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Federico De Roberto

 

La messa di nozze

I

 

L’arrivo del «Senegal»

 

 

 

 

 

 

 

Alle trequando la campana annunziò la fine della lezioneil professore Domenico Perez non lasciò libericome avrebbe dovutoi suoidiscepoli. Spiegava da due ore un atto dell’Edipo Re e non volevainterromperlo. Dominando con la voce ferma e severa i moti d’impazienza dellaclasseandò avanti per un’altra diecina di minutisino alla fine; poipronunziò la frase sacramentale:

- Basterà per oggi.

Appena uscito nel corridoioin compagnia degli alunni piùdiligenti che gli rivolgevano ancora domande intorno alle cose uditesi videaccostare da Baldassareil bidello.

- Signor professorec’è un signore che lo aspetta.

- Chi è?

- Non ha detto il nome... Dice che è venuto da Firenzeapposta per lei.

- Da Firenze?... Dov’è?

- L’ho fatto accomodare nella sala di convegno... Vi èrimasto un pezzo a dormiresul divano!... Prima di sonare la campana sonoandato ad avvertirlo; allora è sceso giù nel cortile!... Ha un’aria... unacert’aria...

Perez sorrise vedendo la smorfia con la quale Baldassareintendeva esprimere l’aria dello sconosciutoe s’affacciò dal ballatoio.Non distinguendo nessuno in mezzo alla folla degli scolari sciamanti giù per lacortediscese le scale; sull’ultimo ripianoscorgendo il visitatore chepareva appostato per attenderlo al varco - una figura alta e smilzaun paio digambe lunghe chiuse in calzoni strettissimiuna faccia magra tagliata da duebaffi chiari uncinati - esclamò:

- Bertini!... Ma come? Sei tuLodovico?

- Sono io.

- Senza avvertirmi?... Senza scrivermi una parola?... -soggiunsebuttandogli le braccia al collo e baciandolo con grande effusionesulle due guance. - Non importa; grazie egualmente!... Che piacere!... Sai chenon ci vediamo da Valsorrisa?... Quant’è? Due anni!... Quando sei arrivato?

- Da un’ora.

- E sei venuto per me? Che bravo! Andiamo via! Sono libero.Sono tutto per te. Quanto ti tratterrai?

- Riparto stasera.

- Come? - protestò l’altrofermandositra stupito ecrucciatosul punto di varcare il portone del Liceo. - Ma niente affatto!...Dopo due anni che aspetto questa tua visitavieni per mezza giornata? Che dico?Per qualche ora appena!

- Non posso fermarmi di più.

- Hai da fare? Che hai da fare? Non ammetto pretesti! Tisequestro. Almeno sino a domani.

- Ti prego non insistere. Non posso.

Perez gli fermò addosso lo sguardo. Nel primo momentonellasorpresa del riconoscimentonon aveva fatto attenzione all’aspetto dell’amicosuo; oraudendo quella risposta proferita brevementein tono che non ammettevareplicae rammentando le parole di Baldassare sullo strano atteggiamento delvisitatorescorgeva realmente qualche cosa d’insolito in lui. Magrissimo erasempre statoma d’una magrezza sanaossea e nervosa; ora il suo viso lungoed affilato pareva emaciato come dopo una malattia; le tempiedove i capellicominciavano a incanutireeran solcate da vene inturgidite; gli occhi sivolgevano intorno esitantiinquietiquasi sospettosi; anche il passo eramalfermo.

- Sia come vuoi- concesse Pereztenendo temporaneamenteper sé quelle osservazionima proponendosi di cogliere o di far nascere piùtardi l’occasione di manifestarle. - Vieni a casa mia?

- Per fare?

- Niente! Sono liberoti ripeto; posso dedicarti tutto ilpomeriggio. Dicevo cosìnel caso che volessi riposarti. Sei all’albergo?

- Noho lasciato la valigia alla stazione.

- Dovresti essere stanco; ho sentito che ti sei addormentatoaspettandomi.

- Ora sono riposato.

- Va bene; allora verrai da noi a pranzo stasera: è inteso.La mamma sarà felice di vederti. Per il momento vogliamo andare al caffè?

- Grazie; io non prendo nulla.

- Allora... - fece Perezun poco imbarazzatocercando checosa potesse piacere all’amico; - allora... montiamo in carrozza e giriamo unpoco in città o in campagna?

Solo quell’offerta riuscì gradita all’invitato.

- Andiamo al mare? - propose.

- Dove tu vuoi!... Vetturino!... - chiamòfermando con ungesto del braccio una carrozza che passava loro dinanzi in quel momento. - Montasucaroti prego... Vetturinoalla Gettata!... - Poiaccomodatosi nel suocantucciobattendo con la mano sul ginocchio dell’amicoesclamògiocondamente: - E così?

- E così? - ripeté l’altrocome un’eco. Cavata ditasca la borsa del tabacco e cominciando ad arrotolare una sigarettasoggiunse:- Che fai?... Sei contento?... Lavori?

- Lavorosì. E tu?

- A che lavori? - insisté l’interrogatocome se nonavesse udito la domanda. - Vuoi? - concluseoffrendogli da fumare.

- Grazie! Ti dirò che sono in un periodo di grandefecondità.

Mentre la carrozza attraversava i quartieri popolariarrestandosi tratto tratto per l’ingombro dei tramdelle automobilideilegnidei carridei veicoli d’ogni sortaPerez cominciò a parlare dellesue occupazioni letterarie. Scrittore di commedie prima che insegnante dilettere grecheegli adempiva con tutta coscienza l’ufficio scolastico; mapiù che la cattedra lo attirava il palcoscenicodove aveva raccolto eraccoglieva ancora i premî più ambiti. Quanti ammiravano in lui l’artistagenialel’arguto dipintore dei costumi contemporaneinon riuscivano aspiegarsi come egli potesse essere anche un dotto cultore delle classichediscipline; in realtàil giovane aveva sofferto d’un intimo disagio vivendocon la menteper ragioni di studioin tempi tanto remoti e disformi da quellonel quale era natodel quale osservavaintendeva ed amava i caratterinellavita reale; ma il disagio era finitoe le due occupazioni si erano conciliateperché l’amore della modernità gli aveva impedito di isterilirsi nelfanatismo del passato e gli aveva fatto ricercare ed intendere nelle anticheletterature solo ciò che vi resta di veramente vivodi eternamente giovane efresco. Proprio in quei giornidopo una vivace polemica sostenuta con unTedesco erudito e pedanteegli aveva concepito l’idea d’un saggio intornoalle «Forme letterarie fossili»e nell’esporre all’amico gli argomenticoi quali si accingeva a sostenere la propria tesisi animava ed accalorava:piccolovivacissimotutto fuocoroteava gli occhi e mulinava con le bracciacome sostenendo un assalto contro avversarî invisibilibucava l’aria con l’indicedisteso come per trapassare da parte a parte gli autori incriminati.

- Nel mondo della creazione artisticacome nella naturaviventele specie apparisconovivono più o meno a lungo e poi dànno luogo adaltre più o meno diverse. Il poema e la tragedia hanno fatto il loro tempo comegl’ittiosauri e i teromorfi; sono finiti con gli elmi e gli scudicoi manti ele corone: roba da museo. Al giorno d’oggi che i requelli che restanoportano il cappello a cencio e le scarpe con le gommee i militari si vestonodi grigio per non lasciarsi scorgere da lontanoe gli eroi si trovanoquandosi trovanonel corpo dei pompieri o tra i casellanti delle strade ferratenonvi sono altre forme possibili che il romanzo o la novella e il dramma o lacommedia. Il naturalista ricostruisce con senso religioso i formidabili gigantidella fauna anticama non nutre la folle idea di richiamarli in vita. Io m’inginocchiodinanzi a Sofoclema rido di chi presume mettere al mondo nuovi «Edipi». Lecommedie nostre saranno benissimo semplici coccodrillie se vuoi umilissimelucertole a petto dei colossi antidiluviani; ma la colpa non è nostra se queglistampi sono andati distrutti.

- E le tue commedie nuove?

- Tremio caro; non meno di tre: omne trinum... E tre casidi adulteriouno dopo l’altro! I critici e i commissarî dei concorsigovernativi mi lapiderannoma il pubblico verrà a sentire. Non dico adapplaudire. Può darsi benissimo che mi fischi di santa ragione; ma la colpasarà stata mianon dell’argomento. Non ne conosco altri che appassioninotanto le plateeperché nessun altro offre una così intima associazione delcomico col drammaticoe se vuoi col tragicoma nel senso moderno della parola.La nostra civiltà ha preteso disciplinare l’indisciplinabilequel sentimentoche il mito anticopiù accortoaveva simboleggiato in un fanciullobendatoper giuntacioè due volte ciecodoppiamente irresponsabile. Il matrimoniol’unioneeterna e indissolubileè il più bel tentativo di correggere la realtàdirealizzare l’ideale; ma la naturache noi disconosciamosi prende giuoco dinoiscombussola i nostri pianisconvolge la nostra vita. Dico la nostrae nonla lorodella gente coniugata: perchésentimentalmentela situazione è lastessasia nelle giuste nozzesia negli amori liberi. Quante volte hai giuratoad una donnacon tutta la sincerità del cuorecon tutto il convincimentodella volontàche l’ami unicamenteche l’amerai sempre? E quante voltecon quanto doloreti sei accorto dell’inganno?

Bertinirivoltatosi bruscamentebuttò via la sigaretta nonancora finita di fumare; poiraddrizzatosi sul sedile incrociò le braccia echinò il capo. Perezsenza aspettare risposta alle domande espresse non tantoper curiosità di sapere quanto per bisogno di affermareriprese:

- La poesia ha inventato l’anima sorellal’animagemellache andiamo cercandoche presto o tardi incontriamo e che allora ciprende tutti per sé; ma la naturaquando crediamo di esserci assortiti con lacreatura predestinatace ne sospinge dinanziun bel giornoa nostra insaputaun’altra che ci piace di piùche ci par fatta per noi meglio dell’altrache distrugge il prestigio dell’altrache vogliamo e dobbiamo ottenereaqualunque costo di morirnesalvo a ricrederci ancora una voltaquando citroviamo esposti ad una terza seduzione ancora più forteo semplicementediversa. Sai che lo ha detto anche Napoleone; il matrimonio non è istituzionefondata su leggi di naturae Balzac lo ha scritto in fronte alla sua«Fisiologia». La natura non vuole amori unici ed eterni; esige anziper ilconseguimento dei suoi finiil più gran numero di amori. Noi siamo come igermi che essa sparpaglia a milioni per l’ariasulla terranelle acquepermoltiplicare le probabilità che s’incontrino e si fecondino e si schiudano innuove forme di vita. Uomini e donnetutti quanti siamononostante i nostricodici scritti e la nostra morale intimache altro facciamoio ti domandosenon cercarci per sedurcise non sfoggiare ed accrescere le nostre doti persuscitare il più gran numero di desiderî dai quali deriveranno il più grannumero di accostamenti? Perché mai tu scolpisci le tue statueed io scrivo lemie commediee il nostro Natali dipinge i suoi quadrie Luigi Albani componele sue musichese non per abbagliare queste signore con l’aureola dellagloria? E queste signore perché mai passano metà della loro vita dalla sarta edinanzi allo specchiose non per fulminarci col fulgore della loro bellezza? Intutti i loro rapportiin quelli che sembrano più innocentiuomini e donne nonfanno altro che scherzare col fuoco: la fedeltà dei maritidelle mogli e degliamanti è un miracolo altrettanto grande quanto la preservazione di unasantabarbara fra il grandinare delle granate.

- L’albergo di Francia è in questa via?

L’oratore si sentì così bruscamente interrotto nel belmezzo dell’argomentazione da quella domandache per un momento rimase senzaparola.

- L’albergo di Francia?... Qui siamo sul corso VittorioEmanuele; l’albergo di Francia è nella via Cavour.

- Passiamo di làse non ti dispiace.

- Vetturinoper via Cavour... Ma sai che sei un bel tipo? -esclamò poifra crucciato e sorridente. - Mi fai sgolare senza darmi rettaenon mi narri nulla di tedelle cose tue! Perché hai trasferito lo studio aFirenze?

- Per finire il monumento a Mazzini: te lo scrissi.

- Un tempo non potevi lavorare fuori della pace di Promonte...Come sta tua sorella? Il dottore tuo cognato? I tuoi nipotini?

- Stanno benegrazie.

- Che desiderio di tornare lassù! Bisogna che scriva allasignora Laura. Il tuo monumentodalle figure che ne ho viste sui fogliillustratiè una bellezza. So che vi hai lavorato molto; forse troppo? Sei unpoco affaticato?

- Un poco.

- Si vede. Te lo volevo dire. Non sei stato sofferente?

- Un poco.

- Perché non ti riposi? Perché non ti fermi con noi? Tiprometto di farti divagare. Hai qui tanti ammiratori! E non poche ammiratricisai? Ecco l’albergo di Francia. Fermavetturino...

- No! no! - protestò vivacemente Bertinitrattenendo colbraccio il braccio dell’amicoed ordinando poi al cocchierecon voce breve:- Via!

E mentre la carrozza trascorreva dinanzi alla facciata dell’albergovi fermò lo sguardorivoltandosi a guardarvi anche dopo che l’edificio fuoltrepassato.

Perez era rimasto in silenzionon comprendendo.

- Se ti decidessi a restare - riprese poitanto per dire -non ti consiglierei quest’albergoné gli altri del centro. Sono i piùfrequentati dalla gente danarosama c’è troppo frastuono intorno. Dovrestiandare all’Hotel Monsalvatosul Colle d’Elsaa quattrocento metri sullivello della baraonda cittadina; è un incanto.

- Forse andrò in Val d’Aostadai Mauri.

- Ahi Mauri! Che brava gente! Vi andrò probabilmente ancheioquest’ottobre. Sai che Aurelia è sposa?

Allora il discorso si volse sul tema degli amici comuni.Quantunque neanche ora Bertini fosse molto loquacePerez non volle sforzarlocon osservazioni che potevano riuscire indiscrete. Serbava inappagata lacuriosità di sapere che cosa lo occupasseperché mai avesse voluto esaminarela facciata e passare a rassegna le finestre dell’albergo di Francia. Econtinuò a discorrere per dueevocando i ricordi d’altri tempiquandogiunta la carrozza sulla Gettatain faccia al mareLodovico lo interruppeancora una volta:

- Vogliamo passare dal semaforose non ti dispiace?

- Non mi dispiace niente affatto. Ma prima di tuttoscusache vuoi farvial semaforo? Aspetti telegrammi con telegrafo senza fili?

Un ambiguo sorrisoun sorriso veramente stranoincrespò lelabbra di Lodovico.

- Forse!

- E poiperché non l’hai detto prima? Il semaforo non èal mareè sulla collina di San Rocco.

- Andiamo sulla collina.

- A San Rocco!

La carrozza prese un’altra direzionee la conversazionedei due amicio piuttosto il monologo di Perezanch’esso. Ora lo scrittoredimostrava allo statuariocon un senso di compiacimentol’enorme sviluppopreso dalla città industrei quartieri sorti come per incanto sul lidoorientaleverso la cinta delle vecchie fortificazioni.

- Guarda quante ville e quanti fumaioli!... Vedi quellecaserme? Sono le case degli operai: il primo tentativo di risolvere seriamentequesta parte del gran problema sociale... Un borgo marinaro sulla rivaun rioneindustriale dalla parte opposta: in mezzo la città vecchia che si varinnovando! Vedi quella selva di antenne? è il porto...

- Sapranno al semaforo - domandò ad un tratto Bertini - ache ora arriverà il «Senegal»?

- Ma come? - esclamò Perezcon aria di stupore. - Volevisalire fin lassù solo per questo? Ma gli arrivi dei piroscafi sono annunziatialle Messaggerie! C’è di meglio: basta passare dalla Vedetta!... Vetturinotorna indietro. Alla Vedetta marittima.

Ancora una volta la carrozza cambiò rotta. Perez restò unpezzo in silenzio aspettando che il suo compagno dicesse qualche cosa; poivedendolo assortocon lo sguardo vagante per il panorama della cittàdomandòa bruciapelo:

- Aspetti un amicocon questo «Senegal»?

Lo stesso sorrisosottile e falsospuntò sulle labbradello scultore.

- Sì!

- Chise è lecito?

L’interrogato non rispose subito. Mosse il capo con unbreve atto d’imbarazzolo volse a guardare dietro di séesitante esospettoso; poiafferrata la mano di Perezproferì:

- Lo saprai fra poco... Non mi chieder nullaper ora...

Il bidello non s’era ingannato: c’era qualcosa di moltostrano nell’aspetto di Bertiniun pensiero molesto che corrugava la suafronte e fermava il suo sguardouna inquietudine che rendeva nervosi i suoiminimi gesti. Perez rispettò la preghiera; non interrogònon disse piùnullamentre la carrozza rotolava sordamente sull’inghiaiato della rivieraMargheritadomandando solo a se stesso da che parte del mondo veniva quelpiroscafoquale persona restituiva in Italia che stesse tanto a cuore aLodovico. Una donnaprobabilmente? La vita intima dello scultore era statasempre molto mossa: egli aveva nutrito passioni gagliarde e tempestose. Non erapiù giovanecerto; doveva ormai aver varcato la quarantina. L’aveva varcatasenza meno: due anni addietroa Valsorrisanon ne aveva annunziato l’arrivoimminente? Ma per una natura appassionata come la suanon era ancora l’etàdella rinunzia; era anzi la più pericolosa. Proprio a Valsorrisanelle pochesettimane che vi avevano trascorse insiemenon si era infiammato per la bellasignora Lariani? Poco doponell’autunnoera andato improvvisamente a porreil suo studio a Firenzeper finire - aveva detto - il monumento a Mazzini:veritào non piuttosto semplice pretesto? Cominciata infatti a Promonte edestinata a Palermoperché mai quell’opera doveva esser compiuta proprio inToscana? Qualche grossa novità era sopravvenuta nella vita dell’artista:nonostante il suo silenzioPerez ne aveva pur avuto qualche sentoreavevaudito parlare di una signorastranieraper la quale l’amico suo doveva averfatto una nuova passione. Forse costei aveva dovuto lasciarloera andatalontanoed ora tornava a lui? Ma nel suo aspettonelle sue parolenon c’erala gioiase pur e ansiosadi chi aspetta una persona cara; c’era l’inquietudinel’ambasciauna specie di paura...

- D’ordinarioi postali dall’Africa arrivano nelpomeriggio?

L’improvvisa domanda distolse Perez dalle sue riflessioni.

- Non lo so - risposecomprendendo confusamente che dall’AfricaLodovico non poteva aspettare un’amante. - Ma ti caverai la curiosità fra dueminuti. Stiamo per arrivare.

La carrozza si era messa al passoper la rampa di Bevagna.Lo scultore non levava gli occhi dall’immensa distesa delle acqueliquidosmeraldo sotto le balze della costad’un azzurro carico come inchiostro piùoltrefino all’estremo orizzonte.

- Ecco la Vedetta.

Scesero entrambi dinanzi al gabbiotto di legno dipinto diverde con pretese da chiosco orientale. Dall’uscio socchiuso si scorgeva uncannocchiale girevole sopra un treppiedi piantato nel centro del bussolotto. Unatabellina di lavagnasull’entrataportava scritto col gesso: «Il piroscafo“Senegal” arriverà oggi alle ore 17».

Bertiniconsultato l’orologioosservòcome parlando trasé:

- Dovrebbe essere in vista.

L’uomo di guardia rispose:

- Sissignore. Già si scorge a occhio nudo. Guardi indirezione della punta di Platania.

Lo scultore si accostò alla ringhiera che correva lungo l’orlodella balza e vi si afferrò con tutte e due le mani sprofondando lo sguardonella direzione indicata. Perez guardò anch’egli verso quel puntoma nondistinse nulla. Ad occidente era tutto uno sfolgorio d’oronel cielo dove ilsole rutilavanel mare dove l’immensa scaglia del suo riflesso si stemperavatremolando.

- Lodovico! - gridò a un tratto Perezriportando lo sguardoverso il compagno e vedendolo talmente piegato sulla ringhierache un altropoco e sarebbe precipitato nell’abisso. - Lodovicobada!... Non facciamoscherzi!...

L’altro si ritrasseguardando gli scogli della rivasottopostabruni e brulli a fiore delle acque smeraldine.

- Quanto sarà alto?... - disse. - Trenta metri?...Quaranta?... Temi che non sarebbe igienico tuffarsi in mare da qui?...

Senza rilevare la lugubre faceziaPerez rispose con un’altradomanda:

- Dove vuoi andareora?

- Vorrei andare al portoma non in carrozza. Congeda ilvetturino.

- Come ti piace... Ecco fatto - soggiunsedopo aver pagatola corsa. - Andiamo?

Mentre la carrozza se ne tornava in città dalla parte altaessi discesero la china. Bertini si voltava tratto trattoguardando il maredella Plataniadove una nubecola di fumo rivelava ormai la corsa del«Senegal». Perez restò ancora un poco senza dir nulla; a un trattoprendendoil braccio dell’amicocon voce di dolce rimproveroesclamòpiano:

- Allorasentiio non crederò più che tu sia venuto per imiei begli occhi!... - E ancora più pianocon tono di affettuosa confidenza: -Chi aspetti?... Che hai?...

Bertini si fermòsi tolse il cappello passandosi la destrasulla frontese lo ripose in capo con un gesto bruscopoi disse:

- NoDomenico; non sono venuto per te... Sono venuto da teperché non posso sentirmi soloin quest’ora d’angoscia; perché ho bisognodi udire una voce fraternadi appoggiarmi ad un braccio sicuro...

- Eccomi qua!... - esclamò Perezchinandosi verso di luioffrendogli il braccioche egli prese un momento e poi lasciò. - Che possofare per alleviare la tua pena? Non dirmene nullase ti costa...

- Mi costa tacere!... Ho bisogno di gridare!... Perdonami senon ti ho dato retta... Ma ti ho udito benesai! Certe tue proposizioni mihanno fatto fremeretanto parevano dette per me: tutto quanto hai enunziatoaproposito dei tuoi lavoriintorno all’amoreal matrimonioall’adulterio...

Pronunziò questi nomi con voce vibrantestridentequasiacrecome se gli scottassero le labbra; poidopo una pausapiùtranquillamentema anche più dolorosamente:

- Noche non c’è differenzaquando si amafra le unioniche il mondo giudica liberee quelle che sanziona con le sue leggi! Quando pareche nessuna legge ci governiil cuore impone le suee sono le ferree...Guarda- soggiunse sopra un altro tonoesitandofermandosirivoltandosiverso l’amico: - Guarda... come farò a spiegarti la situazione in cui mitrovo?... C’è una donna che m’appartieneperché si è data a meperchémi sono dato a leiperché ci amiamoperché tale è la sua e la mia volontà:va bene? Ora questa donnamia da tre anni oramaiil cui possesso io mi sonoassicurato con la fedeltà più cieca e l’adorazione più devotache mi èrimasta anche lei fedele strenuamentesinceramente; questa donnaoggistaserafra qualche ora mi tradirà. Fra pocoprima di nottequando saràgiunto il «Senegal»questa donna cadrà fra le braccia di un altroall’albergodi Francia: capisci? Io sono qui per vedere arrivare questo «Senegal»perpassare sotto le finestre di questo albergo dove l’infamia sarà consumata.Né ioné tuné alcuno può nulla per impedirlo: nulla capisci? Io possofare una cosa solaquella che tu m’hai consigliata: restarmene quifino adomani. Questo sìposso farlo. Posso scendereanziall’albergo di Franciaprecisamente; cercare anzi di avere una camera attigua alla loropassare lanotte lìdietro l’uscio che ci dividerà. Eccoloquel che posso farese tupersisti a trattenermi!

Perez non disse verboturbato dall’espressione quasiiraconda con la quale Lodovico aveva proferito le ultime parole. La confermaimprovvisamente ottenutadelle sue supposizioni intorno alla natura tuttasentimentale delle inquietudini dell’amico non gli procurava il più piccolocompiacimento per la propria perspicaciatanto il caso si rivelava grave. Moltedomande gli salivano alle labbra: «Perché ti tradisce?... Non t’ama più?...Vi siete lasciati?... Chi arriva col “Senegal”?...» ma l’altro non glidiede il tempo di formularle. Facendoglisi accosto con un nuovo moto diconfidenzariprendendo a parlare con voce ancora grossama più pacatariprese:

- Capisci ora perché me ne vado? Capisci che stanotte nonposso restar quiche ho bisogno di sentirmi portar vianon importa dovecoltreno più rapido che mi trascini il più lontano possibile? - E ad un moto diPerezche si era rivoltato per interromperlo: - Che cosa vorresti dirmi? Chedebbo rassegnarmise non c’è da far nulla? Ehlo vedimi rassegno!... Haitemuto che volessi buttarmi in mare?... Non aver paura!... Non sarei venuto acercartise avessi voluto spiccare il salto!... Non ho armi addosso: prova unpo’; non sono venuto per ammazzare nessuno... Niente ammazzamentise anchequella donna fosse mia moglie... Noi non siamo di quelli che ammazzanoné lemogli né le amantiè vero?... Perché si ammazzano anche le amantiè vero?non le sole mogli!... Ahcome hai ben detto che non c’è nessuna differenzaper il sentimentofra l’unione libera e il matrimonio! Se questa donna fossemia moglieio non potrei infrangere il vincolo coniugale in un paese come ilnostro che non ammette il divorzio; potrei infrangerlo altrove; ma divorziato oseparatoforse che soffrirei più di quanto soffro adessoper aver perduta lacreatura che fu miache volevo mia?... Se fosse mia moglievedie sapessi cheoggiquiin quest’albergoella avesse un convegno con un altro uomo... sefosse mia moglieecconon potendo assassinare né lei né luinon dovendoammazzarminon volendo chiamare un commissario e due guardie che frenerebberole risa accertando la mia disgraziaqual altra cosa potrei farese non quellache faccio: spiare l’arrivo dell’uomo che viene a portarmela viaaggirarmiper i luoghi del loro incontroimmaginareantivederenon veder altro con gliocchi della mente fuorché i loro abbracciamentie quando l’infamia staràper compiersi fuggirefuggirefuggire?...

- Noscusa! - proruppe finalmente Pereznon appena la vocedi Bertini perdette qualche cosa della sua veemenza; - scusanon crederò maichemarito o amanteun uomo nella tua condizione non possa fare altro! Comehai scoperto che sta per tradirti?

- Non l’ho scoperto! Me l’ha detto lei stessa!

- E tu non hai parlatonon hai pregatonon hai ingiuntonon sei riuscito a trattenerla? E chi è costui che viene dagli antipodi aportartela via? Un tuo predecessorenaturalmente? Un primo amante a cui oraritorna? No?... Ma non l’avrà mica sedotta per lettera o per mezzo degliannunzî economici di qualche giornale! La conosce? Come la conosce?

Lodovico si voltò a guardarlocon espressione di stupore ed’impazienzaquasi non potendo spiegarsi come mai l’amico non comprendesse.

- è suo marito.

Perez ammutolì. Avrebbe voluto domandare: «Perché non l’haidetto prima? Perché non l’hai detto subito? Come potevo sospettarloseparlavi della possibilità che fosse tua moglie?...». Gli pareva che ilnarratore fosse stato reticenteche avesse posto una specie di studio nelmantenerenel prolungare l’equivoco. Ma non si sentiva di rimproverarlovedendolo tanto eccitatoin preda a un così angoscioso tormento.

- Ahsuo marito!... - ripeté soltantosommessamentemeccanicamentedopo che entrambi ebbero mossi lunghi passi senza dire unasillaba. - E tu non lo conosci? - soggiunse dopo un altro silenzio.

- Non lo conosconon credetti neppure che esistessequandola incontrai. Era un marito così lontanoinvisibileintrovabile! Viveva nell’Africaaustralein uno Stato nuovomezzo barbaroquasi selvaggiolo Stato liberodella Stanlesiadove era andato ad ordinare l’esercitolasciando quelloinglesea cui prima apparteneva. Mi parve sul principio che un marito di questafatta fosse un personaggio da pochadeinventato per coonestare una situazioneillegaleper attribuire un padre putativo a creature innocenti...

- Vi sono figli?

- Ve ne sono duema il più grandicello era ed è incollegio a Calcuttaio ne conobbi uno soloil piccolino che ella aveva seco.

- A Valsorrisa? - domandò rapidamente Perezripensando allaLarianiche Lodovico aveva corteggiata lassù.

- A Valsorrisa: te ne rammenti?

- E come! La signora Rosanna Lariani?

- Lei... - confermò il dolentecosì piano che Perezcomprese piuttosto dal moto del capo che dal suono della parola.

- È dunque lei la straniera di cui mi avevano parlato!...Sarà certamente più conosciuta col nome del marito?...

- Harringtonsì.

- Main veritàallora non mi parve...

- Tu andasti via troppo presto - riprese il narratoresenzalasciargli esprimere il suo pensiero; - partisti pochi giorni dopo il suoarrivonon sapesti quel che seppi di leida lei stessa. Nessuno la conosceva.Mi narrò la storia complicata del suo matrimoniocon questo capitano inglesediventato di botto colonnello nella Stanlesiadove ella aveva seguito il padreingegnere italiano emigrato anche lui per cercare lavoro nelle miniere laggiùai primi tempi della costituzione di quello Stato... Nessuno la conosceva aValsorrisa; nessuno poteva confermare o smentire quella narrazioneilromanzesco episodio del loro incontro sotto la tendamentre il padre di leiagonizzavaassassinato da un minatore cinese; il cavalleresco aiuto offertoledal colonnello in quella terribile circostanzala salvezza che il matrimoniopropostole ed accettato era stata per leiorfana e sola in mezzo ad un mondoignoto ed ostile. Dovevo credere che ella avesse lasciato questo marito laggiùa causa del clima? Che costui si contentasse di vederla durante i pochi mesi dipermesso che quel Governo gli accordava ogni quattro anni?... Chi ha conosciutedonne italiane che hanno sposato ufficiali inglesi al servizio della Stanlesiae che se ne rimangono in Europaandando e venendo dall’Inghilterra in Italiae dall’Italia in Inghilterravagabondando per le stazioni climatichesenz’altracompagnia tranne quella di un bambino?... Ma sìma sì; vi fu un momento incui credetti di aver da fare con un’avventuriera! Non mi costa dirti la nuda ecruda veritàdopo averla detta tale e quale a lei stessa!... Ella mi diede laprova del mio ingannoed il rimorso degl’ingiuriosi sospetti cominciò astringermi a lei. Prima era stato desiderioappetitoammirazione professionaleper la sua bellezza statuaria. Poi fu stupore e fascino per la singolaritàdella sua persona morale. Hai mai sognato di trovare una donna a cui poter diretuttocapace di comprendere tuttodi scusare le tue debolezzedi perdonare ituoi difettidi ammettere la fatalità delle tue colpedi amarti nonostante letue infamie? Una donna che si mostri a te come tu ti mostri a leisenza velifino all’ultimo fondo del cervello e del cuore? Dev’esser proprio vero chela parola ci fu data per nascondere i nostri pensieritante sono le menzognepiccole e grandi che andiamo spacciandoanche quando crediamo di essere piùsinceriper apparire più bellipiù lealipiù generosipiù amabili. Sìlo hai detto: noi lavoriamo continuamente all’opera di seduzione; ma nonsoltanto con gli sforzi dell’ingegno e gli artifizî della toletta; ma anchee piùcon la mascherata del sentimento. Ed hai mai pensato che forse solo gliamanti criminalile coppie delle prostitute e degli assassini si conosconoquali sono realmente? Noinella nostra società timorata e pudibondac’incontriamoci uniamorestiamo più o meno a lungo congiuntie ci lasciamo conoscendocimeno di prima. Nessuno riesce a leggere nell’altroperché ciascuno si studiadi nascondersi. Quando il grave abito della menzogna ci opprimequando vorremmobuttarlo viala paura di scoprirci dinanzi a chi resta protettodi disarmarcidinanzi a chi resta agguerritoci fa sopportare la maschera della finzionelacappa dell’ipocrisia. Oracon questa donnadopo quarant’anni di bugiedette alle altre ed a me stessoio ho potuto essere finalmente sincero. Piùche con leicon me stesso. Oraquesta voltala prima voltaho visto un’animanuda. E non credere che te ne voglia tessere l’elogioda innamoratodacieco. Ho visto le sue bruttezzesaie non sono poche. Ma forse ella non ne èresponsabile; forse la vita duraun’esperienza precoceinfinitamente raraalla sua età e nel suo sessol’ha fatta così. Non è una scuola diidealità lo spettacolo della lotta per l’esistenzatra la schiuma dellaemigrazione europea in Africanelle miniere della Stanlesiacon la febbre dell’orola follia delle ricchezzela cecità della fortunalo scatenamento di tutti gl’istintipeggiori. Forse ella sarebbe stata un’altrase non avesse perduto bambina lamamma suase il padre non l’avesse condotta seco laggiùse non fossevissuta in mezzo ad una natura primitiva e ad una umanità imbestialitase nonavesse dovuto difendersi armata mano contro la concupiscenza di qualcunochenon potendo comprarla con un pugno di diamantitentava di sottoporla per forzadi muscoli... E poiquand’anche ella portasse dalla nascita i suoi difettipotrei io esser severo con lei dopo averle rivelato la feccia del mio pensiero edel mio sentimento? Io e tu e tutti quanti siamonon abbiamo i nostri torti edi nostri vizî? Una bellezza rara e divina riscatta i suoi: la schiettezzalasinceritàla semplicità con le quali si è svelata...

La passione vibravatremavafremeva nella voce di Lodovicolo traeva fuori del filo del ragionamento: né Perez diceva nulla per rimetterloin carreggiatavinto dal calore di quella parolapreso dall’interesse diquella confessione.

- Ma che volevo dirti? - esclamò lo stesso confidentearrestandosicome non ritrovandosi piùcome sovvenendosi di qualche cosadimenticata. - Ahquesto: che anche quando l’evidenza mi costrinse adammettere l’esistenza del maritoio non lo conobbinon vidi com’era fattolo seppi assentelontanoin un’altra parte del mondodove ella non sarebbemai più andatadi dove egli forse sarebbe tornatoma non si sapeva quandotardi certamentenon prima di tre anniforse quando l’amor mio per leisarebbe finitopoiché io le dichiaravo che sarebbe finito! ed ella lo sapeva!come sapeva e dichiarava che sarebbe finito il suo per me Quando ti dico cheabbiamo rinunziato alle finzioniche abbiamo guardato in faccia la realtàlapiù tristela più dolorosala più malvagia! Ma vedi: la verità èsalutare. Noi andiamo continuamente giurando che ogni nostro amore è eternoperché questo giuramento ci è richiestoperché noi stessi crediamo di farbella figura dichiarandoci capaci di amare eternamente. Ma ogni volta che giurinello stesso preciso momento che le parole solenni ti escono dalle labbrasentendo dentro di te che giuri il falsoche prometti l’impossibileun sensodi fastidioun impeto di ribellione non comincia a menomare l’amor tuo? Conleicon questa donnaammettendo entrambi l’amara veritàriconoscendo che l’amornostroche ogni amore è mortaleio mi sono sentito invece come dinanzi a unacreatura cara i cui giorni sono contatiper la quale daremmo tutto il nostrosanguealla quale ci afferriamo con l’ardore della disperazione. Oravediin questa trepidazione dell’animain questo terrore di poterla perderedidoverla perdereeccoun bel giorno una lettera dall’Africa annunzia che suomarito s’imbarcache fra un mese sarà di ritorno con l’altro figlio. Oggivediegli arriva; ed ella è venuta naturalmente ad incontrarloperché questoè il suo piaceredi lui; perché questo è il dovere di leie perché io nonho il diritto di impedirlo. Io non posso impedir nullaperché una voltaquando si parlòipoteticamentedella possibilità che ella fosse liberaledissi che non l’avrei sposataed ella mi fu grata della mia schiettezza. Noella non può sottrarsi per me a quest’uomo che le ha dato il suo nomei suoifigliche le dà l’agiatezza della vitala sicurezza del domani; ma quandoriconosco questa necessitàquando penso che ella doveva pure un giorno o l’altroessermi portata viaallora immagino anche che cosa accadrà di leioggistessodal momento che sarà ricongiunta a quell’uomo; e alloranononvoglio che un altro me la prenda! Che m’importa se è suo marito? Perché èsuo marito non deve farmi nulla che me la porti via?

- Vi sono molti... - fece per dire Perez; ma l’infervoratogli troncò la frase sulle labbrariprendendo con nuovo impeto:

- Lo solo sovi sono moltivi sono tanti che non nesoffrirebberoche si compiacerebbero anzi pensando: «In fin dei contiquestadonna io stesso l’ho portata via al suo possessore legittimo». Bravo! Lo so!Ma perché potessi acquetarmi a questo pensierocome ci acqueta ordinariamentebisognava averla conosciuta nelle circostanze ordinarieinsieme con l’uomo acui appartiene. Quando tu t’innamori della donna d’un altrocominci colvedere costui al suo fiancolo hai già visto prima d’innamorartilo haiudito chiamarla per nomedirle parole dolcitrattarla come cosa propria: tunon puoi dunque dolerti di questa condizione preesistenteconosciuta edinevitabile. Puoi soffrirepiù tardiquando quella creatura è tuaperchénon è tutta tua; ma ti rassegninaturalmente; non ti costa troppo rinunziareal possesso esclusivoad un bene impossibileche immagini soltantoche nonhai provato. E allora il pensiero egoistail sentimento volgareilcompiacimento del ladro che ride del derubatoti è conforto; allora tu pensiche se un altroesercitando il suo diritto di proprietàt’impedisce d’averetutta per te la creatura amatatu lo punisciti vendichiingannandoloportandogli via una parte del suo bene. Ma iopensaio non le ho visto mainessuno d’intornonon ho neppure creduto sulle prime che fosse d’un altroe quando l’ho dovuto ammettereho saputo che costui era lontanoenormementein un paese quasi favolosoubi sunt leones. Io non posso persuadermi d’averlaportata via a nessunose l’ho trovata solaabbandonata a se stessapadronadelle sue mossese non ho dovuto nascondermi da nessunose ho dovuto trionfaredella sua resistenza soltanto. Che ella appartenesse ad un altronon è statomai per me un fatto presentevisibiletangibile: è stata una cosa perduta nelpassato e nel futuronel tempo lontano del suo matrimonioquando non laconoscevo ancorain quello di là da venire della loro riunione. La sola cosapresentevisibiletangibileè stato il mio possesso. Io ho avuto questadonna per meti dico; tuttaper me solodue anni; io sono andato a stabilirmia Firenze per averla accantoper lavorare a riprodurre la sua forma divina.Attraversavo una crisi terribilecol cuore vuoto ed il cervello esausto; nonsapevo fare più nullami sentivo vecchio ed inutileavevo un cimitero dentrodi me e la morte dinanzi. Non credevo mai più di finire il monumento a Mazzini;covavo da anni un germe d’idea per la statua dell’«Azione» senza poterglidare il grado di calore necessario perché si schiudessesenza trovare ilmodello che incarnasse il tipo immaginato. Ella è stata la mia ispirazionemiha ridato la fiducial’energiatutta una nuova giovinezza. L’«Azione»è lei; la «Diana» dell’esposizione di Venezia è leila «Valchiria» diMonaco è leila «Forza» e la «Volontà» del monumento a Bismarck per ilconcorso internazionale di Amburgo sono lei; tutti questi corpi di donna robustied agilitutte questa membra possenti e delicatetutte le purezze di questefrontitutti gli slanci di questi atteggiamenti sono suoidi lei. La natura ela vita l’hanno fatta cosìnel corpo e nell’animaforte e soavesuperbae gentile; così come l’ho vistaio l’ho riprodotta ed eternata nel marmo enel bronzo. Queste sono cose visibili e tangibiliche non ammettono dubbieinterpretazioni. Questo è il fondamento dei miei diritti su lei e dei suoi sume stesso. Suo marito? Che importa se colui che sta per arrivare è suo marito?Maritoamanteè un altro a cui io non posso disputarlaa cui ella va adoffrirsi. Maritoamante: che cosa significano queste parole? Che valore hannoqueste convinzioni? Il marito sono iosono stato ioquando ho colmato la suasolitudinequando ho condiviso la sua vitaquando ho palpitato e gioito esofferto e creato per lei; l’amanteil rivaleil ladroè lui che viene arubarmela!...

- Ma lei? - domandò finalmente Perezche non aveva piùtentato di interromperlorispettoso della sua ambascia; - ma leicon che cuoregli va incontro? Se t’ama ancorase va a lui per semplice doveredi che tilagni?

- Ahsì: di che mi lagno! Se mi ama ancoradovrebbebastarminon dovrei chieder altro! Perché indagare quale specie di doverequale gradazione di sentimentoquale sfumatura di affetto la lega a lui? è unacuriosità indiscretava bene? Ma se capiscose vedose sento che egli nonesercita un semplice diritto legaleriprendendola; che vanta diritti anche sulcuore di lei?... Quando tu ami le donne d’altrilo sai cosa ti induce asopportare di non averle tutte per te? Oltre all’impossibilità d’evitare ilpossesso promiscuoti piega e ti placa la fiducia che esse ti ispiranoassicurandoti d’amare te soltantodi provare antipatiaripugnanzadisprezzoe ribrezzo per l’altro. Molte volte tu hai per l’appunto trionfato perchéhai trovato donne la cui anima è stata offesail cui corpo è stato profanatola cui vita è stata spezzata da mariti brutaliindegnimalvagi. Chesentimento di gelosia puoi tu concepire per opera di costoroai quali lecreature dolorose si sottopongono perché non possono fare altrimentiperchéuna stolta legge sancisce l’iniqua necessità? Agguagliate a semplici coseaproprietà materialiprivate dell’esercizio della volontà e della libertàesse sono sopraffatte nello stato d’inerziad’incoscienzadi sorda e cupae disperata ribellione: tu non puoi provare gelosiama irasdegno e pietà. Loso: qualche altra volta ti hanno mentitogiurandoti di amare te soltantodirestar fredde e insensibili fra le braccia dell’altro; ma non ti sei accortodella menzognal’hai creduta perché ti giovava crederlae te ne seicompiaciuto e inorgoglito. Io sono dinanzi a una creatura a cui ho chiestodacui ho ottenuto sempre e soltanto la verità. Non solamente ella non mi ha dettoche detesta suo maritomi ha confessato di amarlo. Di amarloti dicoe nonsarai tu quello che ti stupirai perché ci ama entrambi. Tu sai le complicazionireali del cuorecosì diverse dalla schematica semplicità che gli attribuiscela convenzionela presunzionel’ipocrisia. Lo amad’un amor senza dubbiodiverso dal mio: ma che importa? Che consolazione me ne può venire? Io hodovuto udire l’elogio di suo maritoper l’affetto profondo che le portaper le prove che gliene ha date e gliene dàper la condiscendenza con cuinonostante il suo orgoglio britannicoha lasciato che uno dei figliil piùpiccolosia da lei educato in Italiaall’italiana; per la fedeltà che leserbalaggiùnella Stanlesianon ostante la facilità di avere quante donnegli piacerebbero... Allorasìho pensato che la menzogna ha del buonoche laverità è talvolta insopportabile. Ma ella non è donna da mentire né dadisdirsi. La sua volontà è fortetenaceostinata. Come dice ciò che pensacosì fa ciò che vuole. Le ho chiesto almeno una cosauna sola: di non venirefin qui ad incontrarlodi aspettarlo a casaa Firenze. Non potendo impedireche egli ve la raggiungessemi sarei rassegnato per forza; all’idea che ellastessa si movesse per andare ad offrirglisi mi ribellavo. Ella ha detto di noche non puòche ha promessoche ha fatto così tutte le altre volteprima dime; che io pretendo troppociò che non può darmil’assurdo: ed eccomi quiper assistere al loro incontroin queste condizionicon queste certezze:capisci oracapisci?...

Egli gridò le ultime parole; a un trattoguardandosiintornocome uscendo da un sognodomandò ansiosamente:

- Dove siamo? Che ora è?

Anche Perez volse intorno lo sguardo. Entrambi avevanosmarrito la nozione del luogo e del tempo; lo sfondo del paesaggiogiù per ilvallone della Marciapiù oltre fino alla riviera delle Palmeera sfilato lorodinanzi senza che lo riconoscessero; ora si ritrovavano nel rione di Mezzodovela follail movimento della città ricominciavano a circondarli.

- Sono le quattro e un quarto - disse Perez.

- Le quattro e un quarto!... Viaal porto!... Sarà troppotardi!...

Perez lo seguì senza dir nulla. Fu sul punto di proporgli dicercare un’altra carrozzama poi pensò che avrebbero fatto più presto apiediprima di andare alla stazione più vicina. Lodovicocon l’ansia che losospingevacol suo lungo passolo sopravvanzava; tratto tratto si rivoltavabensìma per domandarglisenza fermarsi: «Dove siamo?... Quanto mancaancora?... A destra o a sinistra?...». E Perez gli dava le indicazionirichiesteaffrettandosi anch’egliquantunque la ragione gli suggerisse diopporsi al disegno dell’appassionatodi trascinarlo altrove per impedirgli diassistere a quell’incontro. Ma la certezza che ogni tentativo sarebbe riuscitovanoche Lodovico sarebbe andato solo se egli avesse rifiutato diaccompagnarlogli chiudeva la bocca. Un senso di curiositàancheil bisognoistintivo di sapere qualche altra cosadi conoscere altre circostanze dell’avventuradi indagare le intenzioni dell’amicolo tratteneva. Quali accordi avevanopresi gli amanti? Quel marito che veniva dalla Stanlesia in Europa a così rariintervalliquanto sarebbe rimasto presso la moglie? Presto o tardi non sarebberipartito?...

- Torna per sempre? - non poté trattenersi dal domandarequando il dubbio gli si affacciò.

Parve che la domanda traesse troppo violentemente ilcogitabondo dai suoi pensieri e gli riuscisse incomprensibile; perchévolgendosi di scattorispose:

- Chi? - Poisenza aspettare la spiegazioneriprendendo laviasoggiunse: - Non so. Andrà a Londra.

- Soloo con lei?

- Non so. A destra?

- A destra. Alloraquando la rivedrai?

- Quando le piacerà. Mi ha imposto di non lasciarmi vederefinché sarà con lui.

- Ha ragione!

- Di allontanarmi da Firenzedi andarmene a Promontedaimieifinché non mi richiamerà lei stessa.

- È prudenza. E tu cominci a disubbidirle troppo prestoseguendola fin qui!

- No! - replicò con forza. - Questo l’ho ottenuto! Questol’ho messo come patto!

- Perché?

- Perché così! Non si arriva mai?

- Ci siamo.

Oltrepassata la rivieraerano giunti dinanzi al portoinfatti; ma Perez sostòesitante.

- Bisogna sapere a quale calata dirigerci.

Guardandosi intorno vide un gruppo di scaricatori di carbonecon le labbra rosseggianti e gli occhi lucenti sulle facce da negri.

- Dove si attracca il «Senegal»?

- Al ponte della Boa.

- Grazie!

Ripresero la viae il ponte apparveoltre la stradaferratasbarrato da una cancellataingombro in fondo dalla folla che aspettaval’arrivo del piroscafo. Perez vide che il cancello era chiusoche un gruppodi tre o quattro persone parlamentavano col doganiere posto a guardia dell’entrata.Lodovico doveva aver veduto anch’egliperché affrettò ancora il passoprocedendo verso il cancello che si schiudeva in quel punto.

- Dove va? Non si può!... - disse la guardiaarrestandolocon un gesto della manodopo aver lasciato passare gli altri.

- Perché? Quei signori sono pure entrati!...

- Ha il permesso? Occorre il permesso della Capitaneria.

- Dov’è questa Capitaneria?

Ma un fischio lungo e rauco lo fece rivolgere: la prora delpiroscafo spuntava dietro la fila dei legni dell’àncoratutto il corpo dellanave si veniva avanzandoa piccolo moto.

- Non siamo più a tempo... Lasciateci passare... Che vi fa?

- Non si può.

- Ma lasciateci passarevi dico!...

Il tono della vocel’espressione del viso impaurironoPerez. Fece per intervenirema già Lodovicovisto un graduato sopraggiungeregli si accostava dicendocon altro tonodi preghieraquasi di supplicazione:

- Sentabrigadiere... Non abbiamo avuto il tempo di fornircidi permesso... Aspettiamo persone care... Ci consenta di entrare...

Il graduato rivolse alla guardia un cenno d’assenso: i dueamici penetrarono nel recinto. Per un lungo tratto esso era sgombro; la folla sistringeva in fondocontro la seconda cancellata. Vi era gente d’ogni grado edetàsignoripopolanicontadinimarinaidonnevecchibambinifacchinicoi carretti pronti per lo sbarco dei bagagliemigranti seduti sulle casse esui sacchi delle povere masseriziedame riparate dal sole sotto le cupolettedei variopinti ombrellini. Perez vide Lodovico fermarsi a un trattotrasalendo.

- Che hai?

- Eccola. Taci.

Seguendo lo sguardo dell’amico egli scorse una signoravestita tutta di biancocol cappello rosso e l’ombrellino dello stessocolore. Quasi avvertita da un senso magneticoella si volse verso i duesopravvenutima non un muscolo del suo viso si contrassenon il più piccolomoto la tradì. Perez riconobbe subito la figura ammirata a Valsorrisadue anniaddietro: meravigliosamente bella nel corpo e nel visoalta e flessuosa comeDianacome la Valchiriacon un prezioso volume di bionde chiome lucenti sullanuca e sulla frontedovecome in tutto il visoil riflesso dell’ala delcappello e dell’ombrellino diffondeva un chiaror caldo di fiamma. Dopo averrivolto ai due amici lo sguardo inespressivo e quasi cieco con cui si guardanogli sconosciutiella si voltò verso una donna che le stava da presso tenendoper mano un bambino: la governante ed il figlio. Chinatasi a dire qualche cosaal fanciullosi raddrizzòtornò a rivoltarsi verso il piroscafo. La massaenorme del «Senegal» si avanzava ancora più lentamentedi fianco; si udivanoi fischi del comandosi vedeva a prora il gruppo dei marinai pronti allamanovra dell’àncoradominati dall’ufficiale che faceva cenni verso laplancia. La barca del pilotacon la stessa bandiera azzurra e stellata chesventolava all’albero maestro della navela precedeva guidandola; a un nuovofischioa un ordine: «Mòlla!» l’àncora si staccò dal fianco possentescivolò col fragore delle ferre cateneprecipitò in mare sollevando una nappadi spuma. Tutt’intornodalle murate dei piroscafi attraccatimarinai epasseggeri seguivano curiosamente la manovra; la folla era densa a bordo d’ungrosso transatlantico tedescoil «Braunschweig»che aveva issato la bandieradi partenzae le cui gru stridevano tirando a bordo balle e baulie per le cuiscale era un continuo andirivieni. Più fitto ancora era il formicolio a bordodel «Senegal»e dalla riva alla navecome dalla nave alla rivagli avidisguardi degli arrivanti e degli aspettanti si cercavanosi incrociavanoe giàqualche fazzoletto sventolavaai primi riconoscimenti. Con la macchina ormaifermaper la sola forza acquisitail «Senegal» si avanzò ancora un pocogirò su se stesso mentre la barca del pilota portava a terraalle prese d’ormeggiole gomene che i marinai vi annodavano; poi gli argani stridettero tesandoleela nave si dispose lungo la calata. La folla si rimescolòciascuno percorse labanchina in su e in giùcercando di avvicinarsi il più possibile alle personecarechiamandole per nomee saluti e notizie brevi cominciarono a scambiarsi.Nei movimenti confusi di quella massa di persone lo sguardo di Lodovico seguivaintento ed ardente la cupoletta dell’ombrellino rossoed anche Perez non laperdeva d’occhiocercando di scoprire in mezzo ai passeggeri affacciati dalponte della prima classe chi fosse l’aspettato da quella donna. A un tratto l’ombrellinosi abbassò e rialzò due o tre voltecome una bandierain segno di salutoedal piroscafodall’angolo della scalaun uomo rispose con un gesto delbraccioed un giovinetto che gli stava a fianco agitò festosamente ilfazzoletto. Perez sentì afferrarsi la mano come dentro una morsa e udì la vocerauca dell’amico esclamare:

- Eccolo... È lui!

Liberato dalla strettaegli considerò attentamente quell’uomo.Era alto e robustocon un petto largo su cui la folta barba castana appenabrizzolata si diffondeva a ventaglio; aveva un nobile portamento; tutta lapersona rigidamente composta nel costume da viaggiocon la tunica a cintolaicalzoni cortile gambe strette dalle lunghe uoserivelava l’abito delcomandola professione marziale. Fermo contro la muratanon si sporgevaportava soltanto la mano all’orecchio per cogliere le parole che la moglie edil figlioletto gli rivolgevano dalla rivae rispondeva con qualche monosillabood a brevi cenni del capo e della manomentre l’adolescente che era secouncollegiale di forse dieci annigridava saluti e domande al fratellino ed allamadre. Costeiaddossata ad una presa d’ormeggioriparata contro il sole dall’ombrellinoappoggiato alla spallanon si rivoltavapareva non sospettasse neppure lapresenza dei due amicidell’amantee Perez era talmente compreso dall’ambasciadi quest’ultimoche temeva di doverla vedere da un momento all’altroprorompere. Con le mascelle contrattecoi pugni chiusiLodovico guardava cosìfisso il nuovo arrivatoche costui avrebbe finito con l’accorgersene; edecco: già pareva a Perez che se ne fosse accortoche volgesse su loro unosguardo inquieto e sospettoso.

- Moviamoci... Vieni da questa parte... - propose all’amicotrascinandolo qualche passo più lontanoguardando qua e là sul ponte delpiroscafoper darsi un contegnoper fingere di cercare qualcuno tra ipasseggeriimpaziente di uscire da quella situazione pericolosa; ma a bordocompiute le operazioni di ormeggioabbassati i pontilii viaggiatori chetentavano di scendere erano trattenuti dai marinai di guardia alle scaleperlasciar libero il passo ai facchini. I bagagli avevano la precedenza su gliuominie fremiti d’impazienza e sospiri d’ansia passavano tra icircostantimentre sfilavano i bauli di tutte le fogge e grandezzele cassele valigiele scatolei cestile cappelliere. Le creature umane anelanti diriabbracciarsi dopo separazioni lunghe e crudeli erano ancora costrette aguardarsi da lontanoa farsi cenno con la manoa soffocare l’impeto degliaffetti; né tutte le anime erano in festa; si vedevano molti con gli occhiarrossati al pensiero di dover partecipare o ricevere le nuove delle sciaguresopravvenutedei disinganni patiti nel tempo della solitudine. Un gruppo didonneanzianegiovani e adolescentitutte egualmente vestite di lutto grevepiangevano silenziosamenteevitando di guardarsisenza guardar neppure versola nave: certoessa non recava loro la persona dilettaperduta lontanodi làdai marima fredde e inerti reliquie. A bordo i viaggiatoriaffratellati dallaconvivenzasi salutavano commossi sul punto di disperdersi per il vasto mondosenza probabilità di mai più rivedersie l’enorme casa galleggiantecontinuava a vuotarsi delle sue masseriziepareva destinata a spopolarsicomeun luogo infaustocolpito dalla sciagura. Un baule stretto e lungo come unferetro era tratto fuori da due uomini che lo reggevano dai due capie Perezsentiva il contagio di quella tristezza diffusa tutt’intornodel dramma chemartoriava il cuore dell’amico suoche doveva certamente turbare quello delladonna; quando a un tratto i suoni fragorosi e giocondi d’una fanfarasquillarono: la musica del «Braunschweig»nel punto che l’enorme nave stavaper salpareintonava una marcia militarequasi a stordire le altre anime piùafflitte degli espatrianti che trascinava verso l’ignotoforse verso lamortestrappandoli ai congiunti lacrimosi sulla riva materna.

- Quando finiranno? - esclamò lo scrittoreirritato da queisuonismanioso ormai di andar via; ma Lodovico non rispose. Non rompeva ilsilenzio dal momento che aveva riconosciuto il maritoe i suoi sguardi nonlasciavano la figura di quell’uomosempre immobile accanto al figliose nonper rivolgersi verso il punto dove la fiamma dell’ombrellino rivelava lapresenza della donna accanto all’altra creaturina. Ma egli non si esponevapiù come primasi ritraeva anzistudiava di nascondersi dietro gli altrispettatori; e non già per la prudenza consigliata da Perezbensì per unimprovviso impaccioper un senso di timidezza e quasi d’umiliazione sortodapprima confusamente nell’anima suapoi cresciuto e divenuto insopportabile.Tutti i diritti poc’anzi vantati nel narrare la sua storiatutte le ragioniaddotte per dimostrare all’amico ed a se stesso che quella donna gliappartenevasi rivelavano ora arbitrarî e sofisticisi disperdevano dinanziad una verità lampante e crudele: egli era un estraneoun intrusotra queiconiugi che si ritrovavanotra quei figli e quei genitori che ricostituivano l’unitàdella famiglia. Tanto tempo e tanto spazio li avevano divisied ecco: sitendevano le braccia; un istante ancoraed avrebbero tornato a formare unvivente complesso dal quale egli era escluso. Che stava a far lì? Quella donnanon era suase ora egli non poteva avanzarsi verso di lei e portarsela via;quell’uomo non era un ladro che gliela involavase veniva a prendersela allaluce del soledinanzi alla folla; il ladro era lui stessoche doveva trarsi indisparte e farsi piccolo per non lasciarsi scorgere. Egli era un intrusounaspiaun frodolento. Nella mortificazione e nell’avvilimento che occupavano ilsuo cuorela stessa memoria del possesso esercitato fino al giorno innanzi siritraeva in un passato lontanosi annebbiava e attenuava come quella d’unafinzione. Il passatoremoto o prossimoera passato; solo l’ora presenteesistevae in quell’ora il suo possesso era distrutto.

- Andiamo via!... - suggerì Perezsmanioso. - Fermiamocialla doganafammi il piacere!

- No! - gli rispose con voce durache non ammettevainsistenze.

Voleva restaredoveva vedere. Una forza superiore a quelladella ragioneuna specie di fascino lo inchiodava lìdietro la siepe degliaspettantisollevato sulla punta dei piedicoi muscoli del collo irrigidititutti i nervi tesi. Più forte del dolorepiù forte dell’umiliazione era l’aviditàdi vederela necessità di non perdere un solo particolare di quella scena. Unferro aguzzo e tagliente gli ricercava le carnirecideva le vive fibre dellegame che aveva fatto di lui e di quella donna un corpo soloun essere solo;ma sul punto di sentirsi mutilato non voleva perdere la coscienza di séresisteva alle esortazioni dell’amico come avrebbe respinto un torpente sopraun letto operatorioper assistere allo scempio.

E giàfinito lo sbarco dei bagaglile guardie lasciavano iloro postii primi viaggiatori si affollavano verso le scale non più vietate.Egli vide il marito avanzarsima senza frettadando una mano al giovinettodividendosi con l’altra la barba sul petto. L’ombrellino rosso si mosse anch’essoed egli stesso fece un passo; ma alloracol coraggio della pauraPerezesclamò a voce bassa e concitata:

- Lodovicoti prego!... Non commettere imprudenze!... Restalì: siamo già troppo vicini. La governante e il bambino possono riconoscerti.

Obbedìsi fermòvide a poco a poco diminuire la distanzache separava i due gruppi: la donna col figlio e la familiare avanzarsi in primalineasull’orlo della banchinail padre e l’altro figlio scendere igradini della scala di bordo e porre il piede a terra. Oltre il gruppo delledonne piangentidietro un carro carico di bauliavvenne finalmente l’incontro.Egli trattenne il respiroe lo stesso moto del suo cuore parve arrestarsi unistante; ma il sangue gli rifluì rapidamente per tutte le arterie e il pettogli si gonfiò al soffio dell’ariain un improvviso senso di sollievoquasidi gioiadi timida e incredula gioiavedendo che quell’uomo non si stringevacon impeto alla donna sua ritrovata dopo tanto corso di temponon l’abbracciavacon tutta la forza delle sue braccia nerborutenon restava a guardarla negliocchi per riconoscerne e possederne l’anima; ma le dava due baci sulle dueguancedue baci calmiappena fraterniquasi distrattie subito dopo sivolgevaprima ancora di abbracciare il figliuolettoa cercare i bagagli. Perun momentoa quella vista che aveva temuta atroce e insostenibiletutta l’oppressuratutta la mortificazione dell’anima si dispersetutta la coscienza della suaforza e del suo diritto tornò ad assicurarlo. Quella donna era sua per quel chegli costava di fremitidi spasimidi estasidi pianti; gliel’avevaguadagnatagliel’aveva meritata il fuoco divampato nel suo cuorela fiammadell’estro accesa nel suo pensiero e nella sua fantasia. Ella gli si eraaccordata perché si era sentita necessaria a luiperché quegli ardoriquellefebbri si erano comunicati a leirivelandole tutto un mondotutta una vita deiquali non aveva sospettato l’esistenza accanto a quell’uomo freddo emisurato. Un moto d’orgoglioun senso di trionfo lo animò; ma fu un lampo.Già ella si stringeva all’altro figliogià i figli si stringevano aigenitori formando un cerchio dal quale la stessa domestica si teneva lontana.Era lìsotto i suoi occhila famiglia riunitail nucleo umano primordialeil cardine d’ogni consorzio; e nessunoe tanto meno luipoteva penetrare inquella intimità fondata sulla perpetuazione della carne e del sangue... Alloramentre Perez non faceva e non diceva più nulla per porre termine a quellospettacoloegli stessoafferrato bruscamente un braccio dell’amico estringendolo forteesclamò con voce arrochita:

- Via!... Andiamo via!...

Si allontanaronoinfattifacendosi strada tra la follaschivando i carripassando accanto a quello dove il marito riconosceva la suarobamentre dava ai facchini l’indirizzo dell’albergo di Francia. Quandofurono nello spazio libero affrettarono il passo; ma usciti fuori dellacancellata e giunti presso la doganaLodovico si fermò voltandosi a guardareindietro.

- Che fai lì? - domandò Perezirritato; - non ne haiabbastanza?

- No: taci; aspetta.

I coniugidistaccatisi dalla follapreceduti dal facchinocoi bauliseguiti dalla governante coi figlisi avanzavano: il marito non siappendeva al braccio della moglienon le dava il braccio; le andava accantoparlando senza gesti; ella era invece tutta animatadiceva qualcosa conespressione vivace. Vedendoli avvicinarsiPerez sentì rinascerecon la pauraun senso di ribellione contro l’audace che sfidava il pericolo d’esserericonosciuto e quasi si compiaceva dell’ambascia propria e di quella cheinfliggeva; e quando la coppia fu giunta al loro fiancotremò vedendo ilmarito fermare lo sguardo su Lodovicoquasi leggendogli in faccia il suosecretomentre la compagna passava senza neppure guardarlicome nonaccorgendosi di loro. Per buona sorte il figlio più piccolointento a narrarequalche cosa al fratellonon levò gli occhidistrasse anche l’attenzionedella governante rivolgendole una domanda; e solo dopo che la comitiva si fuallontanata avviandosi alla doganail trepidante trasse liberamente il respiro.

- Io domando se questa è una cosa ragionevole!... Che gustotormentarsi così!... Vogliamo ora andar via una buona voltain nome di Dio?

- No. Aspetta.

Volle ancora indugiarsiostinatoinflessibilesordo;aspettò sinché la famiglia non riuscì dalla dogana e non ebbe preso postonell’omnibus dell’albergosinché il pesante carrozzone non si scossenonsi mosse verso la cittànon fu scomparso dietro una fila di carri di merciallungati sul binario. Allora soltanto Perez poté finalmente trascinarlo pressouna carrozza e spingerlo a prendervi posto.

- Vieni a casa mia.

- Alla stazione! Alla stazione!...

- Ma sì... Non ti trattengo!... Te ne andrai appena ti sarairimesso... Per ora vieni con me... Sei troppo agitato... Aspetta di calmarti...Vieni un istante! - soggiunseaccostando le mani in atto di preghiera.

- Alla stazione! Alla stazione!

 

II

 

Il convegno

 

 

 

 

 

 

 

- Castelmaggiore!... A Castelmaggiore!

Il trenoentrato rapido e strepitoso sotto la tettoiarallentò improvvisamente la corsastridendo per tutte le ferree giunture; lavoce del conduttore risonò annunziando il nome della cittàe Lodovico Bertinisorse in piedinello scompartimento desertoe si accostò allo sportello. Unfacchinoun vecchio a cui la candida barba scendeva fin sul petto delcamiciotto di lavorolo aperse togliendo di mano al viaggiatore la valigia e laborsa.

- Dove va il signore? All’albergo?

- No; mi fermo quial Caffè. Riparto col direttissimo delle9 e 15; verrete a riprendere il bagaglio qualche minuto prima dell’arrivo deltreno.

- Stia tranquillo: alle 9 e 10 sarò da lei.

I viaggiatori in partenza si affollavano dinanzi allecarrozze; gli arrivati facevano ressa all’entrata del ristoranteintorno albancone con le vivande e le bevande; il carro coi sacchi della posta cigolavasulle tre ruotespinto a mano da un fattorino che avvertiva di far largo; ilcapostazione esaminava un foglio alla luce di una delle grandi lampade ad arco.Entrato nella salaBertini udì le voci del personale di servizio richiamare alloro posto i partentilo sbattere degli sportelliil fischio della locomotiva;quando sedette dinanzi al tavolino di marmo vide il convoglio sfilare col suocarico di vitecon le sue luci fioche dietro i vetri appannati e le tendineabbassate.

Un cameriere gli si presentòdomandando:

- Comanda?

- Tè e lattecon qualche biscotto.

Quantunque non avesse desinato prima di mettersi per viasentiva di non poter prendere cibo. Aveva la gola stretta e la testa in fiamme.Dalle grandi arcate aperte sotto la tettoia veniva una brezza frizzante che glifaceva passare qualche brivido per il corpo senza rinfrescargli la fronte.Quando il vassoio con le cogomeil piattellola chicchera e la salvietta glifu posto dinanziegli non toccò nessuna di quelle cose: trasse dalla tascainterna dell’abito il portafogli e ne cavò la lettera ricevuta due sereinnanziper espresso. Appena due sere innanzidopo un mese e mezzo disilenziocinquanta giorni dopo l’arrivo del «Senegal»egli aveva rivisto icaratteri di Rosanna!

Sette settimane erano trascorse senza che ella avesse trovatomodo di fargli pervenire una parolalasciandolo solo col suo dolorevagante diluogo in luogosenza casasenza pacesenza tregua. Fuggito la stessa seradell’arrivo del piroscafonon si era sentito capace di ridursisecondo leprescrizioni di leia Promontesul lagopresso i parenti. Come portare nellacasa paterna l’ambascia che lo struggeva? Come spiegare alla sorellaalcognatola tempesta scatenatasi nel suo cuore? In quei luoghi dove pure avevatanto vissutodove aveva dato forma alle sue concezioni più vasteora sentivache gli sarebbe mancato il respiro. Che avrebbe fattonon potendo piùlavorare? Che avrebbe dettonon potendo parlare se non di lei?... Alla verdeconca del lago meravigliososulle vette dominatrici della terraadunatrici dinembinelle valli inargentate dalle acque spumosesotto i boschi solenniegliaveva sognato di tornare; ma con leiper molto o per pocopur di farlapartecipe di quelle bellezzepur di associarla ai ricordi della sua prima vita.Ma ella si era negataadducendo di non poter entrare nella sua casadi nonvoler presentarsi ai suoi parentia sua sorellache doveva conoscere osospettare i loro rapportie che l’avrebbe severamente giudicata; ecomesemprenulla era valso a farla ricredere. Troppoa quell’oragli sarebbestato grave chiudersi lassùmentre non solo il suo sogno si disperdevamaanch’ella era come perduta per lui; e col bisogno di stordirsidi evitarequanto potesse rammentargli la sua condizione sciaguratadi fuggire da sestessoera andato dove nessuno lo conoscevadove nessuno gli avrebbe chiestoche cosa lo martoriasse: in Isvizzeraerrando per monti e per vallisaltandodai treni sui piroscafi e dai piroscafi sui treniriparando dalle cittàrumorose negli alpestri villaggitornando dalle alte solitudini alla baraondadei grandi alberghi e dei «Kursaal»cercando ovunque invano di dimenticare ipensieri molesti e di dissipare le immagini odiose. Disperando di riuscirvinonsapendo che fare della sua vitaera ridisceso in Italia per ridursi finalmentesecondo il volere di leial paese natalepresso i congiuntisostenuto dallasuperstiziosa lusinga che lìdove ella gli aveva raccomandato di recarsi epromesso di scriverglila sua lettera sarebbe arrivata più presto. Masulpunto di eseguire i suoi comandamentila tentazione di rivederlanon fosse cheda lontanodi sfuggitaun istantepassando secretamente da Firenzesi eraimpadronita del suo spirito e lo aveva soggiogato.

Andato a nascondersi nello studio ancora tutto odorante dileitutto pieno dei ricordi di leidei fiori secchidelle trinedeiventaglidei ritrattidelle crete dove egli aveva riprodotto la stupenda suaformasi era tenuto lontano dai ritrovi degli amici e dei conoscentiaveva poicominciato ad aggirarsi cautamente intorno ai luoghi dove avrebbe potutoincontrarla: invano. Una notte s’era spinto fin sotto la sua casama ildomani all’alba era fuggito ancora una voltaper aver visto e immaginato congli occhi della mentedietro quelle finestre chiusedietro quei muri ciechiun altro al suo postoaccanto a leicarezzare la sua frontebaciare le suelabbravivere la sua vita. Alloraallora soltanto si era rifugiato a Promonteper rintanarsi nel suo covo come una bestia ferita. Aveva il cuore lacerato esanguinante. Invano la ragione gli rappresentava che questo era lo scottoinevitabile del bene fruito; invano l’egoismo gli consigliava di aspettaretranquillamente il giorno in cui ella lo avrebbe richiamato. Non era più sicurodi riacquistare la felicità di prima. Quand’anche null’altro dovessesopravvenire a distruggerlail ricordo delle pene sofferte l’avrebbeintorbidata. Al pensiero che la creatura amata era stata di un altroun moto direpugnanzarepugnanza fisicalo arretrava. Ma non solamente sentiva che ellaera stata contaminata nel corpovedeva che anche l’anima sua gli sfuggiva.Per aver lasciato passare tanto tempo senza rammentarglisibisogna che unrivolgimento fosse avvenuto nel suo cuorenella sua vita. Come negarecontro l’evidenzala forza degli affettidei doveri e degli interessi che lo avevano prodotto? L’uomoche le aveva dato il proprio nomeche dedicava alla casa fondata con lei tuttele sue energieche le assicurava un’esistenza facile e largagodeva diprivilegi indistruttibili; ne godeva il figlio tornato a leiforse più che l’altrovissuto sempre al suo fianco. Di questa creaturinadel posto che aveva occupatonel cuore della madreegli era stato geloso. Ora la gelosia impotente lorodevalo umiliava al pensiero che la madre era tutta dei figlila moglietutta del marito. Parlandole o scrivendoleegli avrebbe potuto farsi valererammentarle le parole dettegli e le prove dateglicontrastarla a tutti coloroche la riprendevanovincerla ancora una volta; da lontanocostretto alsilenziodoveva incrociare le bracciaabbandonare indifesa la causa dallaquale dipendeva la sua vita. O forse insisterecontraddirlacontrariarlasarebbe stato inutilecome era stato inutile tutto quanto le aveva dettoperché non andasse incontro al maritoperché si contentasse di aspettarlo acasa sua. Che cosa era dunque il bene che gli volevase non la faceva capace diarrendersi a un suo desideriosia pure smodato?... Poi pensava che anch’eglil’aveva feritauna voltamolto più profondamentedicendole cheliberanon l’avrebbe sposata; e allora riconosceva che entrambi si erano mantenutifedeli al proponimento di esser sinceridi uniformarsi alla realtà esterioreed intimaalla verità necessaria ed amabile. Ma orano; ora non più; ora nonriconosceva altra verità fuorché il suo dolorealtra realtà fuorché ilbisogno di lenirlo; ora non chiedevanon aspettavanon cercava altro che unamenzognama pietosa e salutare. E non ne trovavae non ne sperava. Ella nongli avrebbe mai scrittocome non gli aveva mai detto: «Amo te soloodio miomarito». Una simile certezza lo avrebbe forse pacificatogli avrebbe datoforza per sopportare le separazionile contrarietàla partecipazione di unaltro al possesso di quel corpo la cui anima sarebbe stata tutta sua. Eglidoveva invece contentarsi di una parte di quella vitadella minor parte. L’avrebbeforse totalmente perdutase il marito non fosse andato più via. Non era questoil pericolo? Che fare per evitarlocome riprendersi il suo benesenza chenessuno mai più glielo potesse contendere?...

Talvolta egli aveva tentato di reagire contro la passionediresisterledi contenerla. Altri amori giudicati necessarî alla sua vita nonerano finiti senza che egli ne fosse morto? Prima non si era appagato di ciòche le donne altrui avevano potuto o voluto accordargli? All’idea di prenderneuna per sé non si era sempre ribellato? Due o tre voltebensìnella primagiovinezzala tentazione era stata fortissimaavvalorata dai consigli deiparentidalle esortazioni della madre; ma non si era sempre vintoe sua madrenon era morta col dolore di lasciarlo solo? La libertà non gli era sembrata unbene tanto grande da potersi pagare con qualche cosa di più penoso ancora chenon la solitudine? Nel matrimonio non aveva visto una convenzione micidiale all’amoree dell’amore non aveva sempre avuto bisogno per le sue ispirazioni d’artista?...Ma il ragionamentoil ricordo della tenacissima opinione di tutta la sua vitarestavano inefficaci contro il dolore. Nel suo dolore egli riconosceva ora cheil legame indissolubilesempre evitato come il più grave dei danninon era unostacolo alla felicitàse altri ora se ne giovava per distruggere la felicitàsua. Quella convenzione giudicata funesta all’amore era il patto che garentivail possesso. La sua condizione di amante costretto a nascondersia fuggireacedere il posto usurpatoa vedere un altro occuparlo da padrone legittimoerasciagurata e intollerabile.

I giorni e le settimane erano passati lentieterninumeratiad uno ad unomisurati ad ora ad orasenza che egli sapesse che cosa accadevadella creatura dilettache cosa potesse fare egli stesso per averne notizie: setornare a Firenzese scrivere a qualche amicose scriverle direttamentearischio di tradirla. La paura che il caso l’avesse traditache suo maritoavesse scoperto il loro secretotrovando una letteraudendo qualche parolasfuggita al bambino od ai serviarrestava il moto del suo cuore; ma quantunqueil sospetto non fosse da escluderequalche altra cosauna voce interioreunoscuro presentimento gli diceva che noche nulla era stato scopertoche ellaera al sicuroche il suo silenzio dipendeva unicamente dalla sua volontà.Infinitamente più che l’impossibilità di far nulla per avere qualchenotiziaper uscire da quell’ansialo umiliavalo mortificava e lo avvilival’idea che la volontà di lei fosse determinata da ragioni che egli non potevacombattere. Il bisogno di signoreggiare quella vitadi occuparla tutta di sédi uniformare alla propria volontà quella volontà forte e tenacealimentavail fuoco della sua passione. Nessun’altra donna lo aveva avvinto con leblandiziecon le lusinghecon le illusioniquanto costei con la resistenza el’ostilità. Tutto quanto aveva fattonei primi tempiper vincerlaerastato invano: ella gli si era accordatainaspettatamentequando aveva volutoquando egli ne aveva perduto la speranza. Nonostante la dedizionedopo ilpossessocon tutte le prove d’amore ottenuteegli aveva più volte sentitodi non essere penetrato fino agli ultimi recessi dell’anima sua. Ora che unaltro gliela contendevaora che egli non poteva vivere senza trionfare dicostuisenza saperla sua interamenteperdutamentecome una cosa inertecomela cera duttilecome la creta malleabileora ella si dava tutta a quell’altrorestava lontanachiusainaccessibile. La tentazione di fuggirlapiuttosto checontentarsi del poco che gli avrebbe concessosi era insinuata allora nel suopensierolo aveva investito e dominato. Non era giustizianoche eglispasimasse cosìmentre nella nuova vita che ella ora viveva non trovava modo d’infonderglifededi dargli speranza e coraggio... Improvvisamentela sua lettera eragiuntaquella lettera sulla quale si era precipitato avidamenteche avevaletta e riletta tanto da poterla ripetere senza dimenticarne una sillabae chenondimenooranel silenzio della stazione desertatornava a rileggere ancorauna volta.

La lettera diceva:

 

Partirò posdomanisolacol direttissimo delle 7 e 25 perarrivare a Milano il giorno dopoalle 7 e 50. Torna domani a Firenzeprenotadue cabine della «Sleeping» facendoti dare due biglietti separatie mandamiil mio. Riparti con l’accelerato delle 6 e 33scendi alla stazione diCastelmaggiore e aspetta alle 9 e 15 il passaggio del mio trenodove salirai araggiungermi. Alla stazione di Milano mi lascerai: mio marito ritorna da Londra.

 

Tutto era stato puntualmente eseguito. Lasciatoimmediatamente Promonteegli era corso a Firenzeall’ufficio della Compagniadei «Wagons-Lits». Il commesso aveva voluto rilasciare un solo biglietto perle due cabinenon comprendendo come persone che dovevano viaggiare insiemeavessero bisogno di biglietti separati; ma poi glieli aveva pur datied egliaveva spedito a Rosannain lettera raccomandataquello che doveva servire perlei. Era partito con l’accelerato delle 6 e 33aspettava ora il passaggio deldirettissimo; marileggendo quella letteracome quando l’aveva letta laprima voltatutte queste istruzionitutte le circostanze nelle quali le avevaeffettuatesparivano dalla sua memoria: i suoi occhi e il suo pensiero sifermavano sulle parole dell’ultimo rigo: «Mio marito ritorna da Londra». Pertornarnedoveva esservi andato; se ella gli moveva ora incontronon ve loaveva accompagnato; era dunque rimasta solo per qualche tempopoco o moltononpoteva dir quantouna settimana per lo meno: e di quel tempo di libertà nonaveva saputo o voluto profittare per richiamarloper rivederlodovunquecomunque! Lo richiamava orasul punto di andare ancora una volta incontro aquell’uomoper rivederlo un giorno più presto!...

A un fischio di locomotivabreveacutolontanoegli siriscossesi guardò intorno. La stazione era ancora deserta; il padrone delCaffè sonnecchiava dentro un bussolotto illuminato dalla fiamma gialla d’unalampada a gas; il cameriere; dinanzi al banco delle vivandeparlottava con unmanovratore. Egli ripiegò la lettera e la richiuse nel portafogli. Si versò unpoco di latte e di tène assaggiò un sorsoe ripose la chicchera. L’orologiosul quadro dell’orariosegnava le otto e un quarto. A quell’ora ella dovevaessere già partitail treno che la portava già correva verso di lui. Un sensodi gioiatrepida ma grandelo invase a quella certezza; egli sentì il suorancore dissiparsi. All’idea che fra un’ora sarebbe giuntache l’avrebbeavuta tutta una notte per séche avrebbe potuto finalmente sfogare la pienadei sentimenti accumulati nel suo cuorel’immobilità gli riuscìintollerabile. Chiamato il cameriere e pagatolosi alzòuscì fuori dellasalasotto la pensilina. I binarî liberi si dilungavanoconvergendo nellalontananzaperdendosi verso le masse scure delle cabine e dei depositiversole linee rigide formate dalle colonne delle carrozze e dei carri mobili sotto ilfioco lume della luna non ancora al primo quarto. Gli ufficî erano quasi tuttichiusi; solo quelli del capostazionedel telegrafo e dei biglietti proiettavanosul marciapiedi la luce delle loro lampade incappucciate di verde. Due o trecommessi stavano curvi sulle scrivaniedinanzi a grossi registri ed a fogli dicarta stampata; non si udiva altro rumore fuorché il ticchettare degliapparecchi telegrafici. Chiuse le sale d’aspettotranne quella della terzaclassesopra i cui nudi banchi il facchino dalla barba candida ed un suocompagno erano distesi a dormire.

Per ingannare il tempo egli si mise a percorrere la frontedella stazioneda un capo all’altro; poi riattraversò la sala del Caffè eduscì sul piazzale. Non una carrozzanon un passantenon un rumore. Sullafacciata esteriore dell’edifizio erano aperti l’ufficio del Daziodove dueimpiegati chiacchieravano fumando nelle pipee il passaggio d’entratacolgabbiotto della giornalaia: una vecchietta sonnecchiante in mezzo alla mostradei fogli illustratiaperti nelle pagine più vistosefra le grosseintestazioni dei quotidiani e le copertine dei libercoli pornografici. Lepozzanghere formate dall’acquazzone del pomeriggio rendevano malagevole l’avventurarsioltre il marciapiedi; rinunziando ad entrare in cittàegli cominciò amisurarlo tra i due cancelli che lo chiudevanocome aveva fatto dell’altro.Il tempo scorreva con una lentezza disperante. Passando e ripassando dinanzi alDazioi suoi occhi erano attratti dall’orologio i cui indici parevanoimmobili; per vederli un poco spostati verso l’ora attesa con la febbre neipolsiegli prometteva a se stesso di non guardarli troppo spesso; ma poiquando li fissava dopo aver voltato le spalle più voltetrovava che eratrascorso qualche minuto appena. Fermandosichiudendo gli occhitentavaraffigurarsi la donna amata come doveva essere atteggiata in quel momento:raccolta in un angolo della carrozza sussultante nella corsa vertiginosasottola luce della lampada elettricacol viso ravvolto in un velocol capoappoggiato alla mano guantatacon gli occhi allo sportelloimmobile nellapersonama con l’anima tesa verso di lui; e allora la tenerezza e il rancorel’amore e la gelosiail bisogno di stringersela al cuore e l’impeto direspingerla si avvicendavano tanto tumultuosamente da confondersi in un unicofremitoin uno spasimo solo.

Le nove meno un quarto. Ancora quaranta minuti. La stazionerestava deserta: si udiva soltanto qualche fischio raucosoffocatodi macchinemanovranti lontano; qualche passo risonavama di persone che uscivanoavviandosi alla città. Nessun viaggiatore sarebbe venuto a prendere quel trenodella notte? Nessun parente od amico sarebbe sopraggiunto ad aspettarequalcuno?... Alle novemancando mezz’ora all’arrivo del trenoegli entròper vedere se l’ufficio dei biglietti fosse aperto. Era ancora chiuso; ilfacchino dormiva ancora sulla panca della sala d’aspetto. La vendita sarebbeforse cominciata solo venti minuti prima dell’arrivo del treno?

L’attesa di quegli altri dieci minuti fu eterna. Pareva cheil tempo si fosse arrestatoche non potesse più scorrereche la stazionefosse abbandonatache la vicina città fosse morta. L’arrivo di due o trepersonesilenziosesenza bagagliogli parve un avvenimentoun ritorno allavita. Ma nessuno sportello si schiudeva ancoranulla preannunziava la partenzaneanche ora che mancavano venti minuti soltantoche ne mancavano diciannove.Che cosa avveniva? Quand’anche il treno fosse in ritardola vendita deibiglietti non doveva cominciare all’ora regolare? Forse gli orologi esternianticipavano su quello del capostazione? Per quale incantesimo nessuno appariva?Non era egli in preda ad un incubo? Aveva realmente ricevuto una lettera di lei?Era una cosa realequel convegno in treno? Non era una stravaganzaunaimmaginazioneuna irragionevole speranza?... Diciotto minuti soltanto - e glisportelli restavano ancora sbarrati... Alloraper uscire da quell’incuboperudire una voceper sapere qualcosas’avvicino alla giornalaia.

- Il direttissimo non arriva alle nove e un quarto?

- Alle nove e un quartosissignore.

- Ma allora perché non aprono la biglietteria?

La vecchia inforcò gli occhialiguardò un suo grossoorologio di acciaioe disse:

- Ecco: apriranno a momenti.

Ma passò ancora un altro minutone passarono duesenza chegli sportelli si schiudessero. E a un tratto due uomini uscirono dall’internodella stazioneuno dei quali diceva all’altro:

- Non si parte fino a domani.

Egli credé d’aver frainteso. Poi il sangue gli rifluìtutto al cuore e la vista gli si offuscò. Con passo dapprima malfermopoiprecipitatorientrò sotto la tettoia nel punto che alcuni manovaliattraversavano i binarî e gruppi di commessi si formavano dinanzi agli ufficîscambiando notizie e domande e commenti.

- Al bivio del Saliceto... La linea è ingombra... Siappronta il carro-attrezzi... Una falsa manovra dello scambio... Il treno merciè rovesciato... E il direttissimo?

Una fiamma gli salì al visoil suolo gli mancò sotto ipiedi. Corse all’ufficio del capostazionenon lo riconobbe perché tutti gliusci erano apertiormaie tutte le stanze illuminate; domandò a un uomoseduto dinanzi ad una scrivania:

- Scusisignore: mi vuol dire che cosa è accaduto?

- Non so precisamente; la linea è ingombra.

Riuscìtrovò finalmente il capo sulla soglia del suoufficiointento a rimproverare uno dei suoi dipendenti.

- Non ho bisogno delle vostre osservazioni!... Andate alvostro posto senza tante chiacchiere... Desidera? - domandò poicon voceappena meno bruscaal viaggiatore che portava la mano al cappello.

- Vuol favorire di dirmi che cosa è accaduto? Io aspetto ildirettissimo delle nove e un quarto...

- La linea è stata ostruita da un treno merci che manovravaal bivio del Saliceto.

- Ma il direttissimo?

- Il direttissimo sarà avvertito e fermato a tempo eluogo...

Poivoltategli le spalle ed avvicinatosi al telefonogridònel portavoce:

- Signor ingegnere?... Sìla seconda squadra sarà pronta amomenti... Com’è?... La gru sta in consegna al Movimento... Prenda le bindeda otto tonnellate... Va bene?... Sissignore: alla cabina numero 8... Come?...Ha deragliato?... Perdio!... Vengo subito!...

Lasciato l’apparecchiolanciò un ordine al sottocapo:

- Trattenga l’842 a Santa Rufinatelegrafi che per lineaingombra non lo posso ricevere. Mi mandi subito la seconda squadra.

E s’allontanò rapidamentescavalcando le linee deibinarifacendo cenno con tutt’e due le mani di seguirlo agli uomini schieratisul marciapiedi centrale.

StorditosmarritoBertini volse intorno lo sguardo.

Che cosa era avvenuto? Nessuno glielo avrebbe spiegato? Unbrivido gli passò per la schiena al pensiero del pericolo che minacciava lacreatura dilettaal disastro che forse era già avvenuto. Non era forviato ilconvoglio che la trasportava? O il treno che facevano fermare a Santa Rufina erail suo?

- Per favore!... Sentite!... - disse ad un guardasalafermandolo mentre gli passava dinanzi. - Qual è il numero del direttissimo chesi aspettava per le nove e un quarto?

- 28.35signore.

- Siete sicuro che non sia l’842?

- Sicurissimo! L’842 è un misto che dovrebbe arrivare alle9 e 42ma che sarà fermato a Santa Rufina.

- E il direttissimo?

- Era già transitato da Santa Rufina quando è sopravvenutol’accidente al treno merci.

- Ma allora come e dove sarà avvertito del pericolo?

- è stata formata la correntale.

- Come sarebbe a dire?

- Ogni guardiano va al casello vicino trasmettendo alcompagno la notizia dell’accidente e l’ordine di disporre i segnali difermata.

- E quanto occorrerà per liberare la linea?

- Signor miochi può dirlo?... Due ore potevano bastare; maforse non ne basteranno quattro... Il capotecnico e il capodeposito avevanosubito avvertito il Servizio trazione; il signor ingegnere con la prima squadraera subito accorso sopra una macchinail carro-attrezzi era già pronto; maquando hanno fatto per attaccarlo alla macchina ha deragliato. Se lo vuolvederevada laggiù in fondopresso il castelletto idraulicodove c’è quelchiaro... Lavorano a soccorrere il carro di soccorso!...

E sorrise discretamentegettando intorno una cauta occhiataper paura che l’avessero udito.

Bertini corse nella direzione indicata. La fatalità sicomplicavauna volontà ostile e maligna pareva volesse accumulare gliostacolimoltiplicare i pericoli. Alla luce fumosa delle torce a vento sivedeva il carro degli attrezzi pencolare fuori delle rotaie: la piattaformadalla quale doveva essere spinto nella buona direzione non era stata assicuratanon aveva le rotaie combinanti con quelle del binarioe poco era mancato che lamassa pesante non si fosse rovesciata.

- Via le leve! - gridava il capostazione agli uomini intentialla manovra. - Tofano e Giacomellimontate su a scaricare le binde... Quelleda quattro basteranno... Animovia!...

Gli uomini si arrampicarono sul carro carico d’ogni sorta d’ordegnie di congegni: arganimorsechiavimartellimazzeuna fucinaruote dicordamispessori di legnotorce a ventofiaccole a petrolio. Sollevata unabinda da quattro tonnellatela passarono oltre il parapettoporgendola aicompagni.

- A noisvelti! - ordinò ancora il capo. - Disponetela frala testata e il traversone... Più supiù su: all’angoloho detto... Maquiperdiosotto lo spigoloo parlo turco?... Così... Forza di braccia!

Le braccia nerborute girarono il manubrio della macchinadapprima agevolmentepoiquando essa affrontò il peso del carrocon unatensione violentacon uno sforzo penoso. Sotto la spinta possente il carro siscosse un pocosi sollevò di qualche centimetro; a un tratto traballòscricchiolando.

- Ferma!

Tolta una fiaccola di mano a un operaioil capo si cacciòsotto le prime ruotene esaminò la posizione; poi percorse tutto il fiancofino a quelle posteriori.

- Un’altra binda quial centro del traversone... - Maudendo improvvisamente un lontano tintinnare di campanellosi volse a chiamare:- Marziani!... Il capotecnico?

- Eccomisignor capo.

- Diriga lei l’operazione. Io vado a ricevere l’accelerato.

Un treno sopravveniva infatti dall’altra parte della lineadove nessun ostacolo si era frapposto; e Bertini domandava tra sé per qualefatalità l’accidente aveva dovuto prodursi dalla parte di Firenzenelpreciso momento in cuidopo tanta penaegli aspettava Rosanna. E in unimprovviso ritorno dell’ansia sopita dinanzi allo spettacolo dello sforzosostenuto dai lavoratorisi volse ad uno degli astanti:

- Il direttissimo è stato fermato?

- Certamentea quest’ora... Se nosarebbe andato asfondare il treno mercideragliato.

- Come si saprebbe? - domandò ancoratrepidante.

- Eh! Le male nuove le porta il vento.

- A che distanza da qui è il bivio del Saliceto?

- A quattro chilometri e mezzo.

- E Santa Rufina?

- A dodici chilometri.

Restava sapere in qual punto della via interposta fossefermato il convoglio. Certoin aperta campagnalontano dalle stazionisenzaprecise notizie dell’accadutodel pericolo corsodella durata della sosta.Come far sapere qualche cosa a Rosanna? Come rassicurarla? Egli si struggeva dinon poter far nullainvidiava gli operai sudanti a mettere in piano il carrosi torceva le mani per non poterle adoperare com’essiper non potersicacciare sotto le ruote a rimetterle al postocon la febbre di veder rimossigli ostacoliquel primo ostacolo.

Le notizie dell’accidente passavano ora di bocca in boccacon più precisi particolari: il deviatore della cabina numero quattroper unfalso segnale del manovratoreaveva aperto lo scambio al treno merci mentre lacolonna era in moto; l’ago si era spostato fra un’asse e l’altra del primocarrodando la diramazione sopra il binario per il quale doveva transitare ildirettissimoostruendo la linea di corsa: l’ingegnere dell’ufficio ditrazionecon una squadra di operai raccolta alla prima notiziaera sul postoma non poteva far nulla senza gli attrezzi. E dalla stazionecessato losquillare del campanelloveniva il rombo del treno accelerato arrivante a tuttovaporefischiando e stridendocondannato poi anch’esso a restarsene inertead aspettare la liberazione del binario e l’arrivo del direttissimo. Lamacchina si staccava e si allontanava; i viaggiatoriavvertiti dell’accadutosi sparpagliavano in folla sotto la tettoiaentravano nel Caffèsi spingevanoverso la piattaforma attratti dal chiarore delle torcee Bertini vide fra glialtri una coppia di giovani sposi in costume da viaggioil marito appoggiato albraccio della mogliestretto a leisfiorante con la falda del berretto bascoil velo che ella teneva sollevato sulla fronte e che lasciava scoperto unvisetto rotondograziosoinfantile.

- Largo!... Indietro!... Favoriscano di sgombrare!

Il caposopravvenutofaceva scostare i curiosi con aspravoce di comando; Bertini dovette obbedire in preda ad un nuovo cruccioquasiricacciato più lontano da Rosannaquasi impedito di affrettare con la tensionedella volontà e l’impeto del desiderio la liberazione del carro. Sotto latettoia crocchi di viaggiatori si scambiavano le notiziecommentandoleaspramente; alcuni stranieri volgevano intorno sguardi incerti e sospettosi;visi inquieti di donne si vedevano spiare dai finestrini del treno immobile; ilCaffè era invasotutti i tavolini occupati da gente rumorosa e contrariata;solo i due giovani sposil’uomo sempre al braccio della donnasisorridevanofermi dinanzi al bancoscegliendo nei quadri mobili dellecartoline illustrate quelle con le vedute di Castelmaggiore: liberato il bracciodella moglieil marito le offriva una penna col serbatoioed ella riempiva icartoncini uno dopo l’altrocurva sopra un angolo del bancopassandoli poial compagno che vi aggiungeva la propria firma.

Un moto d’irritazione cacciò Bertini lontano dallospettacolo di quella felicità. Riavvicinandosi alla piattaformavide le lucimuoversi e una colonna di candido vapore sprigionarsi dal fumaiolo dellamacchinamentre un fischio breve ed acuto lacerava l’aria: il carrofinalmente liberatoera trainato verso il luogo del bisogno. Alloracometrascinato anch’egli da quella forza brutacome attratto da un potereoccultos’avviò lungo i binarî deserti diramantisi a ventaglio gli unidagli altri. Non sapeva fin dove sarebbe andatoma si sentiva sospinto nelladirezione del convoglio immobile in mezzo alla campagna deserta.

Secondo che avanzavaoltre gli edifizî e le cabine e icastelli idrauliciil ventaglio si restringevale stecche d’acciaiorientravano una nell’altrariducendosi al doppio binario di corsa. Fittesiepi lo fiancheggiavanouna bassa e intricata vegetazione di robiniedallaquale emergevano i fusti frondosi degli eucalitti; tratto tratto un cancellettovi si aprivaoltre il quale si vedeva la campagna bagnata dal lume della lunavicina al tramonto: un chiarore scialbo ed umido avvolgente i filari dei gelsi edei saliciqua e là riverberato da pozze d’acqua. Non una bava di ventononuna voce nel silenzio grave dell’alta notte; solo l’arpeggio eolio dei filitelegraficiin prossimità dei pali risonanti come casse di strumenti armonici.Le rotaie d’acciaio si distendevano rigide e dirittesempre più lontano;parevano rincorrersi a perdita di vistaverso l’infinitoverso l’inarrivabile.Bertini procedeva per la solitudinecon gli occhigli orecchitutti i sensiaperti ed intenti a cogliere segni di vitacredendo di udire l’eco dei fischidella locomotiva di soccorsodi scorgere il chiarore delle fiaccolerischiaranti il lavoro dei manovali; ma nulla si scorgeva ancoranulla siudiva.

La vista della stazione e dei fabbricati che l’attorniavanoera anch’essa perduta nella lontananza: solo una punta di vivo fuocorosseggiava in cima a un disco. Frementefebbricitanteegli andavaandavacol propositocol bisogno di raggiungere il bivio del Salicetodi saperequalche cosa di preciso; ma più s’inoltravapiù l’inquietudinel’ansiala paura gli facevano tremare il cuore. Quantunque la via ferrata fosse unaguida infallibilegli pareva di non poter più trovare quel biviod’essersiavviato sopra un altro binariod’aver lasciato la buona strada. Perduta lanozione del tempocredeva d’aver percorso chilometri e chilometrid’essersidilungato enormemented’aver marciato da ore: l’orologioche avevadimenticato di rimontarenon andava più. La linea non doveva essere liberaormai? Il convoglio non stava per sopravvenireprecipitosoinarrestabileportandosi via la creatura amatalasciandolo solo in mezzo alla campagna mutaed oscura? La prudenza consigliava di tornare indietrodi raggiungere lastazionedi aspettare lìtranquillamentecome gli altri viaggiatoricome idue sposi in viaggio di nozze; ma allorarivedendo con la mente quella coppiafeliceegli sentiva più acutapiù tormentosapiù intollerabile tutta lapropria pena. Spasimava da due mesidal giorno in cui era giunto l’avvisodell’arrivo del maritoma non mai come ora. Se per un istanteal pensierodell’imminente incontro con la dilettaaveva potuto illudersi sperando nelritorno dei giorni felicioranelle tenebre addensate col tramonto della falcelunarenel sonno silenzioso della terranella solitudine inanimata di quegliignoti luoghil’inganno riusciva evidente. Che vita era questa che losbalestrava fuori della sua casafuori del suo paeseche lo faceva errare aquell’ora per la campagnaaspettando un treno arrestato da un improvvisopericolo? Superato quelloquali altriquanti altri sarebbero sorti? Rosannaandava a raggiungere ancora una volta il marito: dovecomequandoper quantotempo l’avrebbe rivista? Quell’uomo sarebbe ripartitoforsema perritornare; il tempo della sua lontananza se ne sarebbe volato viacome se n’eravolato tant’altro. La serena fiduciala certezza del possesso assolutodellacomunione perfetta non era possibile senza l’unione che egli aveva dichiaratodi non voler contrarre neppure ipoteticamentee che sempreprima di quell’amoreaveva giudicata odiosa e repugnante. Allora tutta la sua vita sentimentaledaiprimi alboridagli ingenui amori dell’adolescenza alle fiamme dellagiovinezzagli passò per la memoria: quante prove fallaciquante illusioniperduteritrovateriperdute ancorafino a quest’ultima! Stancovecchiomortoil suo cuore aveva palpitato ancora una volta grazie alla creaturamiracolosa; egli aveva gioitosoffertovissuto per lei; comprendeva che dopodi lei non avrebbe potuto ricominciaree chequand’anchemai più avrebbetrovato un’anima simile a quella; sentiva che tutti questi motivi lospingevano ad afferrarsi a leidisperatamente; ed a quell’oracon quell’ansianel cuoreeccofinalmente riconosceva che il legame solennesancitobenedettoera il solo che potesse umanamente garantire il possesso; e nulla glipareva più desiderabile e degno che prendersi Rosannaunirsi a lei per la vitae per la mortedare al mondo lo spettacolo della loro felicità come lo davanoquegli sposi in viaggio di nozzesorridenti della contrarietà sopravvenutanoncuranti di giungere un poco più presto o un poco più tardicerti diportare con sé tutto il proprio bene. Perché non era ella libera? Che cosaoccorreva perché si liberasse?... Alloracome al bagliore di lampi interiorii recessi più tenebrosi del suo pensiero si illuminavanoquelli doveappariscono le possibilità più chimerichedove sorgono le tentazioniinconfessabili...

Un chiarore lontanoincertosorto dal fondo della lineafermò ad un tratto la sua attenzione. Un uomo con una lanterna in mano siveniva avanzando; la lanternapendente dal braccio disteso lungo il fiancolasciava in ombra il viso del sopravvenientebagnandogli i piedi di luce.

- Venite dal bivio di Saliceto? - domandò Bertini quandocoluiun cantonieregli giunse dinanzi e alzò la lanterna per guardarlo infaccia.

- Nossignorevengo dal casello 374.

- Dove è stato fermato il direttissimo?

- Al passaggio a livello del Fossone.

- Quanto manca perché la linea si sgombri?

- La linea è sgombra; vado a...

- è sgombra?

Egli non udì altrovoltò le spalle al guardianocorseverso la stazionecon la folle paura di non giungervi in tempo. Sull’angustopassaggio dove s’era avanzato agevolmente a brevi passiriusciva malagevolecorrere; più volte sul punto di perdere l’equilibriopiù volte distese lebraccia per ripararsi dall’imminente caduta. Con le orecchie fischiantiglipareva di udire il lontano rombo del treno in motosi rivoltava un istante aguardare indietropoi riprendeva la corsarassicurato per poco. Al pensieroche la notizia non era ancora giunta alla stazionemoderò l’andaturariprese a correre col timore che le disposizioni per ricevere il convogliofossero state trasmesse per telegrafo o per telefono. Una vocesul punto chepassava dinanzi a un casellogridò:

- Ferma!... Chi è?...

Non risposenon si fermòspronato dalla vista delriverbero diffuso lontanamente dai lumi della stazione. Quando vi giunsetrafelatoansanteil campanello annunziante che il disco era aperto cominciavaa squillare; i viaggiatori rimasti a terra riprendevano i loro posti sull’acceleratosi udivano voci di richiamogli sportelli sbattere con colpi secchi:

- In vettura!... In vettura!...

Non c’erano più facchini; egli si rivolse al cameriere delCaffè perché gli portasse le valigie. E finalmente i fanali del trenoigrossi occhi roventi apparvero nella distanzas’ingrossarono sulla metallicafronte della locomotiva spinta a tutta forzavomitante dense volute di nerofumo squarciate dal candido vapore del fischio lungoinsistenteinterminabile.Figure di uomini e di donne in piedi si profilarono nei vani luminosi dellefinestrenessuno nella carrozza coi lettitutta chiusacome deserta.

Un dubbio attraversò il pensiero di Bertini: Rosanna non c’era?Se non era partitaper un contrattempoper un caso imprevedibile?

- Il signore ha la cabina 7 e 8? - gli domandò il conduttoreaiutandolo a montare sul terrazzino.

- Sì. Da che parte?

- Favorisca...

- Avete saputo dell’accidente?

- E come!... Siamo rimasti più di tre ore fermi in apertacampagna!... Ecco la sua cabina. Desidera che le prepari il letto?

Gli rispose di sì dopo un istante di esitazionepensandoche il breve indugio lo avrebbe liberato per sempre da quell’uomo. Cercò disporgersi da un finestrino per vedere l’ora all’orologio della stazione eregolare il suo: i vetri erano rialzati e fermati.

- L’oraper piacere?

- è la una meno un quarto.

Già la macchinadopo la rapida sostalanciava un nuovofischio: la carrozza si scossecominciò la corsa. E non appena il conduttorelo lasciò soloegli apri l’uscio del gabinetto di toletta. Vedendo apparireuna figura maschiletrasalì indietreggiando per istinto; poi riconobbe sestesso nel giuoco degli specchi. Portò la mano ancora tremante alla manigliadell’altro usciolo aperse. Vide gli occhi di Rosanna cercare i suoi. Eraseduta sul lettucciocol velo rialzato sulla frontele mani nude congiunte ingrembo. Le cadde in ginocchio dinanzile prese le manise le strinse al petto.Soffocato dal tempestoso pulsare delle arterienon poté nel primo istantearticolare una parolapoi balbettò:

- Sei tu?... Sei tu?...

- Che è stato? Siamo in ritardo?

- Come?... Non sai?... Quattro orequattro ore che aspettotremandofremendo al pensiero del tuo pericolo... Non ti sei accorta dinulla?... Dormivi?...

- Ho dormitosì: ero tanto stanca. Ma tra veglia e sonno m’accorgevoche il treno era immobileudivo rumore di passivoci di sconosciuti... Che èstato?

- La linea ingombraostruita da un treno merci... Ma cheimporta? Tanto megliose non hai saputo... Sei tu? Sei tu? Sei tu?... Lasciatiguardare... Lo sai da quanto tempo non ti vedo?... Che luce fioca mandano questelampade!... Lo sai da quanto tempo ti aspetto? Lo sai che ti credevo perduta? Losai che non ti vo’ perdere?

Anch’ella alzò lo sguardo luminoso al grappolo dellelampadine elettriche.

La cabinacon la levigatezza del suo moganocon lalucentezza dei suoi ottoniaveva l’aspetto di un mobiledi un grande armadiorotolante. Quantunque nel fracasso della corsa vertiginosa nessuno potesse udiredal prossimo scompartimentoegli abbassò ancora la vocele domandò quasi all’orecchio:

- Sei tu? E sei mia? Sei miadi’?...

Rivoltatasi verso di luipassandogli una mano sulla fronteella rispose:

- Non vedi che cosa faccio per te?

Allora tutta la sua passione soffocataumiliatadisconosciutatraboccò. Scotendo la testacon voce amaraegli protestò:

- Che fai? Sei rimasta solanon so quantomentre quell’uomoera a Londrae mi chiami ora soltantoora che vai ad incontrarlo un’altravolta!

Ella non rispose.

- Mentre una cosa sola confortava il mio dolorel’idea chenon fossi liberache ti torturassi come me per non potermi vedereper nonpoter dir nullatu eri padrona di te stessae non mi chiamavinon miscrivevi!... E ora ti stupisci dei miei dubbi!... Non sai dunquenon capiscinon intuisci quel che ho soffertoquel che soffrodal giorno che ti lasciaidinanzi al «Senegal»da quando ti vidi al fianco di quell’uomoricongiuntaa luibaciata da lui?

All’evocazione del ricordola gioia di averla ritrovatadi sentirsela vicinacadde repentinamente; il dolorela gelosiail corrucciotutte le immagini esasperanti e tutti i pensieri maligni tornarono a invaderlo.

- Che hai fatto? Dove sei stato? - domandò elladolcementeprendendogli una manocome per placarlo.

- Non lo soche cosa ho fatto; non lo so ridirecome hovissuto. Sono stato a Promontema prima a Firenzeper tentar di vederti...Rimproveramianche! - esclamò con più forzavedendola accigliarsi. - I tortisono mieianche! Io dovevo starmene tranquillodovevo sentirmi sicuro efelicedopo averti vista laggiùsulla banchinatutta occupata di quell’uomoe dei vostri figlisenza un salutoun cennouno sguardo per me; dopo esserminascosto da voida tecome una spiacome un ladro! Non sonon so; senza l’amicoche mi stava accantonon so comenon so dove avrei trovato la forza dipadroneggiarmi.

- Era Perez?

Non le rispose a voceassentì con un breve moto del capoincalzando:

- Mi passasti accantodinanzi al cancelloe non miguardasti neppure; non t’accorgesti neppure allora di me che fremevo espasimavotutta infervorata non so da chenon so perché!

- Ti vidi.

- Che gli dicevi?

- Non mi rammento.

- Non ti rammenti! Ma mi rammento ioio che ti vidi sparirein quel carrozzone d’albergoio che mi sentii a un tratto divenuto estraneo atesoloabbandonatoperdutosenza saper che fare della mia vitacon lafolle tentazione di seguirti ancoradi raggiungerti per afferrarti e portartiviasotto i suoi occhisotto gli occhi dei tuoi figlidinanzi a tutti; poicol bisogno di fuggiredi non restare più un solo istante in quei luoghiquella seraquella nottela notte della contaminazione...

Con voce graveguardandolo negli occhiella disse:

- Fosti tu che volesti seguirmi. Non ti pregai di rinunziarea quest’idea? Che vi hai guadagnato?

Egli rispose duramente:

- Avrei sofferto peggio se non vi avessi visti. E mi pento dinon aver preso una stanza in quell’albergo! Avrei meglio misurato tutta la tuacapacità di fingere!

E lasciò la sua manola respinsesi ritrasse.

- Perché?

Ella era calmaserenasicura di se stessa; il tono dellasua voce nel muovere la domanda rivelava una curiosità che non teneva molto adessere appagata.

Egli la guardò un tratto senza dir nulla.

Il convoglio precipitava la sua corsasi sprofondava nelletenebrerombando e strepitandocome quello che lo aveva portato via la nottedella contaminazione. Egli non fuggiva questa voltacome allora; si vedeva anzial fianco la donna che aveva allora lasciata ad un altro; ma il ricordo dell’incuborisorse nella sua memoria. Si rivide con la fronte ardente al gelido vetrocongli occhi sbarrati nelle tenebre fuggentio fisi all’orologioper calcolareil momento nel quale la coppia sarebbe rimasta. sola: «Alle dieci... o forsealle undici... fra un’ora... fra mezz’ora... Ora!». Una pesantezza plumbealo aveva abbattuto sul sedilemoti di nausea gli erano saliti dalle viscerealla gola nei tempestosi scotimenti di quella corsa pazzatraendolo dallostuporoso assopimento. Poche altre notti erano tanto durate nella sua vita;nessuna luce egli aveva tanto spiata come quella del nuovo giornocon la qualeella sarebbe finalmente uscita dalle braccia di quell’uomo; ma né il nuovogiornoné i tanti altri che erano seguitiné tutti quelli che seguirebberopotevano dissipare interamente l’incubo e ridargli le fede perduta. Ecco:Rosanna era lìaccanto a luisola con lui nella carrozza lanciata attraversolo spazioma egli sentiva di non averla per sé.

Ella dicevatranquillamente:

- Che cosa pretendevi? Volevi che non mi occupassi di miomarito per badare a te? Volevi che mi sottraessi al suo abbraccioai suoi baciche non li ricambiassi? Per qual motivo? Con quale pretesto?

Egli stese le bracciaalzò il visoproruppe con vocetremante di tenerezza amaradi timido rimproverodi passione umiliata:

- Perché sei miaperché sei l’amor miola donna mia...

- Non è vero.

- Non è vero?

Ella fece per replicare con altrettanta vivacità; poi parvefarsi forzastringendosi una mano nell’altra. Dopo una pausatranquillamentelentamentespiegò:

- Lo saiqual è la veritàe non dovrei aver bisogno diripeterlaora. Per il mondoper la leggeper i miei figliio sono di miomarito. La fatalità mi ti sospinse dinanzi un giornoquando ero solaquandocercavo un amico. Cercavo un amicoed ho preso un amante... Ma nonon credereche io vada mendicando attenuanti. Ti avrei preso anche se non fossi stata sola.Mi turbasti troppomi piacesti troppo: anche questa è verità. Forse altreavrebbero resistito alla tentazione; io provaima non vi riuscii. Pago la miadebolezzasai! O credi d’essere il solo a soffrirecon la tua gelosia? Iosoffro della falsità in cui vivodelle menzogne che dicodegli inganni cheordisco. Tu ti senti ingannatoed hai ragionesì; perché se ti amassi comenei romanzi o sul teatroavvelenerei mio maritopiuttosto che sottopormi allesue carezze! Ti senti ingannatone soffrie nel tuo dolore non pensi all’altroinganno che io infliggoal tradimento che commettoinfinitamente più grave.

- Noperché egli non sa. Chi non sa non soffre.

- Hai ragione; perché io non conto. Che importa se soffroio?

Vi era tanto rimprovero nella calma apparente della suarispostache Lodovico chinò la frontecon l’atteggiamento di chi sente ilproprio torto senza potere o volere confessarlo. Dopo un breve silenzio leriprese la manoappoggiò la fronte sulla sua spallamormorando:

- Mi perdoniRosanna?

- Di che? - fece ellascotendo il capocon un sorrisoironico e indulgente insieme.

- Di che? Di volermi bene?

- Lo capiscilo sailo senti che se dico queste cosesesoffro questi tormentiè perché ti voglio bene? - A voce più bassama piùfervidapiù appassionatasoggiunse: - Te ne voglio più che non credessisai! Non te ne ho voluto mai tanto. Oraora soltanto conosco e misuro quanto tene voglio.

Appressatosi a leispinto addosso a lei dagli sbattimentidel treno serpeggiante precipitosamente per vie curvesi sentì tutto aderireal suo fianco soave. La cinse con le bracciale ricercò con la bocca la bocca.

Ella si ritrassesciolse il nodo delle mani intrecciatesialla sua vita:

- Nolasciami.

La sua voce era sommessa e dolcema ferma e risoluta. Egliobbedìtacitamente.

- Tu misuri ora soltanto - riprese ella - il bene che mivuoiio misuro ora soltanto la colpa che ho commessa. Quando mi vincestiquando mi diedi a tela prima voltanon provai nulla del rimorso che avrebbedovuto invadermi. Ti rammenti che te lo dissiti rammentidi’?

- Sì.

- Guardai dentro di medissi a me stessa: «Ho tradito lafede giuratasono adulteraadultera». Ma queste parole non ebbero nulla delloro senso. E non già perché mi fossi assuefatta all’idea della caduta. Miconosci. Te lo direi. Mi ero anzi creduta padrona di me stessami parevamoralmente e materialmente impossibile tradire mio marito. Perché lo avreitradito? Perché era lontano? Per appagare un appetitoallora?... Ma quando ticonobbiquando ti amaimi parve altrettanto impossibile resistere a questoamore. Tu dubitasti dell’esistenza di mio marito perché era assente; io me nedimenticai. Come tu non t’inquietasti al pensiero che un giorno sarebbetornatocosì non vi pensai neanch’io. Noi abbiamo sempre coraggio peraffrontare i pericoli lontani. Ora egli è qui. Io sono caduta nelle sue bracciauscendo dalle tue...

Egli domandò furiosamente:

- Di’che ti ha fatto?

Ma senza lasciarle il tempo di rispondere una sillabaingiunse con mal contenuta violenzachiudendole la bocca:

- No! Taci!

Ella rise d’un riso sottile ed ambiguo. Voleva dire che nonavrebbe parlatoanche senza il divieto? O che egli stessofra pocoavrebberipetuta la domanda? O che parlare e tacere era tutt’uno?

- Ora vedi - riprese pacatamente- io so che cosa è iltradimento. Lo so orache v’inganno entrambi.

- No! - scattò egli ancora. - Tu non lo ingannilui!

- No?

- O non lo inganni piùperché sei tornata a lui e tisottrai a mee sei pentita d’esserti data a meperché lo ami; o ricominciad amarlomentre non mi ami piùse pure mi amasti mai!

Dapprima ella scosse il capopoi fece un gesto d’assensopoi ripeté:

- Non ti amo; non t’ho mai amato. Naturalmente.

- Mi ami? Mi ami ancora? D’amoreami me solo?

- No.

- Ci ami entrambi? Come puoi amare due uomini a una volta?Ami in lui il tuo protettoreil padre dei tuoi figli? Di quali sofistichedistinzioni sei capace? Parlarispondi! Che cosa ti sentiresti di fare perprovarmi l’amore che dici di portarmi?

- Che cosa vorresti che facessi?

- Lascialoseguimidammi tutta la tua vita!

L’espressione del sentimento pervenuto al parossismodellanecessità intuita negli interminabili giorni vissuti insopportabilmente lontanoda leiriconosciuta un’ora innanzial sorgere del mortale pericolo sulla viaignotain mezzo alle tenebregli era salita alle labbra impetuosairrefrenabileirrevocabile. Stretto alle braccia di leicon gli occhi perdutinegli occhi di leiaspettava ora la parola che avrebbe segnato il suo destino.Con l’animo sospesosentì che il treno rallentavain prossimità di unastazione: attenuandosi il frastuonoarrestandosi la corsagli parve che anchequel formidabile ed incosciente congegno partecipasse all’ansiosa suaaspettazione.

Ella indugiava a rispondere. Lo guardava fisonegli occhinell’anima. Mentre le voci dei conduttori annunziavano un nomeincomprensibiledisse finalmentepianissimopassandosi una mano sulla fronte:

- Vuoi che lo lasci?... Lo vuoi proprio?... Sarebbe moltopiù facile che tu non creda.

Sulle prime egli non comprese. Poicome un lampoun dubbiogli attraversò la menteil dubbio anticodei primi giorni: ella non dovevaessere unita legalmente a quell’uomo. Tutti i sospetti concepiti due anniinnanzinell’incontrarla solain un albergo di montagnalo invaseroconfusamente; rivide in lei l’avventuriera sospettatariprovò il moto didiffidenza che lo aveva fatto indietreggiare.

- Come sarebbe a dire? - proferìdopo una lunga pausamentre il suono soffocato della cornetta e il fischio della locomotivaannunziavano la ripresa della corsa.

- Dico che la nostra unione non è indissolubile.

- Non siete maritati?

L’ambiguo sorriso tornò ad incresparle l’angolo dellabocca.

- Siamo maritati.

- Allora?

Ella si prese la sinistra nella destraconsiderando ilcerchietto d’oro dell’anello nuziale lucente nella penombra. Lo fece girareun poco nel dito eburneopoi lo trasselo guardò contro la luce.

- Allorapossiamo divorziare. Quando ti domandai seliberami avresti sposatati spiegai che la mia domanda non t’impegnava a nullaperché la legge della Stanlesia non ammette il divorzio. Ti nascosi laverità... quella volta sola!... Nella Stanlesia il divorzio è ammesso; comenegli Stati più liberali dell’America del Nordsi può pronunziare perdodici motivi diversi... Questo anello si può spezzareio posso tornareliberasposare chi voglio...

E lo guardò.

Considerando anch’egli il cerchietto d’orosentì losguardo di lei pesargli addosso. Comprendeva di dover direcon impeto: «Sìè ciò che sognavoè ciò che volevoè ciò che voglio; la soluzioneinsperatala felicità assicurata. Perché non me lo hai detto prima? Perchénon mi hai risparmiato tante pene?...». Ma una specie di afasia gli impediva diproferir verbo. Sentiva di doverle strappare quell’anellodi dover fare ilgesto di buttarlo via; ma una specie di paralisi gli saliva dalla mano albracciocome un gelo. Il suo lungo dolore degli ultimi mesiil suo spasimo diun’ora addietro per la campagna oscura e taciturnala sua decisione d’unistante primacadevanosi disperdevanonel crescere e nell’aggravarsi di unsenso di diffidenza ostile. Un dubbio gli balenava nella mente: non aveva ellataciuto finora per calcoloper esasperarloper portarlo al grado dellafollia...? Lo aveva ingelosito per ridurlo docileinertepronto ai suoivoleri. Voleva essere sposata. Non gli aveva chiesto una prima voltacome permisurare l’amor suoseliberal’avrebbe sposata? Questo eraevidentementeil suo scopo! Ed egli che un momento prima si sarebbe legate lemani e i piedi pur di averla tutta e per sempre suaoraa un trattopoichéla proposta veniva da leima non francamente pronunziatainsinuata piuttostocome una semplice possibilità; ora che ella gli poneva dinanziquasi peradescarloil cerchietto d’oro lucenteil simbolo della catenaora egli siribellavasentendosi preso come in un tranello. Di nodi nodoveva risponderedi nospiegando tutto il suo pensieropoiché si era proposto di dir sempre laveritàpoiché l’aveva detta e l’aveva pretesa da lei; ma quando alzò gliocchiquando si vide guardato negli occhigli mancò il coraggio disignificare una verità della quale comprendeva la bruttezza.

- Egli consentirebbe? - domandòper indugiare ancora unpoco prima di dire la menzogna.

- Se saprà che ho un amantedomanderà egli stesso ildivorzio.

- Perché non m’hai detto prima che avevamo questa via d’uscita?

Con la fronte e le sopracciglia un poco corrugate nellosforzo di fissare gli occhi negli occhi di luiella rispose domandando a suavolta:

- Perché te lo avrei dettomentre egli era lontano e tutranquillo?

- Hai ragione!

- Perché te lo avrei dettoquando mi dichiaravi che lalibertà ti era troppo cara?

- Hai ragione! Ed io sono stato punito di quella risposta! Mabenedico le mie sofferenze perché mi hanno preparato quest’ora di gioia. Tuspezzerai questo anellone porterai un altroil miofino alla morte.

Senza lasciarlo con gli occhistringendosi ancora più aluiella insisté:

- Vuoi?... Propriovuoi?

- Ne dubiti?

- Non lo dici per condiscendenza? Ti senti di legarti persempre? Sei sincero come le altre volte? Non mi nascondi nullain fondo all’anima?

Dopo un istante di lotta interioreegli confessò:

- Sìti ho nascosto qualche cosa... Non sono stato sincero.Mi è parso... ho creduto... non so... Ti giuro che mi sarebbe sembrato unsognose m’avessero detto che potevi ancora liberarti da quell’uomo... Maora... quando l’hai annunziato tu stessa... Non so... il nostro cuore è cosìcomplicato...

- è vero. Hai temuto ch’io ti sforzassi?

- Nonon questo precisamente. Perché mi sforzeresti? Tu haitutto da perdere lasciando tuo marito... Egli ti ama ragionevolmenteti lasciasola per anniha cieca fiducia in te. Della mia gelosiadelle mie esigenzesai già qualche cosa... Egli lavora per teti assicura una vita molto piùlarga che io non potrei... Ma sìlasciami dire: bisogna metter nel conto anchequestose bisogna dir tutto... Se mi proponi di sciogliere il tuo matrimonioper unirti a menull’altro può guidarti fuorché l’amore che mi porti. Tichiedevo una prova dell’amor tuo: me la dài. GrazieRosanna!

Una gran tenerezza gli faceva tremare un poco la voce. Tuttiquegli argomenti egli non li aveva cercatinon li aveva accattati comepretesti: erano vere ragioni emerse spontaneamente dal fondo del suo pensierocome espressioni di verità lampanti. I cattivi sospetti erano stolti. Dopoaverlo riconosciutodopo aver confessato il moto di diffidenzasi sentivamiglioredegno del suo perdono.

- Rosannatu m’hai compreso e perdonato. è vero che micredi senza che io aggiunga altre parole?

- Sìti credo- proferì ellagravemente.

Egli si abbandonò. Passata una mano alla sua vitastringendosi al suo fiancoaderendo a leiguancia contro guanciamormorò:

- Rosannaè detto. Da due mesidal giorno che miannunziasti il suo ritornoquesto è il primo momento che traggo liberamente ilrespiro. Se mi avessi annunziato prima la possibilità di questa soluzione...No: non ti rimprovero! Forse avrei tentato di resisterecome ho resistitoora... Ma non te ne dolere: è una prova; vuol dire che il bisogno di avertitutta per me è tanto forte da trionfare delle mie inveterate consuetudini divita e di pensiero. Io non volli mai legarmi ad una donnaneanche a te: lo saite lo dissi. Ma in questi due mesi di spasimi insopportabiliuna rivoluzione èavvenuta nella mia vita; a poco a pocoogni giornoogni ora che passavolontano da tesentivo sorgereingigantire ed urlare la necessità di fartimiadi farmi tuoper sempre. Stanottequalche ora addietroquando ti hoaspettata struggendomi di desiderio dolorosoquando ho udito che un pericoloterribile era sorto sulla tua viacompresi che questa vita non è piùpossibile. Rosannala legge sociale e morale vuole che ogni uomo abbia una suapropria donna: io l’ho trasgreditama perché non avevo ancora trovato chiprendermi. è venuta la mia oral’ora della crisidella rinnovazione. Graziea Dio non è troppo tardima non è neanche prestoe non ho più tempo daperdere. Affretta il giorno della tua liberazionee di qui ad allora ti giuroche non farò più nulla che ti dispiaccia. Se vuoi che non ti veda piùchenon ti scriva piùche spariscanon mi costerà nulla obbedirtisorrettodalla divina speranzadalla certezza beata. Andrò ad aspettarti in capo almondoo a Promonte. Ci sposeremo lassùvedrai finalmente il mio paeseentrerai da padrona nella mia casa; ci sposeremo nella chiesa dove si sposò lamamma mia...

Sentì che ella scoteva la testa. Si volse a guardarla. Elladiceva di nocon una mossa del capotacitamente.

- Non a Promonte? In un altro sito?... Dove tu vorrai!

- No.

- Come?... Non vuoi?... Non mi credi?...

- Ti credote l’ho già detto. Ma perché questomatrimonio si sciolgaperché io torni libera di contrarne un altro con tec’èancora una difficoltà.

- Quale?

Ella sorse in piedi. Lungo le strette curve sulle quali iltreno volavala carrozza era scossaurtatasbattuta così violentementecheriusciva molto difficile mantenersi ritti. Afferrata con la sinistra all’orlodella cuccetta superioreella distese la destra a cercare qualche cosa in mezzoalle borse ed alle scatole che vi erano sparpagliate.

- Che ti occorre? - domandò eglisorgendo a sua volta.

- La borsetta a mano.

- Quella di cuoio?

- Noquella di maglia.

- Eccola.

Frugatovi dentrotra il fazzolettino di pizzole fialetteil portamonetene trasse una letteragliela porse senza dir nulla e si lasciòricadere sul lettuccio.

Egli rimase in piediaddossato alla pareteper leggeresotto la lampada. La lettera portava un francobollo inglesecon la stampigliadell’ufficio di Londra; sulla bustail nome e l’indirizzo di Rosannascritti con caratteri grandilarghiforti: la scrittura del maritoche egliriconobbe per averla vista sopra un’altra lettera odiosa: quella annunzianteil suo ritorno. Il testoin inglesediceva:

 

Cara Rosannamia cara moglieti avverto che ripartirò perl’Italia lunedì prossimo e che arriverò a Milano martedìcol treno delle 7e 55 del mattino. Come mi promettestiti aspetto laggiù per tornare insiemecon te a casa nostradove passeremo gli ultimi giorni prima della cerimonia. Iosono prontoe non dubito che anche tu abbia tutto preparato. Ho molto piacereche tu abbia scelto un paesetto del lago dove nessun indiscreto ci disturberà;approvo pienamente che i ragazzi siano affidati alla famiglia di tua cugina.Cara moglie miaa ben presto e per sempre.

 

Dopo aver lettoegli rilesse ancoraper comprendereascrivendo alla sua imperfetta conoscenza della lingua l’oscurità di quelleespressioni.

- Che cosa vuoi dire? - le domandò poiabbassando ilfogliosenza tornarle a fianco.

- Non hai capito?

- Io no... Tranne...

- Tranne?

- Che tu non m’abbia ingannatoassicurandomi che sietelegalmente uniti.

- Non ti ho ingannato. Ma ti ho spiegato che ci maritammo conuna legge che consente il divorzioche lo pronunzia molto facilmenteper moltimotivicompreso il consenso reciproco.

- Allora?

- Alloraquella cerimonia i cui effetti si possono annullarecon un semplice atto di volontàquel matrimonio contratto fuori del mondociviledinanzi ad un giudice di pace mezzo selvaggionon ci sembrò la cosasolenne che dovrebbe essereche è per tutti gli altri. Allorasiccome miomarito è cattolicoe più che cattolicocredentefu stabilito che avremmocelebrato un giorno il rito religioso in Europaper santificare la nostraunioneper renderla veramente indissolubile.

- E non ci avete pensato ancora?

- Non ancora.

- E lo celebrerete ora?

- Sì.

- Egli è venuto apposta?

- No. Io stessa gli ho chiesto di effettuare il nostro anticoproponimento.

- Tu? Quando? Ora? - pronunziò egli con impeto.

- Ora.

La guardòpoi si guardò intornocome non sapendo dovefossecome cercando qualche cosa intorno a sé. Nella corsa sempre piùturbinosapareva che da un momento all’altro le lucide e fragili pareti dellacabina dovessero sfasciarsiche il pesante carrozzone dovesse forviare efrantumarsi. Orasotto una lunga successione di interminabili gallerieilfracasso era talmente assordante come se intere montagne franassero.

- Tu?... - ripeté l’esterrefattopianissimoquasi in unsoffiochinandosi verso di leiafferrandola agli omerifiggendole gli occhinell’animatrapassandola con lo sguardo infiammato.

- Sìio.

- Tuora? Dopo aver visto la mia pena al solo pensiero delritorno di quell’uomo? Quando c’era una via d’uscita da quest’infernotu stessa l’hai chiusa? Mi dirai almeno perché?

E le strinse così forte le maniche ella dissecon unritorno dell’ambiguo sorriso:

- Mi fai malesai!

- Ti spezzo! - scattò egliesasperato dal suo sorrisoimprovvisamente e confusamente sovvenendosi dei suoi lunghi dinieghidelle sueresistenzedelle sue ostilitàcon l’impeto folle di trarne vendettad’infrangerele morbide forme di quell’anima dura ed avversa. - Se tu persisti in questopropositose non dichiari a quell’uomo che hai mutato ideati spezzotiuccido piuttosto.

Ella rise più sottilmente ancoradicendo:

- Vianon esagerare... Noi non ci amiamo fino al delitto.

Improvvisamente egli la lasciòle voltò le spallemosseun passoafferrò la maniglia dell’uscio per ripassare nella propria cabina.La voce di lei lo trattenne: la voce non più fredda e incisivama tenera edolce come nei momenti migliori.

- Sei capace di riconoscere la verità?

- Che cosa vuoi dirmi? - proruppe egli ancora. - Che recito?Che recitiamo entrambi? Che recitano tutti? Che l’amor nostroche tutto l’amoreè una finzioneche tutta la vita è un inganno? Grazie. Lo so.

Ella gli stese le due maniprese le suese lo trasse afianco.

- Stammi a sentire... Vienimi qui vicinocosì... Stammi asentire senza interrompermi... La vita è quella che è. Così com’èunalogica rigorosa la governa... Un giorno tu mi dicesti che non mi avrestisposatae fosti sincero. Zittolasciami parlare: non voglio essere interrottati dico!... Fosti sincerofosti nella logica della situazione d’allora. Ioero sola; nessuno ti dava ombra; perché avresti menomata la tua libertà?...Sai perché ti feci quella domanda? Per vedere se avresti mentito. Mentii iostessati nascosi la possibilità di sciogliere il mio matrimonioper proportiil caso astrattoper leggere nel fondo del tuo pensiero. Una promessa bugiardami avrebbe fatto dubitare di tutte le altre tue parole. Fosti sinceroe mipiacestie te ne fui grata. Ora dici che mi sposerestiora ti duoli perchévoglio escluderne la possibilitàe sei sincero ancora. Con la tua gelosiacontro l’uomo che viene a riprenderminon trovinon puoi trovare altrauscita fuorché nel rompere questo legame e nell’accettare di unirti con me.Anche questa è logicaanche ora dici quel che sentiquel che devi sentire: ionon dubito delle tue parole. Ma se ciò che ora ti seduce si avverassese iofossi tua mogliesai quale sarebbe la logica della situazione nuova? Quando miomarito non fosse più mio maritoquando non avesse più nessun diritto su mequando non si frapponesse più fra noitu non saresti più geloso di luimaprobabilmente di altri; e allora ti pentiresti di avere rinunziato allapossibilità di lasciarmi se io ti tradissio più semplicemente il giorno incui l’amor nostro fosse finito; perché lo saiè vero? che l’amorecomeogni altra cosafinisce? Un uomo giunto all’età tua senza avere provato ilbisogno di prender mogliepuò ridursi a portar via quella d’un altroma perpentirsene poiper accusare di sciocchezza se stesso e di calcolo quell’altra...

- Che dici? - tentò di interrompere egliin un impeto diprotesta.

- Non io; lo hai già sospettato tu stessoor ora...

- Non m’hai compreso! Non m’hai perdonato!

- Ma sìma sì: ho compreso benissimo. Nulla di piùnaturale ed umano...

- Ma non sai che un’altra donnanella tua condizione...

- Lo so: altre donnenella mia condizionedarebbero qualcheanno di vita per la possibilità di unirsi indissolubilmente all’amante. Loso: vi sono mogli che per raggiungere questo scopo fanno l’impossibileaffrontano lunghi processiadducono le più tristi e penose menzognerinneganola patria... E stammi a sentire: finché non ti avevo incontratoio mirallegravo del mio privilegio. Non ammettevo di dover tradire mio marito; mapensavo pure talvoltaleggendo un romanzoudendo una musicaricordando isogni della prima gioventùche un giorno avrei potuto essere esposta ad unatentazione irresistibile... Quel giorno avrei potuto mettere d’accordo il miocuore e la mia coscienzacon la facilità di ottenere il divorzio dalla leggeafricana. E se alla nostra unione manca ancora la consacrazione religiosadopotanti anniciò non è stato già per la lontananza di mio maritoper i troppobrevi suoi ritorni; ma perché io stessa ho indugiato pensando che fosse stoltorinunziare alla via d’uscitanel caso che avessi amato un altro uomo.

- E vi rinunzi ora che mi ami? - disse egliinterrompendolaviolentementetorcendole una mano.

Ella risposeguardandolo in faccia:

- Sìperché ti amo.

Per un momento egli rimase attonitosenza fiatocomesospeso in un dubbio oscuro. Ella gli prese la testa fra le manigli accostòla bocca alla bocca.

- Perché t’amocapisci? mio malgradocontro ragionenonso comenon so quanto; e perché questo è il solo modo d’amarti ancora e d’essereamata da te. Tu m’amerai finché sarò d’un altro: che m’importa del tuotormento? Finché sarai gelosomi ameraida morirne; il giorno che fossi tuamoglie l’amor tuo finirebbe nella sicurezzanella sazietà. Io sonoorgogliosa anchesaie non voglio doverti nulla. Anche se fossi povero e midessi il solo tuo nometi resterei obbligatae non voglio! Voglio obbligartiioinvece; voglio che tu stesso debba a me qualche cosapoco o moltononimportanon foss’altro ciò che l’amor mio è stato finora nella tua vita d’uomoe d’artista.

Allora egli tremòabbagliato dalla nuova bellezza diffusanel viso di Rosannadalla luce sfolgorante nel suo sguardooppresso e comeimpaurito dall’ebbrezza prodotta dalle parole di leidal ritrovare in leifinalmentedopo i lunghi dubbi e gli sconforti e le disperazionila donnaamante che gli si era concessa dopo una lunga resistenzama senza falsi pudorisenza ipocrisiesenza calcoliper impeto di simpatiaper forza di desiderioper slancio di passione; alloracol cuore stretto dalla vergogna per i sospetticoncepiti un momento primacon l’anima chiusa dal dolore nel vederedileguarsi per volere di lei l’insperata possibilitàegli pianse. Non unaparola gli uscì dalla gola stretta nello spasmodalle labbra bagnate dallegrosse lacrime che gli rigavano il volto.

- Non voglio che tu pianga! - disse ellaaccigliandosiritraendosi. - Non mi piace il pianto d’un uomo. E poidi che ti lagni? Haidimenticato ciò che mi dicesti una volta?

Egli la guardò senza risponderesenza comprendere. Tantecose le aveva dette! A quale alludeva?

- Non ti rammenti che prevedendo la fine dell’amor nostroio previdi anche che dopo di te avrei preso necessariamente un altro amanteepoi un terzoe poi un quartoe che mi sarei a poco a poco ridotta come ledonne che hanno perduto ogni diritto al rispetto?

Il ricordo atroce irruppe nella sua mente. Infatti!... Senzauna parola né un accento di rimproveroaccertando semplicemente una veritàpatente ed una legge ineluttabileella aveva affermato l’impossibilità difermarsi nella via degli errori; gli aveva riferito il giudizio letto in unlibro: «Si trovano donne che non hanno avuto mai amantinon se ne trovano chene abbiano avuto uno solo». Atroceatroce la pena allora sofferta. Ella nongli aveva rimproverato di averla sospinta per la lubrica chinama egli stessone aveva provato un rimorso acutissimo. Una gelosia inauditala gelosia controgli ignoti ancora a lei stessain braccio ai quali ella sarebbe cadutaloaveva morso. Per evitare l’estremo avvilimento di quella creaturaper evitarea se stesso il rimorso intollerabileper salvare le anime loroegli le avevaproposto di lasciarsipiuttostoin piena passionedi amarsi da lontanodolorosamente ma puramentedi non amarsi piuttosto in nessun modose a questopatto ella si sarebbe sentita sicura da nuove cadute.

- Non ti rammenti che mi offristi di rinunziare a mepersalvarmi?... Te ne rammentiè vero?... E alloranon ti lagnare! Lasciamistringere a mio marito: è il mezzo di garentirmi contro nuovi pericoli e divivere soloeternamentenella mia memoria.

Egli chinò il capochiudendosi la bocca col fazzolettoperreprimere il nuovo impeto di pianto.

- Non piangere! - ingiunse ella ancora.

- Tu che comprendi tante cose- le risposeamaramenteconvoce rotta- non comprendi il mio dolore?... Non comprendi che io darei la vitaper averti conosciuta primaquando nessun’ombra aveva sfiorato questa tuaanimaquando nulla avrebbe potuto impedirti di accettare il mio nome?

Ella tacque un pocoa capo chinocon lo sguardo fiso; poidissepiano:

- Sìprima... forse...

- Ed anche ora! - insisté eglistendendo le bracciacercando di stringerla a sédi vincerla con la forza dei muscoli e l’impetodelle parole. - Ed anche oraRosanna; se tu vuoise credi all’amor miosesei capace di leggermi nel cuoredi vedervi la fiamma che lo investe e lobrucia. Se non vuoi che il rimorso avveleni tutta la mia vitadimmi di sìdimmi di sì; altrimenti dovrò credere che tu intenda punirmigiustamenteperché quando mi proponesti la prima volta l’ipotesi della nostra unionericusai di accoglierla. Sii generosanon mi serbare rancore...

- Non te ne serbo.

- Allora non t’impegnareRosanna! Sei ancora in tempo! Nonti chiedo altro che d’aspettare ancora un pocoper rassicurartiper provartiche non posso mutarequalunque cosa avvenga; che abbandonarmi a teriposare intedarti quanto mi resta di sentimentodi ingegno e di vitaè l’unico miodesideriol’ultimo mio bisogno...

Ella scosse il caposenza rialzarlo.

- No. Mai.

Egli si premé tra le mani la fronte scottante; poilevatosisi appressò al finestrinocol petto oppressoil respiro mozzatodall’aria ormai greve della cabinaavido di ristorarsi al soffio dellaflotte. Restò invaso dallo stupore alzando la tenda: albeggiavail cieloimpallidiva sulla terra ancora avvolta nell’ombrale masse vegetaliprofilavano dense e nere sul lividore dell’orizzonte. Oltre la linea dellasiepe fuggente e stormente al soffio impetuoso prodotto dalla corsa del trenoicampi rigati dai solchi delle piantagionipezzati dalle culturedivisi daifossi; i casolari vigilati dagli alberi d’alto fustonel mezzo dei chiusidormivano ancoraparevano abbandonatidesertisenza forme viventisenzachiarori alle finestresenza fumi ai comignoli: solo nelle profondità dellospazio ricominciava la vita col dramma eterno della notte e del giornocon latacita pugna della luce e delle tenebre personificata nei miti antichissimiperpetuantesi nel tempo interminabile Il convoglio fuggiva verso la notte infugacome nella folle intenzione di raggiungerlae gli occhi del dolentetentavano di rifugiarvisigonfi di nuove lacrime dinanzi all’agonia di quellanotte d’amore e di dolore.

- è giorno?

La voce di leila mano di lei appoggiatasi alla sua spallalo fecero trasalire.

- Di già!

Poiscorgendo gli occhi lacrimanti:

- Ancora? - soggiunsecrucciata.

Egli dissein tono di amara preghierascrollando il capo:

- Che ti fa?... Lasciami piangere!

Il suo pianto era queto e dolcesenza singhiozzi. Piangendole passò un braccio attorno al colloposò la fronte sulla sua spalla. Sempretentando d’infrenare l’impeto della commozionedisse:

- Capisco... capisco... Forse hai ragione... forse l’amorefinirebbe se ti avessi tutta per me... Tristo cuoreil nostro... Tristo amoreche ha bisogno di sentirsi insidiatodi lottare per vivere...

- Tutta la vita è lotta.

- è vero. è vero.

Di momento in momento la luce si diffondeva vittoriosa; ilcielo dell’orizzonte già splendeva con un’immensa lastra d’argentotagliata da un fuso di nubi che s’indorava dalla parte del sole imminente.Egli volse lo sguardo da quello spettacolo agli occhi della donna. Anche in leianche nell’anima suaun contrasto di luci e d’ombrefulgori di bellezze eoscurità profonde. Come giudicarlase anch’egli aveva il sentimento dellapropria miseriase temeva di spingere lo sguardo nelle oscure profondità dellapropria coscienza?...

- Che ore saranno?... - domandò la sua voce.

Egli trasse l’orologio.

- Sono le sei e dieci.

- Milano è vicina!... Rientra nella tua cabina. Ho bisognodi restar sola.

- Vado. Mi richiamerai?

- Sì.

Le sfiorò la fronte con un bacio lievee la lasciò. Ancorail giuoco degli specchinel passaggiolo fece sussultare; poiaperto ilfinestrino della sua cabinasi abbandonò sul lettuccio. Con gli occhi allaluce trionfanteabbacinatocullato dal moto del treno dopo la notte insonnesentì il suo pensiero annebbiarsi. Era partito la sera precedente? Non erapassato un tempo lunghissimodal momento che aveva ricevuto la lettera diRosanna? Quante cosenel giro di poche ore! L’attesa alla stazioneilpericolo sulla linea ingombrala corsa lungo il binario... Ma quanti maggiorimutamenti nelle disposizioni del suo cuorequanti più gravi avvenimenti nellasua intima vita! Dalla gioia al pensiero di rivederla dopo tanta separazionealproposito di rimproverarla acremente per il lungo abbandono; dalla paura diperderla spaventosamente in uno scontro di treniall’ebbrezza di stringerselaviva sul vivo cuore; dalla rivelazione della possibilità del divorzioallainesorabile deliberazione del ribadimento della catena... Di un altro! Di unaltro! Era d’un altrorestava d’un altrosarebbe sempre stata d’unaltro. Il treno la trasportava con la velocità del vento incontro a quell’uomotraversava senza fermarsi le stazioni minorisostava un istante nelle piùimportantiriprendeva la sua corsa fatale verso la mèta. Ora non più ostacolilungo la via ferratalibera fino all’estremo orizzonte sui pingui campiridestati dal sole. Così fossero sorti altri ostacoli! Se almeno quel convogliosi fosse infranto contro un altrose si fosse precipitato in un abissose sifosse bruciato tra le fiamme d’un incendio inestinguibile! Null’altroavrebbe potuto impedire che Rosanna raggiungesse suo maritoche rendesse piùstretto il nodo coniugale. Meglio la mortemeglio morire schiacciatoarsoannientato con leidopo avere intravvisto la possibilità di farla sua!...Eccoroteanti nella corsa del trenole case del suburbio milanese; ecco ilconduttore apparire sull’uscio: «Siamo a Londrasignore». A Londra? Comemai tanto lontano? Ma viagiù dal letto per entrare nella cabina di leiadarle l’ultimo bacio. Vuotala cabina; ella stava fuorinel corridoioinpiedi dinanzi ad una finestrafra gli altri viaggiatori pronti a discendere; enon uno sguardo per luiquasi fosse divenuto un estraneoquasi non lo avessemai conosciuto. Non si conoscevano piùcome sotto il «Senegal»: ella era d’unaltro. Ecco: quell’altro aspettava sotto la tettoiafaceva cenni di salutoalla donna sua; ma allora ella si rivoltavarientrava un istante nella cabina etraendolo a sé lo baciava sulla bocca...

Il bacio lo destò. Il sogno non era stato tutto ingannatore;ella era china su di luisorridenteodorantefresca dopo il lavacromattutino.

- Lèvatidormiglione: siamo a Milano.

Distese le braccia per stringerla a sé ma ad un tratto udìpicchiare. Rialzatasi rapidamenteella sparì dietro l’uscio del gabinetto.

- Avantichi è?

Il conduttore entrò annunziando:

- Siamo arrivatisignore.

- Grazie. Va bene. Pensate alle mie valigie.

Si alzòsi ricomposeuscì nei corridoio. Ella vi eragiàgli sorrisegli stese la manocome riconoscendolo in quel punto.

- Avete dormito beneBertini?.. - A voce più bassasoggiunse: - Ti permetto di accompagnarmi.

Egli dubitò di avere udito male. Non gli aveva scritto chealla stazione di Milano doveva lasciarlache dovevano fingere di nonconoscersi. Ma poiché ella si rivoltavaquasi a richiamarload attirarlopresso di séla raggiunse e l’aiutò a discendere.

Un altro treno sopraggiungeva in quel momentoempiva latettoia di frastuono e di fumo.

- Chiasso? - domandò ella al facchino.

- Chiassosissignora.

Ella cercò tra la folla dei viaggiatori attraversanti ibinarîavviantisi alle scale d’uscita.

- Eccolo!... - dissericonoscendo l’alta figura delmaritointento anch’egli a guardarsi intorno; poi ingiunse: - Seguimi.

Lodovico la seguì macchinalmente. Prima che potesseriflettereche potesse considerare quale fosse la nuova volontà di leilavide scambiare un bacio col consorte e poi rivolgendosi verso di lui:

- Francescoho il piacere di presentarti il signorBertini... un grande scultore italiano... un mio buon amicocol quale ho fattoinsieme il viaggio...

 

 

III

 

Sul lago

 

 

 

 

 

 

 

Acque grigiecielo grigioveli di nebbie erranti sullecoste dei montisolitudine e silenzio sulle rive fuggenti dinanzi al battellovibrante e pulsante. Ai rintocchi della campana del timonierePerezritto apoppa con gli sguardi verso le lontananze vaporose del bacino di Morganellasirivolsevide il pontile sporgente dalla sponda sinistralesse col cannocchialeil nome scritto sull’arco dell’approdo: «Promonte-Fraida»e andò acercare la sua valigiadeposta sotto coperta per timore che venisse a piovere.Il «Ticino» era mezzo vuotoin quella uggiosa mattinata d’autunno; nessunforestiere tra gli scarsi viaggiatori della prima classe; popolata solo lasecondadi paesani: fattori di campagna con sacchi e fagottioperai con glistrumenti del mestierequalche contadina col capo avvolto nel fazzolettovistosodue preti che si preparavano a scendere mentre il moto delle ruote siarrestavaper riprendere subito dopo in senso inverso. Sul pontile non c’eranoné viaggiatori né curiosi: solo due marinai della «Lacustre» pronti adafferrare le gomene lanciate dai loro compagni di bordo.

Sbarcato con la sua valigia in manoPerez si guardòintornoun poco imbarazzato: Lodovico gli aveva scritto che lo avrebbe rilevatoall’approdoe non si vedeva nessuno.

- Non c’è una carrozza? Un omnibus dall’albergo? -domandò a uno dei marinai.

- Nossignore. A questa stagione c’è aperto il solo«Grand-Hôtel»alla Fraida; ma l’omnibus scende soltanto alla stazionedella ferroviaa Gozzana.

- Si troverà almeno qualcuno che mi porti la valigia e miinsegni la via?

- Dove va?

- Dal signor Bertiniil cognato del dottor Salfi...

- Ahbene! - rispose quell’uomocon espressione dirispettoudendo pronunziare i due nomi. - Aspetti un momento che il battellosia ripartito: proveremo all’osteria del Morello; e se maisono qua io.

Ma quando il «Ticino» liberato dalle gomenefischiò sulpunto di riprendere la corsaPerez udì il fischio prolungarsi in un tintinnìodi sonagliere. Rivoltatosivide un calessino avanzarsi a tutta carrieraarrestarsi di botto dinanzi al pontile: Lodovico lo guidava.

- Manca di funicolariquesta tua Promonte! - gli disseallegramentecaricando la valigia sullo svelto veicolo. - Quando si sta fra lenubisi fa trovare almeno un ippogrifo!

- Scusami- rispose l’altro. - Ho calcolato male il tempo.Ti prego di scusarmi.

- Non ti scuso niente affatto: ti ringrazio. Almeno una voltain vita mia avrò potuto pronunziare una parola regale: «Poco mancò non mitoccasse aspettare!...».

Rise della propria facezia; poiosservando il cavallinofremente per la corsa vertiginosa e carezzandolo sulla groppa in sudoreesclamò:

- Ma guarda questa povera bestiolacome l’hannoconciata!... Ma che maniera di guidare!... Denunzieremo il signor padrone allaSocietà zoofila del capoluogo!

Quando ebbe preso posto accanto all’ospitequando illegnetto s’avviò per la salitagli mancò il cuore di scherzare. Se nonavesse visto l’amico suo da tre anni invece che da tre soli mesil’operadel tempo avrebbe spiegato la trasformazione operatasi in lui; il solo doloredell’anima non poteva averla prodotta. I capelli delle tempie erano quasitutti incanutiti; sul viso scarnito e soffuso d’un lividore malsano leocchiaie si erano gonfiate d’umorecome negl’infermi di nefrite; i solchidelle rughe erano più profondile vene temporali più turgide e serpiginose.Bisognava domandargli: «Soffri? Perché non ti curi?...» ma le parole glimorivano sulle labbraper paura di toccare la piaga secreta di quell’anima inpena.

Egli stesso ruppe il silenzio per domandargli:

- Sei partito iersera?

- Iersera.

- Hai fatto colazione?

- Sìmalea bordo.

- Prenderai qualche cosa arrivando.

- Nograzie; aspetterò il pranzooramai.

Il cavallino scodinzolavadondolava la testaannitrivaquasi scacciandosi di dosso la stanchezza per vincere l’erta della viatagliata sul vivo e nudo fianco della montagna.

- Che vista!... - esclamò Perezvolgendo lo sguardo allagoche dall’altezza gradatamente crescente si slargavasvelando tutte lesinuosità delle sue costetutte le macchie dei paeselli adagiati sulle rive oinerpicati su per le frastagliate pendici. - Una lastra d’acciaio- ripreselo spettatore ammirato ed estatico- in fondo a una conca di lavagna: guardache stupenda intonazione!... è questo il punto da dove prendesti il bozzettoche mi mandasti dopo la prima rappresentazione del «Fascino»?... Ma nel tuoquadretto c’è il solec’è l’azzurroc’è il verde...

Tacqueper la rinnovata paura di toccare un tasto falso.Dopo un’altra lunga pausa domandò:

- A casa tua stanno tutti bene?

- Benegrazie.

Come affrontare l’argomento scottante? Come riprendere laconversazione interrotta da tre mesiall’arrivo del «Senegal»dopo quantoaveva saputo?... Accompagnato l’amico alla stazionequella seracon vaneparole di esortazione alla calmacon la viva raccomandazione di non lasciarloalmeno senza notizienon aveva più ricevuto da lui se non qualche cartolinaillustrata da diverse città e stazioni climatiche svizzere. Gli aveva scrittoegli stesso; ma la sua letteradiretta alla posta di Lucernanon dovevaessergli pervenutaperché era rimasta senza risposta. Aveva chiesto di lui asua sorellaa Promonteed ella gli aveva fatto sapere che era tornato lassùcon leima in condizioni di salute e di spirito che la impensierivano. Si eraproposto di chiedere qualche giorno di licenza per andarlo a trovarequando unastrana lettera gli aveva preannunziato l’imminente scioglimento del dramma.Sulla bustacon l’intestazione del «Grand-Hôtel» di Fraida - una frazionedi Promontedall’altra parte del lago - la scrittura dell’indirizzo gli erariuscita ignota. Cercataprima di leggerela sottoscrizioneil nome diRosanna Lariani lo aveva stupito. Che mai poteva volere da lui?... Ella gli sirammentavaevocando rapidamente i ricordi di Valsorrisa; poi gli chiedeva senz’altroun favore. Al suo matrimoniocontratto civilmente nella Stanlesiaera mancata- narrava - la benedizione religiosa; un po’ tardima in tempoaveva decisod’accordo col maritodi accostarsi all’altare; per evitare l’indiscretacuriosità dei conoscentisarebbero andati a sposarsi in un paesetto fuorimanoa Promonte sul Lagola terra natale del comune amico Bertini; e poichéquesti aveva accettato di essere suo testimonioella chiedeva a lui stesso sevoleva servire da testimonio al marito; in caso affermativolo pregava ditrovarsi lassù per la mattina del 27 ottobrealle 7; la cerimonia si sarebbecelebratabenintesocon estrema semplicitàsenza la minima concessione alleconsuetudini mondanesenza nessun altro spettatore fuorché i due amicitestimoniai quali era data viva preghiera di astenersi da ogni formalitàdinon darsi altro disturbo fuorché quello di assistere al compimento del rito...Naturalmente egli aveva risposto accettandoannunziando anche a Lodovico chesarebbe arrivato con la seconda corsa del 26. Nulla gli aveva chiesto dispiegarglicome se avesse compreso ogni cosa; e in veritàquantunqueignorasse quanto era sopravvenutoaveva intuito la gravità della crisi. Perribadire l’anello che la legava al maritobisognava che quella donna volessesottrarsi all’amante; ma perché maialloraproprio l’amante dovevaassistere a quelle nozze? Un secreto accordo era intervenuto fra loro? Ma allorache cosa crucciavaquale pena rodeva l’amico suo?

- Volendo ripartire domani- gli domandòper dire qualchecosaper interrompere il silenzio penoso- quale corsa mi conviene prendere?

- Quella del pomeriggio. La mattina il battello in discesapassa alle 5; bisognerebbe levarsi alle 3 per giungere in tempo.

- Nonon ho furia; preferisco aspettare.

Tacque ancora; poi ridomandò:

- E tuti tratterrai un pezzo quassù?... Tornerai aFirenze?... Che cosa ti proponi di fare?

L’interrogato si voltò a guardarlo con espressione dimeraviglia.

- Mi tratterrò?... Dove andrò?... Che cosa farò?...

Pareva in preda a un grande stuporecome se le domandefossero troppo bizzarre e stravaganti.

- E tulo sai che cosa farai?... Lo sa nessunoquel chefarà?... Conosci qualcuno che faccia ciò che vuole?... Ahsì!...

Un carro in discesa era apparso da una svoltata e s’avanzavaincrociandosi col calessino. L’uomo che lo guidavaun contadino di dubbiaetàcon le labbra sottili interamente sbarbategli occhietti lucentiilcollo avvolto in un fazzolettosalutò profondamentecavandosi il berretto.

- Riveriscosignoria!

- CiaoPin!... - gli gridò lo scultoreimprovvisamenteanimatocon un sorriso ed un gesto vivace. - Tien duroPin!... Non mollare!...Vendiamolo caroquel seme.

- Stia pur sicuro!... - gridò a sua volta il passanteconun riso sonoro. - A Pinella Scórcola non la fanno mica!...

- Bravo Pinella!...

Ma gettata quella voce d’approvazione all’uomo giàlontanolo sguardo del dolente si spense.

- Quel brutosìfa ciò che vuole; sa quanto deve vendereil suo raccoltocome può frodare il compratore. - Dando un colpo di frusta alcavallo che trasalì e quasi s’impennò all’inusato maltrattamentosoggiunse: - Tu lo sai ciò che vuoi: arrivare presto alla stallamangiare iltuo sacco di biada... Ma ioma noi...

- È vero! - mormorò Perezchinando il capopensando allastranezza del caso che lo faceva salire su quell’alpe per assistere allerinnovate nozze d’un uomo che non conosceva e della donna per cui l’amicosuo spasimava.

Ma Lodovicocon voce raucastrozzata da un colpo di tosseribatté:

- È veroche cosa?... C’è qualche cosa di vero?... C’èqualche cosa di reale?... Io ti domando se questa scena che ci sta dinanziesistese noi che parliamo esistiamose l’universo e la vita hanno nulla diconsistente... Divago? Hai paura che mi giri?

- Vedo che soffri.

- Ora? In questo momento? No. Ora non soffro.

Perez tentò di prendergli la mano guantata che stringeva lerediniesclamando:

- Lodovicolasciami dire...

Ma egli continuòcome se non avesse udito l’interruzione:

- Ora mi par di sognare... Ti giuro che il solo sentimentoancora vivo in me è lo stupore... Non mi riconosconon riconosco nienteintorno a me... Tutto ha un senso nuovoinsolitoimpenetrabile... La memoria m’inganna...Ho tardato a ordinare che attaccassero perché non pensavo più che tu dovessiarrivare a quest’ora... quantunque il motivo del tuo viaggio... quellononon mi fosse uscito di mente!...

Rise d’un riso così dolorosoche Perez ripeté con unanuova effusione il gestogli strinse con più forza la mano ed espressefinalmente tutta la sua inquieta curiosità domandandoa frasi rotteperaccenni:

- Ma perché?... Che cosa significa?... Siete d’accordo?...Con quale intenzione?...

Abbandonate le redini per rispondere alla stretta della manoamicaLodovico mormoròbattendo le ciglia sugli occhi stanchi:

- Perché!... Perché questa è la logicadicedella nostrasituazione... Perché il nodo che la stringe a suo marito è troppo saldoperché quell’uomo soffrirebbe troppo nel perderlaperché i figli nonpossono essere abbandonati...

- Va bene; ma quale necessità di compiere la nuovacerimonia?...

- Non potendo disfare questo nodobisognadicerinsaldarlo. Si sono sentitidicepoco maritati dalla legge africanacheconsente il divorzio con estrema facilità; voglionovuoleuna confermairrevocabile.

- E tuproprio tudevi servirle da testimonio?

- Io. E la cerimonia deve celebrarsi proprio quinellachiesa del mio paese; e tuil mio migliore amicoil mio confidenteanche tudevi esser presente.

- Lo soma non capisco. Perché?

- Perché! Forse perché io non possa dubitare che il suoproponimento è stato attuato; perché neanche in sogno io creda più allapossibilità che torni libera.

- Ma dunque... volevi che divorziasse?

Il dolente strinse anche più forte la mano fraterna.

- Non posso vivere senza di lei.

- Volevi sposarla?... - insisté Perezstupito.

- Ti pare incredibile? Non te ne sai dare ragione?... Macapisci ora la parte che questa donna ha presa nella mia vita?... Sìho volutounirla a meper sempre... E la perdoinveceper volontà suaunicamente. Enon posso maledirla... Tu che studi il cuore umanostudia questo caso: ella misfugge perché mi ama. Questa èdicela più gran prova d’amore che m’abbiadata. Ascoltatu che passi come me la vita a cercare immagini di bellezza: iole dissi un giornoai primi tempi dell’amor nostroche bisognava fare unacosa bella di questo nostro amoreche bisognava salvarlo dalla corruzionedalle volgarità... Quando mi è parso che la dissoluzione del suo matrimonio ela nostra unione fossero ciò che di meglio potessimo fare per la bellezza dell’esempioche avremmo dato al mondoella ha sdegnosamente sorrisomi ha dimostrato checi saremmo odiati il domani delle nostre nozze; mentredal momento che cisaremo uniformati alla necessitàche avremo sacrificato il nostro piacere aldovereche avrò assistito alla benedizione del suo anello nuzialela nostrafiamma purificata arderà più altala stessa memoria dell’amor nostro saràbenedetta...

La sua voce si spense in un brivido. Lasciata la mano delcompagnoriafferrò le redinile trasse forte a séfece arrestare la bestiae balzò a terra.

- Lodovico! Che fai?

- Nulla: mi muovo.

Perez scese anche luigli si pose a fiancoincapace diproferir parola. Sentiva l’inutilità di qualunque commentol’intimoaccordo dei loro giudizi nel riconoscere che quella soluzione era veramente lapiù degnala sola degna. Soltantomentre egli la considerava teoricamentedaspettatore disinteressatoil cuore dell’amico suo sanguinava. Comeconfortarlo? Che dirgli?

Il cavallononostante la minor gravezza della soma e laminore pendenza della strada già presso al terminenon aveva modificato l’andatura.Ora il lago era scomparso dietro le spalle dei viandantiin una insenaturadella montagna si scorgeva il paesetto con le sue casette bianche sparse come ungregge intorno ad una massa alta e scura: la chiesa. Fra poche orelassùsisarebbe compiuto il rito. Come avrebbe Lodovico sostenuto la commozioneineffabilese il solo pensiero di ciò che si preparava lo turbava così? E checosa sarebbe poi avvenuto dei due amanti? L’intenzione di attingere nellabenedizione nuziale nuova forza per resistere alla tentazione e tornare al suoufficio di moglie e di madrechiudendo nel cuore la fiamma del sentimentovietatodeponeva senza dubbio in favore di quella donna; ma i miglioriproponimenti sarebbero poi valsi contro l’abito contrattocontro la forza deiricordi? Che ostacolo avrebbe ella potuto trovare nel compimento della cerimoniareligiosa al proseguimento dei loro secreti rapporti? Vedendo l’angoscia dell’amicoPerez pensava di confortarlo con questo argomento: «Non ti disperare: costeiche ti dà una prova d’amore rifiutando di unirsi a tema per restare tua conla memoriacol cuoretornerà a tenell’altro modoquando vorrai...» mauno scrupolo lo trattenevaun senso come di pudore all’idea di negare unacosa bellala saldezza dei buoni propositi di leila possibilità che entrambiperseverassero nel sacrifizio.

- Partiranno subito? - domandò tuttaviaper dedurne quandoe dove avrebbero potuto rivedersi.

- Subito... Scenderanno a Gozzana per prendere il treno delleundici e cinque.

- Tornano a Firenze?

- Per prendere i figli. Ripartono per l’Inghilterra.

- Suo marito non torna in Africa?

Lodovico rispose di no con una mossa del capo.

- No? Non vi torna più?

Con uno sforzo su se stessol’interrogato proferì:

- No.... Si è dimesso... Si stabiliscono a Londra...

A quell’annunzioimprovvisamentePerez ebbe la pienacoscienza del proprio torto. Il sacrifizio era totaleper volontà di leievidentemente; ella aveva sentito che non bastava unirsi spiritualmente almaritoma che doveva restare al suo fiancomaterialmentevigilata dal suoaffettolontana dalla tentazione. Nulla restava da dire per consolare l’afflitto;nullafuorché lodare la bellezza di quell’anima; ma ogni parola di lode nonavrebbe aperto una nuova ferita nell’anima dell’amante?

Procedettero ancora un pezzo in silenzio; poialla Croce delCalvarioscoprendosi il panorama della Valsilvanasimile ad uno squarcioenorme nel fianco della terracon le vene denudate del Borchio e dellaMarsagliaPerez sostò un momentovolgendo lo sguardo per il paesaggio.

- E questo «Grand-Hôtel» di Fraida? - domandò all’amico.- Io non me ne rammento.

- Dall’altra parte della montagnaoltre il bosco deilarici.

- La conoscoFraida; dico che questo albergo due anniaddietro non c’era.

- È nuovodell’altro anno.

Superato l’ultimo tratto dell’ertail cavallo s’arrestòal principio d’un viale piano e diritto. Pareva che l’intelligente animalevolesse significare: «è ora di risalire». Lodovicoinfattiriprese ilproprio postoseguito dall’amico. Appena sentì le redini in mano al padronela bestia ripartì al piccolo trottocon la testa altascodinzolando. In pochiminuti percorse il vialesino in fondo alla piazza

La chiesa la dominava da una specie di alta terrazza allaquale si saliva per una larga gradinata: una chiesa severa come un castellomunita di due campanili che parevano torricoi muri disadorni anneriti dall’etàumidi e rivestiti di musco alla base. Un poco più in alto della chiesadifiancotra una folta macchia di alberiun vasto e basso casamentocon unaspecie di rustico porticoformato da colonne di mattoni: la vecchia casa deiBertini. Il cavallo s’avviò lentamente per la ripidissima viottola cheportava lassù. Sotto il portico i parenti dell’ospite aspettavano: lasorellail cognato i nipoti.

- Benvenuto!... Bentornato fra noi!... - esclamo il dottorecon un sorriso cordiale sulla faccia barbutastendendo le braccia nerborute aprendere la valigiaa stringere le due mani dell’ospite. - Da quanto tempo ciaveva promesso questa desideratissima visita!...

- Si vede - soggiunse la sorellascrollando il capoprecocemente bianco di chiome; ma roseo e fresco di carnagione - che il nostropaese non gli piacee forse neanche la nostra casa!

Perez protestò vivacemente:

- Signora Lauranon mi mortifichiadesso!... Sarei didifficile contentatura se non giudicassi il paese semplicemente meraviglioso; equanto alla loro casaè proprio sicura che sia tutta lorodopo che io vi sonovenuto?

- Questo è anche vero! Ma se non esercitate la vostra partedi proprietàc’è il caso d’incappare nella prescrizione!

- Eccomi qui ad interromperla!... Come cresce questagioventù!... - esclamò poirivolgendosi ai due adolescentiposando la manosulle loro spallee fermandosi estatico dinanzi alla piccola Rita. - Maguardate un poco come ci siamo fatte grandi e bellezitte zittesenza dirnenulla allo zio del cuore!... Non te ne rammenti piùdello zio del cuore?...Abbiamo perduto un poco di memoriaintanto che ci siamo fatte signorine?...

La bimba avvampò. Bruna con gli occhi azzurriil viso magroe allungato dei Bertinila personcina slanciatal’espressione dolce epateticapareva una figura spiccata da un quadro.

- Se lo zio del cuore vuol vedere la stanza che gli abbiamopreparata...

- Sicuro che voglio vederla! E bada bene che se non è bellacome quella dell’altra voltami prenderò la tua!

Era ancora la stessaall’angolo di mezzogiorno e dilevantecon le sue finestre aperte sulle vedute della valle e del lago: ungrosso mazzo di violettein un vaso di cristallo sulla scrivaniala profumava.Egli vi si trattenne il tempo di disfare la valigiadi mettere in ordine le suecose e cambiarsi; subito dopo uscì nel salotto in cerca di Lodovico.

- Mio fratello è andato un momento fuori - gli disse lasignora Laura. - Se avete bisogno di qualche cosa...

- Grazie! Di nulla!... Non sarà nello studio?...

- Ohnello studio!... - esclamò l’interrogataconespressione di profondo rammarico. - Non vi ha posto piede da che è qui; non neha neppure cercato la chiave!

- Non se ne dolga. Lo lasci riposare.

- è quel che ho detto per iscusarloa chi si lagna dellasua inerzia. Vi ha parlato almeno del monumento sull’Antalba?

- No.

- Vedete?... Il suo nome fu concordemente suggerito da tuttiquando sorse l’idea d’innalzare una grande immagine sacra su quella vetta.Si sono raccolte più di trentamila lire: somma ragguardevolese pensate che ilnostro paese non è riccoe chenaturalmentequesto denaro dovrà servirealle sole spese vive. Per la scelta del tema si sono interamente affidati allasua fantasia d’artista; monsignor Garbariniil nostro vescovogli ha fattosapere che se i fondi disponibili non basteranno allo svolgimento di un’ideagrandiosasupplirà del suo. Ma dopo molte promessedopo le caldesollecitazioni rivoltegli da Don Pietro Castelliil nostro vecchio e buoncurato orgoglioso di lui più che un padre del figlioegli non parla neppure dimettersi al lavoro. Aveva detto che doveva risalire su quel monteperispirarsi: dacché è quiè uscito oggi la prima voltaper venirvi incontro.

- Ha lavorato tantoa Firenze...

- Non è il lavoro quello che lo abbatte così; io so diquali sforzi è capace quando ha sereno lo spirito... SentitePerezgiacchésiamo su questo doloroso argomento... Noi abbiamo aspettato con tanta impazienzaquesta vostra visita perché speriamo molto in voi... Non vedete com’èridotto il mio povero Lodovico?

- Mi pare un poco sofferenteinfatti. Che ha?

- Lo sappiamoforse?... Mio marito non è riuscito adosservarlonon gli ha potuto strappare una sola parola. Dichiara che stabenissimo! E non digeriscepassa le notti insonni...

- Neurasteniadispepsia nervosaprobabilmente.

- Poterlo credere!... Noi facciamo assegnamento su voiPerezche gli siete tanto amicoche avete la sua confidenza... Con noi èchiusoirritabile a un grado che non posso dirvi... Interrogateloditeci chehache cosa possiamo fare per lui; fate voi stesso qualche cosa per guarirlo;per divagarlo...

- Proveròsignora Laura; ma bisognerebbe aver tempoedisgraziatamente i giorni della mia licenza sono contati.

- Giàdimenticavo che siete venuto per la cerimonia didomaninon per noi... Siete molto più amico di quei signori che nostro!

L’espressione di fiduciosa preghieradi cordiale abbandonoche aveva animato il suo viso e la sua voce diede luogomentre ella proferivaqueste ultime parolea un senso di riservaquasi di diffidenza.

- Amico nodavvero!... - protestò Perez.

- No?

- Conobbi la signora a Valsorrisadue anni addietroquandopassammo la stagione lassù con Lodovico.

- Giovane? Bella? - domandò l’altraa denti stretti.

- Ma come? Non la conosce?

- Io no.

- Non sono qui col maritoalla Fraida?

- Sìho sentito che vi sono tornati da qualche giornodopoesservi stati un mese faper la richiesta delle pubblicazioni; ma io non li hovistiné allora né ora…

Perez tacque un poco; poicome spiegando la cosa a sestessoriprese:

- Senza dubbionella loro condizione particolarissimahannobisogno di solitudinedi raccoglimento...

- Senza dubbio! - ripeté la signora Laura. - Nessunindiscreto - soggiunsesottolineando la parola con l’intonazione della voce eun gesto della mano - li disturberà.

- Peròcon loro... coi parenti di Lodovico...

- Ma già: è quel che si potrebbe pensarese gli sono tantoamici da scegliere proprio il suo paese per compiervi questa...

Non pronunziò la parola; dopo una breve reticenza riprese:

- Non mancavano certamente siti fuori manoin Toscana… sestanno a Firenze...

- Vi sta la signora. Il marito è rimasto finora in Africanella Stanlesia... Suo fratello non le ha narrato?

- Lodovico non è stato mai molto loquace; orapoi...

Parve che ella volesse aggiungere qualche cosama sirivoltò a un tratto udendo rumore di passi: lo scultore apparve sull’uscio.

- Laura - disse alla sorella - non mi riesce di trovar lachiave dello studio. Dove l’avranno cacciata?

- L’ho serbata io. Ti serve?

- Bisognerebbe aprirlo per mettervi un po’ d’ordine.

- Subito. Faccio da meo vieni anche tu?

- Noio resto con Perez.

I due amici uscirono sulla terrazza. Il velo della nebbia siera sollevato un poco; un sole pallidosenza raggipendeva sulla cima Antalba.

- Ho sentito del monumento sacro che vogliono innalzarelassù - disse Perez - Ti disponi a lavorare?

- Io?... Se mi dài un’idease mi spieghi che cosa debbofare!...

Si appoggiò a una delle colonnestrappò alcune fogliegialle dalla vite che vi si attorcigliavae soggiunsepianissimocomeparlando tra sé:

- Domattina verrà qui.

- Ho sentito che tua sorella non la conosce ancora.

- No. Non ha voluto conoscere nessuno dei mieinon ha volutoentrare in questa casaprima della funzione sacra...

Perez chinò il capo in atto d’approvazionesenzapronunziare le parole di lode che gli venivano alle labbra.

- A proposito!... - esclamò poi- vorrei dirti una cosa...La signora Lariani mi scrisse di astenermi dalle solite formalità; ma fiorivorrei pure mandarne... anche come annunzio che sono arrivato.

Lodovico risposecon lo stesso tono raccolto:

- Fiorisì. Li mando anch’io...

- Ne avete sempre tantiin giardino? Tuo cognato li coltivacon la stessa passione?

- Sempre...

La piccola Rita attraversava in quel momento la terrazzacorrendo. Visti i due amicisi fermò di botto.

- Rita- le domandò lo zio- dov’è tuo padre?

- L’hanno mandato a chiamare da Cecco della Gervasa... Diceche sta molto male.

- E tu dove vai?

- In giardinoa coglier fiori per la cappella del Redentore.

- Lascianedei belli... Ne ho bisogno.

- Eh!... - rispose la bimbafacendo col braccino un gestolargo. - Prima che li colga tutti!... Ma se vuoi scegliereperché non vienicon me?

- Mi pare che la mia nipotina del cuore abbia proprio ragione- approvo Perez. - Andiamo anche noi.

Si avviarono. Dietro l’edificio principaleoltre la corteinternadirimpetto ai corpi rusticiil vecchio granaio che lo scultore avevatrasformato e adattato a studio già mostrava il grande uscio e le finestrespalancate La signora Lauravedendo passare la piccola brigatavenne innanzisulla soglia.

- Dove andate?

- In giardino - rispose Rita.

- Laura- soggiunse lo scultore- io e Perez abbiamobisogno di fioriper stasera.

- Ma... - fece ellaesitantee quasi con un moto dicontrarietà. - Domaniveramentebisognerebbe ornare la cappellaallaGuardiola.

Un lampo passò nello sguardo di Lodovico. Egli risposeconvoce dura:

- Se bisogna ornare la cappellacercheremo altrove...

- Ma noma no... fa’ pure... ce ne sarà per tutti... -soggiunse tosto la signora Laurariguardosa a un trattoe come pentita delleprime parole mentre suo fratellovoltatosi verso la bambinale ingiungevabrevemente:

- Ritaandiamo!

La bimbaquasi comprendendo il secreto dissenso dei parentisi voltò a guardare la madre coi grandi occhi inquietipoi si mosse dietroallo zio.

Alloracon voce concitata e dolentela signora Lauratrattenne un istante l’amico.

- VedetePerez?... Ha preso fuoco... Che gli ho detto?

- Sst!... Stia zitta!... Vengavenga con noi... - Eprocedendo a brevi passiin modo da far crescere la distanza dai due che liprecedevanol’ospite riprese: - Scusimia buona amicama neanche a mesembra che la nostra richiesta le abbia fatto molto piacere...

Vivacementeschiettamenteella confessò:

- È verosì... e ve ne chiedo scusa!... Ma che volete!...Se dovessi dirvi che vediamo con molta simpatia questa donnanon sarei puntosincera.

- Mi permette di dirle che ha torto?

- Perché è venuta qui? Perché si nasconde da noi? Che cosasignifica questo tardivo matrimonio religioso? Che cosa vuole da miofratello?... NoPerez: bisogna che vi dica tuttouna buona volta.. Io sentoche il male di Lodovico viene da lei.

Egli risposecon voce grave:

- Il malema forse anche il bene.

- Come sarebbe a dire?

Erano sulla soglia del giardinodove lo scultore e la suanipotina cominciavano ad aggirarsichinati sulle aiuolesui vasisullepiccole tettoie che riparavano le piante più delicate dalle intemperie.

- Signora Lauraa una donna d’alti sentimenti come lei sipuòsi deve anzi dir tuttoaffinché giudichi serenamente... La signoraLariani è stata una grande passione di Lodovico; non è mancato per lui seinvece di rendere indissolubile il nodo coniugaleella non lo ha scioltochiedendo ed ottenendo il divorzio in Africa per sposare suo fratello. Leistessa si è opposta a questo disegno; lei stessastringendosi al padre deipropri figlirende impossibile la pazzia che Lodovico avrebbe commessa a cuorleggero. Non ha voluto lei stessa conoscere nessuno di lorofinché labenedizione nuziale non avrà cancellato il ricordo del legame colpevole eriscattato l’errore.

- Ah!... - fece la signora Laurafermandosi e guardando l’ospitecon un senso d’immenso stupore.

- Domanidopo la cerimoniaprima di partire per l’Inghilterradove vanno a stabilirsiverrà qui. Veda leinella sua bontànella suagiustiziase merita di essere accolta ostilmente...

 

IV

 

Il rito

 

 

 

 

 

 

 

Il domaniall’albamentre ancora tutta la casa eraimmersa nel sonnoPerez fu destato dalla cameriera che venne a portargli ilcaffè. Si levòsi vestì rapidamentee andò a picchiare all’uscio diLodovico. Lo trovò seduto alla scrivaniacon la testa fra le mani: vedendo illetto non ancora disfatto e le molte carte strappate nel cestinocomprese cheaveva passata la notte a scrivere ed a stracciare i suoi scritti.

- Se la cerimonia è per le sette- gli dissesenza dare adividere d’essersi accorto di nulla- non abbiamo molto tempo da perdere.

- Sono pronto.

Uscirono insieme nella cortemontarono sul calessino giàattaccatoguidato questa volta dal fattoreche prese la via della Fraida. Nonscambiarono una parola durante il breve percorsosotto il bosco dei larici. Lanebbia si era riaddensatanella nottema un vento fresco che cominciava alevarsi la discacciava ora lungo le coste dei montila faceva svaporare dallavalle come da una immensa caldaia. Una carrozza a quattro posti stava fermadinanzi al cancello del «Grand-Hôtel»; gli sposi aspettavano nel salottinodel pian terreno rialzato. In un semplicissimo abito da viaggiodi colorgrigiosenza trinesenza nastricon una sola spilla al collettoformata datre serpentelli annodati in un triplice simbolo di eternitàla signoraLarianiin piedi accanto alla finestraleggeva un libro che posò suldavanzale per volgersi ai sopravvenuti.

- Grazie dei fiori! - dissemostrando i mazzi disposti indue grandi vasi sul pianoforte. - Grazie a voiPerezd’avere accettato... -Rivolta al maritopresentò: - Domenico PerezFrancesco; il dotto e l’artistadi cui ti ho tanto parlatoche ci fa il piacere di esser tuo testimonio.

Il colonnello Harrington gli strinse la manodicendo in unitaliano alquanto dentale:

- Le sono molto grato dell’onore che mi fate.

- Lieto e fortunato io stesso...

- Sono le sette precise- riprese elladopo aver guardato l’orologioe rivolgendosi allo scultorea cui il colonnello si era avvicinatosalutandolocon molta cordialità. - Non si potrebbe essere più puntuali! Il tempo diprendere una tazza di tè: volete?

- Grazieno... - si scusò egliinchinandosi.

- Allora voiPerez?

- Volentierisignora.

- Poco latte o molto?

- Moltissimo.

- Quante altre volte siete venuto quassù? - gli domandòancoraservendolo.

- Tre o quattro; ma non mi sono bastate. Bisognerebbe vivercitutta la vita.

- Tutta è forse troppo; ma pochi luoghiveramenteho vistodi una bellezza così perfetta. È veroFrancesco?

- Sicuramente- confermò l’interrogatocominciando adinfilarsi i guanti. - Vi sono paesaggi di più maestàma nessuno così...così graceful.

- Ben detto- approvò Perez. - La grazia è propriamente laqualità di queste linee.

- Do you speak english?

- YesSir.

- I am very glad...

Mentre essi parlavano in ingleseella s’avvicinò aBertiniche sfogliava il libretto da lei lasciato sul davanzale della finestra.Era un opuscolo di poche decine di paginelegato di tela verde con fregi d’oro;sul fronte miniato si leggeva: «Il Matrimonio cristianocon l’aggiunta dellaMessa per gli sposi». Ogni paginainquadrata di rossoera divisa in duecolonne: una per il testol’altra per la traduzione della Benedictio anulie della Missa pro sponso et sponsa.

- Io non sono dotta come voi- spiegò ellacon un sorrisodi scusa. - Ho bisogno di aiuto per comprendere le formole del rituale.

Egli risposesenza alzare lo sguardocontinuando asfogliare macchinalmente le pagine:

- è un latino molto facile.

- Sìquello della messa comune lo conosco anch’io; ma visono parti nuovein quelle che andiamo ad ascoltare... A questo proposito...

S’interruppesollevò le manisi trasse dal dito l’anellonuzialee glielo porse.

Egli depose il librosenza stendere la mano. Il suo sguardopareva cieco; il viso era livido e inespressivo come una maschera.

- Prendetecustoditelo; tocca a voi consegnarlo alsacerdote.

La mano che egli sollevò lentamente tremava; quando ella viebbe deposto il cerchietto d’orosi abbassò come gravata d’un pesoinsostenibile.

- Stanlesia has been founded twenty years ago - spiegavail colonnello a Perez; - it is a free State of english speaking people…

- Se non vi dispiace- diss’ellavolgendosi dalla loroparte- continuerete la vostra conversazione in carrozza; ora è tempo d’andare...

Raccolse da una poltrona i guanti e il mantelloche Perezcorse a reggerle; poipreso il libretto della messa nuzialedisse a Bertiniche chiudeva con un gesto automatico l’anello nel portamonete:

- Datemi il braccio.

Si avviarono cosìa fianco l’uno dell’altra. Ella eracome sempreperfettamente padrona di sésciolta nelle mosseserena nel viso.Il braccio di lui tremava tantoil suo passo era così malfermoche ellasostò un momentonel giardino.

- La mattinata è fresca. Vi levate mai così presto?

- Talvolta...

Tremava anche la sua vocepareva che egli non potesse piùdominarsi.

Ella si volse a guardare dietro di sé. Perezrimasto solomentre il colonnello dava ordini al portinaio ed al camerieresi avanzava araggiungerli.

- Quanto tempo èPerezgli domandò - che assisteste induello il vostro amico?

- Molti annisignora; troppi anni!... - Sottolineando con l’espressionedella voce e dello sguardo l’esortazione al coraggio che era nell’allusionedi leisoggiunse: - Ti rammentiLodovico?

Sopraggiunto il maritosalirono in carrozza: ella primaadditando a Bertini il posto accanto al suo; Perez e il colonnello poisedendosui posti dirimpetto.

Il ventoringagliarditoaveva squarciato il velo dellanebbia; candidi lembi ne rimanevano ancora attaccati alle asperità dellemontagnesimili a brandelli d’una gran veste lacerata; fiocchi di vapori s’insinuavanofra i solchi della terra in modo da porne in evidenza tutta la plastica.

- La cima Antalba è quella? - domandò ellarivolta aBertinie additando la vetta più alta della Gobba del Cammello.

- Sì.

- Lassù dovrebbe sorgere il vostro monumento?

Egli rispose con una impercettibile scossa delle spalle.Riprendendo l’animato discorso in inglese col maritoPerez non lasciava congli occhi l’amicoe il ricordo evocato dalla signora Lariani si precisava oranella sua memoria. Nella prima gioventùforse più di venti anni addietroinseguito a una discussione artistica invelenitasi e degenerata in diverbioegliaveva assistito Lodovico sul terrenoa Roma. In una simile mattinata autunnalelungo la via Appiasi era trovato seduto come ora dinanzi al compagno inprocinto di battersi; ma il pericolo a cui il giovane andava allora incontro loaveva reso loquaceilarequasi felicementre l’uomo maturo pareva orasmarrito all’appressarsi dell’ultimo atto della sua ultima passione.

Salita e girata dalla parte del montela carrozza venne adarrestarsi dinanzi alla porticina destra della chiesa: la sola apertadelletre. Le poche persone che stavano giù nella piazza volsero appena il capo:certamente la curiosità di assistere ad una cerimonia nuziale le avrebbe spintea raggiungere la comitiva; ma nessuno sospettò che a quell’orasenzaapparatosi stesse per celebrare un matrimonio: evidentemente i forestieriaccompagnati dal signor Bertini andavano visitando le cose notevoli di Promonte.Dall’internoil tendone di pelle imbottita che difendeva l’entrata dellaporticina si sollevò: il vecchio custode apparveinchinandosi a tuttisalutando con rispettosa cordialità lo scultore.

- Signor Lodovicosuo servo.

Ella domandò entrando:

- Non vi è qui un’opera del signor Bertini?

- Eccola! - rispose il vecchioadditando l’acquasantaio.

Un grande angelocon le ali raccoltelo sguardo al cielole braccia protese ed arcuatereggeva con ambe le mani un’anfora antica. Leforme disegnate sotto il peplo leggero erano quelle d’un adolescentesenzasessoo piuttosto ambiguamente partecipe dei caratteri dei due sessi: un divinoermafroditoagile e forte come un efebocoi fianchi e il seno soavi d’unagiovinetta caneforail viso d’una bellezza ideale e propriamente oltreumana.

- Pare un Donatello- disse il colonnellorompendo ilsilenzio.

- Infatti! - rispose Perezmolto stupito d’udire un cosìsagace giudizio artistico in bocca ad un uomo d’arme piovuto dall’estremaAfrica orrenda.

Il vecchiocon voce tremante di orgoglio e di tenerezzainsiemesoggiunse:

- Il signor Lodovico aveva appena vent’anni quando lavoròper la sua chiesa... Questa è la chiesa del signor Bertini... Qui sono sepoltii suoi nonniqui si sposarono i suoi genitoriqui fu tenuto a battesimo... Mene rammento come fosse ierie se ne rammenta Don Pietro... Lìdinanzi alfonte... la sua sorellina e gli altri bambini che reggevano i ceri... ed erabuono anche nelle fasceil nostro signor Lodovico...

Lo scultore pareva non udisseconsiderando il marmo; ma nonpareva neanche che vi riconoscesse l’opera propriatanto il suo sguardo eraattonito.

- Ora si aspetta la statua che lavorerà per la cimaAntalba... L’ha promessa a Monsignore!... Chi sa che bellezza...

Perez tagliò cortoosservando:

- Non facciamo aspettare il signor curato.

Per la navata di destranella cui penombra splendevano leluci delle lampade votivela comitiva s’avviò alla sacristia. Don Pietrogià vestito del camice e della pianetafiniva di cingere la stola ed ilmanipolo: vecchissimocon una tenue aureola di capelli bianchi intorno allafronte ed alla nuca che parevano scolpite nell’avorio anticoegli mantenevaancora diritta l’alta personae solo le sue mani tremavano un poco. Ledistese ai sopravvenutichinando la bella testa in atto di salutoe disse:

- Se gli sposi vogliono udire la lettura del «Contrahant»non resterà poi che apporre la loro firmacon quella dei testimonidopo lacerimonia.

Assentendo tuttiprese dalle mani del chierico il foglio elesse la formula di consentimento dell’autorità ecclesiastica. Poi chiese:

- L’anello?

Ella si volse a Bertini: ma poiché pareva che questi noncomprendessespiegò:

- Bertinivolete dare l’anello al reverendo?

Allora soltanto egli trasse il cerchietto d’oro e loconsegnò al sacerdote.

Tutti tornarono in chiesa. Non vi erano se non due donneduecontadineinginocchiate sotto il pergamo. Gli ori dell’altare rifulgevanoalla luce dei ceri che il sacrista veniva accendendo. Due inginocchiatoi stavanodisposti sopra un breve tappetopoco discosti dal primo gradinoper gli sposi;più indietrodue sedie per i testimoni.

Il celebrante salì sull’altarelentamentesostando adogni gradino. Fece l’atto di genuflettersidistese le bracciachinò lafronte e baciò la tovaglia. Poiridiscesosi appressò agli sposi. Nelsilenzio augusto domandò con voce solenne:

- VoiFrancesco Patrizio Harringtonvolete prendere pervostra legittima mogliesecondo il rito di Santa Romana ChiesaRosannaLariani?

Rigidamente compostocome dinanzi ad un capocome sullafronte del suo reggimentol’interrogato si sciolse dall’atteggiamentomarziales’inchinò e disse con voce vibrante di commozione contenuta:

- Sì.

- E voiRosanna Larianivolete prendere per vostrolegittimo maritosecondo il rito di Santa Romana ChiesaFrancesco PatrizioHarrington?

Ella che reggeva con le due mani intrecciate il librettoatesta chinaprosciolse le bracciarialzò la fronte e rispose fermamente:

- Sì.

Un senso d’indefinibile inquietudine guadagnò l’animo diPerez. Senza volgere il capo egli guardò con la coda dell’occhio alla suadestra. Lodovicoritto dietro la seggiolane aveva strettamente afferrata laspalliera con una mano; l’altracon la quale reggeva il cappelloera scossada un tremito violento. Col viso cadavericole mascelle contrattelo sguardofiso e ardenteera evidente che faceva uno sforzo straordinario per nontradirsi.

Ma giàalzate le braccia paternedistese le venerabilimani tremolantisocchiusi i miti occhiil sacerdote pronunziava con voceispirata le parole irrevocabili:

- Ego coniungo vos in matrimoniumin nomine PatrisetFiliiet Spiritus Sancti.

L’inquietudinela commozioneil turbamento di Perezalpensiero della tempesta che imperversava in quel punto nel cuore dell’amicodivennero insostenibili; col bisogno di reagiredi scuotersidi far qualchecosadepose il cappello sulla seggiola e cominciò a cavarsi i guanti.

Orarisalito sull’altareil sacerdote iniziava lacerimonia della Benedizioneproferiva le formule alle quali l’accolito davale dovute risposte.

- Adiutorum nostrum in nomine Domini.

- Qui fecit coelum et terram.

- Domineexaudi orationem meam.

- Et clamor meus ad te veniat...

Quale secreta virtù possedevano le parole anticheleformule che per secoli e secoli erano state ripetute dalle anime pieche persecoli e secoli avrebbero echeggiato sotto le volte sacre al raccoglimento edalla penitenzasopra le culle e sopra le bare? Appartenevano ad una lingua nonpiù parlata dagli uominima eternamente vivacome la più propria espressionedella preghiera. E il significato ne era così chiarosi traduceva cosìfacilmente anche agli ignari:

- BenediciSignorequesto anello che noi nel tuo nomebenediciamoaffinché colei che lo porteràtenendo integra fede al suo sposorimanga in pace e nella volontà tuaed in carità scambievole sempre viva. PerCristo Signore nostroFiglio tuoche teco vive e regna nei secoli dei secoli.

- Così sia.

Il cerchietto d’oro era stato deposto in un vassoio d’argento.Curvata l’alta persona a prendere l’aspersorio che l’accolito gli porgevail sacerdote tracciò con mano non più tremante un segno di croce sul simbolo;poi lo consegnò allo sposoche lo passò all’anulare sinistro della donnasua.

- In nome del Padredel Figlio e dello Spirito Santo.

- Così sia.

- ConfermaSignoreciò che noi operammo.

- Dal tempio santo tuo che è in Gerusalemme.

- Kyrie eleison...

Allora accadde una cosa terribile. Come un brivido sonorocome l’anelito e il gemito d’un’anima ferita e penante echeggiò sotto levolte della vecchia chiesa; poi la voce potente dell’organo si affermòsimodulòsi svolse nelle note lunghe e gravi d’un canto solenne. Perez sisentì opprimere il petto e mozzare il fiato e velare lo sguardo da unacommozione veementeche un repentino moto di collera soffocò e poi disperse.Chi aveva ordinata quella musica? Alla cerimonia da celebrare con estremasemplicitàchi aveva aggiunto l’irresistibile prestigio di quel canto d’implorazionedi fede e di speranza? Non bastava il tormento inflitto allo spettatore diquelle nozze; bisognava ancheper colmo di raffinatezzaesasperarlo con lasottile e profonda malìa dei suoni e dei ritmi?... E col cuore tremante dicarità imponentesapendo di non poter far altro che appagare il secreto sensodi curiosità sempre vigile nel suo spirito indagatoreegli si volse a guardarel’amico.

Lodovico Bertini era rimasto nello stesso atteggiamentoconla destra alla spallieracon l’altro braccio pendente lungo il fianco; ma nontremava piùnon si stringeva con la forza di prima al sostegno. Pareva chetutte le sue membra rilassate si fossero rapprese in quella positura; soltantola fronte si era abbassatae dalle palpebre gonfie le lacrime sgorgavanosolcavano le guance emaciatestillavano a terra.

I coniugi gli voltavano le spalle; l’officiantesull’altareera intento alla celebrazione del rito: nessuno poteva scorgere il suo pianto.Se anche lo avessero scortoegli non sarebbe riuscito a frenarlo. Non piangevada tanto tempodalla notte passata in viaggiosul trenocon lei. Non avevapiù piantoalla stazione di Milanovedendola andar via con quell’uomo a cuiaveva dovuto stringere la mano e rivolgere parole senza nesso né significato.Non aveva pianto neanche dopo averli riveduti entrambialla Fraidainvitato daleiquando vi erano venuti per le pubblicazioni; dopo averla udita annunziarecheinsieme con Perezegliegli stessosarebbe stato testimonio alle nozzee checompiuta la cerimonia e ripresi i figli a Firenzesarebbero andati astabilirsi in Inghilterra. Tutte queste cose lo avevano troppo storditocomecolpi di mazza sulla nuca. Le poche parole scambiate da solo a sola con leiinun momento di libertàgli avevano dimostrato che nulla gli restava da fare senon obbedirlafino all’ultimocovando il suo corruccionutrendosi del suodolore. Durante l’ultima notte aveva vegliatotentando di significarloperlei; cercando parole che non sarebbero più uscite dalla memoriache leavrebbero eternamente attestato la forza della sua passioneche l’avrebberoimplacabilmente accompagnatacome la voce del rimorsocome il rantolo dell’agonia;ma aveva lacerato tutte le sue scritturenon trovando neppur una espressionecapace di rendere tutto il suo pensierogiudicando vana la ricercaartificiosolo studioriconoscendo l’inutilità d’ogni tentativo di influire inqualunque modo su quell’anima risoluta ed inflessibile. Era rimasto inchiodatosulla poltronainnanzi alla scrivaniacon le membra di piombocon gli occhiaridi e bruciati. Aveva trasalito all’arrivo dell’amicorabbrividito alfreddo dell’alba autunnaletremato entrando nell’albergoritrovandosidinanzi a lei ed all’uomo che gliela portava via senza speranza più diritorno. Quando ella si era tolto dal dito l’anello nuzialeaffidandoglieloper poco non lo aveva lasciato caderema non già in un impeto di ribellionebensì dalla violenza dello stordimento. Egliegli stessoche aveva volutospezzare quell’anello e dargliene uno suoper la vita e per la morteeglistesso doveva ora custodirlo affinché un altro lo ripassassebenedettoal suoditoper la vita e per la morte?... Nulla aveva più avuto sensodurante ilritorno a Promontein carrozzain chiesadinanzi all’opera giovanileallastatua scolpita da qualcuno di cui si era rammentato confusamentecome di unaconoscenza perdutacome di un morto. Delle parole del custode non avevacompreso altro che l’evocazione dei suoi mortirivedendo le salme deposte suquel livido marmoin un tempo lontanoo forse ieri. Nello spirito ottenebratonell’anima smarritai preparativi della cerimoniale figure e i gesti e levoci avevano assunto un carattere irrealecome nei sogni. Sìella avevarisposto di sìinevitabilmentecome negli incubiquando nulla si può fareper impedire che le fatalità si compianoquando non si può accorrerequandonon si può gridare. E l’anello nuziale che era stato in suo potere eratornato al dito di leiper mano d’un altro! A un trattoudendo gli accordidell’organoriconoscendo la voce delle vecchie canne armoniose come goleumanela voce che aveva impetrato requie eterna ai suoi mortiche cantavarequie alla sua speranzail suo pianto troppo a lungo contenuto traboccò.

La voce diceva: «La speranza è mortala gioia è finitala stessa tua vita finisce: esala gli ultimi sospiri qui dove traesti i primivagiti; aspetta di raggiungere colei che lungamente invano sognò di vederti ungiorno dinanzi a questo altareaccanto alla tua sposadi udirti pronunziare lasillaba del consensola sillaba che ella stessa disse all’uomo col quale tigenerò; paga ora i tuoi errorisconta la tua gioia effimera e peccaminosa;nascondi lo strazio dell’anima tua all’uomo che offendesti e che riprende isuoi diritti; piangi tutte le tue lacrime perché il tuo sogno è svanito senzaritorno mai piùchina la fronte superba dinanzi alla divina maestà d’unalegge che disconoscesti e calpestastiai giorni del folle orgogliodellabaldanza cieca...»

Poi il canto solenne e potente del Kyrie si abbassòdi tonosi spezzò nelle frasi d’un mottetto accompagnante la recitazione delPater:

- Padre nostro che stai nei cielisantificato il nome tuovenga a noi il tuo regnosia la tua volontà...

Una volontà fatale si compivainfatti. Contesa da dueaffettiquella donna tornava necessariamente al primo. Egli non assistevasemplicemente alla consacrazione di quelle nozzema vi contribuiva per unanecessità evidente. Ogni atto ed ogni gestodinanzi a quell’altareavevanoun significato recondito che egli ora discopriva; rendendo l’anelloeglirendeva al possessore legittimo la donna già stata sua. Colui che l’avevaimpalmata e poi perdutala riotteneva ora da lui. Non era soltanto necessarioma giusto. Nella vita di quella donna egli era stato un episodioun’illusioneun errore: errore anch’esso fatalema emendabile...

- Dànne il nostro pane... non indurne in tentazione...

La preghiera aveva anch’essa un senso profondo: chiedendodi non essere tentatele creature umane confessavano tutta la debolezza loro.Ella era cadutacome tante altre; ma per rialzarsicome poche altre. Ed il Paternoster di quella Benedizione nuziale non si chiudeva come l’ordinario: lavoce dell’accolito si sposava a quella del preteimplorando ancora:

- Liberane dal male.

- Salva i tuoi servi.

- In temio Diosperanti.

- Manda loroSignoreun santo aiuto.

- E da Sionne custodiscili.

- Sii ad essiSignoretorre di fortezza.

- Contro la faccia del nemico.

- Signoreesaudisci la mia prece.

- E salga a te la voce mia.

- Il Signore sia con voi.

- E con lo Spirito tuo.

Il canto tacquee le labbra del dolente cessarono di tremaree gli occhi di piangere. Tutta la sua attenzione era diretta a comprendere leformule sacrea non perderne una sillaba sola. Rivolto ancora ai coniugiilsacerdote ora supplicava:

- Volgiti in graziaSignoresopra questi tuoi serviedagli istituti tuoicoi quali ordinasti la propagazione dell’umano generebenignamente assistiaffinché coloro che dall’autorità tua sono congiunticol tuo ausilio ti servano.

Era giusto che sull’amore fecondo di quegli sposidi queigenitorisi stendesse la benedizione divina. L’amor suo era stato invececondannato alla sterilità; tutti i suoi amori fuori legge erano stati senzafruttospasimi vaniadulterazioni dell’ufficio di natura. I suoi occhiinariditi si fermarono sul corpo della donna genuflessa ora dinanzi all’altarecon lo sguardo sulle pagine del libro sacro. Nella positura abbattutadietro l’ampiogiro della veste cadentele sue forme parevano scomparse; né la memoria glielerappresentava ormai più. Aveva egli premuto quel corpo con le mani tremanti didesideriocon le labbra ardenti di febbre? A quell’ora lo stesso ricordo delpossesso un tempo esercitato era svanito; come non vedeva il corpo di leieglinon sentiva più il proprioassideratocongelato nella rigidità del dolore.

- Per Cristo Signore nostroFiglio tuoche teco vive eregna nei secoli dei secoli.

- Così sia.

Finita la Benedizionecominciava ora la Messa.

- In nome del Padredel Figlio e dello Spirito Santo. Miaccosterò all’altare di Dio.

- A Dio che è letizia della giovinezza mia.

La voce dell’organo accompagnò la recitazione del Salmo;un supplice ardoreuno slancio di tutta l’anima sulle ali della speranza; poiqueruli gridi soffocati di dolore e rimorsola prostrazionel’abbattimento;e poi ancora il richiamo potente della fede sicurasquilli di gloria trionfale.«GiudicamiSignoree scerni la causa mia da quella della gente non santa...Poiché tu seiDiomia fortezzacome mai m’allontani da te?... Canterò alsuono della cetra le vostre lodimio Dio; perché sei tristeanima miaeperché mi conturbi? Confida nel Signorepoiché lo loderò ancora come miasalute e mio Dio... Mi confesso a Dio onnipotente... Abbia misericordia di voi l’onnipotenteIddioe perdonàti i vostri peccati vi conduca alla vita eterna... DimostraneSignorela tua misericordia e concedine la grazia tua salutare»...

Baciato l’altareil sacerdote recitò una preghierasommessa; poicon voce ispiratadisse agli sposi il passo di Tobia:

- Il Dio d’Israello vi unisca ed egli stesso sia con voi.Fa’Signoreche da oggi questi due più che prima ti benedicano. Beaticoloro che temono il Signore e procedono per le sue vie. Sia gloria al PadrealFiglio ed allo Spirito Santo.

- Kyrie eleison.

- Kyrie eleison.

- Christe eleison.

- Christe eleison.

Una gran voceun coro di voci clamanti percosse l’ariafece tremare i vetri delle alte finestre. Al più rapido ritmo il penitentesentì slargarsi il petto oppressoriaffrettarsi il debole polsoun’onda disangue salirgli al viso ed alla fronte.

- Esaudiscineonnipotente e misericordioso Iddioaffinchéciò che per nostro ufficio è amministratodalla tua benedizione sia meglioadempiuto. Per Cristo SignoreFiglio tuoche teco vive e regna nei secoli deisecoli.

La muta voce dell’anima vinta assentì: «Così sia». Laribellione era vanala rassegnazione inevitabile. Egli non ne era piùavvilitocome una volta. Nelle frasi dell’Epistola agli Efesiniche ilsacerdote ora leggevalo spirito stanco riconosceva verità necessarieattualied eterne. «Siano le donne soggette ai loro sposi come a Diopoiché l’uomoè capo della donna...» ed era bastato che quell’uomo si fosse presentatoperché tosto riprendesse la donna sua... «Uominiamate le vostre spose...» ecolui amava la consorte d’un amore sincerosicurocostantesenzaconvulsionisenza follie. «Chi ama la sua sposa ama se stesso... Perciò l’uomoabbandonerà il padre suo e la madre suae si stringerà alla sua sposaesaranno due in una carne...». L’immagine di quelle due carni aderentilavisione di quei due corpi accoppiatila gelosia fisica delle voluttà procuratea quella donna da un altroora non lo torturavano piùegli non presumeva piùche ella ne fosse stata contaminata.

Il salmo del Graduale e del Tratto risonarono in mezzo a unamelodia dolce e lenead un fremito d’ale che finì in un clangore di trombe edi tube.

- La tua sposa sia come una vite abbondante tra le mura dellatua casa. Siano i tuoi figli come novelle piante d’olivo nel cerchio della tuamensa. Alleluja! Alleluja! Mandi a voi il Signore aiuto dal suo santuarioe daSionne vi custodisca. Alleluja! Ecco così sarà benedetto l’uomo che teme ilSignore. Ti benedica il Signore da Sionnee vedrai i beni di Gerusalemme pertutti i giorni della vita tuae vedrai i figli dei figli tuoi. Pace sopraIsraello...

Le formole sacre si ripetevanoritornavano più e piùvolteintegralmenteo appena modificatequasi perché s’incidesseroprofondamente sulle frontinei cuoricome un indelebile stampo di fuoco. LaSequentia dell’Evangelo di San Matteo diceva: «In quel tempo si accostarono aGesù i Farisei tentatori e dissero: È lecito all’uomo abbandonare la donnasua per qualsivoglia cagione? Il quale rispose loro: Non leggeste che chi creòl’uomo in principio li fece maschio e femmina? E disse: Perciò l’uomoabbandonerà il padre e la madre e si stringerà alla sua sposae saranno duein una carne. Talmente che non sono duema una carne. Ciò dunque che Iddiocongiunsel’uomo non divida».

Era stato il sogno d’un’orapoter disgiungere queglisposidistruggere quella famiglia per crearsene una sulle rovine. Ella avevaavuto ragione di opporsidi frapporre l’ostacolo insuperabile. Era troppotardioramaie bisognava passare sopra troppi dolori per giungere ad una gioiadubbiosa e insidiata. Lasciare quella donna al suo destinoandare incontro alproprionull’altro era possibile. Le vie che essi seguivano si eranoincrociateper poi divergere sempre piùnella vastità del mondo e dellavita. Era l’ultim’ora dell’incontro; che cosa sarebbe accaduto di luidaquell’ora in avanti?

- In te speraiSignore; dissi a me stesso: tu sei il mioDionelle tue mani stanno i giorni miei.

Alloradalle più intime fibredalle viscere più profondeil fremito percorritore dell’ispirazione si propagò per tutto l’essere suo.Mentre il celebrante prendeva dalla patena e sollevava l’ostial’opera allaquale egli aveva pensato invanole immagini da collocare sulla cima Antalbagli balenarono dinanzi agli occhi della mente; un asceta con la fronte al cielouna penitente coi ginocchi sulla terraprossimi e pur separaticoncordi eduniti solo nell’adorazione dell’ignota potenza che governa l’universo.Mentre il sacerdote deponeva l’ostia sul corporale e mesceva il vino e l’acquanel calicee l’offerivae si chinava davanti all’altarementre l’organodistendeva sulla trama dell’Offertorio un tenue ricamo di sospiri melodiosile immagini si precisarono: egli vide in se stesso l’uomo lontano ormai dallevie del mondoinaccessibile alle cupidità dei sensiconsunto da un internoardore; vide in lei la creatura ancora bisognosa di soccorsoancora genuflessaper implorare aiuto nelle prove della vita.

- Con spirito d’umiltà ed animo contritoaccoglineSignoree sia tale il nostro sacrifizio oggi nel tuo cospettoche piaccia ateDio Signore.

Il senso recondito della volontà di leinel costringerlo aprender parte a quella cerimoniasi manifestava ora chiaramente: rinunziandoentrambi alla gioia contesamortificando entrambi la loro passioneentrambidovevano farne olocausto ai piedi dell’altareentrambi dovevano attingerforza e trovar pace nel pensiero di Dio.

- Laverò le mie mani fra gl’innocenti e circonderò il tuoaltareo Signoreper udire la voce delle tue lodi e narrare le universe tuemeraviglie.

Ella aveva fatto assegnamento sulla santità del luogosullasolennità del ritoper compiere l’opera di persuasione; sulle parolegliaccentii gesti del celebrante; sulle melodie e le armonie dell’organosulleluci velate filtranti dalle finestre istoriatesulle faci ardenti dinanzi alleimmagini sante.

- O Signoreamai lo splendore della tua casa e il luogo oveabita la gloria tua. Non fare che si perda con gli empiDiol’anima mia...

E come un’onda venuta di lontanosospinta ed incalzata dasoffi gagliardiingrossata nella corsa rapida e fragorosa; come la piena d’untorrente improvvisamente gonfio dei mille rivoli d’una lunga pioggia dirottala memoria della fede nutrita nella remota adolescenzadelle preghiere recitatecon cuore sincerodelle paure e delle speranze per la salute dell’animainvasero lo spirito suo Le parole della Secretamormorate dal celebrante a capochinonon si udirono; ma nelle supplicazioni del Canonenel pietoso Mementodei vivi e dei mortinel mistero della Consacrazione e dell’Elevazionetuttociò che di più dolente e di più grandiosodi più mortificato e di piùtrionfale era nell’immortale poesia dei Salmitoccò una viva fibra del suocuoretradusse un pensiero della sua mente. Tutta la sua vita trascorsale suegioie e i suoi dolorile sue lusinghe e i suoi disingannile sue aspettazionie i suoi rimpiantigli parvero un punto: nell’estremo tratto di via cheancora gli restava da percorrere vide e sentì che due cose sole poteva e dovevafare: meditare il formidabile enimma del destino umanosignificarlo con l’artesua. Ed era ancora merito di lei: all’inizio dell’amor lorocome nel puntodel distaccoella lo ispiravagli additava il suo ufficiogli suggerivavisioni di bellezza e di nobiltà.

- Preghiamo. Da salutari precetti ammonitied alla divinaistituzione uniformatiosiamo dire: Padre nostro che stai nei cieli...

Ogni parola della reiterata preghiera gli passò nell’animacome un elettuario che irrita al primo contatto la nuda carne della piagaperdiffondere subito dopo un senso di refrigerio. Ma il sacerdoteprima disoggiungere il Liberarivolto nuovamente agli sposi dal lato dell’Evangeloimplorò con nuovo slancio:

- Sii propizioSignorealle preci nostre; ed a questi tuoiistituticoi quali ordinasti la propagazione del genere umanopresta la tuabenigna assistenzaaffinché quanto da te è congiunto col tuo aiuto siaserbato. O Dio che per virtù della tua potenza dal nulla il tutto creasti; cheordinati i principi dell’universoe fatto l’uomo a tua immaginefondasti l’inseparabileaiuto della donnain modo che originando il corpo femmineo dalla stessa carnevirilec’insegnasti mai non esser lecito disgiungere ciò che da un sol corpoti piacque formare; Dio che con tanto eccellente mistero l’amplesso coniugaleconsacrastiche nell’alleanza nuziale predesignasti il sacramento di Cristo edella Chiesa; Dioper cui la donna si unisce all’uomoe questa societàfindal principio ordinatasi munì della sola benedizione non cancellata né perla pena del peccato originale né per la sentenza del diluvio: volgi lo sguardosopra questa tua serva che dovendosi unire in coniugale consorzio chiede d’esseremunita della tua protezione.

Era la benedizione delle vergini spose proferita altra voltada quelle stesse labbra per le nozze della sorella sua. La sorella era stataostile a quella creaturaaveva visto in lei la colpevolela seduttricecoleiche lo aveva indotto in tentazione e trascinato al peccato: non sapeva che iltentatore era stato lui stesso; nella calma imperturbata della sua virtùignorava e non ammetteva le tempeste che sconvolgono le vite umane.

- Sia in essa il giogo dell’amore e della pace; fedele ecasta si sposi in Gesù Cristo e viva imitatrice delle donne sante. Sia amabileallo sposo suo come Rachelesaggia come Rebeccalongeva e fedele come Sara.Nulla di leidegli atti di leiusurpi l’autore della prevaricazione. Siaferma nella fede e nei comandamentistretta ad un solo talamofugga i contattiillecitimunisca la sua debolezza con la forza della disciplina; siarispettabile per verecondiavenerabile per pudoreerudita nelle dottrinecelestifeconda nella prolelaudabile ed innocentee giunga al riposo deibeati ed al regno celestee vedano entrambi i figli dei figli loro sino allaterza ed alla quarta generazione e pervengano alla desiderata vecchiezza...

Era come un lavacrocome una redenzione. L’errore anticodoveva esserle rimesso in nome di Colui che difese l’adultera. Si eraconfessatainfattied era stata assoltapoiché il celebrantedopo avererecitato il Liberadopo avere portato il calice alle labbra per bere un sorsodel vino misticosi accingeva a comunicarla.

Chiuso il librolevata la fronte dalla mano con la quale l’avevasorrettaella protendeva ora il capo per ricevere l’ostia che il pretediscesi i gradini dell’altaree paternamente chinato verso di leile offrivamentre l’organo cantava il suo più alato canto.

- Ecco sia così benedetto ogni uomo che teme il Signoreetu vedrai i figli dei figli tuoi: pace sopra Israello.

Qualche cosa di quella benedizionedi quella pace piamenteinvocatascese su di lui; poichénel proferire la formulail sacerdote loguardò. Egli si sentì leggere nell’anima dallo sguardo limpido e dolcesisentì compreso e compatito e perdonato dal vecchio prete che lo aveva aspersobambinodell’acqua lustrale.

- Ti preghiamoonnipotente Iddiodi accompagnare conbenigno favore le istituzioni della tua provvidenzasicché coloro che unisciin legittima società conservi in lunga pace. Per Cristo Signor nostroFigliotuoche teco vive e regna nei secoli dei secoli.

- Così sia.

- Benediciamo il Signore.

Anche la messa era finita. Restava ancora l’ultima formula.Ancora una volta dirigendo la parola agli sposiil prete invocò:

- Il Dio di Abramoil Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbesia con voiaffinché vediate i figli dei figli vostri sino alla terza ed allaquarta generazionee poscia abbiate vita eterna senza finecon l’aiuto delSignore nostro Gesù Cristoche insieme col Padre e con lo Spirito Santo vive eregnaunico Dioper tutti i secoli dei secoli.

- Così sia.

Con parola liberanon più costretta nelle formuleliturgicheil celebrante riprese:

- Sposi cristianil’esempio che avete dato accostandoviall’altaresantificando la vostra unionenon resterà infecondo. Cosìpossiate serbare intatto il tesoro della fede e amarvi scambievolmente e viverenel timore di Dio.

Preso ancora l’aspersorioli benedisse: - Piaccia a teSanta Trinità... - poi lesse le parole del Vangelo di San Giovanni: - Inprincipio era il Verbo...

- Lodovico...

Il suono del suo nomemormorato da Perezlo scosse.Voltatosivide che la chiesa non era più tutta deserta come prima: alcunedonne venute a compiere le consuete devozioniqualche curioso attratto dalsuono dell’organoerano sparsi qua e làdinanzi alle cappelleintorno all’altaremaggiore. Ma già tutta la cerimonia era finita: il sacerdoteraccolto ilcaliceinchinatosi dinanzi all’altares’avviava alla sacristia. Perezmosse un passo verso la sposastendendole la mano:

- Tutti i miei rallegramenti!

Ella risposericambiando la stretta:

- GraziePerez.

Mentre questi rinnovava il gesto col maritoella offerse lamano al suo testimonio:

- Bertinigrazie.

La sua voce era gravel’espressione del suo viso serenala stretta di mano franca e forte come quella d’un amicod’un buoncamerata. Anche il marito strinse cordialmente la mano ai due amici; poia uninvito del custodetutti ripassarono nella sacristia.

- Poiché abbiamo dato lettura dell’atto nuziale- disseDon Pietro- non resta se non che questi signori lo firmino.

Piegò il foglio in dueper il lungoe scrisse sul fiancosillabando le parole che veniva tracciando lentamente:

- I sotto-scritti sposi hanno pre-stato il loro mutuocon-senso dinanzi a me cu-rato ed ai sotto-scritti testi-monî...

Il marito firmò primopoi la mogliepoi Perezda ultimoBertini.

- Ed ora non occorre altro- disse Don Pietrospargendo disabbia rossa la fresca scrittura. - Il Signore vi abbia nella sua santacustodia. Mille anni felici!

Ella gli baciò la manoil colonnello gliela strinseprendendo poi a parte il sacrista ed il custode per distribuire del denaro.Mentre Perez intratteneva la sposa dopo essersi inchinato al sacerdotequestifermò lo scultore che gli aveva anch’egli baciato la mano.

- Lodovicofigliuolo mioquando ci darai l’operapromessa?... Guarda che il tempo passae che gl’iniziatori sono impazienti divedere attuato il loro disegno.

- Non soPadre... Mi dia ancora qualche tempo.

- Possibile che tu non abbia fatto nullasinora?... Neancheun abbozzo?... Un lavoratore instancabile come te!

- Bisogna che m’intenda con lei... Forse ho trovato qualchecosa... Quando potrò vederla?

- Quando vorrai. Lo sai che per te qualunque ora è buona.

- GraziePadre... Alloraarrivederla presto.

- Arrivederci prestofigliuolo mio.

 

V

 

L’addio

 

 

 

 

 

 

 

Sulla spianatadinanzi alla chiesail cocchiere cheaspettava il ritorno degli sposifumandospense il sigaro e lo intascòvedendo uscire la comitivala moglie a braccio del maritoi due testimonî aidue lati della coppia; e cavatosi il cappellogià apriva lo sportello dellacarrozza perché tutti vi rimontasseroquando la signora gli disse:

- Nonon ancora: aspettate... Sentite Bertini- soggiunserivolta allo scultore- mio marito ed io saremmo lieti di salutare un momento ivostri parenti...

- Saranno essi lietissimi...

Per il sentiero serpeggiante sul dorso della montagnachiusotra bassi muricciuoli dai quali sporgevano le siepi di vitalbasi avviaronotutti alla casa. Il cielo si era ancora più schiaritole ultime volute deivapori si diffondevano come chiome disciolte e ondeggianti al ventocanutenella bassa conca del lagobionde nel sole delle altitudini.

- Vi fermate a lungo? - domandò ella a Perezcol qualeprocedeva ora avanti.

- Non tanto quanto vorrei. Debbo purtroppo tornare allascuola.

- Tenete compagnia al vostro amico- soggiunse; poidopouna breve pausacon voce più bassa ma con più calore d’accento: - Ne habisogno.

In fondo al sentierotra le sbarre di un cancelletto dilegnosi vide una testolina affacciarsipoi ad un tratto sparire con un brevegrido di sorpresa.

- La vostra nipotina? - domandò ellavoltandosi versoBertini.

- E la miadel cuore! - rispose Perez.

Ora il cancello si schiudevae la bimbaprecedendo ilbabbola mamma ed i fratellisi avanzava con le manine incrociate sul seno perreggere un enorme fascio di fiori e di frondeuna messe tanto copiosa che lavestiva tutta e quasi le nascondeva il visino. Giunta dinanzi alla sposa sifermòla guardò con gli occhi color di cieloe disse:

- Signorala mamma ed io...

Ma già ella si chinava su di leiquasi in ginocchiotenendole le bracciaattirandola a sé:

- Caracarabimba mia cara...

Fu una cosa difficile raccogliere quei fioriricomporlistaccare i gambi delle rose impigliati nelle pieghe della vesticciuola delladonatrice. La signora Laura vi diede manodicendo in tono d’amabilerimprovero:

- Ma bisognava ripulirli e legarli... Non si offrono i fioria questo modo...

- Lascilasci!... Sono anzi più belli!

Scambiarono così le prime parole prima della presentazione:poiquando lo scultore ebbe pronunziato: «Mia sorella...» la signora Laurastese la mano alla visitatrice dicendo con un sorriso di grande gentilezza e diprofonda bontà:

- Sia la benvenuta fra noi. Mi permetta di esprimerle inostri auguri più sinceri...

- La ringraziosignora. Creda che sono fra i più graditi.

Compita la presentazionescambiati gli inchini e le strettedi manoi padroni di casa lasciarono il passo agli ospiti.

- Rita!... - chiamò la stranieravolgendosi alla bambina. -Ti chiami Ritalo so!... Dammi la tua manina.

La fanciulletta parve tutta orgogliosa di tornare a casastringendo la destra della sposache reggeva con l’altra mano i fiori offertida lei. Traversata la terrazzadato uno sguardo al panoramatutti entrarononel salotto.

- Bertiniio interpreto il desiderio di mio marito edesprimo il mio direttamentechiedendovi di farci vedere il vostro studio.

- Sìsignora! - rispose pronta la minuscola donnina. - Lozio non vi lavora più dacché è a Firenzema vi sono dentro tante bellecose... C’è anche la mia statuadi quando ero piccina...

- Ahsì? - rispose ella sorridendo. - Rappresenterà unangioletto!... Andiamo a vederla.

Lo studiovastissimotutto illuminato da un largolucernarioingombro nel mezzo da una forte impalcaturapieno di gessidiceredi cretecon le pareti nascoste da pezzi di scultura anticada modellianatomicida quadrida bozzettida stampeda stoffeda armiaveva un soloangolo ospitaledietro un paravento: un largo divano bassoqualche sgabelloun tavolino a due palchetti sovraccarico di albi e di libri d’arte. Ma gliospiti non vi si fermarono; guidati dalle due donnegirarono per lo stanzoneesaminando le opere che vi erano disseminate.

- Questo è il bozzetto dell’acquasantaio?... Questo è ilgesso del «Fiore della memoria»?... Il busto del «Leopardi»...

L’amica dell’artista riconosceva ad una ad una tutte lesue opere e le additava al maritoche le considerava da vicino per esaminarnela fatturae poi se ne discostava per coglierne l’effetto totale.

- E questa statua di quando eri piccina?

- Eccolasignora: venga con me.

In un angolosopra un tripodela statuina di bronzoaltapoco più di un palmorappresentava la piccolettaritta in piedicon latestolina piegatale braccine protesele manine dischiusenell’atto dioffrirsi ad una persona diletta.

- Che mossa!... Che vita!... - esclamò Perez. - Se non parche si muova!

- è la vita fermata nel metallo - confermò il colonnello.

Ella disse soltanto:

- È molto bella.

- Mi permettete di offrirvela?

- E comeBertini!... Sono permessi che si accordano moltovolentieri... Ma non vorrei privare i vostri cari...

- Nosignora- soggiunse la sorella- noi abbiamo lanostra copiain sala da pranzo.

Il dottore colse l’occasione per proporre:

- Se vogliono gradire una tazza di cioccolata...

- Graziedottore; ma abbiamo i minuti contatie vorremmoancora vedere tutte queste altre cose belle.

- Prendono il battello delle 10 e 15?

- Noscendiamo a Gozzanaprendiamo il treno delle 11.

- Ma si potrebbe anche fare un’altra cosa- soggiunse lasignora Laura: - far servire qui stesso la cioccolata...

Mentre ella andava a dare gli ordinila visita continuò.Gli ospiti passarono dinanzi a tutto ciò che restava degli antichi lavori delloscultorecopie od abbozzi. Non vi era frammento che l’amica non riconoscesse

- Questo è uno studio per la «Giovanna d’Arco»?... Laprima idea dell’«Amerigo Vespucci»... Aveste ragione di modificare quellefigure di selvaggi: rammentavano troppo i mori del monumento mediceo di Livorno.

Si aggirò per ogni angolovide ogni cosarimosse tutti icavalletti girevolilesse tutte le firme dei bozzetti pittoricitutti i titolidei libri sul tavolino. Vedendo sopra una mensoletta un calice da fiorivuotodisse alla piccola Rita:

- Ma come? Tu lasci senza fiori lo studio dello zioe nedài tanti agli estranei?

E mentre la piccina balbettava qualche confusa parola discusaella stessa scelse tre rose dal fasciouna biancauna gialla ed unarossae le dispose nel calice.

- Ricordati che sono senz’acquapensa a dar loro nuovavita.

Quando il servizio fu pronto sul tavolino sbarazzato dailibrila conversazionedivenuta generalesfiorò molti argomenti: lafloricoltura del dottoreil movimento dei forestieri sul lagole bellezzedella natura e dell’arte italiana.

- Ora- ella disselevandosidando il segno dell’addio- non bisogna dormire sugli alloriBertini!

- Glielo dica leisignora! - soggiunse la sorella. - Forsele sue raccomandazioni riusciranno più efficaci delle nostre.

- Di questo gruppo sacrosulla cima Antalbaguardate chevogliamo avere presto notizia! Non è possibile che quassùdinanzi a questosublime spettacolonon troviate motivi d’ispirazione.

Erano di nuovo usciti sulla terrazza; dopo una breve sostaridiscesero tuttiospiti e padroni di casaverso la chiesa. Tutte le nebbieerano ormai discioltenel trionfo del sole; solo un ultimo fiocco ne restavasull’Antalbapiegato dal vento in modo da simulare il fumo d’un vulcano.Pareva veramente cheper un’improvvisa eruzionedalle viscere del monteesalasse un ardente fiato.

- Meraviglioso! Divino!... - mormorò ella ancoragirando losguardo per la conca lacustrequasi a raccogliere e imprimersi nella mentetutti i particolari di quella visionecome aveva fatto di ogni angolo e di ogniopera dello studio. Poirivolta alla padrona di casa: - Signora... - dissestendendole la mano.

Si tennero un momento per manoguardandosi; poicon motoconcordesi accostaronosi baciarono sulle due guance. Chinatasi sullapiccinala straniera le prese la testolina fra le manila baciò sulla fronte.

- Rammenta tu allo zio che vogliamo vedere altre statue.Digli che ti scolpisca lassù!...

Strinse la mano a lui da ultimodopo aver preso congedo datutti gli altri.

- Fate contenti i vostri cari e i vostri amici!... Avete undoverese non dinanzi ad essidinanzi all’Arte che aspetta grandi cose davoi.

Egli non poté rispondere; chinò soltanto il capopernascondere l’ultima contrazione del viso.

Quando fu in carrozzadopo che la frusta schioccò e icavalli si mosseroella salutò ancoracon la manocol capo; lanciò ancoraun’ultima esortazione:

- Siamo intesiBertini!... Al lavoro!... Buon lavoro!...