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EMILIO SALGARI

 

Le Figlie dei Faraoni

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

Sulle rive del Nilo

 

Tutto era calmo sulle rive del maestoso Nilo.

Il sole stava per scomparire dietro le altissime cime delleimmense palme piumatefra un mare di fuoco che arrossava le acque del fiumefacendole sembrare bronzo appena fusomentre a levante un vapore violaceochediventava di momento in momento più foscoannunciava le prime tenebre.

Un uomo stava ritto sulla rivaappoggiato al fusto d'unagiovane palmain una specie di molle abbandono e come immerso in profondipensieri. Il suo sguardo vago errava sulle acque che si frangevano con un dolcegorgoglìo fra le radici dei papiri affondate nella melma.

Era un bel giovane egizianoforse appena diciottenneconspalle piuttosto larghe e pienele braccia nervoseterminanti in mani lunghe esottilii lineamenti bellissimiregolaried i capelli e gli occhi nerissimi.

Indossava un semplice camiceche gli scendeva fino ai piedia larghe pieghestretto alle anche da una fascia di lino a righe bianche edazzurre.

Sul capoper ripararsi dagli ardenti raggi del soleportavaquella specie di bonettousato dagli Egiziani cinquemila anni or sonoformatoda un fazzoletto triangolarea liste coloratestretto alla fronte da unasottile lista di pellecolle punte cadenti dietro le spalle.

Quel giovane conservava una immobilità assoluta e sembravache non si accorgesse nemmeno che le prime ombre della notte cominciavano adavvolgere le palme ed il fiumee che non pensasse nemmeno che il soffermarsitroppo su quelle rivedopo il tramontopoteva essere pericoloso.

Il suo sguardo nerissimodal lampo foscosi fissava semprenel vuoto come se seguisse qualche cosa che gli fuggiva dinanzi e che scomparivafra le ombre della notte.

Ad un tratto un lungo sospiro gli uscì dalle labbrapoi siscosse facendo colle mani come un moto di scoraggiamento.

«Il Nilo non me la ricondurrà forse più mai» mormorò«gli dei non proteggono che i Faraoni.»

Alzò gli occhi. Le stelle cominciavano a brillare in cielo eil lieve rossore porpureo che si discerneva ancora vagamente verso ponentelàdove il sole era scomparsosi dileguava con fantastica rapidità.

«Torniamo» mormorò il giovane. «Ounis sarà moltoinquieto e forse sta cercandomi nel bosco.»

Aveva fatto tre o quattro passiquando si arrestòfissandogli sguardi sulle erbe secche che crescevano sotto le palme. Qualche cosascintillava fra le foglie cadute dagli alberi. Si chinò rapidamente e loraccolsemandando nel medesimo tempo un grido a malapena soffocato.

Era un gioiello in forma di vipera ripiegatacolla testad'avvoltoiotutto d'orocon smalto policromo lungo i lati.

«Il simbolo del diritto di vita e di morte!» esclamò.

Stette parecchi minuti come perplessotenendo gli occhisempre fissi su quello strano gioiellomentre la pelle del suo visoche erasolamente un po' abbronzata e non oscura come quella dei moderni fellahossialavoratori delle campagnee dei beduini del desertoa poco a poco siscoloriva.

«Sì» ripetècon un accento che tradiva una profondaangoscia«questo è il simbolo del diritto di vita e di morteche solo iFaraoni possono portare. Ounis me lo ha fatto vedere parecchie voltescolpitosulle statue delle piramidi e sulla fronte di Khâfri Grande Osiride! Chi saràla fanciulla che ho strappato alle fauci del coccodrillo?»

Si passò più volte una mano sulla fronte che era bagnata disudorepoi riprese:

«Me lo ricordoquesto gioiello brillava in mezzo ai suoicapellinel momento in cui la trassi dall'acqua.»

Un'angoscia inesprimibile traspariva sul bel viso delgiovane.

«Sono pazzo» disse. «Un umile uomo come sono ioalzaregli occhi su quella fanciulla che mi apparve come una dea del Nilo! Che cosasono io per ardire tanto e vivere con una simile speranza nel cuore? Unmiserabile che erra sulle rive del Nilo assieme ad un povero sacerdote. Folle!Eppure quegli occhi mi han tolto per sempre la tranquillità e mi hanno spezzatal'esistenza. Io non sono più il giovane spensierato d'un giorno. La mia vita èfinita ed il Nilo è quidinanzi a mepronto a trascinare la mia spoglia versoil lontano mare.»

Aveva ripreso il camminocolla testa bassale bracciapenzolanti. Le tenebre avevano tutto avvolto e l'oscurità era profonda sotto leimmense foglie delle palme.

Cantavano i grillisussurravano dolcemente le frondescosseda un legger venticello e gorgogliavano le acque del maestoso Nilo fra le fogliedi loto e le radici dei papirima il giovane pareva che nulla udisse. Camminavacome un sonnambulocome se sognassesenza parlare.

Aveva già raggiunto il margine della forestache sistendeva d'ambe le partisu una larga zonalungo le rive del fiumequando unavoce lo strappò improvvisamente dai suoi pensieri.

«Mirinri!»

Il giovane s'arrestò e aprì gli occhi che teneva socchiusie fece un gesto vago. Pareva che si svegliasse in quel momento da un lungosogno.

«Non vedi che il sole è tramontato da un po' e non odi lerisa sgangherate delle jene? Dimentichi forse che noi siamo come in mezzo ad undeserto?»

«Hai ragione Ounis» rispose il giovane. «Vi erano deicoccodrilli che giuocavano nel fiume e mi sono fermato un po' troppo aguardarli.»

«Sono imprudenze che possono costare ben sovente la vita.»

Un uomo era sbucato fra un folto gruppo di suffarah (acaciefistulose) avanzandosi verso il giovaneche era sempre fermo. Era un bellissimovecchiod'aspetto maestosocon una lunga barba bianca che gli scendeva fino ametà del pettotutto racchiuso in un ampio camice di lino bianchissimocolcapo avvolto in un fazzoletto rigatosimile a quello che portava Mirinri. Isuoi occhi erano nerissimidal lampo vivissimo e la sua pelle appenaabbronzataquantunque un po' incartapecorita dall'età.

«È un'ora che ti cercoMirinri» disse «e sono moltesere che tu torni tardi. Badafiglio mio: le rive del Nilo sono pericolose.Anche stamane ho veduto un coccodrillo addentare pel naso un toroche stavadissetandosi e trascinarlo sotto le acque.»

Un sorriso quasi sprezzante apparve sulle labbra del giovane.

«VieniMirinriè già molto tardi e devo parlarti a lungoquesta seraperché hai già compiuti diciotto anni e la profezia si èavverata.»

«Quale?»

Il vecchio alzò una mano verso il cielodicendo poi:

«Guarda: non la vedi brillare verso oriente? I tuoi occhisono migliori dei miei e tu la distinguerai più facilmente.»

Il giovane guardò nella direzione che il vecchio gl'indicavaed ebbe un trasalimento.

«Una stella colla coda!» esclamò.

«È quella che attendevo» rispose il vecchio. «Quellastella è legata al tuo destino.»

«Me lo hai detto sovente.»

«Segna l'ora delle rivelazioni.» Si curvò rapidamentedinanzi al giovane e gli baciò l'orlo della veste.

«Che cosa faiOunis?» chiese Mirinri con stuporeearretrando di qualche passo.

«Saluto il futuro signore dell'Egitto» rispose il vecchio.

Il giovane era rimasto mutoguardando Ounis con uno stuporeimpossibile a descriversi.

Un lampo ardente animava solo i suoi occhiche si eranofissati intensamente sulla cometa scintillante in cielofra miriadi di stelle.

«Il mio destino!» esclamò finalmente. Poi un altro gridogli irruppe dalle labbra:

«Mia! Potrà essere mia! Il simbolo di vita e di morte nonmi fa più paura! Ma noè impossibiletu sei pazzoOunis; quantunque tu siasacerdotenon ti credo. Il mio corpotravolto dalle acque del sacro fiumeandrà a finire nel mare lontano e s'immergerà là dove i suoi occhi mi hannofissato per la prima volta e mi hanno bruciata l'anima.»

«Di chi parliMirinri?» chiese Ounissorpreso.

«Lascia che il segreto muoia con me» rispose il giovane.

Un'ansietà estrema si era dipinta sul viso del vecchiosacerdote.

«Parlerai» disse con tono autorevole. «Vieni!»

Prese per una mano il giovane e si rimisero in camminoattraverso una landa quasi sabbiosainterrotta qua e là da qualche magroarbusto e da qualche palma semidisseccata.

Né l'unoné l'altro parlavano. Entrambi parevano moltopreoccupati e fissavanoquasi nel medesimo istantela stella caudatachesaliva lentamente in cielo scintillando vivamente.

Dopo un quarto d'ora giungevano alla base d'una collinapriva di qualsiasi traccia di vegetazioneche s'alzava in forma di piramide esulla cui cima si scorgevano delle statue di proporzioni colossaligiganteggianti nell'oscurità.

«Vieni» ripetè il vecchio sacerdote. «Questa è l'ora.»

Mirinri si lasciò condurresenza opporre resistenza. Dopoessersi inerpicati su un sentiero aperto nella viva rocciasi cacciarono entrouna caverna poco spaziosailluminata da una piccola lampada di terra cottafoggiata come un ibisl'uccello sacro degli antichi egiziani.

Nessun lusso entro quello speco. Solo delle pelli di bufalo edi ienache dovevan servire da lettialcuni vasi in forma d'anforaqualchespada corta e larga appesa alle pareti e qualche scudo di pelle di bue.

In un angolosu un fornelloimprovvisato con quattro ocinque pietreborbottava una pentola di forma stranaesalando un profumo noncattivo.

Mirinriappena entratosi era lasciato cadere su una pelledi ienaprendendosi le ginocchia fra le mani ed immergendosi subito nei suoipensieri. Il sacerdote invece si era fermato in mezzo alla cavernaguardando ilgiovane intensamentecon un'affettuosità inesprimibile.

«Ti ho salutato mio signore» disse con un accento stranoche suonava come un dolce rimprovero. «Lo hai dimenticatoMirinri?»

«No» rispose il giovanequasi distrattamente.

«Eppure lo si direbbe. Quale pensiero profondo turba ilcervello di colui che ho chiamato mio figlio ed a cui ho dedicato tutta la miavita? Non senti dunque fremerti nelle vene il sangue divino dei Faraoniidominatori dell'Egitto?»

Udendo quelle parole il giovane era scattato in piedituttotrasfiguratofissando sul vecchio uno sguardo ardente.

«Il sangue dei Faraonihai detto tu!» esclamò.«ImpazzisciOunis.»

«No» rispose asciuttamente il vecchio. «È l'ora dellerivelazioniti ho detto. La stella caudata sale in cielo e la profezia si èavverata. Tu sei un Faraone!»

«Io... un Faraone!» esclamò Mirinri impallidendo.«Sentivo io scorrermi nelle vene un sangue ardenteil sangue dei guerrieri! Imiei sogni di glorie e di grandezzeche ogni notteper anni e annihannoturbato i miei sonnierano dunque veri! Grandezza! Potenza! Eserciti dacomandareregioni da conquistare... e lei... lei... quella divina fanciulla chemi ha stregato... È impossibile... tu mi hai ingannatoOunistu ti sei risodi me!...»

Il giovane si era coperto gli occhi con ambe le manicomeper sfuggire alla grande visione.

Ounis gli si accostò escuotendolo dolcementegli disse:

«Un sacerdote non può permettersi di scherzare con un uomoche ha nelle sue vene il sangue sacro di Osiride e che diverrà un giorno il suosignore. Siedi e ascoltami.»

Mirinri obbedìlasciandosi cadere su una pelle di gazzellache copriva il piccolo sedile d'argilla seccata al sole.

«Parla» disse. «Spiegami come io possa essere un Faraonee perché sono cresciuto quisui margini del desertolontano dagli splendoridi Menficome fossi il figlio d'un miserabile pastore.»

«Perché se tu fossi stato lasciato laggiùprobabilmente aquest'ora non saresti più vivo.»

«Perché?» chiese Mirinri scattando.

«Perché a Menfi non regna piùgià da undici anniTetiil fondatore della sesta dinastia. Un miserabile ha usurpato il trono a tuopadre.»

«Iofiglio di Teti!» esclamò il giovane impallidendo.«Sogni tuOunis o continui lo scherzo?»

«Non ti ho forse baciato il lembo della tua veste? Tu vorraidelle prove? Ebbene io te le darò. Domaniprima dell'albanoi ci recheremo ainterrogare le statue di Memnone e tu udrai la pietra a suonare dinanzi a te. Nevuoi un'altra? Andremo alla piramide che tuo padre ha fatto erigere ed io faròrivivere in tua presenza il fiore meraviglioso d'Osiridequel fiore che solodinanzi ai Faraoni dischiude le sue corollequando vi lasciano cadere unagoccia d'acqua. Se la pietra vibrerà ed il fiore rivivràsarà segno che seifiglio di re. Lo vuoi?»

«Sì» rispose Mirinri tergendosi il sudore che gli bagnavala fronte. «Solo dinanzi a quelle due prove io ti crederò.»

«Sta bene» rispose il sacerdote. «Ora ascolta la storiadi tuo padre e la tua.»

Stava per aprire la boccaquando i suoi occhi scorsero ilsimbolo di vita e di morte che il giovane si era appeso alla correggia che glistringeva il fazzoletto un po' sopra la fronte.

«Un ureo!» esclamò. «Dove hai raccolto quelsimboloche brilla solo fra i capelli dei re e dei loro figli?»

«Sulla riva del Nilo» rispose Mirinridopo una breveesitazione.

Ounis si era alzato in preda ad una vivissima angoscia. Isuoi occhi si erano dilatati e dimostravano un terrore profondo.

«Che abbiano scoperto il nostro rifugio!» esclamòfacendoun gesto di collera. «Eppure io ho preso tutte le precauzioni perché nessunosapesse il luogo ove io ti ho nascosto. Quell'ureo non può averlosmarrito che un Faraone.»

«O una Faraona?» disse Mirinriguardandolo fisso esussultando.

Ounis aveva fatto un soprassalto. S'accostò rapidamente algiovanescuotendolo quasi brutalmente:

«Una Faraona! Tu mi hai parlato poco fa d'una fanciulladivina... Dove l'hai veduta? ParlaMirinri! Da ciò può dipendere il tuodestino e fors'anche la tua vita.»

«L'ho veduta sulla riva del Nilo.»

«Sola?»

«Noperché poco dopo giunse una barca tutta scintillanted'oromontata da una dozzina di negri superbamente vestiti e guidata da quattroguerrieri che reggevano delle aste d'oro con lunghe piume di struzzo disposte aventaglio.»

«Fra i capelli di quella fanciulla hai osservato questogioiello?»

«Sìmi ricordo d'averglielo veduto brillare.»

«Fu lei dunque a perderlo.»

«Lo credo.»

Ounische pareva ancora in preda ad una viva eccitazionesiera messo a camminare per la caverna colla fronte aggrottata ed i lineamentiancora alterati.

Ad un tratto si fermò dinanzi al giovane che lo guardava concrescente stuporenon sapendo spiegarsi l'agitazione che si era impossessatadel vecchio sacerdote.

«Quale impressione ti ha prodotto quella fanciulla?»

«Non saprei spiegartela: so solo che da quel giorno la miapace fu turbata.»

«Me n'ero accorto» disse il sacerdotecon voce sorda.«Tu da qualche tempo hai perduto la tua gaiezzaed il tuo sonno non è piùtranquillo. Ti ho sorpreso parecchie volte immerso in profondi pensiericogliocchi volti verso il settentrionelà dove Menfi irradia la sua potenza e lasua luce.»

«È vero» rispose Mirinri con un sospiro. «Si direbbe chequella fanciulla abbia portato con sé gran parte del mio cuore. Se chiudo gliocchi non vedo che lei: se dormo sogno lei; quando il vento sussurra fra lepalme che costeggiano il Nilomi pare di udire la sua voce armoniosa. Vederlavederlasia pure una volta soladovesse costarmi la vita: ecco il mio soloilmio unico desiderioOunis. Guarda: io mi copro gli occhi colle mani e me lavedo subito apparire dinanzie sento il sangue scorrere più veemente nelle mievenee battermi il cuore così forte come se volesse balzarmi fuori dal petto.Dolce visione! Quanto sei bella!»

Il sacerdote era rimasto muto dinanzi all'entusiasmo delgiovaneanzi sembrava che quella confessione avesse raddoppiato il suoturbamento. I suoi sguardi erravano smarritiripieni di terroreposandosi orasu Mirinri ed ora sul simbolo di vita e di morte dei Faraoni.

«La vedi ancora?» chiese ad un trattocon accento quasibrutale.

«Sìsta dinanzi a me» rispose il giovaneche tenevasempre le mani sugli occhi. «Mi guarda... mi sorride... e provo ancora quelfremito intenso che mi scosse quandostrappatala dalle fauci del coccodrillola strinsi fra le mie braccia e la portaicol suo capo posato sul mio pettosulla sponda e la deposi sull'erba ancora stillante la rugiada notturna.»

«Così intensamente l'amidunque?»

«Più della mia vita.»

«Disgraziato!»

Mirinri levò le mani e guardò il sacerdote che gli stavaritto dinanzicollo sguardo fiammeggiante e le braccia tesecome in atto discagliare una maledizione.

«Se è vero che io sono un Faraonecome tu mi hai dettoperché non potrei amare una fanciulla di stirpe reale?»

«Perché quella giovane deve appartenere a quella razzamaledetta che devianche se non lo volessiodiare non solobensì anchesterminare. Tu non conosci ancora l'istoria di tuo padre ed ignori i dolorisopportati da quel re sventurato.»

Mirinri era diventato pallido e si era coperti nuovamente gliocchi.

«Narramela dunque» disse poicon voce triste. «Nelle tueparole sta il mio destinoun terribile destino che spezzerà forse la malìagettatami nel cuore da quella fanciulla.»

«Tu dovraial pari di tutti quelli della sua stirpe odiaree uccidere» aggiunse il sacerdotecon voce cupa. «Odimi dunque.»

 

 

CAPITOLO SECONDO

 

Le tombe di Qobhou

 

«Tuo padreil grande Tetiera il capo stipite della VIdinastia. A lui Menfi deve il suo splendore ed a lui l'Egitto deve la suapotenza e la sua grandezza e le più grandi piramidiche sfideranno il tempo eche sussisteranno anche quando forse la nostra razza si sarà spenta.

«Egli ebbe due figli: tu ed una bambina a cui i sacerdotiimposero il nome di Sahuri.»

«Mia sorella!» esclamò Mirinri.

«Sì.»

«Vive ancora?»

«Lo saprai più tardi. Accadde che un giorno si sparse lavoce che un esercito caldeo aveva attraversato l'istmoche separa ilMediterraneo dal mar Rossol'Africa dall'Asia e che si avanzava minaccioso perdistruggere la potenza della nostra razza.

«Degli eserciti egizî furono mandati contro gl'invasori evennero ad uno ad uno sterminati.

«Tutte le città della costa sono prese e date alle fiamme egli abitanti passati a fil di spadasenza riguardo né di sessoné di età.Pareva che l'ultima ora stesse per suonare pei Faraoni e che perfino la grandeMenfi dovesse crollare sotto i colpi dei Caldei.

«Fortunatamente vi era tuo padre.

«Discendente da caste guerriereforte e valorosoraccolseun poderoso esercito e disprezzando i consigli dei vili cortigiani e ministriche non volevano che un re si esponesse a sì grave rischione assunse ilcomando e mosse risolutamente contro il nemico che già s'avanzava vittoriosoverso Menfi.

«Ad Onlà dove comincia il Nilo a diramarsile sterminatefalangi degli Egizi e dei Caldei s'urtarono con terribile accanimento.

«Tuo padre combattè come l'ultimo dei suoi soldatinelleprime fileonde dare l'esempio. Sfidò impavido le freccie incendiarie e lepesanti spade di bronzo degli asiatici e sfondò le linee avversarie.

«La battaglia nondimeno non era ancora vinta. Dall'alba altramonto la strage continuò con perdite enormi d'ambo le parti. Il Nilodiventò rosso pel gran sangue che vi scorse dentro; tutta la terra fu inzuppatadi sangue e monti e monti di cadaveri s'alzarono dovunque.

«Fu solo allo sparir del sole che i Caldeisgominatidecimatiscoraggiatisi diedero alla fuga ritornando al di là dell'istmo.

«L'Egitto era salvo pel valore di tuo padre; Menfi noncorreva ormai più alcun pericoloeppure quella vittoria doveva rendereinfelice e per sempre il vincitore».

«Cadde combattendo?»

«Ferito da una freccia caldeache lo aveva colpito in mezzoal pettoquando già sfondava le linee avversarieera rimasto sul campoinmezzo ad un cumulo di cadaveri. Nella mischia orrendanessuno si era accortoche il re era scomparsoo meglio uno lo aveva veduto; ma aveva quel miserabiletroppo interesse per avvertire i generali ed i soldati della disgrazia toccata atuo padre.»

«Chi?» chiese Mirinriscattando in piedicogli occhifiammeggianti.

«Suo fratello: l'ambizioso Mirinri Pepiche ora regnasull'Egitto in vece tua e...»

«Il fratello di mio padre mi ha usurpato il trono?»

«SìMirinrima lasciami continuare. L'istoria non èancora finita. Tuo padre non era stato ferito mortalmente. L'atroce doloreprodottogli dalla punta della freccia uncinata e che egli si era strappataallargando così la piagalo aveva fatto cadere svenuto ed era rimasto comesepolto sotto altri corpi umanicaduti dopo di lui. Che cosa accadde poi? Nonme lo seppe mai dire.

«Quando tornò in sé si trovò sotto una tenda di pastorinegriassai lontano dal campo di battaglia.

«Probabilmente quegli uomini erano accorsi durante la notteper depredare i cadaveried essendosi accorti dalle ricche vesti che indossavatuo padre e dal simbolo di vita e di morte che portava fra i capelliche dovevaessere un grande personaggiofors'anche un Faraonel'avevano portato con lorocoll'idea di chiedere più tardi un grosso riscatto.

«Tu sai che i pastori nostriche vivono sui margini deldesertosono tutti predoniquando si presenta loro l'occasione.

«Tuo padre non ebbe però a lagnarsi di loro. Fu trattatocon molti riguardicurato affettuosamente. La feritadopo venti giornisichiuse e la convalescenza cominciò.

«Fu indescrivibile lo stupore dei pastoriquando appreserodalla sua bocca essere egli Teti.

«Per ordine di tuo padreun pastore partì subito perMenfionde avvertire il popolo ed i ministri che il re dell'Egitto era ancoravivo e che si recassero a prenderlo colla pompa dovuta ad un Faraone. L'uomopartìe non ritornò più. Tuo padretemendo che fosse stato assalito lungola via da qualche banda di predonine mandò un secondopoi un terzo e anchequelli non si fecero più vedere. Inquietomolto preoccupatodecise di recarsilui a Menfi. Formò una piccola scorta di pastori e un mattino si mise inviaggio.

«Quando entrò in Menfiapprese con angoscia che suofratello aveva assunto il potere e che il popolo ed i ministricredendo cheTeti realmente fosse mortolo avevano acclamato resenza preoccuparsi di teche avevi allora appena due anni.

«Quasi tutti gli amici di tuo padre ed i parenti piùprossimi erano stati fatti segretamente uccidere dall'usurpatore e forse tuavresti subito l'egual sorte se la tema di scatenare fra il popolo unaimprovvisa ribellione non lo avesse trattenuto».

«E mio padre che cosa fece allora?» chiese Mirinriconimpeto selvaggio.

«Che cosa volevi che facesse quasi solosenza alcuna forzatra le mani? Tentò di persuadere i ministrima quei vili ebbero l'audacia didirgli che era un pazzoun furfante e che dello spento re non aveva che qualchevaga rassomiglianza. Per persuaderlo meglio o piuttosto per rassicurare vieppiùil popolo che egli realmente era un mentecatto fu condotto nella piramide da luistesso fatta innalzare e gli mostrarono la bara dove riposava il corpo di TetiI.»

«Chi vi avevano messo dentro?»

«Qualcuno che forse gli rassomigliava o che avevan resoirriconoscibile dopo d'averlo vestito da sovrano e di avergli puntato fra icapelli il simbolo di vita e di morte.»

«E come mi trovo quimentre dovrei essere nella reggia diMenfi?» chiese Mirinri.

«Tuo padretemendo che Mirinri Pepi ti facesse un dì ol'altro assassinareti fece rapire da alcuni devoti amiciche l'usurpatoreaveva risparmiatie ti affidò a me onde m'incaricassi di allevarti. Fuggii daMenfidurante una notte oscurarisalendo il Nilo ed in questi luoghi presidimoraattendendo pazientemente che tu avessi compiuto l'età che permettesecondo le nostre leggidi regnare.»

Successe un lungo silenzio. Mirinri era tornato a sedersi epareva si fosse immerso in profondi pensieri. Il sacerdotesempre in piediloguardava fissocome se cercasse d'indovinare ciò che passava attraverso ilcervello del giovane.

Ad un trattoquesti si alzò bruscamentecol visotrasfiguratogli occhi animati da una collera terribile.

«Mio padre è mortoè veroOunis?»

«Sìin esiliosui margini del deserto libicoove si erarifugiato per non cadere sotto i colpi dei sicari di Pepi. La sua condanna dimorte era stata ormai pronunciata dall'usurpatore.»

«Che cosa devo fare ioora?»

«Vendicarlo e riconquistare il trono che per diritto tispetta.»

«Solosenza mezzisenza un esercito?»

«Non solo» rispose il sacerdote. «Amici di tuo padre vene sono ancora a Menfi e aspettano per salutarti re. I mezzimi hai detto?Ebbenevieni.»

«Dove?»

«Nelle tombe di Qobhoul'ultimo Faraone della primadinastiache tuo padre aveva scoperto nei primi anni del suo regnosenzaconfidare ad alcuno il segreto. Là troverai ricchezze bastanti per conquistarel'intero Egitto ed altre terre ancorase tu lo vorrai.»

«Dove sono queste tombe?»

«Più vicine di quello che tu creda. SeguimiMirinri.»

Il vecchio prese una piccola lampada di terracottain formad'anforariattizzò il lucignolo onde la fiamma si ravvivasse e s'avviò versoil fondo della cavernadove scorgevasi una sfinge di marmo roseo di dimensionigigantesche.

«Sta qui il segreto dell'entrata» disse.

Fece scorrere una mano sul dorso della statua e subito latesta caddelasciando vedere un foro abbastanza lungo perché un uomoanchecorpulentovi potesse entrare senza troppa fatica. Da quell'apertura sfuggìuna corrente d'aria quasi calda impregnata d'un tanfo poco piacevole.

«Dobbiamo entrare lì?» chiese Mirinri.

«Sì.»

«Perché non mi hai mai detto che esisteva un passaggio inquesta caverna.?»

«Io avevo giurato solennemente a tuo padre di nonrivelartelose non quando tu avessi compiti i diciott'anni. Vieni: nessunpericolo ci minaccia e vedrai delle cose che ti faranno stupire.»

S'introdusse nel foroavanzandosi carponi e tenendo lalampada dinanzi a sée dopo poco si trovò in un ampio corridoioche erafiancheggiato ai due lati da un numero immenso di statuette di bronzo e dipietrarappresentanti dei gatti in varie pose.

Ve n'erano però moltissimi anche imbalsamatiallineati suun cornicione che sporgeva presso la vôlta del passaggio.

Come si sagli antichi egizi tenevano in grandeconsiderazione quei parenti prossimi delle tigrianzi adoravanofra le moltedivinitàPakhit la dea dei gattiche aveva il corpo di una donna e la testadei felinianzi ne ponevano nei loro sepolcreti e perfino entro le piramidi overiposavano le salme dei re.

Che più? Avevano perfino dei cimiteriesclusivamentedestinati ad accogliere i mici e che erano sotto la protezione della deasopraccennata o del dio Nofirtonmon.

Ultimamente anzi ne venne scoperto unoal sud degli ipogeidi Beni-Hassanche conteneva la bagatella di 180.000 mummie di gatti colàdeposte dai re della XVIII dinastia.

Ounis continuò ad avanzarsiproteggendo la lampada con unamanoessendovi ancora una forte corrente d'aria satura di quell'odoresgradevole che regna nelle cantine abbandonatee sbucò finalmente in una salacosì immensa da non potersene scorgere l'estremitàla cui vôlta era sorrettada un gran numero di colonne massiccieabbellite di sculture rappresentantidivinità e ibisl'uccello venerato dagli antichi egizi e che si vede su tuttii monumenti eretti in quelle lontane epoche.

Lungo le pareti che erano lievemente inclinatesi scorgevanodelle statue colossalisimili a quelle che si vedono ancora oggidì sullafacciata del tempio di Abu Simbelpesanti e tozzecon quella grandiosità diforme colle quali sembrano concepiti tutti i monumenti dell'antico Egitto.

Erano statue di uomini e di donnei primi con berrettimonumentalisormontati da una specie di cocuzzolocon delle strane barbequadratepiù larghe verso il fondo che presso le labbra e degli straccipendenti lungo gli orecchi e ricadenti sulle spallee le altre coperte dalla futtaquella specie di sottana che annodavano alle reni e che avvolgevacome unaspecie di imbutole loro gambe.

Veduti alla vacillante luce della piccola lampadaqueicolossiche stavano seduti gli uni presso gli altri colle braccia abbandonatesul ventreproducevano un effetto strano che impressionava profondamenteMirinrinon abituato altro che a vedere le acque verdeggianti o fangose delNilole sabbie del deserto e le altissime palme ravvivate dall'umidità delfiume gigante.

Ounische sembrava non s'interessasse né delle statuenédei colonnatiné delle sculturecontinuò ad avanzarsi verso il fondo diquell'immensainterminabile salascavata nel vivo masso da chissà quantemigliaia di operaie si arrestò dinanzi a due statue di grandezza quasinaturaleche alla luce della lampada mandavano dei bagliori acciecanti. Unarappresentava un uomocon indosso il ricco costume dei Faraoni ed il simbolo divita e di morte collocato sulla fronte; l'altra una donna bellissimacon grandiocchi neri ed il viso dipinto in giallo; ma con un po' di rossetto sulle goteche le dava un aspetto singolarissimo ed insieme una speciale attrattiva.

Entrambi portavano delle pitture di soggetto religiosoripetizione ortodossa del gran rito etiopicodove si vede l'anima del defuntofare la sua visita e le sue offerte a tutte le divinitàdi cui essa deveimplorare la protezione.

Invece di chiuderli entro la baraquell'antichissimo monarcae sua mogliedopo essere stati imbalsamatili avevano messi in piedisorreggendoli con un'asta di bronzo passata attraverso le strette fascie che licoprivano dalle anche ai piedi.

Sia l'uno che l'altraonde si conservassero meglioeranostati coperti da un leggero strato di vetrocolato probabilmente sul luogounvetro traslucidod'una purezza straordinariache scintillava vivamente sottola luce proiettata dalla piccola lampada.

«Chi sono costoro?» chiese Mirinriche li guardava convivo interesse.

«Qobhoul'ultimo re della prima dinastia e sua moglie»rispose Ounis. «Guarda: su queste due tavolette di pietra nera sta scritto illoro nome.»

«Ed è per farmi vedere queste due mummie che mi haicondotto qui?»

«Aspettagiovane impaziente. La nostra esplorazione non èancora finita. A che cosa potrebbero servire questi morti? Non certo a dartimezzi per conquistare il trono. Seguimi ancora.»

S'inoltrò in quell'immensa salache pareva non avesse piùfinepassando fra due file di sarcofaghi di pietrai cui rilievi esterniriproducevano esattamente le forme delle persone che vi stavano dentro. Alcunierano doratialtri invece argentati e raffiguravano re e regine.

I primi avevano intorno al capo un disco rosso e portavanosotto il mento una barba intrecciata; le altre avevano un'acconciatura abendonicon dipinte sopra delle penne d'avvoltoio e la testa coronata da grossetreccie di capelli adorni con ametistecrisoliti e smeraldi.

Dopo alcuni minutiOunis s'arrestò dinanzi ad una sfingemostruosalunga una ventina di metri e alta per lo meno quattroche aveva suifianchi delle iscrizioni rassomiglianti a segni geometrici.

«Qui dentro è racchiuso il tesoro di Qobhou» disse ilsacerdote. «Vuoi vederlo?»

«Mostramelo» rispose Mirinri.

Ounis si guardò intorno e vista una pesante mazza di bronzoappoggiata ad una colonnal'alzò e percosse la sfinge sul muso.

La testa girò subito su se stessapoi cadde innanzirimanendo sospesa mediante due grosse cerniere.

Un'apertura circolareformata dal collo dell'enorme statuastava dinanzi ai due egiziani.

«Guarda lì dentro» disse Ounisavanzando la lampada.

Il giovane s'avvicinòpoi arretròmandando un grido dimeraviglia.

«Quanto oro!» esclamò.

«Si dice che vi siano lì dentro dodici milioni di talenti()»disse Ounis«ma non è tutto. Le zampe sono piene di smeraldi e di altrepietre preziosedalle qualise tu ne avrai bisognopotrai ricavare moltialtri milioni! Credi tu con queste ricchezze di poter armare un poderosoesercito?»

«Sì» disse Mirinri. «Macome mio padre ha potuto sapereche in questo sepolcreto si trovava nascosto un tesoro così favoloso?»

«Da un antichissimo papiroda lui scoperto nella bibliotecadei primi Faraoni.»

«E non confidò a nessuno il segreto?»

«A me solo.»

«E le hai serbate per me queste ricchezze?»

«Sìperché a te solo appartenevano. Appena noi saremopartiti vi sarà chi s'incaricherà di trasportare una parte di questo tesoro aMenfi.»

«E chise nessuno ne conosce l'esistenza?»

«Degli amici devotirimasti fedeli a tuo padre ed al suosuccessore. Domani saranno informati che la profezia si è avverata e che tu seipronto a conquistare il trono e punire l'infame usurpatore.»

«Dunque qualcuno viene allora qui.»

«Sìe mi sono ben guardato di fartelo vedere. D'altrondenon veniva che di nottequando tu dormivi e ripartiva allo spuntare del giorno.Ora giura su Tothil dio ibische tu t'impegni di liberare la patriadall'usurpatore.»

«Le prove che io sia realmente un Faraone tu non me le haiancora date» disse Mirinri.

«È vero: torniamo nella caverna e partiamo subito. È moltotardi e la statua di Memnone non suona che allo spuntare del sole.»

Rifecero in silenzio il cammino percorsoripassarono per lagalleria dei gatti e uscironostrisciando attraverso la sfinge che occupaval'estremità della caverna.

Ounis prese un'anfora di terracotta ed empì due vasi divetro grossolano d'una specie di birra molto dolceche secondo la tradizioneOsiride l'aveva donata ai mortali nel medesimo tempo del vino di palma edinvitò il giovane a beredicendo:

«Che l'impuro demonio della morte tocchi chi mancherà algiuramento.»

Poi prese in un canto due corte spade di bronzomolto larghee molto pesanti e ne diede una a Mirinri.

«Partiamo» disse. «La notte è a metà cammino.»

 

 

CAPITOLO TERZO

 

Il sangue dei Faraoni

 

Chiusa l'entrata della caverna con una lastra di pietraaffinché durante la loro assenza qualche animale feroce non ne prendessepossessoessendo in quelle lontane epoche molto popolato l'Egitto di leoni e dijeneil sacerdote ed il giovane si erano messi in marciatenendosi l'unopresso l'altro e volgendo le spalle al Nilo.

Il desertoche più tardi gli Egiziani dovevanocon peneinfiniterendere fertilestava dinanzi a lorostendendosi verso levante.Veramente non era proprio un desertosimile a quello libico od al Saharaassolutamente arido e privo di vegetazione; si poteva chiamare una immensapianura incoltache dalle rive del Nilo si spingeva fino alle rive del marRosso.

Infatti qua e là si scorgevano dei gruppi di palme dumchiamate alberi del pan pepato e che acquistano rapidamente uno sviluppostraordinarioanche sui terreni sterilie qualche palma deleb dal fustorigonfio nel mezzo e che è amante piuttosto della solitudinenon formando maidelle selve.

Degli sciacalli urlavano in lontananza e fuggivanorapidicome saetteall'accostarsi dei due uominimentre delle jene sghignazzavano inmezzo alle dune sabbiosesenza osare mostrarsinon godendo nemmeno a queitempi maggior coraggio di quello che hanno anche oggidì.

La notte era splendida e tranquillaregnando nelle pianureegiziane una calma assoluta. La luna splendeva sempre al di sopra delle forestecosteggianti il Niloallungando smisuratamente le ombre dei due uominie lacometa scintillava vivissima fra le stelleavanzandosi su un cielo purissimod'una trasparenza che solo si può ammirare in quelle regioni.

Né Ounisné Mirinri parlavano: parevano entrambi immersiin profondi pensieri.

Solo il primodi quando in quandoalzava gli occhi verso lacometafissandola intensamente. Il secondo sembrava invece che seguisse coglisguardi qualche cosa che gli fuggiva dinanziforse la fanciulla che gli avevafatto battere forte il cuore per la prima volta da che era nato.

Avevano percorso già così parecchie migliasempreavanzandosi nel desertoquando Ounis appoggiò famigliarmente una mano sullaspalla del giovanechiedendogli a bruciapelo:

«A che cosa pensiMirinri?»

Il figlio dei Faraoni trasalì bruscamentecome se fossestato improvvisamente destato da qualche dolce sognopoi risposeesitando:«Non so: a molte cose.»

«Al potere sconfinato che tu raccoglierai in Menfi?»

«Può darsi.»

«O alla vendetta?»

«Anche questo può essere vero.»

«No: tu m'inganni. Io ti osservo da quando abbiamo lasciatala nostra dimora. Non è né il poterené l'ambizionené l'odio che turba ilcervello ed il cuore del figlio del grande Tetiil fondatore della dinastia.«disse Ouniscon una certa amarezza.»

«Che cosa ne sai tu?»

«I tuoi occhi non hanno guardato nemmeno una volta la stellacaudata che segna il tuo destino e il tuo cammino.»

«È vero» rispose Mirinri con un lungo sospiro.

«Tu pensavi alla fanciulla che hai salvato dalla mortesulle rive del Nilo.»

«A che negarlo? SìOunispensavo a lei.»

«Ti ha dato dunque da bere qualche filtro misteriosocostei?»

«No.»

«Come puoi amarla così tanto da dimenticare la grandezzasupremache tutti i mortali t'invidierebbero?»

Mirinri rimase alcuni istanti silenziosopoi volgendosi conuno scatto improvviso verso il sacerdoteche si era fermato e che lo guardavatristamentegli disse:

«Io non so se gli altri uomini siano eguali a meperché intanti anni io non ho veduto che le acque del Nilole grandi palme che locircondanole sconfinate dune di sabbia e le belve che le abitano. Io non houdito fino ad oggi che la voce tuaquella del vento quando strappava le fogliepiumate o torceva i ramied il mormorìo delle acquecolanti dai misteriosilaghi dell'interno. Come potevo iogiovanerimanere insensibile ad un esserediverso da me e da te e che parlava una lingua armoniosapiù dolce delsussurrìo della brezza notturna? Tu mi dici che io l'amo. Non so veramentecomprendere questa parolaio che sono vissuto sempre lontano dalle terreabitate e mai seppi che cosa possa significare. La malìa gettatami nel cuore daquella fanciulla potrà chiamarsi così. Io so che quando penso a lei mi vedobrillare sempre dinanzisia di giorno o di nottequei grandi occhi neriripieni d'una infinita tristezza e che provo entro di me una sensazione stranache non saprei spiegarti e che prima non avevo mai sentitoné ascoltando ilmormorìo delle acquené i sibili del ventoné l'urlo delle fiere affamatevaganti pel deserto».

«Una sensazione pericolosaMirinriche potrebbe essertifatale e fermarti nel tuo glorioso cammino. Toglie le forze ai guerrieriaddormenta i fortispegne le energie e rende talvolta l'uomo perfino vile.Guardati! La tua grande impresa non ha bisogno di quel fremito.»

«Rende perfino vili!» esclamò il giovanecolpito daquella parola.

«Sìvili.»

«Ebbene guarda se io potrei diventarlo.»

Si era voltato guardando le dune di sabbia che si estendevanodietro di lorointerrotte qua e là da qualche cespuglio intristito.

Un'ombra gigantescache Ounis non aveva prima osservatamache non era invece sfuggita agli sguardi del giovaneera comparsa sulla cimad'uno di quei minuscoli monticelli di sabbiaguatando i due egiziani.

«Lo vedi?» chiese Mirinrisenza che nella sua voce sisentisse alcuna alterazione.

«Un leone!» aveva esclamato il sacerdotetrasalendo.

«È da qualche poco che ci spia.»

«E non mi hai avvertito?»

«Se è vero che io ho nelle vene il sangue dei guerrieriperché dovevo preoccuparmi della sua presenza? Mio padre non sarebbe fuggitolui che ha vintocome mi hai narratole sterminate falangi dei Caldei.»

«Che cosa intendi di dire e di fare?» chiese Ounisguardandolo con ansietà.

«Accertarmi se io sono veramente un Faraoneinnanzi atuttoe poi provarti che se anche quella fanciulla ha gettato una malìa su dimenon sarei capace di diventare un vile.»

La corta spada di bronzo brillò nella destra del giovane.

«A meleone!» gridò. «Vedremo se sarà più forte il redel deserto od il futuro re dell'Egitto!»

Come se la formidabile fiera avesse compresa la sfidagettatagli dall'audace giovaneaprì le fauci e fece rintronare le dune d'unruggito poderosoche parve un colpo di tuono.

Ounis aveva afferrato con ambe le mani il braccio armatodicendo:

«Notu non puoi esporti contro quella belva. Io sonovecchio e non ho alcuna missione da compiere al mondolascia quindi chel'affronti io se verrà ad assalirci. Non ho bisogno che tu mi dia una prova deltuo coraggio. Mi basta veder brillare nei tuoi occhi il lampo fiero che animavaquelli del grande Teti.»

Il giovanecon una brusca mossasi svincolò e mosseintrepidamente verso la fierache ruggiva sordamentesferzandosi i fianchicolla coda.

«Quando un Faraone getta una sfida non retrocede!» gridòMirinri. «Vince o muore! Il leone l'ha accettata: a noi due!»

Il sacerdote non aveva più cercato di trattenerlo.D'altronde la belvache doveva essere affamatanon avrebbe tardato adassalirli egualmente.

«Prode come suo padre» mormorò il sacerdote che loseguivatenendo in mano la spada e che lo guardava muovere diritto verso lafieracon un misto d'angoscia e d'orgoglio. «L'avevo giudicato male: ha nellevene il mio...»

Si morse le labbra per non lasciarsi sfuggire il seguito diquelle parolee allungò il passo onde porgere aiuto al giovane Faraone.

Il leone che fino allora era rimasto accovacciatovedendoavanzarsi la preda che credeva di abbattere con un solo colpo delle sue poderosezampesi era alzatoscuotendo la sua folta criniera.

Era un superbo animaledi taglia grossa e robustadalpelame fulvo e la criniera nerastra come quella dei leoni delle montagnedell'Atlanteche rappresentano oggidì la razza più bella di quei terribilicarnivori.

Mirinripunto spaventato dall'aspetto imponente del suoavversarioné dai suoi ruggitiche diventavano di momento in momento piùpossentimuoveva avanti senza nemmeno guardarsi alle spalleper vedere se erao no seguito da Ounis.

I suoi occhiche erano diventati ardentifissavanointrepidamente l'avversariospiandone le più lievi mosse.

Se Ounis era orgoglioso di vederlo così calmo e cosìaudaceil bel giovane si sentiva del pari orgoglioso di non provare quelsentimento di paura che coglie tutti gli uominianche i più intrepididinanzia quei re dei deserti e delle foreste africane. Aveva dunque nelle vene ilsangue degli antichi guerrieri? Era dunque proprio un Faraone? Sìormai ne eraconvintoquantunque non avesse ancora udito a crepitare la statua colossale diMemnonené avesse ancora veduto il fiore d'Osiride schiudere le sue corolle eriviveredopo tante migliaia e migliaia d'anni.

Giunto a dieci passi dalla belvatese l'arma e si arrestògridando: «Ti aspetto a piè fermo: assalimi! Vedremo se il grande Osirideproteggerà meche discendo dagli dei o te ladrone del deserto.»

Il leone lanciò un ultimo ruggitopoi scattòmettendosi acorrere attraverso le dune con balzi giganteschi. Volteggiava intorno ai dueuominidescrivendo un largo girochea poco a pocorestringevacercando ilmomento opportuno per sorprenderli alle spalle.

Mirinrisempre freddosempre impassibilema col visoanimato da una collera intensagirava su se stesso mostrando sempre alla belvala lama della sua spada di bronzoche i raggi della luna facevano scintillarevivamente.

Ounis invece si era inginocchiato a breve distanza dalgiovane tenendo la sua arma tesa in alto. Non perdeva di vista il suo compagnooccupandosi più di lui che del leone.

Una profonda emozione alterava i suoi lineamenti. Vi eranell'espressione dei suoi occhiche in quel momento brillavano non menointensamente di quelli di Mirinrilo stesso senso di prima: orgogliogioia eterrore.

Si comprendeva chequantunque paventasse che il giovanepotesse essere vinto da quel formidabile avversario e ridotto un cadavereinformedall'altro lato era superbo di vederlo così coraggioso e così prontoa sfidare il pericoloe quale pericolo!

Il leone continuava la sua corsa circolare. Scattava come sele sabbie fossero coperte da migliaia di molle invisibili e sembrava che le sueforzeinvece di scemareaumentassero sempre poiché i suoi slanci diventavanopiù impetuosi.

Mirinrifermo come una statua di bronzocol braccio armatosempre tesoattendeva l'assalto. Un sorriso di sfida coronava le sue labbrasottili.

Ad un tratto la belvache non aveva cessato di stringeresempre più il cerchiosi precipitò sui due uominimandando nel medesimotempo un ruggito spaventevoleche parve una fanfara di guerra udita inlontananza. Non scelse però il giovane come prima preda.

Con un salto immenso era piombato sul sacerdotecercando difracassargli la spina dorsale o di aprirgli un fianco con un colpo di zampa.Aveva però prese male le sue misuregiacché gli cadde vicinourtandolo solocon una spalla e rovesciandolo al suolo.

Stava per rivoltarsionde mettere in opera le sue unghiequando Mirinri gli fu addosso colla rapidità del lampo.

Colla sinistra l'afferrò per la folta crinieratenendoloper un istante fermopoi coll'altra gl'immerse fino all'impugnatura la largalama di bronzosquarciandogli il petto.

«Il giovane Faraone ti ha vinto!» gridò. «Sono più fortedi te! L'Egitto sarà mio!»

Non era ancora una vittoria completa. La belvaquantunqueorribilmente ferita e tutta sanguinantecon uno scatto improvviso gli erasfuggita e si era accovacciata a dieci passiruggendogli in visopronta aricominciare l'assalto.

«GuardatiMirinri!» gridò Ouniscon voce angosciatarialzandosi prontamente.

Il giovane parve che non l'avesse nemmeno udito.

Cogli sguardi sempre sfavillantifissi in quelli dellafieras'avanzava colla spada alzatarossa di sangue fino alla guardia.

«Bisogna che ti uccida» disse.

E si slanciò sul leoneche non osava più affrontare quelgiovane avversarioche aveva dapprima disprezzato e che pareva lo magnetizzassecolla potenza dei suoi occhi.

L'urto fu breve e terribile. Ounis vide per alcuni istantisollevarsi intorno ai due combattenti come una nube di sabbiache glielinascosepoi si udì un ruggito soffocato ed un grido che gli parve di trionfo:

«Muori!»

Quando la sabbia finissima cadde al suolovide Mirinririttocolla fronte altala spada grondante sangue in pugno ed un piede posatosul corpo della belvache sussultava ancora fra gli ultimi spasimi della morte.

«Sìmio...» gridò Ounis«degno allievo! Sìsei ilfiglio di Tetiil fondatore d'una dinastia che darà la gloria e la potenzaalla terra dei Faraoni. Solo un uomo creato da lui avrebbe potuto compiere unasimile impresa. Osiride ti protegge ormai e tutto puoi osare.»

Mirinri si volse e dopo d'averlo guardato per qualche istantein silenziorispose:

«Ora io non dubito più che l'anima dei Faraoni si siatrasfusa in me. Come io ho ucciso il re dei desertiucciderò l'usurpatorecherapì a me ed a mio padre il trono. VediOunisse si può essere audaci anchequando il cuore vibra per una fanciulla. La prova ultimala prova!»

«Sei grande» rispose il sacerdote. «Partiamo subito. Gliastri cominciano ad impallidire e anche la coda della cometa va spegnendosi.VieniFiglio del Sole!»

Il giovane asciugò la lama sulla criniera del leonese larimise lentamente nella fascia che gli stringeva le anche e raggiunse ilsacerdote coll'indifferenza tranquilla d'un uomo che avesse compiuta una cosa dinessuna importanza.

«Sangue freddoforza ed audacia» disse Ounisla cuiammirazione non pareva che fosse ancora cessata. «Tu sei l'uomo del destino.»

Mirinri sorrise senza rispondere.

Gettò un ultimo sguardo sulla belvache non aveva piùalcun sussulto e che sembrava addormentataalzò per un istante gli occhi versola cometache cominciava a smorzarsi e seguì il sacerdotericadendo nei suoipensieri.

Non si udiva più alcun rumore fra le dune sabbiose. La voceformidabile del morente leone aveva allontanato jene e sciacallied un profondosilenzio regnava sulla sterile landa

Camminarono cosìsenza parlareper qualche mezz'oraancora: poi Ounis ruppe pel primo quell'immensa calma.

«La vedi? La piramide fatta costruire da tuo padre sorgelaggiù.»

Mirinri si scossealzò il capoche fino allora avevatenuto curvo sul petto e spinse lo sguardo dinanzi a sé.

Due masse enormi si delineavano fra le dunespiccandovivamente sull'orizzonteche cominciava ad imbianchirsi sotto i primi riflessidell'alba.

«Le due statue di Memnone!» esclamòsussultando.

«Questa è l'ora.»

Mirinri girò lo sguardo verso settentrione e scorse unamassa ancora più enormetutta neragiganteggiante fra le semioscurità e ches'innalzava in forma di piramide.

«Il sepolcreto della mia dinastia» disse.

«Dove troveremo il fiore sacro d'Osiride. Affrettatiogiungeremo troppo tardi. La pietra suona solo quando nasce e tramonta il sole.

 

 

CAPITOLO QUARTO

 

Il Figlio del Sole

 

Le statue di Memnone godevano presso gli antichi egizi unavenerazione grandissimache non cessò nemmeno dopoquando i romaniqueiformidabili conquistatori del mondo allora notoebbero invase le rive del sacroNiloanzi ebbero anche essi una vera venerazione pel fattoallorastraordinario ed inesplicabileche una di essesia allo spuntare del sole cheal tramontare dell'astrodava un suono.

Gli antichi egizi affermavano che solo quando un Faraones'accostava alle due statuequella nota stranache somigliava al crepitìodello zolfo quando è riscaldato colla manoma infinitamente più fortesifaceva udire.

Che realmente suonasse la pietranessuno lo mette in dubbioquantunque oggi sia muta come qualunque altra pietra.

Strabone fu il primo ad affermarloavendo udito quellostrano crepitìo in compagnia d'Elio Galloche era governatore dell'Egittoquantunque non potesse discernere se quella vibrazione partisse dal piedistalloo dalla statua. Giovenaleche meno d'un secolo dopo fu esiliato a Siennenell'alto corso del Nilopure lo udì e anche Plinio parlò di quel prodigio.

Se agli Egiziani la cosa sembrava meravigliosasi trattavainvece d'un fatto semplicissimo che fu più tardi spiegato.

La statua parlantecome la si chiamavae che sembrarappresentasse un Faraone delle prime dinastiein seguito ad un terremotoerastata spezzata all'altezza del ventrementre la sua vicina aveva resistito allaformidabile scossa. Da quell'epoca cominciò a suonare.

La natura del sassoformato da materiali eterogeneitenutiinsieme da una pasta silicea durissimaera tale che sotto le repentinevariazioni della temperatura crepitava. Ora quella variazione non accade che alsorgere del soledopo le notti freschissime di quel climae un po' dopo iltramonto.

Ed infattidurante il giorno e la nottela statua nonfaceva udire alcun suono.

Quando Settimio Severoforse per superstizione o per onorareMemnonefiglio dell'aurorasecondo le antiche leggende egizianefecerestaurare il colosso con cinque enormi massi di marmo di grèsche si vedonotuttoraperché quelle due statue hanno resistitoal pari delle pochepiramidialle ingiurie del tempola voce cessò d'un tratto. Quei massi furonouna sordina: la vibrazione fu inceppata e Memnonecon grande dispiacere degliegizinon parlò più: d'altronde i Faraoni erano ormai scomparsi e non eranopiù là per imporle di farsi udire.

Ounis e Mirinrinon scorgendo nessuno nei dintorni dei duecolossis'avvicinarono rapidamentecominciando il cielo a prendereversolevanteuna leggera tinta rossa che indicava l'imminente sorgere del sole.

Quelle due statueche erano quattro o cinque volte più alted'un elefanterappresentavano due uomini seduti sulle ginocchia ed eranoformate di massi enormidi forma quadratasaldamente cementati fra di loro.

Sul capo avevano una specie di fichu triangolarechecadeva lungo i lati della facciaallargandosi al di sopra delle spalle edavevano sotto il mento quelle strane barbeformate da una specie di dadopiùstretto in cima e più largo sottoche si osserva in tutti gli antichimonumenti egiziani.

Il basamentoche era di proporzioni enormi e tanto alto cheMirinri non vi poteva giungere nemmeno allungando le maniera tutto coperto dilettere e adorno d'ibisgli uccelli sacri degli antichi egizi ed emblema deiFaraoni delle prime dinastie.

Sulla statua di destra si scorgeva distintamente laspaccatura prodotta dalla scossa del terremotoallargantesi a circa metà delventre.

Mirinri si era arrestatoguardando con visibile emozione idue colossi. Se egli era veramente un Faraoneil suono doveva udirsi; serimaneva muto quale delusione!

Guardò con un po' d'ansietà Ounis e lo vide tranquillocome un uomo sicuro del fatto suo. Quella calma lo rassicurò.

«Vieni» disse il sacerdotedopo aver guardato il cielo.«Questo è il momento.»

Girarono intorno alla statua che era offesa e trovata unagradinata salirono sul piedestallo mettendosi fra le gambe che il colosso tenevaaperte. Era quello il punto migliore per udite il suono.

«Parlerà il figlio dell'aurora?» chiese Mirinri che eradiventato pallido e che pareva nervosissimo.

«Sìperché tu sei il figlio di Teti» rispose ilsacerdote.

«E se ti avessero ingannato?»

Un sorriso comparve sulle labbra d'Ounis.

«Ascolta» disse poi. «Dopo mi dirai se tu sei o no unFaraone.»

Il sole s'alzava in quel momento radiososfolgorando sui duecolossi i suoi raggiche appena sorti erano già diventati ardenti.

«Ascolta! Ascolta!» ripetè Ounis.

Mirinricurvo verso la massa della statuatendeva gliorecchi. Il cuoreche dinanzi al leone non si era alterato nemmeno un istanteora gli batteva forte come quando aveva stretta fra le braccia la fanciulla cheaveva strappato al coccodrillola prima donna che aveva veduto da quando ilsacerdote l'aveva portato nel deserto.

Il sole s'alzava rapidoallungando i suoi raggi sullasconfinata pianurama la statua rimaneva muta. Anche Ounis aveva aggrottata lafronte.

Ad un tratto si fece udire un leggero crepitìoche andòaumentando d'intensitàpoi una nota limpidaun do echeggiò.

Un grido era sfuggito dalle labbra del giovane.

Si era alzato rapidamentecogli occhi accesiil visotrasfigurato da una gioia inesprimibile. Guardò il sole e gridò con vocetuonante:

«Sìio discendo da teOsiridesono un Faraone! L'Egittoè mio!»

Ounis sorridevalieto di quell'improvviso scattod'entusiasmo. Anche egli sembrava profondamente commosso.

«Ounisamico mioalla piramide!» disse poscia il giovanecon esaltazione. «Dammi l'ultima prova che io sono il figlio di Tetiche ilmio corpo è divino ed io andrò a ucciderecon questo istesso ferro che spenseil re dei desertil'usurpatore.»

«Così ti volevo vedere» rispose il sacerdote. «Il sanguedella stirpe guerrierache io temevo si fosse addormentato per sempresi èfinalmente risvegliato.»

«Alla piramideOunis» ripetè il giovaneil cuientusiasmo non si era ancora calmato. «Andiamo ad interrogare il fiored'Osiride.»

«Lo vedrai dischiudere le sue corolle millenarie» risposeil sacerdote.

La piramidecome abbiamo dettoche avrebbe dovuto serviredi tomba alla dinastia iniziata da Pepinon era lontana.

La sua mole imponente si ergeva appena ad un mezzo migliodalle due gigantesche statuelanciando la sua cima a centocinquanta metri.

Tutte le piramidifatte innalzare dalle diverse dinastie cheregnarono in Egitto migliaia d'anni prima della nascita di Gesù Cristoavevanoproporzioni colossali.

Molte furono distrutteper edificare coi loro materiali Tebeed altre città sorte dopo la gloriosa Menfituttavia ne sussistono ancheoggidì parecchie e le più celebri e le più visitate sono quelle di CheopediChefrèn e di Micerinole quali sono d'altronde le più gigantesche che siconoscanocoprendo suppergiù ciascuna cinque ettari di terreno ed avendoun'altezza che varia fra i centoquaranta ed i centoquarantasei metri.

Si calcola che per costruire quelle tombesiano occorsi perciascuna 250.000 metri cubi di materiali!

Quali somme poi abbiano costato e quante migliaia e migliaiadi operai siano stati necessari per innalzarlesarebbe impossibile dirlo. Si sasoloconsultando gli antichi papiriche per erigere quella di Cheope non sispesero meno di quattro milioni di talenti egizianipari a più di diecimilioni di lire in solo aglioprezzemolo e cipollevegetali che costituivanoperò il principale nutrimento di quegli infaticabili lavoratori reclutatisempre per maggior economiafra i prigionieri di guerra.

La piramide fatta innalzare da Teticome abbiamo dettononpoteva rivaleggiare con quelle tre sopra menzionate; tuttavia era ancora cosìenorme da far arrossire - se fosse possibile - i più grandi edifizi modernianche i palazzoni a venti piani che costruiscono oggidì i nord-americani.

Una gradinatadi nove metri per latomisura tenuta pertutte le piramidiconduceva sulla cimaove doveva trovarsial pari che nellealtreuna piccola piattaforma.

Ounische doveva aver visitato ancorain altri tempil'enorme sepolcretomosse sollecito verso due colossali sfingiche parevafossero state collocate a guardia d'una porta di bronzoche andavarestringendosi verso lo stipite come tutte quelle costruite dagli antichi egizi.

La esaminò per qualche istantecome se volesse accertarsiche la serratura non fosse stata guastatapoi trasse di sotto la lunga vesteuna chiave di forma stranache rassomigliava ad un serpente aggrovigliato eintrodusse una estremità in un buco intagliatoin modo da sembrare una fogliadi loto.

«Come possiedi tu quella chiave?» chiese Mirinrichecadeva di sorpresa in sorpresa.

«Me l'ha data tuo padre prima di morire» risposelaconicamente il sacerdote. «Se tu fossi per caso morto dove vorresti che tiavessi sepolto? Un Faraone dormire fra le sabbie?»

«Ma mio padre non riposa lì dentro.»

«Quando tu avrai conquistato il trono che ti spettaanchelui dormiràfra queste muraglie ciclopicheil sonno eterno.»

Spinse la massiccia porta di bronzoaccese una piccolalampada d'argillache aveva portato secoadoperando due pietre nere chepercuotendole l'una con l'altra sprigionavano fasci di scintille vivissimepoivolgendosi verso il giovanegli disse:

«A te spetta il diritto di entrare per primogiacché tuopadre più non esiste.»

Con un'emozione visibile Mirinri varcò la soglia e cheentrò nell'immenso sepolcretodestinato ad accogliere tutte le salme della suadinastia.

Anche là dentrocome già nell'immensa caverna funerariadove trovavasi il tesororegnava un tanfo di muffito e d'umidotuttavial'ariache penetrava forse per mille fessure invisibiliera più respirabilesicchè i due uomini poterono avanzarsi liberamente.

Nelle pareti massiccie vi erano molti vani di forma quadratadestinati a ricevere le barecon sotto una tavola di marmo nero per ricevere leofferte destinate al mortoonde non dovesse soffrire la fame durante latraversata dell'Amentiper raggiungere il regno d'Osiride o la «regionenascosta»il luogo di delizie.

Non erano quei vaniche d'altronde erano tutti vuoticheinteressavano Ounis e tanto meno Mirinri. Il sacerdote cercava ansiosamente unmasso enormeche doveva trovarsi nel centro della piramide e che celava ilfamoso fiore d'Osiride.

Essendo la luce della lampadina troppo fioca e lo spazioimmenso e tenebrosodovette percorrere parecchie centinaia di passi prima discoprirlo.

«Eccolo» disse finalmente.

Un gran dado di pietra bianca sormontato da una statuarappresentante Tothil dio ibisera comparso nel cerchio proiettato dallaluce.

Ounis s'accostò e rimosse colla mano un cumulo di vegetaliche copriva la superficiedei fiori di loto bianco ed azzurrodei crisantemidei mazzi di trifogliodei sedani e dei melloni d'acqua seccaticheconservavano tuttavia ancora il loro color verde e dopo d'aver frugato entro unacavità trasse una piccola pianta disseccatamostrandola trionfalmente algiovane.

Quella pianta meravigliosache doveva migliaia d'anni dopofar stupire i botanici europei ed americaniche la chiamarono il fiore dellarisurrezione e che fu scoperta da un beduino nel seno d'una principessafaraonica e donata dal possessore al dottor Deck nel 1848era quella che gliantichi Egizi chiamavano il fiore d'Osiride.

Era una pianticella magraesilecon dei bottonciniingialliti dal tempo e ormai completamente disseccati.

«È proprio quella che il grande Osiride lasciò ai suoisuccessori?» chiese Mirinriguardandola cogli occhi luccicanti.

«La stessa» rispose Ounisdopo averla osservataattentamente. «La riconosco benissimo perché io l'ho portata qui assieme a tuopadre.»

«E tu credi che riviverà?»

«Sìse tu sei un vero Faraone. Se la statua di Memnone hasuonato in tua presenzanon ho ora alcun dubbio che questi due bottoncinischiuderanno le loro corolle.»

«Da quanti anni è così disseccata?»

«Chi potrebbe dirlo? Da migliaia e migliaia di certomamolte volte è risuscitata e certo per volere del grande Osiride. A teprendilae versa su questi bottoncini due goccie.»

Gliela porseunitamente ad una piccola fiala di vetro checonteneva un po' d'acqua.

Mirinri la fissò per parecchi istanti. Il suo cuore tremavacome quando aspettava ansiosamente il suono della colossale statua. Sequell'ultima prova fosse fallita?

«Bagnala» disse Ounisvedendo che il giovane esitava.«Sono certo che fra poco io renderò a te l'omaggio che il popolo egiziano deveai Figli del Sole.»

Mirinri versò due goccie d'acqua sui due bottoncini e subitovidecon immensa meravigliaquella piantada secoli e secoli mortadapprimafremerepoi agitarsiraddrizzare i suoi tessutii bottoncini gonfiarsi edarrotondarsiquindi svolgere i loro leggeri petali all'ingirointorno ad unpunto centrale di color giallo.()

La pianta meravigliosa di Osiride era risuscitata!

«Lasciala morire» disse Ounisvedendo Mirinri agitarlacome se fosse improvvisamente impazzito. «Taci e guarda!»

I due fiori che somigliavano a due splendide margheritemantennero per qualche minuto i loro petali aperti e tesiscoprendo il loroseno ringiovanito come per opera magicacosparso di piccoli granellipoi leloro tinte iridiscenti cominciarono a scolorirsigli steli si curvaronolefoglioline si ripiegarono su se stesse e tutto si appassì.

Il gridoche Mirinri aveva fino allora trattenutogli uscìformidabile dal petto:

«Sono un Faraone! Lode al grande Osiride! La potenzalagrandezzala gloria! Ah! È troppo!»

Ounis prese il fiore e lo depose nuovamente nell'incavaturadel massopoi s'inginocchiò dinanzi a Mirinri e gli baciò l'orlo inferioredella candida vestedicendo:

«A te l'omaggio del tuo più fedele suddito. Io ti salutoFiglio del Sole!»

«Quando avrò conquistato il trono tu sarai il mio primoministro ed il capo supremo dei sacerdotimio devoto amico. La mia potenza nonoscurerà la riconoscenza che ti devo.»

«Non desidero né onoriné grandezze» rispose Ounis.«D'altrondequando tu sarai reio non ne avrò bisogno.»

«Perché Ounis?» chiese Mirinri sorpreso da quella fraseoscura.

«Tutto non ti ho ancora narrato. Mi resta da fare al Figliodel Sole una rivelazione ancorama non la farò se non quando tu siederai sultrono dei Faraoni. Ora ci resta qualche cosa d'altro da compiereprima dilasciare questa piramide che non rivedrai mai più da vivo.»

«Quale?»

«Distruggere il cadavere che l'usurpatore ha messo al postodi tuo padre. Quell'ignotoch'è forse un miserabile schiavonon deve occupareun posto che spetta a Tetiné oltraggiare col suo corpo impuro la tomba deiFigli del Sole. VieniMirinri.»

«Quell'infamia la sconterà» disse il giovaneche ebbe unfremito di collera. «Non bastava a Pepi carpire a mio padre il regno: glioccorreva anche questa crudele derisione. Io farò a pezzi l'uomo cherappresenta in questo sepolcreto il corpo del Faraonecosì non passeràl'Amenti e non prenderà un posto che non gli spetta fra gli antenatiluminosi.»

Il sacerdote diede all'ingiro un lungo sguardopoi sidiresse verso una delle pareti dove entro un incavo si scorgeva a brillarevagamente qualche cosa.

«Qui lo hanno collocato» disse.

Un feretro stava deposto in quell'escavazioneun po' al disopra d'una lastra di marmo nerosu cui s'ammonticchiavano corone di trifogliodi loto bianco ed azzurroaccanto a piccoli mucchi di grano e di farinaapezzi di carne disseccata ed a fiale contenenti latteliquori e profumi.

Quella bara era d'una ricchezza straordinariacostruita conlegname di quercia arabicaadorna di sculture finissimeche volevanorappresentare la grande vittoria riportata da Teti contro le orde Caldeetuttadipintadorata ed incrostata di perle preziose.

Verso l'estremità superiorequel feretro terminava in unatesta che doveva riprodurre esattamente i lineamenti dell'uomo che vi stavarinchiuso dentro.

Mirinri gettò via con dispetto i fiori e le offertesalìsulla tavola di pietra e prese fra le sue robuste braccia la salmadeponendolaal suolo.

«Questa testa rassomiglia a quella di mio padre?» chiesecon viva emozione.

«Sì» rispose Ounis.

«E questi occhi sono proprio i suoi?»

«Li hanno riprodotti esattamente.»

Mirinri guardò il vecchiopoi la testaquindi tornò aguardare il sacerdotefacendo un gesto di stupore.

«Che cos'hai ora?» chiese Ounis aggrottando la fronte.

«Trovo una strana somiglianza fra i tratti di questo viso edi tuoi. Anche gli occhi hanno il medesimo lampo cupo.»

«Vi sono tanti che si assomigliano» rispose asciuttamenteil sacerdote. «Apri il feretro: voglio vedere chi vi hanno messo dentro.»

Mirinri introdusse la punta della spada fra le commessure econ uno sforzo violento sollevò il coperchio.

Tosto apparve una mummiarappresentante un uomo di altastaturacol viso solcato da due lunghe ferite malamente cucite e che lorendevano irriconoscibile.

Tutto il corpo era strettamente avviluppato in un tessutod'orocon ricami formati da pietre prezioseper lo più smeraldie dorateaveva le unghie delle mani e dei piedi.

«È mio padrequesti?» chiese Mirinri.

«No.»

«Ne sei ben certoOunis?»

«L'ho conosciuto troppo beneper potermi ingannare.»

«Va bene» rispose Mirinri.

Levò la mummiache gettò con disprezzo al suolorinchiusela bara e la ricollocò nel vano scavato nella parete della piramidedicendocon voce ironica:

«Servirà a qualche altro: l'usurpatore appartiene allafamiglia ed ha il diritto di dormire qui dentro. Prenderà il posto di questomiserabile schiavo od ignoto guerriero che sia.»

Poi afferrò la mummiafacendola crepitare fra le proprieditatanta era la sua collera evolgendosi verso il sacerdotedisse con tonoche non ammetteva replica:

«Usciamo!»

«Che cosa ne vuoi fare di quel morto?» chiese Ounis.

«Usciamo» ripetè il giovane.

Attraversò la piramidefinché raggiunse la porta di bronzoche era rimasta aperta. Ounis la chiuse con quella chiave in forma di serpente esi trovarono entrambi in mezzo ai raggi ardenti del sole.

«Nessuno può entrare ora?» chiese Mirinriche tenevasempre la mummia.

«Nessunofuorché Mirinri Pepiil solo che possegga unachiave eguale a questa.»

«Questa tomba non si aprirà che per ricevere la salmadell'usurpatore» disse Mirinricon voce cupa. «Lo giuro su Sibil dio cherappresenta la terra; su Nout che rappresenta il cielo; su Nou il dio delleacque; su Râ che è il sole; sul grande Osiride e su Isidel'animale sacro cheil mio futuro popolo adora. Che Nacusl'impuro demonio della morte mi tragganel regno delle tenebre; che mi sia negato il passaggio dell'Amenti e la paceeterna nella regione nascostase io mancherò alle mie promesse. Ounistu chesei sacerdotemi hai udito. Ed oravile carcameche hai osato prendere ilposto di mio padreil grande guerriero che salvò l'Egittova'! Troverai unabara nelle viscere immonde delle jene e degli sciacalli.»

Ciò detto sollevò in alto e con quanta forza avevascagliò là mummia in mezzo alle dunedove rimase colle gambe in aria.

«Quando potremo partire?» chiese poscia il giovane. «Orache so di essere veramente il figlio di Tetisono impaziente di conquistarel'orgogliosa Menfi.»

«AdagioMirinri» rispose il sacerdote. «Noi dobbiamorecarci colà con infinite precauzionie affiatarci segretamente coi vecchiamici di tuo padre. Se tu venissi scoperto prima di essere tanto potente dafronteggiarloMirinri Pepi non ti risparmierebbe.»

«Dovrò dunque rimanere ancor a lungo in questo deserto elasciar spegnere l'entusiasmo che mi divora?»

«Non ti chiedo che tre o quattro giorni. Torniamo allanostra dimora.»

La sera dello stesso giornoOunisapprofittando del sonnoprofondo del giovane Faraonelanciava nel Nilocon grande spavento deicoccodrilli e degli ippopotami che erano numerosissimi in quei tempidellepiccole palle fiammeggianti che bruciavano anche in acquacome i famosi fuochigreci dei quali fu perduto il segreto.

«Gli amici che vegliano sapranno così che Mirinri èpronto» disse. «Aspettiamoli e che Osiride protegga il nuovo Figlio delSole.»

 

 

CAPITOLO QUINTO

 

Alla conquista d'un trono

 

Tre giorni dopoverso il tramontoun piccolo velierocherassomigliava molto alle dahabiad che si usano ancora oggidì sul Niloecheal pari di quelle antichehanno gli alberi formati di vari pezzi e uniticon pelli di bue applicati ancora fresche e lasciate poi a disseccareapprodavanel luogo istesso dove Mirinri aveva scoperto il simbolo di vita e di morte.

Aveva la carena piuttosto larga e robustala proraarrotondatacon qualche ornamento d'oro sulla polena rappresentante un ibiscolle ali spiegatee due immense vele di lino biancosimili nel taglio aquelle latinema colle punte più slanciate.

La montavano due dozzine e più di etiopiuomini dalla pelleassai nerae di forme erculeeche mostravano nudenon avendo che una largafascia attortigliata intorno ai fianchi coi due capi pendenti fra le gambe chegiungevano quasi fino a terra. Era d'altronde quello il costume usato dal popoloed era più che sufficientesotto quel clima sempre caldo anche durante i mesiinvernali.

Un uomo che portava due grembiuli di cotone azzurrodi formarettangolareripiegati in avanti e trattenuti intorno alle reni da una cinturadi cuoio e sul capo una parrucca con grossi rotoli di capelli a gran ricciolitubiformi e trecce pendenti lungo le spallestava al timone.

Era un bell'uomo sulla quarantinacolla pelle solamente unpo' abbronzata e che incarnava il vero tipo dell'egiziano antico: altopiuttosto magrocon spalle larghe e pienele braccia nervose terminanti conmani lunghe e finile gambe secche coi muscoli dei garretti assai pronunciaticome la maggior parte dei popoli camminatori.

Sul suo viso vi era una espressione di tristezza profondache si rifletteva viva nei suoi grandi occhi nerissimiquella tristezzaistintiva che si osserva anche oggidì negli egiziani moderni.

Appena la barca ebbe toccata la rivache in quel luogo eraalta e coperta da palmizi splendidil'egiziano diede ordine agli etiopi digettare un pontile di legnopoi s'accostò ad una specie di tamburo di grossedimensioniin forma d'imbuto e si mise a percuoterlo poderosamenteintanto cheuno dei suoi uomini dava fiato ad un flautotraendo delle note acutissime chesi potevano udire a qualche miglio di distanza.

Quella musicaingrossata dai colpi sonori del tamburonedurò parecchi minuticoprendo il gorgoglìo delle acque rompentisi contro lerive e sugli isolotti sabbiosi che ingombravano il maestoso fiumeepropagandosi intensamente sotto le vôlte di verzura.

L'egiziano stava per far segno al suonatore di flauto dicessarequando sbucarono da una macchia Ounis e Mirinri.

«Che Râ ti porti buona fortunaAta» gridò il sacerdote.«Io ti conduco il futuro Figlio del Sole. Il fiore d'Osiride e Memnone l'hannoriconosciuto.»

«Era ora» rispose l'egizianoattraversando il pontile escendendo sulla riva. «Tutto l'Egitto fremeimpaziente di vedere il suolegittimo re.»

S'avvicinò a Mirinriche si era fermatoguardando con unaviva curiosità il comandante di quella bella barca e gli si inginocchiòdinanzibaciandogli l'orlo della veste.

«Salute eterna al Figlio del Sole» gli disse. «Salute aldiscendente del grande Teti.»

«Chi sei?» chiese Mirinrialzandolo.

«Un amico devoto di tuo padre e di Ounis» risposel'egiziano«e vengo a prenderti per condurti a Menfi. Il tuo posto è là enon fra le sabbie del deserto.»

«Fidati di luicome di me stesso» disse Ounisvolgendosiverso Mirinri. «È stato un fedele amico di Tetifu anzi lui a rapirti dalpalazzo reale ed a metterti in salvoprima che nella truce mente di MirinriPepi nascesse l'idea di trovare qualche mezzo per sopprimerti.»

«Se un giorno io salirò davvero sul trono dei miei aviioti mostrerò la mia riconoscenza» disse il giovane Faraone.

«Hai veduto a passare i fuochi che io ho affidati alle acquedel Nilo?» chiese Ounis...

«Sì» rispose Ata«li ho fatti fermare al di sopra diPamagitonde le spie dell'usurpatore non potessero sospettare qualche cosa.Bada che dovunque si vegliaperché a corte si sospetta che il figlio di Tetinon sia morto.»

«Chi può avere tradito il segreto che ho custodito cosìgelosamente per tanti anni?» chiese Ounisimpallidendo.

«Lo ignoroma io so che un giorno una barca montata da unaprincipessa ha rimontato il Nilofino a questo luogoper ordine del re. Vi erasu quella un uomo che aveva veduto più volte il giovane Mirinriprima che iolo rapissi.»

«Io ho veduto quella principessaanzi l'ho salvata mentrestava per essere divorata da un coccodrillo» disse Mirinri.

«E gli uomini che montavano quella barca ti hanno vedutoFiglio del Sole?» chiese Atacon apprensione.

«Sì.»

«Non ti hanno detto nulla?»

«Assolutamente nulla.»

«Vi era qualcuno che ti osservava attentamente?»

«Mi parve.»

«Ti rammentiFiglio del Soleche cosa portasse sul capo?»

«Un berretto molto altoche s'allargava verso la cimaadorno di simboli d'oro in forma di dischi e di corna.»

«Ed indosso che cosa aveva?»

«Una lunga ciarpa ed una pelle di leopardo annodata fra ledue spalle.»

«È lui!» esclamò Atafacendo un gesto di rabbia.

«Chi lui?» chiesero ad una voce Mirinri e Ounis.

«Il gran sacerdote di Iside. Me lo immaginavo.»

«Spiegati meglioAta» disse Ounis.

«Più tardi: imbarchiamoci e partiamo subito. Sono certo chequalche cosa è trapelato e che in qualche luogo verremo assaliti. Da qualchemese delle persone sospette si aggirano intorno a me e sorvegliano la mia barca.Si cercava certo di sapere dove io mi recavoquando mi assentavo da Pamagitper venire a ricevere i tuoi ordini. Noi non viaggeremo che di nottecolledovute precauzioni e cercheremo di sfuggire gli agguati che ci verrannoindubbiamente tesi lungo il Nilo. Il segreto ormai è stato tradito e tuFigliodel Solecorri il pericolo di venire arrestato prima di entrare in Menfi.»

«Apriremo bene gli occhi» disse Ounis.

«Ese verremo assalitici difenderemo» aggiunse Mirinri.«Sono fidati questi uomini?»

«Sono tutti etiopi valorosirobusti e devoti a me»rispose Ata.

«Imbarchiamoci.»

Attraversarono il pontile e salirono sulla barca. Essendo ilvento contrario e la corrente invece favorevolele due grandi vele venneroammainate sul pontepoi il piccolo legno fu lasciato liberomentre gli etiopicon lunghi remilo guidavano in mezzo ai banchi sabbiosi e alle masse di erbeacquatiche che ingombrano così di frequente quel fiume gigante.

Atadopo essersi assicurato che il legno non correvaalmenopel momentoalcun pericolocondusse Mirinri e Ounis a poppadove trovavasiuna cameretta tappezzata di stuoie variopinte e colle pareti coperte di grandiscudi di pelleper lo più angolari di sotto e rotondi verso la cimacon unforo nel mezzoper poter osservare il nemico e d'un gran numero di armi diramedi bronzodi ferro e anche di legnocome spadelance in forma di falcimazzeasciepugnali di varie forme e parecchi archi colle relative faretrepiene di freccie colla punta di metallo...

All'intorno vi erano pochiperò elegantissimi mobilidallelinee dolci e per lo più obliquenon usando gli Egiziani la linea retta nelleloro costruzioni. Erano dei divanelli guarniti di cuscini ricamati e collespalliere smaltate e piccole sedie che s'allargavano verso il fondodipinte inrosso ed abbellite da penne variopinte incollate lungo le gambe.

Ata prese in un angolo una piccola anforadal collo assailungocoperta di smalti multicolori e delle tazze di vetro coloratodisquisita fatturae versò della birradicendo:

«Alla grandezza e alla gloria del futuro Faraone. CheOsiride ti proteggaFiglio del Sole.

I tre egiziani vuotarono d'un fiato le tazzepoi Atasollevò una tenda che copriva il fondo del salottoaggiungendo:

«Va' a fare la tua tolettasignore. Un principe non puòviaggiare con queste vesti e poitu devi figurare d'essere un grandepersonaggio etiopecosì sventeremo meglio i sospetti che potrebbero nascere sudi te. I negri che montano la barca basteranno colla loro presenza a farticredere tale. Ti aspettiamo sul pontesignore. È necessario vegliare.

Uscì dal salottoseguito da Ounis e salì sul casseroguardando per parecchi minuticon estrema attenzionele due rive del fiumeche in quel luogo erano lontane più d'un miglio l'una dall'altra.

Il sole era già tramontato da più d'un quarto d'ora e letenebre erano calate sul fiume gigante. In lontananza però un debole chiaroreannunciava l'imminente comparsa dell'astro notturno.

«Sei inquieto?» disse Ounis vedendo che Ata continuava aguardare.

«È vero» rispose l'egiziano.

«Temi dunque d'essere stato seguito da qualcuno?»

«Forse no; tuttavia ho osservato dei fatti strani chesarebbero sfuggiti ad altri meno osservatori di me.»

«Quali?» chiese Ounis.

«Tu sai che sul nostro fiume le erbe galleggianti ed ipapiri interrompono di frequente la navigazioneche peròuna volta aperti icanaliper un certo tempo si mantengono. Ora ho trovato quei passaggi chiusi esai come? Quando ho fatto tagliare quelle masse vi ho trovato in mezzo dei paliaffondati nel fango. Vuol dire dunque che sul fiume si vegliava e che si cercavad'impedirmi che io lo risalissi fino qui.»

«E altro?»

«Vi è qualche cosa ancora» disse Atala cui fronteappariva pensierosa. «Sono tre giorni che navigo e tutte le notti ho scortodietro di meun lume brillare nell'oscurità e dei fuochi scintillare al disotto dei palmiziora su una riva ed ora sull'altra.»

«Ciò mi preoccupa.»

«Ed io non meno di te. Qualcuno deve avere informato che tunon sei...»

Ounis con un rapido gesto gli mise una mano sulle labbradicendogli con voce imperiosa:»

«Taci! Lo voglio!»

«Perdonami» disse Ataa bassa voce.

«Io non sono che un sacerdote per tecome per tutti.»

«È verodimenticavo il giuramento.»

«Continua.»

«Certo si sospetta alla corte che Mirinri non sia morto.»

«Può darsi. Hai avvertito i nostri amici?»

«Tutti sanno a quest'ora che lui è pronto alla riscossa.Quando noi saremo a Menfi li troveremo tutti riuniti nelle tombe dei coccodrillie là sarà reso l'omaggio dovuto al nuovo Figlio del Solee che...»

Un urto leggeroche fece oscillare la barcalo interruppe.La discesa del fiume si era arrestata.

Ata aggrottatò la fronte.

«Ci hanno chiuso il passaggio» mormorò. «Me l'aspettavo;eppure stamane le erbe non erano così fitte da impedire al mio veliero dirisalire il fiume. Che le spie del Faraone siano già giunte qui?»

«Le piante crescono presto sul Nilo» disse Ounis.«Bastano ventiquattro ore per ostruire il fiume.»

Ata crollò il capo e si spinse verso la proradove glietiopi si erano raccolti per provarecoi loro lunghi remila resistenza cheopponeva quella barra erbosa.

Il Nilo va soggetto a delle ostruzioni improvviseche diquando in quando intercettano completamente la navigazioneobbligando gliequipaggi dei piccoli velieri che lo salgono e lo discendono a delle durefatiche per aprirsi un passaggio.

Anticamentequando i papiri e gli ambath erano benpiù numerosi d'oggidì e raggiungevano delle dimensioni straordinarielanavigazione di quel fiume immenso subiva dei ristagni assai più considerevoli.Quelle piante acquaticheconosciute oggidì col nome di sett o meglio disuddprendevano tali proporzioni da impedire qualsiasi passaggio allenavi che dovevanoper scopi commercialispingersi verso l'alto Nilo.

Già quasi tutti i fiumi africani vanno soggetti a similiingombriperfino lo Zambese; quello che bagna l'Egitto è afflitto da una massamaggiore di quelle cattive erbeche la correnteanche durante le pienenonriesce a sfondare.

Anche oggidìdi quando in quandoil corso del Nilo ed isuoi affluentiquantunque il papiro sia quasi scomparsovengono invasi daquella vegetazione acquaticala quale cresce con rapidità prodigiosa formandodelle masse enormi così compatteda obbligare il governo egiziano a mandaredelle migliaia d'uomini per aprire dei canali che difficilmente poi rimangonoaperti.

Fra il 1870 ed il 1873 Samuele Bakeril famoso esploratoreche conduceva una spedizione armata nell'Alto Egitto per reprimere laschiavitùfu fermato per lungo tempo dal sett che aveva ostruito ilBahr-el-Djebetin modo da non potergli permettere di giungere a Gondokoro.

Anche nel 1898 le cannoniere inglesiche operavano contro imadhistisi videro costrette ad aprirsi un canale attraverso la massa erbosala quale era così fitta da sostenere senza alcun pericolo gli uomini chelavoravano. C'era però un altro pericolopoiché di quando in quando fraquelle piante balzavano fuori dei coccodrilli e le loro formidabili mascelle siserravano attorno alle gambe dei marinai e dei soldati.

Molti anni prima fu il Nilo Bianco che si coprì di setteppurequello splendido corso d'acqua ha una larghezza di mezzo chilometro ed unaprofondità di cinque metri e da quell'epoca le erbe non hanno cessato diaumentarecostringendo il governo egiziano ad un continuo e costoso ripulimentodel letto ed all'apertura dei canalionde mantenere le sue relazioni colleprovincie equatoriali.

Tagliare quelle erbe non è difficileperché non presentanouna grande resistenza; il più è mantenere quelle aperture libereperchétutta la regione intorno al fiume non è altro che una immensa paludecherappresenta il letto di qualche antico lago nel quale l'acqua si espande sularghi spazii e si evapora in gran parte senza tregua.

Atadopo d'aver osservato attentamente la massa erbosa cheimpediva quel passoche aveva trovato libero il mattinochiamò due dei suoibattellieridicendo loro:

«Guardate se hanno piantato degli ostacoli nel letto delfiume.»

I due etiopi s'armarono con delle pesanti ascie di bronzopotendo darsi il caso che fra quelle masse vegetali si nascondesse qualchecoccodrillo e si calarono sul sett che era formato da un denso strato di ambathe di foglie di lotostrettamente amalgamate.

«Vi sostiene?» chiese Atache stava curvo sul bordo.

«Sìpadrone» risposero i due battellieri.

«Non scorgete nulla?»

«Aspetta.»

Affondarono le mani nella massafrugando qua e là fra lamoltitudine di radici che formavano un vero graticolatoe ben presto un gridodi sorpresa sfuggì dalle loro labbra.

«Avevi ragionepadrone» disse uno dei due. «Il canale èstato chiuso appositamente per impedirci il ritorno.»

«Che cosa hanno messo?» chiese Ata.

«Hanno piantato nel letto del fiume dei pali e hanno fattodeviare una massa considerevole di erbedopo d'averle tagliate dal grandebanco.»

«Giù tutti e aprite il passo» comandò Atavolgendosiverso gli altri etiopi che stavano dietro di luiin attesa dei suoi ordini.«Non facciamoci sorprendere immobilizzati. Devono averci preparato qualcheagguato. Fortunatamente il fiume è largo e le rive sono lontane.»

Mentre i battellieri scendevano per sbarazzare quel tratto difiume che dei nemici misteriosi avevano appositamente ostruitocomparve sullatolda Mirinri.

Il giovane non indossava più la lunga veste bianca che nonsi addiceva ad una persona d'alto gradoné aveva i piedi nudi.

Portava invece il costume nazionalecosì sempliceeppurecosì pittorescodegli antichi egizi e che era rappresentato dalla kalasirisuna veste leggeracosì trasparente da lasciar intravvedere le formearighe bianche ed azzurreche avvolgeva il corpo a partire dal collo o dallacavità del petto per cadere fino ai piedi e con un buco per lasciar passare latesta.

Vi aveva aggiuntocome esigeva il costume di quell'epocanei personaggi cospicuianche per le donne d'origine nobileun collarevariopinto di tela inamidataquasi circolaretutto chiusoadorno di cordoni edi catene a cui erano infilate delle perline di vetro e simboli religiosi dipietre multicolori.

Ai piedi portava delle calzature a maglia e dei sandalilusso permesso solamente ai ricchiformati da pellicole di papiro sovrapposte apiù straticolla punta in forma di beccocome i nostri pattini da ghiacciofissati con un largo laccio guernito di piastrine d'oro e trattenuti da unacorreggia che passava fra il pollice e l'indice.

«Che cosa c'è dunque?» chiesevedendo tutti gli etiopisul sett.

«Brutte nuove» rispose Ounis. «Si sospetta di noi.»

«Così presto?»

«Questa ne è la prova. Il canale non deve essere statochiuso per capriccio. Per compiere un simile lavoro in poche ore devono esseregiunte qui molte barchemontate da parecchie centinaia d'uomini.»

«Eppure tu hai preso per tanti anni le più accurateprecauzioni. Ata è fidato?»

«Non dubito di lui.»

«Chi può aver tradito il segreto?»

«Quella gita compiuta dalla principessa non era che unpretesto. Ti si cercava. Mirinriguardati da lei!»

«È figlia dell'usurpatore?»

«Sì.»

Un'emozione profonda si era dipinta sul viso del giovaneFaraone. Stette parecchi istanti silenziosocome raccolto in se stessopoidisse con una certa esitazione:

«Eppure mi pare impossibile che quella donna che io hostrappato dalle fauci del coccodrillomettendo a repentaglio la mia vitaesigala mia morte.»

«Odiala come la peggiore nemica.»

«Lei! Ma dunque le donne dei Faraoni posseggono delle malìeche nessuno può spiegare?»

«L'ami dunque?»

«Sìimmensamente l'amo» rispose Mirinri con uno scattod'improvviso entusiasmo. «Io non la posso dimenticareperché sento ognimomento che io chiudo gli occhiil fremito che io ho provato in quel giornoquando la trassi dal Nilostillante acqua sacra.»

Ounis ebbe un sussulto ed i suoi lineamenti si contrasseroquasi ferocemente.

«Strano destino del sangue» disse.

Poivolgendosi bruscamente verso Atache osservava sempregli etiopi occupati a fenderea gran colpi d'azzal'ammasso d'erbe cheimpediva alla barca di proseguire la sua rottagli chiese:

«Dunque?

«Ne avremo fino a domani e forse di più» risposel'egiziano. «Hanno deviato delle masse enormi che hanno trattenute con unnumero infinito di pali. Qui è stato compiuto un tradimento infame e anche...»

Un urlìo furiosoche s'alzava sulla riva sinistra del fiumegiganteaccompagnato da scoppi di risagli aveva interrotta la frase.

«Quinaviganti!» urlavano centinaia di voci rauche. «Nonvenite dunque a bere il dolce vino di palma? A terra o affonderemo la vostranave e vi faremo bere invece l'acqua del fiume!»

Una turba di uomini e di donne era comparsa improvvisamentesulla riva del fiume e si sbracciavacome se fosse diventata improvvisamentepazzasaltellando al di sotto dei palmiziche ergevano i loro snelli tronchi estendevano le loro foglie piumate.

«Qui! Qui!» gridava senza posa. «È la festa di Bast evuotiamo gli avanzi del vino dell'annata. Nessun forestiero può rifiutarsi!Scendete e rallegrate la nostra festa.»

In mezzo a quell'urlìosi udivano a squillare dellecornette che avevano delle note assordantiquegli strani istrumenti musicalichiamati dagli antichi egizi tan e che i greci affermavano sembrare illoro suono all'urlo di cani rabbiosi; le banit ossia le arpe facevanoudire dei suoni dolcissimiai quali si confondevano le note un po' striduledelle nebelle chitarre usate in quell'epoca e che sembra fosseroimportate dai popoli asiatici.

Ata si era fatto oscuro in viso.

«Un agguato o la festa annuale dei bevitori?» si chiese conapprensione.

«Che cosa vuoi dire?» domandò Mirinriche era statoprofondamente colpito da quei suoniche mai aveva udito a echeggiare fra lesabbie del deserto.

«Tu non conosci le nostre feste» rispose l'egiziano. «IlFiglio del Sole non è vissuto nelle nostre terre.»

«Chi sono quegli uomini?»

«Persone che si divertono» rispose Ounische gli stavapresso. «Tutti gli anni si radunano sulle rive del sacro fiume parecchiecentinaia o migliaia di individui per terminare il vino di palma raccoltonell'annata e nessuno deve ritornare alla propria casa se non è ubbriaco. È uncostume del tuo futuro popolo.»

«E che cosa vogliono da noi?»

«T'invitano a prendere parte alla loro festa.»

«Io con loro?»

«Sono ebbriFiglio del Solee tu non puoi sapere a qualepericolo ci esporremmo colla barca immobilizzataa non obbedire al loroinvito» disse Ata.

«Non ci tenderanno un agguato?» chiese Ounis.

«Sono troppo allegri.»

«I tuoi uomini avranno molto da fare ancora?»

«SìOunis. Il passaggio è stato chiuso su una larghezzaragguardevole e non potremo proseguire il viaggio prima di domani mattina.»

«Sicché dovremo accettare il loro invito?»

«Credo che sia cosa prudente non rifiutare. Sono ubriachiquindi capaci di tutto. D'altronde vedi le loro scialuppe muovere verso le masseerbose. Evitiamo qualsiasi sospetto e scendiamo a terra come onesti navigantidel Nilo. I miei etiopi si terranno prontiin caso di pericoloa difendere ilFiglio del Sole.»

 

 

CAPITOLO SESTO

 

La festa degli ubriachi

 

Fra le tante feste che gli antichi egiziani avevanocertamente una delle più originali era quella dei bevitori di vino di palma.Tutti gli annidelle centinaia e centinaia di uomini si radunavano sotto leforeste di palmizi per celebrare la festa chiamata di Bast ed era obbligoassoluto che nessuno tornasse alle proprie case se prima non era consumatainteramente la provvista di vino di palma raccolto durante l'annata. Èprobabile che gli antichi romani abbiano tratto da ciò i loro famosi Saturnalipoiché in quelle feste del vinopermesse dai Faraoninon mancavano nésuonatriciné danzatriciper esaltare maggiormente i bevitori e renderliaddirittura folli.

Ed infatti sulla rivache la luna illuminava in pienosiscorgevanoconfuse fra gli uominimolte donne che indossavano dei costumisplendidi e che tenevano in mano degli istrumenti musicali. Anch'essechesembravano pure molto allegreinvitavano con alte grida i naviganti a prendereparte all'orgia e vuotare delle coppe in onore di Bast.

Atadopo aver fatto esplorare il banco erboso per accertarsidella sua resistenzascese a sua voltaaccompagnato da Mirinrida Ounis e daotto etiopi che portavano alla cintura delle pesanti ascie e dei pugnali di ramedalla punta acutissima.

La traversata del sett la compirono senza difficoltàessendo quelle masse trattenute dai pali piantati da coloro che avevanointeresse a trattenere la barca e raggiunsero la sponda fra le grida giocondedei bevitori.

Vi erano due o trecento persone fra uomini e danzatricichetraballavano sulle malferme gambe.

Erano gli uomini per la maggior parte pescatori obattellieriche indossavano dei semplici grembiali di pelle conciataconqualche fascia variopinta gettata sulla testa o sulle spalleperò nonmancavano fra loro dei giovanotti di buona condizioneche indossavano dellericche kalasiriscon collari inamidati e che avevano parrucche sul capocon lunghe trecce pendenti sulle tempie e delle barbe finte.

Spiccavano invece per ricchezza e buon gusto dei costumi lesuonatrici e le danzatricicon splendide kalasiris variopinte e leggerecome velicon fazzoletti di squisita manifattura annodati intorno al capoinmodo però da lasciare in vista le loro capigliature intrecciate bizzarramente;con fascie legate attorno alle anche coi capi ricadenti fino a terra e coi loromonili di orole loro collane di perle ed i loro grossi pendenti di formarotonda e smaltati a più tinte.

Alcune avevano i seni coperti da conche di rame con ghirigoriin doraturatrattenuti da cordoncini che si diramavano all'ingiro come i raggidel sole ed altreinvece del fazzoletto triangolareportavano sopra i capellidelle pittoresche acconciatureformate da lamine d'oro trattenute sul dinanzida una testa di uccello di rapina d'egual metallo.

Erano poi tutte giovani e belledi forme slanciatecollapelle bruno-dorataal pari di quella delle donne dell'Abissiniareclutandosiper lo più nelle regioni dell'alto Nilo.

Mentre gli uomini avevano circondato Ata ed i suoi compagnioffrendo delle grandi tazze di terracotta e delle anfore colme di vinolesuonatriciche non erano meno allegreavevano formato circolo intorno ad unvaso di dimensioni mostruosesormontato da un lato da una figura umana cherappresentava Manerôsl'inventore della musica secondo gli antichi e chedoveva essere colmo di vino di palmasoffiando entro i loro istrumenti epizzicando quelli a corda.

La musica era molto coltivata sotto i Faraoniquantunquel'applicassero per lo più alle feste religiosecosicché possedevano gli egiziun gran numero d'istrumenti. Per lo più erano flautitrombe di bronzo doratonon così smisurate come quelle che figurano nell'Aidaanzi cortissime;ma dal suono potentedi una grande varietà di corni di buetagliati a beccopresso l'imboccatura e che chiamavano comunemente tan; parecchie speciedi arpeper lo più altissime e di forme massicciedelle trigonedei sistri eanche certe specie di chitarrecolla cassa piccola ed il manico invecelunghissimo.

Intanto le danzatrici intrecciavano balli sulla riva delfiumefra le risagli applausi e le urla degli ubriachi.

MirinriAta e Ounisinvitati cortesemente a prendere partealla festasi erano seduti intorno ad una grossa anfora messa a lorodisposizionesorseggiando il vino di palma che veniva offerto da uno schiavoetiope.

Nessuno d'altronde aveva più fatto attenzione a loro. Tuttaquella gente allegra si era rovesciata addosso alle danzatrici o raccoltaintorno alle suonatrici.

«Osservi nulla di sospetto qui?» chiese Ounisrivolgendosiverso Ata che non pareva ancora rassicurato.

«Io non vedo altro che della gente che ha un solo desiderio:quello di divertirsi e di ubbriacarsi» disse Mirinri.

«Eppure non sono ancora tranquillomio signore» risposeAtadopo un breve silenzio.

«Perché questi uomini hanno scelto questo luogo per la lorofestaproprio qui dove ci hanno chiuso il passaggio? Questo io vorreispiegare.»

«Li ha radunati qui il casosuppongo» disse Ounis.

Ata crollò il capopoi riprese:

«Non vedo chiaro in tuttociò e faremo bene ad allontanarcinon appena il canale sarà aperto. Finché non saremo giunti a Menfinon saròmai tranquillo.»

«È non sarà invece maggiore là il pericolo?» chieseMirinri.

«Vi sono molti amici laggiù i quali sono fedeli ed hannopreparato per temio signoreun rifugio sicuro ed inviolabile. Beviamo e poiandiamocene. Noi abbiamo reso l'omaggio dovuto a Bastquindi non citratterrannose è vero che questi uomini non si occupano altro che didivertirsi.»

Vuotarono qualche tazza ancorapoi si alzarono. Stavano peravviarsi verso la rivaquando delle grida di donnaseguite tosto da urlaferocili arrestarono di colpo.

Al di là del circolo formato dalle danzatricidegli uominisi agitavano imprecandomentre una voce femminile ripeteva con vocesinghiozzante:

«Lasciatemivili!»

«La maliarda! La maliarda!» si rispondeva da tutte leparti. «Confessa dove lo hanno acciecato! Vogliamo sapere dov'è il tesoro!»

«Che cosa succede?» chiese Mirinriguardando Ata.

«Non lo so» rispose questi.

Le grida della donna continuavano a echeggiarementre gliubriachi che parevano fossero diventati improvvisamente furiosiaccorrevano datutte le partiimprecando e minacciando.

Le danzatrici e le suonatricispaventatescappavanoabbandonando queste ultime i loro strumenti musicali che venivano calpestatisenza misericordia dai bevitori.

Ad un trattoin mezzo a quel tumulto che diventavaspaventevolesi udì una voce tuonante a gridare:

«Acciechiamola e vendichiamo il povero Nufer!»

«Sìsìbruciamole gli occhi!» urlarono cento voci.«Arrossate un ferro! Ci dirà meglio la buona fortuna!»

«E c'indicherà dov'è il tesoro!» riprese la voce diprima.

Udendo quelle paroleMirinri aveva fatto un balzostrappando ad uno degli etiopi l'ascia di bronzo. Il suo braccio vigoroso alzòl'arma pesantissima come se fosse un semplice fuscello e prima che Ata ed Ounisavessero avuto il tempo di trattenerlosi era scagliato con impetoirresistibile fra gli ubriachituonando:

«Fermimiserabili! Fermi o vi uccido tutti!»

«Mirinri!» aveva gridato Ounis.

Il giovane non udiva più la voce dell'uomo che lo avevaallevato e che gli era come un secondo padre.

Colla sinistra rovesciava con forza erculea i bevitorimentre colla destra faceva volteggiare in aria l'ascia minacciando di lasciarlacadere sulle teste di quei bruti.

Intanto in mezzo alla folla una voce di donnastrillanteenergicagridava:

«Bacino di fuoco! Anima dei boschi! Faro delle tenebre!Spirito della notte! Apri a me e maledici tutti questi infami! AmpêMiripêMaTehibo Wouworetutti v'invoco!

«Seguiamolo!» aveva detto rapidamente Atarivolgendosiverso gli etiopi. «Mano alle armi e se oppongono resistenza non risparmiatenessuno.»

«Un'arma!» chiese imperiosamente Ounis. «Il mio braccio èancora robusto.»

Ata si tolse dalla cintola uno dei due pugnali di ramedallalama assai larga ed affilata e glielo porse.

«Venite!» comandò poi.

Mirinri s'apriva il passo fra la folla. Pareva un ercole omeglio un leone furibondo.

«Largo!» tuonava senza posa. «Guai a chi tocca quelladonna!»

Gli etiopi si erano già slanciati in suo aiuto. Quegliuominidi forme robustedalla muscolatura potentedovevano avere facileragione sui battellieri e sui pescatori egiziche male si reggevano sulle gambedopo tanto vino bevuto.

Con una spinta formidabile penetrarono come un cuneo in mezzoalla follache giàpassato il primo istante di stuporecercava di rinserrarein mezzo il giovane e d'impedirgli di raggiungere la fanciullache continuavaad invocare il toro delle tenebreil bacino di fuoco e tutte le divinitàinfernali in suo aiuto.

L'urto dei poderosi etiopi riuscì finalmente a sgominarequell'orda ubbriaca ed a respingerla contro i palmizi che circondavano lospiazzo.

Mirinri potè così raggiungere la donnache era statalasciata sola.

Era una bellissima giovanedi forme splendidecon una lungacapigliatura nerache portava sciolta sulle spalle invece di tenerla raccoltaod intrecciata come le donne del basso Egittocogli occhi scintillanti d'unfuoco strano e penetranti come punte di spade.

I suoi lineamenti erano d'una purezza meravigliosa e la suapelle aveva una tinta stranaparagonabile solo al bronzo doratocon delleindefinibili sfumature rossastredel più straordinario effetto.

Il petto era coperto da conche di metallo dorato; ai fianchiinvece aveva una larga fascia a varie tintericamata in argentoannodatadinanzi e coi capi cadenti fino al suolo. Al di sotto portava una kalasiris cortaa righe biancherosse ed azzurreformata da tre pezzi con quello di mezzoterminante in una punta che scendevale fino al ginocchio.

Le gambe invece erano nudeadorne però di un gran numero dianelli d'oro squisitamente cesellati e con grossi smeraldi incastonati.

Anche ai polsi aveva dei monili ricchissimi e sul petto lecadeva una collana formata da turchesi che anche una Faraona le avrebbeinvidiata.

«Chi sei tu?» chiese Mirinri colpito dall'affascinantebellezza di quella giovane e sopratutto dal fuoco intenso che le brillava nellepupille nerissime.

«Nefer la maliarda» rispose la giovane dardeggiando sulFaraone uno sguardo penetrante.

«Perché quei miserabili ti volevano uccidere?»

«Perché io leggo il futuro e volevano che additassi loro iltesoro del tempio di Kantapek.»

«Perché sei venuta qui?»

«Vado ove scintilla l'allegria.»

«Vuoi seguirmi?»

«Dove?»

«Sulla mia barca. Se rimaniquesti ubriachi tiuccideranno.»

Un rapido lampo brillò nelle pupille profonde della maliardae sul suo corpo parve passasse un fremito.

«Tu sei bello e valoroso» disse poi«ed io amo i bellied i forti. Ti devo la vita.»

«Mirinriaffrettati» disse Ounis. «Gli ubriachiritornano e sono armati. Fuggiamo!»

Il giovane Faraone lanciò intorno a sé uno sguardocorrucciato e strinse l'ascia come se si preparasse a tener fronte alla buferache lo minacciavapoi prese per mano la maliarda e la trasse viadicendo:

«Sulla mia barca nessuno più ti minaccerà.»

L'orda degli ubriachirimessasi dalla sorpresasbucavadietro i tronchi dei palmiziurlando ferocemente:

«A morte gli stranieri! Immoliamoli sull'altare di Bast!»

Non erano più inermicome quando bevevano e danzavanoattorno ai vasi monumentali che racchiudevano il vino di palma. Avevano archilanciesbarre di bronzo per parare i colpi di spadasomiglianti ai frangispadausati nel Medioevopugnali di rame ad un solo tagliosimili alle seramasascedei Merovingiascie di bronzopoi picche che terminavano verso la cima inuna specie di falce e coltellacci ricurvi dalla lama larghissima. Alcuni avevanopersino indossate delle cotte di grosso filocosparse di laminelle di metallosufficienti a ripararli dalle frecce.

Resi arditi dal troppo vino bevuto e anche dal numeros'avanzavano audacementeululando come lupi affamati ed imprecandorisoluti adimpedire ai naviganti di riattraversare il sett e di mettersi in salvosul veliero.

Atavedendo che stavano per sbarrare il passotrasse disotto la fascia un sabossia una specie di flauto obliquo e vi soffiòdentro con forzatraendo alcune note acutissimestridentiche si potevanoudite anche dall'altra parte del Nilo.

Tosto si videro gli etiopiche stavano tagliando le erbegalleggiantiinterrompere il lavoro e balzare come una legione di demoniattraverso quell'enorme agglomeramento di papiri e di lotifacendo roteare aldi sopra delle loro teste le pesanti ascie di bronzo.

«Presto» gridò Ata. «Di corsa!»

Mirinritenendo sempre per mano la maliardala qualed'altronde non sembrava affatto spaventata per la rabbia feroce che si eraimpossessata degli ubriachicon due colpi d'ascia atterrò due uomini che gliavevano puntato contro due lanciepoi in pochi slanci raggiunse la riva delfiumementre i quattro etiopi di scortaOunis e Ata coprivano la ritiratatenendo a distanza gli assalitori.

Il sacerdote specialmentequantunque vecchiolottava conuna gagliardia che destava stupore in tutti. Pareva che in tutta la sua vitainvece di far echeggiare il sistro nelle feste religiosenon avesse fatto altroche maneggiare le armi.

Cogli occhi in fiammeil viso animato da una colleraintensaadoperava la pesante ascia meglio d'un guerrieroribattendoconun'abilità straordinariai colpi che gli venivano dati.

«SàlvatiMirinri!» gridava. «Basto io per questacanaglia!»

Sarebbe stato però indubbiamente oppressoassieme ai suoicompagnise i marinai del veliero non fossero giunti in buon punto a toglierlodalle strette degli ubriachiche erano diventati più furiosi che mai.

Quei colossi dell'alto Egittotemuti dagli stessi Faraoniiquali dovevano molti secoli dopo provarne il valore e cedere loro il tronoconuna mossa fulminea coprirono Mirinri ed i suoi compagniscagliandosi poiaddosso agli assalitori con formidabili urla selvagge e massacrando senzamisericordia i più vicini.

Le asciemaneggiate da quegli atletispaccavano allalettera in due le persone che non erano leste a fuggire o producevano delleferite spaventevolida non lasciare alcuna speranza di guarigione. Bastaronodue cariche per respingere gli ubriachi verso i palmizisotto le cui larghefoglie gridavano spaventate le suonatrici e le danzatrici.

Mirinrivedendo che Ata ed Ounis non correvano ormai piùalcun pericolosi slanciò sul settassieme alla maliarda ecamminandocon precauzioneonde non affondare improvvisamente attraverso quelle masse divegetaliarrivò felicemente sotto il piccolo veliero.

Gli etiopi giungevano correndospingendo innanzi a loro Atae Ounispoiché quegli ostinati ubbriaconi tornavano alla riscossasaettandolicon nembi di freccie e lanciando certe corte lancie di ramemunite d'una puntaaguzzacon un arpione da un lato.

«Tutti a bordo!» gridò Mirinriaiutando la fanciulla aissarsi sulla scala di canapa che pendeva lungo il fianco della navicella.

Gli etiopiche non erano più in grado di far fronte agliassalitorii quali pareva che fossero aumentati di numeronon si feceroripetere l'ordine. Aggrappandosi ai bordi ed ai cordamiin un istante sitrovarono radunati sulla coperta.

«Preparate la difesa» disse Ata. «Qui gli scudi e gliarchi. Avremo da fare non poco a calmare quei furibondi.»

«Credi che ci assalgano?» chiese Mirinri.

«Non ci lascieranno tranquillimio signore» risposel'egiziano. «Hanno bevuto troppo ed il vino è salito ai loro cervelli. Dovevilasciare che uccidessero quella fanciulla che noi non conosciamo. Tu haicommesso una imprudenza che forse pagheremo cara.»

«Se è vero che io sono un Faraonemio primo dovere èquello di soccorrere i deboli e di proteggere i miei futuri sudditi» risposeMirinri con fierezza. «Mio padreal mio postoavrebbe fatto altrettanto.»

«È vero» disse Ounis. «Io ammiro il tuo coraggio e latua saggezzaFiglio del Sole. Giammai sono stato orgoglioso di te come oggi. Ungiorno hai strappatodalle mascelle d'un ingordo coccodrillouna principessa;ora hai salvato una povera fanciulla a te sconosciuta. Ecco la vera generositàd'un vero Faraone. Tu sarai grande come tuo padre!»

«Ma quegli uomini possono spegnere il futuro redell'Egitto»rispose Ata. «Siamo immobilizzati fra le erbe e abbiamo dinanziun nemico dieci volte più numeroso.»

«Mio padre non ha contato le orde caldee quando le harigettate nel mar Rosso» disse Mirinri. «Ioche ho nelle mie vene il sanguedel grande guerrieronon conterò costoro. Uno scudo ed una spada! Prestoetiopi: ecco il nemico!»

Gli ubriachiche parevano in preda ad un vero deliriobattaglierosi erano già gettati sul settincoraggiandosi con clamoriche non avevano più nulla di umano ed agitando forsennatamente le armi.

Si erano improvvisamente trasformati in guerrieri perché lamaggior parte di essi eransi muniti di grandi scudi di varie formealcuniquadratialtri ovali con pitture azzurreed altri ancora assai allungati edentellati nelle parti inferiori e superiori; per di più quasi tutti avevanoriparato il capo con una specie di berretto di cuoioche aveva due intagliperlasciar libere le orecchie.

Gli etiopiche non parevano affatto spaventatiessendoquelle genti dell'Alto Nilo d'un coraggio a tutta provaavevano portato sulponte fasci d'armi e sopratutto molti archialcuni con una sola curva ed altria duecon in mezzo un pezzo di legno per proteggere le dita dallo scatto dellacordae si erano allineati dietro ai bordicolle faretre piene di frecciedalla punta larga e mobile.

I bevitori si erano arrestati sulla riva del Nilocome sefossero indecisi sul da farsi o cercassero di rendersi un conto esatto delleforze di cui disponeva il velieroprima di tentare un attacco.

«Che non si decidano dunque?» chiese Mirinriche parevaimpaziente di provare l'emozione d'una formidabile lotta.

«Aspetteranno che i loro cervelli si snebbino un poco»rispose Ata.

«Se ne approfittassimo intanto per aprire il canale?»chiese Ounis.

«Manca molto a raggiungere le acque libere?» domandò Atavolgendosi verso gli etiopi.

«In un'ora di lavoro si potrebbe attraversare la massaerbosa che ancora ci separa» rispose uno degli etiopi.

«Che quindici uomini scendano. Gli altri rimangano a bordoper difenderli» disse Mirinri. «Affondati fra le erbe non correranno moltopericolo.»

«Obbedite a questo giovane che è il comandante» disse Ataai battellieri.

Mentre l'ordine veniva eseguitoparecchi bevitori si eranogettati sul settcoprendosi coi loro grandi scudi di cuoio e lanciandoqualche frecciaper accertarsi della forza dei loro archi.

Giunti a duecento passi dal veliero si arrestaronoaffondando le gambe nella massa erbosapoi uno di loro gridò con vocepoderosa:

«Che gli stranieri dell'Alto Nilo m'ascoltinoprima che ilsangue arrossi le acque.»

«Parla» disse Mirinriche per precauzione si teneva loscudo dinanzi al pettotemendo di ricevere qualche volata di dardi.

«V'intimiamo di renderci la maliardaavendo ormai giuratodi sacrificarla sull'altare di Bastonde il suo sangue renda più abbondante epiù generoso il vino che noi berremo l'anno venturo.»

«Quando un principe etiope prende sotto la propriaprotezione una personala difende e non la darebbe nemmeno ad un Faraone»rispose Mirinri. «Tali sono i nostri usi.»

«Allora prendi il suo posto. Solo a questo patto vilasceremo scendere il Nilo.»

«Tu non sei altro che un miserabile ubbriaconea cui ilvino ha offuscato il cervello. Né ioné la maliardané nessuno dei mieiuomini servirà di sacrificio in onore di Bast» rispose Mirinri. «Venite: viaspettiamo e vi faremo provare la tempra delle armi etiopi e la robustezza deinostri muscoli.»

Un clamore assordante coprì le sue ultime parole e l'ordadei bevitori si precipitò sul settagitando forsennatamente le armi.

Mirinri si volse e guardò la maliarda.

La giovane stava ritta contro l'albero maestrofreddaimpassibilecon una mano stretta attorno ad una corda. Solamentei suoi occhiardevano e scintillavano come quelli d'un animale notturnofra le tenebre cheavvolgevano il piccolo velieroessendo la luna allora tramontata.

 

 

CAPITOLO SETTIMO

 

La maliarda

 

Gli adoratori di Bastsempre più esaltati pel troppo vinobevuto e che non dovevano aver ancora digeritocome abbiamo dettosi eranogettati in massa sul sett muovendo risolutamente verso il velieroche sitrovava sempre stretto ed immobilizzato fra le erbe acquatichenon ostante glisforzi prodigiosi degli etiopi per aprirsi un passaggio.

Parecchi si erano muniti di rami resinosiche bruciavanocome torcie e che non dovevano certo servire a rischiarare la viaessendo lenottiin Egittod'una trasparenza meravigliosache permette di discernere unoggettoanche piccoloa distanze incredibili.

Erano appunto quelle torcie vegetali che avevanoimpressionato Atail quale non era già la prima volta che combatteva sullerive del Nilo.

«Guardiamoci!» aveva esclamato. «Ci copriranno di freccieardenti e corriamo il pericolo di morire abbruciati.»

Anche Ounis aveva aggrottata la fronte ed una profondainquietudine si era diffusa sul suo viso.

«Che il Figlio del Sole debba finire quiprima ancorad'aver potuto vedere l'orgogliosa Menfi?»

Mirinriche si sentiva ardere nelle vene il sangue di prodiguerrieriaveva prontamente organizzata la difesa. Sembrava che tutto d'untratto fosse diventato un vecchio ed esperimentato condottiero.

«Coprite il ponte colle vele ed innaffiatele d'acqua!»aveva gridato.

Poivolgendosi verso la maliardache conservava sempre lasua impassibilitàcome se tutto quello che accadeva non la riguardasseledisse:

«E turitirati nella camera di poppa.»

La maliarda scosse il capo con un gesto di diniego e silimitò a fissare con intensità il giovane.

«Mi hai compreso?» chiese Mirinristupito.

«Sì» rispose Nefer con voce dolcissimama ferma.

«Le freccie stanno per cadere e saranno munite di fiocchiinfuocati.»

«Nefer non ha paura. Se tuche mi hai salvatosfidi lamorteperché dovrò cercare di evitarla io? E poi ioumile donnasalvata date!... La luce che brilla nei tuoi occhi mi dice che il tuo corpo è divino.»

«Che cosa ne sai tu?»

«Nefer legge il futuro.»

Le grida furibonde degli ubriachi interruppero il lorodialogo. Quei frenetici accorrevano all'assalto del piccolo velierocon slancioirrefrenabilebalzando come una legione di demoni sul sett.

Ata aveva mandato un grido d'allarme:

«Attenzione!»

Gli etiopi avevano tesi gli archisaettando i più vicini etrapassandone parecchi colle loro lunghe frecciele cui punte mobili rimanevanoentro le carni.

Mirinri era a sua volta accorso dietro la muratabrandendouna mazza pesantissimacol capo dentellatoche solo il suo braccio vigorosopoteva reggere. Nella sinistra aveva lo scudo di pelle coperto di lamine dimetallo dorato e così spesso da ripararlo benissimo dai dardi nemici.

La gagliarda risposta degli etiopi arrestò per un momentogli assalitorima una voce tuonanteche si alzò in mezzo all'ordali decisea ritornare all'attacco:

«Il gran sacerdote lo vuole!»

Ata avea mandato un grido di rabbia.

«Lo avevo sospettato! Era un agguato!»

I bevitori avevano ripresa la corsa attraverso il settriparandosidietro i loro grandi scudi. Delle frecciela cui punta era impregnata d'unamateria ardenteche bruciavaspandendo una luce azzurrognolavolavanoattraverso le tenebreconficcandosi nei fianchi del veliero e control'alberaturaminacciando di sviluppare un incendio a bordo.

Gli etiopi non si perdevano tuttavia d'animoe continuavanoa saettare gli assalitorifacendone cadere parecchi sulle erbe galleggianti.Quelli che lavoravano all'apertura del canale erano pure entrati in lottaabbattendo a gran colpi d'ascia i primi arrivati.

La lotta stava per assumere proporzioni spaventosequando lavoce della maliarda echeggiò strillante fra le urla dei combattenti.

«Bacino di fuoco! Anime dei boschi! Toro delle tenebre!Spirito della notte! uditemi! Eh! Eh! Eh! Ih! Ih! Ih! Oh! Oh! Oh! Che Apiildio del Nilospenga per semprenelle viscere delle vostre donne i figlivostri; che Hakaondio della fertilitàinaridisca per sempre le vostrecampagne; che Ovadjit il simbolo del Nord e che Nekhbit il simbolo del Suddevastino l'alto e basso Egitto; che Khnumil fabbricatore degli esseri umanispenga la vostra razza infame se voi non vi arrestate! Non penetra nei vostricuori la potenza divina che il giovane guerriero emana e che io sento? Egli halo spirito d'Osiride: la sua carne è sacra. Osate toccarlo! Neferla maliardaha letto nel suo cuore: uccidetelo e l'Egitto sarà finito!»

MirinriAta e Ounisstupiti da quello strano linguaggiosierano voltati.

La maliarda stava rittarigida come una statua di bronzocolle mani alzatecome se stesse per scagliare qualche terribile maledizionegli occhi sfolgoranti d'una luce intensa ed i lineamenti alterati da una colleraimpossibile a descriversi.

Gli assalitori si erano arrestati. Pareva che un improvvisoterrore si fosse impadronito di loropoiché avevano lasciati cadere gli scudigli archi e le spade.

Ata si era slanciato verso la maliardacolla spada alzatagridando:

«Miserabile! Tu ci hai traditi annunciando la presenza d'unFaraone a bordo del mio veliero.»

«Salvo il Figlio del Sole» rispose Nefercon vocemetallica.

Mirinri aveva fermato Atail quale stava già per colpire lafanciulla.

«Non vedi che gli assalitori arretrano?» esclamò.«Perché vuoi uccidere chi mi salva?»

I bevitori infatti si ripiegavano lentamente verso la rivadel Nilosenza più scagliare alcuna freccia. Tutti i loro occhi erano fissi suMirinri e quegli sguardiche pochi momenti prima esprimevano una rabbia follesembravano terrorizzati.

L'improvvisa rivelazione della maliarda era caduta sui lorocrani eccitati dal vinocome una goccia gelatacalmando di colpo i lorocervelli.

Chi avrebbe osato lanciare ancora una freccia contro quellabarca montata da un Faraoneda un dio? Era troppo grande la potenza di queidiscendenti del Sole perché osassero rivolgere contro di loro le armi.

Se la maliarda lo aveva dettogli assalitori checome tuttigli altri egizicredevano a quelle donne che affermavano saper leggere nelfuturo e tutto indovinare di primo acchitodoveva essere vero. Lottare controun dio sarebbe stato impossibile ed i Faraoni non rappresentavano sulla terrache la più grande divinità adorata dai popoli abitatori delle terre fecondatedal Nilo.

Narrano le antiche cronache egizieche tutta quella regioneracchiusa all'est dal mar Rosso e all'ovest dal deserto libicoera stata per unnumero infinito di secoli governata da un dio chiamatosecondo gli uni Horus esecondo gli altri Osiride; che quel dio un giornostancola abbandonò nellemani d'un essere umano chiamato Mênache fu il primo dei Faraonied a cuipassò il diritto divino.

Potevano dunque quei miserabili beoni alzare le armi controun uomo che discendeva da un dio e che la maliarda aveva loro rivelato?

La ritirata degli assalitori non tardò a cambiarsi in unafuga precipitosa e ben prestocon grande stupore di Mirinriche non si rendevaancora conto della sua infinita potenzala riva del Nilo rimase deserta.

«Fuggiti tutti!» esclamòguardando Nefer che si tenevasempre ritta sulla muratacolle mani tese in alto. «Chi è costei e qualeforza occulta nasconde nel suo corpo per mettere in rotta un piccolo esercito?»

«Ella ti ha traditomio signore» disse Ata che tenevaancora la spada in mano e che pareva in preda ad una vivissima eccitazione.

«Mi ha salvato invece» rispose Mirinri.

«No: essi ormai sanno che nella mia barca si nasconde unFaraone e fra giorni questa voce giungerà a Menfi. Uccidila! Il Nilo è quiprofondo e non restituisce la preda che gli si affida. I coccodrilli farannosparire ogni traccia.»

«Quando un Faraone salvanon sopprime l'essere che hastrappato alla morte. Se è vero che sono un Figlio del Sole quella giovanedonna vivrà.»

«Ecco che parla il sangue di suo padre» disse Ounisguardandolo con ammirazione. «Tu hai ragioneMirinri. Quella fanciullachiunque siaha tratto da un grave pericolo il futuro re dell'Egitto e per noiè sacra.»

Atacome era sua abitudinescosse il capo e non risposesubito. Dopo però alcuni istanti di silenzio riprese:

«Non siamo ancora a Menfi. Quegli uomini ci avevano teso unagguato e non ci lascieranno scendere tranquillamente il Nilo. È Pepi che li hamandati. Egli ha sospettato che tumio signorenon eri morto.»

Poivolgendosi improvvisamente verso la maliardale chiese:

«Tu conoscevi quegli uomini?»

«Sì» rispose Nefer.»

«Perché hanno scelto quel luogo per ubbriacarsi efesteggiare Bast?»

«Non lo so.»

«Chi sono costoro?»

«Battellieri e pescatori ma...»

«Continua.»

«Ho notato fra di loro delle persone che non ho mai vedutonelle borgate bagnate dal Nilo.»

«Gente venuta da Menfi?»

«Lo sospetto» rispose la maliarda.

«Tu conosci questi luoghi?

«Da parecchi anni erro di villaggio in villaggiopredicandola buona e la cattiva ventura perché io so leggere nel futuro. Mia madre erauna famosa indovina.»

Mirinri si fece innanzi.

«Come hai potuto tu sospettare che io sia un Faraone?»

«Quando ti ho vedutomio signoremi sono subito sentitacorrere un fremito strano per le venequel fremito che io ho provato quandopredissi la sorte alla principessa che un mese fa salì il Nilo.»

«Come!» esclamò Mirinriche ebbe un rapido sussulto. «Tuhai veduto quella principessa?»

«Sìmio signore.»

«E le hai predetta la sorte?»

Nefer fece col capo un cenno affermativo.

«Che cosa le hai detto?» chiese Ounis con voce alterata.

La maliarda esitò un istantepoivedendo che Mirinri lafissava con uno sguardo imperiosodisse:

«Che un grande disastro minacciava suo padree che questodisastro avrebbein un tempo non lontanotravolta la sua potenza e offuscataper sempre la sua gloria.»

«Vuoi predire anche a me la mia sorte?» chiese il giovaneFaraone.

«Sìma non ora» rispose Nefer. «Bisogna che aspetti lospuntare del sole perché tu sei un Figlio del Sole e non già delle tenebre. Inquel momento l'anima del grande Osiride vibrerà nel mio cervello e la profeziasarà più sicuraperché ispirata da lui.»

«Aspetterò» disse Mirinri«quantunque io creda pocoalle tue profezie.»

«Eppuremio signoreti ho dato poco fa la prova che iodifficilmente m'inganno. Solo io ho riconosciuto in te un essere divino e me nesono accorta appena ti vidi dinanzi a me.»

«Forse tu lo avevi saputo prima.»

«In quale modomio signoree da chi?»

«Dai bevitori.»

«Io non ho mai udito parlare da loro che aspettassero unFaraone.»

«Loroforse no; quelli che tu sospetti giunti da Menfisì; dovevano saperlo od almeno sospettare che su questa barca si trovava ilfiglio di un grande Faraone» disse Ata. «La festa non doveva essere che unpretesto per nascondere un agguato e uccidere il futuro Figlio del Sole.»

«Io non ho parlato con loroquindi non potevo saperenulla.»

«E perché ti volevano uccidere?» chiese Ounis.

«Per vendicare la morte d'un giovane pescatore che era statomio fidanzato e cheper appagare la mia smania di ricchezzasi era recato neltempio di Kantapek a raccogliervi l'oro colà nascosto.»

«Che istoria ci narri tu?» chiese Ataguardandola condiffidenza.

Nefer stava per risponderequando delle grida di stupore eanche di terrore s'alzarono fra gli etiopi che stavano tagliando l'ultimo trattodel sett.

«Tornano i beoni?» chiese Ataslanciandosi versoprora.

«Guardatepadroneguardate!» gridavano gli etiopi.

«Dove? Non vedo nessuno sulla riva» rispose Ata.

«Làin alto.»

Tutti alzarono gli occhi e con loro grande stupore scorserovolteggiare al di sopra delle palmeche coprivano la riva del Niloun numeroinfinito di punti luminosi che avevano dei riflessi azzurrognoli e che pareva sidirigessero verso il veliero.

«Che cosa sono?» chiese Mirinri. «Delle stelle?»

«Sìdelle stelle che portano fuoco alla nostra nave se nonfuggiamo» rispose Ata. «Quei miserabili non hanno avuto il coraggio diassalire un Faraonema si servono dei volatili.»

Si volse verso gli etiopiche avevano sospeso il lavoro eche guardavano con ispavento quella falange immensa di punti luminosiches'accostava con rapidità prodigiosa.

«Quanto manca perché il passo sia libero?» chiese.

«Fra cinque minuti la massa erbosa sarà tagliata» risposeuno per tutti.

«Affrettatevi se vi è cara la vita. Questo pericolo èforse peggiore dell'altro. Sei uomini a bordo per spiegare le vele. Il vento èfavorevole e la corrente è forte al di là della barra.»

Poitornando verso Ounis e Mirinriaggiunse:

«Prendete gli archi e non risparmiate le freccie. Fra pochiminuti saremo avvolti in una rete di fuoco. Che il grande Osiride protegga ilfuturo re dell'Egitto.»

 

 

8. I piccioni incendiarii

 

L'uso dei piccioni viaggiatori in guerra e anche come rapidiausiliari del servizio postalerisale alla più remota antichità e gli egizisembra che siano stati i primi a servirsi di quei gentili messaggericomefurono pure quelli che più lungamente degli altri popoli li adoperarono.

Li ammaestravano sopratutto per la guerraonde ardere lecittà che resistevano troppo ai loro assaltifacendo di essi degli uccelliincendiarii. Possessori di materie ardentiche non si spegnevano nemmenocoll'acqua e che dovevano essere forse simili ai famosi fuochi greci di cui fuperduto per sempre il segretousavano attaccarli alla coda di quei graziosi edintelligenti volatili ed a colpi di freccia dirigevano grosse schiere sullecittà assediatedeterminando in tal modo degli incendii spaventevolichecostringevano ben presto i difensori alla resa.

Non furono d'altronde i soli antichi egizi a servirsi deipiccioni viaggiatori. Anche i grecimolte migliaia d'anni più tardiliadoperarono pei servizi di guerradel commercio e sopratutto nei giuochiolimpici. I giostratori che prendevano parte a quelle sfide atletichelimandavano regolarmente ai lontani parenti ed amiciapportatori di loro novelle.

Dicesi che Anacreonteche visse 500 anni avanti l'êravolgarespedì un piccione a Bathylllatore d'una sua lettera e Pherekratersnarrò ai suoi tempi- 430 anni prima della nascita di Cristo- che in Atene ipiccioni servivano di messaggeri per le corrispondenze fra paesi e paesi.

Anche i romani se ne servironoavendo appreso dai Grecil'arte di ammaestrarli e Plinio anzi racconta dei messaggi di guerra scambiatisiper loro mezzodurante l'assedio di Mutinaesecondo Gelianolo stessoavvenne fra Pisa e Algina.

Nessuno però giunse ad addestrare quei volatili come isudditi dei Faraoni e servirsene per incendiare le città e talvolta perfino leflotte nemicheche s'impegnavano nei canali dell'immenso delta del Nilo.

Erano forse quei piccioni di specie diversa e piùintelligente di quella odierna? Può darsi che appartenessero a quella chiamatapiù tardi di Bagdaddi cui si servirono i mussulmani per una lunga serie dianni e che è anche oggidì la migliore.

Lo stormo immensosegnalato dagli etiopis'avvicinavarapido al Nilosolcando le tenebre come una tromba di scintillespinte da unvento impetuoso. La sua mèta era decisa: la barca montata dal giovane Faraone.

Gli ubriachi o almeno coloro che li avevano aizzati contro inavigantinon osando assalire direttamente il Figlio del Solesi erano servitidei piccioni per combatterlo o meglio per annientarloprima che potessegiungere a Menfi. Era quella una prova chiara che alcuni conoscevano l'esistenzadel figlio del grande Tetiil vincitore dei Caldei e che qualcuno aveva traditoil segretocosì gelosamente conservato per tanti anni.

«Lo vedimio signore» disse Atarivolgendosi versoMirinriche guardavasenza manifestare alcuna apprensionequel turbine difuoco che stava per abbattersi sulla nave sempre immobilizzata. «Tu non volevicredere che quegli uomini ti avevano preparato un agguato!»

«Sìavevi ragione» rispose il giovane. «Ed oragiungeranno qui quei volatili?»

«Certo.»

«Ma chi li dirige?»

«Non vedisignoresui fianchi di quell'immenso stormosalire verso il cielo delle freccie fiammeggiantiper impedire ai colombi didisperdersi?»

«Sìscorgo infatti delle linee di fuoco che s'alzano fra ipalmizi e che formano come una rete ardente.»

«Sono gli adoratori di Bast.»

«Non mi sembra tuttavia che noi corriamo un pericolo cosìgrave come crediAta» disse Ounis. «Le nostre vele sono ancora calate e queivolatili non fanno altro che passare in mezzo a noi.»

«È veroma molti cadranno qui arsi ed il fuoco che portanoappeso alla coda s'appiccherà al ponte. Avranno prima calcolata la durata dellacorda che sostiene la materia ardente. Guardaguarda bene: non vedi che ifuochi cominciano già a cadere?»

«Facciamo affrettare il taglio del canale» disse Mirinri.

«Se possiamo uscire dalle erbe prima che quei volatili sianoquinon avremo più nulla da temere.»

«Manca molto?» gridò Atarivolgendosi agli etiopi.

«Pochi colpi ancorasignore» risposero.

«Sbrigatevi: i colombi giungono.»

In quel momento Nefer che fino allora era rimasta muta senzamai staccarenemmeno un solo istantegli sguardi da Mirinrifece udire la suavoce.

«Io lancierò la maledizione sui messaggeri dell'aria»disse. «Isidela grande dea delle incantatricimi udrà e ci proteggerà daquesto nuovo pericolo.»

Un sorriso d'incredulità apparve sulle labbra del giovaneFaraone.

«Provati» le disse.

Neferil cui viso bellissimo appariva in quell'istantetrasfigurato ed i cui occhi si erano nuovamente accesi di quella strana fiammache aveva colpito Mirinrisi slanciò verso la poppa del piccolo velierosalìsulla murata con un solo saltopoitendendo le braccia verso la tromba difuoco che filava già al di sopra delle palme costeggianti la riva del Nilolasciando cadere di quando in quando delle fiamme che non si spegnevano nemmenose andavano a finire fra gli umidi papirigridòcon voce stridula:

«O Isidegrande dea delle incantatricivieni a me eliberaci dal pericolo che minaccia il giovane Figlio del Sole. VieniHoruscoltuo sparviero! Egli è piccoloma tu sei grande! Egli è debolema tu puoidargli la forza e disperderà i tristi volatili che stanno per piombare su dinoi. Dea del dolore e dio del doloredea dei morti e dio dei mortisalvatevostro figlio che ha nelle sue vene il sangue di Horus. Io sono entrata nelfuocoio sono uscita dall'acqua e non sono morta. O Solefa parlare la tualingua! O grande Osiride intercedi e scatena la tua potenza. Venite tuttiliberateci dal perigliosalvate il giovane Faraone. Dio del doloredea deldolore: dio dei mortidea dei mortiaccorrete!»

Così parlandola maliarda vibrava tuttacome se una forzamisteriosa facesse sussultare le sue carni. I suoi lunghi capelli nericheerano sciolti sulle nude spallesi attortigliavano come serpenti attorno al suosuperbo collo ed i suoi braccialetti ed i suoi monili tintinnavanoarmoniosamente.

Mirinri la guardava stupitochiedendosi se quella bellissimafanciulla era stata creata da un buon dio o da qualche genio del male. Vi eraperò nel suo sguardo qualche cosa più dello stupore: vi era dell'ammirazione.

«Questa fanciulla vale la Faraona che mi ha stregato»mormorò ad un tratto.

Quantunque avesse pronunciate quelle parole con una vocecosì bassa da non poterle udire nemmeno Ata che gli stava pressola maliardagirò lentamente il capo verso di lui e un sorriso le apparve sulla piccolabocca.

Poi si rizzò tuttamostrando le sue forme scultorieche laleggera kalasiris multicolore appena velava efissando i suoi occhisulle stellemormorò a sua volta:

«Morireche importa? Scendere nel regno delle tenebre sìma col bacio del Figlio del Sole sulle labbra!»

Un gran gridouscito dai petti degli etiopistrappòMirinri da quella contemplazione e fece sobbalzare Ata e Ounis.

«Il passo è aperto!»

La correntefino allora trattenuta dalla massa del settirrompevagorgogliando attraverso il canaleaperto dalle scuri di bronzo degli erculeifigli dell'alto Nilo. Il piccolo velieronon trattenuto da nessuna cordacominciava a scivolare fra i papiri e le foglie del lotocon un dolce fruscìo.

«A bordo! In alto le vele!» tuonò Ataslanciandosi altimone. «Il vento soffia dal sud! Iside ha ascoltato l'invocazione dellamaliarda!»

Pareva infatti che la dea delle incantatrici non fosse statasorda alle parole di Neferpoiché la tromba di fuoco cominciava a disperdersiforse perché non più guidata dalle freccie fiammeggiantiavendo dovuto gliarcieri arrestarsi sulle rive del Nilo.

Era formata da migliaia e migliaia di piccionicheportavanoappesa alla codaun pezzo di materia ardente che bruciavaspandendoall'intorno quella luce azzurrognola che si osserva nel zolfo liquefatto.

Di quando in quando un gran numero di colombiinvestiti dalfuococadevano nel fiumee quella strana materia anche a contatto coll'acquanon cessava di arderecrepitando fra i papiri e le larghe foglie di loto.

Quell'uragano di fuoco passòcon velocità vertiginosadietro la poppa del veliero ad un tiro d'arco e proseguì la corsa disordinataverso la riva opposta al fiume giganteilluminando fantasticamente le tenebre.

Nefer non aveva abbandonata la murataquantunque parecchipiccioni fossero caduti dinanzi a lei. Sempre rittacome una meravigliosastatua di bronzocon un braccio alzato in atto di scagliare qualche nuovamaledizionecol petto sporgenteaveva sfidato intrepidamente il nemboinfuocatoripetendo:

«Isis! Isis! Grande divinitàproteggi il giovane Figliodel Sole!»

Quando tutti quei fuochi si perdettero nel lontano orizzonteal di là delle immense foreste che coprivano la riva opposta del Nilo e ilvelierouscito ormai dal canale con tanta fatica apertosi cullò sulle acqueliberesi volse verso Mirinriche non aveva cessato di guardarla.

«Sei salvoFiglio del Sole!» gli disse.

«Quale potere soprannaturale possiedi tu?» chiese ilgiovane. «Io scorgo nei tuoi occhi una fiamma che la figlia dei Faraoni nonaveva.»

Nefer ebbe un sussulto ed il suo viso si contrassedolorosamente. Stette un momentocome immersa in un profondo pensieropoichiesecon uno strano tono di voce:

«Di quale figlia del Faraone intendi di parlaremiosignore?»

«Di quella a cui tu predicesti la ventura.»

«Tu l'hai veduta?»

«L'ho salvata anzi dalla morte.»

«Come hai salvato me!» esclamò la maliardacon un sordosinghiozzo.

«L'ho strappata dalle fauci d'un coccodrillo.»

«E ti hain compensobruciato il cuoreè vero miosignore?»

«Che cosa ne sai tu?» chiese Mirinriaggrottando lafronte.

«Forse che io non leggo nel passato e nel futuro e tuttoindovino?»

«Ah! È verome l'hai detto: anzi aspetto la tuaprofezia.»

Nefer guardò il cielo. Le stelle declinavano ed in mezzo aloro scintillavapresso l'orizzontela cometa. La fissò per parecchi istantipoi ripresecome parlando fra sé:

«È quella che racchiude il tuo destinomio signore. Ma iodevo attendere lo spuntare del soleda cui tutti i Faraoni sono discesi.»

«Mancherà ancora qualche ora.»

Ounis interruppe la loro conversazionechiedendo a Mirinri:

«Vedi più nulla tuche hai gli occhi migliori dei mieisulla riva destra?»

«No» rispose il giovane dopo d'aver lanciato un rapidosguardo al di sotto dei palmizi. «Io credo che gli ubbriaconiveduti i lorosforzi inutilise ne siano andati o russeranno sotto le piante attorno ai vasidi vino di palma.»

«E noi approfitteremo per poggiare verso la riva opposta»disse Atache aveva fatto spiegare le immense vele. «Colà vi sono delle isoleche formano molti canali e che non sono abitate che da ippopotamidacoccodrillida ibis e da pellicani.»

«Potremo passare inosservati?»

«Lo credomio signore» rispose Ata a Mirinri. «D'orainnanzi noi dobbiamo prendere le più grandi precauzioni o Pepi ci faràarrestareprima che noi possiamo scorgere gli alti obelischi della superbaMenfi. Si sa già che sulla mia barca si nasconde il figlio del grande Teti el'usurpatore farà il possibile per darci in pasto ai coccodrilli del Nilo.»

«Attraversiamo il fiume dunque» disse Mirinri«eguardiamoci dagli agguati.»

Il piccolo velieroche aveva il vento in favoretagliòobliquamente la correnteaccostandosi alla riva sinistra che appariva copertada colossali palme dum e fiancheggiata da una fitta rete di papiri e dipiante del loto.

 

 

CAPITOLO NONO

 

Il tempio dei re nubiani

 

Mentre il legno costeggiava la spondadondolandosileggermentespinto da una fresca brezza che soffiava dal sud e che gonfiava lesue enormi veleMirinriche non sentiva ancora alcun desiderio di riposarsidopo tante emozionisi era seduto sul casseretto di poppaabbandonandosi allesue fantasticherie. Pensava ai begli occhi della giovane Faraonache avevasalvato dalle acque di quel fiume e che per tante notti aveva turbato i suoisonni ed i suoi sogniod alle future grandezze verso le quali muovevaconanimo decisopronto a tuttopur di conquistarle? Forse solo la maliarda che siera coricata a breve distanza da luisu un tappeto di fibre di papirointrecciate e lo scrutava attentamentecon uno sguardo intensomagneticoavrebbe potuto dirlo.

Raggomitolata quasi su se stessa come una serpecolle nudebraccia puntate sul tappeto e che di quando in quando provavano come un fremitoche faceva tintinnare i numerosi braccialetti d'orola testa bellissima alzatacome una leonessa in agguato che cerca sorprendere il minimo rumore che leindica la presenza d'una preda o d'un nemicoseguiva le diverse impressioni chesi manifestavano sul viso del giovane Faraone.

Di quando in quando un sussulto scuoteva il suo corpofacendo ondeggiare la leggerissima kalasiris e sulla fronte passava comeun'ombra. Mirinriimmerso nei suoi pensieripareva che non si fosse nemmenoaccorto della vicinanza della maliarda. Tuttavia sia che lo sguardo di quellafanciulla gli penetrasse fino nell'anima od altrodi quando in quandoinvolontariamente girava lentamente la testa verso di lei e faceva un gesto comeper allontanare qualche ombra che gli appariva dinanzi.

La barca intanto scendeva lentamente il Nilo; le velesbattevano sotto i colpi irregolari della brezza notturnai lunghi pennoniscricchiolavanourtando contro gli alberi e le corde davano dei suoni strani.Qualche ibische sonnecchiava fra i papiri o sulle larghe foglie del lotofuggivarasentando le acquemandando un grido di spavento e scompariva fra lepalme che proiettavano sulla riva delle cupe ombre.

Nessuno a bordo parlava. Gli etiopiappoggiati alle muratescrutavano attentamente le tenebre. Ounis e Ataseduti a proraguardavanodinanzi a lorosenza scambiarsi una parola. Il primo teneva gli occhi fissisulla cometa che stava per scomparire dietro i grandi alberiil secondoosservava le acque.

Ad un tratto Mirinri si scosse e parve che solo alloras'accorgesse della presenza di Nefer.

«Che fai quifanciulla?» le chiese. «Perché non vai ariposarti?»

«Non dorme il Figlio del Sole» rispose la maliardaconvoce così dolce che sembrò al giovane Faraone come una musica lontana.

«Io sono un uomo già abituato alle lunghe veglie deldeserto» rispose Mirinri.

«Ed io devo aspettare la comparsa del sole per predirti labuona o cattiva venturamio signore.»

«Ah! Me n'ero già scordato» disse il giovanesorridendo.«La statua di Memnone suonò quando la interrogai; il fiore della risurrezionedi Osiride dischiuse le sue corolle quando lo bagnai. Quale sarà la tuaprofezia? Buona o cattiva?»

«Il primo raggio di sole lo dirà» rispose Nefer. «È luiche deve ispirarmi.»

Mirinri stette un momento silenziosopoi riprese:

«Ah! Tu devi ancora dirci chi seida dove vieni e perché idevoti di Bast volevano acciecarti. Quale sinistra istoria ti avvolge?»

La maliarda lo guardò senza risponderecon una certaangosciache non isfuggì al giovane Faraone.

«E noi» proseguì Mirinri«non sappiamo ancora se tu cisei nemica od amica.»

«Io tua nemica!» esclamò Nefercon dolore. «Nemica ditemio signoreche mi hai strappata dalle mani di quei miserabili?»

Si alzòguardando dapprima le stellepoi le placide acquedel Nilo sussurranti lievemente fra le radici e le foglie del loto bianco eroseopoitendendo la destra verso il sudcon un gesto tragico disse:

«Sono nata laggiùnella Nubia neradove i grandi fiumiportano il loro tributo alle acque del maestoso Nilo. Mio padre non era distirpe divina come temio signorenondimeno era un gran capo e mia madre erauna sacerdotessa del tempio di Kintar. La mia giovinezza si perde nelle nebbiedel sacro fiume. Mi ricordo vagamente di vasti palazzi scintillanti d'oro; ditempli immensi; di obelischi tanto alti che quando l'uragano infuriava parevache toccassero le nubi; di guerrieri neri come l'ebanoarmati di scuri dipietra e d'archiche obbedivano a mio padre come se fossero schiavi. Mi pareche io fossi felice. Bambinanuotavo nel gran fiume o solcavo le sue acque subarche dorate. Delle donne suonavano presso di me non so quali istrumenti e miservivano in ginocchio. Un triste giorno tutto scomparve: popolopadreguerrierigrandezzapotenza. Una valanga d'uomini giunta dal Basso Egittopassò come una tromba devastatrice sul mio paese e tutto disperse. Erano gliegizi del delta che invadevano la Nubia: erano i guerrieri di Pepil'usurpatore».

«L'usurpatore!» esclamò Mirinri. «Che cosa ne sai tu?»

«Tutto il Basso e Alto Egitto parla di quell'uomo e sisussurra che il figlio di Teti è stato rapito da una mano amica per paura chePepi lo uccidesse e che è vivo.»

«Ah!» fece il giovane Faraone. «ContinuaNefer.»

«Mio padre fu ucciso alla testa dei suoi guerrierimentredifendeva disperatamente il suo territorio contro forze dieci volte superiori edil suo corpocrivellato di feritefu gettato in pasto ai voraci coccodrillidel Nilo. Il suo popolo fu dispersole sue borgate incendiatele donne ed ifanciulli tratti in schiavitù a Menfi.»

«Anche tu?»

«Sìmio signorema appena mia madreoppressa dallefatiche immani che le faceva subire il suo crudele padrone si spenseio fuggiisu una barca che risaliva il Nilo e vissi predicando la ventura o suonando nellefeste il ban-it (l'arpa).»

«Ciò però non mi spiega il motivo per cui ti volevanoacciecare» disse Ounische si era silenziosamente accostato e che aveva uditele ultime parole della fanciulla.

«Volevano far subire anche a me il crudele trattamentoinflitto al primo uomo che amai» disse Nefer.

«Chi era costui?» chiese Mirinri.

«Il padrone della barca che mi aiutò a fuggire» risposela maliardacon un sospiro. «Era un giovane leale e coraggiosoche mi avevaamata ardentementema mi sembrava troppo povero per meche discendo da unacasta elevata. Mi era fissa in testa di valermi di quello sventurato perriconquistare il paese strappato a mio padre. Fu una sera che andai a trovarlosulla riva del Niloper metterlo a parte dei miei progetti. Egli mi avevaparlato sovente d'un tempio meravigliosoche sorgeva nel mezzo d'una foltissimaforesta che copriva una grande isola del fiume e che si diceva contenesse deitesori incalcolabiliaccumulati dagli antichi re nubiani. Avevo contato appuntosu quelle ricchezze favolose per armare degli schiavi e assoldare dei guerrierionde mi aiutassero a scacciare gli egizi che spadroneggiavano sulle terre chem'appartenevano. Avevo però udito raccontare che di tutti coloro che si eranoavventurati su quell'isola per scoprire quel tempiopiù nessuno era ritornato.Erano stati divorati dalle belve che infestavano quella cupa foresta o vi eranodei guardiani che vegliavano sulle ricchezze degli antichi re nubiani? Finoallora nessuno aveva potuto dir nulla. Invasa adunque dal desideriod'impadronirmi di quei tesoriesposi al mio fidanzato le mie intenzioni.

«Era solo sulla barca quella seraavendo mandato a terratutti i suoi uomini. Come al solito era tetro e pensierosoperché si struggevad'amore per me e guardava distrattamente il sole morente che lanciava i suoiultimi raggi obliquamentecome una pioggia d'orosulle acque limacciose delfiume. Gli esposi il mio progettodichiarandogli nettamente che non mi avrebbesposata se non sulle terre di mio padre sgombre dagli egizi o mai. Egli miascoltò in silenziopoiquand'io ebbi finitos'alzòdicendomi con vocerecisa: - La tua volontà sarà fatta; io andrò ad impossessarmi del tesoro deire nubiani e con quell'oro armerò un esercito. Addio Neferluce dei mieiocchi. Seentro otto giorninon mi vedrai ritornare quivuol dire che la deadella morte mi avrà toccato colle sue nere ali e sarai libera di sceglierti unaltro uomo. -

«Strappai dalla riva una foglia di loto e gliela porsidicendogli: - Prendila e serbala come un mio ricordo. Io l'ho baciataio l'hoposata sul mio cuore: essa ti darà coraggio. -

«L'indomani il mio fidanzato approdava sulle spondedell'isola misteriosa. Attraversò la folta foresta senza scorgere nessunonéuomini né animali e giunse ben presto dinanzi ad un vasto tempio la cui portaera aperta. Non ebbe nemmeno un attimo di esitazione. Entrò in una sala immensapavimentata a piastrelle bianche e nereche portavano incise delle foglie diloto e degli ibis colle ali spiegate. Una semi oscurità regnava là dentro e dafessure invisibili sfuggivano delle nuvolette di fumo fortemente impregnate d'unprofumo acutissimo.»

«Ma come conosci tu questi particolari?» chiese Ounischeascoltava con vivo interesse quella strana istoria.

«Li appresi dal mio fidanzato durante i suoi brevi istantidi lucidità» rispose Nefer.

«Dunque non fu ucciso?» disse Mirinri.

«Aspetta ed ascoltamimio signore.»

«Continua dunque.»

«Il mio fidanzato esaminò le paretinon avendo vedutaalcuna porta in nessun luogo e scoprì finalmente una lastra di marmo nero sucui era inciso un fiore di loto. Istintivamente posò un dito su quel fiore e lapietra girò subito su se stessa lasciando vedere uno stretto corridoio alla cuiestremità brillava una luce vivissima. Egli era un uomo d'un coraggio a tuttaprova e poi il pensiero di poter realizzare la promessa fattamilo spingeva aqualunque rischio.

«Entrò dunque nel corridoio e sbucò in un'altra salacontornata da una triplice fila di colonne che si perdevano in una oscuritàmisteriosa.

«Nel centro inveceuna luce verdastra scaturiva dallepietre che formavano il suolopermettendo al mio fidanzato di scorgere deigrandi vasi di bronzoricolmi fino alla bocca di orodi smeraldidi rubinidi zaffiri e di turchesi. Ad una estremitàsu un largo gradinovi erano duesfingi che sembravano d'oro massiccio e che avevano gli occhi formati da grossirubini. Il mio fidanzato si era fermatonon osando immergere le sue mani inquei vasima poicome spinto da una forza misteriosasalì il gradino epassò fra i due leoni. Una tenda pareva che nascondesse qualche altrameraviglia. L'alzò colle mani tremanti ed un grido di stupored'ammirazione enell'istesso tempo di timore gli sfuggì dalle labbra. Presso un gran bacinod'argentonel cui centro scintillava una fiamma rossaera sortaimprovvisamente una giovane donna d'una bellezza meravigliosa. Un leggero velocostellato di zaffiri e di smeraldicopriva il suo corpo fine e flessibilelesue braccia erano cerchiate di pesanti braccialetti e la sua frontericca d'unacapigliatura nera come l'ebanoera adorna d'uno smeraldo d'uno splendore ed'una grossezza incredibile».

Nefer si era arrestata. La sua destra si portòcomeinvolontariamentesulla fronte e alzò i capelli che le cadevano fino quasisugli occhi.

Ounis e Mirinriche la guardavano attentamentevideroscaturire al di sotto dei capelli come un lampo verdastro.

Lo proiettava una grossa pietraforse uno smeraldo simile aquello che portava la giovane misteriosa che era comparsa presso il bacinod'argentonel cui centro fiammeggiava la lingua di fuoco rosso.

Nefer che si era forse accorta della loro sorpresanonlasciò loro tempo di rivolgerle alcuna domanda.

«Il mio fidanzato» continuò«cogli occhi pieni diquella visione meravigliosa che oltrepassava in splendore tutto quanto avevapotuto sognaresi era lasciato cadere lentamente sulle ginocchiatenendo lemani verso l'apparizione radiosa ed immobileche lo fissava con uno sguardopenetrante come la punta di una spada. In quel momento egli si era scordato dime ed i suoi giuramenti d'amore si erano dileguati. Egli non mirava più leimmense ricchezzeche dovevano servire a liberare le terre di mio padre daiguerrieri di Pepi; quella donna era il tesoro impareggiabileche valeva millevolte tutto ciò che era racchiuso nei vasi.

«Era appena caduto in ginocchio dinanzi a quell'apparizionedivinaquando sentì una mano posarglisi su una spalla. Presso di luiottosacerdotiracchiusi in lunghe e candide vesticoi volti coperti da lunghebarbe bianchestavano rigidiimplacabili. Uno di essicolui che l'avevatoccatogli dissecurvandolo al suolo con forza sovrumana: - Tu hai volutovedere e tu hai veduto. Quale desideri di tutti i tesori racchiusi in questotempio? È l'oro il padrone del mondo o sono le pietre preziose rutilanti dilucedagli splendori abbaglianti che acciecano le fanciulle? Parla e scegli!

«Perduto nella sua contemplazioneil mio fidanzato tese lemani verso la donna bellissimache stava sempre fitta dinanzi al gran bacinod'argentoilluminata dai rossi riflessi della fiamma: - Lei è il tesoro che iodesidero! - esclamò il disgraziato- Nefer è nulla in confronto a lei e l'hogià scordata. Regina di beltài miei occhi non vedranno d'ora innanzi che tedivinità scesa sulla terra. Io non desidero né pietre preziosené quell'oroche è la leva del mondo; chiedo solo che mi sia permesso di contemplare dicontinuo la tua raggiante bellezzao fanciulla divina. Preferirei di non piùvedere la luce del giornopiuttosto che cessare d'ammirarti.

«La giovane fece un gestopoi disse: - Che sia fatta la tuavolontà. La tua risposta ti salva l'esistenzapoiché tu hai scelto la miabellezzaperfezione eternaalle immense ricchezze accumulate in questo tempioda secoli e secoli dagli antichi sovrani dell'Alto Nilo. Ma tu non ignori checoloro che vollero vedermi non ritornanoa meno che non siano Figli del Soledei Faraoni. Più fortunato di costorotu rientrerai nel mondoma non potraivedere altre meravigliené narrare a chicchessia quello che hai veduto. Va'ammira prima beneriempi i tuoi occhi della mia bellezza divinapoi rientranell'oscurità fino al giorno della tua morte.

«Il mio fidanzatosempre inginocchiato dinanzi alla radiosavisionepareva che non l'ascoltasse. Tutta la sua vita era concentrata nei suoiocchiche teneva fissi su quella meravigliosa bellezza.

«Ad un tratto un urlo atroce gli irruppe dal petto. Uno deisacerdoti gli aveva toccate le pupille con un bidente di bronzo arroventatodicendogli posciacon voce ironica: - Nella notte che d'ora innanzi tiavvolgerà tu avrai sempre presente la visione superba della beltà eterna chetu sapesti apprezzare meglio dei tesori racchiusi in questo tempio degli antichire nubiani efino alla morteavrai per te solo l'immagine divina di quella chehai contemplato ed il suo ricordo farà battere per sempre il tuo cuore.

«Che cosa accadde poi? Io non te lo saprei diremiosignore» proseguì la maliarda. «Alcuni giorni dopoil mio fidanzato furaccoltoda un suo amico che passava per caso presso l'isola maledetta collasua barcamentre errava sulla sponda. Egli era cieco e pazzo e non parlava chedella divina visione del tempio misterioso. Ecco il perché gli adoratori diBast volevano far subire anche a me la pena dell'acciecamentoper vendicare ilmio compagno».

«È vivo ancora quel disgraziato?» chiese Ounis.

«No» rispose la maliarda«un giorno credendo di udire lavoce della divina visione sorgere dalle acque del Nilosi precipitò nel fiumeed i coccodrilli lo divorarono.»

Ounis fece un gesto di collera.

«Che cos'hai?» chiese Mirinria cui non era sfuggitoquell'atto.

«Io molti anni or sono ho udito parlare di quel tempiomeraviglioso. Era l'epoca in cui le legioni caldee irrompevano sul nostro paesee lo stato si trovava sprovvisto di denaro per armare nuovi eserciti. Un uomoche forse sapeva dove trovavasi quell'isola e che probabilmente non ignorava chefra quei boschi si celava il tesoro degli antichi re nubianipropose a tuopadre di mandare della gente fidata ad impadronirsi di quelle ricchezze. Levicende della guerra impedirono a Teti di occuparsi di quell'impresa e più maise ne parlò. Forse tuo padre non credeva a quell'istoria.»

«E chi fu a parlarne?» chiese Mirinri.

«Pepil'usurpatore.»

«Mio zio?»

«Sìlui stesso. Se si potesse sapere dove si trovanoquelle ricchezzesarebbero per noi d'immensa utilità pei nostri futuriprogetti. L'oro è il nerbo della guerra e quello che possediamo non potrebbeforse bastare per colpire a morte le forze di quell'uomo.»

Udendo quelle parole un lampo brillò nelle pupille nerissimedella maliarda. Guardò Ounispoi Mirinriche appariva pensierosopreoccupatopoi disse:

«Ma io so dove si trova quell'isola» disse.

«Tu?» esclamarono ad una voce Mirinri ed il vecchiosacerdote.

«Sìil mio fidanzato me lo ha detto.»

«È lontana?» chiese Ounis.

«Meno di quello che tu credisacerdote.»

«Ne sei ben certa?»

«Saprei condurti anche cogli occhi bendatiperché dopo lapazzia del mio fidanzatomi ci sono recata colla speranza d'impadronirmi diquel tesoro. Vuoi venire?»

«Sai tu innanzi a tutto chi abita quel tempio?» chieseMirinri.

Neferinvece di risponderesi alzò di scattoguardandoverso oriente. Le tenebre erano scomparsele stelle stavano per dileguarsisotto la brusca invasione della luce e l'astro radioso stava per comparire.

«Il solela grande anima d'Osiride!» esclamò. «È ilmomento della profezia. Dammi la tua frontefiglio della luce eternache maisi oscurané di giornoné di notte e che scintilla sempre nelle profonditàdel cielo.»

Mirinri si era pure alzatosorridendo sardonicamente.

«Ecco la mia testa» disse. «Che cosa vuoi cavare dal miocervello?

«Voglio leggere il tuo destino» disse Nefer.

«Provati.»

La maliarda guardò il soleche cominciava allora adapparire al di sopra dei palmizi che coprivano la riva del maestoso fiume.Pareva che i suoi occhi non soffrissero per l'intensa luce che si riflettevasulle acque del Nilo.

«Sèb» gridò con voce stridula«tu che rappresenti laterra nostra! Nout che rappresenti le tenebre! Nou che sei l'emblema delleacque! Neftys che proteggi i morti! Râche sei il disco solareApi cherappresenti il Nilo e tugrande Osiride che nel tuo cuore batte l'anima delsoleispiratemi! Tothil dio che ha la testa dell'ibisl'uccello sacrocheè l'inventore di tutte le scienze; Logas che rappresenti la ragione e che aiuticoi tuoi consigli e che sei la forza creatricedatemi la forza di predire ildestino a questo giovane Faraone!

Nefer fissava il sole cogli occhi aperticome se i raggi nonle offendessero le pupille ed era invasa da un forte fremito. Sussultavano tuttele sue membra ed i suoi fianchi dalla curva elegante e pareva che perfino i suoilunghi capelli neri provassero delle strane vibrazioni. Stette parecchi istantirittain una posa superba in faccia all'astro diurno che sorgeva sfolgorante addi sopra dei palmizitutta avvolta nella luce dorata. Ad un tratto si portò lemani agli occhi e se li nascose.

«Vedo» disse con voce fremente«un giovane Faraone cheatterra un re ed un vecchio che gl'impone di ucciderlo. Vedo una fanciullabella come un sole quando lambesul tramontol'orizzonte e lancia i suoiultimi raggi sulle acque del Nilo. Vi è una nebbia dinanzi a me. Quali misterinasconde? Oh velo impenetrabilesciogliti! Noè sempre densosempre denso!Perché non lo posso lacerare? La mia potenza di maliardafiglia d'una grandemaliarda nubianamancherebbe in questo momento? Il giovane Faraone sale altoaltovittorioso su tutto e su tutti! Ah! La cattiva stella! Sarà fatale aqualcuno! Vedo una fanciulla che piange e le sue lagrime si cambiano insangue... Osiride! Grande Osiridelascia che io veda il suo viso! È unafanciulla che muore... dal suo petto squarciato vedo cadere una pioggia rossa...il Faraone sarà fatale a qualcuna... tutto è finito!».

Nefercome se le forze l'avessero improvvisamenteabbandonatavacillòpoi cadde fra le braccia di Mirinri che gli stava dietro.

A quel contattoil corpo della maliarda sussultò tuttocome se avesse ricevuto una scarica elettrica e anche quello del giovane Faraoneebbe un fremito.

Ounische assisteva alla scenacorrugò la frontema fu unlampo.

«Meglio che sia la maliarda della Nubia che bruci il cuoredi Mirinripiuttosto che la Faraona» mormorò. «Chissà che cosa serba ildestino?»

Con un gesto chiamò alcuni etiopi.

«Portate questa fanciulla in una cabina» disse. «Habisogno di riposarsi.»

I battellieri sollevarono Neferche pareva assopita e laportarono nel casotto di poppa.

«Che cosa ne pensi tu della profezia di quella fanciulla?»chiese il sacerdotevolgendosi verso Mirinri che pareva fosse ricaduto nellesue meditazioni.

«Non so» rispose il giovane«se debbo crederle.»

«Che cosa dice il tuo cuore?»

Mirinri stette un momento esitantepoi rispose:

«Il sogno sarebbe troppo bello. Potenza e gloria! Mi sembratroppo.»

«Credi di essere veramente un Figlio del Sole? Suonò lapietra di Memnone; schiuse le sue corolle il fiore eterno d'Osiride; parlò lamaliarda.»

«Sìnon ho alcun dubbio d'aver nelle vene il sangue delvincitore delle legioni Caldee... Ma chi sarà quella fanciulla a cui saròfatale? La prima donna che io ho veduta e che ho strappata alla morte?»

«La pensi sempre dunque?»

«Sìsempre» rispose Mirinri con un sospiro. «Quellafanciulla che pur discende al pari di me dal solem'ha stregato.»

«Una nemica!»

«Chi lo sa?»

«Che tu dovresti odiare.»

«TaciOunis. Il destino mio non ha forse ancora scrittol'ultimo papiro.»

 

 

CAPITOLO DECIMO

 

La barca dei gatti

 

Il piccolo legno continuava a scendere il Nilo.

Mirinriseduto sul casserettopareva che avesse ormaidimenticato la profezia della maliarda. Colle mani strette attorno al visoguardava sempre dinanzi a sécome se la visione della Faraonache avevastrappato dalle fauci ingorde del coccodrillogli danzasse sempre dinanzi.

Ounisappoggiato alla murataguardava distrattamente leacque del fiume; non parlava.

Gli etiopiritti presso le scotte delle immense velenonfiatavanoin attesa che un colpo di vento li obbligasse a qualche nuovamanovra.

Anche Atache stava appoggiato sulla murata di prorarestava muto.

Dalla riva e dai banchi di sabbiacoperti da papirifrotteimmense d'ibis si alzavanosalutando il sole con strida prolungate. Passavano astormi immensi attraverso il ponte del piccolo velierocolle lunghe zampe teseed il collo più teso ancoracome per augurare il buon giorno agli etiopi diAtaforti della loro impunità.

Chi d'altronde avrebbe osato importunarli? Quale audaceavrebbe lanciato su quei trampolieri una freccia? In quelle epoche lontane eranouccelli sacrida qualunque suddito dei Faraoni rispettatiperché anche queivolatili avevano il loro dio: Toth.

Ma forse gli antichi egizi li avevano consacrati per unmotivo ben più importante; probabilmente per le stesse ragioni che dopo moltecentinaia di secoli decisero gl'inglesi a proibire la distruzione dei marabùnelle Indieed i messicani ed i popoli dell'America meridionale a farrispettare gli urubuscome volatili preziosi e necessari per la salutepubblica.

Ed infatti guai se l'Egitto non avesse le sue ibis; se lepianure gangetiche dell'India non avessero i giganteschi marabù e le cittàamericane mancassero degli urubus.

Questi tre volatili sono dei veri cenciaiuoliche non hannoche un solo scopo: quello di divorare tutte le carogne e tutte le immondizieche potrebberosotto quei climi caldissimisviluppare delle terribili malattiecontagiose.

I servizi che rendeva l'ibisspecialmente nei tempi passatierano così apprezzati dai Faraoniche non tardarono a farne un volatile sacrotanto più che erano quegli uccelli che colla loro comparsa annunciavano labenefica e periodica inondazione del Nilo.

Ai fecondi straripamenti del fiume gigante la superstizioneegizia associava sempre l'ibis il quale si lasciava docilmente adorareaccontentandosi per suo conto di rimpinzarsi di vermidi lucertoledi serpidi rospie delle carogne che la piena trascinava e che poi lasciava disperseper le campagne.

Caduta la fede l'uccello sacro scosse le ali ed esulò.

Oggidì infatti non lo si trova che nell'Alto Egittodove siè ritirato come in un santuario.

Tra lo scetticismo moderno ed i suoi rimpianti religiosi egliha posto una barriera: la grande cateratta del Nilo.

Il suo solo altare è il fango della rivadove il suo beccorazzolafacendo prodigiose ecatombi d'insetti e di malefici rettili. Non èpiù adesso che un semplice trampolierema qualche volta si direbbe che sirammenti d'essere stato un tempo qualche cosa.

Scuote le sue ali spennacchiate e raddrizza la testavenerabilecome volesse dire: un giorno sono stato dio.

Il veliero s'avanzava dolcementeessendo la brezzadebolissima e soffiando irregolarmente. Ata aveva lasciato la prora e si eramesso dietro al lungo remo che serviva da timoneper guidare personalmente illegnoessendo in quel punto il Nilo ingombro d'isolotticoperti di papirialtissimi che formavano delle vere foreste.

Anticamente tutto il corso di quel superbo fiume era copertoda papiripianta che oggi invece è quasi completamente scomparsa e che gliegizi di quei tempi ritenevanoa ragionepreziosissima.

E forse non avevano tortoperché da essa ricavavano moltecose utilissime. Ed infatti dalle parti inferioritagliate presso le radicinetraevano un alimento che serviva a sfamare le classi povere; colle foglieformavano panieriventagli e molte altre cose utilissime; colle fibre formavanouna specie di carta o meglio di fogli lunghi trenta centimetri e larghi dacinque a sei; colle pellicolesovrapposte a più stratifabbricavano i lorosandali. Riuniti i flessibili tronchiottenevano dei canotti leggerichebastavano per attraversare il Nilo. Era insommaassieme al lotola piantanazionale.

Per un paio d'ore il piccolo veliero sfilò attraverso icanali formati da quella moltitudine d'isolepoi sboccò all'aperto. Il grandefiume si svolgevacolla sua enorme massa d'acqueserpeggiando fra due lineed'alberi che appena si distinguevanotanto le rive erano lontane l'unadall'altra.

«Io credo che non avremo per ora più nulla a temeremiosignore» disse Atavolgendosi verso Mirinri. «Era fra quelle isole che iotemeva qualche nuovo agguato. In queste acque sgombrenon ci assaliranno atradimento.»

«E quando giungeremo a Menfi?» chiese il giovane Faraonescuotendosi.

«Vi è del tempomio signoree poi non dobbiamo averfretta. L'allarme deve essere stato dato e noi dovremo avanzarci con infiniteprecauzioni. Degli altri agguati ci verranno tesinon dubitare.»

«Che ci spiino?»

«È probabile. Sono certo chesotto gli alberi che copronole rivedegli sguardi ci seguono per sapere dove andiamo.»

«E non vi è modo d'ingannare quegli spioni?»

«Forsequando ci getteremo fra i canali del delta. Colànon sarà cosa facile il sorvegliarci. Le isole pullulano di rettili e dicoccodrilli e guai agli uomini che osassero scendere su quei banchiche il lotoed i papiri coprono.»

«Vi è forse un modo per ingannarli» disse Ounische finoallora era rimasto silenzioso.

«Quale?» chiese Ata.

«Far credere loro che non è Menfi la nostra rottabensìl'isola misteriosache racchiude sotto le sue foreste il tempio degli antichire nubiani. Giacché si dice che nessun uomo che si è avventurato su quellerive è mai tornato vivosi potrà credere alla nostra morte. Nefer sa ovequella terra si trovaandiamoci. Inganneremo le spie di Pepi ese è vero chevi sono colà delle ricchezze favoloseconquisteremo un buon nerbo per laguerra che faremo all'usurpatore. Nell'incontro con quella strana fanciulla vedoqualche cosa di soprannaturale.»

«Ciò sembra anche a me» disse Ata. «È il destino che cel'ha mandata.»

Un riso stridulo fece volgere la testa ai tre uomini. Neferstava dietro di loro guardando Mirinri coi suoi occhioni penetrantisempreanimati da quella fiamma che pareva volesse bruciare il cuore di coloro che laguardavano.

«Perché ridiNefer?» chiese il giovane Faraone.

«Perché credete che anche in me vi sia qualche cosa didivino» rispose la fanciulla.

«Se non nel tuo corpoalmeno nei tuoi occhiNefer» disseMirinri. «Io non so il perchétutte le volte che tu mi guardimi pare che unraggio ardente mi tocchi il cuore e che lo turbi.»

«Non ti guarderò piùmio signorese ciò ti spiace.»

«Oh nofanciulla! Quel raggio non mi farà malenébrucerà la dolce visione che vi vive sempre dentro.»

Nefer ebbe un lievo sussultoche sfuggì a Mirinri e unlampo di tristezza infinita si diffuse sul suo bel viso.

Si ravviò con un moto nervoso i suoi lunghi capellipoidopo d'aver guardato il Nilodisse:

«Vuoi che ti conduca dunque in quell'isolaove si trovano itesori degli antichi re nubiani? Volevo fartene anch'io la proposta.

«Perché?» chiese Mirinri.

«Per vendicare il mio fidanzato e per dare al futuro Faraonei mezzi di riconquistare il trono dei suoi avi.»

«Mi sembrafanciullache tu sappia troppe cose cheriguardano noi» disse Ounisguardandola un po' sospettosamente.

«Non sono una indovina io forse?» disse la fanciulla.

«Un'indovina meravigliosa di certo» rispose il sacerdote«che rapisce i segreti meglio nascosti.»

«Fatti predire da costei la sorteOunis» disse Mirinri.

Il vecchio scosse il capopoi rispose con voce risoluta:

«No.»

«Avresti paura?»

«Sono vecchio e se anche mi annunciasse una morte moltoprossima che m'importerebbe? Mi rincrescerebbe solo per teche io devo guidarealla vittoria e alla vendetta.»

Poicambiando bruscamente tonochiese:

«È lontana quell'isola?»

«Ti ho detto che non la vedremo prima di due giorni dinavigazione. Sorge là dove il Nilo è più largodopo Khibon (l'attualeborgata di El-Hibik).»

«Il paese è tutto deserto all'intorno?»

«Sìperché tutti hanno paura dei misteriosi abitanti cheoccupano quel tempio meraviglioso.»

«Non sai chi sono costoro?» chiese Mirinri.

«Si dice che siano degli spiriti dei re etiopi e dei lorograndi sacerdoti.»

«Esseri difficili a vincersise fossero realmente tali.»

«Non ci sono ioforse?» disse Nefer. «Lancerò contro diloro un potente scongiuro che li renderà innocuimio signore. Hai pur veduto ipiccioni incendiari deviare; come mi hanno obbedito i volatiliobbediranno purle ombre dei re etiopi e dei loro sacerdoti.»

«Strana fanciulla!» esclamò Mirinri. «Uno non riusciràmai a comprenderti.»

Un indefinibile sorriso comparve sulle labbra di Neferpoisubito come un'ombra passò sulla sua fronte ed un lieve sospiro le sfuggìamala pena represso.

«Seguite sempre la riva sinistrafino all'altezza delgigantesco obelisco di Nofirkeril settimo Faraone della seconda dinastia. Làsi apre il canale che conduce nell'isola del tesoro degli etiopi.»

Si sedette presso Mirinri e non parlò più. Anche il giovaneera diventato muto e pareva che non pensasse più alla terra misteriosa.

Il piccolo veliero aveva allora attraversato nuovamente ilfiumeche in quel luogo misurava più di tre miglia di larghezza e seguiva lariva sinistra mantenendosi ad una distanza di qualche centinaio di metri.

Dei grandi banchiformati da loti bianchi ed azzurriloobbligavano di quando in quando a deviarenascondendo quel fogliame deibassifondi.

A quelle pianteoggidì diventate piuttosto rarespecialmente quelle che portano i fiori azzurrigli antichi egizi dedicavano unvero culto. Non vi erano per loro fiori più apprezzati e ne usavano largamentesia nelle festecome nei funerali. Ed infatti se ne sono ritrovati in grannumerodisseccati e riuniti in forma di coronein tutte le tombenellepiramidi come entro le ricche bare dei grandi personaggiin compagnia dei libridei morticome chiamavano i papiri funerariiquei rotoli lunghi quindicimetriscritti con inchiostro rosso e nero e adorni di disegni a vari colori chedescrivono il viaggio dell'anima bell'oltretomba.

Insomma il papiro ed il loto erano le due piante nazionalidei Faraoni e godevano eguale estimazione.

Impiegavano il loto nella medicina come refrigerantee nemangiavano avidamente i semiesclusi quelli prodotti dal loto roseoche eranointerdetti a tuttiai preti come al popoloperché quel fiore era consacratoal dio solare pel motivo curioso che in essiallorquando l'astro divino sta perscomparirele loro fibre inferiori si contraggono e li attirano sotto le acque.

Le dame egiziane sopratutto avevano una vera venerazionesimile a quella che hanno le donne del Giappone pel crisantemo. Nelle lorovisite se ne adornavano e ne tenevano in mano e non è raro vedere ancorasopratutto sui monumenti innalzati all'epoca dei Ramessididelle donne tutteavvolte in una specie di diadema di forma spiralecompletamente fatto di fioridi loto.

Quando la barca guidata da Ata rasentava quei banchi copertidi quegli splendidi fiorinubi di uccelli acquatici s'alzavano con un gridìoassordante eattraverso le larghe foglieapparivano mostruose teste dicoccodrillidisturbati nel loro riposo o teste enormi di colossali ippopotami.

Questi due pericolosi animaliormai quasi scomparsi nelmedio e nel basso corso del Niloerano abbondantissimi al tempo dei Faraoni esopratutto i canali intricati del delta ne erano infestatiquantunque ancheallora i cacciatori egiziani non risparmiassero gl'ippopotami onde impedire aquei voraci divoratori di cereali di distruggere i loro campi coltivati.

Montati su leggerissime piroghe formate di fusti di papiristrettamente annodatili circondavano con un grande coraggioquando si offrivaloro l'occasione e con dei solidi arpionitrattenuti da solide cordeliuccidevano in gran numeronon ostante che in alcuni luoghi quei grossi animalifossero adorati sotto il nome di dab.

È strano però che gli antichi egizi non avessero moltapassione per la carne di quegli anfibiche asserivano essere dura e coriaceaquasi nemmeno mangiabilementre tutte le popolazioni africane la trovano nonmeno gustosa di quella del maialeopinione condivisa da molti navigatorieuropei che hanno potuto assaggiarla.

Che gli antichi egizi avessero altri gusti o che gliippopotami abbiano migliorata la loro carne? Sarebbe un po' difficile a dirlo.

Né gli etiopiné Ata s'inquietavano della presenza di queimostriessendo la barca troppo solida per venire assalita ed affondatausandoi carpentieri del Niloanche in quei tempidelle tavole grossissime nellecostruzioni dei loro navigli.

Tutta la loro attenzione era sempre rivolta verso i banchiche si moltiplicavanoessendo il Nilo uno dei fiumi più capricciosi dellaterra. Si può dire che ad ogni piena il suo corso si modifica e che làdoveprima esisteva abbastanza fondo per lasciare il passo alle naviben sovente nonsi trovi nemmeno un piede d'acqua.

Già il sole stava nuovamente per tramontare ed i navigantisi apprestavano a spingere la barca verso la rivaper cenare a terranonosando avanzare prima che non fosse sorta la lunaquando Atache sospettavasempre qualche nuovo agguatosegnalò una barca armata d'una sola velachescendeva il fiume attraverso gli isolottiseguendo la medesima rotta tenutadalla sua.

Quantunque la comparsa di un altro veliero su quel fiumenulla avesse di straordinarioavendo i sudditi dei Faraoni frequenti rapporticoi Nubiani e cogli Etiopipure il sospettoso cospiratore aggrottò la frontedicendo:

«Vorrei sapere perché quella barca segue la riva sinistradel Nilomentre sulla destra la corrente è più forte e le acque sono piùsgombre.»

Mirinri e Ounis si erano alzatiguardando nella direzioneche Ata indicava.

«Che cosa temi da quella barca cheper portatanonraggiunge la metà della nostra e che non avrà che un meschino equipaggio?»chiese il Faraone.

«Potrebbe essere montata da emissari di Pepidecisi a tuttoe pronti a giocarci qualsiasi pessimo tiro» rispose l'egiziano.

«E la prudenza non è mai troppa nelle condizioni in cui citroviamo» aggiunse Ounis.

«Che cosa decidi?» chiese Mirinri.

«Di fermarci qui» rispose Ata. «Il fondo mi sembra buonoe siamo protetti dalla riva da una serie di banchi che pulluleranno dicoccodrilli. Nessuno oserebbespecialmente di notteattraversarli.»

Gli etiopiche aspettavano i suoi comandiad un suo segnoaffondarono due pesanti massi attaccati ad una cordache allora servivanod'àncora e s'affrettarono ad abbassare sul ponte le vele.

«Ceniamo in coperta» disse Ataquando la manovra fufinita. «Così potremo seguire le mosse di quella barcache mi sembra abbial'intenzione di ancorarsi vicino a noi.»

Il pasto fu fatto alla lestapoiché gli antichi egizianinon erano meno parchi di quelli moderni. Mentre questiparliamo del popolosiaccontentano di un piatto di fave e di lenticchielegumi che invece eranoproibiti al tempo dei Faraoninon si sa per quale motivogli antichi sisfamavano con semi di loto biancodi radichette di papiridi prezzemolo ed'altri vegetali ricavati per lo più dalle piante acquatiche del Nilo.

Solo nelle grandi occasioni si permettevano il lusso di farapparire sulle loro magre mense qualche gru di Numidiavolatili che eranoriusciti chissà con quali arti a rendere domesticie che riunivano in truppenumerose per mandarle a pascolare nei campiguidandole con poderosi colpi dibastone dati sulle lunghe gambe.

Annaffiata la cena con alcuni sorsi di birraMirinriAta eOunis si misero in osservazione dietro al casottomentre gli etiopi portavanoin coperta delle armionde essere pronti a respingere qualunque attacco.

La barca segnalatache non era allora più lontana dicinquecento metripareva che avesse proprio l'intenzione di accostarsi alveliero di Ata.

Non essendo ancora scese le tenebrequantunque la lucecominciasse a dileguarsiAta potè scorgere sulla tolda della barcache era apontesei o sette uominiche avevano dei grembiali di pelle stretti attornoalle renie che si aggiravano in mezzo ad un gran numero di cesteformate dacorteccie di papiro.

«Sono trafficanti che vanno a Menfi» disse Ata.

«Come lo sai tu?» chiese Mirinri.

«Non odimio signore?» disse l'egiziano ridendo.

Mirinri tese gli orecchi e udì distintamente dei miagoliiche parevano uscissero dalle gole di bestie furibonde.

«Un carico di gatti» disse Ataprevenendo la risposta diMirinri. «Serviranno probabilmente a ripopolare qualche tempio costruito direcente.»

 

 

CAPITOLO UNDICESIMO

 

Misterioso convegno

 

Come abbiamo già altrove accennatoal tempo dei Faraoni igattima più specialmente le gatteerano tenute in conto di animali sacrianzi i più sacri fra tuttimolto al di sopra perfino dell'ibis.

Tutto il popolo egizianosia del basso che dell'alto Niloaveva una venerazione estrema per questi cacciatori di topi e vi erano perfinodei templi dedicati esclusivamente a quei graziosi felinidove se nemantenevano a migliaia e migliaia.

Il fanatismo per loro era spinto a tale eccesso chequandoscoppiava qualche incendiosi lasciavano magari arrostire le personema sisalvava ad ogni costo il gatto della casa.

D'altronde leggi severissime li proteggevano. Qualunquesuddito che ne avesse ucciso qualcunosia pure anche per accidentevenivairremissibilmente condannato a morte. Si narra anziche dopo la conquistadell'Egitto da parte dei romaniavendo un giornoun cittadino dell'imperoinun momento di colleraammazzato uno di quegli animaliscoppiò fra lapopolazione una tale sommossa da mettere in serio pericolo le legioni latine eda costringere il governo di Roma ad inviare truppe per sedarla!

Quando morivano - di morte naturale s'intende - gli Egizianili imbalsamavano e li mandavanocome abbiamo già vedutoa tener compagnia aiFaraoni ed ai personaggi più cospicui sepolti nelle piramidi o negli immensimausolei delle più distinte famiglie.

La loro effige poi si trovava dovunque: sulle facciate deitemplisui monumentisugli obelischi. Le donne poi ci tenevano ad avernedipinti perfino sui loro oggetti di tolettasui vasi contenenti i profumi e suiloro gioielli.

Ma ciò che più sorprende si è chequantunque il gatto nonsia più adorato oggidì in Egittoné sia più considerato come un animalesacroanche gli arabi o egizi moderni lo tengono ancora in grandeconsiderazione.

Eppure i mussulmani non hanno mai avuto un dio gatto od unadea gatta.

Tuttavia anche oggidì al Cairo si destina ogni anno unacerta somma per nutrire i gatti affamati e la grande carovana che si reca ognianno alla Meccaè accompagnata sempre da una vecchia che porta sul suocammello un carico di quei felini e che viene perciò chiamata la mamma deigatti.

Vi sono perfino delle persone che lasciano delle renditeabbastanza vistose per i mici affamati.

Le richieste di gatti erano sempre numerose a Menfi ed ilcommercio ne era sempre fiorentissimo e molte barche venivano mandate ogni annonell'alto Egitto per fare incettapresso i nubianionde i templi ne avesseroun numero considerevole.

Non c'era quindi nulla di straordinario nell'arrivo di quellabarca piena di cesteche dapprima aveva tanto allarmato il diffidente Ata.

«Non devono essere spioni quelli» disse Ata. «Sonocertamente degli onesti commercianti che nulla hanno da fare con Pepi.Lasciamoli pure accostare.»

La barca dei gattiche si lasciava portare dalla correnteessendo il vento cadutoandò ad affondare le sue àncoreo meglio i suoimassi di pietraa una decina di metri dal veliero di Ata.

Un vecchioche portava una barba posticcia fatta con unacoda di bue e che aveva la testa difesa da una parruccavedendo Ata ed i suoicompagnili salutò colla manogridando:

«Che il grande Osiride vi sia propiziofratellie cheSebek - il dio coccodrillo - vi guardi dai souq()e dai kale().

«Che Khnum - il dio fabbricatore degli essere umani - ticonservi lunga vita» rispose Ata. «Dove vai?»

«A Menfi.»

«Che cosa porti?»

«Dei gatti pel tempio di Hathor» rispose il barcaiolo.«Una malattia è scoppiata fra quelle bestie sacre e sono incaricato di farlesurrogare con altre più sane e più robuste.»

«Vieni dalla Nubia?»

«Sìmio signore. E tu dove vai?»

«Devo fermarmi in parecchi luoghi.»

«Buona nottemio signore. Siamo molto stanchi e abbiamobisogno di riposo.»

Si ritrasse dalla prorama prima fissò intensamente Neferche stava dietro ad Ataritta su una cassain modo da poter essere ben vistada tutto l'equipaggio di quella barca.

Lo sguardo del vecchio e quello della maliarda s'incrociaronoe sulle labbra dell'uno e su quelle porpuree dell'altra apparve un leggerosorriso.

«Andiamo anche noi a riposarci» disse Ata. «Non abbiamonulla da temere da quegli uomini e la notte scorsa non abbiamo chiuso gliocchi.»

Gli uomini della barca dei gatti si erano ritirati e sotto icasotti di prora e di poppa e sulla loro tolda non si udiva che qualchemiagolìo soffocato.

«Va' a dormire anche tufanciulla» disse Mirinri a Nefer.La maliarda scosse il capo.

«Lasciami qui a studiare gli astrimio signore» risposedopo una breve esitazione.

Vi era nella voce armoniosa della bella etiope una certavibrazione che colpì il giovane.

«Perché la tua voce trema?» egli chiese.

«Mi accade sempre cosìdopo d'aver predetto il futuro aqualche illustre personaggio. Non farci casomio signore.»

«Le notti sono umide sul Nilo.»

«Nefer abita da molti anni le rive del sacro fiume ed èabituata al suo clima.»

«Che cosa vuoi strappare agli astri? Non ti basta averinterrogata stamane la grande anima d'Osiride?»

«Voglio conoscere anch'io il mio destino e questa notte èpropizia. Il cielo è limpido e saprò scoprire la stella che mi riguarda. Buonanottemio signore: va' a riposarti.»

«Strana fanciulla» mormorò Mirinridirigendosi verso ilcasotto di poppa.

Nefer era rimasta immobileguardandolo allontanarsi. Ad uncerto momento ebbe come un sussulto e aprì la boccaquasicché volesserichiamarloperò nessun suono le uscì.

Quando il giovane scomparveun lungo sospiro le sfuggì eabbandonò le braccia lungo il corpo con un moto di scoraggiamentoabbassandocontemporaneamente il mento sul petto.

«L'ha troppo profondamente colpito quella donna. Il sanguedei due Faraoni si è incontrato e forse entrambi i cuori battono ormai. Chiarresterà il loro palpito? Chi cancellerà dai loro sguardi la visione dell'unoe dell'altra? Ah! Grande sacerdoteio credo che tu ti sia ingannato sullapotenza dei miei occhi!

Attraversò lentamentesfiorando appena le tavole dellatolda coi suoi piedini nudifacendo lievemente tintinnare gli anelli d'oro chele ornavano le caviglie e andò ad appoggiarsi alla murata poppiera.

Una grande calma regnava sull'immensa fiumana. Le acque sisvolgevano lente e gorgogliavano dolcemente fra i papiri e le foglie di loto.

Le stellescintillanti come poche volte Nefer le avevavedutesalivano lentamente nel cielo trasparente e all'orizzonte scintillavaancora la cometa.

Una fresca brezzacarica del dolcissimo profumo dei lotibianchiazzurri e rossisibilava fra i cordami della navefacendo fremereleggermente le vele semicalate sulla tolda.

Nefer conservava una immobilità assoluta. I suoi sguardistavano sempre fissi sulla barca dei gatti la qualesia che i suoi battellieriavessero allentate un po' le funi che la trattenevano ai due massi calati sulfondo del fiume o che la corrente l'avesse fatta deviareerasi lentamenteaccostata al veliero d'Atain modo che quasi lo rasentava.

Ad un tratto la fanciulla si scosse. Un'ombra era comparsasulla tolda della barca e scivolava silenziosamente verso la prora che era asolo qualche metro dal veliero. Nello scorgerla la maliarda ebbe un sussulto.

Gettò un rapido sguardo dietro di sé. Quattro etiopilasciati di guardiastavano accoccolati presso l'albero di trinchetto ediscorrevano a bassa vocesenza occuparsi della fanciulla.

Quando questa tornò a curvarsi sulla murata di poppal'ombra aveva già raggiunta la prora della barca dei gatti.

«M'intendi tuNefer?» chiese.

«Sì» rispose la maliarda.

«È lui?»

«Ormai non vi è più da dubitare.»

«Proprio il figlio di Teti?»

«Sì.»

«Il grande sacerdote d'Iside non si era dunque ingannato.»

Nefer non rispose.

«Hanno creduto alla storia che tu hai loro narrato?»

«L'hanno ritenuta vera» disse Nefer abbassando la voce.

«Sarai capace di condurli in quell'isola?»

«M'hanno incaricata di guidarli.»

L'uomoche non era altro che il vecchio che aveva salutatoper primo Atafece udire un risolino sardonico.

«Sei una vera maliardaNefer» disse. «Tu tornerai agodere gli splendori della corte.»

La fanciulla sospirò a lungo.

«Egli ti aspetta nel tempio» riprese il vecchio. «Guai ate se non saprai indurlo a seguirti e poi hai giuratodinanzi ad Hathor ed aIsidedi obbedirlo.»

«Obbedirò.»

«Sei riuscita ad ammaliarlo?»

«Non so ancora nulla.»

«Non resisterà a lungo dinanzi alla tua bellezza. Pepistesso cadrebbe vinto dinanzi a te.»

«Ma forse non il giovane Faraone» disse Nefer con profondatristezza.

«Bisogna che ceda.»

«Mi proverò.»

«Egli non deve giungere a Menfim'hai capito. È l'ordinedi Pepi e del grande sacerdote.»

«Lo incatenerò fra le mie braccia nel tempio degli antichire Nubiani. Va': ci rivedremo sull'isola.

Il vecchio le fece colla mano un gesto d'addio e s'allontanòsenza far rumorescomparendo fra le vele calate sulla tolda.

Nefer stette un momento immobilecome immersa in profondipensieripoi alzò il capo e fissò per qualche tempo una stella chescintillava presso la prima dell'Orsa Maggiore.

«Sempre pallida» mormorò. «Quando la tua luceaumenterà? Se è vero che anche tu sei un solebrilla più viva per lafelicità di Nefer.»

Si coprì gli occhi colle manirizzandosi tuttacon unamossa felinae mormorando a mezza voce:

«Sarà lui che vincerà la maliarda; non io lui. Il fuocoarderà il mio cuorema suo resterà freddo. Tutti cadranno dinanzi al miosguardo e alle mie malìefuorché il giovane Faraone. La vedela sogna:perché sono giunta troppo tardi? Maledetta Faraonache la dea della morte tisfiori colle sue nere ali. Fatalità! La grande luce di Osiride non entrerà chenel suo cuore e giammai nel mio!

Levò le mani e guardò in alto. La luna sorgeva allora al disopra delle immense foglie piumate delle palme ed i suoi raggi facevanoscintillare le acque del Nilo come argento fuso.

«Astro della nottedimmi anche tu quale sarà il miodestino.»

Una nuvoletta in quel momento passò dinanzi alla lunaoscurandola lievemente. Nefer scosse tristemente il capo.

«Tutto è contro di me» disse. «Tutti gli astri mipredicono che la sventura piomberà un giorno su di me. Ah! Figlio del Soletuspezzerai la mia vita!»

Attraversò il casseretto come un'ombrasenza produrre ilpiù lieve rumoresi arrestò un istante a guardare gli etiopi di guardiachestavano ancora accoccolati presso l'albero di trinchettoraccontandosi chissàquali istoriepoi entrò nel casottodove le era stata destinata una dellepiccole cabine...

Quando Ata risalì in copertail sole era già un po' alto esulle acque del Nilo passavano stormi immensi d'ibische parevano diretti versoil basso corso.

Appena dato uno sguardo intornos'accorse che la barca deigatti non vi era più.

«Già partiti?» chiese ad uno degli etiopi di guardia.

«Sìpadrone» rispose il negro.

«Da molto?»

«Hanno spiegata la vela dopo mezzanotte.»

«Perché tanta fretta?»

«Mi hanno incaricato di salutarti e mi hanno detto chepartivano perché vogliono giungere a Menfi prima della piena del Nilo.»

«Infatti queste bande di uccelli che passano a massecompatte l'annunciano» disse Ataparlando fra sé. «Noi non abbiamo frettaanzi nessuna fretta.»

Poialzando la vocecomandò:

«Spiegate le vele.»

Mirinri e Ounis uscivano in quel momento dal casotto dipoppaaccompagnati da Nefer.

La fanciulla pareva che non avesse dormitopoiché i suoiocchi sembravano stanchi. Aveva già fatta la sua tolettariunendo in trecce isuoi bellissimi capelliche aveva poi stretti dietro la nuca con una pezzuolavariegata di finissimo lino a cui aveva appeso una lastrina di metallo doratorappresentante Pesil deforme sposo di Hatorla Venere degli egiziani.

Si era inoltre dorate le unghiecome si usava inquell'epocae si era strofinato il corpo con una certa polvere che lasciavasulla pelle dei riflessi d'un verde bronzato del più gradevole aspettoe avevaprofumate le vesti di mendesiumun profumo composto di resinedi mirradi miele e di cannelladi cui le donne egiziane facevano un consumo enorme eche per lo più veniva preparato dalle sacerdotessedovendo servire anche nellecerimonie religiose.

Mirinri involontariamenteappena uscito dal casottosi erafermato a guardarla.

«Sei bellaNeferpiù bella d'ieri» disse.

La maliarda ebbe un sorriso indefinibile.

«Dove hai trovato i profumi?»

«Li porto racchiusi nei miei gioiellimio signore. Neivillaggi lontani io non potrei trovare tutto ciò che occorre alla toletta d'unaindovina. Ah! Passano le ibis! Annunciano la piena.»

«Che c'impedisca di raggiungere l'isola misteriosa?»

«Al contrariomio signore. L'acqua coprirà tutte le rive eallagherà i boschi e le campagne; ma per quanto s'innalzi non potrà invaderele terre di quell'isola.»

Mirinri stette silenzioso per qualche istanteseguendo collosguardo gli stormi d'ibis che passavanosenza alcun timoreal di sopra delpiccolo velieropoi riprese:

«Sei mai stata a Menfi tuNefer?»

«Vi sono natamio signore: mi pare di avertelo giàdetto.»

«È vero che il palazzo dei Faraoni è il più grandiosomonumento che abbiano innalzato gli Egiziani?»

«Non potresti fartene un'idea se non lo vedi coi tuoi propriocchiFiglio del Sole. Ma forse un giorno tu non solo lo vedraima anche loabiterai.»

«Forse» disse Mirinriguardando fissa la maliarda. «Ilmio posto è là e non qui; e v'entrerò da vincitore e da re.»

Sul viso di Nefer passò come un'ombra di profonda tristezza.

«Tu pensi sempre a qualcuna che siede troppo vicina al tronodel Faraoneche oggi impera sul basso e sull'alto Egitto. Guarda che quelladonna non ti porti sventura.»

Mirinri sorrisefacendo contemporaneamente un gesto come diuno che dimostra di essere troppo sicuro di sé.

«Camminerò dirittosenza esitarefinché avrò compiutala mia missione» disse poicon voce ferma.

«Puoi incontrare sulla tua strada degli ostacoliche forsenon supponi quali possano essere.»

«Li spezzeròNefer. Il mio braccio non tremerà.»

«Ed il cuore?»

«Che cosa vuoi dire?»

«Sarà forte come il tuo braccio?»

«E perché no?»

«Avvampa di già per una fanciullache non so se sarà tuaamica.»

Mirinri sospirò e si passò due o tre volte una mano sullafronteche si era improvvisamente imperlata di sudore.

«Sì» disse poicome parlando fra sé«non mi sarà maiamica.»

«Vi sono altre donne che valgono quella e che possonoesserti devote fino alla morte. Tu sei bellosei giovanesei valorososei unFiglio del Sole: quale cuore di femmina non batterebbe forte per te?»

«È impossibile» rispose il giovane. «Quella fu la primadonna che vidi e che sentii tremare fra le mie braccia e che mi alitò in visoil suo respiro profumato. Ella ha acceso nel mio cuore un tale fuocoche nonpotrà estinguersi che colla mia morte. Che importa a me che ella mi sia ogginemica? Cederà innanzi all'immensità del mio affetto per lei. La vendetta edil suo amore: ecco il solo scopo della mia esistenza.»

Nefer ebbe un sussulto così forte che i cerchi d'oro che leornavano le gambe e le belle braccia tintinnarono rumorosamente.

«Che cos'haiNefer?» chiese Mirinrivolgendosi verso dilei.

«Mi è sembrato che in questo momento l'ala nera della mortemi abbia sfiorato...» rispose la fanciulla.

«Mi sembri triste.»

«Anche tu non mi sembri lietomio signore.»

«È vero.»

«Vuoi che io rallegri il tuo spirito? Io danzosuono ecanto e nella mia cabina ho veduto appesa alla parete una ban-it e miaccompagnerò con quella. La musica caccia la tristezza ed il canto rasserena lefronti. Guardail Nilo comincia a montare: vado a salutare le sue beneficheacqueche scendono dai misteriosi laghi della lontana Nubia.

Neferche pareva avesse riacquistata improvvisamente la suagaiezzaentrò nel casotto e ne uscì poco dopo portando con sé una specied'arpa leggeraformata da un bastone ricurvo a semicerchio fornito di quattrocorde.

Attraversò la toldasalì sulla prora esponendosi tutta a'raggi ardentissimi del solepoiguardando le acque scintillanti di luce edergendosi come una superba visioneintonò con una voce frescasquillante comeil suono d'una campana d'argentol'inno sul Niloche era stato messo in granvoga dai letterati egiziani della X dinastiasemplice enumerazione di godimentipacifici e sicuri.

«Saluteo Niloa te che ti sei manifestato su questaterrache vieni in pace per dare la vita all'Egitto.

«Grande Osiride che conduci le tenebre nel giorno che tiaggradairrigatore degli orti che il sole ha creatiper dare la vita ad ognisorta di bestiame!

«Tu abbeveri la terra in tutti i luoghivia del cielo chescendi fra le campagneamico del popoloe che illumini ogni dimora.

«Signore dei pesciallorché tu risali sulle terre inondatenessun uccello invade più i beni utilicreatore del granoprotettoredell'orzotu fai perpetua la durata dei tempiriposo delle braccia è il tuolavoro per milioni d'infelici».

La voce della maliardacaldasquillantesi espandevalontano nell'ardente atmosferamescolandosi al sussurrìo delle acque efondendosi dolcemente coi suoni che le sue agili dita traevano dall'arpa. Laforesta di palme che coprivano le due rive rimanda l'eco di quelle paroleripetendole nettamente.

Nefer pareva una divinità del Nilo ed era così bella coisuoi lunghi capelliche per caso o per arte si erano sciolti coprendo le suebelle spalleche tutti i battellieri si erano fermati come affascinati. AncheOunis e Ata pareva che fossero soggiogati e non staccavano gli sguardi dallamaliarda. Solo Mirinri pareva che non vi prestasse molta attenzione. Si avrebbedetto che il suo pensiero seguiva anche in quel momento la visione lontanachelo aveva colpito mortalmente al cuore e che quella fresca voceche vibravasempre più ardente e più forte nell'arianon riuscisse a scuotere la suaanima.

Quando Nefer ebbe lanciata nello spazio l'ultima frasesiera lentamente voltatafissando i suoi occhi nerissimiripieni di fuocosuMirinri. Vedendo il Figlio del Sole seduto su una cassacome in una specied'abbandonoimmerso in un profondo pensierocollo sguardo vago rivolto versoil fiumeun sordo singhiozzo venne a morire sulle labbra della fanciulla ed isuoi occhi si offuscaronocoprendosi d'un velo umido.

Si raccolse con una mossa nervosa i capelliimprigionandoliin un cerchio d'orolasciò cadere l'istrumento e s'avviò lentamente versopoppapassando accanto a Mirinri. Questi non si era mosso; sembrava anzi chenon si fosse nemmeno accorto che l'inno del Nilo era cessato e che la maliardagli era passata così vicino da sfiorarlo colla sua veste.

Ounische aveva seguito attentamente la manovra di Neferaveva aggrottata la fronte.

«L'ama» sussurrò ad Ata.

«Una maliarda osar amare il Figlio del Sole!» esclamòl'egiziano. «Questa sera la farò gettare nel Nilo.»

«Tu sei un cattivo politico» rispose Ounissorridendo.«Se quella fanciulla riuscisse a scuotere le fibre di Mirinrisarei ben lieto.È il ricordo della Faraona che io vorrei strappargli dal cuore. L'amore diquella principessa non potrebbe essere che fatale a questo giovane.»

«E tu credi che Nefer riuscirà?»

«È bellaha delle seduzioni a cui ben pochi uominipotrebbero resisterenemmeno un discendente del sole. Non sarebbe d'altronde laprima volta che i Faraoni s'imparentano coi principi nubiani.»

«Tu dunque credi a quanto ti ha narrato.»

«Sì» disse Ounis. «Una figlia del popolo non avrebbe unviso così perfettoné una taglia così snellané mani e né piedi cosìpiccoli. Ha sangue principesco nelle sue vene.»

«E la lascierai amare Mirinri.»

«Farò di più» rispose il vecchio. «Alimenterò la suapassione pel Figlio del Sole. Chissà: i suoi occhi potrebbero cancellare dalcuore di Mirinri quelli della Faraona. Il pericolo non sta in questa fanciullabensì nell'altraperché quella potrebbe col suo amore attraversare il nostroprogetto e sottrarre alla mia vendetta Pepi.»

«Tuo...»

«Taci» disse Ouniscon voce imperiosamettendoglirapidamente un dito sulla bocca. «Quel segreto non appartiene che a me e non losi conoscerà che il giorno in cui io rientrerò nell'orgogliosa Menfi e che ilmio piede calpesterà il simbolo di vita e di morte.»

Ouniscosì parlandosi era trasfigurato. Una terribileespressione di collera intensa si leggeva sul suo visomentre nei suoi occhiavvampava una fiamma sinistra.

«Tu non perdonerai» disse Ata che lo guardava.

«Mai» rispose il vecchiocon voce fremente. «I quindicianni di solitudine che io ho trascorsi nel desertoper sottrarre alla rabbiadell'usurpatore il futuro re dell'Egittonon hanno spento l'intenso desideriodi vendetta. Ho sete del suo sangue.»

«Tu farai quello che vorraiOunis. I vecchi amici di Tetiil grandesaranno pronti a tutto quando il momento sarà giunto.»

«E giungerà» disse Ounis. «Lento sìma sicuro ed ilsaluto che tutto il popolo deve al suo re echeggierà ancora nel palazzo realedi Menfi.»

Una brusca scossa che subì la barca lo interruppe. Ata avevagettato uno sguardo al di sopra del bordo.

«La piena» disse. «Ecco l'onda che passa. Anche il Niloci aiuta nella nostra impresa.

 

 

CAPITOLO DODICESIMO

 

La piena del Nilo

 

Il Niloquesto immenso fiume che sbocca dai grandi laghiequatorialial pari del Gangeha goduto anticamente una fama divina. Per isudditi dei Faraoni non scendeva dai laghi dell'interno del continente nerobensì direttamente dal cielo e non avevano certo torto di adorarloperchésenza quel fiume l'Egitto non sarebbe mai esistito.

«L'Egitto è un dono del Nilo» ha lasciato scritto Erodotoed infatti esso tutto ha creato: il suolo e le sue produzionile occupazionidegli uominiil loro carattere nazionalele loro istituzioni politiche esociali.

Senza quel benefico fiumei Faraoni non avrebbero certoregnato e la loro grande civiltà non sarebbe mai esistitaperché nessunpopolo avrebbe potuto vivere su quel suolo sabbiosoarso dai cocenti raggi delsole e perciò assolutamente sterile.

Sono state le acque del Nilo a conquistare l'Egittoil qualenon è altroin realtàche un'oasi poco più lunga di duecento legheche incerti punti non ha che una larghezza di una e che solo nel suo basso corsoraggiunge le venti.

Solo il delta acquista grandi proporzioniformando unimmenso triangolo fangosod'una fertilità straordinaria e anche quello è unaconquista del Nilonon già sulle sabbie desertebensì sul mare che hacostretto a poco a poco a ritirarsi dinanzi alle enormi masse di terra che haper centinaia e centinaia di secolisottratta alle misteriose regionidell'Africa centrale.

Dove non giungono le acque di quel fiume è il deserto. Edinfatti quella lungama sottile striscia di terra fertile confinasia a destrache a sinistraossia a ponente ed a levantecolle sabbie.

La fertilità di questa striscia la si deve tutta alle pieneperiodiche di quella gigantesca arteria acquatica.

Al principio del solstizio d'estateil Nilocon unaprecisione matematicacomincia a gonfiarsi A causa delle grandi pioggeequatoriali e continua ad aumentare tutti i giornisenza foga e senza frettaeraggiunge la sua massima piena nell'equinozio autunnale.

Tutte le terre basse vengono coperte e le più altegiacchéve ne sono lungo le rivediventanoper infiltrazionemolli e fangose. Suquella terra il benefico fiume depone ogni anno quel limo preziosostrappatoalle terre vergini dell'internoche serve di concime ai campi.

È come una miniera inesauribile di terra fertilissimamigliore di quella arricchita col guanoche il prodigo fiume regalagratuitamente ai suoi fedeli adoratori.

Passato l'equinoziole acque a poco a poco si ritirano e suquella terra nerastraancora molle e grassal'egiziano getta i suoi semiiquali si svilupperanno più tardi senza bisogno d'alcun aiuto. Infatti il lavoroagricolo non è necessario; il contadino egiziano non ha bisogno di guadagnarsila sua raccolta col proprio sudorecome da noi.

Le sementigettate alla superficie del suoloaffondano daloro in quella terra ancora satura d'acquail calore solare le sviluppa e nonrimane a quei fortunati fellah che attendere la maturazione delle messile quali danno quasi sempre dei raccolti favolosi.

Non si creda però che il Nilo(malgrado l'origine divinaattribuitagli dagli antichi egizi pei quali esso era il dio Api e per le cuiacque avevano una tale venerazione da condannare a morte coloro che si fosseropermessi di profanarlo col gettarvi dentro un cadaveresia d'uomini che dianimali) sia un fiume diverso dagli altri.

Non tutte le piene avvengono regolarmentené sempre cosìabbondanti. In certi anni la sua corrente diventa impetuosaminacciando gravidisastri e tal'altra è così scarsa da non riuscire a bagnare tutti i terrenidestinati alla coltivazione.

La mano dell'uomo però è riuscita a mettere un riparoall'uno e all'altro pericolo ed i Faraoni per primimalgrado la mancanza dimezzi potentihanno fatto compire qua e là opere imponentiche i secoli nonsono riusciti a distruggerequali dighecanali per condurre le acque con unacerta eguaglianza in tutte le provinciegrandiosi serbatoi artificiali pertrattenerla allorquando diventava troppo abbondante e attivare sistemid'irrigazione per le terre elevate.

Con quelle opere i Faraoni protessero il loro regno control'invasione delle sabbie che lo insidiavanoconservando ai futuri Egiziani lafertilità del terrenosenza di che non avrebbero potuto sussistere.

La barca di Atadopo la prima ondata che era passata larga espumeggianterumoreggiando fragorosamente fra le due riveaveva ripresa la sualenta marciagiacchécome abbiamo dettola piena non si manifesta néimprovvisané irruenta.

Le acque del fiume che prima erano limpidecominciavano adiventare verdastre e ad intorbidirsi. Dopo alcuni giorni avrebbero cambiatotinta e sarebbero diventate sanguigne.

Al sussulto che aveva subito il velieroMirinri si erascossopoi si era alzatoguardando Ounis.

«È nulla» rispose il vecchio. «È la piena checomincia.»

«Nefer l'aveva preveduta» disse il Figlio del Solechepareva si fosse in quel momento risvegliato da un lungo sogno. «Ci trarrà piùrapidi a Menfiè vero Ounis?»

«Sei impaziente di vedere la grande città?»

«Sìassai impaziente. Che cosa ho veduto io fino ad oggi?Sabbie e piramidipalme e coccodrilli e nemmeno un atomo di quello splendore acui avevo diritto.»

«Non aver frettaMirinri. Dobbiamo aspettare che tutto siapronto per la riscossache ti darà in mano il regno più potente che esistasulla terra.»

«La pazienza non è fatta per la gioventùspecialmentequando questa sente scorrersi nelle vene il sangue di guerrieri. E Neferdov'è?»

«Eccomimio signore» rispose la fanciullache gli si eraaccostata silenziosamente.

«Poco fa non cantavi tu?»

«Sìmio signore.»

«Credevo di aver sognato.»

Nefer chinò la sua bella testa e sorrise tristemente.

«La mia voce non rallegrerà mai l'animo del Figlio delSole» disse.

Mirinri non rispose. Guardava la riva del fiumesu cui sivedevano parecchie schadoufquelle macchine primitive che servivano asollevare ed a espandere l'acqua attraverso le terre alteche venivano mosse daun solo uomo e dinanzi alle quali s'abbeveravano alcuni buoi.

«Lo vedi Nefer?» chiese indicando colla destra qualchecosa. «Anche quel giorno insidiava così la giovane Faraonache io hostrappato quasi dalle sue mascelle.»

«Che cosasignore?»

«Il coccodrillo; fra poco quell'avido animale avrà la suapreda. Lo vedi come si tiene immerso?»

Nefer si era curvata sulla murata. Un mostruoso rettilelungo più di sei metris'apriva dolcemente il passo fra i papiri e le larghefoglie delle piante di lotoche la piena a poco a poco coprivadirigendosiverso la rivadove un grosso torotutto nerostava dissetandosi.

«Lo vedi?» chiese per la seconda volta il giovanechepareva s'interessasse vivamente delle manovre del mostro.

«Sì» rispose Nefer.

«Va' ad assalire il toro.»

«Lo credimio signore?»

«E lo farà suo.»

Nefer stette un momento silenziosapoi gli chiese abruciapelocon uno strano accento:

«È dalle mascelle terribili di uno di quei temsah()che tu hai strappato la Faraona?»

«Sì» rispose Mirinri. «Stava per addentarla e avrebbe dicerto divorato quelle delicate carnise io non fossi intervenuto a tempo.»

«Potevi moriremio signore.»

Il giovane scrollò le spalle.

«Un Figlio del Sole non muore così facilmente» disse poiquasi con noncuranza. «Io non ho mai avuto paura di quei mostricome non homai temuto i leoni.»

«Sicché tu saresti capace di uccidere anche quello?»

«Sìse fosse necessario.»

«Ma perché hai esposto la tua vita preziosa per quelladonna? Forse perché era una Faraona?» chiese Nefer con impeto.

«Io ignoravo che ella fosse una principessa. Non lo seppiche parecchi giorni dopoquando rinvenni fra le erbe della riva il simbolo divita e di morteche essa aveva perduto.»

Negli occhi neri e profondi di Nefer brillò un lampo strano.

«Ah!» mormorò.

«GuardaloNefer» ripetè Mirinriche non si era accortodell'agitazione intensa che si era impadronita della maliarda. «Lo vedi comemanovra fra i papiri e le piante di loto? Non sporge che l'estremità del suomuso. Ancora un passo ed il toro sarà preso.»

Nefer sembrava che non lo ascoltasse. I suoi sguardi peròseguivano attentamente il mostruoso coccodrillo che continuava ad avanzarsi.

Ad un tratto salì sulla muratacome se avesse voluto vederemeglio il dramma che stava per svolgersi.

Essendo in quel luogo la corrente quasi ferma in causa d'ungrande banco che si estendeva parallelamente al fiumetutto ingombro di pianteacquatichela piccola nave aveva interrotta la sua corsastrisciando la suacarena fra i papiri che ingombravano il fondo. Tutti gli etiopi e anche Ounis eAta si erano collocati lungo le murateper osservare le manovre del gigantescosauriano.

Il torouno splendido animale di forme massicciecon lunghecorna ricurve all'indietrocontinuava a bere tranquillamentetuffando quasitutto il muso nell'acquamentre dietro di lui una mezza dozzina di mucchepascolavanosenza che nessuno le sorvegliasse.

Ad un tratto un muggito raucoselvaggiogli sfuggì e lo sivide fare uno sforzo poderoso per trarsi indietro.

Fatica vana. Il coccodrillo l'aveva sorpreso e l'avevaafferrato pel nasopiantandogli profondamente i primi denti e serrandoglielocome entro una morsa.

«Lo ha attanagliato!» esclamarono gli etiopi.

«Ed è perduto» disse Mirinri.

«Purché non gli si offra una preda migliore» mormoròNefer con voce cupa.

Il toro opponeva una resistenza disperataper non farsitrarre in acqua e puntava forte le zampeirrigidendo i poderosi garrettimentre il mostro continuava a stringerefissando la grossa preda coi suoi occhiglauchi e senza espressione.

Per sua mala sortela riva satura d'acqua pel principiodella piena era diventava fangosasicché cedeva sotto i larghi e robustizoccoli del povero ruminante enegli sforzi che facevale sue zampeaffondavano sempresicché si trovava nell'impossibilità d'indietreggiare.

Dei muggiti dolorosisoffocatigli uscivano dalla boccamentre una bava sanguigna gli usciva dalle nari che il sauriano continuavaferocemente a tenagliare. I suoi fianchi poderosi pulsavano fortemente e la suacoda sferzava l'ariamentre i suoi occhi si dilatavanoirrigandosi di sangue es'ingrossavano come se volessero uscire dalle orbite.

Il coccodrillo rimaneva immobilefissando sempre l'enormepreda. Aspettava che il torosemisoffocatocadesseper trascinarlo nel fiume

D'improvviso si udì un tonfo seguito da un grido di Ounis:

«Nefer è caduta! Giù la pietra!»

La maliardasia che avesse perduto l'equilibriosia chefosse stata colta da un capogiroera precipitata nel Nilo scomparendo fra leacque verdastre che in quel luogo dovevano essere assai profonde.

Il coccodrilloudendo quel tonfo che gli annunciava un'altrapreda più facile ad acquistareaveva aperte le mascelle lasciando libero iltoro e si era voltato vivamenteagitando furiosamente la coda.

Nefer in quel momento ricompariva a galla a pochi passi daltribordo della piccola nave. I suoi veli leggeri si erano distesi sulla correnteed i suoi occhi si erano subito fissati su Mirinri che si era slanciatod'uncolpo solosulla murata.

«Nefer!» gridò il giovane. «Un'arma! Un'arma!»

Un etiope passava in quel momento rasente la muratapercalare in acqua la scialuppa che era adagiata sulla poppa. Nella cintura avevaun pugnale di bronzo dalla lama larga ed a doppio taglio. Levarglielo di colpo eprecipitarsi a capofitto nel fiume fu un momento.

Un grido terribile era sfuggito dalle labbra del vecchio:

«Mio... disgraziato! Che cosa fai?»

«Giù il canotto!» aveva urlato dal canto suo Atache siera fatto pallidissimo. «Salviamo il Figlio del Sole!»

Il coccodrilloche aveva ormai veduta Neferla quale simanteneva a galla agitando febbrilmente le manisi precipitava con quell'impetoirresistibile che è proprio di quei bruti.

Con pochi colpi di coda aveva attraversata la massa deipapiri e delle piante di loto bianchi e rossi e si dirigeva a tutta corsa versoquel delicato corpo umanoche non poteva opporre la tenace resistenza delpoderoso toro. Già aveva aperte le enormi mascelle per tagliare in due lamaliardaquando Mirinri emerse proprio dinanzi a lui.

Il fiero giovane stringeva nella destra il pugnale. Con uncolpo dei piedinon curante del grave pericolo che lo minacciavasi frapposefra Nefer ed il sauriano e gli vibrò due colpi terribili attraverso le mascellespalancatesquarciandogliele fino al collo.

Pazzo di doloregrondante sangue dalle due enormi feriteloschifoso sauriano si contorse spaventosamentelasciandosi sfuggire una speciedi muggito che rassomigliava al rullo d'un grosso tamburo poderosamentepercossobattè due o tre volte precipitosamente la codasollevando delle vereondatepoi fuggì fra i papiri nascondendovisi in mezzo.

Mirinri si era voltato ed aveva afferrata la fanciullaattraverso il corpoabbandonando l'arma che non era più necessaria.

Nefer era svenuta e stava per affondare. Il prode giovaneebbe appena il tempo di sollevarle il capo fuori dall'acqua.

Con un poderoso colpo di tallone si alzò sulla corrente cheminacciava di travolgerlo e si mise a nuotare gagliardamente verso il piccoloveliero che se ne andava lentamente alla deriva.

«PrestoMirinri!» aveva gridato Ounismentre gli etiopicalavano frettolosamente la scialuppa.

«Vengo» rispose semplicemente il sovrano eroe.

Si era serrato contro il petto Nefer e lottava poderosamentecontro la correnteche la piena aveva fatto diventare rapida. I lunghi capellidella fanciulla gli si erano attortigliati al colloma pareva che il Figlio delSole non provasse alcuna emozione.

Con due bracciate raggiunse la scialuppa che s'avanzava atutta forza di remiaffidò Nefer agli etiopi che la montavanopoisenza averbisogno d'alcun aiutoa sua volta si issò sopra il bordosedendosi su uno deibanchi. Pareva che una profonda preoccupazione lo turbasse.

«Non è mortavero?» chiese ad Atache era sceso nellascialuppa assieme ai battellieri.

«Nomio signore» rispose l'egiziano che teneva fra lebraccia Nefer. «Il suo cuore batte e presto tornerà in sé. Perché haiesposto la tua vita preziosa per questa maliarda? Il coccodrillo era grosso eforte e poteva tagliarti in due.»

Mirinri alzò le spalle e sorrise. Poidopo un momento disilenziorispose:

«Un re deve ben occuparsi della salvezza dei suoi sudditise è vero che io sia una Faraone.»

«Ne dubiti?» chiese Ata facendo un gesto di stupore.

«No» rispose Mirinri.

La scialuppa aveva raggiunto il piccolo veliero. Il giovanesi aggrappò alla fune che era stata gettata e salì sulla toldadove Ounis loaspettava in preda ad una profonda emozione.

«Tu sei il figlio del gran Teti» gli disse il vecchio.«Tuo padre avrebbe fatto altrettanto. Prima un leoneoggi un coccodrillo.»

«Non era quello che inseguiva la Faraona» disse Mirinri.Poi aggiunsecome parlando fra sé:

«No: il corpo di quella fanciulla non mi ha dato lo stessofremito. Il sangue è rimasto muto.»

 

 

CAPITOLO TREDICESIMO

 

Il tatuaggio di Nefer

 

Gli antichi Egiziani avevanoper la maggior parteuna veravenerazione per quel brutto anfibio che rappresentava e rappresenta ancheoggidì la voracitàla rapacità e la distruzione; venerazione interessataperché lo riguardavano come un essere benemerito distruggendo i rettili dipiccole dimensioni.

Ne avevano anzi fatto una specie di semidioconsacrandolo aTifoneil genio simboleggiante il maledel quale i coccodrilli calmavano ilfurore.

A Eracleopoli la grandea Tebea Coptosa Ombos presso laquale sorgeva una città chiamata La città dei coccodrillisi adoravanoquei brutti mostri e specialmente a Menfidove si aveva una grande venerazioneper una specie di coccodrilloforse oggi scomparsomolto meno vorace di quelloattuale e che gli antichi Egiziani chiamavano serchus.

I sacerdoti di quella città ne tenevano un gran numero inbacini appositamente scavatili addomesticavanoli paravano con ornamentipreziosibraccialettiorecchinicollane e perfino mettevano sulla loro testadei cappelliforse per ripararla dai raggi troppo ardenti del sole. Che più?Nelle loro feste religiose serbavano per quegli schifosi sauriani il migliorposto d'onore ed i devoti non trascuravano maiil giorno in cui scadeva lafesta di Tifonedi accorrere in massa a offrire loro un gran numero di vivandechiamate sacre e perfino del vino! Sembra che in quell'epoca non sdegnassero ilsucco che ci ha regalato papà Noè.

Alla loro morte poiquei rettili venivano accuratamenteimbalsamati con sale e olio di cedro ed altri aromi e si collocavano in grandiurne attorno alle quali venivano tracciati dei cerchi che poi si consacravanocon un rito speciale.

In alcune città e sopratutto a Menfil'adorazione degliEgiziani per quei mangiatori d'uomini era spinta a tale grado che se un poverodiavolo moriva vittima dei denti formidabili d'uno di quei saurianisia interra che nelle acque del Niloi suoi restise ne rimanevanovenivanoimbalsamati e sepolti con grandi onori nelle tombe più superbe della cittàese si trattava d'un personaggio d'alta condizione questi veniva tumulato nelmedesimo luogo ove aveva trovata la morte.

Nessun parente od amico poteva toccare quella salmadopo chei sacerdoti vi avevano tracciato intorno il circolo sacroperché il mortoveniva considerato come possedente una natura superiore alla comune deimortali... semplicemente perché non era stato tanto lesto da darsela a gambeprima di venire mezzo divorato!

Da questi esempi si può giudicare come fossero grandi ilfanatismo e la superstizione di quel popolo anticoche pure giunse al culminedella civiltà nei primordi della vita umana.

Dobbiamo però dire che non tutti gli Egiziani consideravanoil coccodrillo come un semidiopoiché ogni città ed ogni provincia aveva ilsuo animale sacroche onorava alla sua maniera e avveniva sovente che in unaprovincia limitrofa a quella in cui si rendevano fanatici onori al coccodrilloquesto culto fosse detestato come cosa abominevoledivergenza che era soventecausa di rappresaglie sanguinose.

Gli abitanti di Elefantina per esempionon vedevano altro inquel brutto rettile che un nemico dell'uomo ed invece di rispettarlo locacciavano assiduamente e non avevano alcun scrupolo a mangiarne le carnipococurandosi del suo sgradevole odore di muschio.

Il piccolo velierodopo l'eroica impresa del giovaneFaraoneaveva ripresa la sua corsaaiutata da una fresca brezzolina chesoffiava da mezzodì.

Il Nilo si gonfiava rapidamentecoprendo a poco a poco ipapiri che ingombravano le sue rive e le larghe foglie delle piante di loto. Lesue acque a poco a poco perdevano la sua tinta verdastra e diventavanorossastrecome se vi avessero versato dentro delle enormi quantità di sangue.

Di quando in quando una grande ondata sopraggiungevaallargandosi con lunghi muggiti e scuotendo fortemente il veliero.

Mirinridopo d'aver salvato la maliardapareva che fossericaduto nelle sue fantasticheriepoiché aveva ripreso il suo posto abitualesull'orlo del casseretto di poppasu una grande cassacome se l'impresastraordinaria che aveva compiuto ed il pericolo fosse stato un semplice giuoco.Sembrava che avesse dimenticato completamente Nefer che pure aveva riportata abordo fuori dei sensi.

Ounis e Ata si erano però subito occupati della giovanecheavevano fatta trasportare nel casotto di poppa. Sia l'emozione provata o l'acquache aveva inghiottitola fanciulla non era ancora in séquantunque Ounis sifosse subito occupato di lei per riattivarle la respirazione. Stavastrofinandole vigorosamente le membraquando un grido sfuggì al vecchio.

«Possibile! Che io sia diventato cieco? Guarda anche tuAta! Io stento a credere ai miei occhi!

La leggera mussola variopinta che copriva il corpo dellafanciulla si era slacciata e sulle bronzee e ben tornite spalle il vecchiosacerdote aveva vedutocon suo immenso stuporetatuato un piccolo serpentecolla testa d'avvoltoioin colore azzurro.

Ataudendo il grido del vecchiosi era rapidamenteaccostato al lettuccio su cui giaceva la fanciulla.

«Il tatuaggio del diritto di vita e di morte!» avevaesclamato a sua volta. «Il simbolo dei Faraonidei Figli del Sole!»

«Lo vedi?»

«SìOunis.»

«Dunque questa fanciulla ha mentito quando affermava diessere una principessa nubiana! Solo i Faraoni hanno il diritto di portarequesto tatuaggio.»

«È veroOunis» rispose Ata che guardavacon crescentestuporequel serpentello che spiccava vivamente sulla spalla destra dellafanciulla.

Il vecchio aveva incrociate le braccia guardando Ata.

«Che cosa ne dici tu?»

«Che questa fanciulla deve essere di stirpe reale» risposeAta. «Il simbolo lo dimostra chiaramentenessuno oserebbe portare un similetatuaggio se non ne avesse il diritto. La morte ed una morte orrendaattenderebbe colui che si facesse incidere sulle proprie carni un tale segno etu lo sai meglio di me Ounistu che...»

«Taci!» disse il vecchiointerrompendolo bruscamente.

Era diventato pensieroso e guardava intensamente Neferancora assopitama che già respirava liberamente.

«Che sia la Faraona che Mirinri ha salvato? E come sottoqueste vesti?»

«L'avrebbe riconosciuta» disse Ata.

«Tu che hai vissuto alla corte di Pepi sai bene quantefiglie ha?»

«Una sola: Nitokri.»

«Nessun'altra?»

«No.»

«Sei ben certo?»

«SìOunis.»

«E... l'altra?»

«La tua?»

«TaciAta!» disse il vecchio con voce strozzata. «Dov'è?Non si è mai saputo nulla?»

«Scomparsaforse uccisa da Pepi.»

Uno spasimo supremo aveva alterato il viso del vecchio; manon ebbe che la durata d'un lampo.

«Un giorno Pepi me ne renderà conto» disse con voce cupae come parlando fra sé.

I suoi occhi si erano nuovamente fissati su Neferspecialmente su l'ureosul simbolo faraonico che era rimasto ancorascoperto.

«Sì» risposedopo parecchi istanti di silenzio. «Questafanciulla non può essere che una Faraona che forse Pepichissà per qualiscopiha tenuta lontana dalla corte e che a nessuno ha fatto conoscere. Che suamadre fosse un'ebrea?»

«Mi era venuto il medesimo sospettoOunis» disse Ata.

«Od una caldea?»

«Può darsi anche questo.»

«Lasciami soloAtae che nessuno entri. Nefer sta pertornare in sé.»

Infatti la fanciulla aveva fatto un gesto colla mano destracome per allontanare qualche cosapoi un lungo sospiro le era uscito dallelabbra.

Ata era uscito in punta di piedichiudendo dietro di sé laporta.

Il vecchio continuava a fissare intensamente Nefer. Parevache cercasse di scoprire sul bellissimo viso della maliarda qualche segnoqualche particolare ma senza riuscire nell'intento poiché di quando in quandoscuoteva la testa con un moto d'impazienza e di collera e mormorava:

«Troppo tempo è trascorso.»

Ad un tratto Nefer fece un nuovo movimentopoi gli uscìdalle labbradebole come un soffioun nome:

«Mirinri!»

Ounis aveva aggrottata la fronte poi subito si rasserenò.

«L'ama» mormorò. «Anche questa è una Faraona ma è menonemica dell'altra. Se riuscisse a far breccia nel cuore di Mirinri e scacciarel'altra sarebbe una fortuna. Chissà!»

Prese la fanciulla per una mano e la scosse dolcementedicendole:

«Apri gli occhiNefer. Devo parlarti.»

La fanciulla tardò alquanto a obbedirepoi le sue palpebres'alzarono lentamente ed i suoi occhi nerissimisempre animati da quell'intensafiammasi fissarono su Ounis.

«Tumio signore» disse.

Poicome se avesse riacquistato improvvisamente le sueforzes'alzò a sedere di scattocoprendosi la spalla sulla quale stavaimpresso il simbolo di vita e di morte.

«E Mirinri?» chiese con angoscia.

«Non temere per lui» rispose Ounis. «Quel Figlio del Solenon si lascia divorare dai coccodrilli.»

«Io non lo vedo qui.»

«È in coperta.»

Una viva espressione di dolore alterò per qualche istante ilvolto della maliarda.

«Pensa sempre all'altra» mormorò.

«Sei caduta o ti sei gettata in acquaNefer?» chiese abruciapelo Ounis.

«Perché mi fai questa domandamio signore?» chiese lafanciulla sussultando.

«Perché in quel momento la barca era quasi immobile el'onda era già passata. Una danzatriceche sembra possegga la leggerezza el'agilità d'uno sparvieronon può lasciarsi sfuggire un piede. Non seicaduta: ti sei gettata.»

Nefer lo guardò senza rispondere: aveva però un aspettocosì imbarazzato che non sfuggì agli sguardi indagatori del vecchio sacerdote.

«Hai voluto provare se Mirinri ti amavaè vero?» ripreseOunis. «Volevi assicurarti se per te avrebbe fatto ciò che aveva osato collagiovane Faraona.»

Nefer chinò il capo e rimase ancora muta.

«Io ho sorpreso il tuo segretofanciullatu l'ami.»

La maliarda fece colla testa un segno di diniego; Ounisl'arrestò con un gesto.

«Ti sei tradita da per te» disse poi. «La prima parolache ti è uscita dalle labbra appena sei tornata in te è stato il nome delFiglio del Sole. E perché non potresti tu amarlo? Sei anche tu una Faraona.»

«Io?!» esclamò Nefer scattandomentre un lampo di gioiainfinita le brillava negli occhi. «È impossibile! Tu ti sei ingannato o tihanno ingannato. Io sono una etiope e non già una egiziana.»

«Io ho scorto poco fasu una delle tue spalleil simboloche solo i Faraoni hanno il diritto di portare. Chi ti ha fatto dunque queltatuaggio?»

«Non lo somio signore» rispose Nefer. «So di avere unsegno su una delle mie spalle e mai ho saputo che cosa volesse significarenéchi me lo avesse fatto. Certo doveva essere ancora una bambina quando me loincisero sulla carne.»

«Rappresenta l'ureoil distintivo di regalità deiFaraoni.»

«Anch'io una Faraona!» esclamò per la seconda volta lafanciulla. «Noè impossibile.»

«Fruga nella tua memoria e cerca di risvegliare dei lontaniricordi. Tu non hai conosciuto tuo padre?»

«Forsema quando morì in guerra contro gli Egiziani dovevoessere piccina.»

«E tua madresì?»

«Te lo dissi già. Godeva fama di essere una grandeindovina.»

«Era bianca o bruna?»

«Brunamolto bruna: era vero tipo delle donne dell'AltoNilo.»

«Bella?»

«Sìbellissima.»

«Quando è morta?»

«Io era ancora giovanissima quando fu divorata da uncoccodrillo presso la seconda cateratta.»

«Sei scesa sola verso il basso Egitto?»

«Noinsieme ad un uomo che seppi poi essere un grandesacerdote.»

«Chi era?»

Nefer ebbe una lunga esitazionepoi disse: «Non lo so.

«Dove ti ha lasciato?»

«Sulle rive dell'isola ove sorge il tempio di Kantapek.»

«E non l'hai più riveduto?»

« Mai più» rispose la fanciulladopo una secondaesitazione.

«Della tua prima infanzia non ricordi nulla?»

Nefer sembrò raccogliersi e fare uno sforzo prodigiosopoidisse con voce lenta:

«In certi momentiquando il mio pensiero ricorre alpassatomi sembra di rivedere delle sale immense sfarzosamente ammobiliatedeitempli grandiosi pieni d'idolidove legioni di sacerdoti e di danzatricifacevano echeggiare i sistri sacri; delle piramidi immense e degli obelischicolossalipoi un grande fiume coperto di barche dorate. Mi sembra di vedereancora soldati e schiavi inginocchiati dinanzi ad un uomo che sedeva su un tronod'orotutto cinto di grandi ventagli di penne di struzzo col manicolunghissimo. Ma vi è nel mio cervello come una nebbia che io sono impotente adiradare. Sono sogni o realtà? Io non lo so.»

«Cerca di ravvisare quell'uomo che sedeva su quel trono»disse Ounis.

«È impossibilemio signore. Quando lo tento mi pare che unfitto velo cali fra me e lui e me lo nasconda.»

«Eppure io non dispero che tu possa un giornoricordartelo.»

«Perché t'interessa tanto quell'uomo?» chiese Nefer con unpo' di diffidenza.

Questa volta fu Ounis che non rispose. Stette per alcuniistanti immobilepoi uscì dalla cabina e risalì in copertamolto pensieroso.

Nefer si era lasciata scivolare dal lettuccio e lo avevaseguito silenziosamente.

«Dunque?» chiese Ataquando vide ricomparire Ounis.

«Non sono riuscito a saper nulla» rispose il vecchio.«Eppure vi è in me un terribile dubbio.»

«Quale?»

«Che Sahuri non sia morta.»

«Tua...»

«La figlia di Teti» disse Ounisprecipitosamente.

«Eppure io non ho trovato più nessuna traccia di lei allacorte di Pepiné in Menfi. Io sono certo che l'hanno annegata nel Nilo.»

Uno spasimo supremo alterò il viso di Ounis.

«Un giorno noi lo sapremo» disse poi con voce cupa.

Si era bruscamente voltato. Nefer s'avanzava lentamenteaccostandosi a Mirinriche stava appoggiato alla murata di babordoguardandodistrattamente le acque che rumoreggiavano fra i papiri e che cominciavano giàa coprire le rive più basse.

«Ti debbo la vitamio signore» disse la fanciullatoccandolo lievemente su una spalla.

«Ah! Sei tuNefer?» rispose il giovane. «Sei ancorabagnata?»

«S'incaricherà il sole di asciugarmi.»

«Sai che il coccodrillo che ti voleva divorare l'ho ucciso?Le ferite che io dò non guariscono.»

«Tu sei un prode.»

«Mio padre era un grande guerriero«rispose semplicementeMirinrisenza nemmeno volgersi.»

«Eppure non credevo che tu ti gettassi in acqua persalvarmi.»

«Perché?»

«Io non sono quella Faraona; sono un'altrama pur ioFaraona.»

Mirinri si era voltato vivamenteguardandolacon profondostupore.

«Tu dici?» chiesecorrugando la fronte.

«Porto tatuato su di me l'ureo.»

«Tu!» ripetè.

«Io.»

Mirinri con uno strappo improvviso si lacerò la leggeratunica che gli copriva il dorso e mise a nudo la sua spalla poderosa.

«Guarda quiNefer» disse.

«Lo vedo: il simbolo del potere.»

«È uguale al tuo?»

«Sì.»

«Chi sei tu dunque?» gridò Mirinri.

«Te lo dissi: una Faraonama non quell'altra che haisalvato prima di me«rispose Nefer con sottile ironia.»

«Tu mi avevi detto di essere una principessa etiope.»

«Io ignoravo che cosa volesse significare quel tatuaggio.»

«Chi te lo spiegò?»

«Io» disse Ounis che si era fermato a breve distanza.

«Tu non puoi ingannarti» disse Mirinri.

Poidopo d'aver guardato Neferle disse:

«Ebbenese siamo entrambi Figli del Solesaremo comefratello e sorella.»

Nefer non rispose. Aveva solo abbassato il capo e quell'ombraintensa di tristezza che già il vecchio sacerdote aveva notataera ricomparsasul suo viso.

In quel momento si udì Ata a gridare:

«Ecco la fortezza di Abon ed ecco là delle colazioni peicoccodrilli. Aprite gli occhi e stiamo in guardia. Un pericolo forse si celalaggiù.»

 

 

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

 

L'isola delle ombre

 

Tutti si erano voltatiguardando verso la riva sinistradovesu di un'alturasorgeva una costruzione di forme massiccieformata daparecchie torri colle pareti in pendenza e le cime irte di merlature grossolanecollegate da grosse muraglie che sembravano bastioni.

Gli Egiziani di quelle remote epoche se avevano curato moltola costruzione dei loro giganteschi monumentinon avevano trascurate le lorofortificazioniquantunque nessuna di esse avesse dato prova di resisterelungamente agli attacchi degli invasoriche si rovesciarono sull'Egitto durantele ultime dinastie.

In ciò erano molto inferiori agli Incas del Perù ed agliAztechi del Messicotuttavia ne avevano create molteabbastanza formidabilispecialmente ad Abydosdove sussistono ancora molti avanzi di fortificazionicon poche feritoieporte aperte a grandi distanze che davano accesso a tortuosicorridoi costruiti nello spessore delle paretipieni di insidie pel nemico cheriusciva a cacciarvisi dentro.

Non era però quella specie di castello ciò che avevaattirati gli sguardi di Mirinri e dei suoi compagni.

Erano due o trecento antenneallineate lungo la riva delfiumeproprio dinanzi alla fortezzae ognuna delle quali portava infisso uncadavere umano dalla pelle quasi nera. Tutti quei disgraziati avevan la puntadell'asta infissa profondamente nel petto e le loro braccia e le loro gambependevano inertigià mezze scarnate dal becco degli sparvieri che volavanointorno in gran numero.

«Chi sono quegli uomini?» aveva chiesto Mirinriil qualenon aveva potuto celare un fremito d'orrore.

«Dei prigionieri di guerrache hanno avuto la disgrazia dicadere vivi nelle mani dei soldati di Pepi» rispose l'egiziano.

«È così che si uccidono?»

«Quando invece non si tagliano loro le manionde nonpossano più impugnare un'arma» disse Ounis.

«E forse quegli uomini avevano combattuto valorosamente perla difesa del proprio paese» disse Mirinricome parlando fra se stesso. «Èquesta la civiltà egizia? Quando salirò io sul trono queste infamie non sicommetteranno più.»

«Tu sei un generoso ed un nobile cuore» disse Neferguardandolo con ammirazione.

«E costoro chi sono?» chiese il giovaneche osservavaattentamente la fortezza.

«Sembrano soldati» rispose Ataaggrottando la fronte.«Vedo delle barche nascoste al di là dell'altura. Che vengano a farci unavisita? Ecco quello che non desidererei.»

Due drappelli d'uominiche avevano attorno alle anche deiperizomi di grossa telacon un piccolo grembiale di cuoio che scendeva finoalle ginocchiail petto avvolto in larghe fascie per difenderlo dai colpi dipicca e sul capo degli ampi berretti a grandi righeche ricadevano sulle lorospalle in modo da riparare tutta la nucascendevano la china avviandosi versola riva.

Tutti portavano scudi di pellequadrati sotto e semirotondiin cimaed erano armati di picche a tre puntedi certe specie di scuri colmanico lunghissimononché di daghe dalla lama larga e pesante.

«Che vengano qui?» chiese Ounische sembrava inquieto.

«Non sono che una quarantina» disse Ata. «I miei etiopiavranno facilmente ragione di lorose vorranno arrestarci.»

«Che siano stati avvertiti che io sono su questa barca?»chiese Mirinri.

«Non somio signore; però si direbbe che intorno a noialeggi il tradimento. Eppure dei miei uomini sono sicuro come di me stesso.»

«Forse non sono che delle semplici supposizioni» disseOunis. «Non vi siamo che noi e abbiamo tutto l'interesse di mantenerel'incognito.

«Eppure vengono: guarda. Non vediOunische s'imbarcano?»

«E noi lasciamoli venire e prepariamoci ad affogarli tuttiAta» disse Mirinriche conservava la sua calma abituale. «Non si prende unreame lasciando la spada nella guaina.»

I due drappelli erano scomparsi per un momento dietro ungruppo di enormi palmepoi erano ricomparsi a bordo di due barche che nonrassomigliavano affatto a quella di Atache era un vero veliero che anche ifeniciquegli intrepidi navigatori del Mediterraneograndi commercianti egrandi pirati insiemegli avrebbero invidiato; quelle erano barche di formemassiccieche terminavano sia a poppa che a prora in due punte altissimeinforma quasi d'un mezzo Scon un casotto che occupava quasi tutta la lunghezza esulla cui cima si erano collocati alcuni guerrieri armati di archi.

Gli altri soldati si erano messi ai due lati e manovravano iremi.

Quantunque la corrente fosse aumentata di velocitàle duepesanti imbarcazioni non tardarono a giungere a portata di voceessendo daqualche po' il vento caduto.

«Ohe!» gridò uno dei due comandanti del drappello. «CheHathor vi protegga e che Tifone tenga sempre lontani da voi i temsah (coccodrilli)ma ditemi chi siete e dove andate.»

«Siamo mercanti che si recano a Denderah» rispose Atamentre i suoi etiopi scivolavano silenziosamente dietro le murateonde esserepronti ad impedire un abbordaggio. «Che cosa vuoi da noi?»

«Venivo a chiederti se hai uno scriba a bordo.»

«Per che cosa farne?»

«Abbiamo da tagliare quattrocento mani e non vi è fra tuttinoi uno che possa prendere nota degli uomini destinati al supplizio e mandareuna copia al re.»

«Chi sono costoro?»

«Dei nubiani che abbiamo fatti prigionieri ieri. Ne vedigià un bel numero impalati sulla rivama ne abbiamo ancora trecento» risposeil comandante del drappello«e debbono subire anche essi le leggi dellaguerra.»

In quel momento dietro la folta linea di palme ches'allungava sulla riva si udirono delle urla spaventevoliche parevano mandatenon già da esseri umanibensì da belve in furore. Era un coro infernale diululatidi ruggitidi rantoli da far gelare il sangue.

Mirinria rischio di compromettersierasi rizzato dietroalla muratacolla daga in manogridando con voce minacciosa:

«Che cosa fanno laggiù?»

«Strappano la pelle del petto a quelli che non subiranno lamutilazione delle mani» rispose tranquillamente il comandante.()

«Voi non siete dei guerrierisiete dei vili sciacalli!»tuonò il giovane.

I soldati che montavano le due barchesbalorditi da quellinguaggioche mai prima di allora avevano certo uditosi erano guardati l'unl'altro.

«Giovanein nome di chi parli?» chiese il comandante.

«Se l'osisali sulla mia barca e vieni a vedere il simbolodi vita e di morte tatuato sulla mia spallama quando l'avrai vedutoti farògettare nel fiume in pasto ai coccodrilli e sterminerò i tuoi uomini.»

«Imprudente!» disse Ata. «Che cosa hai fattomiosignore?»

Mirinri non lo ascoltava.

«Suamici!» gridòvolgendosi verso gli etiopi.

I trenta battellieri si erano alzati come un solo uomo dietrole muratecogli archi tesipronti a far piovere sulle due scialuppe unatempesta di dardi.

L'atto audace del futuro re e anche l'attitudine decisa ed ilnumero degli etiopiparve che calmasse l'umore bellicoso del comandante e deisuoi uomini. La possibilità poi che egli fosse un vero principeviaggiante inincognitoli decise a volgere frettolosamente indietro ed a fuggire più che infretta verso il castellosenza aver osato lanciare una sola freccia.

«Seguiamo anche noi il loro esempio» disse Ata. «Tusignorehai commesso una grave imprudenza. Noi ignoriamo quanti uomini ci sonoin quella rocca e di quante barche possono disporre.»

«Vengano» rispose semplicemente Mirinri. «Basteràmostrare loro l'ureo che io ho tatuato sulla pelle se è vero che questoserpente colla testa d'avoltoio è l'insegna del potere supremo. È veroOunis?»

«Tu un giorno sarai un gran re» si limitò a rispondere ilvecchio. «Tuo padre avrebbe fatto altrettanto e anche quello era un grandesovrano.»

«Purché possa sedermi sul trono dei miei avi...» risposeMirinrisorridendo.

«Ti ho mostrato l'astro che faceva scintillare la sua lungacoda e quello era un buon segno che annunciava un cambiamento prossimo delladinastia regnante.»

«Vedremo: confido nell'avvenire.»

Mirinri aveva ripreso il suo posto consuetosedendosisull'orlo del piccolo cassero; Nefer si era collocata a breve distanza da lui esembrava occupata a guardare le rive del maestoso fiumetutte coperte digigantesche palme dumche già tuffavano nelle acque le loro radici.

Il Nilo continuava a gonfiarsiinvadendo a poco a poco lecampagnedove ormai non si trovavano più né granoné orzoné lino. Dovetrovava un'aperturala corrente irrompeva con lunghi muggiti e si riversavaattraverso le terre con incredibile rapiditàfertilizzandole col suo preziosolimo.

Fra gli animali appiattati fra i cespugli avveniva allora unfuggi fuggi generale e si vedevano balzare attraverso i solchicon rapiditàprodigiosatruppe di graziose gazzellebande di antilopi dalle lunghe cornasottili e sciami di sciacalli urlantimentre s'alzavano per l'aria immensistormi d'ibis bianche e neredi aironi e di anitre.

La barcache aveva il vento in favorecorreva rapidissimatenendosi costantemente verso la riva sinistrasulle cui alture apparivanodiquando in quandodelle rovine imponentiche parevano di antichi templi o difortezze diroccateforse avanzi di città distrutte dai Faraoni delle primedinastiei quali avevano portate le loro armi ben lungi dal Deltascacciando apoco a poco i popoli nubiani che le occupavano.

Anche quel giorno trascorsesenza che apparisse sull'immensadistesa d'acquache sempre più allargavasil'obelisco che doveva indicarel'isola misteriosa. Alle domande che Ounis e Ata avevano rivolte a Neferquestaaveva semplicemente risposto:

«Aspettate: il Nilo non ha raggiunto la gran piena.»

Altri due giorni trascorsero. Le rive erano ormai scomparse.Il Nilo pareva che fosse diventato un grande lago dalle acque torbidissimequasi rossastre.

Verso il tramonto del quarto giornoAta segnalò quattrogrossi punti neriche scendevano la correntetenendosi a breve distanza l'unodall'altro. Quasi nel medesimo istante si udì Nefer a gridare:

«Ecco l'obelisco profilarsi dinanzi a noi: l'isola diKantapek è là.

Mirinri e Ounis si eran voltatiguardando nella direzioneche la fanciulla indicava col braccio teso.

Sulla superficie delle acqueche il sole faceva rosseggiaree scintillare vivamentesi distingueva ad una grande distanza un'alta lineaoscura che spiccava nettamente sul luminoso e purissimo orizzonte.

«Lo scorgimio signore? chiese Nefer al giovane Faraonecon uno strano tono di voce.

«Sì» rispose Mirinri.

Poi la guardò aggiungendo:

«Che cos'hai Nefer? Mi sembri commossa.»

La fanciulla volse altrove il capocome per sfuggire losguardo del giovanepoi rispose:

«Not'ingannimio signore.»

Ata in quel momento li raggiunsedimostrando sul suo visouna estrema apprensione.

«Te lo avevo dettomio signoreche tu avevi commessa unagrave imprudenza» dissevolgendosi verso Mirinri.

«Perché?»

«Vi sono quattro grosse barche che scendono il fiume e chemi hanno l'aria di volerci dare la caccia.»

«Che siano legni armati da guerra?» chiese Ounis che avevatrasalito.

«Ne sono certo.»

«Da che cosa lo arguisci?» domandò Mirinri.

«Dall'altezza del loro albero e dall'ampiezza della lorovela.»

«Che siano montate da quei soldati che suppliziavano iprigionieri di guerra?»

«Questo è il mio sospetto.»

«Che cosa puoi temere ora che l'isola di Kantapek è invista?» chiese Neferintervenendo. «Quale egiziano oserebbe accostarsi aquelle rivedove si crede che le anime dei re nubiani errino per vendicare laloro razza distrutta dai primi Faraoni? Essa è làdinanzi a noipronta aoffrirci un rifugio e nessuno ci seguirà fino al gigantesco obelisco.»

«E troveremo anche là altri nemici e più pericolosi»dissero Ounis e Ata.

«Come ho scongiurati i piccioni fiammeggiantiscongiurerògli spiriti dei nubiani» rispose la fanciulla. «Non sono forse io unamaliarda? Con una mia invocazione li obbligherò a rientrare nei loro sarcofaghidove da secoli dormivano.»

«Sei certa della tua potenza?» chiese Ounis.

«Sìmio signoree se vuoi io te ne darò una provasbarcando da prima sola su quell'isolaessendo necessario che il mioincantesimoonde abbia efficaciaio vada a recitarlo in mezzo agli alberi checoprono l'isola.»

«E tufanciullaoseresti tanto?» chiese Mirinriche nonpoteva fare a meno di ammirare tanta audacia.

«Sìpur di salvare il futuro mio re» rispose Nefer.

«All'isola e senza perdere tempo» disse Ata. «Quellebarche si dirigono verso di noi. Vi è su quelle rive una cala qualunque che siasufficiente per ancorare la nostra barca?»

«Sìdinanzi all'obelisco.»

Ata corse a poppa e prese il lungo remo che serviva inquell'epoca da timonementre Mirinri e Ounis si portavano a prora per sondareil fondo del fiume.

Essendo la corrente molto rapidanon trattenendola più lemasse fitte dei papiri ormai tutti scomparsi sotto la pienail piccolo velieros'avanzava velocementre le quattro barche segnalate sembravano non avernessuna fretta d'accostarsi all'isolache cominciava a delinearsi nettamente.

L'obelisco ingrandiva a vista d'occhiogiganteggiandosull'orizzonteche gli ultimi raggi del sole tingevano d'un rosso ardente emandava dei riflessi acciecanti come se fosse interamente dorato o coperto diqualche altro metallo risplendente.

«Chi lo ha innalzato?» chiese Mirinri a Nefer che loguardava attentamente.

«Non lo somio signore» rispose la fanciullaquasidistrattamente.

«Lo si direbbe tutto d'oro.»

«È solo dorato()almeno così midissero.»

«Che le favolose ricchezze dei re nubiani siano nascoste làdentro?»

«No» rispose Nefer asciuttamente. «So io dove sitrovano.»

«Dunque sei stata parecchie volte qui?»

«Una solate lo dissi.»

«Ma vi sono dei sacerdoti che guardano quei tesori?»

«Scongiurerò anche quellise ci saranno ancora; credoperò che il mio fidanzato abbia scambiato delle ombre per degli esseriviventi.»

«Non lo avrebbero acciecato.»

Nefer non rispose. Pareva che fosse assai preoccupata edinquieta. Anzi un tremito nervoso agitava fortemente le sue braccia ed i suoiocchi cercavano di non incontrarsi mai con quelli del Figlio del Sole.

Con due bordatesoffiando la brezza abbastanza fortelabarca raggiunse finalmente l'isolarifugiandosi in una piccola cala le cui riveerano coperte da immense palme e alla cui estremità si rizzava maestosol'enorme obelisco doratolanciando la sua punta a più di quaranta metrid'altezza.

 

 

CAPITOLO QUINDICESIMO

 

Gli scongiuri di Nefer

 

L'uomo modernoche oggidì visita i luoghi ove l'anticaciviltà egiziana eresse monumenti grandiosiche resistettero per cinquanta osessanta secoli alle intemperiealle sabbie dei desertialle piene del Niloal furore dei Caldeidegli Assiri e dei Persiani - che piombarono nella grandevallata del Nilo abbattendo Menfi e Tebele due più colossali e le piùmeravigliose città che tutto il mondo antico invidiava alle dinastie faraoniche- se si ferma meravigliato dinanzi alla grandiosità delle piramidi cheracchiudono mummificate le salme degli antichi rerimane maggiormente stupitodinanzi ai pochima imponenti obelischi che ergonoancora orgogliosamenteleloro punte verso il cielo infuocato.

Una domanda spunta subito sulle labbra di chi si fermadinanzi a quegli enormi blocchi di granito innalzati a trenta o quaranta metri:quali mezzi hanno impiegato gli antichi egizi per sovrapporre a tanta altezzaquei massi?

Quali sforzi prodigiosi hanno fatto per riuscire? Questaistessa domanda ha tormentato per tanti secoli gli egittologi e solamente dapocodopo lunghissime indaginisono riusciti a scoprire il mezzo ingegnoso acui sono ricorsi quei celebri costruttori.

La mano d'opera non mancava nell'Egittoanzi non costavaquasi nulla al governo. Quando un re desiderava farsi innalzare una piramideunobeliscoun tempiofaceva spopolare d'un tratto solo tutta intera unaprovinciai cui abitantiartigianioperaiagricoltoriqualunque fosseinsomma la loro professione erano registrati sotto la direzione degli architettireali. I vecchi ed i fanciulli vi erano essi pure iscrittioccupandoli neilavori meno faticosinella preparazione della calce e nel trasporto deirottami.

Allorché la prima massa di lavoratori era esaurita odecimata dagli stenti e dal clima bruciantela si rinviava al suo paese e sireclutavano gli abitanti d'un'altra provincia.

I Faraoni non concedevano a quei disgraziati che il vitto emolto scarso per di più.

Tutte le gigantesche costruzioni dell'Egittopiramidicanaliserbatoidighesotterranei e templifurono eseguiti in tale modo enon fu che più tardi che quei lavoratori furono sostituiti coi prigionieri diguerra.

Come si vede la mano d'opera non mancavaerano invece imezzi potenti che facevano difettopoiché gli Egiziani non possedevano alcunamacchina atta ad innalzare quei blocchi enormiche le braccia umaneper quantoabbondantinon potevano che smuovere.

Come dunque sono egualmente riusciti ad innalzare quegliobelischi che formano ancora oggidì l'ammirazione degli architetti e degliingegneri moderni? In un modo curiosissimo che solo la mente ingegnosa di quegliuomini straordinari poteva immaginare.

Mancando di macchinesi servivano d'un piano inclinato checominciava a qualche metro dal luogo dove l'obelisco doveva venire innalzato eche si distendeva per oltre un paio di chilometri con una pendenza lievissima.

Sulla parte più alta costruivano un muro anche quelloinclinato ed un po' più alto dell'obelisco e sulla sommità formavano uncoronamento di grossi tronchi d'albero profondamente infissi dovendo sopportareil peso intero dell'immensa colonna.

Bastavano pochi uomini per far salire la rampa all'obeliscodisposto colla base innanzisopra curli di legno durissimo che rotolavano su untavolato portatile.

Quando la base aveva oltrepassato lo spigolo del muro diquasi un terzo della sua lunghezzagli operaicollocati sui pilonicoll'aiutodi funi solidissime facevano girare l'obelisco attorno al conoramento dellascarpa guidandolo fra due file di tronchi disposti a guisa di piuoli.

La discesa dell'enorme massa la effettuavano poi lentamentetogliendo man mano attorno alla base dell'obelisco la sabbia precedentementeaccumulata in modo da farlo posare sul punto preciso segnato sul basamento.Riusciva poi facilea quegli instancabili lavoratoridare al monolito ladovuta posizione verticalestabilendo un semplice tavolato fra la rampa ed ilpilone.

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Appena gettata la grossa pietra che serviva d'àncora ecalate sul ponte le veleMirinriAta ed Ounis si erano subito portati sulcasserettopremendo assicurarsi innanzi a tutto della direzione presa dallegrosse barcheche sospettavano montate da guerrieri dell'usurpatoreincaricatidi catturarliprima che potessero giungere a Menfi.

Con loro non poco piacere le videro dirigersi lentamenteverso la riva opposta e affondare le loro pietrecome se i loro equipaggiavessero presa la risoluzione di passare colà la notte.

«Ci tengono d'occhio» disse Atacon inquietudine. «Nonhanno osato accostarsi a quest'isolama temo che non ci lascieranno tantofacilmente. Nefer ha avuto una buona idea di guidarci quipurché gli spiritidei re Nubiani non ci diano maggiori fastidi di quelli che potremmo avere daquei guerrieri. Io temo più i morti che i vivi.»

«Ti ho detto che io saprò placare le loro anime e che lefarò rientrare nel serdab() del tempio.»

«Quale potere soprannaturale possiedi dunquefanciulla?»disse Ounis.

«È mia madre che mi ha insegnato a placare gli spiriti.D'altrondemio signoreio te ne darò prova. Fa gettare una tavola sulla rivae lascia che scenda a terra. Lancierò lo scongiuro in mezzo alla foresta.»

«Tu sola!» esclamò Mirinri.

«Sìmio signore» rispose Nefer con voce tranquilla.

«E non avrai paura?»

«Di che cosa?»

«Non vi sono belve feroci su quest'isola?»

«Noche io sappia.»

«Ed i coccodrilli li hai dimenticati?»

«Le rive sono tutte così ripide da impedire a loro disalirle.»

«Io non divido la tua fiduciaNefer. Lascia che tiaccompagni. La mia daga è salda e ti proteggerà.»

«Lo scongiuro non avrebbe nessun effetto e nessuno deveassistere al rito che io compierò sotto gli alberi.»

«Quale rito?»

«Non te lo posso diremio signore. Noi abbiamo dellecerimonie da compiere che non possiamo svelare a nessuno. Lasciami andare e nontemere per me. D'altrondese anche mi toccasse una disgraziache cosat'importerebbe?» disse la fanciulla con profonda amarezza.

Mirinriche aveva compreso dove mirava la fanciulla ed a checosa alludevacredette opportuno non risponderetuttavia la guardò con unacerta ansietà.

«Addiomio signore» riprese Nefervedendo che la tavolaera stata già gettata. «Se io tardonon inquietartipoiché lo scongiuro cheio lancierò sotto gli alberi potrebbe non essere sufficiente ed in tale casosarei costretta a ripeterlo dinanzi al tempio.»

«Lascia che ti accompagni fino alla riva» disse Mirinri.

«Siamio signorepurché tu non varchi la prima lineadegli alberi.»

Attraversarono insieme la tavolamentre Ata e Ounis spiavanoansiosamente le quattro grosse barchetemendo che preparassero qualche sorpresaapprofittando dell'oscurità della nottee si fermarono dinanzi ad una veramuraglia di verzura che sembrava quasi impenetrabile.

«È là il passo» disse Neferindicando al giovane unpiccolo squarcio aperto fra le camerope a ventaglio e le enormi palme dum che sierano ammassate sulla rivacollegate fra di loro da giganteschi festoni dipiante parassite.

Neferche si era fermatafece segno a Mirinri di nonavanzare un passo di più. La strana fanciulla appariva in quel momento in predaad una vivissima commozione ed i suoi occhi avevan perduto in quel momento tuttoil loro superbo splendore. Un forte tremito faceva tintinnare i suoibraccialetti.

«Che cos'hai?» chiese Mirinrisorpreso da quell'improvvisacommozione che aveva subito rimarcata.

«Nullamio signore» rispose Nefer con voce soffocata.

«Tremi come se tu avessi freddo.»

«È l'umidità della notte forse che mi fa trasalirecosì.»

«E anche nella tua voce vi è come un tremito. Avrestipaura? Aspetta che sorga il sole per lanciare lo scongiuro.»

«Devo pronunciarlo nelle tenebre. Gli spiriti non escono chedi notte.»

«E credi tu che siano veramente spiriti? Io ho visitate piùpiramidi e mai ho veduto uscire dai loro sarcofaghi quelli che da secoli vidormivano dentro. Se fossero invece degli esseri viventi?»

«Nosono ombremio signore.»

«Sei risoluta?»

«Sìmio signore. Se tu rimani qui udrai il canto dei mortiche io griderò in mezzo alla foresta.»

La voce di Neferdapprima tremantea poco a poco si erarinfrancata; il tremito invece delle sue membra non era cessato. Stette unmomento silenziosacol capo chinopoi s'allontanò bruscamentedicendo:

«Addiomio signore: che IsideOsiride e la vacca Hathorproteggano il Figlio del Soleche Apapil serpente del genio del male stialontano da te.»

Nefer scomparve attraverso lo squarcio aperto nella immensamuraglia di verzura.

La fanciulla camminava rapidamentecome se già altre volteavesse attraversato la folta foresta che copriva quell'isolagettata attraversoil maestoso Nilo.

Non voltò nemmeno per vedere se Mirinri l'aveva seguita. Erad'altronde certa che il giovane non si sarebbe mosso dalla rivapoichécosastranagli Egizianial pari di tutti i popoli primitivise non avevano pauradella mortene avevano molta degli spiriti dei morti.

La fanciulla però non sembrava tranquilla. Anzi si sarebbedetto che un improvviso accesso di disperazione o di collera intensa l'avessecolta.

Delle frasi spezzate uscivano dalle labbra e le sue ditatormentavano nervosamente le sue vestilacerando la leggera stoffa.

«Maledetti...» mormoravastridendo i denti: «Voglionotenerlo lontano... troncargli la via gloriosa che dovrebbe condurlo verso iltrono del Sole... E io nulla posso fare... Sedurlo... addormentarlo tra le miebraccia.... O gli splendori della corte che io ho appena gustati nella primagioventù o la morte! Perché non scegliere un'altra invece di me? Perchéanch'io sono una Faraonama figlia di chi? Quale mistero regna sulla mianascita? E quel miserabile sacerdote mi tiene nelle sue mani!... E riusciròio?... Ama troppo l'altra e non ha compreso che io mi struggo per lui... che nonsogno che lui... che darei la mia vita per lui e che attraverserei il fiumeinfernale che va a bagnare i campi divini d'Aaseron().

Si era fermata. Al di sotto delle larghe foglie delle palmeregnava una profonda oscurità ed a malapena attraverso quella massa di verzurasi poteva distinguere qualche stella.

Un silenzio assoluto regnava intorno alla fanciullanonsoffiando alcun alito di vento. Solo in lontananza muggiva cupamente il Niloche la piena aveva reso più impetuoso.

«Mi udranno?» si chiesedopo d'aver fatto qualche passoinnanzi.

Si guardò intorno cercando di distinguere qualche cosapoisi rizzò e alzando la voce in modo da poter essere udita anche da Mirinrisequesticome era da supporsinon aveva lasciata la spondagridò:

«Oh tuAmentiche sei il signore della montagna e che haiil potere di creare le anime quando te l'ordina Osirideascolta la parola diuna fanciulla di stirpe divinaperché sono figlia di quel Râ (il sole) che sialza tutti i giorni sull'orizzonte orientale del cielo e che la nera dea Nutprotegge coll'ombra delle sue ali. Tu sei possenteperché la tua lingua toccae lambisce il cielola terra ed avviluppa ogni cosa; tu sei grande perché seiil dio che regna nell'emisfero inferiore e la tua forma è nel cielonellaterranelle piantenelle acque del Nilo e la luce che sfolgori è pari aquella di Toumche oggi è Osiride e domani è Râ e tutto puoi. Io voglio chetu renda agli spiriti che vagano su questa isola la loro bocca per parlareleloro gambe per camminarele loro braccia per rovesciare i nemicicome stascritto nel Libro dei morti che Osiride ci diedeonde se ne vadanolontani e possano raggiungere la barca del Sole. Nefer ha parlato: è unamaliarda ed una Figlia del Sole che Nut protegge. Raccogli gli spiriti erranti echiamali nei campi divini d'Aaseron. Attendo!...».

La fanciulla aveva appena terminato quelle parolequandosotto la vôlta immensa delle grandi foglie si udì un fragore assordantechepareva prodotto da qualche enorme tamburone furiosamente percosso e che duròqualche minutopoi un'ombra umana comparveaccostandosi silenziosamente allamaliarda.

«Egli ti aspetta nel tempio» le disse quando fu vicina.

Nefer provò un forte fremito.

«Vieni» disse l'ombra.

«Ti seguo» rispose la fanciulla con un sospiro.

Si misero in cammino. L'uomo la precedeva di alcuni passiscostando i rami che in quel luogo erano molto bassi e dopo pochi minutis'arrestarono presso una gigantesca costruzione di forma quadratadinanzi allaquale si ergevano due obelischi molto meno alti di quello che giganteggiavasulla riva e delle sfingi di mostruose proporzioniallineate su una doppiafila.

«EntraFiglia del Sole» disse la guida arrestandosi.

Nefer si diresse verso una porta larga alla base e strettaverso la cima e si trovò in una immensa salala cui vôlta era sorretta da unnumero infinito di colonne tutte scolpite e coi capitelli che s'allargavano informa d'una larga campanula.

Una piccola lampadasospesa in altoilluminava a malapenail centro del gran tempio.

«Sei tuNefer?» chiese una voce dall'accento rude.

«Sìsono ioHer-Hor» rispose la fanciulla.

Un uomo era comparso improvvisamenteuscendo fra le duecolonne centrali. Era un vecchio di sessanta o settant'annidi statura moltoaltadai lineamenti duricogli occhi nerissimi e vivissimi ancoramalgradol'età.

Indossava una specie di zimarra di lino bianchissimomoltoampiastretta alle reni da una fascia gialla che ricadeva sul dinanzi ed avevasul capo un fazzoletto pure giallo a righe nereche gli scendeva sulle spalle.Ai piedi portava dei sandali di papiro e dal mento gli pendeva una di quellestrane barbe posticciedi forma quadratache erano molto in voga inquell'epocaquantunque rendessero coloro che le portavano di un aspettotutt'altro che simpatico.

Nefernel vederloera diventata pallidissima ed un lampod'ira le era balenato negli occhi.

«Ho veduto la loro barca ad approdare» disse il vecchio.«Tu sei una fanciulla meravigliosa e Pepi ha scelto bene. È lui dunque?»

«Sì» rispose Nefer abbassando il capo.

«Proprio il figlio di Teti?»

«Sì.»

«Non ci eravamo ingannati. T'ama?»

«Non mi pare finora.»

Una profonda ruga si disegnò sulla fronte del vecchio.

«È necessario che t'amitu lo sai. Forse non hai tentatotutte le seduzioni. Chi potrebbe resistere a te che sei la più bella fanciulladel Basso Egitto? Chi non fremerebbe dinanzi ai tuoi occhi meravigliosi e alletue forme divine?»

«Eppure non mi ama ancoragrande sacerdote» risposeNefer.

«Deve amarti: Pepi lo vuoletu sai che ogni volontà del reè comando.»

«Pensa ad un'altra.»

«Che il Capro di Mendes e che il dio Api mi uccidano sulcolpo!» gridò il vecchio. «L'altra non lo amerà mai!»

«Che ne sai tuHer-Hor?» chiese Nefer. «Tu non puoiscrutare il cuore di Nitokrila figlia di Pepi.»

«Egli è un nemico che potrebbe strappare il trono a suopadre.»

«L'amore vale talvolta meglio d'un trono.»

Her-Hor fece un gesto di collerapoicambiando bruscamentetonodisse:

«Tutto è pronto. Ricordati che devi impedirgli di giungerea Menfi e di addormentarlo qui. Ricchezze e festedanze e profumiviniinebbrianticarezze e gli occhi tuoi: cadrà e dimenticherà il suo grandesogno.»

«E se t'ingannassigran sacerdote?» chiese Nefer conironia.

«Tutto dipende da te: vuoi rivedere gli splendori dellacorte e riprendere il posto che ti spetta per diritto di nascita? Lo deviammaliare e tarpargli le ali. Lo sparviero è giovaneè sempre vissuto lontanoda Menfinon ha veduto che le sabbie del desertodove fu allevato e dove ècresciuto e tu sei bella. Mirinri ti amerà.»

Nefer fece col capo un gesto negativo.

«Il cuore del giovane Figlio del Sole non batterà forse maiper Nefer» disse poicon voce triste.

Her-Hor aveva guardato fissa la fanciullapoi l'aveva presastrettamente per una mano. Una gioia selvaggia illuminava i suoi occhi etraspariva sul suo viso incartapecorito.

«Tu l'ami!» esclamò.

Nefer non rispose.

«Lo voglio sapere.»

«Ebbene... sì» rispose la fanciullachinando la testa.

«Ahla...»

Con un morso rabbioso il sacerdote aveva impedito alle suelabbra di completare la frase.

«Che cosa volevi direHer-Hor?» chiese Nefer.

«Nulla» rispose asciuttamente il sacerdotementre unlampo sinistro illuminava i suoi occhi. Poidopo aver girato intorno ad unacolonnacome per aver tempo di riprendere la sua calma primierachiese:

«Chi accompagna Mirinri?»

«Un vecchio che si chiama Ounis e che pare sia anche lui unsacerdote.»

«Ah? Lui!»

«Lo conosci?»

«Credo.»

«Chi è?»

«Un fedele amico di Mirinri. Hai incontrata la barca digatti?»

«Sìa tre giornate da qui; prima che il Nilo sigonfiasse.»

«Mirinri e Ounis hanno creduto a tutto ciò che tu hainarrato?»

«Credo.»

«Ti hanno visto il tatuaggio?»

«Ounis lo scoprì sulle mie spalle.»

«Sicché sono convinti che tu sia una Figlia del Sole?»

«Non lo sarei forse?» chiese Nefer trasalendo.

«Sìnon ti ho mai detto il contrario» disse il grandesacerdote.

«Allora dimmi chi era mio padre.» gridò la fanciulla.

«Non è ancora giunto il momento di svelartelo.»

«È morto o vivo?»

«Potrebbe dormire il sonno eterno entro una piramideperfettamente mummificatoperché era un gran principee potrebbe anche darsiche non fosse ancora salito sulla barca che guida le regioni inferiori e che nonsia ancora stato giudicato dal tribunale d'Osiride. Solo Pepi Mirinri lo sa enulla finora a me disse.»

«Tu mi assicuri che nelle mie vene scorre il sangue divinodei Faraoni?»

«Sì.»

«E che il simbolo del diritto di vita e di morte non mi fuimpresso per ingannarmi.»

«Ti fu fatto nel palazzo reale di Menfi.»

«Allora Mirinri può amarmiperché sono una Faraona comeNitokri?»

«Può amarti.»

«Dammi un filtro affinché il suo cuore arda per me.»

«Il filtro lo hai nei tuoi occhi» disse il sacerdote.«Pepi stesso non saprebbe resistere al fulgore delle tue stellese ora tivedesse.»

«Ma non Mirinri.»

«Cadrà: tu sei una maliarda.»

«Dammi un filtro o danne uno all'altra Faraona» disseNefer coi denti stretti«uno di quelli che la facciano dormire per sempre. Lapiramide di Pepi è sempre pronta a ricevere i morti espenta quella fanciullache ha per lei il fascino del potere e la luce d'un gran tronoche a meoggimancaMirinri cadrà fra le mie braccia.»

«Io uccidere la figlia di Pepi!» esclamò il sacerdote. «Epoi? Sono vecchioeppur ci tengo ancora alla vita o meglio ci tengo a qualchecosa di più importante della mia vita. Quando lo condurrai qui?

«Domani all'alba.

«Anche il vecchio?»

«Non lo lascerà.»

«Se potessi ucciderlo!»

«Perché? Che cosa ti ha fatto? Che importa a te che viva?»

Il sacerdoteinvece di risponderesi mise a passeggiare frale colonnemormorando fra sé:

«Sìsarebbe una stupida vendetta.»

Poitornando verso Neferriprese:

«Bada che gli occhi miei e sopratutto quelli di Pepi sonofissi su di te. O gli splendori della corte o la morte: il re sarà implacabile.Va': tutto è pronto per riceverlo e per addormentarlo fra tue belle braccia.Egli non deve giungere a Menfiricordatelo egiacché l'amiti avverto che seegli posasse i piedi nella capitale del Basso Egittola morte non lorisparmierebbe. Ha regnato suo padre; lui non regnerà mai.»

«Non scorderò le tue parole» rispose Nefermentre unbrivido di terrore le correva per le ossa.

«E non una parola o nessuno di noi uscirà vivo dalle tombedegli antichi re Nubiani! Va'! Tu sai che cosa devi fare.»

Nefer si strinse addosso le leggere vesti che la coprivanocome se un gran freddo l'avesse improvvisamente côlta e uscì rapidamente daltempiomentre il sacerdote spegneva bruscamente la lampada.

 

 

CAPITOLO SEDICESIMO

 

Le meraviglie del tempio di Kantapek

 

Quando Nefer ritornò alla rivaMirinri si trovava ancoralàseduto alla base dell'obeliscocolla daga snudata in mano e lo sguardofisso verso il margine della forestapronto certo ad accorrere in aiuto dellafanciullase qualche pericolo l'avesse minacciata.

Vedendola uscire dallo squarcio aperto fra la muraglia diverzurasi era prontamente alzatomuovendole incontro. Nefer lo accolse con unsorriso e con uno sguardo intenso.

«L'isola è tuamio signore» gli disse. «Gli spiriti deire Nubiani sono rientrati nei loro sarcofaghi e non ne usciranno finché io nonlo vorrò.»

«Li hai vedutitu?» chiese Mirinri.

«Sìvagavano sulle cime delle palme.»

«Chi sei tuche possiedi una tale potenza? Io ho udita latua invocazione e poi un gran rumore che ha spaventato gli etiopi e anche Ata eOunis.»

«Erano i sarcofaghi che si richiudevano» rispose Nefersottovoce.

«Io finora non ti avevo creduto.»

«Ed ora?»

«Invidio la tua potenza occulta. Se io la possedessiforsea quest'ora Menfi l'orgogliosa sarebbe mia e mio padre sarebbe statovendicato.»

«Io nulla posso contro i vivi» disse Nefer.

«Sei stata al tempio?»

«Sì ed ho ripetuto dinanzi alle sfingi il possentescongiuro. Ecco perché ho tardato a tornaremio signore.»

«Non hai veduto nessun lume brillare là dentro?»

«Regnava una oscurità profonda ed un silenzio assoluto.Coloro che hanno acciecato il mio fidanzato devono essere morti o fuggiti.»

«Non avranno asportati anche i tesori che tu affermi sitrovassero nei sotterranei?»

«Domani noi ce ne assicureremo» rispose Nefer. «Un giornoperduto non ritarderà troppo la conquista del trono a cui hai dirittomiosignore.»

«E poi non possiamo per ora riprendere il viaggio» disseMirinrila cui fronte si era oscurata. «Quelle quattro barche ci sorvegliano:tutti ne siamo convinti e forse aspettano che noi prendiamo il largo perassalirci. Sali a bordo e va' a riposartifanciulla.»

Nefer lo seguìsenza aggiungere altroe invece di recarsinella sua cabinasi sedette a prorasu un cumulo di cordami.

Una viva ansietà regnava fra l'equipaggio e anche Ounis edAta apparivano molto preoccupati. Sentivano tuttimeno Mirinriche un pericololi minacciava. La presenza di quelle quattro barcheche non si decidevano alasciare la riva del Niloaveva fatto perdere la calma sia agli etiopi che aidue capi. Ormai erano più che convinti di aver di fronte dei nemici e non giàdei semplici trafficanti.

«Sono sempre là?» aveva chiesto Mirinriappena salito abordoraggiungendo Ounis e Ata che vegliavano attentamentesdraiati sulcasseretto.

«Sempre» aveva risposto il vecchio.

«Che attendano l'alba per andarsene?»

«O per assalirciinvece?» disse Ata.

«Che osino accostarsi a quest'isola che tutti sfuggono?»

«Questo non lo so e può darsi che non si sentano tantocoraggioma quand'anche rimanessero là a guardarcinoi non potremmoriprendere il viaggio. Essi ci tengono come prigionieri.»

«Saranno in molti gli uomini che le montano?»

«Le barche sono grossemio signore» rispose Ata«eavranno equipaggi numerosi quanto il nostro. Mi guarderei perciò benedall'esporre la tua vita preziosa.»

«Io sarò pronto a proibirlo» disse Ounische sembravapiù inquieto di Ata. «Se tu Mirinri cadi nelle mani di Pepiegli non tirisparmierà ed il tuo bel sogno sarebbe per sempre finito e tuo padrerimarrebbe invendicato.»

«Aspettiamo l'alba» disse il giovane. «Io farò quelloche tu vorraiOunisperché debbo a te e alla tua prudenza la mia vita. Comeho atteso tanti anniposso attendere dei giorni. Menfi è sempre laggiù e nonmi sfuggirà.»

Ad un tratto trasalì. Il piccolo veliero si era spostatobruscamentecome se avesse ricevuto nei fianchi un forte colpo.

Ata e Ounis erano balzati in piediguardando intorno conansietàmentre gli etiopi correvano lungo le murate in preda ad un vivopanico.

Qualche cosa doveva essere avvenutopoiché il velieroquantunque l'acqua non fosse agitata entro quel minuscolo senocontinuava aoscillare sempre più vivamenteaccennando a coricarsi su un fianco.

D'improvviso un grido sfuggì ad Ata:

«Affondiamo! SalvatiFiglio del Sole! Ecco il tradimentoche presagivo!

Tutti precipitarono verso proradove Nefer stava sempresedutatranquillaimpassibile. Nemmeno udendo il grido di Ata si era mossa;solo sulle sue labbra era comparso un lieve sorriso.

«Prima il Figlio del Sole!» comandò Ataarrestando con ungesto gli etiopi che stavano per rovesciarsi sul ponte volante che aveva servitoa Nefer per scendere a terra.

«La fanciullaprima» disse invece Mirinri.

Il viso di Nefer s'illuminò d'una gioia intensa.

«Graziemio signore» diss'ella alzandosi.

«Presto: la nave si rovescia» rispose Mirinri vedendolainchinarsi rapidamente sul tribordo.

Nefer balzò agilmente sul pontileleggera come un uccellopassò e poi la seguirono precipitosamente gli altri.

Si erano appena radunati dinanzi all'immenso obeliscoquandoil piccolo veliero si capovolse colla chiglia in ariaspezzando di colpo lafune a cui era appeso il masso che serviva d'àncora.

La corrente cheentrando nel senovi faceva il girosubitolo prese e se lo portò viaprima che gli etiopinon ancora rimessisi dalpanicoavessero pensato a fermarlo.

Per alcuni istanti fra tutti quegli uomini regnò un profondosilenzio. Fu Mirinri che pel primo lo ruppe.

«È la mia sorte e fors'anche il mio trono che se nevanno» disse.

«Maledizione!» esclamò Ata «Ci hanno presi!»

«Non ancora» disse Ounische aveva subito ricuperato ilsuo sangue freddo. «Ero certo che noi non saremmo giunti a Menfi cometranquilli passeggieri e che l'usurpatore ci avrebbe preparati degli agguatilungo la via.»

«Che vi sia qualche traditore fra noi?» chiese Mirinri.«La tua barca era solidaAtae non può essere affondata da sola.»

«Gli uomini che montano quelle barche che l'hannotrapanata» rispose Ata. «Su ciò non ho alcun dubbio. Essi hanno approfittatodell'oscurità della notte per attraversare il fiume e per aprire i fianchi delveliero.»

«Allora sanno che io ero sulla tua barca.»

«Pepi ha disposto certamente numerose spie lungo le rive delfiume» disse Ounis. «Egli forse sa più di quanto noi crediamo e questa èuna prova che gli era nota la nostra partenza dal deserto.»

«Ed ora che cosa faremo? Come potrò io recarmi a Menfi?»chiese Mirinri. «Che tutto sia finito e che la mia stella sulla quale tuOunisriponevi tante speranzesia tramontata per sempre?»

«Mio signore» disse Nefer«pensa innanzi a tutto asalvarti; vedo le barche dirigersi verso l'isola.»

Tutti si erano voltatiguardando la riva opposta. Le quattrobarche avevano levate le pietre che servivano d'àncora e veleggiavano giàlentamente attraverso il Nilo.

«Vengono!» avevano esclamato tutti.

«E non abbiamo più armi per difenderci» disse Ataconrabbia.

«Io vi salverò» disse Nefer.

«Tu!» esclamò Mirinri.

«Sìmio signore.»

«In quale modo?»

«Conducendovi nel tempio dove riposano gli antichi renubiani. Ormai i loro spiriti sono placati e non avete più nulla da temere enessuno di quegli uomini che montano le barche oserebbe seguirvi fino là.»

«E tu ci giuri che non troveremo invece dei nemici?» chieseOunis.

«Su Osiridelo giuro» rispose la fanciulla. «Seguitemiprima che le barche approdino e che le freccie degli arcieri vi colpiscano.Guardate: s'affrettano.»

«Badafanciullache se tu c'ingannianche se tu sei unaFaraona non ti risparmieremo» disse Atacon voce minacciosa.

«Io non potrò difendermi e sono in mano vostra. Seguitemise vi preme la vita.»

Il timore che Mirinri potesse cadere nelle mani dei guerrieridi Pepi fece risolvere Ounistanto più che non potevano opporre alcunaresistenza nel caso d'un attacconon avendo avuto il tempo di salvare le loroarmi.

Si cacciarono frettolosamente entro lo squarcio aperto dellaforesta e si misero dietro a Neferla quale procedeva con passo lestoavanzandosi sotto i grandi alberi.

Quell'isolottofertilizzato dalle acque del Niloche nelcolmo della piena dovevano inondareera ingombro di piante superbele quali sierano sviluppate enormemente.

Era un vero caos di camerope a ventaglio dal bel fustocilindriconodoso solamente alla basecoronato alla sommità da un magnificociuffo composto di trenta o quaranta fogliepiante assai pregiate anche dagliantichi egizii quali si nutrivano delle sue fruttadelle giovani foglie eanche della sostanza farinosa contenuta nel tronco. Al di sotto di quellaimmensa vôlta di verzuraracchiusa in vere reti di piante arrampicantisiergevano gruppi di euforbieda cui si estrae un succo corrosivochesostituisce oggi il caucciù e che è così potente da bruciare le stoffe e daprodurre delle ferite dolorose sulle carnie cespugli foltissimi che rendevanoil passaggio difficilissimo.

Nessun animale si presentava agli sguardi del drappelloilquale continuava ad avanzare rapidamente. Solo fra i rami svolazzavano pochiuccelli acquaticidegli anastomi e dei falchi.

Pareva che quell'isolotto fosse assolutamente desertononudendosi alcun rumore in alcuna direzione. L'incantesimo della maliarda eradunque pienamente riuscitocosì almeno la pensavano i superstiziosi etiopi.

Avevano percorso già un lungo trattoaprendosifaticosamente il passo fra quelle masse di vegetaliquando tutti si fermaronodi colpomandando un grido di stupore.

Ai primi raggi del sole che stava sorgendo si erano trovatiimprovvisamente dinanzi al tempio meravigliosoil quale s'innalzava in mezzo aduna spianata sgombra d'alberi.

«Ecco il luogo ove dormono le spoglie degli antichi renubiani» disse Nefer.

Quel tempio era di dimensioni enormidimensioni d'altrondeche gli architetti egiziani amavanoessendo abituati a fare tutto in grande:colossali le piramidicolossali gli obelischicolossali le dighei bacinilestanze funerarie ed i palazzi.

Era un dado mostruosocolle facciate però pendentisormontato da un altro di dimensioni meno vastecon una piramide tronca alcentroformato tutto di blocchi enormi di pietra calcareatratta senza dubbiodalla duplice catena arabica e libicaquella catena che provvide al vecchioEgitto i materiali necessari per innalzare le sue gigantesche piramidi.

Numerose iscrizioni ed un numero infinito di figure coprivanole paretirappresentanti divinitàre in gran costumemontati su carri diguerrascene di caccia e animali d'ogni specie.

Nel mezzoin un gran quadratogiganteggiavano le tremaggiori divinità adorate dagli Egizi: Osirideseduto su una specie di tronocon un altissimo cappello e l'immancabile barba quadrata appiccicata sotto ilmento: Isideuna dea che aveva il corpo seminudopure seduta su un trono e cheaveva in testa uno strano trofeosormontato da due cornae la vacca Hathorche fra le due corna reggeva il sole contornato da parecchi simboli e che posavail muso sulla testa d'un uomo.

Ai due lati della porta che metteva nel tempiosi ergevanodue obelischi massicciistoriati al pari delle pareti e dinanzi a lorosu unadoppia lineain modo da formare una specie di vialestavano due dozzine disfingi colle teste di reappartenenti probabilmente alle prime dinastie.

«Chi può aver costruito questo magnifico tempio in questoluogo?» si chiese Mirinriche mai prima di allora ne aveva veduto uno. «Losai tuNefer?»

«Entra» gli disse invece la fanciullaprendendolo per unamano e traendolo quasi con violenza verso la porta.

«Circondate il Figlio del Sole» disse il sospettoso Atarivolgendosi agli etiopi.

«Non è necessario» disse Nefer. «Nessun pericolo lominaccia e rispondo della sua vita. Seguitemi tutti!»

La voce della fanciullache era ordinariamente dolce e quasitristeera diventata improvvisamente imperiosa. Mirinri che non era moltosuperstizioso e che d'altronde non provava alcun timorefece segno agli etiopidi fargli largo e si lasciò condurre nel tempio.

La luceche entrava liberamente dall'ampia portapermiseloro di scorgere un numero infinito di magnifiche colonnei cui capitelli siperdevano nell'altotutte coperte di strane pitture in rossoin nero ed inturchinole tre tinte favorite degli Egiziani. Alcuni rappresentavano dei Redel primo imperoseduti sui loro troniche altro non erano che delle semplicisedie massiccie molto bassecon in mano le insegne dell'autorità regalerappresentate da un bastone un po' ricurvo verso la cima e da una specied'uncinoaltre dei guerrieri in atto di trafiggere dei prigionieri; poi delledivinità rappresentate da uomini con la testa di bueibiscoccodrilli egatti.

In mezzo all'immensa sala giganteggiava la statua d'un re inatto di minacciare qualcunocon una immensa barba quadrata appesa al mento earmato d'una specie di falce molto ricurvala prima arme usata dai guerrieri edai re della prima dinastia.

«Dove mi conduciNefer?» chiese Mirinrivedendo che lafanciulla non si arrestava.

«Nella mastabamio signore» rispose la maliardasenza lasciargli la mano. «È nel sepolcreto che deve trovarsi il tesoro degliantichi re nubiani ed è là che nessuno oserà venire a cercarti.»

Attraversarono il tempio in tutta la sua lunghezzaseguitida Ounisda Ata e dagli etiopifinché giunsero dinanzi ad una porta di bronzoche era socchiusa e su cui stava scolpitoentro un discouno scarabeo che erail simbolo dei successivi rinascimenti del sole ed un uomo colla testa dimontonerappresentante il dio solare.

«La mastaba è dinanzi a noi» disse Nefer.

«Ci vedremolà dentro?» chiese Ounis. «Noi non abbiamoalcun lume con noi.»

«Vi è un foro in alto che ci darà luce sufficiente.»

«Avanti dunque.»

Invece di obbedire Nefer aveva fatto un passo indietro comese fosse stata colta da un improvviso terrore o da una grande perplessità.

«Hai udito qualche rumore?» chiese Mirinri.

«Nomio signore» rispose la fanciulla tergendosi con unmoto nervoso della mano alcune stille di freddo sudore.

«Avresti paura delle mummie che tu hai ricacciate nei lorosarcofaghi?»

«Nefer non teme i morti perché sa scongiurarlitu losai.»

«Dunque?» chiesero Ounis e Ata.

Parve che la fanciulla facesse uno sforzo supremopoi conambe le mani spinse risolutamente la massiccia porta di bronzosussurrando aMirinri:

«Tu non hai nulla da temereFiglio del Sole.»

Un buffo d'aria umida investì Neferfacendole volteggiareintorno i leggeri tessuti che la coprivano; ma quell'aria non era impregnata diquel tanfo sgradevole che regna di solito nei sepolcretianzi pareva che fossesatura d'un sottile e misterioso profumo.

Una scala si trovava dietro alla porta. Nefer la discesetenendo Mirinri per una mano e si trovarono in una immensa sala sotterraneascavata nel vivo masso e illuminata da un foro circolare da cui penetrava ungetto di raggi solari.

Era la mastaba.

Gli Egizianisia delle prime come delle ultime dinastiehanno avuto sempre una grande cura nel prepararsi i loro sepolcri.

I Faraoni si seppellivano entro le grandiose piramidi; igrandi ed i ricchi nelle mastaba ossia in immense sale sotterraneesormontate da una piramide per lo più troncaa base rettangolarela cuilunghezza e profondità variavano secondo il gusto dei costruttorimentrel'altezza non superava ordinariamente i sette od otto metri.

Le quattro facciate di quei vasti sepolcreticheracchiudevano sovente un gran numero di mummieerano pianesenza alcunornamento né aperturaall'infuori d'una porta che s'apriva sempre versol'orienteossia verso il punto dove s'alzava il soleil grande astro cheracchiudeva l'animo di Osiride. Anzi quei sepolcreti erano sempre orientati congrande esattezzaonde potessero avere le quattro facce della piramidesovrastante le vôlte verso ognuno dei quattro punti cardinali e l'assetrasversale nella direzione nord e sud.

Specialmente attorno alle colossali piramidi ove dormivano ire si costruivano le mastabapiù o meno vastesecondo la fortuna deidefuntiregolarmente allineate e separate da viali come i quartieri dellegrandi città dell'antico Egitto.

Gli scavi fatti eseguire dagli egittologi durante lo scorsosecolo ne hanno messo allo scoperto un gran numero e dall'alto della piramide diCheope se ne poterono indovinare molti altriper la loro forma geometrica cheha dato alle sabbie delle forme molto pronunciatema quante se ne trovanoancora nascoste sotto l'antico suolo? Forse migliaia e migliaia di mummiedormono dimenticate ancora sotto le sabbieche hanno ormai invaso tanta partedell'Egitto e probabilmente nessuno riuscirà mai a metterle allo scoperto.

L'interno di quelle tombe era diviso in tre parti distinte:la cappellail corridoio chiamato serdab e la criptaossia la veratomba sotterranea destinata a contenere le mummie.

Di questi tre repartila sola cappella era accessibile aiviventi ed era la cameretta nella quale si raccoglievano i parenti in certianniversari per recitarvi le preghiere dei morti e deporvi le offerte e leprovviste destinate a sostenere l'anima del defunto nel grande viaggio all'altromondo.

Era in certo qual modo la sala di ricevimento del così dettodoppioessere intermediario fra il corpo e l'animanella qualesoggiornava fino a che la mummia non fosse completamente distrutta dal tempo.

In quella cappella vi erano due oggetti importantissimi: unatavola chiamata stelefissata entro una nicchia col nomele funzioni equalità del defunto ed una sporgenza di granito la cui superficieincavata acompartimenti ed a scanalatureserviva a ricevere gli alimenti destinati altrapassato.

Talvolta si ergevano anchea destra ed a sinistra delsarcofagodue minuscoli obelischi con iscrizioni che riguardavano la biografiadel morto.

Nefer era discesadopo una breve esitazionenella cappellaquindi essendo la porta di bronzo della cripta apertavi era entrata con unacerta rapiditàmostrando colla mano a Mirinri una trentina di sarcofaghi chestavano allineati lungo le paretialla distanza d'un metro e mezzo l'unodall'altro.

«Là dentro che si trovano le mummie dei re nubiani?» avevachiesto il giovane.

«Sì» aveva risposto Nefer«e dentro quei sarcofaghi tutroverai i tesori di cui ti ho parlato.»

«Ne sei ben sicura?»

«Il mio fidanzato che fu acciecato li vide.»

«In che cosa consistono?»

«In turchesiin rubiniin perle ed in smeraldi. Tumiosignorepuoi raccogliere qui delle somme favolose che ti basteranno asufficienza per muovere la guerra a Pepi. Avanzate...»

Mirinriseguito da Ounisda Ata e dagli etiopisi feceinnanzi con un certo rispettoguardando con viva curiosità le bare chealpari di quelle egizianeriproducevano delle teste nerissime cogli occhiscintillantiche mandavano bagliori strani.

Il drappello s'avanzò nell'immenso sotterraneomentreinvece la fanciulla indietreggiava lentamente verso il corridoioossia il serdab.

Ad un tratto un colpo sordoche si ripercosse lungamente nelsotterraneofece arrestare MirinriAta ed Ounis che erano già giunti a metàdella mastaba.

Un triplice grido rimbombò nel sepolcreto degli antichi renubiani.

«Nefer!»

Nessuna voce rispose. La porta di bronzo che separava la serdabdalla cripta era stata violentemente chiusa e la fanciulla era scomparsa.

«Siamo stati traditi!» aveva esclamato Atagettandosidinanzi al giovane Faraone come se avesse voluto proteggerlo da qualcheimprovviso pericolo. «Lo sospettavo. Ah! Ounisperché mi hai impedito digettarla nel Nilo?»

«Nefer fuggita!» esclamò Mirinriche non voleva ancoracredere ad un simile tradimento. «No! È impossibile! Si sarà nascosta dietroad una di quelle colonne!»

«La porta di bronzo è stata chiusa» disse Ounisconprofonda angoscia«e noi siamo prigionieri entro questo sepolcreto dove forsemorremo di fame e di sete.»

«Nefer!» gridò Mirinrirespingendo impetuosamente Ata eslanciandosi verso la porta di bronzoche percosse furiosamente coi pugni.

Anche questa volta nessuno rispose alla sua chiamata.

«Salviamo il Figlio del Sole!» urlò Ata. «A meetiopi!Difendiamolo coi nostri petti!»

Gli erculei battellieri stavano per chiudere nel mezzo ilgiovane faraonequando un grido di spavento ed insieme di stupore fuggì datutte le bocche:

«I morti risuscitano!»

 

 

CAPITOLO DICIASSETTESIMO

 

La principessa dell'isola delle ombre

 

MirinriAtaOunis ed i nubianiin preda ad una emozioneimpossibile a descriversisi erano precipitosamente rifugiati verso la scalache conduceva alla serdabe che la porta di bronzo chiusa daNefer non permetteva di salire fino al pianerottolo.

Uno spettacolo terrificante era avvenuto nell'immensa cripta;i coperchi dei sarcofaghiche dovevano chiudere le mummie degli antichi renubiani scricchiolavano ed a poco a poco si alzavanocome se i defunti stesseroper risuscitare.

Erano le ombre dei morti che Nefer pretendeva di averricacciati nei loro sarcofaghi e che tornavano a uscirequelle terribili ombreche spaventavano tutti i rivieraschi del fiume?

Tutti si erano addossati contro la portaguardando cogliocchi sbarrati i coperchi che continuavano ad alzarsiscricchiolando con uncrescendo sinistro. Solo Mirinri era rimasto sul primo gradinoguardandointrepidamente le barecome se volesse sfidare quelle terribili ombre. Certol'anima del giovane Faraone non tremavaperché nemmeno un muscolo del suovolto aveva trasalito come non aveva trasalito alcuno di quelli di Ounis. Ancheil vecchio sacerdote che lo aveva allevato conservava una calma superba e parevapiù preoccupato ad osservare Mirinri che i sarcofaghi.

Ad un trattocon immenso stupore degli etiopi e degliegizianisi udirono uscire da quei secolari feretri dei suoni dolcissimichesi fondevano insieme con un accordo ammirabile.

Erano note flebili di flautidi quei sab che sonotutt'oggi così estremamente difficili a suonarespecialmente quelli di bronzoquantunque simili istrumenti fossero piuttosto rari in quelle lontanissimeepoche; erano note di quei doppi flauti chiamati zargboceldi banit ossiadi arpe semicircolari e di nadjakhi ossia di specie di lireche avevanoda sei a quindici cordemolto in uso in quell'epoca.

Gli etiopisempre spaventatiessendo maggiormentesuperstiziosi degli egizianiavevano dato indietronon pensando più adifendere il Figlio del Sole.

Nemmeno Ata si era gettato più in difesa del giovaneilquale d'altronde non sembrava che avesse bisogno di chiedere soccorso achicchessia.

D'improvviso tutti i coperchi dei sarcofaghi s'alzarono comed'un colpo solo ed una legione di fanciulle bellissimecoperte appena daleggeri veli e adorne di ricchissimi braccialettidi collane e di anellisgusciò fuoriallineandosi lungo le pareti della cripta.

Erano tutte di bellezza meravigliosavestite colla supremaeleganza delle danzatrici e delle suonatrici di quell'epoca che dettavano lamoda perfino alle figlie dei possenti Faraoni e profumate dai piedi ai capelli.Ognuna teneva in mano un istrumento musicale: flautiarpesistricrotali inbronzoche battevano l'uno contro l'altrotriangolichitarre leggerissime colmanico lunghissimo e cimbali di metallo chiamati kimkim che davano deisuoni penetranti i quali echeggiavano fortemente le vôlte dell'immensosepolcreto.

«Chi siete voi?» aveva gridato Mirinribalzandodall'ultimo gradinocoll'impeto d'un giovane leone. «Fanciulle od ombre di renubiani? Il Figlio del Sole non trema dinanzi a voi.»

Uno scoppio di risa argentine fu la risposta.

Le fanciullesenza smettere di suonare i loro istrumentimusicalisi radunavano lentamente verso l'estremità opposta della criptadovesi scorgeva un superbo scalone di quella splendida e pregiata pietra calcareatratta dalle montagne della catena libica.

Mirinri aveva fatto atto di slanciarsi attraverso la mastabae di piombare sulle fanciullema Ata e Ounis si erano affrettati atrattenerlo.

«No!» avevano gridato entrambi. «Non sogniamo noi! Sonoombre! Qui vi è qualche maleficio di Nefer.»

«Che io spezzerò!» aveva risposto il giovane eroe. «Iosenza avere la potenza di quella fanciullaricaccierò tutti costoro nei lorosarcofaghidove forse dormivano da secoli e secoli. Io non sono un mortalequalunque! Sono un Figlio del Sole!»

Con una brusca scossa si era liberato della stretta di Ata edi Ounis e stava per scagliarsi contro le fanciulleche pareva lo guardasseromalignamentequando la porta che si scorgeva sulla cima del grande scalone siaprì di colpocon immenso fragore e comparve una giovane donna tutta avvoltain veli trapunti d'oroed i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle seminudeaccompagnata da quattro fanciulle che tenevano in mano delle lampade.

Mirinri si era subito arrestato mandando un grido: «Nefer!»

Era proprio la maliarda che si mostrava sull'ampiopianerottolo dello scalonefra la luce delle lampadepiù bella e piùseducente che mai. I suoi occhi nerissimianimati da una fiamma intensabruciantesi erano subito fissati sul giovane Faraone.

«TuNefer!» aveva ripetuto Mirinri. «Tumiserabilecheci hai traditi? Vuoi la mia vita? Prendila dunque!»

Un'espressione d'intenso dolore aveva alterato il bel visodella fanciulla.

«Chi ti ha detto che io t'ho traditomio signoreio chesarei così lieta di dare tutto il mio sangue per te? Io ti ho salvatomiodolce signoredagli uomini che t'inseguivano e che se ti avessero raggiuntot'avrebbero condotto prigioniero a Menfispezzando per sempre il tuo bel sognoe distruggendo tutte le tue future speranze.»

«Tu mi hai salvato! Ma se io sono tuo prigioniero!»

«Che cosa te lo dimostra? Vuoi tornare nelle forestedell'isola? Io farò aprire tutte le porte della mastaba e del tempiomadove andrai tu ora che i guerrieri di Pepi hanno distrutto la tua barca e chenon hai nemmeno un'arma per difenderti? Lo vuoiFiglio del Sole? Un solo tuocenno e sarai libero insieme ai tuoi compagni.»

Il giovane Faraone era rimasto silenziosoguardando concrescente stupore la fanciullache si teneva sempre ritta sul pianerottolodella vasta gradinatatutta avvolta in una leggera veste azzurrinaaperta solodinanzi al petto e colle braccia e le gambe adorne di meravigliosi gioiellichela luce delle lampade facevano vivamente scintillare.

Anche Ata e Ounis non avevano aperto bocca. Pareva che lasorpresa li avesse resi muti.

«Infine che cosa vuoi da me?» chiese Mirinridopo un lungosilenzio.

«Che tu accettifinché i tuoi nemici se ne saranno andatil'ospitalità che ti offre la principessa dell'isola delle ombre. Vienimiosignore: la tavola è pronta e tu ed i tuoi compagni dovete aver fame.»

«Sogno io?» esclamò Mirinrivolgendosi verso Ata edOunis.

«Non ci sembraquantunque tuttociò abbia l'apparenza d'unvero sogno» rispose Ata. «Quella fanciulla è un essere assolutamentestraordinario e mi sembra più una divinità discesa dal sole per proteggertimio signoreche una creatura umana.»

«Dunque l'istoria del tesoro dei re nubiani era una favolaè vero Nefer?» disse Ounis.

«Tacivecchio Ounis» rispose Nefer. «Sii contento diessere ancora vivo e di rivedere al tuo fianco quel Figlio del Sole a cuidedicasti la vita.»

«Tu devi spiegarci tante cose.»

«Te le spiegherò più tardise lo vorrai. Pensiamo per oraa divertirci.»

Scese la gradinatasempre seguita dalle quattro fanciulleprese per mano Mirinrisenza che questi avesse opposto la minima resistenza erisalì verso la porta entrando in un immenso salone la cui vôlta era sorrettada due dozzine di splendide colonne istoriate e dipinte.

Da una larga apertura rettangolareche s'apriva in altoscendevaessendo il sole già altouna luce vivissimala quale si riflettevaintensamente sul pavimento marmoreoche era lucidissimo.

Fra i due ordini di colonne vi erano una trentina di piccoletavolealte appena pochi palmi dal suolo; dietro a ciascunadelle pelli dianimali che dovevano servire come sedili o meglio come tappeti e dinanzi dellegrandi anfore di terracotta verniciatacol collo lunghissimoche reggevanodegli enormi mazzi di fiori di loto bianchirossi ed azzurri i quali spandevanodei deliziosi profumi.

Nefer condusse Mirinri presso una di quelle tavole e lo fecesedere su una magnifica pelle di leonemettendoglisi accanto.

OunisAta e gli etiopi si erano accomodati intorno allealtredue per duementre le suonatrici si coricavano intorno alle colonnefacendo vibrare i loro istrumenti musicaliin modo da non impedire che iconvitati potessero parlare ed intendersi.

«Tu sei una deaNefer!» aveva esclamato Mirinrichefiutava avidamente i profumi deliziosi di cui era impregnata la leggera vestedella fanciulla. «È impossibile che tu sia una mortale.»

«Perchémio signore?» chiese la fanciullasorridendoglie guardandolo cogli occhi languidi.

«Tu hai compiuto delle cose così meravigliose e haicambiato tante volte il tuo essereche io non riesco più a capirci nulla.Prima una povera maliardapoi una Faraona ed ora?»

«La principessa dell'isola delle ombre.»

«E domani forse regina dell'Egitto.»

«Lo vorrei ben esseremio dolce signoreper dividere ilpotere supremo con te. Disgraziatamente questo sogno» aggiunse la fanciullacon un amaro sorriso«non si avvererà mai.»

«Perché Nefer? Chi può dirlo?»

«Perché tumio signoreami un'altra e la fiamma non sispegnerà mai.»

«Perché vuoi turbare il mio spiritoNefer? In questomomento io non pensavo alla Faraona e non vedevo dinanzi ai miei occhi che te.»

«Hai ragionemio dolce signore» rispose la fanciulla.

Intanto una dozzina di giovanetteche avevano una largacintura di stoffa trapunta in oro stretta ai fianchi e che portavano in testadei pezzi di stoffa pieghettaticadenti in linea retta lungo gli orecchil'acconciatura ordinaria delle sfingiirruppero nella salarecando corone difiori e anfore d'oro squisitamente cesellate e tazze d'egual metallo ed'argento.

Una di esseche aveva delle splendide forme scultorees'avvicinò al tavolino dinanzi a cui stavano seduti Mirinri e Nefer e posò duecorone di fiori sul capo e sul collo di entrambicome voleva l'usopoi presaad una compagna un'anforariempì due tazze d'un vino color del rubino eprofumato.

«Bevi la luce dei miei occhi» disse Neferporgendo unatazza a Mirinri. «Io berrò la potenza che emana dal tuo corpoo Figlio delSole.»

Il giovane ebbe una breve esitazionepoi la vuotòsubitoimitato dalla fanciulla.

Anche Ata e Ounis avevano avuto corone e vino e nemmeno glietiopi erano stati dimenticati.

Frattanto la musica riempiva l'aria con delle vibrazionistrane che parevano invitare ad un dolce riposomescolandosi al profumo acutoed inebbriante dei fioriche le belle fanciulle di quando in quandorinnovavano. La liral'arpala cetrail tamburelloil flauto doppio esemplice univano i loro dotti accordi.

In tutti i banchetti degli antichi egiziani la musica avevauna parte importantecome l'aveva pure nelle cerimonie religiose. Pare che inquella lontana epoca avesse già raggiuntonell'immensa vallata del Nilounaltissimo grado di perfezione. Essa faceva parte di ogni buona educazionecomenei nostri tempi e non era raro vedere nei templi le figlie dei Faraoni suonareil sistrol'istrumento sacro delle cerimonie religiose o l'arpa. Vi erano dellevere corporazioni di musiciste che allietavanospecialmente dietro certicompensile festei banchetti e le serateinsieme alle danzatricile qualisecondo il costume dell'epocasi mostravano anche in pubblico.

Le giovani nubiane per divertire i convitatii quali nonperdevano il loro tempo a vuotare anfore colme di vino e di birradopo d'averrinnovati i fioriavevano cominciato ad intrecciare danzeche consistevano perlo più in corse sfrenate attorno alle colonne ed in piroette vertiginose.Pareva che talvolta volessero precipitarsi contro le piccole tavole occupate daiconvitati; poisul punto di rovesciarles'arrestavano bruscamente alzando lemani ed indietreggiando con dei larghi movimenti.

Se gli etiopi si divertivanoMirinri e Nefer non sembravache si occupassero né delle suonatriciné delle danzatrici e forse nemmenoAta ed Ounisi quali discutevano animatamente fra di loro.

«Nefer» aveva detto Mirinridopo che le danzatriciavevano cominciate le loro danze. «Chi sono costoro?»

«Lo vediFiglio del Sole» aveva risposto la fanciulla.«Delle giovani donne che sono discese dall'alto corso del fiume.»

«Sai perché ti ho fatto questa domanda?»

«No davveromio signore.»

«Perché Ounis mi aveva narratomolto tempo fache sitrova sul Nilo un'isola abitata esclusivamente da donne. Sarebbe questa?»

«Non lo so» rispose Nefer. Mirinri la guardò con stupore.

«Non lo sai?»

«No.»

«Mi aveva detto anzi che vi era una regina che comandava aquelle fanciulle.»

«Può darsi.»

«Non saresti tu quella?»

«Non credo.»

«Eppure finora io non ho veduto nessun uomo qui.»

«Non è necessario.»

«Quale donna sei tu?» gridò Mirinri.

«Che ne so io?»

«Non lo sai?»

«NoFiglio del Sole» disse Neferche era diventatapensierosa. «Vi è nella mia vita un mistero che tu cerchi di svelare; maperderesti inutilmente il tuo tempoperché io stessa non potrei sollevare ildenso velo che l'avvolge. Mio signorebevi: la vita è breve e la morte puòpiombare su di noi da un istante all'altro e farci attraversare il fiumeinfernale che divide i campi divini di Aanron. Bevi. L'ebbrezza è la vita.»

«E questa vita potrebbe spegnersi? ParlaNefer! Io comincioad aver paura di te.»

«Perché spegnersi?» chiese la fanciulla. «Se qualcuno timinacciassesaprei difenderticome la leonessa difende la sua prole contro laferocia del maschio affamato e molto meglio della Faraona che tu ami e cheforsesapendo chi tu seit'ucciderebbe.»

«Chi sei tudunque? Sono già parecchie volte che io tel'ho chiestoNefer.»

«Io l'ho domandato ad Amnone ed è rimasto muto; l'hodomandato a Tanen e non mi ha risposto; l'ho chiesto a Mâche rappresenta laverità e nulla mi disse; RâHorusAmentHathorAnouckeIsideNeith sonorimasti egualmente muti. Sono una Faraona ed una maliarda insieme; ho sanguedivino nelle veneal pari di teperché porto il tatuaggio dei discendenti delSole e sono nel medesimo tempo una povera fanciullauna danzatriceunasuonatrice di sistro e una indovina. Sono io il destino od un essere divino? Ionon lo somio signore. Oggi sono la principessa delle ombre: domani che cosasarò? Nella mia vita ho un solo desiderioe questo non posso confessarteloquantunque mi bruci il cuore. E poi» riprese la fanciulladopo un momento disilenziocon voce triste«è una follìa che mi sarà fatale. NoNefer nonvedrà il suo dolce signore far tremare i nemici del grande Egittocomel'invincibile suo padre.»

«Che cosa dici?» chiese Mirinri.

La fanciulla parve raccogliersi un istantepoi disse convoce ancora più triste:

«Ieri sera mentre attraversavo la forestaimmersa nei mieipensieriho avuto una visione.»

«Quale?»

«Ho veduto una immensa sala piena di gente: vi eranosacerdotiguerrierialti dignitari ed un reuno dei nostri Faraoni. Egli nonera più sul trono dorato: giaceva sulle fredde pietre della superba salacometramortitomentre un vecchio lo copriva d'invettiveminacciandolo col pugno eduna fanciullabella come un raggio di solelo supplicava inginocchiata ai suoipiedi. Sul trono dorato vi era un giovanebellofortefiero che rassomigliavastranamente a te.»

«A me!» esclamò Mirinriscattando.

«Sì.»

«Continua.»

«Egli guardava intensamente quella fanciulla supplicantesenza degnare d'uno sguardo un'altrache fissava invece intensamente lui e chepiangeva.»

«Chi erano?»

«Non lo so» disse Nefer.

«E quel giovane?»

«Non so chi fosse.»

«Ioforse?...»

«Non lo so» ripetè Nefer.

«Mi hai detto che somigliava a me. Tu sei indovina e puoiprevedere delle cose che io non potrei nemmeno lontanamente concepire.»

«Lasciami finire.»

«ContinuaNefer» disse Mirinri che era in preda ad unaviva eccitazione. «Che cosa è successo di quella fanciulla che si erainginocchiata dinanzi a quel vecchio?»

«Non l'ho più veduta.»

«Chi era quel vecchio?»

«Un re di certoperché portava sulla testa il simbolo deldiritto di vita e di morte.»

«E quel giovane che era sul trono?»

«Anche lui l'aveva.»

«E poi che cosa hai veduto?»

«Una fanciullastesa sul pavimento dell'immensa salachespiravamentre le vôlte rintronavano d'un immenso grido: viva il redell'Egitto!»

«Morta!» esclamò Mirinriimpallidendo.

«Mi parve che fosse agonizzante.»

«Forse la giovane Faraona?»

Nefer guardò Mirinri intensamentepoi come parlando frasédisse: «Pensa sempre a lei.»

«Aveva gli occhi neri?» chiese il Figlio del Solesenzabadare a quelle parole.

«Non lo ricordo.»

«I capelli nerissimi?»

«Le visioni si dimenticano facilmente.»

«ParlaNefer!» gridò Mirinri con angoscia.

«Mi parve che avesse gli occhi sfolgoranti d'una lucebruciante.»

«Come i tuoi?»

«I miei? Non bruciano il cuore d'un Figlio del Sole»rispose la fanciulla con un mesto sorriso. «Bevimio signore. Tu sei mioospite oggi e il vino della calda Libia mette il fuoco nelle vene e dàl'obblìo.»

«Parla ancora!»

«Guarda: portano le vivandemio signore e tu non haimangiato da dodici ore. Divertiamoci e non pensiamo all'avvenire. Chi creded'altronde ai sogni ed alle visioni? Io no e nemmeno tu che sei un Figlio delSole.»

Le nubiane avevano interrotte le danze e una dozzina d'altrefanciulle coperte da leggerissime vesti rigate in azzurrobianco e rosso e cheavevano sul capo delle corone di fiori erano comparseportando dei tondid'argento colmi di manicaretti che esalavano un profumo appetitosomentredall'altodallo squarcio aperto nel tettocadevano in tutte le direzionimazzolini di fiori di loto.

Gli Egiziani nei loro banchetti amavano sfoggiare un lussoveramente straordinario e non lesinavano le portate. Non avevano certo raggiuntoi Cinesii quali non si spaventavano dinanzi a quaranta o cinquanta piattisvariatituttavia abbondavano anche essiservendo ai commensali un numerorispettabile di pasticci di carnedi uccelli acquatici cucinati in molte salsedi pescidi legumi squisiti e di fruttaspecialmente uvadatterifichi esemi di loto.

Al pari dei moderni orientalinon facevano uso né dicoltelli né di forchette e mangiavano a due a due e anche in più al medesimopiattoadoperando le ditache poi pulivano con apposite salviette che lorooffrivano gli schiavi o le schiave. Usavano però per le minestre dei cucchiaibellissimiper lo più d'oro e d'argentocoi manichi squisitamente lavoratiche rappresentavano delle persone in atto di reggere faticosamente le estremitàe delle teste di donna o dei gruppi di fanciulle in atto di lottare fra di loro.

Ma era sopratutto nel bere che eccedevano. Nei loro simposiila birra ed il vino scorrevano a torrentitalvolta troppo copiosipoiché lepitture scoperte sui loro monumenti ci mostrano uomini e donne in preda adisturbi causati da eccessi di gola o condotti a casa in pieno stato diubbriachezza su dei palanchini.

Una cosa però che ha colpito profondamente gli egittologi siè che nemmeno in mezzo alle loro orgie più sfrenatei sudditi dei grandiFaraoni dimenticavano l'idea della morteche pare fosse l'eterna preoccupazionedi quegli antichissimi abitanti della fertilissima vallata del Nilo. Infatti intutte le loro riunioni non mancavano quasi mainel colmo dell'allegriadi farcomparire un piccolo feretro con una figura di legno così ben dipinta darappresentare perfettamente un cadavereche si mostrava a tutti i convitatipiù o meno ubriachidicendo loro: «Getta gli occhi su quest'uomo: tu glirassomiglierai dopo la morte; bevi dunque ora e divertiti più che puoi!».

Se un anfitrione si permettesse ai nostri giorni un similescherzonon so quale pessimo quarto d'ora passerebbe e se le mani dei suoiospiti rimarrebbero ferme; gli Egiziani invece non vi facevano alcun caso e quelpiccolo feretro non guastava affatto il loro appetitoperché per loro la mortenon aveva nulla né di terribilené di ripugnante. Essa li spaventava anzitanto pocoche si compiacevano di conservare talvolta in casa le mummie deiloro parenti per parecchi mesiprima di farle trasportare definitivamente nellamastaba della famiglia e non era anche raro il caso che si riservasse aqualche mummia il posto d'onore nei banchettisenza che la presenza di quellugubre convitatodalle pupille fisse e dal volto artefatto e accuratamentedipintoche nascondeva la faccia sinistra del cadavereraffreddasse la gaiezzadei suoi vicini viventi o li trattenesse dall'ubbriacarsi.

Il banchetto che Nefer aveva offerto ai suoi ospiti era degnod'una grande principessa faraonica. Le portate si seguivano alle portatesupiatti di metalli preziosied i cibi ed i vini erano squisitissimitanto anziche a metà pranzo quasi tutti gli etiopiche non si erano probabilmente maitrovati in mezzo a tanta abbondanzaerano più o meno ebbri.

Anche Ata e Ounische mangiavano al medesimo tavolinosituato presso quello occupato da Mirinri e da Nefersembravano eccitati eparlavano e ridevano fortemente. Certo anche l'acuto profumo che esalavano ifioriche venivano gettati continuamente dall'altoformando fra le piccoletavole dei veri cumulidoveva contribuire a provocare quell'ebbrezzachepareva avesse colto tutti e alla quale non sfuggiva nemmeno il giovane Figliodel Sole. Nefer d'altronde non si arrestava dal versargli continuamente il dolcee delizioso vino delle montagne libiche.

«Bevimio signore» gli dicevaquando vedeva la coppavuotaaffascinandolo colla potenza dei suoi occhi meravigliosidal lampoardente e vivido. «L'ebbrezza è dolce e fa sognare e anche dimenticare.»

«SìbevoNefer» rispondeva Mirinri che era ormai inpreda ad una viva gaiezza. «Bevo la luce dei tuoi occhi.»

Pareva che avesse dimenticata la Faraona e che non vedesseormai più che Nefer dinanzi a sé.

La musica intanto continuava e le danzatrici non avevanocessato di piroettare agilmentefacendo volteggiare con arte maestra le loroleggere vesti e le larghe sciarpe che si erano tolte dalle ànche. Scoppi dirisa si confondevano coi dolci fremiti delle leggere mandoleai tintinnii deisistriai suoni dei pifferi doppi e semplici.

Nefer guardava sempre fisso negli occhi Mirinricome ilserpente affascina l'uccellosenza che il giovane fosse capace di sottrarsi aquel lampo ardente.

«Mi sembra che tu mi bruci il cuoreNefer» disse ad untratto Mirinri. «Non guardarmi più cosìvi è un fuoco strano nei tuoisguardi che mi sembra voglia consumare qualche cosa che mi sta impresso quidentro.»

«Una visione?»

«Sìl'eterna visione.»

«La giovane Faraona?»

«Chi sei tu che indovini tutto?»

«Ti ho già detto che io sono una maliarda.»

«Ah! È verome n'ero dimenticato.»

«Perché non vuoi che io ti guardi?»

«Non lo so...»

«Temi che il fuoco dei miei occhi arda e distruggal'immagine di quella fanciulla?»

Mirinriinvece di rispondereprese la coppa che Nefer avevain quel momento riempita e la vuotò d'un fiatopoi la tenne sospesaguardandovi dentro.

«Che cosa cerchi?» chiese Nefer. «Temi che io abbiamescolato al vino qualche filtro?»

«No: mi pareva d'aver veduto nel fondo di questa tazza dueocchi che non somigliavano ai tuoi e che mi fissavano.»

«Coprili con dell'altro vino e non li vedrai più» risposeNefer tornando a riempirgliela con un moto rapido. «Ecco: sono scomparsi.»

 

 

CAPITOLO DICIOTTESIMO

 

Il colpo di daga di Nefer

 

Mirinri seguì il consiglio della maliarda e vuotònuovamente la tazzasenza più occuparsi se vi scorgeva in fondo i due occhidella giovane Faraona che gli avevano acceso nel cuore quella fiamma che nonaccennava a spegnersi. Vinto dall'ebbrezzasi era lasciato cadere sullasplendida pelle di leonereggendosi con una mano la testa diventata ormaitroppo pesante e Nefer gli si era messa pressoagitando dinanzi al suo viso unventaglio di penne di struzzoche una schiava le aveva portato.

Anche Ounis e Ata si erano lasciati cadere sulle pelli cheservivano loro di tappeto e gli etiopigià quasi tutti ebbrili avevanoimitati ed ascoltavano sbadigliando le istorie che loro narravano le danzatricile quali si erano sedute alle loro tavole.

«Mio signore» disse Nefercon un perfido sorriso. «Nonti sembra che la vita sia bella così?»

«Sìpiù bella di quella del deserto» rispose Mirinriche si sentiva sempre più affascinato dallo sguardo bruciante della fanciulla.«Qui ho provato una felicità che laggiùfra le sabbienon avevo nemmenolontanamente sognata. Sei una fata tufanciullatu sei una dea. Ora non ne hopiù alcun dubbio.»

«Se tutti i giorni si seguissero cosìti piacerebbe unatale esistenza?»

«Sìma tu dimentichi che io ho un trono da conquistare.»

«Un trono! Me lo hai detto e non hai mai pensato chelaggiùnell'orgogliosa Menfiterribili pericoli potrebbero aspettarti?»

«Che cosa importa? Mirinri saprà sfidarli da giovane forte:non sono forse un Figlio del Sole?»

«È il potere che tu vuoi.»

«SìNefer.»

«Forse che qui ti mancherebbe? Vuoi essere re dell'isoladelle ombre? Questa sera il simbolo del diritto di vita e di morte brilleràsulla tua fronte e noi tutti ti adoreremo come un dio. Che cosa ti manca qui? Ilfasto della corte dei Faraoni non è superiore a quello che io ti posso offrire.Il sacro fiume bagna questo piccolo regnole sue acque non sono diverse daquelle che lambiscono le mura dell'orgogliosa Menfi. Tutto ciò che tudesidererai l'avrai: festebanchettidanzesuoni e fanciulle per servirti.L'isola delle ombre vale Menfi e non sentirai qui il peso del potere.»

Mirinri scosse il capo. «Laggiù» disse poi«non vi èsolo un trono da conquistare.»

Nefer si era rizzata a metàfacendo un gesto d'ira chesubito represse.

«Il trono e la Faraona» sospirò poi. «Sempre quella!Sempre quella!»

Afferrò un'anfora d'oro che una nubiana aveva allora posatasul tavolo ed empì la tazza di Mirinripoiporgendoglieladisse:

«Bevi ancoraquesto vino è stato spremuto sulle rive delmar Rosso e nemmeno a Menfi lo si beve. Ti metterà il fuoco nelle vene e poit'addormenterà dolcemente.»

Mirinriche stava per socchiudere gli occhiebbe un vagosorriso.

«Vi è qualche filtro nella mia tazza?» chiese.

«Perché dici questo?»

«Perché mi sembra che una grande nebbia si stenda dinanziai miei occhi e che me la nasconda.»

«Chi?»

Mirinri non rispose: i suoi occhioffuscati dal vino bevutoguardavano la tazza.

«Bevi» insistette Nefer. «È dolce come il miele e tu nonne berrai nemmeno quando la tua anima immortale navigherà nella vôlta celestedove splende la dea Nut(). Ma io non voglio che tu credache Nefer abbia diluito in questo vino un filtro. Guardami.

Posò le sue labbra rosse sull'orlo della coppa d'orosogguardando obliquamente colle sue pupille di vellutoimperiose e dolci nelmedesimo tempoil giovane Figlio del Sole e bevette un sorso.

«A teora. Bevi come hai bevuto la luce dei miei occhi.»

Mirinri afferrò colla mano tentennante la tazza e sorseggiòil vino squisitomaturato dall'ardente sole dell'Arabia.

«Sì bevobella fanciulla» disse sorridendo.

«Bella!» esclamò Nefer.

«Sìbella» ripetè Mirinri.

«Non come la Faraona però.»

«Che importa? Sei bella e basta.»

«Ecco una parola che io pagherei colla mia vitaFiglio delSole.»

Mirinri si abbandonò sulla pelle di leonementre lo sguardodi Neferrovente come un ferro scaldato a biancolo fissava sempre piùintensamente. «Io sono bellatu hai detto» disse. «E quanto sei bello tufiglio d'un gran re!»

Pareva che Mirinri non l'avesse nemmeno udita. Sorrideva conquel riso che è proprio degli ebbri mentre s'abbandonava sempre più.

«Dormi» disse la maliarda che lo spiava. «Io ti narreròintanto qualche istoria onde il tuo sonno giunga più dolce. Guarda: anche lemie fanciulle addormentano i tuoi compagni ed i tuoi etiopi. Nel deserto ove haivissuto per così lunghi anni non hai mai udito a narrare la bella istoria dellavaga principessa dalle belle gote di rosa?»

Mirinri fece col capo un cenno negativo.

«Era una Faraona anche quellauna Faraona come quella chetu salvastial par di medalle terribili mandibole d'un coccodrillo.»

«Ah!» fece Mirinrisbadigliando.

«Ti annoimio signore?»

«Vicino a te è impossibile. Dammi ancora da bereNeferdammi di quel vino che il sole dell'Arabia ha maturato.»

«Sìmio signore.»

La fanciulla riempì la coppavi bagnò come prima le bellelabbrapoi la porse a Mirinri che la prese sorridendo.

«Continuabella fanciulla» disse.

«Ancora bella?»

«Tu vali la Faraona: quanta luce scorgo nei tuoi occhi! Comesono neri i tuoi capelli... quale profumo esala il tuo corpo divino... non seiun essere mortale tu... sei una divinità... continua... ti ascoltobellaNefer... Mi parlavi della principessa dalle gote di rosa... chi era costei?»

«Una Faraona» disse Nefer.

«Ah! Me lo avevi detto» rispose Mirinri che chiudevainvolontariamente gli occhi. «Continua.»

«Era la più bella e la più seducente Faraona che il soledell'Egitto avesse mai illuminato e non avendo trovato un giovane che le facessebattere forte il cuoreaveva sposato il proprio fratello()

«Ah!» fece per la seconda volta Mirinrisollevandosileggermente. «E poi?»

«Il suo sposo non ebbe fortuna e fu assassinato.»

«Da chi?»

«Da un altro fratello.»

«Come mio padreallora» disse Mirinriscattandomentreun lampo terribile gli avvampava negli occhi.

«Taci ed ascoltami. La bella principessa dalle gote di rosafece edificare una immensa sala sotterranea e posciasotto il pretestod'inaugurarlama in realtà con ben altra intenzioneessa invitò ad un granbanchetto ed accolse nella sala tutti coloro che avevano preso parteall'assassinio di suo marito e fratello. Durante la festala bella principessafece entrare le acque del Nilo mediante un canale che aveva tenuto occulto atutti e li affogò.»

«E lei?»

«Si gettò in una sala piena di cenereper evitare lapunizione e là dentro vi lasciò la vita.»

«Sei lugubreNefer» disse Mirinri. «Io però avrei fattoaltrettantoe non mi sarei ucciso così scioccamente.»

«Vuoi che ti racconti d'altro?»

«Sìfinché dormirò. La tua voce sembra una musicaè iltremolìo della chitarraunito alle note dolcissime del flauto e dell'arpa. Misembra che mi culli: parlaparlabella Nefer.»

«Bella! È la terza volta che tu me lo dici. Te lorammenterai domani?»

Mirinri fece un gesto vago e non rispose.

«Il principe Sotni aveva veduto un giorno passare per le viedi Menfi la bella Tbouboifiglia d'un gran sacerdote e si era acceso d'amoreper lei.»

«Il sacerdote?» chiese Mirinri.

«NoSotniun Faraone.»

«Prosegui.»

«Forte del suo potereun giorno il principeapprofittandodell'assenza del sacerdoteandò a trovare la fanciulla...»

Nefer si era interrotta. Mirinri non l'ascoltava più.Dormiva profondamente con una mano sotto la testa e la bocca sorridente.

La Faraona si era alzata. Anche AtaOunis e gli etiopicoricati sulle pellidormivano.

Essa fece alle danzatrici e alle suonatrici un gestoimperiosoindicando loro la porta di bronzo della mastabapoiquandole vide scomparire nell'immenso sotterraneosi curvò rapidamente sul Figliodel Sole e posò le sue labbra sulla fronte di lui. A quel contatto un fortefremito la fece sussultare.

«Non è l'impressione che io avevo sognata» dissefacendoun improvviso passo indietro. «Il mio cuore non ha palpitato: è rimasto muto.Perché? Eppure io l'amo questo forte e gagliardo figlio di un gran re! Sidirebbe che è il bacio che una madre dà al suo fanciulloo quello d'unasorella ad un fratello.»

Lo strepito d'una porta che si apriva la fece balzarerapidamente in piedi.

All'estremità della vasta salafra le due ultime colonneera comparso un uomo: il vecchio sacerdote.

«Dormono?» chiese.

«Tutti» rispose Neferguardandolo cupamente.

«L'hai vinto?»

«Non lo so ancora.»

«Non l'hai affascinato?»

«Che ne so io?»

«Così vuole Pepi.»

«Il re dell'Egitto potrà uccidere i suoi sudditise cosìgli piacema giammai avrà la potenza di comandare ai cuori» rispose Nefercon voce aspra.

«Non ti ama dunque?»

«No!...»

«Pensa sempre all'altra?»

«Sempre.»

«Forse tu non l'hai affascinato come io speravo.»

«Non mi amerà mai.»

«Dov'è?»

«Dorme quipresso di me.»

«Hai il braccio fermo tuNefer?»

«Perché mi fai questa domanda?» chiese la fanciullaimpallidendo.

«Te lo dirò poi. Lascia prima che veda lui e anche ilvecchio. La mastaba è pronta ad accoglierli entrambi ed io conosco ilprocesso dell'imbalsamazione.»

«Che cosa vuoi fareHer-hor?» gridò Neferatterrita.«Chi è che vuoi imbalsamare?»

«Taci» disse il sacerdotecon voce imperiosa. «Fammelivedere tutti e due.»

«Mirinri?...»

«E quello che si fa chiamare Ounis» disse Her-Hormentreun lampo saturo d'odio intenso gli balenava nelle pupille. «M'interessa più ilvecchio che il giovane.»

«Ounis!» esclamò la fanciullacon stupore.

«Sìchiamiamolo pur così» rispose Her-Horcon unsogghigno. «Il giovane prima: voglio vedere se somiglia a suo padre.» Spinsebruscamente da una parte Neferche pareva si preparasse a contrastargli ilpasso e si avvicinò a Mirinri che dormiva profondamentecoi pugni strettibellissimo anche nel sonno.

«Sì» disse il sacerdoteguardandolo attentamente.«Somiglia a Teti: gli stessi lineamentilo stesso mento acutola medesimafronte ampia d'uomo fermo nei suoi voleri ed intelligente. Peccato! Se un giornoquesto giovane salisse sul trono dei Faraoni sarebbe un gran recome lo fu suopadre e nessun nemico d'oltre l'istmo oserebbe minacciare la grandezzadell'Egitto. In questo giovane corpo vi è l'intelligenzala forza del leoneil coraggio indomito dei guerrieri da cui discende e sangue ardente. E fra pocoanche tuche eri destinato a regnare su milioni di sudditinon sarai che unamummia!»

«Ah noHer-Hor!» aveva gridato Nefercon angoscia.

Il sacerdote si era voltato verso la fanciulla col visoalterato da una collera tremenda:

«Che cosa vuoi tu?» chiese. «Sei stata capace diaffascinarlo? Nonon vi sei riuscita: dunque questo giovanenon più arrestatodalla tua bellezzanon più incatenato dalle tue braccia riprenderà il suocammino verso il trono che gli spetta. Che cosa avverrà allora? Il giovaneleone chiamerà a raccolta i vecchi amici di suo padreche sono ancoranumerosiquantunque Pepi ne abbia fatti uccidere moltiaffinché non gliturbassero i suoi sonnie la calma che oggi regna sull'Egitto verrà turbata dachissà quale spaventevole guerra. Morto Mirinri ed il vecchioPepi non avràpiù da tremare.»

«E vuoi uccidere il Figlio del Sole! Tuun sacerdote! È unFaraone!»

«Sarà una mano Faraona che lo ucciderà» disse Her-Horfreddamente.

«Chi? Quale?»

«Taci ora. Dov'è il vecchio?»

«Voltatista dietro di te.»

Il sacerdote girò lentamente su se stesso e fermò il suosguardo su Ounisil quale dormiva accanto ad Atasulla pelle di iena striata.

«Lui!» esclamòmentre il suo viso si alterava ed i suoidenti scricchiolavano.

Un sordo ruggito gli era uscito dalle labbramentre unavampa gli saliva sul visocome se tutto il suo sangue gli fosse affluito alcervello.

«Lo hai già veduto prima d'ora?» chiese Nefer.

Il sacerdote non rispose. Fissava Ounis con due occhi cheavevano un lampo sinistro.

«Anche tu fra poco non sarai che una miserabile mummia»disse poidopo un lungo silenzio«e la tua passata grandezza finirà nella mastabaignorata di questo tempio. Her-Hor sarà vendicato.»

Si aprì la lunga veste di candido lino che lo copriva edestrasse una daga di bronzoaffilatissima.

«Che cosa faiHer-Hor?» chiese Neferbalzandogli dinanzi.

«Uccidili: tu sei una Faraona come Mirinri. Un buon colpo etutto sarà finito e tu domani rivedrai gli splendori della corte di Menfi eriprenderai il posto che per diritto di nascita ti spetta.»

«Io!»

«È Pepi Mirinri che lo vuoleil re dell'Egittoquello cheha il diritto di vita e di morte su tutti i suoi sudditi.»

«Io uccidere Mirinri!» ripetè la fanciulla arretrando.

«E domani la corte di Menfi ti saluterà principessadivina.»

«Dammi la daga.»

«A tecolpisci diritto nel cuore.»

La fanciulla prese l'armala guardò per un istante congioia selvaggiapoicon una mossa fulmineala immerse fino all'impugnaturanel petto del sacerdotegridando:

«Muori tuinfame!»

Her-Hor aveva aperto la bocca come per gridarepoi eracaduto pesantemente al suolosenza mandare nemmeno un gemito.

«Mirinri! Ounis! Ata! Etiopiin piedi!» aveva gridatoNeferslanciandosi verso il giovane. «Fuggite!

Atache forse aveva bevuto meno degli altrifu il primo arizzarsi. Vedendo Nefer curva su Mirinri e quel vecchio disteso sulle lucidepietre del pavimentocolla bianca veste macchiata di sanguesi era gettatoaddosso agli etiopipercuotendoli furiosamente con un tavolino e urlando:

«Sumiserabili! Salvate il Figlio del Sole!»

I barcaiuoliquantunque fossero ancora ebbrisotto queicolpiche grandinavano senza misericordia sui loro corpierano balzati inpiedi ruggendo come leoni feriti.

A quelle gridaa quello strepito che si ripercuoteva fra icolonnati e le vôlte dell'immensa salacome il fragore d'una tempestaancheMirinri ed Ounisstrappati bruscamente al loro sonnosi erano levati.

Vedendo presso di sé Neferil giovane Figlio del Solel'aveva afferrata strettamente per una manochiedendole con voce rotta:

«Cos'hai?... che cosa significa questo fracasso?... Nefer...un tradimento... i nemici forse?»

«Fuggimio signore!» rispose la fanciullache pareva inpreda ad una viva esaltazione.

«I nemici? Un'armaNefer... un'arma!»

«Eccola... prendila!»

La fanciulla si era rapidamente curvata sul vecchio sacerdoteche rantolava presso il tavolino e con un coraggioche ben poche donneavrebbero avutoaveva estratta dal petto del miserabile la dagaporgendola aMirinrigocciolante di sangue.

«A temio signore! Prendi!» gli disse.

«Del sangue!» gridò il Figlio del Sole. «Chi ha uccisoquell'uomo?»

«Io!»

«Tu!»

«I traditori si uccidono.»

«Che cosa è successo qui?»

«Tacifuggimio signore! Ah! l'ureo

Si era nuovamente curvata sul vecchio afferrandogli ilbraccio destro adorno di numerosi braccialetti d'oro e gliene strappò unocheaveva la forma d'una vipera colla testa d'avoltoio.

«Seguitemi tutti» gridò. «Proteggete il Figlio delSole!»

Gli etiopiin mancanza d'armisi erano muniti di tavoli edi anfore d'oro e d'argentocolle quali contavano di accoppare i nemicise sifossero presentati e avessero tentato d'impadronirsi del futuro re dell'Egitto.

Nefer aveva preso Mirinri per una mano e lo trascinava consé. Aprì impetuosamente la porta di bronzodalla quale era entrato poco primaHer-Horattraversò quasi correndo la mastabache in quel momento eradesertaspinse una porticina pure di bronzo che non era chiusa e si trovòdietro al tempioin mezzo alle splendide palme dum che coprivano tuttol'isolotto delle ombre.

«Seguitemi tutti!» aveva nuovamente gridatocon voceimperiosa. «A Menfi! A Menfi! L'incanto è rotto e Nefer non è più la schiavadi Her-Hor!»

Nessuno era rimasto indietro; MirinriOunisAta e glietiopil'avevano seguita macchinalmentesenza capire veramente di che cosa sitrattasseavendo ancora il cervello troppo offuscato dalle abbondantilibazioni. Avevano solamente compreso vagamente che un pericolo li minacciava esiccome tuttiforse meno il sospettoso Ataavevano una completa fiducia nellafanciullal'avevano seguitasenza nemmeno chiedersi se erano i guerrieri chemontavano le quattro barche che cercavano d'impadronirsi di loro se liminacciavano altri sconosciuti nemici.

Neferche non aveva abbandonata la mano di Mirinricamminava rapidamenteinoltrandosi sotto le splendide vôlte di verzurasenzamai esitare un solo istante. Certo doveva conoscere a menadito quell'isoladella quale era la proprietaria e la principessa.

Mirinriche aveva il cervello ancora offuscatosi lasciavadocilmente condurreseguito da Ata e da Ounismentre gli etiopiai quali siera repentinamente destato l'istinto selvaggiobalzavano attraverso i cespugliroteando minacciosamente le anfore ed i tavolini.

Quella corsa durò una ventina di minutipoi il drappello sitrovò improvvisamente dinanzi ad un piccolo seno bagnato dalle gonfie acque delNiloin mezzo a cui si cullava dolcemente una barcafornita d'un albero epoppa e prora altissime.

«A terra!» aveva gridato imperiosamente Nefer. «Io honelle mie mani l'ureo di Pepi.»

Alcuni uomini seminudi erano comparsi sul ponte. Udendoquell'ordine avevano subito afferrata la fune che univa la barca alla rivatirandola vigorosamenteonde accostarla.

«Chi sono costoro?» aveva chiesto Mirinri a Nefer.

«Degli uomini che ti condurranno a Menfi» aveva rispostola fanciulla.

«Amici o nemici?» aveva domandato Ata.

La fanciulla mostrò il braccialetto che aveva strappato alsacerdotefacendolo scintillare agli ultimi raggi del sole che tramontavalentamente dietro la grande catena libica.

«Fino a che io avrò nelle mie mani questo» disse«nessuno minaccerà la vita del Figlio del Sole. Con questo noi andremoindisturbati a Menfi.»

La barca urtò la riva colla larga poppa e un vecchiocheportava una immensa parrucca sul capo ed una finta barba lunghissimadi formarettangolareche gli dava un aspetto ridicoloerasi curvato sulla muratachiedendo con voce ruvida:

«Mostrami il segnalefanciulla.»

«Eccolo» rispose Neferalzando il braccialetto. «È l'ureodel re.»

«Va' bene: sono ai tuoi ordini.»

«Salpa subito.»

«Per dove?»

«Per Menfi.»

«E Her-Hor?»

«Non occuparti di costuiper ora.»

Poivolgendosi verso Mirinriche era sempre mezzo ebbroaggiunse: «Salimio signoree anche voi tutti. Il Nilo è gonfio e domanivedremo gli splendori di Menfi l'orgogliosa.»

 

 

CAPITOLO DICIANNOVESIMO

 

Menfi l'orgogliosa

 

Il vecchioche comandava la barcanon aveva indugiato a farissare la vela ed a ritirare la funeche FU legata intorno all'enorme troncod'una palma dum e prendere poi il largo.

La corrente era diventata rapidissimagiacché inventiquattro ore il Nilo aveva aumentato immensamente il volume già imponentedelle sue acquequindi la barcaanche senza l'aiuto dei remi e del ventopoteva percorrere velocissimo cammino e giungere molto presto a Menfi.

Neferappena imbarcati i suoi amiciconoscendo che nonerano ancora in grado di comprendere il motivo di quella fuga improvvisaavevafatto condurre MirinriAta e Ounis nelle piccole celle del casotto di poppa egli etiopi nella stiva doveappena giuntisi erano nuovamente addormentati sulnudo tavolatodimenticando completamente il Figlio del Sole ed il pericoloched'altronde non avevano nemmeno lontanamente compresoche li aveva minacciati.

Il vecchioche comandava ad un equipaggio composto di solisei uominiterminate le manovre si era accostato a Nefer che si era portata aproraguardando le onde che si succedevano alle ondecome se i grandi laghiequatoriali scaricassero incessantementenel fiume gigantele loro immenseinesauribili riserve.

«Chi sono quelli che hai condotto sulla mia barca?» lechiese.

«Amici di Her-Hor» rispose Nefersenza nemmenovolgersi.»

«Perché appena giunti si sono addormentati?»

«Erano immensamente stanchi.»

«Da dove venivano dunque?»

Nefer fece brillare dinanzi ai suoi occhi il braccialetto sucui si scorgeva il simbolo dei Faraoni.

«Lo vedischiavo?» disse.

«Sìio devo ubbidire.»

«Basta così: quella che ti parla è una Faraonamicomprendi? Her-Hor non era che un sacerdotementre io sono di stirpe divina.»

Il vecchio s'inchinò profondamente come dinanzi ad unadivinitàtale era la potenza di tutti coloro che appartenevano alla stirperegnante.

«Quando giungeremo a Menfi?» chiese Nefer.

«Domani a sera. La corrente del Nilo è forte e ci trasportavelocemente.»

«Al tramontare del sole desidero vedere gli obelischi diMenfi.»

«Ci sarai.»

«Vattene! Io ora non sono la figlia adottiva di Her-Hor ilsacerdotecome tu forse hai creduto; io sono una Faraona. Obbedisci!»

Il vecchio fece un nuovo e più profondo inchino e si diresseverso poppadove due dei suoi uomini maneggiavano dei lunghissimi reminonconoscendo ancoragli egiziin quelle lontane epochel'uso prezioso deltimone.

La notte calava rapidissima e le stelle cominciavano afiorire in cielo. Al di sopra dei grandi boschi che coprivano la riva vicina unvago chiarore annunciava l'imminente spuntare dell'astro notturno. Le acque delfiume muggivano fra i papiri che a poco a poco coprivamentre i fiori del lotovivamente agitati dal frangersi delle ondateesalavano acuti profumiche unafresca brezza portava fino sul ponte della barca.

Nefer si era lasciata cadere su un mucchio di cordeprendendosi il capo fra le mani ed immergendosi in profondi pensieri.

Nessun rumoreall'infuori del muggito delle acquerompevala calma che regnava sulla barca. I sei uomini dell'equipaggioappoggiati allemuratenon fiatavanooccupati a mantenere il galleggiante in mezzo al Nilo. Ilvecchioaddossato ad un lungo remo che serviva da timoneguardava le stelle.OunisMirinriAta e gli etiopi dormivanomentre la luna saliva lentamente incielofacendo scintillare le acque gorgoglianti del maestoso fiume.

La barca correva rapidasollevandosi pesantemente sull'ondaincalzantecon degli scricchiolii ritmici. La piena la portava con crescentefuria verso Menfi. La notte passò. La luna scomparvele stelle si spenseroel'aurora rosea sorse fugando le tenebre e tingendo le acque di riflessi d'oro.

Nefer pareva che si fosse addormentatastringendo fra lemani il braccialetto del simbolo di diritto di vita e di morteche le avevadato la potenza ed il comando supremo. Una voce la fece sussultare:

«Neferdove siamo noi?»

Mirinri le stava pressocon Ounis e Atai quali sembravanomolto confusi ed un po' vergognosi di essersi lasciati così prendere dal vinotraditore maturato dal sole dell'Arabia.

«Ti aspettavomio signore» rispose la fanciullaalzandosi e sorridendogli dolcemente. «Mi chiedi dove siamo noi? Lo vediscendiamo il Nilo su una barca per raggiungere Menfi.»

«Noi andiamo a Menfi!» esclamò Mirinrimentre un lampo digioia gli balenava negli occhi. «Che cosa è successo dunque? Chi ti haprocurata questa barca? Ed i nemici che ci aspettavano?»

«SìspiegatiNeferfanciulla meravigliosa» disseOunis. «Perché non siamo più nel tempio degli antichi re nubiani? Il tuo vinoera squisitoma troppo traditore ed ha lasciato nel mio cervello una fittanebbia che invano tento di disperdere. Mi ricordo vagamente d'un vecchio stesosulle pietre della immensa salacolle vesti macchiate di sangue...»

«Ed a cui tu hai estratto dal petto una daga» aggiunseMirinri«se non ho sognato.»

«E poi d'una corsa furiosa attraverso la foresta» disseAta.

«Abbiamo sognato noi?» chiese Ounis. «ParlaNefer.»

«No: io ho ucciso quell'uomopoi vi ho fatti fuggire e viho fatti imbarcare» rispose Nefer. «Quel miserabile voleva la morte delFiglio del Sole e per mia mano.»

«TuuccidermiNefer!» esclamò Mirinri.

«Vedi ch'io t'ho invece salvatomio signore. La tua animasta ancora dentro il tuo corpomentre quella di Her-Hor naviga a quest'orasulla barca luminosa che Râ guida attraverso lo sconfinato mare del cielo diNun.»

«Chi era quel vecchio?» chiese Ounis.

«Un sacerdote che Pepi mise al mio fiancoonde v'impedissidi calare su Menfi.»

«Dunque tu...» chiese Ouniscon stupore.

«Io doveva fermarvi all'isola delle ombre e tenervi comeprigionieri per sempre» disse la Faraona.

Ounis afferrò fortemente Nefer per una mano e scuotendolaruvidamente: «Quel vecchio sacerdote sapeva che noi avevamo abbandonato ildeserto?»

«Sì» rispose la fanciulla. «È stato lui a prepararel'agguato dei bevitori; è stato lui a lanciarvi contro i piccionifiammeggianti; lui ad inventare l'istoria del tesoro dei re nubianiche non èmai esistito ed a spingermi a condurvi nell'isola delle ombre da cui non avrestedovuto mai uscire vivi. Io ho obbedito per paura di lui e di Pepi; ma quandovolle costringermi ad immergere nei vostri petti il ferromi sono ribellata el'ho ucciso.»

«Ed a chi appartiene questa barca?» chiese Mirinri.

«A lui o meglio a Pepi.»

«E questi uomini ti obbediscono?»

«Prima di fuggire ho preso al vecchio sacerdote ilbraccialetto formato ad ureo: l'insegna del comando e delpotere.»

«E andiamo a Menfi?» esclamò Mirinrimentre il suo visos'imporporava.

«Sìmio signore: quella è la tua mèta ed io ti conducolaggiù. Mi perdonerai oramio signore?»

«A te debbo la libertà e la vitaNefer» rispose il Figliodel Sole. «Tu seguirai il nostro destino ed un giorno avrai a cortese lasorte non mi sarà avversaun posto degno di te. Tu sarai mia sorellaperchéanche tu sei una Faraona al pari di me e di stirpe divina.»

«Sorella...» mormorò Nefer con voce triste. «Ah! Laterribile visione!»

Si nascose gli occhi colle manicome se cercasse di sfuggirequalche cosa che gli era apparsa improvvisamente dinanzipoirigettandoindietro i capelli e forzandosi di mostrarsi lietaaggiunse:

«Graziemio signore: Neferquando tu ne avrai bisognodarà per te la sua vitapurché tu possa realizzare il tuo grande sogno.»

«Ne dubiteresti ora? La mia stella brilla ancora in cielotutte le sere: la statua di Memnone ha fatto udire la sua voce ed il fiore dellarisurrezione ha schiuso le sue corolle fra le mie maniche cosa potevopretendere di più? Sono tutti segni di buon augurioè veroOunis?

Il vecchio non rispose. Pareva che fosse assorto in unprofondo pensiero.

«Mi hai udito Ounis?» chiese Mirinri.

«Her-Hor» disse invece il vecchiocome parlando fra sé epassandosi e ripassandosi una mano sulla frontecome per risvegliare deilontani ricordi. «Her-Hor.»

«Hai conosciuto quel sacerdote?» chiesero ad una voce Nefere Mirinri.

«Questo nome non mi sembra di averlo udito solo oggi»rispose Ounis. «Sono però trascorsi così molti anni che è possibile che iom'inganni.» Poiscrollando le spalleaggiunse: «È mortoquindi non valepiù la pena d'occuparsi di lui. Quando giungeremoNefer?»

«Questa sera saremo in vista di Menfi» disse Atache daqualche istante osservava attentamente le due rive. «Ecco laggiù delinearsi iltempio di Saqqarah colla sua piramide a scaglioni. Scendiamo rapidissimamente.Bada oraFiglio del Soledi non commettere imprudenzeperché Pepi ha unapolizia splendidamente organizzata e Menfi pullula di spie. Una sola parola cheti sfugga e noi saremo tutti perduti.»

«E come giungeremo noi per non suscitare sospetti?» chieseMirinri.

«Lascia pensare a meFiglio del Sole» disse Nefer.«Forse che io non sono una maliarda? Predirò alle genti di Menfi la buonaventura e tumio signoresarai il mio protettore. Chi sospetterà che unFaraone percorra le vie della grande città come un volgare istrione?»

«E questi uomini?» chiese Ounis. «Non ci tradiranno?»

«Quando saremo in vista di Menfi noi li faremo gettare nelNilo.» disse Ata. «Non sono che dei miserabili schiavi ai quali la morte nonsarà altro che una liberazione.»

«E noi ci saremo serviti di costoro per poi affogarli?»disse Mirinricon accento di rimprovero. «Un giorno anche questi uominisaranno miei sudditise la sorte mi sarà propizia; e non voglio inaugurare ilmio trono con degli assassinii. Sono io che comincio a comandareora che l'ariadi Menfil'aria della potenza e della grandezza sconfinataarriva alle mielabbra.»

«Ecco il buon sangue» disse Ounisguardando con orgoglioil giovane Faraone. «Giammai l'Egitto avrà avuto un così grande re.»

Poi mormorò fra sémentre un lampo terribile sfolgoravanei suoi occhi:

«Lo uccideremo! Ed i miei diciotto anni d'esilio sarannovendicati!»

Tutti erano rimasti silenziosimentre la barca scivolavaondeggiando fortemente sulle gonfie acque del fiume immenso. I loro occhi eranofissi verso il nordcome se da un istante all'altro s'aspettassero di vedersorgere sul luminoso orizzontele grandiose piramidi che circondavanol'orgogliosa Menfii templi immensigli obelischi giganteschile digheimmenseche formavano in quelle lontane epoche e che pur formano anche oggidìdopo cinquemila e più annila meraviglia del mondo.

Le due rive cominciavano ad apparire abitate. Qua e làsulle piccole altureche la piena del Nilo non poteva raggiungeresiscorgevano dei templidelle fortezze merlate colle pareti obliquedeimuraglioni enormientro i qualicome inquadrettati fra cornicimeravigliosamente scolpitesi scorgevano delle statue giganteschecoperte soloda un perizoma rigato in trecolla punta centrale cadente innanzila barbarettangolare appesa al mento e delle statuette di divinità ai due lati.

Le divinità dell'antico Egitto sormontavano quelle dighecolossalicostruite per impedire alle acque del Nilo di espandersi nellefertili campagnetroppo basse e di rovinare i raccolti. Ora era una muccaHathor che giganteggiavacolle immense corna reggenti degli strani emblemi frai quali non mancava mai di figurare l'astro solare; ora era Osirideolimpicamente seduto sul suo tronocolle braccia incrociate sul ventre; o unariproduzione delle colossali statue di Memnone o di Ramseteo di Menes ilfondatore della grande Menfiil primo re della prima dinastia egiziana cheregnò settemila anni or sonoquando né Atenené Roma e nessun essere umanoancora le sognavano.

Numerose barche salivano o scendevano la fiumana gigantealcune leggerissimeformate da semplici papiri legati a fascicon una proramolto arcuatacome usano ancora oggidì gli abitanti dell'alta Nubiadovequella preziosa pianta non è ancora scomparsa del tutto; altre invece assaipiù grandicostruite con tavole massiccie e armate di larghe vele quadrate ecariche per lo più di enormi massi di pietradestinati certo ad altrecolossali costruzionipoiché tutti i re dell'Egitto avevano una vera smania dilasciare qua o là un'orma incancellabile della loro dominazionegareggiandonella grandiosità di monumenti di templi o di obelischi o di piramidiche liricordassero ai posteri.

La barca montata da Mirinri e dai suoi amici scendevaindisturbata il fiumepoichécredendola un'onesta veliera proveniente dallealte regioni dell'Egittonessuno si preoccupava di essasupponendola carica diderrate destinate a Menfi. Onde però non destare l'attenzione o la curiositàdei battellieri e dei rivieraschiil Figlio del Sole aveva indossato unsemplice grembiule di pelle e messo sul capo un berretto di pelle conciatainforma di un mezzo elmetto e Ounis si era sbarazzato della sua lunga veste disacerdoteper cingere una specie di kalasiris doppioterminante inpunta sul dinanzi e si era coperta la testa con una enorme parrucca che lorendeva assolutamente irriconoscibilespecialmente colla barba posticciadiforma rettangolareappiccicata sotto il mento. Solo Nefer aveva conservate lesue vestima nella sua qualità di fattucchiera e di maliardaera necessarioche si mostrasse in pubblico con un certo lusso.

Le ore passavano lente e la barca avanzava sempre.

Una viva agitazione si era improvvisamente impadronita diMirinricome se la vicinanza di Menfi producesse su di lui una profonda estrana impressione. Era la speranza di poter rivedere la giovane Faraona cheaveva strappato alle terribili fauci del coccodrillo e che lo aveva stregatool'impazienza di strappare il potere a Pepi e di gridare in faccia all'immensopopolo: «Io sono il figlio del grande Teti! Rendete il trono al Figlio delSole!» Era il sangue del giovane innamorato che si ridestava o quello delguerrieroassetato di gloriadi poteree di grandezza? Forse l'uno e l'altro.

Neferche non lo perdeva di vista un solo istanteapprofittando del momento in cui Ata ed Ounis si erano recati a poppa adinterrogare il capitano della barcasi era avvicinata al giovaneche dall'altodella prora pareva interrogasse ansiosamente l'orizzonte.

«Che cosa cerchimio signore?» gli chiese con voce dolce.

«Menfi» rispose rudemente il giovane Figlio del Sole.«Che non debba mai comparire ai miei occhi? Si direbbe che mi fugge dinanzi.»

«Sei impaziente di vederla?»

«Se tu amassi intensamente un uomo e questo non si lasciassemai raggiungere da tenon lo cercheresti avidamenteintensamente coi tuoiocchi?»

«Tu cerchi Menfi o la fanciulla che ami?»

«Ora cerco la superba capitale del Basso Egitto che miopadre salvò dai barbari asiatici«rispose il giovane.»

«E poi?»

«Che cosa vuoi direNefer?»

«La Faraonaè vero?»

«A quella penserò poise ne avrò il tempo.»

«Che la sete del potere spenga l'amore?»

«Chi lo sa?»

«NoMirinri; noFiglio del Sole.»

Il giovane abbassò il capo senza risponderementre sullasua fronte passava come una nube.

«Sei inquieto?» riprese Nefer dopo un breve silenzio.

«È forse l'aria di Menfiche io comincio ad aspirare»rispose il giovane Faraone. «Un'aria satura di potenza e di grandezza che ungiornoquando era ancora bambinogonfiò i miei polmoni. Io non soma sentoentro di me qualche cosa di strano che nel deserto non aveva mai provato.Laggiùfra le sabbie che l'onda sacra del Nilo bagnava mormorandosotto legrandi palme che sussurravano quando il vento caldo scuoteva le loro piumatefoglie e la fresca brezza della notte tormentavail mio cuore non avevasussultila mia fantasia non sognava né gloriené onoriné grandezza.L'alba od il tramonto per me erano egualima ora vi è un risveglioincomprensibile in me. Vorrei ruggire come un giovane leone che ha messo ormaigli artigli e che si sente sicuro delle sue forze e divorare...»

«Che cosa?» chiese Neferun po' sardonicamente.

«Non so se l'Egitto intero o la corte realedove sono natoe da dove mi hanno tolto per lasciarmi il tempo di mettere i denti.»

«In quella corteche tu vorresti d'un colpo distruggerevive la fanciulla che tu strappasti alle fauci del coccodrillo.»

«TaciNefer!» gridò Mirinricon collera.

«Mentre quella che hai salvato più tardipure dalle faucid'un saurianosta al tuo fianco e non già sui gradini di quel trono»proseguì Neferimperturbabilmente.

Anche questa volta Mirinri non rispose. I suoi sguardi sierano fissati su alcuni punti scintillantiche vagavano sul maestoso fiumesormontati da alcune macchie rosse che spiccavano vivamente sulla biancastraacqua scorrente fra le due rive. «Che cosa brilla laggiù?» aveva esclamatoaggrottando la fronte.

Ounis e Ataavvertiti dagli etiopierano già accorsi aprora ed il viso del vecchio sacerdote era diventato improvvisamentepallidissimo mentre una fiamma terribileferoceaccendeva i suoi occhi.

«Lui!» aveva esclamatocon intraducibile accento d'odio.«Lui solo può avere barche dorate e vele fiammeggianti!»

Mirinriche lo aveva uditosi era voltato vivamente ed erarimasto colpito dall'espressione feroceche mai prima d'allora aveva scortaintanti anni che aveva trascorsi nel desertoa fianco di quell'uomo.

«Chilui?» chiese.

Ounis ebbe un momento di esitazionepoi disse:

«L'uomo che un giorno tufiglio del grande Tetidovraiforse uccidere.»

«Pepi?» gridò il giovane.

«Sìnon può essere che luiche sale il Nilo perassicurarsi se la piena sarà regolare. Solo un Faraone può sfoggiare tantolusso. Sii prudente: guarda e taci! Un giorno tu avrai altrettanto se seguirai imiei consigli e se avrai la pazienza d'attendere.»

«Ah!» rispose semplicemente Mirinrimentre il suo visoassumeva una espressione non meno intensa d'odio del vecchio.

Si guardò attornopoi scorgendo appeso alla murata un arcocon accanto una faretra piena di freccesi avvicinò lentamente aquell'istrumento di morte e vi si appoggiò contromormorando fra i denti:

«Il giovane leone non conosce la pazienza quando ha fame.»

I punti scintillanti ingrandivano a vista d'occhioessendola barca trascinata in una corsa velocissima in causa della piena. La correntediventava sempre più impetuosa di passo in passo che si avvicinava all'immensodelta dove trovava degli sbocchi infiniti nei numerosi canali e canaletti checonducevano le acque del sacro fiume al mare.

Ben presto furono in vista della flottiglia. Era formata dasei grandi barchetutte doratecolle prore altissime che reggevano dellesfingi dipinte in verdecon delle lunghe barbe che si arricciavano leggermenteverso la punta e che nel centro avevano dei tendalini di lino bianco variegatosorretti da sottili colonne scanellatelaminate in argento. Grandi ventaglialcuni semicircolariformati di penne variopintetrattenute da una grossalamina d'orosu cui si scorgeva l'ureo inciso ed altri di formarettangolare e certe specie di ombrelli di lino biancocon frange larghemulticoloritrapunte in oros'alzavano sulla prima barcache quarantaschiavisfarzosamente vestitispingevano a grande velocità con deilunghissimi remi scintillanti di pietre preziose.

Nel centrodove s'ergevano i ventagli dal manico lunghissimoe gli ombrellisdraiato su una specie di sofà tutto doratocon ampi cuscinistava un uomo d'età molto avanzatache aveva sul capo un alto berretto conicobianco e rossoadorno dell'ureocon lunghi e larghi nastri cadenti sulpettoun piccolo mantello sulle spalle ed una specie di sottanino che terminavasul dinanzi in un ampio triangolo a striscie biancherosseverdi ed azzurre.

Mirinri aveva fissati gli sguardi su quell'uomoche portavale insegne del supremo potere e sul capo il simbolo del diritto di vita e dimorte.

«Il re od un grande del regno?» aveva chiestoimpetuosamente a Ounische pareva volesse divorarlo collo sguardo.

«Pepi» aveva risposto il vecchiocon voce strozzata.

«L'usurpatore?»

«Sì!»

La barca reale passava in quel momento a soli cinquanta passida quella montata da Ounis.

Mirinricon un gesto rapido aveva staccato l'arco sospesodietro la murata ed aveva levata con altrettanta rapidità una freccia:

«Il leone uccide la preda!» aveva esclamatotendendo lacorda ed incoccando il dardo.

Atache gli stava pressocon una mossa fulminea avevaglistrappato l'arcogettandolo prontamente in acqua.

«Che cosa faimio signore?» aveva esclamato. «Vuoi farciuccidere tutti e perdere il trono?»

Ounis non aveva fatto alcuna mossa per arrestare il giovaneFiglio del Sole. Due sole parole gli erano sfuggite dalle labbra: «Troppopresto!»

Fortunatamente nessuno si era accorto della mossa delgiovanetanto era stato ratto Ata nello strappargli l'arco e la freccia. E poiil superbo Faraone non si era nemmeno degnato di dare uno sguardo a quella barcache faceva una così meschina figura di fronte alle sue dorate galere e nemmenoi grandi dignitarigeneralisacerdoti e governatori di provincie che loseguivano.

Mirinri era rimasto immobiledardeggiando sul resuo ziouno sguardo fiammeggiantecol braccio destro teso come in atto di sfidafinché tutta quella superba flottiglia fu passatascomparendo dietro unisolotto.

«Ladro!» gridò finalmentefacendo un gesto di rabbia.«Ti ho veduto e non scorderò più mai il tuo visoche rivedrò quando la miadaga ti attraverserà il cuore.»

«Eppure quell'uomo ha nelle sue vene il tuo medesimosangue» disse Ouniscon voce lenta.

«Io non ho che il sangue del grande Teti» rispose Mirinri.«Quello che scorre nel corpo di quell'uomo è sangue di traditori e non diguerrieri.»

Un grido di Nefer lo interruppe bruscamente.

«Menfi!»

Il giovane si era slanciato impetuosamente verso la prora.

Sul purissimo orizzonteche il soleprossimo al tramontofingeva d'un rosso intensoMenfil'orgogliosa si delineava coi suoi colossalimonumentii suoi obelischi doratii suoi templi meravigliosii suoi palazziimmensi.

 

 

CAPITOLO VENTESIMO

 

Il quartiere degli stranieri

 

Menfiche fu la capitale delle prime dinastie faraonichementre Tebe la grande lo fu delle ultimesorgeva sulla riva sinistra del Nilo.Fondata da Menesuno dei più grandi re egizianicirca sette od ottomila annior sonodopo lavori imponenti per trattenere le acque del Nilo ed impedire adesse d'invadere la città durante le pieneaveva raggiunto rapidamente unosplendore immensotale anzi da formare la meraviglia del mondo antico.

Gli Egizianilo abbiamo già dettoerano grandi costruttoriche ci tenevano a fabbricare le loro opere di dimensioni immensee d'unasolidità tale da sfidare i secoli; a Menfi avevano abbondato più che altrovein grandiositàinnalzando templi colossaliche un numero infinito di colonnereggevanoobelischi mostruosipalazzi reali meravigliosi e piramidi. La cittàoccupava un'area immensaperché serviva d'asilo a molte centinaia di migliaiadi abitantispingendo le sue ultime case fino sulle sabbie del deserto libicosu quelle sabbie traditriciche dovevano più tardi concorrere potentementealla sua distruzionesecondo la sinistra profezia di Geremia.

Tebe fu meravigliosama non potè raggiungere mai losplendore di Menfiche fu la più popolosa città del mondo anticocome lapiù riccaper monumenti e la più potente come piazza forte.

Come scomparve attraverso tanti secoli quella grandiosacittàsenza lasciare quasi traccia della sua esistenza? Sembrerebbeimpossibileeppure di tutti quei monumenti colossali oggidì non sono rimaste adimostrare il luogo ove un giorno sorgevaaltro che alcune piramidi cheresistetteroassieme ad altreagli insulti del tempoun pezzo di una statuacolossale che rappresenta Ramsete II ed una necropolila più antica del mondodacchè ha all'incirca 7000 anni d'esistenza e che nel tempo istesso è anche lapiù vastaavendo una larghezza di ben sessanta chilometri. Tutto il resto ècrollatocome se una spaventevole scossa di terremoto avesse tutto distrutto equello che è piùperfino le rovine di quei colossali monumenti sonoscomparse.

Là dove un giorno sorgeva orgogliosa la grande città deipiù potenti e dei più fastosi Faraoniora non si scorgono che colline disabbia. Nulla è rimasto di tanta gloria e possanza e la terra stessanutriceun giorno generosa di tante generazioni scomparsesembra si sia perfino essastessa stancata di germogliareperché solo nei mesi di marzo e di aprileallorquando le inondazioni hanno reso qualche vitalità alle sue venedissanguateessa si copre appena d'una magra vegetazioneche i venti caldi siaffrettano poco dopo a disseccare.

La barca di Mirinrio meglio di Nefertrascinata dallacorrente che aumentava sempreaprendosi al di sotto dell'immensa città leinnumerevoli bocche del deltas'avvicinava rapidissima a quella imponente lineadi grandiosi monumenti e di superbi palazziche si estendeva per miglia emiglia lungo la riva sinistra del maestoso fiume.

Il giovane Figlio del Solesempre ritto sulla proraguardava l'orgogliosa città senza fare un motoné pronunciare una parola:pareva che fosse affascinato dalla grandezza e dallo splendore della capitaledel più antico regno del mondoentro le cui mura merlate e formidabili avevaaperto gli occhi alla lucema che dopo così tanti anni non ricordava più. Ilsuo viso aveva assunto un aspetto quasi selvaggio e la sua bocca semi apertaaspirava a pieni polmoni l'aria della immensa cittàche una fresca brezzasospingevaal di sopra del Niloverso il settentrione: aspirava il lontanoprofumo della giovane Faraona o la potenza del regnoche suo padre avevasalvato dalle invasioni barbariche degli asiatici?

Ben presto la barca si trovò dinanzi alle gigantesche digheformate da colossali blocchi di pietrache in quei tempi remoti opponevano unabarriera insormontabile alle piene periodiche del Nilo; esse erano ingombre dibarche di tutte le dimensioni ancora occupati da schiere di schiaviquantunquela notte fosse per calare.

Atache era quasi sempre vissuto a Menfidiede ordine alcomandante della barca di prendere terra all'estremità dell'ultima digachedifendeva gli ultimi sobborghi del mezzodìdove pochissimi erano i naviglinon osando sbarcare i suoi amici nel centro della città. La polizia del repoteva essere stata avvertita da qualche traditore del loro arrivo e prenderlisubito. Nei lontani sobborghi la cosa era diversa ed in caso disperato potevanocoll'aiuto dei trenta etiopiopporre una feroce resistenza e fuggire attraversoi canali del deltaprima che potessero giungere le guardie del re.

«Mentre io vado ad avvertire gli antichi partigiani diTeti» disse Ataquando la barca fu ormeggiata saldamente alla riva«voiandrete ad abitare nel Ta-anch (quartiere degli stranieri) dove vi sarà piùfacile passare inosservati e là attendere il mio ritorno. Vi sarà faciletrovare qualche casetta e spacciarvi per poveri battellieri assiricaldei ogreci.»

«Ed io riprenderò il mio mestiere d'indovina» disseNefer.

«Ecco una buona idea» disse Ounis. «Mirinri si faràpassare per tuo fratellocosì ogni sospetto sul suo vero essere saràmaggiormente allontanato.»

«Dovrò fare l'istrione?» chiese Mirinri.

«Non è necessariomio signore» rispose Nefer. «Tut'incaricherai solamente di ritirare il denaro. Sarai il mio cassiere ed insiemeil mio protettore.»

«Se ciò è necessario per conquistarmi il trononon mirifiuterò» rispose Mirinrisorridendo. «Devo anch'io impormi deisacrifici.»

«Siete pronti a sbarcare?» chiese Nefer.

«Tutti» rispose Ounis.

La fanciulla s'avvicinò al comandante della barcachepareva aspettasse i suoi ordini e dopo d'avergli mostrato nuovamente il gioiellostrappato a Her-Horgli disse:

«La nave è tuaperché io te la donoa condizione peròche tu parta immediatamente e che tu scenda fino al mare. Colà potraitrafficare coi fenicicoi greci o coi siriani. Bada che se tu pronuncerai unaparola con chicchessia di quanto hai vedutola vendetta di Pepi sapràraggiungerti.»

«Obbedisco» rispose semplicemente il capo dei barcaiuoli.

«Scendiamo» disse Nefer.

Essendo la notte già calatail molo era diventato desertosicché poterono sbarcare inosservati. Avevano appena messo il piede a terrache la barca riprendeva subito il largoscomparendo ben presto in uno deinumerosi canali del delta che conducevano al mare.

«Perché hai mandato via costuiNefer?» chiese Mirinrialla fanciulla.

«Qualcuno poteva aver notato il tuo attoallorquando Pepipassava presso di noi e una parolaun sospettopotrebbe perderci. I traditorisono dovunque.»

«Ammiro la tua prudenza.»

«E non sarà mai troppa» aggiunse Ounis. Poivolgendosiverso Atadisse: «Il nostro numero non attirerà l'attenzione degli abitantidel sobborgo?

«I miei etiopi hanno già ricevuto l'ordine di disperdersi edi aspettarmi nei pressi della piramide di Daschour. Sarà là che io raduneròtutti i vecchi partigiani di Teti.»

«E noi?»

«Troverò una casa. Vi è qui un vecchio mio amicounsiriano che io ho più volte soccorso e vi cederà la sua casa. Seguitemi e nonparlate.»

Mentre gli etiopi si disperdevanoprendendo diversedirezionil'egiziano s'addentrò in una viuzza che era fiancheggiata da piccolecase di forma quadratacolle muraglie leggermente inclinate e prive difinestre. Non erano tutte del medesimo stileessendo popolatoil quartieredestinato agli stranierida asiatici appartenenti a diverse razze e anche dacommercianti della bassa Europaspecialmente dei dintorni del Mar Neroaiquali il governo egiziano lasciava la libertà di scegliere quel genere dicostruzioni che loro convenivano.

Il piccolo drappelloche prima di lasciare la barca si eramunito di arminon ignorando Ata che quel quartierese serviva d'asilo aglistranieri era pure abitato da corporazioni di ladri()dopo d'aver percorso indisturbato parecchie viuzze si arrestò finalmentedinanzi ad una casetta di modesto aspettocol tetto coperto di paglia. Ataentrò soloessendo la porta aperta e poco dopo uscì assieme ad un uomo ilqualedopo d'aver fatto un muto saluto con una manosi allontanòscomparendoin fondo alla oscura viuzza.

«La casa è vostra» disse allora Ata. «Il suoproprietario non verrà ad inquietarvi: consideratevi come legittimiproprietari. Sopratutto prudenza e obbedite a Nefer.»

«Quando tornerai?» chiese Ounische sembrava preoccupato.

«Appena avrò preparato il terreno pel gran colpo. Il tesorodeve essere già giunto e potrò assoldare un'armata tale da far tremare ilFaraone.»

«Non contare i talentiricordateloAta.»

«Ci saranno anche i miei e quelli dei vecchi amici diTeti» rispose l'egiziano.

Salutò tutti trepoi a sua volta si allontanò a rapidipassinella viuzza deserta.

«Entriamo nella mia reggia» disse Mirinri scherzando.«Veramente non era questa che mi aspettavo a Menfi.»

«Sii paziente» disse Ouniscon accento quasi dirimprovero.

«Non mi lagno. Quella che abitavo nel deserto era benpeggiore di questaeppure ero forse allora più lieto.»

Entraronoprendendo una lampadina di terra cotta che sitrovava appesa allo stipite della porta e prima di tutto esploraronominuziosamente la casetta.

Non vi erano che due sole stanzedi forma rettangolareconle pareti ed il pavimento composto d'una specie di cemento a varie tinteammobiliate sobriamenteessendo i mobili di lusso riservati ai grandi signoridel reame. L'unico letto consisteva in un pagliericcio di linopieno di fogliesecchegli arnesi della cucina in vasi di terra cottaperò non mancava untavolo pieno di vasi e vasetti contenenti unguenti misteriosi e profumiamandoassai gli Egiziani fare ogni giorno una toletta accurataanche se nonappartenevano alle classi molto elevate.

«Tu ti coricherai nella seconda stanzaNefer» disseOunis. «A noi basterà la primaè veroMirinri?»

«Noi siamo già abituati a dormire sulle sabbie deldeserto» rispose il Figlio del Sole. «E poi dormirei anche sulla nuda terradi Menfi.»

«Che cosa provitrovandoti quimio signore?» chieseNefer.

«Non te lo saprei dire» rispose il giovane. «Mi sembraperò di essere diventato un altro uomo. È l'aria di questa immensa città; èl'ansietà d'impegnare la lotta; è la sete di potere e di grandezza o qualchecosa d'altromi sento più felice quiin questa umile dimorache non sullabarca che Ata guidava sul Nilo. Sento finalmente di essere qualche cosa nelmondo; di non essere più un ignoto.»

«Sicché ti trovi pronto al supremo cimento» disse Ounische lo osservava attentamente.

«Sì» rispose Mirinri«pronto a sfidare tutto e tutti.»

«A vendicare tuo padre ed a conquistare il trono?»

«Sì» ripetè il giovane con suprema energia. «Quando ivecchi amici di mio padre avranno radunati i loro partigianiio mi metteròalla loro testa e andrò a chiedere conto all'usurpatore del grande Tetidellasua corona ed a strappargli dalla fronte il simbolo di diritto di vita e dimorteche a me solo spetta.»

«Ma sii prudentecome ti ha detto Ata. Pepi deve averorganizzato un servizio di spionaggio per sorprenderti e chissà a quest'ora chenon ti si cerchi in questa immensa cittàquantunque io speri che abbianoperdute le nostre tracce dopo la nostra fuga dall'isola delle ombre.»

«Rimarrò nascosto in questa casa fino al ritorno di Ata?»

«Nosarebbe un'imprudenza» rispose Ounis. «Un uomo chesi guadagna da vivere non desta sospetti; uno che vive senza poter dimostrare dipossederepuò allarmare la sospettosa polizia di Pepi. Segui Nefer: unaindovina può ben avere un fratello.»

«Farò come mi consigli» rispose Mirinrisorridendo.«Due Faraoni che battono la via come due istrioni!»

«È tardi» disse il vecchio. «A te il lettoNefer; noici accontenteremo dei tappeti che si trovano nella stanza attigua.»

«A domanimio signore» disse la fanciulla. «Impareremoquantunque siamo Figli del Solea guadagnarci la vita.»

Spensero la lampada e si coricarono: Nefer sul lettuccio eOunis e Mirinri su una stoffa grossolanaformata di fibre vegetalicheoccupava una parte della seconda stanza.

 

 

CAPITOLO VENTUNESIMO

 

Le profezie di Nefer

 

L'indomani Nefer e Mirinri percorrevano le vie del quartieredegli stranieriaccompagnati dal vecchio Ounisil quale si era procurato un tablossia una specie di tamburo di terracotta in forma d'un lungo cilindrochiuso in alto da una pelleche percuoteva vigorosamente colla manoondeattirare l'attenzione dei passanti. Le indovineche erano nell'istesso tempovenditrici di ricette miracoloseerano tenute in molta stima presso gli antichiegizii quali credevano ciecamente alle profezie di quelle astute donne eall'efficacia delle loro polveri misteriose.

Neferche per volere di Her-Hor aveva esercitata quellalucrosa professione nelle borgate dell'alto Nilo in attesa di Mirinrinon siera trovata imbarazzata a riprenderla e si era senz'altro installata sulla primapiazza del quartiererichiamando subito attorno a sé una folla di curiosiattratti forse più di tutto dalla sua meravigliosa bellezza e dalla ricchezzadei suoi gioielli. Sedutasi su una stuoiache Mirinri le aveva portata eaccompagnata dal rullare sordo del tablche il vecchio Ounis suonavacome se non avesse mai fatto altro in vita suaaveva lanciato colla sua vocearmoniosain volto agli accorsiil suo richiamo.

«Io sono uscita dalla scuola di medicina di Heliopolisdovei vecchi del grande Tempio mi hanno insegnato i loro rimedi.

«Io ho studiato alla scuola di Saisdove la Grande Madredivina mi ha donate le sue ricette.

«Io posseggo gl'incantesimi composti da Osiride in persona ela mia guida è il dio Tothinventore della parola e della scrittura.

«Gli incantesimi sono buoni pei rimedi ed i rimedi sonobuoni per gl'incantesimi.»

Una vecchia egiziana si era subito avanzata edopo una breveesitazionele disse:

«Dammi una ricetta per mia figlia che non può più nutrireil suo bambino ancora lattante.»

«Prendi delle testuggini del Nilo e falle friggere nell'olioe avrà latte in abbondanza» rispose Nefer.

Un'altra donna si era fatta innanzi.

«Voglio conoscere se il figlio che mi nascerà avrà lungavita o se morrà presto.»

«Se quando aprirà gli occhi dirà niegli vivràmolti anni; se dirà mba la sua vita si spegnerà presto» risposeNefer.

Un vecchio si era a sua volta accostatodicendo:

«Nel mio giardino v'è un serpente che ogni sera esce dallasua tana e mi divora i polli. Insegnami il modo che non lasci più il suobuco.»

«Metti dinanzi al suo covo un pagre (specie di pescedel Nilo) che sia ben secco ed il serpente non potrà più uscire.»

«Insegnami anche a tener lontani i sorci che divorano le miegranaglie.»

«Ungi le pareti del tuo granaio con olio di gatto e non livedrai più comparire; oppure brucia del letame secco di gazzellaraccogli leceneribagnale con acqua e copri il pavimento.»

Poi si fece innanzi una giovanetta.

«Che cosa vuoitu?» chiese Nefer.

«Insegnami il modo di far diventare bianchi i miei denti edi profumare la mia casaonde rendere più lieto il mio fidanzato.»

«Prendi della polvere di carbone d'acacia ed i tuoi dentidiverrano più candidi dell'avorio degli ippopotami. Se vuoi profumare le tuestanzemescola dell'incensodella mimosadella resina di terebintescorza dicinnamonolentischicalamo aromatico di Siriariduci tuttociò in polvereimpalpabile e gettala su un braciere. Il tuo fidanzato non avrà da lagnarsidella squisitezza del tuo profumo.»

«E tu?» chiese poi Neferrivolgendosi ad un soldato cheaveva una benda che gli copriva parte del viso.

«Pronuncia un incantesimobrava fanciulla» rispose ilguerriero«onde mi faccia guarire il mio occhio destro che una freccia sirianami ha rovinato.»

Nefer si alzòtese le bracciatracciò in aria dei segnimisteriosipoi disse:

«Un rumore s'alzò verso il sud del cieloed appena lanotte caddequel rumore si propagò fino al nord. L'acqua scrosciò sulla terrain grandi colonne ed i marinai della Barca Solare di Râ batterono i loro remiper farsi bagnare anche le loro teste. Io porgo la tua testa a quella pioggiabeneficaonde cada anche sul tuo occhio ferito ed invoco per guarirtelo il diodel dolore e la Morte della Morte. Applicati ora del miele sul tuo occhio e tuguariraiperché Toth così ha insegnato.»

Un altro guerrieromolto giovane e molto macilentoavevapreso subito il posto dell'altro:

«Fanciulla» le disse«pronuncia anche per me unincantesimoonde mi liberi dalla tenia che mi esaurisce.»

«Ti guarirò subito» rispose Nefersempre seria. «Ohjena cattivaoh jena femmina! Oh distruttore! Oh distruttrice! Udite le mieparole: Che cessi la marcia dolorosa del serpente entro lo stomaco di questogiovane! È un dio cattivo che ha creato quel mostroun dio nemico: che eglicacci il male che ha fatto a quest'uomo od invocherò il bacino di fuoco ondebruci e distrugga l'uno e l'altro. Va'! Tu fra poco non soffrirai più.»

Anche il giovane guerriero se ne andòpiù che convinto didover fra poco guarirepoiché gli antichi egizi avevano più fede nelleinvocazioni che nell'efficacia delle medicine.

Quella prima giornata trascorse in continue invocazionileune più strane delle altre ed in dispense di ricettenon meno straordinarieaccorrendo continuamente uomini e donne attorno alla bella fanciulla e non fuche ad ora molto tarda che i due Figli del Sole ed il vecchio Ounis poteronoritirarsi nella loro casettaben provvisti di denaroe lieti di non aversuscitato il più lontano sospetto sul loro vero essere.

Chi d'altronde avrebbe potuto supporre che il figlio delgrande Teti per sfuggire alle ricerche della polizia di Pepi si fosse adattato adiventare una specie d'istrione?

«Sei contentomio signore?» chiese Nefer a Mirinrichecontava ridendo i denari guadagnati.

«Sei una fanciulla che vali quanto pesi» rispose ilgiovane. «Se un giorno diverrò re ti farò nominare grande indovina del regno.Peccato che io non era fra il pubblico.»

«Perché?»

«Ti avrei chiesto di predirmi il mio destino.»

«Te l'ho già predetto quando scendevamo il Nilo.»

«Che io diventerò re?»

«Sì.»

«Non mi basta.»

Nefer ebbe un sussulto e corrugò lievemente la frontementre un sospiro le moriva sulle labbra.»

«Ti ho compreso» disse poi con voce lentalasciandosicadere su una scranna ed appoggiando la testa sull'orlo della vicina tavola.«Io ho letto il tuo pensiero.»

«Non sei una indovina tu?»

«È vero.»

«Dunque? Fuori la tua profezia.»

«La vedrai.»

«In Menfi?»

«Quiin questa città.»

Questa volta fu il giovane che ebbe un forte sussultomentreil suo viso s'imporporavacome quello d'una fanciulla quando si reca al suoprimo appuntamento d'amore.

Nefer si coprì gli occhi con ambe le manicomprimendoselifortemente.

«La vedo» riprese dopo alcuni istanti di silenziocomeparlando fra sé. «È coricata su una portantina sfolgorante d'oro che ottoschiavi nubiani sorreggono e dinanzi a lei s'avanza maestoso un toro tutto neroche ha le corna dorate. Tintinnano i sistri sacrisalgono al cielo le notedeliziose delle arpe e delle chitarre e rimbombano i tamburi... le danzatriciintrecciano danze intorno alla portantina regale e fissano l'ureo chescintilla fra le trecce nere della bella Faraona. Vedo carri guerreschi montatida soldati... vedo arcieri e guardie... odo il rombo degli applausi che la follatributa alla figlia del più possente re dell'Africa. Ah! Quel grido! Quelgrido!»

Nefer aveva abbassate le mani ed era balzate in piediguardando con terrore Mirinri che le stava diritto dinanziascoltandolaattentamente.

«Cos'haiNefer?» chiese il giovaneturbato daquell'improvviso scatto.

«Ho udito un grido.»

«E così?»

«E quel grido era tuomio signore. Sìio l'ho uditodistintamente.»

«E poi? Continua.»

«Non vedo più nulla dinanzi ai miei occhi. Tutta la visioneè scomparsa in mezzo ad una fitta nebbia.»

«E quel grido ti ha spaventata?»

«Sì.»

«Ma perché?»

«Non lo so... eppure nell'udirloil mio cuore si èristretto come se una mano di ferro l'avesse preso e compresso.»

Ounische fino allora era rimasto nella stanza attiguaoccupato a preparare un certo pasticcio a base di datteri secchi e di semi dipianta del lotosi era affacciato alla portaguardando Nefer con una specie diterrore. Doveva aver udite le sue parolepoiché il suo visoordinariamentecalmoappariva in quel momento estremamente alterato.

«Nefer» dissecon voce rotta«sei tu veramente unaindovina? Credi di poter leggere nel futuro? Dimmelofanciulla mia.»

«Lo spero» rispose Neferche era tornata a sedersiappoggiando nuovamente il capo sull'orlo del tavolo.

«Di chi era quel grido?»

«Di Mirinri.»

«Non ti saresti ingannata?»

«No.»

«Ne sei ben certa?»

«Conosco troppo bene la voce del mio signore.»

«Io ho udito quanto tu hai narrato a Mirinri» ripreseOuniscon una certa ansietà che non isfuggì al giovane Figlio del Sole.«Copriti gli occhi e tenta di vedere che cosa è successo dopo.»

Nefer obbedì e stette parecchi minuti silenziosa. Ounis laosservava attentamentecon angosciacercando di sorprendere sul suo viso unmotoun sussulto qualsiasiinvece i lineamenti della fanciulla rimanevanoimpassibili.

«Dunque?» chiese il vecchio.

«Nebbia... sempre nebbia.»

«Non riesci a scorgere nulla attraverso quel denso velo?»

«Sìaspetta... delle colonne dorate... un tronosfolgorante di luce... poi un uomo... ha il simbolo del diritto di vita e dimorte sulla parrucca...»

«Com'è? Giovane o vecchio?»

«Aspetta...»

«Guardalo attentamente.»

«È lui.»

«Chi lui?»

«Il Faraone che abbiamo veduto sulla barca dorata... l'uomocontro cui Mirinri aveva teso l'arco.»

«Pepi!» gridò Ounis.

«Sì... è lui... lo vedo ora distintamente.»

«Che cosa fa?...»

«Non aver fretta... vedo la nebbia turbinare attorno alui... ora mi appare col viso sconvolto da una collera tremenda... ora tremantee pallido... ora scompare... Ah! Vi sono delle persone attorno a lui... un altrovecchio... ha nelle mani un ferro ricurvo... uno di quei ferri che adoperano ipreparatori di mummie per estrarre dalle nari il cervello dei morti... poi vedopendergli dalla cintura una di quelle pietre taglienti dell'Etiopia di cui siservono per aprire il fianco ed estrarne gl'intestini...»

«Chi vuole imbalsamare?» gridò Ouniscon terrore.»

«Non lo so.»

«Guardaguarda: fora la nebbia coi tuoi sguardi penetranti.Te ne pregoNefer.»

«Non vedo più nulla... ah! Sìecco un'altra sala piùmeravigliosa dell'altra... popolosoldatisacerdoti... il Faraone... che apreil naosil reliquario del dio... ah! Lui!»

«Chi?»

«Her-Hor?»

«Il sacerdote che hai ucciso?»

«Sì.»

«Vivo?»

«Vivo» rispose Nefermentre un tremito scuoteva il suocorpo. «Ecco l'uomo fatale... giungerà all'ultima ora... e sarà fatale ame... a me... a me...»

«Che cosa diciNefer?» chiesero ad una voce Ounis eMirinri.

La fanciulla non rispose. Si era abbandonata addosso allatavolacome se un profondo sonno l'avesse improvvisamente sorpresa.

«Dorme» disse Mirinri.

«Taci» rispose Ounis. «Agita le labbra: parlerà forseancora pur dormendo.»

La fanciullache si era assopitapareva che facesse deglisforzi supremi per muovere la lingua e le labbra.

«Râ segna il giorno» disse ad un tratto con voce fievole«Osiride la notte. L'alba è la nascitail crepuscolo della sera la mortemaogni giorno che spunta il viaggiatore rinasce a vita novella dal seno di Nout esale gloriosamente in cieloove naviga sulla barca leggeracombattendovittoriosamente il male e le tenebre che fuggono dinanzi a lui. Alla sera lanotte trionfa. Il sole non è più Râ il potentelo sfavillanteesso diventaOsirideil dio che veglia fra le tenebre e la morte. La sua barca celestepercorre i tetri canali della nottedove i demoni cercano assalirla e dopomezzanotte essa risale dal baratro tenebroso e la sua corsa diventa più rapidae più aerea ed al mattino ritorna sfolgorante di luce e vittorioso. Tale è lavita e tale è la morte. Perché Nefer avrà paura?»

«Sogna!» esclamò Mirinri: «che strana fanciulla!»

Ounis che stava curvo verso la giovane per non perdere unasola parolasi era alzato eposando le sue mani sul giovane Faraoneglidisse:

«GuàrdatiMirinri. Questa fanciulla ha veduto un pericolo.Sta in guardia!»

«Credi tu alle visioni di Nefer?»

«Sì» rispose Ounis.

«Credi dunque al destino?»

«Sì» ripetè Ounis.

«Ed io non credo che alla mia stellache sale sfolgorantein cielo; al suono che diede all'alba la statua di Memnone e al fiore dellarisurrezione che schiuse le sue corolle fra le mie mani» rispose Mirinri.«Profetizzavano che io un giorno sarei diventato re; e re diventeròOunisperché nessuno spezzerà il mio destino.»

 

 

CAPITOLO VENTIDUESIMO

 

Il grande sacerdote di Ptah

 

Per parecchi giorni NeferOunis e Mirinri si fecero vedereora nell'una ed ora nell'altra piazza del quartiere degli stranieril'unapronunciando incantesimi ed insegnando ricettel'altro a far l'officio dicassiere ed il terzo a far rullare senza posa il suo tamburo di terracottaconuna costanza invidiabile. Cominciavano ad impazientirsi ed a temere che Ata nonfosse riuscito a realizzare le sue speranzequando la sera del quindicesimogiorno da che si trovavano in Menfiudirono a bussare alla porta tre colpi.

Ounis e Mirinriche temevano sempre qualche sorpresa daparte delle spie di Pepiafferrate le loro daghe si erano slanciati nella primastanzainterrompendo bruscamente il loro pasto seralerisoluti a qualunquecimento. Udendo risuonare tre altri colpipiù violenti dei primiMirinri chenon era molto paziente e sempre pronto ad affrontare qualunque pericoloavevachiesto con voce minacciosa:

«Chi è l'importuno che viene a disturbarci?»

«Sono io: Ata. Silenziomio signore.»

Mirinri aveva aperto e l'egiziano era entrato rapidamentechiudendo dietro di sé la porta.

«Temevo di non ritrovarvi più» disse.

«Perché?» chiese Ounis.

«Corre voce che Mirinri sia già riuscito a mettere piede inMenfi.»

«Chi te lo ha detto?»

«Me lo ha riferito un mio amico che ha relazione con lacorte ed ha aggiunto che Pepi non dorme più tranquillo e che ha sguinzagliatoper tutta la città le sue guardie.»

«Lo sa la popolazione?» chiese Mirinri che non sembravaaffatto impressionato.

«Può darsi.»

«E sa che Mirinri è figlio del grande Teti?»

«Gli amici di tuo padremio signoreda anni e anni hannosparsa la voce che il figlio del vincitore dei Caldei non è misteriosamentescomparso come suo padre. È veroOunis?»

Il vecchio approvò con un gesto del capo.

«Ah! Il popolo lo sa che io sono ancora vivo e che un giornoandrò a chiedere stretto contoall'usurpatoredel trono che mi ha rubato.»

«Sìmio signore.»

«E mi attende?»

«Forse.»

«Forse!» esclamò Mirinricorrugando la fronte.

«Pepi è possente: è re dell'Egitto.»

«Un ladro!» proruppe Mirinriviolentemente. «Vedremo seil giorno in cuisu un carro di battagliapercorrerò le vie dell'orgogliosaMenfiproclamandomi re della stirpe faraonica ed evocando le glorie di miopadreil popolo rimarrà insensibile. Io solo sono il Figlio diretto del Sole!Io solo discendo da Râ e da Osiride!»

«Ecco il figlio di Teti» disse Ouniscon un sorrisod'orgoglio. «È il sangue del guerriero che parla. Sìtu un giorno sarai ungrande reMirinri! Nel deserto il tuo cuore sonnecchiava; l'aria di Menfi l'harisvegliato. Atache cosa ci rechi tu?»

«Notizie importantiOunis» rispose l'egiziano. «Tutti ivecchi amici di Teti hanno raccolto i loro partigiani ed ho assoldato tremilaschiavi etiopiai quali ho promesso la libertà se il figlio di Teti riusciràa strappare il trono all'usurpatore. Ho profuso l'oro che ti apparteneva e cheamici devoti hanno trasportato a Menfima frutterà.»

«Siete pronti?»

«Tutti decisi a morire pel trionfo del giovane Figlio delSole» disse Ata. «Domani sera noi saremo raccolti nella immensa piramide diDaschour e vi aspetteremo per tentare il colpo supremo. Sarà un'onda gigantescadi ferro e di fuoco che si rovescerà su Menfi e che travolgerà l'usurpatore.»

«Ed io sarò alla testa di quell'onda!» esclamò Mirinri.«Chi mi arresterà?»

«Forse il destino» disse Neferche fino allora erarimasta silenziosa.

«Spezzerò anche quello» disse il giovane.

«Io ho paura del toro nero dalle corna dorate: l'ho sognatoanche ieri sera.»

«Chi è?» chiese Mirinri.

«Il dio Api.»

«Nel deserto dove sono stato allevato io non l'ho maiveduto.»

«Rappresenta il Nilo fecondatore.»

«Ed io rappresento la forza ed il potere. Vale più il tuotoro nero dalle corna dorateNeferod il Figlio del Sole?»

«Dietro al torotu incontrerai due occhi che ti sarannofatali.»

«Quali?»

«Tu li conosci senza che io te lo dica.»

«Ah!» fece Mirinri. «Sogni semprefanciulla.»

«Quando partiremo?»

«Domani» disse Ounis.

«Domani! Voglio vedere il palazzo che un giorno sarà mio.Si dice che sorge su una collinafra giardini incantati. Là dentro andrò adafferrare l'usurpatore e là gli strapperò il simbolo del diritto di vita e dimorteche egli mi ha rubato!

«Durante la traversata della città non fatevi notarenéper la vostra troppa frettané per la vostra curiosità e sopratutto nonparlatené chiamatevi per nome» disse Ata. «Le guardie del re sono incacciave lo ripeto.»

«Non temereAta» rispose Ounis. «Ci sarò io a frenarel'impazienza di Mirinri.»

«Domani serasubito dopo il tramontoci troverete tutti»disse l'egiziano. «Ritorno nel centro della città; la via è lunga e la notteè calata.»

Mirinri e Ounis lo accompagnarono fino alla porta. Ataguardò prima attentamente a destra ed a sinistraenon scorgendo nessunos'allontanò a rapidi passi.

Era già uscito dal quartiere degli stranieri e stava peravanzarsi sulla magnifica strada che costeggiava le colossali dighe erette lungoil Nilo per preservare la città dalla pienaquando s'incontrò con un uomo cheera improvvisamente sorto da un ammasso di pietre enormiche dovevanoprobabilmente servire a qualche colossale costruzione.

«Che Osiride vegli su di te» gli disse lo sconosciuto.

«Che Râ ti sia propizio anche dopo la mezzanotte» risposeAtacontinuando la sua via.

Udendo quella voce lo sconosciuto aveva avuto un sussulto.

Finse di allontanarsipoi quando vide Ata a sparire sotto lacupa ombra che proiettavano le palme costeggianti le dighetornò prontamenteverso l'ammasso di pietremandando un leggero sibilo. Due uominigiovani erobustiche portavano sul capo due penne di struzzo piantate obliquamente nelleloro parrucchedistintivo delle guardie del ree ai fianchi delle kalasirisdi grosso lino a tre punteed ai piedi dei sandali di pagliasi eranosubito alzatitenendo in mano due daghe cortecolla lama molto larga e duearchi.

«L'ho ritrovato» disse colui che aveva mandato quelsibilo.

«Era proprio lui?» chiese uno dei due.

«Sì.»

«Non ti sei ingannatogran sacerdote?»

«Quando Her-Hor ha veduto una sola volta un voltonon lodimentica più mai. Era proprio l'uomo che accompagnava il vecchio Ounis eMirinri.»

«Che cosa sarà venuto a fare qui?»

«Non lo soManeros. Ah! Se questa sera non lo avessimoperduto di vista fra la folla che ingombrava la piazzaa quest'ora forseMirinri sarebbe in nostra manopoiché sono certo che se Ata è quivi è pureil figlio di Teti. Pazienzalo troveremo prima che tenti qualche colpodisperato contro il ree allora Nefer mi pagherà quel colpo di daga che perpoco non mi mandava a navigare sulla barca lucente di Râ.»

«Che cosa dobbiamo fare?» chiese colui che si chiamavaManeros. «Raggiungerlo e ucciderlo?»

«Seguirloscoprire il suo rifugio e sorvegliarloattentamente. Sono certo che egli sta raccogliendo i vecchi amici di Teti.Faremo un gran colpo e delle mani tagliate ve ne saranno molte in Menfifrapoco» disse il vecchio sacerdotecon voce strozzata. «Non sono vissuto cheper la vendetta e li avrò tutti due insiemeanzi tutti tre.»

«E tunon vienigran sacerdote?»

«Vi seguirò sul carro» rispose Her-Hor. «Sono ancoratroppo debole e la terribile ferita non si è ancora completamente rimarginata.Partite o lo perderemo un'altra volta di vista.»

I due soldati checome abbiamo dettoerano giovani e ancheagilisi slanciarono a corsa sfrenata sulla viatenendosi sotto l'ombra cheproiettavano i filari delle dum e delle camerope a ventaglioonde non farsiscorgere da Ata.

Il vecchio sacerdote attraversò la diga e raggiunse unpiccolo carro che stava nascosto dietro un gruppo d'alberiguardato da unoschiavo nubianodi forme atletiche.

I carri egiziani erano ben lungi dal somigliare ai nostriquantunque fossero tirati pure da buoipiù piccoli dei nostri e lesti come glizebùusati oggi dalle popolazioni dell'India. Erano leggere vetturesomiglianti alle bighe romane; con due sole ruote dipinte ordinariamente inverdemolto rialzate sul dinanzi e aperte invece di dietroche potevanoservire tutt'al più a due sole personele quali si tenevano in piedi.

Talvoltainvece di essere tirate da buoi lo erano dacavallima queste servivano per lo più ai soldatinon avendo gli antichiegizi mai fatto uso di una vera cavallerianon avendo mai avuto l'idea - equesta è strana - di servirsi dei cavalli come cavalcature! Occorsero migliaiae migliaia d'anni prima che quegli uominiche erano pur così innanzi nellaciviltà e così intelligentiavessero potuto comprendere che il cavallo eraadatto a lasciarsi montare.

Her-Horche pareva si reggesse a stentosi fece deporre sulcarropoi i due piccoli buoiaizzati dallo schiavopresero un'andaturaabbastanza rapidaun piccolo galoppo che doveva permettere al sacerdote diraggiungere le due guardie del reprima che Ata tornasse a scomparire fra levie intricatissime della grande città. La strada costeggiante il Nilo eradesertaavendo gli Egiziani l'abitudine di ritirarsi presto nelle loro casesicché il carro poteva procedere rapidamentesenza essere obbligato a deviareod arrestarsi. Lo schiavo che correva a piediaizzava d'altronde di continuo ibuoicostringendoli a mantenere il loro galoppo.

Ben presto Her-Hor si trovò nel centro della grande città.Il carro aveva lasciato l'immenso viale e trottava fra due file di case di formemassiccieinterrotte di quando in quando da templi meravigliosiche lanciavanole loro colonne ad altezze straordinarie. Era il quartiere di Ambùil piùsplendido di Menfiricco di monumenti grandiosi e dove si addensavano i ricchidella capitale egiziana.

«Dove?» chiese ad un tratto il nubianovolgendosi versoHer-Hor.

«Al tempio di Ptah» rispose il vecchio. «Vedi le dueguardie?»

«Nogran sacerdote.»

«Aspetterò al tempio il loro ritorno.»

Il carro riprese la corsapoi si arrestò su una vastapiazzanel cui centro s'alzava un edificio colossaledinanzi alla cui portasorretta da due altissime colonnegiganteggiava una sfinge colla testa del reMenesil fondatore di quell'opera grandiosa che tutti gli stranieri ammiravanostupiti. Era il tempio di Ptahche era il più vasto ed il più celebre cheavesse Menfi.

Il carro si era appena fermatoquando due uomini comparveroimprovvisamenteattraversando la piazza di corsa. Il nubiano aveva estrattadalla cintura una specie d'asciama le penne di struzzo che ondeggiavano sullatesta dei due corridori lo rassicurarono subito.

«Le guardie del re» disse a Her-Hor.

Erano infatti i due soldati che il vecchio sacerdote avevalanciati sulle orme di Ata.

«Lo hai raggiuntoManeros?» chiese Her-Horquando le dueguardie furono vicine.

«Sì» rispose il soldatoche sudava come fosse allorauscito da una vasca.

«Dov'è andato?»

«Tu avevi indovinatogrande sacerdote. I vecchi partigianidi Teti preparano un gran colpo per rovesciare il re.»

«Come lo sai tu?» chiese il vecchio vivamente.

«Ho scoperto il luogo ove si radunano.»

«Continua.»

«Hanno forzata l'entrata della grande piramide di Daschoured è la dentro che si radunano i ribelli.»

«Nella piramide?» esclamò Her-Hor.

«Sìgran sacerdote.»

«Hanno violato il sepolcro! La punizione sarà doppiamentetremenda! Sono in molti?»

«Lo credo e devono essere anche bene armatiperché abbiamoveduto entrare nella piramide parecchi uomini carichi d'armi. Che cosa dobbiamofaregran sacerdote?»

Her-Hor stette alcuni istanti silenziosopoi disse:

«È domani che si condurrà il dio Api ad abbeverarsi nelNiloè vero?»

«Sìgran sacerdote» rispose Maneros.

«La cerimonia riuscirà più splendida e più gradita allenostre divinitàse sarà accompagnata da parecchi carri pieni di manitagliate. Faremo una grande offerta ai numi del Niloe quelli ci sarannoriconoscenti. La barca d'Osiride sta per rimontare in cielo: i ribelli devonodormire. È il momento buono per sorprenderli nel loro covo e renderli persempre impotenti. Pepi si sbarazzerà così anche degli ultimi partigiani di suofratello ed il popolo questa volta nulla potrà dire.»

«Attendo i tuoi ordinigran sacerdote» disse Maneros.

«Manda il tuo compagno al palazzo realeonde informi Pepidi quanto succede. Raccoglierà tutta la guardia reale e io la guiderò senzaindugio alla piramide. Prima che l'alba sorgatutto deve essere finito.»

Si levò da un dito un anello e lo porse al compagno diManeros.

«Con questotutte le porte del palazzo ti saranno aperte edil re ti accoglierà subito. Va' e non perdere tempo.»

Il soldato partìveloce come una frecciadirigendosi versola collinetta sulla cui cima giganteggiava il meraviglioso palazzo dei Faraoni.

«Alla piramide» disse poscia Her-Horrivolgendosi alnubiano che aspettava i suoi comandi a fianco dei buoi.

«E io?» chiese Maneros.

«Mi scorterai» rispose il sacerdote. «Conosci tutti ipassaggi della piramide?»

«SìHer-Hor» rispose Maneros. «Sono stato io che homurata l'ultima pietradopo che fu sepolta la principessa.»

«Sicché tu puoi guidare con piena sicurezza le guardie delre attraverso i corridoi della mastaba?»

«Conosco tutte le serdab che conducono nellacripta centrale dove riposaentro il suo sarcofago di basalto azzurrola salmadella graziosa e soave Rodope.»

«Come potremo sorprenderli?»

«Scendendo dalle gallerie superiori.»

«Va bene: partiamo. Pepi mi sarà riconoscente e tu avrai unbel gradose riusciremo nel nostro intento. Mai il trono dei Faraoni ha corsoun pericolo così grande e sta a noi salvarlo.»

«Io sono pronto a morire per il re.»

«Alla piramide» disse Her-Hor al nubiano.

Il carro si rimise in marciaattraverso le deserte viedell'immensa cittàdirigendosi verso il sudlà dove si stendeva lagigantesca necropoli menfinache occupava quasi tutta la punta del Delta peruna lunghezza di più leghespingendosi verso l'altipiano formato dalle ultimeondulazioni della catena libica. Là da migliaia e migliaia d'anni venivanosepolti i cadaveri a milioni e milioni.

Il carroraggiunto l'ultimo lembo della cittàsi trovòfinalmente in aperta campagna. Nelle tenebre giganteggiavano alcune piramidi fracui una di mole smisuratache lanciava orgogliosamente la sua cima al di sopradelle palmeproiettanti la loro ombra sulla necropoli sotterranea. Il nubianoaveva arrestato i buoiguardando il sacerdote.

«Che cosa vedi?» chiese Her-Hor.

«Vi sono dei soldati» rispose lo schiavo.

«Non aver paura: non sono qui per arrestare noi.»

Alcuni uominiche portavano sul capo degli elmetti di cuoioe che avevano il petto difeso da una specie di corazza formata da fibre dipapiro strettamente intrecciatesi erano fatti innanzi cogli archi tesiprontia scoccare le loro freccie.

Maneros si era subito slanciato dinanzi ai buoidicendo:

«Fate largo a Her-Horil gran sacerdote del tempio di Ptah:ordine del re.»

I guerrieri abbassarono gli archi e caddero in ginocchiobattendo la fronte al suolo ed il carro proseguìarrestandosi di fronte allagrande piramidedove riposavano le spoglie della bella Rodope.

 

 

CAPITOLO VENTITREESIMO

 

L'assalto alla piramide di Rodope

 

Nell'epoca in cui Menfi aveva raggiunto il suo massimosplendorenumerose piramidi s'alzavano nei suoi dintorninon meno giganteschedi quelle che sussistono oggi e che formano oggi l'ammirazione dei viaggiatoriperché prima cura di ogni capo d'una nuova dinastia era quella di prepararsi unsepolcroche servisse di ricovero alla sua salma ed a quella dei suoidiscendenti.

La costruzione della piramide cominciava subito dopo la suaincoronazionecerto con non molto piacere dei suoi sudditii quali eranocostretti a lavorare anni ed anni duramentesenza percepire alcun stipendiopoiché i re si limitavano a nutrire quei disgraziati operai con rape e conlegumiche però importavano sempre una spesa enormepoiché si trattava didare da mangiare a migliaia e migliaia di boccheper parecchi lustri diseguito. Si sa per esempio che la costruzione della piramide di Cheope che è lapiù grande che ancora sussistacostò la bagatella di mille e seicentotalentipari a novecento milionispesi in soli legumi! ...

Fino a che il re vivevail lavoro non veniva interrottosicché la piramide continuava ad ingrandirsiaggiungendovisenza posa intornopietre enormicosicché più immense diventavano a misura che si prolungava lavita del sovrano. Quella di Cheope per esempio è la più colossaleperché ilre che la fece costruire visse cinquantasei anni dopo la sua salita al trono.Essa è la meraviglia del generemisurando duecento e ventisette metri per latoed un'altezza di cento e trentasettema si crede che fosse assai più vasta epiù alta e che la sua vetta sia stata in parte distrutta assieme ad una buonaparte del suo rivestimento esterno. Comunque siadesta sempre una profondaimpressione al viaggiatore per la sua massa enorme e per la grandiosità dellesue linee e pari effetto producono le sue sorelle minori che le stanno aifianchiquelle chiamate Chefren e Mycerinobenché assai più piccole.

All'infuori però della meraviglia prodotta dalla molelepiramidi egiziane non hanno nulla che possa interessare l'artistaessendoformate di enormi massi perfettamente liscisenza alcuna scultura. Gli Egizianinon contavano certamente di fare delle opere d'artebensì di preparare al lorore un asilo sicuroindistruttibileche potesse sfidare i secoli e dove lamummia reale potesse riposare indisturbata fino alla fine del mondo.

Infatti le piramidi non sono altro che sepolcri particolarisimili alle mastabeche si facevano costruire i ricchi egizianiincominciate e condotte a compimento secondo proporzioni degne dei loro ospiti.Come le mastabenascondono entro i colossali loro fianchi delle serdabossia delle tortuose gallerie; e nel loro centro hanno la criptail luogodestinato a ricevere la salma del re. La cripta che si trova proprio nel cuoredelle piramidinon era altro che una piccola cella tenebrosacoperta da unenorme lastrone di granito roseodestinato ad impedire la caduta dell'enormemassa di pietre che doveva esercitare una pressione spaventevole.

Per ovviare il pericolo d'un franamentogli architettiegiziani avevano la precauzione di costruire al di sopra della cripta cinquecamere di scaricosovrapposte le une alle altrela più alta delle quali sitrovava sormontata da due blocchi inclinati a guisa di tetto che dividevano erigettavano la pressione esercitata da quella immensa fila di pietre.

Erano camere senza dubbio meravigliosecostruite con unasolidità a tutta provache non piegarono d'una sola linea per centinaia ecentinaia di secoli e che costituiscono il lato veramente straordinario dellacostruzione delle piramidi.

Nella piramide si rivela più luminoso il genio degliarchitetti egiziani di sei o sette mila anni fache eseguirono lo sforzosovrumano benchè dotati di cognizioni scientifiche primitive e probabilmenteprivi di macchine. Ciò poi che desta maggior stupore è il fatto che lepiramidi più antichecostruite sotto le prime dinastiehanno meglio dellealtre resistito al tempo. Sembra che gli architetti di settemila anni or sonofossero migliori di quelli che vissero sotto le ultime dinastie. Infatti leprime sono ancora làgiganteggianti sui margini del desertoergendoorgogliosamente le loro cimesfidando nella loro formidabile impassibilità isecolirinserrando ancora nei loro fianchi mostruosi le mummie dei re che lecostruironocome una sfida all'eternità. Sono i monumenti più antichi delmondo e probabilmente saranno anche gli ultimi a sparire.

Allorquando il nostro globo si sarà raffreddato e andràroteando vuoto e spopolato; allorché l'ultima famiglia umana sarà scomparsa edil tempo avrà ridotto in polvere le opere moderneforse la grande piramide cheracchiude la mummia di Cheope sussisterà ancoraultimo avanzo della rovinad'un mondo e forse allorain fondo a qualche sepolcreto incontaminatounamummia proseguirà ancora il suo sonno secolarecircondata dagli oggetti piùcari che ne allietarono l'esistenzamentre noi moderni non saremo che polvere.Può darsi che quella mummiadopo essere stata uno dei primi uomini a farsorgere l'alba della nostra civiltàsia anche l'ultima testimonianzasullaTerra deserta e mortadell'esistenza del genere umano sul globo...

La piramide di Rodopeentro cui si erano riuniti ipartigiani di Tetinon aveva le dimensioni di quella di Cheopequantunquefosse annoverata fra le maggiori dell'immensa necropoli di Menfi ed in queltempo era ancora intattanon avendo ancora dovuto servire i suoi materiali allacostruzione di Tebe. Al pari delle altreaveva camere vuote immensecorridoi enel suo centro la criptadove dormiva già da secoli la salma della bellareginaentro un meraviglioso sarcofago di basalto azzurrochiusa da un massoenorme di granito così duro da sfidare il picconepoichè gli Egizianicuravano al massimo l'inviolabilità dei sepolcreti dei loro re e delle lororegine.

Her-Hordopo essersi fatto mettere a terra dallo schiavonubianosi avanzò lentamente verso la piramideappoggiandosi al braccio diManerososservando attentamente la fronte del colossale monumento la cui cimascompariva fra le tenebre.

«Dove si trova la pietra di chiusura?» chiese a Maneros.

«Al di sopra del ventisettesimo gradino» rispose laguardia.

«Credi che siano entrati per di là?»

«È impossibilegrande sacerdote. Per chiudere la serdabdopo che fu sepolto l'ultimo rampollo della cessata dinastiafu adoperatoun masso così enorme e di pietra così resistenteche nessun essere umanoavrebbe potuto né intaccarené muovere. Non deve essere da quella parte che iribelli sono riusciti a entrare nella piramide.»

«Alloravi è qualche altro passaggio?»

«Sìal di sopra del quarantesimo gradino sia a levante chea ponenteesistono due gallerie che immettono in una delle cinque stanze discarico. Andiamo a vedere se i massi che le chiudevano sono stati smossi.»

«Quanti soldati vuoi?»

«I passaggi sono stretti fino alla camera» risposeManeros. «A mene basteranno due dozzine per ora: altri cinquanta rimarrannofuori sul gradinopronti ad accorrere alla prima chiamata. I rimanenticirconderanno la piramidepoiché può darsi che esista qualche altro passaggioa me sconosciuto. Tu saigrande sacerdotecome sono costruite le nostrepiramidi e quanto sia difficile dirigersi attraverso le serdab.»

Her-Hor si volse verso lo schiavo nubiano che gli stavapressoin attesa dei suoi ordini e gli sussurrò alcune parole. Poco dopo duedrappelli di arcierimuniti di torcie e carichi di grossi fasci di legna verdegiungevano dinanzi alla piramidementre parecchi altrimolto più numerosisiavanzavano silenziosamentestendendosi intorno al gigantesco monumento.

«Obbedite a quest'uomo» disse il sacerdote agli arcieriindicando loro Maneros. «Egli solo conosce l'entrata.»

«Andiamo» disse la guardia del resnudando la sua largadaga. Si mise a salire i gradini della piramide finché raggiunse ilquarantesimoseguito da tutti gli altri che avevano già accese le torcie. Comeaveva già previstola pietra che chiudeva una delle due gallerie ches'aprivano una dinanzi ed una dietro la piramidecoll'orientazione esatta dalevante a ponente e che dovevano mettere nelle camere di scaricoera smossa.L'intonacoquell'intonaco non meno duro del granitodi cui gli antichi egizisolo possedevano la ricetta per fabbricarloera stato levato con qualcheistrumento tagliente.

«Sono entrati per di qui» disse Manerosvolgendosi versogli arcieri. «Il difficile sarà a scoprirli. Si troveranno nelle camereneipozzi o nella cripta?»

L'impresa non era davvero facilepoiché i costruttori dellepiramidi scavavanonell'interno di quelle masse enormi di pietraun numerostraordinario di gallerie e di pozzi per far perdere le piste ai futuriviolatori e far prendere abbaglio sul posto reale della mummia e vi sonoriusciti così bene chequando gli arabi invasero l'Egittoperdetteroinutilmente il loro tempo a scoprirlequantunque il califfo Amron avesse fattoscavare parecchi corridoi entro quei giganteschi sepolcreti.

Vi erano passaggi senza sbocco; pozzi che non servivano adaltro che a far smarrire le ricerche dei violatori; gallerie che scendevano erisalivano con grandi angoli e che conducevano sempre al medesimo punto; cellesotterranee scavate molti metri al di sotto del livello della piramide;gradinate che non mettevano in nessun luogo. Un vero labirinto insommachecostringeva i violatori a perdere ogni speranza di raggiungere la famosa criptadove la mummia reale riposava indisturbata.

Manerosaiutato dagli arcierispostò l'enorme massa digranito rossastro che aveva servito a chiudere il passaggioprese una torcia es'inoltrò risolutamente nella serdab che scendeva verso il centro dellapiramide. Tutti gli altri lo avevano seguitocolle daghe sguainatenon potendogli archi servirealmeno pel momento.

Un sandalo di pagliaabbandonato in mezzo alla galleria eche conservava ancora qualche traccia d'umiditàli persuase di essere sullabuona pista. I ribelli dovevano essere passati per di là e qualcuno si erasbarazzato di quella specie di suolai cui legacciper una causa qualunquesierano spezzati.

La serdab continuava a scenderenon troppo ripidaperò. Era un corridoio abbastanza altoperché un uomo si potesse tenere inpiedi e largo un metro e mezzoe che probabilmente doveva condurre nel pozzocentraleda dove il sarcofago della bella regina era stato fatto scivolarenella misteriosa criptaperduta chi sa dove fra quell'ammasso enorme di pietreche Menkeri aveva fatto accumulare onde la sua bella potesse riposare tranquillaattraverso i secoli.

Il drappellomunito di fiaccoles'avanzò con precauzionearrestandosi di quando in quando per ascoltarefinché si trovò dinanzi ad unaspecie di pozzo assai largofornito di una gradinata che scendeva in forma dispirale e che presumibilmente doveva terminare in una delle cinque camere discaricoprobabilmente la superiore.

«Silenzio» disse Manerosrivolgendosi verso gli arcieri.

Si curvò sul margine del pozzo il cui fondo non era visibileed ascoltò attentamente.

Un debole rumoreche sembrava prodotto dal russare diqualche gigantesco animalegiunse ai suoi orecchi.

«I ribelli sono sotto di noi» sussurrò. «Hanno occupatole camere di scarico e dormono tranquillisicuri di non venire disturbati.Certo non s'immaginavano di venire sorpresi.»

Si volse verso gli arcieri: «Accendete un fascio di legnagettatelo nel pozzoe mandate qualcuno a vedere se il fumo esce dietro lapiramide. Suppongo che anche l'altra galleria sia stata forzata per prepararsiuna pronta ritirata.»

Un arciere diede fuoco ad un fastello e lo lasciò cadere nelpozzomentre un altro si allontanava correndo.

«Preparate gli archi» continuò Maneros. «Se i ribelli simostranonon fate risparmio di freccie.»

Una densa colonna di fumo s'alzò per qualche istante dalpozzonel cui fondo crepitava il fasciolanciando intorno a sé lunghe linguedi fuoco che avevano dei bagliori sanguigni. Certo qualche materia moltoinfiammabile doveva essere stata racchiusa fra i legni che formavano ilfastelloa giudicare dalla violenza delle vampe e dalla intensa luce cheproiettavano sulle pareti.

Quella nuvola ebbe però una durata brevissima. S'abbassòrapidamentepoi scomparve completamente come se fosse stata assorbita.

«Invade le camere di scarico» disse Maneros con un ferocesorriso. «Si vede che i ribelli hanno forzata anche la serdab che sboccaa ponente della piramide.»

Un urlo immensoche pareva sfuggito da centinaia e centinaiadi pettirintronò nel mezzo della piramideseguito da un tumultospaventevole.

«Il fuoco! Il fuoco!»

Quelle voci echeggiavano in alto ed in bassopropagandosiattraverso le misteriose gallerie che salivano e scendevano nei fianchi delcolossale monumento.

«Giù i fasci!» comandò Maneros.

Una ventina di fastelli furono precipitati nel pozzoalzandouna fiammata tale da costringere gli arcieri a retrocedere rapidamente.

«Ecco chiuso il passaggio» disse Maneros. «Ora possiamoandare ad attendere i ribelli allo sbocco della seconda galleria. È impossibileche possano resisteretanto più che non potranno scendere fino alla cripta diRodope che è chiusa da una lastra di pietra assolutamente inattaccabile.»

Il drappelloormai certo che nessuno dei ribelli avrebbepotuto passare attraverso il fuoco che avanzava come un piccolo vulcano entro ilpozzoallungando le sue lingue fino ai margini superioriripresefrettolosamente la via del ritorno onde sottrarsi ai nuvoloni di fumo cheinvadevano ormai anche la serdab.

Giunto all'apertoManeros s'avvide che la piramide era stataormai tutta circondata dalle truppe realile quali formavano un immensorettangolocon delle linee assai profonde.

«Sono presi» disse. «Il mio avanzamento è assicurato.»

Scese frettolosamente i gradini e raggiunse Her-Hor che stavaseduto presso il carro.

«Li teniamo ormai tutti» gli disse. «Il re saràsoddisfatto della nostra spedizione.»

«Sei certo che vi siano dentro?» chiese il gran sacerdote.

«Abbiamo udite le loro grida. Sali sul carro e vieni adassistere alla loro resa.»

Il nubiano prese Her-Hor e lo rimise sul veicolo; poi guidòi buoi verso la parte opposta della piramidedove Maneros supponeva esistesseil secondo corridoiopassando attraverso le linee degli arcieri che stavanotendendo gli archi.

La guardia non si era ingannata. Al di sopra del quarantesimogradino della facciata posteriore dell'immenso sepolcretosfuggiva un filo difumo perfettamente visibilecominciando allora il cielo a tingersi dei primiriflessi dell'aurora.

«Lo vedi?» chiese ad Her-Horindicandoglielo.

«Sì» rispose il sacerdote. «Fa venire innanzi gliscribii carnefici ed i carri. Fra mezz'ora Pepi potrà esaminare le mani deivecchi partigiani di suo fratello.»

Quattro giovaniquasi completamente nudiperché nonavevano che una cintura stretta intorno alle renisostenenti alcuni rotoli dipapiri e dei pennellisi erano fatti innanzisedendosi ai fianchi di Her-Hor.

Erano quattro scribipersonaggi molto importanti ed assaiapprezzati alla corte dei Faraoniperché incaricati di registrare tutti gliavvenimenti importanti che succedevanodi scrivere le necrologie dei grandi edei redi tenere stretto conto delle condanne pronunciate e delle pubblicazioniletterarie(infatti anche in quelle lontane epoche gli scrittori nonmancavano.) Trassero i rotoli che tenevano nelle cinture e li svolseropreparandosi a scrivere. Erano i famosi papiri che servivano agli antichi egizicome cartatagliati in striscie sottili lunghe dieci o dodici piediincollatea strati e disposte ad angolo rettocon una soluzione di gomma arabica.

Dietro di loro erano subito comparsi due schiavi nubianidiforme atleticheche tenevano in mano delle daghe di bronzo affilatissimedallalama molto larga e assai pesante verso la costa superiore: erano i carneficireali.

Her-Hor teneva gli sguardi fissi sulla nuvoletta di fumo chesfuggiva ad ondate al di sopra del quarantesimo gradino. Una gioia sinistraanimava il suo viso incartapecorito. Ad un tratto mandò un grido: «Tendete gliarchi!»

Un uomo era comparso attraverso il fumobalzandocon unsalto immensosul gradino. Era sbucato dalla galleria di ponente e si erasubito fermatofacendo un gesto di rabbiamentre gli arcieri che circondavanola piramide alzavano gli archipronti a saettarlo.

Her-Horaiutato dal nubianosi era alzatogridando:«Arrenditi o ti faccio uccidere. La giustizia del re t'ha ormai raggiunto ePepi è clemente anche verso i ribelli che gl'insidiano il potere. Scendi!»

Dietro a quel primo uomo ne erano comparsi molti altrirovesciandosi verso i gradini superiori che in breve furono tutti occupati.

I ribelli sorpresi dal fumo che aveva invaso certamente leampie stanze di scarico e anche le serdabed impotenti a sfidare ilfuoco che ardeva nel pozzoper sfuggire alla soffocazione erano fuggiti perl'apertura di ponenteaggruppandosi sui gradini della gigantesca piramide.Siccome rimanevano immobilicome incrostati contro le pietreHer-Hor avevaripetuto:

«Arrendetevi o le guardie del re si lancieranno all'assaltodella piramide.»

Un grido fendette lo spazio:

«Addosso: meglio la morte con le armi in pugno.»

Era stato Ata a lanciarlo.

Tosto quei sette od ottocento uomini che erano sbucati dalleviscere dell'immenso sepolcretosi rovesciarono attraverso i gradini come unavalanga spaventevole. Era tutti armati di daghedi ascie dalla lama larghissimae di lunghi pugnali.

Le guardie del retre o quattro volte superiori di numeroefornite di grandi scudisi erano prontamente radunate dinanzi alla fronte diponente della piramidestringendo le file e lanciando una nuvola di dardi.

Dei ribellitrafitti dalle frecciedi quando in quandostramazzavano sui gradini e ruzzolavano come corpi inertibalzando erimbalzando sui fianchi della piramide; ma gli altriguidati da Ata che parevaun leone affamatocontinuavano la loro furibonda discesaurlando ferocementeed agitando forsennatamente le daghe e le azze di guerra.

Quella corsa durò appena mezzo minuto. I dardi delle guardiedel re non erano riusciti ad arrestare quella valanga umanala quale giunse benpresto alla base della piramidescagliandosicon impeto disperatocontro isudditi dell'usurpatore.

Erano i partigiani di Teti quasi tutti vecchiperò espertinel maneggio delle armiavendo partecipato alla lunga e terribile campagnaintrapresa contro le falangi dei Caldeiquindi potevano costituire un gravepericolo anche per le guardie realimalgrado queste fossero assai piùnumerose.

L'urto fu terribile. Ata che guidava i vecchi amici di Teticon uno slancio irresistibile sfondò le prime filetentando di aprirsi a vivaforza un passaggio. Disgraziatamente altre truppeche fino allora si eranotenute nascoste in mezzo ai palmetiaccorrevano in soccorso di quelle cheavevano circondata la piramiderinforzando le loro linee. Erano altre migliaiadi guerrieri che piombavano sui ribellimontati su carri di battagliatrascinati da focosi cavalliche si scagliavano in mezzo alle file ormaidisorganizzate dei combattenti.

Fu l'affare di pochi minuti. Il numero aveva vinto il valoredisperato dei partigiani di Teti. La disfatta era completa.

Her-Horche aveva assistito impassibile alla terribilebattagliastando coricato sul suo carroquando vide i ribelli disarmati estretti fra le truppe realigridò:

«Che si avanzi il capo di questi miserabili.

Ata che aveva le braccia ed il kalasiris insanguinatoessendosi battuto ferocementesi fece innanzigettando sul gran sacerdote unosguardo ripieno di disprezzo.

«Sono ioil capo» disse. «Vuoi la mia vita? Prendila:qualcuno penserà a vendicarmi e più presto che tu nol creda. Il regno di Pepil'usurpatoresta per tramontare per sempre.»

Her-Hor fissò sul valoroso egiziano i suoi occhiesclamando:

«Io ti conosco.»

«Può darsi» rispose Ata.

«Ti ho veduto nell'isola delle ombre.»

«Ah! Eri là anche tu?»

«Dov'è Nefer?» gridò il vecchiodigrignando i denti.

«Vattela a cercare.»

«E Ounis?»

«Chi lo sa?»

«E Mirinri?»

«Che ne so io?»

«Erano con te.»

«Li ho perduti lungo la via» rispose Atacon accentobeffardo. «Se vuoi trovarli cercali lungo il Nilo. Ti avverto peròvecchioche il fiume è lungo e che le sue sorgenti sono nascoste nel regno scintillantedi Râ e d'Osiride.»

«Tu ti prendi gioco di me!» urlò Her-Hor.

«Vuoi la mia vita? Ti ho detto di prendertela. Ounis eMirinri mi vendicheranno.»

«Ounis!» ruggì il gran sacerdotecon un intraducibileaccento d'odio. «Lo voglio in mia manomi comprendi? Più lui che Mirinri!»

«Perché?»

«Perché è lui il nemico più terribile. Io solo so chi sinasconde sotto quel nome.»

«Va' a prendertelo dunque.»

«Dove li hai lasciati?»

«Te l'ho già dettovecchio: sul Nilo.»

«O sono quiinvece?»

«Solo essi potrebbero dirtelo. Va' ad interrogarli.»

«Non temi la collera del re?»

«Io non ho conosciuto che un solo re: il grande Teti e daquello nulla avevo da temereperché era mio amico.»

«Passa dunque!» gridò Her-Horfuribondo.

«Ah! I carnefici del re» disse Ata. «So la sorte che miattende. Ecco le mie mani!»

S'avanzò tranquillo attraverso le file dei soldati e offrìle sue braccia al primo carnefice che l'aspettava colla daga alzata:

«Taglia dunque» disse. «L'anima del vecchio guerriero nonperirà per questo.»

Due volte la lama scintillò e le due mani del disgraziatocaddero al suolosenza che un lamento gli fosse sfuggito.

«Donale all'usurpatore» disse il fiero egizianospruzzando col suo sangue il viso del grande sacerdote. «Ounis e Mirinri ungiorno ti faranno pagare cara questa mutilazione.»

Un aiutante del carnefice lo aveva subito afferratoimmergendogli rapidamente i moncherini sanguinanti in un bacino d'olio caldo perarrestare l'emorragia.

«Avanti gli altri» disse Her-Hor.

Seicento sfilarono dinanzi al suo carro e mille e duecentomani caddero.

Mezz'ora dopo sessanta carri di battaglia lasciavano idintorni della piramideportando alla corte quei sanguinanti trofei.

 

 

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO

 

Il dio Api

 

L'indomani della visita di AtaMirinriOunis e lafanciullamuniti ognuno d'un istrumento musicale per fingersi suonatoriambulantilasciarono dopo il mezzodì la casettaper recarsi all'appuntamento.Dovendo attraversare tutta l'immensa cittàla quale si estendeva per molteleghe lungo le rive del Nilosi erano messi in cammino per tempocontando digiungere nei pressi della piramide non prima del tramonto.

Usciti dal quartiere degli stranierisi erano cacciati nelletortuose vie che conducevano al centro della metropolifiancheggiate dapprimada meschine casupoleformate da quattro mura di terra battutacontenenti uno odue locali destinati a rinchiudervi le provvigioni ed un cortiletto che servivada stanza da letto e da cucinausando i poveri dormire all'aria liberae poida palazzi d'aspetto severo e dalle linee semplicissime.

Gli antichi architetti egizi non spiegavano soverchiafantasia nella costruzione dei loro palazziné si preoccupavano di dare unasoverchia robustezza e la prova ne è che neppure una di quelle abitazionidestinate ai ricchi ed ai grandi del regnopoté sussistere fino ai nostritempi.

Ciò che gli Egiziani volevano fare eterni erano i templi edi sepolcreti; i primi perché formavano quasi formule magiche o atti perpetuid'adorazione chefinché esistevano rendevano il dio propizio; i secondiperché proteggevano le mummie e le statue dei morti che erano il rifugiodell'anima sulla terra e perché il loro muto ospite non poteva perire finché isuoi resti sussistevano inviolati nella profondità del sepolcreto.

Nondimeno davano ai loro palazzise non una eccessivasoliditàuna certa eleganzacon bellissimi peristilii formati da colonnati dilegnoesili e allargantisi verso la cima; decoravano i soffitti con disegniintrecciatiincrostavano le pareti delle sale di malachite e di lapislazzuli ei palazzi stessi fornivano di terrazze e di cortili dai pomposi mosaiciombreggiati da immense tende e rinfrescati da fontane mormoranti.

Mirinriche nulla aveva mai veduto di simile nel desertodove era cresciutoguardava con ammirazione crescente lo splendore e lagrandiosità dei templil'altezza degli obelischi scintillanti d'orole lunghefile di palazziche si seguivano senza interruzionela vastità delle piazzedove s'ergevano delle sfingi colossali le cui teste ricordavano i re delle primedinastie.

«Che cosa ne pensi della tua capitale?» gli chiese Ounische sembrava invece non stupirsi di nullacome se Menfi gli fosse famigliare.

«La mia?» rispose Mirinri. «Non lo è ancora.»

«Domani tu sarai re e l'usurpatore non siederà più sultrono che ti ha rubato. Quando i partigiani di tuo padre irromperannocome unavalanga irresistibileattraverso la città proclamando re il figlio di Teti ilgrandeil popolo farà subito causa comune con loro. Questo popolo non puòaver dimenticato colui che salvò l'Egitto dalle invasioni dei Caldei.»

«Io sono pronto a guidare i vecchi amici di mio padre»disse Mirinri. «Nemmeno la morte mi arresterà. È ancora lontana lapiramide?»

«La via è ancora lunga» disse Neferche gli camminavaaccanto.

«La conosci tu?»

«Ho danzato il ballo funebre molte volte intorno ad essa. Labella Rodope amava la musica e la danza e tutti gli anni le più belle fanciulledi Menfi vanno ad allietare la sua mummia.»

«Rodope! Chi era costei?» chiese Mirinri. «Una reginaforse?»

«Una povera che Menkeri innalzò agli onori del trono e cheil popolo adorò come una divinitàper le sue gote color di rosama era giàdestinata a salire molto in alto.»

«Perché?» chiese Mirinri.

«Si narra che un giornomentre la bella fanciulla stavabagnandosi nel fiumeun'aquila piombò su uno dei suoi sandali che avevadeposto sulla riva del Nilo e lo portò verso Menfilasciandolo poscia cadereai piedi del re che stava seduto all'aria aperta. Sorpreso e meravigliato dallastranezza di quel caso e per l'estrema piccolezza di quel sandalodiede ordineche si cercasse in tutto il regno la sua proprietariaimmaginandosi che nonpotesse appartenere che a qualche bellissima fanciulla. Fu trovata: eraNitagrit. Il resubito innamoratosila sposòimponendole il nome piùgrazioso di Rodope e...»

Un lontano rullare di tamburi aveva bruscamente interrottaNeferseguito subito da una vivissima animazione da parte del pubblico cheingombrava la via. Uomini e donne avevano affrettato il passoanzi taluni sierano messi a correre velocemente.

«Che cosa succede?» aveva chiesto Mirinri a Nefer ed aOunis.

«Qualche cerimonia religiosa» aveva risposto la prima.

«Può darsi» aveva detto il vecchio. «Mi sembra che noici troviamo non lungi dal tempio della sfinge.»

«Non t'inganni» disse Nefer. «Ecco la vasta piazza su cuisorge il più antico tempio che vanti il regno.»

«Andiamo a vedere» disse Mirinri. «Bisogna che conoscaanch'io le cerimonie religiose del mio popolo.»

Affrettarono il passomentre il rullo dei tamburi diventavapiù sonoroaccompagnato da uno squillare acuto di trombedi corni e diflauti. La folla precipitava la corsaquantunque fosse composta in maggioranzadi donnepoiché gli uomini ordinariamente se ne stavano a casa a sbrigare lefaccende domestiche. Ben presto MirinriOunis e Nefer si trovarono su unaimmensa piazzagià gremita di gentenel cui centro s'alzava un immensotempio.

Era il tempio chiamato della Sfingeuno dei più celebri diMenfi ed anche il solo che sia sfuggito in parte all'invasione formidabile dellesabbie del deserto libicoche fecero scomparire quasi ogni traccia dell'immensametropoli egiziana.

Era quello il monumento più antico del mondo eper lasemplicità della sua architetturacostituiva il vincolo d'unione fra lecostruzioni megalitiche e l'architettura propriamente detta.

Da una iscrizione che data dal regno di Cheopetrovata sullasua facciata alcuni anni or sono dall'egittologo Marietteche lo disseppellìdalle sabbie che lo coprivanosembra che fosse statoin tempo più anticoancora novamente coperto dalle colonne sabbiose che il vento spingeva attraversoil Nilo. Lo si attribuivacome la gigantesca sfinge che conteneva nel suointernoagli Schesou-Horossia agli antenati dei Faraonipopolomisteriosamente scomparsoe che nondimeno fondò la prima civiltà nellavallata del fiume gigante.

Quel tempio occupava un'area immensa e poteva contenere frale sue muraformate da enormi massi di pietra calcareamigliaia e migliaia dipersonele quali potevano circolare liberamente fra le innumerevoli colonnequadrateformate da massi enormi di granito e d'alabastro sovrappostisostenenti la piattaforma orizzontale ed i soffitti delle sale.

Nel momento in cui Mirinri ed i suoi compagni giungevanosulla piazzaun gran numero di suonatori e di suonatrici usciva dall'immensaportafacendo echeggiare le trombe di bronzoi flauti doppi e semplicilearpele lirele trigene ed agitando furiosamente i sistri sacri e le sekheme le sesbesh di bronzo e di porcellana.

Nefer era diventata pallidissima.

«Accompagnano il dio Api ad abbeverarsi al Nilo!» avevaesclamatostringendosi contro Mirinri.

«È un toroè vero?» aveva chiesto il giovane.

«Sì.»

«Vediamolo.»

«Io ho paura.»

«Di che cosa Nefer?»

«Penso alla mia profezia.»

Mirinri alzò le spalle.

«Sogni troppo di frequente» rispose con un sorriso.

«E se vi fosse...»

«Chi?»

Nefer non proseguì: guardava però Mirinri con angosciaestremama già il giovane Figlio del Sole aveva rivolta la sua attenzione sulcorteo che usciva dal tempio.

Dopo i suonatori e le suonatriciche s'avanzavano fra unfracasso assordantesi erano rovesciati sulla piazzaformando delle lunghefilenubi di danzatrici vestite sfarzosamente e colle gambe e le bracciascintillanti di gioielli preziosissimi. Erano le sacerdotesse del tempioincaricate di rendere più attraenti le cerimonie religioseamando gli antichiegizi sfoggiare nei loro templi un lusso ben maggiore di quello della chiesacristiana.

Già parecchie centinaia di suonatori e di danzatrici eranosfilate fra la folla che si accalcava sulla immensa piazzaquando uscì dallaporta del tempioscortato da due drappelli di guardie reali e da numerosisacerdotiun bellissimo toro dal pelame tutto nerocon le corna dorate. Era ilfamoso dio Apia cui era stato dedicato il tempio della Sfinge e che tuttol'Egitto adorava come una emanazione d'Osiride e di Ptah.

Era di solito un animale giovanescelto con grande cura daisacerdotiperché doveva avere sul suo dorso certi segni specialiper farriconoscere la sua origine divina: ossia il pelame nerocon un segno biancosulla fronte in forma di triangolouna macchia oscura lungo la spina dorsaleche bene o male doveva raffigurare un'aquilaun'altra sotto la lingua chedoveva rassomigliare ad uno scarabeo ed i peli della coda doppi.

Quei segni particolari del corpo del toro erano accuratamenterilevati dai sacerdotii quali però si accontentavano di una vaga disposizionedei mazzetti di pelo indicanti le figure necessariecosì alla lontanacome ungruppo di stelle disegna nel cielo l'orsala lirail centauro ecc.

La venerazione che avevano gli Egiziani per quel fortunatoanimale era eguale a quella che hanno ancora oggidì i siamesi pel loro elefantebianco e allorquando morivaera un lutto per tutto l'Egitto. Però non gli silasciava varcare il venticinquesimo annoe per quanto dolorosa potesse sembrarela sua mortei sacerdoti non esitavano ad annegarlo in una fontana che eraconsacrata a Osiride-Api; poi il suo corpoaccuratamente imbalsamato edaromatizzatoveniva sepolto con grandi onori in un apposito sepolcreto a fiancodei suoi predecessori.

Alla comparsa del torola folla si era subito gettata aterrabattendo la fronte sulle pietre della piazzamentre il torochesembrava stordito dal fracasso assordante che producevanotutti queglistrumenti musicalimuggiva sordamente tentando di prendere la corsa.

Lo seguivano venti carri di battagliamontati ognuno da duepersone: un auriga ed un grande dignitarioche si teneva rittoappoggiandosiad una lunga lancia. Quei carri costituivano la cavalleria egizianaperchécome abbiamo già dettoi guerrieri faraonici non avevano appresa l'arte dicavalcare. Essi si componevano d'un grande canestroche da ambi i lati portavadelle rastrelliere per le armi e per le faretre che contenevano parecchiecentinaia di freccie e posava sopra un asse a due ruoteornaticome pure iltimonedi lamiere di metallo e dipinti a colori smaglianti.

Ogni carro era tirato da due vigorosi cavallicoperti digualdrappe variopinte e che portavano sulla testa dei grandi ciuffi di penne.L'effetto che producevano quei carrilanciati a corsa sfrenata attraverso icampi di battagliaera quanto mai pittoresco. Anche i re combattevano dall'altodi quei carriguidando quasi sempre la carica nel momento supremo della lotta.

Erano appena sfilati dinanzi alla follaquando questachedopo il passaggio del toro si era rialzatatornò a gettarsi precipitosamenteal suolo.

Sulla soglia del tempio era comparso un magnifico palanchinotutto scintillante d'orosorretto da quattro schiavi etiopi di alta staturaseminudi e colle braccia e le gambe adorne di braccialetti di metallo prezioso.

Mollemente adagiata su un largo cuscino di lino azzurrocosparso di smeraldi e di rubini e semicoperta da un immenso ventaglio di piumedi struzzocol manico lunghissimoche una giovane schiava etiope reggevastava una bellissima fanciullache aveva lunghe collane di pietre preziose alcollo e larghi braccialetti d'oro ai polsi e che sul capo portava una stranaacconciatura formata da laminette d'orocon dinanzi una testa di sparvieroilsimbolo del diritto di vita e di morte.

Aveva la carnagione quasi biancagli occhi bellissimicollapupilla di velluto dall'espressione imperiosa e dolce ad un tempo; le labbrarosse come corallo ed i capelli corviniraccolti in un numero infinito ditrecce che le sfuggivano al di sotto dell'acconciatura d'oroscendendole sullespalle.

Mirinri aveva appena posati i suoi occhi sulla fanciullacheun grido irrefrenabile gli sfuggì dalle labbra:

«La mia Faraona!»

Poiprima che Ounis avesse pensato a trattenerlocon unimpeto irresistibile atterrò le persone che gli stavano dinanzi e la doppialinea degli arcieri e s'inginocchiò dinanzi alla lettigacolle braccia tesegridando:

«Mi riconosci tu? Io ho stretto fra le mie braccia il tuocorpo divino!»

La folla e le stesse guardie che seguivano il corteostupitida quell'attoper qualche istante rimasero muti ed immobili: anche la giovaneFaraonache udendo quel grido si era alzatafissando con profonda sorpresa ilgiovanenon aveva pronunciata alcuna parola.

Ad un tratto popolo e guardie si scagliarono tumultuosamenteaddosso all'audacecolle daghecolle mazzecolle ascie da guerra alzateperaccopparlo. Un comando imperioso della giovane Faraona arrestò tutti:

«Fermi!»

Mirinri non si era mosso.

Stava sempre in ginocchio dinanzi al palanchino doratocollebraccia tesein una specie d'adorazionecogli occhi fissi sulla figliadell'onnipossente re.

«Mi riconosci?» ripetè.

La Faraona fece col capo un leggero cenno affermativomentrele sue gote diventavano rosee.

Le armi si erano abbassateperò gli arcieri avevano formatoattorno a Mirinri e attorno a Neferche si era spinta risolutamente innanziundoppio circolo per impedire a loro di fuggire e pareva che non aspettassero cheun segno per farli a pezzi.

«Seguimi al palazzo reale» disse finalmente la Faraona«Nitokri riconosce in te il valoroso che un giornosulle rive dell'alto Nilol'ha strappata dalle fauci d'un coccodrillo.»

Mirinri aveva mandato un grido di gioiaa cui aveva fattoeco un altro di dolore: il gemito di Nefer.

Il corteo aveva ripreso la marcia. Mirinri era passato dietroallo splendido palanchino assieme a Neferstretto da vicino da una dozzina diguardie reali che lo guardavano poco benignamenteintanto che Ounisimprecandosi allontanava.

Giunto all'estremità d'un immenso vialeil corteo si eradiviso: quello del bue Api proseguì verso il Nilomentre quello della giovaneFaraonacomposto esclusivamente di grandi dignitari montati sui loro carri dibattagliae di guardie realirisaliva verso la parte orientale dellametropoli.

Nitokrila bellissima figlia di Pepiera tornata acoricarsi sul ricchissimo cuscinomentre la schiava etiope che le camminava afianco della lettiga le faceva dolcemente vento col ricchissimo ventaglio dallelunghe e variopinte pennefissate su una placca d'oro di forma semicircolare.Pareva che non si fosse più occupata di Mirinrima invecedi quando inquandovolgeva lentamente indietro la testasollevava dolcemente le sue lungheciglia e le sue pupille profonde e vellutate si fissavanocolla rapidità dellamposul suo salvatoreammirando forse la finezza dei lineamenti e la tagliaelegante ed insieme vigorosaed ora sulla bella Nefer che la seguivasilenziosacogli occhi umidi. Certo sapeva chi era il giovane che l'avevastrappata ad una morte sicura; certo non ignorava che nelle loro vene scorrevail medesimo sangue; che erano entrambi di discendenza divinaentrambi Figli delSole.

Dopo aver percorso un'ampia strada ombreggiata da doppifilari di splendide palme dalle immense foglie piumatesi avanzò su un vialeche saliva dolcemente ed era fiancheggiato da superbi giardinidovegiganteggiavano dei colossali sicomori che mantenevano una deliziosa frescura.Dopo cinque minutila lettiga ed il seguito giungevano dinanzi alla superbadimora dei possenti Faraoni.

Mirinri si era fermato guardando estatico l'imponente palazzodove era nato e dove aveva regnato suo padrequando si sentì improvvisamenteatterrare. Sette od otto guardie si erano precipitate su di lui edopo d'averlogettato a terral'avevano rapidamente legato ed imbavagliatoprima ancora cheavesse potuto opporre qualsiasi resistenza.

La Faraona e Nefer avevano mandato due grida:

«Non uccidetelo! È un Figlio del Sole.»

Una voceche fece fremere Nefers'alzò fra le guardie:

«Non ora: più tardi.»

«Her-Hor!» aveva gridato la fanciulla.

Guardò Mirinriche non dava più segno di vitacome se sulbavaglio avessero versato qualche narcoticopoi stramazzò svenuta fra lebraccia d'una guardia.

 

 

CAPITOLO VENTICINQUESIMO

 

Nei sotterranei del palazzo reale

 

Quando Mirinri potè riaprire gli occhiinvece del superbopalazzo dei Faraoni egizianisi vide dinanzi solamente delle tenebrefittissime.

La splendida visione era scomparsa assieme alla lettigadorata della fanciulla che aveva salvatoal sole risplendente sull'immensoviale e alla luce che lo aveva abbagliato.

Per un momento si credette cieco. Perché i suoi nemici nonpotevano aver approfittato del suo improvviso svenimento per fargli scoppiarecon un bacino infuocatogli occhi? Ounis gli aveva narrato enon una solavoltad'altre punizioni simili. Non sarebbe stato quindi nulla distraordinario. A quel terribile pensiero ebbe un sussultoche cessò peròsubitopoiché non provava alcun dolore e sentiva le palpebre alzarsi edabbassarsi senza alcuna difficoltà.

«Che la notte sia calata?» si chiese finalmente. «E dovesono io? In un sepolcreto od in un sotterraneo del palazzo reale? E Nefer? EOunis? Che cosa sarà accaduto di loro? Ah! La sinistra profezia della fanciullasi è avverata! Me l'aveva predetto!»

Si rizzò sulle ginocchiagirando intorno le mani. Nontoccò nullatenebre sole e tenebre densissime lo avvolgevano.

«Dove sono io?» si chiese per la seconda volta. «Che miabbiano sepolto vivo in qualche mastaba o nella piramide di Rodope? Chela mia giovinezzache i miei sogni di gloria e di potere debbano finire cosìmiseramente? Ah no! È impossibile! Io non voglio morireio che sono il figliodel grande Teti!»

La sua vocesquillante come una tromba di guerraecheggiòpoderosa fra l'oscurità. «A me! A me! Salvate il figlio di Teti! Liberatemimiserabili! Io sono il re dell'Egitto!»

Un sordo gemito rispose a quell'invocazione disperata:

«Mio signore!...»

Mirinri stette un momento silenziosocredendo di essersiingannatopoi proruppe in un grido acutissimo:

«Nefer!»

«Sìmio signore!»

«Ove sei tupovera fanciulla?»

«Vago fra le tenebrecercandoti.»

«Lascia che le mie mani tocchino il tuo corpo!»

«Sìmio signore... non ti vedoma ti sento e ti odo...eccomi... sono presso di te.»

Mirinri aveva allungate le braccia stringendo la fanciulla.

«Presso di te» le disse con voce alterata«la morte mipare più dolce... ed io ti ho tratto alla rovinaio che ho troppo abusato ditebuona e dolce Nefer.»

«Bastano queste paroleche mai ho udito uscire dalle tuelabbra divineper compensarmi» disse la fanciullaposando le sue mani sulviso di Mirinri. «Che importa a me di morire? Noi siamo abituati finodall'infanzia all'ultimo passo della vita e guardiamosenza tremarelaraggiante barca di Râ.»

«Morire!» gridò Mirinriche era stato preso da unterribile accesso di furore. «Noicosì giovanidare un addio al Nilo e allaterra che esso bagna; alla luce ed al mondo; seppellire quientro questetenebre la vendetta e perdere il regno che per diritto di nascita mi spetta! Nonon voglio morireprima d'essermi assisoalmeno per un momento solosul tronodei possenti Faraoni.»

«E veder ancora colei che ti ha perdutoè verosignore?»

«TaciNefer! Sai tu dove siamo?»

«Nei sotterranei del palazzo realesuppongo.»

«È giorno od è notte? Io non vedo alcun barlume di luce innessun luogo.»

«Il sole è scomparso da più ore» rispose Nefer. «Quandoio ho ripresi i sensi vi era ancora un po' di luce qui dentroma che non duròtanto da permettermi di scoprirti.»

«Eri svenuta o t'avevano dato da bere qualche filtromisterioso?»

«Nessuno mi diede nulla.»

«E come è che ioappena mi hanno messo quel bavagliononho più vedutoné udito nulla?»

«Certo quel bavaglio doveva essere stato prima impregnato diqualche essenza narcotica.»

«Nefer» riprese Mirinridopo essere rimasto alcuniistanti silenzioso. «È vasto questo sotterraneo?»

«Mi parve immenso.»

«Hai veduto nessuno discendere dopo che ci hanno portatoqui?»

«Mi sono trovata sola quando riaprii gli occhi.»

«Che ci abbiano condannati a morire qui dentro di fame e disete?»

Nefer rimase muta raggomitolandosi su se stessa. Dallavibrazione dei suoi braccialettiil giovane Faraone capì che tremavafortemente.

«RispondimiNefer» disse Mirinricon angoscia.

«Non te lo posso diremio signore. Io però ho paura diquell'uomo che è potente quasi come il re.»

«Di quale?»

«Non è morto: quel vecchio sinistro deve avere l'anima benfissata entro il suo corpo ischeletritoeppure il colpo di daga io l'ho vibratocon mano sicura.»

«Il sacerdote del tempio delle ombrequello che mi avevidetto d'avere ucciso?»

«Sìè vivo. Nel momento in cui ti arrestavanoho uditola sua voce.»

«Ti sarai ingannata: quando si è vecchi non si guarisce daun colpo di daga. Nella confusione avrai scambiato quella voce con un'altra.»

«Vorrei che così fossemio signore. Anche a me pareimpossibile che egli sia ancora vivo.»

«È di Pepi che io ho paura» disse il giovane Faraone.«Fra la perdita del trono e la soppressione mianon esiterà.»

«E Ounis? E Ata? Li hai tu dimenticati? La voce del tuoarresto si sarà sparsa per la città ed a quest'ora sarà giunta ai loroorecchi.»

«Le angoscieche mi tormentano in questo triste momentom'avevano fatto scordare di quegli amici affezionati e devoti fino alla morte.Che cosa faranno essi ora che hanno radunato i vecchi partigiani di mio padre?Tenteranno un colpo disperato contro la reggia o solleveranno il popolo in mionome? Ah! Quante ansie provo in quest'ora! Caderequando ormai non mi eranecessario che d'allungare una mano per strappare a quel miserabile il simbolodel potere supremo! I pronostici hanno mentito dunque?»

«Non disperaremio signoree aspettiamo che sorga l'alba.Tu non sai ancora quello che deciderà Pepi. Presso di lui hai forse una validaprotettrice.»

Mirinri non rispose e si coricò su una grossa stuoiacheaveva trovato accanto a sé. Nefer lo aveva imitatoraggomitolandosi quasi suse stessa.

Le ore passavano lenteangosciosepei due disgraziatigiovani. Nessun rumore giungeva fino a lorofuorché il monotono stillared'alcune gocce d'acqua che battevano sul marmoreo pavimento dell'immensosotterraneo. Pareva che tutte le centinaia e centinaia di persone che abitavanoil meraviglioso palazzo si fossero allontanatepoiché non si udivano nemmenole grida delle guardie che si cambiavano e delle scolte notturneche Neferaveva altre volte intese.

La notte finalmente passò ed un barlume di luce pallidaannunciante l'imminente apparire dell'astro diurnosi diffuse a poco a poco nelsotterraneo.

Mirinri si alzò di scattoguardandosi intorno con ansietàestrema. Si trovava in un sotterraneo vastissimocolle paretile vôlte ed ilpavimento di marmo bianco e lucido. Da due piccole finestredifese da enormisbarre di bronzoaperte presso le vôlteentrava una scarsa lucecosì deboleda non riuscire ad illuminare tutti gli angoli della immensa prigione.

«Che questo sia proprio un sotterraneo del palazzo reale?»chiese Mirinri a Nefer che si era pure alzata.

«Non ne ho alcun dubbio» rispose la giovane. «Mi rammentodi aver visitato da fanciulla varie sale sotterranee della reggia e d'avervianche giuocato coi figli di molti principi: e rassomigliavano a questa.»

«Temevo che ci avessero sepolti in qualche mastaba dellanecropoli o nel centro di qualche piramide.»

«Taci!»

«Che cos'hai udito?»

«Il grido delle guardie che si cambiano.»

«Nefercerchiamo un'uscita» disse improvvisamenteMirinri. «Ecco là una porta di bronzo.»

«Che resisterà ai tuoi sforzi.»

«Chissà che dietro di essa non vi siano delle guardie e cherispondano alle mie chiamate. Proviamo!»

S'avvicinò alla portache pareva d'uno spessorestraordinario e la percosse col pugno più volte.

Alla quinta battuta udì un fragore di ferraglie come sedelle catene e dei catenacci venissero levati ed un vecchio soldatoche eraprivo della mano sinistra e che in quella destra impugnava una specie difalcetto colla lama larghissimauna di quelle terribili armi che con un solocolpo spiccavano una testa dal bustocomparvedicendo:

«Che cosa vuoigiovane?»

«Sapere innanzi a tutto dove mi trovo.»

«Nei sotterranei della reggia» rispose il vecchio soldatocon una certa deferenza che non isfuggì a Mirinri.

«Che cosa si vuol fare di me e di questa giovane Faraona?»

Il soldato ebbe un moto di stupore e fissò a lungo Neferche si era accostata silenziosamente a Mirinri.

«Costeiuna Faraonahai detto?

«Ne dubiteresti? Guarda allora.

Levò il collare variopinto che la giovane portava sopra lacamicia leggerissima aperta sul dinanzi e le mise a nudo la spalla.

«L'ureo!» esclamò il soldatoscorgendo iltatuaggio.

«Sei convinto ora che sia una Faraona?»

«Sìperché nessuno oserebbe portarlo» rispose ilsoldato.»

«Tu sei vecchio» riprese poi Mirinri«sicché avraipreso parte a molte battagliefors'anche a quella terribile che ruppe e vinseper sempre le orde dei Caldei.»

«Ho perduta la mia mano sinistra in quella battagliatroncatami da un colpo d'azza» rispose il soldato. «Era Teti il grande che ciguidava alla vittoria.»

«Tu dunque l'hai conosciuto?»

«Sì.»

«Guardami in viso: io sono il figlio di Teti!»

Il vecchio guerriero aveva frenato a stento un grido.

«Tu! Il figlio del grande re! Ma sìgli assomigli intutto! I suoi stessi occhi pieni di fuocoi medesimi lineamentigli stessicapelli... la fossetta al mento...»

«Egli aveva lasciato un bambino che poi scomparve» disseMirinri.

«Lo so e si diceva che fosse morto.»

«Hanno mentito: amici devoti di mio padre m'avevano rapitoper timore che Pepi mi facesse avvelenare.»

«Io ho udito questa storiasignoresussurrata non solo frail popolobensì anche fra l'armata.»

Poicadendo in ginocchio dinanzi al giovanegli disse convoce profondamente commossa:

«Signoreche cosa posso fare pel figlio del grande re ed acui tutto l'Egitto deve la sua salvezza e la sua prosperità? Io non sono che unpovero soldato e per di più vecchiotuttavia se la mia vita può giovartiprendila.»

«Tu puoi essermi più utile vivoche morto» risposeMirinri.

«Che cosa devo fare?»

«Sai dirmi innanzi a tutto a quale scopo Pepi ci ha fattirinchiudere qui dentro?»

«Lo ignoromio signore. Vi hanno portati qui ieri seraqualche ora prima del tramontoincaricandomi di vegliare attentamente su di voie di uccidervi nel caso aveste tentata la fuga.»

«Sei solo qui?»

«Vi è un drappello di guardie all'estremità della scaladietro la seconda porta di bronzo.»

«Incorruttibili?»

«Sono soldati giovanisignoreche non hanno mai conosciutoil grande vincitore dei Caldei.»

«Tusignorehai dimenticato che nella reggia hai forse unaprotettrice» disse Neferrivolgendosi a Mirinri. «Se questo soldato potessesegretamente avvertirla?»

«Chi è?» chiese il vecchio.

«La figlia di Pepi Mirinri» rispose Nefer. «Ellaprobabilmente ignora dove ci hanno portati le guardie che ci arrestarono.»

«Io posso farle parlareavendo una mia nipote nellareggia» disse il guerriero.

«Puoi uscire dal sotterraneo?» chiese Mirinri.

«Comando io il drappello delle guardie che sorveglianodietro alla seconda porta di bronzo. Posso quindi entrare nel palazzo reale.Lasciatevi rinchiuderenon bussaterimanete tranquilli e giuro su Râ di fargiungere vostre notizie alla figlia di Pepi.»

«Possiamo fidarci di te?» chiese il giovane Figlio delSole.

Il vecchio gli porse l'arma che teneva sempre in pugnodicendogli:

«Vuoi uccidermi e tentare la fuga? Eccomi ai tuoi piedifiglio del vincitore dei Caldei.»

«Ti credo: la prova che mi hai dato mi basta.»

«Ritiratevi alloralasciate che chiuda la porta e aspettatemie notizie.»

Mirinri e Nefer si ritrassero ed il vecchio veterano di Tetirimise a posto le catene ed i catenacci.

I due giovani erano rimasti l'uno di fronte all'altroguardandosi con angoscia.

«Nefer» disse Mirinri«tu che tutto indoviniche cosapredici al figlio di Teti?»

La giovane Faraona si coperse gli occhi colle manirimanendoraccolta per parecchi minuti.

«Sempre la stessa visione» rispose poi.

«Quale?»

«Un uomo giovane che atterra un re possenteche gli strappadalle mani il simbolo del potere supremoun grido immenso che lo saluta re... epoi...»

«Continua.»

«Una fanciulla che cadein mezzo ad una sala immensadifronte al trono dei Faraonimorente.»

«Chi è quella fanciulla?»

«Non la posso vedere in viso. Vi è come una nebbia dinanzia leiche mai sono riuscita a dileguare.»

«La figlia di Pepi?» chiese Mirinri con angoscia.

«Non lo so.»

«Guarda bene!»

«È impossibile! Non posso vederla.»

«Sempre la stessa risposta!» gridò Mirinricon rabbia.«Non puoi conoscerla?»

«Nola nebbia si frappone ostinatamente fra me e quellafanciulla.»

«È giovane?»

«Mi sembra.»

«Bruna?»

«Mi pare.»

«Di stirpe divina?»

«Sìperché su una sua spalla vedo tatuato l'ureo.»

«La figlia di Pepi forse?»

Neferinvece di risponderesi scoprì gli occhi e Mirinrivide che due grosse lagrime scendevano lungo le bellissime gote della fanciulla.

«Piangi!» esclamò. «Perché?»

«Non preoccupartisignore» rispose Nefer. «Quando cercodi studiare intensamente il futuromi succede sovente di risvegliarmi cogliocchi bagnati di lagrime.»

«Debbo crederti?» chiese Mirinriimpressionato dallatristezza profonda che traspariva sul viso della fanciulla.

«E perché no? Tu sai che io sono una indovina e ti ho datotante prove finora.»

«È veroNefer» rispose laconicamente Mirinri.

Tornarono lentamente verso la stuoia e si coricarono l'unopresso l'altro. Mirinri appariva vivamente preoccupato e Nefer pensierosa.

Nella immensa sala la luce continuava a diffondersialzandosi sempre più il solema era sempre una luce scialbaquasi cadavericache si rifletteva tristamente sulle lastre di pietra che coprivano il pavimentola vôlta e le pareti.

Il ben noto fragore di ferraglie e di catene li scosseentrambi. Era il vecchio guerriero di Teti il grandeche tornava o qualchealtro?

«Avessi almeno un'arma» mormorò Mirinri.

La porta di bronzo si aprì ed il veterano di Teti comparveaccompagnato da quattro guardie che portavano dei canestri di foglie di palmacontenenti probabilmente dei viveri.

«Mangiate» disse il vecchioscambiando con Mirinri unosguardo molto significante e additando l'ultima cesta di destra. Poisenzaaggiungere altrouscì accompagnato dai suoi uominirinchiudendo la pesanteporta di bronzo.

«Hai vedutoNeferquel gesto?» le chiese Mirinriquandofurono soli.

«Sìmio signore.»

«Oltre delle provvistevi deve essere qualche cosa di piùimportante là dentro» disse il giovane.

Levò il pezzo di lino che copriva la cesta segnalata dalveterano di Teti ed estrasse delle gallette di granoturcodei pesci arrostitidella frutta e dei pasticcinisenza nulla trovare di ciò che s'aspettava.

«Niente» disseguardando Nefer. «Che quel vecchio ciabbia burlati?»

«Leva il pezzo di lino che copre il fondo del paniere»disse la giovane.

Mirinri obbedì e raccolse rapidamente un pezzetto di papirosu cui un minutissimo pennello aveva tracciato dei caratteri con inchiostroazzurro.

«Si trova in fondo a questo canestro per caso o l'hannomesso appositamente per noi?»

S'accostò ad una delle due finestreessendo la luce semprescarsaspecialmente nel centro dell'immensa sala e riuscìnon senza faticaperòin causa dell'estrema piccolezza dei segnia decifrare quanto vi erascritto:

«Nitokri veglia su di voi. Non temete nulla».

Mirinri aveva mandato un urlo di gioia.

«Non mi abbandona!»

Nefer aveva chinato il capo sul pettosenza pronunciareparola alcuna. Anzi il suo visoinvece di manifestare un qualche moto dicontentezzaera diventato più triste del solito.

Forse sarebbe stata più lieta di morire insieme al giovaneFiglio del Solepiuttosto che dovere la vita e la libertà alla possenterivale.

«Nefer» disse Mirinrisorpreso di non vederla felice.«Hai capito che cosa ci hanno scritto?»

«Sìmio signore.»

«Se Nitokri ci proteggeriuscirà certo a strapparci dallemani di suo padre.»

«Lo credo anch'io.»

«MangiamoNefer. Ora che le nostre angoscie sono finitepossiamo pensare ai nostri corpi.»

Il giovane Figlio del Sole che pareva non si fosse nemmenoaccorto della profonda tristezza della povera Neferrovesciò i panieri cheerano tutti ben forniti di vivande squisite e si mise a lavorare di denticoll'appetito dei suoi diciott'anni.

Ad un tratto s'interruppe.

Al di fuori erano improvvisamente scoppiate delle gridachediventavano di momento in momento più acuteaccompagnate da un rotolarfragorosocome se dei carri di battaglia uscissero a gran corsa dal palazzoreale.

«Che i congiurati assalgano la reggia?» si chiese Mirinri.

«Qualche cosa di straordinario succede di certo» disseNeferche ascoltava attentamente.

«Che sia Ounis che giunge con Ata? Ah! Se fosse vero!»

«Tacimio signore.»

Le grida si allontavanodiventando rapidamente fiochementre il rotolar dei carri aumentava. Pareva che uscissero a centinaia ecentinaia dalle ampie sale pianterrene dell'immensa reggia.

Mirinriin preda ad una crescente ansietàascoltavasempre. Quelle grida che si allontanavano non gli parevano di buon augurio. Icongiuratise erano veramente talidovevano essere fuggiti dinanzi alla caricadei carri di battaglia.

Guardò Neferpallidoagitato.

«Che cosa ne dici tufanciulla?» le chiese con ansietà.

«Non so che cosa dirti.»

«Che abbia avuto luogo un combattimento?»

«Può darsi... qualcuno viene. Il fragore delle catene e deicatenacci era tornato a farsi udirepoi la porta si era violentemente aperta edil veterano di Teti era tornato a mostrarsisolo e senz'armi. Mirinri gli siera slanciato contro.»

«È vero che Nitokri ci protegge?» gridò.

«Sìmio signoreanzi fra poco ella sarà qui.»

«Per salvarci?»

«Lo spero.»

«E suo padre?»

«Qualche burrasca deve essere avvenuta fra il grande Faraonee la figliaalmeno così mi dissero.»

«E quel fragore di carri di battaglia e quelle grida? Checosa significavano?»

«Un capriccio del re. Egli ha fatto impegnare una verabattaglia fra le guardie per divertirsie provare la buona qualità dei suoicavalli. Bastamio signore: ho un ordine da eseguire.»

«Quale?»

«Di far uscire questa fanciulla e di condurla in una casaappartenente al re dove troverà servi e schiave.»

«Perché? » chiese Nefer che aveva gli occhi lagrimosi.

«Io non lo somia signora» rispose il veterano. «Mi fucomunicato questo ordine da un ufficiale del palazzo ed io debbo obbedirepenala morte.»

Mirinri era diventato pensierosoe guardava Nefer con unsenso di profonda pietà. Aveva ben compreso quanto dolesse alla poverafanciulla lasciarlo nelle mani di Nitokri.

«Nefer» disse ad un trattocon voce dolce. «Tuliberami puoi essere di maggior utilità che rimanendo qui.»

«In quale modomio signore?» disse la giovanesinghiozzando.

«Recandoti ad avvertire Ounis.»

«Dove lo troverò io?»

«Alla piramide della bella Rodope.»

«L'appuntamento era per ieri sera.»

«Può darsi che si trovi ancora colà con Ata. Quest'uomo tiscorterà.»

«Sìmio signore» rispose il veterano. «La prendo sottola mia protezione.»

«Va'Nefer» disse Mirinri. «Io spero che noi cirivedremo ben presto.»

«Addioe non scordarti troppo presto di me.»

 

 

CAPITOLO VENTISEIESIMO

 

La derisione dell'usurpatore

 

Il palazzo reale dei Faraoni sorgeva fuori dalla cittàsulla cima d'una collinettal'unica che si trovava in Menfi ed occupava un'areaimmensaessendo tutto circondato da giardini magnifici che destavanol'ammirazione degli stranieri. Era un gigantesco parallelogrammaa tettopiattoavendo al di sopra delle immense terrazze lastricate in alabastro ecoperte d'immensi vasi contenenti piante odorosecon quattro porte sormontateda bastioni sui quali gli arcieri montavano dì e notte la guardia.

Visto da lontano aveva l'apparenza d'un enorme masso dipietra candidissimaessendo tutto costruito in marmo bianconondimenoaquanto sembrala sua solidità era fittiziaperché non resse alle ingiuriedel tempo come le piramidi e scomparve fra le sabbieprobabilmente diroccatosenza lasciare tracciamalgrado le larghe ricerche fatte dagli egittologimoderni.

Si narra che avesse delle sale immensed'una bellezzameravigliosacolle pareti ed i soffitti incrostati di lapislazzulii pavimentidi malachite e le alte colonne coperte di lamine d'oro e tutte istoriatecondisegni variopinti alla base e alla cima.

I quattro schiavi nubianigiunti nel peristilio che eraguardato da due dozzine di arcieriavevano deposto sulle lucide pietre ilpalanchino e la figlia di Pepileggera come un uccelloera discesaentrandoin una vasta salacol pavimento di mosaicole pareti d'alabastro e la vôltatutta dorata sorretta da quattro colonne di diaspro. Una luce dolcissimaattenuata da tende variopinte che coprivano le finestrela illuminavadiscretamente.

Nitokri l'attraversò in tutta la sua lunghezza e si fermòdinanzi ad una porta di bronzolarga alla base e stretta verso la cimadinanzialla quale vegliava un guerrierotenendo in mano un'ascia lucentissima.

«Mio padre?» disse la fanciulla.

«È nelle sue stanze.»

«Che venga qui subito.»

«Non ama essere disturbatolo saiFiglia del Sole.»

«Bisogna che lo veda» disse Nitokricon voce imperiosa.

La guardia aprì la porta di bronzo e scomparve.

Pochi istanti dopo Pepi entrava nell'ampia sala. Nonindossava più il ricchissimo costumedal grande triangolo doratocome quandoMirinri e Ounis l'avevano incontrato sul Nilo; aveva un semplice kalasiris distoffa verde annodato ai fianchicolla punta centrale gialla e adorna difiocchiuna stretta tunica azzurra senza ricami ed in testa due parrucche ed unpiccolo ureo d'oro che gli cadeva sulla fronte. Le braccia e le gambenude erano però adorne di larghi braccialetti finamente cesellati e aveva alcollo una fila di grosse perle rossiccie.

«Che cosa vuoiNitokri?» chieseguardando con profondaammirazione la giovanetta.

«L'ho incontrato.»

«Chi?»

«Quello che mi ha salvato dal coccodrillo.»

«Il figlio di Teti!» esclamò il reimpallidendo.

«SìMirinri. È ben così che si chiamaè vero? È luiil giovane che hanno or ora arrestato?»

Pepi non rispose: pareva fulminato.

«Egli è qui» riprese Nitokri.

Parve che un aspide avesse morso il Faraone in mezzo alpettoperché si ritrasse facendo un gesto di spavento.

«Qui! In Menfi!» esclamò. «Ma dunque le mie spiele mieguardiele mie navi che avevo fatto scaglionare lungo il Nilo per arrestarloache cosa hanno servito? Solo a tagliare poche centinaia di mani che potevanodarmi ben pochi fastidi? Nessun arciere possedeva una freccia per ucciderlo?»

«Ucciderlohai detto?» gridò Nitokriguardandolo conterrore. «Uccidere luiche è figlio di tuo fratellod'un gran reche èpure Figlio del Soleche èal pari di noid'origine divina? Lui che hasalvato tua figliasenza sapere che io fossi sua cugina! Che cosa dicipadre?»

«E chevorresti tu che io deponessi l'ureo che mibrilla in fronte e lo posassi sulla sua testa? Che cosa diverresti tu?»

«Rimarrei una Faraona e forse più ancora» rispose lafanciulla.

«Che cosa vuoi diretu?» gridò Pepi.

«Mi ama.»

«Che il bacino di fuoco bruci i miei occhiApap il dio delmale mi avvolga fra le sue spire e mi spezzi la colonna vertebrale; che laFenice() roda il mio cuore!» bestemmiò il relanciandosu Nitokri una terribile occhiata. «Che cosa pretenderesti tu? Che io lasciassiscoppiare qualche sanguinosa guerra che travolgesse me e te insieme?»

«Egli è figlio di colui che per vent'anni regnòsull'Egitto intero e che lo salvò dall'invasione dei Caldei» rispose lafanciulla.

«Teti è morto e anche dimenticato» disse Pepi Mirinrifacendo un gesto di stizza.

«Morto! Hai dimenticato quello che ha detto Her-Horil gransacerdote del tempio di Ptah?»

«Egli ha sognato od ha creduto di ravvisare mio fratello inquel vecchio imbecille.»

«Eppure tu sei turbato e mai come ora ti ho veduto cosìpallido. Se Her-Hor non si fossecome tu supponiingannato? Pensaci padre.»

«Non cederò il trono né a luiné al figlio e poi èimpossibile. La salma di mio fratello dorme il sonno eterno nella piramide cheegli stesso si fece costruire sui margini del grande deserto. Ha avuto gli onoriche gli spettavanodi che potrebbe lagnarsi? Non tornerà più mai in vitaperché la sua anima vaga già da anni e anni nella sfolgorante barca di Râ. Isacerdoti me lo hanno confermato.»

«Che cosa devo rispondere allora a Mirinri?»

«A lui? Basta che io faccia un segno alle guardie chel'hanno arrestato e domani andrà a riposarecome un cittadino qualunque inMenfinell'immensa Necropoli.»

«La sua morte!» gridò Nitokriergendosi superbamentedinanzi al re. «Tumacchiarti del sangue di quel giovane che è tuo nipote?»

Un lampo sinistro brillò negli occhi di Pepi.

«Che cosa vorresti?» chiese con accento ironico. «Che iolo accogliessi come il futuro re dell'Egitto?»

«Ne ha il diritto.»

«Lo vuoi?»

«Sì padrelo voglio.»

«Sia: e di quella fanciulla che fu arrestata insieme a luiche cosa intendi di fare?»

«Tu hai saputo che Mirinri non era solo?»

«Mi avvertì Her-Hor.»

«Il grande sacerdote di Ptah.»

«Sì: fu più lesto di te.»

«Sai tupadrechi sia quella giovane?»

Il re fece un gesto di stizzapoidopo una breveagitazionedisse:

«Lo so.»

«Forse un'amante di Mirinri?» chiese Nitokriscattando edarrossendo.

«No.»

«Dimmi chi è.»

«La chiamano Nefer.»

«Non mi basta.»

Il re ebbe una seconda esitazionepoi risposealzando lespalle:

«Quand'era bambina ha giocato con te in questo medesimopalazzo.»

«Allora è Sahuri!»

«Sìla principessa misteriosa. Io non voglio però cheella entri nel palazzo reale con Mirinri. Quella fanciulla mi dà troppa noia.Darai ordine che la conducano in una delle nostre case che abbiamo in città eche venga trattata coi riguardi che spettano ad una principessa del sangue. Orava': ho gravi affari di stato da sbrigare.»

«Ho la tua promessapadre.»

«Domani riceverò il tuo salvatoreil figlio di Tetiseveramente lo è.»

«Me ne accerterò io» rispose Nitokri. «Dà gli ordini inmia presenzacosì sarò più sicura.»

Il re si volse verso il guerriero che stava immobilecomeuna statua di bronzodinanzi alla portadicendogli: «Domani a mezzogiornofarai squillare dalle trombe di guerra la fanfara reale e farai radunare tutti igrandi del regnoonde prendano parte ad un banchetto che io intendo offrire adun nuovo Figlio del Sole.»

«Ti basta?» chiese poirivolgendosi a Nitokri.

«Sìpadre» rispose la bellissima Faraona.

«Va'.»

Mentre la fanciulla uscivaPepi la seguiva collo sguardoeun brutto sogghigno gli coronava le labbra.

«Purché non ti pentisca» mormorò...

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . .

L'indomaniun'ora prima del mezzodìquando già Neferaveva abbandonato il sotterraneoNitokripreceduta da due trombettieri escortata da otto guardieentrava nella prigione del giovane Figlio del Sole.

Mirinriche dopo la partenza della povera Nefer si eralasciato cadere sulla sua stuoiain preda ad un profondo sconfortovedendoapparire improvvisamente la bellissima Faraonaera balzato in piedi mandando ungrido altissimopoi aveva piegato un ginocchio a terradicendo con vocetremante:

«Mirinrifiglio di Teti il grandesaluta sua cugina. Se iodevo a te di essere ancora vivotu devi a me la tua preziosa vita.»

Nitokri inarcò le lunghe e sottili sopraccigliapoialzando un bracciofece cenno alla scorta ed ai trombettieri di uscire.

Attese che il rumore dei passi si fosse dileguatopoirivolgendosi verso Mirinri che teneva sempre un ginocchio a terra e che lafissava cogli occhi ardentigli disse: «Tu mi affermi d'avermi un giornosalvato la vita sull'alto Nilo.»

«SìNitokri» rispose il giovanealzandosi. «Io hostretto fra le mie braccia il tuo corpo divinoma anche il mio era divino.»

«Quando?»

«Non mi riconosceresti più?» gridò Mirinri. «Dubiterestiforse di me?»

«Mio padre vuole una prova.»

«Ebbene io te la dò subito: quando io ti ho salvata tu haiperduto fra le erbe della riva l'ureo che adornava la tua testa e cheritrovai dopo parecchie settimane.»

«È vero» rispose la Faraonamentre un vivo rossore sidiffondeva sulle sue gote ed i suoi dolcissimi occhi lampeggiavano. «Ora sonosicura di essere stata salvata da te. D'altrondequantunque sia passato moltotempoio ho sempre avuto dinanzi ai miei occhi il volto del giovane audace chelottò col coccodrillo e che lo uccise.»

«Pensavi dunque qualche volta a me?» gridò Mirinri.

«Più di quanto credi» rispose Nitokriabbassando ilcapo. «Il sangue dei Figli del Sole si era inteso.»

«Io sono il figlio di Teti! Lo sai tu?»

Nitokriinvece di rispondereporse una mano a Mirinridicendoglicon una certa emozione:

«Vieni: il tuo posto è nel palazzo reale. Tu sei unFaraone.»

Mentre uscivano dal sotterraneonella grandiosa salapianterrena del palazzo reale si erano radunati il re ed i suoi ministrifral'acuto squillare delle trombe di bronzo ed il sonoro rullare dei tamburi.Subitoudendo la fanfara realeuna trentina di alti dignitariper la maggiorparte attempatiministrigenerali e grandi sacerdotia giudicarli dalle lorovesti e dalla ricchezza delle loro collanedei loro braccialetti e dallaacconciatura del capoerano entrati nella sala accompagnati da scudieri e daciambellani di cortecurvandosi umilmente dinanzi al possente monarca.

«Il grande Osiride ha restituito all'Egitto uno dei suoifigli divini» disse il re. «Andiamo a riceverlo e facciamogli l'accoglienzache gli si spetta per diritto di nascita.»

«Chi è?» chiesero ad una voce i grandi dignitari.

«Lo saprete più tardi. Ah! Le mie insegne reali.»

Un ciambellano s'allontanò correndo e tornò poco doporecando una specie di frusta col manico d'oronon più lunga d'un piedecontre cordoncini di canape intessuti con fili d'oro ed un bastone col manico moltoricurvo.

«Così comprenderà che io solo sono il re dell'Egitto»mormorò Pepi con un sorriso sarcastico.

Fece segno agli alti dignitari del regno di seguirlo es'avviò con passo maestoso verso il peristilio in mezzo al quale erasi allorafermato Mirinri con a fianco la bella Nitokri.

«Il re!» avevano esclamato i soldati della scortacurvandosi fino a terra.

Una mano si posò sulle spalle di Mirinrimentre una vocegli diceva con tono minaccioso:

«Curvati! Giù la fronte nella polvere! È il re!»

«Un Figlio del Sole non si getta al suolo come un miserabilemortale» rispose fieramente Mirinri. «Giù quella mano! Tu non sei degno ditoccare le mie carni divine.»

Poidopo aver respinto violentemente l'arciere che tentavadi piegarlomosse verso Pepi che si era fermatoguardandolo attentamente echiedendogli:

«Sei tu il re?»

«Sì» rispose Pepi.

«Ed io sono il figlio d'un re: ti saluto!»

«Io so chi tu sei» disse Pepi«a tuin presenza diquesti uomini che mi seguononon lo dirai per ora. Peròcome vediti ricevocogli onori che spettano al tuo grado. Vieni: sei mio ospite nel palazzo che ungiorno abitò uno dei più grandi monarchi del regno.»

Mirinristupito da quell'accoglienza che era ben lungidall'attendersiche distruggeva tutte le paure create da Ounis e dal sospettosoAtaera rimasto mutocredendo d'aver male compreso.

«Sei mio ospite nella casa dei tuoi avi»ripetè Pepicheaveva forse compreso il suo pensiero.

«Ed io ti sono riconoscente»rispose Mirinriche divoravacogli sguardi ardenti la bella Nitokriche si era collocata dietro al padre.

«Entra dunquegiovane Figlio del Sole»disse Pepi.

Mirinri passò attraverso le guardie che non osavano alzarela fronte da terraprese fra le sue mani le dita che la giovane Faraona gliporgeva incoraggiandolo con un adorabile sorrisoe varcò la soglia della salamandando un profondo sospiro di soddisfazione. Probabilmente in quel momento nonpensava più al fedele Ounisné alla sventurata Nefer.

«Sei in casa tua»disse Pepivolgendosi verso Mirinri cheammirava stupito l'ampiezza e la ricchezza di quella sala. Quindivolgendosiverso alcuni scudiericontinuò: «Occupatevi di questo principe faraonico. Loaspetto nella sala del trono.»

«Ci rivedremo?» chiese Mirinri a Nitokri.

«Sìmio principe» rispose la fanciulla. «Ci saròanch'io.»

Mirinri fu condotto in un gabinetto di tolettaanche quellotutto in marmo bianco e dove regnava una deliziosa frescurae affidato allecure di giovani schiavi assiri. Mezz'ora dopo usciva scortato da scudieri e daciambellanilavatoprofumatoimbellettato e vestito come un principe.

Gli avevano messo sulla parrucca il cappello realedi stoffabiancacon un rialzo di stoffa rossa sul dietroadorno di lunghi nastri chegli scendevano fino al petto e fornito sul dinanzi dell'ureo d'oro; sullespalle una specie di corto mantello di lino candidissimotrattenuto sul davantida un ricchissimo fermaglio composto di rubini e di smeraldi d'un valoreinestimabile; ai fianchi un kalasirintessuto con pagliuzze di metallocon un grande triangolo formato da una placca d'orosospeso alla cintura esmaltato a tinte multicolori. Ai piedi aveva dei sandali di papiro trattenuti dasottili correggie dorate.

Una dozzina di guardie realiarmate d'azzecon lunghe pennedi struzzo fissate ai due lati della parruccalo aspettavano nel salone perrendergli gli onori spettanti ad un principe d'origine divina e per scortarlo.

«Il re ti aspettaFiglio del Sole» gli disse il capo deldrappello. «I convitati sono già ai loro posti.»

Uscirono dalla salaattraversarono una grandiosa galleriale cui ampie finestre erano riparate da splendide tende di finissimo tessuto arighe multicoloridrappeggiate con eleganza ed entrarono in un secondo salonedue volte e forse più ampio del primo ed il cui soffitto era sorretto da unadoppia fila di colonne di marmo roseo della catena libica.

Mirinri si era fermato sulla sogliastupito dallamagnificenza di quell'immensa sala. Tutte le pareti erano di marmo verde conmagnifiche venatureil pavimento in mosaico d'oroil soffitto tutto dipintomeravigliosamente. Quattro immense coppesorrette da quattro nani di pietrarossacollocati presso i quattro angoli della salalanciavano in alto deigrossi zampilli d'acqua profumatamentre dei vasi enormidal collolunghissimotutti di lapislazzulireggevano dei colossali mazzi di fiori diloto e di rosei quali spandevano all'intorno dei deliziosi odori.

Trenta piccole tavoledisposte su due fileoccupavano ilcentro della salacoperte di lini a svariati colori e cariche di tondi d'oro ed'argentodi coppe d'ogni forma e d'ogni dimensione meravigliosamente cesellatee di piccole anfore che reggevano delle foglie di palma. Dinanzi a ogni tavolastava sdraiato su un tappetoappoggiandosi ad un cuscino di forma rotondaunalto dignitario in attesa del pranzomentre dietro delle giovani e bellissimeschiave agitavano dei ventagli di penne di struzzo per rinfrescarli.

Ad una tavola un po' più grandebassa però quanto le altree collocata all'estremità della doppia filasi trovavano Pepi e Nitokricoricati su pelli di pantera. Otto grandi ventaglidai manichi lunghissimistavano piantati entro alte anfore d'oroe attorno a loro otto schiave stavanoschierate presso le due prime colonnespruzzando di quando in quando il monarcae la giovane con dell'acqua profumata.

«Vieniprincipe» disse Pepivedendo che Mirinri nons'avvicinava. «Il tuo posto è presso di me.»

Il giovane Faraonedopo una breve esitazionepassò fra ledue file di tavolesalutato con profondi inchini dai grandi del regno che sierano subito alzati e si sedette di fronte al repure su una pelle di pantera.

I suoi occhi ardentissimiche pareva fossero diventati piùneri e più profondi del solitoanziché fissarsi su quelli di Pepisi eranoarrestati su quelli vellutati e dolcissimi della fanciulla.

«Ecco la vita come avevo sognato fra le sabbie deldeserto» disse. «Ecco il mio destino che si realizza.»

Pepi ebbe un lieve sussultopoi un sorriso sarcastico glicontorse le labbra.

«Tu sei vissuto molti anni nel desertoè vero?» glichiese.

«Sì.» rispose Mirinri.

«E sognavi la grandezza ed il fasto di Menfi.»

Il giovane Faraone rimase un momento pensierosopoi disse:

«Noio pensavo semprepiù che al fasto della cortefaraonicaagli occhi della fanciulla che avevo strappato alla morte e che frale mie braccia aveva provato forse il primo fremito.»

Nitokri lo guardòsorridendo.

«Nemmeno io ti avevo dimenticato» disse. «Nelle mie nottiinsonni io ti rivedevo sovente ed una voce segreta mi diceva che io un giorno tiavrei incontrato e che il mio corpo non era stato stretto dalle braccia d'unuomo uscito dal popolo. Il nostro sangue si era compreso: era sangue di dèi.»

La fronte di Pepi si era aggrottata. «Mi racconterai piùtardi perché sei vissuto tant'anni lontano dagli splendori di Menfi» disse.Poirivolgendosi alle schiaveche parevano aspettare qualche ordine:«Versate!»

Due giovani portarono delle anfore d'oro ed empirono le coppeche stavano sulla tavola.

«A temio valorosoche mi hai strappato alla morte e chehai conservato a mio padre sua figlia» disse la Faraonaporgendo la coppa aMirinri.

«A te che per lunghi mesi ho sempre sognato» risposeMirinriporgendole la sua.

Pepi aveva lasciata la sua dinanzi a sésenza alzarla. Anzila sua fronte si era maggiormente abbuiata ed aveva lanciato sui due giovani unosguardo pregno d'ira intensa.

In quel momento un drappello di fanciullesplendidamentevestiteaveva fatto irruzione nella sala. Erano danzatrici e suonatrici e leprecedeva una giovane che teneva fra le mani una rosa superba. Si fermò dinanzial tavolo guardando la giovane Faraona e Mirinripoimentre pizzicavanodolcemente le chitarre e le arpedisse:

«OsirideFiglio del Solestanco dei vezzi e dei baci diHathorla venere egizianaun giorno abbandonò l'astro diurno e scese con unvolo immensosulla nostra terrain cerca di nuove avventure. Egli incarnaval'amore. Spiccò il volo attraverso gli spazi celesti e cadde sulle rive delnostro Nilo. Làsulle arene finissime e vellutate dal nostro sacro fiumeinmezzo ai papiri ed ai fiori dal profumo fragrante dei lotiche scendevano giùnei polmoni come una carezzavide distesa sopra una pelle di pantera unacreatura che dormiva.

"Oh! quanto sei bella!" le disse Osiride.

"Oh! quanto sei bello!" aveva risposto la bronzeacreaturasvegliandosi.

«Sothisl'astro maligno del cieloli videfu preso dafuroree con un raggio bruciante di Râ colpì i due giovani. Le loro carnifurono d'un colpo inceneritema non potè disgiungere le labbra che si eranofuse in un bacio supremo. Da quel bacio nacque questa rosa e le punte del raggiosolare si convertirono in spine. A te figlia del grande Faraone!... È il baciodella fanciulla bronzea e del Figlio del Sole».

Nitokri prese il fiore ed invece di puntarselo fra i capellilo porse a Mirinridicendogli con un adorabile sorriso: Come le labbrad'Osiride hanno baciato quelle della fanciulla bronzeasi tocchino un giornoquelle del salvatore e della fanciulla salvata. A te: serbala per mio ricordo.»

Pepi gettò sulla fanciulla un secondo sguardo ferocema nondisse parola.

«Gettate rose» disse Nitokrialzando una mano verso ilsoffitto.

Mentre le suonatricisedutesi intorno alle colonneintonavano una marcia deliziosa e le schiave e gli schiavi portavano aiconvitati anfore di vino bianco e nero e di birra e pasticci dolci emanicarettidall'alto della salaattraverso dei fori quasi invisibiliscendevano dolcementesilenziose e profumatemiriadi di foglie di rose e dipetali di lotoche si addensavano intorno ai convitati.

Nitokriaccesa forse dal delizioso vino delle collinelibiche avevachiacchierava con Mirinrifacendo sfoggio della sua grazia e delsuo spirito; Pepi invece guardava intensamente il giovaneal di sotto delle suelunghe cigliaed un sorriso beffardo e crudeledi quando in quando gliappariva sulle labbra. Non doveva essere leale ospitalità quella che offriva alfiglio del grande Teti.

Quando il banchettoveramente lucullianoperché anche gliEgizianial pari dei romaniamavano fare sfoggio di molte portate e di cibisceltiterminòil re si alzò con una mossa maestosafacendo cenno aiconvitatigià quasi tutti brillidi uscire. Sorretti dalle schiave e daglischiavii grandi dignitari si erano alzatiavviandosi nelle stanze vicineattraverso le numerose porte che mettevano su delle vaste gallerie e su deigiardini ombreggiati da palme colossali.

«Va' anche tu» disse a Nitokriche era rimasta coricatapresso Mirinri. «Ciò che io devo dire a questo principenessuno deve saperlofuorché me e lui.»

«Padre!» disse Nitokricon angoscia.

«È un Figlio del Sole» rispose Pepi. «Va'!»

La fanciulla prese la rosa che stava dinanzi a Mirinri e labaciò.

«Ti amoha detto Osiridequando scese dal cieloallafanciulla bronzea e anche quello era un Figlio del Sole.»

«Ti amoha risposto il giovane. Quanto sei bella! Era lasua frase» rispose Mirinri. «E anche quella era certo d'origine divina comelui.»

Pepi sorrise sarcasticamentepoi fece un gesto imperiosoalla fanciulla.

«Va'!» disse. «Io sono il re!»

Nitokri depose la rosa e si allontanò lentamentevolgendosiindietro a guardare il giovane Faraone che le sorrideva.

Quando la porta di bronzo si chiuse dietro di leiil visodel re aveva assunto un aspetto ben diverso.

«Tu» disse«che ti credi figlio di Teti il grande eperciò mio nipote?»

«Sì» rispose Mirinri. «Io sono il figlio di colui chesalvò l'Egitto dall'invasione dei Caldei.»

«Ne hai le prove?»

«Tutti me lo hanno detto.»

«Ti credo. Hai provato la grandezza ed il fasto dei Faraoni;ti basta?»

«Nel deserto dove sono vissuto non avevo mai veduto nulla disimile.»

«Sicché tu hai provato le gioie del potere.»

«Non ancora.»

«Che cosa vorresti ora?»

«Il trono» rispose audacemente Mirinri. «Tu sai cheappartiene a me.»

«Perché?»

«Sono il figlio di Teti e tu mi hai rubato il potere.»

«Per regnare bisogna avere dei sudditi fedelideipartigiani. Ne hai tu?»

«Ho gli amici di mio padre.»

«Dove sono?»

«Io solo lo so e non te lo dirò per ora.»

«Vuoi vederli?» chiese Pepi ironicamente.

«Chi?» gridò Mirinri.

«I partigiani di tuo padrequelli che dovevano aiutarti astrapparmi il trono!»

«Che cosa dici tu?»

Pepiinvece di risponderesi alzò tenendo in mano lafrusta dalle corregge dorate che era il simbolo del potere e la fecescoppiettare.

Un vecchio entrò subito da una delle numerose portedell'immensa sala e s'inchinò dinanzi al re.

«Sei l'imbalsamatore ufficiale della corte tuè vero?»gli chiese Pepiguardando Mirinri.

«Sìre» rispose il vecchio.

«Apri quel verone.»

«Che cosa dici tu?» gridò finalmente Mirinriche sembravasi risvegliasse da un lungo sogno e che intuiva il pericolo.

«Guardali i tuoi partigiani» ripetè Pepi con un tristesorriso. «Sono là!»

Il giovane si era slanciato verso l'ampia finestra che ilvecchio aveva aperta e subito un urlo d'orrore gli sfuggì.

In un immenso cortile stavano seduti cinque o seicentouominiprivi tutti delle mani e coi moncherini fasciati che trasudavano ancorasangue attraverso le bendee dinanzi a tuttiin mezzo a due enormi cumuli dimaniMirinri aveva scorto Ata.

«Miserabile!» esclamò il giovane Faraoneindietreggiando.

«A che cosa ti potrebbero servire ora i tuoi partigiani senon possono più impugnare un'arma qualunque?» disse Pepi con voce beffarda.«Basterebbero dieci soli dei miei arcieri per metterli fuori dicombattimento.»

Mirinri forse non l'aveva nemmeno udito. Guardava cogli occhidilatati dal terrore quei disgraziatisui quali tanto aveva contato perrovesciare l'usurpatore e riconquistare il trono che per diritto gli spettava.

«Tutto crolla a me dintorno» disse finalmentecon vocestrozzata. «Il mio grande sogno è finito.»

Poi volgendosi impetuosamente verso il regli chiese:

«E di me che cosa intendi di fare? Ricordati che sonoanch'io un Figlio del Sole e che mio padre fu uno dei più grandi monarchi chegovernarono l'Egitto.

«Ascoltiamo prima l'imbalsamatore» rispose Pepi con unsorriso. «Vedremo come tratterà il tuo corpo.»

 

 

CAPITOLO VENTISETTESIMO

 

La necropoli di Menfi

 

Mirinriil cui cervello pareva che dopo la vistadell'orrendo spettacolo si fosse offuscatoera rimasto immobileguardando conuno stupore impossibile a descriversi ora Pepi ed ora l'imbalsamatore ufficialedella corte. Certo non doveva aver compresa l'idea del re.

Questiche lo guardava sogghignandocome se cercasse disorprendere l'effetto che avrebbero dovuto produrre le sue parole sull'animo delgiovanevedendo che rimaneva immobilecome se fosse stato fulminatoriprese:«Udiamo prima che cosa dirà l'imbalsamatore.»

«L'imbalsamatore!» esclamò finalmente Mirinricome se sifosse in quel momento risvegliato. «Che c'entra quell'uomo col mio destino?»

«Con quale destino?» chiese Pepisempre sardonico.

«Col mio.»

«Che cosa ti diceva il tuo destino adunque? Sarei curioso disaperlo.»

«Che avrei riconquistato il trono di mio padre.»

«Chi te lo predisse?» gridò Pepiche non potè fare ameno di sussultare.

«Il cielola terra ed una maliarda» rispose Mirinri.

«Ah! Follie!»

«No: quando uscii dalla minoritàuna stella caudatacomparve nel cielo; quando un mattinoprima dell'albaappoggiai i miei orecchialla statua di Memnonela pietra crepitò e suonò ripetutamente; quandostrinsi fra le mie mani il fiore della risurrezioneche era stato rinchiusonella piramide eretta da mio padredischiuse i suoi petali; quando incontraiuna fanciulla che prediceva il destinomi disse che un giorno sarei risalitosul trono dei miei avi: e quella fanciulla era Nefer!»

«Nefer!» gridò Pepi che sembrava atterrito. «Il cieloMemnoneil fiore e quella fanciulla!»

Non era più Mirinri ora che sembrava fulminato; era ilpossente re dell'Egittoche pareva istupidito e che guardavacon profondoterroreil giovane.

«Nefer!» ripetè. «La stella cometail fioreMemnone!»Poi volgendosi verso l'imbalsamatoregli disse quasi con ira:

«Hai udito?»

«Sìre.»

«Tu sei abileè vero?»

«Credo di sì.»

«Come faresti ad imbalsamare un grande principe? Io non l'homai saputo esattamente. Spiegamelo e bada che si tratta d'un uomo di stirpedivina.»

«È la grandela ricca imbalsamazione che tu vuoire?»

«La più costosaonde la mummia possa resistere secoli esecolimeglio se fino alla fine del mondo.»

«Venti secoli sono trascorsi e quelle che sono stateimbalsamate col nostro processo non presentano ancora nessun deterioramentoquindio repuoi essere sicuro che l'operazione che io eseguirò riusciràperfetta.»

Mirinriappoggiato contro una colonna dell'immensa salaascoltavaforse senza comprendere tutto.

«Prosegui e spiegati meglio» disse Pepi.

«Dapprima con un ferro ricurvo noi strappiamo pezzo a pezzoil cervello del cadavere che ci viene affidato e distruggiamo gli ultimi avanziper mezzo di drogheche noi soli sappiamo manipolare.»

«Continua» disse Pepi.

«Levato il cervelloche è il primo che si corrompe e chepuò compromettere la buona riuscita dell'imbalsamazionefacciamo una incisioneal fianco con una di quelle pietre taglienti che ci rendono gli Etiopiperchénon si trovano che nei loro paesie leviamo da quello squarcio gl'intestini chepoi laviamo con vino di palma e che in seguito immergiamo in aromi frantumati.

«La faccenda veramente è poco allegra» disse il rechenon staccava gli sguardi da Mirinri.

«Quindi riempiamo il ventre di mirra pura tritatadicannella e di altri aromieliminando completamente l'incensoperché potrebbeguastare il processo.»

«Ah!» fece Pepi.

«Cucito lo squarcio mettiamo il cadavere nel salecoprendolo di diversi sali alcalini e ve lo lasciamo settanta giornidopo diche lo laviamolo avviluppiamo interamente in bende spalmate di gomma arabica etutto è finito. Così trattatoil corpo potrà sfidare impunemente il tempo.»

«Allora tu t'incaricherai di imbalsamare col tuo processomeraviglioso...»

«Chi?» chiese il vecchiostupito.

«Quel giovaneallorquando sarà morto» disse Pepipuntando l'indice della mano destra verso Mirinri. «Non avrà certo dalamentarsi della mia generosità.»

Il giovane Faraone si era bruscamente scossostaccandosidalla colonna contro cui fino allora si era appoggiato.

«Me!» aveva gridato.

«Sì» rispose Pepi. «Quando tu sarai morto entro lagrande necropoli di Menfiquest'uomo s'incaricherà di imbalsamarti come ungrande Faraonecome tuo padre.»

«Mio padre! Vile! Io ho gettato agli sciacalli la sua mummiache non era la sua! Ah! Bisogna che ti uccida!»

Con un balzo improvviso il fiero giovane era piombatopariad un leone che si scaglia sulla predacontro il reatterrandolo di colpo.Stava per strangolarlo quandoad un grido altissimo dell'imbalsamatoreledodici porte di bronzo che mettevano nella immensa sala si aprirono d'un colposolo e cinquanta guardie realiarmate di azze da guerra e di daghesiscagliarono furiosamentegridando:

«Salviamo il re!»

Mirinri udendo quel fracasso e comprendendo che un gravepericolo lo minacciavaaveva lasciato Pepi.

«Ah! Mi volete uccidere! Ecco come vi accogliemiserabiliil figlio del grande Teti!»

Si precipitò verso la tavola più prossimaafferrò unapesante anfora di bronzo ancora semipiena di vinopoi appoggiatosi contro unadelle colonneattese intrepidamente l'attacco.

Pareva un giovane leone ruggentepronto a mordere ed alacerare a colpi d'unghia.

«Prendetelo vivo!» aveva urlato Pepicon voce strozzata.

Il primo soldato che giunse addosso a Mirinri e cercò diafferrarlo a mezzo corpocadde fulminata col capo fracassato. L'anfora erapiombata su di lui come una mazzaatterrandolo di colpo e la morte era stataistantanea.

Un secondo soldatoun terzo ed un quarto avevano tentato diatterrarloma Mirinriche pareva una belva furibonda e che aveva forzamuscolare da vendereli fece stramazzare ad uno ad uno dinanzi alla colonna.

L'anforamaneggiata formidabilmente dal figlio del desertostava per fare una strage orribile degli assalitoriquando questiche avevanolasciate cadere le daghe e le azze di guerralo assalirono tutti d'un colpo conimpeto irrefrenabile.

Oppresso dal numero il giovane scosse per alcuni istanti quelgrappolo umanopoivinto da quello sforzo supremocadde sulle ginocchia. Erapreso!

Due lunghe fascie gli furono gettate addosso e dieci mani lolegarono strettamenteimpedendogli qualsiasi movimento.

«Devo ucciderlo?» chiese il capo delle guardiealzando suMirinri la sua azza e guardando Pepi che si era rialzato.

«Nessun di voi è degno di versare del sangue faraonico»rispose il re.

«Che cosa dobbiamo faredunque?»

Pepi stette un momento silenziosopoi disse: «Mettetelo inun palanchino che sia tutto coperto e chiudetelo nella grande necropolicon unadi quelle pietre solide che mettiamo all'entrata delle nostre piramidi. D'orainnanzi i miei sudditi si costruiranno un altro sotterraneo se vorranno farsiseppellire. Il terreno non manca in Egitto per scavare delle mastaba.»

«Miserabile!» urlò Mirinrifacendo uno sforzodisperato per rompere le fascie che lo avvincevano.

«Quando la morte lo sorprenderà» proseguì Pepifreddamente«il nostro imbalsamatore ufficiale s'incaricherà di preparare ilcorpo come si fa con un re od un figlio di re. Obbedite!»

«Qualcuno mi vendicherà!» gridò Mirinri.

«Chi?» chiese ironicamente Pepi.

«Ounis che è ancora libero.»

Udendo quel nomeun pallore spaventevole si diffuse sulvolto del possente monarca ed un fremito scosse le sue membra.

Pareva in preda ad una vivissima emozioneanzi ad unaprofonda angoscia.

«È anche lui a Menfi?» chiesequasi balbettando.

«Sì e sarà lui che mi vendicherà e che ti pianterà inmezzo al cuore la sua daga.»

«Saprò prevenirlo» disse Pepicome parlando fra sé.

Quattro arcieri avevano portato in quel momento un palanchinotutto coperto da una tenda nera.

«Via! Portatelo via! Toglietelo ai miei sguardi!» gridò ilre che sembrava smarrito.

Mirinri fu sollevato di pesocacciato nel palanchino e leotto guardie che si erano collocate fra le stangheuscirono quasi correndo.

«Uscite tutti» disse Pepiindicando alle altre le portedi bronzo.

Quando si vide solo si lasciò cadere pesantemente dinanzi altavolinodove Mirinri aveva pranzato in sua compagniatuffandosi quasi fra lefoglie di rose che coprivano la pelle di pantera. «Sono un miserabile» dissepassandosi una mano sulla fronte che era bagnata di sudore freddo; «eppure latranquillità dell'Egitto lo esige.»

Afferrò un'anfora che era ancora semipiena di vino e riempìuna tazza che vuotò d'un fiato. «Dimentichiamo» disse poi.

«Chi?» chiese una voce dietro di lui.

Pepi si era vivamente voltatoafferrando una delle daghelasciate cadere dalle sue guardie.

Her-Horil grande sacerdote del tempio di Ptahera entratosilenziosamente nell'immensa sala e gli stava dinanzi.

«Chire?» ripetè Her-Hor.

«Che cosa vuoi tu?» chiese Pepi.

«Metterti in guardia» rispose il sacerdote.

«Contro chi? È già stato condotto nella necropoli e frapochi minuti il blocco di pietra chiuderà per sempre il passaggio.»

«Mirinrituo nipotenon è giunto solo in Menfi.»

«Sìvi è anche colui che si fa chiamare Ounisè vero?»chiese Pepi con amarezzasoffocando un sospiro.

«E forse quello è più pericoloso di Mirinri» rispose ilsacerdote. «E poi vi è un'altra persona alla quale tua figlia ha concessastamane e imprudentemente la libertà.»

«Sahuri?»

«O meglio Nefergiacché gli abbiamo imposto questo nome.»

«Bahuna fanciulla!»

«Pericolosa quanto Ounisse non di più.»

«Che cosa mi consigli di fare?»

«Distruggerli tutti.»

«Tutti!» esclamò Pepicon spavento. «Anche Sahuri?»

«La tranquillità del regno lo esige e poi io odio Nefer.»

«Ancora?»

«Non ho dimenticato il colpo di daga che mi ha datonell'isola delle ombre.»

«Sai tu dove si trova Ounis?»

«Ho sguinzagliato dietro a lui i più abili agenti della tuapolizia. Si dice che si trovasse insieme a Mirinri nel momento in cui siconduceva ad abbeverarsi nel Nilo il bue Api.»

«Che riescano a prenderlo?»

«Sono già sulle sue tracce.»

«Che cosa ne farò poi di lui?»

«Lo si ucciderà» rispose Her-Hor.

«Un'altra infamia!»

«La tranquillità dello Stato lo vuolere.»

«Ma lui! Anche lui!»

«Il popolo crede che sia morto e da tanti anni!»

«Temo che un simile delitto mi costi il tronoHer-Hor.»

Il sacerdote alzò le spalle.

«L'ureo è troppo fermo sulla tua frontere» dissepoi. «Quale sarà la mano audace che te lo strapperà?»

«Eppure» rispose Pepi dopo un breve silenzio«ho deivaghi timori. Non mi sento tranquillo come prima e questa sera non dormirò comele altre notti.»

«Le urla di Mirinri affamatoaggirantesi come belva ferocenelle tenebrose gallerie della mastabanon turberanno per troppo tempo ituoi sonnire» disse Her-Hor. «Cinqueseiforse sette giorniammesso chepossa resistere tanto perché mi parve d'una robustezza eccezionalepoi tuttosarà finito e non udrai più la sua voce.»

«Nelle sue vene scorre il sangue mio!» gridò Teti.

«Non è tuo figlio» rispose freddamente il sacerdote.

«È figlio di mio fratello.»

«Giàquasi uno straniero.»

«Chi ha creato te? Il genio del male?»

«La dea della vendetta.»

«Non esiste una simile divinità nella nostra religione.»

«Nascerà un giorno.»

«Sei più terribile di me.»

«Cerco di realizzare un sogno.»

«Quale?»

«Di colpire in mezzo al cuore colui che fece di megrandesacerdote del tempio delle sfingiquasi un miserabile.»

«Vendicarti di Teti?»

«Sìdi tuo fratello» disse Her-Horcon accento feroce.«Se io non avessi trovato in te un protettoreche cosa sarei io oggi? Unmiserabile affamatopeggio forse d'uno di quei disgraziati che per mangiareesauriscono le loro forze nell'erezione delle nostre colossali piramidi.»

«Ma tu dilapidavi le ricchezze del tempio.»

«Lo dissero i miei nemici» disse Her-Hor furibondo«etuo fratello credette più a loro che a me.» Poidopo aver fatto un gesto dirabbiariprese:

«Io non sono venuto qui per discutere sulla mia personabensì per salvare il tuo regno ed il tuo popolore.»

«Che cosa mi consigli di faredunque?» chiese Pepi Mirinricon voce tremante.

«Uccidere inesorabilmente» rispose Her-Hor «se ti premela tranquillità del tuo regno.»

«Esito ad alzare la mano su di lui.»

«Un re non deve esitare mai.»

«Non è ancora preso.»

«Questa sera sarà in nostra mano. Ti ho già detto che leguardie sono già sulle sue tracce.»

«Che io non lo veda. Non potrei reggere al suo sguardobruciante: sarebbe un'accusa che mi colpirebbe troppo al cuore.»

«Un colpo di daga dato da una guardia fidata e chi sirammenterà di lui?»

«Ne parleranno i suoi partigiani.»

«Impugnino le armi ora che sono senza mani» risposeHer-Hor ironicamente. «Se poi...»

Il fracasso d'una delle porte di bronzo che s'aprivaimpetuosamente lo interruppe di colpo.

Nitokrila bella principessaera entrata impetuosamentenell'immensa e magnifica salacol viso alteratogli occhi fiammeggiantilevesti scomposte. Tesecon un gesto imperiosole sue braccia nudeadorne displendidi braccialetti d'oro verso il grande sacerdotedicendogli con voceimperiosa:

«Esci tugenio maligno!»

«Nitokri! » gridò Pepi spaventato dall'ira che trasparivasul viso della bella fanciulla.

«Esci!» ripetè la giovane Faraonasenza guardare il padreed indicandocon un gesto energicoad Her-Hor le porte di bronzo.

«Tu dimentichisignorachi io sono» disse il sacerdoteaggrottando la fronte.

«Il grande sacerdote del tempio di Ptahlo so» risposeNitokricon voce stridulache echeggiò sinistramente nella sala. «Ti basta?E tu sai chi sono io? Una Faraona che un giorno regnerà sull'Egitto e che conun solo cenno punirà tutti quelli che le daranno fastidio. Esci ora!»

«Non sei ancora reginafanciulla.»

«Quando la voce d'una Faraona tuona qui dentronel palazzorealedal primo all'ultimo sudditotutti devono obbedire!» gridò Nitokriergendosi fieramente dinanzi a Her-Hor: «Esci!»

«Quando me lo comanderà tuo padreche è il solo che regnain questo momento e che solo può comandare» rispose il vecchio sacerdotecheera diventato livido. Poivolgendosi verso Pepi gli chiese: «Devo obbedire atua figlia?»

Il re parve che non lo avesse nemmeno inteso. Si eraappoggiato contro una colonna e guardava smarritocome annichilitosua figlia.

«Devo obbedire?» ripetè Her-Hor.

Pepi fece col capo un cenno affermativo.

«Sta bene» disse Her-Hor ironicamente. «Non scordartiperò Pepi che tu sei il re e che il tuo regno si trova sull'orlo d'un baratroe che tutti i sacerdoti sono con te per la salvezzala tranquillità e lagrandezza di questa terradal grande Osiride benedetta e fecondata da Râ.

Lanciò su Nitokri uno sguardo che pareva di sfidapoiattraversò lentamente la salasenza affrettarsi e uscì dalla medesima portadi bronzo da cui era entrata la fanciulla.

La principessa attese che i due battenti si chiudesseropoivolgendosi impetuosamente verso Pepigli chiese con voce fremente:

«Che cosa ne hai fatto tupadredi Mirinridel giovane acui devo la vita? Dimmelo! Io voglio saperlo!»

«È fuggito» rispose il re.

«Dove?»

«Non lo so. Forse egli non voleva essere ricompensato dame.»

«Menti!» gridò la fanciullacoll'impeto selvaggio di unagiovane leonessa che si rivolta verso il cacciatore che l'ha ferita. «È statovinto dalle guardie e portato via.»

«Ma no...»

«Chi ha ucciso quegli uomini che giaccionocol capofracassatoattorno a quella colonna?» chiese Nitokri indicando le guardie chenessuno aveva ancora pensato a trasportare altrove. «Il braccio possente dicolui che uccise il coccodrillo che stava per divorarmi nelle fresche acquedell'Alto Nilodove il mio corpo divino si bagnava.»

«Erano dei traditori costorodegli alleati di quei ribelliche i miei fedeli hanno sorpreso nella piramide di Rodope.»

«Tu menti!» ripetè la principessa con maggior forza.«Quei disgraziati sono stati atterrati da Mirinri.»

«Chi te lo disse?» chiese Pepi.

«Io l'ho saputo. Dove è? Dove l'hai fatto tradurre? Io soche poco fa una lettigacoperta d'un gran drappo neroè uscita da questopalazzo scortata da un drappello dei tuoi arcieri. Chi vi era dentro?»

Il re rimase per qualche istante mutopoi facendo uno sforzosupremodisse:

«Non sono io più il re dell'Egittodunque? Comando io otu? Se uno mi dà fastidiolo faccio scomparire. La tranquillità del regnoinnanzi a tutto.»

«L'hai fatto uccidere?» gridò Nitokriavventandosi controPepi e scuotendolo violentemente.

«Chi?»

«Mirinri.»

«No... che cosa temi?» disse Pepicon aria imbarazzata.

«Che tu me lo uccida!»

«L'ameresti forse?» chiese Pepi spaventato.

«Sìl'amo» rispose la fanciulla.

Pepi si passò due o tre volte una mano sulla fronte poidissecome parlando fra sémentre un brivido scuoteva il suo corpo:

«Lui sì... forse... ma l'altro?... Crollerebbe tutto ed ioche cosa diverrei?»

«Padre!» gridò Nitokri. «Io l'amo!»

Pepi s'appoggiò alla colonna e si coprì con ambe le mani ilvisoripetendo con voce strozzata:

«Ecco la fine... tutto crolla intorno a me... il miopotere... il regno... È la punizione...» Poi ergendosicon uno sforzosupremodisse: «Lui... no... mai... Her-Hor lo catturerà... il popolo l'hadimenticato... è morto sotto i Caldei... sparirà nuovamente...»

«Che cosa dicipadre?» chiese Nitokriche lo guardava conangoscia.

«Manda uno dei miei capitani nella necropoli dove io avevafatto rinchiudere Mirinri vivo» disse Pepi. «La pietra fatale non saràancora collocata... se lo fosse fa' diroccare le mura... viva e sia felicegiacché tu l'ami e ti ha salvata la vita... e regni... ma dopo di me... ilpopolo egiziano mi sarà riconoscente... è un Figlio del Sole.»

«Nella necropoli hai dettopadre!»

«Sìva'comanda... te lo dono...»

«Mirinri è mio? Oh la suprema felicità!»

«Taci! È la rovina dell'Egitto forse. Va'!»

Nitokri uscìquasi correndo.

Era appena scomparsa quando Her-Hor rientrò nella sala. Unlampo maligno illuminava i suoi occhi.

Pepi empì una tazza e la vuotò senza guardarlo.

«Hai ceduto reè vero?» gli chiese il grande sacerdote.

«L'ama» rispose asciuttamente Pepiposando la tazzavuota«e Nitokri è mia figliacarne della mia carne.»

«E lui è preso.»

«Chi?» gridò Pepi scuotendosi.

«Ounis.»

«Lui!»

«Lo salverai?»

«Domani si scateni il mio leone favoritonel grandeserbatoio del Nilo... Vedremo se il vincitore dei Caldei saprà vincere anche ilterribile figlio delle sabbie libiche... salvo il figlioma lui no... Il popolod'altronde lo ha dimenticato!»

 

 

CAPITOLO VENTOTTESIMO

 

La cattura di Ounis

 

Ounisdopo la cattura di Mirinriera fuggito bestemmiandoconfondendosi fra la folla che ingombrava l'immensa piazza. Pareva che in pochiminuti quell'uomoche sembrava vigoroso come una quercia nonostante l'etàavanzatafosse invecchiato di dieci anni almeno.

Aveva infilata una viapoi una secondaquindi una terzaquasi correndofinché si era arrestato sul magnifico viale che costeggiava ilNilolasciandosi cadere affrantopallidodisfattosu una delle enormi pietreche dovevano servire alla costruzione di quelle colossali dighe delle qualianche oggidìdopo cinque o sei mila annisi trovano ancora gli avanzi.

Un rauco singhiozzo aveva lacerato il petto del poverovecchio. «Preso!» veva mormorato. «Amore fatale che lo ha perdutoquandol'alba sorgeva per lui raggianteprotetta da Râ e da Osiride! A che cosa hannoservito tanti anni d'esilio nelle sabbie ardenti del deserto e tanti sacrifici?Ioche avrei potuto splendere come l'astro che irradia questa terra che il Nilofeconda e che gli dei proteggono! Ioche avrei potuto con un cenno far tremarei popoli al di qua ed al di là del Mar Rosso! E tutto è caduto! Quale immensarovina intorno a me! Meglio sarebbe stato che io fossi morto davvero làdoveho pugnato e vintosotto l'enorme cumulo dei Caldei che la mia daga ha spenti eche il mio carro di battaglia ha calpestatO! Che cosa sono io ora? L'ombra d'ungrande che non avrà nemmeno più gli onori d'una imbalsamazionené unapiramide per asilo... meno d'una mummia... Abbiano almeno le acque di questofiumeche scendono dal cieloil mio corpo. Râ mi accoglierà nella sua barcasfolgorante...

Si alzò con una mossa violentafissando i suoi occhi sulleacque gonfie del fiume che muggivano sordamenterumoreggiando contro lecolossali dighe.

«Scomparire dal mondosenza essermi vendicato di Pepi?»disse ad un trattoindietreggiando. «Che cosa ci guadagnerei io? Un vecchioguerriero sopprimersi dinanzi al pericolo? Notutto non può essere finito e...Ata? E i miei amicii vecchi partigiani di Teti il grande? Forse che non miaspettano nella Piramide di Rodope? Ata! Il mio cervello si era dunque talmentesconvoltoda farmi dimenticare quei valorosi che altro non attendono che un miocenno per mettere a ferro ed a fuoco Menfi? Sìrovesceremo tutto e passeremocome una tromba devastatrice attraverso l'Egittose Pepi vorrà lottare connoi. Il mio grido di guerraquel grido che un giorno ha sgominato ordesterminateassetate di sangue e di stragifarà crollare le cento colonne delpalazzo reale e la mia mano strapperà l'ureo che brilla sulla frontedell'usurpatore. Menfi l'orgogliosa cederà o cadrà distrutta coi suoi templi ecoi suoi monumenti. M'uccidano Mirinri ed io farò passare a fil di spada itrecentomila abitanti della città e non lascerò una pietra sola che possaricordare l'esistenza di questa metropoli che è la meraviglia del mondo.Andiamo: io non sono più Ounis! Ritorno quello che fui un giorno!»

Si staccò dal parapetto e si mise a costeggiare il Niloavviandosi verso la parte settentrionale della cittàdove giganteggiavafraun tramonto tutto color di fuocola piramide entro cui dormiva la mummia dellabella Rodope nel suo sarcofago di marmo azzurro. L'immenso vialeombreggiato dadoppi filari di palmeera quasi desertoessendosi la popolazione riversata inmassa verso il basso corso del fiumedove i sacerdoti avevano condottocongrande pompaad abbeverarsi il bue sacro. Ounis camminava rapidamentetuttavianon fu che verso il tramonto che giunse sul luogo ove doveva abboccarsi coicongiurati.

«là che dorme Rodope» mormorò il vecchio.

La piramide s'innalzava maestosamente dinanzi a luia menodi trecento passitutta rosseggiante sotto gli ultimi raggi del sole morente.All'intorno non si scorgeva alcuna persona. Solo due sciacalli dal pelame brunosonnecchiavano l'un presso all'altrosotto l'ombra che proiettavano le foglied'una palma.

«Dove sarà Ata?» si chiese Ounis. «Io non so ove sial'entrata che conduce alle serdab. Tutto è silenzio qui! Mi faimpressione questa immensa calma. Qui dovrebbe battere il cuore del futuro regnoed invece mi pare che dentro il mio si sia spezzato qualche cosa... Ah! Geniomaligno! Del sangue!»

Si era curvato verso il suolo e col dito sollevava le sabbieche i venti caldi del vicino deserto libico avevano deposte intorno allagigantesca piramide.

«Del sangue!» ripetècon voce strozzata. «Tutta lasabbia è rossa qui!»

Indi alzò gli sguardi verso la piramide.

«Dei dardi!» esclamò poigirando intorno uno sguardosmarrito. «Sono stati presi.»

Rimase silenzioso: era un silenzio tragico. Un improvvisoaccasciamento lo prese e cadde al suolo come fulminatorimanendo inerte. Scesela notte e le ore passarono lente.

Una voce a lui ben nota lo fece tornare in sé dopomoltissime ore. Quanto tempo era trascorso? La notte era scomparsa ed il soleera riapparso e forse da molto tempoperché era quasi alla metà del suocorso.

«Nefer!» esclamò Ounis.

«Sìsono iomio signore» rispose la giovane. «Che cosati è successo? Ti abbiamo trovato svenuto.»

Ounis si passò parecchie volte una mano sulla frontepermeglio risvegliare le sue idee ancora offuscate.

«Non so» disse poi. «Mi è sembrato che un macigno mifosse piombato sul cranio e che il cuore mi fosse scoppiato... è giorno! Quantosono rimasto come morto?...» Poi guardando Nefer con un certo stuporedisse:

«E come ti trovi qui? Chi è questo vecchio soldato che tiaccompagna? Non eri con Mirinri tu?»

«Sìmio signore.»

«Mirinri!» gridò Ounis. «Dove si trova?»

«Nelle mani di Pepi.»

«Ah! Disgraziato! È perduto!»

«Sìperduto» singhiozzò Nefer. «Per me e per te.»

Ounis si era alzato di scattocome se avesse riacquistateimprovvisamente tutte le sue forze. «Narrami che cosa è avvenuto» disse convoce cupa.

Nefer in poche parole lo informò dell'arresto e dellaprigionìa nei sotterranei del palazzo realepoi della sua liberazione e dellepromesse di Nitokri di proteggere Mirinri.

Un amaro sorriso contrasse le labbra del povero vecchio.

«Nitokri! È la figlia dell'usurpatore e non è lei checomanda. Tutto è finitomia fanciulla: Mirinri non uscirà vivo da quelsotterraneo. Conosco troppo bene Pepi.»

Stette alcuni minuti silenziosopoi chiese:

«Eri certa di trovarmi qui?»

«Avevo qualche speranza» rispose Nefer«sicchéappenalibera mi feci condurre qui da questo soldatoche era incaricato diproteggermi.»

«Ora non hai più bisogno di lui: congedalo.»

«Va'amicoe aspettami nella casa che il re ha messa a miadisposizione» disse la giovane al veterano. «Ci rivedremo presto.»

Il vecchio guerriero s'inchinò profondamente senza parlare esi allontanò a lenti passi.

«Nefer» disse Ounis quando furono soli«i vecchi amicidi Teti sono stati presi. La piramide è stata espugnata e forse a quest'oranessuno di quei prodi è vivo.»

«Siamo dunque maledetti?»

«Sì» rispose Ounis. «Il trono a cui Mirinri aspirava èormai perdutola vendetta mi fugge di mano quando credeva di tenerla ben saldanel pugno... ed a temia povera fanciullache cosa rimane?»

«La morte» rispose Nefer con un sordo singhiozzo.

«Camminiamo verso la morte dunque» disse Ounis. «Làsulle sabbie del desertosulle quali è forse rimasta ancora impressa l'orma dicolui che doveva tutto distruggereritroveremo un po' di tranquillità. Vienifanciullarisaliremo il Nilo e accanto alla grande piramide dove lui visse epassò la sua prima giovinezza e sotto le foreste di palme sotto le quali sognòe dormìritroveremo la calma che l'aria pestifera dell'orgogliosa Menfi hadistrutto! Torno nella terra dell'esilioio che avrei potuto regnare quipossente e ben più forte di Pepi.»

«Chi sei tu? Dimmelo almeno una volta!» gridò Nefer.

«Il leone del deserto libico» rispose Ounis. «Dove io sianatochi lo sa? Che cosa sono stato un giorno? Io solo lo so. Vieni fanciulla:andiamo a respirare l'aria che ha vivificato i polmoni di Mirinriandiamo audire il mormorìo dolce delle acque che lui ascoltava per ore ed ore sotto lafresca ombra delle palme dùm; andiamo a rivedere i luoghi ove egli visse. Èmorto! Menfi maledettacome ti distruggerei! Osiride non irradia più coi suoiraggi il cielo! Egli ha abbandonato i figli del Sole! Che la sua barca si fondasotto le fiamme di Râ! Siano maledetti tutti gli dèi dell'Egitto! Che l'ombracupa della notte eterna li dissolva tutti. VieniNefer! Vieni nel deserto! Tusarai mia figlia!».

Riprese la fanciullache singhiozzava sempreper una manoe tornò verso il Nilo.

Stava per accostarsi ad una barca che si trovava ormeggiataalla digaquando quattro guardie realiche si tenevano nascoste dietro ilparapettogli piombarono improvvisamente addossocolle daghe alzateatterrandolo.

Il vecchiocon una mossa fulmineaaveva afferrato pel polsol'uomo che gli stava più pressostrappandogli l'arma.

«Largomiserabili!» tuonòcon voce formidabile. «Centocaldei non hanno fatto paura a me e tutti caddero sotto il mio ferro. A te pelprimo!»

Con un'agilità meravigliosache qualunque giovane gliavrebbe invidiataera balzato in piedigridando:

«IndietroNefer!»

La dagaun'arma solida ed affilatabalenò un istantenell'aria e scomparve tutta intera nel corpo della guardia.

Le altre tre si erano scagliate sul vecchiourlando:«Arrenditi!»

«Ecco come si arrende chi vinse i Caldei!» rispose Ounis.

Tre volte scintillò la lama già rosseggiante di sangue ed itre uomini caddero l'un sull'altrocontorcendosi fra gli spasimi della morte.

Ounis stava per prendere la fugaquando un drappello diguardiesbucato da una via lateralelo circondò. Erano quaranta o cinquantauominiarmati d'azze di guerra e gagliardi.

Ounis aveva gettata la daga stillante sanguedicendo conironia: «Non uccido il mio popolo! Chi mi vuole?»

«Il re» disse un vecchio arciereavanzandosi.

«Ah!» fece Ounis.

Poivolgendosi verso Neferdisse: «Nemmeno il deserto civuole. Ecco la catastrofe completa. È la fine di tutto!» Quindiguardandoirosamente le guardiechiese sdegnosamente: «Da chi mi conducete?

«Dal re» risposero le guardie.

«Mi avevate seguitodunque?»

«Sì» disse il vecchio arciere che comandava il drappello.

«E di questa fanciulla che cosa ne farai tu?»

«Io non ho ordini per lei: chi si cura d'una vagabonda?»

Un urlo di belva feroce irruppe dal petto del vecchio Ounis.

«Miserabile!» gridòliberandosi con una scossa violentadalle guardie che lo trattenevano pei polsi. «Costei una vagabonda! A te! Èuna Figlia del Sole!» La mano del vecchio cadde sul viso dell'arciere come unterribile colpo di frustafacendolo girare due volte su se stesso. «Inchinatidavanti a questa fanciulla che porta sul suo corpo divino il tatuaggio dell'ureo.Giù o t'uccido! Se Pepi non ti farà sgozzarevi sarà chi ti punirà senon obbedisci! Giù! Tu non sai chi è l'uomo che te lo comanda!»

Vi fu fra le guardie un momento di stupore impossibile adescriversi. Quel vecchio che aveva già ucciso quattro uomini e che comandavacoll'autorità d'un reaveva sgomentato tutti.

«È tua figlia?» chiese il capo degli arcieri con vocealterata.

«Chi sia non lo so» disse Ounis. «È una Faraona e tibasti! Guardavile schiavo d'un re ladro!»

Con un gesto rapido strappò alla fanciulla la leggera tunicache la copriva e mise a nudo la sua spalla mostrando il simbolo del diritto divita e di morte. «Lo vedete?» disse. «È una Faraona! Giùa terratu chel'hai offesaperché è d'origine divina!»

L'arciere era caduto in ginocchiomentre gli altri avevanoallargato il cerchio.

«Ed ora» disse Ounis«conducetemi pure da Pepi. Desiderovederlo.»

«Ed io?» chiese Nefer.

«Seguimi» rispose il vecchio. «È lànel palazzo dellecento colonneche noi daremo l'ultima battaglia. Chissà! Forse tutto non èancora perduto e quando urlerò in faccia a lui la sua infamiapuò darsi chela fenice rinasca per abbruciare il corpo di suo padre nel tempio del Sole e cheaddentipari ad un famelico coccodrillola sua anima. VieniNefervienifanciulla mia. Le ali dorate e rosse della fenice ci proteggeranno.»

Gli arcieri si erano stretti intorno a loro ed il capo avevasvolta la fascia che gli cingeva il kalasirisper legare le mani aOunis.

«Non occorre» disse il vecchio. «Non ho più una daga peruccidervi tutti. Andiamo! Il palazzo reale ed io ci conosciamo.»

Ounistetropensierosocamminava fra le guardie e Nefer loseguivacolla testa chinata sul pettocome un'ombra vagante. Salirono il vialeche conduceva al palazzo realesenza che né l'unoné l'altrané la scortaavessero pronunciata una parola. Quando però Ounis si trovò nel peristilio dimarmo parve ridestarsi come da un lungo sogno.

Guardò come stupefatto le immense portele alte terrazzebastionatele colonne sfolgoranti d'oro che s'ergevano maestosamente attraversol'immensa saladove Mirinri era stato ricevuto ed aspirò fragorosamentel'aria.

«Diciotto anni» dissefermandosi bruscamente. «E lorivedoma non più mio!»

Si era voltato verso le guardiecome se volesse scagliarsicontro di loro o come se volesse gridare qualche cosa sui loro voltipoifrenandosichiese:

«Dov'è il re?»

«Domani lo vedrai» rispose il capo degli arcieri.

«E dov'è Nitokrisua figlia?» chiese Nefercon impeto.

«La figlia del Faraone?» chiese il capo del drappelloconstupore.

«Non sono anch'io una Faraona forse?» chiese la fanciulla.«Hai visto tu il tatuaggiosulla mia spalla? Va' a dirle che vi è una Figliadel Sole che vuole vederla e subito! Mi hai compreso?»

«È la figlia del re» osservò umilmente il capo degliarcieri.

«Ed io di chi sonose l'ureo ha marcato il miocorpo?»

«Nefer!» disse Ounis. «Che cosa vuoi fare tu?»

«Nelle cento colonne daremo battagliasia pure l'ultima»disse la fanciulla con un singhiozzo. «Getto il mio destino! Addiosignorespero di rivederti presto.»

Ounis scosse tristemente il capo e seguì gli arcieri cheavevano aperta una porta la quale pareva che mettesse in qualche sotterraneo. Ilcapo intanto si era allontanatosalendo una gradinata di marmoche eranascosta da una immensa tenda intessuta di pagliuzze d'oro ed a larghe fascie ditinte svariatetutte smaglianti.

Neferrimasta sola nell'immensa salasi era appoggiata aduna coppa di lapislazzoli che serviva in certe occasioni da fontananascondendosi il viso fra le mani. Dai sussulti che di quando in quandoscuotevano il suo corposi capiva che la disgraziata fanciulla singhiozzava.

Un passo leggerissimoaccompagnato dal fruscìo d'una vestetrasse Nefer dalla sua muta disperazione. Nitokrila figlia di Pepi Mirinrilestava dinanzi.

Le due fanciulle si guardarono a lungosenza parlarepoiNitokri disse:

«Sei tuche chiamano la principessa dell'isola delleOmbre?»

«Io sono Nefer.»

«O meglio Sahuri: era questo il nome che portavi quando titolsero di qua.»

«Non me lo ricordo» rispose Nefer. «Ero ancora bambinaallora.»

«Che cosa vuoifanciulla?»

«Sapere che cosa è avvenuto di Mirinriil figlio delgrande Teti» rispose Neferscoppiando in singhiozzi. «Tu che seionnipossenteproteggilosignoracontro le ire di tuo padre... ioche l'hoimmensamente amatote l'abbandono purché gli salvi la vita.»

«Mirinri... l'hai amato? E lui?» gridò Nitokri.

Nefer scosse tristemente il capo.

«Egli non sognava e non vedeva che la fanciulla salvatasulle rive dell'Alto Nilo. Nefer era nata sotto un raggio funesto di Râ: ilraggio azzurro che porta sventura a tutti quelli che tocca.»

Nitokri era rimasta silenziosa. Una profonda compassionetraspariva dai suoi occhi bellissimi.

«Povera Sahuri» disse poicon un sospiro. «Nata suigradini d'un trono al pari di mela felicità ti è mancata.»

Ad un tratto si scosse.

«Mirinri corre qualche pericolo?» gridò.

«Sìforse a quest'ora ha subito la sorte orrenda deipartigiani di suo padre. Io ho veduto il loro sangue sulle sabbie che circondanola piramide di Rodope.»

«Mirinri minacciato! Forse morto! Attendimifanciulla! Guaise mio padre ha osato alzare la mano su di lui! Sarebbe troppo! Sorellauniamole nostre forze contro i tristi consiglieri di Pepi: siamo due Faraone!»

 

 

CAPITOLO VENTINOVESIMO

 

Il trionfo di Teti

 

Un po' al di sopra di Menfiad occidente del Niloin quelluogo ove la catena libica comincia ad allargarsiformando una pittoresca oasiche chiamasi ancora oggidì il Fayumsi apriva quel famoso serbatoio fattocostruire da Amenemhat III che formò per secoli e secoli la meraviglia degliassiridei caldei e dei naviganti greci e che era destinato a ricevere le acquesovvabbondanti del fiume ed a regolare l'irrigazione in tutto il paesecircostante.

Era un'opera meravigliosaun bacino immenso che aveva delledighe di cinquanta metri di spessore e della lunghezza di parecchie decine dichilometricome si può constatare dagli avanzi che ancora sussistono oggidìdopo migliaia e migliaia d'anni da che esse furono erette.

Sulle rive del famoso lago di Moeriscome fu chiamato daiGreci che lo visitarono più tardisulle cui rive sorgeva il Labirintoche erail più vasto palazzo del mondocon più di tremila camerela facciata dicalcare biancoche si rispecchiava nelle acquecome marmo di Paros e con nelmezzo le due colossali statue di Amenemhat III e sua moglie.

In quel meraviglioso bacinoventiquattro ore dopo la catturadel disgraziato Ounispiù di centomila persone si erano radunatescaglionandosi sulle gigantesche dighe che formavano come un immenso anfiteatro.

Al mattino mille araldi avevano fatto echeggiare le lorotrombe per le vie della superba metropoliannunciando uno spettacoloemozionante ed invitando gli abitanti a radunarsi nel serbatoioche le acquedel Nilo non avevano ancora invasonon avendo il fiume raggiunto ancora la suamassima piena; e migliaia e migliaia di persone si erano rovesciate sulle dighequantunque ignorassero ancora di che cosa veramente si trattasse.

La notizia però che anche il reseguito dalla sua cortesfarzosavi avrebbe preso parteaveva bastato per muovere i buoni menfiniassieme alle loro famiglie.

L'ora dello spettacolo era stata fissata a tre ore prima deltramontosicché quando il sole cominciava a declinare rapidamente e l'aria arinfrescarsitutte le dighe che si stendevano di fronte al meraviglioso palazzodel Labirinto si erano coperte di spettatori. Sulla facciata del palazzo le duegigantesche statue di Amenemhat e della sua consortesi ergevano superbamentein attesa che i flutti del sacro Niloscendenti dal cielobagnassero i loropiedi estendendosi intorno a loro con flebili mormoriicome un gran mostrosoggiogato dai suoi possenti vincitori.

Pepiseguito da tutta la sua cortecomposta di grandidignitaridi ciambellanidi sacerdotidi arcieridi guardie realidisuonatrici e di danzatriciche facevano echeggiare rumorosamente i lorosvariati istrumenti musicali e da un gran numero di giovani schiavichereggevano immensi ventagli risplendenti d'oro e sormontati da magnifiche pennedi struzzo e diversi simboli religiosi di metallo preziosoera giunto all'orafissata.

Dinanzi alla candida facciata del Labirinto era statoinnalzato per lui e pei suoi dignitari un palco grandiosoa tinte smaglianticoperto da un immenso velario di finissimo lino a grandi fascie multicolori e viaveva subito preso postosedendosi su una specie di trono altissimoda cuipoteva dominare tutto il bacino e le gigantesche dighe.

Il popolo notò subitocon un certo stuporeche Nitokri nonlo aveva accompagnato. Ignorava che in quel medesimo momento la giovane Faraonaaccompagnata da Nefer e da uno stuolo di schiavi e di guardiesi dirigeva versola Necropoli per far spezzare la durissima pietra murata nella serdab principaleove Mirinri era stato chiuso.

Un grande silenzio si era fattorotto solo dal rumoreggiaremonotono delle acque scorrenti lungo le digheimpazienti di precipitarsinell'immenso serbatoio e di fecondare quelle terre benedette dal sole. Parevache tutte quelle migliaia di persone avessero trattenuto il respiro.

Un lungo squillo di trombaseguito tosto dalle prime battutedella fanfara realeavvertì la moltitudine che lo spettacolo promesso stavaper cominciare. Alcune guardieuscite dal palazzo del Labirintosi eranoavanzate verso la diga di ponentescendendo la gradinata che conduceva nelfondo del serbatoio. Scortavano un vecchio d'aspetto imponentedalle membraancora robustissimecoperto solo da un corto kalasirisstretto aifianchimunito d'uno scudo semiovalesimile a quello che usavano i guerrieridi quell'epoca e armato d'una daga di bronzo dalla lama molto larga e moltopesante: era Ounis!

Il vecchioquantunque ignorasse ancora contro chil'usurpatore desiderava che si misurasseprocedeva tranquilloa testa altaimpugnando saldamente la dagadestando una profonda ammirazione fra glispettatori che si erano tutti alzati in piedi per meglio osservarlo.

Quando giunse fra le due gigantesche statue fu lasciato soloe le guardie si ritrassero correndo.

Quasi nel medesimo istante da una delle gallerie sotterraneeche servivano di canale per le acque del Nilosi vide balzare fuoricon unsalto immensoun superbo leone libicodi forme poderosecon una lungacriniera quasi nera.

Un immenso gridosomigliante al rumoreggiare sinistro di unagrande marea od al rombo d'un maremotos'alzò fra i centomila spettatori.

Si ribellavano contro la ferocia del loro reche esponeva unvecchioprobabilmente un guerriero a giudicarlo dal modo con cui erasiprontamente coperto collo scudo e dal fiero atteggiamento. Oppure salutava illeone? Ounisimmobilecolla daga tesail corpo curvo innanzi per offrireminor bersaglio alle terribili unghie del carnivoroattendeva intrepidamentel'assaltocon un sorriso strano sulle labbra.

La belvache era stata probabilmente tenuta a digiuno perqualche giornoudendo l'urlo della folla si era arrestatapoivedendo lapreda dinanzi a séspinta dalla fame aveva spiccato un secondo saltocadendoa cinque o sei passi da Ounis.

Ad un trattomentre stava per spiccare l'ultimos'accasciòguardando in aria e mandando un lungo ruggito che si ripercosse come un colpo dituono entro le gigantesche dighe. Tutti gli spettatori erano nuovamente balzatiin piediguardando anche essi verso il cielo. Un terrore improvviso pareva cheavesse sorpreso tutti: uomini e bestie.

Quale strano fenomeno succedeva? L'aria si era fattarapidamente oscurale dighe cambiavano tintail palazzo del Labirintoprimatutto bianco come l'alabastroaveva assunta una tinta grigiastrail cieloall'orizzonte prendeva delle sfumature verdastrei raggi del sole sparivano:tutta la natura sembrava sul punto di spegnersi.

Gli aironi e le ibische prima volteggiavano in gran numeroal di sopra del serbatoiosi lasciavano cadere al suolocome se fossero stateimprovvisamente colpite da freccie invisibili; in lontananza i buoi che siabbeveravano sulle rive del Nilomuggivano sinistramentei cani urlavanolugubremente ed i volti degli spettatori assumevano delle tinte cadaveriche.

Sembrava che qualche sinistro avvenimento stesse per piombaresull'Egitto. Dai quattro punti cardinalidelle dense tenebre salivanoinvadendo con velocità fantastica il cielomentre il sole spariva dietro unaimmensa macchia nera.

Uno spavento indicibile si era impadronito di tutti glispettatori. Perfino Pepi si era alzatoguardando l'astro diurno che siottenebrava. Poi un gran grido si confuse coi muggiti dei buoi e colle urla deicani:

«Râ fugge!»

Il ruggito del leone vi fece eco. Il formidabile carnivoropareva che non pensasse più alla preda umana che gli stava dinanzi. Si eraaccovacciatorannicchiandosi su se stessocome se avesse perduto completamentela sua istintiva ferocia.

Ounis però non l'aveva dimenticato. Uomo d'una colturasuperioreaveva subito capito che quel fenomeno non era altro che una eclissitotale di solee quelle tenebre che piombavano sulla terra non l'avevano puntospaventato. Râil disco solareveniva nel supremo momento in suo aiuto e neapprofittò. Con un salto fu sopra al leonela sua daga balenò in aria escomparve tutta intera nel petto della belva.

Il ruggito formidabile che uscì dalle fauci spalancate dellafierastrappò bruscamente il pubblico dal suo terrore. Abbassò gli occhiverso il fondo del bacino e nella penombra scorse il vecchio con un piede sulleone già morente e la daga sanguinante in mano.

«Popolo!» gridò allora Ouniscon voce tuonante. «Râ siè offuscato per non assistere all'assassinio d'uno dei suoi figli. Nonriconosci più dunque tu Tetiil vincitore dei Caldeiquel Teti che un giornochiamasti Grande e che mio fratelloquell'uomo che siede sul palco reale e cheimpallidisce sotto il mio sguardofece credere morto? Popoloil tuo re è vivoed è tornato in questa Menfi orgogliosadove ha regnato. Tu vedi nel segno cheti ha dato Râ la mia origine divina! Nell'uccisione di questo leone il valoredell'antico guerriero che debellò le orde asiatiche! Ed oraguardami in viso ese mi riconosci ancoravieni con me a strappare dalla fronte di mio fratellodi colui che mi rubò il potereil simbolo di vita e di morteper darlo a miofiglioche per diciott'anni ho nascosto e allevato nel deserto!».

Fra i centomila spettatori regnò per qualche istante unprofondo silenzio. La notte che era piombatal'audacia del vecchio guerrieroche aveva ucciso il leonel'accusa terribile che aveva lanciato control'usurpatorelo sgomento manifestatosi improvvisamente nel palco realeilricordo del grande re che aveva salvato l'Egitto e che mille vaghe voci avevanoaffermato essere davvero vivoavevano prodotto un effetto impossibile adescriversi su quella moltitudine.

Poi tutto d'un tratto delle voci isolate echeggiarono:

«Sìegli è Teti! Ieri Pepi ha reciso le mani ai suoipartigiani! Viva il vincitore dei Caldei! Popoloseguiamolo!»

Sembrò che un muggitouscito dalle fauci di migliaia difierefacesse tremare le immense dighe del bacino. Il popolo si precipitavacon rombo spaventevolegiù dalle gradinatementre Pepi e la sua corteabbandonavano precipitosamente il palco realefuggendo verso Menfi.

In quel momento il sole riappariva raggiante e le tenebre sidileguavano.

«Ecco Râ che torna!» tuonò Teti. «Egli ci illumina lavia! Vieni popolo! Il tuo re ti guida!»

«Al palazzo reale!» urlarono migliaia di voci. «VivaTeti!»

Il vecchioche imbracciava ancora lo scudo e che impugnavala daga sanguinanteaveva saltato via il leone e s'avviava verso il Labirinto.I centomila spettatoriguidati da alcuni partigiani del vecchio reloseguivano in falangi compattefra un urlìo assordante. Egli salì lagradinatapoigiunto sulla cimadominando colla sua voce tuonante il fracassoe alzando la dagagridò:

«Al palazzo reale! Menfi questa sera avrà un altro re!»

«Viva Teti!» rispose la follache pareva in preda ad unvero delirio.

Quando l'immensa colonna rientrò in Menfila città era insubbuglio.

La voce che Tetidella cui morte già molti avevanodubitatoera ricomparsosi era divulgata colla rapidità del lampo e gliabitanti scendevano nelle vie armatipronti a farsi uccidere in difesa delsalvatore dell'Egitto.

Il grido di: «Viva Teti il grande!» risuonava in tutti iquartieri della metropolidalle rive del Nilo ai margini del deserto e nuovefalangi si aggiungevano a quelle già sterminateuscite dal gigantescoserbatoio. Una specie di guardia reale si era formataavvolgendo Tetiches'avanzava sempre alla testa del popoloin uno spazio lasciatogli libero.

Quando le falangi giunsero dinanzi al palazzo realetrovarono tutte le porte spalancate. Guardiearcieridignitarifavorititutti erano vilmente fuggiti. Teti sostò un momento a guardare quella grandiosacostruzione ove aveva regnato da grande monarcapoi entrò nell'ampioperistilio e salì il marmoreo scalonepenetrando audacemente nella immensasala del trono che più nessuno difendeva. Dalle ventiquattro porte di bronzoche nessuno aveva chiuseil popolo si era già riversato con terribili clamori.

In fondo alla salaraggomitolato quasi sul tronorisplendente d'orocoperto dalle vesti reali e colle insegne del comandostrette fra le mani rattrappitelividoatterritostava Pepil'usurpatore.

Il popolo si arrestò ed era diventato muto. Quei simboli delpotere supremoche il re stringeva nelle mani e sopratutto l'ureo chegli brillava sulla fronte e la maestà del tronoancora una volta si eranoimposti a quegli schiavi della potenza faraonica.

Tetifortunatamentenon si sgomentò. Mosse diritto versosuo fratello che lo guardava con spaventosalì i gradini del tronopoiconuna mossa rapidagli strappò l'ureo che aveva in fronte e lo gettò alsuolo con disprezzogridando:

«Ecco: non sei più re!»

Poigettato lo scudolo afferrò per un braccio e lo trassein mezzo alla salasenza che egli opponesse resistenza e lo atterrò sullelucide pietre del pavimentoalzando su di lui la daga.

«Quest'arma ha ucciso un leone» disse «ed ora uccideràun usurpatoreun ladro!»

 

 

CAPITOLO TRENTESIMO

 

La vendetta di Her-Hor

 

Mentre nell'ampio serbatoio del NiloPepi Mirinri giocava lasua ultima carta contro il fratello per tentare di salvare il trono che ormaigli sfuggivaun drappello d'arcieri usciva dal palazzo reale scortando unalettiga tutta coperta da una tenda variopinta e sorretta da quattro giganteschischiavi nubiani.

Nella lettiga vi erano Nitokri e Nefer. Strappata a Pepi lagrazia di Mirinrisi dirigevano verso la necropoli per liberare il disgraziatorinchiuso vivo nell'immenso cimitero sotterraneoche occupava quasi la quintaparte dell'opulenta città. Nitokri pareva lieta; Nefer inveceche sapeva ormaidi aver perduto per sempre l'uomo che aveva intensamente amatoanche se noncorrispostaera triste e faceva sforzi supremi per frenare le lagrime che letremolavano sotto le palpebre.

«Sorella» diceva Nitokri«le prove terribili che Mirinriha subiteormai sono giunte alla loro fine. Ormai non correrà più alcunpericolo perché io veglierò su di lui e mio padre non oserà più nulla. Eglisarà l'orgoglio della corte e quando mio padreche è già vecchiomorràilpopolo lo acclamerà re dell'Egitto.»

«Accetterà Mirinri di aspettare tanto?» chiese Nefer.«Egli ha lasciato il deserto ed ha disceso il Nilo per impadronirsi del tronodi tuo padre.»

«Il mio non può abdicare così d'un tratto. Forse piùtardima non ora.»

«Ti ripetoNitokriaccetterà?»

«Non insisterà dinanzi a me: mi ama troppo.»

«Ah! È vero» mormorò Nefersoffocando un singhiozzo.«Tu sei stata la sua eterna visionesia nel desertosia sul Nilosia qui.»

«Parlava dunque sempre di me?» chiese Nitokrimentre neisuoi bellissimi occhi s'accendeva come una fiamma.

«Sempre... sempre...»

«Ed anch'io non avevo scordato quell'eroico giovaneche persalvare la mia vitaespose freddamentecon un coraggio da leonela sua.Sentivo in me qualcosa che mi diceva che egli non era un uomo comune.»

Erano ormai uscite dalla città e i nubiani affrettavano ilpassodirigendosi verso le ultime ondulazioni della catena libicadove sivedevano spiccare un numero infinito di piramidi più o meno altecheoccupavano una immensa estensione di terreno. Era l'immensa necropoli di Menfiil cimitero più gigantesco del mondodove ricchi e poverigli uni entro le mastabegli altri nei sotterranei infiniti che serpeggiavano fino alla punta deldelta del Nilodormivano da secoli e secoliindisturbati.

Neferscorgendo in mezzo a quel caos di piramidi un'altamuraglia formata da blocchi di basalto grigioaveva provato un fortissimotremito.

«Egli si trova làdietro quella muragliaè vero?» avevachiesto a Nitokri.

«Sì» aveva risposto la figlia di Pepi che aveva purprovato un fremito di spavento.»

«Sarà ancora vivo?»

«Non sono che poche ore che vi è chiuso dentro.»

«E sein un momento di sconfortosi fosse ucciso?»

«TaciNefer!» esclamò Nitokri con angoscia. «E poicomeuccidersi? Non vi sono armi là dentro.»

«Affrettiamoci.»

«Sìdi corsa!» gridò Nitokri ai nubiani.

Gli schiavi si slanciaronoobbligando così anche gliarcieri a mettersi in corsa.

Il palanchino s'avanzava ora fra quella moltitudine dipiramidi e di monticelli di pietrache le sabbie del vicino desertoquelleterribili sabbie che più tardi dovevano seppellire tuttoin parte coprivano.Nessun essere umano si scorgeva fra queste tombepoiché gli Egizianiall'infuori delle grandi festesi tenevano lontani dalla necropoliquasiavessero paura di turbare il riposo dei loro morti.

Il drappellogiunto dinanzi all'alta muraglia di basalto ches'inalzava pure in forma di piramide e che segnava l'entrata della necropolisotterraneasi era fermato. I nubiani deposero a terra il palanchino e Nitokrie Nefer scesero.

«Dov'è la pietra?» chiese la figlia di Pepi che pareva inpreda ad una vivissima emozione.

«Eccola» rispose un arcieremostrando colla mano un massodi marmo più oscuro. «È la quinta.»

«Avanti gli operai.»

Sei uominiche erano pure vestiti da soldati e che portavanodei pali di bronzo e certe specie di pesantissimi martelli in forma di cuneisifecero innanzi.

«Non perdete tempo» disse a loro Nitokri. «E voi»riprese poi rivolgendosi agli arcieri«preparate le torce.»

La pietraun masso enormedi due metri cubi per lo meno escelta fra le più dure della catena libicafu subito assalita vigorosamente;ma non era cosa facile spezzarne i margini.

Trascorsero tre ore e di sforzi titaniciprima chel'intonaco che la saldava alle altre fosse frantumato e che il masso cominciassea muoversi.

Durante quel tempo parecchie volte Nitokri aveva fattosospendere il lavoro e aveva appoggiato un orecchio alla pietracolla speranzadi udire un grido o qualche altro segnale di Mirinri e senza nessun risultato.Il disgraziato giovane si era smarrito nelle tenebrose galleriecredendodi trovare in qualche luogo un'aperturao in un accesso di disperazione si eraspaccato il cranio contro le pareti?

Una vivissima ansietà si era impadronita di tutti. La pietrasi era già spostata e cominciava a scivolare sotto i pali di bronzo e nessungrido si era ancora uditoeppure la luce entrava e poteva essere scorta ancheda lontano.

Nitokri aveva guardato Neferla quale era diventata smortacome se tutto il suo sangue le fosse uscito dalle vene.

«Temi anche tusorella?» le chiese.

«Sìho paura.»

«Che si sia ucciso?»

«O che si sia smarrito.»

«Lo cercheremo: le redab non hanno alcuna uscita.»

«E se fosse avvenuta qualche frana?»

Nitokri guardò gli arcieri che aiutavano gli operai a farscivolare il masso.

«Voi avete accompagnato Mirinriquel giovane che mio padreaveva fatto rinchiudereè vero?»

«Sì» rispose il capo del drappello.

«Il sepolcreto è bene conservato?»

«Ho visitate tutte le gallerie ieri mattina e non hoverificato alcun franamento.»

«Si è ribellato il giovane quando l'avete cacciato quidentro?»

«No.»

«Era abbattuto?»

«Oh sì!»

«Accendete le torcie.»

«Sono già pronte.»

«Entriamo: vieniNefer!»

Scalarono le quattro pietre inferiori e penetrarono nellanecropoliprecedute da quattro arcieri che portavano fiaccole composte d'unamateria resinosache luccicandospandeva all'intorno una luce vivissima equasi bianca. Al di là dell'apertura vi era una scala che scendeva sotto terraformata da gradini di pietra molto alti e molto larghi; essa conduceva in unaimmensa galleria a vôltafiancheggiata da un numero infinito di animaliimbalsamatidisposti in bell'ordine su una doppia fila.

Vi erano gattiibiscoccodrillivitellitutte bestiecome abbiamo già dettose non adoratealmeno assai rispettate dagli antichiEgiziani.

Nitokri e Nefersempre precedute dagli uomini che portavanole fiaccole e seguite dalla scortas'inoltrarono nella galleriaimpregnatad'un tanfo poco gradevolesprigionato da milioni e milioni di mummie chemalgrado l'imbalsamazionelentamente si corrompevanotrattandosi di gentepovera che non poteva permettersi il lusso di far subire ai loro corpi untrattamento eguale a quello dei ricchi e dei re.

Percorsi due o trecento passiNitokri si volse alla scortadicendo:

«Mandate un gran grido che si ripercuota nelle profonditàdelle serdab. Il giovane che voi avete qui rinchiuso deve essersismarrito.»

Gli arcieri si raccolsero in circolo e fecero rintronare leprofonde ed infinite gallerieche per leghe e leghe si susseguivano sottol'ultimo pianoro del Deltacon un rimbombante: «Wohè!...»

Quando l'eco cessòperdendosi in lontananzatutti simisero in ascolto.

Trascorsero parecchi istanti d'angosciosa aspettativapoi ungrido fievolissimoche veniva chissà da dovegiunse:

«Wohè!»

«È lui!» avevano esclamato ad una voce Nitokri e Nefertrasalendo.

«Sìquella che ha risposto è una voce umana» disse ilcapo degli arcieri.

«Cerchiamolo! Cerchiamolo!» gridò la principessa.

Si erano rimessi in marciasfilando fra quelle file immenseinterminabilidi bestie imbalsamate e fra pareti di granito che mostravanodelle piccole tavole portanti inciso il nome dei morti sepolti o sotto o soprala galleria.

Di quando in quando delle s'incontravano ramificazioni. Eranoaltri serdab tenebrosi che avevano altre direzioni. La scorta gettavaapiena golaun nuovo e più potentissimo grido e non ricevendo rispostaproseguiva attraverso la galleria principale.

Mirinri doveva essersi molto allontanato dall'entrata dellanecropolifors'anche senza saperlo in causa della profonda oscurità cheregnava là dentro.

«Che sia morto?» chiedeva insistentemente Nefer.

«Se ha risposto!»

«E se fosse stata l'ecoNitokri?»

«Nosignore» rispondeva il capo degli arcieri. «Era unavoce umana quellaben diversa dall'eco. Avanti semprenoi...» Si erabruscamente interrottocomandando: «Fermi tutti! Nessuno si muova!»

In lontananza aveva udito come un rumore di passi. Qualcunocamminava sulle pietre di marmo che lastricavano la galleria.

«Egli ha veduto la luce delle nostre fiaccole e ci muoveincontro» disse finalmente il capo.

«Ne sei certo?» chiese Nitokri.

«Sìprincipessa.»

«Prova.»

«Wohè!» tuonò l'arciere.

Una vocemolto più distinta di primarispose subito: «Chiè il coraggioso che viene a cercare il figlio di Teti?»

«Mirinri!» avevano gridato Nitokri e Nefer.

Successe un breve silenziocome se il giovanecolto da unostupore facile d'altronde a comprendersi in quel momentosi fosse arrestatopoi le pietre tornarono a risuonare precipitosamentecome sotto un passovelocissimo.

«Lasciate qui due fiaccole e andate ad aspettarci all'uscitadella necropoli» disse Nitokri alla scorta. «Ormai non corriamo più alcunpericolo.»

Gli arcieri erano appena scomparsi dietro una svolta dellagalleriaquando Mirinriche si era slanciato a corsa sfrenata appena avevaveduto la luce delle fiaccolegiunse dinanzi alle due fanciulle.

«Voi! Nitokri! Nefer!» aveva esclamato. «Sogno io o la miaanima ha già abbandonato il mio corpo?»

«NoMirinrisiamo noi» disse Nitokriprendendolo peruna mano. «Noi che siamo qui scesein questa orribile necropolia salvarti.»

«Ed a morire con me? Possibile che Pepi m'abbia fatto donodella vita dopo d'avermi fatto rinchiudere qui? NitokriNeferparlate.»

«Sei salvo e libero» disse la figlia di Pepi. «Il palazzoreale aspetta il suo principe ed il suo futuro re.»

«Io un re!» gridò Mirinritrasfigurato. «Noèimpossibilequesto è un sogno.»

«Nomio signore» disse Nefer.

«Io libero e re!»

«Futuro re» corresse Nitokri.

«Che m'importapurché io esca da qui e non mi separinopiù mai da teNitokri.»

Nefer si voltò da un'altra parteappoggiando le mani allaparete. Mirinri se ne accorse e comprese l'effetto che dovevano aver prodotto lesue parole sull'animo della povera fanciulla. «Mi amava» sussurrò a Nitokri.

La Faraona s'avvicinò alla fanciulla e la prese dolcementeper una manodicendole: «Vienisorella: il palazzo reale ci accoglieràtutti.»

Si misero in cammino: Mirinri e Nitokri erano preoccupatiNefer era sempre triste. Già cominciavano a intravedere la luce che entravadallo squarcio aperto nella grande muragliaquando Mirinri s'arrestòfissandoNefer.

«E Ounis?» chiese.

«Preso anche lui» rispose la fanciulla.

«Ounis!» esclamò Nitokri. «Chi è? Io ho già uditoquesto nome.»

«L'uomo che mi condusse nel desertoche mi curònell'infanziache mi fu più che amicopadre» rispose Mirinri. «È vero chesi trova nelle mani di tuo padre?»

«Non lo so.»

«Lo so ben io» disse Nefer. «Ero presente quando loarrestarono.»

«E che cosa ne hanno fatto?» gridò Mirinricon voceminacciosa. «Che un capello cada dalla testa di quell'uomo ed ioNitokriromperò la tregua che regna ora fra me e tuo padre.»

«Non parlare cosìMirinri» rispose Nitokri. «Se vi èun altro da salvarenoi lo salveremo e non rientreremo nel palazzo reale seprima non avremo la sua grazia. Sorellatocca a te ora.»

«Che cosa devo fare?» chiese la giovane stupita.

«Precedermi al palazzo realee recarti da mio padre adettargli la mia volontà se vorrà rivedere sua figlia. O la grazia dell'uomoche ha salvato e guidato Mirinri o rinunciare per sempre a me. Io lego il miodestino a voi due e sono risoluta a gettare via l'ureo che porto sullafronte.»

Mirinri guardò Nefer con angoscia.

«Sìmio signore» disse la fanciulla. «Andrò.»

«E Ata? E gli altri?»

«Tutti presi.»

Mirinri ebbe un moto d'irama subito si calmò.

«A noiNitokri» disse. «Uniamo le nostre forze. Tuopadre sarà per me sacro; ma guai a lui però se tutti i miei amici cadrannosotto la sua vendetta.»

«Mio padre cederà dinanzi a noi treche siamo tutti Figlidel Sole» rispose la giovane Faraona. «Usciamo da qui: l'aria è troppopestifera e dobbiamo respirarne ben altra.»

Raggiunsero rapidamente l'uscita della necropolidove glischiavi e gli arcieri li aspettavano.

«Sali nel palanchinoNefer» disse Nitokri«e precedicial palazzo reale. Tu sai che cosa deve fare mio padre se vorrà rivedermi eavere ancora una figlia. Il sole tramontanon indosso le vesti regali e nessunofarà attenzione a noi. PartiNefere strappa a mio padre la grazia di Ounis eper i suoi amici.»

La fanciulla salì nel palanchinofece abbassare le tende egli schiavi partirono a passo di corsa seguiti da dodici arcieri.

In pochi minuti raggiunsero le prime case della cittàsenzaaver incontrato anima viva. Pareva che tutti gli abitanti avessero abbandonatoMenfi. Si trovavano invece raccolti nell'immenso serbatoio del Niloadassistere alla lotta fra il vecchio Ounis ed il leone libico.

Giuntadopo una buona mezz'oraal palazzo realeNefersalì lo scalonerisoluta a presentarsi a Pepi.

Stava per entrare nelle stanze private dell'onnipossenteFaraonequando si vide sbarrare il passo da un vecchio sacerdoteche erauscito rapidamente da una porta laterale.

Nefer si fermò di colpogettando un grido di spavento:

«Her-Hor!»

«Sìil gran sacerdote del tempio di Ptahche non halasciate le sue ossa nell'isola delle ombre- rispose il vecchiocon accentoironico.

L'afferrò bruscamente per un braccio e la trasse a forza inuna vasta stanza che si trovava dietro la sala del trono.

«Che cosa eri venuta a fare qui?» chiese Her-Horsocchiudendo la porta che metteva nell'immenso salone scintillante d'oro.

«A cercare il re» rispose Neferche aveva ripreso il suosangue freddo.

«Pepi! Ha ben altro da fare in questo momento. Chi ti hamandato?»

«Nitokri.»

«Allora avete già tratto dal suo sepolcro Mirinri.»

«Sì.»

«E si trova colla figlia di Pepi in questo momento.»

«È vero.»

Her-Hor ebbe un sorriso feroce. «L'ha salvato» disse.

«L'abbiamo trovato ancora vivo.»

«E vengono qui?»

«Questo è il posto di Mirinri.»

«Sìlo soPepi ha ceduto stupidamente dinanzi a Nitokri.Lo ha graziatoma sai a quali condizioni?»

«Le ignoroné m'interessano.»

«T'inganniNefer» disse Her-Hor. «Quando Mirinri saràquiche cosa accadrà della principessa dell'isola delle ombre? Che cosarimarrà a teche sei pure una Figlia del Sole? In quale gradino del tronosiederai tu?»

Nefer lo guardò con smarrimento.

«Io non avevo pensato a questo» disse poicon vocesoffocata. «Sìche cosa sarà di me dopo?»

Her-Hor fece udire un breve sogghigno.

«La principessa dell'isola delle ombre ha alzato la sua manosu un grande sacerdote» disse poi«ed ecco gli dei che mi vendicano. Mirinrisarà un giorno reNitokri sarà un giorno regina e tuche lo hai amato?»

«Taci Her-Hor!» gridò Nefer. «Non spezzarmi il cuore.»

Il sacerdoteniente commosso dalla disperazione che sileggeva sul viso della povera fanciullacontinuò implacabile:

«E tudall'ultimo gradino del trono; e tu che hai amatointensamente il futuro re del regno faraonicoil figlio di quel Teti chegl'imbecilli chiamavano il Grandeassisterai...»

«TaciHer-Hor!» ripetè Nefersinghiozzando.

«Alle nozze del giovane fortunato con la figlia di Pepi!»

«Tu m'uccidi!»

«Forse che non hai cercato di uccidere anche me?» chiese ilsacerdotecon voce dura. «Ho sofferto iosoffri anche tu!»

«Allora a me non rimane altro che morire!» gridò ladisgraziata.

Her-Hor alzò una tenda che nascondeva una specie d'armadio emostrò alla fanciulla una piccola panopliadove vi erano delle daghedeipugnali e certe armi in forma di piccole falci. «Non hai che da scegliere»disse freddamente.

Nefer stava per slanciarsiquando in lontananza si udì unfragore assordante che rapidamente s'avvicinava. Pareva che migliaia di persones'accostassero al palazzo reale.

Her-Hor arrestò Nefermettendosi in ascolto.

«Che cosa avviene in città?» si chiesecon inquietudine.Trasse la fanciulla verso un'ampia finestra e alzata la tenda variegataguardòverso l'immenso viale che conduceva al palazzo reale.

Una folla immensa s'avanzava rumoreggiando minacciosamente.Erano le falangi che Teti guidava per strappare all'usurpatore il trono.

«Una ribellione od una insurrezione?» Si chiese Her-Horche manifestava una crescente inquietudine.

Ad un tratto mandò un grido di terrore. Pepi circondato dapochi soldatiera comparso sul viale. I suoi schiavi correvano all'impazzataminacciando di sbalzarlo da un momento all'altro dal palanchino. Guardiesacerdotisuonatoridanzatriciportatori d'insegne realinon erano più conlui. Il magnifico corteo si era disciolto.

«Il re fugge!» gridò Her-Hor.

Poi una rauca imprecazione gli sfuggì. Gli erano giunte agliorecchi le grida della moltitudineacclamante Teti.

«Tutto è finito» mormorò. «Non mi rimane che lavendetta. Ounis è stato riconosciuto dal suo popolo e ucciderà Pepi!»

Rimase alla finestratenendo sempre stretta per una manoNeferla quale pareva che non comprendesse affatto ciò che stava persuccedere.

Le falangi del popolo intanto giungevano schiamazzando edacclamando Teti. Her-Hor le vide entrare nel palazzo realementre le guardiedel corpoi servigli schiavile donne fuggivano disordinatamente attraversogli immensi giardini.

«Vieni» disse con voce imperiosa a Nefer«ma primaprendi questo perché la nostra ultima ora sta per suonare e avrai una prova cheMirinri è definitivamente perduto per te.»

Staccò un pugnale e la trasse verso la porta che mettevanella sala del trono.

Proprio in quel momento Tetidopo d'aver strappato a suofratello l'ureoaveva atterrato l'usurpatorealzando su di lui la dagapronto a ucciderlo.

Già il terribile vecchio stava per compiere il fratricidiosenza che il popolo che gremiva la sala avesse fatto nessuna mossa per salvareil possente reche fino a pochi istanti prima aveva adorato e temuto come undioquando la folla s'aprì impetuosamente.

«Padre! Che cosa fai?» gridò una voce d'uomo. E nellostesso tempo una voce femminile implorò: «Salvate il re! Me lo uccidono!Grazia per lui!»

Mirinri era comparsoseguito da Nitokripallida come unospettro e piangente.

Teti aveva alzata la testapoi abbassò la daga.

«Padre!» ripetè Mirinriprecipitandoglisi incontro. «Ahil cuore non mi aveva ingannato! Mio padre! Viva il grande Teti!»

«Che cosa vuoifiglio?» chiese il vecchio monarcamentreuna gioia sconfinata gli irradiava il viso.

«È il padre di Nitokridella fanciulla che io ho salvata»disse Mirinri.

«L'ami tu?»

«L'amopadre.»

Teti gettò lontano da sé la daga.

«Dono la vita a quest'uomo» disse poi. «Osiride lo vuolee tu lo vuoi: sia!»

Her-Horudendo quelle paroleaveva fatto echeggiare lastanza del suo riso stridente. «Credi ora tuNeferche Mirinri possaamarti?»

«No... tutto è finito» rispose la disgraziata. «Venga lamorte!»

Alzò l'arma che teneva in pugno. Guardò un istante laluccicante lamapoi se la immerse tutta intera nel pettoin direzione delcuore.

Her-Hor l'aveva presa fra le braccia. La sollevò senzabadare al sangue che gli lordava le vesti e si slanciò nell'immensa salagridando:

«Ecco la mia vendetta!»

Le file del popolo per la seconda volta si erano apertesicché il sacerdote potè giungere senza fatica dinanzi al trono.

«Her-Hor!» avevano esclamato Teti e Mirinri.

«Ecco tua figlia!» gridò il sacerdotecon voce striduladeponendo dinanzi a Teti la fanciulla. «Si è uccisa: è morta d'amore ed iosono vendicato. Tu mi cacciasti dal tempiodove esercitavo le funzioni digrande sacerdotema io vengo ad amareggiarti il trionfo.»

«Nefer!» avevano esclamato Mirinri e Teticon orrore.

«NoSahuritua figlia che io avevo condotto sulle traccedi tuo figlioperché l'amasse e come vedi vi sono riuscito. S'è uccisaudendo Mirinri confessare il suo amore per Nitokri.»

Un urlo di belva ferita era sfuggito dal petto di Teti.

«Arrestate questo miserabile!»

Mirinriprima di tuttiera già piombato sul grandesacerdoteafferrandolo per la strozza. «Devo ucciderlo?» chiese.

«No: si facciano imponenti funerali a mia figliasi portila sua salma nella grande piramide che io ho fatto costruire sui margini deldeserto e vi si chiuda dentro vivo quest'uomo. Rinuncio il trono a mio figlio:egli è degno di suo padre.»

«E tu?» chiese Mirinri.

«Io torno nel desertodove per diciotto anni vissie vadolà per udire le urla fameliche di quest'uomo che ha causata la morte di miafiglia. Ti ascolteròHer-Horattraverso la pietra che ti chiuderà persemprefino all'ultimo tuo ululato.»

Raccolse l'ureo che aveva strappato a Pepi e lo posòsulla fronte di Mirinriil quale si era inginocchiato presso al cadavere diNeferfrenando a gran pena i singhiozzi.

«Popolo» gridò«ecco le mie ultime volontà! Sia fattagrazia a mio fratello e lo si esili nell'alto Nilo: egli è il padre dellafanciulla che mio figlio ama. E tuMirinrinon scordarti Ata: benché abbia lemani tagliatepure potrà essere un buon ministro. Ed ora addio: vado ad udirele urla feroci di Her-Hor dinanzi al sarcofago di mia figlia.»

Prese fra le sue braccia il cadavere di Neferche grondavasangue e s'avviò verso una delle ventiquattro porte di bronzomentre laimmensa sala rintronava d'un grido immenso:

«Viva Mirinrire dell'Egitto!»