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Giovanni Faldella

 

Le «Figurine»

 

 

CARLUCCIO

 

 

Ad Antonio Galateopoetaoratore ed avvocatoil piú lirico fra i mieiamicicosí lirico da imparare questa bagattellaa memoria e farla conoscere- prima che fossepubblicata- al suo pubblico gentile.

 

Carlucciobúttero di un paesello in riva alla Sesiaconduceva tutti i giorni mezza serqua di giovenche e un paio di capre alpascolo; equando passava davanti la casa del pievanosoleva aggrapparsi alleinferriate di una finestra al piano terreno a fine di vedere le scansie alte epolverose della libreria parrocchiale.

Allorché poi sedeva coccoloni nel prato colle gambeincrociate intento a stracciare la tiglia da alcuni fusti di canapa e poi aintrecciarla per farne un frustino villereccio che sapeva schioccare benissimoritornando nel villaggio- egli spesso almanaccava intorno a quei libri cheegli non sarebbe stato buono mai a leggeree il poverino si beccava il cervelloe tutto si ammattiva per la bramosia di conoscere che diavolo potesserocontenere. Era il pomeriggio di un giovedí di giugno. Come due pezze di telastendevansi per le vie del paese i due ordini della processione del CorpusDomini. Passavano gli stendardipassavano le croci. Sfilavano con la testaritta i Confratelli o battuti di S. Bonaventura imbacuccati in un saio biancosfilavano le vecchie catarrose della Compagnia della Misericordia impappaficatenei loro sacchi di tela bigiacome le dipinse Federico Pastoris nel suoverissimo quadro: Incamminiamoci.

Il sole profondava la sua luce quel giorno calda fino allaindiscrezionegialla come lo zafferano e sinistra come il soffiare dellacivetta. Non sentivasi l'aliare di un moscerino. Zittivano persino quegli urlonidi ramarri soliti a governare le processioni collo sfiondare delle lorobestemmie e con il picchiare dei loro randelli pastorali. Regnava una calmaun'afaun silenzio che faceva presentire qualche cosa di molto brutto.

Comparvero le donzellette del villaggio nei loro veliazzurri. Era la ridente Compagnia di Sant'Orsola. Carluccio che badava allaprocessione ritto davanti alla bottega di una fruttivendolafattosi di foco epoi di ghiaccioandò subito a cercare con gli occhi la sua Maiottaunamadonnina di campagnaunica cosa in questo mondo valevole a tener suquell'anima eletta imprigionata nella rozza veste di un campagnuolo. La suaganza passò con gli occhi bassi e con un libriccino in mano; e a Carluccio sirimescolò il sangue nelle veneperché i raggi tristi di quel sole indoraronocupamente il volto della fanciullamentre Ettorel'educato sor Continoil donGiovanni del villaggiole susurrava ai fianchi due parolacce da ciacco.Carluccio sentí gorgogliare nella strozza alcuni accenti di sdegnoma listrimizzí dentro; perché egli era umiliato davanti a quell'azzimatobellimbustoegli nella sua giacchettina di fustagno tagliata dal sagrestanoegli che non sapeva seder a tavola con garboche si sarebbe ficcata laforchetta negli occhise non avesse dovuto adoperarla con la mano sinistrachecompitava appena il primo libro di letturaquando lo zerbinottose ci simettevain tre mesi avrebbe letto magari da capo a fondo un romanzo grosso egrasso di Paolo Kock.

Di lí a qualche oramentre suonava l'avemmariasi sparseper il paese una notizia che mozzava il fiato in bocca a tutti. C'è ilcolèra... Lo scarno fantasmache spadroneggiò nel cinquantaquattro e portòvia il padre e la madre di Carluccioora s'è visto di nuovo... Guizzò nelvillaggio sulla coda degli ultimi raggi del sole... trovò una porticinalasciata socchiusa... e vi scivolò dentro... lui... il colèra... salí in duesalti una scaletta di legnofece due passi sopra un pavimento di assicelle chescricchiolarono; in un subito fu vicino ad un letticciuolo bianco e turchinoposato sopra due cavalletti: - là dormicchiava un sonno affannoso Maiottalabionda villanella e agitava le braccia e aveva le tempie madide di sudore... Laguatò il tristazzuolo e poi le schioccò due baci di fuoco sulla boccaduelunghi baci che vi rimasero stampati.

Il giorno dopo Maiotta era mortaed un telegramma delSindaco partecipava al Prefetto il primo caso di colèra.

CarluccioCarluccionon hai piú né padrené madrenonsai leggere nei libracci del Prioreporti la giacchettina tagliatagrottescamente dalle forbici del sagrestanohai perso Maiottaquella sola chenon ti lasciava arrossire dei tuoi panni e della tua ignoranza... Non ti restapiú nulla... Sei uno di piú sulla terra... Vienipovero Carluccio!... Mettitia cavalcione del ponte della Sesia... Senti dolce brezza e fragranza che timanda l'acqua a rinfrescarti la fronte e a profumarti i capegli... Sola tuaamica è quest'acqua... Su! Spicca un saltoCarluccio: e da' un tuffo in quelleonde... Proverai per aria il capogiroproverai anche tu una volta l'ebbrezzache si procaccia ogni sera il Continoubbriacandosi nel vino di Marsala.

Passò di là il Dottoreche tornava da un casolaredoveaveva visitato una donna e due fanciulli ammalati di colèra. Aveva in testa uncappello di paglia di larga tesateneva sulle spalle all'abbandonata un vecchioombrello biancola cravatta snodatasbottonata la camicia. Il poveretto ansavae trafelava dalla stanchezza e dal caldoperché si era alzato alle quattro delmattinoaveva corso tutto il dí peggio di un barberoed ora gli parevamill'anni di poter rifiatare e levarsi la sete. Come egli fu dall'altra partedel pontecalò alla riva del fiumeeriempita d'acqua torbida una suanavicella di cuoiovi poppò dentro lungamentecome volesse suggervi un secolodi vita. A quello spettacolo Carluccio...gli si gonfiarono gli occhi e piansedirottamente. Egli poltrone farabutto voleva annegare là dentro i suoi sedicianni ed il dottore vi attingeva lena per la sua vecchia carcassa che poistrapazzava senza riguardo a benefizio del prossimo.

Carluccio si ritrasse con orrore dal cornicione di quel pontee si ritrasse altro giovane da quello che egli era prima. Come fanno pro' certelezioni di morale date con un atto e con un esempio!

Finché infuriò il colèra nel villaggioegli fu colàl'anima della pietà cristianatuttodí nell'assistere gli inferminell'accompagnare il viatico ai moribondinel vegghiare i mortinelloimbiancare le case e nello abbruciare i pagliaricci dei colerosi. Poidileguatoil malorenessuno piú lo vide nel paesefino alla festa patronale due annidopo.

E non si minchiona! Come vi si fece vedere! Aveva unagiacchettina di velluto che gli pareva colata addossouna cravattina rossachebisognava osservarla per forzail suo bravo solino alla Shakespeare colle suebrave punte triangolari che gli coprivano mezzo il panciottoun bel cappello divelluto nero alla foggia del deputato Lobbia con una lunghissima penna distruzzo da disgradarne quella di Ernani.

Ohnon restava piú mortificato davanti a quell'acciugaelegantissima del Continosempre dagli occhi spenti e dalle guance pallide earide come l'éscaegliCarluccioche raggiava gioia dagli occhi ed aveva lapelle di un bel rosso abbronzato. O come ciò? si domandavano l'un l'altro iterrazzanisbarrando gli occhi come se vedessero qualche nuovo uccello. Nacqueche Carluccio fu a Torinodove dapprima trascinó una vitaccia di stentiessendo gaia per lui quando si buscava pochi centini con il portare dallo scaload una cameretta al quarto piano la valigia di uno studente di ritorno dallevacanze. Poi a furia di supplicare e di sberrettarsi riuscí a rannicchiarsipresso un tornio nell'officina dell'arsenalee come di giorno era l'ultimo adabbandonare i lavori meccanicila sera era il primo a pigliar posto nellescuole tecniche di piazza San Carlo. Divenuto valente nel disegnocominciò aguadagnare dueposcia treposcia cinque lire al giornofino a che divenutovalentissimo piantò il governo e il suo arsenale e si allogò a Lione inqualità di direttore di un grosso opifizio collo stipendio di quattrocentolirette al mese. Ecco la ragione di quel colletto alla Shakespeare e di quelcappello alla Lobbiaintorno a cui girava peròchi bene avesse osservatounafettuccia di garza bruna per ricordo del duolo di Maiotta. Ohquanta pena adimenticare il cuore ben fatto di un popolano!

Nella primavera del milleottocentosessantanoveCarluccio ètornato un'altra volta in paesenon più Carluccioma sor Carlo; tutto vestitonobilmente di neroil cappello a cilindrointorno a cui si avrebbe cercatoindarno la trina funereae tenendo a braccetto una signorinache spiravagaiezza dal voltodal portamento e persino dagli abiti fatti tutti di nuovo edi una bella seta verde. È facile indovinare chi fosse: era la figliuola delricco fabbricante di Lioneche aveva detto di sí a Carlucciocioè a sorCarlo.

Una di quelle sere i due sposi andavano a spasso sullastradicciuolache mette al ponte sulla Sesia; dovevano proprio avere la pacenel cuoreperché ogni tanto si correvano dietro ruzzando con la spensieratezzafanciullesca della luna di miele; essa poi ogni due parole che bisbigliava mezzoitaliane e mezzo francesi faceva uno stiantino di riso che era una carezza avederla; per cui senza accorgersene si trovarono in riva al fiume. Allora a untratto sor Carlo venne scuro scuro in volto; poiserio seriodiramò da uncespo alcune vergelle di ontanole ripulíle raddrizzòne aguzzò la puntae ne spaccò la testa con un coltello da tascaficcando dei tritoli di cartafra le labbra degli spacchi; indi piantatele qua e là in terra a giustadistanza si pose a squadrarle come fa il livellatore con le sue biffe e con isuoi paletti. Dopo estrasse di saccoccia il suo taccuino e si mise a farvialcuni ghirigoriche parevano cifre e parevano disegni.

La sposina gli fissava in volto i suoi occhioni azzuriquasiper leggervi senza disturbarlo ciò che non poteva capire.

«To' Emma» disse finalmente Carlo «magnifica cascatad'acqua che si può combinare! C'è da trarvi una forza di trenta cavalli.Andiamo a casa.»

La sera stessa mandò una lunghissima lettera al suo suoceroe principale a Lionee nella state dell'anno medesimo in gran numero erano giàaffaccendati a tirar su presso al ponte della Sesia un grandioso casamentodovesi allestí una fabbrica di aratri e di pigiatoi meccaniciche diede lavoro epane a centinaia di artigiani del paese.

Il giorno in cui s'inaugurò la medesimavenne imbandito ungrosso banchetto nello stanzone piú ampio del nuovo palazzoproprio là difaccia al torrente.

In capo di tavola fu collocato il Dottoreil qualequandocomparvero le fruttasfoderò quattro brindisi vigorosi al Real Pretore delMandamentoai fondatori dello stabilimento e al generale Garibaldi. Dopolui sor Carlo sciorinò una diceria breve e succosain cui toccò della poveraMaiotta e poi discorse delle acque della Sesiale qualisenza del Dottoresarebbero state per lui le acque della morte ed invece diventarono per molti leacque della vita.

 

LORD SPLEEN

 

 

All'amicone Luigi Egidio Nicettidilettante valente che non spero emeritodiletteraturadi avvocatura e di pollicoltura.

 

Lord Spleen ha le paturnie: con un mezzo milione di renditaegli ha assaggiato tutto quello che l'arte cucinaria della nuova civiltà puòammannire di piú vario e di piú squisito al palato di un ghiottonedaicrostini tedeschi alle lasagne lombardedalle lingue di pappagallo alle crestedi gallettodal sugo di anguilla alla salsa di pomi d'oro e alla cervellata dicanarini; tanto che avrebbe potuto dire di lui un cinquecentista: «gli fannoafa i fichi fiori.»

Quanto a' vini egli ha tracannato del bordeaux e dellosciampagna a isonnee si è persino bruciata la lingua centellando i piúindiavolati liquori della Russia. Ha sentito trillare la Patti con il suo agilevocino da sopranoe le ha voluto donare un braccialetto tempestato di diamanti;si è riempite le orecchie del vocione di Alessandro Botteroche rimbomba comeun cannone in chiave di basso e lo ha regalato di una tabacchiera d'argento. -Di viaggi ne ha fatto un subbisso; andò a risico di morire assiderato inGroenlandiasi allettò per un colpo di sole alla testa nel Brasilee dimoròdue mesi a Maderadove il clima è sí dolceche vi possono tentare unaguarigione anche i tisici di terzo grado. - Bello per ciò che fa la piazzaegli conobbe le donne piú avvenenti di questo mondola bruna creola dallelabbra roventi e rovesciatela tedesca dalle spalle d'alabastro e dalle treccedi capecchiola severa circassa dalla persona ritta sopra di sé come unacolonnal'italiana languida come la nostra razza sfatta e procace nella sualanguidezza.

Scusatese l'ho detta grossa.

Che resta ancora a godere e a provare in questo mondo a lordSpleen? Puà! Ammazzarsi per ammazzarsi.

Tutto vistoconsideratovagliatoventilato e burattatoegli accetta il partito. Da quell'eteroclito che egli èscrive una lettera dicongedo alla sua ultima amanza spolverando le parole con rena di gemmetrituratee lascia per testamento le sue sostanze ai primi dieci che siuccideranno fra due mesi dalla morte del testatorepoi se ne vienedifilato in Italia nella terra classica degli stiletti e dei veleni.

Calatoci giú come un baule dal Moncenisioancora con ilsistema Fellappena si trova a Torinoegli è già dal capo-stazione aordinare una carrozza a salone per andare a Venezia. Infatti la mattina seguentea fine di arrivare piú presto a Veneziaegli monta sopra uno di queiconvogli-tartarugache si fermano ad ogni osso di formica ossia ad ognivillaggio. Ma non importa; egli ha pagato il suo bigliettoed ha diritto digodere a dilungo dei soffici canapè della sua elegante vettura tutta specchi einvetriatesui quali canapè si sdraia e si addormenta in un leggiero pisolinomormorando a quando a quando fra i denti: «Presto ammazzatomigrande bellaemozione!..»

«San Bartolomeo! San Bartolomeo!» sbraita la voce delguardaconvoglio: «San Bartolomeo!» o il nome di qualche altro santo chefinisce in eo.

Lord Spleen si svegliasi frega gli occhi... e discende a S.Bartolomeosenza neppure incomodarsi a chiedere quante centinaia di chilometrisia distante da Venezia. Infilata la via maestrache era l'unica del paesellosi ferma alla prima insegna di osteriache era quella del Pellicanosi fa dareuna cameretta presso al solaioe vi si accampa tirando fuori dalla valigia unastuccio di pistoleciascuna delle quali litigava all'altra la maggiorlucentezza del calcio. Le ripassa attentamente tutte arricciando il nasoquandovi trova qualche teccafinalmente ne sceglie due dicendo: «Ohqueste dareemozionissima!» Quindi se ne punta una nel buco dell'orecchio destroe l'altranel buco dell'orecchio sinistroripiegando le mani in modo che parevano duemanichi di un vaso etrusco.

Signorine! Turatevi anche voi le orecchieperché a momentisentirete lo scoppio di un terribile poun!… Lord Spleen ha già messo le suedita sui grilletti... già... Che è? Che non è? Si sente da basso un pissipissi che diventa un patassio e poi addirittura un diavoleto. L'inglese scomponela figura di vaso etruscoposa le pistole sopra il tavolo e discende le scalelemme lemme borbottando a fior di labbra: «Pazienza! Mi ammazzerò fra unquarto d'ora!» Il fracasso lo faceva l'osteil quale urlando e nabissandocarminava con un poderoso randello la Bettala sua povera figliuolaunaragazza assai appetitosasebbene fosse tozzottaavesse i capelli rossilafaccia seminata a lenticchie e le mani che puzzavano di lavatura di piatti.

Lord Spleen si fece a domandare gravemente il perché diquell'armeggio. E il babbo a rispondere che la sua Betta era una mattacialtronaperché - figurarsi! - non voleva saperne di sposare il maestro delvillaggiouna coppa d'orouna vera anima di messer Domeneddio... che avevaparecchie staia di terreno al sole. E la Betta a soggiungere che se ne forbissela boccaperchè quel maestro era un brutto arneseun vecchio tambellone chefiutava tabaccodove essa era intabaccata di un magnanoil qualeegli èveroportava le mani e il viso neri come la cappa del camino ed era povero comeGiobbema aveva un paio d'occhi furbi e due labbra di cinabro da far venire letentazioni a Sant'Orsola e alle sue undicimila vergini. «Miss Bettyquantoavere of patrimonio vostro maestro?» domandò lord Spleenil quale aveva giàrimandato a domani la emozionissima delle pistolettate. «Figurarsi»salta su a dire il padre di Betta«passeranno le ottocento lire...»«Miseriamolta miseria! Pazienzafossero sterline! Ebbenejo will farevostro magnano donescione duemile lire non sterline. Voi siete contentomissBetty?» A quella sparata miss Betty gli salta al collol'oste si levarispettosamente il berrettoe il magnano sbuca ancor esso dalla bodola dellacantinadove era andato ad appiattarsi al sopravvenire del crudo padre.Vorrebbe stringere i ginocchi al munifico inglesebaciar Betta e chieder scusaall'oste tutto in una volta: e finisce per trottare a casa arzillo e gaiocomefosse diventato padrone di tutte le bicornie dell'universo.

Sparsosi il rumore del nuovo caso nel paesesi accozzanoinsieme due violiniun clarinetto e un contrabbassoe vanno popolarmente afare un'ovazione musicale all'Ingleseal quale si gonfia il cuore e scappa persempre la voglia di ammazzarsi. Il cattivello si accorse che a questo mondoquando taluno ha mangiatoha bevutoha viaggiato e ha donneatogli restaancora una cosa a farela piú dolce di tutte cioè fare una buonaazionecome era stata la sua di levare dal purgatorio dell'amore e trasportarenel paradiso del matrimonio le due anime del magnano e della giovane ostessa.Oramaiassaggiato il fruttoci ha pigliato gusto. Quella seraa disfogare lapiena della sua contentezzanon trovava altro modo piú eloquente che farestapparemescere e ristappare bottiglie di barbera e di grignolino. In seguitoannaspò qualche cosa di meglio. Fissata la sua stanza nel paese e compratovi unmagnifico poderevi fondò una scuola pratica di agricolturauna cassa dirisparmioin cui i gruzzoli del sudore facessero i piccoliuna banca delpopolo che prestasse il denaro a lieve usura per salvare la povera gente dalleunghie degli strozziniuna biblioteca popolare circolanteuna societàoperaiaun magazzino cooperativocome lo chiamanoper evitare la carezzadelle grasceun'arena ginnastica e un coro d'orfeonisti; insomma delle sommediventò la benedizione dei terrazzani di San Bartolomeo. L'astuccio dellepistole non uscí piú dalla valigia dove l'aveva riposto frettolosamente alprimo strofinio dei violini della serenata.

 

DIES

 

 

A Giovanni Cameranapoeta idemsorgente di questi bozzetti.

 

A) Ortus.

 

Sul mio terrazzo spira un freddo acutoche sa di aceto.

E il sole spinge le sue gambe di ragno per aggrapparel'orizzonte.

Ohpotessi imprigionarne un raggio su questo foglio dicarta!

Sento scricchiolare e cigolare un carromusica soaveannunziotintinnabulofidanzache il mondo non è morto gelato nel sonnodella nottema si è sveglioe che l'oggi sarà ancora vivo come lo ieri.Siede regina su quel carro Martauna sottile villanellacon una verga in manoquale scettrocon cui aizza due manzi addormentati. Ha gli occhi cisposilechiome incatricchiate: la sua sbiadita vesticciuolauna volta a quadrettibianchi e rossisi aggriccia alla brezza mattutinae pare voglia accostarsialle carni di lei per riscalducciarsi.

Le ricche sorelle della campagnuolasorelle nei sedici anniavvoltolano ancora per gli scomposti lenzuoli la loro formaresa diafanadall'ora mattutinae boccheggiano sul capezzale i grilli d'uno scialle o d'unganzo.

Si apre il balcone verde della casetta vicinache sembrasbadigli per esso le nebbie notturne.

Di linci penzola un pajo di brache.

Avviso cui tocca che il marito è già andato alla caccia!

Si apre la finestra di un'altra casetta senza gelosie; e daquestaecco una fanciulla mattiniera che scuote con forza ed allegria la suasottana bianca.

Essa merita che la mamma le faccia friggere gli sgonfiotti ostiacciare i brigidini a merenda.

 

 

B) Meridies.

 

Nell'aja non si vedono né si odono le galline rincantucciatesotto una stia sdruscitadove aprono il becco di tanto in tanto ad esalare ilcaldo delle interioramentre il gallo baciucchia le piume del loro colloammazzandovi i polliniàcari esapodi.

I piccioni sono appollaiati sulla colombaia taciturniimmobiliinteriti sopra una sola gamba. Quali hanno la testa ingrognata erincagnata nel pettoe quali appaiono addirittura in vista mozzi del capo senzala fettuccia sanguigna del loro boia ossia del cuoco.

Solo uno di essipiú baldanzosoil protagonista di quelmuto spettacolosi spruzza in una concascotendo le ali e spingendovi a piúriprese la testa e il collo di un cangiante iridato con l'arditezza timida esubitanea dell'uomoche smoccola per la prima volta una candela accesa.

Altalenano sul muricciuolo le vette dei coreggiatichetrebbiano il grano nel cortile dappresso; e se ne ode la cadenza del picchiomonotonapesantematematicafatalecome quella con cui si muove l'asta delpendolo.

Che dicono i capegli impeciati dei battitori ai loro craniroventi?

Che dicono le camicie ruvide delle battitricibusti di gessodalle pieghe lunghe e larghenidiate di polveredi pagliuzze e di festucheoche dicono ai loro seni d'arancio bolliti a bagnomaria?

 

* * *

 

Nella fioca campagna dorme bocconimorsellando l'erbauncacciatoreche si era slungato all'ombra d'un gelso. Ma la terra girando lotrasportò corbello a farsi essiccare alla stufa del Sollione.

Una biscia nera e lucente come piombo tagliato o sfregacciatovalica lo schioppoche lo guarda d'accostoo si sdruscia nel suo carniere amanicargli il pane e il cacio della merenda.

 

 

C) Occasus.

 

A destra un canale d'acqua grigia tra il colore del caffè elatte e quello delle tortore domestiche: a sinistra un declivio di rovichearieggia il torronesotto cui una riga metallicala Stura: in mezzo tra unafitta di populi striscia una bianca callaietta.

Da principio il fogliame degli alberi appiccicato al cielod'occidente somiglia un ricamo di lana verde sopra un fondo di seta gialla: poisi rinfocola quel giallo tantoche diresti un grande incendio strida al di là:si restringe in fine e vieppiú arrossa raffigurando un peperone grossissimo diquelli che tagliano la lingua posato sulla cresta frastagliata delle Alpi.

A dritta un azzurrognolo e un verdognolo orizzontedi quelliche piacevano a Dantesereno come un canto del Purgatorio: a manca ilpeperone delle Alpi specchiandosi nella Stura diventa un tizzo ardenteche fafriggere e sugge le acque.

Fra i nocchi bassi di due abetiche sembrano teste immani diCesari conficcate là dal tempo a que' tronchivedo la Gegiauna chioma nerasopra un corsaletto porporino.

Disdegno essere satiroo fauno.

Solo cerco attortigliare la vita alla Gegia col mio bracciodestroe le mordo con il mento la spalla mancina. Cosímentre bruciano legote ad ambidueio bevo con gli occhi tutta la scenae prego in silenzio ilSignore del Cielo e della Terrache annulli il mondo restantee me inchiodilí statua di carne sempiterna.

Le Gegia si svincola borbottando: «Che asino!»

Io ritorno a casa ubbriaco di quel tramonto.

Ciò incontrerà eziandio a Cencio il vaccaro e ad Anna Mariache conduce le oche all'erba. Ma essi si sposeranno nel carnevale prossimo.

 

 

D) Nox.

 

Benedette due candide liste di tela sopra un materasso!

Nel dormitorio del collegio a spesse e tiepide arcate come ilventre di un millepiedisi raggomitola sotto le coltri lo scolaretto e sciogliein una polla di pianto i castighi dei superiori e le cilecche dei compagni

Che può dire i desiderî smodatile truci vendetteiperdoni di Cherubino e le potenze infiniteche sprimacciano un letticciuolo daseminarista?

Il gobbo e lo sbilenco vi abbracciano con volontà terribileed orrida voluttà la bellezza fiammea d'una sultana.

Tale che di giorno avvalla le cigliasi inerpica di nottecon l'anima su guglie altissime.

 

* * *

Ohche belle tappezzerie scintillano agli occhi chiusi!

 

* * *

 

Le vie del paesello sono inzeppate di un buio così denso chelo taglieresti a fette.

Havvi un resticciuolo di chiarore sul piazzalee ad unacolonna dell'albo pretorio sta affissa l'ombra di un uomo.

È l'impresario della illuminazione notturnail qualeaspetta che il nipote del parroco sia uscito dall'osteria per ismorzare l'ultimolampione.

 

GALLINE BIANCHE E GALLINE NERE

 

 

Al prof. Giuseppe Cesare Molineri.- Sono magre queste gallinee poco accomodate allatua amplitudine; ma le mando a teperché mifacesti l'onore di introdurle al mercato dandolecome tema di composizione italiana ai tuoiscolaretti di una volta.

 

«- Il vero galateo non istà mica nel sedere sull'orlo diuna scranna tenendo la persona impettita e formando degli angoli retti in mododa sembrare una sedia sovrapposta a un'altra sedia: non istà nel torcersinelmusarenello scappellarsi e nel figurare una cartolina di visita ambulanteecc. No. Il vero galateo è puramente e semplicemente la moneta spicciola diquel biglietto da lire mille che è la Bontà. E siccome tutti gli uominipossono pretenderla a galantuominicosí trovo che è una vera birboneria ilchiamare villani gli screanzati. -»

In questa sentenza è solito a tuonare nella retrobottegadello speziale il cavaliere Cristoforo Verbenaprofessore di ginnasiogiubilatoil piú grande inzuppatore che si conosca nel villaggio di Paperagliacome quegli che non potendo piú insegnare umanità agli scolaretti si sfogaspietatamente a dar lezioni ogni giorno alla servaallo spaccalegnaal medicoal curatoinsomma a tutti i cattivelli che cascano sotto la sua eloquenza.

Egli ha riempito un intero canterano di scartafacciscombiccherati da lui e che contengono diverse opere eruditissime eprofondissimefra cui I Paradossi Perpetui una MaccheroneaClassica e poi un lavoro importantissimo sul Latino di Sacristia.Intorno a questi zibaldoni da qualche tempo i topi hanno posto un assedioregolare per giunger a leggerlie non ci sono ancora riuscitiperché ilprofessore li sbaraglia periodicamente sprangando quattro calci al giorno controil cassettone.

Il Professore non ha fatto stampare mai un rigo di suo perquel miscuglio di orgoglio e di viltà che ingombra l'animo di coloroi qualinon hanno peranco rotto il ghiaccio con il pubblico. E sí che gli batte ilcuore ben fortequando vede comparire il suo nome a caratteri di Guttembergsulla fascia di una gazzetta o nella lista dei giurati. Egli ha fiducia che lostamperanno e lo loderanno i posteri. Pover a lui! I posteri sotto leforme di nipoti o di cancellieri di pretura nel compilare l'inventario diuna eredità abbruciano le scritture letterarie o filosofiche come carte di niunvalore e conservano soltanto gli istrumenti notarili e i contratti dilocazione debitamente bollati e registrati.

Tornando all'aforisma del professore Cristoforo Verbenaeccoil fatterellocon cui egli lo ha chiosato e autenticato nel suo libro deiParadossi perpetuiche mi lasciò scartabellare.

 

* * *

 

In una borgata delle Langhedove andò a marito una dellemolte serve del Professorec'è una viache il Sindaco conte Simonellaintitolò a se stessosicuro di immortalarsi facendosi scarabocchiare in nerodi fumo sui canti; ed in questa via ci sono due case vicine senza intercapediniepperciò formano una casa soladetta la Casa Lungala quale presenta ilfianco alla strada e volta la faccia e l'aja al sole di mezzogiorno.

Nella Casa Lunga vivono due famiglie di contadini benestanticosidetti particolari nei villaggi piemontesiincapaci di far del malead una mosca o di frodare un soldo a chicchessiafoss'anche esattore.Eppure fra queste due famiglie crepitava un'izza secolareche non si potevaammutolire né con merende nel pratoné con inviti a nozze o abattesimio al pranzo del maialeun'izza da guelfi e ghibellinida classici eromantici; e tutto ciò per questioni di gallinele quali non sono giàaffarucoli da due man di nòcciolima formano il piú bel capitale e la poesiapiú cara delle campagnuole massaje. Per loro sono addirittura crisiministeriali e trattazioni diplomatiche il porre la tacchina in covail levarela pipita ai gallettilo strapazzare la chioccia che non governa a dovere ipulcini e altrettali ciùffole. Figuratevi come dovevano tipizzarsi le femminedi quelle due caseche tenevano l'aja in comune e si trovavano ad avere il loroserenissimo pollame sempre confuso in un buglione. Fossero venuti gli zingari ofosse calato il nibbio a ghermire una capponessaniuna di loro volevasopportarne in pace il manco; ci era subito di sotto una maccatella dellavicinaonde si mandavano e si rimandavano delle parole e delle accuse atrociche levavano il pezzo: si rifiutavano persino il prestito del mortaioil pepe eil fuococome nelle scomuniche maggiori.

Si era tentato di spegnere quelle guerre contrassegnando ipolli con calze e trappole di coloritura diversa; ma i polli le bezzicavanolestracciavanole sparpagliavano e ritornava il caosse di prima.

Finalmentecome Dio volleil mestolo di una di quelle duecase capitò nelle mani di Menicache era una bellissima e bravissima nuorabionda. Fu dessa che scoperse l'Americacioè suggerì che l'una famigliaallevasse soltanto polli bianchi e l'altra tenesse solamente dei polli neri:così sparirebbe via ogni pericolo di garbugli gallinacei. Si mise in pratica lapensata della Menica ed in effetto comparve l'arcobaleno fra le due case.

La Menica era un Dio in terra ocome si dice adessouna specialitànello sperare le uova e conoscere se erano gallateequel che conta di piúaforzare le galline a farne eziandio d'inverno per amore di certo mangime caldodi cui essa sola aveva la ricetta. Portava una passione straordinaria al suopollame che era il nero e soprattutto ad una pollastrella battezzata la Nanaper antonomasia. Quando ministrava il becchime di vagliatura sull'uscio di casafaceva sempre che la Nana ne inghebbiasse di piú che le altrele quali tenevacrudelmente indietro con una frasca sbraitando rabbiosetta: Sciò! sciò!

Alla vigilia della festa del paese venne a casa in permessoil figliuolo del notaioche era un bell'ufficialetto dei Bersaglieri. Accaddeche egli inciampò la Menica per viae come porta l'usanzafu lesto arincantucciarla e a bisbigliarle un mare di galanterie e di dichiarazioniamorose. La Menica lo ascoltò quieta ed estaticacosicché il mal bersaglierecredeva fermamente di averla conquistataed invece essa aveva pensato in tuttoquel mezzo tempo a nient'altro che alla sua Nana; tanto era vero che di lí apoco scoteva di soprassalto dalla sua testa le fantasticheriepiantava in assol'ufficialettoe trottava difilata nella sua corte. Quivi buttò subito attornoi suoi occhioni da Lucia Mondella per scoprirvi la Nana... E la Nana non c'erapiú. La chiamòla cercò in casanell'ortonel pollajonella stallasulfeniledappertutto...

«Nana! Nana bella!... Nana d'oro...»

Frugò nei cestinibrancicò le pagliuzzei guardanidisollevò degli assi e dei mattonialle volte non vi fosse accovacciata sotto;scostò le cassecacciò le mani in certi buchi che non avrebbero capito unpipistrelloaltro che una gallina. Rimuginò persino dentro il saccone sperandodi trovarla fra le fogliacce. Dolorosa e pensativa tornava a ripetere un altrogiro per il cortile (era l'ottavo)quando passando davanti l'uscio della vicinaTonia scoperse due penne nere. Quelle penne furono per lei dapprima un sospettoe poscia una rivelazione.

«Toniaavreste per caso ammazzato una mia gallina?»

«Caspita! Menicanon volete ch'io sappia nemmancosdifferenziare le noci dalle gallozzole e il bianco dal nero?»

E Menicamortificatasi sentí calare nella gola l'usciolodella parlantina e scappò subito dentro casa.

«SaiGervasioche cosa mi è avvenuto di brutto?»

«È cascato il mondo?»

«No: m'hanno portato via la Nanaquella magnificapollastrona bassottache innamorava.»

«Uh!»

«E c'è ancora di peggio.»

«Di peggio?»

«C'è che ho trovate due penne nere proprio sulla facciadella porta alla Tonia.»

«Oh!»

«Ed ho avuto la bravuria di domandare alla Tonia se l'avevapigliata essa la mia Nana.»

«Uhm!»

«Adessopoveretta mela Tonia crederà che io le abbiadato una presa di ladra per le trecce. Ma non è mica cosíGervasio. Hoparlato solo perché avevo la bocca. Vero come ho il battesimo in testa. E tuse vuoihai un sacco di ragioni a sgridarmi: mi prendo troppa caldura perqueste brutte gallinacceche ora pagherei il diavolo se me le azzoppasse tutte.Ma io le voglio bene alla Tonia. Ohsíle voglio un bene dell'animae non laoffenderei già per tutto l'oro di questo mondo. Bravovai a dirglielo tuGervasioche io le voglio ancora bene alla Tonia.»

«Nolinguaccia! Ora che hai fatto il male fai tu lapenitenza. Mettiti le ruote; va' a levare di stia il piú grosso cappone che ciabbiamoquello là col ciuffoe portalo subito a regalare alla Toniamasubito.»

Dall'altra parte dell'ajacontroscena.

«SaiMaffeoche cosa è capitato alla Menica?»

«Non sapreiTonia...»

«Le manca la Nanaquella pollastra corta e larga a modo delnostro signor cappellanocon reverenza parlandoe senza paragoni.»

«Corbezzoli! Me ne rincresce di buono.»

«Quello che a me mi pena di piú e mi strimizzisce il cuoreè che abbia buscato due piume nere sull'uscio di casa nostra. E forse crederàche gliela abbiamo finita noi.»

«Ohno... Grande cosa due piume nere in questo mese che legalline si spollinano e mudano...»

«PeròsaiMaffeose tu non fossi una mignellaper mevorrei cavarle di testa fino all'ultimo respiro di dubbianza... Per me vorreise tu fossi contentoportare alla Menica in regalo quel bel capponecornuto...»

 

* * *

 

Di lí a due minuti in mezzo alla corte si affacciavano nasocontro naso Menica e Toniatenendo ciascuna sulle braccia e premendo al seno unbravo cappone di cui tastavano i barbigli smozzicati.

«Toniasiccome domani è festami piacerebbe che facestesentire ai vostri forestieri un cappone neroche dicono abbia la ciccia piúsaporita.»

«Menicaho pensato che per Sant'Onofrio dovreste mettere intavola un cappone biancochecome biancheggia la carnefa anche una figurapiú linda.»

 

* * *

 

Pin! pan! pun! Un doppietto di schioppettate da spaccare ilcervello pur con il loro rintronamento. E poi Galoppinoil cognatuccio diMenicasaltellante per l'ajastrascicando una pelliccia di velluto nerissimosanguinolenta:

«Menica! Menica! l'ho accoppata io la faina che tenevaancora in bocca il collo di Nana per salassarla.»

* * *

 

Signori e Signorinesopra il galateo di monsignor GiovanniDella Casa e di Melchiorre Gioia si può mettere il galateo di Menica e diToniache è il galateo dei villaniossia del buon cuoresecondo ilprofessore Cristoforo Verbena.

 

 

SULL'ORGANO

 

 

Al maestro Giuseppe Coggiolamiocompagno di infanzia e compaesano di elezioneautore di buoni sillabari e primi libri di letturaragionatore e fedele credente.

 

Era tornato nel villaggio Teodoro Mandibolabasso cantantespedatospallato e strappatoinsomma con tutti i participii passivi dei verbiche indicano miseria e sfinitezza. La stessa manoche avea tenuto la verga diMosè al teatro Apollo a Roma e a Buenos-Ayresaveva intimato ad Attila flagellumDei pigliasse l'ambulo dall'Italiaora girava e frullava il mestone nelpaiuoloacciocché la polenta restasse senza brugnoccoli. Fortunatamente duepersone pensarono a luie furono: persona primaTadeo Zuccatipriore deiBattuti di San Roccocoluichequando fa da ramarro nella processionegridasempre alle devote frascheggiose e sbrancate: «Avanticiuchenon vedete cheSant'Elisabetta è già a casa del Diavoloe voi siete ancora qui!» Personaseconda: Cristina delle Fragole detta la Madre della Madonna perchéusa vestire il fantoccio di Maria Vergine che si venera in chiesae si porta introno nelle letane.

Or beneil priore dei Battuti e la Madre della Madonnafecero una colletta spillando due lire al parrocodue lire al sindaco ed unalira e cinquanta centesimi al segretario comunalee con codeste cinque lire ecinquanta centesimi accomodarono Teodoro Mandibolaperché nei tre giorni dellafesta del paese cantasse il Qui tollis alla messa grande e il Tantumergo a vespro in chiesa. Il Qui tollis per sentitodirefece furoretanto che saltò a me nella fantasia di andare a udire il Tantumergo il quale non doveva riuscire da meno.

Sull'acciottolato della via cosparso di petali di rosedipapaveridi belliuomini e di foglie di insalatae a quando a quandorinfrescato da zampilli d'acqua improvvisati lí per lítremolavano dueallegri filari di lumicinied erano gli angioli della Compagnia di San Luigi epoi le angiole della Compagnia di Sant'Orsola. Io ero imbrancato con gli ereticidel paese: il medico veterinariomaterialista obbligatocome il fa diesisin tono di solil notaio che non va piú in chiesa dopo che il prevostosi dimenticò di invitarlo al famoso pranzo della Cresimae il vecchio spezialeRobespierre ateo e internazionale per giuntaforse per dispetto cheIddio ed i governi non siano droghe da pestare nel mortaio.

Robespierrenella sua qualità di capoccia dei paterininonvoleva trovarsi fra l'uscio e il muro o di fare una scappellata alle croci eagli stendardiciò che lo avrebbe disonoratoo di sentire il parrocoche èdi sangue rossoa grugnire: «Giú il cappello!» Onde ci fece ridurre in uncortileda cui osservammo sfilare la processionesenza essere osservati. Lívedemmo i Battuti di San Rocco procedere intronizzati con la testa che sirovesciava supina sulle spallecome quella del baco che si sveglia dalla quartadormitabuttando una gamba qua e un'altra là per degnazione a mezzi iccassiambulantie alzando le braccia al maximum del livello tragicomico. A quellospettacolo Robespierre torceva il grifo e faceva certe narici animaleschepoisi metteva a ragghiare per contraffare la cantata di quei poveri Battutiche sireputavano ponteficidicendo per soprassello cose de populo barbaro controle processioniche manomettevano per tal modo la libertà dei cittadiniimpacciandone il passaggio per le vie.

Io proposi asciutto asciutto si andasse a sentire il Tantumergo di Teodoro Mandibola. Si accettò il mio partitoed entrammo in chiesada una porticina laterale. Rari nantes in gurgite vastoche vuol dire:radi pesci rossi in una peschiera larga; si trovavano qua e là inginocchiatesulle panche alcune donnicciuoledi quelle che amano parlare con il Signore aquattr'occhi allorché non c'è piú udienza all'altare.

Le poverettequando videro comparire Robespierre con tuttoil collegio dei paterinisi fecero mentalmente il segno della croceed ebberopaura che sotto le nostre pedate si bucasse il pavimento e le sprofondasse connoi nello sprofondo dell'inferno. Noiscambio di fermarci sulla soglia dellachiesa o nella bussola d'entratacome usano i cosí detti protestanti delpaesemontammo addirittura sull'organo.

Cominciò a penetrare in chiesa la processione. Le giovinetteentravano con quel trionfale abbandono di testa e di bracciache non hannonemmeno le damequando rientrano nel loro camerino da letto dopo essersistancate in conquiste in una festa da ballo; spegnevano i ceriposavano lecrocigli stendardie con le croci e gli stendardi pareva deponessero i lorocantari taglienti. I Battuti ed i monelli travestiti da accoliti entrandorompevano le righee si slacciavano i camici e gli amittirassomigliando amagistrati o ad uscieri che deponessero la toga.

Davide l'organista fa tirare i manticiDavide che sa suonaresoltanto i vecchi organiin cui sono neri i tasti delle note naturali e bianchiquelli dei diesise che non è mai riuscito ad azzeccare un accordo sugliorgani nuoviin cui sono neri i tasti dei diesise bianchi quelli delle notenaturali. Teodoro Mandibola entra dall'uscioloche mette per un corridoio nellacasa parrocchiale: ha la capigliatura lisciaammollitaquasi direifrusta perle manteche; inforca un paio di occhiali sul suo naso di re smessoe intuona ilTantum ergo pensando allo stupendo salame di testa mangiato alla tavoladel parroco. La platea della chiesa era un solo bianco di pani di zuccaroformato dalle pezzuole delle contadinesu cui tremolava qualche spillod'argento; un po' che l'occhiaia dilatandosi avesse unito dentro la pupilla queipani acuminatili avresti detti una sola morbida neve distesa sui disugualisaliscendi dei solchi e dei terricci di un campo. Al fondo nel Sanctasanctorum triangoli e guglie di lumiarcobaleni minuscolima d'unabellezza superlativa partendosi dai finestroni di vetro colorato frastagliavanol'ariai cerile schiene indorate dei sacerdoti fino al pavimento. NessunConsiglio di generali o di ministrinessuna Corte di giustizia o di renessunaCameranessun Senatonessun Concilionessun coro d'operanessuna scena dell'Africanae della Semiramide tappezzata di magi o di inquisitoriagguagliano la solennità del vespro d'un paesello. Teodoro Mandibolache frale quinte dei teatri si è marcito il cuorecome i capellinon sente piúnulla di nulla; egli pensa al tacchino arrosto che il parroco voleva siscalcasse a tavola; ed una smorfiosa signora nabissò per farlo ritornare incucina! Pur manda fuori dall'ugola il fiato di un vocioneche fa fremere gliassiti dell'organoi vetri colorati e le relative falde di arcobaleno... E quelfiato di vocioneche parte da un'anima putridapenetra nelle orecchiette deicuori vergini delle fanciulle quale bufera salutareche spazza i vaporitorpidie solleva una vitauna burrasca.

Fra i pani di zuccherofra i saliscendi della neveconquelle curve e quelle ombre delle pezzuole bianche si agitano ora frettolosi oralenti i ventagli a seconda della musica di quel Tantum ergo da organino.

Siamo al genitori genitoque e Teodoro dice fra sé: iltacchino lo taglieremoe lo mangeremo domani; e a tale pensiero si allegrasisbriglia e si sublima la sua voce; e i ventagli brulicano fra quei bianchi comefarfalle appena uscite dai candidi bozzoli.

A quelle anime vergini che cosa non canta una voce fatturata?I minuzzoli di genio perduti fra i meandri di quei cervelli rusticali vengono afiore di testa; formicolano dentro il cuore soavi e delicati umori come nelgerme sotterratoche sente la vampa del sole dentro la scorza e anelasvilupparsi. Alla fanciullaalla nuora rincresce avere usato uno sgarboall'amicaavere disobbedito alla suocera o alla mamma; ma c'è la Madonnalabellala buona Madonnache perdona tuttila Madonnache ha fatto tornaresano e salvo il nonno dalle guerre di Napoleoneche ha salvato la casa dalfulmineche para dalla culla la fantasima bianca e guarirà il bambino dalvaiuolo nero.

Fra le semplici fanciulle v'è la ragazza ribelle ai puricostumi contadineschi; vi è l'anima dissoluta della cortigiana in zoccoli checoncesse abbracci serpentini ai ricchi del villaggio; e all'alto vociare delsignor Mandibola essa si insogna i tappeti morbidiper cui parvero fatti i suoipiedi e si arrabbia delle sue vestimenta disadattee vede a suo modo il carnameche ostentano le ballerine nude nei teatri e le contesse discinte nei ballietutta si conia dentro il suo cervello una vita elegantefalsa e bellacome èfalso e bello il Paradiso architettato dall'Alighieri.

Ma al calare della voce del Mandibola si risveglianoes'ingrossano nella cortigiana in percallo i rimorsi già scivolati nel cavodella sua anima dalla grattugia arabescata del confessionale. Allora essa piúnon osa volgersi attorno a guardare il viso delle compagnei ceri fiammanti edolenti del Sancta sanctorumi dorsi dei sacerdoti lucenti comelibellule.

Mandibola giunto all'ultimo versetto del Compar sitlaudatio dimentica le fette spesse di salameche ha diluviatoed iltacchino che non ha potuto manicaree rinviene nei fondacci della suaanimucciaccia un resticciuolo di artista. E canta con terribile potenza.

E la cortigiana sanculotta si rimpicciolisce vieppiú dentrosé stessae giura alla Madonna ed all'Angelo Custode di non spargere la ceneredel disonore sulla testa bianca della madre e sul petto grigio e irsuto delpadre.

Teodoro Mandibola ha finito di cantare e con il fazzoletto siforbisce la bocca. Tutte le teste si volgono ammirate verso lui quasi in tacitoconsenso ed applauso. Intanto si ode il mistico tintinnare del campanello cheannunzia la benedizione... Si ricurva il tempio nei devotinelle devotee parequasi si facciano proni i candelabrie i ceri e gli arcobaleni.

Davide l'organista annulla le trombei timpanitiene ipiedi immobilie fa guizzare soltanto le note del flauto e dell'ottavino cheora appaiono con allegri spruzzie ora scompaiono facendo civettasimili allepietruzze piatte schizzate da un destro monello che saltabecchino a fiored'acqua. Se potessi brancicare quelle pezzuole e scoperchiare tutte quelle testebionderossenere e castane! Che sentieri di luce in cervelli oscuri! Pare aciascuna di quelle ragazze che i suoi capelli bisunti e raggruppati barbaramentesi allarghino in ondeggiamenti pomposi e nuotino in un bagno di profumi. Pensanocose che dantescamente tacere è belloperché impossibili asignificarsi; si apparigliano ciascuna da sé con l'anima gemellaa cui hannogiurato di volere bene per tutta la vita; e poi cosí accompagnate si mettonodentro il sentiero di luceche ne riga il cervello. Non si sa per loro secammininovolinonavighino fino a che giungonodove mette foce il sentieroin un mare non di acquama di profondoodorosoluccicante... Là il Circolodelle esistenzeil Dio dell'Abisso e dell'Infinito interroga quegli oscurigenietti amabiliche cosa fanno sulla terra; ed essi a due a due guatandosigaietti rispondono: Siamo genii che viaggiamo incogniti.

Robespierreche avevo vicinoruppe il filo delle miefantasticherie dicendo con una smorfia ladra: Che tanfo di fagiuoli cotti nelforno!

Per Dio! Io credetti di urlare al mio onorevole vicino: Sietepure i capirotti della malora. Voi che intendete dare uno spintone alla terra ebeneficare il popoloe poi non siete capaci di intenerirvi alle sue gioie piúimmacolatee non capite tutta questa distesa di gente inchinata alla raggieradel Santissimo. Essi sono i contadini che credono nel Paradisoe siinginocchiano davanti al loro Signore Gesú Cristo. O che i contadini non sonopopolo? Essii poveri mangiatori di fagiuoli cotti nel fornone sono anzi laparte migliorepiú utile dei sapienti e degli eroi. Costituiscono la classicavillala grandel'immensa campagna che non ci fornisce solo il mosto ed ilcaprettoil pane ed il companaticocome scriveva allegrandosene AgnoloPandolfinima ci dà il poetal'artista ed il soldatoil genio e la virtúla camicia pulita ed i sani umori contro le mussolele scrofolele lui fisichee morali ed i berretti flaccidi dei borsaiuoli cittadini. E che cosa conferisceil mondo ai contadini in paga di tutto questo? Niuno dei piaceri artifiziatiincui si annegano i parassiti sibaritici della societànon i coltroni sofficiné le sedie a dondoloné i baci miniatiné le costolette alla finanziera. Icontadini hanno per unici ristori gli scherzi del sole e della lunalerappresentazioni grottesche che danno le nuvole sull'orizzonte ed i preti inchiesai pastorali dei Battutile schiene indorate dei diaconi e deisuddiaconigli arcobaleni dei cerii Qui tollis e i Tantum ergodi Teodoro Mandibola.

Ora con l'alito di Satana smorzate anche quei ceriscopatequegli arcobaleniardete quelle panche e poi ditemi: i vecchile donneitribolati campagnuoliquando avranno giú nel cuore un dolore mutoascoso eprofondodi quelli che non si osano palesare fuorché nelle orazionidoveandranno a piangere e a sfogarsicome potranno vivere e lavoraredopo che voiavrete loro diroccato la Chiesaed essi saranno senza il nome e senzal'immagine di Maria?

Ciò volli urlare e non dissi buccicata al mio vicinoRobespierre.

Intanto si sperperava l'odore di incenso per le navate e perl'aria sudatae poi la sforacchiava il vagito di un bambino cheal pari diRobespierrenon aveva inteso la benedizione.

Allora l'organista Davide tocca tutti i nove registri del suoorganosi adopera con le mani e con i piedi per servire il Signorefa rullareil tamburoscuote la gran cassafa dindindare i campanelli come se giungessel'asino del mulino. La sua allegra barcarola di finale allieta e quasi rintegragli animi; ed escono dalla chiesa ottocento coscienze lindescariche e pulitedelle quali non si trovano nemmeno venticinque all'annoche passeggino sullastrico delle città.

Le ragazze allo svolto della via sentono avanzarsi lafragorosa banda musicale delle trombe e dei violini del ballo pubblicochecaccia loro dalle orecchie gli strascichi dolci dell'organoe trottano arzillea casa loro a deporre la pezzuola nel cassettoneper correre a far dodicispensierate monferrine sul piazzale del villaggio.

 

HIGH LIFE CONTADINA

 

 

Ai miei soci della SocietàArtigiana di Saluggia - Restituzione del loroPresidente Onorario.

 

Un cartellone di carta azzurra impiastrato a un muricciuolodi costa alla rivendita di sale e tabacchi diceva a caratteri rossi cosí: Questasera Ballo di Beneficenza alla Società Operaia nel Salone dei matrimonî.- Comincierà alle ore otto e terminerà due ore dopo la mezzanotte. -Prezzo di entrata: ottanta centesimi per i maschi e cinquanta per le femmine.

Il macellaio osservòdopo il vespro in piazzache sebastava avere un sesso per andare al ballo vi ci avrebbero potuto entrare anchei montoni per ottanta centesimi e le giovenche per cinquanta. E il giardinieredel conteche pizzica di botanicoaggiunseconsertando le braccia allaSant'Elenache ci avrebbero avuto introibo anche le piante ermafrodite e leunisessualiescluse le crittogame.

La sera alle otto le vie del villaggio erano stupendamentepiene di luna e di neveuno spettacolo dolce e sereno. Delle forosette lindelavatestrofinate e rasciutte tagliavano l'aria e il silenzio delle vieeprovavano la voluttà serica di pestare la neve. Facevano scoccare e sonare iloro zoccoli contro le calcagna con quel secco schioppettío che fa la linguapercotendo nel palato. Le impronte che stampavano sul suolo bianco erano quelledisegnate dal Firenzuola nella sua Bellezza delle Donne. Per meiovoglio meglio a quelle contadine dagli zoccoli che ai globi di trine e dimussole chiamate banchierecontesse e marcheseche trinciano svolazzandol'aria infocata di un salone.

Sulla piazza vi erano dei cerchi e degli archi trionfali; esopra essi dei lumicini rossigialli e bluquali vivissimiquali spentiquali semispentie formavano delle parole rosicchiate e tarlatema delleparole grossedi quelle che gonfiano non la testa ma il cuore: Viva laFratellanza! Viva la Beneficenza! Viva l'Unione Artigiana! Al fondodei cerchi fiammanti il castello feudale con i cigli e gli orlicci del suoportone e con i davanzali delle sue finestre ancor essi brulicanti di lumicini.

Per terrasui comignolisui tettisui campanilinevestraticimasecappucci di neveanzi di bambagia di una candidezza viva per lavicinanza. Su in cielo le nubi formavano altri batuffoli di cotone appiccicatialla vôltaquasi ad imballarlaquesti un po' abbrunati dalla lontananzaefra alcune screpolature lasciavasi vedere la luna con i raggi tosatichediffondeva per l'etere una luce ineffabileanzi una chiaritade da trecentista.

Come se la dicevan bene la lunala nevegli archi ed ilcastello!

Su quel balconesopra quei veroniper secoli e secoli nonsi erano mai posati né un battito di cuore felicené una speranza popolana.

Solo qualche contessa o marchesa altabiancastrimizzitanella sua vestecon la capigliatura ravvolta in una rete a mo' di fegatellouna di quelle contesse o marcheseche non cessano ancora dal romperci letavernelle nelle novellaie dei poeti- ai raggi della luna o allo stellato delcielonei tempi andatiavrà scoccato di là baci misteriosi al ricapito di unlontano menestrello; - da quella finestra ai primi bianchi antelucani saràsbucato quattosi sarà aggrappato al marmo sporgente del davanzalee poisgambettando per mettersi in bilicosi sarà lasciato docciare giúcomepiombíno in una scanellaturaun fagotto di carne umanaun drudo... Forsetutto al piúper somma grazia fra gli spintoni dei bravi e l'abbaiare deimolossistrillando sarà stata trascinata colassú per i capelli lunghi ecastani qualche artigianala bella mugnaina... Sarà passata sul pontelevatoiosarà penetrata nell'oscuro andronee poi in quelle stanze si saràavvoltolata e accoccolata sui tappeti del pavimentoscene da Luciada DonRodrigo e da Innominato. Sempre conti e marchese che godettero là dentro neisecoli addietrosempre popolani che si strapazzarono là dentro!

Ed ora avanti folate di contadinedi tessandole e distiratore! Avanti pastorelleguardiane dei paperi! Ora il castello feudale è avoi per cinquanta centesimi! Passate sicure sul ponte che era già levatojochinate contadinescamente la testafissate i vostri occhioni nella fossa checirconda il castello: non abbiate paura: le ossa dei caniche azzannavano lecalcagna dei vostri bisnonniora ingrassano i cavoli dell'inserviente comunale.Avanti anche voizerbinottimoscardini del paesefattorini dell'oste e dellospezialefalegnamimuratorimagnanicalderaiche avete tuffato la testanell'orciolo dell'olioper ottenervi in mezzo una scriminaturache sembri unastrada ferratadirizzatura che vi è costata il lavoro di un giornola rotturadi un pettine e l'aiuto della madredelle sorelle e della vicina di casa!

Avanti voi purecontadinotti vispicon la giacchetta divelluto foderata di lana rossa e con le tasche orlate parimenti di scarlatto;voi che avete sul volto i raggi di soleche vi affoca la testa per interestagioni! Ed avanti anche voibifolchi bruttilerciguerciche avete sudatoper accartocciarvi il gozzoche strabuzzate gli occhi a sinistraquando voletesbirciare a destrache radunate sulla fronte di mezzo dito tutti i solchi deivostri campima che pure tenete sotto i vostri capelli mollicci e giallastricome le barbe del granturco delle lepidezze da Bertoldodi migliore lega chequelle di certi giornali riderecci! C'è del posto per tutti; non vi sono bravio alabarde; si paga solo ottanta centesimi ai poveri ammalati.

 

* * *

 

Sotto l'atrio del castello si sente un fruscíounarramaccíoun percotimento di piedi. Sono le ballerine che si tolgono glizoccoli nevicati per adattarvi le scarpette lustre di marocchino.

Sul ripiano dello scalone siedono a banco con una coccardatricolore all'occhiello i sopracciò della Società Operaiache ritirano ilprezzo e vi consegnano la bolletta d'entrata pari a quella che il gabellotto dàper l'uccisione legale dei suini.

Lo scalone è fiancheggiato da una balaustrata di pietrabrutta copia di quella del Palazzo Madama di Torino. Sulla vôlta c'è pitturatoun Giove da Offembachil quale fulmina Fetonte. Questi cimbottola con ilcocchio e con i cavalli sulla testa di coloro che salgonomentre i padroni dicasa assistono tranquilli alla caduta dal cornicione della vôltadove sifecero dipingere (i machioni!) in un quissimile di galleriaquasi a indicareche Fetonte tombola per loro commissione e senza loro pericolo.

Fatto lo scalone si entra in un corridoio che mette nellasala dei matrimoni promessa dal cartellone. Là dentro c'è un barbaglio dilucedi ventoledi specchi e di bandiere. In mezzo pende dal soffitto unostrano lampadario impiastricciato di frastagli di carta dorata e inargentatache vende lo speziale; su e giú un intrico di pendaglidi catene e diprosciutti di altra carta verderossa e bianca. Un subbisso di bandiereincrociate sulle paretitengono imprigionato ogni due un ritratto del re...Unoduetrequattro Vittorio Emanuele... Che abuso!... Ho capito. Sono iVittorio Emanuele che il regolamento Mamiani obbliga siano appiccati allemuraglie delle scuole elementari insieme con i Cristi crocifissi. Bravo! Ci seianche tu Giuseppe Garibaldi con il fazzoletto al colloe sempre di conserva conil tuo amico politico Camillo Cavour.

Rialzando e spiegando la tela affaldellata delle bandieresiscoprono delle parole: Viva i coscritti! - Viva l'Italia! - Vivanoi!... In un'altra: Viva il ferragosto! - Viva la libertà!in un'altra ancora: Viva maggio! Che accozzi!

 

* * *

Ci sono dei cappelli e dei fazzoletti che vagabondano inconfusione e in quel buglione non si vedono le gambe dei ballerini né lesottane delle danzatrici. Entra di mezzo il capoccial'abate della festaloscuotimano o picchiamanocome chiamano colui che dirige il ballo. Era unpizzicagnolo grasso e unto con due baffi da topo acquaticovicepriore di unaconfraternitae per di piú suonatore di bombardoneistromento che eraglicosí familiareanzi indispensabileche pareva lo avesse alle labbra anchequando non ce l'aveva.

Alla còalla cúgrida egli chioccando le manie scimiottando ciò che aveva udito vociare in un ballo di galadove era andatoa suonare il suo bombardone.

Uno studente di medicheria misericordioso della linguafrancese pregò quell'abate della festa lasciasse la e la e dicesse semplicemente: in riga! o in processione! L'abateaccettò volentieri il correttivo dello studentee sbraitò con accompagnaturadi mani: in processione! in processione! Poivedendo che non sicessava dal ballare alla rinfusaandò a fermare due o tre coppie con il garbodi un carabinieree poscia me le cacciò tuttecome un branco di pecorenelcorridoioe di lífattemele passare nella stanza del cadastrome le facevaritornare ordinatamente nella sala da ballo. Che satira! Passare per la trafiladel catasto prima di venire a danzare nella sala dei matrimoni!

Le coppie in processioneaspettando di ballareavanzavanolemme lemme a passi di formicacome quando si va a riscuotere le cartelle allaDirezione del Debito Pubblico.

Man mano che si staccava una quintina di coppiele altrescalpitavano impazienti: le ballerine dondolavano la testa sfiorando le spalledei ballerini: questiavendole a braccettole tenevano stretteattanagliate.Correvano dei mottettidei piccoli risidei chiacchiericci sanifreschi comelasche.

Quando l'abate picchiava le maniscappavano di riga almenodue coppie di piú del giusto. E l'abate a tentare di arrestarle per le gonne eper le cacciatore. Ma non c'è santi. La polca le ha già avvolte nei suoizighizzaghi pari a quelli del lampo.

La polca! A darvene l'espressioneavrei bisogno di avere quidavanti un pianoforte per sonarvela; avrei bisogno che sotto le finestre me lavenisse a strimpellare un organino cosí molestoquando dormi e quando faidelle cifrema cosí gaioquando ti coglie annoiato o malinconico. L'organinofosse anche soltanto lacchèportinaioguardaportoneè certo che qualchevolta l'organino ti riconduce nel tempio dell'Arte e dell'Armonia.

La polca è una corsauna gaiezzauna spensieratezza: sondue bambini che ruzzanodue amanti che si pizzicanodelle pannocchie che sicrosciano nella schiena. Non c'è malizianon c'entra Mefistofele nella polca.

Due per quattro è il tempo della polca: son due numeriparalleli che vanno sempre e non si combaciano mai.

La polca è fatta per Azzurrala piú bella ragazza delvillaggio. Si chiama così per la sua celeste vesticciuola senza pieghesenzarughecome il suo corpo. Azzurra è di quelle creature che pare non abbianomaterianon abbiano spirito: hanno soltanto forma. Loro manca quel bocconcinodi carnequel filetto di nervo in piúche basta a rendere una donna e adaccendere desiderii femminili negli uomini. Azzurra è restata madonna. Ha unavoce d'usignuolo nel cantare le lodi in chiesa e nel cantar Martina alleporte delle stalle.

Essa è fidanzata di Togninouno snello stipettaioche ildí della festa guizza sopra un velocipede fabbricato da luiche guadagnasempre la coppia di capponi e arriva sempre il salame di premio alla corsa nelsacco e nella salita sull'albero della cuccagna.

Oramai si sa: Azzurra è cosa sua: non ci si disputa piú;gli altri zerbini del villaggio hanno messo il cuore in pace. Tognino e Azzurraballano mancomale insiemee balleranno insieme per tutta la sera. Ora sonoravvolti nei rabesti della polca. Gli occhi di Azzurra appaiono e scompaionosprazzano scintillelasciano per l'aria delle righe d'argento. Agli svolazzidella sua cotta si aggriccianosi gonfiano e poi si appianano le bandieretricolori; bulicano le sante parole che vi sono stampate; la LibertàlaFratellanzal'Italia tremolano per Azzurra; tutte le cose sono incline alla suabellezza. Persino Garibaldi ride da bonomo dentro la sua barbaCavour ridemaliziosamente sotto gli occhialie si frega sotto la cornice le mani che illitografo non gli diede.

Si staccano dalle muraglie vedove degli antichi arazzisispiccano dai larghi cornicioniin cui sono pitturate gualdane e giostrediscendono dai solai colorati le immagini dei Vitichindidegli AlberighidegliArnolfigli antichi castellanie fanno delle curvedegli inchini propriidell'ordine dei vassalli alla popolana Azzurra forse pronipote di queicontadiniche essi facevano morsicare dai loro caniforse pronipote di quellemugnaie a cui eglino stracciavano i capegli trassinandole sul pavimento. E checosa pensa Azzurraa cui sono attirati sí grandi omaggi? Essa pensa a nulla:essa è la bellezza oggettivache si felicita di sé stessaè come ladivinità teologica senza tempo e senza modotutto e nienteprincipio e fine asé medesima.

Finita la polcafacciamo anche noi come i ballerini e leballerine; penetriamo nella sala del buffet; dove havvi una ghirlanda diragazze intorno ad una tavolache succiano dell'acqua gazosa e si insaponano lelabbra di panna montata. Un monello vicino si mette a zufolarecome quandoaiuta le sue bestie bovine a bere: lepidezza da buttero! Ci sono dei tavolaccidi assi sconnessesu cui si trovano distesi dei tappeti lustri e frustidiquelli che vengono di Fiandradal fondo verde con fiorami rossi e linee nere.Là si gioca a tarocchi. C'è il terribile Saccorottoquegli che guadagnasempree chequando gli è mangiato appena un cavalloschizzarazzanabissafa il diavolo a quattro. E questa seraDio mio! gli hanno preso Bagatto- casoda Alabamada guerra europeo-americana. Che cosa farà mai Saccorotto?

Eppure è tranquillo con una ciera da canonico e ghigna comeun cor-contento di gesso. Ne sapete il perché? - Si è perché poco prima ilvecchio sindacopassandogli vicinogli aveva messo le mani sulle spalle e gliaveva detto: Avete una bella ragazza; e come balla bene! - Diamine! Saccorottoè il babbo di Azzurra.

 

* * *

 

Incomincia la mazurca soavein tre tempiche sono trepensieriuno per il ganzol'altro per la ganza e il terzo in cui sicongiungono tutti e due.

Andiamo a veder girare dolcemente quelle teste zeppe dicapelliche descrivono dei bellissimi cerchidelle carissime parabole edellissi orizzontali.

Chi l'avrebbe detto: Ernestino cosí leggiadrocosíscreziatocosí dipintoessere figlio di suo padre? suo padreil vecchiomaestro del villaggiocon le falde della giubba bislacche e lunghechetoccavano terrache avrebbe creduto peccato mortale il non rabbuffare i pelidel suo vecchio cappello a tubail portare solini di cotone inamidati estaccati dalla camicia invece delle antiche e immense gorgiere floscie di teladi lino...? Eppure le movenzeil colore dei capegliquella rugaquelcanaletto sotto l'occipite sono di suo padrema ingentilitiammorbiditiinfiorati dalla civiltà dei nuovi tempi. Ora come accivetta bene il colloErnestinoil figlio del lurido e sciamannato maestro del villaggio! Come torceil suo busto! Come inclina con grazia da Satana il suo capettino versol'orecchia della sua danzatrice! Chi sa che cosa le dice? Chi sase ciò cheegli le susurra lo hanno detto o lo hanno immaginato i piú appassionatiscrittori d'amoreLongo Sofista che ne scrisse con tanta semplicitàDante chescrisse con tanto intellettoBalzac che scrisse con tanta vigoria e consumo dimuscoli? Forse Ernestino bisbiglierà delle cose chete e pianeforse diràchequando egli ha dei crucci non fa altro che passare avanti la bottega di lei (cheè merciaiuola) ed i suoi crucci svaniscono.

La danzatrice merciaiuola ride con due sole linee una al diqual'altra al di là delle labbra.... Ride maleride malinconicamente. Io labattezzerei Pensiero o Malinconia quella danzatrice. Con qualeabbandono trascina la sua bellezza sull'ammattonato polveroso della sala deimatrimoni! È una malinconia che rideun pensiero che balla per forza lamazurca.

 

* * *

 

Il topo acquatico che sopraintende al ballo ha fattochioccare le mani con maggiore serietà del solito.

Ernesto e Malinconia sono già rientrati in processione. Oraviene la tua voltaBergamino.

Fai male tu a ballare la mazurca; non la balli bene. Lamazurca vuole essere smussatarotondae tu la fai ispidaaguzzaa triangoliscaleni. Forse balleranno poi bene i tuoi figliuoli; ma tu non sei piú a tempoper essere corretto. E poi perché quella casacca larga e quadraquei calzoniche capirebbero due emine di fagiuoli? Non sei passato al tornio del secoloBergamino.

Ma che è? Anche Bergamino stavolta e dalli e raschiaazzecca qualche passo con garbo... Viaaggiusta anch'egli i suoi colpetti digrazia; e dagli occhi e dalla punta del naso gli raggia un lume di contentezza edi orgoglio. Non ha piú il suo cappellaccio inchiodato sul capo...

Ma che vuol dire ciò? Non c'è piú proprio nessuno chetenga villanamente il suo cappello in testa. Chi ha potuto dare e far eseguirequesti comandi?... Non c'è piú nessuno che fumi... nessuno piú rubal'anzianità ballando; regna un ordine che è una galanteriapare che ognunosospenda il respiroi giovinotti si tastano i polsini e la cravattasiravviano la dirizzatura dei capegli; le giovinette si rassettano la vestitinasi tirano a segno il grembialesi mettono in dirittura il cordoncino sviatodella crocetta; ognuno si racconcia nell'arme...

Le mamme e le brutte che fanno da tappezzeria pare voglianoimpiastricciarsi alle pareti per far posto; coloro che sono seduti si alzanocoloro che sono alzati contadinescamente rinculano in segno di onoranza. Perchétutto questo?

Una testa d'oro si è sprigionata dalle righe delle coppiedanzanti. Come giracome spiccacome brilla quella testa diamante fra tuttequelle teste artigiane e rusticane!

 

* * *

 

È la marchesina di Rena Bella. Su quell'accozzo grottesco dilampadari bisbeticidi lumiere rassegatedi sedie scompagnate e diacconciature sbagliateessa sola diffonde tutto lo splendore dei doppieri edelle gemme proprio ai balli dell'alta vita. Essa in un attimonella suavesticciuola succinta (sembra abbia scelto quella di una cameriera per non daresoggezione) essa fa indovinare e imparare la eleganzache non istà nella robama nel taglio e nel gustoinsegna la gentilezza dei modi... Ohnessuno oseràpiù disordinare in presenza della marchesina di Rena Bella!

Il carnevale dell'altr'anno passato essa aveva formato lagioia delle serate della capitale. Le sue acconciature gialleverdiponsòspecialmente quella ponsòerano state divulgate per tutta Italia dallegazzette del buon genere nei corrieri della High Life. Gli stessigiornali ammodo avevano annunziatonelle loro importanti informazionisaperedi buona fonte il prossimo matrimonio della nobile donzella Eufrosina Ycon ilbaroncino Teackcapitano di artiglieriaautore di un proverbio in versimartellianiquegli che era stato levato alle stelle non solo dai diarîmoderati ma dagli stessi organi di piú fiera opposizioneper avere consenno e bravura diretto il cotillon al ballo dell'ambasciatore diTurchia. Chi sa quale gentile e sovrano concetto l'anima pura della nobiledamigella si era formato di quel giustoavveduto e solenne direttore di cotillon?Ma qualche giorno prima del fermato sposalizio ella seppe di Lui una di quellecose brutteprofondamente e riflessivamente brutte che ributtano ad esseredette... Il baroncino Teack aveva... non so... per paga... un quissimile...aveva insomma venduto la sua anima ad una squarquoia.

La nobile donzella Eufrosina cascò dal suo terzo cielo disperanze e di amori. In altri tempi in contingenze simili le nobili zitelle sifacevano monache; ora fanno qualche cosa di meglio; sposano un marchese terragnoun marchese di Rena Bella prataiuolorisaiuoloviticultorebachicultoreapicultoregelsicultorepescicultoreallevatore di conigliinventore di unaratro a denti perfezionatigeorgofilo fin sulla punta dei capelli.

Il marchese di Renache oltre le anzidette qualità e oltrele molte medaglie buscate dai Comizî agrarî e nelle fiere dei vinipossedevaanche molto buon sensonon aveva preteso che la sua sposa stesse seppellitatutto l'inverno in contado; aveva cercato di restituirla al Carnevale di Romaché egli si sarebbe asciugata la noia mortale di un soggiorno cittadinesco perlei. Ma la marchesina rifiutòed ora eccola lí quella testolina benedettaper raffigurare la quale non c'è fiorenon c'è oro e non c'è perla chebastinoeccola lí a disseminare fra i popolani la bontà e la cortesiaainsegnare piú che un libro educativo di Cantú e di Tommaseoa ingentilirepiú che una scuola dì Belle Arti. Essa vale molto meglio di un congressopedagogico e di un congresso operaioanzi serve a correggerne una dozzina.

 

* * *

 

C'era Pippo il maniscalco cotto come tegolosaturo di vino egonfio come una sanguisuga imbottita di sanguetanto che a pannargli la pellecon uno spillo avresti detto che ne sarebbe spicciato vino e non sangue. Pippoche hacome si diceil vino cattivoaveva già incominciato ad attaccarequalche bottone al Direttore del Balloperché si suonavano troppe mazurche etroppo poche monferine; aveva già risicato con un urtone di trabalzare unacoppia di ballerini... Di lí a un quarto d'ora si prevedeva che non avrebbepiú soltanto attaccato dei bottonima avrebbe attaccato dei moccolie chemoccoli! Avrebbe detto cose da popolo barbaro contro la Direzione della Societàoperaiacontro il Sindacocontro l'illuminazione e contro il Ministeroeavrebbe finito col menare dei pugni.

Ed ora dove è Pippo! Non lo si vede piú. Venite: ve lomostro io. Se l'è svignata stentatamente e alla chetichellaappena ebbe vistola marchesinaha capitoche dove c'era quell'angelo... (nogli angeli sonostati già troppo sfruttati)... dove si trovava quella creatura di Diononc'era piú luogo alla sua ubbriachezza... Ed ora eccolo che rasenta grondongrondoni la muraglia della scala... ogni po' barcolla... ma egli si attacca allamuraglia e l'abbraccia.... Ci metterà mezz'oratre quarti d'ora prima digiungere sulla soglia della sua casa: tentenneràbrancicherà un'altramezz'ora nel buio.... nell'aria.... negli spigolinegli arpioni prima diindovinare il buco della serratura.... Pure lo indovinerà e per quella nottenon farà piú disordini e l'indomani non gli toccherà una lavata di testa dalSindaco.

 

* * *

 

Walzer…! Ho letto Walzerinspirazione di GiuseppeLa Farinaquando non era ancora deputato. In sul principio di quella fantasiaci sono subito dei silfidelle gazzelledei profumi di mandragora e dicinnamomodove non è ancora tempocome vedremo.

Il valzer è ancor esso di tre quarti al pari della mazurca;ma è piú concitato; èquasi dissiil parossismo della mazurca.

Però da principio le coppie del valzer sono soltantotrottole che frullano.

Il marchese mi piglia Tognino e gli dice:

«Sai che non voglio essere condannato a ballare tutta lanotte con mia moglie?» E poi voltandosi alla moglie: «Ti ho trovato e tipresento un ballerino.»

Intanto egli abbranca Azzurra.

Togninoche è dei primi ballerini del paese e che è capacedi abburattare anche quelle immense ballerine che si domandano guardarobe omortaiper le quali ci vorrebbero delle gru meccaniche a cacciarle innanzioraTogninoil grande Tognino si trova con il corto da piedesi trova un pulcinonella stoppa davanti la marchesina. Comincia a chiudere gli occhi e a fare uninchino; non è egli che piglia la marchesaè la marchesa che piglia lui. Eglinon sa dove tener la manose sulle spalle o sotto le ascelle o sui fianchiopiú giú o piú in su... Gli manca il respiro; vorrebbe avere in bocca unapastiglia di menta. Fa qualche passoe s'accorge che va bene; comincia ariavere una parte di sé stesso. Ma la marchesinache è quasi staccata da luie trova incomoda la posituragli si aggrappa di meglio... Che visibilio perTognino! Per mettere le mani a posto tasta involontariamente tutta la curva chediscende dalle spalle alle anche della marchesa... nessuna ragazza del villaggioha quella curva così artistica... Ed egli si ringalluzza e se ne diletta senzamaliziasenza dimenticare Azzurra.

La quale ha incominciato a ballare con il marchese. Anch'essacredeva di esserne incapace: e sentí una trepidazioneun ticche tacche nelcuoricinoproprio come quando recitò la poesia alla distribuzione dei premi.Ratteneva il fiatoquasi ciò contribuisse a renderla leggiera di piú. E sitrovò leggierasi trovò che giravacome fosse con Tognino. Era contentona discoprirsi sufficiente a danzare con il marchese cosí riccocosí buonocosídegno per tutte le parti. Riprovava la dolcezza degli applausiche scoppiaronoquando terminò di recitare la poesia alla distribuzione dei premi.

Che gioie pureonestelimatedelle quali non si trovarespice nei sollazzi troppo ebeti o troppo sensuali dei circoli e dei ridotticittadini!

 

* * *

 

Ma il valzer bisogna gustarlo e ammirarlo in quella coppiache è partita adesso.

Sono Cencio e Zolfina; Cencioun garzone pettinaiolustroattillatosnodato; Zolfinala piccola cucitriceuna testa ghiribizzosa damodistaun collo da libellulaun fianco da vespauna divincolazione elasticada serpente.

La coppia comincia a ciondolare lemme lemme i suoi passi discuola in una altalena tagliata con precisione come se cavalcassero una capra dilegno. Poi un rabestoun frullonee la coppia si slancia attorno nella sala;fa quasi una sosta nel bel mezzo e forma di quattro tegole il teatro dei suoimovimenti. Si vede fra la testa e i piedi dei danzanti un vuoto in forma diastadi raggiodi asse o come altrimenti lo chiamino i matematiciintorno acui girano fittissimamente due personeche paiono una persona sola confondendoe quasi direisopravanzando per velocità la luce: - dintornate di quellanebbiache è prodotta dalle sporgenze e dai frastagli di ogni cosa che giriintorno a sé stessa. Le teste sono immobili e i piedi trinciano leziosamente ericamano dei merletti sul pavimento.

Fin qui non c'entra ancora la poesia: c'è soltanto l'arte.Infine la coppia si ricaccia nel vortice largo del balloche li mena di su e digiú; e Cencio e Zolfinaper necessità di ripigliare vigoriasi stringono esi abbarbicano. Allora viene l'amore con la poesiavengono i profumi dimandragora e di cinnamomoi silfi e le ispirazioni del fu commendatore LaFarina.

Spariscono gli angoli della sala; le pareti si curvano incircoli e in conche; si rompono le persone degli astanticome bastoni tuffatinell'acqua; guizzano per l'aria delle iridi vaghe; nel solaio ci sono dellenubi; nei piedi vi sono degli sfolgorii.... e cionondimeno non si sente piú lastanchezza; perché le piante paiono spinte in su da bòtte elastiche. Alloraogni svolazzo di capelliogni toccatina di maniogni dileticamento risvegliauna delle più larghe ebbrezze che dormano nella carcassa umana.

 

* * *

 

Di fuori nevicava; ed era bello vedere dalla sala calda delballo il formicolío di quei pizzichi bianchi che spruzzava il nero azzurrodell'aria quasi virgole di gesso che si movessero sopra una lavagna. Ma queipizzichi di neve giungono infesti sulla faccia arsa e sudata di cinque moscionicacciati allora dall'ultima osteriacon l'anima mescolata di mangiamoccoli e dibrigante. La neve candida li noia e li stizziscecome la fanghiglia deltrivio....

«Accidenti!» dice uno di essi. «Stanotte il cielo èinfreddato come un asinoe vuole sputarci addosso il suo fegato...»

E lí una grossa bestemmia al Padre Eternoai Santi delParadiso e ai Padri della Chiesa.

Giunti in piazzala vista del Castello illuminato e il suonodell'organino li offendono ancora di piú.

«Perrr... dicoli... Chi sa perché quei tamburi hanno daballare e da divertirsi?... Ahah! Perché avevano sedici soldi da buttarvia... E noi che non li abbiamo avremo a star qui alla misericordia di Dio edella Madonna Santissima?... Non c'è sedici soldi che tengano! Noi vogliamoballare grrratis... perché abbiamo le gambe noicome gli altrinoi.» Eccolilí in piazzasotto la nevedi notte pullulano per generazione spontanea ilComunismol'Internazionalele teorie di Proudhon e di Karl Marx.

Eppure persino i paracarri che circondano la piazza lo sannochese i gaudenti del villaggio danzano là dentro per cinquanta o per ottantacentesimisi è perché eglino o i loro padri li hanno sparagnati lavorando; eanch'essii beonili avrebberose non li avessero arrandellati all'osteria.

Ma quei cinque avvinati ne sanno meno dei paracarrie siavanzano violenti verso la porta del Castello.

Un canucciaccio presso il suo pagliaioun amministratore diuna società operaia alla custodia della sua società valgono due tanti piúdegli altri cani e degli altri uomini. Quindi quelli che stavano alla guardiadel Castello - terribili per essere in funzione - ributtarono egregiamentel'assalto degli ubbriaconie poi sprangarono la porta. Ma questi cominciarono asfiondarvi delle pietre contro. Ton! e Toun! Che rompimento! Ai guardianiscappò la pazienza: uscirono per acciuffare i guastafeste: mamentre si riaprela portacotestoro fanno impetoe si intrudono dentro. Succede un parapigliaun rincantucciarsi e un aggrapparsi di panni e di membra umane; un urlareunbestemmiare... e poi dei gemiti compressi come sotto un cuscino... Si sentono esi vedono cascare dei tavolirompersi dei vetrischiacciarsi delle lucernespandersi dei lumi per le terre... Il valzer di sopra si scompiglia: i ballerinie le ballerinele mamme e i giocatori di tarocchi sono già tutti sul ripianodella scala; e gridano e piangono e alzano le mani.

Discende snello la scala Tognino in aiuto dei suoi superioribullettinai e guardaportoni. - E uno di quei briachi gli dice: Voglio ballarecon quella somara della tua amorosa...

Tognino si tocca in testaperché non gli scoppi il cervelloche rigurgita di sangue: poi fruga nel taschino del panciotto... non lo trova...fruga dentro le saccocce dei calzoni... lo ha trovato... Si sforzasi slentaper aprirlo con le unghie... non può. Ahlo morde con i denti... lo ha aperto:e già scintilla nell'aria l'osceno bagliore della lama di un coltello...

Raddoppiano le gridai singhiozzi sulla galleria gremita delripianocome sull'orlo di un fiume quando altri si annega; ma su quelle gridasi leva un no! cosí possente e cosí dolcecome fosse stato musicato daBeethovenun no da madrea cui i carabinieri o il tifo vogliano portarvia il figliuolo...

È la marchesina di Rena Bellache discende le scale e dallesue movenzedai suoi passisi sviluppa una santauna divinità.

Fammi il piacerePublio Virgilio Marone: prestami il quosego del tuo Nettunoche abbonazza il mare arruffato:

 

Acveluti magno in populo quum sæpe coorta est

Seditiosævitque animis ignobile volgus;

Jamque faces et saxa volant...

 

No: racchetatiVirgilio Marone! Tutti i tuoi versi nonvalgono il no della marchesina di Rena Bella.

A quel no gli ubbriaconi domandano subito scusa a tutto ilmondoscuse incomodeperché mandano in faccia delle zaffate calde di odorevinaticcio. Fortunatamente sopraggiunge il signor Sindacoche in quel mezzotempo aveva dato una scappata a casa sua per verificare le serrature degli usci;ed ora finisce egli per spedirmeli definitivamente alla cuccia spinte e spontequei rompiscatole.

 

* * *

 

Cessato il tramestioi popoli ritornano al ballo; hanno ilcuore che salta nel petto. Gran mercé che arriva la monferina aspettata dallemammedalle brutte e dai contadinii diseredati del secoloche non nacquero atempo per imparare la polca!

Finalmente! A duea trea quattroa dozzine sono tutti ingiroche diguazzano le gamberingalluzziscono la testapasseggiano superbiinteritia braccetto: poi turbinano in un cerchio; poi balzellano una ninnanannaun bilancione a fronte a fronte...

Si divertono tutti: anche la marchesaanche Azzurra laballano la monferina; e come ne guadagna la monferina-instituzione!

Persino il fattorino del buffet con il suo grembiuleallacciato davanti è trascinato a ballare la monferina... Ci sono deicontadinotti che nella monferina arrischiano dei passi di polca; a un altroballo imbroccheranno la polca intera.

«Indietro! Indietro!» Sono due giovanotti con i pantalonigonfi e scuriportati dal battaglionedue ex-bersaglieri stati a Napolichevogliono far vedere la tarantella: scoccano e chioccano le dita e ne fanno deitamburelli; si guardano da pulcinella e da lancieri; e poi un salto dall'avantiall'indietro: e poi prillano in aria dei doppietti e dei terzetti... Bravi! Vivala tarantella!

Ma l'organino ha finito di suonaretroppo presto per queipoveri diavoli e per le povere diavolesseche ballano soltanto la monferinaepensano che ci vorranno ancora altri tre ballabili prima che se ne suoniuna seconda. È crudele! Ritornanouna nuova polcauna nuova mazurca e unnuovo valzer e poiDeo gratias! una nuova monferinae quindiancora un'altra polcaun'altra mazurcaun altro valzercome sopratramezzatida qualche raro scottischche è una variazione della polca senza personalitàdistinta.

Sono le due: i sopracciò della Società Operaia vogliono chesi finisca il ballo a rigore di cartellone; i giovanotti e le ragazze nedomandano ancora per carità una fettuccia.

Andate a casafigliuoli e figliuole! Avete tutti domattinada filare o da annaspare o da piallare o da frugare nei terricci...; e poi visono a casa delle madri cosí madri e delle sorelle brutte cosí brutteche nonpoterono nemmanco venire a far tappezzeria nel ballo. Esse sono quelle che vihanno stirato con tanto impegno lo sparato e i manichini della camiciaed oranon dormono mica; ma un po' si allegrano pensando a voi altri; e pare loro diessere qui a vedervi ballare e fare onestamente all'amore; e come godonodell'immagine dei vostri godimenti! Poscia si turbano pensando alle risse cheaccadono nelle feste pubbliche e al pericolo che vi portino a casa con la testasfracellata o con un occhiello nella gola... Se voi tardate ancorale poveretteappena sentiranno un gemito di passerotto nella stradaesse balzeranno dallettoe con le vesti disordinatecon i capelli incatricchiatimagari incamiciaverranno qui a pigliarvi...

Andatefigliuoli e figliuole! Non fate stare di piú in penale vostre madri afflitte e le vostre sorelle brutte!

Alle due e mezza la sala calda dei matrimoni restituiva alfreddo delle vie una cinquantina di persone.

Aveva cessato di nevicare. Non c'erano piú i batuffoli dicotone appiccicati alla cappa del cielo; il cristallo si era districato delproprio invoglio di trucioli e tritoli di carta; e l'azzurro del firmamento eracosí tersocosí unisonola luna cosí cara e cosí immacolatache era unpeccato non poterli baciucchiareleccarlifar loro carezze.

Alle due e tre quartirovesciata una scrannasvegliato ilcane di casaringalluzzite la mamma e le sorelle per il ritornoi giovanottidel ballo con le orecchie tintinnanti di musica si tuffavano nel buio delle lorocamerette; e ciascuno desiderava gaiamente e follemente di esser egli stesso ilbuioin cui allora si immergevanorichiarandoloAzzurraMalinconicaZolfinae la marchesa di Rena Bella.

 

I FUMAJUOLI

 

 

Ai miei elettori provincialidel Mandamento di Livorno Piemonte - piccolo segnodella molta perpetua mia gratitudine per labenevolenza dimostratami nelle due elezionipassateappena io ebbi la barba legale -padronissimi i medesimi di scegliersi unrappresentante meno letterario e piúamministrativo nell'avvenire.

 

Avanti che la falda destra di Valverde scivoli nel torrentesopra un bernoccolo di poggio si appollaiano una ventina di case bigietimidefreddoloseche fanno tutte a restringersi addosso alla chiesa parrocchialeloro chioccia. Sopra di esse e quasi a filo di piombo posa un villinocolor dirosale persiane verdi verdiche accusano una ripassata recente di verniceeun terrazzo largo spatolato in luogo di tetto. Per poco che tu siadimestico con i secentismi ridivenuti di modachiami quella palazzina il mentodel villaggiocome il campanile parrocchiale lo dici il suo nasoil suo becco.

Padrone del villino è il padre di un mio giovane amicochegli alpigiani di Valverde hanno fatto di fresco loro deputatopresso il qualeio sono solito di andare a sbarcare un poco d'estatesicuro di far piacereall'amico e a me.

Ci fui anche a statare l'agosto prossimo passato: e misucchiavo ad ogni imbrunire un'ora di contemplazione sul terrazzo. Né volevopunto compagnia. La serva di casa diceva che io andavo colassú a recitare ilbreviario. Invece io mi divertivo a passeggiare sulla testa del villaggiosottostante. Una sera mi posi ad osservare le ròcche dei camini che fumavanoper le cene. Alcune mettevano un fumo debolepatitocompassionevolecheusciva stracciato dai fori delle gole dei camini appena a fior di tetto. Eranocome vampe di tabacco andate di traverso che uscissero dalle narici di unpipatore inesperto. Quel fumo aveva quasi vergogna di lasciarsi scorgere: radevai comignoliannebbiava le gronde e poi viaspariva. Altre torrette sbuffavanoinvece un fumo rigogliosolussuriosopettorutoche piantava in aria uncolonnone diritto. Altri fumajuoli sfiatavano delle nuvole di color celesteallegregentilicosicché avrebbero potuto servire d'invoglio ad angioliagenietti di famiglia; esse uscivano dai camini governati da ragazze buone eamabili.

Infine altre ròcche sviluppavano ondate di fumacciorassegatonero come fuliggine che nuotava e barellava nell'aria e la sporcava.Poi tutte quelle varietàcolonnelistestrappi di fumisi accavallavanosicarezzavanosi confondevano: facevano e rendevano una vita vera con le nuvoledi sopra e con gli embrici di sotto; si raccontavano le loro scaturigini in unlinguaggio impercettibilesimile al romío delle erbe che spuntano; narravanole grasse cucine e i magri testamentimiserie e lautezzelessi nel vino biancoe baccelli bolliti senza un ette di lardo.

I fumi ascendevanoe la mia fantasia si accendeva di piú.Susu: i fuminon erano piú fumibensí vaporiraffiguravano battagliecaledonichel'asta di nebbia che reggeva l'ombra di Cucullino aggirandosiintorno le muraglie di Turaspettri di Shakespeareamazzonicentauri aereicostanze femminili... vestiarii di poeti.

I primi fumi si erano annegati nell'atmosfera. Ohchi saràbuono ancora a pescarmeli e rifarmeli ad uno ad uno e ricondurmeli davanti congli stessi atomi? Nessunooppure colui che potrà disfare l'unità d'Italia esbocconcellarla nelle pillole antiche. - Questo era un pensiero da deputato: eper esso mi misi a passeggiare piú gravemente sul terrazzo.

Intanto le ròcche dei camini buttavanosebbene piúrimessamentenuovi fumidiversiradidensipallidicoloriti.

Tan! Tan! Quell'impiccato di campanone mi assordò con unpicchio che mi parve una martellata sulla testa. Bastabastasignor campanoneho già capito... la tua Avemmaria; vuol dire: minestraminestra!

 

* * *

 

In cambio di calar giú a mangiar la cena dell'amicomisaltò nell'animo di infilare i fumajuoli e di scendere a sindacare le cinquantapappe del villaggio. Vidi dei cerchi di fanciulli scamiciati con le pupillepiene zeppe di luce attorno al focolare che aspettavano si staccassero dallacatena il pajuolo o la pentola... Che gusto per loro vedere fare alla polenda iltombolo fumanteannusarne il profumo caldo e poi grattare i cialdoni dallelamine del pajuolopoi tener dietro alla mamma e alla figliuola maggiore chescodellano la minestrae pregarle che non facciano loro dei torti! C'è unagerarchia di ciotoledi tondidi piatti e di piattini sull'arca... La scodellanera per il babbo e la mamma e quella fiorettata per la ragazza da marito: quelciotolone di legno largo come un vaglio per Sandraccioun bastracone diservitoreche quando era al reggimento si fece passare razione doppiamedianteuna perizia del medico. I bambini che hanno già scuffiato la loro cibagliaraccattano i legumi dimenticati in fondo alla marmittafacendo suonare ilcucchiaio contro le pareti di terra cotta: musica sacra per loro! Intantopensano a quando saranno promossi alla scodella maggiore. I grandi portanouna tenerezza particolare alla loro ciotola: di giornoquando faticano comebestiesi consolano raffigurandosela dinanzi nella foggia conosciutacon leincrinature imparate a memoria e con il cucchiaio piantato ritto in mezzo ad unaminestra consistente. È una tenerezza e una consolazione naturalissima prodottadal trovarsi in armonia con la propria coscienzacon la Bibbiacon il fine ditutta quanta l'umanità: Vivrai e mangerai del sudore della tua fronte.

I contadini cenano fuori dell'uscio di casaa solatíoseduti sopra uno scanno da lavandaiao su un trespolo o su un treppiedeodanco assettati per le terre. Discorrono pocoperché non hanno loscilinguagnolo arrovellato dai prudori del sigarodelle dame e della vitaesterna artificiale; parlano piuttosto internamente nella tranquillità del loroanimocome Scipionel'Africano maggiore...

Di tanto in tantopari al guizzo d'un pesce sopra lasuperficie dell'acquasalta fuori dalla bocca di uno di loro un motto ridevoleo sulla maniera usata dal parroco nel fiutare il tabaccoche lo semina tuttoper via: o sul segretario comunaleche lascia sempre penzolare dalle falde delsuo giubbone il tovagliolo del suo fazzoletto da naso.

Poi silenzio di nuovo; e silenziosamente guardano le nuvoleche vanno a coricarsi sul profilo della montagnatarlato e scosceso daifulmini; pare che di notte vadano a rosicchiarlo dei topi immani con le codepenzolanti sul burrone. - Quel profilo si annerisce e si nascondee i contadinivanno a cucciarsii giovanotti sulla fenaiae i piú freddolosi nella stalla;il padre e la madreil patriarca e sua moglie nell'unica camera da letto apiano terreno; le fanciulletutte le fanciulle nel solaio che i notai chiamano defunto.Da questo terrazzo se avessi una falce lunga potrei falciare con un solotratto e allo stesso livello tutte le ragazze del villaggio.

Ce ne sono delle belle fra le contadinotte in barba allaletteratura inguantata d'adesso che le sberta tutte come sucide ed irrugginitedove gli arcadi di una volta le falsavano in coriste e figuranti d'opera.

Esse non hanno come certe signore un alito di zuccaroinfortitoné una schiena bucatané spalle aguzzené chiazzette gialle o diverderame nascoste sotto le rose falsificate del volto; ma una forma repletauna fragranza di ciliegia in boccauna pesca sulle guancie. Se sono bionde e seridonopaiono risi di sole; e se distendono la capigliatura questa sembra unmantoun baldacchino di stelle passate alla filiera.

Dunque quelle contadinotte senza calligrafia dormono sulsolaio sopra un saccone di pagliain mezzo ai cenci e ai mucchi di segala e digrano turco; giaciono in positure saldecome vuole la fisiologia del ripososognano la loro bolla di saponeil loro mondo piccolo e iridato; hanno di sopranient'altro che i coppi e Dio. - Talvolta fra gli screpoli del tetto si insinuauna stella birichina con i battiti tremuli della sua luce a risguardarle.

 

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M'accorsi che c'erano due torrette di camino che nonfumavano. Anche il campanile scampanava e non fumava. Ohsi dovrebbe trasmutarequel campanile seccatore ed infecondosi dovrebbe trasmutarlo nel fumajuolo diun'officina!

Ohce n'è uno làun opifizio prima dello sbocco dellavalle. E appunto all'Avemmaria rimanda fuori una litania di gentefanciulliragazzedonneuominitutti sparuticon i globuli del sangue impoveriticonle facezie stentatecon l'alito pesante come un mattonecon i polmoniinfastiditi dalla peluria volitante dei panni scamatati. È una fatica da canifare il battilano o il divettino in quegli stanzoni bassi e corrotti. Non la sipuò sopportare nemmanco in nome dei vecchi genitori o dei bambini lattanti; civuole qualcosa di piú grosso per autenticare quello struggimentocome a direDioil doverela vita eterna. Ora il custodee il rammentatore di tuttoquesto si trova alle radici del campanileè il preteil parroco. Si dirà chela razza dei preti è una razza artifiziatacome quella dei buoi inglesi damacello allombati e ingrassati e ridotti a piccolissime ossa. - Ma è una razzanecessaria che bisogna conservare per l'arte e per la morale. Quel salsicciottonero con il tovagliolo infisso nel collarettocon la testa rossa ammattonatadalla castitàcon certe movenze di gomiti nello spolverare il tabacco dallacottacon una semplicità di credenze e di costumi fabbricatagli dalla praticae dalla lettura degli esempi cristianilà a tavolainterrogato dal gatto edalla fantescariesce una cosa carautileartistica; a cui si possono faredelle confessioniche non si oserebbero aprire ad altrie che può dare deiconsiglii quali proferiti da niun altro non verrebbero ascoltati.

 

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Per esempioquella ròcca di camino che non fumava: era diun giovane ingegnere nipote del parroco. Tanto per passare le vacanzeavevafatto la corte ad una damigella del paesedetta tota nuovaperché eradi nascenza contadinae credo abbia guardato qualche po' le oche; ma poi peruna eredità di trentamila lire appioppatale da un vecchio e lontano cugino sidiede alla tota; metto la parola piemontese che è anco latinae credola piú piena e la piú decorosa di tutti i dizionari a significare le ragazzeda marito ammodo. Dopo avere cominciato per celial'ingegnerino s'addiede chela cosa volgeva al serio: la fanciulla gli moriva addossoe si teneva sicuracon lui del settimo sacramento. Un giorno egli fu costretto a piangere sopra glierrori d'ortografia della sua bella. La quale gli scriveva che se egli latradivaessa sarebbe morta tesica. Tota Nuova non era da lui: trentamilalire sono appena un partito da medico condotto o da segretario comunale; persinoi farmacisti ne pretendono già quarantae la categoria dei giovani ingegneriè dalle ottantamila alle centomila lire.

Pure per quanto egli rimuginasse nella sua mente non glisovveniva fra le damigelle ricche da lui vedute una che gli fosse cosí soavecosí morbidacosí omogenea come Tota Nuova. Questa gli pareva proprio ilcuscino su cui avrebbe quietato la sua esistenza; eppoi era la sola delledamigelle al mondo che fosse andata alla sepoltura della madre di lui. Egliscappò a domandar consiglio dallo zio prevosto: e questi con quattro parolespiccecasalingheevangeliche gli risposeche sposare tota nuovaperlui che la aveva infestata della sua corte era piú che una convenienzaundovere di giovane onesto. Ora l'ingegnerino e l'ex tota nuova sono andatia Genova a fare il viaggio melato degli sposi rurali piemontesiad avvolgersicon un viso tra imbrogliato e ridente per quella città sinteticaaccavallatacon il suo ponte gittato sopra i quartieriimmagine della circuminsessione diVincenzo Giobertia farsi bagnare nella villeggiatura di Pegli dagli spruzzitraditoreschi d'acqua; a vedere per la prima volta il mare e lo sfilare deigaleottisberrettantisi davanti i caporali con l'umiltà stupida delle bestiedomate.

 

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L'altro fumajuolo che zittiva era di un paesanottoche avevaguardato per due anni una bella bruna dagli occhi scintillantie con duecernecchi sulle tempieche stracciavano l'anima.

L'aveva però soltanto guardatae non le aveva parlato mai.

Alla sera si addormentava farneticando di leie alla mattinasi svegliava con una predica per la stessa. Ma la cosa era più forte dilui: ei non fu mai capace di dirle una parola. Volle andare a lavorare in cittàper fare un gruzzolo. E si aspettava di dirle poi tutto nelritornoquando sarebbe stato piú sveglio e piú ardito. In questo mezzo un suocompagno gliela sgraffignòla bella brunae se la sposò. Tornato egli alpaese e saputo il casodivenne bianco come un lenzuolo di bucatoma nonpalesò mica niente a nessuno: accorò dentro sé stesso: piangeva in secreto:trovava sempre la minestra poco salata: doventò un terremoto in casa; facevadisperare la mammaegli che era prima una pasta di zuccaro: un giorno chesbacchiando le nocisi pestò un'unghiasi mise a guairea mugolareadintronare il vicinatocome se si ammazzasse l'animale. Finalmente vollepartire per l'America. Non valsero i lucciconi della mammache le munsero gliocchinon valsero i consigli dei parenti vecchinon ci fu cristi a rattenerlo.- O partire per l'Americao strangolarsi con il fazzoletto del dí delle feste.- Bisognò vendere una mezza giornata di campicello per accozzare i denari delviaggio. - Ed ora sono tutti e tre a Genova; luila mamma e una sorellapiccinain uno stanzone terreno di trattoria seduti a desco fra marinaifacchini e carabinieridavanti a due litografie coloratel'una del Re e l'altradi Mazziniappese alle pareti. La madre piange di dentro e di fuorie muovemeccanicamente la forchetta. La piccinainebbriata dei palazzi altissimivedutidel profumo degli arancidegli odori acuti di pesce salatoè curvasul suo piattomangiae non pensa al fratello che parte. Questi pareuna cosa balorda: scuote la testa da bufalo e si fa passare le mani nei capegli;poi zufola fra i denti a mezzo fischio; ha le ciglia asciuttel'animaimpietrita. Partirà: lo metteranno in una sentina; starà tanti giorni in mezzoal fumo e al carbon fossile; diverrà sucidonero; non vedrà piú che cielo edacqua; acqua verdognola che fa dei vomeri e delle creste biancastre; mariaundique et undique cœlum e non mai la terrasu cui si posano ipiedi cosí sodi... Sbarcherà chissà dove... in mezzo a gente che egli noncapirà e che non gli vorrà bene... Non vedrà piú il suo sindacoil suocampanaro con la gobba davanti e di dietroche egli da piccino ha fattoingangherire tantoi suoi compagnicon cui faceva alla pallate di neve... Ohse gli capitasse di incontrare sulle rive del Mississipí il furfante che gli harubato la bruna! - Lo bacierebbe se lo inciampasse sulle rive del Mississipí! -È comodo a casa propria biasimare la cottura della minestra; è una galanteriavenire ammalati nel proprio letto e lagnarsi della mammache ci secca con lesue assiduità... Ma aver fameaver male lontano lontano dal nostro paese;gridare ed essere certi che ci sentirà Iddioma non ci ascolta nessun parentenessun amico - è troppoè orribile...

Ohci fosse qualcuno che non lo lasciasse partire quelgiovinottoper amore di lui e di sua madre! - C'è stato il prevosto diValverdeche ha detto a suo nipoteprima di accomiatarlo per il viaggio dellaluna di miele: «Va' a suonare tutti i campanelli dei tuoi conoscentie trovadel lavoro a quel ragazzacciodovunque siasipur di non lasciarlo partire peril Nuovo Mondo.» Fu agevole all'ingegnere trovare per il giovane contadino dellavoro rendevole. E mentre pesava su quel desco una scena grigiaplumbleaeccoli entrare sfolgorando nella trattoria il giovane ingegnere con la suasposina; e dire alla madreal figlioalla bambina una valanga di cose - eaccompagnare il giovane sopra un bastimentoche non lo menerà in Californiama in Sardegna alla costruzione di nuove strade ferratedove avrà cinque lireal giorno e farà rosolare la fronte a benefizio della madre patria - epromettergli per giuntache al ritorno gli preparerà una dozzina di ragazzesei brune e sei biondeperché vi scelga la sposa nel mazzo.

 

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I fumajuoli sospiravano sempre piú languidamente sui tetti;poi mancò loro affatto lo spirito e si spensero. Dove il grigio della vallesbocca nell'azzurro della pianura cominciò a formicolare un concistoro dilucciole. Era la città che si illuminava a gaz. La città con la Borsacodestafabbrica legale e soleggiata di monete mezze falsein cui la cartella e lacambiale ti ammiccano da cortigianee in cui si creano dal nulla delle fortunesperticatementre le fatiche proficue e necessarie della terra e dell'ingegnorendono della miseria - la città con il tribunale incrostato di lagrime e disangue - con migliaia di uomini che dormonomangianoridono in cameremobiliate e dal trattoresenza babboné mammané sposané sorelle. Ciòè falso! - nel villaggio almeno quasi tutti hanno la famigliache è il nidodell'uomo. E dietro queste montagne quanti altri villaggi vi saranno felicinella propria pelle! Dopo le Alpi la Francia anch'essa con città e villaggi...dopo la Francia il mare... poi l'Inghilterra con villaggi e città... poil'Oceano... poi l'America... Ohcome in considerazione della terra è piccoloil sindaco di Valverde! E sopra noi nel firmamentoe disotto a noi nellasabbianella muffanella goccia d'acqua o di latte quanti mondiquantiinfiniti! E ciascuno è ordinato e contento dentro la sua buccia.

Vedevo il campanone a far giravolte e capriole con il suobattocchio; e non lo udivo piú sonare. In cambio sentivo un ronzío d'insettiche dalla terra saliva in sudiventando tintinníopoi marcia strepitosa esfolgorante. Era la musica degli astriche girando camminanola musicadescritta da Ciceroneche noi non sentiamoperché siamo tutti e sempreegualmente immersi in essa: cosí non sentiamo il peso perpetuo dell'aria chepreme uniformemente ogni nostra parte. Intesi quelle note formare quasi deigrappoli di api in aria; mi pareva un palleggiamento di avemmarieparadisiache... Ricevevo nell'animo degli splendoricome quasi si aprisserodelle finestre in un immenso stanzone oscuro... Doventavo piú leggero...Ascendevo; mi tuffavo nell'azzurronel cielo. - Provavo un istante disolitudine così beatache avrei pagato un'oncia del mio sangueperché niunovenisse a rompermela.

Comparve nel capannuccio della scala la servetta magheraombrosauna mezza servettadegna di essere stata scritta da Dickens; la qualemi avvertíche scendessi a cena. Tombolai la scala e mi trovai nel salottoterrenodove scopersiilluminata da una lampadatutta la ripienezza e lafelicità di una famiglia: un figliuolo deputatoun babbo con gli occhialiverdi e con la papalina da notaio; una sposa bionda e lustra per la contentezza;una suocera tutta cuffiatutta faccendetutta gomiti; un cane pelliccione cheindorava la sua lana ricevendovi dentro la luce del petrolio; un gatto tristoche rantolando studiava una marachella contro il cane nella divisione dellabroda; una gabbia di canarini e l'almanacco di Mantegazza. - Messici a tavolail mio giovane amico si lagnò che i vermicelli sentivano di fumo. Ed io glirisposi: «Va' a Romaperché il genere umano è un complesso di servitúefra le servitú c'è anche quella del deputato. Maricordati: se làincapperai dei colleghidei giornalistidella gente senza cuore e senzafamiglia che ti morderanno; allora tu vieni a casaché qui solo c'èl'elisireil quale ti risanerà infallibilmenteed è la minestra del tuofumajuolo.»

 

GIOBERTI E RADESCKI

 

 

Ai fratelli Celestino e VittorioTurletti: - il primo pittore di osservazione arguta egentilearieggiante con il pennellolo stile delDickens; - il secondo ufficiale nell'esercito esoldato con me nelle letteremio stesso reggimentomedesima compagnia.

 

A Torre Orsolina (pseudonimo di un villaggio piemontese)oltre la filoxera del grano e il verme dei cavoli fiori c'era il baro delconsigliere comunale. Era il villaggio di Torre Orsolina come una litografia cheio ho visto una volta in un tinello di albergo e che rappresentava radunati aconcilio in un solo Panteon tutti i grandi uomini con la loro matricolastorica da Mosé a Napoleone e da Confucio a Thiers. Cosí a Torre i soprannomioriginati dalla corporaturadalle propensionidai difetti e dalle citazionidegli individuied imposti dalla malizia dello speziale o dal capriccio delcappellanocostituirono una litografia vivente di grandi uomini. Il messocomunale lo domandarono Carlo Uperché adoperava la vocale uquale articolo determinato secondo la sua grammatica nativa di Alessandria dellaPaglia: (per esempio u pane u medicoecc.). Il droghierelo dissero l'avvocato Brofferioperché sfoderava ad ogniquestione la sua eloquenza pepatache faceva persino starnutare gli astanti;l'oste delle Tre Colombe lo ribattezzarono Pio Nono in graziadella sua pancia sferica e delle cotenne fratesche della sua faccia; la maestracomunalecome camminava sempre con la testa bassa e con il velo sugli occhidiventò Santa Genovieffa del Brabante. Ed insiemecon venticinque altri personaggi storici nacquero a Torre Orsolina anche Giobertie Radescki che furono due casi di malattia del bacosovradetto.

 

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Giobertiprima di essere Giobertiera Tommaso Panadaunbel paesanotto dalla faccia rossacarnosalevigata e splendente come unmiraggiocon due baffetti rossimetallicid'ottonee con i capegli piúrossi della meliga da scopa.

Avendo dovuto condurre una carrata di legna a Torinofu ateatro e vide la Norma ed i Druidi e Pollionee poi le ballerinefusticini di carne umanache attraversavano palloni di mussola e solcavano efilavano dei salti e dei passi sul palco scenicofluide e uguali come il vomeronei solchicome la cutrettola boarina davanti la canna del boattiere.

Questo spettacolo gli slargò la intelligenza.

Sovrattutto gli restò alluminata dentro la mente la Normane zufolava le arie nella stallae quando raschiava e strigliava la Colombinala sua giovenca favoritaintonava sempre con essa il duetto: In mie manialfin tu sei! E intanto la teneva ghermita per le corna.

Andò soldato cannonniere e fece il quarantotto e ilquarantanove. Diceva benissimo nella sua divisa nera listata di giallo; i suoicapegli e i suoi baffi parevano allora non piú ottonema oro filatocome isuoi galloni da sergenteche guadagnò presto. Sarebbe anche diventato un pezzopiù grossose avesse avuto qualche letteratura come direbbeMichele Lessona. Imperocché a Somma Campagnamortigli il capitanoil tenenteed il sottotenentecomandò egli la batteria e fu un sublime e tonante angelorosso.

Tornato a Torre Orsolina era il personaggio piú felice delpaese; egli eroeegli proprietario di venticinque giornate di terreno fracampiprati e marciteegli sposo di Cunegondala piú pomposa maschiotta diTorre.

D'ordinario i contadiniquando ritornano a casa dalreggimentosi trovano mortificati a lavorare la campagna ed amano megliofrequentare le osterie. Tommaso Panada era tutto giorno all'Albergo delletre Colombesenza far torto al Leon d'Oroalla Testa Grigiaalla Bella Italiaal Bue Rossoed anche alla Gatta Mortaper i quali faceva la sua via Crucis. Raccontava in mezzo ailitri GoitoPastrengo ed il duca di Genovache una volta sentí starnutare eda cui disse prosperità.

Vuotato il sacco della storia quarantottesca e nazionaleTommaso Panada voltò lo sguardo alla politica paesana e presente diTorre Orsolina. Lo Statuto di Carlo Alberto non aveva mutato gran fatto la costituzionedei piccoli villaggi piemontesi. Levati alcuni schiamazzatoriche lasera della proclamazione della Carta si erano ubbriacati ed avevanogridato: Viva la Repubblica! Morte ai signori! Morti i preticanteremo noi! e perciò avevano toccato la sera stessa una ramanzina dallamoglie ed il giorno dopo una risciacquata dal sindacoe se ne erano confessatia Pasqua- nel rimanente le cose erano restate al sicutera.

Gli stessi consiglieri comunaliche una volta uscivano dalleterre oligarchico-amministrativeerano stati confermati dal voto popolarecheerano il medico Bonotti sindacoil fattore del contelo speziale Linguae simili. In riga di pascoli spadroneggiava sempre Carlo Ul'inservientecomunaleil Nerone del villaggioil qualesenza muoversi di casaanzi dalsuo lettoaccusava idest metteva in contravvenzione levacche piú innocenti dei suoi nemicicioè di coloro che non gliregalavano le prime pesche e la prima farina. La scuola si faceva semprein uno stanzone screpolato della Casa dell'Opera Pia al piano superiorea cuisi montava per una scala a mano che dava in un ballatoio; e gli scolarettid'inverno dovevano portare essi stessi la legna per riscaldare la scuola.

Il parroco Don Malacqua seguitava ad essere un'arpiainesorabile nell'esigere i diritti di stolae si raccontava avesse staggito conle sue proprie unghie una matassa di filopenzolante dal solaionella cameradi una povera inferma allettatae ciò per pagarsi della sepoltura del maritomortole poco prima. Schiariva i boschi della prebendaatterrando le piante piúopache e non lasciando piú luogo ai nidi delle gazze. Manometteva una guarentigiacostituzionale la libertà individuale dei fanciulliche pigliava acappiotti e rotolava in chiesase giocavano alla trottola in tempo di predicasul sagrato.

Le notti senza luna e senza stelle non c'erano altri lumi arompere le tenebre delle viefuorché i lumicini per le novene delle madonne.

I vitelli e i maiali si ammazzavano e si squartavano corampopulo per ingentilire l'animo dei bambiniche tornando dallascuola facevano un fermalà di mezz'ora davanti le corate sbuzzate e le gallerierosse dei costolami vuotati. Alla domenica si mettevano nei ceppi vistosamentesotto l'atrio del palazzo comunaledopo che avevano fatte le cerchie per ilpaesei ladruncoli di frutta e i cantanti notturni: idest tenevansiaccaprettati con una gamba asserragliata fra le labbra di un trave spaccato.

Essendo venuto il vescovo a dar la cresima in paeseilmunicipio gli mosse incontrogli ammanní pranzidiscorsi e iscrizionie loilluminò alla seraeziandio a spese dell'israelita signor Giosafatteuno deipiú grossi contribuenti del villaggio.

«Questo stato di cose» predicava Tommaso Panada nelleosterie «è insopportabile! Lo Statuto non c'è ancora nel nostro povero paese.Miei cari compatriotiquando sono mutati i tempi bisogna mutare anche lemutande: mutatis mutandis. Bisogna nominare nuovi consiglierichemandino a spasso quel tanghero dell'inserviente comunalevecchio istrumento deitempi defunti. Bisogna scorciare le unghie al signor parrocoacciocché nonpossa piú sgraffignare tante uova e tanti prosciutti alle nostre madri difamiglia nella benedizione delle case; o almeno dia quel tirchiaccio unafrittata rognosa ai nostri fanciulli che gli portano il secchiello! Non piúnessuna spesa né per la cresima del vescovoné per l'organo nuovo! Bisognafar passare la strada ferrata da Torre Orsolinametter su il telegrafo e dellescuole nuovedove si insegni la patria e la geografia e non i latinuccidell'uffizio. Bisogna proibire che si recitino in teatro Gelindo e Giuseppeil Casto e si dia invece l'Assedio di Alessandria chefarò io stesso la parte di Gagliaudo; e poi dopo i drammi di Goveansirappresenti una buona volta la Divina Commedia del signor DanteAlighieriche io farò il conte Ugolino! Non bisogna piú lasciare che i nostrimonelli si abbaruffino nei prati comunali con quelli della borgata diBestiaregia; è una marcia vergogna che tutti gli anni ci debbano portare a casaqualche figliuolo con la testa sfracellata da una pietrata di fionda. Bisognasculacciarli tutti una buona volta quei brutti Davidi birichini!... Bisogna!bisogna!...»

Alla eloquenza della parola Tommaso Panada aggiunse quelladella mano. Come si è dettoi ragazzini per andare a scuola dovevanoarrampicarsi sopra una scala portatile a piuolicome quelle che si adoperanoper salire sul fenile. Or beneun giorno all'ora del finis TommasoPanadapassato davanti la scuolaportò via la scala; ed i ragazzettied ilmaestro cappellanofattisi per uscirerestarono lí come berlicche appollaiatisul ballatoio: i bambini piangevanopigolavano come pulcini abbandonati sullafenaia dalla chioccia schizzata da basso nel cortile. Il maestro cappellanoagitava il tricorno perché gli riponessero la scalache gli venne rimessadallo stesso Masodopo molto spasso del pubblico.

Quest'esempio manesco e ridereccio avvalorò nei popoli diTorre Orsolina la predica di Tommaso Panada sul mutatis mutandis.

 

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A dire la veritànelle dicerie e nelle operazioni di Masooltre la rósa di riformare il paese secondo la civiltà dei nuovi tempicientrava anche un po' l'ambizioncella di poggiare i suoi gomiti sul tappeto verdenel salone comunale.

E la moglie Cunegonda ci soffiava dentro quest'ambizioncella.Essa ci teneva come di un galano in testa a diventare la moglie di unconsigliere. Allora essa avrebbe dato dei pareri al maritoavrebbe fattolicenziare quella smorfiosa e cerosa di Santa Genovieffala maestra comunalechecome magraaveva osato sparlare della grassezza di leila bella e floridaCunegonda. Chi sa? Sarebbe stata anche allegata la sua parola nel ConsiglioComunale.

«Sentitecolleghi!» avrebbe potuto dire un giorno Tommasoagli altri padri della patria. «Voi sostenete che si debba fare un pontesull'acqua del Molino nei Prati Nuovi; ma corpo di una cornacchia!Mia moglie Cunegonda credee me l'ha suggerito stanotte in lettoche saràmeglio fare il ponte nella Ghiaia del Lupo - Che gloriaper Cunegonda!

E poi Tommasoda consigliere spicciolopotrebbe aumentare aconsigliere delegatoe vice-sindaco. Uhse giungesse a portare ilsottopancia da sindaco (la fusciacca tricolore) nella processione del CorpusDomini! Il soppancia girato solennemente intorno a una bellagiubba neranuovadal pelo accesoin mezzo agli sguardi ammirativi deimarmocchi e dei chierichetti.

Quale visibilio per Cunegonda!

Per sfogare la fregola di maggioreggiare nella politicapaesanai coniugi Panadaoltre la propaganda pubblica sovrannarrataungevano anche la carriuola privatamente. Tommaso si dimenticava di domandare ilprezzo delle emine di granoturcoche aveva dato a credito; Cunegonda ad unelettore mandava a regalare un piatto di farina nuovaa un altro una coppia digalletti di primo cantoa un altro un cesto di ciliegiee ad un altro ancoraincrocicchiò un paio di guanti di seta gialla forati all'uncino. Quandoammazzarono l'animale nerosi può dire che i soli ossi restarono per loro;ché i fegatelli e la salciccia a dozzine e a rocchi coperti di un tovagliolobianco entrarono nelle case altrui.

Essendo un giorno di mercato capitato nel villaggio unlibrivendolo ambulante ed avendo disteso in piazzasopra un bancherottololasua biblioteca composta in massima parte dei Reali di Francia dellaBella Magalona e delle farse I due gobbi 1 due sordi (Novaratip. Crotti)Tommaso comperò il Gesuita moderno di Vincenzo Giobertinon so come mescolato a quelle bricciche; e con il sussidio di quest'opera sipropose di ingrossare la guerra contro la setta retriva nelle vicine elezioni.Gioberti diceGioberti scriveGioberti sostieneera diventato il suoritornello. Di qui pervenne a Tommaso il nomignolo di Gioberti.

 

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Spuntò finalmente la domenica delle elezioni. La notteprecedente fu per Tommaso una notte torbidapungente e pesantela famosa nottedi Don Rodrigomentre si appestava.

Il mattino si videro appiccicati a due o tre canti deibottelli manoscritti anonimi che dicevano: Sorgete Popoli di TorreOrsolina! Scuotete ecc.e poi giú contumelie atrocirilevateestreme contro l'inserviente comunalecontro il parrococontro Brigida la suacuoca e persino contro padre Sinforianoil cappuccinol'ultimo quaresimalistamischiato con leisenza sufficiente ragione elettorale. Siccome detti cedolonierano stati attaccati con morselli di pecesi sospettò fossero opera delcalzolaio zoppoGuglielmo il Guiscardo la lingua piú tabana delvillaggio.

Gioberti prevedeva una zuffa terribile. Inveceperché pocoprima d'allora si era pubblicato all'albo pretorio dei Comuni la grida dicattivo umore fatta da Massimo d'Azeglio e conosciuta sotto il nome di Proclamadi Moncalieri era venuta molta fiaccona nella vita pubblicapiemontesesperando i codini si fregasse presto lo Statutoe rimanendodisgustati e rincagnati i liberali.

Fatto sta ed è che dopo tanto armeggiotramenío e discorsee regalia Torre Orsolina di dugento elettori andarono ad imborsare il votoappena dieci. Il parrocoi pretii fabbricierimancomale non si mossero dacasa. Pure niuno degli antichi consiglieri fu confermato nella caricae venneroeletti Gioberti con sette votil'avvocato Brofferio e l'oste Pio Nono con sei efinalmente Guglielmo il Guiscardo ed il signor Giosafatte con cinque voti.

Benché nominato con quella miseria di faveTommaso scappòtrionfante a casaabbracciò largamente e rotondamente la moglielasciandomolto spazio e molt'aria fra le proprie braccia e il fusto di lei; e poi ledisse amorosamente e quasi pudicamente: «Cunegonda! Bacia tuo maritoché baciun consigliere comunale!»

Sentiva nel petto un rullouno scampanío e un bagno difesta: ed in mezzo a quella galloria festiva nuotava anche una gioia funeralela gioia di morire consiglieredi far suonare il campanone grosso per la suasepolturaquel campanone che a Torre Orsolina si suonava soltanto per la mortedel parrocodei laureati e dei consiglieri comunali.

Andò lo stesso giorno dal calderaio ad ordinargli che gliconfezionasse una penna indispensabile per la nuova sua caricadovendoscriverecome egli dicevaall'intendenteai generali ed anche ai ministri. Ilcalderaio gli fabbricò addirittura un'alabarda. Bisognava vedere come Giobertiappena ebbe quella nuova pennache gli costò il coperchio di un pajuolosimise subito ad usarlastintignando il suo nome sopra un cartolarotenendosidiscosto dalla madia per un mezzo metroa fine di poter allungare meglio lebracciae scarabocchiando e asteggiando e arabescando con una passionescolaresca da primo premio.

Poscia si mise per esercizio con lungo studio e con grandeamore a copiare gli articoli piú golosi e piú peccaminosi adetta del parrocoche si pubblicavano sull'Unione e sulla Gazzettadel Popolo massime quelli di Aurelio Bianchi-Giovini sulla Criticabiblica e papalee quelli di Alessandro Borella contro il miracolo delmuto che si inginocchiò davanti la Pisside: e ne copiò tanti di siffattiarticoli da riempire mezza guardaroba e da far borbottare la moglieche sivedeva mancare il posto per la biancheria.

 

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Entrati nel governo municipaleGioberti ed i nuoviconsiglieri vinsero il partito di far macellare le bestie a porte chiusefecero costrurre una scala di cotto per la scuola anticaordinando eziandiol'imbiancatura delle sue muraglie sudatemisero su una seconda classeelementare per i fanciulli ed una prima regolare per le bambinefino alloraabbandonate alla disciplina di una vecchia gobba empirica; decretaronouna banda musicale ad istrumenti da fiatoinstituirono un asilo d'infanziaadoperandovi delle maestre secolarie ricusando le monacheanche quelle bigiefabbricate ed offerte da un vescovo amico dei mezzi termini e dei mezzi colori;rifecero il selciato riducendolo convesso di concavo che era prima e ponendoviin mezzo due guide di rotaie in lastre di montagna; attaccarono dei lampioni aicrocicchi delle vie; rimisero in arnese la guardia nazionaleriducendo apercussione di fulminanti gli schioppi napoleonici a pietra focaia; infineregolarono ed accrebbero l'irrigazione della campagna con nuovi ordini ederivazioni di canali e di rigagnoli.

Ma recando sí gran profitto al ComuneGioberti guastava sestesso; era montato in ozio e in sussiego; volle avere un canapèvolle avereuna sala con l'ammattonato verniciato ogni domenica di sangue di bueuna salaaddobbataoltre che del prelodato canapèancora di un canteranodi unacantonieradi un tavolino da nottesu cui posavano continuamente il CodiceAlbertino e quello militaredi un quadro che portava incorniciato il suocongedo dal reggimentoe di un berretto da croato riportato dalla guerraappiccato ad un chiodotrofeo di vittoria.

Un dí conducendo in campagna un carro di letame fu sorpresoda un camerata ad aizzare con lo stombolo la sua coppia di buoi e a dirigerlacon i latinismi restati ai boari: cis! e trans!; e come l'amicogli domandòdove fosse incamminatoegli Gioberti rispose fieramente: «Vado apasseggio.»

L'anno dopo per non trovarsi piú in quelle umili posituredisdicevoli alla sua dignità consulare secondo il suo modo di vederediede afittanza i benied egliannoiato e scioperatoquando non c'era consiglioandava all'osteria e non mangiava quasi piú a casa suasalvo allora che ciaveva dei forestieri.

Essendo di lí a due anni scaduto da sindaco il medicoBonotti - apriti cielo! - venne fatto sindaco Gioberti. Allora a lui parve dinon poter piú capire in Torre Orsolinagli parve di salire invisibilmente allestellecome Romolo padre di Roma. Diede nella sua sala un ballo smisuratamentemaiuscolo: ubbriacò come monne i suonatorii quali perdettero l'errele notee gli occhialiingolfò e rimpinzò le forosette di ciambelledi offelledibrigidini e di amarettie quando queste non ne capirono piú né in corponéin tascaegli si mise a grandinare caramelle sulla loro testa all'impazzatatantoché se ne coprí il pavimentofacendosene tappeto e strame e si tirò viaa ballarvici sopra.

Era per lui una consolazione il poter avere a pranzo ilgiudice del mandamentoil brigadiere dei RR. Carabinieril'ispettoreforestalee quello delle scuolequando capitavano in paese per ragioni diufficioe la seraper costringerli con dolce violenza a fermarsi seco lui acenanascondeva loro o il bastone o il pastrano o il cappello. Giunse perfinoad ottenere alla sua tavola il deputato del collegioche accettò l'invitoperché le nuove elezioni erano alla porta con i sassi. Questo pranzo imbanditocontro la prammatica paesana del mezzodíalle sei pomeridianeoraaristocratica e franceseriuscí cosí grossoche non poté stare in casaelo si dovette portare in giardino sotto il pergolato ridotto a galleria verdeilluminato da ventole gialleche fiammeggiavano molto bene il verde dellefrasche.

Dopo tale banchettosalirono siffattamente i fumi alla testadi Giobertiche egliignaro della esistenza delle cartoline di visitaconcepí originalmente da se stesso dentro la sua anima tutta la loro genesidiabolica.

Per vanagloria di far sapere il suo nome e i suoi titoliegli pigliò tanti pezzettini di carta da rispettoe vi scrisse su di propriopugno: Tommaso Panada - già militare graduato - ora Regio Sindaco di TorreOrsolina Presidente delle Acque (ivi) - Direttore dell'Esilio Infantile(ivi) ecc. ecc. ed amico intimo del Deputato. Questipezzettini di carta egli lasciava cadere con simulata inavvertenza per le viealle fiereai mercati e sulle panche degli alberghiacciocché la gentetrovandoli li leggessero e conoscessero tutti i suoi meritile sue cariche e lasua grandezza.

Cunegondainsuperbita anch'essauna volta andata a Torinocon un cavagno di ranocchi che gracidavanosentissi un fermo là dalle guardiedaziarieche volevano farle pagare il balzello di entrata dei suoi ranocchi.Essa balordamente niegavadicendo quelli non essere ranocchima gusci di nocie quando quei sergenti a convincerla si posero a scucirle il saccoessaatteggiatasi a dolorosa e sciocca dignitàdisse: non doversi ciò fare allasindachessa di Torre Orsolina! Risacchiarano superbamente quei sergentiericevuto da lei il prezzo di entratala mandarono con Dio.

Intanto a ogni pusigno e a ogni boccone che Maso trangugiavaall'osteriaad ogni partita con le bocce o con le minchiatea cui eglipigliava partead ogni pranzo che dava alle autorità in giroegli si giocavaun mezzo solcoo un intiero solco dei suoi podericosicché era vicino aspropriarsi e a spiantarsi del tutto. Per giunta un contadino zotico e malignogli tagliò di notte tre filari di viteperché suo figlio non fu salvo dallaleva militarecredendo che il sindaco non ne avesse fatto figurare abbastanzauna vena varicosain cui egli il contadino confidava.

 

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I codini in Piemontevedendo che lo Statuto teneva e nonpoteva sbarbarsiavevano oramai fermato di trarne profittopopolando dicanonici la Camera dei deputati e di sacristani i Consigli comunali. Fu un ladi intonazione dato a tutti i musici dal canto fermo negli Stati sardi.

In questo mezzo tempo a Torre Orsolina era venuto su PompeoManocciaseminarista giunto al primo anno di teologia. Nelle vacanzetrachiamato ed esibitosiegli fece ripetizione di lingua italiana alla figliuoladel medico Bonottie fingendo di essersene invaghito perdutamentecompí sulei una seduzione primaticciadi cui si scusò come di uno scappuccio del cuorecaldo; ed invece era stata una trama freddaordita da una testa fratinaperghermire una dote che altrimenti non avrebbe mai arrivata.

Presa una moglie da cinquantamila lire e buttato il collaresu un ficoManoccia rimase però carne ed ugna con i preti; era tutta cosa delparroco; andava con lui a spasso; mostrava di poppare nelle benedicoleaccompagnate dall'organo; si mascherava e ragliava da battuto nelle processioni;e nelle funzioni solenni portava egli stesso il baldacchino; e fu egli chescoprì essere oramai giunto il tempo di togliere la somma delle cose del Comunedalle mani dei libertini.

Era un ometto capace di lavare un francobollo usato e dimetterlo come nuovo sopra una letterae di invocare la prescrizione in giudiziocontro il salumaio. Siccome aveva una faccia da schiaffied era più cattivodei debitilo dissero Radescki.

Nel 1858 la lotta elettorale fu titanica a Torre Orsolina. Sipredicòsi bucheròsi imbecheròsi raspò da ambedue le parti. Si messerosossopra moglimariticugineamorose. I codini dicevano ai campagnuoli che leimposte nuove di Cavour erano tutte opera del sindacodel povero Gioberti diTorre Orsolina: dicevano alle donnicciuole: «Guaise si lasciano stare leteste calde al timone! Guai! Fabbricheranno delle nuove Crimee e dei nuoviquarantotto; moveranno guerra ai cani grossialla Russia e all'Austriachefaranno carnificina dei nostri poveri figliuoli; toccheranno i corpi santi; nonlascieranno stare in pace i pretii frati e il papae li obbligheranno amaritarsi per sacrilegio; onde pioveranno dal cielo le castigatorie di Dio:pestecolèracarestia e mortalità degli uomini e del bestiame. Invece noidiminuiremo le taglieobbligheremo i paterini ad accostarsi ai santissimiSacramentisalveremo il nostro sangue dalla leva...»

Venne la domenica prima delle elezioni in paese unospacciatore di bibbie della Società Evangelica.

E il parroco montò come un razzo sul pulpito a gridare:«Fuoco! Fuoco! Veleno! Veleno!... Ci avvelenano i pozziil latteilcatechismoci abbruciano le nostre anime... E il veleno è in piazza!...»Tremarono le madribollirono i padrii sarti corsero a brandire i rasiicampagnuoli i badilile femmine strillarono; e trassero tutti in piazza ecomposero un gorgo intorno al povero venditore di bibbieil quale imbiancòbalenò e poi scappò. E gli altri dietrogli a rincorrerloa maledirloavolerne fare scempio. E l'avrebbero fatto a pezzise non fosse sopraggiuntoGiobertiil sindacoa gridare: «Bastafigliuoli! Canizucconi! Ci sonoio... Faccio io giustizia! Indietrodico a voimarmittoni! Sentitebruttianimali!... Il comandamento dice: non ammazzare!...»

E vedendo che le parole non bastavanoaggiunse gliscappellotti. Gioberti quel giorno aveva i baffi piú fulgidi e la mano piùpesante del solito; onde i fanatici ritrosirono e lo spacciatore di bibbie ebbela pelle salva. Ma siccome il sabato dopo grandinò fieramentePompeo Manocciainzipillò i contadinidicendo che quella grandine era una penitenza mandataloro da Dioperché l'avevano lasciata passare liscia all'eretico spacciatoredi bibbie protestanti.

 

* * *

 

Nella domenica deputata alle elezioniparve che il villaggiodi Torre Orsolina formicolasse e luccicasse piú del solito; si vedevanoaggirarsi ed arrotarsi delle cravattedei fazzoletti non piú vistideicappelli a stajo dissepolti dalla tomba degli armadîcerta genteche unavolta si vedevano e si amavano fra loro come il fumo negli occhiora sitrattavano con le belle belline. Il parroco anticipò la messa grandecantandola all'albaperché tutti avessero modo di recarsi a votaree la finíinnalzando una preghiera a Dio Ottimo e Massimoacciocché illuminasse glielettori di Torre Orsolina nella cerna dei consiglieri.

Suonò il campanone a consiglioe suonò nell'animo deglielettoricome una chiamata misticache facesse tutti raccomodare nell'armepronti ad una crociata. Sbucavano di qua e di là dei contadinidei pretidelle donne; facce gioiosefacce sgherre e facce intenebrate.

«E Matteo Sebastianoil priore di San Francesconon sivede ancora. Uhsarà quella scomunicata di Caterinasua mogliesorella diCunegondache gli avrà nascosto il rasojo ed il panciottoaffinché non possafarsi la barba e venire a votare... No! Bravoviva! Matteo Sebastiano viene lostessocolla barba lunga e senza panciotto...» Matteo Sebastiano era unbigottoneche nel 1848 aveva regalato un'emina di granturco ad un tamburinodella guardia nazionale paesanache in quei bollori si vantava ereticoacciocché si andasse a confessare.

«Ecco quel birichino di Angelinoche conduce suo nonnononagenario al municipioe rimove co' piedi i ciottoli che lo possono farincespicare.»

«Radescki ha mandato un suo servitore a bagnare certo campodove aveva piovuto largamente il giorno primaper allontanarlosotto questacopertinadell'urnasapendolo liberale.»

Giunse la Gazzetta del Popolo di quella mattina; anzigiunsero due metri cubi di Gazzette del Popolo da distribuirsi aglielettori. - (La Gazzetta del Popolo benché fulminata da pergami era purdivenuta la colezione mattutina e la direttrice spirituale dei villaggipiemontesi). Ora la Gazzetta del Popolo nel numero di quel giorno portavaun articolo del Sacco Nero dedicato ad incoraggire i liberali di Torre Orsolinaalla lotta elettorale. Quell'articolo incominciava con il motto triplicato: Libertas!Libertas! Libertas! Quindi ricapitolava in fretta tutta la storiacontemporanea nei suoi punti culminantiche erano - 1.° la generosa propostadei cento cannoni di Alessandria fatta da Noberto Rosa- 2.° la cosidettasubdola proposta fatta da monsignor Calabiana vescovo di Casaleciò era dipagare con una offerta privata di codini danarosi i milioni appetiti dalGovernopurché questo non abolisse le fraterie- 3.° il fatterello ancoracaldo del fanciullo ebreo Edgardo Mortara battezzato furtivamente da una servacristianae poi strappato per forza ai genitori israeliti e condotto fra icatecumeni.

Poscia l'articolo terminava precisamente in questi vigorosiaccenti: - Scongiuriamo i nostri preziosi amici gli elettoriliberali di Torre Orsolina ad accorrere volonterosi all'urna in numerosa e bencompatta falange. All'erta! Il mondo liberale li guarda. Non silascino cogliere in trappola e non facciano nemmanco il bonus virus(sic) ossia il minchione a casa loro. Scaccino le tentazioni deldemone dell'apatia recitando la giaculatoria dei liberali piemontesi: abbassole chieriche! abbasso la conserva di prugne delle perpetue parrocchiali. Stialoro ben presente la maestà suprema del Paese. Taglino la coda dell'idrasacerdotale. Rodano abbrucino con il vetriolo dei loro voti lebranche del polipo del sanfedismo che cerca di invadere ogni latebra dellacivilizzazione moderna e nell'albo della libertà italiana TorreOrsolina non sarà Nigra notanda lapillo. libertas! libertas!libertas!

Il sindaco Gioberti uscí di casa pallido e mosse verso ilpalazzo municipale. Toccò a lui presiedere alle elezioni; leggeva con vocevelata i nomi delle schedeche quasi tutte gli dicevano male: PompeoManoccia Pompeo Manoccia una volta Pompeus Manociusun'altra Pompée Manocà un'altra Pompeo Manocciaviva Gesú! Erano contrassegni in lingua diversa ofurbescadati dal parroco e da quel brigante matricolato di Radescki a certielettoriper sincerarsi che portassero proprio la scheda sacramentale loroconsegnataimperocché avevano loro detto: «Se noi non sentiamo pronunciare iltal motto e la tale desinenzació vuol dire che voi ci avete truffatie ve neaccorgerete poi voi altri al tandem.»

Di rado uscivano i nomi di Gioberti e di Brofferio; qualchevolta dei nomi burleschi e da me ne impipo; Don Bosioil Lucio della Venerial'Arcivescovo Ruggeri e l'arcivescovo della diocesi (non Ruggeri)Re Bombal'arciprete di Bestiaregiail duca di Malakoff.

Gioberti ebbe una scaccataessendo restato a grande penainferiore di voti a Radescki. Pubblicò egli stesso con voce fermaaconsiglieri: Pompeo ManocciaMatteo Sebastiano il priore di San Francesco esozii. Discendendo le scale del municipiosi sentiva saldo sulle gambe mabarcollante nel cuore.

In piazzai codini facevano il bajone; l'oste della Gattamorta mise la sua pancia al sole sulla soglia della sua osteriainvitando icaporioni codini al pranzo che aveva ordinato Radescki. Allora uno di essi volleper vermutte dare ancora una giravolta intorno alla piazza con un'enormedamigiana sulle spalle per scorbacchiare Giobertiche aveva fatto quello del...vino. Gli altri gli tennero dietro in codazzodando in certe risate cheabbruciavano. Poi si fermaronosi restrinsero tutti intorno a colui che portavail fiasco e intonarono beffardamente la strofa dei Fratelli d'Italia chedice: Uniamoci amiamoci - L'unione e l'amore - Rivelano ai popoli -Le vie del Signore - Giuriamo far libero - Il suolo natío e dovefinisce: Uniti per Dio! - Chi vincer ci può? correggendo: Uniticon Dio - Chi vincer ci può?

Giobertisbeffeggiato dalla scampanata e dalla scornacchiatadi quei Fratelli d'Italia andò a casasi gittò nelle bracciadi Cunegonda; ed eglil'artigliere che aveva fulminato gli Austriacieglicheavrebbe visto ad occhi asciutti il tifo vuotargli la stallaGioberti piansecome un fanciulloperché non era piú consigliere comunaleperché i codiniavrebbero rovinato il paeseed a lui non avrebbero piú suonato il campanonenei funerali.

 

* * *

 

Fu nominato sindaco Radesckial posto di Giobertie ciònon solo per la protezione del vicario generale della diocesima ancora per lebrighe di una società torinese di scavezzacollia cui egli appartenevaintitolata: Società dell'Ebreo errante ossia del progresso perpetuo.

Insediatosi al poteredato di spugna alla banda musicaleinstituí una scuola di canto fermo coralesfrattò maestri elementari eguardie campestriallogò delle monache nere nell'asilo infantileabolíl'illuminazione notturnapretestando che la gente onesta non va a zonzo diserarifiutò il legato di una biblioteca fatta al Comuneallegando che inquella libreria c'era la storia del Bottaproibita dal papa.

Gioberti inorridiva di codesto sgoverno; e vedendoper altraparteche aveva bisogno di lavorare per riassettare il suo patrimonio un po'sconquassato dalla bufera sindacaledeliberò di lasciare Torre Orsolina. Maprima volle accoccare la seguente burletta a Radescki. Siccometolti i lampionidai crocicchi delle vieerano restati attaccati alle muraglie i bracciuoli diferro che una volta li reggevanoGioberti fabbricò tanti cappelli da pretecon cartonee poi la sera ne posò uno su ciascuna di quelle sprangheindi lamattina spulezzò e andò a lavorare come assistente nella strada ferratacheallora si stava costruendo da Chivasso ad Ivrea.

Gli abitanti di Torre Orsolinasvegliatisitrovarono itricorni da pretea guisa di spegnitoiin luogo dei lampionie capirono la satirada panattiere che aveva voluto loro gittare l'ex-sindaco partendosiquasi ad ammonimento di non lasciar abbujare affatto il paese dalla pece deicodini.

Radesckimentre immagriva il villaggiorimpannucciava sestesso. Mangiava dei denari del Comune a tirapelledicendo nella sua coscienzaladra: «Roba del Comuneroba di nessuno!» E cosírimpinzando séassottigliava gli stipendi al cadastraro e ai maestririncarava i tributi atutti.

La carta da lettera e da protocollo per la segreteriacomunale veniva a costare un occhio; la legna che si ardeva nelle stufe perriscaldare gli uffici e le scuolenella fattura del sindacoaveva un prezzotalecome se fosse stata carbone di diamante; e queste iperboli non sono dellepiú grosse. Un díquel benedetto sindacochiamato ad una tenuta municipaleper vedere l'usciolo di un pollajoche era tarlatosi fece pagare una vacazionedi venti liredove il rinnovamento di quell'uscioloper opera delfalegnamecostò soltanto ottantacinque centesimi.

Radescki si poteva firmare di professione anzidi mestiere sindaco.

Al Consiglio di leva ci andava colla mogliecoi bambini ecolla baliaed i biglietti della strada ferrata e le note dell'albergatoreerano tutte pagate dall'esattore. Pigliava al volo ogni invito ad adunanzeinutili per il bene del Comune; cosí ad ogni inaugurazione di mostreindustriali od artistichevoleva rappresentare il municipio di Torre Orsolinaintascandosi un centinaio di lire; e a spese del Comune si portava ognisettimana a Torino ad assistere alle congreghe della Società dell'Ebreoerrante in cui si era sempre impegolato.

 

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Si era sul principio di maggio del 1859. Si era rotta laguerra. Nell'agro vercellesetutto venato di canalisi erano salassate levenee si era dato l'aire all'acquache aveva improvvisato un lago adimpicciare i Tedeschi.

Essii plufferii caiserlicchii segonicome sichiamavano allora i nostri amici d'oggidísopravvenivanosi avanzavanobestemmiando trovare lago non geografico: ogni tanto davano untuffo nell'acqua; poi se ne rialzavano; parevano cigniocheche venissero inguazzodibassando e levando le teste.

In altri tempi il castello di Torre Orsolina avevaun'importanza strategica maiuscolaed allora aveva ancora un'importanzastrategica minuscola.

Il parrocodon Malacquasapendo approssimarsi gliAustriaciaveva fatto allargare la stia dei capponi.

In un giorno di venerdìdon Malacqua e il sindaco Radesckipasseggiavano in un corridoio interno della canonicamutisentendosi solo ladolce cadenza della loro pesta gesuitica. Ogni po' si stropicciavano le manioleosamente. Svoltandogli occhi di don Malacqua percossero quelli di Radescki;non erano occhierano occhiolini; si mandavano e ricevevano luccichiiriflessida pozzanghera.

Senza far mottosi capirono e si restrinsero nelloscrittojodove si chiusero a chiave.

Quindi don Malacqua vergòcol suo bel carattere rotondosacerdotaleda fede di battesimouna lettera al pievano vicinol'arciprete diBestiaregialettera che firmò anche Radescki. In quella lettera suggerivanoall'amico arciprete un passo per venire a Torre Orsolinada insegnarsi alle truppedell'ordine. Incaricarono Roccoil sacristanodi portare lalettera. Faceva vento; Rocco partí. Andavafilava sulle poche labbra asciuttedei fossi. Le falde della sua giubba nera usitataregalatagli dal parrocomortodi buona memoriasvolazzavano. Pareva un grosso pipistrelloparevameglio un uccello acquatico tutto aliannerito dalla notte.

L'anima di Rocco volava proprio come un uccello; volava in sunel mondonell'estasi dei sacristani; faceva dei sogni politicicome ilcardinale Alberonisuo predecessore in sacristia; si sognava il regnodell'ordinedei preti e degli Austriaciin cui sí gran parte doveva venirfatta ai sacrestani; e in mezzo a questo sognare e regnare politicosi mescevala forma eroticaatticciata e latteggiante di Brigidala cuoca del signorprevosto.

Rocco intoppò in una strada ingombra di carriaggisu cuistavano dei soldati piemontesie fra essi due terribili baffi rossi. Alla vistadi quei baffiRocco indietrò; avrebbe voluto aver le ali per nascondervi sottola testaa modo dei fagiani. Le falde del suo giubbone trillavano al vento e dispavento.

Gioberti (che era desso il proprietario di quei baffi)ridivenuto sergente del trenoavvistosi della ragiatombolò dal suo carro conuno splendido contacc! da soldato piemontese. Ghermí il sacrista comeun'aquila ghermisce un montone: lo scosse come una pianta di ciliegio.

«Cane! Roccotu hai un tradimento in tasca!»

«Perdono!» rispose Rocco.

Esenza lasciarsi troppo frugareconsegnò a Gioberti lalettera.

Questi la lessela capí in quel bel carattere rotondoparrocchialeda fede di mortorio; aggravignò Rocco e lo lanciò ad intridersiin una risaja vicina. Quindidette poche parole ai suoi camerati saccardisiavviò tremendo verso Torre Orsolina. Entrò difilato nella canonica e trovò ilparroco e Radescki ancora ristretti nello scrittoio:

«Giuda Scariotila conoscete questa lettera?»

Radescki e il parroco affiochirono.

«Preti e cristiani battezzati voi altri? Nono... Noncredete a nullanemmanco ai primi comandamenti della legge di Dio! O Signore!Signore della Misericordia! Con questa lettera voi chiamate gli Alemanniiforestierii ladrii prepotenti in casa nostraperché facciano la polentanei nostri pajuoli colla nostra farinaperché diano dei lattoni sul cappellodei nostri intendentiperché facciano essi il nostro consiglio comunaleperché vengano a dormire nei nostri lettiperché ci rubino i salami e ciabbraccino le mogli. Vengano anche a ungersi gli stivali coll'olio santo deinostri tabernacolie voi - Dominus vobiscum! - li assolvetelibeneditepurché ingrassino voi e siano della vostra! Vergognosi! senza cuore!senza patria! senza legge! senza fede!... Dopo questa lettera meritereste duepilloledue palle nella schiena...»

Radescki e il parroco diventarono di sei colori.

«Ma io lascio ad un altro boia che vi impicchi. Io nonvoglio fare il boia de' miei compatrioti; io straccio questa letterane facciomille sbrendoli.»

E stracciò.

Nelle faccie di Radescki e di don Malacqua guizzarono dellevene di fuoco chiaro e contento come in un tizzone.

«E voi dicevate me inimico della religione! Ioquale mivedetecredo in Dionell'altro mondodove chi farà del bene avrà del benecredo che le povere vecchie e zoppericoverate nella nostra Opera Piadiventerannoin paradisobellissimecome cuori di damigellecredo che làfaranno spiccosu piatti di cristallole lagrime che le nostre campagnuolegocciolano al buio. E per questa cosache non so nemmanco io che cosa siaperDioper la mia coscienzaper ciòche credo beneio risico la pelle... E voialtrisozzi canipoltronitraditorisacripanti! No... farò io giustizia! vifarò credere che c'è un Dio solo!»

E urlò un contacc al parossismoil napoleone dei contacc.

A don Malacqua e a Radescki incerossi la faccia: e posciaparve persino che la cera della loro faccia si liquefacesse. Perché Giobertiafferrò una seggiola e la scaraventò sulla testa a don Malacqua; atterròRadescki; rabbuffòsgominò armadiscrannespecchitutte le masserizietempestandole sui due traditori.

Fu un rovescioun roviníouno scataroscio di battituregrottescheper raffigurare il quale si richiederebbe la musa da elefante diVittor Hugo o l'ultima scena di una commedia da burattiniil tictoclaperorazione che fa il randello di Gianduia sulle sette teste del Mago Merlino.

Faceva dei passi eroicicome Pietro Micca prima di dar fuocoalle polverinella statua del Cassano; i suoi pugni crepitavano in gragnuolacrebraintronavanoammaccavanocome quelli del virgiliano Entellosullecuticagne del prevosto e di Radescki; ne abboccava unolo lasciava andarelorintuzzava a calciazzannava l'altroe poiributtandoloriacciuffava ilprimo con mattie da cane alle prese colla lepreda gatto alle prese coi topi.

Li lasciò tutti e due stramazzati sul pavimento; le ossa inun mucchioil cuore in un pizzicole labbra rotteboccheggianti una trosciadi bavadi sangue e di dentii panni stracciatimostranti mapperegioni dipelle scopertadi colore pestolividobizzarrocagnazzo.

Fece bene o fece male Gioberti?

I sacri canoni minacciano la scomunica maggiore (la qualepuò lavare soltanto il papain sanitàe gli altri pretiin articulomortis) a chiper istigazione del diavolotorca un capello a un frate o aun prete. Si quis suadente diabolo violentas manus inclericum vel monacum iniecerit anathema fit!

Gli avvocati potrebbero recare a difesa del Gioberti lamancanzacome eglino diconodi un estremo criminaleidest dell'estremosuadente diabolo; imperocché egli abbia operato in quelpunto per soffio di Dioanziché di Satanassoavendo esemplatoprivatamentein quel caso straordinario di guerra la giustizia assolutaoggettiva e divinache nei tempi ordinari devono copiare i pubblici magistrati.

Ma anche posto che Gioberti abbia adoperato maleè certoche egli fece proporzionata penitenza.

A Confienzasopraggiunto il suo convoglio dagli Austriaciper non cedere un carro di farinaabbracciò per istinto un saccovi siaggrappò tenacementegranchiescamente e sopra di esso si lasciò fendere eportar via netta la sua bella e poderosa mano destra dalla sciabolata di unulano.

Ora egli è di nuovo a Torre Orsolinacon un gloriosomoncherinocolla medaglia e la pensione di Savoia per il valor militare;rifatto consigliere e sindaco.

Radescki e don Malacquavoltati anch'essi alla bussola deitempi liberali ed italianisi mostrano suoi amici.

Ed egli stavolta acconcia le cose del Comune senza sconciarquelle di casa sua.

 

LA FIGLIUOLA DA LATTE

 

 

A Giuseppe Giacosa e a RobertoSacchetti - Lasciate che vi apparigli in una dedicapoiché andate a braccetto nella nostra squadragiovanile della Letteratura e dell'Amicizia.

 

Hanno la loro corte gli usignuoli nei boschi.

Abitava un egregio usignuolo nei boschi di Riverenza pressoil Comune di Breccia.

Le villanelle senza accorgersi movevano sempre ad ammannarel'erba presso l'abituro dell'usignuolo.

L'arcipreteche era solito di andare a recitare l'uffizioall'aria aperta dei campiun dí sentí l'egregio usignuoloe cominciò agironzolare nelle sue vicinanzee volle sempre allietare il suo breviario allamusica dello stesso.

I butteri pascolavano le loro bestie nelle circostanzedell'usignuoloe giocavano alle pallottole e scioperavano lí.

Se si fosse frugato o atterrato il bosco di Riverenzaquanteestasi per l'usignuolorecondite non consapevoli l'una dell'altra si sarebberoscovate!

La voce di quell'usignuolo era potentealtaagilemaravigliosa: trillavafrappeggiavaspumeggiava.

Crebbe una ragazza a spodestare l'usignuolo e a tirarne a séla corte.

Nel bosco di Riverenza c'è un vecchio castellettorimpannucciato a palazzina.

Da quel castelletto un giorno uscí una voce mirifica:continuò negli altri giorni: erano lamenastri liberi di canto buttatinell'arianote gaie e virginee di fanciulla che filiscopirimondisalga oscenda una scala.

I monellile villanel'arcipretei cacciatorie le altreestasi del bosco abbandonarono l'usignuolo e fecero la corte alla voce dellaragazza.

Essa era la contessina di Riverenzauna di quelle nobili dicui ce ne stanno cento sopra un ramo senza farlo piegare.

 

* * *

 

Suo padreil conte di Riverenzaera stato uno de piúlucidi ufficiali di Carlo Felice: spaccava l'aria: era bisbetico come unpuledro.

Essendo venuto un generale austriaco a passare in rivista letruppe del Recolui aveva detto agli ufficiali: «Bravi! Fate di non essere dameno delle altre truppeche il Nostro e Vostro Imperatore tiene al di là delTicino.»

Il conte di Riverenza non sapeva quasi nemmanco di essereitaliano; pure si sentí trafitto dal trovarsi austriaco; egli aveva volutocome suo padrecome suo nonno e come i suoi bisnonniservire la Casa di Savoiae non la Casa d'Austria. Si sentí sforacchiare non da una fiammata di sanguema da un filo di sanie biancaduramarmoreache gli infilzava e saettava levene peggio di un bistorí. La sua mano destra tremolòbarellò sullaimpugnatura della sciabola; poi finí con lo sfoderarla risolutamente; alzòpiegò un ginocchio e plin! ruppe la lama in due pezzi.

Il conte di Riverenza fu condotto a Fenestrelle; poiconsiderata la sua asinitàche inspirava niuna paura al Regio Governololasciarono liberolicenziatolo mancomale dal servizio militare.

Allora il conte dì Riverenza si diede alla donna.

La passione (non dico l'amore) della donna non conosceconfinecome non lo conoscono le passioni dei cavallidel vino e della birradei sigari e del gioco.

La vita del conte di Riverenza fu allora una corsaall'impazzata fra le donne e per le donne.

Nelle scienzanell'arte e nella passione piú si va avanti epiú si allarga e si complica lo spazio.

Dopo la particoladopo il numero e dopo la quantitàraggiuntaindietreggiatremola e ti tira a baci schernevoli un infinito nonpossibile a contarsi e a chiapparsi.

Quando la volontà ha detto sull'orlo di un bicchierinoall'ubbriaco basta? - Non lo ha detto mai. Il basta lo dicono sempre le forzeaffievolite e manchevoli.

Lo stesso nella passione delle donne. Dopo il grasso balenaai fianchi del donnajuolo e lo alletta il magrodopo il biondoil bruno; dopoil serpente di una duchessala lucciola di una modista; poi l'operaiapoi labigottala donna onestala monacala cantoniera... tutta la spira immensa diEvafinché egli stramazza sbonzolatosbolzonato e insugherito per nonrilevarsi mai piú.

Tali furono i giorni del conte di Riverenza: una filatessa discalatedi picchi della schienadi pestate del nasodi rabbiedi fughe perconto delle donne.

In quel tempo il Re governava i debitile mogli e leconcubine dei nobili; onde il conte di Riverenza si vide piú di una voltamandare dal Re a confino una sua amasia in qualche villaggio oscuro con fierointerdetto al Regio Sindaco e al Brigadiere dei RR. Carabinieri di lasciareaccostare il conte a lei.

Ed il conte di Riverenza ciurmava il Sindacoil Re e ilBrigadiere: traversava magari a guado un fiumevisitava la amantee poi via.

In questo modo passarono davanti al conte senza che egli purese ne accorgesse il moto del trentatrèla Giovine Italiai libripolitici di Gioberti e di Cesare Balbola guerra di Lombardia e la amaraNovara.

 

* * *

 

Nel mille ottocento cinquantuno il conte si trovò inebetitoe ammogliato con la sua ultima concubinauna istitutrice ungheresee padrefreschissimo di una bambinae per di piú con una nuvola bieca chepremeva grandine sul suo patrimonio. Quella nuvola era la Subastala neraSubastala bollata Subasta. Venne e grandinò la Subasta.

Fortuna che la ipoteca dotale della moglie gli salvò ilboscoil podere e il castelletto di Riverenza!

Quivi si restrinse con la moglie e con la bambina Letizia.

La moglie gli morí subito. La bambina gli fu allevata dallabalia e dal sole e dall'aria dei boschi.

Siccome era piccola cosa il rosume del suo patrimonioiparenti non lo fecero interdire. E poi egli non era un imbecille in tutto:capiva benissimo la meliga e il ceduo degli ontani. - Parlava poco: passeggiavaper il villaggio come il profilola disseccaturaun'ombra del conte diRiverenza.

Palesava solo la seguente mattía: ghermiva tutti ipezzettini di cartache gli percotevano innanzi per bramosia di leggerli. Ungiorno nella farmacia cianciava con lo speziale che spediva una ricetta: loguardò estatico un bel pezzo a discorrere con gli occhi le ordinazioni delmedico: poi gli si accostò leggiero come un gatto e gli agganciò la cartolina.

Un'altra volta sorprese alle spalle la serva mentreleggiucchiava nell'orticello una lettera trovata per istradadi due anni prima.E glie la arraffò via.

Questo ramoscello di mattería forse gli nacque e gli restòdalle scoperte da lui fatte nella sua vita donnesca di lettere rivelatrici delleconcubine infedeli.

 

* * *

 

La balia trattò la bambina Letizia con lo zelo di una baliache voglia segnalarsi. Date a uno scarpellino un pezzo di marmo o un morsello dipietra bigia. Vedrete come lavorerà con amore di preferenza il marmo piuttostodella pietra. Cosí fa una baliase ha da allattare sangue di contessa invecedel sangue dei poveri.

Cosí fece Veronica con Letizia. Quando la aveva fasciata ene aveva formato un pane di zuccaroun cono biancouna mezza mummia egizianala baciavala rigava di baci in tutta la sua latitudine e in tutta la sualongitudine: la alzava sopra la sua testa come un raggio con l'ostia consacratapoi la adesava nella cullae líaprendo e variegando i fili di luce da ognifinestrala faceva ridere da tutte le partipoi le si buttava sopra e facevale mattíe e la crivellava di vezzi. Le metteva un nastro rosso in testa e siallontanava per vederne l'effetto: mutava il nastro rosso in un nastro azzurropoi in un altro verdee si allontanava parimenti per coglierne il balenoartistico; arpeggiava con le dita sulle labbruzze di lei; la ninnava cosídistrattamente da soffocarla.

Si era quasi disamorata dei bambini delle sue viscere perquella figliuola del suo latte.

Come Veronica ebbe spoppata Letizia amareggiando le mamme conil succo della corteccia di noceil conte di Riverenza non volle ancoraritirare presso di sé la bambinae la lasciò alla Veronicafinché le avesseinsegnato a mangiare da sé.

Era bello alla sera vedere Veronica accoccolata su unosgabello bassoattorniata da un semicircolo di bambinia cui essa faceva chsschss! Ed i bambini aprivano le bocche come tanti uccellini. E Veronicainzuppando delle fette di pane nelle uova del tegamene impippiava l'uno e poil'altro secondo un ordine certo di età e di dignità. Sempre la mollica piúunta alla contessinasempre la crosta piú asciutta ai suoi piccoli... Qualchevolta Veronica rompeva l'ordine designato; saltava qualcheduno dei suoiuccellini: minchionava la bocca piú spalancata e piú affamatae sfruconavaimpilottava un bel boccone nella bocca piú modesta che se lo aspettava meno.

Ohcome è stupenda una donna quando imbocca dei bambini!

Allorché la contessina Letizia ebbe cinque annila balia laricondusse al castelletto di Riverenzae quivi la piantò con un tradimentopromettendole che sarebbe subito ritornata. Ma la contessina non vedendola acomparire si aggaiò a piangerea strillarecome le venisse un assalto dibachi; onde il conte fu costretto a richiamare Veronica ed allogarla nelcastellettofinché la bambina si fosse avvezzata a starvi da sola.

Vi si assuefece presto; imperocché a lei piacquero tosto leanitreche movevano la coda breve e passeggiavano come grasse e nanefruttaiuole nel cortile e poi facevano la flotta diritta e placida nelrigagnolo: le piacquero i volti da pera e da ciliegiache avevano i figliuolidel massaio; le piacque il rumoreggiare e lo svettare dei pioppile cui fogliehanno la forma tra le picche e i cuori delle carte e friggono continuamente dimoto e di colorito: le piacquero la frescura e la vitache manda la campagnalarga alla testa e ai polmoni.

 

* * *

 

La balia ritornò a casa sua. Rimase Letizia al castellettocon suo padreche le faceva delle carezze periodichecome il suo cuoreobbedisse ad un movimentoad un oriolo o ad un comando militare.

Venne dal Comune di Breccia la maestra ad insegnare a Letiziail leggerelo scrivere e il ricamare. Era una maestra timidaseria e seccaun'anima che indietravaincapace di amare se stessa; altro che infondere amorein altri!

Onde il piú vivo affetto di Letizia rimase sempre per labalia Veronica.

Letizia in quel lusso e in quella benedizione di aria e diogni prosperevolezza fisiologicasenza niuna stanchezza intellettualevenivasu bellastraordinariamentesfolgoratamente. Metteva un fusto da cavallerizzaunghereseun'onda da divinità grecauna testa erettapiena di libertàclassica.

Quando alla domenica si recava in paese per assistere allamessa bassa della Confraternita del SS. Sacramentoi contadini salutandola sisentivano saettare e smorire il rosso sulla faccia. Dopo la messa Letizia andavasempre a mangiare la polenda con le braciuole a casa della balia. Era una gloriaper questainvidiata da tutto il contado.

I coscritti di Breccia usanoprima di partire per ilreggimentofare un ballo pubblicoa cui si presentano con un nastro tricoloreall'occhiello.

Un anno i coscritti si intestarono a volere che quel nastrofosse intrecciato dalla contessina Letizia. Ed essa acconsentí. Ebbenetuttiquei giovanotti in segretosenza che l'uno sapesse dell'altrobaciarono ilnastro toccato da lei: niuno nell'arruffio del ballo lo ha perduto. Tuttiballando freneticamente con la loro amorosasentivano di voler bene a questama sentivano parimenti di adorare Letizia sopra la sozia del loro cuore. Eppurecon la contessina non avrebbero mai osato entrare in discorsi d'amore; perchél'avrebbero creduta una profanazioneanzi un sacrilegio; perché eglino amavanolei come una madre santacome una Madonna dei miracoli.

I contadinottiquando sono brilli dal gridaredal ballare edal beresi permettono di diventare patriotie provanocosí in confusioneun pizzicore di menar le mani per Savoia o per l'Italia.

Ma i coscritti di Breccia quel giorno sopra la patria e sopratutto sentirono la contessina Letizia.

E verso nottementre sonava l'Avemmariauna limpida edallegra Avemmariatutti quei bifolchigiovani ed esaltati dal godimentodesiderarono in cuor loro di udire i rintocchi brevi e precipitati del fuocoquelli che picchiano nell'anima come martelli di coraggio e di paura:desiderarono nientemeno che un incendio appiccato al castelletto di Riverenza;per correr làper saltare sui travi ardentiper salvare sulle loro bracciaLetizia e per abbrustolarsi una manouna gambaanche i capellianche lafaccia per lei.

 

* * *

 

Letizia sfogava la sua vita a correre per l'ajaper ilboscoa sgabellare con precipizio le faccende di casa.

Qualche volta provava dei vuotidelle malinconie e dei puntiinterrogativi. Per esempio in chiesa osservava le tube mute di due angeli chefacevano da figuranti sul frontispizio dell'organoe pensava: Chi sase sonodetti angeli queglino che soffiano la brezza del mattino? Poi osservava irigonfi mobili delle cortine rosse nelle finestre altee diceva fra sé: Chi sase sono gli angeli queglino che ventilano e gonfiano quelle cortine?

Una sera sedendo sulla soglia del castelletto a pulirel'insalata non si trovò contenta: sentiva un dileticamentoun graffio nelcuoreun soffiocome le venisse dalle trombe degli angeli muti impiastricciatisul frontone dell'organo.

Senza accorgersi lanciò fuori della bocca una voce. Era uncanto. Si trovò scaricapaga. D'allora in poi cantò indefessamente: cantò lacanzone del cielol'aria dell'organinole cantilene della chiesa.

Fu allora che l'arcipretei butterii cacciatorie tuttele estasi del bosco abbandonarono l'esimio usignuolo e incominciarono a far lacorte alla voce di lei.

 

* * *

 

Calò un canonico nei boschi di Riverenza.

 

* * *

 

In città vi sono dei giovani ricchiben vestitied anchedi famiglia onorevolei quali non trovano da maritarsi; perché sul loro contocorre la taccia di un vizio redibitorioo di uno sfregio o di una viltàbiasmi checome dice il Novellino per niuna prodezza non sipossono mai ammendare né ricomperare appo l'onore del secolo. Questa taccia ledonzelle se le bisbigliano di orecchio in orecchio e quando loro si presenta unodi questi giovani cavalieri avariaticiascuna gli risponde di no. Allora igiovani cavalieri si rivolgono disperati per loro salute a certi monsignori e acerti canonici. Essi si sguinzagliano di qua e di làricercanofrugano leprateriei boschile solitudini a scovarvi una donzella ignorata ed ignoranteda appioppare al cavaliere reietto dalla città.

Questo era il caso del marchesino Ippolito Baluardo diFoscagliaconosciutissimo nella nobilea torinese.

Dapprima pareva potesse diventare il prototipo delgentiluomo; di sangue purissimo e celeste come un cavallo araboattillato comeun figurino; a diciannove anni aveva già ricevuto una scalfittura in un duellooriginato da una macchia sui pantaloniperché un amico gli aveva lasciatocadere sopra un gelato; sapeva guidare con eleganza una quadrigliasapevacondurre una signorina a braccetto per le sale di un ballosenza incespicarenello strascico delle sue vesti; non era mai stato sorpreso a leggere neppure unopuscoloneppure un giornale; ed era capace di starsene quattro ore appiccicatoal peristilio di un caffé buttando in aria boccate di fumosenza che la solaformica di un pensiero gli formicolasse nella testa. Poteva diventareinappuntabile anzi addirittura irréprochable.

Ma il marchesino Ippolito aveva una barba rossa sopra unafaccia ulivigna con linee ed ombre di verderame che lo rendeva avverso apriori. Pareva una di quelle facce popolari affibbiate ai Giudeiche fecerosoffrire la Passione a Nostro Signor Gesú Cristo.

Oltre a ciò aveva tale una povertà di mente e di cuorechesentiva e pensava per cosí dire da mutolo: non aveva niuna comunicativa con ilprossimoil quale a lui soprastava a sí grande distanza di altezza; ed il suolinguaggio era la rabbia. Per cui non poté mai piacere di colpo ad una donnaetantomeno ad una donna del popolo. Invece a lui piaceva immensamente una sartinache tutte le sere passava sotto i portici di S. Salvario con il suo elegantefagotto coperto da un pannolino verde.

Si provò a pedinarlaa correrle davantiad aspettarla aduno svoltoe a dirle cerea. E la sartina nientetirava innanzicome seegli non dicesse a lei.

Il marchesino le saltò di nuovo innanzi e poi l'appostò adun'altra crociera in via dei Fiori. E le susurrò di nuovo: Cereabella totabuona sera. Ed essa niente: tirò via con la faccia bruscainacetitada Artabanocome dicono in Piemonte.

Egli allora fermò di accompagnarla fino a casa. La sartinalo fece girondolare per via Ormeovia Silvio Pellicovia BarettiviaBertolletimperocché a Torino il nuovo borgo S. Salvario è stato dedicato aquesti grandi uomini di riserva. Infinestancaessa infilò un portone. Ilmarchesino ebbe appena tempo di entrarvi collo sguardo di oca incertapropriodi chi si trova per la prima volta in un dato luogo: e la sartina era giàscomparsaera già volata al suo quinto piano. Egli ritornò sulle sue pestemogioma risoluto di affrontarla nuovamentela sera doposul portone ed'accompagnarla fino alla soffitta. Compí il suo proponimento. La sera dopoquando la sartina gli passò avantiessa tremolò nervosamente nelle labbra;traversò subitanea il cortile e prese la scala. Il marchesino la codiò. Essadivorava con precipizio i gradini. Ed egli dietro: ne vedeva il colloleorecchie rosseilluminate; agli svolti dei ripiani ne vedeva anche il voltoaffocato di bragia. Le fiutava le spalle. Essa saliva con velocità sempre piùmordente... ansimando: la mantiglia breve le sobbalzava sul petto trafelante. Ilmarchesino quasi la toccava; ma essa vibrò con un lancio divinatorio la chiavenella serratura della sua soffitta: l'aprísi voltò indietrosi trovò musoa muso con il marchesino e gli disse precisamente: Brutto giuda! e glistrizzò un guizzo di sciliva sulla barba rossa e sulla faccia di verderame damanigoldo della via Crucis. Poi gli sbacchiò l'uscio sul petto e non si videpiú. Nello stesso tempo s'era sentito un cric-crac in un'altra serratura.Qualche vicino era entrato in casa ed aveva scôrto la scena.

Il marchesino ridiscese le scale: le molecole schizzate dallabocca della sartina gli producevano sulla epidermide della faccia una orribilesensazione di freddo sforacchiante: e gli rigiravano addosso come aghi ditortura; aveva l'anima che pareva a sé stessa la bocca di un cinghiale. Sirodeva da sé.

Quel vicino raccontò la cosa; e non era tale che potesserispondere con la sciabola o con la pistola dei suoi detti; era un portinaiovecchiogobboun cavamacchie. Fu egli che macchiò il marchesino per tutta lacittà. Da una bocca ad un orecchioe poi da un'altra bocca ad un altroorecchio si comunicò la notizia dell'onta sopportata dal giovane marchese atutte le ragazzele quali gli voltarono ad una ad una la schiena.

Allora i suoi genitori trovarono essere necessità dirivolgersi ad un canonico loro cugino. Questi scrisse ad un altro canonico diun'altra diocesiil quale canonico chiamò a sé un vicario foraneo. Il vicarioforaneo interrogò un arciprete; l'arciprete confabulò con un cappellano; dacui... basta... Per questa trafila si scoperse la Letiziae calò nei boschi diRiverenza il canonicoche abbiamo detto soprae fu conchiuso il matrimonio frala contessina Letizia Breccia di Riverenza con il marchesino Ippolito Baluardodi Foscaglia.

 

* * *

 

Partì la neo-marchesina di Foscaglia dal bosco di Riverenzatirata da quattro cavalli.

Era vestita di setino bianco; con la capigliatura biondapareva una madonna d'argentodall'aureola d'oro. Si affacciava la gente agliabbaini e alle finestre delle caseagli sbocchi delle vie e dei campi pervederla passare. Sembrava il passaggio della Vergine Camilla descritto dal poetaVirgilio:

 

Illam omnis tectis agrisque effusa iuventus

Turbaque miratur matrum; et prospectat euntem.

 

E palpitava e gonfiava il cuore a tutti i villania tutti isegastoppiache la conoscevano ed amavanovedendola partire.

La balia volle correre come un monello dietro la vetturaedavrebbe desiderato aggrapparvisie restarvi attaccataanche a costo diricevere sul naso lo sferzino del cocchiere.

Ritornata la povera Veronica a casa fu più bonapiú dolcedel consueto con la sua famiglia.

La marchesina Letizia accasata a Torino nel vasto e scuropalagio dei marchesi di Foscaglia vi odorò delle tanfate di tomba: sentiva latomba nelle penombre di quelle sale ampielunghe e cortinatenella faccia datovaglia dei servie piú di tutto sentiva la tomba nell'anima di suo marito.Essa paragonò quel sepolcreto al guizzo della coda lustracorta e cangiantedelle anitreallo svettare dei pioppiai volti birichini della famiglia delmassajo a Riverenzaalle rughe della baliache si accartocciavano d'amore.

Provava a spruzzare d'allegria nella conversazione con ledamecon i cavalieried anche con la camerieraed anche con il cocchiere. Ilmarito ne ingelosiva sordamente: ma non avrebbe mai osato aprirsi con lei:sentiva di non avere vocabolario nobile per ciò; la sua anima bassa non avrebbemai potuto rizzarsi a protesta contro l'alterezza di forma estetica della suasposa. Onde quel marchese (senza vocabolario nobile) pigliò le vie sghembe:proibí al cocchiere di fare dei saluti ridenti alla marchesinae gli comandòche da quell'ora in poi i suoi inchini dovevano essere piú corti di tanticentimetrie sovra tutto malinconici.

Il cocchiere obbedí; ma la marchesina seguitava a rideresalutando il cocchiere. E il marchese infieriva vieppiúconsumava dentro sédella sua rabbia.

E seguitò le vie di traversoquelle di battere la sellaperché non poteva battere il cavallo.

Una voltache trovò la marchesina ristretta con lacamerieraegli con uno sgarbo lividogiallodisse a questa:

«Rosinatu fai all'amore con Giovanni.»

«Ohnossignoremi scusisignor marcheseio non c'entronei cavalli di Giovanni.»

«Negache non è vero.»

«Sissignoresignor marchesesono costretta a negare.»

Il marchese diventò per la rabbia una frittata verde.

Sapeva benissimo che Rosina non aveva mai parlato d'amore conil cocchiere; pure aveva bisogno di uno sfogo rabidodi uno sfogo basso: es'avanzò verso la camerierae le diede una gotata con il dorso della mano.

Rosina si mise a piangere.

La marchesina rimase anch'essa senza vocabolario perredarguire suo marito di quell'atto bestiale: e scappò nel suo abbigliatojo.Quivi non piansema pensò: pensò al volitare franco ed onesto dell'aria neisuoi boschipensò al cuore della sua balia.

«Ohse mio padre fosse ancora saldodirittofosse ancorauna colonna a cui potessi aggrapparmisorreggermiio povera fanciulla malmaritata! - Ebbene farò io la colonna e sorreggerò io mio padre debole.Ritornerò a Riverenza. - So che sta male una sposa separata dal maritoma iofarò dell'elemosinafarò penitenzaandrò in piazzadistribuirò dellelenzuoladelle camicie per gli ammalati: bacerò i bambini poveri con la facciasporca...»

Di lí a qualche giorno la marchesina Letizia riceveva unalettera dell'arciprete di Brecciache le annunziava essere il signor conte suopadre gravemente ammalato.

Bisogna sapere che è strategia confortatoria degli arcipretiil dare i dolori a spilluzzico; quando alcuno sta male da morireeglinocominciano ad annunziare che è leggermente infermo: quando è mortoaddiritturaeglino lo dicono gravemente ammalato. E il conte di Riverenza eraproprio morto fulminatoun giornomentre gli passò un moscone davanti ilnaso. Fece per ghermigliarlocredendo fosse un pezzettino di carta da leggere.E stramazzò per terra. E non lesse piú nulla.

 

* * *

 

La marchesina Letizia ordinò si attaccassero i cavallie laconducessero a Riverenza con la cameriera Rosina. - Quando giunsesuo padrel'avevano già portato via; onde essa trovò un vuoto che le fece venir meno ilrespiro.

I pioppi non svettavano piú bene: le anitre si movevanogaglioffein istile bizantino. - Si trovò mancafloscia. Non si sentí piúil coraggio di fare la santa e l'eroina.

Ed ordinò che la riconducessero a Torino. Ma prima volleandare a visitare la balia.

Questa povera donna era nella corte intesa a stendere soprale corde la biancheria di bucatoacciocché rasciugasse a un po' di sole uscitoper discrezione in quel giorno. Avendo sentito arrestarsi nella strada un rumoredi carrozzanon volle nemmanco guardare per curiosità di che si trattassebensapendo che ella meschina non era femmina da carrozze. Poi le venne un pensieropoi una divinazionequella del sangueche non è acquala divinazione propriadelle madri e delle baliele quali alla fin dei conti sono brutte copie osimulacri delle mamme. Veronica riconobbesentíed osò direvidedietro lasua schienala sua baliottala sua figliuola di latte. E le cascarono lepezzuole e le camicie bagnate di mano; ma poi riavutasi e pigliata la rincorsasi slanciò ad abbracciarlaa baciarla e a dirle tutti quei nomi e quelleparole che la musica dell'amore ha trovato piú dolci: Cuor miobell'anima miagiojapomino d'oropomino d'amoreecc.

Poi se la condusse dentro la propria casa insieme con lacameriera; e avrebbe voluto farsi in quattro per servirle tutte e due.

«Piglino di questo latteche ha munto il mio Maggiorino...Assaggino questo vinettoquesto rosolio. - Desiderano alle volte una scodelladi brodo?... Lo faccio subito riscaldare... Del caffè?... Voglio che si mettain tasca questo pane di meliga che ho portato io stessa al forno. - Se sapesserocome è capitata bene questa salsiccia. - Questo formaggio ha una gocciola cosísaporita...» E pretendeva che la marchesina e la governante si intascasserotutta quella roba.

Scostava i mobili piú zoppi e piú untiperché non se neoffendessero le vesti seriche della marchesina.

«Veda i bottoni del panciotto del mio uomoche ella volevasempre toccare con i suoi ditinimio bel diamante.»

La marchesina Letizia si sentiva inumidire e riempire gliocchi e il cuorequando udí le ruote della sua carrozzain una breve movenzache avevano fatto i cavallistufi del loro rimanere di piantone. Saltò alcollo della baliae stette avviticchiata due lunghi minuti con lei: poi viasferza cocchiere! sferza Giovanni!

Mentre il silenzio della strada non era rotto da altrochedallo scalpitare dei cavalli e dal rombo della vetturala cameriera fissava nelvolto della marchesina l'impronta che vi avevano lasciato i bacioni della balia:e senza muoversi mostrava l'intenzione di pulirla.

Ma la marchesina diede in uno scoppio di piantoe nettò inun lavacro di lacrime quell'allumacatura di amore.

 

* * *

 

Dopo la visita della marchesinaVeronica si sentí tutti igiorni martellare dal picchio di un dolore mutoperiodicomonotonocomequello dei nervi che volgarmente dicesi del tic. A farsi passare quel dolore ungiorno riempì un canestro di pani di meligadi formaggio e di salsiccia e poisi avviò alla volta di Torino. Non sapendo dove era il palazzo della suabaliottadomandò al primo rivendugliolo di giornali che le diede innanzidovestava la marchesa. E quegli riderle sul musoperché Torino erazeppo di marchesee indovinare nel mucchio la sua era come voler trovare un agoin un pagliaio. Allora Veronica soggiungere che cercava la marchesa tale delletalistorpiandone il nome in diverse guise; e dopo essere stata abburattata daun quartiere all'altro di Torinofinalmente infilò il nome giusto e poiinfilò la porta giusta nel palazzo della sua Letizia.

La balia saliva tranquillamente uno scalone marmoreocopertodì tappeti e seminato di sputacchierequando si sentí afferrare per ilgherone da un servoche le gridò:

«Ohèdove va la brava donna?»

«Voglio vedere la mia Letizia.»

«Comela signora marchesina?»

«Proprio la mia marchesinaperché essa è la mia baliottaè la mia figliuola di latte...»

Sulla cima dello scalone comparve una papalina di vellutoserico con una veste da camera di merinose con un pajo d'occhiali dai filettid'oro. Era il marchese padreil quale all'usanza degli altri nobili pizzicaval'esse e perdeva l'erresenza essere brillo.

«D'aboldche significa questo flacasso?»

«È una baliache vuole vedere per forza la signoramarchesina.»

«Enfin! Menatela in cucinae datele da mangiale. Voilà-tout

Ma la balia era venuta per dar da mangiare al suo cuore e nonalla sua bocca.

 

* * *

 

Però in quel subito Veronica non l'avrebbe potuta vedere lasua marchesina anche con il permesso di tutti quanti.

Perché Letizia era andata a fare una passeggiata a cavallocon suo marito sullo stradone di Rivoli.

Era un paese autunnale. La poltiglia dello stradale erarigata a canaletti lucenti e strizzanti dalle ruote dei carri. Dei bruchisfarfallavano intorno alle foglie gialle degli alberi disposti in litanie. Fratronco e tronco d'albero si vedevano dei campi e nei campi si vedevano deicontadini e delle contadine che raspavano la terra. Essi erano curvi quasi siaffossassero.

Pure in mezzo a quella malinconia la marchesinaamazzonedalla lunga vesta nerae dal nero cappello a cilindrosentiva fervere nelcuore una lauda d'amore. - Amava e impensieriva per i poveri carrettieri chepassavanoper i giovani folliche i contadini mandano a razzolar nelle stradedi che far liete le biade nei campisi impensieriva per i bifolchie per lecampagnuoleche rugumavano la terrapensava alle loro minestre larghegrevisciocche e scialbealle loro economie infinitesimaliai loro bugigattoliumiditerreisenza pavimentopensava alla immensità che è per loro uncavurrino da due lire: come per un miserabile cavurrino essii campagnuolistrozzino magari un matrimonio già combinatoo piantino una coltellata:pensava alla nullità degli uomini che fanno della politicadelle rivoluzionidei trattati o dei libri di devozione senza beneficare di un soldo la poveragente. Ed essa avrebbe voluto avere una mano fresca e piena di benedizioniunamano da madonna per farla passare sulla fronte di tutti i sofferenti di questaterra: avrebbe voluto avere un manto largo e costellato come quellodell'Assuntaper raccogliervi sotto e medicarvi e sanarvi tutte lecrostele piaghe e le ferite dei disgraziati.

Il suo cavallo andava innanzi con il collo erettonero esplendidoe la marchesa saliva sublime nella poesia de' santi Evangeli.

Invece nel cuore del marchese che cavalcava a lei parallelosi cantava un giambo di rabbia. Le pillacchere di mota gli saltavano dalle zampedei cavalli sui baffi.

I carrettieri non lo salutavano. Egli riandava come non avevamai ottenuto dal mondoche intendesse i ruggiti stroncati della sua anima balbae inceppatae loro rispondesse. Eppure pensava che ci fu un tempoin cui sisarebbe fatto capire discendendo da un ponte levatojo sul piazzale di unvillaggiocon una piuma in testacon gli stivali alti fin sopra il ginocchioin mezzo alle picche. Ohse ritornassero quei tempi! Se egli potesse aver nellesue mani il villaggio di Foscagliail feudo dei suoi padriche l'alto marchesedi Monferrato aveva concedutoin piena giurisdizione e per investituraalprimo Ottone dei Baluardi con le ragioni del fornodell'osteriadel molinodella pesca dei lucci e dell'oroe con la potestà del coltello ossiadi sgozzare ogni abitante…! Se potesse ancora egli farne quei che gli piacessedel villaggio di Foscaglia!... Vorrebbe puntare un pajo di cannoni in capo alvillaggiosbarazzare chi si trovasse per caso nella via maestra... e poi allorasí che si vedrebbero sbucare tutti gli abitantie venire in processionedavanti a lui con il parroco alla testa e con le piú belle nuore in primafrontee inginocchiarsie domandargli mercedee così capire i monchi ruggitidella sua anima troglia!

Mentre il marchese discendeva tortuosamente nella pozza deisuoi pensieriil suo cavallo piegando la testa sprangava calci con le zampe didietro.

Ad un punto si sentí venir su da una fossa una voce potenteritmicada treno sacroche domandava l'elemosina per l'amor di Dio. Era di unpovero cieco che la caverna di una miniera o il traforo di qualche montagnaaveva buttato sulla strada a domandare la carità ai passanti.

Aveva quella faccia tremola e ridente che hanno i catelliniappena nati. Imperocché è cosa vecchiasaputa da un pezzo che i ciechi songente allegra: perché eglino vedono al bujo gli angeli consolatori dellamestizia.

Dunque quei cieco gridavaimploravafacendo ballare il suocappello:

«O quei bravi signori che passano sulla stradafacciano lacarità al povero orbo per l'amore di Dio...»

Uditeuditebizzarro e cavalleresco pensiero che passò peril cranio fetente del marchese! Gli venne in mente il cavamacchie che avevaslargato su tutta la sua persona e per tutta la sua vita la scilivailsornacchio di una fanciulla plebea.

Guardò attorno se c'era alcuno; no; non c'era nessuno:nessun carrettierenessun spazzaturajo che raccogliesse le letizie delle biadenessun lavoratore nei campi d'appresso. C'era sola la marchesa sua mogliecosíaltiera sopra di luidalla quale egli non era ancora riuscito nemmanco a farsiodiare. Volle sperimentare se giungerebbe a commuoverla.

Una baldanza fuja roteò per la testa putrida di luipari alrombare vorticoso di un nibbiopoi calò nel suo cuore rapidissima come unfulminee vi ficcò le unghie.

Egli si ritrasse indietrospronò il cavalloe volandorasente la fossavibrò un colpo di scuriada sul volto del mendico che nerestava rigato: e gli mozzò sui denti la preghiera per l'amor di Dio.

Così scapricciva la sua ira di dominio feudale.

La marchesina trasalìtramortípoi si accostò colcavallo all'argine della fossa dove si trovava il povero cieco e gli disse:«Perdonoperdonoper l'amor di Dio!» Poi gli lanciò nel cappelloche nonballava piúil suo borsellinoche conteneva piú di cento lire. Gli gittò ilsuo orologiola sua catena d'orogli gittò il suo fermaglio; gli gittò isuoi orecchini...

Dalla fronte del cieco partirono due raggi di lucecomequelli radiati dalla fronte di Mosè.

La marchesa e il marchese ritornarono a casa senzaricambiarsi una parola.

Mentre principiava le scale del palazzo di suo maritolamarchesina Letizia sentí un battibecco al primo piano.

Era il marchese padre che borbottava: «Quel entêtement!Polissonne! D'aboldpigliatela per un braccio...»

Con queste parole egli armeggiava con Veronica ed era lí perfarla cacciare fuori dei piediperché Veronica ripicchiavas'intestava divoler vedere la sua Letiziala sua bambina....

Appena la marchesina conobbe la voce della sua balia prese afar le scale di slancio: la raggiunse e la strinse al braccio e la condusse nelsuo abbigliatojo. Quivi depose il cappello a cilindro e la lunga veste daamazzone e si vestí piú semplicemente che potétanto da parere una tosaunaragazza popolana da marito.

Poscia senza salutare nessunosi aggrappò a braccetto conla sua baliadiscese le scale con un'aria di trionfo appiattatoe pigliòl'ambulo dal palazzo marchionale dei Foscaglia. Traversando le vie affollate diTorinoa piediin compagnia di una vecchia contadinasi sentí piú leggierae piú comodadi quando andava in carrozza. Si credette quasi gloriosa. Lepareva di poter mostrare al pubblico di avere una madre: una madre contadinamasempre una madre. A lei spiccata dalla rabbia ebete e cadaverica del marchesesuo maritosembrava rinascereridiventare liberacome il vento dei suoiboschirifarsi sana e grande come il popolo campagnuoloa cui apparteneva lasua balia e come la carità cristianaa cui intendeva votarsi.

Guardava vittoriosa le testiere insaponatele bellezzestupide da figurinoche ridono nelle vetrine dei parrucchieri: ed i triangolicarnosii nasi dei fattorini che compaiono dietro i cristalli dei negozî...Era felice come il giovane villanoche vada al mercato per la prima voltaaccompagnato da suo padre che gli comprerà un cappello nuovo.

Giunte allo scalo della strada ferrataLetizia e Veronicamontarono sopra un convoglioche le menò ad un villaggiodove le prese unomnibuse le depositò a Breccia.

Letizia ritornò ad abitare il suo castelletto di Riverenzae ottenne che la balia vi alloggiasse con lei.

 

* * *

 

Nel comune essa fa moltissima carità con l'elemosina deisuoi quattrinie con lo splendore della sua bellezzaimperocché questa è unvero raggio regalato di bontà. Onde i terrazzani di Breccia

 

Stellam sequentes præviam

Lumen requirunt lumine

Dum fatentur munere.

 

 

Il suo fusto da cavallerizza ungherese è diventatoimperatorio; la sua testa è una dignità da Euripide. Muove i passi con tantamusicache al fruscío della sua sottana pare passi qualche cosa di grande.

I contadini sono tentati di dirle dietro le spalle: Avemaris stella!

È magniloquente come la Tusnelda dipinta da Piloty.

Pochi giorni dopo che essa era ritornata al castellettosulla soglia dell'uscio si sentí un raspaticcio nel cuore. Emise una voce chesi sgroppò a meraviglia e le fece del bene; onde Letizia ritornò felicissima acantare.

L'oro delle sue canne si è affinato; le sue note sonodiventate a grande pezza piú sveltepiú lunghe e piú ricciolute di prima -fanno dei giri e dei rigiridei saliscendi altissimi e profondissimi. Sonoghirlande di fiori che volano in su e toccano echeggiando il Cielo Empireo.

Mentre Letizia era rimasta a Torinol'esimio usignuolo avevaripreso la sua maggioranza nel bosco di Riverenza.

Ora che essa è ritornatail cattivello si vide ritorrel'antica signoriae mortificato sloggiòe portò il suo nido nel quercetolontano di Mucino.

Pure qualche giornosenza dirlo a nessunoanch'essol'esimio usignuoloquatto quatto saltabeccando di cespuglio in cespugliosiaccosta al castelletto di Riverenza; e lí si tura nelle foglie di un rosajoese ne sta quietoil machionedelle lunghe ore a sentire e ad imparare il cantodi Letizia la mal maritata.

Lettori da ammogliaree che avete ancora il vostro cuoredisponibilese esistesse in Italia l'instituzione del divorziochi di voi nonandrebbe a cercare per sua compagna quella cantatrice reginache è succedutaall'usignuolo nel trono del bosco di Riverenza?

 

UN AMORE IN COMPOSTA

 

 

Per le nozze del mio caro TonioGalateo (vedi la prima dedica) con la gentilesignorina Olimpia Salvioli di Fossalungacelebratesi in Venezia il 3 settembre 1874.

 

Parecchi contadinotti di Giulivenga-Monferrato stavano sedutisopra una pancaccia di legnoall'ombra di una grondaalcuni con la pipa edaltri con il sigaro in boccatutti scamiciati per metà e con la cacciatorapenzigliante da una spalla. Erano rivolti verso il panorama della pianuralustrata dal soleche formicolava in qualche puntoe si adoperavano amartellarsi con bottatine per far venire l'ora del vespro:

«Michelinotu hai bisogno di comperare un altro cartolarodallo speziale.»

«Per che cosa?»

«Perché il cartolaro vecchio non basta più a contenere lalista delle tue amorose.»

«Non è nemmanco vero.»

«Se batti il naso in tutti i canti...»

«Non lo nego; ma faccio solamente per ridere.»

«Adesso ti dicono sposo con la trentesima... o lamillesima.»

«Voi altri non siete obbligati a saper niente. Del resto -giuraddina! - io ho piú caro un boccino di tutte le ragazze di questo mondo.»

«Te lo credosenza che lo giuri; ora che il bestiame hapigliato certi prezzi da speziale.»

«Per me» (prese la parola un terzo) «miverrebbero di piú le lacrime agli occhise mi morisse la Marchesadi quelloche piangereise venisse a mancare il nostro signor Pievanocon licenzaparlando.»

(La Marchesa era uno schioppo di manzachel'interlocutore aveva comperata alla fiera di Cocconato).

Gli astanti squillarono in una risata.

«Ed io ho piú cara una trota di una ragazza» disse unquarto che faceva il pescatore nella piana del Pomettendo alla sua volta ilbecco in molle.

«Ed io ho piú cara una tinca» disse un quinto.

«Ed io un merlo» disse un sesto.

Come giunse il merlogli astanti squillarono una nuovarisata.

Intanto le due campane della Parrocchia si misero a suonarefestosamente: si rovesciavano in su e poi calavano in giú: e quando sirovesciavano in supareva che raccogliessero del sole e se ne riempisseroepoi lo riversasserocadendoin ondate sonore.

Il Pievano gironzolava intorno la chiesa ruminando lapredicae spaventava con la cera torbida e scomunicatrice i discoli che siindugiavano troppo nell'andare alle sacre funzioni.

 

* * *

 

La funzione del vespro per me ha il colore giallo dell'orocome la messa grande ha la bianchezza dell'argento. Il vespro è fatto per lenuore e per le sposepaghe e luccicanticome la messa grande è fatta per lefanciulle sottili e speranzose.

Nel vespro di quel giorno signoreggiò Angelinala sposache avevano detta in chiesa nello stesso mattino alla messa grandequella chedoveva pigliare nientemeno che Domenico il guardaboschi del Conteun omone daipolsi duri e con una barba da zappatore.

Tutti i fedeli e tutte le fedeliquando torcevano il colloper cambiar positura nella noja del vesprocoglievano l'occasione per guardarela testa regnante di Angelina.

Finito il vesproeccola uscire di chiesa. Si era tolto dicapo il mèseremettendolo sul braccio a una bambina. Aveva la capigliaturamora- la prima veste di seta nerache si poneva in dossodopo che era venutaal mondo- aveva la catenella d'oroil collo ed il volto limpidicome fosserostati di una bionda. Era ampia; solenne; pareva una Madonna da baldacchinolastessa Madonna d'Agosto che si venera nel tabernacolo della Assunzione. Parevaun regnouna cattedrale.

La gente la salutava con una ammirazione ingenua e domesticaed essa rispondeva con un risolino vittorioso.

Michelino si era piantato sotto l'olmoche serve di albopretorioonde si potrebbe chiamare addirittura albero pretorio. Egli erafierissimo; aveva un garofano scarlattino e insolente ficcato ad un occhiellodella giacchetta di fustagno; il cappello sulle ventiquattro; gli occhi pieni divedute; una positura bersaglierae una testa ricca di capegli e volteggiante dientusiasmo.

Quando Angelina passò davanti a Michelinoquesti non lasalutò con la ammirazione domestica degli altried essa non lo risalutò conil suo risolino vittorioso.

Avete mai visto passare un eclissi dentro una secchia d'acquao sopra un vetro affumicato? Ebbenelo stesso eclissi bruno passò sul volto diMichelinodove una nuvola rossa traversò il volto di Angelina.

Michelino dopo quel vespro non volle andare all'osterianévolle giocare al picchetto con i suoi compagni; esebbene fosse festacomandataprese la via dei campie andette a vedere i colti e le vigne.

Aveva bisogno di essere solo. Toccava per istrada i pedalidegli albericurvava la testa alle melighe pannocchiutespiccolava lefogliuzze facili delle acaciee domandava loro dei consigli e riandava con lorola sua istoria.

 

* * *

 

La quale era semplicissima.

Angelina e Michelino erano cresciuti insieme da piccinie sierano voluti bene alla maniera dei bambinicioè facendosi del maletirandosiper i capelli e litigando acerbamente per un pennino o per la punta di unaciambella.

Poi era giunto il tempo di volersi bene in un altro modo; equesto tempo era proprio maturo a un certo ballo pubblicoin cui Michelinoaveva fatto ballare stemperatamente Angelina. Allora avevano provato tutti e dueinsieme una gioia insolitaperché erano entrati nella rubrica di Dantelaquale dice Incipit vita nova. Ed ella ne aveva dato segni manifesti inpiú guisee fra altre nella stessa maniera distrattacon cui si poneva lemani in testa per racconciarsi le trecce sviate. Ed egli aveva sfoderatoaddirittura la sua galloriaregalando quattro soldi tutti in una solavolta a certo suo fratellinoche se ne stava con aria cheta e misera a guardarei balli altruiacciocché andasse anch'egli a divertirsi girando sulla giostra.

Venuta l'ora della cenaMichelino disse ad Angelina:

«Se sei contentati accompagno fino a casa.»

«Fa' pure come vuoi tu.»

Per via egli ghermí una mano ad Angelinae si pose a farlaciondolare congiunta alla suaformando di tutte e due una corda da altalena.

Angelina ebbe pazienza per un poco di tempoe poi disse aMichelino:

«Ti prego di non stringere tantoperchè mi snodi ledita...»

«Ed io prego te di non fare la smorfiosa; se noti dico chesei cattiva.»

«È giustoperché sono cattivaadesso non voglio piú chemi tocchi la mano... Ohstai zitto! Via... da bravo... lasciamela andare...Santa Pazienza! Sta' quieto una voltaperché non va mica bene...»

Ed aggiungendo una stratta alle parolesprigionò essastessa la sua mano da quella di Michelino.

Questi camminò mogio per un pezzo e poi ruppe il silenzio:

«Angelinadopo cena andremo di nuovo a ballaree voglioche balliamo tutta la sera sempre insiemenoi due: ti proibisco di ballare conaltri.»

«Come? Voglio e ti proibisco! Ohbella! Che padronanza èquella che tu mi metti su adesso... Io voglio ballare con chi mi pare epiace...»

«Superba!» rispose da ultimo Michelino.

E non dissero piú altro; e ciascuno andò a cenare a casasua.

Durante la cena Michelino si sentí svaniti dalla testa e dalcuore il dispetto e la mortificazione che gli avevano cagionato le parole diAngelina; e si sentí riardere da una matta voglia di ballare nuovamente edimmensamente con lei. Ed essa dal canto suo si trovò rammaricata di avereoffeso Michelino; tanto che non vedeva l'ora di essere al ballo e di rifare lapace con lui.

Onde vi si recò cinque minuti prima di Michelino.

Appena giunta vi fu richiesta a ballare dal Medichino. Nonaveva nessuna ragione per dirgli di no; quindi accondiscese.

Come capitò Michelino sul balloe la vide girare con ilMedichinofu corso e morso da un freddo atroce di gelosia...

«Cattiva!... Perché non aspettarmi?... Perché ballaresubito con lui?... Pazienza ballasse con qualcheduno della nostra estrazione!...ma ballare con il Medichino che non è gente della nostra gente!... Ohballaballa pure con luiche egli non ti sposerà mai... Egli è un signorecheviene qui per baciare le amorose di noi altri campagnuolie poi riderneappresso in compagnia dei suoi amicigiubbini di panno come lui... Ma - per DioSanto! - non andiamo mica noi altripovere brache di telaa baciare le amorosedei signori...»

Cosí farneticando Michelino si trovò sbalestrato in unatraversa di vendettae corse ad agguantare Isolina la cameriera del conteFalconiil quale non era maritato.

Angelinavedendolo a pigliare un'altragli gittò addossouna occhiata da girifalcoe borbottò fra sé:

«Birichino! Non aspettarmi!... Prendere subito un'altra! Nonme ne importerebbe nullase avesse preso una mia compagnauna buona ragazzadel paese.... Ma andare a scegliere nel mazzo la creata del conteche non haniente affatto buona nominanza e non si sa nemmeno da quale parte del mondoprovenga. Birichino! Brutto mostro!»

E non piú richiesta da Michelino seguitò a danzare un po'con l'uno e un po' con l'altro; e Michelino non si contentò di ballare tutta lasera con la cameriera del Conte; ma per maggior derrata ballonzolò maledasciattonerompendo di tratto in tratto i balli con certi urli da mulattiereavvinazzato o da festajuolo impazzitoi quali facevano stupire tutti e direloro: «Che ha questa sera Michelino?»

Dopo il balloegli volle andare all'osteria per soprassello;e giocò alla morrae ruppe un tondino con due bicchieri e un mezzo litro. Poisi strascicò a casadove si addormentò nella prima stanzaccia terrena sopraun cassone in mezzo a un circolo e a un'onda di fumi maligni.

 

* * *

 

Dopo quel ballo Michelino ed Angelina non si fecero piúbuona cera.

Michelino conchiuse: «Chi non mi vuolenon mi merita.»

E Angelina conchiuse parimenti: «Chi non mi vuole non mimerita.»

E quasi non si salutarono nemmanco piú.

Michelinopersuaso di non volere piú bene ad Angelinasipose a girandolare intorno alle altre ragazzee in breve tempo si era fatto unodei primi girasole e dei piú famosi scaldaseggiole del paese. Cantava Martinaalla porta di tutte le stalleed oramai si poteva dire che avesse raccolto ilgomitolo o il ferro da calzette cascato ad ogni fanciulla del mandamento.

Angelina dal canto suo tirò via a ballare con chi leabbellava o meglio con chi le portava il caso: a salutare tutti con un sorrisogiovialegentile ed onesto come quello di Beatrice Portinari. Solo siaggrottava quasimentepassando davanti a Michelino.

Ogni annomolti mosconi ronzavano intorno alla casa diAngelina; e prima che terminasse il carnevalele entravano addirittura in casae le spiattellavano una brava domanda di matrimonio. Ma Angelinasenza saperneessa stessa il vero perchése ne deliberava sempreallegando che le piacevatuttavia il pane di ragazzae che voleva aspettar un altr'anno ad imbrogliarsi.

Anche Michelino era adocchiato e pizzicato dalle ragazze damarito del paese ed infestato continuamente dai sensali di matrimonii qualigli ripetevano a sazietà che era ora per lui si risolvesseche gli era unavitaccia per luigli era una vergogna marcia per un giovane maturo della suaforza l'andare ancora giostroni insieme con gli altri bracaloni ragazzaccichenon era piú tempo ristesse a fiorire e a impiolare.... ed altrettalipunzecchiate.

Questo stato di cose durò la bellezza di quattro annidurante i quali le vite di Angelina e di Michelino corsero paralleledandosembianza che non si sarebbero incontrate mai.

Finalmente nel quinto anno si presentò ad Angelina ilpartito del guardaboschi del Conte. La mamma fu sopra ad Angelina tempestandolacon dirle che si spacciasse: che essa non aveva poi mica da aspettare uno deitre Re Magi o l'imperatore di Trebisonda; che badasse a non lasciarsi venire glisperoniperché allora sarebbe stata costretta a guardare il catenaccio in casaper tutta la vita; che il capobosco del Conte era un partito con i fiocchidicui si sarebbero leccate le dita figliuole di avvocati... ecc.ecc.

Ed Angelina non lo rifiutò.

Michelinocome sentì le impromesse di Angelina con ilguardaboschisi vide passare davanti agli occhi netta la figura della figliuoladel Conciliatore viciniore. Questi era un contadinone tagliato con l'accettache lavorava egli stesso con i suoi buoi la sua campagnae non sapeva rabescarela sua firma con le iniziali maiuscole. Ma per compenso era di buona vitaedaveva le pareti della sua sala girate torno torno da un triplice ordine disacchi pieni di grano: ché tale era tutta la sua tappezzeria e la suaambizione. La figliuola di lui portava bensí sul collo una voglia di lepremasi poteva dire bellocciae poiciò che importava di piúera giusta comel'oro di zecchino ed anche allegra come una cincinpotola. Onde Michelino la fecerichiedere per sée mancomale non se la vide diniegata.

Le cose erano intese nei detti terminidentro i qualiparevano correre per la via piú naturale del mondo.

 

* * *

 

Ma non pareva piú naturale questo stato di cose a Michelinodopo vesproframmezzo alle foglie rosse di vite e alle foglie larghe dellezucche terragnole e ai loro fiori giallissimidimenticati da quel giorno difestae che contemplava egli solo.... solo come un mendico in quell'ora.

Per via della solitudine Angelina gli si ingrandiva nellafantasia; gli diventava in immagine piú madonna di ciò che era in effetto; edegli per giunta le fabbricava ancora e le metteva intorno un cornicione idealepiú dorato e piú intagliato di quello che circonda la pala sull'altaremaggiore...

Ad ogni momento per terra e per l'aria gli ondeggiavano e glibalenavano dinanzi tutto il bellore e la degnezza di lei.

Per lo contrario gli si rimpicciniva nella mente la figurinadella figliuola del Conciliatore. Egli la spiumava addirittura con i ferruzzidel suo cervello quella cincinpotolae le allungava e le rendeva piúridicolosa la voglia di lepre sul collo.

Egli sentivaegli voleva irremissibilmente Angelina.

Angelina era fatta assolutamente per lui e non per quelbarbone del Guardaboschi... Oh! Egli avrebbe appiccato il fuoco a quel barbone!

«Ditelo voifilari di vitiditelo voipomi cotogniseAngelina non deve essere miae se del barbone non si deve fare un falò...Dillo tuerba...»

E intanto scapigliava l'erba che gli saliva fra le mani.

Si trovò presso un bordone di acqua sorgivache faceva unapozzerella fondabruna e limpidissimatanto che lasciava vedere la minima renae il saettamento dei minimi bacherozzoli. Era gentile la superficie diquell'acqua intagliata a crespe di colla di pesce; ma come i bacherozzoli latraversavano con le loro aluzze remigantiessi la turbavano in giri deboliplacidimobili e concentrici.

Michelino a cessare l'ardenzala smaniae l'assillo che glibruciavano addossosi chinòtuffò le sue due mani nella fonte... e ristettecosí per un pezzo; poi si sdraiò sull'erba.

Di lí a molto tempoegli si dissonnò. Ohcome mai? Chil'avrebbe detto? C'era già la luna sulla cappa del firmamento. Il fondo delcielo era di un azzurro carico; e il dinanzi era rimato e bugio di nuvolestracciate- alcune di fosforescenza argentina ed altre brune come velluto dafunerale. La luna si ciondolava dietro quegli stracci di nubi: cominciava asbucare a poco a poco da una crepa per un lembo o per un cornoi quali nonparevano nemmanco alla bella prima cose di lunama un lanternino gialloo unmozzo di bragia; poi man mano la luna si sfagottava di piúfino a cheuscivaesplodeva completa come un seno dai veli di una Deaper dirla quasi conOssian.

La luna completa ralluminò le speranze e gli estri diMichelinoaccendendogli in testa una candela (passi la metafora!).

Egli si levò risoluto da terragirò e rigirò per lacampagnafin che fu dietro una chiudendapresso il muro settentrionale di unacasa molto conosciuta da luiintorno a cui una volta egli spessicava assai.Quivi si appiattò dopo il tronco di un gelso grossissimoche pareva il padredei gelsi e figurava nero nero sotto la luce lunare.

 

* * *

 

Dopo mezz'ora che era in posta Michelino sentí un fruscíodi seta e un cigolío di ferri. Erano le orecchie di una secchia che cantavanocon i manichi.

Egli balzò ratto alla bocca del pozzoe si parò dinanzi adAngelina ancora vestita da sposache andava ad attingere acqua.

«Come! Siete voi quiMichelino?»

«Sísono proprio ioAngelina; e vi prego che mi lasciatetirare per voi la secchia d'acqua....»

«Per me... fate pure...»

Michelinoallegroincrocicchiò il manico della secchia alfermaglio della corda; e palpando il torno e addolcendo la scesa della funechefaceva scorrere nell'anello delle sue ditalasciò calare la secchianell'acqua. Tuffandosi essa diede un tonfo frastagliato. - Allora Michelino simise a tirarla su girando la manovella. Rigurgitavano dalla secchia rasa e sisguinzagliavano per la gola del pozzo le ciocche d'acquache precipitavano poigiú frangendosi sull'acqua madre del fondoe mandavano echi umidipiacevoli efrizzantiche allegravanorinfrescavanoinanimivano Michelinoe gliinfondevano un coraggio di ferroda mille lire.

«Vi ringrazio della pena che vi siete data per me» disseAngelina a Michelinocome egli le rimise la secchia riempita d'acqua.

«Anzi... Niente affatto... grazie a voi... Ma... non andateancora via. Questo non è ancora il tutto... Devo ancora parlarvi...»

«Parlarmi? E che cosa avete ancora da dirmi?» domandòAngelinache aveva anche essa piacere di fermarsie che teneva la secchia dauna mano per dimostrare desiderio di partenza...

«Voglio ancora dirviche avete fatto ben male a nonaspettarmi...»

«Davvero? SentiamoMichelino: e perché dovevo ioaspettarvi?»

«Perché» (e Michelino parlandoapparve rosso anche alchiaro della luna) «perché io vi ho voluto sempre benee vi ho portato sempredell'amore...»

«Come? Che cosa dite? Dell'amore? Per me? Bugia! Grazietante! E ditemi un po' se siete buonodove lo tenevatedove lo custodivatequesto vostro amore per me?»

«Lo tenevo...»

Qui Michelino restò impigliato: non seppe rispondere dicolpo dove egli teneva il suo amoresi sentiva la lingua scivolare in giúprofondamenteche temeva di non poterla piú tirare in su... Ma poi fece unosforzo per parlarepur di parlareanche a rischio di dire una baggianata:

«Lo tenevo... lo tenevo il mio amore per voi... lo tenevoqui (accennando il cuore)lo tenevo qui... in conserva... in composta

A quella uscitaAngelina sfolgorò una risata potentediquelle che scoperchiano un'anima. Ma poi la compresse per paura che lasentissero i suoi di casae la risecòriducendola in un ridere cheto edallegroquale il pispinare di una fonte.

Appena ebbe cessato di ridereAngelina disse a Michelino:

«Bravo! Mi è piaciuta la vostra scusache è curiosa comeun campanello di legno. Adesso... dunque... poscia che ho imparato da voi unabella cosa... cioè... ho imparato da voi che si può voler bene ad unapersona... in conserva... in composta... adesso... vedete...anch'io sono buona a dirviche vi ho amato sempre anch'io... vi ho amato voipure... vi ho amato... come dite voiin conservain composta

«Dio buono! Santa Vergine!» (e pronunziando queste paroleMichelino tremolava)... «Angelinavi pregoche non diciate delle falsità!...Non le diciate nemmenoper riderenoper l'amore di Dio...! Perché non èvero... Perché queste cose... non va bene dirle per...»

«Se non volete crederesiete padrone... fate pure...»

«No; non parlate cosí Angelina; pagherei una libbra del miosangue per potervi credere... Maquando ciò fosse vero... Angelina... allorarispondetemi una cosa... se pure ne siete capacesuviaspiegatemida brava:perché quella sera avete ballato col Medichino?»

«Ve lo spiego subito: ché è una cosa presto spiegata... Hoballato con il Medichino per creanzaperché voi non siete stato lesto a venirevoi sul balloperché io non potevo dire di no a luisenza mancare dieducazione... Intanto io aspettavo voi... Ma voisísiete stato cattivo comeil tossico... Ohaspettate... Adesso a me: ché voglio farvi io il confessore:- Perché non siete venuto voi subito a pigliarmi dopo il Medichino? Perchéavete fatto saltare per tutta la sera quella sfacciata della creada delconte?»

«L'ho fatto per vendicarmi di voiper farvi arrabbiare...»

«Cattivone!»

«Minchioni tutti e due...»

Angelina e Michelino si erano fatti sericome due nuvoleche mulinassero della grandine.

«E adesso?»

«E adesso?»

Angelina e Michelino volgevano la testa di qua e di làpernon guardarsiper non sapere che pesci pigliareper accattare coraggiochi sadove.

«E adesso?»

«E adesso?»

«Per meMichelino» cominciò Angelinaabbassando la testae sgraffignolando con le dita intorno all'orlo del grembiule... «Per mese voivoleteio sono capace magari di dare indietro...»

«Sí! Sí! Sentimento! Ora pro nobis!»

«Io sono capace» (ripeteva Angelinamettendo sulle labbrauna bellezza di risolino sottile e malizioso) «io sono capace di mandare aspasso il guardaboschie... di dargli il blu

«Fatelogallina del Signoreragazza d'orodi diamante edi melagrana!»

«Adagiosignor Michele! Non pigliate tanto fuoco. E lafigliuola del vostro Conciliatore????» Qui Angelina mise proprio quattro puntidi interrogazione e una fierezza da Padre inquisitore.

«Le do subito il boccone; basta che vogliate voi» risposecon impeto Michelino.

«Allora siamo intesi» conchiuse Angelina con una vocebassa da cospiratrice. «Adesso andate; perché i miei cenano ancorae miaspettano con l'acquae c'è di làanche luiil guardaboschi...»

«Gli passerei sopra con una carrata di pietre...»

«Misericordia! Andate...»

«Vado... Adunque siamo intesi.»

«Di'che giuri.»

«Per la Santa Féche io giuro.»

«Qua la mano.»

«Pigliatela pure.»

Angelinatenendo con la mano sinistra la secchia d'acquaconcesse la destra a Michelino. Ma questi non stette contento della manochebrancicòstropicciò e baciucchiò a sua posta: l'impertinente temerariorisalí anche alla boccae vi stiaffò un altro bacio lungoche forava come untrapano.

Angelina timorosa che la secchia d'acqua si versassee lebagnasse le gonne ed i piedinon poté riluttare: ma come il bacio ebbeterminedepose la secchiae scaraventò un pugno nella schiena a Michelino;quindi ripigliò la secchia e spulezzò via camminando piena di equilibriotenendo il gomito destro all'altezza della faccia.

Quel pugno produsse a Michelino un dolore fisico nonispregievolecontrappesato però di gran lunga da un piacere moralerilevatissimo.

Il cielo si era sciolto dalle rime nebulosee vi campeggiavain mezzo sovrana la lunacome campeggiava nel cuore di Michelino sovranal'allegria.

La strada non gli era mai parsa cosí tersané le ombredelle siepi cosí vellutate e tagliate con sí grande precisione di cesoje.

Da' vigneti trillavano e flautizzavano le zuccajuole(grillotalpe) dissipatrici degli orti. Erano strane rispondenze e pigolii diottavinoche rigavano la notte a lineole di festa e d'amore.

Quegli insetti smusicando componevano una serenata agreste aMichelinoche si coricò brillo della loro musica e della sua allegria.

 

* * *

 

Il guardaboschi del Conte fu licenziato onorevolmente daAngelina; e la figliuola del Conciliatore toccò da Michelino una gambata conmodi riguardosi.

Quindi si ordinò il pateracchio fra Angelina e Michelinoesi celebrò prima davanti l'uffiziale dello Stato civilee poscia davanti SantaMadre Chiesa.

Quando eglino uscirono dalla Chiesa Parrocchialeeranoradiosi ed avviati ad una florida colezione.

Prun! Patatrum... trum... un bordello d'inferno.

Che cosa era mai? Non era il guardaboschi. Erano i sonetti dinozzeche presentavano i parenti e gli amici campagnuolisparando a solapolvere i loro vecchi schioppi ed i loro pistoni arrugginitianche a rischioche scoppiando accecassero qualcheduno.

Poi trac... tratatrac... toun! Nemmanco stavolta era ilguardaboschiera quel briccone di Cristoforo il sacrestanoche aveva datofuoco anch'egli ai mortaletti della chiesa per buscarsi uno scudo di manciadallo sposo.

Al nuovo frastuono il Pievano sbucò dalla porta delcampaniledove era andato a visitare le funi avariate; corse verso Cristoforocon la testa bassa e le reni angolosee con la fretta che l'onestà dismagacome dice Dante.

Giunse sopra il povero sacrestanoancora curvo al suoloperla ragione dei suoi mortaletti; lo acciuffò per la cuticagnae scuotendolo logarrí cosí: «Pignattone! Sciabola di legno! I mortaletti non si sparanofuorché per la Madonna d'Agosto o per la venuta di monsignor Arcivescovo.»

 

* * *

 

Dopo l'asciolvereAngelina e Michelino furono lasciati soli:avevano molto ossigeno che nuotava nei loro polmoni e del ferro che scorreva inabbondanza nelle loro arterie. Essi si guardarono lungamente negli occhi e senzaessere poeti o letteratisi dissero: Noi formiamo insieme una bellauna sana esanta congiura. Noi facciamo dei nostri occhi una sola specolada cui possiamoe dobbiamo vederecome fossimo una persona solala fiumana scorrevole dellavitachi saltachi si sdraiachi salechi ruzzolachi ride e chi bestemmia.E a noi importerà poco o nulla del mondo e di quel che faccia. Basterà a noi ealla nostra felicità il trovarci sempre uniti con noied anche soli con noi. Eche Iddio Ottimo Massimoquel buon Signoreil quale ci sta sopra lassúvoglia benedirci e concederci di avere dei figliuoli bellialti e buoni dalnostro amore in composta!

 

GENTILINA

 

(FANTASIMA DI UN VECCHIO CELIBE)

 

 

Per le nozze del mio primo amicol'avvocato Luigi Muggiocon la gentile signorinaErminia Adamicelebratesi in Roma il 26 novembre1874.

 

.....…….. Senza moglie a lato

Non puote uomo in bontade esserperfetto.

Né senza si può star senza peccato.

Ariosto

 

Nella pianura vercellese sta accampato un vecchio castelloparallelepipedoe tanto parallelepipedo che sembra un dado gittato in unagiocata di giganti. Ha le facciate nere con i numeri vitreii quali numeri sonole vetrate delle finestre e dei balconi. Esso chiamasi il castello di Moriglia.

Dal balcone di oriente si vedono le casipole basse delvillaggiole quali si appastano ai piedi del castelloe sopra le casipole edopo esse un piano continuoche si affonda nell'azzurro. Dal balcone dimezzogiorno si vedono la lastra di un fiume e poi le grasse polpe delle collinedel Monferrato; dai balconi di ponente e settentrione una piana rigata di solchie quadrellata di gelsiche va a battere contro le radici della montagne.

In questo castello andò a riparare il conte Oscar Azzo diMoriglia.

Era vecchioma di forme ancora rigideasciutte ed integre.Il suo vestiario era rapato con precisione di carta vetrinacome di chi ha laconsuetudine di vestire elegante. Il sarto piú difficile e lo scultore piúleccato non avrebbero saputo dare una forbiciata o una limatura nella personadel conte.

Niuno sapeva tutta la vita di lui. E sícheper quantotaluno abbia condotto una vita oscuraesiste sempre qualche valletto o qualchecamerierache conosce questa vita! Invece nemmanco il portinajo del palazzoMoriglia a Torinoil quale pure era in voce di essere stato dentro le piúsecrete cose del conte Oscar- nemmeno egli poteva riferire appuntino la storiae il romanzo di quella esistenza.

Il conte Oscar partiva da Torinosenza palesare a nessuno enemmeno al suo portinajodove si rivolgesse. Onde chi lo diceva partito perParigialtri per la Russia ed altri per la caccia della pantera nelle Indie.

Egli ancora giovane era restato erede di un nome illustre edi una fortuna milionariail quale e la quale egli sparpagliò durantetrent'anni per il vario mondo.

Ma ad un certo punto della sua vita egli si trovò ferito efermato da un coltello misteriosoe quindi scorticato e scarnificato da unapotenza invisibile. Gli sembrò che i panni addosso gli toccassero le carnivive.

La sua vita divenne un dolore e un ribrezzo. Avrebbe volutofrantumare i tavoli intarsiatile campane degli oriuoli a dóndolotutte lepiú preziose suppellettili delle sue camere; avrebbe voluto spaccare tutte leteste di donna che gli si presentavano innanzi.

Unica medicina al suo dolore spelacchiato gli parve ilritornare dove egli era natodove erano nati i suoi padrie dove ci dovevanoessere il ritratto e l'ambrosia della memoria di sua madre; onde da Calcutta nelmilleottocentosettantatré il conte Oscar si ridusse al suo castello di Morigliain Piemonte.

 

* * *

 

Quivi giunse - muto - spettrale - rinserrato nella suaeleganza economica.

I villici gli fecero largopaurosi di disturbarlo. Solo ilmedico condottodilettante di lotte politiche ed amministrativeappena lo viderientrato nel suo pollajoruminò in mente di farne un Consigliere comunale diopposizione contro il Parrocoe quindi un Consigliere provinciale che mettessea spese della Provincia la Chiatta di Moriglia e di seguito anche un Deputatocontrario alle imposteai lavori pubblici ed alle fortificazioni.

Ma il conte seppe rimanere cosí chiuso che le vistepolitiche ed amministrative del medico condotto non poterono farsi strada fino alui.

Il conte Oscar sperò ritrovare pace nel suo vecchiocastello; perché le muraglie di essonericcebavose e lucenti per i passaggie le dimore delle biscedelle lucertole e del salnistro- i soffitti istoriatied altissimilo scricchiolare dei palchi e dei tarlied il silenzio d'amiantodelle sale ampie e vuote dovevano lenire quale naturale refrigerio i martirîesasperati della sua anima.

Egli si deliziava dei suoi passi che sonavano in quella calmadi polvere morta appiccicata ai mobili ed agli arazzi del suo castellodisabitato. Si sedeva volentieri sui seggioloni di cuoio fregiato e figurato astampi secchi- dai bracciuoli altissimi; vi si rannicchiava come dentro unconfessionale o un incunabulo da vecchio. E più spesso che altrove egli siriduceva nella galleria dei ritratti dei suoi antenati.

Ma presto gli spiacque quella tratta di figure disposta inlinea orizzontale che dintornava la sala. E volle tramutarla in una calata chevenisse giú verticale dal soffitto come una polla d'acqua plumbea in una grottad'atmosfera piorna. Però conobbe che l'altezza della parete non bastava perquella cascata di ritratti; onde egli fece buttare giú il soffitto dellagalleria; e di due sale lunghesovrapposte l'una all'altra in due pianidiversifece comporre un salone unicoprofondoche sembrava un androne dimulino o di casa incendiata dal fulminericetto di monetari falsi.

Adunque sulla parete di quella sala fonda egli fece allogareun grosso rigone di ritrattiche partendo dal soffitto discendeva in basso finoalla distanza della statura di un uomo dal pavimento. La fiumana maggiore diquei ritratti era una catena che gocciolava giú a due figure per anello: unuomo e una donnao meglio un conte e una contessa di Moriglia.

I piú antichi conti ossiano quelli piú vicini al cornicioneerano ferreiadustie le prime contesse che stavano loro allato erano severedi volto e di vestiario; man mano che si calava in giú comparivano e siaumentavano i pizzii merletti e gli altri acconcimi; i volti si facevano piúpaffutii busti piú panciutile maniche piú larghefinché si veniva albiancume e al gonfiore boffice e grasso del settecento: alle figure di pannamontatainaffiata di rosolio. Da una parte e dall'altra della fiumana maggioresporgevano a quando a quando ritratti di arcivescovi e di generali cadettidella famigliasenza ramificazioni.

Le screpolature della biacca rosata sui seni delle damescollacciate somigliavano spruzzi di sangue disseccato.

Sotto quella colonna grondante di figure il conte Oscar sicollocavaogni giornoad una data oracon le braccia incrocicchiate. Egliuomo dal frac nero e dai brevi solini insaldati del secolo decimononodilettavasi cupamente a far da cariatide alle trapassate generazioni arcigne odampolloseda cui egli derivava.

Egli piacevasi a sorreggere sulle sue spalle rimminchionitetutto il ferro pesante e il fardello di mussola affastellata dei suoi avoli edelle sue bisnonne.

Egli allora stimavasi il punto fermo di una grande linea:stimavasi la paratoja di un ruscello di sangue gentileche terminasse in lui.

E perché non si era egli pure ammogliato?

Perché non aveva egli aggiunto a quella catena un nuovoanello: il suo ritratto dal frac nero e dai piccoli solini del secolocon ilritratto di una nobile donna a lui disposata nei vezzi e nella crinolinamoderna?

Era ciò forseperché egli avesse giudicato troppo miseroil costume del nostro tempoindegno di nozze e di ritrattoindegno di starsotto alle divise ferruginose e farraginose dei suoi antenati?

No! Egli non si era ammogliato per un'altra semplicissimaragione.

 

* * *

 

Nel mondo presente oltre le professioni di virtú che gliuomini spiattellano nei librinei parlamenti e negli altri luoghirappresentativieglino usano squadernare una professione di vizio nei colloquiamichevoli e specialmente sul finire delle cene. Cosí l'eterna dualità delbene e del male si è scompartito il mondo: alla finzione del bene lebiblioteche e le Camere Nazionali; alla realtà del male le osterie e i luoghiaffini. Per spiegarmi con un esempioquasi niun scrittore oserebbe dentro unlibro dichiararsi immorale e scettico in fatto di donne: e parimenti quasi niunscrittore posto dentro una trattoria fra una brigata di amiciin cui sisfrottolassero delle avventure amoroseoserebbe passare per un fedele credentee minchione sul conto delle donnerinunziando ad inventare e a spifferare lasua avventura peccaminosa.

Or bene certe volte basta il sentire una professione delvizio fatta privatamente ed anche a modo di celia da una persona autorevoleperché si avveleni l'anima di un giovane.

Questo era incontrato al conte Oscar. Egli a diciott'annidopo un pranzo impiallicciato di tartufi e irrigato di vino di Borgogna avevaorecchiato in un crocchio di pezzi grossi ciò che diceva il conte Amelitosuoziouno fra i diplomatici e scrittori e caratteri piú diamantini che vantasseil Piemonte a quei tempi.

Lo zio conte Amelito contava delle cose rosserossecosírosse da far arrossire il tabarro del Diavolo; il qualecome si sain luogo dipeli è contesto di tante linguette del fuoco infernale.

«Vero? proprio vero?» domandavano gli astanti al conteAmelitofrizzando di piacevolezza e di curiosità.

«Diamine!» rispondeva serio il conte Amelito. «Non sonomica cosí cordone da mandare ad un altro cacciatore le quaglie che capitanosotto la mia passata...»

La immoralità del dopopranzo dichiarata allora dal conteAmelito rese immorale e scapolo il conte Oscar suo nipote per tutta la vita.

Venutogli addosso il patrimonio di sua madreegli siricordò di ciò che aveva sentito dal grande uomo suo zio; montò a cavallo deisuoi milionie corse per il mondo a cacciare quante quaglie gli cadevano atiro. Egli avrebbe tolto di ingojare un macigno piuttosto che rendersi schiavoper tutta la vita alla fede di una donna.

Finalmente un giornodopo la comparsa di molti peliargentini nella sua barbaegli si accorse di essere orribilmente solo; e loassalse la rabida malinconia che abbiamo detto sopraed egli venne per curarlaal suo antico castello di Moriglia.

 

* * *

 

Quivi alla sera egli andava a poggiare i suoi gomiti sulleringhiere dei suoi balconi.

Una sera dal balcone di ponente guardava i gelsi nellacampagna.

Essi si vedevano da principio isolati ad uno ad uno spargerei loro ombrelli sul colore di caffé tostato della terra grassa. Poi siaccozzavano in lontananzaquindi si asserragliavano vieppiú fino a cheformavano una sola macchia bruna alle radici delle Alpi.

Allora il conte disse a sé stesso: «Quei gelsi non sannomica di formare una sola famiglia agli occhi di chi li guarda da lungi. Cosígli uomini individui senza saperlo sono famiglia per il filosofo che li guardadall'alto. Cosí altre famiglie di erbe e di piante differenti si arrampicanosulla montagna; e l'una lascia il posto all'altrafino a tanto che si arrivanoi sassi brulli. Cosí forse agli occhi di Dio sono famiglie i soli e le stelle.E tutte queste famiglie si perpetuano con le nozze e con l'amore. Io solopovero conte Oscarpovero vecchiosono rimasto senza famigliasono rimastosenza nozzesenza amore!»

Passò un frullo di passere sotto il balcone di ponente. Quelfrullo cagionò al conte un freddo sotto le ascelleed egli dal balcone diponente si trasportò su quello di mezzogiorno.

Frammezzo ai fusti delle albere sublimi si scorgevano dellegaggie terragnee poi la lama del fiume che specchiava le colline resemalinconiche ed ombrose dalla serae prima del fiume i campi trincettati aprodaje e a peluzzi di vegetazionee sulle strade i contadini e le giovenche egli aratri che tornavano al villaggioe sembravanovisti dall'alto delbalconeinsetti che bulicassero nella segatura. Eppure erano una vita! Mentrenel sangue del conte girava la tetraggine morta della solitudine e della noja.

Passò un circolo di rondini sotto il balcone di mezzogiornole qualiquasi a farlo appostacigolarono tutte insieme ad un puntoquasiradendo le braccia del conte. Quel cigolío lo trafisse come fossero stativagiti di bambini.

Il conte andò al balcone di oriente. I tettimi dellecasipole rusticane erano del colore dei topi di campagna. Egli aveva gli occhiinvetriati di lagrime ed ai suoi occhi acquosi quei tettimi parvero muoversi aipiedi del castello. Parvero sorci che ballassero ritti e affannati dalla fameintorno a un sacco o a un buratto di farina.

Scappò sul quarto balcone del nord.

Quivi la veduta gli si allungava. Un filare di ontani glicondusse il pensiero a stancarlo.

Poi venne in lontananza la fumèa di una locomotiva a vaporeche pareva uno strascico lento di lenzuola funebri sopra una distesa geografica.

Annottò. Giunsero da ultimo i pipistrelli con il lorobrancolío ciecoaereoviscido e velocissimo.

Il conte Oscar si ritirò dall'ultimo balconevisitò lapozzain cui colava la troscia dei ritratti di famigliaquindi andò acoricarsi. Ma non poté chiudere gli occhi al sonno in tutta la notte. Sentivanella sua stanza buja il frullo delle passereil cigolío delle rondini ed ilbrancolío ciecoviscido e velocissimo dei pipistrellioltre l'agitarsiaffamato dei topi. A lui nel letto pareva avere le braccia posate sulle manigliedei balconi. Sotto le sue braccia passavano quei volatili e semoventi. Essiavevano teste di donne da lui conosciute in sua vita- con occhi di piantodidisperazione e di imprecazioneocchi che l'avevano trafitto sopra pianerottoliin stanzucce ed alcove lontane. Ed egli non aveva afferrato perpetuamentee nonpoteva piú afferrare niuna di quelle teste di donna. Egli aveva rotto la Leggeche la Natura assegna agli uomini ed ai colombi; la fede ad una compagna. Egliera infelicesolodisertoperché aveva peccato contro la Natura. Non c'erapiú rimessione per lui.

Sentiva fra le braccia delle curve muliebrilineate dallostesso dito di Dio onnipossente; e gli sfuggivano per sempre. Vedeva delle donneriverse per terra che non poteva piú rialzare. Sentiva dei vagiti di bambiniche non poteva piú chetare. Sentiva nelle mani le lacrime frigide che viavevano depostoattaccandole con un baciofanciulle e donne bellissime ederelitte in un ultimo addio. Poi quelle lacrime gli vuotavano le mani; salivanoin sue quindi gli gocciolavano addosso dal soffittocome dalla vôlta di unagrotta umida e calcinata; e gli percotevano le occhiajee vi lavoravano untuorlo rossocome fanno le visite notturne dei ragni.

 

* * *

 

Il giorno dopo il conte Oscar era di nuovo sul balcone diponente. Il grande disco del solel'ostia santa dei poeti scendeva in Francialentamente dal cucuzzolo di una montagna. Il sole calòaffondòsparve: macorrevano ancora i suoi raggi sui profili delle montagne a rifilarli con nuoveforbiciate nette e frescheolezzanti del taglio. Mediante il contrasto degliorli lucenti le Alpi occidentali si distaccavano dal cielo: erano cavalloni emarosi che si avanzavano nel piano spumeggiando con il loro dorso infiammato. Lemontagne del settentrione prive dei profili solariquasi si mischiavano con ilcielo: erano un debole screzio di azzurriun duello affiochito fra un azzurrodi colomba livia e un azzurro di amido.

Ad un tratto il conte Oscar vide comparire sul fastigio dimontagnadonde era calato il sole- vide comparire al posto dell'astroinabissato un miracolo di fanciullauna vera fanciullaimprovvisata di tuttopuntoche si vedeva precisa a una lontananza miliarecome fosse stata lì adue braccia distanti.

Il conte Oscar si sentí tirato magneticamente a dare unamplesso e un bacio a quella fanciulla per lo spazio chilometrico.

Era una fanciulla composta e pasciuta di rugiadadi rose edi brilli di sole.

Ma - strano spettacolo! - la fanciulla si mosse essa stessadalla sommità della montagnae si avanzò verso il balcone del conte. Eglispaurito scappò verso il balcone di mezzogiorno: ma anche lí si trovò dinanzila sua fanciullala sua maravigliaeretta sulle colline e specchiantesi nellaspera del fiume. Trasalí e si precipitò sul balcone di orientee ancora lívide la fanciulla- la vide come una immensa statua della Vergine porre i suoipiedi sopra una mezza luna di argento fra le casupole del villaggio. Egli fuggísull'ultimo balcone del norde vide la incessante fanciulla camminare allavolta di lui sulla riga del fumo della vaporierae poi apparire sulla fila diontani cosí lunga da straccare un cervello.

Allora il conte volle nascondersi nella galleria deiritratti. E quivi trovò la sua apparizione quietamente ritta in mezzo alla salaprofonda. Ella conversava con una dama del settecento pomposavaporosa efragrante per fiocchi e nimbi di cipriacome uscisse dal Mattino delParini. Quest'ultima pareva la mamma defunta del conte Oscar.

La fanciulla era vestita di bianco perlato: aveva un viso dicieloi capelli biondi da paradisouna corona cristallina in testa. - Era unabellezza armonicasottile e trasparente. Era una idea che ne dicea mille.Diceva: Io sono diversa da tutte le altre. Diceva: Oscarvieni a menonpiangerenon peccare! Sii buono! Sii felice!

La mamma del conte Oscar le pose le labbra sulla fronte e lasalutò nel mormorio di un bacio: Mia bella sposina!

Il conte si mosse per avvicinarsi a quelle donne fantastichema esse sparvero per la scalinata dei ritratti di famiglia. Un brivido di luceilluminò la litania dei ritratti. Essi crocchiaronostrepitarono come la molladi un dito di acciaio ne avesse sollevate forzatamente le estremitàper farlericadereripercuotere e risonare sulla parete.

Il conte affisò fulmineo il ritratto di sua madre. Esso eraa suo postoe la figura non era sgattajolata via come nei romanzi tedeschi.

Il conte Oscar dimorò un pezzo intenebrato e scivolantesulla pallottola liscia e sdrucciola che s'avvoltola nel dubbio fra il sogno ela realtà. Poi vennero quasi una mano e una spada subitanea a strizzargliapurgargli l'atmosfera e a tagliargli netto di testa il farnetico. Allora a unguizzo di luce strigliata egli vide gli screpoli delle doraturei foricini deitarli nelle cornici dei quadrile macchie umide ed unte del soffittoe glisquarci spenzolanti e impolverati degli arazzinella loro arida e scioccarealtàscevra del fumo e della vitache dà il vagellamento.

 

* * *

 

La verità si erache pochi mesi prima di morire la mamma diOscar gli aveva detto: «Rendi felice te e tua madre con lo sposare tuacuginetta Gentilina.» Gentilina era un profilo severo e dolcissimo dimarchesinaa cui il piú provetto vagheggino si accostava con palpito disoggezione. Pareva una cosa collocata sugli altaricirconfusa diquell'ombreggiamento mistico e vaporoso che hanno le nicchie dei santi. Ilgiovane piú morigerato in faccia al Parroco e che fosse uscito allora dalsacramento dell'Eucaristiapurenell'accostare la sua sedia a quella di leisentiva ancora il bisogno di dare una lavanda alla sua anima. Gentilina spaurivatanto i baldanzosi e i leggieriche pretendono al monopolio dell'innamorarequanto gli scettici che si vantano e si impuntano di non credere e di non amaremai. Essa invitava ed attraeva in un'orbita di purezza e di famiglia anchecoloro che non avevano mai pensato alla purezzaed erano stati fino allorasenza famiglia. Oscar sentivasi tirato a lei; e quando le si accostavaparevaricevesse nell'anima una falda di luce che tutto lo rischiarasse. Pensòsognòsospirò un bacio di leicome i bambini pensanosognanosospirano ilParadiso. Ma poi l'eco delle vanterie del conte Amelito vinsero l'attraenzadella marchesinaed Oscardato uno strattone al suo spiritoscappò aviaggiare lontano per rompere i vincoli e fuggire stoltamente i pericoli dellafededell'amore e della famiglia. La madre morí senza godere quella felicitàche si era ripromessa. Morí Gentilina ed Oscar girovagò da disutilaccio per ilmondo.

 

* * *

 

Quando non era piú tempo per lui di averla in realtà ilconte Oscar vide Gentilina in fantasima; e disse focosamente a se stesso:

«Se io potessi riassumere la mia gioventú! Se io potessiancora far mia Gentilina! Nemmanco un esercitonemmanco una macchina dinamosivarrebbero a dispiccarmi da lei. Perché in questo mondo vi sono donne e donne:e fra donna e donna c'è di mezzo il mare. Vi sono donne sciagurate che ci fannoperdere la fede e l'ideale; e ci sono donne tutta purezzatutta bontàtuttafamigliache asciuganoconsumano ed annichilano intorno a sé il vizio come lagrazia divina strugge il peccato. Non v'è spirito del male cosí gagliardo ecosí riflessoche osi spingere le sue spire fino sulle capigliature soavi diquesti angeli benedetti. E se io ritornassi giovanese io possedessi realmentenel mio castello il lampo delle braccia e del bacio di Gentilinaio credereinel beneio lo farei il bene: perché io avrei in Gentilina un premio e unaasseveranza di Dio: sarei capace di diventare martire della mia fede io che nonho mai fatto nulla per il mondo e non mi sono nemmanco scomodato per i mieisimili a farmi inscrivere nelle liste degli elettori politici ed amministrativi.E per fare il beneper dare lavoroscuoledignitàpontigiustizia a questipoveri che formicolano nelle catapecchie da bassoio che finora fui nemicogiurato e spericolato dai fastidiio sfiderei le brighele izzemostrerei ilpetto ai coltelli dei libellisti assassini... E farei di piú... Io che hoviaggiato come un ciocco strascicando la mia noia immensurabile e spargendo peril mondo la mia bile tetra... Síio sento pure qui dentro un'immagine dibellezza che ondeggia nella brughiera della mia testa fra l'idillio di Teocritoche ho studiato nelle scuole e le commedie di Coppéeche ho viste recitareall'Odéon di Parigi... Ebbenesentoche se io avessi legato alla mia vita ilsorriso di Gentilinaio quel tipo di beltà non l'avrei sfatato né sciupatoma l'avrei raffinato nella mia mentee poi avrei tentato di pubblicarlo asollazzo de' miei similie sento che adesso per una sola carezza di leidi cuiho seteforse verrei in sí grande forzae in tanto ardire da balzarequell'immagine con una botta potente molto innanzi nell'avvenire... Per locontrariosenza nozzesenza Gentilina io non ebbi e non ho voglia né lena difare il bene e nulla di nulla. Sono disamorato verso questa razza dei mieisimilia cui non mi unisce piú niuna trattinae in mezzo a cui mi trovopigiato per forza. Io sentoperché sono vecchio celibeche se fossiprofessoregodrei diabolicamente nel dare la palla nera agli scolaretti ragazzidegli altri. - Io non provo niun dolo nello attossicare e far marcire le nidiatedi questi campagnuoli a me sottomessiaccerchiandolicome facciofra leesalazioni e le filtrazioni delle mie risaje prossime ai loro usci. Per unafamigliain nome di una famiglia sento che avrei serbato ed aumentatoordinatamente le ricchezze della mia schiatta; ed invece senza famigliasenzaamoresenza Gentilina io lasciai scioccamente e ignominiosamente rosicchiare lesostanze di mio padre e di mia madre dagli strozzini e dalle triste... Eppurebenché decimato nel mio averesento già per giunta la pesta e la calca deimiei giovani cuginii quali mi rondano intornotacitisulla punta dei piedi- sperando che io non li avverta- ad annusare il mio cadavere e le reliquiedella mia eredità.»

 

* * *

 

Da quella sera in poisul chinare del giornosempre apparídinanzi al conte Oscar Gentilina la fantasimaogni qual volta egli si affacciòad uno dei quattro balconi del suo castello; ché ella sempre veniva a lui datutti e quattro i venti cardinali. Poi egli la trovava tutte le sere ritta nellosprofondo della galleria dei ritrattivestita di biancomentre essa ricevevasulla fronte il bacio della madre di luipavonessa del settecento.

Insieme con la fantasima Gentilinail conte Oscar visseancora nel suo castello dì Moriglia mesi quattrogiorni otto.

Però in questo mezzo tempooltre la veduta del suofantasima gentileegli continuò a sentire di notte nella sua stanza la folatadelle passereil brancicamento dei pipistrelliil ciucío dei topi e ilpigolío delle rondini pari a guaiti di lattanti.

E per scongiurare quelle malieegli non trovava modo diversofuorché mandare per la posta delle somme enormi ed anonime alle donnesuperstiti fra quelle da lui conosciute. Queste creature erano oramai diventateimpasti di baffidi rughe e di cartapecora attanagliata dai solimati edall'acqua forte; dapprima attrici e poscia portinaie dell'orgia.

Nei giorniin cui il conte aveva accomandato ad un vagliapostale il silenzio di un rimorso- egli alla seraappoggiato alla ringhieradi uno dei suoi balconiriceveva immancabilmente per l'aria diaccia e sardonicala quietanza delle somme anonimeche egli aveva spedite. Quelle quietanze eranosghignazzi di popoloche poi per cortesia si faceva serio al suo comparireerano sarcasmi echeggiati di lontanoerano versi dispettosi di cuculoche covanel nido altrui.

Né per quante somme di danaro egli inviasse qua e làilconte Oscar poté mai cessare dintorno a sé quelle fattucchiereche avevanopreso ad infestarlo di giorno e di notteimperocché fino al suo ultimo respirogli dimorarono sempre nelle orecchie pianti di neonati- e le parvenze diossicini scricchiolanti gli danzarono davanti la fronte.

Il conte Oscar andò via dal suo castello di Moriglia e daquesto mondolasciando sbrandellato il suo patrimonio fra le vecchie stregheacui mandava in vita i gruzzoli anonimie lasciando per testamento ai giovanidel pubblico il motto biblico: Guai al solo!

 

LA VITA NELL'AJA

 

 

 

A Salvatore Farinaamico ecaposquadra.

 

 

Il sole del mese di aprile imbiancava il suolo cretoso diun'aja (non olandesema di Ypsilon novarese)cui usa ingiallire nei mesi digiugnoluglio ed agosto.

C'era in una stanzetta terrena attigua a quell'aja un maestroelementare normale superioreil quale aveva preso lo storico esame dimagisteroma non aveva potuto andare piú innanzi per difetto di quattriniequindi non aveva avuto l'onore di porre i piedi di studente sotto i porticidell'Università. Egli si fece con le braccia incrocicchiate sulla sogliadel suo uscio e siccome ne aveva tempoperché era giovedígiorno divacanzasi mise a pensare. E pensò come segue:

«Chi mai ha pensato alla manieracon cui passano il lorotempo le galline? Esse non si occupano di politicanon hanno da far scuolanonsono nemmanco associate alle Serate Italiane. Io al giovedí ealla domenicain cui non ho sotto alla mia disperazione quella banda difurfantellie non devo condurli al rigagnolo della via per lavare loro ilgrugnetto intartarito e le mani macchiate di inchiostroe non posso gridareloro Silenzio! con voce bombardevolee battendo con rumore tagliente labacchetta sul tavolocosì: Silenzio! Silenzio! Del resto mando a chiamareil sindaco o il sopraintendente! io al giovedì e alla domenica miannojo orribilmente! E per cacciare la noja ed ammazzare il temporileggo lepovere e vecchie frittelle della mia libreria sdrucita. Rileggo un volume dispajato della Storia di Napoleone I scritta da Walter Scott- o IMartiri della libertà Italianache mi ha regalato mio zio canonicoperché non appestassero piú i suoi volumi di teologia: - o un fascicolo dellaBiblioteca Teatrale Economica di Chirio e Minacon la fodera color della cremaal cioccolattecontenente due commedie del Brofferio- o la Caccia al Leonedel capitano Gérard- o la Storia del Santuario d'Oropa- o rileggoun opuscolo stampato a Vigevano al tempo del governo franceseDel migliormodo di distruggere i pretiecc. ecc.

«Quest'oggi rileggerò le favole di Fedropoeta nativodella Traciache fu patria eziandio di Orfeofigliuolo di Apollo e diCalliope.

«Ma le gallineche non sanno leggere e sono senza libreriale galline per cui tutti i giorni sono giovedí e domenica e niun giorno ègiorno di scuolacome fanno esse a consumare questa necessità inevitabile diogni vita che si chiama il tempo?»

 

* * *

 

«Le galline si alzano di buon mattino ed escono dal pollajodove si sono andate a coricare al tramonto del solesenza pigliare uncandeliere in mano. Veramente non si coricanoma riposano ritte sostenendosi unpo' sull'una un po' sull'altra piotae ritraendo fra le piume del ventre quellache non ufficiaoppure accovacciate sul bastone del pollajoil quale è pulitocome la cotta di Don Merendail mio reverendo collega della prima elementaremignolinala quale cotta alla sua volta è pulita come il bastone del pollajo.Durante la notte le galline tafanate dai loro parassiti e dall'odore mordentedel guano balbettano dei versi sonnacchiosi. Il galloloro guardianovigilantissimoogni due o tre ore squilla il suo cucurrito. E gli rispondono igalli degli altri pollaj. Questi cucurriti vanno di pollajo in pollajodivillaggio in cascinadi cascina in cascinae di cascina in villaggio. Quantomi piacerebbe raccogliere nelle mie orecchie tutta la correntela filatessa egli zighizzaghi che fanno i chicchirichí dei galli in una sola notte per tuttoil Piemonteper tutta l'Italiaper tutta l'Europaper tutto il vecchiocontinente!

«Ma per ciò mi bisognerebbero le orecchie mitologiche diMidao le orecchie romaniche e reali dell'asino di Gaspare dalla bocca stortail pentolaio del paese.

«I canti del gallo sono fidanzesfidemillanteriedicono:"Ci sono io. Ho la cresta piú rittapiú saldapiú rossapiúimpertinente del villaggio. Ho una collana di penne dorine intorno a un mantellodi colore tanéche non la darei per il Toson d'oro di Spagna. Ho il serragliopiú popolato del mandamento. Ho una gallinella con il petto gialloche noncambierei per un decalitro di granoturco. Ho un becco che spacca il cranio deirivali. Cuccurucú! Ci sono io! Ci sono io! Non abbiate pauramie timide spose!Ci sono io! Io basto per voi. Non viene la volpenon viene la faina finché cisono ioe cuccurucú e chicchirichí!"

«Certe chicchiriate dei galli sono piú potentipiúinsolenti e piú virulente delle grida di beffa omerica che Ulisse mandava dallasua navecon voce di tromba marinamandava ad insultare il povero ed immensocieco Polifemo: il quale rispondeva dalla terra ferma come meglio sapevaciòera scaraventando cucuzzoli di montagna al ricapito dell'insultatore.

Esaltando di palo in frascacome devono essere statistridenti i chicchirichí del gallo che serví da contatore ai rinnegamenti disan Pietro! Forse piú stridenti della voce che emetteva il compianto UrbanoRattazzi nelle discussioni parlamentari piú momentose.»

 

* * *

 

«Ho detto male che le galline si alzano di buon mattino:esse si alzanoquando la fantesca o la figliuola del massajo aprono loro losportello del pollajo. E se un bel mattino queste sono fatte obliose dellepovere galline o per una questione di sale nella polentadi soldato che nonscrivele signore galline rimangono nel pollajo al bujomagari fino amezzogiornoe veggono soltanto dalle fessure la luce e la soddisfazione delmangiare e del bere nell'ora in cui è persino già concessa ai maestrielementari. Ed esse pazientano e talvolta non si accorgono nemmeno del ritardoperché esse non hanno orologio. Miserabili! Quando poi sono apertemettonol'una dopo l'altra il becco fuori dello sportellopoi la testae guardanorimanendo in tentenne: poi si avventano ad un volo che prolungano piú chepossonosparnazzando le ali e schiamazzando con voce di trepidanza e dimillanteriaperché si credono di fare chi sa che cosa! E sono gli unici lorovoli. Dal pollajo in terrae dal fenile in terra. E di piú non si vola perloro.

«Man mano che scendono in terrail gallocon zampa ferreae con saltelloni da califfole rincorre e le disciplina tutte.

«Dopo questocome fanno a passare la rimanente lorogiornata?»

 

* * *

 

«Ohcome fanno?

«Una manciata di mondigliaun polentone di cruscamescolata con bucce di patate e con torsi di perequattro foglie di cavolo e losceltume dell'insalata buttato da un grembiale femminile nell'ajasono per loroavvenimenti nazionalivisite d'imperatorimonumenti a Cavour e a DanieleManin.

«Il gallo d'ordinario è sempre il primo ad avvedersi chegiunge la cibaglia; accorre ad essa con uno o due polli seguacipiù lestidegli altri: la becca a vuoto e ciangotta quasi spiccicando i versi per chiamarela sua coorte. Essa viene. Eccola già tutta raccolta intorno ad esso: eframmischiati al pollame alcuni passeri fameliciche scattano via ad ognimovenza delle galline.

«E il gallo seguita a beccare la parte migliore perché essoè il reil leone. Ma non trangugia quasi nulla per sé: lascia cadere ilbecchime piú saporito sotto il becco delle galline a lui favorite. Sempreminchioni gli uominivolevo dire i maschi!

«Quando nel mangiare le galline incontrano dei filamentierbacei o di canapavi impigliano il beccola lingua ed anche le viscere; unatira di quae l'altra tira di làe volteggiano in quel tira tirafinché ilfilamento si strappa o si strappa loro qualche organo.

«Qualche gallina ghiottona ed affannona cerca di inghebbiaredegli spropositi di roba; e le resta nella strozza lo stranguglione che non vapiú né su né giú. Allora essaper umettarne il passaggiova alla concad'acquatuffa il becco nelle pareti di legno della concae poi lo leva inariae tiene per un buon pezzo il collo ritto verticalmenteperché sia piúagevole la discesa dell'acqua. Ma l'acqua trova inciampie la gallinasinghiozza miseramente con singulti rauchi che le vanno per traverso. Intantomentre essa ha perso tempole altre hanno magnato la parte sua

 

* * *

 

«Dopo questi banchetti ufficialile galline sbarcano laloro giornata in busca di cibo avventizio: razzolano nel pattumemontanosaltuariamente sui piuoli di una scala a mano. Giungono sul fenile. Lí siallarganosi sprofondanofrugano nella paglianel fienonel trifoglio. Poicalano giù a volodopo avere passeggiato titubanti qualche tempo sull'orlo delfienile a fine di studiare il miglior punto di abbrivo.

«Con la loro vista acutissima avvertono un chicco di risoche brilla al fondo dell'ajae trottano a beccarlo. Talvolta riesconoingannateperché ciò che brillava era un sassolino bianco minutissimo.

«Il gallo le inganna esso pure. Finge di aver fatto qualchescopertapicchia il becco per terrae snocciola i suoi trepidi inviti. Legalline accorrono vogliolose di cibo: e il gallo offre loro non cibo ma carezzegirando il compasso delle sue gambe. Non altrimenti fanno gli uomini con le cenedei veglioni e con i liquori afrodisiaci.»

 

* * *

 

«Dunque nella risoluzione del problema: come fanno a passareil loro tempo le galline? Prima risultanzaprima risposta è la seguente:Vivono mangiando e cercando del cibo. Quasi come tutta l'umanità.

«Ma la bucolica non è l'unica finzione nella vitadel cortile; ce ne sono ben altrefra cui la guerra!»

 

* * *

 

«Càpita che un pollo trovi un bocconeche non puòinghiottire di un fiato e che gli tocca spartire con il beccoper esempio lacorata di un altro pollo sgozzato e sbuzzato poco prima dalla serva. I compagnivogliono aiutarlo nella spartizione: ma essoa cui l'aiuto del prossimo nonaccomodaafferra la preda con il becco e la porta via. E gli altri loperseguitano in giostrein giravolte a creste spiegatefinché la preda siassottigliasi sbocconcella e si perde nella corsa.

«Ma queste per il cibo sono soltanto guerriglie; le vere efiere guerre sono per l'amore.

«In questo cortile vi sono due razze di pollame:

«1.° Il padovano o mantovanocome lo chiamanoindifferentemente: gamboni da pilastrostatura alta impiccatoja; una corazza dadragone; acquistano lentamente e tardamente la virilità; caratterefagiolone; si muovono rumorosamente come cavalli;

«2.° Il montanino: molta crestastatura piccina; calze eremi di penne ai piedi come i talàri di Mercurio; somigliano ai polli di stoppafinti dalle monache; divengono presto battaglierimaliziosi e salaci.

«I pulcini di quest'ultima razza ancora con il piumino sipiantano già l'uno contro l'altrobecco contro beccosi affisano lungamenteimmobiliimpagliatisi magnetizzano e si avvelenano con gli occhi come dice ilDe Amicis nella Spagna: e poi si scavalcanooppure partono in diversedirezioni senza far altro dopo aver destato sí grande aspettazione.

«Ho accennato due razzeper accennare qualcosa: del restonon è fattibile registrare tutti i rimescolii del sangue pollajuolo anchesolamente in una data corte. Non lo si trova piú a pagarlo un occhionon lo sitrova piú da noi un pollo genuino di quella razza nostrana che c'eradicono ivecchi contadiniprima dell'Italiadel quarantottoal tempo del governoassolutouna razza modica di corporaturafacile ad allevarsidi buona cotturae che riusciva gustosissima tanto nella marmittaquanto a bei pezzi nellapadella.

«Ora tutto è incrociato e confuso.

«È avvenuto nel pollame ciò che è accaduto nella razzaumana del villaggio. Vediamo mo' come essa è cambiata dopo i lavori dellastrada ferrata e del Canaleche hanno tratto nel paese quel nuvolo diforestieri! Ne nacquero matrimoni civili e matrimoni da colombi; e da essiprovennero nel villaggio certi bambini e certe bambine con occhioni lombardi nonpiú visti e con visi lunghi e capigliature molli da inglesina.

«Il cielo tolga poi che per ragione dei contrarila nostrapopolazione non abbia mai ad intristire dopo l'abolizione dei conventicheci portò via quei bei padri e fratacchioni rotondi e gagliardi cari e famosiper l'insalatina carbonata e per i loro frittelli che si liquefacevano inbocca!»

 

* * *

 

«In questo cortile l'anno scorso regnava da solo un gallomontaninopiccinocalzato e remiganteche somigliava un parrochetto(intendodire insieme un pappagallo e un piccolo prevosto)pappagallo alle piumeepiccolo prevosto alla portatura.

«Questo gallo facevacome si dicepiú di quello chepoteva: cioè si faceva fin troppo onoreattesa la sua piccineriaa cuirimediava mediante l'astuzia. Cosí non potendo arrivare quei baccalari dellegalline mantovaneegli saliva sopra un piuolo o due della scala del fenileequando i baccalari passavano sottoesso saltava loro sopra a castigarli.

«Ma! - terribile ma! - che come diceShakespearesembra schiavare l'uscio a un furfante di tre cotte.

«Ma nella pollastreria dell'anno scorso sidistingueva un gallettoche lasciava concepire di sé le piú superbe speranze.Aveva la forma spiccatae i colori ingommatiche hanno i galli di S. Pietronelle sacre immagini sciorinate dai rivenditori ambulanti ai muri delle chiesenei giorni di fiera o di festa patronale. Onde i padroni pensarono di tirarlo sue di allevarlo per nuovo gallo del cortile.

«Vi fu qualche opposizione in famigliamassime per partedella ragazza minore la quale protestò che si faceva un torto manifesto algallo vecchio piccino. Ma le si osservòche essendovi nel cortile gallinegrandi e mignolec'era posto per due galli; e per mezzo termine si deliberò diconservare il gallo vecchiopur lasciando venir su il nuovoil quale cosí fusalvato dalle forbici che accapponano- o svenano definitivamente i pollisalassandoli sotto la linguasolita sorte della massima parte di loro.

«Il nuovo gallo non tradí le speranze che aveva dato di séquando era pollo: crebbe maravigliosamente bene.

«Ora ha una dignità personale che incanta. Esso nell'aja ècome Agamennone nel campo greco all'assedio di Troia; è come adesso Mac-Mahonin Francia.

«Ha le penne del busto di un nero cambianteche vadall'azzurro del pavone alla fiamma del carbonchio e persino alla fiamma delcarbone.

«Su quel nero discende dalla testa una cascatella di piumegemmatelungheesili ed aeree. Somiglia un ruscelletto di perle. Se l'aria olo zefirocome si chiama in retoricavi scherza dentropare che le rifili dibaci quelle penne; è un visibilio.

«Questo ruscelletto caduto sulla schiena si perdee poi siripiglia alle radici della codacascando a destra e a sinistra in pellucidamantiglia.

«Ha la cresta e i bargigli d'un rosso che scotta; la crestaspessaritta e tagliente come una sega- i bargigli lunghi come lasagneunbecco poderoso come una catapulta- gli speroni da cavaliere- la coda falcatacome una scimitarra.

«I suoi passi verso le galline sono tremiti voluttuosi.

«La sua importanza è cosí grande che non può capire nelcortile: certe volte si travasa di fuori. Sicuro: il gallo nuovo esce dalportone della cortee va persino nella via a rintracciare qualche gallinafuoruscita; e spinge la sua audacia fino a visitare le aje altrui.

«Allora si tien ritto sulle sustecammina sui trampoli ebarcolla nella sua maestà: pare Mac-Mahon in giro per i dipartimenti.

«Appena ritornato nella sua ajasmette il sussiego diparatapiglia un atteggio casalingo e birichinoe salito sul timone di unabarozza intuona un canto di trionfo zeppo d'estrocome avesse fattol'impossibile.»

 

* * *

 

«A un gallo giovane e bastracone di tale posta indarno siprovò a contrastare il gallo vecchio e mingherlino. Quando quello era ancora diprimo cantoquesto lo assalì piú voltecon i ranfi cornei e ossuti delle sueunghie e dei suoi speronicon il picchio del suo beccocon i battiti delle sueali e con i volteggiamenti della sua malizia. Ma ne riportò la crestacincischiata che è ancora adesso una sola cicatriceil collo nudosomigliantea un budelloe le ali cascatoje.

«Ora né il gallo vecchio osa assalire il gallo giovane perpaura di farsi stritolare le ossané il gallo giovane vuole rimettere dellasua dignità nell'attaccar briga con quel tristanzuolo.

«Non duella piú con essoma lo castigaquando glie ne faqualcheduna.

«Il gallo vecchio bada a tenere dalla sua le pochegallinelle della sua razza procurando di non inalberare il rivale maggiore; maè un uomovoglio direè un gallo rovinatomortificatomortoun relicenziatouna larva.

«Ad ogni modotirando i contisi è costituito una speciedi modus vivendi fra la piccineria furba e pavidae la potenzaorgogliosa e generosa dei due galli: un'altalenaun equilibrio di rapportitesi da occupare cinquanta gabinetti di affari esteri.

«Ed io grullo domandavo a me stesso: come fanno a passare iltempo le galline?»

 

* * *

 

«Guardando una gallina mezzana fra la razza bastracona e larazza minutinaquella gallina mi pare il miluogoil punto fermo della specieproporzionato al cieloall'atmosferaa che so ioinsomma a ciò che diconol'ambiente del paese.

«È cosa fatta. Mettete in certo ambiente gli ingredientipiú disparati: faranno gobba e spicco per un po'poi si smorzeranno e siaddolciranno fin tanto che si confonderanno in quel puntoche è rispostaappropriata alle domande del cielodell'atmosferadi che so ioinsommadell'ambiente.

«Per questo io non dispero che riavremo la razza unicamodicabella e comoda che avevamo ai tempi del Governo Paterno e dellaCompagnia Regia prima dello Statuto.»

 

* * *

 

«La mangiaturala guerrae la diplomazia non compongonoancora tutta la vita della corte. Ci sono ancora altri accidentiaggiunti epredicati e ce ne ha piú di millantache tutta notte cantacome si dice consicura eleganza. Per esempio c'è la pace di conventola quies diCamerana.

«Alcune volte la corte è sgombra di galline. Esse non sonovisibili: sono acquattate dietro una catasta di fascineo all'ombra di uncarrettoo nella stalla sull'orlo della greppia. Hanno la bontà di rimanere unbuon pezzo silenziose e di non far nulla. Il gallo striglia blandamente con ilbecco le proprie penne e poi quelle delle sue odalische. Queste lo lascianofarerimanendo tranquille con la cresta floscia che cade sulle ventiquattro. Egodono alle strigliature del gallo; e boccheggiano dei ringraziamenti frizzantie vischiosi. Oppure il gallo non fa nulla al pari delle galline: sta erettoimpalatoprofilato - è un gallo di lamiera da collocarsi sulla punta di uncampanile.»

 

* * *

 

«Un momento nella vita delle galline è eziandio l'ammirazione- l'ammirazione per le cose grandisuperioriverbigrazia per iltacchino.

«Il tacchino di questo cortile è veramente magno come CarloMagno. Sembra un'arca. Sembra tutte le arche; un'arca di scienzaun'arca santadell'alleanzae piú che tuttel'arca di Noè. Per di piú è un patriarcaunesarcaun Petrarca. Si direbbe che lo abbia scritto esso il poema De Africa.

«Eccolo: arrossa i bargigliallunga e fa cadere lospegnitojo sul nasoe raccoglie nella sua caruncula tutto il pudore dellefanciulle e tutto l'amore dei giovanotti del villaggio.

«Ingrossa la sua macchina piumata; allarga il disco dellasua coda; tumultua nelle gambe; traballando essoquando fa la ruotaparefaccia traballare con esso il cortile.

«Abbocca al voloper ariacome i cani le fette di polentache si diverte a lanciargli il padrone. È l'unico animale nel pollame capace diquesta maestria.

«Le galline piú pettegolei polli piú bisbeticilostesso gallo in auge imperatoria e l'altro mezzo fallito sentono dellavenerazione per il tacchino.

«Passano d'accosto ad esso facendo atti di riverenza etenendo la distanza dovuta dal soldato al colonnello. Nei momenti di pauradidubbio pironiano e di sconforto scetticosi accattano e si infondono uncoraggio civile e una fede filosofica sentendo e ripetendo la grande novella: Loha detto il tacchino: cosí la pensa il tacchino! Esso si potrebbechiamare come Cosimo de' Medici Padre della Patria.

«Non ho mai capito quel sentimento altoassolutooggettivoinesplicabile talvolta nelle sue origini e nelle sue estrinsecazioniil quale si chiama appunto di venerazionenon l'ho mai capito come adessoosservando il rispetto che il pollame professa al grande tacchino.

«L'ho capito meglio che in Dante quando descrive i maggioripoeti dietro Omero poeta sovrano con la spada in mano quale sire.È la stessa venerazione che a buon diritto mezza Europa e molta Americatributano al conte Federigo Sclopis e la Spagna al maresciallo Espartero.»

 

* * *

 

Dopo aver pensato tantoil maestro elementare normalesuperiore sentí il bisogno di rientrare nella sua cameretta a rinfrescarsi lefauci; ma siccome le condizioni economiche dell'Italia non permettono ancora aimaestri elementari l'uso del vino fuorché nelle domeniche e nelle festeprincipalicosí il nostro succiò una grossa mestolata d'acqua.

Quindi riaffacciatosi all'uscio ritornò a ruminare fra sé esé:

«Ohimècome è diventata brutta la vita nel cortile inpochi minuti! Questa non è piú quies. È noia bella e buona. Chesia effetto dell'acqua bevuta? O che essa mi abbia smorzato il cervello! Ilgallo adesso è un animalaccio qualsiasi. L'ex-gallo è una bestiolaqualunquesiasi. Il grande tacchino somiglia a nient'altro che all'enorme cassadi una tartaruga con la sua testa piccina da serpe.

«Si vedono appena due galline; e sono sdraiate per terrafacendo ventaglio delle ali... vogliono affondarsiseppellirsi nella polvere. Esbadigliano dal tedio.

«Il sole è passato dietro una nuvola.

«Il cane è allungato per terracome morto e non palpèbraneppure.

Il gatto sta abbandonato sul fienile: è leggiero come unostraccio. Sembra la pelliccia distaccata di un animale spellato.

«C'è un bambino acculattato per terra. E sento io il freddoche deve sentire la ciccia posteriore di quel bambino.

«I passeri sul cornicione e nelle loro buche sono bruttiscarmigliati: hanno dei buchidelle ditate di cenere bruna nel piumino delcollo - sembra che abbiano il gozzo. Ristagnacagliala vita nel cortile.

«Che cortile morto!»

 

* * *

 

«Alleluia!

«È ricomparso il sole. Risorge l'aja.

«Spiccano sul suolo i gusci d'uovoi pezzi di carta biancale buste di lettere stracciatei fogli di carta azzurra che avevanoaccartocciato zuccaro e caffèe scintillano i tritoli minimi di madreperlaincastrati nella creta.

«Il gallo felicemente regnante ricupera la sua majestatem;l'altro rilegato alla sua isola d'Elbavoglio dire al suo impero rachiticosomiglia una rachitide ma ferrea e uncinata. Passeggia alzando gli speronilunghissimi e dandosi l'aria di gallastrone.

«I passeri lasciviscono fulminei sulle gronde; siperseguitano da un tetto all'altro; strada facendo bezzicano per aria dellecoppie di mosconi amorosi; alcuni portano delle pagliuzze in boccadeglistuzzicadenti come se uscissero da una trattoria. I passeri maschi hanno ilbecco nero di inchiostroil bavaglino nerodue perle bianche lateralilatesta stupendamente castanacome l'avessero tuffata nella madre del caffè; lepasserele femminesono grigie e lucenti come fiori di sabbia.

«Il tacchino ritorna solenne quale un archimandritasupremocome una Corte di Cassazionegrandioso come il tempio degli Ebrei a Torino.Esso fa glu-glu-glu-glu. E pare voglia sorbire un lago.

«Le galline allungano le gambe a ritrososcuotono lapolvere dal dosso dimenando il groppone come somare. Le piú operose raspanoscagliandosi di dietro ciò che non torna per loro. Le pigre fanno voci di cantarana(raganella). Alcune beccano calcinaccio allo zoccolo della muraglia perprocacciarsi lo smalto che loro occorre per fabbricare il guscio dell'uovo.Altre si nettano i baffi nel tovagliolo della terra. Due o tre bevono eascoltano la bevuta.

Il gallo giovane con le ali basse radenti il suolo correverso una gallina come un carro falcato o una nave corazzata.

«Una gallina si fa sentiree poi schizza da un covilefacendo:

«coco-coco-coco-coco-dec

«coco-coco-coco-dec

«coco-coco-dec

«cocco-dec-coco-dec-cocco-dec.

«Essa schiamazza perché ha fatto l'uovoe sembra annunzidi avere scoperto una nuova bussola per la morale o per la politica.

«Compare una chioccia abbaruffata dalla superbia della suamaternità ipoteticatraendosi dietro pulcini non suoi. Questi si dilungano daessa per una festuca e poi la raggiungono con una fitta di passi velocissimiquasi eguali a quelli elettrici dei quagliotti. È un formicolio quellodei pulcini: un po' sono fra le gambe alla chioccia: un po' davantiun po' lesi addopano: di punto in bianco le montano sulla schiena.

«E la chioccia- chioccia raucamente e arrogantementecontro tutta la cortecontro tutto il suo universo.

«Passa sul pezzo di cielo azzurroche fa da cupola alcortileuna rigauna schierauna ventola di colombi; e ripassa. Fanno ombranel cortile; sembrano pezze distese per il passaggio dell'arcivescovo.

«Il cortile è tutto gajoè tutto vivo.

«Il bambino cammina appoggiato al carruccio.

«Il gatto compare splendidoirto di baffi e di coda nellacornice dell'abbaíno.

«Il cane si levasi stirae sbavigliae poi abbajarintronando. Ha sentito dei rumori.

«Giungono molti rumori nel cortile: giunge il picchiometallico e fonico dell'incudine di un fabbro-ferrajo: giunge il muggito di unavacca che pare si prolunghi e tremoli sotto il pedale di un organo; e poi unavoce gagliardapuntutaprofondache sembra tirata su con il succhiello o conil secchiello.

«La conosco: è la voce dell'asinodi codesto tenorepotente e sublime ed asmatico della creazione. Conosco persino l'asino di cui sitratta. Deve essere il professore... no! è il somaro dell'acetajo monferino.

«Sui comignoli la gallina faraona strepita e martella con lasua voce di zinco. Poi vola giú e prima di volar giú stacca ed innalza le alisulla schienacome uno scarabeo.

«Entra la ragazza minore e depone nell'aja un cucciolinoforestierotrovato per viail quale le rotola ai piedi al pari di un gomitolo.Il cane della corteper non essere da menosi avvolge anch'esso attorno legonne di lei; le dà una zampaquindi l'altraquindi si leva per darle tutte edue come un leone rampante nell'insegna di un'osteria; e poicrescendo ancorala sua gelosia africana per il nuovo venutosi inerpica persino sulle spalledella povera fanciullache non ne può proprio piú dal fastidio.

«Ma il gallo dominante vuol sopraffare tutte le vocituttele azioni del cortile.

«Si è inalberato sullo stollo del pagliaio. E lílídalli dalliventila le alifa i dichini di testa che precedono uno sternuto diuomo o un canto di gallo.

«Cuccurucú! È il piú allegroil piú vividoil piúbaldoil piú spavaldoil babbo dei suoi cuccurucú.

«Il cane della cortescacciato finalmente dalle gonne dellafanciullascorrazza: mette in iscompiglio e in ischiamazzo le galline: fende lavita dell'aia.»

 

* * *

 

«Che circolo e che spalmatura di vita nel cortile! Dove cene può essere di piú? In quale camera di signoridi poverio di deputati? Inquesto quadrato circoscritto da mura pochi animali irragionevoli trattano tuttele operazioni e le passioni umanel'amorela guerrala treguail trionfol'astuzial'invidia e cento eccetera.

«Gli è veroche questi due galli e tutte queste gallineidue cani e il gatto non conoscono la Storia Sacrané la Storia Patrianè laGeografianon sanno chi furono i loro antenatinon sannoche vi sono altrigalli e galline e galli e gatti a centinaia e a migliaia di chilometri distantia Strasburgo e a Filadelfia e non sanno nemmanco che Vittorio Alfieri ha scrittoil Misogallo e che sono esistiti la Gatta del Petrarca e Can Grande dellaScala.

«Ma noi uomini conosciamo forse il numero piú grosso e ilnumero piú piccolo? i termini dello spazio? e che cosa si mesti nei pianetiGioveMarteVenereSaturnoe nelle piú lontane stelle di grossezzasbalorditojale quali alle nostre notti appaiono arenaspolveratura delfirmamento?

«Solo Vittorio Alfieri conobbe re Saturniscouno deiseicentotrentasette che tengono reggia nel pianeta Saturno (proprio 637) - ilquale Saturnisco aveva ordinato ai suoi sudditi di trascinare il proprio globocon argani piú vicino al sole - e conobbe Lunatinaun donnino vispo e piccolodel mondo della lunauna polvere di donnache nel suo mondo aveva volutopredicarecome fanno nel nostrol'emancipazione della donnae portarele brache del marito.

«Ma Saturnisco e Lunatina sono personaggi da commedia inversi sciolti: e noi non abbiamo ancora potuto salire a verificare che cosa siraspi nei mondi di lassú. A una altezza di 8000 metri noi risichiamo di finired'asfissiacome finirono i poveri aeronauti dell'altra settimanache ho lettinella Gazzetta.

«Ohquesta vita piccola del cortile mi abbindola!

«Gallineio gioisco a rimirarvi. Siete le mie modelle. Iovi ho care come ciociareche stieno atteggiate per due lire e cinquantacentesimi all'ora.

«Voi polli io vi invidiosiete piú felici dei maestrielementari normali superiori.

«Voi non avete il martello di farvi da voi stessi lacarriera: non dovete pagare la pigionené la ritenuta sulla ricchezza mobilené il macinato; non dovete levare il cappello a un tanghero di contadinoperché sia consigliere comunalené dovete servirvi da un panattierechecuoca del pane ribaldoperché egli sia primo assessore nella Giuntamunicipale.

«Voi avventurati! Siete in isciopero sempiterno.

«Non avete il castigo di Caino: il lavoro.»

 

* * *

 

«Io farnetico...

«No! No! Questa vita del cortile non mi umilia: mi esalta.Adoperando il processoche ho fin qui tenutose ne possono fare cento milamilioni di queste vite. Si può instituiresi può disegnare una vitalarghissima e intricatissima nel motriglionei fondacci della concain cui siabbeverano le gallinenella muffa che imbianca le botti della cantina.

«E con tutto ciò?

«Questo non mi deprimema mi innalza nell'Infinitoalcircoloall'intricoall'ordineal barbaglio dei mondi innumerevoliche siaggirano al disopra e al disotto di me.

«E nell'Infinitoper quanto siano misere le condizionidell'istruzione primaria in Italiaohnell'Infinitoio ravviso un maestroelementare normale superioreed anche normale inferiorelo ravviso superiorealle galline!

«Voi galline avete l'ozioè vero: non avete la condanna diCaino: il lavoro.

«Ma sentite: è appunto il lavoro la gioja della mia vita.

«Vedetequest'oggi mi annojo vagellando sul conto vostroperché non ho lavoro.»

 

* * *

 

«I miei studii miei esami superati con molti optime avevanofatto nascere in me certe aspirazionicerte ambizioni...

«Che so io? Avrei voluto far valere i miei quattro talentiin un campo piú vasto di questo mio villaggio natíoavrei voluto spenderli incittà dove vi sono le biblioechei teatri e le lucide e larghe bacheche deilibrai. Ma non ho potuto far tutto ciòper trentatré miserabili ragioniperquelle che impedirono ai cittadini di Cuneo lo sparare i cannoni alla venuta delre: la prima delle quali si era la mancanza di polvere. Anch'io per mancanza dipolvere non ho potuto sparare i miei cannoni.

«E mi sono morsicato le unghie per non poterlo fare.

«Ebbene il lavoro della scuola mi ha calmato e consolato.

«Ho gittato nella scuolacome in una fossa di leonituttome stessole mie speranze piú baldanzosespuntate e ingrandite nelle mienotti travagliate dal sangue ardente e ferruginosonelle lunghissimepasseggiate solitariee con il sigaro in boccaframmezzo la calca; le speranzedi diventare anch'io un pezzo grossoun professore di liceo o di universitàefors'anche un ministro di agricolturaindustria e commerciocome ilcommendatore Finalio un cimitero di croci cavallereschecome fu l'illustreconte Luigi Cibrariostati ambidue nei loro bassi tempi maestri elementari.

«Ma nella fossa della scuola non ho trovato leoni asbranarmi: sibbene ho trovato dei refrigerîche spensero i miei desiderîsmodati. Ed orasíbisogna che lo conceda e lo confessi a me stessoio sonoquasi contento della mia croce.

«Io giubilo a srugginire le menti dei pargoletticome dicel'ispettore- ad inaffiare i bei fiorellini che spuntano nei cuori della santainfanzia: a far discendere dai quadri murali i cubi e le monete del sistemametrico decimalela tavola pitagoricae le massime della morale eterna: astampare tutti questi tesori nei cervellini teneriche rimpolpetto ioproprioioa mia postae a verificare come quei tesori facciano pro' ai miei birichinie alle loro famiglienei contrattinelle scritture di fittonelle fieree intutti i modi della vita!...

«Ohi miei birichini che mi fanno disperare tanto! Mipiacciono pur tanto quei miei birichiniquegli angiolettiquando si segnanonel nome del Padredel Figliuolo e dello Spirito Santoe fanno quelle righe dibei bocchini aguzziche io vorrei poter tagliare e portar via tutti per me...

«E quando vedrò passeggiare sul piazzale del paese unmedicoun causidico con tanto di tubao un prete o un mugnajo onestocontanto di catena d'argentoi quali siano stati alla mia scuolaio ne andròsuperbo; come li avessi fatti io.

«Voi galline... ohmi vergogno persinodi mettervi aparagone con me...

«Io adesso prendo il cappello ed il bastone: e vado apasseggiare in campagna; e perché non sono una gallinama sono un uomocomposto di anima e di materiami inebrio al fermento di primaveradell'almadella Santa Venere che circola nei ruscellipiú che nei versicon cuiprincipia Lucrezioil suo poema.

«Io capisco la campagna.

«Io mi consolo la vista nelle belle e numerose gradazioni diverdeche mettono le erbe e gli stelidi cui si nutriscono uomini ed animali.

«Io bevo il verde umido e rigoglioso del granoil verdefiero e secco della segala e le stuoje e le boscaglie di giallo sparso sulverdeche fa il ravizzone: infinite macchie d'olio sopra lucerne.

«Io mi avvivomi gattiglio di frizzie mi colmo di estasinel contemplare i rami e i bottoni ancora turgidi delle foglie venturee deifiori vicini a scoppiare; e le piante su cui già grandinò la pruína deifiori; i fiori dei noci che somigliano bruchi penziglianti e i fiori dei peschidei mandorlidei ciriegidei prugniche somigliano fiocchicatene difarfallelinguetteresticciuoli di sapone al fondo del catino di una bellasignora.

«Io mi rimescolo vedendo transitare per i prati delleragazzecon un saccone d'erba sulle spallescalzecon i piedi candidi alparagone delle gonnee dalle vene azzurre.

«Bado ai punti neri degli storni che pascolano nell'erba. Ailoro svolazzi corti e bassi mi sembrano nascere e venire a galla lí per lí. Mifermo dinanzi alle povere roveri impiastricciate di bacche luride. Sono cicalescarafaggi accoppiatiche brucano le tenere foglie e simulano ghiandeanticipate.

«Anche gli insetti hanno la loro primavera.

«Io da questa contemplazione assurgo e raccolgo la grandelegge dell'universo: l'amore. Perché vedere un mondo senza amoresarebbeimpossibile: sarebbe vedere un anno raso di primaveraun mondo scavezzato nellospazioun rompere e precipitare il palco della logicaun mettere innanzi lavita delle galline a quella dei maestri elementari.

«Ma voi galline non capite buccicata di queste cose. Voisiete senza idee e senza paesaggio come l'epistolario di due celebri scrittorimoderni.»

 

* * *

 

«Ma perché perdo il tempo a soffiare il naso a voi altre?

«Eccovi un argomento che vi torce addirittura il collo.

«Se non fosse degli uomini voi non sareste galline.

«Siamo noi che vi abbiamo createnon a nostra similitudinema per nostro uso e consumo.

«Senza l'umanitàvoi sareste selvatiche come le quaglie ele pernici.

«Siamo noi che vi abbiamo dato la cittadinanza del cortile ela palafitta del pollajo.

«Polligli è per noi che la donnaccola vi spettora e virecide la crestao vi denuda buffamente per liberarvi dai pollini.

«Gli è per noi che i pollicoltori vi imbottano nelventricoloper la strada forzata di un imbutoil mangime sostanziosoiminuzzoli di carneacciocché pesiate di piúe ci allombiate meglio.

«Gallinevoi date le vostre uova alla nostra mensa e per lanostra industriaaffinché le succiamo noi o le mandiamo in Germania a comporrelisci per quelle Margherite bionde flessuose. Galligallinepolli e pulcinigli è per nostra utilità che il dotto professore Luigi D'Ancona ha trattato inlungo e in largo della vostra educazione e del vostro reggimento nell'AlmanaccoNazionale della Gazzetta del Popolo

 

* * *

 

«Disse Leopardi: Tempo forse verrà che alle ruine- delle italiche moli - insultino gli armentie chel'aratro - sentano i sette colli- ... e che l'atro bosco mormorifra le alte mura.

«Può darsi ciò accada contro l'avviso del Venosino:

 

Dum PriamiParadisque busto

Insultet armentumet catulos feræ

Celent inultæ; stet Capitolium

Fulgens.

 

«Fatto sta ed è che le caprele volpi ed i vegetali giàfecero oltraggio ed onta ai busti di Priamo e di Paride: ma nerestò incancellabile la memoria.

«Invece voi gallinequando sarete invecchiatesbilenche eincapaci di uovaallora diverrete magro pasto nel banchetto nuziale di unbracciantefarete la disperazione della pentolache non potrà frollare ilvostro corame e dei denti che non potranno stracciare dalle ossa la vostra carnedi feltro.

«Ma niuna memoria resterà di voi.

«Pollise andrete a veder altri paesi e cittàvoi viandrete nel tumulto e nel serra serra di una gabbiasoffrirete una sete atroceper istradavi sentirete spuntare in bocca il fungol'esca della pipíta esarete condotti al mercato...

«Quelli di voiche rimarranno al paesesaranno portati amanoper le gambe affunate e con la testa in giúa regalare il medicoilsindacoil parrocola guardia campestre e pochissimi il signor me stesso...

«Ma niuna memoria resterà di voi.

«Passeriche fate capolino con impertinenza di sotto icoppied empite l'aria del vostro cinguettamentovoi cascherete a schierecapofitti nei nostri risotti e nelle nostre polentine al burro.

«Quanto alla vostra memoria...lo stesso ritornello disopra.

«E tumio venerabile tacchinoo sarai menato al macellosquartato e venduto a chilogrammi come i buoio se pure una sola famigliaoserà addossarsi tutto quanto il tuo cadavereavrai gli applausi per la tuaenormezza la prima volta che comparirai in tavola con un garofano nel becco: tichiameranno amico agli uomini e non discaro agli dèi: ma poi tornerai eritornerai tante volte in tavolache verrai a fastidioe ci vorranno gliagnellotti a farti scomparire completamente dalla dispensa.

«E sappi finalmenteo venerabil tacchinoche quando muorequalche padre della patria fra gli umanile Camere ingramagliano albalcone le bandieree la Storia fa con la penna crac.

«Invece di te una volta mortoo tacchinoche adessotorreggi cosí onorato nel cortiledi te morto sarò io solo a vedere tuttaviaaggirarsi per l'aja la grande ombra di un Aiacedi Diomededi PatroclodiEttorreo di qualsiasi altro eroe dell'Iliade; perché io pecco di poesiaecome mezzo poeta accolgo in me il rispettoe l'apoteosi di tutte le esistenzee mi ingaglioffo in tutteanche in quella del cortile.

«Ma a nessun galloa nessuna gallinaa nessuna umilepollastrellapartendo da questo mondoo venerabile tacchinotu lascierai undurevole myosotis- non ti scordar di me

 

* * *

 

Qui si interruppe la orazione mentale del maestro elementarenormale superioreil qualerincalcagnatosi il suo cappello alla puffe in testae brandita la mazzasi accingeva ad uscire per la sua passeggiata campestre.Quando tombolò a volo nell'aja una colomba dando una cantonata nella torre delpozzo.

Era una colomba bornia.

Allora il maestro sostòe riprese il soliloquioricapitolando la storia di questa colomba:

«La storia di questa colomba è un romanzo.

«Nacque con una cattiva disposizione. Le spuntarono le primepenne remiganti delle ali stortamente rivolte in su.

«Essa usciva già dal nido: volava già: ma quelle penneche scattavano fuori di schiera come frecce appuntate ai suoi fianchifacevanouna ben brutta mostra.

«Onde la ragazza minore dei padroni pensò a spennarla diquelle sconce penneacciocché rimpennasse dirittamente.

«Gliele strappò pregne di sangue; mainvece di rinserrarlaa rimpannucciarsi in un luogo sicurocommise la corbelleria di riporla nel suobuco della colombaja. La poveretta non seppe stare lí monacata. Volle scenderesubito abbasso.

«Pasturava allegramente nell'aja. Una gallinascortalavicino a un grano di meligala attaccò per ripulsarla.

«La colombina assalita si diede a scap pare. Le mancava ilnerbo delle penne: balzavaalieggiavaa una spanna di altezza dal terreno.Visto il fatto loroil pollame le fu sopra; le morsero e spiumarono il collo ela nuca: la batterono e l'acconciarono per il dí delle feste.

«Il piú ribaldo verso la poverina fu il gallo vecchioilquale le diede un picchio tale sopra una tempiache le cavò via netto unocchio. Poi tenendo nell'apertura del becco quella perla spentaquel muscolosferico o romboidesanguinosolo portò diviato ad offrirlo alla Carolaallagallina dal petto giallola piú ghiotta e la piú civetta fra le galline delcortile: e ciò per corromperlaper far contrappesare nella bilancia della suagalanteria quel regalo tenerinoma prezioso e lucullianodi fronte alleattrattive del gallo giovane

«La colombina fu lí lí per essere finita.

«Ma a quello scempio il cane ululò.

«Venne la ragazza minoresbaragliò le galline; raccolse lacolombina e tenendosela stretta al seno la portò sul solajo vicinoal sacconeove essa dormiva.

«La medicò col suo alitocon baci e bacicon leccornie diriso e miglio e con ogni maniera di cuore. In grazia di queste la colomba guaríe riguadagnò il volo un po' balordocon penne remiganti diritte.

«Ma in questo frattempo il suo compagno di nascita si eradisposato a un'altra compagna.

«Ed essa non trovò piú niun piccioneche la chiamasse ela volesse a certe nozze: perché la sua tempia sinistra era deturpata da uncavo orribile.

«Ma i colombi piú merendonipiú donzellonipiúghiandajoni del villaggioquelli che vanno sempre in volta a sparabiccoquelliche sono stufi della moglie e cercano miglior pan che di granoquelli cui lamoglie rintuzza perché vecchi e sfiatativengono tutti a trovare essalacolomba bornia.

«Ed essao per la venere del sangueo perché qualchepiccione bello e fulgido come Faust ringiovanito l'abbia innamorata e l'abbiasedotta con giuramento del fine legittimoe poi piantataladopo il primosdrucciolo le abbia dato la spinta fino a farla rovinare nell'ultimadepravazioneo perché i picchi del becco delle galline sulla sua testa leabbiano fatto dar volta al cervello - fatto sta ed è (orribile a dirsi) che lacolomba bornia rompe la castità storicaproverbialescientifica dellecolombee si accascia a tutti.

«Eccoun colombo bighellone discende adesso dai tegoli delfenile. Poltrone! Ha la sua sposa bellagrassa e rotondache cova seriamentesul nido.

«Ed esso tubafa dei tornei intorno alla colomba bornia.

«Gonfia il gozzo: la inchina einchinandosidrizzagoffamente la coda a levala chiamala comandala strapazza; e a forza dipregaredi comandaredi chiamare e strapazzare ha perso l'urlo.

«La colomba scappa trotterellando. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .

«Ahi povera bornia! Povera colomba prostituta!»

 

* * *

 

Stavolta il maestro elementare normale superiore era peruscire davvero dal cortilequando si spalancò il portone del medesimo edentrò nell'aia un coso piccoloun personcino da niente.

Era Orsolina Sigolotti scolara della seconda elementarefigliuola di una vedovella e sorella ad uno dei migliori scolari del maestro.

Aveva sotto le ascelle e dentro la cornice del suo braccio unpiccolo cavagno coperto.

«Vehvehche bella creaturina!»disse seco stesso ilmaestro. «Ben fattinaun profuminouna miniaturina. Oh! Se li merita tuttiquesta piccinase li merita i diminutivi vezzeggiativi. È essa stessa undiminutivo vezzeggiativo».

Aveva in testa una cappellina di paglia dalle ale largherigirate da un nastro nuovo di seta azzurra.

Sotto quella cappellina doveva stare di nido un cervellinopiccinopulcinoagilesaltamartinoma docilino e bonino. - E non solo dovevastarcima c'era sicuramente sotto quella cappellina un visino grecoseraficoe perlato con due occhioni da Beato Angelico.

Persino i tagli della sarta del villaggioo della mammaquei mezzi archiquei rombiche svoltano dalla schiena ai fianchi nelle vestidelle contadinevoglio dire quei disegni da ciambelle di meligao di pastaspiccata e restata fuori dalla formaquelle figureche fanno delle smorfiepiangono e fanno ridere sulle altre schiere femminine del paeseebbene insommaessi calando giú dalle spalle di questo angioletto comparivano di una gentile eperfetta geometria.

«Signor majestromia mamma mi ha dato questo cheglie lo portassi»disse la piccola Orsolinaguardando il maestro in sucomerecitasse la lezione imparata a memoria. E si fermò ad un tratto facendosentire bene il punto fermo.

Essa portava nel suo cavagnino in regalo al maestro un mazzodi asparagidue carciofiun mazzo di ravanellie quattro o cinque cipollini.

Il maestro condusse la piccina per mano in casae ne liberòtosto il cavagnoda cui estrasse i donativi mettendoli sul tavolo.

«Ohtroppo incomodo... tua madre!... Non faceva bisogno.Ohohperbaccocospetto! Come son belli e gonfi questi asparagi! - Laringrazierai poi tanto tua madre veh? La ringrazierai poi tanto da mia parte...Te'piccina (accarezzandola)piglia questi grissini... anche questobiscottino e questo amaretto... sono per te... Aspetta... I grissini non stannonelle tue saccocce: mettili nel cavagnonascondili sotto il tovagliolo;cosí... E non lasciarteli pigliare dal gatto e nemmanco da tuo fratellosai.Sono per te...»

«Graziesignor majestro. . . . Bastagraziesignormaestro».

Il maestro la accarezzava. Essa si tastavasi rassettava lesaccocce gonfiecon le sue manineun po' per assicurarsi del bottinoun po'per diminuirne e coprirne il risalto.

Il maestro la accarezzava... ma non l'aveva ancoraaccarezzata abbastanza.

Si chinò coccoloni per mettere il suo volto al livello diquel tesorettoper scherzare con lei a pari altezzacioè a pari piccineria.

«Vien quaOrsolinadimmi un po': sai tu come si fa cara?E sai farla tucara

«Sissignoresignor maestro».

«Falla un po'se sei buona».

La bambina gli girò le braccia al collo e ritraendole glilisciò il volto pronunciando con musica dolcissima le parole «Cara!Signor maestro.»

«Brava! Falla un'altra volta cara

La bambina ripeté.

Il maestro scoppiando dal contentoasserragliandole leguanciee mostrandole i denti: «Sí! cara! carina! carona! caruccia!»

Poi cambiando tono e buttandosi al serio: «Sai dirmi adessopiccina miacome si mangiano gli asparagi?» La bambina si mise a raccogliereil pensieroridendo nella fronte. «Non è veropiccina mianon è verochegli asparagi si mangiano nel bianco e che i carciofi e i cipollini si mangianodove è verde?»

La bambina stette ancora a pensarvi su: poi spianò le rugheche le ridevano sulla frontee giungendo le mani rispose francamenteall'interrogazione del signor maestro:

«Nossignoresignor majestro: nossignoreche non è veroè tutto al contrarioè tuttosignor majestro.»

«Ahfurbacchiona! A te adunque non la possiamo fare...Nemmen io che ho la barba lunga. GuardaOrsolinacome ho la barba lunga...Bravasíbravaadesso vattene.»

Egli si alzòdandole un buffetto per accomiatarla. Manemmeno adesso non ne aveva ancora abbastanza.

Le pose una mano sulla frontee ne sollevò la cappellinaper vedere piú completamente e con maggior luce quel viso serafico.

Egli era commosso non per il regalo dei carciofiasparagi ecipollinibenché importantissimo per un maestro elementare: ma per quelladolcezza ineffabile di visaggio. Egli vi moriva su: si perdeva dentro quegliocchioni azzurriche parevano pezzettini di cielo pigliati e messi lí con lepinze. Si chinòsi alzòsi chinò di nuovo. Le impresse un bacio sullafrontepremendole le braccia: poi le ghermigliò le guancie: efacendolevoltare la testa di qua e di làle schiocchiò due bacionidi quelli chefanno ritirare il sangueuno per guancia.

Poi la lasciò andare finalmente.

«Va'vattenepiccinavattene a casa tuada tua mamma...E ringraziala poi tanto tua mamma: ricordatiehnon te lo dimenticare diringraziarla... Va'vattenepiccolo strumento da fiatopiccinabambina dimadreperla.»

Allora non seppe dire altroe di lí a un minuto secondoavrebbe voluto aggiungere ancora qualche cosa.

Ma la piccina era già sparita via alla chetichellainsalutatohospitesenza dire nemmeno ciò che la maestra le aveva insegnato a direquando si passa davanti al Sindacoal Sopraintendenteo al Parroco: Lariverisco.

Essa era andata via alla moda della corteprimoperchébrava missionariaaveva avuto fretta di sgabellare la sua commissione; secondoperché pretendevacosí facendodi levare l'incomoduccio della sua personcinasenza disturbo; terzoperché l'aveva pigliata una mezza volontà di abboccareun grissino e di assaggiare un amaretto; ed essa perciò non vedeva l'ora ditrovarsi nella via; affarucolivogliucolegalanterie della Beata Innocenza.

Se l'avesse ancora trovata nell'ajail maestro elementarenormale superiorefattosi di nuovo sulla soglia del suo uscioavrebbe volutoadditare la colomba bornia alla piccola e bella Orsolina e dirle:

«Orsolinapiccina miavedi quella colomba bornia: ti servadi esempio anche a te. Non lasciarti mai tarpare le penne. Guardatene bene.Perché se il mondo ti vede con le ali basse e condannata a stare in terra perforzail mondo ti acciecaperché esso è cattivo come il lupo che ti raccontatua mamma: e quando sei cieca... Quando sei cieca vengono poi tutti i viziosi egli scioperoni a infliggerti i loro baci e insultinumerosi come i pesci delcielo... nocioè come le stelle dell'acqua... nemmeno... insomma numerosi comele stelle del cielo e i pesci dell'acquae i figlii nipoti e i pronipotipromessi dal Padre Eternofra le nuvoleal Patriarca Abramo. »