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Igino Ugo Tarchetti

LE LEGGENDE DEL CASTELLO NERO

Non so se le memorie che io sto per scrivere possano avere interesse peraltri che per me-- le scrivo ad ogni modo per me. Esse si riferisconopressoché tutte ad un avvenimento pieno di mistero e di terrorenel quale nonsarà possibile a molti rintracciare il filo di un fattoo desumere unaconseguenzao trovare una ragione qualunque. Io solo il potròio attore evittima a un tempo.
Incominciato in quell’età in cui la mente è suscettibile delle allucinazionipiù strane e più paurosecontinuatointerrotto e ripreso dopo un intervallodi quasi venti annicircondato di tutte le parvenze dei sognicompiuti-- secosì si può dire d’una cosa che non ebbe principio evidente -- in una terrache non era la mia e alla quale mi avevano attratto delle tradizioni piene disuperstizioni e di tenebreio non posso considerare questo avvenimentoimperscrutabile della mia vita che come un enigma insolvibilecome l’ombra diun fattocome una rivelazione incompletama eloquente d’un’esistenzatrascorsa.
Erano fattiod erano visioni? L’uno e l’altro -- né l’uno né l’altroforse. Nell’abisso che ha inghiottito il passato non vi sono più fatti odideevi è il passato: i grandi caratteri delle cose si sono distrutti come lecosee le idee si sono modificate con esse -- la verità è nell’istante --il passato e l’avvenire sono due tenebre che ci avviluppano da tutte le partie in mezzo alle quali noi trasciniamoappoggiandoci al presente che ciaccompagna e che viene con noicome distaccato dal tempoil viaggio dolorosodella vita.
Ma abbiamo noi avuta una vita antecedente? Abbiamo previssuto in altro tempocon altro cuore e sotto un altro destinoalla esistenza dell’oggi? Vi fu un’epocanel temponella quale abbiamo abitato quei luoghi che ora ignoriamoamatoquegli esseri che la morte ha rapito da annivissuto fra quelle persone di cuivediamo oggi le opereo cerchiamo la memoria nelle storie o nell’oscuritàdelle tradizioni? Mistero!
E nondimeno... sìio ho sentito spesso qualche cosa che mi parlava d’un’esistenzatrascorsaqualche cosa di oscurodi confusoè veroma di lontanodiinfinitamente lontano. Vi sono delle rimembranze nella mia mente che non possonoessere contenute in questo limite angusto della mia vitaper giungere alla cuiorigine io devo risalire la curva degli annirisalire molto lontano… due otre secoli…
Anche prima d’oggi mi era avvenuto più volte ne’ miei viaggi di arrestarmiin una campagna e di esclamare: «Ma io ho veduto già questo sitoio sono giàstato qui altre volte!… questi campiquesta vallequesto orizzonte io liconosco!» E chi non ha esclamato taloraparendogli di ravvisare in qualchepersona delle sembianze già note: «Quell’uomo l’ho già veduto: dove?quando? chi è egli? non lo soma per fermo noi ci siamo veduti altre voltenoi ci conosciamo!»
Nella mia infanzia vedeva spesso un vecchio che certo aveva conosciutofanciulloda cui certo era stato conosciuto già vecchio: non ci parlavamomaci guardavamo come persone che sanno di conoscersi da tempo.
Lungo una via di Poolerasente la spiaggia della Manicaho trovato un sassosul quale mi rammento benissimo di essermi sedutosaranno circa settant’annie ricordo che era un giorno triste e piovosoe vi aspettava una persona di cuiho dimenticato il nome e le sembianzema che mi era cara.
In una galleria di quadri a Graz ho veduto un ritratto di donna che io ho amatoe la riconobbi subito benché ella fosse allora più giovinee il ritratto lefosse stato fatto forse vent’anni dopo la nostra separazione. La tela portavala data del 1647: press’a poco a quell’epocarisale la maggior parte diqueste mie memorie.
Vi fu un tempo della mia fanciullezza durante il quale non poteva ascoltare lacadenza di certe canzoni che cantano da noi le donne di campagna nelle fattoriesenza sentirmi trasportare ad un tratto in un’epoca così remota della miavitache non avrei potuto risalirvi anche moltiplicando un gran numero di voltegli anni già vissuti nell’esistenza presente. Bastava che io ascoltassiquella nota per cadere sull’istante in uno stato come di paralisicome diletargia morale che mi rendeva estraneo a tutto ciò che mi circondavaqualunque fosse lo stato d’animo in cui essa mi avesse sorpreso. Dopo i ventianni non ho più riprovato quel fenomeno. Non aveva io più ascoltata quellanota? o la mia animagià abbastanza immedesimata colla vita presentesi eraresa insensibile a quel richiamo?
O che la mia natura è infermao che io concepisco in modo diverso dagli altriuominio che gli altri uomini subisconosenza avvertirlele medesimesensazioni. Io sentoe non saprei esprimere in qual guisache la mia vita -- ociò che noi chiamiamo propriamente con questo nome -- non è incominciata colgiorno della mia nascitanon può finire con quello della mia morte: lo sentocolla stessa energiacolla stessa pienezza di sensazione con cui sento la vitadell’istantebenché ciò avvenga in modo più oscuropiù stranopiùinesplicabile. E d’altra parte come sentiamo noi di vivere nell’istante? Sidiceio vivo. Non basta: nel sonno non si ha coscienza dell’esistere -- enondimeno si vive.
Questa coscienza dell’esistere può non essere circoscritta esclusivamentenegli stretti limiti di ciò che chiamiamo la vita. Vi possono essere in noi duevite -- e sotto forme diverse la credenza di tutti i popoli e di tutte le epoche-- l’una essenzialecontinuataimperitura forsel’altra a periodiasbalzi più o meno brevipiù o meno ripetuti: l’una è l’essenza l’altraè la rivelazioneè la forma. Che cosa muore nel mondo? La vita muorema lospiritoil segretola forza della vita non muore: tutto vive nel mondo.
Ho detto il sonno. E che cosa è il sonno? Siamo noi ben certi che la vita delsonno non sia una vita a parteun’esistenza distaccata dall’esistenza dellaveglia? Che cosa avviene di noi in quello stato? Chi lo sa dire? Gli avvenimentia cui assistiamo o prendiamo parte nel sogno non sarebbero essi reali? Ciò chenoi chiamiamo con questo nome non potrebbe essere che una memoria confusa diquegli avvenimenti?… Pensiero spaventoso e terribile! Noi forsein un ordinediverso di cosepartecipiamo a fattiad affettiad idee di cui non possiamoconservare la coscienza nella veglia; viviamo in altro mondo e tra altri esseriche ogni giorno abbandoniamoche rivediamo ogni giorno.
Ogni sera si muore di una vitaogni notte si rinasce d’un’altra. Ma ciòche avviene di queste esistenze parzialiavviene forse anche di quell’esistenzaintera e più definita che le comprende.
Gli uomini hanno sempre rivolto lo sguardo all’avveniremai al passato; alfinemai al principio; all’effettomai alla causa; e non di meno quellaporzione della vita a cui il tempo può nulla togliere o aggiungerequella sucui la nostra mente avrebbe maggiori diritti a posarsie dalla cuiinvestigazione potrebbe attingere le più grandi compiacenzee gliammaestramenti più utiliè quella che è trascorsa in un passato più o menoremoto. Perocché noi abbiamo vissutonoi viviamovivremo.
Vi sono delle lacune tra queste esistenzema saranno riempite. Verrà un’epocain cui tutto il mistero ci sarà rivelato; in cui si spiegherà tutto intero ainostri occhi lo spettacolo di una vitale cui fila incominciano nell’eternitàe si perdono nell’eternità; nella quale noi leggeremocome sopra un librodivinole operei pensierile idee concepite o compiute in un’esistenzatrascorsao in una serie di esistenze parziali che abbiamo dimenticate.
Se gli altri uomini serbino o no questa fedenon so; ma ciò non potrebbe néfortificarené abbattere il mio convincimento. Ad ogni modoecco il mioracconto.
Nel 1830 io aveva quindici annie conviveva colla famiglia in una grossaborgata del Tirolodi cui alcuni riguardi personali mi costringono a sopprimereil nome. Non erano passate più di tre generazioni dacché i miei antenati eranovenuti ad allogarsi in quel villaggio: essi vi erano bensì venuti dallaSvizzerama la linea retta della famiglia era oriunda della Germania: lememorie che si conservavano della sua origine erano sì inesatte e sì oscureche non mi fu mai dato di poterne dedurre delle cognizioni ben definite: ad ognimodomi preme soltanto di accertare questo fattoed è che il ceppo della miacasa era originario della Germania.
Eravamo in cinque: mio padre e mia madrenati in quel villaggiovi avevanoricevuto quell’educazione limitata e modesta che è propria della bassaborghesia. Vi erano bensì delle tradizioni aristocratiche nella mia famigliadelle tradizioni che ne facevano risalire l’origine al vecchio feudalismosassone; ma la fortuna della nostra casa si era talmente ristretta che avevafatto tacere in noi ogni istinto di ambizione e di orgoglio. Non vi eradifferenza di sorta tra le abitudini della mia famiglia e quelle delle famigliepiù modeste del popolo; i miei genitori erano nati e cresciuti tra di esselaloro vita era tutta una pagina biancané io aveva potuto attingere dalla loroconvivenzané trarre dal loro metodo di educazione alcuna di quelle ideediquelle memorie di fanciullezza che predispongono alla superstizione e alterrore.
L’unico personaggio la cui vita racchiudeva qualche cosa di misterioso e d’imperscrutabilee che era venuto ad aggiungersiper così direalla mia famigliaera unvecchio zio legato a noidicevasida una comunanza d’interessidi cui perònon ho potuto decifrarmi in alcun modo le ragionidopo chee per la morte dilui e per quella di mio padreio venni in possesso della fortuna della miacasa.
Egli toccava allora -- e parlo di quell’età a cui risalgono queste miememorie -- i novant’anni. Era una figura alta e imponentebenché leggermentecurvata; aveva tratti di volto maestosimarcatidirei quasi plastici; l’andamentofiero quantunque vacillante per vecchiaial’occhio irrequieto e scrutatoredoppiamente vivo su quel visodi cui gli anni avevano paralizzata la mobilitàe l’espressione.
Giovine ancoraaveva abbracciato la carriera del sacerdoziospintovi dallepressioni insistenti della famiglia; poi aveva buttata la tonaca e s’era datoal militare; la rivoluzione francese lo aveva trovato nelle sue file; egli avevapassato quarantadue anni lontano dalla sua patriae quando vi ritornò --poiché non aveva rotti i voti contratti colla Chiesa -- riprese l’abito diprete che portò senza macchie e senza affettazione di pietà fino alla morte.
Lo si sapeva dotato d’indole pronta benché abitualmente pacatadi volontàindomabiledi mente vasta e eruditaquantunque s’adoprasse a non parerlo.Capace di grandi passioni e di grandi ardimentilo si teneva in concetto diuomo non comunedi carattere grande e straordinario. Ciò che contribuiva peraltro a circondarlo di questo prestigioera il mistero che nascondeva il suopassatoerano alcune dicerie che si riferivano a mille strani avvenimenti cuivolevasi che egli avesse preso parte -- certo egli aveva reso dei grandi servigialla rivoluzione; quali e con quale influenza non lo si seppe mai: egli morì anovantasei anni portando seco nella sua tomba il segreto della sua vita.
Tutti conoscono le abitudini della vita di villaggionon mi tratterrò adiscorrere di quelle speciali della mia famiglia. Noi ci radunavamo tutte lesere d’inverno in una vasta sala a pian terrenoe ci sedevamo in circolointorno ad uno di quegli ampi camini a cappa sì antichi e sì comodiche ilgusto moderno ha ora abolitosostituendovi le piccole stufe a carbone. Mio zioche abitava un appartamento separato nella stessa casaveniva qualche volta aprender parte alle nostre riunionie ci raccontava alcune avventure de’ suoiviaggi o alcune scene della rivoluzione che ci riempivano di terrore e dimeraviglia. Taceva però sempre di sé; e richiesto della parte che vi avevapresodistoglieva la narrazione da quel soggetto.
Una sera -- lo ricordo come fosse ieri -- eravamo riunitisecondo il solito inquella sala; era d’invernoma non vi era neve; il suolo gelato e imbiancatodi brina rifletteva i raggi della luna in guisa da produrre una luce bianca eviva come quella di un’aurora.

Tutto era silenzioe non si udiva che il martellare alternato di qualchegoccia che stillava dai ghiacciuoli delle gronde. Ad un tratto un rumore sordo eimprovviso di un oggetto gettato nel cortile dal muricciuolo di cintaviene adinterrompere la nostra conversazione; mio padre si alzaesce e si precipitafuori della porta che mette sulla viama non ode rumore alcuno di passinévedeper tutto quel tratto di strada che si distende d’innanzi a luialcunapersona che si allontani. Allora raccoglie dal suolo un piccolo involto che viera stato gettatoe rientra con esso nella sala. Ci raccogliamo tutti intorno alui per esaminarlo.
Erameglio che un involtoun grosso plico quadrato in vecchia carta grigiastramacchiata di rugginee cucita lungo gli orli con filo bianco e a punti esatti eregolari che accusavano l’ufficio di una mano di donna. La cartatagliata quae là dal filoe arrossata e consumata sugli orliindicava che quel piego erastato fatto da lungo tempo.
Mio zio lo ricevette dalle mani di mio padree lo vidi tremare ed impallidirenell’osservarlo. Tagliatane la cartane trasse due vecchi volumi impolveratie non v’ebbe gettato su gli occhiche il suo volto si coperse di un pallorecadavericoe dissedissimulando un senso di dolore e di meraviglia più vivo:«È strano!» E dopo un breve istante in cui nessuno di noi aveva osato parlareriprese: «È un manoscrittosono due volumi di memorie che risalgono alleprime origini della nostra famigliae contengono alcune gloriose tradizionidella nostra casa. Io ho dato questi due volumi ad un giovine chequantunquenon appartenesse direttamente alla nostra famigliavi era congiunto per certilegami che non posso ora qui rivelare. Furono il pegno d’una promessacui nonioma il tempo mi ha impedito di mantenere: sìil tempo…» aggiunse tra disé a bassa voce. «Io lo aveva conosciuto all’Università di * * *allorchévi studiava teologia: egli fu ghigliottinato sulla piazza della Grevee la suafamiglia fu distrutta dalla rivoluzionesaranno ora quarant’anni… non unogli sopravvisse… È strano!…»
E dopo un breve intervalloosservando che verso la cucitura dei fogli si eraaccumulata una polvere rossastra leggerissimaci dissecome si fosserisovvenuto di un pericolo: «Lavatemi le mani.»
«Perché?»
«Nulla...»
Ubbidimmo. Si passò tutta quella sera in silenzio: mio zio era in preda atristi pensierie si vedeva che egli si sforzava di evocare o di scacciaredelle memorie assai dolorose. Si ritirò assai prestosi rinchiuse nel suoappartamentoe vi stette due giorni senza lasciarsi vedere.


In quella sera io mi coricai in preda a pensieri strani e paurosi di cui nonsapeva darmi ragione. Era preoccupato dall’idea di quell’avvenimento piùche non avrei dovutopiù che un fanciullo della mia età non avrebbe potutoesserlo. Indarno io tenterei ora di rendere qui colla parola i sentimentiinesplicabili e singolari che si agitavano dentro di me in quell’istante.Parevami che tra quei volumi e mio zioe me stessocorressero dei rapporti chenon aveva avvertito fino alloradelle relazioni misteriose e lontanedi cuinon giungeva a decifrarmi in alcun modo la naturané a comprendere il fine.Eranoo mi parevano rimembranze. Ma di che cosa? Non lo sapeva. Di che tempo?Remote. Nella mia giovine intelligenza tutto si era alterato e confuso.
Mi addormentai sotto l’impressione di quelle ideee feci questo sogno.
Aveva venticinque anni: nella mia mente si erano come agglomerate tutte quelleideetutte quelle esperienzetutti quegli ammaestramenti che il tempo miavrebbe fatto subire durante gli anni che segnavano quella differenza tra l’etàsognata e l’età reale; ma io rimaneva nondimeno estraneo a questo maggioreperfezionamentobenché il comprendessi. Sentiva in me tutto lo sviluppointellettuale di quell’etàma ne giudicava col senno e cogli apprezzamentipropri de’ miei quindici anni. Vi erano due individui in meall’unoapparteneva l’azioneall’altro la coscienza e l’apprezzamento dell’azione.Era una di quelle contraddizionidi quelle bizzarriedi quelle simultaneitàdi effetti che non sono proprie che dei sogni.
Mi trovava in una gran valle fiancheggiata da due alte montagne: la vegetazionela coltivazionela forma e la disposizione delle capannee non so che didiversodi antico nella lucenell’atmosferain tutto ciò che micircondavami diceano ch’io mi trovava colà in un’epoca assai remota dallamia esistenza attuale -- due o tre secoli almeno. Ma come era ciò avvenuto?Come mi trovava in quelle campagne? Non lo sapeva. Ciò era bensì naturale nelsogno: vi erano degli avvenimenti che giustificavano il mio ristarmi in quelluogoma non sapeva quali fossero; non aveva coscienza del loro valoredellaloro entitànon l’aveva che della loro esistenza. Era solo e triste.Camminava per uno scopo determinatoprefissoper un fine che mi attraeva inquel luogoma che ignorava.
All’estremità della valle s’innalzava una rupe tagliata a piccoaltaperpendicolareprofondasolcata da screpolature dove non germogliava unaliana; e sulla sua sommità vi era un castello che dominava tutta la valleequel castello era nero. Le sue torri munite di balestriere erano gremite disoldatile porte dei ponti calatele altane stipate d’uomini e di arnesi dadifesa; negli appartamenti del castello era rinchiusa una donna di prodigiosabellezzache nella consapevolezza del sogno io sapeva essere la dama delcastello neroe quella donna era legata a me da un affetto anticoe io dovevadifenderlasottrarla da quel castello.
Ma giù nella valle a’ piedi della rupe ove io mi era arrestatoun oggettocolpiva dolorosamente la mia attenzione: sui gradini di un monumento mortuariosedeva un uomo che ne era uscito allora; egli era morto e tuttavia viveva;presentava un assieme di cose impossibile a dirsil’accoppiamento della mortee della vitala rigiditàil nulla dell’una temperata dalla sensitivitàdall’essenza dell’altra: le sue pupille che io sapeva essere stateabbacinate con un chiodo roventeerano ancora attraversate da due piccoli foriquadrati che davano al suo sguardo qualche cosa di terribile e dicompassionevole a un tempo.
A quel fatto si legavano delle memorie di sanguedelle memorie di un delitto acui io aveva preso parte. Fra me e lui e la dama del castello correvano deirapporti inesplicabili. Egli mi guardava colle sue pupille forate; e col gestoe con una specie di volontà che egli non manifestavama che ionon so comeleggeva in luim’incitava a liberare la dama.
Una via scavata lateralmente nella rupe conduceva al castello. Una immensaquantità di proiettili lanciatimi dai mangani delle torri m’impedivano digiungervi. Mastrana cosa! Tutti quei proiettili enormi mi colpivanoma non miuccidevano -- nondimeno mi arrestavano.
Attraverso le mura del castelloio vedeva la dama correre sola per gliappartamenti coi capelli neri disciolticol volto e coll’abito bianchi comela neveprotendendomi le braccia con espressione di desiderio e di pietàinfinita; e io la seguiva collo sguardo attraverso tutte quelle sale che ioconoscevanelle quali aveva vissuto un tempo con lei.
Quella vista mi animava a correre in suo soccorsoma non lo potevaiproiettili lanciatimi dalle torri me lo impedivano: a ogni svolto del sentierola grandine diventava più fitta e più atroce; e quegli svolti erano molti --dopo questo un altrodopo quello ancora un altro… io saliva e saliva… ladama mi chiamava dal castellosi affacciava dalle ampie finestre coi capelliche le piovevano giù dal senomi accennava colla mano di affrettarmimidiceva parole piene di dolcezza e di amorené io poteva giungere fino a lei --era un’impotenza straziante.
Quanto durasse quella terribile lotta non sotutta la durata del sognotuttolo spazio della notte... Finalmentee non sapeva in che modoera arrivato alleporte del castello; esse erano rimaste indifesei soldati erano spariti: leimposte serrate si spalancarono da sé cigolando sui cardini irruginitie nellosfondo nero dell’atrio vidi la dama col suo lungo strascico biancoe collebraccia apertecorrere verso di meattraversando con una rapiditàsorprendentee rasentando appena lo spazzola distanza che ci separava.
Essa si gettò tra le mie braccia coll’abbandono di una cosa mortacollaleggerezzacoll’adesione di un oggetto aereoflessibilesoprannaturale. Lasua bellezza non era della terra; la sua voce era dolcema debole come l’ecodi una nota; la sua pupilla nera e velata come per pianto recenteattraversavale più ascose profondità della mia anima senza ferirlainvestendola anzidella sua luce come per effetto di un raggio. Noi passammo alcuni istanti cosìabbracciati: una voluttà mai sentita da me né prima né dopo quell’oramiricercava tutte le fibre.
Per un momento io subii tutta l’ebbrezza di quell’amplesso senza avvertirla:ma non m’era posato su questo pensieronon era appena discesa in me lacoscienza di quella voluttàche sentii compiersi in lei un’orribiletrasformazione. Le sue forme piene e delicate che sentiva fremere sotto la miamanosi appianaronorientrarono in sésparirono; e sotto le mie ditaincespicate tra le pieghe che s’erano formate a un tratto nel suo abitosentii sporgere qua e là l’ossatura di uno scheletro...
Alzai gli occhi rabbrividendo e vidi il suo volto impallidireaffilarsiscarnarsicurvarsi sopra la mia bocca; e colla bocca priva di labbra imprimerviun bacio disperatoseccolungoterribile… Allora un fremitoun brivido dimorte scorse per tutte le mie fibre; tentai svincolarmi dalle sue bracciarespingerla… e nella violenza dell’atto il mio sonno si ruppe -- mi svegliaiurlando e piangendo.


Tornai a’ miei quindici annialle mie ideea’ miei apprezzamentialle miepuerilità di fanciullo. Tutto quel sogno mi pareva assai più stranoassaipiù incomprensibile che spaventoso. Quali erano i sentimenti che si eranoimpossessati di me in quello stato? Io non aveva ancora conosciuta la voluttàdi un bacionon aveva pensato ancora all’amorenon poteva darmi ragionedelle sensazioni provate in quella notte. Ciò non ostante era tristeeraposseduto da un pensiero irremovibilemi pareva che quel sogno non fossealtrimenti un sognoma una memoria un’idea confusa di cosela rimembranza diun fatto molto remoto dalla mia vita attuale.


Nella notte seguente ebbi un altro sogno.
Mi trovava ancora in quel luogoma tutto era cambiatoil cielogli alberilevie non erano più quelli; i fianchi della rupe erano intersecati da sentiericoperti di madreselve; nel castello non rimanevano che poche rovinee neicortili deserti e negli interstizi delle stanze terrene crescevano le cicute ele ortiche.
Passando vicino al monumento che sorgeva prima nella valle e di cui pure nonrestavano che alcune pietrel’uomo abbacinato che stava ancora seduto sopraun gradino rimasto intattomi disse porgendomi un fazzoletto bruttato disangue: «Recatelo alla signora del castello.»
Mi trovai assiso sulle rovine: la signora del castello era seduta al mio fianco-- eravamo soli -- non si udiva una voceun’ecouno stormire di fronde nellacampagna -- essaafferrandomi le manimi diceva: «Sono venuta tanto dalontano per rivedertisenti il mio cuore come batte… senti come batte forteil mio cuore!… tocca la mia fronte e il mio seno: oh! sono assai stancahocorso tanto; sono spossata dalla lunga aspettazione… erano quasi trecento anniche non ti vedeva.»
«Trecento anni!»
«Non ti ricordi? Noi eravamo assieme in questo castello: ma sono memorieterribili! non le evochiamo.»
«Sarebbe impossibileio le ho dimenticate.»
«Li ricorderai dopo la tua morte.»
«Quando?»
«Assai presto.»
«Quando?»
«Fra venti annial venti di gennaio: i nostri destinicome le nostre vitenon potranno ricongiungersi prima di quel giorno.»
«Ma allora?»
«Allora saremo felicirealizzeremo i nostri voti.»
«Quali?»
«Li ricorderai a suo tempo… ricorderai tutto. La tua espiazione sta perfinire tu hai attraversate undici vite prima di giungere a questache è l’ultima.Io ne ho attraversate sette soltantoe sono già quarant’anni che ho compiutoil mio pellegrinaggio nel mondo: tu lo compirai con questa fra venti anni. Manon posso rimanere più a lungo con teè necessario che ci separiamo.»
«Spiegami prima questo enigma.»
«È impossibile… Può avvenire però che tu lo abbia a comprendere. Horinfacciato ieri a lui la sua promessa; te ne ho restituito il mezzoquei duevolumiquelle memorie scritte da tequelle pagine sì colme di affetto… Leavraise quell’uomo che ci fu allora sì fatale non t’impedirà diaverle.»
«Chi?»
«Tuo zio… egli… l’uomo della valle.»
«Egli? mio zio!»
«Sìe lo hai tu veduto?»
«Lo vidie ti manda per me questo fazzoletto insanguinato.»
«È il tuo sangueArturo» diss’ella con trasporto«sia lodato il cielo!egli ha mantenuto la sua promessa.» Dicendo queste parole la signora delcastello sparve -- io mi svegliai atterrito.
Mio zio stette rinchiuso per due giorni nel suo appartamento: appena ne fuuscito mi precipitai nelle sue stanze per impadronirmi di quei volumima non vitrovai che un mucchio di cenere; egli li aveva dati alle fiamme. Quale non fuperò il mio terrore quando nel rimescolare quelle ceneri vi rinvenni alcuniframmenti che parevano scritti di mio pugno; e da alcune parole sconnesse cheerano rimaste intelligibilipotei ricostruire con uno sforzo potente di memoriadegli interi periodi che si riferivano agli avvenimenti accennati oscuramente inquei sogni!
Io non poteva più dubitare della verità di quelle rivelazioni; e benché nongiungessi mai ad evocare tutte le mie rimembranze per modo da dissipare letenebre che si distendevano su quei fattinon era più possibile che io potessimetterne in dubbio l’esistenza. Il castello nero era spesso nominato in queiframmentie quella passione d’amore che pareva legarmi alla signora delcastelloe quel sospetto di delitto che pesava sull’uomo della valle vi eranoin parte accennati. Oltre a ciòper una combinazione singolare altrettanto chespaventevolela notte in cui aveva fatto quel sogno era appunto la notte delventi gennaio: mancavano adunque venti anni esatti alla mia morte.


Dopo quel giorno io non aveva dimenticato mai quel presagioma quantunque nonponessi in dubbio che vi fosse un fondo di verità in tutto quell’assieme difattiera riuscito a persuadermi che la mia gioventùla mia sensibilitàlamia immaginazioneavevano contribuito in gran parte a circondarli del loroprestigio. Mio ziomorto sei anni dopomentre io era assente dalla famiglianon aveva fatto alcuna rivelazione che si riferisse a quegli avvenimenti; io nonaveva più avuto alcun sogno che potesse considerarsi come uno schiarimento oduna continuazione di quelli; e degli affetti nuovie delle cure nuovee dellenuove passioni erano venute a distogliermi da quel pensieroa crearmi un nuovostato di coseun nuovo ordine di ideead allontanarmi da quella preoccupazionetriste e affannosa.
Non fu che diciannove anni dopo che io dovetti persuadermi per una testimonianzairrefragabileche tutto ciò che io aveva sognato e veduto era veroe che ilpresagio della mia morte doveva conseguentemente avverarsi.
Nell’anno 1849viaggiando al nord della Franciaaveva disceso il Reno finpresso al confluente della piccola Mosae m’era trattenuto a cacciare inquelle campagne. Errando solo un giorno lungo le falde di una piccola catena dimonti mi era trovato ad un tratto in una valle nella quale mi pareva esser statoaltre voltee non aveva fatto questo pensiero che una memoria terribile venne agettare una luce fosca e spaventosa nella mia mentee conobbi che quella era lavalle del castelloil teatro de’ miei sogni e della mia esistenza trascorsa.Benché tutto fosse mutatobenché i campiprima desertibiondeggiasseroadesso di messie non rimanessero del castello che alcuni ruderi sepolti ametà dalle ellereravvisai tosto quel luogoe mille e mille rimembranzemaipiù evocatesi affollarono in quell’istante nella mia anima conturbata.
Chiesi ad un pastore che cosa fossero quelle rovinee mi rispose: «Sono lerovine del castello nero; non conoscete la leggenda del castello nero? Veramenteve ne sono di molte e non si narrano da tutti allo stesso modoma se desideratedi saperla come la so io… se…»
«Ditedite» io interruppi sedendomi sull’erba al suo fianco. E intesi dalui un racconto terribileun racconto che io non rivelerò maibenché altriil possa allo stesso modo saperee sul quale ho potuto ricostruire tutto l’edificiodi quella mia esistenza trascorsa.
Quando egli ebbe finitoio mi trascinai a stento fino ad un piccolo villaggiovicinod’onde fui trasportatogià infermo a Wiesbadene vi tenni il lettotre mesi.
Oggiprima di partiremi sono recato a rivedere le rovine del castello -- èil primo giorno di settembremancano sei mesi all’epoca della mia morte --sei mesimeno dieci giorni -- giacché non dubito che morrò in quel giornoprefisso. Ho concepito lo strano desiderio che rimanga alcuna memoria di me.Assiso sopra una pietra del castello ho tentato di richiamarmi tutte lecircostanze lontane di questo avvenimentoe vi scrissi queste pagine sotto l’impressionedi un immenso terrore.

* * *


L’autore di queste memorieche fu mio amico e letterato di qualche famaproseguendo il suo viaggio verso l’interno della Germaniamorì il ventigennaio 1850come gli era stato presagitoassassinato da una banda di zinganinelle gole così dette di Giessen presso Freiburgo.
Io ho trovate queste pagine tra i suoi molti manoscrittie le ho pubblicate.