’inginocchiò nel mezzo della chiesasiscoperse le mammellesi sciolse i capellied imprecò: «O figlianon timaledico. Ma che il tuo sposoa pena abbia dalla madre il primo baciopossascordarsi di te per sette anni.»
     Baciò il pavimento e partì.
     Vijenda e lo sposo ripresero le forme umane e sirimisero in cammino.
     Dopo molte miglia giunsero in un luogo pocodiscosto dalla città; dov’era una fonte di acqua pura all’ombra d’unsalice grandioso.
     Disse il principe: «Io non voglio che tu entri incittà senza pompa. Vado a ordinare le cerimonie. Aspettami qui; anziperchénessuno ti scoprapòniti su questo salicetra i rami piangentia specchiodella fontana.»
     «Tu mi abbandoni?» disse Vijenda. «Ma ricordatil’imprecazione. Se tua madre ti baceràio rimarrò qui per sette annidimenticata.»
     «Non temereo mia bella. Io non mi lasceròbaciare.»
     «Ricòrdati!»
     «Io non mi lascerò baciare.»
     Tornò alla reggia paterna il principee la bellaVijenda restò sul salice.
     Come il principe mise il piede sulla soglia dellareggiaun alto clamore di gioia si propagò d’improvviso per tutti li atriiper tutte le stanzeper tutti i giardini. E la regina madre corse in contro alfigliuolo diletto; eprima ch’egli avesse potuto difendersi dall’impetogli gettò le braccia al collo e gli coperse il volto di baci.
     Il figliuolo del re si scordò di Vijenda.
     A lungoa lungo stette Vijenda aspettandoin sulsalice. Quando vide che lo sposo non tornavadisse tra le lacrime: «La madrel’ha baciato!»
     E rimase per sette anniin sul salicealacrimare.


VI

     In capo ai sette anniuna femminetta venne adattingere acqua alla fontanacon una conca d’argilla. Era giorno diprimavera; e tutto il salice verdeggiava in pioggia foltamisto ai capelli diVijenda abbandonata.
     Vide la femminetta riflettersi nello specchio labella faccia di Vijenda ecredette quella fosse la propria immagineesclamò:«Quanto son bella!»
     Rimirò un pocoattonita.
     «Tanto son bella e vado per acqua? Maledetta lapadrona che mi manda!»
     E gittò la concache si ruppe in mille pezzi.
     A quell’attoVijenda dall’alto dell’alberorise forte. Udì le risa la feminettalevò li occhied esclamò: «Ahsietevoibella signora!»
     La signora rideva in cima del salicecome il solein cima d’una collina. I suoi capellidivenuti selvaggiparevano tra ilpianto arboreo raggi d’oro.
     «Buona fanciulla» parlò la figlia del vento«rendimi un servigio. Va al figliuolo del re e digli che già da sette anni iosto su questo salice dimenticata.»
     «O bella signoraperché non discendete? Sietecome il solema i vostri capelli sono tutti scomposti. Voglio pettinarvi.Discendete!»
     «Non posso discenderebuona fanciulla; perché imiei capelli sono intrecciati ne’ rami del salicecome fili d’oro in cordedi seta.»
«O bella signoravoglio pettinarvi. E vergogna per voi essere cosìscarmigliata. Discendete!»
     «Non posso discenderebuona fanciulla. Iramoscelli mi legano i polsi e le caviglie.»
«Discendete!»
     Vijendacui piacque il pensiero d’esser liberadall’intrico dell’alberodiè un balzo e fu a terrarotto ogni legame. Lachioma la copriva tutta quantasparsa di foglie verdicome un drappotempestato di berilli fini.
     «Sedetevi su quella pietrabella signora» ledisse la femminetta.
     Ella si mise a sedere su la pietrae l’altrasul margine della fontana.
     «Posate la testa su le mie ginocchia.»
     Vijenda posò la testa meravigliosa su leginocchia della fanciulla che incominciò a pettinarla. Cadevanosotto il morsodel pettinele foglie a una a una.
     «Perchésignoranon mi raccontate la vostrastoriamentre io vi pettino?»
     Vijenda prese a raccontar la sua storiabenignamente. Non si vedeva il suo voltocelato dai capelli; né si vedevapunto la sua bocca parlante. Ma la parlatura sua soave pareva pullular piano ditra l’abondanza del biondoin guisa d’una vena che sorga lucida e trepida amezzo di virgulti flessuosi.
     Com’ebbe finito il raccontoella andò perlevare la testa. Ma la fanciulla perfida tolse il lungo spillo d’oro cheVijenda portava ne’ capelli e le trafisse la tempia delicata.
     Vijenda morìsenza un sospiro. Una sola gocciadi sangue sgorgò dalla ferita. Quella goccia vermiglia cadde sopra un fiore; eil fiore diventò una colomba; e la colomba s’involò subitamente.
     La perfida trasse le vesti al cadavere; si coprìdi quelle vesti e gittò il corpo nella vicina peschiera. Quindi salì sulsalice.
     Alle femmine che venivano per attingere acquaparlava: «Andate al figliuolo del re e ditegli che già da sette anni io sto suquesto salice dimenticata.»


VII

     Le femmine andarono a chiamare il figliuolo delre.
     «Ahsciagurato ch’io fui!» gridò ilprincipebattendosi la fronte. «Povera sposa mia!»
     Adunò tutta la corte; adunò tutte le milizieifanti e i cavalieri; ordinò una pompa di non mai veduta magnificenza. Il corteoregale doveva passare sotto ghirlande di fiorisovra tappeti di fiori. Ipalafreni portavano briglie ricamate di perle ed ampie gualdrappe stellantiicui lembi venivan sorretti da nani vestiti di verdecon trombe d’avorio suldorso. Cento damigelle e cento damigelli facevano un coro melodioso. Quarantachinee bianche eran cariche di tesori sovrammirabili per l’adornamento dellaprincipessa Sangue-e-latte. Tutto il popolo seguivacon clamori di gioia.
     Quando il corteo giunse al salice della fontanail figliuolo del re si gittò innanzi. Ma poi che vide la femminetta nelle vestidi Vijendastupefatto esclamò: «Dio! Come sei diversa!»
     E rimase in confusione grande.
     «Ahson diversa?» rispose quella con la vocedura. «Il sole mi ha riarsala pioggia mi ha bagnata fino alle midolleilgelo mi ha assiderataper sette anni!»
     Il principe si sentiva dal rimorso stringere ilcuore.
     «Per sette anni! Il sole m’ha anneritalapioggia m’ha afflosciatail gelo m’ha intisichitaper sette anni!»
     Il principe le tese le braccia. «Povera sposamia!»


VIII

     E il ritorno fu trionfalesotto nuvoli diroseal suono degli strumentifra le alte canzoni.
     Ma diceva il popologuardando la nuovaprincipessa: «Questa è dunque la famosa Sangue-e-latte? Questa è dunque labella delle belle? Questa è la fidanzata che vien da lontano?»
     I poeti della corte molto s’affaticavano atrovar rime di lodema i loro inni eran senza ardore. Le damigelle ridevanod’un crudel risoguardando le mani della falsa Vijenda.
     Era pronto il convito nuziale. I principiiduchii marchesii contii baroni i più gravi signori del reamesedevano amensa. Su vasellami d’argento i servi portavano fumidi paoni con tutte lepiume occhiuse. I coppieri versavano ruscelli di vino da urne di alabastro incoppe d’agata. I musici e i danzatori suonavano e danzavano per rallegrare icuori.
     La regina madre si chinò verso il figliuolodolcemente; e gli chiese: «Ricordi figliuol mioquella goccia di sangue checadde sulla giuncata e ti mise nell’animo il desiderio d’una sposaSangue-e-latte?»
     A pena nominata la goccia di sangueentrò per unbalcone una colomba nivea che discese sulla mensa e prese a fare un gemito rocoe soave.
     «Uccidete quella colomba!» gridò la falsaprincipessaalzandosipallida e sbigottita.
     Il figlio del re trasse la spada e uccise lacolomba a volo.
     Ma dalla morte della colomba sorse una vita umana:sorse la forma di Vijendadella bella Sangue-e-latte; e illuminò tutto ilconvitocome un’aurora.
     Presi dalla meravigliali astanti tacevano.
     «Ecco la tua sposa!» cantò la figlia dellaBoreatendendo le braccia al principe. «Ecco la sposa che morì per te e perte rivive.»
     Disse il principecorrendole tra le braccia: «Eccoil tuo sposoo Regina!»
     E la figlia della Borea baciò la bocca alfigliuolo del re. E per sempre fu di lui.
     A tornole grida e le salutazioni simoltiplicarono; piovvero fiori; corsero fiumi di vino.
     La femmina perfida fu arsainnanzi ai balconidella reggia; e le vampe fecero riscintillare i vasellami e le coppe delconvito.