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EMILIO SALGARI

 

La rivincita di Yanez

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO I

 

LA COLONNA INFERNALE

 

- Saccaroa!... Ma dove quel demonio di Sindhia haraccolto tanti sciacalli? Sono due giorni che sbucano dalle foreste e dalle jungleper arrestarcieppure ne abbiamo gettati a terra! Cinque elefanticinquemitragliatrici e cento carabinese saranno ancora centopoiché delle perditene abbiamo subite anche noi.

- Vogliono impedirci di giungere a Gauhatisignor Sandokanper non lasciarci congiungere col signor Yanezil Maharajah biancoilvostro fratello d'oltre oceano.

- E tu crediKammamuriche quei pezzenti saranno capaci difermarci? Sai come ho chiamato la banda che io conduco in aiuto di Yanez? Lacolonna infernale. Ohpasserà anche attraverso a ventimila uomini! Hanno moltoda imparare questi indiani dai malesi e dai dayaki. Non ne ho condotticon me che centoma scelti con estrema curacento vere tigri della Malesiache quantunque siano in fondo maomettaniad un mio ordine non esiterebbero astrappare la barba al gran Profeta se si presentasse dinanzi a loro.

- So quanto valgono - disse Kammamuri. - Due volte sono statonella Malesia e li ho sempre ammirati; eppure io appartengo ad una delle razzepiú guerresche dell'India.

- Síi maharatti sono sempre stati bravi soldatiedagli inglesi hanno dato dei grossi fastidi. Lo sa la Compagnia delle Indie.

- Signor Sandokanun'altra imboscata...

- Questa sarebbe la terzama la colonna infernale passeràed io andròmalgrado tutti gli ostacolia rivedere mio fratello biancola rhanie il piccolo Soarez. Bell'idea che ho avuto a portare con me dellemitragliatrici! Sgombrano rapidamente le jungle. Sei sicuro che ciassalgano ancora?

- Ho udito i segnali di quei banditisignor Sandokan. Siradunano per darci un ultimo attaccoforse.

- Ohnoi passeremo.

Stava per cadere il giorno. Una luce quasi sanguigna siproiettava attraverso le alte pianure del Bengalacoperte di jungle e difitte boscaglie di fichi banianidi mangifere e di vecchi tamarindii cui ramipiegavansi sotto il peso della frutta.

Una colonna si avanzava rapidamenteaprendosi il passo lungoil fossato sinistro della linea ferroviaria di Rangpur.

Era composta di cinque magnifici elefanti coomareahipiú forti delle due razze che esistevano nell'Indiaquantunque meno bassi dei mergheemuniti di robuste casse od houdahdinanzi alle quali s'alzavasu unaffustouna mitragliatrice a venticinque cannedisposta a ventaglio.

Seguivano cento cavalierimontati su robusti cavalli dirazza inglese.

Strani quei cavalieripoiché non appartenevano a nessunarazza indiana. Mentre alcuni erano bassi e piuttosto tarchiaticolla pellefosca che aveva dei riflessi olivastri e sfumature rossastre cupegli occhipiccoli e nerissimi; altri invece erano piuttosto altidi colore giallastrodiforme quasi perfettecoi lineamenti bellissimiquasi regolatie gli occhibene apertiampi ed intelligentissimi.

Un uomo che avesse avuto una profonda conoscenza collaregione malesenon avrebbe esitato a classificare i primi per malesi autenticie gli altri per dayaki bornesidue razze che si equivalgono per ferociaper audacia e per coraggio indomito.

Cavalcavano forse un po' malepoiché tutta quella gentedoveva essere piú abituata a cavalcare i pennoni dei rapidissimi prahos malesi;pure si tenevano abbastanza bene in sellaed i cavalli inglesi non avevanomolto buon giuoco.

Tutti erano formidabilmente armati di grosse carabine dimareusate piú per la mitraglia che pei proiettilidi pistoloni a lunga cannae di certi pesanti sciaboloni le cui punte finiscono in forma di docciaarmiterribilifabbricate con un acciaio naturale che solo si trova nelle minieredei Monti del Cristallo del Sultanato di Varaunie che con un colpo soloportano via una testa.

Erano i famosi kampilangs dei dayaki.

Sul primo elefante si trovavano due uomini ben diversi l'unodall'altro. Noi sappiamo chi era Kammamuril'indemoniato maharattoilfedelissimo servo di Tremal-Naikil famoso cacciatore della Jungla nera.

L'altroche stava proprio seduto dietro alla mitragliatricepronto sempre a scatenarlapareva invece un orientale dell'estremo orienteagiudicarlo dalla tinta della sua pelle che aveva dei lontani riflessi olivastriocchi nerissimiardentibarba ancora nera malgrado i suoi cinquantacinqueannie capelli lunghi e ricciuti che gli cadevano sulle spalle.

Indossava una ricchissima casacca di seta verde con alamarirossi e bottoni d'oroportava calzoni larghi d'egual colorealti stivali dipelle gialla colla punta rialzatacome quelli degli Usbeki del Turchestane dauna larga fascia di seta bianca gli pendeva una magnifica scimitarra la cuiimpugnaturaincrostata di diamanti e di rubinidoveva avere un valoregrandissimo.

Sul secondo si trovavano un vecchio malese dal volto rugoso el'espressione feroceed un uomo sulla quarantinadi forme massiccecogliocchi azzurridifesi da un paio d'occhiali montati in oroi capellibiondissimi e la carnagione quasi rosea degli uomini dei paesi nordicidell'Europa.

Vestiva tutto di biancodi flanella leggerissimae portavain testa una specie di elmo di tela biancacon un lungo velo azzurro che glicadeva sulle spalle.

Non aveva affatto l'aspetto d'un uomo di guerrama piuttostoquello di uno scienziato o d'un esploratore.

Gli altri tre erano montati da malesi e dai cornac.

La colonna si era cacciata in mezzo ad un largo passaggioaperto fra delle immense mangifere che si stendevano lungo alcuni stagni assaivastientro i quali si vedevano guizzare giganteschi coccodrilli in cerca dipreda. Doveva già aver subíto delle perditese non di uomini almeno dicavallipoiché parecchi animali portavano due cavalieri invece d'uno.

Il primo elefantead un fischio del cornacsi eraarrestatoarrotolando subito prudentemente la sua proboscide fra le zannecomese avesse temuto l'assalto improvviso di qualche tigree si era piantatosolidamente sulle grosse zampe mandando un lungo barrito.

L'uomo vestito da orientale s'era tolto il largo turbante diseta biancasu cui sfavillava un diamante d'inestimabile valorepoi si eracollocato dietro alla mitragliatricedicendo al cornac che si eracoricato tutto sul collo dell'elefante:

- Tieni ferma la bestia tu.

- Sísahib.

- Avremo un altro assalto da parte di quei brutti sciacalli.È già il quarto... Quanti sono dunque?

- Ve l'ho dettosignor Sandokan- disse l'indiano che glisedeva a fianco e che stava armando la carabina. - Molti... Ventimilasi dice.

Il fiero bornesepoiché non era affatto un malesealzò lespalle e disse:

- Ma noi passeremo egualmente.

- Badate che quei banditi hanno espugnata e saccheggiataGoalparabattendo i duemila montanari di Sadhja che erano guidati dal figlio diKhampur.

- Se fossero stati comandati dal padreGoalparaapparterrebbe ancora alla rhani e quindi anche a Yanez. E poinoi siamole tigri di Mompracem che tante e tante volte hanno vinto gli inglesi per terrae per maree quegli uomininon offendertiKammamurisi battono meglio degliindiani.

- Non dei maharattiperòsignor Sandokan. Abbiamoperdutoè verola nostra indipendenzama quante madri inglesi hanno pianto iloro figli caduti nella lontana India? E molti ne sono mortiin mezzo alle junglein mezzo alle selveintorno alla città ed ai villaggi.

- TaciKammamuri.

Fra le folte mangifere si erano uditi degli urli acutiurlilugubrisimili a quelli che manda il lupo quando è affamato e scorrazza lemontagne.

- Credi tuche sei indianoche questi siano urli disciacalli? - chiese Sandokan.

- Nosignorequantunque abilmente imitati - risposeKammamuri.

- Siamo lontani dalla capitale?

- Solamente sei o sette migliama mi stupisce grandementeuna cosa.

- Parla.

- Che non vedo le cime né di pagodené di moschee. Eppurel'orizzonte è ancora bene illuminato.

- Che Yanezvedendosi perdutoabbia dato fuoco a Gauhati?

- Lo credosignor Sandokan.

- Ma sappiamo dove trovarlo?

- Nella città sotterranea.

- Sarà ben sicuro laggiú?

- Poche carabine bastano a difenderne l'entrata.

- Allora sono tranquillo. Ancora dei segnali?

Si alzòe volgendosi verso gli uomini che montavano glialtri quattro elefantigridò con voce tonante:

- Pronte le mitragliatrici!... C'è un nuovo attacco.

«I cavalieri si stringano presso gli animali.»

In quel momento alcuni colpi di fucile rimbombarono in mezzoalle mangifere. Facevano gran fracasso e nessun dannoessendo forse le carabinemaneggiate da gente piú abituata ad usare il tarwar ed il bastoneanziché le armi da fuoco.

- Cornac! - gridò Sandokan. - Lanciate gli elefanti!Ormai sono abituati a questa musica!

I cinque giganteschi animaliscortati dai cavalierisimisero in moto a mezza corsabarrendo spaventosamente. Non tenevano però laproboscide alzata per paura di ricevere qualche palla.

Le mitragliatrici erano pronte. Bastava solo che gliassalitori si mostrassero per scatenarlema gli sciacalli di Sindhiacheavevano già provato il fuoco di quei terribili ordigni di guerrasi guardavanobene dal mostrarsi.

I cavalieri peròquando vedevano qualcuno attraversare icespugli a gran corsao per unirsi ai compagnio per scegliersi una miglioreposizionedi quando in quando facevano tuonare le loro grosse carabine di marecariche fino a mezza canna di piccoli chiodi di rame. Quei colpi non sempreuccidevanoma sbarazzavano il terreno dagli assalitorii quali non sapevanoresistere ai morsi crudeli di quel nuovo genere di mitragliausato solamentedai pirati malesi.

Per un buon chilometro i cinque elefanti procedettero semprea mezza corsa e sbucarono finalmente nella pianura che si stendeva al sud dellacapitalepriva di boschi e di jungleperché quei terreni erano staticoltivati a risaie.

Kammamuri mandò un altissimo grido:

- La capitale è scomparsa!... Non vedo altro che la vecchiamoschea che sorge presso l'entrata della città sotterranea.

- Infatti non si vedono che dei bastioni semi-sventrati -rispose Sandokan. - Dev'essere stato un bell'incendiopoiché dei templideipalazzi e delle case ve n'erano in gran numero in Gauhati. Che si sia arrostitoper casoanche Yanez? Ah! Sindhia me la pagherebbe ben cara la morte del miofratellino bianco.

La sua fronte si era corrugata tempestosamenteed i suoiocchi nerissimi avevano mandato dei baleni terribili. La Tigre della Malesia nonera ancora invecchiata.

- Mi hai uditoKammamuri? - chiese dopo un breve silenziorotto solo dallo sbuffare degli elefantii quali pareva che avessero neipolmoni dei mantici giganteschi.

- Se il Maharajah ha avuto il tempo di rifugiarsinelle grandi cloachee l'avrà certamente avutonoi lo troveremo ancora vivo.

Sandokan respirò a lungo come gli avessero tolto dal pettoun masso enorme che lo comprimessepoi riprese:

- Tu credi dunque che sia salvo?

- Sísignor Sandokan.

- E la rhani? Ed il piccolo Soarez che tanto desiderodi vedere?

- O saranno con luio li avrà avviati prima verso lemontagne. Sapete quanto Yanez sia prudente.

- Símolto piú di mee se non ci fosse stato lui afrenarmichi sa se sarei ancora vivo. Orsútutto pare che vada bene. Solequattro miglia ci separano da quella moscheadistanza che i nostri elefanti edi nostri cavalli supereranno in un batter d'occhio.

- Se ci lasceranno tranquillisignor Sandokan.

- Ci diano pure battaglia quegli sciacalli; anche se sonomoltimoltissiminoi siamo pronti ad accettarla.

- Vi è però un pericolo.

- E quale?

- Che poi ci assedino.

- Dentro la città sotterranea?

- Sísignor Sandokan.

- Manca l'acqua là dentro?

- Ve n'è perfino troppa.

- Ed allora tutto andrà bene: cinque elefanti da mangiare equasi cento cavalli da scuoiare. Ne avremo per resistere a lungo.

- E la legna?

- I miei uomini sono abituati a mangiare la carne anchecruda; e poise ne avremo bisognotenteremo delle uscite furiose e ciprovvederemo. Orsúbastaora è il momento di riprendere un'altraconversazione. Li vedi correre e nascondersi nei fossati delle risaie?

- Sísignor Sandokane quei birbanti son dieci volte piúnumerosi di noie quello che è piú grave ancoravedo non pochi rajaputi.

- Ahquei bravi rajaputi che si vendono cosífacilmente - disse Sandokanstringendo i denti. - Sarà su di loro che faremotuonare le nostre mitragliatrici. Gli altri ben poco contano.

Per la seconda volta si alzò gridando ai cornac:

- A gran corsa!... Diritti verso quella moschea che vedetelaggiú!...

Cinque o seicento uominifra i quali si trovavano non pochi rajaputierano balzati sugli argini delle risaiesparando all'impazzata. Le cinquemitragliatricitre volte a destra e due a sinistra subito crepitaronoscagliando proiettili in tutte le direzioni.

Nel medesimo tempo i cavalieri avevano aperto il fuoco colleloro grosse carabine.

Quell'uragano di piombo e di rame non parve però chespaventasse troppo gli assalitoriquantunque molti cadessero ad ogni istantedentro i canali delle risaie morti o feriti.

Gli sciacalli di Sindhia correvano all'assalto con uncoraggio disperatodecisia quanto parevaad impedire a quella colonnacheveniva dal sudl'entrata nella capitale distrutta o nella città sotterranea.

Si scagliavano con impeto selvaggioin grossi gruppicorrendo all'impazzata ed urlando spaventosamente. Assalivano a destra ed asinistra procedendo animosamente e non cessando di spararema quasi sempre acasaccio.

La colonna infernale peraltro non si arrestava. Procedevarapidasempre mitragliandomentre i cavalieri eseguivanodi quando in quandodelle cariche furiose coi pesanti kampilangs in pugnoproducendo suglisciacalli di Sindhia delle ferite spaventose e forse inguaribili.

Dinanzi a quegli attacchi furibondi gli assalitoricontinuavano a scompigliarsi ed a fuggire attraverso alle risaiema nontardavano a raggrupparsi intorno ai rajaputii soli che osasseroresistereed a far uso delle loro carabine.

Dalla parte dei malesidi quando in quando cadeva qualcheuomo che non veniva abbandonato dai compagni sul campo di battagliacollasperanza di poterlo ancora salvare.

Ma le cinque mitragliatricimaneggiate da uomini abilicompivano delle vere stragied erano soprattutto i rajaputi chepagavanoperché Sandokan non faceva fuoco che su di loroben sapendo cheerano le uniche truppe solide che aveva l'ex rajah.

Quegli arditi mercenari dall'aspetto brigantescocadevano agruppi sugli arginidentro i canali delle risaie; eppure tentavano diraccoglierecon altissime gridaintorno a loroi pariai fakiriibraminitutta gente non abituata certamente alla guerra.

- Tengono duroma noi la spunteremo - disse Sandokan aKammamurimaneggiando la mitragliatrice. - Se non vi fossero i rajaputilagiornata sarebbe già vinta; però Sindhia s'inganna se crede di arrestarciprima che noi giungiamo nella città sotterranea.

Le scariche si succedevano alle scariche con frequenzaspaventosaed i proiettili sibilavano dentro le risaie. I cavalieri cosímalesi come dayakierano tornati a stringersi intorno agli elefanti e siservivano delle loro grosse carabinelasciando in pace i kampilangsgiàarrossati di sangue.

La vecchia moschea non era che a tre chilometri. Le suecupole si disegnavano nettamente sul fondo del cielo diventato d'un azzurro cupopoiché il sole era ormai già tramontato.

Erano moltituttavia Sandokan non disperava affatto digiungervi malgrado i continui e feroci assalti degli sciacalli di Sindhia.

Aveva portato con sé molte casse di munizioni destinatesoprattutto alle mitragliatricie non faceva economia di proiettili né facevafarne agli altri.

- Giú!... Spazzatemi questa canaglia!... - gridava. - Noiche abbiamo vinti gli inglesi in dieci battagliedovremo cadere dinanzi a deimiserabili paria?

Vedendo che gli assalitorimalgrado le terribili perditesubitetornavano a radunarsi intorno ai pochi rajaputi sfuggiti al fuocoinfernale delle mitragliatricisi volse verso i suoi cavalieri.

- Addosso coi kampilangs in pugno!... - gridò. -Sbarazzatemi la via ora che il terreno è piú propizio.

Gli elefanti intanto avevano lasciate le risale e marciavanoa gran corsasu una landa vastissima interrotta solamente da gruppi di banani edi radi cespugli.

I malesi ed i dayaki attesero che le mitragliatriciavessero sgominato l'ostinato avversariopoi caricarono all'impazzatamaneggiando con mano robusta i loro pesanti sciaboloni.

La colonna infernale passava attraverso i corpi deglisciacalli di Sindhiatutto rovesciando al suo passaggio.

Ormai piú nessuno poteva arrestarla. Sarebbero statenecessarie tutte le forze dell'ex rajahforze che si trovavano forsedisperse intorno alla vasta città distrutta ed occupate a rimescolare le ceneridelle pagodedelle moscheedei palazzidei bengalowcolla speranza ditrovare dell'oro e dell'argento.

Gli elefanti impressionati da tutti quegli spari e da tuttequelle gridae resi furibondi per qualche feritasi erano slanciati a grancorsa barrendo spaventosamente.

Quei cinque gigantimontati da uomini che parevanoinvulnerabilie che colle mitragliatrici seminavano dovunque la mortefacevanopaura.

Gli sciacalli di Sindhiagià sgominati dall'ultima caricaatterriti da tutti quegli spari che si succedevano senza treguae cheabbattevano sempre gruppi d'uomininon osavano piú opporre alcuna resistenzaanche perché il terreno scoperto non si prestava piú.

Fuggivano da tutte le partipiú lesti dei nilgògettandoperfino le carabine per essere piú leggeri. Anche i pochi rajaputispaventatidalla carneficina compiuta dalle mitragliatricinon resistevano piú. Fuggivanodinanzi alla colonna infernale.

- Era tempo che se ne andassero - disse Sandokanscaricandoun'ultima volta la sua mitragliatrice sui fuggiaschi. - Ci prendevano per deiconigli?

Alzò la voce e gridò:

- Spingetespingetecornac!... Siamo ormai a pochipassi dall'asilo sicuro.

- Lasciate ora a me la direzione degli elefanti - disseKammamuri. - Io solo conosco il passaggio.

- Potranno entrare le bestie? - chiese Sandokan.

- L'arcata è cosí grande da permettere l'entrata anche adun piccolo esercitoe poi vi sono le due banchine che sono vastissime. Cavallied elefanti potranno avanzarsi senza alcun pericolo di cadere nelle acquefangose del fiume nero. Ci vorrebbe peraltro qualche torcia.

- Ne abbiamo una cassa piena. Sta proprio sotto i tuoi piedi.

Il maharatto con due colpi del calcio della suacarabina sfondò le tavoleprese ciò che aveva chiesto e l'accese subitogridando agli altri cornac:

- Seguite sempre il mio elefante ed io rispondo di tutto.Badate che nessun animale si sbandi quando saremo entrati nella grande cittàsotterranea!...

Presso la vecchia moschea una banda composta di pariao di fakirio di bandititentò un ultimo assalto per arrestare lacolonna infernale prima che si sprofondasse sotto le tenebrose volte dellagrande cloacama non era cosí formidabile da opporre una lunga resistenza.

Le mitragliatrici tuonarono per l'ultima volta abbattendofile intere di combattentipoi i cinque elefanti ed i cento cavalieriscomparvero sotto la gigantesca arcatacorrendo su una delle due banchine.

La torcia di Kammamuri serviva da faro.

Ad un tratto delle voci echeggiarono fra le tenebre:

- Chi va là!... Chi va là!...

- Siamo le tigri di Mompracem! - gridò Sandokan con vocetonante. - Non fate fuoco!...

- Era tempo che tu giungessi!... - gridò una voce.

- Ahsei tuYanez? - chiese Sandokan. - Sono ben lieto diessere giunto ancora in tempo per salvarti.

Un gruppo d'uomini si avanzavaagitando due torce. Erapreceduto da un uomo biancodalla lunga barba brizzolatadi forme gagliardevestito interamente di flanella bianca sottilissima. A fianco di quel bell'uomosi avanzava un indiano dal lineamenti finila pelle appena abbronzatagliocchi nerissimivestito mezzo da cipai e mezzo da rajaputo.

Erano Yanezil Maharajah dell'Assamormai tropponotoed il suo fedele compagno Tremal-Naikil famoso cacciatore dellaJungla nera.

Dietro venivano tredici uominitutti indiani e tutti armatidi carabine e di tarwararmi che non valevano molto in unoscontro contro i malesi ed i dayakiche si servivano invececomeabbiamo già dettodi sciabole pesantissimei formidabili kampilangs.

Kammamuri aveva fatto fermare il primo elefante e gettare lascala di corda.

Sandokanil terribile pirata malesein un lampo si eraslanciato sulla banchina ed aveva aperte le braccia gridando:

- Qui sul mio cuore tutti e duemiei vecchi amici!...

Il Maharajah e l'indiano si erano gettati verso di luistringendolo gagliardamente.

- Ora basta - disse Sandokan. - La rhani e Soarez sonoin salvo?

- Sí - rispose Yanez. - Prima di distruggere la mia capitaleho mandato l'una e l'altro fra i montanari di Sadhja.

- Saccaroa! ho ben vedutogiungendo quiche nonsorgevano piú né pagodené palazzi. Dicono che io sono terribilema tu nonsei meno di me.

- Non sono forse il tuo fratello bianco? - disse Yanezridendo.

- È vero; ma me n'ero quasi scordato. Sai che sono trelunghissimi anni che non ci vediamo?

Poi volgendosi bruscamente verso Tremal-Naikgli chiese:

- E la tua Darma? E suo maritoquel bravo Sir Moreland? Sonoqui?

- Mai piú; navigano sempre e sono ora nell'Oceano Pacifico.

- E credo che facciano bene a tenersi lontani dall'India -disse Sandokan. - I thugs non sono ancora stati tutti distruttie quellecanaglie sono troppo vendicative.

Poi guardò l'amico bianco sorridendo.

- Dunque tu non sei piú Maharajahmio povero amico?

- AdagioSandokan - rispose Yanez. - Ho sempre un piedenell'impero ed ho i montanari sempre fedeli.

- Mentre quelle canaglie di rajaputi ti hanno traditotutti. Me lo ha detto Kammamuri.

- Non ne ho che uno solodi mille.

- Ne abbiamo gettati giú parecchi peròdi quei mercenariinfedelivenendo quie sento per quella gente un vero odio.

- Ed io non meno di te - disse Yanez. - Se non mi avesseroabbandonatoSindhia non avrebbe mai potuto riporre i piedi sulle costeassamesi. Tutta la canaglia che ha radunata sarebbe andata subito a rotoli.

- E cosí hai perduto le due città piú grosse dell'impero?

- E forse altre saranno cadute nelle mani di quei bricconi.Da ventisei giorni sono quicome un prigionieroe piú nessuna notizia mi ègiunta dal di fuori.

Sandokan lo guardò con stupore.

- Come puoi aver resistito tanto tempo al calore infernaleche regna qui dentro? Dovresti essere biscottato come un pane di sagú.

- Quest'altissima temperatura si è sviluppata cinque o seigiorni fa. Prima le immense volte delle cloache pareva che non si fosseronemmeno accorte dell'incendio che avvampava sopra di loro distruggendo la miacapitale.

Poia poco a poco sono diventate ardenti.

- Non ci cadranno sulla testa?

- Non credo. I mongoli erano troppo buoni costruttori. Puòdarsi che molte gallerie e molte rotonde siano crollatema noi non usciremoattraverso quelle. Sarebbe troppo pericoloso.

- E l'acqua manca? Vedo qui un largo fiume puzzolente chescorre presso la banchina. Certamente io non mi disseterò con quella poltiglia.

- Abbiamo trovata una piccola sorgente che ce ne fornisce inabbondanza.

- E di viveri quanti ne avete? - chiese Sandokan.

- Pensamio caroche da quando ci siamo rifugiati qui nonabbiamo fatto altro che arrostire topi poiché non avevamo avuto il tempo diportare con noi nemmeno una cassa di biscotti.

- Povere bestie!... Quante ne avrete distrutte?... Dellecentinaia e centinaia m'immagino.

- Ma ora eravamo alle prese con la famepoiché irosicchiantispaventatici hanno vigliaccamente abbandonato.

- Non avevano poi torto - disse Sandokansorridendo. - Anessuno piace finire nello spiedo.

In quel momento verso l'entrata della grande cloaca siudirono rimbombare sinistramente parecchi colpi d'arma da fuoco i quali si eranoripercossi lungamente attraverso alle innumerevoli gallerierumoreggiando.

Sandokan aveva fatto un gesto di collera.

- Ah!... - esclamò. - Quei banditio sciacalli che sianoosano assalirci anche qui? Adagiomiei cari. Avrete altre terribili lezioni!...

Poi alzando la voce e volgendosi verso i suoi uomini che sitenevano ancora in sellae che avevano accese parecchie torcedisse loro:

- Togliete le mitragliatrici dalle houdah e portatelecon una scorta di cinquanta personeverso l'uscita di questa immensa cloaca.Gli elefanti rimangano per ora qui. Potrebbero diventarepiú tardistraordinariamente preziosi. Non fate risparmio di munizioni: ne abbiamo inabbondanza.

Venticinque dayaki ed altrettanti malesi saltarono aterra affidando i cavalli ai loro compagnisi strinsero intorno agli elefantiche i cornac avevano fatti inginocchiaretolsero le cinque terribilibocche da fuoco e si allontanarono a gran corsaseguendo la banchina.

- Sempre lesti come scimmie e mai esitanti i tuoi uomini! -disse Yanez con un sospiro.

- Puoi dire i nostri uominipoiché per lunghi anni hannocombattuto con te. Se io sono la Tigre della Malesiatu sei sempre la Tigrebianca di Mompraceme ti rimpiangono quei valorosi che tu hai guidato a tantevittorie sulle terre malesi.

«Giàquesto maledetto impero dell'Assam non ci volevaproprio e non era necessario.»

- E mia moglie?

- È veroè la rhanied ha il diritto diconservarsi lo Stato e di contrastarlo a quel furfante di Sindhia giàdetronizzato.

Ci sarà un gran lavoro da faremio caro Yaneztuttavia ionon mi spavento affatto. Mi piace combattere in India e noiche abbiamo vinto eucciso Suyodhanail famoso capo dei thugs della Jungla neraperla seconda volta sapremo mettere a posto l'ex rajah ubriacone e...

Si era interrotto e si era voltato verso l'immensa entratadella grande cloacadove brillavano in lontananza dei punti rossastri chetalvolta si oscuravano per diventare invece giallastri. Erano le torce a ventoche fiammeggiavano alla foce del fiume fangoso.

Si udirono alcuni colpi di fucilepoi delle scariche fitteserratespaventevolidinanzi alle quali non potevano certamente resistere glisciacalli di Sindhia.

- Odi come cantano le mie mitragliatrici? - disse ilformidabile piratavolgendosi nuovamente verso i due suoi amici. - Senza quelleforse non sarei mai riuscito a giungere fino quipoiché quegli sciacallianimati dalla presenza dei rajaputici hanno dato dei brillantiattacchi. È vero bensí che resistevano soltanto qualche minuto.

- Armi da marina? - chiese il portoghese. - Non ho ancoraavuto il tempo di osservarle. Somigliano a quelle che avevamo a bordo del Redel Mare?

- Molto piú potenti - rispose Sandokan. - Le ho tolte dallamia Perla di Labuan che ora è la nave piú rapida e meglio armata che iopossegga. Ohgli inglesi di Labuan la conoscono e sanno che è in grado ditener testa ai loro incrociatori già troppo antiquatied alle cannoniereolandesi.

- Ah!... - fece Yanezbattendosi con una mano la fronte. - Ela tua amica olandese?

- È sempre la mia fedele amica - rispose il pirata diMompracem con un leggero sorriso. - To'io mi dimenticavo di presentarti un suoparenteun professoreche si dice goda molta fama in Europae che ci aiuteràvalidamente a distruggere le bande di Sindhia.

- Qual professore? - chiese Yanezcon tono un po' ironicoalzando la voce poiché le mitragliatrici facevano un chiasso infernale.

- Ti rammenti quel Demonio della guerra che con unacerta macchina elettrica poteva far esploderea distanzai depositi di polveredelle navi?

- Per Giovese me lo rammento!... E sono quasi certo che sequella granatacaduta proprio nel momento in cui stava per lanciare laterribile scintilla elettricanon avesse ucciso lui distruggendo nel medesimoistante il suo misterioso apparecchiomolte navi di Sir Moreland sarebberosaltate.

- Ed allora Sir Moreland non sarebbe diventato mio genero -disse Tremal-Naik. - Se tutto saltavadoveva ben andare in aria anche lui coisuoi marinai.

- Tu hai ragione - disse Sandokan. - La tua Darma non sisarebbe sposata col figlio di Suyodhana.

- Ma dov'è questo professore? - chiese Yanez.

- Sul secondo elefante. È probabile che si sia addormentatopoiché soffre di sonno.

- Ha anche lui qualche scintilla elettrica per fare esploderele polveri? - chiese Yanez.

- Noha una cassa piena di bottiglie ben sigillate.

- E crederebbequel pacifico professore che viene dallabrumosa Olandadi sterminare...

- Sterminarehai detto? Pretende e si tien sicuro didistruggere tutti gli sciacalli di Sindhia con quelle misteriose bottiglie.

- Che cosa contengono dunque?

- Io non ho capito gran cosae poi non sono un europeo persapere che cosa sono i microbi.

- I microbi?... Che diavolo!... Ha la peste ed il colerarinchiusi dentro quelle bottiglie?

- Che cosa vuoi che ne sappia io? - rispose Sandokan. - Ionon mi intendo che di prahosdi carabinedi parangs e di kampilangs.Lui ti spiegherà meglio.

Prese ad un malese una torciala sbatté per terraedessendo in quel momento cessate le scariche delle mitragliatrici e delle grossecarabine da mares'avvicinò al secondo elefanteil quale stava vuotandoavidamente un mastello che il cacciatore di topi aveva riempito alla sorgente egridò:

- Signor Wan Hornvi presento il Maharajah dell'Assam!

 

 

CAPITOLO II

 

IL PARLAMENTARIO

 

L'europeo dalla pelle roseai capelli biondi e gli occhiazzurri difesi da un paio di occhiali montati in oroa quella chiamata fupronto a svegliarsi ed a discendere dall'houdah.

- Altezza- disse levandosi l'elmo di tela bianca e facendoun profondo inchino. - Vi conosco già assai per famae sospiravo il momento divedervi.

- Voi siete olandese? - chiese Yanezdopo avergli dato unastretta di mano.

- SíAltezza.

- Un professore forse?

- Un medico che ha dedicato tutta la sua esistenza allostudio dei bacilli.

- E perché siete venuto insieme col mio amico?

- Per aiutarviAltezza- rispose l'olandese con vocepacata. - Esperimenterò la potenza dei miei bacilli sui vostri avversari.

- Veramente non capisco benesignor Wan Horn.

- Lo credo: non avete ancora veduto le mie bottiglie entro lequali coltivo quei microscopici animaletti cosí terribili da scatenare lapesteil colerail tifo ed altre malattie.

- Yanez - disse Sandokan interrompendo - tu credi proprio chela volta non cadrà anche se calcinata dal fuoco?

- Ti ho detto che non vi è alcun pericolo.

- Allorafinché voi discuterete di cose che iouomo quasiselvaggionon posso comprenderevi lascio per recarmi verso la foce del fiumefangoso. Voglio vedere coi miei occhi come vanno le cose laggiú.

«Pare che gli sciacalli di Sindhia si siano fitti in capo dientrare qui malgrado il fuoco delle mitragliatrici. Ahla vedremo!...»

Chiamò due malesiprese un'altra torcia e si allontanòrapidamente seguendo la larga banchinamentre dei colpi di fuoco continuavano arimbombare verso l'estremità della grand'arcata.

- Dunque vi dicevo - riprese l'olandesea cui piaceva assaiparlarea quanto parevaquantunque sia cosa piuttosto rara in un olandese -che io sono riuscito a coltivare una quantità enorme di bacillibastanti perdistruggere anche cento milioni di persone in pochi giorni.

- Possibile? Sareste voi il fratello del Demonio dellaguerra? - esclamò il Maharajah.

- NoAltezza - rispose l'olandesesorridendo. - Conoscogià la storia di quel disgraziato inventore.

E poi io non sono un inventore. Non sono che un coltivatorema invece di piantare fagiuoli e patateracchiudo i bacilli piú terribilidentro delle bottiglie che invece di acqua pura contengono un brodo assainutrienteottenuto con siero di vitello e di fegato glicerinato.

- È un po' difficile capirvisignor Wan Horn. Io non sonouno scienziato.

- Capirete subitoAltezza.

Quantunque verso il fondo della grande cloaca continuassero arombare le grosse carabinel'olandese si arrampicò agilmente sull'haudaaprí una cassaprese a casaccio qualche cosa e ridiscese con infiniteprecauzioni.

- Che cos'è questa? - chiese a Yanez.

- Una bottiglia che mi pare piena d'un liquido colordell'ambrama che io non vuotereive lo assicurodottore.

- Noè un vivaio. Entro questo vetro ho coltivato i bacillidella tubercolosi.

- Ma io non vedo alcun insetto agitarsi dentro quel brodo!

- Come sarebbe possibile? I vostri occhi non sono deimicroscopi. PensateAltezzache i bacilli della tubercolosiper esempiochehanno la forma di asticciuole rossesono cosí piccoliche millemessi l'unodietro l'altroraggiungono appena la lunghezza d'un millimetro.

Calcolate poi che occorre un milione di quei terribili esseriper coprire solamente un millimetro quadrato.

- Sicché io non posso vederli.

- Nemmeno se possedeste gli occhi delle aquile.

- E quanti ve ne sono rinchiusi in quel vivaio?

- Tanti da poter inoculare la tisi a cento o duecentomilauomini -rispose l'olandese.

- Voi mi spaventate. Se le vostre bottiglie si spezzassero?

- Morremmo tutti ed in poco tempoperché ho tre vivai dibacilli virgola del colera.

- Mi stupisco come Sandokan vi abbia permesso di portare convoi degli oggetti cosí pericolosi - disse Yanez. - Una disgrazia può sempreavvenire.

- Quale?

- Una palla di cannone potrebbe frantumare la vostra cassa edallora saremmo noi alle prese col tifocolla pestecol colera ed altri malanniancora.

- SperiamoAltezzache la palla non giunga fino alle miepreziose bottiglie. Sarebbe per me una perdita incalcolabile.

- Che avreste ben poco tempo per rimpiangeredottore. Ilcolera vi prende e vi spazza via in poche ore...

- Anche menoAltezza. Ho un vivaio che contiene dei bacillivirgola che fulminano l'uomo appena attaccato.

- Signor Wan Hornrimettete a posto la vostra bottiglia. Unapalla potrebbe entrare nella grande cloaca e spezzarvela fra le mani... E diteun po' - soggiunse Yanez - come vi servireste di questi... chiamiamoli iproiettili della morte sicura?

- Si va a gettare una bottiglia nel campo nemicola sirompee si lascia che i microbi si sviluppino e compiano il loro dovere.

- Ahdovere lo chiamate!

- Il loro compitoallora. Dopo poche ore ecco il coleradichiarato nel campoed ecco gli uomini cadere piú o meno fulminati.

- E chi sarà l'uomo che avrà tanto coraggio da andare aspezzare il vivaio proprio in mezzo ai nemici?

- Ci penso io - rispose l'olandese colla sua solita flemma. -Io sono immune completamente contro tutte le malattie che potrebbero svilupparele mie care bestioline.

- Sta bene; e vi recherete fra le truppe di Sindhia?

- SíAltezzacon due bottiglie ben nascoste in due taschespeciali cucite dentro la mia ampia giacca.

- Non vi fidate di quella gente.

- Sono un europeo; e vedreteAltezzacome io giuocheròquella gente ed il loro rajah.

- Da solo?

- Da solo - rispose l'olandese. - Ho avvicinato i dayaki chenelle selve del Borneo usano ancora fare raccolte di teste umaneeppure nessunoha tagliato la mia. Le genti di Sindhiache sono poi degli assamesiche iosappianon sono mai stati tagliatori di zucche umane.

- Dovete aver del fegatosignor Wan Horn - disse Yanez. - Vivedremo alla prova.

- Quando vorreteAltezza. Il calore che regna nel Borneo enell'India si confà assai ai miei microscopici animaletti.

«Se fossi rimasto in Olandamalgrado le mie curesarebberoa quest'ora morti tutti.

«Fa un po' freddo nel mio paesee molta umidità vi regnain tutto il tempo dell'anno e...»

Un crepitio di mitragliatrici lo interruppe bruscamente. Sicombatteva dunque verso l'ultima arcata della gigantesca cloaca?

Yanez afferrò la carabina che aveva appoggiata contro laparetee dopo d'aver fatto due o tre passi disse al dottoreche teneva semprefra le mani la sua pericolosa bottiglia:

- Vado a vedere come stanno le cose: riprenderemo piú tardila nostra interessante conversazione. Vi consiglioper oradi mandare adormire i vostri bacilli.

E scappò via seguíto da Tremal-Naik e da Kammamuri che siera munito d'una torcia e la roteava continuamente onde ravvivare la fiamma.Tutti e treseguiti a breve distanza da una mezza dozzina di malesi i qualiudendo le fucilate non avevan piú potuto trattenersisi erano slanciati a grancorsa lungo la riva del fiume nero.

Le mitragliatrici stridevanosegno evidente che glisciacalli di Sindhiacome li chiamava ormai Sandokantentavano d'introdursinella grande cloaca in buon numero.

Dopo una corsa velocissima di dieci e piú minutiYanez ed isuoi compagni raggiunsero la Tigre della Malesia.

Le palle sibilavano in ariascrostando ora le pareti ed orala grande volta.

Dal di fuori della cloaca della gente sparava all'impazzatacredendo di spaventare col fracasso di cinquecento o mille fucili i pirati diMompracem. Ahci voleva ben altro per quei vecchi guerrieri incanutiti fra ilfumo di tante battaglie terrestri e marittime!...

- Dunqueun vero assalto? - chiese Yanez avvicinandosi aSandokanil quale scatenava una delle cinque mitragliatriciseduto su un massopresso il quale ardeva una fiaccola.

- Pare - rispose il formidabile uomo. - Ma finché questigiocattoli funzionerannogli sciacalli di Sindhia non metteranno piede quidentro. Il difficile sarà poi l'uscire da questa specie di trappola.

- Vi è il dottore olandese che penserà ad aprirci la via -disse Yanez un po' ironicamente.

- E tu credi?...

- Chi lo sa?

- Io te l'ho portato perché lui mi assicurava di poterdistruggere anche tutta la popolazione dell'Assam in pochi giorni colle suefamose bottiglie piene di non so quali bestioline. Io peraltro conto piú sullemie mitragliatrici e sulle carabine della mia gente... Ohil fuoco è cessatoe si ode un ramsinga sonare insieme con una campana.

«Guarda beneYanez!... Non vedi tu una grossa lampadaavvicinarsi? Che Sindhia ci mandi qualche parlamentario?»

- Sí - rispose il Maharajah. - È un parlamentario.Fa' cessare il fuoco.

Sandokan levò un fischietto d'oro e lanciò tre note acute.Subito le mitragliatrici e le carabine diventarono silenziose.

Nella notte tenebrosa una voce echeggiò al di fuori dellagrande cloaca:

- Porto con me la bandiera bianca!...

- Chi sei? - chiese Yanez.

- Un parlamentario.

- Chi ti manda?

- Sindhia.

- Avànzati.

Poi volgendosi verso Sandokan gli disse:

- Io questa voce l'ho udita ancora e non molto tempo fa.

Tremal-Naikche stava osservando le mitragliatricidisse:

- Io conosco l'uomo che ha parlato.

- Chi può essere?

- È l'uomo che tu avevi legato al cannone sul bastione diMarundiae che invece di farlo saltare in ariacome ne avevi il dirittol'haigraziato.

- Kiltar!... Il bramino!...

- Síquell'uomo ti disse di chiamarsi Kiltar e di nondimenticare il suo nome.

- Ecco un uomo che ci porterà delle notizie preziose - disseYanez.

- Crederai tu alle sue parole? - chiese Sandokansemprediffidente.

- Mi deve la vitae gli indiani sono riconoscenti.

- Vedremo.

Otto malesi colle carabine spianatepreceduti da un dayakoche portava una torciaerano andati incontro al parlamentarioil quale siera avanzato solofacendo ondeggiare una bandiera bianca.

Era un uomo di statura altamagro come tutti i bramini ed i fakiridalla tinta piuttosto fosca ed i lineamenti energiciresi piú duri da unalunga e folta barba nera.

Era tutto vestito di bianco. Solamente alle reni portava unalarga fascia di seta giallaabbastanza in cattive condizioni.

I malesi lo afferrarono e lo spinseroassai brutalmenteverso Yanezil quale era illuminato da un'altra torcia tenuta da un dayako armatod'un kampilang luccicante.

- Gran sahib- disse - mi riconosci? Io speroche tu non avrai dimenticato il mio nome.

- Tu sei Kiltarl'uomo che io ho graziato - rispose ilMaharajah. - Ti ho riconosciuto perfettamente.

«È la seconda volta che ti presenti a me comeparlamentario. Che cosa vuoi? È Sindhia che ti manda?»

- Sígran sahib - rispose il braminofissando cogli occhi il luccicante kampilang del dayako chereggeva la torcia.

- Che cosa vuole quell'uomo?

- Che tu ti arrendagran sahib.

- Ah!... - fece Yanezprendendo a Sandokan una sigaretta. -Quell'uomo è pazzo.

- Lo credo anch'iogran sahib - rispose ilbramino. - A Calcutta non lo hanno curato bene.

- Spiegati meglioKiltar.

- Ti consigliogran sahibdi non cedere. Dopo che tuhai ricevuto quei terribili uomini i quali hanno fatto una vera strage fra i rajaputiche un giorno erano al tuo servizioil rajah è spaventato.

- Buono a sapersi - disse Sandokanil qualeseduto su unamitragliatriceguardava con viva curiosità il parlamentario.

- Tu mi sei debitore della vita - disse Yanez. - Te loricordi?

- Sempregran sahib. Si dice che i morti stannobenissimo nel nirvana che è tanto largo da accogliere tutte le animedegli indúma io sono contento di non esservi andato.

- Ti credo - rispose Yanez ridendo. - Almeno quando siamovivi si può sapere quello che succede nel mondo.

- Non so che cosa sia il mondo - rispose il bramino. - Io nonconosco che l'India.

- Insommache cosa vuoi? Noi non abbiamo tempo da perdere.

- Potremo riprendere questo discorso domani o fra unasettimanagran sahibse cosí ti aggrada.

- Ritornerai qui?

- Noio non tornerò piúperché se portassi a Sindhia lanotizia che tutti voi vi rifiutate di arrendervimi farebbe schiacciare latesta da uno dei suoi elefanti.

- Suoi?... Miei!... - urlò Yanez.

- È vero. I rajaputi te li hanno rubati tutti.

- Vile gentaglia!... - esclamò Sandokan. - Risparmierò dei pariarisparmierò dei braminidei fakirima non quei mercenari. Quanticadranno nelle nostre mani li fucileremoe le nostre grosse carabine di marenon sbaglieranno.

- Ne ha perduti nessuno? - chiese Yanez con un impeto dirabbia.

- Tre o quattro nell'assalto di Gauhati - rispose il bramino.

- Quanti uomini ha?

- Forse quindicimilaperché la colonnache è corsa in tuoaiutoha fatto dei veri massacri con certe armi che non conoscevamo prima. Eraun fuoco infernale che si succedeva senza tregua e rovesciava gli assalitori acentinaia e centinaia.

- Ha paura anche Sindhia di quelle armi?

- Trema quando ode quel sinistro crepitío.

- Anche questo è buono a sapersi - disse Sandokanil qualeaveva accesa la sua pipaincrostata di zaffiri orientali e col bocchino d'oro.- Quest'uomo è veramente prezioso.

Yanez continuava a fumare la sua sigarettacolla fronteaggrottataaccarezzandosi la barba. Pareva che pensasse intensamente.

- Tu non vuoi ritornare? - chiese finalmente.

- Nogran sahibquesta volta mi ucciderebbe.

- Eppure tu dovrai rivedere Sindhia.

Il bramino divenne livido ed i suoi occhi si allargarono dispavento.

- Tu vuoi la mia mortegran sahib- disse. -È vero che mi hai donata la vita.

- Tu non tornerai al campo di Sindhia solo - disse Yanez. -Ti darò un compagno e sarà un uomo bianco.

- Un uomo bianco!... - esclamò il bramino.

Sandokan si era alzato ed aveva vuotata la pipa.

- Che cosa mediti tufratellino! - chiese a Yanezil qualeconservava sempre il suo sangue freddo meraviglioso.

- Tu mi hai portato un uomo bianco che si propone didistruggere tutte le bande di Sindhia in pochi giorni.

«Ebbeneio lo metterò alla prova.»

- Chi? il signor Wan Horn?

- Síe ci farà provare la potenza delle sue bottiglie.

- E ci credi tu?

- Io ho piú fiducia nella mia carabina - rispose ilportoghese. - Pure a certi scienziati si deve credere.

- Se lo dici tu è affare finito. E vuoi mandarlo da Sindhia?

- Certamente.

- Ti ha detto che voleva andarci?

- Sícon un paio di bottiglie piene di bacilli di colera.

- Che cosa sono?

- Sono delle piccole bestie che tu non conosci.

- E se Sindhia lo fucilasse?

- Un uomo bianco? Ohnon l'oserebbe di certo!

- Che cosa dicitubramino? - chiese Sandokan a Kiltar.

- Che accompagnato da un uomo bianco tornerei nel campo diSindhia.

- Che cosa decidi alloraYanez? - chiese la Tigre dellaMalesia.

- Di mettere alla prova i famosi microbi del tuo amicoolandese. Credi che accetterà di recarsi al campo di Sindhia comeparlamentario?

- È un uomo che ha del coraggio e perciò non si rifiuterà.E che cosa vuoi che vada a dire a quel rajah?

- Ci penserò io ad istruirlo. A me basta che possa rompereun paio di bottiglie di bacilli del colera. Non gli domanderò altro.

- Io rispondo di lui.

- Allora tu rimani qui mentre io vado a trovare il dottore.Trattieni Kiltar.

- Ohnon me lo lascerò scappare- rispose Sandokan.

- E guardati da qualche improvviso assalto.

- Tutte le mitragliatrici e tutte le carabine sono cariche.Mi attacchino gli uomini dell'ex rajah se l'osano. Dei suoi pariae dei suoi fakiri farò una marmellata.

Mentre Yanez si allontanava frettolosamentescortato daTremal-Naik e da sei malesiil terribile capo dei pirati della Malesia caricòla pipasi sedette su una mitragliatricee dopo aver ben guardato in viso ilbraminogli chiese:

- Dunque Sindhia spera sempre di riconquistare l'Assam?

- Gli fanno paura i montanari di Sadhja che già altra voltalo hanno vinto.

- E noi no?

- La tua colonna sí. Ha ucciso troppi uomini ed ha fattospecialmente strage di rajaputi. Metà di quegli uominiche costituivanola sua forzasono rimasti sul terreno.

- Hanno meritata la paga dei traditori - disse Sandokanavvolgendosi in una nube di fumo profumato.

- Sítraditori - disse il bramino. - Brava gente in guerrasalda al fuocoma sempre pronta a vendere il loro onore di soldati per qualche rupiadi piúsignore.

- Ohli conosco! Non è la prima volta che vengo in India.

- Iogran sahibho udito parlare assai di te. Tu seil'uomo che ha ucciso Suyodhanail famoso capo dei thugs delleSunderbunds del basso Bengala.

- Si direbbe che tu mi hai veduto un'altra volta.

- Sía Delhiquando tu combattevi per la libertà indiana.Se la memoria non mi tradisceio ti ho veduto sparare i cannoni sui bastionidella porta Cascemir.

- Può darsi - rispose Sandokan. - Rispondevocome potevoai pezzi inglesi che squarciavanocolle loro bombetutte le casematte.

«Tu dunque c'eri quando gli inglesi presero d'assalto lacittà?»

- Sígran sahibe vidiben nascostocaderescannati tutti i miei nipoti che non potevano difendersie condurre via ancheMahomed Bahadurlegittimo discendente dei Gran Mongoli che i rivoluzionariavevano acclamato imperatore.

- Ne so qualcosa anch'io di quelle tristi giornate chelasciarono una macchia indelebile sulle giubbe rosse degli inglesi. Non eranobianchi che montavano all'assalto: erano peggio dei pirati della peggiorespeciepoiché non rispettavano nemmeno le donne e trucidavano freddamente ifanciulli...

«Ma occupiamoci di Sindhia. Credi tu che gli inglesi loabbiano aiutato a fuggire e a radunare tutti quei disperati?»

- Ne sono piú che convintosahib- risposeil bramino. - Il governatore del Bengala non vedeva di buon occhio il Maharajahbianco: pare che le giubbe rosse avessero avuto a dolersi di lui in altritempi.

- E molto! Ma noi all'Inghilterra abbiamo reso un servigioimpagabilepoiché siamo stati noi a distruggere i thugs che popolavanole jungle delle Sunderbundsed il Governo del Bengala c'è statomediocremente riconoscente.

- Sono sempre gli stessi uominisahib. L'uomo dicolore per loro è una pecora da tosare.

- Ohlo so meglio di te e...

Sandokan si era alzato di scattovuotando con un gestobrusco il tabacco che ancora rimaneva nella pipaed aveva fissati gli sguardisu un grosso punto luminoso che si avanzava velocementeseguendo la banchina.

- Yanez - disse. - Vedremo che cosa avrà combinatocoll'olandese.

Era infatti il portoghese che tornava a gran passiaccompagnato da Tremal-Naikdal cacciatore di topi e dal biondo medico che sioccupava dell'allevamento dei terribili bacilli.

- Dunque? - gli chiese premurosamente Sandokanmovendogliincontro.

- Il signor Wan Horn è deciso a tentare l'avventura.

- È veroamico? - chiese la Tigre al dottore.

- Sísignor mio - rispose l'olandese. - Io non ho mai avutopaura degli indianie poi sono un uomo bianco.

- E andate come nostro parlamentario.

- Sono stato istruito dal Maharajah. Basterà che mifermi una mezz'ora nel campo di Sindhia per sprigionare i miei cari animaletti.

- Che sono?

- Bacilli virgola.

- Ne so meno di prima.

- Colerasignor Sandokane forse fulminante.

- Voi avete molte speranze?

- Sísono sicurissimo delle mie coltivazioni - risposel'olandese.

- Avete portato con voi qualche bottiglia?

- Ne ha due in tasca - rispose Yanez.

- Basterannodottore? - chiese Sandokan con un po' didiffidenza.

L'olandese si mise a ridere mostrando una doppia fila didenti che avrebbero fatto buona figura anche in bocca ad un lupo indiano.

- In queste due bottiglie vi sono tanti microbi da uccideremezza popolazione del Bengala.

- Uhm!... Mi pare un po' grossa. Che cosa ne dici tuYanez?

- Da questi scienziati tutto si può aspettarci - rispose ilMaharajah.

- E gli hai dato tutte le istruzioni necessarie perpresentarsi a Sindhia?

- Fingerà di andare a trattare la nostra resa.

- Ed i nostri elefanti come stanno?

- Continuano a lamentarsiquantunque i nostri uomini noncessino di innaffiarli. Fa sempre caldo assai verso l'alto corso del fiumefangoso.

- Non morranno?

- Io credo di noSandokan.

- Mi rincrescerebbe di perderli perché ci sono necessari perraggiungere i montanari di Sadhja.

«E poi io penso che se il tentativo di questo dottorefallisseci servirebbero per dare una carica sfrenata e passare attraverso lebande di Sindhia.

«Sono abituati a udire rombare le mitragliatrici e non sispaventano piú. Animali d'una robustezza eccezionale e d'un valore guerrescoimmenso.»

Additò al bramino l'olandesedicendogli:

- Ecco l'uomo che ti accompagnerà come parlamentario.

- Va benesahib. Io sono pronto a partire.

- Tu avrai un premio di mille rupie - gli disse Yanez.

- Io devo a te la vitaAltezza - rispose il bramino con unacerta nobiltà. - Mi hai pagato abbastanza.

- Noperché io conto di rivederti e di prenderti ai nostriservigi - disse Yanez.

- TuAltezzafarai ciò che vorrai. Ti giuro su Brahma chefino da ora sono interamente tuocorpo ed anima.

- Ti avverto che se vedrai questo sahib spezzare unpaio di bottiglie farai finta di non vederee ti do il consiglio di scapparesubito colla velocità d'un nilgò.

- Io sarò ciecoAltezza.

- Hai una scorta che ti aspetta fuori? - gli chiese Sandokan.

- Sísono giunto con una ventina di rajaputi. Sisono fermati presso la moschea per ricondurmi al campo.

- Signor Wan Hornse non avete paura dei vostri microbipotete seguire quest'uomo. Ci direte piú tardi in quali condizioni di salute sitrova quel caro Sindhia.

- Io non ho paura - rispose l'olandese colla sua voce semprepacata. - Sarò un parlamentario meraviglioso. Lo sono stato ancoraper contodel mio governopresso i dayaki laut.

- E non vi hanno mangiato? - chiese Yanez ridendo.

- Noperché allora ero molto magro e non potevo fornire aquei cannibali che delle bistecche assai spolpate.

Tese la mano a Sandokana Yaneza Tremal-Naiksiabbottonò l'ampia giacca nelle cui tasche interne nascondeva le famosebottiglie e seguí il bramino il quale si era impadronito d'una torcia.

- Speriamo di rivedervi presto - gli gridò dietro ilportoghese. - Nessuno oserà passarmi per le armi - rispose il dottore.

E se ne andò tranquillomentre i pirati della Malesiasempre sospettosipuntavano le mitragliatrici verso la vecchia moschea.

 

 

CAPITOLO III

 

I BACILLI DEL COLERA

 

Un chiarore latteo cominciava a diffondersi verso oriente; ilpianeta Venerein quel cielo terso come un cristallosplendeva superbamente.

Ma tutta la campagnache si estendeva intorno alla distruttacapitaleinterrotta da folti gruppi di banani e di tamarindi che il grandecalore aveva ingialliti e forse spenti per sempreera ancora bruna poichél'alba non si era ancora mostrata pienamente.

Un grosso drappelloformato d'una ventina di rajaputi armatidi fucili e di pistolonisi avanzava attraverso la pianura preceduto da un uomobianco e da un braminoil quale sulla punta d'una lancia reggeva una bandieradi seta piú o meno bianca.

In lontananza luccicavano dei grandi falò i qualiannunciavano un accampamento imponente. Si udivano giungere grida umane ebarriti d'elefanti.

I due uomini che pareva guidassero il drappello erano ilflemmatico olandese e Kiltar.

Il primo aveva accesa una grossa pipa di porcellanacomeusano tutti gli uomini del nord dell'Europae fumava con una flemmasorprendente; il secondo invece masticava qualche cosaforse del betel connoce d'areka e calce vivaa giudicare dai lunghi sputi color del sangueche di quando in quando proiettava dinanzi a sé con una specie di sibilo.

Il drappellodopo d'aver fiancheggiato i bastioni dellacapitalesventrati dallo scoppio delle polveriere le qualimalgrado le portedi ferronon avevano potuto resistere all'uragano di fuoco che distruggeva ognicosasi cacciò su un largo sentiero aperto fra le altissime erbe chiamate kâlam.

Dinanzile luci dell'accampamento brillavano semprementreil cielo si rischiarava rapidamente.

- Sarà alzato il rajah? - chiese l'olandese.

- Non dorme quasi mai di notte - rispose il bramino.

- Che cosa fa?

- Si ubriacatanto per non perdere l'abitudineinsieme coicapi dell'esercito.

- Capi di gran valoreè vero?

- Per me sono dei grandi vuotatori di bottiglie. Di guerradevono intendersene meno dei paria.

- Come credi che mi accoglierà?

- Tu sei un uomo biancosahibe Sindhia ha troppapaura degli uomini che non hanno la pelle abbronzata come noi.

- Purché non mi faccia schiacciare la testa sotto la zampadi qualche elefante!

- Non l'oseràte lo dico iosahib.

- Allora sono tranquillo.

- Tu non hai nessuna armasahib bianco.

- Lo credi? Ho con me solamente due bottiglie.

- Da offrire al rajah?

- Ohno!... Da spezzare una volta entrato nel campoe tiposso assicurare che valgono meglio di tutti i cannoni e di tutte le carabineche possiede il principe.

Il bramino scosse il capopoi mormorò:

- Ahquesti bianchiquesti bianchi!...

- Voglio darti un consiglio - disse l'olandese.

- Qualesahib?

- Di fuggire appena io avrò spezzate casualmente le duebottiglie.

- Contengono delle materie esplodenti?

- Peggio! È un mio segreto e non posso rivelartelo per oraquantunque io abbia in te completa fiducia.

- Ho detto al Maharajah che il mio corpo ed anche lamia animase la desiderasono cose sue.

- Infatti io l'ho udito - rispose l'olandeserimettendosi lapipa in bocca. - Ba'vedremo!... Oh!saprei vendicarmi terribilmente.

Erano giunti all'accampamento il quale si estendeva intorno adelle immense risaie.

Gli indianiche non usano tendeavevano innalzato unagrande quantità di capannucce coperte di foglie di tara e di banani.

Da tutte quelle minuscole abitazioni uscivanoa quattro acinque per volta paria semi-nudi e assai sporchifakiri magricome chiodibanditi dagli sguardi torvi che nelle fasce portavano un veroarsenalepoi dei rajaputi e molti cornac incaricati di vegliaresugli elefanti presi cosí abilmente a Yanez.

Nel mezzo di tutte quelle capannucce si alzavaorgogliosamente una tenda tutta rossala solain forma d'un immenso conosulla cui cima ondeggiava una bandiera azzurra con un leopardo dipinto a fortitintee che pareva fosse lí lí per spiccare lo slancio: era lo stemma deiMaharajah dell'Assam.

Vedendo avanzarsi il drappello dei soldatifecero squillarerumorosamente i gong per dare l'allarmepoi i falò furono rapidamente spentied un centinaio di uomini mosse contro Kiltaril quale faceva ondeggiarevivamente la bandiera bianca gridando:

- Largo!... Largo al sahib bianco!...

Le schiere che si erano subito ingrossate dietro al primodrappelloavendo riconosciuto il braminosi erano affrettate ad aprire le lorofile.

Wan Horn vuotò la pipasi pulí gli occhiali montati in oroe assicurati da una leggera catenella del medesimo metallopoi si mise a fiancodel sacerdoteguardando piuttosto insolentemente i banditi dell'ex rajah.

Ormai il sole era sortoe la vasta tenda di seta rossa siera aperta sul dinanzi.

Quattro rajaputiche avevano dei giganteschi turbantie delle barbe nerissime che coprivano loro quasi tutto il visovegliavanodueper parteappoggiati alle carabine le quali avevano i cani alzati.

Il bramino fece segno all'olandese di fermarsipoi entrònella tenda salutato rispettosamente dalle sentinelle.

Wan Hornimmaginandosi che la conferenza sarebbe stata unpo' lungasi sedette su un grosso tronco d'albero atterrato per alimentare ifuochi notturni e ricaricòcolla sua eterna flemmala pipa borbottando:

- Mi si farà fare un po' d'anticamera.

Attorno a luia una certa distanzasi erano radunatiparecchie centinaia di soldati che avevano piú l'aspetto di straccioni che diguerrierima tutti benissimo armati di fucilidi pistole e anche discimitarre.

- Bell'esercito - borbottò l'olandesedopo la terzaaspirazione che lo avvolse in una nuvola di fumo profumato. - Dove quell'ex rajahha raccolto questi banditi? Ve ne devono essere molti negli altriaccampamenti che ho scorti presso la città distrutta. Vedremo se saranno gentecosí solida da resistere ai miei bacilli.

Aveva fatto una dozzina di aspirazionisempre borbottandoquando vide il bramino uscire dalla tenda.

- Sahib- disse l'indiano avvicinandosirapidamente - il rajah ti aspetta.

- Di che umore è?

- Stava già bevendo non so quale bottiglia di liquoregiallastro. Come suo fratelloè un impenitente ubriacone che tornerà benpresto fra i pazzi.

- Sa che io sono olandese?

- Gliel'ho dettoe pare che si sia ricordato che in Europaesiste una nazione che si chiama Olandae che ha ricche colonie a GiavaaSumatra ed al Borneo.

- Meno male.

Il dottore vuotò la pipatornò ad accomodarsi gliocchialie seguí il bramino entrando nella spaziosa tenda ormai piena di luce.

Su un ammasso di ricchissimi tappeti e cusciniammucchiatiabbastanza disordinatamentestava coricato un indiano dalla pelle appenaabbronzatache poteva avere quarant'anni come sessanta.

Il suo viso era consuntola sua fronte solcata di rugheprofondei suoi occhi nerissimi animati da uno strano lampoquel lampo che siscorge nelle pupille dei pazzi.

Non aveva né barba né baffi e nemmeno capelli.

Vestiva elegantemente con una specie di lungo camice di setabianca ricamato in oroe stretto ai fianchi da un'alta fascia di vellutoazzurro a lunghe frange d'ororeggente una corta scimitarra coll'impugnaturad'oro scintillante di pietre preziose.

In piedi aveva scarpe di cuoio rosso colla punta assairialzataed anche quelle con ricami d'oro.

- Altezza- disse il bramino all'indianoil quale parevamezzo inebetito - ecco il parlamentario.

- Ah!... - fece il rajah.

Al suo fianco stava un ragazzo il quale teneva in mano unabottiglia ed un bicchiere ben capace.

- Versami - gli disse. - Ho bisogno di raccogliere le idee.

- O di offuscarleAltezza? - chiese l'olandese. - Voi bevetetroppo.

Il viso di Sindhia prese una espressione selvaggia e fissòcoi suoi occhiquasi fosforescentil'olandese.

- Che cosa dite voi? - chiese dopo un po' di silenziofacendo segno al ragazzo di porgergli subito la tazza.

- Dico che voi bevete troppo.

- Chi ve lo ha detto?

- Tutti lo sannoanche a Calcutta.

- Ah!... Davvero? - disse il rajah con voce un po'ironica. Afferrò il bicchiere colle mani tremantie lo vuotò d'un fiato.

- Voi non lo crederetesignoreeppure io ora mi sentomeglio e la mia memoria mi si è risvegliata d'un tratto.

- Vi avverto che io sono uno dei piú famosi medici dellecolonie olandesi - disse il signor Wan Hornsedendosi su un cuscino senzaattendere l'ordine del rajah.

- Il bramino che funziona da mio segretario me lo ha detto.Voi siete un amico del Maharajah; non è vero?

- Sísono un suo amico.

- E anche di quell'altro che è venuto dal sud con quellatremenda colonna che i miei uomini non sono riusciti ad arrestare. Ahcheperdite ho subito io!...

- Sísono amico anche di quello.

- Chi è?

- Un principe bornese che ha molte navi e migliaia e migliaiadi soldati non meno valorosi di quelli che formano la colonna infernale.

- Ah! ... Mi ricordo! - esclamò il rajahstringendole pugna. - L'ho conosciutoed è stato lui che ha aiutato il sahib biancoe Surama a rovesciarmi dal trono. Non credevo che avesse tanta audacia da tornarqui.

- Quell'uomoAltezzaha sfidato cento volte gli inglesi diLabuan e li ha quasi sempre vintio meglio schiacciati.

- Ha vinto anche il mio primo ministroin non so quale lagodel Borneo. Sílo soè un terribile uomo e io desidererei vivamente diaverlo nelle mie mani.

- Per farne che cosaAltezza? - chiese l'olandese conaccento un po' ironico. - Vorreste dirmelo?

- Per fucilarlo insieme col Maharajah se fossepossibile. Alla piccola rhani ci penserei poi io a ridurla nell'assolutaimpotenza malgrado i suoi montanari.

- Andate per le spiccevoi.

- Io devo riconquistare il mio tronosahib.

- Che si dice spettiper dirittoalla rhani anzichéa voi.

- Chi vi ha detto questo? - urlò Sindhia con vocearrangolata.

- Conosco la storia dell'Assame so anche che voi aveteucciso vostro fratello con un colpo di carabina mentre gettava in aria una rupiasfidandovi a forarla.

- Quel miserabilecompletamente ubriacodopo aver ucciso acolpi di fucile tutti i suoi parenti che banchettavano tranquillamente nelcortile d'onore del palazzo realevoleva spegnere anche mee l'ho abbattuto.

«Ero nel mio diritto di difendermi. Mi prometteva dilasciarmi vivere se avessi spaccatacon una pallauna rupia lanciata inaria da lui. Non fu la moneta che caddefu mio fratelloil quale avevacommessa l'imprudenza di darmi fra le mani una delle sue carabine.

«Che cosa avete dunque da dire voisahibdi questofratricidio?»

- Io mi sarei pure difeso - rispose il prudente olandese.

Sindhia mandò un grido di gioia.

- Ecco il primo uomo bianco che mi dà ragione - dissedimenandosi come un pazzo e porgendo al ragazzo il bicchiere perché glieloriempisse. - Voi dovete essere veramente un gran medico.

- Perché?

- Perché capite le cose meglio degli altri - rispose l'ex rajah.

- Può darsi.

- Volete bere?

- Nograzie non bevo che acqua.

- L'acqua non dà nessuna forza.

- Eppurecome vedeteAltezzasono grasso e rubicondoepeso forse il doppio di voi.

Sindhia scosse la testatese la destra tremolante verso ilragazzo che gli aveva riempito il bicchierebevve qualche sorso fissando semprel'olandesepoi gli chiese a bruciapelo:

- Dunque si arrendono tutti?

- Chi? - domandò Wan Horn.

- Il Maharajahil principe bornese e gli uomini chel'hanno accompagnato.

- AdagioAltezza. Che io sappia non ne hanno affattol'intenzione.

- E allora perché siete venuto qui?

- Per farvi una proposta.

- Ditedite puregran dottore - disse Sindhiasorridendosardonicamente.

- I miei amici lasceranno la capitale a vostradisposizione...

- Quale capitale? - urlò Sindhia. - Non vi è piú unacapitale nell'Assam.

- Non vi mancano gli uomini per ricostruirla!...

- E i denari?

- Si dice che voi siete immensamente ricco.

- Ah!... Ah!...

- Cosí si dice nel Bengala.

- Benissimo. Concludetesahib.

- Sono venuto a dirvi che il Maharajah ed il suo amicosono pronti a lasciarvi padrone del terrenopurché permettiate loro diraggiungere le montagne di Sadhja.

- Morte di Siva!... Hanno il coraggio di farmi una similepropostamentre io li tengo ormai fra le mie mani?

- Ne siete ben sicuroAltezza?

- Non mi sfuggirannove lo dico iosahib grandottore. So che tutta quella gente si è rifugiata nelle grandi cloache.

- E se quella terribile colonnache porta sugli elefantidelle armi che voi non avete mai vedutee che fanno delle stragi orrendesiprecipitasse attraverso al vostro accampamento?

- La fermeremo.

- Non l'avete fermata prima quando avevate tutte leprobabilità di schiacciarla.

L'ex rajah digrignò i denti come un vecchiosciacallopoi disse con voce piena di amarezza:

- Síè vero; le mie truppe non sono resistenti malgradol'aiuto dei rajaputi.

Gettò via il bicchiere che teneva ancora in manofracassandolo contro un trofeo d'armipoidopo un silenzio piuttosto lungoriprese:

- Insommache cosa volete?

- Mi pare di avervelo detto poco fa - rispose l'olandese. -Sono venuto per ottenere da voi il permesso di lasciar andare i miei amici ed iloro combattenti.

- Voi scherzate! - disse il rajah.

- Vi rifiutate?

- Assolutamente.

- Vi ripeto di guardarvi da quegli uomini che valgono permille e piú i qualicome vi ho dettoposseggono delle mitragliatrici.

- Io sento di essere ancora il piú forte.

- Che cosa farete?

- Li affamerò.

- Hanno cinque elefantied il Maharajahprima diritirarsi nelle cloache e di licenziare i montanariha fatto accumulare immensequantità di provvigioni.

- Io non ho fretta ed aspetterò che abbiano esaurito tutto.

- E come farete a mantenere tutta la vostra gente ora che nonvi è piú una bottega in piedinemmeno di panettiere?

- Vivono con niente i miei uominimio caro sahib grandottore. A loro bastano il riso e le frutta delle foreste.

- Si indeboliranno spaventosamenteve lo dico ioappuntoperché sono un medico.

- Non ve ne preoccupate - disse il rajah.

L'olandese si alzò e disse:

- La mia missione è finita e quindi me ne vado.

- E se vi trattenessi?

- L'Olanda vi farebbe pagar cara questa perfida azioneeanche l'Inghilterra non mancherebbe d'intervenire.

Il rajah rifletté qualche momentopoi disse:

- Siete libero: non voglio che si sparga la voce nel vicinoBengala che io tratto i parlamentari come un re barbaro.

- Dunque siete ben deciso a non lasciar uscire quellepersone?

- Vi ho detto di no.

- Altezzai miei saluti.

Il rajah non rispose nemmeno.

Il dottore uscí e trovò subito il bramino accompagnato daun'altra scortacomposta tutta di rajaputi.

- Mi guidate? - gli chiese.

- Sísahib - rispose Kiltarmettendoglisi afianco. - Non avete concluso nulla?

- Non vuole assolutamente lasciarli andare.

- Lo aveva già detto anche a me.

- Verrai con noi tuo rimarrai qui?

- Vi posso essere piú utile fuori che là dentro. Che cosarappresenterei io? Una carabina di piúed anche pessimanon essendo mai statoun guerriero.

- Come potremo rivederti?

- Sono stato nelle cloacheso che vi sono delle entrate chenon tutti conosconoe spero di ricomparire ben presto.

- Guardati dal colera.

- Non ho mai avuto paura di quel male che...

In quel momento l'olandese incespicò e cadde lungo distesospaccando le due bottiglie piene di bacilli.

- Ahil mio liquore! - gridò. - E non ne ho piú!

Kiltar si affrettò ad alzarloe dalle tasche dell'olandeseuscirono dei pezzi di vetro e una certa brodaccia spessa che non tramandavanessun odore d'alcool.

- Ho capito - disse.

I rajaputi che formavano la scorta non si eranoaffatto preoccupati di quella cadutached'altrondenon poteva essere stataaffatto pericolosa.

Si stupirono peraltro un po' quando videro l'olandese levarsiin fretta la giacca ed il panciotto e gettarli al vento.

- Il sahib gran dottore ha caldo - disse loro Kiltar.- Egli possiede altre vesti. Tuttavia vi ordino di non toccar nullapoichéquel sahib piú tardi potrebbe reclamare tutto nella sua qualità diparlamentario.

I rajaputi sapendo che il bramino godeva la fiduciadel rajahsi guardarono bene dal raccogliere quegli indumentiche giànon potevano avere che un meschino valorespecialmente dopo tutte quellemacchie di brodaccia giallastra che si erano rapidamente allargate sullaflanella bianca.

Il dottoreda uomo previdenteprima di fare quelcapitombolo aveva cacciato in una tasca dei calzoni la sua inseparabile pipalapiccola provvista di tabacco ed una scatola di zolfanellisicché ricominciòsubito a fumare.

Il drappello attraversò il vasto accampamentodestando unacerta curiosità fra gli accampati e verso le nove del mattino giunse dinanziall'imboccatura della grande cloaca.

All'allarme dato dai malesi e dai dayaki chevegliavano intorno alle mitragliatricii rajaputiper paura di ricevereuna scarica da quelle terribili armi che li avevano crudelmente decimati fra le junglee le risaiesostarono.

- Sono il dottore!... - gridò l'olandese a gran voce. - Nonfate fuoco.

Poi volgendosi verso Kiltardisse facendo un rapido cennod'intelligenza:

- Addio bramino.

- Che il vostro dio vegli su di voi - rispose Kiltar.

La scorta si allontanò subito velocementefermandosisolamente nei dintornidella moschea che era stata già occupata da un grossonumero di fakiri e di paria.

- Dove sono dunque il Maharajah e la Tigre della Malesia? -chiese Wan Hornavanzandosi fra due file di guerrieri.

- Vengonosignore - disse il malese rugoso che tuttichiamavano Sambigliong.

Ed infatti non era trascorso ancora mezzo minuto che i duecapi si presentaronoaccompagnati da Tremal-Naikda Kammamuri e dal cacciatoredi topi.

- Dite subito - disse Yanez all'olandese. - Siate breve.

- La mia missione è pienamente riuscitasignori miei -rispose il signor Wan Horn. - Ho perduto la giacca ed il panciottoma ormai imicrobi del colera si moltiplicano a milioni nell'accampamento dei banditi.

- Avete rotte le due bottiglie?

- SíAltezzae senza rompermifortunatamenteil naso.

- Avete veduto Sindhia?

- Mi ha ricevuto nella sua tenda e abbastanza gentilmente.

- Era ubriaco?

- Doveva avere già molto bevuto.

- E vi ha detto?

- Che vi terrà assediati finché avrete mangiato l'ultimopezzo di elefante.

- Raccontate signor Wan Horn - disse Sandokan. - È propriovero che ha con sé molte migliaia di combattenti?

- Molte migliaiasí.

- Truppe solide?

- Ahio non lo credo. Il loro numero peraltro è tale dapoter resistere a piú d'un assalto.

- Dei rajaputi ve ne sono molti?

- Io non ho visitati tutti i campima il rajah sidoleva delle terribili perdite subite da quei forti guerrieri nati per lebattaglie.

- Che cosa ci consigliereste di fare?

- Di rimanere qui e d'impedirea colpi di mitraglial'entrata a qualunque colonna d'attacco.

Fra quarantotto ore tutti i campi di Sindhia saranno invasidai bacilli del coleraed allora vedrete che stragi.

- Tanta fiducia avete nelle vostre coltivazioni? - chieseYanez.

- Vedrete fra poco gli effetti. Il bramino ci saprà direqualche cosa.

- Ahnon è tornato con voi?

- NoAltezzaperché conta di esserci piú utile rimanendofuori.

- E come farà a spingersi fin qui?

- Dice che conosce le cloache e molti passaggi da tutti forseignorati.

- Credi tu che vi siano veramente dei condotti che sbocchinonelle rotonde? - chiese Yanez al cacciatore di topi.

- Può esseregran sahib - rispose il baniano.- Ne ho scoperti anch'io parecchi che sboccavano nelle cantine di certi palazzi.

- Ed allora - disse Sandokan - aspettiamo che questo famosocolera si diffonda e ci apra la stradase pure non porterà via anche tuttinoi.

- Nella mia cassa ho dei vasi pieni di potenti disinfettantiquindi non avete nulla da temere.

- La seduta è tolta. Andiamo a fare colazione con dellacarne di cavalloche non sarà poi cattiva.

- Anzi ottima. È quasi uguale a quella dei buoi e deglizebú - rispose l'olandese. - Ahi miei bacilli virgola!... Altro che lepalle di cannonedi mitragliatricidi carabine e di pistole! Vedretevedrete!...

- Non spaventate i nostri uomini col vostro colera - disseYanez. - Sanno che cos'è quel malanno.

Sandokan raccomandò al drappello delle mitragliatrici diaprire bene gli occhie si diresse coi suoi compagni verso un luogo dellabanchina dove ardeva un magro fuoco.

In lontananza si udivano gli elefanti lamentarsi. Avevanofamee gli assediati nulla avevano da dar loropoiché tentare una uscita perspogliare delle frutta e delle gigantesche foglie quei banani che crescevano inbuon numero presso la moscheasarebbe stato come gettarsi in bocca ai lupi diSindhia. Alcuni malesi avevano stesiintorno al fuoco che mandava piú fumo chefiammedei vecchi tappetimentre altri stavano rigirando sugli spiedi delcacciatore di topi dei grossi pezzi di carne di cavallo.

- Domani cominceremo ad abbattere un elefante - disseSandokansdraiandosi presso il fuoco. - Ormai sono destinati a morire tutti difame.

- E come faremo a portare poi con noi le mitragliatrici? -chiese Yanez. - Anche i cavalli morranno se non possiamo provvederli di erbe.

- Purtroppo - rispose Sandokancorrugando la fronte. - Ionon avevo pensato agli animali.

«Ba'vedremo che cosa saprà fare il colera. Noiresisteremo fino all'ultimo e nemmeno questa volta Sindhia ci avrà.»

Gli arrostipiú o meno ben cucinatifurono deposti sulcoperchio di una cassae tutti si misero a mangiare in silenzioassaipreoccupati dell'aggravarsi della situazione.

Ed intanto gli elefanti in lontananza barrivano furiosamenteed i cavalli nitrivano domandando la colazione.

Quella prima giornata d'assedio trascorse nondimenotranquilla. Le truppe di Sindhiaquantunque si fossero mostrate in grossonumero nei dintorni della vecchia moscheanon spararono un colpo di fucileverso l'entrata della grande cloaca.

Si capiva che le mitragliatriciarmi mai vedute da queibanditiche facevano un grande fracasso e che facevano continua strageavevanoimpressionato tutti.

D'altronde Sandokan e Yanez avevano radunatipresso la focedel fiume fangosotutti i cento uomini giunti dalla lontana Malesiaed avevanofatto condurrenon senza grande fatica da parte dei cornaci cinqueelefantidecisi a lanciarli contro gli avversari in una corsa spaventosa. Giàsapevano ormai che erano condannati al pari dei cavalli.

Il cacciatore di topiseguíto da Kammamuridalfedele rajaputo e da una mezza dozzina di montanariaveva approfittatodi quella calma per visitare tutte le rotonde e le gallerie superiorisede ungiorno di chi sa quante migliaia di miserabilie tutti erano tornati carichi dilegna per poteredurante la notteaccendere dei falò.

- E dunque? - gli chiese Yanezquando lo vide giungerecarico come un muloseguíto da tutti gli altri sette.

- Vi porto una buona notizia - rispose il vecchiogettando aterracon gran fracassoil suo pesante fardello. - La temperatura si èrinfrescataed anche nelle alte gallerie ora si può vivere benissimo.

«Un po' di sudore d'altronde non fa mai male in questipaesi.»

- Dunque l'incendio deve essersi spento completamente.

- SíAltezza; ed era tempo che le casele moschee e lepagode finissero di bruciare.

«Ma vi è di piú. Ho scopertoin certe rotonde che io daanni non visitavodei veri depositi di legnae poi ho veduto i topi ritornarein gran numero.»

- Abbiamo qui abbastanza carnesicché possiamo fare a menoper ora di quei rosicchianti niente affatto piacevoli.

- Non potete direAltezzache bene arrostiti siano cattivi.

- Noma sono sempre topi. Hai scoperto altro?

- Síun passaggio che mette in una vasta cantina. È ancoratroppo caldoma fra ventiquattro ore io credo che noi tutti potremopercorrerlo.

- E gli elefanti ed i cavalli?

- Quel passaggio sarà la salvezza della vostra cavalleriagrossa e leggerasahib - disse il baniano. - Di notte noiusciremo e andremo a fare raccolta di foglie e di erbe. Gli uomini di Sindhianon ci inquieteranno. Sono troppo poltroni.

- Tu dunque non vedi la nostra situazione disperata?

- Oh no!... Con quei terribili guerrieri che ha condotto ilvostro amico e con quelle armi non meno terribilinoi finiremo col lasciarel'amico Sindhia con un buon palmo di naso.

- Sei ottimista.

- Non sono mai stato pessimistae non ho mai avuto dadolermene.

- Gli elefanti ed i cavalli peraltro da ventiquattro ore nonmangiano.

- Domani mattina avranno una colazione abbondante. Il fuoconon può aver rovinato tutte le piantagioni che si estendevano intorno allacapitale.

Mettete a mia disposizione venti di quei terribili uominiedio rispondo di tuttoAltezza.

- Te ne concedo anche quaranta con un paio di mitragliatrici.

- Nole mitragliatrici non passerebbero; e poi possonoessere piú utili a voi che a noi.

- Puoi aver ragione - rispose Yanezil quale apparivamalgrado il suo carattere sempre vivace ed allegroassai preoccupato. - Quandoandrai ad esplorare quel passaggio?

- Appena caduta la nottesignore. È necessario che siraffreddi ancora un po'.

- Io ti accompagnerò con Tremal-Naik. Sandokan intantoveglierà alla foce del fiume nero.

- L'impresa potrebbe essere pericolosa assaiAltezza.

Un sorriso sdegnoso sfiorò le labbra dell'uomo che i malesied i dayaki chiamavano la Tigre bianca.

- Ho provato ben altri pericoli a Mompracema LabuannelBorneo ed anche qui - disse.

- Lo soAltezza. Voi avete uccisoinsieme col vostro amicoil capo degli strangolatori delle Sunderbunds durante l'assalto di Delhi.Tutti sannoanche in Indiache siete degli uomini capaci di rovesciare degliimperi.

- Hai finito?

- SíAltezza.

- Concludi.

- Questa seragiacché lo desiderateandremo a cercare ilcibo ai cavalli ed agli elefanti insieme con voi.

- Siamo intesi.

In quel momento giungeva il flemmatico olandese con un nuovopanciotto ed una nuova casacca di flanella bianca leggerissima e la grossa pipain bocca.

- Ebbenedottorecome vanno le vostre coltivazioni?

- Benissimosignore - rispose Wan Horn. - Ho osservato pocofa le bottiglie dei bacilli del tifoed ho constatato che nulla hanno soffertodurante il viaggio. Si sviluppano meravigliosamente sotto questo clima.

- Sicché dopo i bacilli del colera andrete a inondare ilcampo o i campi di Sindhia con quelli del tifo - disse Yanez sempre ironico.

- Inondare? Ehviaè un po' troppoAltezza - risposel'olandese. - E poi non so se si presenterà un'altra occasione.

«Il rajah non mi riceverebbe certamente due volte. Mifarebbe fucilare dai suoi ultimi rajaputi.»

- Non oserei mandarvi da lui come parlamentario per laseconda volta - rispose Yanez. - Sindhia è un barbaro che non rispetta nessunapersona.

- Aveva già minacciato di trattenermi.

- E non sareste piú tornato vivove lo assicuro. Quell'uomoè crudele come il fratello che egli stesso ha ucciso con un colpo di carabinadurante un banchetto.

- È un pazzosignore. I liquori lo hanno rovinato.

- Lo so che è un alcoolizzato pericoloso. Dunque voi midicevate che occorrono almeno quarant'otto ore prima che i bacilli si sviluppinoe compiano la loro distruzione?

- Forse anche menoAltezza.

- Per Giove!... Questo è un nuovo genere di guerra.

- Che darà dei risultati meravigliosi - rispose freddamentel'olandese. - Altro che le vostre carabinele vostre mitragliatrici ed i vostrikampilangs!... Vedretevedrete!

E quel brav'uomo che si proponeva di assassinarecon le suestrane colturese ne andò colle mani sprofondate nelle ampie taschefumandocome una vaporiera.

- A questa seraallora - disse Yanez al cacciatore ditopi.

- SíAltezza. Conosco ormai la via e non mi smarrirò.

- E potremo noi oltrepassare la linea dei bastioni senzaessere veduti?

- Io lo spero - rispose il baniano. - D'altronde non andremosenz'armi o muniti di semplici bastoni.

Yanez stette un momento silenziosocolla fronte aggrottatapoi si diresse verso il falò che ardeva sulla riva destra del fiume fangosoper comunicare a Sandokan le buone nuove.

 

 

CAPITOLO IV

 

L 'ASSEDIO

 

Non fu che dopo la mezzanotte che Yanez ed il cacciatoredi topiseguiti dall'erculeo rajaputo e dai dodici montanari diSadhjasi misero in marcia per tentare di procurare degli alimenti alle poverebestiele qualidurante la giornataavevano barrito e nitrito senzainterruzione.

Si erano muniti di due torce ed erano tutti armati dicarabinedi pistole e di scimitarre.

Il drappello costeggiò per oltre due miglia il pigro fiumenero che frusciava invece di gorgogliarepoi entrarono in una delle tanterotonde destinate a raccogliere le acque.

Il cacciatore di topi aveva già fatto un segno su una pareteper non ingannarsiquindi poteva ormai procedere tranquillo attraverso legallerie superiori che si estendevano sopra l'immensa arcata e che si diramavanoper la città.

- Quanto impiegheremo a giungere in quella cantina? - chieseYanez.

- Appena una mezz'ora - rispose il baniano. - Non faremo cheuna semplice passeggiatapoiché le gallerie che io ho scoperte sono tutteampie e non avremo bisogno di curvarci per passare.

- Bada di non smarrirti.

- Ohno!... Nella mia testa vi è una specie di bussola chemi guida.

- Si perdono anche i marinai talvolta.

- Non io - rispose il cacciatore di topi con voce ferma.

- Si sarà raffreddata la cantina?

- Io lo spero. Quando vi sono entrato non vi era una taletemperatura da non poter resistere.

- A quest'ora troveremo una temperatura meno ardente.

- Anche qui non regna piú un gran caldo - disse Yanez. - Sisuda un po'questo è veroperò non dobbiamo dimenticare che siamo nel granpaese del sole.

Cosí parlando avevano attraversato un ampio corridoiocosparso di sabbia asciutta che spandeva un odore nauseabondo quantunque fossebianchissimaed erano giunti in un'altra rotondacapace di contenere anchetrenta persone.

Doveva essere stata anche quella abitata dai piú miserabiliabitanti della capitalepoiché anche là dentro si vedevano mucchi di luridistracci che dovevano aver servito come lettidelle foglie secche e dei pezzi dilegna accatastati con una certa cura.

- Ancora due e poi sboccheremo nella cantinao meglio nelsotterraneo scavato sotto qualche grande palazzo - disse il baniano.

- Anche questo fogliame secco può servire pei cavalli se nonper gli elefanti - disse il Maharajahil quale tutto osservavaminutamente.

- L'avevo pensato anch'ioAltezza - rispose il cacciatoredi topi.

- Nelle altre rotonde ne hai veduto?

- Síe anzi l'ultima è ben provvista.

- Buono a sapersi.

- Disgraziatamente gli animali da nutrirsi sono troppi.

- Dimmi la tua idea franca e precisa. Nelle nostre condizioniche cosa faresti?

- Io non mi moverei di qui finché ci sono cavallielefantie topi da divorare. Sindhia finirà per stancarsi e se ne andrà.

- E noi a piedi?

- Non so che cosa direAltezza. Voi siete altri uominimentre io potrei rimanere assediato per anni ed anni senza morire di fame.D'altronde vi siete persuaso che i topibene arrostitinon sono poi dadisprezzarsi.

- Ohnoma finirebbero per nauseare - rispose Yanez.

Il baniano alzò le spalle e continuò la marciacon maggiorrapiditàsbattendodi quando in quandoa terra la torcia che portava.

Il drappello percorse altre lunghissime gallerie che né isecoli né l'umidità avevano guastatetutte ampie e discretamente arieggiate.Regnava però un calore ancora intenso prodotto dall'enorme ammasso di carboniche aveva coperto le vie della capitale.

Dopo un altro quarto d'ora sboccarono in una nuova rotondaassai piú ampia della primae dopo pochi minuti in un'altra ancoraperfettamente asciutta.

- Siamo a poca distanza dal sotterraneo - disse il cacciatoredi topi.

Stava per imboccare un'altra gallerial'ultimaquando sifermò tendendo gli orecchi.

- Che cosa hai udito? - gli chiese Yaneztogliendosi dallespalle la carabina.

- Un passo d'uomo.

- Tu sogni. Sarà qualche esercito di topi affamati.

- NoAltezza: io ho troppo vissuto in queste cloachee nonposso ingannarmi.

- Che abbiano scoperto il passaggio?

- Non lo so: il fatto è che un uomo si avanza.

- Io non vedo nulla.

- La galleria qui descrive una gran curvaAltezza.Quell'uomo non tarderà a mostrarsi.

- Andiamo innanzi o ci fermiamo?

- Sarà meglio attenderegran sahib.

- Spegnete subito la torciaallora.

Fu prontamente obbeditoed il drappello si strinse puntandole carabinee deciso poi a gettarsi innanzi colle scimitarre.

Tutti si erano messi in ascolto e non tardarono a udire unpasso che l'eco della galleria trasmetteva distintamente.

- Tu non ti eri ingannato - disse Yanez al cacciatore ditopi. - Fortunatamente pare che non si tratti che d'un solo uomo.

- Síd'uno soloAltezza - rispose il baniano. - Non deveessere lontano.

- Anzipiú vicino di quello che potete immaginarvi. Ah!...Vedete?

Una lampada era comparsa allo svolto della galleriae subitol'uomo che la reggeva.

Yanez ed il cacciatore di topi mandarono due grida:

- Kiltar!...

- Sísono io - rispose il braminoavvicinandosirapidamente. - Non credevo di trovarvi qui.

- Tu sei entrato da un sotterraneo? - gli chiese Yanez.

- Síd'un grande palazzo che un giorno era stato abitatose non m'ingannoda uno dei vostri ministri.

- Quali nuove rechi?

- GraviAltezza - rispose Kiltaril cui volto si eraoffuscato. - Sindhia lavora attivamente alla vostra perdita.

- In quale modo?

- Un gran numero dei suoi uomini sono stati mandati nelle junglea far raccolta di grossi bambú.

- Non saprei a che cosa gli possono servire. Forse ariedificare la capitale? Riuscirà un bel villaggio facile a bruciarsi.

- Non scherzateMaharajah. Quei bambú servirannocome conduttura d'acqua.

Yanez aggrottò la fronte.

- Vorrebbe tentare di annegarci? E dove prenderà l'acqua?

- Io non soma pare che i suoi fakiri abbianoscoperta una grossa sorgente.

- Ci vorrà del tempo prima che si costruiscano tantecondutture. E poi non credo che queste cloache siano facili ad inondarsiavendoper scolo il fiume nero. Sindhia ed i suoi uomini perderanno inutilmente il lorotempo.

- E se riuscissero nel loro intento?

- Alloraprima di lasciarci annegare come tanti topiattaccheremo a fondoalla disperata; perciò abbiamo bisogno assoluto diconservare i nostri elefanti e quanti piú cavalli potremo.

- Ma quelle bestie non potranno mai passare per questegallerie - disse il bramino.

- Lo soe non sarà da questa parte che noi attaccheremo.

- Dove andrete allora?

- In cerca di fogliame per gli elefanti che soffrono piú deicavalli. Vi sono truppe al di là dei bastioni?

- In certi luoghi síma io vi farò passare attraverso lemuraglie degli antichi giardini che hanno resistito al fuoco. Qualche cosa dellavostra capitale è rimastoma ben poca cosa.

- Il palazzo reale è crollato?

- Distrutto completamente. Anche tutti i palazzile pagodele moschee sono state sfasciate dal fuoco.

- Orsúnon perdiamo tempogran sahib - disseil cacciatore di topi. - Dobbiamo ritornare prima dell'alba.

- Hai ragione - rispose Yanez. - Riaccendete le torce.

Il drappello si rimise in marciaaffrettando il passo. Lagalleria saliva rapidamente e conservava ancora un forte calore sebbene fosseropassati tanti giorni dall'incendio.

Cinque minuti dopo i sedici uomini entrarono in un vastosotterraneo che non doveva aver mai fatto parte delle cloache.

Delle pareticalcinate dal fuocoerano crollateeun'apertura assai larga si era formata.

- Ci siamo - disse il bramino. - Una scala e saremoall'aperto.

- Non ci saranno soldati dispersi fra le rovine?

- Non ho veduto che qualche affamato.

- Ah! ...

- Che cosa aveteAltezza?

- Stanno tutti bene al campo di Sindhia?

- Per ora sí.

- Malgrado la rottura di quelle due bottiglie?

- SíAltezza. Forse la malattia si svilupperà piú tardi.

- Può darsi. Aspetteremo.

Attraversarono il sotterraneogiunsero ad una scala dipietra e si trovarono all'aperto fra una immensa quantità di macerie.

- Povera la mia capitale!... - disse Yanez. - Eppure nonpotevo fare a meno di distruggerla per trattenere gli assalti di Sindhia.

«Senza questo gigantesco incendionon avrei potutoattendere l'arrivo di Sandokan.»

Kiltar si era fermato dietro ad una muraglia tutta neraepareva che cercasse di orizzontarsi fra quel caos immenso di rovine.

- Seguitemi - disse ad un tratto. - Non faremo cattiviincontrima è necessario che spengiate voi le torce ed io la mia lampada.Riaccenderemo piú tardi le une e l'altra se ne avremo bisogno.

Ascoltò per qualche momentopoi si mise in marciaseguendola muragliala quale pareva che si stendesse in direzione dei bastioni.

Un silenzio immenso regnava sulla città distrutta. Parevache fosse diventata la città dei morti.

Tuttaviain lontananzafra le tenebrebrillavano numerosifuochi i quali indicavano gli accampamenti dei banditi di Sindhia.

Il drappello affrettava la marciaprocedendo in filaindianacolle carabine montate.

Fra tutte quelle rovine regnava ancora un gran calore. Sisarebbe detto che in certi luoghianche dopo tanti giorniil fuoco covavaancora.

Ed infattidi quando in quandodelle folate d'ariaardentissimasoffocantesi abbattevano sul drappelloarrestandolo nella suamarcia per qualche minuto ed anche piú.

- Mi chiameranno il Nerone dell'India - disse Yanez. - Ioperò dovevo salvare la mia pelle.

Finalmente i bastioni comparvero. Erano ridotti in uno statomiserando a cagione dello scoppio delle polveriere.

Squarci giganteschiingombri in parte di rottamisiscorgevano qua e làed erano cosí larghi da permettere il passaggio anche diuna grossa colonna d'assalto.

Kiltar che pareva conoscesse la città meglio del Maharajah eperfino del rajaputoguidò il drappello attraverso ad uno squarcioenormesui cui margini si stendevano delle casematte completamente sventrateelo condusse in aperta campagna.

Da quella parte nessun fuoco brillava. Sindhia non avevapensato a circondare completamente la cittànon immaginandosi mai che dallecloache si potessein qualche luogogiungere a fior di terra.

- Ahil famoso guerriero! - esclamò Yanez con voce ironica.- E si vanta un gran capitano! Ben guidati quei poveri pariafakirie rajaputi! Ci vuole ben altro per fare la guerra!

Attraversarono il bastione e si gettarono nella tenebrosacampagnanon rischiarata né dalla lunané dalle stelle essendo il cieloassai coperto.

Intorno alla capitale piante ed erbe ve n'erano inabbondanzaun po' appassite per l'intenso calorema i banani dalle fogliegigantesche avevano resistito meravigliosamente.

Una fattoria si trovava a breve distanza; era una casapiuttosto massicciacircondata da alberi colossali.

Il drappellotemendo sempre un improvviso assaltoquantunque nulla lo facesse presentireinvase l'orto della casa e si mise asciabolare frettolosamente rami ed erbe.

Già avevano completato un buon caricocapace di levare lafamealmeno per una voltaalle bestiequando Kiltar ed il cacciatore ditopiche si erano messi in sentinellasi avvicinarono rapidamente a Yanezil quale fumava la sigaretta con la sua solita tranquillità.

- Altezza- disse il bramino - gli uomini di Sindhia cihanno seguiti e fors'anche circondati.

- Ah!... - fece semplicemente il portoghese. - Mi rincrescesolamente per gli elefanti. Qui vi è una casa e abbastanza solida. Occupiamolae vediamo come sapranno comportarsi i famosi guerrieri di Sindhia. Per Giovegli affari prendono cattiva piega!

«Noi quiSandokan laggiú che non conosce il passaggiodella galleriaelefanti e cavalli affamati!... Come finirà questa storia?»

- Grande sahib - disse il cacciatore ditopi. - Finché vi è tempo volete che ritorni nelle cloache adavvertire i vostri amici della vostra pericolosa situazione? Anche se uscisserovincitori per la foce del fiume fangosochi li guiderebbe qui?

- Tu sei un brav'uomo. Avresti tanto coraggio?

- SíAltezza.

- Va'parti subito. Forse sei ancora in tempo.

- Ohi miei orecchi sono assai acuti e sapranno subitoavvertirmi dell'avvicinarsi del nemico. Io spero di rivedervi presto.

Ciò detto gettò a terra un gran fascio di foglie che si eragià caricato sulle spallee quel diavolo d'uomomalgrado la sua età giàavanzatain un momento scomparve fra le tenebre.

- E tuKiltarche cosa pensi di fare? - chiese Yanezvolgendosi al bramino il qualecurvo verso terrapareva che ascoltasse conestrema attenzione. - Rimani con noi o ritorni presso il rajah?

- Io penso sempre che posso esservi piú utile rimanendo fragli assedianti anziché rimanere con voi.

«Chi vi informerebbe di ciò che succede nei campi diSindhia? Nella mia qualità di braminoio posso attraversare liberamente icampi.»

- Pure mi avevi detto che il rajah voleva fucilarti.

- Ha pensato forse che io sono un uomo troppo preziosoed haabbandonata la sua idea.

«Altezzaprendo il largo anch'io. I guerrieridell'ubriacone non devono essere lontani.

«Voi barricatevi in questa fattoria e tenete duro. Quanticolpi avete per carabina?»

- Cento.

- Vi do anche i miei. AddioAltezzae badate di nonlasciarvi prendere perché il rajah non vi risparmierebbe.

- Ehlo so - rispose Yanez. - Va' anche tu.

Il bramino s'inchinò fino quasi a terrapoi prese a suavolta la corsaper non farsi sorprendere cosí vicino ai nemici del suosignore.

Intanto i montanari e l'erculeo rajaputo avevanooccupata la fattoriala quale era stata abbandonata dai suoi proprietari.

Era una casa ad un solo pianocon quattro stanze e ottopiccole finestreche somigliavano piuttosto a feritoie.

Pochi rozzi mobili si trovavano là dentro; invece in unadelle tre stanzedestinata a magazzinoi montanari avevano subito scopertomolti sacchi pieni di risopoi fagiuolipesce secco per preparare il carried una notevole provvista di legna.

- Gran sahib- disse il rajaputoilquale aveva per primo visitata minutamente la casa - se noi saremo economipotremo tirare avanti una quindicina di giorni.

«Certo che non dovremo levarci completamente la fame.»

- E l'acqua?

- Vi è un piccolo pozzo.

- Io non credevo di aver tanta fortuna. Allora noiresisteremo a lungo.

- Molti colpi abbiamo da spararee questi montanarichesono quasi tutti cacciatoridifficilmente sbagliano il bersaglio.

E poifrugando per benepotremo forse trovare qualcheprovvista di polvere. I contadini indiani ne tengono sempre.

- Cercheremo piú tardi. Ora pensiamo a barricarci. Sonosolide le porte?

- Robustissimecon doppie traverse di legno durissimo.

- Ordinariamente le fattorie hanno sempre un'apertura chemette sul tetto.

- Vi è anche in questa: la scala è nella quarta stanza cheserve da magazzino.

- Allora andiamo a metterci in sentinella. I montanaririmarranno qui e spareranno attraverso le finestre.

Un po' tranquillizzatosi recòinsieme col rajaputonelmagazzino portando la lampada che il bramino gli aveva lasciatamontò unascala di bambú e spinse in alto una piccola botola la quale peraltro lasciavaun'apertura sufficiente al passaggio d'una persona.

- Non mi ero ingannato - disse Yanez allungandosi sul tettoformato di fango ben secco misto a paglia. - Di quassú potremo vedere meglio eseguire le mosse dei banditi. Per Gioveio conto ancora di dare a quellecanaglie una terribile lezione!

- Siamo in pochi ma risoluti - disse il rajaputo.

Si erano alzati sulle ginocchia e si erano messi inosservazione. L'oscurità era troppo profonda per poter distinguere dellepersoneanche perché vi erano intorno alla fattoria degli immensi fichibanianii quali proiettavano un'ombra foltissima.

Invano i due uomini aguzzarono gli occhi e tesero gliorecchi: non videro nullané raccolsero alcun rumore sospetto.

Eppure era convinto che il bramino ed il cacciatore di topinon si erano ingannati.

- Che cosa ditesahib? - chiese il rajaputo.- Io non odo altro che i grilli e non vedo che qualche rada stellascintillare fra gli strappi delle nubi.

- Taci - disse Yanezil quale ascoltava sempre. - Anch'io hol'udito acutissimo e gli occhi buonissimi.

- Vengono? - chiese il rajaputodopo un mezzo minutodi silenzio.

- Mi pare che al di là di quei fichi baniani alcune personesi muovano.

- Saranno i banditi del rajah?

- Chi vuoi che siano?

- Non so come ci abbiano seguiti. Avete fiducia voi in quelbramino?

- Assoluta.

- Io veramente ne ho poca.

- Ci ha dato già due prove di esserci amico sincero.

- Uhm!... Vedremo in seguito. Non vi paregran sahibchegli uomini di Sindhia abbiano una grande paura a montare all'assalto? Aquest'ora dovrebbero essere già qui.

- Sospetteranno forse che noi possediamo una di quellemitragliatrici che li ha crudelmente decimati nelle jungle intorno aglielefanti della Tigre della Malesia.

- Gran brav'uomo quel principe bornese vostro amico.

- E terribile guerriero soprattutto. Ohne farà un'altradelle sue! Credi tu che non venga qui a liberarci?

- Avrà un bel da faregran sahib.

- Ohnon mi preoccupo. Una volta lanciatonessuna cosanessun ostacolo arresta quel prode guerriero.

- Se è riuscito a passare le jungle e a raggiungercinelle cloachelo credo. Anche i suoi guerrieri sono uomini che non temononessuno. La morte non ha mai fatto paura a quei bravi.

In quel momentosotto l'oscura ombra dei grandi fichibanianisi videro brillare delle lampade che subito si spensero.

- Hai veduto? - chiese Yanez.

- Sígran sahib- rispose il rajaputo. -Se provassimo a sparare qualche colpo?

- Le munizioni sono troppo prezioseamicoe dobbiamoeconomizzarle fino all'arrivo di Sandokan.

- Dunque voi credete che verrà?

- Se il cacciatore di topi riuscirà a ritornare nellecloachenessuno piú tratterrà il mio amico. Aspettiamo.

Vedendo che i banditi non si decidevano a farsi viviridiscesero nella fattoria.

I montanari avevano barricate le porte ed avevano acceso ilfuoco mettendo a cucinare insiemein una gigantesca pentoladel risodelpesce secco e delle erbe aromatiche per prepararsi il carri.

Già durante la giornata non avevano ricevuto che una piccolaporzione di carne di cavallomalamente arrostitae si sa che i montanari sonosempre disposti a divorare.

- Questa brava gente non perde il suo tempo - disse Yanezsorridendo.

- L'uomo che ha mangiato combatte megliogran sahib-disse il capo del piccolo drappello.

- Cosí dicono infatti anche i soldati inglesi.

- Gran sahibservitevi. Vi è qui della terraglia cheabbiamo prima accuratamente lavata. Anche voimalgrado le vostrepreoccupazionidovete avere un po' d'appetito.

- È probabilemio bravo - rispose Yanez. - Non ho mai avutonessuna passione per il carrima in mancanza di meglio farò lavorareegualmente i miei denti ed il mio stomaco.

Si erano messi a mangiarementre due montanari erano salitisul tettopronti a dare l'allarme.

Nessuno li disturbò. Pareva che i banditi di Sindhiapessimi soldatinon si decidessero a tentare un attacco.

- Ma noi potremo aspettare qui anche una settimana - disseYanez al rajaputoche era andato ad interrogare le sentinelle.

- Ehnon fidatevigran sahib - rispose ilgiganteaccettando una sigaretta datagli dal portoghese un po' mal volentieripoiché la provvista era diventata piuttosto esigua. - Quegli uomini non sonoguerrieribensí sciacalli.

- Lo sappiamoe che cosa vorresti dire con ciò?

- Mi aspetto qualche brutta sorpresa.

- Quale?

- Che ci arrostiscano vivi.

- Per Giove!...

- Vi sono troppe piante e troppa paglia intorno a questacasa.

- Non abbiamo il pozzo?

- Per Sivahio vi ammiro!... Non ho mai veduto un uomo piúsicuro di sé come voigran sahib.

- Non sarei stato un conquistatore - rispose Yanezsorridendo. - Io penso peraltro che tu possa avere ragionee che qualcheprovvedimento sarebbe necessario.

- Ordinategran sahib.

- Lancia fuori i montanarifa' distruggere la paglia edatterrare le piante che circondano la casa.

- Ne avremo il tempo?

- Mi metterò io in sentinella sul tetto con un paiod'uomini. Tu sai già che io non spreco una carica.

- Non vorrei trovarmi sotto la vostra mira - rispose il rajaputo.

- Va'il tempo stringe.

Mentre il giganteseguíto dai montanariapriva la portache era stata fortemente barricataYanez salí sul tetto portando con sé lalampada del bramino avvolta in uno straccio.

L'oscurità era sempre profonda quantunque l'alba non dovesseessere molto lontana. Grosse masse di vapori continuavano ad offuscare il cielospinte da un vento piuttosto forte che soffiava dal norddalle altissimemontagne dell'Himalaya.

- Nulla? - chiese Yanez ai due montanari che si eranocoricati sul tettotenendo le carabine dinanzi a loro.

- Nogran sahib - rispose uno dei due. -Tuttavia non devono essere lontanipoiché poco fa abbiamo udito l'urlo d'unosciacallo che non era affatto naturale.

Noi montanari conosciamo troppo bene quelle bestie cheinfestano in gran numero le nostre montagne.

Quelle canaglie sono cosí audacialmeno nei nostrivillaggida portar via fino i ragazzi.

- Cose vecchie - disse Yanez. - Potevi raccontarle a tuonipotese ne hai uno.

- Ne ho una mezza dozzinagran sahib.

- Avrai da chiacchierare una notte intera; ma questo non èil momento.

Al primo urlo dello sciacallo hanno risposto?

- Subitogran sahib.

Per la terza o quarta volta l'ampia fronte del Maharajah siera offuscata.

- Per Giove!... - brontolò. - La faccenda è piú seria diquello che credevo. Che cerchino proprio di arrostirci?

- Gran sahib...

- Taci!...

Yanez si era alzato sulle ginocchia ed aveva puntata lacarabina.

La canna parve che seguisse per qualche istante un'ombrapoiuna formidabile detonazione ruppe il silenzio della nottesubito seguita da ungrido acutissimo.

- Preso! - disse uno dei due montanari aguzzando gli occhi.

- Lo credo - rispose il portoghese. - Un Maharajah devetirare come un famoso guerriero.

- Ecco un uomo di meno che rimane a Sindhia.

- Ben poca cosa - rispose Yanez con voce un po' amara. - Unamitragliatrice del mio amico avrebbe già spazzato tutto il terreno intorno aquesta topaia. Disgraziatamente i passaggi delle cloache erano troppo strettiper far passare quelle armi formidabili. Ohgiungeranno. Io non disperoaffatto.

Ricaricò tranquillamente la carabina e si distese sul tettospingendo lo sguardo lontano.

I due montanari si erano spinti fino all'orlo del tettocolla speranza di fare anche loro qualche buon colpo che assottigliasse leschiere troppo numerose dell'ex rajah.

Con grande sorpresa di tutti gli assediati non si effettuònessun attacco da parte degli assedianti. Avevano avuto paurao volevanoaspettare la luce per meglio studiare le forze degli avversari?

- Ecco una notte perduta inutilmente - disse Yanez. - Eppureavrei avuto tanto bisogno di schiacciare un sonnellino. Quando si potrà?

Accese un' altra sigarettalanciando ben lontano ilfiammiferoperché il tetto non prendesse fuocoe s'alzò in piedi guardandoda tutte le parti.

Il sole cominciava ad apparirefugandocon rapiditàfulmineale tenebre. Già si sa che in quelle regioni non esistono si puòdirené albe né crepuscoli.

- Ahah! - fece Yanez. - Non si era ingannato il cacciatoredi topicome non si era ingannato il bramino.

Poi volgendosi verso i due montanaridisse:

- Sualzatevi e guardate anche voi.

I due uomini si alzarono subito e spinsero lontano i lorosguardi acuti sulla vasta pianura indorata dal soleche si rompeva solamente aibastioni mezzo sventrati della capitale.

A cinque o seicento metri dalla fattoriafra le risaiesiaggiravano alcune centinaia di banditiper la maggior parte fakiri e pariama non vi mancavano dei minuscoli drappelli di rajaputi.

- Che cosa dite voi? - chiese Yanez ai due montanari.

- Che quella gente non osa attaccarci - risposero insieme.

- Che vogliano affamarci?

- Sarà piú probabilegran sahib - disse ilpiú vecchio dei due montanari. - Arrischiano meno.

- Ma forse c'inganniamo - disse il portoghesealzandorapidamente la carabina. - Ecco laggiú un fakiro che si avanza verso dinoifacendo sventolare un lurido straccio. Non lo lascerò certamente avvicinartroppo.

Quel furfante viene a spiarci fingendosi un parlamentario.Ahnocaro mio. Non ci s'inganna cosí.

Un uomo infatti aveva attraversato la linea dei foltissimifichi banianie si avanzava lentamente facendo ondeggiare il suo straccio chedoveva essere un lurido dugbah.

Apparteneva alla casta dei fakiri chiamati nanck-punthysubito riconoscibili per una usanza loro particolarela cui origine èignotaed è quella di portare una sola scarpa ed una sola basetta.

Aveva in testa un largo turbantemolto sporcoadorno disonagli d'argentoed intorno al collo delle file di perle intrecciate con filidi ferro.

Il vestito consisteva in un gonnellino d'un coloreimpossibile a definirsi ed abbastanza sbrindellato.

Questi fakiri non sono prepotenti come i saniassichesono veri saccheggiatori i quali s'impongono a tutti e saccheggiano senzamisericordia le ortaglie dei poveri coltivatori.

Girano in grosse bandebattendo due bastoni l'uno control'altro e recitando nel medesimo tempocon una speditezza incredibileun pezzodi qualche vecchia leggenda indiana che cantano. Guai però se la gente non fala carità a quei miserabili! Tutte le maledizioni che si possono immaginarepiovono sul povero contadino che non ha un quarto di rupia da regalarloro.

Il fakiroattraversati i folti vegetalisi erafermato a circa centocinquanta metri dalla casacome se fosse poco risoluto diandare avanti.

Yanez fece colle mani portavoceconsegnando per un momentola sua carabina ad un montanaroe gridò a pieni polmoni:

- Che cosa vieni a fare tu qui?

Il fakiro agitò disperatamente il suo bastonepoirispose in lingua inglese abbastanza pura:

- Mi manda il rajah Sindhia.

- Che cosa vuole da noi? Delle palle di carabina?

- La vostra resa.

- E per trattare un simile affare manda da me un pezzente? Iltuo padrone vuole burlarsi di noi! Ti do subito un buon consiglio: non fare unpasso innanzi perché ti fucilo!...

- Sono un parlamentariosahib.

- Tu non sei altro che un bandito. Gira sulla tua unicascarpae va' a dire ai tuoi compagni che siamo in cinquantaben provvisti diviveri e di munizionie che perciò non ci arrenderemo senza un terribilecombattimento.

- Abbiamo dei rajaputi.

- Síquelli che erano ai miei servigi!... - urlò Yanezperdendo la sua flemma abituale.

- Ora sono del rajahsahib.

- Come!... Tu osi chiamarmi semplicemente signore e nonMaharajah! E che cosa sono dunque io?

- Un principe senza trono - rispose audacemente il fakiro.

- Chi te lo ha detto?

- Sindhiae poi dove si trova la tua capitalesahib?

- Un pezzo nelle cloache ed un pezzo qui - rispose Yanezilquale si tratteneva a stento.

- Bella capitale!... - gridò il fakirocon vocesardonica. - Vale meno della mia miserabile capanna.

- Non so se la tua capanna sarà difesa come questa.

- Forse piú ancoraperché è sempre piena di serpenti.

- Bestie che non ci farebbero certamente paura. Ora penso chetu hai chiacchierato abbastanzae ti invito per la seconda volta a girare sullatua sola scarpaprima che mi sfugga qualche colpo di carabina.

- Un momentogran sahib. Che cosa devo rispondere al rajah?

- Che qui ci troviamo assai beneche mangiamobeviamo efumiamo senza preoccupazioni. Orase credipezzenteda' l'ordine ai rajaputidi attaccarci.

- Occorrerebbe che sapessero quanti uomini avete voi.

- Cinquantacon due mitragliatrici.

- Ahle brutte bestie!

- Ora vattene. È tempo!... Abbiamo parlato abbastanza. Va'e non volgerti indietro.

- Ci rivedremo piú presto di quello che credetegran sahib-rispose il fakiro a gran voce. - Ohvi strapperemo la corona!

Yanez aveva appoggiato un dito sul grilletto della carabinama si arrestò dicendo:

- Ba'lo ucciderò un'altra voltaquando non agiterà piúquello straccio.

Rispettiamo i parlamentari.

Si sedette sul tetto guardandosi intorno.

I dieci montanari che erano rimasti sottoguidatidall'erculeo rajaputoavevano portato via i covoni di paglia gettandolientro una vicina risaia abbondantemente irrigataed avevano atterrati tutti icespugli che si trovavano nelle vicinanze perché i nemici non potesseroincendiarli.

Né i rajaputiné i pariané i fakiri avevanoosato sparare un solo colpo di fucile.

Le mitragliatrici di Sandokan dovevano averli terribilmenteimpressionati; e per timore che se ne trovassero alcune anche nella fattoriagiudicandosi troppo deboli forseerano rimasti assolutamente inattivi.

Quella tranquillità peraltro non era fatta per assicurarecompletamente il portoghese.

- Qui si giuoca davvero la mia corona - disse. - Se non vieneSandokan coi suoi prodi in mio aiutofiniremo tutti malamente. Ba'la guerraè la guerraed io sono cresciuto fra il rombo dei cannonidelle spingarde edelle carabine. Vedremo!...

 

 

5. La ritirata

 

Il cacciatore di topiappena lasciata la fattoriasiera slanciato a corsa furiosaorientandosi alla meglio. Abituato a vivere frale tenebrenon aveva bisogno di lumi per dirigersi; i suoi orecchi poi avevanouna acutezza straordinaria.

Quel vecchio possedeva una energia indomabileed aveva deimuscoli d'acciaio. Lanciatocorreva come un veltro.

Aveva già sentiti i nemicimeglio che uditiperciò sistudiava di evitarli. Disgraziatamente la notte era troppo oscura anche per unuomo abituato a vivere fra le tenebre delle cloacheed andò a cadere fra lebraccia di due rajaputi che si erano messi in agguato dietro la linea deifoltissimi fichi baniani.

- Chi sei? - gridarono i due guerrieriavvinghiandolostrettamente e gettandolo ruvidamente a terra.

- Il padrone di quella fattoria che vedete laggiú - risposeil cacciatore di topi. - Sono venuti degli uominimi hannopuntate delle pistole alla golae poi mi hanno scaraventato fuori della portacome se fossi un sacco di stracci.

- E dove fuggivi ora? - chiese il piú anziano dei dueguerrieri.

- Non lo so nemmeno io - rispose il baniano. - Correvo senzauna meta fissa per paura che quegli uomini mi uccidessero.

- Ve ne sono molti dentro quella casa?

- Ne ho veduti moltima non saprei precisarti il numerosahib.Ero troppo spaventato.

- Non hai veduto delle armi grosse?

- Dei cannoni?

- Nonodegli strumenti strani che hanno delle cannedisposte in forma di ventaglioe che fanno un fuoco infernale.

- Síinfatti mi parve di aver veduto qualche cosa disimile.

- Si chiamano mitragliatrici.

- Non so che bestie siano. Io non sono che un poverocoltivatoreora irreparabilmente rovinatopoiché né il rajahné ilMaharajahné la rhani mi compenseranno della perdita della miafattoria.

- Chi forse ti pagherà sarà il rajah - risposeil rajaputo.

- Hai detto forsesahib.

- La guerra costa caraed il nostro padronealmeno per oradeve avere le casse vuote.

- Allora non mi rimane che di cercare di raggiungere alcunimiei parenti che posseggono pure una fattoriaed offrire loro le mie ultimeforze per non morire di fame.

- Si trovano molto lontani?

- Una trentina di miglia per lo meno - rispose il cacciatoredi topi.

- Le tigri od i leopardi ti mangeranno prima di giungervi.

- Cosí avrò finito di soffrire. Ormai sono vecchiomoltovecchio.

- Ma correvi come un giovane sciacallo.

- La paura mi aveva messo le ali ai piedi.

I due rajaputi si scambiarono uno sguardopoi quelloche aveva sempre parlatodisse al compagno:

- Lasciamo andare questo disgraziato che la guerra ha messocompletamente in terra.

- E se fosse una spia del Maharajah? - chieseil piú giovane rajaputo.

- Non si servirebbe certamente di gente cosí vecchia. Ormaiabbiamo saputo abbastanza e questo povero uomo non potrebbe darci maggioriinformazioni.

- Fa' come vuoi.

- Vecchiosei libero e guardati dai cattivi incontri. Tu saiche nelle jungle si nascondono non poche belve feroci sempre affamate dicarne umana.

- Buona nottesahib - disse il banianofingendosi commosso. - Voi siete buoni.

Poi riprese la corsa e scomparve ben presto nelle boscaglieche si estendevano al sud della capitale e che conosceva a palmo a palmoessendo stato anche cacciatore.

Non osava dirigersi subito verso le cloachetemendo che idue rajaputi lo seguissero da lontano.

Percorse un paio di migliaquasi sempre correndopoi sispinse attraverso le risaie e raggiunse i bastioni.

Da quella parte non vi erano truppe. Forse Sindhia le avevaammassate dinanzi alla foce del fiume nero.

Scivolò fra le rovinele quali conservavano ancora un po'di teporee dopo d'aver fatto un lungo giro riuscí a guadagnare ilsotterraneo.

Non aveva nessuna lampadama già sappiamo che quello stranouomoabituato a vivere fra le tenebreci vedeva quanto e forse meglio d'ungatto.

Infilò la galleria che attraversava le rotonde e si rimise acorrere. Quel vecchio aveva una resistenza assolutamente incredibile.

Già stava per sboccare sulla banchinaquando udí dellefragorose scariche. Pareva che alla foce del fiume nero si fosse impegnata unagrossa battaglia.

Fra le schioppettate si udivano i formidabili barriti deglielefanti ed il nitrire dei cavalli.

Il cacciatore di topi si lasciò scivolare sulla banchinaeveduto un fuoco acceso sulla riva del putrido corso d'acquaprese subito larincorsagridando:

- Non sparate!... Sono il malabaro!...

Intorno ad alcuni pezzi di legna si trovavano riuniticomein consiglioSandokanTremal-NaikKammamuri ed il vecchio guerriero maleseche chiamavano Sambigliong.

Vedendo giungere come una bombae soloil cacciatore ditopitutti erano balzati in piedi in preda ad una vivissima emozione.

- Il Maharajah è stato presoè vero? - gli chieseSandokan.

- Non presoma si trova assediato in aperta campagnadentrouna solida fattoriadietro le cui mura i suoi compagni potranno resisterequalche giorno.

- A quale distanza dai bastioni?

- A due miglia. Stavamo per fare raccolta di foglie peivostri elefantiquando le genti di Sindhia ci sono piombati addossoe con talerapiditàche io solo ho avuto il tempo di fuggire per portarvi la poco allegranotizia.

- Ed il bramino? - chiese Tremal-Naik.

- Anche quello si è messo in salvo. Non dovevad'altrondeaffrontare alcun pericolo essendo troppo conosciuto nei campi del rajah.

- Dimmi - disse Sandokanil quale aveva riacquistatoprontamente il suo straordinario sangue freddo - quanto potrebbe resistere ilMaharajah?

- Non saprei dirvelogran sahib. Tutto dipende dallatenacia e dal coraggio degli assedianti.

- Erano in molti?

- Cinque o seicentoper lo meno.

- Mentre i nostri non sono che tredici. Noi non abbiamo piúil tempo di attendere che i germi del colera si sviluppinose pure sisvilupperanno. Io già non ho mai avuto fiducia alcuna di quelle bottiglie.

Quell'olandese avrebbe fatto meglio a prepararci dellegranate a mano. Che cosa dici tuTremal-Naik?

- Lo credo anch'io - rispose il cacciatore della Junglanera.

- Che cosa dobbiamo decidere? Noi non possiamo piú rimanerequianche perché gli elefanti ed i cavalli sono alle prese colla fame. Primache si indeboliscano completamenteserviamocene.

Faremo una carica furiosa con tutte le nostre bestie ecorreremo in aiuto di Yanez.

- Sei sempre lo stesso - disse Tremal-Naik. - Tu non hai maicontato i tuoi avverarsi.

- Ho sempre avuto questa bella abitudinee non ho mai avutoda pentirmene.

- E liberato Yanez dove andremo?

- Ci rifugeremo fra i montanari di Sadhja. Lassú Sindhia nonverrà a scovarcite lo dico io.

- Ed intanto lui s'impadronirà di tutte le migliori cittàdell'Assam che noi non possiamo difendere.

- Ma gliele riprenderemo - rispose Sandokan. - Ormai questofamoso imperoper il quale non darei cento rupiepoiché rende piú noie cheutileè da riconquistare da cima a fondo.

- Un'impresa un po' dura.

- Ma è il nostro mestiere quello di battagliarecontinuamente. A Mompracemora che gl'inglesi mi lasciano tranquillocominciavo ad annoiarmi mortalmente.

Guardò bene in viso il cacciatore di topiil qualenon aveva mai pronunciata una parolae gli chiese:

- Tu sapresti condurcisenza farci smarrire la viafinoalla fattoria?

- Rispondo pienamentegran sahib - rispose ilbaniano. - Collocatemi dietro il cornac che guiderà il primo elefanteevedrete che noi marceremoo megliogalopperemo diritti verso i grandi fichibaniani.

Sandokan guardò l'orologio:

- Sono le tre: approfittiamo dell'ora di tenebre che regneràancora. Farà caldol'impresa sarà durama io non dispero affatto. Sindhianon ha che una marmaglia che cederà subito al primo attacco.

- Ed i rajaputi? - chiese Kammamuri.

- Ne abbiamo ammazzati tanti nelle jungle che credo nesiano rimasti ben pochi a Sindhia.

- E poi una parte di quei solidi guerrieri sono impegnatiintorno alla fattoria.

Sandokan esaminò la carabina e le pistolefece scorrere lascimitarra piú volte entro la guainapoi disse con voce risoluta:

- Andiamo: succederà un massacroma non lo possiamoevitare.

Si misero tutti in marciasenza curarsi di spegnere ilfuocoe raggiunsero il luogo dove si trovavano gli elefanti ed i cavalli.

Le povere bestiestraziate dalla fameempivano la grandecloaca di fragori formidabili.

Invano i cornaccon carezze e con dolci parolecercavano di calmare i giganteschi pachidermii quali erano diventati furiosi.L'olandese era nell'houdah contenente le sue famose casse piene di bottigliemicidialialmeno cosí affermava lui.

- Signor Wan Horn- disse Sandokan - mettete a dormire levostre bestioline e preparate le vostre armi da fuoco.

- Come!... - esclamò il dottore. - Si parte senza attenderelo sviluppo dei bacilli virgola?

- Non abbiamo tempo da perderesignore - disse Sandokan unpo' ruvidamente. - Iod'altrondeho sempre avuto piú fiducia nelle miemitragliatrici e nei kampilangs dei miei uomini.

- Ohle genti di Sindhia morranno ugualmente - risposel'olandese colla sua solita flemma.

Attorno agli elefanti ed ai cavalli vi erano i cornace due dozzine di malesi. Sandokan diede alcuni ordini con voce rapida.

- Vi aspettiamo - disse poi - all'uscita della grande cloaca.Badate che le mitragliatrici siano tutte cariche. È soprattutto su quelle armiche io conto.

Poiseguíto dai suoi compagnie preceduto dal cacciatoredi topiche aveva accesa un'altra torciasi slanciò a passi rapidiattraverso la banchina.

Alla foce del fiume nero non si combatteva piú. I banditi diSindhiadopo aver fatto un debole tentativo per forzare l'entratasi eranolestamente ritirati dinanzi alle grosse carabine dei malesi e dei dayaki cheli mitragliavano inesorabilmente.

Quando Sandokan giunsei suoi uominisaputo di che cosa sitrattavaerano già pronti ad impegnare la lotta. Come il loro formidabilecapoquei terribili pirati dei mari della Malesiaavevano presa l'abitudine dimontare all'abbordaggiodi montare all'assalto senza mai chiedersi quanta genteavessero dinanzi.

Erano guerrieri che non temevano né cannoniné baionette.A troppe vittorie li aveva condotti la Tigre della Malesiaed erano semprepronti a impegnare qualunque combattimento.

- Con cinquantamila di questi uomini si può conquistarel'Asia intera - mormorò Tremal-Naik.

Gli elefanti ed i cavalli giungevano senza far troppofracassopoiché i cornac ed i cavalieri facevano il possibile permantenere ancora calme le bestie.

Sandokan si era spinto verso la foce del fiume fangoso incompagnia di Tremal-Naikdi Kammamuri e del cacciatore di topiedinterrogava ansiosamente le tenebre.

Non riusciva a scorgere nulla; ma era piú che certo che deibanditi dovevano essersi ammassati in buon numeropoiché fino a pochi momentiprima avevano sparato delle fucilate dentro la grande cloaca.

- Non si aspettano certo questa sorpresa - disse aTremal-Naik. - Caricheremo a fondo e ci apriremo il passaggio senza subiretroppe perdite.

Noi abbiamo provate ben altre emozioni; non è veroamico?

- Specialmente a bordo del Re del Mare - risposeil famoso cacciatore. - Ed allora combattevamo contro mio genero.

- E tucacciatore di topiche vedi anche di nottecome i gatti e gli sciacallivedi nulla? - chiese Sandokan al baniano.

- Sívi sono degli uomini radunati intorno alla moschea.

- Molti?

- Non saprei dirvelogran sahib.

- Montiamo: i cornac non possono piú trattenere glielefanti.

Salirono rapidamente sull'houdah del primo elefantemettendosi dietro alle mitragliatricie diedero un ultimo sguardo alle altrebestiele quali sentendo il profumo delle erbe e delle pianteche il ventospingeva dentro la grande cloacasi agitavano e s'impennavano tentando discappare.

- I dayaki a destra degli elefanti; i malesi invece asinistra!... - gridò. - Ed ora via!... Alla battaglia!...

La colonna infernale si rovesciò fuori del gigantescosotterraneomandando spaventevoli gridi di guerra.

Gli elefantiuno dietro l'altrosi erano messi a correrefuriosamentebarrendo.

In un momento tutti quei prodi si trovarono nei pressi dellamoschea.

- Fuoco alle mitragliatrici!... - urlò Sandokan. - Presto!... Presto!...

Centinaia e centinaia d'uomini erano usciti dalle tenebresparando all'impazzata contro gli elefantima il fuoco delle mitragliatricisubito li arrestò.

- Alla carica!... Alla carica!... - urlò Sandokan.

La colonna infernale si slanciarovesciaschiacciasciabolamentre le mitragliatrici e le grosse carabine si uniscono a quelfracasso spaventevole.

Gli uomini di Sindhiasorpresi in un momento in cui stavanoper coricarsiquantunque spalleggiati da qualche drappello di rajaputiapronole loro file dinanzi a quella formidabile tromba che semina la morte dovunque.

Non sparano piú. Manca loro il tempoe cominciano a fuggiregettando perfino le armi da fuoco per essere piú lesti.

- Sui miei malesi!... Sui miei invincibili dayaki!... -urla Sandokanche continua a far tonare la mitragliatrice che ha dinanzi asépur seguendo attentamente lo svolgersi della piccola battaglia. - A fondocol kampilang!

I novantacinque uomini a quel comando lasciano andare lecarabine che appendono all'arcioneimpugnando le pesanti armi che finiscono informa di docciache sono affilate quanto i rasoie di purissimo acciaionaturalee si scagliano a corsa sfrenatasciabolando furiosamente.

Nessuno può fermare quegli uomini una volta lanciati: nécannoniné carabinené baionette.

I valorosi pirati della Malesia aprono un immenso squarciofra i banditi che ancora cercavano di radunarsie li inseguono senza aspettaregli elefanti.

Pariabraminifakirirajaputi vannoper laseconda voltaa gambe all'aria. I feriti urlano spaventosamentee glielefantiresi furiosi da qualche feritarispondono non meno fragorosamente.

La via è libera. La colonna infernale che i ventimila uominidi Sindhia non sono riusciti ad arrestare in mezzo alle junglepassa agran galoppocalpestando mortimoribondi ed anche vivi.

Le mitragliatrici intanto continuano a fischiare ed aseminare la morte. Quelle armi sono veramente superbe e valgono meglio dellespingardecariche come sono di mitraglia formata di chiodi di rameche siusano sui prahos malesi.

In lontananza romba sinistramente qualche colpo di cannone.Parte dal grosso accampamento di Sindhia che si trovafortunatamentetroppolontanoe che ha degli artiglieri che non hanno mai avuto probabilmente nessunapratica delle grosse armi da fuoco.

- Va benissimo - dice Sandokan a Tremal-Naikil quale noncessa di scaricare la sua carabina. - Lo sapevo già che tutte queste canaglienon avrebbero potuto opporre nessuna resistenza ad una simile carica.

Ad un tratto peraltro si interruppe gridando forte:

- Cornacguardatevi!

I venti elefanti che Sindhia aveva carpito cosí abilmente aYanezsi erano presentati in linea serrata per impedire ai vittoriosi ilpassaggio.

- Ah!... - gridò Sandokan. - Sindhia ci lancia contro le sueultime riserve!... Vedremo se sapranno resistere alle nostre mitragliatrici. Sufuoco di bordata!...

Le micidialissime armi tuonano con un accordo perfetto senzaarrestarsi. È una vera pioggia di proiettili che hanno una forte penetrazioneche si rovescia su quella massiccia barriera.

I poveri animalinon abituati alla guerraprivati subitodei loro cornac fulminati sui loro giganteschi collidinanzi a quellatromba di fuoco che li prende di fronte si arrestanopoi si rovesciano fra ifuggenti e si allontanano a gran corsa barrendo.

La colonna infernale continua la sua corsa. Ormai piúnessuno può fermarla.

Tutti fuggono dinanzi ad essamandando grida di terrore. Lefamose truppe del rajahraccolte nel basso Bengalaregione che non hamai avuto caste guerreschesono completamente sconfitte.

- Vittoria!... - urla Sandokanfacendo giuocare sempre lamitragliatrice che gli sta dinanzi. - Yanez è salvo!... La via ormai è libera.Possiamo passare!...

Elefanti e cavalli continuano la loro corsa indiavolata; sislanciano fra le risaie e piegano verso la fattoria assediata.

Il cacciatore di topi che monta il primo elefantedietro al cornacsi volge verso Sandokangridandogli:

- Badategran sahib!... Avremo una secondabattaglia!... Come vi ho dettodelle truppe guardano la casa.

Un sorriso feroce contrae le labbra della Tigre dellaMalesiamettendo per un istante a nudo due magnifiche file di denti che nonhanno mai intaccato una noce di betelpoi risponde con voce secca chesembra un colpo di pistola:

- Un'altra battaglia? Ma benissimo! Noi siamo uomini dasostenerne anche dieci.

E la colonna infernale continua sempre piú veloce. Tuttihanno fretta di giungere alla fattoriapoiché in lontananza hanno udito dellescariche fragorose.

Le orde di Sindhiaquantunque battutedovevano essersiprontamente riordinate per lanciarsi all'inseguimento.

Era necessario far prestoper evitare il pericolo di esserepresi fra due fuochi.

Era già sorta l'alba quando gli elefantiche avevano dovutogaloppare intorno alle risaie per non sprofondarvi dentrogiunsero in vistadella fattoria.

Anche là si combatteva.

Yanezavendo certamente compreso che Sandokan accorreva insuo aiutoaveva disposti i suoi montanari sul tettoe non aveva tardato adaprire il fuoco contro le bande che si aggiravano per la campagnatentando distringere l'assedio.

- Questa è una vera battaglia - disse Sandokan aTremal-Naik. -Vedremo come finirà.

- Hai qualche dubbio?

- Ohno! Ma delle sorprese possono avvenire e scombussolaretutto - rispose la Tigre. - Quanti uomini credi che ci siano intorno alla casa?

- Cinque o seicento se i miei occhi non mi tradiscono.

- Credo che tu abbia invece indovinato. Non devono essere dipiú. Li prenderemo alle spalle e li getteremo a gambe levate.

Poi alzando la voce gridò:

- Ohécornacspingete la corsa. Questo è ilmomento decisivo.

I poveri animaliquantunque affamatiobbedivano ancora allavoce ed alle carezze dei loro conduttori. Pareva che avessero compreso che sichiedeva loro uno sforzo supremoe non cessavano di galopparesemprefiancheggiati dai cavalieri.

Se fossero state bestie meno intelligenti si sarebberogettate subito verso i vegetali per calmare la fame che da quarantotto oretenagliava le loro viscere.

Intanto nella fattoria si battagliava aspramente. Le orde diSindhia che l'assediavanoaccortesi che stavano per sopraggiungere altrinemicisi erano slanciate in un disperato attaccocolla speranza di fareprigioniero il Maharajah prima che venisse soccorso.

Disgraziatamente per loro avevano da fare con difensoririsolutirotti già alla guerra.

I montanarivalentissimi tiratorisdraiati sul tettosparavano a cinque o sei per voltagettando sempre a terra altrettantiavversarii quali inveceper la maggior partesi servivano per la prima voltadelle armi da fuoco.

Yaneznascosto dietro un caminofaceva dei colpimeravigliosi. Ogni palla che usciva dalla sua carabina metteva un uomo fuori dicombattimento.

Non badava a consumare le munizioni poiché aveva giàscortain lontananzala colonna infernale che si avanzava a gran corsagaloppando sugli argini delle risaie.

- Sparate! Sparate! - gridava. - Le munizioni non cimancheranno poi.

Ed i bravi montanariche valevano forse meglio dei rajaputicontinuavano con grande calma le loro scarichefacendo dei grandi vuoti frale file degli assalitori già troppo malfermi in gambe e che sparavano a caso.

Vedendo che gli elefanti ed i cavalieri erano giunti a menodi mille passiYanez fece sgombrare il tetto ed aprire le porte. Ormai piúnessuno poteva prenderlo.

- Teniamo fermo cinque minuti ancora - disse ai montanari - enoi saremo al sicuro. Ahche terremoto è quel Sandokan!... Farebbe paura anchea me!...

Cinque minuti!... Erano troppi. Le bande di Sindhiaspaventate dall'avvicinarsi della colonna infernalela quale aveva ripreso ilfuoco colle mitragliatricicominciavano a scapparequantunque fosserorafforzate da qualche mezza compagnia di rajaputi.

Ma nemmeno Sandokan si trovava in buone condizionipoichéera stato già inseguito da migliaia e migliaia di pariache correvanocome daini ululando ferocemente.

Fortunatamente si erano messi in corsa troppo tardiedoccorreva loro del tempo per gettarsi sulla coda della colonna infernale.

Yanez coi suoi pochi valorosicome abbiamo dettoavevalasciata la fattoriaimpegnando anche da parte suarisolutamenteilcombattimento.

- Sotto!... Sotto!... - urlava. - Le invincibili tigri dellaMalesia sono qui!... Non abbiate piú paura!...

I colpi di carabina si succedevano ai colpicon un fragoreincessanteai quali rispondevano le mitragliatrici di Sandokan.

Una nuova vittoriaalmeno momentaneasi delineavanettamente dinanzi agli sguardi degli uomini venuti dai mari lontani perdifendere il Maharajah il quale per tanti annilaggiúsulle isoleaveva combattuto al loro fiancoe lo avevano sempre adorato non meno diSandokan.

Nulla piú li tratteneva. Senza aspettare che gli elefantisfondassero le linee nemiche a gran colpi di proboscidecaricavanoall'impazzata coi terribili kampilangs in pugnosciabolando ferocemente.

- Saccaroa!... - esclamò SandokanguardandoTremal-Naik. - Chi avrebbe detto che un giorno io avrei avuto una cavalleria!...Guarda come carica!... I famosi lancieri del Bengala non saprebbero fare dipiú!

E la colonna interaspazzato il nemicoil quale non avevaopposto che una debole resistenzacon un ultimo slancio giunse quasi addosso aYanez ed ai suoi valorosi compagni.

Due altissime grida erano rimbombatecoprendoper unmomentoil crepitío della fucileria.

- Sandokan!...

- Yanez!... Vivo ancora!...

- Non sono forse anch'io la Tigre bianca di Mompracem?

- Sali: vi è posto per te. I tuoi uomini si accomoderannonelle altre houdah come meglio potranno. Sbrígati! Siamo inseguiti!

- Non sono sordo né cieco. Si spara dietro di te e si correa gambe levate.

- Monta!

I cornac avevano gettate rapidamente le scalee tuttigli assediati in un lampo si erano issati sui larghi dorsi dei pachidermi.

Yanezinsieme col gigantesco rajaputosi eraarrampicato lestamente sul primo elefante nella cui houdah si trovavanoSandokanTremal-Naik e Kammamuri.

- Ed ora? - chiese alla Tigre della Malesiail quale sipreparava a lanciare una nuova bordata di mitraglia dietro gli ultimifuggiaschi. - Dove andiamo?

- Verso le montagne di Sadhja - rispose Sandokan. - Se avremola via libera.

- Ne dubiti?

- Io credo che Sindhia sia piú furbo di quello che credi.Deve aver assottigliato il suo campo per radunare gente sulle vie dellamontagna. Non sarà questa una vittoria definitiva.

- Comincio a sospettarlo anch'io.

- Ed il colera non fa progressi?

Sandokan alzò le spalle.

- Il diavolo della guerra era un uomo di valoreel'abbiamo veduto. Questo parente del mio amico credo che sia uno scienziato chevalga meno dell'ultimo dottore del mondo. Non fa che delle chiacchiere e finoraniente fatti.

- Aspettiamo. I microbi hanno bisogno d'un certo tempo persvilupparsi.

- Ah!... - fece Sandokan. - Aspettiamo e pensiamo intanto noia difendere la nostra pelle.

Gli elefanti si erano fermati un momento rimpinzandosi difoglieimitati alla meglio dai cavallima quando i loro cornac diederonuovamente il segnale della partenzasi rimisero in marcia a piccolo trotto.

A circa un miglio dalla fattoria si alzava una piccolacollina dai fianchi assai boscosie Sandokan aveva dato ordine di condurliverso la cimavolendo prima esplorare il paesenon essendo affatto convintoche le vie che conducevano verso le montagne di Sadhja non fossero stateoccupate.

- Lassú - disse a Yanez - non potremo resistere a lungosenza correre il rischio di morire di fame. Intanto qualcuno di noi cercherà diraggiungere la rhani ed i guerrieri di Khampur. Un uomo solomontato suun buon cavallopuò passare quasi inosservatoma non una colonna cosípesante come la nostra.

- E cosí dovremo subire un nuovo assedio - rispose ilMaharajah.

- Mio carole nostre bestie sono sfinitee non potrebberoritentare una carica in mezzo a migliaia e migliaia di nemici. Noi non dobbiamosacrificarle poiché potranno renderci ancora degli immensi servigi.

- E gli elefanti che Sindhia mi ha rubati?

- Non li ho veduti - rispose Sandokan. - Ma ho udito indistanzadietro le truppe che ci assalivanodei barriti. Vuol dire che non liha perduti.

- Se li avessi ancora!...

- Quel furfante non avrebbe nemmeno osato assalirti. Glielefanti ed i rajaputi insieme!... E poi si diceva che era un granpazzo!... Un gran furbomio caro Yanez.

- Che ci daràtemomaggiori fastidi dell'altra volta.

- Ohla vedremo! Ci sono i montanari di Sadhjae quei bravicombatteranno come tigri.

Li condurremo un'altra volta alla vittoria.

- Tu dunque hai molte speranzeSandokan?

- Ma síamico. E poi penso che noi siamo sempre leinvincibili tigri della Malesia. Hai veduto come con cento soli uomini abbiamorovesciato le migliaia di nemici.

È vero che andavamo con una furia taleche al loro postomi sarei spaventato anch'io.

- Tutto da rifare - disse Yanez con un sospiro.

- Perfino la tua capitale - disse Sandokan quasi sorridendo.- Noifortunatamentesiamo ricchi come nababbie molta gente potremo farlavorare.

Briccone di Sindhia!... Da lui non mi aspettavo un talecolpospecialmente dopo la morte di quella canaglia di greco che funzionava dasuo primo ministro.

- E che lo ha istruito.

- Può darsi - disse Sandokan. - Ora quell'uomo riposa infondo alle acque del Kini Balú e non tornerà certamente a galladopo treanniper accorrere presso il suo signore.

Intanto la ritirata si effettuava senza fastidi. Gli uominidi Sindhiadue volte battuti dalla colonna infernalenon avevano osatospingere l'inseguimento.

In lontananza sparavano ancorama forse piú per eccitarsiche colla speranza che qualche palla giungesse a colpire.

Gli elefanti ed i cavalliquantunque quasi completamenteesauritiavevano attaccata valorosamente la collinaaprendo un passaggioattraverso le boscaglie.

Nessuna pianta resisteva all'urto poderoso ed alleformidabili proboscidi degli elefantisebbene si trattasse di rovesciare dei palasbellissimi alberi frondosid'un verde azzurrognolodal tronco assai nodosoe assai resistente perché ricchissimo di radici.

Verso il mezzodí i poveri animali giungevano in cima allacollina la quale fortunatamente era quasi tutta coperta di mhowah o mahuahgli alberi che valgono quanto i cocchi e forse di piúproducendo unaquantità enorme di fiori simili a piccole frutta rotondecon corollegiallo-pallidela bacca carnosa ed assai nutritiva.

Freschiquei fiorisono dolci e gradevoli quantunquetramandino un acuto odore di muschio; seccatiservono a fare una specie difarina che dà ottime focacce.

Si può dire che migliaia e migliaia d'indiani si levano lafame solamente con quelle piante estremamente preziosee che sono cosíabbondanti di fiorida darneogni stagionenon meno di cento e venticinquechilogrammi l'una.

Appena gli animali ebbero guadagnata la cimaSandokan diedeordine ai cornac di togliere le houdah agli elefanti ed ibardamenti ai cavalliperché potessero pascolare in piena libertà.

Vi erano erbe in abbondanza lassúpiante grosse ed unaspecie di serbatoio pieno d'acqua limpida.

- Questo è il paradiso delle bestie - disse Yanez aSandokan. - Ecco un accampamento veramente meraviglioso e conquistato senza unacartuccia. Che ci sia di buon augurio?

- Siamo salitima non so quando e come potremo scenderefratellino - rispose la Tigre della Malesia. - Vedi quel fiumicello cheserpeggia nella pianura?

- Lo vedocome pure vedo che le sue rive sono occupate daparecchie migliaia d'uomini.

- Pronti a sbarrarci le vie che conducono alle montagne -rispose Sandokanil quale era diventato improvvisamente assai pensieroso. - Ionon mi ero ingannato: sentivo il pericolo. Se noi avessimo continuata la nostramarcia nella pianuracogli animali sfiniti dalla fame e dalle continue carichenon so se ora saremmo qui a discorrere.

- Tu sei sempre stato un uomo prodigioso.

- E tu non meno di me - rispose Sandokan. - Nessun Maharajahavrebbe pensato a distruggere interamente la propria capitale per lasciareall'avversario solamente delle ceneri.

- Ed ora come ce la caveremo da questo assedio?

- Le truppe di Sindhia non oseranno salire fin qui. Lemitragliatrici avrebbero troppo buon giuocoe di quelle armiche non hanno maiconosciutehanno una paura grandissima.

- Come stiamo a munizioni?

- Ne abbiamo molte cassee credo che per un bel po' di tempobasteranno. Ho pensato piú alle polveri ed al piombo che alle provviste dabocca.

- Sempre previdente.

- Noi siamo nati per la guerra.

- Lo credo anch'io.

Si erano arrampicati su un picco da cui potevano abbracciarecogli occhi un vasto tratto di paese. Kammamuri e Tremal-Naik li avevanoseguíti.

Cento metri piú sotto elefanti e cavalli divoravanoagitando le code e gli orecchi. I malesi e i dayakisicuri di fermarsiqualche giornoavevano cominciato a costruire delle piccole capanne di foglie edi rami.

I quattro uominitutti preoccupatisi erano messi aguardare in tutte le direzioni.

Se vi erano migliaia d'uomini ammassati sulla riva del fiumealtrettanti si raccoglievano nella pianuravenendo dalla distrutta capitaleomegliodai campi di Sindhia.

Sandokan fissò i suoi occhi su Kammamuri e gli disse:

- Tu avevi fatto una proposta.

- Sísignor Sandokan: di correre verso le montagne edavvertire la rhani e Khampur del grave pericolo che vi sovrasta.

- Non potrai partire che a notte inoltrata e non solo.

- Chiedo che mi tenga compagnia il rajaputo fedelissimo.

- Accordato - rispose Yanez. - Quell'uomo vale per dieciesarà un amico prezioso quanto il cacciatore di topi.

- Lo sosignore.

- Ti senti tu capace di attraversare le linee nemiche senzafarti prendere e fucilare? - chiese Sandokan.

- Io ed il rajaputo passeremo - rispose Kammamuri convoce ferma. - Se mi prenderanno saprò giuocarli e giungere egualmente sullemontagne di Sadhja.

- Ma dov'è il dottore? - chiese Yanez. - Da quando noi siamosaliti quassú non l'ho piú veduto.

- Sarà occupato ad osservare le sue famose bottiglie -rispose Sandokan con voce ironica. - Ahdi quelle bombe ho ben poca fiducia.Valgono meno d'una buona palla da due libbre delle spingarde che armano ancora imiei vecchi prahos. Ba'vedremo.

L'accampamento era stato preparato rapidamente dai malesidai dayaki e dai montanari.

Oltre ad aver costruite numerose capannequegli uominiinfaticabili avevano abbattuti anche molti alberiimprovvisando qua e là delletrincee sulle quali avevano montate le mitragliatrici.

Elefanti e cavalli divoravano ferocemente per rimettersi dellungo digiuno soffertoed il vecchio Sambigliongsempre meticoloso e prudenteaveva lanciato una piccola colonna di esploratori attraverso la forestaonde ilnemico non si avanzasse di sorpresa.

- Tutto va benealmeno per ora - disse il formidabilepirataguardando Yanez e Tremal-Naik. - Il nemico non oserà tentare unassalto; e poi noi gli prepareremo qualche grossa sorpresa.

- Quale? - chiese il portoghese.

- La cima della collina in vari luoghi è franata. Vi sonodei massi enormi che pare domandino di fare una gran corsa verso la pianura.

- Ci serviranno da cannoni - disse Tremal-Naik.

- Hai detto la vera parola - rispose Sandokan. - Quei massiscagliati di quassúimpediranno alle bande di Sindhia di montare.

- Se pure lo tenteranno - disse Yanez.

- Vorresti direfratellino bianco?

- Che preferiranno prenderci colla fame.

- Ohne abbiamo qui delle vettovaglie!... Quando avremoterminati i fiori nutritivimangeremo cavalli ed elefanti. Avremo provviste perun mese.

- Ed intanto il colera compirà la sua opera - disse una vocedietro di loro.

Il dottore olandesesempre elegantecoi suoi occhialimontati in oro e le mani sprofondate nelle ampie taschesi era avvicinato alpiccolo gruppo.

- Voi avete dunque sempre una grande fiducia nelle vostrefamose bottiglie? - disse Sandokan con voce un po' acre.

- Vedrete!... Cadranno come le mosche i guerrieri di Sindhia.Ehci vuole un po' di tempoper Santa Radegondaprotettrice di Rotterdam! Voiavete troppo fuoco nelle vene!

- Sta bene - rispose asciuttamente la Tigre della Malesia.-Aspetteremo.

- Io prevedo orribili stragi - disse il dottore.

- Purché il colera non salga fin quassú - disse Yanezcheappariva non meno seccato di Sandokan di quelle fanfaronate.

- Ci penserò io a cacciarlo - rispose l'olandese colla suasolita flemma. - Posseggo dei disinfettanti potenti che renderanno il nostrocampo assolutamente immune.

In quel momento Sambigliong comparve.

- Come vavecchio mio? - gli chiese Sandokan. - Hai scelto idue cavalli migliori?

- SíTigre della Malesia. Ora dormonoe quando sichiederà loro di partire voleranno piú rapidi delle frecce. La cena è pronta;è piuttosto magrama per ora basterà. Venitesignori.

 

 

6. Un brutto tiro

 

Effettivamente le bande di Sindhianon piú sostenute dai rajaputicaduti per la maggior parte nella jungla e poi dinanzi alla grandecloacanon dovevano possedere un coraggio straordinario malgrado il loronumero.

Con un rapido attacco avrebbero potuto conquistare lacollina; invece erano rimaste accampate nella pianuraguardando in alto esparando qualche colpo di fucile che andava a disperdersi fra le foreste di palas.

Vi era dunque da sperare molto da parte degli assediati. Setenevano fermo poche settimanei montanari comandati dal vecchio Khampuravrebbero lasciato i loro villaggi per accorrere in difesa del Maharajahlosposo della rhaniadorata da quei ruvidi uomini delle alte cime.

Si trattava solamente di far prestopoiché gli elefanti edi cavallii tigrotti della Malesia potevano correre il pericolo di morire difame.

Come abbiamo dettole bande si erano mantenute tranquillepiú occupate a prepararsi degli accampamenti che a sorvegliare il nemicoilquale d'altronde era stato bene accerchiato.

Non c'era che dire. Almeno per il momento Sindhiail pazzol'ubriaconeera sempre il piú forte.

A mezzanotte Kammamuri ed il rajaputo fedelemontatiognuno su un cavallo ben pasciuto e ben riposatosi accostarono alla capannache le tigri della Malesia avevano innalzata pei loro capi con rami e fogliegigantesche.

Dinanzi ardeva un gran fuocoil quale mandava bagliori oragiallastri ed ora sanguigni.

SandokanYanezTremal-Naik ed il flemmatico olandesestavano fumando in attesa di qualche non improbabile allarme.

- Signori- disse il valoroso maharatto - noisiamo pronti a tentare la sorte.

- E se ti uccidono? - disse Yanez.

- Avete altra gente da mandare verso le montagnesignore.

- Síi montanariperché gli altrifuorché Sambigliongignorano le vie e non sono conosciuti. Che cosa dice la Tigre della Malesia?

- Io dico - rispose Sandokan - che prima di partireaspettereteda parte nostraun falso attacco per sgombrarvi il cammino versooriente.

Ho già dato ordine al miei uomini di portare lemitragliatrici in basso e di aprire un fuoco infernale.

Voi approfitterete del momento per scendere la collina dallaparte opposta e fuggire verso le montagne.

- I vostri ultimi ordinisignor Sandokan.

- Radunare piú montanari che potrai e guidarli qui. Comevediè una cosa semplicissima.

- Purché scendano nelle pianure assamesi.

- Di questo rispondo io - disse Yanez. - Conosco troppo benequei valorosi; e poi fra loro vi è la rhani e il mio piccolo figlio.

- Allora io ed il rajaputo siamo pronti.

- Aspettate un momento - disse l'olandese. - Vado a prenderviuna bottiglia piena d'un fortissimo disinfettante che ammazzerà all'istantetutti i bacilli del colera. Il male può essere già scoppiato fra le truppe diSindhia.

- Lasciatela pure in pace - disse Sandokan. - Questa gentenon ha paura delle vostre misteriose bestioline.

- Per precauzione...

- Ohlasciate andare.

L'olandese alzò le spalletirò una grande fumatapoidisse: - Non valeva la pena che io lasciassi la Malesia.

- Macome vedetesignor Wan Hornfino ad ora le vostrefamose coltivazioni non hanno dato nessun risultato - disse Yanez.

- Aspettateaspettate!

- Fino al giorno in cui saremo tutti morti di fame?

L'olandese aspirò un'altra gran boccata di fumo dalla suapipa di porcellanapoi rispose:

- Ba'c'è tanta carne qui da divorare. Io so che le trombeed i piedi degli elefanticucinati dentro un forno scavato nella terrasonosquisitissimi. Faremo delle scorpacciate!...

- E poi chi vi porteràsignor Wan Horn? - chiese Sandokansempre ironico.

- Perbacco! Le mie gambe.

- Le vedremo alla prova.

Uscí dalla capanna dinanzi alla qualepresso un grossofalòattendevano sempre Kammamuri ed il rajaputo fedeletenendo per lebriglie due cavalli dal pelame nero e lucidissimodue bellissime bestie dirazza mongoladotate d'una grande resistenza e d'una velocità fulminea.

- Aspettate - disse loro.

Afferrò un grosso ramo ardentelo roteò per qualchemomento onde ravvivare meglio la fiammapoi lo scagliò in alto facendoglidescrivere una lunga parabola.

Pochi momenti dopoverso la metà della collinadal latooccidentalesi udí una mitragliatrice stridereseguita subito da alcuni colpidi carabina.

Yanez e Tremal-Naik accompagnati dal cacciatore di topidiventato ormai indispensabile anche fuori dalle cloacheudendo quelfracasso si erano pure affrettati a uscireportando le loro armi.

- Credi che abboccherannoSandokan? - chiese il primoilquale si mostrava estremamente irrequieto.

- Síne sono sicuro - rispose la Tigre della Malesia. -Tutte le bande di Sindhia si precipiteranno da questo latocredendo che noivogliamo gettarci stupidamente in bocca agli sciacalli. Ahno!... Siamo troppopochi per riaffrontarli.

Poi avvicinandosi al cacciatore di topigli disse:

- Tu che vedi anche di nottescendi la collina dal latoopposto e sappimi dire se le bande del rajah lasciano i loro campi.

- Sígran sahib - rispose il baniano. - Faròuna corsa rapidissima. Potete fidarvi dei miei occhi.

- Bada che i minuti sono preziosi.

- Non lo dimenticherò.

Prese lo slancio e scomparve nell'oscurità come se avessefatto sempre il corridore pedestre. Che forza meravigliosa doveva possedere quelvecchio!...

Intanto un vivissimo combattimento di fucileria e dimitragliatrici si era impegnato fra gli uomini di Sandokan e le bande del rajah;ma non vi erané da una parte né dall'altrasalvo in certi momentiungran spreco di munizioni.

- Tu speri sempreSandokan? - chiese Yanez alla Tigre dellaMalesiache prestava attento orecchio a tutti quegli spari.

- Ti ho detto che cadranno nell'agguato che io ho teso loro.

- E se Kammamuri ed il rajaputo cadessero alla lorovolta in qualche imboscata?

- Sono uomini da cavarsela. Vedrai che tutto andrà bene.

Kammamuri ed il rajaputoassolutamente tranquilliaspettavano sempre il segnale della partenza con un piede nella larga staffa diferroche ha la punta dinanzi e di dietroperché possa servire da sprone.

Già da un quarto d'ora il cacciatore di topi era partitoesul fianco della collina si continuava a spararea lunghi intervalliquando ilvecchio ricomparve sempre correndo come un giovanotto.

- Grandi sahibs- disse rivolgendosi a YanezSandokan e Tremal-Naik - tutte le bande che accampavano alla base della collinadalla parte d'orientesono partite. Gli accampamenti sono vuoti.

- Ne sei ben sicuro? - gli chiese la Tigre della Malesia.

- Come vi ho detto i miei occhi vedono forse meglio di quellidei topii miei vecchi compagni.

- Che tu mangiavi inesorabilmente - disse Yanez.

- Era la lotta per la vitagran sahib.

- Allora voi potete partire - disse Sandokan. - I cavallisono stati scelti con curasono ben nutriti e riposatie vi porterannolontano. Solamente vi dico di guardarvi dagli agguati.

- Apriremo anche noi bene gli occhi come il cacciatore ditopi - rispose Kammamuri.

- Partite e portate i miei saluti alla rhani ed a miofiglio - disse Yanez. - Pensate che la nostra sorte sta nelle vostre mani.

- Cercheremo di non farci prendere.

Stavano per partirequando il signor Wan Horn si avvicinòlorodicendo colla sua solita voce tranquilla:

- Se potetedatemi qualche notizia sullo sviluppo delcolera. A quest'ora ci devono essere non pochi morti nei campi del rajah.

- Lo credete? - chiese Sandokan.

- Ma certamente. Le mie bestioline hanno avuto il temponecessario per svilupparsi.

- Dei morti ve ne sarannoma uccisi dalle miemitragliatrici.

- Ehvedrete!... Aspettate!

- Síla fine del mondo.

L'olandese non era uomo da scombussolarsi per una frase ancheassai aspra. Alzò le spallesi accomodò gli occhialie sempre con la suapipa in bocca si allontanò per fare forse una visita alle sue famose bottigliepiene di microbi micidialialmeno cosí asseriva lui.

- Orsúpartite - disse Yanez a Kammamuri ed al rajaputomentre la fucileria continuava a rimbombare sotto i boschi di palas.

I due valorosi in un lampo furono in sella. Raccolsero lebriglieassicurarono bene i piedi dentro le larghe staffefecero col capo unultimo saluto e lanciarono i due cavalli nerii qualidopo essersi levata lafame ed un po' riposatipareva non domandassero che di correre.

- Apri gli occhirajaputo - disse il maharattoil quale scendeva veloce la collina.

- Ed anche tusahib - rispose il gigante. -Quattro lanterne fanno maggior luce di due.

- Credi tu che noi passeremo?

- Per tutte le divinità dell'India!... Passeremo a corsasfrenatae vedremo se quell'accozzaglia di furfanti sarà capace di arrestarci.

- Sei mai stato lassú?

- A Sadhja? Noquantunque abbia udito parlare assai diquelle montagne.

- Ne avremo per quattro giorni almeno.

- Nessuna cavalcata mi spaventa.

- Allora tutto va bene - disse Kammamuriraccogliendostrettamente le briglie del suo splendido mongolo.

Dall'altra parte della collina si continuava a sparare. Ledetonazioni venivano talvolta coperte da urli selvaggilanciati dalle bande diSindhiapiú adatte per gridare che per maneggiare il fucile.

Ma una vera battaglia non doveva essersi impegnatanonavendo gli assediati alcun vantaggio a scendere nella pianura mentre sitrovavano lassúfra le ultime roccecome dentro ad un castello. Sandokan eYanez erano troppo prudenti per impegnarsi a fondo coi pochi uomini che avevano.

Gli assediantivera accozzaglia di banditidi pariadi fakiridi braminiavevano lo stesso motivoavendo ormai conosciutal'audacia e il coraggio dei loro avversari.

Certamente il rajah contava piú sulla fame che sullearmi da fuoco dei suoi uomini.

Intanto Kammamuri ed il rajaputo fedelesempre piúrassicuratimalgrado l'oscurità continuavano a scendere attraverso i vastigruppi d'alberi i quali lasciavano qua e là degli ampi passaggi.

I cavalli avevano il piede sicuro quasi quanto i mulie nonvi era nessun pericolo che facessero qualche capitombolo. Erano bravi animaliabituati sia ad attraversare le junglesia a scalare o scenderemontagne.

Era trascorsa appena mezz'ora quando i due valorosi giunseroal piano.

- Prima di spronare guardiamo attentamente - disse Kammamuri.

- Non vedo nulla - rispose il rajaputo. - È vero cheio non posseggo gli occhi del cacciatore di topi.

- Saranno corsi tutti dall'altra parte temendo una discesadel Maharajah.

- Lanciamosahib?

- Lanciamorajaputo e carabina davanti alla sella.

I due cavalliche si erano arrestati un momentopunzecchiati vivamente colle staffe puntutepartirono a corsa sfrenata.

La notte era oscurissima poiché non vi erano né stellenéluna; anzi vi erano in alto delle grosse masse di vapori che un vento piuttostofreddo spingeva verso ponentescendendo dalle alte montagne di Sadhja.

Ma Kammamuri sapevacome la maggior parte degli indiani edegli zingaridirigersi egualmentee far di meno della piccola bussola d'oroche Yanez gli aveva regalato all'ultimo momento.

Un'altra mezz'ora trascorse. Nella vasta e tenebrosa pianuracoperta ad intervalli di fittissime erbe del genere dei kâlamma noncosí altenon si udiva risonare che il galopposempre piú precipitosodeidue cavalli.

In lontananzaverso la collinasolamente qualche colpo dicarabina od una scarica di mitragliarimbombavano. Pareva che assediati edassedianti economizzassero le munizionitroppo preziose per gli uni e per glialtri.

I due cavalieri contavano di aver percorso già quattro ocinque miglia e ritenevano di trovarsi ormai fuori di pericoloquando in mezzoal fitto buio si udí una voce rauca urlare:

- Chi passa? Ferma!... Ferma!...

- Non rispondere tu - disse rapidamente Kammamuri al suogigantesco compagnotrattenendo il cavallo.

Poi a sua volta gridò con voce minacciosa:

- Fermi voicani del Maharajah!

- T'inganni!... - disse l'uomo che aveva intimato il fermo. -Noi siamo guerrieri di Sindhia.

- Voi mentite!... Gli uomini del rajah si trovanotutti intorno alla collina e stanno combattendo.

- Lo sappiamo. Chi siete voi?

- Rajaputi - rispose Kammamuri.

- E dove andate?

- Il Maharajah è riuscito a fuggire e gli diamo lacaccia.

- In quanti siete?

- In venti.

- Io non posso lasciarvi passare - gridò l'uomo di Sindhia.- Ho ricevuto degli ordini formali dal rajah.

- Ed anche noi. Dobbiamo prenderevivo o mortol'uomobianco.

- Nessuno è passato di qui.

- Dormivate forse? Avvertirò Sindhiamiserabili che siete!- urlò il maharatto.

Poi volgendosi verso il rajaputo gli disserapidamente:

- Preparati a caricare.

- Sono prontosahib. Dopo la carabina lavorerò collascimitarrae vedrai che squarcio farò fra quegli uomini.

In mezzo alle erbediventate in quel luogo cosí alte daarrivare alle staffe dei cavalierisi udivano delle persone chiamarsi. Nondovevano essere lontane piú di duecento metrie forse formavano un piccoloaccampamento incaricato di vegliare sulle retrovie.

Il capo del postoche per primo aveva dato l'allarmedopoqualche minuto di conversazione coi suoi guerrieri che si tenevano sempreaccuratamente nascosti fra le erbefece riudire la sua voce veramente stridula:

- Se siete veramente dei rajaputi - gridò -tornate indietro. Il rajah ha bisogno di voi.

- Niente affatto - rispose Kammamuri. - Ormai ha preso lacollina d'assaltoe solo pochi dei suoi nemici sono riusciti a fuggiree fraquesti il Maharajah. Largo adunquee non seccatecivili paria!...

- Tu gridi troppo forte.

- Noi rajaputi non siamo persone da arrestarci. Senzadi noivoi non avreste mai espugnata Gauhati.

- Passeretema prima voglio accertarmi se siete realmentequello che affermate di essere.

Aspettate che accendiamo del fuoco.

- Per dar fuoco ai kâlam?

- Agiremo con prudenza.

- Non fateci perdere troppo tempo o perderemo le tracce delMaharajah.

- Non domando che un solo minuto.

- E noisahib? - chiese il gigantesco rajaputoche si sentiva invaso da una voglia furiosa di caricare.

- E noi non saremo cosí sciocchi d'aspettare che diradino letenebre.

- Credi che siano in molti?

- Forse no. Lascia andare la carabina ed impugna piuttosto lascimitarra. Poi abbiamo anche le pistolee sono già dieci colpi di fuoco suiquali potremo contare.

- Sotto? - chiese il rajaputoche frenava a stento ilcavallo.

- Sísottoin piena volatasciabolando. Resta saldo insella.

- È come se fossi inchiodato.

In quel momento un fuoco brillò fra le tenebre. Pareva chegli uomini di Sindhia avessero acceso qualche ramo resinoso.

- Addosso!... - disse sotto voce il maharatto.

I due cavalieriche avevano tutto l'interesse di nonmostrare l'esiguità delle loro forzeallentarono le briglieimpugnarono lescimitarre e si scagliarono innanzi a corpo perduto.

In un lampo furono addosso ad una linea d'uomini che tenevanoessi pure dei cavallie d'un colpo solo la sfondaronomandando urli tremendi esciabolando furiosamente.

Passarono come saettesalutati appena da qualche colpo dipistola e di fucilee si allontanaronoventre a terratenendo sempre ladirezione orientale.

Ma non avevano però percorsi trecento o quattrocento metriquando udirono dietro di loro il galoppo sfrenato di numerosi cavalli.

- Ahle canaglie!... - esclamò Kammamuri. - Erano gentemontata!...

- Che ci darà una caccia accanita - rispose il giganteringuainando la scimitarra lorda di sangue e staccando dall'arcione la carabina.- Fortunatamente fa molto oscuroe non so se riusciranno a filare dirittidietro di noi.

- Il rumore dei nostri cavalli ci tradisce.

- Io vorrei sapere chi sono quei cavalieri. Rajaputi? Uhm!ne dubito assai.

«Noi abbiamo un grido di guerra diverso da tutte le casteguerriere dell'Indostane non l'ho udito. Chi avrebbe detto che quel pazzofurioso si sarebbe procurata anche della cavalleria?»

- Io credo che qui sotto ci sia lo zampino del leopardoinglese - disse Kammarnuri. - Noiin Malesiasiamo stati troppo odiati per lenostre strepitose vittorie.

Un colpo di fuoco echeggiò rompendoper un istanteletenebrema i fuggiaschi non udirono il fischio della palla.

- Non rispondere - disse precipitosamente Kammamurivedendoche il rajaputo stava per voltarsi sulla sella. - Non segnalareper oradove noi ci troviamo. Possono essere in moltie con una scarica fortunatagettarci tutti e due colle gambe in aria.

- Hai ragionesahib e devono essere davvero inmoltia giudicarlo dal fracasso che producono i loro cavalli. Dobbiamoaccelerare?

- Mancano almeno due ore allo spuntare del solee saràmeglio per noi prendere un maggior vantaggio - rispose il maharatto. -Ai nostri giorni le armi sono troppo perfezionateed una palla può esseremicidiale a cinquecento ed anche piú metri. Ti sembra che resista il tuocavallo?

- Va come se avesse il fuoco nelle venesahib.

- Ed anche il mio. Il signor Yanez ce li ha scelti con cura.

- Ed allora allunghiamo - rispose il rajaputo.

- Non tanto. Non sfiatiamo queste povere bestie che cipossono rendere degli immensi servigi.

Allentarono un po' le briglie e punzecchiarono un po'. I duemongoli scattarono di colpo e presero un passo velocissimofendendo coi robustipetti i kâlam che si stendevano come un mare di verzura.

Dietro di loro galoppavano furiosamente i cavalieri diSindhia sempre intimando il fermoe sparando colpi di carabina che non facevanoné caldo né freddo al maharatto ed al rajaputosapendo ormaiper prova quanto quei banditi fossero dei pessimi tiratori e da fermo. A cavallonon dovevano valere assolutamente nulla.

Colle armi bianche certo che le cose sarebbero andatediversamente.

Già i due coraggiosi galoppavano da una buona oraquando sipresentò dinanzi a loro una piccola alturadai fianchi larghi edaccessibilissimanon piú alta di una sessantina di metri.

- Lassú - disse il maharatto.

- E poi? - chiese il rajaputo.

- Cercheremo di arrestare quei furfanti. Tu sei sicuro deituoi colpi?

- Sbaglio di radosahib - rispose il rajaputo.

- Questa corsa non può durare eternamentee poi vogliocontare i nemici che ci stanno alle calcagna.

- E se ricevessero dei rinforzi?

- Ohormai siamo troppo lontani dai campi di Sindhia.Dobbiamo aver già percorse piú di venticinque miglia.

- Allora montiamo - rispose il rajaputo. - Comprendoanch'io che non dobbiamo rovinarein una sola corsaqueste bestie che giàhanno sofferto nelle cloache...

Ed i grandi sahibs che cosa faranno intanto?

- Non preoccuparti di loro. Te l'ho già detto che sonouomini da non farsi prendere.

- E se l'assedio si prolungasse?

- Non hanno gli elefanti ed i cavalli da mangiare? E poi leforeste che coprono la collina offriranno loroper un certo tempoaltrerisorse.

I due cavalli montarono intanto l'altura senza rallentare loslancioe si arrestarono fra un gruppo di colossali tamarindi.

Tutto intorno si alzavano delle erbe gigantesche fra le qualiserpeggiavano confusamenteattorcigliate come rettilidelle canne d'India.

Kammamuri lanciò intorno un rapido sguardopoi disse al rajaputo:

- Ecco una magnifica posizione per arrestare quei dannati.Quando ne avremo gettati a gambe levate parecchiriprenderemo la corsa.

Legarono i due cavallitolsero loro rapidamente i morsiperché potessero mangiare liberamentepoiimpugnate le carabinesi spinseroverso il lato occidentale dell'altura.

I cavalieri di Sindhia giungevano sempre urlando e sempresprecando inutilmente le munizionima faceva ancora troppo scuro per poterlicontare.

Erano in molti od in pochi? Ecco quello che si chiedevaansiosamente il maharatto.

L'alba peraltro non era lontana. Verso oriente un tenuissimovelo color di rosa si avanzavaspengendo rapidamente le stelle.

I due valorosi si nascosero fra gli altissimi kâlampronti a mitragliare gli avversari; ma i banditiaccortisi che i fuggiaschiavevano presa posizionee non sapendo nemmeno loro con quanti uomini avrebberoavuto da farenon avevano osato spingersi sull'altura.

Anche loro aspettavano certamente lo spuntare del sole perregolarsi.

Il rajaputoben nascosto fra le erbeaveva intantoaccesa la sua vecchia pipa e si era messo a fumarema con gli orecchi sempretesi e gli occhi ben aperti; e Kammamuriavendo trovato in fondo alla tasca unasigarettal'aveva imitato.

Il cielo a poco a poco si rischiaravama meno rapidamentedelle altre volteessendovi sempre in alto grosse masse di vapori. La lucedapprima roseadiventava a poco a poco gialla.

Ad un tratto un gran fascio di luce illuminò l'immensapianura che si stendeva fino ai bastioni della città distruttaed ai duefuggiaschi apparve una colonna formata d'una trentina di cavalieri abbastanzabene montati su cavalli morellidi belle formee formidabilmente armati.

- Per Siva!... - esclamò Kammamuri. - Sono in buon numero.Non credevo che fossero in tanti.

- Non sono rajaputi. Che cosa saranno? Pariafakiribraminithugs o peggio ancora?

- Chi lo sa! Vedo che si tengono abbastanza bene in sella.

- Cominciamo a fucilarli?

- La tua carabina è carica a mitraglia od a palla?

- A pallasahib - rispose il rajaputo.

- Va bene. Le cartucce a mitraglia le useremo piú tardi.Guarda quell'uomo che ha quel gigantesco turbante rossoe che pare sia ilcomandante di quel manipolo di cavalieri.

- Lo vedo.

- Pròvati a fare un colpo.

- Subitosahib.

Il rajaputotenendosi sempre semi-nascosto fra i kâlampuntò la carabina mirando con estrema attenzione.

Stava per partire il colpo quando il maharatto glidisse:

- Risparmia quel colpo. Qualche altro nemico piú terribileci assale alle spalle.

- Chi?

- O m'ingannoo abbiamo alle costole una bâgh.

- Possibilesahib? - chiese il rajaputovolgendosiimpetuosamente.

- Sono un vecchio cacciatore di tigri e non posso ingannarmi.- Per Parvati!... Trenta uomini dinanzi a noi ed una bâgh alle calcagna!Maledette bestie!... Corrono sempre dove c'è carne umana da divorare. Che cosafacciamomaharatto?

- Prima pensiamo a sbarazzarci della bestiala qualepotrebbe piombarci addosso nel colmo del combattimento.

- Impegnarci con una tigre in questo momento?

- È necessario - rispose Kammamuricon voce ferma. -D'altronde non sono cosí terribili come tu credi. Quante io ne ho uccise nella Junglanera insieme col mio padrone!

Vienicerca di non far rumoree non occupartiper ilmomentodei cavalieri. Non oseranno salirete lo assicuro.

- Andiamo dunque ad uccidere prima la bâgh - risposedocilmente il rajaputo. - Se sbaglieròho delle buone bracciaper soffocarla.

- Ed i colpi d'unghia?

- Da quelli mi guarderò.

Kammamurivecchio cacciatore di tigriche per molti anniaveva dato delle battaglie a quelle pericolosissime bestie nella Jungla nerainsieme al suo padrone Tremal-Naiknon doveva essersi ingannato. E non le avevacacciate solamente in Indiabensí anche in Malesia.

Come maisui primi alborisi aggirava sulla cima di quellacollina quella formidabile predona? Si sa che tutti i carnivori quando spunta ilsole si affrettano a guadagnare i loro rifugio meglio le loro tanepoichénon cacciano che di notte. Probabilmente quella bâgh non aveva cenatoquella serae si ostinavamalgrado la lucea procurarsi delle bistecche.

Checché si sia detto e scrittole tigriquando sono alleprese con la famenon esitano a misurarsi cogli uominiavendo piena conoscenzadel proprio slancio impetuosoirresistibilee della propria forza piú chestraordinariaassai superiore a quella del leone.

Nell'Africa meridionale si sono veduti dei leoni saltaredentro i kral boeri o zulúe rivarcare la cinta portando fra lepossenti mascelle un vitello; in India si è veduto ben altro. Una tigre adultanon esita a portarsi via un bue od una giovencae con quel pesopuò saltareuna cinta piú o meno spinosa.

Tanto il rajaputo quanto il maharatto sapevanod'aver a che fare con un avversario ben piú risoluto ed intrepido dei banditiche li assediavanoquindi si erano messi in moto con grandi precauzionicercando soprattutto di coprire i cavalli da un fulmineo attacco.

Sempre insieme girarono intorno ai tamarinditenendo lecarabine puntatemovendo con le canne gli altissimi kâlam.

Kammamuri stette un momento in silenziosa osservazionepoisi batté colla sinistra la fronte dicendo:

- Noi siamo degli stupidi.

Il rajaputo lo interrogò collo sguardoe per unmomento abbassò l'arma.

- Ma sísiamo degli stupidi - ripeté il maharatto. -Giacché di qui non possiamo scoprire la bâghinnalziamoci e cosíla scopriremo.

- E dovese siamo proprio sulla cima dell'altura?

- Arrampichiamoci su un tamarindoe di lassú facciamo fuococon assai meno pericolo.

- Io non avrei mai avuto una cosí bella idea - confessòcandidamente il rajaputo. - Ma la tigre non ne approfitterà persquarciare le groppe al nostri cavalli?

- Abbiamo in mano dieci colpi di fuoco.

Intorno a lorocome abbiamo già dettosi alzavano alcunisuperbi tamarindii cui rami elasticissimi si piegavano sotto il peso di enormigrappoli di frutta. Erano alti quindici ed anche venti metried i loro tronchilisci scomparivano quasi tutti sotto un'abbondante flora parassitaria.

Una scalata per uomini lesti come il rajaputo ed il maharattonon doveva essere che un giuoco da fanciulli.

Prima peraltro di tentare l'impresaper paura di venireassaliti a poca altezza e strappati giúi due coraggiosi cercarono un po' piúlontano dei sassie furono abbastanza fortunati di trovare due grossi frammentidi roccia mezzo sgretolati dalle acque.

Fu il rajaputoperché assai piú robusto del maharattoche s'incaricò di smuovere la tigre.

La dannata bestia si ostinava a non lasciare il suonascondiglioed al precipitare delle due grosse pietre si era accontentata dirispondere con un ha-o-hung minaccioso e nient'altro.

- Che cosa fanno i cavalieri? - chiese il gigante al maharanoil quale aveva lanciato un rapido sguardo nella sottostante pianura.

- Si sono accampati in attesa forse di rinforzi.

- Sahibte lo ripetosbrighiamo l'affare della bâghe poi riprendiamo la corsa.

- Saliamo.

Ascoltarono un'ultima voltaaguzzarono gli occhi verso i kâlamche rimanevano perfettamente immobilipoi entrambi si slanciarono contro ungrosso tamarindoed aggrappandosi alle piante rampicantiin un momento sitrovarono a quindici metri d'altezzaaccomodati fra i grossi rami.

- La vedi? - chiese subito Kammamuriarmando la carabina.

- Síe si trova solamente a venti passi da noi - rispose ilrajaputo.

- L'idea poteva venirmi anche prima.

- Lo credo anch'io.

Di lassúdistesa in mezzo ai folti kâlamavevanopotuto subito scoprire la pericolosa bestia.

Stavano per far fuocoquando notarono un fatto assolutamentestraordinario. La bâgh stava allungata fra quattro grossi paniericheavevano i coperchi alzati.

Kammamuri guardò il rajaputo.

- Hai mai veduto nulla di similetu?

- Maisahib.

- Io sospetto qualche tradimento.

- Intanto ammazziamo la bâghpoi andremo a vedereche cosa contengono quei panieri.

- Per Siva! la colazione della bestia! - disse Kammamuriscoppiando in una risata.

- Che sia ammaestrata?

Il maharatto alzò le spalle. Si accomodò meglio chepoté sul grosso ramo e guardò un'ultima volta la tigre la quale pareva chesonnecchiasse placidamentepoiché anche la sua lunga coda rimaneva affattoimmobile.

- Rajaputo- disse il maharatto - checosa dici tu?

- Che sarebbe ora di far fuoco.

- La tua carabina è carica a mitraglia od a palla?

- A palla ed anche a mitraglia. Tu sai meglio di me chequeste grosse armi possono sopportaresenza scoppiareanche una doppia carica.

- Su ciò non ho alcun timore. Lascia prima che spari io chenon sbaglio mai i miei colpi. Se ammazzo la bestiacome sperotu mitraglieraiquei panieri sospetti.

Mirò con grande calma e con estrema attenzione. Vedevabenissimo la bestia allungata fra le alte erbe a poco piú di venti passiestava già per lasciar partire il colpoquando il rajaputocon suogrande stuporelo vide rialzare vivamente la carabina e lo udí mandare unasorda imprecazione.

- Che cosa succede dunquesahib? Non osi sparare?

- Succede che in questo affare non ci vedo chiaro. La tigresi è appiattita come si fosseper opera di chi sa quale miracolospogliatadelle sue carni e delle sue ossa.

- Ma se ha urlato fino a pochi minuti or sono!...

- Io ho conosciuto molti indiani che sapevano imitareperfettamente l'ha-o-hung delle bâgh.

- Scendiamo?

- Ahno. Prima voglio essere sicuro del fatto mio.

Riprese la mira e dopo qualche secondo sparòma la tigrerimase perfettamente immobile.

- Eppure io l'ho colpita - disse il maharatto furioso.- Io ho sparato solamente contro una pelle!...

- È impossibile!...

- Prova a fare un colpo anche tu.

Il rajaputo a sua volta scaricò la sua grossacarabina carica a palla e a mitragliae anche questa volta la tigre rimaseimmobile.

Invece i quattro panieri si agitarono furiosamentee dalleaperture irrupperosibilandocontorcendosi e ballando un gran numero diserpentii quali si dispersero subito fra i kâlam che circondavano itamarindi.

Vi erano rettili di tutte le specie: serpenti del minutocobracapelloserpenti guilobi dalla pelle picchiettata graziosamente d'unrossocoralloboa verdi-azzurrognoli con anelli irregolari lunghi quattro eperfino cinque metrie bis cobra.

I due indiani avevano mandato un altissimo grido ed avevanoricaricate precipitosamente le loro armie questa volta a mitraglia.

 

 

CAPITOLO VII

 

SUL MARGINE DELLA «JUNGLA»

 

Come si capisce facilmente i due fuggiaschi erano statiterribilmente imbrogliati da quegli uomini di Sindhia che fino allora avevanotanto disprezzato.

Nessuna tigre si era sognata di assalirli alle spalle. Unaudace bricconedeciso a sacrificare la propria vitaaveva portato finosull'altura una magnifica pelle insieme a quei panieri zeppi di rettili.

Il furfante doveva avere approfittato del momento in cui idue indiani davano la scalata al tamarindoper scomparire piú che in fretta inmezzo ai kâlam e raggiungere i cavalieri che vegliavano alla base dellaminuscola collina.

I due assediatiin preda ad una viva emozioneguardavanocogli occhi dilatati quella turba di nemici piú o meno velenosiche continuavaad avanzarsi a balzi attraverso le alte erbe.

Alcuni di quei rettili erano stati feriti dalla scarica dimitraglia del rajaputo e si mostravano i piú furibondi. Spiccavano deiveri salti spruzzando i kâlam di sangue e sibilando orribilmente.

- Ci hanno presi senza sparare un colpo di fucile - disse ilguerriero barbuto - Sono stati molto piú furbi di noi.

- Presi? Ehnon lo siamo ancoraquantunque riconosca che lanostra situazione è gravissima.

- Mi sembra disperatasahib. Vedrai che noifrapocoperderemo i nostri cavalli.

- T'inganni: i rettili difficilmente se la prendono coicorridori a quattro zampe che sono ben armati di zoccoli poderosi ed anche diferri.

Non oseranno attaccarli.

- E noi dovremo rimanere eternamente su questo tamarindo adivorare frutta acide che fanno allegare i denti? Tu non sei un incantatore diserpenti.

- Non lo sono mai statoe poi mi mancherebbe il flauto.Sarà in altro modo che noi dovremo sbrigarci di questi inaspettati nemici.

- Mitragliandoli?

- Troppo spreco di munizioni con scarsi risultati - risposeil maharatto. - Quante cartucce hai ancora?

- Ho preso una doppia provvista e puoi contare almeno sucento ottanta cartucce. Questo peso non mi inquietava affatto.

- Inquietava piuttosto il tuo cavallo - rispose Kammamuriilquale non perdeva affatto il suo buon umoremalgrado la gravità dellasituazione.

- Ora però le porto io.

- Leva la mitraglia od i proiettili ad una cinquantina dicartucce e lascia cadere la polvere fra i kâlam.

- Per arrostire i rettili?

- È l'unica risorsa che ci rimane.

- E non bruceremo anche noi?

- I tamarindi non prendono fuocoe poi questo è altissimo epotremo salire finché sarà giunto il buon momento di ridiscendere e diriprendere la cavalcata.

Agisci mentre io sorveglio i cavalieri del rajah.

Gli arruolati di Sindhia non avevano certamente coraggio davenderepoiché invece di montare subito all'attacco si erano accontentati diraggrupparsi intorno a tre capannucce improvvisate per discutere chi sa qualiprogetti.

Vedendo che i cavalieri del rajah se ne stavano sempretranquillianzi che si preparavano la colazioneKammamuri disse al rajaputoil quale continuava a svitare proiettili per versare la polvere sui kâlarnben secchi:

- Hai finito?

- Ho vuotato cinquanta cartucce.

- Che cosa fanno i serpenti?

- Hanno tentato di assalire i cavallima quelle brave bestieli hanno ricevuti con una grandine cosí fitta di calcida persuaderli astarsene tranquilli.

- Ed ora dove si trovano?

- Stesi fra le erbequasi sotto di noi. Sonnecchianoplacidamente; io peraltro non mi riderei di quel sonno.

- Lo credo anch'io. Cinquanta cartucce!... Vi è polveresufficiente per scatenare un incendio con un colpo a mitraglia.

- Ed arrostire anche noi - rispose il rajaputoscotendola testa - Vedremo come questa faccenda finirà.

Si tolse dai fianchi la sciarpa di seta che era leggerissimaprese la scatola dei fiammiferi e la incendiò stracciandola rapidamente edisperdendo i pezzi in varie direzioni.

Fra i kâlamormai secchivi era la polvere. Ungetto di fumo si alzò attraversato da una fiamma vivissima che aveva illuccicore dei lampipoi altre scattarono un po' piú lontane facendo crepitaree contorcere le erbe.

- Bene! benissimo! - esclamò il maharatto. - Vedremoora la danza dei serpenti.

- E noi proveremo le delizie dell'affumicazione - disse il rajaputo.

- Saliremo piú in alto. C'è un po' di brezza ed il fumo sidisperderà facilmente.

- Ma c'impedirà di vedere quello che fanno gli assedianti.

- Non si muoverannote lo dico io. Sindhia ha troppointeresse di stringere da vicino il Maharajah ed il suo formidabilecompagno.

Noi non rappresentiamo due grandi personaggi per il rajahquindi non avrà grande premura di catturarci. E poi forse a quest'ora sache siamo solamente in dueuna ben miserabile forza dinanzi a tanti banditi.

«Ahah! Guarda che spettacolo! È la vera danza deiserpenti!»

Il fuoco si propagava rapidamente sotto il gigantescotamarindoe le polveri s'infiammavano detonandopoiché il rajaputo avevalasciato cadere anche parecchie cartucce cariche di mitraglia.

I rettililetteralmente arrostiti da quelle vampatebalzavano sibilando rabbiosamentesi contorcevanopoi scoppiavano come seavessero nel corpo della polvere. Altri si mordevano rabbiosamente fra di loroiniettandosi a vicenda il veleno.

Era uno spettacolo che faceva fremere perfino Kammamuriquantunque vecchio cacciatore di rettili della Jungla nera

Un odore nauseabondo di carne grassa arrostita appestaval'ariatogliendo il respiro.

I due assediaticacciati dal fumosi erano rifugiati suipiú alti rami del tamarindotuttavia sentivano un calore ardente cheminacciava di disseccarli.

La brezzavolta a voltaspazzava via il fumoma non eranoche pochi istanti di treguapoiché i kâlam continuavano a bruciaresibilando e tuonando.

- Sahib- disse il rajaputoil qualecominciava ad impressionarsi per l'estensione dell'incendio. - La pianta nonprenderà fuocone sono convinto anch'ioma potranno resistere i nostricavalli?

- Quali? - chiese il Kammamuri. - Sei diventato cieco?

- Che cosa vuoi diresahib?

- Che hanno già spezzati i legamie che sono scappati piúrapidi delle saette.

- E noi come faremo a salvarci?

- I cavalli mongoli dopo la fuga ricercano il padrone -rispose Kammamuri. - Non ho certamente la speranza di vederli ritornare quifinché i kâlam ardonotuttavia sono piú che convinto che noi liritroveremo e li riprenderemo nella pianura.

- Ed intanto soffochiamo.

- Sali piú in alto.

- I rami dei tamarindi sono eccessivamente flessibili e sipiegano sotto il peso del mio corpaccio.

- Ecco che cosa vuol dire esser giganti- disse il maharattoil quale conservava un sangue freddo meraviglioso.

- Che colpa ne ho io?

- Allora salta dentro il braciere.

- Con tutte le cartuccie che porto strette intorno al corpo?Salterei come una bomba.

- Ed allora respira un po' di fumo.

- Ahse potessi levarmi un po' di costolette e diventareleggero come tesahib!

- Non ti consiglierei perché qui non vi sono né medicinéospedali.

- E gli assedianti che cosa fanno?

- Fumanomasticano beteldiscutono e ci guardano.

- Guardasahib: che gli assedianti salgano perattaccarci? Che non abbiano paura del fuoco che morderà i loro piedi?

- Ho veduto un uomo che saliva fra le alte erbe ancora verdiportando con sé qualche cosa che luccicava stranamente.

- Una bomba?

- Nomi parve piuttosto un vaso di porcellana o di vetro.

- Rubato forse al dottore biancoquel bombone che ci avevapromesso di distruggere tutti i campi di Sindhia in meno di quarant'otto ore.

- Io spero di no.

- Dov'è l'uomo? Dobbiamo abbatterlo prima che giunga fino anoi?

- E subito; e sai perché?

- Spiegamelosahib- disse il rajaputoilquale tossiva orribilmente.

- Nel Bengalafra certe tribú di pariasi usaadoperare delle materie pestifere come mezzo di difesa ed anche di offesa. Lechiudono dentro pentolee poi danno fuoco ad una micciaed è bravo chi saresistere all'odore infernale che si sprigiona da quei recipienti.

- Per la morte di Kâlí nemmeno questa volta ti seiingannato!

Una nuvolaglia grigiaimpregnata di nauseabondi odoriimpossibili a descriversisi estendeva lentamente sulla cima della minuscolacollina.

L'uomo aveva pagato colla vita il suo audace tentativo diasfissiare gli assediatipoiché nel ritornare precipitosamente nel campo degliassediantiessendosi per un istante scopertoera caduto sotto i colpidell'infallibile carabina di Kammamuri.

- Giú! giú! Salta! - urlò costuifra due colpi di tosse.- L'aria diventa avvelenata!

- E non ci arrostiremo le gambe?

- Non so che cosa farci. Se hai paura rimani qui e lasciatimorire coi polmoni pieni d'aria avvelenata.

- Ahnosahib! - urlò il fedele guerriero. -Non voglio né morire né lasciarti solo contro tanti nemici...

«L'uomo che portava la pentola l'hai ucciso?»

- A quest'ora sarà dinanzi a Sivaa Brahma od a Visnú-rispose Kammamuri.

Un'ondata di fumo fetente si avanzava verso il tamarindosospinta da una leggera brezza di ponente.

Era un fumo assai grigiastro chedi quando in quandosiaccendeva verso i marginisprigionando dei bagliori strani.

I due indiani scesero rapidamente fino ai rami piú bassipoi saltarono a terra sollevando una nuvola enorme di cenere mista a scintille.

Per un momento credettero di morire asfissiatipoichél'incendio non era totalmente spento e covava sotto le cenerima appenapoterono rimettersi un po'scapparono a gambe levatesollevando dietro di loroqualche getto di scintille.

Avevano già percorsi tre o quattrocento metriquandodinanzi ad un gruppo di bananiormai appassitiudirono una secondadetonazione.

- Ahcanaglie! - urlò Kammamuri. - Hanno proprio deciso diavvelenarci in altro modo giacché i serpenti hanno fatto cattiva prova.

- Tusahibhai ucciso l'uomo che ha fatto scoppiarequella pentola!... - urlò il rajaputo. - Io spero di mandarneanch'io qualcuno davanti alle tre divinità indiane!... Sono troppo feroci!...Non meritano nessuna pietà!...

Cosí dicendo si slanciòe poiché aveva gli stivali dicuoio assai alti e di cuoio molto spessopoteva correre quasi impunemente frale ceneri ancora non raffreddate.

Quel gigante barbutoche coi soli pugni avrebbe potutoammazzare piú personefaceva davvero paura. Correva come un pazzosollevandodietro di sé nuvole e nuvole di cenere miste a scintilletenendo la pesantecarabina impugnata per la cannacome se volesse servirsene d'una clava.

Era un gigante che si scagliavaun gigante dotato d'unaforza erculeacapace di atterrare qualunque ostacolo e di affrontare qualunquepericolo.

Kammamuri lo seguiva saltellandogridandogli dietro:

- Aspettami! aspettami!

Ma che!... Il rajaputo pareva che fosse diventatosordo. Attraversò in un lampo la cima dell'alturatutta invasa di un fumofetenteasfissiantee avendo veduto un uomoparia o fakiro chefosseche cercava di fuggire a tutte gambeun urlo di belva gli irruppe dalpetto:

- Ahsciacallo!... Sei preso!

Poi un colpo di fuoco rimbombò secco.

- Contro chi hai sparatoamico? - chiese Kammamuriil qualeera riuscito finalmente a raggiungerlo.

- Ho ammazzato un portatore di quelle pentole fetenti -rispose il rajaputo. - Il suo carcame sta rotolando giú perl'altura... Ed ora?

- Si scappa!... Andiamo a cercare i nostri cavalli.

- Se li troveremo!...

- Ti dico che i cavalli mongoli non si allontanano troppo dailoro padroni. Noi li troveremo laggiúnella pianura.

Scendevano la collinetta a gran salti per sottrarsirapidamente a quei fumi puzzolenti che potevano contenere anche delle sostanzetossiche. Fortunatamente il rajaputo aveva accoppato a tempo il secondoportatore di pentolee prima ancora che avesse potuto incendiare l'infernalemiscelasicché il versante orientale dell'altura era assolutamente sgombroanche perché il fuoco non si era spinto oltre la cima.

Sempre balzando come capre del Tibeti due fuggiaschiriuscirono finalmentedopo una corsa furibondaa raggiungere la pianura. Ungrido di gioia sfuggí ad entrambi.

I due cavalli mongoli stavano pascolando tranquillamentesotto un fico baniano.

- Te l'avevo detto io che non sarebbero fuggiti- disseKammamuri dopo un lungo respiro.

- Hai ragionesahib- rispose il rajaputo.- Si lasceranno poi prendere?

- Non temere che riprendano la corsa. Qui non vi sono piúserpenti che li minaccino e non vi è una scintilla. La pianura è umida e noitrotteremo al sicuro.

- E che cosa fanno gli uomini del rajah?

Ci crederanno di già asfissiati ed aspetteranno che l'ariasi purifichi per spingersi sull'altura.

«Per Siva! non hanno polmoni differenti dai nostri.»

Si accostarono cautamente ai due cavalli i quali noncessavano di pascolareli afferrarono solidamente per le narici mettendo loro imorsi di sottile acciaiopoi balzarono lestamente in arcione.

- Sempre verso oriente- disse Kammamuri. - Sta' in guardiacontro le sorprese.

- Due buoni occhi li ho anch'iosahib - risposeil rajaputo

I cavallidocilissimiappena sentita la pressione dellelarghe staffesi rimisero in corsa nitrendo allegramente.

Avevano percorsi appena cinquecento passi e stavano seguendoil margine di una jungla che pareva avesse delle dimensionistraordinariequando un urlío furioso scoppiò dietro di loro seguíto da ungaloppo sfrenato.

- Sono sulla nostra pista! - gridò il maharattoallentandotutte le briglie. - Via! via! Rajaputo! Gettiamoci nella jungla.

I fuggiaschiche a poco a pocopur trattenendo gli animaliavevano guadagnato ancora un paio di centinaia di metriportando la distanza asettecentosi trovarono improvvisamente di fronte ad una vasta apertura.

Dei grossi animali dovevano aver squarciata la jungla aprendouna specie di sentiero.

- Questo fa per noi - disse Kammamuri. - Passeremo attraversoa questo mare di bambú ma non prima di aver data una dura lezione ai paria diSindhia. Dobbiamo scavalcarne alcuni per far loro comprendere quanto siapericoloso l'inseguimento. Non siamo che in due e cercheremo di combattere comedieci.

Arrestò violentemente il mongolo proprio sull'orlo dellosquarcio che era ingombro di enormi bambú ammonticchiati alla rinfusa e balzòa terra.

- Lega le bestie - disse al rajaputo.

- Subitosahib. Io ho piú fiducia della tua carabinache della mia.

- Vedremo - rispose semplicemente Kammamuri.

Si era inginocchiato dietro ad una catasta di enormi bambútuldaspiando i cavalieri di Sindhia che si avanzavano faticosamente fra lealtissime erbe.

- Cavalli di poca resistenza - disse. - Li faremo correrefinchéad uno ad unocadranno. Fino sulle montagne di Sadhja non ciseguirannone sono sicuro.

Maledetti sciacalli!... Potessi smontarvi tutti!...

I banditi giungevano strepitando e sparando sempre. Alla lorotesta stava un uomo tutto vestito di seta biancadi forme erculeeun braminoforse.

Kammamuri lo mirò attentamentecambiando parecchie volteposizionepoi la grossa carabina di mare rintronò dentro la jungla facendotacere d'un colpo solo tutti i volatili che vi si erano rifugiati.

Il cavaliere vestito di bianco si chinò sul collo della suacavalcaturapoi vuotò l'arcione senza mandare un grido.

I suoi compagnispaventatisi erano arrestati.

- A te orarajaputo- disse il bravo maharatto.- Metti l'alzo a settecento metri e sarai sicuro del tuo colpo.

- Mi proveròsahib. Non sono mai stato un cattivotiratore.

- Spara. Bisogna spaventarli.

Il giganteil quale aveva legati i due mongolisi nascosedietro l'enorme barricata di bambúe fece il suo colpo.

Tutti i rajaputi sono buoni fucilieri. Abituati acombattere ai confini dell'India sanno subito misurare la distanza edifficilmente falliscono il colpo.

Come abbiamo già detto sono i soli indú che disputano ilvalore ai maharatti e non sempre con svantaggio.

Il gigantementre Kammamuri si affrettava a ricaricare lacarabina alzò l'arma e puntò sul gruppo che si avanzava.

- Sono in molti - disse. - Qualcuno cadrà.

Un altro cavaliere vestito di bianco aveva preso il comandodel drappelloe con altissime grida incitava i banditi a spingersi rapidamenteinnanzi.

Probabilmente si trattava di un altro braminopoiché né pariafakiri indossano tali vesti. Appena appena portano un paio dicalzoncini rattoppati od un gonnellino quasi sempre pieno di pidocchi.

Il rajaputo appoggiò la canna della carabina su ungrosso bambú che era stato divelto e che lo proteggeva dalle scaricheavversariee dopo d'aver mirato a lungopremette il grilletto.

Non fu il cavaliere che caddebensí il cavallo. La poverabestiadopo essersi violentemente inalberataera stramazzata fra le erbescaraventando l'uomo che portava in sella a parecchi metri di distanza.

Un grido di rabbia sfuggí dalle labbra del gigante.

- Non irritartiamico- disse Kammamuri. - Anche i cavallicontanoe tu hai fatto un magnifico tiro.

- Ma l'uomo è ancora vivo e vedo che sta rialzandosi.

- T'inganni.

- Non sono cieco.

Kammamuri aveva fatto rapidamente fuoco sul cavaliere e loaveva fatto ricadere per non rialzarsi certamente mai piú.

- Vedi che è ancora a terra? - disse Kammamuri sorridendo.

- Perché tu l'hai fulminatosahib. Ahquesti maharattici sono superioridevo confessarlo.

I banditi di Sindhiaspaventati da quei tre colpi di fuocogiunti tutti a destinazionee ad una cosí notevole distanzasi eranoslanciati a terra nascondendosi dietro ai loro cavalli.

Quantunque ormai sapessero di non aver da fare che con duesoli avversarinon si sentivano l'animo di riprendere la carica.

- Li aspetteremo? - chiese il rajaputoricaricandol'arma.

- Ah no!... - rispose Kammamuri. - Mentre loro avanzano alpassonoi spariremo dentro la jungla. Questo grande squarcio in qualcheluogo ci condurrà.

- Montiamo in sella?

- E subitoamico!... Avantie che tutte le divinitàdell'India ci proteggano poiché noi ne abbiamo bisogno.

- Mi fido piú della mia carabina - borbottò il rajaputo.- BrahmaSiva e Visnú sono tutti diventati sordi e non ascoltanopiú le preghiere dei loro adoratori.

«Aveva ragione un missionario biancovenuto dall'Europadichiamarli falsi dei.»

Allargò un momento le gambe ed il mongolosempre pieno difuocosi slanciò attraverso il grande sentieroseguíto subito da quello diKammamuri.

 

 

CAPITOLO VIII

 

LA POSTA INDIANA

 

Dei grossi animalidotati d'una forza colossaleelefanti orinocerontiassaliti da cacciatori o presi da improvviso furoreavevanosquarciata la junglaaprendo un passaggio tale da permettere la corsaanche a cinque cavalieri di fronte.

Bambú enormitulda specialmenteche sono i giganti dellaspecie e che raggiungono l'altezza di quindici metrigiacevano al suolo colleradici in ariaincrociati in tutti i sensi.

- Avremo un bel da fare ad evitare tutti questi ostacoli-disse il maharatto al gigante. - Bada che il tuo cavallo non si rompa legambe.

- Lo tengo bene stretto - rispose il rajaputo. - Faremodei grandi salti.

- Che non riusciranno forse tutti bene.

- Non sono saltatori dunque i mongoli di buon sangue?

- Sono piú trottatori dotati di una grandeanzi di unaincredibile resistenza. Tuttavia noi passeremo egualmente se terremo strette lebriglie e larghe le gambe.

To'! chi è passato di qui? Solamente degli elefantiselvaticiin preda ad un pazzo terrorepossono avere sfondata la jungla inquesto modo.

- Dovevano essere in molti - disse il rajaputoilquale faceva fare al suo cavallo dei salti indiavolati.

- Forse qualche centinaio. Io ho trovato quie piú voltedei branchi immensi di quei giganteschi pachidermi.

«Ve ne sono ancora molti nell'Assam.»

- Purché non ci piombino addosso in mezzo alla jungla!...

- Chi sa dove saranno a quest'ora gli animali che hannoprodotta una simile devastazione. Hanno il passo lentoe quando sono inseguitifilano come vaporiere.

- Ed i banditi di Sindhia?

- Che ne so io? Ci seguiranno forse a grande distanza.

- Che non sia scoppiato nemmeno il colera fra loro? Quelfamoso medico bianco pareva sicuro del fatto suo.

- Ba' - fece Kammamurialzando le spalle. - Il colerascoppierà quando i molanghi delle Sunderbundsspinti dallamiseriaverranno a coltivare le risaie assamesi. Ma non giungeranno prima didue o tre mesied allora il colera non sarà piú necessarioio spero.

- Sperisahib? - chiese il rajaputo facendofare al suo cavallo un altro magnifico salto sopra il tronco d'un tara. -Che cosa vuoi dire?

- Che fra un paio di mesi o sarà Sindhia che regneràsull'Assam od il gran sahib bianco. La guerra è appena cominciata e cisarà del lavoro durissimo d'ambe le parti.

«Vengano i montanarie la rhani per la seconda voltaavrà la sua corona.»

Era già trascorsa piú di un'ora e non si udiva in mezzoalla gigantesca jungla nessun rumorequando il cavallo di Kammamuricheveniva dietro a quello del rajaputofece un violento scarto mandando unacuto nitrito.

Il gigante aveva trattenuto subito il suo corsiero staccandodall'arcione la carabina.

- Che cosa c'è dunquesahib? - chiesepreparandosi a far fuoco.

- Noi dobbiamo essere inseguiti - rispose il maharatto.

- Dai banditi di Sindhia?

- Non penso piú a loro. Devono essere ben lontani.

- E da chi dunque?

- Trattieni un momento il tuo cavallo - rispose Kammamuri.

- È già fermo.

- Tendi gli orecchi ora. Non odi nulla? Ascolta bene.

- Síun rombo lontano - rispose il rajaputo. - Sidirebbe che un'altra banda di elefanti selvaggi si precipita sulla jungla.

- Noelefanti - rispose Kammamuri. - Sono bestie piúmaligne che non hanno paura dell'uomo.

- Delle tigri forse?

- Nonosono dei rinoceronti.

- Che corrono sulle nostre tracce? - chiese il gigantefacendo un gesto di spavento.

- Questo non te lo saprei dire.

- E come fai a distinguere se si tratta di elefanti o dirinoceronti?

- I rinoceronti hanno il galoppo piú pesante e piúirregolare.

- Che seguano lo squarcio?

- È ancora troppo presto per potertelo dire.

- E se...

- Taci!...

Un grido strano lacerò l'ariaun grido stridente: niff!....

- Mi ero ingannato io? - chiese Kammamuriil quale nonsapendo da quale parte potevano irrompere quei terribili animaliben piúpericolosi degli elefanti e delle tigriaveva arrestato il cavallo.

- Nosahib. Questo niff l'ho udito anch'iodiverse voltepoiché nei nostri paesi si usa assai cacciare i rinoceronticolla lancia.

- Sarà uno solo o saranno in molti? - si chiese con ansietàil maharatto mentre tendeva gli orecchi.

Attraverso alla jungla si udiva un galoppo pesanteirregolareche si avvicinava con estrema rapidità.

- Mi pare che sia uno solo - disse - e tuttavia le nostrecarabine avranno un bel da fare per gettarlo a terra.

«Quei bestioni sono corazzati e ricevono le palle senzainquietarsi troppo.»

- Andiamosahib? - chiese il rajaputoilquale pareva in preda ad una vivissima inquietudine.

Il maharatto stava per rispondere quando il gridostridente echeggiò improvvisamente a poca distanza.

Quasi subito un bestione enormelungo non meno di quattrometrie alto piú d'uno e mezzotutto coperto di fangoed il naso armato d'uncorno di avoriolungo piú di ottanta centimetrisi precipitò con furiainfernale addosso ai due cavalieri.

- Via! via! - urlò Kammamuri.

Non vi era bisogno di quel comando. I due mongolispaventatisi erano dati ad una corsa pazza attraverso lo squarciosaltandomeravigliosamente tutti gli ostacoli.

Il rinocerontescoperti i cavalierisi era arrestato comese fosse sorpreso d'un incontro similema dopo un istante di esitazione ripresela corsa.

Tutto cadeva dinanzi a quel bruto dotato di una forza quasieguale a quella degli elefanti. Teneva la testa quasi rasente al suoloe colformidabile corno fracassava i bambú giganteschi come se fossero semplicipagliuzze.

Le tigri ed i leopardi sono pericolosi e danno molto dapensare anche ai piú famosi cacciatori; ma il rinoceronte è il peggiore ditutti gli animali che infestano le foreste e le jungle dell'Indostan.

Sembra che sia sempre in preda ad una pazzia furiosa. Vavienesi slanciabattaglia colle piante atterrandolesi getta perfino dietroagli sciacalli ed ai nilgò che non possono certamente tentare diassalirlo.

Perfino i carnivori evitano quel bruto dal cervello malatoescappano dinanzi alle sue cariche furioseben sapendo di non aver nulla daguadagnare impegnando una lotta.

Vive quasi sempre solounendosi ben di rado alle femmine chetosto abbandonaquantunque non siano migliori di luianzi!... Quando vi è unpiccolo da difendere la rinocerontessa non esiterebbe a scagliarsi anche controun reggimento di cavalleggeri.

Kammamuri che sapeva con quale nemico aveva da fare e assaimeglio del rajaputocercava con una fuga disperata di sottrarsiall'attacco.

- Tieni strette le briglie!... - gridava al compagno che gligaloppava un po' innanzi. - Non dimenticare che chi cade deve fare la conoscenzacol corno del signor niff!

- Lo so - rispose il rajaputoil quale non cessava diaizzare il proprio corsiero. - Lo sosahib e mi guarderò bene dalcadere. Guadagna su di noi?

- È appena a venti metri.

- Se provassimo a sparare?

- Coi salti disordinati dei cavalli? Chi potrebbe mettere unapalla al posto?

- Che non perda mai le forze quel dannato bestione?

- Sono resistenti come gli elefanti.

- E durerà molto questa caccia?

- Va' a domandarlo al signor niffse ti basta ilcoraggio.

- Ah no!... Preferisco scappare.

I due mongoliin preda ad un pazzo terroredivoravano lospazio cacciandosi sempre piú dentro l'enorme squarcio. Facevano sforzidisperati per conservare la distanzae si guardavano dal cadere sapendo che nonsarebbero sfuggiti alla rabbia del bruto.

Quella corsa furibonda durava già da una buona mezz'oraquando Kammamuri udí il rajaputo gettare un grido terribile e poi lovide subito scomparire come se la terra si fosse aperta sotto le zampe delcavallo.

Quantunque incalzato da vicino dal bestionetentò diarrestare il mongoloil quale si era trovato improvvisamente dinanzi ad unenorme ammasso di bambú atterrati.

Era troppo tardi per trattenerlo. Il povero animalespaventatosaltò e scomparve a sua volta insieme al cavaliere dentro una bucaprofonda e assai larga e lungarompendosi le gambe.

Kammamuri per contraccolpo era stato scaraventato innanzi edera andato a finire fra le braccia erculee del rajaputo.

Un momento dopo rovinava nella buca anche il rinocerontemandando un urlo spaventoso.

Per un vero miracolo non era andato a cadere sui duefuggiaschi e sui due cavalli. Anzigli era toccato di peggio: si era infilzatosu uno di quei pali aguzzi e durissimi che gli indiani collocano in fondo allefosse da cacciale quali talvolta sono cosí vaste da poter contenere anche unadecina di elefanti.

Il brutomezzo fracassato per la cadutae feritoorribilmente dal palo che lo aveva subito trattenutoimpedendogli di farequalsiasi mossaaveva spalancata la bocca mostrando i denti massicci e mandandofuori un altro urlo piú orribile del primo. Ormai era immobilizzato e nonpoteva piú nuocere. La sua agonia cominciava e doveva essere ben lungaquantunque nella caduta si fosse non solo fracassato il muso ma anche ilterribile corno.

Kammamuri ed il rajaputosalvati miracolosamentesierano prontamente rimessi in piedi colle carabine in mano.

I due cavalli erano perduti. Se avevano salvato i lorocavalieri si erano quasi fracassatie si agitavano pazzamente in fondo allagigantesca trappola mandando dei dolorosi nitriti e sferrando calci in tutte ledirezioni.

- Come siamo ancora vivi noi? - chiese il rajaputogirandointorno due occhi dilatati dallo spavento. - Lo sai tusahib?

- Io so che senza di te mi sarei spezzata la testa contro lepareti della fossa. Io ti devo la vita.

- Nosahibti ho preso a volo e nient'altro.

- In buon punto però.

- Non dico di no. Mi sono trovatofortunatamentesul tuocapitomboloe le mie braccia t'hanno arrestato. Come vediuna cosanaturalissimasemplicissima sahib.

- Non saprei che cosa dire - rispose il maharattoilquale aveva riacquistato prontamente il suo sangue freddo. - Il tuo cavallo èperduto?

- Fra un paio d'ore sarà morto.

- Il mio pure.

- E quel bestione?

- Ohquantunque impalatodurerà molto. Non occuparti dilui d'altronde: è come un grosso bastimento ancorato.

- Mancherebbe ora che ci piovessero addosso i banditi diSindhia.

- Uhm! Chi sa dove saranno ora.

- E noi come ce la caveremo?

- Rispondi prima ad una mia domanda. Come non ti sei spezzatoil cranio?

- Quando ho veduto il cavallo precipitare ho aperto le gambeper non trovarmi coi piedi imprigionati nelle staffeed ho fatto non so se dueo tre salti nel vuoto. È Siva che mi ha salvatoo Brahma o Visnú? Io non loso. Ma so che sono ancora vivo e pronto a ricominciare la lottapoiché le miecostole hanno resistito meravigliosamentee cosí pure le gambe e le braccia.

«Ci deve essere un po' d'acciaio dentro le mie ossa.»

- Lo credoamico. Aspettami.

- Dove vaisahib?

- Vado a vedere se ci sarà possibile di uscire da questatrappola.

- E quel bestione?

- Lascialo urlare. Già non guarirà piú mai; nessun medicooserebbe levargli quel pezzo di palo che lo ha sventrato.

- E se lo spezzasse e si gettasse improvvisamente su di te?

- Questo pericolo non esiste. D'altronde abbiamo ancora lenostre carabine e le nostre pistole senza contare le scimitarre. Come vedimalgrado il gran salto che avrebbe dovuto esserci fatalesiamo ancoraformidabilmente armati.

Vediamo un po' se si può uscire.

Senza curarsi degli urli spaventosi del bestionesi eraavanzato verso il centro dello scavo.

Si trattava di una vera trappola pei grossi animalivastissimacon tre pali conficcati fortemente nel terreno e che i cavallipureammazzandosiavevano miracolosamente evitati.

Quelle fosse che i cacciatori indiani scavano in mezzo alle junglehanno la bocca piuttosto stretta ed il fondo invece immensoe le paretisono tagliate in modo da non permettere a nessuna bestia di risalire a cagionedell'estrema pendenza delle pareti che formano con la base degli angoli acuti.

Li coprono di bambúcospargendovi sopra delle zolle diterrain modo da nascondere l'agguatopoi i cacciatori vanno a fare le lorovisite e quasi sempre trovano selvaggina piccola e grossa che traggono consolidi lacci.

- Questa fossa è peggiore di una prigione - disse il maharatto.- Chi sarebbe capace di arrampicarsi fino alla bocca? Che Sindhia abbiatutte le fortune? Eccoci a piedi ed in cattiva compagnia. Povero signor Yanezcome potremo ora condurre a termine la nostra missione? Io ne dubito assai.

Guardò il rinoceronte il quale non cessava di urlarespaventosamentefacendo trabalzare i poveri cavallipazzi ormai di terrore egià agonizzanti.

Il mostruoso animale era orribile a vedersi. Scuotevafuriosamente la sua testaccia quasi triangolarevomitando sanguee sotto ilsuo ventredove il palo l'aveva infilzatoaltro sangue inzuppava il suolomisto a brandelli di budella.

Quantunque dovesse soffrire atrocemente ad ogni mossapresoda una vera folliatentava di liberarsi dell'ostacolo che lo trattenevaallargando sempre piú la ferita.

Il rajaputo aveva raggiunto il maharatto ilquale aveva armata la carabina.

- Bisogna ammazzarlo- gli disse - Se i banditi di Sindhiahanno seguíto il sentiero potrebbero spingersi fino a questa fossa per vedereche cosa succede.

- Lo pensavo anch'io in questo momento - rispose Kammamuri. -Temo bensí che la carabina attiri quelle canaglie meglio che gli urli di questobruto.

- Le pistole non fanno tanto fracassosahib. Sparagliin un occhio.

- È quello che farò... I cavalli sono morti?

- Fra dieci minuti se ne andranno anche loro. Sono troppofracassati per poter sopravvivere.

- Ecco una grave perdita.

- Che nessuno poteva prevedere - rispose il rajaputo.

- Lo so.

Il maharatto si tolse dalla cintura una lunga pistolaa due cannedi forte calibrosi avvicinò al bestione il quale continuava afare degli sforzi prodigiosi per liberarsi dal paloe sparò un colpoabruciapelonell'occhio sinistro. Seguí una seconda detonazione e l'animaledopo aver mandato un ultimo e piú spaventoso urlosi abbatté piegando sottoil ventre squarciato le larghe e robuste zampe.

Aveva preso due palle nel cervelloil solo puntovulnerabile.

- Lo hai fulminatosahib- disse il rajaputo.

- Io credo che non sia ancora proprio morto - risposeKammamuri. - Conosco queste canaglie. Pare che abbiano dieci cuori e diecicervelli.

Infatti proprio in quel momento il rinoceronte spalancò dueo tre volte la bocca vomitando dell'altro sanguepoi sbadigliò facendocrocchiare le robuste mascelle.

Era l'ultimo sforzo. Si raggrinzò quasi tutto su se stessomandando un debole lamentopoi scosse le orecchiedistese le zampe che avevaraccolte sotto il ventree con un secondo sbadiglio ed un nuovo getto di sanguespirò.

- Queste bestie fanno veramente paura - disse il rajaputo.

- Le tigri valgono meno - rispose Kammamuri.

Guardò in altoverso l'uscita della fossa. La lucecominciava a mancare: il sole tramontava rapidamentee le tenebre stavano perpiombare.

I due valorosi si guardarono a lungointerrogandosi cogliocchi.

- Non so che cosa dire - disse il maharattoil qualeappariva scoraggiato.

- Che non si possa proprio lasciare questa tomba? - chiese ilrajaputo.

- Non vedi come le pareti sono state tagliate. Una scalata èimpossibile.

- E se ci aprissimo una galleria?

- Ci penseremo. Anche i cavalli sono morti; non è vero?

- Non li vedo piú muoversi.

- Chi sa!... Tu sei forte come quattro uomini; ma per ora nonfaremo nulla. Aspetteremo l'alba.

- Dentro questa buca piena di sangue?

- Chiama in tuo aiuto due dozzine di cani volanti e fatticondurre sopra - rispose Kammamuri.

- Non posso averli sotto manosahib.

- Hai la tua pipa?

- Síed un po' di tabacco ancora; ma lo stomaco è vuoto.

- Domani cucinerai una zampa del rinoceronte e ti leverai lafame per ventiquattro ore.

- Domani!... - brontolò il rajaputo. - Ci sonododici ore.

- Cerca se nelle fonde dei nostri cavalli vi è ancoraqualche cosa da porre sotto i denti.

- Sí; dei miserabili banani che non basteranno al miocorpaccio.

- Stringi la fasciacosí diventerà piú stretto.

- Ci vuole ben altro per mesahib.

- Ci sono due cavalli ed un rinoceronte. La carne non mancaanzi ne abbiamo troppa. Mangia fin che vuoi.

- Cruda?

- Vorresti che ti fabbricassi uno spiedo od una graticola eche ti accendessi anche il fuoco? Non vedi che qui vi sono solamente poche canneche darebbero piú fumo che fuoco?

- Allora non mi rimane che stringere la fascia - disse il rajaputocon voce malinconica.

- Rifiuteresti la carne cruda? Un bel pezzo di coscia di unoo dell'altro dei nostri cavalli potrebbe servirti.

- Senza sale e senza pimento?

- Ohésignor Ercolediventate un po' difficile! Qui nonsiamo alla capitale.

Il silenzio non era rotto che dagli urli degli sciacalliattirati a diecine dall'odore della carne del rinoceronte e dei cavallidallaquale si ripromettevano un'abbondante cenaquando ad un tratto il gigante sispinse verso il centro della fossa e si mise in ascolto. Poco dopo un grido glifuggiva:

- I campanelli!...

- Che campanelli? - chiese Kammamuriil quale si eraaffrettato a raggiungerlo.

- Non odisahib? Ascolta bene.

- Síun lontano tintinnío che pare si avvicini conrapidità diabolica.

- È la posta indiana che passa.

- Attraverso a questa jungla?

- I banditi del rajah avranno costretto il conduttoredella valigia postale a prendere un'altra via.

- Se passasse vicino alla fossa!

- E vi cadesse dentro!...

- Spareremo un colpo di pistola.

- Odisahib?

- Síla posta vola. Ha tre cavalli ed il carrozzino pesaappena quanto teNon so però come faremo a trovarvi posto.

- In qualche modo ci accomoderemo. Vi sono due sediliunodinanzi per il postino ed uno di dietro.

- Che non può servire che ad una sola persona.

- Io monterò uno dei cavalli.

- Sarà meglio.

- Taci.

Il tintinnío dei campanelli si avvicinava sempre e conrapidità fulminea. La posta indiana va a rotta di colload un galoppoindiavolatoattraverso a jungle e montagne cambiando gli animali nei bengalowche sono incaricati di tenerne sempre un certo numero.

La corriera postale doveva essersi cacciata attraversol'immenso strappo aperto dagli elefanti o dai rinocerontie correva dirittoverso la trappola che il conduttorecausa l'oscuritànon avrebbe potutoevitare.

Gli sciacallispaventati dalle sonagliere erano fuggititutti urlando lugubremente. Come si saquella specie di lupise anche sono inbuon numerosalvo qualche rara eccezionenon osano mai attaccare l'uomo.

Fuggono anche dinanzi a tutti i carnivori non essendo dotatidi soverchio coraggio. Hanno molto delle jene africanefracassoneterribili inapparenzae poi in realtà vigliacche al punto da fuggire dinanzi ad un ragazzoarmato d'un semplice bastone.

Kammamuri aguzzava sempre gli orecchi tenendo in pugno unadelle sue pistole a due colpipronto ad arrestare il corrierecon un colpo difuoco improvvisoprima che precipitasseinsieme co' suoi tre cavallinellaimmensa fossa.

I campanelli echeggiavano sempre piú vicini fragorosamente.La corriera volava; e volava verso l'abisso.

- Sahib- disse il rajaputo. - È ilmomento di sparare.

- Aspetta.

Il vecchio cacciatore ascoltava sempre con estremaattenzione.

Passò un altro mezzo minuto che al rajaputo parvelungo come una mezz'orapoi il maharatto alzò la pistola e lasciòpartire i due colpi gridando subitocon voce tonante:

- Ferma! ferma! La terra è spaccata! Ferma postino!

I campanelli sonarono ancora per qualche istantefuriosamentepoi tacquero quasi bruscamente. Una voce umana si udí al di fuoridella fossa squillare altissima:

- Chi è che ha fatto fuoco?

- Amici della posta indiana - rispose Kammamuri. - Stacca ilfanale e guarda dove stavi per piombare insieme alla vettura.

- Vi avverto che sono armato.

- Noi non siamo dei banditi della jungla. Ti dico cheti abbiamo salvata la vita.

- Ora lo vedremo.

I campanelli dei tre cavalli squillarono ancora un momentomisti a nitriti poderosipoi un getto di luce si proiettò dentro la trappola.

Il corriere mandò un urlo di spavento.

- Grazie - disse poi. - Voi mi avete salvato ed insieme conme avete pure salvati i tre corridoriche cosa posso fare per voi?

- Trarci di qui - rispose Kammamuri. - Avrai delle funi.

- Síma vorrei prima sapere chi voi siete ed in quantisiete.

- Siamo solamente due. Io sono l'aiutante di campo delMaharajah dell'Assamed il mio compagno è un rajaputo buono comeun fanciullo quantunque possegga una forza gigantesca.

- E come vi trovate lí dentro?

- Siamo precipitati insieme coi nostri cavalli mentrecercavamo di sfuggire i banditi del rajah ed un rinoceronte che ci haseguiti nel capitombolo e che si è impalato.

- I banditi del rajah - disse il corriereilquale continuava a proiettare dentro la fossa i raggi del suo fanale - hannocercato di darmi la caccia e di arrestarmi.

- Erano a cavallo; non è vero? Dovevano essere venti oventicinque. Fors'anche meno poiché ne abbiamo smontati parecchi.

- Aspettatemi.

- Bada che i cavalli non avanzino.

- Sono già legati - rispose il corriere.

La sua assenza fu brevissima. Una solida corda cadde benpresto dentro la trappola.

Il maharattoi cui occhi si erano ormai abituatiall'oscuritàla prese a volo e si mise ad arrampicarsinon dimenticando diportare con sé le sue armi e la gualdrappa del cavallo.

Di solito la posta indiana si serve di giovanottiscelti congrande curache arma d'una frusta dal manico corto e la correggia lunghissima edi due buone pistole. Il conduttore della corriera postale che stava perprecipitare nell'abisso era invece un soldato seikkogià sullaquarantinadi forme robustissimecon una lunga barba nera arruffata e dueocchi scintillanti come carbonchi.

- Ti ringraziosahib- dissedopo averdiretti i raggi della lanterna su Kammamuri- di avermi salvata la vita. Sesparavi un momento dopo io mi ammazzavo. Dov'è il tuo compagno?

- Eccolo: come vedi è un rajaputo.

- Che deve lottare con vantaggio contro gli orsi delle nostremontagne! - disse il corrieredopo averlo squadrato dalla punta dei piedi alturbante.

- Potrai caricarci tutti e due? - chiese Kammamuri.

- Io monterò il cavallo di mezzo e voi occuperete i sedili.

- Ma dove andavi?

- Il corriere non può tradire i suoi segreti. Ero incaricatodi andare molto lontanoal di là della frontiera orientale dell'Assam.

- Nell'Arracam od in Birmania?

- Non posso dire nulla. Sarà meglio riprendere subito lacorsapoiché gli uomini che l'ex rajah ha assoldati devono essere tuttisulle mie tracce.

- Siamo ormai in tre ed abbiamo delle grosse carabine - disseKammamuri. - Li abbiamo già arrestati un paio di volte.

Mise il fanale a posto ed indicò ai due salvati i duesediliuno collocato dinanzi e l'altro dietro al leggero síma robustissimocarrozzino.

Stava per montare il cavallo di mezzoil quale continuava ascuotere le sonagliere come se fosse impaziente di riprendere la corsa insiemeai suoi due compagni di volataquando il corriere si volse nuovamente versoKammamuri chiedendogli:

- Sahibconosci questa jungla tu?

- Io non l'ho mai percorsa - rispose il maharatto. -Ho cacciato parecchie volte i grossi bufali insieme al Maharajah tenendomisempre lungo i margini di questa immensa macchia.

- Tu dunque non sai se sulla nostra corsa troveremo altretrappole. Non si sfugge due volte alla morte.

- Come ti ho detto io non ho mai attraversato questa jungla.

- E questo squarcio gigantesco che ha servito cosí bene asfuggire l'attacco dei partigiani dell'ex rajahchi lo ha fatto?

- Degli elefanti probabilmente spaventati da qualche banda dicacciatori o da altra causa a me ignota.

- Riguadagnare la via carrozzabile che conduce a Daboka nonmi conviene. Verremmo presto presi ed io ho ricevuto l'ordine di non farmicatturare.

- Credo anch'io che non sia il casoalmeno per oraditornare verso il settentrione - rispose Kammamuri. - Anche a noi preme assai dinon cadere nelle mani dei cavalieri che hanno tentato di darti la caccia. Vuoisapere altro?

- Per il momentono. Partiamo.

- Vuoi un buon consiglio prima di lanciare i cavalli?

- Parla puresahib.

- Sbarazza le bestie delle sonagliere le quali potrebberotradirci. Noi non abbiamo bisogno di fracassoanzi di passare inosservati e nelmassimo silenzio.

- Hai ragionesahib.

Il corriere si tolse dalla fascia un coltello affilatissimoun po' ricurvoche sembrava un mezzo tarwar e fece cadere al suolotutti i campanelli.

- Ora possiamo ripartire e che Buddha ci guardi dalletrappole.

Si slanciò sul cavallo di mezzoimpugnò la frusta dalmanico corto e la correggia invece lunghissimae mandò un fischio stridentepoco dissimile da quello che usano i cornac per far muovere gli elefanti.I tre veloci corsieri s'impennarono un momentonitrendo e sbuffandopoi sislanciarono a corsa sfrenata entro l'enorme squarciocosteggiando la trappola.

Un gran silenzio regnava sulla jungla. Pareva chetutti gli sciacalli che prima avevano tanto urlatodisperando ormai di darel'assaggio ai due mongoli ed al rinocerontesi fossero molto allontanati. Lanotte poi era splendidachiarauna vera notte indiana. Mancava completamentela lunama quali sprazzi di luce mandavano le stelle vaganti nel cielo!...Pareva che palpitassero lanciando lampi color degli smeraldidei topazi e deilampi di materie in fusione.

Avrebbero potuto spegnere il fanalema il corriere nonl'osavasapendo che tutti gli animali temono la lucespecialmente secomparisce improvvisamente.

- Sahib- disse il rajaputoil qualesi teneva bene stretto al sedile poiché la vettura faceva degli scossoniorribili - dove andremo a finire noi?

La domanda era stata diretta a Kammamuri il qualecome sisaoccupava il sedile collocato dinanzi.

- Che cosa vuoi che ne sappia ioamico? - rispose il maharatto.- So che fuggiamoe per noi è molto utile frapporre un grandespazio fra le nostre persone ed i banditi di Sindhia.

- E questo corriere?

- Porterà qualche messaggio importante a qualche comandanteinglese della frontiera birmana od arracanese.

- Spero che non lo seguiremo fino laggiú.

- Non ne ho nessun desiderio. E poi vi sono qui tre cavallie due possono servire a noi. Per la corriera può bastarne uno.

- Contisahib?...

Kammamuri stava per rispondere quando i tre corridoris'impennarono violentemente cadendo poi uno addosso all'altro e rovesciando ilcarrozzino.

Nel medesimo istante fra le cupe profondità della jungla siudí risonare il ben noto ha-o-hung delle tigri.

 

 

CAPITOLO IX

 

LA NOTTE NELLA «JUNGLA»

 

Il rajaputo e Kammamuriprima che la vettura sirovesciasseerano saltati lestamente a terramentre il corriere veniva gettatoa dieci passi di distanzain mezzoper sua fortunaad un enorme cumulo difoglie secche.

I cavalliimbarazzati fra i tirantinon si erano piúmossi. Nitrivano bensí disperatamente come per chiedere aiuto agli uominicontro la formidabile fiera che si era annunciataforse ancora digiunafors'anche non sola.

- Sahib- disse il corriereil quale avevaraggiunto prontamente i cavalli tentando di calmarli - voi siete meglio armatidi me: aiutatemi a levarmi d'impiccio.

- Noi siamo pronti - rispose Kammamuriil quale aveva giàarmata la carabinainginocchiandosi dietro al carrozzino. - Non siamo uomini daaver paura d'una od anche piú tigri.

- Devo far alzare i cavalli?

- Finché la bestia o le bestie non si presentano te loproibisco. Hanno le gambe rotte?

- No: sarebbero pronti a ripartire sahib. Se tu lovolessi li rimetto in piedi e torno a lanciarli.

- Tu non conosci le bâghs.

- So che sono cattive ed audacissime. Non è la prima voltache mi assalgono anche su grandi strade fiancheggiate da boschi o da jungle.

- Sei un uomo fortunatoperché vedo che non ti mancanemmeno un braccio.

- Ho perduto un orecchiosahib e porto sul mio pettole tracce di tre unghiate.

- Speriamo questa volta di salvare l'altro tuo orecchio -rispose Kammamuri. - Quelle bestie avranno da fare i conti non già colle tuepistole bensí colle nostre carabine. È vero rajaputo?

- E quando sparano difficilmente falliscono - disse ilgigante. - Una tigredopo tuttonon è un rinoceronte inferocito e spinto acorsa sfrenata.

Quei bestioni fanno molta paura.

- Aspettiamo adunque? chiese il conduttore della posta.

- Non c'è altro da farese vuoi salvare i tuoi cavalli -rispose il maharatto.

Si alzòstaccò il fanale il quale splendevamagnificamenteavendo una grossa lente di quarzoe disse al rajaputo:

- Alza la vettura.

- Insieme con un cavallo?

- Nonolascia tranquille le bestiealmeno per ora. Lestanghe si sono spezzate?

- Nosahib.

- Allora alza.

Il gigante checome si saera dotato d'una forza piú chestraordinariarimise il carrozzino sulle sue due ruote.

- Tu sei un uomo prodigioso - disse Kammamurideponendo ilgrosso fanale sul primo sedile. - Ora ci divertiremo un po'. Peccato che non visiano con noi il Maharajahil mio padrone e la Tigre della Malesia. Cheterzetto formidabile!...

- Va' a chiamarlisahibse ne hai tempo - disse il rajaputo.- Come vediqui ci sono tre cavalli e di razza.

- Per farmi prendere dai banditi di Sindhia? Ohche pessimoconsiglio mi dài.

- Credo anch'io che non sia affatto buono - rispose ilgigante. - Signora bâghsiamo pronti a farvi un'accoglienza degna deivostri denti e delle vostre unghie.

- Non scherzare- disse in quel momento il corriereilquale si era pure rifugiato dietro al carrozzinotenendo in pugno le suelunghissime pistole. - Io ho già veduto la tigre spiccare un gran salto escomparire in mezzo ai bambú.

- A quale distanza? - chiese Kammamuri.

- A non piú di cinquanta passi.

- Che occhi hai tu?... Possono competere con quelli delcacciatore di topi delle cloache di Gauhati.

- Chi è quell'uomo?

- Te lo dirò un'altra volta. Ora dobbiamo occuparci della bâghche affermi di aver veduto. Apri gli orecchi allora ed ascolta!

La tigre aveva lanciato nuovamente il suo lugubre urlo diguerrafacendo rintronare la jungla.

Pareva che fosse solama Kammamuri non si fidava affatto.Sapeva benissimo che i maschi sono sempre accompagnati dalla femminala qualelotta con un coraggio disperatospecialmente se conduce con sé dei tigrotti.

- Nemmeno questa notte dormiremo - disse il rajaputo.

- Se non hai paura di farti strappare la testa od una gambaavvolgiti nella gualdrappa del tuo mongolo e lasciami la tua carabina.

- Ohmai sahib! Tu giuochi la tua vita e giocheròanch'io la mia.

- Mi aspettavo questa rispostamio valoroso.

- Apriamo allora gli occhi.

- Bisognerebbe coprire il fanale - disse il corriere. -Scorgendo tanta luce le bâghs non oseranno gettarsi contro di noi.

- È presto fatto - disse il rajaputo prendendo lacoperta del suo mongolo. - Le stelle questa sera sono grosse come ben pochevolte le ho vedute.

«Si direbbe che stanno per cadere sulla jungla.»

- Bada che non ti cada addosso qualche stella gialla e neraarmata di denti e di artigli- disse Kammamuri.

Sulla gigantesca macchia si era alzato un forte venticellonotturnoil quale faceva frusciare le altissime cime dei bambúrivestite dilunghissime foglie.

Quel sussurrío non era da nessuno desideratopoichébastava a coprire l'avanzata agile della bâgh.

Se in alto l'aria era un po' frescasotto i giganteschivegetali passavano invece di quando in quando dei soffi caldissimi impregnati diodori piú che cattivi. Erano ondate di miasmi che si rovesciavano sulla bassa junglaprodotti dalla corruzione delle piante ed anche dei numerosi carcami noncompletamente spolpati dagli sciacalli e dal leopardi.

Le tigripiú signoresoddisfatta la fameabbandonano lapreda e non la toccano piú. Quelle bestie malvagie vogliono sempre carnepalpitante e sangue caldosicché molte carogne rimangono disseminate qua e làa corrompere l'aria.

I tre uominiinginocchiati dietro la vettura postaleaspettavano sempre animosamente il mangiatore d'uomini coll'intenzione dimandarlo pieno di piombo in qualche paradiso o in qualche inferno.

Due urli echeggiarono in quel momento nella jungla.

- Sono in due - disse il rajaputo. - Che ciattacchino da due parti?

- È probabile - rispose Kammamuriil quale giàs'inquietava assai. - Scopri il fanale. Almeno vedremo da quale partegiungeranno. Se si fosse trattato d'una sola bestiaavremmo potuto sparareanche senza questo getto di lucema due!... Corrieresono tranquilli icavalli?

- Faccio una fatica enormesahibper impedire lorodi rialzarsi.

- Fuggirebbero a corsa sfrenata senza di noi.

- Lo sosahibed è per questo che non li abbandonoun solo istante. Mi duole che non posso esservi di nessun aiuto.

- Lascia fare a noi - disse Kammamuri. - Come ti ho dettonon siamo alle nostre prime cacce.

- Si vede dalla vostra tranquillità - rispose il corriereil quale aveva posato le due lunghe pistole presso al cavallo di mezzo peraiutare i suoi salvatori.

- Ehirajaputoniente ancora? - chiese il maharatto.

- Nosahib - rispose il gigante. - Si direbbeche ormai le bâghs hanno cenato e non hanno piú bisogno delle nostrecostolette.

- Uhm! Aspetta un po'e vedraiamico. Sono furbeedagiscono con estrema prudenza.

- Tacisahib.

- Un fruscío dinanzi a noi; è vero?

- Ed un soffio d'aria impregnata d'un certo odor di selvatico- rispose il rajaputo - Tu pensa a quella che si avanza dirittaverso di te; io m'incarico dell'altra.

Il momento era terribile. Le due bâghs dovevanotrovarsi a breve distanzapoiché le loro esalazioni di selvatico si facevanosentireportate dalla brezza notturnache di quando in quando cambiavadirezione.

Kammamuri ed il rajaputo spalancavano gli occhimentre il corriere faceva sforzi sovrumani per trattenere i cavallii qualierano assaliti da intensi tremiti. Le povere bestie sentivano le implacabilinemichee cominciavano ad essere invase da un pazzo terrore.

Ad un tratto il rajaputo ricoprí il fanales'inginocchiòalzò la carabinapoi fece fuoco in direzione di due puntiluminosi che vedeva dinanzi a sé.

Un'ombra passò sopra la carrozza postale e cadde tre metridinanzi al maharatto.

L'occasione era favorevole. Il vecchio cacciatore dellaJungla nera lasciò cadere la carabinaimpugnò una delle sue pistole a duecolpi e scoprí il fanale.

Una tigre gigantesca si era rizzata dinanzi a luiurlandospaventosamentema era subito ricaduta come se avesse qualche zampa fracassata.

Kammamuri non esitò un istante a spararevedendodistintamente la belva entro il cerchio di luce proiettato dal fanale.

- Atterrata? - chiese il rajaputoche accorreva inaiuto del cacciatore.

- Sí - rispose semplicemente Kammamuri. - È caduta.

- Morta?

- Pare.

- Non ti fidaresahib: sparale un colpo di carabina.

- Sarebbe forse una carica sprecata.

- Da' retta a mesahib.

Il maharattoun po' impressionato per quellainsistenzaaveva raccolto la sua grossa arma e stava per puntarlaquando labestia gigantescache egli credeva di aver uccisasi gettò con un gran balzoaddosso ai cavalliaddentò il corriere per la nuca e lo portò via collastessa facilità come se si fosse trattato d'un fanciulloscomparendo subitonella jungla.

Non vi era nulla di straordinario in quel fatto. Le tigrialpari dei giaguari americanipossono resistere a parecchie palle; e con la loroforza straordinaria riesconoanche feritea saltare stecconate alte due o piúmetriportandosi in bocca un vitello del peso di cento cinquanta chilogrammise non piú.

Kammamuri mandò un grido fortissimo:

- Rajaputotieni fermi i cavalli; se fuggononoisiamo perduti.

- E quel disgraziato? - chiese il gigantementre sislanciava verso i tre corsieriche stavano già per alzarsie li abbattevanuovamente con pugni formidabili

- Hai paura a rimanere qui senza il fanale?

- Noquantunque debba pensare ai cavalli ed alla seconda bâghche nessuno sa da qual parte ci piomberà addosso.

- Taglia le cinghie alla vettura e lega solidamente le gambeai trottatori. Cosí sarai piú libero di difenderti.

- E poi li ritroveremo sventrati.

- Per Sivache cosa fare? - si chiese Kammamuricacciandosile mani sotto il turbante. - Lasceremo noi divorare quell'uomo mentre abbiamodelle armi?

- A quest'ora sarà morto - rispose il rajaputo. - Uncolpo di dente di quelle bestiaccee la colonna vertebrale viene spezzata comese fosse una festuca.

- Eppure io devo tentare di trovarlo o di vendicarlo.

- Non osare tantosahib! Pensa che le tigri sono due.

- Sarebbe una vigliaccheria. Un vecchio cacciatore non puòrimanere inattivo dinanzi ad un tal fatto... Hai legato le zampe ai cavalli?

- Sího finito.

- Allora aspettami.

Proprio in quel momentosotto gli altissimi bambúsi udíuna voce umana gridare due volte:

- Aiuto!

L'uomo che aveva lanciato quell'appello disperato non dovevaessere lontano piú di un centinaio di metri.

Kammamuri prese il fanalearmò la carabina già da luicaricata a grossa mitragliache certe volte riesce di miglior effetto d'unasola pallae si slanciò attraverso la tenebrosa macchiarisoluto a ritrovarevivo o mortoil disgraziato corriere.

Fece velocemente una cinquantina di passipoi si arrestò inmezzo a due grossi bambú e si mise in ascolto.

Gli parve di udire delle foglie secche scrosciare un po' piúinnanzi a lui e poi un sordo mugolio.

- La bâgh che ha portato via il corriere mi è vicina- disse fra sé il coraggioso maharatto.

Alzò il fanale e si mise a gridare a pieni polmoni:

- Vengo in tuo aiuto! Se puoitieni saldoconduttore dellaposta!

Un grido rispose subito:

- Sono... ferito... la bâgh... la bâgh.

In quella voce vi era uno spavento orribile. Non parevanemmeno piú una voce umana; era una specie di ululato.

Disprezzando ogni pericolocogli occhi in guardia e gliorecchi tesiil maharatto si avanzava entro una specie di solco chepareva fosse stato appena aperto.

Da una parte e dall'altra si alzavano sempre i bambúcollegati di quando in quando da quella specie di piante che in commerciovengono chiamate canne d'Indiale quali hanno talvolta una larghezza di oltretrecento metri.

Aveva percorsi altri quaranta o cinquanta passiquando sivide comparire improvvisamente dinanzientro il raggio luminoso proiettato dalfanaleuna tigre. Era quella che aveva portato via il corriere o la suacompagna?

Kammamuri non se lo chiese due volte. La belvaabbagliatadalla lucesi era bruscamente fermatabrontolando sordamente.

Era il buon momento per far fuoco e quasi a brucia pelo.

La grossa carabina rimbombò come una spingarda sotto i foltivegetali rumoreggiando stranamentee quasi nello stesso tempo si udí un urloterribile.

La bâgh era stata mitragliataa soli cinque metri didistanzain pieno muso.

- Ahci seiamica! - disse Kammamuriimpugnando unapistola. - Devo averti accecata completamentee devo averti strappato il naso.

Si avanzò con precauzionespingendo sempre avanti ilfanalee poco dopo vide distesa e senza vita la belva che aveva colpita.

- L'ho sempre detto io che le nostre grosse carabine malesisono le meglio adatte per le grosse cacce! - mormorò Kammamuri.

Proiettò la luce sulla bâgh e vide subito che non siera ingannato. Le grosse pallottole avevano strappato occhinaso e labbra primadi conficcarsi nel cervello.

La testa era irriconoscibilee perdeva sangue da dieci oquindici ferite.

- Ora che ho sbrigata la viapensiamo al corriere - disseKammamuri. - Io ho fatto tutto ciò che era umanamente possibilee se non lotroverò vivo non sarà colpa mia. Ben pochi cacciatori avrebbero osato farealtrettanto.

Diede un nuovo sguardo alla tigrela quale non si agitavapiúe si avanzò nuovamente proiettando dinanzi a sé la luce del fanale egridando:

- Conduttore! Vedi questa luce che si avanza? -.

Nessuno rispose.

Kammamuri sentí bagnarsi la fronte d'un sudore freddoedaffrettò il passogridando ancora:

- Ehicorrieresei vivo o morto? Se sei solamente feritorispondi perché io possa sapere dove dirigermi.

Anche questa volta silenzio assoluto. Il vento notturno eracessatoe le alte cime dei bambú non frusciavano piú.

Il maharattoterribilmente impressionatostava perchiedersi se non sarebbe stato piú prudente tornare verso la vettura postalequando urtò contro qualche cosa andando a gambe levate.

Quantunque non piú giovaneera sempre agile come unapanterasicché in un momento fu di nuovo in piedicol fanale ancora acceso edintatto.

Un grido d'orrore gli sfuggí. Aveva urtato contro ilcadavere del corriereil quale era quasi sepolto sotto un ammasso di fogliesecche.

- Morto! - esclamò. - Ahdisgraziato!

Si curvò su quel misero corpo e lo scoprímandando qua elà le foglie.

- Il rajaputo aveva ragione - mormorò rabbrividendo.- Sono giunto troppo tardi!

La tigre aveva fatto scempio del povero conduttore dellacorriera postale.

Mezza faccia era stata strappataun braccio mozzatoed ilpettosquarciato da uno spaventoso colpo d'unghiamostrava i visceri.

Non vi era nulla da fare. Non rimaneva che fuggire in frettaper accorrere in aiuto del rajaputoil quale forse era ancora spiatodalla seconda tigre.

Kammamuri lasciò ricadere il cadaverelo ricoprí difoglieriprese il fanale e si mise in corsa.

Quell'uomoche tante belve aveva abbattuteinsieme conTremal-Naiknelle Sunderbunds del Gangecominciava a sentirsi invadereda un terrore invincibile.

E correvacorreva come un pazzotenendo la pistola puntatapoiché non aveva piú pensato a ricaricare la carabina.

E non aveva torto di perdere la sua audacia ed il suo sanguefreddodopo aver dato cosí grande prova di coraggio.

Non è solamente colle tigri che si ha da fare nelle umide etenebrose jungle. Ben altri animalinon meno pericolosipossonoapparire da un momento all'altro dinanzi all'uomo che osa attraversarleestraziarlo a colpi d'unghieo fulminarlo con un veleno potenteo stritolarlo.

L'Indostan è la regione dove le belve sono in maggior numeroche in qualunque altro paese del mondo. Le stragi che compiono le tigriileopardied i serpenti soprattuttosono incredibili.

Neppure le grandi battute degli ufficiali inglesii qualipossono disporre di elefanti ammaestratidi bande di cani e di schiere di cipaia cavallonon hanno mai diminuito il numero delle belve ferocicosí avidedella carne umana.

Kammamuriche conosceva tutti i pericoli della maledetta junglaaveva ben ragione dunque di essere inquietoanzi spaventato.

Oltre a temere della seconda tigre poteva accadergli dimettere i piedi su qualche cobra o su qualche pitonee cader morto primadi aver riveduto il fedele rajaputo.

Fortunatamente aveva sempre il fanale e tutte le bestiecomesi satemono la lucespecialmente se viene proiettata direttamente su di loro.

Dopo avere percorso piú di duecento metris'accorseconsuo grande spaventodi aver preso un altro sentiero che forse non lo avrebbecondotto alla vettura postale.

- Ho perduto la via! - esclamòfermandosi di colpo. -Durerà questo fanale tanto da permettermi di raggiungere il rajaputo?Quale pazzia ho commesso ad andare in cerca del corriere! E fossi almenoriuscito a salvarlo!

Aveva ripreso il suo sangue freddo. Il suo cuore e le suetempienon battevano piú come prima quando pareva volessero spezzarsi.

Ben altre terribili avventure aveva affrontate nella Junglanera abitataoltre che dalle belvedagli strangolatori di Rajmangol.

Scosse la lampada ed un sospiro di soddisfazione gli uscídalle labbra. Era ancora quasi pienaquantunque da due ore bruciasse.

Forse il corriere l'aveva riempita prima di giungere neipressi della trappola.

- E quel povero rajaputo che cosa penserà di me nonvedendomi ritornare? Se fosse fuggito sul carrozzino? Noè impossibile;quell'uomo è troppo fedele e non ha paura. Sono certo di ritrovarlo presso icavalli.

Illuminò tutt'intorno il terreno per vedere se vi erano deirettilidepose il fanalesi appoggiò ad un bambúe sua prima precauzione fudi ricaricare la carabina a mitraglia. Giànelle pistole non aveva moltafiduciaquantunque quelle indiane siano armi buonissimedi una portataabbastanza lunga e di sufficiente penetrazione.

- Orsúandiamo in cerca del rajaputo - disse.- In due ci difenderemo meglio; e poi noi dobbiamo riprendere al piú presto ilnostro viaggiose vogliamo salvare il signor Yanezil mio padrone ed il signorSandokan. Resisteranno ancora? Io lo spero perché hanno cavallielefanti emitragliatrici.

Si guardò ancora intornopoi rassicurato un po' dalsilenzio che regnava nella junglasi mise in moto cercando diorientarsi. Ma non era cosa facile fra tutti quei vegetaliche sorgevano adogni passo sempre piú altisempre piú fitti e avvinghiati da pianteparassite.

Kammamuri stava per oltrepassare una specie di cortinavegetale formata da spessi calamusquando udí dietro di sé unfruscío.

- Un altro seccatore! - mormorò. - Vediamo se si tratta diun seccatore o di una seccatrice. Ad ogni modo ha da fare i conti colla miacarabinaquesto importunosia maschio o sia femmina.

Stette fermo un minutoascoltando sempree gli parve udireun grugnito.

Kammamuri depose la lanterna al piede di un grosso albero ditamarindo e stette in ascolto.

Un'ombra nera si disegnò nel cerchio di luce proiettatodalla lanterna.

- To'chi si vede! Ti conosco bene ioe conosco pure le tuebrutte abitudini - mormorò il maharattomettendosi al riparo dietro iltronco del tamarindo.

Era un animale strano che nulla aveva che fare colle tigri ecoi leopardi: un animale dal corpo tozzo e cortole zampe basseil muso assaisporgente e terminante in una specie di triangolo. Il suo corpo era coperto daun folto pelame quasi lucido.

L'orso si era alzato sulle zampe deretane e si precipitavainnanzi furiosamente urlando e dimenando le zampe anterioripronto ad affondarele sue robuste unghie nella carne del disgraziato.

Si sa già che il prode maharatto possedeva il sanguefreddo di Yanezperciò non perdette affatto la testa. La Tigre della Malesiasi sarebbe lanciata all'attacco anche armata di un semplice coltelloefors'anche Tremal-Naik.

Prese la mira e sparò a tre soli passi di distanza. L'orsoricadde sulle sue quattro zampe mandando un urlo ferocepoi si slanciò di grancorsa attraverso la jungla con una rapidità sorprendente. Pareva che unuragano lo spingesse.

In un momentoprima ancora che il maharatto avesseavuto il tempo di mettere mano alle pistole o alla scimitarrafu fuori divista.

Si era ricacciato nella jungla portandosiprobabilmente in corpo la palla di carabina.

- Corri pure - disse Kammamuri - ma non andrai molto lontano.Ti ho tirato a bruciapeloe nel momento in cui sparavo le mie mani nontremavano. Io non ho il sangue ardente del signor Sandokan.

Si permise il lusso di riposarsi cinque minutinienteaffatto spaventato dagli urli dei coccodrilli nuotanti fra le fangose acquedella jungla inondataricaricò l'arma e si rimise in camminodeciso araggiungere il rajaputo prima che le sue forze messe cosí a dura provalo tradissero.

Camminava come l'ebreo erranteomegliocome un ebbrocolle pupille dilatate e il cuore palpitante. Si sentiva ormai completamentesperduto e non sapeva piú da qual parte dirigersi.

Luccicavano bensí nel cielo le stellema sotto gli altibambú regnava sempre un'oscurità paurosa.

Kammamuri rifece il sentiero che aveva percorsoe giunse benpresto presso la macchia degli alberi del ferro che gli aveva servito dirifugio.

Ad un tratto un grido di lieta sorpresa gli sfuggí dallelabbra.

Egli aveva inciampato nel corpo dell'orso.

- Morto! - disse Kammamurirespirando a lungo. - Mirincresce; ma la mia pelle credo valga ancora qualche cosa. Un gurú miha predetto che camperò quanto un coccodrillo. Ma io non lo so quanto vivonoquelle bestiacce.

Estrasse la scimitarraun'arma affilatissima e pesantesiaccostò alla bestiae con pochi colpi gli staccò una zampa deretana.

- Ci servirà domani - mormorò. - Abbandonare tutto aglisciacalliche non hanno fatto nulla per guadagnarsi la cenanon va. Tolgo loroalmeno uno dei migliori bocconi. Il rajaputose sarà ancora vivononsi mostrerà scontento di questo regalo.

Si legò lo zampone dietro le spalle con una solidafunicellae riprese l'interminabile marciacercando di giungere al grandestrappo della junglail solo che avrebbe potuto guidarlo alla corrierapostale.

Kammamuri tentò un'ultima volta di orientarsie dopo averpercorsi appena cinquecento metrisi trovò improvvisamente dinanzi al grandestrappo.

- Sono salvo! - esclamò.

Levò la pistola e sparò due colpicon un po' d'intervallofra l'uno e l'altroper richiamare l'attenzione del rajaputononcredendo ancora che fosse morto o fuggitoe si mise in ascolto.

Pochi secondi dopo echeggiavano altre due pistolettatesparate forse alla distanza di cinquecento metri.

- Ahil brav'uomo! - gridò Kammamuri. - È l'unico rajaputoveramente fedele.

E con uno sforzo supremo si slanciò a corsa disperatagridando a pieni polmoni:

- Tieni fermo! Vengo!

In quel momento il fanale si spensemacome abbiamo dettola notte era abbastanza chiarae la via ormai cosí ben delineata che eradifficile smarrirsi un'altra volta.

Correva da un mezzo minuto quando udí le sonagliere deicavalli tintinnare. Il rajaputo segnava con quelle il posto ove sitrovava senza sprecare altre munizionidiventate troppo preziosespecialmentein quei momenti.

Colle mani fece portavocee gridò forte:

- Sei turajaputo?

- Sí - rispose quasi subito una voce assai vicina.

- Vivo ancora?

- Credo di síperché rispondo.

- Ti porto la cena.

- Ed iosahibpreparerò un bel fuoco.

- I cavalli sono fuggiti?

- Ahno! Non fuggirebbe nemmeno un orso sotto le mie mani -rispose il rajaputoalzando la sua poderosa voce baritonale.

- Eccomi!

- Ti aspettosahib.

Kammamuriquantunque si sentisse completamente sfiatatosidette un ultimo slancio e andò a cadere addosso ai tre cavalli della vetturapostalele cui zampe non erano state ancora liberate dalle cinghie.

Il rajaputoil quale aveva già acceso un bel fuococorse verso di luilo sollevò fra le robuste braccia e lo coricò sui duecuscini della leggera vettura.

- Sahib- disse - tu sei sfinito.

- Lo credo - rispose Kammamuri. - Cammino da cinque o sei oresenza un istante di riposo. Dimmi: l'hai uccisa la seconda tigre?

- Non ancora; gira e rigira intorno alla vettura.

- Io ho ammazzato la prima.

- E qualche altra bestia ancorami pare - disse il rajaputo.- Hai un bello zampone d'orso appeso dietro le spalle.

- Guadagnato duramente! - esclamò il maharatto. - Ahche notte terribile!

- Perché sei stato assente tante ore?

- Mi ero sperduto nella jungla e non sapevo piútrovare la via del ritorno. Lasciami riposare cinque minutied intanto infilzanella bacchetta di acciaio della tua carabina lo zampone d'orso. Sonoquarantott'ore che noi non mangiamo.

- Il mio ventricolo è perfettamente vuotosahib. Domandaimperiosamente qualche cosa per riempirsi.

- E tu prepara l'arrosto.

- E la seconda tigresentendo il profumo d'un cosí belpezzo di carnenon tornerà piú ferocemente all'assalto?

- Io non sono ancora mortoe la mia carabina è scarica. Sela bestia ritornatirami le gambe.

- Sísahibtu hai un gran bisogno di riposarti.Lascia fare a me. Io non soffro per il sonno; d'altrondeio sono sempre stato asedere mentre tu camminavi. Vieni quicòricati e fidati di me. Non chiuderògli occhi finché la bestiaccia farà udire il suo orribile ha-o-hung.Ma tu hai ancora il fanale!... C'è una bottiglia d'olio per riempirlo: l'hotrovata nel cassetto. Che cosa vuoi di piú? Dormi finché l'arrosto si cucina.

Il maharattocompletamente esaurito dalla famedallastanchezza ed anche dalle emozionisi lasciò cadere sui due cuscini dellacarrozza.

Intanto il bravo rajaputonon meno affamatocollabacchetta d'acciaio del fucile e due rami forcuti aveva cominciato ad arrostireil magnifico zampone d'orsopesante non meno di quaranta chilogrammi e bengrasso.

Aveva raccolta molta legna seccavecchi bambú ormai mortie continuava ad alimentare il fuoco. Gli sprazzi di luceora infocati ed oragiallastrisi proiettavano sulla jungla e gli sciacalliattirati inbuon numero dal profumo dell'arrostourlavano rabbiosamente.

Il rajaputoormai rassicurato per la presenza del maharattoche come cacciatore valeva dieci uominicontinuava a girare lo schidionelanciando di quando in quando degli sguardi sospettosi verso il margine dellagigantesca macchiatemendo sempre di veder improvvisamente scintillare gliocchi fosforescenti della seconda bâghla quale non doveva essersicertamente allontanata.

Piú che altro osservava i cavalli per vedere se davano segnod'inquietudine. I tre corridorisdraiati accosti l'uno all'altro colle zampesempre ben legatestavano tranquilliquantunque gli urli degli sciacallirisonassero piú acuti che mailacerando gli orecchi meglio conformati. Erabuon segno. Se la bâgh si fosse trovata vicinanon avrebbero mancato disegnalarla con dei sonori nitriti.

Kammamuri dormí tranquillo un paio d'orepoi fu svegliatodalla voce sonora del rajaputo.

- Sahibla cena è pronta.

- Cena o colazione? - chiese Kammamuri dopo un paio disbadigli.

- L'alba non è ancora sortae credo che dovrà passarequalche ora prima che il sole si decida a lasciare il suo letto.

- E la tigre?

- Non ne ho avuto piú nessuna nuova - rispose il rajaputo- ma sono piú che mai convinto che si aggiri silenziosamente attorno alnostro piccolo accampamento in attesa del momento buono per lanciarsiall'attacco. Sai come fanno quelle bestiacce che hanno l'anima della sanguinariadea Kalí.

- Raddoppieremo la vigilanza - rispose Kammamuri. - Sipotrebbe allontanarla lanciando attraverso la jungla uno dei nostricavalli. Ormaiessendo morto il corrierea noi bastano due.

- Volevo farti anch'io questa propostasahib - risposeil rajaputo. - Sarebbe l'unico mezzo per sbarazzarci di quelpericoloso vicino.

- Prima ceniamopoi vedremo se converrà sacrificare uno diquesti bravi corridori.

- Vorresti raggiungere le montagne con la vettura postale?

- Non lo speroma un cavallo di ricambio sta sempre bene.

- Sicché lasceremo qui la posta?

- È necessario.

- Ed i banditi di Sindhiasi siano allontanati o veglinoancora sui margini della jungla?

- Lo sapremo piú tardi.

Kammamuri aprí il cassetto della leggera vettura e vi trovòdentro una ventina di biscottiquattro bottiglie di birra ed una buonaprovvista di tabacco. Vi era inoltre una fiasca di latta che conteneva dell'olioper il fanale.

- Siamo ricchi! - esclamò. - Se la signora tigre non verràa disturbarcinoi faremo una splendida cena. Scommetterei che vi prenderebberoparte volentieri anche il Maharajahil mio padrone ed il signorSandokan.

- Forse a quest'ora stanno divorando la proboscide o il piededi qualche elefantedue bocconi riservati ai rajah.

- La carne certo non manca nemmeno a loro - risposeKammamuri. - Anzi ne hanno in abbondanza.

Si guardò intornoed avendo scorto alla luce del falò ungiovane bananoandò a staccarne una foglia lunga un paio di metri e larga piúdi mezzola quale poteva benissimo servire da piatto.

Prima di mettersi a mangiare il rajaputo tagliò lepastoie a uno dei cavallidopo di avergli messo al collo una sonagliera.

Il cavallo balzò in piediaspirò fragorosamente l'aria epoi partíventre a terrafacendo tintinnare in modo indemoniato lasonagliera.

Dopo pochi istanti era scomparso.

- Ora possiamo cenare tranquilli - disse il rajaputo. -La bâgh almeno per il momento non penserà a noi.

- E se t'ingannassi? - disse Kammamuri. - Sai bene che i mangiatorid'uomini preferiscono le bistecche umane a quelle dei cerviche sono piútenere e piú succulente.

- Speriamo che quella bestia maledetta non lo sappia ancora.Orsúsahibl'arrosto si raffredda.

I due valorosi si sedettero intorno al falòil qualefiammeggiava rapidamente crepitando e lanciando in aria nembi di scintilleetagliarono il superbo zampone cucinato a puntino.

In lontananza si udiva sempre echeggiare la sonagliera delcorridore.

Ora pareva che si avvicinasseora che si allontanasse. Lalotta fra il nobile animale e la belva feroce doveva essere ormai stataimpegnataed era una lotta a base di fughe e di ritorni improvvisi che dovevanostancare a poco a poco i due avversari.

Se il primo avesse trovato dei nuovi squarci fra la junglaavrebbe avuto molte probabilità di sfuggire a tutti gli attacchipoichéla bâghmalgrado la sua forte muscolatura ed il suo slancio impetuosonon resiste affatto alla velocità.

È un animale che ha sempre preferito gli agguati e lesorprese improvvise agli inseguimenti.

Kammamuri ed il rajaputopiú che certi di non venireper il momento disturbatiavevano dato un assalto formidabile all'arrostoinnaffiandolo colle bottiglie di birra trovate nel cassetto della vetturapostale ed accompagnandolo con degli eccellenti biscotti. Tenevano bensí sulleginocchia le carabine perché non erano perfettamente tranquilli. La bâgh potevatentare qualche improvviso ritornoanche se il corridore continuava agalopparefacendo echeggiare sempre la sonagliera.

- Credo di averne abbastanza - disse il rajaputo cheaveva mangiato per due. - D'altronde ero in arretrato di tre pasti.

- Ti senti in forze? - chiese Kammamuriaccendendo la pipa.

- Ora sísahib.

- Se noi approfittassimo per fuggire della caccia che dà la bâghal corridore?

- Era infatti quello che pensavo anch'io. E credi convengascappare sulla corriera?

- Per ora sí - rispose Kammamuri. - Il carrozzino è leggeroe andremo come il vento.

- E torneremo sulla gran via che conduce alle montagneotenteremo la traversata della jungla?

- Non troveremo passaggi sufficienti. Ritorneremo attraversoil grande strappo.

- E se gli uomini del rajah ci attendessero allosbocco?

- Daremo battaglia - rispose Kammamuri alzando le spalle. -Quanti colpi hai tu ancora?

- Sono ben fornito.

- Allora sbrighiamoci.

Attraverso la tenebrosa jungla si udiva sempre lasonagliera del corridoreora battere rapida ed ora lentamente.

Il povero animalenon avendo trovato dei passaggivolteggiava furiosamentee pareva che tentasse di avvicinarsi al falò permettersi sotto la protezione degli uomini.

- Non aspettiamo il suo ritorno - disse Kammamuri. - Ormaiquella bestia è perdutae presto o tardi cadrà sotto i denti di qualchegrosso carnivoro.

Avvolsero lo zampone nella foglia di bananolo misero nelcassetto della vettura insieme con due bottiglie di birra ed una dozzina dibiscottipoi tagliarono le cinghie che stringevano le zampe ai due cavalli.

- Attento! - gridò Kammamuri. - Bada che non scappino.

- Tengo le bestie per le naricie tu sai se io sono forte.

- Tieni fermo un momento solo.

Prese il fanalelo riempí rapidamente di olio e lo accese.

- Se sarà necessario lo spegneremo piú tardi - borbottò.

Lo mise a postosalí a cassetta raccogliendo le brigliestrinse la frustae gridò al rajaputo:

- Sumonta dietro di me.

Il cavallo di mezzo ed il secondo corridore di volatacominciarono subito a impennarsi e parevano impazienti di riprendere lo slancioe filare fino all'esaurimento completo delle loro forze.

In quel momento si udí squillare vicinissima la sonaglieradell'animale che era stato posto in libertà per offrire alla ingorda bâgh unacena.

Si era accorto che la carrozza stava per ripartireedaccorrevaquantunque ormai esaustoa compiere il suo dovere.

- Dobbiamo aspettarlo? - chiese il rajaputo.

- Ormai quel povero corridore non vale piú nulla. Dopo averepercorse due o tre miglia cadrebbe per non piú rialzarsi. Rincresce anche a meabbandonarlo e non potere...

Si interruppe bruscamentefacendo schioccare la frustamentre il rajaputo armava la carabina.

Un sonoro nitrito era echeggiato sul margine della junglaseguíto dal ben noto urlo della bâgh sanguinaria.

La sonagliera tintinnò per qualche istantepoi i campanellidiventarono ad un tratto muti.

Il povero corsierodopo aver tentato venti fugheavevafinito col cadere sotto gli artigli della belva che l'aspettava al varcoimboscata fra i bambú.

- Via! - gridò il rajaputosparando a casaccio uncolpo a mitraglia. - Viasahib!

Il maharatto frustò vigorosamente mandando il gridodei corrieri. I due cavalliche avevano avuto già quattro o cinque ore diriposopartirono ventre a terraricacciandosi nel grande squarcio.

- Sahib - gridò il rajaputo - ricordatidella fossa dei rinoceronti. La troveremo sul nostro cammino.

- Lo so - rispose il maharattofrustando sempre.

Il leggero legnetto dalle altissime ruote correva come sefosse trasportato da un uragano. Ma trabalzava orribilmente nel varcare gliostacoli che incontrava.

Pareva che da un momento all'altro dovesse andare tutto apezzi.

Percorso qualche miglioKammamuri fermò i cavalli. Ormainon vi era piú pericolo che la tigre li assalisse. Era rimasta troppo indietroe poi in quel momento doveva essere troppo occupata a divorarsi il cavallo.

- Mancherà molto a giungere alla trappola dei rinoceronti? -chiese il rajaputoil quale aveva paura d'un altro capitomboloche nonsarebbe certo riuscito cosí fortunato come il primo.

- Non credo - rispose Kammamuriil quale teneva bene strettele briglie. - Non dobbiamo essere lontanipoiché i cavalli hanno filato comeuno steamer lanciato a tutto vapore.

- Sii prudente.

- Mi ci vorrebbero gli occhi del cacciatore di topi. Disgraziatamenteio non li posseggo.

- Sai che nel fondo della fossa ci sono dei pali aguzzi?

- Lo so purtroppoe...

In quel momento i due cavalli s'inalberarono violentementepoi cominciarono a dare indietro minacciando di rovesciare il carrozzino. Il rajaputosaltò subito a terra e si slanciò avanti col fanale.

- Sahib - disse - siamo vivi per miracolo. Lafossa non si trova che a pochi metri da noi.

- Prendi i cavalli per le briglie e giriamo prudentementeintorno all'apertura. Uno scartoe noi piomberemmo sulle carcasse dei nostrimongoli e del rinoceronte.

- Terrò bene stretti i morsi.

- Vi è posto per passare?

- Sí; non vi è molto spazioma è sufficiente. Frustaquesti maledetti sciacalli che tentano di mordermi le gambe.

Intorno alla trappola galoppavano rabbiosamente lupi esciacalliattirati dall'odore delle carogne che si corrompevano rapidamenteenon sapevano come fare per addentarle.

Alcunipiú ingordierano già precipitati nella trappola omugolavano disperatamente senza pensare a satollarsi delle carni dei due cavallie del rinoceronte. Erano destinati a morire di fame fra tanta abbondanza!

- Ingombrano il passo? - chiese Kammamuri al rajaputo.

- Cominciano a stringersi addosso a noisahibed icavalli sono un po' spaventati. Faccio una fatica enorme a trattenerli.

- Farò fumare la pelle di quelle bestiacce - disseKammamuribalzando a terra armato della lunga frusta.

I mangiatori di carogne sembravano in vena quella notte ditener testa anche agli uominie si spingevano minacciosamente innanziurlandospaventosamente.

Kammamuriche sapeva bene quanto fossero poco pericolosianche se raccolti in gran numerosi era spinto dinanzi ai cavalli e frustavasenza misericordia.

La lunghissima correggia faceva prodigi. Strappava peli epezzi di pelle insiemegrondanti sangue.

Il rajaputo intanto teneva ben fermi i cavalli per ilmorsoe li guidava presso l'orlo della fossa.

Vi era spazio sufficiente per la leggera vettura delcorrierequantunque il passaggio fosse ingombro di bambú abbattuti dallafuriosa carica degli elefanti o dei rinoceronti. Le ruote trabalzavanoscricchiolandocome se tutti i raggi da un momento all'altro dovesserospezzarsi.

Gli sciacalli finalmente retrocessero dietro la grandine difrustate scagliate dal maharatto sempre piú terribilied il carrozzinopoté passare e giungere all'imboccatura del grande squarcio.

- Sali finché li trattengo colle briglie - disse Kammamurimontando a cassetta.

- Sísahib - rispose il rajaputolasciandoi morsi.

- Vedi nulla dinanzi a noi?

- Nemmeno io ho gli occhi del cacciatore di topi.

- Salisalie bada al fanale.

Il gigante fece di corsa il giro della carrozzaed a suavolta salí a cassetta.

In quel momento parve al maharatto di scorgere unagrande ombra sul lato opposto della fossa.

- Morte di Siva! - gridò. - Che sia un rinoceronte?Eviteremo il suo attaccoo faremo un altro brutto salto dentro la trappola.

- Ma che rinoceronte! - esclamò il rajaputo. - È ilcavallo di volata che ci segue ancora.

- Senza campanelli?

- La bâgh durante la lotta può averglieli strappati.

- Uhm! In questo momento non vorrei essere al posto di queldisgraziato.

La vettura postale si era rimessa in corsa e filava e filavasempre trabalzando orribilmente. Perfino il fanale in certi momenti pareva chedovesse spegnersi per via delle scosse.

La grande breccia fu percorsa in pochi minutie i duefuggiaschi si trovarono improvvisamente nella vasta pianura battuta dai banditidi Sindhia.

- Alto! - gridò il rajaputo.

Il maharatto aveva già con una violenta strappataarrestati i cavalli e spento subito il fanale.

 

 

CAPITOLO X

 

IL «GURÚ»

 

- E i cavalli come vanno? - chiese Kammamuri.

- Sono sfiniti - rispose il rajaputo - e non so sedureranno ancora una mezz'ora. I loro polmoni soffiano come manticied i lorofianchi pulsano febbrilmente. Non ne possono piú.

Io credo che con queste bestie non giungeremo mai suglialtipiani di Sadhja.

- Non hai fatto una bella scoperta - rispose Kammamuri. - Persalire lassúci vorrebbe un buon elefante.

- Dove trovarlo?

- Ve ne sono molti di selvaggi nelle foreste di questo vastoimpero. Va' a prenderne unoeducalo in modo che ti obbedisca subito...

- Per perdere qualche mesesahib?

- Anche tremio caro - rispose il maharatto. - Sicchésaremo costretti a tirare innanzi con queste povere bestie che sono ormai bolse.

Non so che cosa dire. Tutte le divinità dell'Indiaproteggono quel furfante di Sindhia... Ahlà!

- Che cosa c'è?

- Una piccola pagoda.

- Una pagoda in questi luoghi?

- L'ho vedutae basta.

- Sarà abitata?

- Andremo a vedere. Mi pare d'aver veduto un piccolo getto diluce riflettersi forse su un vetro.

- E ci fermeremo?

- Non vedi che i cavalli non si tengono piú in piedi? Ancoraun po' che corranoe noi li vedremo morire.

- Fa' come vuoisahib- rispose il rajaputosempre remissivo.

Sul margine della jungla era comparso improvvisamenteun edificio altissimoa piú pianidi forma rettangolare. Non poteva essereche un tempiopoiché nessun villaggio poteva trovarsi in quel luogo.

Incontrare delle pagode anche in mezzo alle folte jungle èuna cosa abbastanza comune in India. Se non sono pagodesono moscheele qualiper altro si trovano piú numerose verso occidentenei dintorni di Benares lasanta.

Kammamuri rallentò la corsa e si diresse verso la pagodaauna finestra della qualeal secondo pianobrillava un lume.

I poveri animali si avanzarono a piccolo trottosoffiando enitrendo lamentosamentepoi tutti e due cadderoquasi nello stesso tempospezzando le stanghe della vettura.

- Morti? - chiese il rajaputosaltando lestamente aterra.

- Non potranno ormai che servire da cena agli sciacalli -rispose il maharatto con voce alterata. - È finita. Siamo senza bestie.

- Hanno resistito abbastanza.

- Potevano resistere un po' di piú!

Accendi il fanalee andiamo a chiedere ospitalità aisacerdoti di questa pagoda.

- Io trovo che tutto va di male in peggio. Il Maharajah potevarimanere nelle cloache. I banditi di Sindhia non avrebbero mai osato di andarloa scovare.

- E che cosa davi tu intanto da mangiare agli elefanti ed aicavalli. Il tuo immenso turbante che non è nemmeno composto di paglia?

- Io sono sempre una bestia piú grossa d'un rinocerontesahib- rispose il rajaputoil quale aveva acceso il fanale.

Presero i pochi biscotti che ancora rimanevanodue bottigliedi birrale ultimepresero le carabinee dopo essersi ben accertati che icavalli non davano piú segno di vitasalirono la gradinata della pagodaassaiampia e decorata da certi leoni di pietrache parevano piuttosto animaliimmaginarie si arrestarono dinanzi ad una enorme porta di bronzo tuttascolpita.

Kammamuri avendo veduto un pesante martello pure di bronzolo alzò e lo lasciò ricadere con tutta forza producendo un rumore assordante.

- Tu sfondi le porte - disse il rajaputo sorridendo.

- È troppo solida questa per cedere - rispose il maharatto.- Guarda se il lume è scomparso.

- È disceso al piano terreno. Brilla attraverso i vetrimezzo infranti. Chi sarà l'abitatore di questa pagodaun bandito od unsacerdote?

- Se anche fosse un bandito non ci farebbe paura - risposeKammamuri un po' esasperato.

Tornò a picchiare rabbiosamentefacendo rintronare iltempioed armò la carabina.

Una voce chiocciaquasi fessachiese poco dopo di dietro lapesante porta di bronzo:

- Chi siete?

- Dei viaggiatori smarriti che domandano ospitalità -rispose Kammamuri. - I nostri cavalli sono morti e non sappiamo dove rifugiarci.

- Tutti i templi dedicati a Siva sono sempre aperti aidisgraziati. Ditemi solo se non siete dei paria.

- No; apparteniamo alle alte caste guerrieree siamo seguacidi Sivail buon dio che mise pace fra Brahma e Visnú salvando il mondo.

- Comprendo che tu sei un uomo istruito. Aspetta un momento.La porta è pesanteed io son molto vecchio e quasi senza piú forze.

- Chiacchierone! - brontolò il rajaputo. - Cifa perdere del tempo inutilmente.

Si udirono dei grossi chiavistelli scorrere con uno stridíoacutopoi finalmente la porta si aprí con precauzioneed un filo di luce siproiettò al di fuorima senza vincere quella che mandava la lanterna dellavettura postaleche Kammamuri aveva accesa.

- Avanti! - disse la voce fessa.

I due fuggiaschi spinsero la pesantissima porta con tutte leloro forze e si trovarono dinanzi ad un vecchio di statura altissimasecco comeil manico d'una scopacol viso quasi incartapecoritoma sul quale spiccavanodue occhietti brillantissimi.

Indossava un lungo dugbah di cotonina piú o menogialla; aveva in capo un piccolo turbantee la sua fronte era tutta coperta dicenere con tre stelle che spiccavano in azzurro nel mezzo.

- Un gurú! - esclamò Kammamuri.

- Avanti - disse il vecchio. - Non avete nulla da temere. Nonho armi.

I due fuggiaschi entrarono e si trovarono in una immensa salaquasi spogliama sulle cui pareti si scorgevano degli strani geroglificichericordavano qualche versetto dei giangunias grossolanamente dipinti.

Solamente all'estremità troneggiava una statua piuttostoinformecon due teste e quattro bracciae che voleva forse rappresentare Siva.

I gurú sono dei sacerdoti abbastanza strani. Come ibramini si astengono da ogni specie di carne e da tutto quanto ebbe un principiodi vita animalele uova comprese.

Invece di bruciare i morticome i sacerdoti di Brahma e diVisnúli seppelliscono; ma essi non credono nella metempsicosi.

Alcuni vivono ritirati in piccole pagodeper lo piú vecchiee cadenti. Gli altri invece preferiscono la vita randagiae se ne vannoattraverso le campagne ed i villaggi mendicandonon sempre veduti volentieripoiché la prima cosa che fanno è quella di cacciare di casa il padrone ed ifigli maschi per fare compagnia alle mogli ed alle figlie.

Ma nessuno oserebbe respingerlipoiché sarebbe un peccatoimperdonabile. Non si tratta di una bazzecola! Si tratta di andare dirittiall'inferno e restare immersi nell'olio bollentepieno di serpenti velenosi iquali non restano mai cottie come questo avvenga bisognerebbe domandarlo aquei bravi sacerdoti. Si tratta insomma di una pena che non garba a nessunindianoil quale preferisce venir bruciato tranquillamente sopra una grossacatasta di legna bene innaffiata di materie resinose liquide.

- Siete voi gli uomini che ho veduto poco fa correreattraverso la pianura su un carrozzino tirato da due focosi cavalli?

- Sígurú - rispose Kammamuri dopo averfatto un profondo inchino. - Le bestie sono morte dopo una lunghissima esfrenata corsa.

- Vi erano delle persone che vi davano la caccia o delletigri?

- Alcuni furfanti da due giorni ci stanno alle calcagna perammazzarci.

- Chi sono quegli uomini?

- Dei banditi assoldati da Sindhia.

- Il rajah pazzo! - gridò il gurúmentre isuoi occhi s'illuminavano d'una luce sinistra. - È tornato qui quel nefastoprincipe?

- Ha conquistato ormai già mezzo Assam; la capitale nonesiste piúperché è stata bruciata.

- E perché quei banditi volevano uccidervi?

- Perché siamo corrieri del Maharajah e della rhaniincaricatidi una difficilissima missione.

Il gurú si passò una mano sulla fronte come secercasse di rievocare dei lontani ricordipoi disse con voce stridulacherisuonò stranamente nel tempio assai sonoro:

- Sindhia! Ahnon ho mai dimenticato quell'uomoche perdivertirsi mi fece frustare come un cane. Quel pazzo valeva suo fratello...Siete soli?

- Soli.

- Sono molti gli uomini che vi inseguono?

- Una ventina almenose non di piú.

La fronte del gurú si aggrottò.

- Troppi! - disse poi. - Io non so maneggiare nessuna armaquindi non potrei aiutarvi a respingere il nemicoe poi io sono un sacerdote enon un guerriero.

- Credete che possano entrare qui non ostante la grossa portadi bronzo? - chiese Kammamuri.

- Le finestre sono facili a scalarsie le inferriate nonresisterebbero all'urto d'una piccola trave.

- Non vi sono dei sotterranei qui?

- Sí; dove riposanoforse da migliaia e migliaia d'annidei famosi guerrieri. Vi sono piú di cinquanta tombe.

Kammamuri guardò il rajaputoil quale era rimastosempre silenzioso e perfettamente tranquillo.

- Avresti paura tu di andare a riposarti per questa giornatasopra le ossa di qualche famoso guerriero?

- Io non ho mai avuto paura dei morti - rispose il gigantefacendo udire per la prima volta al gurú la sua poderosa voce. - Maperché mi fai questa domandasahib?

- Perché se i banditi giungononoi andiamo a nascondercidentro due tombe.

- Non sarà un alloggio allegro.

- Allora rimani tu solo a respingere tutti i banditi diSindhia che forse fra poche ore saranno qui. I bisonti impediranno loro per ilmomento di avanzarsima è certo che finiranno col passare.

- Perché ti chiama sahib? - chiese il gurú aKammamuriosservandolo attentamente.

- Perché sono un principe maharatto - risposeil vecchio cacciatore.

- Grandi guerrieri quei maharatti! E perché ti troviqui?

- Mi ero arruolato sotto le bandiere del Maharajah.

- Avete fame?

- Per ora no. Abbiamo piuttosto bisogno di dormire un paiod'orese i banditi di Sindhia ci lasceranno tranquilli. Andiamo intanto avisitare il sotterraneo e le tombe.

Il gurú si curvò in avanti tendendo gli orecchipoidisse:

- Sono gli sciacalli che divorano i vostri cavalli. Sivapoteva ben mandar loro una qualche terribile maledizione. Gli uomini che vidanno la caccia devono essere ancora molto lontani. Venite.

Alzò il lumicinomentre Kammamuri faceva sfolgorare ilfanale della vettura postalee dopo d'aver attraversata tutta la pagodasifermò dinanzi ad una porticinapure di bronzoche si aprí sotto lo scattod'una molla.

Apparvero subito dei gradini coperti di muffe umidechepotevano nascondere anche qualche rettilee poi i tre uomini si trovarono in unsotterraneo abbastanza vastooccupato tutto da una cinquantina di sarcofaghi dipietra che dovevano essere ben pesantie che dovevano racchiudere le spoglied'illustri personaggi.

- Ecco qui dei posti sicuri se volete nascondervi e se nonavete paura delle ossa umane ormai già polverizzate.

- I morti non ci hanno mai fatto pauragurú- disseKammamuri. - Possiamo contare sulla tua devozione?

- Mi farò fare a pezzi prima di denunciarvi - rispose ilsacerdotefacendo scintillare i suoi occhietti neri. - Quel cane di Sindhia nonvi avrà tanto facilmente. Conservo ancora sul mio corpo le tracce della suabrutalità.

Kammamuri spense il fanale poiché da una inferriataapertaquasi a fior di terracominciava ad entrare la luce mattutinapoi volgendosiverso il rajaputogli disse:

- Tu che sei forte piú di un orsoprova a smuovere una diquelle pietre. Non hai paura dei morti tu?

- Ah nosahib- rispose il gigante. - Edovremo proprio nasconderci lí dentro?

- Se vuoi salvare la pelle!... Pensa che fra qualche ora ibanditi di Sindhia saranno qui.

- Ed il carrozzino che abbiamo lasciato fuori? Pei cavallinon mi preoccupo: ormai gli sciacalli li avranno spolpati.

- Vorresti forse tornar fuori?

- Lasciate fare a mesahib - disse il gurú.- Spezzerò la mia lampada e lo brucerò.

- Le nostre tracce le troveranno egualmente.

- Io nulla ho uditoe nulla veduto. Ad un gurú sipuò credere. Non perdete temposahib. Gli uomini di Sindhia possonogiungere da un momento all'altro. È vero che ci vorrà del tempo per scassinarela pesante porta di bronzo.

- Seppelliamoci vicini - disse Kammamuri al gigante. - Cosípotremo aiutarci meglio.

- Sísahib- rispose il docile rajaputo. -Lascia fare a me.

Si avvicinò ad un sarcofago molto grossoche aveva moltiemblemi intornoafferrò la pesante pietra che lo coprivae colla sua forzaprodigiosa la fece scorrere quel tanto che bastava al passaggio di un uomo.

Il gurúche teneva ancora la sua lampadaeKammamuri guardarono dentro la tomba di pietra.

Non vi erano che poche ossaun teschio umano e due tarwarassai arrugginiti.

- Quel muso veramente non è belloe non farà piacere adaverlo vicino - disse il maharatto scherzando.

- Io te lo leveròsahib e lo getterò nell'ossariodella pagoda.

- Tu sei un brav'uomo.

- E tu avrai la forza di chiudere il sepolcreto del miocompagno? Pesano enormemente questi coperchi di pietra.

- Mi proverò.

- Non vi preoccupate - disse il rajaputo. - Collemani e coi piedi mi chiuderò da me. Non ti cacci dentrosahib? Mi paredi udire delle voci lontane.

- Sono pronto - rispose Kammamuri. - Fa' in modo che vipenetri un po' d'aria.

- Allora sbrighiamoci - disse il gurú. - Nonvorrei perdervi.

Prese il teschio e le ossae per il momento le depose in uncantopoi si diresse verso la tomba scelta dal maharattoseguítodall'erculeo rajaputo.

- Peccato non poter fumare! - disse Kammamuri. - L'odore citradirebbe.

Scese nell'avello e vi si coricò tutto lungomettendosi learmi a fianco e posando la testa sulla casacca a doppio.

- Chiudi purerajaputo - disse. - Siamo vicinie potremo egualmente chiacchierare e aiutarci a vicenda.

- Lascia fare a mesahib - rispose il gigante.

La pietra fu subito collocata a postopoi fu scoperchiata laseconda tombala quale si trovava ad un solo metro di distanza da quella del maharatto.

Come la prima non conteneva che delle ossa ormai ridotte inpolvereed invece del tarwardue vecchie pistole a pietrache dovevanodatare da qualche secolo.

Il rajaputo che aveva mossa la pietra lanciò dentrola tomba uno sguardo quasi sdegnosopoi vi discese lestamentee distesosirimise a posto il coperchio servendosi delle mani e dei piedi.

- Puoi andaregurú- disse. - Io stobenissimo qui. Cerca di mandare i cavalieri di Sindhia il piú lontano che saràpossibile.

- Non entreranno facilmente - rispose il sacerdote. - Sono ungurú e questa è un'antica pagoda assai venerata.

- Che cosa importa a quelle canaglie? Non hanno paura nemmenodella dea Kalí.

- Se avrai famechiamami.

- Ho con me una bottiglia di birra e dei biscotti e mibasteranno per ora - rispose il sepolto vivo. - Va' a terminare le tue faccendee lasciami dormire qualche ora se è possibile.

- Io lo spero. I cavalieri non sono ancora giunti sotto lapagoda. Se verranno non mancherò di avvertirti. Addiosahib; riposatranquillo.

Il gurú raccolse le ossa e le fece sparire attraversouna botola; poi risalí la scala borbottando.

- Sahib! - disse quasi subito il rajaputo. -Mi odi?

- Perfettamente bene - rispose Kammamuri. - Queste pietresono molto sonore.

- Dormi?

- Sto per chiudere gli occhi.

- E non pensi ai banditi che forse sono vicini?

- Non ci penso affatto. Avranno molto da fare a scovarci. Chisi potrebbe immaginare che noi siamo qui? E poivi è il gurú.

- Che sia un uomo leale?

- Lo credo - rispose Kammamuri. - È un nemico di Sindhiacol quale ha da accomodare qualche vecchio conto. Ti assicuro che ci proteggeràa tutta oltranza.

- Vuoi che dormiamosahib?

- Ne avrei veramente bisogno. Il giaciglio peraltro èterribilmente duro.

- Hai le tue armi?

- Sí.

- Allora possiamo chiudere gli occhi e riposarci un momento.Saremo piú freschi e piú lestise vi sarà bisogno di...

Kammamuri ascoltò invano il seguito della frase. Il suocompagno già si era addormentato e russava.

- Cerchiamo d'imitarlo - disse voltandosi sull'altro fianco.- Di un po' di riposo ne ho assolutamente bisogno.

E si allungò fra le poche ceneri rimaste nella tombamettendosi subito anche lui a sonare il contrabbasso.

Il gurúvecchio e dormiglionenon tardò aimitarli.

 

 

CAPITOLO XI

 

IN TRAPPOLA

 

Quanto dormirono? Non lo seppero mai dire.

Alcuni sparidiretti verso la galleria che conduceva alsepolcretoerano improvvisamente echeggiati.

Kammamuri fu il primo a balzar fuorie subito venne imitatodal rajaputo.

Dinanzi alla porticina sgangheratailluminati da parecchietorcestavano in gruppo i cavalieri di Sindhia colle armi puntate.

Non erano cresciuti di numerotuttavia erano ancora troppiper impegnare con loro un disperato combattimento.

- Orsúsiamo presi! - disse Kammamuri senza troppoinquietarsi. - Ciò presto o tardi doveva avvenire.

Il comandante del drappello scese i gradinitenendo nellemani un paio di pistolee gridò:

- Ormai vi abbiamo raggiunti e non ci sfuggirete piú.

- Non ci hai ancora nelle tue manibrutta scimmia! - risposeKammamuri. - Anche noi siamo armati.

- Siamo in venti.

- E noi due soli; ma siamo tali uomini da dare dei fastidianche a cento. Che cosa vuole Sindhia da noi?

- Io non lo so - rispose il comandante.

- Legarci a quattro cannoni e lanciarci in aria a brandelli?

- Io non sono il padrone. Io ho ricevuto solamente l'incaricodi condurvi da lui anche morti.

- Come corri!

- Finiamola! - gridò il comandante. - O vi arrendete oordino il fuoco.

- Un po' di pazienzasignor mio! Non siamo delle lepriperBuddha! Io voglio farti una proposta.

- Di' suspicciati.

- Di recarti da Sindhia e chiedergli quali sono le sueintenzioni a nostro riguardo.

- I nostri cavalli sono sfiniti e non potrebbero reggere. Il rajahè piú lontano di quanto tu credi.

- Che cosa fare? - si chiese Kammamuri. - Tentare la lotta?Impossibile! Vi sono dall'altra parte troppe armi da fuoco e saremmo messisubito fuori di combattimento.

Si volse verso il compagno e disse:

- Amiconoi siamo presi. Io non posso assumere laresponsabilità d'un combattimento. Arrendiamoci.

Il rajaputo mandò un vero ruggito.

- Accoppiamoli tutti! - gridò.

La voce del comandante del drappello lo interruppe subito:

- Guardati! Non commettere una pazzia.

- Posa la tua carabinamio povero rajaputo- disseil maharatto.

- Che sia proprio finita per noi?

- Per ora sí.

- Anche senza carabina ne accopperò molti a pugniquando sipresenterà l'occasione.

- Avete deciso? - gridò il comandante impazientito.

- Síla resa - rispose Kammamuri.

- Era tempo. Ci avete fatto correre moltoe siamo tuttisfiniti.

- E noi non meno di voialtri - rispose Kammamuri.

Mandò un lungo sospiro e depose a terra tutte le sue armi.Il compagno lo imitò.

Il comandante del drappelloche impugnava sempre i suoipistolonidiscese la scaletta seguíto da tutti i suoi uominie s'avvicinò aiprigionieri.

- In alto le mani! - gridò.

- Noi non siamo traditori - rispose il maharatto. -Puoi avvicinarti senza temere alcuna sorpresa. Ci condurrai via subito?

- È impossibile. I cavalli hanno bisogno di riposo.

- Fuori splende il sole?

- Nole stelle.

- Che dormita! - mormorò il vecchio cacciatore dellaJungla nera. - I nostri corpid'altrondene avevano ben diritto.

I venti o ventidue banditi si erano avanzati nel sepolcretocon le armi sempre puntate.

Non avevano l'aspetto veramente guerresco. Vi erano piú pariafra di loro che uomini atti alle armi. Erano tutti sparutie a mala pena sireggevano in piedi.

Se le avevano passate dure i fuggiaschinemmen lorodurantequella caccia accanitaavevano potuto nutrirsi e riposarsi.

- Prendete pure le armi - disse Kammamuri al comandante.

- Vi ripeto: in alto le mani!

- Eccole! - risposero i prigionieri.

- Ora vi lascerete legare poiché noi non partiremo prima didomani.

- Fa' come vuoi - disse Kammamuri. - Non stringete troppo lecordealtrimenti vi saltiamo alla gola come tante tigri.

- Va bene - rispose il caposorridendo un po' ironicamente.

Con un segno fece accorrere i suoi uominii quali si eranogià forniti di funicelle tolte alle loro cavalcature. In un momento iprigionieri furono legati per benema non troppo strettamente.

Poi furono presi e gettati tutti insieme dentro una tombaassai vastache doveva aver ricevuto le spoglie di cinque o sei guerrieri perlo meno.

- Tu vuoi soffocarci! - gridò il maharatto esasperato.

- Vi state tutti benissimo lí dentro - rispose il capo. -Potrete riprendere tranquillamente il vostro sonno.

- E rimetti al posto anche la pietra?

- Noperché voglio sorvegliarvi io stesso fino al momentodella partenza.

- Allora buona notte anche a voi.

- Ohci riposeremo di certo. Ne abbiamo bisogno.

Delle torce erano state piantate qua e làe intornoall'avello si erano radunati sei banditiscelti fra i piú robusti ed i meglioarmati.

Gli altri si erano sdraiati sulle gualdrappe dei cavalli eavevano cominciato subito a russare.

- Sahib- disse il rajaputo che sitrovava accanto a Kammamuri - ci lasceremo portar via cosílegati come bestieferoci? Io non so rassegnarmi.

- Ormai non vi è piú nulla da faremio povero amico-rispose il maharatto. - Andiamo a vedere che cosa vuole quelfurfante di Sindhia.

- Vorrà la nostra pellesahib.

- Non l'ha ancora presa. E poi vi è il Maharajah colletigri della Malesia che lo tengono a bada.

- Credi che il principe ed i suoi compagni resistano ancora?

- Il principe biancoo meglioil signor Yanez? Io sono piúche certo che non si sono ancora arresi quei valorosi. Hanno le mitragliatricicollocate sulla cima d'una collinae quelle armiben maneggiatein un paiod'ore gettano a terra una colonna ed anche due.

- Ma volevo dirtisahibche io posseggo tanta forzada rompere i miei legami ed anche i tuoi.

- Siamo troppo sorvegliati. Potresti prenderti qualche colpodi pistola senza nessun avviso. Non vedi come quelle canaglie ci spiano?

Il rajaputo alzò la testa e vide i sei banditi sceltiper il quarto di guardiatutti ritti intorno all'avello. Come si reggevanoancora in piedi dopo tante fatiche? È proprio vero che gli indostani posseggonouna resistenza superiore perfino alle razze mongole.

- Hai veduto? - chiese Kammamuri.

- Sísahib; niente da fare - rispose il giganteagitandosi tutto.

- Allora conserva la tua forza straordinaria per piú tardi.

- Che il gurú non conosca nessun'altra molla segreta?

- Gliel'ho chiesto poco fa e mi ha risposto che altre mollevi sarannoma che lui è troppo vecchio per ricordarsi dove si trovano.

- Allora non ci rimane che rassegnarci ad andare a trovare igrandi guerrieri del Nirvana.

- Non siamo ancora morti.

- Su chi contisahib?

- Io non dispero mai. Su nessuno e su tutti. Lasciamoci pureprenderegiacché per il momento siamo senz'armi.

- Vuoi che salti fuori e che accoppi quelle canaglie a pugni?

- Se sei legato al pari di me...

- Non importa: in un momento posso rompere queste funi.

- Ti ho detto che ci spiano.

- Questo è il male - disse il gigante con un lungo sospiro.

- Allora non commettere sciocchezze! - disse il maharatto.- Già io avevo previsto da tempo che i banditi di Sindhia avrebbero finitocol prenderci.

- Me lo dici molto tranquillamentesahib.

- Non è il momento di urlare.

- Dunque niente da fare? - chiese l'ostinato rajaputo.

- Per ora niente da fare. Puoi riprendere il sonnointerrotto.

Il gigantescoraggiatosi allungò a fianco del giovanecercatore di pisteil quale russava già.

Come si trovasse lí anche luinon lo abbiamo detto sopraper non ripetere una storia troppo simile a quella raccontata. Il lettore se nesarà accorto da sé e non si meraviglierà se troverà qui Timul e gli altricompreso lo strano sacerdote.

Kammamuri non tardò ad imitarlostendendosi presso il gurúil quale pure dormiva tranquillamentemalgrado la presenza dei banditi diSindhia.

- Mi odi? - gli chiese urtandolo vigorosamente.

- Sísahib- rispose lo strano sacerdote.

- Non vi è alcun mezzo per fuggire? Pensa che Sindhia faràla pelle a noi tutti.

- Ti ho già detto poco fa che possono esservi qui altremolle ed altri passaggi segretima che io non mi ricordo piú nulla. Sonovecchio - rispose il gurú.

- Anch'io non sono piú giovaneeppure se avessi ancora learmimi sentirei in grado di dare battaglia a questi banditi. Disgraziatamenteè troppo tardie non abbiamo che le nostre braccia e per di piú ben legate.

- Io sono rassegnato al mio destino! - risposefilosoficamente il gurú. - Si prendano pure la mia pelle. Varràben pocosahibe faranno un cattivo acquisto: è tutta cicatriciperché sono stato prima un guerriero.

- Basterà per fare un tamburo.

- Poco me ne importa. Ormai la lotta è impossibile erinuncio alla vita senza rammarico.

- E se potessimo sbarazzarci di quei furfanti?

- In qual modo ora che siamo cosí immobilizzati?

- Anche questo è vero. Forse io ho avuto troppa fretta aconsegnare le armima era necessario per non farci fucilare tutti.

- I rimpianti ormai sono inutilisahib - disseil gurú. - Cosí ha voluto Siva. Cerca di riposartigiacché non vi ènulla da tentare. Siamo come dei sepolti vivi. Guarda: hanno rimesso a postoanche la pietra dell'avello.

- Me ne sono accorto.

- Sahib- disse il rajaputoil qualecercava invano di addormentarsi - vuoi che spezzi i miei legami e che con duecalci poderosi mandi in aria il coperchio?

- Tu non devi far nulla per orati ho detto - disseKammamuri. - Che cosa faremmo poi se non abbiamo nemmeno un miserabile tarwar?

- Ed i miei pugni?

- Basta un colpo di carabina per metterti subito fuori dicombattimentosebbene tu abbia il torace d'un orso.

- Sahibti obbedisco - rispose il rajaputo. -Ho capito anch'io che ormai una lotta sarebbe assolutamente inutile.Tuttavia io cercherò di spezzare le mie corde.

- Non farti scorgere.

- Fa abbastanza oscuro dentro questa sepoltura. Lavorerò conestrema prudenzasenza far rumore. Se poi vorraiscioglierò anche te.

- Ne riparleremo piú tardi - disse il maharattoilquale aveva veduto comparire novamente gli uomini di guardia del comandante deldrappello. - Lavora con prudenza per non farci uccidere tutti prima del tempo.

- Non farò nessun rumore. Le mie dita sono robuste quanto letenaglie. Spezzano tutto.

- Fa' come vuoipovero amico; ma ti ripeto che questa voltafiniremo fra le unghie di Sindhia.

- Ed è per questosahibche cerco di avere almenole braccia libere. Un giorno sulla montagna con un pugno solo ammazzai un orsoche mi aveva assalito sulla discesa del...

- Mi racconterai il resto domani - lo interruppe il maharatto.- Lasciami riposare. Questo non è il luogo per raccontare delle avventure.

Il rajaputo si allungò vicino ad un compagno e simise bravamente all'opera. Voleva essere libero prima che lo portassero via dilí.

Stirava le membra senza badare al dolorepoi lavorava didentisfilacciando rapidamente le funicelle.

Se era robusto come un orsoaveva anche dei denti pocodissimili a quelli di quei plantigradi.

Kammamuricompletamente immobilizzatosi lasciò cadere afianco del gurú in attesa di qualche scarica di pistola o di carabinapoiché i banditi non avevano rallentata la sorveglianza.

Il sacerdote russava tranquillamenteed anche Timul dormivadella grossa senza pensare al pericolo.

- Queste non sono le tigri della Malesia - disse il vecchiocacciatore della Jungla nera.

Il gigante intanto riprese il suo durissimo lavorocercandodi non far rumore. Aveva finalmente capito che poteva prendersi di sorpresaqualche colpo d'arma da fuoco ed agiva con estrema prudenza.

Era appena trascorsa una mezz'oraquando Kammamuri lo udímormorare:

- Finalmente sono liberoe non mi hanno ancora ucciso.

- Ebbeneche cosa farai oramio povero amico? Tu contitroppo sulla tua forza - disse il maharatto.

- Preferisco essere libero piuttosto che legato. Almeno avròla possibilità di spaccare qualche testa.

- Ti consiglio di rimanere per ora tranquillo. Potresti fareammazzare anche noi.

- Sono una bestia. Io non ho pensato che siamo tuttisenz'armi e che voi siete tutti legati.

- Comenon ti sei accorto che il comandante del drappello cispia? Guardalo: forse si è già accorto che tu ti sei sciolto.

Il bandito che aveva surrogato quello ucciso da Kammamuristava curvo sull'avello e guardava i prigionieri con occhi irati.

- Che cosa fate dunque? - chiese con voce minacciosa. -Volete che vi uccida prima che giunga il rajah?

- Sindhia si degna di venirci a fare una visita? - disse il maharattocon voce ironica.

- L'ho mandato a chiamare.

- Eppure tu dicevi che tutti i tuoi cavalli erano diventatibolsi.

- Ne ho trovato uno in ottimo stato.

- Durante il viaggio non lo mangeranno le tigri?

- Il cavaliere è coraggioso e saprà difendersi. Fra cinqueo sei ore il rajah sarà qui.

- Potevi condurci nel suo accampamento.

- Laggiú infierisce il colerae non ho alcun desiderio diprendermi quel malanno che di rado perdona.

- Ne sei ben sicuro?

- Muoiono in buon numero nel campo del rajah. Ieriincontrai un informatore che veniva dalla capitale e mi raccontò tutto.

- Giacché sei cosí gentilesi potrebbe sapere che cosa fail tuo padrone?

- Questo non lo posso dire.

- Allora ci farai portare qualche cosa da mettere sotto identi.

- Soffriamo la fame anche noi - rispose il bandito. - Nonabbiamo nulla da offrirvi. Stringetevi il ventre. Finché il rajah nongiungerànon vi darò nemmeno un sorso d'acqua.

Poi rivolgendosi al rajaputoche si era messo inginocchio e pareva pronto a scattaregli disse:

- Ora ti lascerai rilegare. Me ne sono accorto che haispezzate le tue funi.

- Una volta sídue no! - rispose il gigante con voce dituono.

- Ed allora ti uccido! - rispose il banditopuntandoglicontro le pistole.

Il rajaputo con uno scatto fulmineo balzò fuoridell'avello e si gettò sul miserabile mandando dei veri ruggiti.

Lo afferrò pei polsi in modo da spezzarglielie siimpadroní delle due armi da fuocoprima che i colpi partissero.

- Ahcane! - urlò il comandante del drappelloche stavaper svenire sotto la formidabile stretta. - All'armi!

I sei uomini di guardiaquantunque mezzo addormentatiaccorsero in suo soccorso.

Ma dinanzi al giganteche impugnava una pistola per ognimanoarretraronoquantunque fossero armati fino ai denti.

- Largo! - tonò il gigante - o vi uccido tutti!

Il comandante del drappello si era intanto rialzatospasimando per le strette poderose sofferte.

Guardò il rajaputoche pareva impazzitoe glidisse:

- Rendimi le pistoleo ti faccio subito fucilare.

- I tuoi uomini non li temo - rispose il gigante.

Aveva preso le pistole per le canne e stava per servirsenecome martelli. Nelle mani di quel formidabile uomoadoperate anche in quelmododiventavano armi terribili.

La resistenzacome già Kammamuri aveva previstoerainutile. Tutti gli altri banditiattratti dalle grida di allarmeaccorrevanourlando colle carabine puntate.

- Che cosa vuoi fare ora? - chiese il capo del drappello. -Vedi bene che sei preso e non puoi sostenere la lotta. Lo so che sei fortemaanche gli elefantiche sono piú forti di tesi uccidono.

- Ebbenefammi uccidere! - disse il rajaputo impugnandole pistole.

- A questo penserà il rajah.

- Quando verrà?

- Forse piú presto di quello che credi.

- Puoi intanto anticipare le sue stupide vendette.

- Ahnosignor mio! Io non sono che un povero comandante diun drappello di cavalieried ho ricevuto degli ordini ai quali devoassolutamente obbedirese non voglio che il mio corpo finisca calpestatodall'elefante carnefice del rajah. Tengo un po' anch'io alla vitaquantunque sia un uomo di guerra ed abbia ormai veduta la morte vicina a mecentinaia e centinaia di volte.

- Allora affrontami. Hai degli uomini pronti ad aiutarti.

Il gigante aveva in quel momento un aspetto cosí terribileche il capo del drappello credette opportuno rinunciare alla lotta. Già i suoicavalieri erano scappaticome se temessero di veder crollare le vòlte delsepolcreto.

- A mepoltroni! - urlò con voce tonante.

Gli risposero delle risate.

I suoi superbi cavalieri erano già fuggiti nell'internodella pagoda. Non volevano assolutamente provare le furie di quel gigantechepareva piú una belva che un essere umano.

- Sotto! - gridò il comandantevedendo apparire un giovanegraduato. - Non meritavi i galloni tuma te li farò strappare dal rajah.

- Preferisco la morte ad una tale onta.

- Aiutami.

- Scappano tutti!

- Siete dei vili!

- Nocapo: aspetta che prendiamo fiato.

- Quest'uomo cerca di andarsene.

- Non andrà lontano.

Il rajaputoritto presso l'avello entro cui sitrovavano i suoi compagni ammassati gli uni sopra gli altrifaceva veramentepaura. Aveva perfino gli occhi iniettati di sangue come una bestia.

- Suavanti! avanti! - urlava. - Vi voglio uccidere tutti!

Sette od otto banditi intanto erano tornati nel sepolcretoedecisi a finirlaavevano puntate risolutamente le carabine.

Già stavano per far fuocoquando al di fuori si udironosquillare delle trombe.

- Il rajah! il rajah! - gridarono tuttialzando le armi.

Il rajaputo stette un momento in forsepoi stringendosempre le due pistole si sedette sull'avello bestemmiando.

La voce di Kammamuri si fece udire:

- Che cosa vuoi tentarepazzo? La lotta è impossibile.

- Forse hai ragionesahibma non lascio le mie armi.

- Il meglio che puoi fare è di arrenderti.

- No! - rispose il testardo.

Aveva innanzi a sé dieci banditii quali lo avevano presonuovamente di mira; ma l'ercole non si sgomentò affatto.

- Voglio vedere prima la faccia del rajah - disse.- Ad arrendersi c'è sempre tempo.

In quel momento il capo del drappello ricomparve accompagnatoda altri cavalieri i quali scortavano il rajah.

Erano vestiti quasi come i cipai del Bengalaefacevano una discreta figura. Le loro fasce poi erano piene di pistoloni e dicorte scimitarre.

- Giú le armi! - tonò una voce.

Era Sindhial'ex rajahil quale era improvvisamentecomparso fra i suoi guerrieri.

- Ho faticato abbastanza per guadagnarmi queste due pistole -disse il rajaputo.

- Chi sei tuchesoloosi rifiutarti?

- Un uomo che saprà vendere molto cara la propria pelle -rispose il gigante.

- Abbassa quelle pistole! Io sono il rajah.

- Ti conoscoAltezza. Non è la prima volta che ti vedo.

- Se entro tre battute di mano non disarmicomando il fuoco.

- Ma arrendititestardo! - gridò Kammamuriche si trovavastretto fra i suoi compagni di sventura e per di piú ancora legato. - Te locomando!

- Lo vuoi propriosahib?

- Sílo voglio.

Il rajaputo alzò le pistole in altoe prima che il rajahbattesse le mani le scaricò.

 

 

CAPITOLO XII

 

LE FURIE DEL «RAJAH»

 

L'eco delle detonazioni era appena cessatoquando Sindhiascortato da una quarantina d'uomini benissimo armati e che portavano delletorceosò avanzarsi nel sepolcreto.

L'ubriacone indossava una specie di mantello di seta verdecon vistosi alamari e grossi bottoni d'oro.

Calzava scarpe rosse a punta rialzataed aveva la testacoperta da un gigantesco turbanteadorno di tre piume monumentali cosparse dibrillantini.

Il suo viso pareva incartapecorito e piú oscuro che mai.Solamente i suoi occhisempre nerissimiscintillavano come quelli di un cobracapello.

Mosse risolutamente verso il giganteil quale aveva ormaigettate le armi scariche e che pareva lo sfidasse colle possenti bracciaincrociatee dopo averlo attentamente guardatogli disse con una veraammirazione:

- Se io avessi avuto cinquecento uomini forti e coraggiosicome tel'Assam già da tempo sarebbe mio. Tu sei un vero guerriero che non hapaura delle carabine.

- NoAltezza - rispose il rajaputo con voce rauca.

- Tu mi piaci. Vuoi arruolarli sotto le mie bandiere?

- Io ho giurato fedeltà alla rhani e al Maharajah.

Il viso scimmiesco dell'ubriacone si contrasse tuttomentreun lampo terribile gli accendeva gli occhi. - Il Maharajah! la rhani! -esclamò ridendo sgangheratamente.

- Ma dove sono quei signori? Nell'Assam ora comando io solo.

- Non credo - rispose il rajaputofissandolointrepidamente.

- Se sono tutti morti! ...

- Forse per teAltezzama non per me. Io so che ilMaharajah si difende sempre insieme con le tigri della Malesia e che la rhanista benissimo sulle montagne natie.

- Si è rifugiata fra i montanari di Sadhja; è vero?

- Credo - rispose il rajaputo.

- Tu devi saperlo.

- Quando il Maharajah la fece partireio non ero piúpresso di luiquindi io non so precisamente ove si trovi.

- Me lo diraie mi dirai qualche altra cosa ancora. Il miorivale dove ha nascosti i suoi tesori?

- Io non sono mai stato il suo tesoriereAltezza. È inutiledomandarlo a meche sono sempre stato un uomo di guerra.

- Ci sarà qualche altro che mi risponderà meglio - disse ilrajah.

- Chi? - domandò il rajaputo.

- Qui ci deve essere il famoso maharattoquello cheinspirava il Maharajah. Saprà molte cose lui.

- Lui? T'inganniAltezza! Anche quello è sempre stato unuomo di guerra.

- Lo vedremo - rispose Sindhia con un sorriso feroce.

Si volse verso il capo del drappello e gli chiese:

- Dove sono?

- Tutti dentro quella sepoltura.

- Hai fatto benissimo.

Il rajah trasse dalla sua altissima fascia di setache gli stringeva il vestitoun fischietto d'oro e mandò un sibilo stridente.

Quasi subito un uomoche doveva essere un fakiro piuttostoche un pariaentrò nel sepolcreto portando appese ad un lungo bastonedue grosse ceste di vimini.

- Quanti serpenti hai? - gli chiese il rajah alzandosibruscamente.

- Una trentinasignore.

- Tutti velenosi?

- Vi sono cobra capelloserpenti del minutoed anchedei bis cobra.

- Ne abbiamo abbastanza - rispose il rajah. - Vedraiche faremo uscire subito da quella tomba i prigionieri senza consumare unacarica di polvere.

- E morranno tutti! - disse il rajaputo fremendo.

- Dei prigionieri non so che cosa farne - disse il rajah. -Sono troppo imbarazzanti.

- Ma qualche volta possono diventare preziosi.

- Lo so. Ma io ho troppa fretta di riconquistare il mioregnoe sono deciso di andare subito a fondo.

- Vorresti direAltezza?

- Distruggere subito tutti gli amici del mio rivale. Inquanti sieteprima di tutti?

- In quattroma tutti feroci come le tigri che hannoassaggiata la carne umana. Domandalo al comandante del tuo primo drappello dicavalleria.

- Ohsí! Terribiligran signore! - rispose il comandante.- Non vorrei affrontarli un'altra volta.

- Ba'voi non avete sangue nelle vene! - disse il rajah.- Io vi pago come principi e voi evitate i combattimenti. Bei soldati che hoarruolati io!

Alzò le spalleabbassò il monumentale turbantenascondendosi quasi tutto il visopoi rivolgendosi al rajaputoglidisse:

- Fa' uscire i tuoi compagni da quella tomba.

- Sono tutti legati.

- Li metteremo in libertà. Hanno armi?

- Nessuna - rispose il capo dei cavalleggeri. - Nemmeno unmiserabile coltello.

- Sono curioso di vedere quel famoso uomo che chiamano il maharatto.Vedrai che quello la saprà piú lunga di te.

- Potresti ingannartiAltezza - rispose il rajaputoilquale faceva sforzi enormi per mantenersi relativamente tranquillo. - Ne sapràmeno di me.

- Ma io lo voglio vedere. Fallo uscireo faccio gettaredentro la tomba una cinquantina di serpenti e tutti velenosi.

- Vostra Altezza mi vedrà senza ricorrere alla violenza! -gridò in quel momento Kammamuri. - Fatemi sciogliere dalle corde e compariròdinanzi a voi.

- Ed armi ne hai? - chiese il rajah.

- Nessuna.

- Desidero molto vederti. Tu sei un uomo famoso nella storiadei thugs e anche dell'India.

- Vedrai un uomo che vale molto meno del rajaputo.

- Non importa: voglio vederti. Sono un principenon già untuo servo.

- Hai un coraggioso che mi liberi dalle funi?

- Ne ho cento.

- Basto io! - disse il gigante. - Lasciate fare a meAltezza. Tutto andrà bene senza sprecare polvere e veleni di serpenti.

Saltò agilmente nell'avello armato d'un corto tarwar datoglidal capo dei cavalleggerie tagliò rapidamente le funicelle che tenevanoavvinto Kammamuri.

Il maharatto appena si sentí libero scattò come seavesse avuto cento molle sotto i piedi.

Con un gran salto si slanciò nel sepolcreto e comparvedinanzi al rajahdicendo con voce un po' ironica:

- EccomiAltezza. Che cosa vuoi da me?

Sindhia lo guardò attentamentepoi disse:

- Ecco un altro bell'uomo che ha compiuto già mille e milleprodigi. Fosti tuè veroche uccidesti il capo dei thugs durante larivolta di Delhi?

- NoAltezza- rispose Kammamuri. - Fu la Tigre dellaMalesia insieme col principe bianco che si chiama Yanez.

- Yanez? Chiamano con questo nome l'attuale Maharajah.

- È il suo.

- Vorrei sapere prima di tutto da dove vengono quei terribiliuominipoichédevo confessarloessi sono quasi invincibili.

- Vengono dalla MalesiaAltezza. Ma tu lo sapevi giàperché Teotokrisil grecote l'aveva detto.

- E perché sono venuti qui?

- Se non avessero incontrato Suramasarebbero rimastilaggiú a combattereora cogl'inglesiora coi guerrieri del Sultano diVarauni.

- Surama! - esclamò il rajah con voce rauca. - Èstata la mia sventura; ma la rhani questa volta non mi scapperà; laprenderò insieme col Maharajah e la famosa Tigre della Malesia.

Un sorriso d'incredulità spuntò sulle labbra del maharatto.

- Sterminerò tutti! - riprese a dire il pazzomettendosi apasseggiare furiosamente per il sepolcreto. - È ora di finirla. Quanti uominihanno?

- Lo ignoroAltezza. Da qualche settimana non mi trovo piúpresso di loroquindi nulla posso sapere.

- Eppure sei giunto cogli elefanti tu!

- Non lo nego; ma ho abbandonato subito il Maharajah edi suoi amiciperché dovevo recarmi verso le montagne di Sadhja.

- A vigilare la rhani?

- Può darsi - rispose tranquillamente Kammamuri.

Il rajah stava per riaprire la bocca quando fece unsalto indietro. Uno dei cavalleggeri che aveva condotto dal suo campoerastramazzato pesantemente al suoloa pochi passi dinanzi a lui.

Tutti erano rimasti immobili o avevano fatto un passoindietro manifestando un vivo terrore; ma quasi subito due o tre coraggiosi siprecipitarono sul cavalleggeroche non dava ormai piú segno di vitae loportarono via correndo.

- Pare che si goda poca salute nel tuo campo! - disse il maharatto.- Quel disgraziato è morto di colera fulminante.

- Come lo sai tu? Sei un medico forse?

- NoAltezzama m'intendo di coleraavendo soggiornato alungo fra i molanghi delle Sunderbunds del Gange.

- Sapresti guarire tu quella terribile malattia che decimarapidamente le mie truppe? Io ti darei una fortuna - disse il rajah.

- A che cosa mi servirebbe ormai? I miei giornilo so benesono contatie forse è già preparato il pezzo d'artiglieria che devescaraventare in aria il mio misero corpo.

- Forse t'inganni - disse il principe. - Io non hol'abitudine di uccidere dei valorosiche potrebbero servire alla mia causa.

- Vorresti direAltezza?

- Che se anche non sei un medicoti arruolo insieme coi tuoicompagni.

- Io ho giurato fedeltà al Maharajah.

- Fra pochi giorni il mio rivale sarà catturato o morto.

- Chi sa!

- Credi che sia molto forte?

- Piú di quello che crediAltezza.

- Eppurenon deve avere che un pugno d'uomini con sé.

- Ma quegli uomini si chiamano le tigri della Malesia.

- So quanto valgono quei selvaggi della lontana isola -rispose il rajahfacendo un gesto di rabbia. - Non è la prima volta cheli provo. Senza di loroil principe bianco non mi avrebbe preso il trono.

Girò tre o quattro volte su se stesso come un pazzopoi sipiantò dinanzi al maharatto e gli disse:

- Io non ho tempo da perdere: o con meo contro di me.

- Un guerriero non può mancare alla sua parolaAltezza -rispose Kammamuri con fierezza.

- Ahmi dimenticavo una cosa che mi preme assai. Dove hanascoste le sue ricchezze il Maharajah.

- Lo ignoro anch'io.

- Ahnessuno vuol parlare! - urlò il principeschizzandofiamme dagli occhi. - Lo vedremo.

- Comanda ai tuoi uominiAltezzache ci fucilino tutti quidentro. La cassa è pronta a raccogliere le nostre spoglie - disse Kammamuri.

- Sarebbe una morte troppo dolce - gridò sogghignando ilprincipe crudele.

- Fa' vuotare i panieri che sono pieni di serpenti.

- Non farò nemmeno questo. Io voglio sapere assolutamentedove il Maharajah ha nascoste le sue ricchezze. Mi occorrono per condurrea termine la guerra; e le casse dei miei ministri sono vuote.

- È una ostinazione inutile - rispose il maharatto. -Quando la capitale bruciavanessuno di noi si trovava presso il principebianco.

- L'hai incendiata tucanaglia?

- No; sono stati i soldati del principe bianco.

- Aveva ancora tanti uomini?

- Io non li ho contatiAltezza.

- Tu non vuoi sbottonarti.

- Non posso dire quello che non so.

- Tu mi giuochibrigante!... Su anche gli altri!

Il capo dei cavalleggeri insieme con alcuni soldati discesenell'avello e tagliò le corde ai due ultimi prigionieri.

- Chi è quell'uomo? - chiese Sindhiafissando i suoi occhisul gurú.

- Il guardiano del tempio - rispose il capo dei cavalleggeri.

- Ed è ancora vivo?

- Non volevo prendermi delle maledizioniAltezza. È unpeccato troppo grosso spegnere la vita di un gurú.

- Delle maledizioni io me ne rido! - disse il crudeleprincipe. - Non ho mai avuto paura nemmeno di quelle dei braminiche sono anchepiú terribili.

- Vuoi che lo faccia fucilareAltezza?

- Corri troppo tumio caro. C'è sempre tempo a morire.

- Che cosa devo fare allora? Io aspetto i tuoi ordini.

Sindhia si era messo nuovamente a passeggiarefacendo gestidi minaccia e gridando:

- Io finirò con l'aver ragione di questi quattro miserabili.

- Altezza! - gridò Kammamuri fremente. - Non sono un pariaa cui si può dare del miserabile.

- Ehsappiamo che sei un maharatto - risposeSindhiadigrignando i denti. - L'hai finita?

- Io sí.

Il rajah si era fermato dinanzi a Kammamurie dopoaverlo fissato intensamente co' suoi occhietti sempre scintillantidisse:

- Vuoi salvare la tua vita e quella dei tuoi compagni?

- Che cosa devo fare?

- Condurmi là dove il principe bianco ha nascosto i suoitesori. Le casse dei miei ministri sono vuotee questa campagna minaccia didiventare assai costosa.

- Ti ripeto che io non so assolutamente nulla. Io non ero ilconfidente del Maharajah né della rhani; e la notte che lacapitale prese fuocoio ero ormai lontano.

- Per qualche missione di premura? - chiese Sindhia colla suasolita voce ironica.

- Un maharatto non tradisce i segreti del suo signore.

- M'hai annoiato abbastanza!

- Mi rincresceAltezza.

- Tu ti burli di me!

- Niente affatto.

- Quale morte preferisci?

- Quella dei guerrieri.

- La fucilazione?

- Ti sarei riconoscenteAltezza.

- Nono: tu non hai ancora confessato dove si trovano itesori.

- T'ho detto che non lo so - urlò il maharatto. - Perchéfarmi ripetere sempre la medesima cosa?

Sindhia si avvicinò ai suoi cavalierie si mise a parlareanimatamente a mezza voce.

Pochi momenti dopodieci uomini si avvicinavano aiprigionieri e li legavano di nuovo.

Nemmeno il rajaputo oppose alcuna resistenza.

- Conducili viae gettali vivi in mezzo alla junglaperchéservano di pasto alle tigri e ai leopardi. Io ne ho abbastanza di questi uomini!- disse il rajah al capo dei cavalleggeri. - Ho ben altro da fare io. Mipreme di riconquistare il mio regno. Sbrigati. Hai capito? Fra poche ore nonresterà di loro che poche ossa spolpate.

- Dovremo fare la guardia?

- E perché? Lasciali soli a districarsela con le belve.

- Con nessuna arma per difendersi?

- Diventi pazzo? Anzi li legherai per bene al tronco diqualche tamarindo o di qualche mangiferaaugurerai loro la buona notteetornerai subito.

- Purché le belve non divorino anche meAltezza!

- Prenditi venti uomini.

- ObbediscoAltezza - rispose il capo. - Con venti uominifaccio fuggire anche le tigri.

- Vattene! Mi hai annoiato abbastanza. Ma dov'è il bramino?

- Kiltar?

- Sí; dev'esser giunto.

- E sono ai tuoi ordiniAltezza - rispose una voce sonorache veniva dalla parte della pagoda.

Kammamuri aveva avuto un sussultoed il suo cuore si erasubito aperto ad una speranza non lontana.

Quel braminoche forse non era veramente un sacerdoteerastato salvato da Yanezquando già lo avevano legato dinanzi alla bocca di uncannone e il carnefice aveva accesa la miccia.

Dei preziosi servigi egli aveva resi ai compagni del principebiancoquando si trovavano nelle cloache della capitale.

Era un uomo di alta staturamagro come tutti gli indianiche indossava un mantellone di seta gialla piú o meno scolorito.

- Quali nuove rechi dai miei accampamenti? - gli chieseSindhiamuovendogli rapidamente incontro.

- Cattivesignore! - rispose il bramino. - Il colerainfuriaed i tuoi medici non sanno come fare ad arrestarlo.

- Farai appiccare mezza dozzina di quei furfanti che hopagati a peso d'oro inutilmente. Non sanno dunque nemmeno che cos'è il colera?

- Forse non hanno i rimedi per combatterlosignore.

- E il principe bianco?

- È sempre sulla collina e resiste ferocemente. Non saràpossibile cacciarlo di lassú colle forze che abbiamo.

- Tutte le divinità dell'India mi hanno dunque maledetto? -gridò Sindhia. - È troppo! Io mi vendicherò distruggendo tutte le pagode etutte le moschee!

- Cattiva politica - disse il bramino.

- Non sta a te a giudicare.

- Tu sei infatti il padronee noi ti dobbiamo obbedienzaassoluta.

- È cosí che voglio!

Intanto il capo dei cavalleggeri si era fatto innanziseguíto da una decina d'uomini armati fino ai denti.

- Altezza- disse - aspettiamo i tuoi ordini.

- Porta via i prigionieri prima che li faccia fucilare.

- Forse sarebbe meglio - disse il capo.

- Tu sei un asino! Non occuparti dei miei affari.

- Quando quegli uomini saranno stati divorati dalle belve nonpotrai piú giovarti di loroAltezza.

Il rajah alzò le spalle.

- Ci vuole una terribile lezione - disse poi. - Qui si cercadi giocarmi e da troppo lungo tempo. Viavia quelle canaglie!

Il bramino fece un ultimo tentativo per salvare i disgraziatiprigionieri.

- Altezza- disse - sono uomini troppo preziosi. Lascia chevivano.

- No! - gridò il rajah. - Sotto la miabandiera non voglio arruolata gente di quella fatta.

- Tu sei il padrone - disse il braminoil quale tremavadinanzi al pazzo principesapendo bene che egli non scherzava.

- Guida allora il capo nella jungla e di questecanaglie non se ne parli piú.

- Ci penso ioAltezza- disse il cavalleggero. - Conoscogià i dintorni.

- Vattene! Ho sonnofame e soprattutto molta sete. Kiltarmi hai portato un po' del mio liquore favorito?

- SíAltezza - rispose il bramino.

- Ora lasciatemi tranquillo. Ho da pensare agli affari delloStato.

Il capo dei cavalleggeri aveva già circondato coi suoi dieciuomini i quattro prigionierii qualicome abbiamo dettoerano statinuovamente legati.

- Andiamo a trovare i mangiatori d'uomini - disse. - Speroper altro di ritornare e tutto intero. Vi è ancora il ponte volante gettatoattraverso il fiume. In un momento saremo sul posto.

- Vattenenoioso! - urlò Sindhia. - Ho sonno e fame.

Il capo diventò pallidissimo e disse ai suoi uomini:

- Il rajah ha parlato! Obbeditese vi preme la vita.

Venti banditi circondarono i quattro prigionieriecominciarono a spingerli brutalmente verso il passaggio segreto che metteva sulponte volante gettato attraverso il fiume limaccioso. Il capo dei cavalleggierili guidavae Kiltaril braminoli seguiva cercando di non farsi scorgere dal rajah.

Ma il principe oramai non si occupava piú di nessuno. Avevafatto stendere parecchie coperte da cavalli su una tomba e vi si era subitamenteaddormentatodopo aver tracannato una fiala piena di whiskyil suo liquorefavorito.

Il drappello attraversò prima il passaggio segretopoi ilpontee si trovò subito sui margini della jungla.

- Dove legarli? - chiese il capo al braminoil quale nonaveva cessato di seguirli.

- Ci sono degli alberi qui - rispose Kiltar. - Io non sono ilrajah.

- Farò da me.

Il rajaputoil maharattoil cercatore dipiste ed il gurú furono trascinati verso un tara didimensioni gigantescheil cui tronco nemmeno cinquanta uomini in catenaavrebbero potuto abbracciarlo.

- Qui - disse il capo dei cavalleggeri. - Il posto èmagnifico. Le tigri ed i leopardi vi accorreranno in buon numero. Di questiuomini domani noi non troveremo nemmeno le ossa.

- Ti farà piacere! - disse il bramino con voce un po' acre.

- Io obbedisco agli ordini del mio signoree basta.

- Allora sbrígati.

I banditi sollevarono quasi di peso i quattro prigionieri eli legarono solidamente intorno all'enorme alberoa poca distanza l'unodall'altro.

- Canaglie! - urlò Kammamuri. - Potevate farci fucilare!

- Il rajah non l'ha voluto - rispose il capo. - Io lodevo obbedire per salvare la mia testa.

- Siete dei briganti! - urlò il rajaputoil quale sidibatteva disperatamente.

- No; siamo guerrieri del principe dell'Assam - rispose ilcapo.

I prigionieri dopo un momento furono lasciati solimentre laluna sorgevaed in lontananza gli sciacalli urlavano disperatamente.

- Ecco la nostra fine! - disse Kammamuri. - Il rajah potevainventare un altro genere di supplizio e...

S'interruppe d'un tratto. Il bramino era improvvisamentecomparso fra i folti vegetaliarmato d'un corto tarwar.

- Vengo a pagare il mio debito di riconoscenza che ho versoil vostro signore - disse. - Non ho mai dimenticato che gli devo la vita.

- Kiltar! - esclamò Kammamuri - dacci delle armi.

- Non ho che tre pistole che metto a vostra disposizione-rispose il bramino. - Il rajah è troppo crudele.

Con pochi colpi di tarwar tagliò tutti i legami deiquattro prigionierimise al piede dell'enorme tara le tre armi da fuocoe fuggí rapidamente come se avesse una tigre alle spalle.

- Siamo salvi! - esclamò il gurú.

- Perché abbiamo alcune pistole? - chiese Kammamuri un po'ironicamente. - Pròvati ad attaccare con quelle armi le regine delle jungle.

- Aspetta un po'sahib - rispose il gurú.

Girò intorno all'enorme troncoe finalmente si fermòdinanzi a qualche cosa che brillava ai raggi della luna.

- Abbiamo avuto una fortuna straordinaria - disse.

- Perché? - chiese Kammamuri.

- Perché quest'albero è stato scavatoed io ho trovata lamolla che ci farà aprire la porta.

- Credo che non sia questo il momento di scherzare.

- Ti dico che le tigri non ci mangeranno. Dentro questapianta colossale mi sono rifugiato parecchie volte anch'io per fuggire bestie ebanditi.

- Chiacchiera meno e agisci di piú - gli disse il maharatto.

- È fatto - rispose il gurú. - Seguitemigiacché la luna splende.

I prigionieri s'impadronirono innanzi tutto delle pistolesebbene fossero di ben poco valore contro le tigrima che tuttavia potevanoessere utili in qualche difficile momentoe seguirono il gurú.

- Che cosa c'è dunque? - gli chiese Kammamurivedendolofermarsi.

- Guardasahib- rispose il guardiano dellapagoda. - Se il capo lo avesse saputonon ci avrebbe portati qui.

- Vedo un buco - disse Kammamuri.

- Abbastanza largo per lasciar passare anche il rajaputo. Quivi è una porta e vi è pure una molla che per puro caso ho scoperta. Dentroquesta enorme pianta nessuno ci può prendere.

- Tu sei un brav'uomo ed anche molto fortunato. Eppure non tiricordavi dei segreti della pagoda.

- Erano troppisahib - rispose il gurú.

Si erano tutti radunati dinanzi all'apertura. Un pezzo dicortecciaalto qualche metropendeva verso il suolomostrando la mollamisteriosa.

- Non vi saranno dei serpenti lí dentro? - chiese Kammamuri.

- Io non ce ne ho mai trovati.

- Chi ha scavato questa pianta?

- Che ne so io? Sono molto vecchioe tutto ora non possoricordare - rispose il gurú.

- Forse gli stessi costruttori della pagoda.

- Può darsi. Ma avrete ben altre sorprese.

- Che cosa vuoi dire?

- Che in fondo a questa pianta esiste un passaggio scavatosotto la jungla.

- E mette?

- Assai lontano. Se la memoria non m'ingannanoi sboccheremopresso la grande via che conduce alle montagne.

- Sei diventato pazzo?

- Nosahib. Una volta cinquanta banditi e forse piúsi presentarono alla pagoda per svaligiarlacolla speranza che nel sepolcretovi fossero nascosti dei tesoried io ed un mio compagno ci rifugiammo qui e cirimanemmo parecchi giorni.

- Ci vorrebbe un po' di luce - disse il rajaputoilqualese non aveva paura degli uominisi sentiva gelare tutto dinanzi ad un cobrao ad un pitone.

- Della luce? - disse in quel momento Timul. - Ho nelle mietasche una corda incatramata che brucerà come una torcia.

- Ma hai l'occorrente per accenderla? - chiese Kammamuriilquale avrebbe preferito il grosso fanale di marina.

- Sísahib- rispose il giovane cercatore dipiste.

- Accendi.

Dopo qualche istante una viva fiamma brillava dinanziall'apertura. La corda incatramata era abbastanza grossae ardevameravigliosamente.

- Come l'hai tu? - chiese Kammamuri al giovane.

- Me ne servivo per cercare le piste di notte.

- Quanto durerà?

- Ben pocosahib.

- Entriamo dunque dentro quest'albero meraviglioso. Gurúbada alla molla.

- So farla scattare anche per di dentro - rispose ilguardiano della pagoda.

- Tu diventi un uomo assai prezioso; è verorajaputo?

- Pare - rispose asciuttamente il gigante.

I quattro uominiarmati delle pistole del braminosicacciarono destramente dentro l'aperturala quale era tanto vasta da permettereil passaggio anche ad un uomo piú grosso del rajaputo.

Il gurú non aveva mentito. Tutto l'interno delgigantesco albero era statochi sa in quali tempipazientemente vuotatoe sivedevano anche dei gradini.

- Chiudi la fortezza - disse il maharatto alsacerdote.

La portaformata d'un enorme pezzo di cortecciasirisollevò e tornò al suo posto.

- Come vedisahibla molla agisce benissimo anchedall'interno.

- E se poi non agisse piú?

- Ti ho detto che vi è un passaggio.

- Ecco l'India misteriosa! - disse Kammamuri con un sorrisoalquanto amaro.

 

 

CAPITOLO XIII

 

Fra le acque e le tenebre

 

Dei pazienti e abilissimi operai avevano scavato l'internodell'enorme pianta la qualese non per altezzapoteva per grossezzarivaleggiare colle oregonie della Californiache sono le piante piú colossalidel mondo finora conosciute.

Lo scavo era stato eseguito in modo da non danneggiare il taraossia senza intaccare la corteccia esterna.

Due gradinate mettevano in una vasta rotonda che altre voltedoveva essere stata abitatapoiché vi erano sparsi al suolo vecchi tappetiormai fracidi e covoni di pagliaanche quella marcita.

- Come vedisahib- disse il gurú aKammamuri - nemmeno questa volta mi sono ingannato.

- Ma chi ha scavata questa pianta? - chiese il rajaputo.

- T'ho detto che non lo so - rispose il sacerdote.

- Tu non sai mai nulla - disse il maharatto un po'irritato.

Il gurú alzò le spalle e scese le due scalettetoccando il fondo della rotonda.

Timul continuava a far luce colla sua fune incatramatalaquale disgraziatamente si consumava con una rapidità veramente spaventosa.

Il gurú fece subito il giro di quella specie dicaverna legnosacercando qua e làpoi un grido gli sfuggí.

- Piú nulla! - esclamòfacendo un gesto di disperazione. -Vi doveva essere un'altra molla che apriva una seconda porta e non l'ho trovata.

- Forse l'avevi sognato - disse Kammamuri.

- Novi era; lo ricordo bene.

- E chi vuoi che l'abbia levata o guastata?

- Io non ho abitato sempre l'interno di questo albero -rispose il gurú. - Forse degli sconosciuti sono entrati per ilpassaggio sotterraneo scavato sotto la jungla e tutto hanno distrutto.

- Cercherai meglio piú tardi.

- Sahib- disse Timul - avremo luce solamenteper altri dieci o quindici minuti.

- Non hai altre corde?

- Nessunasahib.

- Allora approfittiamo subito di questo breve tempo percercare il passaggio.

- È inutilesahib- disse il gurú -tutto è stato distrutto.

- Sicché rimarremo prigionieri qui? - chiese Kammamuri.

- Vi è la porta da cui siamo entratie usciremo da quellaparte quando saremo ben sicuri che nessun pericolo ci minaccia. Vedrai che icavalieri del rajah torneranno qui per accertarsi se le tigri ci hannodivorati.

- Non ne dubito. Ma non verranno questa notte. Hanno troppapaura delle jungle... Hai trovato?

- Nullanulla! - rispose il gurú con voce quasipiangente.

- Vi saranno dei viveri qui?

- Mai piú! Mangiai qui dentro tre o quattro anni fa e nonavevo portato con me che alcuni banani ed un po' di riso.

- È una condizione quasi disperata - disse Kammamuri. - Larivincita del signor Yanez sarà ben dura. Si direbbe che tutto congiura controdi noi! E pensare che di noi egli ha tanto bisogno! Che cosa dici turajaputo?

- Restiamo qui per ora. Non ci scoveranno tanto facilmente ibanditi di Sindhiase torneranno. Vorrei solamente sapere dal gurú sevi è qualche finestra.

- Mi pare - rispose il sacerdote. - Io mi ricordo che digiorno la luce entrava.

- Da finestre o da fessure?

- Ecco quello che non posso dire - rispose il sacerdote. - Lamia memoria mi tradisce sempre.

- Lo sappiamo già - disse Kammamuri. - Tu sei sempre cosí.

- Sono vecchiosahib.

- Sahib- disse il rajaputo - iovorrei proporti un gran bel colpo di testa.

- Butta fuorimio valoroso.

- Approfittare della notte per andare a sorprendere icavalieri del rajah e prendere loro le bestie.

- In quattro soli con tre sole armi da fuoco?

- Tu sai che le pistole che si fabbricano in India sonosempre state apprezzate anche dagli inglesi.

- Non dico il contrario. Ma siamo pochimio caro.

- Ed io che volevo proportisahibdi andare a rapireil rajah...

- Per che cosa farne dopo? Sarebbe un fastidio di piú.Giacché vi è ancora un po' di lucespieghiamo questi vecchi tappeti edaspettiamo che il sole risorga. Allora decideremo.

- Sarà meglio - disse il gurú.

I tre uomini stavano per prepararsi un giaciglio piú o menopassabilequando da una parte della rotonda si udirono improvvisamente deirumori sospetti.

- Puzzo di selvatico. Brutto segnosahib! - esclamòil cercatore di piste.

- Tu sei un uomo veramente meravigliosoTimul - disse il maharatto.- Possiedi anche un naso straordinario. Prepariamoci a ricevere isignori che desiderano farci una visita punto desiderata.

Timul aveva appena pronunciato quelle paroleche un largopezzo di parete si rovesciò dentro l'enorme tara.

Pareva che una porta fosse stata sfondataforse quella chedoveva mettere al passaggio segreto.

Subito dopo i quattro uomini udirono dei sordi brontoliipoiagli ultimi sprazzi di luce della corda incatramatavidero una testa enormetraforata da due occhi fosforescenti.

- Leopardo? - si chiese Kammamuripuntando risolutamente lapistola regalatagli da Kiltar. - Una tigre no di certo. Anche le bestie si sonoalleate per far guerra a noi.

Intanto l'animaleche con un'ultima spinta aveva sfondata laparetecercava di farsi avanti mostrando una bocca formidabilmente armata didenti acutissimi.

- Attenti al leopardo! - gridò Kammamuri. - Non lasciateloavanzare.

Intanto il rajaputo si era precipitato versol'aperturae impugnata la pistola per la cannaurlava:

- Risparmiate le cariche!

Una belva era già entratae si preparava forse ad assalirequegli uominiquando fu invece assalita dal rajaputo.

Si udirono alcuni colpi sordicome di tremende martellatepoi un urlo lunghissimo acutissimo.

- Muori! - gridava il gigante. - Credo che tu ne abbiaabbastanza ormai e senza avermi fatto consumare un granello di polvere.

- LuceTimul! - gridò Kammamuri.

- La corda sta per finire.

- Corri qui subito.

Il giovane si slanciò avanti agitando la sua poverafiaccola.

Presso l'apertura giaceva un magnifico leopardo ridotto inuno stato spaventevole. Aveva il cranio sfondatoil naso fracassatogli occhipesti e non piú visibili.

- Che colpirajaputo! - disse il maharatto.- Tu saresti capace di uccidere anche un bufalo selvaggio.

- È morta la bestia? - chiese tranquillamente il gigante.

- Non si muove piú.

- Ha avuto il fatto suo.

- E tu nessuna ferita?

- Nosahibnessuna. Mi sono tenuto lontano dalleunghie.

In quel momento la fiaccola di Timul si spense del tuttoedun'oscurità densissima invase la caverna legnosa.

- Bell'occasione per i leopardi se ve ne sono ancora! - disseKammamuri.

- Tornerò a martellare - disse il rajaputo. - Uncolpo che vada a postoe la bestia sarà fuori di combattimento.

- Tuttavia non fidiamociamico - disse Kammamuri. - Anziapriremo per bene gli occhi e gli orecchi. Ahse ci fosse ancora un po' diluce!... I leopardi avranno la pazienza di aspettare l'alba per darci addosso?Timulhai piú nulla da bruciare?

Il cercatore di piste frugò e rifrugò le suenumerose tasche finché mandò un grido di trionfo.

- Ecco un'altra corda incatramata - disse - che io nonricordavo piú di avere indosso. Avremo un'ora di luce.

- Accendi subito - disse Kammamuri - e vediamo come stanno lecose. Le belve ci minacciano qui dentroi banditi del rajah possonogiungere da un momento all'altroscoprire la molla e venire a prenderci quicaldi caldi.

Il cercatore di pistetutto lieto di aver trovatoquella seconda funicellasi affrettò ad accenderla.

Un altro vivissimo sprazzo di luce si diffuse dentro lacaverna legnosadiradando d'un tratto le fitte tenebre.

- Vediamo un po' - disse Kammamuri. - Ecco il passaggioedecco qui il leopardo tutto sanguinanteche non dà ormai piú segno di vita.

Si avvicinò all'apertura e vide un enorme pezzo di paretecaduta al suolo.

- Quelle bestie devono aver lavorato molto bene di denti -disse. - Ma già si sa che le loro mascelle sono armate quasi al pari di quelledelle tigri.

Guardò la bestiache occupava col suo corpo parte delpassaggiorialzòaiutato dal rajaputo e da Timulla parete sfondatae tappò coi vecchi tappeti quanto rimaneva di vuoto.

- State zitti un momento - disse poi.

Si era gettato al suolo e si era messo in ascolto.

Una forte corrente d'aria continuava a passare attraverso lefessurerumoreggiando stranamente dentro la caverna legnosa.

- Si direbbe che qualche torrente serpeggia attraverso questomisterioso condotto - mormorò.

Si volse verso il gurúil quale si era sedutotranquillamente su un covone di paglia marcita e che pareva sonnecchiassee glidomandò:

- Da questa parte tu uscisti?

- Sísahib.

- Trovasti dell'acqua?

- Allora no.

- Eppure vi è un torrente che rumoreggia.

- Io non so nulla.

- Potevo fare a meno d'interrogarti. È sempre la solitarisposta. Tu non sai mai nullagurú. Lo sappiamo che sei vecchio.

Il rajaputo si era avvicinato al maharattoilquale ascoltava sempre con estrema intensitàe gli chiese:

- Si può andare?

- Dove?

- Fuori. Io ne ho abbastanza di questa specie di prigioneevorrei essere già ben lontano.

- E se la luce venisse novamente a mancare? Sarà meglio cheaspettiamo l'alba. Il gurú ha affermato che allora anche qui ci vedevasenza bisogno di fanali o di torce.

- Credi a quell'uomo che ignora sempre tutto? - brontolòKammamuristringendo i denti.

Stava per coricarsi presso l'aperturatemendo sempre chequalche altro leopardo tentasse di irrompere nell'interno del gigantesco taraquando Timul gridò:

- Spengo! spengo!

- Che cosa? - chiese il maharatto.

- La corda incatramata.

- Perché?

- Sento venire dei cavalli· I miei orecchi non possonoingannarsi.

- Che i banditi di Sindhia ritornino per vedere se noi siamostati divorati?

- È probabilesahib.

- Allora piú nessuna luce. Questo colosso potrebbe averedelle fessure.

Il giovane cercatore di piste spense rapidamente lacorda mettendovi sopra un piedepoi quando le tenebre ripiombarono dentro ilrifugiotutti si misero in ascoltoin preda ad una vivissima ansietà.

- Odisahib? - chiese Timul dopo qualcheistante.

- Síil galoppo di parecchi cavalli che si avvicinano -rispose Kammamuri.

- Ed anche delle grida.

- Síanche delle grida. Sono i banditi del rajah chevengono a fare una visita ai nostri corpi colla speranza di trovarli benespolpati.

- Che ci prendano questa voltasahib?

- Non siamo ancora nelle loro mani - rispose il maharatto.- Sindhia avrebbe potuto ammazzarci dentro il sepolcreto senza far correretanto i suoi cavalieri.

Avevano tutti accostato un orecchio al suoloe udivanodistintamente il rumore prodotto da molti cavalli lanciati a corsa sfrenata.

- Sívengono - disse Kammamuri. - Ma non li aspettiamo quigiacché abbiamo ancora un pezzo di corda incatramata.

- Vorreste fuggiresahibper il condotto segreto? -chiese il gurú.

- Vorrei tentarlo.

- E se vi sono delle acque?

- Le attraverseremo.

- Un bagno non farà male - disse il giovane cercatore dipiste. - E poi siamo tutti buoni nuotatori; anche tugurúnonè vero?

- Nuoto come un indiano che fino dai primi anni ha sfidato lecorrenti sacre di non so quanti fiumi.

Il fragore dei cavalli era bruscamente cessato al piede delgigantesco vegetale.

Kammamuri ed il rajaputo si alzarono silenziosamentepiano piano si accostarono alla porta aperta dalla molla e si misero in ascolto.

La voce del capo dei banditi echeggiava alta al di fuori.

- Dove sono andati quei cani? - urlava. - Eppure li abbiamoben legati a questa pianta!

- Le tigri li avranno portati via - rispose un altrocavalleggero.

- Ma non si vedono delle ossa quiné brandelli di stoffa.

- Quelle bestie li avranno portati viadentro le loro tane.

- Io vorrei peraltro essere sicuroprima di tornare nellapagoda - rispose il comandante. - Il rajah sarebbe capace di farcitagliare la testa a tutti prima del sorgere dell'aurora.

- Venga qui lui a cercare le ossa dei fuggiaschi.

- Ora sta cenandoe si è fatto preparare un lettuccio condei tappeti che abbiamo trovati nelle gallerie della pagoda. Non si disturberàper cosí poco.

- Allora possiamo ritornare.

- Síse t'incarichi tu di avvertirlo che dei prigionierinon abbiamo trovato nessuna traccia.

- Non voglio sfidare la sua collera. Io ne ho abbastanza diquesta notte. Il rajah finirà col farci morire di fatica e di fame.Renda la corona al Maharajah ed alla rhani e ci lasci un po'tranquilli. Giàtanto la partita è perduta: il colera distrugge senza rimedioun gran numero di uomini; poi ci sono quei demoni scatenati venuti dai lontanipaesi con armi cosí micidiali che decimano le colonne in un batter d'occhio.

- E tu vorresti andartene?

- Ho fame e sonno anch'iocapo - rispose il cavalleggero chefino allora aveva parlato.

- Io invece non ancora.

- Vuoi cacciarti nella jungla ed aprire il ventredelle tigri per vedere se i fuggiaschi sono stati trangugiati?

- Non sarò cosí stupido! - rispose il capo. - C'è troppaoscuritàe noi non abbiamo un fanale.

Successe un breve silenziopoi i cavalliche dovevanoessere parecchitornarono a scalpitare ed a nitrire.

Il rajaputo si era accostato a tentoni al maharattoil quale ascoltava sempre.

- Se ne vanno? - gli chiese.

- Non ancora - rispose Kammamuri.

- Parlano sempre dinanzi alla pianta? Che cosa aspettano? Noiforse che saltiamo fuori colle pistole?

- Noi non commetteremo una cosí grossa sciocchezza! Ciconviene rimaner qui ed aspettare.

- Che entrino e ci uccidano tutti?

- Se avessero scoperta la portasarebbero già qui. Pareinvece che non sappiano quale decisione prendere.

- Ascolta bene! - disse il gigante che si era appoggiatocontro la portala quale già tentennava. - Parlano di dare fuoco all'albero edi cremarci.

- Ma noi non ci lasceremo certamente arrostire - risposeKammamuri. - Queste piante sono molto ricche di resinae bruciano come torce avento.

Il capo ed i suoi uomini avevano ripresa la conversazione.

- Io ho udito raccontare di grosse piante scavate - diceva ilprimo. - Chi sa che gli uomini che cerchiamo non siano lí dentro invece chenelle budella delle tigri?

- Ho questo dubbio anch'io - rispondeva un'altra voce.

- Anche tuKimal?

- Sícapo - rispose l'individuo che doveva portare quelnome.

- La scomparsa di quegli uomini è troppo misteriosa.

- Li avevamo legati ben benee da sé soli non potevanoliberarsi dai lacci.

- Che qualcuno li abbia aiutati?

- Quel bramino veramente mi è persona sospetta...

- È il segretario del rajah.

- Che cosa importa? Dei traditori se ne trovano dappertutto.Prova a picchiare col calcio della carabina contro il tronco di questo enormealbero.

Un gran colpo risonò seguito da parecchie grida di trionfo.

- Ah! - esclamò il capo colla sua voce tagliente. - Harisonato come una botte vuota. Andate a fare raccolta di legna e tentiamo dimandare in fiamme questo tara gigante.

Kammamuria cui non era sfuggita una parolatrovandosiproprio dietro il pezzo di corteccia che la molla aveva fatto sollevaresialzò rapidamente.

- Stanno per arrostirci - disse al rajaputo che loseguiva come un'ombra.

- Ho udito anch'iosahib - rispose il gigante.- Che cosa decidi?

- Di fuggire e senza ritardo.

- Per quel passaggioche ha servito al leopardo per giungerefino a noi?

- Non abbiamo altra ritirata.

- Ma tu hai detto che hai udito delle acque scrosciare.

- È vero - rispose il maharatto.

- Che ci sia qualche fiume sotterraneo?

- Se c'ènon ci farà paura. Meglio l'acqua che il fuoco.

Fuori i banditi continuavano a picchiare coi calci dellecarabine contro la piantaper accertarsi meglio se era vuota. Disgraziatamenteil suono sempre egualerivelava la cavità del tronco.

- È tempo di filare - disse Kammamuri al rajaputo. -Finiranno col trovare anche la porta e sfondarla.

- Se non preferiranno cucinarci - rispose il gigante.

- Ragione di piú per sgombrare subito. Quest'asilo è ormaidiventato troppo pericoloso.

Retrocessero verso la rotondacercando di non fare il minimorumoree urtarono contro Timul ed il gurú i qualiassai inquietistavano per muoversi.

- Dunque? - chiese il sacerdote.

- Siamo presi! - rispose Kammamuri. - Siamo stati scopertibisogna fuggire e prestopoiché quelle canaglie minacciano di bruciare il tara.Chi resisterebbe qui dentro?

- Nessuno - disse Timul.

- Quanto può durare ancora la tua corda?

- Ben pocosahib: ne abbiamo già consumata assai.

- Accendie vediamo dove va a finire quel passaggio.

- Non scorgeranno la luce dal di fuori?

- La porta non è stata ancora aperta.

- Vi possono essere delle fessure.

- Giàsono convinti che noi siamo qui. Gurúlasciada parte la tua eterna vecchiaiae guidaci.

- Io farò quello che potròsahib - risposeil sacerdote.

La corda fu accesa ed i quattro uomini si slanciarono làdove si trovava ancora il cadavere del leopardo.

Lo rimossero e si cacciarono nel passaggio rombante d'acquescorrenti.

Timul agitava la sua meschina torcia per far lume aicompagni.

Si era messo alla testacomprendendo che il gurú anulla avrebbe servitoné come guidaperché non si ricordava mai di nullané come un uomo pronto ad aiutareperché era troppo vecchio.

- Presto! Presto! - diceva Kammamuriil quale conservavasempre un sangue freddo ed una calma ammirabili. - Mi pare già di sentire puzzodi fumo.

- Anche a me - disse il rajaputosostenendo il poverosacerdoteil quale pareva fosse completamente esaurito.

Alla base del gigantesco vegetale si apriva nella massalegnosa una specie di budellosufficiente al passaggio di una persona.

- Chi l'avrà aperta questa via? - si chiese Kammamuri. -Certamente gli stessi uomini che hanno scavata la rotonda. Già tugurúnonsaprai nulla.

- Io allora ero nella pagoda di Tsamache è molto lontanadi qui - rispose il sacerdote colla sua voce sempre monotona e misurata.

- Ti pare di sentire odore di fumo?

- Qualche cosa deve bruciare non lontano da noi.

- Almeno il naso lo hai ancora buono! - disse il maharattoironicamente.

Tutti si erano spinti innanzitemendo che da un momentoall'altro il tara si trasformasse in una fiaccola spaventosa.

Un acre odore di fumo un po' resinoso continuava adiffondersiprovocando fra i fuggiaschi dei violentissimi colpi di tosse.

Le radici dell'enorme vegetale erano finitesicché lamarcia era diventata rapidissima.

Il fondo di quel fiume sotterraneo d'altronde non aveva cheuna lieve pendenza ed era costituito da tutti i detriti della vicina jungla.

Trascorsero cinque minuti angosciosipoi la corda di Timulsi spense bruscamente.

- È finita - disse il povero giovane. - Addio luce!

- La nostra situazione veramente è poco allegra - disse il maharatto- ma non siamo ancora morti. Ahse avessimo potuto portare con noila grossa lanterna di marina!... Anche quella ci hanno presa quei dannatibanditi!

- Tenete alte le pistole - disse in quel momento il rajaputo.- L'acqua tende ad aumentare.

- Ancora? - chiese Kammamuri.

- Sísahib.

- Com'è il fondo?

- Sempre buonoquantunque assai limaccioso:

Si erano presi per manoperché il deviare di qualcunofraquella profonda oscuritàsarebbe stata una vera sentenza di morte.

L'acqua intanto aumentava sempre. Già giungeva fin quasi alpetto dei fuggiaschied era un'acqua freddissima che dava dei brividi.

Sempre tenendosi per manocontinuarono la terribile marciafra le tenebree dopo un certo tempo si udí Timulche stava in testa alpiccolo drappelloesclamare:

- Vedo un'apertura.

- Dinanzi a noi? - chiese Kammamuri.

- Sísahib e molto ampia.

- Le acque si precipitano verso quella?

- Non mi pare; anzi il fondo si alza rapidamente. Io sonoimmerso solamente fino alle ginocchiamentre poco fa correvo il pericolo diannegare.

- Hai bagnata la pistola?

- No: mi è troppo cara. Ci sarà preziosa nella jungla.

- Ma tu credi che noi sboccheremo in mezzo al regno delletigri?

- Io so che possiamo usciree posso dirti che non si sentepiú odore di fumo. Dobbiamo essere già ben lontani dal piede del tara.

- Che qualche divinità ci abbia protetti?

- Lo credo - rispose il gurú che si tenera strettofortemente al rajaputo temendo di rimanere indietro.

- Alto! - comandò in quel momento Timul. - La terribileprova è finita. Anche questa volta la dea della morte non ci ha voluti!

 

 

CAPITOLO XIV

 

IL CAVALLO DEL BANDITO

 

I quattro fuggiaschi si erano trovati improvvisamente dinanziad un'arcatala quale forse doveva segnare la fine di quel corso d'acquamisterioso e del grande condotto.

Attraverso all'immenso squarcio si vedevano scintillare lestelle ed un lembo di cielo che pareva rosseggiasse.

- L'alba? - chiese il rajaputoprendendo fra lebraccia il gurúil quale non si reggeva piú in piedi.

- No- rispose Kammamuri. - Quella non è tinta di aurora.

- Come spieghi questo misterosahib?

- In un modo semplicissimo. Il tara brucia e proiettale sue vampate verso il cielo.

- Allora siamo fuggiti a tempo.

- Cosí paree credo che tu non avrai da lagnarti.

- Veramente nopoiché mi credevo proprio perduto.

- Sale il fondo?

- Sísahib - disse Timul che era sempredinanzi a tutti.

- E l'acqua è scomparsa?

- Non ve n'è quasi piú.

- Un ultimo sforzomiei poveri amicipoi in qualche luogosia pure nel regno delle tigrinoi ci riposeremo. Ormai io non temo piú ibanditi di Sindhia.

Si spinsero innanzi e passarono sotto l'arcatala qualeappariva in piú luoghi diroccata.

Il cieloche rosseggiava semprepermetteva di vedereabbastanza bene. Pareva che una piccola aurora boreale si fosse stesa sullajunglafenomeno affatto sconosciuto dagli indiani.

Timul con uno sforzo supremo raggiunse una enorme macchia ditamarindila quale cresceva a poche decine di metri dall'arcatae vi sicacciò dentrolasciandosi cadere al suolo completamente estenuato.

I morsi delle sanguisughe lo facevano orribilmente soffriree da quelle minuscole ferite il sangue scorreva.

Kammamuri e gli altri lo avevano subito raggiunto.

In lontananza una fiaccola gigantesca ardevalanciando inaria colonne di fumo rossastro e nembi di scintilleche il vento trasportavaattraverso la junglacol pericolo di provocare altri incendi. Eral'enorme tara che se ne andavaa pezzo a pezzolasciando cadere intornoa sé una vera pioggia di fuoco.

- Da quale pericolo siamo scampati! - esclamò il maharattoil quale succhiava avidamente un frutto di tamarindo ben maturo che avevaraccolto. - Un'ora di ritardoed i banditi ci arrostivano.

- E dove siamo adesso? - chiese il rajaputo.

- Come ben vedidinanzi a noi si stende la jungla.

- Brutto posto per cercare un rifugiosahib! Specialmentequando non si hanno armi grosse.

- Anche tu cominci a diventare noioso come il gurú.

- Fra me ed il sacerdote passa molta differenza. Sono l'orsodelle montagne ioson capace di affrontare una tigre anche senza armi e dispezzarle le costole.

- È un po' troppo! - disse Timul.

- Il leopardo è caduto cosí! - rispose il gigante.

Kammamuri intanto aveva fatto il giro della macchia deitamarindientro la quale si udivano urlare furiosamente alcuni sciacalli incerca di un po' di cena.

- Sahib- disse il rajaputo - ciaccamperemo qui fino all'alba?

- Non saprei trovare altro luogo migliore piú vicino -rispose il maharatto.

- E se i banditi di Sindhia giungessero?

- Ormai ci credono mortie si riposeranno anche loro.

- Avessimo la loro cena!...

- Contentati di queste frutta acide assai rinfrescanti.Timulsapresti guidarci ancora alla pagoda?

- Perché sono un cercatore di piste? - risposeil giovane. - Mi sarebbe però necessaria una cordae non ne ho piú. E poiperché tornare laggiú verso il pericoloinvece di approfittare del momentoper fuggire e raggiungere la grande via che conduce alle montagne?

- E con quali cavalli percorreremo il lunghissimo tratto?

- Vorreste sorprendere i banditi? Pessimo affare: è megliolasciarli a scaldarsi intorno al tara.

- È già caduto! - gridò il rajaputoil quale nonsi era coricato un istante.

Infatti verso ponente non si vedevano piú alzarsi néfiammené scintille. Il colosso divorato dal fuoco aveva ceduto dopo una vitadi secoli.

- Sahib- chiese il rajaputo - checosa decidi? Di rimanere qui?

- Síalmeno fino all'alba - rispose Kammamuri. - Siamotroppo sfiniti per riprendere la marcia.

- È vero - confermò il gurú.

- Se ci lasceranno riposare tranquilli... - disse Timul.

- Le vostre pistole sono asciutte? - chiese il maharatto unpo' trepidante.

- La mia sí - rispose il rajaputo. - Mipremeva troppo di conservarla. Son certo che sparerà subito i suoi due colpi.

- E tuTimul?

- Anche la mia - rispose il giovane. - Il colpo non mancherànemmeno a me.

Era inutile domandarlo al gurúpoiché non avevaavuta alcuna arma da fuoco.

- Abbiamo sei palle da lanciare - proseguí Kammamuri. - Sonopochema possono essere di molto aiuto in qualche momento difficile. Nonfinirò di lodare mai quel bravo bramino che è sempre rimasto amico delMaharajah anche dopo il ritorno di Sindhia. A lui dobbiamo la nostra vitae queste armi.

- Senza quell'uomoil rajah ci avrebbe fatti subitoscorticare prima di uscire dal sepolcreto - disse il rajaputo.

Si erano tutti coricati fra le foglie secche e ben sofficied aprivano gli occhi piú che potevano per sorprendere qualche nuovo nemiconiente affatto desiderato in quel momento.

Si udiva intorno alla macchia come una specie di galoppoleggeroil quale non cessava di avvicinarsi.

- Per la morte di Kalí! - disse il maharatto. - Sodi che cosa si tratta. Niente elefantiniente bufali e niente rinoceronti.Farebbero molto piú fracasso.

- Eppurequalcuno continua a girare e rigirare intorno allamacchia - disse il rajaputo.

- È un cavallo montato certamente da qualche bandito diSindhia.

- Lo hai vedutosahib?

- Il leggero galoppo lo tradisce - rispose Kammamuri. - Ahse potessimo almeno impadronirci di quell'animale!

- Siamo in quattrosahib- disse Timul.

- Per ora contentiamoci di uno. Ne approfitterà il gurúche non può piú tenersi in piedi. Noi siamo forti camminatorie lemontagne di Sindhia le raggiungeremo anche con le nostre gambe... Chi arrestaquella bestia?

- Iosahib- disse il rajaputo. - Getteròa terra cavallo e cavaliere.

- Non fare fuoco: accorrerebbero altri banditi.

- Per il cavaliere mi servirò solamente del calcio dellapistola. Tu sai che io picchio sodo.

- Anche troppoamico.

- Lascia fare a mesahib: fra cinque o dieci minutinoi avremo quel cavallo nelle nostre manise si tratta veramente di untrottatore.

- Ti dico che non si tratta di una bestia selvaggia.

- Síè un cavaliere - disse Timulil quale si era spintofuori dalla macchia. - Cerca le nostre tracce.

- Ci penso io subito! - disse il rajaputoalzandosidi scatto.

- Vuoi che ti aiuti? - chiese Timul.

- Tu sei troppo debole per arrestare un cavallo in corsa. Nonsei meno sfinito del gurúdopo il salasso delle sanguisughe.

- Questo è vero.

- Allora rimani qui tranquillo presso il sahib. Bastoio per sbrigare questa faccenda. Sahibparto.

- Ti raccomando di non far uso della pistola - gli disseKammamuri. - Niente spari per ora.

- Come ti ho dettonon adopererò che il calcio dell'arma econtro il cavalierenon già contro il cavallo che io voglio condurre qui vivo.

- Se mainoi siamo pronti ad accorrere in tuo aiuto.

- Io spero di non aver bisogno di nessuno.

Ascoltò un momentopoi si slanciò rapidamente fuori dallamacchiagettandosi subito in mezzo a dei cespugli di mindii qualipotevano nasconderlo interamente.

- Che uomo! - esclamò Kammamuri. - Se il signor Yanez neavesse avuti duecento come luichi sa dove sarebbe a quest'ora Sindhia!

Si era messo in ginocchioimpugnando per precauzione lapistolae stava attento alla ricomparsa del cavaliere. Anche Timul si eraalzatomentre il povero sacerdote giaceva fra le foglie come una massa quasiinerte.

- Odi? - chiese il maharatto al cercatore di piste dopoalcuni minuti di attesa.

- Sí - rispose il giovane. - Il cavallo ritorna e per laterza volta. L'uomo che lo monta cerca le nostre tracce.

- Sarà solo?

- Non ho veduto altre ombre.

- Ora vediamo che cosa saprà fare quel diavolo di rajaputo.Sono certo che manterrà la sua promessa.

Si erano spinti verso il margine della macchia rimanendonascosti sotto gigantesche foglie di bananilunghe dieci ed anche dodici metri.

Di là scorsero subito il giganteil quale pareva noncercasse affatto di nascondersi.

Si era gettato sulla via che doveva percorrere il cavallobalzando come un orso in furore. Ora si abbassava fino a terraora scattavapiantandosi sulle gambe muscolosee tendendo le possenti braccia.

- Son sicuro che quell'uomo arresterà il cavallo in pienacorsa! - disse Timul al maharatto.

- Non ne dubitoamico. È forte come un piccolo elefante.

Intanto il galoppo si avvicinava semprema senza produrretroppo rumore.

Il cavaliere doveva avere le sue buone ragioni per prenderedelle precauzioni.

Ad un tratto da un macchione sbucò un bellissimo cavallotutto biancoil quale andava alla carica.

Il rajaputo si era slanciato ben deciso a impadronirsidella cavalcatura e non già del cavaliereche sarebbe stato piú d'imbarazzoche d'utilità.

Essendo la notte tornata abbastanza chiaraaveva vedutodistintamente il corridoree prese le sue misure per atterrarlo senza romperglile gambe o spezzargli le costole.

Comparve improvvisamente dinanzi al cespuglio che lo avevanascosto e gridò al cavaliere:

- Ferma o sparo!

- Chi sei tu?

- Te lo dirò quando ti avrò scavalcato - rispose il rajaputo.

- Qualcuno di quei cani che il Maharajah...

Non poté finire la frase. Il gigante aveva afferratorisolutamente il cavallo e lo stringeva forte alle nariciresistendovigorosamente all'urto. Doveva essere molto forte quell'uomopiú forte di unorso delle montagne indiane!

Il trottatore mandò un sordo nitritopoi cadde di quartosbalzando di sella il suo guidatore.

- A me! - gridò allora il rajaputo.

Intanto Kammamuri e Timul si precipitavano fuori dallamacchiaimpugnando le pistole e gridando:

- Siamo qui.

In un baleno giunsero addosso al cavallo e subito loimmobilizzarono. Il cavaliere non aveva mandato nemmeno un grido. Aveva battutoforte il capo e pareva morto.

- Tu sei un brav'uomo! - disse Kammamuri al rajaputo. -Non ti credevo cosí forte.

- Graziesahib.

- Sei stato ferito?

- Niente affatto. Ho rovesciato l'animale prima che mipassasse addossoecome vedil'ho abbattuto.

Il cavaliereun bandito di Sindhia certamentegiacevacinque metri piú làcolle braccia spalancate.

Non parlava piú e non aveva piú la forza di rialzarsi.

- È un uomo morto - disse il rajaputo. - Megliocosí. Noi non abbiamo bisogno di prigionieri.

Timul intanto aveva rialzato il cavallo coll'aiuto del maharatto.

La povera bestia scalpitava e tentava di fuggirema nonpoteva ormai fare un passopoiché anche il rajaputo era accorso.

- Buona presa! - disse Kammamuri. - Due fondeben fornite diviveri probabilmenteed una carabina. Valeva la pena di tentare il colpo.

- Che sia proprio morto il bandito? - chiese il giovanecercatore di piste.

- Non occuparti di lui - rispose il rajaputo. - Deveessersi spaccato il cranio contro il suolo o contro qualche tronco. Se fosseancora vivourlerebbe come una bestia feroce.

- Torniamo alla macchia - disse Kammamuriil quale avevagià tolto al povero bandito un tarwar di dentro un'alta fascia di telagrigia. - Forse non era soloe mentre noi stiamo quigli altri ci spiano.

- Io non odo nessun galoppo di cavalli ora - disse Timulsoddisfatto.

Il rajaputo afferrò la bestia per le brigliecol suopugno di ferroe quantunque non cessasse d'impennarsila trasse verso lamacchiadiventata ormai il loro rifugio.

Prima di giungervi ascoltarono parecchie voltetemendosempre che nuovi cavalieri giungessero; poi rassicurati dal gran silenzio cheregnava nella junglainterrotto solo da qualche urlo di sciacallosicacciarono rapidamente sotto gli alberidove il gurú li aspettava piúmorto che vivo.

- Vuota la fonda - disse il maharatto al rajaputo. -Deve essere ben fornita.

- Poca cosasahib- rispose il gigante. - Unabottiglia di birrache sarà cosí acida da non potersi berecinque gallettedelle palle e della polvere per la carabina. Il rajah non spende troppo amantenere i suoi uomini.

- L'arma grossa ci era necessaria - disse Kammamuri. - Lepistole saranno armi buonissimema contro le tigri ed altri grossi animali nonhanno mai avuto fortuna. Dammi il fucile.

- Bada che è caricosahib- disse il rajaputoil quale intanto aveva rapidamente legato il cavallo sempre ricalcitrante.

Non si trattava veramente di una di quelle grosse carabineche usavano le tigri della Malesiatuttavia doveva avere una buona portata.

Kammamuritutto contento di quel regalo inaspettatodiedeordine di dispensare quelle poche gallette e di sturare anche la bottiglia.

- Non moriremo d'indigestione - disse il rajaputo. -Fra cinque minuti avremo piú fame di prima.

- Prenditi anche la mia - disse Kammamuri. - Io posso farne ameno per ora. Non sono grosso e robusto come te.

- Ohnosahib! - rispose il rajaputo. -Ognuno si prenda la sua parte e se la mangi. Alla birra potete rinunciarepoiché è assolutamente imbevibile. Ha preso troppo sole.

I quattro uominiun po' scoraggiati per la meschinità dellapredasi misero a sedere ai piedi d'un grosso albero con le spalle appoggiateal tronco e cominciarono a sgretolare lentamente le durissime gallette.

Il rajaputoche le aveva conquistatene ebbe una dipiú.

- Ed orasahib? - chiese Timul al maharattoilquale continuava ad osservare la carabina. - Rimarremo qui in attesa di altricavalieri? Io ho il presentimento ben poco allegro di vederci circondari dentrola jungla. Il banditoche il rajaputo ha scavalcatonon dovevaessere solo.

- Non lo credo nemmeno ioamico. Era un esploratore mandatoinnanzi per spiarci - rispose Kammamuri. - Sindhia mette un'ostinazioneveramente feroce nel darmi la caccia.

- Eppurenoi non siamo che dei poveri uomini in continuafuga. Non siamo ministri del Maharajah.

- Quella canaglia voleva che io lo conducessi là dove ilsignor Yanez ha sepolti i tesori suoi e quelli della rhani. Deve esseremolto corto a denari.

- Tusahiblo sai dove quelle ricchezze si trovano?

- Lo sa anche il rajaputo - disse Kammamuri. -Ma Sindhia non metterà la mano su quel tesoro che deve essere ingentissimo. Sitratta di milioni di rupie fra monete d'oro e gioielli.

- Sílo so anch'io - disse il gigantementre rosicchiavalentamente la sua seconda galletta. - Il Maharajah non aveva segreti peisuoi fidi. Il rajah potrà tagliarmi in venti pezzi o legarmi alla boccad'un cannonema da me non saprà nulla; forse...

Timul lo interruppetendendo l'orecchio.

- Questo non è l'urlo d'uno sciacallo! - disse il giovanecercatore di piste. - Ma è molto bene imitato.

- Qualche segnale? - chiese Kammamuri balzando in piedi.

- Certosahib. Tu conosci gli urli di quelle bestiemeglio di me: ascolta un momento.

Tutti erano rimasti silenziosi; solamente il cavallocontinuava a scalpitare furiosamente ed a nitrire.

- Sahib- disse ad un tratto il giovanecercatore di piste - noi abbiamo fatto male a non finire con unapistolettata il bandito che cercava di spiarci.

- Ma col gran salto che ha fatto - disse il rajaputo -dev'essersi spaccata la testa.

- Ci dovevamo assicurare - disse Timul - se era realmentemorto. Ecco ancora l'urloo meglioil segnale.

Si erano alzati tutti tendendo gli orecchiquando un urloruppe il silenzioun urlo stridulo che doveva uscire dalla gola d'unosciacallo.

Il cavalloudendo quel richiamosi era impennatoe tentavadi rompere le briglie.

- Hai notatosahib? - chiese il giovanecercatore di piste.

- Sí - rispose Kammamuridiventato improvvisamentepensieroso. - Questa bestia ode il segnale del suo padrone e cerca di fuggireper raggiungerlo.

- Ci siamo noi bensí - disse il rajaputo. - Ciè troppo preziosa e non la lasceremo scappare. Non so come se la caverà il gurúquando lo avremo messo in sella.

- Un giorno sono stato anch'io un cavaliere - disse ilsacerdote. - Ho fatto molte campagne prima di seppellirmi in una pagoda adattendere la morte.

- Ti getterà subito a terra - disse Timul. - Non vedi comes'impenna?

- Saprò domarlo.

Per la terza volta l'urlo dello sciacallo echeggiò altissimonella notte e piú stridulo di prima. Il cavalloudendo quel nuovo segnales'inalberò di nuovo tentando di rompere le briglie. Ma il rajaputochelo sorvegliava attentamentein un momento gli fu addossolo prese strettamenteper le narici e tornò a farlo caderebadando che non si rompesse le gambe o lecostole.

- Di questo cavallo noi non faremo nientese prima nonavremo la certezza che il suo padrone è morto - disse. - Non so chi mitrattenga dal prenderlo a pugni.

- Lo rovineresti - disse Kammamuri. - Metti le mani in tascae lascialo riposare.

- Allora dammi la carabinasahib e lasciami partire.

- La notte è ancora oscura.

- Saprò dirigermi egualmente - rispose il giganteafferrando vivamente il grosso fucile.

- Tu sei pazzo! - disse Kammamuri.

- Nosahib; lasciami andare - disse il rajaputo conostinazione. - Con quest'arma mi sento assolutamente sicuro.

- E dove vuoi andare?

- A vedere se il cavaliere è ancora vivo.

- O non si è spaccata la testa?

- Io l'ho veduto fare un gran salto dentro il cespuglio chemi proteggevama non posso dire proprio che sia morto. Te lo ripeto: noiabbiamo avuto il torto di non finirlo con una pistolettata.

- Credi dunque che sia lui che chiama il cavallo?

- Sísahib.

- E lo credo anch'io - disse Timul. - Si vede bene che ilcavallo sente la chiamata del padrone.

- E alla prima occasione ci scapperà.

- Allora andiamo a finire il suo padronese vive ancora -disse il rajaputo con un sorriso feroce. - To'ecco di nuovo quelmaledetto urlo dello sciacallo. L'odi tusahib?

- Sí! E senti come il cavallo risponde con lunghi nitriti -disse il maharatto.

- Segno evidente che il bandito è tutt'altro che morto!

- Che i cavalieri di Sindhia siano già giunti e che cerchinodi accerchiarci? Sarebbe meglio sgombrare di qui senza aspettare l'alba.

- Sono del tuo pareresahib- disse Timul. -Non ci sarà facile attraversare la jungla; tuttavia è sempre meglioaver da fare con qualche altra bâghpiuttosto che coi cavalieri del rajahche saranno certamente armati di carabine.

- Tentiamo la sorte! - disse il maharatto. - Lagrande via che conduce alle montagne è molto lontanagurú?

- Non mi ricordo - rispose il sacerdotefacendo girare ledita con aria distratta.

- Fuori della pagoda sei un uomo morto.

- Quella era la mia casa.

- Ci torneresti volentieri?

- Sísahib.

- E se fossero giunti i banditi del rajah?

- Non oseranno attaccare un tempio.

- Lo hanno già assalitoe per poco non ci hanno presidentro il sepolcreto.

- Intanto siamo ancora liberi - disse il gurú collasua solita voce tranquilla e sfiatata.

- Sahib- disse il rajaputo - andiamovia di qui e senza troppo ritardare. Ora sono io che te lo dico.

Kammamuri si avvicinò al cavalloil quale non cessava disbuffare e di mordere il morsotentando sempre di fuggiree dopo averlo un po'accarezzato gli montò sulla groppa che non aveva piú sellaperduta forsedurante la sua corsa furiosa attraverso la jungla e strinse con mani diferro le briglie.

- Vediamo un po' se i maharatti sanno ancora domare icavalli! - esclamò.

- Non hai né sellané staffe - disse il rajaputo.

- Non importa.

- E dove vuoi andaresahib?

- Lascerò che il cavallo galoppi in cerca del suo padrone.Voi rimanete quie non movetevi finché non torno.

- Sahibil cavallo è robusto e può benissimoportare due persone. Lascia che monti anch'io dietro di te.

- Sei troppo pesante. Preferisco Timulanche perché è uncercatore di piste.

- Gli darò il mio tarwar.

- Noconservalo. Ho la carabina io e parecchie palle dasparare. Tu puoi averne bisogno durante la nostra assenza.

- Sta' in guardiasahib: non fidarti di quella bestiastregata.

- Avrà da fare colle mie ginocchia. SaliTimul.

Il giovane cercatore di piste con un balzo fu dietroal maharatto.

Il cavallo fece uno scarto terribile e tentò di slanciarsi acorsa vertiginosama fu subito trattenuto. Il rajaputo era subitoaccorso e l'aveva preso per le narici stringendogliele fortemente.

- Lascia andare ora - disse Kammamuri raccogliendo lebriglie. - Vediamo se saprà portarci dal suo padrone.

Il trottatore fece un secondo scarto tentando di sbarazzarsidei due uominipoi partí come una saetta. Saltava tronchi d'alberopassava inpiena volata attraverso ai cespuglimandando dei sonori nitriti.

- Questa bestia ha l'argento vivo addosso - disse Timulilquale si teneva bene stretto al maharatto. - Ci porterà moltolontani in pochi minuti.

- Odi?

- Síancora il richiamo.

- Questa volta troveremo quel bandito e lo finiremo.

Il cavallo galoppava sempre piú furiosamentecolle nariapertela bocca piena di schiuma sanguignamandando di quando in quando deinitriti soffocati.

Kammamuri lo lasciava correrema non gli allentava lebriglie. Le sue ginocchia poi stringevano fortemente comprimendo i fianchidell'indiavolato trottatore.

- Questa bestia finirà per accopparci - disse Timul.

- No: si sente troppo bene guidata e comincia già a cedere.

Infatti il trottatore non s'impennava piúné tentava difare dei bruschi scarti o qualche pericoloso salto di montone.

Per dieci o quindici minuti i due uomini galopparonoattraverso la jungla che era sempre tenebrosapoi il cavallo si arrestòdi colpo presso un gruppo di foltissimi bambú e cominciò a nitrire.

- Il bandito non dev'essere lontano - disse Kammamuri. - Siè bene imboscato. Mi stupisco che la tigrela quale è passata di quiloabbia risparmiato.

- Quella bâgh voleva assaggiare le nostre carnisahib- disse Timul. - Devo scendere?

- Non ancora: vediamo che cosa fa questa bestia ora che parevicina al suo padrone.

Il cavallo non si muoveva. Mandava dei deboli nitritiquasidolcie volgeva gli orecchi per raccogliere i piú lievi rumorima la junglaera tornata silenziosa.

Solamente in alto squillavano i grossi pipistrelli chiamatianche volpi volanti.

- Sahib- disse il giovane cercatore di piste- vuoi darmi la tua carabina?

- Tu vorresti andare in cerca del banditoma bada: iosospetto che abbia qualche arma da fuoco. Non hai udito due colpi di pistola?

- Non mi sono sfuggitisahib. Puoi trattenere ilcavallo per qualche po'?

- Il morso è d'acciaio e le briglie sono fortissime -rispose Kammamuri. - Non mi scapperà di certo.

- Non ti domando che cinque minuti.

- E se il bandito non fosse solo? Qualche altro cavaliere delrajah può averlo raggiunto.

- Non mi lascerò sorprendere - rispose il coraggiosogiovaneprendendo la carabina che Kammamuri gli porgeva.

- Fa' presto. Temo sempre qualche nuova comparsa deicavalieri del rajah. Possono avere anche loro qualche abile cercatore dipiste.

- Tieni ben fermo il cavallosahib; io non faccio cheuna corsa.

Saltò a terraarmò la carabinaascoltò un momentopoidisparve entro i bambú gigantisotto i quali doveva essersi rifugiato ilbanditoche già due volte la morte aveva risparmiato.

Kammamuri teneva con forte mano le redini e stringeva leginocchia piú che poteva contro i fianchi sempre pulsanti del trottatore.

Passarono piú di cinque minutipoi sotto i bambú siudirono rimbombare due colpi di pistola.

- Che abbiano ucciso quel bravo ragazzo? - si chiese conangoscia il vecchio cacciatore della Jungla nera.

Trascorso un altro minutofu la carabina che fece udire lasua voce ben piú poderosa di quella delle pistole.

Il cavallo aveva tentato di fuggire verso la macchiamadovette novamente arrendersi. L'aveva da fare con un cavaliere esperto cometutti i maharattiche forniscono ai rajah la migliore cavalleria.

Con uno strappo violento lo fece retrocederepoi con unapossente stretta delle ginocchia lo costrinse quasi ad inginocchiarsi.

In quel momento Timul comparve agitando la carabina ancorafumante. In un baleno raggiunse Kammamuri e gli disse:

- Sahibfuggiamo!

- Hai scovato il bandito?

- Síe spero di averlo ferito.

- Dovevi ucciderlo.

- Non potevo ben distinguerlo. Io ho fatto ciò che hopotuto.

- Quella canaglia ha sparato contro di te?

- Sídue colpi di pistola senza prendermialmeno credo.

- È scappato poi quel briccone?

- È sparito in mezzo ai bambú. Badasahibtiavverto che ho udito il galoppo di numerosi cavalli avvicinarsi rapidamente.

- I banditi di Sindhia vogliono prenderci prima che noiraggiungiamo le montagne di Sadhja. Ahla vedremo!... Monta subito e carica lacarabina. A te le munizioni.

- Noi non ci lasceremo prendere da quei miserabili banditi.

- Dobbiamo e vogliamo vivere per il Maharajah e per la rhani.In cammino!

 

 

CAPITOLO XV

 

L'ASSALTO DEI COCCODRILLI

 

Non albeggiava ancorama l'oscurità non era piú cosídensa come prima sulla grande jungla.

Strisce di fuocoche annunciavano l'imminente comparsa delgrande astros'irradiavano per il cielo in varie direzioni allungandosi semprepiú rapidamente.

Gli uccelli cominciavano a svegliarsi. Calavano a stormipresso la piccola radura o pigolando o cantando sonoramente. Erano per lo piúdei brutti marabú neridegli aiutantidei pavoni scintillantidi colori e di sprazzi d'oro con gigantesche code.

Calavano anche stormi di grossi pappagallii quali appenatoccato il suolo si mettevano a ciangottare rumorosamente.

Gli sciacalli invece tacevano. Fuggivano dinanzi a quell'ondadi luce che stava per piombare sulla terra e si rifugiavano frettolosamente neiloro covi.

Il minuscolo drappello si era messo in marcia animosamente.

Lo precedeva il giovane cercatore di pistepoi venivail rajaputoche conduceva il cavallo montato dal sacerdotee ultimoKammamuri. Era questi l'unico uomo che potesse ancora sparare un colpo di fuoco.Come si sail bramino aveva regalate le pistolema si era dimenticate lemunizioni adatte a quelle armi.

- Ora ci affidiamo a tegurú- disseKammamuridopo aver attraversata la macchia. - Ci hai detto che tu conosceviquesti luoghi.

- Ci venni una volta infatti col mio compagno - rispose ilsacerdote.

In quell'istante lo stallone fece un balzo terribile che perpoco non gettò a terra il gurú e tentò di fuggire dalle manid'acciaio del gigante.

Kammamuri aveva puntata risolutamente la carabina mormorando:

- O uomo o belvaqualcuno cadrà. Sento una voglia furiosadi sparare.

- Sahib- disse il giovane cercatore di pisteabbassandogli la canna - pensa che vi sono dei banditi che ci cercanoe cheudendo la detonazionenon tarderebbero a giungere.

- Timul ha ragione - disse il rajaputo trattenendo astento lo stalloneil quale faceva sforzi disperati per liberarsi e fuggire. -La detonazione li guiderebbe.

- Lo so anch'io - disse Kammamuri stringendo i denti perl'ira. - Gurú!

- Che cosa vuoisahib? - chiese il sacerdoteil quale ad ogni momento correva il pericolo di venire scavalcato.

- È lontana quella torre?

- Non credo.

- Sai davvero guidarci?

- Lo spero.

- O ci condurrai invece in mezzo a qualche jungla popolatadi tigri?

- È piú probabile - disse il rajaputo con accentoironico. - Di quest'uomo non c'è da fidarsi.

Il gurú chiuse e socchiuse parecchie volte gli occhipoi disse sempre con voce monotona:

- Io vedo già la torre.

- In cielo? - chiese Kammamuri.

- Aspetta un momento che mi orizzonti. Ah!... Ci sono!

- Finalmente! - esclamarono il maharattoil rajaputoed il giovane cercatore di piste.

- Sími sento di condurvi a quel rifugio - disse il gurú.

- Ti è tornata la memoria? - chiese Kammamuri sempreironico.

- Pare di sí. Io ho dormitoe per me il sonno è tutto.

- Ma quanti anni hai?

- Non lo so.

- Giovane non sei piú di certo.

- Pare anche a me - rispose il sacerdote. - Mi stancofacilmente e sento un desiderio immenso di dormire.

- È il sonno che preannunzia la morte - disse Kammamurispietatamente.

Il gurú alzò le spallesocchiuse ancora gli occhipoi rispose:

- La morte a noi sacerdoti non fa paurapoiché siamo certidi andare a godere le letizie del nirvana.

- Speriamo di andarci anche noi in quel luogo deliziosodovesi raccolgono anche le anime dei guerrieri oltre quelle dei sacerdoti - disseKammamuri.

- Dio sa quanti peccati avete commesso!

- Molti; ma tu che sei un uomo di religioneche rappresentiin terra la divinitàci assolverai di tuttispero.

- Vedremo - rispose il gurú asciuttamente.

In quel momento il cavallo fece uno scatto violentissimoeper poco non sfuggí alle robuste mani del rajaputo.

Il povero gurúsbalzato di colpoera andato acadere nelle braccia di Timulche si aspettava quella cadutaed era statolesto a rimetterlo in piedi.

- Niente di rottogurú? - chiese il giovane.- Nemmeno una costola?

- Siva protegge i suoi sacerdoti.

- Meno male! - disse Kammamuri accorso in aiuto del rajaputoil quale lottava fieramente contro il terribile stallone che non cessavad'inalberarsi e di sparare calci.

- Come stai oragurú? - chiese il giovanecercatore di piste con una voce un po' beffarda.

- Benissimo: mi pare di essere cadutonon sulla terramasul tappeto celeste di qualche divinità.

- Fortunato mortale! A me ciò non succederà mai. Mispaccherò la testa o mi romperò qualche costola.

Lo stallone continuava a lottare contro il rajaputo edil maharatto tentando perfino di morderli.

- Ahpessima bestia! - urlò il gigante furibondo. - Sidomano le tigri e anche gli elefantie tu che non hai che le zampe perdifendertivorresti rivoltarti a me?

Aveva alzato il formidabile pugnoe stava per lasciarlocadere con tutta la forzarisoluto a sbarazzarsi di quel pessimo cavallomaKammamuri fu pronto ad intervenire gridando:

- Noamico! È ancora troppo prezioso per quanto siacaparbio. Ci farà sempre comodo.

- Io l'avrei ucciso - disse il gigantedando allo stalloneuna furiosa strappatache gli fece sanguinare la bocca. - Noi non ne ricaveremonessun vantaggio finché il suo padrone non sarà morto; e finora le prove chesia partito per l'altro mondo non le abbiamo.

- Chi sa che qualche bestia non lo abbia divorato. Timulassicura di averlo ferito.

- Sísahib - disse il giovane cercatore dipiste. - Dopo che gli ho sparato addosso la carabinail banditoè scappatoma mi è parso che zoppicasse. Anziurlava forteil malandrino!

- Lo finirò io! - disse il rajaputo stringendo identi. - Quell'uomo è condannato.

- Va' dunque a cercarlo - disse Kammamuri.

- Non so chi mi tenga...

- Io! Io che comando come se fossi il Maharajah.

- Obbediscosahib- rispose il gigante - maio non sarò tranquillofinché saranno vivi questo cavallo ed il suo padrone.

Il gurú che si era rimesso in arcioneaiutato daTimuldisse in quel momento:

- Odor di selvatico! E dinanzi a noi!

- Noi siamo qui pronti a difenderti e a difenderci - disse ilmaharatto. - Anch'io ho fiutato un odore a me ben noto. È il profumo diuna bestia che è avida della carne umana. Vi è insomma un altro mangiatore diuomini. Si mostrie cadrà come l'altro.

- Si può andare? - chiese il rajaputo. - Vorreitrovarmi dentro la famosa torredove il sacerdote ha promesso di condurci.

- Tieni sempre forte il cavallo - disse Kammamuri. - Nonlasciarlo fuggireché raggiungerebbe i banditi di Sindhia.

- Credi che ci diano sempre la caccia quei paria?

- Síamico. Vogliono prenderci vivi.

- Ahla vedremo! - disse il gigante con rabbia. - Liaccopperò tutti a pugni.

- Bada che hanno delle armi da fuoco.

- Huf! Delle semplici pistole forse.

- Che qualche volta ammazzano anche un gigante. Lascia quindiin pace i banditi di Sindhia per ora. Piú tardi alla mia carabina faremo faredei miracolise si presenterà l'occasione. Suandiamo.

Il rajaputo e Kammamuri afferrarono per le briglie lostallone intrattabile e lo costrinsero ad andare avanti.

S'impennava di quando in quando la bestia selvaggiama unpugno del gigante lo calmava subito.

Il gurú sorrideva stupidamente e si lasciavacondurrequantunque corresse sempre il pericolo di rompersi il nodo del collo.

Cominciava a fare assai caldo. Una vera pioggia di fuococadeva già sulla junglasollevando nuvolette di nebbiache il ventovia via disperdeva.

Cantavano le gigantesche cicale mandando fischi acutissimi.

Meravigliose farfallecolle ali azzurre o giallastrescintillanticalavano dall'altosucchiavano un fiore e poi fuggivano dentro lenuvolette di nebbia.

Di quando in quando in qualche stagno si udiva rombare ilnitrito antipatico del coccodrillo delle junglebestia terribilechepuò con un colpo delle sue gigantesche mascellearmate di denti acutissimi diforma triangolare come quelli dei pesci-canitagliare una gamba ad un uomo.

Kammamuri era passato all'avanguardiaessendo il solo uomoche potesse arrestare od atterrare una belvama Timul si era affrettato araggiungerlo.

Il rajaputo intanto badava al cavalloil quale diquando in quandopiú ostinato che maitentava di ribellarsicon grandedisagio e spavento del povero gurú.

Per un paio d'ore il minuscolo drappello si avanzò frabambú immensi e bassure umide e fangoseche avevano un brutto coloreverdastropoi Kammamuri disse:

- Vi è molta acqua qui. Dove siamogurú?

- Nella jungla - rispose il sacerdote.

- Hai veduto degli stagni da queste parti?

- Sísahibed assai pericolosiperché hanno ilfondo traditore. Un giorno salvai il mio compagno per vero miracolo.

Kammamuri si era fermato. Aveva attraversato un enorme gruppodi canneintrecciate con calamus ed altre piante parassiteed eragiunto dinanzi ad una lingua di terra piuttosto boscosala quale si stendevafra delle acque morte.

Si volse verso il gurú e gli domandò:

- Potremo noi raggiungere la tua famosa torreoper lomenola gran via della montagna?

- Sísahib.

- Ed i coccodrilli non ci daranno addosso?

- Non sono poi tanto cattivi - rispose il sacerdote. - Io hoattraversato col mio compagno diverse volte queste paludi ecome vedinon mimanca nemmeno un dito.

- E dove andremo a finire noi?

- So dove ci troviamosahib- disse il gurúil quale stava abbastanza bene sui larghi fianchi dello stallone che il rajaputoteneva sempre bene stretto.

- Possiamo inoltrarci su questa lingua di terra? - chieseKammamuri.

- Sísahib.

- La memoria non ti tradirà?

- No; io traversai col mio compagnomolti anni faquestepaludi.

- Molti anni fa? Allora siamo sicuri di andare diritti aquella famosa torre che io intanto non vedo spuntare da nessuna parte. E turajaputola scorgi?

- Io non vedo altro che dei bambú giganti - rispose l'uomoforte. - Proviamosahib: è meglio che fuggiamo attraverso questepaludi. I banditi di Sindhiase è vero che ci danno ancora la cacciaavrannocattivo giuoco con noi. I loro cavalli non serviranno a nullase ci vorrannoassalire.

Era mezzo giorno. Una pioggia di fuoco cadeva su quei bacinifangosisprigionando miasmi pestiferi.

La nebbiaapportatrice di febbre e forse anche di colerasialzava a ondateattraversata da immense file di uccelli acquatici dalle aligigantesche.

Kammamuri prese subito il suo partito.

- Per una volta possiamo fidarci del gurú - disse.- Quella torre ora io non la vedoma speriamo che presto compariscasull'orizzonte.

Il minuscolo drappello lasciò la macchia e dopo avereattraversato dei brutti e puzzolenti pantaniraggiunse la lingua di terra.

Era una penisola abbastanza lungacoperta di bambú e dipiante acquatichepiuttosto elevata sulle acque morte di quei putridi stagni.

Tagliava un vastissimo bacinopieno di acque plumbee dairiflessi azzurrastri e di brutto aspetto.

Bestiacce nerastre di quando in quando montavano a gallasiscaldavano un po' al solepoi filavano verso l'argine. Ingigantivano a vistad'occhioe mostravano code mostruose e mascelle terribilmente armate.

Kammamuri si era fermato aggrottando la fronte.

- Come andremo a finire con quei mostri che giungono adozzine e dozzinepronti a gettarsi su di noi? Ehirajaputotieni benfermo il cavallo.

- Non mi sfuggiràsahib- rispose ilgigante.

- Credi che potremo passare?

- Domandalo al gurú.

- Io ed il mio compagno attraversammo molte volte questalaguna senza perdere le gambe - disse il sacerdote.

- Questione di fortuna! - osservò il maharatto. - Epoi voi eravate ben protetti da Visnú e da altri dèi ancora.

- Certamente.

- Invoca anche su di noi la loro protezione.

- Non mancherò di farlo sahib.

I quattro uomini continuarono ad avanzarsi sempre in mezzo aterreni umidi e dopo un paio d'ore giungevano sulle rive d'un canalelargo unadecina di metrinel cui fondo fangoso si dibattevano parecchie dozzine dicoccodrillidal corpo gigantesco e dai musi quasi quadrati e formidabilmentearmati di denti.

- Ehigurú- disse Kammamuri - aveteattraversato anche questo canale senza perdere le gambe?

- Abbiamo raggiunto felicemente l'altra riva - rispose ilsacerdote - e senza sparare un colpo di carabina.

- Appartenevano forse quei rettili ad un'altra razza menoferoce?

- Ahio non lo sosahib.

- Solita risposta - disse Timul.

- Tentiamo il passaggiorajaputo? Il fondo non sembrapessimoma misura prima l'altezza dell'acqua un po' piú avanti di noi.

- Subitosahib- rispose il giganteabbattendo con pochi colpi di tarwar un altissimo bambú.

Si avanzò nell'acqua scandagliandoniente spaventato dallapresenza dei coccodrillii quali in quel momento non minacciavano nessunattaccoquantunque non cessassero di mostrare i loro lunghi denti giallastri edi agitare le codee si avanzò nel canale una mezza dozzina di metriimmergendo la lunghissima pertica.

- Fondo buono anche per il cavallo - disse. - L'acqua cigiungerà ai fianchialmeno fin là dove ho scandagliato io.

Kammamuri era diventato assai preoccupato e guardava verso iterreni inondatisui quali si erano radunati altri rettilipronti a tagliarela ritirata ai fuggiaschi.

- Siamo ormai costretti ad andare avanti - disse al rajaputoche lo interrogava con lo sguardo. - Se torniamo indietrodovremo subirechi sa quale spaventoso assalto. Abbiamo piú coccodrilli dietro di noi chedinanzi.

- E poisahibnon dimenticare che i banditi del rajahci danno la cacciae che forse hanno scoperte le nostre tracce. Cerchiamoquella torre che il gurú afferma non trovarsi lontana.

Il maharatto scosse la testa e disse:

- Se la memoria non l'ha ingannato. Tuttavia andiamo avanti aqualunque costoper raggiungere la gran via delle montagne.

Fece salire sullo stallone il gurúarmò la carabinaed entrò nell'acqua prima di tutti guardandosi bene d'intorno.

Non aveva percorsi dieci passiquando i saurianiche finoalloracome abbiamo dettosi erano mantenuti tranquillisi misero a nuotarevelocemente muggendo come tori.

- Presto! presto! correte! - gridò. - Le nostre gambe sonoin pericolo.

I suoi tre compagni si precipitarono nel canaleavendo bencompreso che un ritardo di qualche minuto sarebbe forse stato fatale.

Il rajaputo teneva fortemente lo stalloneil qualeudendo i muggiti dei rettilitentava di fuggire e di sbarazzarsi del sacerdote.Continuava ad inalberarsisferrava calci formidabiliminacciando di accoppareTimul che veniva ultimo.

I terribili sauriani per alcuni minuti si contentarono diguardare i quattro uomini ed il cavallobattendo sempre le mascelle con granfragorepoi si lanciarono all'attacco.

Erano venti o venticinquetutti di gran mole e benecorazzati di grosse piastre osseequasi impenetrabili alle palle delle miglioricarabine.

Fortunatamente avevano tardato un po' a muoversiperciò ifuggiaschi avevano avuto il tempo di attraversare il canale e di salirefrettolosamente l'argine opposto che era ingombro di bambú e di pianteacquatiche.

Lo stallone con un gran salto portò il sacerdote in salvotentando bensí subito di fuggirema il rajaputo non aveva lasciate lebriglie e dava dei furiosi strappi alla bestia caparbia facendole sanguinare labocca.

Kammamuri si era collocato sull'orlo dell'argine e teneva lacarabina puntata verso i saurianii quali non cessavano di avanzareagitandofuriosamente le loro possenti code e sollevando enormi spruzzi d'acqua fangosa.

- Sahib- disse il rajaputo - tentadi spaventarli con un colpo di carabina. Vedi che stanno per raggiungerci.

- La mia carabina sarà impotente ad abbattere quei bestioni!-rispose Kammamuri. - Tuttavia brucerò una carica.

Mirò un vecchio coccodrillodalle mascelle ormai cadentiegli piantò in piena gola una palla.

Il sauriano rimase come sorpreso e si arrestò di colpomandando un muggito formidabilepoi con un colpo di coda si spinse innanzisalendo audacemente l'argine.

I suoi compagni lo seguivanopronti ad aiutarlo nella lottae muggendo anche loro.

Il rajaputo affidò il cavallo a Timulsnudò il tarware con pazza temerità si precipitò addosso all'assalitore menando colpiformidabili a destra ed a manca.

- Guardati! - gli gridò Kammamuri.

- Lascia fare a mesahib- rispose ilgigante. - Tu intanto ricarica la carabinaperché stanno per giungere anchegli altri.

Aveva attaccato furiosamentequasi a corpo perdutofidandonella bontà dell'acciaio delle mezze scimitarre indiane.

Il mostroche si era ormai issatocon un ultimo colpo dicodasull'argine riceveva colpi spaventevoli fra le mascellegià gorgogliantidi sangue per la ferita prodotta dal proiettile.

Tentava di spingersi innanzi e gettarsi a sua voltae nonmeno risolutamentecontro l'assalitoreil quale in un baleno lo aveva persinoprivato degli occhi.

Stava per piombare addosso al rajaputoquandointervenne il maharattoil quale aveva ricaricata precipitosamente lacarabina.

- Lasciami il posto! - gridò il vecchio cacciatore dellaJungla nera.

Cacciò la canna dell'arma fra le mascelle sanguinanti delsauriano e sparòfacendo subito un salto indietro.

- Io credo che questa canaglia ne abbia abbastanza ora! -disse il rajaputo. - Ha inghiottito fumofuoco e piomboe perben due volte.

- Ma ci sono gli altri che stanno per circondarci! - gridòTimulil quale faceva degli sfoghi disperati per trattenere l'indemoniatostallone.

Kammamuri gettò intorno un rapido sguardoe mandò un gridodi gioia. Dietro la prima linea di bambú aveva scorto dei grossi gruppi dipalmizi tara.

- Salviamoci su quelle piante! - gridò. - Viavia! E tuTimulmetti a terra il gurú e lascia andare quel dannato cavallo.

Il vecchio sauriano spirava sul margine della prodama isuoi compagni accorrevano per vendicarloed avevano già preso terracacciandosi violentemente dentro le folte piante.

Lo stallonesentendosi liberospiccò un gran saltonitrífragorosamentepoi partí come una saetta scomparendo subito.

- Che la dea Kalí e Parvati se lo portino via! - gridòKammamuri. - Ne avevo abbastanza di quella bestiaccia!

Attraversarono a gran salti le prime linee dei bambúraggiunsero un palmizio tarae vi si arrampicarono lestamenteaiutandosi gli uni con gli altri.

Era tempo.

Un momento dopo quindici rettili si arrestavano al piededella piantae sfogavano il loro malumore con gran colpi di coda e con muggitisempre piú acuti.

- Venite a prenderci ora - disse Kammamuriil quale si eraaccomodato su un robusto ramo insieme col rajaputo. - Non sieteleopardi per arrampicarvi.

- E non sono nemmeno elefantisahib- disseTimul - che possano abbattere l'albero.

- Tuttavia la nostra situazione è tutt'altro che brillante -disse il rajaputo. - Quando questi ingordi bestioni si deciderannoa levare l'assedio? Non abbiamo viveri e nemmeno una goccia d'acqua. IlMaharajah ci crederà già sulle montagnementre abbiamo ancora molto dacamminare.

- Tre o quattro giorni per lo meno - disse il maharatto.

- Che resistano sempre quei terribili uomini?

- Tu non conosci le tigri della Malesia. In cento...

Si interruppe bruscamente alzando la testa e tendendo gliorecchi.

Un sonoro nitrito era echeggiato a non molta distanzaesubito i coccodrilli si erano messi in agitazione aprendosi faticosamente ilpasso fra tutti quei vegetali.

- Lo stallone che torna! - esclamò Kammamuri. - Che si siagià affezionato a noi?

- Ne dubito - rispose il rajaputo. - Va incerca del suo padrone.

- Non sarà qui che lo troverà.

- Lo credo bene. Lo vedisahib?

- Alzati un po' ed aggrappati al ramo superiore che èoccupato da Timul e dal gurú. Ahche strano cavallo!

- Eccolo! eccolo! - gridò in quel momento il giovanecercatore di piste. - Ha nel corpo ventiquattro kateri.

L'indemoniato stallone tornava verso il tara alpiccolo galoppo. Doveva essere sfinito dopo quelle due corse furiose.

Seguiva la riva sinistra del canale; che era stata sgombratadai coccodrillii quali avevano preferito la caccia agli uomini.

Kammamuri aspettò che giungesse fino a duecento cinquanta otrecento passi e sparòmirandolo alla testa.

Il cavallo si arrestò un momento come se avesse scortodinanzi a sé qualche grave pericolopoi rovinò a terra stendendo le zampederetane nelle acque del canale.

Sussultò tre o quattro voltemandò un nitrito disperatotentò di rialzarsi per riprendere la fugama le forze lo tradironoe ricaddeagitando disperatamente la bella testa che doveva essere stata attraversatadalla palla della carabina.

- Ecco una buona cena pei coccodrilli - disse il rajaputo.- Fra un quarto d'ora saranno tutti intorno allo stallone perdivorarselo e noi potremo scendere.

- Taci - disse il maharatto - e ascolta.

- Odo di nuovo il segnale del bandito. Allora quel furfantesi trova vicino a noi piú di quello che credevamo - disse il rajaputo. -Ma dove si nasconde?

- Scoprirlo non sarà facileamico- rispose il maharatto.- Vi sono troppe piante lungo le rive del canale; ma per me è certoche il bandito ci ha quasi raggiunti.

- Come hai ammazzato il cavalloammazza anche il padrone. Èlui che guida i cavalieri del rajah.

- È troppo furbo per lasciarsi cogliere. Sono giorni egiorni che ci segue e senza mai essersi fatto vederené di giornoné dinotte.

- Sí; dev'essere un gran furbo - rispose il rajaputoe tosto aggiunse: - Ahah! Ecco i coccodrilli che si muovono. Si sonofinalmente accorti che abbiamo procurata loro una cena abbondante.

Infatti i sauriani dopo essersi radunati ed aver tenuto nelloro linguaggio di muggiti una specie di consigliodopo aver dato ai quattrouominiche si trovavano sempre bene al sicuroun ultimo sguardocominciaronoa dirigersi verso il luogo ove lo stallone era caduto.

- Ecco la libertà pagata una sola palla! - disse Kammamuri.- Non aspetteremo certo il loro ritorno.

- Avranno da fare un pezzo per divorare lo stallone - disseil rajaputo. - È vero che hanno mascelle da far paura e che sono sempreaffamatima...

Un sibilo acuto gli troncò la parola.

- Un proiettile! - esclamò gettandosi lungo disteso sulgrosso ramo.

In quel momento si udí la detonazione dell'arma da fuoco.

- Un colpo di carabina; è verosahib? - chieseil gigante.

- Sí - rispose Kammamuri.

- Allora chi ha sparato non può essere il padrone dellostallone.

- E perché?

- Non aveva che delle pistole quel bandito.

- Può essere stato raggiunto dai cavalieri del rajahe da loro nuovamente armato.

- Ragione di piú per prendere subito il largosahib.

- Scappiamogiacché i signori coccodrilli sono occupati acenare - disse Timulil quale essendo piú in alto dominava le due rive delcanale. - Si dirigono verso il cavallo.

- A terra! - gridò Kammamuri. - Se non approfittiamo diquesto momentonon ci salveremo piú. Timulaiuta il gurú.

Il rajaputo fu il primo ad abbandonare il tara.Impugnava il tarwar e pareva furibondo.

Un coccodrillo si era nascosto in mezzo ai bambúrinunciando alla cena cavallina per quella umana.

Il gigante senza aspettare il maharatto gli piombòaddossoe si dette a sciabolarlo furiosamente fra le mascelle.

Muggiva il rettile e vibrava terribili colpi di coda in tuttele direzionicolla speranza di abbattere l'avversario.

Di quando in quando spiccava dei veri saltima Kammamuri eragià a terra.

- Lascia fare a me orarajaputo! - gridò ilvecchio cacciatore della Jungla nera.

Aveva ricaricata precipitosamente la carabina e si avanzavaintrepidamente contro il mostro che vomitava sangue dalle mandibole sgangheratedai terribili colpi di tarwar.

A soli cinque passi di distanza ne prese di mira un occhioesparò.

Il sauriano parve dapprima non accorgersi di avere ricevutauna palla nel cervelloe continuò a dibattersi furiosamentetentando dispingersi addosso al rajaputo. Ma tutto ad un tratto soffiò dalle naridel sangue spumeggiantee quasi subito si allungòscosso da tremitifortissimi.

- Anche questo è andato! - disse Kammamuri. - Gli hopiantato una pallaquasi a bruciapelodentro il cervellaccio. Ed ora corriamo.

- Sísahibfuggiamo subito - disse Timulche erastato l'ultimo a lasciare il tara. - Io ho veduto dei cavalieri checercavano di guadare un largo stagno.

- Banditi del rajah?

- Sisahib: ci hanno raggiunti un'altra volta.

- Fortunatamente queste paludi sono coperte d'una foltavegetazioneed i cavalli non potranno passare cosí facilmente - disseKammamuri.

Ricaricò la carabina poi partí a passo di corsa cercando diorientarsi. Voleva raggiungere a qualunque costo la gran via che guidava allemontagne di Sadhja.

Tutti gli altri gli si erano slanciati dietroaprendosiimpetuosamente il passo fra quel caos di piante che s'intrecciavano con dei calamusimmensilunghi anche cento e piú metri.

Il rajaputo non tardò a passare in testa aldrappello. Il suo tarwar era necessario per aprirsi un passaggioe simise subito a sciabolare le piante con vigore indemoniatofacendo cadereperfino dei bambú grossissimi che impedivano il passo.

La jungla succedeva subito alla paludela terribile junglapopolata di serpenti mostruosi che stritolano un uomo in meno d'un minutodi cobra capellodi tigridi rinocerontidi leopardi.

- Potremo noi dirigerci? - chiese il rajaputo asciugandosicol dorso della mano il sudore che gli grondava dalla fronte e spaccandorabbiosamente un altro bambú.

- Non abbiamo Timul forse? - rispose il maharatto.

- Non mi ricordo mai di lui.

- Perché io chiacchiero poco - disse il giovane cercatore dipiste sorridendo.

- E tugurúsapresti condurci? - chiese il giganteal sacerdote.

- Non so... vedremo... Attraversai questa jungla moltissimianni fa.

- Non contiamo su quell'uomo - disse Kammamuri. - Cercheremodi fare da noi.

- Io vorrei sapere se quella famosa torre lancia ancora lasua cima verso il cielo - disse il gigante.

- Le tigri non l'avranno mangiata - rispose il gurú collasua solita calma. - Non vogliono che carnee possibilmente carne umana.

- Lo sappiamo meglio di te.

Si erano fermati mettendosi in ascolto. In lontananza siudivano i muggiti dei coccodrillii quali già si erano radunati intorno allostallone per farne una buona scorpacciata.

Ma ad un tratto fra quei muggiti risonò altissimo l'urlodello sciacalloquel grido che mandava il cavaliere per richiamare la suaimpareggiabile cavalcatura.

Kammamuri fece un gesto d'iraed esclamò:

- Ahè troppo! Quell'uomo cerca la mortee l'avrà!

 

 

CAPITOLO XVI

 

IL PADRONE DELLO STALLONE

 

Il bandito doveva aver seguito ostinatamente i fuggiaschistrisciando come un serpente attraverso gl'immensi vegetali della grande paludee forse ora cercava di riavere il suo stalloneormai mezzo divorato dagliingordi coccodrilli.

Come mai quell'uomo non era mortodopo il gran salto cheaveva fatto e il colpo di carabina di Timul?

- Egli crede che il suo cavallo sia ancor vivo - disse il rajaputo.- Dobbiamo aspettarlo?

- Io temo che non sia solo - rispose Kammamuri. - Fuggiamofuggiamoo il Maharajah e la rhani perderanno per sempre il trono.

- Ma potremo andare molto lontanosahib? - disseil giovane cercatore di piste.

- Perché?

- Sono due giorni che non mangiamoe le forze non tarderannoa mancarci.

- Ci rifaremo piú tardiquando il pericolo sarà cessato -rispose il maharatto. - I grossi volatili non mancano quie ne troveremoben altri avanzando verso il nord.

- Si va? - chiese il rajaputo mettendosi dinanzi aldrappello.

- Ed a tutto vaporeamico. Aprici la via finché avremotrovata la torre e la grande strada che conduce alle montagne di Sadhja.

- Ci sarà da lavorare assaima il tarwar èbuonissimo; ha una tempra straordinariae spacca e taglia subito.

- Allora andiamo: io veglio su voi tutti colla carabina.

Raccolsero tutte le loro forze e tornarono a slanciarsiattraverso la jungla umida.

I vegetali si succedevano ai vegetalisempre piú fittisempre piú giganteschi.

Taralataniapipal e nim lanciavano inalto le loro cime frondosesuperando l'altezza dei bambúcollegati tutti fradi loro da ammassi di piante parassite.

Di quando in quando un gigantesco tamarindo si mescolava aquella esuberante vegetazionetorreggiando maestosamente.

Dei volatili fuggivano dinanzi ai quattro uominialzandosipesantementenon trovando lo spazio sufficiente per prendere lo slancio. Eranovere nuvole di cicogne e di grossi corviche salivano verso il cielofuggendol'aria pestifera della jungla.

Oltre i volatili fuggivano anche dei serpenti che il rajaputoteneva ben d'occhioe che era pronto a decapitare prima che mordessero.

Abbondavano soprattutto i gulabichiamati ancheserpenti delle rose perché hanno la pelle tutta picchiettata d'un vivissimocolore corallino.

Non mancavano nemmeno i veri boa indianiche si trovano ingran numero nelle junglesplendidi per le loro tinte verdiazzurrastree giallastre. Questo serpentechiamato il pitone tigratosupera quasi sempre iquattro metrie possiede tanta forza da soffocare fra le sue spire un uomo.

Il rajaputo peraltro non era uomo da impressionarsiecontinuava a marciare e ad abbattere vegetaliper far posto ai suoi compagni.

Quella corsa attraverso alla jungla durò un paiod'orepoi il gigante disse:

- Sono sfinitosahib: è troppo tempo che non mangio.Facciamo una sosta.

- E intanto il bandito ci raggiungeràe forse non solo -rispose Kammamuri. - Le frutta non mancheranno.

- Mi ci vuole della carnesahib.

- Va' a tagliarti un pezzo dello stallonecuocilo edivoratelo.

- Ahnosahib! Non ho nessun desiderio di rivedere icoccodrilli.

- E allora non lamentarti.

- Io pensosahibun po' anche allo stomaco. Daquando abbiamo lasciate le grandi cloachenon abbiamo messo insieme che dellagran fame.

- Ma sulle montagne di Sadhja noi troveremo migliaia emigliaia di montonied allora ci prenderemo una strepitosa rivincita.

- Il male èsahibche le montagne che nutrisconoquei montoni non si scorgono ancora. Quando potremo giungere lassú?

- Non saprei dirtelo. Mi trovo smarritoe finché non avremoraggiunta la grande via che conduce verso orientemi sarà impossibileraccapezzarmi.

- E nemmeno sappiamo dove quella veramente si trova.

- Risalendo sempre verso il settentrione in qualche puntodobbiamo tagliarla.

- Forse presso la famosa torre - disse Timul con voceironica. - Il gurú ci guiderà senza smarrirsi.

- Ahper mio conto non ho molta fiducia nel sacerdote -disse Kammamuri.

- Puoi ingannartisahib- disse in quelmomento il vecchio guardiano della pagoda. - Io comincio a riconoscere questiluoghi.

- Ohfinalmente! - esclamarono ad una voce TimulKammamuried il rajaputo.

- Guardate qui - disse il gurúil quale da qualchetempo osservava il terreno. - Io insieme col mio compagno attraversai questa junglache ha la terra neramentre le altre hanno tinte d'altro colore.

- Credi dunque di essere sulla buona direzione? - chiese il rajaputo.

- Lo spero.

- E tu sei certo di condurci a quella torre?

- Ne sono certo. È alta sessanta metri e si vede da moltolontano.

- E se fosse crollata?

Il gurú alzò le spalle.

Pur chiacchierandonon rallentavano il passoper paura divedersi giungere alle spalleda un momento all'altroi banditi del rajah guidatidal padrone dello stallone morto.

La jungla era sempre foltissimama qualche grossoanimaleprobabilmente un rinocerontein certi luoghi l'aveva sfondatapermettendo cosí ai fuggiaschi di marciare talvolta con maggiore rapidità.

Avevano già guadagnate altre due migliaquasi senzarivedere il soletanto erano affogati dalle piantequando giunseroimprovvisamente sulle rive d'un canale dalle acque giallastre e piuttostotranquille.

Sulle sue rive bande di marabú e di aiutanti sispennacchiavano facendo un fracasso infernale.

- Va verso il nord questo corso d'acqua - disse Kammamuri. -Taglierà dunque la grande via.

- Sahib- disse il rajaputo - vogliofarti una proposta.

- Quale?

- Di costruire una piccola zattera e attraversare con essaquesta immensa jungla.

- Lo pensavo anch'io. Purché i banditi del rajah nonci giungano addosso prima di aver costruito il galleggiante...

- Padrone- disse Timul - dammi la tua carabina: voglio fareuna corsa. Se vi sarà pericolomanderò anch'io l'urlo dello sciacalloripetuto tre volte.

- Sei un bravo ragazzo! - disse il maharatto porgendoglil'arma.

Intanto il rajaputo si era messo al lavoro aiutato dalgurú. Tagliava bambú e liane per poter legare i tronchi e costruire lazattera. Quantunque fosse affamatoquel diavolo d'uomo conservava sempre il suovigore eccezionale.

Il maharatto non tardò a raggiungerloed una zatteralunga una decina di metri e larga quattro fu varata prima che il solescomparisse.

Era appena scesa fra quelle acque limaccioseche esalavanodei miasmi pericolosiquando Timul comparve sulla rivae spiccato un gransaltocadde sul galleggiante.

- Sahib- disse - fuggiamo subito.

- Ancora quei dannati banditi? - chiese Kammamuri stringendoi denti.

- Strisciano attraverso la jungla senza far rumoremaio li ho veduti.

- Quanti sono?

- Ne ho contati dieci.

- E gli altri erano in venti ed anche piú.

- Saranno andati ad ingrassare i coccodrilli - disse il rajaputotagliando il calamo che serviva da gomena. - Tanto meglio per noi se sonocosí diminuiti.

- Sono lontaniTimul? - chiese il maharatto riprendendoglila carabina.

- Forse un cinquecento passi.

- Seguono il canale?

- Sísahib.

- Ed i cavalli dove li hanno lasciati? Che siano morti tutti?È impossibile!

- Io non ho veduto nessun destriero. Tutti quegli uominierano soli e filavano lentamente ma tenacemente attraverso la jungla persorprendercitenendosi ad una certa distanza l'uno dall'altro. Hanno scopertala nostra pistasahib.

- Vedremo se sapranno ritrovarla sull'acqua - disseKammamuri.

In quel momento il sole scomparve e le tenebre piombaronorapidissimeperché non vi sono crepuscoli nell'India. Sparito il grande astrosubito si diffondono ed avvolgono ogni cosa.

- Via! - disse Kammamuri.

- Siamo già in viaggio - rispose il rajaputoilquale guidava il galleggiante con una lunghissima pertica. - Questa zatterafarà molta strada e non...

- Tutti giú! - disse Timul interrompendolo. - Sdraiatevitutti.

- Vengono?

- Sísahibsono ormai a poca distanza.

- Coccodrilli non ve ne sonoalmeno qui; è verorajaputo?

- Nosahib: non ho veduto che delle bewakquellebruttissime brontolone d'acqua che fanno schifoe che pure sono cosí buone amangiarsi.

- Allora caliamoci in acqua e guidiamo la zattera collenostre gambe - disse il maharatto. - Quelle canaglie del rajah hannocarabine e pistolee colle armi da fuoco è meglio non venire a contatto. Sudue a destra e due a sinistra! Tenetevi ben fermi all'orlo del galleggianteese scorgete qualche coccodrillo rimontate subito.

- Con questa oscurità noi non potremo veder niente -brontolò il rajaputo.

Il brav'uomo aveva ragione. Una densa nebbia carica di miasmiondeggiava sopra le alte cime dei taradei pipal e dellemangiferesbattute dalla brezza notturna che aveva cominciato a soffiare conmolta violenza.

I quattro fuggiaschi si erano appena immersiquando udironouna voce gridare:

- Eccoli! Fucilateli come sciacalli! Mi hanno ucciso lostallone!

- Non tutti! - gridò subito un'altra voce. - Il rajah habisogno di uno di quegli uominie ce lo pagherà a peso d'argento.

- Il rajah è lontano e non si occupa piú di noi -riprese il primo. - Sufate fuoco!

Kammamuri ed i suoi amici si erano immersi completamente perrendersi invisibili ed evitare una grandine di proiettili.

Se non che la zatterache aveva percorso un duecento metrispiccava troppo bene sulle acque giallastre del fiume per non essere scorta.

Passarono alcuni secondipoi tre colpi di carabina rupperoil silenzio della notte.

Non tiravano male quei banditi! Le tre palle si eranoconficcate fra i bambú del galleggiante con dei sinistri crepitii e ne avevanoattraversati piú d'uno.

- Che siano morti? - chiese una voce rauca. - Io non vedonessun uomo su quel galleggiante. Noi siamo stati magnificamente burlatiementre inseguiamo quell'ammasso di cannegli uomini fuggono ancora.

- Saltiamo in acqua e cerchiamo di raggiungerla - disse ilpadrone dello stallone.

- E i coccodrilli?

- Non si trovano sempre sotto le gambe.

- E poi ormai la zattera fila e filae non potremo piúraggiungerla. Quelle canaglie ci sono nuovamente scappate.

Era vero. Il fiumedopo aver descritta una lunga curvascorreva con una certa rapiditàfrangendo e rifrangendo le sue acque melmosecontro i margini delle due jungle.

La zattera fuggiva inseguita accanitamente dai banditi del rajahi quali forse dubitavano che i quattro fuggiaschi avessero ripreso terra perricacciarsi nelle jungle.

Correvano come nilgòseguendo la riva sinistra esparando di quando in quando un colpo di carabinama senza nessun risultato.

- La corrente accenna ad aumentare ancora - disse Kammamurisorgendo accanto al rajaputo. - Se non hanno qui i cavallinon ciprendono piú.

- E poi le bestie a quattro gambe si troverebbero imbarazzatefra questi giganteschi vegetali - rispose il gigante.

Altri due colpi di arma da fuoco rimbombarono alla distanzadi appena trecento passie per poco il maharatto non fu colpito da unapalla di rimbalzo che gli passò sotto il braccio destro senza toccarlo.

- Spara anche tusahib- disse il rajaputo.

- Ci scoprirebbero allora e ci metterebbero subito fuori dicombattimento. Pensa che loro sono undicibene armatie noi abbiamo unacarabina in tutti.

- Che ci prendano?

- Io non lo credo. Corronoma anche la corrente corre e ciporta rapidamente verso il settentrioneverso la grande via che conduce allemontagne di Sadhja. Lascia che sparino. Non riusciranno a spezzare le legaturedei calamus e tanto meno i bambú.

- Sahib- disse in quel momento il giovanecercatore di pisteil quale si era incaricato di aiutare il gurú -io credo che vi siano dei coccodrilli.

- Io non ho udito nessun muggito - rispose Kammamuri. - Tusai che brontolano sempre.

- Eppure un corpo grosso mi ha urtato! Era montato da un marabú.

- E sotto il marabú si trovava qualche indúdisgraziato che non aveva potuto procurarsi i mezzi per pagare un bramino od un gurú.Ohne incontreremo degli altri! Sai bene che quando non possono farsibenediresi fanno gettare nei fiumiconvinti che tutti sbocchino nel Gangeilquale sarebbe incaricato di condurre i poveri diavoli nel kailasson.

- Ecco un altro morto - disse Timul - se non è uncoccodrillo od una bewak.

- Lascialo correre. Non ti mangerà le gambe. Vedi bene chesi è alzato or oraproprio dinanzi alla zatteraun arghilakil qualedoveva aver cacciati i suoi artigli nel morto.

- Vi sono infatti molti cadaveri qui - disse il rajaputo ricomparendo.- Ecco cinque o sei teste umane che sballonzolano come zucche e che non avrannopiú nemmeno un brandello di materia cerebrale.

- Tu non hai paura?

- Nosahib- rispose il gigante. - Hoattraversato molte jungle tagliate da fiumi pieni di cadaveri.

- Badate! - disse il gurú. - I banditi ci seguonosempre.

- La zattera ormai volae rimarranno indietroarrestati frale piante che non potranno forse attraversare - disse Kammamuri.

Il fiume descriveva un'altra curvae lí la corrente eraanche piú rapida.

I quattro uominitenendosi quasi interamente sommersicontinuavano a guidare il galleggiantespingendolo verso la riva opposta. Ormainon avevano piú paura dei banditirimasti ben lontani sul margine della jungla.

Tuttavia per cinque o dieci minuti ancora le carabinetuonarono facendo un gran fracassopoi il fuoco cessò.

- Siamo fuori di tiro - disse Kammamuriissandosirapidamente sulla zattera. - Potete salire tutti ormai.

- Ed è temposahib- disse il rajaputoilquale lo aveva subito imitato. - Non ci sono solamente dei morti e delle bewakche discendono il fiume; vi sono anche dei coccodrillie per poco non holasciata una delle mie gambe in bocca a quei ripugnanti bestioni.

Anche il giovane cercatore di piste ed il gurú sierano allungati sulla zatteraessendosi anch'essi accorti della presenza deiterribili rettili.

Kammamuri si era alzato e guardava verso la riva percorsapoco prima dai bandititemendo una qualche sorpresa.

L'oscurità non era diventata tanto densada non poterdistinguere un uomo a cinquanta passi. Osservò a lungoascoltòpoi trasalí.

- Maledetto quel bandito! Ci perseguita col suo urlo disciacallo stonato.

- Ancora il padrone dello stallone; è verosahib? -disse il gigante.

- Sí e non deve trovarsi a molta distanza da noi. Se potessiscorgerlogli farei fare la fine del suo cavallo.

- È troppo prudente. Ci ha sempre seguiti a distanza per noncadere in qualche imboscata.

- Forse lo ritroveremo un giorno.

- Io spero di nosahib: la zattera fila come seavesse un paio di vele. Fra un quarto d'ora noi saremo ben lontani. Gurúsaidove sbocca questo fiume?

- Fra le jungle del settentrione - rispose ilsacerdote.

- Ecco una risposta che potevo dare anch'io senza aver maiattraversati questi territori.

- Sono vecchio.

- Lo sappiamo già da molto tempo - disse Kammamuriscoppiando in una risata. - Tu diventi vecchio troppo spesso. Ma se i banditi diSindhia ti dessero la cacciasono convinto che scapperesti come un ascisdimenticandotutti i tuoi acciacchi.

- Io non so - rispose il sacerdote che sembrava mezzoistupidito.

- Contiamo solamente sulle nostre forze - disse Kammamuri. -Quando saremo sboccati nelle grandi pianure del settentrionesperiamo discoprire la famosa torre. Noi abbiamo estremo bisogno di riposo...

- E di viverisahib- disse il rajaputo.

- Vuoi la mia carabina? Guarda quanti arghilak equanti marabú passeggiano sulle due rive.

- Ohmaisahib! Quei volatili mangiano solamente icadaveri e puzzano spaventosamente.

- Allora prenditi un coccodrillo.

- Aspetteremo l'alba. Intanto mi stringerò la fascia. È laterza volta che cercoin tal mododi calmare la fame che mi divora.

- Si direbbe che sei una tigre nera.

- Sahibsono alto e grosso.

- Hai ragionepoveretto! La colazione domani non cimancherà. Le rive del fiume devono essere frequentate dai corvi. Abbi pazienzafino allo spuntare del sole.

- Mi rassegno - rispose il povero gigante con un lungosospiromentre si stringeva rabbiosamente l'alta fascia di seta rossa.

La zattera intanto continuava a correrema aveva delle sosteimprovvise. La corrente di quando in quando pareva che perdesse la sua energiacome se trovasse sotto di sé dei grossi ostacolio fosse troppo ingombra disabbiedi avanzi di cadaveri umanidi coccodrilli e di residui di piante chemarcivano sulle rivee che infiniti torrentelli trascinavano fino a lei.

L'odore pestilenziale che si alzava da quelle acqueapportatrici di veleni e di coleraprendeva alla gola i poveri fuggiaschieminacciava di asfissiarli. Guai secostretti dalla seteavessero osato mandaregiú un sorso.

Tutti i fiumi che attraversano le jungle sono infettia cagione dell'enorme quantità di cadaveri che vengono abbandonati alle lorocorrentipoiché solamente i ricchi si prendono il lusso di farsi cremare congran pompamentre i miserabili vengono gettati in acquatalvolta ancoraagonizzanti.

Ma ricchi e poveri sono sicuri di andarsene nel kailassonappena che le loro ceneri o i loro cadaveri abbiano raggiunto il sacroGangeil fiume purificatore d'ogni peccatosecondo la religione indiana.

Quel corso d'acquache la zattera attraversavaera pieno dicadaveri putrefatti che salivano dal fondoper offrirsiorrido pastoaibecchi giganteschi degli arghilak e dei marabú.

Molte teste ballonzolavanocozzandosi le une contro lealtrecon dei rumori che facevano rabbrividire.

Forse al nord dell'Assam qualche grave epidemia erascoppiatae centinaia e centinaia di cadaveri erano stati abbandonati alleacque perché li portassero verso il fiume sacro.

Una nebbia densa volteggiava su quelle acque corrottealzandosi per ricadere subitocome se qualche cosa di pesante le attirasseverso il fiume.

Grossi goccioloni cadevano di quando in quando sulla zatterainzuppando i fuggiaschii quali avrebbero fatto volentieri a meno di quellapioggia che conteneva i germi di febbri e di mortali malattie.

- Mi pare di essere sul Magal - disse Kammamuriil quale siera allungato accanto al rajaputo. - Anche quel fiume era pieno dicadaveri e di marabúma le rive erano abitate dai thugs diSuyodhanaben piú terribili dei banditi del rajah.

- E non hanno mai voluto strangolartisahib? - chieseil gigante.

- Tante volte mi hanno gettato ora il laccio ed ora ilfazzoletto di seta neramacome vedisono ancora vivoe non vecchio quantoil gurú.

- Tu sei un giovane guerriero che non ha paura di diecibanditi.

- Una volta síma ora tutti siamo invecchiati: il Maharajahla Tigre della MalesiaTremal-Naik il mio padrone. Tuttavia se siamoinsiemesiamo ancora capaci di conquistare dei regni e degli imperi.

- Non ne dubito: vi ho veduti alla prova. Siete gente che nonteme la morte.

- Taci!

- Che cosa c'è ancora?

- Lo crederesti? Io ho udito un'altra volta l'urlo dellosciacallo.

- Io non ho udito nullasahib. Che quel cane dibandito voglia proprio farci la pelle?

- Eppure sono certo di non essermi ingannato.

- Che sia l'anima dello stallone?

Il maharatto alzò le spalle.

- Quando una bestia cadeva ad ingrassare la junglae tutto finisce lí.

- E tu hai uditoTimul?

- Síanch'io ho udito - disse il giovane cercatore di pistealzandosi. - Era l'urlo dello sciacallo falso che noi già conosciamo.

Il rajaputo strinse i pugni.

- Che non si possa ammazzare quel cane rognoso? Ci stringetroppo da vicino.

- E sarà solo? - chiese Timul.

- Chi lo sa? Io però non credo che tutti i banditi possanoaverlo seguito. Un uomo può scivolare attraverso la folta jungla: diecinopoiché non tarderebbero a smarrirsi fra i grandi vegetali.

- Io conosco questi luoghi - disse in quel momento il gurú.

- Si è risvegliata la tua memoria? - chiese Kammamuri.

- Io ho percorso questo fiume.

- Su che cosa?

- In una gonga.

- In un albero scavato; è vero?

- Sísahib.

- Allora andremo a finire in qualche luogo. Speriamo che latua memoria si risvegli ancora.

- Questo fiume va a rompersi contro la torre mongola.

- Ne sei sicuro?

- Ora sísahib.

- Ci credi turajaputo?

- Uhm! - fece il gigante.

In quell'istante la zattera subí una scossa violentissimache mandò a gambe levate i quattro fuggiaschi.

- Abbiamo naufragato? - chiese il maharatto balzandorapidamente in piedi e precipitandosi verso il lungo remo che funzionava datimone.

- Nosahib- disse Timul. - Abbiamo solamenteurtato contro una catasta di scheletri umani; ma la zattera gira e passerà.

- Sulla riva vi è un'ombra che corre come un cervo - disseil rajaputoafferrando la carabina del maharatto. - Deveessere il bandito che montava il cavallo pazzo. Ora cercherò io di mandarloall'altro mondo.

Aveva puntata rapidamente l'armamentre la zatterapresa daun violentissimo gorgosi era messa a girare su se stessa come una trottola.

- Spara dunque! - gridò Kammamuri vedendo che il gigantepareva esitare.

- Non posso prender la mira un solo momentosahib-rispose il gigante. - Questa zattera salta come una capra del Tibet.

- Lo vedi?

- So dove si è nascosto. Si è cacciato sotto quella macchiadi mangifere che si spinge fino al fiume. Aspetta un momentosahib: nonsono un cattivo tiratorecome sai.

Ad un trattomentre la zattera uscita dal gorgo riprendevala corsadue lampi balenarono sulla riva opposta seguiti da due detonazioni.

- Pistole - disse Kammamurisenza prendersi la briga digettarsi sul fianco della zattera. - Non arrivano quelle palle.

- Ma giungerà quella della tua carabinasahib.

Fece fuoco in direzione della macchia di mangiferee ungrido straziante lacerò il silenzio che regnava in quel momento sul fiume: erail grido d'un uomo che ha avuto il fatto suo.

- Preso! - urlò il rajaputocon voce trionfante. -Era tempo che se ne andasse anche lui. Andrà a tenere compagnia allo stallone.

- Adagioamico- disse Kammamuri. - Puoi averlo solamenteferito.

- E allora qualche tigre o qualche coccodrillo lo divorerà.

- Se i suoi compagni non giungeranno in tempo a raccoglierloe salvarlo.

- Vuoisahibche spingiamo la zattera verso la riva?Mi preme sapere se quel bandito è proprio morto.

Il maharatto stava per risponderequando la zatterache da alcuni minuti procedeva rapidissimasi mise a rollare spaventosamente.

- EhiTimul! - gridò il rajaputo.

Fu il gurú che rispose:

- La cateratta!

- E non ci hai avvertiti primasacerdote? - gridò Kammamuristringendo i pugni. - Annegheremo tutti!

- Nosahibpoiché anche la gonga vi passòsenza sfasciarsi- rispose il gurú. - Né ioné il miocompagno andammo ad ingrassare i coccodrilli.

- Potremo dunque scenderla?

- Piú facilmente di quanto credi. È una cascata ascaglionicon larghe aperture che permetteranno alla zattera di continuare lasua corsa senza fracassarsi. Badate solamente alla direzione. Ci sono dellerocce.

Poidopo un breve istante di silenzio soggiunse:

- La torre fra poco sarà in vista.

- Ai remiai remi! - gridò Kammamuri.

- Briganti! - gridò una voce che partiva dal gruppo dimangifere. - Il rajah mi vendicherà!

- Sei stato ferito? Possiamo mandarti qualche medico? - urlòil rajaputoil quale aveva ricaricata la carabina. - Non hai che damostrarti.

- Che Siva vi maledicacani rabbiosi! Mi avete ucciso ilcavallo del gran Mogol ed ora avete ferito anche me! Il rajah vi leveràla pelle!

- Sindhia è lontano! - gridò Kammamuri. - Non lo temiamopiú. Fra qualche ora saremo al sicuro.

- Che la cateratta vi spezzi la zattera e vi getti in boccaai coccodrilli! ...

- Grazie: ci guarderemo da quei ghiottoni. Padrone delcavallobuona nottee guardati dalle tigri che sono piú pericolose deirettili d'acqua.

- Ahsei tu l'uomo che si chiama Kammamuri e che il rajahpagherebbe a peso d'oro!

- Come lo sai? - chiese il maharatto.

- Vi ho seguiti sempre ed ho udito i vostri discorsi.

- Ed ora non udrai piú nulla - urlò il rajaputo.

Aveva puntata novamente la carabina ed aveva fatto fuocodentro la macchia di mangifere.

Nessun grido seguí la detonazione. Il padrone dello stalloneera stato fulminatoo aveva creduto opportuno di fingersi morto?

Intanto la zattera accelerava la corsa. Il fiumeche pocheore prima aveva delle frequenti sostescorreva impetuosamentecome non avessepiú né sabbiené carcasse umanené detriti vegetali.

Delle vere ondate si formavano e rumoreggiavano sinistramenteintorno al galleggiante sopravanzandolo di quando in quando.

Kammamuri ed i suoi compagni avevano impugnati i lunghibambú e puntavano forte nel fondo del corso d'acqua.

Un fracasso infernale saliva dal settentrione. Era lacateratta che muggiva e che si precipitava attraverso le rocce con grandeimpetolanciando in alto degli spruzzi di spuma fosforescente.

- Gurú- disse Kammamuri - non andremo tuttia fondo?

- Nosahibnoi passeremo.

- E poi scopriremo la torre?

- Sísíla torre mongola.

- Allora tentiamo la sorte. Le rive sono troppo boscoseepoi non sarebbe prudente sbarcare sui margini della junglache possonoessere frequentati dai mangiatori d'uomini.

Una vera pioggia cadeva sulla zattera. La cateratta spruzzavaaltissima con dei rombi impressionantipolverizzando l'acqua fetente del fiumecoleroso.

- Tenete fermo! - gridò Kammamuri. - Non abbandonate lepertiche. Se naufragheremoci serviranno ancora.

- Pare che ci sia un gran salto d'acqua - disse il rajaputoil quale per conto suo avrebbe preferito trovarsi in mezzo alla junglafossepure popolata di belve feroci.

In quel momento la zattera s'inalberòoscillòspaventosamentepoi precipitò attraverso ad una serie di rapidesulle qualil'acqua si frangeva furiosamente.

I quattro indiani si erano raccolti nel centro per non farsiportar via dai cavalloni che si succedevano senza posacolle creste irte dispuma fosforescente.

Si tenevano aggrappati per poter meglio resistere. Il rajaputosolo maneggiava a poppa la lunga pertica che funzionava da timone.

Quella corsa rapidissima durò un quarto d'orapoi lazatterasfuggita miracolosamente ai frangentiscese in un ampio bacinounaspecie di laghetto alimentato dalle acque puzzolenti del fiume.

- Siamo salvi! - gridò il gurú. - La torre sialza sulla riva sinistrain mezzo alla boscaglia. Ora mi ricordo tutto!

- Finalmente! - esclamò Kammamuri. - La tua memoria non siè completamente fossilizzata.

- Io vedo... - disse in quel momento il rajaputo.

- Che cosa?

- Dei coccodrilli che sembrano impazienti di montareall'abbordaggioe poi la famosa torre.

- L'hai veduta?

- Sísahib.

- Allora spingiamo la zattera verso la riva e scappiamo primache i rettili ci portino via le gambe.

Tutti avevano preso le lunghe pertiche e puntavanotagliandodiagonalmente la corrente. Ma di quando in quando erano costretti a picchiare adestra ed a sinistrapoiché quel laghetto era pieno di coccodrilli.

Con un ultimo sforzo cacciarono la prora della zattera entrole piante acquatiche che coprivano la rivae fuggirono.

Fuggirono a tempo. I coccodrilli erano montati all'assalto espadroneggiavano sul galleggiante muggendo rabbiosamente.

- Via di corsa! - gridò Kammamuri. - Lasciamoli padronidella zattera. Vedremo che cosa sapranno fare quelle bestie stupide.

Tutti e quattro si slanciarono nella jungla immensacorrendo all'impazzataimpazienti di giungere alla torre mongola.

 

 

CAPITOLO XVII

 

L'ASSALTO ALLA TORRE

 

Come abbiamo dettoil rajaputo aveva scorta la torrema si trovava nell'impossibilità di guidare i compagni a cagione dell'oscuritàe soprattutto degli ostacoli che si presentavano ad ogni istantecostringendolia deviare.

Bambú enormi crescevano fitti fittialti dieci e perfinododici metritutti avvolti dai calamusche non cedevano sotto nessunaspintae che il povero gigante era costretto a recidere per far largo aicompagniavendo lui solo il tarwar.

Vi erano anche dei tamarindi che crescevano insieme coi palasalberi giganteschi che nell'Assam coprono grandi tratti di paesepiantesplendidedal tronco nodosocoronato in alto da un fitto padiglione di foglievellutate d'un verde azzurrognoloi quali reggono a fatica degli immensigrappoli fiammantiche vengono poi seccati e serbati per le grandi feste.

Per venti minuti il rajaputo battagliò rabbiosamentecontro le piante parassite che strisciavano quasi a terrapoi mandò un gridodi gioia:

- La torre!...

- Ed i coccodrilli alle spallese non m'inganno - disseTimul. - Hanno seguita la nostra pista e cercano di raggiungerci.

- Sono troppo pigri - disse Kammamuri. - Fuori dall'acqua nonvalgono piú nulla.

- Non dire cosísahib: hai veduto come ci hannoattaccati anche sulla terra!

- Là il terreno si prestavama qui non si presta affattoper quei furfanti. Non potrebbero andare molto lontani.

Il rajaputo intanto aveva sventrato a gran colpi di tarwaruna vera muraglia vegetale e aperto un passaggio.

Dietro a quegli alberi aveva scorta la torre e si affannavaper giungervi. Il pover'uomo non ne poteva piúanche perché affamato.

Squarciando sempreandò finalmente a cacciarsi in mezzo adun bosco di mhowahgli alberi che danno prodotti preziosi quanto le nocidi cocco.

Sono piante bellissimecol tronco diritto e di circonferenzaragguardevolee portano rami disposti regolarmente e rialzati a mo' dicandelabri.

Crescono senza alcuna colturae s'incontrano tanto nelle jungleumide quanto in quelle seccheed è una vera fortuna per chi li scopre.

Non danno veramente delle fruttabensí delle immensequantità di fiori disposti a gruppi fittissimidi forma rotondacolla corollagiallopallidafiori grassiche gli indiani chiamano la manna delle junglee che sono assai zuccherini e perciò assai nutrienti.

Mangiati freschihanno un sapore gradevolissimomasprigionano un odor di muschio che a tutti non piace.

Gl'indiani fanno grandi raccolte di quei fiori; li seccano sugraticci di vimini in modo che perdano l'odore di caimanopoi li macinano efanno dei panii quali sono assai migliori di quelli che si ricavano dai sagúdelle regioni malesi.

Si fanno anche fermentareed allora regalano al povero pariaoltre il paneun'acquavite eccellenteche può gareggiare coi miglioriwhisky che l'Inghilterra importa.

- Avremo da mangiare! - urlò il rajaputo. - Ahi fiori profumati e carnosi! Queste piante sono carichee ci manterranno perdelle settimane.

- Via dentro la torre! - ordinò in quel momento Kammamuri. -Non vedi che siamo giunti dinanzi alla famosa costruzione promessa dal gurú?

Il rajaputo alzò gli occhi e vide una specie dicampanilesormontato da una grande cupola di metallo dorato.

- Siva ci guida - disse. - È verogurú?

- Certamente - rispose il sacerdoteil quale raccoglievafiori a due mani e se li cacciava in boccapoco badando al gusto un po' acredel muschio.

- Sarà aperta la porta?

- Io non la chiusi.

- Adagioamici- disse Kammamuri. - Le tigri ed i leopardise trovano un rifugio in muraturavi si cacciano dentro e vi piantano famiglia.

- È vero - disse Timul.

- Raccogliete dei fiorimentre io ed il rajaputo andiamoa vedere se si potrà finalmente riposare.

Attraversarono la macchia e giunsero sotto la torrela qualesembrava piú che altro un minareto.

Forse un tempo in quei dintorni alcuni mongoli avevanocostruiti dei villaggima poi il colera li aveva sterminati o messi in fuga.

- La torre è salda - disse Kammamuri. - Anche se i banditiverranno ad attaccarcipotremo resistere a lungo. I mongoli costruivano assaimeglio di noi indiani. Ah!... Vedo la porta!

- È aperta? - chiese il rajaputo impugnando il tarwar.

- Nessuno si è occupato di chiuderlae chi sa da quantianni.

- Che vi siano delle bestie feroci al piano terreno?

- Non mi stupirei.

- E non aver neppure un pezzo di candela!

- Ne faremo a meno.

Il maharatto imbracciò la carabinasalí i tregradini un poco rovinati dal tempo e si spinse risolutamente innanzi gridandoper tre volte:

- Chi va là!

Quattro o cinque lupi indianiche sonnecchiavanotranquillamente al primo piano della torresvegliati di soprassaltosislanciarono fuori mugolando e ringhiando.

Non essendo affatto pericolosiquando si trovano in pochiil maharatto risparmiò la carica.

- Ora possiamo salire - disse. - Gurú!

Il sacerdote che si avanzava con Timulentrambi carichi difiori commestibilifu pronto a rispondere:

- Eccomisahib.

- La scala sarà in buono stato?

- Vent'anni fa lo era.

- Per Siva! Temo che ci rovini sotto i piedi.

- Nosahib! i mongoli costruiscono solidamente. Vi èqui una grossa porta di bronzo con tre spranghe di ferro. Barrichiamociprimache giungano i banditi del rajah.

- Te ne occuperai tugiacché hai altre volte aperta echiusa questa porta. Surajaputo e bada dove poni i piedi. Qualchegradino potrebbe mancarti sotto.

- Sono troppo pesantesahibper tentarel'esperimento - rispose il gigante. - Avessimo almeno una lampada!...

- Hai ragione: passerà in prima linea Timulche è il piúmagro di tutti.

- Lascia fare a mesahib- disse il gurú.- Questa scala me la ricordoed io anche di notte ci vedo.

- Saresti un lontano parente del cacciatore di topi dellecloache della capitale? Anche quello non aveva bisogno di lampade.

Il gurú brontolò qualche cosaattraversò il pianoterreno della torreche puzzava orribilmente per le ossa ivi lasciate dai lupied infilò la scala la quale saliva a chiocciola.

Venti o trenta enormi pipistrelli lo investironoschiamazzandoe scomparirono attraverso la porta che Timul stava per chiudereaiutato dal rajaputo.

- I gradini sono ancora in ottimo stato - disse il gurú. -Giungeremo felicemente sulla cupola.

- Di lassú domineremo un gran tratto di paese?

- Tutta la jungla. Se vi saranno dei banditi noi liscopriremo subito.

Aveva ripreso a salire lentamentetastando via via i gradinicolle mani per sentire se si movevano.

Un'umidità intensa regnava dentro la torre e si udival'acqua scorrere e mormorare lungo le pareti. Una nebbia pestifera entravaattraverso strette ma numerose feritoie.

Dopo un quarto d'ora il gurú e Kammamuri giunserofelicemente sotto la cupolala quale formava una comoda stanzuccia.

Anche lassú odore di muffa ed umidità.

Il maharatto si affacciò alla balaustrata di ferroche girava intorno alla cupolama non poté distinguer nulla.

Una nebbia pestilenziale ondeggiava sulle junglespingendosiassai in alto e sciogliendosi a poco a poco in pioggia.

- Non vedo nulla - disse. - Odo solamente il rumoreggiaredelle rapide.

In quel momento la porta di bronzo fu chiusa con granfracassoe poco dopo anche Timul ed il rajaputocarichi di mhowahgiunserosotto la cupola.

- Ahsahib- disse il gigante - io mi sentomorire. Sono troppo grosso ed hoper mia disgraziabudella troppo larghe dariempire.

- Mangia: questi fiori sono buoni.

- Avrei preferitosahibuna dozzina di costolette dinilgò.

- Le mangeremo piú tardi. Per ora contentati di questi.

Tutti si erano gettati su quei fiori preziosie lidivorarono ingordamente.

Erano quasi tre giorni che i disgraziati non avevano fattoaltro che correre di jungla in jungla e senza toccar cibo.

Il gigante ruminava come un torofacendo sparire ben prestoquei deliziosi fiori entro il suo ampio corpaccio.

- Sahib- disse finalmente a Kammamuri - credodi essere ora bene imbottito. Dormirò ventiquattro ore filate.

- E non pensi ai banditi di Sindhia? Credi tu che ci abbianoabbandonati? Mai piú. Vogliono sapere dove il Maharajah ha nascosto isuoi tesorie faranno di tutto per prenderci.

- La torre è salda.

- Ma non abbiamo che una sola carabina.

- Tusahibsei un famoso tiratoree ne getterai aterra un bel numero. E la via che conduce alle montagne è lontana? Rispondi tugurúche hai visitato altre volte queste jungle.

- Domaniquando il sole spunterànoi la vedremo - risposeil sacerdote. - Dalla cupola si può scorgere.

- E quanti giorni dovremo impiegare per giungere lassú sullemontagne di Sadhja? - chiese il rajaputo.

- Tre o quattro giorni - rispose Kammamuri. - Mi stupiscoperaltro che i montanari non siano discesi colla rhani.

- Che resista il Maharajah?

- Io lo spero - rispose il maharano. - Quandoincontreremo i montanarii quali già devono essere scesi al pianonoi cilanceremo attraverso gli accampamenti di Sindhiae lo rimanderemo a Calcuttain una casa di salutecon un lauto stipendio.

- Allora possiamo dormire - disse il rajaputo. - Ilsole non spunterà prima di sei o sette oree con questa nebbia i banditi nonoseranno avvicinarsi alla torre.

Si sdraiarono a terra e non tardarono a russare.

Il rajaputo faceva un tale baccanoda far quasitremare le pareti della torre. Pareva che avesse in corpo venti trottoleroteanti furiosamente.

La notte trascorse tranquillasenza alcun allarme.

Kammamurisempre mattinierofu il primo a svegliarsi e adaffacciarsi alla balaustrata della cupola.

Il sole lottava penosamente contro le nebbie grasse checoprivano le jungle e che un vento piuttosto freddoche doveva scenderedalle montagne di Sadhjacontinuava ad addensare specialmente al di sopra deicanali. Una umidità immensa regnava su tutta la regione.

- Ci vorrà un po' di tempo prima che il sole sciolga questenebbie pestifere - disse Kammamuri. - Basta: intanto siamo al sicuro. Leferitoie sono cosí stretteche un uomo non puo passarvi per quanto sia magroe la porta di bronzo è solida.

- Solidissima! - disse una voce dietro di lui.

Il rajaputo si era svegliatoe lo aveva raggiuntosulla verandasucchiando avidamente dei fiori commestibili.

- Vi sono delle sbarre?

- Sítresahib e tutte grossissime. I banditi nonriusciranno ad entrarese non avranno delle bombeciò che è impossibile.

- Ci assedieranno.

- Può darsi! e però sarà bene andare a far raccolta di mhowahper non soffrire un'altra volta la fame.

Chiamò il gurú ed il giovane cercatore di pisteetutt'e tre scesero in frettatemendo di giungere troppo tardi alle piantepreziosepoiché erano piú che mai convinti che i banditi del rajah nonavessero rinunziato a inseguirli.

Kammamuri intanto dall'alto esplorava i dintorni della torretutti coperti di grosse piante ed anche di bambú tuldai piú grossi dellaspecie.

Il sole cominciava ad aprirsi la vialanciando attraverso lenebbie miriadi di raggi roventibucandole ora da una parte e ora dall'altra.

Finalmente un colpo di vento piú forte portò viaquell'ammasso di vapori pestilenziali cacciandoli verso il ponentee le junglecomparvero illuminate dall'astro diurno.

- Ahah! - borbottò il maharatto. - Quantaostinazione! Al rajah premono le ricchezze del signor Yanez e della rhanima dubito assai che possa trovare il luogo ove sono state sepolte. È bensívero che quelle canaglie potrebbero sottoporci a qualche spaventevole torturaper farci confessare; ma non siamo ancora nelle loro mani.

Aveva fissati gli sguardi sulle rapide ed aveva scorto subitouna ventina di cavalieri. Durante la notte dovevano aver attraversato il fiumeed ora si avanzavano lentamente sulla riva sinistrain direzione della torre.

Erano lordi di fangosparutistracciatie molta famedovevano aver sofferto anche loro durante quella lunga corsa attraverso deserteregionipopolate solamente di belve feroci.

- Devono essere sfiniti - disse Kammamuri il quale continuavaa seguirli cogli occhi. - Non sono piú i guerrieri che ci davano la cacciaquattro o cinque giorni fa.

La porta di bronzo in quel momento per la seconda volta sichiuse con gran frastuonoed il rajaputo ed i suoi due compagnicomparvero carichi di mazzi ricchi di fiori.

- Amici- disse Kammamuri - devo darvi una brutta notizia. Ibanditi hanno scoperto il nostro rifugio e vengono qui.

- Ahgli sciacalli dannati! - esclamò il rajaputo. -E non aver che una sola carabina!... Che riescano a prendercisahib?

- Sono in venti loro mentre noi siamo in quattro e con unasola bocca da fuoco - rispose Kammamuri scuotendo il capo. - Io non so comefinirà questa avventura che dura già da troppi giorni.

- Credi proprio che ci abbiano scoperti?

- Sí - disse Timulil giovane cercatore di piste. -Benché abbiamo attraversato le rapideessi devono avere scoperte lenostre tracce. E si accorgeranno subito che noi siamo qui.

- Perché? - chiese Kammamuri.

- Visiteranno la macchia dei fiori dolci e troveranno fogliee rami tagliati.

- Abbiamo commessa un'imprudenzama noi avevamo fame; èverorajaputo?

- Molta fame! - disse il gigante. - Io credo di esserediminuito dieci o quindici chilogrammi.

- Finita la guerramangerai costolette di nilgò o diascis finché vorrai.

- E quando sarà finita?

- Tutto dipende dai montanari di Sadhja. Io credo che sianoormai in viaggio colla rhani e forse con Soarezil piccolo figlio delMaharajah. Non hanno paura quegli uomini dei banditi di Sindhia.

- Tardano un po' mi pare - disse il rajaputo. - Dovrebberoessere già qui.

- Le vie sono aspre e le montagne pessimeed occorre deltempo per raccogliere i guerrieri dispersi per le vallate. Io non dubito divederli giungeree piú presto di quello che tu credi. Sono fedeli alla rhanied anche al Maharajahmentre odiano Sindhia. - Si era bruscamenteabbassatoritirandosi sotto la cupola. Il rajaputo e Timul lo avevanoimitato.

- Non ci facciamo vedere - disse il maharatto. - Hannotroppe carabine. Nessuno piú si mostri sulla veranda.

- Lo sapranno egualmente che noi siamo quisahib -disse Timul.

- Lo credo anch'ioe...

Si era interrotto e contava: - ... quindicisedicidiciassettediciottodiciannoveventi... Ma prima non erano in venti! -disse. - Ahcane! Non è ancora morto! Quell'uomo deve avere l'animaincavigliata.

- Di chi parlisahib? - chiese il rajaputo.

- Ai venti banditi si è unito il padrone dello stallone e liguidaquantunque mi sembri ferito.

- Monta un altro cavallo?

- Síun cavallo che non è capace di percorrere due leghe etrottando molto adagio! - rispose il maharatto. - Tutte quellebestie sono sfinite non meno dei loro padroni. Vieni a vederli quelle canaglie.

Si gettarono a terra e sporsero le teste attraverso labalaustratala quale era assai ampia ed in ferro battuto.

- Li vedi? - chiese il maharattoil quale tormentavail grilletto della carabina mentre fissava il padrone dello stallone.

- E si avanzano sicuri di prendercisahib- risposeil gigante. - Forse noi abbiamo fatto male a rifugiarci qui; ma d'altronde nonpotevamo piú tenerci in piedi. Quei banditi hanno dei cavallisiano pureischeletriti; invece noi non avevamo piú forze per sfuggire a questo feroceinseguimento.

- Aspetta un po' - disse Kammamuri.

Aprí la piccola bisaccia che conteneva le munizioni e simise a contare attentamente.

- Ancora settantadue proiettili - disse. - Io abbatteròtutta quella cavalleria prima che giunga sotto la torre. Si spara benedall'altospecie quando non siamo veduti... Ahil padrone dello stallone! Laprima palla sarà per te. Ho ucciso il tuo cavallo pazzoed ucciderò una buonavolta anche te. Tu hai vissuto abbastanzae le tigri delle jungle non socome ti abbiano risparmiato. Ora basta!

- Aspettiamosahib- disse il rajaputo.

- Non vedi che muovono verso la nostra torre e senza deviare?

- Ma síci hanno scoperti - disse Timul. - Seguendo letraccefra poco giungeranno qui. Ah!...

- Che cos'hai? - chiese Kammamuri.

- Noi non siamo affatto sicuri qui dentrosahib.

- E perché?

- Perché tutta la torre è avvolta da grossi calamus chesi sono spinti fino alla cupola. Non vedi quei due rami oscillare sopra lenostre teste?

- Io non avevo pensato a questo pericoloma per il momentolasciamo in pace le piante parassite. Quando i banditi tenteranno la scalatas'incaricherà il rajaputo di precipitarli nel vuoto.

- Il mio tarwar è sempre affilatissimo - disse ilgigante. - Con pochi colpi reciderò tutta questa vegetazioneche avrebbepotuto rimanere abbasso senza aggrapparsi alla torre. Gli alberi non mancanonella foresta per le piante parassite.

- Aspettiamo - disse Timul.

- Non tantoamico- disse il maharattola cuifronte si era abbuiata. - Voglio scavalcare il padrone dello stallone prima chegiunga qui.

Si era nascosto dietro una colonnetta della veranda e spiavaattentamente i banditipronto a far fuoco.

I cavalieri procedevano con infinite precauzionifors'ancheperché i loro cavalli non dovevano piú reggersi dopo tante corse furioseattraverso terreni fangosi.

Ora comparivano in qualche raduraora scomparivano sotto lepiantema nessuno degli assediati ormai dubitava di dover fare nuovamente iconti con quelle canaglie.

Kammamuri continuava a spiarema i suoi amici si eranogettati a terraper timore di qualche scarica improvvisa.

Passarono alcuni minuti. Si udivano i cavalli nitrire esbuffare e i banditi parlare ad alta vocema la boscaglia proteggeva gli uni egli altripoiché i mhowah si stringevano intorno alla base della torre.

Ad un tratto una voce raucaquasi sfiatatagridò:

- È inutile che vi nascondiate. Sappiamo dove vi trovateefra poco vi prenderemo.

- Chi te lo dice? - chiese il maharattoil quale siteneva sempre prudentemente dietro la colonna.

- Io.

- Saresti tu il padrone dello stallone?

- E vengo a vendicare quella bestia impareggiabile.

- La torre è salda come una roccae voi non riuscirete maia sfondare la porta di bronzo.

- Vi prenderemo colla fame! - rispose il bandito.

- E noi ci lasceremo morirepoiché sappiamo che Sindhia nonci risparmierebbe. Cosí non saprà nulla dei tesori della rhani e delMaharajah.

- Il rajah non è cattivo come tu credie non titoglierebbe la pelle.

- Uhm! Non mi fido di quel briccone!

- Basta! Vi arrendete?

- A chi lo dici?

- A voi.

- Noimio bel brigantesiamo persone da vendere a moltocaro prezzo la nostra vita. Noi arrenderci? Ma tu sei pazzo!

- Allora prendi questo!

Echeggiò un colpo di carabinaed una palla attraversò lacupola di rame dorato.

- Ora prendi questo tu! - gridò Kammamuri.

Il maharatto fece fuoco a sua voltasempre tenendosiriparato dietro la colonnina.

Il bandito che guidava la truppa stava per ricaricare lacarabinaquando la palla del maharatto lo raggiunse.

Ed essendo ancora in sellasi aggrappò al collo del cavalloper non caderepoi mandò quel grido di sciacallo sfiatato che serviva dirichiamo allo stallone.

I suoi compagni si erano affrettati ad accorrerema troppotardi. Il maharattocome aveva ucciso lo stalloneaveva anche ucciso ilpadrone di quello.

Il banditocolpito dall'infallibile palla del vecchio cacciatoredella Jungla neraera stramazzato pesantemente al suolo.

- Bel tiro! - disse il rajaputoil quale spiava icavalieri coricato sulla veranda. - Tusahib ucciderai tutti quegliuomini.

- Sarà un po' difficileamico. - rispose Kammamuri. - Eccoche sono già scomparsi dentro la macchia dei mhowahed il fogliame ècosí fittoche non si possono scorgere.

- Che siano proprio convinti di prenderci?

- Ne dubito.

- E se mandassero qualcuno a cercare dei soccorsi?

- Sarebbe costretto ad attraversare il fiumee non misfuggirebbe.

- Lo tenteranno forse di notte.

- I loro cavalli sono troppo slombati per ricondurli finoagli accampamenti di Sindhia.

- Ed allora ci assedieranno?

- Certo. Tenteranno di prenderci per fame.

Il viso del rajaputo si oscurò.

- Dovremo stringerci ancora le fasce? Noi abbiamo viveri perun paio di giornima facendo molta economia.

- Cercheremo di farli durare tre.

Il bravo rajaputosempre alle prese colla famemandò un lungo sospiro e si picchiò il ventre che doveva essere vuoto.

- Se Siva ha scritto nel suo gran libro che io debba morirecompletamente vuotomi adatterò. Sono un guerrieroe la morte non mi fapaura. Ma preferirei uscire da questa torree farmi uccidere piuttosto da queibanditi.

- Ed io niente affatto! - rispose il maharatto. - Iosto benissimo quie non andrò certo ad attaccare venti uominiventidisperatidecisi a tutto pur di prenderci. Preferisco rimanere qui.

- Ad aspettare che cosa?

- I montanari della rhanii quali ormai non devonoessere lontani. Noi di quassú dominiamo la gran via che conduce alle montagnedi Sadhjae se passerannoli vedremo.

- E se tardassero?

- Stringeremo le fasce.

In quell'istante due colpi di carabina rimbombarono nel foltodei mhowah e due palle attraversarono sibilando la veranda conficcandosinelle colonne.

Fu quello il segnale.

La macchia parve incendiarsi. I banditinascosti dietro glialberi e protetti anche dai loro cavallisparavano furiosamente colpendo ora lacupolaora la verandaora le feritoie.

Le palle fioccavano cosí fitteche anche Kammamuri fucostretto a gettarsi a terra.

- Che spreco di munizioni! - disse. - E senza alcunrisultatopoiché qui ci vorrebbe un cannone. La porta di bronzo non si sfondacon dei semplici proiettili. Sfogatevi! Ma spero di fare qualche colpo anch'ioe con maggior fortuna di voi.

- Li vedisahib? - chiese il rajaputoilquale lo aveva raggiunto trascinandosi carponi.

- Scorgo il fumo delle carabine - rispose il maharatto -ma a me non basta. Quelle canaglie non osano farsi sotto.

- Si saranno spaventati dopo la morte del padrone dellostallone.

- Comincio a crederlo anch'io; tuttavia pare che abbianomolte munizioni da sprecare. Non ci lasceranno certamente uscire.

- E noi moriremo di fame.

- Taci una buona voltaorso delle montagne sempre affamato!Ci sono due bei tipi con noi: il gurú che si ricorda e poi non dicenullae tu che brontoli sempre contro la fame. Vuoi la mia razione di mhowah?Io te la cedo ben volentieri. Nella Jungla nera io ed il mio padronenon mangiavamo né nilgò ascis e tanti giorni cicontentavamo di succhiare una canna da zucchero selvaticascopertamiracolosamente fra i bambú immensi che coprivano le Sunderbunds.

- Oh maisahib- rispose il gigante. - Tuche sei il nostro capodevi anzi avere la parte piú grossa.

- Noimaharattipossiamo sopportare la fame perparecchi giorni senza deperire e senza...

Si allungò bruscamente sulla verandatenendo la carabinaper un momento immobile.

Risonò sotto la cupola una detonazionea cui tenne dietroun grido straziante.

- Eccone un altro di meno! - disse Kammamuri. - Ora non sonoche diciannove.

- Hai veduto qualche bandito?

- No; ho sparato a casaccio in mezzo alla nuvola di fumo epare che io sia stato fortunato. Quei furfanti tenteranno forse di assalirciquesta notteservendosi delle piante rampicanti che contornano la torre.

- Vuoi che le recida tutte?

- Ti ho detto di no: aspettiamo che montino all'assalto perscaraventarli nel vuoto.

Si ritrassero sotto la cupolaperché le palle continuavanoa grandinare.

Nessuno d'altronde s'inquietava: il gurú succhiava diquando in quando qualche fiore; Timul pareva che studiasse sul pavimento delleorme lasciatevi dai mongoli tre o quattrocento anni prima.

Chi aveva la peggio era la cupola. In meno d'un quarto d'oraera stata traforata come una schiumarola. Le palle l'attraversavano facilmenteessendo il metallo ormai consunto.

- Aspettiamo il momento propizio - disse Kammamuri. - Dellepalle ne ho anch'ioe non ne farò economia se si offrirà l'occasione.

Si gettò sui rami di mhowah e si mise a succhiareanche luicome il gurúalcuni fiori. Il rajaputomalgrado lesue promesseaveva già dato l'attacco.

Non contava piú le razioni.

 

 

CAPITOLO XVIII

 

L'ARRIVO DEI MONTANARI

 

I banditifuribondi per non aver potuto prendere queiquattro uomini che da tanti giorni inseguivano attraverso alle jungle edai pantanisfogavano la loro ira con frequenti scarichele quali per altro nonpotevano ottenere nessun successo. Solamente la cupola a poco a poco se neandava poiché le palle l'attraversavano in gran numeroportando via dei pezziinteri di rame.

Ma le salde muraglie dei costruttori mongoli non sisgretolavanoquindi gli assediatiprotetti dalla pesante porta di bronzobarricata con tre grosse spranghe di ferropotevano aspettare tranquillie nonsi occupavano quasi piú degli assedianti.

Un gran fracasso regnava intanto intorno alla torre. Ibanditidecisi questa volta di prendere o vivi o morti quegli inafferrabiliavversaricontinuavano a spararemirando specialmente alla veranda e allacupola.

Delle palle entravano anche attraverso le strette feritoie eandavano a conficcarsi nell'opposta parete.

Era già mezzogiorno e piú di tre o quattrocento colpi dicarabina erano stati sparatiora isolatiora a salveeppure non pareva chequei testardi si fossero persuasi dell'impossibilità dell'impresa.

Rimaneva l'assedioe con l'assedio lo spavento del povero rajaputoil quale guardava malinconicamente i mhowah già ridotti a quel tantoche avrebbe potuto servire per una o due giornate tutt'al piú.

Verso l'una il fuoco fu sospesoed il capo della bandapassando dietro i grossi tronchi per non prendersi una fucilatagiunse a ventipassi dalla porta di bronzo.

Era un bandito d'aspetto imponentebarbuto quanto il rajaputoed armato di carabinadi pistole a due colpi e di tarwar.

Si mostrò un momentopoi si ricacciò dentro la macchia deimhowah tirandosi dietro il suo cavallo slombato.

La sua voce tuonò:

- Ogni difesa è inutile! Ormai siete nelle nostre mani.Arrendetevi una buona volta!

- Chi lo dice? - rispose Kammamuriil quale si eratrascinato fino sulla veranda.

- Voi non uscirete vivi.

- Tu credi di prenderci per famema t'inganni: abbiamoviveri per due mesie tanto riso da fare del carri eccellente.

- È impossibile! - gridò il capo della banda. - Voi cercatedi guadagnare tempocontando forse su un aiuto del Maharajah.

- Ma noma noamico. Non è il principe bianco che noiaspettiamo e che da un momento all'altro può giungere qui alla testa di dieci oquindici mila montanari. È Khampuril vecchio orso della montagnailprotettore della rhani.

Il bandito lanciò tre o quattro imprecazionipoi ripeté:

- Vi arrendetesí o no?

- Noaspettiamo Khampur e la bellissima rhani. Quellagente vi farà correre fino al campo di Sindhia colle lance alle reni.

- Tu menti: nessun montanaro è piú disceso dopo che la rhanisi è rifugiata fra le montagne di Sadhja.

- Ed il Maharajah che cosa fa?

- È stato preso tre giorni fa insieme col principe bruno cheha portato quelle terribili armi.

- A chi la dai a bereamico?

- Te lo dico ioe basta.

- La parola d'un bandito! Ah ah! Sindhia non ha ancora vedutoil principe bianco e nemmeno quello bruno; te lo assicuro io. Quegli uomini sonocapaci di gettare a gambe levate tutti i pariai fakiriibramini e i banditianche se sono in pochi. Ma voi dovete aver fame. Volete unsacco di riso? Ne abbiamo sette.

- Sarai tanto generoso? - chiese il bandito uscendo dallamacchia colla carabina armata.

- Non offriresti tu una coscia di qualcuno dei tuoi cavalliche ormai sono sfinitia noi che non abbiamo nessuna specie di carne?

- Io no! - rispose il bandito.

- Io invecepiú generosoti farò un regalo. Abbiamocometi ho dettoanche troppa abbondanza di viveri.

- Gettami il sacco di riso. I miei uomini sono affamatie aloro piace poco o punto la carne di cavallo.

Si era novamente avanzato fino a venti passi dalla porta dibronzo.

Kammamuri sapeva ormai e da tempo che l'aveva da fare conbanditi pronti a qualunque sbaraglio e capaci di qualunque tradimento. Losorvegliava attentamentetutto allungato sulla verandacolla carabina armata epronta.

- Getta dunque! - gridò il capo. - Abbiamo fame di riso.

- Eccolo! - gridò il maharattobalzando rapidamentein piedi. - Questo riso sarà un po' duroma non ne abbiamo nessuna colpa noi.

Il capotemendo a sua volta un tradimentoaveva cercato dirifugiarsi nella macchia dei mhowahdove lo aspettavano i compagnimala palla del vecchio cacciatore lo raggiunse in tempo e lo stese a terrafulminatoalla base d'un grosso albero.

Dieci o quindici colpi di carabina echeggiarono subitocrivellando novamente la cupola. Ma il maharatto che si aspettava quellasorpresa si era lasciato subito cadere sull'impiantito della verandaabbastanzagrosso per arrestare le palle.

- E due! - disse il rajaputomentre i banditicontinuavano a sparare sempre piú furiosamente e ad urlare.

- Cosí sono diciottose non m'inganno - disse Kammamuri. -Sono ancora troppima delle palle ne ho per tutti.

- Serbale per questa serasahib.

- Che cosa temi?

- Io sono certo che quegli uomini approfitteranno dellanebbia e dell'oscurità per dare la scalata alla torre. Vi sono troppe pianterampicanti molto grosse e resistenti. Vuoi che le tagli?

- Non ancora.

- Vuoi accopparne degli altri?

- Lo spero - rispose Kammamuri. - Se monteranno all'assaltoli precipiteremo nel vuoto. Il tuo tarwar è sempre affilatissimo?

- Taglia come una scimitarra di Damasco. Quando me lo diraile piante cadranno recise insieme cogli assalitori.

- Ed io che non vi posso aiutare! - disse Timul. - Che cosane faccio di queste due pistole scariche?

- Le romperai sulla testa di qualcuno - rispose Kammamuri. -Vi sarà lavoro per tutti.

- Fuorché per il gurú - disse il rajaputo.- Ha succhiato fiori fino a poco faed ora è addormentatoplacidamente.

- Lascialo russare: giànon ci servirebbe a nulla. Ètroppo vecchio.

Mentre chiacchieravanoi banditi non cessavano di sparare edi urlare. Parevano furibondi per la morte del loro capoche valeva forse piúdel padrone dello stallone.

Nuvole di fumo si alzavano al di sopra delle pianteed icolpi si succedevano ai colpi sempre con lo stesso risultato.

Kammamuri ed il rajaputo spararono a casaccio alcunicolpima essendo il bosco di mhowah troppo foltonon potevanoaccertarsi della giustezza dei loro tiri.

Tuttavia i banditi non osavano avanzarsi. Sparavano sempre dimezzo alle piante senza fare un passo avanti.

- Hanno paura della tua carabina - diceva il rajaputo almaharattoil quale non mancava di quando in quando di rispondere alformidabile fuoco degli assedianti. - Sanno bene che se mostrano solamente unpezzetto d'orecchiopossono considerarsi perdutiperò si tengono alla larga.

- Vorrei vedere solamente i loro turbanti. Ne getterei giúmolti in pochi minuti di quegli ostinati banditi rompendo le loro teste comefossero noci di cocco.

- Ti credosahib; tuttavia siamo sempre allo stessopunto. Infatti i montanari non giungonole provviste sono già quasi esauritepoiché il gurú non fa che masticaree fra poco la notte calerà. Vuoiche tagli le piante rampicanti?

- Ti ho detto di no. Lasciamoli salire - rispose Kammamuri.-Questo attacco me l'aspetto.

- Pensasahibche ho un solo tarwar enessuno che mi possa aiutare.

- Ci sarà la mia carabinaamico.

- Aver due pistole e non poterle caricare!... Quel bramino ciha salvato la vitama è stato un grand'asino. Che cosa valgono quattro pallenelle jungle? Doveva lasciarci almeno un po' di piombo.

- Non avrà avuto il tempo. I banditi non erano lontaniepotevano sorprenderlo e denunciarlo al rajah.

- E che cosa farà quel cane di Sindhia? Che continui adubriacarsi o che cerchi d'impadronirsi del Maharajah e della Tigre dellaMalesia?

- Io credoamicoche nel suo campo il colera faccia giàgran numero di vittime. Il medico olandese sapeva quello che si faceva.

- Allora i due principi saranno sempre trincerati sullacollina.

- Coi loro sikkari ed i tigrotti di Mompracem. Lemitragliatrici ed il colera sono bestie troppo cattive anche per quel pazzo.

- Ed intanto mangeranno gli elefanti.

- Qualcuno l'avranno già certamente divorato.

- Gente fortunata! E noi invece abbiamo solamente dei fioridopo quasi quattro giorni di digiuno!

- Ti prenderaia suo tempola tua rivincita.

- A suo tempo! Ahsahibtu non sai quanta fame hosofferto e quanta ne soffro ancora! La rivincita vorrei avermela già presa.

- Abbi un po' di pazienza. Tu sei un forte guerrieroe negliassedî gli assediati devono saper resistere.

- E morire - disse Timul sorridendo.

- Tante volte sí... Ohinfuriano ancora i banditi! Hannofretta di crivellarci di piomboma non otterranno nessun...

S'interruppe e si mise in ascolto. A rischio di prendersi uncolpo di carabinauscí carponi sulla veranda.

- Odo un lontano fragore - mormoròguardando la grandestrada che conduceva alle montagne di Sadhjae che spiccava bianchissimaattraverso le immense jungle che occupano il cuore dell'Assam.

Guardò il sole che tramontava rapidamenteanzi parevaprecipitare e scosse la testa.

- Che i banditi ricevano dei soccorsi? - si chiese.

- Che cosa borbottisahib? - chiese il rajaputo.

- Dico che attraverso la grande strada galoppano deicavalieri e molti.

- Io non vedo nulla.

- Non odi questo fragore?

- Che sia la cateratta?

- No - disse Timulil quale pure si era messo in ascolto. -Sono dei cavalli che si avanzano.

- Da ponente o da oriente? È questo che vorrei sapere.

- Io non posso dirtelo ancorasahib.

- Se quei cavalieri vengono da levantepotrebbero essere ibravi montanari della rhani. Se vengono invece dall'altra partenonpossono essere che dei banditi - disse Kammamuri.

- Io non posso ancora saperloma mi pare che il fragore siavvicini rapidamentee fra poco noi sapremo se avremo da fare con degli amici ocon dei nuovi nemici.

- Ebbeneaspettiamo.

In quel momento il gurúche si era trascinato sullaparte opposta della verandamandò un grido altissimo:

- Al fuoco! al fuoco!

- Che cosa brucia? - chiese Kammamuribalzando in piedi.

- Guarda giúsahib- rispose il sacerdote.

- Ahi miserabili! Hanno dato fuoco alle piante parassiteche avvinghiano la torre per arrostirci vivi o farci uscir fuori.

- Devo tagliaresahib? - chiese il rajaputoimpugnando la mezza scimitarra. - Se le fiamme giungono fin quassútuttala verandache è di legnocrollerà.

- Taglia! taglia! E bada alle palle!

I banditiapprofittando dell'oscurità e della nebbia chericominciava ad alzarsisi erano spinti sotto la torreed avevano dato fuocoalle piante rampicanti che si spingevano fino alla cupola.

Alcuni erano rimasti nascosti nella macchia dei mhowahe non avevano cessato di sparare.

Le piante vecchie ed abbastanza secchesi erano subitoincendiate crepitando. Strisce di fuoco serpeggiavano intorno alla torrementrecolonne di fumo si alzavano fino alla cupola.

Il rajaputoquantunque esposto al fuoco dei banditirimasti ancora imboscatisi era messo a recidere rabbiosamente i vecchi calamusche si abbarbicavano alla veranda.

Kammamuri intanto aveva ripreso a far fuocosparando sempredentro la macchia dove vedeva balenare i lampi delle fucilate.

Timul e il gurú erano invece scesi a precipizio edavevano levate due delle tre spranghe che barricavano la porta di bronzo.

Alla base della torre un calore intenso si sviluppava giàedelle lingue di fuoco entravano attraverso le feritoie sibilando.

I quattro disgraziati correvano il pericolo di morirelentamente arrostitipoiché i calamus continuavano a bruciare conestrema rapiditàspingendo nubi di fumo verso la cima della torre.

- Sahib- disse il rajaputo il qualeaveva udito parecchie palle fischiargli agli orecchi - ciò che mi hai ordinatol'ho fattoma l'incendio non accenna a scemare. Sono troppo secchi questi calamus.

Kammamuriche aveva sparato un altro colpo di carabinasempre sdraiato sulla verandaguardò il gigante e disse:

- Le cose vanno malepare.

- Quelle canaglie ci aspettano all'aperto per prendercitutti.

- Lo soper Siva! - esclamò il maharatto con vocerauca. - Non potremo resistere a lungo. Questa torre diventerà un fornocrematorioe noi non salveremo nemmeno le ossa.

- Perché non tentiamo un'uscita?

- Quattro contro... mettiamo che ormai i banditi sianoquindicipoiché io ne ho colpiti alcuni... ma anche quindici sono sempretroppi.

- Pensasahibche il fuoco continua a salire. Tuttala torre è avvolta dalle fiamme.

- E quel fragoreche abbiamo udito nel momento in cui ilsole tramontavasi ode ancora? - chiese il giovane cercatore di pistecomparendoinsieme al gurú.

- Pare che tutti quei cavalli si siano arrestati sul marginedelle jungle - rispose Kammamuri. - Ma la torre fa piú luce d'unfaroe se quelli sono i montanari della rhaninon mancheranno diaccorrere.

- E se fossero invece altri paria o fakiri mandatia chiamare dagli assedianti?

Il maharatto incrociò le braccia sulla carabina chefumava ancorapoi disse con accento di rassegnazione:

- Se Visnú vuoleci porti pure nel suo paradiso.

- Senza combattimentosahib? - chiese il rajaputoil quale era diventato furioso.

- Ohno! Balzeremo fuori come tigri e scompariremo nella jungla.Ma aspettiamo che i cavalliche marciavano al cadere delle tenebresimostrino.

- Tu credi siano i montanari di Sadhja?

- Ho questa convinzione - rispose il maharatto.

- E se tu t'ingannassi?

- Impegneremo una lotta suprema che già dura da troppigiorni... Che caldo! È impossibile resistere!

- Scendiamosahib?

- Giú fa piú caldo che qui - disse il giovane cercatore dipiste.

- La porta non si è fusa?

- Nosahib.

In quel momento sulla grande stradache conduceva allemontagne di Sadhjasi udirono alcune scarichefitteserrate. Una grandine digrossi proiettili cadeva sulla torre ardentetempestando specialmente la cupolache cominciava ad arrossarsi. Kammamuri mandò un grido:

- Son grossi fucili di montanari! Ecco la nostra salvezza chegiunge!

- Non sono carabinesahib? - chiese il rajaputo.

- Nosono i vecchi fucili dei cipaiche ilgovernatore del Bengalasempre buon negozianteha venduto loro. Buone armicinque o sei anni fa.

Si slanciò sulla veranda e si mise a gridare a gran voce:

- Accorrete in aiuto dei guerrieri del Maharajah. Sospendeteil fuoco! Io sono Kammamuri!

La fucileriache rimbombava fortissima sulla grande stradadelle montagnesubito cessò. Poi mentre i banditi di Sindhia non cessavano disparare si udí una voce tonante gridare:

- Io sono Khampurcapo dei montanari di Sadhja e guido la rhani.Veniamo in tuo soccorso.

Tre o quattrocento cavalieri si slanciarono nella jungladecimandocrudelmentecon poche scarichei banditi del rajah e giunsero in unmomento sotto la torrela quale ormai minacciava di crollare sotto i morsidelle fiamme.

- Giú! giú! - gridò Kammamuri. - La nostra salvezza ormaiè assicurata.

Si precipitarono tutti e quattro giú per le scaletrattenendo il respiropoiché l'aria era diventata ardente dentro la torre.

Il rajaputo con un colpo di tarwar fece caderela terza sbarra di ferro che cominciava a diventar rossaspinse con un poderosocalcio la porta e passò primo attraverso ad una vera cortina di fiamme.

I montanaridopo aver messo in fuga i pochi banditieranoprontamente tornati.

Li guidava un vecchio guerriero dalla pelle assai bruna e labarba assai biancad'aspetto imponente quanto il rajaputo.

Vestiva come un rajah e sul turbante larghissimoportava un pennacchio di crini di cavallo biancotempestato di diamantini.

- Dov'è Kammamuril'amico del Maharajah? - chieseavanzandosie facendo caracollare il suo bellissimo cavallo morello.

- EccomiKhampur! - gridò il maharattoil quale erapure riuscito dalla torre ardente insieme al gurú ed al giovanecercatore di piste. - Noi ti dobbiamo la vita.

- Chi vi assediava e tentava di arrostirvi? - chiese il capo.

- Le genti di Sindhia.

- Quelle che noi abbiamo fugate?

- SíKhampure stavano per prenderci. Dov'è la rhani?

- È sulla strada della montagna insieme a mio figlioscortata da quindicimila cavalieri risoluti a riconquistare un'altra voltal'Assam. È ora di finirla con quel Sindhia. Ed il Maharajah resistesempre? Noi abbiamo saputo che si era trincerato su una collina insieme agliuomini venuti dal mare colla Tigre della Malesia.

- Io spero che quei valorosi non si siano ancora arresi.

- Abbiamo pure saputo che il colera è scoppiato negliaccampamenti del rajah e che fa strage.

- Quel malanno l'ha scatenato un famoso medico che la Tigreaveva condotto con sé.

- Quanti uomini potrà avere Sindhia?

- Un mese fa ne aveva ventimilama ora non credo che neabbia piú tanti.

- Sono banditipariafakiri e bramini; è vero? Ohche pessimi combattenti! - disse il vecchio montanaro.

- Avremo da fare i conti anche con un migliaio di rajaputi.

- Siamo in buon numeroe la rhani ed il Maharajah riavrannoancora una volta il loro impero.

Fece scendere a terra quattro uominie fece condurre i lorocavalli dinanzi a Kammamuri.

- Montate e seguitemi - disse. - Abbiamo fretta diraggiungere il Maharajah e di dare un'altra e decisiva battaglia aquell'ostinato di Sindhia.

- Ai tuoi ordiniKhampur.

In quel momento la veranda della torre e la cupolaminatedalle fiamme che continuavano a innalzarsirovinarono con immenso fragoresollevando una grossa nuvola di fumo e di scintille.

- Per Siva! - disse il rajaputo aiutando il gurú amontare a cavallo. - Se questi bravi montanari tardavano ancora un po'aquest'ora eravamo morti e sepolti.

In mezzo alle folte piante si udirono alcuni spari.

- Non è ancora finita? - chiese Khampuril quale eraimpaziente di raggiungere la rhani per accorrere poi in aiuto delprincipe bianco. - Quei banditi avrebbero la pretesa di misurarsi con noi? Checento uomini si accampino qui ed attendano i miei ordini. Supartiamo!

Cinquanta cavalieri sbucarono di tra le macchie di mhowah conle carabine ancora fumanti in mano.

- Sono fuggiti o li avete fucilati? - chiese il vecchiomontanaro.

- Vi sono dieci o dodici morticapo- disse il comandantedel drappello. - Gli altri sono riusciti a scapparciattraversando un canaleche poteva essere pericoloso.

- Prendi altri cinquanta uomini e rimani qui - disse Khampur.- Se quei furfanti ritornanofucilateli come cani arrabbiati. Al galoppo!

I quattrocento cavalieri si misero rapidamente in motoinfile serrateattraversando l'ultimo lembo della jungla.

Altri cento si erano accampati intorno alla torrela qualecontinuava a fiammeggiareminacciando da un momento all'altro una completarovina.

I primi dopo dieci minuti raggiunsero la via della montagnache era ingombraa perdita d'occhiodi cavalieri d'aspetto imponenteconlunghe barbearmati di grossi fucilidi pesanti scimitarre e di pistoloni adue canne.

Erano là i quindicimila montanari che Khampur per la secondavolta stava per scatenare contro il rajah pazzo.

Le linee si aprirono facilmenteessendo la via larghissimaed il capoKammamuri ed i loro amici giunsero ben presto là dove si trovava larhanila principessa dell'Assammoglie di Yanezcircondata dacinquanta cavalieri di statura imponente.

- Ah!... Kammamuri! - gridò la bella principessala qualemontava una candida giumentaed indossava un lungo vestito di seta azzurra. -Mi porti finalmente notizie di mio marito?

- Io credosignorache resista sempre nei dintorni dellacapitale insieme con la Tigre e i tigrotti di Mompracem.

- Che non si siano arresi per fame?

- Ma che! Avevano cavalli ed elefantie per difendersi leterribili mitragliatrici.

- È vero che nei campi di Sindhia è scoppiato il colera?

- Un amico della Tigre ha portato delle bottiglie checontenevano dei germi terribilie alcuni dei nostri si sono incaricati divuotarle intorno alle tende del rajah.

- Ed i miei uomini non cadranno anche loro distrutti dallaterribile epidemia?

- Il signor Sandokan ha ai suoi ordini un famoso tobib chepuò scatenare ed anche curare rapidamente quel terribile morbo.

La rhani guardò Khampur e suo figlioun giovanottonesaldo come la cima d'una rupe e formidabilmente armatoe fece poi un cenno.

La nebbia in quel momento si era alzata e la luna cominciavaa far capolino sopra le jungle. Verso il sud la torre bruciava ancoracadendo a pezzo a pezzo e continuando a lanciare in aria nembi di scintille e difumo.

- Quando potremo giungere a Gauhati? - chiese la rhani almaharattoil quale aveva preso le briglie della bianca giumenta.

- Domani all'alba potremo piombare sulle orde del rajah.

- Sei sicuro che non sono bravi guerrieri?

- Sono banditi piú abituati a maneggiare il coltello e ilbastone. Ed il piccolo Soarez?

- L'ho lasciato sulle montagne - rispose la principessa. - Èben guardatoe nessun nemico giungerà lassú.

- Allora si può partire - disse Khampuril quale frenava astento il suo cavallonero come la notte. - Faremo una sola volata e spazzeremovia i campi di Sindhiaprima che i rajaputii soli guerrieri temibilisi preparino ad una vigorosa difesa.

- Via! - gridò la rhani. - Andiamo a salvareil Maharajah e la Tigre della Malesia.

Uno squillo di tromba echeggiòe allora tutti queicavalieri si mossero a gran trottoavviandosi verso la capitale dell'Assamneicui dintorni dovevano ancora resistere il MaharajahSandokan e le tigriimbrancate coi sikkarii famosi cacciatori di tigri.

 

 

CAPITOLO XIX

 

SINDHIA ALLA RISCOSSA

 

- Un altro parlamentario! Dategli una fucilata prima chevenga a portarci il colera- gridò Sandokanil quale vegliava giorno e nottesulle trincee improvvisate con grossi tronchi d'albero.

- Aspetta un po' - disse Yanez alzandosi. - Potrebbe essereKiltare non vorrei ammazzare quel bramino che ci ha resi tanti favori.

- Infatti mi pare che sia proprio lui - disse Tremal-Naikilquale fumava placidamente la sua pipa sdraiato su un folto strato di fogliefresche.

- È inutile che venga qui ancora - disse la Tigre. - Rimangain mezzo ai microbi.

- Sindhia avrà qualche notizia importante da comunicarci -disse il Maharajah.

- La solitafratellino: arrendetevi o vi stermineremo tutti!

- E consegnate prima di tutto i tesori della corona! -aggiunse Tremal-Naik. - Quel furfante ci tiene a spogliare la rhani deisuoi gioielli.

- Dev'essere a corto di denaro - disse Yanez. - Ventimilauomini costanoquantunque i paria ed i fakiri si accontentino diun po' di riso con qualche pezzo di pesce secco e poca frutta. Orsúlasciamoloentrare.

- È la quarta volta che vieneYanez- disse Sandokanilquale pareva di assai cattivo umore. - Sarebbe ora che grattasse i piedi al rajah.

- Se è il suo primo ministro!...

- Un ministro malfermo in gambe. Io non vorrei trovarmi alsuo posto. Vedrai che un giorno o l'altro quel pazzo di Sindhia lo faràschiacciare da qualcuno dei suoi elefanti.

- Cioè dei miei - corresse Yanez. - Andiamo a vedere.Intanto il nostro famoso medico prenda le precauzioni necessarieonde il coleranon scoppi anche fra noi.

Dayachimalesisikkari e maoutvedendo itre capi avanzarsi verso l'ultimo sperone della collinasi erano prontamenteraggruppati collocando le mitragliatricitemendo sempre qualche sorpresa daparte di quei ventimila disperatise pure erano ancora ventimila.

Kiltaril bramino a cui un giorno Yanez aveva donata la vitamentre era già stato attaccato alla bocca d'un cannonesaliva lentamente lacosta della collinatenendo in mano una lancia sulla quale pendeva una bandierapiú o meno bianca.

Era solo; ma a mille passi di distanza tre o quattrocento rajaputisi erano schierati nella pianuradinanzi ai vasti accampamenti del rajahpronti a proteggerlo.

- Che nuove dunquesignor ministro del rajah dell'Assam?- gridò Yanez con voce ironicafacendo cenno al parlamentario di fermarsi. -Possiamo parlare anche a cinquanta metri di distanza. I microbi non farannocosí lunghi salti: noi non vogliamo saperne del colera.

- Mi manda il mio padrone - rispose il bramino fermandosipresso una roccia e piantando la bandiera.

- Mi porti delle sigarette? Sai che non ne ho piú e che sonofuribondo?

- Non abbiamo che del pessimo tabacco del MysoreAltezza-rispose il bramino. - Tutto quello che avevamo lo ha consumato il rajah.

- Il rajah! Alto làamico! Rajah di che cosa?Del Bengala forseo del Guzerateo del Coromondal?

- Dell'Assamdice lui.

- Ahdice lui! Non siamo ancora vintie la rhani coimontanari di Sadhja non tarderà a giungere e rovescerà sui campi di Sindhiamigliaia e migliaia di cavalieri agguerriti.

- Venivo appunto a dirtiAltezzache i soccorsi stanno pergiungerti. Noi siamo stati informati che la rhanitua mogliemarcia agran furia sulla capitale.

- La mia capitale! - gridò Yanezrompendo in una fragorosarisata. - Bisognerà rifarla da cima a fondo.

- Quando tu avrai riconquistato nuovamente l'imperoAltezzafarai fabbricare palazzi piú grandiosi di prima. Il denaro non manca di certoalla rhani e nemmeno a te.

- Ebbeneche cosa vuoi? La Tigre della Malesia aveva giàdato l'ordine di fucilarti.

- Io vengo come parlamentario e come parlamentario amico.

- Sia purema resta lontano. Il colera ci ha finorarisparmiati e non desideriamo prenderlo oraproprio nel momento della supremalotta. Cadono i guerrieri di Sindhia?

- Ne sono scomparsi almeno cinquemila in pochi giorni.

- E Sindhia?

- Gode ottima salute e non dispera di riprendersi l'Assam edanche la bella rhani per soprammercato.

- Prendersi mia moglie? - urlò il portoghese con voce rauca.

- Ed anche tuo figlio cercherà di rapirti.

- Ahbrigante! Cosí forte si crede ancora? Quell'uomo èpazzo e finirà la sua vita in un manicomio. Si ubriaca sempre?

- Sempreper preservarsi dal coleradice lui.

- Ebbeneche cosa vuoi?

- Il mio padrone vorrebbe fare la pace con te a condizioneche tu lasci a lui tutto l'Assam occidentale.

- Che è il piú ricco e il piú popolato.

- E conservi alla rhani le montagne di Sadhja.

- Ahah! - esclamò Yanez. - Quell'uomo è assolutamentestraordinario. Si crede un Timur od un Tippo Saib.

- Non so che cosa direAltezza- disse il bramino il qualerimaneva sempre allo stesso postosorvegliato da una dozzina di rajaputi. -Questa è la sua ultima proposta che ti fa.

- E mi lascerà la rhani?

- Certamentese tu accetterai.

- E mi rapirà mio figlio?

- Ne ha avuta l'intenzionema credo che si sia raffreddatovista l'impossibilità dell'impresa. È fra i montanari tuo figlio; è vero?

- E ben al sicuro - rispose Yanez. - Non saranno i parianéi fakiri di Sindhia che andranno a cacciarsi in mezzo a quelle gole pertentare una simile impresa.

- Lo credo anch'io - disse Kiltar. - E poi col colera cheinfuria sempre piú!... Non potrestiAltezzamandarci il tobib bianco?

- Il mio medico è ammalato perché non ha piú sigarette.

- Fumi la pipa.

- Non gli piace. Alloraamicopuoi tornare dal tuo padroneper avvertirlo che fra poco lo spazzeremo via insieme con le sue orde.

- Ha qualche migliaio di rajaputi ed una ventina dielefanti.

- I montanari di Sadhja non hanno mai avuto paura di queibarbuti guerrieri.

- SicchéAltezza?...

- Ho detto.

- Non accetti?

- Non sarò cosí stupido.

- Bada che il rajah farà un altro supremo tentativoper prenderti.

- E noi siamo qui ad aspettarlo - disse Sandokanil qualefin allora era rimasto silenzioso.

- Contate sui montanari. Noi sappiamo che si avvicinano agrandi tappe e che sono moltissimi. Se giungono in temporisparmiate almeno lamia testa.

- Tu sei nostro amico - disse Yanez- e saprò anziricompensarti quando questa guerra sarà finita.

- AddioMaharajah! Che BrahmaSiva e Visnú veglinosu di te.

Spiantò la lanciafece ondeggiare la bandierapoi se neandò scendendo lentamente l'ultimo sprone della collinache declinava verso ladistrutta capitale ed i campi del rajah.

- Che cosa dici tuSandokan? - chiese Yanez alla Tigre dellaMalesia.

- Che tu riconquisterai l'Assam - rispose il famoso pirata. -Se i montanari si sono già mossi e si avanzano velocissiminoi metteremo un'altra volta a posto quell'ostinato che vuole carpire la corona a tua moglie.

- Potremo resistere?

- Sono sette giorni che combattiamo e nessuno di quei predoniè ancora riuscito a mettere i piedi su questa collina. Hanno troppa paura dellemitragliatrici.

- Ma sono ancora in moltied hanno elefanti ed anche deicannoni.

- Dei quali non sanno nemmeno servirsi - disse Tremal-Naikil quale terminava la sua pipataseduto su un grosso tronco d'alberocheserviva da trincea.

- Vorrei che Khampur fosse già qui - disse Yanez. - Misentirei piú tranquillo. Vedrai che stanotte il rajah tenterà un altrocolpo disperato per prenderci tutti.

- Se riuscirà a prenderci! - disse Sandokan. - Di queiguerrieri non dobbiamo aver piú paura.

- Eppure hai veduto che per tre volte sono montatiall'assalto con gran coraggio.

- Per scappare dopo come sciacalli ai primi colpi dellemitragliatrici. Non siamo che in centoe non abbiamo perduto finora che seiuominimentre il rajah ha cinquemila cadaveri nei suoi campi. Tuttaviaprendiamo le nostre precauzioni. Non ci lasciamo sorprendere.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . .

Da quando YanezSandokanTremal-Naik coi loro valorosidayaki e malesi avevano lasciate le grandi cloache per rifugiarsi su quellacollina isolatache sorgeva proprio di fronte alle rovine della capitaleicombattimenti si erano seguiti ora di giorno ed ora di nottema le malfermebande del rajah non erano mai riuscite a spuntarla.

Avevano lasciato lungo gli sproni dell'altura centinaia diuominifulminati dalle mitragliatrici e dal fuoco serrato delle carabinee oraimmense turbe di marabú e di aiutanti li stavano spolpando.

Il rajah si era provato a mettere in batteria unamezza dozzina di vecchi cannonima i rajaputii soli che avrebberosaputo servirseneerano stati pei primi colpiti dal colerae dopo pochi colpisenza nessun risultatole grosse bocche erano tornate mutepoiché ne i pariané i fakiriné i bramini s'intendevano di quelle armi cosígrosse.

Era molto se sapevano adoperare le carabine e spararle comecoscritti.

Nondimeno Sindhia non si era perduto di coraggioed avevaspinte colonne su colonne verso la collinaormai completamente difesa da grossialberi e da grosse stecconate che i pirati si erano affrettati ad abbattere.

Tutti gli sforzi del pazzo erano stati quindi assolutamentenulli e ci aveva rimesso ogni notte un bel numero di disgraziati paria edi fakiridecimati crudelmente dal fuoco regolare delle tigri dellaMalesia e dalle mitragliatrici.

Durante quei sette giorni d'assedio il valoroso drappello nonaveva sofferto né la fame né la setepoiché i cavalli abbondavano e vi eranoancora degli elefanti. Chi per primo si era lamentato della lunghezza dellaguerra era stato il Maharajahperché era rimasto senza sigarette e nonsapeva adattarsi alla pipa.

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Sandokan ed i suoi amici seguirono cogli sguardi il braminoche aveva sempre dato loro preziose informazionipoi quando lo videroscomparire sotto l'altissima tenda di seta rossa del rajahsiripiegarono verso le trincee facendo mettere in batteria le mitragliatrici.

Erano sicurissimi di non passare la notte tranquilla e sipreparavano animosamente all'ultima prova in attesa dei montanari di Khampur:

- La tua corona dipende forse da questa notte - disseSandokan a Yanezil quale continuava a frugarsi le taschesempre collasperanza di scoprire una sigaretta.

- Lo temo anch'io; eppure non sono affatto spaventato. Queibanditi pidocchiosi non possono resistere cinque minuti al fuoco serrato. Ma cheSindhia tenti un gran colpone sono sicurissimo.

- E forse Khampur non è lontano!

- E con lui ci sarà puresperoKammamuri - disse ilvecchio cacciatore della Jungla nera.

- È un furbo che non si fa prendere facilmente - disseYanez. - Vale cinque uomini.

- E se lo avessero ucciso? Tu sai che il rajah hamandato dei cavalieri ad inseguire i nostri amici che si recavano verso lemontagne.

- Ha con sé il gigantesco rajaputoun altro uomo chene vale dieci per forzae poi Timul.

- Tuttavia non sono tranquilloYanez- disse Tremal-Naikla cui fronte si era oscurata.

In quel momento il cacciatore di topiinnalzato allacarica di gran cuocosi avvicinò ai tre capi annunciando loro che la cena erapronta.

Aveva fatto abbattere un elefante che stava per morire difamenon essendovi piú foglie né erbe sulla collinae ne aveva cucinato glizamponi e la tromba. Il medico olandese aveva preso parte allo squartamento delgigantesco animaleessendo anche un terribile chirurgo.

- Che i sahibs mi seguano - disse il cacciatore ditopi. - Il sole sta per tramontaree i bocconi scelti del pachidermasono fumanti. Ahche profumo!

Per i capiin mezzo alle trincee improvvisateera statainnalzata una spaziosa capanna ben riparata da ammassi di vecchie fogliecheormai i cavalli e gli elefanti non mangiavano piú.

Dinanzi alla porta quattro dayakisotto lasorveglianza del medico olandeseavevano già levato dai forni improvvisati ipezzi migliori del bestionee li avevano deposti sulle ultime foglie di bananoche erano riusciti ancora a scoprire nei dintorni della collina.

Un profumo squisito si espandeva intorno alla casacheparecchi malesi guardavano colle carabine a bandolieratemendo sempre qualchebrutta sorpresa da parte dei pariai quali si erano spinti piú voltefin lassú per tentare di distruggere le trincee.

Malgrado le loro preoccupazioniYanez ed i suoi compagnifecero onore ad un pezzo di proboscidelasciando agli altri i mostruosi piedibocconi altrettanto eccellentiinnaffiando la cena colla loro ultima bottigliadi whiskyche il medico olandese aveva serbata per le grandi occasioni.

Sandokan e Tremal-Naik avevano accese le loro pipementreYanez per la centesima volta si frugava le taschesempre colla speranza ditrovarci qualche sigarettaquando Sambigliongil vecchio capo dei malesientrò dicendo:

- Si vede nelle pianure d'oriente un fuoco che arde e nonpare si espanda. Si direbbe che è un faro.

- Dei fari nel mio Stato non ve ne sono mai stati - disseYanez. - Delle torri e delle pagodefinché vuoi: se ne trovano anche in mezzoalle piú selvagge jungle.

- Che sia qualche segnale? - disse Sandokan. - Andiamo avedereYanez. Io non sono affatto tranquillo ora.

- Un segnale fatto da chi? Ad oriente non vi devono essereguerrieri di Sindhia.

- Se fossero i montanari di Khampur...

- Vedremo - rispose Yanez con un sospiro. - Il fatto è chenoi passeremo certamente una pessima notte e che dovremo difenderci peggio delletigri.

- Tu non hai pensato agli altri tre elefanti che stanno pureper morire.

- Che cosa vuoi direSandokan?

- Che noi li getteremo addosso alle bande di Sindhia quandotenteranno di montare la cresta.

- Infatti io non avevo pensato a quelle povere bestie checontinuano a domandare dall'alba alla sera la colazioneil pranzo e la cena conbarriti che cominciano a diventare spaventevoli.

- Ed allora li sacrificheremo - disse Sandokan. - Sindhia neha degli altriquelli che prese a te con l'infame tradimento di quelle canagliedi rajaputi.

- Me ne ha portati via venti.

- Lo credono un pazzo! Io invece lo credo un uomo di guerracapace di tentare tutto. Ma non farà altra stradasperiamose i montanari ditua moglie giungono in tempo per liberarci da questo noioso assedio.

- Il farotorre o pagoda che siabrucia sempre - disse inquel momento Sambigliong rientrando. - Venite a vedere.

Tutti si alzarono prendendo le loro armi e le loro munizionicontando di portarsi agli avamposti per sorvegliare le mosse delle bande del rajah.

Il sole era tramontato da qualche oraed una fitta nebbia sistendeva nel cielo coprendo gli astri.

Giú nella pianuraverso i bastioni semisventrati dellacapitale incendiatabrillavano numerosi fuochi. Nei campi di Sindhia vegliavanoassiduamente quella notte.

- Dov'è questa pagoda che brucia? - chiese Yanez aSambigliong. - Io non vedo che i fuochi che illuminano i colerosi.

- Non guardare da quella parteAltezza- disse il vecchiomalese. - La fiamma misteriosa brilla laggiúverso le jungle pantanose.

- Non mi pare che sia una pagoda che arda - disse Sandokanil quale aveva fissato subito i suoi occhi potenti su quella specie di razzo chelanciava in cieload intervallimiriadi di scintille. - Io dico che si trattad'una torre.

- Allora fanno dei segnali a noi - disse Yanez.

- Quanto sarà lontano quel fuoco?

- Quindici o venti miglia per lo meno.

- Conosci quelle jungle?

- Vi ho cacciato molte volte e vi ho ammazzato delle tigricoll'aiuto dei miei sikkari.

- Hai veduto delle torri?

- Laggiú la vegetazione è cosí foltache non si potrebbescoprire nemmeno una grossa pagoda.

- Che sia Khampur che segnala il suo arrivo? - chieseTremal-Naik.

- Può darsi - rispose Yanez.

Non avrebbero potuto mai immaginarsi che dentro quella torreavevano dovuto rifugiarsi il prode maharatto ed i suoi compagniinseguiti dai cavalieri di Sindhia.

Aspettarono una buona orapoi quando quella luce si spensetornarono sollecitamente verso le trincee.

Il cacciatore di topi insieme ai capi malesi e dayaki avevaprese tutte le misure per rendere il campo inaccessibilealmeno per parecchieore.

I tre elefantiche barrivano sempre piú spaventosamenteeche ormai erano destinati a morire per mancanza di nutrimentoerano staticondotticon grandi fatichedai cornac verso lo sperone della collinae subito era stata accumulata dietro di loro della legna ben secca.

Si sa che tutti i pachidermi temono il fuocoe che quando selo vedono divampare alle spallenon esitano a precipitarsi senza badare alpericolo.

I dayaki ed i malesi intanto avevano rinforzate letrincee colle houdahossia con le casse che servono a portare iviaggiatori sul dorso dei gigantied avevano collocate le mitragliatrici neiluoghi piú opportuni per battere il nemicose si fosse deciso a montareall'assalto.

Nelle piccole e strette goleche conducevano verso la cimadella collinai guerrieri di Sindhia erano salitinon potendo girarel'ostacolo che dietro era tagliato quasi a piccoed i malesi ed i dayaki lesorvegliavano attentamentetenendosi ben nascosti fra le rocce e gli alberiprivi ormai di foglie.

YanezSandokan e Tremal-Naikdopo essersi ben assicuratiche i loro uomini erano a postoa piccoli gruppipronti a scatenare lemitragliatrici e le carabinesi erano nuovamente spinti verso l'estremitàdello speronescortati da una dozzina di malesi e da mezza dozzina di sikkari.

Erano piú che certi di dover subire un nuovo assalto e piúdisperato degli altri. Kiltaril bravo bramino sempre riconoscenteavevaparlato abbastanza per farlo supporre.

D'altronde il rajah non poteva aspettare i cavalieridella montagnai quali potevano giungere da un momento all'altro ed attaccarloferocemente. La sua salvezza stava solo nella cattura del Maharajahpoichéavrebbe poi potuto trattare colla rhani.

- Sarà una notte pesante - disse Sandokanil quale scrutavaattentamente i campi del rajahche piú nessun falò illuminava.

- Tuche hai gli occhi migliori di noili vedi muoversi? -chiese Yanezil quale tormentava il grilletto della carabina.

- Non li vedoma invece li odo - rispose il famoso pirata. -Devono essere già in marcia.

- Quanti saranno?

- Il colera ne avrà spazzati via molti ed immobilizzatimolti altri; ma Sindhia è sempre il piú fortee se invece di ubriacarsiavesse rovesciato fin da principio tutti i suoi uomini contro di noi con grandeslancionon so se saremmo ancora liberi.

- È un pessimo condottiero di truppe - disse Yanez. - E poii paria ed i fakiri non possono resistere al fuoco. Lo hai giàveduto.

- E soprattutto delle mitragliatrici hanno paura. Ho avutouna buona idea a portare da Mompracem queste armi niente ingombranti che possonotalvolta gareggiare colle artiglierie di questi paesi.

- Ritorniamo - disse Tremal-Naikil quale aveva raggiuntol'estremo limite dello sperone. - I banditi hanno levato i campi e si avvicinanoa noi in fitte masseintroducendosi nelle piccole gole.

In quel momento un lampo ruppe le nebbie che si abbassavanocontinuamente sulla città distruttaed una fragorosa detonazione echeggiò.

- Per Giove! - esclamò Yanezil quale aveva ripreso il suosolito buon umore. - Sindhia ci saluta a colpi di cannone. Si vede che non tuttii miei rajaputi traditori sono morti di colera.

- Hanno sparato da un bastione della città - disseTremal-Naik.

- Hai udito il rombo della pallatu?

- Io noYanez.

- Allora gli uomini che servono quel pezzo devono essere alleprese coi crampi e coi vomiti. Forse si saranno perfino dimenticati di mettercidentro il proiettile.

- Ma non se ne sono dimenticati i pariai fakiri edi braminiquantunque siano dei pessimi tiratori.

- Capaci di fucilarsi fra di loro - disse Yanez ridendo. -Non s'improvvisa un esercito atto a combattere.

- In ritirata! - gridò Tremal-Naik.

Tutta la pianura era solcata da lampie gli spari sisuccedevano agli spari. Sindhia spingeva energicamente i suoi uominirisoluto acatturare il Maharajah suo rivale prima che ricevesse in tempo deisoccorsi.

Le palle fioccavano sulla cima dello sperone e dentro leprofonde golema non vi era pericolo che facessero dei danni.

I malesi ed i dayakiappoggiati dagli sikkarisierano subito spiegatiappena avevano veduto ritornare i loro capi.

- Dobbiamo rispondere? - chiese il vecchio Sambigliongaccostandosi a Yanezil quale stava facendo accendere i fuochi dietro ai treelefanti.

- E senza ritardo - rispose il Maharajah. - Vuoiaspettare che siano sullo sperone? Quanti colpi hanno ancora da sparare lemitragliatrici?

- Cinquemila almenoAltezza.

- Credo che basteranno per quei pessimi soldati.

Poi alzando la voce gridò:

- Non vi trattengo piú! Bruciate polvere piú che potete ebadate soprattutto di colpire. In questo momento si giuoca la mia corona.

Un grande urlo rispose:

- Viva il Maharajah! Morte a Sindhia!

Poi le mitragliatrici e le carabine cominciarono a tonare conun crescendo spaventosoinfilando le gole già occupate rapidamente dagliassedianti.

- Che cosa ti dice il tuo cuore? - chiese Sandokan a Yanezil quale pareva che avesse perduto il suo solito buon umore. - Che verrai con meal Borneodove posso dare a tea tua moglie e a tuo figlio un regnoo che lacorona dell'Assam ti rimarrà ancora in capo?

- Sarà un po' pesante questa coronama il mio cuore ètranquillo. Fuggire dinanzi a questi indianicome un brigante venutod'oltremare in cerca di rupiemai! Noi abbiamo ammassato abbastanza fortune inMalesia; è veroSandokan?

- Saccaroa! Tengo ancora a tua disposizione cinquemilioni di fiorini che ti spettano e che ho fatto fruttare favolosamente nelsultanato del Borneo. Sai che quel caro Sultano è sempre a secco di moneta?...Hai ragione. Uomini come noi non si fanno ammazzare; vincono semprefacendosventolare la rossa bandiera che per tanti anni ci ha protetti.

- Ed intantomentre tu parli di fioriniqui il piombo cadein abbondanza. Sindhia vuol darmi un'ultima battaglia prima che giungano imontanari.

Ed il piombo cadeva davvero fitto fitto sull'accampamento deicento uominicrivellando di quando in quando i poveri elefanti che si trovavanocompletamente esposti.

I malesi ed i dayaki per altro non mancavano di fartuonare le mitragliatrici e le carabineatterrando dentro le gole grandi massedi nemici.

Altri pariaaltri fakirialtri braminicomeinvasati dal demonio della guerrasi succedevano senza treguariempiendo ivuoti e spingendosi risolutamente sotto la mitraglia.

Sparavano a casaccio poiché erano pessimi tiratorima purefacevano paura.

Guai se fossero riusciti a forzare le tre piccole gole emontare sullo sperone della collina! I cento uomini di Yanez correvano ilpericolo di venire spazzati via o precipitati nel burrone che si apriva dietrodi loro.

Era già mezzanottee la battaglia infuriava sempre. Lemasse facevano delle brevi soste sotto le scariche delle mitragliatricima poiriprendevano la marcia mandando urli selvaggi e sprecando polvere.

A poco a poco stavano per sbucare dalle tre gole.

Sandokanche fino allora aveva maneggiato una delle quattromitragliatrici colpendo in pieno gli assalitorilasciò il posto a Sambiglionge si avvicinò a Yanezil quale alla testa di cinquanta uomini si preparava atentare un disperato contrattacco.

- Che cosa faifratello? - gli chiese. - Vuoi fartifucilare? Non impegnarti nelle gole. Il nostro posto è quassú.

- Ma salgono continuamentequantunque debbano aver subitodelle perdite crudeli. Non credevo che quei banditi fossero capaci d'un similesforzo.

- È questo il momento per giocare la nostra ultima cartaYanez- disse la Tigre della Malesia. - Gli elefanti sono crivellati diproiettili e cercano di fuggireora che il fuoco divampa dietro di loro.Lanciamolie se non basterannorovesceremo nella gola anche tutta la nostracavalleria.

- Potranno i cornac farsi ancora obbedire?

- Speriamolo. Affrettiamoci: abbiamo già perduto dodiciuomini.

- Un bel vuoto per una colonna cosí minuscola! - risposeYanez. - Un paio d'ore ancora di questo fuoco infernalesia pure senza nessunamirae noi tutti saremo morti. E Khampur non giunge!...

- Giungerà quando meno te lo aspetteraifratellino. Orsúscagliamo gli elefanti dentro le gole. Faranno una bella strage.

L'ordine era stato rapidamente dato. I cornac nonpotevano piú trattenere i tre bestioni che il fuocoacceso dietro di lorospaventavae che colavano sangue da numerose feritepoiché alcune palle eranoarrivate anche sulla cima della collina.

- Potete lanciarli? - chiese ai conduttori il Maharajah.

- Hanno troppa paura del fuoco e preferiscono affrontare lecarabine dei pariaAltezza- rispose un cornac.

- Ormai sono quasi moribondima qualche cosa faranno ancoraquando si troveranno stretti fra le bande di Sindhia.

I tre bestioniche barrivano sempre piú spaventosamente eche non obbedivano quasi piú ai loro conduttorifurono spinti verso le tregoletempestati da una pioggia di tizzoni ardenti.

- Via! - gridò Sandokanriprendendo il suo posto dietro lamitragliatrice. - Lanciate!

I tre pachidermi tentarono dapprima di retrocederemavedendo i falò bruciare in gran numerospaventati anche dalle grida feroci deidayaki e dei malesipresi quasi da improvvisa pazziasi precipitarono ognunoin una golaagitando furiosamente le possenti proboscidi.

- Vediamo - disse Sandokan. - Se questo tentativo non riescead arrestare quelle canaglienon ci resta che arrenderci. Abbiamo il burronedietro di noiche i cavalli non potrebbero mai saltare.

In quel momento urli spaventevoli dominati da barriti nonmeno spaventevolisi alzarono entro le tre gole ormai piene di cadaveri.

L'urto dei tre bestioni colla gente di Sindhia era avvenuto.

- Come gridano i fakiri! - disse Sandokanilquale aveva ripreso il suo posto dietro alla mitragliatrice. - Si prendonocertamente dei buoni colpi di tromba.

Poi alzando la voce gridò:

- Sutigri della Malesiauno sforzo ed avremo vinto per laseconda volta quel pazzo! Accelerate il fuoco e tenetevi dietro le trincee.

E ricominciò a scagliare torrenti di proiettiliimitato daYanezda Sambigliong e dal dottore olandeseche erano i soli a maneggiare queiterribili strumenti di guerra.

 

 

CAPITOLO XX

 

LA MORTE DEL «RAJAH»

 

L'incontro fra i tre elefantidiscesi a gran corsa per letre diverse vallettee gli uomini di Sindhia era stato spaventoso.

I poveri animali in cento parti ferititutti grondantisanguesi erano scagliati con furia terribile agitando le trombe.

Gli assalitori chiusi nelle vallettesospinti da quelli chevenivano dietro a migliaia e migliaia(poiché il rajah aveva impegnatotutta la sua riserva composta quasi esclusivamente di fakiripessimicombattenticome abbiamo dettoma sprezzanti assolutamente la vita)avevanoricevuto un urto terribile.

Spaventati dalle furie dei tre pachidermiche non eranoriusciti a calmare colle carabinesi erano schiacciati per modo di dire controle pareti rocciose delle tre vallie si lasciavano uccidere senza nemmeno piúdifendersi.

D'altronde le mitragliatrici continuavano a tonareecadaveri su cadaveri si accumulavano.

- Saccaroa! - esclamò Sandokan. - Non speravotanto da questi animali completamente sfiniti dalla fame. Come lavorano!Fracassano teste e resistono ancora! Che colpi! Sembra che centinaia di zucche odi durion si cozzino. VediYanez? L'assalto è stato arrestato.

- Fino a quando? - chiese il portogheseil quale si trovavaa poca distanza dal terribile piratadietro una trinceaseduto dietro la suamitragliatrice.

- Resisteranno finché potranno quei bravi animali. Non ho lapretesa che spazzino via i quindicimila banditi di Sindhia.

- Fra pochi minuti quelle povere bestie saranno a terra. Odicome barriscono raucamente? Son certo che soffiano già sangue dalle loroproboscidi.

- E noi lanceremo ora tutti i nostri cavalli che faremolegare sei per sei. Anche quelle bestie ormai a noi non occorrono piú; e poisono sfinite.

- Bell'idea! - disse il Maharajah. - Una caricadi cento cavalli è sempre impressionantee noi li renderemo furiosi empiendole loro orecchie di cenere calda. Vedrai come fileranno: nessuno li arresterà.

- Mentre io mi occupo delle mitragliatricitu fai prepararei cavalli. SbrigatiYanez: i nostri elefanti sono spacciati.

Infatti i tre giganteschi pachidermidopo avere rovesciatocentinaia di assalitori e averne ammazzati non poche dozzine a gran colpi diproboscidenon resistevano piú.

Un fuoco infernale li colpiva proprio di fronteaumentandole loro ferite già numerose. Se la prima linea dei fakiri e dei pariaaveva ceduto sotto il brutale assalto ed era andata a rotolicercando disalvarsi su per le roccele altre che si avanzavano sempre fittissimesparavano furiosamenteempiendo le tre vallette di nuvole di fumo pesante.

- È finita - disse ad un tratto Sandokanil qualecominciava assai a preoccuparsi di quel formidabile assaltoche solamente imontanari di Khampur avrebbero potuto arrestare. - Povere bestie!

I tre pachidermi erano cadutiuno dopo l'altroingombrandocoi loro corpacci il passaggio delle vallette. Dovevano averne del piombo nelcorpo!

Gli assalitori delle prime fileche si erano messi in salvosulle roccevedendo i tre pericolosi avversari cadere per non piú rialzarsierano scesi ed avevano ripresa la marciacerti ormai di riuscire a conquistarelo sperone che era la chiave della collina.

Intanto Yanez aveva chiamato a raccolta tutti gli uominidisponibilied aveva fatto legare i cavalli con delle corde in tanti gruppi disei ciascuno.

Le povere bestiequasi fossero presaghe della loro strageavevano tentato di ribellarsisicché perfino i malesiche combattevano dietrole trincee a fianco delle mitragliatriciavevano dovuto lasciare per un momentole carabine e aiutare i dayaki e gli sikkari.

- Presto! Presto! - gridava Sandokanil quale non riuscivapiú a trattenere gli assalitori che si spingevano furiosamente in avantiscalando i corpacci inanimati e sanguinanti dei pachidermi. - Fra pochi minutisaranno sullo speroneed allora non so che cosa succederà!...

I cento cavallidivisi come abbiamo dettofurono spinti congrandi grida e legnate verso l'imboccatura delle vallette. Colà altri uomini liattendevano per empire le loro orecchie di cenere caldaoperazione un po'difficilema che pure fu condotta a fine rapidamente.

Resi come pazzii poveri animali che si sentivanoperseguitati dai loro antichi padronisi lanciarono a corsa sfrenata giú perle valletteaffrontando risolutamente il fuoco dei paria e dei fakiri.

- Qualche cosa faranno anche questi - disse Sandokan a Yanez.- Ritarderanno almeno l'assalto di qualche poco.

- E Khampur non si vede!... - rispose il portoghesela cuifronte si era assai offuscata. - Che questa volta debba proprio perdere lacorona ed anche la rhani?

- Quei montanari dovrebbero essere già qui. Che Kiltar ciabbia ingannati?

- Non credo. Quel brav'uomo ci ha dato troppe prove diamicizia.

- Ahpoveri cavalli! Sututti alle carabinetigrotti dellaMalesia! Fra poco qui farà ben caldoe molti di noi cadranno.

Le mitragliatrici avevano ricominciato a funzionareappoggiate da fitte scariche di fucileria che battevano le tre vallette.

I cento cavalli intanto si erano scagliati furiosamentecontro gli assalitorirovesciandoli e calpestandolima non avevano laresistenza dei pachidermi. Cadevano a gruppifucilati quasi a bruciapeloodorrendamente feriti dalle larghe lance dei fakiri.

Non erano trascorsi dieci minutiche piú nessuno nerimaneva in piedi. Ma le genti di Sindhia si trovavano ora assai imbarazzate adaprirsi il passo fra quel carnaio che si stendeva in tutte le tre gole.

Vi erano elefantivi erano centinaia di cadaveri umanisventrati dal fuoco terribile delle mitragliatricie cavalli caduti a gruppi eancora trattenuti dalle corde.

Tuttavia gli assalitoriresi furiosi dalle grosse perditesubiteed aizzati dalle grida terribili dei bramininon cessavano di avanzaredesiderosi di spazzar via quel gruppo d'uomini che resisteva cosí tenacementedietro le loro trincee.

Si erano già radunati all'estremità delle vallette ecominciavano a dare l'attacco allo sperone.

Sandokan si era alzatolasciando per un momento lamitragliatrice. Incrociò le braccia sul petto e guardando Yanezgli disse:

- Se fra mezz'ora i tuoi montanari non saranno quinoisaremo tutti morti. Non credevo che quei paria e quei fakiri avesserotanta resistenza e tanto coraggio; eppure hanno i bacilli del colera sotto leloro brune pelli. Vuoi che tentiamo una carica disperata?

- Un contro attacco?

- Lanciamo i dayaki coi kampilangs in pugno edi malesi dietro colle carabine.

- Brutta carta! - disse il Maharajah. - Appenasaranno sullo speroneverranno tutti fulminati. Almeno qui abbiamo ancora delledifese.

- Che dureranno ben poco - rispose la Tigre della Malesiariprendendo il suo posto. - Quei selvaggi rovesceranno tuttose riusciranno agiungere fino a noied allora...

- Taci! Ho udito verso la junglasulla grande via checonduce alle montagneuna scarica di fucili.

- Che siano i montanari di Khampur?

- Lo spero - rispose il portogheseil cui viso si erarasserenato. - Vengono! vengono! Io li odo già galoppare.

- Anch'io - disse la Tigre. - Giungeranno in buon punto persalvare la tua corona e la pelle di tutti i tigrotti che ho portati dallalontana Malesia. Suconsumiamo tutte le munizioni e tentiamo di trattenere queirettili finché giungano i salvatori.

Mitragliatrici e carabine avevano ripresa la loro musicainfernale. Le palle spazzavano lo sperone che ormai i paria avevanoconquistatoabbattendo gran numero di nemici.

Come si satutti gli uomini che Sandokan aveva condotti consé erano tiratori di prima forzai quali difficilmente mancavano il colpo; glisikkari di Yanezvecchi cacciatorinon valevano meno.

Già le prime colonnesfidando imperterrite il fuocoinfernale che faceva dei grandi vuotistavano per lanciarsi all'assalto dellacollinaquando furono veduti arrestarsipoi ricalare attraverso le valletteper rifugiarsi negli accampamenti e tentare di salvare il loro signore.

Scariche formidabili echeggiavano sull'ultimo tratto di viache conduceva dalla capitale alle montagneaccompagnate da urli assordanti.

- Largo alla rhani! Viva il Maharajah!

I quindicimila cavalieri di Khampur si erano lanciatiall'attacco dei tre campi di Sindhiafugandone rapidamente i difensori ogettandoli a terra a colpi di scimitarra.

I paria ed i fakiriche si trovavano sullosperone della collinasi erano spinti animosamente incontro ai cavalieriperseguitati dai tigrotti di Mompracemi quali consumavano le loro ultimecariche senza piú contarle.

YanezTremal-Naik e Sandokan lasciarono le mitragliatricidiventate in quel momento troppo pericolose per i montanari che combattevano eche si potevano trovare sulla linea dei tirie si precipitarono anche loroattraverso una delle valli per appoggiare i loro amici.

Nei tre campi di Sindhia si combatteva ferocementema ormaitutto era inutile per le genti del rajahgià demoralizzate dal primocombattimento che aveva fatto dei grandi vuoti.

Tentavano qua e là di raccogliersi condotti dai braminiiquali mostravano un coraggio piú che straordinarioma andavano subito acatafascio sotto gli assalti sempre piú impetuosi dei montanari.

La lotta si era concentrata intorno alla grande tenda del rajahche tre o quattromila fakiridecisi a farsi scannare pur di salvareil loro signorecercavano ancora di difendere.

I paria invece erano stati i primi a scapparesenzanemmeno occuparsi dei colerosi che giacevano in grandissimo numero sotto letende.

L'esercito si sfasciava rapidamentemalgrado gli sforzidisperati dei braminiche incoraggiavano con altissime grida i combattenti.

Dopo tre o quattro caricheKhampurKammamuriTimulil gurúe la rhanispazzati via anche i fakiripiombarono dentro lagrande tenda del rajahseguiti da una forte scorta.

Gli altri davano la caccia ai fuggiaschi per impedire loro diraccogliersie li inseguivano fin sotto le boscaglie.

Il rajahsorpreso dalla rapidità dell'attaccononaveva avuto il tempo di fuggire. Forse aveva contato troppo sulle sue banderaccogliticceche non potevano avere molta consistenza.

Era rimasto solo con Kiltare impugnava due lunghe pistoletenendosi sotto la grande lampada d'argento.

- Indietro! - gridò vedendo Khampur e gli altri irromperenella vasta tenda. - Io sono il rajah dell'Assam e voi siete ancora mieisudditi! Indietromiserabili! Voi non avete il diritto di porre le vostre manisulla mia persona che è di sangue principesco!

- Noi siamo venuti qui per arrestartiAltezza- disseKhampur. - Ne abbiamo avuto l'ordine.

- Da chi?

- Dalla rhani.

- Tu scherzi! Quella donna non oserebbe tanto contro di meora che il Maharajah è stato ucciso dai miei prodi sulla cima dellacollina.

- Ahcanaglia! - gridò una voce. - Anche questo inventi perspaventare mia moglie? Guardami! Sono piú vivo di prima.

Era Yanez che cosí aveva parlato e che era giunto proprio inbuon punto. Sandokan e Tremal-Naik l'avevano seguitoaprendosi impetuosamenteil passo fra i montanari che ingombravano la tendae che per tema di qualchetradimento si erano stretti intorno alla rhani.

Il rajahvedendo Yanezdigrignò i denti come unosciacallo arrabbiatoe fece cinque o sei passi indietro impugnando sempre lepistole.

- Arrenditi! - gridò il portoghese. - Ormai tutto il tuoesercito è sfumatoe tu non hai piú fondi per assoldare altra gente.

- Arrendermi? - esclamò il rajah con voce cupa. - Eche cosa farai tu di me?

- Ti rimanderemo a Calcutta! - gridò una voce femminiledall'accento metallico.

- Surama! - gridò Yanez.

- Sísono iosposo diletto.

- E nostro figlio?

- È al sicuro sulla montagna.

- Lo rimanderemo a Calcutta quest'uomoo lo imbarcheremo perla Malesia insieme con Sandokan e con le tigri di Mompracem. Cosí non ciseccherà piú.

Sindhia proruppe in una gran risata.

- Ah- disse poi - voi volete ricacciarmi fra i pazzi epensate ora di portarmi via dall'India per condurmi in quel paese di barbari?Sindhiarajah dell'Assammorrà all'ombra delle pagode e si faràseppellire in terra sacra.

- Noi ti costringeremo ad imbarcarti - disse Yanez. - Siamodecisi.

- Io ti dicoprincipe biancoche non lascerò questo paese.

- Ti metteremo su uno degli elefanti che mi hai carpitiinsieme ai miei rajaputi.

- La guerra è la guerra - rispose Sindhia.

Fece altri cinque passi indietro e disse a Kiltarche erastato il solo a rimanere di tutti i suoi combattenti:

- Dammi un bicchiere di gin o di brandy. Ho sete.

- Non vi sono piú tazzeAltezza- rispose il bramino. -Nella lotta sono state tutte fracassate.

- Ma vi è una bottiglia in quell'angolo e che deve esserestata appena sturata. Dammi da bere: io brucio.

Kiltar interrogò cogli occhi Yanezed invece di obbedire sislanciò dietro le file dei montanari e dei malesi.

- Ahanche tu mi tradisci! - urlo il pazzo. - Non sono piúnulla dunque io qui? Non ho nemmeno un servo che mi dia da bere?

Poicon uno scatto selvaggio si precipitò verso labottiglia che doveva contenere ancora un paio di quinti di gin e la vuotò d'unfiatoprima che Khampurche era il piú vicinoavesse potuto impedirglielo.

Allora puntò le due pistole gridando con voce terribile:

- Qui morranno il Maharajah ed anche il rajah.

Due colpi di fuoco echeggiarono.

Il pazzo aveva sparato contro Yanez e l'aveva mancato. Le suemani ormai tremanti non gli permettevano piú di servirsi di quelle splendidearmi.

Quando la nuvola di fumo si diradòed i montanari furiosisi lanciavano innanzi colle scimitarre in pugnorimbombarono due altredetonazioni.

Il rajahcome il crudele Teodoro imperatoredell'Abissiniasi era sparato in bocca facendosi saltare le cervella.

- Disgraziato! - gridò la rhani.

Sandokan e Yanez si erano precipitati sul corpo del rajahil quale era caduto su uno splendido tappeto di Persia.

Il viso era tutto sfracellatogli occhi erano statistrappati e dagli orecchi gli uscivano dei pezzi di materia cerebrale.

- Al suo posto anch'io avrei fatto altrettanto - disse laTigre della Malesia.

- Eppure avrebbe potuto vivere ancora felice - disse Yanezcon voce triste.

Kiltar era accorso portando uno scialle del Cachemire chegettò sul corpo del suo padrone.

- Usciamo - disse Yanezprendendo sotto braccio la rhani.- Qui non abbiamo piú nulla da fare.

- E per poco non ti assassinava - disse Suramala quale erain preda ad una violenta emozione.

- Andiamo - disse Sandokan. - Qui regna il colera: nondimenticatelo. Ritorniamo sulla nostra salubre collina. È vero che abbiamo ilmedico olandesema non so se potrebbe da solo curare migliaia di ammalati.

- E nemmeno la nostra collina potrebbe bastare a raccoglieretutti noi - disse Yanez. - Lasceremo qui un migliaio di uominima noiora chepiú nessun pericolo ci minacciaraggiungeremo subito Jaintapru che contacentomila abitantii quali non si sono mossi né alle richieste né alleminacce di Sindhia. Qui ormai tutto è infetto. Muoiono ed imputridisconocavallielefanti e centinaia di uomini.

- Sarà quella la tua nuova capitale?

- Chi lo sa?

Dei barriti assordanti giunsero in quel momento ai loroorecchi.

Kammamuriaiutato dai cornacaveva scovato i ventielefanti che il rajah aveva fatti nascondere dentro una folta foresta.

I colossali animali ben pasciuti non domandavano altro che difare una lunga passeggiata.

- Partiamo - disse Yanezaiutando la rhani a saliresull'elefante piú gigantescoche era stato completamente bardato. - Col fuocoe colle palle scherzoma col colerano.

Un quarto d'ora dopo un'imponente carovana lasciava lacapitale distruttache per il momento non poteva piú serviremuovendo versoJaintapru. Si componeva di venti elefanti e di quattordicimila cavalieri.

Mille uomini erano stati lasciati nei campi di Sindhia perseppellire i cadaveri e curare i colerosiche erano in buon numeroe gemevanosotto le tende. Il dottore olandese aveva preso il comando di quei valorosicheavrebbero potuto fuggire subito e andare a respirare dell'aria pura.

Fortunatamente vi era la collinacapace di accampare unpiccolo esercito.

Due giorni dopo la rhani e Yanez entravano inJaintapru salutati dal popolo festanteil quale aveva troppo temuto che ilcrudele Sindhia si fosse ancora assiso sull'impero dell'Assam.

Kiltarincaricato di seppellire il suicida in uno deimausolei della vecchia capitale sfuggito al fuocoli aveva subito raggiunti.

- Quali nuove dunque? - gli chiese subito Yanezil qualefinalmente poteva fumare sigarette a volontà.

- L'esercito del rajah si è squagliato e deve avergià attraversata la frontiera del Bengala. Non torneranno piú indietroorache non hanno un uomo che li guidi.

- Ed il colera?

- Quel tobib è straordinarioAltezza. Gli ammalaticominciano a migliorare.

- E tu non avrai indosso i germi della terribile epidemiaspero.

- NoAltezzapoiché mi sono prima accuratamentedisinfettato.

- Allora puoi far parte della nostra piccola corte. Sappi chela rhani ti ha nominato ministro della guerra. Tu meritavi questaricompensa.

Per due mesi Yanezsua moglie e Sandokancon Tremal-Naik eKammamurisi fermarono nella cittàpoicessata l'epidemiafecero ritorno aGauhati per riedificare la capitale.

Già migliaia e migliaia di abitanti erano tornati e si eranomessi alacremente al lavoro aiutati da mille montanari che non avevano piúcolerosi da curare.

- Che sia questa l'ultima volta che tu mi fai venire daMompracem? - chiese la Tigre un bel mattino a Yanezmentre venivano bardatiquattro elefanti e armati di mitragliatrici.

- Il greco lo uccidemmo sul lago del Kini Balú; Sindhia siè ammazzato. Io spero ora di regnare finalmente tranquillo e di potermidedicare tutto a mio figlio.

- Ricordatifratellinoche io son sempre pronto. Questecorse mi piacciono. Ormai a Mompracem non si combatte piúed i miei tigrottiingrassano enormemente.

Si abbracciarono come se fossero due veri fratellibaciandosi piú volte sulle gotepoi Sandokandopo aver salutata la rhani cheteneva in braccio il piccolo Soarezmontò sul primo elefante col medicoolandese.

Tre altri li seguivano colle houdah piene di genterisoluta: erano i malesi ed i dayakigente che non aveva pauracertamente né dei paria né dei fakiri.

Tre settimane dopo un dispaccio giungeva a Yanez. Annunciavache la traversata era stata felice e che Sandokan aveva ritrovata la sua amicaolandese piú bella che mai.

Un anno dopo Gauhati era risorta piú splendida di prima.