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Carlo Pisacane
La rivoluzione




CAPITOLO PRIMO

I. Ragionamento sul progresso. - II. Riscontro con la storia. - III. Tendenza della società moderna. - IV. Religione.



I. La parola progresso suona nella bocca degli uomini d'ogni condizioned'ogni partitoma è da pochissimianzi quasi da nessuno compresa. I sorprendenti trovati della scienza cheapplicati all'industriaal commercioal vivere in generaletrasformano in mille guise i prodottisono fatti innegabili: noi vediamoove erano gruppi di capannesorgere superbe città; campi aspri e selvaggi squarciati dall'aratroe resi fecondi; selvemontimarisuperati; rozzi velli trasformati in finissime stoffe; le intemperie vinte con l'arte; le tenebre cacciate da fulgidissima luce; il navigar contro i venti; il percorrere con portentosa celerità sterminate distanze; finanche il fulmine reso rapido messaggiero dell'uomo; l'immensità dei cielile viscere della terra esplorate; gli astrigli animalii vegetabilii mineralitutti studiaticlassificatimisurati... Se questo è il progressoniuno può negarlo o non comprenderlo.
Ma cotesto accrescimento continuo del prodotto e dell'umano saperespande egualmente la prosperità su tutti? Suscita nell'uomo il sentimento del proprio dirittodella dignità? Garantisce la libertàgarentisce il popolo dall'usurpazione di pochirende forse impossibilesotto ogni formala schiavitúed assicura l'indipendenza dell'uomo dall'uomoo almeno ne libra su giusta lance le correlazioni? Ognuno che vuol manifestare francamente la propria opinioneognuno che studia la storiache osserva il presenterisponderà: nol'apogeo della civiltà romanail secolo d'Augusto fu il perigeo della libertà; i rozzi italiani dell'XI secolo erano liberie vilissimi piaggiatori quelli del civilissimo secolo di Lorenzo De' Medici; i Francesi dello splendido secolo di Luigi XIV non furono che spregevoli cortigiani. Ove riscontrasiadunqueil continuato miglioramento dell'umane condizioni?
Quale sarebbe il tipo ideale d'una società perfetta? Quella in cui ognuno fosse nel pieno godimento de' proprî dirittiche potesse raggiungere il massimo sviluppo di cui sono suscettibili le proprie facoltà fisiche e moralie giovarsi di esse senza la necessitào d'umiliarsi innanzi al suo simile o di sopraffarlo: quella societàinsommain cui la libertà non turbasse l'eguaglianza; quella in cui in ogni uomo il sentimento fosse d'accordo con la ragionee che niuno fosse mai costretto di operare contro i dettati di questao soffocare gli impulsi di quello. In tal caso l'uomo manifesterebbe la vita in tutta la sua pienezzae però potrebbe dirsi perfetto. Ma chi trovasi piú lontano da questo idealeil mercante e il dottrinario modernoo il cittadino romanoil grecoe lo stesso italiano del XI secolo? La risposta non è dubbiae facendo paragone del presente col passatosaremmo indotti a credere che i miracoli del vantato progresso nascondano il continuo peggioramento del genere umano.
Libera la mente da idee preconcette o da sistemifaremo ricerca di questa legge del progresso e del modo come essa opera.
Tutti i filosofi del mondoda Platone ad Hegelsi accordano nel riconoscere l'esistenza di una legge che chiamano ideasostanzalogica ecc.che regoli le condizioni e le relazioni degli uomini. Stabilito un tal principiosvolgono i loro ragionamentima le conseguenze non sono d'accordo come il principio d'onde prendono le mosseimperò quel primo concettotutto astrattoè creato dal pensiero indipendentemente da' fatti: ma una tale astrazione non dura che un istantela realtà riprende il suo imperioe la ragione non può che serpeggiare attraverso i fattie quindi le conclusioni a cui ognuno di essi giungesi adattano alle condizioni di quei popoli fra i quali vissero. Platone ed Aristotile sacrificano l'uomo alla grandezza dello Statoperché tali erano le greche costituzioni. Locke riconosce la sovranità della nazione sul monarcaperché scriveva all'epoca de' rivolgimenti dell'Inghilterrae per esso la nazione è quale era l'inglesecol parlamentocoi grandicoi pubblici funzionarî. I filosofi francesiper controche scrivevano sotto l'impulso del bisogno di abbattere ogni privilegioriconoscono il dirittola sovranità del popolo nel puro senso democratico. Kantcomecché razionalistama era un Inglese [sic] che scriveva nel '97; quindi afferma che il popolo francese non aveva il diritto di giudicare e condannare il suo re. Dopo la rivoluzione del '93 le condizioni del popolo son cangiatee con esse cangiano le idee surte dai nuovi mali: è la miseria crescente che chiama a sé l'animo dei pensatoriquindi essi non sacrificano piú l'individuo allo Statoma al diritto d'ognuno vogliono che s'adatti la costituzione di questoe mirano all'umana prosperitàdi quindi l'idea del convitto umanodel socialismotravisato nell'applicazione alla ricerca dei godimenti materiali.
Nella guisa stessaper la stessa ragionenel XVI secolo la vita politica essendo muta in Italiala filosofia è costretta a rimanersi nell'astrazionee si manifesta nel razionalismo di Brunoche Vico e Campanella avvicinano alla realtàperché cominciasi a sentire il bisogno d'un'esistenza politicae quando questo bisogno manifestasi nell'azionela realtà è raggiunta da Mario Paganosvolta da Filangierida Romagnosiin tutti i rami della vita d'un popolo. Oggi finalmente nella dotta e pacifica Germaniain cui l'azione ha pochissimo imperio sul pensierorivive con forme anche piú astratte il razionalismo di Bruno; e mentre cercasi finanche negare la realtàprocedesi cosí servilmente sotto l'imperio di essache deducesi dai ragionamenti come il costituzionalismo sia l'ideale dello Stato perfetto. Dunquedal principio del mondoil pensiero umano non ha potuto mai procedere nelle sue ricerche indipendente dalla realtàa pena discende all'applicazione delle ideeesse si adattano ai fattie non mai i fatti procedono da esse. Ciò basta per dimostrare ad evidenzaquanto sia assurdo il concetto che le rivoluzionii mutamenti negli ordini sociali si facciano prima nel pensiero e poi nella realtà; essi sono conseguenza delle condizioni e relazioni degli uomini; e cominciano a manifestarsi con l'idea quando già sono latenti nella società; dalla manifestazione procedesi all'attuazionee spesso questa avviene senza di quella; nella guisa stessa che nell'uomo si manifesta un bisognopoi un'ideapoi l'azionee spesso l'azione segue immediatamente il bisogno senza manifestarsi o maturarsi nel pensiero. Quindi la filosofia è quella che esaminacompararagiona sulle condizionisui rapporti socialionde discernere ciò che si nasconde sotto l'apparente calmatrae in lucepresenta in concetti chiari e distinti quello che vagamenteed universalmente è sentito. La società ammira le astrazioni del pensierocome i giuochi dei saltatori di cordama non apprende nulla da quelle che possa migliorare le sue condizioni; come niuno impara meglio a camminare osservando le sorprendenti prove d'equilibrio di questile une e gli altri non sono che passatempi. La filosofia veramente razionaleovvero la scienza che merita il nome di filosofiaè quella cominciata in Italia con Bernardino Telesioe seguita da tutti i sommi Italiani sino al Romagnosiche gli diede il piú vasto sviluppo; secondo i dettati di questa scienza noi seguiremo le nostre ricerche.
Io mi scorgo parte dell'universopensoma penso ciò che èil reale; non si produce nella mia immaginazione nulla che non esistao che non risulti da ciò che esiste. Ho un'idea chiara e distintasenza conoscerne l'essenzadella materiadel motodelle sue proprietà; lo spirito è una negazioneciò che non è materiaun'incomprensibilità; una cosa che non potendo essere avvertita dai sensinon può essere neppure immaginata: spirito è una parola che non ha significato.
Nel mondo osservo un incessante avvicendarsi di produzione e distruzionedue cose opposte; ma se meglio riflettoogni contraddizione sparisceproduzione e distruzione non sono che l'effetto di una medesima causala causala legge della vita; produzione come distruzione vuol dire motoovvero vita.
L'uomo lo scorgo eziandio sotto mille aspetti contraddittorî; eroe e codardobenefattore e crudeleavaro e generoso... ma ogni contraddizione sparisce quando riconosco queste diverse azioni effetto di una sola e medesima causadi una sola e medesima leggela ricerca dell'utile chesecondo l'indole degl'individui ed i rapporti che costituiscono la società in cui vivecangia i modi ed il nome; chi lo cerca nella gloriachi nell'ignominia; alcuni nel sacrifizioaltri nei beni materiali... È questo un fatto che niuno piú revoca in forse; esso è riconosciuto da tutta la scuola del sensismo francese ed inglese; da' nostri grandi ItalianiPaganoFilangieriBeccariaRomagnosie sottinteso da Vicoda Campanellada Telesio; da tutti gli economisti modernida tutti i socialisti; dai razionalisti della Germania: Di buon gradodice Schillerio presto aiuto agli amici. Maahi lasso!lo fo per inclinazione; onde spesso mi contrista il pensiero di non esser virtuoso. Fichte dice: ama te stesso sopra ogni cosaed il tuo prossimo per amor di te stesso. Negano questa verità i poveri devoti di un Dio personale; e gli eccletticiovvero quelli che cercano conciliare i principî della scienza e lo stato presente della societàe cosí si fanno gli apologisti del sacrificio quelli che ne rifuggono con orrore!! A Giordano Bruno sarebbe stato piú doloroso rinnegare la sua dottrina che sentirsi ardere le carni; si gettò nel rogo per fuggire il dolore di rinunziare alle proprie idee. I due ultimi versi del suo sonetto il dicono chiaramente...

Fendi secur le nubi e muor contento
Se il ciel sí illustre morte ti destina!

Chi ha creato il mondo? Nol so. Di tutte le ipotesi la piú assurda è quella di supporre l'esistenza d'un Dioe l'uomo creato a sua immagine; ovvero non essendoci dato immaginare questo Dio l'uomo l'ha creato ad immagine propriae ne ha fatto il creatore del mondoe cosí una particella diventata creatrice del tutto.
Ma quale utile può ottenersi dalla ricerca del creatore del mondo? Nessuno. Il mondo esiste e ciò è un fatto; in esso dapertutto io trovo motodapertutto la medesima causa della vita che appare in mille guise: è latente nei mineralivegeta nelle pianteguizza nei pescirugge nel leoneragiona nell'uomo; la diversità de' modi co' quali manifesta la sua potenzadipende dalla piú o meno perfezione del corpo da essa animato. Corpo ed anima sono entrambi immortalinon havvi nell'universo mondo un granello di sabbia che si distrugga: il corpo ridotto polvere rientra in seno alla gran madre; l'anima o il fluido animatore sorte dalla sua prigione che davagli formaabbandona il corpo che si distrugge e piú non si presta al motoe confondesi con la gran massa di esso che vaga negli spazî; la morte non è che la distruzione delle forme d'un'individualità. Da questo moto incessante risultano i rapporti dell'uomo col mondo esterioredegli uomini tra lorola societàe però non fa d'uopo ricercare la causa del motoperché a nulla gioverebbe tale ricercama la legge del moto. Tutti i filosofi del mondo convengono nell'immutabilità di questa leggequelli soli che riconoscono l'esistenza di un Dio la negano.
Il concetto d'un Dio onnipotente è figlio dello scetticismo in cui cadde il mondo romano nella sua decadenza. La virtúil giustoil diritto sono incompatibili con l'esistenza di questo Dio che può tutto cangiare secondo il suo capriccioche piegasi alle discordi preghiere dei mortali; nulla vi resta d'immutabiletutto cangia secondo la sua volontà. L'unità dell'universo spariscenon è una sola la causa del motoe quindi una sola la legge di essoma tante cause diverse per quanti sono gli enti; l'anima dell'uomo è diversa da quella del brutoquesta da quella del vegetabileanzi ogni uomo ha un'anima diversa. Ammessa tale ipotesila virtú non ha significatola ricerca di una legge unica del moto è impossibileimpossibile il progresso; per un solo atto della volontà di questo Dio noi potremmo indietreggiare di secoli. L'unica regolal'unica legge è la rivelazione che ci vien fatta da alcuni uomini in nome di questo Dioquesti uomini sono gli arbitri dell'umanità. La storia non ha piú nessoma sono tanti fattimanifestazione della liberae però mutabile volontà di questo Dio. Ma quest'ipotesi scoraggiante e incomprensibilequesto Dio assurdoimagine della dissoluzione socialesparisceappena dalla corruzione comincia a manifestarsi novella vita.
Stabilito che una sola debba essere l'ignota causa del motoci faremo a rintracciarne la legge; non già astraendo il nostro pensieroe ricavando le conseguenze secondo i dettati della dialetticama seguendo da vicino i fattistudiandoli accuratamentee conoscere cosí la legge con cui essi gli uni dagli altri procedono; non già cercando quale dovrebbe essere questa leggema quale è; non l'idealema il reale. Nell'universo scorgiamo armonia ed unitàtutto è regolatoil moto degli astriil succedersi delle stagioniil prodursi delle piantetutto è l'effetto di una medesima forza attivala quale sospinge gli uomini al motoe crea le loro diverse condizioni e relazionile diverse costituzioni della società; e però essendo la storia un effetto di questa forzaessa deve procedere secondo una regolasecondo una legge immutabile e necessaria.
La noia che esagera il fastidio del presentela speranza che abbellisce oltre misura l'avvenireed in altri termini la necessità di soddisfare ai proprî bisognisospingono l'uomo al moto; dolore e piacere suoi angeli tutelari lo costringono a fermare la sua attenzione sugli oggetti circostanti. Ed in tal guisa da ogni sensazioneda ogni esperienza vien creata un'idea; se nulla v'è nell'esperienzanulla v'è nella menteovvero come dissero i peripateticinihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu.
Le continuate sensazioni dirozzano le fibreche per soverchia rigidezzacome quelle del selvaggiomancano d'irritabilitàe danno tuono a quelle de' fanciulli per flaccidezza tarde. Appena la fibra acquista un certo grado d'irritabilitàl'uomo immaginané ha piú bisogno della presenza dell'oggetto per descriverlo e vederlo in sua mente. Segue in ultimo la ragionefacoltà di discernerela quale classificacomparacerca la correlazione delle acquistate ideee rischiara il tomulto degl'istinti. Quindi tre età nell'uomo: de' sensidell'immaginazionedella ragione; nella prima le fibre son mollinella seconda cominciano a tendersi; nella terza hanno il giusto grado d'irritabilità; con la vecchiezza diventano flaccidel'uomo peggiorae diventa di nuovo fanciullo.
Le facoltà dell'uomo sono inferiori ai bisognidi quinci la perpetua operosità della vita. Ad ogni sensazionead ogni idea l'uomo subisce una modificazionee con questa sorge un nuovo bisognoe cosí la vita è un avvicendarsi continuo di bisognidi ideedi nuovi bisogni...
L'uomose non è costretto da forze esteriori ad operare diversamentesegue per sua natura questa serie di movimentie trasforma tutti gli oggetti circostanti. L'indefinita modificabilità del mondo esterioreche reagendo sull'uomo lo modifica indefinitamentecostituisce un'indefinita modificabilità di rapporti fra uomo ed uomofra esso e gli oggetti che lo circondano. Questi rapportiovvero l'azione degli uomini gli uni verso gli altrie sul mondo esteriorecostituiscono le umane societàche per tal ragione sono indefinitamente modificabili. Dunque il continuo mutarsi di questi rapportiovvero delle costituzioni sociali è una legge assolutamente necessarialegge che risulta dalla natura umanaquindi fa d'uopo o migliorare o peggiorare continuamenteo pure oscillare fra certi limiti.
Inoltrele fibre vengono modificate secondo il numero delle sensazioniqueste crescono a misura della trasformazione degli oggetti esternidunquein una società in cui la natura è selvaggiae non ancora ha subito gli effetti dell'umana operositàle sensazioni debbono essere pochissimele fibre degli uomini rozze. A misura che le sensazioni cresconoper la trasformazione che il mondo esterno subisce per mano dell'uomole fibre gradatamente si dirozzano; quindi le tre età che si riscontrano nell'uomoesistono egualmente nelle società: de' sensiil puro stato selvaggio; dell'immaginazionel'epoca delle favole e degli eroi; della ragionel'epoca delle forti passionidelle grandi virtúperché la fibra ha raggiunto tutto quel grado d'irritabilità di cui è capace. Dunque per la natura umanail motoil cangiamento delle condizioni e relazioni degli uomini è immancabile; e per la stessa natura nelle società debbonosempre migliorandosuccedersi tre età diversedunque progresso. Ma le modificazioni ed i rapportieffetti dell'umana operositàessendo indefinitiindefinite sono eziandio il numero delle sensazioni che ne risultano; e siccome le soverchie e continue sensazioni logorano ed ammolliscono le fibree gli uomini s'avvilisconone risulta che le società debbono eziandio soggiacere allo stato di vecchiezzae morire di sfacelo: il progresso indefinito è impossibile.
Ora ci faremo a particolareggiare le nostre ricerche. Generalmenteogni modificazione che l'uomo opera sugli oggetti circostanti è un prodottole modificazioni sono indefinite: dunquei prodotti debbono indefinitamente crescere.
Discorremmo nel primo Saggio come si formarono le prime famigliee quindi i vichii paghile cittàquindi l'uomo tende all'associazioneo perché il debole donasi al forte per esser protetto; o perché questi lo fa suo schiavo; o perché varî deboli si collegano contro il forteinsomma questa tendenza continua risulta dall'istinto della propria conservazionedalla ricerca della prosperitàdalla brama della vendettanon già dall'amore reciproco degli uomini. Come gli uominile famigliei vichii paghi per vantaggiare se stessi si uniscono e formano le cittàdel pari vediamo le varie città formare le nazionie queste sotto l'imperio dei stessi moventi formare gl'imperiquindi possiamo inferire che l'umanità ha una tendenza verso l'unità mondiale.
Né questa è la sola ragionema havvene un'altra non meno importante. La Naturaquasi per confermare questa leggead ogni regione ha dato prodotti diversimentre il desiderio ed il bisogno di giovarsene è lo stesso in tutti gli uomini della terrai quali ricorrono alla forzaalla frodeal commercioper fornirsi di ciò che difettano. Quindi è indubitato che un giornose il globo non sarà un solo ed unico Statocertamente la prosperitàla civiltà sarà uniformemente sparsa sulla sua superficie. E come ne' vichine' paghinelle cittànelle nazionidai varî costumi e gerghi nacque una pubblica opinione ed una lingua comunenella guisa stessaun giorno vi sarà un'opinione ed una lingua mondiale.
Proseguiamo lo studio della natura umana. L'istinto avverte l'esistenza de' fatti senza svolgerne le conseguenze; la ragione le svolgele studiae le compara. Gli impulsi che riceviamo dall'istinto sono l'effetto dell'immediato piacere che può procurarci un'azionema se a questa prima sensazione piacevole ne succedonocome conseguenzaaltre dolorosissimenoi nol sappiamosolamente la ragione può avvertircenela quale opera quando una sensazione dolorosa fissa su di un oggetto la nostra attenzione. Dunque l'uomo deve necessariamente errare; la sua ragione non evita l'errorema lo corregge quando i tristi effetti delle sue conseguenze lo costringono a ragionare. L'errore non è conforme alle leggi di Naturaaltrimenti non sarebbe errore; i suoi tristi effetti sono la voce di queste leggi che ci richiamò sotto il loro assoluto imperio; dunque l'istinto ci allontana dalle leggi di Naturala ragione ci rimena verso di esse. Il fine a cui tendono le leggi di Natura è il beneè l'azione che risulta dall'ultime conseguenze de' loro effetti; l'istintoinvecenon mira che al bene immediatola ragione c'insegna di sacrificare questo all'avvenire. L'istinto restringe il nostro sguardo in angusta vallementre per discernere le leggi di Natura è d'uopo ascendere una sublime vettaed in un fissar d'occhio tutto antivedere nell'avvenire. Fra i suggerimenti dell'istinto e le leggi di Naturahavvi il medesimo rapporto che passa fra una lettera dell'alfabeto e la scienza. Dopo l'espostola legge del motodella vitaè evidente: il moto è una serie non interrotta di azioniqueste sono effetti erronei dell'istintoche piú tardi la ragione correggequello deviandoquesta avvicinandosi alle leggi di Natura; inoltre le condizioni e le relazioni degli uominila costituzione sociale insommaè l'effetto dell'azione degli uominigli uni verso gli altri; dunque le costituzioni delle società sono effetto dell'errore dell'istintoche la ragione corregge avvicinandole sempre alle leggi magistrali della Natura. Svolgeremo piú diffusamente cotesta idea.
Seguendo l'istintol'uomo che trovasi sotto una sensazione dolorosacerca tutto ciò che allevia il doloreche distrugge la causa del malené riflette se il rimedio dall'istinto suggeritosvolgendo in seguito le sue occulte proprietàpossa cagionare un male maggiore del presente; ricalcitra con essoe ciò basta. Con questa leggeche risulta dall'indole sual'uomo costituisce la società e muta la costituzione di essa.
Intanto ad ogni nuova costituzione accettata dagl'istintivi desiderî del popoloesiste sempre un utile immediatocausa di coteste aspirazionie quindi nei primi istantirinfrancata da un tale utilela società prospera. L'ulcera che dovrà roderla è nascostaè a pena un germei mali non sono sensibili. In tale stato la ragionenon ancora costretta dal dolore a studiare i malisegue ciecamente l'istintoed essendo costretta a serpeggiare nei suoi angusti girie comparando e studiando i rapporti delle cosein quelle condizioni che l'errore dominante la sociale costituzione le ha stabiliterisultanto i pregiudizî e le opinioni che un giorno dovranno tiranneggiare questa societàe pur nondimeno in quest'epocala ragionesiccome segue l'istintoè d'accordo col sentimentogli uomini sentono e ragionanonon già giustamentema liberamentela società è giovanei costumi son puri: il dirittoil giustole azioni virtuose son quelle conforme al patto sociale.
Ma le serie de' rapporti sociali che si svolgono partendo da una base erronea diventano sempre piú contrarî alle leggi di Naturaquindi cominciano a manifestarsi gl'inconvenientipoi i malii quali rapidamente crescono ed ingigantiscono; ecco il periodo delle rivoluzionio delle dissoluzioni delle società.
In tal periodo il dolore obbliga la ragione a fare studio su i mali che tormentano il pubblicoed è condotta a delle conseguenze opposte ai pregiudizî ed alle opinioni dominanticontraddittorie con le operecoi costumiquindi una lotta de' motivi esterni con l'interno convincimento. La virtúessendo la vittoria di questo su di quelliovvero quel sentimento superiore alla stessa fama che appellasi coscienzaper cui disse il Campanella Onor non ha chi d'altri il va cercandonon è piú quella che opera secondo il pattoma in contraddizione col patto. Il dirittoil giustonon piú quello riconosciuto dal pattoma quello che risulta dai nuovi rapporti delle cose scoverti dalla ragione. Se il pattoper cagione dei dolori che tormentano le moltitudininon è riformato o cangiatola società è condannata a perire. Allora scorgesi la virtú difettivaquindi i motivi esterni prevalendola ragione è costretta a tacere. Ognunoimpotente a combattere i proprî malis'isolanon è piú commosso dai mali altruie la ragione stessa impone per propria conservazione silenzio al sentimentol'uomo è depravatoè perfido ed infelice.
In questi diversi stati e condizioni la società per mezzo dei scrittori manifesta le sue idee. Nell'epoca di prosperità l'erudizione ordinariamente sovrabbondagli scrittori sono purile loro operele loro dottrine sono d'accordo col patto sociale.
Cominciano i malii tormentie questo sentimento doloroso manifestasi con rimpiangere il passatocon maledire i depravati costumi. La Divina Commedia fu il canto solenne con cui l'Italia manifestò i proprî dolorie rimpianse l'antica purezza de' costumi.
I mali cresconola depravazione generale produce la sfiducialo scetticismo; allora vediamo sorgere sovente gli apologisti del sentimentoi nemici del calcolo e della ragionescrittori generosima non profondii quali credono cagione dell'isolamentodell'egoismonon già i mali da cui l'uomo è tormentatoma la facoltà che li fa discernere; eglino vorrebbero porvi rimedio suscitando in altri quei generosi sentimenti dai quali si sentono animati. Melchiorre DelficoGiacomo Leopardi sono di un tal generela loro voce è lamentoprotesta della società contro i mali che tutti sentono.
Contemporanei di questi scrittorisi mostrano i riformatorinunzî di speranza e di vitauomini di squisita fibrache sottopongono a severo esame i mali che opprimono la societàmostrano a nudo le sue piaghene ricercano la cagionepropongono i rimedîe compongono la filosofia dell'epoca. Se i dolori non sono abbastanza sentitio l'indole nazionale è tarda ed incapace di forti passionicostoro rimangono nell'astrattoe se discendono ad applicare le loro dottrinesi allontanano ben poco dallo stato esistenteadattano ad esso i loro ragionamenti. Se i mali son gravile passioni violenteil ragionamento dei riformatori distrugge quanto esiste; i scrittori alemanni ed i francesi del presente secolo hanno questi due distinti caratteri. I riformatori debbono vincere l'aspra lotta del proprio convincimentocontro tutti i motivi esternii pregiudizîla pubblica opinionespesso la persecuzionel'esilioil carneficeil rogo. Sono gli eroi dell'epoca.
D'altra partein moltil'utile privato trovasi strettamente legato alle leggialle opinioniai pregiudizî combattutie questi se ne fanno i difensori; ecco i conservatorigli apologisti del presentein cui essi trovano il beneo almeno il germe d'ogni futuro bene. In questi cotaliscrittori depravatii motivi esterni hanno sempre il trionfo sull'interno convincimentola virtú è difettiva; son turba vile e spregevole in perpetuose lo sprezzo potesse aspirare ad immortalità. L'opportunità è la legge supremail principio che li regola. Lodatori infaticabili formano il corteggio della tirannidefinché questadivenuta forte da non aver piú bisogno delle loro lodiimpone silenzio all'importuno garrito.
La lotta fra i riformatori ed i conservatori rischiara le tenebreperfeziona le dottrine di quelli cheoriginate da' mali della societàacquistano maggior lume secondo che maggiori sono gli ostacoli che trovano al loro sviluppo; per tal ragionei conservatoriparte cancrenosa della societàloro malgrado contribuiscono al perfezionamento delle nuove idee. Cosí il pensiero nasce dai fattifra il volgoda' dolori; procede a traverso di essima segue poi fuor del volgo i suoi volile sue astrazionimentre questosenza ragionaresenza mai addottrinarsidai soli fatti vien balzato da un'idea in un'altra.
Intantole moltitudinisotto la pressura de' crescenti malicominciano a manifestare un'irrequietezzaun odio al presenteun desiderio di migliorarevagoconfusonon espresso in verun concetto. Ma questo desiderioquesto concetto non tarda a formolarsi nella mente di pochi in un'idea che diventa legame di settescopo di congiurefede di martirie cosí essa manifestasi in una serie di fattidi sensazioniche la rendono comunespontaneaconcretaimmediatasentimento insomma; allora la rivoluzione delle idee è compitaquel concetto di pochi getta un seme nell'universale coscienzache frutteràfecondato dai fatti. Questa idea popolare legasi con le astrazioni dei filosofima essa è quel primo suggerimento dell'istintomoventee punto di partenza dei ragionamenti di quellie però nasconde nuovi errorinuovi malidai pensatori manifestaticomparaticontrappesatima sempre inutilmente pel volgoche non cercherà il rimedio di mali non ancora esperimentati; e come quelli procedono seguendo i voli del loro pensiero sino alle ultime conseguenze; le moltitudinilentamenteoperanoed attraverso fattidelusionierroriprocedono verso la meta da quelli rapidamente raggiunta.
Sbattuto dalla tempesta sento il bisogno di un ricovero. Penso di piantare degli alberie già li veggo nella mia immaginazione in grandi rami diffusi. Li esamino minutamentee mi convinco che non sarò da essi abbastanza garentitoanzi mi attirerò i fulmini addosso. Come fare adunque? Quando saranno grandipenserò meco stessoli abbatterò; dei loro fusti costrurrò un ricovero piú utile degli alberi. Esamino questo nuovo trovato del pensieroenon scorgendolo abbastanza perfettoprocedoperfeziono il ricoveroe giungosempre migliorandoad un edifizioe conchiudo che l'edilizio è il solo utile rimedio contro la bufera. Maa quanti travaglia quante fatichea quante delusioni non dovrò sottostare se voglio trarre in atto il mio pensieroe piantare gli alberiattendere che crescanoabbatterli ed adattarli all'ideato edificio? I riformatori son quelli che ragionando stabiliscono la necessità dell'edifizio; il popolo comincia per attuare il pensiero con piantare l'alberoe non l'abbattese prima non ha esperimentato che esso non è sicuroall'ombra delle sue fogliecome aveva sperato; e cosí procedeperfezionando il proprio ricoverosempre dopo aver esperimentati que' mali che la ragione avea già preveduti.
Nel pensiero di Campanelladi Paganodi Filangieridi Romagnosinoi scorgiamoo espressao sottintesao come conseguenza di que' principîla rivoluzione socialequindi il pensiero italiano raggiunse ben presto le sue ultime conseguenze. Ma come procede il popolo verso questa meta? Oraoppresso da esorbitanti gravezzesollevasi nella gigantesca Napoliterribile come la Natura in corruccioe condotto da un pescatore sbaratta il mal governo che l'opprime; ora si raccoglie in Lucca intorno ad un nero e stracciato vessilloe minaccia i ricchi; ora assale al segnale di Balillae caccia lo straniero dalle mura di Genova; ora favorisce il Francese per odio contro il Tedesco; poi favorisce questo per odio contro di quello; finalmentedopo tanti esperimenti e tante delusionicomincia a riconoscere la necessità di conquistarsi una patriae l'idea d'indipendenza italiana la personifica in un papapoi in un reed ora attende i nuovi fatti che verranno a trarlo dall'incertezza in cui gli ultimi disastri l'hanno gettato. In tal guisaa traverso d'esperimentiraggiungerà la meta edistruggendo l'edificio incantato dei pregiudizî e delle opinioniadatterà la sua costituzione alle leggi magistrali della Natura che già da lungo tempo servon di norma ai nostri pensatori. Quindi è assurdo che il progresso dell'idea faccia progredire i fattiè assurdo pretendere di giudicare dall'idee espresse dai scrittori il progresso di cui un popolo in una rivoluzione è capace; per giudicare bisogna studiare la sua storiae dallo studio delle peripezie a cui è soggiaciutopotrà conoscersi ciò che esiste nella coscienza nazionaleovvero quell'universal sentimento che si manifesta nel motolo reggene prescrive i limiti: se un tal sentimento non sarà un'idea chiara e distintama prenderà norma dai mali esistenti che a pena cercherà di lenire senza distruggerliil moto sarà sviatorepressoinfruttuosonon sarà che una nuova esperienzache un ammaestramento universaleche allargheràper l'avvenirei limiti di quel concetto esperimentato troppo angusto. In tal guisa si succedono le rivoluzionierrori fatali dell'istinto nazionaleche la ragione corregge ed indirizza verso le leggi di Natura.
Fin qui potrebbe conchiudersi che il progresso è continuatoche le Nazioni percorrendo una sanguinosa via procedono sempre innanzima bisogna considerare altri elementialtre cagioni che operano sull'indole umana e sulla coscienza dei popoli.
Se l'eccesso delle sensazionise le troppe delusioni logorano le fibre e gettano la sfiducia nell'animo; se le soverchie ricchezze di alcunie la miseria spaventevole dei moltitroncano ogni nerbo alle moltitudinie succede una solitudine di pensieri e d'interessi che distrugge affatto la coscienza nazionale: allora le rivoluzioni sono impossibili. Allora manca quel sentimento universale d'onde i pensatori traggono le prime idee; mancano ai popoli le speranze; ai cospiratori i concetti; mancano le passioni che sospingono quelli a scriverequesti ad agitarsi ed operare. Cessa il motoe con esso la vitail difetto di ardenti passioni non è che preludio di morte. Una Nazione giunta in tale stato è condannata a perire per vecchiezzaessa sarà preda dei piú forti vicini.
Dal nostro ragionamento possiamo conchiudere che ogni Nazione tende con le sue rivoluzioni verso le leggi di Naturama nel suo aspro cammino può incontrare ostacoli tali che ne logorano le forze e la distruggono. Quindi il corso e ricorso delle Nazioni non è legge fatale ed inevitabilema nemmeno contraria all'indole dell'uomo e delle società. Né perché per lo passato ebbe luogodovrà necessariamente ripetersi al presentepuò non avvenireo almeno seguire un'orbita piú eccentrica di quelle già percorse. Intanto le ricchezze socialidimostrammo che sono in continuo aumento; le scienze che scrutano i secreti della Natura e si giovano delle sue forzevolgendole all'accrescimento dell'industriain continuo progresso; ed i popoli del mondo tendono sempre verso l'unità; quindi le diverse Nazioni corrono tutte verso questa meta comuneuniforme prosperità mondialema nel loro cammino ognuna sottogiace alle proprie peripeziealcune migliorano nelle loro istituzionialtre decadonocerte si dissolvonoaltre ingrandiscono; sono come tante navi che navigano verso il medesimo portoma non vi giungono senza che ognuna non corresse fortuna a sua volta.


II. Fin qui non abbiamo fatto altro che seguire la dialettica e rimanere nell'astrazioneora l'accurato esame de' fattiovvero della storia d'Italia che nel primo saggio abbiamo adombrataservirà di riscontro al nostro ragionamento.
Distrutto l'impero etrusco dal diluvio d'Ogige e dalla crisi di fuoco di cui parlammofra i monti dell'Italia e della Greciaper quell'incontestabile legge di Natura per cui l'uomo tende all'associazione come il grave al suo centrocominciarono a raccogliersi in varî gruppi i dispersi selvaggi. Le leggi da cui vennero retti questi primi gruppiil dispotismo di uno su moltici dimostra chiaramente il primo suggerimento dell'istinto. I debolionde esser garentiti dalla prepotenza de' forticercarono la protezione di altro forte al quale si diedero volontariamente schiavi. Forse fuvvi chi suggerí la lega di tutti i deboli contro i pochi fortiforse fuvvi chi fece riflettere che si sfuggiva un male e se ne creavano degli altri con la volontaria schiavitú. Ma queste ragioniqueste dottrine dell'epocaquesti voli del pensieroriuscivano infruttuosi; l'istinto diceva ad ognuno: donati ad un forte e questi ti proteggeràe cosí ognunoa schivare la probabilità d'un servaggiorendevasi volontariamente servo.
Cosí si formarono i vichi e i paghi: i deboli si sentivano lieti del ritrovato di aver chiesto la protezione del fortecontenti lavoravanoed il forteloro protettoregodeva del frutto dei loro lavori; la ragione era d'accordo col sentimentoqueste prime società prosperarono.
La guerra fra i vichi e paghi fece che varî di questi borghi collegandosi formarono la città. I varî capire scettrati e sommi sacerdoti [e il séguito] dei loro dipendentisi raccolsero in congresso nella città onde accordarsi riguardo il modo come condurre la guerrasolo pubblico interesse allora esistente.
Intanto dal contatto dei vichi e paghi risultò un culto comuneuna pubblica opinioneed un paragone fra il modo di esercitate l'imperio de' diversi capi; quindi ne' piú oppressi surse desiderio di migliorare; ecco i primi sintomi di una rivoluzione. Certamente soffrí pene acerbissime quel primo schiavo che si lagnò della propria condizione facendone paragone coi piú fortunati. Questi fu un riformatoreun virtuosole sue ragioni furono soffocate con la violenzae la virtú ignota a quella società si mostrò per la prima volta. Virtuosi furono quei primi plebei chesfidando il corruccio dei loro padroniproposero sottoporre alla concione dei forti le private contese; virtuoso fu quel primo nobile che l'approvòfacendo prevalere il suo convincimentomotivo internoalla seduzioneai vantaggi che traeva dal domestico imperiomotivo esterno. Fu questa una prima rivoluzioneun progressodivennero piú equi i rapporti fra i padroni ed i clientima crebbe oltre ogni misura la potestà della concionesovrano e giudice nel tempo stesso. Il suggerimento dell'istintodi surrogare all'arbitrio de' varî capi il volere del congresso che essi medesimi componevanosi avvicinò assai piú alle leggi di Natura che la volontaria schiavitúma diede corso a nuova tirannide.
Al crescere delle cittàle popolazioni e le ricchezzeal moltiplicarsi dei rapporti fra gli individuila potestà dell'oligarchia dei forti crescevapesava sempre piú sulla plebele cui fibred'altra partevenivano dirozzate dal crescente numero delle sensazioni. Cominciarono a sentirsi i doloriche trassero a sé l'animo dei piú astutie la ragione dichiarò ben presto un'ingiustizia che i soli nobili fussero sovrani. Ecco la lotta della ragione coi pregiudizî e le opinioni di quelle società. Da questa lotta cominciò a sorgere naturalmente l'idea della colleganza della plebe contro i nobiliidea dalla quale l'istinto aveva deviatoprima col volontario servaggiopoi col concedere ogni potestà alla concione de' fortied a cui la ragione rimenava la società. Questa prima colleganza ha in sé tutto l'avvenire della democraziae comincia la lotta del popolo contro le caste ed i privilegîed entra nella sfera delle rivoluzioni dei popoli civili.
Quale sarebbe stato il suggerimento della ragioneper risolvere questa prima contesa fra nobili e plebei? Manomettere i nobilie farsi la plebe arbitra della cosa pubblica. Maconseguita la vittoriacome reggersi da sé? faceva d'uopo riflettercipensarcied il volgo non riflette né pensa. L'istinto suggerí di non distruggere i nobilima limitare la loro potestàsottoporla a delle regolee queste regole furono le consuetudinirudimenti dei codici di tutti i popoli; prima vittoria della plebe sui nobili; prima idea del giusto e dell'ingiusto. Dunque sulle consuetudini primitive si basarono i codicie queste consuetudini erano risultate dal volontario servaggiodagli erronei suggerimenti dell'istintoquindi il lungo lavorole tante esperienze ancora in corsoonde giungere da principî cosí ingiusti al semplicissimo codice della Natural'uguaglianza.
Nuovi dannie coi danni i dolorisospinsero la plebe a nuova conquista. Si moltiplicarono i rapportile faccendegli utili; la macchina sociale si complicòla difficoltà di reggerla crebbe. Alle qualità naturali dell'uomoforza ed astuzia in guerras'intese bisogno d'una qualità nuovasaggezza in pace; se questa qualità era difettiva nei nobilila società non tardava a sentirne i dolori; ed ecco che il sostituire ad essi altri governanti piú degniidea un tempo suggerita dalla ragioneora per lo svolgersi dei fatti era suggerimento dell'istintoeffetto dei mali da cui la società era gravatadei doloridai quali veniva stimolata. Quindi la storia dei tanti tomultidei martirîdelle rivoluzioni con cui la plebe cercava conquistarsi il diritto di conferire ai suoi eletti i maestrati della repubblica. Dunque: volontario servaggioquindi il volere della concione de' forti sostituito all'arbitrio de' singoli capi; quindi la potestà di questa concione sottoposta alle consuetudiniad una regola; finalmente gli elettio i migliorisostituiti ai nobili; ecco il progresso delle interne istituzioni seguito dai varî popoli italianiprogresso che lo troviamo conforme a quelle leggi di Naturadi cui abbiamo nel precedente paragrafo ragionato. Ora abbandoneremo per poco un tale argomentoci faremo a ragionare sulle scambievoli relazioni che si stabilironodurante questo tempofra i varî popoli d'Italia e l'effetto che esse produssero sulle interne condizioni di ciascuno di essi.
Quando i selvaggi cominciarono a raccogliersi in vichi e paghisi trovarono in contatto in Italia coi civilissimi Etruschi superstiti del distrutto impero; quindi il desiderioin quellidi procacciarsi le ricchezze che questi possedevano; l'avidità dell'indole umana faceva tendere quei nascenti popoli a raggiungere la prosperità dei loro vicini. Di quinci le guerre continuele scorrerie che quei semiselvaggi fecero contro i civili Etruschidai quali furono sempre respinti; inoltre le comunicazioni dirotte fra' montiepperò sommamente disagevolifecero sí che lo scambio dei prodottidell'ideedei trovati dell'industriafu lentissimo fra gli Etruschi ed i popoli montanie quindi lentissimo fra questi lo svolgersi della loro prosperità.
Non cosí sulle coste: ivi il mare li abilitò a facilmente comunicare coi civili orientalilo scambio divenne facilissimoed arti ed industria rapidamente fiorironole ricchezze crebbero in immensoed ove erano agresti tribú si videro sorgere le magno-greche repubbliche.
Macome testè dicemmoil codice di questi popolicomeché civilissimiera basato sulle consuetudini delle primitive societàin cui una parte erano servi destinati al lavoroun'altra padroni i quali lautamente vivevano delle fatiche di quelli; inoltre l'indispensabile gerarchia militarein cui i privilegî di ogni grado venivano stabiliti dai medesimi capiintrodusse l'ineguale riparto del bottino; quindi tali consuetudiniquantunque la condizione dei servi migliorassefu la basefurono i principî su cui venne stabilita la legge di proprietà; e quindi il dirittonon già quello giustissimo di usare ed abusare del frutto del proprio lavoroma l'altrosommamente ingiustoche alcuni potessero possedere piú del bisognevolementre altri mancassero del necessario. Un tal dirittofondato su di un principio affatto oligarchicovenne scossotemperato ad ogni rivolgimento a cui quelle società sottostiederomarimasto fermo nella sostanzaconservò la sua tendenza all'oligarchiae le immense ricchezze ammassate da quei popoli civilissimi furono proprietà di pochie piú non si videro che opulenti e mendichi; mentre fra gli abitanti dei montil'industria in difetto avendo impedito lo sterminato crescere delle ricchezzeserbossi una quasi uguaglianza.
Esaminiamo queste due società: i Magno-Greci e gli Etruschidalla soverchia opulenza di pochi e dalla miseria di molti depravatiimperò i sensi di quei popoli erano dall'abuso o dall'inerzia attutiti; e le fibre per soprabbondanti sensazioni rese flaccidee se teseper debolezza soverchiamente irritabili; e quindi gli umoridall'incostante tensioneo troppo impetuosamente sospintio troppo languidamente premutidi quinci i loro vizî corrispondenti a questo stato dei loro sensi: sempre balenanti ed incapaci di durevoli proponimenti; gli affetti o troppo concitati ed al minimo ostacolo repressio soverchiamente rimessi: la costanzala calma impossibili; spesso li vediamo arroganti col nemico lontanoe se vicino codardi; i Tarantini derisero i legati romaniall'avvicinarsi poi dell'esercitotremarono e si diedero a Pirro. Inoltre la miseria degli uni e l'opulenza degli altri faceva abilità a questi di comprare il voto di quellied ai ricchi non già ai miglioriveniva conferita la suprema podestà e le cariche della repubblicaepperò piú innanzi ancora crescettero i mali. L'oligarchia dei ricchi immersi nella mollezza cercarono sempre di divezzare il popolo dalle armie per loro difesa assoldavano CampaniBruzîGalliivi accorsi per amor di guadagnoterrore di quell'imbelle plebeed eziandio de' tiranni che li pagavano.
Se poi ci trasportiamo fra le robuste popolazioni che abitavano i monti. non troveremo né soverchia opulenza che attutisce i sensiné miseria che logora le fibrele quali dotate di giusta irritabilitàpremono e sospingono a regolare e costante corso gli umori: di quinci fermezza ne' propositicalma nel deliberarecostanza nelle opere; non insultavanoma combattevano il nemico; il valore in onoree piú del valore la saggezza e la disciplina dei guerrieri; eravi lussoma ne' militari ornamenti. Inoltre l'agricoltura essendo la gradita occupazione di quei guerrierie le terre quasi ugualmente divisel'utile privato trovavasi d'accordo con l'utile pubblico; i voti non vendutie la suprema potestàle cariche tutte della repubblica venivano conferite ai migliori. Ecco dunquenell'epoca medesimanella stessa Italiadue societàl'unapel rapido svolgersi della civiltà e l'accrescersi delle ricchezzecorrotta e decadente; l'altraove erasi conservata una giusta uguaglianzagiovane e fiorente.
Proseguiamo le nostre considerazioni: in una società depravata i scrittori non possono essere che dotti e correttori di costumitali furono i Pitagoricii quali non furonocome alcuni opinanoriformatorima propugnatori delle antiche virtú; erano gli apologisti del governo dei miglioriche aveva già esistitoche esisteva presso i popoli montanie che fra i Magno-Greci era degeneratoperché non contrappesate le fortune nel governo de' piú ricchi. "Il migliore de' governi- diceva Clinia- non deve essere affidato ad un soloperché un solo ha delle debolezze; non a tuttiperché fra tutti il maggior numero è di stolti; ma a pochiperché pochi sempre sono gli ottimi". "Se una città libera- diceva Aristotile- non avesse che un solo uomo virtuosochi potrebbe negare che in tale città la dominazione d'un solo sarebbe necessaria?" E CliniaArchitaPlatonefacendosicome è naturale all'uomocentro di ogni cosacredettero scoverte del loro ingegno quelle massimequei principî che in quella società decadente erano un pallido riflessoun debole eco di antichi costumi; e dando il nome di virtúnon già all'azione che oppone nuovi principî a vecchi pregiudizîma ai principî stessisi credettero i soli virtuosiné dubitarono per fare il benecome essi dicevanospacciarsi quali inspirati da Dio; e cosí l'amor proprio trovò in essi ragioni come accordare impostura e virtú. Quindi diventarono settasocietà secreta; ma le loro dottrine non erano conformi alle istituzioni socialiné cercavano riformar questema rendere gli uomini con le istituzioni stesse miglioriopera vana e stolta; epperò li vediamo ora onorati e vezzeggiatiora aspreggiati dai governied in ultimo distrutti da Dionisioquando da Sicilia passò a devastare la Magna-Grecia. Intantoquei principîquelle massime dei Pitagorici erano praticate dai popoli montani. Fra i Sannitiforte federazione di tre milioni d'uomini raccolti intorno ad eccelsi montifra i Lucanifra i Sabini... sembrava strano ed inutile ragionare lungamente per dimostrare la giustizia di quelle massime: fra essi tali idee erano sentimentoe simiglianti costumi erano quelli dei nascenti Romani.
Dunque i fatti sono in perfetto accordo col nostro ragionamento; le istituzioni di ciascun popolo progrediscono esattamente secondo quelle leggi fatali che sono effetto dell'indole umana: e se nelle società havvi sovrabbondanza di sensazionipeggiorano e decadono. Nei primi secoli di Romasi riscontrano in Italia tre diverse gradazionitre diverse età della vita dei popoli: al settentrione i Gallisono in uno stato di completa barbariei piú forti fra di loro son duci in guerra ed arbitri degli altrui destini in pace; fra gli Appenninigiovani e fiorenti societàgovernate dagli eletti del popolo; sulle costepopoli peggiorati e decadenti. I primisecondo queste leggiavrebbero dovuto raggiungere lo stato dei secondi; questi o passare ad una ignota ma migliore condizione o decadere; gli ultimi erano condannati a perire. E cosí avvennei loro destini si compironoe si compirono nel tempo medesimo cheper le stesse leggi regolatrici dell'universocotesti popoli soggiacevano a nuove trasformazioni.
Da isolati selvaggi per propria conservazione e per avidità etano giunti a costituirsi in forti federazioni ed opulente repubbliche; la civiltàla prosperitànon era in Italia ugualmente sparsane difettavano i Galline sovrabbondavano i Magno-Greci. Guerrieri i Galli e gli abitanti dei montie le comunicazioni difficiliquindi impossibile che avessero atteso dal lavoro pacifico e lento del commercio quest'opera unificatrice. L'autonomia di quei Stati troppo recisamente costituita per sacrificarla all'unitàe sorgente di odî vicendevoli; niun nemico comune ed universalmente temuto che l'avesse indotti per propria conservazione a confederarsiquindi essi erano dal fato condannati a sottostare ad una forza prepotente che ne avesse formata una sola Nazione. Intantoad ognuna di quelle Nazioni sarebbe stato difficile compiere tale impresae perché avevano incontro avversarî di pari forzae perché eravi in Italia stabilito un diritto pubblico che garentiva la loro indipendenza. I Romaniin forza di questo diritto pubblicoperché nascentine vennero esclusi e sprezzati; essi per propria conservazione dovettero vincer tutti; prima dovettero esser guerrieri per procacciarsi il bisognevolepoi lo furono per difendersi da tante aggressionifinché vinti i piú forti avversarîi Sannitidivennero quella forza prepotente che unificò l'Italia.
Unificata l'Italiaessa trovossi in quello stato fiorentein quella purezza di costumi in cui erano i Romanii Sannitii Sabini e... che formavano la parte preponderante; il patriziato romanoi migliori d'Italia fu la sovrana concione che governò tutta la penisola. In tal guisaGalliSannitiMagno-Greci corsero verso la stessa meta che raggiunsero: manel compiersi cotesta leggele istituzionii costumi delle società fiorenti prevalseroi Galli ancora barberi furono inciviliti per forza; i Magno-Greci e gli Etruschi perirono per vecchiezza nella lotta. Roma fu il centro ove concorsero le varie istituzioni e i costumi di tanti popoli italianiRoma fu il centro d'onde queste istituzioni si sparsero ugualmente su tutta l'Italia.
Gl'Italianiretti dal saggio e guerriero patriziato romanosi trovarono in contatto della vecchia civiltà d'Oriente e della barbarie d'Occidenteconquistarono gli uni e gli altri e sparsero la civiltà de' primi egualmente sul loro vasto impero. Ma le tante ricchezze acquistate colla guerra cominciarono a far sorgere l'opulenza e la miseria; il governo passò nelle mani dei piú ricchi; gli ordini sociali avevano compito il loro corsoi mali crescevanoquindi o dovevano con una rivoluzione rigenerarsi o peggiorare e dissolversi come era avvenuto ai Magno-Greci.
Le fibre non erano inflacciditele passioni ancora esistevanoquella società presentò sintomi di rigenerazionei Gracchii Saturninii Drusi furono i riformatori dell'epocaessi miravano a limitare i diritti di proprietà: ma i loro ragionamentii loro sforzi non furono compresi dal popolo italianoquesto seguiva i suggerimenti del proprio istinto e credeva cagione dei mali il potere usurpato dai Romanitutti vollero esser Romanilo furono. Ma i mali in luogo di diminuire crebberole loro forzele loro fibre si logorarono nella lotta e quella societàcon rapido corsoincominciò a decadere. Noi vediamo la stessa cagioneopulenza e miseriaprodurre i medesimi effettii medesimi vizîdai versi di Lucano espressi con impareggiabile maestà ed evidenza.

In poter vasto il campicel si estese
Ed estraneo arator fe' lunghi i solchi
Dove brevi li fea l'irto Camillo
E affondavan le marre i Curi antichi.


Alla ragione
Fu misura la forzae parto iniquo
Della forzale leggii plebisciti:


Allor fur compri i fascie mercatante
De' suoi favori il popolo divenne


Allor l'usuralupa che fa d'oro
Ricolta ad ogni luna; allor la fede
Violatae la guerra utile ai nudi.

Tutti i maestrati della repubblica si ridussero nelle mani dei pochi ricchie con essi il governoil tesorola guerra. le provincie e i trofeile glorie: le guerriere predefra capitani si dividevanoerano i soldati plebe misera e venderecciae se le possessioni de' padri o figli di qualche soldato confinavano con qualche potentene rimanevano spogliati. Cosí spalancossi fra i patrizî e la plebequelli diventati opulenta oligarchiaquesta moltitudine di codardi e mendichila stessa voragine da cui furono inghiottiti i Magno-Greci; e ben presto in Romacome era avvenuto fra quelli antichi popolil'oligarchia de' ricchi fu a sua volta oppressa dal militare dispotismo.
La storia d'Italia diventa ora la cronaca sanguinosa de' suoi tirannie Roma nella decadenza non cessò di essere grande: gli eroici e puri costumi che Tito Livio pennelleggiae la corruzione ed i misfatti scolpiti da Tacito rappresentano degnamente il sorgere ed il tramonto di un gran popolo. Lo stato di Sibaridi Cumadi Cotronedi Siracusa... è riprodotto su vastissime dimensioni. Sino a Nerone la cronaca è italianapoi perde questo carattere di nazionalitàdiventa universale. Alle frontiere si creano gl'imperatori che si disputano il tronoil Senatoestraneo alle lotteapplaudisce al vincitore. Questo impero cadente e riccotrovasi a contatto di GotiLongobardiFranchibarberi affatto. Essi agognano d'impossessarsi di tante ricchezzema dubitano pel terrore che loro inspira il nome romano. Intantoper effetto della corruzionele feraci terre si spopolano e si cangiano in desertigli uominiavviliti dalla miseria ed oppressi dalla tirannidecercano rifugio fra le caverne e le selve. I superstiti a questo cataclismo politico non differiscono gran fatto dai superstiti alle grandi crisi della Naturaessi fuggono spaventati la violenza dei potenticome questi lo scroscio della folgore ed il muggito della tempesta. Finalmentei barberi scacciano la paurae si rimescolano con le reliquie dell'Impero; i destini si compionoi Romani periscono per vecchiezzae la civiltà che arrestavasi al Reno ed al Danubio spandesi sino all'Oder.
Siamo ora alla barbarie ricorsache vedremo progredire sotto l'impero di quelle medesime leggi di cui discorremmo. All'imbelle patriziato romano si surrogò la robusta e guerriera aristocrazia de' barberiquest'aristocrazia componeva la concione sovrana da cui veniva eletto il re loro duce in guerra. I patrizî romani con l'usura e la frode vicendevolmente si distruggevano; i nobili barberilo facevano con la forzaed i piccioli proprietarî erano da questi baroni talmente oppressi che rinunziando ad un'effimera libertà si dichiaravano volontariamente vassalli del potente vicino onde esserne protettinella guisa stessa che nella primitiva barbarie quelli che manco potevano si donavano schiavi ai piú forti. La società nuova che erasi sostituita all'anticacon nomi e costumi diversi conservò la medesima tendenza ad un'oligarchia di proprietarî che andavasi sempre restringendo ed allargava quella fatale voragine che separavala dalla plebe. Intantoin questa barbarie ricorsa era rimasto superstite il Comune romano; esso fu punto di rannodamento alla maggior parte degli oppressi; questi Comuni sottostiedero all'assoluto imperio dei baronima essi furono tanti centri di vita: il misero popolo dopo sei secoli cominciò a sentire i proprî malivenne scosso dalla lotta impegnata fra l'aristocrazia e teocraziala rivoluzione cominciò. E questa rivoluzioneche logorò le forze de' Romani e fece inabissare tutto l'Impero in quella voragine spalancata fra ricchi e poveritrionfò durante la barbarie ricorsaimperocché le sue mire furono piú recise; allora gl'Italiani volevano conservare l'Imperochiedevano solo di esser Romanivano rimedio ai loro mali; ora che in diritto ed in fatto altro non esisteva che l'arbitrio dei baroniil suggerimento dell'istinto fu di distrugger questinon eravi nulla da conservare; i ricchi baroni vennero assalitile loro terre conquisediroccate le loro castellaed essi furono costretti a chiedere rifugio ai trionfanti Comuni: l'Italia risorgeva.
I Comuni italianiper loro interne istituzionisono al medesimo punto in cui erano giunti i Sannitii Magno-Grecie quindi l'intera Italia sotto i Romaniil governo de' migliorigli eletti del popolo. Quelli pel crescere delle ricchezze peggiorarono e perironoquesti corsero con piú rapidità le vicende medesime. Nelle antiche città italiane formate dalla riunione di rozzi selvaggied in cui l'agricoltura era in onorei migliori erano considerati i piú laboriosii meno ignoranti; per contro nelle città italiane surte dalla barbarie ricorsadal lezzo della romana depravazioneco' sforzi dell'industria e del commercioi simulatori ed i scaltri erano quelli nelle cui mani veniva affidata la suprema potestà; nelle primitive popolazioniagricole tuttel'utile privato accordavasi con l'utile pubblicoin queste in cui tutto era industria e commercio quello era in opposizione con questoe vinto il nemico che li aveva costretti ad unirsi e concorrere al medesimo scopol'amor di patria cessò di fattoe fuvvi solitudine di pensieri e d'interessi. Le ricchezze degli antichi popoli italianiche abitavano i montinon poterono crescere che lentamente e per mezzo delle conquiste; i Comuni risorti invecenon avendo rivali nel resto d'Europaallora barberale ricchezzecome presso i Magno-Grecicrebbero rapidamente; al XIII secolo le grandi fortune erano ammassatela plebe comprale città si dividono in opulenti e mendichi; al XV secolo è riprodotto il medesimo fatto osservato presso i Magno-Greci ed i Romanialla cima della società un'opulenta e però molle e codarda oligarchia che sempre restringevasialla base plebe vilissima; dall'oligarchia si viene al dispotismo militare dei tirannellii sintomi delle rivoluzioni si manifestanoi tomulti si succedonoma tutti mancano di un concetto dirigente. In quelle società parteggiate dall'orol'istinto altro non suggeriva che surrogare una tirannide ad un'altrale forze si logoraronoe la voragine spalancata fra ricchi e poveri inghiottí libertà indipendenza arti industria commerciotutto insomma.
Mentre l'Italiaper le mal distribuite ricchezzeperdeva ogni nerbo ed imputridiva nei vizîla sua opulenzala sua civiltàsoverchiamente superiore a quella delle Nazioni che l'accerchiavanodando effetto a quella fatale legge per cui la prosperità tende continuamente a spandersi su tutti i popoliprodusse l'irruzione in Italia di quelle Nazioni. L'Italia de' Romani era stata mirata dai barberi come lo schiavo il padrone; ora i semi-barbari d'oltremonti la guatatono come il discepolo il maestrocome il mendico guarda l'opulento; la preda era facile e riccaall'ammirazione prevalse il desiderio di rapinai nostri tardi discepoli gettandosi sul nostro corpo infralito da vecchiezza lo sbranarono. L'Italia venne disseccata dalla vitalità che assorbivano i conquistatorinoi ricevemmo da essi una dose di barberismovanità ed ozio. In tale epoca la degradazione compresse in noi ogni elatere dell'animolo splendido medioevo morivae per indolenza si amò da noi la stessa tirannidesi abborrí la libertà per amor dell'inerzia: ubbedienza a chi comandadisse con gran verità il Sismondifu la formola che raccolse in sé ogni precetto politicofondata sull'avversione della lotta e nel costante desiderio del riposo.
Dall'Italia gittiamo un rapido sguardo al resto d'Europa che sorge anch'essa dalla barbarie ricorsa. Dapertutto vediamo la concione dei baroni sovranail popolo servoil re magistrato. Il risorgimento dei Comuni riformò in Italia questa societàma presso gli oltremontani l'elemento barbero prevaleva al romanole città mancavano di quella vita che si svolse in Italiae tale rivoluzione avrebbe dovuto compiersi su vastissimi imperie però le cose procedettero diversamente. Nelle cittàil re eletto dai fortipoco differisce da essiné può per l'immediato contatto esercitare un grande ascendente e quando il popolo sente il bisogno di distruggere l'oligarchiala prima idea pratica che gli suggerisce l'istinto è quella di surrogare ad essi gli eletti del popoloquindi la democrazia trionfa; per contro in un vasto impero in cui il resolo in una capitalesi estolle agli occhi del volgo al disopra dei feudatarîi popoli per francarsi dalla prepotenza di questi divennero collegati del ree poi si trasformarono da vassalli in sudditi della coronae la regia potestà trionfòe con essa venne stabilito il diritto divino; e questo diritto prova che l'opinione universaleche la rivoluzione tendevacome era naturaleal governo de' miglioriimperò i re per non concedere al popolo quel diritto di elezione che avevano i baronisi fecero dichiarare i migliori da Dioonde cosí la loro potestà piú non dipendesse dalla volontà dei governati.
Possiamo finalmente conchiudere che quelle leggi fatali che reggono i destini delle Nazionisi verificano ne' fatti con l'esattezza medesima che risultano dalla logicae l'esperienza e la ragione si trovano in perfetto accordo. Ragionando della natura umana e del suo modo di agire sul mondo esterioredimostrammonel paragrafo precedentecome essa con un'incessante trasformazione accresce sempre le ricchezze sociali; le quali poi per leggi della stessa Naturatendono a spandersi egualmente su tutto il globoe mentre la prima di queste leggi è per se medesima evidentel'altra la troviamo esattamente confermata dalla storia. La civiltà tende all'equilibrio fra due nazioni vicinecome il fluido elettrico fra due nubi; quella degli Etruschi e Magno-Greci era molto superiore a quella dei popoli montani d'Italiaquindi noi vediamo quelli conquistati da questie l'opulenza e l'industria spandersi egualmente su tutta la penisola; nella guisa stessa le conquiste de' Romani in Oriente stabilirono l'equilibrio fra le due civiltàl'una scarsal'altra sovrabbondante; ed i Romani conquistando i barberi d'occidentela sparsero uniformemente sul vasto impero da essi fondato; finalmente l'irruzione dei barberi del settentrione fu conseguenza di questa mancanza d'equilibrio tra la civiltà corruttrice de' Romani ed i selvaggi costumi dei loro vicinie con questa irruzione i limiti dell'Europa civile non furono il Reno ed il Danubioma l'Oderd'onde poi col mezzo stesso delle guerre e del commercio penetrò in Russia; e mentre con moto incessante tali destini si compivano in un periodo di forse quaranta secoli vedemmo in Italia tre società progredire e poipei loro vizîdissolversi i Magno-Grecii Romanii Comuni italiani. Dunque il progresso continuo è un sognoi fatti sono troppo eloquenti per se medesiminé possono distruggersi da studiati sofismi.
Nell'Europa moderna la costituzione politica dei varî Statiha raggiunto quel punto medesimo in cui si trovavano que' popoli decadutiil governo de' migliori; cotesto principiosotto diverse forme e con diversi nomiregge tutte le Nazioni: i principîo lo son dichiarati da Dioo elettie tali li dichiara il popolo.
Questo limite fatalenessun popoloantico come modernoè stato capace di oltrepassarloquantunque moltissimi tentativi si fussero fatti per conseguire un tale scopo e migliorare istituzioni donde nascevano grandissimi mali. Le eloquenti orazioni de' romani tribuni contro il potere dei consolii tanti rivolgimenti delle repubbliche italiane del medioevoe particolarmente di quella di Firenzei tanti ritrovati dei moderni ad altro non mirano che a garentirsi contro quella potestà dal popolo stesso conceduta; ma è forza confessare che lo scopo non si è raggiunto. Appena affidasi il maestrato supremo ad un uomo o a varî uominile forze di tutta la nazione si volgono a profitto di questi pochi e de' loro seguacie la schiavitú delle moltitudiniin varie gradazioniè permanente.
È questo forse il limite fatale dalla Natura stabilito? Declinano i moderni come i Magno-Grecii Romanii Comuni italiani? Abbiamo dimostrato che la possibilità di andare oltre è attributo della natura umana: come essa ha successivamente corretto le diverse costituzioni ed è giunta allo stato presentenon havvi nessuna ragione per credere che sotto il pungente stimolo del dolore non possa stabilire ordinamenti migliori. Ma se è possibile migliorareè possibile eziandio che i moderni si dissolvanocome gli antichiprima di raggiungere il loro scopo. Ci faremo a svolgere tale argomento interrogando le tendenze della moderna societàma prima di tutto fa d'uopo porre in vistae richiamare l'attenzione del lettore su di una grande veritàche risulta da quanto testè abbiam detto.
Quale fu la cagione per cuipresso i Magno-Greciall'antica purezza di costumi successero i vizî che li corruppero? Quale fu la cagione per cui tutte le cariche della repubblicaun tempo concesse dal popolo ai piú degnicaddero nelle mani di pochi ricchii quali ad altro non pensarono che ad avvilire e tiranneggiare il popoloe godersi la potestà usurpata e le esorbitanti ricchezze? Quale fu la cagione per cui presso i Romani avvenne precisamente lo stesso? E quale fu la cagione che rinnovò il fatto medesimo nei Comuni italiani? La cagione fu sempre la medesima: la cattiva distribuzione delle immense ricchezze che divisero la Nazione in opulenti e mendichidi quinci tutti i mali accennatie quella voragine spalancata in cui questi Imperi sprofondarono. Quale fu la cagione per cui presso i Magno-Grecii Romanii Comunile ricchezze nell'accrescersi si sono sempre piú ammassate fra un ristretto numero di cittadinie la miseria della plebe è cresciuta in ragion diretta dell'aumento del prodotto sociale? La cagione è evidenteil diritto di proprietàil diritto che dà facoltà a pochi di arricchirsi a discapito di molti; un tale diritto è l'asse intorno a cui queste Nazioniqueste società hanno compito il loro ciclo. Sofisti!... apologisti della proprietàosereste negare quaranta secoli d'istoria? Sareste voi capaci di dimostrare che non fu la miseria della plebe e l'opulenza di pochi la sorgente di tutti i vizî che le distrussero; che la tendenza del prodotto sociale di accumolarsi in poche manie quindi cagionare la miseria delle moltitudininon sia una conseguenza inevitabile del diritto di proprietà?


III. Le rapide e numerose comunicazioniche si aprono ogni giorno e traversano in ogni senso l'Europahanno fatto abilità ai prodotti dell'industria di spandersiquasi uniformemente dapertutto; hanno reso le ideele scoverte di comune ragione; hanno talmente intrecciato gl'interessi de' varî popoliche la guerra fra due Stati europei vien considerata dalla numerosa turba di commercianti ed industri quasi come guerra civile.
Intantole due diverse civiltà di Asia e d'Europa debbono in un avvenire non lontano compenetrarsiunificarsiquesta è una legge che abbiamo dimostrato inevitabile e l'abbiamo vista confermata dalla storia. Ma come avverrà questo fatto? sarà l'Europa che si rovescerà sull'Asia o questa su quella? né l'uno né l'altro: l'Europa non abbandonané le converrebbe farloil suo commercio e la sua industria per correre alla conquista dell'Asiane' questa ha tali moventi che la facciano sortire dalla sua indolenza per rovesciarsi sull'Europa; e se il facesseil periglio comune unificherebbe i dotti e numerosi eserciti europeial cui urto gli Asiatici verrebbero dispersi.
Se rivolgiamo lo sguardo all'Americala vediamo messa fra i due continentifra le due civiltàe parrebbe predestinata a dar compimento a questa legge fatalenella guisa stessa che l'Italia il fece fra l'Oriente e l'occidente. Ma gli Americani son dediti al commercioall'industriae non già alla guerrai loro prodotti trovano sempre mercati abbastanza vastie l'estensione e feracità del suolo di cui disponefan sí che essa non ha bisogno di cercare ventura per accrescere la sua prosperità.
La Russiaper la sua apparenza guerriera e per le velleità dei suoi autocratic'indurrebbe a credere che un giorno fosse destinata a compiere con la spada i decreti del fato; ma non vi è popolo meno del russo adattato alla guerraesso non è abbastanza civile per sentire i stimoli della gloria militare; né tanto barbaro d'abbandonare le proprie contrade e correre alla conquista di nuove regioni; la volontà dell'autocrate basterà per esaltarlo in difesa del proprio paesema non già per trasformare in conquistatori un popolo di servi. La Russia contribuisce a compiere queste leggi fatali non già con la guerrama col lento lavoro del commercio. La civiltà europea già accavalca gli Ural e penetra in Asia.
Finalmentese ci faremo a considerare attentamente le condizioni dell'Inghilterraben lungi dal vedere in essa la Roma o la Cartagine modernanoi crediamo che essa rappresenti ciò che era Venezia nel medioevo. L'Inghilterra vive d'industriai suoi prodotti sono immensie sempre crescentiquindi essa ha bisogno di mercati vastissimiessa devese le circostanze lo richiedanoaprire col cannone lo sbocco ai suoi prodottiquindi a noi pare che l'Inghilterra sia destinata a capitanare l'esercito di trafficanti che unificherà la civiltà europea e l'asiaticase impreveduti avvenimenti non cangiano la condizione dei popoli.
Dunqueesclameranno i parteggianti del continuo progressonoi avanziamo verso l'unità mondialeche verrà quasi pacificamente attuata; noi ci avviciniamo ad un libero e facile commercio fra tutti i popoli della terra: i varî prodotti di tante nazionila loro industriale attitudini speciali di ciascun popolodi ciascun individuosaranno volti a benefizio di tutta l'umanitàquesto è quello che desideriamo. Ma se la storia e la logica ci conducono a queste incoraggianti conclusionicerchiamo le sorti piú vicine a cui accenna la vita politica ed economica dei popoli moderni.
Sino allo scorcio del XV secolo l'Italia fu l'astro intorno a cui tutti i popoli europei hanno compito il loro giroil centro verso di cui tutti hanno gravitato. La sua luce offuscataquesta signora delle genti spentaquesto centro venuto menol'Europa abbandonata a se stessaper quasi tre secoli ha seguito un corso incerto e balenante; la Franciafinalmentesi è surrogata all'Italia per regolare il corso dei destini europeima il suo ascendente non è evidenteincontrastabile come fu quello dell'Italiaspesso è contrappesatoquasi sempre resta in ombrae si discerne a penaqualche volta sparisce affatto. Nondimeno in Francia possiamo fare studio sulle tendenze delle moderne Nazioni.
Sappiamo dalla storiacome in essa i Comuni non poterono mai completamente francarsila regia potestà distrusse e si surrogò al feudalismo. Ma il popolo non essendo libero come in Italial'industria ed il commercio lentamente progredirono; il protezionismoconseguenza della monarchiatutto interdisse. Finalmente sotto Sully ed Enrico IV fiorí l'agricolturasotto Colbert e Luigi XIV l'industriaa cui Turgot con l'abolizione delle corvate e de' mestieri diede grandissimo impulso. Oggi i Francesie quasi tutti gli oltremontanihan raggiunto quel grado di prosperità a cui erano giunti gli Italiani allo scorcio del XIV secoloe se presso gl'Italianiin quell'epocaogni cosa accennava decadenzaquali sono le tendenze de' moderni? "Come!...- esclama Mercier de la Rivière- ed è un parteggiano del despotismol'agiatezza è sconosciuta a color che la producono? Ah!!... diffidate di questo contrasto". Ma spingiamoci innanzi alla ricerca dell'ignoto avvenire.
È innegabile che la presente società può considerarsi divisa in due classi: da una parte capitalisti e proprietarîdall'altra operai e fittaiuoli. Queste due classi sono in una evidente e continua opposizionequella prospera al deperire di questa. "Invano- dice Filangieri- i moralisti han cercato di stabilire un trattato di pace fra queste due condizioni: quelli cercheranno sempre di comprar l'opera di questi al minor prezzo possibile; e questi cercheranno sempre di vendergliela al maggior prezzo che possono. In questo negoziato quale delle due parti soccumberà? Questo è evidente: la piú numerosa". Questo vero non può negarsi che per ignoranza o per difetto di buona fede: il capitalista mira sempre ad accrescere il prodotto nettoquindi al ribasso della mercedealla ruina dell'operaioil proprietario a trarre quanto piú sia possibile dal fittaiuolo onde alimentare i suoi ozîpoco curandosi de' bisogni di quello.
La proprietà fondiaria venne già scrollata dalle riforme del XVIII secoloche scemarono di molto il suo ascendente sui destini della societàoggi è il capitale l'arbitro dell'umanitàper esso corrono prosperi i tempi. L'umano ingegno datosi all'industrianon tardarono ad inventarsi macchinestrumentitrovati che ne facilitano il progresso. Ma in questo progresso la vittima è stata l'operaio; le macchine e la divisione del lavoro hanno accresciuto il prodotto nettoe nel tempo medesimo ribassato grandemente il salario; e quelle e questa riducendo l'opera dell'uomo ad un atto puramente materiale e costantenon è rimasta al misero operaio nessuna attitudine di cui possa avvalersi. Un tal fatto gli economisti nol neganoma come rimediarci?eglino dicono. Sostituiremo i viaggi sul dorso d'uomini alle strade ferratela vanga all'aratroil copista alla stampa? Non si arrivasoggiungonosenza perdite sulla breccia? Né possiamo tener conto di coloro che il carro del progresso schiaccia nel suo cammino. E l'economistaatteggiandosi qual benefattore dell'umanitàcon una gravità sotto cui nasconde la sua ipocrisiavi dice: noi miriamo al bene pubblico non già al privato. Meno quest'ultimo assertole loro risposte sono giustesarebbe stoltezza pretendere di arrestare i voli dell'umano ingegnoa noi basta registrare un veroun fattoun risultato ch'eglino medesimi non possono negare ed è che: la miseria dell'operaio cresce al crescere della ricchezza socialedel prodotto netto dell'industria.
Inoltremaggiore è il capitaleed in parità di lavoromaggiore è il prodottoquesto è un assioma in economia; però un vistoso capitale producendo sempre piú a buon mercato che un picciolo capitalene risulta che questi dovrà indubitamente soccumbere nella concorrenza; d'onde risulta un altro fattoche gli economisti non possono disconoscerema non vogliono confessarecioè: nella continua lotta che si fanno i varî prodottie i varî capitalila ricchezza sociale si accresceed il numero di coloro che la posseggono diminuisce. L'Inghilterra produce per quanto basta a duecentocinquanta milioni d'uominima solamente nove milioni sono i possessori di queste immense ricchezze. Perché avviene ciò? per legge di Natura: ricerca continua di prosperità; bisogni crescenti al crescer de' prodottifacoltà inferiori ai bisogniecco l'umana naturad'onde l'operositàil progresso dell'industria indefinitola felicità asintoto degli umani sforzi impossibile; ed in questo continuo ed istintivo moto l'uomo cercando di volgere in suo profitto quanto capita sotto i suoi sensiin una società in cui i guadagni privati non sono cospirantinon procedono per linee parallelema contrarî ed in concorrenzae cercando vicendevolmente distruggersibisogna inevitabilmentefatalmente tendere ad un'oligarchia di ricchi e raggiungerla.
Dunque i principî su cui sono stabilite le leggi economichele leggi immutabili di Naturai fatti infineci dimostrano ad evidenza che le moderne società si avvicinano rapidamente a quelle condizioni medesime a cui giunsero i Magno-Grecii Romanii Comunicioè esse tendono a ridursi in un'opulentissima oligarchiaed una moltitudine di mendichi.
Fin qui per ciascuna Nazione in particolare. Ora ci faremo ad esaminare i destini dell'intera Europa. La giustizial'utile del libero cambioastrattamenteè incontrastabile; esso è una conseguenza delle leggi naturali da cui vien regolato il mondo. Ma queste leggi naturali vengono esse osservate nel resto degli ordini socialinella distribuzione delle ricchezze? È questo il punto della quistionedagli economisti studiosamente evitato. La varietà de' prodotti delle diverse regionila diversità delle attitudini di ciascuna Nazione e di ciascun uomosono fatti da' quali risulta l'utilela necessità del libero cambio. Che ogni popolo fruisca de' prodotti degli altri popoli e faccia loro fruire dei suoi; che ognuno possa giovarsi delle diverse attitudini di tuttie tutti di quella di ognunoè il problema umanitarioil problema che il libero commercioe la faciltà e rapidità delle comunicazioni risolvono. Il libero cambio produrrà l'altro grandissimo vantaggio che una Nazionedestinata dalla Natura ad essere agricolanon abbandonerà certamente l'agricoltura per l'industriae viceversaed ogni popolo troverà il suo vantaggio rimanendo in quelle condizioni che Natura gli ha fatto. Ma per ottenere cotesti risultamenti richiederebbesi che i prodotti socialile ricchezze insommascorressero e si diffondessero egualmente in tutte le classi della societàe non giàcome avvieneche si andassero restringendo in pochissime mani; questo fattoche abbiamo dimostratofa crollare l'edifizio incantato de' liberi cambisti: è questo lo scoglio ch'eglino vorrebbero nasconderecurandosi pocoottenuto l'intentoche la società vi rompesse.
Discendiamo ai fatti: un paese abbonda di cerealied ivi la plebe vive a buon mercato. Si pone in atto il libero cambioed immediatamente gl'incettatoti faranno acquisto di tutto il grano e l'invieranno in quei mercati ove maggiore è il prezzo. Quale sarà la conseguenza? Il caro del pane. Mavi rispondono i liberi cambistise il prezzo del pane sarà maggiorevi sarà in compenso una grandissima diminuzione nel prezzo de' pannidelle stoffede' tappeti; ed inoltre non contate l'oro che entra nella scarsella degli incettatori? Tutto questo è vetoma il popolo minutomisero come ènon ha bisogno per covrirsi de' panni forastieriné gode della diminuzione di prezzo di questi generi; l'oro che entra nella scarsella degl'incettatori non arreca nessun vantaggio alle moltitudinima è volto ad affamarle l'anno seguente. Né qui finiscono i mali. La proprietà fondiaria è un monopolio permanenteed in una Nazionedestinata dalla Natura ad essere esclusivamente agricolanon tutti possono dedicarsi all'agricolturai posti sono occupatiquindi per necessità alcuni capitali e moltissime persone si dedicano all'industriache per l'indole nazionaleper le condizioni del paese mai potrà ingrandirsi e perfezionarsi in modo tale da sostenere la concorrenza di quelle fabbriche immensedi que' prodotti de' popoli esclusivamente industrie però il libero commercio le distrugge immediatamente e priva di lavoro quelli operai che già ha tormentati col caro del pane. I capitali poi sortono immediatamente dallo Stato e passano allo straniero. Senza poter rispondere alle prime obbiezionii liberi cambisti credono di rispondere vittoriosamente a quest'ultimae dicono: Allorché il denaro passerà da A in B è segno che A ne abbondaappena ne mancheràil danaro vi torneràper la ragione medesima che da A è passato in B. Sívi torneràrisponde Proudhonma vi ritornerà nelle mani dei capitalisti stranierii quali acquisteranno terrestabiliranno fabbricheed A diverrà una nazione che vive dei salarî che percepisce dai stranieri. L'ascendente dell'Inghilterra in Portogallo è dovuta al libero commercio; il vasto impero delle Indieper questa ragione è divenuto proprietà di pochi mercanti. In una parolase le condizioni e le relazioni sociali non mutanoil libero commercio facilita la concorrenzae questa il monopolio di sua natura oligarchico; quindi facilita la tendenza delle ricchezze sociali a ridursi in poche manied il crescere incessante del numero dei mendichi e delle loro miserie.
Coteste veritàche studiosamente si disconosconofanno esclamare a Proudhon: "Il libero commercioovvero il libero monopolio è la Santa Alleanza de' grandi feudatarî del capitale e dell'industria; è la mostruosa potenza che deve compiere su ciascun punto del globo l'opera cominciata dalla divisione del lavorodalle macchinedalla concorrenzadal monopoliodalla polizia: schiacciare le industrie minori e sottomettere definitivamente il proletariato. È la centralizzazione su tutta la faccia della terraè il reggimento della spoliazione e della miseriaè la proprietà in tutta la sua forza e gloria. È per conseguire l'adempimento di questo sistemache tanti milioni di lavoratori sono affamatitante innocenti creature gettate dalla mammella nel nientetante fanciulle e donne prostituitetante riputazioni macchiate. E sapessero almeno gli economisti un'uscita da questo laberintouna fine di queste torture. Ma nosempremaicome l'orologio dei dannati è il ritornello dell'apocalisse economica. Ohse i dannati potessero ardere l'inferno!!..."
Né qui si arrestano i maliné qui cessa il potere che hanno le leggi economiche sui destini socialiesse informanodanno normaindirizzano verso la stessa meta a cui esse tendonoqualunque politica istituzioneeziandio quelle che sembrano volte a migliorare le condizioni delle moltitudini.
Il governo vive delle gravezze pagate da' cittadinie questemeno pochissime su taluni oggetti di lussotutte gravitano sui poverellisul minuto popoloche pagane la piú gran parteche piú delle altre classi sociali ne risente il peso; mentre i ricchie coloro che assorbono i maggiori stipendîsono in proporzione i meno gravati. Questi governi dovrebbero almeno proteggere i miseri. Mai no: è il ricco che ne ottiene protezioneè il povero che popola le prigioniche vive sotto la sferza e la prepotenza de' birri.
Nel governo assoluto il povero può alcune volte ottenere da un monarca un provvedimento arbitrario ma repressivo contro il ricco; nel governo rappresentativocoverto con la maschera della legalitàciò è impossibile: elettori quelli che posseggonoeleggibili quelli che posseggonoi nullatenenti son fuori la leggesono in una condizione peggiore de' schiavi; il governo è nelle mani de' capitalisti o de' proprietarîl'industria progrediscela miseria crescee la società corre verso l'oligarchia dell'oro.
Passiamo al suffragio universaleamara derisione del popolo minuto. L'operaioil contadinoche non votano pel capitalistapel proprietariovengono da questi minacciati della fame. I capitalisti fanno monopolio del voto come d'una derrata; il povero nel governo rappresentativo è abbandonato affatto in balia del riccoi suoi mali giungono al colmo. Il capitale dispoticamente governadi quinci la codarda politicaco' deboli superbi e co' forti umili; la noncuranza per l'avvenireguadagni pronti e grossi è la massima de' presenti uomini di Stato; nelle loro mani il telegrafo elettrico ed il vaporegrandi trovati dell'umano ingegnoson volti a perpetuare l'usurpazione e la miseria. Il Sismondi scriveva alla Giovane Italia: "Affiderete voi la causa del proletariato agli uomini che ne dividono le privazioni? essi non hanno forza; l'affiderete quindi a' ricchi? essi saranno i primi a tradire il povero". Ecco il problema fatale che tutte reassume le future sorti dell'umanità. Né questo è tutto: le ricchezze de' pochi e la crescente miseria delle moltitudini producono l'ignoranza e fanno abilità agli usurpatori di salariare parte del popolo per opprimere i rimanenti. Quindi le numerose soldatesche ed il militare dispotismo. La quistione politica è nulla in faccia all'importanza della quistione economica. Finché vi sono uomini che per miseria si vendonoil governo sarà in balia di coloro che piú posseggonola libertà è un vano nome. Invenzioniscoverteordini nuoviliberi reggimentialtro non fanno che sospingere la società in quell'abisso verso cui le leggi economiche inesorabilmente la traggono. In quali Stati è maggiore la miseria e piú sensibile l'oligarchia dei ricchi? In quelli ove le moderne libertà e l'industria maggiormente fiorisconopiú che altrove in Inghilterrapoi nel Belgiopoi in Francia... Gli Europeidalla burrasca economica che li travagliasono cacciati a torme verso il nuovo mondo; e dall'Inghilterra emigrano il maggior numeroperchésecondo i modernila piú civile. Son fatti questi e non congetture che vengono in appoggio alla ragionequindi il vantato progresso altro non è che decadenza. Ma ove giungeremo? sarà un giorno l'affamata umanità governata da una gretta oligarchia di banchieri? È questa la domanda a cui risponderemo col ragionamento che segue.
Svolgiamo la storiaessa ci indicherà quali furono le sorti di que' popoli le cui ricchezze s'accumularono nelle mani di pochi patrizî. I Magno-Greci son lontani da noie comeché la loro storia ci venga tramandata attraverso la nebbia de' secolipure vedemmo che appena pochi divennero i possessori delle ricchezze sociali cominciòin quelle repubblicheil parteggiarsi del popoloi tumultid'onde risultò il militare dispotismoquindi gli Aristodemigli Anassilii Dionisîi Faleridi... Presso i Romani gli avvenimenti si disegnano con recisi contorni: appena la società vien divisa in pochi ricchi e numerosa ed ignorante plebecomincianodai mali di questa suscitatii tomulti: Tiberio e Gaio GraccoSaturnino ApulienoLivio Drusolo stesso Catilinasono generosi che tentano francare il popolo da schiavitúalleviare le sue miserie; la guerra socialela servilela spartacidala marianala sertorianala catilinariafurono i conati di un popolo infelice contro l'usurpazione de' ricchi; ma la cagione de' mali non cadeva sotto i sensinon poteva perciò suggerirsi dall'istinto il rimedioquindi il concetto che avesse unificata e diretta l'universal volontà mancò; il popolo fu sempre vintoma non perciò gli opulenti patrizî gioirono delle loro usurpazioni; ad essi successe il dispotismo militare... quindi MarioSillaCesarepoi l'imperoi pretorianiche spogliarono ed oppressero ricchi e poveri. E gli stessi avvenimenti li vediamo esattamente riprodotti nelle repubbliche del medioevo: l'oligarchia de' ricchi cade sotto il dispotismo dei venturieri. E presso i moderni quali sono i fatti che osserviamo? chiunque senza spirito di parte si farà ad esaminarli potrà riconoscere che essi sono del medesimo carattere di quelli avvenuti presso i Magno-Grecii Romaniil medioevo: i tumultile congiurele guerre civili si succedonoil dispotismo militarefra noia cagione degli eserciti permanentipiú prontogià s'estolle su tutti gli ordiniviola giuramenticalpesta leggivuota borse... Banchieri! monopolisti! cercate gioire del presentegiacché l'avvenire non vi appartiene; il popolo non può ottenere il trionfo che sbarbicando ed abbattendo tutto l'edifizio socialeed in tal caso voi perirete sotto le ruine; se poi il popolo è vintoil dispotismo militare v'aspettala vostra morte sarà piú lentavedrete poco a poco vuotare le vostre borsee morrete consunti: altra alternativa non v'èquesto decreto del fato è incancellabile.
Eccoo dottrinarî!il progresso sognato dalla vostra beata schiera. È maravigliosa l'astrazione in cui questi cotalilontani dalla miseria e dall'opulenza vivono; eglino credono in buona fede che dalle loro elucubrazioni fiorirà la libertà. Una catastrofe politica li sorprendeun soldato prescrive i limiti alle loro dissertazionicome un pedagogo limitaminacciandoli colla sferzale ricreazioni de' fanciulli; essi senza perder coraggio velano le loro ideele lasciano indovinaree procedonosognando di far guerra al dispotismo. L'ideail concetto dominanoè veroil destino de' popoli: ma esse son conseguenza de' fattie non si traducono in fatti che dalle rivoluzioni compite per forza d'armi; ed il popolo non trascorre mai alla violenza perché animato da un concettoma perché stimolato da' dolori. Cosa sono le idee senza le rivoluzionisenza la guerra che le faccia trionfare? un nullasono le varie forme che i vapori prendono nell'aria e che uno zeffiro disperde.
Ma non bisogna arrestarsi alla superficie della societàsu cui purtroppo chiaramente è scolpito un tale destinofa d'uopo esplorare il fondo per pronunciare la sentenza.
Discorremmo come i pregiudizî e le opinioniin origine carimanifestando col tempo i loro attributicagionanoperché non concordi con le leggi di Naturamali gravissimied il rispettoanzi il culto che il popolo aveva per essi cangiasi in disprezzo e derisione. Coloro che primi scrollano questi pregiudizî sono i riformatoriaffrontano questi l'ira socialesovente l'esecrazione di quelle moltitudini che eglino vogliono difenderee tanti dolori immediati tanti motivi esterni vengono in essi contrappesati dal convincimento di essere i propugnatori del vero.
Incontro a questidicemmo eziandiosorgono gli apologisti del presentedediti sempre a sacrificare ogni loro convincimento ai vantaggi che gli vengono offerti dal mondo esteriore; sono questi i propugnatori degl'interessi che prevalgono edifensori delle classi che predominanonascondono sempre il male sotto le apparenze del benesono gli ottimisti. Queste due schiere nemiche possono dirsi i genî del bene e del male dell'umanità; quelli rappresentano il motola vita; questi l'immobilitàla morte; sono due pleiadi che precedono sempre le grandi crisi sociali; una tramonta a misura che l'altra sorge sull'orizzonte. Queste due schiere nemiche vengonofra i modernichiaramente rappresentate dai socialisti e dagli economistie noi ci faremo ad esporre per sommi capi la lotta che tuttora fra loro si combatte.
Tutti i riformatoriosservando la cattiva e l'ingiusta distribuzione delle ricchezze in una società che pretende di esser liberacercano un mezzo acciocché essa venga egualmente ripartita. Le idee di Campanella nella Città del soledi Cabet nell'Icariale teorie di Owendi Louis Blanctutte si propongono lo scopo di creare una forza estrinsecaartificialela quale presieda alla divisione delle ricchezze. Carlo Fouriersuperiore a tuttirinviene questa forza nella natura stessa dell'uomo: sciogliete il freno alle passioniconcedete ad esse piena libertà: e l'equilibrioegli dicesi stabilirà da sé. Nondimeno nell'applicazione di questo trovato egli prescrive alcune regole; grande nel rinvenire questa forza di cui si va in cercaerra nel modo come adoperarla.
Gli economisti hanno francamente appiccata la battaglia ed abilmente ferito nel debole della corazza. I vostri sistemidicono essinon sono che il ristabilimento del dispotismo con tanta pena abbattuto. Incontro ad essiil passato protezionismo può dirsi libertà: voi prescrivete il vestitoil cibola dimoraalcuni tra voi finanche l'ora del coito. La società sotto un tal reggimento perirebbe di languorel'uomo non lavora che per sé; se distruggete la personalità distruggete il prodotto. Pretendete forse con le vostre utopie cangiare le immutabili leggi di Natura? Libertà a tutti e per tutti è la formola degli economistie quindiosservate superficialmente le coseeglinoin questa lottasembrano i propugnatori della libertà e del progresso. La libertà ridona la dignità all'operaiovi dicono essinoi non possiamo né vogliamo lasciar da parte la sua volontàaltrimenti sarebbe ridurlo alla condizione del bruto che opera sotto l'incubo della sferza. Continuanoné tralasciano di servirsi giustamente ed abilmente del sarcasmo: I vostri sistemidicono ai riformatorisono cosí complicati che solo il vostro grande ingegno che li ha concepiti può averne un'idea chiara e distinta; e però per attuarli fa d'uopo che la società abbandoni nelle vostre mani tutte le ricchezzetutti i suoi dirittiche vi conceda illimitatissima potestàacciocché voi possiate rigenerare l'umanità. Le vostre filantropiche preteseè forza confessarlonon sono picciole.
Fin qui la vittoria degli economisti è completa. Ma quando si trasporta la quistione sul suo vero terrenocambiano le veci; quando i riformatori a lor volta gli dicono: Voi parlate di libertà e dignità dell'operaio? Quale libertà voi gli concedere se non quella sola di morir di fame? Quale sferza è piú umiliante e piú potente della famesolo ed unico legame che aggioga il proletario al carro sociale? Quando i riformatori numerano e mostrano la profondità delle piaghe sociali ela statistica alla manoterribile scienzacontano in Parigi trecentosessantamila persone immerse nella miseria; ed in tutta la Francia sette milioni e mezzo d'uomini che vivono con soli cinque soldi al giorno; e nel Belgio un milione e mezzo che vivono di pubblica beneficenza; quando spalancano innanzi ad essi quei tetri volumi delle ricerche fatte in Londradelle condizioni dei poveri; quindi scorgesi che quasi tutti i malfattori son miseri ed ignoranti; quando si osservafinanche un morbo distruttore rispettare il ricco ed unirsi con gli altri innumerevoli mali sotto il nero e stracciato vessillo della miseria; quando infinein forza delle stesse leggi economichegli dimostrano ad evidenza che questi mali debbono immancabilmente crescere con spaventevole celeritàallora gli economisti rimangono atterriti. I loro sofismi sono impotentiil sarcasmo cangiasi in ira e prorompono alle onteli chiamano anarchistiparteggiatori; ma i fattisanguinosi e minacciantinon cessano di protestare.
Fra gli economistiil solo onestoMalthuscoraggiosamente si è svincolato dalle fatali strette. Non sono le leggi economicheegli dicenon è l'ingiusta distribuzione delle ricchezzenon le condizioni ed i rapporti socialila cagione di questi malima essi risultano da due leggi immutabili di Naturache regolano la propagazione della specie e l'accrescimento del prodottoe fanno sí che l'una procede in una progressione geometricamentre quello cresce in una progressione aritmeticae quindi conchiude: "Un uomo che nasce in un mondo di già occupatose la sua famiglia non ha come nutrirloe la società non ha bisogno del suo lavoroquest'uomodiconon ha il minimo diritto a reclamare una porzione qualunque di nutrimentoegli è realmente soverchio sulla terra. Al grande convito della Natura non v'è posto per luila natura gli comanda d'andarsenené tarderà a porre essa medesima quest'ordine in esecuzione".
Non è necessario dimostrareper ribattere l'argomento di Malthusche in Natura non esiste cotesta legge fatale e terribilema basterà rispondere che se essa esistessenon dovrebbe avere effettose non quando ognuno non occupasse nel convito della vita che un posto solo; ma se quella ingiusta distribuzione di ricchezze di cui si ragiona fa sí che un solo occupa molti postiche nove milioniper esempiocome avviene in Inghilterradivorano la mensa che Natura ha imbandito per duecentocinquanta milioniallora chi potrà impedire ai tanti esclusi di avvalersi di quella superiorità di forze dalla Natura stessa concessegli ecalpestando quei pochifarsi da loro medesimi giustizia?
Giunta la quistione a tal puntoentra in lizza Proudhonla chiave della voltasecondo Garnierdell'edifizio sociale è polverizzata: la proprietà è un furtoè la nettaevidenteincontrastabile conseguenza a cui perviene con la sua inesorabile logica. Gli economisti hanno consumate inutilmente tutte le loro forze per difendersima l'impresa era troppo arduamassime per la proprietà fondiaria. Sarebbe soverchio venir ripetendo in queste pagine gli argomenti di Proudhonil certo è che: un uomo oziososemplice consumatoreinutile alla societàche impone patti a suo capriccio a coloro a' quali la società deve tuttoè l'immediatala legittima conseguenza del diritto di proprietà. L'ultimo fra i volgarise i pregiudizî non l'accecanose la sua ragione può per un solo istante francarsi dall'imperio de' fattiè nel caso di comprendere questa verità. Come mai può dirsi giusta una legge dalla quale risulta il diritto di non far nulla e scialacquare il frutto degli altrui sudori?
Gli economisti hanno alzata l'ultima barricata dietro di cui si credevano invulnerabili: la terrasoggiunge Bastiatnon ha valore(quasi che la mancanza di valore in un oggetto da tutti desiderato potesse adonestarne l'usurpazione)la proprietàegli diceè un lavoro accumulato. Ma ad onta di questa ardita asserzione sono stati disfattied hanno visto distrutte eziandio le ragioni con cui difendevano il capitale: l'uomo creato con facoltà inferiori ai suoi bisogni non può bastare a se medesimoe solo associandosi coi suoi simili sorte dallo stato selvaggio; isolato è inferiore a quasi tutti gli animaliassociato diventa sovrano. Solo non può neppure procacciarsi il necessario; in societàottiene subito dal lavoro collettivo un prodotto sovrabbondantequindi comincia il risparmioil capitale; e siccome il lavorocome afferma lo stesso Pellegrino Rossinon essendo trasmissibilenon è neppure usufruttabilene risulta che il risparmioovvero il capitaleconseguenza di un lavoro collettivonon può essere che una proprietà collettiva. Il capitalista che paga otto di salario ad ogni operaio che produce diecinon solo ruba due ad ognuno di essima ruba eziandio la loro potenza collettivaquella potenza per cui l'azione simultanea di cento persone è superiore all'azione successiva di tutti gli uomini della terra; potenza per cui accrescesi oltre misura il prodotto; potenza generatrice del capitale. Per qual ragione adunquegli operaipadroni legittimi del prodotto del loro lavoropadroni legittimi del capitale che la loro potenza collettiva ha accumolatosottostanno alle esorbitanti e tiranniche esigenze d'un capitalista? La fame ve li costringe; se nella presente società cessasse la miseriacapitalisti e proprietarî piú non troverebbero né operainé fittaiuoli che volessero lavorare per loro contocesserebbe ogni produzione; la miseria gli fa abilità ad usufruttare gli altrui lavorila miseria è il punto d'appoggio su cui librasiè la base su cui poggiachiave della volta che sostiene l'edifizio socialeè il solo movente che produce quella vantata armonia socialeper cui pochi si giovano del frutto dei lavori di molti.
Gli economistivedendosi debellatihanno eseguita un'abile evoluzionesono ritornati sull'antico terrenohanno trascinato nuovamente i loro avversarî ad esaminare i sistemi che pretendono surrogare alle condizioni e relazioni presenti; han detto a loro: "voi non fate che distruggereedificateed esperimentiamo se i vostri concetti sono attuabili". I riformatori in quest'ultima contesa mancarono di caratteresi mostrarono deboli: eglinocredendo sincere le proposte de' loro avversarîsi fecero a chiedere ai proprietarî i mezzi come esperimentare una società senza proprietàla facoltà d'abolirlaammirabile innocenza!!... eglino avrebbero voluto riedificare senza distruggerevestire il povero senza spogliare il riccovana speranza! Lo stesso Proudhon pretende riformare la società con alcune istituzioni che tutti potrebbero accettare. I loro avversarî gli risposero con un sorriso di schernoed ascosero il loro veleno per servirsene a miglior tempo. Noi troncheremo il nodo della quistionenon essendovi alcuna necessità di scioglierlo.
Riscontrasi forse registrato ne' fasti dell'umanità che le rivoluzioni si compiono con una discussione o con un'esperienza? che gl'interessi oppostida cui viene l'urtosi salvano entrambi? D'ondese non dal torrente degli affetti che sgorgano dalle rivoluzioni e travolgono nel loro rapido corso ogni ostacolosorte inaspettato il nuovo ordine sociale? A noi basta d'aver provatoné ciò possono negarlo gli economistiche i malile cagioni di pungenti doloriesistono non soloma crescono continuamentee questo fattoscritto a caratteri indelebili negli eterni volumi del destinoracchiude in sé la rivoluzionecome i corpi il calorico. "Quando il popolo non avrà piú nulla da mangiaremangerà il ricco". In questi terminicon queste paroleRousseau ha preveduto e definito la rivoluzionee cosí avverrà. Inoltre le nazionalità compressele ingorde tirannidil'agitarsi delle settesono altre cagionieffetti e causa della rivoluzionele quali ne avvicinano il momentoe vestono delle loro apparenze alcuni rivolgimentiil cui movente principalela miseriail bisogno di migliorarerimane nascosto.
Dunquerisponderanno esterrefatti gli economistila rivoluzione prevedutadesiderataè la stragela spoliazione? Sítale saràma le sue vittime saranno in numero assai minore di quello che voi ne spegnete coi lunghi tormenti della miseria. E fossero piúnoi ripeteremo le vostre frasi: "non si giunge senza perdite sulla breccia - non possiamo tener conto di coloro che il carro del progresso schiaccia nel suo cammino". Conchiudiamo: la rivoluzione è inevitabileessa si avvicina con caratteri chiari e distinti e procede indipendente dalle discussioni dei dotti. Noi ci faremo ad esaminarne piú minutamente le tendenze.
La Provvidenza, - esclama Alessio Battiloro in Palermo nel 1647, - fa le campagne ubertose per tutti, né noi dobbiamo morire di fame perché alcuni ladri s'impinguano.
È questa la formola della rivoluzioneche esiste latente da due secolidal momento che al popolo del medioevo successe il popolo moderno. Tutti i rivolgimenti che hanno avuto luogo da quell'epocache avranno luogo in avveniretutticomeché in apparenza vestiti di altri caratterisono l'effetto del medesimo moventei bisogni materiali del popolo. Questi varî rivolgimenti sono stati vinti e sviatiimperocché l'istinto appigliandosi alle apparenze ha trascurata la realtàsollecito della riforma politica non ha curato la socialema il movente principale sino ad ora occultosconosciutonon compreso dalla moltitudinegià comincia ad emergere dal fondo della coscienza sociale. Chioggiè cosí semplice da supporre che un popolo corra alle armi per surrogare qualche scaltro ad un reper inalberare uno straccio dipinto in un modo piuttosto che in un altroper ottenere con le stesse miserie un pomposo nome? Chi negherà che il popolo armasi perché spera in cuor suosenza dirsi il comemigliorare le sue materiali condizioni? Chi negherà che libertàpatriadiritti... sono vani nomisono amare derisioni per coloro dannati in perpetuodalle leggi socialialla miseria ed all'ignoranzainerenti al diritto di proprietà come l'ombra ai corpi? Perché amerà la libertà della personadel pensierodella stampacolui che non ha mezzi come esistereche per ignoranza non pensa e non legge? Sorrideva Metternich quando i sovrani si spaventavano della quistione politica; il suo arguto ingegno scorgeva che la vittoria era certa pel dispotismo finché la quistione non diventasse sociale. Ed oggi chi non vede che la quistione sociale comincia a prevalere alla politica? Gli stessi uomini tenacemente ristretti fra le antiche idee sono loro malgrado obbligati a concederle qualche pensieroqualche frase. Non era la quistione sociale che scriveva nel '33 sulle bandiere dei ribelli a LioneVivere travagliandoo morire combattendo? Non era la quistione sociale quella a cui Cavaignac nel giugno del '48 rispondeva a colpi di cannone? E le associazioni che si creanoappena ne hanno facoltàquasi istintivamentenon accennano forse a cotesto avvenire? E l'indifferenza con cui il popolo francese mirò violata la costituzione dello Statoarrestati i suoi rappresentantidiroccato il palazzo dell'assembleanon dice chiaramente che egli sperava con la repubblica migliorare le proprie condizionierimasto delusonon trovò una ragione sufficiente per difenderla contro l'Impero? Sono scorsi quasi due anni che ho scritto queste pagineed al cominciar del 1856 con mia soddisfazioneposso aggiungere nuovi fatti in conferma del mio asserto. Ora che le dottrine socialiste piú non si manifestanoora che i dottrinanti d'ogni colore predicano l'assurda concordia de' partiti contro il comune nemicoil socialismo si eleva alla praticaè l'aspirazione di una società secretala Marianna.
Le concioni popolari in Londra già prendono questo carattereaspreggiano i ricchiNella Spagnaove non erasi mai scritto di socialismoesso mostrasi nei tomulti popoleschi; e la sollevazione di Lionequella di giugnola Mariannale concioni d'Inghilterrai tomulti di Barcellona... sono quella serie di fatti che tendono a trasformare l'idea in sentimentoche renderanno suggerimento dell'istinto ciò che a pena un tempo antivedeva la ragione. Quando un tal fatto avverràin men che balena crollerà il moderno edifizio socialee su le sue ruine si vedrà sorgere l'era della libera associazione.
A cotesti fattisappiamo quale sarà la risposta dei conservatori: noi speriamodicono essiche tutti i rivolgimenti venganocome per lo passatosoffocati nel sangue; noi non daremo campo alla rivoluzione di ergere il caponoi cercheremo di comprimere ogni elatere dell'animo e vinceremo. Ed io rispondoforse lo potretema nell'aspra lotta le forze della società si logoranoe voi di vittoria in vittoria vi troverete inevitabilmente sotto il giogo del militare dispotismoe quindi della decadenza e dissoluzione.
L'avvenire è già inesorabilmente stabilitoo libera associazioneo militare dispotismo. Quale di queste due condizioni sociali avrà il trionfo è dubbio: noi faremo fine a questo paragrafo paragonando le forze contrarie che debbono venire in lottae cosí [potremo] manifestare un'opinione se non esattaalmeno probabilerispetto al nostro avvenire.
Se il popolo scuote la schiena rovescia facilmente nobiliricchipreti che l'opprimonoquesta imbelle schiera d'oppressori non possono paragonarsi alla gagliarda aristocrazia feudaleessi verrebbero fugati dal solo fragore della plebe in corruccio; la sola forza che li proteggela sola forza che si oppone alla rivoluzionesono gli eserciti permanenti; ma quale è la loro natura? Possiamo paragonarli ai satelliti armati di cui si circondavano i tiranni della Magna Greciaa' pretoriani de' romani imperatoria' venturieri del medioevo? No: pei moderni ufficiali la milizia è un mestierema non lo è pe' gregarîper questi è un peso a cui con riluttanza si sottomettono. La disciplina adopera ogni mezzo ondequasi direiaffatturarlie farne un sostegno della tirannidedi cui i soldati sono le vittime piú che le altre tormentatema non perciò cessano di esser popolodal cui seno sono svelti a forzae sempre agognano di farvi ritorno. Perché dunque credere che il fascinol'incanto che li aggioga al dispotismonon possa caderené possa sorgere in essi la speranza di un migliore avvenireda conquistarsi non già al prezzo di una battagliama solamente rifiutandosi di combattere contro i proprî concittadini ed amici? Chi piú del semplice soldato deve desiderare un miglioramento delle condizioni della plebe? Egli non è che plebe. Inoltrequell'amor proprio di corpo in cui risiede tutta la forza de' moderni eserciti èeziandioefficacissimo conduttore d'ogni nuova idea; un soloin que' difficili momentiin cui gli spiriti esaltati ondeggiano nell'incertezzamomenti nelle guerre civili comunissimibasterebbe per trascinare col suo esempio un reggimento interoed un reggimento un esercito. Aggiungi che la polvere da sparo ha reso facilissimo l'armeggiare; ha diroccato le torri dei feudatarî; ha sfondata la loro corazza; ha uguagliato il povero al riccoil forte al debole; ha reso impossibile alle soldatesche sostenersi in una cittàin cui i cittadini padroni degli edifizî son decisi a combattere; e dando finalmente il vantaggio al numero sul valorepare che abbia favorevolmente decisa la causa dell'umanità.
Concludiamo: la moderna società trovasi in quel punto fatale d'onde le antiche hanno rapidamente declinato. Mafacendo considerazioni sulle condizioni de' moderniosserviamo una grande differenza con gli antichi. Il popolo è misero come l'anticoma non come quello parteggiato da' ricchie legato alle loro persone; il prestigio di cui godevano gli oppressori piú non esiste; le quistioni sulle riforme vastenettenon vaghe ed oscure come le anticheesse dall'astrazione di pochi cominciano già a diventare idee pratichesentimento di molti: facili gli armeggiamentila trasformazione del cittadino in guerriero facilissimaprontissima; per nemici i soli eserciti permanentipopolo anch'essie però può sperarsi che la società non declinima ascenda all'era della libera associazionescorrendo cosí un'orbita piú vasta di quella percorsa dai popoli che ci hanno preceduto.

IV. Discorremmo come i varî rivolgimenti trasformano la societàed illuminati da' fattidalle moderne condizioni e relazioni degli uominiabbiamo sospinto lo sguardo nell'avvenire. La religione fra coteste vicende molto operama pochissimo le modificaquindi preferimmo per semplicità separatamente discorrerne.
La religione è un effetto dell'ignoranza e del terrore; l'uomo deifica ogni forza ignota che lo spaventae personifica coteste forze dandogli le proprie formele proprie passioni: quindi mutano i costumi e gli attributi de' dei al cangiare de' costumi de' popoli.
I primi numi furono i reggitori di quelle forzeche la Natura manifesta nel suo tremendo corruccioe cotesti numi cosí possenti la sconvolgevanoal credere de' stupidi ed attoniti mortaliper muover guerra all'uomo. Di quinci la credenza di averli offesiil desio di placarlie siccome la sola vendetta accheta l'uomo sdegnatoper placare gli dei gli offrirono la vita dell'offensoreed il culto manifestossi con gli umani sacrifizî. Isolati gli uominiognuno ebbe i propri deiquindi gli dei penatii lari. Riuniti in cittàsurse il pubblico cultocome surse la pubblica opinioneil pubblico costume.
I popoli si mansuefecerosi assottigliarono le mentie la religione cangiò; l'agricolo e placido Etiopo adorò le costellazioni che annunziavano le stagioniavverse o propizîe ai suoi campied il dilagare dei fiumi fecondatori; le nomò con simboli conformi alle sue ideeed adorò questi simboliqueste sue creature. Il guerriero e politico Italianoadorò la fedela pacela guerra... Infinecon l'ingentilirsi de' costumii sacrifizî umani cessarono.
Nell'assottigliarsi della ragione surse la greca e l'italica filosofiala quale era in opposizionecome ogni filosofiacoi principî religiosi. Gli dei de' Greci e de' Romani non erano gli arbitri del destino degli uominima di aiuto efficacissimo se propizî alle loro impresenemici terribili se irati; al disopra di essi eravi l'immutabile destinoalle cui leggi sottostavano dei e mortali. La filosofianaturalmenteconcentrò tutti i suoi studî su questa forzaquesta legge supremae riconoscendo la frivolità degli altri simbolil'assurdità della numerosa turba di deili dichiarò tutti falsied altro non riconobbe che questa potenza superioreche fu l'unico Diole cui leggi essendo eminentemente giustee però immutabilidistruggevano qualunque cultoqualunque relazione tra Dio e gli uominie cosícome era naturalela filosofia stabiliva l'ateismo.
Il riconoscere una legge supremagiusta e fataleregolatrice de' destini degli uominiera idea che poteva allignare solamente fra un popolo puro e conscio della propria dignitàma la buona semenza fu sparsa su cattivo terrenoil degradato popolo del cadente Impero. Popolo avvilitopopolo schiavoche le miserie avevano ridotto quasi nello stato medesimo del selvaggio atterrito dalla sconvolta Naturavennenaturalmentedal proprio scetticismo condotto a rimettere le proprie sorti nelle mani di questo unico Dioe ne fece il vendicatore degli oppressil'arbitro degli umani destini; e siccome i popoli si creano i dii ad immagine lorocosí gli attributi di esso furono la sua propria abbiettezzal'umiltàla pazienzal'indifferenza per le cose terrene. Il culto come adorarloi misterii riti li trasse dagli Orientaliquanto i Romani di quell'epoca schiavi ed indolenti. Intanto la solitudine degli animi e degli interessil'egoismo umanovolto solo all'utile privatoquesto in diretta contraddizione con l'utile pubblicoprodussenaturalmentela reazione negli animi dei scrittorii quali come sogliono i correttori di costumisenza comprendere che que' vizî erano l'effetto dello sfacelo in cui andava la societàdell'istituzioni che la reggevanocredettero porvi rimedio predicando contro di essie contrappesandoli con massime di fratellanza ed abnegazionee cosí da questa morale predicata ma impraticabilee dalla teologia orientale nacque il cristianesmole di cui regolele di cui massime mostrano benissimo che sursero fra un popolo eccessivamente degradato ed in balia di uno sfrenato egoismo. QuindigiustamenteHegel dichiara la modestia cristiana nel sapere il grado supremo dell'immoralità. Immorali e contraddittorie alla Natura umana dovevano essere tali massimeperché surte fra un popolo in cui ogni elatere dell'animo era spentoe predicate in contraddizione della realtàdei fatti ch'erano effetti delle immutabili leggi di Natura. Gli uomini deificati formarono ad imitazione del paganesimo la turba de' dii minori checome gli antichipresiedettero a tutte le operazioni della vitaa tutti i fenomeni della Natura. Alcune madonnealcuni santi con speciali attributigli amuletile reliquiespecie di feticciosi surrogarono ai dei penatiai larie cosí con diversi principî e nomima quasi con le stesse formealla religione di un popolo giovane e fiorente si sostituí quella che convenivasi ad un popolo degradato e corrotto.
Gli dei antichi erano degli eroiperché eroico il popolo che li adorava quelli de' cristiani dei martiriperché schiavi ed oppressi gli adoratori. Avvezzi gli antichi a vedere il trionfo ed a rispettare il giustolo riguardavano come legge immutabile a cui sottostavano dei e uomini; i cristiani per controche la miseria aveva sospinti allo scetticismone perdettero ogni ideae deificarono l'arbitrioabbandonando i destini dell'umanità in balia d'un Diosecondo la preghiera degli uomini mutabilee cosí al padrone che si creavano nel cielodavano gli attributi medesimi che avevano i loro padroni sulla terra. La morale degli antichirisultata dall'azioneera pratica e però d'accordo con l'umana natura; quella dei cristiani impraticabileperché volta a frenare le sue leggi.
La nuova religioneumile in primasi propagò strisciando fra i potentima divenuta padrona della forzamostrossi oltre ogni credere feroce e codarda. Inorridiscono i moderniin pensando a' terribili riti druidici ed agli umani sacrifizî degli antichinon conosconotanto da' pregiudizî è oscurato il loro intellettoquanto piú atroci e codardi sono gli assassinî del cristianesimocommessi nei tetri recessi dell'inquisizione.
Coronata di fioriresa ebbra dallo stesso sentimento religiosoalla splendida luce del solefra devota e festosa moltitudineinvolavasi la vittima degli antichila cui vitain men che balenaveniva spenta dal colpo che vibrava il destro sacerdote.
Carica di cateneestenuata dalla famesotto le oscure e solitarie volte de' sotterraneicircondata da carneficinon già addestrati al rapido ucciderema raffinati nel lento incrudelirefrusto a frustofra tormenti atrocissimiconsumavasi la vittima dei cristiani.
Ne' sacrifizî degli antichi l'aria risuonava dei canti dell'inneggiante e devoto popoloed era profumata dalle nuvole di fumo che s'innalzavano dai bruciati incensi; fra' cristianiinveceveniva percossa da' stridi acutissimi della vittima ed appestata dal lezzo insopportabile di carni lacerate ed arse. E quindi i principîi misterigli attributi degli deii ritii sacrifizîtutto insommarivela nel paganesmo un popolo generosoe nel cristianesmo un popolo codardo e feroce.
Fin qui della religione. Ora diremo de' sacerdoti ogni eroe fu sommo sacerdote nella propria famiglia e fra i suoi clienti. Formati i vichii paghile cittàla concione de' fortispessonon potendo occuparsi delle cose divine concernenti il pubblico cultodelegò altri a compiere tali ufficîma costorocon tali facoltàacquistarono ben presto un grande ascendente sulla credula moltitudinee l'aristocrazia si vide osteggiatacontrappesata dalla teocraziadi quinci la lotta fra queste due casteche si disputavano la sovranità. Uno dei fatti piú antichi che ci rammenta questa lotta accanitaè l'esterminio che Nob fece d'Achimelech con altri ottantacinque sacerdoti. E le mille voltepresso i Celtiincalzati dal fulmineo brando de' prodi aristocraticii tremanti sacerdoti dovettero riparare nelle caverne. In Italia l'aristocrazia prevalsepresso i Magno-Grecicome presso i Romanii numi ubbidivano alla suprema potestà dello Stato.
Le medesime vicende si riscontrano nel cristianesmo: surto in uno Stato già costituitofu al principio indipendente dal governo. Come fra i vichi ed i paghi della primitiva barbarie il capo era sommo sacerdotecosí ogni villaggioogni città de' primi cristiani elesse un cittadino a tale ufficioil vescovo. In tal guisa cominciò la teocraziala qualecrescendo il suo potetesi rinserrò in una casta e si attribuí que' diritti che ad essi venivano dal popoloed erano inerenti al popolo.
La lotta con l'aristocrazia non tardò a dichiararsiquindi i guelfi e i ghibellini. La spada vinseil prete fra' moderniove il reggimento è nelle mani di uomini né codardi né devotise non di dirittodi fatto è soggetto a chi impera: il pergamoi miracolile preghiere sono ai comandi del trono.
Cerchiamo ora di scorgere quale sia l'avvenire a cui accenna la religione. Discorremmo come essa ha seguito i destini de' popoli ed è conforme ai loro costumi. In quella de' selvaggi vi è impresso il terrore di cui è figlia; il loro ingentilirsi ne rammorbidisce gradatamente i troppo duri contornie la religione di una società fiorente è quale si conviene ad un popolo di eroied è sempre in perfetto accordo con l'utile pubblicocome quella nata fra uomini dediti al bene ed alla grandezza della patria.
Nella decadenza delle societàpoisi riscontrano in essa le contraddizioni e la viltà d'un popolo degradatoecercando rapire l'uomo alle cure di un mondo in cui soffre con la promessa di un futuro ed immaginario godimentodeve sempre trovarsi in opposizione con l'utile pubblico.
Dunqueaffinché una nuova religione potesse sorgeresarebbe indispensabile che un cataclismo confondesse la nostra mentene cancellasse ogni tradizione e riproducesse in noi la meraviglia stessalo stesso terrore che i selvaggi sentirono al brontolate del tuono. O pure è indispensabile che la corruzione e la miseriacomprimendo affatto l'elatere di nostra vitaci prostri talmente chedisperando delle proprie forzeci costringa ad invocare potenze immaginarie; non v'è che l'uomo atterrito o degradato che ripone le proprie sorti nelle mani di Dio. Nel primo caso si riprodurrebbero le primitive religionicon nomi diversiperché spente sono quelle tradizioni. Nel secondoesistendo ancora una religione surta in simili condizioninon potrebbe che riprodursirifiorire la medesima. Quindi se la società moderna declinarisorgerà il cristianesmo e raggiungerà nuovo splendore con rifiorire il cattolicismostato di sua perfezione; e viceversase questa religione perde il suo prestigio è indizio che la società s'avvicina al suo risorgimento. Apriamo l'animo alla speranzaesso non dovrebbe esser lontano.
Ma quale sarà la religione della società rigenerata? È questa l'ultima domanda a cui ci faremo a rispondere. La religione è fondata su di un'idea di potestà supremadi dipendenzasenza della quale non potrebbe esistere. Senza preghieresenza credenzesenza cultosenza autorità non v'è religione. Dunque sono indispensabili i sacerdotiche parlano in nome degli deiche predicano la virtú che gli dei richieggono. È egli mai possibile che ciò avvenga? In una società la quale tende verso la libera associazione e l'uguaglianzaove ogni gerarchia sarà abolitapotrà mai allignare fra essa l'idea di dipendenza da una somma sapienza? chi oserà dirsi delegato da Dio a predicare la virtú? chieziandionelle presenti condizionipuò farlo senza esser deriso? Il popolodice Mazzinisarà il solo interprete di Dio; ma in simile caso Dio che cosa diverrà? I suoi voleri saranno quelli del popolo né potranno esser differentiimperocché per esprimerli sarebbe d'uopo d'interpreti che non fossero popoloquindi Dio diventa un vano nomee non altro. Se poicome soggiunge lo stesso MazziniDio è la leggeallora fa d'uopo dichiarare di quale legge parlasi; se di una legge naturaleallora essa deve assolutamente esistere nel popoloquindi Dio sparisceDio è il popolo. Se poi questa legge è differente da quella di Naturasarà indispensabile un rivelatorema chi l'oserà? Ognunoal giorno d'oggipotrebbe dire: Italiani! ascoltatemi! io vi darò le migliori leggi possibilima niuno avrà tanto ardireo sarà cosí stolto d'aggiungervi: esse mi sono state rivelate da Dio!
La religione non ècome asseriscono alcuniil desiderioil bisogno di venire alla conoscenza dell'assoluto; la religione è un sentimento di debolezza che rendeci creatori ed adoratori di potenze sovrumanee quando la ragione dimostra che queste forze non esistonoo almeno non impongono doveriné accordano premîné infliggono castighiné havvi mezzo come placarle e renderle a noi propiziela religione piú non esiste. Dicono alcuni: il simbolo della nuova religione sarà l'Umanitàla Ragionela Libertà. Ma coteste idee non essendo né mistichené sovrumanenon hanno in sé alcun sentimento religioso. Masenza andarci ravvolgendo in inutile giro di paroledomandiamo a costorose nella nuova società a cui eglino medesimi accennanovi potrà essere un'idea mistica che ne modifichi la costituzione ed i costumi degli uomini. La risposta non può essere che negativaquindi la società rigenerata dovrà essere indubitatamente irreligiosa.
Chiamare religione e deismo l'aspirazione alla conoscenza dell'infinitoè un'improprietà di linguaggioè oscurare le nuove idee con voci antiche destinate ad esprimere tutt'altro sentimento. Non ammettere che queste aspirazionidichiarare ogni simbolo di Dio assurdonegargli ogni ingerenza nella vita dell'uomoaltro non è che irreligione ed ateismo.
In tutte le religioni sino ad ora esistite la fede ha creduto alla certezza e verità obbiettiva della parte sovrumana. La ragione altro non aveva fatto che distruggere un simbolo e sostituirne un altro accettato come verissimo. Ma oggi siamo trascorsi piú innanzi: studiando sul passato e scorgendo una successione di simboli religiosiognuno a sua volta dichiarato falsosi è dedotto che tutti erano egualmente bugiardiche tale è il presenteche tale sarebbe un nuovo simbolo che ad esso si sostituisse. Dunque la nuova fede quale è? Il non aver fede in nessun simbolo perché chimere della nostra immaginazione: ovvero la nuova fede è l'irreligione. Tutti i riformatoritutti gli apostoli del progresso sono irreligiosi ed ateima tutti non vogliono accettare questa conseguenza della loro dialettica e si dichiaranocon enfasireligiosi e deisti. Per contronon tutti sono socialistima tutticomeché professando dottrine opposte al socialismosi compiacciono dirsi talie perché. La ragione è evidente: l'irreligione è già sentimentoquindi tutti la professanoma sono riluttanti a confessarlo; il socialismo riguardasi ancora dottrinae tutti cercano farne pompasenza comprenderlo o approvarlo.
Un'altra ragione per cui la religione si dichiara indispensabile è che la storia la registra come un fatto universale e costante. Ma questa ragione non dovrebbe avere alcun peso per coloro che credono al progresso indefinitoimperocché tale credenza non può ammettere che una qualsiasi istituzione debba esistere per la sola ragione che ha sempre esistitoanzi la dottrina del progresso indefinito stabilisce il contrario. La religione ha sempre esistito imperocché tutti i popoli della terra hanno percorso sino ad ora la medesima orbitason soggiaciuti alle medesime vicende. Gli Orientaligli Etruschii Magno-Grecii Romanii modernitutti partendo o dallo stato selvaggioo dalla barbarie ricorsahanno raggiunto il medesimo grado di civiltàe sonosi trovati nelle medesime condizioni. Al termine poi di questo ciclo sociale percorso da tutti i popoli del mondosi è accennato ad una legge di fraternità ed eguaglianza quasi sintesi dell'idea sociale: vi accennarono le dottrine di Zoroastro e di Confuciovi accennò Platonevi accennò il cristianesmovi aspirano piú recisamente i moderni. Quei popoli decaddero né poterono raggiungere questo nuovo stato; noiraggiungendolovarcheremo un punto che nessun popolo ha varcatoquindi niuna delle istituzioni passate o presenti ci può esser norma da indovinare le future. L'irreligione sarà nuovacome è nuovo il socialismo.
Faremo fine a questo capitolo richiamando l'attenzione del lettore su di un fattoda cui moltissimi son stati tratti in un grossolano errore. Quell'aspirazione alla fratellanzache abbiamo scorto in tutte le società che cominciavano a dissolversila comunità de' beni predicata nel vangeloha lasciato credere quasi a tutti che quelle antiche idee fussero i rudimenti del moderno socialismoma quest'aspirazione ad un migliore avvenireche sentiva un popolo avvilitoun popolo in cui era spenta ogni energiaera conseguenza delle condizioni di quella società che doveva o progredire o decadere. Ma essa non fu che una semplice aspirazionele massime che prevalsero furono quelle dell'umiltàdell'indifferenza alle cose terrene de' cristianieffetto di loro degradazione e causa che ne accelerò la caduta; una tale aspirazione fu il crepuscolo d'un tramonto tolto quale l'alba di nuovo giorno.
L'avvenire immaginato da' cristiani in tale aspirazione sarebbe stato la trasformazione del mondo in un convento. Il fanatismo condusse que' popoli al martirioma non potette elevarli alla battaglia. Per controfra le dottrine de moderni socialistifra le massime ricevutenon havvene alcuna che dissolve od avvilisce: gli uomini oggi si associano non già per pregare e soffrirema per prestarsi vicendevole aiutolavorandoper acquistare maggior prosperitàe per combattere; l'aspirazione del socialismo non è quella di ascendere in cieloma godere sulla terra. La differenza che passa fra esso ed il vangelo è la stessa che si riscontra fra la rigogliosa vita d'un giovine corpo ed il rantolo d'un moribondo.
CAPITOLO SECONDO

V. Nazionalità. - VI. Libertà. - VII. Unità. - VIII. Federazione.



V. Senza obliare le verità economiche rammentate nelle precedenti paginee le conseguenze da esse dedotterestringeremo le nostre considerazioni fra i confini che le Alpi ed il mare segnano alla nostra patria; e prima di farcene a scrutare l'avvenireverremmo svolgendo que' popolari concetti che sembrano reassumerlomentre essi non potranno ch'esserne la conseguenza e l'effetto.
In Italiail concetto sociale appena albeggiatraspare appena fra i voti e le speranze universali; il politico predominae la ragione èper se medesimaevidente: un popolo a cui negasi una patriacrede un tal fatto cagione assoluta de' mali suoie conquistandola spera alleviarli: nondimeno i fugaci esperimenti del '48 e '49 han fatto scemare fra gl'Italianie per essi non intendo settema l'intera nazioneil prestigio che aveva il politico concetto. Se malamente sopportansi le presenti miseriesentesi eziandio che un cangiamento di formedi nomid'uomininon è rimedio efficace; ed un tal sentimentocomeché sconfortante al presenteè pegno indubitato di migliore avvenireavvegnaché sarebbe impossibile abbracciare nuove ideenuovi ordiniprima che il fatto non avesse distrutto le passate illusioni e gli antichi pregiudizî. Inoltresono le relazioni di Stato a Stato cosí intimee cosí intrecciate in Europache gli esperimenti in politica fatti da una nazionedel pari che le invenzioni e le scovertesono di un utile universalenon potendo rimanere inosservati ed infruttuosi per gli altri popoli; epperò l'Italia va ammaestrandosinon solo con le proprie esperienzema ancora con quelle de' suoi vicini. I Stati europei navigano di conserva verso la stessa meta; il primo a giungervi determinerà la linea sulla quale verranno ad arringarsi. La Franciapiú che ogni altra moderna nazioneha fatto numerose esperienze sulle varie forme del suo reggimento. Gli Italiani han vistotremendo esempiocrescere i suoi mali senza verun vantaggio: un tal fattoe le nostre passate esperienzesono cagioni abbastanza gravi a determinarci allo studio accurato delle conseguenze ove potrebbero condurci le nostre istintive aspirazioni. A chi credono che la buona scelta degli individui o qualche picciolo cangiamento facesse fruttare in Italia felicità quelle stesse istituzioni cadute in Francia nel dispotismoè inutile rispondere; io non scrivo per costoroi qualise non sono ignorantissimila malafede è indubitata.
Nazionalità è una parolacheall'iniziarsi i rivolgimenti del '48corse di bocca in boccaed è tuttora per gl'Italiani di grandissima efficaciama sempre è stata malamente definitamai profondamente riflettuta.
La nazionalità è l'essere di una nazione. Un uomo che liberamente operaliberamente vive ed esprime i propri pensieripossiede completamente il suo esserema se un ostacolo qualunque impedisce lo sviluppo delle sue facoltàne interdice la volontàne arresta i motil'essere piú non esiste. Nella stessa guisaper esservi nazionalità bisogna che non frappongasi ostacolo di sorta alla libera manifestazione della volontà collettivae che veruno interesse prevalga all'interesse universalequindi non può scompagnarsi dalla piena ed assoluta libertàné ammettere classi privilegiateo dinastieo individui la cui volontàattesi gli ordini socialidebba assolutamente prevalere: è nazionalità quella che godesi sotto il giogo d'un assoluto sovrano? Quale utile ebbero i popoli dalle guerre che da tre secoli e mezzo si combattono in Europaguerre di rivalità dinastiche e non d'altro? Gli Austriacii Prussianii Piemontesii Spagnuoli quali ragioni avevano di correte alle armi e d'assalire i Francesi per vendicare la morte di Luigi XVI? Il popolo sotto tali governi è un gregge vilissimotosato in pace co' balzellistrumento in guerra di vendetta e d'odio personale fra i principi. La ricca vita nazionale si reassume e si angustia in quella ignobilissima d'un despotao d'un suo favoritoe diventa però mutabilissimaquindi la stessa Nazione la vediamo ora superbaora umileora bigottaora religiosaora deboleora forte; il continuato progresso impossibileogni ministro distrugge o sceglie altra via del predecessoresempre suo rivalee la nazione è condannata ad un perpetuo ondeggiare. Tutto ciò ch'è collettivoepperò nazionaleabborritointerdetto. La storia della nazione riducesi ad una cronaca menzognera o scandalosa delle virtú o de' vizî dei principi. Ove adunque trovasi la nazionalità? Quali vantaggi otterrebbe l'Italia con l'unità monarchica assoluta? Nuovi malie non altro.
Tutte le miserie ed umiliazioni che ora si riscontrano in ogni principato in cui è divisa l'Italianon cesserebberomaa questealtre ne verrebbero aggiunte che dall'accentramento del potere e dell'amministrazione naturalmente risultano.
Come ora languono le provincie d'ogni Statolanguirebbero allora egualmente le città che oggi son capitalieccetto una. Il male e l'ingiustizia che le provincie sieno governate da uomini spediti da lontane corticrescerebbero in immenso con l'unità. Gli abitanti delle varie capitalioggi usufruttano quasi tutte le cariche di ogni Statoin allora ad una sola città restringerebbesi un tal vantaggio. La probabilità di rinvenire fra tanti principi uno che sia meno cattivola loro debolezza che rende meno ardua l'impresa di rovesciarlicesserebbe. Scapiterebbe l'industriache ora in ogni Stato ha un centro di moto; scapiterebbe per la ragione medesima il commercionon contrappesandosi i danni dell'accentramento dalla piú libera circolazione interna. Ogni governoeziandio dispoticoè costretto alcune volteo perché l'epoca il comportao per indole del principea proteggere le scienzeed avvalersi de' distinti ingegni; quindiin ragion del numero de' governi cresce la probabilità che splendesse qualche face fra le fitte tenebre della tirannide; né Beccariané Filangieriné Paganoné Romagnosiconterebbe l'Italia se fosse stata una sola monarchia. Avvegnaché in un sol centro troppo lontano dagli estremi sarebbesi favorito lo sviluppo dell'ingegnoe difficilmente un sol governo sarebbesi mostrato in breve tempo piú di una volta propenso alle riformené avrebbero avuto luogo le varie vicende che le promossero.
La forza è il solo apparente vantaggio dell'unità; dico apparenteperocché l'esercito ed il tesoro sono mezzi di cui dispone il renon già la nazionevolti ad opprimerla e non già a difenderla: non pegno di prosperità ma incentivo a' capricci di qualche despota avventuroso.
Quale monarchia può reggere al paragone del nostro splendido medioevoco' suoi torreggianti edifizîcol suo Dantecol suo Machiavellicoi suoi guerrieri di venturae raggiungere in sí breve tempo quel grande sviluppo dell'industria e del commercio? L'Italia surse dalla barbarieraggiunse l'apogeo della civiltàdecaddeed allora le altre nazioni vennero ad attingere dalle sue ruine una scintilla di vita. Non prima dell'epoca di Luigi XIV la Francia s'avvicinò a ciò ch'era stata l'Italia nel XIV secolo. La storia di Francia sarà sempre la cronaca d'una corte dissoluta; e quella [d']Italia la storia di libere genti; l'una è l'immagine de' dispotici imperi asiaticil'altra della libera Grecia. Perché tanta differenza? Perché l'indole svegliata degl'Italiani ed il loro spirito d'indipendenza non si prestò mainé mai si presterà a seguire come stupido gregge le sorti di una dinastia. La libertàe non già la forzapotrà unificare l'Italia.
Nelle grandi monarchiesalvo la capitalele altre provincie languono quasi membra inaridite e dogliose: esempio la Franciaove la fazione che trionfa in Parigi dispone a suo talento di trentaquattro milioni di Francesi. Minori assai sono i nostri malidivisi come siamo in tanti principatiche l'esser tutti sottoposti al medesimo tiranno.
Passiamo ora a far paragonare fra la monarchia assoluta e lo stato di conquista. Un paese governato dispoticamente subisce una perenne conquista. I principi non hanno patrialoro patria è il mondo che si parteggiano. Ove cercano le sposeove gli amici? fra i connazionali forse? mai no: fra questi cercano sgherri e cortegiani; loro amici sono gli altri principipronti a muovere le armi in loro difesa. Quale interesse possono avere gli Italiani di favorire una dinastia piuttosto che un'altra? il medesimo di un condannato a cui fosse concesso di scegliere il carnefice. Se mai siamo destinati ad essere tiranneggiati ed oppressiè meglio che i satelliti del despotai sostegni del dispotismosiano stranieri. Ne verrà risparmiato il dolore di veder rivolti [contro] noi stessi i nostri concittadini: ed essendo maggiore il distacco fra il governo ed il popolopiú sentito sarà l'odiopiú pronta e terribile la vendetta. Non è forse piú onorevole pe' Romani che il papa debba sostenersi per forza d'armi straniere che se lo fosse da armi nazionali? Non sarebbe statoper la Franciameno vergognoso il sottostare ad una conquistache vedersi oppressaumiliatavendutada Francesi stessi? Si direbbe disgraziata la Franciama non corrotta. La conquista può essere l'effetto di una momentanea prepotenza di forzané dura se lo spirito nazionale esiste. La tirannide domesticaper controsorge dalle viscere stesse della Nazionee vi tiene profondate e sparse le barbe. In una parolaquando i tempi son maturi per libertàche un despota scacci un altro despota o si sostituisca alla conquista stranierail popolosenza nulla guadagnaresopporta infruttuosamente tutti i mali della guerra. Col dispotismo non v'è nazionalitàqualunque lingua parli il tirannoqualunque sia il luogo ove ebbe i natali.
Della monarchia costituzionaledirò brevementenon perché dopo il detto sia necessarioma ad evitare l'accusa d'averne taciuto ad arte. Tal forma di governo è assurda altro non è che un'ipocrita tirannide. Il principecapo delle armatepadrone del tesorodistributore di tutte le cariche ed onori dello Statonegoziatore con le Potenze stranieresorgente di tutte le graziesolo inviolabile ed irresponsabile di qualunque attomentre non havvene alcuno che non sia sua emanazione e sua volontà. Adunquegli attributila forzai privilegî del principe sono i medesimi che nella monarchia assoluta; quali sono incontro ad essi le guarentigie del popolo? Un pattoovvero il giuramento del principe stessoed un congressoche il governofonte di tutti i favorifacilmente rendesi ligio. Credesi guarentigia la guardia nazionale? Questa istituzione è un accrescimento di forza al governoe non già una difesa del popolo. I suoi capi sono a scelta del ree sarà perciò facilissimose non d'avvalersi dell'opera di questi armatiparalizzare almeno la loro azioneperocchéessiloro malgradosubirannoquantunque leggermentel'influenza dell'autorità de' loro capie moltissimi cittadiniche in qualche avvenimento prenderebbero parte attivissimase ne astengonose guardie nazionali. Inoltrel'inutile servizio ad essa imposto èai piúdi gravissimo pesosovente non proporzionatoattesa l'indole e condizione dell'individuoai vantaggi che esso ottiene dalle franchigie accordate dal governo. Dalla sola volontà del re dipende l'esistenza di un tal governoquindi è stabile per quanto può esserlo la volontà d'un individuoche un matrimonioil credito di un favoritola paurao altro impreveduto avvenimentocangia. Si attengono i ministri alle formeperché da esse dipende il loro utile personalela loro carica; ma se credono necessaria una misura arbitrariacome ne' governi assolutie non altrimentil'eseguono; ne sparla il pubblicone scrivono i giornaliqualche deputato ne chiede conto a' ministrie qui finiscono le opposizionia questo si riducono i dirittile guarentigie del popolo.
Credo inutile distendere piú oltre un tal ragionamentonon parendomi necessario addurre ragioniquando sonovi i fatti che parlano chiaramente. La storia delle monarchie costituzionali è contemporaneariccanotissima: la Franciadopo essersi dibattuta per ventuno anni sotto un tal governo (tale eziandio dovendo considerarsi l'ultima sedicente repubblica)è ritornata al puro dispotismo; nella Spagna son corsiinfruttuosifiumi di sangue; e moltissime costituzioninell'anno '48le abbiam vedute soffocate in fasce da' principi medesimi che le avevano concesse e giurate. Non è l'Inghilterra eccezione a questa regola generale; le sue grandiose apparenze non fanno che nascondere le cancrenose piaghe di quella società. Ora che scrivoil governo inglese è una piramidealla cui cima pochi sessagenarî si ripartiscono le cariche dello Stato; piú sotto un congresso parteggiatonon da principî politicima dal credito personale di quelle reliquie; quindi gli elettoricommercianti ed industrialiche mercanteggianoeziandioil loro voto; alla base infine una plebe ignorante e misera oltre misura. Se meno che altrove hanno luogo nell'Inghilterra gli arbitrî del governociò dipende dall'indole pacifica di quel popolodalle tradizionida alcune leggi che l'avvicinano ad una repubblica aristocratica piú che ad una monarchia.
Inoltre la monarchia costituzionale è corruttrice per eccellenza; è un armistizio segnato fra i principi ed i monopolisti in danno dell'onestà. Il dispotismo non cerca l'appoggio della pubblica opinione; la nazione soffre e tacema non mentisce; il governo costituzionale ha bisogno del plauso e dell'approvazione di pochi per opprimere i moltili compra; e l'approvazione e le lodi si trasformanosotto tal governoin merci. Di quincil'ignobile e puerile schiera de' soddisfatti ad ogni costoche si atteggianoparlanoscrivono (lodando sempre) come se fossero davvero liberi cittadini e la loro opinione avesse peso nelle determinazioni governative. Vantano i loro dritti e la loro libertàche riducesi al dritto ed alla libertà di applaudire al governo. Tra costoroquelli che non son venduti materialmente rassomigliano a quei fanciulli i qualicon elmo di cartaspada di legnocredono rappresentare Scipione o Marcello.
Il despota regna con la sciabolail re costituzionale con l'oroquindi appena il reggimento d'uno Stato d'assoluto cangiasi in costituzionalele gravezze crescono in modo esorbitante. Il dispotismo incatena i corpiil costituzionalismo perverte il morale; quello comprime l'elatere dell'animoquesti lo logoralo distruggeed abitua il cittadino ad una continua transazionea quel cinismo di cui la Francia è scuola e sentina e da essa si è sparso sull'Europa intera. Sotto nome di libertàfavorito e protetto il monopolioe quindi il proletario abbandonato affatto all'avidità de' monopolisti ed incettatori. La politica esteriorecodarda ed ipocritadovendosi tutelare gl'interessi di una dinastiafacendo le viste di propugnare i dritti della Nazione. Conchiudomonopolistidottrinarîgiornalistieditori... vantaggiano col reggimento costituzionalementre le sorti de' proprietari e quelle del minuto popolo peggiorano. Sovente una tal forma di governo è d'impaccio ad un principeod un ministro riformatore; se gli stati napoletani avessero avuto uno statuto al tempo in cui Tanucci ne resse le sortiprobabilmente a questo ministro sarebbe riuscito impossibile attuare le tante riforme. Questo governo ermafrodito impaccia un principe che voglia far del benema non frena le niquizie di un despota.
Parmi di aver dimostrato chesia l'Italia divisa in varî principatisia riunita sotto una sola monarchia dispotica o costituzionalela nazionalità italiana non esisterà per questo; l'Italia sarà feudo di varî principottio di un soloe gl'Italiani non altro che vassalli. Ma voglio supporre erronee le ragioni espostee concedere che la nazionalità esiste ogni qualvolta le dinastieo la dinastia regnantesiano indigenee farmi a studiare sui mezzi e le probabilità di scacciare i stranieri dal suolo italianoe francare il paese da ogni loro ascendente.
Autoritàtradizioni e forza sono i principî su cui son costituiti tutti i governi d'Europala sola differenza che passa fra loro dipende dalle diverse gradazioni con cui la libertà individuale accordasi con essiperciò nella sustanza differenza non v'è. Cotesti principî son già in discredito; libertànazionalitàdiritto sorgono ad osteggiarli; di quinci la lega dell'Europa intera contro le nuove idee. I governi occidentalipiú del nord temono queste ideee quindi piú immediatamente interessati ad osteggiare ogni rivolgimento; né questa triade rivoluzionaria può essere mutilata in modo alcuno; sconvolte le passioni popolariè impossibile arrestare il torrente ed egli è assurdo per parte nostra il pretendere che si facessero a combattereper giovare altruii principî su cui si basano. Può mai suscitare la rivoluzione chi la teme piú di qualunque altro nemico? Potranno esservi momenticome è accadutoin cui le potenze occidentaliper loro mire particolarifacessero le viste di proteggere i rivolgimenti popolari contro la prepotenza del nordma appena ottenuto il loro intentos'unirebbero co' nostri nemici per opprimercispezzaredopo essersene servitoun pernicioso strumento e punire come delitto di maestà i fatti da loro promossi e le speranze che han fatto sorgere. Se l'Austria che francamente ci osteggia merita l'odio nostroFrancia ed Inghilterra (e parlasi qui del governonon già del popolo) meritano odio e disprezzo perché nemiche occulte. Alí Tébélendiceva ai Greci: "Non contate che su voi soli: RussiInglesiFrancesitutti vi saranno nemici dal momento che sapranno che volete essere un popolonon perdete mai di veduta questa importante verità". Ed egli è cosa naturale che la sola ragione d'impedire che un altro Statodalla condizione di vassallovenisse a sedere accanto a loro ne' congressi europeisarebbe bastante per far volgere in noi tutte le loro armi. Dunque il risorgimento italiano altro non potrà essere che la vittoria delle nostre armi sull'Europa de' re. In qual modo compiere una tanta impresa? Quali mezzi posseggono i principi italiani per combattere l'Europa intera è quello che verremo ora studiando.
Il primitivo e naturale concetto è una lega dei principi italiani contro l'Austriama essi le debbono due volte il trono; sin dal 1815 è l'Austria che timoneggia la loro politicache protegge i deboli dall'ambizione de' fortie tutti dalla rivoluzione. Quale utile avrebbero essi di cacciarla dall'Italiaprivandosi cosí del piú saldo sostegno de' loro troni? Del Lombardo-Veneto dovrebbero creare uno Stato indipendente o spartirselocose entrambe di somma difficoltà ed imbarazzo. Il supporre che tutti cooperassero all'ingrandimento d'un soloè un assurdo inutile a discuterloche il senso comune ed i fatti han dichiarato impossibile. Ma poniamo che i popoli con mezzi violenti e piú stabili che nel '48 costringessero i principi a scendere nell'agonequale speranza potrebbe porsi in una lega che porta con sé il germe della dissoluzioneil mal volere? Concedasi vinto anche questo ostacolorestano sempre le discordieil dubbiarela poco energia con cui operano le armi collegate: la storia registra fatti innumerevoli che ne dimostrano l'impotenza. L'Europa s'è collegata contro Federico IIcontro l'Inghilterra durante la guerra americanacontro la Francia durante la rivoluzione; Federico uscí vittorioso dalla lottal'Inghilterra conservò sempre una grande superiorità sui nemicifu la costanza degli americani e l'abilità di Washington che la vinsero; i Francesi vinsero semprecaddero per propria stanchezza e non già per virtú del nemico. Chi è solo ha il vantaggio incommensurabile dell'unità di volontà e di comando. E furono leghe coteste in cui ogni collegato da sé solo pareggiavase non superava di forzeil comune avversario. Cosa sperare adunque da quella di principi italiani di cui tutte le forze messe insieme sono inferiori alle austriachee fra cui contasi il papacosmopolitae centro di dissoluzione e di discordie?
Se l'Austria abbandonasse la sua abile politica e minacciasse di voler conquistare d'un sol tratto l'Italiasarebbe il solo caso di una lega sincerama durevole quanto il periglio. Le leghe fra i despoti non son mai cementate da mire comuni e duraturel'indole d'un principeil suo capriccioun matrimonio cangia la politica e si violano i patti. Basta promettere ad uno de' collegati vantaggi in preferenza degli altri per staccarlo dalla legae forse da amico farlo nemico. La colleganza de' re contro i popoli è la sola possibile e permanente; essa esiste di fattoessendo il periglio comune e durevole.
Facciamoci ora a discorrere del caso in cui un solo de' principi italiani voglia assumere l'impresa d'unificare l'Italianumeriano i nemici; prima l'Austriache tre o quattro disfatte non debellanomentre le perdita d'una battaglia prostra le forze d'un picciolo Stato; con l'Austria s'uniranno gli altri principi italiani facenti ogni sforzo per salvare i loro tronied il papa con essiche oltre di chiamare l'Europa intera in sua difesalancerebbe in campo la livida schiera de' clericalicon le armi che le son proprietradimento e raggiro. Armi efficacissime in quello sciame di cortigiani di cui circondasi il tronoe che temono scapitare se il padrone vien costretto a spandere in circolo piú ampio i suoi favori. Non trattasi di un re che caccia i stranieri dai proprî Stati; ma di un picciolo Stato che conquisti e debelli Stati ad esso molto superiori di forze. A contrappesare tanti nemiciil principe conquistatore si rivolgerà alle simpatie de' popoli italianichein un balenopotrebbero rovesciare i tronisoffocare le mene de' clericalie schierarsi sotto il suo vessillo. Ma il trionfo del popolo in ogni Stato non basta ad ottenere l'unità di voleri e di sforzi che richiede l'impresa. Il volontario cangiamento di dinastia è per se medesimo illogicochi può rispondere della virtú di una schiatta? In parità di potere la migliore dinastia è sempre la regnantee perché la piú affinee perché il paese non sottogiace all'invasione d'uomini nuovi ed ignoti. Allorché tali cangiamenti non avvengono per forza d'armisono tranelli di pochi imbrogliatoriche il futuro ed il presente bene della patria sacrificano a' vantaggi personali che sperano dalla nuova corte. Arrogiche nel caso di cui parliamotrattandosi di cessare d'esser monarchia per diventar provincia di monarchiamaggiori sarebbero le difficoltà. A tali unificazioni ripugnano i popolie piú che gli altrie con ragionegl'Italiani. Adunque ogni cittàogni Stato imporrebbe a questo principe pattichiederebbe tali guarentigie da suscitare in esso gravi preoccupazioni; egli vedrebbe il trono de' suoi avi abbandonato in balia de' mugghianti flutti de' popolari rivolgimentiné potrebbero menare a fine guerra lunga e terribile.
Suppongasi ora cotesti ostacoli rimossied il popolo italianocon illimitata fiduciaabbandonarsi all'arbitrio di questo principee che niun partitoniun uomo sorga a propugnare idee contrarie o a spargere diffidenza. In tale ipotesiimpossibile a verificarsiesaminiamo se questo principe potrà osteggiare e vincere l'intera Europa. Quanti ostacoli e di sommo rilievo non si opporrebbero al rapido andamento dell'impresa? delle tasse e della coscrizionedue muscoli della guerraper mancanza d'ordinamento e d'unitàper diversità di leggid'usidi tradizionisarebbe quasi impossibile ad avvalersi. L'Italia deve costituirsi e guerreggiare nel tempo stesso; e son miracoli questi che fanno le monarchie? Sperasi forse nell'esaltazione universale? essasenza dubbio alcunoè arma terribile contro il nemicospiana nell'interno ogni ostacolotien luogo di leggi e di magistratima potrà un principe avvalersene senza tema di rivolgerne in se medesimo la punta?
I liberi e popolari oratori che suscitano le passioni; le promesse e le speranze d'un migliore avvenire; schiusa la via a brillanti e rapide carriere; il magico nome di libertà che agita gli animi e li sospinge in cerca di moto e d'azione; l'amore che tutti sentono per la cosa pubblicaperché a tutti è dato liberamente parlarnefarà correre a torme gli uomini alle bandiereed entreranno nel pubblico tesoro le sustanze de' privati. Ma potrà un principe avvalersi di questi mezzi? ordinerà invano ai suoi agenti di far suonare le parole di patria e libertà: il suono sarà fiocoil senso oscuro nella bocca di un cortegiano; unite con le lodi della magnanimità del principe formeranno una strana e discorde mistura. Gli uomini che fra l'universale esaltazione corrono alla pugna non possono che esser prodi: come sfuggirese codardialla pubblica esecrazione? La libertàfacendo d'ogni cittadino un censore del governone forma eziandio un sostegno. È cosa notissima come erano onorati presso le antiche repubbliche que' cittadini che si facevano a scoprire e rivelare le trame dannose allo Stato; e fra i moderni stessinon appena vien adottato il reggimento a popoloogni cittadino non dubita farsi il persecutore de' contumaciopera vilissima in una monarchia. La repubblicanon escludendo nessuno dal sindacatoed ogni cittadino avendo il diritto di censurare la condotta del generalenon esiterà a denunziare il soldato o qualunque ufficiale; e la stampala libera parola ne' circoli e nelle piazzegli offrirà il mezzo come farlo dignitosamente ed eziandio acquistarne fama. Per contro un severo e pubblico censore trasformasi sotto il principato in un vile delatore: il silenzio è impostoo almeno la parola limitata; è inviolabile il principee non è ragionevoledicono i monarchicitrovare difetto d'ingegnodi caratteredi patriottismo negli uomini che il principe chiama a reggere lo Stato. Adunque la censura non colpirebbe efficacemente che il povero gregario e dovrebbe esporsi a voce bassa nelle anticamere delle EE. LL.; quindicomunque rivolta al bene del paesediverrebbe atto obbliquo e degradante. Inoltre è natura dei cuori generosiil non sentir simpatia pei re o altro potere che s'impone al paesee sotto tali reggimenti i refrattarî trovano protezione e compatimentoe non già riprovazione: questa è una delle tante cause per cui gli eserciti regîad onta di pene rigorissimenon son mai saldi come le schiere repubblicane.
Né qui finiscono le cagioni che danno il primato agli eserciti di un popolo libero. È istituzione fra questi il fare abilità al valore ed all'ingegno di palesarsi ed aspirare a balzi ai primi onoridi quincil'universale operositàl'ambizionemadre d'eroi. Un generale d'esercitoavido di conservare l'aura popolarestimato dalla sferza d'una stampa libera e severasollecito di soddisfare alla pubblica aspettazione ed impedire che un rivalecon arditi disegnilo soppiantiprecipitasi in quelle audacissime imprese che sono l'impeto di un popolo corrente verso la libertà. Nei regî eserciti è ben diverso il modo di governarsi: il campo della scelta angustiato fra un cerchiolino di favoriti; il duce supremo contento del favore del rescudo e difesa sicurissima a qualunque errore; un ciondolo inviato dai penetrali della reggiasegno di schiavitú piú che d'onoretenuto in maggior conto che la pubblica opinione. Da queste varie cagioni risulta la paralisiil dubbiare continuoil temporeggiarela prudenza spinta alla pusillanimitàe per conseguenza meschine impresedisastrio patti vergognosi.
Ne' rivolgimenti popolariegli è veroche accanto agli eroi si veggono codardi ed impostoried il disordine spesso accompagna le grandi impresema non perciò vien turbato il rapido corso degli avvenimenti.
Le rivoluzioni son come le onde d'un rapido torrente chequantunque torbide della mota sollevata dal fondonon s'arrestano perciòné cessano di sgombrare con fremito gli ostacoli che contrastano al loro corso. Appena un principeo un potere qualunque sorge a reggere il movimentoe dice: farò io. immediatamente ogni cittadino diviene d'attore spettatorel'impeto della rivoluzione s'ammorza.
Suppongasi che dall'ignobile schiera de' moderni cortegianida quella torba di generali cresciuti fra le pedantesche discipline de' quartierisorgacome dalla brillante nobiltà del medioevonon servama partecipe de' splendori del tronoun Condéun Turennaun Montecuccoli... esso non potrebbe menare a buon fine la guerra italianaavvegnachédovendodurante la guerracreare la nazionegli farebbe d'uopo d'un potere piú che sovrano. La sola libertà può risolvere il complicato problema: abrogando ogni leggedichiarando libero ed indipendente ogni Comuneogni cittadinosi spezzano le pastoie domestichele differenzei limiti de' vari Stati sparisconoe dall'uguaglianza l'unità risulta di fatto; e cosí non sarà l'effetto d'un nuovo patto imposto agl'Italianima la naturale conseguenza dell'abolizione di ogni patto. Reso libero ed indipendenteogni Comune avrà il solo obbligoche gli viene imposto dalla necessità di conservare l'acquistata libertà ed indipendenzadi concorrere con tutti i suoi mezzi a francare l'Italia dai nemici esterni. Una Convenzione italiana ripartirà sui diversi Comunima senza ingerirsi della loro interna amministrazioneproporzionalmentele gravezze volte ad alimentar la guerrae l'esercitoeleggendosicome è suo dirittoi capisarà l'esecutore de' voleri della nazione: sgomberare l'Italia dalle Alpi al mare da ogni elemento straniero e tirannico. Potrà mai un principe operare in tal modo? Eglinon potendo accordare illimitata libertào dovrà bandire in Italia nuove leggio pretendere che tutti si uniformassero durante la guerra a quelle di uno Statocose entrambe impossibili ad effettuarsi. In ogni provinciain ogni Stato giungeranno i regî commissarîed il malcontento o l'indifferenza li accompagneranno come l'ombra i corpi. L'Italia non subirà mai il giogo d'un potere che abbia il benché minimo carattere d'uno de' presenti Stati in cui essa dividesi: tutto ciò ch'è esclusivamente piemontesenapoletanoromano... non è italiano. Un principedurante qualche disastroessendo puerilità supporre una sequela non interrotta di vittoriepuò scendere a patti per salvare il trono degli avi; e però all'Italia fa d'uopo una rappresentanza nazionaleper cui non siavi altro utile se non quello dell'intera Italiae che dirà: tutto o nulla. Se vi fosse una città che venga dall'esercito considerata come capitalesarà lo scoglio contro cui romperebbero i nostri sforzi. Carlo Alberto pensò a difendere Torinoi veneziani Veneziai romani Roma... tutti furono vintiperché angustiarono l'idea italiana fra le mura d'una capitale; durante la guerra l'Italia non dovrà averne altra che il punto strategico determinato dal corso delle operazioni militari. Un principe non puòcon animo sgombero da sospettiarmare l'intero popolo italiano e trasformarlo in un esercitoe per tema di non poterlo padroneggiare e perché la natura del suo governo nol comporta; il principe dovrà guerreggiare con l'esercitoe la nostra è guerra da combattersi dall'intera nazione. Solo un Alessandroun Cesareun Napoleone... potrebbe menare a compimento una simile impresama questi grandisempre o quasi sempresorgono dalle rivoluzioni; ed inoltre la monarchia italianafondata da un Alessandrofacendo cedere il fato alla prepotenza del suo geniosfascerebbesi alla sua mortecome si sfasciarono tutti gl'imperi fondati per conquista. I vantaggi che può offrire la monarchia non son tali da far dimenticare agli Italiani le loro splendide tradizioni municipali; le rivalità e l'odio fra i diversi popoli con tal reggimento non si spengonoma cresconoe le detronizzate famiglie non mancherebbero usufruttarle in loro favore; la libertà assoluta e l'uguaglianza può solo cancellare le rimembranze del passato. I reche da disgregate baronie formarono regnisonovi riusciti distruggendo od assorbendo nella corte le famiglie baronalied unificando i popoli con abolire il vassallaggio; ma i tempi son mutatied assai diverso è il caso in Italia: la piú larga promessa che farà un principe è uno statutocosa sia il sappiamo; promessa che non tarderebberoe piú largamentea fare i suoi rivalied in parità di circostanze ognuno preferirà di esser monarchia piuttosto che provincia di monarchia. In una parolala storia e la ragione han dimostrato abbastanza che la forza non fonda Nazionima conquista schiavi.
Finalmentese la sola guerra di popoloe guerra affatto rivoluzionariapuò solo riscattare l'Italia dal suo servaggionon v'è luogo piú a dubbise debbasi o pur no lasciar campo alla monarchia di mischiarvisi. Una rappresentanza popolareche sorgesse in uno degli Stati in cui è divisa l'Italianon potrebbe né dovrebbe porsi d'accordoper cacciar lo stranierocon niuna delle monarchie italiane; troppo diverse sarebbero i mandati dei due poteritroppo diverse le mireper sortirne un buon effetto. Il principepiú che all'indipendenza italianadovrebbe mirare alla salvezza del proprio tronoche il reggimento repubblicanoricco in Italia di splendide tradizioniminaccerebbe di ruina. Un potere nazionaleper controcol mandato di sgomberare l'Italia di quanto osta alla sua nazionalità e libertàdovrebbe in ogni modo impedire che il principato acquistasse credito e potere. L'uno direbbe: meglio io re e l'Italia schiavache questa libera ed io esule. L'altro non dovrebbe riconoscere altri limiti che le Alpi e il mare; altro patto che l'assoluta libertà. Ma concediamo cheo sconoscendo ognuno la propria politicao per volere della naziones'accordasseroquale potrebbe essere il patto? interrogare il paese a guerra vintalo stesso del '48; né pare che lo spirito di conciliazione potrebbesi spingere piú oltre di quello che lo fu in quell'epoca fatale. Si mantenne il patto fra tanta concordia? No; l'atto della fusione il ruppe; e cosí avverrebbe sempreda' regî o da' repubblicani (a chi prima capitasse il destro) sarebbe infranto. Ed è poi da supporsi che un reeziandio nella certezza di essere elettorinuncierebbe al diritto divinoper surrogargli quello del popolo? Dio non può interrogarsiil popolo sempre; concedere al popolo il diritto di fare un reèvogliasi o noconcedergli il dritto di disfarlo.
Ma concediamo tutto possibilela colleganzail pattola fede al patto; a chi verrebbe affidata la suprema direzione della guerra? Ai generali regîo ai republicani? Permetterebbero questi che le loro forze venissero logorate e distrutte dall'indubitata incapacità e dalla dubbia fede di quellio affiderebbe il re il proprio esercito a generali d'un partito avverso? Egli è facile in simili momenti gridare concordiaarrestandosi alle fallaci apparenze delle cosesenza discernerne i veri rapportima nella pratica poi si veggono sorgere gli ostacoli che generano disordinecodardiaillusionidisfatta.
Finalmentele speranze di vedere ingranditi i possedimenti di casa Savoia con l'aiuto delle Potenze occidentali; non essendo se non calcoli ed utili parzialio tutto al piú di una provincia d'Italianon entrano nel quadro di questo libro; nondimeno ne parleremo di volo. Un forte regno borealese non è vassallo della Franciaè dannoso per essa.
La Franciaogni qualvolta muove guerra all'Austriadeveper ragione strategicadirigere i suoi sforzi nella vallata del Pomentre all'Austriaper controconviene tenersi in questa sulle difese e schierare sul Danubio l'esercito maggiore; quindi alla prima rileva sommamente che in Italiafra esse e l'Austrianon s'intramettesse altra Potenzacapacese non d'altrodi mantenere la propria neutralità. Il supporre questo regno sempre ligio a Francia è puerile concetto che non merita risposta. Una volta costituitoesso avrebbe propria autonomiaproprî interessii quali attese le frontiere e la natura de' prodottil'avvicinerebbero piú alla Germania che alla Francia. E questo regno italiano non potrebbe giammai dar norma (come asseriscono i suoi propugnatori) alla politica degli altri Stati: NapoliToscanail papaper non subirne la preponderanzasi getterebbero nelle braccia del Russodell'Austriacodel Francese: negarlo è disconoscere l'istoria de' Longobardidegli Angioinidei Viscontidi Venezia. Mai i Stati italiani han voluto subire un protettorato italianoperché natura de' principi come de' popoli èallorché son costretti di avere un protettoredi scegliere sempre il piú potente ed il piú lontano. Quindi questa utopiache sperano o fingono di sperare i cortegianinon vantaggerebbee forse ben pocoche i solo Lombardo-Veneti. Fo fine a questo ragionamentopersuaso di aver dimostrato abbastanza che la nazionalità cercata ad una lega di principiad una monarchiaè un fantasmauna illusionenon è nazionalità; né potrà mai attuarsiperché leghe principescheo principinon possono né conquistarla né conservarla. L'Italiaper vincere i suoi numerosi e potenti nemicibisogna che combatta svincolata dalle pastoie domestiche: la guerra del risorgimento gli Italiani debbono guerreggiarla da uomini perfettamente liberi: richiedere all'esaltazione le schiereed al bollor delle passioni popolati quei genî che mai non mancano nelle rivoluzionicome le folgori non mancano alla tempesta; il credere che la libertà debba seguire l'indipendenza è funestissimo erroreè quel desso che nel '48 ci ricacciò nella schiavitú.


VI. Affermano alcunima non moltiche potrebbesibenché privi di nazionalitàgodere di libertà. La piú parte di costoro son dottipei qualia loro credereè patria il mondo; e cotesta vanità puòin parteadonestare il loro asserto cheassurdo quanto quello di nazionalità senza libertàmale adeguerebbesi con la loro dottrina.
L'esser privi di nazionalità vuol dire che un elemento straniero debbanella nostra patriapreponderareed in tal caso è indubitato che la libertà individuale verrà lesa. L'Italiao parte di essadicono costoropotrà formar parte di un'altra nazione liberae godere di una tal libertà. In primo luogocome l'utilele attitudinile inclinazioni non si riscontrano mai identiche fra due individuidel pari avviene delle nazioni. Un Italiano non sarà mai né Francesené Tedesco senza una forza estrinseca che violenti il suo naturale. È questa una verità sentitaun assioma che non ha bisogno di dimostrazioni; una provincia italianao l'intera Italiache facesse parte di liberissimo Imperonon potrebbe perciò dirsi libera; gli Italiani non sarebbero che schiavi beati(per quanto possa esservi beatitudine fra le catene)ma non altro che schiavi. Se poi l'Italiao parte di essafosse confederata con altra nazionein tal caso sarebbe libera se unita da volontario patto ed allora di fatto esisterebbe la nazionalità; ma se una ragione qualunque imponesse questo pattonazionalità e libertà sparirebbero entrambe. Tali furono i Cisalpinivergogna maggiore del bastone tedesco. Tra i Cisalpini ed i moderni Lombardo-Veneti havvi la differenza medesima che fra un vile cortigiano ed un fiero e dignitoso cittadino condannato per delitto di maestà. Se la semplice centralizzazione italiana può intaccare la libertàcome essa può mai rimanere intera sotto l'attrito che eserciterebbe su noi un popolo straniero? eziandio riducendo il tutto alla sola libertà di stampapure i scrittori che si faranno a propugnare l'utile della propria nazionegiungeranno ad un punto che intaccheranno il protettoree la forza li farà tacerese l'oro non giungerà a comprarli.
Facciamoci ora a considerare la libertànel suo vero aspettonel suo vero significato: dritto di eleggersi i proprî maestratidi esser giudicati da' proprî conterranei; di esser legislatori di se medesimi; di non sottostare ad alcuna determinazionesenza che venga ascoltato il proprio parereo di chi eleggesi quale rappresentante... Possono tali condizioni verificarsi senza una recisa nazionalità? Oltrecchécome un individuo per esistere deve sentire il proprio esserela propria sensibilitàed avere un pensiero tutto suoattributi che non solo non possono venirgli comunicatima vengono distrutti o mutilati dalla benché minima influenza altruidel pari ogni influenza straniera non potrà mai favorirema ritardare il nostro risorgimento.
Sperano altri che un popolo straniero ci conquisti per poi donarci libertàed è questa delle utopie la piú assurda e codarda ad un tempo stesso. Il forte troverà maggior vantaggio nel comandareche nel francare completamente il debole; senza chela libertà ottenuta in dono non potrà essere che condizionataquindi mutilata; non è libera una nazione convintach'altrivolendopossa rapirgli la sua libertà; la piena fiducia nelle proprie forze è una condizione indispensabile (fiducia che solo dai fatti può emergere)quindi la libertà deve non solo conquistarsima conquistarsi senza aiuti. Se gl'invasori d'Italiaritirandosil'abbandonassero a se medesimanon per questo l'Italia sarebbe libera: senz'alcuna fiduciao almeno dubitando del suo valoread ogni incontronon potrebbe che trattare umilmente con l'antico padrone temendo che questi gli rapisse il dono concessoed è spettacolo piú della schiavitú umiliante lo scorgere una nazione che vantasi di essere libera subire le violenze d'un prepotente vicino. L'Italia per essere libera deve essere indipendentee libertà ed indipendenza non altrimenti si ottengono che conquistandole: l'Italia deve fare da sé; e tanto piú salda sarà la sua futura libertà per quanto piú numerosi saranno i debellati nemicie piú superbi i monumenti di gloria meritati per conquistarla.
Dicono i dottrinarîi quali temono che i marosi della rivoluzione non li sommerga insieme alle lor dottrine: che bisogna educarsi al vivere libero: ottenerlo per gradi e non per saltied accettare una mezzana libertà come sgabello all'interacome pegno di migliore avvenire. Strano ed assurdo argomento. La brama di libertà è sentimentoè aspirazione naturale dell'uomoe non già dottrinaed i ripetuti sforzi del dispotismo non bastano a distruggerla. L'uomo sottoggiace all'altrui dipendenzanon già perché mancasse in lui il desiderio di francarsene ed il convincimento di usare utilmente di sua libertàma perché teme maggiore tiranniaed altri maliche la propria immaginazioneguasta dal desiderio della quietegli figura; ed è al bisognoal desiderio di conservare parte di sua libertàch'egli sacrifica la rimanente. Allo schiavo è forza che sia educato secondo i voleri del padrone; ma per vivere da uomo libero basta seguire gli impulsi della propria naturané havvi necessità d'educazione.
L'uomo appena sentesi soverchiamente gravato dal peso della tirannide e scorge la probabilità di rovesciarlasenza piúinsorge; ed i progressi della scienzalo sviluppo della ragionecosa valgono all'insurrezione ed alla battaglia? quali dottrine sospinsero gli Svizzeri alle armio inspirarono la guerra degli Olandesidegli Americani? quali dotti contava la barbera Grecia allorché dava l'esempio del piú eroico coraggio e del piú sentito patriottismo?
Ghermita la vittoriail soccorso della scienza sembra indispensabile; essa puòsvolgendo i tesori dall'esperienza accumolatiadditare i mezzi come confermare le conquiste. Ma questi vantaggiil fatto li dimostra piú effimeri che realiperciocché non accettano le nazioni i suggerimenti della scienzaed il volgo di niun progresso è capace se non v'è balzato dall'imperiosa necessitàné havvi ragionamento oltre il fatto che valga a convincerlo; i mali soffertiil bene conquistatosono i soli argomenti che fruttano. La discussionele opinionii sistemi emergono dai mali che soffre la societàe la dottrinain politicasegue e non precede i fatti. Essa dimostra di quanta levatura sia il pensiero della nazionema non già la piú o meno probabilità d'un rivolgimento. Una nazione senza dottrina sarà come un uomo semplice e di soverchia buona fedeche facilmente cade nell'ingannoma non mancherà per questo di forzadi coraggiod'eroismoe dell'ardente desiderio di migliorare la propria condizione. E può eziandio avvenire che un popolo dottissimoimputridito nei vizîabbandoninon curanteil proprio destino al primo venuto. Né le nazioni si addottrinano e sortono dalla loro semplicità a furia di libri e di giornalima progrediscono attraverso una serie di fatti terribili e sanguinosi. L'opinione la piú assurda è il supporre che una mezza libertà possa bel belloe senza veruna scossamenarci all'interamentre cotesto vantato progresso legale mena dritto alla corruzione. Facciamoci a sviluppare in tale asserto.
Le condizioni indispensabili ad un popolo per conquistate una libertà duratura sono: lo sforzo per rovesciare la tirannidedeterminato dai mali presenti; e per evitarli in avvenire la piena conoscenza della causa di questi maliricercati dalla scienza. Esaminiamo la mezza libertàquanto favorisca coteste cagioni determinanti e dirigenti.
I reggimenti moderatiper loro naturanascondono e leniscono i mali chenon essendo abbastanza sentiti per obbligarci a ritorcere in noi medesimi lo sguardoci sospingono alla ricerca dei mali di popoli piú infeliciche dalla nostra imaginazione esageratici sembrano molto piú di quello che realmente sonofacendoci perciò benedire le dorate catene.
Il morale non compressoma logoratoillanguiditoperde la sua elasticitàed a servi beati l'insorgere riesce impossibile. Accettasi senza dolore la direzionei nervi del pensiero e dell'imaginazione son tronchi affatto; metodicamente vengono i sudditi condotti a non pensare diversamente da quello che vogliono i governanti; si avvezzano per mancanza di dolore a non rimontare all'origine delle cosedi quinci la mollezza. Per conversoafflizionidoloriostacolil'isolamento stesso a cui costringe la tirannideritorcono il pensiero in se medesimoche per propria conservazione tenta ogni oggettorendono l'uomo alacre consideratoree suscitando le passioni s'accelera la reazione e sospingono alla realtàall'azione. La congiura del Rutliche divampava con la battaglia di Morgarten ed inaugurava la libertà svizzeranon avrebbe avuto luogo senza l'avversione che Alberto I d'Austria ebbe per le franchigiee l'efferrata tirannide di Gessler suo proconsole. Né l'Olandasenza il S. Uffizio ed il duca d'Albasarebbesi francata dal terribile giogo sotto cui gemeva. E se l'Inghilterra avesse rispettato l'indipendenza amministrativa delle sue coloniel'America farebbe parte del suo Impero. Avendo dimostrato come i reggimenti moderati allontanano le cagioni dell'insorgereci faremo a studiare sino a che punto essi favoriscono lo sviluppo delle idee.
Pochioggigiornosono i cultori delle scienze economiche e politichela noncuranza chegeneralmentesi ha per la cosa pubblical'utile individuale affatto staccato dall'universalesono cause di cotesto male. Quei che se n'occupano non già per farsi ripetitorima per trarre nuove conseguenzescovrire nuove verità ed elevarsi all'applicazioneriscontrano nella società in cui vivononon solo le cagioni determinanti a farlocome è naturalema eziandio le istituzionii costumi di essa societàprescrivono i limiti alle loro ricerchea guisa che la scienza si distende secondo tali limiti e secondo l'intensità e la purezza delle cagioni determinanti. Fra le nazioni ove havvi qualche franchigiale cagioni determinanti sono numerosissimema volgono tali studînon già all'esplorazione dei malima alla ricerca del bene; oltrechésoddisfatti un gran numeropochissimi attaccano radicalmente il governoe la libertà del dire da esso concessafacendo discreditare presso il pubblico gli attacchi e gli attaccantilimitano il campo della critica: infattipresso queste nazioniil frutto che si ottiene dalle migliaia di volumi che si pubblicanoda tante accademieda tanti dotti e dottrinarîriducesi a qualche microscopica riforma politicao ritrovato economicoin apparenza utile. Gli onorigli stipendî di cui largheggiano questi governi coi dottisono incentivo a tali lavori chemascherati da qualche umile osservazionesono le piú sfrontate apologie del presente. La tirannideper conversotutto interdice; il mistero o la fuga possono solamente salvare da' suoi artigli colui che ardisce alzar la voce; rarissime perciò le cause determinanti a scovrire le piaghe della nazionema se sorgonopurissime e fortemente sentitealtre non ponno essere che i mali da cui è oppressa la societàe la nobile ambizione dell'aura popolare comprata a caro prezzo. La moderazione di niuna difesa a chi osa; l'opinione pubblica pronta a favorire colui il quale con piú ardire muove i suoi attacchiquindi liberofrancoappassionato il dire. Per lunghi anni si tace in uno stato dispoticoma se la pazienza del popolo comincia a scuotersiappariscono quegli opuscoletti che suscitano una rivoluzione. Vi sarà poca erudizione e sfoggio di dottrinama questa a che giova se non scende ai fatti? Conchiudiamoche la mezza libertàle concessioninon sono stato di transizione per giungere a francarsi da ogni giogoma efficace mezzo di cui giovasi la forza per garentire le sue usurpazioni; è uno stato non di scuolama di paralisi. Né qui finiscono i mali dei moderati reggimenti.
I rivolgimenti di un popolo vissuto sotto un duro dispotismo sono piú terribilipiú recisi e piú atti a gettar radici che quelli di uno Stato a metà libero. Quale differenza fra la repubblica francese del '91 e quella del '48l'una surta sulle ruine d'un lungo regno assolutol'altra basata sul fango d'un moderato reggimento? Quella terrore dell'Europa e sola pagina onorevole della storia di quel popolo; questa oggetto di scherno e disprezzo universalee macchia indelebile all'onore della nazione. Inoltreistituzionicasteprivilegîcultitutto è odiato sotto il peso della tirannideperché tutte armi volte ad opprimere la moltitudineepperò tutte nei rivolgimenti distruttequindi sgombero il cammino da ogni ostacolo.
Invece nei Stati a metà liberiquasi tutto salvandosila rivoluzione da mille impacci è arrestata o sviata dal suo corso. Dottrinarîche a voi convenga la mezza libertàche l'industria ed il commercio fiorisca alla sua ombraconcedo; ma non asserite che essa giovi al minuto popoloe che ci meni ad un migliore avvenire. L'uomo ha bisogno di lunga e laboriosa esperienza per giungere alla conoscenza di quelli ordini (che sono le leggi naturali) i quali garentiscono la conquistata libertà; ma per francarsi dalla tirannide che l'opprimeprocede a saltilo schiavo non smaglia lentamente le catenema le spezza.
Conchiudiamo: la libertà non ammette restrizioni di sorta alcunané fa d'uopo d'educazione e di tirocinio per gustarlaessa è sentimento innato nell'umana natura; le franchigie concesse dai despoti nei momenti che non si veggono sicuri della vittorianon sono che un narcotico somministrato al popolo per addormentarlo fra le lentate catene ed annebbiarne l'intellettoe quindi senza nazionalitàla libertà non può esistere. Ma oltre la nazionalitàessa per non dirsi una menzognauna derisionerichiede un'altra condizioneper molto tempo ignorataora ad arte disconosciutal'uguaglianza.
Egli è falso che l'uomo associandosi co' suoi simili debba sacrificare parte di sua libertà. Questa può definirsi il libero esercizio delle proprie facoltà fisiche e moraliche vien limitato dal mondo esterioreda' bisognida' mezzi di soddisfarli. La societàmediante la sua forza collettivatrasforma in mille guise il mondo esterioregiovandosicon infiniti modidelle forze naturali e dei loro prodottiquindi offre all'uomo un campo sempre piú vasto per l'esercizio delle sue facoltàaccresce i suoi bisognifacilita i mezzi come soddisfarlie la vita dell'uomo associato deve necessariamente essere piú ricca di sensazioni di quella dell'uomo isolatoovvero quello goderà di una libertà maggiore che questo. Proudhon scrive: "La libertà di ciascunoriscontra nella libertà altruinon un limitema un aiuto; l'uomo il piú libero è quello che ha maggior numero di rapporti coi suoi simili". Quindise per un individuo o per una classe d'individui non si verifichi tale veritàè forza conchiudere che i loro rapporti con l'intera società non sono equima v'è indubitatamente ingiustizia. Se da un uomo non richiedesi lavoromentre si costringe un altro a lavorare eccessivamentehavvi privilegio per quelloingiustizia per questoche sarà schiavo della società. Il solo lavoroche ogni uomo senza distinzione alcuna deve per proprio utile compiereè quello che le sue naturali attitudini indicano ed i suoi bisogni richieggono; con questa leggee non altratutti gl'individui componenti una società dovrebbero contribuire all'accrescimento del comune prodotto. Inoltrecotesta societàdovrebbe porre a disposizione di ognuno dei suoi membrisenza veruna eccezionetutti quei mezzi che essa possiedeonde facilitare lo sviluppo delle loro facoltà fisiche e moralie fargli abilità a riconoscere le proprie attitudini e scegliere il modo come impiegare le proprie forzesolo in tal caso dall'assoluta libertà d'ognuno risulterebbe massimo prodotto e massima felicità. Ma quanto siamo lungi da un simile stato!...
Come provvedesi all'educazione del proletariato? in un modo negativocostringendolo dall'infanzia a continuato lavoroche aggiunge alla mancanza dei mezziquella del tempo e delle forze. E sotto qual penacotesta numerosa classe vien condannata all'ignoranza? la piú terribilela morte per fame fra l'abbondanza. E mentre la fame interdice lo sviluppo delle facoltà che la Natura ha concesse al proletarioe lo sospinge suo malgrado sulla via faticosa ed aspra percorsa dal padre; uno stolidoun idiotadal quale mai potrà cavarsi fruttoperché riccoavrà tempo e mezzi esuberanti per la sua educazioneche verranno inutilmente sprecati.
L'uguaglianza politica è derisioneallorché i rapporti sociali dividono i cittadini in due classi distintissimel'una condannata a perpetuo lavoro per miseramente viverel'altra destinata a godersi il frutto dei sudori di quelli. L'uguaglianza politica non è che un ritrovato per sgravarsi dell'obbligo di nutrire i schiaviper privare il fanciulloil vecchioil malato d'assistenza; è un ritrovato per concedere al riccooltre i suoi diritti politicila facoltà d'avvalersi di quelli dei suoi dipendenti. Sonosi sciolte le catene de' schiavi recidendogli i garretti.
Una tale ingiustiziache sacrifica a pochi i moltissimi èeziandiodanno manifesto all'intera societàperché riesce impossibile a' null'abbienti ingegnarsied ai troppo facoltosi manca ogni stimolo per farlo; e crescendo cosí la disuguaglianzacorresicome altrove dicemmoal deperimentoalla dissoluzione sociale.
In una società ove la sola fame costringe il maggior numero al lavorola libertà non esistela virtú è impossibileil misfatto è inevitabile: la fame e l'ignoranzasua conseguenza imediatarendono la plebe sostegno di quelle medesime instituzionidi que' pregiudizî da cui emerge la loro miseria; rivolgono la spada del cittadino contro i cittadini medesimi a difesa d'una tirannide che opprime tutti. La fame imbriglia il pensieroaguzza il pugnale dell'assassinoprostituisce la donna. La società intera viene abbandonata al governo di coloro che posseggonoed il suo utilela sua volontàsarà sempre quella di cotesti pochii quali ammolliti dalle ricchezzeche temono di perderesacrificheranno sempre l'onorela dignitàl'utile universale ai loro ozî beatie l'ignoranza e la miseria interdicendo al maggior numero la libera espressione della loro volontàdistrugge affatto la nazionalitàespressa dalla volontà collettiva senza eccezione e senza prevalenza di classi.
Conchiudiamo: la libertà senza l'uguaglianza non esistee questa e quella sono condizioni indispensabili alla nazionalitàche a sua volta le contienecome il sole la luce ed il calorico.


VII. Gl'Italiani siamo unitarîtali furono gli antichied una tale aspirazionefra modernicomincia da Dante. L'idea che nel 1814 ha cominciato a farsi popolareche ha progredito sempreche s'è mostrata dominante in tutti gl'istanti di vita vissuti dal popolo italianoè l'unità; ma gli ostacoli per attuarla son piú che moltissimi.
Un governo unicope' piú liberali emanazione diretta del popoloresponsabilee revocabilee per tutti poienergicocompattodistributore di carichepremiatore del meritoè il concetto volgare. Ma se non vogliamo disconoscere l'umana naturasarà facile scovrire le conseguenze di una tal forma di governo.
L'uomo o gli uomini componenti il governonon potranno spogliarsi delle loro passionirinunziare a' loro concettiabdicare infine alla loro individualità: questa pretesa sarebbe assurda e ridicolachi il crede possibile non legga questo libroio non scrivo per esso. Eglinocome tutti gli uominivedranno le cose sotto quell'aspetto che le loro passioni le presentanoed adattando i provvedimenti alle loro convinzioniopereranno coscienziosamente e faranno quanto ad un uomo è dato di fare; quindi i loro desiderîi loro concetti prevarranno su quelli dell'intera nazioneed avverrà precisamente chevolendo il bene pubblicoconseguiranno uno scopo affatto contrarioimperciocché i desiderîi concettile passioni di pochi non potranno essere quelli di tuttila parte non può uguagliare al tutto. Inoltre tal governo dovrà esser fortequindi diverrà immancabilmente tirannoimponendo con la forza ciò che egli con fini rettissimi vuole; e la tirannide sarà piú dura per quanto maggiore sarà la forza dell'ingegno e della volontà degli uomini prescelti al reggimento; in altri terminiper quanto migliore sarà stata la scelta fatta. La nazione sarà libera nel momento delle elezionipoi abdicherà la propria sovranità nelle mani di coloro che l'aura popolare menerà al potere; i candidati saranno variquindi il popolo si scinderà in partiti ed avverrà quello ch'è sempre avvenutoil partito prevalente sarà tirannico con gli altrie questi schiavi ed in permanente cospirazione contro di essoe le continue lotte intestine roderanno le viscere della nazionee sarà impossibile la continuità di sforzila perseveranzala costanza che forma la felicità e la grandezza dei popoli; come nel medioevol'opera d'un partito verrà distrutta da quello che lo soppianta. Questo scoglio contro cui rompeimmancabilmentela democrazialo scansarono gli antichi popoli italianipoi i Romanipiú tardi i Venezianicon l'istituzione del patriziato; questo potere dava a tutta la macchina sociale un continuato ed uniforme impulsoche solo può condurre a grandi risultamenti.
Adunquedemocrazia ed unità cosí concepite conducono al governo dei partitie nazionalità e libertà sono nomi che servono loro di mascheradi pretesto onde lacerare la patriané qui finiscono i mali. L'unitàfacendo influire tutto ad un centro gli umori vitali della nazionene conseguecome dicemmo nelle pagine precedentiche il resto dell'Italia deperiràquasi membra inaridite e dogliose.


VIII. La federazione è concetto di pochima di uomini di svegliato ingegno e solleciti di libertà; credono costorodividendo l'Italia in varî Stati che un patto comune unisca nella politica esterioregarantirsi dal dispotismo; ma una tale opinione non ha fondamento.
La tirannide del governo in un picciolo Stato non è diversa da quella che opprime una grande nazioneanzi spesso è peggioreè piú tremenda perché piú difficile sfuggire dai suoi artigli; e se eglino credonocon una savia costituzioneevitarla in una picciola repubblicaperché in tal caso non applicare tale costituzione all'intera Italia? Lo stesso potremmo dire per la prosperità materiale del paese: se i privilegî di una capitale son dannosi al resto della nazionein ogni Stato avverrà lo stessoil male sarà minoratoè veroma non evitato; e nel caso che potranno esservi provvedimenti da evitarlo in un picciol Statoquesti provvedimenti stessi saranno applicabili ad uno Stato piú vasto.
Oltre ciòse i varî Stati in cui si dividerà l'Italia avranno simili interessiperché non potranno reggersi coi medesimi ordini? se interessi diversiallora i stranieri saranno arbitri fra noi. Vedremo riprodotto il miserabile spettacolo delle repubblichette del medioevochecivilissime com'eranochiamavano i semi-barberi a decidere le loro contese. I Stati soccomberanno in una lotta parlamentarein un congresso federalese non forti abbastanza per farsi ragione con le armiinvocheranno l'aiuto straniero. È questo un fatto storico innegabileè un fatto che lo vediamo riprodotto nell'Elveziae ciò vedrebbesi eziandio in Americase il vasto oceano non la separasse dall'Europa. Non appena troncasi una parte di una nazioneper costituirne uno Statoquesto immediatamente prende la propria autonomiasorgono i suoi interessiche non sono quelli dell'intera nazionee ne sono tanto piú discordi quanto maggiore è la sua estensionee piú sentita la possibilità di esistere da sé. Non havvi una teoria piú assurda e volgare nel tempo stessodi quella che nell'ingrandimento successivo dei Stati italianie nel minorarsi il numero di essiscorge la tendenza all'unità; avviene precisamente il contrario. Se l'Italia si dividesse in due soli Statil'unità diverrebbe quasi impossibilei loro sacrifizî sarebbero troppo grandi per sottomettersi volontariamente ad un tal patto; l'uno dovrebbe conquistare l'altro chedopo esaurite le proprie forzechiederebbe l'aiuto straniero; un grande Stato vuol conservar sempre l'esistenza propria; quantunque meno splendida. Per controse l'Italia venisse suddivisa in tanti Stati per quanti sono i suoi Comunine risulterebbe di fatto l'unitài sacrifizî che gli verrebbero imposti da un patto comune non potrebbero essere che lievie non sperando di reggersi e grandeggiare ognuno da sé in faccia ai stranieritroverebbero un giusto compenso nel patto comunenon che nell'unità.
Finalmentese il concetto di una federazione di Stati italiani è assurdoè ruinoso nei particolarilo è eziandio se vien riguardato sotto un aspetto piú generale. La federazione altro non è che uno stato di transazione per giungere all'unità; e quando i costumiil climale razzela linguala religionela geografia non costituiscono che una sola nazionel'unità è un fatto superiore ad ogni calcoloche non può disconoscersi senza rinnegare le leggi della natura. La federazionecome dice il Mazzinisarebbe in tal caso: "simulacro di Patria e non patriaun gretto calcolo d'aristocrazia o di partiti". E nobilitando questa ideanon avremmo che gretto municipalismo. Fra il contrastare la sovranità d'una capitale per non volerne alcunae contrastarla per diventar capitalecorre la medesima differenza che fra due individuidi cui l'uno attacca il governo per sostituirvi libertàe l'altro l'attacchi per sostituirsi in sua vece; il primo è un eroeil secondo è bassamente ambizioso.
CAPITOLO TERZO

IX. Diritto di proprietà. - X. Governo. - XI. Dichiarazione di principî. - XII. Recapitolazione.



IX. I legami indissolubili che esistono fra nazionalità e libertàle condizioni da cui quest'ultima non può scompagnarsigli inconvenienti che si riscontrano nell'unitàcome nella federazionesono stati svolti nel precedente capitolo. Operadiranno moltidi sola distruzioneperocché niuna sostituziones'è fatta in loro vece. La risposta è semplicissima: voiche dagli individui pretendete sapere con quali ordini la società debba ricostituirsisconoscete affatto le leggi dell'eterna repubblica naturalesconoscete i diritti dell'intera nazionee pretendete sostituire il concetto d'un uomo alla ragione universale.
Ogni nazionelo abbiamo provato con la storiadeve sottostare al proprio fatochei rapporti socialiil suo passato con le sue tradizioniil presentel'indole del popolole sue correlazioni co' vicinicostituiscono. Ogni nazione prossima ad un rivolgimentonasconde nel suo seno il suo futuro reggimentole sue future sortiesse non attendono a svilupparsiche una causala quale turbando l'equilibrio le precipiti nel moto. L'avvenire d'un popolofacendo accurato studio sulla sua ragione storicasui suoi rapporti sociali... può comprendersi nel suo insiemecome uno scienziato la scienzama non può manifestarsi che da una serie successiva di fatticome la scienza non può esporsida quelloche pigliando le mosse dalle semplici e facendo seguire le une alle altrele varie proposizioni.
Tale manifestazione comincia dall'apparire de' riformatorisagaci interpreti della loro etàdi cui esprimono il sentire. La missione di costoro non è di formulare nuovi ordinamentima distruggere gli esistentiesplorando sin nel profondo e ponendo a nudo le piaghe della società! I riformatori sono la manifestazione della ragion collettivadal dolore costretta all'esame de' mali sociali; sono pilotiche non determinano la meta del viaggio già stabilitama indicano i scogli contro cui la nave potrebbe rompere; sono quelli che fanno studioche scrutanoregistrano le sanguinose esperienze fatte dal popolone traggono le conseguenzele presentano ad esso dicendogli: riflettinon fidartise non vuoi soffrire i medesimi mali.
Intanto i riformatori non solo distruggonoma non tralasciano di proporre nuovi ordinidi creare sistemi; ma la prima parte del loro lavoro è sempre incontrastabileè la ragione universale che predomina; nella secondasempre o quasi sempreerranoè l'individuo che parla; non raggiungono mai il veroma tanto piú vi si accostanoquanto piú vicino è un rivolgimento. Meno sentitimeno gravi sono i malipiú calmi sono gli animipiú profondapiú vasta è la dottrina de' riformatorima nell'applicarlaeglino poco o nulla si distaccano dagl'instituti vigenti. Seinvecegli animi sono concitatise l'odio al presente è fortemente sentitoi riformatori saranno meno dottima di tempra piú gagliardad'indole piú audace; le conchiusioni vogliono esser recisenon vaghetali le richieggono i tempi; e l'applicazione de' principîscostandosi dagl'instituti in vigore perché universalmente odiatipiú si avvicina al futuro che [i riformatori] prevedono.
La schiera de' riformatori surse in Italia assai precocemente: l'accademia telesianacome accennammo nel primo saggioquindi BrunoVaniniCampanellariconobbero i mali da cui veniva roso l'edifizio socialee dalla cima vollero diroccarlo. Cominciarono dal riscattare il diritto della ragione e sostituirlo all'autoritàera questa l'arma che dovevano guadagnarsi onde compiere la loro missione; questa prima tenzone costò loro la vita. I conservatori surti a combatterlieziandio d'ingegno potentefurono i gesuiti rincalzati dalla schiera fratesca. La discussione condusse Bruno e Vanini al rogoe Campanella soffrí la tortura e ventisette anni di carceree se oggi ne ammiriamo il profondo e splendido ingegnoi contemporanei ne ammirarono il sovrumano coraggio. Se i filosofi francesi del XVIII secolo potettero lietamente abbandonarsi ai voli del loro ingegno ed oggi i socialisti disputanosenza tema del carnefice e del rogodevesi ciò ai riformatori italiani che comprarono col sangue il diritto di ragionare.
Ai sullodati riformatori tenne dietro il Vicoil Gravina... e tutta la nobile schiera dei nostri filosofi che termina con Romagnosi. Le leggicome fugacemente dicemmoche regolano le societànon furono piú ignotee la filosofia civilecome un maestoso fiumeche raccoglie nel suo placido corso i spumeggianti torrentiriuní le sparse membra dello scibile umano e formonne un tutto.
Intantooltr'Alpe s'inaugurò il governo costituzionaleeclettismo politicoepperò sursero gli ecclettici in filosofiae la paralisiche da mezzo secolo ci opprimedalla Francia si sparse sull'Europa intera. L'incerta e pallida luce dell'ecclettismo riverberò in Italiaquindi venne interrotto il maestoso lavoroche seguitava continuo da Telesio a Romagnosi. Le dottrine del Giobertidel Mamianidi Rosminidi Ventura... vennero in luce. In esse non riscontrasi nulla del gran pensiero italiano[mainveceuno] strano connubio de' piú contraddittori principî: ragione e fedeautorità e libertàdiritti dei popoli e diritti dei principi; né costoroche intrecciano la loro filosofia sull'orditura impostagli dai birri e dai pretimeritano il nome di filosofi italiani. Durante i rivolgimenti del '48ligia l'Italia a tali dottrinenaufragòprima di prendere il largo.
Se ci faremo a svolgere le pagine dei nostri filosofivi troveremo consacrate le leggi magistrali della Natura. Eglino tentarono applicarlema troppo lontani dal risorgimentosubirono l'ascendente dei tempiepperò vollero raddolcire i malirammorbidire le parti soverchiamente rigidee non già sbarbicare quelli e rompere queste; ma oggile passate esperienzele tendenze della societài suoi mali cresciutici danno facoltà a farlo. Quelle leggi debbono formare i cardini su cui dovrà equilibrarsi l'edificio sociale. Ricercare le istituzioni contraddittorie con esseannientarlee sostituite in loro vece i principî che n'emergonosarà lo scopo del ragionamento che segue.
La prima verità che non può disconoscersisenza negare l'evidenzasenza negare quaranta secoli di storiaèche la ragione economicanella societàdomina la politica; quindi senza riformar quellariesce inutile riformar questa. "Conservazione e tranquillità- scrive Filangieri- è il primo datoe questo e non altroè l'oggetto unico ed universale della scienza della legislazione. Ma l'uomo non può conservarsi senza i mezzila possibilità dunque di esisteree di esistere con agio". A che servonoinfattii diritti dalle leggi accordati se la miseria rende impossibile il profittarne? Inoltrenon solo il difetto de' mezzi materiali necessarî ad esistere annulla la vita politica della piú gran parte della Nazionema l'eccesso delle ricchezze che si accumulano fra pochinon produce danno minore: ingigantiscono le vogliesuccede all'operosità l'ignaviaed in putredine di vizî si marcisce. La societàdall'ingiusto riparto delle ricchezzevien divisa in due partii pochi e i moltie questi da quelli dipendenti: proclamare i diritti della democrazia è una imposturaun'ipocrisia. Chi in buona fede può negare che i capitalisti ed i proprietarî sono i soli a cui è dato godere de' diritti politiciche la società è governata dalla gretta aristocrazia dell'oroinspiratrice della codarda e ruinosa politica moderna?
Si rimedieràdicono alcunia questi malicon stabilire piú eque relazioni fra il proprietario ed il fittaiuolofra il capitalista e l'operaio; sparirà la miseriadicono altricon lo sviluppo dell'industriacon l'aumento del prodotto sociale. Abbiamo discorso nei precedenti capitoli dell'efficacia di tali mezzi; è cosa chiara come la sostituzione d'un nuovo protezionismo all'antico riuscirebbe inutile tirannideinutile inceppamento all'industria; e dimostrammo come la miseria cresce al crescere del prodotto sociale. Finché i pochisono proprietarî dei mezzionde soddisfare agli incalzanti bisogni de' moltiquesti saranno servi di quelliqualunque siano le leggi; basta [il fatto] che esse riconoscono e proteggono il diritto di proprietà.
L'assicurare a tutti un'agiata esistenzasarebbeal certoun mezzo efficacema ove cercare le ingenti somme? non potrebbesi che spogliare parte della societàper togliere all'altra ogni stimolo al lavorola società perirebbe; e riconoscendo il diritto di proprietàcome potrà mutilarsicome limitarlo? non potranno essere che leggi complicate e contraddittorieincentivo alla frode ed all'ingiustizia.
Non resterebbe che l'uguale riparto delle ricchezzema spaventati rispondono gli economisti in Francianazione riccaavrebbesi appena 78 centesimi per caduno. Un tale asserto è assurdo e ridicololo spirito di partitoo meglio l'amor dell'oro li costringe a mentire con inconcepibile impudenza. Se fosse esattola Francia altro non sarebbe che una nazione di mendichi. Avvegnachésarebbe tale il numero dl coloro che posseggono meno di sí tenue sommache a pena raggiungerebbesi una tal cifra facendo un eguale riparto di tutte le ricchezze di coloro che posseggono piú di 78 centesimi. Questo calcolo deve essere assolutamente falsoma noi vogliamo ammettere che rappresenti il riparto del prodotto netto. In tal caso un operaiocon moglie e cinque figliavrebbe il suo salariopiú sette volte 78 centesimi; né questo è tuttosarebbevi un aumento non piccioloriducendo ad un medio salariotutti i pingui stipendî che i capitalisti insaccano come compenso alla fatica che durano per arricchirsiepperò saremmo al disotto del vero affermando che un tale operaio percepirebbe un dieci lire al giornoovvero un vivere agiato. E chi negherà essere piú giusto che tutti vivessero agiatamenteinvece di far perire nella miseria nove decimi della nazioneacciocché pochissimi possedessero oltre il bisogno? Ma la ragione che rende impossibile la pratica di tale idea è piú potente di questa ridicola menzogna. Una tale ripartizione sarebbe operazione complicatissimané mai potrebbesi evitare la frode; la società dovrebbe sottostare ad una continua forza tirannicache spigolasse tutte le borsealtrimenti la materiale uguaglianza stabilita non durerebbe che un giorno solo.
Sortono alcuni da questo campocheper essilo trovano troppo gretto e materialee dicono: noi allevieremoanzi distruggeremo i mali pel proletario con l'educazione. Strana utopia di questa buona gentecondannata dalla natura a vivere d'astrazioni. Come vi procaccerete le grandi somme necessarie all'educazione dei proletarîalla loro esistenza durante tale educazioneed al compenso che bisogna pagare alla famiglia privata del guadagno che avrebbele fruttato il lavoro del giovane che voi gli rapite per educare? Con le gravezze forse? Ma non sapete cherispettando il diritto di proprietàesse ricadono precisamente sul proletarionel modo stesso che la base sopporta tutte le spinte e le pressioni del soprastante edifizio? Voi l'affamerete per educarlo. Ma vogliamo ammettere possibile la vostra utopiacosa guadagneranno con l'educazione? condannaticome Sisifoad un perpetuo lavoronon avendo che qualche ora necessaria a rinfrancare le forzel'educazione ricevuta li farebbe piú infelici. Se hanno da vivere da brutiè meglio lasciarli bruti quali or sono.
I piú positivi propongono l'associazione ed esaltano la sua innegabile potenzama piú che l'associazione è potente il capitale. Non vale proporre come regole alcune eccezioni; egli è una delle cardinali verità di economia pubblicanon solo che l'associazione del lavoro deve soccumbere in contro alla potenza del capitalema eziandio che i piccioli capitali sono inesorabilmente condannati ad essere inghiottiti dai grandi. L'associazione del capitale e del lavoro non conviene al capitalistaspecialmente se fa uso di macchine. Alcuni il negano asserendo che l'associazione del capitale e del lavoroaccrescendo il prodottodebba riuscire eziandio vantaggiosa al capitalistasenza riflettere che il guadagno individuale del capitalistacon tale associazionescema moltissimo. Infattieglino medesimi aggiungono: se questa associazione non è liberama imposta da una leggei capitali saranno trafugati. Contraddizione manifestaimperocché se reali fossero i vantaggi del capitalistasarebbero ben presto conosciutied ognunosenza contrastocontentissimo sottoporrebbesi a tal legge. Quindiper fornire di capitali il lavoroaltro mezzo non v'è che imporre gravezze a coloro che posseggono; ma qual ne sarebbe il risultamento il dicemmo; gli operai verrebbero affamati e non soccorsi.
Concludiamo che l'offrire a tutti un vivere agiatocardine su cuigiusta la sentenza del Filangieridebbono poggiare gli ordini socialinon solo non riscontrasi nella moderna societàma non v'è alcun mezzo come soddisfare a tale condizione. La società è divisa in due partipossessori e nullatenentiche il diritto di proprietà determina. L'economia pubblicapigliando le mosse da questo dirittosviluppa le sue leggiche si basano su di esso. Queste leggi regolano inesorabilmente il rapporto fra queste due classie conducono a conseguenze inevitabili e funeste. Cotesti rapporti ne risultano di fatto né possono modificarsisotto pena di un deperimento universale; unica legge possibile è la libertà: conseguenza di essamiseria sempre crescente. Se togliete al ricco parte del suo avere onde soccorrere il poveroeglimentre con una mano sborsa il danaro che gli vien chiestocon l'altra lo rapisce di nuovo; ben presto incarisce il viveree la miseria s'accresce. Dunque: la causa che volge tutte le riforme in danno del povero; la causa che accrescendo continuamente la miseriamenacome altrove vedemmoalla decadenzaalla dissoluzione socialee contrasta allo scopo principale che si propone la societàil benessere di tuttio almeno de' piúè il mostruoso diritto di proprietà. La logica dunque impone di rimuovere l'ostacolopoco curandosi delle conseguenze; la società riprenderà da sé l'equilibriodal caosnaturalmenteverrà il cosmos. Verremo ora a rincalzare il nostro ragionamentoper se medesimo abbastanza chiarocon l'opinione di due illustri nomiCesare Beccaria e Mario Pagano:
Il furto, - dice Beccaria, - non è per l'ordinario che il delitto della miseria e della disperazione, il delitto di quella infelice parte di uomini a cui il diritto di proprietà (terribile e forse non necessario diritto) non ha lasciato che una nuda esistenza.
Molto piú a lungo ed esplicito ne ragiona Mario Pagano: "Quello che viene occupatoposseduto ed ingombro dal nostro corpo è pur nostroperché ivi si estende la nostra fisica potenzae morale benanche. Quell'aria che respiriamoe ch'ebbe eziandiosotto la tirannide de' greci imperatoria riscattare con un dazio l'avvilito mortale; quella porzione di terra che premiamo col piedela quale è solo retaggio di gran moltitudine d'uomini; quello spazio cui riempie il nostro corpoil quale neppure ci si toglie con la vita stessaè cosí nostro come le proprie membra. Que' prodotti della terra cheper sostenimento della nostra vita occupa la nostra manoper la medesima ragione sono nostriche della pianta sono non solamente il troncoi ramile radiciil suolo ove quelle vengono conficcate ma ben'anche quel nutrimentoquell'umorequei succhiche bevono le sue radicie servono al conservamento suo.
Ma come poi si appropria un uomo solo quelle ampie foreste, quegl'immensi campi che non misura il suo piede, la mano sua non occupa, e neppur signoreggia lo sguardo?
La natura un patrimonio comune ha conceduto agli uomini tuttiha legato loro un'ampia ereditàla quale è questa terradal cui seno prodotti gli hae nel seno della quale gli ha piantati e radicati. Come alle piante per nutrirsi ha dato le radicicosí le mani all'uomo per estendere la sua forza sul retaggio comunee far proprio ciò che alla sua sussistenza faccia d'uopo. Ma queste naturali potenzedirette dalla sua sensibilità e sviluppate dalla sua manohanno un termine ed un confine tra il qualequando esse sono racchiusedivengono morali potenze e diritti originati dall'eterna immutabile legge dell'ordine.
E quali sono mai questi confini e quali gli stabiliti scopi? I limiti delle azioni sono, come si è detto, dalle reazioni degli altri essere circoscritti. Quando l'essere, dalla sua sfera uscendo, invade ed occupa lo spazio e la sfera d'un altro, quello reagisce e riurta, e nella propria situazione lo ripone. Quando un corpo vuol penetrare nell'altro, cioè passare in quella parte dello spazio occupato da quello, ritrova la resistenza che impenetrabilità diciamo, prova la reazione, e se mai persiste nello sforzo di compenetrarvi, vien finalmente distrutto. Cosí se tu, mortale, distendi la mano e la tua forza di là del confine che ti segnò natura, occupi dei prodotti della terra tanto che ne siano offesi gli altri esseri tuoi simili, e manchi loro la sussistenza, tu proverai il riurto loro; il tuo delitto è l'invasione, il violamento dell'ordine; la tua pena è la tua distruzione.
Cosí i fattila ragionel'autorità d'accordo protestano e dichiarano il diritto di proprietà la causa de' malialla cui piena indarno la società oppone argini e serragli. Egli è cosa mostruosa scorgere la proprietà del frutto dei proprî lavorinon solo non protetta dalle leggima annullatamanomessain vantaggio dell'usurpazione dichiarata proprietà sacra ed inviolabile. Si garentisce la proprietàe piuttosto che violarla si lasciano migliaia d'infelici perire nella miseria; ma non proteggono le leggi il frutto de' lavori d'un operaioi sudori di un contadinocontro l'usura e l'avidità dei capitalisti e dei proprietarî. È dichiarato assassino colui che uccide per rapire un pane necessario alla sua esistenza; uomo onesto chidivorando il vitto sufficiente a dieci famiglielascia che queste perissero d'inedia. E ciò avviene in nome della giustiziaprova evidente che essa altro non è che una parola il cui significato cangia al cangiar dei rapporti sociali: quello che oggi dicesi giustoi posteri lo vedranno con l'orrore medesimo che noi riguardiamo il diritto di vita e di morte che accordavasi al padrone sugli schiavi. Il frutto del proprio lavoro garentito; tutt'altra proprietà non solo abolitama dalle leggi fulminata come il furtodovrà essere la chiave del nuovo edifizio sociale. È ormai tempo di porre ad esecuzione la solenne sentenza che la Natura ha pronunciato per la bocca di Mario Pagano: la distruzione di chi usurpa.


X. "L'essere senziente- scrive il Romagnosi- nel sentire non può mai uscire da se medesimo. Egli non può sentire che con la propria sensibilitànon può sentire che il proprio piacere o dolore; non può amare o odiare altrui che in sée per sé; agire cogli altried a pro degli altrio contro gli altriche per sé... Avviene che l'amor proprio d'ognuno trasportato in società è un centro d'attrazione che tende ad appropriarsi il maggior numero di beni e di servizî; e per sé solo opera anche quando agisce a pro d'altruibenché di ciò egli per avventura non si avvegga".
Ecco in poche parole messa a nudo l'umana naturatrovata la cagione di ogni speranzad'ogni pensierod'ogni atto: ricercare il piacerefuggire il dolore; piaceri e doloriche secondo l'indole dell'uomo ed i rapporti socialivariano in mille guisedall'epicureo che cerca il godimento nell'ozio e nella crapolaa Brunoche preferisce il rogo al dolore di rinnegare le proprie dottrine. Ogni atto è preceduto dalla volontàe la determinazione di essa è un effetto relativo e proporzionale alla specie ed all'energia de' moventi che si riscontrano nel mondo esteriore. Una grande efficacia in questi motiviesercitata su d'un individuo d'un'indole capace a sentirlagenera le forti passioniche richieggono fortissima dose d'amor proprio. Queste forti passioni formano gli eroi ed i scelleratii grandi genî nelle scienze e nelle artied i grandi corruttori di entrambe.
In una società in cui la famail poterele ricchezze... non possono sperarsi che dalla guerrao dal bene operato a pro del pubbliconascono gli Scevolagli Attilîi Curzî. "Chi piú di loro- esclama Filangieri- fu agitato da una forte passionechi piú di loro amò per conseguenza se stessochi piú di loro serví la società e la patria?" Se poi un governo si farà il distributore di onoridi ricchezze e di ogni altro bene socialetutti gli sforzi degl'individui saranno rivoltinon già a guadagnarsi il pubblico plausoma le grazie di questo governoquindi cortegianiadulatorisicarî; e quanto piú l'indole della nazione sarà capace di forti passioni tanto piú impudenti e tiranni saranno i satelliti che si stringono intorno a questo centro usurpatore degli universali diritti. Quel popoloche durante il suo splendore sarà stato ricco d'eroinella sua decadenza i seidi saranno numerosissimie numerosissimi i martiri se comincia ad accennare al suo risorgimento. Per controove tardo è il corso degli umorie le passioni rimessenon vi saranno né eroi né scellerati; all'apogeo come al perigeo tutto sarà pedestre e volgare.
La virtú ed il vizio adunquenulla hanno d'assoluto; la loro sede non è nell'uomo ma nella società; i significati di queste parole al cangiare degli ordini sociali cangiano senza mai durar d'essi. Infattifacendo astrazione della societàle virtú ed i vizî sparisconol'uomo isolato non ha che due qualitàforza ed astuzia. Marco Brutovicino a morteesclamò. O virtútu non sei che un nomeio ti seguiva come fossi cosa; ma tu sottostavi alla fortuna. Ingannavasi Bruto: essa non sottostava alla fortunama ai tempi. L'antica Roma riverberava nel suo cuore le virtú già tramontate all'epoca di sua vita; esse si sentivano dall'universale come l'ultima e debole vibrazione di un suono che muore; alle virtú de' Bruti erano successe le virtú de' Cesari a cui la società destinava il trionfo.
Queste leggi magistrali della Naturasvolte da Vicoda Beccariada Paganoda Filangierida Romagnosie dagli altri filosofi italiani non imbastarditi dall'ecclettismo d'oltremontesono l'ordito su cui debbono adattarsi gli ordinamenti socialisono i veri che debbono dar norma a tutte le istituzioni; e noi su tali principî baseremo il ragionamento che segue.
Il fine che si propone la società nel costituirsialtro non dovrebb'essere che assicurare il pieno e libero sviluppo di queste leggifacendole tutte concorrere al pubblico bene. Se esse vengono violate o interdette nella benché minima partel'opera non solo è tirannicama stoltaperché invano combattesi contro le forze della Natura.
Da questo veroil principio d'autorità vien completamente distrutto: chiunque vuole insegnarmi la virtúo costringemi a seguirlaè un impostore o un tiranno; un impostore se a convalidare le sue dottrine chiama in aiuto il misticismo; un tiranno se ricorre alla forza; e se non giovasi o non può giovarsi di alcuno di questi due mezziun povero stolto che predica al deserto. Le dottrine de' pitagoriciquelle di Platoneil manuale d'Epittetola morale del Vangelonon hanno per tanti secolinon dico modificata ma neanche scossa l'umana natura; gli uominiusando diverse parolehanno sempre operato nel modo medesimo. Il Vangelo non solo ha predicato la fratellanza e la mansuetudineminacciando le pene dell'infernoma ha ricorso alla spadaai tormential rogo... e cosa ha ottenuto con tali mezzi? Ha costretto la natura umanache sempre ha ubbidito alle medesime leggidi covrirsi con la maschera dell'ipocrisia. Invano verrà inculcato l'amor di patria ove la patria non dona che miserie e stenti; né vi sarà bisogno inculcarlo quando la felicità del cittadino dipenderà dalla grandezza e prosperità di essa. A che predicherete l'amore della gloriail disprezzo delle ricchezzein una società ovenon curata la famapotentissimo è l'oro? E se i beni maggiori saranno conseguenza della fama e delle virtútale dottrina non avrà bisogno di apostoli. Concludiamo che il pubblico costumeassolutamente indipendente dalle dottrinedalla fededalle penescaturisce immediatamente dai rapporti e dagli ordini sociali; voler cangiare i costumisenza cangiar questiè impossibilequindi: un governo regolatore de' costumi è la piú stupida ed assurda tirannide che mai uomo immaginasse.
L'origine del governo è stato il dominio eroico de' forti sui deboli. Le prime leggil'arbitrio di quelliin seguito trasformato in consuetudini. I famoliresi potenti per numeroimpedirono i nuovi arbitrîobbligarono i forti a sottomettersi alla ragione storicaa rispettare le consuetudinile quali furonoperciòil rudimento del patto comunedel codice. Questo pattocomunque modificatonon ha potutoné potrà mai liberare su giusta lance i diritti di tuttiimperciocché trae origine dalla violenza e l'usurpazionee dovrà esservi sempre qualche parte che preponderiqualche altra che minacci reazione. A mantenere nella società questo labile equilibrioebbesi uopo del governoche può definirsi l'ostacolo allo sviluppo delle leggi naturaliil sostegno de' privilegî. Ma se ogni privilegio cessassese i diritti risultassero dai rapporti reali e necessarî delle coseil dovere diverrebbe un bisogno; l'uomo non servirebbe piú all'uomomacome scrive il Romagnosisolamente alla necessità della natura, ed al proprio meglio. In altri termini il Filangieri esprime l'opinione medesima: "L'uomo non può esser felice- dice egli- senza esser libero. L'uomo non può essere felice senza convivere coi suoi simili. L'uomo non può convivere co' suoi simili senza governo e senza leggi. Dunque per esser felice deve esser libero e dipendente. Ma il dovere senza la volontà esclude la libertà; la volontà senza il dovere esclude la dipendenza. Il nesso che unisce queste due opposte condizioni non può essere che la volontà di far ciò che si deve". Quindi la societàcostituita ne' suoi reali e necessarî rapportiesclude ogni idea di governoe come ben equilibrato edifizio regge da sésenza aver bisogno di fasciature o di rinfianchi. Questi principî de' nostri padri ora cominciano eziandio a discutersi in Francia; ivi esclama Proudhon: "chiunque mette la mano su di me per governarmiè un usurpatoreun tirannoio lo dichiaro mio nemico..."; ed altrove: "chi siete voi per sostituire la vostra saggezza di un quarto d'ora alla ragione eterna ed universale?"
Ciascuno nasce con speciali attitudini ed inclinazionied una società ben costituita dovrebbe offrire ad ogni individuo i mezzi come soddisfar queste ed utilizzar quellee cosíseguendo l'uomo la propria volontà ed il proprio utileseconderà la volontà collettiva e l'utile pubblico. Derogare da questa legge è un costringere l'uomo ad un lavoro forzatoè una tirannide. Quindi il governoche lo abbiamo trovato assurdo e tirannicotanto come correttor di costumi quanto come sostegno del patto socialecome educatore è inutile: l'educazione altro non deve essere che una legge generalecon la quale pongonsi a disposizione d'ogni cittadinoonde facilitare lo sviluppo delle sue facoltà fisiche e moralitutti i mezzi di cui dispone la società.
Ma ancora piú innanzi vanno i malichesenza utile verunosgorgano inevitabilmente dal governo. Se ad esso non verrà concesso né altra forzané altri mezzionde esercitare il suo poterese non quelli che potrà trarre dall'universale appoggioche i cittadini darebbero ai suoi atticredendoli giustine risulterà un governo inutile e ridicolo: lo si vedrà darsi cura di educazionedi costumidi patto socialefatti i quali risultano e si sostengono in forza de' rapporti medesimi delle coseche essoprivo di forzanon potrà menomamente modificareepperò quanto piú operosotanto piú sarà ridicolo. Se poi gli concederete forza materialeo lo farete distributore di carichedi premîdi onoriallora cominciano i perigli per la società. Colui o coloro nelle cui mani verrà affidato il maestrato supremocome nel precedente capitolo dicemmodovrannoperché uominisoggiacere all'impero delle loro passioni e delle loro imperfezioni fisiche e moraliquindi il giudizio e le determinazioni di questo governo dovrannosenza dubbiotrovarsi in disaccordo coi giudizî e le determinazioni del pubblicocheessendo la media di tutti i giudizî e le determinazioni individualiresta scevra da tali influenze. Dichiarare un governo rappresentante la pubblica opinione e la pubblica volontà è lo stesso che dichiarare una parte rappresentante del tutto. Inoltrel'uomo per sua natura sdegna i rivali e l'opposizionee gli amici del governo non saranno certamente coloroche manifestano i suoi erroriche contrastano la sua opinionema bensí que' che lo piaggiano; gli oppositori saranno occultamente odiatiese lo si potrà impunementeoppressi; negarlo è un disconoscere l'umana naturaè negare la storianegare i fatti che tuttodí si riproducono; quindi questo governo sarà sempre un'ulcera che tende di spandere la cancrena sull'intera società.
Secessando dal ragionareci faremo a scendere nel fondo della nostra coscienzaad interrogare l'intimo nostro sentimentovi troveremo la condanna d'ogni governo. Quella complicazione di ruoteaggiunte alla macchina socialeper tutelarsi contro l'usurpazione e la tirannide de' governantiha già fatto pessima pruovasenza impedire i malili accrescee rende il procedere lento ed incerto. La pubblica opinione è affatto cangiata su tale riguardo: ognunonei tempi passatisforzavasi ad aggiungere qualche pezzo alla macchinao come regolatoreo come moderatorementre oraper controtendesi alla semplificazioneil cui ultimo termine è l'anarchiaove l'umano intelletto s'accheterà. I propugnatori de' governi forti fanno fine ad ogni loro diceriaad ogni loro ragionamentocon proporre le misure da cui eglino sperano la pubblica felicità; ed il convincimento che riscontrasi in ogni individuoche i soli provvedimenti per reggere con successo la cosa pubblica son quelli che egli nasconde nel proprio cuoreè la condanna la piú aperta d'ogni forma di governo.
Da quanto esponemmo possiamo desumere che le numerose esperienze registrate dalla storiache nelle leggi regolatrici della Natura trovano piena confermaadditano come terribili sorgenti di malecome ostacoli all'umana felicitàcome scogli di sicuro naufragioil diritto di proprietà ed il governo. Ma come la societàdiranno moltipriva di questi malipotrà reggere? Cosa verrà ad essi sostituito? Non sono quistioni che deve farsi il rivoluzionarioné che si fanno le moltitudini. Quello addita la causa dei maligli ostacoli al bene pubblicoqueste irrompono come marosi mugnanti e li rovesciano. La societàcome le acque che tendono sempre a livellarsiriprenderà da sé l'equilibrio; egli è strano pretendere che un uomo dia conto di quello che l'universale volontà potrà compiere. Nondimenodalle leggi stesse naturali ed eterneche ci hanno condotti a queste conclusioniemergono alcuni principî inconcussiche violati in tutto o in parte dalle varie societàantiche e modernesono stati e saranno la cagione di loro ruina; questi principîche ora verremo svolgendosono superiori ai diritti de' popolie sono gl'incastri fra' quali l'umanitàdopo tante penose oscillazioniverrà ad assettarsi.


XI. La Naturaavendo concesso a tutti gli uomini i medesimi organile medesime sensazionii medesimi bisognili ha dichiarati egualied hacon tal fattoconcesso loro uguale diritto al godimento dei beni che essa produce. Come del pariavendo creato ogni uomo capace di provvedere alla propria esistenzal'ha dichiarato indipendente e libero.
I bisogni sono i soli limiti naturali della libertà ed indipendenzaquindi se all'uomo si facilitano i mezzi come soddisfarlila libertà ed indipendenza è piú completa. L'uomo s'associa onde piú facilmente soddisfare a' suoi bisogniovvero ampliare la sfera in cui si esercitano le sue facoltàe conseguire libertà ed indipendenza maggioreepperò ogni rapporto sociale che tende a mutilare questi due attributi dell'uomonon ha potutoperché contro naturacontro il fine che si propone la societàstabilirsi volontariamentema subirsi a forza; esso non può esser l'effetto di libera associazionema di conquista o d'errore. Dunque ogni contrattoin cui una delle partidalla fame o dalla forzavien costretta ad accettarlo e mantenerloè violazione manifesta delle leggi di Natura; ogni contratto dovrà perciò dichiararsi annullato di fattoappena mancagli il liberissimo consenso delle due parti contrattanti. Da queste leggi eterne ed incontrastabiliche debbono essere la base del patto socialeemergono i seguenti principîi quali reassumono l'intera rivoluzione economica:
1. Ogni individuo ha il diritto di godere di tutti i mezzi materiali di cui dispone la societàonde dar pieno sviluppo alle sue facoltà fisiche e morali.
2. Oggetto principale del patto socialeil garentire ad ognuno la libertà assoluta.
3. Indipendenza assoluta di vitaovvero completa proprietà del proprio essereepperò:
a) L'usufruttazione dell'uomo per l'uomo abolita.
b) Abolizione d'ogni contratto ove non siavi pieno consenso delle patti contrattanti.
c) Godimento de' mezzi materialiindispensabili al lavorocon cui deve provvedersi alla
propria esistenza.
d) Il frutto de' proprî lavori sacro ed inviolabile.
Determinatacon tre principî fondamentalila rivoluzione economicapasseremo alla politica.
I bisogni sono i limiti della libertà ed indipendenza. Questa legge è innegabile ed universalmente sentita. Ogni altra legge o principionon sentito ma predicatonon può essere altro che impostura di qualche scaltro che tenda profittare dell'altrui semplicitàovvero effetto dell'ignoranza di chi predica e di chi ascoltae la gerarchiache viola direttamente libertà ed indipendenzaè contro natura.
La sovranità risiede nella Nazione intera. Gli atti di ogni uomo sono proporzionati e conseguenza della facoltà di sentirevariabile in ogni individuo; del parigli atti della sovranità sono proporzionati e conseguenza della media fra tutte le facoltà di sentire de' varî individui che la compongonomedia in cui son distrutte tutte le particolari influenze alle quali ogni essere piú o meno sottogiace: la sovranità è il senso comuneovverocome dice Vicoquel giudizioche senz'alcuna riflessione vien comunemente sentito da tutto un ordineda tutto un popoloda tutto il genere umano; ed il delegarla è un assurdocome sarebbe quello di delegare la propria sensibilitàessa è inalienabilerisiede nell'intera Nazionené mai può essere legittimamente rappresentata da una parte di essa. Le leggi di Naturasotto pena di gravissimi maliproibiscono il comandare del pari che l'ubbidire. Un popoloche per esistere piú facilmente delega la propria sovranitàopera come uno cheper meglio correrelegasi gambe e braccia. Da queste verità emergono i seguenti principîche fanno seguito a quelli già stabiliti:
4. Le gerarchiel'autoritàviolazione manifesta delle leggi di Naturavanno abolite. La piramide: Dioil rei migliorila plebeadeguata alla base.
5. Come ogni Italiano non può essere che libero ed indipendentedel pari dovrà esserlo ogni Comune. Come è assurda la gerarchia fra gl'individuilo è fra i Comuni. Ogni Comune non può essere che una libera associazione d'individui e la Nazione una libera associazione dei Comuni.
Intantomolti ostacoli materiali e morali vietano in molte occorrenze le funzioni della sovranità. I principî stabiliticonseguenza delle leggi di Naturanon sono che il primo ordito degli ordini socialie non bastano: bisogna discendere a determinare i varî rapporti che dovranno essere d'accordo con essi. In questa laboriosa ricercala nostra naturavinta dal costume e smarrita nel suo corsoad ogni passo cade nell'errorequindi richiedesi una continuità di attenzioneuna serie di ragionamenticose per le moltitudini impossibilie sovente mancherebbe il luogo e 'l tempo onde fare abilità a sí numerosa assemblea di riunirsi e deliberare.
Cotesti lavori sono da individuied un solo dev'essere dichiarato legislatore. Inoltreè una verità dimostrata all'evidenza dal Romagnosiche il giudizio di tutti i savî del mondo può essere erroneo nel sindacare il lavoro compito da un solo; quindi un congresso di delegati del popolo avrebbe l'incumbenzanon già di svolgeredi sopraccaricare di clausole ed emendamenti le leggi propostema solo verificare scrupolosamente se i principî immutabilidichiarati base del patto socialevengano in qualche parte lesi da queste leggi. Fatto ciòpubblicarle; né può andar piú innanzi il potere del legislatore e del congresso; la Nazione le adotterà se vorrà e quando vorrànon avendo il diritto di concedere ad uno o a pochi il potere d'imporgli leggil'attuazione di esse è atto della sovranitàe la sovranità non può delegarsi. I concetti di un individuo possono definirsi i pensieri della nazioneè il modo di cui essa si avvale onde manifestare il suo concetto collettivoma come un individuo non impone a se medesimo l'obbligo di trarre in atto i proprî pensiericosí i concetti di un solo non possono venire imposti a tutti. Per la ragione medesimache la sovranità non può abdicarsio trasmettersinon potrà determinarsi la durata delle funzioni del legislatore e del congressoesse cesseranno appena la Nazione il vorrà; e la volontà del mandantedovendo costituire la legge del mandatarioogni deputato non può essere che sempre revocabile da' suoi elettori. L'imporsi per un dato tempo un governo o un'assemblea è un assurdocome lo è per un individuo il costringersi da un voto. È lo stesso che dichiarare la volontà e la determinazione di un momento arbitra e tiranna della volontà che progressivamente può manifestarsi in avvenire. Di quinci i principî che seguono:
6. Le leggi non possono imporsima proporsi alla Nazione.
7. I mandatarî sono sempre revocabili dai mandanti.
Di piú la Natura stessache ha creato l'uomo indipendente e liberoha dotato ogni individuo di attitudini specialid'onde la potenza del lavoro collettivola sociabilità. Coteste attitudini son quelle appunto chenelle varie operazioni della vitacostituiscono la diversità delle incumbenze. Dichiarare un'incumbenza piú nobile che un'altra è un assurdo degno di una società che ha vanità e privilegio per base. "Ma qual si è l'arte vile- esclama Mario Pagano- quando ella giova alla società? vile è l'opinione degli uomini che avvilisce gli utili mestieri". Ed è eziandio assurdo dichiarare una funzione piú che un'altra faticosa; la meno faticosa è quella che meglio armonizzi con le proprie attitudini ed inclinazioniepperò esse solamente debbono dar norma alla distribuzione delle varie cariche e mestieri che nella società si riscontrano.
In tutte le varie operazioni dell'intera società o di un nucleo qualunque di cittadinisono indispensabili gli ordini e la distribuzione delle funzioni; egli è impossibile operare tumultuariamente. Ciò deve aver luogo nelle grandicome nelle picciole cosetanto nella guerra e nella pubblica amministrazione come in qualunque altra speculazione o industria. A conservare illesa la sovranità nazionalenel caso che una parte di cittadini debba compiere un'impresa che riguarda l'intera societàdue condizioni si richieggonocioè: che l'impresa da eseguirsi e gli ordini da adottarsi siano il risultamento della volontà nazionaleil che emerge di fatto da' principî 6. e 7.; e che la distribuzione delle varie funzionifra quel nucleo di cittadini operantivenga fatta da que' cittadini medesimi. Se la nazione volesse indicargli i capi che debbono dirigerliviolerebbe manifestamente la libera associazione. Quindi i principî seguenti:
8. Ogni funzionario non potrà che essere eletto dal popoloe sarà sempre dal popolo revocabile.
9. Qualunque nucleo di cittadini dalla società destinati a compiere una speciale missionehanno il diritto di distribuirsi eglino medesimi le varie funzionied eleggersi i proprî capi. Finalmentel'uomofacendo parte di una societàè immedesimato con essa; e questa società proponendosi come fine principale non solo di garentirema ampliare quanto piú sia possibile la libertà ed indipendenza individualeed ogni offesa d'individuo ad individuo riducendosi alla violazione di questi due attributine inferisce che le offese private debbono tutte considerarsi come offese pubbliche: ogni misfattoogni delittoogni errore offende direttamente l'intera societàla qualegiusto il tacito patto che ha con ognuno de' suoi membriha il dovere di vendicare l'offesoe con l'esempio contenere i male intenzionati; e questo dovere della societàper la natura medesima dell'uomoportato a vendicare altrui a tutela di se medesimodiventacome dice il Romagnosicontrospintama non già criminosaperocché l'urtato ha il diritto di riurtareed il riurto risultaevitando la riproduzione del delittoutile. Se poi ci faremo a considerare come ogni delitto trovi la cagione promotrice negli ordini socialio nell'indole dell'individuoconchiuderemo come il patto sociale debba esser volto a rimuovere le cagioni del delinquere ed all'educazione de' colpevolionde non venga distrutto dalla società medesima uno de' suoi membri.
Egli è indubitato che le leggi scritteinvariabilifra il continuo mutar dei tempi e de' costumiriesconoin alcune epochesoverchiamente rigidee troppo forte il loro contrasto con la pubblica opinionequindi l'utile della giurisprudenzache cerca rammorbidirle ed adattarle ai tempi. Mase riesce soverchiamente duro il non lasciare al giudice altra facoltàse non quella di pronunciare la sua sentenza dietro il sillogismo prescritto dal Beccariac'è cosa egualmente perigliosail dar luogo alla giurisprudenza che conduca all'arbitrio. Come evitare entrambi questi inconvenienti che risultano dall'ordine stesso socialedallo svolgersi e modificarsi dei rapporti? rimandate il reo ai suoi giudici naturalial popolo. Le leggi scritte siano di norma e non d'altrole decisioni del popolo superiori ad ogni legge. Potrà il popolo eleggere dal suo seno alcuni cittadini e costituirli giudicima i giudizî di questi saranno sempre annullati dalla volontà collettivaa cui deve riconoscersi come diritto inalienabileinerente alla sua naturaalla sua sovranitàla decisione suprema di ogni contesa. Cosí non potrà piú avvenire che vengano inflitte punizioni contraddittorie con la pubblica opinione e coi tempi; cosí avverrà che le leggi seguiranno lo svolgersi ed il mutar dei costuminé mai questi verranno in lotta accanita e sanguinosa con esse. Adunque:
10. La sentenza del popolo è superiore ad ogni leggeod ogni maestrato. Chiunque credesi mal giudicato può appellarsi al popolo.
E cosí prendendo le mosse da due semplicissime ed incontrastabili verità: - 1. L'uomo è creato indipendente e liberoe solo i bisogni sono assegnati come limiti a questi attributi; 2. Per allontanare da sé questi limiti e rendere sempre piú ampia la sfera di sua attività l'uomo s'associaepperò la società non puòsenza mancare al proprio scopoledere in menoma parte gli attributi dell'uomo; - siamo stati condotti alla dichiarazione di dieci principî fondamentalide' quali uno solo che non venga rigorosamente osservatola libertà e l'indipendenza saranno violate. Dunque ogni contratto socialevolto non già a confermare l'usurpazione di una classema la felicità dell'intera nazionedeve aver come base questi principî.


XII. Pria di procedere piú innanzirileva rammentareper sommi capiquello di cui sino ad ora discorremmo in questo saggio. Ragionando del progresso abbiamo scorto come le società tendononelle varie loro evoluzioniad assettarsi fra le leggi naturalie quandoper errore dell'istintoper disaccordo del sentimento con la ragionese ne allontananoesse rapidamente declinano.
Indi osservammo come lo scambio facilissimo delle idee e dei prodotti abbia fattodi tutt'Europaun popolo di costumidi leggidi propensioni quasi uniformi; e noiabbracciandolo nel suo insiemene siamo venuti scrutando le tendenzetanto economiche come politiche. Il continuo aumento del prodotto socialeil restringersi il numero de' possessori di essoil crescere incessante de' miseri e della miseriasono cose evidentiinnegabilie quindi i malila necessità di migliorarela reazione de' tanti miseri contro i pochissimi ricchicertaimmancabile. Di quincisotto varie cagioni mascheratoil connubio de' pochi agiati co' despotie ad ogni minacciaad ogni tomultoad ogni rivolgimentocrescere le milizie perpetuesolo argine contro la numerosa plebee da questa lotta emergereindubitatamenteil dispotismo militare o il trionfo della democrazial'uno seguito dalla licenza e dalla dissoluzionel'altro dal rinnovamento sociale. Altra alternativa non v'è.
Incertici facemmo a cercare quale delle due soluzioni fusse la piú probabile. L'atteggioi tentativiil cupo gorgogliare del proletariofanno fede che la sua fibra è rozzanon flaccidal'elatere n'è compresso ma non spentoquindi havvi speme di vita. Il soldato che lo fronteggia non è pretorianonon avventurierema proletario anch'essoaffatturato da magica forza che lo costringe a sacrificare se medesimo in sostegno delle proprie catene e di quelle de' suoi ugualiepperò la speme che la sua ottenebrata mente potesse balenare per un istantee ciò basterebbe alla società per risorgere. Questi incerti e pallidi raggi di luce ci sembrarono fulgidiscorgendo quasi nunzî del nuovo giorno la splendida pleiade de' socialistila tendenza delle moltitudini all'associazionela preponderanza che giornalmente il concetto sociale acquista sul politico. Ristorato l'animoci siamo ristretti all'Italia solamente.
Abbiamo fatto studio sulle varie quistioni politicheche si agitano in seno della nostra patriae dimostrammo quanto vana ed inutile sarebbe la loro soluzione se non si sbarbicassero le due cagioni da cui la miseriala schiavitúla corruzione irraggianoproprietà e governo. In ultimoabbiamo stabiliti dieci principîconseguenza immediata delle leggi di Naturacome base del futuro contratto sociale. Oranon verremo esponendo un sistemaproponendo ordinipromettendo felicitàné esorteremo con gonfie declamazioni gl'Italiani alla concordiaalla battaglia. Noi studieremo le forze che operano nel seno della Nazionene cercheremo l'intensitàla direzionela risultanteonde conoscere cosa l'Italia sarànon già cosa vogliono che sia i partiti. Epperò cominceremo dall'esaminare quale sia lo stato dell'Italia relativamente alle altre nazioni dell'Europa.
CAPITOLO QUARTO

XIII. Italia e Francia. - XIV. I partiti in Italia. - XV. Il Comitato nazionale e Giuseppe Mazzini. - XVI. Insurrezione. - XVII. Dittatura.



XIII. Il volgoil quale senza esaminate minutamente le cosegiudica dalla fallace apparenza di esseconsidera la Francia e l'Inghilterra come le due nazioni dalle quali debbono partire gli impulsi che sospingeranno i popoli ad un migliore avvenirequasi che la rigenerazione politica-sociale d'Europa dipendesse dal progresso industriale di esse. Per non dilungarci soverchiamente su tale argomentoe perché cotesta missione rigeneratrice si attribuisce alla Francia piú che all'Inghilterranoi faremo paragone fra la prima di queste due nazioni e l'Italia. La rivoluzione francese del 1789 fu una grandiosa esperienza che mise a nudo la poca importanza delle varie forme di governo relativamente ai mali che la società ammiseriscono. Coloro che governarono quella rivoluzione cercarono garentire la libertàproponendosi a modello Grecia e Romae mostrarono ignorare affatto quelle storie. Se con maggiore oculatezza avessero cercato le cagioni di quello splendore le avrebbero scorte ne' rapporti socialinello stato economico di que' popoliper cui legavasi strettamente l'utile pubblico al privato; ed in quelle forme di governicreduti origine d'ogni beneavrebbero riscontrato la causa della non tarda ruina di quelle nazioni. Se avessero fatto studio sui tanti esperimenti che fecero que' popolie tutti invanoper impedire l'usurpazione di chi reggevali; se avessero meditata la storia d'un'epoca meno remotaquella degl'Italiani del medioevoche pel loro stato economicoreligiosomoralesi rassomigliavano ai Francesi piú che i Greci ed i Romanisi sarebbero convinti facilmente come sia impossibile limitare l'abuso ed evitare il despotismoallorché delegasi a pochi la sovranità ed il potere che risiede in tuttie solleciti delle forme lasciansi sfuggire la sostanza delle cose.
La Francia al '93 subí l'esperienza medesima che già avevano subito gl'Italiani nel medioevo. I nobilidomati dal regio potereavevano smesse le armied il re aveva vinto un rivalema perduto un sostegno. Intantocome in Italia il popolocombattendo a difesa del papaconobbe di aver diritticosí in Franciaassumendo la difesa del reimparò a difendere se stesso. Parteggiando pel reegli credette migliorarema svincolato dalle strette del feudalismovidesi abbandonatoprivo di mezzi ed appoggiin una lotta ineguale co' ricchi; sospinto dai suoi dolori rovesciò il tronoin tal modo la rivoluzione si compírivoluzione checome quella del mille in Italiafu il trionfo del Comune sul medioevo. Agli Italiani bastarono sei secoli per cangiare in popolare il barbaro reggimentoai Francesi ne bisognarono quattordici. L'unitàl'indipendenza assolutale superstizioni del cristianesimo scrollateil prestigio de' nomi cadutoreseroall'esternola Francia piú maestosa dell'Italiafurono ideenon famiglieche parteggiarono il popolo. Ma la stessa unitàla minore energia della plebelo spirito di libertà poco comuneinsomma lo spirito repubblicanouniversale in Italia e difettivo in Franciae per contro fortemente sentite le tradizioni della monarchiadistrussero in dieci anni tutte quelle conquiste del popolo che gli Italiani conservarono per quattro secoli.
La rivoluzione francese scosse dal loro letargo i popoli d'Europaed il governoche i moderni chiamano rappresentativofu la barrieral'ostacolo che gl'impotenti troni opposero all'esigenze del popolo. Abbiamo parlato abbastanza largo di una tal forma di governoquindi non è mestieri ritornare sull'argomentodiremo solo che da tale epoca cominciò a germogliare l'epoca che minaccia di cancrena l'Europa. Intantol'industriail commerciole scienzeprogredironoil secolo XIX venne chiamato il secolo del progressoed i dottrinarî credetteroo gli convenne credereche sotto tale reggimento compivasi gradatamente l'educazione del popolonavigandosi a golfo lanciato verso la libertàstrana aberrazioneo strana menzogna. Il secolo XIX sarà famoso nei fasti dell'umanitànon già per la servile e codarda schiera dei dottrinanti scaturiti dal suo senoma perché in tal torno il socialismod'aspirazione fattosi sentimentoebbe partito ed avrà attuazione.
La grandezzala degnità della Nazione non va misurata dal numero de' libri che in essa si pubblicanocome non è la dottrina solamente la qualità che determina il conto in cui debba tenersi un individuo. Un dottoche pone la sua penna a disposizione del maggiore offerentelambisce la mano che lo sferzabacia le catene che l'avvinconoe con facile viltà maledice chi caddené mai osa di biasimare il potentenon può certamente preferirsi ad un ignorante chedomo dalla forzaguarda torvo l'oppressoreminaccia ne' ferriné lasciasi intimorire dalla spadané dall'oro corrompere: il primo sarà un uomo culto ma degradatoil secondo rozzo ma pieno del sentimento della propria dignità; nell'uno possiamo rappresentare il basso Impero e l'Italia al secolo de' Medici; nell'altro la Roma de' Brutide' Scevola... e l'Italia del mille; nel primo possiamo scorgere l'odierna Francianel secondo l'Italia moderna. Colui che si crea un padrone è schiavo per naturachi lo subisce non è che disgraziato.
Se i rivolgimenti avvenissero in ragione de' librinon sarebbe stata la Sicilia la prima ad iniziare i moti del '48né la dotta Germania sarebbesi rimasta quasi inerte tra l'universale sconvolgimento. Quali dotti contava la Grecia all'epoca della sua memorabile rivoluzione? Gli Hochei Marceaui Kléber... i Marco Botzarii Canaris... eroi da rivoluzione e non già da poltronanon sono parto di dottrineprimogeniti di queste sono i Guizoti Thiers... La probabilità di un rivolgimento è in ragion diretta de' mali che opprimono il popolo e del grado d'energia che esso conserva. Faremo studio su di ciòonde discernere se in Italia l'abilità al moto sia minore che in Francia.
In Italia come in Franciala vita pubblica è difettivanon curato l'utile nazionalea cui viene sempre preposto l'utile privato. La vita pubblica de' moderni consiste nelle gesta da romanzo che suppliscono alla sterilità degli avvenimenti storici. L'eroe da romanzo è il modello che la gioventú si propone nel suo esordire; una brillante comparsacome dicono i Francesidans le tourbillons du mondeè l'ambizione de' moderni eroide' lyonsè la gloria che per essi adeguaanzi sorpassa quella de' Scipioni e de' Marcelli. All'operosità succede il riposoil lyon si trasforma e comparisce nel mondo sotto il carattere d'homme blasé. Il lyon ama i rischi del duellodi una corsa a cavallo e... ma guardasi bene dal mischiarsi in politicase le barricate covrono le stradechiudesi in casa curandosi poco dell'esito della lottaed aspetta tranquillo quando les affairs ont reprisper essere richiamato all'azione. Allora si fa di nuovo ad usare in quelle numerose brigate ove lo scambio degli affetti è impossibileed in quei teatri ove con mostruosi drammi si tenta invano scuotere la flaccida e logorata fibra dell'annoiato ascoltante. In Italia i lyonsi grandi ridottiquel genere di produzioni teatrali sono piante esotiche. Ci sforziamoegli è verodi accettare i medesimi gusti e farci imitatori degli oltremontanima fortunatamente con pochissimo successo. Quanto ristretto è il numero de' romanzi e dei romanzieri in Italia!... E perché? mancano forse gl'ingegnio la favellacome alcuni asseriscononon prestasi a tali letterarie produzioni? mai no; se esse venissero chieste dalla pubblica opinionetutte le difficoltà sarebbero superatené la tirannide le interdice. Ma quello poi che maggiormente ridonda a gloria nostra è che i pochi romanzi italiani sono quasi tutti di fama imperituraquasi tutti hanno uno scopo politicoed i piú accreditati fra essicome l'Assedio di FirenzeNicolò de' LapiEttore Fieramosca... suscitando un torrente di affetti patriiaffoganoattutiscono ogni affetto privato.
Il prestigio del fasto immenso in Franciain Italia abborrita la pompa: gradirono i Francesi il brillante corteggio di Bonaparte piú che la semplicità del governo provvisorio del '48 e di Cavaignac; in Italiaper controil modesto vivere di Mazzini e di Manin riscossero plauso ed universale simpatia.
La superstizione religiosain Italia come in Francianon esiste che fra le donnicciuole; la religione è ridotta ad atti esterniè un'abitudinenon già un sentimentoe se sentimento religioso vi fusse ancora al giorno d'oggila sua sede sarebbe in Francia e non già in Italia. Proudhon rinnegava la storia scrivendo Le bigot italienegli non rammentavasi come i Francesida Carlo Magnosono stati sempre i difensori del papanon per ragion di Statoma per fanatismoed i nemici de' pontefici sono stati e sono gl'Italianiai quali è riserbato d'inaugurare il trionfo su tutte le idee religiose.
Si eccettui il Piemonte in cuiper soverchia docilità del popolo il reggimento costituzionale duranelle altre parti d'Italia non ha potuto gettar le sue barbe; la violenzala corruzione non son bastate in Napoliin Romain Toscanaad ottenere una camera suddita del ministero. Troverete in queste provincie satelliti efferati ed impudenti della tirannidema quei trafficanti in politicapronti ad inchinarsi ai fatti compiutinon esistonofeccia e non cima di societàcome essi si compiacciono credere; in Napoli sonovi i Windishgratz e gli Haynauma invano si cercano i Magnani Saint-Arnaudi Maupas... Gli ex-triunvirigli ex-ministrigli ex-generali italiani vivono tutti nell'indigenzamentre non trovasi in Francia un ex-impiegato che non abbia sa petite fortune.
Secondo il proprio statoi proprî bisognile proprie inclinazioniproducono le nazioni gli uomini che le rappresentanoe viceversa dal carattere di questi uomini potrà inferirsi lo stato in cui esse si rattrovano. E se non volesse considerarsi come passeggiero il presente stato della Franciain vedendola padroneggiata da' Guizotda' Magnanda' Saint-Arnaudda' Bonaparte... bisognerebbe conchiudere che essa si dissolvee che le ultime virtú rivoluzionarie sonosi spente con Armand Carrel. In Italiaper contro si rattrovano esseri spregevolima non sono che i rappresentanti de' varî governi locali vicini a ruinarementre la nazione intera non onoranon prezza né costoro né i dottrinanti che predicano rassegnazionema i martiri suoi; quindi è nazione che sente il peso de' proprî maliche onora quelli che danno la vita per combatterlie dal martirio alla battaglia non havvi che un passo.
L'attacco di centosettantamila stranieri contro Italia divisaquasi non bastò a ristabilire il dispotismo; essi per vincere han dovuto ricorrere eziandio al raggiro ed alla menzogna. Tre battagliequattro assedîsessanta combattimentitre città messe a ferro e fuocosono i gloriosi monumenti di nostra resistenzamentre gli esulii prigionile vittime che muoiono col nome d'Italia sulle labbra [sono] la nostra continua e gloriosa protesta. Come ha difeso Francia la sua libertà? un pugno di compri francesi in poche ore da libera la fanno schiavae la nazioneben lungi dal resisterecol suffragio universalesancisce l'usurpazione ed appoggia la spregevole tirannide. Come negare che i rivolgimenti avvenuti in Francia il 1830il '48il due dicembresono l'effetto d'una vittoria ottenuta da un ristretto partito in Parigi? E somigliano moltissimo alle congiure di palazzo del basso Imperoa cui veruna parte prendevano le popolazioni delle provinciementre in Italia non v'è movimento che non trovi un'eco in tutte le valli dell'Appennino. Tre voltenel breve spazio di cinquanta annila Francia è stata arbitra de' suoi destinitre volte da se medesima si è foggiata le catenementrese non vi fosse stato intervento stranierol'Italiaforsesarebbe libera da molto tempo. I gusti adunquei costumii fattila dimostrano meno indifferente a' suoi malimeno degradata che Franciaquindi maggior probabilità di risorgereaccresciuta eziandio dal desiderio ardente che sente ogni Italianodi conquistare la propria nazionalitàsignificante movente di cui difettano i Francesi perché credono possederla.
Esaminate le forze che sospingono al motoci faremo a studiate quelle che resistono. La nobiltàla borghesiai pretigli impiegati d'ogni genereun forte e numeroso esercitosono una base di granito che in Francia sorregge ogni genere di despotismo; ma ove sono queste forze in Italia? La piú famosa nobiltà italianala vera nobiltà feudale venne distrutta al sorgere de' Comuni; solo nell'Italia cistiberina durò ancora lungamentema fu in continua lotta col trono. Doma da Federicoriprese vigore per l'avarizia degli Angioini; di nuovo perseguitata dagli Aragonesidurante il regno del perfido Ferdinando d'Aragonafece l'ultimo sforzo con la famosa congiura. Dieci Baroni de' piú famosi lasciarono la vita sul palcoaltri fuggironofurono occupate le loro castelladisarmato il vassallaggio. I discendenti non ebbero piú forzae per tradizionee pel continuo cangiare della dinastia regnanteessi non furono mai gli amici del re: undici nobili di primo rango perirono nel '99 come repubblicanifra questi il formidabile campione della libertàEttore Carafa conte di Ruvo. In Piemonte la nobiltà non conta che i fasti di sua docile servitúnobiltà di secondo rangoperocché i grandi feudatarî si estinsero successivamentee sulle loro mine s'innalzò il trono di casa Savoia. I numerosi titolari che brulicano ne' varî Stati d'Italiasono nobili nuoviovvero non nobiliné formano casta i cui privilegî li lega per utile proprio al trono; sudditicome il resto de' cittadinisono regî se percepiscono stipendioliberali in caso contrario. I veri nobili d'Italia sono i patrizî delle varie repubblicheed in primo luogo i venezianie cotesta nobiltà potrà essere municipale e non regia. La borghesia italiananon solo non sostiene ma odia i presenti governie se non è sollecita al muoverenon avversa i movimenti. I pretinon essendo salariati come in Franciacontano moltissimi liberalied anche soldati della libertà. Infine possiamo conchiudere che se togli dall'Italia i stranieril'appoggio dei troni riducesi alla codarda schiera degli impiegati e de' poliziotti. Solo in Napoli ed in Piemonte havvi un esercitoma esso non si è mostratoin certe circostanzeinaccessibile alla brama di libertà. Quindi la tirannide non si sostiene che in virtú di forze straniere; aggiungile tradizioni dell'Italiani repubblicane tuttequelle de' Francesi regiee potremo senza errore conchiudere che l'esercito conservativopotentissimo in Franciain Italia quasi non esiste.
La sola cosa che in apparenza favorisce la Franciaè lo scorgere che in essa le idee di riforma sociale sono piú generalmente sentitesono già scritte sulla bandiera d'un partito. Ma questo partito non è reciso ne' suoi concetti e nella sua propaganda; lo stesso Proudhon spera accordare l'utile del proletario e quello della borghesia; tutti sononella praticadubbiosi e timidi.
I riformatori che svolgono le dottrinefoggiano sistemialtro non fanno che delineare la prima orditurache stabilire de' principî; un numero ristrettissimo di persone s'inspirano ne' loro volumie questi volumi possono dirsi un retaggio europeo. Ma nulla apprende il numeroso volgochéeziandio le cose volte a migliorare la sua condizione e minorare la sua faticanon le accetta che stretto dall'estremo bisognoe non si lascia convincere se non dal fatto. I giornalii ragionamenti e le corrispondenze pubbliche o privategli scopi che si propongono le congiurele persecuzionile vittimegli avvenimentisono quella serie di argomenti per cui le astrazioni de' riformatori divengono concetti popolari. I discorsi di Proudhon all'assembleai suoi articoli sul giornale da esso redattole lezioni di Louis Blanc al Lussemburgole manifatture nazionalile barricate di luglioha formato la propaganda la quale cominciò a trasfondere nelle masse il socialismo; il popoloforsenon ha compreso il significato dell'ordinamento del lavoroma sa di essersi battuto per essoe quindi può non sembrargli strano il ritentare l'impresa.
Il due decembre ha spaventato ogni partitoe tutti avrebbero desiderato far tregua alle contese onde abbattere il nemico comunei socialisti han taciuto ed han quasi perduto il terreno che avevano guadagnato. Le dicerie pubblicate dai rivoluzionarî francesi sono vuote declamazioni. Non si scrutano i varî rapportinon si dimostra al minuto popolo quale sarebbe l'avvenire chevolendopuò conquistarsi: son formalisti e non altro. Tuttisi eccettui Proudhonpersistono nel grave errore di pretendere iniziare le riforme dall'alto [al] bassoimporle al popoloe non farle sorgere spontanee dal basso in alto; e siccome ogni caporale di partito credesi il solo atto a praticare le proprie ideeche egli crede le sole vere e giustetutti si fanno propugnatori della dittaturaperché ognuno la spera per sénon per ambizionema pour faire le biendicono i Francesiper educare il popolodicono gl'Italiani; epperòcomeché il moderno socialismo fosse nato in Francianon è la Francia piú innanzi dell'Italia nella pratica di tali dottrine. Inoltreil compimento della sociale riforma deve in Francia superare ostacoli assai maggiori che in Italiae perché il grande sviluppo dell'industria accumulando grandi capitali ha creato potenti e numerose forze che resistono; e perché bisogna ridonare la vita al Comunespenta affatto dall'unità francesementre in Italia essa è latentema vigorosa e pronta a svilupparsi. Quindi non solo l'Italia ha in sé probabilità di moto maggiori che la Franciama la soluzione del problema sociale è molto piú facile ed omogenea all'Italia che alla Francia.
Seguiamo il confronto fra le due Nazionie cerchiamo discernere per quale delle dueammesso il motoè piú facile il successo. Parigi è la sola città della Francia ove l'insorgere è possibile; iviegli è verosono raccolti grandi mezzi di resistenzama il popolo parigino è numeroso ed arrischiatoil vacillare delle soldatesche facilissimo in una sí grande cittàquindi facile la vittoria che menerà un partito al potere. La Francia pensa ed opera come Parigi: a Carlo X succede Luigi Filippoa questi la repubblicapoi CavaignacBonapartel'Impero... ed in tutti questi cangiamentisolo di nomila Francia intera si rimane tranquilla. Cangiano i pubblici funzionarîpiú per premiare i partegiani del nuovo potere che per punire quelli del cadutopronti sempre ad inchinarsi al vincitoretanto è cieca la disciplina. Ubbidienza a chi comanda è la formola che regge la Francia intera; il reil governo provvisorioil presidentel'imperatore... qualunqueinfinesia il nome del potere che siede sovrano a Parigiesso disporrà arbitrariamente delle forze di tutta la nazione. Fra i modernii suoi ordini militari sono ottimile schiere istrutte e costumate a faticail Francese per indole prode e facile all'esaltazionele tradizioni militari brillanti e recentila fiducia nelle proprie forze grandissimaquindi formidabilerispettata. Dopo l'esempio del '93 nessuna Potenza d'Europa attaccherà la Francia per sostenere un partitoanzi tutti gli Stati crederanno di avere ottenuta una grande vittoria se dopo un rivolgimento la Francia si rimane nelle sue frontiere. Per essaadunqueli cangiar forma di governo è un fatto il qualecon pochissimo rischiocompiesi in pochi giorni. Ma quale è il vantaggio di tali rivolgimenti? sotto altre vestiforse piú lurideil dispotismo è permanente.
La forza cade nelle mani di uomini cheparlando [di] libertàsi sostituiscono al despotane calcano le ormene seguono il sistemae fannosi scudo contro i cittadini di quell'esercito stesso che pochi istanti prima riguardavano loro nemico. Inesperti nel trattare un tanto terribile strumento di tirannide ne rivolgono contro loro medesimi le offese: un soldato o il discendente d'un soldatolegittimo possessore e vero rappresentante del diritto della forzaimpone silenzio al loro importuno garriree col piatto della sciabola li caccia ignominiosamente di seggio. Quando dittatura vi è in un paesequesta non può essere che militaree se tale non la crea la nazioneessa per la natura stessa delle cose tale diventasono vani gli ostacolii raggiri del curiali per garentirsi. Di un tal genere di rivolgimenticioè ad una fazione sostituirgli un'altra al poterela Francia può compierne uno l'anno; all'Italia sono impossibili. Ci faremo a dimostrarlo.
Non già in una sola città italianama in ognuna di esseperché piene di vita municipalepotrebbesi iniziare un movimentoma con poca speranza di successo. L'Italia intera seguirà l'esempioma senza unità: gli uomini nel[le] cui maniin ogni regioneverrà affidato il poterenon vorranno sottomettersi gli uni agli altried ogni Statoforse ogni Comunespererà salvezza isolando la propria causa. Ma poniamo il caso che gl'Italianiresi dotti dalle passate vicendeaffidassero ad un centro comune la somma delle cosequesto governo unicoa quanti bisogni deve provvederee prontamente provvedere? Insorgere e vincere le prime prove non basta agli Italianiessi debbono combattere una delle piú formidabili Potenze militariche possiede in Italia una munita e forte base d'operazionealla quale appoggia un numeroso esercitoquindi è forza chead onta del difetto di milizie e di armiun esercito italiano sorga in un baleno numeroso e compatto. Come provvederà il governo? ricorrerà al terrore? Coloro i quali credono che un illusorio potere concesso da pochi ad alcuni uomini possa far loro abilità di comandare d'un capo all'altro d'Italia s'ingannanoeglino conoscono l'Italia come può conoscerla un Francese o un Ingleseche giudicano dal proprio l'altrui paese.
La formola obbedienza a chi comandache ora regge la Franciaresse eziandio l'Italianel secolo passato e ne' due precedentima il concetto del risorgimento italianofatto sentimentodal '14cangiolla. Il costume cheoradalle Alpi al Lilibeohanno i popoli Italianièsempre che lo possonoresistenza a chi comandané esso può cangiarsi in un istante. Il terrore produrrebbe l'immediata reazionefavorevole al nemico già accampato fra noi; le passioni in Italia non son tiepidela forza medesima di esse rese gli Italiani padroni del mondoe ne fa un popolo di assai difficile reggimento. Ed ammessa l'ubbidienzacosa valgono que' battaglioni per forza raccolti? ne' tomulti ardentison codardi in ordinate battaglie. La Francia stessasu cui il terrore ebbe grandissimo successonon ebbe esercito prima del '94; per cinque anni rimase esposta ai colpi nemicifu salva non già per propria virtúma per gli errori di quelli. Ma l'Italia non può sperare tale fortunaappena qualche mese sarà concesso all'insurrezione italiana per trasformarsi in esercito.
Inutileinefficaceruinoso è il terrore in Italiaquali mezzi rimangonoadunqueagli uomini eletti a governarla in sí difficile emergenza? un solo: fare un fervido e continuato invito al paeseproporre i mezzi come provvedere a tuttodico proporreperocché non potendo abusare della forzai comandi non si ridurrebbero che a semplici proposteil cui risultamento dipenderà dalla volontà del paeseepperò dalle cagioni che determineranno questa volontà.
L'odio ai presenti governi bastante ad insorgeretrionfata l'insurrezione s'ammorzaquindi bisogna suscitare una passione da bilanciare i rischi ed i stenti della guerra. Il desiderio di libertàd'indipendenzal'amor della patriahan forza grandissima nei cuori di quella balda ed intelligente gioventú che è sempre prima ad affrontare i perigli delle battaglie; ma essi soli non bastanol'Italia trionferà quando il contadino cangeràvolontariamentela marra col fucile; eper questionore e patria sono parole che non hanno alcun significato; qualunque sia il risultamento della guerrala servitú e la miseria lo aspettano. Chi puòsenza mentire a se medesimoaffermare che le sorti del contadino e del minuto popoloverificandosi i concetti de' presenti rivoluzionarîsubiranno tal cangiamento da meritare le pene ed i sacrificî necessarî a vincere? Il socialismoo se vogliasi usare altra parolauna completa riforma degli ordini socialiè l'unico mezzo chemostrando a coloro che soffrono un avvenire migliore da conquistarsili sospingerà alla battaglia. Quindile difficoltà che presenta la guerra del nostro risorgimentoi numerosi nemicil'indole italiana di assai difficile reggimentola vita municipale prima a manifestarsi nelle rivoluzioniil costumeomai reso seconda naturadi resistere a chi comanda... costituiscono il fato della nazioneche inesorabilmente ne ha segnato il destino. Schiavitú o socialismoaltra alternativa non v'è.
Poniamo ora il caso che in un rivolgimento il popolo italiano vegga la possibilità di migliorare il suo avvenireed animato da una passione forte e popolareche unifichi e determini la sua volontà e la sua azionecorra volenteroso incontro al nemicoe facciamoci a ricercareseguendo il paragone con la Franciase i suoi mezzi materiali son tali da vincere.
La Francia avanti la rivoluzione contava duecentocinquantamila uominide' quali diecimila erano milizie dorate della corte sparite con essa; settantasettemila erano battaglioni provinciali; e venti o venticinquemila stranieriquindi i soldati regolari nazionali si riducevano a' centocinquantamila. In Italiaammessa una rivoluzione universalmente sentita che ne raccolga le forze sotto la stessa bandieranon manca certamente un tal numero di soldati. Aggiungi che gli abusidopo quell'epoca riformatihan reso gli eserciti piú mobili e piú compattie centocinquantamila uomini in oggi valgono assai piú che centocinquantamila uomini in allorae la superiorità di ordini ed istruzione che avevano gli eserciti alemanni sul francesenel caso nostro non esisteperocché gli eserciti stanzialiall'epoca presentesi pareggiano in Europa. Le schiere francesi rimasero quasi dissolte pel numero significante d'ufficiali che seguirono le sorti del rein Italiaper controprobabilmente non se ne conterebbe alcuno. Quindi le nostre forze materialipossiamo dirle per numero ed ordinamento superiori a quelle che possedevano i Francesi al cominciare della rivoluzione.
Negare agli Italiani il primato in armiè negare la storiache perciò siamo venuti rammemorando nel primo Saggio. La nostra temperiefornita di una quantità sufficientema non eccedentedi sangue igneoaccoppia il coraggio all'ingegnoqualità che spesse volte si escludono; l'Italiano discerne il pericolostudia il proprio vantaggioed opera. Se noi siamo degeneri dagli antichilo sono del pari gli altri popoli d'Europaquindi il vantaggio che deriva dall'indole nostradono della Naturarimane il medesimo. Ma il valore individuale non ci vien negatotutti son convinti che un Italiano valga assai piúo almeno quanto un Francese. Ci faremo a discorrere del valore delle soldatesche.
Un contadino che difende il suo tugurio con coraggio da leoneun brigante che combatte valorosamente la sbirragliapuòfatto soldatomostrarsi codardo perché non vede la ragionenon sente la necessità di rischiare la propria vitae qualunque sia la severità della disciplinale pene da cui vien minacciato non controbilanciano mai i perigli immediati della battaglia. La disciplinabastante a rendere il Russo e l'Inglese ottimo soldatonon bastacon diverse gradazioniall'Italianoal Grecoallo Spagnuoloal Francese eziandio; questi popoli debbono combattere sotto il pungolo d'una passione che li esalti; questi popoli hanno troppo discernimento per sacrificarsi come ciechi strumenti dell'altrui volontà. I Suliottidi eroico valore fra le loro montagnearrolati dalla corte di Napoli come soldatinon corrisposero alla fama [che] era corsa di loro; al '99 l'esercito napoletano fuggeed il popolo napoletano combatte strenuamente il nemico in ogni vallata; Capuadifesa da un esercitoe la fortissima Gaetanon indugiano la marcia dello straniero che vede in periglio la sua facile vittoria innanzi alla città di Napoliaperta e priva di ogni genere di milizia. Non appena in Francia cessò il feudalismoed ai guerrieri feudaliguerrieri eroicisuccessero le regie miliziei Francesi perdettero il primato delle armii lanzi ed i Svizzeri gli vennero preferiti. Fate paragone tra le gesta de' Francesi durante la guerra de' sette anni e quelle durante la guerra della rivoluzionee scorgerete quanta differenza passi fra le milizie regie e le repubblicane; quelle strumento d'un despotaqueste animate da una forte passione. Paragonate le battaglie di Rosbach e Jemappesla prima combattuta dal fiore delle regie miliziel'altra da inesperti volontarî tumultuariamente accozzati. Paragonate il soldato italiano a Pastrengoe lo stesso soldato a Novarae scorgerete ad evidenza come il convincimento e l'esaltazione siano per tutti i popoli di svegliato ingegno moventi assai piú efficaci che la disciplina ed il terrore. In virtú del loro discernimento cotesti popolie particolarmente gl'Italianicombattono da eroi in lontane regionie mollementese manca l'esaltazionenel proprio paese; nel primo caso essi veggono nella disfatta la loro ruinanel secondo un pretesto per tornarsene a casa. Solamente dopo una lunga carriera sui campi di battaglia ed una serie non interrotta di vittoriepossono formarsi quelle schiere di veterani che amano la guerra per la guerrache tutto il loro utile si reassume nell'utile della vittoriacome erano le schiere napoleoniche; ma senza la rivoluzionee per essa dieci anni di prospera guerranon sarebbero esistite né quelle schierené Napoleonené le vittorie di cui la Francia incoronasi degnamente. Adunquela cagione medesimala nostra temperieche assicuraci il primato in guerraè stata quella per cui i moderni eserciti italiani fecero cattiva prova; gli Italiani discernono troppo il periglioper incontrano in forza di una virtú negatival'ubbidienza. Questa virtú è efficacissima pe' popoli del nordchedotati di una grande abbondanza di sangue caldosono stupidi e coraggiosiatti ad essere menati come massa inerte contro il cannonemaper controincapaci di que' sforzi che richiede la virtú ardita e libera allorché inspirasi nelle grandi passioni. In tali sforzi gli Italiani non hanno pari che i Greci; seguono con maggiore impetoma minor costanzai Francesi.
Un esercito d'Italianiguerreggiando per conto di una dinastia e per cagioni che non comprendesarà il peggiore degli eserciti europeise poi combatterà per una causa sentita e popolaresarà invincibile. Senza una passione universalmente sentitagli Italiani non potranno combattere con valore; se poi la passione e l'esaltazione esisteràle nostre schiere saranno tanto superiori a quelle degli altri popoli per quanto lo furono i Romanii quali non vissero sotto clima diverso dal presentené ebbero un maggiore numero d'organi sensorîné diversa temperie che noi. Essi nella guerra vedevano un utile che noi non veggiamo; questa differenzae nulla piúpassa tra noi e loro.
La popolazione della Italia oggigiorno è quanto quella della Francia nell'89mentre l'estensione della nostra frontiera è poco piú del terzo di quella. La Francia mise in armi ottocentomila uominima questiripartiti in quattordici eserciti(cosí richiedeva la ragion di guerra)non potettero in alcun punto ottenere sul nemico una significante preponderanza di forze; gli eserciti a' confini di Spagnad'Italiadel Belgiodella Germanianon potevano certamente operare con un comune disegnoed ognuno d'essi rimase abbandonato alle proprie forze. La posizione degli Italiani è molto migliore: difesi dalla cerchia delle Alpiil nemico è costretto a raccogliere le sue forze in paese sterile e dirupatomentre gl'Italiani si trovano nella valle del Poregione ubertosa ove popolose e ricche cittànumerose stradeun maestoso fiumefornisconotrasfondono facilmente le vettovaglie. Gli attacchi che le diverse Potenze potrebbero intraprendere sui varî punti della frontieranon possono riuscire simultaneiperché non sono prevedibili tutti gli ostacoli che attraverso i monti possono indugiare la marcia d'un esercito. Impossibile riescirebbe loro il darsi un vicendevole soccorsoperché l'asprezza del terreno nol comportaed ogni attacconon solo rimarrebbe isolatomasboccando dalle vallinon porrebbe che presentare delle teste di colonne agli Italianii quali possonofacilmentefar massa contro il piú vicino de' nemici; di modo che i Francesi con ottocentomila uomini si difesero contro tutta l'Europané potettero sempre pareggiare in numero il nemico sui diversi campi di battagliamentre agli Italiani basterebbero duecentocinquantamila uomini per conservare in ogni scontro la loro superiorità. I nemici della Franciafinalmenteebbero uno scopo alle loro operazioniParigii nemici d'Italia non ne avrebbero alcuno; l'importanza delle varie capitali sparirebbe con la rivoluzione; né potrebbesi questaad onta dei sforzi che farebbero gli stoltiattribuire ad una sola fra essesia anche Romaperché l'indole nazionale nol tollera; quindi il nemico sarebbe costretto vincere in ogni vallatain ogni borgotroverebbe tante capitali innanzi a sé per quanti sono i punti strategici del nostro suolo.
Facendoci a reassumere il detto conchiuderemo che le tendenze e le probabilità di moto sono in Italia maggiori che in Franciae minori le forze resistenti; chequantunque i moderni socialisti siano francesila propaganda pratica di quelle idee non è in Francia piú avanzata che in Italia. Nondimeno i vantaggi che esse promettono sono taliche se un rivolgimento ne permetterà la benché minima applicazioneesse diverranno in un tratto popolarissime in Italia come in Francia. Ammesso il moto prodotto da cagione universalmente sentitaabbiamo discorso del numero e valore delle soldateschedelle frontieredella guerra che dovremmo sosteneree che la Francia sostenneed il vantaggioevidentementeè dalla nostra parte. Possa questo confronto rilevare gli animigenerare la fiducia in noi stessich'è forza confessarlomancaimperciocché gli Italiani hanno il torto di confondere le imprese dei nostri tirannelli con quelle della nazione. Perché essi non s'inspirano in quelle gesta che l'Italia tutta unita compí? in essela cui memoria dura da tanti secoli e durerà lontanaavranno la giusta misura delle nostre forzené ci sarà luogo a scoraggiamento.
Le nazionidurante le medesime fasi di loro vitasono sempre le stesse; credi tuo lettoreche siamo in decadenza? non leggere oltrenon perdere il tempocaccia le mani nella corruzione che ti circondausa ogni mezzo per arricchirti e goder della vitainchinati ai tirannibasta che ti assicurino i materiali godimenti; se poi credi che possiamo risorgeredevi assolutamente credere che saremo grandi come furono i nostri progenitori; se nol credi ti compatiscoil tuo animo poco gagliardo non regge alle impressioni delle conseguenze estremetentenni nel mezzoe sei fra la turba di coloro che vissero senza biasimo e senza lode; sarai poco utile alla patria ed increscioso a te stesso.
Inoltreil nostro ragionamento farà risaltare sempre piú la stranezza di alcuni Italiani di pregevole ingegnodi ottimo cuorei quali credono fermamente adoperarsi per lo bene della patriacol tessere una continuata apologia di Franciamostrandocela quale astro che dovrà dar norma e rischiarare il nostro avvenire. E perché abbiamo qualche chilometro di meno di strade a rotaie e di telegrafi elettriciperché l'aristocrazia bancaria non è cosí potente come in Franciaperché il monopoliotra noinon ha raggiunto l'apogeoperché in Francia si pubblica qualche migliaio di piú di bugiardi volumin'inferiscono che l'Italia non regge al confronto di quella nazione. I loro scrittieziandio nel cuore dei piú imparziali non possono che suscitare un certo disgustopureconsiderando ogni libro che si pubblica l'espressione di un sentimento nazionalee lasciando all'intolleranza religiosa e regia la ripartizione fra libri buoni e libri cattivinoi ci siamo dati alla ricerca delle cagioni che possono suscitare simili dottrine. L'apparenza degli eventi hanno tratto fuori del loro proposito cotesti scrittori. Eglinoper scrivere come rivoluzionarî italianisonosi dati a fare profondo studio sulle cose e sulle idee di Franciacheal momentoavevano vita piú rigogliosae tutti invasi di quelle idee si son fatti a ricercarle in Italia; cercavano Franciaad essi notissimahan trovato Italiache poco conoscevanoecome se le nazioni durante la loro vita dovessero calcare le medesime ormehan dichiarato Italia in ritardo. Intanto la loro posizionedovendo scrivere d'Italia con idee francesiera falsae la conchiusione non poteva essere ch'unal'Italia non è Francia. Allora han colorito diversamente il loro disegnohan reso francese l'Europaed in questo quadro generalein un posto affatto secondarioquasi totalmente in ombrasi scorge l'Italia in lontananza. Ma chi parte da falsi principî deve esser condottonaturalmentea false conseguenze. Infrancescato il globo interone inferiva la supremazia francesee l'avvenire da essi prognosticato sarebbecome dice V. Hugoil mondo francese e quindi la rivoluzionela rigenerazione umanitariarisultando d'un carattere speciale e non già umanitarioveniva da essiche se ne dicono i propugnatori. rinnegata affatto.
E tratti ancora piú innanzi da' loro ragionamenti additano la Francia come nostra protettricecome fonte di ogni nostro futuro benee predicano la fratellanza con essa; assurdo manifesto. Avvegnaché tra il protettore ed il protettoil maestro ed il discepoloil difensore ed il difesofratellanza non può esservi maima dipendenza. Senza che essi se ne accorganoi loro ragionamenti prognosticano che un giorno Parigi sarà la nuova Romae come ora la Francia china il capo ai Vitellî sublimati da compri pretorianinel felicissimo avvenire al quale ci avviciniamotutta l'Europa farà lo stesso. Se questo è il progressoauguriamoci il regressoe regresso prontissimo.
Non si affretta né si propugna la rivoluzione con dottrine che la distruggonoo almeno la travisano e sgagliardiscono l'animo; l'unità mondiale vi saràma non già come pretendono costorodistruggendo le nazionalitàincorporandosi insiemeo assorbite dalla preponderanza di una fra esse; ma come un individuoassociandosi co' suoi similiviene abilitato ad uno sviluppo maggiore delle proprie facoltàdel parinell'associazione universaleogni nazionelungi dal perdere la sua individualità e l'indole propriatroverà campo piú vasto di svilupparla; e nel modo stesso che una nazione non sarà libera in tutto il significato della parola libertàse ogni suo individuo non sente fiducia nelle proprie forzedignitàed uguaglianza assoluta col resto dei cittadinicosí l'associazione universale non potrà aver luogose prima ogni nazione non si costituisca strettamente ne' proprî caratteri e non ci sia fra tutte che un'uguaglianza universalmente sentita. Quindiper attuarsi la nostra fratellanza con la Franciabisogna combatterla e vincerlao almeno è indispensabile chein parità di circostanze e di forzesul medesimo campo di battagliacontro un nemico comunemeritassimo la palma in una nobile gara di gloriose gesta.


XIV. Se per numerare i partiti in Italia ci faremmo con microscopica diligenza a discutere le minime gradazionie vorremmo tener conto di una turba di persone che affannosi brulicano intorno ai tronil'impresa riuscirebbe faticosa ed ingrata. Cotestoro non sono che individuile cui opinioni mutano al mutare degli eventi: ora veggono il re di Sardegna cacciare d'Italia stranieriprincipipapaed incoronarsi re d'Italia; ora promettono corone ed assicurano successi in virtú d'un credito che mai ebbero o piú non hanno; oppure distribuiscono l'Italia ai varî principi d'una dinastiae cangiano il pensiero italiano in servitú per una schiatta principescae vorrebbero richiamare a vita antichi regnicoi suoi baronii suoi parii suoi prelatie tutta la pompa del feudalismo; altrie sono i piú abbietticercano un re oltr'Alpi invocando l'appoggio d'un avventuriero e degli assassini di Roma. Sono tra questi dottrinarîpaghi di esprimere moderatamente i loro pensieribadandocome essi medesimi diconoche la scienza non uscisse dalla sua innocenzaovvero si riducesse ad una pura perdita di tempo; vi sono banchieri e commercianti le cui faccende prosperanoe quindi temono qualunque rivolgimento che ne ristagnasse il corso. Ma questi non sono partitineppur settesono individuiripetoesuli i piúa' quali l'esiliosorgente per la maggior parte di miserie e dolorifruttò loro onoriconsiderazionilucriche mai ottennero nel proprio paese. Rispettando in questa numerosa schiera i pochissimi illusi perché non vogliono darsi la pena di pensaree perché Natura li creò d'animo poco gagliardospregiamo la generalità; né ci faremo a rimescolare un tal fangole nostre riflessioni si rivolgeranno su coloro che meritano il nome di partito.
I regî bramano la guerra europea; e leggendo come casa Savoiabarcheggiando fra Austria e Franciaabbia ingrandito i suoi Statisperano che si possa porre ad effetto la cacciata dello stranieroe costituire un forte regno boreale arbitro de' destini italiani. Il principio loro è quello sviluppato dal Balbotendere all'unità col successivo ingrandimento de' varî Stati italiani. Noi teniamo benee l'abbiamo dimostratoche questo successivo ingrandimento è di ostacolo all'unità: che uno Stato italiano non darà mai norma agli altrima accrescerà in quelli l'occulto potere ed il credito de' stranieri; abbiamo emessa distesamente la nostra opinione riguardo al significato che diamo alla parola nazionalitàepperò non possiamo riscontrare la nazionalità italiana negli abitanti della vallata del Poretti secondo i capricci di un principe; ed in ultimoinsegnandoci la storia con severissima lezioneche le guerre regie combattute in Italia son sempre state scaturigine di miserie ed umiliazionerispettiamo una tale opinionema la logica ed il cuore si ricusano a dichiararla italiana.
L'altro partito che raccoglie sotto la sua bandiera la piú ardita e generosa gioventúè il repubblicano. Assennati da' passati disastri non han fede alcuna ne' principiil risorgimento d'Italiala cacciata dello stranierola sperano dalle proprie forzeda una rivoluzione.
Si distaccano alquanto da questi un numero limitatissimo d'individui che si dicono federalisti: per gli unitarî lo scopo principale è la nazionalitàpei federalisti la libertà; quelli escludono qualunque intrusione stranieraquesti accetterebbero la libertà dalla Franciaquasi che la libertà potesse riceversi in donoe cosí federalisti ed unitarîper soverchia esclusività ne' loro sistemierranonon potendo esisterecome nei precedenti capitoli abbiamo dimostratonazionalità senza libertàné questa senza quella. I federalisti hanno piú chiari e recisi concetti politicisono repubblicani di principî; gli unitarî sentono piú fortemente la dignità nazionalema non sono repubblicani che di forme. Quindi repubblicani unitarîfederalisti e regî sono i tre partiti che si riscontrano in Italiama i due ultimi aspettano l'impulso d'altrondee son ben rari fra loro gli uomini d'azionei piú son dottrinarî; i primi invece vanno fastosi di una schiera nobilissima di martiri e contano quaranta anni di vita operosissima. Inoltretanto i regîcome abbiamo dettoquanto i federalistiappartengono quasi tutti all'Italia boreale o alla Siciliagli uni contenti di un regnogli altri di una cisalpinamentre gli unitarî abbracciano nelle loro mire l'intera penisoladalle Alpi al Lilibeoepperòse non vogliasi disconoscere il veroi soli che abbiano un carattere reciso di partito italiano sono i repubblicani unitarî. Gli avversarî accusano questo partito di debolezza e discordiae correndo dietro una chimerama è forza riconoscere che sono i soli i quali si adoperano a dar corpo a cotesta chimerasenza attendere che la manna piombi dal cielo.
Dal detto possiamo conchiudere chequantunque l'energia arricchisce l'Italia di tanti diversi concetti per quanti uomini pensanti essa contail che dal volgo è tolto quale disgraziafatto studio sulle diverse opinionitre soli partiti abbiamo visto nettamente coloreggiarside' quali due limitarsi a sperareun solo operoso. Senza chefra queste tre partiche in apparenza sembrano escludersihavvi eziandio un punto di contatto: l'odio ai stranieri; sentimento ad ogni altro prevalente in un cuore italiano. E fatta eccezione di alcuni servilio salariatio baroniche ambiscono d'essere senatorio strisciare nelle anticamere de' reil partito regio in Italia ha un carattere affatto diverso da quello che hanno i realisti d'oltralpe; non è simpatia per la monarchiao per una schiattaovverocome dicono i Francesidévouementche legali al tronoma è il bisogno che essi sentono d'un appoggioper la poca fiducia che hanno ne' rivolgimenti popoleschi. Del parile opinioni de' repubblicanimeno pochiavvicinansi assai piú al dubbioovvero ad un'oscura ed incerta percezione di rapportiche all'evidenza; son repubblicani perché convinti che i principi non vogliono né possono volere l'unità e l'indipendenza italiana ma regî e repubblicani saranno tutti con quell'insegne che prime muoveranno arditamente e lealmente contro li stranieri. Il modo adunque per discernere quale partito è il piú fortenon èin Italiaquello di numerarlo; l'azioneindubitatamentefarà sparite i partitili raccoglierà sotto la medesima bandiera; ma invece bisogna studiare quale abbia maggior probabilità d'iniziativaqualepei principî che propugnapotrà solvere piú facilmente i tanti ostacoli che si presentano.
Nel ragionare della nazionalità abbiamo visto come lo stato presente d'Europale questioni che vi si agitanol'energia italianale tradizioni municipalila difficoltà dell'impresanon rendono possibile il risorgimento italianoche da una rivoluzione radicale e sentitaepperò l'utile delle masse sarà come un torrente che trarrà seco alla battaglia gl'Italiani d'ogni opinione.
Seguiamo ora il successivo sviluppo di queste opinioni in tutte le diverse loro fasifacciamo studio sugli insegnamenti del passatoonde scorgere ove la forza delle coseovvero il fato della nazioneci condurrà.



XV. Allorché una forza prepotente opprime un rivolgimento qualunquenel cuore de' vintiprivati de' loro benisorgea rattemprare i maliuna fervida speranza della riscossache lo scorrer degli anniin luogo di rafforzarescema e dilegua. Imperocché essendo allora il disquilibrio dell'utile e delle affezioni private grandissimola natura umana creasi un puntellola speranzae volge tutta la sua operosità alla cosa pubblicache in que' fugacissimi momenti reassume eziandio l'utile privatomentre in seguito l'imperiosa necessità li separa di nuovoe l'abitudinescemando i maliammorza il desiderio della riscossa.
Queste naturali ed universali disposizionicessata la repubblica romanatrovarono in Mazzini chi diede loro forme ed azione. Cosí surse l'associazione nazionalepoi il comitato nazionalefatto la cui importanza lo rendono del dominio storico e meritevole di riflessione. Epperòinnanzi tuttoci renderemo esatto contoe sottoporremo a severa critica le dottrine che professa Mazziniinspiratore di un tal fatto e degli avvenimenti che n'emersero.
Giuseppe Mazzini è una indole nobilissima. I suoi piacerii suoi godimenti si reassumono nel farsi strumento del risorgimento italiano. Sospingere gli Italiani alla conquista della loro patria fu il primo forte pensiero che balenò nella sua mente giovanile[fu] poi la stella polare della sua vitae sarà l'ultimo suo voto.
Se ragiona assistito dalla veritàha logica potentissima: il suo discorso è colorito e convincente; ma se qualche pregiudizio lo trae di passoallora declamae ripetesi soventequasiché delle idee fissede' punti di fedeangustiassero il suo grande ingegno in picciolissimo giro.
Facile all'amiciziagenerosoinaccessabile all'odioe coi suoi nemici personali magnanimo.
La sua temperie non è robustaed a niuno meglio che a lui converrebbero gli agi della vita: nondimenoniuno piú di lui li sprezza; per esso la vita materiale non esiste.
Durante la sua laboriosa e tribolata carrieraesposto alle ingiurie ed alle persecuzioni degli uomini e de' governiessendo privo d'appoggio in sulla terraha inteso il bisogno di rivolgersi al cieloha ricorso alla religionee perciò ne' suoi concetti politici havvi un poco del misticismo. La religione l'ha fatto propendere un poco verso il principio d'autorità; quindi le accuse mosse contro di luiora di assumere un tuono dittatorialeora profeticomentre la sua indole lo rende capace della [piú] pacata discussione e della piú ampia tolleranza. Quindi i suoi difettii suoi errori prendono tutti origine nei suoi sentimenti religiosi; se Mazzini fosse irreligioso sarebbe l'ideale del cittadino. Su lui il mondo esteriore non ha potenza di sorta alcunamutano i tempicadono e sorgono troniognuno in questi mutamenti cerca fortunao salvarsi dalla cadutaegli invececostante ne' suoi principîmarcia attraverso le rovinecome attraverso le ricchezzeverso il fine proposto. Il sentimento interno ha sempre la prevalenza sulle impressioni esteriori. Parlerò delle sue dottrineesporrò piú diffusamente quello di cui tante volte parlammo insieme.
Il fato di una nazioneMazzini nol cerca ne' rapporti sociali ed internazionali d'onde scaturiscono le guerrele conquistele rivoluzionima abbandona la terra e lo cerca nel cielo. La leggedice egliè un'emanazione di dioche impone di vivere nel veronel realenel giusto. Cotesto dovere non esecondo luiverso noi medesimima verso l'umanità. Quindi la vita una missione a compiereun continuo sacrificioche necessariamente deve aspettarsi un premio o una penaaltrimenti non avrebbe scopo. Ma ove conducono questi principî?
Questo doverequesta missionequesto sacrificiosecondo Mazzinioggigiorno è disconosciuto. Dal che risulta un fatto che gli è forza riconoscere: il dispotismoforza mondana e materialeha soffocato un'ideauna tendenza celesteche Dio avrebbe dovuto infondere in tutti i cuori.
Per compiere la rivoluzione bisogna adoperare ogni sforzo onde far rivivere questo sentimentoquesto germe divinoche trovasi in ogni cuore. Ma se la rivoluzione avvenisse quando esso sarà risortoavverrebbe precisamente quando piú non sarebbe necessariagiacché se ognunotrascurando se medesimos'interessasse non d'altro che del bene pubblicoalloraad onta de' despoti e de' stranierila nazioneparedovrebbe essere felicissima; senza chedespoti e stranieriuomini anch'essie perciò soggetti alla potenza di tale leggediverrebbero nostri padri affettuosinostri fratellie gli Austriacivolontariamentesenza bruttarsi le mani di sangueandrebbero a compierene' loro paesila missione della vita. Tutta questa dottrinaaltro non è che la sognata fratellanza del vangelo. Mazzini sfugge questa conseguenza: il despotismoegli diceimpedisce che questa legge si trasfonda nell'umanità (tanto poco curasi Dio di propagare le sue leggi)solo pochissimi elettii migliori per senno e per virtúhanno il privilegio di comprenderlae nel tempo stesso il dovere di rovesciare gli ostacoli materiali e fare abilità ai molti di riconoscere ove si trovi il vero.
Ponghiamo caso che alla voceall'impulso di pochitutti rispondesseroe la patria fusse conquistata. Cosa ne seguirebbe? Il passato avendoci insegnato quanto sia facile corrompere gli animi e cancellare da essi la percezione del vero e del giustobisogna chein avvenires'adoperi ogni mezzo onde evitareimpedire ogni trista tendenza. D'onde emerge per necessità il governo de' migliorii padri della patriache terranno le anime sotto la loro tutelache diranno al cittadino: tu hai un'anima immortaleuna missione da compiereun vincolo con quanto [ha] vitaun dovere verso tuttiun diritto all'amore ed all'aiuto di tutti. Chiunque affermasse che l'anima non è immortale; che non abbiamo missione da compierema un istintoche ci sospinge continuamente verso il nostro meglio; cheverso altruinon abbiamo né doveri né dirittima vincoli di libera associazioneche il nostro personale vantaggio determinasarebbe un ereticomeriterebbe l'ostracismo con ontaed infamati dovrebbero essere i nomi di Beccariadi Filangieridi Romagnosi.
Conseguente a tali principîMazzini attribuisce i mali sotto cui ora geme la Francia al cattivo apostolato: e perciò l'apostolato non potrà esser liberoma bisogna adoperarsi in ogni modo onde l'anima non venga illaqueata da' sofismi de' materialisti; indice adunque de' libri proibiticensurafinanco il rogoper gli ostinatise fa bisogno; eternoinesorabile assurdo in cui cadono coloro i quali riconoscono come una necessità imporre de' limiti alla libertà.
I libri e le azioniripetiamoloche risultano dalla lettura di essialtro non sono che la manifestazione della vita socialene sono i pensieri e le opere. La tirannide che cerca interdire cotesta manifestazione onde sostituirsi in sua veceè naturale che la tema. Ma riconoscere il diritto e la sovranità della volontà nazionalee declamare contro i cattivi libri è un grossolano errore; un popolo libero che volesse limitare la stampasarebbe come un individuo che per limitare i propri pensierile proprie azionimutilasse il suo essere.
L'imperatore delle Russie Alessandro I dichiarò esservi al disopra di lui il principio della giustiziama chi proclamava questo principio? egli medesimo; chi n'erano i custodi? i suoi satelliti. Ogni epoca annovera il suo giusto ed il suo vero: di qualifra' tantiparla Mazzini? Riconoscere doveri èné può negarsiammettere il diritto di limitare la libertàe questo principiopiú o meno largamente applicatoè quello su cui si fondano i moderni governi d'Europa. Voi siete liberivi dice la monarchia costituzionalefin tanto che la vostra libertà non eccede i limiti dell'equo e del giusto; il fisco è incaricato di additarvi cotesti limiti.
Chiunque mi dirà: devi compiere il dovere di conquistarti la patriaassume su di me un tuono di superiorità e di comandoio nol patiscoe rispondo: chi sei tu che il dici - Dio lo vuole. - Ed io: dimostrami prima che esiste Dioe poi dammi le prove che tu sei l'interprete della sua volontàaltrimentise puoi costringermi con la forzanon sei che un tirannonel caso contrario non posso che compatirti. Per controogni individuo può farsi propugnatore de' diritti universali senza arrogarsi autorità e senza intaccare la libertà di alcuno. L'uomo nasce libero ed indipendentedunque ha diritto all'esistenzadiritto di sviluppare ed utilizzare le proprie facoltàdiritto al pieno godimento del frutto de' suoi lavori... ecco delle verità che non hanno bisogno d'essere interpretare e svolte da' migliori per senno e per virtú; chiunque le propugnasia egli l'ultimo o il primo per sennosia egli cultore della virtú o del vizioesse non perderanno mai la loro evidenzanon cesseranno mai di esser verità. Costui potrà aggiungere: - la tirannide che sostiene i privilegî è quella che vi rapisce questi diritti; abbattiamola! - ed ognunosenza fare atto di ubbidienzapotrà afferrare un fucile e seguirlo.
La società non impone doverima li creacon promettere solamente guarentigia de' diritti d'ognunoil che limita di fatto i diritti altrui. La dissoluzione della società conducendo per conseguenza immediata alla perdita di questi dirittin'emergesenza aver bisogno d'apostolato o di educazionel'impegnola volontà d'adoperarsi con ogni possa onde difendere questa società. Ma se questi diritti si riducono a quelli del proletariomorir di fame ed essere tratto in prigioneallora la sola forzafavorita dall'ignoranzapotrà indurre cotesti iloti a difendere quel sistema e quelle istituzioni che l'opprimono.
Questi diritti sono quelli che mantengono l'equilibrio socialesenza esservi bisogno di governo; ma non appena questi diritti vengono lesi nella benché minima parteil governo diventa indispensabile perché sostegno d'usurpazioni e privileginon di leggi eterne e naturaliche reggono da sé.
Tanti fratelli messi sotto la tutela de' miglioriè la societàla nazione sognata da Mazziniovvero l'attuazione del cristianesimo.
Quale teoria ha avuto un cosí lungo apostolato come l'evangelicaed in quale epoca si è mai verificato il sogno della fratellanza? I selvaggi in mortali duelli si disputano il vitto e la donnasi sbranano l'un l'altro; in essi è la Natura che parla in tutta la sua purezzae secondo i religiosi è Dio che manifesta le sue leggi. Le famiglie combattono fra loro. Dall'unione delle famiglieprodotta dal bisogno di difesasorgono le cittàle nazioniche si conquidonosi distruggonosi asservisconoquasi senza veruna ragione sufficienteil piú sovente pel capriccio di un despota. Un soldato per un magro guadagnosi dà al mestiere di uccisore d'uomini che non conosce e con cui non ha astio verunoanzi spesso vincoli di parentela e di amicizia. Il forte cerca sempre di opprimere il debole; l'astuto profitta dell'altrui semplicità; il dotto dell'altrui ignoranza. Non havvi fortuna che non si elevi sulle altrui ruine. Fratelli contro fratellifigli contro padre s'accaneggianodisputandosi il possesso di ricchezze che hanno usurpate al povero. Un mercante vedrebbe ad occhio asciutto cadere a migliaia i suoi similipiuttosto che ribassare il prezzo di una sua merce. Insommail mondo sempre in possesso de' piú forti e de' piú astuti è la storia dell'umanità. Finalmentei primi cristianii piú fanatici adoratori di Cristodiscutevanonella Tebaidedi fratellanza e mansuetudine a colpi di pietre e di bastone. E piú tardi gli ortodossi cattolici ponevano ad effetto il dogma della fratellanza con ardere vivo chi non voleva dirsi loro fratello. L'uomoben lungi dal propendere a dividere il suo con altrimai sempre scontento di quel che hadesidera ciò ch'altri possiededi quinci l'infaticabile operosità. Il coraggioin qualunque epocain qualunque nazionedall'uomo timido come dal valorosonell'assassino o nell'eroeè sempre ammiratodi quinci le ardite imprese. Son queste le due espressioni che dan norma alla vita dell'uomoe sono in contraddizione manifesta col dogma della fratellanza.
Un uomoin passandoscorge un moribondo per fameoggetto che produce in luiin ragione della delicatezza di sua fibrauna sensazione dolorosa; a sfuggirlasoccorre l'infelice. Il domaniesaurito il magro soccorsoquello muore per famee questi che non è piú sotto l'impressione dolorosa del giorno innanzineppur pensandovibanchetta lietamente. Un tal fattoargomento validissimo contro l'istinto della beneficenzaè tolto dai propugnatoti di essadallo stesso Rousseaucome una dimostrazione favorevoletanto scarsi sono gli argomenti che rincalzano la loro asserzione.
A' Romani ed a' Greci non venne mai in mente dirsi fratellie ne ammiriamostupefattil'amor di patriagli atti generosiil continuo prevalere dell'utile pubblico sul privato: mentre il mondo cristianoche si disse un mondo di fratellipresentaci il miserando spettacolo d'una solitudine di voleri e di mirescaturigine d'ignobili fazioni e guerre civili atrocissime. Egli è adunque ben meraviglioso il pretendere rigenerare il mondopredicando la fraternitàche dopo diciotto secoli di apostolato è rimasta infruttuosa.
L'indole umanale sue propensionii suoi istinti sono inesorabilmente invariabilie sono le forze di cui il sistema sociale deve avvalersi per produrre la pubblica felicitàla quale sarànecessariamentenullase coteste forze si combattono e si elidono perché applicate in opposta direzionee massima se tutte cospireranno al medesimo scopo. Quindi non è l'uomo che deve educarsima sono i rapporti sociali che deggiono cangiare affatto e ciò basterà per trasformare un popolo di egoisti e dissoluti in un popolo d'eroi; amor di patria e fratellanza vi sarà quando l'utile privato verrà indissolubilmente legato coll'utile pubblicoquando ognuno adoperandosi pel proprio benefarà eziandio il bene dell'universale. Consolantissima veritàche sostituisce al lentoimpossibileassurdo sistema di educazionequello prontissimo della rivoluzionee che in luogo di escluderecome irriducibiliun numero considerevole d'individuie restringere gli eletti a pochissimiallarga in vasto campo la nostra coscienzaed abbraccia senza eccezione di sorta l'universalità de' cittadini; il traditorel'assassinoil ladro... tutti potranno diventare utili al paese allorché saranno sparite le cagioni del delinquere e l'utile che dal delitto traevano. Il fine è l'unità d'interessela fratellanza; il mezzola riforma completa degli ordini sociali operata con la forza.
Inoltresarà sempre un enigma inesplicabilecome alcuni trovino nelle pagine del vangelo l'inno delle battaglie; come il vangeloove è scritto: obedite principibus etiam dyscolisracchiuda massime favorevoli alla libertà. I stranierii satelliti del dispotismosono nostri fratellibisogna convincerlinon già ammazzarli: quale orrore! versare il sangue fraterno!... ma questa è l'eterna contraddizione del mondo cristiano. I fiorentini dichiarando Cristo patrono della città ed armandosi contro il principe d'Orangementivano a loro medesimi: lungi da voi que' micidiali brandicalpestate i fregi de' vostri cimieriinginocchiatevi e pregateumiliatevi al vostro nemicoil vostro regno è nel cielotanto piú splendido quanto piú umiliati in terraecco la dottrina di Cristo. Voi combattete innalzando il vessillo della croce? voi non siete che degli ipocriti e de' stolidi che non sanno quel che si fanno. Un valoroso polaccodurante la rivoluzione di Poloniafece scrivere sul vessillo della sua legione: tutti gli uomini sono fratelli; e questa legione fu il terrore de' fratelli russi. Ebbene metterò de' guantirispose un soldato francese il due decembre ad un popolano che dicevagli di non bruttarsi le mani di sangue fraternomeritato sarcasmo alla stupida ed ipocrita proposta. Allorché il popolo insorgei soldati potrebbero fargli il medesimo rimproveronulla giustifica il fratricidioè a Diosecondo la vostra dottrinail punire i colpevoli. Ma la digressione sulla fratellanza è già lunga e noiosariprendiamo il filo delle idee e continuiamo il ragionamento sul comitato nazionale.
Tutti coloro che speravano il risorgimento per mezzo delle forze della nazione e non d'altrondeapplaudirono unanimemente all'installazione del comitato nazionale. Tutti rivolsero lo sguardo a questo nuovo faro; tutti fidavano nella candida fama degli uomini che lo componevanoguarentigia solenne della rettitudine di loro intenzioni. Il comitato non ebbe in suo potere alcun mezzo materiale per farsi riconoscereanzi la minaccia di prigionia e d'esilio [vi era] contro chiunque facessegli adesionenondimeno le adesioni furono numerosissime; prova incontrastabile di sua legittimità. Si confortarono i dubbiosisi ravvivarono le speranzee generale era l'aspettativa. Il comitato esordí col prestito nazionalee comeché il risultamento non avesse corrisposto alle speranzefu un atto logico e necessario; sarebbe stato follia sperare di piú; ottener danaro è cosa piú difficile che ottener combattenti; ed in simile circostanza trattav[asi] di sborsarli correndo rischi gravissimi. La fama de' membri del comitato prestavasi egregiamente ad ogni operazione finanziariacome quella superiore ad ogni villano attacco che si potesse muovere in materia d'interesse.
Egli è cosa indispensabileper determinare quale avrebbe dovuto essere la condotta del comitato nazionaleil renderci conto esatto dello stato in cui trovavasi il popolo italiano alla caduta di Roma. E poiché gli individui giudicar non si possono dalla vita monotona ed abituale a cui le circostanze li costringonoma bensí da certi rarissimi momenti ne' quali tutta e liberamente manifestano la forza di loro temperiecosí i popoli non dalle legginon da' costuminon dall'inerzia in cui oppressi trascorrono molti anni prima di manifestare la nuova vitama da' tomultida' martirîda' grandi misfattida' tratti d'eroismosi giudicano. Epperò senza troppo distendercie sorvolando sugli avvenimentiprenderemo le mosse alquanto da lungi.
Le sollevazioni di Masaniellodi Balillade' straccioni... avevanocome dicemmoannunziato un nuovo popolo italiano sulla scena politica del mondoil popolo moderno. A Cosenza si concepirono i primi forti e liberi pensieriche poi BrunoCampanellaVico svolsero. Ma questi rapidi slanci furono ben tosto repressi. Le armi straniere arrestarono l'azione nel popolo ed i gesuiti spensero ogni scintilla di libertà che manifestavasi nel pensiero. L'Italia palpitòma i suoi palpiti furono repressi dalla barbera Europa e l'Italiaritornata cadaveretale si fu sino all'89.
Poco prima della rivoluzione francesei monarchinon ancora atterriti dallo spettro della rivoluzionescossero tanto torpore. TanucciLeopoldol'imperatore [Giuseppe II] si diedero a migliorare la condizione de' popolie sursero scrittori che d'un balzo superarono gli oltremontanima il ruggito del popolo fecesi sentiree le riforme ristagnarono di botto. I principi ripresero le antiche armi: la tirannideavendo a maestra la pauramostrossi piú atroce che mai.
La guerra tenne dietro alla rivoluzione; i principi italianiessendosi adoperati a tutto potere a spegnere ne' popoli ogni sentimento nazionalenon potettero opporre al nemico che schiere di servi vestiti da soldatiche vennero sbaragliati al primo urto de' liberi Francesi. Vintiatterritisi videro costretti ad invocare quella passione medesima che prima avevano combattuto; i loro editti poco differiscono da quelli de' rivoluzionarî modernied il popolo rispose al generoso invito; a Domodossolaa Paviaa Lugoa Veronaa Napoliin Calabriai stranieri cadevano sotto il brando italiano; tutte le valli dell'Alpi furono intronate dal fragore delle armi.
Profondiamo un istante la nostra riflessionee vedremo una riproduzione de' fatti del mille. In quell'epoca il papa scosse il popolo dal letargogli disse di essere italiano e l'oppose all'imperatore. Il popoloche per legge di naturafa sempre precedere i fatti al pensierosenza rifletterecombatté lo straniero; nel modo stesso adoperò nel '96. Al mille sursero in Italia due partitiguelfi e ghibelliniquestiche avevano privilegî da conservare e difendere dall'avidità della teocraziaparteggiavano per l'imperatore; quelliche non avevano nulla da conservarelo combattevano perché straniero; similmente nel '96i pensatorigli amanti di libertàerano coi Francesitogliendoli quai difensori di essail popoloinveceche altro non vedeva in essi che invasoriosteggiavali. Al mille appena i popoli cominciarono ad avvertire ciò che avevano solamente intesocombatterono nobili e prelativollero governarsi da sée dopo mezzo secoloal cominciare dell'XIil popolo era risorto. Dal '96 noi scorgeremo nel popolo italiano un continuo progresso e lo stesso cangiamentola stessa unificazione di partiti avvenuta sul mille.
Nel 1805ne' quattro anni seguentil'agitazione contro i stranieri manifestossi in diversi luoghi d'Italianel Polesinenel basso Ponelle Calabriea Parmanel Tiroloe questa volta il partito liberaleche sostiene i stranieripiú non esistene sono parteggiani non altri che gli impiegati. In tale epocagradatamentela contro-rivoluzione comincia ad assumere i caratteri di rivoluzione; il '14 la trasformazione è completa. Il popolo cominciava a comprendere il bene della libertàed apprezzava le pretese dei liberaliquestid'altra partes'erano convinti che i Francesi con pompose e mendaci parole non portavano che tirannidee si erano ravvicinati al popolo. Murat e Beauharnais venivano assaliti dagli Italiani al nome di libertà. Gli Inglesii fautori del dispotismo e della schiavitú d'Italiaper acquistare le simpatie de' popoli della penisolasbarcando a Livornoscrivevano sulle loro bandiere libertà ed indipendenza italiana. Al '14 gli sforzi degli Italiani cominciarono ad avere unitàe la storia del nostro risorgimento comincia: lotta continua fra la giovane Italia e l'Italia ufficiale; come quella che ebbe luogo dal 1056 all'XIfra i Comuni ed i feudatarî ed ecclesiastici. I popoli ne' loro risorgimenti seguono le stesse evoluzioni.
Ugo Foscoloprima che Bonaparte distruggesse Veneziagiura odio a' stranieripoirivolgendo un mesto sguardo all'Italiae scorgendola priva di forze e di sentimentodisperaed accetta l'invasione come una crudele necessità; quindi la combatte con la parolacospira contro di essae vorrebbe trarne profitto per la sua patria. La sua vitale sue operele sue speranzereassumono la vitale operele speranze del popolo italiano dal '96 al '14di cui Ugo Foscolo n'è la personificazione.
Qui cade in acconcio una degressione onde coglier cagione a combattere gl'infrancesatie distruggere il turpe vezzo d'idoleggiare i stranieried esaltarli in nostro paragone non soloma dichiararli nostri benefattori. Dalle continue irruzioni che han fatto i Francesi in Italiasin dall'epoca di Carlo VIIItraggono alcuni argomento a dimostrare la loro influenzaetrascinati dall'amor di un sistemaveggono sempre in Italia partiti chesecondo le varie epochesi agitano a favore o contro cotesti stranieri. Una tale asserzione è assurda: la storiadurante tre secoli di guerraci mostra l'Italia cadavereessa non era rappresentata che da varie corti codarde e dissolutein Italia non v'erano che individuipopolo e partiti piú non esistevano. All'epoca della rivoluzione francese s'iniziò il nostro risorgimentonon già perché di Francia si trasfondessero in noi idee di libertàleggiistituzionicome alcuni asseriscono; coteste intrusioni non furono che dannoseil regno di Napoliove fu maggiorequali vantaggi ne trasse? nessuno; perdette invece le franchigie municipali di cui sempre aveva goduto. Il fragore di quella rivoluzione serví a risvegliarci dal nostro letargo e non altrofu lo scroscio di fulmine del Vico. I Francesi altro non furono in Italia che predoni e tirannigli uomini che governarono l'Italia durante l'occupazione francese furono quali il Foscolo li definisce: "antichi schiavinovelli tiranni... La regia autorità era in essi senza il coraggio e senza il genio d'esercitarlavili cogli audaciaudaci coi vili..." I Francesi in quell'epoca ci disarmaronoperché temevano di noi; quindi ci dissero codardiperché cosí disarmati non combattemmo i loro nemici.
Ripetiamosenza mai credere d'averlo detto abbastanzaquale è la vantata superiorità della Francia su noi? forse perché havvi fra essa piú vasta erudizione? Noun uomo potrà essere eruditissimodottissimonon perciò essere grandeesser uomo modello. La vita della Franciadal risorgimento alla rivoluzione dell'89altro non è che un continuo strisciare dietro lo splendore e le dissolutezze di una corte. L'89una fazione la sospinse sul sentiero della gloria e della grandezzama il popolo stesso la rovesciòe volle farsi sgabello a nuovo trono. Al 1830padrone un'altra volta delle proprie sortifu suo primo pensiero crearsi un padrone. Il '48per la terza volta nel torno brevissimo di mezzo secolola Francia è arbitra de' suoi destiniquali sono le sue gesta? conserva nella sua costituzione tutto l'ordito d'un governo assoluto ed affida il supremo maestrato ad un ambizioso e goffo pretendentee suo primo pensiero è quello d'assassinare l'Italia. Finalmente l'esercitodopo poche ore di strage proclama l'Imperoe la Francia applaudela Francia affida i suoi figli ed i suoi tesori con codarda rassegnazione al piú ridicolo ed incapace reggimento che mai abbia usurpato trono. Non è nostro proposito ragionare dell'erudizione francesea noi basta d'aver dimostrato che non abbiamo bisogno di cercare oltremonti le leggi magistrali della Naturain Italia proclamate prima che altrove. Ma concediamo sotto tale riguardo qualsiasi superiorità alla Franciaessa rappresenterà un dotto la cui dottrina è al servigio del successode' fatti compiuti e di chi meglio paga. Il dottrinario che trovasi bene in tutte le epochee sotto qualunque reggimento smaltisce con guadagno la propria dottrinaè precisamente la personificazione della Francia. L'Italia invece è un colossocinto da catenecircondato d'armati pronti a soffocare in lui ogni palpito di vita; se il gigante svincola uno de' suoi membri sbaraglia gli oppressorima immediatamente tutta l'Europa corregli addosso per opprimerlo. Facciamo fine alla digressioneche i gallomani han provocatae rispettiamo tutti i popolima senza ammetterené popoli modelliné popoli arbitri delle sorti d'Europa. Il carattere con cui si annunzia la futura rivoluzione nol comporta. La prima nazione che senza curarsi dell'avvenire abbatterà tutto l'ordine sociale che l'opprimeestirpando fin l'ultime sue barbesarà la testa di colonna dell'umanitàe questo popolo potrà essere l'italianocome il grecocome il francesecome il tedesco; e questo popolo non sarà il piú dottoma il meno degradatoe quello che maggiormente sente l'oppressione presente.
Le sanguinose e tristi esperienze che gli Italiani fecero dal '96 al '14 racchiudono gravissimi ed importanti ammaestramenti: i liberali sperarono ne' Francesie n'ebbero invece disarmotaglie di guerra e schiavitú; sperarono bene dalla restaurazionema l'Austria mancando alle promessele loro condizioni peggiorarono. I stranieri ci chiamano codardi se fidando in loro ci sottoponiamo al loro giogoribelli se insorgiamoquindi da essi non bisogna sperare che disprezzo o martirio: combatterli e vincerli è la sola risorsa che ci resta.
Dopo questi fatali disinganni l'Italia comincia a vivere nelle società segreteche tutte vanno ad incorporarsi in quella famosissima de' carbonarichedal '19 al '21fu oltre ogni credere potente. Il '20 il movimento si manifestò nel regno di Napoliin vaste proporzionipoi in Piemonte; venne oppresso dalle bajonette straniere. Le file de' settarîquantunque decimate dalla paurosa tirannideconservarono ordini e forza. I Capozzoligenerosiche dal '20piuttosto che inchinarsi alla ferocia del governobattevano la campagnasi fecero iniziatori di una sommossa chenon secondatae quasi preveduta e desiderata dal governofu soffocata nel sangue di numerosi cittadini e [sotto] le ruine di Bosco. Al '31 Ciro Menotti muore da eroe a ModenaBologna sollevasi. Tutti gli occhi si rivolgono alla Franciaessa proclama il non interventonuova menzogna per tradire i popoli. Gli Italiani ebbero la stoltezza di credervi ed osservarono ridicolmente il patto. I bolognesi non soccorsero perciò i modenesie non accolsero Zucchiincalzato da forze straniereche disarmato.
Gli Austriaciad onta de' Francesiintervennero: piú tardi intervennero eziandio i Francesi in aiuto de' primiesecondo loro costumeintervennero mascherandosi con bugiarde proteste.
Questi fatti furono nuovi ammaestramentile società segrete sono mezzi poco efficaciesseavvolte nel misterotolgono a modello il dispotismo: come questo ad un cenno muove i suoi battaglioniaggregato di armati uniti per disciplinaper utilee materialmente concentrati; cosí quelle vorrebbero disporre de' loro ascrittiseparati non solo materialmentema eziandio dalle circostanze e dall'utile di ognuno. Vane speranzeson sempre pochi che muovonola nazione rimane indifferente spettatrice. Se qualche volta trionfanoallora hanno nel loro seno il germe della dissoluzionela gerarchia della settae le sue esigenze si sostituiscono al governoin cui prevalgono le cupe e torte abitudini de' cospiratori. Il cospiratore vien costretto a simularee la simulazione al governo trasformasi in moderazione e diplomatici raggiri; il cospiratore è avvezzo ad infiltrare gradatamente le sue idee quasi mascherandolementre coloro che sono chiamati a reggere una rivoluzione debbonoa scesa di testaapertamente proclamare i principî e dai primi istanti afferrare le ultime conseguenzeperocché ivi solo si riscontra l'utile che può convincere le moltitudini.
La Giovine Italia surse come conseguenza di tali ammaestramenti. Non fida piú ne' governi stranieri ma ne' popolinon piú nelle società segrete ma nelle masse popolariad essee non a' capivuole affidare il risultamento della rivoluzionerespinge perciò ogni idea di dittaturae sminuzza il popolo in bande. Mazzini non tacenon asconde i suoi principîcome i carbonari: Mazzinida rivoluzionariotuonae fa noto all'Europa de' popoli le miserie degl'Italianii loro dirittile loro speranze. Le cospirazioni cangiano caratterei vendicatori del popologli amici del popolo non hanno il mistero e le discipline de' carbonarisono piú adattate all'epocama piú esposte agli attacchi de' governi. La cospirazione del '33 è soffocata al nascerela spedizione di Savoiacome dovevaabortí. Il '41 l'Aquila e Civita di Penne rimangono isolate. Il '43il movimento doveva essere vastonon scoppiòi Bandierase non estranei alla cospirazionelo erano almeno per quella regione ove sbarcaronofurono le vittime. Attraverso a tali esperienzee sacrificando numerosi e nobili martiril'Italia compiva la sua propagandadi fatti non di parole. Dietro i fattisempre tardisempre incerti sorgono i scrittori. I primi scrittori cominciarono per rinnegare le nostre tradizioni: Mario Pagano aveva già dimostrato come artiscienzeindustriatutto emerge dalla vita politica de' popoli. Romagnosi aveva raccolto tutto lo scibile umano nella filosofia civilela scienza del cittadinoed essiinvecesi dissero letterati e si dichiararono estranei alla politica. "Voi siete- diceva loro Mazzini- prosatoriverseggiatoripedantinon mai cittadini". Epperò con Mazzini e Guerrazzi comincia la letteratura italiana ad assumere un nuovo caratterema i loro scritti in Italia sono soppressi sul nascere e la voce d'Italia non può sentirsi che fuori d'Italia. Allora i scrittoriper ottenere il favore alle loro dottrinesi rivolsero a' principisperando eziandio d'aver un nuovo e saldo appoggio alle loro speranze. Eglino reassumevano le passate esperienzedichiarando nostri nemici i stranieriimpotenti le cospirazioni; di quinci le dottrine di Giobertidi Balbol'Italia deve far da séuniamoci tuttipopoli e principieziandio i gesuitiscriveva il Balbo.
I rivolgimenti del '48 ebbero precisamente questo carattere; tutto il popolo che si agitai principi sono travolti nel turbineed al termine di questa nuova fase succede una nuova disfatta ed un nuovo ammaestramento. Popolo e principi hanno mire opposte: quindi diffidenzadubbia fedespergiuroincapacità ne' capiedopo tanti sforziil popolo altro non guadagnò che persecuzioni ed efferata tirannide.
A Roma o Venezia il popolo combatte soloquasi svincolato dalle pastoie domesticheivi combattesi con tutta l'anima; gregarî e capi non vogliono che la vittoriahanno unità di mireunità d'interessi; la disfatta è egualmente ruinosa per tuttinon vi sono cagioni estranee alla causa italiana che distornano ed ammorzano l'impeto de' combattentinon v'è nulla da conservare. Nondimeno Roma e Venezia cadonoe perché? perché angustiarono i loro sguardi fra le mura di una cittàsi combatté per Roma e per Venezianon già per l'Italia. Come in Ugo Foscolo si personifica la vita del popolo italiano dal '96 al '14in Mazzini si personifica la stessa vita sino al '48. Mazzini esordí per esser carbonaropoi osteggiò questa settafondò la Giovine Italiavinto in ogni tentativoil '48eglirepubblicanofu costrettocome tutti i repubblicania rassegnarsi all'opinione universale. A Roma fu troppo romano.
In questi quarant'anni di storia rinviensi l'avvenire d'Italia. E se ogni Italiano appuntasse il suo intelletto sulle gloriose pagine di un tale librotroverebbe in esso la soluzione di ogni dubbio che adombra la sua mente. Dalla vita de' nostri martiridalla narrazione di tutti gli sforzi fatti dagl'Italianiscaturisce un corpo di dottrined'onde dovrebbero prendere le mosse i ragionamentie trarsi le conchiusioni che i dottrinanticon poco senno e poco decorocercano altronde. In questo periodo di nostra storiaMazziniche vi occupa un posto gloriosoavrebbe dovuto trarre le norme per la condotta a tenersi dal comitato nazionaleivi avrebbe trovato scritto a caratteri indelebili: i stranieri e principi [sono] nostri nemici; le sette impotenti; il municipalismo ruinoso. Non eravi che un altro passo a fareed egli lo avrebbe potuto studiando sui passati avvenimentisenza farsi trarre di passo da ciò che detestava presso gli oltremontani.
La prima esaltazione rivoluzionaria creò que' battaglioni che valorosamente difesero la romana repubblicaquella ammorzataquantunque tutti applaudissero al governo repubblicanoesso non trovava soldati. Il volgoin un tal fattoaltro non scorge che un mal volereuna ripugnanza alla miliziamentre esso emerge da piú lontane fontida piú importanti cagioniè la quistione economica che sotto varî aspetti padroneggia l'Europa e reclama la sua supremazia; il popolo non ottenne dalla repubblica vantaggi tali da impugnare le armi a sua difesain esso prevaleva l'odio al passato piú che l'amore al presente. Mazzinioltre ciòavrebbe dovuto ridursi alla memoria la lettera che Sismondi scriveva alla Giovine Italia: "Finalmente la stessa libertà- scriveva l'insigne pubblicista- offre il piú tremendo di tutti i problemiquello della protezione del povero e dell'ignorante... affiderete voi la causa del proletario agli uomini che ne dividono le privazioni? essi non hanno forza. L'affiderete quindi ai ricchi? essi saranno i primi a tradire il popolo". Questo problema Mazzini avrebbe dovuto farne il cardine principale de' suoi sforzidella sua propagandasvolgerloventilarlol'adesione di molti sarebbe mancata al Comitatoma le sue file in luogo di diradarsisarebbero andate sempre ingrossandosi dell'immensa moltitudine che soffre e che sola combatte.
Mazzini avrebbe dovuto essere quale fu allorché iniziata la Giovine Italia: combattere i governile setteogni specie di dittatura; richiedere tutto alle masse popolari ed aggiungervi una franca propaganda de' diritti del poverouna guerra accanita alle usurpazioni del ricco. Ma egli non ha presentito allora la morte della borghesiala supremazia della plebe: si diresse alla primaquesta gli è venuta meno di fattoed egliche credevasi isolatoha visto sorgere spontanea la plebe e sostituirsi a quella.
Il mandato del comitato nazionale era rivoluzionario; quindi era suo principale carattere quello di escludere la guerra regiaguerra antirivoluzionariae già dichiarata dagli avvenimenti del '48 e '49 impotente e volta solo a spegnere l'esaltazione nazionale. Il comitato sorgeva per sostituirsi a quel tronoverso cui fugacemente s'erano rivolte le speranze d Italia; accordarsi con esso era rinnegare la propria legittimità; era assurdoera ridicolo. Il governo sardovolendo operarenon facevagli mestieri dell'adesione d'un comitato d'esuli residenti a Londra. Se gl'Italiani volevano seguire le sorti del Piemontenon avrebbero certamente domandatoper farlol'adesione del comitato; e non volendoloquell'adesione valeva poco. Il comitatoin luogo di farsi un organo pel cui mezzo la pubblica opinione poteva manifestarsi ed operarepretese darle forma e caratterese ne credette l'arbitroe parlava come un governo costituito che offriva patti al governo sabaudo. Un tale errore fu di breve durata: il comitatodopo poco temposi disdisse.
Unificare le volontà sgomberando i dubbîavrebbe dovuto essere l'opera principale del comitato; era seconda quella di aiutare con mezzi materiali l'azione ovunque spontaneamente sorgesse. Il primo lavoro avrebbe dovuto esser quello di distruggere l'antico errore; la rivoluzione non erae forse non ècompresa nel suo vero senso. Il prestigio di un nome superava quello delle idee; ed il nome di Mazzini aveva tanta autoritàda aggiungere grandissima forza alla verità per se medesima potente. "Italiani- avrebbe dovuto esclamare- in Romaio e tutti coloro che mi circondarononon fummo rivoluzionarînon fummo all'altezza delle circostanzee per legge fatale nol potevamo essere; l'Italia doveva subire l'esperienza del '48. Noi avremmo dovuto con un decreto rovesciare l'antico edifizioproclamare i diritti che ad ognuno le leggi di Natura accordano; lasciare ai cittadini libera la scelta de' magistratiall'esercito la scelta de' generali e degli uffiziali di ogni grado: chiamare tutta la nazione alle armibandire la guerraintraprenderla con audacia; cosí operandose il popolo secondavacil'Italia era salva; nel caso contrariosaremmo eziandio cadutima con la coscienza di aver fatto il proprio dovere. Noi invececalcammo le orme de' passati governiattaccatiabbiamo resistitoecco il nostro merito. Facciamo studio su questi erroriper non incorrerci nell'avvenire".
Ben lungi dall'esserne oscuratasarebbesi accresciuta in immenso la fama di Mazzini; invece la repubblica romana venne dichiarata repubblica modello.
Mazzinise erraconserva sempre la coscienza la piú purae le intenzioni le piú rette. Egli non tradisce mai i suoi principîsono i suoi principî che qualche volta tradiscono lui. Egli propende a credere che gl'individui non rappresentano le nazionima sono le nazioni che seguono l'impulso di pochi; e cotesto è gravissimo errore. Mi spiego piú chiaramente.
L'individuo non potendo avere ideeche non siano state generare in lui dalle impressioni che riceve dal mondo esteriorenon può mai svelare veritàil cui germe non si trovi già abbastanza sviluppato nella società. La fama immediata è retaggio di colui che afferra il concetto collettivo e lo svolge all'occhio dell'universale; o di quello che nel campo dell'azione non trae la nazione dietro di sé (cosa impossibile)ma la regge in quel cammino che la nazione medesima presceglie. La boria dell'uomo l'induce a credersi creatore di que' concetti che egli ha semplicemente svoltoinspiratore di quelle imprese chedall'universale volontà sospintoprodusse a fine; e mentre l'uomo cosí favorevolmente giudica se stessoogni altronon trovando in sé o in altri tali concetticonferma un tale giudizioe di quinci la personificazione de' principîla deificazione degli uominimentre la società nell'onorare gli eroialtro non fa che onorare le sue piú eccelse opere; è un artista che ammira il proprio lavoro. Quando la fama di uno scrittore è universalee finanche il volgo comprende le sue ideeesso sarà onoratissimoprodurrà alla patria beni incommensurabilise poi questa fama restringesi nel picciol mondo de' dottiallora verrà dimenticatonon frutterà alcun benee tutto al piú lo rammenteranno ed onoreranno i posterie pure il secondo ha merito molto maggiore che il primo. Questi ha schiuso la via ad un germe quasi impercettibile ed ha dato un frutto tanto precoce che la società non vuol riconoscere come suoquello ha trovato la pianta già rigogliosa e grandeed il frutto già maturoha durata poca fatica a coglierlo. Secondo la teoria dei deificatori d'uominise RomoloCesareCarlo MagnoNapoleone... non fossero natil'umanità non avrebbe storia. Cosí l'uomo per non riconoscere la potenza collettivacade nel puerile.
Gli eroi sono effettinon causa degli avvenimenti sociali; i loro caratteri sono il complesso de' vizîdelle virtúdelle tendenze dell'epoca; la società può riconoscersi in essicome un uomo nell'imagine che ai restringe nel breve cerchio dello specchio di una picciol lente. Un popolo che vi addita come suoi duci i Scipionigli Attilîi Cincinnati... è un popolo liberola gloria e la grandezza della patria ne sono le passioni predominanti... Seper controsono i Cesari che primeggianopotete inferirne che la nazione inchinasi allo splendore guerresco ed alla forza; se volontariamente lasciasi reggere da uomini inetti e corrottila nazione declina. Facciamo fine alla digressioneper ritornare al comitato.
Il concettonon solo il finalema le prime linee dell'avveniremancavano in Italia; le questioni di unità e federazioni pendevano incertené sono ancora risolte: per unità s'intende la francese; per federazione quella adottata nell'Elvezia o in America. L'opinione prevalentesenza dubbioè l'unitariama i fatti danno ragione a' federalisti; nei passati rivolgimentifu impossibile tradurre in atto il concetto: RomaFirenzeGenovaVeneziaPalermo furono liberee ad onta de' sforzi fatti dal partito unitarionon si unirono. Il modo come operare ne' primi istanti d'un'insurrezione incertissimogli Italianivittoriosi in una cittànon sanno come governarsinon sanno quale sia il prossimo avvenimento che li attendedi quinci la deificazione de' nomi: insorgiamoconcediamo al tale tutti i poteried egli penserà al resto. Strana e ruinosa aberrazione è questarinunziasi alla libertà con tanti sacrifizî acquistatas'ammorza l'esaltazione; e noi che manchiamo di un prossimo e splendido passatoepperò manchiamo d'uominifondiamo sugli uomini il nostro avvenire!!!... questi dubbîquesti erroriin luogo di venir rimossi con un esteso lavoro di propagandail comitato nazionale li confermò.
La propaganda rivoluzionaria in Italiapel numero de' nemiciper le varie divisioni politicheper le sentite e numerose tradizioni municipaliè lavoro difficoltosissimoche solo la potente voce della nazione può compiere. E questa voce solenne viene espressa da ogni italianoche parlascriveopera come meglio credein un campo libero e non già angustiato o dalle tiranniche esigenze de' governi o delle sette. Dalle discordi vocidalle tante idee che si manifestano emerge il concetto collettivoche unifica le tante volontàlatente sino all'istante dell'azionei fatti che si svolgono lo manifestano. Tanto il federalistaquanto l'unitario che propugnano le loro dottrinehanno uguale diritto alla gratitudine della patriaperché entrambiin manifestando i pregî ed i difetti de' due sistemilumeggiano l'argomentoed entrambi sono sotto l'ampio vessillo della rivoluzione che il comitato avrebbe dovuto inalberare.
Eglielevandosi al disopra di tutte le opinioniavrebbe dovuto essere sua missione il facilitare cotesta propagandache sorge spontanea fra i cittadinifacendo abilità ad ogni scritto rivoluzionariosenza prediligere una dottrina piuttosto che un'altradi circolare nell'interno. Il comitato non avrebbe dovuto credersi un governoaggiunto a' tanti altri che opprimono l'Italiama un mezzo come eludere la vigilanza di essi e scrollarne l'autorità; non crear ceppi ma rompere gli esistenti; non chieder silenzioma libertà di direnon fare né direma lasciar fare e lasciar dire; non governare ma rivoluzionare. Il comitato volle imperare; la sua formula fu tacete e fate; avrebbe dovuto essere: FATE e dite come meglio credete.
Le città d'Italiavarie d'indole e di tradizionee variamente oppressenon possono astringersi ad unico organamentoné da un sol centro dipenderema solo riceverne aiuto. Il popolo che in varie foggie vede sorgere i patiboli e cadere le vittimeè solo giudice del come i cittadini debbano tra loro intendersi ed a quali uomini debbano fidarsi. Il comitato volle tutto accentrare nelle sue manie che tutti muovessero ad un suo cenno.
L'intolleranzanelle opinionicrebbe a tale che il comitato toscano escluse pubblicamente dalle sue file coloro i quali non erano unitarîdicendosi abbastanza fortee mostrandosi quale fazione dominante in Italia; ingenua confessione della piú assoluta mancanza d'idee pratiche.
Fu concetto de' carbonaried allora era idea comunemente accettaliberata l'Italiaconservareper un certo tempouna dittatura educatrice; ora le opinioni son cangiatenon si fa guerra ai governanti ma al governoal principio d'autorità: ed intanto Mazziniil fondatore della Giovine Italiache avea combattuta la dittatura in quell'epocase ne feceal giorno d'oggiil propugnatore. Dittaturadice il Mazziniche preparerebbe: l'educazione iniziatrice; con la stampa ordinata ad un fine; con l'associazione pubblica concentrata ad una sola bandiera; con l'esercizio delle facoltà elettorali fin dove è possibile ai militi. E non è forse questo il principio su [cui] fondasi il dispotismoche non dice: voi dovete essere schiavima ammette la necessità di ordinare e limitate la libertà? Non anarchiacontinua Mazzininon tentativo di sovvertimento delle condizioni socialipredicazioni inconsiderate di sistemi stranieriesclusiviimperfettitirannici. Quindi la censurala persecuzionelo spionaggio per conoscere se alcuno secretamente si facesse l'apostolo di tali sistemierano le conseguenze immediate di coteste massime. Egli è certo che scrivendo queste parole soggiacque ad un momento d'aberrazione. E chi sei tupuò rispondergli ogni Italianoche pretendi proibirmi di propugnare tali sistemi? D'onde trai il convincimento che fosse questa la volontà della nazione? se questi sistemi son contrarî al voto pubblicoessi saranno respintiioitaliano quanto teopino diversamentee quale altro giudice se non l'universale volontà ed il fattopuò decidere la nostra contesa? Tu dici che la nazione in ceppi non può esprimere la sua volontàed ammesso questocome puoi asserire che il tuo e non già il mio sia il concetto nazionale? E poniamo caso che l'Italia risorgachetrascurando la sustanza delle cose ed attenendosi alle formeti conceda assoluti poterie col potere la forzatu mi costringerai a tacerema non perciò avrai ragionene avrai tanto quanto ne ha Bonaparte contro i socialisti di Francia. È vano il direla nazione mi ha concessa la forza: tutti i tiranni possono dirloallorché non reggono in virtú di forze straniere. Furono francesi quelli che compirono il colpo di Statofrancesi quelli che votaronoe se la Francia non volesse davveropotrebbe reggere Bonaparte sul trono? Nel potere a teo a chiunque altro concessoio non vedreise questo potere restringe la mia libertà individualeche il momentaneo trionfo d'una tirannica fazione. Come adunque decidere la quistione? Se dal primo istante che in un angolo qualunque della terra italiana cesserà il presente stato di coseavremo tutti piena libertà di dire e nessuno la forza per porre altrui il bavaglioe la nazione accetterà le tue e non già le mie ideeallora io ti darò ragione. Ma finché tal prova non sia fattachiunque vorrà imporre una sua ideadicendo: "cosí vuole il paese"se ha forza materiale non è che un tiranno. La tirannidela semi-tirannideo qualsiasi specie di governoesprimendo sempre la prepotenza di una parte piú o meno numerosa della Nazionedeveper sua naturatemere la manifestazione dell'universale volontàessendo dessa che l'osteggia e tenta indefessa di sostituire la sovranità del tutto all'usurpazione della parte. Ma bandire la sovranità del popolo e limitare la manifestazione del pensieroè un chiedere la luce con favorire le tenebre. Le opere ed i pensieri di una società non possono mai minacciare l'esistenza di essa societàma tendono sempre d'assettarla ne' suoi incastrie contrastano a tutto ciò che vuole spostarnela e mantenerla in un equilibrio che non gli è naturale.
Conchiudiamoal comitato nazionale è avvenuto quello che ad ogni governoa cui non sia tronca affatto la possibilità di usurpareavviene. Per istinto invariabile dell'umana naturagli uomini che lo compongono cercano farsi centro d'attrazione di quanto succedee semprecomecché spesso con rettissimi finipretendono che tutto pieghi alla loro volontà; eglino praticano e non dicono ciò che il XIV Luigi diceva e praticava: "lo Stato sono io". Il comitato fece solitudine intorno a séallontanandosene tutti coloro che non volevano abdicare alla ragione e credevano assurdo e ruinoso errore il rinunziare alla libertà per conquistarla. La stampa che rappresentava il partitoin luogo di richiamarlo con severa critica sul diritto sentierosacro debito d'Italianocredette migliore tattica adularlo. Disconobbe cosí la propria missionee prese norma da' scrittori ministerialii qualiin luogo di correggerelodano a cielo gli atti del governo. I pochi utili attiche un governo o un centro qualunque può compiereportano scritta in fronte la loro apologia; sono innumerevoli i dannosi che la stampa debba energicamente attaccare. Ogni governoogni centroa cui per necessità viene concesso un potere superiore a quello che per loro medesimi avrebbero gli individui che lo compongonoè un'ulcera che tende a spandersi sulla società se la pubblica opinione non ne arresta il progresso.
Intanto sescorgendo gli Italiani uniti a rovesciare la monarchiaadottarne i principîle formei costumibisognava conchiudere che la rivoluzione non era compresa; nella guisa stessascorgendo come il comitato cessòperché successivamente gli vennero meno tutti gli appoggise ne inferisce che vi è stato progresso significante nelle idee. Come il cristianesmo è sceso nel sepolcro co' panni da filosofo di cui l'han vestito Gioberti e Rosmini... del pari il comitato nazionalesperiamolo almenoè stata l'ultima prova del principio monarchicochetrasformandosi in mille formemascherandosi con varî nomisi è spento con quello di comitato rivoluzionario.
Pongo fine a questo capitolo consacrandone a Mazzini gli ultimi versi. Ho fatto tacere ogni simpatia personalee com'era mio debitol'ho severamente giudicato. Ora mi sarà caro il direche il suo nomead onta della mia censuraavrà sempre meritate e splendide pagine nella nostra storia. Niunodurante l'intera vitaha operato con fini piú rettiniuno ha rivoltocon maggior costanzatutti i pensieri e tutte le opere ad un solo finecosí grandioso come è quello del risorgimento italianouna tale idea ha inspirato la sua giovinezza e ne ha assorbito ogni affetto. Nella storia antica e moderna non si riscontra un uomo che abbia sacrificato tutto l'utile privato ad un utile pubblico sperato. Cotesto tipo di un uomodi cui tutti i pensieri e gli affetti si reassumono indefessi e costanti nell'amore alla patriaè frutto di terra italianaè una gloria di piú da aggiungersi alle tante che noi contiamo.


XVI. Il comitato italiano cessatogl'Italiani ondeggiarono nell'incertezza: era un sistema crollato perché venuto meno il punto d'appoggio. Surse in alcuni l'idea di ricostituire un nuovo centrofortuna che non si rinvennero uomini che avessero raccolti i suffragî universalialtrimenti sarebbesi ricaduti nel fatale errore per cui tutte le rivoluzioni riescono infruttuose: cangiare gli uomini ritenendo i principî.
Il piú grande amatore di libertànon appena assume il poterese non è uomo dappocovuole che tutto pieghi alla sua volontà; epperciò il nuovo centrocome il cadutoavrebbe personificato in se medesimo la patriadichiarando ambiziosi e corrotti coloro che si fossero opposti alle sue mire. Il comitato aveva fatto un gran beneaveva incarnato il convincimento negli Italianidi sperare la loro salvezza dalla cospirazione e dalle proprie forze; aveva poi prodotto un gran malequello di dare alle cospirazioni un carattere passivocheinvece di operare da séaspettavano sempre e l'imbeccata e gli ordini d'altronde. Per determinare il modo come governarsi in tale bisognaè d'uopo esaminare come operano queste forze latenti che si nascondono nel seno di un popoloe che in alcuni giorni fatali si manifestano terribili.
Le nazioni funzionano come l'individuoche prima avverte appenapoi con turbamentoquindi riflettein ultimo opera. Ma sovente il dolore troppo vivo precipita l'uomo dal turbamento all'azione senza dargli campo a rifletterementre altre voltei stimoli essendo leggierine prolungano oltre il bisognola riflessione. Nella guisa medesimain una nazione ove godesi una certa libertà di pensieroed ove i mali sono leggierisi svolgono fra un importuno cicalío molte dottrine; per controove forti sono i dolori ed interdetto il pensieroi fatti abbondano e quasi sempre precedono le parole. Da ciò s'inferisce quanto sia assurdo il voler decidere se una nazione debba ragionare o combattere; è lo stesso che pretendere di voler regolare secondo la propria volontà il moto degli elementi.
Le ideei ragionamentile dottrine politiche-socialinon sono che lo studio dei mali che opprimono la società e la ricerca dei modi come lenire questi mali. Secondo le circostanze e l'ingegno dell'autorepiú o meno inclinato all'astrazionele dottrine si allontanano o si avvicinano alla pratica. Vico dai mali che opprimevano la sua patria fu mosso a cercarvi un rimedioe non potendo appigliarsi agli immediati e pratici perché l'epoca glielo avrebbe interdettoe la natura del suo ingegno nol comportavae' si elevò ad altissime regioni e l'animo suo acchetossitrovando che una legge e non il caso reggeva i destini dell'umanità; legge ch'egli la nominò provvidenzae determinò [cosí] la periferia di quel circolo su cui le nazioni dovevano compiere il loro giro. Mentre Vico rivela un fatto che riconosceranno sempre con maggiore evidenza le future generazionivi sarà altri d'animo rimesso e d'ingegno pedestrechestimolato dai medesimi moventidopo lunghi ragionamentichiederà il cangiamento d'un ministro o qualche insignificante concessionefra questi due estremi trovasi tutta la diversa gradazione dei scrittori. Or dunquescrittori le cui idee potranno giovare alla costituzione sociale non potranno esistere senza mali sociali. Oltrecché fra placidi affetti e deboli passioni è assai raro che si forminoin tale materiagrandiose idee ed ardite veritàl'operosità umana manca di stimoli sufficienti; durante la tempestae non già durante la calmail pilota manifesta la sua abilità. Quei scrittori medesimi che ora imprecano contro le insurrezionisenza le tempeste del '48 e '49 sarebbero un nullasarebbero rimasti ai Prolegomeni di Gioberti. Epperòammettere il facile e lento progresso fra il continuo prosperare della societàè un pretendere l'effetto senza la causa.
Come i mali sociali fanno sorgere i scrittorii medesimi mali producono le settele congiurele insurrezioni; la gradazione che scorgesi fra i scrittorisi osserva eziandio fra i congiuratori stimolati dai medesimi moventi: havvi congiura per conquistare una patria liberal'altra per l'abolizione di una tassa. Cosí procedono le nazioni col pensiero e con le operee siccome l'uomo compie i piú grandi fatti quando esegue energicamente ciò che maturamente ha pensatocosí le nazioni sono maturetoccano quasi la meta alla quale aspiranoallorché i scrittori ed i congiuratori tendono al medesimo fine. Quale è in questo svolgersi delle umane vicende l'opera ed il dovere del rivoluzionario? Con la penna trattare tutte le quistioni che conducono al fine bramato; con la congiura far cospirare l'azione al medesimo fine; e cercare di legare strettamente il pensiero e l'azione. Dire fucili e non libri è un errorecome il dire libri e non fucili.
Abbiamo già detto come una sequela non interrotta di fattidal '14 al giorno d'oggisono le varie esperienze attraverso le quali ha proceduto il popolo italiano. Da queste esperienzee non già dai libririsulta la coscienza nazionale. Ma questa coscienza ove si manifestanei scrittori o nei congiuratori? indubbiamente nei secondi. Cotesta coscienzacotesto sentimento è vago nella generalitàin pochissimi è recisoesso per conseguenza è soggetto a vacillare sotto l'impressione dei fatti; gli avvenimenti che si succedonomostrano l'avvenire sotto tanti diversi aspetti sempre erronei; come i gruppi dei montii quali sembrano cangiare la loro dispositura al cangiare del sito dell'osservatore; quindi quel mutare continuo delle opinioni. Una nota diplomaticale parole di un ministrola morte di un principe possono dar cagione ad una quantità di opuscoli; sono essi l'espressione della coscienza nazionale? No. Ma mutano la coscienza nazionale piú o meno modificata da tale avvenimentosecondo la gagliardia d'animo di chi scrive. La cospirazione per contro non prende le mosse da tali avvenimentima molto piú da lungile sue aspirazioni e le sue forze non le cerca in ciò che mostrasi sulla societàma in quei sentimentiin quelle aspirazioni occulte non soloma osteggiate; inoltre la congiura richiede fermezza di proposito e gagliardia d'animo piú dello scriverequindi tutte le circostanze concorrono a mantenere salda cotesta coscienza nazionale piú nel cospiratore che nell'autoreepperò le aspirazioni di quello sono prove piú evidenti che le ragioni di questo.
Quanti libridiscordi fra lorosonosi stampati in Italia dal '49 al giorno d'oggi? Chi vuole l'Italia una; chi il regno boreale; chi due Italie; chi spera tutto dalla Francia; chi tutto dal Piemonte; quale sarebbe adunque la coscienza nazionale? impossibile a dirlo. Ma osservate le cospirazionile congiurei martiri tutti indistintamenteed in tutte le epoche hanno accennato al medesimo scopo: Italia una e libera; e quindi è forza inferirne chead onta dei colpi di Statodei protocollidei memorandumla coscienza nazionale è rimasta salda. Sarebbe stoltezza attribuire al solo Mazziniispiratore della maggior parte di questi tentativitale fermezza di proposito. Mazzini non avrebbe potuto trovare mai tante braccia pronte ai suoi voleri; eglicessato il comitatoritornò ad esser semplice cittadinoecome talefece molto piú bene di quello che non aveva fatto come membro del comitato; la sua operositàla sua fortunail suo credito personale fu messo al servizio di coloro che volevano tentare di salvare la patria; forse avrebbe potuto accettare con piú riservao rifiutare certi progetti che non promettevano riuscitama da questo picciolissimo torto all'accusa stolta di mandare la gente al macello havvi un abisso. Egli avrebbe dovutoa parer mioscegliere una sola regione d'Italiaed evidentemente il mezzogiornoe su quella accentrare tutti i mezzi di cui disponeva. Invece preferí farsi centro universale a cui ricorrevano tutti coloro che volevano trarre in atto un pensiero generosocosí governandosiforseavrà ritardato una rivoluzione; e se avesse negato agli operosi i suoi soccorsicosa non facile per chi sente sviscerato amore di patriaavrebbe risparmiato qualche vittimama non perciò il bene che egli ha fatto può disconoscersi.
Poniamo il caso che non fosse esistito il comitato nazionalené le sue vicendené Mazzinio altri come lui che avesse continuamente fomentato le cospirazioni e le congiure; e che in Italiasecondo avrebbero voluto i dottrinantiniuno avesse pensato a muoverechi parlerebbe d'Italia? Forse l'Austriarassicurata dello spirito pacifico delle sue popolazioniavrebbe imposto al Piemonte delle restrizioni alle sue libertà; ed il Piemonte stessoin una tranquillità generalenon avrebbe inteso il bisogno di mostrarsi ostile all'Austria. Su che si fondavano le ragioni addotte al congresso di Parigiper chiedere riforme? sugli articoli di giornali e sui libri stampati in Italiao sulle vittimesui condannatisui processi continuiche sono poi l'effetto delle congiuredi quella resistenza organizzata in Italia? Ed a quale partito è dovuta la presente agitazione in Inghilterra in favore d'Italia? Ai dottrinanti o ai congiuratori? Ripetiamolosono i fatti e non le dottrine che manifestano la vita della nazione.
Una nazioneripeteranno i dottrinantiche insorge senza un concetto politico recisoricade nella schiavitú. D'accordo in questo. Ma questo concetto politico non si forma né diventa popolare coi librima coi fatti; i rivolgimenti del '48 falliti sono quelli che hanno convinto gli Italiani di non aver fede nei principiperché casta la quale ha degl'interessi affatto staccati dal popolo; ecome nel '48 coloro i quali dimostravano questa verità non erano ascoltatianzi maledetticosí in un nuovo rivolgimento rimarranno delusi coloro che vorrebbero rifare il '48. Il popolo progredisce nelle sue ideema i soli fatti lo balzano da un concetto in un altro.
Se dai libri dipendesse il progresso di una nazionei scrittori sarebbero gli arbitri delle sorti dell'umanità. Invece sono gli uomini d'azione che imperano; e tutti gli usurpatorida Cesare a Bonapartehan sempre trovato un grandissimo appoggio nella coscienza nazionaledi cui quasi potevano dirsi i rappresentanti secondo i mezzi piú o meno violentipiú o meno obliqui con cui hanno raggiunto il fine.
Quale scrittore in buona fede può affermare che la plebeche non sa leggereeducasi coi libri? Non parliamo di coloro che sotto il dispotismo pretendono che il popolo si educhi a libertà per poi esserne degnoche vale il dire ad un uomo legato: prima di scioglierti è d'uopo che impari a correre; o altri chevedendo un popolo corrottopretendono renderlo moralenon già sbarbicando ogni germe di corruzionema proponendo un reggimento fondato precisamente su di un sistema corruttore; ma di quelli i quali credono possibilea furia di scrittispandere le idee rivoluzionarie.
La plebe non è dorata di quelle eroiche qualità che alcuni gli attribuisconola plebe soventetraviata dai pregiudizîed angustiata la mente dall'ignoranzaondeggia fra la temerità e l'abbiettezza. Stimolata dai materiali bisognila loro mente non può elevarsi a pensieri sublimima se tra loro uno giunge ad appuntare l'intelletto sulle quistioni politiche che agitano il paesequasi per istinto ragiona con maggiore esattezza che il migliore fra i scrittori; imperocché tutte le impressioni che il mondo ufficialeche l'ordinamento sociale produce sulle altre classi della societànon han presanon hanno ascendente sull'uomo del popolo; egli non è stimolato che da' maliquindisvincolato da tutti quei legami che lo incatenano allo stato presente delle cose; oggi non vede che male; ragionandoriconosce senza fatica dove è il bene. Ma coloro i quali non sentono il bisogno di migliorareed anzi temono che una scossa improvvisa li balzi fuori da quella nicchia ove godonose non altrol'inerziaamano ragionare dell'avvenirema vorrebbero placidamente raggiungerlonon rischiare per esso se non altro il placido presente; di quinci l'innumerevole schiera dei conservatoridegli eroi da poltrona flagellati dal Giusti.
Tutti gli sforzi che vuol sospingere un popolo al risorgimento debbono consistere a svolgere e rendere popolati le ideeadattandole alla loro intelligenza e traendone quelle conseguenze che debbono condurre ad un utile materiale immediatoonde siano sempre fomite maggiore alle passioni che debbonoessenzialmenteesistere nel popolo. Il rivoluzionario dev'essere apostolo e cospiratore.
La passione, - scrive Beccaria, - è un'impressione sempre costante della sensibilità nostra, tutta rivolta ad un medesimo oggetto; essa è un desiderio di ottenere o di fuggire qualche cosa che sempre si riproduce, ed è sempre riprodotta nella nostra mente quasi ad ogni circostanza. Quindi perché un desiderio si trasformi in passionefa d'uopo che vi sia mancanza e percezione della cosa desideratail che troveremo verificarsi nel minuto popolose ci facciamo a riflettere sul suo stato. La mancanza è la miseria in cui esso gemeuna vita piú agiata è la cosa desiderata e percepita; e siccome la mancanza del necessario è continuacontinuo eziandio è il dolore ed il desiderio del benessere venendo perciò riprodotto ad ogni istante di sua vita; le passioni esistono e non resta che giovarsene eccitandole e dirigendole ad un giusto fine. L'impossibilità di conquistare il desiderato benessere le ammorzala mancanza d'un obbietto determinato le svia dal diritto sentieroe perciò [quelli de] il popoloo adagiandosi ne' difetti si rassegnanooppure con la forza e con la frode tentano rapire ad altri quello che essi agognano e corrono cercando l'agiatezzadall'ignoranza sospintial patibolo. Scuotiamo adunque gli addormentati ed ai sviati mostriamo il cammino. Se il despotismo promettegli come premio di loro rassegnazione beni celestiil rivoluzionariocon la spada della vendetta e la bilancia della giustiziadovrà promettergli beni terreni ed immediatiadditandogli il modo come conquistarli. Esploriamo ogni sua piagarichiamiamo su di essa la sua attenzioneed additiamo un solo mezzo come rimediola conquista della patriama non già di un pomposo nome e di vani dirittima la conquista del suolo della nazione e di quanti prodotti vi esistono. Ognuno diventi un Socratein piazzane' triviial deschetto del ciabattinoal pancone del falegnamesi faccia ad interrogare quelle rozze mentie le conduca passo per passo alla scoverta della verità. Io sono simile a mia madrediceva Socratefiglio di una levatricenon creo nullama aiuto gli altri a produrre. È questo il solo mezzo di rischiararein partela mente del popolodi educarloe non già tenendolo a forza nelle scuoleo stampando libri che esso non legge. E questo mezzo medesimo di propaganda volgareed adatto alla sua intelligenzae che trae argomento dai suoi piú pressanti bisognineppur è bastante a conseguire lo scopo desiderato.
La plebe non si lascia convincere che da' fattima la propaganda di cui discorremmo elaborafra un numero significante di giovanila conoscenza de' diritti che ad ogni uomo accorda la Natura; e cotesti giovaniappena il popolosotto la sferza del doloresi precipita nel motoe dubbioso non sa ove dirigere gli attacchi e come colorire i desiderîfacendosi tutti oratori di circostanza dureranno pochissima fatica a far loro comprendere quello che in un secolo di calma ed in mille volumi non avrebbero mai appreso da' dottrinarî. Non già la profonda dottrina richiedesi in cotesti oratorima forza di carattere che non li faccia retrocedere in faccia alle conseguenze ignote de' principî da essi propugnati; guai se essi si accostano alla spregevole schiera de' cosiddetti moderatiche si atteggiano da rivoluzionarîda riformatorida amici de' popoliperché si fanno a sostenere alcune franchigie che servono a riempire le loro casse e soddisfare la loro bassa e puerile vanità. Il rivoluzionario di buona fede sospinge lo sguardo sulle moltitudinie non mira che al trionfo della vera democraziadiscendere alla benché minima transazione è un rinnegare la rivoluzione; come la minuta polve che il turbo sollevao poggiasi sulla corona de' re e sulle eccelse torrioppure ricade sotto i piedi de' passanticosí il minuto popolo o acquista pieni ed interi i suoi dirittio ritorna turba di vilissimi servi derisi con pomposi nomi. Quando non mirasi al trionfo d'una setta o di una classe di cittadiniil mezzo terminequalunque caso siatronca i nervi della rivoluzione e l'uccide.
Finalmente a' spiriti rimessi e timidia cui è spavento l'assoluta libertàe chiedono programmi e normerisponderemo che il programma già esiste. Siete voi rivoluzionari? mirate al trionfo della vera democrazia? in tal caso per voi non può esservene altro che gli aforismi di cui ragionammo nel terzo capitolo. Se pretendete limitarnenella benché minima parteil significatocesserete d'essere rivoluzionarînon sarete che opportunisti o faziosi.


XVII. Fatto studio sul modo come la nazione elabora le idee ed opera onde prorompere all'azioneè mestieri segnarnesupposto iniziato il motole prime orme. I principî da cui bisogna prender normason que' medesimi accettati da' rivoluzionarîquindi ognuno altro non dovrà fare che mostrarsi consentaneo a se medesimoe respingere qualunque misuracomunque temporaneache li leda nella benché minima parte. Da tale base prenderemo le mossee ci faremo a distendere un tale argomento.
La piú importante quistione a risolversiè il determinare il potere che dovrà reggere quella parte d'Italia che prima sarà sgombera da' nemicie quindi man mano l'Italia tutta sino al termine della guerra.
La sovranità del popoloche tutti bandisconoa cui tutti aspiranoènel governola sostituzione del concetto collettivo all'individuale. Il concetto collettivo emerge dallo stato di progresso della nazionecostituito da' svariatissimi rapporti sociali. Chi parlasse di libertà a gente che avesse servo il cuorenon sarebbe compresoi suoi sforzi tornerebbero vani; come a gente di spiriti liberi farebbe schifo il linguaggio di uno schiavo. Il concetto della nazione è fataleesso è il solo giusto ed il solo possibileesso sarà indubitamentel'arbitro delle nostre sortilasciamo adunque che si manifesti liberamente; il pretendere di mutarlo è vano. Diremo solo che un popoloil quale per esser libero vuol esser dominatoo erra o non è degno di libertàe tanto nell'uno quanto nell'altro caso non sarà mai liberoe piú che ogni altro popolo l'italianoperché maggiori ostacoli si frappongono al suo risorgimentoe per superarli gli fa d'uopo libertà maggiore.
La dittatura deve esser potentese non è tale non è dittatura. Essendo scopo di un tal maestrato il far prevalere la propria volontà a quella dell'intera nazionebisogna che i capi dell'esercito e tutti i pubblici funzionarî siano di sua scelta; gli è mestieri d'una polizia onde spiare i passi ed i pensieri de' cospiratoride' ribelliimmancabiliperocché essi sono alla dittatura come l'ombra ai corpi; e dovendo rivolgere in suo favore l'opinione pubblicadeveper conseguenzaspiare i pensieri di ognuno; ed infine dovrà possedere a sua tutela una potente forza materiale. Un tale governo sarà divenuto ancora piú solido per le ottenute vittorie; e quando l'epoca della sua missione sarà compitachi potrà imporgli di cedere il posto alla costituente? e cosí la libertà conquistata a prezzo di tante vittimedi tanti sacrifizîsarà in balía di uno o piú individuidalla cui buona fede dipenderà la sorte della nazione.
Ma chi ignora quanto sia facile che nella mente de' dittatori sorga l'idea che essi siano necessari all'Italiache abbiano una missione da compiere? Se tale idea diventa sentimentoeglino trucideranno e si lasceranno trucidare prima di abbandonare il seggio dittatoriale. L'amore stesso del paesee la natura umana generano un tal sentimentoognuno credendo le proprie idee le miglioricrederà fare il bene della patria costringendola ad accettarle. Chiunque è al potere (esclusi que' tiranni che per salvezza personale cercano tutto colpire perché di tutto temono) credein ogni suo attofare cosa utile o almeno necessaria al paese. Nel 1494 i fiorentini cacciarono i principie per porre rimedio a' tanti mali da cui erano gravaticonfidarono pieni poteri a coloro che credevano atti a governarlima ad onta del continuo cangiar di governanti e di scegliere coloro i quali con maggior veemenza declamavano contro cotesti maliandarono sempre da male in peggiodi quinci l'adagio italiano: costoro hanno un'anima in piazza ed un'altra in palazzo. E pureil torto non era di coloro che erano assunti al potereun uomo non può cangiare mai totalmente i rapporti stabiliti dal lungo lavoro de' secolisolo una rivoluzione può farlo: i Fiorentini avevano nelle loro mani il modo di sciogliere il problemadichiarandosi e rendendosi di fatto liberi ed ugualila nazione poteva solo far ciò e non mai un individuo; i mali scaturivano da un sol fattopochi straordinariamente ricchimoltissimi mendichiné vi erano governanti che avrebbero potuto far sparire tale mostruosità.
Ogni cittadino ha il diritto di proporre leggi e riformema chiunque - abbiate fede in meaffidatemi il potereed io vi renderò liberi e felici -costui non merita neanche di essere ascoltato. Libertà ed uguaglianza sono i cardini su cui deve poggiare l'umana felicitàtutte le leggi che favoriscono questi principî ottimequelle che tendono a limitarle pessime; la fede negli individui spalanca alla nazione l'abissoimperocché la fede senza convincimento turba l'uguaglianza.
L'autorità libera nel potere, limitata nel tempo, - scrive il Machiavelli, - è pericolosissima, perocché nell'uomo nasce brama di perpetuarla, né gli mancano i mezzi; ma questi non essendo dati dalla legge a quel fine al quale egli l'indirizza, debbono per necessità diventar tirannici. Ammettiamo che in Italia vi siano uomini di una tempera diversa che tutti gli altrie chedebellati i nemicieducati tutti noi a libertàeglino ritorninoall'epoca stabilitaa confondersi nelle file del popolo; l'orditura del loro governol'incastellamento del governo dittatorialeil principio che l'informal'ubbidienza; gli interessi creati da questo governonon potranno certamente sparire; quindi vi sarà sempre la dittatura. Cangeranno i nomile formema non già la sustanza delle cose. Il popolo continuerà ad ubbidirei pubblici funzionarî a comandarelo spirito della nazione sarà monarchicoed ogni governo che gli succederàeziandio non volendo comandare (e chi non vuole!)comanderà come quelli comandavano. Delle due cose l'unao la dittatura non giungerà a comprimere ed aggiogare gli spiriti nazionali ed in tal caso riesce inutileo vi riesciràed alloraper rilevarlifa d'uopo d'una seconda rivoluzione. Dopo lunghissimi anni di sforzidi sangue sparsodi patimenti dorati onde esaltare lo spirito nazionalenoi medesimimentre ci affatichiamo a ciòandiamo in traccia del mezzo come comprimerlo. Oh nullità dell'umana ragione!... Terminata la guerra sotto il reggimento dittatorialeci troveremmo una monarchia senza reed i re facilmente si trovano. Guai quando non si confermano da' primi momenti le conquiste del popolo!
Fino ad ora abbiamo ragionatoed abbiamo ammessa possibile la dittatura civile ma essa non può distinguersi dalla militare. Le forze armate della nazione sarannooppur nosotto la sua immediata giurisdizione? Se vi saranno la dittatura sarà militare di fatto; se non vi saranno non esisterà dittatura. Ma ammettiamo eziandio cotesta anomalíavi sarà dittatura di uomini non militari. La loro sorte è irrevocabilmente decisaeglino verranno cacciati di seggio col piatto della sciabola dal vincitore delle prime battaglie. Quei giovanotti medesimiche ora parteggiano da fanatici per la dittaturaallora saranno gl'istrumenti che la cangeranno. La gloria militare ecclissa qualunque altrarapisce l'animo de' guerrieri in favore di coluidal cui bracciodalla cui mente riconoscono l'inebbriante piacere della vittoriaquindi il generale disporrà de' soldati. Intantoquesto generale che periglia in campoe credesi giustamente lo strumento di salvezza di sua patriacon riluttanza riceverà ordini da un governo civile; egli crederàe non a tortoche durante la guerra da cui la nazione spera salutesia piú giustopiú logicopiú utileche un guerriero abbia questo assoluto poteree non mancherà di ghermirloeziandio con la forza. Non senza ragione i principi cercano fra i piú fidi servitori i capi dell'esercitosi circondano di prestigiosi incalzano col diritto divinosi dichiarano guerrieri essi medesimieziandio senza esserlo.
I convenzionali francesiuomini al certo di somma energiacaddero inesorabilmente sotto la spada di Napoleone; vissero otto annie vissero a prezzo di moltissimo sangueimperocchérichiedendo la Francia quattordici esercitipotettero contrapporre gli uni agli altri i varî generali; ma non appena la riputazione di uno elevossi su gli altriquest'uno ghermí il potere. In Italia richiedesi un solo esercitoepperò dopo la prima battaglia vintail generale non avrà rivali. Nel '48 in Ungheria la dittatura finí per passare nelle mani di Görgey. La Repubblica francese del '48 creò una presidenza civileed essa ben presto si è trasformata in dittatura militare. Pare impossibile come l'amor proprio faccia disconoscere le verità piú evidentii fatti piú noti. È un assiomaè un fatto evidenteche ripetesi tuttogiornoe può dirsi esistere nell'ordine naturale delle coseche la forza militare s'impadronirà sempre della dittatura se essa esiste. Con facilità ed indifferenza cangiasi di padroneanzi natura del popolo èse lo accostumasi ad ubbidiredi scegliere colui che piú imperiosamente comandae tutto quello che vien creato dalla forzapresto o tardi in potere della forza ritorna. Per controse da' primi istanti cominciasi ad assaporare la libertàniuno soffrirà che altri venga a rapircela; e quanto è naturale e facile il sostituirsi in luogo d'un altroper tanto è difficile cangiare le istituzioni ed un reggimento libero trasformarlo in dittatoriale.
Risuona nella bocca di molti il nome di Washington quale argomento che dimostri l'utilità della dittaturala possibilità d'evitarne i periglima un tal fattoche verrebbe a rincalzare le nostre asserzioni imperocché sarebbe stata una dittatura militarenon ha mai esistitoe chi il crede ignora affatto quell'interessante storia. Le leggile istituzioni da cui venivano rette le colonie inglesi in Americaerano liberissimequasi come lo sono al presenteeziandio prima della guerra. In ogni Stato i pubblici funzionarî erano eletti dal popolole leggile tassedecretate dalle assembleeliberissima la stampagarentita la libertà individuale. Scacciati i governatori che dall'Inghilterra venivano inviati in ogni Statole colonie furono di fatto liberissime senza aver bisogno di mutare la costituzioneo di far nuove leggi. Un congresso assunse il potere supremonon di far legginon di educarenon di limitare i diritti de' cittadinima incaricato solo di riunire i sforzi dei vari Statirichiedendo ad ognuno uomini e danaro per osteggiare il nemico comune.
Ogni Statocon riprovevole costume ebbe le sue milizie; eravi poi un esercito comune a tuttie qualche volta duedipendenti dal congresso: di questi due esercitiun soloil maggiorefu capitanato da Washingtonma egli non ebbe mai ingerenza alcuna nelle faccende civilied il suo poterecome semplice generalefu inferiore a quello che concedesi comunemente ai condottieri di esercitila sua opinioneeziandio ne' disegni di guerradoveva sottostare a quella della maggioranza de' generali.
In un momento assai difficile il congresso gli conferí sei mesi di dittaturama il suo potere in altro non consisteva che eseguire gli arrolamentiprovvedere l'esercito nel modo il piú spedito possibilee senza dirigersi al congressoscorsi i sei mesii suoi poteri furono di nuovo limitati. Solamente la sua opinione ne' disegni di guerra fu dichiarata prevalentee cosí corressero un grave errore. Washington non fu mai dittatore nel vero senso in cui s'interpreta questa parola. Egliper carpire in America un potere dittatorialenon bastava che si fosse sostituito al congressoma sarebbe stato costretto a debellare ad uno ad uno i diversi Stati e cangiarne le istituzioni. Washington salvò l'Americanon già per gli estesi poteri a lui accordatima pel suo gran carattere mostrato come generale. Egli (concedasi a un tale eroe una breve digressione) rimase saldo durante le avversità e le difficili congiunture in cui mettevalo la dissoluzione del suo esercito. Egli fu gran generalee la sua condottaforsefu superiore a quella di Fabio Massimo. Questi ebbe forze sempre superiori al nemicoe comandava a' Romaniper indole e tradizioni guerrieri per eccellenza; quello comandò esercito sempre minore del nemicoe composto di gente raccogliticcia a cui mancavano tradizioni ed abitudini militari. Fabio non impedí le scorrerie del nemicoWashingtonsenza combattereinterdisse tutte le operazioni agli Inglesied in ultimoghermita l'occasionee col semplice soccorso della flotta francesedistrusse un esercito nemico e pose fine alla guerra.
La Svizzerale Fiandrel'Americala Franciala Grecia han compiuto memorabili rivoluzioni; martirieroibattagliecombattimentiostinate difese di cittànobili sacrifizînulla ad esse è mancatoe le gesta delle due ultime nazioni sonoè cosa innegabilepiú brillantigli eroi piú sublimie maggiore lo sviluppo delle passioni; nondimeno Grecia e Francia sono schiavele altre libered'onde questa differenza? Le prime non dovettero fare altro che rovesciare il giogo che interdiceva lo sviluppo delle loro libere istituzioni comunalinon concessero mai ad alcuno il potere di comandare a bacchettae nol potevano concedere senza ledere le libere leggi che si trovavano in vigoree perciò il dispotismo non trovò terreno da gittar le sue radici. Per controtutte le nuove costituzioni francesinon hanno distrutta ma riformata l'anticala quale è pura emanazione della tirannidee corrivi i francesiperché d'indole servilia concedere estesi poteria crearsi le pouvoir fortcom'essi diconoad onta delle goffe e stolide complicazioni aggiunte alla macchina governativa per garantirsiessi sono stati sempre schiavisempre tiranneggiatiprima della rivoluzionedurante la rivoluzionee dopo la rivoluzione. La Grecia ebbe tutto a creareed in luogo di abbandonarsi liberamente alle proprie ispirazioniprese norma da' Stati che si dicevano civilizzatiritornò serva. In Italiale istituzioni in vigore sono talitali le abitudini de' pubblici funzionarîi quali si credono i padroni non già i servitori del popoloche se concederemo dieci gradi di potere ad un governoessoindubitatamenten'usurperà altri dieci. Guai a noise ci faremo a ritoccare e correggere l'antica legislazionea conservare le vecchie basila vecchia ordituranoi non sortiremo dalla schiavitúma stringeremocomplicheremo le nostre catene. Gl'Italiani debbono spianare affatto il vecchio edifizioe lasciare che i rapporti fra i cittadini ne' Comunie quelli de' Comuni fra lorovadano creandosi da sénon assegnando loro altra norma che leggi di natura ed il triste passato. La Nazione essa medesima prenderà l'equilibrio sul suo vero centro di gravità. Per condurre la guerra basta un centrocome diremoovefacendo capo i mezzi che la nazione vorrà impiegarviverranno diretti contro il nemico.
Nell'antica Roma il potere dittatoriale non poneva in nessun rischio la libertà: il paese era già costituitole leggi quali si convenivano ad un popolo libero; e queste leggi tacevano pel breve tempo che durava la dittaturaquindi riprendevano vigore. Eraviinoltreun potente patriziatoquasi tutti già generali di esercitiguarentigia bastante contro ogni usurpazione. Né la dittatura doveva dar leggi o educare un popoloessa era dittatura militare e non civilee fu creata dai patrizî onde contrapporla al potere tribunizio. Propugnare in Italia una dittatura educatriceed educatrice a libertàè tale enigmaè tale frase che altro non racchiude che una manifesta contraddizione.
Dimostrato come la dittatura altro non sia che una contraddizione con se medesimo per un popolo che aspiri a libertàcome sia impotente a produrre il benee scaturigine d'ogni male; come nasconda in se medesima grandissimi perigliora ci faremo a dimostrarla impotente affatto a dirigere la guerra.
L'Italia potrà vincere solo a pattoil dice Mazziniche la lotta sia lotta di giganti; abbiamo adunque bisogno di capii quali suppliscano con l'ingegno e con l'energia al difetto del materialealla propria inesperienza ed a quella delle soldatesche: di capii quali non si credono impacciatima sanno giovarsi delle passioni che bollono nel popolo. Tali capiora che rivoluzione non v'ènon esistonoma non mancheranno certamente fra i venticinque milioni d'Italiani. Quale stoltezza cercarli prima? I generali son figlinon padri della rivoluzione. Ma come sperare che sorgessero cotesti eroicoteste folgorise la dittatura verrà ben tosto a calmare la tempestaad ammorzare col suo soffio tiepido le passioni? Gli eroi non escono né da' guardinfanti delle corti né dalla camera d'un dittatorema dal fermento delle passioni popolari. Se tutto dovrà piegarsi al volere d'un uomole forti passioni sono impossibilied impossibiliper conseguenzagli eroi.
Oltrecchéi dittatori che verranno sostituiti alla nazionecome conosceranno le numerose capacità che l'Italia nasconde dalle Alpi al Lilibeo? La loro scelta dovrà raggirarsi fra l'angusto campo de' loro aderentie tra questinon già ai piú capaciverranno affidate le sorti della nazionee perchénon essendo militarinon potranno essere giudici competentie perché la preferenza verrà naturalmente accordata a colui che sia piú amicopiú simpaticoper docilità e per dottrinacoi dittatori.
Infine cotesti dittatori civili preferisconoquasi sempregenerali stranieri a' nazionaliimperocché temono il credito di questie piú facilmente conservano il predominio su quellie cosí decretano la ruina e la vergogna della nazione; ed atterriti dalla popolarità che acquista un generaleson riluttanti a menare di forza la guerrae se scorgono una probabilità di terminarlasenza piúeziandio con danno della causatransigono. Finalmente è mestieri rifletterecomunque voglia supporsi perfetto un tale governochein caso de' rovesciil governo non essendo fondato su de' principîma sul carattere e l'opinione degli uomini presso cui trovasi il maestrato supremosi ricorrerà al volgare e puerile mezzoquale è quello di cangiarlie quindi un sol disastroprobabilissimo in simile lottabasterà per sostituire al potere uomini d'altra gradazione di coloreche daranno alla rivoluzione un nuovo indirizzo politicoe da tale continuo ondeggiamento verrà strozzata. La dittatura in Italiacome in Europaha fatto le sue proveil governo provvisorio di Milanoquello di Veneziadi Firenzedi Romadi Sicilia... potevano decretare tasseprovvisioni militarifar la pace o la guerracreare carichee ne crearono infinitefurono insomma poteri dittatoriali. Che cosa avvenne? Lo stato delle cose rimase ove la nazione l'avea condotto nel primo periodo del suo rivolgimentola rivoluzione non avanzò d'un passoanzicome è natura d'ogni poterene repressero gli slancisenza accrescerne le forze. Se con la dittatura siamo stati mai sempre vintiperché non provare la libertà?
Faremo fine a questo ragionamento con affermarecome cosa per se medesima evidente chese la dittatura fosse necessaria all'Italiain tal caso bisognerebbe disperare affatto del nostro risorgimentola dittatura in Italia è impossibile: sarebbe il frangente della rivoluzionerenderebbe inattuabile l'unità degli sforzi. Il fato che ha decretato per l'Italia la schiavitú o l'assoluta libertàcon la grandezza che l'accompagnaha reso impossibile la dittatura. Come supporre che tutta l'Italia s'inchinasse al potere assoluto surto dalle barricate di una città? PalermoNapoliMilano riderebbero degli ordini che si emanassero da Roma. Questa dittatura non solo dovrebbe combattere i stranierima per unificare l'Italia dovrebbe conquistare i varî Stati e tenerli soggettifare in un mese assai piú di quello che non fece l'antica Roma in sei secoli. Quale erroneo giudizio dell'indole del paese!
Dimostrata l'assurdità di tale concettoe come in essosenza vantaggio verunosi riscontrano tutti gli inconvenienti e tutti i rischi della tirannidee come le tradizioni e l'indole del paese siano con esso riluttantiora verremo a discorrere di quello che bisogna sostituirvi. Lo stato presente d'Italiail fine a cui tendiamoi sacri principî che emergono dalle leggi di naturadeterminano recisamente la forma e le attribuzioni del potere che dovrà amministrare gl'interessi della nazione durante la lotta.
Le diverse condizioni in cui trovansi i diversi Stati non soloma le diverse città d'Italiarendono quasi impossibile un insorgere simultaneo; ed eziandio che per una favorevole circostanza ciò avvenissenon in un trattoma successivamente ne verrebbe sgombero il suolo da' nemici. Quindi è forza che non già l'Italia tuttama una parte di essadovrà prima che le altre inalberare la bandiera comunee nominare un maestratonon municipalema italiano. Questi Italianiprimi ad esser liberiche dovranno al caso o alle loro speciali circostanze l'iniziativanon potranno certamente pretendere che la nazione intera confermi o si sottometta al potere da essi elettotale pretesa non solo sarebbe tirannica ma vana; si vedrebbero sorgere tanti altri governi per quante sono le diverse provincieo almeno i diversi Stati in cui ora è divisa. Il maestrato che dovrà amministrare l'Italiadeve assolutamente procedere per addentellatifacendo cosí abilità ad ogni parte di essafatta liberad'unirsi alle provincie iniziatrici del motonon già sottomettendosima trovando pronto il proprio incastroonde comporre un sol tutto. Quindi altro non potrà essere che una convenzione o congresso nazionaleeletto con suffragio universaleil quale verrà completandosi a misura che la rivoluzione proceda. Restaci ora a determinare le attribuzioni di questo congresso.
Se ci faremo a considerarlo con quelle ideeche oggi si hanno in Europadel governo parlamentareognuno ne troverànel fondo della propria coscienzala condanna. Garrulelentetumultuantisnervateriescono coteste congregheed esse o cagionano la ruina del paese o si restringono in una dittaturaessendo cosa impossibile ottenere l'unità de' fatti in tanta disparità di pareri. Ma ciò non è difetto di queste adunanzema bensí errore de' popoli che le concedono poteri e ne richieggono opere con la loro natura riluttanti. Un tal congresso deve essere non imitazione della convenzione francesema tutt'altro; avvicinarsi piuttosto al congresso americanoa quello delle Fiandreal grecocercando la maggiore unità ed energia di sforzi non già in essoma nell'ordinamento delle altre parti dello Stato. Prima d'ogni altronon bisogna mai perdere di vista il principio che un popoloper esser liberobisogna che fin dal primo istante spezzi le sue catene ed assicuri la libertà.
La sovranità per legge di natura è inalienabilené havvi circostanza che possa giustificare la violazione di questa legge; concederla ad altri è un suicidarsi; il suicidio consumatoè vana speranza il pretendere di ritornare in vita; quindi ogni membro di questo congresso è sempre revocabile da' suoi elettorie la istessa durata del congresso non può prestabilirsidovendo dipendere dalla libera volontà della nazione.
Il suo mandato è quello di mandare ad effetto il concetto collettivo della nazioneconcetto chiaro ed innegabileil quale comprende in se' la rivoluzionené ammette restrizione di sorta alcuna: guerra allo stranieroqualunque lingua esso parlifinché non sia fuori d'Italia; guerra a tutto ciò che inceppi l'assoluta libertà. Questo concetto è il despotail dittatore degli Italianise eglino trasgrediranno i suoi assoluti ed imperiosi comandila pena sarà certa e terribile: schiavitú e miseria. I limiti poi ne' quali dovrà operare cotesto congressoo convenzione nazionalevengono tracciati dalle leggi di naturache son le basi del patto socialeespresse nel terzo capitolo di questo saggioed esse non danno luogo a dubbio di sorta alcuna. Essendo sacra la libertà individuale e quella de' Comuniil congresso non avrà la benché minima autorità nella loro interna amministrazione e nella nomina de' pubblici funzionarî; i Comuniassolutamente indipendentiprovvederanno come meglio credono alla loro amministrazioneuniformandosi ai dettati di quelle tali leggi naturaliche formano il solo patto costituente l'unità italiana. L'esercitoessendo un nucleo di cittadini destinati dalla nazione a compiere una speciale missionein virtú delle medesime leggi testè citatehanno il diritto di eleggersi i propri capiai qualicome nel terzo [recte: quarto] Saggio ampiamente svilupperemoper ragion di guerra s'addice il concetto de' disegni militari e l'esecuzione di essi. Svincolati dalle mille spire in cui la diplomazia si va ravvolgendoquesto congresso non ha alcun trattato da lacerare in volto al nemico: finché esso sarà sul suolo italiano altra ragione oltre il cannone non v'è; cacciato d'Italiacompiuta la missione dell'esercitoallora solopacatamente il congresso potrà discendere a ragionarenon avendo il diritto di nulla stabilire senza il consenso della nazione.
Adunque questo congresso non ha cariche od onori da conferire; non leggi da farenon trattati da conchiuderenon eserciti da dirigere. È sua missione accusare al cospetto della nazione ed esortare a riprendere il dritto sentiero quel Comune o quell'individuo il quale violasse i principî da noi stabiliti come base del patto nazionale; è sua incumbenza determinaresecondo la popolazione e la ricchezza d'ogni Comunela porzione contingente in uomini e danari con cui deve concorrere alla guerrae cosíequamenteripartire i sacrifizî; è sua speciale opera raccogliere tutte le risorse materiali e dirigerle ove l'esercito il richiedeonde fornire incessantemente il campo. In tal guisala nazioneassolutamente liberaappresta in ogni Comune tutte le sue forze; il congresso le raccoglie e le invia all'esercito; questosecondo la ragion di guerrale dirige contro il nemico. Il congresso non è governoma centro su cui la nazione equilibrasiverso cui tendono le sue forzee vigile guardiano del patto nazionale. Esso puòin virtú di quelle medesime leggi che gli danno vita e ne tracciano le funzioniconferire a pochi individuio ad un soloscelti dal suo seno o fuorii proprî attributionde ottenere la massima energia nel disbrigo delle sue incumbenzebasta che non abdichi mai il diritto inalienabile della loro revoca e del sindacato su di essi. In questo solo modo può concepirsi in Italia l'unità degli sforzisenza ledere in menoma parte la libertà.
CAPITOLO QUINTO

XVIII. Risorgimento d'Italia. - XIX. Educazione pubblica. - XX. Bandiera e formola.



XVIII. Nei primi capitoli di questo Saggio abbiamo cercato quelle leggi di Naturaque' principînon già deduzioni d'un ragionamento basato su di arbitrarî accordi o strani suppostima attributi della Natura stessaeffetti invariabili dell'indole umana. Principî che una società non può riconoscere come verisenza prima percorrere lungascabrosa ed intricata viaper cui il fugace utile immediato ed i pregiudizîfacendo ombra al suo intellettola costringono a serpeggiare. In seguito abbiamo discorso del cospiraredell'insorgeremezzi di cui s'avvalgono le nazioni onde sgomberare con fremito il cammino dalle incomode ruine del passato. Non ho creduto proporre un modo nuovo di cospirare e dar norma ai primi passi della rivoluzionema bensí fu mio proposito il dimostrare logori i mezzi sino ad ora usatie determinare non quale dovrebbe esserema quale inesorabilmente sarà lo sviluppo ed il modo di operare delle varie forze che possiede la società. E porto ferma opinione che la vera rivoluzioneil vero trionfo della democraziache suona trionfo del proletariatonon si otterrà con altri mezzi se non con questiné si conquisterà la libertà che liberamente operando.
Il sottostare a forza maggiore è necessitàil rinunziare volontariamente ad una parte o a tutta la libertànon è prova di spiriti liberi ma d'inclinazione al servaggio. Chi vende i proprî convincimenti ha cuore depravato ma piú libero di colui che volontariamente li abdica. Quello rinunzia alla libertà per un guadagnopatteggia col nemicoquesti per l'indole; l'unotrovando il suo megliosaprà riacquistarla e avvalersenel'altroeziandio volendolonol potrà fare. È vano il dire che sarà cosa pregevole rinunziarvi per amor di patriaimperocché il sommo bene della nazione altro non è che assoluta libertàche essendo costituita non dai limiti imposti alla libertà individualema dal pieno sviluppo di essarinunziare alla propria libertà per accrescere quella della patriaè lo stesso che mutilarla per renderla interaè un assurdo. Agli Italiani è mestieri di educarsi a libertàma educatori e libertà sono materie eterogenee che si escludono affatto. La libertà non può apprendersiessa è sentimentoe nessuno può darci sensazioni non nostre. Per educarci a libertà bisogna vivereper quanto possiamoliberamentein tal guisa ognunoeducando se medesimoeduca tuttie tutti compiono l'educazione di ognuno. Da ciò risultano spontanee le cospirazionile congiurema senza idolisenza patronisenza padriniuno pretenderà comandarecome niuno si piegherà ad ubbidire. Se la nazione devierà ancora dalla linea rettase ancora non è abbastanza assennata dall'esperienzapotranno de' strani connubîdelle strane combinazioni aver luogoma essa non raggiungerà con questi mezzi la sua piena libertà e la grandezza a cui è destinata.
Additate le piaghe della societài diritti di chi soffrele usurpazioni di chi gode; dimostrata la necessità di estirpare fin l'ultima barba della presente costituzione socialedi sgomberare il suolo dalle sterminate macerie di pregiudizîdi leggidi opinioni ammucchiare sul diritto di proprietà che gli serve di basee che poggia a sua volta sugli omeri dell'immensa moltitudine de' null'abbienticome rivoluzionario potrei far fine. La nazione penserà a ricostituirsi. Nondimeno sospingeremo lo sguardo in questo ignoto avvenire e procederemo in esso attenendoci strettamente a' stabiliti principî.
I tiranni, - scrive Mario Pagano, - col progresso del tempo, dalle continue reazioni degli oppressi, debbono rimaner disfatti. La legge è immutabile, l'ordine è costante, la pena è certa, benché col piè di piombo giunge al fine. Ora che scrivola miseria cresce ogni giornoi governi moderaticorruttori e codardiin putredine vanno consumandosila tirannide mostrasiperché minacciataterribile ed ingorda e cosí la sua azione affretta l'immancabile reazione. I popoliintolleranti dello stato presentefremonoil movimento non tarderàe non giàcome pretendono i dottrinarîil popolo piú dotto e piú incivilitoma il piú oppresso darà il segnale della battaglia. La quistione economicaquasi in tutt'Europa prevalenon solo fra i dottima nella plebela questione politica n'è stata quasi del tutto ecclissata.
Cominciato lo sbaragliovedremo il popoloda' suoi dolori sospintocon abbandonate redini precipitarsi ne' pericolima le sue prime orme saranno incertevacillantiesso non saprà scorgere il vero nemiconé colorite i suoi disegni. In questi momentila riuscital'indirizzo della rivoluzionedipenderà da quella gioventú intelligentenon dottima illuminati combattenti di cui il popolo naturalmente se ne fa testa. Se questi desiderano il vero bene della patriadovrannosenza far gruppi o settema ognuno secondo le ispirazioni del proprio geniodarsi a tutt'uomonon già calmarema a sfrenare per quanto può le passioni del popolo edando forma a' suoi desiderîadditargli il nemico. Colui che dopo tanti tristi e sanguinosi casiche i popolinel fare transazioni e contentarsi di rimedî mezzanipatironoin luogo di mirare alla riforma completa degli ordini socialibroglia per afferrare una caricao per donare i poteri a qualche suo idoloetutto fedespera che un uomo compia la rivoluzioneammorzando l'effervescenza popolarepresenti il dorso al bastone della tirannideegli altro non è che vilissimo schiavomascherato col saio del repubblicano.
Ci faremo ora a compendiare quanto dicemmo del passato e del presentedei mali sociali e de' rimedîdelle usurpazioni della tirannide e de' diritti della democraziae cosí rileveremo le provvisioni da prendersile riforme da adottarsi.
Son quasi quattro secoli di schiavitúe durante quest'epocaquanti inutili tentativiquanto sangue inutilmente sparso!... I popoli a noi vicinidopo grandissimi sforzi non son riusciti a migliorare la loro condizione. È dunque inutile l'insorgere? No. È questo un fatale cammino che il popolo è costretto a percorrereonde dalle sanguinose esperienze venga condotto alla scoverta degli errori. Raccogliamo adunque i frutti del passato travaglio; gioviamoci di que' fattie sia questa rivoluzione principio d'êra novellae non già nuova esperienza utile a' posteria noi dannosa.
Che cosa ha fruttato la moderazione? patibolocarceriesilio. I nostri nemici sono inesorabiliingordi; ad ottenere due gradi di libertà (se la libertà si ottenesse per gradi)ed ottenerla interaci è forza sostenere la lotta medesima. Perché dunque arrestarci ai primi passi? La moderazione ci ha fruttatoforsela protezione di qualche altra Potenza? Mai notutti i governi stranieriapertamente o con l'ingannosonosi cooperati alla nostra rovina. Confidiamo adunque nelle sole nostre forzee miriamo alla completa distruzione del nemicosenza arrestarci alla minacciaessa altro non è che un'arma nelle mani del minacciato.
Guai se la plebecontenta di vane promessefarà dipendere dall'altrui volere le proprie sorti! Essa vedrà molti di coloro che si dicono liberaliumili negli attilarghi in promessecon dolci parole adularlacome costumano adulare i tirannie carpirne il voto. Divenuti onnipotenti ed inviolabilipensano al loro meglioe ribadiscono le sue catene; ed alla richiesta di pane e lavoro rispondonocome l'assemblea francese rispose nel '48col cannone. Finché la società verrà composta da molti che lavorano e da pochi che dissipanoe nelle mani di questi pochi sarà il governoil popolo deriso col nome di libero e di sovrano[i molti] non saranno che vilissimi schiavi.
Tutte le leggitutte le riformeeziandio quelle in apparenza popolarifavoriscono solamente la classe ricca e culta; imperocché le istituzioni socialiper loro naturavolgono tutto in suo vantaggio. Voi plebeallorché crederete avvicinarvi alla metane sareteinvecepiú discosti. Voi lavorategli oziosi gioiscono; voi producetegli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il suffragio universale è un inganno: come il vostro voto può esser liberose la vostra esistenza dipende dal salario del padronedalle concessioni del proprietario? voi indubitatamente voterestecostretti dal bisognocome quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giustose la miseria vi condanna a perpetua ignoranza e vi toglie ogni abilità per giudicare degli uomini e de' loro concetti? Come può dirsi libero un uomo la cui esistenza dal capriccio d'un altro uomo dipende?
La miseria è la principale cagionela sorgente inesauribile di tutti i mali della societàvoragine spalancata che ne inghiotte ogni virtú. La miseria aguzza il pugnale dell'assassino; prostituisce la donna; corrompe il cittadino; trova satelliti al dispotismo. Conseguenza immediata della miseria è l'ignoranzache vi rende incapaci di governare i vostri particolari negozînonché quelli del pubblicoe corrivi nel credere tutte quelle imposture che vi rendono fanaticisuperstiziosiintolleranti. La miseria e l'ignoranza sono gli angeli tutelari della moderna societàsono i sostegni sui quali la sua costituzione si incastellarestringendo in picciol giro l'ampio cerchio dell'universale cittadinanza. Il delitto e la prostituzioneconseguenze inevitabilisgorgano dal seno di questa società. Bagni e patiboli sono le sue operevolte a punirecon raffinata ipocrisiai frutti medesimi delle sue viscere. La statisticascienza modernache mostra come indissolubilmente si legano le varie istituzioni socialiha già registrato come la miseria e l'ignoranza non scompagnano mai il misfatto. Finché i mezzi necessarî all'educazione e l'indipendenza assoluta del vivere non saranno assicurati ad ognunola libertà è promessa ingannevole.
I nemici che dobbiamo debellare son moltiè vano l'illudersima se tutti vorremo combattere da liberi cittadinivinceremo. Cerchiamo penetrare con lo sguardo attraverso l'atmosfera che i pregiudizî ci hanno addensato intornoné vi sarà difficile discernerein questo istante che trovasi distrutta la gerarchia socialequanto siano mostruose le usurpazioni del ricco e quanto grandi le miserie del popolo!... Con qual diritto un ozioso proprietario scialacqua col prodotto de' sudori del fittaiuolomentre questi appena potrà offrire un pane alla sua povera e laboriosa famiglia? Con quale dirittoin un'officina in cui cento lavoranoun solooltre ogni stima arricchiscenon avendo gli altrinon dico assicurato l'avvenirema neanche la benché minima guarentigia del presentebastando il capriccio di un solo per affamare centinaia di dipendenti? Distruggiamo coteste mostruosità col garantire al contadino ed all'operaio il frutto del loro lavoroe questi e quelli saranno contenti [di] lasciare per poco la vanga ed il martelloed impugnare il moschetto a difesa degli acquistati diritti. Se la vittoria assicura a tutti l'agiatezzae la disfatta li ricaccia nella miseriatutti saranno valorosi. Ecco il segreto di cui si avvalsero i nostri progenitori per soggiogare il mondo.
Nei passati rivolgimenti sonosi cangiati gli uomini e le forme del governoma il principio su cui esso poggiaval'autorità insommacangiando nomerimase; come adunque potevano sparire i mali? Volete cogliere il frutto di tante pene? diroccate l'antico edifizio sino alle fondamentasgomberate il suolo dalle ruinee su nuove basi riedificate.
Le leggi a cui ubbidiamo sono quelle stesseche da tredici secolida Giustinianoi despoti ed un ordine privilegiatoquelli che posseggonohanno createsvoltee curatane l'esecuzione sempre in danno della plebe; e queste leggi che hanno sí bene servita la tirannidenon possono certamente essere utili ad un popolo che vuole esser libero. E però la prima determinazione da prendersi è quella di annullarle tutte; una sola che ne rimanga basterà per dare alla rivoluzione un falso indirizzoo almeno per ritardarne il naturale progresso.
La forza è l'altro cardine sul quale poggia la tirannidequalunque siasi il nome del governoredittatoretriumviratocongressose esso dispone di forza materialesaremo schiavi. Non bisogna mai conferire ad altri la facoltà di nuocere; gli uominibuono o tristo sia lo scopo a cui tendonosono o prepotenti o deboli; questi inetti al governoquelli oppressori; i primiavendone la forzaopprimonoi secondi ci abbandoneranno ai loro satelliti. Ognunoin buona fedecrede che le proprie idee tornino a gran d'uopo al paese; e però se avrà la forza d'imporlele imporrà. Lasciamo a tutti la libertà di proporre i proprî pensieria nessuno facoltà d'imporli. L'uomocreato indipendente e liberonon dovrà mai servire un altro uomoma solo la propria natura ed il proprio meglio; e se in virtú di questa leggenelle specialitàconviengli alla direzione de' migliori sottoporsinon dovrà maiin forza della legge medesimalasciare che altri stabilisca i rapporti della società di cui fa parte e dia norma a tutto il suo vivere. I diritti di ognuno limitano di fatto la sfera d'azione de' diritti altruile naturali inclinazioni ne distribuiscono le incombenzee da questa libertà ch'altri limiti non conosce che l'altrui libertàne risulta l'armonia sociale. Chiunque pretende governarmichiunque pretende che io mi uniformi alle sue ideealle sue abitudiniè uno stolto tiranno; ad ottenere ciò dovrebbe trasferirmi la sua sensibilità.
Or dunqueconsiderando questi veri come i punti di riscontro del nostro avvenireverremo traducendoli in pratica esponendo le provvisioni che sul retto sentiero indirizzeranno la rivoluzioneassicurando sin da' primi istanti il suo magnifico e semplicissimo procedere.
1. Tutte le leggii decretile carichele incombenzeinsomma tutte le esistenti istituzioni socialirimangono da quest'istante annullate.
a) Ogni contratto il quale non sussiste per la libera volontà delle due parti contrattantiè sciolto.
b) Le tasse ed ogni specie di gravezze imposta dal passato governoannullate. Non vi sarà che un'imposta unica sulla ricchezzada un congresso italiano ripartita sui Comunidai consigli comunali ripartita sui cittadini.
Questa prima provvisione spezzando le ritorte [catene] da cui eravamo avvintiridonaci la piena libertà delle membraindispensabile a sostenere la gran lotta in cui dovremo impegnarciné la vittoria sarà mai possibilese combatteremo impastoiati fra leggi ed istituzioni volte a sgagliardirci e toglierci qualunque libertà d'operare. Né qui finiscono gli effetti di tali provvedimenti: l'abolizione delle tasse ecc.produrràcosa indubitataun ribasso nel prezzo degli oggetti di prima necessitàed il minuto popolo sentiràdal nuovo ordine di coseimmediatamente sgravarsi delle tante imposizioni da cui era oppresso; e quindi troverà cosa importantissima il difenderle ed assicurarle in avvenire. In tal guisa con un semplice decreto avremo ridonato al popolo tutta la sua forzae creato il movente cheunificandone eziandio la volontàlo sospinge alla difesa della patria.
Inoltrese il concedere altrui il governo assoluto della cosa pubblica ci ricaccia nella miseria e ci abbandona al dispotismoil disordine conduce parimente alle conseguenze stesse; e però alla rivoluzione bisogna assegnare un fine cosí ampio ed incontrastabile da esser certi che nessuno possa durar fatica a riconoscerloo nessuno rinnegarlo. Quindi stabilire come punti di riscontrocome limiti e guarentigie della libertàle leggi inviolabili della Naturale quali daranno norma e determineranno tutte le provvisioni volte ad organare e dirigere le forze della nazione al conseguimento del fine prefisso. I due seguenti decreti basteranno per tradurre in fatti le idee esposte.
2. Il fine che si propone la rivoluzione è quello di sgomberare l'Italia da' stranieriqualunque lingua essi parlanoe da tutto ciò che viola l'indipendenza e la libertà individuale. La guerra sarà menata di forza finché questo fine non sia compiutamente conseguito.
I principî da noi espressi nel terzo capitolo di questo Saggioresi di pubblica ragione sin dai primi istanti della Rivoluzioneverranno presentati in ogni Comune all'accettazione del popoloche riconoscendoli come base del nuovo patto socialedichiarerà reo di lesa nazione chiunque attenterà di violarli. Se un tal decreto verrà bandito dal popolola rivoluzione da quell'istante sarà assicuratala libertà e la grandezza d'Italia indubitata; se poi un solo di questi principî è rigettato o ristrettola rivoluzione non si compiràverrà conseguito qualche cangiamento di formeed il popolo s'incammineràmeritatamentein un nuovo corso di miseriedi dolori e di vizî.
Ridonata al popolo la sua piena libertà; creato il movente delle sue imprese; determinato il fine da conseguirsi; stabiliti i limiti all'autoritàle guarentigie ed i diritti del popolola rivoluzionesenza tema d'esser tratta di passopotrà procedere nel suo corsoe poche e semplicissime provvisioni basteranno ad assicurare il suo progresso energico ed ordinato.
1. Tutti i cittadiniqualunque ne sia il sesso e l'etàpongono se medesimi e le loro sostanze a disposizione della patriafinché non siasi ottenuta la piena vittoria sui nemici di essa.
2. Ogni Comune verrà amministrato da un consiglio comunaleformato da un numero di consiglieri stabilito da' cittadini medesimi. I consiglieri verranno eletti al suffragio universalee saranno revocabili dagli elettori e soggetti al loro sindacato. Il consiglioaffinché i comandamenti del popolo siano mandati ad effetto con la massima energia possibiletrasmetterà il proprio mandato ad un solo individuo che eleggerà nel suo senoriserbandosiin ogni tempoil diritto di revocae del sindacato.
a) La potestà politica e la giudiziaria risiederanno nel popolo del Comune. L'ultima potrà conferirsi ad un certo numero di cittadini eletti dal popoloche non cesserà di essere il supremo tribunale al quale i giudicati potranno appellarsi.
b) La speciale incombenza del consiglio comunale è quella di raccogliere ed apparecchiare nel Comune tutte le risorse materiali richieste dal nazionale congresso.
3. Il congresso nazionale verrà eletto co' principî medesimicioè: suffragio universale e diritto di revoca e di sindacato agli elettori. Come i consigli comunaliquesto congresso potrà trasmettere il proprio mandato ad un solo eletto dal proprio senoriserbandosi sugli eletti i medesimi diritti accennati pei consiglieri comunali.
a) Le incombenze di questo congresso saranno di rappresentare l'Italia verso le Potenze straniere; potrà conchiudere trattatima essi non avranno effetto senza prima ottenere l'approvazione del popolo.
b) In forza de' principî stabiliti come base del patto socialequesto congresso non avrà sui Comuni altra autoritàche [quella di] determinare ed esigere da essi la porzione contingente in uomini e danaricon cui dovranno concorrere alla guerrainviare queste risorse ove l'esercito indicherà; accusare al cospetto della nazione quel Comuneo quell'individuoche violasse il patto espresso dalle leggi di Natura.
4. L'esercito eleggerà i propri capi e sarà l'esecutore supremo de' voleri della nazione.
Sono queste semplicissime provvisioni che potranno attuarsi da qualunque città o borgo che sarà sgombero dal nemico. Il popolo di questo borgo che darà cominciamento alla rivoluzioneannullerà tutte le leggi esistentitutte le gravezze; bandirà i principî che dovranno essere la base del nuovo patto sociale; eleggerà il consiglio comunalei deputati al congresso nazionale; e tutti i cittadinicon le norme che daremo nel terzo [recte: quarto] saggiosi formeranno in battaglioni e si eleggeranno i capi. In tal guisa si procederà conforme al corso naturale degli eventie la nazione da sésenza crearsi padronisenza concedere ad una città autorità o ascendente piú delle altreraccoglierà successivamente le proprie forze e le adopererà al conseguimento del fine che si proponeconservando la sua piena libertà.
Il popolo non avrà nulla a temere dagli errori in cui per ignoranza o per intrigo d'altri potrà incorrere nell'eleggere questi diversi maestrati; imperocché non sono inviolabili né irrevocabilie non dispongono di alcuna forza materiale. Essi non comandanoma propongono. Il popolocon pochissima pena potrà francamente eleggere coloro che desiderano tali incombenzetrattandosi di crearsi servi e non padroniquelli che volontariamente si offrono saranno i migliori. Negare questa veritàricorrere a ripieghiè negare la rivoluzione; è lo stesso che restringere l'utile universale a quello d'una fazioneè una questione di semplice forma che non vale il pregio d'esser discussa.
Durante la guerrail congresso nazionale si occuperà a risolvere il problema sociale e cercherà stabilire l'avvenire della nazione. Il congresso terrà ai fittaiuoli il seguente discorso: - Il provvedimento preso di sospendere il pagamento delle rendite vi ha sostituito ai proprietarîbene grandissimo per voi stessi e per la società: voiproduttori per eccellenzaritenete e godete giustamente del frutto delle vostre fatichee la società si è sgravata da quella classe di oziosi digeritoriche per sostenere il loro lusso producevano l'incarimento dei viveri; ogni cittadino soffriva per cagion loroad ogni poverello veniva tolto un pezzo del suo pane per impinguare i cani ed i cavalli di questi proprietarî; ed oltre di questi vantaggi evidentiquegli oziosicostretti ora a lavorare per vivereaccrescono eziandio il prodotto sociale. Ma fa d'uopo riflettere chequali voi oggi sietetali essi furonoe l'esperienzavarie volte ripetutaha dimostrato cheeziandio ripartendo ugualmente la terradopo qualche tempo vi sarà tra voi chi per maggior forzasolerziao ingegnoingrandirà all'altrui spesee cosí a poco a poco sorgerà di nuovo la classe de' proprietarî che avete annientata. Inoltreil medesimo diritto che avete voi sulla terralo ha ognuno: la medesima ingiustizia che voi pativatela patiscono i vostri giornalierie voi usurpate ad essi quel frutto dei loro lavori che i già proprietarî vi usurpavanoe finalmenterimanendo la vostra condizione tale quale ora èi principî da voi stessi banditi sarebbero violati; il patto sociale sarebbe ingiusto come lo era primaed i vostri figli si troverebbero in una società non diversa da quella che ora vogliamo riformare. - La cagione di questi mali futuri è evidente; la proprietà ha cangiato possessore ma è rimasta illesaè dessa che bisogna abbattereè il principio che bisogna mutaree perciò è necessario occuparsi della soluzione del problemadi impedire che i proprietarî rinascono: questo problemaunito agli altri che riguardano l'industria ed il commercioformeranno l'oggetto delle nostre cure.
Per riuscire nel nostro proponimento non basta seguire i suggerimenti dell'istintoche ci trarrebbero di passoma bensí giovarci dell'esperienze che la storia registra. Le attinenze degl'innumerevoli fatti consacrati nelle sue pagine han porto materia a studio profondoda cui è risultata una serie di proposizioni che formano la filosofia civilela qualescienza universalecon attenta osservazionetraendoci dalla fallace via che il volgo per abitudine frequentain quella magistrale e permanente della Natura ci conduce; questa scienza darà norma alle nostre ricerche.
Inoltreil nuovo patto socialeche verrà stabilito dalla costituentenon saràcome le passate costituzioniimposto agli Italianima propostoe la costituentenon disponendo di veruna forza materialenon potrebbe operare diversamente; quindi il cuorela fedele intenzioni di coloro che dovranno comporlain questo casonon hanno importanza di sorta alcuna; queste qualitàimpossibili a ritrovarsiperché mutabili secondo l'utile individualequeste qualitàsempre cercate e mai trovate dal popolooggi non debbono tenersi in verun conto; l'ingegno e la dottrina sono necessarieeziandio i piú perversi saranno utili; ma il popolo non potendo discernere queste qualitàla costituente sarà nominata dal congresso nazionaleche ammetterà in essa tutti coloro che volontariamente si offrono di farne parte. Questo sarà il campo ove la scienzanon avendo altri limiti che le medesime leggi di Natura da cui essa risultapotrà elevarsi dalle inutili astrazioni alla praticae stabilire la felicità della nazione.
Questo congresso di scienziatidichiarato costituentedeterminerà e proporrà il nuovo patto socialele cui basi saranno que' principî dal popolo dichiarati inviolabilied il fine quello di garentirne l'inviolabilità per l'avvenire. Compito il lavororeso di pubblica ragionerimarrà esposto alla pubblica censura; e tutti i dubbîtutte le considerazioni espresse per mezzo della stampasaranno accuratamente raccolte da coloro che presiedono all'amministrazione di ogni Comune ed inviate alla costituentechenel piú breve tempo possibiledovrà modificare o rispondere a tutte le osservazioni fatte dal pubblico. Dopo questa provail pattosottoposto in ogni Comune alla finale approvazione del popoloavrà effetto. Noi adombreremo questo nuovo patto sociale senza presumere di aver risoluto un problema che dovrà risolvere l'intera nazione; è stato nostro proposito sgomberare il suolo e scavar le fondamentanon già riedificare.

I.

Le siepi e quanto serve di chiusura o limite ai poderi saranno abbattute. Il suolo italiano verrà ripartito secondo le diverse specie di coltura a cui mostrasi atto. Una porzione di terra proporzionata alla popolazione verrà assegnata ad ogni Comune e coltivata da coloro che si dedicano all'agricolturai quali formeranno una società che stabilirà essa medesima la sua costituzionein caso che non volesse accettare quella che la costituente proporrà. Ma questa Costituzionedovendo esser conforme a que' principî che formano la legge universale ed immutabile della nazionenon potrà essere molto diversa dalla seguente: un amministratore ed un direttore elettie soggetti al sindacato di un consiglio amministrativo e di un consiglio di tecnologia dirigente. Tutte le altre incumbenze distribuite secondo le inclinazioni e le attitudini di ognuno. Il guadagno netto diviso egualmente fra tutti. In tal guisacon grandissimo ed universale vantaggiola proprietà fondiaria sarà distrutta.
Il compartimento del suolo determinato dal genere di coltura e non dal caso; lo stimolo al lavoronon già la fame ma un maggior guadagno; una società di uomini agiatitutti deditiognuno secondo le proprie attitudiniad un medesimo lavorodovranno indubitatamente produrre un accrescimento grandissimo delle ricchezze sociali. Sosterrebbero gli economistiche l'agiatezza degli agricoltorila mancanza de' proprietarî che consumano senza produrrefacessero languire o scemare la produzione? Sosterrebbero che le facoltà d'una società numerosa ed agiata siano inferiori a quelle d'una misera famigliacapace a pena di quel lavoro che serve a pagare il vistoso tributo al proprietario e comperare per sé un affumicato pane? Tutto può sostenersi col sofismama esso perde la sua forza quando il minuto popolo non può piú sopportare i suoi mali e rovescia la soma che soverchiamente lo grava. Queste proposte non vengono fatte a congreghe di digeritoridi persone dedite all'usura ed al monopolioovvero di proprietarîdi banchieridi trafficantima ad una società in cui la forza ha già distrutta la preponderanza di queste classi. Con la spada bisogna adeguare alle moltitudini i piú sublimi: quindi la legge stabilisce l'ordine e l'uguaglianza.

II.

Il capitalecome già dicemmoessendo proprietà collettivanon può appartenere ad un uomo; l'appropriarsi il capitale è un'usurpazionenon cosí manifestama simile a quella della proprietà fondiaria; tutti i capitali verranno dichiarati proprietà della nazioneil denaro potrà in parte involarsima le fabbrichele macchine rimarranno. Tutti gli impiegatiin ogni stabilimento d'industriacomporranno una societàai quali la nazione affida il capitale tolto al capitalistae questa società potrà reggersi con una costituzione identica a quella stabilita per gli agricoltori.
Cosí trasformata e ricostituita l'agricoltura e l'industriai mercanti che vendono in grosso si rinverranno nei depositi delle stesse società e saranno membri di esse; e socî a ciò espressamente delegati saranno i merciaioli che vendono al minuto.

III.

I trafficantiintermedî fra i produttori ed i consumatoria cui la miseria de' primi fa abilità a speculare a discapito del popoloverranno eziandio trasformati in società composte ognuna dal già capitalista sino all'ultimo facchinomarinaiocarrettiereche trasporta le merci.

IV.

Tutti gli edifizî saranno dichiarati proprietà nazionalee gli edili eletti dal popoloe soggetti al suo sindacatodestinerannoad ognuno secondo il bisognol'abitazione. In tal guisa piú non si vedranno spaziosi appartamenti deserti e destinati a semplice lussomentre a breve distanza dalle loro murain oscuri e malsani tugurîgiacciono ammucchiate le famiglie dell'infelice proletariocon danno manifesto della pubblica salute e del pudore.

V.
Il testamentomostruoso dirittoche oltre l'epoca dalla Natura stessa prescritta prolunga la volontà dell'uomoabolito. I risparmî accumulati da ognuno appartengono di dirittodopo la sua mortealla società di cui esso faceva parte ed al Comune ove erasi domiciliatose il defunto esercitava una professione singolarecome architettomedicood altro.

VI.

In ogni Comune vi sarà un banco di scambioche porranno in relazione i varî Comuni dello Stato ed i varî stabilimenti d'industriadirigeranno le derrate ove maggiore è il bisogno. Questi banchi assorbiranno e faranno sparire i trafficanti.

VII.

Ogni cittadino il quale trovasi isolato e privo di lavoroha il diritto di essere ammesso come socio in quella società di agricoltura o d'industria che da lui medesimo verrà scelta. La forza dell'intera nazione garentisce ad ogni Italiano un tale dirittodiritto che rende impossibile la miseria e forma il cardine principale del nuovo patto sociale.

VIII.

Stabilita la costituzione economicala politica non offre alcuna difficoltà; un consiglio in ogni Comuneun congresso per l'intera nazioneeletti col suffragio universaleamministreranno il paese; questo e quelli saranno sempre revocabili dagli elettori e soggetti al sindacato del popolo. Il congresso stabilirà la relazione con le altre Potenzeavrà cura degli affari stranierirappresenterà la nazione; dovrà sopraindendere ai lavoriai stabilimenti militari e di pubblica educazionealle milizie (e di queste discorreremo minutamente nel terzo [recte: quarto] Saggio) in quella parte che non riguarda direttamente ai Comuni. Determinerà le spesee quindi le gravezze le quali dovranno pagarsi dalla nazioneper questi varî rami della pubblica amministrazione. Non avrà ingerenza alcuna nella politica interna e poliziaquesta e quella non avranno altra norma che i principî da noi stabiliti come base del patto sociale; il congresso denunzierà alla nazione quel Comunequel magistratoquel cittadinoche violerà o tenterà di violare questi principî.
Questi consigli ed il congresso potrannopel pronto spaccio degli affaridelegare o distribuire i loro poteri a persone elette dal proprio senoche saranno sempre da essi revocabili e soggette al loro sindacato.

IX.

Tutti i pubblici magistrati saranno eletti dal popolosaranno revocabili dal popolo e soggetti al suo sindacato. Niuno percepirà stipendioma l'associazione di cui esso faceva parte sarà obbligata a considerarlo e retribuirlo come socio presente. Lo stesso dicasi dei consiglieri comunali e de' deputati al congresso.

X.

L'unica gravezza sarà un'imposta progressiva sulla rendita netta di ogni associazione.

Adombrato il nuovo patto socialeci faremo ad esaminarne gli effettionde conoscere se i malii quali ora minacciano di annientare la presente societàspariranno.
È un fatto dimostrato ad evidenza che la concorrenzale macchinee la divisione del lavoromentre accrescono immensamente il prodottoaccrescono eziandio il numero de' miseri ed avviliscono l'operaiopeggiorandone la condizione. Esaminiamo se col nuovo patto sociale [si] produrrebbero i medesimi effetti.
Concorrenza. Supponiamo due stabilimenti d'industria in concorrenzauno composto da numerosa e cospicua associazionel'altro meschinoquesto sarà costretto a smetterenon potendo sostenere la concorrenza con quelloe gli operaicome accade oggigiornorimarranno privi di lavoro; ma siccome la nazione guarentisce loro il diritto di essere ammessi in una società a loro sceltaquesti operainaturalmentesceglieranno e dovranno essere ammessi come socî in quella società da cui sono stati soperchiatie però questase distruggesse tutte le sue rivalisarebbe sopraccaricata da un numero esorbitante di operai. Per evitare il maletroverà il suo conto associandosipiuttosto che distruggendo le sue rivali. In tal guisala concorrenzache nella presente società arricchisce uno a discapito di molticol nuovo patto sociale promuoverebbe l'associazione e spanderebbe egualmente il profitto sugli operai dell'arte medesima.
Con le macchine e la divisione del lavoro ottenendosi il prodotto medesimo con un numero assai minore di operainei quali non richiedendosi alcuna speciale attitudinesi ribassano i salarîe ne risulta la miseria. Col nuovo patto socialeil numero degli operai non è quello che semplicemente è necessario all'artema [di] quanti se ne rinvengono nel Comunenella cittànella nazioneche si dedicano a tale lavoro; il salario non è proporzionato alla loro abilitàma al prodottoquindi le macchine e la divisione del lavoro saranno la vittoria dell'ingegno umano sulla materiae gli operaigiovandosi di tali ritrovatiin poche ore di facile lavoroguadagneranno moltissimo. Inoltrecome conferma della giustissima legge dell'uguaglianza di salariole diverse incumbenze si andranno pareggiando.
Inoltresiccomecrescendo il numero delle persone dedite alla medesima arte scema il guadagnone risulta che il diritto riconosciuto e garentito ad ognunodi essere messo come socio in uno stabilimento di sua sceltaè la legge la quale stabilisce l'equilibrio fra le diverse diramazioni dell'industria nazionale.
Le ardite intrapresel'esattezza del lavorola varietàil buon mercato che si richieggono in un'artesono qualità che non possono sperarsi dai piccioli capitalii quali s'impiegano con la speranza di ottenere utili immediati e grossi; solo dai vistosi capitoliche anticipano le spese e con picciolo profitto sull'unità della merce guadagnano sul grande numero di esse unitàpossono ottenersi tali risultamenti. D'altra partei grandi capitali formandosi con accumulare in poche mani le ricchezze socialine risultacome legge inesorabilenella presente societàche il perfezionamento dell'industria s'ottiene a prezzo della quasi universale miserialaddovecol nuovo patto socialela formazione dei grandi capitali s'effettuerà non già con la distruzione de' piccioli ma con l'associazioneche sarà la legge regolatrice della pubblica economiacome ora è la concorrenza.
Il bisogno che hanno i produttori di smaltire al piú presto possibile la loro mercela mancanza del danaro necessario alle spese di deposito e di trasportohan fatto sorgere l'avida classe de' trafficantii quali lucrano ed arricchiscono a spese de' produttori e dei consumatori. Questo bisogno del produttore di vender subitofa abilità a costoro d'esercitare il monopoliodi affamare una città e procacciarsi vistosi lucri sul pane che i poverelli comprano col sudore della fronte. La concorrenza è quella che piú d'ogni altra cosa favorisce l'incettatorel'associazione l'uccide. Col nuovo ordine di cose le diverse società produttrici facoltosissimenon han bisogno di vendere prontamente le mercie potranno avere magazzinivascellie giovarsi di ogni sorta di veicolo onde da se medesimeo col solo mezzo del banco di scambioprovvedere allo spaccio dei loro prodotti; e cosícon vantaggio grandissimo della societàspariranno i trafficantie con essi il monopolio.
Nella presente societàgli incettatori comprano il grano ove abbonda e lo spediscono ove scarseggiaquindi in quel mercato ove essi han compratocrescendo il prezzo del granoil pane per conseguenza incarisce; questo fatto protesta contro la libertà del commercio. Mavi rispondono i propugnatori del libero scambio: s'introiterà maggior danarol'agricoltore che ha guadagnato avrà molto danaro da spendere: il che torna in vantaggio dell'industrianonché di qualunque altro prodotto; né qui finiscono i vantaggi: gli operaise pagheranno piú caro il paneprosperando l'industria crescerà il loro guadagnoe spenderanno pochissimo per l'acquisto di altri generi di cui fanno uso. Cosí gli economisticon raffinata ipocrisiafanno generali alcuni vantaggi che si restringono a pochissimi: non è l'agricoltore che ricava profitto dal caro del granoma gl'incettatorii quali accrescono i loro capitali volti ad affamare le città; non è l'operaio che sente il vantaggio della prosperità dell'industriama il capitalista; e quelle derratei cui prezzi per la libertà del commercio scemerannosono oggetti di lusso che non usano né il povero contadino né l'operaioquindi il libero commerciocome tutte le altre leggi e tutti gli altri ritrovati che aumentano il prodotto socialealtro non fa che vantaggiare i ricchissimi con danno manifesto de' poverelli. Per controrimessa la società secondo le leggi di Naturai vantaggi del libero commercio saranno evidenti per tutti; il monopolio reso impossibilesarà l'agricoltore che goderà del guadagnoil qualecome ora diremotroverà maggior vantaggio nello spendere i suoi danari che nel conservarli: quindi prosperità dell'industriadi cui goderanno tutti gli operai sui quali egualmente è distribuito il lucro; ed infinecontadini ed operaivivendo agiatamentefaranno uso di molti generi di cui ora neppur conoscono i nomie sentiranno il vantaggio di acquistarli a pochissimo prezzo.
Non è il solo aumento del prodotto che accresce la prosperitàma questoper riuscire veramente utiledeve accompagnarsi con l'aumento de' consumatori; nella società presente cresce continuamente il prodottoma il numero de' consumatoriper la crescente miseriascema; pochissimi possessori di sterminate ricchezze fra le miriadi di affamati è il fine verso il quale inesorabilmente ci avviciniamo. Abolite la proprietàsupponete che la società abbia subito le proposte riformeed il crescere delle ricchezzeugualmente sparse su tutticrescerà per conseguenza il numero de' consumatori.
In ultimoponiamo il caso che un capitalista coi suoi milioni venga nel mezzo di una nazione cosí costituitaed esaminiamo in che modo possa impiegare il suo danaro. Non potrà acquistar terreperché la nazione è la sola padronaed essa non vende e non riconosce il diritto di proprietà; fabbricare palazzi nemmenoperché la nazionepadrona di tutti gli edifizî se ne impadronirebbe; affidare i suoi capitali ad una delle tante società in cui è ripartita la nazione sarebbe perderliperché i capitali di esse sono proprietà nazionali ed egli non potrebbe sperare altro guadagno che quello di essere ammesso come semplice socio ed aver la sua parte al lavoro ed al lucrocome tutti gli altri operai; stabilire un lavoroun negozio per proprio conto nol puòperché non troverebbe operai in uno Stato ove tutti fanno parte di società come sovrani; potrebbe forse giovarsi di operai stranierie cosí col suo stabilimento far concorrenza alle arti nazionali? maappena comincerebbe il suo lavoroil governo intervieneriunisce gli operai e dice loro: Voiper le leggi dello Statoavete facoltà di amministrare e reggervi come meglio credetetutti avete uguale diritto al godimento del guadagnoil capitale non può appartenere a nessunoma allo Statoe voi ne sarete gli usufruttuarîed il capitalista con voise gli conviene; una tale sentenzasenza esservi il bisogno dell'intervento del fisco e dei birrigli operai medesimi la porrebbero in atto. Dunque in una società costituita nel modo indicatochi riuscisse ad accumulare vistose sommenon potendo impiegarle in modo alcunonon potendo disporne dopo la sua mortetroverà il suo miglior partito spendendole e godendosele ecosí il nuovo patto socialenon solo abolisce la miseria e la rende impossibilema sbandisce eziandio l'avarizia e mantiene il danaro in una continua circolazione.
A coloro i quali riconoscendo i vantaggi di un tal sistemaoppugnassero la rivoluzioneasserendo che la società senza scossa veruna ma con un successivo progresso potrà trasformarsinoi risponderemo che eglino disconoscono gli effetti inevitabili delle leggi di economia pubblica applicate alle presenti condizioni dei popoliche eglino disconoscono i fatti che ogni giorno si compiono sotto i loro occhi. Le numerose associazioni di operai che spontaneamente sorgonomostrano la tendenza della società verso un avvenire che comincia a presentirsima non migliorano per ciò le loro condizioni; a queste associazioni si opporranno quelle dei capitalisti e quellecon maggiori dannidovranno soccumbere nella concorrenza: pretendere che potessero sussistere e prosperare istituzioni di utile universalein una società costituita da forze tra loro riluttantiche vicendevolmente si distruggonoed il cui sistema è volto a favorire l'utile individuale a danno del pubblicoè pretendere una cosa impossibileè pretendere che un picciolo rigagnolo seguisse il corso medesimo di un torrente senza venir travolto e confuso tra le sue onde. La condizione del proletariosenza una completa e violenta rivoluzionenon solo non può cangiarsi ma neppure migliorarsianzi è forza che essa continuamente peggiori.
Non ci restano ora che due altri puntii quali bisogna prendere in considerazione; uno è di esaminare se manca lo stimolo al lavorol'altro di vedere se mai siavi nel sistema il nocivo intervento del governo.
Il lavoro non è attraente come asserisce Fourierma nemmeno riluttante; senza necessità non lavorasima esistendo la necessità ed armonizzando il lavoro con le proprie inclinazionitutto ciò che in esso è penoso sparisce. Quale lavoro sarà piú proficuoquello del proletario che ha il solo stimolo della fameil cui salario è invariabilee le cui forze son logorate dalla miseria; o pure quello di un agiato cittadinoche ha scelto il lavoro secondo la propria inclinazioneed il cui guadagno cresce al crescere del prodotto? Gli infingardi esistonoma essi riconosciuti come tali della società di cui fanno parteverrebbero assoggettati ad una multa all'epoca della divisione dei lucri.
Il governo interviene nel solo casoche osserva la violazione di quei principî stabiliti come base del nuovo patto sociale. Prima che la nazione sia costituita egli dice agli oziosi proprietarî: voi non avete diritto alcuno sulla terrase volete viverelavorate; ai contadini: la Natura non ha concesso a nessuno la proprietà della terratutti sono padroni di coltivarla e la nazione garantisce loro il frutto de' lavori; per fare ciò con ordineassociatevi. Si rivolge al capitalista e gli dice: tu non sei che un usurpatore delle altrui faticheil capitale è proprietà nazionalea te altro non spetta che una porzione uguale a quella degli operaie devisecondo le tue attitudinilavorare come essi lavorano. Il governo non farà che bandire leggi semplicissime e chiarissimeche nessuno avrà bisogno di aiuto per comprendere; e lascerà ai contadini ed agli operai la cura di porle in atto. Proporrà la costituzione delle varie societàche la costituentecongresso di scienziatiavrà compilatorimanendo ai cittadini piena libertà di respingerla o modificarlabasta che rimangano inviolati i principî. Queste leggiquesti consigli verranno pubblicati dal governonon già quando la mente è ottenebrata ed il senso comune pervertito dai pregiudizîma quando la spada della rivoluzione ha già rimosso gli ostacoliquando i contadini e gli operai avranno rotto l'incanto che [li] mantiene tra i fragili ceppi del proprietario e del capitalista; il governo non dovrà sospingere a farecosa impossibile ai governima frenare alquantoindirizzaredirigere le passioniche la rivoluzione ha sfrenate.
Fin qui della parte economica. Ora faremo un'osservazione che riguarda la politica. Il governo rappresentativo è discreditato in Europa; l'assemblea eletta a rappresentare i diritti del popolo ad altro non serve che a convalidare e vestire con una maschera di legalità e di giustizia le usurpazioni della tirannide. Non havvi principedittatore o ministroil quale non faccia decidere secondo le proprie intenzioni il congresso che la nazione ha eletto a guarentigia de' proprî diritti; queste assembleesovente sono d'impaccio al pronto operaresenza mai essere di ostacolo al male; nascono dalla corruttelae vivono finché la forza crede dover subire il loro importuno garrito; odiose al tirannocomecché accarezzatesono sprezzate dalla nazione. Questo tristo fattoche sembra conseguenza di loro naturaè l'effetto del modo come oggi sono regolati i rapporti sociali: l'utile privato essendo in opposizione col pubblicoproduce una diversità di miredi desiderîdi speranzee quindi la irriconciliabile discordia delle idee e delle opinioni; e di piúil potere che ha il principeil dittatoreil ministrodi concedere carichedistribuire oro ed onorifan sí che le tante opinioni riluttantitrovando l'utile su di una via comunesi accordano nel vendersi ad un padrone e cospirano verso il fine che da esso gli viene indicato. Invecese il governo non avrà doni da distribuirené pene da infliggerese l'utile d'un cittadino dipende dal guadagno della società di cui fa partee la prosperità di questa dalla prosperità dell'intera nazionevi sarà in tutti unità di miredi desiderîdi speranzee quindi concordia nelle idee e nelle opinioni. Ma quantunque il nuovo patto sociale ridona all'assemblea quella forzadi cui ora mancapure egli è cosa interessante di non perdere di mira una verità che dalla stessa natura umana risulta. Le assembleecapacissime nel sindacaresono incapaci di concepire e di eseguirequindiper conservare la necessaria energia nelle intraprese del governobisognerà sempre (adattando alle circostanze il principio) affidare ad un solo l'incarico di concepire il disegno e di effettuarloquindi unità ed energia nell'azioneriserbandosi l'assemblea un perpetuo ed illimitato sindacato. Non altrimenti governavasi il Senato di Roma; e finché nella repubblica non vi furono poveri per vendersi e ricchi per comprarli ed ogni cittadino era soldatola libertà non corse mai rischio veruno. Per contronei Stati moderni non v'è poterelimitato che siail quale non tenti e non riesca ad usurpare; ciò dipende dalla condizione economica della societàed ogni rimediofinché non cangia il pattoè vano.
Molti osserveranno cheper attuare una simile trasformazionesarà necessario far violenza ai proprietarî ed ai capitalisti; e noi risponderemo che sí; e in forza di quel diritto medesimo che hanno gli oppressi di abbattere la tirannideche ha la società presente contro i ladri.
Finalmentese in cotesta trasformazionecerto meno violenta di quello che molti si vanno immaginandomolti interessi privati soffrirannoe moltissimi cadranno nella lottanoi risponderemo che le rivoluzioni in cui tutti si salvanoesistono solo nella mente dei dottrinanti e degli utopisti; la rivoluzione è sempre una lotta di oppressi contro una classe di oppressoriquindi se vi sarà vittoriavi sarà eziandio disfatta; scacciare un re dal trono non è rivoluzione: la rivoluzione si compie quando le istituzionigli interessisu cui quel trono poggiavason cangiati.
Conchiudiamoripetendo agli economisti le medesime loro parole: "Non si giunge senza perdite sulla breccia. Né possiamo tener conto delle vittime che il carro del progresso schiaccia nel suo corso". Ed usando il medesimo linguaggio di Malthus diremo: "La Natura ha prescritto all'uomo di lavorare per viverel'ozioso non ha piazza nel banchetto della vita; la Natura gli comanda d'andarsenené tarderà dare ella medesima esecuzione alla sua sentenza".

XIX. La filosofia della storia prova ad evidenza che l'umano istintocome è sua naturaconsiderando la sola apparenza e l'effetto immediato delle cosesenza riflettere sulle conseguenze che ne risultanova soggetto ad un continuo errare; quindi la pubblica educazioneche ferma l'attenzione e sviluppa il pensieronon solo è dovuta di diritto ad ognunoma è il cardine principale della libertà.
Il Filangiericol suo naturale splendorelungamente ha ragionato di ciòma suo malgradosoggiacque ai pregiudizî ed alle opinioni dell'epoca. Egli richiede la prosperità universale come una condizione indispensabile alla felicità di uno Stato "che può dirsi ricco e feliceegli scrivesolo quando ogni cittadinocon un lavoro discreto di alcune orepuò comodamente supplire ai suoi bisogni ed a quelli della sua famiglia". Nell'epoca in cui visse l'Autorel'accrescimento continuo del prodotto faceva credere come cosa possibile che la prosperità potesse un giorno non ugualmente ma equamente spandersi su tutti; non ancora l'esperienza avea dimostrato il contrario e disingannato gli illusi; non ancora la ragione avea sentenziato che l'universale miseria e l'opulenza di pochissimi è il risultamento inevitabile del presente patto sociale.
Il Filangieri adattò il suo sistema d'educazione ad una società composta di due classiricchi e non ricchi; destinava i primi a servire la società con la mentei secondi con le bracciae quindi due metodi diversi di educazione. Per impedire che sorgessero un gran numero di semi-dottiche ora si vedonoi quali senza utile della scienza privano il lavoro di bracciafece in modo che la dottrina fosse accessibileper le spese che richiedevaai soli ricchi. Ma cotesta basesulla quale poggiano le diverse parti del suo sistemaegregie tutteè erronea.
La diversità delle incumbenzecioè: servire la società con la mente o con le bracciadal sistema del Filangieri era resa ereditariaed il popolo sarebbe stato diviso in due classinon solo separate dal caso distributore delle ricchezzema dalle leggiche non per dirittoma di fatto accordavano ai soli ricchi il monopolio della scienza. Né il vendere a caro prezzo la dottrina avrebbe minorato il numero de' semi-dottianzi ciò l'avrebbe accresciuto oltre misura. La vera dottrina è raggiunta solo da quelli che la Natura predispone a ciòconcedendo loro le necessarie facoltà per conseguirlaed a questa predisposizioneche sola non bastafa d'uopo che si aggiungano de' gagliardi moventiche gli avvenimentia cui la società va soggettacreano; e tanto l'unacome gli altri difficilmente si riscontranoraramente operano fra il giro ristrettissimo dei ricchia cui l'abbondanzail lusso inflaccidiscono le fibree piú all'ozio che alla solerzia li predispongono; i ricchi non sarebbero che semi-dottie divenuta la dottrina un privilegio da ottenersi a prezzo d'oroi semi-ricchiper far comprendere i loro figli fra coloro che debbono servire lo Stato con la menteovvero comandarefarebbero qualunque sacrifizioed il numero dei semi-dotti verrebbe accresciuto in immenso; inoltre ne seguirebbe lo scadimentol'avvilimento del lavoroe di coloro che i ristretti mezzi condannerebbero a servire la patria con le braccia. Cosí ogni leggeche per impedire un male qualunquepregiudica la libertà e l'uguaglianzaprodurrà sempre un effetto diverso da quello che si propone il legislatore.
Gli uomini sono naturalmente inclinati al lavoro delle bracciasi giovano delle facoltà mentali per agevolare il lavoro di quelle; la dottrinal'astrazione non è naturale all'uomo. Ma i governi d'oggiche per intervenire in ogni cosa creano un numero strabocchevole di salariati; la farragine di leggi oscure e contradditorie d'onde pullulano a sciami i curiali come dalla putredine gli insettie salariati e curiali impinguandosi a spese di coloro che lavoranohanno diviso la società in scorticatori e scorticatied avvilito il lavoro. Ognunose sa leggerepotendo farsi comprendere fra i primicrede avvilirsi se adopera la vanga o conduce l'aratro. Maallorché sarà data al lavoro la considerazione che meritanessuno l'abbandonerà per una semi-dottrina che non potrà fruttargli né considerazione né lucro. Lasciamo a tutti aperta la via che mena alla scienzaed essa sarà percorsavolontariamentesolo da coloro che Natura ha destinato a sublimarsi in essa. Questo è il principio generale sul quale bisogna basare il sistema d'educazionenei particolari egregiamente svolto dal Filangieri; e però noi [non faremo che] accennare poche idee senza dilungarci su di un argomento ampiamente trattato da grandissimi ingegni.
Sino all'età dei sette annile cure materne sono indispensabili ai fanciullisono prescritte dalla Natura: raggiunta questa età lo sviluppo fisico è pienamente assicuratol'educazione del fanciullo verrà affidata allo Stato.
Ogni Comune avrebbe il suo ginnasio ove si troverebbero tutti i mezzi necessarî allo sviluppo completo delle facoltà fisiche e morali. Né dovrebbe trascurarsi la sublime idea del Campanella di adornare le pareti con dipinti che tutte le scienze rappresentassero.
Non dovrebbero i convittori vivere in comuneimperocché per ottenere l'unità nazionale bisogna riserbare integra ogni individualitàed il vivere sempre insieme forma settequindi i giovanetti sarebbero tutti alunni esterni.
L'educazione in questi ginnasi durerebbe sino all'età di quindici anninel qual tempo ogni alunno apprenderebbe un'arte di suo gradimento. Dai quindici ai sedici tutti sarebbero obbligati di assistere ad un corso di filosofia civile ed origine di tutti i cultionde ognuno imparasse i diritti di cittadino e potesse garentirsi dalla superstizione. Ai sedici anni le naturali inclinazioni son pienamente sviluppateogni giovane dichiara la sua volontàe sceglie l'arte o la professione alla quale vuol dedicarsi. Lo Stato gli accorda altri due anni d'istruzione nella specialità da esso presceltae queste scuole di tecnologia si troverebbero nelle principali città d'Italia. A diciotto anni la tutela della nazione cessaed il giovaneavendo il diritto di entrare in un'associazione di sua sceltaè dichiarato cittadino e militee deve da sé procacciarsi da vivere.
Ragioneremo ora dell'educazione delle donne e di ciò che ad esse riguardacon la brevità medesima che ci siamo imposti in questo ramo della costituzione sociale. Sarebbe stata una lacuna troppo significantetacendo della piú bella parte del genere umanodepositaria dei piú vivi ed ardenti piaceri. La Natura ha dato loro fibre piú delicate e piú sensibili delle nostree però le loro sensazioni vivissime non possono essere che fugaci; elleno non possono sopportare lungamente l'impero d'una passioneche deve in loro ammorzarsi con la rapidità medesima che si desta. Capaci di quelle azioni ove il decidersi e l'eseguire succedonsi rapidamenteson poi incapaci di sopportar a lungo dolorie mirare al conseguimento di un fine con attenzione profonda e prolungata: brillano síma non grandeggiano.
L'amore nelle donne ha un carattere diverso che nell'uomo; l'uomo s'accende delle bellezze della donna e desidera fortementela donna invece è presa dall'amore che inspiranon desiderama brama di essere desiderata. Dante parlando di Francescaha espresso questa idea:

Amor che a nullo amato amar perdona
Mi prese del costui piacer sí forte

di quinci il pudoreche accresce in altri il desiderio. Epperò [la] preponderanza dell'amore sulle altre passioniaggiunte alle cure ed agli incomodi di dovere esser madrela rendono inabile al governo ed alla miliziaquindi non potrebbero aver voto nelle cose pubbliche. Mad'altra partela Naturaavendole create abili a procacciarsi come viverele ha dichiarateperciòindipendenti e liberee tale dovrà essere la loro condizione sociale. Esse saranno educate come gli uominicon i riguardi e le modifiche nel metodoche si debbono alla gentilezza del sesso; al pari degli uominicon uguali dirittidovranno essere ammesse in quelle società che prescelgono. Probabilmente i lavori da sartoda crestaile belle artida donne sarebbero tutte esercitate.
Tutte le leggi sono scaturite dalle dipendenze che la violenza e l'ignoranza stabilí fra gli uomini; ed in tal guisa il matrimonio risultò dai ratti che i piú forti fecero delle piú bellee se ne usurparono il godimento. La Naturaper controsottopone l'unione dei due sessi alla sola legge dell'amoree se un'altra regolaqualunque siasiintervienel'unione cangiasi in contrattoin prostituzione. La meretrice che senza amore vende il suo corpola donna che senza amore sottoscrive ad un contratto matrimoniale si prostituiscono egualmente. La prima vi è costretta dal bisogno e vendesi per breve tempol'altra è piú spregevoleperchésenza bisognovendesi per sempre; quella non promette amore né si obbliga a rinunziarviquesta lo promette per sempre quasi premeditando lo spergiuro. L'amore adunque nel nostro patto sociale sarà la sola condizione richiesta che tende legittimo il congiugnimento de' due sessi; se manca l'amorela volontàla libertà diventa prostituzione.
La comunanza delle donne non è naturalel'amore è esclusivoquasi tutti gli animali non si accoppiano che con una sola femmina; le varie coppie si formeranno da sél'unione durerà finché dura l'amorecessato questo l'unione è sciolta di fatto.
L'uomo deve provvedere alla sussistenza della sua compagna finché i doveri di madre gl'impediscono di lavorare.
I figli rimarranno con la madrealla quale per legge di Natura appartengono. Sino ai sette anni essa provvederàcon l'aiuto del padreche dovrà concorrere alle spese necessarie per essi con una somma proporzionata ai suoi lucri. Dai sette anni ai diciotto la Nazione ne assume la tutela e l'educazione; ai diciotto sono liberi affatto e provvedono a loro medesimi.
Non essendovi testamentiné le altre mostruose leggi che vorrebbero rendere ereditario finanche il meritoil formarsi e lo sciogliersi delle coppie non ha ostacoli né impaccio di sorte alcuna.
Qui fo fine ed avendo misurate le vele col vento ed il timone con l'ondenon mi sono imposto l'obbligo di risolvere il problema sociale; il mio proposito è stato di mostrare la profondità delle piaghee l'inefficacia d'ogni rimediofinché non venga estirpato il diritto di proprietà e le sue conseguenzee questo proposito credo d'averlo compito; spetta all'intera nazione di stabiliredopo aver tolto gli ostacoli che ho additatila sua nuova costituzionee se ho cercato d'indicarne i punti principalil'ho fatto solo per rintuzzare la stupida risposta: è impossibile vivere altrimenti. Il rinvenire in questo cenno degl'incovenienti non sarà difficilema sarannocertamentemolto minori de' mali sotto cui l'umanità geme oppressamali che fatalmentesenza treguaingrandiscono; maliche la prepotente forza dell'abito fa credere inevitabilie perciò vengonocon pazienzasofferti.
Nella ricerca della nuova costituzione sociale ho seguito il metodo semplicissimoche il corso naturale degli avvenimenti additavami: distruggere il presentee creare il nuovo patto socialebasandolo su' principî che le leggi magistrali della Natura c'insegnano. Ho svolto poi i vantaggi del sistema dimostrando che le tendenze funeste della presente società vengono completamente a cangiarsi.
Conchiudo con rammentare a' conservatori che la rivoluzione sociale non sarebbe affrettata neppur di un'oraeziandio se tutto il mondo riconoscesse attuabile un nuovo ordinamento sociale; questa crisi della società dipende da cagioni assai piú terribili e fatali; essa dipende dalle tendenze che inesorabilmentein progressione geometricasi manifestano. Potete voinon già estirpare la miseriama evitare che cresca? potete voi negare che la forza materiale è dalla parte di coloro che soffrono? e se le tradizioni e l'inerzia formano il solo fascino per cui la società presente non crollain un istante impreveduto può rompersi l'incanto.


XX. Senza accordare importanza soverchia a' colori d'una bandiera ed alla formola scritta su di essaesporremo la nostra opinione su di ciòpoiché trattasi di cosa che richiede pochissima fatica; opinione di cui ci faremmo i propugnatori in un'assemblease mai potesse capitarne l'occasione.
Fintanto che la nazione non sarà perfettamente liberaed avrà completamente debellati i suoi nemicinon bisogna né discuterené porre in dubbioquale dovrà essere la bandiera che ci condurrà alla battaglia. Il vessillo tricolore è da tutti riconosciutoe ciò basta: ove sventola e rannoda de' guerrieri intorno a séquesti guerrieri combattono pel trionfo della rivoluzione italianae nessun rivoluzionario può astenersi dal seguirli; ma se su tale bandiera scorgesi un simbolo od una formolaallora ognuno ha il diritto di dire: quella causa non è causa che mi riguardae per la quale io combatto; proporre formole è un dissolveree dissolvere per puerile soddisfazione personale.
Terminata la guerraricostituita l'Italiaconserverà essa il tricolore vessilloo adotterà un'altra bandiera? pare che le opinioni potrebbero dividersi su tale argomento; alcuni sosterrebbero con ragione che la nuova costituzione socialenon ammettendo divisione di poterema le leggila loro esecuzioneil loro sindacatotutto trovandosi nel popolola pluralità de' coloriche precisamente accenna è assurdaquindi diranno: sia qual si voglia il colore della bandierama sia un solo. Altri invece potranno sostenere che il vessillo tricoloreintorno a cui si saranno vinte tante battaglieè troppo caroè troppo ricco di gloriose reminiscenzeper abbandonarloperché non trovasi perfettamente d'accordo con la logica: noi saremmo tra questi ultimiproponendo solo che il berretto frigio ne sormonti l'astaescludendo ogn'altro simbolo d'autorità e di conquistae che nel mezzo di essol'archipendolo indichi come l'uguaglianza sia il patto fondamentale di nostra costituzione.
Rimane ora a discutere quale sarà la formola che adotterà la nazionenoi trascriveremo il ragionamento sensatissimoche troviamo nell'opera di Ausonio FranchiLa Religione del secolo XIXin cui si fa paragone tra la formola franceseLibertàEguaglianzaFratellanza e la formola di MazziniDio e Popolo:

Esaminiamo le differenze radicali, finora poco avvertite, e nondimeno importanti, che Mazzini scorge fra una formola e l'altra. La Francese è essenzialmente storica; ricapitola in certo modo la vita dell'umanità nel passatoaccennando poco definitivamente al futuro". Questo giudizioné quanto al passatoné quanto al futuronon parmi esatto. La formola: LibertàEguaglianzaFratellanzanon può dirsi che recapitoli la vita reale dell'umanità nel passato; perché non può ricapitolarsi quello che non è ancora esistitoe Mazzini per fermo non saprebbe indicarci nessun'epoca della storia in cui già regnasse la libertàl'eguaglianza e la fratellanza universale. Onde egli stessotracciando l'ordine e lo sviluppo con cui si vennero elaborando i tre elementi della formolaparla sempre dell'ideanon mai del fatto. E peròse la formola teoricamente è la ricapitolazione del passatopraticamente è la legge del futuro; leggenon poco definitama cosí chiarache non ha mestieri d'alcuna spiegazione; cosí vastache abbraccia tutte le condizioni private e pubbliche della vita; cosí progressivache nemmeno col pensiero si può oltrepassare la perfezioneche prefigge qual meta alla carriera dell'umanità.
La formola italiana (cosí appella Mazzini la sua) è invece radicalmente filosofica; accettando le conquiste del passato, guarda risolutamente al futuro, e tende a definire il metodo piú opportuno allo svolgimento progressivo delle facoltà umane. Confesso che tutto questo periodo è per me un enigma. In qual senso può mai chiamarsi filosofica l'espressione: Dio e il Popolo? Nessuno di questi due termini ha qualche relazione particolare con la filosofia: non Dioperché è concetto religioso anziché scientifico; non il Popoloperché è concetto empirico anziché scientifico razionale. E come può dirsi che quella formola accetti le conquiste del passato? Né Dio né il Popolo sono principî che l'umanità abbia conquistato: ma l'uno è il simbolo di un sentimento connaturale allo spirito umanoe l'altro per sé non è che un fatto materiale. Come può dunque guardare al futuro? Come tendere a definire un metodo qualsiasi per lo svolgimento delle umane facoltà? Ho un bel ripetere a me stesso: Dio e il Popolo; io non ritrovo in queste parole né passatoné futuro; non ci veggo né definizionené metodo di sorta; non ci sento né progressoné svolgimento di nessuna facoltà: scientificamente non ci trovo nulla; perché Dio è un'incognitae il Popolo è un fenomeno di storia naturale.
La prima esprime compendiato un grande fatto: la seconda scrive su la bandiera un principio. La prima definisce, afferma il progresso compiuto: la seconda costituisce lo strumento del progresso, il mezzo, il modo, per cui deve compirsi. A me sembra tutto il contrario. La formola francese non esprime un fattoma un principio; perché i suoi elementi sono ideesono verità che hanno ancora da incarnarsi e realizzarsi nella storia. Essa adunque afferma bensí un progresso compiuto nell'ordine del pensieroma determina insieme la legge del progresso da compiersi nell'ordine dell'azione. All'incontrola formola di Mazzini non significa né il progresso compiutoné quello da compirsi; né la verità d'un principioné la legge d'un fatto; e l'ingegno il piú acuto ed analitico del mondo non arriverà giammai a scoprire in quelle due voci la costituzione di uno strumentodi un mezzodi un modo quale che sia di progresso.
Ben ve lo scorge Mazzinilo so; ma ve lo scorge mediante un commento che dà ai due termini un senso tutto suo proprio. Egli continua infatti: "Una formola filosofico-politicaper aver dritto e potenza d'avviar normalmente i lavori umanideve racchiudere due sommi termini: la surgentela sanzione morale del progresso: la legge e l'interprete della legge".
Questa nozione della formola politicaa mio avvisoè falsa. Una formola scientifica non è altroche l'espressione chiara e concisae quasi la riduzione a' minimi termini di una legge. Ora che cosa sononel linguaggio filosoficole leggi? Sono i rapporti naturali e necessarî degli esseri. Ma per determinare questi rapporti non fa d'uopo di assegnarne la surgente; e nessuna legge fisicamatematicametafisica e morale si fa dipendere in alcuna guisa dal concetto della sua causa. Dunque il primo termineche Mazzini prescrive alla formolanon le appartiene. E non le appartiene neppur il secondoche ègiusta la sua dottrinala sanzione o l'interpretazione della legge. In primo luogoperché la sanzione d'una legge non ha che fare con la sua interpretazione: identificare l'una con l'altraè distruggerle entrambe. In secondo luogoperché la formola d'una legge è affatto diversa ed indipendente dalla sua interpretazione e dalla sua sanzione: le sono quistioni d'ordine e di natura al tutto differente: confonderle in una è renderle insolubili tutte.
La formula politica adunque non deve esprimere altro che la legge socialeossia i rapporti naturali e necessarî de' cittadini verso la nazionee delle nazioni verso l'umanità. La surgente poi e la sanzione di questa legge sono due problemi a partegravissimi e importantissimi quanto si vogliama indipendenti dalla formola. Dunque allorché Mazzini soggiunge: "Questi due termini mancano alla formola francesecostituiscono l'italiana"pronuncia senz'accorgersene il piú grande elogio di quella e la piú severa condanna della sua.
La surgente, la sanzione morale della legge sta in Dio, cioè in una sfera inviolabile, eterna, suprema, su tutta quanta l'umanità, e indipendente dall'arbitrio, dall'errore, dalla forza cieca e di breve durata. Piú esattamente Dio e legge sono termini identici. Con questo commentolungi dallo spiegare la sua formolaMazzini l'immerge in un pelago di nuove difficoltà e di nuovi misteri. Se Dio e legge sono termini identicila sua tesiche la surgentela sanzione della legge sta in Dioequivale precisamente a quest'altre: la surgente della legge è la legge: - la sanzione della legge è la legge; - la surgente di Dio è Dio; - la sanzione di Dio è Dio; - la legge è la legge- Dio è Dio. - E che senso daremo noi a questo gergo? Inoltre se la legge è Dioconvien dunque sapere che cos'è Dio per conoscere che cosa sia la legge. E il Dio di Mazzini qual è? Ecco il nodo della questione. L'accennarecome egli faad una sfera inviolabileeternasupremanon è definire; poiché a tutte quante le religioni e le sette possono appropriarsi quelle belle parole; ma son parole! Avanti d'accettare la sua formoladobbiamo chiedergli che ci dica una buona voltasenza ambagi e senza tropiche cos'è Dio? Ovvero fra i varî Dei presentemente noti in Europaqual è il suo? Teologicamente noi possiamo annoverarne quattroassai diversi fra loro: il Dio degli ebreiil Dio de' cattoliciil Dio de' maomettanie il Dio de' protestanti. Filosoficamentepoili Dei possono contarsi a centinaia. Ciascuno de' molti sistemi di panteismodi materialismodi spiritualismod'idealismoecc.ha un suo Dio particolareche è sempre la negazione del Dio di ciascun altro. Or bene: fra questa turba di Deiqual è il Dio che Mazzini adora e che vuol farci adorare? Da' suoi scritti non mi venne mai fatto di raccapezzarlo; poiché ci sono frasi per tutti: ce n'è per il Dio del papaper quello di Luteroper quello di Maomettoper quello di Socinoper quello di Rousseauper quello di Spinoza... Non è dunque possibile che la sua formola abbia un valorefinché il primo e massimo elemento non è ben definito.
L'interpret[azione] della legge fu problema continuo all'umanità. - La formola italiana affida l'interpretazione della legge al popolo, cioè alla Nazione, all'Umanità collettiva, all'associazione di tutte le facoltà, di tutte le forze, coordinate ad un patto. Qui abbiamo una certa definizione; ma siccome è arbitrariacosí non vale a costituire né legge né formola veruna. Chi abbia già del Popolo la sublime idea che a Mazzini venne inspirata dal suo nobile cuoredirà come luicertamente: ma i termini d'una formuladi una legge socialedevono portare in se stessi il loro valoree non ritrarlo dall'arbitrio e dall'intenzione dello scrittore. Fra i due termini Dio e il Popolonon è espresso alcun rapporto; dunque o bisogna supporre che l'unico rapporto possibile sia quello di Mazzini; o altrimenti la sua formula non significa nulla perché non determina nulla. Il primo caso non è ammessibiledacché ripugna egualmente alla logica ed alla storia; dunque sta il secondo.
La formola italiana, intesa a dovere, sopprime dunque per sempre ogni casta, ogni interprete privilegiato, ogni intermediario per diritto proprio tra Dio, padre e inspiratore dell'umanità, e l'umanità stessa. Ma perché possa produrre tanti bei frutti la formola va intesa a doverecioè nel senso di Mazzini; chèaltrimentipreso ciascun termine come suonanon ha senso alcuno determinato. E questa clausola sola non prova abbastanza la completa nullità della formula mazziniana? La francese all'incontro sopprime ogni castaogni interprete privilegiatosenza bisogno di chiose che ne la facciano intendere a dovere; ma semplicemente in virtú del senso naturaleordinario e vulgarissimo delle parole. Dovunque sia libertàeguaglianza e fratellanzaivi è impossibile fino il concetto di casta e di privilegio; laddove Dio e il Popolo son dappertuttoe pure dappertutto regna il privilegio e la casta.
La formula italiana, generalizzata da una nazione all'associazione delle nazioni, dichiara fondamento d'una teoria della vita: Dio è Dio, e l'umanità è suo profeta. Non so capire come un apostolo del progresso abbia potuto tenere questo linguaggio che odora cosí forte di musulmano. Oh! Mazzini dovea lasciarlo a quei devoti e fanatici settarîi quali credono tanto piú fermamente una cosaquanto piú è incomprensibile ed assurda; ma egli parla ad uomini civili del secolo XIXe sa meglio di me che costoro non sono disposti a credere se non quello che intendono. O spera forse d'aver loro tolto ogni dubbio e chiarita ogni difficultà con quella strana definizione: Dio è Dio? E quando avranno imparato che Dio è Dioconosceran poi davvero che cos'è Dio? Quando pure gli concedano che l'Umanità è profeta di Diopotranno persuadersi d'aver trovato il fondamento d'una teoria della vita? Una teoria non può assumere per fondamento se non un principio certo ed evidente; e Mazzini vuol fondare la teoria della vita sopra d'un giuoco di parolesopra di un'incognita?
La formula italiana è dunque essenzialmente, inevitabilmente, esclusivamente repubblicana; non può uscire che da una credenza repubblicana; non può inaugurare che repubblica. Ed anche questa conclusione è fallace. La formula Dio e il Popolo non èe non può dirsi né esclusivamentené inevitabilmente repubblicanapoiché è essenzialmente indeterminataossia nulla. Essa riceve il suo significato dal carattere di chi la proclama; ed è repubblicana sulla bandiera di Mazzinicome sarebbe teocratica su quella di Pio IX.
La formula francese, non accennando alla surgente eterna della legge, ha potere per difendere con la forza, co 'l terrore, non con l'educazione, alla quale manca la base, le conquiste del passato; è muta, incerta, mal ferma su l'avvenire. V'ha qui un gruppo di metaforein cui non veggo lume da nessuna parte. Accusare una formula di non potersi difendere! Mescolare insieme formula e forza; formula e terroreformula ed educazione! O che? la formula dev'essere dunque un esercito o una fortezzauna scuola o un'accademia? E la formula di Mazzini ha dunque il potere di educare? A crederlo però aspetteremo di vederla salire in bigonciae di ascoltare le sue pedagogiche lezioni!... Del resto che la francese non accenni alla surgente della leggeè appunto il suo pregio e il suo merito principale; e che sia mutaincertamal ferma su l'avvenirenon può sostenerlose non chi ignori o voglia affatto dimenticare il senso piú ovvio delle parole libertàeguaglianzafratellanza.
Il rimanente del suo discorso dovrei direse non si trattasse di Giuseppe Mazziniche offende troppo il senso comune: "La formola francese non definendo l'interprete della leggelascia schiuso il varco agl'interpreti privilegiatipapimonarchi o soldati. Quella formola poté nascere dagl'ultimi aneliti d'una monarchia: sussistere ipocritamente in una repubblica che strozzava la libertà repubblicana di Roma: soccombere sotto il nepote di Napoleoneche dichiarava: io sono il migliore interprete della leggeio sarò tutore alla libertàall'eguaglianzaalla fratellanza de' milioni". Come! Mazzini trova modo di associare insieme questi concetti: libertà e privilegioeguaglianza e papafraternità e monarca o soldato! Ma se questi non sono concetti rigorosamenteevidentementepalpabilmente contraddittoric'insegni un po' che cosa sia ripugnanza e contraddizione; giacchése mi permette di ragionare con la sua logicaio gli convertirò tutti gli assurdi in altrettanti assiomi. Inoltrequel rimprovero che esso rivolge alla formola francesemi fa nuovamente dubitare ch'egli esiga proprio dalle formole l'officio degli schioppidei cannoni e delle bombe.
Ma non è una stranezzaa dir pocol'imputare ad una formola le iniquità di un governo? Quelle iniquità erano forse una conseguenza legittima e necessaria di quella formola? Questo governo era forse fedele al suo principio? A chi mai farà credere Mazzini che se in luogo delle parole: libertéégalitéfraternitéfosse stato scritto in fronte a' pubblici monumenti: Dio e il Popolol'assemblea francese non avrebbe decretato la spedizione di Romané il Bonaparte avrebbe fatto il colpo di stato? Le parole: Dio e il Popolo ben erano scritte sulle bandiere di Roma; e perché non fecero il miracolo di salvarla? Perché Mazzini non isconfisse i battaglioni francesinon disperse le artiglierie tedeschenon mantenne saldi ed incolumi i bastioni italiani co 'l suo magico grido: Dio e il Popolo? - In veritàio arrossisco di dover discutere argumenti cosí stravaganti. NoNapoleone non commise la follia di dichiararsi tutore della libertàdell'uguaglianzae della fratellanza dei milioni. Egli fu assai piú consentaneo a se stesso: "giú la libertàegli dissegiú l'eguaglianza e la fratellanza! Io sono il vincitore e comando: il popolo è vinto e obbedisca". E quella povera formulache Mazzini stima conciliabile di fatto col dispotismoNapoleone non la giudicò compatibilené pur di solo nomeco 'l suo potere: la cancellò dapertutto! Ma invece quale è la formula che trovò bella e fatta per lui? È quella di Mazzini: in nome di Dio e del Popolo (par la grace de Dieu et la volonté nationale)...
Ed è la storianon ioche dà una smentita cosí fresca e solenne a quell'altra singolare asserzione: "Né papa né re potrebbero assumere co' repubblicani italiani linguaggio siffatto. La formola inesorabile gli direbbe: non conosciamo interpreti intermediarîprivilegiati tra Dio e il popolo; scendi ne' suoi ranghied abdica". SíBonaparte ha assunto linguaggio siffatto co' repubblicani; e la formola di Mazzini si mostrònon mica inesorabilema la piú compiacente e pieghevole creatura del mondo. Essa non solamente stette cheta e si tacque; ma fece assai piúed assai peggio. Si presentò lesta lesta al Bonaparte e gli disse: "Tu cerchi un'insegna per la tua bandiera ed un'iscrizione pe' tuoi decreti: eccomi quanatafatta per te. Grida sempre: Dio e Popoloe fa quel che vuoi: tu avrai sempre ragione". Oh! Mazzini è tornato in mal punto a celebrare la sua formola. Doveva almeno purgarla dal fangodi cui l'ha contaminata Bonaparte! e assolverla dall'infamiaonde l'hanno coperta i bonapartisti!..."

Ho cominciato a trascrivere questa splendida confutazione della formula mazzinianacol proposito di sceverarla de' periodi meno interessanti; mafatta eccezione di alcune parolenel principio ed alla finele une che servono di legame con quello di cui precedentemente ragiona l'A. e le altre che riguardano lui personalmentenon ho trovato nulla che ridondiche non interessiche non piacciaperciò interamente e fedelmente l'ho trascritta. Aggiungo ora le mie osservazioni.
Le condizioni alle quali debba soddisfare una formola politicaattenendoci alle opinioni medesime del Mazzini e del Franchisono che: deve esprimere la verità d'un principiola legge d'un fatto; un principio chebase del patto socialedetermini i rapporti de' cittadini fra loro e con la societàed accenni eziandio la legge che darà norma al progresso futuro. E tutto ciòleggendo la formoladeve presentarsi chiaroimmediatoconcreto alla mente d'ognunosenza aver bisogno d'interpreti o di commenti.
A me pare che la formola francese non soddisfi a queste condizioni. Il suo merito altro non è che non contraddirle. Libertà non può esistere senza eguaglianza; quindi una di queste due parole ridonda; se tutti sono eguali non potranno essere che liberiné potranno dirsi liberi i cittadini fra cui non siavi eguaglianza; e la fratellanza poicome che accenni il fine a cui tende la nazioneil patto che lega i cittadini è un'ipocrisia perché non esiste in natura; e se i cittadini vivranno come fratelli perché tali li rendono gl'interessi tutti cospiranti al bene pubbliconon perciò saranno tali; inoltre da questa parola viene l'odore del cristianesmo a mille miglia.
Non comprendo come sia sfuggita alla mente di tutti la formola semplicissima e chiarissimagià titolo d'un savio giornaletto che pubblicavasi in Genova: LIBERTÀ ED ASSOCIAZIONE.
Questa formolaevidente per se medesimanon ha bisogno né d'interpretiné di commenti; essa è un principioed è quello appunto su cui deve basarsi il patto sociale: la libertà esprime il diritto d'ogni Italianol'associazione la sola legge a cui si sottopongonoil solo patto che li uniscel'unico rapporto sociale; e sotto questa unica leggeeziandiodeve svilupparsi l'indefinito progresso sociale.
Come Ausonio Franchidico che per noi deve essere "nostrale ogni veritàstraniero ogni errore": ma in parità di circostanze preferisco ciò ch'è italiano a ciò ch'è straniero. E quando ad una formola adottata da un'altra nazione io trovo da sostituirne altra uguale o migliorenon dubito un istanteperché l'imitazione mai è scompagnata da qualche cosa di servile. Sono umanitarioma innanzitutto italianoe come in una nazione non può costituirsi il nuovo patto fra i cittadinise ognuno di essi non acquisti piena ed intera la sua individualitàcosí non vi sarà fratellanzao meglio associazione di popolise prima ogni popolo non ottenga la sua completa autonomia; e come è impossibile sorgere a libertà prima che ognuno senta ed operi liberamentedel pari il primo passo che dobbiamo fare noi Italianionde avviarci alla soluzione del problema umanitarioè quello di sentirci e di costituirci esclusivamente italiani. Come dalla libera manifestazione del pensiero d'ognuno risulta il vasto concetto nazionale; cosí dalla libertà ed esistenza propria ed assoluta d'ogni nazione può risultarne il patto umanitario; chi ammette supremazia di nazioneastri e satellitinega la rivoluzione verso cui aspiriamo.
[Testamento politico]

Genova24 giugno 1857.

Nel momento d'avventurarmi in una intrapresa risicatavoglio manifestare al paese la mia opinione per combattere la critica del volgosempre disposto a far plauso ai vincitori e a maledire ai vinti.
I miei principî politici sono sufficientemente conosciuti; io credo al socialismoma ad un socialismo diverso dai sistemi francesitutti piú o meno fondati sull'idea monarchica e dispoticache prevale nella nazione: esso è l'avvenire inevitabile e prossimo dell'Italia e fors'anche dell'Europa intiera. Il socialismodi cui parlopuò definirsi in queste due parole: libertà e associazione. Questa opinione fu da me sviluppata in due volumiche ho compostofrutto di quasi sei anni di studiai quali per mancanza di tempo non ho potuto dedicare le ultime cure che richiedono lo stile e la dizione. Se qualcheduno fra [i] miei amici volesse surrogarmi e pubblicare questi due volumiio gliene sarei riconoscentissimo.
Io sono convinto che le strade di ferroi telegrafi elettricile macchinei miglioramenti dell'industriatutto ciò finalmente che sviluppa e facilita il commercioè da una legge fatale destinato ad impoverire le masse fino a che il riparto dei benefizi sia fatto dalla concorrenza. Tutti quei mezzi aumentano i prodottima li accumolano in un piccolo numero di manidal che deriva che il tanto vantato progresso termina per non esser altro che decadenza. Se tali pretesi miglioramenti si considerano come un progressoquesto sarà nel senso di aumentar la miseria del povero per spingerlo infallibilmente a una terribile rivoluzionela quale cambiando l'ordine sociale metterà a profitto di tutti ciò che ora riesce a profitto di alcuni.
Io sono convinto che l'Italia sarà grande per la libertà o sarà schiava: io sono convinto che i rimedî temperaticome il regime costituzionale del Piemonte e le migliorie progressive accordate alla Lombardiaben lungi dal far avanzare il risorgimento d'Italianon possono che ritardarlo. Per quanto mi riguardaio non farei il piú piccolo sacrifizio per cambiare un ministero o per ottenere una costituzioneneppure per scacciare gli Austriaci dalla Lombardia e riunire questa provincia al regno di Sardegna. Per mio avviso la dominazione della casa di Savoia e la dominazione della casa d'Austria sono precisamente la stessa cosa. Io credo pure che il regime costituzionale del Piemonte è piú nocivo all'Italia di quello che lo sia la tirannia di Ferdinando II. Io credo fermamente che se il Piemonte fosse stato governato nello stesso modo che lo furono gli altri Stati italianila rivoluzione d'Italia sarebbe a quest'ora compiuta.
Questa opinione pronunciatissima deriva in me dalla profonda mia convinzione di essere la propagazione dell'idea una chimera e l'istruzione popolare un'assurdità. Le idee nascono dai fatti e non questi da quelleed il popolo non sarà libero perché sarà istruttoma sarà ben tosto istrutto quando sarà libero. La sola cosache può fare un cittadino per essere utile al suo paeseè di attendere pazientemente il giornoin cui potrà cooperare ad una rivoluzione materiale: le cospirazionii complottii tentativi di insurrezione sonosecondo mela serie dei fatti per mezzo dei quali l'Italia s'incammina verso il suo scopol'unitàL'intervento della baionetta di Milano ha prodotto una propaganda molto piú efficace che mille volumi scritti dai dottrinariche sono la vera peste del nostro paese e del mondo intiero.
Vi sono delle persone che dicono: la rivoluzione dev'esser fatta dal paese. Ciò è incontestabile. Ma il paese è composto di individuie se attendessero tranquillamente il giorno della rivoluzione senza prepararla colla cospirazionela rivoluzione non scoppierebbe mai. Se al contrario tutti dicessero: la rivoluzione deve farsi dal paese e siccome io sono parte infinitesimale del paesecosí ho io pure la mia parte infinitesimale di dovere da adempieree l'adempissela rivoluzione sarebbe fatta immediatamente e riuscirebbe invincibile perché immensa. Si può non esser d'accordo sulla forma di una cospirazionesul luogo e sul tempo in cui una cospirazione debba compiersi: ma non essere d'accordo sul principio è un'assurditàun'ipocrisiaun modo di celare il piú basso egoismo.
Io stimo colui che approva la cospirazione ed egli stesso non cospira: ma non sento che disprezzo per coloroche non solo non voglion far niente ma che si compiacciono nel biasimare e nel maledire gli uomini d'azione. Secondo i miei principî avrei creduto di mancare ad un sacro dovere se vedendo la possibilità di tentare un colpo di mano su d'un punto bene scelto ed in circostanze favorevolinon avessi spiegato tutta la mia energia per eseguirlo e farlo riuscire a buon fine.
Io non ho la pretesacome molti oziosi me ne accusano per giustificare se stessidi essere il salvatore della patria. No: ma io sono convinto che nel mezzogiorno dell'Italia la rivoluzione morale esiste: che un impulso energico può spingere le popolazioni a tentare un movimento decisivo ed è perciò che i miei sforzi si sono diretti al compimento di una cospirazione che deve dare quello impulso. Se giungo sul luogo dello sbarcoche sarà Saprinel Principato citerioreio crederò aver ottenuto un grande successo personaledovessi pure lasciar la vita sul palco. Semplice individuoquantunque sia sostenuto da un numero assai grande di uomini generosiio non posso che ciò faree lo faccio. Il resto dipende dal paesee non da me. Io non ho che la mia vita da sacrificare per quello scopo ed in questo sacrifizio non esito punto.
Io sono persuasose l'impresa riesceotterrò gli applausi generali: se soccomboil pubblico mi biasimerà. Sarò detto pazzoambiziosoturbolentoe quelliche nulla mai facendo passano la loro vita nel criticare gli altriesamineranno minuziosamente il tentativometteranno a scoperto i miei errorimi accuseranno di non esser riuscito per mancanza di spiritodi cuore e di energia... Tutti questi detrattorilo sappiano beneio li considero non solo incapaci di fare ciò che si è da me tentatoma anche di concepirne l'idea. A quelli che diranno che l'impresa era d'impossibile riuscita io rispondo che se prima di combinare di tali imprese si dovesse ottenerne l'approvazione nel mondo bisognerebbe rinunziarvi. Il mondo non approva in prevenzione che i disegni volgari. Fu detto un pazzo colui che fece in America l'esperimento del primo battello a vaporee si è piú tardi dimostrata l'impossibilità di traversare l'Atlantico con tali battelli. Era un pazzo il nostro Colombo prima di aver scoperto l'Americae l'uomo volgare avrebbe trattato di pazzi e d'imbecilli Annibale e Napoleone se avessero avuto a soccombere quello alla Trebbiaquesto a Marengo. Io non pretendo paragonare la mia impresa con quelle di questi grandi uomini. Essa per altro loro rassomiglia in una parte: perché sarà l'oggetto dell'universale disapprovazione se falliscoe dell'ammirazione di tutti se riesco. Se Napoleone prima di abbandonare l'isola d'Elba per sbarcare a Fréjus con cinquanta granatieri avesse domandato dei consigliil suo progetto sarebbe stato biasimato all'unanimità. Napoleone aveva ciò ch'io non hoil prestigio del suo nomema io unisco alla mia bandiera tutte le affezioni e tutte le speranze della rivoluzione italiana. Combatteranno con me tutti i dolori e tutte le miserie d'Italia.
Io piú non aggiungo che una parola: se non riesco disprezzo profondamente l'uomo ignobile e volgare che mi condannerà: se riesco apprezzerò assai poco i suoi applausi. Ogni mia ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell'animo di questi cari e generosi amiciche mi hanno recato il loro concorso ed hanno diviso i battiti del mio cuore e le mie speranze: che se il nostro sacrifizio non apporta alcun bene all'Italiasarà almeno una gloria per essa l'aver prodotto dei figli che vollero immolarsi al suo avvenire.

Sottoscritto
CARLO PISACANE



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